"FALENE"
“ FALENE. ”
di Manuel Omar Triscari.
A mia madre, Olimpia.
0.
Come fantasmi entrano
in camera, a notte, le falene, e svolazzano fino a trovare una luce accesa. Poi
restano immobili sul muro. Al mattino le trovo riverse sul pavimento, a volte
le vedo annaspare nei loro ultimi attimi di vita; mi chiedo se sappiano che cosa
sta per succedere, perché sembra che fino alla fine cerchino di rimettersi in
volo e allora penso una cosa: se una creatura non conosce la morte, non capisce
cosa le accade quando le forze cominciano a venirle meno. Cercherà di
aggrapparsi a ciò che per lei è familiare, tenterà di fare quel che ha sempre
fatto è che è stato la sua vita. Volare, nel caso della falena.
Non so se c’è un
modo meno doloroso per morire, e non so se c’è un modo meno doloroso per
vivere. Vivere come la falena senza sapere che si deve morire, senza sapere che
più avanti c’è una strada sbarrata; credere che la primavera sarà eterna,
soffrire solo un giorno per pochi istanti. O vivere come l’uomo, che
inconsciamente si prepara alla morte dal momento in cui ne scopre l’esistenza,
e comunque vi arriva impreparato. Vivere ripetendosi che il tempo non torna più
e sprecarlo comunque. Ma vivere chiedendosi se c’è qualcosa oltre la primavera,
e tentare una risposta e scoprire, forse, bellissimi altrove per rispondere a
quella domanda.
So che forse un
giorno sarà autunno e dovrò salutare le falene senza sapere se ci sarò ancora
quando torneranno. Ma da creatura della notte preferisco vederle nelle loro
brevi ore di forza, quando esiste solo l’avventura di catturare la fiamma.
1.
Mi manchi
soprattutto di Domenica:
Una volta c’era
niente da fare,
Poi venne la
bella estate,
e il crepitio
delle ore assolate
Invase le nostre aride esistenze.
È tornato il
silenzio
Ormai:
Nel giardino
regnano
Sciami ronzanti.
2.
È una questione
di porte.
Quella di casa è
sparita
Nel silenzio
della notte.
Era trasparente
La grande porta
che dà sul giardino...
Quella dietro
ululava cigolando nel vento
Ed era chiusa la
porticina di ferro della cantina.
Ma dalla lastra
che gelava le dita
Hai raccontato
una storia:
Solo nei miei
sogni compari alla luce
E alle tue spalle
una porta spalancata.
Intanto la sera è
fredda di lampioni.
3.
Per tutte le cose
ci sono un’infanzia
e un’età adulta.
Come quella volta
che ti sei estinta in un bagliore
quando la luce ti
investiva in pieno la fronte
e io in basso non
ti vedevo:
era la fine dell’infanzia
e non lo sapevo.
<< Non
dimenticare. >> hai detto
nell’angolo del
parco dove è sempre notte,
dove c’era la
luna;
così forse sei il
punto fluorescente
che va in scena
sulle palpebre
che mi acceca a
occhi chiusi.
E chissà se nel
centro nero
si nasconde
ancora, non colto, il tuo volto.
Ma ora in terra
straniera, madre mia amata.
Madre mia dorata,
in questo tempo di veglia
Di te ritorna
ricorrente l’alone di un abbaglio
Come una ombra nel
cuore.
4.
Un fiore giallo
Caduto,
Acqua di lavatoio
di pietra
E una bacca di
pungitopo,
Regali per le
falene morte.
5.
Dentro a quell’abbraccio
C’era anche il
vento delle tue mani
Ma non dico
niente,
Tira un tempo
freddo
Come un uomo in
piedi a prua
Che si guarda
partire senza possibilità di rimpianto.
Così il mio
destino
È sentirti vicina
Senza poterti
toccare.
6.
Non avrei mai
pensato
Che sarebbe
arrivato un giorno in cui tu
Avresti deluso
me.
Perché è brutto
da dire
E non ne avevo il
diritto
Ma su di te
misuravo il mio concetto di possibile e d’impossibile.
Non pensavo che
tu mi avresti delusa, visto che
Ho sempre dato
per scontato il contrario
(Dovevo essere
io, da ruolo, a rovinare tutto).
Ora mi libero del
tuo sacro
E della mia
devozione del cielo,
Dove in
innumerevoli forme io t’immaginavo.
Mi libero di te
E torno a letto
nei campi di colza.
7.
Ti cerco in un
cimitero di croci. Ti trovo,
Voglio portarti
con me
Ma sotto forme
che non puoi avere.
Senza forma non
ti vedo
E tu
Svanisci appena
tocchi carne.
Mi allontano,
In tasca l’ennesima
croce sbagliata.
La notte cova un
bianco di neve.
8.
Madre,
La luna di
stanotte non è propizia:
Scende il cielo
In grani di
stelle.
9.
Il sabato sera,
Nel cinema vuoto
la maschera ciondolava,
Le mani dietro la
schiena
In cerchi sempre
più grandi come un sirtaki.
Ma é il sabato
dei morti,
Nel cinema
deserto la maschera ballava.
Sulle strade di
notte,
Quando cerco di
attraversare,
Un’auto sfreccia
via senza guardare.
10.
Ho visto l’angelo
della morte.
Era una fattorina
del food delivery,
Quelli che
toccava si coprivano di stelle colorate.
E li mandava a
vivere da soli
In case dove ogni
oggetto parlava di loro
(Non della loro
ricerca di qualcuno).
Finalmente
Soltanto di loro.
11.
Ma nonostante
tutto
Da quella volta
che abbiamo parlato
So che vedi altri
colori.
L’azzurro negli
occhi di un vecchio,
Lo smalto cremisi
sulle unghie della madre
Distratta
Che la sera si
tocca nel letto,
Il grigio di
certi uomini
Che sono già
fantasmi.
(Eppure anche il
grigio ha tante gradazioni.)
Vedi come ti vedo:
Ti ho acceso la
parte dolce della lingua.
12.
Siamo relitti
Sospesi
Sulla cima del
tempo,
Fantasmi
Che si guardano
Attraverso uno
specchio azzurro
In questa luce
Opaca.
Siamo relitti,
C’è una musica
assordante nell’aria,
Tu tremi e
sorridi,
Mi osservi e non
dici niente,
Ricordo certi
sogni strani
Che facevo,
Come uno
scheletro
Che gioca a dadi
E sogghigna.
Tu t’inclini,
T’incrini,
Abbassi gli occhi,
Ti spegni,
Mentre il dolore
che non capirò
Avvolge le tue
notti chiare.
13.
Madre, sono rosse
le foglie al tramonto.
Il sangue degli
uomini è piovuto
Su tutto ciò che
vive
Mentre anche il
sole distoglie lo sguardo
Dai campi di
guerra.
Nella notte
Quanto peso mi dà
la tua assenza,
Madre lontana:
Non senti ormai
La mia voce
debole
(Ogni volta più
debole)
Che si perde in
questo pianto rotto
Che piove a
dirotto
Da un cielo dilaniato
Nel mondo
corrotto
Stanotte.
Al gelo nella
luce di luna,
nella tua fredda
tana, Madre,
ti arriva ancora
il mio pensiero?
Ancora, in capo
all’universo urlante
Riconosci il mio
dolore?
Dolore che tace
Bagnato dai
dolori di altri mille,
Dolore che in un
lago si spegne.
Nell’eterno
insonne
Le tue orme oltre
la stanza
Sciolgono il
ghiaccio dei fili d’erba:
Anche il mio
sangue torna a scorrere
Sussultando a
ogni passo che affondi nella brina.
Madre, tu sei
viva,
Anche se il tuo
cadavere dorme chissà dove.
Io respiro, mi
sento battere il cuore
Ma sono morto da
anni,
Solo il richiamo
del fantasma che sei
Mi restituisce un
attimo di pace.
Madre, hai voluto
darmi la vita
Per consumare a
poco a poco la tua.
Ora guardami
Mentre la getto
nella gola del Gigante:
Ora preparati
A rivedere un
volto segnato,
Ora aspettami,
Se ancora puoi
aspettare,
Se è vero che
ogni vagabondo
Trova un angolo
buio per chinarsi a riposare,
Se é vero che per
ogni ubriacone
é un angolo tranquillo
in fondo al bancone.
Nel gelo di una
notte di luna
Forse queste
parole non sono così forti
Da giungere a te;
Eppure è il tuo
pensiero a tenermi sveglio.
Mi scopro a tremare.
Madre, mi
ascolti?
Dolore che tace
Affogato in un
nodo troppo stretto.
Dolore del tuo
silenzio che mi toglie ogni pace.
14.
<< Togliti
la maschera. >>
Ho chiesto in
quella notte di neve.
Sei rimasta in
silenzio, poi hai obbedito;
Dall’alto mi hanno
guardata i tuoi occhi scuri
Come mandorle di
pece.
Raccontavano
tempi andati, voci, risa lontane.
Eri bianca e buia
come la neve
Che cadeva sul
monte.
Bianca e buia.
Ma oltre la
foresta sorgeva la luna…
15.
Con il buio e la
nebbia fitta
È inquietante
anche la giostra in piazza, chiusa.
I cavallini
coperti
E sul fianco la
strega
Che dà la mela a
Biancaneve.
16.
Dormi sotto un
mare di gigli,
Non sono e non t’amo
E non ascolto
perdono.
Dormi nell’ombra
di soli tramontati,
Dormi e non torni
da quel mondo
Di sogni
incendiati,
Di rimorsi
rimpianti
E nostri silenzi
vaganti.
Dormi di sete, di
lacrime e oblio.
Sei davvero morta?
Sei morta o sei soltanto
nascosta?
Lacrima di giglio,
Petalo di luna,
Sei morta
O sei solo
Una notte di sfortuna?
17.
Piove.
La tua mano nella
nebbia si tende
Ogni giorno, in
ogni tempo e anche d’inverno;
La pace che offri
Esiste in te, non
qui:
Pieghi le dita,
Ti ferisco,
La speranza
inascoltata è dolore.
Piove:
Tremando ti
ritrai.
18.
Le anime assenti
Sono neonati
addormentati
Dentro ceste di
vimini
Sulla riva di un
fiume.
Una mano li
spinge un poco,
Fluttuano ignari
sulle acque...
Le anime
dormienti
A volte non sanno
di dormire:
Un calmo torpore
Le culla
Mentre il tempo
scorre
E mai vedono la
sponda di quel fiume.
Le anime
dormienti
Respirano nebbia
e silenzio,
S’ingrassano di
riposo.
E come ciechi
vagano nell’oblio.
Sognano?
Chissà. Scorgono
disegni appena abbozzati,
Sicure, sapienti,
nel loro utero di sonno.
19.
Quando avevo
dieci anni, il padre uccise per sbaglio il mio pesciolino rosso.
Ero appena andato
a dormire, costretto nel letto senza sonno
perché la mattina
dopo c’era scuola.
Guardavo in alto,
immobile sia io sia il soffitto.
Una luce accesa
nel bagno mentre il padre svuotava il vaso del pesce rosso.
(Pare di vedere i
suoi gesti, ora, con il bianco del lavandino tutto intorno.)
Ma poi lo
spiraglio di luce si allarga, la porta si apre.
La sua sagoma
conosciuta si spinge sulla soglia:
<< Il
pesciolino é caduto nello scarico. >> disse ridendo,
Perché a volte se
ci vergogniamo troppo ci viene da ridere.
E giacché rideva,
forse per questo non provai dolore.
Mi domando se è
così che sei morta.
Un guizzo
incosciente, lo scivolo, sparire nel gorgo.
Una scusa
stordita e magari l’indifferenza.
Il ricordo
attraversa ora i miliardi di chilometri che ci separano
per sorprendermi
sul cuscino, oggi che ti penso da tutto il giorno.
Avevo vinto quel
pesce alla festa del paese, in Luglio.
Piansi. Ma poi
capii che ERA MORTO PER COLPA MIA.
Per colpa mia.
Presagi e ombre.
Perché non ho
sentito niente? Perché non ho sentito niente?
Non dirmi adesso,
non dirmi che è solo per te che posso soffrire, che il resto è condanna all’apatia.
Non dirmi che sei
morta nello sciabordio di un lavandino,
o che il fantasma
di un pesce è tornato dal nemo nihil per tormentarmi con la tua voce!
Chissà se alla
fine quel pesciolino morto non fossi tu in qualche altra dimensione.
Una dimensione
che scorreva.
Mi domando se è
così che sei morta.
Sei morta anche
tu per colpa mia?
É così che sei
morta?
20.
Il sonno e la
realtà non esistono più.
C’è un costante
dormiveglia che mischia insieme i miei pensieri con i tuoi pensieri,
Le tue sensazioni
con la mia immaginazione.
Un vagabondare
fortuito tra il passato e il possibile,
Tesori pronti da
trovare e rimpianti mai esistiti.
Fotogrammi di una
dimensione in cui siamo insieme,
Ignari dell’autunno
presente.
Ma poi uno
sguardo, un gesto casuale, e tutto questo torna alla memoria
Come un brutto
sogno...
Respira, madre,
amore mio di figlio.
É solo un brutto
sogno.
21.
Chiudo gli occhi,
sono nudo nel piazzale dell’oratorio, nudo cemento sotto ai piedi.
Pulsano nelle
orecchie silenzio e solitudine, e quel caldo del pomeriggio estivo.
<< Perché
proprio qui? >> domando al sogno: forse è il deserto attorno,
Oggi uguale a
ieri, forse sono gli istanti da riempire.
Era strana l’aria
dell’oratorio, così vicina alla chiesa,
Eppure ornata di
altalene laggiù nell’angolo;
Sacra quanto il
suono delle campane (ogni sessanta minuti)
Ma imperfetta
come un ginocchio sbucciato impiastricciato di terra.
Tacevano anche i
bambini senza i denti davanti, chiari,
I bambini dal
canto sacro.
Attendevo sempre
qualcosa.
Che i miei
genitori tornassero, forse:
Aspettavo di
riconoscere le loro voci da lontano, da dietro la siepe
Che separava la
strada dall’oratorio sospeso,
O che la messa
finisse,
Che i fedeli
sciamassero fuori dai luoghi custoditi, di nuovo nel tepore della sera,
Prima muti,
rispettosi, e poi pian piano vivi,
Rinati alla libertà
di non essere santi.
Attendevo sempre
qualcosa.
Chiamavo te all’ombra
dei rami
Ostinato mi
rispondeva il silenzio stesso.
Quante volte ti
ho chiamata
Senza sapere chi
fossi.
Solo sperando in
un bagliore improvviso.
Quante volte ho
desiderato i tuoi passi oltre il cancello, e la tua mano,
Vera di carne, responsabile
di un cigolio.
Ma soprattutto ho
sentito il battito dell’impotenza,
L’eco di un salto
troppo pesante per volare.
Ora che sono
artefice del mio destino
Aspetto ancora il
tuo arrivo sul primo gradino.
Sotto gli alberi
attendo i tuoi passi,
E ti chiamo con
il sudore dei giochi domenicali.
Nulla è cambiato:
il bimbo con la sabbia tra le dita
invoca la tua
porta.
<< Il paradiso si stende ai piedi delle madri.
>>
Maometto.
Anno 2023
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