"FIERAUGUSTI - LA BESTIA DI AGOSTO"
“FIERAUGUSTI:
la bestia di
Agosto.”
di Manuel Omar Triscari.
EPITOME.
I
protagonisti: Deborah e Omar. Lui, uno scrittore agli esordi, lei una cantante alle prime armi.
S’incontrano
una sera nel brusio di un locale fumoso. Non è il classico folgorante colpo di
fulmine, eppure si sentono attratti, intrigati, intimamente legati da oscure
affinità. In una città fatta di pioggia e nuvole (Torino) si scoprono, si
frequentano, si baciano.
Nel
giro di un breve periodo vivono un susseguirsi convulso di litigi, malintesi,
attimi di sconfinata dolcezza, romantici abbandoni e ancor più romantiche promesse
d’eternità: Omar, travolto da una tenerezza infinita che lentamente ma
inesorabilmente diventa vertigine, desiderio struggente e fatale ossessione
sessuale, ne esce irrimediabilmente stregato; Deborah, cauta e sfuggente,
appare indecisa e incerta se impegnarsi davvero.
Il
periodo, così breve ma intenso, si conclude con un abbandono: un giorno Deborah
comunica tanto improvvisamente quanto inaspettatamente a Omar la decisione di
concludere il loro rapporto. Spinto da un impeto di rabbia, gelosia e possessività,
Omar prima picchia e poi stupra a morte la ragazza.
<<Homo sum: humani nihil a me alienum puto.>>
<<Sono uomo: nulla si ciò che é umano
mi é alieno.>>
(Terenzio: “Heautontimorumenos”: I:
1: 25).
NOSTALGIA.
Quella
mattina fui svegliato molto presto dallo squillo del telefono. Era Adriano. All’epoca,
io e Adriano ci spogliavamo esibendoci tutte le notti al Muro, mentre Alfio componeva
una strana musica mistica aleatoria con qualunque cosa gli capitasse tra le
mani. Ci divertivamo, bevevamo gratis,
e guadagnavamo una piotta a notte. Magari fosse durata di più! Ma Adriano era
un ballerino molto richiesto, ed era andato a insegnare danza moderna a Milano,
mentre io ero rimasto come al solito senza il becco di un quattrino. All’epoca,
stavo con Simona. Avevamo avuto una bella storia durata due anni. Sognavamo di
vivere insieme e amarci per tutta la vita. Lei con le sue sculture e io con i
miei romanzi. Allora mi chiamava “papi”, nonostante avesse sedici anni più di
me, ed era molto affettuosa, e mi diceva sempre: <<Ho tanto bisogno di
te, papi: non lasciarmi mai.>>. Ma un giorno si è dimenticata dei nostri
sogni e se n’è andata in Inghilterra. Evidentemente sapeva gestirsi molto bene
anche da sola e non aveva avuto più bisogno di me. L’addio era stato molto
patetico per me. E allegrissimo per lei. Ormai è passato un secolo. Lei,
intanto, ha fatto mostre personali con tanto di brindisi a base di champagne e fiumi di lusinghe in
Inghilterra, Belgio, Spagna, Olanda, e Italia naturalmente. E ha fatto fortuna,
guadagnando un mucchio di soldi. Io, invece, sono rimasto lo stesso asino morto
di fame e cocciuto di allora. E non ha mai saputo di essersi lasciata dietro
una scia di tristissime poesie, cicche di sigarette, lacrime e dolore. Proprio
come nella migliore tradizione rusticana. Non lo ha mai saputo e non lo saprà
mai. Non intendo darle questa soddisfazione!
Mi sono
lavato la faccia, ho preso il caffè, ho fatto colazione, mi sono vestito, ho
cercato un po’ di buona musica alla radio, e alla fine ho lasciato s’una
stazione che trasmetteva ritmi latini. C’era un po’ di tutto, un bel miscuglio
sudamericano di salsa, cumbia, chaca,
tango, rumba, reggaeton e altra
paccottiglia sudamericana. Io e Simona lo ascoltavamo sempre, mentre facevamo
colazione, quando eravamo felici e stavamo bene. Mi sono messo a ballare da
solo. Ma dopo un po’ mi sono sentito un coglione. Ballare da soli è un po’ come
farsi una sega: all’inizio va tutto bene ma poi ti guardi allo specchio e dici
<<Ma che cazzo sto facendo?>>. Poi lei era andata in Inghilterra.
La puttana! Lasciandomi solo a disperarmi in quell’isola di merda. Voleva che
la vedessero e l’ascoltassero. Come tutti. A nessuno piace essere condannato
all’oscurità e al silenzio. Tutti vogliono essere guardati e ascoltati sotto le
luci dei riflettori. E, se possibile, comprati, noleggiati, e sedotti. Ho
scritto <<Tutti vogliono>>? Non è così: tutti vogliamo. Tutti
vogliamo essere ascoltati e guardati e sedotti. Lei era scultrice e pittrice. È
quello che in campo artistico si dice “essere ben quotato”. Suppongo che sia
una buona cosa, essere ben quotato. Deve essere confortante. Ad ogni modo, lei
se n’era andata. A quel punto mi sono sentito molto solo. Ero davvero solo. È
duro accettare la solitudine. È duro imparare a bastare a se stessi. Io
continuo a pensare che sia impossibile. O disumano. <<L’uomo è un animale
sociale>> diceva Aristotele. Senza contare la mia origine mediterranea
tutta tesa all’esteriore, il mio sangue latino, e il mio favoloso meticciato
culturale. Attorno, tutto cospira contro di me, rendendomi impossibile la
solitudine. Questo è il mio problema, e il mio obiettivo: imparare a vivere e
stare bene con me stesso. Il che non è semplice perché, nonostante indù cinesi
e giapponesi e tutti gli altri popoli dalla tradizione millenaria abbiano
dedicato buona parte del tempo a elaborare filosofie e tecniche di vita
interiore, ogni anno al mondo si suicidano migliaia di persone, oppresse dalla
solitudine. Non è che si scelga di stare da soli. È che, a poco a poco, si
resta soli. E non c’è niente da fare. Bisogna resistere. Arrivi in quella
immensa pianura deserta che è la solitudine e non sai che cazzo fare. Molte
volte credi che la cosa migliore sia scappare. In un altro paese, in un’altra
città, in un altro posto. Ma il problema sussiste. Altre volte credi che la
cosa migliore sia concentrarti su te stesso. Altre volte pensi che la soluzione
(migliore) sia darti una mossa. E allora esci. Vai a trovare un amico, o una
donna che ti dia un po’ di sesso. Nulla di eterno o sublime. Solo un po’ di
compagnia. Non so. Tutto pur di non restare solo. Ah, non ci capisco un cazzo!
Ma
capisco e comprendo la scelta di Simona. Questa è la vita: se decidi alla
svelta puoi vincere o perdere. Se invece non decidi sei soltanto un idiota. Un
mediocre. Un perdente. Un invalido esistenziale. O si trova qualcosa a cui
aggrapparsi o si va a fondo. Insomma, più o meno a quell’epoca è cominciato ad
andare tutto storto. Per troppo tempo avevo vissuto senza protezioni, sfidando
la tempesta. Se non trovi niente a cui aggrapparti e l’uragano infuria sempre
di più, stai certo che alla fine ti ritroverai sbattuto da qualche parte maciullato
dai flutti e dai venti. Ma è che ne avevo i coglioni pieni dell’ordine e della
disciplina, della serietà e dell’abnegazione. È l’unica cosa che ho fatto nella
mia vita: sono stato ordinato, disciplinato, serio e abnegato per troppo tempo.
Non ne potevo più. Sentivo che il tempo aveva influito su di me. Ero più solo.
Tutti, a poco a poco, restiamo soli. Lungo la strada rimanevano le donne che ho
amato, i luoghi dove sono stato felice, le amicizie che mi hanno arricchito.
Tutto quello che ho avuto e che ho perso. E quello che avrei voluto conservare
e che invece ho buttato via. Come se fossi giunto al capolinea.
Comunque,
quando ho risentito, dopo molto tempo, la voce di Adriano, e ho ascoltato
quella musica latina che a Simona piaceva molto, sono stato sopraffatto dalla
nostalgia e mi sono sentito molto solo. Succede sempre quando si ama senza
riserve, come ragazzini. Succede sempre così: la tua donna se ne va, se ne va
fuori dai coglioni come si suol dire, e tu ti ritrovi più solo e perso di un
naufrago preso tra Scidda e Cariddi. La differenza è che un ragazzino si
riprende alla svelta, mentre uno di trenta anni ci mette molto di più. E pensi:
<<Cazzo, ci sono cascato di nuovo. Perchè sono così imbecille?>>.
Insomma, mi sentivo mezzo depresso. Ero, depresso. Mi sono seduto sul letto,
con la testa tra le mani, e ho pianto.
Dopo
Simona, mi sono trasferito in Torino. E lì, con Nabila, era andata ancora
peggio. Perché, vedi, con Nabila, ho stabilito un record molto importante nella mia carriera amatoria: una volta le
ho procurato dodici orgasmi insieme. In fila. Uno dopo l’altro. Non smetteva
più. E ne avrebbe potuti avere di più, ma a un certo punto non avevo più
resistito ed ero venuto pure io. Se mi fossi trattenuto sarebbe arrivata a
venti o giù di lì. Altre volte ne ha avuto fino a dieci. Ma non abbiamo mai
abbattuto la soglia dei dodici. Ci godevamo molto il sesso, perché ci amavamo.
Come dico sempre, si tratta di prendere il sesso come un gioco, non come uno sport. <<Don’t compete: play.>> è il mio motto.
Ma
anche con Nabila non era finita bene. I rapporti umani e le relazioni sono
strani: voglio dire, stai per un po’ con una persona, ci mangi insieme, ci
dormi insieme, ci fai l’amore insieme, ci parli insieme, ci vai in giro
insieme, e poi tutto finisce, magicamente com’è iniziato, e a te non rimane
altro da fare che fermarti e aspettare che passi quel breve periodo di
solitudine prima che arrivi un’altra donna, con cui succederanno le stesse
cose, e ci mangi e ci scopi insieme e sembra tutto assolutamente normale, come
se nella vita lei non avesse fatto altro che aspettare te e tu non avessi
aspettato che lei, e infine tutto svanisce di nuovo così com’è cominciato e
continua a iniziare e finire e questo mi piace ma non mi sento mai
completamente soddisfatto quando rimango solo: non mi sembra giusto rimanere
soli, anche se a volte sto bene da solo. Ma ci vuole fortuna con le donne,
perché si incontrano quasi accidentalmente. Se giri a destra a quell’angolo
incontri questa, se giri a sinistra incontri quest’altra. L’amore è una specie
di incidente. La gente si scontra e in questo modo si conosce. Puoi dire di
amare una certa donna, ma c’è una donna che non incontrerai mai che avresti
potuto amare da morire. Ecco perché dico che bisogna essere fortunati. Se
incontri qualcuna che si avvicina al top, sei fortunato. Se non la incontri,
beh, hai girato a destra anziché a sinistra, o non hai cercato abbastanza a
lungo, o sei un tipo scialbo, o sei solo fottutamente sfortunato.
E ora
eccomi qui. Solo come un cane. O, evidentemente, solo molto sfortunato. A volte
mi domando dove sia andato a finire tutto ciò che abbiamo perduto? Gli oggetti
smarriti, i detriti dell’anima, macerati dal tempo, gli amori e le amicizie, i
sogni, la musica. Ma dove se ne va la notte, quando se ne va? Dove finisce la
musica, quando finisce? Vivere significa perdere, lo capisco, la vita è una
continua frattura, una serie infinita di rotture che separano amici e amanti, è
la morte che allontana i cari, è il furto degli oggetti smarriti. E lo scorno
più grande è che ciascuno perde soprattutto ciò che cerca, finendo col perdersi
in quello che cerca. Chi vuole imparare a vivere deve allenarsi a rompere a
rinunciare, ad arrendersi, con gioiosa curiosità, alla perdita. Ma io non ci
sono mai riuscito. Non ammetto la solitudine.
Eppure, vivevo nel posto più bello del mondo; un
appartamento sul tetto di un vecchio edificio al centro di Torino. Al tramonto,
gli ultimi barbagli del sole che filtravano attraverso le finestre creavano una
conflagrazione di luce tutto intorno a me. Allora mi affacciavo sulla terrazza
e scrivevo qualche poesia, a volte cruda a volte malinconica. Oppure buttavo
giù lettere d’amore che non avrei mai spedito. A quell’ora tutto diventa dorato
e mi guardavo in giro. Mi piaceva, nel crepuscolo dorato, trattenermi a lungo
sulla terrazza, guardando la notte che scende. Mi stimola molto, e mi permette
di pensare con una certa lucidità. Mi domandavo perché la mia vita fosse così.
Cercavo di capirci qualcosa. Ma, in realtà, sapevo già la risposta. Ed è che la
vita, già di per sé difficile, può divenire dura per chi ha criteri propri, e
persino rischiosa per chi ha troppi criteri propri. Se hai idee tue, anche se
poco, devi renderti conto che t’imbatterai continuamente in canaglie, in gente
che cercherà di metterti il bastone tra le ruote, di sminuirti, di ‘farti
capire’ che non vali niente. Questa gente riduce l’umanità a pochi ibridi
monotoni, noiosi e ‘perfetti’. E quindi cerca di trasformarti in un merdoso
intollerante. Ti risucchia nella sua setta, per ignorare ed escludere tutti gli
altri. E tutto ciò è molto triste, perché ti accorgi di aver perso quella cosa
meravigliosa della vita che è apprezzare la diversità, accettare il fatto che
non tutti siamo uguali, poichè, se così fosse, sarebbe una noia mortale. Sembra
che ogni volta che ti accendi, loro ti puntino un sacco di luci addosso per
spegnerti. Vedi, le persone hanno la tendenza a volersi sedere e controllarti.
Vogliono solo sedersi e controllarti, così possono tornare a casa e dire
<<Hey, amico, non era niente di che.>>. Sparano, sparano. Sentenze,
giudizi, insulti. Ma non fanno niente. Anche tu ci sei! Anche tu ne fai parte.
Questa storia parla di tutti noi! Sai cosa intendo? Se credi in qualcosa, in
che cosa credi? Allora difenditi, o c’è qualcosa che non va in te? O tu
calpesti la vita, o la vita calpesta te: chiaro e semplice! La vita va vissuta
fino in fondo, fino all’ultimo respiro. Anzi, senza respiro. Ma in fondo essere
vivi è essere felici. La vita non si misura in giorni, ore, o minuti. No. la
vita si misura in attimi. Noi non ricordiamo i giorni: ricordiamo gli attimi.
Quei
tramonti a base di luce dorata, poesie crude-malinconiche, lettere d’amore, e
nostalgia mi facevano acquistare molta sicurezza in me stesso. Sono rimasto
così, a rimuginare sul passato e sul presente, per il resto della giornata. Per
il resto niente di interessante: zero azione, zero emozioni, zero adrenalina,
zero movimento. Non ha senso parlarne.
IL
CERCHIO E LA LINEA.
L’indomani,
quando mi svegliai, era quasi l’alba. Il televisore spento, un onagro impazzito
vi correva dentro, e gareggiava con un uccello senz’ale, mentre io sbadigliavo
e mi guardavo attorno. Guardavo il soffitto, con le crepe componevo figure di
tori e leoni, cani e alligatori, serpi e bestie ulteriori, sporgevo gli occhi
all’infuori, dalla finestra guardavo nel sole, una lama di luce riverberava
contro il vetro e mi sanguinava gli occhi, accecante e plumbeo piombava nella
camera e la incendiava, il sole come il marchio di Dio, la chiaria del sole che
infiammava al centro del cerchio, come una linea di luce che divide le parti
del giorno dalle parti della notte frapponendovi molecole di nessuna fretta. Il
cerchio e la linea, la linea e il circolo: si può impiegare una vita a morire o
solo un attimo. Le gioie violente hanno fini violente, e nel loro trionfo
muoiono.
Hai mai provato il dolore? Sai che cosa significa cercare e
non trovare uno scopo, un senso, un significato così d’arrendersi e convincersi
che la mancanza di senso sia essa stesso un senso? Beh, io sì. Avevo solo sei
anni quando per la prima volta provai il dolore. Mi sentivo estraneo a me
stesso. Fuori dal mondo. Fluttuante dentro l’oceano degli eventi come una
medusa. Benché la vita possegga molteplici chance,
siamo e saremo sempre schiavi nel dominio della menzogna, finché non saremo liberi da speranze e
aspettative. Il corvo e le onde, gli stanchi tramonti trafitti da un unico
raggio di sole e le albe luminose dalle dita di rosa, il cuore che non perdona
e le barche che veleggiano stanche, le ragazze e i serpenti, i cani e i
padroni. L’ostinazione è l’unica fortezza del debole. Non abbiamo
bisogno di cose grandiose né di grandi cose: ci basta solamente fare cose, cose
che ci facciano bene, cose per stare in forma, per stare bene, o almeno non
così male, e se il fato questo non ce lo permette, allora noi dobbiamo farlo in
scorno al fato: la vita è oggi, il domani
non esiste.
Almeno, se vogliamo evitare l’inferno e ritagliarci un
pezzetto di paradiso in terra. Già, perché l’inferno dei viventi non è qualcosa
che sarà: se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i
giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il
primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al
punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e
apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno,
non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Così, succede che, spesso, i momenti
migliori sono quando non fai un bel niente, e te ne stai a rimuginare, a
meditare. Voglio dire, ammettiamo che capiate che sia tutto privo di senso, in
questo caso non può essere totalmente privo di senso perché tu sei cosciente di
questa profonda inutilità e questa coscienza dell’inutilità alla fine
restituisce un senso a tutto. Capite che cosa voglio dire? Un ottimistico
pessimismo. Ricorda: l’inferno te lo costruisci da solo.
D’altronde,
lo sappiamo tutti, da questa vita non c’è via di fuga. Non c’è scampo. E alla
fine della fiera rimaniamo tutti fregati. Non ci sono vincitori. Solo vincitori
apparenti. Per il resto, siamo tutti indaffarati a dare la caccia a un mare di
niente. E, alla fine, quelli che sopravvivono sono solo due: i campioni e i
vigliacchi.
<<L’orrore>>
diceva Kurtz alla fine di “cuore di
tenebra”. E puoi biasimarlo? Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. La
sopravvivenza sembra l’unico scopo. Senza comprendere che la morte è sempre in
attesa. Anche se noi lo dimentichiamo. O facciamo finta di non pensarci
illudendoci di eluderla gettandoci a capofitto in stupide cure e in futili
occupazioni. La morte è sempre in agguato. Come un vecchio lupo bastardo e
famelico... Tu stai conoscendo l’orrore del mondo in tutta la sua crudezza...
Ah, l’orrore, l’orrore... Non pensarci, non pensarci... Non c’è scampo. Ci
basiamo sul falso e fatalmente erroneo concetto che l’uomo sia fondamentalmente
buono; e che se gli dai l’occasione di essere onesto l’afferri al volo; che non
sia uno stupido, egoista, avido, codardo, miope, e stupido verme. Quello che
dico è che la gente rende la vita peggiore di quello che dovrebbe essere. E,
credetemi, è già un incubo senza bisogno del suo aiuto. In definitiva, mi
dispiace dirlo, la nostra è una specie fallita. La vita è una camera degli
orrori. La vita è un sicario. La vita è solo il freddo sicario della morte. Per
questo io dico: basta che funzioni; basta non fare del male a nessuno; basta
prendersi quel po’ di piacere che si può racimolare; basta rubacchiare un
tantino di gioia in questo crudele “uomo mangia uomo”, in questo buio, tetro e
inutile caos che è la realtà.
Io non
sono un tipo simpatico. La simpatia non è mai stata una priorità per me. Ma
qual’è il significato di tutto? Nulla. Zero. Niente. Tutto finisce in niente.
Anche se non mancano gl’idioti farfuglianti. Non parlo di me: io una visione ce
l’ho: parlo di voi, di voi cicaleggianti professori di politica, etica, morale,
scienza, religione. Tutti felici di fare chiacchiere inutili. Completamente disinformati.
E con tutto ciò arriva sempre il giorno in cui vi ficcano in una bara e amen. E
via con una nuova generazione d’idioti, che vi diranno tutto sulla vita, e
decideranno per voi quello che è appropriato. Ma vi guardate attorno? L’orrore,
e l’ignoranza, le guerre, la corruzione, la povertà, la fame, i genocidi, la
crudeltà, la sida, il terrorismo, il femminismo, i dibattiti politici, l’odio,
il razzismo, il fascismo, il comunismo, le delusioni amorose, i fallimenti, i
mancati appuntamenti e le mancate coincidenze, gli scorni di chi crede che la
realtà sia (solo) quella che si vede. <<L’orrore>>, dice Kurtz. E
non aveva ancora assistito ai massacri in Darfur, alla guerra in Bosnia e in
Cecenia, al Kosovo e all’Afganistan, altrimenti lo avrebbe visto sul serio l’orrore.
Ma, tanto, che si può fare? Si è sopraffatti. Impotenti. E non pensate che io
sia amareggiato per qualche minima batosta personale. Detto tra noi, per i
canoni di una barbarica e insensata civiltà sono stato abbastanza fortunato:
non ho mai dormito per strada e sono sempre riuscito a mangiare due volte al
giorno, a coprirmi d’Inverno e a permettermi un affitto. Per questo, vi dico:
qualsiasi amore riusciate a dare e ad avere, qualsiasi felicità riusciate a
rubacchiare o a procurare, qualsiasi passeggera elargizione di grazia,
qualsiasi temporaneo sprazzo di bellezza basta, basta che funzioni. Tanto,
tutto finisce sempre con la morte. Prima, però, ci può essere la verità,
nascosta sotto il bla-bla-bla dell’insensato chiacchiericcio quotidiano. È
tutto sedimentato sotto il rumore: il silenzio e il sentimento, l’emozione e la
paura, la bellezza e il terrore, gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza.
Dopo, c’è solo lo squallore disgraziato dell’uomo miserabile. È tutto sepolto
sotto l’imbarazzo dello stare al mondo. Altrove c’è solo l’altrove. In fondo, è
solo un trucco. Sì: è tutto solo un trucco.
Quanto
a me, ho vissuto una vita degenerata, ma non ci ho mai riflettuto: quando vivi
non hai il tempo di pensare. Lo fai e basta. La ragione arriva mentre lo stai
facendo. La ragione sta nel fatto stesso di farlo. Il cerchio è solo una linea
che gira su se stessa. All’infinito. Solo chi fa, ben fa. Lo capisci?
Come
diceva Mr. Tyrrell, la luce che arde con il doppio dello splendore dura la metà
del tempo. E io ho sempre bruciato la mia candela da entrambe le parti. Io ho
sempre vissuto senza fermarmi mai. Le passioni violente hanno fini violente. E
nel loro trionfo muoiono.
Per
questo, (anche per questo) la storia che stai per leggere non è una storia a
lieto fine. La mia vita non è una storia a lieto fine. Non è confortante o
felice come lo sono le storie di finzione. Contiene parti confuse e senza
senso, parti di sogno e parti di follia. Come nelle vite di coloro che non
vogliono illudersi ancora. Ma, tutto sommato, è stato un bel viaggio. Un bel trip,
come si direbbe: ho fatto, nella vita, più o meno tutto quello che avrei
voluto fare. Ho fatto più mosse giuste che sbagliate e, almeno, di sera non
dormo per strada. (Naturalmente, ci sono un sacco di persone buone e giuste che
dormono per strada. E non si tratta di scemi: semplicemente non rientrano nell’ingranaggio
del mondo e del momento. E quell’ingranaggio cambia continuamente. È uno
scenario sinistro: se la sera ti trovi a dormire nel tuo letto è già una bella
vittoria.) Sono insomma stato fortunato, anche se alcune mosse non le ho decise
a cuor leggero. Ma alla fin fine è un mondo piuttosto orribile e spesso mi
sento triste, per me e per la gente che è condannata con me e come me all’infelicità.
Beh, che vadano tutti a farsi fottere: è così che gira.
Ad ogni
modo, all’epoca stavo così. Mi sentivo sfinito, nella mente e nel corpo. Avrei
voluto ritirarmi, andare da qualche parte, Vegas magari, gironzolare tra i
tavoli da gioco, con l’aria saggia, guardare gli sciocchi mandare fortune a
ramengo. Questo è il mio concetto di divertimento: rilassarmi sotto le luci
della ribalta mentre senza fretta percorro il viale del tramonto.
COSE
CHE DURANO PER SEMPRE.
Poi mi
ricordo che sono uscito sulla terrazza, e ho visto Venere brillare tremula nel
chiarore dell’aurora. E ho pensato che è così, da sempre, giorno dopo giorno:
prima Venere, poi il sole. Per l’eternità. Tutto ciò che è importante, le cose
più importanti, durano per sempre. Si sa che sono lì. Anche se non le vedi,
loro sono lì, e aleggiano indisturbate sulla tua testa, colpendoti tra capo e
collo quando meno te lo aspetti. Così è anche l’amore.
Poi,
una sensazione di grande sconforto e desolazione mi piombò addosso e mi
avvolse. Ecco qual’è il problema: se succede qualcosa di brutto e sei infelice
e triste bevi per dimenticare, se succede invece qualcosa di bello e sei felice
bevi per festeggiare, e se non succede niente bevi per far accadere qualcosa.
Lo stesso vale per le droghe e ogni altra forma di dipendenza. Anche per le
donne: se sei triste scopi per dimenticare, se sei felice scopi per
festeggiare, e se sei annoiato scopi per ritrovare entusiasmo e gioia di
vivere. Il problema è quando vuoi entrambe le cose: bere e scopare. Lo diceva
sempre il mio amico Hank: se vuoi bere, bevi; ma se vuoi scopare, metti da
parte l’alcol e getta via la
bottiglia. Ma forse il problema sta ancora più a monte. È tutto così sciatto:
il mondo, la vita, il fato, la morte. È tutto stonato. Uno scopa-scopa senza
senso. Poi, chissà perchè, la gente si lega. La gente si lega. Una volta
tagliato il cordone ombelicale si lega ad altre cose: panorami, suoni, sesso,
soldi, libri, mogli amanti e mariti, miraggi, dipendenze. In fondo siamo
piccole bestioline stupide e spaventate. Per questo ci aggrappiamo ciecamente a
qualsiasi cosa possa alleviare la nostra paura. Comunismo, fascismo, cibi
salutisti, sport, zen, surf,
danza, ipnosi, terapia di gruppo, orge, bicicletta, erbe aromatiche,
cattolicesimo, sollevamento pesi, viaggi, astinenza, dieta vegetariana, India,
Brasile, Thailandia, transessuali travestiti e puttane, pittura scultura
composizione e scrittura creativa, direzione d’orchestra,
vagabondaggi-con-lo-zaino-in-spalla, yoga, marcia-a-favore-dei-negri, corteo per
i diritti degli omosessuali e delle cavie da laboratorio, gioco d’azzardo,
matrimonio, ozio, gelato, Beethoven, Mozart, Buddha, Siddharta, meditazione,
eroina, figli, succo di carota, centrifugato di pomodoro, suicidio, stupro,
omicidio, abiti sartoriali, New York. Poi di botto tutto sfuma e se ne va così
come è venuto. In fondo, abbiamo solo bisogno di tenerci occupati nell’attesa
della morte.
Io? Io
volevo tutto il mondo o niente. Niente vie di mezzo o mezze misure: volevo il
mondo intero o niente. Volevo tutto e me lo sono preso. Avevo tutto e me lo
sono perso. È sempre stato così: ho voluto tutto, ho avuto tutto, ho rischiato
tutto, ho perso tutto, mi sono ripreso tutto, e l’ho riperso. Ma non ho mai
avuto alcun rimpianto. Credo che sia giusto così. Sicuramente è giusto per me:
cercavo solo di evitare di farmi intrappolare in un genere di vita ordinario e
mediocre, in tutto ciò che è anti-vita anti-gioia anti-divertimento in una
parola anti-me, senza nessun’altra ambizione che vivere. L’ambizione è solo il
trucco da quattro soldi della vita, la giustificazione da due soldi dei
perdenti. Io volevo solo correre quanti più rischi fosse possibile. È strano
come il mondo sia capace di ridurci a certe scelte, è assurdo vedere quali
opzioni ci lascia, è folle dover sopportare tutto questo e molto altro, giorno
dopo giorno, anno dopo anno, secoli e secoli di follia e dolore riuniti in una
sola inutile esistenza individuale.
Immagino
comunque che sia bello avere una scelta. Credo che sia l’unica ancora di salvezza
che abbiamo. La mia era il sesso. È sempre stata il sesso. Le donne. Ho avuto
un sacco di donne. Di tutti i colori, di tutte le razze, di tutte le malattie.
Le ho amate tutte. Le ho brutalizzate tutte. Ognuna è fatta a modo suo. Diversa
dall’altra. Le vagine sono diverse, i baci che danno sono diversi, le tette
sono diverse, gli occhi con cui ti guardano, il modo in cui sorridono, come
accavallano le gambe e ti mostrano le cosce e il culo, i sorrisi che ti
rivolgono e quelli che non ti rivolgono, gli sguardi che ti concedono: tutto è
diverso. E tutto mi fa impazzire. Scopale, amale, scopale ancora, e lasciale:
questo era il mio motto. Da dove arrivavano tutte queste femmine? La scorta
sembrava infinita. Poi, inaspettatamente, il flusso s’interruppe. Ma procediamo
con ordine: non è ancora il momento di parlarne. Accomodati, lettore, e ascolta
la mia storia. Dentro, non vi troverai solo il racconto di un libertino
attaccamento alla vita e al divertimento sessuale, di mitiche disavventure
picaresche e leggendarie gesta erotiche, come potrebbe sembrarti dal titolo.
Dentro, c’è la consapevolezza dell’assoluta precarietà della condizione umana,
la violenza e la paura, la bellezza e il terrore. E un pizzico di cupa,
autentica disperazione. Preparati a conoscere quanto di peggio può vivere l’uomo:
la solitudine e l’abbandono, la nostalgia e il dolore. Siediti, dunque, e
ascoltami: non imparerai niente da questo libro, ma ti divertirai.
In
fondo l’arte è puro intrattenimento. Di Joseph Conrad si diceva che fosse uno
scrittore di cose, non uno scrittore d’idee, che avesse tanto da raccontare ma
poco da dire, e anche Pavese associa il suo gusto per la narrazione al sapore
di ciancia, di pettegolezzo raccolto nell’ozio dei porti sedendo sulle
poltroncine di vimini delle verande tropicali. Per me scrivere è scrivere, e
nient’altro. Niente di sacro o necessariamente arguto ed eterno. Il concetto
che ho dello scrivere è: scrivere.
Si può, per esempio, scrivere una poesia allo stesso modo in cui si scrive una
lettera, e un romanzo nello stesso modo in cui si tiene un diario. Una poesia
può anche solo intrattenere e non ci deve per forza essere qualcosa di sacro in
essa. Alcuni sono convinti che l’arte possa definirsi tale solo nella misura in
cui sia un’arte sociale, utile, ed esteticamente bella. Io credo che l’arte
possa essere utile solo se mostra l’altra faccia della realtà, quella che non
vogliamo vedere e che nascondiamo. E per mostrarla deve essere cruda, cruenta,
volgare, indecente, disperata, tormentata, irriverente, angosciosa, benchè
questo non piaccia a nessuno, e soprattutto non piace ai poeti in cravatta, né
ai poeti laureati, ai poeti da passeggio e alle poetesse da compagnia. E non
perchè razzolando nella merda si possa trovare una perla (nella merda c’è solo la
merda), ma perchè le opere troppo belle buone e ottimistiche o semplicemente
belle buone e ottimistiche non scoprono anzi nascondono e occultano la verità
delle cose. Che è appunto una verità di merda. Per essere utile (e ne dubito),
l’arte deve essere vera. E per essere vera deve attingere alla verità. E l’unico
modo per attingere alla verità è razzolare negli scarti e nei rifiuti della
società, nelle sue miserie e nello squallore. In una frase, nella sua merda. L’arte
è merda: razzolare nella merda, scavare nella merda, esaminarla, e poi cacarla
nella pagina bianca e tirarla in faccia al lettore. Ma razzolare nella merda è
molto difficile: devi immergertici fino al collo e respirarne tutto il puzzo
maleolente. E per questo credo anche che l’arte non possa essere dei borghesi
né dei perfettini o dei morigerati. Scrivere è una battaglia all’ultimo sangue
con gli dei, è fuoco scoppiettante nel cervello, guerra con le parole ribelli
per addomesticarle. Scrivere è scrivere: non pensare. Quando scrivo, io non penso:
scrivo. E molti miei critici saranno sicuramente d’accordo con questo.
Eppure,
scrivere mi ha salvato. Sai, leggi un libro e lì non ci sono risposte. Non c’è nulla per cui valga la pena di
sopravvivere in quello che leggete. Nulla per cui valga la pena di sopravvivere
in ciò che vedete per le strade. Allora ti metti alla macchina da scrivere e
crei qualcosa, e quella diventa l’unica cosa per cui valga la pena di
sopravvivere. E d’improvviso tutto il male scompare, e la follia diventa
bellezza. Mentre il gioco prosegue, tu dovresti solo lavorare per cercare di
dire sempre più chiaramente quello in cui credi davvero, anche se quello in cui
credi davvero si dimostra sbagliato. Può essere un compito pericoloso e
difficile. La vita, già rischiosa per chi ha criteri propri, può diventare
perfino pericolosa per chi ha troppi criteri propri. Ma, se non riesci a ridere
delle avversità insormontabili che tutti sopportiamo mentre cerchiamo di
capire, allora sicuramente riposerai senza pace. Nella bara.
Sono
andato in bagno, ho pisciato, ho cagato, mi sono lavato i denti, e sono tornato
a letto, con il preciso obbiettivo di svegliarmi a mezzogiorno: forse, allora,
passata metà della giornata, sopportare il mondo sarebbe costato la metà dello
sforzo.
CLAUSTROFOBIA.
Quando
mi sono risvegliato, era circa l’una: missione compiuta! Mi sono alzato, ho
messo su della musica, mi sono rilassato e ho smesso di pensare. Almeno per un
po’. La musica toglie i pensieri. Poi ho cacato, ho letto qualche poesia
omosessuale di Ginsberg, sono rimasto sbalordito da “sphincter” e “personal
ad”, ho fatto colazione con avocado e miele e limone, mi sono
sparato cinque pagine, e sono uscito a farmi un giro, perché mi stava salendo l’angoscia.
Ho
passato molti anni così: sul filo del rasoio, facendo i salti mortali, sempre
sull’orlo del baratro. Imprigionato in me stesso, chiuso in me stesso per molti
anni, sgretolandomi dal dentro del profondo. Inflessibile, non eroico, e
necessario. Proprio così: dritto all’inferno, claustrofobia galoppante.
La
claustrofobia era così forte che a volte, di notte, mi svegliavo di soprassalto
e saltavo giù dal letto. Mi sentivo intrappolato nella notte, nella stanza, nel
letto, in me stesso, mi mancava l’aria, cazzo! Insomma, ero ridotto così. Oppresso
dalla claustrofobia. Angosciato. Spiaccicato come uno scarafaggio. E non è
facile. Non è facile per niente. Il mio problema è che non avevo alcun sogno
per domani. In fin dei conti solo questo conta: desiderare qualcosa e lavorare
per ottenerla. Quando desideri qualcosa, intensamente, sei già sulla buona
strada. È come l’arciere zen che tira la freccia senza mirare al bersaglio. E
insiste per molti anni finché non riesce a fare centro, con questo metodo che
ribalta la logica.
Per
fortuna, ero ancora abbastanza giovane per abbandonare la routine. Solo che, adesso che stavo cominciando a lasciar perdere
le cose importanti, le cose importanti per gli altri (s’intende), e a pensare e
ad agire un po’ più per me stesso, era iniziata la claustrofobia. Un grande
senso di esclusione ed emarginazione mi attanagliava. Mi restavano tre opzioni:
o m’indurivo, o diventavo pazzo, o mi suicidavo. Perciò la scelta era facile:
dovevo indurirmi. E non provare più sentimenti.
Ma non
sapevo bene come fare. Così mi limitavo ad andare a zonzo, passeggiando per la
mia piccola città, a conoscere gente, innamorarmi, e scopare. Scopavo molto: il
sesso sfrenato mi aiuta a sfuggire a me stesso. È stata l’epoca della
claustrofobia. Bastava che un posto fosse anche solo minimamente chiuso che
subito mi sentivo soffocare e scappavo urlando come un pazzo.
Ma un
giorno è apparsa lei. Con uno sguardo mi ha trasmesso tutta la sua carica
erotica, promettendomi riti iniziatici d’indicibile perversione sessuale, e io
ero di nuovo fritto. Cotto proprio. Aveva occhi di mandorla e miele e si
chiamava Muna. Un corpo perfetto, sodivo e muscoloso, era una gloriosa
vertigine di carne, che scoppiava dentro un vestitino attillato, implorando di
essere liberato. Radiosa, allegra e spensierata, odorava di amaranto. Ci siamo
guardati ed è stato come metterci la lingua in bocca. Il resto è avvenuto in un
lampo. Abbiamo chiacchierato del più e del meno, e poco alla volta ci siamo
sentiti attratti l’uno dall’altra. Abbiamo riso e scherzato insieme. All’una di
notte ci sembrava già di conoscerci da sempre. Siamo rimasti un attimo in
silenzio. A guardarci. Fino a quando i rispettivi campi elettro-magnetici non
si sono saturati e ci siamo baciati. Senza prima dirci neanche una parola di
amore o di passione. Credo che questo avesse a che vedere con i suoi occhi e il
suo campo elettro-magnetico. Ho cominciato ad avere una bella erezione. Le ho
messo una mano sulla figa e ho iniziato a palpeggiarla. Era già tutta bagnata.
Mi ha stretto la mano tra le cosce e ha detto: <<Voglio che mi
scopi.>>. Ormai era quasi sera. Siamo andati a casa mia e gliel’ho messo
in bocca ancora prima di spogliarmi. Lei lo ha leccato come fosse una
caramella. Poi ho passato due ore buone a metterglielo dovunque. Lei dimenava i
fianchi e il bacino e godeva come una troia mentre mi chiedeva di non fermarmi.
Faceva molto caldo e io ero molto stanco. Avrei voluto venirle dentro e
metterla incinta. Ma, quando alla fine sono venuto, sono persino riuscito a
trovare la lucidità sufficiente per tirare fuori l’uccello in tempo e inondarle
la pancia di sperma. Ed era un sacco. Non scopavo da settimane ed ero bello
carico. Non appena lei ha visto tutta quell’abbondanza è andata in visibilio e
ha cominciato a ripetere <<Che bello!>> come un mantra.
Da quel
momento in poi è stata una lunga orgia, senza fine e senza ritegno. In quel
periodo per noi Torino era diventata il paradiso. Non ci preoccupavamo di
niente. Tranne che di scopare. Scopavamo e ci divertivamo un mondo. Io mi
sentivo felice e dimenticavo il mio dolore: stavo curando la mia claustrofobia.
Così
trascorrevano i giorni. È andata avanti così per un anno. Fino al momento
finale. Un lungo addio, patetico e rancoroso, nel cuore della notte, come si
conviene a una perfetta coppia di amanti passeggeri. È stato un finale da film, sotto le stelle. C’era persino la
luna. Mi sono intristito. Io e Muna litigavamo di continuo. Io Muna e la luna.
Ci mollavamo almeno una volta a settimana. <<Per sempre.>>
dicevamo. Ma poi riuscivamo a riaggiustare le cose, in un modo o nell’altro.
Troppa passione. Troppo amore. Siamo rimasti bruciati. La candela che brucia da
entrambe le parti si consuma nella metà del tempo...
Ma io
ho sempre vissuto senza fermarmi mai. Mai. Ho sempre vissuto all’ultimo
respiro. Anzi, senza respiro. Era, invece, il momento di una pausa. Di restare
solo. Dovevo starmene un po’ per i fatti miei. In un luogo interiore molto
ritirato. E riflettere. Non sapevo bene su che cosa. Ma sentivo che dovevo
rimanere solo. La soluzione non era aggrapparmi a un amore. Dovevo indurirmi.
Dovevo farcela da solo. Dovevo fermarmi per guardarmi dentro. E per guardare al
passato. E al futuro. Anche se poi sarei andato avanti come prima, come fanno i
matti. Ma è difficile dire stop
quando si è assaliti dalla passione. In più, mi preoccupava quella strana
stanchezza cronica che mi portavo addosso da settimane. Non sapevo se fosse
anemia o sida. Altre volte era solo depressione e angoscia. Tristezza. E
continuavo a combattere contro la paura. La paura e la confusione mi
paralizzavano.
Insomma,
ci siamo salutati per sempre (così credevamo), e io mi sono avviato verso casa.
Senza fretta. Mi sentivo bene. Camminavo lentamente. Senza voltarmi indietro.
Ah, la strada! Mentre mi allontanavo e me ne andavo, ad ogni passo mi accorgevo
che stavo bene, e che in fondo non me ne fregava niente. Non volevo
innamorarmi. Non potevo. Decisi che non era il momento giusto per una
relazione. Dovevo andarmene. Dovevo andare. Ho sempre vissuto senza fermarmi
mai. Mai. Ho sempre vissuto all’ultimo respiro. Anzi, senza respiro. Era,
invece, il momento di una pausa. Di restare solo. Sapevo che, se anche avessi
voluto, non avrei potuto amare quella ragazza. Dovevo andarmene per i fatti
miei. In un luogo interiore molto ritirato. E riflettere. Non sapevo bene su
che cosa. Ma sentivo che dovevo rimanere solo. La soluzione non era aggrapparmi
a un amore. Dovevo indurirmi. Dovevo farcela da solo. Dovevo fermarmi per
guardarmi dentro. E per guardare al passato. E al futuro. Anche se poi sarei
andato avanti come prima, come fanno i matti. Ma è difficile dire stop quando si è assaliti dalla
passione. Inoltre, da un po’ di tempo mi preoccupava quella stanchezza cronica
che mi portavo addosso da settimane. Non sapevo se fosse anemia o sida. Altre
volte era solo depressione e angoscia. Tristezza. E continuavo a combattere
contro la paura. La paura e la confusione mi paralizzavano.
Ed era
un’autentica bellezza non sentirmi troppo coinvolto in quel genere di
situazione: ero contento di essere un po’ innamorato, ma di non essere molto
innamorato, di non essere in pace col mondo, di essere contro tutto e tutti e
sempre fuori dal coro ma in pace con me stesso. Perché, vedi, all’inizio le
nuove storie sono sempre eccitanti ma implicano anche un duro lavoro: la conquista,
il corteggiamento, il primo bacio, e la prima scopata sono cose che coinvolgono
nel profondo ma costano una fatica che ti sfianca e ti svuota. E poi quegl’imbarazzanti
momenti vuoti di cui parlavo prima, e i silenzi che mettono a disagio... è
tutto molto spossante, è sfiancante. Così all’inizio siamo presi, ma dopo un po’
tutta la merda viene a galla insieme con le pecche intrinseche e la follia
manifesta, e io inizio a valere sempre meno (per loro) e loro a valere sempre
meno (sempre meno per me, naturalmente). Inoltre, il più delle volte gli
innamorati perdono il senso della realtà e perdono il senso dell’umorismo e
diventano noiosi e nervosi e psicopatici. Invece io mi sentivo stranamente
bene: il mondo mi sorrideva, la vita mi sorrideva, e persino la morte, mentre
mi rendevo conto di non essere coinvolto più di tanto da lei. Era solo un
diversivo. Come tante altre.
Certo,
non la trattavo male (a parte quando la scopavo...). Ma lei questo lo scambiava
per amore, e mi diceva che nessuno era mai stato tanto dolce con lei. Nessuno.
Ero il primo che l’accarezzava, che era gentile con lei, e che le diceva cose
carine. Ma, quanto a me, se sono rimasto con lei per tutti quei mesi è stato
solo perché non avevo un posto migliore, né uno peggiore, dove andare. A letto
stavamo bene. E dove confessare che quella donna mi era entrata nel sangue.
Aveva qualcosa di animale. Si eccitava quando tornavo a casa sudato, sporco,
con la barba incolta. Si eccitava ad avere accanto un maschio selvaggio, con l’uccello
dritto ventiquattr’ore su ventiquattro. La eccitava il pensiero di essere la
mia femmina, di essere sottomessa e dominata da me. E mi chiedeva di
picchiarla. Le piaceva essere presa a schiaffi. Appena riceveva due ceffoni in
faccia veniva subito. Quella donna mi era entrata dentro. E aveva lasciato un
segno indelebile. Ma non potevo innamorarmi ancora. Ne avevo già avuto
abbastanza dell’amore. L’amore implica condiscendenza e dedizione. E io non
riuscivo più a dedicarmi a qualcosa o a qualcuno. Non che fossi incapace di
amare, ma trovavo l’amore sconcertante, come indossare le scarpe passeggiando
sulla sabbia della spiaggia.
PUTTANA.
Mi
svegliai con l’uccello duro. Stavo prendendo un sacco di vitamina e ultimamente. Ero costantemente
arrapato e mi masturbavo di continuo. Facevo l’amore la sera prima, poi tornavo
a casa e mi masturbavo di nuovo il mattino seguente.
Avevo
le mie idee sul sesso. Il pensiero che fosse una cosa sporca e proibita mi
eccitava. Come una bestia che azzanna un’altra bestia per sottometterla. Quando
venivo mi sembrava di farlo in faccia alla morte e alla faccia di tutto ciò che
è considerato decoroso: sperma bianco che cola su corpi e teste e capelli e
anime virginali e incolpevoli e innocenti e pure. Se fossi nato donna sarei stato
una puttana. Una gran puttana. La più troia della città, la prima puttana di
Torino. La troia delle troie, una zoccola da battaglia, non ci sono dubbi.
Ma,
dato che sono uomo, bramo costantemente le donne, meglio se della specie più
infima. Le donne perbene invece mi terrorizzano. Perché alla fine vogliono la
tua anima (e se la prendono). In pratica agogno le puttane, le prostitute, le
zoccole, le battone, perché sono velenose e dure allo stesso tempo e non
esigono niente da te così non mi perdo niente quando se ne vanno. Eppure, allo
stesso tempo, desidero ardentemente una brava donna e gentile, nonostante il
prezzo altissimo da pagare. In entrambi i casi sono spacciato. Un uomo forte,
come il mio amico Davidone, avrebbe rinunciato a entrambi i tipi. Io non sono
un uomo forte e così vado dietro ogni gonna che mi passa sotto il naso e
soffro. Così, continuo a lottare con le donne, con la mia idea di donna, e con
l’ambivalenza della mia anima proteiforme, che cambia opinione in
continuazione.
Ad ogni
modo, anche quella mattina mi sono svegliato con il cazzo duro e mi sono
masturbato. Poi ho sborrato e sono uscito. Passeggiavo lungo corso Vercelli
quando ho incontrato Jamila. Nella mia vita nessuna particolare novità. L’unica
mia occupazione era allenarmi a non prendere nulla sul serio. Perché, vedi, un
uomo può commettere tanti piccoli errori e non importa. Ma se gli errori sono
grandi e si ripercuotono sulla sua vita, l’unica cosa che può fare è imparare a
non prendersi sul serio. Solo così si evita di soffrire. La sofferenza
prolungata può essere mortale.
Tempo
addietro, in un notte infuocata di sesso e alcol,
io e Jamila eravamo stati amanti clandestini (scusate, ma in un modo o in un
altro devo dirlo: non badateci) rimanendo poi discreti amici. Ma non la vedevo
da molto ormai, né avevo più saputo nulla di lei. Fino a quel giorno.
Ad ogni modo, come dicevo, era molto che non ci vedevamo.
Ci siamo incontrati e l’antica fiamma subito si è riaccesa. Il bello di Jamila
era che non aveva alcun pudore. La sua mancanza di pudore rasentava la
volgarità. E questo mi piaceva. Con lei diventavo ogni giorno più indecente,
per quanto fossi già un sessuomane patentato. Ma mi trovo bene con questa
gente, per niente colta e per niente intelligente, ignorante e stupida, che
risolve (o guasta) tutto a forza di grida e parolacce, con violenza, e a suon
di botte.
Faceva un caldo mortale e quando siamo arrivati a casa sua
eravamo tutti e due molto sudati. Lei voleva fare una doccia. Ma io non ho
aspettato che facesse la doccia. L’ho spogliata e l’ho leccata tutta. Lei ha
fatto lo stesso: mi ha spogliato e mi ha leccato tutto. Aveva le chiappe dure,
sode e rotonde, nonostante una vita di stenti e privazioni. I negri sono così.
Tutti nervi e muscoli, pochissimo grasso e pelle liscia e turgida. Ma, a
differenza delle altre negre, lei aveva l’apparenza di una negra intelligente,
e a me fa sempre piacere imbattermi in negre intelligenti e orgogliose, non
come quelle che ti guardano con quel cazzo di atteggiamento da schiava sottomessa.
Comunque, non ho resistito alla tentazione e dopo aver giocato per un bel pezzo
gliel’ho messo in culo. Tutto in una volta, senza lubrificare. Lei impazziva
dal dolore ma mi pregava di continuare. Mordeva il cuscino, ma sporgeva il culo
e mi diceva di metterglielo dentro fino in fondo. Piangeva e imprecava ma
implorava affinché la punissi e le facessi male. Quella donna era fantastica.
Un vero portento. Una forza della natura. Nessun’altra godeva come lei. Poi ho
raggiunto l’orgasmo, venendole dentro il culo. Siamo rimasti uniti così per un
bel pezzo. Quando l’ho tirato fuori era sporco di merda e lei si è schifata. Io
no. Per me il sesso deve essere così. Il sesso è scambio di liquidi e fluidi di
ogni sorta: saliva, sangue, sperma, sudore, urina, merda, microbi, e batteri. O
non è sesso. Se si limita alla tenerezza e alla spiritualità eterea resta una
parodia di ciò che dovrebbe essere veramente. No: il sesso non è dei
perfettini. Il sesso è sporco. E niente: abbiamo fatto una doccia, ci siamo
rivestiti, e abbiamo fatto quattro chiacchiere. Poi lei mi ha chiesto se potevo
accompagnarla a fare la spesa: non ho potuto dire di no. È questo il lato
magico delle negre (africane come sudamericane e meridionali): sono talmente
dolci che è impossibile rifiutare quando chiedono qualcosa. Al contrario delle
bianche, che sono così fredde che ti offrono tutti i motivi per rispondere “no”
senza sensi di colpa. L’ho accompagnata a fare la spesa e poi sono tornato a
casa. Cominciava a fare fresco. Avevo fame. Ho mangiato. Ormai mi stavo
abituando a prendere le cose come venivano. Stavo imparando a non essere
rigido. Altrimenti non sopravvivevo. Nella vita mi è sempre mancata qualche
cosa. Sono sempre stato impaziente, smanioso di avere tutto e subito,
costantemente in lotta per avere di più. Ora, stavo imparando a non pretendere
di ottenere tutto e subito. A vivere con poco ed essere felice. Altrimenti
avrei continuato ad avere una visione tragica dell’esistenza. Poi ho bevuto un
goccio di vino e sono andato a letto: non c’era altro da fare, non c’era niente
da fare. Ero di nuovo sudato fracido e le lenzuola erano sporche. Puzzavano.
Certo è che da quando l’ho conosciuta mi danno molto
fastidio quei due aggettivi: “ragionevole” e “sensato”. Sono falsi e pedanti.
Servono solo per dissimulare e mentire. Tutto è irragionevole e insensato.
Tutto. La vita, la storia, il mondo, la politica. Tutto è irragionevole e
insensato. Da sempre. Noi stessi. Un groviglio di tensioni contraddittorie e
pensieri contrapposti. Ognuno di noi è per natura irragionevole e insensato.
Solo che ci reprimiamo e decidiamo di metterci briglia e morso per tornare all’ovile
come brave pecorelle. Certo è che le cose dritte e lineari non m’interessano
più. Non voglio più niente che si muova chiaramente da un punto all’altro, che
si sa esattamente da dove parte e dove arrivi.
SCOPATE E CAZZOTTI.
Perché,
vedi, quando la gente giudica morale o immorale qualcosa, nell’80% dei casi la
predica investe in qualche modo il sesso. E non uso la parola “predica” a caso,
poiché nel 99% di quell’80% dei casi essa scaturisce da gente religiosa cioè in
qualche modo legata ai valori espressi da un determinato libro sacro e da una
specifica confessione, gente preoccupatissima di giudicare quello che ognuno fa
con i propri genitali e porvi il proprio veto o consenso. E tutte le religioni
sembrano concordi in questo: nel ritenere immorale chi si abbandona ai piaceri
del sesso senza tante preoccupazioni e, direi, con piacere. Tutti i libri sacri
considerano impura la donna che si gode il proprio corpo senza troppe
preoccupazioni moralistiche. Ora io credo che nel sesso in sé e per sé non ci
sia nulla di più immorale che nel camminare o nel mangiare. È chiaro che
qualcuno può comportarsi immoralmente con il sesso per esempio usandolo per
danneggiare un’altra persona ma lo stesso si può dire di qualsiasi cosa. E
certamente, siccome i rapporti sessuali possono creare vincoli e aspettative e
complicazioni anche molto forti, è altrettanto chiaro che chiunque debba
prendere il sesso con il massimo di attenzione e rispetto per l’altro ma a
parte questo non c’è niente di male in quello che fa piacere a due persone e
non danneggia nessuno. Quello che veramente è male è credere che ci sia
qualcosa di male e sgradevole nel piacere. Credere che ci sia qualcosa di male
e sgradevole nel piacere è male poichè noi siamo un corpo e senza la
soddisfazione e il benessere del corpo non è possibile vivere. Chi si vergona
della capacità di godere e trarre piacere dal corpo è altrettanto stolto di chi
si vergognasse per avere imparato le tabelline.
Il
sesso è un meccanismo biologico di riproduzione come negli uomini così nei
pesciolini rossi, negli elefanti, negli scarabei, nei cervi, e nelle antilopi.
Ma negli esseri umani i meccanismi naturali quelli che assicurano la
perpetuazione della specie hanno anche dimensioni non contemplate dalla
biologia ed è paradossale che quanti vedono nel sesso qualcosa di male e
torbido, persino immorale, definiscano animali gli uomini che ci si dedichino
poichè sono proprio gli animali quelli che usano il sesso solo per procreare e
il cibo solo per nutrirsi mentre noi ci siamo tirato fuori l’erotismo e la
gastronomia e inoltre negli uomini il sesso produce l’amore, e l’amore produce
anche molti altri effetti come la poesia lirica, il matrimonio, le ansie, i
batticuori, le farfalle-nello-stomaco, le coccole, e la gelosia: tutte cose che
bene o male cervi e antilopi non conoscono.
Eppure
esistono persone che godono solo eliminandolo il piacere. Hanno così tanta
paura del piacere, e che il piacere diventi irresistibile, che divengono
denigratori del piacere. Denigratori del piacere per professione cioè puritani.
E sostengono che una cosa è buona solo quando non provoca piacere, che è più
bravo chi più soffre. D’altra parte esistono persone che amano sentirsi
colpevoli, convinti che un piacere sia più autentico se è in qualche modo
proibito e il mondo è pieno di questi falsi ribelli che in fondo sono solo
vittime della morale religiosa che inculca in loro il più turpe dei desideri
che è quello di sentirsi colpevoli. E la cosa bella è che questi presunti
ribelli desiderano in ultima istanza solo che qualcuno li punisca per il fatto
di essere liberi sperando che un deus ex
machina li liberi dal pericolo di rimanere soli con le tentazioni, che vuol
dire soli con se stessi. Secondo me il puritanesimo è in assoluto l’atteggiamento
più innaturale e inumano che esista, anti-natura e anti-uomo, cioè contro la
natura dell’uomo. E abbiamo inventato la tentazione e nutriamo così tanti
timori e cautele e paure nei confronti del sesso a mio vedere solo perchè ci
piace troppo poichè effettivamente è uno dei più vivaci e intensi che si
possano provare, e questo è davvero stupido. È stolido, è rivoltante. La
tentazione non è altro fuorchè una superstizione inventata da quelli che temono
la libertà. Come diceva il grande scrittore latino Publio Terenzio Afro
<<homo sum: humani nihil a me
alienum puto.>>.
La
verità è che non si è mai così contenti, allegri, pieni, completi, e
soddisfatti come quando si gode. Il sesso è così piacevole che può allontanarci
dal lavoro su cui si fonda il sistema capitalistico a tutto danno della
produzione e della ricchezza e così i piaceri sono stati sempre repressi con
tabù e sensi di colpa per evitare che distraessero troppo l’uomo dal lavoro e
dalla produzione. Per questo dico anche, con Michel De Montaigne, che bisogna
tenersi stretti con le unghie e con i denti i piaceri della vita perchè gli
anni ce li sfilano dalle mani l’uno dopo l’altro. Ci dicono di vergognarci, ci
spingono a vergognarci per il desiderio di godere il più possibile con il corpo
e con l’anima, ma io dico: godiamo il più possibile, ma non solo con il corpo
bensì anche con l’anima. Con il corpo e con l’anima, con l’anima e con il
corpo. Con entrambi il piacere sarà al massimo grado, sarà il massimo che tu
abbia mai provato. Ma, per godere al massimo, devi anche essere libero, libero
di accettare il piacere e libero di rifiutarlo. Ma rifiutarlo per convinzione e
con consapevolezza e non per ordine né per consuetudine né per abitudine né per
ideologia né per religione né perchè te lo hanno prescritto altri siano essi il
giudice o la polizia o la chiesa o la morale comune o le varie bibbie e corani
o qualsiasi altro fottutissimo libro di favole. Tutto può risultare cattivo e
servire per fare del male ma niente è cattivo solo perchè da piacere. Dunque
scopa invece di giudicare, scopa invece di litigare, scopa invece di lavorare.
Scopate,
scopate, scopate! E amatevi, amatevi gli uni con gli altri, amatevi in tutti i
modi e in tutte le posizioni, amatevi a pecorina, amatevi a lucchetto, amatevi
a millefoglie, amatevi a farfalla, amatevi all’odalisca, amatevi alla francese
e ricordate: “bibbia” e “corano” insegnano ad amarsi ma il “kamasutra” è molto più preciso! La vita
è fatta per sudare non per faticare.
Pensavo
a queste e altre faccende quando, seduto al bar,
notai una ragazza giovane. Giovanissima. E per giovanissima intendo minorenne.
Indossava un bel vestitino bianco aderente, era bellissima, chiacchierava con
alcune amiche, e sembrava un’oca giuliva: l’avrei volentieri fatta guaire come
una cagna. In più, era giovane, giovanissima, e a me piacciono da impazzire le
passerine giovani: scoparmi una passerina giovane è una cosa che adoro, lo
adoro proprio. Immaginai di scoparla con le gambe in aria e un dito in culo.
Poi si alzò e venne a sedersi al mio tavolo. Ero stupefatto. Non potevo
crederci. Beh, un colpo di fortuna ogni tanto!
<<Che
bevi?>> mi chiese, <<Bevo la vita...>> risposi, <<E com’è?>>
domandò, <<Dolcissima, se glielo concedi...>>. Poi il suo ginocchio
contro il mio, e la sua mano sul mio cazzo. Le strinsi una coscia. Carne tenera
e soda. Mi venne duro. La strinsi fino quasi a farle male. Avrei voluto
picchiarla. E già fantasticavo sull’entrarle nella vagina, e su come sarebbe
stato. Tutto il suo corpo e il viso trasudavano sesso, sesso sfrenato,
perverso, depravato, violento, era una pura vertigine di carne.
Poi le
nostre teste che si avvicinarono, le labbra a pochi centimetri le une dalle
altre, e fu un’esplosione, come il sole, come trovare la luce e la purezza,
come riscoprire tutti i sensi, mentre le nostre gambe continuavano ad
attorcigliarsi, sospinte da un’eccitazione del tutto fuori dal normale,
assurdamente intensa e frenetica, e lei aveva un sorriso dolce e spontaneo,
pieno di vita, e con quel sorriso mi baciò, profondamente, profondamente,
mentre Venere alle nostre spalle faceva l’occhiolino. La vita dura un istante,
e può finire di colpo. Non viviamo in fondo ogni momento.
La portai
a casa e la baciai di nuovo, ancora e ancora. La sua lingua saettava dentro e
fuori la mia bocca serpeggiando impazzita, e la spingeva così a fondo come se
volesse baciarmi il buco del culo, era un’unica immensa slinguazzata infinita
che passava dall’esofago, risaliva dalla nuca fino alle orecchie, e mi
avvolgeva la testa e gli occhi. Mi succhiava la lingua in un modo
irresistibile, per poco non mi strappava le tonsille, e aveva capelli neri e
molto lunghi e bellissimi, e quando riuscii a staccarmi le dissi <<Sai?
Io scrivo poesie...>>, e le
infilai il cazzo in bocca, spingendoglielo in gola fino alle palle.
Quando
venni, la cacciai via e rimasi solo. Fuori, la terra era una distesa bianca, e
sembrava dotata di un biancore osseo al chiarore della luna piena, come un
immenso e infinito mare di ossi di seppia. Mi sentivo solo e mi sentivo
malinconico. Poi mi addormentai.
Quando
l’indomani mi svegliai piovigginava. Era l’alba. Sembrava pieno Inverno. Da
lontano vedevo la tempesta che avanzava montando incombente da neri nembi e
cirri accigliati, poi un intervallo di profondo silenzio, le membrane del cielo
si ruppero e la procella che proruppe procombendo terribile e pavida. L’uragano
scrosciò sui tetti rompendo con fragore, frangendo con clamore, con clamore, e
le lacrime delle nuvole scorsero sugli occhi delle piante imperlandoli di
fredda-grave rugiada. Poi, vero il meriggio, il cielo si schiarì, fino ad
assumere un biancore osseo con striature di rosa pallido che sfumavano al
norde. La città splendeva, priva di ombre e misteriosamente bella. Il sole si
fece di rame, divenne una rotonda arancia piena e succosa sospesa s’un
orizzonte striato di viola-nero. Era Domenica. In casa un cazzo da fare, nulla
al televisore né dentro il letto, niente di nuovo, solo calma piatta, bonaccia,
desolazione e angoscia. Si soffre in attesa di morire e poi si soffre mentre si
muore. In fondo, siamo solo piccoli esseri stupidi che fanno cose stupide in
attesa della morte.
INCIDENTI.
Quando
mi ero affacciato alla finestra, sentendo gli spari, era già tutto avvenuto. La
strada era un fiume di sangue. Sirene ululavano impazzite mentre ambulanze e
gazzelle sfrecciavano dovunque. L’uomo a terra esangue, immobile. Il merlo
stava appollaiato sul filo, i bimbi stavano per svegliarsi per andare a giocare
al parco, un aquilone volteggiava nel vento, il vento illuminato dal vortice
ancor più dinamico del sole, e gli abiti attendevano di essere indossati. Il
colpo di .38 sparato al petto lo fece sobbalzare e sussultare e palpitare
mentre il lampo giallo-blu della revolverata gli scaricò nel cervello il
ricordo dei pomeriggi estivi in campagna o al mare, come addentare la polpa di
una olida pesca matura, e pensò a sua madre, pensò al tramonto d’oro dei suoi
occhi appesantiti da tutto tranne che dall’amore, e d’un tratto non si sentì
bene, le mani prese da un tremore strano, guardò il sole orgoglioso e altero
nella sua rosea indifferenza librarsi assorto sul suo teschio, e i suoi occhi
vuoti. Poi, una improvvisa pioggia leggera rese tutto uguale e omogeneo. A
volte è necessario morire per capire quanto bella sia la vita.
Sono
sceso per vedere che cosa fosse successo. Un uomo aveva sparato a un altro uomo
per questioni di parcheggio. La notte prima, nel bel mezzo della musica, delle
sbronze e del solito casino del sabato sera, Carmen, una mulatta cubana giovane
e niente male, aveva invece tagliato l’uccello al marito. Io ero seduto sulla
porta della mia stamberga a prendere il fresco e domandarmi dove cazzo potevo
andare prima di mettermi a letto, quando d’improvviso il marito di Carmen era
uscito dalla sua topaia avvolto in un manto di sangue, gridando con le mani
sulle palle. E Carmen dietro, anche lei gridando. Nella destra stringeva un
coltello, e nella sinistra il cazzo del marito. Gridava. <<Adesso vai a
scoparti le altre, se ci riesci, brutto figlio di puttana.>> diceva. Il
tizio urlava di dolore e di terrore, e subito in due o tre lo avevano portato
all’ospedale. Il brandello di pene era rimasto al suolo. Prontamente una
vecchia lo aveva raccolto e messo in una busta di plastica ed era corsa dietro
di loro strillando: <<Prendetelo, che magari riescono a
riattaccarglielo!>>. Il mese prima, invece, Blessing, un’altra negra del
quartiere, nigeriana, aveva dato fuoco all’amante, gelosa della moglie. E
niente, con certe donne bisogna stare attenti. Le negre sono aggressive più
degli uomini. A volte penso che si soffino polvere di morto l’una con l’altra.
Dev’essere per questo che si scatenano tanto per un uomo, che in fondo non è
niente, nient’altro che uno fra le varie dozzine di uomini che ciascuno di loro
si mette in casa e di cui sopporta le angherie nel corso della vita. Non trovo
altra spiegazione. Sono spiritate.
Montaigne
diceva che non si muore perchè si è malati ma perchè si è vivi. La cosa
commuovente è che incidenti e imprudenze si ritengono scandalosi. Questo
succede anche nell’amore. Anche l’amore è una specie d’incidente. Persino le
donne s’incontrano quasi accidentalmente: giri a destra e a quell’angolo
incontri una, giri a sinistra e incontri un’altra. La gente si scontra, e in
questo modo si conosce. Tu puoi dire di amare una certa donna per un tempo x, ma c’è una donna che non incontrerai
mai e che avresti potuto amare di più e da morire. Ecco perchè dico che bisogna
essere fortunati: se incontri qualcuna che si avvicina al top va bene, e se non la incontri beh hai girato a destra anzichè a
sinistra o non hai cercato abbastanza a lungo o sei fottutamente sfortunato o
sei un tipo scialbo privo del fuoco e del coraggio. Ma quello che voglio dire
non è questo. Quello che sto cercando di dire è che se tutti ci comportassimo
bene e se tutto fosse in ordine e il mondo girasse per il verso giusto non ci
sarebbero incidenti e morti violente ma così non ci sarebbe nemmeno vita. È la
vita che causa gli incidenti non l’imprudenza. La vita è rischio o astinenza.
Non riesco a trovare un altro modo di pensarla. Non riesco a pensarla
diversamente.
Quel
giorno, comunque, sembrava tutto tranquillo. Le domeniche sono sempre così: una
noia mortale. Esiziale proprio. Il quartiere era immobile, addirittura
silenzioso. Sembrava un enorme mostro e goffo che per sei giorni alla settimana
si contorce e sputa fuoco e provoca terremoti e il settimo si riposa per
recuperare le forze. Ho pensato di approfittarne per scrivere. Ma quel giorno
mi sentivo di non avere abbastanza ordine dentro per poterlo fare. Continuava a
rigirarmi nella mente una frase: <<Amo le cicatrici, non le
ferite.>>. Amo le cicatrici, non le ferite.
Ogni
giorno che passava somigliavo sempre di più ai negri della zona: senza niente
da fare, me ne andavo in giro a zonzo, cercando di sbarcare il lunario come
meglio potevo. Senza chiedermi che cosa ne sarebbe stato di me domani, senza
domandarmi che cosa sarebbe successo, che cosa avrei fatto, lasciando passare
la giornata e il tempo in attesa del nulla. Sopravvivevo. Mentre i giorni
passavano.
Stavo
pensando a questo, annoiato, amando le cicatrici e odiando le ferite, quando
dalla finestra vedo passare Clarence. Clarence viveva in una topaia in corso
Vercelli, zona di negri. Viveva in quel minuscolo appartamento con la madre e
tre sorelle. Tempo addietro, io e Clarence avevamo avuto una storia. Toccata e
fuga. Con molto spargimento di seme. Ma quando si è giovani si spreca tutto,
perchè si pensa che tutto duri per sempre. Ed è giusto così, perchè tanto si
resta con un pugno di mosche in mano comunque. Lei sperava che facessi le cose
per bene e me la sposassi. Ma io non volevo sentirne manco parlare. Fatto sta
che lei si è offesa. Alle donne, soprattutto alle negre, piace fare le cose per
bene. Aveva pensato che io fossi uno di quelli che lasciano tutto a metà e non
aveva più voluto farlo. Magra, alta, e molto snella e sinuosa, era un po’
nevrotica, insicura, costantemente indecisa, incapace di fare un torto a
qualcuno. Ma era anche molto sensuale, priva di tabù, e una gran pervertita. E
aveva un odore forte. Molto forte. Fortissimo. Le negre più sono scure più
hanno un odore acre nella pelle. E a me fa impazzire leccare la figa e sentire
quell’odore così forte, leccare la pelle e leccare quel sudore così acido.
Sesso liquido, sesso odoroso: a volte basta davvero poco per essere felici.
L’ho
chiamata, si è girata, l’ho invitata a bere qualcosa, e ha accettato. Ma, anche
stavolta, non sono riuscito a fare le cose per bene e l’ho baciata. Credevo che
si sarebbe offesa. Invece ha corrisposto con uno slancio che mai mi sarei
aspettato. Così mi sono lasciato andare e non mi sono trattenuto: le ho messo
la lingua in bocca e me la sono limonata un po’. Quando poi le ho messo le mani
dentro le mutande, era tutta bagnata. Grondava. Così l’ho portata a letto.
Senza parlare. Senza una parole d’amore né di passione. Lei mi ha detto,
provocante e lasciva, << Entra e godi...>>. Sono entrato e ho
goduto. Ma prima mi sono occupato di lei. Ci siamo fatti una bella scopata. Le
ho fatto avere i suoi molteplici orgasmi. I primi con la lingua. Era
incredibile: appena la sfioravo il clitoride con la lingua, dal basso verso l’alto,
lei veniva. Le bastava una sola leccata. Ho avuto solo un’altra donna così:
Muna. Ne riparlerò. Ho continuato di questo passo per un pezzo, senza fretta.
Mi piaceva quella ragazza. Poi mi ha voltato le spalle per farselo mettere nel
culo. Gliel’ho messo nel culo. Abbiamo sudato molto. Ha urlato. Alla fine non
ce l’ho più fatta e sono venuto. E niente: abbiamo finito. Siamo rimasti
incastrati per un po’, ascoltando i nostri respiri. Il caldo era
insopportabile. Poi ci siamo rivestiti e lei se n’è andata. Non ho più saputo
nulla di lei.
E non
ho mai più incontrato un culo simile in vita mia: al di là di ogni
immaginazione, al di là di ogni fantasia, al di là di tutto. Ogni uomo è sempre
perseguitato da qualcosa: figa, alcol, droga, denaro, creditori, mogli furiose
aggrappate alla balaustra del ballatoio, donne sbagliate, amori sbagliati,
puzzo di sigari, figli tossicomani, rimpianti, lavoro, frustrazione, delusione,
gente che ti chiede l’elemosina e scocciatori di ogni sorta, pioggia, vento,
sole, acqua, freddo, caldo bollente e bollette del gas, automobili guaste,
assicurazioni scadute, scippatori, ladri, dolciumi, sbirri, sifilide clamidia
candida e altre malattie veneree: non c’è mai tregua, mai pace, mai.
Avvoltoi
volteggiavano in cielo piroettando in cerchio, il sole sanguinava e urlava
tutto il proprio dolore esplodendo una luce violacea-violenta, e il culo
miracoloso di quella donna continuava a lampeggiarmi in mente saettando con
lampi di rosso-fosfeni.
Poi
sono uscito. Mentre camminavo, ho incontrato una bionda burrosa da urlo: chiara
come il latte, così chiara che pareva intagliata nell’avorio, bellissimi occhi
azzurri di cielo e candido corpo di latte. Difficile da credere. Rotonda,
bellissima, assemblata in modo perfetto. Naturale più che sofisticata. Così
naturale e spontanea che era facile guardarla in quegli occhi così profondi.
Indossava due piccoli orecchini in oro. Affascinante, gli occhi gentili e
bellissimi, lo sguardo selvaggio e folle come quello di un cane che viene dall’inferno
o una bestia che sbuca da una foresta in fiamme. Indossava un vestito nero, che
a ogni minimo movimento le risaliva lungo i fianchi, mostrando un’autentica
scultura di carne. Aveva cosce fantastiche! Mi sentivo un idiota a osservarla
in quel modo ma era più forte di me. Poi accavallò le gambe e il vestitino le
scivolò ancora più su. Lei fece per sistemarsi e nel farlo incrociò il mio
sguardo che non la perdeva di vista un secondo: i suoi occhi fissarono i miei
occhi e mi sorrisero.
<<Lurida
puttana! Te lo schiafferò in culo, lurida troia!>> pensavo fra me e me,
guardandola. Poi frugò nella borsetta, prese un pacco di gomme da masticare, ne
scartò una, se la infilò in bocca, poi si ravvivò i capelli, si specchiò a un
vetrino che tirò fuori dalla borsa per controllare il rossetto, fumò la sigaretta,
fece tutte queste cose e molte altre, ma non abbassò il vestitino, che rimase
su, quasi a lambire le balze del culo: sapeva che me la stavo mangiando con gli
occhi e questo la eccitava, poichè a un certo punto decise di sorridermi, e lo
fece: mi sorrise, e anche io le sorrisi, poi mi ammiccò allusiva e puttana e
anche io l’ammiccai, mi avvicinai, presi una sedia, mi sedetti presentandomi,
le porsi la mano, le accesi una sigaretta. Lei accettò, e io mi sentii
orgoglioso di starle accanto, di stare accanto a un tale pezzo di carne.
Ma
perchè lo stavo facendo? Conoscevo già donne a bizzeffe. Perchè volevo sempre
più donne, e sempre più giovani? Che cosa stavo facendo? Che stavo cercando di
dimostrare? Non sono manco ‘sto granché, anzi sono proprio brutto, i capelli
grigi, i muscoli flosci, la pelle opaca e il pene depresso, la faccia che
sembra una bistecca calpestata da un camion
in corsa dopo essere precipitata nel vuoto dall’alto del 100° piano di un
gratta-cielo prima di spappolarsi al suolo bollente dell’asfalto rovente dell’estate.
Forse per questo mi sento così bene a infilarlo dentro giovane carne fresca ben
al sangue ancora intonsa e intatta? A volte le guardo, queste giovani ragazzine
in abiti puliti, e poi mi guardo allo specchio e mi sento come una bestia della
selva che mangia un confetto, come una belva della foresta che cinge una
bambina, come il ragno che lambisce la mosca dopo averla catturata: un essere
schifoso e rivoltante. Sto forse cercando di fottere la morte scopando la
giovinezza di quelle ragazzine ancora ignare della vita?
L’unica
cosa che mi fa paura è morire prima che la morte mi raggiunga, prima che giunga
la morte, prima che scenda la notte, arrendermi prima della meta, morire da
vivo. Mi basta arrivare a 60 anni, ricco sfondato, abito su misura, mano
sinistra sul volante della mia Jaguar ultimo modello nuova di zecca e mano
destra sul culo di una ragazzina di 18 anni: s’esiste un modo per fottere la
morte e il suo sporco gioco, beh, amico mio, è questo.
E il
dispendio di energie dove lo mettiamo? Ma quella ragazza era davvero splendida,
e ne valeva la pena: bella da morire e vestita da uccidere, gambe affusolate e
lunghissime, seno rotondo e prosperoso, occhioni azzurri, bocca calda come l’equatore
e culo bollente come l’inferno!
In più
il pensiero che quell’atto sessuale fosse una cosa proibita mi eccitava da
pazzi: come scoprire per caso un fiore bellissimo in un prato e strapparlo,
come vedere una farfalla sgargiante e sfavillante posarsi con fiducia sul palmo
della tua mano e chiudere la mano per stritolarla e ucciderla.
E
pensare che un tempo, neanche molto tempo prima, quel pezzo di carne che ora
chiedeva solo di essere scopata e sborrata, era stata una bambina, smagliante e
implume, il sorriso innocente e il corpo verginale ancora integro e intatto.
Incredibile: Un tempo era una bimba, un giorno sarebbe morta, ma adesso era lì,
e mi mostrava il culo e le cosce, tutto quel culo e tutte quelle cosce, e tutta
quella carne. È così che va la vita!
Se
fossi stato donna sarei sicuramente stato una puttana. Ma dato che sono un uomo
bramo costantemente le femmine. E meglio se della specie più infima: le troie,
le puttane, le prostitute vere e proprie, donne dure e velenose che non esigono
nulla e non pretendono niente da te, sicché non ti sei perso niente quando ti
piantano e se ne vanno.
La
portai a casa. In 12 secondi l’avevo baciata, in 35 eravamo nudi e avvinghiati,
in 45 ero dentro. Meraviglioso! Il suo corpo era caldo, la sua bocca era calda,
la sua figa era calda, e anche i suoi occhi, mentre mi abbracciava e mi
sussurrava parole d’indicibile perversione. La ragazzina era davvero in calore.
Il pensiero di quell’atto mi eccitava da pazzi: era come essere un animale
feroce che azzanna un altro animale indifeso per sottometterlo, e infine lo
sottomette: stringo le sue mani nelle mie, le mie labbra alle sue
delicatamente, il cazzo mi viene duro, sento i suoi seni sotto il mio torace
contro di me, ne afferro uno e lo succhio avido, sento i capezzoli divenite
turgidi, la bocca sciogliersi sotto la pressione della mia lingua, come lo
schiudersi di un bocciolo in fiore, e tutto sembra avere un senso, era bello,
mi piaceva, mi piaceva molto, eravamo come due insetti in un giardino che si
vanno incontro lentamente, il maschio mettendo in atto la sua lenta magia, la
femmina aprendosi lentamente. E Ambra si stava aprendo sempre più, mentre la
mia saliva come la rugiada del mattino faceva del suo bocciolo di rosa un fiore
discosto, e bellissimo. Le montai sopra, la montai, glielo ficcai, ma al primo
colpo l’uccello entrò solo per metà: era stretta, strettissima, dovetti
spingere, lei gemette un po’ per il dolore, poi riuscii a infilarglielo tutto,
era una favola, lei gemeva dal dolore e io godevo come un porco, glielo
infilavo tutto, glielo mettevo fino in fondo, glielo affondavo nella vulva fino
alle palle, ed era bellissimo, era come un omicidio, o uno stupro, come scopare
la Vergine Maria, lei era completamente inerme, la mia bocca premeva sulla sua
bocca, i miei occhi dentro i suoi occhi, ed era bellissimo, bellissimo, mentre
sentivo il suo cuore recalcitrante in fondo al mio cervello, e lo sentivo
proprio, lì dentro, dentro al petto, in fondo al petto, lo sentivo in gola, lo
sentivo in testa, lo sentivo in fondo allo stomaco, fin dentro le cellule
cerebrali, dietro le orbite oculari, era come un fulmine che mi piombava
addosso e ripetutamente mi colpiva tra la nuca e l’addome, proprio al centro
del dolore, e mi scioglieva il cervello, e il cervello mi colava dalle orecchie
rivolandomi sul collo fin dentro le scarpe: non riuscivo più a sopportare tanta
bellezza: venni, le venni dentro, rantolando, e lo sperma le inzuppò la figa (e
l’anima), poi sgorgò fuori rigandole le cosce e l’inguine, i piccoli glutei
rotondi e sodi, il corpo ancora acerbo scipato da quella violenza.
Rimanemmo
un po’ distesi, fermi immobili, distesi l’uno sull’altra, esausti e stanchi, la
mia pelle cosparsa del suo odore, la sua bellezza ancora volteggiante nell’aria
come una magnifica presenza, la sua anima dentro la mia anima, il mio cuore
dentro il suo cuore.
Poi mi
alzai, le mollai una banconota e uno schiaffo, e la cacciai via. Avevo bisogno
di rimanere solo e riflettere. Feci una lunga doccia calda, dimenticandomi di
tutto. O quasi.
L’ORIGINE
DEL MONDO.
Accetta
tutto, accetta tutto: accetta di vivere in una cella di tre metri per quattro
con un negro ciccione che vuole stare sopra, accetta di vivere con una puttana
violenta, alcolizzata, drogata e ossessiva per tre anni, accetta di finire in
un tugurio vecchio e squallido mangiando cibo avariato o nulla per giorni come
un cane, come un cane accetta di dormire in una panchina del parco o sotto un
ponte o al fianco di una donna scorbutica e completamente folle con la figa
pelosa e l’ascella cespugliosa che urla di notte e vuole accoltellarti (e
infine ci riesce), accetta la solitudine più sconfortante e la pazzia più
rabbiosa, accetta di diventare pazzo per la solitudine, accetta di essere
povero in canna e costretto a vivere rubando pomodori al mercato, accetta di
vivere nei bassifondi per un po’ fratello dei cani. Accetta tutto, ma non
accettare di lavorare per qualcuno, non accettare quella cosa dalle otto alle
diciassette: qualsiasi cosa ma non questa cosa, tutto ma non questo, anche
stare al fresco è meglio, anche fare il barbone è più nobile, anche morire di
fame in una stanza non ammobiliata. Affoga la paura e gli incubi nel vino,
guida la tua vita lungo una strada di agonia e sfacelo, bevi fino allo
stordimento, e scopa fino all’esasperazione. Soffoca nei fumi dell’alcol e
annega in fiumi di disperazione, fai il pescatore, il marchettaro, lo
spacciatore, il pappone, lo scaricatore di porto, il camallo, il facchino, il
mantenuto, il trafficante d’armi, il guerrigliero, il bandito, il brigante, il
pirata, lo scrittore, lo scemo del villaggio, il venditore di barzellette, il
ladro di oggetti smarriti, ruba nei grandi magazzini per vestirti. Fai tutto ma
non accettare di fare lo schiavo. Tutto ma non lo schiavo.
Mi
giravano in testa questi astrusi pensieri e altri ancora più folli che non
posso rivelare quando ha squillato il telefono. Era Laura. Laura era una
scrittrice di strani racconti pieni di cloni e alieni, sempre cupa e depressa,
frustrata perché a 47 anni non era ancora riuscita a pubblicare un libro.
Abbiamo chiacchierato un po’. Le ho detto di non dare retta ai professori di
letteratura, ai puristi, ai critici, e ai teorici, perchè possono danneggiare
parecchio. Bisogna solo ascoltare se stessi. Ci vuole molto più tempo, ma è
molto meglio. Beh, non è una questione di meglio o peggio: è l’unico modo. Non
si deve mai ascoltare nessuno più di tanto. Oppure ascoltali tutti, e poi
continua a fare di testa tua.
Ci
siamo salutati e sono ritornato alle mie elucubrazioni mentali.
Non so
perchè, ma ogni volta che ho una donna nuova sembra sempre come se fosse la
prima, come se fosse la prima volta, come se non fossi mai stato con alcuna. Ma
mi piace che ci siano sempre donne nuove, che vanno, spargendo la loro magia
nella mia vita, per poi scomparire e lasciare il posto a un’altra donna nuova.
Perchè, vedi, quando rompi con una donna è dura, ma poi incontri una donna
nuova e la magia ricomincia. E io voglio assaporare tutte le donne per
conoscerle a fondo ed entrare dentro di loro. Gli uomini li posso anche
inventare sulla pagina, essendo uno di loro, ma con le donne è diverso: le
donne per me sono praticamente impossibili da interpretare e descrivere se non
le conosco direttamente e di prima mano. Così cerco di conoscerne il maggior
numero possibile per averne una visione d’insieme. Le esploro e da pezzi di
carne si trasformano in persone. Con le proprie passioni, i propri sogni, le
proprie idiosincrasie, le proprie paure, i propri incubi. E mentre le esploro
la scrittura viene accantonata. Scrivere diviene meno importante della storia
in sé. Almeno finchè la storia non finisce. Poi viene la scrittura. Che
possiamo definire il residuo della storia, il suo precipitato. Credo che un
uomo non abbia bisogno di una donna per sentirsi più vero e reale e virile, ma
se ne ha un paio è meglio che non averne. Poi, quando la storia finisce, e si
rimane soli con la propria pazzia, si capisce che cosa significhi davvero la
solitudine e la pazzia: qualcosa di simile a quello che si prova quando arriva
la morte.
Ero
diventato troppo sentimentale riguardo a certe cose: le scarpe di una donna
sotto il letto; una forcina per capelli dimenticata sul comò; il modo in cui
dicono <<vado a fare la pipì!>>; gli elastici per i capelli; il
loro odore; camminare lungo la spiaggia a piedi nudi tutto il giorno e poi
dormire abbracciati stanchi ed esausti; o passeggiare lungo un viale alberato
all’una e mezza del pomeriggio, due persone che camminano insieme senza
aspettative e senza secondi fini; le lunghe notti passate a scopare, a parlare,
a fare l’amore, a litigare; mangiare insieme e sentirsi bene; le risa
improvvise sul nulla e sentire la magia nell’aria; guardarsi e sentire la magia
nell’aria; addormentarsi braccia nelle braccia e sentire la magia nell’aria;
fumare una sigaretta insieme s’una macchina parcheggiata in uno spiazzo e
ripartire; sentirti dire che russi; sentire lei che russa; madri, padri,
fratelli, cani e gatti; il pensiero del suicidio, a volte la morte, la
consapevolezza della vecchiaia, e il sentimento del tempo; cercare di tirare
avanti comunque, e nonostante tutto amarsi, cercare di non farsi troppo male
per crearsi un alibi; dormire insieme, svegliarsi all’improvviso, e scambiarsi
un bacio dolce e sincero nel cuore della notte...
Più
tardi decido di uscire e incontro Federica, metà tunisina e metà marocchina,
razza puttana incrociata con altra razza puttana, insomma una troia al
quadrato. Alta, molto alta, bellissimi occhi neri come i capelli, ricci e
lunghi, tipici da puttanone libico. L’incontrai in un bar, e un quarto d’ora
dopo eravamo a casa mia, sul divano, davanti il caminetto. Aveva una cascata di
capelli neri, lunghissimi e foltissimi, una vera criniera, che arrivava a
lambirle il culo. Grandi occhi. Neri e bellissimi. E una bocca rosso sangue. In
più, dimenava il culo in modo fantastico. Un movimento magico! Sapeva proprio
come muoversi. Il culo le sporgeva all’infuori, e i capezzoli turgidi e duri le
spuntavano dalla camicia trasparente puntando dritti al cielo! Alla caviglia
sinistra una piccola cavigliera d’oro. Era come se la vita avesse dato a certe
(poche) donne un surplus di grazia
sottraendolo a tutte le altre. Ecco: lei aveva quella grazia indescrivibile. E
ogni volta che mi passava davanti e si posava sotto il mio sguardo, sembrava
ogni volta più bella, più selvaggia, più folle. Mi faceva sentire vivo. Stavo
alla grande.
Appena
fummo a casa, allungò una mano e mi spinse sul letto, chinando la testa sul mio
cazzo per prenderlo in bocca. Non era brava in confronto a molte altre.
Cominciò col solito monotono su e giù. Oltre a quello aveva poco da offrire. Ci
diede dentro per un bel pezzo. Poi le spinsi via la testa, e le montai sopra.
Anzi, la montai. Come una vacca. Come una pecora. Come una cagna. Come fanno i
cani. Come fanno gli animali.
Lei
ridacchiò sentendo il mio cazzo contro il suo culo, poi lo impugnò e lo strinse
forte sogghignando, io divenni sempre più arrapato mentre la baciavo, la mia
lingua serpeggiava nella sua bocca muovendosi convulsa come un serpente
epilettico.
<<Voglio
scoparti nel culo. Tutto qua.>>
<<Perchè
mai?>>
<<Perchè
mi piace.>>
<<Ma
farai male?>>
<<Molto.>>
<<Ma
che stai facendo?>>
<<Sto
cercando di mettertelo dentro, in culo, cazzo!>>
<<Ma
mi fai male così...>>
<<Allarga
le chiappe, puttana.>>.
Eseguì
come una scolaretta al primo giorno di scuola.
<<Brava
così, puttana. Sto per incularti, troia..>>
<<Ti
aiuto con le mani.>>
<<Bene.>>
<<Fai
piano... ecco ci siamo... più su... ecco...>>
<<T’inculo,
brutta troia.>>
<<Lurido
figlio di puttana...>>
<<Ti
piace?>>
<<Brutto
bastardo, mi stai inculando.>>
<<Sì,
puttana.>>
<<Mi
stai scopando il culo.>>
<<Ti
sto sfondando.>>
<<Sei
uno sporco bastardo.>>
<<Ti
sto scopando il culo, lurida troia.>>
<<Maiale!>>
<<Zitta
e godi, troia!>>
<<Maledetto
bastardo, piantala.>>
<<Te
lo sto piantando! Te la sto piantando nel culo.>>
<<Sta
iniziando a farmi male. Mi brucia.>>
<<Manca
poco, bambola.>>
<<Vienimi
dentro.>>
<<Lo
senti come cresce?>>
<<Voglio
sentire la tua crema calda dentro di me.>>
<<Datti
da fare allora.>>
<<Farciscimi
il culo con la tua crema calda, ma sbrigati, mi stai spaccando il culo, mi sa
tanto che fra poco sanguinerò.>>
<<Te
lo sto inchiodando: te lo sfondo, te lo apro, te lo squarcio, puttana di
merda.>>
<<Bastardo.
Sborrami in culo. Dai. Sborrami.>>.
Continuammo
così ancora per alcuni minuti, poi le assestai alcuni colpi decisi, e infine
venni. Fu una sborrata primordiale. Poi Federica scese dal divano e andò in
bagno per pulirsi. Io usai il lenzuolo. Poi mi alzai, andai in cucina a farmi
un sorso, fiero di me e decisamente soddisfatto, non perchè sia uno stallone
particolarmente dotato, ma perchè le donne naturalmente desiderano quello che
non posso avere. È la dura legge del desiderio.
Poi ci
addormentammo. Quando, l’indomani, ci risvegliammo, avevo di nuovo il cazzo
duro. La baciai. E mentre baciavo quella bocca rosso sangue, le accarezzavo con
la mano tutti quei foltissimi capelli così neri, e pensavo che solo cose come
queste possono tenere uno scrittore lontano dalla sua macchina da scrivere.
Solo le donne hanno questo potere. E la galera. Si svegliò. Nell’ombra della
camera semibuia, vidi il profilo della sua testa calarsi sul mio ventre. Infilò
la punta del cazzo in bocca e cominciò a mordicchiarla. Poi, di colpo, lo prese
tutto il bocca e cominciò a leccarlo e succhiarlo. Era proprio brava, faceva
scorrere la lingua su e giù mentre teneva il cazzo dentro e succhiava. Il
chiaro di luna le carezzava quella pelle di velluto e tutti quei capelli. Pura
gloria. Pura magia. Con una mano le afferrai i capelli tenendoglieli raccolti
alti sopra la testa, tutta quella massa di capelli, mentre lei continuava con
quel fantastico movimento su-e-giù, e andammo avanti così per un bel pezzo.
Alla fine sentii che stavo per venire, e lo capii anche lei e raddoppiò gli
sforzi. Mi trattenni più a lungo possibile per prolungare il piacere. Poi,
sempre tenendole la testa tra le mani, le esplosi in bocca.
Quella
figa era l’origine del mondo: stupore ed euforia allo stato puro, una vera
opera d’arte, altro che Courbet: era una pura gioia manifesta! Mi avvicinai, le
carezzai la figa, lei provò a rimettersi in posizione eretta, le afferrai la
testa per i capelli e la obbligai a rimanere piagata in due su se stessa, lei
disse che le bruciavano le gambe, io le dissi che le troie devono bruciare all’inferno,
lei disse che le facevano male i glutei, io le dissi che fra non molto le
avrebbero fatto ancora più male, poi mi sbottonai i pantaloni, lo tirai fuori,
era già duro, un asta di ferro, le misi il cazzo nel culo e la stantuffai come
un pistone.
Sono cose
come questa che tengono uno scrittore lontano dal proprio computer e dal proprio lavoro. Almeno, tengono me lontano
dalla scrittura. Altri, frocetti senza emozioni e senza sentimenti, zoccole
represse dalla figa putrescente, schiavetti del sistema senza impulsi e senza
specifiche passioni, non hanno di questi problemi. Freddi calcolatori
automatici di parole vuote e vacui ideologismi. Gente vuota e indifferente.
Gente da “il-mondo-è-perfetto-se-comandiamo-noi”. Gente sempre dalla parte
giusta (del lato sbagliato). Gente morta. Morte nella loro scarpa destra e nel
mio orecchio sinistro. Morte nelle loro vite morte. Morte tutt’intorno. Morte
ovunque.
Deve
esserci qualcosa che non va in me: penso troppo al sesso. M’immagino a letto
con ogni donna che passa. Vorrei amarle tutte, vorrei scoparle tutte, di
qualsiasi razza, età, religione, statura, colore essa sia. Diciamo che, a
letto, pratico (e professo) una forma di internazionalismo o, meglio,
panfemminismo sessuale. Mi piace il loro modo di camminare, il colore dei loro
vestiti e dei loro occhi, il loro modo di camminare, la crudeltà di certi
volti, la bellezza ancora intatta e quasi verginale di altri, totalmente
incantevole e femminile. Ma perchè ho tutta questa gran fame di carne di donna?
Perchè voglio collezionare così tante donne? Forse è colpa della mia infanzia?
Zero amore, zero affetto, zero stima, zero considerazione, solo miseria e
botte. E anche dopo, dai 15 ai 30 anni, ho ricevuto talmente poco, impegnato
com’ero a riparare a tutto il male subito. Diciamo che forse la mia fame
sessuale è solo una voragine affettiva che sto cercando di colmare riportandomi
alla pari. Anche se la sensazione è che per recuperare mi serva un’altra vita.
Almeno. In fondo, vorrei solo essere amato davvero. Come tutti. Cerco solo una
donna da amare e che mi ami. Se mi servono tutte queste donne è solo perchè
nessuna è quella giusta. Ah, merda. Il solo fatto di vivere fino alla morte è
già un duro lavoro. È così spossante.
RAGAZZINA.
Avete
mai provato a baciare una ragazzina di 16 o 17 anni? Sembra di baciare la canna
dell’acqua del giardino, o una bistecca cruda: anche la bocca di una bottiglia
d’acqua sarebbe più calda. Una noia mortale. Le donne migliori da baciare e da
scopare sono le mature, le donne tra i quaranta e i quarantacinque anni che si
attestano subito prima di quella sottile linea rossa che ne decreta il completo
decadimento fisico e mentale. Un attimo prima di quel momento, un passo prima
di quella linea, le donne sono la cosa più sensuale e sessuale che possa
esistere. E lo fanno con calma, prendendosi tutto il tempo, o comunque il tempo
giusto, con la giusta dose lingua e la giusta dose di saliva. Questo sì che è
vero sballo.
Da
questo punto di vista Ilaria le batteva tutte, adolescenti e mature. Era
insuperabile: aveva 21 anni, e pesava quaranta chili. Una donna nel corpo di
una bambina. Cristo. L’avrei squarciata in due. Sarebbe stato come stuprare una
bambina. Forse l’avrei anche uccisa. Andammo a casa per bere qualcosa. Ci
mettemmo sul divano. Bevemmo un po’. Lei molto più di me. Poi, si sollevò, alzò
la gonna e si mise a cavalcioni sulle mie gambe reggendo il bicchiere in mano e
spingendo il viso contro il mio viso. Non indossava mutandine. Stroncò in un
sorso il suo drink, gettò il bicchiere
alle proprie spalle che si frantumò al suolo, mi slacciò i pantaloni, mi prese
l’uccello e se lo spinse nella figa. Cominciò a cavalcarmi. A volte ci
baciavamo. Era assurdo: essere violentato da una bambina! Si muoveva in
cerchio, con grandissima abilità. Mi aveva messo all’angolo, mi aveva in
trappola. Era pura follia. Solo carne, senza amore. E a me questo non piace.
Era come scoparsi un sacchetto della spazzatura. O un secchio d’acqua.
Riempivamo l’aria con il fetido odore stagnante di sesso sfrenato e
perversione. C’era così tanta tristezza che aleggiava nell’aria.
Faceva
tutto lei. Si dimenava come una ossessa. Emetteva piccoli gemiti di piacere.
Strepitava, scalciava, e cavalcava ondeggiando. Mi faceva venire in mente un
pesciolino d’argento vivo. Era minuta e fragile. Era sudata. No: era solo il
calore! Improvvisamente, i gemiti divennero sempre più intensi, frequenti e
ravvicinati. Poi un lungo e violento orgasmo. Una sborrata grandiosa. Lei
sollevò il bacino ma continuò a massaggiarlo con le chiappe per tutto il tempo
dell’eiaculazione, finchè le pulsazioni non diminuirono e il fiotto non si
placò del tutto. Ma ce lo avevo ancora duro. Lo notò con sorpresa e meraviglia,
si abbassò e guardandomi negli occhi cominciò a leccarmi la sborra dalla cappella.
Era proprio una troietta. Una troietta con i fiocchi!
Cara
bambina mia! Ma come fa il tuo corpicino a fare tutte queste cose? Sei porno
allo stato puro. Anzi, sei molto meglio. Di gran lunga migliore. La pornografia
è generalmente molto noiosa. Voglio dire: tutta quella carne che va in giro
senza direzione è noisa. Ed ecco ora un uccello, ora un figa, ora un culo, e
poi un altro cazzo, e un buco di culo, e poi un pompino, magari un cunnilingio,
e poi lo metti dentro e scopi in tutte le posizioni, e scopi il culo e scopi la
figa e scopi la bocca, la scopi in culo, la scopi contro il muro, sul tavolo,
sulla lavatrice, sul soffitto, tenendola per i capelli, poi lo tiri fuori e le
sborri in faccia: che fatica! Tutto questo non è niente di eccitante. Stessa
cosa per i racconti e la letteratura pornografica: è tutto molto noioso, e
procede sempre su questi toni <<L’uomo tirò fuori il suo grosso uccello
pulsante. Era lungo venti centimetri e grosso. Lei si morse le labbra. Aveva
già l’acquolina in bocca dalla voglia di averlo dentro fino in
fondo...>>. È di una noia mortale. Quello che mi eccita è una donna
completamente vestita e un uomo che le strappa i vestiti di dosso, o una
ragazza distesa s’un letto che ti comunica il suo desiderio solo con lo
sguardo. I pornografi non hanno immaginazione. D’altronde, se avessero
immaginazione sarebbero artisti e non pornografi.
Il
confine è sempre una questione di convenienza. O forse di sopravvivenza.
GOLA
PROFONDISSIMA.
Bagno
termico, bagno termale, bagno penale, bagno infernale, bagno di brace e
carbone, bagno termale carbonico, bagno termale ossigenato, bagno diacritico di
carbonchio, bagno termale con fanghi, bagno di fango con bagno termale.
Mentre
mi ridestavo, e la prima luce del mattino mi stuzzicava carezzandomi le gambe e
la punta dei piedi scoperti, mi resi conto che in dormiveglia continuavo a
ripetere quelle parole.
Bagno
termico, bagno termale, bagno penale, bagno infernale, bagno di brace e
carbone, bagno termale carbonico, bagno termale ossigenato, bagno diacritico di
carbonchio, bagno termale con fanghi, bagno di fango con bagno termale.
Parole
di cui non capivo il senso né l’origine, ma che continuavano a fluttuarmi nella
testa uscendo dalla bocca tra i sussurri e i bisbigli dell’ultimo sonno. Quando
mi svegliai del tutto non ricordavo il sogno ma solo quelle parole, come un eco
che sale da lontano, dal profondo del dentro.
Bagno
termico, bagno termale, bagno penale, bagno infernale, bagno di brace e
carbone, bagno termale carbonico, bagno termale ossigenato, bagno diacritico di
carbonchio, bagno termale con fanghi, bagno di fango con bagno termale.
Era
piuttosto presto, forse le nove e mezza, ma come al solito mi sentivo inquieto
e irrequieto. Giù di corda e di morale. Giù di tutto. Ed ero incazzato come
sempre con la vita, con il mondo, con l’amore, e con tutto il resto. E in più
quel maledetto incubo non mi aveva lasciato dormire bene anche se non ricordo
che cazzo di sogno fosse. Così mi tirai su, andai in bagno, pisciai nel
lavandino, preparai la caffettiera, la misi sul fuoco, nell’attesa tornai in
bagno, cagai nel cesso, mi tirai su i pantaloni, e mi guardai allo specchio:
barba di quattro giorni e faccia di quattro secoli, ma niente di grave. Decisi
di vestirmi, poi andai in cucina, mi versai un bicchiere di acqua, mi sedetti
al tavolo e guardai fuori: un’estate torrida, appiccicosa e indolente, quasi
tropicale, imperversava fuori dalle tapparelle mitragliando fasci di luce
accecante, e io mi sentivo solo e depresso, forse mi avrebbe aiutato svuotarmi
le palle, così chiamai Cecilia e la invitai a pranzo.
Cecilia
arrivò verso le 13,30, invasata e schizzata come sempre, tirata come una molla,
i capelli arruffati e gli occhi strabuzzati all’indietro, sembrava che le
ruotassero a trecentosessanta gradi come se stesse cercando di guardarsi nel
cervello per vedere quello che non funzionava, ma aveva un corpo provocante da
morire, o perlomeno il culo lo era certamente, e tacchi altissimi e rossi che
lo sospingevano fino al cielo. Quella donna aveva più fianchi, più culo, più
gambe di chiunque altra donna avessi mai visto. Era cubana. E con quegli
altissimi tacchi rossi a stiletto sembrava la più grande baldracca di tutti i
tempi. E mi sovvenne quello che diceva un vecchio amico: noi ci becchiamo le
ragazze solo quando hanno smesso di essere ragazze, quando non sono più
ragazze ma tardone avvizzite, mentre le vere ragazze, quelle giovani e
belle, non vengono con noi ma vanno a caccia di avvocati e impiegati di banca,
di atleti muscolati e uomini d’affari, di medici e imprenditori con il
portafoglio pieno e il cervello vuoto, e a noi toccano quelle usate, le deformi
sifilitiche e drogate, le mezze matte (o completamente matte).
L’accolsi
sull’uscio, ci sfiorammo con un bacio e subito mi si rizzò il cazzo. La feci
accomodare, le offrii da bere, ma non riuscivo a concentrarmi su altro che su
quelle chiappone d’oro e su quelle tettone enormi, così senza tante cerimonie
lo tirai fuori dalla patta, era paonazzo e duro e pulsava minacciando una erezione
gloriosa, glielo misi in mano, lei lo strizzò forte e poi, senza perdere tempo,
s’inginocchiò e iniziò a succhiare. Sentivo che lavorava, la sua testa faceva
su e giù e ballonzolava come un pendolo impazzito, la camera era tutta un
rumore di risucchio, la sua bocca pompava e pompava, se l’avessi lasciata fare
avrebbe finito per succhiarmi anche l’anima, così la bloccai, o almeno ci
provai, ma lei non ne voleva sapere, lei voleva succhiare, le donne vogliono
solo succhiare, e allora la lasciai
fare, in fondo non era male, e le misi una mano sulla testa forzando un po’ l’andatura
ma a lei non sembrava dispiacere poichè adeguava subito i suoi movimenti alla
pressione esercitata dalla mia mano sulla sua testa finchè il ritmo non divenne
intimamente selvaggio e selvaggiamente impazzito, stavo mettendo a dura prova la sua trachea ma
lei andava avanti imperturbabile e imperterrita a succhiare e pompare come se
non potesse smettere, e spompinava da dio
(sempre ammesso che gli dei spompinino) e non si fermò finchè non stava
per soffocare, allora le tirai su la testa e la sua faccia era diventata viola
paonazza, sembrava quasi sul punto di svenire per la mancanza di ossigeno, ma
nonostante i conati di vomito mi chiese di continuare e scoparle la bocca fino
a farla vomitare, e guardarla lavorare era come venire in contatto con una qualche prepotente follia venuta allo
scoperto.
Dopo il
brutale trattamento da tortura medievale riservato alla sua gola, passai al
resto. La presi per i capelli, la portai in camera, la spinsi sul letto, le
feci sollevare il culo per sfilarle il vestito, era già bagnata, lo sentivo
dall’odore, da che ne avevo ricordo, Cecilia era sempre bagnata, sempre pronta.
Pura gioia, totale e sconvolgente. Una puttana con i cazzi e i controcazzi come
si suol dire. Davvero da perderci la testa! Poi lei sollevò le gambe tenendole
sospese in aria, e io glielo tuffai nella figa. Era nuda, ma tenne gli
altissimi tacchi a stiletto da troia, che si agitavano in aria sporgendo come
pugnali. Quella puttana, con le sue scarpe rosse, si meritava proprio la
punizione che stavo per servirle: cercai di smembrarla, la spaccai in due. Era
come uccidere. Era mia. Non poteva sfuggirmi. Quando finimmo sanguinava dal
culo. E piangeva. Si alzò per recarsi in bagno, quasi non riusciva a camminare
per il dolore, barcollava tentennando per la stanza. Mi sollevai, cercai il
pacco di sigarette, lo trovai, ne accesi una, inspirai, espirai. Avevo una gran
voglia di spegnergliene una sul culo. Ma non lo feci. Mi trattenni. Iniziai a
pensare a che razza di merda ero. A che razza di merda sono. Ma che razza di
merda sono!? Non m’interessa di niente se non del mio egoistico piacere da due
soldi. Sono come un ragazzo viziato del liceo. Peggio di una puttana: una
puttana si prende solo i soldi e niente di altro: io manipolo vite e anime come
fossero miei giocattoli. Come posso considerarmi uomo? Come oso scrivere poesie
e parlare d’amore pontificando sulla vita e la morte? Di che cosa sono fatto?
Un De Sade di bassa lega, senza il suo intelletto. Un assassino è più sincero e
onesto di me. O uno stupratore. Ma è solo che non volevo che prendano in giro
la mia anima, pisciandoci sopra, deridendola, canzonandola, esponendola al
ludibrio, e per questo sono diventato un cinico sfruttatore di sentimenti
altrui, un ladro di sogni smarriti, un poco di buono. Lo sento, anche adesso,
mentre pesto sui tasti per scrivere queste parole. Un poco di buono: ecco che
cosa sono. E la cosa peggiore è che fingo di essere esattamente il contrario,
mentre entro nelle vite altrui facendo leva sulla loro stima e fiducia e
intanto le derubo di tutto quello che hanno di bello e di valore. Gioco sporco
percorrendo la via più facile. Sono proprio un pezzo di merda. Un lurido
schifoso insignificante pezzo di merda. Ma sapete che vi dico? Fanculo.
Fanculo! Il senso di colpa è una sorta di malattia. In fondo, sono gli uomini
senza senso di colpa quelli che hanno più successo nella vita. Gli uomini
capaci di mentire, tradire, intrallazzare. Gli uomini disposti a percorrere
qualsiasi scorciatoia pur di arrivare prima degli altri. I mentitori di
professione. E io appartengo di diritto a questa risma. Forse è solo che, come
ognuno, anche io mi sento e m’immagino speciale e privilegiato, dalla fortuna e
dagli dei. Credo di essere un vero dritto solo perchè sono sempre riuscito a
farla franca. E così penso di potermi permettere di pisciare in testa a tutti
proprio come altri pensavano di poter pisciare addosso a me quando ero io a non
potermi difendere. E alla fine siamo tutti dei cazzoni viziati e cretini.
PACE
INTERIORE.
Quel
giorno non avevo nulla da fare. Beh, come sempre, del resto, ormai da molti
anni. Proprio niente da fare. Niente di urgente, almeno. A lungo termine ci
sono sempre le aspettative, le speranze, il futuro. Le cose andranno meglio, la
vita cambierà, Dio ci aiuterà. Ma è sempre tutto a lungo termine. Nel presente
mai niente. A volte camminavo, andando a zonzo senza meta, bighellonando senza
niente da fare, ciondolando un po’ di qua e un po’ di là come un mezzo matto o
un disperato. Camminavo e a volte pensavo. A volte non pensavo. La cosa
migliore è non pensare, ma è praticamente impossibile. Bisogna allenarsi molto.
Io pensavo molto invece. E più pensavo più impazzivo. Cambiavo umore venti volte
al giorno, passando dal pianto più sconsolato alla collera più odiosa. Da
buonannulla e smidollato a superuomo che
risolve tutto in quattr’e quattr’otto. Pieno di contraddizioni e senza spina
dorsale. Bisognoso d’affetto e totalmente dipendente dagli affetti, codardo e
vigliacco. Ormai credevo che non avrei potuto far altro che abituarmi a
convivere con quegli attacchi intermittenti di malinconia e tristezza. Era come
avere una vecchia ferita che con l’umidità fa male. Ma non andava bene lo
stesso. La vita può essere una festa o un funerale: sei tu che decidi. Per me l’angoscia
è una merda. E io vi lotto costantemente contro. Ho passato la vita così: a
combattere contro gli assalti dell’angoscia e della malinconia. Ma è una
partita persa in partenza. Sono condannato alla sofferenza. La vita è
sofferenza. E un dolore l’amore.
Non
avendo altro da fare, mi ero messo in testa che quel giorno avrei riscritto
quel mio racconto che comincia con <<Jamila è una puttana.>>. Alla
Blitos non avevano voluto pubblicarlo perché era troppo crudo:
<<Particolarmente sgradevole risulta l’eccesso di dettagli, in misura del
fatto che risultano espressione di linguaggio violento e cruento.>>. Così
recitava la scheda di valutazione, e io non capivo: il “don Chisciotte” è una collezione di parole e situazioni del
genere. (Ma, forse, il “don Chisciotte”
non è un buon esempio, dato che il suo autore è morto in miseria.). Proprio
così: troppo crudo. Ma se non lo sanno neanche, quelli, che vuol dire “crudo”!
Ad ogni modo, avevo deciso che lo avrei riscritto, perchè non era ancora buono.
Ma la puttana sarebbe rimasta. Dura e cruda dov’era. Era una puttana
inamovibile. Fiera e orgogliosa di esserlo!
Non
capiscono che la cosa migliore è la realtà. Dura. Presa così com’è. La afferri
con tutte le due mani e, se ne hai la forza la sollevi e la rintuzzi nella
pagina bianca. È facile. Nessun ritocco. A volte la realtà è così dura che la
gente non ti crede. Leggevano il racconto e mi dicevano: <<No, Manuel
Omar, qui c’è qualcosa che puzza: hai lavorato troppo di fantasia.>>. E
invece no: non avevo inventato niente: avevo semplicemente avuto la forza si
scoperchiare il vaso e lasciar fluire tutto il male nella pagina. Semmai,
volevo riscriverlo perchè sapevo che non avevo detto tutta la verità, sorvolando
su molti dettagli ancora più crudi. E questo si chiama “barare”. Quindi dovevo
riscrivere il racconto. Sarebbe stato ancora più crudo. Molto più crudo. Senza
una sola bugia o omissione (che è un altro modo di mentire).
È
questo il mio mestiere: razzolare nella merda. Anche se so che non piace a
nessuno. Per questo nessuno mi sorride e tutti si voltano dall’altra parte
quando m’incontrano per strada. Perchè io razzolo nella merda. E non perché
spero di trovare qualcosa. Di solito nella merda non si trova nulla. Nella
merda c’è solo la merda. Non posso quindi dimostrare di essere una persona
pragmatica e utile alla società. Faccio come i bambini, che cagano e poi
giocano con la cacca, l’annusano, se la mangiano e si divertono, fino a quando
arriva la mamma che li tira fuori dalla cacca, li lava, li profuma, e spiega
loro che certe cose non si fanno. Tutto qui. A me non interessa il bello e il
decorativo, il delicato e il delizioso. È per questo che ho sempre dubitato
dell’arte troppo buona e ottimistica, o semplicemente bella e ottimistica. In
quelle opere c’è troppa pace interiore perché possano dirsi buone. L’arte è
utile solo se è irriverente, tormentata, carica di rabbia e angoscia e
disperazione. Solo un’arte autenticamente risentita, sinceramente indecente,
violenta, volgare può mostrarci l’altra faccia della realtà, quella che non
vediamo mai o che, per evitare fastidi alla nostra coscienza, preferiamo non
vedere.
Insomma,
avete capito: quel giorno mi stavo annoiando terribilmente. A volte capita: ti
annoi e non hai voglia di fare un cazzo. E più non hai niente da fare più ti
annoi. Ed ecco che, provvidenziale, non so da dove, è sbucata quella ragazzina
mulatta. Ci conoscevamo perché abitavamo nello stesso quartiere. Io non la
salutavo, ma lei era sfacciata e cercava sempre di attaccare bottone. Mi è
venuta incontro sorridendo.
Vedi,
io sono sempre stato un leale mascalzone, una leale canaglia. Verso amici,
nemici e donne ho sempre avuto un senso di onesta lealtà e mi piacerebbe che l’avessero
tutti perchè renderebbe tutto più semplice. Non mi piace essere il primo a
mentire perchè si ottiene un vantaggio basato solo sullo svantaggio dell’altro
che l’altro non sa di avere dunque è giocare sporco, un vecchio trucco
bastardo. D’altro canto mi piace la gente cattiva, ma il genere di gente
cattiva che mi piace è quella che non tradisce una persona ma quella che riesce
a fottere la massa lo stato o la vita o l’intera umanità. Poichè c’è una bella
differenza tra una persona che fotte un’altra persona e una persona che fotte
il mondo tramite un concetto originale: di lui parleranno i libri di storia e
il suo nome sarà scritto sul libro mastro degli dei. Così se fotti la massa o
lo stato o la vita o l’umanità allora hai vinto e sei stato grandioso, ma se lo
fai con un’altra persona che magari ti ama o si fida di te ed è stata leale e
onesta e sincera con te, beh, allora sei una merda poichè serve fegato e palle
e cuore e coraggio e originalità per fare la prima ma solo cattiveria e egoismo
e vigliaccheria per fare la seconda. Nessuna circostanza giustifica una bugia.
Un’altra
cosa sono le tentazioni. A cui nessuno è sordo. Ma che dobbiamo accettare o
rifiutare con coraggio. Io non sono mai riuscito a rifiutarle. Posso resistere
a tutto, tranne che alle tentazioni. Perché, vedi, se una ragazza dolce e
gentile ti bacia, beh, tu quel bacio lo ricambi, perché non sai a quali
orizzonti possa condurti e vuoi scoprire quali mondi possa dischiudermi... Ma
poi ho anche il coraggio di confessarlo alla mia donna. In fondo sono un bravo
ragazzo: s’esistessero più bravi ragazzi come me, il mondo sarebbe senza dubbio
un posto migliore.
Così
andò anche quella volta. Come, potete immaginarlo: lei ebbe il culo rotto da un
solo colpo di remi che le fece sgorgare a fiotti le lacrime dagli occhi, e io
ebbi il piacere di un giovane culo adolescente appena sverginato.
Poi lei
se ne andò e io rimasi solo. È insopportabile rimanere solo. La solitudine. Ma
finisce sempre così. Prima vuoi che si tolgano dai coglioni, poi diventi triste
quando se ne vanno e tu rimani solo. Mi ricordo di un film di Woody Allen,
credo fosse “Annie”, in cui la
donna rimproverava all’uomo <<Ma tu
non sei più com’eri all’inizio: eri così fascinoso...>> e lui
rispondeva <<Sai, volevo solo accoppiarmi, ho sprecato tutte le mie
energie in questa cosa. Non posso continuare a comportarmi così, diventerei
pazzo!>>. In genere, Allen è davvero bravo in queste cose, e descrive
benissimo quello che avviene nelle relazioni, i meccanismi del rapporto
uomo-donna. È questo è proprio quello che fanno le persone: all’inizio si
mostrano intelligenti e pieni di spirito e d’animo, così pieni di vita, ma poi
s’insinua la realtà e ti accorgi che le persone non sono fatte per stare
insieme, ma metà per vivere insieme e l’altra metà per vivere sola; e che i
rapporti non sono fatti per funzionare ma per finire; e che la bellezza che
notavi all’inizio e il trasporto del primo incanto erano solo un trucco, uno
sporco trucco per entrare nel loro cuore, nel loro letto e nelle loro mutande;
e che in fondo non te ne frega un cazzo di loro, e a loro non frega un cazzo di
te; e che l’amore è ridicolo perchè non dura abbastanza, e il sesso è ridicolo
perchè non dura abbastanza, e la tristezza lo sconforto e la delusione viene da
quello che sta in mezzo tra il sesso e l’amore e tra una scopata e l’altro,
quel senso di vuoto per non riuscire a penetrare l’altro e per non poter mai
scoprire i suoi veri pensieri che soli forse ti farebbero davvero affezionare,
e così ti accorgi che è tutto ridicolo al mondo, tutto, tutto, compreso quello
che solo sembrava non esserlo, quello che sta nel mezzo, l’attesa, il tempo tra
il sogno e la realtà, tra sesso il e l’attesa dell’amore. E a te non rimane che
cercare disperatamente di affrontare i resti e gli scarti, gli avanzi che
rimangono, con compassione, senza diventare amaro, con quel poco che ti è
rimasto dentro per non tagliarti la gola o spararti alla tempia. Tutto
terribile, tutto perverso, tutto banale. Ma ti ci aggrappi lo stesso per non
tagliarti la gola, per tirare avanti quando tutto sembra stupido e vuoto. E ti
sembra che non valga la pena continuare con questa orribile grottesca farsa, e
ti aggrappi a una donna per non rimanere solo, al buio, in una notte fredda e
buia. Ora, questo che sto dicendo potrebbe portare molti a ritenere che io sia
un cinico ma non è così: tutta la mia vita e la mia poesia sono state un inno d’amore.
È che non è facile trovare una donna da amare. È questa la tragedia: abbiamo un
disperato bisogno d’amore, ma molto raramente troviamo qualcuno disposto ad
amare.
MUNA.
A quell’epoca
stavo con Muna e abitavo in un appartamento in Borgo Dora di soli 16 m
quadrati, così piccolo che sembrava un loculo per defunti. Più che un
monolocale era un monoloculo! Ma aveva anche i suoi lati positivi. Per esempio
non dovevo alzarmi dal letto per andare a pisciare: se prendevo bene la mira
potevo anche centrare il buco stando comodamente sdraiato a letto. Inoltre
potevo fare il giro della casa con la mia donna anche tre volte al giorno
scopandola in ogni angolo e sentirmi il re del sesso! Con Muna ci amavano
molto. E anche a letto le cose andavamo molto bene: lei era remissiva e si
faceva fare di tutto, anche contro la propria volontà. E anche fuori non
andavano male: nonostante i miei mille tradimenti lei continuava ad alzarsi
prima di me al mattino per prepararmi la colazione. Adorabile. Una negra con i
fiocchi.
Ma un
giorno incontrai Lovet, una bella nigeriana, formosa, provocante e troia.
Drogata e alcolizzata, voleva solo cazzo, alcole, e canapa. In questo preciso
ordine. L’avevo conosciuta alle corse clandestine. Mi ricordo che un giorno,
durante una delle nostre orge sempre più folli, perverse e sfrenate, aveva
cercato di mettermi un dito nel culo. Allora io le avevo mollato un ceffone e
le avevo detto: <<Non provarci mai più, negra di merda.>>. Ma la
tensione sessuale che correva tra i rispettivi campi elettro-magnetici era
troppo forte e mi ero fatto infilare il dito nel culo. Alla fine, dopo sei ore
di sesso duro, mi bruciava tutto: testa, culo, gola, cazzo, stomaco. A lei no.
Era un gran pezzo di negra, soda e muscolosa, e avrebbe potuto andare avanti
per tre giorni. Instancabile negra. Meravigliosa. Un prodigio della natura.
Poi fu
la volta di Cecilia, una mulatta sui quaranta, folle allo stato puro, senza
contaminazioni, stava seduta sul muretto del lungofiume, le gambe accavallate,
tacchi altissimi, intenta a dondolare avanti e indietro le gambe quando le
passai davanti. La conoscevo di vista, ma non avevamo mai parlato. Fino a
quella volta. Mi fermai a fissarla. Lei mi notò e mi rivolse un’occhiata
maliziosa. Così mi avvicinai. Fui colpito dai suoi grandi occhi bovini: aveva
occhi grandissimi ma vuoti, e troppo aperti, come gli occhi dei morti, un
nastro viola che le raccoglieva i capelli. Insomma, si percepiva lontano un
miglio che non era normale. Ma questo per me è normale. Mi disse ch’era stata
espulsa dal dormitorio per via di una rissa con un’altra donna per una
incomprensibile storia in cui c’entravano in qualche maniera la gelosia e una
bottiglia di vino. La invitai a casa mia. Aveva un culo enorme e sodo come solo
le negre. E io avevo il cazzo già duro. Continuammo a parlare per una decina di
minuti seduti sul divano. Poi la scopai randellandola a dovere, con tutte le
perversioni della mia mente. Lei era completamente fuori di testa. Forse si era
fatta di anfetamine. O merda del genere. Non che io sia contro le droghe. Non
sono certo quello che può definirsi un bacchettone. In genere, penso che tutto
dovrebbe essere accessibile a tutti. E mi riferisco a droghe leggere e pesanti
come lsd, cocaina, eroina, oppio,
morfina, e qualsiasi cosa che la polizia morale chiama droga. Nulla di ciò che
esiste dovrebbe essere vietato a un uomo da un altro uomo: se voglio ammazzarmi
sono solo cazzi miei e se dopo essermi drogato sparo e ammazzo qualcuno la
colpa è solo della società che mette i miei nervi e la mia mente a dura prova.
In questo caso credo che la legge abbia torto e sbagli. Ciò che è legale non è
detto che sia giusto, e d’altronde oggigiorno la gente muore più per il
tabacco, l’alcole e gli incidenti in auto che per la droga. Ma a nessuno è mai
passato per la testa di proporre l’abolizione delle macchine incentivando l’uso
dei treni. Nonostante la vecchia favola che ci raccontano, sappiamo che sono
uomini di potere in posizioni di vantaggio a stabilire che cosa sia legale e
che cosa illegale, e solo per puro tornaconto della propria parte e poi le cose
non sono così semplici e manichee, sappiamo che esistono cose che fanno bene e
altre che fanno male: lanciarsi dal terzo piano di un palazzo fa male, spararsi
in testa è letale, scopare senza preservativo è deleterio, ingerire chiodi non
fa bene, anche se non si muore, ma anche assumere troppi farmaci fa male, anche
partecipare a una rissa fa male ma a volte non prenderne parte è male come per
difendere una persona da una violenza, per esempio una donna da uno stupro,
anche se è più facile che chi interviene in casi del genere si ritrovi con la
testa rotta di chi gira lo sguardo e passa avanti. Ma nel computo teniamo in
conto solo la salute fisica e non c’interessiamo a quella psicologica. Voglio
dire che l’abuso, o anche solo l’uso, di droghe o di alcole o di tabacco è
chiaramente nocivo per la salute ma in certe situazioni queste sostanze sono le
uniche a darci un po’ di temporaneo e momentaneo e passeggero sollievo
psicologico sicchè per certi versi fanno bene e per altri no, sono utili e
dannose allo stesso tempo.
Personalmente
ho provato l’lsd e altri acidi e
devo dire che l’ho trovato molto illuminante ma non mi è piaciuto come si
manifestava a sprazzi dopo la fine del trip
principale. Per esempio stavo al supermercato e seguivo con gli occhi il culo
afro-paradisiaco di una negra quando di colpo il culo si è sdoppiato e sono
diventati due culi e non sapevo più quale fosse quello vero e quale dovessi
pertanto seguire. Ma è la droga preferita dalla massa di cazzo-artistoidi
radical-chic che infesta le strade e
questo non mi piace. Oggi se gente con il cervello come merda gelatinosa si
aggrappa all’lsd come al
crocifisso allora è una cosa che non va bene per me, me lo fanno detestare.
Magari quando cambieranno droga inizierò a farne uso ma per ora no. Ho provato
anche il crack: merda pura, merda allo stato puro che ti brucia il
cervello e ti buca l’anima e ti crivella il cuore. Preferisco un buon trip
di funghi poichè si rimane nella realtà solo che la realtà diventa molto
sciocca o molto tragica ma comunque divertente e ridicola. Fumo ed erba mi buttano giù, mi sale la paranoia e mi
vengono cattivi pensieri ossessivi e compulsivi. Più di tutto preferisco il santo vino benedetto perchè ti
permette di morire e poi rinascere ogni volta. E senza strascichi: puoi rifarlo
tutte le volte che vuoi, la testa ti si sgombra davvero, e i pensieri si
alleggeriscono, diventi un temerario senza paure e senza coraggio, un eroe
capace di volare tra tempo e spazio compiendo gesta folli e imprese impossibili
e insensate. Il vino è un dio piacevole e lento: si prende tutto il tempo e ti
porta via da tutto ma con calma; le droghe invece sono veloci: ti costringono a
rinunciare a tutto in fretta e non ti danno nemmeno il tempo di accorgertene
che è già tutto finito. Ma la migliore droga rimane sempre il sesso: se il
sesso fosse considerato una droga allora io sono un figa-dipendente, un
ninfomane. Ho sempre messo da parte il mio computer
per portarmi a letto una donna. Ma quando non hai una figa da scopare allora il
vino rimane la migliore alternativa al sesso e un’alternativa valida alla
pazzia. Una vita parallela in do diesis.
Ad ogni
modo, non sono affatto un seguace delle droghe. Mi annoia un po’ la mancanza di
contatto con la realtà ma capisco che chi abbia toccato il fondo e si senta
malissimo possa ricercare nella droga qualche ora di luce scintillante di pace
e di sogno. Capisci, magari uno vive una vita di merda ed è condannato come un
porco al macello a un destino disgraziato e ineluttabile. Bene, è comprensibile
che questo uomo voglia fuggire, anche da se stesso, solo che non sa come altro
fare e allora prende la via allucinogena. Quindi il problema non è la droga ma
la mediocrità dei più, e l’insensatezza della società, che non aiuta e non
fornisce altre valide soluzioni alternative, opzioni di uscite, o vie di fuga
che dir si voglia. Ma cazzo, vorrei dirgli, non droghiamoci, inventiamoci
qualcosa da fare.
IDIOSINCRASIE.
Ma ci
sono molte altre cose che odio e non sopporto. Tra le cose che odio
massimamente vi è senza dubbio la religione. Mi è sempre parso disonesto far credere
che vi sia gente dotata di vincoli con spiriti di altra indole o in possesso di
qualche rivelazione (gli “iniziati”) che gli altri non posseggono al cui volere
questi ultimi (i “non-iniziati”) devono sottomettersi per ottenere un posto in
paradiso. I mediatori tra l’assoluto e l’umano a me non piacciono or poiché
ritengo che gli spiriti sono reciprocamente incommensurabili, or poiché dare
una soluzione definitiva una volta per tutte ai problemi interiori che
assillano l’uomo è come se un giorno aspirassimo a mangiare così tanto per
saziarci definitivamente e non avvertire mai più lo stimolo e la necessità di
mangiare o bere finchè la sete non scompaia per sempre, or poichè credo che
solo l’arte o la cultura o il pensiero possano procurare le compensazioni
cercate ma non con l’obbiettivo di saziarci completamente ma di crearci una
vita in cui sviluppare progressivamente quell’inquietudine perenne e perpetua
ricerca che è di per se un bene ma che le religioni pretenderebbero di saziare
subito. Come diceva Johann Wolfgang Goethe, <<L’uomo che ha arte e
cultura ha già una religione, l’uomo che non ha né arte né cultura abbia la
religione.>>. La religione come compensazione del vuoto appare dunque,
nella formulazione del grande scrittore, quale perfetto contraltare per quella
gente che, priva di interessi e spazi
di coscienza superiori a cui
attingere per raggiungere un certo punto di
maturità e una saggezza vitali maggiori di quelli precedenti, non avendo arte e cultura si crea quei fanatismi e integralismi e
fondamentalismi sostitutorî che sfociano nella religione o nell’affascinamento e nell’idolatria (per i giocatori di calcio, e gli idoli della televisione e del
web). Inoltre, istituire un principio
superiore a cui tutti debbano
sottomettersi e aderire e adeguarsi mi pare mutilare le coscienze della loro
possibilità di espressione e di ricerca. Non so tu, ma personalmente non amo le
deontologie morali ed etiche negative basate sulla proibizione la punizione e
il castigo come non fare questo non fare quest’altro ma fai desso e fai codesto.
Credo che la deontologia debba sempre essere una deontologia positiva e
propositiva e mi pare che le religioni, quando siano disciplinarie e punitive e
vendicative, divengano piuttosto crudeli e inquisitorie e questo mi sembra
quanto di più lontano ed estraneo possa esserci dalla morale. L’obbedienza per
paura del castigo è immorale e perversa, e l’obbedire per paura di essere
condannato dagli dei o dal prossimo o dallo Stato o dalla maestrina pertiene a
un campo che non è quello della morale ma quello del carcere e dell’inferno e
della censura. Ce lo spiega lo stesso Immanuel Kant che l’etica e la morale
prende in considerazione invece il punto in cui il soggetto o individuo si
trova rispetto al proprio ideale di desiderio ed eccellenza, il rapporto tra il
soggetto e i suoi stessi desideri. E l’uomo moralmente coerente sa che deve
difendere la soggettività e la realtà degli altri in quanto soggetti senza
obbligo e senza sanzione mentre facciamo del male agli altri solo quando siamo
incapaci di immaginarli. La morale non può avere alcuna forza coercitiva e
coattiva o non è morale ma politica o religione, non può essere strumento di
controllo appartiene al regno della libertà e dell’entusiasmo e della passione
non della proibizione, il solo che possa giudicarsi nel momento di decidere
sulla propria libertà è esclusivamente il soggetto agente.
Io non
escludo di poter arrivare con il mio corpo su Marte un giorno. E benchè sarebbe
un meccanismo complicato, poichè il corpo dovrebbe prima disintegrarsi e poi reintegrarsi
a distanza per poter viaggiare a una velocità superiore alla luce ed essere
trasportato su Marte prima che l’invecchiamento lo conduca alla morte, comunque
tale meccanismo, per quanto complicatissimo, sarebbe comunque un processo
fisico. Ma escludo categoricamente che un corpo fisico possa compiere processi
non fisici. Questo proprio non lo accetto per la semplice ragione che non posso
razionalmente e logicamente ammettere eccezioni al principio razionale che ci
spiega come nell’universo le stesse leggi e gli stessi principi agiscano sempre
e dovunque. Se tu domani venissi e mi dicessi <<In casa mia c’è un angolo
dove le cose non obbediscono alla forza di gravità e invece di cadere
galleggiano.>> e me lo mostrassi pure e io lo vedessi comunque ti direi
<<Beh, è logico che galleggino per le stesse ragioni fisiche per cui le
altre cadono.>> dato che esistono effettivamente cose ritenute un tempo
impossibili che in seguito si sono avverate ma ciò è sempre accaduto grazie
agli stessi principi che agivano sulle altre. Tutto qui. Il fulcro della
questione sta dunque non nella possibilità di leggi opposte alle naturali ma
semplicemente nel fatto che noi non conosciamo tutto e tutte le nostre
conoscenze sono sempre proporzionate alla lunghezza della nostra vista e
determinata dalla portata del corso del nostro pensiero come vuole la teoria
del verum factum di Giambattista Vico
secondo la quale verità è solo ciò che sappiamo fare. E, anche solo così, la
realtà abituale è già sufficientemente arredata di talmente tante cose
sorprendenti che stare a interrogarmi sulla possibile esistenza di Dio o di un
dio mi pare proprio da idiota. No, proprio no: non m’interrogo sull’esistenza
di una realtà che non so: se non la conosco, non la conosco, punto e basta. La
mia immaginazione non è costituita da un materiale tanto elastico. Credo che se
cercassi di tenderla fino al mondo dei fatti preternaturali o sovrannaturali,
fallirebbe miseramente e mostrerebbe uno sgradevole strappo. Ma io non potrei
mai fare un tentativo simile, poichè l’intero mio essere, intellettuale e
morale, è penetrato dall’invincibile convinzione che tutto quanto cade sotto il
dominio dei nostri sensi deve appartenere alla natura, e, per quanto
eccezionale, non può, nella propria essenza, essere diverso da ogni altro
effetto del mondo visibile e tangibile di cui siamo parte senziente. Il mondo
dei vivi, qual è, non è certo privo di meraviglie e misteri, e tali meraviglie
e misteri influenzano le nostre emozioni e la nostra intelligenza in modi così
inspiegabili da giustificare quasi il concetto della vita come di una
condizione incantata. No, sono troppo saldo nella mia consapevolezza del
meraviglioso per essere sedotto dal preternaturale, che (prendetelo come
volete) è qualcosa di artefatto, un’offesa alla nostra dignità. Quale possa
essere la mia naturale modestia, non si abbasserà mai a cercare un aiuto alla
mia immaginazione in quelle vane fantasie comuni a tutte le epoche che valgono
da sole a riempire di indicibile tristezza
chi ama l’umanità. Insomma, per dirla con Friedrich Nietzsche,
<<dopo Copernico l’uomo rotola via dal centro verso la x.>>.
Un
altra cosa che odio è la gente. Detesto il mondo. Le (sue) regole. Detesto le
suore e i preti, gli spiccioli e gli autobus,
le biciclette e le chiese, le feste e i compleanni, le ricorrenze, i ragni e le
civette, le mosche e le vacche, le guerre e la polizia. Soprattutto la polizia,
perché ho una brutta faccia e cago sangue ogni mattina. Il mio migliore amico è
morto sparato durante una rapina, e pure questa è guerra, è guerra, è guerra.
Odio i biscotti e le merendine, i ristoranti e le marchette, così mi siedo alla
scrivania e accendo il computer e una
sigaretta dopo l’altra compongo un verso immortale via l’altro e poi altri due
o tre versi molto belli e poi altri così così e poi altri non male e ancora
altri ma stavolta orrendi, veramente orrendi, e poi il telefono squilla ma io
non rispondo, e lo lascio squillare e rimango ad ascoltare, e credo che la
morte sia un accidente momentaneo, e detesto Rimbaud e Baudelaire, mi fa schifo
la filosofia, odio Castro e odio Marx e odio Stalin e odio Lenin, e non faccio
mai il bagno nella vasca, il mio desiderio del cassetto è scopare una
quattordicenne mulatta e sfondarle il culo ancora vergine e acerbo e poi continuare
a violentarla impazzito contro le mura di piombo di un cielo di cemento, sono
pazzo, pazzo senza contaminazioni, pazzo fino al midollo, un tempo avevo un
lavoro di merda ma almeno l’avevo, ora invece non ho più un lavoro e impazzisco
e continuo a impazzire galleggiando nella merda, razzolando nella merda,
affogando nella merda, nella merda fino al midollo, è una droga, una droga, una
droga, ho trent’anni e lo so che non sono molti ma sono molti se il tuo unico
pensiero, il tuo chiodo fisso, come si suol dire, è scoparti una ragazzina all’uscita
dalla scuola, strapparle la gonna e le mutandine e divorarne il fiore ancora
glabro e intonso. Oh la pazzia, la pazzia, la pazzia, oh l’acqua che gocciola
dalle sante fontanelle, oh l’acqua che sgocciola, oh l’acqua che goccia e
goccia a goccia piove, oh il cazzo e la figa, oh lo scroto e l’uretra, oh
immensa devastante bruttezza umana, dovunque, dovunque, oh potente polizia,
potenti politici, potenti armi, oh menomati dementi dovunque, dovunque, oh
solitaria piovra solitaria, oh solitaria piova, oh solitario corpo, oh
ticchettio dell’orologio che ci tiene sotto scacco, oh pazzi e decerebrati, oh
santi e malati, oh benedetti poeti costipati, oh barboni che bivaccano nei
vicoli della miseria di un mondo assurdo e allucinante, oh orrendi uomini a
piedi nudi nel parco e bambini col cuore in bocca, oh tristezza e pistole, e
muri e alberi che ci soffocano con le loro piume verdicanti, oh bacchette
magiche e fighe solitarie, solo merda e scudisciate e sciabolate, oh spade
senza droga come nuvole senza pioggia, oh perduti giorni senza speranza,
perduti giorni senza tempo e senza giorno, oh bastarda vita oh fato onnipotente
che ci governa, oh il fruscio del serpente alle 4,30 del pomeriggio come nidi
di splendidi arabeschi, nidi di arzigogoli, nidi di rigogoli, nidi di riboboli,
ah pietà pietà pietà: è duro il morire ma siamo al mondo, sarebbe certamente
bello dopo il morire vivere ancora ma non è così, e dobbiamo affrontare anche
questo, la maledetta faccenda della morte da sbrigare, sto impazzendo, sto solo
impazzendo: solo per troppo tempo nella mia camera in affitto inseguendo il
verso immortale, e intanto impazzendo senza nulla da fare se non bere e fumare
aspettando che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, soldi sifilide una donna un
incendio la fine del mondo, anche se è un peccato morire, ma so che la morte è
l’unico posto sicuro in cui rifugiarsi, la morte è l’ultimo posto sicuro (a
volte), ma non mi lamento, so di non essere il primo né l’ultimo, infatti non
mi lamento, vi sto solo dicendo com’è, vi sto solo dicendo come mi sento, e
scrivo questo solo per tenerti informato.
Ma
dicevamo della gente. Alla folla dispiace vedere la realtà in modo lineare,
preferisce i fatti ricorrenti, le coincidenze e i fatti ciclici, i capodanni e
i compleanni, gli anniversari e la sensazione che tutto si ripeta e ripetendosi
ritorni per offrire un’altra possibilità, un’altra chance. La folla ha
bisogno di crederci, non può pensare che nulla ritorni due volte, impazzirebbe,
non può accettarlo, non vuole arrendersi. Pensiamo ai giornali che pubblicano
ogni giorno il numero dei giorni che ci separano dal nuovo anno, o quanti
minuti mancano alla prossima festività o secondi al prossimo giorno. È
raccapricciante, eppure questa idea dell’eterno ritorno culla la folla e la
rasserena regalandole la sensazione che tutto possa essere cambiato nel momento
in cui tornerà e si ripresenterà. Se il percorso fosse lineare e ininterrotto e
quello che è stato non ritornasse allora sarebbe la paralisi per quei piccoli
esseri stupidi e spaventati dal futuro, costretti dalla paura a rinvenire
liturgie e ricorrenze per dare senso alle cose e trovare cose sensate a cui
aggrapparsi. La folla ha un bisogno disperato di sicurezza e rassicurazioni ma
le trova nel modo sbagliato compensando il senso di vuoto con altri simboli
vuoti, tentando di riempire il vuoto con cose altrettanto vuote, e così finendo
per rendere il mondo un monotono e rassicurante schermo su cui si proietta l’infinito
ciclo di corsi e ricorsi storici. La folla affronta ogni giorno seri problemi
per affrontare e gestire il proprio tempo libero poichè non possiede spazi
interiori e si affida all’idea che basti tenere accesa la macchina o ripetere
certi riti e rituali per colmare questo vuoto. Questa gente deve tenere acceso
di continuo qualche aggeggio poichè è spenta, ha la spina staccata.
Odio
anche le tombe. Le bare, intendo. Anche da morto non sopporterei di essere
rinchiuso, comodamente adagiato nel fondo di una tomba. Vorrei invece che le
mie ceneri fossero gettate in mare, dove saranno costrette dalle correnti a
fluire costantemente nel mai-sempre dell’eterno riposo. Non sopporterei di
decompormi quietamente nel buio del tumulo ma vorrei godermi un’ultima
cavalcata tra le onde dell’oceano. Dove magari le mie ceneri incontreranno le
docili dolci membra di qualche bella adolescente...
L’ultima
cosa che odio è la democrazia, e il comunismo. La differenza fra il sistema
comunista e quello capitalista, è che se ti danno un calcio in culo, sotto un
sistema comunista devi applaudire, sotto il capitalismo puoi gridare. La
differenza tra Democrazia e Dittatura è che in Democrazia prima si vota e poi
si prendono ordini; in una Dittatura non c’è bisogno di sprecare il tempo
andando a votare.
I CAMPIONI
NON MUOIONO MAI.
Vi
siete mai chiesto perchè il maggior numero di morti si registri tra i giovani.
Perchè i giovani danno la vita per scontata, e danno per scontati il proprio
corpo e la propria anima. Sono gli anni e a volte le circostanze esterne a
darci la consapevolezza della nostra vulnerabilità. Siamo esseri effimeri e
passeggeri, ma ce ne accorgiamo solo con gli anni, e, spesso, quando è troppo
tardi. In questo i giovani e gli animali si somigliano tantissimo: entrambi,
giovani e animali, danno la vita per scontata. Convinti di non dover morire,
non hanno idea dei mille casi che possono privarli dal corpo o mutilare il loro
corpo. Gli animali conoscono i pericoli ma non sanno dell’esistenza della
morte. Per loro la morte non esiste. E lo stesso avviene per i giovani. Per
questo motivo per gli animali la vita è giocarsi tutto e rischiare tutto ad
ogni istante e non conoscono il coraggio, impudicamente codardi e vigliacchi
come il leone che punta il cerbiatto o il cucciolo di zebra e lo fa alle spalle
puntando sul più piccolo o sul più debole o su quello zoppo: non punta mai sul
più forte per dimostrare il proprio coraggio; e certe specie di roditori quando
si sentono minacciate e vengono attaccate lanciano i propri cuccioli contro i
predatori sapendo che è più importante prolungare la propria vita piuttosto che
salvare i cuccioli i quali ancora inesperti e incapaci di provvedere a loro
stessi finirebbero comunque per morire in un brevissimo lasso di tempo. Se ci
pensi, gli animali sono logicamente, tranquillamente, naturalmente, ‘saggiamente’
codardi e vigliacchi perchè devono difendere la propria vita non sapendo che
essa è destinata a compiersi e finire e terminare. Solo l’uomo, sapendo di
dover morire, può rinunciare all’attaccamento alla vita divenendo anche capace
di eroismi. Come diceva Hegel in “la
fenomenologia dello spirito”, <<La
coscienza umana è superiore all’animale per il proprio disprezzo nei confronti
della vita.>>. Gli animali non possono farne a meno poichè non sanno di
essere destinati alla morte. L’uomo, invece, essendo il solo a sapere di
doverla perdere, è il solo a essere in grado di metterla in gioco e lasciarsi
morire divenendo estraneo a se stesso. Gli animali, perfettamente integrati con
la natura, non sanno che esista qualcosa di anti-naturale come la morte. Noi
siamo esseri effimeri passeggeri e vulnerabili, puro materiale di scarto,
avanzi, residui, detriti, e lo sappiamo tutti, giovani e vecchi, con la sola
differenza che i giovani intuendolo soltanto non si arrendono all’idea, o,
meglio, non ne hanno esatta contezza e piena consapevolezza mentre i vecchi
prendendone coscienza e avendone prova vanno più cauti verso loro stessi.
Ma la
morte non è solo quella fisica. La morte è anche quella esistenziale. Quella
dell’anima. Quella della vita, paradossalmente. La morte è dovunque: è nelle
persone che vanno in vacanza per 2 settimane dopo un anno di lavoro dalle 8
alle 17 e sono contenti di aver lavorato un anno intero pur di potersi pagare
la vacanza (poveri sgobboni dementi), è nelle strade, è nelle università, è
nelle cucce dei cani, è nel cibo in scatola, è nelle feste comandate e nelle
ferie imposte, in un tramonto rosa in riva al fiume. Spesso e volentieri la
gente è morta ancora prima di essere seppellita perchè si arrende troppo
facilmente e accetta una vita comoda, mediocre e insignificante, e invece di
ambire a essere felice a qualsiasi costo si arrendono e si fanno trascinare
dagli eventi. Sono già morti, morti in vita, pure quelli che credono nella
religione, in un dio preconfezionato, nella politica, nella Morale, nelle
regole, nel successo: solo menti infarcite di pattume e merda fumante. Per
essere felici basta fare quello che vogliamo fare realmente, quello che ci
piace veramente, quello che amiamo e ci fa sussultare il sangue nelle vene e
salire il cuore in gola. La maggioranza si è persa tutto perché non ha ambito a
nulla. Io no, non sono un volgare bottegaio della vita io, non sono un banale
mediocre: io voglio il mondo intero o niente. E ho cercato di prendermelo con
le unghie e con i denti. Ho sempre cercato di avere tutto. O mi sono
accontentato di niente.
Quel
giorno mi ero svegliato molto presto, intorno alle 8. Mi ero sparato 10 pagine,
poi ero andato a fare un po’ di sport.
Ero stanchissimo. Ho mangiato qualcosa e sono crollato sul divano. Quando mi
sono svegliato erano da poco passate le tre. Avevo un erezione clamorosa. Mi
sono masturbato. Ma masturbarsi è come ballare da soli: all’inizio si è allegri
e funziona, ma dopo un po’ ci si guarda allo specchio e ci si sente degli
idioti! Così mi sono vestito e sono uscito.
Era l’ora
dell’esibizione del Formula Uno, così ho inforcato la mia motocicletta, una
bellissima Honda del ‘97 carenata, e sono andato alla Panoramica di Superga. L’ultima
volta ci avevo vinto 50 euro.
Mentre
scendevo le scale per recarmi in garage,
ho incontrato gli idioti del quartiere in lacrime. Erano una coppia di giovani
scemi mezzi ritardati, mongoloidi, pazzi, o non so che, qualcosa del genere,
tipo subnormali o borderline. Vivevano insieme ed erano sporchi. Puzzavano
proprio. Cacavano e pisciavano di nascosto dietro gli angoli delle strade. In
tutti gli angoli. Uno schifo. Facevano schifo e sbavavano come due cani
rognosi. Adesso, la donna piangeva seduta s’uno scalino mentre l’uomo cercava
di consolarla. Lei diceva: <<Io ti amo tanto, ma così non posso. Io ti
amo tanto, ma così non posso. Io ti amo tanto... Io ti amo tanto, ma così non
posso...>> mentre lui si accendeva una sigaretta e diceva: <<Lo so,
tesoro, che mi ami... lo so, lo so che mi ami, tesoro, lo so... Anche io ho
bisogno di te.>>. Ma ciò di cui avevano bisogno era una strigliata.
Intendo letteralmente: con tanto sapone e acqua calda. Poi si sono abbracciati
singhiozzando come bambini. Almeno, quel giorno, non mi era toccato vederli
cagare per strada.
Poi
sono uscito nella luce delle quattro del pomeriggio e mi sono affrettato verso
il garage. Mi piace camminare
lentamente, ma non ci riuscivo mai. Camminavo sempre di fretta. Era assurdo. Se
non sapevo dove andare, o non avevo impegni da ottemperare né orari da
rispettare, perché allora mi affrettavo? Forse era proprio questa la ragione:
ero talmente nel panico che mi mettevo a correre proprio perché non sapevo dove
andare né che fare. Mi spaventava l’idea di fermarmi e scoprire che non sapevo
dove cazzo fossi. Né chi cazzo fossi o che cazzo dovessi fare. Ma il problema
risiedeva più a monte: nel corto-circuito tra spirito e materia. Ecco tutto.
Adesso ho trovato una sorta di equilibrio, ma all’epoca bastava una scintilla
per farli scontrare dolorosamente. Lo spirito da una parte e la materia, cioè
il corpo, dall’altra. E io nel mezzo, spaccato in due, crepato proprio, fatto a
pezzi, ridotto in brandelli, cercando di capirci qualcosa. E poi c’era la
paura. Fin da bambino, sempre la paura. In quel periodo mi stavo imponendo di
vincerla. Ma sempre, dentro di me, avevo un tremito. E niente, per me la paura
era sempre lì, e faceva la sua parte, giocando il proprio gioco. E io a dirmi:
<<Non preoccuparti, Manuel Omar, tutti hanno paura, la paura affiora
prima di qualunque altro sentimento, non devi farci caso, dimenticala, fai
finta che non esista e vivi.>> ma niente. La paura persisteva.
Non so
lui come facesse. All’anagrafe Dario Bonardo, in arte “il Formula Uno”, si
guadagnava da vivere correndo più forte di tutti lungo la Panoramica in sella
alla sua motocicletta, una Suzuki del ‘90 mezza scassata. E non sbagliava un
colpo. Era il migliore, era il Formula Uno! Viveva attaccato alla sua moto. Non
la mollava nemmeno per cagare. Alla piazzola di partenza c’era già un bel po’
di gente. Era un buon momento. Erano quasi le cinque. La corsa partiva alle
cinque. Le moto iniziavano a schierarsi. Solo il Formula Uno mancava all’appello.
C’era un gran clamore e un gran traffico di gente che correva e accorreva in
tutte le direzioni. Ho trovato l’allibratore che raccoglieva le scommesse e mi
sono messo d’accordo. Io scommettevo sempre che ce la faceva. Invece c’era un
coglione che scommetteva sempre che il tipo veniva battuto. <<Io
scommetto sempre sul sangue e sul dolore. Ricorda: sempre sul sangue e sul
dolore. E non chiedermi altro.>> diceva. Che gran coglione! Scommettevano
tutti. Ma il Formula Uno no. Mai. Lui si limitava a prendere il suo cachet e spariva subito. Era vanitoso, e
diceva a tutti: <<Io sono il Formula Uno!>>.
Ormai i
concorrenti erano tutti sulla linea di partenza. Ma la gara non sarebbe
iniziata finché Dario non sarebbe comparso. A un certo punto è sbucato fuori
dal fondo della strada, facendo urlare e stridere le ruote sull’asfalto. Ha
fatto una impennata lunghissima, poi ha bloccato la ruota, ha fatto un giro su
se stesso ed è arrivato sulla linea di partenza impennando sulla ruota
anteriore. Un maestro. La gente lo guardava, ma non riusciva a valutare il
talento di quel fenomeno. Era un portento. Era il Formula Uno! Se avesse
vissuto un altro luogo sarebbe diventato una contro-figura professionista, e
avrebbe fatto un sacco di soldi, facendo carriera nel cinema o nel mondo dello
spettacolo. Invece rischiava la vita per cento euri.
Finalmente
si è posizionato, sgasando e derapando, il giudice di gara ha abbassato il
braccio, e la gara è iniziata. Dario è schizzato come un razzo. Al primo
tornante era già il primo. Una passeggiata per lui. E niente: ha vinto. Ho
vinto. Quel tipo era una scheggia. Non so come cazzo facesse ma era il numero
uno. Era una mosca. Più veloce di un’ape che va al miele o di una gatta che va
al lardo, correva più rapido della lingua di un lebbroso sul seno di una
vergine. E ora era lì che brillava e rideva e faceva le acrobazie da un’estremità
all’altra della strada. Poi è sceso, ha tolto il casco, è venuto verso di noi e
ridendo a crepapelle, sprezzante e superbo ha detto: <<Io sono il Formula
Uno. Non dimenticatelo!>>.
Ho
preso i soldi della vincita e me ne sono andato. Ma, prima, ho tratto il
Formula Uno in disparte, e gli ho regalato dieci euri in più. Molti lo
facevano. Per ingraziarsi la fortuna. Poi gli ho preso le mani. Le aveva ferme
e asciutte. L’ho guardato negli occhi e gli ho chiesto: <<Ma come fai a
non aver paura?>>. Lui si è stretto nelle spalle con la sua solita
spocchiosa insofferenza e mi ha detto: <<Non rompere amico. Io sono il
Formula Uno!>>.
Molti
ragazzi si erano ammazzati prima di lui, lungo quella strada. in quella folle
corsa clandestina. Non volevo pensare alla scarica di adrenalina e allo spasmo
che il correre lungo quella strada significasse. Non potevo pensarci. Altri,
non avevano il coraggio di partire. Proprio così. Gli intrepidi e i temerari
muoiono giovani, i vigliacchi muoiono tardi, ma i veri campioni non muoiono
mai. Alla fine, solo due sopravvivono: i campioni e i vigliacchi. Ma solo i
primi vivono per sempre.
RIFLESSIONI.
La
natura è bellissima. Bellissima. Ma dopo dieci minuti in compagnia del lussureggiante
verde verdicante o di un albero o di uno stambecco, che cazzo fai? Voglio dire:
alberi montagne capre stambecchi sono miracoli della natura, ma che cazzo ci
fai con queste cose? Molto meglio una donna, una puttana, una rissa, una
partita a carte in un bar delle
bassure, una corsa in moto: anche queste sono natura, anche una puttana è
natura, ma in più ti ci puoi divertire!
E d’altronde
io non voglio salvare il mondo né voglio renderlo un posto migliore. Non sono
un sognatore né un idealista. Voglio solo viverci e vedere che succede: le
persone, e quello che succede tra le persone, sono lo spettacolo più bello che
esista. Per il resto, io sono a favore di tutto quello che c’è: sono a favore
dello smog e dell’inquinamento, del
traffico in città, non m’interessa che i leoni e i panda si estinguano, non
voglio che le balene vengano salvate dalla caccia selvaggia e i rinoceronti dai
bracconieri, non voglio che gli impianti nucleari vengano smantellati, che la
prostituzione e la violenza sessuale vengano debellate, che le ideologie
deleterie vengano rimosse. Qualsiasi cosa ci sia, ebbene, io sono a favore di
quella cosa, e anche se non la condivido e non mi piace non voglio che venga
espunta dal mondo e rimossa ed eliminata. Vedi, io sono molto egoista e qualsiasi
cosa mi faccia divertire, sia anche deleteria e nociva, io la voglio. Non ho
sentimenti profondi né grandi desideri o ambizioni. Solo cose piccole. Sono un
uomo piccolo. Limitato. I miei sogni sono sogni limitati. Le mie passioni lo
sono. Mi basta che stasera mi si rizzi ancora, che domani mi svegli ancora
vivo, che le emorroidi non mi scoppino, e il cazzo mi tiri ancora. Cose
piccole, cose così. Mi bastano le piccole cose, non voglio salvare il mondo né
cambiarlo. Non perchè sia cattivo, ma semplicemente perchè non sono in grado, e
perchè con tutte le sue brutture questo mondo mi affascina in maniera
smisurata, mi ammalia mi meraviglia e stupisce a tal punto che non potrei
immaginarne un altro.
Inoltre,
penso che l’uomo non abbia nessun potere sulla natura, penso che l’uomo non
possa minimamente interferire con essa e nemmeno alterarla tantomeno
distruggerla in alcun modo. Può distruggere un pianeta,
questo sì, ma anche questo sarebbe qualcosa di naturale poichè la bomba atomica
possiede la stessa fisiologia della clorofilla delle piante o della digestione
umana; la chimica di un prodotto velenoso o mortale è la stessa chimica che c’è
dentro una mela, sicchè, in ultima istanza, mi pare che nulla si possa contro
le leggi della natura. Si può bruciare un bosco, inquinare un lago, un fiume,
un mare o tutti i mari, ma tutto in modo del tutto naturale, sempre attraverso
risorse naturali e soltanto tramite la stessa chimica degli elementi naturali.
L’uomo può distruggere certe forme della natura in cui vive, od operare contro
questo pianeta, ma questo pianeta non ha alcuna rilevanza nel cosmo e comunque
un giorno esploderà per cause anch’esse del tutto naturali sia che saremo noi a
farlo esplodere o un meteorite. La scomparsa di questo pianeta che chiamiamo
Terra ed è per noi importantissimo, non altererebbe con la sua scomparsa l’equilibrio
della natura che non sarebbe alterato nemmeno dalla scomparsa del sole o dell’uomo
così come non è intaccato dalla scomparsa dei centomila soli e delle centomila
stelle che ogni giorno e ogni notte cadono in mare e muoiono spente nell’imo
stridendo. Se la natura ci ha provvisti di una ragione e di un’intelligenza
tale da concepire la bomba nucleare allora anche la nostra distruttività e
nocività nei confronti della natura è stata prevista dalla natura ed è dunque
un fatto tutto naturale sicchè l’avvelenamento del mare o il buco nell’ozono
possono influire dannosissimamente sul nostro mondo ma non hanno alcuna
ricaduta sulla natura poichè tutto ciò accadrebbe per cause assolutamente
naturali. Quello che sto cercando di dire è che odio questa riduzione della
natura a idolo, questa sacralizzazione della natura che trasforma l’ecologia in
ecolatria: un conto è ammettere le strategie ecologistiche, un altro è
sostenere questa religione ecolatrica poichè se esistono ragioni a iosa per
difendere l’aria e i boschi e il verde e l’ossigeno e la terra ecc. ecc. ciò
non significa che la natura debba essere idolatrata e posta su di un
piedistallo. Se è vero che noi non siamo una minaccia per la natura, è anche
vero che pure noi siamo natura, e gli eventuali danni che noi arrechiamo alla
natura sono danni della natura stessa, dalla natura in qualche modo previsti.
Ora, intendiamoci, certamente io non voglio trovare cianuro nell’acqua che bevo
né mercurio nel pesce che mangio né vernice nel mare in cui mi bagno, e se
qualcuno sverserà liquami nel mare cercherò di impedirglielo, ma non ho bisogno
di idolatrare e sacralizzare la natura accanitamente elevandola a ipostasi
divina e metafisica. Se io decido di voler difendere le acque e le terre, alla
natura non frega un cazzo se gli alberi ci sono o non ci sono, non frega un
cazzo al cosmo, e nemmeno all’universo frega un cazzo di noi e degli alberi e
del mare e delle tartarughe. La natura ha distrutto e soppresso più specie
zoologiche e vegetali e specie umane primitive di qualsiasi intervento degli
uomini e questo senza che gli ecolatri gridassero allo scandalo. Quello che sto
cercando di dire è che non sopporto che l’ecologia si trasformi in ecolatria.
Odio la sacralizzazione della natura, la sua ipostatizzazione in istanza
metafisica ed eterna, poichè mi sembra un voler fare della natura un rito, un
dio, una religione. Quello che non sopporto è il fondamentalismo della natura.
Allo stesso modo dei fondamentalisti islamici, i fondamentalisti ecolatrici
vedono nella natura un ordine prestabilito che va conservato nonostante tutto e
a priori. Lo ripeto: quando noi distruggiamo la natura agiamo come una tra
altre infinite forze naturali. Come il fuoco,
anche l’energia nucleare, l’inquinamento, lo smog sono componenti del tutto naturali.
Certo, io cerco di ridurre i consumi al minimo, non butto
le cicche di sigaretta per terra, e non abuso della plastica, ma solo perchè
comprendo che conservare il mondo nel migliore dei modi va a mio vantaggio,
giacchè questa terra mi è indispensabile per viverci. Per il resto, la natura è
sufficientemente forte e creativa da essere indifferente alla distruzione di un
pianeta, e sapere come sostituire qualsiasi cosa noi distruggiamo con un’altra.
Mi sembra quindi
assurdo affermare che l’uomo debba sottomettersi ai diritti della natura poichè
la natura non ha diritti e non ha diritti poichè non ha doveri, così come gli
animali che non possono avere diritti dal momento che non hanno doveri, giacchè
diritti e doveri sono istituti umani non universali né tantomeno metafisici o
ipostatici o divini. Sono stupito e un po’ infastidito dall’ambizione di voler
trasformare gli animali in cittadini della vita pubblica poichè gli animali non
hanno diritti così come non hanno dovere. Piuttosto, siamo noi ad avere doveri
nei loro confronti avendo noi sì molti diritti su di loro, come il diritto di
allevarli per scopi di alimentazione, di tenerli in cattività per scopi d’intrattenimento
e ricerca, di difesa e lavoro. Noi abbiamo doveri nei confronti degli animali
poichè abbiamo diritti su di loro. Per il resto, io sono qua, ciò che accade è
al di là di me. Il resto non mi riguarda.
GIOVANE
SCRITTORE MORTO DI FAME.
Morire
di fame in una stanzetta non ammobiliata di quattro metri per quattro non crea
arte, ma crea tempo. Se hai un lavoro da otto ore al giorno alla fine non ti
resta tempo per vivere e così la tua vita finisce letteralmente nel cesso
insieme ai tuoi progetti, alle tue ambizioni, ai tuoi sogni. Il confine è
sempre una questione di convenienza. Il risultato di un rapporto di forza è
solo la linea d’ombra in cui si attesta il conflitto tra una volontà di
sopraffazione e una volontà di libertà. Non avere un lavoro, o rifiutare un
lavoro, ti fa morire di fame ma almeno avrai tempo tempo per scrivere le tue
cose e tempo per scopare e fare esperienze e vivere. Quindi trova il coraggio e
molla tutto. Fallo, o diventerai come la massa. E la massa, si sa, è il luogo di
raccolta dei deboli e dei mediocri.
Devi
scegliere. In fin-de-conti si tratta solo di questo. In fondo, abbiamo solo due
alternative: morire di fame per la tua ambizione, rinchiuso in una stanza
squallida e ammuffita delle bassure come in una prigione, o morire per non aver
osato rischiare il tutto per tutto. In ogni caso siamo tutti destinati al
tritacarne, ma se avrai scelto bene camminerai sereno e felice verso quel punto
in cui il cuore sospinto dall’entusiasmo e dalla pazzia esulterà alle
stelle.
La
virtù dell’uomo sta nelle scelte, non nei risultati. Ricorda: solo chi
scommette tutto vince tutto, solo chi rischia si prende il piatto, solo chi
rischia tutto ottiene qualcosa, solo chi fa ben fa, lo capisci? C’è qualcosa di
grandioso nel vivere costantemente sull’orlo del baratro e sul filo del rasoio,
nel fare scelte impossibili senza lasciarsi abbattere. Quanto a te, non
aspettarti mai niente dal mondo né da stesso, e se qualcosa arriverà sarà come
essere baciato dagli dei, sarai un vincente, e guardando la rovina dritto negli
occhi e riderai in faccia la morte. Accetta queste premesse e sarai libero di
vivere la tua vita secondo le tue condizioni. La vita è adesso: il domani non
esiste. Devi decidere, e devi farlo adesso. Domani potrebbe essere troppo
tardi.
TUTTI
GLI ANNI BUTTATI VIA.
Un
barbone, un parassita. Ecco che cosa sono. Sono un barbone, un parassita. Denti
marci, labbra viscide, scarpe consunte, vestiti lisi, ulcera latente e
disperazione incombente. E ripenso a tutti i giorni perduti e agli anni buttati
via, al disgusto per il lavoro salariato, cercando di sbarcare il lunario
fortunosamente, ho sprecato il mio di tempo, troppi libri e troppi vecchi film, ma in fondo qualsiasi cosa è uno
spreco di tempo, tranne scopare (ma solo se si scopa alla grande), o creare
arte (ma solo se si crea arte immortale), o guarire completamente da una
malattia, o gettarsi a capofitto in un amore. Depressione e desolazione, tutti
gli anni buttati via, traumi su traumi, tutte le ore sprecate, follia e follia,
tutti i giorni perduti, pazzia e pazzia, le giornate senza senso, le giornate
dei capi idioti e dei sissignore, le giornate del brutale e crudele orologio
immobile, mi sono sempre comportato come se i soldi non finissero, becera
reputazione dello scommettitor, e del giocatore di carte, del trafficone e del
fannullone, dello scansafatiche e del buonannulla, del pappone ravveduto, ma io
sono classe vera, classe pura, classe rare, mai stato stupido e meschino,
sempre spaccone e gentiluomo, brutta faccia leale e sincera, ho sempre tenuto
il mondo e la vita per le palle, sempre zero soldi ma donne profumate e belle
giovani ragazze velenose e ogni tanto anche una ragazza dolce e gentile, e c’è
una battuta che sfodero sempre quando incontro una donna che mi piace, dico
sempre che la mia faccia è la mia vita e le cose che scrivo, le poesie, sono la
mia anima, che la vera bellezza è invisibile agli occhi: tutto pur di far
abbassare loro le mutande. Quello che sto cercando di dire non è che bisogna
saperci fare con le donne, e che è da codardi scommettere solo quando ci si può
permettere di perdere, dunque accetta il consiglio, almeno per oggi: non
scommettere solo quando puoi permetterti di perdere o quando sei abbastanza
sicuro di vincere, ma rischia il tutto per tutto, anzi meglio rischia il tutto
per il niente: la cosa che più conta non è guadagnarsi il premio ma sfidare gli
dei e la fortuna anche a costo di dormire per strada e saltare un bel po’ di
pasti. D’altronde, come dicono i professionisti, se proprio devi perdere almeno
fallo da vincente, e lotta con tutte le forzee e vendi cara la pelle, non hai
perso finchè non sei stato battuto. Naturalmente servono palle e fegato e
polmoni e cuore e fortezza e carattere e
forza e conoscenza e sangue freddo poichè ci sono trappole su trappole
ma ci sono anche giorni in cui accade l’impossibile e giorni in cui risate e
tristezza si mescolano insieme e se gioirai per le une e accetterai l’altra, se
lo farai, se riuscirai a trovare in te la forza e il coraggio per sorridere
della tristezza e ridere in faccia alla sofferenza e non farti soggiogare dal
fato allora la fortuna ti sorriderà e tu avrai vinto e ti accorgerai che a
volte la vita può rivelarsi inaspettatamente gentile se solo la lasci fare.
LA BELLEZZA.
Non c’è
nulla di simile alla bellezza di un volto umano. Ma, sai, in fin de’ conti
quella cosa che chiamiamo fisionomia o sembianza è tutto un allineamento
matematico e ipotetico di tratti somatici, è tutto un miraggio dell’insieme,
una equazione matematica di zeri al quadrato. Se ti avvicini e guardi più
attentamente ti accorgi che siamo grotteschi, infinitamente grotteschi.
Pensaci: il cibo che entra dalla bocca e si trasforma in fumosa merda marcia,
la merda che si accumula nelle viscere e scorre dentro gli intestini,
lentamente, mentre noi ci guardiamo negli occhi dicendoci <<Ti
amo.>>, il cerume stantio che ci esce dalle orecchie, il piscio, il
sangue mestruale, che esce dalla figa come il piscio, e poi il vomito, il
sudore, i peli, i brufoli, le secrezioni vaginali, è schifoso, siamo grotteschi
e assurdamente mostruosi, schifosamente disgustosi. E poi tristezza, i ricordi
ossessivi e gli ossessivi rimpianti, le vaghe speranza, qualche ancor più vaga
illusione, molti sogni, qualche raro lampo di felicità e qualche ancor più
inconsistente sprazzo di bellezza, poi la disillusione e la collera, la
sofferenza e la tomba, e così moriamo, alcuni in modo più fortunato, avendo
assaporato l’ebbrezza dell’ultima cavalcata, l’euforia della volata finale, la
folle feroce rabbia della tempesta, e l’abbacinante sapore del rischio e del
pericolo, altri completamente disprezzati dal fato e dalla vita, avendo
scivolato sugli anni ignari fino all’ultimo della vita, e questo mi fa
incazzare, la morte mi fa incazzare, poichè nascendo abbiamo solo guadagnato la
morte, e questo è quanto. Anzi no: vorrei aggiungere un’altra cosa. La vera
bellezza naturalmente viene dal carattere, la vera bellezza è invisibile agli
occhi. È questo che dico sempre a una donna per farle abbassare le mutande.
IL SOLE
BACIA I VIVI.
Ho
conosciuto Lidia al mio primo reading
di poesia. Ero terrorizzato. Facevo lo strafottente, ma ero terrorizzato.
Adesso ti racconto come è andata.
Al mio
arrivo la sala era già piena. Mi sentivo gli occhi addosso nella sala buia. Due
o tre persone vennero a parlarmi. Poi, iniziò la lettura, seguita da una lunga
intervista. L’intervista è proceduta più o meno su questi toni.
- Il
tuo film preferito? “all’ultimo respiro”
di Jean-Luc Godard.
-
Canzone preferita? “time” dei Pink
Floyd.
-
Citazione preferita? <<Siamo tutti fottuti.>>.
- Il
tuo più grande amore? Il prossimo.
- Il
tuo libro che più ami? Il prossimo.
-
Perché hai iniziato con la poesia? Perchè sono molto pigro, molto pigro, sono
il pigro di Dio. Beh, forse non il pigro di Dio ma sono una persona molto
pigra, e la poesia la poesia lunga di taglio narrativo alla Jeffers o alla
Bukowski mi permette in primo luogo di raccontare una storia, un aneddoto o un
fatto (che è la cosa che più mi diverte) senza dover sviluppare compiutamente
la trama né la psicologia dei personaggi e mantenendo
il racconto allo stato di bozzetto senza per questo rinunciare al piacere di
raccontare. In secondo luogo, mi pareva che la poesia suonasse più pura e dura
e schietta e forte della prosa, come una revolverata, come un candelotto di
dinamite che esplode con forza tremenda.
- Qual’è
la tua opinione sulle relazioni inter-personali nell’ultimo decennio tenendo
conto di come le nuove tecnologie e i luoghi virtuali abbiamo creato diversi
spazi sociali in cui poter conoscere persone? I social sono per mezze-seghe e
troie. La vita vera è nella strada, la strada maestra di vita.
- Com’eri
da bambino? Ero timido e non mi piacevo granchè. Mi piaceva un sacco ascoltare
i vecchi e le storie. E mi piaceva anche, da solo nella mia stanza, riprendere
quelle storie e riportarle in vita modificando le parti che non mi
soddisfacevano o cambiando il finale o i personaggi.
- Qual’è
il miglior consiglio che ti abbiano mai dato? Divertiti.
- Il peggiore?
Sii ambizioso e trovati un buon lavoro.
- Hai
mai contemplato il suicidio? No. Consideri il suicidio quando ti aspetti troppo
dalla vita e hai troppe aspettative o aspettative troppo alte per il futuro,
che invece ha continue oscillazioni e alti e bassi e a volte va bene e altre
volte male ma non aderirà mai all’idea astratta che ce ne siano fatti nella
nostra testa, e infatti Emil Mihai Cioran affermava (a ragione) che la maggior
parte dei suicidi avviene per eccesso di ottimismo e aveva ragione: un
pessimista solitamente non si ammazza poichè sa che tutto va male e continuerà
ad andare male e che la vita è una merda sicché se qualcosa gli va per il verso
giusto si sorprende positivamente, mentre l’ottimista, convinto che la vita
debba rispondere a requisiti specifici, quando vede che poi non rispetta tali
parametri si spara un colpo in testa. Ma
in fin de’ conti siamo tutti fottuti nel momento stesso in cui nasciamo:
nascendo non guadagniamo altro che la morte. Dunque non aspettarti niente, né
da te né dalla vita né dal genere umano ma, essendo il nulla reputati pari al
nulla e considera l’essere pari al non-essere. Fortunato nelle avversità e
benedetto nell’oscurità vivi al di là del bene e del male. Solo accettando
questa premessa sarai libero di esistere alle tue condizioni e mai conoscerai
la solitudine e l’abbandono. E allora la morte ti parrà ben poca cosa.
- Come
vedi l’universo? Semplicemente non lo vedo. Tutto quello che so è quello che
vedo, e quello che vedo è tutto quanto sappia. Il mio universo è il mio
quartiere e le persone che ci abitano. D’altronde si dice che gli indios siano capaci di distinguere tra
quaranta tonalità diverse di verde nel folto della foresta. Che vuol dire
questo? Che è la necessità che genera conoscenza e la conoscenza è solo il
frutto della necessità. Tutto qua. Dunque non penso a come possa essere l’universo,
non m’interrogo sulla sua forma e sulla sua realtà ontologica, non mi pongo la
domanda perchè non mi serve: mi basta avere mutande pulite ogni mattino, cibo
caldo a tavola a ogni meriggio e una donna che mi scaldi il letto a sera, mi
basta sapere che domani mi sveglierò ancora vivo e che se mi lancio dal settimo
piano non finirò bene. Sono fondamentali queste stupidaggini, molto più di
conoscere le leggi dell’universo. E poi la realtà visibile è così meravigliosa
che interrogarmi sull’universo e sull’esistenza del corpo astrale e s’una
realtà che non posso toccare con mano ed è così distante da essere invisibile m’interessa
poco o nulla. Ciò che non può essere escluso non merita di essere tenuto in
conto. Poichè non potrei escludere per esempio che la mia vita sia in realtà
durata 10 secoli e che ogni cinque minuti un marziano sia passato da qui e mi
abbia ipnotizzato per un anno e in seguito riattivato, allora non tengo in
conto questa come una eventualità su cui basare la mia visione del mondo. Di
certo so solo questo: che non m’interessa l’universo e il mondo non mi basta.
- Credi
nella vita dopo la morte? Beh, quello che mi interessa non è se c’è vita dopo la
morte ma che ci sia vita prima, e che questa vita sia buona, anzi penso che sia
buono solo ciò che esprime un’antipatia attiva verso la morte, e dico antipatia
non nel senso di paura: nella paura c’è sempre un principio di rispetto e una
certa sottomissione, e non credo che la morte si meriti tanto.
- Ti
sei mai posto domande metafisiche? No, mai, affatto. Non ho problemi metafisici
e non mi sono mai interrogato sull’esistenza di una realtà che supera la natura
e la materia poichè non possono conoscere tale realtà e se non la conosco non
la conosco punto e basta.
- Come
ti vedi fra dieci anni? Abbastanza ricco da permettermi due pasti al giorno,
vestiti nuovi ogni mese, un computer
più potente, una macchina che non mi lasci a piedi, e una puttana diversa ogni
sera.
- Che
cosa detesti di più nella vita? La crudeltà gratuita.
- Che
cosa odi di più delle persone? La menzogna. Sono atterrito dalla bugia: è in
essa un tanfo di morte che mi sconvolge e nausea, questione di temperamento
suppongo, ma qui è in ballo un altra categoria di principi, e, vedi, un conto è
quello che consideriamo male sulla base della nostra coscienza un altro paio di
maniche è quello che ci inculcano come sbagliato e immorale, poichè si può
trattare di cose estremamente diverse. La società ci insegna a vedere il male
in certe cose per reprimerci e tenerci a bada, come scopare senza passare per i
canali ufficiali.
- Quali
circostanze giustificano una bugia? Nessuna.
- Che
cosa ricerchi di più nella vita? L’allegria.
- Che
cosa ti fa più paura? Il dolore fisico e la solitudine.
- Che
cosa ti rimproveri? L’essere stato duro con coloro che non lo meritavano e con
coloro che mi amavano. Perchè, vedi, col passare del tempo ho capito che non
esiste un unico modo di amare, e ognuno ha il suo. Siamo punti minuscoli e
casuali in uno spazio-tempo infinito polidimensionale e proteiforme e non
esiste possibilità, neppur remota, che due punti s’incontrino e si
sovrappongano in questo spazio infinito e progressivamente cangiante, dunque è
possibile che una persona ti abbia amato al massimo delle sue possibilità e che
tu semplicemente non sia riuscito a capirlo.
- Che
cosa ti diverte di più? Fare l’amore.
- Che
cosa trovi più ridicolo? Tutto.
- Che
cosa prendi più sul serio? Tutto.
- Qual’è
il difetto che più odi in te? L’esitazione.
- Il
difetto che più odi negli altri? La superficialità, la mancanza di amore, la
mancanza di gentilezza.
- Quali
circostanze giustificano una bugia? Nessuna.
- Quali
sono i tuoi rimpianti più grandi? Non aver amato abbastanza le mie donne.
- Hai
rimorsi? Sì.
-
Quando e dove ti senti felice? Qui, adesso.
- Qual’è
la cosa che ami di più? Scrivere.
-
Quella che ti riesce meglio? Leggere!
- Quale
bene ritieni il più prezioso? Il tempo.
-
Quanto il tuo io ideale collima con il tuo io attuale? Quanto basta per non
fare di me uno schizofrenico, né mediocre uomo qualunque.
-
Quanto il tuo io ideale e il tuo io reale sono compatibili? Zero. Vorrei essere
il Conrad che doma i flutti a bordo dell’Otago; il Bukowski che doma le donne e
lancia i propri madrigali disperati da una camera in affitto; l’Hemingway che
spreme il proprio cervello nel succo d’arancia; il Kerouac che affoga nell’alcole e nel sesso; il Tunda di Roth che
medita su se stesso nella piazza davanti alla Madeleine indeciso su chi essere,
su che cosa essere e su che cosa fare, il Tunda senza nessuna professione,
senza nessun amore, senza nessun desiderio, senza nessuna speranza, senza
nessuna ambizione, il Tunda superfluo come nessuno al mondo; vorrei vivere le
mille vite dei miei miti e in più la vita del criminale e dello psicopatico,
del ladro e del professore, del musicista e dello sportivo, dell’ubriacone e
del mafioso, vorrei vivere mille vite e non ho che questa mia vita a
disposizione.
- Che
cosa conta di più nella vita? L’emozioni. Solo l’emozioni contano. Solo l’emozioni.
- Sei
felice? Essere vivi è essere felici.
- Sei
soddisfatto della tua vita? La mia vita è come è, e non può essere in altro
modo. A volte va come deve andare senza che io possa farci molto, altre volte
riesco a migliorare un po’ le cose. In genere, mi basta essere allegro e avere
una donna che mi faccia ridere di qualche sciocchezza. Nulla di eterno o
grandioso.
- Hai
avuto ciò che ti aspettavi? Non mi sono mai aspettato nulla, né dalla vita né
da me stesso né dagli altri. Ho avuto ciò per cui ho sudato in misura
proporzionale a quanto abbia sudato. Niente di più e niente di meno.
- Lo
confesso? Ho vissuto: ho peccato.
- Un
consiglio ai tuoi colleghi esordienti? Scrivilo a penna, con inchiostro comune
su carta comune o al computer, lampada accesa e sigaretta in mano,
battendo su quella maledetta tastiera come un forsennato, scrivilo di giorno o
di notte, d’estate o d’inverno, scrivilo alla luce naturale o scrivilo al neon, ma scrivilo solo se ti esce da
dentro, scrivilo solo se ti piomba addosso e ti afferra alla gola, scrivilo
perchè ti brucia le vene e ti manda a fuoco l’anima e non puoi tenerlo dentro,
deve essere una revolverata alla testa e al cuore, devi buttare giù il verso pulito
e semplice, stenderlo come il filo a piombo, e se avrà palle e stile e risate e
tristezza avrai raggiunto il tuo scopo. Per trovare buon materiale non devi
nemmeno attraversare il fiume: osserva la gente, la gente è lo spettacolo più
bello del mondo. Ma devi prima aver bruciato nel buio della solitudine e nella
disperazione della tua sporca coscienza, devi essere stato pestato a sangue
almeno due volte, ed essere stato strapazzato nel cuore e nell’amore da donne
veramente diaboliche e demoniache che hanno goduto nel farti crogiolare sul
rogo della loro perversa cattiveria, devi prima aver corso sull’orlo della
pazzia e sul ciglio del burrone vacillando, devi aver scopato alcune centinaia
di donne ed essere morto di fame in una stanzetta di 3 x 4 mentre l’alba
scoccava un nuovo meraviglioso bellissimo giorno e tamburi ti martellavano nel
cervello e il sangue si bloccava nelle dita delle mani, devi aver provato
quanto di malvagio e crudele si celi nella vita e nel mondo e negli uomini,
devi prima aver scritto migliaia di brutte poesie: solo allora sarai pronto e
potrai scrivere buttando giù il verso forte e pulito con tutta l’esperienza che
avrai acquisito. Non puoi separarle, vita e parola vanno di pari passo, la
scrittura e la tua esperienza questo è tutto quello che hai. Dunque buttati
nella mischia, affogaci dentro, donne, droga, revolverate, carcere, tanti posti
davvero strani, qualsiasi cosa, azione, qualsiasi cosa succeda, violenta o
gradevole, violenta e spiacevole, tu prendila. Devi scrivere i versi con la
penna, con la penna che sa le maree, e devono essere versi veri e duri e forti
e semplici, versi che galleggiano sulle onde del libro come scaglie abbaglianti
sul manto equoreo del foglio come incandescenti pennellate d’estate sulla
facciata smunta del foglio bianco, tratti di penna che truccano gli occhi alla
paura del vuoto e del silenzio della pagina muta come i ghirigori di una
incerta strada zizzagante, e non c’entra niente chi tu, sia nessuna strada è
una retta perfetta, nessuna, ci saranno sempre curve dopo curve come le rughe
sul volto, la poesia perfetta non esiste e non sarà mai scritta, così come non
esiste il volto perfetto e levigato privo di rughe, ma è proprio quell’imperfezione
a rivelare il momentaneo fulmineo inconsistente sprazzo di bellezza. Scrivilo
con stile, con stile, amico, e se avrà ritmo e musica e fuoco e fiamme e palle
e fegato e cuore e anima e risate e saggezza e luce e tensione e gioia e pazzia
e stile sarà come un fulmine a ciel sereno, come sentire nell’aria l’odore di
ozono del lampo prima del tuono, fuoco puro, e saprai che stai facendo la cosa
giusta, che sei sulla giusta strada, e magari dopo la morte diventerai anche
famoso! Vivi. Vivi, e poi scrivilo. Scrivilo con semplicità, ma con semplicità
non intendo ossa senza carne ma ossa con la giusta dose di carne altrimenti si
rischia l’obesità e la nausea, la poesia può anche essere banalmente incentrata
su un tizio che fa a botte e si becca un pugno ma i poeti laureati non si
espongono e non dicono chiaramente che quel tizio si è preso un pugno in pieno
volto ma ci girano attorno e così tu sei obbligato a rileggere a pezzi e
bocconi quella cazzo di cosa diciotto volte per riuscire a risolvere l’indovinello,
perché si tende a dire cose semplici in modo difficile contorto complesso e
astruso mentre io vorrei dire cose difficili o meglio profonde in modo semplice
e stendere il verso duro e pulito alla Bukowski, schiudere e ripulire il verso
per poterlo stendere semplice come fosse una corda di bucato e appenderci emozioni,
humour, e felicità, senza ingombri. Il verso semplice, fluente, e al tempo
stesso sfruttare questo verso semplice per appenderci tutte queste cose: le
risate, le tragedie, il bus che passa con il rosso. Tutto. È l’abilità di dire
una cosa profonda in modo semplice. E hanno sempre fatto il contrario. Credo
che sia gli scrittori laureati siano vittime dei propri studi letterari, della
propria eredità umanistica, e della Tradizione culturale più stantia che possa
esservi, e se qualcosa non si attiene a un canone prestabilito allora loro non
sanno riconoscerlo quindi dicono che non è buono, preferendo i versi infiorati
e innocui che spargono rose e viole e margherite a ogni angolo o delicate
circonlocuzioni o eufemismi che rigirano la frittata. Personalmente posso
starmene qui seduto e pensare alle rose e alle viole a Platone e al
cristianesimo e agli alberi e ai gabbiani e non mi serve a niente ma se prendo
la macchina e vado al bar e trovo una
puttana da quattro soldi e ci parlo e sento la sua storia allora questo mi
emoziona e mi stimola e mi carica e allora riesco a scrivere. Personalmente
consiglierei loro di dirlo e basta, senza troppi giri di parole o figure
retoriche. Dirlo. Semplicemente. Ma in modo profondo. L’avversità è la
principale molla del realismo autobiografico. E lascia che ti dica un’altra
cosa: le donne possono essere delle maledette perdite di tempo, e se sei un
poeta si aspettano che tu te ne vada in giro tutto il giorno declamando poesie
profonde e struggenti, e pretendono che tu faccia quelle cose stupide che la
gente fa e che le fa affezionare l’una all’altra, ma io non sono così, non so
mai che dire né che fare, e il mio tempo voglio occuparlo solo a scrivere. Non
voglio vivere il peso di una relazione, non sono ancora così vecchio da dovermi
preoccupare della solitudine, perchè una relazione si metterebbe
inevitabilmente si mette di mezzo tra me e la scrittura e qualsiasi cosa si
metta di mezzo tra me e la scrittura è mortale per me, donne comprese, anzi
soprattutto le donne. Io le donne le voglio scopare punto e basta. Una donna è
un lavoro a tempo pieno. Bisogna soffrire per vivere con una donna, e pagare un
prezzo altissimo per quel briciolo di gioia temporanea, per quell’impalpabile
sprazzo di felicità, e tutta questa sperequazione di energie alla fine nuoce
alla poesia, e la poesia è la cosa più importante, scrivere è la cosa più
importante, creare. Le donne sono passeggere, la poesia è immortale. E io
voglio solo scrivere per lasciare il mio nome sul libro mastro degli dei marchiato
a fuoco. Questo è la cosa più importante. Ma poi loro insistono e dicono che
amano persino la mia brutta faccia da foto segnaletica, e dicono che vogliono
salvarmi e coccolarmi e portarmi in paradiso, e si sa tira più un pelo di figa
che un carro di buoi, e così mi ritrovo sempre a fare quelle cose che non mi va
di fare, come stare a letto insieme la domenica mattina leggendo il giornale, e
questo è davvero sfiancante, così quando abbiamo finito e le dico che è il caso
di smammare perchè devo lavorare ecco pronte le lacrime e e le accuse e tutte
le altre cose che ti sfiniscono, e questo le fa imbestialire e al tempo stesso
affezionare ancora di più, e si legano
in maniera assurda e inspiegabile, e diventano indemoniante e pazze all’idea di
perdere quel minuscolo microscopico qualcosa che faccio per loro e che a loro
piace. Credimi, amico: le donne preferiscono scoparsi i poeti.
- Quale
è il tuo concetto di scrittura? Per me scrivere è scrivere. Punto. Scrivere
vuol dire scrivere. Non pensare. Io mi muovo tra le cose, sfioro le cose, tendo
alle cose, ma non penso alle cose, come per esempio sentire suoni e vedere
colori o sentire qualcuno dire cose e assurdità e luoghi comuni senza che la
cosa ti colpisca senza farci caso. Se c’è qualcosa in me, è sentimento, non
pensiero né intelletto, corpo senza mente, o più corpo che mente. Mi preoccupa
solo quello che vivo: ciò che conosco non m’interessa. Tutto ciò che so è
quello che vedo. Tutto ciò che vedo è tutto ciò che so. Ma uno scrittore, per
dirsi veramente scrittore, deve sentire sismograficamente, deve
mantenere la propria individualità, deve rimanere genuinamente controverso e
controcorrente, genuinamente borderline, mostruoso.
- Che
cosa è per te la poesia? La poesia è il pasto nudo di un lupo in amore. La poesia
è la mia anima. E non permetterò che la mia poesia rimanga rinchiusa in gabbie
di spiegazioni critiche sulle meccaniche relazioni causali tra forma e sostanza
e tra contenuto ed espressione, poichè queste poesie ben ponderate e queste
spiegazioni altrettanto ben ponderate contengono una logica ben ponderata che
si esplica solo all’interno dei confini di una ristretta cerchia chiusa e
ottusa di persone interessate alla poesia e alla letteratura, ma io non
credo che possano avere alcun valore per l’uomo della strada e per il
carcerato, per chi è condannato a un destino ignobile e costretto dal destino a
una fine infame e indegna. Il vero della poesia si misura per estensione non
per intensione, il vero test della
poesia è se va bene per ogni essere umano, la vera poesia è brulicante
d’amore dolore e risate, quella che può
renderti migliore la giornata o la serata e travolgere come un treno la viscida
nostalgia addestrata capace di tagliare come un’ascia micidiale dritta al tuo
cuore, la vera poesia, affilata come una ghigliottina, scivola dal tetto per
cascarti in testa e amputare l’orrore e tutto l’estenuante esasperante calvario
di brutalità psicologica che ogni giorno viviamo nelle strade e nelle scuole
nelle università e nel lavoro nelle birrerie e nel merdoso consesso umano, la
poesia vera è come una scoreggia: quando arriva non puoi trattenerla, devi
lasciarla libera di volare e librarsi nell’aria leggera come una piuma, e
spargersi nelle strade, in cielo come in terra, nei vicoli angusti e nei lunghi
viali alberati. Vedi, la scrittura è molte cose: è una sostanza proteiforme che
si trasforma nel tempo e nello spazio e può divenire molte cose aderendo ora a
un principio logico e razionale ora a un principio veritativo ora a un
principio lirico-poetico ora a un principio narrativo. Scegli tu che cosa vuoi
essere e sii qualsiasi cosa tu voglia essere, ma per l’amor di dio sta alla
larga dai poeti placidamente fasulli e lagnosi, frequenta gli ippodromi come
Bukowski o le corride come Hemingway, il giro della prostituzione come Bellezza
e Pasolini, bazzica i bassifondi e i bordelli come me e compi i tuoi studi
nella strada e nei bar, tra le
puttane e i delinquenti e i papponi tutto, ma rifuggi le masse e le biblioteche
pubbliche, vai sulla strada, sporcati fa’ la cosa sbagliata: a volte l’unica
cosa giusta da fare è la cosa sbagliata. Hemingway andava alle corride e questo
influenzò molto il suo stile di scrittura e quando scrisse dell’ubriaco che
accoltella la donna nella stanza di un albergo scalcinato d’infimo ordine per
un accesso di gelosia lo prese dai racconti sugli spalti: lì c’era tutto per
lui e lui semplicemente lo fissava sul foglio come un trascrittore o un
fotografo che vede e registra tutto quanto. Per Bukowski erano le corse dei
cavalli: l’ippodromo gli dava contezza dei suoi lati deboli e di forti, e gli
faceva capire il suo stato d’animo e che siamo tutti in costante mutamento e
mutiamo sempre, e gli permetteva di osservare la follia della folla che
dilapida soldi ed energie e tempo in insulse cure, e diceva che un giorno alle
corse può insegnarti molto più di quattro anni all’università. Anche andare agl’incontri
di pugilato aiuta a comprendere te stesso e la folla. Ma più di tutto io
preferisco i bassifondi e le bassure, il giro dei bordelli clandestini, dove
noi ci ubriachiamo e ci lasciamo andare alla voluttà della violenza e alla
violenza del piacere con tutta la violenza della nostra pazzia e delle nostre
perversioni che sono tante ed è eccitante stare in quell’ambiente squallido e
sordido tra beoni ubriachi e folli fumando sigari e assaporando uno spiraglio
di vita vera, con una rossa ossigenata o una bionda burrosa tutta tette sulle
gambe che muove il suo culo per te, solo per te, mentre tu sbavi come una iena
davanti a quella lauta cena a sbafo, l’aria grigiognola per il fumo di sigari e
sigarette perennemente accesi, azzurrognola per i fumi dell’alcole che scorre a
fiumi in un sciame di lussuria e libidine e violenza ,mentre tu getti soldi e
ti bevi tutta la vita che c’è, e sbavi davanti a quei culi meravigliosi e
magici che si muovono e ondeggiano e ballonzolano per te e lo fanno solo per
te, per te che sei il grande, il campione del piacere, il maestro del sesso e
il re della figa, mentre lingue saettano nelle bocche e mani serpeggiano sui
sessi dischiusi che reclamano il piacere e poi quando la sera finisce e il
giorno langue vai a casa con una donna di cui non conosci il nome e rientri
nella vecchia alcova che è un triviale lupanare e nel letto d’amore glielo
schiaffi in culo a queste perfide puttane da quattro soldi e la scopi come si
deve nonostante l’alcole e poi sborri e loro bevono la tua sborra e con essa la
tua anima e finite addormentati insieme in un unico abbraccio esiziale come
angeli ubriachi. Vedi quanto c’è di buono in me e nella mia scrittura (ammesso
che ci sia qualcosa di buono...) io l’ho preso dalle puttane e dai papponi
dalla strada e dai bassifondi. Ti basti la strada. Ah, la strada maestra di
vita. È lo spettacolo più bello ch’esista. E non si paga nemmeno il biglietto!
- Un
messaggio finale? Non abbiate paura di farvi male, siate folli e irrazionali,
non abbiate remore o riserve, sporcatevi di vita fino alle ossa, il sole bacia
i vivi. Non prendete la vita come un’equazione matematica: due più due in
matematica fa quattro ma due dispiaceri più altri due dispiaceri non fanno solo
quattro dispiaceri ma, a volte, anche una buona ragione per suicidarsi. Siate
ribelli, ma ribelli nel profondo, cioè: seguite sempre il vostro cuore, perchè
alla fine, quando si tirano le fila e non resta nient’altro, solo l’emozioni
rimangono. Fate sempre quello che è bene per voi senza far male agli altri
ingiustificatamente, ma fate male se è necessario. Ricordate che volte l’unica
cosa giusta da fare è la cosa sbagliata. Sentitevi liberi, siate liberi, liberi
di concedervi al piacere, liberi di rifiutarlo, siate liberi ma liberi in modo
consapevole, non ricercando oggi tutti i piaceri ma ricercando tutti i piaceri
dell’oggi. La vittoria sarà soltanto il debito compenso per il tuo sforzo. In
fin de’ conti il sole bacia i vivi.
Fine.
Dopo quarantacinque minuti di lettura e almeno un’ora di intervista ero
distrutto. Mi sono alzato, ho salutato, e mi sono concesso una birretta. Stavo
seduto in un tavolino in disparte. Ogni tanto, qualcuno si avvicinava per dirmi
qualcosa o solo per salutarmi. Rispondevo a tutti con ipocrita gentilezza e
finta affabilità. Poi, in un momento di calma, mi si avvicinò lei. <<Che
cosa bevi?>> mi chiese, <<La vita.>> risposi, <<E com’è?>>,
<<Dolce, se glielo consenti.>>. Allora lei si appoggiò con le mani
al bordo del tavolino, si chinò in avanti e mi fissò con i suoi grandi occhi
neri. Aveva lunghi capelli castani e irradiava una tremenda voglia di vivere.
Voglio dire, avvertivi la sua presenza. Sentivo vibrazioni scorrere tra noi.
Alcune confuse e non positive, ma innegabili. Lei mi guardò e anche io la
guardai. Aveva un bel seno. E che culo! Sarei rimasto a guardare qual culo da
lì all’eternità! Era folle, era miracoloso! La guardavo e la riguardavo. Era
una meraviglia. Avevo paura. Allungai una mano e le toccai i lunghi capelli.
Capelli lunghissimi. Capelli magici. Mi sorrise. Le misi una mano sotto il
mento e molto goffamente cercai di baciarla. Lei alzò il viso e mi diede un
bacio piccolissimo. I suoi occhi che continuavano a guardarmi. Nerissimi e
profondi. Scopadei. I suoi occhi si conficcavano nei miei come una lama. Ci
scambiammo il numero di telefono e ci lasciammo, con la promessa di rivederci.
Qualche
giorno dopo, una mattina, la chiamai. Ci demmo appuntamento per colazione al
Ventisei. Quando arrivò , la prima cosa che disse fu: <<Questa camicia è
appena comprata.>>. Era vero. Avevo comprato quella camicia pensando a
lei, pensando a quando l’avrei rivista. Se n’era accorta, e sapevo che mi stava
prendendo in giro, ma non mi disturbava. E niente: abbiamo fatto colazione e ci
siamo salutati.
Un
pomeriggio, alcuni giorni dopo, le telefonai di nuovo. Il telefono squillò a
lungo. Pregai che rispondesse. Rispose. La invitai a cena. Accettò. Alle nove
era da me. Chiacchierammo, mangiammo, ridemmo, e scherzammo come due vecchi
amici. Poi lei si alzò per andare in bagno. Entrò lasciando la porta aperta.
Potevo vederle le gambe mentre si abbassava le mutandine e si sedeva a
pisciare. Poi uscì e rimase in silenzio, appoggiata allo stipide della porta,
fissandomi. Allora mi alzai, la afferrai per la testa e ci scambiammo il bacio
più lungo di sempre. Poi la bloccai contro il muro e le strappai la gonna e le
mutande. Mi spinse via. La riacciuffai in mezzo alla cucina. Allora mi afferrò
una mano e se la portò al culo. Gli afferrai una chiappa e gliela strizzai
forte. Le spingevo le dita dentro il buco del culo e nella figa. Era bagnata.
La spinsi sul letto. La spogliai e mi spogliai. Il tempo sembrava essersi
fermato. L’aria era densa. Lo spazio pareva immobile mentre l’esistenza si
appesantiva di mancanza di amore, e altre cose insopportabili come lunghe ombre
demoniache. Non so perché, ripensai a quando le cose andavano veramente male, e
non avevo un posto dove andare. Magari quello era servito a farmi apprezzare il
presente. È bello avere un posto dove andare, un luogo in cui rifugiarsi quando
le cose si mettono male. Ma adesso non m’interessa manco più quello che mi fa
stare bene. M’interessa solo come mi sento e come smettere di stare male quando
le cose volgono al peggio.
Mentre
mi baciava mi guardava, mi fissava, i suoi occhi mi penetravano, mi scavavano
dentro. Come se servissero gli occhi per vedere. Io non la guardavo. Tenevo gli
occhi chiusi e aspiravo tutto il suo odore. L’abbracciavo. Ho sempre pensato
che l’abbraccio sia una cosa fottutamente meravigliosa, perchè elimina lo
sguardo: stretti al petto l’una all’altro ci si può solo sentire. Non ci si
vede. Cercavo di sentirla, più che potessi. Intanto giocando col suo corpo
solitario.
Il sole
non bacia i belli. No. Il sole bacia i vivi.
LA VITA
CHE MERITA.
Solo al
mondo, e penso tanto ultimamente, sempre di più, e tutti questi pensieri mi
riempiono la testa, e non riesco più a essere rilassato, e tremo e fremo e sono
irrequieto, dormo a singhiozzo e mi muovo a scatti mentre scivolo tra le ombre
di città morte e anime morte e corpi morti e gente morta e cani morti e vite
morte e amori morti e sepolti e rasoi
affilati e sere desolate e meri incidenti di superficie che s’incuneano tra
sbornie micidiali e statue di cera che si sciolgono al sole anno dopo
anno e giorno dopo giorno sempre più triste straziato e incazzato mentre tiro
avanti a malapena e sbarco il lunario rubando emozioni e scrivendo poesie su tutto
il dolore vissuto e la rabbia vissuta e la pazzia vissuta e la follia vissuta e
la noia vissuta e i rimorsi vissuti e i rimpianti non vissuti e mal digeriti,
mentre le giovani ragazze non ci sono più rimpiazzate da vecchie ragazze un po’
tardone con l’alito fetido e le rughe e la bellezza di un tempo trasformata in
merda liquida e le rose sono marcite e le viole si sono decomposte, e divido
casa con un giglio in mutande vivendo con il cuore in gola e un ghigno amaro in
bocca dentro la bocca di un vulcano temporaneamente inattivo ma pronto a
esplodere alle sei in punto del mattino, e per di più ho solo trent’anni ma già
mi sento un animale braccato fuori dal branco, senza alcuna ambizione senza
alcun desiderio senza alcun dubbio alla perenne ricerca di qualcosa alla
perenne ricerca del fantasma del modo giusto e della fortuna alla perenne
ricerca di un dio in perenne attesa della mano invisibile che scivola giù dalle
cosce di Venere, e per dirla tutta non sono mai stato buono e non sono mai
stato buono a nulla, sono sempre stato un inconcludente buonannulla, un’assurda
e totale nullità, un fallito, spacciato proprio, ma a volte dire di qualcuno
che è buono non significa nulla di buono e comunque la mia vita è sempre stata
condizionata dall’azione e governata dall’audacia irriflessiva del temerario e
io non posso esistere in altro modo né smettere volontariamente di correre
rischi, di agire e tenere duro, sarebbe per me come strapparmi dal petto vivo
il vivo cuore ancora pulsante e ingoiarlo ancora caldo, cazzo ma perchè non posso essere una persona normale un autista
di autobus un fotocompositore un impiegato un
batterista un commesso uno sbirro un lavapiatti un rappresentante di
marmellate un panettiere un pasticcere un
normale barista o anche il proprietario di una birreria, probabilmente
sono pazzo, anzi sicuramente sono pazzo, io sono pazzo pazzo pazzo,
sicuramente, ma guardo le persone e vedo solo fantocci posseduti dalle cose che
possiedono, solo fantoccio che possiedono solo ciò che possono comprare, ma io
non sono un volgare ladruncolo io ho anima e corpo e cuore e mente e voglio il
mondo intero o nulla, preferisco niente se non posso avere tutto, ma tutto
quello che voglio non può essere posseduto dunque non lo posso possedere e per
questo non ho nulla di nulla di un nulla al quoto di nulla e pensavo a tutte
queste cose e a molte altre ancora allorchè col primo giallo scintillio di una
stella che pareva la capocchia di uno spillo appuntato nel liscio velluto della
notte la lama di un gelo tagliente sembrò fendere l’aria calda della terra e le
nostre facce già rosse dal freddo piccante mentre Venere erompeva dalla bruma
sfiorando i prati come una gemma preziosa incastonata nell’orlo del cielo
gettando una tenue ma rassicurante luce grigio-azzurra. Erano le cinque e
quarantacinque minuti, dunque mancavano solo quindici minuti all’alba, 15
minuti all’esplosione del giorno: mi girai sul fianco e mi riaddormentai,
sperando di non dover assistere alla mia morte. Io sono l’uomo da niente, l’uomo
miserabile, il buonannulla, il perdente, l’impostore.
Ma
ognuno ha la vita che merita. Ognuno merita la vita che ha. Io ho scelto la
vita di chi non vive: faccio lo scrittore e sono un codardo ma che differenza
passa in fondo tra un codardo un coraggioso? Il coraggioso è solo un codardo
privo di immaginazione, capacità di calcolo, e senso pratico. Ognuno ha la vita
che merita, ognuno merita la vita che sceglie. Io ho scelto la vita dell’accattone
e del disperato, del morto-di-fame e del buonannulla, del fannullone e del trafficone.
Ma è che non riuscivo ad andare a lavorare, non potevo smettere di vivere, il
giorno fuggiva troppo velocemente, assai ferinamente per sprecare il tempo nel
lavoro, era troppo bello là fuori, le strade, la strada, la gente, i fiori neri
dell’asfalto che crescono sotto il sole sfavillante e accecante del meriggio, l’uomo
può essere capace di qualsiasi cosa poichè è la misura di tutto, gioia, paura,
odio, rabbia, violenza, devozione, coraggio, come la medusa come lo scarafaggio
come il topo come la zecca come il gatto come il leone come la iena come l’albero
io non ambivo ad altro che a vivere. Io appartengo alla genia degli uomini che
non ambiscono ad altro che a vivere.
E POI
FU LA NOTTE.
Mareggiare
pallido e assorto, sotto la ridente linea dell’Orto, mentre un capitano da uno
schiaffo a un’ordinanza militare, e miracoli scientifici sciamano in cielo, e
soavi psichiche deformità precipitano che non riparano a castrare, e per le vie
polverose, per le serpeggianti vie polverose un bel tramonto pieno di vapori
esplode di fiamme viola e altri mille colori.
E poi
fu il buio. E poi fu la notte, che sgorgò nella rugiada e nel bruscolo, nell’occhio
cieco della notte e nel brusio dell’allocco, nel bruciore del pidocchio e nella
tirchieria del pitocco, nello sfavillare del barocco, fra indecenze regole
regolamenti colloidali e ordinamenti.
L’amai
a distanza di 48 ore per orizzonte, mi baciò del bacio più strano e nell’ora
più strana, quell’ora che non è più giorno e non è ancora notte, quell’ora in
cui le cose cambiano forma liberando tutte le ombre malcelate, acquattate
durante il giorno, e una pallida fosforescenza di viola-tramonto saliva dalla
terra, dal mare e dalla saliva, e ogni albero era intimorito dalla propria
aureola, e tutte le fiammelle stellari risplendevano in cielo come un
candelabro, risplendevano il cielo come un candelabro, e tutte le costellazioni
e le stelle più lontane lanciavano il loro segnale, il loro segnale un po’
semplice e un po’ complicato, e una luna vanesia disegnava sul mare un sentiero
che si perdeva tra le acque a perdita d’occhio, anzi a vista d’occhio, e anche
lei sembrava una notte illuminata dalla luna, un mare illuminato dalla
luna-lume del suo sorriso, dalla falce di luna del suo sorriso, un sorriso come
una ferita sul volto della notte, sospeso nell’acqua dei cieli, nell’acqua dei
cieli su cui sogliono specchiarsi le allodole che fanno dei cieli uno
specchietto per le allodole, acie di fieni e acufeni, e poi la notte, una notte
strana e silenziosa, magica e splendida, come il suo volto di luna che
trasfigurava-perfigurava occulti messaggi eridanei da occulti dei iridei
scortati ed eoni d’infimo grado, da imbrogli furbizie pugnette prospezioni, da
intangibili feromoni d’inscindibile alterità, e idee e tropi, e nomi e niente e
mente, la mente il cervello il nulla, e diecimila frammenti di acciaio
essudato e poi coagulato intorno a un
rosaio di filami, fra collaudati reami di organi reali e origami e
batracomicomachie di uccelli contro insetti, imbonimenti-ossequi definitivi e
in(de)finitivi accanimenti. E con la notte venne un cenno di linguaggio, come napalm al passaggio del paesaggio,
esangue dietro l’ultimo sangue di un barthesiano imperio dei sogni, e delle
avversioni di ultrasoniche ricognizioni archeologiche nelle crepidini nelle
volte nelle catacombe nel fundus coelorum.
In-ultima-analisi e in-prima-istanza, ad un secondo acchito e in terzo luogo,
tutto sommato e tutto sottratto, questo solo posso, questo solo oso dirti: fui
fumo e fui funo e fui pomo, l’immagine di un immane rogo di errori e orrori e
vocalizzi, un monadico cordo di vacui morfemi e muti semantemi così indecente
che cercai tutte le decenze e i decori, fui disdoro, per me e per te e per noi,
e per l’umano consesso, fui disdetta a tutti gli ordinamenti e i regolamenti
per quel fastidio che mi manca lievemente libidico. Mi è mancato così poco per
vivere... ma nel non sperimentabile pretestuarmi, perorando la mia causa,
speronai la giusta causa con un sol colpo di coda pretestuosamente colpevolmente
vicitandomi all’orlo del baratro come al ciglio del burrone, al labbro dell’abisso
come al fianco del confusamente, avvicinandomi a nuove imposture e forme,
inganni e retoriche, appropinquandomi approssimandomi appressandomi all’ultimo
sangue dell’ultimo duello all’ultimo verso dell’ultimo poema estremo sublime in
isteriche rime concepite a misura, a pastura, secondo natura della Norma
carnefice e pentimenti patimenti e altre offese a nulla più servirono nel vero
falso infatuarsi del falso vero nel vero e falso vero verde nel vero mero nero
verdicante falso.
SPERMA
ISTANTANEO.
Era una
sera fiacca, e io non avevo voglia di scrivere. Tristezza infinita. Non c’è
scampo: siamo tutti fregati, tutti fottuti dalla vita, non esistono vincitori,
solo vincitori apparenti, la vita è un sicario che ci aspetta al varco come un
brigante, mentre noi diamo la caccia a un mare di niente, la sopravvivenza
sembra l’unica necessità, giorno dopo giorno, ma io sono stanco, stanco di
tutto e stanco della vita: ha impiegato così tanto ad arrivare e solo un attimo
ad andarsene. Non c’è scampo. Ma almeno non sono in galera e non ho il cancro.
(Almeno per ora.) Mi sembra di vivere un esistenza che non mi appartiene, e
morte e indifferenza sembrano le uniche possibilità, quando tutto il resto
appare privo di senso, quando tutto il resto appare assurdo e asessuato, e
passo il tempo guardando fuori dalla finestra il vento che passa, la morte che
avanza, e la pioggia che scoppietta croscia romba e balbetta, mentre il sole
sanguina sbanda e sbietta. La strada, le cose, le persone, sono cose vuote, e
anche le cose sono vuote. Le persone una massa di stupidi che fornicano con la
morte, la morte che copula con la morte, morte scopa morte, perdenti perduti
ansanti ansiosi pavidi e paurosi. Le donne sono delle brutte troie, insulsi gli
uomini palloni gonfiati. Guardarli, e guardare la vita, è come guardare fuori
dal finestrino sporco di un auto in corsa: solo lo sporco maledetto nulla
assoluto che passa e sfreccia e quasi traccia non lassa, e anche dentro è
vuoto, dentro la camera, solo fumo di sigarette, qualche libro sparpagliato,
alcuni quadri, e un paio di scarpe rotte, il passato svanito come l’amore, il
futuro incerto, bisbetico e scialbo come le donne, il presente malaticcio e
avvizzito che si trascina carponi come un lebbroso, gli insetti che copulano
incuranti di tutto e tutti, il coraggio mi ha abbandonato, l’amore è un orrendo
crocifisso in una mano morta, la pazzia ride alle mie spalle e la morte urla il
mio nome, mentre i fiori cercano di sbocciare ma non ce la fanno, il cervello
che imputridisce dentro la testa e si trasforma in schifosa poltiglia
gelatinosa, il sole che filtra attraverso nuvole rancide colando i propri raggi
da un cielo acido, il sole che sanguina appoggiato al davanzale della finestra
mentre avvoltoi neri volteggiano in cerchio e ride la gazza nera sugli aranci,
e la campana che arrugginita non suona più per me, come il mio cuore scordato,
a volte non ho voglia di parlare con nessuno allora abbasso le serrande e
rimango a letto per giorni e giorni interi non facendo altro che fumare e
dormire, privo di sentimenti, privo di idee, privo di progetti e ambizioni,
privo di sogni, odiando il sogno perchè non si avvera e il sonno perchè non
giunge mai, mentre il tempo fluisce sulla mia testa come un esiziale fiume di
lantanica disperazione, e la morte gioca con i miei capelli li carezza, ma è
che ci sono giorni in cui tutto va male, dovunque: in casa, in strada, in
macchina, e da qualsiasi altra parte: assalti continui e ininterrotti, feroci,
alla mia anima e alla mia pazienza, i nervi tesi fino allo spasmo, i nervi che
si tendono fino quasi a spezzarsi, in giro solo volti sorridenti e rilassati d’idioti
patentati, sguardo ottuso, facce di capra e menti dementi, a volte sono
talmente stravolto da sentirmi male: allora siedo nella mia stessa ombra,
intrappolato, ingabbiato in solitudine glaciale, non me la passo per niente
bene, e la voce dolce e gentile delle ragazze giovani e belle non risuona più
tra i miei muri, il cuore non batte più, e io sogno il nulla ripensando all’estate
perduta, ma non voglio che tu mi compatisca, non voglio lamentarmi, non mi sto
lamentando, so che c’è ben di peggio, e non sono il primo né l’ultimo, non mi
sto lamentando: sto solo cercando di dirti com’è: impazzire e farla finita o
continuare a provare? Ma morire sarebbe assurdo, assurdo almeno tanto quanto
rimanere, forse potrebbe ancora esserci un posto giusto per me in qualche
luogo, da qualche parte, ma fa male aspettare un momento che non si sa quando
giungerà e restare in attesa ascoltando il silenzio che assorda, immerso fino
al collo in un mare di merda e disperazione che come onda sciacqua schianta e
sciaborda e straborda, sono stanco d’inseguire la vita, l’esistenza è solo un
susseguirsi di stupidi eventi senza senso, ma quello che più brucia non è l’attesa,
è lo spreco, come stare in un campo inondato di sole a riposare e sentire il
bisogno di soffrire, e scappare. Uno così può lasciarsi andare completamente e
darsi per vinto: tanto vale uscire e trovarsi qualcosa da fare o provare a
inventarselo.
Così mi
vestii e uscii. Fuori il sole schiantava e s’infrangeva al suolo frangendosi in
mille cuspidi di luce acuminati che trafiggevano la mia pelle con mille lame
invisibili e affilatissime. Salii in macchina, girai la chiave, si accese il
motore, lo scaldai per bene, ingranai la marcia, e partii. Ed eccomi finalmente
sulla strada, diretto a sud di nessun nord, e alla periferia di nessun centro,
diretto ovunque e in nessun luogo, mentre il sole bruciava attraverso le nuvole
e la vita non girava, ma ero ancora giovane dopotutto e a trent’anni hai tutta
la vita davanti, così accelerai, e malgrado ancora la vita non ingranasse mi
sentivo meglio, accelerai ancora, prima la terza poi la quarta e la quinta, la
vita iniziava a carburare e qualcosa si muoveva, il vento tra i capelli, la
libertà tra le dita, l’asfalto sotto il volante. Accesi una sigaretta e sbuffai
il fumo in faccia alla morte, cominciando a sentirmi meglio, nonostante mi sentissi
completamente inutile. Cioè, esistono al mondo circa 3 miliardi di donne e
nessuna che bussi alla mia porta, che venga al mio indirizzo, o digiti il mio
numero, sono solo un demente, un pazzo, un subnormale.
Saltiamo
il resto della giornata: zero novità, zero adrenalina, zero colpi di scena,
zero azione: non vale la pena parlarne.
Tornato
a casa mi spoglia, andai in bagno per pisciare, pisciai, mi lavai le mani
godendo del calore dell’acqua che scorre, chiusi il rubinetto, e mi stravaccai
sul letto: fanculo tutto, la vita consuma fino all’osso, spesso i principi
della ragione non valgono più e allora entrano in gioco le ragioni dei
principi, quando vengono meno i diritti bisogna ascoltare le ragioni, essere
autorevoli non vuol dire essere autoritari, essere concentrati non è essere
concentrici. La vita consuma, la vita consuma fino all’osso. Mi addormentai.
Fui
svegliato dal campanello. Mentre mi avvicinavo alla porta, ricevevo una strana
sensazione di sinistra eccitazione, buona solo in parte, diciamo per metà buona
e per metà cattiva, ma decisi lo stesso di rispondere. Andai ad aprire e quando aprii la porta si spalancò e entrò una
donna, anzi no, una furia, una donna belvigna e belluina, totalmente invasata e
imbestialita, spandendo nell’aria un ferigno odore d’ira e rabbia, seguita da
un ronzio come di api disturbate in preda a una impetuosa collera e bestiale
frenetico furore, agitandosi come un saettante dardeggiante folgorante
guizzante lampante fulminante serpe avvinazzato. E bruciava l’aria con il
perfetto movimento ondulatorio del suo culo ondeggiante come un’altalena, culo
infinito eterno ed enorme come il mare e come il mare luccicante e
scintillante, infiammando quel che restava della mia anima con capelli così
morbidi che ad ogni passo danzavano sobbalzando e vacillando vivi come argento
vivo, e occhi così lucenti che sorridevano, la bocca tutta tesa in una smorfia
imbronciata di bestemmia e le labbra che si protendevano come a esplodere. È
proprio vero che l’azione arriva quando meno te l’aspetti. La donna avanzò
nella stanza scivolando sul pavimento come una danzatrice su pattini a rotelle,
ambiando lungo la tangente del desiderio che l’aveva portata a me. Poi fece una
giravolta su se stessa mi fece letteralmente colare il cervello dalle orecchie.
Poi si fermò davanti a me tremando le pareti e rabbrividendomi di perversa
eccitazione, mentre il cielo si capovolse dentro un bicchiere e io rimasi
pietrificato e muto, le tempie che pulsavano e battevano, il suo culo
miracoloso che si propagava nello spazio attorno e mi percuoteva quello che
rimaneva del cervello. Infine, le sue
mani saettanti nei miei pantaloni come infiammati strali avvelenati di sesso
che mi violentavano e mi stupravano, svuotandomi e risucchiandomi. Certi giorni
non c’è proprio verso di raddrizzarli: la vita consuma consuma fino all’osso.
La vita è solo una barzelletta scritta da un uomo senza mancanza di umorismo.
ULTIMO
AMORE.
Quella
mattina, presto, dalla cassetta della posta spuntava un cartoncino azzurro. Non
ricevo mai lettere e così, incuriosito, l’aprii subito. La lettera recitava
così: <<Ti ho amato al punto di non poter sopportare l’idea di ferirti. E
amandoti ho amato i tuoi difetti e i tuoi errori, le tue bugie e le tue
brutture, le tue contraddizioni e le tue bassure, anche i tuoi piedi e le tue
ascelle, l’odore stantio del tuo sudore e il sapore acre del tuo seme. E forse
il tuo carattere non mi piaceva, né il tuo modo di comportarti, però ti ho
amata di un amore più forte dell’amor proprio, più labile del desiderio e più
cieco della gelosia: a tal punto implacabile, a tal punto inguaribile, che
ormai non potevo più concepire la vita senza te. Ne hai fatto parte quanto il
mio respiro: rinunciare a te è stato come rinunciare a me stessa, ai miei
sogni, alle mie illusioni, alle mie speranze. Come rinunciare alla vita. Quest’amore
è stato una malattia, e di tale malattia riconoscevo e potevo elencare tutti i
segni, tutti i sintomi, tutti i fenomeni. Un amore simile non è stato nemmeno
una malattia… era un cancro! Un cancro che a poco a poco invade gli organi
interni col suo moltiplicarsi di cellule, il suo plasma vischioso di male, e
più cresci e più diventi cosciente che nessuna medicina può arrestarlo, nessun
intervento chirurgico può asportarlo; forse è possibile quando era un
granellino di sabbia come un chicco di riso, una vocina che grida, un amplesso
mentre il vento fruscia tra i rami d’olivo; ma il vento avvampa gli incendi e
ora, invece, non è più possibile rimuovere quel cancro, perché ti ruba ogni
organo, ti divora a tal punto che non sei più te stesso ma un impasto fuso con
lui, un unico magma che può disfarsi solo con la morte, la sua morte, che
sarebbe anche la tua morte. Così tu mi hai invaso e così tu mi stavi divorando.
Impossibilmente tua, Muna.>>.
Ritornai
in casa, aprii il frigorifero, e mi scolai due birre. Rimasi sovrappensiero,
come uno scemo, per mezz’ora. Poi dissi <<Che cazzo sto facendo!?>>
e la chiamai.
Presi
il telefono e composi il numero. Squillò a lungo. Infine rispose.
<<Pronto?>> disse. <<Muna, sono io...>> dissi.
<<Oh, Manu...>>. Solo lei mi chiamava Manu. O Manuel, per intero.
Tutti gli altri mi chiamano Omar. Le tremava la voce. Sembrava commossa. Io lo
ero. E in quel momento mi accorsi che l’amavo da morire. <<Come
stai?>> le chiesi.
Ci
siamo dati appuntamento. Non la vedevo da più di un anno. Non sapevo come
sarebbe andata, come sarebbe stato, ma sapevo come volevo che fosse. Eppure,
non avevo nessuna certezza. Non puoi mai saperlo prima, ci sono giorni in cui è
meglio restarsene a letto, le coperte fino alle orecchie, e tutto il mondo
fuori. Sono arrivato con un’ora di ritardo. Quarto piano. Abbiamo parlato e
parlato. Poi mi sono fermato per la notte. Ci siamo spogliati, ci siamo
infilati sotto le coperte, al buio ci siamo sfiorati, sentivo le sue unghie
sulla mia schiena, mi sono voltato, l’ho abbracciata, l’ho stretta, cingendola
da dietro, la sua schiena contro il mio petto, il mio cazzo contro il suo culo,
le carezzavo le cosce muscolose e il seno rotondo e sodo, mentre la notte ci
piombava addosso, le sue lunghe stelle che bruciavano sulle nostre teste. La
luna dalle morbide dita di rosa sospettosa in silenzio stava a guardare. Poi mi
è venuto duro, e abbiamo fatto l’amore sotto una strana luna oscura. Le ho sfilato
le mutande, l’ho girata a pancia in su, le sono montato sopra, arpionandole i
fianchi alla ricerca della figa, le ho trovato la figa, ho spinto e spinto ma
non entrava, alla fine è entrato, scivolava sempre più dentro, non si era
depilata, vado pazzo per quei peli corti e ricciuti, gliel’ho spinto dentro
fino in fondo, lei emetteva piccoli gemiti di dolore, le afferrai i capelli, le
diedi un bacio selvaggio e violento, lei teneva gli occhi chiusi, la bocca
esanime. Poi ho iniziato a menarglielo più forte, sempre più forte, i suoi
gemiti aumentavano d’intensità e volume. Una frenetica e infiammante tensione
erotica. La mia perversione che si abbeverava a quei gemiti. Poi l’ho voltata e
gliel’ho ficcato dentro da dietro. Come i cani. I cani la sanno lunga. La
scopavo forte, me la sbattevo per bene, la randellavo a dovere, ancora e
ancora. In quel momento era mia. La brutalizzavo come meglio credevo, e facevo
del suo corpo quello che volevo. La picchiavo, le tiravo i capelli, la scopavo
come se fosse uno stupro. Le facevo male. Le facevo del male. Ero il suo
esercito conquistatore e i suoi cannoni di Navarone, ero il suo stupratore e il
suo padrone. Ero la morte dietro la maschera di un organo inesorabilmente
erettile. Alla fine sono venuto, e siamo rimasti sdraiati l’uno accanto all’altra,
stanchi, esausti, madidi di sudore. Io ero anche felice. E non solo perché mi
ero scopato ancora una volta quella deliziosa bambina. Ero felice e non sapevo
perchè. Ma forse è questa la felicità. E, poi, lei era meravigliosa, uno
spettacolo di strabiliante bellezza. Quando scopava sembrava che stesse
partecipando a un concerto o a uno spettacolo di danza classica, era elegante e
delicata eppure allo stesso tempo era una scopata fantastica. Il suo modo di
scopare era un messaggio senza parole, come una casa che brucia, come un
incendio, un terremoto, o un’alluvione: il messaggio non è chiaro, ma è lì,
davanti ai tuoi occhi, reale e tangibile: non puoi non vederlo. Più tardi ci
addormentammo. O, meglio, lei si addormentò. Io non riuscivo a smettere di
guardare quella negra bellissima, snella e aggraziata. Intanto l’abbracciavo da
dietro. Finché durava era la felicità. Non si poteva desiderare niente di più.
Era il meglio che ci fosse.
Quando
l’indomani mattino mi svegliai, Muna era seduta sul bordo del letto intenta a
spazzolarsi i capelli. Mi fissava con i suoi grandi occhi neri. I suoi grandi
occhi neri che mi scrutavano mentre mi ridestavo dal sogno, e seguivano ogni
mio movimento. I suoi grandi occhi foschi. Che mi azzannavano, mi penetravano,
mi divoravano. Poi mi sorrise. Di un sorriso bellissimo. Stavo bene. Mi
concessi il lusso di stare bene. Non mi succedeva da molto tempo. Mi sollevai
sui gomiti, la baciai dietro l’orecchio, aspirando tutto il suo odore.
<<E
così per vivere scrivi...>>, <<Non esattamente: mi limito ad
esistere e lasciare che le cose accadano. Poi, con un po’ di sforzo e
immaginazione, cerco di ricordare tutto e buttarlo sulla carta.>>,
<<Dunque sei uno scrittore...>>, <<Diciamo così.>>,
<<E quanto è importante per te la scrittura?>>, <<Per la
scrittura io ho fatto di tutto: mi sono costretto persino a vivere.>>,
<<E che cosa hai imparato, dalla vita?>>, <<Non molto, in
verità. Più che altro, che è meglio tirare lo sciacquone e non scommettere mai
sul cavallo vincente. Non so. Non capisco molto il mondo. Detesto la gente.
Odio la tv. Le feste mi danno il voltastomaco. Soprattutto quelle comandate.
Non mi piacciono le ripicche, i giochi sporchi, l’ambiguità, la menzogna, i
palloni gonfiati e le palle al piede, i silenzi che mettono a disagio. Mi sento
schifoso a pagare una donna per il suo corpo. Mi sento stupido a pagare per
avere un po’ di amore. Siamo così disperati che siamo arrivati a vendere quello
che non si può comprare: l’amore, il sesso, la felicità... Dobbiamo essere
davvero disperati, se siamo arrivati a questo punto. Mi sento stupido a pagare
per entrare in un cinema e sedermi in mezzo a stupida gente per condividere le
loro emozioni e condividere con loro le mie. Odio tutto questo, e molto altro
ancora. Odio scopare senza amore.>>, <<Tutto ciò è
disarmante.>> chiosò lei, e io non risposi.
Eppure
con lei era stato diverso, c’era stato calore, non era stato privo di
sentimento, non era la solita carne morta che si accoppia ad altra carne morta.
Detesto quel modo asettico di fare sesso: una palestra di freddi corpi senza
nome, estranei dentro il letto come fuori, che si masturbano a vicenda, gente
vuota e senza morale che per questo crede di essere più libera quando invece è
solo più schiava poichè priva della capacità di sentire o provare amore. Tutti
si danno alle ammucchiate e al sesso libero (cioè spregiudicato).
Morto-scopa-morto. La morte che scopa la morte. Tutto uno scopa-scopa senza
senso e senza passione, privo di umorismo e azzardo. Cadaveri che scopano altri
cadaveri generando altri cadaveri. Perché, vedete, la morale è restrittiva, d’accordo,
ma almeno si fonda s’un esperienza secolare da parte del genere umano. Talvolta
i principi morali tendono a incatenare e limitare le possibilità degli uomini.
Ma altre volte esprimono possibilità a lui sconosciute fino a quel momento. È
come un giardino pieno di frutta velenosa e frutta buona: bisogna sapere
distinguere che cosa si può mangiare da che cosa va lasciato sul ramo e
cogliere solo quello che di buono c’è. Nel deserto, invece, c’è già in partenza
la certezza di non trovare niente di niente.
E per
la prima volta pensai al matrimonio. Conoscevo i suoi difetti (e i miei) eppure
pensavo al matrimonio. Pensavo al matrimonio, e pensavo a una casa con dentro
un cane un gatto e un bambino, pensavo alla spesa al supermercato e alle
passeggiate al parco, alle sere sul divano a guardare un film, alle interminabili notti d’amore fino agli albori del
mattino. Poi, mi addormentai anche io.
Poi
facemmo ancora l’amore. Quando ci risvegliammo, era pieno giorno. Il sole già
alto sanguinava esplodendo la sua luce dolorosa. Il mio amore che tremava, con
lo stridore di una stella cadente, con il fuoco di mille splendidi soli, e la
fiamma di mille lampadine infuocate. Il mio amore inaridito che tornava a
sbocciare come un fiore di rosa stuzzicato dalle morbide dita del sole. La
notte che ancora bruciava sulle nostre teste. E lei, che riempiva lo spazio con
la sua sola presenza, i suoi capelli sparsi sul cuscino... Non potevo
sopportare tanta bellezza: le cinsi la vita con un braccio, e affondai la testa
tra tutti quei capelli, chiudendo gli occhi e rimanendo in silenzio.
Mentre
eravamo sdraiati, potevo sentire il battito del suo cuore: aveva un suono
triste. Mi domandai a che cosa stesse pensando. E d’improvviso anche io divenni
triste. Ma, nonostante questo, sembrava comunque un bel momento: due persone
che stavano insieme solo per il gusto, senza secondi fini. Al di là del bene e
del male, in teoria tutto è giusto, ma per continuare a vivere bisogna fare
delle scelte: alcune femmine sono più dolci di altre; altre sono semplicemente
più interessate a te; a volte quelle belle fuori e fredde dentro sono
necessarie, solo per provare scossa, una violenta scossa del cazzo, come una
rissa del cazzo o una folle corsa in macchina; ma quelle più dolci in genere
scopano meglio, e dopo un po’ che stai con loro ti sembrano persino belle,
perchè in realtà sono bellissime, solo che non te n’eri accorto perchè troppo
occupato a fare confronti e crearti aspettative.
In
fondo, mi basta un amore minimo. Mi accontento di una donna dolce e gentile.
Nulla di eclatante. Mi basta mangiarci insieme, dormire insieme, svegliarmi
carezzandole i capelli o succhiandole un capezzolo, passeggiare per strada con
lei, o vedere un film. Ma non voglio
conversare, e nemmeno andare chissà dove. Perché sentiamo la necessità di
chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio? È solo allora che
sai di aver trovato qualcuno davvero speciale: quando puoi chiudere quella
cazzo di bocca per un momento, startene in silenzio e sentire che è la migliore
conversazione che abbia mai avuto. Sono in circolazione da così tanto tempo che
ho imparato che siamo così diversi che è impossibile capirsi, e inutile
provarci: possiamo solo viverci. Viverci: baciarci, annusarci, scoparci,
accarezzarci, toccarci, sfiorarci. E amarci. Di quell’amore che non ammette e
non si confessa ma che non si dimentica. Mai.
Poi lei
si voltò, mi baciò, e svanì tutti questi pensieri. E, sai, il bacio è più
intimo di qualsiasi segreto e più erotico di qualsiasi scopata. La baciai anche
io. Con tutto l’amore che avevo. Con tutto l’amore che potevo. Come se quella
fosse la mia ultima ora sulla terra. Come se quello fosse il mio ultimo bacio a
disposizione. Come se lei fosse il mio ultimo desiderio. Avevo forse perso le
palle? Non ero più sicuro di niente.
In cuor
mio mi promettevo di amarla di quell’amore che non si ammette e non si confessa
ma che mai si dimentica, neppure per un secondo. Di quell’amore che strappa le
vene e toglie il sonno. Mi ripromettevo che l’avrei resa talmente viva che la
polvere l’avrebbe assordata semplicemente cadendo sopra i mobili. Così viva che
per la prima volta avrebbe avvertito la gravità pungerla,
come una
spina nel fianco. Così viva che, per l’imperativo delle ali, avrebbe avuto male
alle scapole. Il valore di un sentimento è la somma dei sacrifici che si è
disposti a sopportare per esso. L’amore è una schiavitù, e un dolore la
bellezza. Nella vita può succedere di tutto. Ma non con chiunque...
Lei era
bellissima: a ogni suo passo la terra gemeva, il cielo si contraeva e si
accartocciava come una foglia, e anche io spasmavo quando incontravo i suoi
occhi. I suoi capelli erano serpi capaci di impietrire gli uomini se avessero
provato a fissarli obnubilando le loro menti e offuscando i loro sensi. Era
fuoco liquido e ghiaccio bollente, uno spirito troppo grande intrappolato in un
corpo che era una condanna, una gabbia, un carcere. Capelli di nera seta e corpo
pure di nera seta. Quando stavo con lei tutto l’odio spariva, la ferocia e la
miseria scompariva, e tutto sembrava bellissimo, erano di nuovo solo cose belle
e fresche, niente aveva più ombre. Cazzo, era un sogno, un sogno, un dannato
mirifico sogno; era la nascita, la vita, la morte, era tutto, capisci? Non sono
mai stato così bene come con lei. Non che ci fosse qualcosa di particolare tra
noi: era semplicemente il modo in cui mi faceva sentire, la sensazione che
procurava negli altri di spensieratezza. Lei aveva scelto me punto e basta e
questo bastava per rendermi felice. Ma quando sorrideva, cazzo, quando
sorrideva tutte le luci del sole si accendevano come se fossero le luci di un
abbacinante neon psichedelico, e
illuminavano il mondo con la forza di un milione di splendidi soli. Lei aveva
scelto me, aveva scelto me! Prima mi sentivo messo all’angolo, deriso, escluso,
umiliato, devastato; e mi sentivo arso, arso dal rimpianto, arso dal rimorso;
non ce la facevo più, folle, invecchiato, stupido; anima marcia e cuore
imputridito; ridotto a un manico di scopa, senza occhi, senza denti, senza
cervello, senz’anima, senza bocca, e senza mani, senza colori; ero ormai troppo
duro, mi ero troppo indurito, e la mia corazza era invalicabile, ero ormai
troppo forte, troppo forte per commuovermi, troppo forte per muovermi, troppo
forte per spostarmi, troppo forte per innamorarmi.
Poi lei
mi avvolse tra le spire del suo dolore, e rimanemmo in silenzio per alcuni
minuti. Lei era nuda. Sdraiato il corpo di un pallore eccitante. I seni piccoli
e sodi. Raggiante, radiosa, luminosa, meravigliosa. I capelli che sembravano
vivi e sembravano assecondare ogni suo respiro muovendosi al ritmo affannoso
del suo petto, e la luce che li illuminava dalla finestra risaltava ancor più
il loro bagliore inseguendo ogni minima contrazione e ogni minimo movimento dei
suoi muscoli e ogni minimo sussulto del corpo e ogni impercettibile
increspatura della sua pelle. E aveva occhi sgranati e frementi e scuri, occhi
che contenevano tutto ed esprimevano tutto, occhi selvaggi che odoravano di
desiderio e dolcezza, di rugiada e di cielo. Dentro quegli occhi tutto era
contenuto.
Poi le
toccai le labbra con la mano. Ci baciammo. Intanto, con l’altra mano le
carezzava i capelli. Sotto la luce del suo sorriso i suoi capelli brillavano
come sotto la luce di mille splendidi soli. Era come se avesse il fuoco dentro,
era come se fosse fuoco lei stessa. E la baciai ancora, dietro l’orecchio, poi
mi chinai e le baciai il collo, i seni, la pancia, il ventre. Lei affannosa
inspirava ed espirava. Poi scivolai sul pube ben rasato e le baciai l’interno
delle cosce e il sesso appena dischiuso, che a ogni mio bacio si apriva sempre
di più, esplodendo ed effondendo dappertutto il suo odore forte e un po’
salmastro. Infine, le ninfe scoprirono del tutto la ninfea nascosta. Il fiore
sbocciò erompendo prima piccolo bocciolo poi sfrontata verga titillante,
gentilmente e delicatamente pulsante. Le gambe sussultavano in tumulto e mi
chiamavano con la loro voce di amarena, accoglienti e avvolgenti come le labbra
della vulva. E io entrai e godetti del loro calore infernale. E ci muovevamo
all’unisono, era un’intesa perfetta, un concerto, bellissimo, indimenticabile:
al di là di ogni immaginazione, al di là di ogni raziocinio, di là della
storia, al di là della pietà, al di là di noi stessi, al di là di tutto, mentre
noi assaporavamo l’essenza della vita.
Venimmo
insieme. Restai dentro di lei per un po’, e mentre la baciavo, le sue labbra,
labbra morbide e piene e sensuali, si abbandonavano alle mie labbra e
accoglienti ricevevano la mia saliva come uno scrigno possiede e serba
diamanti. Poi ci alzammo andammo in bagno a ripulirci e lavarci e poi uscimmo
di nuovo alla ricerca di cibo salimmo in macchina e guidammo senza meta per un
bel po’ parlando e scherzando fra noi, tutto il mondo fuori dal finestrino. Ed
eravamo felici: ci accontentavamo di ciò che avevamo, ci bastava persino ciò
che non avevamo, perché non avevamo bisogno di altro che di noi stessi.
Ed
eravamo fuori dal coro, una minaccia per la loro società costituita, per il
loro stile di vita, e trovavamo sempre cose da fare e cose che ci divertissero,
risate sincere, non sarebbero mai riusciti a capirlo, persino la pioggia era
piacevole insieme. Passammo così mesi e giorni meravigliosi. Poi, un giorno,
andammo a fare una passeggiata al parco. Era ancora estate e tutto era
splendidamente deserto a quell’ora: solo vecchie signore che occupavano vecchie
panchine e una pace assoluta nell’aria. Comprammo due panini e ci sedemmo sull’erba
a mangiare, poi ci distendemmo e non parlammo più: sull’erba l’abbracciavo e mi
abbracciava, e dormimmo, ed era ancora più bello che fare l’amore, non c’era
alcuna tensione solo pura energia positiva e vibrazioni altrettanto positive.
Le proposi di convivere. <<No. Non sono pronta.>>. L’abbraccia di nuovo.
Respirando tutto il suo odore. Poi ci alzammo, risalimmo in macchina, e
tornammo a casa. Lei raccolse le sue cose e io la riaccompagnai alla stazione
del treno.
Mentre
aspettavamo il treno, mi accesi una sigaretta e me la fumai. Il problema è che
per me è facile affezionarmi, ed è duro riuscire a non farlo. Io mi affeziono
sempre. O, meglio, non scopo se non mi affeziono. Sapevo che non l’avrei più
rivista. Avrei voluto baciarla, ma avvertivo la sua ritrosia. Così, mi limitai
a farle un sorriso. Ricambiò. Poi la sigaretta finì e si spense. La salutai. Mi
salutò. Poi mi voltai e me ne andai.
Pochi
passi dopo sentii di nuovo la sua voce, e il ticchettìo dei suoi passi dietro
di me. Aveva un corpo sottile e snello, che mi mandava in orbita, gli occhi
umidi di pianto. In quel momento avrei dato tutto affinché mi dicessi
<<Sì.>>. Tutto. Letteralmente tutto. Mai il ticchettìo dei suoi
passi come cento chiodi nel petto. Mi abbracciò. Mi disse che le dispiaceva. Le
dissi che non c’era nulla di cui dispiacersi. Che le cose belle iniziano e
finiscono. E questo è triste. Che anche le cose brutte iniziano e finiscono. E
questo è bello. Alla fine, è già una fortuna anche solo chiudere più o meno in
parità. Allora lei si sollevò sulle punte e mi baciò. Un bacio semplice. D’amore.
A bocca aperta. I corpi l’uno contro l’altro. Le mani nelle mani. Le dita
intrecciate.
Poi ci
staccammo, e lei, semplicemente, andò via. In un baleno. Per sempre. Tutto
liscio. Tutto facile. Tutto indolore. E come no!?
Non so
dove sia andata a finire, ma quelle notti erano belle, e lei era grande a
letto, e quelle gambe sui tacchi erano magnifiche, e quel culo rotondo ed
enorme era un portento. Era magica, la sua pelle lustra e morbida, e i colori
delle sue mutande così eccitanti. Era bella quella vita: donne e fiori, culi e
poesie, scopate e cazzotti, primavere ed estati non sarebbero mai più stati
così belli. Miseria e stupidità nutrono la verità.
Tornai
a casa, mi accesi un’altra sigaretta, mi sedetti in balcone e me la fumai,
immerso nel tiepido sole del crepuscolo estivo, mentre pensavo che non l’avrei
mai più rivista. Sembrava incredibile. Non l’avrei mai più rivista. Non sapevo
che cosa sarebbe accaduto fra un minuto, magari dalla porta sarebbero anche
potuti entrare due uomini armati fino ai denti che mi avrebbero crivellato di
colpi in pancia, forse avrei potuto avere un’erezione incredibile, o avrei
potuto vomitare o piangere. Ma sapevo che cosa era successo un attimo fa. Lei,
io, noi, le anime che s’incontrano in un abbraccio furtivo, in un amplesso
feroce e rabbioso come la notte o la guerra, l’orgasmo sonnolento e torbido,
una condizione magica, e giorni e notti d’incanto. Ma solo il letto ancora
disfatto, il cuscino ancora impregnato del suo odore, e questa pagina
ricorderanno il dolce rotolare dei suoi fianchi e il modo in cui le pareti
sorridevano a tutta quell’esplosione di gioia.
Tocca a
tutti prima o poi, è così da secoli, nasciamo soli e moriamo soli, e la maggior
parte del tempo che intercorre tra la nascita e la morte ci condanniamo a
viverlo da soli, presi tra l’odio e la paura, la demenza e la nevrosi, il
terrore e l’assassinio, il nulla e la tristezza. Una tristezza senza pari. Ma
forse era solo colpa mia che le donne le idealizzo sempre. Perché, vedi, per
fare l’amore è chiaro che si deve sentire qualcosa, ma se stai lì a rimuginarci
sopra e inizi a illuderti e crei castelli di carta e pensi che sia amore allora
ti crei delle aspettative e tutto va a rotoli. Che cosa c’è che non va nel fare
l’amore? L’amore è una forma di pregiudizio, anzi è uno scherzo della mente, è
la tendenza metafisica che induce a ritenere un sentimento e un affetto come
istanze morali eterne dotate di certi attributi immodificabili e immanenti. L’amore
è un’allucinazione, una malattia della mente che spinge l’uomo ad astrarre da
un essere le sue qualità e poi a ritenere platonicamente che quell’astrazione
sia un entità reale benché ideale e astratta e metafisica che sta a monte dell’ente
reale e concreto che vediamo. Insomma, inizi a sacralizzare quello che ti
piace, e quello che ti fa stare bene diventa una religione e ti fotti con le
tue stesse mani perchè in quel momento arrivano le aspettative e le aspettative
provocano insoddisfazione e delusione mentre credo che dovremmo prendere le
relazioni per quello che sono: una dolce parentesi fortuita nata da un incontro
altrettanto fortuito con una delle migliaia di persone che avresti potuto
incontrare. La gente ci ricama troppo sopra.
NUOVO
AMORE.
Quando
il mio vecchio appartamento era ancora vuoto, avevo preso l’abitudine di
starmene seduto alla finestra a contemplare la città. Bellissima mefistofelica
sonnolenta città di nuvole e pioggia. Anche se, in realtà, tutto quello che riuscivo
a vedere era l’enorme condominio di fronte, con tutta la gente che entrava e
usciva. Un passatempo che può sembrare noioso, e spesso lo era, tanto che a
volte mi sorprendevo a fissare il mio riflesso incantato nel vetro, dimentico
dell’esistenze che si svolgevano al di là di esso. Di quando in quando, di
solito verso mezzanotte, da dietro l’angolo sbucavano le coppiette: tornavano a
casa dopo un appuntamento e indugiavano a lungo, decisamente a lungo, troppo a
lungo, a parlare fuori.
Avevo
conosciuto Deborah in un localino di Piazza
Santa Giulia. Era il 15 di Agosto del 2021, giorno di Ferragosto. Ripensandoci
ora, mi piacerebbe poter dire che fu amore a prima vista, ma in realtà credo
che formasse un intrigante contrasto con le due donne che frequentavo all’epoca.
Una delle due ha un nome e una professione talmente ingombrante e imbarazzante
che eviterò di menzionarlo, nella speranza di conservare quel po’ di
credibilità che forse ancora ho. Quanto all’altra, si chiamava Muna come sapete,
e aveva una caratteristica: m’irritava. Punto e basta. Continuavo a vederla
solo per la sua strana capacità di farmi credere che se l’avessi lasciata sarei
andato incontro a un fallimento colossale. <<Ti conosco...>>, mi
diceva sempre, con aria saccente e presuntuosa. Odiosa. Insopportabile! Ma
aveva un culo sodo e invitante come nessun’altra, e in più era una scopata con
i fiocchi. Carne giovane, carne tenera: a volte basta poco per essere felice.
Deborah
era appena arrivata da Lione, dove abitava, ed era in compagnia di certa gente
che conoscevo. A farci sedere vicini era stato un amico in comune, un coglione
dall’aria artistoide che era solito bazzicare i locali della movida notturna di
Torino e sosteneva di essere nato con una vagina al posto del pene. Avete
capito bene: diceva di essere nato con la vagina! Dimenticava tuttavia di
aggiungere di avere un cazzo al posto del cervello: era infatti una testa di
cazzo ah ah! Con loro Sara, cugina di Deborah e giovane pittrice in erba, e
Simone Capitini, formidabile musicista con
la fissa delle droghe pesanti e, all’epoca, mio carissimo amico. Poi Simone e
Sara erano scomparsi, probabilmente impegnati in reciproci giochi di bocca e di
mano dentro il bagno di qualche bar o
dietro l’angolo buio di qualche viuzza poco illuminata, e io rimasi solo con Deborah
e Coglione. <<Deborah non crede che gli uomini possano avere la
vagina.>> disse Coglione, <<Io sono sicuro di non averla.>> dissi
io, <<Sì, invece, che ce l’hai. Solo che non vuoi ammetterlo.>>
replicò Coglione, <<Niente affatto. Anzi, posso affermare con assoluta
certezza di non averla.>> conclusi in modo secco e risoluto. Lui si
accigliò, guardandomi come se fossi tonto, e si allontanò lasciandoci soli.
<<Salve,>>
mi presentai <<mi chiamo Manuel Omar ma tutti mi chiamano Omar.>>. Non
rispose. Si limitò a sorridere dolcemente e subito abbassò gli occhi. Era una
persona posata e tranquilla. Tutto in lei, gli occhi, le tette, le braccia conserte
ordinatamente in grembo, suggeriva tranquillità. Solo i capelli erano fuori
posto, nerissime treccine africane che sembravano appartenere a qualcun altro.
Per il resto, aveva la pelle del colore del cacao e occhi che non parevano
fatti per il suo volto. Credo che si potrebbe dire che nell’insieme era buffa.
Aveva un’espressione buffa. Più tardi avrei scoperto che quelle treccine non
erano l’unica cosa ribelle e impertinente che avesse. Rimanemmo un po’ in
silenzio. Stava suonando un gruppo che mi era già capitato di ascoltare altre
volte, e presi a subissarla di chiacchiere, dicendo cose del tipo: <<Fai
attenzione al prossimo pezzo: è fantastico.>>. Devo averlo detto, credo,
più o meno di tutte le canzoni che suonarono quella sera. Ascoltavo le prime
note, quindi riattaccavo un monologo esaltando i miei pregi, mentre lei
sorrideva amabilmente ravviandosi di tanto in tanto quei suoi strani capelli
dietro la nuca. In certi momenti io stesso mi davo la nausea: una noia mortale!
Poi, a un certo punto, saltai su dicendo: <<Sappi che io sono un
maledetto contaballe. Non credere a una sola parola di quello che dico. Faccio
lo scrittore. Mi è appena venuto in mente che tanto vale dirtelo subito, così
non rimarrai delusa dopo. Hai mai visto “star trek”?>>. Silenzio.
<<Beh, io sono un po’ come Spock nell’episodio in cui spiega ai
replicanti che tutto quello che dice è menzogna. Al che loro ribattono: <Ma
se tutto quello che dici è menzogna allora stai mentendo anche adesso: dire la
verità per te significa mentire.>. Dopo di che cominciano a emettere fumo
dalle orecchie e fare altre cose strane ma lui riesce a svignarsela. Il fatto è
che mi sembri un po’ scontenta, e ci tengo a farti capire che non sono un
replicante.>>. <<Sei strambo.>> si limitò a dire. <<Ah
ah, sì, sì che lo sono! Ma provi per me una singolare attrazione. Non è
così?>>. Mi guardò. In silenzio. Ah, quel silenzio... Poi disse:
<<Hai mani bellissime.>>. <<Grazie.>>. <<Emani
una strana energia.>>. Questo lo ricordo con esattezza. Disse proprio
così: <<Emani una strana energia.>>. Beh, figo. <<Energia?>>
mi stupii. <<Non immaginavo che avremmo usato parole come “energia”. E
che cosa ho fatto per suscitare in te una tale impressione?>> chiesi, <<Non
lo so. Ma hai l’aria di aver bisogno di un sacco di affetto.>> disse,
<<Sì, eh?>>, <<Sì. Sei nervoso?>>, <<Sono sempre
nervoso! Ma non so perché.>>, <<È così anche per me. Ansia di
vivere. La vita.>>. Infine ci zittimmo, gli occhi nuovamente rivolti alla
band. Cominciava a piacermi sul
serio. E avvertivo un viscerale antagonismo nei suoi confronti. Più tardi seppi
che era stata alla Holden: io detesto la Holden... Era originaria del Congo e
leggeva solo autrici femministe di colore, e aveva da poco concluso una
relazione di tre anni con un pittore londinese. Ero innamorato. Cotto. Come un
lupo in amore.
Rimanemmo
lì seduti a lungo, parlando a voce alta per sopraffare la musica. Non riuscivo
a sentire tutto quello che la dicevo, ma non potevo staccarle gli occhi di
dosso. Fissavo i suoi occhi, il modo in cui il suo sguardo indugiava su di me
quella frazione di secondo di troppo. Sembrò lievemente spaventata quando,
passando, la cameriera la urtò. Teneva le spalle leggermente curve, come
raccolte sui seni, mentre si protendeva verso di me per sentire meglio. Le
raccontai che temevo di diventare quello che avevo finto di essere alle
superiori. Quando osservai che i suoi amici se n’erano andati, rispose
soltanto: <<Lo so.>>. <<Allora, ti piace questo gruppo che
suona?>> domandai. A quel punto, il cantante solista si era spogliato
quasi del tutto, fatta eccezione per un paio di boxer a pallini, e stava ballando sul palco scenico. <<Non
esattamente...>> rispose. <<Perché sei rimasta, allora?>> le
chiesi. Lei distolse lo sguardo, con un lieve sorriso, e subito non rispose. Poi,
dopo un attimo, disse: <<Infatti adesso voglio andarmene via: sono
stanca. Facciamo due passi? Ti va?>>.
C’incamminammo
nell’oscurità della notte buia. Senza tenerci per mano. Solo camminando fianco
a fianco, semplicemente. Intanto osservando la città. Passando prima per i
Murazzi e poi per il parco del Valentino, vedevo lungo il perimetro gli sbirri
oziare a bordo delle loro autopattuglie e i ragazzotti del sabato sera che
sbevazzavano vino seduti sui muretti e giocavano a fracassare le bottiglie
vuote vicino alla fontana asciutta. Dagli angoli delle strade e dai cespugli
del parco male illuminato arrivava continuo il sibilo degli spacciatori:
<<Tuttaposto? Serve qualcosa? Coca?
Erba?>>.
Quando
uscimmo dalle tenebre del parco finimmo per essere assaliti e avviluppati dal
grumo di luci abbaglianti di Piazza Vittorio e io dissi: <<Io sono nato
qui in Torino, ma sono siciliano, un mediterraneo autentico, con tutto i pregi
e i difetti delle mie origini latine: il sangue caldo e il meraviglioso
meticciato culturale. Ho vissuto in Sicilia dai 6 ai 21 anni, poi 3 anni in
Grecia, uno in Spagna, un altro in Roma, e un ultimo in Sicilia prima di
rientrare in Torino nel 2017. Allora avevo 27 anni, una laurea in archeologia,
e qualche pubblicazione su riviste minori alle spalle; e possedevo una famiglia
normale (o meglio ne ero posseduto), vale a dire quel tipo di famiglia che per
vivere ti fornisce (appunto) di una laurea nonchè della giusta dose di demenza,
che è il vero titolo di studio al giorno d’oggi, necessario per acquistare
rinomanza, cravatte e diritto di accesso a golosi ristoranti di moda. A volte
mi viene voglia di tornarci a vivere... in Sicilia voglio dire... e vivere come
un uomo vero, magari facendo il pescatore, e cazzeggiando con un tizio di nome
Turi. Io gli direi qualcosa tipo <Minchia, Turi, che caldo boia che fa oggi...>
e lui mi risponderebbe <Appiddaveru!> che in siciliano vuol dire
“veramente”. Poi, tornato a casa, farei un urlaccio ai cani, loro mi
correrebbero incontro, io gli darei una bella strigliata in testa. A quel
punto, grondante sudore, potrei finalmente prendermi il meritato riposo. Andrei
a stravaccarmi sulla veranda di casa mia in riva allo Ionio. (Il mio sogno
infatti è ambientato nei pressi di Catania.) Niente zanzariera, anche se dico
da anni di volere montarne una. Mi siedo sul divanetto in vimine, indosso solo una
vecchia maglietta logora della Champions perchè non serve altro quando abiti
sulla spiaggia o comunque in riva al mare, mi accenderei una bella sigaretta, di
quelle lunghe da 100 che mi piacciono tanto, e mi godrei il panorama, e la
pacifica atmosfera dell’ora rosa. Magari stuzzicando le corde della chitarra e
canticchiando a mezza voce una canzone tradizionale della mia terra.>>. Non
avevo idea di dove mi avrebbe portato quella fantasticheria. So soltanto che mi
piaceva parlare con lei. O meglio, dovrei dire a lei, dato che si limitava ad
ascoltare e ogni tanto annuiva un debole sorriso. Andavo a ruota libera. Dal
canto suo, Deborah non mi pareva scocciata, anzi mi guardava interessata. Ma
soprattutto stava attenta al percorso, correggendomi se sbagliavo strada, o
prendevo una svolta piuttosto che un’altra. Io intanto continuavo ad andare a
ruota libera: <<Poi mia moglie uscirebbe sulla veranda con me, indossando
solo un vecchio vestito sbiadito e consunto dal sale e dal sole, dal mare e dal
tempo, (nel mio sogno, infatti, siamo anche molto poveri,) uno di quelli che al
vento ondeggiano dolcemente, hai presente?>>. Annuì senza proferire
parola. <<Per un po’ canterebbe a bassa voce con me e poi, appoggiandosi alla
mia spalla, mi direbbe qualcosa del tipo <Accidenti, che caldo oggi...>,
proprio come direbbe Turi, ma senza brutte parole, perchè a lei non piacciono
le brutte parole, e mi rimprovera sempre quando le dico. <Per davvero!>
le risponderei io, poi mollerei quella maledetta chitarra scordata, e l’afferrerei
tra le braccia e a dispetto del sudore la stringerei in un abbraccio dolce e
bellissimo. Anzi, forse ancora più bello per il sudore e la stanchezza. E poi,
lentamente, come per caso, cominceremmo a baciarci, e finiremmo per fare l’amore.
Lì, sulla veranda. Davanti al mare. Sarebbe Bellissimo. Immortale. Sarebbe il
miracolo dei miracoli. In fondo, come ho già detto, basta poco per essere
felici.>>. Quando finii d’illustrale il mio idilliaco sogno campestre,
eravamo ormai giunti sotto casa sua. Lei propose di sederci s’una panchina e
parlare ancora un po’. Continuammo a parlare.
<<E
tua moglie che cosa fa?>> disse, <<Che cosa fa?>> chiesi, <<Sì.
Che cosa fa lei durante la giornata, mentre tu te ne stai in giro a cazzeggiare
con il tuo amico Turi, o esci in barca per pescare?>>, <<Mi
aspetta.>>, <<Credo che faresti bene a stare più attento. Senza
niente da fare finirebbe con l’annoiarsi e potrebbe improvvisamente ritrovarsi
tra le braccia di Turi, ah ah ah!>>.
E
sorrise. Di un sorriso bellissimo e folgorante. Ricordo che in quel preciso
momento pensai con timore che, se mai avessimo fatto sesso, probabilmente non
sarei stato all’altezza. Tutti quei capelli, e quello splendido corpo così
muscoloso, il leggero abito verde, le gambe deliziosamente tornite, quel culo
da vertigine...
<<E
tu? Che cosa vorresti fare?>>, <<Mi piacerebbe passare la vita
nella mia stanza a comporre le mie canzoni.>>. Lo disse con l’aria di chi
non era invitato sovente alle feste. <<Senza nessuno a cui
suonarle?>>, <<No. Da soli è tutto più facile. È proprio questo che
m’innervosisce: la gente che ti giudica e soppesa.>>, <<Non
dovresti preoccupartene.>> obbiettai, <<Lo so. Ma da soli è più
facile. E comunque non conosco nessuno.>> concluse.
Parlava
con lentezza cautelosa, osservandosi, mentre lo faceva, la punta delle scarpe che
sfioravano il marciapiede. <<Puoi conoscere me. A me piacerebbe starti ad
ascoltare mentre componi le tue canzoni.>> dissi, <<Sul
serio?>> disse, <<Certo. Sono facile da conoscere.
Semplice.>> dissi. Non rispose. Sembrava scettica. Poi sollevò gli angoli
della bocca in un tenue sorriso e disse: <<Forse... Ma non sono ancora
sicura di volerti invitare ad ascoltarmi.>>. Una macchina ci passò
davanti sfrecciando a folle velocità lungo Via Po e io le chiesi: <<E tu
che cosa fai nella vita? Come ti guadagni da vivere?>>, <<Al
momento faccio la bambinaia, ma direi che sono una cantante.>>,
<<Davvero?>>, <<Sì. Vengo dal rap e faccio una strana musica recitativa dove interpreto i miei
testi. Non canto proprio e non rappo. Diciamo che recito a tempo su basi rap. Una sorta di trip-hop ancora più soffuso, se possibile.>>. Poi ci alzammo
e ci dirigemmo verso il portone di casa sua, che si trovava a poche decine di
metri dal punto in cui stazionammo seduti sulla panchina. Lei mi superò di
scatto, attraversando con passo deciso l’arco vividamente illuminato dei
portici.
Giunti
al portone ci scrutammo per qualche minuto in silenzio. Poi lei sorrise, e
qualcosa nella sua espressione mi fece venire voglia di sorridere con lei.
Aveva le labbra tumide e turgide, troppo rosse per il suo viso nerissimo.
Sembrava che mi sfidasse a trovarla carina. Non sapeva di essere bellissima.
<<E
suoni anche qualche strumento?>> chiesi, <<Non proprio. Voglio
dire: sì, suono la chitarra e il piano, ma non in pubblico. In pubblico è già
tanto se trovo il coraggio di cantare. Una volta, alle superiori, prima di un
saggio al pianoforte, mi fratturai una mano pur di non dover suonare.>>
disse, <<In che senso ti fratturasti una mano?>> chiesi,
<<Nel senso che la infilai fra stipite e porta e sbattei forte la porta
contro lo stipite. Non riuscii nell’intento, ma divenne lo stesso tutta gonfia
e blu e io evitai di andare sul palco.>> rispose, <<Però il
coraggio di farti del male, quello lo hai trovato.>> feci notare,
<<Oh, farmi male: quello mi riesce bene. Sono autodistruttiva fino al
punto di non ritorno. Questo sì che lo so fare bene: farmi male.>>
concluse.
Eppure
mi piaceva. Nonostante le sue paure e le sue insicurezze, i suoi evidenti
traumi. Proprio così: mi piaceva proprio quella ragazza. Mi piaceva il modo in
cui sorrideva, il modo in cui guardava, il modo in cui camminava, con lo zaino
sulle spalle e i dreads buttati di
lato, la sua andatura lenta, decisa e incredibilmente sessuale, tipica da negra.
Ogni volta che parlava sembrava sempre sul punto di accennare un gesto che poi
frenava subito. In sua compagnia, mi sentivo bene, molto meglio di come mi
sentivo da un bel po’ di tempo a quella parte, e il tempo passava che manco me
ne accorgevo.
Prima
di lasciarci, indugiammo ancora un po’, anzi a lungo: io cacciai le mani nella
mia giacca di pelle e attaccai a parlare a mitraglia, lei si gingillava con le
maniche del vestito, strascicando i piedi avanti e indietro e ridendo spesso,
di una risata impercettibilmente nervosa. Eppure quella risata mi era la cosa
più splendida. Meravigliosa. La sua voce e il suo modo di parlare erano
concreti e dolci allo stesso momento, come un bel pezzo di legno levigato a
mano era dura e morbida allo stesso tempo. Non potevo lasciarmela sfuggire!
Feci per prenderle la mano, ma si ritrasse. Guardandomi per un attimo con uno
sguardo terrorizzato e lasciandosi cadere subito dopo sul gradino dell’ingresso.
Poi si liberò dello zaino e ne estrasse un libro. <<Oh, fantastico!>>
pensai. Il libro era “jukebox all’idrogeno”
di Ginsberg. Un po’ banale forse. Ma questo non lo dissi: non volevo certamente
lasciarmela sfuggire! Lei sorrise e io le sedetti accanto e l’ascoltai leggere
qualche poesia. Fui trasportato da “personal
ad”, che avevo amato tempo addietro, ma che non ricordavo più. Mentre
leggeva, non smise un momento di dimenarsi e sfregarsi le mani e toccarsi i
capelli. La sua irrequietezza mi distraeva. Ma la sua bellezza mi attraeva...
Era così: repulsiva e attrattiva al tempo stesso. Avrei voluto baciarla.
Proprio in quel momento. Mentre leggeva. Ma non riuscivo a interrompere il
dolce fluire di quella voce così soave. In cuor mio decisi che sarei rimasto ad
ascoltarla di lì all’eternità! Ero pazzo. Sono pazzo. (Lo so.) Ad ogni modo,
non feci e non dissi nulla di tutto questo. Quando finì attaccai io, con una
poesia di Gregory Corso che conoscevo a memoria e parlava di amore, e si
concludeva così: <<Non è che io sia incapace di amare, è che trovo l’amore
sconcertante come il dover indossare le scarpe.>>. Poi c’interrompemmo e
rimanemmo a fissarci come due imbecilli per un minuto che mi parve un’eternità!
Se in quel momento fossi stato di sopra a guardare giù dalla finestra come mi
accadeva sovente di fare, avrei finito per battere la testa contro il muro,
tanto il senso di aspettativa si era acuito. Poi lei riprese a leggere. Non
volevo altro! Quando riprese a leggere, con il libro sulle ginocchia, era più
tranquilla e rilassata. Quasi a suo agio. La interruppi a metà di un verso per
baciarla. Ebbe un sussulto e indietreggiò di scatto. Si mise una mano tra i
capelli e l’altra sul seno, come se faticasse a respirare. Socchiuse gli occhi.
Mi vergognai, voltai lo sguardo per evitare di metterla a disagio, e decisi di
non fare o dire più nulla. Ristammo così per alcun tempo. Poi lei mi afferrò
una mano e mi stinse a sé. Quella giovane ragazza timida dai capelli selvaggi e
l’anima rotta era ora tra le mie braccia! Incredibile. Immortale. Ci scambiammo
un bacio veloce e un sorriso imbarazzato (o forse era un bacio imbarazzato e un
sorriso veloce) e subito si staccò. <<Il mio libro dov’è?>>
domandò, <<Ce l’ho io. Tieni.>> dissi tendendoglielo, <<Oh, l’hai
tenuto in mano mentre mi baciavi...>>, <<Proprio così. Mentre lo
tenevo in mano, non tenevo un libro, ma era come se in mano tenessi te.>>
dissi. Non disse niente.
Io ero ancora
inebriato dalla sua bocca, preso dalle sue labbra rosse come il sangue, umide
come un fiore velato di rugiada, quando lei girò i tacchi e quasi scappò via. Senza
guardarmi. Lasciandomi così, letteralmente su due piedi. E vagamente stordito.
Una
volta a casa, ebbi la netta sensazione che la mia vita fosse cambiata. Che io
fossi cambiato. Come un bambino che nel suo letto, a notte tarda, fissando il
soffitto, entra d’improvviso nella consapevolezza della morte. Come la
sensazione che si prova quando si leggono le ultime parole di un romanzo
splendido o le ultime immagini di un fantastico film. E ripensandoci ora, avevo
visto giusto: la mia vita era cambiata. Ma non nel senso che supponevo allora. Non
avevo incontrato la donna con cui sarei invecchiato. Anzi, di lì a un anno mi
sarei ritrovato con il cuore in frantumi. Allora però ancora non lo sapevo. E
mi sembrava tutto bellissimo. Erano le 4 e c’era un po’ di foschia. A quell’ora
Torino è uguale a Parigi. Forse un po’ meno romantica, ma altrettanto bella.
Faceva
un caldo infernale. Portai la mia stuoia fuori, dove la brezza notturna allevia
un po’ il gran caldo umido e appiccicoso di Torino. Al chiarore della luna
intravedevo le sagome di altri fannulloni seduti o sdraiati sulle panchine
della piazza, sotto i platani. Alcuni chiacchieravano e mi giungeva all’orecchio
il mormorio sussultorio della loro conversazione. Nell’oscurità un fornello baluginava
di pipa come una lucciola che svaniva e si riaccendeva: <<Deve
sicuramente trattarsi del signor Walter.>> pensai. L’Estate esplodeva in
tutta la sua ferinità. Ripensai alla campagna della mia cara Sicilia, ai
frutteti gementi sotto il peso dei frutti maturi. Erano ormai passati cinque
anni dall’ultima volta che sono stato nella mia terra. Mi svegliai due ore
dopo, poco prima dell’alba, diciamo intorno alle 6, per il freddo. Dal cielo
mille stelle mi guardavo, mi scrutavano, curiose. Svegliarsi all’aperto di
notte è abbacinante. Ripensai ancora alla mia Sicilia, alle notti passate a
dormire sulle balle di fieno nel buiore della piena campagna. Rientrai in casa
e mi stravaccai sul letto, rimettendomi a dormire della grossa.
SENZA
UN CAZZO DA FARE.
Ogni volta
che mia madre mi faceva sedere al tavolo e piangeva sul mio pessimo rendimento
scolastico, io le dicevo: <<Senti, mamma, si aggiusterà tutto. Me la
caverò. Me la caverò benissimo. Il fatto è che non mi piace la scuola, ma la
vita. Tutto qua. Preferisco la vita.>>. Allora lei a quel punto s’infuriava
e mi spiegava che il mondo non funziona in quel modo. Al che io rispondevo:
<<Beh, per me sì.>>. Comunque mi laureai. Riuscii a laurearmi, e
per ben due volte: in lettere antiche la prima volta e in archeologia la
seconda. E quando vinsi una borsa di ricerca presso la Missione Archeologica
Italiana in Atene mi presi la meritata rivincita. Mia madre invece diventò
ancora più triste. Disse che avrei dovuto prestare attenzione, perchè ero un
fanfarone e che non esiste razza peggiore dei fanfaroni di bell’aspetto, perchè
tutto gli riesce facile e sono pertanto destinati a non combinare mai nulla
nella vita. Dopo diciotto mesi abbandonai l’università e il mondo accademico e
mi trasferii in Torino. Ci abitavo da circa due anni, lavorando regolarmente in
un liceo del centro e guadagnando a sufficienza per pagarmi l’affitto,
mantenermi una vecchia Dedra del ‘91 mezza scassata e camminare a testa alta
mentre i giorni scorrevano placidi quando decisi che era una vita troppo
ordinaria: allora mollai l’insegnamento e volli diventare uno scrittore. Se ora
stato leggendo quello che ho scritto, beh, vuol dire che ce l’ho fatta. Ancora
una volta. Nonostante tutto. Sono riuscito a sfangarla. Ho avuto coraggio. Sono
stato grande.
All’epoca
trascorrevo un sacco di tempo con il mio amico Antonio, un commediografo molto
promettente di qualche anno più vecchio di me. Antonio era un tipo alto (non
come me, ma abbastanza alto, certamente sopra la media) e allampanato, con
lunghi capelli neri e perennemente unti ma un viso molto attraente. Aveva
tratti marcati e andava in giro con le spalle curve come se si accingesse
costantemente a varcare una porta troppo bassa. Poichè soffriva di artrite sin
da bambino, le sue articolazioni erano vagamente sproporzionate e si muoveva in
modo vagamente dondolante. Era il minore di ben otto fratelli e sua madre si
era suicidata quando lui aveva appena 7 anni. Un giorno, dopo avergli preparato
la colazione, gli aveva chiesto di balzare la scuola e restare a farle
compagnia, chessò magari andare a fare una passeggiata tra i boschi. Antonio
aveva rifiutato sostenendo di avere un compito importante (cosa non vera: in
realtà voleva solo incontrare i suoi compagnetti e giocare con le figurine
durante la ricreazione) ed era uscito. Dopo la scuola, quel giorno, sentendosi
irrequieto senza motivo, tornò di corsa a casa, e la trovò morta, impiccata a
una trave del soffitto. Poi si trasferì con i nonni in Torino, e fu lì che lo
conobbi. Sua madre era una donna molto umorale e a volte gli dava i brividi. E
poi voleva tutto e il contrario di tutto. <<E per come la vedo io, quel
giorno è riuscita ad averli entrambi.>> gli sentii ripetere più d’una
volta, con amaro sarcasmo e dissimulata offesa rabbia. Con Antonio c’incontravamo
a volte verso le due/tre del mattino in una pizzeria di Corso Giulio che stava
aperta tutta la notte, dove restavamo a parlare fino al sorgere del sole. Era
la persona più intelligente e interessante che abbia mai conosciuto. Insieme
discutevamo di arte e letteratura, vita e amore. Ci eravamo conosciuti durante
la rappresentazione di un suo spettacolo. Assistere a quell’opera fu una delle
poche esperienze piacevoli della mia vita. Quell’anno, io e Antonio passammo l’intero
mese di Luglio andandocene a zonzo tra il Piemonte e la Liguria senza un cazzo
da fare. (È in questi periodi che si ha la tendenza fare cose stupide, e
compiere gesti inconsulti, come innamorarsi.) Quando era ragazzo, la sola
ambizione di Antonio era quella di fare il casellante: credeva che i soldi li
tenessero loro. Dopo la morte della madre aveva svolto delle ricerche,
scoprendo che il numero più alto di suicidi si verificava fra i dentisti,
immediatamente seguiti al secondo posto dai casellanti. Pur non sentendo alcuna
particolare affinità con i dentisti, Antonio avvertiva un legame inquietante
con gl’infelici casellanti. Di conseguenza, ogni volta che ci fermavamo a un
casello, ne salutava l’occupante con un entusiasmo che aveva del demenziale:
<<Ciao carissimo, come va oggi? Stai bene? Qualcosa che non va?>>
domandava, e quando il casellante svogliatamente rispondeva <<Bene. Un
euro e 50.>> Antonio allungava con trasporto il denaro e affettuosamente
chiedeva <<Non ti senti depresso, vero?>>, al che il casellante,
tra lo stupito e lo spazientito e l’incredulo, diceva <<Ma siete solo
scemi o proprio dementi o che cosa?>>. Percorremmo la regione in tutte le
direzioni possibili, girovagando in lungo e in largo senza mai fermarci in un
posto per più di una notte. Ah, Antonio non guidava. Non aveva neppure la
patente. Ma faceva la sua parte chiacchierando sempre. Senza sosta. Era una
macchinetta spara-parole quell’uomo. Ma era molto intelligente e sensibile,
sicchè valeva la pena di stare ad ascoltarlo. A volte ripeteva la stessa cosa due
volte, ma non lo facciamo forse tutti? E poi, anche in questo caso, non era mai
una perdita di tempo riascoltarlo, perchè si coglieva sempre qualche sfumatura
che prima era sfuggita. Una volta raggiunta Nizza di Francia, Antonio decise
che era giunto il momento di tornare indietro e ritornare a casa. Ma prima
volle passare da Ventimiglia, per visitare la tomba della madre. Non c’era mai
stato. Pensava anche di scrivere una lettera e di lasciarla vicino alla lapide.
Mentre io guidavo cercando di localizzare la cittadina in cui era cresciuto,
Antonio componeva la lettera per sua madre. Ne redasse parecchie versioni
differenti che mi sottopose per avere un consiglio spassionato (così diceva
Antonio: spassionato) e sapere quale preferissi. In gran parte erano semplici
elencazioni delle sue attività quotidiane e lavorative (che altro si può
raccontare a una madre che non si conosce?): parlava delle ragazze che gli
piacevano, delle sue commedie, e di me; le chiedeva se da lassù avesse visto la
sua ultima opera; e le spiegava di sentirsi proprio come doveva essersi sentita
lei prima di uccidersi. Io diedi la mia approvazione a tutte, perchè erano
tutte uguali. Poi arrivammo e quando arrivammo Antonio si mise in testa che la
lettera doveva essere battuta a macchina: <<Mia madre era una pignola in
fatto d’ordine e precisione.>>, disse ridendo nervosamente. Scorgemmo un
brocante, vi entrammo, e dentro vi trovammo ad accoglierci una bella ragazzotta
giunonica sorridente e solare dietro il banco. Che colpo di fortuna! Mi sforzai
di affascinare la titolare parlando della mia vita e delle mie mille avventure
e facendo leva sulla mia professione di scrittore e poeta. Le recitai persino qualche
mio pezzo a memoria: la ragazza era bella che cucinata! Le raccontai così tante
fregnacce e le riempii la testa con così tante castronerie e fandonie che la
poveretta ci cadde in pieno e, ubriaca e stordita e confusa dalle mie
chiacchiere, ci concesse di usare la macchina da scrivere: io strappai un
invito a cena per quella sera e Antonio ebbe la sua tanto agognata lettera
battuta a macchina, s’una vecchia portatile in vendita posta nel retro della bottega,
mentre io continuavo a intrattenere la giovane ragazza. Inutile dire che a
quell’appuntamento non mi presentai. Quello che invece feci fu di correre di
filata al cimitero prima che il brutto tempo si abbattesse su di noi. Ma nel
parcheggio del camposanto decise che non ce l’avrebbe mai fatta. Antonio,
intendo. Perchè non ci andavo io? Ribattei che toccava a lui, che se non lo
avesse fatto forse lo avrebbe rimpianto per il resto della sua vita. Ma poi
finii col cedere alle sue insistenze. Impiegai quasi mezz’ora a trovare la
tomba. Il vento della costa mi soffiava negli occhi con una tale violenza che m’impediva
di leggere i nomi incisi sulle lapidi. Quando finalmente la individuai, notai
con dispiacere come fosse in totale stato di abbandono, sormontata da un
decadente e romantico fascio di edera spontanea. La madre di Antonio era stata
una bellissima donna. La scritta commemorativa recitava: <<Madre,
sorella, moglie e amica.>>. La solita banalità insomma, che si scrive
sopra le tombe di chi non ebbe una vita interessante né particolarmente
notevole né tantomeno affetti davvero cari. Io ho già scritto il mio epitaffio.
Anzi, ne ho addirittura redatte 2 versioni! La prima recita così:
Megalomane, egocentrico e scatologico,
scandaloso, lussurioso e donnaiolo,
poeta di oggetti
smarriti e ladro di sogni perduti,
spinto dagli
istinti ad amare gli istanti,
Manuel Omar
Triscari
amò più di ogni
altra cosa la strada e le donne.
Alle donne amava
dire che
le sue
esperienze erano la sua vita
e le poesie la
sua anima,
che la vera
bellezza è invisibile agli occhi.
Tutto pur di
entrare
nelle loro
mutande.
La
seconda dice invece:
Qui
giace Manuel Omar Triscari.
Cattivo
poeto innamorato della luna,
scriveva
talmente male
che i
suoi traduttori non sapevano che pesci pigliare!
Non
ottenne più fortuna dello spavento
e
questo fu sufficiente perché,
dato
che non era un santo,
sapeva
che la vita è rischio oppure astinenza
e che
tutte le grandi ambizioni sono solo delle grandi scemenze
e che
anche il più sordido orrore, come il più sordo dolore,
possiede
il proprio incanto.
Visse
per vivere che vuol dire vedere la morte
come
qualcosa di quotidiano su cui scommettere
un
corpo splendido o tutta la propria sorte,
seppe
che le cose migliori sono quelle che lasciamo
(precisamente
perché ce ne andiamo),
e che
tutto il quotidiano risulta deprecabile,
poiché
c’è un solo luogo per vivere: l’impossibile
(e
questo era il suo luogo, questo è il luogo),
conobbe
l’odio e la rabbia, la ferocia e la vendetta,
le
molteplici offese tipiche della viltà umana,
però
sempre lo scortò un certo stoicismo
che lo
aiutò a camminare su corde tese
o a
sfruttare lo splendore del mattino.
E
quando si stancò
disegnò
una finestra nel cielo
e
piombò nell’infinito.
Forse
un po’ troppo lunga, non trovate? Farò meglio a scegliere la prima e inserirla
nel mio testamento! In realtà ce n’era anche una terza versione, ma il mio
computatore deve essersi mangiato il documento che la conteneva e non la trovo
più. Ad ogni modo, avevo una gran voglia di mollare lì la lettera e di
filarmela alla svelta il più veloce possibile da quel luogo così lugubroso,
tetro e macabroso, ma quel vento infernale (scusate la battuta...) se la
sarebbe portata via in un baleno. Allora m’inginocchiai e cominciai a scavare
con le mani. Mi terrorizzava l’idea di vedere sbucare la mano della defunta da
sottoterra ad afferrarmi e percuotermi reclamando a gran voce il figlio, ma
volevo scavare quel tanto che bastava affinchè la lettera non volasse via. Quando
fu finalmente al sicuro sotto una zolla erbosa indugiai ancora qualche istante:
mi sentivo vagamente stordito, per il senso di disagio che quel luogo m’insinuava
dentro. In ginocchio, con il vento che mi frustava gli occhi, compresi di
essermi fatto un amico. Di stronzate in passato ne avevo fatto a bizzeffe: mai
però per qualcun altro. Quando tornai alla macchina, Antonio non mi chiese
perchè ci avessi messo così tanto, né come avessi risolto il problema del
vento. In quel momento ebbi la conferma di avere un vero amico: evidentemente
Antonio si fidava. Si fidava di me! Non disse niente. Rimase in silenzio mentre
ci allontanavamo. Poi ritornò a parlare, e disse di quanto fossero sottovalutati
i bisessuali.
Quando
conobbi Deborah ero appena tornato da questo lungo viaggio privo di senso ma
pieno di peripezie e ricco di svariate avventure sessuali degne del miglior
Gutierrez e bighellonavo per la città senza niente da fare. Come ho detto, è in
questo momento che si possono compiere gesti azzardati e inconsulti, come
innamorarsi e desiderare ardentemente di sposarsi e avere dei figli. L’ultima
ragazza con cui ero andato a letto l’avevo conosciuta al Portobello o in un
altro posto del genere della Torino dei bassifondi. Ricordo solo che era un
locale minuscolo e buio, molto fumoso, tutto arredato in legno e impregnato di
fumo, pieno di sgabelli alti e deficienti artistoidi. Non escludo che potesse
anche trattarsi dell’Ambhara o Casa Antoine. Quella sera avevo mollato Antonio
e gli altri della compagnia con l’idea di rilassarmi un po’ bevendo da solo.
Nel locale c’era un pianoforte (dunque è escluso che fosse il Portobello:
doveva per forze essere Casa Antoine, perchè anche l’Ambhara non possiede un pianoforte)
e io mi misi a suonare. Dopo qualche minuto si avvicinò una ragazza, con
addosso una minigonna a dolcevita stretta e aderentissima e una maglietta sottile
che le disegnava i seni in modo superbo e sensualissimo, che si chinò sul piano
e mi disse: <<Mi piacerebbe scoparti fino a farti uscire di
testa.>>. Andammo a casa. Ci palpeggiammo già sulle scale, e appena fummo
nel mio appartamento (all’epoca abitavo in Via Borgo Dora 37, e ci vivo ancora)
cominciammo a scopare. Poi si voltò di spalle e mi disse:
<<Puoi.>>. Le assestai ripetuti colpi violenti, ma a un certo punto
lei si fermò, corse in bagno e iniziò a vomitare. Non aveva più di diciotto
anni. Carne giovane, carne fresca. Ah, la felicità a volte non costa nulla. Ma
non credo che potrò pagare quel prezzo un’altra volta.
Come
detto, Deborah era appena arrivata in Torino ed era ospite presso la cugina
Sara, in un costoso appartamento in piazza Vittorio. Proprio la sera successiva
al nostro incontro doveva esibirsi in un contest
al Bunker: si trattava del nostro secondo appuntamento, anche se mi rendo conto
che appare un tantino strambo definire “appuntamento” un simile incontro. Portai
con me Antonio affinchè le desse un’occhiata. Lui portò a sua volta alcuni
amici e amiche. Quella sera sembrava un eroinomane: aveva i capelli sucidi e il
lungo corpo ossuto rigido e teso per la mancanza di sonno. Quando entrammo, il
locale era affollato e gremito di gente di ogni sorta e l’impressione generale
fu che tutti conoscessero tutti. Solo noi non avevamo guance da baciare né mani
da stringere, opportunisticamente e ipocritamente. Quando vidi Deborah, era in
piedi di fianco al palco, e giocherellava con certi cavi e un microfono
parlando di tanto in tanto con due ragazze. I fili le si erano ingarbugliati
attorno ai piedi e non riusciva a districarsi. <<Eccola!>> dissi ad
Antonio indicando nella direzione del palco. <<Quale?>> fece lui.
Ricordo ancora il senso di straniamento che quella domanda mi provocò. Quale? Com’è
possibile che non lo abbia capito subito? <<Quella che gioca con i
cavi.>> dissi. <<Ah sì...>> fece lui distrattamente,
<<È carina.>>. Ma era evidente che stava pensando a tutt’altro.
<<Che ne dici?>> osservò <<È una faccenda che andrà avanti
per un pezzo o credi che dovrei fare un fischio a un paio di altre
tipe?>>. Ma io guardavo Deborah che cercava di liberarsi da quel viluppo
di serpi elettrici e intanto si sforzava disperatamente di mostrarsi
interessata a quanto le sue colleghe dicevano e mi pareva la cosa più bella del
mondo. Avete mai guardato una persona e pensato: <<Cazzo! Ma come fa ad
essere mia? È troppo bella. È la cosa più bella che abbia mai visto nella mia
vita e sono grato agli dei e al mondo che sia capitata nella mia vita!>>.
Ecco: era quello che pensavo in quel momento. In quel momento avrei solo voluto
baciarla fino a consumarmi le labbra. <<Che cosa ha fatto ai
capelli?>> domando Antonio. Sogghignai: <<Già. Incasinati,
eh?>>. Poi mi avviai verso Deborah. Antonio invece si allontanò in
direzione del bar. Avevo la
sensazione (ne ero sicuro) che lei si fosse accorta della mia presenza molto
prima di voltarsi e che anzi non si fosse voltasse per paura e imbarazzo. <<Ciao.>>
semplicemente disse: <<Mi fa piacere rivederti. In realtà, non vedevo l’ora.>>
altrettanto semplicemente, o forse un po’ meno semplicemente, risposi. Poi
restammo muti a guardarci in silenzio. Lei, con il groviglio di cavi tra le
mani, mi guardava come se l’avessi sorpresa a rubare. <<Sono un po’
nervosa.>> aggiunse poi. E si vedeva: il suo corpo stava assolutamente
immobile ma i suoi occhi dardeggiavano in tutte le direzioni. Poi finalmente
ruppe il silenzio e disse: <<Sei molto carino.>>, senza però che il
suo viso mutasse minimamente espressione. Non parlai, ma accennai un sorriso.
Stavolta fu lei a indugiare un istante. <<Beh, come mi trovi? Come sto?
Che aspetto ho?>> chiese, lasciando cadere i cavi e raddrizzando le
spalle, le braccia penzoloni lungo i fianchi. La guardi: portava una gonna
lunga verde scuro e una spessa maglietta di cotone grigia senza reggiseno.
Abbigliamento un po’ da troia, ma di questi tempi non si può pretendere di
meglio. Teneva la testa leggermente inclinata a sinistra e si mordicchiava in
continuazione il labbro inferiore. Aveva sopracciglia folte e capigliatura
disordinata, e benchè aggrottasse la fronte quasi con aria di scusa erano gli
occhi a catturare tutta la mia attenzione. I suoi grandi occhi. Quei grandi
occhi neri e famelici... Occhi che risplendevano nonostante la penombra del
locale. Era in assoluto la donna più stupefacente che avessi mai visto. In
seguito glielo avrei ripetuto spesso, perchè era vero. Ma in quel momento
riuscii a dire solamente <<Sei in ottima forma.>>. <<Ma mi
sento brutta.>> si lamentò lei, sempre con la stessa impassibile espressione
di imbarazzo misto a disagio <<e poi il microfono non funziona.>>.
<<Non sei affatto brutta.>> dissi, e poi mi chinai a dare un’occhiata
ai fili del microfono. Lei mi si inginocchiò accanto, il viso vicinissimo al
mio: sentivo il suo alito sul collo. Mi diede una carezza, sfiorandomi con la
punta delle dita il viso. La sua mano, così lieve sulla pelle, già pesava sul
mio cuore come un macigno. Avrei voluto baciarla in quel momento e dirle di non
essere così nervosa, che sarebbe stata sicuramente magnifica, che era
meravigliosa. Non riuscii a parlare. <<Sei incavolato?>> mi chiese,
<<No.>> le risposi, <<Fai sempre così?>> soggiunse
allora, <<Così come?>> domandai, eravamo accovacciati sul pavimento
vicino al palcoscenico mentre la gente continuava intanto ad affluire nel bar, <<Baciare
le ragazze>> disse, non seppi rispondere e stetti in silenzio finchè lei
non mi trasse d’impaccio dicendo <<Oh, non importa. Certo che lo
fai.>>, e io mi limitai a fissarla senza sapere che cosa dire. Poi si
avvicinò un negro alto e magrissimo con un cilindro in testa e si rivolse a
Deborah: <<Senti, Deborah, cominceremo tra una decina di minuti. Va
bene?>>, <<Certo.>> disse lei, e poi si alzò e ad ampie
falcate si aprì un varco tra la folla, diretta al bagno. Il negro si rivolse
allora a me e mi disse: <<Sta bene?>>, <<Sì, credo di sì.
Credo che ci sia qualcosa che non va nel suo microfono.>> risposi,
<<Dille che ci penso io.>> disse, <<D’accordo.
Grazie.>> conclusi, e mi precipitai a raggiungerla.
Mi
fermai ad aspettarla fuori dal bagno. Sulla porta c’era la immagine stilizzata
di una donnina con la gonna: io mi sentivo come un omino con i pantaloni. Non
conoscevo Deborah abbastanza bene da fare irruzione lì dentro ma quando una
donna ne uscì tenni la porta aperta con il piede e la chiamai piano per nome: <<Deborah,
quel tizio alto e magro ha detto che penserà lui al microfono.>>,
<<Entra.>> fu la risposta, <<Come?>> dissi stupito,
<<Entra.>> ripetè lei con voce quieta e bassa: guardingo ubbidii ed
entrai. Dentro, mi vidi riflesso nello specchio e immediatamente desiderai non
esservi. Poi sentii di nuovo la sua voce dire <<Vieni qui.>> in
tono secco e fermo. La porta del primo bagno era aperta: entrai e la chiusi
alle mie spalle. Lei era pallida, la stanza vividamente illuminato, il mio
cuore in subbuglio. Restammo affrontati a guardarci nella luce fluorescente per
un minuto buono: impossibile starle più vicino, impossibile stare più vicini di
così: lei dava le spalle al cesso e io alla porta; e tutto ciò nello spazio di
un metro quadro scarso: credo che ci sentissimo entrambi un filo schiocchi.
Almeno, io mi sentivo così. Ma probabilmente anche lei, se a un certo punto se
ne venne fuori dicendo: <<Mi sto comportando in modo ridicolo.>>
con il tono di chi rimprovera qualcun altro; <<Già.>> replicai. Ma
poi restammo ancora muti a fissarci. Il tempo sospeso. Lampi di luce
lampeggiante nell’aria. Un febbrile stato di eccitazione che ci percorreva
dalla punta dei capelli alla punta dei piedi e percorreva lo spazio tra di noi
e lo spazio intorno. <<Mi presteresti la tua giacca?>> chiese.
<<Certo.>> risposi. Lo spazio era talmente angusto che dovetti
dimenarmi per sfilarla. Non so perchè ma ero felice di prestarle la mia giacca,
che lei portasse con se qualcosa di mio. Forse senso di possesso, non so, ma la
cosa mi eccitava talmente. Lei la prese e la indossò. Poi rimanemmo ancora una
volta muti a guardarci, il suo viso proprio sotto il mio, il suo alito fresco
sulle mie labbra, avrei voluto baciarla, ma ero un po’ in ansia. Anche lei
sembrava in ansia. <<Andrà tutto bene.>> la rassicurai,
<<Credo che ora dovremmo andare.>>, <<Certo.>> assentii
dato che, tanto per cominciare, non sapevo neppure che cosa ci facessi là.
Cominciai a girarmi, cercando d’immaginare come diavolo avremmo fatto a uscire,
quando lei mormorò: <<Omar...>>: mi voltai di nuovo a guardarla.
<<Senti...>> farfugliò, gli occhi in terra. Le sollevai il viso con
la mano con l’idea di darle un gentile bacio di buon augurio, ma quando le
nostre labbra si trovarono, lei premette forte la sua bocca sulla mia. Teneva
ancora in mano la mia giacca, il viso rivolto verso di me. Sbattei la gamba
contro il portarotolo, e insieme urtammo le pareti dello stretto stanzino. Le
sue labbra ardevano e volevano essere baciate. Le avrei consumate. Poi si
allontanò e senza mollare la giacca si scostò i capelli dal viso: <<Ora
devi proprio andare.>> affermò, passandosi il dorso della mano sulla
bocca, come di solito fanno le zoccole dopo un pompino, <<Buona
fortuna.>> dissi, lei si sforzò di sorridere e disse solamente <<Grazie.>>,
poi aprii la porta e tornai a girarmi: <<Devi solo fingere di essere
qualcun altro.>>; <<Non capisco.>> fece lei, e la sua voce si
era fatta lievemente più acuta, <<Semplice: fai finta di essere la tua
cantante preferita. Solo per un po’. E a un certo punto di renderai conto che
sei semplicemente te stessa.>> le spiegai, <<Non credo
proprio.>> mormorò, <<Fidati. E cerca comunque di
divertirti.>> insistetti, e finalmente uscii da quel cazzo di bagno.
Quando fui di nuovo alla barra, occupai uno sgabello e dopo avere ordinato da
bere notai che mi tremavano le mani poi l’eccitazione.
Deborah
stava lì, proprio al centro del palco, gli occhi fissi in terra e il microfono
in mano, e i pugni che serrati quasi sparivano nelle maniche della mia giacca:
alzò la testa solo un istante prima di attaccare a cantare, lo sguardo perso
nel vuoto. Io camminavo nervosamente alle spalle degli spettatori fumando una
sigaretta via l’altra. <<Smettila di guardarmi, per favore.>>
sembrava implorare il suo sguardo sfuggente. Quel suo terrore del pubblico la
rendeva proprio affascinante. <<La giacca che ha indosso è mia!>>
rivelai compiaciuto e orgoglioso al tizio che mi stava vicino: mi guardò con l’aria
titubante di chi ha di fronte un mezzo demente o un subnormale o qualcosa del
genere. Gradualmente Deborah staccò le dita serrate intorno ai polsini dell’indumento
che mi apparteneva e cominciò a muoversi portandosi le mani al petto e quindi
lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi. La sua voce morbida riempiva la
sala. Al termine dello spettacolo, Antonio disse che voleva andarsene. Io
risposi che sarei rimasto ancora un po’. <<D’accordo. Ma stai
attento.>> mi ammonì lui, <<In che senso?>> chiesi io,
<<Non lo so. C’è in giro un sacco di gente sentimentale.>> fu la
risposta. E poi se ne andò.
Mi
intrufolai dietro le quinte e davanti alla piccola folla che si stringeva
intorno ai musicisti. Passai a Deborah un biglietto scarabocchiato con la penna
rossa prestatami da una cameriera. Il biglietto diceva, a caratteri cubitali:
<<Sei così maledettamente bella>>. Lei si morse il labbro inferiore
e girò altrove lo sguardo ma sorridendo. Mi trattenni ancora un paio d’ore a
bere con Deborah e i suoi amici. Nella stanza delle apparecchiature scovammo un
angolino buio dove baciarci. Mi aveva fatto capire con chiarezza che nessuno
avrebbe dovuto vederci. <<Ti sembra che sia stata brava?>> mi
domandò in fine, <<Molto brava.>>, <<Molto brava?>>,
<<Fantastica direi.>>, <<Sul serio?>>, <<Certo.
Per essere una negra d’importazione, naturalmente.>>, <<Sono stata
molto brava.>> ripetè lei, e io scoppiai a ridere. Era difficile vederla
in viso nella stanza buia, ma capii che rideva nel rivivere mentalmente la
prestazione di quella sera. Non l’avevo mai vista tanto soddisfatta di sé, e lo
trovai estremamente lusinghiero. <<Mi piaci.>> disse ancora
<<Sei molto carino.>>, <<Davvero? Anche tu sei molto
carina.>>, ma di colpo il suo tono si era fatto quasi arrogante, diciamo
sprezzante. <<Vedi? Riesco a essere proprio come te.>> asserì,
<<In che senso?>> mi stupii, <<Non lo so. Divento dura quando
canto, e i denti mi diventano storti come i tuoi. Almeno, questa è la mia
sensazione.>>, <<Allora, se sei così dura, dovresti restituirmi la
giacca!>> scherzai, <<No. Ormai è mia.>> disse con simpatica
sfrontatezza. Poi si girò e corse fuori. Quella notte quasi non dormii,
immaginandola mentre faceva tutti i suoi gesti prima di andare a letto.
PIOGGIA
CHE VA.
Il
pomeriggio del giorno successivo le proposi di andare al cinema. <<Fra un
mese parto.>> disse a un certo punto, <<Sul serio? E dove vai?
Perchè?>> chiesi, <<Torno dai miei. A Lione.>> disse, <<Perchè?>>
dissi, <<Perchè questa era solo una vacanza...>> disse, riuscii
solo a dire <<Oh...>>. Poi non parlò più oltre, e rimase a lungo in
silenzio, gli occhi fissi e persi davanti a sé, trastullandosi con il pendaglio
d’argento che portava al collo. <<Ti andrebbe di sposarci?>>: le
parole mi uscirono dalla bocca senza che potessi controllarle; <<Come?
Come sposarci? Sposarci io e tu? No.>>, <<Stavo scherzando ah ah
ah.>>, <<Stai attento.>> fu la replica, <<Che cosa
intendi?>>, <<Solo che non devi dire cose non vere. Credimi, non ce
n’è bisogno.>> guardandomi da sotto in su, <<D’accordo.>>,
<<Il fatto è che credo di essere piuttosto fragile.>> e allungò la
mano per togliermi un ciglio dalla guancia, <<Capisco.>>, <<E
tu mi spaventi.>>, <<Perchè?>>, <<Oh, per
favore...>> fece lei scocciata, poi s’interruppe, poi riprese <<Non
pensavo che avrei riprovato di nuovo certe cose.>>, <<Quali
cose?>> io, solamente un sorriso appena accennato lei, poi una parola
(solamente): <<Terrore.>>, poi nuova pausa, poi la spiegazione:
<<Fai in modo di non promettere nulla che non puoi mantenere.>>, io
stavo quasi per dire <<Prometto.>> ma ci ripensai, decisi che avrei
aspettato finché non fossi stato sicuro che mi avrebbe creduto, anche se per me
personalmente non avevo più dubbi, e così me ne stetti zitto, ma Deborah carpì
la mia confusione e provò a spiegarsi meglio, e disse <<Non credo di
potercela fare. Non credo di poterlo fare. Tutto questo... Incontrare qualcuno,
sentirmene attratta... È tutto così... Non so. Probabilmente scapperò via e ti
farò soffrire. Sono un po’ pazza. Un po’ capricciosa. Un po’ monella...>>,
io <<Non puoi farmi soffrire. Credimi, faccio sul serio. Questo fa parte
del problema.>> sforzandomi di parlare con calma. A parte questo, non ero
disposto a chiedere alcunchè, non avevo bisogno di nessuno, ero totalmente
autosufficiente, e tutto quello che volevo era che lei restasse nei paraggi e
ridesse alle mie cazzate.
Per
tutta la vita ero stato incapace di prendermi cura delle cose di cui avrei
voluto prendermi cura. Ero stato il figlio di due genitori troppo poco amati
nonchè il padre di due bambini concepiti con due diverse donne e visti solo qualche
volta e solo di sfuggita (il primo con una spagnola stupefacente di nome Lorena
durante le mia residenza asturiana nel 2015 e l’altro con una nigeriana di cui
non ricordo manco più la faccia appena arrivato qui in Torino nel 2017) e di
altri due mai nati, entrambi concepiti con la mia ragazza, Nabila, tra il 2018
e il 2019. Eravamo una coppia spaventosamente fertile. Lei era rimasta gravida
la prima volta che avevamo fatto l’amore, ma mi aveva rivelato di essere pregna
solo dieci minuti dopo avere abortito. Le chiesi di sposarmi: non volle. La
seconda volta che era rimasta incastrata era stato un anno dopo, ma quella
volta mi limitai a mollarla con un calcio nel culo e dieci gambe in mano.
Al
cinema proiettavano un capolavoro di Inarritu, “l’imprevedibile
virtù dell’ignoranza”. Io passai tutto il tempo a prendere nota delle
battute, scene e situazioni che trovava di suo gradimento. E mentre teneva gli
occhi incollati allo schermo, io mi guardavo intorno, giocando con il ciondolo
che portava al collo e cercando di baciarle l’orecchio. <<Quale
sbruffone... Guarda il film.>>
mi rimproverava di tanto in tanto.
Dopo,
passeggiammo un po’. Raccontai a Deborah dei miei genitori, di Nabila, di Muna,
di Chiara, di Simona, degli arresti e della carcerazione, della perdita del
lavoro, delle difficoltà economica, dei figli nati e mai conosciuti e pure di
quelli mai nati e mai conosciuti, le raccontavo ogni stramaledetta cosa che mi
venisse in mente. Lei era più taciturna, più riservata. Sceglieva sempre con
estrema cura le parole, a meno che non avesse sonno: in quel caso chiacchierava
senza limiti e senza freni. Mi parlò di Napoleone, il suo cane, il magnifico
terranova Napoleone, sbaragliatore di tutti i timori dell’infanzia. Mi raccontò
aneddoti sull’anno trascorso in Inghilterra da sola, troppo timida perfino per
parlare con il tipo carino che ogni giorno alle 12,20 entrava a comprare un
panino nel bar dove lei lavorava per
mantenersi.
Siccome
era ancora presto, decidemmo di andarcene in giro a zonzo con la moto. Lei mi
aveva detto <<Mi piacerebbe che mi mostrassi un luogo della tua città a
cui sei affezionato che non conosco.>> e io dissi <<Ho una
moto.>> suggerendo implicitamente che avremmo potuto fare un giro,
<<Davvero?>> lei, <<Già...>> io, <<Se mi porti in
moto in un posto fantastico avrai metà del mio cuore.>> lei, <<Ti
basta così poco, eh, puttanella...?>> pensai ma non lo dissi. Quello che
invece dissi fu ancora peggio. Dissi: <<E che serve, invece, per entrare
nelle tue mutande?>>. Si offese. Che coglione.
Salimmo
al colle della Maddalena, che è in assoluto il posto che più preferisco del
panorama cittadino e metropolitano torinese. Giunti ci sedemmo s’una panchina
in muratura. Fumammo una sigaretta. Chiacchierammo del più e del meno, del
passato e del futuro, di rimorsi e di rimpianti: di tutto e niente. Poi venne a
piovere. Quando iniziò a piovere non ci allontanammo di corsa (come fecero i
singoli, i vecchi e le coppie mature e disinnamorate), ma come i giovani amanti
c’incamminammo tranquillamente sotto la pioggia mano nella mano e come i
ragazzi che si amano ci fermammo proprio sotto il monumento alla Vittoria dove
ci baciammo di passione avvolti dalle nere membrane della notte mentre le gocce
ci piombavano tra capo e collo sotto le rotte cataratte del cielo. Quando ci
staccammo inizi, come mio solito, a ciarlare: <<Sai che mi piacerebbe
fare?>> dissi io, <<Che cosa?>> lei, <<Mi piacerebbe
rimettere in sesto la mia vecchia Dedra del ‘91 e portarti a Milano, dove
farebbero di te una diva come Lady Gaga!>> io, <<Davvero?>>
lei, <<Certo, sarebbe una vita dura all’inizio, sai: vivremmo di pizza e
patatine, e io andrei in tutte le stazioni radio e presso tutti i produttori a
chiedere che ti ascoltassero, loro mi prenderebbero per un fuori-di-testa (come
dargli torto...) ma a quel punto arriveresti tu, con indosso un vestito
rubato... E poi, quando sfonderai, vivremmo ancora di pizza e patatine per il
resto della vita, in ricordo dei vecchi tempi, dei tempi in cui non avevamo
nulla e ci sembrava tutto.>> dissi (e a quel punto eravamo bagnati
fracidi; la maglietta le si era incollata addosso, delineando i contorni dei
seni in modo davvero seducente), <<D’accordo. Va bene. Te lo concedo. Ti
permetto di essere il mio manager se
ti va. Ma non voglio diventare una star
troppo star, famosa sì ma non famosa
come Lady Gaga: diciamo piuttosto famosa come Sia, intesi?>> lei,
<<No: nulla di esagerato: solo il giusto. Va bene?>> io,
<<Andata!>> fece in fine lei, <<Voglio che tu venga a vivere
con me.>> io d’improvviso, senza nessun preavviso (Cose così idiote non le
studiavo: mi uscivano dalla bocca senza rendermene conto.) <<Almeno per
il tempo che rimarrai qui. Finché non ripartirai. Anche se spero che tu decida
di non partire più, mai più.>> (e l’acqua le appesantiva i capelli ricci
in modo meraviglioso), <<Ho un cicatrice proprio qui.>> lei, e s’indicò
lo stomaco appena sotto l’ombelico, dove la stoffa bagnata aderiva alla pelle:
era una cicatrice molto sensuale, come ogni altra piccola parte del suo corpo,
come le sue cosce, i suoi fianchi, le sue spalle un po’ curve, e quel seno grondante
e molle di pioggia come i capezzoli, umidi e vellutati e racchiusi in se stessi
quali caligose rose al mattino. Non era parte di lei che non gocciolasse:
davvero sensuale, seducente ed eccitante. <<Nessun problema: le cicatrici
non mi danno fastidio. Le cicatrici non sono un problema.>> la
rassicurai, <<Allora va bene, mi piacerebbe venire a stare da te e vivere
con te per un po’.>> lei, <<Andata!>> io, e Deborah annuì
senza proferire parola. Gocce di pioggia le colavano dalla punta del naso.
Pensavo di piantarle un grosso bacio sulla bocca. Invece mi voltai dall’altra
parte: forse pensavo che non sarei riuscito a sopportare tanta bellezza e che, se
mi fossi avvicinato un centimetro in più, un centimetro di troppo mi avrebbe esploso
e disintegrato. Quando mi girai nuovamente nella sua direzione, nei aveva
sollevato le braccia al cielo, affinchè l’acqua le scorresse lungo i fianchi e
su tutto il corpo, fra i seni, fra i capelli e in bocca. Non posso negare che
avrei voluto essere quell’acqua che le scorreva addosso.
IL RE,
LA REGINA E IL CASTELLO FATATO.
Ci
eravamo conosciuti un Mercoledì sera, era Venerdì pomeriggio quando le proposi
di trasferirsi da me, e l’indomani casa mia era già piena di fiori e di voci
femminili che sgorgavano dallo stereo! Il Sabato fu il nostro quarto e insieme
primo giorno insieme. Il giorno in cui sole e notte si toccarono e fusero, il
giorno in cui luce e tenebre s’incontrarono e unirono, e sole e luna si
congiunsero divenendo una cosa sola.
La
prima cosa che facemmo fu prendere un letto matrimoniale, perchè, da quando mi
ero trasferito in quell’appartamento, dormivo ancora nel letto singolo
originario. Così, dopo aver trasferito le sue due valigie nel mio appartamento,
uscimmo per andare al negozio di materassi di Lanzafame, che si trovava in Via
Mameli, a poche centinaia di metri da casa mia.
Nello
stesso palazzo viveva un tizio che conoscevo. Si chiamava Dino. Dino era un
tipo tosto: era alto, pesava parecchio, e aveva un occhio solo. Aveva passato
dieci anni della sua vita nella legione straniera. Era un tipo davvero tosto.
Non si radeva e non tagliava i capelli da tre anni e ripeteva sempre che non lo
avrebbe fatto finchè la moglie non fosse tornata con lui. Ma lei non voleva
sentirne manco morta. Non ne aveva alcuna intenzione, e per nulla al mondo
avrebbe varcato la soglia e rimesso piede in quella casa. Lo aveva detto con
estrema chiarezza quando se n’era andata sbattendo la porta alle proprie
spalle, e anche Dino lo sapeva bene, ma inspiegabilmente continuava a sperarci,
ci sperava sempre. Ebbene, una delle cose che più mi piacevano era andare a
casa di Dino una volta al mese a guardare vecchi film western o ad ascoltarlo
suonare il piano. Conosceva a memoria (Dio solo sa perchè) tutto l’album di un
certo Willie Nelson, “the read-headed stranger”, i cui
brani parlavano quasi tutti di un tale, uno straniero dai capelli rossi, che
aveva tanta nostalgia della moglie da ucciderla. Era una bella storia. Molto
drammatica e passionale. Degna di un dramma rusticano.
E
nulla: comprammo rete e materasso e tornammo indietro. Io ero eccitatissimo:
quel letto nuovo suscitava e nutriva nuove e grandi speranze in me. Trasportai
alacremente il materasso fino al quinto piano. Avevo una tale voglia di
scoparla che quasi non le parlai durante il tragitto di ritorno verso casa. Ci
vezzeggiavamo per ore, a volte per tutta la notte, ma senza mai arrivare al
dunque. Avevo la sensazione di essere sotto esame. Mi sembrava tutto molto
ridicolo. Io stesso mi sembravo molto ridicolo. Deposi a terra il materasso,
poi corsi giù a recuperare la rete poichè non avevo voluto che lei sollevasse
alcun peso per le scale e così le avevo vietato di trasportare qualsiasi cosa
per le (poche, in realtà) decine di gradini che ci separavano dal mio ingresso,
e quando risalii vidi che era seduta sul pavimento. Portava un vestito verde ed
era scalza. Mi fermai alle sue spalle, cercando d’immaginare che cosa stesse
pensando o ascoltando. L’unico rumore percettibile all’esterno delle grandi
finestre era quello della tiepida brezza che saliva su dal cortile, facendo
stormire le foglie e frusciare gli arbusti e spandendo ovunque soave sopore
estivo. L’Estate, al culmine della sua maturazione, stava per finire: nell’aria
conflagrante c’era già un retrogusto muffoso e umido d’autunno e di scuola.
Volevo che stesse seduta lì per sempre. Volevo solo entrare dentro di lei e
guardarla negli occhi. Cominciavo a temere di essermi innamorato di una donna
che non mi avrebbe mai ricambiato. A volte questo mi provocava degli accessi d’ira,
ma cercavo di tenere a freno la collera e il più delle volte riuscivo con
successo a inibirne gli eccessi o dissimularli. Poi corsi giù a recuperare il
resto delle cianfrusaglie che si era portata dietro (portare le sue cose era
piacevole: mi aiutò a calmarmi), e quando ebbi finito di montare il letto andai
a sedermi sul davanzale della finestra e mi accesi una sigaretta. Allora lei si
alzò, accese lo stereo, e cominciò a ballare o, meglio, a oscillare il corpo. La
carezzai voluttuosamente e lascivamente, lei mi baciò il collo, io le stringevo
la nuca, la schiena, il culo. Lei mi lasciava fare, salvo poi ritrarsi quando
esagerai. Poi la sollevai tra le braccia e la portai al materasso, ma lei s’indispettì:
<<Non voglio>> disse <<che mi prendi in braccio.>>,
<<Perchè?>>, <<Perchè non mi piace.>> protestò,
<<A me sì.>> e la depositai sul materasso, ma lei si alzò e andò a
mettersi con la schiena contro la parete dicendo polemica che non ero tenuto a
dimostrarmi più forte di lei, io le risposi che non era mia intenzione, lei
sottolineò che avrei dovuto fare più attenzione a queste piccolezze perchè sono
queste minuzie che fanno sentire una donna in difetto, che lei non avrebbe potuto
prendermi in braccio anche se avesse voluto e questo la faceva sentire debole,
io esasperato mi sdraiai sul materasso e con gli occhi fissi al soffitto dissi
<<Ma non lo sei. E lo sai...>>, e lei allora disse <<Ho
voglia di mangiare fuori. Portami a cena fuori!>>, e io mi sentii ancora
più trasportato e vicino a lei. Iniziavo ad adorarla. Quindi decidemmo che per
quella sera avremmo cenato fuori e scendemmo alla trattoria Valenza per un
boccone. Quando ne uscimmo era ormai buio.
<<Prendiamo
le lenzuola>> propose tanto inaspettatamente quanto risolutamente: saltò
su e cominciò a frugare nel cassettone. Facemmo il letto sfiorandoci le mani
più del dovuto. Poi la seguii con lo sguardo mentre davanti allo specchio del
bagno faceva i suoi gesti prima di andare a letto. Poi la guardai spogliarsi e
infilarsi nuda sotto il lenzuolo. Quando mi sdraiai accanto al suo corpo caldo
e sprofondai nel dolce amplesso di quelle membra docili e morbide, mi sentii al
settimo cielo. Quei due corpi, il mio corpo e il suo corpo, apparivano privi di
centro, come diffusi e gassosi tra le bianche lenzuola. Per un momento si
avvitarono in un vortice, poi si raggelarono, pulsando altrove, infine si
ritrovarono, inermi e inerti.
<<Hai
idea di quanto mi senta stupido?>> dissi a un certo punto, <<In che
senso?>> lei, <<Beh, pensare al sesso ventiquattr’ore al giorno ha
effetti perniciosi sulla mente, la psiche e l’intelligenza di un uomo.>>
io, <<Sai una cosa? Avremmo dovuto farlo subito.>> commentò lei, e
aggiunse <<La prima volta che ci siamo baciati avevo una gran voglia di
venire a letto con te. Non credevo che avrei continuato a piacerti.>>,
<<Non ho mai pensato a una botta e via.>>, <<Oh, su,
andiamo.>> e con le lenzuola tra le braccia, venne a sedersi accanto a
me. Aveva spento tutte le luci, tranne una piccola lampada posata per terra che
proiettava ombre bizzarre e deformi. <<Quand’è che cominceremo a litigare?>>
chiesi, mettendomi seduto, <<Quand’è che cominceranno gl’insulti?>>,
<<Succede sempre, prima o poi.>> fu la risposta (laconica), <<Che
genere di cose spiacevoli pensi che ci diremo prima di lasciarci?>>,
sedevamo con la schiena contro il muro, l’unica lampadina ci rischiarava il
viso ma lasciava in ombra il resto, <<Che puttana.>> disse lei,
<<Che maledetto bugiardo.>> ribattei io, <<Fredda, algida,
frigida e piagnucolosa.>>, <<<Fredda, algida, e frigida?>:
non credi di essere solo un tantino ridondante?>>, <<Oh, non ti
sopporto più. Sei l’uomo più pignolo, narcisista, puntiglioso e fastidioso che
conosca.>>, <<Credo che ancora una volta tu ti stia
ripetendo.>>, <<Ah, ma smettila! Noioso uomo.>>, <<Bastardo
egocentrico.>>, <<Non sai neppure cantare.>>, <<Si
definisce uno scrittore, ma i suoi lettori si contano sulle dita di una mano.>>,
poi un attimo di silenzio, poi <<Strano, vero?>> mormorai
<<Succederà: una sera arriverò in ritardo e ti dirò: <Devo
parlarti.>.>>, <<Di che cosa?>> fece Deborah nell’atteggiamento
della moglie ignara, <<Non lo so di preciso... È che ultimamente ho
riflettuto parecchio.>>, <<Su che cosa?>>, <<Su di
noi... Sai che cosa intendo... Detesto il modo in cui continuiamo a
litigare.>> io, e sorridevo incerto su come proseguire,
<<Sì?>> m’incoraggiò lei, <<Credo che abbiamo bisogno
entrambi di un po’ di spazio.>>, <<Spazio per fare che
cosa?>>, <<Oh, non rendere tutto ancora più difficile. È finita, e
lo sai bene quanto me.>> parlai guardandola dritto negli occhi, lei si
era fatta seria e disse <<C’è un’altra: non è vero?>>, <<Di
questo preferirei non discutere.>>, <<Chi è?>>, <<Ecco:
vedi? Non riesco nemmeno più a parlare con te.>>, <<Non posso
credere che tu stia dicendo sul serio.>>, <<Oh, non farne un
dramma. Il punto è che è finita e lo sappiamo entrambi.>>. Poi s’interruppe:
gli occhi le si riempirono improvvisamente di lacrime, e un istante dopo
singhiozzava sul serio con la testa tra le mani. Ero annichilito. <<Oh,
Dio, che razza di scema sono.>> gemette <<Ho promesso a me stessa
che non lo avrei mai fatto.>>, <<Ma stavamo solo
scherzando...>> suggerii io, <<Ho passato un anno in completa solitudine
per cercare di rimettermi in sesto ed essere finalmente sicura che nulla del
genere mi sarebbe più accaduto.>>, <<Ma non è successo nulla:
stavamo solo scherzando...>> e cercando di scostarle la mano dal viso
<<Non cominciare a metterti in testa che finirò col ferirti e a fare di
tutto perchè succeda davvero.>>, <<Non lo sto facendo.>>
disse (ora sembrava irritata), <<Voglio dirti una cosa: se tu mettessi
nei miei panni ogni volta che ti vedo, ti ascolto, ti tocco o semplicemente
penso che presto ti vedrò e potrò toccarti, smetteresti subito di piangere e mi
prenderesti a ceffoni. Perchè, qui, o sto impazzendo o sono pazzo di te!>>,
<<Allora credo proprio che tu stia impazzendo!>> decretò lei,
<<Ah, allora è questo che pensi di me?>> e il gioco ricominciò:
<<Sì, è questo che penso.>> lei, <<Ah, davvero? Prova a
ripeterlo se hai il coraggio.>> ribattei parodiando il bullo dei vecchi film, <<Davvero.>> lei, <<Molto
bene.>> e mi alzai, <<Dì che hai una voglia disperata di baciarmi
appassionatamente. Confessa!>>, <<Lo confesso: ho una voglia matta
e disperatissima di baciarti appassionatamente.>>.
Dopo
che ci fummo baciati, disse piano: <<Vieni qui...>> e cominciò a
slacciarmi la cintura dei pantaloni. Poi estrasse il cazzo, lo menò per bene
finchè non diventò di ferro, infine chinò la testa e lo accolse in bocca,
succhiando forte. Sul finale accelerò i movimenti di lingua e di labbra. Provai
a farglielo intendere, ma non sembrava darsene preoccupazione e continuò a
succhiare fino alla fine. Sapeva ciò che stava per accadere, e fu bello. Ma non
era ciò che volevo...
Non
sapevo che fare con lei, non più di quanto una nuvola in cielo sappia che cosa
fare con un’altra nuvola. Eppure ero al settimo cielo. Mi sentivo il re del
mondo, e quel mio piccolo appartamento mi pareva un castello fatato. Eppure,
qualcosa mi disturbava, un ronzio di sottofondo che mi distraeva. Mi sentivo
leggermente infastidito. Quello che era successo era stato bello. Davvero molto
bello. Ma non era ciò che volevo.
LA BAMBINA
CON IL CAPPUCCIO E IL CASTELLO DI NEVE.
Non
ricordo nemmeno di essermi svegliato quella domenica mattina: probabilmente non
dormii affatto. Semplicemente mi ritrovai seduto sul letto a guardare Deborah
addormentata. Era entrata nuda tra le lenzuola, mi aveva fatto un pompino, ma
non mi aveva permesso di fare l’amore con lei. Me ne fregavo bellamente: mi
piaceva anche solo guardarla dormire. La luce che entrava a fiotti dalla
finestra si riversava sulle lenzuola azzurre del mio vecchio letto e sul suo
viso. Sollevai il lenzuolo per guardarle i seni che si sollevavano e
abbassavano ritmicamente. Sembrava che dormissero anche loro. Speravo che non
si svegliasse mai più. Guardarla dormire era così dolce.... La rimboccai fin
sotto il mento. Poi guardai il soffitto e le mura intorno: <<Pregare dev’essere
così.>> pensai.
Eppure una
strana sensazione mi aleggiava sulla testa, una sensazione di disagio che mi
disturbava alquanto e mi rendeva irrequieto: in mente continuavano a balenarmi
gli sprazzi di un incubo che mi aveva lasciato un strano fastidio addosso, ne
avevo ancora il sapore sulla pelle e tra i capelli, ne avvertivo ancora l’odore,
percepivo ancora il bagliore residuo del sogno. Nel sogno varcavo il cancello
di una fortificazione, uno spesso muro di pietra altissimo e massiccio,
ritrovandomi in un campo completamente innevato. Da un capo all’altro dell’orizzonte
la terra era bianca di neve. Un candido biancore osseo. Cadeva da un cielo in
cui la fonte luminosa era diffusa e onnipresente come se il sole si fosse
dissolto nella nebbia e trasformato in un’aura. Il campo, ai limiti estremi, si
confondeva con il cielo luminoso. E con esso anche muri, alberi, case, come
contratti, si perdevano nel candore abbagliante del cielo di gesso, era come se
avessero perso solidità e si fossero tutti asserragliati ai confini del mondo. Iniziai
a camminare. Mi si aprì davanti una piazza. Mentre scivolavo attraverso la
piazza figure scure si staccavano da quel biancore: erano bambini che
giocavano. Costruivano un castello di neve in cima al quale avevano piantato
una bandierina rossa. Stivali, guanti, sciarpe e cappucci li difendevano dal
freddo. Portavano manciate di neve, una dopo l’altra, con le loro manine rosse
dal gelo, e così intonacavano le pareti del loro castello completandolo. Dalle
loro bocche il respiro usciva in bianche nuvolette candescenti. Avevano quasi
finito i bastioni attorno al castello. Cercai di afferrare lo strano fluttuante
sussultorio borbottio delle loro voci ma non capivo una parola. Mi rendevo
conto di essere una massa pesante e scura, e non mi meravigliavo che a mano a
mano che mi avvicinavo i bambini se la squagliassero da una parte e dall’altra.
Tutti tranne uno. Anzi una. Una bambina decisamente più grande degli altri,
forse non è nemmeno una bambina, che stava seduta nella neve, incappucciata
dandomi le spalle mentre continuava a lavorare alla porta del castello. A gambe
aperte nella neve scavava, lisciava e modellava. Io le stavo dietro e la
guardavo. Lei non si girava: pareva non fare caso alla mia presenza. Io cercavo
d’immaginarne il viso tra i lembi del cappuccio a punta, ma non ci riuscivo. Quando
mi svegliai, avevo il respiro corto e affannoso, la pelle lucida di sudore è
molle di madore. Una strana oppressione mi costringeva il petto. E allora capii
che solo il dolore è verità: tutto il resto è soggetto al dubbio.
Quel
giorno Antonio dava una festa. L’idea iniziale non era mai quella, ma quando si
andava da lui bisognava mettere in conto la possibilità non molto remota a dire
il vero, anzi realmente concreta di una orgia: invitava sempre troppa gente e
disparata. In un primo tempo avevamo progettato una puntata alle giostre: lui
con Chiara (la sua ragazza del momento) e io con Deborah. Di comune accordo con
Antonio avevo eletto il parco della Pellerina quale sede migliore per la nostra
berlingata: la Pellerina era l’unica a disporre delle montagne russe, e pensavo
che un giro sulle montagne russe fosse un buon modo per celebrare la fine dell’Estate.
Chiara era toscana e si era rifatta il seno. Lo sapevo perchè eravamo andati a
letto insieme. Era sempre così invariabilmente dolce e mielosa che aveva la
capacità di deprimermi. Aveva una voce acuta e piatta come quella dei cartoni
animati. Dopo un paio di sera, avevo troncato e non ero più uscito con lei. Ma nei
nostri pochi incontri era riuscita lo stesso a raccontarmi un sacco di fatti
privati e persino intimi. Mi raccontava, per esempio, che aveva visto la madre solo
tre volte nella sua vita; la prima al funerale del padre, e avevano mangiato un
secondo in un ristorante e tutto sommato non si erano trovate male insieme, ma
dopo di allora Chiara non aveva più avuto sue notizie; la seconda due anni più
tardi, al funerale del fratello minore di Chiara, che si era ucciso dandosi
fuoco per una grave forma di depressione; e infine, la terza volta al suo
funerale, altri due anni dopo. Raccapricciante. Era stato allora che aveva
deciso di cambiare nome, cioè di assumerne uno fittizio d’arte, rifarsi il
seno, e trasferirsi a Torino e, con questi requisiti, provare a entrare nel
mondo del cinema e della recitazione. Banale. Io la ascoltavo solo perchè non
sapevo come farla tacere ma avrei voluto solo metterla in ginocchio e tapparle
la bocca: sapevo bene di non essere per nulla disponibile a prestare orecchio a
confessioni tanto intime. Avevamo fatto l’amore poche volte, diciamo una
decina, e ogni volta lei aveva continuato per tutto il tempo della scopata, a
darmi colpetti sulle natiche, pacche sulle spalle, e carezze di approvazione
sulla nuca ripentendomi per tutto il tempo <<Bravo ragazzo!>>.
Insopportabile. Ma ad Antonio andava bene così. Sosteneva che per lui era una
esperienza nuova e coinvolgente frequentare qualcuno a cui piaceva sul serio.
Una volta gli chiesi se non la giudicava un po’ troppo stupida per lui. Mi
rispose che a suo avviso gli stupidi non esistono e che a volte si scoprono
cose che nessuno oserebbe mai immaginare. Illuminante. Come sempre del resto. L’appartamento
di Antonio, una soffitta al quinto piano di un edificio marcio e scrostato
delle bassure, era una vera topaia: dallo scarico della vasca da bagno saliva
acqua di fogna (Antonio si era iscritto in palestra con l’unico scopo di avere
un posto dove potersi lavare.); tra la cucina e la camera da letto, nel punto
in cui un tempo c’era stato un ventilatore, c’era adesso un buco nel soffitto;
dappertutto, sugli scaffali e sulle pile di librerie come in terra quasi ad
ogni angolo delle stanze, erano sparse pentole e padelle sparpagliate dovunque
per raccogliere l’acqua che gocciava dal tetto quando pioveva. Ma, dal proprio
appartamento, Antonio aveva accesso al tetto, e questo compensava tutte le
carenze di quel locale. La casa si trovava tra Corso San Maurizio e corso
Regina Margherita, nel punto in cui i due grandi viali s’incrociano in una
piazza dando vita a un inesorabile crocicchio di strade e arterie in cui
sfociavano macchine, rotaie, piste ciclabili, zone pedonali in un viluppo
rumoroso e infernale del tutto caotico e inestricabile. Deborah e io vi ci
recammo in moto perchè faceva caldo e il vento caldo che s’insinuava tra la
pelle e gl’indumenti produceva una sensazione molto piacevole di libertà e
spensieratezza. All’epoca guidavo (e la guido ancora) una meravigliosa Honda
CBR 600 F del 1997 (zero elettronica, zero controlli automatici, zero piegata
assistita, tutta meccanica e carburatore, un motore a scoppio che era una vera
goduria e 120 cavalli di pura divina poesia). Andammo intorno alle 19. Lei era
tutta agitata. Mi fece fermare due volte: la prima perchè aveva dimenticato il
profumo (ma riuscii a dissuaderla), la seconda perchè aveva dimenticato il
rossetto e voleva a tutti i costi fermarsi a comprarne uno, nonostante fosse
domenica e nonostante fosse già bellissima (e stavolta non riuscii a oppormi). Dovetti
fare un lungo giro per trovare un negozio aperto, perchè essendo (come ho
detto) Domenica e di conseguenza tutte chiuse le attività commerciali, non ebbi
altra scelta che quella di fare rotta al più vicino centro commerciale che, per
quanto vicino, distava comunque qualche chilometro. Quando arrivammo lei ne
approfittò, già che c’era, per prendere anche il profumo che la prima volta ero
riuscito a farle dimenticare, e quell’elastico per capelli che aveva cercato
tanto a lungo. Mentre la aspettavo fuori, fumai una sigaretta in compagnia di
un tassista. Attaccai bottone chiedendo da accendere, e poi chiesi <<Come
va?>>: abboccò. Anche se la gente lo detesta, io adoro scambiare cazzate
con i tassisti! Quando Deborah tornò indietro, rivolsi un cenno di saluto con
la testa e schioccai la lingua al modo dei Siciliani al tassista e risalimmo in
moto. Prima di ripartire lei allungò le gambe e si cacciò la gonna fra le gambe
affinchè non le salisse sulle cosce, si scostò i capelli dal viso, e infilò il
casco. Quando poi arrivammo rimase appollaiata sul sedile posteriore, estrasse
quello che di primo acchito mi parve un vetrino ma poi si rivelò essere uno
specchietto, e cominciò ad applicarsi il rossetto: vedevo i suoi occhi neri
riflessi nel piccolo frammento di realtà riverberata dallo specchio. C’era
qualcosa in Torino che mi faceva sentire un vero Siciliano, e qualcosa in Deborah
che mi faceva sentire un uomo vero.
La
prima cosa che quella sera andò storta fu la scoperta che Antonio aveva
invitato una quindicina di persone. La seconda che una di loro era Nabila, la
mia precedente ragazza. Nabila era marocchina e aveva una bellezza tutta
marocchina dunque possiamo dire che era bella in modo banale e scontato, con i
suoi lunghi capelli ricci e nerissimi, le sopracciglia folte e curatissime, la
pelle ambrata e una figura perfettamente rotonda, e uno viso perfetto quasi come
il suo culo. Era un po’ più bassa della media, ma questo permetteva di
apprezzare meglio il suo seno. Il suo tratto migliore rimanevano però gli
occhi, così profondi e scopadei, squisitamente mediterranei, immensi e
sarcastici. Adesso frequentava il terzo anno alla facoltà di lingue. Era anche
sorprendentemente intelligente e arguta. E vestiva esattamente come si conviene
a una calda serata estiva: il meno possibile. Aveva insomma molte qualità che
la rendevano una temibile rivale agli occhi di Deborah. Ma questo lo avrei
capito solo più tardi, con conseguenze rovinose, e Deborah faceva di tutto per
nasconderlo bene. Sedeva sul tetto dell’appartamento di Antonio appollaiata
sullo schienale di una sedia di legno, il collo così sensualmente madido di
mille goccioline di sudore. Dietro di lei, la città: immensa e sfolgorante come
i suoi grandi occhi neri. Io tenevo Deborah saldamente per mano affinchè tutti
capissero che stavamo insieme. Lei usava l’altra per ravviarsi ossessivamente i
capelli. Dalla mano sinistra di Antonio invece penzolava mollemente una
bottiglia di Gin. (Antonio non beveva birra.) Stava parlando con Chiara e si
vedeva che cercava di mantenere la conversazione su di un tono leggero, mentre
lei si faceva via via minacciosamente sempre più seria. Mi avvicinai, traendo
Deborah a me. <<Non dico che stai male.>> stava dicendo lui in tono
difensivo >>Solo che avrei preferito che ti mettessi un vestito. Non
voglio fare il bastardo geloso, sei stata tu a chiedermelo. Quindi sì: vorrei
che ti coprissi un po’.>>, <<Stasera avevo voglia di vestirmi
così.>> ribattè lei, <<E allora rimani così. Che cazzo devo
dirti?>> disse Antonio, e poi si voltò a guardarmi e sorrise.
<<Vuoi che vada a casa a cambiarmi?>> non demordeva Chiara, con i
suoi seni di marmo e i capezzoli duri ed eretti come chiodi che bucavano una
maglietta bianca attillatissima indossata senza reggiseno, Antonio esitò un
momento prima di rispondere ma poi disse: <<Sì: è quello che voglio.
Adesso vai a cambiarti che mi stai facendo arrabbiare, prima che ti
bastoni.>>, e lei <<Sei una piaga.>> reagì senza convinzione,
aggiungendo subito dopo <<Torno fra un attimo.>>. Mentre scendeva
dal tetto, si girò verso di me per dire <<Non posso credere che siate
amici.>> e scomparve. Quando se ne andò mi avvicinai ad Antonio e
attaccai dicendo <<Trovo incredibili solo due cose: una è che tu le abbia
davvero chiesto una cosa del genere, e due che lei l’abbia fatta.>>. Ci
tenevo al che Antonio piacesse a Deborah, ma dubito che lei ne avesse ricevuto
una prima impressione strabiliante. <<Ci andiamo o no alle
giostre?>> chiesi poi, <<Sì, certo. Almeno credo. Dobbiamo solo
fare in modo che ne abbiano voglia tutti.>> rispose, <<Ma perchè
hai invitato tutta questa gente?>> insistetti. Credo che la mia voce tradisse
una malcelata nota d’insofferenza. Lui sogghignò <<Volevano
venire.>>. Era fatto così.
Deborah
e io gironzolammo per un po’ fra la gente. Tra la folla vi era anche un nano
dal carattere incredibilmente dolce ma che all’inizio incuteva una certa
soggezione. I suoi capelli erano talmente lunghi che quasi sfioravano terra. C’era
anche un certo numero di ragazzotte vivaci e biondute, e qualche tizio dall’aria
alquanto pretenziosa e presuntuosa e spocchiosa. Per me Deborah costituiva la
prova che io ero diverso da tutti loro. Speravo solo che nessuno scoprisse che
non avevamo ancora fatto l’amore: lo trovavo infatti molto ridicolo. Nell’appartamento
c’era anche il coinquilino di Antonio, Samuele, con i suoi capelli a spazzola
tinti di rosso porpora e una Beretta calibro 7,65 tatuata sull’avambraccio. Non
mi capitava spesso di vederlo. Era un fricchettone da poco uscito da un lungo
percorso di disintossicazione che aveva rovinato molti degli amoreggiamenti
notturni di Antonio piagnucolando fino ad addormentarsi. In mezzo a tutta
quella gente, Deborah era sempre penosamente timida, e quello non era
certamente il tipo di persone che potesse metterla a suo agio. Per tutta la
serata parlò pochissimo. Gli altri erano già tutti ubriachi. Tenendole un
braccio intorno alle spalle, mi preoccupai di fare le presentazioni. Cercai di
schivare con disinvoltura Nabila, ma a un certo punto lei venne a piazzarsi
proprio davanti a noi, in evidente attesa che io facessi qualcosa. Beh, che
potevo fare? <<Deborah, questa è Nabila.>> dissi, e poi aggiunsi
<<Nabila, lei è Deborah...>>. Si strinsero la mano, entrambe a
disagio, entrambe non capendo quello che succedeva. Io me ne stavo lì fermo
impalato, sentendomi un po’ troppo importante. <<Siete mai usciti
insieme?>> mi chiede Deborah quando ci allontanammo. <<Sì, in
effetti sì. Ti ho già parlato di lei...>>, <<Oh, Nabila...>>
fece lei, ripensando probabilmente alla storia degli aborti, <<Non sapevo
che ci sarebbe stata anche lei.>>, <<In realtà neppure io.>>
mi affrettai ad assicurarle per rassicurarla. Benchè avesse un atteggiamento
insolitamente distaccato, pensai che andasse tutto bene: chi può mai sapere
quello che passa nella mente di una donna? Anch’io mi sentivo bene. Avevo la
sensazione di stare progredendo, e che il nostro rapporto crescesse, o qualcosa
del genere. Ma volevo ancora andare al parco e salire su quelle cazzo di
giostre. Volevo cominciare a divertirmi. Io volevo solo divertirmi. È sempre
stato questo il mio problema: per me tutto è sempre stato prima di tutto un
gioco. Ma Antonio disse che dovevamo prima aspettare che Chiara facesse
ritorno. Così indugiammo tutti bevendo e ridendo. Poi Deborah uscì per fare una
telefonata. Quando tornò sul tetto, annunciò che se ne sarebbe andata.
<<Come sarebbe che te ne vai? Dove?>> il mondo parve crollarmi
addosso, <<Mi hanno appena detto che Willie Peyote suonerà in Santa
Giulia stasera. Ci tengo ad ascoltarlo.>> disse Deborah, <<Ma perchè?
Dobbiamo andare alle giostre.>> e appena lo dissi mi sembrò di apparire
incredibilmente sciocco, e ingenuo, <<Non ne ho più voglia.>> disse
lei, <<Beh, l’idea era questa...>> obbiettai ritentando alla fine,
<<Lo so. Ma ti avevo detto che detesto certe cose.>> e mentre lo
diceva teneva una mano dietro la schiena e si stringeva forte l’altro braccio.
<<Tra l’altro, forse Willie mi proporrà di cantare con lui. Quindi,
capisci, devo proprio andare.>>. A questo seguì una lunga pausa, dei cui
ragionamenti che vi si svolsero nella mia testa voglio mettervi a parte.
Innanzitutto, io conosco Willie Peyote e l’ho ascoltato una marea di volte. Fuma
sigarette rollate e canta certe canzoncine carine che le ragazze adorano, ma
non ho mai conosciuto qualcuno a cui piacesse davvero vederlo esibirsi: è
accettabile la sua musica (motivo per cui non dirò che canta male, soprattutto
considerando la media nazionale), ma le sue performance
non sono proprio nulla di che; di solito parlo di lui come del Merd: si tratta
infatti solo di un pallone gonfiato, pieno di sé ai limiti dell’arroganza, che
è riuscito nel tentativo di rendere interessante e addirittura di moda il suo atteggiamento
sgradevole da vera “merda umana” spocchioso reso ancora più fastidioso dal
fatto di installarsi s’un tutt’altro che interessante background da nerd; inoltre,
ero convinto che tutte quelle chiacchiere sulla possibilità di cantare con lui
fossero una balla bella e buona; e ciò in virtù della sua presuntuosa superbia.
Ma mi limitai a dire: <<Stai parlando del Merd?>>, <<Sì.
Proprio di lui. Senti, si tratta di lavoro. È anche per questo che sono qui in
Torino. Tu qui non hai bisogno di me.>>, <<Va bene, allora vengo
con te.>>, <<No. Stai con i tuoi amici. Ci sentiamo domani, dai. Io
posso andare a dormire da Sara per stanotte.>>, <<Va bene, allora
vaffanculo. Vai a fanculo.>> conclusi io. Una espressione indignata le si
dipinse in volto. Agguantò la borsa e uscì a precipizio, pensando con ogni
probabilità che avevo finalmente svelato il mio vero “io”. Rimasi su quel tetto
a guardarmi in giro. Nabila stava intanto civettando con Samuele, mentre
Antonio era occupato a mimare l’intera trama di un musical di cui non ricordo più il titolo. Glielo avevo viste fare
svariate altre volte. Tutti gli astanti attorno ridevano. Dopo una mezza ora
passata a bere, fumare, camminare su e giù, e passarmi la mano tra i capelli,
mi spazientii e lasciai la festa.
Quando
arrivai al bar, lei sedeva sola e
fumava con aria depressa. Vederla così mi rese felice. <<Ciao.>>
dissi inerpicandomi sullo sgabello accanto al suo, <<Salve.>>
sbuffò con un lieve bisbiglio, <<Mi dispiace. E a te?>>, <<Ti
dispiace di che cosa esattamente? Sii più preciso. Perchè fa una bella
differenza.>> disse, ma tutto quello che riuscii a pensare e formulare
nella mia testa fu che mi dispiaceva di saperla arrabbiata con me, così dissi
solo <<La serata non mi è piaciuta.>>, <<Neppure a me.>>
rispose lei e subito si zittì. Restammo per un po’ in silenzio a guardare Merd
cantare. <<Perchè non sei al parco?>> domandò alla fine,
<<Non lo so.>> dissi (ma lo sapevo benissimo), <<Non dirmi
più di andare affanculo.>> con aria di sfida, <<Non lo
farò.>>, <<Non è carino.>>, <<Non lo è, no.>>.
Poi di nuovo il silenzio. <<Mai sentita la storiella di quel tizio che
voleva dire a una ragazza quanto gli piacesse, ma riusciva soltanto a
balbettare e sparare idiozie nella speranza di riusltare divertente?>>,
mi lanciò un sorrisetto obliquo e disse <<È vecchia. Piuttosto hai mai
sentita quella del tizio che porta una ragazza a una festa dove sembra che si
siano solo donne con cui è andato a letto?>>, <<Credo di averla
sentita proprio stasera.>> e tornammo in silenzio ad ascoltare il Merd
cantare. <<Cavolo, è proprio bravo però.>>, <<Tu non ci sei
mica tutto con la testa.>>, mi protesi ad abbracciarla, lei mi bloccò,
gli occhi fissi sul palco, ma poi mi disse: <<Dispiace anche a
me.>>, provai a baciarla di nuovo, si scostò di nuovo, <<Perchè
no?>> chiesi, <<Non qui>> rispose <<Non mi va di essere
baciata in pubblico.>>, <<Allora andiamocene!>> suggerii
romanticamente, e le afferrai la mano in un gesto che avrebbe voluto essere
maschio e virile, <<Non voglio andarmene.>> fece lei,
<<Cristo, ma che cazzo vuoi allora?>>, lei mi lanciò una occhiata
in tralice, astiosa e malevola, poi spense lentamente la sigaretta e domandò
<<È a questo punto che cominciano gl’insulti?>>. Mi impietrii, e
per un momento mi sentii totalmente confuso, confuso e molto arrabbiato: con un
gesto unico di orgoglio piccato e ferito afferrai lo sgabello su cui un attimo
prima ero seduto e lo scaraventai contro la parete. Non avevo intenzione di
farlo: avevo solo voglia di colpire qualcosa, e non potendo colpire lei me la
presi con la sedia, che si frantumò contro il muro andando in mille pezzi. Si
voltarono tutti a guardare nella nostra direzione. Anzi, dovrei dire nella mia,
perchè quando volsi nuovamente lo sguardo verso Deborah lei si era già
precipitata verso l’uscita. Rimasi lì impalato, immobile, lo schienale della
sedia ancora in mano e la mano che mi pulsava dolorosamente. <<Fermati!>>
gridai catapultandomi in strada sulla sua scia. I fari delle auto mi
abbagliavano. L’adrenalina mi scorreva forte nelle vene. Si fermò. Eravamo s’una
piccola isola di cemento al centro di Corso San Maurizio. <<Senti, non
riesco a capire che cosa stia succedendo.>> attaccai ansimando per il
fiato corto dal nervosismo <<Ma non piace neanche a me. Non capisco che
cosa mi stia prendendo. Non volevo mandarti affanculo. Ma devi capire, è come
se nella mia vita fosse cambiato tutto. E ho bisogno di sapere se ti piaccio.
Detto così suona idiota, lo so. Se vuoi che ti lasci in pace lo farò, ma a
volte... Beh, a volte capita d’incontrare una persona e di capire che tutto
quello che hai fatto fino ad allora, qualunque sia stata la tua vita fino a
quel momento, non può essere stato tutto sbagliato, perchè ti ha condotto a
questa persona. E per me quella persona sei tu. Vuoi che me ne vada?>>,
<<No!>> disse ferma e risoluta lei, <<Che cosa vuoi che
faccia allora?>>, <<Voglio che tu mi spieghi che cosa ti sembra che
ti leghi a me così forte come tu dici.>>, <<Non lo so. Non lo so
proprio. Forse se tutto va per il verso giusto la prima volta, questo determina
il futuro. In pratica fa di te quello che sei.>>. Questa volta non mi
rispose. Guardava la strada, e i suoi occhi guizzavano irrequieti muovendosi
inquieti. <<Mi dispiace... Mi dispiace.>> mormorò a un certo punto.
Poi mi prese per mani e cominciò ad attraversare la strada. <<Non
permettermi di farti questo>> e si fermò di colpo proprio al centro della
carreggiata. <<Perchè ti piaccio così tanto?>> parlò guardandomi
negli occhi. Io rimasi assolutamente impassibile. Poi dissi <<Non lo so.
O, almeno, non so spiegarlo. È così e basta.>>, <<E vuoi fare l’amore
con me?>>. Annuii. Avevo i brividi. <<Non chiedermi più se mi
piaci, d’accordo? Perchè sì: mi piaci. Molto.>> disse, e tutto il mio
corpo d’improvviso si rilassò. <<Ti trovo bello e voglio fare l’amore con
te. Davvero. È solo che...>>. Scattò il semaforo e lei spiccò la corsa
raggiungendo il marciapiede. Io rimasi dov’ero, non riuscivo a muovermi. <<Vieni!>>
mi gridò lei. A dispetto della distanza che ci separava, riuscivo a vedere
nitidamente i suoi occhioni. Le auto mi sfrecciavano intorno suonando il clacson. Un furgone mi passò vicinissimo:
ne avvertii il calore sul viso. Non era che volessi farmi investire, o qualcosa
del genere: più che altro non vedevo nulla intorno a me. La mia vista si era
offuscata, e obnubilata la mente. Poi mi ridestai, attraversai e la raggiunsi
sul marciapiede opposto. Allora lei mi prese una mano nelle sue e se la
premette al petto. <<Andiamo a casa.>> disse.
Amoreggiammo
per tutta la notte, nudi sul materasso. La sua pelle bruciava contro la mia
come brucia la nuda pelle nelle notti d’Estate. Poi l’alba saturò la stanza di
una luce azzurrina. Forse a tratti ci appisolammo per qualche istante, ma non
saprei dirlo con certezza. L’aria era spessa e sapeva di sale. I nostri corpi
erano molli di sudore e umidità. Per tutta la notte non avevo fatto che
inventare posizioni che potessero incidentalmente portare alla penetrazione. Ma
ogni volta che ci eravamo vicini lei sgusciava via. C’era qualcosa di segreto e
oscuro e misterioso che aleggiava in quel letto. Il suo corpo profumava di
pulito, di umido, come terra fertile. Le lenzuola, non più rimboccate, si
arricciavano agli angoli e io sentivo la ruvidezza del materasso sotto la
schiena. Poi Deborah mi si stese di sopra, e i suoi seni, pesanti, mi ricaddero
sul petto. Avrei voluto entrare in ogni orifizio del suo corpo. Lei si
divertiva a eccitare entrambi. Alla fine, in perfetto silenzio, divaricò le
gambe, mi strinse il cazzo tra le cosce, e mi fece venire tra inguine e glutei.
Mi sentii un imbecille. Dopo che si fu addormentata, mi alzai, andai a pisciare,
e tornai a letto, sprofondando nel sonno.
Mi
addormentai subito e nel sonno sognai un corpo che giaceva supino a braccia
spalancate, con un ciuffo di peli che luccicavano sul pube come un liquido nero
e oro che scorreva sul ventre fino all’inguine e poi giù, come una freccia
dentro al folto ciuffo tra le gambe. Ma, quando allungai una mano per
accarezzarlo, il ciuffo cominciò a fremere. Non erano ora più peli ma un denso
nugolo di api, ammucchiate una sull’altra: zuppe di miele, appiccicose, uscivano
sciamando impazzite dal ciuffo e freneticamente vibravano le ali. Mi vennero
incontro. Avevo paura. Mi sentivo terrorizzato. Le api mi circondarono e mi
avvolsero. Ma non mi punsero: mi innalzarono e mi trasportarono fuori. Planando
sulla terra e sul mondo, vidi un giardino, poi un bosco, una foresta, infine
una spiaggia. E il mare. La grande superficie dell’acqua rifletteva la luce del
sole alto nel cielo con un bagliore così violento ch’ero costretto a
proteggermi gli occhi. Dovevo chiuderli, digrignando le palpebre, se non volevo
che mi bruciassero. Quando li riaprii, il sole era ancora alto bronzeo e
opprimente sopra le fresche chiare e docili acque della ripa. Di fronte a me si
stendevano le paludi e le pianure saline, e ancora oltre potevo intravedere una
striscia grigiastro-bluastra di aridi colli. Uno stormo di anatre selvatiche
turbinava in cielo, quindi planava verso la distesa d’acqua. Le dune sabbiose
si susseguivano una dopo l’altra nel piatto paesaggio circostante.
SOGNI.
Quella
notte devo aver dormito come un corpo morto, perchè durante il sonno non mi
accorsi minimamente che Deborah se ne fosse andata; così, quando mi svegliai (molto
presto, invero), alla tenue luce del mattino, mi ritrovai da solo nel letto. Mi
sembrò di cadere nel vuoto, precipitare nel nulla. Nel debile eppure piccante
lume estivo, la ragazza stava acciambellata sul pavimento. Le toccai il braccio:
era viva, era vera: mi sentii meglio. La scossi, si destò, le dissi:
<<Perchè dormi lì?>>, lei mi sorrise <<Non c’è problema. Sto
comoda.>> (Era vero: sdraiata sul tappeto di morbida pelle di pecora si
stiracchiava e sbadigliava e il suo bel corpo non arrivava al bordo) <<Ti
agitavi nel sonno e mi hai detto di andarmene, così ho pensato che avrei
dormito meglio qua.>>, <<Ti ho detto di andartene?>>,
<<Sì, nel sonno. Non te la prendere.>>, si arrampicò sul letto
accanto a me, e l’abbracciai con gratitudine, lei mi strofinò il naso sul
petto, io ne approfittai per inspirare assetato tutto l’odore che posso dai
suoi setati capelli. Lo sciacallo strappa le viscere della lepre, ma la vita
continua. Ci riaddormentammo. Io tra le sue braccia amorevoli e quasi materne.
Ma, quando mi svegliai, intorno alle due del pomeriggio, la ritrovai nuovamente
che dormiva sul pavimento. Era sveglia: la guardai, rise del mio imbarazzo,
<<Mi hai spinta giù dal letto con le mani e con i piedi. Per favore, non
ti agitare. Non possiamo controllare i nostri sogni e neppure quello che
facciamo nel sonno.>> disse, mormorai qualcosa e balzai in piedi,
<<Devo uscire da qua.>> dissi, <<Ma che succede?>>
disse preoccupata lei, mi voltai dall’altra parte e non risposi. Andai in bagno
a pisciare. Mentre ero in bagno cercavo di ricordare l’incubo che mi agitava
quando la cacciavo via dal letto, ma non ci riesco. Tutto quello che
riaffiorava alla mente erano immagini confuse e ricordi sfocati.
<<Prometti di svegliarmi se lo faccio ancora.>> le dissi quando
ritornai in camera. Annuì affermativamente.
LA
MATTINA SEGUENTE.
La
mattina seguente fui svegliato dal rumore proveniente dall’angolo della cucina.
Deborah stava preparando la colazione: brava donna. Indossava i miei boxer. Il
suo vestito verde giaceva in terra, accanto al materasso ancora virginale. Ogni
gesto di Deborah sembrava misurato, calibrato, ma conservava un che di
scoordinato che la rendeva goffa. Era il tratto che di lei più mi piaceva.
<<Ora
togliti i pantaloni!>> m’intimò lei, appollaiata sul davanzale della
finestra. Io mi sentivo a disagio. Mi sfilai i jeans. Dato che i miei boxer li
aveva lei, ero nudo sotto il vestito. Sentivo l tiepida brezza settembrina
frusciare tra i fiori sul davanzale e intorno alle mie gambe. Rimasi lì a
guardarla sogghignare sempre più innervosendomi. E mi tremavano leggermente le
ginocchia, come un uomo pericoloso che fa cose pericolose, più che mai
consapevole di essere un uomo, di essere uomo. Non basta un vestito a portarti
via la virilità, rammentai a me stesso con fierezza. Così le andai vicino,
deciso a prenderla come avrebbe fatto un rude brigante siciliano. La baciai
come pensavo che l’avrebbe baciata un guerrigliero siculo e la spinsi verso la
camera da letto. Lì l’adagiai sul letto, le strappai i vestiti e mi abbassai a
baciarle il ventre mentre pensavo che se fossi riuscito a farla innamorare di
me, tutto quello che non mi piaceva di me sarebbe di colpo svanito per sempre.
Poi le
dissi: <<Devo andare a Parigi a breve. Sarei l’uomo più felice del mondo
se venissi con me.>>. E li rispose: <<Verrò a Parigi se lo
desideri.>>. E mi baciò sulla guancia. Le sue labbra erano fresche e
pulite. Umide e piene di calore.
PARIGI.
Fu in
Parigi che tuttò inizio ad andare a rotoli. Era già buio quando finalmente
trovammo il nostro albergo. La stanza assegnataci era al secondo piano, in cima
a una scala a chiocciola. In camera solo un tavolino con lampada, due sedie e
un letto. S’una parete qualcuno aveva dipinto nello stile dei cartoni animati
un tizio grande e grosso s’un cammello sullo sfondo di un cielo solcato dai
lampi. Se non fossi stato tanto teso credo che mi sarebbe piaciuta tantissimo.
La parete di fronte aveva un’enorme finestra che dava sulla strada. Deborah
sedette sul letto a gambe incrociate. Sembrava come se volesse dirmi qualcosa. Poi
pronunciò il mio nome. Io la guardai negli occhi. I suoi occhi splendenti.
Scese dal letto. Portava un vestito nero a fiori che le arrivava appena sotto
le ginocchia. Alzò le mani e sganciò le mollette argentate che le trattenevano
i capelli. I suoi gesti erano rigidi. Lentamente cominciò a slacciarsi il
golfino, se lo tolse e lo lasciò cadere in terra. Fece uscire spalla e braccio
dalla scollatura del vestito e se lo sfilò dalla testa. Anche il vestito finì
in terra sul pavimento. Lei rimase in piedi nella luce ambrata, scalza, con
indosso solo il reggiseno e le mutande, guardandosi intensamente negli occhi.
Io restai in silenzio. Poi si portò le mani dietro la schiena, lasciando liberi
i grossi seni turgidi. Infine, sciolse anche le mutandine. Era nuda. E
bellissima. La sua pelle così fresca, il profumo dei suoi capelli mi arrivava
fino in fondo alla bocca dell’anima. Quasi non riuscivo a parlare, tanto avevo
la gola secca. Avevo la sensazione che mi sarebbe esplosa la testa di lì a
poco.
Facemmo
l’amore. Rimanemmo abbracciati nel silenzio del buio. Alla fine sentii il suo
respiro farsi regolare e compresi che si era addormentata. Io restai in estasi
ad ascoltare il suo respiro per ore. C’era qualcosa in quella ragazza che mi
mandava in confusione. I suoi seni poggiavano sul mio petto. Una delle sue
gambe era infilata tra le mie. Una delle sue mani riposava sul mio stomaco. La
baciai sulla guancia. Tutto il suo corpo era caldo e sapeva di sonno. Mi
accorsi che stavo cominciando a rilassarmi. La baciai ancora. In fronte. Dove
si baciano le stelle...
I giorni
li passammo in albergo, a scopare. Nella stanza un odore denso di sesso e
urina. Le mie mani, le mie labbra, il mio viso tutto sapeva di Deborah. Lei
sapeva fare dei pompini con i fiocchi, ingoiando prima la verga tutta intera
senza soffocare e poi tutto lo sperma senza provare conati di vomito. Mi
sopraffece un empito di gelosia: sicuramente avrà fatto molta pratica con molti
uomini. Poi tornò sulle palle e tutto fu perdonato.
L’aria
nella stanza si faceva ad ogni ora più incandescente. Sudavamo. Era difficile
capire quando mi baciava e quando mi toccava: le sue mani e la sua bocca erano
diventati un tutt’uno.
Non era
sensuale nel modo che s’intende di solito. Non aveva un corpo sodo o asciutto,
né niente di sessuale. Era buffa. Ma era umana, la persona più autentica che
avessi mai incontrato, e forse era questa a rendermela irresistibile.
<<Sposiamoci.>>
le dissi. Avrei voluto aggiungere che l’amavo, che amavo tutto di lei, ma non
lo feci. Amavo il modo in cui mi faceva sentire, quel misto di virilità e
insicurezza che suscitava in me, perfino quando si tramutava in tristezza.
Amavo il modo in cui comperava i vestiti, come faceva l’amore, come mangiava il
cioccolato. Amavo soprattutto il suo modo di vedere. <<Sposiamoci e
facciamo un bambino.>> sopraggiunsi. Ogni volta che facevamo l’amore
speravo che rimanesse incinta. Dico sul serio: l’uomo scopre se stesso accanto
alla donna incinta.
L’ultima
mattina in Parigi consumammo la colazione in albergo perchè fuori diluviava.
<<Promettimi>>
disse l’ultimo giorno <<che se qualcosa andrà storto, tu verrai a
cercarmi e mi costringerai a tornare qui a baciarti. >>.
<<Non
andrà storto proprio nulla.>> risposi io, e la baciai. Un bacio profondo
e audace. Lei alzò le mani e le tenne sollevate a mezz’aria, strette a pugno
chiuso.
COME UN
LUPO IN AMORE.
Quando
ritornammo da Parigi la situazione si era capovolta. La dovetti salutare per
una settimana per risolvere certe faccende che avevo lasciato in sospeso in
Sicilia, mie terra d’origine.
La sera
del mio rientro in Torino eravamo a letto insieme e Deborah non aveva
assolutamente alcuna voglia di scopare. Disse di avere mal di stomaco. Disse
che provava la strana, buffa sensazione di non riconoscermi.
La sera
successiva la trovai in casa. Aveva piazzato una macchina per scrivere in mezzo
alla stanza e batteva furiosamente sui tasti. <<Che scrivi?>> le
domandai. <<Niente.>> fece lei. Non si alzò nemmeno per dirmi ciao
o venire a baciarmi. Niente del genere. Continuò a lavorare con diligenza. Al
ticchettio dei tasti, si mescolava il ronzio sommesso della macchina. Cercai di
avviare una qualche conversazione, ma le sue risposte erano secche e concise.
Le finestre erano spalancate benchè la temperatura esterna non raggiungesse i
sette gradi e facesse freddo. <<Bene, vedo che hai da fare: tolgo il
disturbo.>> dissi alla fine. <<Sì, va bene.>> disse,
totalmente concentrata sul suo lavoro, senza nemmeno distogliere gli occhi
dalla macchina per scrivere. <<Scusami. Perché non mi chiami più
tardi?>> disse. <<D’accordo. A più tardi, allora.>> assentii.
Pian piano mi avviai verso la porta. Quando la richiusi alle mie spalle, sentii
che il ticchettio s’interrompeva di colpo. Aveva aspettato che me ne andassi.
Il
terzo giorno mi comunicò che sarebbe dovuta tornare a Lione dalla madre per
qualche giorno. Svolazzava alacremente per l’appartamento, svolazzando dal
bagno all’armadio alla valigia. Mi aveva chiesto parecchie volte se ero davvero
sicuro di volerla accompagnare finchè <<Forse sarebbe meglio che non
venissi.>> osservai a un certo punto. <<Perchè no?>> mi
chiese, <<Beh, sembra che tu abbia bisogno di un po’ di spazio per te
stessa. E hai ragione: anch’io ho un paio di cose di cui dovrei
occuparmi.>>. Era pura invenzione, naturalmente: a parte l’ossessione per
Deborah, più o meno tutto quello che facevo era girare per le librerie e andare
al cinema. <<Sì, certo, credo che tu abbia ragione.>> si limitò a
rispondere, mentre ripiegava alcune magliette. <<Come sarebbe a
dire?>> intervenni allora io, a gamba tesa, <<Non lo so: hai appena
detto di avere delle cose da fare.>>, <<Già, ma sai perfettamente
che era una bugia. Insomma, che diavolo succede? Non vuoi che venga? Se non
vuoi che venga dillo chiaramente.>>, <<Non lo so. È solo che sembra
che tu non faccia altro che aspettare me. E questo non è il tipo di rapporto di
coppia che volevamo. Insomma, tu dovresti badare a te stesso e io a me. Invece,
ho la sensazione che ci stiamo trasformando nella coppia tipo, e sai bene che
non è quello che voglio.>> Stava succedendo tutto troppo troppo in
fretta. <<Non voglio sminuire i giorni che abbiamo trascorso in Francia,
ma non sono stati molto reali. Non credi? Ho bisogno di tempo per me, e a volte
tu me lo porti via.>>. Parlava con disinvoltura, profondendo molta cura
nel fare i bagagli. Il suo viso era imperscrutabile. <<Io ti porto via il
tempo?>> sbottai. <<Sto solo dicendo che non voglio essere soltanto
la ragazza di qualcuno. Non posso permettermi che la mia vita ruoti attorno a
te e per far questo devo impedire che la tua ruoti attorno alla mia. Capisci?
Sono felice di aver provato le sensazioni che tu mi hai permesso di provare.
Non credevo che fosse possibile.>>. Risposi con un mezzo sorriso. Lei
chiuse la cerniera della valigia e mi guardò rimanendo in silenzio. Fui io che ruppi
il silenzio con un mezzo sorriso e una mezza domanda: <<Vuoi che
rompiamo?>>. <<Credo che abbiamo bisogno di un po’ di
spazio.>> fu la risposta, pronunciata con un espressione indignata nel
viso. <<Un po’ di spazio dici? Non riesci a tirare fuori nulla di
vagamente più originale?>>, <<Cerco solo di essere sincera.>>
disse lei lapidaria, <<In questo caso sei una persona ben noiosa se
<Ci serve un po’ di spazio.> è il tuo ideale di sincerità.>>
risposi io di piccato orgoglio, <<Senti, tu mi piaci
moltissimo...>>, non la lasciai finire, <<Ma vaffanculo! Sei una
vigliacca frigida, egoista e viziata. Sei solo una stronza.>>.
Inutile
dire che la mia coglionaggine era solo agl’inizi. La mattina seguente, avevo
indosso il mio migliore abito e stavo in piedi come un fesso sotto la sua
finestra (cinque piani più sopra...) intonando una canzone d’amore. Che
coglione!
Erano
le 8 del mattino quando mi svegliai: sapevo che doveva essere al lavoro alle 9
così misi le lenti a contatto, indossai gli abiti migliori che avevo e puntai dritto
verso casa sua. Sul davanzale vidi fiori che le avevo portato. Attento a non
sporcarmi presi uno di quei coni arancione che gli operai piazzano in strada
durante le opere pubbliche, me lo accostai alle labbra e attaccai a ululare
come un lupo. Lei capì subito e venne alla finestra. Il suo viso era
imperscrutabile. Io pensavo che sarebbe rimasta impressionata, le ragazze
adorano certe stronzate. A gesti mi facesse capire che sarebbe scesa subito. Io
feci un sorriso sperando che il sorriso si vedesse 5 piani in alto e lanciai un
ultimo ululato. Deborah arrivò poco dopo.
Provai
a convincerla, parlando con quella astio e quella rabbia tipica di chi si sente
tradito, e le dissi: <<Hai fatto marcia indietro, questo devi ammetterlo.
Come dovrei reagire? Hai la sensazione che stiamo andando un po’ troppo in
fretta e questo ti spaventa, è comprensibile. Solo devi darmi un po’ di tempo
per abituarmi all’idea.>>. Lei mi afferrò il braccio e io desiderai con
tutto me stesso che quell’istante non finisse mai. <<Il punto è che non
so come fare ad amarti nel modo giusto. Dovrai insegnarmelo. Se tutto sta nel
tentare allora posso prometterti qualunque cosa.>> ma lei gridò <<Non voglio un ragazzo.>> e
scomparve tra la folla.
Rimasi
impietrito e non riuscii a muovere i muscoli necessari per seguirla. Non l’avevo
mai sentita alzare la voce. Era come se mi avesse cacciato una mano in gola, mi
avesse afferrato lo stomaco e me lo avesse estirpato. Avrei dovuto prenderla
per i capelli e scuoterla e schiaffeggiarla.
Nei
successivi tre giorni vidi dodici film: era l’unico modo per non restare
perennemente incollato alla segreteria telefonica. Eppure mi ritrovavo sempre a
stringere la cornetta come se fosse una parte di lei. Tutto si stava
disintegrando talmente in fretta... Avrei voluto che piovesse. Sapevo di essere
un idiota ma è talmente difficile non sentire la mancanza di qualcuno che abita
a soli 3 km di distanza da te.
Dopo
tre giorni Deborah mi telefonò. Disse che voleva vedermi. Ne fui elettrizzato.
Lei era splendida: indossava un vestito marrone con il colletto e i polsini di
pizzo bianco. In casa, aprii il frigo, diedi un’occhiata alle sue cibarie
striminzite, e tirai fuori una moretti solitaria. Un tempo mi sentivo così a
mio agio a casa sua; ora non riuscivo invece a scrollarmi di dosso la
sensazione di essere lì per l’ultima volta. Parlammo lungo e capii che non c’era
più nulla da fare: semplicemente non le interessavo più. Per un po’ era stato
divertente: era stato divertente condividere una breve vacanza in Francia, ma
condividere il resto dei giorni a Torino non lo era più.
Mi fece
imbestialire. Le giravo intorno come un cane rabbioso legato alla catena. Avevo
una voglia matta di afferrarla e scuoterla forte. Pensavo che se le avessi
fatto abbastanza male avrei potuto costringerla ad amarmi. Volevo farla
piangere, volevo farla urlare, volevo farla soffrire. Una volta uno scrittore
disse per avere il possesso di una persona bisogna farla soffrire.
Mi
guardai intorno alla ricerca di qualcosa con cui colpirla. Non poteva
permettersi di mollarmi senza piangere. Vidi che si faceva piccola come se
temesse che potessi farle del male. Io le dissi che non avevo intenzione di
picchiarla, ma le mie parole suonarono più come una minaccia che come una
rassicurazione. Lei abbassò gli occhi, si coperse le orecchie con le mani e il
viso con le braccia, io le dissi che sono un tipo fantastico e che lei doveva
amarmi a tutti i costi. Non volevo scoppiare a piangere, così feci il duro e le
intimai di guardarmi negli occhi. Allora lei si arrese e mi guardò. Aveva in
viso lo sguardo di un cadavere. Sentii le lacrime gonfiarle gli occhi.
Dovevo andarmene o non sarei più riuscito a
mantenere il controllo. Mi guardai intorno, guardai le pareti azzurre, guardai
lei raggomitolata a palla al centro della stanza, una mano stringeva
convulsamente l’altra, il viso nascosto fra le ginocchia, i capelli che
ricadevano sulle gambe. Feci per andare verso la porta ma non ci riuscì. Avevo
la sensazione che stesse facendo non so quale sporco gioco con me. Urlai e le
comandai di guardarmi negli occhi. Lei non riusciva ad alzare lo sguardo, così
mi avvicinai, mi chinai sopra di lei, le afferrai la testa per i capelli e la
spinsi forte contro il muro, sbattendogliela forte. Poi mi sollevai, afferrai
il frigorifero e lo rovesciai sul pavimento.
Lei era
rimasta immobile, silenziosa. Per un momento indugiai a guardare il casino che
avevo combinato. La mia mano destra era sospesa a mezz’aria. Prima di rendermi
conto di quello che stessi facendo gli avevo già mollato uno schiaffo in pieno
viso. La colpii una sola volta e mi fermai.
<<Sai
a che cosa pensavo l’altro giorno? Ti ricordi quando volevi che io camminassi
per me per strada mentre tu stavi sul marciapiede in modo che fossimo alla
stessa altezza? Beh era una cazzata. Io sono più alto di te, più forte e più
grosso e tu devi obbedirmi. Potrei schiacciarti come una zanzara. Sai? Il
problema è che tu sei totalmente priva di senso dell’umorismo. È una cosa che
mi ha sempre fatto impazzire. Comunque all’epoca mi stava bene.>>
Trattenni
il fiato. Mi sentivo umiliato e sconfitto. Mi voltai a sinistra e vedi la
cornetta del telefono: l’afferrai e presi a sbattere il telefono per terra
finché pulsanti e viti e cavi saltarono fuori e si sparpagliarono dappertutto.
Nella stanza il silenzio era divenuto assordante. Insopportabile. Poi, come un
metronomo, in perfetta sincronia con il pulsare del sangue nelle tempie, vidi
delle goccioline di sangue colarmi dal braccio. Cercai di alzarmi, ma la mano
ferita mi fece perdere l’equilibrio, e rischiai di scivolare sul sangue che
bagnava il pavimento. Alla fine riuscii a mettermi in piedi, attraversare il
soggiorno e andare fino in bagno. Lì, mi chinai sul cesso e vomiti. Poi mi
risollevai e mi guardai allo specchio, e, mentre mi guardavo, una voce cominciò
a frullarmi in testa e la voce ripeteva martellante <<Checca, checca, sei
solo un finocchio, frocio del cazzo.>>. Il silenzio si amplificava fino a
diventare un grido e la voce nella mia testa continuava a martellarmi le
cervella, ripetendo quella parola: <<Checca, checca, checca...>>.
Inciampai
mentre tornavo in camera. Il pavimento mi oscillava sotto i piedi come mosso
dalle onde. Alzai gli occhi al soffitto e aspettai che il dondolio cessasse.
Lentamente si calmò. E il grido nella mia testa si trasformò nel cupo ronzio
del silenzio. Mi guardai in giro, c’erano tante piccole cose, graffette, matite
rotte e cassette senza etichetta sparse per terra, carabattole che neppure
ricordavo di aver mai visto. Guardando fuori dalla finestra sembrava che solo
tre o quattro lumi illuminassero tutta la città. Lentamente raccolsi una
maglietta, me l’avvolsi intorno alla mano e mi inginocchiai.
Quando
rialzai la testa, il sole stava tramontando. Niente di spettacolare: solo il
solito vecchio sole che calava lentamente proiettando i profili degli alberi
spogli contro il cielo. Poi mi venne in mente una poesia chissà di chi che
avevo letto chissà dove, chissà quando, e la poesia recitava più o meno così:
Il cowboy cavalca
Deserto dopo deserto,
Viaggia a cavallo,
Si sporca come uno straccio sepolto
nella sabbia
E muore vecchio d’età e pieno di
proiettili.
Succede
più o meno così: ti svegli in piena notte con una voglia matta di un bicchiere
di latte, così ti butti giù dal letto, nel buio urti l’alluce contro un
ostacolo, bestemmi per il dolore e zoppichi. Quando vai al frigo lo apri,
subito si accende la luce interna, sei salvo, poi prendi il cartone del latte,
ne ripieghi l’angolo, lo apri, e con un sospiro di sollievo te lo porti alle
labbra, ma, diavolo, il latte è andato a male! Sei fatto. Così lo richiudi e lo
rimetti in frigorifero, ed è di nuovo buio. Ma mentre te ne torni verso il tuo
letto solitario ti viene da pensare che magari non è proprio andato a male e d’altronde
tu hai ancora sete. Così fai dietrofront.
Apri di nuovo il frigo e di nuovo si accende la lucetta. Bevi un altro sorso di
latte e, cavolo, è ancora avariato! Questa per me è la metafora più azzeccata
per quasi tutte le relazioni che ho avuto.
Che
poi, in fondo, volevo solo cercare di non sprecare mai più energie nel
degradare gli altri. E volevo anche cercare anche di non guardare più alla vita
come si guarda a una gara. Credevo che fosse l’unico modo per non finire in un
centro di riabilitazione per alcolisti! Volevo solo sopravvivere fino a domani.
Cominciava
a mancarmi il fiato per via di tutti questi frenetici pensieri che mi
tumultuavano nel cervello e di quella frenetica tensione che mi scorreva nelle
vene. Così sollevai lo sguardo e lo rivolsi a Deborah. La prima cosa che vidi
furono i suoi lunghi capelli ricci, raccolti in massicce trecce. Non potrei
trattenere un sorriso. Ma la rabbia ebbe il sopravvento. Cominciai a
passeggiare nervosamente fumando avanti e indietro per la stanza per una decina
di minuti. Ero arrabbiato, ero stanco, ero insicuro, ero arrabbiato.
Non
sapevo che cosa fare di lei. Volevo solo che mi amasse. O che morisse. Avrei
voluto prenderla per i capelli e scuoterla di qua e li là, sbatterle la testa
forte contro il muro. Ebbi un capogiro. Mi guardai intorno. Cercai di capire
dove stessero andando tutti questi miei pensieri. Prima ancora di rendermene
conto le mollai un altro sganassone in pieno volto.
<<Dai puttana, adesso apri la bocca e
lavora.>>.
La bloccai per un braccio, per poco non glielo spezzavo, e
le strappai la camicetta.
<<Dai puttana, adesso succhia, brutta troia.>>.
Deborah era terrorizzata, mentre le afferravo la testa per
i capelli e gliela spingevo verso il basso. Lei opponeva resistenza e così fui
costretto a portarle un pugno in testa, così violento che la tramortii,
costringendola ad aprire la bocca. Le ficcai il cazzo dentro la bocca con tutta
la forza che avevo. Lei ebbe un conato e di riflesso chiuse la bocca di scatto
ma io le girai un altro sganassone che le fece aprire la bocca. La sua resistenza
mi eccitava.
Presi a tormentarla fino a quando lei non aprì la bocca, e
allora glielo ficcai dentro, fino in gola, quasi la soffocai, poi lo tirai
fuori e la picchiai ancora in viso.
<<Lo devi ingoiare fino alle palle, puttana.>> le
intimai tirandole i capelli e spingendole la testa verso il basso, il cazzo mi
diventava sempre più duro, glielo spingevo fino in fondo, finché la faccia non
gli affondò tra le palle. Deborah ebbe un rigurgito e vomitò.
<<Guarda che cosa hai fatto, troia: meriti una
punizione per questo.>>.
E le ficcai il viso nel vomito costringendola a leccarlo,
per poi tamponare il resto con i capelli di lei, come se la sua testa fosse uno
straccio. Deborah era tutta sporca, e puzzava di vomito.
<<Stupida puttana, bocca di merda, adesso
inginocchiati.>>.
Lei era impietrita, non riusciva a muoversi, e dovetti
darle un calcio sulla schiena che la piegò in due. Lei si gettò carponi,
sperando che mi accontentassi di sbatterglielo ancora in bocca, ma io non
esitai a colpirla con un pugno spezzandole il naso, e glielo infilai di nuovo
in bocca mentre il sangue si mischiava al vomito e alle lacrime segnandole il
volto. Poi la obbligai ad alzarsi.
<<Mettiti a pecorina, puttana.>>.
La tirai per i capelli, famelico e feroce la spinsi contro
il muro, mi misi di dietro e la penetrai con violenza. Lei urlò. Io mi eccitai
ancora di più: avevo deciso che doveva viverlo tutto quell’orrore. Le infilai
una mano dentro la vagina, e stringendo il pugno le colpivo le ovaie. Deborah
si piegava in due dal dolore, e cominciava a perdere sangue: le avevo lacerato
la vagina, e continuavo a colpirla. Lei si contorceva dal dolore, il sangue le
rigava le gambe, ne perdeva molto dalla vagina. Smise anche di reagire.
Poi presi a picchiarla, selvaggiamente, interrompendomi
solo quando mi accorsi che aveva perso i sensi. Mi fermai a osservarla
tramortita in terra, esangue ed esanime. Per un attimo la credetti morta, ma,
per fortuna, la puttana respirava ancora, e così potei terminare facendomi una
sega sul suo viso. Infine le pisciai addosso. Poi mi ricomposi, lasciandola in
terra svenuta, ricoperta di sangue vomito piscio e sperma, e me ne andai
lasciandola da sola. Lei continuava a dissanguare, aveva un’emorragia interna.
Quando uscii, era notte fonda. Tutto intorno c’è un
silenzio di tomba. Le stelle erano così tante che non si poteva contare.
Anno 2022
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