"SCHEGGE"
“SCHEGGE.”
di
Manuel Omar Triscari.
Wislawa
Szymborska.
ci vuol coraggio
a indossare un sorriso
su un cuore scordato:
si spezza l’anima
in infinite schegge
dimenticata.
il mio cuore
è un uovo nucleare
che non ha guscio.
ogni morso
alle tue labbra
è un filo di seta
che stringe
il mio cuore.
nel mio cuore
non c’è pietra
che non abbia un nome.
apro la mia anima
in un fiore osceno:
sopravvivo.
apro la mia anima:
in un fiore osceno
sopravvivo.
brucio i miei giorni
come incenso serbato
a un morto amore.
ho amato solo
quel cadavere d’angelo
dentro di te.
all’ultimo lume
sorride il vespro
e gli occhi china mesto.
soffoca in
gola
ogni
pensiero.
sulla riva del mare è bello
stare muto
senza ambizioni e senza desideri
sentendo nel silenzio beltà e
morte
lavorare su di me.
il candido lume del giorno
brunisce
e si trasforma in sangue
coagulato.
dicono: sangue che si specchia
in una pozza di sangue è pura
beltà.
¿davanti a questo specchio
che mi mostra nudo e vivo,
come posso non odiarti
se a causa tua
tutta la vita che ho dentro
vuole uscire d’un colpo?
finalmente le appartate membrane
della notte ci accolgono,
sudario ai nostri corpi
madidi e affannosi.
breve è la notte
breve la vita
breve il tempo
breve l’amore:
tu non indugiare
ma spogliati
ché la carne reclama il proprio
piacere
e la vita dura un soffio.
sali, cavalca
questa
notte,
e ingoia
i
ritegni.
Ogni tuo respiro
fa entrare il mondo intero
in questa stanza.
il tuo sguardo é calma accesa
come una finestra illuminata
nel cuore della notte.
mi spaura il tuo sguardo
poiché quanto prima non esisteva
rende visibile ai miei occhi bui
e al mio cieco cuore.
tu mi
guardi
e il tuo
viso è come un cielo autunnale
rannuvolato
un momento
e subito
dopo sereno.
ragazza, baciarti è come baciare
la notte
in tutta la sua vasta perfetta
nudità.
baciarti è come baciare la notte
in tutta la sua vasta, perfetta
nudità.
baciarti è come addentare la
notte
in tutta la sua vasta
perfetta
nudità.
baciarti
è come addentare la polpa,
la polpa della vita.
il tuo sguardo è la mia luna,
i tuoi occhi le mie stelle:
mentre passo tra i palazzi e le
strade
cammino e tu cammini con me,
io mi fermo e tu con me ti fermi.
i tuoi occhi sono un vago tumulto,
un amore impigrito dal caldo,
un pigro verdicare di uva al
mattino,
il tramontare del sole tra nubi
e argille.
la tua lingua è una lama
affilata
che come un coltello che mi
taglia
e mi lacera quando le tue labbra
bacio,
il tuo volto è una pura forma
d’acciaio:
quando sorridi mi fai male.
ogni gloria vuole il suo
disprezzo per partorire la propria vittoria,
ogni sforzo vuole il suo dolore
per partorire la propria gioia,
ogni morte vuole le sue ceneri
per partorire una fenice,
ogni stella che balla vuole un caos per sorgere.
i platani oscillano
estiva ombra spargendo,
e tremano i cipressi
e cantano le fronde palpitando,
e si trastullano i ruscelli
con le loro acque monelle
giocando e spumeggiando rugiade
e levigano ciottoli e pietre:
in questo angolo di paradiso
i nostri corpi stanno stretti
in un nodo legati.
guardandoti di notte dormire
ho visto guizzare nei tuoi occhi
balenanti attimi di eterna
bellezza
e passeggeri sprazzi di
provvisoria eternità.
da ésili fondali marini ed
esilii serali sale il notturno silenzio
e trasale nelle screziate
corolle dell’orto murato
dove iridi giacciono prigioniere
cattive
e la disumana solitudine umana
trasumana
in trasparenza di verde-pianta
ed essenze-olore.
tutti vogliono le tue labbra
ma una è la bocca degna della
tua bocca selvatica
poichè non cercai il tuo desio
in fantasmagorici punti-G
ma mirai dritto all’onirico
punto-blu
da cui schizzi di nano-minuti
asmatici guizzano
roteando e raggiando oggetti
frattali.
nasce dal bisogno la bellezza,
prorompe dal caos l’armonia,
la forma da ciò che non ha forme.
eri l’alba, eri l’aurora
i tuoi occhi erano due soli
quando ti destavi e mi guardavi
e un nuovo tuo giorno penetrava
in me
l’anima tremava come luna nel
mare
e la pelle brillava con sapore
d’amaranto.
ora non ci sei,
sono solo,
è notte.
eri l’alba
eri l’aurora
i tuoi occhi erano due soli:
quando ti destavi
e mi guardavi
e un nuovo tuo giorno penetrava
in me
l’anima tremava come luna nel
mare
e la pelle brillava con sapore
d’amaranto.
ora che non ci sei sono solo,
è notte.
Questo amore,
più che altro,
è diventato un’intermittente,
una rabbiosa poesia,
che suona come un singhiozzare
di pugni su una cassa
riecheggiante.
Il mio petto è una radio
che conosce solo
canzoni metalliche
(quando non sa rinunciare a
sintonizzarsi su di te).
l’autunno ha una veste leggera
di sposa,
il pomeriggio indossa una
vestaglia d’ombra,
contando i passi si rimane fermi
a un respiro corto,
la numerologia del riposo è poco
più
delle irrisolte questue
risibili,
le sere d’estate si salvano e
almeno loro trasvolano.
amare di spalle una curva di
carne,
amare di spalle non è amare di
petto.
le ali della notte sono nere
civette
o zanzare impazzite.
amare rende lievi, ma tu dimmi:
¿il tuo mare assolato aspetta il
mio ritorno
nel suo nido avaro?
la delega al tuo patrimonio è un
furto amaro
come lambire l’onda lieve
dolente del polipsonio.
oh amore,
¿che cosa è questo affanno
che mi toglie il sonno,
questo saldato inganno
e incurabile danno?
¡oh Agosto crudele nel gioco del
mercato!
¿come saranno i tuoi occhi
d’inverno,
e la tinta marina nella dolenza
mattutina?
una tenera foglia
il broncio infantile
sulla pagina bianca
dei tuoi diciannove anni.
¿dove corri, meraviglia?
¿quale pensiero buffo
l’alato ciuffo ti scompiglia?
la tua orografia
alla radice degli occhi
è un insetto morto nel miele.
agitarsi di mani
che imbastiscono alfabeti
(ma sono esperimenti muti e
svogliati)
sospiro carnale che si estende
alle stelle e le infiamma,
i latrati dei cani sono la
colonna sonora delle notti.
scorre lieve il pomeriggio sulle
tue scarpe da ginnastica da poco,
le molte fasi del silenzio si
offrono per essere studiate,
un che di biondo giunge a
falciare il pomeriggio
tra le erbe alte e polverose del
mio sogno giapponese.
falciami il cuore
(volendo e potendo)
penetra piano,
non far rumore,
curami e ammalami,
entrami sotto i vestiti
e rinfrescami le carne
come una brezza cauta di Maggio.
un sorso d’aria al lungomare,
sentore d’estate,
e fughe pianificate nella città
vibrante.
ho chiuso il cuore,
era predestinato,
ma non è un reato:
è un espediente d’amore
per non soffrire
(troppo).
il televisore acceso invano
piange se medesimo
mentre che io indugio e mi attardo
sul letto
per difendermi dalle tagliole
del giorno.
è paziente l’insonnia
e anche un po’ bugiarda
ma io proteggo i miei angoli di
casa
affinchè fioriscano
in un silenzio
disossato-dissodato.
quanti occhi sornioni
a spiare le mosse dei viventi
nella mora degli eventi
perse nel mare dei venti.
nell’oceano delle correnti
per essere sempre vivi
essere per sempre morienti.
nel mare dei venti
per essere sempre vivi
essere per sempre morienti.
nel mare degli eventi
per essere sempre viventi
essere per sempre morienti.
odio e amo, forse ti chiederai
come sia possibile,
ma è così: so perfettamente come
si può.
e odio e amo
(so come si può).
il mio correlativo oggettivo
(lo sappiamo tutti)
è nella risultanza quotidiana
che rimane fissa e spessa
come nebbia agl’irti colli.
la notte
se la misuro
scopro che ha il mio stesso
giro-vita.
le parole in vortice
hanno fatto del loro meglio
per essere all’altezza
della mia bellezza.
sulle mie spalle
Agosto
è un imbuto di silenzi.
l’estate è l’occasione migliore
per sfoggiare insensatezza,
ma chi ostenta felicità e
gaiezza
è un outsider della vita vera.
a vedervi tutti lì
compresi in un cerchio
di vane sequele
mi fate quasi pena
avvolti in sudari di stupide
cautele.
luci e festine pendono da
terrazze edulcorate
d’una città ossidata.
studierò la pioggia
i suoi geroglifici
sulle vetrate
serrate come cuori
serrate serrate serrate.
la barca del cielo fa a gara
con la tua scollatura.
nel mentre
la notte di Giugno
si flette come un giunco.
la solitudine è sentire una
strana ambiguità,
scegliere per governo una doppia
identità,
cullare il pomeriggio nel grembo
del pomario.
ascolta:
ha note così dolci,
i suoi silenzi reggono la parte,
è un simulacro
un talismano
sguardante a destra,
più spesso a sinistra.
è una fiaba
acerba
contorta
come la via storta
che ricompone ai fiati cardiaci.
invecchio sulle tue mani
che invece ringiovaniscono
in diretta proporzione.
il vento caldo di Luglio gonfia
le tende
come una carezza.
una volta a cinguettare
erano gli usignoli dei poeti
non i twitter
d’insulsi fanfaroni.
¿odi?
il silenzio del mattino di
Giugno,
gli uccellini a contendersi il
cielo.
da basso lei mi prepara il
pranzo
come una volta:
l’amore è coerenza
l’amore è costanza
l’amore è perseveranza.
il sonno è una giostra
di perdenti memorie pencolanti.
il mondo è una palude
(discreta meraviglia),
una scheggia di paesaggio
sbattuta dal vento.
socchiude il cielo,
ha ancora sonno,
ma la luna ha i tuoi occhi
(vorrei fossero eclissi).
la noia ti rimette in pace
è una culla lieve.
dormire su una panchina al sole
poi di notte traversare la città
come un lupo in amore
scarpe strette e generose
falangi di deserto
occhi ruggiosi
cigli come coltelli.
sfrecciare di veicoli
come stelle filanti:
sono astronavi
omologate per quattro
comode per cinque.
i supermercati sono immensi luna-park
ma la fila alla cassa è un gioco
per adulti.
incrocio di strade: virtù
colossali,
le facciate dei palazzi hanno
occhi curiosi:
¿possibile che vi siano tanti
destini orizzontali?
coppie strette a taglio
viatici di sopravvivenze
fenicotteri fasciati nei
cappotti
virtù coi baveri alzati.
nei parchi la complicità
delle foglie a fissare
le passeggiate di ieri
il sedile è un trono
e ti parla ancora.
il terreno sconnesso
sta lì a imbastire
giorni battuti
fedeltà nei respiri.
la pioggia è il romanzo rosa del
cielo,
la notte scivola sulle vetrate
come una spogliarellista su
pattini a rotelle,
i silenzi a grappoli,
Luglio è padrone delle strade e
della polvere
e ne va fiero.
t(r)uffarsi per un’ora nel più
dolce
dei pomeriggi a passo veloce,
gara dei rintocchi.
tu
io
noi
chi siamo
mi domando:
figure emergenti d’alteri
vanescenti palpiti di relitti affondati,
graffi non decifrabili e
continuo dub martellante,
parola - sussurro - accenno
a spasso nello spazio
un passo nel silenzio
un passo alla volta.
ascolta,
non rumore, non palpito, non
strepito:
tutto tace, tranquillo e sereno,
e sui rami secchi riposano
ancora
le brune tórtore.
nel silenzio assoluto solo si
odono picchiare
contro i vetri delle finestre
sottili raggi di luna.
ancora io ti sogno
in sfrenate corse
lungo albe sublunari
screziate da lattiginose
caligini
mentre i tuoi capelli
si sciolgono alla brezza,
ninfa dal marmoreo corpo.
ancora ti sogno
e in mari di sepolcri desolati
mi dissolvo e mi disosso,
di solinghi avelli in oceani
perso tra assolate teorie
equoree mi perdo,
nei solinghi pelagici porti
sepolti del ponto,
e il crine scioglie siderali
bagliori alla brezza marese.
mentre mangio gherigli nel
guscio della mia isteria
mi arresto come motore
nell’eclissi
in attesa di nuovi messaggeri.
silenzio, silenzio assoluto,
nere orbite di un mondo di
cenere,
sfrenate corse lungo albe
sublunari,
sottili
raggi di luna ai vetri delle finestre.
ancora ti sogno
mentre mi dissolvo
in mari di desolati sepolcri
e i tuoi capelli si sciolgono
alla brezza.
finita è la nostra notte
intangibile e lontana adesso sei,
anima fuggitiva,
oscuro cuore senza fine,
abbandonata landa,
plaga solitaria,
foglia battuta dal vento.
mentre mangio gherigli
nel guscio della mia isteria
disegni cerchi veloci nell’aria
dividendo parti di luce
con molecole di nessuna fretta
e come motore nell’eclissi
mi arresto in attesa
di nuovi messaggeri.
cade su pungiglioni cristallini
l’uomo precipitato
da finestre e alture
da muri e labirinti
porfidi e damaschi
e chiocciola di terrore
la schizofrenia cela flussi
evenemenziali
e coartati stati di depressione
coatta.
misero chi non è (mai stato)
pazzo d’amore
poichè è perduto ogni giorno che
si è vissuto senza amore.
voglio rimanere un mistero per
te:
sorprenderti con il colore degli
occhi
come strisce di luce in un
orizzonte di rame,
con il segreto di un gesto
distratto
come il vento che suona
inatteso,
che d’improvviso nasce e poi si
spezza
nell’ora che tacita si annera.
quando ti bacio e mi baci
la mia anima ubriaca
vola leggera benchè satolla.
la stagione estiva va terminando:
ogni cosa ogni pensiero ogni
azione sospende
il ritmo residuo d’inaggirabile
necessità
ma di tanto in tanto la maschera
di cera si offre
ad una qualche questione di
eterogeneità
consentendo qualche spiraglio di
dolcezza
d’imprevedibili bagliori di
sorrisi.
ho raccolto le mie zavorre
lasciandole cadere a una a una
sul mio ennesimo procedere,
ora che ho appreso che nulla è
per sempre
mi attrezzo alla prossima
ripresa,
mi guardo intorno senza troppa
fiducia,
ma per quel che posso pienamente
esistente
fino all’estremo della più
intollerabile pienezza.
come quando fuori piove
tu non prendermi per pazzo
ma scegli una carta dal mazzo
e insegnami a giocare con i
colori
anche se è brutto e piove fuori.
amo i letti
stretti
ove con te
giaccio all’addiaccio
e ti
abbraccio.
non è un vero e proprio amore il
nostro amore:
è più che altro un fato
un feto
un bambino
un destino
è un sogno che cresce tutta
notte e poi muore al mattino
è un sogno ripetuto mille e
mille notti
e ancora una.
la meta è sempre fittizia,
solo il viaggio è reale.
finita è la nostra notte
intangibile e lontana adesso sei
anima fuggitiva
oscuro cuore senza fine
abbandonata landa e plaga
solitaria
foglia battuta dal vento.
mentre mangio gherigli
nel guscio della mia isteria
disegno cerchi veloci nell’aria
dividendo parti di luce
con molecole di nessuna fretta
e come motore nell’eclissi
mi arresto in attesa
di nuovi messaggeri.
ma noi non ricordiamo i giorni:
noi ricordiamo gli attimi,
gl’incostanti attimi
d’incomparabile ebbrezza,
gl’inconsistenti sprazzi di tremenda
bellezza.
mi piace quando tu dormi
svegliarmi prima di te e sorprendermi
nell’aroma di frutta matura,
dolcissima e un po’ stantia,
della tua bocca.
il tuo corpo è un eco muto
un colpo di pistola nel vuoto
un deserto di nuvole trafitto
da un tenue raggio di sole
una pura linea di acciaio fuso
che il tuo sorriso illumina.
soave linea di baci fuggitivi
il tuo corpo è una pura linea
di duro acciaio aguzzo-fuso.
sulla furtiva linea del tuo
corpo
è scritto il canto dell’amore
tremulo come un brivido sulla pelle.
come alga dolcemente accarezzata
dal vento
nel mare del mio letto ti agiti
sognando,
negli occhi due onde per
affogarmi.
sono ellebori profumati le tue
mani affusolate
e petali morbidi le tue dita,
soavi di tepore:
come il vento calido di Luglio
più caldi del vento di Luglio
mi solleticano quando mi toccano
e leggere il mio volto
accarezzano
come dita di rosa delicate.
vacillano le scale dell’inferno
galoppano i bacilli dell’inverno
ad altre primavere ambendo
dietro cieche invasioni di luce:
ancora il mio cuore trafitto
dal futuro passato non torna
a curare i lampi e le catene
che premono ai terrori.
su, vieni: voglio vederti
danzare
sul grembo affamato di un pasto
nudo,
leggiadra tra gli spigoli aguzzi
dell’amore.
vieni, vieni vestita o nuda che
tu sia,
coperta solo di foglie di
palpebre
o liquefatta nel globo di un
soffione.
là, dove alto sulle nostre teste
corre il fiume
scorrendo vicino ai tuoi pomi
lunati
lì con te fra le erbe giacerò
ma non sarà un amore d’erba il
nostro amore:
sarà un sogno
un fato
un destino
qualcosa che cresce
come un bambino
come una lucente clorofilla
che nel mattino il sole distilla.
un reticolo di ombre ci avvolge
perfettamente geometrico
inesorabilmente compatto,
il tramonto si riempie di vane
sequele
mentre una volpe corre contro il
sole
con il cuore in gola
e una zampa tra i denti
e un buio sale dai reconditi
come un cieco fiume
nell’ora che lenta s’annera.
all’ultimo lume del giorno
sorride il vespro e gli occhi
china mesto:
in gola soffoca il pensiero,
un grappolo di dolore
s’ingloba attorno al cuore,
e scocca il primo elemento
di una proposizione moritura.
ondivago vado a zig-zag
e come una trota salmonata
percorro slalom in ascesa
verso una luce matematica
che alti eldoradi dischiuda
di ulteriori mondi nascosti
graduati sopra lo zero assoluto
finemente colloidali e immemori
ormai delle proprie origini
sempre la stessa prospettiva
ovulare
segni e punti luminosi
surrogato della luce stellare
gesti passati in un eterno
istante.
silenzio assoluto,
nere orbite di un mondo cinereo,
sfrenate corse lungo albe
sublunari
screziate da molecole di nessuna
tregua,
algidi-gelidi raggi selenici
alle finestre.
non è amore il nostro amore
ma un destino.
io voglio che tu mi ami
e che ami soltanto me
ma che anche altri ti amino
e che tu ti neghi loro
per amor mio.
ho percorso milioni di
chilometri
chilometri su chilometri
mentre il sole muore in cielo
come un pugno nello stomaco
e cannoni e cuspidi esplodono il
loro grido di guerra
e medaglie e pugnalate lanciano
il proprio insulto
e una falena passa su steli come
sterminati imperi.
è un giorno perduto un giorno
senza amore.
ho sceso dandoti il braccio
almeno un milione di scale
mentre il sole stava chino
limpido sui fiori del giardino
e ora che tu più non sei
è il vuoto a ogni gradino
e io me ne sto inerme
all’addiaccio:
l’amore è quando io mi
addormento
e tu continui a guardarmi.
ho sceso dandoti il cazzo
almeno un milione di letti
e ora che non ci sei
é una sega ad ogni erezione.
corpo11edizioni@gmail.com
Anno 2021

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