"FIERAUGUSTI - LA BESTIA DI AGOSTO"

 

FIERAUGUSTI:

 

la bestia di Agosto.”

 

 

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 



EPITOME.

 

I protagonisti: Deborah e Omar. Lui, uno scrittore agli esordi, lei una cantante alle prime armi.

S’incontrano una sera nel brusio di un locale fumoso. Non è il classico folgorante colpo di fulmine, eppure si sentono attratti, intrigati, intimamente legati da oscure affinità. In una città fatta di pioggia e nuvole (Torino) si scoprono, si frequentano, si baciano.

Nel giro di un breve periodo vivono un susseguirsi convulso di litigi, malintesi, attimi di sconfinata dolcezza, romantici abbandoni e ancor più romantiche promesse d’eternità: Omar, travolto da una tenerezza infinita che lentamente ma inesorabilmente diventa vertigine, desiderio struggente e fatale ossessione sessuale, ne esce irrimediabil­mente stregato; Deborah, cauta e sfuggente, appare indecisa e incerta se impegnarsi davvero.

Il periodo, così breve ma intenso, si conclude con un abbandono: un giorno Deborah comunica tanto improvvisamente quanto inaspettata­mente a Omar la decisione di concludere il loro rapporto. Spinto da un impeto di rabbia, gelosia e possessività, Omar prima picchia e poi stupra a morte la ragazza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<Homo sum: humani nihil a me alienum puto.>>

 

<<Sono uomo: nulla si ciò che é umano mi é alieno.>>

 

(Terenzio: “Heautontimorumenos”: I: 1: 25).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOSTALGIA.

 

Quella mattina fui svegliato molto presto dallo squillo del telefono. Era Adriano. All’epoca, io e Adriano ci spogliavamo esibendoci tutte le notti al Muro, mentre Alfio componeva una strana musica mistica aleatoria con qualunque cosa gli capitasse tra le mani. Ci divertivamo, bevevamo gratis, e guadagnavamo una piotta a notte. Magari fosse durata di più! Ma Adriano era un ballerino molto richiesto, ed era andato a insegnare danza moderna a Milano, mentre io ero rimasto come al solito senza il becco di un quattrino. All’epoca, stavo con Simona. Avevamo avuto una bella storia durata due anni. Sognavamo di vivere insieme e amarci per tutta la vita. Lei con le sue sculture e io con i miei romanzi. Allora mi chiamava “papi”, nonostante avesse sedici anni più di me, ed era molto affettuosa, e mi diceva sempre: <<Ho tanto bisogno di te, papi: non lasciarmi mai.>>. Ma un giorno si è dimenticata dei nostri sogni e se n’è andata in Inghilterra. Evidentemente sapeva gestirsi molto bene anche da sola e non aveva avuto più bisogno di me. L’addio era stato molto patetico per me. E allegrissimo per lei. Ormai è passato un secolo. Lei, intanto, ha fatto mostre personali con tanto di brindisi a base di champagne e fiumi di lusinghe in Inghilterra, Belgio, Spagna, Olanda, e Italia naturalmente. E ha fatto fortuna, guadagnando un mucchio di soldi. Io, invece, sono rimasto lo stesso asino morto di fame e cocciuto di allora. E non ha mai saputo di essersi lasciata dietro una scia di tristissime poesie, cicche di sigarette, lacrime e dolore. Proprio come nella migliore tradizione rusticana. Non lo ha mai saputo e non lo saprà mai. Non intendo darle questa soddisfazione!

Mi sono lavato la faccia, ho preso il caffè, ho fatto colazione, mi sono vestito, ho cercato un po’ di buona musica alla radio, e alla fine ho lasciato s’una stazione che trasmetteva ritmi latini. C’era un po’ di tutto, un bel miscuglio sudamericano di salsa, cumbia, chaca, tango, rumba, reggaeton e altra paccottiglia sudamericana. Io e Simona lo ascoltavamo sempre, mentre facevamo colazione, quando eravamo felici e stavamo bene. Mi sono messo a ballare da solo. Ma dopo un po’ mi sono sentito un coglione. Ballare da soli è un po’ come farsi una sega: all’inizio va tutto bene ma poi ti guardi allo specchio e dici <<Ma che cazzo sto facendo?>>. Poi lei era andata in Inghilterra. La puttana! Lasciandomi solo a disperarmi in quell’isola di merda. Voleva che la vedessero e l’ascoltassero. Come tutti. A nessuno piace essere condannato all’oscurità e al silenzio. Tutti vogliono essere guardati e ascoltati sotto le luci dei riflettori. E, se possibile, comprati, noleggiati, e sedotti. Ho scritto <<Tutti vogliono>>? Non è così: tutti vogliamo. Tutti vogliamo essere ascoltati e guardati e sedotti. Lei era scultrice e pittrice. È quello che in campo artistico si dice “essere ben quotato”. Suppongo che sia una buona cosa, essere ben quotato. Deve essere confortante. Ad ogni modo, lei se n’era andata. A quel punto mi sono sentito molto solo. Ero davvero solo. È duro accettare la solitudine. È duro imparare a bastare a se stessi. Io continuo a pensare che sia impossibile. O disumano. <<L’uomo è un animale sociale>> diceva Aristotele. Senza contare la mia origine mediterranea tutta tesa all’esteriore, il mio sangue latino, e il mio favoloso meticciato culturale. Attorno, tutto cospira contro di me, rendendomi impossibile la solitudine. Questo è il mio problema, e il mio obiettivo: imparare a vivere e stare bene con me stesso. Il che non è semplice perché, nonostante indù cinesi e giapponesi e tutti gli altri popoli dalla tradizione millenaria abbiano dedicato buona parte del tempo a elaborare filosofie e tecniche di vita interiore, ogni anno al mondo si suicidano migliaia di persone, oppresse dalla solitudine. Non è che si scelga di stare da soli. È che, a poco a poco, si resta soli. E non c’è niente da fare. Bisogna resistere. Arrivi in quella immensa pianura deserta che è la solitudine e non sai che cazzo fare. Molte volte credi che la cosa migliore sia scappare. In un altro paese, in un’altra città, in un altro posto. Ma il problema sussiste. Altre volte credi che la cosa migliore sia concentrarti su te stesso. Altre volte pensi che la soluzione (migliore) sia darti una mossa. E allora esci. Vai a trovare un amico, o una donna che ti dia un po’ di sesso. Nulla di eterno o sublime. Solo un po’ di compagnia. Non so. Tutto pur di non restare solo. Ah, non ci capisco un cazzo!

Ma capisco e comprendo la scelta di Simona. Questa è la vita: se decidi alla svelta puoi vincere o perdere. Se invece non decidi sei soltanto un idiota. Un mediocre. Un perdente. Un invalido esistenziale. O si trova qualcosa a cui aggrapparsi o si va a fondo. Insomma, più o meno a quell’epoca è cominciato ad andare tutto storto. Per troppo tempo avevo vissuto senza protezioni, sfidando la tempesta. Se non trovi niente a cui aggrapparti e l’uragano infuria sempre di più, stai certo che alla fine ti ritroverai sbattuto da qualche parte maciullato dai flutti e dai venti. Ma è che ne avevo i coglioni pieni dell’ordine e della disciplina, della serietà e dell’abnegazione. È l’unica cosa che ho fatto nella mia vita: sono stato ordinato, disciplinato, serio e abnegato per troppo tempo. Non ne potevo più. Sentivo che il tempo aveva influito su di me. Ero più solo. Tutti, a poco a poco, restiamo soli. Lungo la strada rimanevano le donne che ho amato, i luoghi dove sono stato felice, le amicizie che mi hanno arricchito. Tutto quello che ho avuto e che ho perso. E quello che avrei voluto conservare e che invece ho buttato via. Come se fossi giunto al capolinea.

Comunque, quando ho risentito, dopo molto tempo, la voce di Adriano, e ho ascoltato quella musica latina che a Simona piaceva molto, sono stato sopraffatto dalla nostalgia e mi sono sentito molto solo. Succede sempre quando si ama senza riserve, come ragazzini. Succede sempre così: la tua donna se ne va, se ne va fuori dai coglioni come si suol dire, e tu ti ritrovi più solo e perso di un naufrago preso tra Scidda e Cariddi. La differenza è che un ragazzino si riprende alla svelta, mentre uno di trenta anni ci mette molto di più. E pensi: <<Cazzo, ci sono cascato di nuovo. Perchè sono così imbecille?>>. Insomma, mi sentivo mezzo depresso. Ero, depresso. Mi sono seduto sul letto, con la testa tra le mani, e ho pianto.

Dopo Simona, mi sono trasferito in Torino. E lì, con Nabila, era andata ancora peggio. Perché, vedi, con Nabila, ho stabilito un record molto importante nella mia carriera amatoria: una volta le ho procurato dodici orgasmi insieme. In fila. Uno dopo l’altro. Non smetteva più. E ne avrebbe potuti avere di più, ma a un certo punto non avevo più resistito ed ero venuto pure io. Se mi fossi trattenuto sarebbe arrivata a venti o giù di lì. Altre volte ne ha avuto fino a dieci. Ma non abbiamo mai abbattuto la soglia dei dodici. Ci godevamo molto il sesso, perché ci amavamo. Come dico sempre, si tratta di prendere il sesso come un gioco, non come uno sport. <<Don’t compete: play.>> è il mio motto.

Ma anche con Nabila non era finita bene. I rapporti umani e le relazioni sono strani: voglio dire, stai per un po’ con una persona, ci mangi insieme, ci dormi insieme, ci fai l’amore insieme, ci parli insieme, ci vai in giro insieme, e poi tutto finisce, magicamente com’è iniziato, e a te non rimane altro da fare che fermarti e aspettare che passi quel breve periodo di solitudine prima che arrivi un’altra donna, con cui succederanno le stesse cose, e ci mangi e ci scopi insieme e sembra tutto assolutamente normale, come se nella vita lei non avesse fatto altro che aspettare te e tu non avessi aspettato che lei, e infine tutto svanisce di nuovo così com’è cominciato e continua a iniziare e finire e questo mi piace ma non mi sento mai completamente soddisfatto quando rimango solo: non mi sembra giusto rimanere soli, anche se a volte sto bene da solo. Ma ci vuole fortuna con le donne, perché si incontrano quasi accidentalmente. Se giri a destra a quell’angolo incontri questa, se giri a sinistra incontri quest’altra. L’amore è una specie di incidente. La gente si scontra e in questo modo si conosce. Puoi dire di amare una certa donna, ma c’è una donna che non incontrerai mai che avresti potuto amare da morire. Ecco perché dico che bisogna essere fortunati. Se incontri qualcuna che si avvicina al top, sei fortunato. Se non la incontri, beh, hai girato a destra anziché a sinistra, o non hai cercato abbastanza a lungo, o sei un tipo scialbo, o sei solo fottutamente sfortunato.

E ora eccomi qui. Solo come un cane. O, evidentemente, solo molto sfortunato. A volte mi domando dove sia andato a finire tutto ciò che abbiamo perduto? Gli oggetti smarriti, i detriti dell’anima, macerati dal tempo, gli amori e le amicizie, i sogni, la musica. Ma dove se ne va la notte, quando se ne va? Dove finisce la musica, quando finisce? Vivere significa perdere, lo capisco, la vita è una continua frattura, una serie infinita di rotture che separano amici e amanti, è la morte che allontana i cari, è il furto degli oggetti smarriti. E lo scorno più grande è che ciascuno perde soprattutto ciò che cerca, finendo col perdersi in quello che cerca. Chi vuole imparare a vivere deve allenarsi a rompere a rinunciare, ad arrendersi, con gioiosa curiosità, alla perdita. Ma io non ci sono mai riuscito. Non ammetto la solitudine.

Eppure, vivevo nel posto più bello del mondo; un appartamento sul tetto di un vecchio edificio al centro di Torino. Al tramonto, gli ultimi barbagli del sole che filtravano attraverso le finestre creavano una conflagrazione di luce tutto intorno a me. Allora mi affacciavo sulla terrazza e scrivevo qualche poesia, a volte cruda a volte malinconica. Oppure buttavo giù lettere d’amore che non avrei mai spedito. A quell’ora tutto diventa dorato e mi guardavo in giro. Mi piaceva, nel crepuscolo dorato, trattenermi a lungo sulla terrazza, guardando la notte che scende. Mi stimola molto, e mi permette di pensare con una certa lucidità. Mi domandavo perché la mia vita fosse così. Cercavo di capirci qualcosa. Ma, in realtà, sapevo già la risposta. Ed è che la vita, già di per sé difficile, può divenire dura per chi ha criteri propri, e persino rischiosa per chi ha troppi criteri propri. Se hai idee tue, anche se poco, devi renderti conto che t’imbatterai continuamente in canaglie, in gente che cercherà di metterti il bastone tra le ruote, di sminuirti, di ‘farti capire’ che non vali niente. Questa gente riduce l’umanità a pochi ibridi monotoni, noiosi e ‘perfetti’. E quindi cerca di trasformarti in un merdoso intollerante. Ti risucchia nella sua setta, per ignorare ed escludere tutti gli altri. E tutto ciò è molto triste, perché ti accorgi di aver perso quella cosa meravigliosa della vita che è apprezzare la diversità, accettare il fatto che non tutti siamo uguali, poichè, se così fosse, sarebbe una noia mortale. Sembra che ogni volta che ti accendi, loro ti puntino un sacco di luci addosso per spegnerti. Vedi, le persone hanno la tendenza a volersi sedere e controllarti. Vogliono solo sedersi e controllarti, così possono tornare a casa e dire <<Hey, amico, non era niente di che.>>. Sparano, sparano. Sentenze, giudizi, insulti. Ma non fanno niente. Anche tu ci sei! Anche tu ne fai parte. Questa storia parla di tutti noi! Sai cosa intendo? Se credi in qualcosa, in che cosa credi? Allora difenditi, o c’è qualcosa che non va in te? O tu calpesti la vita, o la vita calpesta te: chiaro e semplice! La vita va vissuta fino in fondo, fino all’ultimo respiro. Anzi, senza respiro. Ma in fondo essere vivi è essere felici. La vita non si misura in giorni, ore, o minuti. No. la vita si misura in attimi. Noi non ricordiamo i giorni: ricordiamo gli attimi.

Quei tramonti a base di luce dorata, poesie crude-malinconiche, lettere d’amore, e nostalgia mi facevano acquistare molta sicurezza in me stesso. Sono rimasto così, a rimuginare sul passato e sul presente, per il resto della giornata. Per il resto niente di interessante: zero azione, zero emozioni, zero adrenalina, zero movimento. Non ha senso parlarne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL CERCHIO E LA LINEA.

 

L’indomani, quando mi svegliai, era quasi l’alba. Il televisore spento, un onagro impazzito vi correva dentro, e gareggiava con un uccello senz’ale, mentre io sbadigliavo e mi guardavo attorno. Guardavo il soffitto, con le crepe componevo figure di tori e leoni, cani e alligatori, serpi e bestie ulteriori, sporgevo gli occhi all’infuori, dalla finestra guardavo nel sole, una lama di luce riverberava contro il vetro e mi sanguinava gli occhi, accecante e plumbeo piombava nella camera e la incendiava, il sole come il marchio di Dio, la chiaria del sole che infiammava al centro del cerchio, come una linea di luce che divide le parti del giorno dalle parti della notte frapponendovi molecole di nessuna fretta. Il cerchio e la linea, la linea e il circolo: si può impiegare una vita a morire o solo un attimo. Le gioie violente hanno fini violente, e nel loro trionfo muoiono.

Hai mai provato il dolore? Sai che cosa significa cercare e non trovare uno scopo, un senso, un significato così d’arrendersi e convincersi che la mancanza di senso sia essa stesso un senso? Beh, io sì. Avevo solo sei anni quando per la prima volta provai il dolore. Mi sentivo estraneo a me stesso. Fuori dal mondo. Fluttuante dentro l’oceano degli eventi come una medusa. Benché la vita possegga molteplici chance, siamo e saremo sempre schiavi nel dominio della menzogna, finché non saremo liberi da speranze e aspettative. Il corvo e le onde, gli stanchi tramonti trafitti da un unico raggio di sole e le albe luminose dalle dita di rosa, il cuore che non perdona e le barche che veleggiano stanche, le ragazze e i serpenti, i cani e i padroni. L’ostinazione è l’unica fortezza del debole. Non abbiamo bisogno di cose grandiose né di grandi cose: ci basta solamente fare cose, cose che ci facciano bene, cose per stare in forma, per stare bene, o almeno non così male, e se il fato questo non ce lo permette, allora noi dobbiamo farlo in scorno al fato: la vita è oggi, il domani non esiste.

Almeno, se vogliamo evitare l’inferno e ritagliarci un pezzetto di paradiso in terra. Già, perché l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Così, succede che, spesso, i momenti migliori sono quando non fai un bel niente, e te ne stai a rimuginare, a meditare. Voglio dire, ammettiamo che capiate che sia tutto privo di senso, in questo caso non può essere totalmente privo di senso perché tu sei cosciente di questa profonda inutilità e questa coscienza dell’inutilità alla fine restituisce un senso a tutto. Capite che cosa voglio dire? Un ottimistico pessimismo. Ricorda: l’inferno te lo costruisci da solo.

D’altronde, lo sappiamo tutti, da questa vita non c’è via di fuga. Non c’è scampo. E alla fine della fiera rimaniamo tutti fregati. Non ci sono vincitori. Solo vincitori apparenti. Per il resto, siamo tutti indaffarati a dare la caccia a un mare di niente. E, alla fine, quelli che sopravvivono sono solo due: i campioni e i vigliacchi.

<<L’orrore>> diceva Kurtz alla fine di “cuore di tenebra”. E puoi biasimarlo? Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. La sopravvivenza sembra l’unico scopo. Senza comprendere che la morte è sempre in attesa. Anche se noi lo dimentichiamo. O facciamo finta di non pensarci illudendoci di eluderla gettandoci a capofitto in stupide cure e in futili occupazioni. La morte è sempre in agguato. Come un vecchio lupo bastardo e famelico... Tu stai conoscendo l’orrore del mondo in tutta la sua crudezza... Ah, l’orrore, l’orrore... Non pensarci, non pensarci... Non c’è scampo. Ci basiamo sul falso e fatalmente erroneo concetto che l’uomo sia fondamentalmente buono; e che se gli dai l’occasione di essere onesto l’afferri al volo; che non sia uno stupido, egoista, avido, codardo, miope, e stupido verme. Quello che dico è che la gente rende la vita peggiore di quello che dovrebbe essere. E, credetemi, è già un incubo senza bisogno del suo aiuto. In definitiva, mi dispiace dirlo, la nostra è una specie fallita. La vita è una camera degli orrori. La vita è un sicario. La vita è solo il freddo sicario della morte. Per questo io dico: basta che funzioni; basta non fare del male a nessuno; basta prendersi quel po’ di piacere che si può racimolare; basta rubacchiare un tantino di gioia in questo crudele “uomo mangia uomo”, in questo buio, tetro e inutile caos che è la realtà.

Io non sono un tipo simpatico. La simpatia non è mai stata una priorità per me. Ma qual’è il significato di tutto? Nulla. Zero. Niente. Tutto finisce in niente. Anche se non mancano gl’idioti farfuglianti. Non parlo di me: io una visione ce l’ho: parlo di voi, di voi cicaleggianti professori di politica, etica, morale, scienza, religione. Tutti felici di fare chiacchiere inutili. Completamente disinformati. E con tutto ciò arriva sempre il giorno in cui vi ficcano in una bara e amen. E via con una nuova generazione d’idioti, che vi diranno tutto sulla vita, e decideranno per voi quello che è appropriato. Ma vi guardate attorno? L’orrore, e l’ignoranza, le guerre, la corruzione, la povertà, la fame, i genocidi, la crudeltà, la sida, il terrorismo, il femminismo, i dibattiti politici, l’odio, il razzismo, il fascismo, il comunismo, le delusioni amorose, i fallimenti, i mancati appuntamenti e le mancate coincidenze, gli scorni di chi crede che la realtà sia (solo) quella che si vede. <<L’orrore>>, dice Kurtz. E non aveva ancora assistito ai massacri in Darfur, alla guerra in Bosnia e in Cecenia, al Kosovo e all’Afganistan, altrimenti lo avrebbe visto sul serio l’orrore. Ma, tanto, che si può fare? Si è sopraffatti. Impotenti. E non pensate che io sia amareggiato per qualche minima batosta personale. Detto tra noi, per i canoni di una barbarica e insensata civiltà sono stato abbastanza fortunato: non ho mai dormito per strada e sono sempre riuscito a mangiare due volte al giorno, a coprirmi d’Inverno e a permettermi un affitto. Per questo, vi dico: qualsiasi amore riusciate a dare e ad avere, qualsiasi felicità riusciate a rubacchiare o a procurare, qualsiasi passeggera elargizione di grazia, qualsiasi temporaneo sprazzo di bellezza basta, basta che funzioni. Tanto, tutto finisce sempre con la morte. Prima, però, ci può essere la verità, nascosta sotto il bla-bla-bla dell’insensato chiacchiericcio quotidiano. È tutto sedimentato sotto il rumore: il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, la bellezza e il terrore, gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza. Dopo, c’è solo lo squallore disgraziato dell’uomo miserabile. È tutto sepolto sotto l’imbarazzo dello stare al mondo. Altrove c’è solo l’altrove. In fondo, è solo un trucco. Sì: è tutto solo un trucco.

Quanto a me, ho vissuto una vita degenerata, ma non ci ho mai riflettuto: quando vivi non hai il tempo di pensare. Lo fai e basta. La ragione arriva mentre lo stai facendo. La ragione sta nel fatto stesso di farlo. Il cerchio è solo una linea che gira su se stessa. All’infinito. Solo chi fa, ben fa. Lo capisci?

Come diceva Mr. Tyrrell, la luce che arde con il doppio dello splendore dura la metà del tempo. E io ho sempre bruciato la mia candela da entrambe le parti. Io ho sempre vissuto senza fermarmi mai. Le passioni violente hanno fini violente. E nel loro trionfo muoiono.

Per questo, (anche per questo) la storia che stai per leggere non è una storia a lieto fine. La mia vita non è una storia a lieto fine. Non è confortante o felice come lo sono le storie di finzione. Contiene parti confuse e senza senso, parti di sogno e parti di follia. Come nelle vite di coloro che non vogliono illudersi ancora. Ma, tutto sommato, è stato un bel viaggio. Un bel trip, come si direbbe: ho fatto, nella vita, più o meno tutto quello che avrei voluto fare. Ho fatto più mosse giuste che sbagliate e, almeno, di sera non dormo per strada. (Naturalmente, ci sono un sacco di persone buone e giuste che dormono per strada. E non si tratta di scemi: semplicemente non rientrano nell’ingranaggio del mondo e del momento. E quell’ingranaggio cambia continuamente. È uno scenario sinistro: se la sera ti trovi a dormire nel tuo letto è già una bella vittoria.) Sono insomma stato fortunato, anche se alcune mosse non le ho decise a cuor leggero. Ma alla fin fine è un mondo piuttosto orribile e spesso mi sento triste, per me e per la gente che è condannata con me e come me all’infelicità. Beh, che vadano tutti a farsi fottere: è così che gira.

Ad ogni modo, all’epoca stavo così. Mi sentivo sfinito, nella mente e nel corpo. Avrei voluto ritirarmi, andare da qualche parte, Vegas magari, gironzolare tra i tavoli da gioco, con l’aria saggia, guardare gli sciocchi mandare fortune a ramengo. Questo è il mio concetto di divertimento: rilassarmi sotto le luci della ribalta mentre senza fretta percorro il viale del tramonto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COSE CHE DURANO PER SEMPRE.

 

Poi mi ricordo che sono uscito sulla terrazza, e ho visto Venere brillare tremula nel chiarore dell’aurora. E ho pensato che è così, da sempre, giorno dopo giorno: prima Venere, poi il sole. Per l’eternità. Tutto ciò che è importante, le cose più importanti, durano per sempre. Si sa che sono lì. Anche se non le vedi, loro sono lì, e aleggiano indisturbate sulla tua testa, colpendoti tra capo e collo quando meno te lo aspetti. Così è anche l’amore.

Poi, una sensazione di grande sconforto e desolazione mi piombò addosso e mi avvolse. Ecco qual’è il problema: se succede qualcosa di brutto e sei infelice e triste bevi per dimenticare, se succede invece qualcosa di bello e sei felice bevi per festeggiare, e se non succede niente bevi per far accadere qualcosa. Lo stesso vale per le droghe e ogni altra forma di dipendenza. Anche per le donne: se sei triste scopi per dimenticare, se sei felice scopi per festeggiare, e se sei annoiato scopi per ritrovare entusiasmo e gioia di vivere. Il problema è quando vuoi entrambe le cose: bere e scopare. Lo diceva sempre il mio amico Hank: se vuoi bere, bevi; ma se vuoi scopare, metti da parte l’alcol e getta via la bottiglia. Ma forse il problema sta ancora più a monte. È tutto così sciatto: il mondo, la vita, il fato, la morte. È tutto stonato. Uno scopa-scopa senza senso. Poi, chissà perchè, la gente si lega. La gente si lega. Una volta tagliato il cordone ombelicale si lega ad altre cose: panorami, suoni, sesso, soldi, libri, mogli amanti e mariti, miraggi, dipendenze. In fondo siamo piccole bestioline stupide e spaventate. Per questo ci aggrappiamo ciecamente a qualsiasi cosa possa alleviare la nostra paura. Comunismo, fascismo, cibi salutisti, sport, zen, surf, danza, ipnosi, terapia di gruppo, orge, bicicletta, erbe aromatiche, cattolicesimo, sollevamento pesi, viaggi, astinenza, dieta vegetariana, India, Brasile, Thailandia, transessuali travestiti e puttane, pittura scultura composizione e scrittura creativa, direzione d’orchestra, vagabondaggi-con-lo-zaino-in-spalla, yoga, marcia-a-favore-dei-negri, corteo per i diritti degli omosessuali e delle cavie da laboratorio, gioco d’azzardo, matrimonio, ozio, gelato, Beethoven, Mozart, Buddha, Siddharta, meditazione, eroina, figli, succo di carota, centrifugato di pomodoro, suicidio, stupro, omicidio, abiti sartoriali, New York. Poi di botto tutto sfuma e se ne va così come è venuto. In fondo, abbiamo solo bisogno di tenerci occupati nell’attesa della morte.

Io? Io volevo tutto il mondo o niente. Niente vie di mezzo o mezze misure: volevo il mondo intero o niente. Volevo tutto e me lo sono preso. Avevo tutto e me lo sono perso. È sempre stato così: ho voluto tutto, ho avuto tutto, ho rischiato tutto, ho perso tutto, mi sono ripreso tutto, e l’ho riperso. Ma non ho mai avuto alcun rimpianto. Credo che sia giusto così. Sicuramente è giusto per me: cercavo solo di evitare di farmi intrappolare in un genere di vita ordinario e mediocre, in tutto ciò che è anti-vita anti-gioia anti-divertimento in una parola anti-me, senza nessun’altra ambizione che vivere. L’ambizione è solo il trucco da quattro soldi della vita, la giustificazione da due soldi dei perdenti. Io volevo solo correre quanti più rischi fosse possibile. È strano come il mondo sia capace di ridurci a certe scelte, è assurdo vedere quali opzioni ci lascia, è folle dover sopportare tutto questo e molto altro, giorno dopo giorno, anno dopo anno, secoli e secoli di follia e dolore riuniti in una sola inutile esistenza individuale.

Immagino comunque che sia bello avere una scelta. Credo che sia l’unica ancora di salvezza che abbiamo. La mia era il sesso. È sempre stata il sesso. Le donne. Ho avuto un sacco di donne. Di tutti i colori, di tutte le razze, di tutte le malattie. Le ho amate tutte. Le ho brutalizzate tutte. Ognuna è fatta a modo suo. Diversa dall’altra. Le vagine sono diverse, i baci che danno sono diversi, le tette sono diverse, gli occhi con cui ti guardano, il modo in cui sorridono, come accavallano le gambe e ti mostrano le cosce e il culo, i sorrisi che ti rivolgono e quelli che non ti rivolgono, gli sguardi che ti concedono: tutto è diverso. E tutto mi fa impazzire. Scopale, amale, scopale ancora, e lasciale: questo era il mio motto. Da dove arrivavano tutte queste femmine? La scorta sembrava infinita. Poi, inaspettatamente, il flusso s’interruppe. Ma procediamo con ordine: non è ancora il momento di parlarne. Accomodati, lettore, e ascolta la mia storia. Dentro, non vi troverai solo il racconto di un libertino attaccamento alla vita e al divertimento sessuale, di mitiche disavventure picaresche e leggendarie gesta erotiche, come potrebbe sembrarti dal titolo. Dentro, c’è la consapevolezza dell’assoluta precarietà della condizione umana, la violenza e la paura, la bellezza e il terrore. E un pizzico di cupa, autentica disperazione. Preparati a conoscere quanto di peggio può vivere l’uomo: la solitudine e l’abbandono, la nostalgia e il dolore. Siediti, dunque, e ascoltami: non imparerai niente da questo libro, ma ti divertirai.

In fondo l’arte è puro intrattenimento. Di Joseph Conrad si diceva che fosse uno scrittore di cose, non uno scrittore d’idee, che avesse tanto da raccontare ma poco da dire, e anche Pavese associa il suo gusto per la narrazione al sapore di ciancia, di pettegolezzo raccolto nell’ozio dei porti sedendo sulle poltroncine di vimini delle verande tropicali. Per me scrivere è scrivere, e nient’altro. Niente di sacro o necessariamente arguto ed eterno. Il concetto che ho dello scrivere è: scrivere. Si può, per esempio, scrivere una poesia allo stesso modo in cui si scrive una lettera, e un romanzo nello stesso modo in cui si tiene un diario. Una poesia può anche solo intrattenere e non ci deve per forza essere qualcosa di sacro in essa. Alcuni sono convinti che l’arte possa definirsi tale solo nella misura in cui sia un’arte sociale, utile, ed esteticamente bella. Io credo che l’arte possa essere utile solo se mostra l’altra faccia della realtà, quella che non vogliamo vedere e che nascondiamo. E per mostrarla deve essere cruda, cruenta, volgare, indecente, disperata, tormentata, irriverente, ango­sciosa, benchè questo non piaccia a nessuno, e soprattutto non piace ai poeti in cravatta, né ai poeti laureati, ai poeti da passeggio e alle poetesse da compagnia. E non perchè razzolando nella merda si possa trovare una perla (nella merda c’è solo la merda), ma perchè le opere troppo belle buone e ottimistiche o semplicemente belle buone e ottimistiche non scoprono anzi nascondono e occultano la verità delle cose. Che è appunto una verità di merda. Per essere utile (e ne dubito), l’arte deve essere vera. E per essere vera deve attingere alla verità. E l’unico modo per attingere alla verità è razzolare negli scarti e nei rifiuti della società, nelle sue miserie e nello squallore. In una frase, nella sua merda. L’arte è merda: razzolare nella merda, scavare nella merda, esaminarla, e poi cacarla nella pagina bianca e tirarla in faccia al lettore. Ma razzolare nella merda è molto difficile: devi immergertici fino al collo e respirarne tutto il puzzo maleolente. E per questo credo anche che l’arte non possa essere dei borghesi né dei perfettini o dei morigerati. Scrivere è una battaglia all’ultimo sangue con gli dei, è fuoco scoppiettante nel cervello, guerra con le parole ribelli per addomesticarle. Scrivere è scrivere: non pensare. Quando scrivo, io non penso: scrivo. E molti miei critici saranno sicuramente d’accordo con questo.

Eppure, scrivere mi ha salvato. Sai, leggi un libro e lì non ci sono risposte. Non        c’è nulla per cui valga la pena di sopravvivere in quello che leggete. Nulla per cui valga la pena di sopravvivere in ciò che vedete per le strade. Allora ti metti alla macchina da scrivere e crei qualcosa, e quella diventa l’unica cosa per cui valga la pena di sopravvivere. E d’improvviso tutto il male scompare, e la follia diventa bellezza. Mentre il gioco prosegue, tu dovresti solo lavorare per cercare di dire sempre più chiaramente quello in cui credi davvero, anche se quello in cui credi davvero si dimostra sbagliato. Può essere un compito pericoloso e difficile. La vita, già rischiosa per chi ha criteri propri, può diventare perfino pericolosa per chi ha troppi criteri propri. Ma, se non riesci a ridere delle avversità insormontabili che tutti sopportiamo mentre cerchiamo di capire, allora sicuramente riposerai senza pace. Nella bara.

Sono andato in bagno, ho pisciato, ho cagato, mi sono lavato i denti, e sono tornato a letto, con il preciso obbiettivo di svegliarmi a mezzogiorno: forse, allora, passata metà della giornata, sopportare il mondo sarebbe costato la metà dello sforzo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CLAUSTROFOBIA.

 

Quando mi sono risvegliato, era circa l’una: missione compiuta! Mi sono alzato, ho messo su della musica, mi sono rilassato e ho smesso di pensare. Almeno per un po’. La musica toglie i pensieri. Poi ho cacato, ho letto qualche poesia omosessuale di Ginsberg, sono rimasto sbalordito da “sphincter” e “personal ad”, ho fatto colazione con avocado e miele e limone, mi sono sparato cinque pagine, e sono uscito a farmi un giro, perché mi stava salendo l’angoscia.

Ho passato molti anni così: sul filo del rasoio, facendo i salti mortali, sempre sull’orlo del baratro. Imprigionato in me stesso, chiuso in me stesso per molti anni, sgretolandomi dal dentro del profondo. Inflessibile, non eroico, e necessario. Proprio così: dritto all’inferno, claustrofobia galoppante.

La claustrofobia era così forte che a volte, di notte, mi svegliavo di soprassalto e saltavo giù dal letto. Mi sentivo intrappolato nella notte, nella stanza, nel letto, in me stesso, mi mancava l’aria, cazzo! Insomma, ero ridotto così. Oppresso dalla claustrofobia. Angosciato. Spiaccicato come uno scarafaggio. E non è facile. Non è facile per niente. Il mio problema è che non avevo alcun sogno per domani. In fin dei conti solo questo conta: desiderare qualcosa e lavorare per ottenerla. Quando desideri qualcosa, intensamente, sei già sulla buona strada. È come l’arciere zen che tira la freccia senza mirare al bersaglio. E insiste per molti anni finché non riesce a fare centro, con questo metodo che ribalta la logica.

Per fortuna, ero ancora abbastanza giovane per abbandonare la routine. Solo che, adesso che stavo cominciando a lasciar perdere le cose importanti, le cose importanti per gli altri (s’intende), e a pensare e ad agire un po’ più per me stesso, era iniziata la claustrofobia. Un grande senso di esclusione ed emarginazione mi attanagliava. Mi restavano tre opzioni: o m’indurivo, o diventavo pazzo, o mi suicidavo. Perciò la scelta era facile: dovevo indurirmi. E non provare più sentimenti.

Ma non sapevo bene come fare. Così mi limitavo ad andare a zonzo, passeggiando per la mia piccola città, a conoscere gente, innamorarmi, e scopare. Scopavo molto: il sesso sfrenato mi aiuta a sfuggire a me stesso. È stata l’epoca della claustrofobia. Bastava che un posto fosse anche solo minimamente chiuso che subito mi sentivo soffocare e scappavo urlando come un pazzo.

Ma un giorno è apparsa lei. Con uno sguardo mi ha trasmesso tutta la sua carica erotica, promettendomi riti iniziatici d’indicibile perversione sessuale, e io ero di nuovo fritto. Cotto proprio. Aveva occhi di mandorla e miele e si chiamava Muna. Un corpo perfetto, sodivo e muscoloso, era una gloriosa vertigine di carne, che scoppiava dentro un vestitino attillato, implorando di essere liberato. Radiosa, allegra e spensierata, odorava di amaranto. Ci siamo guardati ed è stato come metterci la lingua in bocca. Il resto è avvenuto in un lampo. Abbiamo chiacchierato del più e del meno, e poco alla volta ci siamo sentiti attratti l’uno dall’altra. Abbiamo riso e scherzato insieme. All’una di notte ci sembrava già di conoscerci da sempre. Siamo rimasti un attimo in silenzio. A guardarci. Fino a quando i rispettivi campi elettro-magnetici non si sono saturati e ci siamo baciati. Senza prima dirci neanche una parola di amore o di passione. Credo che questo avesse a che vedere con i suoi occhi e il suo campo elettro-magnetico. Ho cominciato ad avere una bella erezione. Le ho messo una mano sulla figa e ho iniziato a palpeggiarla. Era già tutta bagnata. Mi ha stretto la mano tra le cosce e ha detto: <<Voglio che mi scopi.>>. Ormai era quasi sera. Siamo andati a casa mia e gliel’ho messo in bocca ancora prima di spogliarmi. Lei lo ha leccato come fosse una caramella. Poi ho passato due ore buone a metterglielo dovunque. Lei dimenava i fianchi e il bacino e godeva come una troia mentre mi chiedeva di non fermarmi. Faceva molto caldo e io ero molto stanco. Avrei voluto venirle dentro e metterla incinta. Ma, quando alla fine sono venuto, sono persino riuscito a trovare la lucidità sufficiente per tirare fuori l’uccello in tempo e inondarle la pancia di sperma. Ed era un sacco. Non scopavo da settimane ed ero bello carico. Non appena lei ha visto tutta quell’abbondanza è andata in visibilio e ha cominciato a ripetere <<Che bello!>> come un mantra.

Da quel momento in poi è stata una lunga orgia, senza fine e senza ritegno. In quel periodo per noi Torino era diventata il paradiso. Non ci preoccupavamo di niente. Tranne che di scopare. Scopavamo e ci divertivamo un mondo. Io mi sentivo felice e dimenticavo il mio dolore: stavo curando la mia claustrofobia.

Così trascorrevano i giorni. È andata avanti così per un anno. Fino al momento finale. Un lungo addio, patetico e rancoroso, nel cuore della notte, come si conviene a una perfetta coppia di amanti passeggeri. È stato un finale da film, sotto le stelle. C’era persino la luna. Mi sono intristito. Io e Muna litigavamo di continuo. Io Muna e la luna. Ci mollavamo almeno una volta a settimana. <<Per sempre.>> dicevamo. Ma poi riuscivamo a riaggiustare le cose, in un modo o nell’altro. Troppa passione. Troppo amore. Siamo rimasti bruciati. La candela che brucia da entrambe le parti si consuma nella metà del tempo...

Ma io ho sempre vissuto senza fermarmi mai. Mai. Ho sempre vissuto all’ultimo respiro. Anzi, senza respiro. Era, invece, il momento di una pausa. Di restare solo. Dovevo starmene un po’ per i fatti miei. In un luogo interiore molto ritirato. E riflettere. Non sapevo bene su che cosa. Ma sentivo che dovevo rimanere solo. La soluzione non era aggrapparmi a un amore. Dovevo indurirmi. Dovevo farcela da solo. Dovevo fermarmi per guardarmi dentro. E per guardare al passato. E al futuro. Anche se poi sarei andato avanti come prima, come fanno i matti. Ma è difficile dire stop quando si è assaliti dalla passione. In più, mi preoccupava quella strana stanchezza cronica che mi portavo addosso da settimane. Non sapevo se fosse anemia o sida. Altre volte era solo depressione e angoscia. Tristezza. E continuavo a combattere contro la paura. La paura e la confusione mi paralizzavano.

Insomma, ci siamo salutati per sempre (così credevamo), e io mi sono avviato verso casa. Senza fretta. Mi sentivo bene. Camminavo lentamente. Senza voltarmi indietro. Ah, la strada! Mentre mi allontanavo e me ne andavo, ad ogni passo mi accorgevo che stavo bene, e che in fondo non me ne fregava niente. Non volevo innamorarmi. Non potevo. Decisi che non era il momento giusto per una relazione. Dovevo andarmene. Dovevo andare. Ho sempre vissuto senza fermarmi mai. Mai. Ho sempre vissuto all’ultimo respiro. Anzi, senza respiro. Era, invece, il momento di una pausa. Di restare solo. Sapevo che, se anche avessi voluto, non avrei potuto amare quella ragazza. Dovevo andarmene per i fatti miei. In un luogo interiore molto ritirato. E riflettere. Non sapevo bene su che cosa. Ma sentivo che dovevo rimanere solo. La soluzione non era aggrapparmi a un amore. Dovevo indurirmi. Dovevo farcela da solo. Dovevo fermarmi per guardarmi dentro. E per guardare al passato. E al futuro. Anche se poi sarei andato avanti come prima, come fanno i matti. Ma è difficile dire stop quando si è assaliti dalla passione. Inoltre, da un po’ di tempo mi preoccupava quella stanchezza cronica che mi portavo addosso da settimane. Non sapevo se fosse anemia o sida. Altre volte era solo depressione e angoscia. Tristezza. E continuavo a combattere contro la paura. La paura e la confusione mi paralizzavano.

Ed era un’autentica bellezza non sentirmi troppo coinvolto in quel genere di situazione: ero contento di essere un po’ innamorato, ma di non essere molto innamorato, di non essere in pace col mondo, di essere contro tutto e tutti e sempre fuori dal coro ma in pace con me stesso. Perché, vedi, all’inizio le nuove storie sono sempre eccitanti ma implicano anche un duro lavoro: la conquista, il corteggiamento, il primo bacio, e la prima scopata sono cose che coinvolgono nel profondo ma costano una fatica che ti sfianca e ti svuota. E poi quegl’imbarazzanti momenti vuoti di cui parlavo prima, e i silenzi che mettono a disagio... è tutto molto spossante, è sfiancante. Così all’inizio siamo presi, ma dopo un po’ tutta la merda viene a galla insieme con le pecche intrinseche e la follia manifesta, e io inizio a valere sempre meno (per loro) e loro a valere sempre meno (sempre meno per me, naturalmente). Inoltre, il più delle volte gli innamorati perdono il senso della realtà e perdono il senso dell’umorismo e diventano noiosi e nervosi e psicopatici. Invece io mi sentivo stranamente bene: il mondo mi sorrideva, la vita mi sorrideva, e persino la morte, mentre mi rendevo conto di non essere coinvolto più di tanto da lei. Era solo un diversivo. Come tante altre.

Certo, non la trattavo male (a parte quando la scopavo...). Ma lei questo lo scambiava per amore, e mi diceva che nessuno era mai stato tanto dolce con lei. Nessuno. Ero il primo che l’accarezzava, che era gentile con lei, e che le diceva cose carine. Ma, quanto a me, se sono rimasto con lei per tutti quei mesi è stato solo perché non avevo un posto migliore, né uno peggiore, dove andare. A letto stavamo bene. E dove confessare che quella donna mi era entrata nel sangue. Aveva qualcosa di animale. Si eccitava quando tornavo a casa sudato, sporco, con la barba incolta. Si eccitava ad avere accanto un maschio selvaggio, con l’uccello dritto ventiquattr’ore su ventiquattro. La eccitava il pensiero di essere la mia femmina, di essere sottomessa e dominata da me. E mi chiedeva di picchiarla. Le piaceva essere presa a schiaffi. Appena riceveva due ceffoni in faccia veniva subito. Quella donna mi era entrata dentro. E aveva lasciato un segno indelebile. Ma non potevo innamorarmi ancora. Ne avevo già avuto abbastanza dell’amore. L’amore implica condiscendenza e dedizione. E io non riuscivo più a dedicarmi a qualcosa o a qualcuno. Non che fossi incapace di amare, ma trovavo l’amore sconcertante, come indossare le scarpe passeggiando sulla sabbia della spiaggia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PUTTANA.

 

Mi svegliai con l’uccello duro. Stavo prendendo un sacco di vitamina e ultimamente. Ero costantemente arrapato e mi masturbavo di continuo. Facevo l’amore la sera prima, poi tornavo a casa e mi masturbavo di nuovo il mattino seguente.

Avevo le mie idee sul sesso. Il pensiero che fosse una cosa sporca e proibita mi eccitava. Come una bestia che azzanna un’altra bestia per sottometterla. Quando venivo mi sembrava di farlo in faccia alla morte e alla faccia di tutto ciò che è considerato decoroso: sperma bianco che cola su corpi e teste e capelli e anime virginali e incolpevoli e innocenti e pure. Se fossi nato donna sarei stato una puttana. Una gran puttana. La più troia della città, la prima puttana di Torino. La troia delle troie, una zoccola da battaglia, non ci sono dubbi.

Ma, dato che sono uomo, bramo costantemente le donne, meglio se della specie più infima. Le donne perbene invece mi terrorizzano. Perché alla fine vogliono la tua anima (e se la prendono). In pratica agogno le puttane, le prostitute, le zoccole, le battone, perché sono velenose e dure allo stesso tempo e non esigono niente da te così non mi perdo niente quando se ne vanno. Eppure, allo stesso tempo, desidero ardentemente una brava donna e gentile, nonostante il prezzo altissimo da pagare. In entrambi i casi sono spacciato. Un uomo forte, come il mio amico Davidone, avrebbe rinunciato a entrambi i tipi. Io non sono un uomo forte e così vado dietro ogni gonna che mi passa sotto il naso e soffro. Così, continuo a lottare con le donne, con la mia idea di donna, e con l’ambivalenza della mia anima proteiforme, che cambia opinione in continuazione.

Ad ogni modo, anche quella mattina mi sono svegliato con il cazzo duro e mi sono masturbato. Poi ho sborrato e sono uscito. Passeggiavo lungo corso Vercelli quando ho incontrato Jamila. Nella mia vita nessuna particolare novità. L’unica mia occupazione era allenarmi a non prendere nulla sul serio. Perché, vedi, un uomo può commettere tanti piccoli errori e non importa. Ma se gli errori sono grandi e si ripercuotono sulla sua vita, l’unica cosa che può fare è imparare a non prendersi sul serio. Solo così si evita di soffrire. La sofferenza prolungata può essere mortale.

Tempo addietro, in un notte infuocata di sesso e alcol, io e Jamila eravamo stati amanti clandestini (scusate, ma in un modo o in un altro devo dirlo: non badateci) rimanendo poi discreti amici. Ma non la vedevo da molto ormai, né avevo più saputo nulla di lei. Fino a quel giorno.

Ad ogni modo, come dicevo, era molto che non ci vedevamo. Ci siamo incontrati e l’antica fiamma subito si è riaccesa. Il bello di Jamila era che non aveva alcun pudore. La sua mancanza di pudore rasentava la volgarità. E questo mi piaceva. Con lei diventavo ogni giorno più indecente, per quanto fossi già un sessuomane patentato. Ma mi trovo bene con questa gente, per niente colta e per niente intelligente, ignorante e stupida, che risolve (o guasta) tutto a forza di grida e parolacce, con violenza, e a suon di botte. 

Faceva un caldo mortale e quando siamo arrivati a casa sua eravamo tutti e due molto sudati. Lei voleva fare una doccia. Ma io non ho aspettato che facesse la doccia. L’ho spogliata e l’ho leccata tutta. Lei ha fatto lo stesso: mi ha spogliato e mi ha leccato tutto. Aveva le chiappe dure, sode e rotonde, nonostante una vita di stenti e privazioni. I negri sono così. Tutti nervi e muscoli, pochissimo grasso e pelle liscia e turgida. Ma, a differenza delle altre negre, lei aveva l’apparenza di una negra intelligente, e a me fa sempre piacere imbattermi in negre intelligenti e orgogliose, non come quelle che ti guardano con quel cazzo di atteggiamento da schiava sottomessa. Comunque, non ho resistito alla tentazione e dopo aver giocato per un bel pezzo gliel’ho messo in culo. Tutto in una volta, senza lubrificare. Lei impazziva dal dolore ma mi pregava di continuare. Mordeva il cuscino, ma sporgeva il culo e mi diceva di metterglielo dentro fino in fondo. Piangeva e imprecava ma implorava affinché la punissi e le facessi male. Quella donna era fantastica. Un vero portento. Una forza della natura. Nessun’altra godeva come lei. Poi ho raggiunto l’orgasmo, venendole dentro il culo. Siamo rimasti uniti così per un bel pezzo. Quando l’ho tirato fuori era sporco di merda e lei si è schifata. Io no. Per me il sesso deve essere così. Il sesso è scambio di liquidi e fluidi di ogni sorta: saliva, sangue, sperma, sudore, urina, merda, microbi, e batteri. O non è sesso. Se si limita alla tenerezza e alla spiritualità eterea resta una parodia di ciò che dovrebbe essere veramente. No: il sesso non è dei perfettini. Il sesso è sporco. E niente: abbiamo fatto una doccia, ci siamo rivestiti, e abbiamo fatto quattro chiacchiere. Poi lei mi ha chiesto se potevo accompagnarla a fare la spesa: non ho potuto dire di no. È questo il lato magico delle negre (africane come sudamericane e meridionali): sono talmente dolci che è impossibile rifiutare quando chiedono qualcosa. Al contrario delle bianche, che sono così fredde che ti offrono tutti i motivi per rispondere “no” senza sensi di colpa. L’ho accompagnata a fare la spesa e poi sono tornato a casa. Cominciava a fare fresco. Avevo fame. Ho mangiato. Ormai mi stavo abituando a prendere le cose come venivano. Stavo imparando a non essere rigido. Altrimenti non sopravvivevo. Nella vita mi è sempre mancata qualche cosa. Sono sempre stato impaziente, smanioso di avere tutto e subito, costantemente in lotta per avere di più. Ora, stavo imparando a non pretendere di ottenere tutto e subito. A vivere con poco ed essere felice. Altrimenti avrei continuato ad avere una visione tragica dell’esistenza. Poi ho bevuto un goccio di vino e sono andato a letto: non c’era altro da fare, non c’era niente da fare. Ero di nuovo sudato fracido e le lenzuola erano sporche. Puzzavano.

Certo è che da quando l’ho conosciuta mi danno molto fastidio quei due aggettivi: “ragionevole” e “sensato”. Sono falsi e pedanti. Servono solo per dissimulare e mentire. Tutto è irragionevole e insensato. Tutto. La vita, la storia, il mondo, la politica. Tutto è irragionevole e insensato. Da sempre. Noi stessi. Un groviglio di tensioni contraddittorie e pensieri contrapposti. Ognuno di noi è per natura irragionevole e insensato. Solo che ci reprimiamo e decidiamo di metterci briglia e morso per tornare all’ovile come brave pecorelle. Certo è che le cose dritte e lineari non m’interessano più. Non voglio più niente che si muova chiaramente da un punto all’altro, che si sa esattamente da dove parte e dove arrivi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SCOPATE E CAZZOTTI.

 

Perché, vedi, quando la gente giudica morale o immorale qualcosa, nell’80% dei casi la predica investe in qualche modo il sesso. E non uso la parola “predica” a caso, poiché nel 99% di quell’80% dei casi essa scaturisce da gente religiosa cioè in qualche modo legata ai valori espressi da un determinato libro sacro e da una specifica confessione, gente preoccupatissima di giudicare quello che ognuno fa con i propri genitali e porvi il proprio veto o consenso. E tutte le religioni sembrano concordi in questo: nel ritenere immorale chi si abbandona ai piaceri del sesso senza tante preoccupazioni e, direi, con piacere. Tutti i libri sacri considerano impura la donna che si gode il proprio corpo senza troppe preoccupazioni moralistiche. Ora io credo che nel sesso in sé e per sé non ci sia nulla di più immorale che nel camminare o nel mangiare. È chiaro che qualcuno può comportarsi immoralmente con il sesso per esempio usandolo per danneggiare un’altra persona ma lo stesso si può dire di qualsiasi cosa. E certamente, siccome i rapporti sessuali possono creare vincoli e aspettative e complicazioni anche molto forti, è altrettanto chiaro che chiunque debba prendere il sesso con il massimo di attenzione e rispetto per l’altro ma a parte questo non c’è niente di male in quello che fa piacere a due persone e non danneggia nessuno. Quello che veramente è male è credere che ci sia qualcosa di male e sgradevole nel piacere. Credere che ci sia qualcosa di male e sgradevole nel piacere è male poichè noi siamo un corpo e senza la soddisfazione e il benessere del corpo non è possibile vivere. Chi si vergona della capacità di godere e trarre piacere dal corpo è altrettanto stolto di chi si vergognasse per avere imparato le tabelline.

Il sesso è un meccanismo biologico di riproduzione come negli uomini così nei pesciolini rossi, negli elefanti, negli scarabei, nei cervi, e nelle antilopi. Ma negli esseri umani i meccanismi naturali quelli che assicurano la perpetuazione della specie hanno anche dimensioni non contemplate dalla biologia ed è paradossale che quanti vedono nel sesso qualcosa di male e torbido, persino immorale, definiscano animali gli uomini che ci si dedichino poichè sono proprio gli animali quelli che usano il sesso solo per procreare e il cibo solo per nutrirsi mentre noi ci siamo tirato fuori l’erotismo e la gastronomia e inoltre negli uomini il sesso produce l’amore, e l’amore produce anche molti altri effetti come la poesia lirica, il matrimonio, le ansie, i batticuori, le farfalle-nello-stomaco, le coccole, e la gelosia: tutte cose che bene o male cervi e antilopi non conoscono.

Eppure esistono persone che godono solo eliminandolo il piacere. Hanno così tanta paura del piacere, e che il piacere diventi irresistibile, che divengono denigratori del piacere. Denigratori del piacere per professione cioè puritani. E sostengono che una cosa è buona solo quando non provoca piacere, che è più bravo chi più soffre. D’altra parte esistono persone che amano sentirsi colpevoli, convinti che un piacere sia più autentico se è in qualche modo proibito e il mondo è pieno di questi falsi ribelli che in fondo sono solo vittime della morale religiosa che inculca in loro il più turpe dei desideri che è quello di sentirsi colpevoli. E la cosa bella è che questi presunti ribelli desiderano in ultima istanza solo che qualcuno li punisca per il fatto di essere liberi sperando che un deus ex machina li liberi dal pericolo di rimanere soli con le tentazioni, che vuol dire soli con se stessi. Secondo me il puritanesimo è in assoluto l’atteggiamento più innaturale e inumano che esista, anti-natura e anti-uomo, cioè contro la natura dell’uomo. E abbiamo inventato la tentazione e nutriamo così tanti timori e cautele e paure nei confronti del sesso a mio vedere solo perchè ci piace troppo poichè effettivamente è uno dei più vivaci e intensi che si possano provare, e questo è davvero stupido. È stolido, è rivoltante. La tentazione non è altro fuorchè una superstizione inventata da quelli che temono la libertà. Come diceva il grande scrittore latino Publio Terenzio Afro <<homo sum: humani nihil a me alienum puto.>>.

La verità è che non si è mai così contenti, allegri, pieni, completi, e soddisfatti come quando si gode. Il sesso è così piacevole che può allontanarci dal lavoro su cui si fonda il sistema capitalistico a tutto danno della produzione e della ricchezza e così i piaceri sono stati sempre repressi con tabù e sensi di colpa per evitare che distraessero troppo l’uomo dal lavoro e dalla produzione. Per questo dico anche, con Michel De Montaigne, che bisogna tenersi stretti con le unghie e con i denti i piaceri della vita perchè gli anni ce li sfilano dalle mani l’uno dopo l’altro. Ci dicono di vergognarci, ci spingono a vergognarci per il desiderio di godere il più possibile con il corpo e con l’anima, ma io dico: godiamo il più possibile, ma non solo con il corpo bensì anche con l’anima. Con il corpo e con l’anima, con l’anima e con il corpo. Con entrambi il piacere sarà al massimo grado, sarà il massimo che tu abbia mai provato. Ma, per godere al massimo, devi anche essere libero, libero di accettare il piacere e libero di rifiutarlo. Ma rifiutarlo per convinzione e con consapevolezza e non per ordine né per consuetudine né per abitudine né per ideologia né per religione né perchè te lo hanno prescritto altri siano essi il giudice o la polizia o la chiesa o la morale comune o le varie bibbie e corani o qualsiasi altro fottutissimo libro di favole. Tutto può risultare cattivo e servire per fare del male ma niente è cattivo solo perchè da piacere. Dunque scopa invece di giudicare, scopa invece di litigare, scopa invece di lavorare.

Scopate, scopate, scopate! E amatevi, amatevi gli uni con gli altri, amatevi in tutti i modi e in tutte le posizioni, amatevi a pecorina, amatevi a lucchetto, amatevi a millefoglie, amatevi a farfalla, amatevi all’odalisca, amatevi alla francese e ricordate: “bibbia” e “corano” insegnano ad amarsi ma il “kamasutra” è molto più preciso! La vita è fatta per sudare non per faticare.

Pensavo a queste e altre faccende quando, seduto al bar, notai una ragazza giovane. Giovanissima. E per giovanissima intendo minorenne. Indossava un bel vestitino bianco aderente, era bellissima, chiacchierava con alcune amiche, e sembrava un’oca giuliva: l’avrei volentieri fatta guaire come una cagna. In più, era giovane, giovanissima, e a me piacciono da impazzire le passerine giovani: scoparmi una passerina giovane è una cosa che adoro, lo adoro proprio. Immaginai di scoparla con le gambe in aria e un dito in culo. Poi si alzò e venne a sedersi al mio tavolo. Ero stupefatto. Non potevo crederci. Beh, un colpo di fortuna ogni tanto!

<<Che bevi?>> mi chiese, <<Bevo la vita...>> risposi, <<E com’è?>> domandò, <<Dolcissima, se glielo concedi...>>. Poi il suo ginocchio contro il mio, e la sua mano sul mio cazzo. Le strinsi una coscia. Carne tenera e soda. Mi venne duro. La strinsi fino quasi a farle male. Avrei voluto picchiarla. E già fantasticavo sull’entrarle nella vagina, e su come sarebbe stato. Tutto il suo corpo e il viso trasudavano sesso, sesso sfrenato, perverso, depravato, violento, era una pura vertigine di carne.

Poi le nostre teste che si avvicinarono, le labbra a pochi centimetri le une dalle altre, e fu un’esplosione, come il sole, come trovare la luce e la purezza, come riscoprire tutti i sensi, mentre le nostre gambe continuavano ad attorcigliarsi, sospinte da un’eccitazione del tutto fuori dal normale, assurdamente intensa e frenetica, e lei aveva un sorriso dolce e spontaneo, pieno di vita, e con quel sorriso mi baciò, profondamente, profondamente, mentre Venere alle nostre spalle faceva l’occhiolino. La vita dura un istante, e può finire di colpo. Non viviamo in fondo ogni momento.

La portai a casa e la baciai di nuovo, ancora e ancora. La sua lingua saettava dentro e fuori la mia bocca serpeggiando impazzita, e la spingeva così a fondo come se volesse baciarmi il buco del culo, era un’unica immensa slinguazzata infinita che passava dall’esofago, risaliva dalla nuca fino alle orecchie, e mi avvolgeva la testa e gli occhi. Mi succhiava la lingua in un modo irresistibile, per poco non mi strappava le tonsille, e aveva capelli neri e molto lunghi e bellissimi, e quando riuscii a staccarmi le dissi <<Sai? Io scrivo poesie...>>, e le infilai il cazzo in bocca, spingendoglielo in gola fino alle palle.

Quando venni, la cacciai via e rimasi solo. Fuori, la terra era una distesa bianca, e sembrava dotata di un biancore osseo al chiarore della luna piena, come un immenso e infinito mare di ossi di seppia. Mi sentivo solo e mi sentivo malinconico. Poi mi addormentai.

Quando l’indomani mi svegliai piovigginava. Era l’alba. Sembrava pieno Inverno. Da lontano vedevo la tempesta che avanzava montando incombente da neri nembi e cirri accigliati, poi un intervallo di profondo silenzio, le membrane del cielo si ruppero e la procella che proruppe procombendo terribile e pavida. L’uragano scrosciò sui tetti rompendo con fragore, frangendo con clamore, con clamore, e le lacrime delle nuvole scorsero sugli occhi delle piante imperlandoli di fredda-grave rugiada. Poi, vero il meriggio, il cielo si schiarì, fino ad assumere un biancore osseo con striature di rosa pallido che sfumavano al norde. La città splendeva, priva di ombre e misteriosamente bella. Il sole si fece di rame, divenne una rotonda arancia piena e succosa sospesa s’un orizzonte striato di viola-nero. Era Domenica. In casa un cazzo da fare, nulla al televisore né dentro il letto, niente di nuovo, solo calma piatta, bonaccia, desolazione e angoscia. Si soffre in attesa di morire e poi si soffre mentre si muore. In fondo, siamo solo piccoli esseri stupidi che fanno cose stupide in attesa della morte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INCIDENTI.

 

Quando mi ero affacciato alla finestra, sentendo gli spari, era già tutto avvenuto. La strada era un fiume di sangue. Sirene ululavano impazzite mentre ambulanze e gazzelle sfrecciavano dovunque. L’uomo a terra esangue, immobile. Il merlo stava appollaiato sul filo, i bimbi stavano per svegliarsi per andare a giocare al parco, un aquilone volteggiava nel vento, il vento illuminato dal vortice ancor più dinamico del sole, e gli abiti attendevano di essere indossati. Il colpo di .38 sparato al petto lo fece sobbalzare e sussultare e palpitare mentre il lampo giallo-blu della revolverata gli scaricò nel cervello il ricordo dei pomeriggi estivi in campagna o al mare, come addentare la polpa di una olida pesca matura, e pensò a sua madre, pensò al tramonto d’oro dei suoi occhi appesantiti da tutto tranne che dall’amore, e d’un tratto non si sentì bene, le mani prese da un tremore strano, guardò il sole orgoglioso e altero nella sua rosea indifferenza librarsi assorto sul suo teschio, e i suoi occhi vuoti. Poi, una improvvisa pioggia leggera rese tutto uguale e omogeneo. A volte è necessario morire per capire quanto bella sia la vita.

Sono sceso per vedere che cosa fosse successo. Un uomo aveva sparato a un altro uomo per questioni di parcheggio. La notte prima, nel bel mezzo della musica, delle sbronze e del solito casino del sabato sera, Carmen, una mulatta cubana giovane e niente male, aveva invece tagliato l’uccello al marito. Io ero seduto sulla porta della mia stamberga a prendere il fresco e domandarmi dove cazzo potevo andare prima di mettermi a letto, quando d’improvviso il marito di Carmen era uscito dalla sua topaia avvolto in un manto di sangue, gridando con le mani sulle palle. E Carmen dietro, anche lei gridando. Nella destra stringeva un coltello, e nella sinistra il cazzo del marito. Gridava. <<Adesso vai a scoparti le altre, se ci riesci, brutto figlio di puttana.>> diceva. Il tizio urlava di dolore e di terrore, e subito in due o tre lo avevano portato all’ospedale. Il brandello di pene era rimasto al suolo. Prontamente una vecchia lo aveva raccolto e messo in una busta di plastica ed era corsa dietro di loro strillando: <<Prendetelo, che magari riescono a riattaccarglielo!>>. Il mese prima, invece, Blessing, un’altra negra del quartiere, nigeriana, aveva dato fuoco all’amante, gelosa della moglie. E niente, con certe donne bisogna stare attenti. Le negre sono aggressive più degli uomini. A volte penso che si soffino polvere di morto l’una con l’altra. Dev’essere per questo che si scatenano tanto per un uomo, che in fondo non è niente, nient’altro che uno fra le varie dozzine di uomini che ciascuno di loro si mette in casa e di cui sopporta le angherie nel corso della vita. Non trovo altra spiegazione. Sono spiritate. 

Montaigne diceva che non si muore perchè si è malati ma perchè si è vivi. La cosa commuovente è che incidenti e imprudenze si ritengono scandalosi. Questo succede anche nell’amore. Anche l’amore è una specie d’incidente. Persino le donne s’incontrano quasi accidentalmente: giri a destra e a quell’angolo incontri una, giri a sinistra e incontri un’altra. La gente si scontra, e in questo modo si conosce. Tu puoi dire di amare una certa donna per un tempo x, ma c’è una donna che non incontrerai mai e che avresti potuto amare di più e da morire. Ecco perchè dico che bisogna essere fortunati: se incontri qualcuna che si avvicina al top va bene, e se non la incontri beh hai girato a destra anzichè a sinistra o non hai cercato abbastanza a lungo o sei fottutamente sfortunato o sei un tipo scialbo privo del fuoco e del coraggio. Ma quello che voglio dire non è questo. Quello che sto cercando di dire è che se tutti ci comportassimo bene e se tutto fosse in ordine e il mondo girasse per il verso giusto non ci sarebbero incidenti e morti violente ma così non ci sarebbe nemmeno vita. È la vita che causa gli incidenti non l’imprudenza. La vita è rischio o astinenza. Non riesco a trovare un altro modo di pensarla. Non riesco a pensarla diversamente.

Quel giorno, comunque, sembrava tutto tranquillo. Le domeniche sono sempre così: una noia mortale. Esiziale proprio. Il quartiere era immobile, addirittura silenzioso. Sembrava un enorme mostro e goffo che per sei giorni alla settimana si contorce e sputa fuoco e provoca terremoti e il settimo si riposa per recuperare le forze. Ho pensato di approfittarne per scrivere. Ma quel giorno mi sentivo di non avere abbastanza ordine dentro per poterlo fare. Continuava a rigirarmi nella mente una frase: <<Amo le cicatrici, non le ferite.>>. Amo le cicatrici, non le ferite.

Ogni giorno che passava somigliavo sempre di più ai negri della zona: senza niente da fare, me ne andavo in giro a zonzo, cercando di sbarcare il lunario come meglio potevo. Senza chiedermi che cosa ne sarebbe stato di me domani, senza domandarmi che cosa sarebbe successo, che cosa avrei fatto, lasciando passare la giornata e il tempo in attesa del nulla. Sopravvivevo. Mentre i giorni passavano.

Stavo pensando a questo, annoiato, amando le cicatrici e odiando le ferite, quando dalla finestra vedo passare Clarence. Clarence viveva in una topaia in corso Vercelli, zona di negri. Viveva in quel minuscolo appartamento con la madre e tre sorelle. Tempo addietro, io e Clarence avevamo avuto una storia. Toccata e fuga. Con molto spargimento di seme. Ma quando si è giovani si spreca tutto, perchè si pensa che tutto duri per sempre. Ed è giusto così, perchè tanto si resta con un pugno di mosche in mano comunque. Lei sperava che facessi le cose per bene e me la sposassi. Ma io non volevo sentirne manco parlare. Fatto sta che lei si è offesa. Alle donne, soprattutto alle negre, piace fare le cose per bene. Aveva pensato che io fossi uno di quelli che lasciano tutto a metà e non aveva più voluto farlo. Magra, alta, e molto snella e sinuosa, era un po’ nevrotica, insicura, costantemente indecisa, incapace di fare un torto a qualcuno. Ma era anche molto sensuale, priva di tabù, e una gran pervertita. E aveva un odore forte. Molto forte. Fortissimo. Le negre più sono scure più hanno un odore acre nella pelle. E a me fa impazzire leccare la figa e sentire quell’odore così forte, leccare la pelle e leccare quel sudore così acido. Sesso liquido, sesso odoroso: a volte basta davvero poco per essere felici.

L’ho chiamata, si è girata, l’ho invitata a bere qualcosa, e ha accettato. Ma, anche stavolta, non sono riuscito a fare le cose per bene e l’ho baciata. Credevo che si sarebbe offesa. Invece ha corrisposto con uno slancio che mai mi sarei aspettato. Così mi sono lasciato andare e non mi sono trattenuto: le ho messo la lingua in bocca e me la sono limonata un po’. Quando poi le ho messo le mani dentro le mutande, era tutta bagnata. Grondava. Così l’ho portata a letto. Senza parlare. Senza una parole d’amore né di passione. Lei mi ha detto, provocante e lasciva, << Entra e godi...>>. Sono entrato e ho goduto. Ma prima mi sono occupato di lei. Ci siamo fatti una bella scopata. Le ho fatto avere i suoi molteplici orgasmi. I primi con la lingua. Era incredibile: appena la sfioravo il clitoride con la lingua, dal basso verso l’alto, lei veniva. Le bastava una sola leccata. Ho avuto solo un’altra donna così: Muna. Ne riparlerò. Ho continuato di questo passo per un pezzo, senza fretta. Mi piaceva quella ragazza. Poi mi ha voltato le spalle per farselo mettere nel culo. Gliel’ho messo nel culo. Abbiamo sudato molto. Ha urlato. Alla fine non ce l’ho più fatta e sono venuto. E niente: abbiamo finito. Siamo rimasti incastrati per un po’, ascoltando i nostri respiri. Il caldo era insopportabile. Poi ci siamo rivestiti e lei se n’è andata. Non ho più saputo nulla di lei.

E non ho mai più incontrato un culo simile in vita mia: al di là di ogni immaginazione, al di là di ogni fantasia, al di là di tutto. Ogni uomo è sempre perseguitato da qualcosa: figa, alcol, droga, denaro, creditori, mogli furiose aggrappate alla balaustra del ballatoio, donne sbagliate, amori sbagliati, puzzo di sigari, figli tossicomani, rimpianti, lavoro, frustrazione, delusione, gente che ti chiede l’elemosina e scocciatori di ogni sorta, pioggia, vento, sole, acqua, freddo, caldo bollente e bollette del gas, automobili guaste, assicurazioni scadute, scippatori, ladri, dolciumi, sbirri, sifilide clamidia candida e altre malattie veneree: non c’è mai tregua, mai pace, mai.

Avvoltoi volteggiavano in cielo piroettando in cerchio, il sole sanguinava e urlava tutto il proprio dolore esplodendo una luce violacea-violenta, e il culo miracoloso di quella donna continuava a lampeggiarmi in mente saettando con lampi di rosso-fosfeni.

Poi sono uscito. Mentre camminavo, ho incontrato una bionda burrosa da urlo: chiara come il latte, così chiara che pareva intagliata nell’avorio, bellissimi occhi azzurri di cielo e candido corpo di latte. Difficile da credere. Rotonda, bellissima, assemblata in modo perfetto. Naturale più che sofisticata. Così naturale e spontanea che era facile guardarla in quegli occhi così profondi. Indossava due piccoli orecchini in oro. Affascinante, gli occhi gentili e bellissimi, lo sguardo selvaggio e folle come quello di un cane che viene dall’inferno o una bestia che sbuca da una foresta in fiamme. Indossava un vestito nero, che a ogni minimo movimento le risaliva lungo i fianchi, mostrando un’autentica scultura di carne. Aveva cosce fantastiche! Mi sentivo un idiota a osservarla in quel modo ma era più forte di me. Poi accavallò le gambe e il vestitino le scivolò ancora più su. Lei fece per sistemarsi e nel farlo incrociò il mio sguardo che non la perdeva di vista un secondo: i suoi occhi fissarono i miei occhi e mi sorrisero.

<<Lurida puttana! Te lo schiafferò in culo, lurida troia!>> pensavo fra me e me, guardandola. Poi frugò nella borsetta, prese un pacco di gomme da masticare, ne scartò una, se la infilò in bocca, poi si ravvivò i capelli, si specchiò a un vetrino che tirò fuori dalla borsa per controllare il rossetto, fumò la sigaretta, fece tutte queste cose e molte altre, ma non abbassò il vestitino, che rimase su, quasi a lambire le balze del culo: sapeva che me la stavo mangiando con gli occhi e questo la eccitava, poichè a un certo punto decise di sorridermi, e lo fece: mi sorrise, e anche io le sorrisi, poi mi ammiccò allusiva e puttana e anche io l’ammiccai, mi avvicinai, presi una sedia, mi sedetti presentandomi, le porsi la mano, le accesi una sigaretta. Lei accettò, e io mi sentii orgoglioso di starle accanto, di stare accanto a un tale pezzo di carne.

Ma perchè lo stavo facendo? Conoscevo già donne a bizzeffe. Perchè volevo sempre più donne, e sempre più giovani? Che cosa stavo facendo? Che stavo cercando di dimostrare? Non sono manco ‘sto granché, anzi sono proprio brutto, i capelli grigi, i muscoli flosci, la pelle opaca e il pene depresso, la faccia che sembra una bistecca calpestata da un camion in corsa dopo essere precipitata nel vuoto dall’alto del 100° piano di un gratta-cielo prima di spappolarsi al suolo bollente dell’asfalto rovente dell’estate. Forse per questo mi sento così bene a infilarlo dentro giovane carne fresca ben al sangue ancora intonsa e intatta? A volte le guardo, queste giovani ragazzine in abiti puliti, e poi mi guardo allo specchio e mi sento come una bestia della selva che mangia un confetto, come una belva della foresta che cinge una bambina, come il ragno che lambisce la mosca dopo averla catturata: un essere schifoso e rivoltante. Sto forse cercando di fottere la morte scopando la giovinezza di quelle ragazzine ancora ignare della vita?

L’unica cosa che mi fa paura è morire prima che la morte mi raggiunga, prima che giunga la morte, prima che scenda la notte, arrendermi prima della meta, morire da vivo. Mi basta arrivare a 60 anni, ricco sfondato, abito su misura, mano sinistra sul volante della mia Jaguar ultimo modello nuova di zecca e mano destra sul culo di una ragazzina di 18 anni: s’esiste un modo per fottere la morte e il suo sporco gioco, beh, amico mio, è questo.

E il dispendio di energie dove lo mettiamo? Ma quella ragazza era davvero splendida, e ne valeva la pena: bella da morire e vestita da uccidere, gambe affusolate e lunghissime, seno rotondo e prosperoso, occhioni azzurri, bocca calda come l’equatore e culo bollente come l’inferno!

In più il pensiero che quell’atto sessuale fosse una cosa proibita mi eccitava da pazzi: come scoprire per caso un fiore bellissimo in un prato e strapparlo, come vedere una farfalla sgargiante e sfavillante posarsi con fiducia sul palmo della tua mano e chiudere la mano per stritolarla e ucciderla.

E pensare che un tempo, neanche molto tempo prima, quel pezzo di carne che ora chiedeva solo di essere scopata e sborrata, era stata una bambina, smagliante e implume, il sorriso innocente e il corpo verginale ancora integro e intatto. Incredibile: Un tempo era una bimba, un giorno sarebbe morta, ma adesso era lì, e mi mostrava il culo e le cosce, tutto quel culo e tutte quelle cosce, e tutta quella carne. È così che va la vita!

Se fossi stato donna sarei sicuramente stato una puttana. Ma dato che sono un uomo bramo costantemente le femmine. E meglio se della specie più infima: le troie, le puttane, le prostitute vere e proprie, donne dure e velenose che non esigono nulla e non pretendono niente da te, sicché non ti sei perso niente quando ti piantano e se ne vanno.

La portai a casa. In 12 secondi l’avevo baciata, in 35 eravamo nudi e avvinghiati, in 45 ero dentro. Meraviglioso! Il suo corpo era caldo, la sua bocca era calda, la sua figa era calda, e anche i suoi occhi, mentre mi abbracciava e mi sussurrava parole d’indicibile perversione. La ragazzina era davvero in calore. Il pensiero di quell’atto mi eccitava da pazzi: era come essere un animale feroce che azzanna un altro animale indifeso per sottometterlo, e infine lo sottomette: stringo le sue mani nelle mie, le mie labbra alle sue delicatamente, il cazzo mi viene duro, sento i suoi seni sotto il mio torace contro di me, ne afferro uno e lo succhio avido, sento i capezzoli divenite turgidi, la bocca sciogliersi sotto la pressione della mia lingua, come lo schiudersi di un bocciolo in fiore, e tutto sembra avere un senso, era bello, mi piaceva, mi piaceva molto, eravamo come due insetti in un giardino che si vanno incontro lentamente, il maschio mettendo in atto la sua lenta magia, la femmina aprendosi lentamente. E Ambra si stava aprendo sempre più, mentre la mia saliva come la rugiada del mattino faceva del suo bocciolo di rosa un fiore discosto, e bellissimo. Le montai sopra, la montai, glielo ficcai, ma al primo colpo l’uccello entrò solo per metà: era stretta, strettissima, dovetti spingere, lei gemette un po’ per il dolore, poi riuscii a infilarglielo tutto, era una favola, lei gemeva dal dolore e io godevo come un porco, glielo infilavo tutto, glielo mettevo fino in fondo, glielo affondavo nella vulva fino alle palle, ed era bellissimo, era come un omicidio, o uno stupro, come scopare la Vergine Maria, lei era completamente inerme, la mia bocca premeva sulla sua bocca, i miei occhi dentro i suoi occhi, ed era bellissimo, bellissimo, mentre sentivo il suo cuore recalcitrante in fondo al mio cervello, e lo sentivo proprio, lì dentro, dentro al petto, in fondo al petto, lo sentivo in gola, lo sentivo in testa, lo sentivo in fondo allo stomaco, fin dentro le cellule cerebrali, dietro le orbite oculari, era come un fulmine che mi piombava addosso e ripetutamente mi colpiva tra la nuca e l’addome, proprio al centro del dolore, e mi scioglieva il cervello, e il cervello mi colava dalle orecchie rivolandomi sul collo fin dentro le scarpe: non riuscivo più a sopportare tanta bellezza: venni, le venni dentro, rantolando, e lo sperma le inzuppò la figa (e l’anima), poi sgorgò fuori rigandole le cosce e l’inguine, i piccoli glutei rotondi e sodi, il corpo ancora acerbo scipato da quella violenza.

Rimanemmo un po’ distesi, fermi immobili, distesi l’uno sull’altra, esausti e stanchi, la mia pelle cosparsa del suo odore, la sua bellezza ancora volteggiante nell’aria come una magnifica presenza, la sua anima dentro la mia anima, il mio cuore dentro il suo cuore.

Poi mi alzai, le mollai una banconota e uno schiaffo, e la cacciai via. Avevo bisogno di rimanere solo e riflettere. Feci una lunga doccia calda, dimenticandomi di tutto. O quasi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ORIGINE DEL MONDO.

 

Accetta tutto, accetta tutto: accetta di vivere in una cella di tre metri per quattro con un negro ciccione che vuole stare sopra, accetta di vivere con una puttana violenta, alcolizzata, drogata e ossessiva per tre anni, accetta di finire in un tugurio vecchio e squallido mangiando cibo avariato o nulla per giorni come un cane, come un cane accetta di dormire in una panchina del parco o sotto un ponte o al fianco di una donna scorbutica e completamente folle con la figa pelosa e l’ascella cespugliosa che urla di notte e vuole accoltellarti (e infine ci riesce), accetta la solitudine più sconfortante e la pazzia più rabbiosa, accetta di diventare pazzo per la solitudine, accetta di essere povero in canna e costretto a vivere rubando pomodori al mercato, accetta di vivere nei bassifondi per un po’ fratello dei cani. Accetta tutto, ma non accettare di lavorare per qualcuno, non accettare quella cosa dalle otto alle diciassette: qualsiasi cosa ma non questa cosa, tutto ma non questo, anche stare al fresco è meglio, anche fare il barbone è più nobile, anche morire di fame in una stanza non ammobiliata. Affoga la paura e gli incubi nel vino, guida la tua vita lungo una strada di agonia e sfacelo, bevi fino allo stordimento, e scopa fino all’esasperazione. Soffoca nei fumi dell’alcol e annega in fiumi di disperazione, fai il pescatore, il marchettaro, lo spacciatore, il pappone, lo scaricatore di porto, il camallo, il facchino, il mantenuto, il trafficante d’armi, il guerrigliero, il bandito, il brigante, il pirata, lo scrittore, lo scemo del villaggio, il venditore di barzellette, il ladro di oggetti smarriti, ruba nei grandi magazzini per vestirti. Fai tutto ma non accettare di fare lo schiavo. Tutto ma non lo schiavo.

Mi giravano in testa questi astrusi pensieri e altri ancora più folli che non posso rivelare quando ha squillato il telefono. Era Laura. Laura era una scrittrice di strani racconti pieni di cloni e alieni, sempre cupa e depressa, frustrata perché a 47 anni non era ancora riuscita a pubblicare un libro. Abbiamo chiacchierato un po’. Le ho detto di non dare retta ai professori di letteratura, ai puristi, ai critici, e ai teorici, perchè possono danneggiare parecchio. Bisogna solo ascoltare se stessi. Ci vuole molto più tempo, ma è molto meglio. Beh, non è una questione di meglio o peggio: è l’unico modo. Non si deve mai ascoltare nessuno più di tanto. Oppure ascoltali tutti, e poi continua a fare di testa tua.

Ci siamo salutati e sono ritornato alle mie elucubrazioni mentali.

Non so perchè, ma ogni volta che ho una donna nuova sembra sempre come se fosse la prima, come se fosse la prima volta, come se non fossi mai stato con alcuna. Ma mi piace che ci siano sempre donne nuove, che vanno, spargendo la loro magia nella mia vita, per poi scomparire e lasciare il posto a un’altra donna nuova. Perchè, vedi, quando rompi con una donna è dura, ma poi incontri una donna nuova e la magia ricomincia. E io voglio assaporare tutte le donne per conoscerle a fondo ed entrare dentro di loro. Gli uomini li posso anche inventare sulla pagina, essendo uno di loro, ma con le donne è diverso: le donne per me sono praticamente impossibili da interpretare e descrivere se non le conosco direttamente e di prima mano. Così cerco di conoscerne il maggior numero possibile per averne una visione d’insieme. Le esploro e da pezzi di carne si trasformano in persone. Con le proprie passioni, i propri sogni, le proprie idiosincrasie, le proprie paure, i propri incubi. E mentre le esploro la scrittura viene accantonata. Scrivere diviene meno importante della storia in sé. Almeno finchè la storia non finisce. Poi viene la scrittura. Che possiamo definire il residuo della storia, il suo precipitato. Credo che un uomo non abbia bisogno di una donna per sentirsi più vero e reale e virile, ma se ne ha un paio è meglio che non averne. Poi, quando la storia finisce, e si rimane soli con la propria pazzia, si capisce che cosa significhi davvero la solitudine e la pazzia: qualcosa di simile a quello che si prova quando arriva la morte.

Ero diventato troppo sentimentale riguardo a certe cose: le scarpe di una donna sotto il letto; una forcina per capelli dimenticata sul comò; il modo in cui dicono <<vado a fare la pipì!>>; gli elastici per i capelli; il loro odore; camminare lungo la spiaggia a piedi nudi tutto il giorno e poi dormire abbracciati stanchi ed esausti; o passeggiare lungo un viale alberato all’una e mezza del pomeriggio, due persone che camminano insieme senza aspettative e senza secondi fini; le lunghe notti passate a scopare, a parlare, a fare l’amore, a litigare; mangiare insieme e sentirsi bene; le risa improvvise sul nulla e sentire la magia nell’aria; guardarsi e sentire la magia nell’aria; addormentarsi braccia nelle braccia e sentire la magia nell’aria; fumare una sigaretta insieme s’una macchina parcheggiata in uno spiazzo e ripartire; sentirti dire che russi; sentire lei che russa; madri, padri, fratelli, cani e gatti; il pensiero del suicidio, a volte la morte, la consapevolezza della vecchiaia, e il sentimento del tempo; cercare di tirare avanti comunque, e nonostante tutto amarsi, cercare di non farsi troppo male per crearsi un alibi; dormire insieme, svegliarsi all’improvviso, e scambiarsi un bacio dolce e sincero nel cuore della notte...

Più tardi decido di uscire e incontro Federica, metà tunisina e metà marocchina, razza puttana incrociata con altra razza puttana, insomma una troia al quadrato. Alta, molto alta, bellissimi occhi neri come i capelli, ricci e lunghi, tipici da puttanone libico. L’incontrai in un bar, e un quarto d’ora dopo eravamo a casa mia, sul divano, davanti il caminetto. Aveva una cascata di capelli neri, lunghissimi e foltissimi, una vera criniera, che arrivava a lambirle il culo. Grandi occhi. Neri e bellissimi. E una bocca rosso sangue. In più, dimenava il culo in modo fantastico. Un movimento magico! Sapeva proprio come muoversi. Il culo le sporgeva all’infuori, e i capezzoli turgidi e duri le spuntavano dalla camicia trasparente puntando dritti al cielo! Alla caviglia sinistra una piccola cavigliera d’oro. Era come se la vita avesse dato a certe (poche) donne un surplus di grazia sottraendolo a tutte le altre. Ecco: lei aveva quella grazia indescrivibile. E ogni volta che mi passava davanti e si posava sotto il mio sguardo, sembrava ogni volta più bella, più selvaggia, più folle. Mi faceva sentire vivo. Stavo alla grande.

Appena fummo a casa, allungò una mano e mi spinse sul letto, chinando la testa sul mio cazzo per prenderlo in bocca. Non era brava in confronto a molte altre. Cominciò col solito monotono su e giù. Oltre a quello aveva poco da offrire. Ci diede dentro per un bel pezzo. Poi le spinsi via la testa, e le montai sopra. Anzi, la montai. Come una vacca. Come una pecora. Come una cagna. Come fanno i cani. Come fanno gli animali.

Lei ridacchiò sentendo il mio cazzo contro il suo culo, poi lo impugnò e lo strinse forte sogghignando, io divenni sempre più arrapato mentre la baciavo, la mia lingua serpeggiava nella sua bocca muovendosi convulsa come un serpente epilettico.

<<Voglio scoparti nel culo. Tutto qua.>>

<<Perchè mai?>>

<<Perchè mi piace.>>

<<Ma farai male?>>

<<Molto.>>

<<Ma che stai facendo?>>

<<Sto cercando di mettertelo dentro, in culo, cazzo!>>

<<Ma mi fai male così...>>

<<Allarga le chiappe, puttana.>>.

Eseguì come una scolaretta al primo giorno di scuola.

<<Brava così, puttana. Sto per incularti, troia..>>

<<Ti aiuto con le mani.>>

<<Bene.>>

<<Fai piano... ecco ci siamo... più su... ecco...>>

<<T’inculo, brutta troia.>>

<<Lurido figlio di puttana...>>

<<Ti piace?>>

<<Brutto bastardo, mi stai inculando.>>

<<Sì, puttana.>>

<<Mi stai scopando il culo.>>

<<Ti sto sfondando.>>

<<Sei uno sporco bastardo.>>

<<Ti sto scopando il culo, lurida troia.>>

<<Maiale!>>

<<Zitta e godi, troia!>>

<<Maledetto bastardo, piantala.>>

<<Te lo sto piantando! Te la sto piantando nel culo.>>

<<Sta iniziando a farmi male. Mi brucia.>>

<<Manca poco, bambola.>>

<<Vienimi dentro.>>

<<Lo senti come cresce?>>

<<Voglio sentire la tua crema calda dentro di me.>>

<<Datti da fare allora.>>

<<Farciscimi il culo con la tua crema calda, ma sbrigati, mi stai spaccando il culo, mi sa tanto che fra poco sanguinerò.>>

<<Te lo sto inchiodando: te lo sfondo, te lo apro, te lo squarcio, puttana di merda.>>

<<Bastardo. Sborrami in culo. Dai. Sborrami.>>.

Continuammo così ancora per alcuni minuti, poi le assestai alcuni colpi decisi, e infine venni. Fu una sborrata primordiale. Poi Federica scese dal divano e andò in bagno per pulirsi. Io usai il lenzuolo. Poi mi alzai, andai in cucina a farmi un sorso, fiero di me e decisamente soddisfatto, non perchè sia uno stallone particolarmente dotato, ma perchè le donne naturalmente desiderano quello che non posso avere. È la dura legge del desiderio.

Poi ci addormentammo. Quando, l’indomani, ci risvegliammo, avevo di nuovo il cazzo duro. La baciai. E mentre baciavo quella bocca rosso sangue, le accarezzavo con la mano tutti quei foltissimi capelli così neri, e pensavo che solo cose come queste possono tenere uno scrittore lontano dalla sua macchina da scrivere. Solo le donne hanno questo potere. E la galera. Si svegliò. Nell’ombra della camera semibuia, vidi il profilo della sua testa calarsi sul mio ventre. Infilò la punta del cazzo in bocca e cominciò a mordicchiarla. Poi, di colpo, lo prese tutto il bocca e cominciò a leccarlo e succhiarlo. Era proprio brava, faceva scorrere la lingua su e giù mentre teneva il cazzo dentro e succhiava. Il chiaro di luna le carezzava quella pelle di velluto e tutti quei capelli. Pura gloria. Pura magia. Con una mano le afferrai i capelli tenendoglieli raccolti alti sopra la testa, tutta quella massa di capelli, mentre lei continuava con quel fantastico movimento su-e-giù, e andammo avanti così per un bel pezzo. Alla fine sentii che stavo per venire, e lo capii anche lei e raddoppiò gli sforzi. Mi trattenni più a lungo possibile per prolungare il piacere. Poi, sempre tenendole la testa tra le mani, le esplosi in bocca.

Quella figa era l’origine del mondo: stupore ed euforia allo stato puro, una vera opera d’arte, altro che Courbet: era una pura gioia manifesta! Mi avvicinai, le carezzai la figa, lei provò a rimettersi in posizione eretta, le afferrai la testa per i capelli e la obbligai a rimanere piagata in due su se stessa, lei disse che le bruciavano le gambe, io le dissi che le troie devono bruciare all’inferno, lei disse che le facevano male i glutei, io le dissi che fra non molto le avrebbero fatto ancora più male, poi mi sbottonai i pantaloni, lo tirai fuori, era già duro, un asta di ferro, le misi il cazzo nel culo e la stantuffai come un pistone.

Sono cose come questa che tengono uno scrittore lontano dal proprio computer e dal proprio lavoro. Almeno, tengono me lontano dalla scrittura. Altri, frocetti senza emozioni e senza sentimenti, zoccole represse dalla figa putrescente, schiavetti del sistema senza impulsi e senza specifiche passioni, non hanno di questi problemi. Freddi calcolatori automatici di parole vuote e vacui ideologismi. Gente vuota e indifferente. Gente da “il-mondo-è-perfetto-se-comandiamo-noi”. Gente sempre dalla parte giusta (del lato sbagliato). Gente morta. Morte nella loro scarpa destra e nel mio orecchio sinistro. Morte nelle loro vite morte. Morte tutt’intorno. Morte ovunque.

Deve esserci qualcosa che non va in me: penso troppo al sesso. M’immagino a letto con ogni donna che passa. Vorrei amarle tutte, vorrei scoparle tutte, di qualsiasi razza, età, religione, statura, colore essa sia. Diciamo che, a letto, pratico (e professo) una forma di internazionalismo o, meglio, panfemminismo sessuale. Mi piace il loro modo di camminare, il colore dei loro vestiti e dei loro occhi, il loro modo di camminare, la crudeltà di certi volti, la bellezza ancora intatta e quasi verginale di altri, totalmente incantevole e femminile. Ma perchè ho tutta questa gran fame di carne di donna? Perchè voglio collezionare così tante donne? Forse è colpa della mia infanzia? Zero amore, zero affetto, zero stima, zero considerazione, solo miseria e botte. E anche dopo, dai 15 ai 30 anni, ho ricevuto talmente poco, impegnato com’ero a riparare a tutto il male subito. Diciamo che forse la mia fame sessuale è solo una voragine affettiva che sto cercando di colmare riportandomi alla pari. Anche se la sensazione è che per recuperare mi serva un’altra vita. Almeno. In fondo, vorrei solo essere amato davvero. Come tutti. Cerco solo una donna da amare e che mi ami. Se mi servono tutte queste donne è solo perchè nessuna è quella giusta. Ah, merda. Il solo fatto di vivere fino alla morte è già un duro lavoro. È così spossante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RAGAZZINA.

 

Avete mai provato a baciare una ragazzina di 16 o 17 anni? Sembra di baciare la canna dell’acqua del giardino, o una bistecca cruda: anche la bocca di una bottiglia d’acqua sarebbe più calda. Una noia mortale. Le donne migliori da baciare e da scopare sono le mature, le donne tra i quaranta e i quarantacinque anni che si attestano subito prima di quella sottile linea rossa che ne decreta il completo decadimento fisico e mentale. Un attimo prima di quel momento, un passo prima di quella linea, le donne sono la cosa più sensuale e sessuale che possa esistere. E lo fanno con calma, prendendosi tutto il tempo, o comunque il tempo giusto, con la giusta dose lingua e la giusta dose di saliva. Questo sì che è vero sballo.

Da questo punto di vista Ilaria le batteva tutte, adolescenti e mature. Era insuperabile: aveva 21 anni, e pesava quaranta chili. Una donna nel corpo di una bambina. Cristo. L’avrei squarciata in due. Sarebbe stato come stuprare una bambina. Forse l’avrei anche uccisa. Andammo a casa per bere qualcosa. Ci mettemmo sul divano. Bevemmo un po’. Lei molto più di me. Poi, si sollevò, alzò la gonna e si mise a cavalcioni sulle mie gambe reggendo il bicchiere in mano e spingendo il viso contro il mio viso. Non indossava mutandine. Stroncò in un sorso il suo drink, gettò il bicchiere alle proprie spalle che si frantumò al suolo, mi slacciò i pantaloni, mi prese l’uccello e se lo spinse nella figa. Cominciò a cavalcarmi. A volte ci baciavamo. Era assurdo: essere violentato da una bambina! Si muoveva in cerchio, con grandissima abilità. Mi aveva messo all’angolo, mi aveva in trappola. Era pura follia. Solo carne, senza amore. E a me questo non piace. Era come scoparsi un sacchetto della spazzatura. O un secchio d’acqua. Riempivamo l’aria con il fetido odore stagnante di sesso sfrenato e perversione. C’era così tanta tristezza che aleggiava nell’aria.

Faceva tutto lei. Si dimenava come una ossessa. Emetteva piccoli gemiti di piacere. Strepitava, scalciava, e cavalcava ondeggiando. Mi faceva venire in mente un pesciolino d’argento vivo. Era minuta e fragile. Era sudata. No: era solo il calore! Improvvisamente, i gemiti divennero sempre più intensi, frequenti e ravvicinati. Poi un lungo e violento orgasmo. Una sborrata grandiosa. Lei sollevò il bacino ma continuò a massaggiarlo con le chiappe per tutto il tempo dell’eiaculazione, finchè le pulsazioni non diminuirono e il fiotto non si placò del tutto. Ma ce lo avevo ancora duro. Lo notò con sorpresa e meraviglia, si abbassò e guardandomi negli occhi cominciò a leccarmi la sborra dalla cappella. Era proprio una troietta. Una troietta con i fiocchi!

Cara bambina mia! Ma come fa il tuo corpicino a fare tutte queste cose? Sei porno allo stato puro. Anzi, sei molto meglio. Di gran lunga migliore. La pornografia è generalmente molto noiosa. Voglio dire: tutta quella carne che va in giro senza direzione è noisa. Ed ecco ora un uccello, ora un figa, ora un culo, e poi un altro cazzo, e un buco di culo, e poi un pompino, magari un cunnilingio, e poi lo metti dentro e scopi in tutte le posizioni, e scopi il culo e scopi la figa e scopi la bocca, la scopi in culo, la scopi contro il muro, sul tavolo, sulla lavatrice, sul soffitto, tenendola per i capelli, poi lo tiri fuori e le sborri in faccia: che fatica! Tutto questo non è niente di eccitante. Stessa cosa per i racconti e la letteratura pornografica: è tutto molto noioso, e procede sempre su questi toni <<L’uomo tirò fuori il suo grosso uccello pulsante. Era lungo venti centimetri e grosso. Lei si morse le labbra. Aveva già l’acquolina in bocca dalla voglia di averlo dentro fino in fondo...>>. È di una noia mortale. Quello che mi eccita è una donna completamente vestita e un uomo che le strappa i vestiti di dosso, o una ragazza distesa s’un letto che ti comunica il suo desiderio solo con lo sguardo. I pornografi non hanno immaginazione. D’altronde, se avessero immaginazione sarebbero artisti e non pornografi.

Il confine è sempre una questione di convenienza. O forse di sopravvivenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GOLA PROFONDISSIMA.

 

Bagno termico, bagno termale, bagno penale, bagno infernale, bagno di brace e carbone, bagno termale carbonico, bagno termale ossigenato, bagno diacritico di carbonchio, bagno termale con fanghi, bagno di fango con bagno termale.

Mentre mi ridestavo, e la prima luce del mattino mi stuzzicava carezzandomi le gambe e la punta dei piedi scoperti, mi resi conto che in dormiveglia continuavo a ripetere quelle parole.

Bagno termico, bagno termale, bagno penale, bagno infernale, bagno di brace e carbone, bagno termale carbonico, bagno termale ossigenato, bagno diacritico di carbonchio, bagno termale con fanghi, bagno di fango con bagno termale.

Parole di cui non capivo il senso né l’origine, ma che continuavano a fluttuarmi nella testa uscendo dalla bocca tra i sussurri e i bisbigli dell’ultimo sonno. Quando mi svegliai del tutto non ricordavo il sogno ma solo quelle parole, come un eco che sale da lontano, dal profondo del dentro.

Bagno termico, bagno termale, bagno penale, bagno infernale, bagno di brace e carbone, bagno termale carbonico, bagno termale ossigenato, bagno diacritico di carbonchio, bagno termale con fanghi, bagno di fango con bagno termale.

Era piuttosto presto, forse le nove e mezza, ma come al solito mi sentivo inquieto e irrequieto. Giù di corda e di morale. Giù di tutto. Ed ero incazzato come sempre con la vita, con il mondo, con l’amore, e con tutto il resto. E in più quel maledetto incubo non mi aveva lasciato dormire bene anche se non ricordo che cazzo di sogno fosse. Così mi tirai su, andai in bagno, pisciai nel lavandino, preparai la caffettiera, la misi sul fuoco, nell’attesa tornai in bagno, cagai nel cesso, mi tirai su i pantaloni, e mi guardai allo specchio: barba di quattro giorni e faccia di quattro secoli, ma niente di grave. Decisi di vestirmi, poi andai in cucina, mi versai un bicchiere di acqua, mi sedetti al tavolo e guardai fuori: un’estate torrida, appiccicosa e indolente, quasi tropicale, imperversava fuori dalle tapparelle mitragliando fasci di luce accecante, e io mi sentivo solo e depresso, forse mi avrebbe aiutato svuotarmi le palle, così chiamai Cecilia e la invitai a pranzo.

Cecilia arrivò verso le 13,30, invasata e schizzata come sempre, tirata come una molla, i capelli arruffati e gli occhi strabuzzati all’indietro, sembrava che le ruotassero a trecentosessanta gradi come se stesse cercando di guardarsi nel cervello per vedere quello che non funzionava, ma aveva un corpo provocante da morire, o perlomeno il culo lo era certamente, e tacchi altissimi e rossi che lo sospingevano fino al cielo. Quella donna aveva più fianchi, più culo, più gambe di chiunque altra donna avessi mai visto. Era cubana. E con quegli altissimi tacchi rossi a stiletto sembrava la più grande baldracca di tutti i tempi. E mi sovvenne quello che diceva un vecchio amico: noi ci becchiamo le ragazze solo quando hanno smesso di essere ragazze, quando non sono più ragazze  ma tardone avvizzite,  mentre le vere ragazze, quelle giovani e belle, non vengono con noi ma vanno a caccia di avvocati e impiegati di banca, di atleti muscolati e uomini d’affari, di medici e imprenditori con il portafoglio pieno e il cervello vuoto, e a noi toccano quelle usate, le deformi sifilitiche e drogate, le mezze matte (o completamente matte).  

L’accolsi sull’uscio, ci sfiorammo con un bacio e subito mi si rizzò il cazzo. La feci accomodare, le offrii da bere, ma non riuscivo a concentrarmi su altro che su quelle chiappone d’oro e su quelle tettone enormi, così senza tante cerimonie lo tirai fuori dalla patta, era paonazzo e duro e pulsava minacciando una erezione gloriosa, glielo misi in mano, lei lo strizzò forte e poi, senza perdere tempo, s’inginocchiò e iniziò a succhiare. Sentivo che lavorava, la sua testa faceva su e giù e ballonzolava come un pendolo impazzito, la camera era tutta un rumore di risucchio, la sua bocca pompava e pompava, se l’avessi lasciata fare avrebbe finito per succhiarmi anche l’anima, così la bloccai, o almeno ci provai, ma lei non ne voleva sapere, lei voleva succhiare, le donne vogliono solo succhiare,  e allora la lasciai fare, in fondo non era male, e le misi una mano sulla testa forzando un po’ l’andatura ma a lei non sembrava dispiacere poichè adeguava subito i suoi movimenti alla pressione esercitata dalla mia mano sulla sua testa finchè il ritmo non divenne intimamente selvaggio e selvaggiamente impazzito,  stavo mettendo a dura prova la sua trachea ma lei andava avanti imperturbabile e imperterrita a succhiare e pompare come se non potesse smettere, e spompinava da dio  (sempre ammesso che gli dei spompinino) e non si fermò finchè non stava per soffocare, allora le tirai su la testa e la sua faccia era diventata viola paonazza, sembrava quasi sul punto di svenire per la mancanza di ossigeno, ma nonostante i conati di vomito mi chiese di continuare e scoparle la bocca fino a farla vomitare, e guardarla lavorare era come venire in contatto  con una qualche prepotente follia venuta allo scoperto.

Dopo il brutale trattamento da tortura medievale riservato alla sua gola, passai al resto. La presi per i capelli, la portai in camera, la spinsi sul letto, le feci sollevare il culo per sfilarle il vestito, era già bagnata, lo sentivo dall’odore, da che ne avevo ricordo, Cecilia era sempre bagnata, sempre pronta. Pura gioia, totale e sconvolgente. Una puttana con i cazzi e i controcazzi come si suol dire. Davvero da perderci la testa! Poi lei sollevò le gambe tenendole sospese in aria, e io glielo tuffai nella figa. Era nuda, ma tenne gli altissimi tacchi a stiletto da troia, che si agitavano in aria sporgendo come pugnali. Quella puttana, con le sue scarpe rosse, si meritava proprio la punizione che stavo per servirle: cercai di smembrarla, la spaccai in due. Era come uccidere. Era mia. Non poteva sfuggirmi. Quando finimmo sanguinava dal culo. E piangeva. Si alzò per recarsi in bagno, quasi non riusciva a camminare per il dolore, barcollava tentennando per la stanza. Mi sollevai, cercai il pacco di sigarette, lo trovai, ne accesi una, inspirai, espirai. Avevo una gran voglia di spegnergliene una sul culo. Ma non lo feci. Mi trattenni. Iniziai a pensare a che razza di merda ero. A che razza di merda sono. Ma che razza di merda sono!? Non m’interessa di niente se non del mio egoistico piacere da due soldi. Sono come un ragazzo viziato del liceo. Peggio di una puttana: una puttana si prende solo i soldi e niente di altro: io manipolo vite e anime come fossero miei giocattoli. Come posso considerarmi uomo? Come oso scrivere poesie e parlare d’amore pontificando sulla vita e la morte? Di che cosa sono fatto? Un De Sade di bassa lega, senza il suo intelletto. Un assassino è più sincero e onesto di me. O uno stupratore. Ma è solo che non volevo che prendano in giro la mia anima, pisciandoci sopra, deridendola, canzonandola, esponendola al ludibrio, e per questo sono diventato un cinico sfruttatore di sentimenti altrui, un ladro di sogni smarriti, un poco di buono. Lo sento, anche adesso, mentre pesto sui tasti per scrivere queste parole. Un poco di buono: ecco che cosa sono. E la cosa peggiore è che fingo di essere esattamente il contrario, mentre entro nelle vite altrui facendo leva sulla loro stima e fiducia e intanto le derubo di tutto quello che hanno di bello e di valore. Gioco sporco percorrendo la via più facile. Sono proprio un pezzo di merda. Un lurido schifoso insignificante pezzo di merda. Ma sapete che vi dico? Fanculo. Fanculo! Il senso di colpa è una sorta di malattia. In fondo, sono gli uomini senza senso di colpa quelli che hanno più successo nella vita. Gli uomini capaci di mentire, tradire, intrallazzare. Gli uomini disposti a percorrere qualsiasi scorciatoia pur di arrivare prima degli altri. I mentitori di professione. E io appartengo di diritto a questa risma. Forse è solo che, come ognuno, anche io mi sento e m’immagino speciale e privilegiato, dalla fortuna e dagli dei. Credo di essere un vero dritto solo perchè sono sempre riuscito a farla franca. E così penso di potermi permettere di pisciare in testa a tutti proprio come altri pensavano di poter pisciare addosso a me quando ero io a non potermi difendere. E alla fine siamo tutti dei cazzoni viziati e cretini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PACE INTERIORE.

 

Quel giorno non avevo nulla da fare. Beh, come sempre, del resto, ormai da molti anni. Proprio niente da fare. Niente di urgente, almeno. A lungo termine ci sono sempre le aspettative, le speranze, il futuro. Le cose andranno meglio, la vita cambierà, Dio ci aiuterà. Ma è sempre tutto a lungo termine. Nel presente mai niente. A volte camminavo, andando a zonzo senza meta, bighellonando senza niente da fare, ciondolando un po’ di qua e un po’ di là come un mezzo matto o un disperato. Camminavo e a volte pensavo. A volte non pensavo. La cosa migliore è non pensare, ma è praticamente impossibile. Bisogna allenarsi molto. Io pensavo molto invece. E più pensavo più impazzivo. Cambiavo umore venti volte al giorno, passando dal pianto più sconsolato alla collera più odiosa. Da buonannulla e smidollato a superuomo che risolve tutto in quattr’e quattr’otto. Pieno di contraddizioni e senza spina dorsale. Bisognoso d’affetto e totalmente dipendente dagli affetti, codardo e vigliacco. Ormai credevo che non avrei potuto far altro che abituarmi a convivere con quegli attacchi intermittenti di malinconia e tristezza. Era come avere una vecchia ferita che con l’umidità fa male. Ma non andava bene lo stesso. La vita può essere una festa o un funerale: sei tu che decidi. Per me l’angoscia è una merda. E io vi lotto costantemente contro. Ho passato la vita così: a combattere contro gli assalti dell’angoscia e della malinconia. Ma è una partita persa in partenza. Sono condannato alla sofferenza. La vita è sofferenza. E un dolore l’amore.

Non avendo altro da fare, mi ero messo in testa che quel giorno avrei riscritto quel mio racconto che comincia con <<Jamila è una puttana.>>. Alla Blitos non avevano voluto pubblicarlo perché era troppo crudo: <<Particolarmente sgradevole risulta l’eccesso di dettagli, in misura del fatto che risultano espressione di linguaggio violento e cruento.>>. Così recitava la scheda di valutazione, e io non capivo: il “don Chisciotte” è una collezione di parole e situazioni del genere. (Ma, forse, il “don Chisciotte” non è un buon esempio, dato che il suo autore è morto in miseria.). Proprio così: troppo crudo. Ma se non lo sanno neanche, quelli, che vuol dire “crudo”! Ad ogni modo, avevo deciso che lo avrei riscritto, perchè non era ancora buono. Ma la puttana sarebbe rimasta. Dura e cruda dov’era. Era una puttana inamovibile. Fiera e orgogliosa di esserlo!

Non capiscono che la cosa migliore è la realtà. Dura. Presa così com’è. La afferri con tutte le due mani e, se ne hai la forza la sollevi e la rintuzzi nella pagina bianca. È facile. Nessun ritocco. A volte la realtà è così dura che la gente non ti crede. Leggevano il racconto e mi dicevano: <<No, Manuel Omar, qui c’è qualcosa che puzza: hai lavorato troppo di fantasia.>>. E invece no: non avevo inventato niente: avevo semplicemente avuto la forza si scoperchiare il vaso e lasciar fluire tutto il male nella pagina. Semmai, volevo riscriverlo perchè sapevo che non avevo detto tutta la verità, sorvolando su molti dettagli ancora più crudi. E questo si chiama “barare”. Quindi dovevo riscrivere il racconto. Sarebbe stato ancora più crudo. Molto più crudo. Senza una sola bugia o omissione (che è un altro modo di mentire).

È questo il mio mestiere: razzolare nella merda. Anche se so che non piace a nessuno. Per questo nessuno mi sorride e tutti si voltano dall’altra parte quando m’incontrano per strada. Perchè io razzolo nella merda. E non perché spero di trovare qualcosa. Di solito nella merda non si trova nulla. Nella merda c’è solo la merda. Non posso quindi dimostrare di essere una persona pragmatica e utile alla società. Faccio come i bambini, che cagano e poi giocano con la cacca, l’annusano, se la mangiano e si divertono, fino a quando arriva la mamma che li tira fuori dalla cacca, li lava, li profuma, e spiega loro che certe cose non si fanno. Tutto qui. A me non interessa il bello e il decorativo, il delicato e il delizioso. È per questo che ho sempre dubitato dell’arte troppo buona e ottimistica, o semplicemente bella e ottimistica. In quelle opere c’è troppa pace interiore perché possano dirsi buone. L’arte è utile solo se è irriverente, tormentata, carica di rabbia e angoscia e disperazione. Solo un’arte autenticamente risentita, sinceramente indecente, violenta, volgare può mostrarci l’altra faccia della realtà, quella che non vediamo mai o che, per evitare fastidi alla nostra coscienza, preferiamo non vedere.

Insomma, avete capito: quel giorno mi stavo annoiando terribilmente. A volte capita: ti annoi e non hai voglia di fare un cazzo. E più non hai niente da fare più ti annoi. Ed ecco che, provvidenziale, non so da dove, è sbucata quella ragazzina mulatta. Ci conoscevamo perché abitavamo nello stesso quartiere. Io non la salutavo, ma lei era sfacciata e cercava sempre di attaccare bottone. Mi è venuta incontro sorridendo.

Vedi, io sono sempre stato un leale mascalzone, una leale canaglia. Verso amici, nemici e donne ho sempre avuto un senso di onesta lealtà e mi piacerebbe che l’avessero tutti perchè renderebbe tutto più semplice. Non mi piace essere il primo a mentire perchè si ottiene un vantaggio basato solo sullo svantaggio dell’altro che l’altro non sa di avere dunque è giocare sporco, un vecchio trucco bastardo. D’altro canto mi piace la gente cattiva, ma il genere di gente cattiva che mi piace è quella che non tradisce una persona ma quella che riesce a fottere la massa lo stato o la vita o l’intera umanità. Poichè c’è una bella differenza tra una persona che fotte un’altra persona e una persona che fotte il mondo tramite un concetto originale: di lui parleranno i libri di storia e il suo nome sarà scritto sul libro mastro degli dei. Così se fotti la massa o lo stato o la vita o l’umanità allora hai vinto e sei stato grandioso, ma se lo fai con un’altra persona che magari ti ama o si fida di te ed è stata leale e onesta e sincera con te, beh, allora sei una merda poichè serve fegato e palle e cuore e coraggio e originalità per fare la prima ma solo cattiveria e egoismo e vigliaccheria per fare la seconda. Nessuna circostanza giustifica una bugia.

Un’altra cosa sono le tentazioni. A cui nessuno è sordo. Ma che dobbiamo accettare o rifiutare con coraggio. Io non sono mai riuscito a rifiutarle. Posso resistere a tutto, tranne che alle tentazioni. Perché, vedi, se una ragazza dolce e gentile ti bacia, beh, tu quel bacio lo ricambi, perché non sai a quali orizzonti possa condurti e vuoi scoprire quali mondi possa dischiudermi... Ma poi ho anche il coraggio di confessarlo alla mia donna. In fondo sono un bravo ragazzo: s’esistessero più bravi ragazzi come me, il mondo sarebbe senza dubbio un posto migliore.

Così andò anche quella volta. Come, potete immaginarlo: lei ebbe il culo rotto da un solo colpo di remi che le fece sgorgare a fiotti le lacrime dagli occhi, e io ebbi il piacere di un giovane culo adolescente appena sverginato.

Poi lei se ne andò e io rimasi solo. È insopportabile rimanere solo. La solitudine. Ma finisce sempre così. Prima vuoi che si tolgano dai coglioni, poi diventi triste quando se ne vanno e tu rimani solo. Mi ricordo di un film di Woody Allen, credo fosse “Annie”, in cui la donna rimproverava all’uomo <<Ma tu non sei più com’eri all’inizio: eri così fascinoso...>> e lui rispondeva <<Sai, volevo solo accoppiarmi, ho sprecato tutte le mie energie in questa cosa. Non posso continuare a comportarmi così, diventerei pazzo!>>. In genere, Allen è davvero bravo in queste cose, e descrive benissimo quello che avviene nelle relazioni, i meccanismi del rapporto uomo-donna. È questo è proprio quello che fanno le persone: all’inizio si mostrano intelligenti e pieni di spirito e d’animo, così pieni di vita, ma poi s’insinua la realtà e ti accorgi che le persone non sono fatte per stare insieme, ma metà per vivere insieme e l’altra metà per vivere sola; e che i rapporti non sono fatti per funzionare ma per finire; e che la bellezza che notavi all’inizio e il trasporto del primo incanto erano solo un trucco, uno sporco trucco per entrare nel loro cuore, nel loro letto e nelle loro mutande; e che in fondo non te ne frega un cazzo di loro, e a loro non frega un cazzo di te; e che l’amore è ridicolo perchè non dura abbastanza, e il sesso è ridicolo perchè non dura abbastanza, e la tristezza lo sconforto e la delusione viene da quello che sta in mezzo tra il sesso e l’amore e tra una scopata e l’altro, quel senso di vuoto per non riuscire a penetrare l’altro e per non poter mai scoprire i suoi veri pensieri che soli forse ti farebbero davvero affezionare, e così ti accorgi che è tutto ridicolo al mondo, tutto, tutto, compreso quello che solo sembrava non esserlo, quello che sta nel mezzo, l’attesa, il tempo tra il sogno e la realtà, tra sesso il e l’attesa dell’amore. E a te non rimane che cercare disperatamente di affrontare i resti e gli scarti, gli avanzi che rimangono, con compassione, senza diventare amaro, con quel poco che ti è rimasto dentro per non tagliarti la gola o spararti alla tempia. Tutto terribile, tutto perverso, tutto banale. Ma ti ci aggrappi lo stesso per non tagliarti la gola, per tirare avanti quando tutto sembra stupido e vuoto. E ti sembra che non valga la pena continuare con questa orribile grottesca farsa, e ti aggrappi a una donna per non rimanere solo, al buio, in una notte fredda e buia. Ora, questo che sto dicendo potrebbe portare molti a ritenere che io sia un cinico ma non è così: tutta la mia vita e la mia poesia sono state un inno d’amore. È che non è facile trovare una donna da amare. È questa la tragedia: abbiamo un disperato bisogno d’amore, ma molto raramente troviamo qualcuno disposto ad amare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MUNA.

 

A quell’epoca stavo con Muna e abitavo in un appartamento in Borgo Dora di soli 16 m quadrati, così piccolo che sembrava un loculo per defunti. Più che un monolocale era un monoloculo! Ma aveva anche i suoi lati positivi. Per esempio non dovevo alzarmi dal letto per andare a pisciare: se prendevo bene la mira potevo anche centrare il buco stando comodamente sdraiato a letto. Inoltre potevo fare il giro della casa con la mia donna anche tre volte al giorno scopandola in ogni angolo e sentirmi il re del sesso! Con Muna ci amavano molto. E anche a letto le cose andavamo molto bene: lei era remissiva e si faceva fare di tutto, anche contro la propria volontà. E anche fuori non andavano male: nonostante i miei mille tradimenti lei continuava ad alzarsi prima di me al mattino per prepararmi la colazione. Adorabile. Una negra con i fiocchi.

Ma un giorno incontrai Lovet, una bella nigeriana, formosa, provocante e troia. Drogata e alcolizzata, voleva solo cazzo, alcole, e canapa. In questo preciso ordine. L’avevo conosciuta alle corse clandestine. Mi ricordo che un giorno, durante una delle nostre orge sempre più folli, perverse e sfrenate, aveva cercato di mettermi un dito nel culo. Allora io le avevo mollato un ceffone e le avevo detto: <<Non provarci mai più, negra di merda.>>. Ma la tensione sessuale che correva tra i rispettivi campi elettro-magnetici era troppo forte e mi ero fatto infilare il dito nel culo. Alla fine, dopo sei ore di sesso duro, mi bruciava tutto: testa, culo, gola, cazzo, stomaco. A lei no. Era un gran pezzo di negra, soda e muscolosa, e avrebbe potuto andare avanti per tre giorni. Instancabile negra. Meravigliosa. Un prodigio della natura.

Poi fu la volta di Cecilia, una mulatta sui quaranta, folle allo stato puro, senza contaminazioni, stava seduta sul muretto del lungofiume, le gambe accavallate, tacchi altissimi, intenta a dondolare avanti e indietro le gambe quando le passai davanti. La conoscevo di vista, ma non avevamo mai parlato. Fino a quella volta. Mi fermai a fissarla. Lei mi notò e mi rivolse un’occhiata maliziosa. Così mi avvicinai. Fui colpito dai suoi grandi occhi bovini: aveva occhi grandissimi ma vuoti, e troppo aperti, come gli occhi dei morti, un nastro viola che le raccoglieva i capelli. Insomma, si percepiva lontano un miglio che non era normale. Ma questo per me è normale. Mi disse ch’era stata espulsa dal dormitorio per via di una rissa con un’altra donna per una incomprensibile storia in cui c’entravano in qualche maniera la gelosia e una bottiglia di vino. La invitai a casa mia. Aveva un culo enorme e sodo come solo le negre. E io avevo il cazzo già duro. Continuammo a parlare per una decina di minuti seduti sul divano. Poi la scopai randellandola a dovere, con tutte le perversioni della mia mente. Lei era completamente fuori di testa. Forse si era fatta di anfetamine. O merda del genere. Non che io sia contro le droghe. Non sono certo quello che può definirsi un bacchettone. In genere, penso che tutto dovrebbe essere accessibile a tutti. E mi riferisco a droghe leggere e pesanti come lsd, cocaina, eroina, oppio, morfina, e qualsiasi cosa che la polizia morale chiama droga. Nulla di ciò che esiste dovrebbe essere vietato a un uomo da un altro uomo: se voglio ammazzarmi sono solo cazzi miei e se dopo essermi drogato sparo e ammazzo qualcuno la colpa è solo della società che mette i miei nervi e la mia mente a dura prova. In questo caso credo che la legge abbia torto e sbagli. Ciò che è legale non è detto che sia giusto, e d’altronde oggigiorno la gente muore più per il tabacco, l’alcole e gli incidenti in auto che per la droga. Ma a nessuno è mai passato per la testa di proporre l’abolizione delle macchine incentivando l’uso dei treni. Nonostante la vecchia favola che ci raccontano, sappiamo che sono uomini di potere in posizioni di vantaggio a stabilire che cosa sia legale e che cosa illegale, e solo per puro tornaconto della propria parte e poi le cose non sono così semplici e manichee, sappiamo che esistono cose che fanno bene e altre che fanno male: lanciarsi dal terzo piano di un palazzo fa male, spararsi in testa è letale, scopare senza preservativo è deleterio, ingerire chiodi non fa bene, anche se non si muore, ma anche assumere troppi farmaci fa male, anche partecipare a una rissa fa male ma a volte non prenderne parte è male come per difendere una persona da una violenza, per esempio una donna da uno stupro, anche se è più facile che chi interviene in casi del genere si ritrovi con la testa rotta di chi gira lo sguardo e passa avanti. Ma nel computo teniamo in conto solo la salute fisica e non c’interessiamo a quella psicologica. Voglio dire che l’abuso, o anche solo l’uso, di droghe o di alcole o di tabacco è chiaramente nocivo per la salute ma in certe situazioni queste sostanze sono le uniche a darci un po’ di temporaneo e momentaneo e passeggero sollievo psicologico sicchè per certi versi fanno bene e per altri no, sono utili e dannose allo stesso tempo.

Personalmente ho provato l’lsd e altri acidi e devo dire che l’ho trovato molto illuminante ma non mi è piaciuto come si manifestava a sprazzi dopo la fine del trip principale. Per esempio stavo al supermercato e seguivo con gli occhi il culo afro-paradisiaco di una negra quando di colpo il culo si è sdoppiato e sono diventati due culi e non sapevo più quale fosse quello vero e quale dovessi pertanto seguire. Ma è la droga preferita dalla massa di cazzo-artistoidi radical-chic che infesta le strade e questo non mi piace. Oggi se gente con il cervello come merda gelatinosa si aggrappa all’lsd come al crocifisso allora è una cosa che non va bene per me, me lo fanno detestare. Magari quando cambieranno droga inizierò a farne uso ma per ora no. Ho provato anche il crack: merda pura, merda allo stato puro che ti brucia il cervello e ti buca l’anima e ti crivella il cuore. Preferisco un buon trip di funghi poichè si rimane nella realtà solo che la realtà diventa molto sciocca o molto tragica ma comunque divertente e ridicola. Fumo ed erba mi buttano giù, mi sale la paranoia e mi vengono cattivi pensieri ossessivi e compulsivi. Più di tutto preferisco il santo vino benedetto perchè ti permette di morire e poi rinascere ogni volta. E senza strascichi: puoi rifarlo tutte le volte che vuoi, la testa ti si sgombra davvero, e i pensieri si alleggeriscono, diventi un temerario senza paure e senza coraggio, un eroe capace di volare tra tempo e spazio compiendo gesta folli e imprese impossibili e insensate. Il vino è un dio piacevole e lento: si prende tutto il tempo e ti porta via da tutto ma con calma; le droghe invece sono veloci: ti costringono a rinunciare a tutto in fretta e non ti danno nemmeno il tempo di accorgertene che è già tutto finito. Ma la migliore droga rimane sempre il sesso: se il sesso fosse considerato una droga allora io sono un figa-dipendente, un ninfomane. Ho sempre messo da parte il mio computer per portarmi a letto una donna. Ma quando non hai una figa da scopare allora il vino rimane la migliore alternativa al sesso e un’alternativa valida alla pazzia. Una vita parallela in do diesis.

Ad ogni modo, non sono affatto un seguace delle droghe. Mi annoia un po’ la mancanza di contatto con la realtà ma capisco che chi abbia toccato il fondo e si senta malissimo possa ricercare nella droga qualche ora di luce scintillante di pace e di sogno. Capisci, magari uno vive una vita di merda ed è condannato come un porco al macello a un destino disgraziato e ineluttabile. Bene, è comprensibile che questo uomo voglia fuggire, anche da se stesso, solo che non sa come altro fare e allora prende la via allucinogena. Quindi il problema non è la droga ma la mediocrità dei più, e l’insensatezza della società, che non aiuta e non fornisce altre valide soluzioni alternative, opzioni di uscite, o vie di fuga che dir si voglia. Ma cazzo, vorrei dirgli, non droghiamoci, inventiamoci qualcosa da fare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IDIOSINCRASIE.

 

Ma ci sono molte altre cose che odio e non sopporto. Tra le cose che odio massimamente vi è senza dubbio la religione. Mi è sempre parso disonesto far credere che vi sia gente dotata di vincoli con spiriti di altra indole o in possesso di qualche rivelazione (gli “iniziati”) che gli altri non posseggono al cui volere questi ultimi (i “non-iniziati”) devono sottomettersi per ottenere un posto in paradiso. I mediatori tra l’assoluto e l’umano a me non piacciono or poiché ritengo che gli spiriti sono reciprocamente incommensurabili, or poiché dare una soluzione definitiva una volta per tutte ai problemi interiori che assillano l’uomo è come se un giorno aspirassimo a mangiare così tanto per saziarci definitivamente e non avvertire mai più lo stimolo e la necessità di mangiare o bere finchè la sete non scompaia per sempre, or poichè credo che solo l’arte o la cultura o il pensiero possano procurare le compensazioni cercate ma non con l’obbiettivo di saziarci completamente ma di crearci una vita in cui sviluppare progressivamente quell’inquietudine perenne e perpetua ricerca che è di per se un bene ma che le religioni pretenderebbero di saziare subito. Come diceva Johann Wolfgang Goethe, <<L’uomo che ha arte e cultura ha già una religione, l’uomo che non ha né arte né cultura abbia la religione.>>. La religione come compensazione del vuoto appare dunque, nella formulazione del grande scrittore, quale perfetto contraltare per quella gente che, priva di interessi e spazi di coscienza superiori a cui attingere per raggiungere un certo punto di maturità e una saggezza vitali maggiori di quelli precedenti, non avendo arte e cultura si crea quei fanatismi e integralismi e fondamentalismi sostitutorî che sfociano nella religione o nell’affascinamento e nell’idolatria (per i giocatori di calcio, e gli idoli della televisione e del web). Inoltre, istituire un principio superiore a cui tutti debbano sottomettersi e aderire e adeguarsi mi pare mutilare le coscienze della loro possibilità di espressione e di ricerca. Non so tu, ma personalmente non amo le deontologie morali ed etiche negative basate sulla proibizione la punizione e il castigo come non fare questo non fare quest’altro ma fai desso e fai codesto. Credo che la deontologia debba sempre essere una deontologia positiva e propositiva e mi pare che le religioni, quando siano disciplinarie e punitive e vendicative, divengano piuttosto crudeli e inquisitorie e questo mi sembra quanto di più lontano ed estraneo possa esserci dalla morale. L’obbedienza per paura del castigo è immorale e perversa, e l’obbedire per paura di essere condannato dagli dei o dal prossimo o dallo Stato o dalla maestrina pertiene a un campo che non è quello della morale ma quello del carcere e dell’inferno e della censura. Ce lo spiega lo stesso Immanuel Kant che l’etica e la morale prende in considerazione invece il punto in cui il soggetto o individuo si trova rispetto al proprio ideale di desiderio ed eccellenza, il rapporto tra il soggetto e i suoi stessi desideri. E l’uomo moralmente coerente sa che deve difendere la soggettività e la realtà degli altri in quanto soggetti senza obbligo e senza sanzione mentre facciamo del male agli altri solo quando siamo incapaci di immaginarli. La morale non può avere alcuna forza coercitiva e coattiva o non è morale ma politica o religione, non può essere strumento di controllo appartiene al regno della libertà e dell’entusiasmo e della passione non della proibizione, il solo che possa giudicarsi nel momento di decidere sulla propria libertà è esclusivamente il soggetto agente.

Io non escludo di poter arrivare con il mio corpo su Marte un giorno. E benchè sarebbe un meccanismo complicato, poichè il corpo dovrebbe prima disintegrarsi e poi reintegrarsi a distanza per poter viaggiare a una velocità superiore alla luce ed essere trasportato su Marte prima che l’invecchiamento lo conduca alla morte, comunque tale meccanismo, per quanto complicatissimo, sarebbe comunque un processo fisico. Ma escludo categoricamente che un corpo fisico possa compiere processi non fisici. Questo proprio non lo accetto per la semplice ragione che non posso razionalmente e logicamente ammettere eccezioni al principio razionale che ci spiega come nell’universo le stesse leggi e gli stessi principi agiscano sempre e dovunque. Se tu domani venissi e mi dicessi <<In casa mia c’è un angolo dove le cose non obbediscono alla forza di gravità e invece di cadere galleggiano.>> e me lo mostrassi pure e io lo vedessi comunque ti direi <<Beh, è logico che galleggino per le stesse ragioni fisiche per cui le altre cadono.>> dato che esistono effettivamente cose ritenute un tempo impossibili che in seguito si sono avverate ma ciò è sempre accaduto grazie agli stessi principi che agivano sulle altre. Tutto qui. Il fulcro della questione sta dunque non nella possibilità di leggi opposte alle naturali ma semplicemente nel fatto che noi non conosciamo tutto e tutte le nostre conoscenze sono sempre proporzionate alla lunghezza della nostra vista e determinata dalla portata del corso del nostro pensiero come vuole la teoria del verum factum di Giambattista Vico secondo la quale verità è solo ciò che sappiamo fare. E, anche solo così, la realtà abituale è già sufficientemente arredata di talmente tante cose sorprendenti che stare a interrogarmi sulla possibile esistenza di Dio o di un dio mi pare proprio da idiota. No, proprio no: non m’interrogo sull’esistenza di una realtà che non so: se non la conosco, non la conosco, punto e basta. La mia immaginazione non è costituita da un materiale tanto elastico. Credo che se cercassi di tenderla fino al mondo dei fatti preternaturali o sovrannaturali, fallirebbe miseramente e mostrerebbe uno sgradevole strappo. Ma io non potrei mai fare un tentativo simile, poichè l’intero mio essere, intellettuale e morale, è penetrato dall’invincibile convinzione che tutto quanto cade sotto il dominio dei nostri sensi deve appartenere alla natura, e, per quanto eccezionale, non può, nella propria essenza, essere diverso da ogni altro effetto del mondo visibile e tangibile di cui siamo parte senziente. Il mondo dei vivi, qual è, non è certo privo di meraviglie e misteri, e tali meraviglie e misteri influenzano le nostre emozioni e la nostra intelligenza in modi così inspiegabili da giustificare quasi il concetto della vita come di una condizione incantata. No, sono troppo saldo nella mia consapevolezza del meraviglioso per essere sedotto dal preternaturale, che (prendetelo come volete) è qualcosa di artefatto, un’offesa alla nostra dignità. Quale possa essere la mia naturale modestia, non si abbasserà mai a cercare un aiuto alla mia immaginazione in quelle vane fantasie comuni a tutte le epoche che valgono da sole a riempire di indicibile tristezza chi ama l’umanità. Insomma, per dirla con Friedrich Nietzsche, <<dopo Copernico l’uomo rotola via dal centro verso la x.>>.

Un altra cosa che odio è la gente. Detesto il mondo. Le (sue) regole. Detesto le suore e i preti, gli spiccioli e gli autobus, le biciclette e le chiese, le feste e i compleanni, le ricorrenze, i ragni e le civette, le mosche e le vacche, le guerre e la polizia. Soprattutto la polizia, perché ho una brutta faccia e cago sangue ogni mattina. Il mio migliore amico è morto sparato durante una rapina, e pure questa è guerra, è guerra, è guerra. Odio i biscotti e le merendine, i ristoranti e le marchette, così mi siedo alla scrivania e accendo il computer e una sigaretta dopo l’altra compongo un verso immortale via l’altro e poi altri due o tre versi molto belli e poi altri così così e poi altri non male e ancora altri ma stavolta orrendi, veramente orrendi, e poi il telefono squilla ma io non rispondo, e lo lascio squillare e rimango ad ascoltare, e credo che la morte sia un accidente momentaneo, e detesto Rimbaud e Baudelaire, mi fa schifo la filosofia, odio Castro e odio Marx e odio Stalin e odio Lenin, e non faccio mai il bagno nella vasca, il mio desiderio del cassetto è scopare una quattordicenne mulatta e sfondarle il culo ancora vergine e acerbo e poi continuare a violentarla impazzito contro le mura di piombo di un cielo di cemento, sono pazzo, pazzo senza contaminazioni, pazzo fino al midollo, un tempo avevo un lavoro di merda ma almeno l’avevo, ora invece non ho più un lavoro e impazzisco e continuo a impazzire galleggiando nella merda, razzolando nella merda, affogando nella merda, nella merda fino al midollo, è una droga, una droga, una droga, ho trent’anni e lo so che non sono molti ma sono molti se il tuo unico pensiero, il tuo chiodo fisso, come si suol dire, è scoparti una ragazzina all’uscita dalla scuola, strapparle la gonna e le mutandine e divorarne il fiore ancora glabro e intonso. Oh la pazzia, la pazzia, la pazzia, oh l’acqua che gocciola dalle sante fontanelle, oh l’acqua che sgocciola, oh l’acqua che goccia e goccia a goccia piove, oh il cazzo e la figa, oh lo scroto e l’uretra, oh immensa devastante bruttezza umana, dovunque, dovunque, oh potente polizia, potenti politici, potenti armi, oh menomati dementi dovunque, dovunque, oh solitaria piovra solitaria, oh solitaria piova, oh solitario corpo, oh ticchettio dell’orologio che ci tiene sotto scacco, oh pazzi e decerebrati, oh santi e malati, oh benedetti poeti costipati, oh barboni che bivaccano nei vicoli della miseria di un mondo assurdo e allucinante, oh orrendi uomini a piedi nudi nel parco e bambini col cuore in bocca, oh tristezza e pistole, e muri e alberi che ci soffocano con le loro piume verdicanti, oh bacchette magiche e fighe solitarie, solo merda e scudisciate e sciabolate, oh spade senza droga come nuvole senza pioggia, oh perduti giorni senza speranza, perduti giorni senza tempo e senza giorno, oh bastarda vita oh fato onnipotente che ci governa, oh il fruscio del serpente alle 4,30 del pomeriggio come nidi di splendidi arabeschi, nidi di arzigogoli, nidi di rigogoli, nidi di riboboli, ah pietà pietà pietà: è duro il morire ma siamo al mondo, sarebbe certamente bello dopo il morire vivere ancora ma non è così, e dobbiamo affrontare anche questo, la maledetta faccenda della morte da sbrigare, sto impazzendo, sto solo impazzendo: solo per troppo tempo nella mia camera in affitto inseguendo il verso immortale, e intanto impazzendo senza nulla da fare se non bere e fumare aspettando che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, soldi sifilide una donna un incendio la fine del mondo, anche se è un peccato morire, ma so che la morte è l’unico posto sicuro in cui rifugiarsi, la morte è l’ultimo posto sicuro (a volte), ma non mi lamento, so di non essere il primo né l’ultimo, infatti non mi lamento, vi sto solo dicendo com’è, vi sto solo dicendo come mi sento, e scrivo questo solo per tenerti informato.

Ma dicevamo della gente. Alla folla dispiace vedere la realtà in modo lineare, preferisce i fatti ricorrenti, le coincidenze e i fatti ciclici, i capodanni e i compleanni, gli anniversari e la sensazione che tutto si ripeta e ripetendosi ritorni per offrire un’altra possibilità, un’altra chance. La folla ha bisogno di crederci, non può pensare che nulla ritorni due volte, impazzirebbe, non può accettarlo, non vuole arrendersi. Pensiamo ai giornali che pubblicano ogni giorno il numero dei giorni che ci separano dal nuovo anno, o quanti minuti mancano alla prossima festività o secondi al prossimo giorno. È raccapricciante, eppure questa idea dell’eterno ritorno culla la folla e la rasserena regalandole la sensazione che tutto possa essere cambiato nel momento in cui tornerà e si ripresenterà. Se il percorso fosse lineare e ininterrotto e quello che è stato non ritornasse allora sarebbe la paralisi per quei piccoli esseri stupidi e spaventati dal futuro, costretti dalla paura a rinvenire liturgie e ricorrenze per dare senso alle cose e trovare cose sensate a cui aggrapparsi. La folla ha un bisogno disperato di sicurezza e rassicurazioni ma le trova nel modo sbagliato compensando il senso di vuoto con altri simboli vuoti, tentando di riempire il vuoto con cose altrettanto vuote, e così finendo per rendere il mondo un monotono e rassicurante schermo su cui si proietta l’infinito ciclo di corsi e ricorsi storici. La folla affronta ogni giorno seri problemi per affrontare e gestire il proprio tempo libero poichè non possiede spazi interiori e si affida all’idea che basti tenere accesa la macchina o ripetere certi riti e rituali per colmare questo vuoto. Questa gente deve tenere acceso di continuo qualche aggeggio poichè è spenta, ha la spina staccata.

Odio anche le tombe. Le bare, intendo. Anche da morto non sopporterei di essere rinchiuso, comodamente adagiato nel fondo di una tomba. Vorrei invece che le mie ceneri fossero gettate in mare, dove saranno costrette dalle correnti a fluire costantemente nel mai-sempre dell’eterno riposo. Non sopporterei di decompormi quietamente nel buio del tumulo ma vorrei godermi un’ultima cavalcata tra le onde dell’oceano. Dove magari le mie ceneri incontreranno le docili dolci membra di qualche bella adolescente...

L’ultima cosa che odio è la democrazia, e il comunismo. La differenza fra il sistema comunista e quello capitalista, è che se ti danno un calcio in culo, sotto un sistema comunista devi applaudire, sotto il capitalismo puoi gridare. La differenza tra Democrazia e Dittatura è che in Democrazia prima si vota e poi si prendono ordini; in una Dittatura non c’è bisogno di sprecare il tempo andando a votare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I CAMPIONI NON MUOIONO MAI.

 

Vi siete mai chiesto perchè il maggior numero di morti si registri tra i giovani. Perchè i giovani danno la vita per scontata, e danno per scontati il proprio corpo e la propria anima. Sono gli anni e a volte le circostanze esterne a darci la consapevolezza della nostra vulnerabilità. Siamo esseri effimeri e passeggeri, ma ce ne accorgiamo solo con gli anni, e, spesso, quando è troppo tardi. In questo i giovani e gli animali si somigliano tantissimo: entrambi, giovani e animali, danno la vita per scontata. Convinti di non dover morire, non hanno idea dei mille casi che possono privarli dal corpo o mutilare il loro corpo. Gli animali conoscono i pericoli ma non sanno dell’esistenza della morte. Per loro la morte non esiste. E lo stesso avviene per i giovani. Per questo motivo per gli animali la vita è giocarsi tutto e rischiare tutto ad ogni istante e non conoscono il coraggio, impudicamente codardi e vigliacchi come il leone che punta il cerbiatto o il cucciolo di zebra e lo fa alle spalle puntando sul più piccolo o sul più debole o su quello zoppo: non punta mai sul più forte per dimostrare il proprio coraggio; e certe specie di roditori quando si sentono minacciate e vengono attaccate lanciano i propri cuccioli contro i predatori sapendo che è più importante prolungare la propria vita piuttosto che salvare i cuccioli i quali ancora inesperti e incapaci di provvedere a loro stessi finirebbero comunque per morire in un brevissimo lasso di tempo. Se ci pensi, gli animali sono logicamente, tranquillamente, naturalmente, ‘saggiamente’ codardi e vigliacchi perchè devono difendere la propria vita non sapendo che essa è destinata a compiersi e finire e terminare. Solo l’uomo, sapendo di dover morire, può rinunciare all’attaccamento alla vita divenendo anche capace di eroismi. Come diceva Hegel in “la fenomenologia dello spirito”, <<La coscienza umana è superiore all’animale per il proprio disprezzo nei confronti della vita.>>. Gli animali non possono farne a meno poichè non sanno di essere destinati alla morte. L’uomo, invece, essendo il solo a sapere di doverla perdere, è il solo a essere in grado di metterla in gioco e lasciarsi morire divenendo estraneo a se stesso. Gli animali, perfettamente integrati con la natura, non sanno che esista qualcosa di anti-naturale come la morte. Noi siamo esseri effimeri passeggeri e vulnerabili, puro materiale di scarto, avanzi, residui, detriti, e lo sappiamo tutti, giovani e vecchi, con la sola differenza che i giovani intuendolo soltanto non si arrendono all’idea, o, meglio, non ne hanno esatta contezza e piena consapevolezza mentre i vecchi prendendone coscienza e avendone prova vanno più cauti verso loro stessi.

Ma la morte non è solo quella fisica. La morte è anche quella esistenziale. Quella dell’anima. Quella della vita, paradossalmente. La morte è dovunque: è nelle persone che vanno in vacanza per 2 settimane dopo un anno di lavoro dalle 8 alle 17 e sono contenti di aver lavorato un anno intero pur di potersi pagare la vacanza (poveri sgobboni dementi), è nelle strade, è nelle università, è nelle cucce dei cani, è nel cibo in scatola, è nelle feste comandate e nelle ferie imposte, in un tramonto rosa in riva al fiume. Spesso e volentieri la gente è morta ancora prima di essere seppellita perchè si arrende troppo facilmente e accetta una vita comoda, mediocre e insignificante, e invece di ambire a essere felice a qualsiasi costo si arrendono e si fanno trascinare dagli eventi. Sono già morti, morti in vita, pure quelli che credono nella religione, in un dio preconfezionato, nella politica, nella Morale, nelle regole, nel successo: solo menti infarcite di pattume e merda fumante. Per essere felici basta fare quello che vogliamo fare realmente, quello che ci piace veramente, quello che amiamo e ci fa sussultare il sangue nelle vene e salire il cuore in gola. La maggioranza si è persa tutto perché non ha ambito a nulla. Io no, non sono un volgare bottegaio della vita io, non sono un banale mediocre: io voglio il mondo intero o niente. E ho cercato di prendermelo con le unghie e con i denti. Ho sempre cercato di avere tutto. O mi sono accontentato di niente.

Quel giorno mi ero svegliato molto presto, intorno alle 8. Mi ero sparato 10 pagine, poi ero andato a fare un po’ di sport. Ero stanchissimo. Ho mangiato qualcosa e sono crollato sul divano. Quando mi sono svegliato erano da poco passate le tre. Avevo un erezione clamorosa. Mi sono masturbato. Ma masturbarsi è come ballare da soli: all’inizio si è allegri e funziona, ma dopo un po’ ci si guarda allo specchio e ci si sente degli idioti! Così mi sono vestito e sono uscito.

Era l’ora dell’esibizione del Formula Uno, così ho inforcato la mia motocicletta, una bellissima Honda del ‘97 carenata, e sono andato alla Panoramica di Superga. L’ultima volta ci avevo vinto 50 euro.

Mentre scendevo le scale per recarmi in garage, ho incontrato gli idioti del quartiere in lacrime. Erano una coppia di giovani scemi mezzi ritardati, mongoloidi, pazzi, o non so che, qualcosa del genere, tipo subnormali o borderline. Vivevano insieme ed erano sporchi. Puzzavano proprio. Cacavano e pisciavano di nascosto dietro gli angoli delle strade. In tutti gli angoli. Uno schifo. Facevano schifo e sbavavano come due cani rognosi. Adesso, la donna piangeva seduta s’uno scalino mentre l’uomo cercava di consolarla. Lei diceva: <<Io ti amo tanto, ma così non posso. Io ti amo tanto, ma così non posso. Io ti amo tanto... Io ti amo tanto, ma così non posso...>> mentre lui si accendeva una sigaretta e diceva: <<Lo so, tesoro, che mi ami... lo so, lo so che mi ami, tesoro, lo so... Anche io ho bisogno di te.>>. Ma ciò di cui avevano bisogno era una strigliata. Intendo letteralmente: con tanto sapone e acqua calda. Poi si sono abbracciati singhiozzando come bambini. Almeno, quel giorno, non mi era toccato vederli cagare per strada.

Poi sono uscito nella luce delle quattro del pomeriggio e mi sono affrettato verso il garage. Mi piace camminare lentamente, ma non ci riuscivo mai. Camminavo sempre di fretta. Era assurdo. Se non sapevo dove andare, o non avevo impegni da ottemperare né orari da rispettare, perché allora mi affrettavo? Forse era proprio questa la ragione: ero talmente nel panico che mi mettevo a correre proprio perché non sapevo dove andare né che fare. Mi spaventava l’idea di fermarmi e scoprire che non sapevo dove cazzo fossi. Né chi cazzo fossi o che cazzo dovessi fare. Ma il problema risiedeva più a monte: nel corto-circuito tra spirito e materia. Ecco tutto. Adesso ho trovato una sorta di equilibrio, ma all’epoca bastava una scintilla per farli scontrare dolorosamente. Lo spirito da una parte e la materia, cioè il corpo, dall’altra. E io nel mezzo, spaccato in due, crepato proprio, fatto a pezzi, ridotto in brandelli, cercando di capirci qualcosa. E poi c’era la paura. Fin da bambino, sempre la paura. In quel periodo mi stavo imponendo di vincerla. Ma sempre, dentro di me, avevo un tremito. E niente, per me la paura era sempre lì, e faceva la sua parte, giocando il proprio gioco. E io a dirmi: <<Non preoccuparti, Manuel Omar, tutti hanno paura, la paura affiora prima di qualunque altro sentimento, non devi farci caso, dimenticala, fai finta che non esista e vivi.>> ma niente. La paura persisteva.

Non so lui come facesse. All’anagrafe Dario Bonardo, in arte “il Formula Uno”, si guadagnava da vivere correndo più forte di tutti lungo la Panoramica in sella alla sua motocicletta, una Suzuki del ‘90 mezza scassata. E non sbagliava un colpo. Era il migliore, era il Formula Uno! Viveva attaccato alla sua moto. Non la mollava nemmeno per cagare. Alla piazzola di partenza c’era già un bel po’ di gente. Era un buon momento. Erano quasi le cinque. La corsa partiva alle cinque. Le moto iniziavano a schierarsi. Solo il Formula Uno mancava all’appello. C’era un gran clamore e un gran traffico di gente che correva e accorreva in tutte le direzioni. Ho trovato l’allibratore che raccoglieva le scommesse e mi sono messo d’accordo. Io scommettevo sempre che ce la faceva. Invece c’era un coglione che scommetteva sempre che il tipo veniva battuto. <<Io scommetto sempre sul sangue e sul dolore. Ricorda: sempre sul sangue e sul dolore. E non chiedermi altro.>> diceva. Che gran coglione! Scommettevano tutti. Ma il Formula Uno no. Mai. Lui si limitava a prendere il suo cachet e spariva subito. Era vanitoso, e diceva a tutti: <<Io sono il Formula Uno!>>.

Ormai i concorrenti erano tutti sulla linea di partenza. Ma la gara non sarebbe iniziata finché Dario non sarebbe comparso. A un certo punto è sbucato fuori dal fondo della strada, facendo urlare e stridere le ruote sull’asfalto. Ha fatto una impennata lunghissima, poi ha bloccato la ruota, ha fatto un giro su se stesso ed è arrivato sulla linea di partenza impennando sulla ruota anteriore. Un maestro. La gente lo guardava, ma non riusciva a valutare il talento di quel fenomeno. Era un portento. Era il Formula Uno! Se avesse vissuto un altro luogo sarebbe diventato una contro-figura professionista, e avrebbe fatto un sacco di soldi, facendo carriera nel cinema o nel mondo dello spettacolo. Invece rischiava la vita per cento euri.

Finalmente si è posizionato, sgasando e derapando, il giudice di gara ha abbassato il braccio, e la gara è iniziata. Dario è schizzato come un razzo. Al primo tornante era già il primo. Una passeggiata per lui. E niente: ha vinto. Ho vinto. Quel tipo era una scheggia. Non so come cazzo facesse ma era il numero uno. Era una mosca. Più veloce di un’ape che va al miele o di una gatta che va al lardo, correva più rapido della lingua di un lebbroso sul seno di una vergine. E ora era lì che brillava e rideva e faceva le acrobazie da un’estremità all’altra della strada. Poi è sceso, ha tolto il casco, è venuto verso di noi e ridendo a crepapelle, sprezzante e superbo ha detto: <<Io sono il Formula Uno. Non dimenticatelo!>>.

Ho preso i soldi della vincita e me ne sono andato. Ma, prima, ho tratto il Formula Uno in disparte, e gli ho regalato dieci euri in più. Molti lo facevano. Per ingraziarsi la fortuna. Poi gli ho preso le mani. Le aveva ferme e asciutte. L’ho guardato negli occhi e gli ho chiesto: <<Ma come fai a non aver paura?>>. Lui si è stretto nelle spalle con la sua solita spocchiosa insofferenza e mi ha detto: <<Non rompere amico. Io sono il Formula Uno!>>.

Molti ragazzi si erano ammazzati prima di lui, lungo quella strada. in quella folle corsa clandestina. Non volevo pensare alla scarica di adrenalina e allo spasmo che il correre lungo quella strada significasse. Non potevo pensarci. Altri, non avevano il coraggio di partire. Proprio così. Gli intrepidi e i temerari muoiono giovani, i vigliacchi muoiono tardi, ma i veri campioni non muoiono mai. Alla fine, solo due sopravvivono: i campioni e i vigliacchi. Ma solo i primi vivono per sempre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RIFLESSIONI.

 

La natura è bellissima. Bellissima. Ma dopo dieci minuti in compagnia del lussureggiante verde verdicante o di un albero o di uno stambecco, che cazzo fai? Voglio dire: alberi montagne capre stambecchi sono miracoli della natura, ma che cazzo ci fai con queste cose? Molto meglio una donna, una puttana, una rissa, una partita a carte in un bar delle bassure, una corsa in moto: anche queste sono natura, anche una puttana è natura, ma in più ti ci puoi divertire!

E d’altronde io non voglio salvare il mondo né voglio renderlo un posto migliore. Non sono un sognatore né un idealista. Voglio solo viverci e vedere che succede: le persone, e quello che succede tra le persone, sono lo spettacolo più bello che esista. Per il resto, io sono a favore di tutto quello che c’è: sono a favore dello smog e dell’inquinamento, del traffico in città, non m’interessa che i leoni e i panda si estinguano, non voglio che le balene vengano salvate dalla caccia selvaggia e i rinoceronti dai bracconieri, non voglio che gli impianti nucleari vengano smantellati, che la prostituzione e la violenza sessuale vengano debellate, che le ideologie deleterie vengano rimosse. Qualsiasi cosa ci sia, ebbene, io sono a favore di quella cosa, e anche se non la condivido e non mi piace non voglio che venga espunta dal mondo e rimossa ed eliminata. Vedi, io sono molto egoista e qualsiasi cosa mi faccia divertire, sia anche deleteria e nociva, io la voglio. Non ho sentimenti profondi né grandi desideri o ambizioni. Solo cose piccole. Sono un uomo piccolo. Limitato. I miei sogni sono sogni limitati. Le mie passioni lo sono. Mi basta che stasera mi si rizzi ancora, che domani mi svegli ancora vivo, che le emorroidi non mi scoppino, e il cazzo mi tiri ancora. Cose piccole, cose così. Mi bastano le piccole cose, non voglio salvare il mondo né cambiarlo. Non perchè sia cattivo, ma semplicemente perchè non sono in grado, e perchè con tutte le sue brutture questo mondo mi affascina in maniera smisurata, mi ammalia mi meraviglia e stupisce a tal punto che non potrei immaginarne un altro.

Inoltre, penso che l’uomo non abbia nessun potere sulla natura, penso che l’uomo non possa minimamente interferire con essa e nemmeno alterarla tantomeno distruggerla in alcun modo. Può distruggere un pianeta, questo sì, ma anche questo sarebbe qualcosa di naturale poichè la bomba atomica possiede la stessa fisiologia della clorofilla delle piante o della digestione umana; la chimica di un prodotto velenoso o mortale è la stessa chimica che c’è dentro una mela, sicchè, in ultima istanza, mi pare che nulla si possa contro le leggi della natura. Si può bruciare un bosco, inquinare un lago, un fiume, un mare o tutti i mari, ma tutto in modo del tutto naturale, sempre attraverso risorse naturali e soltanto tramite la stessa chimica degli elementi naturali. L’uomo può distruggere certe forme della natura in cui vive, od operare contro questo pianeta, ma questo pianeta non ha alcuna rilevanza nel cosmo e comunque un giorno esploderà per cause anch’esse del tutto naturali sia che saremo noi a farlo esplodere o un meteorite. La scomparsa di questo pianeta che chiamiamo Terra ed è per noi importantissimo, non altererebbe con la sua scomparsa l’equilibrio della natura che non sarebbe alterato nemmeno dalla scomparsa del sole o dell’uomo così come non è intaccato dalla scomparsa dei centomila soli e delle centomila stelle che ogni giorno e ogni notte cadono in mare e muoiono spente nell’imo stridendo. Se la natura ci ha provvisti di una ragione e di un’intelligenza tale da concepire la bomba nucleare allora anche la nostra distruttività e nocività nei confronti della natura è stata prevista dalla natura ed è dunque un fatto tutto naturale sicchè l’avvelenamento del mare o il buco nell’ozono possono influire dannosissimamente sul nostro mondo ma non hanno alcuna ricaduta sulla natura poichè tutto ciò accadrebbe per cause assolutamente naturali. Quello che sto cercando di dire è che odio questa riduzione della natura a idolo, questa sacralizzazione della natura che trasforma l’ecologia in ecolatria: un conto è ammettere le strategie ecologistiche, un altro è sostenere questa religione ecolatrica poichè se esistono ragioni a iosa per difendere l’aria e i boschi e il verde e l’ossigeno e la terra ecc. ecc. ciò non significa che la natura debba essere idolatrata e posta su di un piedistallo. Se è vero che noi non siamo una minaccia per la natura, è anche vero che pure noi siamo natura, e gli eventuali danni che noi arrechiamo alla natura sono danni della natura stessa, dalla natura in qualche modo previsti. Ora, intendiamoci, certamente io non voglio trovare cianuro nell’acqua che bevo né mercurio nel pesce che mangio né vernice nel mare in cui mi bagno, e se qualcuno sverserà liquami nel mare cercherò di impedirglielo, ma non ho bisogno di idolatrare e sacralizzare la natura accanitamente elevandola a ipostasi divina e metafisica. Se io decido di voler difendere le acque e le terre, alla natura non frega un cazzo se gli alberi ci sono o non ci sono, non frega un cazzo al cosmo, e nemmeno all’universo frega un cazzo di noi e degli alberi e del mare e delle tartarughe. La natura ha distrutto e soppresso più specie zoologiche e vegetali e specie umane primitive di qualsiasi intervento degli uomini e questo senza che gli ecolatri gridassero allo scandalo. Quello che sto cercando di dire è che non sopporto che l’ecologia si trasformi in ecolatria. Odio la sacralizzazione della natura, la sua ipostatizzazione in istanza metafisica ed eterna, poichè mi sembra un voler fare della natura un rito, un dio, una religione. Quello che non sopporto è il fondamentalismo della natura. Allo stesso modo dei fondamentalisti islamici, i fondamentalisti ecolatrici vedono nella natura un ordine prestabilito che va conservato nonostante tutto e a priori. Lo ripeto: quando noi distruggiamo la natura agiamo come una tra altre infinite forze naturali. Come il fuoco, anche l’energia nucleare, l’inquinamento, lo smog sono componenti del tutto naturali.

Certo, io cerco di ridurre i consumi al minimo, non butto le cicche di sigaretta per terra, e non abuso della plastica, ma solo perchè comprendo che conservare il mondo nel migliore dei modi va a mio vantaggio, giacchè questa terra mi è indispensabile per viverci. Per il resto, la natura è sufficientemente forte e creativa da essere indifferente alla distruzione di un pianeta, e sapere come sostituire qualsiasi cosa noi distruggiamo con un’altra. Mi sembra quindi assurdo affermare che l’uomo debba sottomettersi ai diritti della natura poichè la natura non ha diritti e non ha diritti poichè non ha doveri, così come gli animali che non possono avere diritti dal momento che non hanno doveri, giacchè diritti e doveri sono istituti umani non universali né tantomeno metafisici o ipostatici o divini. Sono stupito e un po’ infastidito dall’ambizione di voler trasformare gli animali in cittadini della vita pubblica poichè gli animali non hanno diritti così come non hanno dovere. Piuttosto, siamo noi ad avere doveri nei loro confronti avendo noi sì molti diritti su di loro, come il diritto di allevarli per scopi di alimentazione, di tenerli in cattività per scopi d’intrattenimento e ricerca, di difesa e lavoro. Noi abbiamo doveri nei confronti degli animali poichè abbiamo diritti su di loro. Per il resto, io sono qua, ciò che accade è al di là di me. Il resto non mi riguarda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GIOVANE SCRITTORE MORTO DI FAME.

 

Morire di fame in una stanzetta non ammobiliata di quattro metri per quattro non crea arte, ma crea tempo. Se hai un lavoro da otto ore al giorno alla fine non ti resta tempo per vivere e così la tua vita finisce letteralmente nel cesso insieme ai tuoi progetti, alle tue ambizioni, ai tuoi sogni. Il confine è sempre una questione di convenienza. Il risultato di un rapporto di forza è solo la linea d’ombra in cui si attesta il conflitto tra una volontà di sopraffazione e una volontà di libertà. Non avere un lavoro, o rifiutare un lavoro, ti fa morire di fame ma almeno avrai tempo tempo per scrivere le tue cose e tempo per scopare e fare esperienze e vivere. Quindi trova il coraggio e molla tutto. Fallo, o diventerai come la massa. E la massa, si sa, è il luogo di raccolta dei deboli e dei mediocri.

Devi scegliere. In fin-de-conti si tratta solo di questo. In fondo, abbiamo solo due alternative: morire di fame per la tua ambizione, rinchiuso in una stanza squallida e ammuffita delle bassure come in una prigione, o morire per non aver osato rischiare il tutto per tutto. In ogni caso siamo tutti destinati al tritacarne, ma se avrai scelto bene camminerai sereno e felice verso quel punto in cui il cuore sospinto dall’entusiasmo e dalla pazzia esulterà alle stelle. 

La virtù dell’uomo sta nelle scelte, non nei risultati. Ricorda: solo chi scommette tutto vince tutto, solo chi rischia si prende il piatto, solo chi rischia tutto ottiene qualcosa, solo chi fa ben fa, lo capisci? C’è qualcosa di grandioso nel vivere costantemente sull’orlo del baratro e sul filo del rasoio, nel fare scelte impossibili senza lasciarsi abbattere. Quanto a te, non aspettarti mai niente dal mondo né da stesso, e se qualcosa arriverà sarà come essere baciato dagli dei, sarai un vincente, e guardando la rovina dritto negli occhi e riderai in faccia la morte. Accetta queste premesse e sarai libero di vivere la tua vita secondo le tue condizioni. La vita è adesso: il domani non esiste. Devi decidere, e devi farlo adesso. Domani potrebbe essere troppo tardi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TUTTI GLI ANNI BUTTATI VIA.

 

Un barbone, un parassita. Ecco che cosa sono. Sono un barbone, un parassita. Denti marci, labbra viscide, scarpe consunte, vestiti lisi, ulcera latente e disperazione incombente. E ripenso a tutti i giorni perduti e agli anni buttati via, al disgusto per il lavoro salariato, cercando di sbarcare il lunario fortunosamente, ho sprecato il mio di tempo, troppi libri e troppi vecchi film, ma in fondo qualsiasi cosa è uno spreco di tempo, tranne scopare (ma solo se si scopa alla grande), o creare arte (ma solo se si crea arte immortale), o guarire completamente da una malattia, o gettarsi a capofitto in un amore. Depressione e desolazione, tutti gli anni buttati via, traumi su traumi, tutte le ore sprecate, follia e follia, tutti i giorni perduti, pazzia e pazzia, le giornate senza senso, le giornate dei capi idioti e dei sissignore, le giornate del brutale e crudele orologio immobile, mi sono sempre comportato come se i soldi non finissero, becera reputazione dello scommettitor, e del giocatore di carte, del trafficone e del fannullone, dello scansafatiche e del buonannulla, del pappone ravveduto, ma io sono classe vera, classe pura, classe rare, mai stato stupido e meschino, sempre spaccone e gentiluomo, brutta faccia leale e sincera, ho sempre tenuto il mondo e la vita per le palle, sempre zero soldi ma donne profumate e belle giovani ragazze velenose e ogni tanto anche una ragazza dolce e gentile, e c’è una battuta che sfodero sempre quando incontro una donna che mi piace, dico sempre che la mia faccia è la mia vita e le cose che scrivo, le poesie, sono la mia anima, che la vera bellezza è invisibile agli occhi: tutto pur di far abbassare loro le mutande. Quello che sto cercando di dire non è che bisogna saperci fare con le donne, e che è da codardi scommettere solo quando ci si può permettere di perdere, dunque accetta il consiglio, almeno per oggi: non scommettere solo quando puoi permetterti di perdere o quando sei abbastanza sicuro di vincere, ma rischia il tutto per tutto, anzi meglio rischia il tutto per il niente: la cosa che più conta non è guadagnarsi il premio ma sfidare gli dei e la fortuna anche a costo di dormire per strada e saltare un bel po’ di pasti. D’altronde, come dicono i professionisti, se proprio devi perdere almeno fallo da vincente, e lotta con tutte le forzee e vendi cara la pelle, non hai perso finchè non sei stato battuto. Naturalmente servono palle e fegato e polmoni e cuore e fortezza e carattere e forza e conoscenza e sangue freddo poichè ci sono trappole su trappole ma ci sono anche giorni in cui accade l’impossibile e giorni in cui risate e tristezza si mescolano insieme e se gioirai per le une e accetterai l’altra, se lo farai, se riuscirai a trovare in te la forza e il coraggio per sorridere della tristezza e ridere in faccia alla sofferenza e non farti soggiogare dal fato allora la fortuna ti sorriderà e tu avrai vinto e ti accorgerai che a volte la vita può rivelarsi inaspettatamente gentile se solo la lasci fare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA BELLEZZA.

 

Non c’è nulla di simile alla bellezza di un volto umano. Ma, sai, in fin de’ conti quella cosa che chiamiamo fisionomia o sembianza è tutto un allineamento matematico e ipotetico di tratti somatici, è tutto un miraggio dell’insieme, una equazione matematica di zeri al quadrato. Se ti avvicini e guardi più attentamente ti accorgi che siamo grotteschi, infinitamente grotteschi. Pensaci: il cibo che entra dalla bocca e si trasforma in fumosa merda marcia, la merda che si accumula nelle viscere e scorre dentro gli intestini, lentamente, mentre noi ci guardiamo negli occhi dicendoci <<Ti amo.>>, il cerume stantio che ci esce dalle orecchie, il piscio, il sangue mestruale, che esce dalla figa come il piscio, e poi il vomito, il sudore, i peli, i brufoli, le secrezioni vaginali, è schifoso, siamo grotteschi e assurdamente mostruosi, schifosamente disgustosi. E poi tristezza, i ricordi ossessivi e gli ossessivi rimpianti, le vaghe speranza, qualche ancor più vaga illusione, molti sogni, qualche raro lampo di felicità e qualche ancor più inconsistente sprazzo di bellezza, poi la disillusione e la collera, la sofferenza e la tomba, e così moriamo, alcuni in modo più fortunato, avendo assaporato l’ebbrezza dell’ultima cavalcata, l’euforia della volata finale, la folle feroce rabbia della tempesta, e l’abbacinante sapore del rischio e del pericolo, altri completamente disprezzati dal fato e dalla vita, avendo scivolato sugli anni ignari fino all’ultimo della vita, e questo mi fa incazzare, la morte mi fa incazzare, poichè nascendo abbiamo solo guadagnato la morte, e questo è quanto. Anzi no: vorrei aggiungere un’altra cosa. La vera bellezza naturalmente viene dal carattere, la vera bellezza è invisibile agli occhi. È questo che dico sempre a una donna per farle abbassare le mutande.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL SOLE BACIA I VIVI.

 

Ho conosciuto Lidia al mio primo reading di poesia. Ero terrorizzato. Facevo lo strafottente, ma ero terrorizzato. Adesso ti racconto come è andata.

Al mio arrivo la sala era già piena. Mi sentivo gli occhi addosso nella sala buia. Due o tre persone vennero a parlarmi. Poi, iniziò la lettura, seguita da una lunga intervista. L’intervista è proceduta più o meno su questi toni.

- Il tuo film preferito? “all’ultimo respiro” di Jean-Luc Godard.

- Canzone preferita? “time” dei Pink Floyd.

- Citazione preferita? <<Siamo tutti fottuti.>>.

- Il tuo più grande amore? Il prossimo.

- Il tuo libro che più ami? Il prossimo.

- Perché hai iniziato con la poesia? Perchè sono molto pigro, molto pigro, sono il pigro di Dio. Beh, forse non il pigro di Dio ma sono una persona molto pigra, e la poesia la poesia lunga di taglio narrativo alla Jeffers o alla Bukowski mi permette in primo luogo di raccontare una storia, un aneddoto o un fatto (che è la cosa che più mi diverte) senza dover sviluppare compiutamente la trama né la psicologia dei personaggi e mantenendo il racconto allo stato di bozzetto senza per questo rinunciare al piacere di raccontare. In secondo luogo, mi pareva che la poesia suonasse più pura e dura e schietta e forte della prosa, come una revolverata, come un candelotto di dinamite che esplode con forza tremenda. 

- Qual’è la tua opinione sulle relazioni inter-personali nell’ultimo decennio tenendo conto di come le nuove tecnologie e i luoghi virtuali abbiamo creato diversi spazi sociali in cui poter conoscere persone? I social sono per mezze-seghe e troie. La vita vera è nella strada, la strada maestra di vita.

- Com’eri da bambino? Ero timido e non mi piacevo granchè. Mi piaceva un sacco ascoltare i vecchi e le storie. E mi piaceva anche, da solo nella mia stanza, riprendere quelle storie e riportarle in vita modificando le parti che non mi soddisfacevano o cambiando il finale o i personaggi.

- Qual’è il miglior consiglio che ti abbiano mai dato? Divertiti.

- Il peggiore? Sii ambizioso e trovati un buon lavoro.

- Hai mai contemplato il suicidio? No. Consideri il suicidio quando ti aspetti troppo dalla vita e hai troppe aspettative o aspettative troppo alte per il futuro, che invece ha continue oscillazioni e alti e bassi e a volte va bene e altre volte male ma non aderirà mai all’idea astratta che ce ne siano fatti nella nostra testa, e infatti Emil Mihai Cioran affermava (a ragione) che la maggior parte dei suicidi avviene per eccesso di ottimismo e aveva ragione: un pessimista solitamente non si ammazza poichè sa che tutto va male e continuerà ad andare male e che la vita è una merda sicché se qualcosa gli va per il verso giusto si sorprende positivamente, mentre l’ottimista, convinto che la vita debba rispondere a requisiti specifici, quando vede che poi non rispetta tali parametri si spara un colpo in testa.  Ma in fin de’ conti siamo tutti fottuti nel momento stesso in cui nasciamo: nascendo non guadagniamo altro che la morte. Dunque non aspettarti niente, né da te né dalla vita né dal genere umano ma, essendo il nulla reputati pari al nulla e considera l’essere pari al non-essere. Fortunato nelle avversità e benedetto nell’oscurità vivi al di là del bene e del male. Solo accettando questa premessa sarai libero di esistere alle tue condizioni e mai conoscerai la solitudine e l’abbandono. E allora la morte ti parrà ben poca cosa.

- Come vedi l’universo? Semplicemente non lo vedo. Tutto quello che so è quello che vedo, e quello che vedo è tutto quanto sappia. Il mio universo è il mio quartiere e le persone che ci abitano. D’altronde si dice che gli indios siano capaci di distinguere tra quaranta tonalità diverse di verde nel folto della foresta. Che vuol dire questo? Che è la necessità che genera conoscenza e la conoscenza è solo il frutto della necessità. Tutto qua. Dunque non penso a come possa essere l’universo, non m’interrogo sulla sua forma e sulla sua realtà ontologica, non mi pongo la domanda perchè non mi serve: mi basta avere mutande pulite ogni mattino, cibo caldo a tavola a ogni meriggio e una donna che mi scaldi il letto a sera, mi basta sapere che domani mi sveglierò ancora vivo e che se mi lancio dal settimo piano non finirò bene. Sono fondamentali queste stupidaggini, molto più di conoscere le leggi dell’universo. E poi la realtà visibile è così meravigliosa che interrogarmi sull’universo e sull’esistenza del corpo astrale e s’una realtà che non posso toccare con mano ed è così distante da essere invisibile m’interessa poco o nulla. Ciò che non può essere escluso non merita di essere tenuto in conto. Poichè non potrei escludere per esempio che la mia vita sia in realtà durata 10 secoli e che ogni cinque minuti un marziano sia passato da qui e mi abbia ipnotizzato per un anno e in seguito riattivato, allora non tengo in conto questa come una eventualità su cui basare la mia visione del mondo. Di certo so solo questo: che non m’interessa l’universo e il mondo non mi basta.

- Credi nella vita dopo la morte? Beh, quello che mi interessa non è se c’è vita dopo la morte ma che ci sia vita prima, e che questa vita sia buona, anzi penso che sia buono solo ciò che esprime un’antipatia attiva verso la morte, e dico antipatia non nel senso di paura: nella paura c’è sempre un principio di rispetto e una certa sottomissione, e non credo che la morte si meriti tanto.

- Ti sei mai posto domande metafisiche? No, mai, affatto. Non ho problemi metafisici e non mi sono mai interrogato sull’esistenza di una realtà che supera la natura e la materia poichè non possono conoscere tale realtà e se non la conosco non la conosco punto e basta.

- Come ti vedi fra dieci anni? Abbastanza ricco da permettermi due pasti al giorno, vestiti nuovi ogni mese, un computer più potente, una macchina che non mi lasci a piedi, e una puttana diversa ogni sera.

- Che cosa detesti di più nella vita? La crudeltà gratuita.

- Che cosa odi di più delle persone? La menzogna. Sono atterrito dalla bugia: è in essa un tanfo di morte che mi sconvolge e nausea, questione di temperamento suppongo, ma qui è in ballo un altra categoria di principi, e, vedi, un conto è quello che consideriamo male sulla base della nostra coscienza un altro paio di maniche è quello che ci inculcano come sbagliato e immorale, poichè si può trattare di cose estremamente diverse. La società ci insegna a vedere il male in certe cose per reprimerci e tenerci a bada, come scopare senza passare per i canali ufficiali.

- Quali circostanze giustificano una bugia? Nessuna.  

- Che cosa ricerchi di più nella vita? L’allegria.

- Che cosa ti fa più paura? Il dolore fisico e la solitudine.

- Che cosa ti rimproveri? L’essere stato duro con coloro che non lo meritavano e con coloro che mi amavano. Perchè, vedi, col passare del tempo ho capito che non esiste un unico modo di amare, e ognuno ha il suo. Siamo punti minuscoli e casuali in uno spazio-tempo infinito polidimensionale e proteiforme e non esiste possibilità, neppur remota, che due punti s’incontrino e si sovrappongano in questo spazio infinito e progressivamente cangiante, dunque è possibile che una persona ti abbia amato al massimo delle sue possibilità e che tu semplicemente non sia riuscito a capirlo.

- Che cosa ti diverte di più? Fare l’amore.

- Che cosa trovi più ridicolo? Tutto.

- Che cosa prendi più sul serio? Tutto.

- Qual’è il difetto che più odi in te? L’esitazione.

- Il difetto che più odi negli altri? La superficialità, la mancanza di amore, la mancanza di gentilezza.

- Quali circostanze giustificano una bugia? Nessuna.

- Quali sono i tuoi rimpianti più grandi? Non aver amato abbastanza le mie donne.

- Hai rimorsi? Sì.

- Quando e dove ti senti felice? Qui, adesso.

- Qual’è la cosa che ami di più? Scrivere.

- Quella che ti riesce meglio? Leggere!

- Quale bene ritieni il più prezioso? Il tempo.

- Quanto il tuo io ideale collima con il tuo io attuale? Quanto basta per non fare di me uno schizofrenico, né mediocre uomo qualunque.

- Quanto il tuo io ideale e il tuo io reale sono compatibili? Zero. Vorrei essere il Conrad che doma i flutti a bordo dell’Otago; il Bukowski che doma le donne e lancia i propri madrigali disperati da una camera in affitto; l’Hemingway che spreme il proprio cervello nel succo d’arancia; il Kerouac che affoga nell’alcole e nel sesso; il Tunda di Roth che medita su se stesso nella piazza davanti alla Madeleine indeciso su chi essere, su che cosa essere e su che cosa fare, il Tunda senza nessuna professione, senza nessun amore, senza nessun desiderio, senza nessuna speranza, senza nessuna ambizione, il Tunda superfluo come nessuno al mondo; vorrei vivere le mille vite dei miei miti e in più la vita del criminale e dello psicopatico, del ladro e del professore, del musicista e dello sportivo, dell’ubriacone e del mafioso, vorrei vivere mille vite e non ho che questa mia vita a disposizione.

- Che cosa conta di più nella vita? L’emozioni. Solo l’emozioni contano. Solo l’emozioni.

- Sei felice? Essere vivi è essere felici.

- Sei soddisfatto della tua vita? La mia vita è come è, e non può essere in altro modo. A volte va come deve andare senza che io possa farci molto, altre volte riesco a migliorare un po’ le cose. In genere, mi basta essere allegro e avere una donna che mi faccia ridere di qualche sciocchezza. Nulla di eterno o grandioso.

- Hai avuto ciò che ti aspettavi? Non mi sono mai aspettato nulla, né dalla vita né da me stesso né dagli altri. Ho avuto ciò per cui ho sudato in misura proporzionale a quanto abbia sudato. Niente di più e niente di meno.

- Lo confesso? Ho vissuto: ho peccato.

- Un consiglio ai tuoi colleghi esordienti? Scrivilo a penna, con inchiostro comune su carta comune o al computer, lampada accesa e sigaretta in mano, battendo su quella maledetta tastiera come un forsennato, scrivilo di giorno o di notte, d’estate o d’inverno, scrivilo alla luce naturale o scrivilo al neon, ma scrivilo solo se ti esce da dentro, scrivilo solo se ti piomba addosso e ti afferra alla gola, scrivilo perchè ti brucia le vene e ti manda a fuoco l’anima e non puoi tenerlo dentro, deve essere una revolverata alla testa e al cuore, devi buttare giù il verso pulito e semplice, stenderlo come il filo a piombo, e se avrà palle e stile e risate e tristezza avrai raggiunto il tuo scopo. Per trovare buon materiale non devi nemmeno attraversare il fiume: osserva la gente, la gente è lo spettacolo più bello del mondo. Ma devi prima aver bruciato nel buio della solitudine e nella disperazione della tua sporca coscienza, devi essere stato pestato a sangue almeno due volte, ed essere stato strapazzato nel cuore e nell’amore da donne veramente diaboliche e demoniache che hanno goduto nel farti crogiolare sul rogo della loro perversa cattiveria, devi prima aver corso sull’orlo della pazzia e sul ciglio del burrone vacillando, devi aver scopato alcune centinaia di donne ed essere morto di fame in una stanzetta di 3 x 4 mentre l’alba scoccava un nuovo meraviglioso bellissimo giorno e tamburi ti martellavano nel cervello e il sangue si bloccava nelle dita delle mani, devi aver provato quanto di malvagio e crudele si celi nella vita e nel mondo e negli uomini, devi prima aver scritto migliaia di brutte poesie: solo allora sarai pronto e potrai scrivere buttando giù il verso forte e pulito con tutta l’esperienza che avrai acquisito. Non puoi separarle, vita e parola vanno di pari passo, la scrittura e la tua esperienza questo è tutto quello che hai. Dunque buttati nella mischia, affogaci dentro, donne, droga, revolverate, carcere, tanti posti davvero strani, qualsiasi cosa, azione, qualsiasi cosa succeda, violenta o gradevole, violenta e spiacevole, tu prendila. Devi scrivere i versi con la penna, con la penna che sa le maree, e devono essere versi veri e duri e forti e semplici, versi che galleggiano sulle onde del libro come scaglie abbaglianti sul manto equoreo del foglio come incandescenti pennellate d’estate sulla facciata smunta del foglio bianco, tratti di penna che truccano gli occhi alla paura del vuoto e del silenzio della pagina muta come i ghirigori di una incerta strada zizzagante, e non c’entra niente chi tu, sia nessuna strada è una retta perfetta, nessuna, ci saranno sempre curve dopo curve come le rughe sul volto, la poesia perfetta non esiste e non sarà mai scritta, così come non esiste il volto perfetto e levigato privo di rughe, ma è proprio quell’imperfezione a rivelare il momentaneo fulmineo inconsistente sprazzo di bellezza. Scrivilo con stile, con stile, amico, e se avrà ritmo e musica e fuoco e fiamme e palle e fegato e cuore e anima e risate e saggezza e luce e tensione e gioia e pazzia e stile sarà come un fulmine a ciel sereno, come sentire nell’aria l’odore di ozono del lampo prima del tuono, fuoco puro, e saprai che stai facendo la cosa giusta, che sei sulla giusta strada, e magari dopo la morte diventerai anche famoso! Vivi. Vivi, e poi scrivilo. Scrivilo con semplicità, ma con semplicità non intendo ossa senza carne ma ossa con la giusta dose di carne altrimenti si rischia l’obesità e la nausea, la poesia può anche essere banalmente incentrata su un tizio che fa a botte e si becca un pugno ma i poeti laureati non si espongono e non dicono chiaramente che quel tizio si è preso un pugno in pieno volto ma ci girano attorno e così tu sei obbligato a rileggere a pezzi e bocconi quella cazzo di cosa diciotto volte per riuscire a risolvere l’indovinello, perché si tende a dire cose semplici in modo difficile contorto complesso e astruso mentre io vorrei dire cose difficili o meglio profonde in modo semplice e stendere il verso duro e pulito alla Bukowski, schiudere e ripulire il verso per poterlo stendere semplice come fosse una corda di bucato e appenderci emozioni, humour, e felicità, senza ingombri. Il verso semplice, fluente, e al tempo stesso sfruttare questo verso semplice per appenderci tutte queste cose: le risate, le tragedie, il bus che passa con il rosso. Tutto. È l’abilità di dire una cosa profonda in modo semplice. E hanno sempre fatto il contrario. Credo che sia gli scrittori laureati siano vittime dei propri studi letterari, della propria eredità umanistica, e della Tradizione culturale più stantia che possa esservi, e se qualcosa non si attiene a un canone prestabilito allora loro non sanno riconoscerlo quindi dicono che non è buono, preferendo i versi infiorati e innocui che spargono rose e viole e margherite a ogni angolo o delicate circonlocuzioni o eufemismi che rigirano la frittata. Personalmente posso starmene qui seduto e pensare alle rose e alle viole a Platone e al cristianesimo e agli alberi e ai gabbiani e non mi serve a niente ma se prendo la macchina e vado al bar e trovo una puttana da quattro soldi e ci parlo e sento la sua storia allora questo mi emoziona e mi stimola e mi carica e allora riesco a scrivere. Personalmente consiglierei loro di dirlo e basta, senza troppi giri di parole o figure retoriche. Dirlo. Semplicemente. Ma in modo profondo. L’avversità è la principale molla del realismo autobio­grafico. E lascia che ti dica un’altra cosa: le donne possono essere delle maledette perdite di tempo, e se sei un poeta si aspettano che tu te ne vada in giro tutto il giorno declamando poesie profonde e struggenti, e pretendono che tu faccia quelle cose stupide che la gente fa e che le fa affezionare l’una all’altra, ma io non sono così, non so mai che dire né che fare, e il mio tempo voglio occuparlo solo a scrivere. Non voglio vivere il peso di una relazione, non sono ancora così vecchio da dovermi preoccupare della solitudine, perchè una relazione si metterebbe inevitabilmente si mette di mezzo tra me e la scrittura e qualsiasi cosa si metta di mezzo tra me e la scrittura è mortale per me, donne comprese, anzi soprattutto le donne. Io le donne le voglio scopare punto e basta. Una donna è un lavoro a tempo pieno. Bisogna soffrire per vivere con una donna, e pagare un prezzo altissimo per quel briciolo di gioia temporanea, per quell’impalpabile sprazzo di felicità, e tutta questa sperequazione di energie alla fine nuoce alla poesia, e la poesia è la cosa più importante, scrivere è la cosa più importante, creare. Le donne sono passeggere, la poesia è immortale. E io voglio solo scrivere per lasciare il mio nome sul libro mastro degli dei marchiato a fuoco. Questo è la cosa più importante. Ma poi loro insistono e dicono che amano persino la mia brutta faccia da foto segnaletica, e dicono che vogliono salvarmi e coccolarmi e portarmi in paradiso, e si sa tira più un pelo di figa che un carro di buoi, e così mi ritrovo sempre a fare quelle cose che non mi va di fare, come stare a letto insieme la domenica mattina leggendo il giornale, e questo è davvero sfiancante, così quando abbiamo finito e le dico che è il caso di smammare perchè devo lavorare ecco pronte le lacrime e e le accuse e tutte le altre cose che ti sfiniscono, e questo le fa imbestialire e al tempo stesso affezionare ancora di più,  e si legano in maniera assurda e inspiegabile, e diventano indemoniante e pazze all’idea di perdere quel minuscolo microscopico qualcosa che faccio per loro e che a loro piace. Credimi, amico: le donne preferiscono scoparsi i poeti.

- Quale è il tuo concetto di scrittura? Per me scrivere è scrivere. Punto. Scrivere vuol dire scrivere. Non pensare. Io mi muovo tra le cose, sfioro le cose, tendo alle cose, ma non penso alle cose, come per esempio sentire suoni e vedere colori o sentire qualcuno dire cose e assurdità e luoghi comuni senza che la cosa ti colpisca senza farci caso. Se c’è qualcosa in me, è sentimento, non pensiero né intelletto, corpo senza mente, o più corpo che mente. Mi preoccupa solo quello che vivo: ciò che conosco non m’interessa. Tutto ciò che so è quello che vedo. Tutto ciò che vedo è tutto ciò che so. Ma uno scrittore, per dirsi veramente scrittore, deve sentire sismograficamente, deve mantenere la propria individualità, deve rimanere genuinamente controverso e controcorrente, genuinamente borderline, mostruoso.

- Che cosa è per te la poesia? La poesia è il pasto nudo di un lupo in amore. La poesia è la mia anima. E non permetterò che la mia poesia rimanga rinchiusa in gabbie di spiegazioni critiche sulle meccaniche relazioni causali tra forma e sostanza e tra contenuto ed espressione, poichè queste poesie ben ponderate e queste spiegazioni altrettanto ben ponderate contengono una logica ben ponderata che si esplica solo all’interno dei confini di una ristretta cerchia chiusa e ottusa di persone interessate alla poesia e alla letteratura, ma io non credo che possano avere alcun valore per l’uomo della strada e per il carcerato, per chi è condannato a un destino ignobile e costretto dal destino a una fine infame e indegna. Il vero della poesia si misura per estensione non per intensione, il vero test della poesia è se va bene per ogni essere uma­no, la vera poesia è brulicante d’amore dolore e risate, quella che può renderti migliore la giornata o la serata e travolgere come un treno la viscida nostalgia addestrata capace di tagliare come un’ascia micidiale dritta al tuo cuore, la vera poesia, affilata come una ghigliottina, scivola dal tetto per cascarti in testa e amputare l’orrore e tutto l’estenuante esasperante calvario di brutalità psicologica che ogni giorno viviamo nelle strade e nelle scuole nelle università e nel lavoro nelle birrerie e nel merdoso consesso umano, la poesia vera è come una scoreggia: quando arriva non puoi trattenerla, devi lasciarla libera di volare e librarsi nell’aria leggera come una piuma, e spargersi nelle strade, in cielo come in terra, nei vicoli angusti e nei lunghi viali alberati. Vedi, la scrittura è molte cose: è una sostanza proteiforme che si trasforma nel tempo e nello spazio e può divenire molte cose aderendo ora a un principio logico e razionale ora a un principio veritativo ora a un principio lirico-poetico ora a un principio narrativo. Scegli tu che cosa vuoi essere e sii qualsiasi cosa tu voglia essere, ma per l’amor di dio sta alla larga dai poeti placidamente fasulli e lagnosi, frequenta gli ippodromi come Bukowski o le corride come Hemingway, il giro della prostituzione come Bellezza e Pasolini, bazzica i bassifondi e i bordelli come me e compi i tuoi studi nella strada e nei bar, tra le puttane e i delinquenti e i papponi tutto, ma rifuggi le masse e le biblioteche pubbliche, vai sulla strada, sporcati fa’ la cosa sbagliata: a volte l’unica cosa giusta da fare è la cosa sbagliata. Hemingway andava alle corride e questo influenzò molto il suo stile di scrittura e quando scrisse dell’ubriaco che accoltella la donna nella stanza di un albergo scalcinato d’infimo ordine per un accesso di gelosia lo prese dai racconti sugli spalti: lì c’era tutto per lui e lui semplicemente lo fissava sul foglio come un trascrittore o un fotografo che vede e registra tutto quanto. Per Bukowski erano le corse dei cavalli: l’ippodromo gli dava contezza dei suoi lati deboli e di forti, e gli faceva capire il suo stato d’animo e che siamo tutti in costante mutamento e mutiamo sempre, e gli permetteva di osservare la follia della folla che dilapida soldi ed energie e tempo in insulse cure, e diceva che un giorno alle corse può insegnarti molto più di quattro anni all’università. Anche andare agl’incontri di pugilato aiuta a comprendere te stesso e la folla. Ma più di tutto io preferisco i bassifondi e le bassure, il giro dei bordelli clandestini, dove noi ci ubriachiamo e ci lasciamo andare alla voluttà della violenza e alla violenza del piacere con tutta la violenza della nostra pazzia e delle nostre perversioni che sono tante ed è eccitante stare in quell’ambiente squallido e sordido tra beoni ubriachi e folli fumando sigari e assaporando uno spiraglio di vita vera, con una rossa ossigenata o una bionda burrosa tutta tette sulle gambe che muove il suo culo per te, solo per te, mentre tu sbavi come una iena davanti a quella lauta cena a sbafo, l’aria grigiognola per il fumo di sigari e sigarette perennemente accesi, azzurrognola per i fumi dell’alcole che scorre a fiumi in un sciame di lussuria e libidine e violenza ,mentre tu getti soldi e ti bevi tutta la vita che c’è, e sbavi davanti a quei culi meravigliosi e magici che si muovono e ondeggiano e ballonzolano per te e lo fanno solo per te, per te che sei il grande, il campione del piacere, il maestro del sesso e il re della figa, mentre lingue saettano nelle bocche e mani serpeggiano sui sessi dischiusi che reclamano il piacere e poi quando la sera finisce e il giorno langue vai a casa con una donna di cui non conosci il nome e rientri nella vecchia alcova che è un triviale lupanare e nel letto d’amore glielo schiaffi in culo a queste perfide puttane da quattro soldi e la scopi come si deve nonostante l’alcole e poi sborri e loro bevono la tua sborra e con essa la tua anima e finite addormentati insieme in un unico abbraccio esiziale come angeli ubriachi. Vedi quanto c’è di buono in me e nella mia scrittura (ammesso che ci sia qualcosa di buono...) io l’ho preso dalle puttane e dai papponi dalla strada e dai bassifondi. Ti basti la strada. Ah, la strada maestra di vita. È lo spettacolo più bello ch’esista. E non si paga nemmeno il biglietto!

- Un messaggio finale? Non abbiate paura di farvi male, siate folli e irrazionali, non abbiate remore o riserve, sporcatevi di vita fino alle ossa, il sole bacia i vivi. Non prendete la vita come un’equazione matematica: due più due in matematica fa quattro ma due dispiaceri più altri due dispiaceri non fanno solo quattro dispiaceri ma, a volte, anche una buona ragione per suicidarsi. Siate ribelli, ma ribelli nel profondo, cioè: seguite sempre il vostro cuore, perchè alla fine, quando si tirano le fila e non resta nient’altro, solo l’emozioni rimangono. Fate sempre quello che è bene per voi senza far male agli altri ingiustificatamente, ma fate male se è necessario. Ricordate che volte l’unica cosa giusta da fare è la cosa sbagliata. Sentitevi liberi, siate liberi, liberi di concedervi al piacere, liberi di rifiutarlo, siate liberi ma liberi in modo consapevole, non ricercando oggi tutti i piaceri ma ricercando tutti i piaceri dell’oggi. La vittoria sarà soltanto il debito compenso per il tuo sforzo. In fin de’ conti il sole bacia i vivi.

Fine. Dopo quarantacinque minuti di lettura e almeno un’ora di intervista ero distrutto. Mi sono alzato, ho salutato, e mi sono concesso una birretta. Stavo seduto in un tavolino in disparte. Ogni tanto, qualcuno si avvicinava per dirmi qualcosa o solo per salutarmi. Rispondevo a tutti con ipocrita gentilezza e finta affabilità. Poi, in un momento di calma, mi si avvicinò lei. <<Che cosa bevi?>> mi chiese, <<La vita.>> risposi, <<E com’è?>>, <<Dolce, se glielo consenti.>>. Allora lei si appoggiò con le mani al bordo del tavolino, si chinò in avanti e mi fissò con i suoi grandi occhi neri. Aveva lunghi capelli castani e irradiava una tremenda voglia di vivere. Voglio dire, avvertivi la sua presenza. Sentivo vibrazioni scorrere tra noi. Alcune confuse e non positive, ma innegabili. Lei mi guardò e anche io la guardai. Aveva un bel seno. E che culo! Sarei rimasto a guardare qual culo da lì all’eternità! Era folle, era miracoloso! La guardavo e la riguardavo. Era una meraviglia. Avevo paura. Allungai una mano e le toccai i lunghi capelli. Capelli lunghissimi. Capelli magici. Mi sorrise. Le misi una mano sotto il mento e molto goffamente cercai di baciarla. Lei alzò il viso e mi diede un bacio piccolissimo. I suoi occhi che continuavano a guardarmi. Nerissimi e profondi. Scopadei. I suoi occhi si conficcavano nei miei come una lama. Ci scambiammo il numero di telefono e ci lasciammo, con la promessa di rivederci.

Qualche giorno dopo, una mattina, la chiamai. Ci demmo appuntamento per colazione al Ventisei. Quando arrivò , la prima cosa che disse fu: <<Questa camicia è appena comprata.>>. Era vero. Avevo comprato quella camicia pensando a lei, pensando a quando l’avrei rivista. Se n’era accorta, e sapevo che mi stava prendendo in giro, ma non mi disturbava. E niente: abbiamo fatto colazione e ci siamo salutati.

Un pomeriggio, alcuni giorni dopo, le telefonai di nuovo. Il telefono squillò a lungo. Pregai che rispondesse. Rispose. La invitai a cena. Accettò. Alle nove era da me. Chiacchierammo, mangiammo, ridemmo, e scherzammo come due vecchi amici. Poi lei si alzò per andare in bagno. Entrò lasciando la porta aperta. Potevo vederle le gambe mentre si abbassava le mutandine e si sedeva a pisciare. Poi uscì e rimase in silenzio, appoggiata allo stipide della porta, fissandomi. Allora mi alzai, la afferrai per la testa e ci scambiammo il bacio più lungo di sempre. Poi la bloccai contro il muro e le strappai la gonna e le mutande. Mi spinse via. La riacciuffai in mezzo alla cucina. Allora mi afferrò una mano e se la portò al culo. Gli afferrai una chiappa e gliela strizzai forte. Le spingevo le dita dentro il buco del culo e nella figa. Era bagnata. La spinsi sul letto. La spogliai e mi spogliai. Il tempo sembrava essersi fermato. L’aria era densa. Lo spazio pareva immobile mentre l’esistenza si appesantiva di mancanza di amore, e altre cose insopportabili come lunghe ombre demoniache. Non so perché, ripensai a quando le cose andavano veramente male, e non avevo un posto dove andare. Magari quello era servito a farmi apprezzare il presente. È bello avere un posto dove andare, un luogo in cui rifugiarsi quando le cose si mettono male. Ma adesso non m’interessa manco più quello che mi fa stare bene. M’interessa solo come mi sento e come smettere di stare male quando le cose volgono al peggio.

Mentre mi baciava mi guardava, mi fissava, i suoi occhi mi penetravano, mi scavavano dentro. Come se servissero gli occhi per vedere. Io non la guardavo. Tenevo gli occhi chiusi e aspiravo tutto il suo odore. L’abbracciavo. Ho sempre pensato che l’abbraccio sia una cosa fottutamente meravigliosa, perchè elimina lo sguardo: stretti al petto l’una all’altro ci si può solo sentire. Non ci si vede. Cercavo di sentirla, più che potessi. Intanto giocando col suo corpo solitario.

Il sole non bacia i belli. No. Il sole bacia i vivi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA VITA CHE MERITA.

 

Solo al mondo, e penso tanto ultimamente, sempre di più, e tutti questi pensieri mi riempiono la testa, e non riesco più a essere rilassato, e tremo e fremo e sono irrequieto, dormo a singhiozzo e mi muovo a scatti mentre scivolo tra le ombre di città morte e anime morte e corpi morti e gente morta e cani morti e vite morte e amori morti e sepolti e rasoi affilati e sere desolate e meri incidenti di superficie che s’incuneano tra sbornie micidiali e statue di cera che si sciolgono al sole anno dopo anno e giorno dopo giorno sempre più triste straziato e incazzato mentre tiro avanti a malapena e sbarco il lunario rubando emozioni e scrivendo poesie su tutto il dolore vissuto e la rabbia vissuta e la pazzia vissuta e la follia vissuta e la noia vissuta e i rimorsi vissuti e i rimpianti non vissuti e mal digeriti, mentre le giovani ragazze non ci sono più rimpiazzate da vecchie ragazze un po’ tardone con l’alito fetido e le rughe e la bellezza di un tempo trasformata in merda liquida e le rose sono marcite e le viole si sono decomposte, e divido casa con un giglio in mutande vivendo con il cuore in gola e un ghigno amaro in bocca dentro la bocca di un vulcano temporaneamente inattivo ma pronto a esplodere alle sei in punto del mattino, e per di più ho solo trent’anni ma già mi sento un animale braccato fuori dal branco, senza alcuna ambizione senza alcun desiderio senza alcun dubbio alla perenne ricerca di qualcosa alla perenne ricerca del fantasma del modo giusto e della fortuna alla perenne ricerca di un dio in perenne attesa della mano invisibile che scivola giù dalle cosce di Venere, e per dirla tutta non sono mai stato buono e non sono mai stato buono a nulla, sono sempre stato un inconcludente buonannulla, un’assurda e totale nullità, un fallito, spacciato proprio, ma a volte dire di qualcuno che è buono non significa nulla di buono e comunque la mia vita è sempre stata condizionata dall’azione e governata dall’audacia irriflessiva del temerario e io non posso esistere in altro modo né smettere volontariamente di correre rischi, di agire e tenere duro, sarebbe per me come strapparmi dal petto vivo il vivo cuore ancora pulsante e ingoiarlo ancora caldo, cazzo ma perchè non posso essere una persona normale un autista di autobus un fotocompositore un impiegato un batterista un commesso uno sbirro un lavapiatti un rappresentante di marmellate un panettiere un pasticcere un normale barista o anche il proprietario di una birreria, probabilmente sono pazzo, anzi sicuramente sono pazzo, io sono pazzo pazzo pazzo, sicuramente, ma guardo le persone e vedo solo fantocci posseduti dalle cose che possiedono, solo fantoccio che possiedono solo ciò che possono comprare, ma io non sono un volgare ladruncolo io ho anima e corpo e cuore e mente e voglio il mondo intero o nulla, preferisco niente se non posso avere tutto, ma tutto quello che voglio non può essere posseduto dunque non lo posso possedere e per questo non ho nulla di nulla di un nulla al quoto di nulla e pensavo a tutte queste cose e a molte altre ancora allorchè col primo giallo scintillio di una stella che pareva la capocchia di uno spillo appuntato nel liscio velluto della notte la lama di un gelo tagliente sembrò fendere l’aria calda della terra e le nostre facce già rosse dal freddo piccante mentre Venere erompeva dalla bruma sfiorando i prati come una gemma preziosa incastonata nell’orlo del cielo gettando una tenue ma rassicurante luce grigio-azzurra. Erano le cinque e quarantacinque minuti, dunque mancavano solo quindici minuti all’alba, 15 minuti all’esplosione del giorno: mi girai sul fianco e mi riaddormentai, sperando di non dover assistere alla mia morte. Io sono l’uomo da niente, l’uomo miserabile, il buonannulla, il perdente, l’impostore.

Ma ognuno ha la vita che merita. Ognuno merita la vita che ha. Io ho scelto la vita di chi non vive: faccio lo scrittore e sono un codardo ma che differenza passa in fondo tra un codardo un coraggioso? Il coraggioso è solo un codardo privo di immaginazione, capacità di calcolo, e senso pratico. Ognuno ha la vita che merita, ognuno merita la vita che sceglie. Io ho scelto la vita dell’accattone e del disperato, del morto-di-fame e del buonannulla, del fannullone e del trafficone. Ma è che non riuscivo ad andare a lavorare, non potevo smettere di vivere, il giorno fuggiva troppo velocemente, assai ferinamente per sprecare il tempo nel lavoro, era troppo bello là fuori, le strade, la strada, la gente, i fiori neri dell’asfalto che crescono sotto il sole sfavillante e accecante del meriggio, l’uomo può essere capace di qualsiasi cosa poichè è la misura di tutto, gioia, paura, odio, rabbia, violenza, devozione, coraggio, come la medusa come lo scarafaggio come il topo come la zecca come il gatto come il leone come la iena come l’albero io non ambivo ad altro che a vivere. Io appartengo alla genia degli uomini che non ambiscono ad altro che a vivere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E POI FU LA NOTTE.

 

Mareggiare pallido e assorto, sotto la ridente linea dell’Orto, mentre un capitano da uno schiaffo a un’ordinanza militare, e miracoli scientifici sciamano in cielo, e soavi psichiche deformità precipitano che non riparano a castrare, e per le vie polverose, per le serpeggianti vie polverose un bel tramonto pieno di vapori esplode di fiamme viola e altri mille colori.

E poi fu il buio. E poi fu la notte, che sgorgò nella rugiada e nel bruscolo, nell’occhio cieco della notte e nel brusio dell’allocco, nel bruciore del pidocchio e nella tirchieria del pitocco, nello sfavillare del barocco, fra indecenze regole regolamenti colloidali e ordinamenti.

L’amai a distanza di 48 ore per orizzonte, mi baciò del bacio più strano e nell’ora più strana, quell’ora che non è più giorno e non è ancora notte, quell’ora in cui le cose cambiano forma liberando tutte le ombre malcelate, acquattate durante il giorno, e una pallida fosforescenza di viola-tramonto saliva dalla terra, dal mare e dalla saliva, e ogni albero era intimorito dalla propria aureola, e tutte le fiammelle stellari risplendevano in cielo come un candelabro, risplendevano il cielo come un candelabro, e tutte le costellazioni e le stelle più lontane lanciavano il loro segnale, il loro segnale un po’ semplice e un po’ complicato, e una luna vanesia disegnava sul mare un sentiero che si perdeva tra le acque a perdita d’occhio, anzi a vista d’occhio, e anche lei sembrava una notte illuminata dalla luna, un mare illuminato dalla luna-lume del suo sorriso, dalla falce di luna del suo sorriso, un sorriso come una ferita sul volto della notte, sospeso nell’acqua dei cieli, nell’acqua dei cieli su cui sogliono specchiarsi le allodole che fanno dei cieli uno specchietto per le allodole, acie di fieni e acufeni, e poi la notte, una notte strana e silenziosa, magica e splendida, come il suo volto di luna che trasfigurava-perfigurava occulti messaggi eridanei da occulti dei iridei scortati ed eoni d’infimo grado, da imbrogli furbizie pugnette prospezioni, da intangibili feromoni d’inscindibile alterità, e idee e tropi, e nomi e niente e mente, la mente il cervello il nulla, e diecimila frammenti di acciaio essudato  e poi coagulato intorno a un rosaio di filami, fra collaudati reami di organi reali e origami e batracomicomachie di uccelli contro insetti, imbonimenti-ossequi definitivi e in(de)finitivi accanimenti. E con la notte venne un cenno di linguaggio, come napalm al passaggio del paesaggio, esangue dietro l’ultimo sangue di un barthesiano imperio dei sogni, e delle avversioni di ultrasoniche ricognizioni archeologiche nelle crepidini nelle volte nelle catacombe nel fundus coelorum. In-ultima-analisi e in-prima-istanza, ad un secondo acchito e in terzo luogo, tutto sommato e tutto sottratto, questo solo posso, questo solo oso dirti: fui fumo e fui funo e fui pomo, l’immagine di un immane rogo di errori e orrori e vocalizzi, un monadico cordo di vacui morfemi e muti semantemi così indecente che cercai tutte le decenze e i decori, fui disdoro, per me e per te e per noi, e per l’umano consesso, fui disdetta a tutti gli ordinamenti e i regolamenti per quel fastidio che mi manca lievemente libidico. Mi è mancato così poco per vivere... ma nel non sperimentabile pretestuarmi, perorando la mia causa, speronai la giusta causa con un sol colpo di coda pretestuosamente colpevolmente vicitandomi all’orlo del baratro come al ciglio del burrone, al labbro dell’abisso come al fianco del confusamente, avvicinandomi a nuove imposture e forme, inganni e retoriche, appropinquandomi approssimandomi appressandomi all’ultimo sangue dell’ultimo duello all’ultimo verso dell’ultimo poema estremo sublime in isteriche rime concepite a misura, a pastura, secondo natura della Norma carnefice e pentimenti patimenti e altre offese a nulla più servirono nel vero falso infatuarsi del falso vero nel vero e falso vero verde nel vero mero nero verdicante falso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SPERMA ISTANTANEO.

 

Era una sera fiacca, e io non avevo voglia di scrivere. Tristezza infinita. Non c’è scampo: siamo tutti fregati, tutti fottuti dalla vita, non esistono vincitori, solo vincitori apparenti, la vita è un sicario che ci aspetta al varco come un brigante, mentre noi diamo la caccia a un mare di niente, la sopravvivenza sembra l’unica necessità, giorno dopo giorno, ma io sono stanco, stanco di tutto e stanco della vita: ha impiegato così tanto ad arrivare e solo un attimo ad andarsene. Non c’è scampo. Ma almeno non sono in galera e non ho il cancro. (Almeno per ora.) Mi sembra di vivere un esistenza che non mi appartiene, e morte e indifferenza sembrano le uniche possibilità, quando tutto il resto appare privo di senso, quando tutto il resto appare assurdo e asessuato, e passo il tempo guardando fuori dalla finestra il vento che passa, la morte che avanza, e la pioggia che scoppietta croscia romba e balbetta, mentre il sole sanguina sbanda e sbietta. La strada, le cose, le persone, sono cose vuote, e anche le cose sono vuote. Le persone una massa di stupidi che fornicano con la morte, la morte che copula con la morte, morte scopa morte, perdenti perduti ansanti ansiosi pavidi e paurosi. Le donne sono delle brutte troie, insulsi gli uomini palloni gonfiati. Guardarli, e guardare la vita, è come guardare fuori dal finestrino sporco di un auto in corsa: solo lo sporco maledetto nulla assoluto che passa e sfreccia e quasi traccia non lassa, e anche dentro è vuoto, dentro la camera, solo fumo di sigarette, qualche libro sparpagliato, alcuni quadri, e un paio di scarpe rotte, il passato svanito come l’amore, il futuro incerto, bisbetico e scialbo come le donne, il presente malaticcio e avvizzito che si trascina carponi come un lebbroso, gli insetti che copulano incuranti di tutto e tutti, il coraggio mi ha abbandonato, l’amore è un orrendo crocifisso in una mano morta, la pazzia ride alle mie spalle e la morte urla il mio nome, mentre i fiori cercano di sbocciare ma non ce la fanno, il cervello che imputridisce dentro la testa e si trasforma in schifosa poltiglia gelatinosa, il sole che filtra attraverso nuvole rancide colando i propri raggi da un cielo acido, il sole che sanguina appoggiato al davanzale della finestra mentre avvoltoi neri volteggiano in cerchio e ride la gazza nera sugli aranci, e la campana che arrugginita non suona più per me, come il mio cuore scordato, a volte non ho voglia di parlare con nessuno allora abbasso le serrande e rimango a letto per giorni e giorni interi non facendo altro che fumare e dormire, privo di sentimenti, privo di idee, privo di progetti e ambizioni, privo di sogni, odiando il sogno perchè non si avvera e il sonno perchè non giunge mai, mentre il tempo fluisce sulla mia testa come un esiziale fiume di lantanica disperazione, e la morte gioca con i miei capelli li carezza, ma è che ci sono giorni in cui tutto va male, dovunque: in casa, in strada, in macchina, e da qualsiasi altra parte: assalti continui e ininterrotti, feroci, alla mia anima e alla mia pazienza, i nervi tesi fino allo spasmo, i nervi che si tendono fino quasi a spezzarsi, in giro solo volti sorridenti e rilassati d’idioti patentati, sguardo ottuso, facce di capra e menti dementi, a volte sono talmente stravolto da sentirmi male: allora siedo nella mia stessa ombra, intrappolato, ingabbiato in solitudine glaciale, non me la passo per niente bene, e la voce dolce e gentile delle ragazze giovani e belle non risuona più tra i miei muri, il cuore non batte più, e io sogno il nulla ripensando all’estate perduta, ma non voglio che tu mi compatisca, non voglio lamentarmi, non mi sto lamentando, so che c’è ben di peggio, e non sono il primo né l’ultimo, non mi sto lamentando: sto solo cercando di dirti com’è: impazzire e farla finita o continuare a provare? Ma morire sarebbe assurdo, assurdo almeno tanto quanto rimanere, forse potrebbe ancora esserci un posto giusto per me in qualche luogo, da qualche parte, ma fa male aspettare un momento che non si sa quando giungerà e restare in attesa ascoltando il silenzio che assorda, immerso fino al collo in un mare di merda e disperazione che come onda sciacqua schianta e sciaborda e straborda, sono stanco d’inseguire la vita, l’esistenza è solo un susseguirsi di stupidi eventi senza senso, ma quello che più brucia non è l’attesa, è lo spreco, come stare in un campo inondato di sole a riposare e sentire il bisogno di soffrire, e scappare. Uno così può lasciarsi andare completamente e darsi per vinto: tanto vale uscire e trovarsi qualcosa da fare o provare a inventarselo.

Così mi vestii e uscii. Fuori il sole schiantava e s’infrangeva al suolo frangendosi in mille cuspidi di luce acuminati che trafiggevano la mia pelle con mille lame invisibili e affilatissime. Salii in macchina, girai la chiave, si accese il motore, lo scaldai per bene, ingranai la marcia, e partii. Ed eccomi finalmente sulla strada, diretto a sud di nessun nord, e alla periferia di nessun centro, diretto ovunque e in nessun luogo, mentre il sole bruciava attraverso le nuvole e la vita non girava, ma ero ancora giovane dopotutto e a trent’anni hai tutta la vita davanti, così accelerai, e malgrado ancora la vita non ingranasse mi sentivo meglio, accelerai ancora, prima la terza poi la quarta e la quinta, la vita iniziava a carburare e qualcosa si muoveva, il vento tra i capelli, la libertà tra le dita, l’asfalto sotto il volante. Accesi una sigaretta e sbuffai il fumo in faccia alla morte, cominciando a sentirmi meglio, nonostante mi sentissi completamente inutile. Cioè, esistono al mondo circa 3 miliardi di donne e nessuna che bussi alla mia porta, che venga al mio indirizzo, o digiti il mio numero, sono solo un demente, un pazzo, un subnormale.

Saltiamo il resto della giornata: zero novità, zero adrenalina, zero colpi di scena, zero azione: non vale la pena parlarne.

Tornato a casa mi spoglia, andai in bagno per pisciare, pisciai, mi lavai le mani godendo del calore dell’acqua che scorre, chiusi il rubinetto, e mi stravaccai sul letto: fanculo tutto, la vita consuma fino all’osso, spesso i principi della ragione non valgono più e allora entrano in gioco le ragioni dei principi, quando vengono meno i diritti bisogna ascoltare le ragioni, essere autorevoli non vuol dire essere autoritari, essere concentrati non è essere concentrici. La vita consuma, la vita consuma fino all’osso. Mi addormentai.

Fui svegliato dal campanello. Mentre mi avvicinavo alla porta, ricevevo una strana sensazione di sinistra eccitazione, buona solo in parte, diciamo per metà buona e per metà cattiva, ma decisi lo stesso di rispondere. Andai ad aprire e quando aprii la porta si spalancò e entrò una donna, anzi no, una furia, una donna belvigna e belluina, totalmente invasata e imbestialita, spandendo nell’aria un ferigno odore d’ira e rabbia, seguita da un ronzio come di api disturbate in preda a una impetuosa collera e bestiale frenetico furore, agitandosi come un saettante dardeggiante folgorante guizzante lampante fulminante serpe avvinazzato. E bruciava l’aria con il perfetto movimento ondulatorio del suo culo ondeggiante come un’altalena, culo infinito eterno ed enorme come il mare e come il mare luccicante e scintillante, infiammando quel che restava della mia anima con capelli così morbidi che ad ogni passo danzavano sobbalzando e vacillando vivi come argento vivo, e occhi così lucenti che sorridevano, la bocca tutta tesa in una smorfia imbronciata di bestemmia e le labbra che si protendevano come a esplodere. È proprio vero che l’azione arriva quando meno te l’aspetti. La donna avanzò nella stanza scivolando sul pavimento come una danzatrice su pattini a rotelle, ambiando lungo la tangente del desiderio che l’aveva portata a me. Poi fece una giravolta su se stessa mi fece letteralmente colare il cervello dalle orecchie. Poi si fermò davanti a me tremando le pareti e rabbrividendomi di perversa eccitazione, mentre il cielo si capovolse dentro un bicchiere e io rimasi pietrificato e muto, le tempie che pulsavano e battevano, il suo culo miracoloso che si propagava nello spazio attorno e mi percuoteva quello che rimaneva del cervello.  Infine, le sue mani saettanti nei miei pantaloni come infiammati strali avvelenati di sesso che mi violentavano e mi stupravano, svuotandomi e risucchiandomi. Certi giorni non c’è proprio verso di raddrizzarli: la vita consuma consuma fino all’osso. La vita è solo una barzelletta scritta da un uomo senza mancanza di umorismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ULTIMO AMORE.

 

Quella mattina, presto, dalla cassetta della posta spuntava un cartoncino azzurro. Non ricevo mai lettere e così, incuriosito, l’aprii subito. La lettera recitava così: <<Ti ho amato al punto di non poter sopportare l’idea di ferirti. E amandoti ho amato i tuoi difetti e i tuoi errori, le tue bugie e le tue brutture, le tue contraddizioni e le tue bassure, anche i tuoi piedi e le tue ascelle, l’odore stantio del tuo sudore e il sapore acre del tuo seme. E forse il tuo carattere non mi piaceva, né il tuo modo di comportarti, però ti ho amata di un amore più forte dell’amor proprio, più labile del desiderio e più cieco della gelosia: a tal punto implacabile, a tal punto inguaribile, che ormai non potevo più concepire la vita senza te. Ne hai fatto parte quanto il mio respiro: rinunciare a te è stato come rinunciare a me stessa, ai miei sogni, alle mie illusioni, alle mie speranze. Come rinunciare alla vita. Quest’amore è stato una malattia, e di tale malattia riconoscevo e potevo elencare tutti i segni, tutti i sintomi, tutti i fenomeni. Un amore simile non è stato nemmeno una malattia… era un cancro! Un cancro che a poco a poco invade gli organi interni col suo moltiplicarsi di cellule, il suo plasma vischioso di male, e più cresci e più diventi cosciente che nessuna medicina può arrestarlo, nessun intervento chirurgico può asportarlo; forse è possibile quando era un granellino di sabbia come un chicco di riso, una vocina che grida, un amplesso mentre il vento fruscia tra i rami d’olivo; ma il vento avvampa gli incendi e ora, invece, non è più possibile rimuovere quel cancro, perché ti ruba ogni organo, ti divora a tal punto che non sei più te stesso ma un impasto fuso con lui, un unico magma che può disfarsi solo con la morte, la sua morte, che sarebbe anche la tua morte. Così tu mi hai invaso e così tu mi stavi divorando. Impossibilmente tua, Muna.>>.

Ritornai in casa, aprii il frigorifero, e mi scolai due birre. Rimasi sovrappensiero, come uno scemo, per mezz’ora. Poi dissi <<Che cazzo sto facendo!?>> e la chiamai.

Presi il telefono e composi il numero. Squillò a lungo. Infine rispose. <<Pronto?>> disse. <<Muna, sono io...>> dissi. <<Oh, Manu...>>. Solo lei mi chiamava Manu. O Manuel, per intero. Tutti gli altri mi chiamano Omar. Le tremava la voce. Sembrava commossa. Io lo ero. E in quel momento mi accorsi che l’amavo da morire. <<Come stai?>> le chiesi.

Ci siamo dati appuntamento. Non la vedevo da più di un anno. Non sapevo come sarebbe andata, come sarebbe stato, ma sapevo come volevo che fosse. Eppure, non avevo nessuna certezza. Non puoi mai saperlo prima, ci sono giorni in cui è meglio restarsene a letto, le coperte fino alle orecchie, e tutto il mondo fuori. Sono arrivato con un’ora di ritardo. Quarto piano. Abbiamo parlato e parlato. Poi mi sono fermato per la notte. Ci siamo spogliati, ci siamo infilati sotto le coperte, al buio ci siamo sfiorati, sentivo le sue unghie sulla mia schiena, mi sono voltato, l’ho abbracciata, l’ho stretta, cingendola da dietro, la sua schiena contro il mio petto, il mio cazzo contro il suo culo, le carezzavo le cosce muscolose e il seno rotondo e sodo, mentre la notte ci piombava addosso, le sue lunghe stelle che bruciavano sulle nostre teste. La luna dalle morbide dita di rosa sospettosa in silenzio stava a guardare. Poi mi è venuto duro, e abbiamo fatto l’amore sotto una strana luna oscura. Le ho sfilato le mutande, l’ho girata a pancia in su, le sono montato sopra, arpionandole i fianchi alla ricerca della figa, le ho trovato la figa, ho spinto e spinto ma non entrava, alla fine è entrato, scivolava sempre più dentro, non si era depilata, vado pazzo per quei peli corti e ricciuti, gliel’ho spinto dentro fino in fondo, lei emetteva piccoli gemiti di dolore, le afferrai i capelli, le diedi un bacio selvaggio e violento, lei teneva gli occhi chiusi, la bocca esanime. Poi ho iniziato a menarglielo più forte, sempre più forte, i suoi gemiti aumentavano d’intensità e volume. Una frenetica e infiammante tensione erotica. La mia perversione che si abbeverava a quei gemiti. Poi l’ho voltata e gliel’ho ficcato dentro da dietro. Come i cani. I cani la sanno lunga. La scopavo forte, me la sbattevo per bene, la randellavo a dovere, ancora e ancora. In quel momento era mia. La brutalizzavo come meglio credevo, e facevo del suo corpo quello che volevo. La picchiavo, le tiravo i capelli, la scopavo come se fosse uno stupro. Le facevo male. Le facevo del male. Ero il suo esercito conquistatore e i suoi cannoni di Navarone, ero il suo stupratore e il suo padrone. Ero la morte dietro la maschera di un organo inesorabilmente erettile. Alla fine sono venuto, e siamo rimasti sdraiati l’uno accanto all’altra, stanchi, esausti, madidi di sudore. Io ero anche felice. E non solo perché mi ero scopato ancora una volta quella deliziosa bambina. Ero felice e non sapevo perchè. Ma forse è questa la felicità. E, poi, lei era meravigliosa, uno spettacolo di strabiliante bellezza. Quando scopava sembrava che stesse partecipando a un concerto o a uno spettacolo di danza classica, era elegante e delicata eppure allo stesso tempo era una scopata fantastica. Il suo modo di scopare era un messaggio senza parole, come una casa che brucia, come un incendio, un terremoto, o un’alluvione: il messaggio non è chiaro, ma è lì, davanti ai tuoi occhi, reale e tangibile: non puoi non vederlo. Più tardi ci addormentammo. O, meglio, lei si addormentò. Io non riuscivo a smettere di guardare quella negra bellissima, snella e aggraziata. Intanto l’abbracciavo da dietro. Finché durava era la felicità. Non si poteva desiderare niente di più. Era il meglio che ci fosse.

Quando l’indomani mattino mi svegliai, Muna era seduta sul bordo del letto intenta a spazzolarsi i capelli. Mi fissava con i suoi grandi occhi neri. I suoi grandi occhi neri che mi scrutavano mentre mi ridestavo dal sogno, e seguivano ogni mio movimento. I suoi grandi occhi foschi. Che mi azzannavano, mi penetravano, mi divoravano. Poi mi sorrise. Di un sorriso bellissimo. Stavo bene. Mi concessi il lusso di stare bene. Non mi succedeva da molto tempo. Mi sollevai sui gomiti, la baciai dietro l’orecchio, aspirando tutto il suo odore.

<<E così per vivere scrivi...>>, <<Non esattamente: mi limito ad esistere e lasciare che le cose accadano. Poi, con un po’ di sforzo e immaginazione, cerco di ricordare tutto e buttarlo sulla carta.>>, <<Dunque sei uno scrittore...>>, <<Diciamo così.>>, <<E quanto è importante per te la scrittura?>>, <<Per la scrittura io ho fatto di tutto: mi sono costretto persino a vivere.>>, <<E che cosa hai imparato, dalla vita?>>, <<Non molto, in verità. Più che altro, che è meglio tirare lo sciacquone e non scommettere mai sul cavallo vincente. Non so. Non capisco molto il mondo. Detesto la gente. Odio la tv. Le feste mi danno il voltastomaco. Soprattutto quelle comandate. Non mi piacciono le ripicche, i giochi sporchi, l’ambiguità, la menzogna, i palloni gonfiati e le palle al piede, i silenzi che mettono a disagio. Mi sento schifoso a pagare una donna per il suo corpo. Mi sento stupido a pagare per avere un po’ di amore. Siamo così disperati che siamo arrivati a vendere quello che non si può comprare: l’amore, il sesso, la felicità... Dobbiamo essere davvero disperati, se siamo arrivati a questo punto. Mi sento stupido a pagare per entrare in un cinema e sedermi in mezzo a stupida gente per condividere le loro emozioni e condividere con loro le mie. Odio tutto questo, e molto altro ancora. Odio scopare senza amore.>>, <<Tutto ciò è disarmante.>> chiosò lei, e io non risposi.

Eppure con lei era stato diverso, c’era stato calore, non era stato privo di sentimento, non era la solita carne morta che si accoppia ad altra carne morta. Detesto quel modo asettico di fare sesso: una palestra di freddi corpi senza nome, estranei dentro il letto come fuori, che si masturbano a vicenda, gente vuota e senza morale che per questo crede di essere più libera quando invece è solo più schiava poichè priva della capacità di sentire o provare amore. Tutti si danno alle ammucchiate e al sesso libero (cioè spregiudicato). Morto-scopa-morto. La morte che scopa la morte. Tutto uno scopa-scopa senza senso e senza passione, privo di umorismo e azzardo. Cadaveri che scopano altri cadaveri generando altri cadaveri. Perché, vedete, la morale è restrittiva, d’accordo, ma almeno si fonda s’un esperienza secolare da parte del genere umano. Talvolta i principi morali tendono a incatenare e limitare le possibilità degli uomini. Ma altre volte esprimono possibilità a lui sconosciute fino a quel momento. È come un giardino pieno di frutta velenosa e frutta buona: bisogna sapere distinguere che cosa si può mangiare da che cosa va lasciato sul ramo e cogliere solo quello che di buono c’è. Nel deserto, invece, c’è già in partenza la certezza di non trovare niente di niente.

E per la prima volta pensai al matrimonio. Conoscevo i suoi difetti (e i miei) eppure pensavo al matrimonio. Pensavo al matrimonio, e pensavo a una casa con dentro un cane un gatto e un bambino, pensavo alla spesa al supermercato e alle passeggiate al parco, alle sere sul divano a guardare un film, alle interminabili notti d’amore fino agli albori del mattino. Poi, mi addormentai anche io.

Poi facemmo ancora l’amore. Quando ci risvegliammo, era pieno giorno. Il sole già alto sanguinava esplodendo la sua luce dolorosa. Il mio amore che tremava, con lo stridore di una stella cadente, con il fuoco di mille splendidi soli, e la fiamma di mille lampadine infuocate. Il mio amore inaridito che tornava a sbocciare come un fiore di rosa stuzzicato dalle morbide dita del sole. La notte che ancora bruciava sulle nostre teste. E lei, che riempiva lo spazio con la sua sola presenza, i suoi capelli sparsi sul cuscino... Non potevo sopportare tanta bellezza: le cinsi la vita con un braccio, e affondai la testa tra tutti quei capelli, chiudendo gli occhi e rimanendo in silenzio.

Mentre eravamo sdraiati, potevo sentire il battito del suo cuore: aveva un suono triste. Mi domandai a che cosa stesse pensando. E d’improvviso anche io divenni triste. Ma, nonostante questo, sembrava comunque un bel momento: due persone che stavano insieme solo per il gusto, senza secondi fini. Al di là del bene e del male, in teoria tutto è giusto, ma per continuare a vivere bisogna fare delle scelte: alcune femmine sono più dolci di altre; altre sono semplicemente più interessate a te; a volte quelle belle fuori e fredde dentro sono necessarie, solo per provare scossa, una violenta scossa del cazzo, come una rissa del cazzo o una folle corsa in macchina; ma quelle più dolci in genere scopano meglio, e dopo un po’ che stai con loro ti sembrano persino belle, perchè in realtà sono bellissime, solo che non te n’eri accorto perchè troppo occupato a fare confronti e crearti aspettative.

In fondo, mi basta un amore minimo. Mi accontento di una donna dolce e gentile. Nulla di eclatante. Mi basta mangiarci insieme, dormire insieme, svegliarmi carezzandole i capelli o succhiandole un capez­zolo, passeggiare per strada con lei, o vedere un film. Ma non voglio conversare, e nemmeno andare chissà dove. Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio? È solo allora che sai di aver trovato qualcuno davvero speciale: quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento, startene in silenzio e sentire che è la migliore conversazione che abbia mai avuto. Sono in circolazione da così tanto tempo che ho imparato che siamo così diversi che è impossibile capirsi, e inutile provarci: possiamo solo viverci. Viverci: baciarci, annusarci, scoparci, accarezzarci, toccarci, sfiorarci. E amarci. Di quell’amore che non ammette e non si confessa ma che non si dimentica. Mai.

Poi lei si voltò, mi baciò, e svanì tutti questi pensieri. E, sai, il bacio è più intimo di qualsiasi segreto e più erotico di qualsiasi scopata. La baciai anche io. Con tutto l’amore che avevo. Con tutto l’amore che potevo. Come se quella fosse la mia ultima ora sulla terra. Come se quello fosse il mio ultimo bacio a disposizione. Come se lei fosse il mio ultimo desiderio. Avevo forse perso le palle? Non ero più sicuro di niente.

In cuor mio mi promettevo di amarla di quell’amore che non si ammette e non si confessa ma che mai si dimentica, neppure per un secondo. Di quell’amore che strappa le vene e toglie il sonno. Mi ripromettevo che l’avrei resa talmente viva che la polvere l’avrebbe assordata semplicemente cadendo sopra i mobili. Così viva che per la prima volta avrebbe avvertito la gravità pungerla,

come una spina nel fianco. Così viva che, per l’imperativo delle ali, avrebbe avuto male alle scapole. Il valore di un sentimento è la somma dei sacrifici che si è disposti a sopportare per esso. L’amore è una schiavitù, e un dolore la bellezza. Nella vita può succedere di tutto. Ma non con chiunque...

Lei era bellissima: a ogni suo passo la terra gemeva, il cielo si contraeva e si accartocciava come una foglia, e anche io spasmavo quando incontravo i suoi occhi. I suoi capelli erano serpi capaci di impietrire gli uomini se avessero provato a fissarli obnubilando le loro menti e offuscando i loro sensi. Era fuoco liquido e ghiaccio bollente, uno spirito troppo grande intrappolato in un corpo che era una condanna, una gabbia, un carcere. Capelli di nera seta e corpo pure di nera seta. Quando stavo con lei tutto l’odio spariva, la ferocia e la miseria scompariva, e tutto sembrava bellissimo, erano di nuovo solo cose belle e fresche, niente aveva più ombre. Cazzo, era un sogno, un sogno, un dannato mirifico sogno; era la nascita, la vita, la morte, era tutto, capisci? Non sono mai stato così bene come con lei. Non che ci fosse qualcosa di particolare tra noi: era semplicemente il modo in cui mi faceva sentire, la sensazione che procurava negli altri di spensieratezza. Lei aveva scelto me punto e basta e questo bastava per rendermi felice. Ma quando sorrideva, cazzo, quando sorrideva tutte le luci del sole si accendevano come se fossero le luci di un abbacinante neon psichedelico, e illuminavano il mondo con la forza di un milione di splendidi soli. Lei aveva scelto me, aveva scelto me! Prima mi sentivo messo all’angolo, deriso, escluso, umiliato, devastato; e mi sentivo arso, arso dal rimpianto, arso dal rimorso; non ce la facevo più, folle, invecchiato, stupido; anima marcia e cuore imputridito; ridotto a un manico di scopa, senza occhi, senza denti, senza cervello, senz’anima, senza bocca, e senza mani, senza colori; ero ormai troppo duro, mi ero troppo indurito, e la mia corazza era invalicabile, ero ormai troppo forte, troppo forte per commuovermi, troppo forte per muovermi, troppo forte per spostarmi, troppo forte per innamorarmi.

Poi lei mi avvolse tra le spire del suo dolore, e rimanemmo in silenzio per alcuni minuti. Lei era nuda. Sdraiato il corpo di un pallore eccitante. I seni piccoli e sodi. Raggiante, radiosa, luminosa, meravigliosa. I capelli che sembravano vivi e sembravano assecondare ogni suo respiro muovendosi al ritmo affannoso del suo petto, e la luce che li illuminava dalla finestra risaltava ancor più il loro bagliore inseguendo ogni minima contrazione e ogni minimo movimento dei suoi muscoli e ogni minimo sussulto del corpo e ogni impercettibile increspatura della sua pelle. E aveva occhi sgranati e frementi e scuri, occhi che contenevano tutto ed esprimevano tutto, occhi selvaggi che odoravano di desiderio e dolcezza, di rugiada e di cielo. Dentro quegli occhi tutto era contenuto.

Poi le toccai le labbra con la mano. Ci baciammo. Intanto, con l’altra mano le carezzava i capelli. Sotto la luce del suo sorriso i suoi capelli brillavano come sotto la luce di mille splendidi soli. Era come se avesse il fuoco dentro, era come se fosse fuoco lei stessa. E la baciai ancora, dietro l’orecchio, poi mi chinai e le baciai il collo, i seni, la pancia, il ventre. Lei affannosa inspirava ed espirava. Poi scivolai sul pube ben rasato e le baciai l’interno delle cosce e il sesso appena dischiuso, che a ogni mio bacio si apriva sempre di più, esplodendo ed effondendo dappertutto il suo odore forte e un po’ salmastro. Infine, le ninfe scoprirono del tutto la ninfea nascosta. Il fiore sbocciò erompendo prima piccolo bocciolo poi sfrontata verga titillante, gentilmente e delicatamente pulsante. Le gambe sussultavano in tumulto e mi chiamavano con la loro voce di amarena, accoglienti e avvolgenti come le labbra della vulva. E io entrai e godetti del loro calore infernale. E ci muovevamo all’unisono, era un’intesa perfetta, un concerto, bellissimo, indimenticabile: al di là di ogni immaginazione, al di là di ogni raziocinio, di là della storia, al di là della pietà, al di là di noi stessi, al di là di tutto, mentre noi assaporavamo l’essenza della vita.

Venimmo insieme. Restai dentro di lei per un po’, e mentre la baciavo, le sue labbra, labbra morbide e piene e sensuali, si abbandonavano alle mie labbra e accoglienti ricevevano la mia saliva come uno scrigno possiede e serba diamanti. Poi ci alzammo andammo in bagno a ripulirci e lavarci e poi uscimmo di nuovo alla ricerca di cibo salimmo in macchina e guidammo senza meta per un bel po’ parlando e scherzando fra noi, tutto il mondo fuori dal finestrino. Ed eravamo felici: ci accontentavamo di ciò che avevamo, ci bastava persino ciò che non avevamo, perché non avevamo bisogno di altro che di noi stessi.

Ed eravamo fuori dal coro, una minaccia per la loro società costituita, per il loro stile di vita, e trovavamo sempre cose da fare e cose che ci divertissero, risate sincere, non sarebbero mai riusciti a capirlo, persino la pioggia era piacevole insieme. Passammo così mesi e giorni meravigliosi. Poi, un giorno, andammo a fare una passeggiata al parco. Era ancora estate e tutto era splendidamente deserto a quell’ora: solo vecchie signore che occupavano vecchie panchine e una pace assoluta nell’aria. Comprammo due panini e ci sedemmo sull’erba a mangiare, poi ci distendemmo e non parlammo più: sull’erba l’abbracciavo e mi abbracciava, e dormimmo, ed era ancora più bello che fare l’amore, non c’era alcuna tensione solo pura energia positiva e vibrazioni altrettanto positive. Le proposi di convivere. <<No. Non sono pronta.>>. L’abbraccia di nuovo. Respirando tutto il suo odore. Poi ci alzammo, risalimmo in macchina, e tornammo a casa. Lei raccolse le sue cose e io la riaccompagnai alla stazione del treno.

Mentre aspettavamo il treno, mi accesi una sigaretta e me la fumai. Il problema è che per me è facile affezionarmi, ed è duro riuscire a non farlo. Io mi affeziono sempre. O, meglio, non scopo se non mi affeziono. Sapevo che non l’avrei più rivista. Avrei voluto baciarla, ma avvertivo la sua ritrosia. Così, mi limitai a farle un sorriso. Ricambiò. Poi la sigaretta finì e si spense. La salutai. Mi salutò. Poi mi voltai e me ne andai.

Pochi passi dopo sentii di nuovo la sua voce, e il ticchettìo dei suoi passi dietro di me. Aveva un corpo sottile e snello, che mi mandava in orbita, gli occhi umidi di pianto. In quel momento avrei dato tutto affinché mi dicessi <<Sì.>>. Tutto. Letteralmente tutto. Mai il ticchettìo dei suoi passi come cento chiodi nel petto. Mi abbracciò. Mi disse che le dispiaceva. Le dissi che non c’era nulla di cui dispiacersi. Che le cose belle iniziano e finiscono. E questo è triste. Che anche le cose brutte iniziano e finiscono. E questo è bello. Alla fine, è già una fortuna anche solo chiudere più o meno in parità. Allora lei si sollevò sulle punte e mi baciò. Un bacio semplice. D’amore. A bocca aperta. I corpi l’uno contro l’altro. Le mani nelle mani. Le dita intrecciate.

Poi ci staccammo, e lei, semplicemente, andò via. In un baleno. Per sempre. Tutto liscio. Tutto facile. Tutto indolore. E come no!?

Non so dove sia andata a finire, ma quelle notti erano belle, e lei era grande a letto, e quelle gambe sui tacchi erano magnifiche, e quel culo rotondo ed enorme era un portento. Era magica, la sua pelle lustra e morbida, e i colori delle sue mutande così eccitanti. Era bella quella vita: donne e fiori, culi e poesie, scopate e cazzotti, primavere ed estati non sarebbero mai più stati così belli. Miseria e stupidità nutrono la verità.

Tornai a casa, mi accesi un’altra sigaretta, mi sedetti in balcone e me la fumai, immerso nel tiepido sole del crepuscolo estivo, mentre pensavo che non l’avrei mai più rivista. Sembrava incredibile. Non l’avrei mai più rivista. Non sapevo che cosa sarebbe accaduto fra un minuto, magari dalla porta sarebbero anche potuti entrare due uomini armati fino ai denti che mi avrebbero crivellato di colpi in pancia, forse avrei potuto avere un’erezione incredibile, o avrei potuto vomitare o piangere. Ma sapevo che cosa era successo un attimo fa. Lei, io, noi, le anime che s’incontrano in un abbraccio furtivo, in un amplesso feroce e rabbioso come la notte o la guerra, l’orgasmo sonnolento e torbido, una condizione magica, e giorni e notti d’incanto. Ma solo il letto ancora disfatto, il cuscino ancora impregnato del suo odore, e questa pagina ricorderanno il dolce rotolare dei suoi fianchi e il modo in cui le pareti sorridevano a tutta quell’esplosione di gioia.

Tocca a tutti prima o poi, è così da secoli, nasciamo soli e moriamo soli, e la maggior parte del tempo che intercorre tra la nascita e la morte ci condanniamo a viverlo da soli, presi tra l’odio e la paura, la demenza e la nevrosi, il terrore e l’assassinio, il nulla e la tristezza. Una tristezza senza pari. Ma forse era solo colpa mia che le donne le idealizzo sempre. Perché, vedi, per fare l’amore è chiaro che si deve sentire qualcosa, ma se stai lì a rimuginarci sopra e inizi a illuderti e crei castelli di carta e pensi che sia amore allora ti crei delle aspettative e tutto va a rotoli. Che cosa c’è che non va nel fare l’amore? L’amore è una forma di pregiudizio, anzi è uno scherzo della mente, è la tendenza metafisica che induce a ritenere un sentimento e un affetto come istanze morali eterne dotate di certi attributi immodificabili e immanenti. L’amore è un’allucinazione, una malattia della mente che spinge l’uomo ad astrarre da un essere le sue qualità e poi a ritenere platonicamente che quell’astrazione sia un entità reale benché ideale e astratta e metafisica che sta a monte dell’ente reale e concreto che vediamo. Insomma, inizi a sacralizzare quello che ti piace, e quello che ti fa stare bene diventa una religione e ti fotti con le tue stesse mani perchè in quel momento arrivano le aspettative e le aspettative provocano insoddisfazione e delusione mentre credo che dovremmo prendere le relazioni per quello che sono: una dolce parentesi fortuita nata da un incontro altrettanto fortuito con una delle migliaia di persone che avresti potuto incontrare. La gente ci ricama troppo sopra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NUOVO AMORE.

 

Quando il mio vecchio appartamento era ancora vuoto, avevo preso l’abitudine di starmene seduto alla finestra a contemplare la città. Bellissima mefistofelica sonnolenta città di nuvole e pioggia. Anche se, in realtà, tutto quello che riuscivo a vedere era l’enorme condominio di fronte, con tutta la gente che entrava e usciva. Un passatempo che può sembrare noioso, e spesso lo era, tanto che a volte mi sorprendevo a fissare il mio riflesso incantato nel vetro, dimentico dell’esistenze che si svolgevano al di là di esso. Di quando in quando, di solito verso mezzanotte, da dietro l’angolo sbucavano le coppiette: tornavano a casa dopo un appuntamento e indugiavano a lungo, decisamente a lungo, troppo a lungo, a parlare fuori.

Avevo conosciuto Deborah in un localino di Piazza Santa Giulia. Era il 15 di Agosto del 2021, giorno di Ferragosto. Ripensandoci ora, mi piacerebbe poter dire che fu amore a prima vista, ma in realtà credo che formasse un intrigante contrasto con le due donne che frequentavo all’epoca. Una delle due ha un nome e una professione talmente ingombrante e imbarazzante che eviterò di menzionarlo, nella speranza di conservare quel po’ di credibilità che forse ancora ho. Quanto all’altra, si chiamava Muna come sapete, e aveva una caratteristica: m’irritava. Punto e basta. Continuavo a vederla solo per la sua strana capacità di farmi credere che se l’avessi lasciata sarei andato incontro a un fallimento colossale. <<Ti conosco...>>, mi diceva sempre, con aria saccente e presuntuosa. Odiosa. Insopportabile! Ma aveva un culo sodo e invitante come nessun’altra, e in più era una scopata con i fiocchi. Carne giovane, carne tenera: a volte basta poco per essere felice.

Deborah era appena arrivata da Lione, dove abitava, ed era in compagnia di certa gente che conoscevo. A farci sedere vicini era stato un amico in comune, un coglione dall’aria artistoide che era solito bazzicare i locali della movida notturna di Torino e sosteneva di essere nato con una vagina al posto del pene. Avete capito bene: diceva di essere nato con la vagina! Dimenticava tuttavia di aggiungere di avere un cazzo al posto del cervello: era infatti una testa di cazzo ah ah! Con loro Sara, cugina di Deborah e giovane pittrice in erba, e Simone Capitini, formidabile musicista con la fissa delle droghe pesanti e, all’epoca, mio carissimo amico. Poi Simone e Sara erano scomparsi, probabilmente impegnati in reciproci giochi di bocca e di mano dentro il bagno di qualche bar o dietro l’angolo buio di qualche viuzza poco illuminata, e io rimasi solo con Deborah e Coglione. <<Deborah non crede che gli uomini possano avere la vagina.>> disse Coglione, <<Io sono sicuro di non averla.>> dissi io, <<Sì, invece, che ce l’hai. Solo che non vuoi ammetterlo.>> replicò Coglione, <<Niente affatto. Anzi, posso affermare con assoluta certezza di non averla.>> conclusi in modo secco e risoluto. Lui si accigliò, guardandomi come se fossi tonto, e si allontanò lasciandoci soli.

<<Salve,>> mi presentai <<mi chiamo Manuel Omar ma tutti mi chiamano Omar.>>. Non rispose. Si limitò a sorridere dolcemente e subito abbassò gli occhi. Era una persona posata e tranquilla. Tutto in lei, gli occhi, le tette, le braccia conserte ordinatamente in grembo, suggeriva tranquillità. Solo i capelli erano fuori posto, nerissime treccine africane che sembravano appartenere a qualcun altro. Per il resto, aveva la pelle del colore del cacao e occhi che non parevano fatti per il suo volto. Credo che si potrebbe dire che nell’insieme era buffa. Aveva un’espressione buffa. Più tardi avrei scoperto che quelle treccine non erano l’unica cosa ribelle e impertinente che avesse. Rimanemmo un po’ in silenzio. Stava suonando un gruppo che mi era già capitato di ascoltare altre volte, e presi a subissarla di chiacchiere, dicendo cose del tipo: <<Fai attenzione al prossimo pezzo: è fantastico.>>. Devo averlo detto, credo, più o meno di tutte le canzoni che suonarono quella sera. Ascoltavo le prime note, quindi riattaccavo un monologo esaltando i miei pregi, mentre lei sorrideva amabilmente ravviandosi di tanto in tanto quei suoi strani capelli dietro la nuca. In certi momenti io stesso mi davo la nausea: una noia mortale! Poi, a un certo punto, saltai su dicendo: <<Sappi che io sono un maledetto contaballe. Non credere a una sola parola di quello che dico. Faccio lo scrittore. Mi è appena venuto in mente che tanto vale dirtelo subito, così non rimarrai delusa dopo. Hai mai visto “star trek”?>>. Silenzio. <<Beh, io sono un po’ come Spock nell’episodio in cui spiega ai replicanti che tutto quello che dice è menzogna. Al che loro ribattono: <Ma se tutto quello che dici è menzogna allora stai mentendo anche adesso: dire la verità per te significa mentire.>. Dopo di che cominciano a emettere fumo dalle orecchie e fare altre cose strane ma lui riesce a svignarsela. Il fatto è che mi sembri un po’ scontenta, e ci tengo a farti capire che non sono un replicante.>>. <<Sei strambo.>> si limitò a dire. <<Ah ah, sì, sì che lo sono! Ma provi per me una singolare attrazione. Non è così?>>. Mi guardò. In silenzio. Ah, quel silenzio... Poi disse: <<Hai mani bellissime.>>. <<Grazie.>>. <<Emani una strana energia.>>. Questo lo ricordo con esattezza. Disse proprio così: <<Emani una strana energia.>>. Beh, figo. <<Energia?>> mi stupii. <<Non immaginavo che avremmo usato parole come “energia”. E che cosa ho fatto per suscitare in te una tale impressione?>> chiesi, <<Non lo so. Ma hai l’aria di aver bisogno di un sacco di affetto.>> disse, <<Sì, eh?>>, <<Sì. Sei nervoso?>>, <<Sono sempre nervoso! Ma non so perché.>>, <<È così anche per me. Ansia di vivere. La vita.>>. Infine ci zittimmo, gli occhi nuovamente rivolti alla band. Cominciava a piacermi sul serio. E avvertivo un viscerale antagonismo nei suoi confronti. Più tardi seppi che era stata alla Holden: io detesto la Holden... Era originaria del Congo e leggeva solo autrici femministe di colore, e aveva da poco concluso una relazione di tre anni con un pittore londinese. Ero innamorato. Cotto. Come un lupo in amore.

Rimanemmo lì seduti a lungo, parlando a voce alta per sopraffare la musica. Non riuscivo a sentire tutto quello che la dicevo, ma non potevo staccarle gli occhi di dosso. Fissavo i suoi occhi, il modo in cui il suo sguardo indugiava su di me quella frazione di secondo di troppo. Sembrò lievemente spaventata quando, passando, la cameriera la urtò. Teneva le spalle leggermente curve, come raccolte sui seni, mentre si protendeva verso di me per sentire meglio. Le raccontai che temevo di diventare quello che avevo finto di essere alle superiori. Quando osservai che i suoi amici se n’erano andati, rispose soltanto: <<Lo so.>>. <<Allora, ti piace questo gruppo che suona?>> domandai. A quel punto, il cantante solista si era spogliato quasi del tutto, fatta eccezione per un paio di boxer a pallini, e stava ballando sul palco scenico. <<Non esattamente...>> rispose. <<Perché sei rimasta, allora?>> le chiesi. Lei distolse lo sguardo, con un lieve sorriso, e subito non rispose. Poi, dopo un attimo, disse: <<Infatti adesso voglio andarmene via: sono stanca. Facciamo due passi? Ti va?>>.

C’incamminammo nell’oscurità della notte buia. Senza tenerci per mano. Solo camminando fianco a fianco, semplicemente. Intanto osservando la città. Passando prima per i Murazzi e poi per il parco del Valentino, vedevo lungo il perimetro gli sbirri oziare a bordo delle loro autopattuglie e i ragazzotti del sabato sera che sbevazzavano vino seduti sui muretti e giocavano a fracassare le bottiglie vuote vicino alla fontana asciutta. Dagli angoli delle strade e dai cespugli del parco male illuminato arrivava continuo il sibilo degli spacciatori: <<Tuttaposto? Serve qualcosa? Coca? Erba?>>.

Quando uscimmo dalle tenebre del parco finimmo per essere assaliti e avviluppati dal grumo di luci abbaglianti di Piazza Vittorio e io dissi: <<Io sono nato qui in Torino, ma sono siciliano, un mediterraneo autentico, con tutto i pregi e i difetti delle mie origini latine: il sangue caldo e il meraviglioso meticciato culturale. Ho vissuto in Sicilia dai 6 ai 21 anni, poi 3 anni in Grecia, uno in Spagna, un altro in Roma, e un ultimo in Sicilia prima di rientrare in Torino nel 2017. Allora avevo 27 anni, una laurea in archeologia, e qualche pubblicazione su riviste minori alle spalle; e possedevo una famiglia normale (o meglio ne ero posseduto), vale a dire quel tipo di famiglia che per vivere ti fornisce (appunto) di una laurea nonchè della giusta dose di demenza, che è il vero titolo di studio al giorno d’oggi, necessario per acquistare rinomanza, cravatte e diritto di accesso a golosi ristoranti di moda. A volte mi viene voglia di tornarci a vivere... in Sicilia voglio dire... e vivere come un uomo vero, magari facendo il pescatore, e cazzeggiando con un tizio di nome Turi. Io gli direi qualcosa tipo <Minchia, Turi, che caldo boia che fa oggi...> e lui mi risponderebbe <Appiddaveru!> che in siciliano vuol dire “veramente”. Poi, tornato a casa, farei un urlaccio ai cani, loro mi correrebbero incontro, io gli darei una bella strigliata in testa. A quel punto, grondante sudore, potrei finalmente prendermi il meritato riposo. Andrei a stravaccarmi sulla veranda di casa mia in riva allo Ionio. (Il mio sogno infatti è ambientato nei pressi di Catania.) Niente zanzariera, anche se dico da anni di volere montarne una. Mi siedo sul divanetto in vimine, indosso solo una vecchia maglietta logora della Champions perchè non serve altro quando abiti sulla spiaggia o comunque in riva al mare, mi accenderei una bella sigaretta, di quelle lunghe da 100 che mi piacciono tanto, e mi godrei il panorama, e la pacifica atmosfera dell’ora rosa. Magari stuzzicando le corde della chitarra e canticchiando a mezza voce una canzone tradizionale della mia terra.>>. Non avevo idea di dove mi avrebbe portato quella fantasticheria. So soltanto che mi piaceva parlare con lei. O meglio, dovrei dire a lei, dato che si limitava ad ascoltare e ogni tanto annuiva un debole sorriso. Andavo a ruota libera. Dal canto suo, Deborah non mi pareva scocciata, anzi mi guardava interessata. Ma soprattutto stava attenta al percorso, correggendomi se sbagliavo strada, o prendevo una svolta piuttosto che un’altra. Io intanto continuavo ad andare a ruota libera: <<Poi mia moglie uscirebbe sulla veranda con me, indossando solo un vecchio vestito sbiadito e consunto dal sale e dal sole, dal mare e dal tempo, (nel mio sogno, infatti, siamo anche molto poveri,) uno di quelli che al vento ondeggiano dolcemente, hai presente?>>. Annuì senza proferire parola. <<Per un po’ canterebbe a bassa voce con me e poi, appoggiandosi alla mia spalla, mi direbbe qualcosa del tipo <Accidenti, che caldo oggi...>, proprio come direbbe Turi, ma senza brutte parole, perchè a lei non piacciono le brutte parole, e mi rimprovera sempre quando le dico. <Per davvero!> le risponderei io, poi mollerei quella maledetta chitarra scordata, e l’afferrerei tra le braccia e a dispetto del sudore la stringerei in un abbraccio dolce e bellissimo. Anzi, forse ancora più bello per il sudore e la stanchezza. E poi, lentamente, come per caso, cominceremmo a baciarci, e finiremmo per fare l’amore. Lì, sulla veranda. Davanti al mare. Sarebbe Bellissimo. Immortale. Sarebbe il miracolo dei miracoli. In fondo, come ho già detto, basta poco per essere felici.>>. Quando finii d’illustrale il mio idilliaco sogno campestre, eravamo ormai giunti sotto casa sua. Lei propose di sederci s’una panchina e parlare ancora un po’. Continuammo a parlare.

<<E tua moglie che cosa fa?>> disse, <<Che cosa fa?>> chiesi, <<Sì. Che cosa fa lei durante la giornata, mentre tu te ne stai in giro a cazzeggiare con il tuo amico Turi, o esci in barca per pescare?>>, <<Mi aspetta.>>, <<Credo che faresti bene a stare più attento. Senza niente da fare finirebbe con l’annoiarsi e potrebbe improvvisamente ritrovarsi tra le braccia di Turi, ah ah ah!>>.

E sorrise. Di un sorriso bellissimo e folgorante. Ricordo che in quel preciso momento pensai con timore che, se mai avessimo fatto sesso, probabilmente non sarei stato all’altezza. Tutti quei capelli, e quello splendido corpo così muscoloso, il leggero abito verde, le gambe deliziosamente tornite, quel culo da vertigine...

<<E tu? Che cosa vorresti fare?>>, <<Mi piacerebbe passare la vita nella mia stanza a comporre le mie canzoni.>>. Lo disse con l’aria di chi non era invitato sovente alle feste. <<Senza nessuno a cui suonarle?>>, <<No. Da soli è tutto più facile. È proprio questo che m’innervosisce: la gente che ti giudica e soppesa.>>, <<Non dovresti preoccupartene.>> obbiettai, <<Lo so. Ma da soli è più facile. E comunque non conosco nessuno.>> concluse.

Parlava con lentezza cautelosa, osservandosi, mentre lo faceva, la punta delle scarpe che sfioravano il marciapiede. <<Puoi conoscere me. A me piacerebbe starti ad ascoltare mentre componi le tue canzoni.>> dissi, <<Sul serio?>> disse, <<Certo. Sono facile da conoscere. Semplice.>> dissi. Non rispose. Sembrava scettica. Poi sollevò gli angoli della bocca in un tenue sorriso e disse: <<Forse... Ma non sono ancora sicura di volerti invitare ad ascoltarmi.>>. Una macchina ci passò davanti sfrecciando a folle velocità lungo Via Po e io le chiesi: <<E tu che cosa fai nella vita? Come ti guadagni da vivere?>>, <<Al momento faccio la bambinaia, ma direi che sono una cantante.>>, <<Davvero?>>, <<Sì. Vengo dal rap e faccio una strana musica recitativa dove interpreto i miei testi. Non canto proprio e non rappo. Diciamo che recito a tempo su basi rap. Una sorta di trip-hop ancora più soffuso, se possibile.>>. Poi ci alzammo e ci dirigemmo verso il portone di casa sua, che si trovava a poche decine di metri dal punto in cui stazionammo seduti sulla panchina. Lei mi superò di scatto, attraversando con passo deciso l’arco vividamente illuminato dei portici.

Giunti al portone ci scrutammo per qualche minuto in silenzio. Poi lei sorrise, e qualcosa nella sua espressione mi fece venire voglia di sorridere con lei. Aveva le labbra tumide e turgide, troppo rosse per il suo viso nerissimo. Sembrava che mi sfidasse a trovarla carina. Non sapeva di essere bellissima.

<<E suoni anche qualche strumento?>> chiesi, <<Non proprio. Voglio dire: sì, suono la chitarra e il piano, ma non in pubblico. In pubblico è già tanto se trovo il coraggio di cantare. Una volta, alle superiori, prima di un saggio al pianoforte, mi fratturai una mano pur di non dover suonare.>> disse, <<In che senso ti fratturasti una mano?>> chiesi, <<Nel senso che la infilai fra stipite e porta e sbattei forte la porta contro lo stipite. Non riuscii nell’intento, ma divenne lo stesso tutta gonfia e blu e io evitai di andare sul palco.>> rispose, <<Però il coraggio di farti del male, quello lo hai trovato.>> feci notare, <<Oh, farmi male: quello mi riesce bene. Sono autodistruttiva fino al punto di non ritorno. Questo sì che lo so fare bene: farmi male.>> concluse.

Eppure mi piaceva. Nonostante le sue paure e le sue insicurezze, i suoi evidenti traumi. Proprio così: mi piaceva proprio quella ragazza. Mi piaceva il modo in cui sorrideva, il modo in cui guardava, il modo in cui camminava, con lo zaino sulle spalle e i dreads buttati di lato, la sua andatura lenta, decisa e incredibilmente sessuale, tipica da negra. Ogni volta che parlava sembrava sempre sul punto di accennare un gesto che poi frenava subito. In sua compagnia, mi sentivo bene, molto meglio di come mi sentivo da un bel po’ di tempo a quella parte, e il tempo passava che manco me ne accorgevo.

Prima di lasciarci, indugiammo ancora un po’, anzi a lungo: io cacciai le mani nella mia giacca di pelle e attaccai a parlare a mitraglia, lei si gingillava con le maniche del vestito, strascicando i piedi avanti e indietro e ridendo spesso, di una risata impercettibil­mente nervosa. Eppure quella risata mi era la cosa più splendida. Meravigliosa. La sua voce e il suo modo di parlare erano concreti e dolci allo stesso momento, come un bel pezzo di legno levigato a mano era dura e morbida allo stesso tempo. Non potevo lasciarmela sfuggire! Feci per prenderle la mano, ma si ritrasse. Guardandomi per un attimo con uno sguardo terrorizzato e lasciandosi cadere subito dopo sul gradino dell’ingresso. Poi si liberò dello zaino e ne estrasse un libro. <<Oh, fantastico!>> pensai. Il libro era “jukebox all’idrogeno” di Ginsberg. Un po’ banale forse. Ma questo non lo dissi: non volevo certamente lasciarmela sfuggire! Lei sorrise e io le sedetti accanto e l’ascoltai leggere qualche poesia. Fui trasportato da “personal ad”, che avevo amato tempo addietro, ma che non ricordavo più. Mentre leggeva, non smise un momento di dimenarsi e sfregarsi le mani e toccarsi i capelli. La sua irrequietezza mi distraeva. Ma la sua bellezza mi attraeva... Era così: repulsiva e attrattiva al tempo stesso. Avrei voluto baciarla. Proprio in quel momento. Mentre leggeva. Ma non riuscivo a interrompere il dolce fluire di quella voce così soave. In cuor mio decisi che sarei rimasto ad ascoltarla di lì all’eternità! Ero pazzo. Sono pazzo. (Lo so.) Ad ogni modo, non feci e non dissi nulla di tutto questo. Quando finì attaccai io, con una poesia di Gregory Corso che conoscevo a memoria e parlava di amore, e si concludeva così: <<Non è che io sia incapace di amare, è che trovo l’amore sconcertante come il dover indossare le scarpe.>>. Poi c’interrompemmo e rimanemmo a fissarci come due imbecilli per un minuto che mi parve un’eternità! Se in quel momento fossi stato di sopra a guardare giù dalla finestra come mi accadeva sovente di fare, avrei finito per battere la testa contro il muro, tanto il senso di aspettativa si era acuito. Poi lei riprese a leggere. Non volevo altro! Quando riprese a leggere, con il libro sulle ginocchia, era più tranquilla e rilassata. Quasi a suo agio. La interruppi a metà di un verso per baciarla. Ebbe un sussulto e indietreggiò di scatto. Si mise una mano tra i capelli e l’altra sul seno, come se faticasse a respirare. Socchiuse gli occhi. Mi vergognai, voltai lo sguardo per evitare di metterla a disagio, e decisi di non fare o dire più nulla. Ristammo così per alcun tempo. Poi lei mi afferrò una mano e mi stinse a sé. Quella giovane ragazza timida dai capelli selvaggi e l’anima rotta era ora tra le mie braccia! Incredibile. Immortale. Ci scambiammo un bacio veloce e un sorriso imbarazzato (o forse era un bacio imbarazzato e un sorriso veloce) e subito si staccò. <<Il mio libro dov’è?>> domandò, <<Ce l’ho io. Tieni.>> dissi tendendoglielo, <<Oh, l’hai tenuto in mano mentre mi baciavi...>>, <<Proprio così. Mentre lo tenevo in mano, non tenevo un libro, ma era come se in mano tenessi te.>> dissi. Non disse niente.

Io ero ancora inebriato dalla sua bocca, preso dalle sue labbra rosse come il sangue, umide come un fiore velato di rugiada, quando lei girò i tacchi e quasi scappò via. Senza guardarmi. Lasciandomi così, letteralmente su due piedi. E vagamente stordito.

Una volta a casa, ebbi la netta sensazione che la mia vita fosse cambiata. Che io fossi cambiato. Come un bambino che nel suo letto, a notte tarda, fissando il soffitto, entra d’improvviso nella consapevolezza della morte. Come la sensazione che si prova quando si leggono le ultime parole di un romanzo splendido o le ultime immagini di un fantastico film. E ripensandoci ora, avevo visto giusto: la mia vita era cambiata. Ma non nel senso che supponevo allora. Non avevo incontrato la donna con cui sarei invecchiato. Anzi, di lì a un anno mi sarei ritrovato con il cuore in frantumi. Allora però ancora non lo sapevo. E mi sembrava tutto bellissimo. Erano le 4 e c’era un po’ di foschia. A quell’ora Torino è uguale a Parigi. Forse un po’ meno romantica, ma altrettanto bella.

Faceva un caldo infernale. Portai la mia stuoia fuori, dove la brezza notturna allevia un po’ il gran caldo umido e appiccicoso di Torino. Al chiarore della luna intravedevo le sagome di altri fannulloni seduti o sdraiati sulle panchine della piazza, sotto i platani. Alcuni chiacchieravano e mi giungeva all’orecchio il mormorio sussultorio della loro conversazione. Nell’oscurità un fornello baluginava di pipa come una lucciola che svaniva e si riaccendeva: <<Deve sicuramente trattarsi del signor Walter.>> pensai. L’Estate esplodeva in tutta la sua ferinità. Ripensai alla campagna della mia cara Sicilia, ai frutteti gementi sotto il peso dei frutti maturi. Erano ormai passati cinque anni dall’ultima volta che sono stato nella mia terra. Mi svegliai due ore dopo, poco prima dell’alba, diciamo intorno alle 6, per il freddo. Dal cielo mille stelle mi guardavo, mi scrutavano, curiose. Svegliarsi all’aperto di notte è abbacinante. Ripensai ancora alla mia Sicilia, alle notti passate a dormire sulle balle di fieno nel buiore della piena campagna. Rientrai in casa e mi stravaccai sul letto, rimettendomi a dormire della grossa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SENZA UN CAZZO DA FARE.

 

Ogni volta che mia madre mi faceva sedere al tavolo e piangeva sul mio pessimo rendimento scolastico, io le dicevo: <<Senti, mamma, si aggiusterà tutto. Me la caverò. Me la caverò benissimo. Il fatto è che non mi piace la scuola, ma la vita. Tutto qua. Preferisco la vita.>>. Allora lei a quel punto s’infuriava e mi spiegava che il mondo non funziona in quel modo. Al che io rispondevo: <<Beh, per me sì.>>. Comunque mi laureai. Riuscii a laurearmi, e per ben due volte: in lettere antiche la prima volta e in archeologia la seconda. E quando vinsi una borsa di ricerca presso la Missione Archeologica Italiana in Atene mi presi la meritata rivincita. Mia madre invece diventò ancora più triste. Disse che avrei dovuto prestare attenzione, perchè ero un fanfarone e che non esiste razza peggiore dei fanfaroni di bell’aspetto, perchè tutto gli riesce facile e sono pertanto destinati a non combinare mai nulla nella vita. Dopo diciotto mesi abbandonai l’università e il mondo accademico e mi trasferii in Torino. Ci abitavo da circa due anni, lavorando regolarmente in un liceo del centro e guadagnando a sufficienza per pagarmi l’affitto, mantenermi una vecchia Dedra del ‘91 mezza scassata e camminare a testa alta mentre i giorni scorrevano placidi quando decisi che era una vita troppo ordinaria: allora mollai l’insegnamento e volli diventare uno scrittore. Se ora stato leggendo quello che ho scritto, beh, vuol dire che ce l’ho fatta. Ancora una volta. Nonostante tutto. Sono riuscito a sfangarla. Ho avuto coraggio. Sono stato grande.

All’epoca trascorrevo un sacco di tempo con il mio amico Antonio, un commediografo molto promettente di qualche anno più vecchio di me. Antonio era un tipo alto (non come me, ma abbastanza alto, certamente sopra la media) e allampanato, con lunghi capelli neri e perennemente unti ma un viso molto attraente. Aveva tratti marcati e andava in giro con le spalle curve come se si accingesse costantemente a varcare una porta troppo bassa. Poichè soffriva di artrite sin da bambino, le sue articolazioni erano vagamente sproporzionate e si muoveva in modo vagamente dondolante. Era il minore di ben otto fratelli e sua madre si era suicidata quando lui aveva appena 7 anni. Un giorno, dopo avergli preparato la colazione, gli aveva chiesto di balzare la scuola e restare a farle compagnia, chessò magari andare a fare una passeggiata tra i boschi. Antonio aveva rifiutato sostenendo di avere un compito importante (cosa non vera: in realtà voleva solo incontrare i suoi compagnetti e giocare con le figurine durante la ricreazione) ed era uscito. Dopo la scuola, quel giorno, sentendosi irrequieto senza motivo, tornò di corsa a casa, e la trovò morta, impiccata a una trave del soffitto. Poi si trasferì con i nonni in Torino, e fu lì che lo conobbi. Sua madre era una donna molto umorale e a volte gli dava i brividi. E poi voleva tutto e il contrario di tutto. <<E per come la vedo io, quel giorno è riuscita ad averli entrambi.>> gli sentii ripetere più d’una volta, con amaro sarcasmo e dissimulata offesa rabbia. Con Antonio c’incontravamo a volte verso le due/tre del mattino in una pizzeria di Corso Giulio che stava aperta tutta la notte, dove restavamo a parlare fino al sorgere del sole. Era la persona più intelligente e interessante che abbia mai conosciuto. Insieme discutevamo di arte e letteratura, vita e amore. Ci eravamo conosciuti durante la rappresentazione di un suo spettacolo. Assistere a quell’opera fu una delle poche esperienze piacevoli della mia vita. Quell’anno, io e Antonio passammo l’intero mese di Luglio andandocene a zonzo tra il Piemonte e la Liguria senza un cazzo da fare. (È in questi periodi che si ha la tendenza fare cose stupide, e compiere gesti inconsulti, come innamorarsi.) Quando era ragazzo, la sola ambizione di Antonio era quella di fare il casellante: credeva che i soldi li tenessero loro. Dopo la morte della madre aveva svolto delle ricerche, scoprendo che il numero più alto di suicidi si verificava fra i dentisti, immediatamente seguiti al secondo posto dai casellanti. Pur non sentendo alcuna particolare affinità con i dentisti, Antonio avvertiva un legame inquietante con gl’infelici casellanti. Di conseguenza, ogni volta che ci fermavamo a un casello, ne salutava l’occupante con un entusiasmo che aveva del demenziale: <<Ciao carissimo, come va oggi? Stai bene? Qualcosa che non va?>> domandava, e quando il casellante svogliatamente rispondeva <<Bene. Un euro e 50.>> Antonio allungava con trasporto il denaro e affettuosamente chiedeva <<Non ti senti depresso, vero?>>, al che il casellante, tra lo stupito e lo spazientito e l’incredulo, diceva <<Ma siete solo scemi o proprio dementi o che cosa?>>. Percorremmo la regione in tutte le direzioni possibili, girovagando in lungo e in largo senza mai fermarci in un posto per più di una notte. Ah, Antonio non guidava. Non aveva neppure la patente. Ma faceva la sua parte chiacchierando sempre. Senza sosta. Era una macchinetta spara-parole quell’uomo. Ma era molto intelligente e sensibile, sicchè valeva la pena di stare ad ascoltarlo. A volte ripeteva la stessa cosa due volte, ma non lo facciamo forse tutti? E poi, anche in questo caso, non era mai una perdita di tempo riascoltarlo, perchè si coglieva sempre qualche sfumatura che prima era sfuggita. Una volta raggiunta Nizza di Francia, Antonio decise che era giunto il momento di tornare indietro e ritornare a casa. Ma prima volle passare da Ventimiglia, per visitare la tomba della madre. Non c’era mai stato. Pensava anche di scrivere una lettera e di lasciarla vicino alla lapide. Mentre io guidavo cercando di localizzare la cittadina in cui era cresciuto, Antonio componeva la lettera per sua madre. Ne redasse parecchie versioni differenti che mi sottopose per avere un consiglio spassionato (così diceva Antonio: spassionato) e sapere quale preferissi. In gran parte erano semplici elencazioni delle sue attività quotidiane e lavorative (che altro si può raccontare a una madre che non si conosce?): parlava delle ragazze che gli piacevano, delle sue commedie, e di me; le chiedeva se da lassù avesse visto la sua ultima opera; e le spiegava di sentirsi proprio come doveva essersi sentita lei prima di uccidersi. Io diedi la mia approvazione a tutte, perchè erano tutte uguali. Poi arrivammo e quando arrivammo Antonio si mise in testa che la lettera doveva essere battuta a macchina: <<Mia madre era una pignola in fatto d’ordine e precisione.>>, disse ridendo nervosamente. Scorgemmo un brocante, vi entrammo, e dentro vi trovammo ad accoglierci una bella ragazzotta giunonica sorridente e solare dietro il banco. Che colpo di fortuna! Mi sforzai di affascinare la titolare parlando della mia vita e delle mie mille avventure e facendo leva sulla mia professione di scrittore e poeta. Le recitai persino qualche mio pezzo a memoria: la ragazza era bella che cucinata! Le raccontai così tante fregnacce e le riempii la testa con così tante castronerie e fandonie che la poveretta ci cadde in pieno e, ubriaca e stordita e confusa dalle mie chiacchiere, ci concesse di usare la macchina da scrivere: io strappai un invito a cena per quella sera e Antonio ebbe la sua tanto agognata lettera battuta a macchina, s’una vecchia portatile in vendita posta nel retro della bottega, mentre io continuavo a intrattenere la giovane ragazza. Inutile dire che a quell’appuntamento non mi presentai. Quello che invece feci fu di correre di filata al cimitero prima che il brutto tempo si abbattesse su di noi. Ma nel parcheggio del camposanto decise che non ce l’avrebbe mai fatta. Antonio, intendo. Perchè non ci andavo io? Ribattei che toccava a lui, che se non lo avesse fatto forse lo avrebbe rimpianto per il resto della sua vita. Ma poi finii col cedere alle sue insistenze. Impiegai quasi mezz’ora a trovare la tomba. Il vento della costa mi soffiava negli occhi con una tale violenza che m’impediva di leggere i nomi incisi sulle lapidi. Quando finalmente la individuai, notai con dispiacere come fosse in totale stato di abbandono, sormontata da un decadente e romantico fascio di edera spontanea. La madre di Antonio era stata una bellissima donna. La scritta commemorativa recitava: <<Madre, sorella, moglie e amica.>>. La solita banalità insomma, che si scrive sopra le tombe di chi non ebbe una vita interessante né particolarmente notevole né tantomeno affetti davvero cari. Io ho già scritto il mio epitaffio. Anzi, ne ho addirittura redatte 2 versioni! La prima recita così:

 

Megalomane, egocentrico e scatologico,

scandaloso, lussurioso e donnaiolo,

poeta di oggetti smarriti e ladro di sogni perduti,

spinto dagli istinti ad amare gli istanti,

Manuel Omar Triscari

amò più di ogni altra cosa la strada e le donne.

 

Alle donne amava dire che

le sue esperienze erano la sua vita

e le poesie la sua anima,

che la vera bellezza è invisibile agli occhi.

 

Tutto pur di entrare

nelle loro mutande.

 

La seconda dice invece:

 

Qui giace Manuel Omar Triscari.

Cattivo poeto innamorato della luna,

scriveva talmente male

che i suoi traduttori non sapevano che pesci pigliare!

Non ottenne più fortuna dello spavento

e questo fu sufficiente perché,

dato che non era un santo,

sapeva che la vita è rischio oppure astinenza

e che tutte le grandi ambizioni sono solo delle grandi scemenze

e che anche il più sordido orrore, come il più sordo dolore,

possiede il proprio incanto.

Visse per vivere che vuol dire vedere la morte

come qualcosa di quotidiano su cui scommettere

un corpo splendido o tutta la propria sorte,

seppe che le cose migliori sono quelle che lasciamo

(precisamente perché ce ne andiamo),

e che tutto il quotidiano risulta deprecabile,

poiché c’è un solo luogo per vivere: l’impossibile

(e questo era il suo luogo, questo è il luogo),

conobbe l’odio e la rabbia, la ferocia e la vendetta,

le molteplici offese tipiche della viltà umana,

però sempre lo scortò un certo stoicismo

che lo aiutò a camminare su corde tese

o a sfruttare lo splendore del mattino.

E quando si stancò

disegnò una finestra nel cielo

e piombò nell’infinito.

 

Forse un po’ troppo lunga, non trovate? Farò meglio a scegliere la prima e inserirla nel mio testamento! In realtà ce n’era anche una terza versione, ma il mio computatore deve essersi mangiato il documento che la conteneva e non la trovo più. Ad ogni modo, avevo una gran voglia di mollare lì la lettera e di filarmela alla svelta il più veloce possibile da quel luogo così lugubroso, tetro e macabroso, ma quel vento infernale (scusate la battuta...) se la sarebbe portata via in un baleno. Allora m’inginocchiai e cominciai a scavare con le mani. Mi terrorizzava l’idea di vedere sbucare la mano della defunta da sottoterra ad afferrarmi e percuotermi reclamando a gran voce il figlio, ma volevo scavare quel tanto che bastava affinchè la lettera non volasse via. Quando fu finalmente al sicuro sotto una zolla erbosa indugiai ancora qualche istante: mi sentivo vagamente stordito, per il senso di disagio che quel luogo m’insinuava dentro. In ginocchio, con il vento che mi frustava gli occhi, compresi di essermi fatto un amico. Di stronzate in passato ne avevo fatto a bizzeffe: mai però per qualcun altro. Quando tornai alla macchina, Antonio non mi chiese perchè ci avessi messo così tanto, né come avessi risolto il problema del vento. In quel momento ebbi la conferma di avere un vero amico: evidentemente Antonio si fidava. Si fidava di me! Non disse niente. Rimase in silenzio mentre ci allontanavamo. Poi ritornò a parlare, e disse di quanto fossero sottovalutati i bisessuali.

Quando conobbi Deborah ero appena tornato da questo lungo viaggio privo di senso ma pieno di peripezie e ricco di svariate avventure sessuali degne del miglior Gutierrez e bighellonavo per la città senza niente da fare. Come ho detto, è in questo momento che si possono compiere gesti azzardati e inconsulti, come innamorarsi e desiderare ardentemente di sposarsi e avere dei figli. L’ultima ragazza con cui ero andato a letto l’avevo conosciuta al Portobello o in un altro posto del genere della Torino dei bassifondi. Ricordo solo che era un locale minuscolo e buio, molto fumoso, tutto arredato in legno e impregnato di fumo, pieno di sgabelli alti e deficienti artistoidi. Non escludo che potesse anche trattarsi dell’Ambhara o Casa Antoine. Quella sera avevo mollato Antonio e gli altri della compagnia con l’idea di rilassarmi un po’ bevendo da solo. Nel locale c’era un pianoforte (dunque è escluso che fosse il Portobello: doveva per forze essere Casa Antoine, perchè anche l’Ambhara non possiede un pianoforte) e io mi misi a suonare. Dopo qualche minuto si avvicinò una ragazza, con addosso una minigonna a dolcevita stretta e aderentissima e una maglietta sottile che le disegnava i seni in modo superbo e sensualissimo, che si chinò sul piano e mi disse: <<Mi piacerebbe scoparti fino a farti uscire di testa.>>. Andammo a casa. Ci palpeggiammo già sulle scale, e appena fummo nel mio appartamento (all’epoca abitavo in Via Borgo Dora 37, e ci vivo ancora) cominciammo a scopare. Poi si voltò di spalle e mi disse: <<Puoi.>>. Le assestai ripetuti colpi violenti, ma a un certo punto lei si fermò, corse in bagno e iniziò a vomitare. Non aveva più di diciotto anni. Carne giovane, carne fresca. Ah, la felicità a volte non costa nulla. Ma non credo che potrò pagare quel prezzo un’altra volta.

Come detto, Deborah era appena arrivata in Torino ed era ospite presso la cugina Sara, in un costoso appartamento in piazza Vittorio. Proprio la sera successiva al nostro incontro doveva esibirsi in un contest al Bunker: si trattava del nostro secondo appuntamento, anche se mi rendo conto che appare un tantino strambo definire “appuntamento” un simile incontro. Portai con me Antonio affinchè le desse un’occhiata. Lui portò a sua volta alcuni amici e amiche. Quella sera sembrava un eroinomane: aveva i capelli sucidi e il lungo corpo ossuto rigido e teso per la mancanza di sonno. Quando entrammo, il locale era affollato e gremito di gente di ogni sorta e l’impressione generale fu che tutti conoscessero tutti. Solo noi non avevamo guance da baciare né mani da stringere, opportunisticamente e ipocritamente. Quando vidi Deborah, era in piedi di fianco al palco, e giocherellava con certi cavi e un microfono parlando di tanto in tanto con due ragazze. I fili le si erano ingarbugliati attorno ai piedi e non riusciva a districarsi. <<Eccola!>> dissi ad Antonio indicando nella direzione del palco. <<Quale?>> fece lui. Ricordo ancora il senso di straniamento che quella domanda mi provocò. Quale? Com’è possibile che non lo abbia capito subito? <<Quella che gioca con i cavi.>> dissi. <<Ah sì...>> fece lui distrattamente, <<È carina.>>. Ma era evidente che stava pensando a tutt’altro. <<Che ne dici?>> osservò <<È una faccenda che andrà avanti per un pezzo o credi che dovrei fare un fischio a un paio di altre tipe?>>. Ma io guardavo Deborah che cercava di liberarsi da quel viluppo di serpi elettrici e intanto si sforzava disperatamente di mostrarsi interessata a quanto le sue colleghe dicevano e mi pareva la cosa più bella del mondo. Avete mai guardato una persona e pensato: <<Cazzo! Ma come fa ad essere mia? È troppo bella. È la cosa più bella che abbia mai visto nella mia vita e sono grato agli dei e al mondo che sia capitata nella mia vita!>>. Ecco: era quello che pensavo in quel momento. In quel momento avrei solo voluto baciarla fino a consumarmi le labbra. <<Che cosa ha fatto ai capelli?>> domando Antonio. Sogghignai: <<Già. Incasinati, eh?>>. Poi mi avviai verso Deborah. Antonio invece si allontanò in direzione del bar. Avevo la sensazione (ne ero sicuro) che lei si fosse accorta della mia presenza molto prima di voltarsi e che anzi non si fosse voltasse per paura e imbarazzo. <<Ciao.>> semplicemente disse: <<Mi fa piacere rivederti. In realtà, non vedevo l’ora.>> altrettanto semplicemente, o forse un po’ meno semplicemente, risposi. Poi restammo muti a guardarci in silenzio. Lei, con il groviglio di cavi tra le mani, mi guardava come se l’avessi sorpresa a rubare. <<Sono un po’ nervosa.>> aggiunse poi. E si vedeva: il suo corpo stava assolutamente immobile ma i suoi occhi dardeggiavano in tutte le direzioni. Poi finalmente ruppe il silenzio e disse: <<Sei molto carino.>>, senza però che il suo viso mutasse minimamente espressione. Non parlai, ma accennai un sorriso. Stavolta fu lei a indugiare un istante. <<Beh, come mi trovi? Come sto? Che aspetto ho?>> chiese, lasciando cadere i cavi e raddrizzando le spalle, le braccia penzoloni lungo i fianchi. La guardi: portava una gonna lunga verde scuro e una spessa maglietta di cotone grigia senza reggiseno. Abbigliamento un po’ da troia, ma di questi tempi non si può pretendere di meglio. Teneva la testa leggermente inclinata a sinistra e si mordicchiava in continuazione il labbro inferiore. Aveva sopracciglia folte e capigliatura disordinata, e benchè aggrottasse la fronte quasi con aria di scusa erano gli occhi a catturare tutta la mia attenzione. I suoi grandi occhi. Quei grandi occhi neri e famelici... Occhi che risplendevano nonostante la penombra del locale. Era in assoluto la donna più stupefacente che avessi mai visto. In seguito glielo avrei ripetuto spesso, perchè era vero. Ma in quel momento riuscii a dire solamente <<Sei in ottima forma.>>. <<Ma mi sento brutta.>> si lamentò lei, sempre con la stessa impassibile espressione di imbarazzo misto a disagio <<e poi il microfono non funziona.>>. <<Non sei affatto brutta.>> dissi, e poi mi chinai a dare un’occhiata ai fili del microfono. Lei mi si inginocchiò accanto, il viso vicinissimo al mio: sentivo il suo alito sul collo. Mi diede una carezza, sfiorandomi con la punta delle dita il viso. La sua mano, così lieve sulla pelle, già pesava sul mio cuore come un macigno. Avrei voluto baciarla in quel momento e dirle di non essere così nervosa, che sarebbe stata sicuramente magnifica, che era meravigliosa. Non riuscii a parlare. <<Sei incavolato?>> mi chiese, <<No.>> le risposi, <<Fai sempre così?>> soggiunse allora, <<Così come?>> domandai, eravamo accovacciati sul pavimento vicino al palcoscenico mentre la gente continuava intanto ad affluire nel bar, <<Baciare le ragazze>> disse, non seppi rispondere e stetti in silenzio finchè lei non mi trasse d’impaccio dicendo <<Oh, non importa. Certo che lo fai.>>, e io mi limitai a fissarla senza sapere che cosa dire. Poi si avvicinò un negro alto e magrissimo con un cilindro in testa e si rivolse a Deborah: <<Senti, Deborah, cominceremo tra una decina di minuti. Va bene?>>, <<Certo.>> disse lei, e poi si alzò e ad ampie falcate si aprì un varco tra la folla, diretta al bagno. Il negro si rivolse allora a me e mi disse: <<Sta bene?>>, <<Sì, credo di sì. Credo che ci sia qualcosa che non va nel suo microfono.>> risposi, <<Dille che ci penso io.>> disse, <<D’accordo. Grazie.>> conclusi, e mi precipitai a raggiungerla.

Mi fermai ad aspettarla fuori dal bagno. Sulla porta c’era la immagine stilizzata di una donnina con la gonna: io mi sentivo come un omino con i pantaloni. Non conoscevo Deborah abbastanza bene da fare irruzione lì dentro ma quando una donna ne uscì tenni la porta aperta con il piede e la chiamai piano per nome: <<Deborah, quel tizio alto e magro ha detto che penserà lui al microfono.>>, <<Entra.>> fu la risposta, <<Come?>> dissi stupito, <<Entra.>> ripetè lei con voce quieta e bassa: guardingo ubbidii ed entrai. Dentro, mi vidi riflesso nello specchio e immediatamente desiderai non esservi. Poi sentii di nuovo la sua voce dire <<Vieni qui.>> in tono secco e fermo. La porta del primo bagno era aperta: entrai e la chiusi alle mie spalle. Lei era pallida, la stanza vividamente illuminato, il mio cuore in subbuglio. Restammo affrontati a guardarci nella luce fluorescente per un minuto buono: impossibile starle più vicino, impossibile stare più vicini di così: lei dava le spalle al cesso e io alla porta; e tutto ciò nello spazio di un metro quadro scarso: credo che ci sentissimo entrambi un filo schiocchi. Almeno, io mi sentivo così. Ma probabilmente anche lei, se a un certo punto se ne venne fuori dicendo: <<Mi sto comportando in modo ridicolo.>> con il tono di chi rimprovera qualcun altro; <<Già.>> replicai. Ma poi restammo ancora muti a fissarci. Il tempo sospeso. Lampi di luce lampeggiante nell’aria. Un febbrile stato di eccitazione che ci percorreva dalla punta dei capelli alla punta dei piedi e percorreva lo spazio tra di noi e lo spazio intorno. <<Mi presteresti la tua giacca?>> chiese. <<Certo.>> risposi. Lo spazio era talmente angusto che dovetti dimenarmi per sfilarla. Non so perchè ma ero felice di prestarle la mia giacca, che lei portasse con se qualcosa di mio. Forse senso di possesso, non so, ma la cosa mi eccitava talmente. Lei la prese e la indossò. Poi rimanemmo ancora una volta muti a guardarci, il suo viso proprio sotto il mio, il suo alito fresco sulle mie labbra, avrei voluto baciarla, ma ero un po’ in ansia. Anche lei sembrava in ansia. <<Andrà tutto bene.>> la rassicurai, <<Credo che ora dovremmo andare.>>, <<Certo.>> assentii dato che, tanto per cominciare, non sapevo neppure che cosa ci facessi là. Cominciai a girarmi, cercando d’immaginare come diavolo avremmo fatto a uscire, quando lei mormorò: <<Omar...>>: mi voltai di nuovo a guardarla. <<Senti...>> farfugliò, gli occhi in terra. Le sollevai il viso con la mano con l’idea di darle un gentile bacio di buon augurio, ma quando le nostre labbra si trovarono, lei premette forte la sua bocca sulla mia. Teneva ancora in mano la mia giacca, il viso rivolto verso di me. Sbattei la gamba contro il portarotolo, e insieme urtammo le pareti dello stretto stanzino. Le sue labbra ardevano e volevano essere baciate. Le avrei consumate. Poi si allontanò e senza mollare la giacca si scostò i capelli dal viso: <<Ora devi proprio andare.>> affermò, passandosi il dorso della mano sulla bocca, come di solito fanno le zoccole dopo un pompino, <<Buona fortuna.>> dissi, lei si sforzò di sorridere e disse solamente <<Grazie.>>, poi aprii la porta e tornai a girarmi: <<Devi solo fingere di essere qualcun altro.>>; <<Non capisco.>> fece lei, e la sua voce si era fatta lievemente più acuta, <<Semplice: fai finta di essere la tua cantante preferita. Solo per un po’. E a un certo punto di renderai conto che sei semplicemente te stessa.>> le spiegai, <<Non credo proprio.>> mormorò, <<Fidati. E cerca comunque di divertirti.>> insistetti, e finalmente uscii da quel cazzo di bagno. Quando fui di nuovo alla barra, occupai uno sgabello e dopo avere ordinato da bere notai che mi tremavano le mani poi l’eccitazione.

Deborah stava lì, proprio al centro del palco, gli occhi fissi in terra e il microfono in mano, e i pugni che serrati quasi sparivano nelle maniche della mia giacca: alzò la testa solo un istante prima di attaccare a cantare, lo sguardo perso nel vuoto. Io camminavo nervosamente alle spalle degli spettatori fumando una sigaretta via l’altra. <<Smettila di guardarmi, per favore.>> sembrava implorare il suo sguardo sfuggente. Quel suo terrore del pubblico la rendeva proprio affascinante. <<La giacca che ha indosso è mia!>> rivelai compiaciuto e orgoglioso al tizio che mi stava vicino: mi guardò con l’aria titubante di chi ha di fronte un mezzo demente o un subnormale o qualcosa del genere. Gradualmente Deborah staccò le dita serrate intorno ai polsini dell’indumento che mi apparteneva e cominciò a muoversi portandosi le mani al petto e quindi lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi. La sua voce morbida riempiva la sala. Al termine dello spettacolo, Antonio disse che voleva andarsene. Io risposi che sarei rimasto ancora un po’. <<D’accordo. Ma stai attento.>> mi ammonì lui, <<In che senso?>> chiesi io, <<Non lo so. C’è in giro un sacco di gente sentimentale.>> fu la risposta. E poi se ne andò.

Mi intrufolai dietro le quinte e davanti alla piccola folla che si stringeva intorno ai musicisti. Passai a Deborah un biglietto scarabocchiato con la penna rossa prestatami da una cameriera. Il biglietto diceva, a caratteri cubitali: <<Sei così maledettamente bella>>. Lei si morse il labbro inferiore e girò altrove lo sguardo ma sorridendo. Mi trattenni ancora un paio d’ore a bere con Deborah e i suoi amici. Nella stanza delle apparecchiature scovammo un angolino buio dove baciarci. Mi aveva fatto capire con chiarezza che nessuno avrebbe dovuto vederci. <<Ti sembra che sia stata brava?>> mi domandò in fine, <<Molto brava.>>, <<Molto brava?>>, <<Fantastica direi.>>, <<Sul serio?>>, <<Certo. Per essere una negra d’importazione, naturalmente.>>, <<Sono stata molto brava.>> ripetè lei, e io scoppiai a ridere. Era difficile vederla in viso nella stanza buia, ma capii che rideva nel rivivere mentalmente la prestazione di quella sera. Non l’avevo mai vista tanto soddisfatta di sé, e lo trovai estremamente lusinghiero. <<Mi piaci.>> disse ancora <<Sei molto carino.>>, <<Davvero? Anche tu sei molto carina.>>, ma di colpo il suo tono si era fatto quasi arrogante, diciamo sprezzante. <<Vedi? Riesco a essere proprio come te.>> asserì, <<In che senso?>> mi stupii, <<Non lo so. Divento dura quando canto, e i denti mi diventano storti come i tuoi. Almeno, questa è la mia sensazione.>>, <<Allora, se sei così dura, dovresti restituirmi la giacca!>> scherzai, <<No. Ormai è mia.>> disse con simpatica sfrontatezza. Poi si girò e corse fuori. Quella notte quasi non dormii, immaginandola mentre faceva tutti i suoi gesti prima di andare a letto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PIOGGIA CHE VA.

 

Il pomeriggio del giorno successivo le proposi di andare al cinema. <<Fra un mese parto.>> disse a un certo punto, <<Sul serio? E dove vai? Perchè?>> chiesi, <<Torno dai miei. A Lione.>> disse, <<Perchè?>> dissi, <<Perchè questa era solo una vacanza...>> disse, riuscii solo a dire <<Oh...>>. Poi non parlò più oltre, e rimase a lungo in silenzio, gli occhi fissi e persi davanti a sé, trastullandosi con il pendaglio d’argento che portava al collo. <<Ti andrebbe di sposarci?>>: le parole mi uscirono dalla bocca senza che potessi controllarle; <<Come? Come sposarci? Sposarci io e tu? No.>>, <<Stavo scherzando ah ah ah.>>, <<Stai attento.>> fu la replica, <<Che cosa intendi?>>, <<Solo che non devi dire cose non vere. Credimi, non ce n’è bisogno.>> guardandomi da sotto in su, <<D’accordo.>>, <<Il fatto è che credo di essere piuttosto fragile.>> e allungò la mano per togliermi un ciglio dalla guancia, <<Capisco.>>, <<E tu mi spaventi.>>, <<Perchè?>>, <<Oh, per favore...>> fece lei scocciata, poi s’interruppe, poi riprese <<Non pensavo che avrei riprovato di nuovo certe cose.>>, <<Quali cose?>> io, solamente un sorriso appena accennato lei, poi una parola (solamente): <<Terrore.>>, poi nuova pausa, poi la spiegazione: <<Fai in modo di non promettere nulla che non puoi mantenere.>>, io stavo quasi per dire <<Prometto.>> ma ci ripensai, decisi che avrei aspettato finché non fossi stato sicuro che mi avrebbe creduto, anche se per me personalmente non avevo più dubbi, e così me ne stetti zitto, ma Deborah carpì la mia confusione e provò a spiegarsi meglio, e disse <<Non credo di potercela fare. Non credo di poterlo fare. Tutto questo... Incontrare qualcuno, sentirmene attratta... È tutto così... Non so. Probabilmente scapperò via e ti farò soffrire. Sono un po’ pazza. Un po’ capricciosa. Un po’ monella...>>, io <<Non puoi farmi soffrire. Credimi, faccio sul serio. Questo fa parte del problema.>> sforzandomi di parlare con calma. A parte questo, non ero disposto a chiedere alcunchè, non avevo bisogno di nessuno, ero totalmente autosufficiente, e tutto quello che volevo era che lei restasse nei paraggi e ridesse alle mie cazzate.

Per tutta la vita ero stato incapace di prendermi cura delle cose di cui avrei voluto prendermi cura. Ero stato il figlio di due genitori troppo poco amati nonchè il padre di due bambini concepiti con due diverse donne e visti solo qualche volta e solo di sfuggita (il primo con una spagnola stupefacente di nome Lorena durante le mia residenza asturiana nel 2015 e l’altro con una nigeriana di cui non ricordo manco più la faccia appena arrivato qui in Torino nel 2017) e di altri due mai nati, entrambi concepiti con la mia ragazza, Nabila, tra il 2018 e il 2019. Eravamo una coppia spaventosamente fertile. Lei era rimasta gravida la prima volta che avevamo fatto l’amore, ma mi aveva rivelato di essere pregna solo dieci minuti dopo avere abortito. Le chiesi di sposarmi: non volle. La seconda volta che era rimasta incastrata era stato un anno dopo, ma quella volta mi limitai a mollarla con un calcio nel culo e dieci gambe in mano.

Al cinema proiettavano un capolavoro di Inarritu, “l’impreve­dibile virtù dell’ignoranza”. Io passai tutto il tempo a prendere nota delle battute, scene e situazioni che trovava di suo gradimento. E mentre teneva gli occhi incollati allo schermo, io mi guardavo intorno, giocando con il ciondolo che portava al collo e cercando di baciarle l’orecchio. <<Quale sbruffone... Guarda il film.>> mi rimproverava di tanto in tanto.

Dopo, passeggiammo un po’. Raccontai a Deborah dei miei genitori, di Nabila, di Muna, di Chiara, di Simona, degli arresti e della carcerazione, della perdita del lavoro, delle difficoltà economica, dei figli nati e mai conosciuti e pure di quelli mai nati e mai conosciuti, le raccontavo ogni stramaledetta cosa che mi venisse in mente. Lei era più taciturna, più riservata. Sceglieva sempre con estrema cura le parole, a meno che non avesse sonno: in quel caso chiacchierava senza limiti e senza freni. Mi parlò di Napoleone, il suo cane, il magnifico terranova Napoleone, sbaragliatore di tutti i timori dell’infanzia. Mi raccontò aneddoti sull’anno trascorso in Inghilterra da sola, troppo timida perfino per parlare con il tipo carino che ogni giorno alle 12,20 entrava a comprare un panino nel bar dove lei lavorava per mantenersi.

Siccome era ancora presto, decidemmo di andarcene in giro a zonzo con la moto. Lei mi aveva detto <<Mi piacerebbe che mi mostrassi un luogo della tua città a cui sei affezionato che non conosco.>> e io dissi <<Ho una moto.>> suggerendo implicitamente che avremmo potuto fare un giro, <<Davvero?>> lei, <<Già...>> io, <<Se mi porti in moto in un posto fantastico avrai metà del mio cuore.>> lei, <<Ti basta così poco, eh, puttanella...?>> pensai ma non lo dissi. Quello che invece dissi fu ancora peggio. Dissi: <<E che serve, invece, per entrare nelle tue mutande?>>. Si offese. Che coglione.

Salimmo al colle della Maddalena, che è in assoluto il posto che più preferisco del panorama cittadino e metropolitano torinese. Giunti ci sedemmo s’una panchina in muratura. Fumammo una sigaretta. Chiacchierammo del più e del meno, del passato e del futuro, di rimorsi e di rimpianti: di tutto e niente. Poi venne a piovere. Quando iniziò a piovere non ci allontanammo di corsa (come fecero i singoli, i vecchi e le coppie mature e disinnamorate), ma come i giovani amanti c’incamminammo tranquillamente sotto la pioggia mano nella mano e come i ragazzi che si amano ci fermammo proprio sotto il monumento alla Vittoria dove ci baciammo di passione avvolti dalle nere membrane della notte mentre le gocce ci piombavano tra capo e collo sotto le rotte cataratte del cielo. Quando ci staccammo inizi, come mio solito, a ciarlare: <<Sai che mi piacerebbe fare?>> dissi io, <<Che cosa?>> lei, <<Mi piacerebbe rimettere in sesto la mia vecchia Dedra del ‘91 e portarti a Milano, dove farebbero di te una diva come Lady Gaga!>> io, <<Davvero?>> lei, <<Certo, sarebbe una vita dura all’inizio, sai: vivremmo di pizza e patatine, e io andrei in tutte le stazioni radio e presso tutti i produttori a chiedere che ti ascoltassero, loro mi prenderebbero per un fuori-di-testa (come dargli torto...) ma a quel punto arriveresti tu, con indosso un vestito rubato... E poi, quando sfonderai, vivremmo ancora di pizza e patatine per il resto della vita, in ricordo dei vecchi tempi, dei tempi in cui non avevamo nulla e ci sembrava tutto.>> dissi (e a quel punto eravamo bagnati fracidi; la maglietta le si era incollata addosso, delineando i contorni dei seni in modo davvero seducente), <<D’accordo. Va bene. Te lo concedo. Ti permetto di essere il mio manager se ti va. Ma non voglio diventare una star troppo star, famosa sì ma non famosa come Lady Gaga: diciamo piuttosto famosa come Sia, intesi?>> lei, <<No: nulla di esagerato: solo il giusto. Va bene?>> io, <<Andata!>> fece in fine lei, <<Voglio che tu venga a vivere con me.>> io d’improvviso, senza nessun preavviso (Cose così idiote non le studiavo: mi uscivano dalla bocca senza rendermene conto.) <<Almeno per il tempo che rimarrai qui. Finché non ripartirai. Anche se spero che tu decida di non partire più, mai più.>> (e l’acqua le appesantiva i capelli ricci in modo meraviglioso), <<Ho un cicatrice proprio qui.>> lei, e s’indicò lo stomaco appena sotto l’ombelico, dove la stoffa bagnata aderiva alla pelle: era una cicatrice molto sensuale, come ogni altra piccola parte del suo corpo, come le sue cosce, i suoi fianchi, le sue spalle un po’ curve, e quel seno grondante e molle di pioggia come i capezzoli, umidi e vellutati e racchiusi in se stessi quali caligose rose al mattino. Non era parte di lei che non gocciolasse: davvero sensuale, seducente ed eccitante. <<Nessun problema: le cicatrici non mi danno fastidio. Le cicatrici non sono un problema.>> la rassicurai, <<Allora va bene, mi piacerebbe venire a stare da te e vivere con te per un po’.>> lei, <<Andata!>> io, e Deborah annuì senza proferire parola. Gocce di pioggia le colavano dalla punta del naso. Pensavo di piantarle un grosso bacio sulla bocca. Invece mi voltai dall’altra parte: forse pensavo che non sarei riuscito a sopportare tanta bellezza e che, se mi fossi avvicinato un centimetro in più, un centimetro di troppo mi avrebbe esploso e disintegrato. Quando mi girai nuovamente nella sua direzione, nei aveva sollevato le braccia al cielo, affinchè l’acqua le scorresse lungo i fianchi e su tutto il corpo, fra i seni, fra i capelli e in bocca. Non posso negare che avrei voluto essere quell’acqua che le scorreva addosso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL RE, LA REGINA E IL CASTELLO FATATO.

 

Ci eravamo conosciuti un Mercoledì sera, era Venerdì pomeriggio quando le proposi di trasferirsi da me, e l’indomani casa mia era già piena di fiori e di voci femminili che sgorgavano dallo stereo! Il Sabato fu il nostro quarto e insieme primo giorno insieme. Il giorno in cui sole e notte si toccarono e fusero, il giorno in cui luce e tenebre s’incontrarono e unirono, e sole e luna si congiunsero divenendo una cosa sola.

La prima cosa che facemmo fu prendere un letto matrimoniale, perchè, da quando mi ero trasferito in quell’appartamento, dormivo ancora nel letto singolo originario. Così, dopo aver trasferito le sue due valigie nel mio appartamento, uscimmo per andare al negozio di materassi di Lanzafame, che si trovava in Via Mameli, a poche centinaia di metri da casa mia.

Nello stesso palazzo viveva un tizio che conoscevo. Si chiamava Dino. Dino era un tipo tosto: era alto, pesava parecchio, e aveva un occhio solo. Aveva passato dieci anni della sua vita nella legione straniera. Era un tipo davvero tosto. Non si radeva e non tagliava i capelli da tre anni e ripeteva sempre che non lo avrebbe fatto finchè la moglie non fosse tornata con lui. Ma lei non voleva sentirne manco morta. Non ne aveva alcuna intenzione, e per nulla al mondo avrebbe varcato la soglia e rimesso piede in quella casa. Lo aveva detto con estrema chiarezza quando se n’era andata sbattendo la porta alle proprie spalle, e anche Dino lo sapeva bene, ma inspiegabilmente continuava a sperarci, ci sperava sempre. Ebbene, una delle cose che più mi piacevano era andare a casa di Dino una volta al mese a guardare vecchi film western o ad ascoltarlo suonare il piano. Conosceva a memoria (Dio solo sa perchè) tutto l’album di un certo Willie Nelson, “the read-headed stranger”, i cui brani parlavano quasi tutti di un tale, uno straniero dai capelli rossi, che aveva tanta nostalgia della moglie da ucciderla. Era una bella storia. Molto drammatica e passionale. Degna di un dramma rusticano.

E nulla: comprammo rete e materasso e tornammo indietro. Io ero eccitatissimo: quel letto nuovo suscitava e nutriva nuove e grandi speranze in me. Trasportai alacremente il materasso fino al quinto piano. Avevo una tale voglia di scoparla che quasi non le parlai durante il tragitto di ritorno verso casa. Ci vezzeggiavamo per ore, a volte per tutta la notte, ma senza mai arrivare al dunque. Avevo la sensazione di essere sotto esame. Mi sembrava tutto molto ridicolo. Io stesso mi sembravo molto ridicolo. Deposi a terra il materasso, poi corsi giù a recuperare la rete poichè non avevo voluto che lei sollevasse alcun peso per le scale e così le avevo vietato di trasportare qualsiasi cosa per le (poche, in realtà) decine di gradini che ci separavano dal mio ingresso, e quando risalii vidi che era seduta sul pavimento. Portava un vestito verde ed era scalza. Mi fermai alle sue spalle, cercando d’immaginare che cosa stesse pensando o ascoltando. L’unico rumore percettibile all’esterno delle grandi finestre era quello della tiepida brezza che saliva su dal cortile, facendo stormire le foglie e frusciare gli arbusti e spandendo ovunque soave sopore estivo. L’Estate, al culmine della sua maturazione, stava per finire: nell’aria conflagrante c’era già un retrogusto muffoso e umido d’autunno e di scuola. Volevo che stesse seduta lì per sempre. Volevo solo entrare dentro di lei e guardarla negli occhi. Cominciavo a temere di essermi innamorato di una donna che non mi avrebbe mai ricambiato. A volte questo mi provocava degli accessi d’ira, ma cercavo di tenere a freno la collera e il più delle volte riuscivo con successo a inibirne gli eccessi o dissimularli. Poi corsi giù a recuperare il resto delle cianfrusaglie che si era portata dietro (portare le sue cose era piacevole: mi aiutò a calmarmi), e quando ebbi finito di montare il letto andai a sedermi sul davanzale della finestra e mi accesi una sigaretta. Allora lei si alzò, accese lo stereo, e cominciò a ballare o, meglio, a oscillare il corpo. La carezzai voluttuosa­mente e lascivamente, lei mi baciò il collo, io le stringevo la nuca, la schiena, il culo. Lei mi lasciava fare, salvo poi ritrarsi quando esagerai. Poi la sollevai tra le braccia e la portai al materasso, ma lei s’indispettì: <<Non voglio>> disse <<che mi prendi in braccio.>>, <<Perchè?>>, <<Perchè non mi piace.>> protestò, <<A me sì.>> e la depositai sul materasso, ma lei si alzò e andò a mettersi con la schiena contro la parete dicendo polemica che non ero tenuto a dimostrarmi più forte di lei, io le risposi che non era mia intenzione, lei sottolineò che avrei dovuto fare più attenzione a queste piccolezze perchè sono queste minuzie che fanno sentire una donna in difetto, che lei non avrebbe potuto prendermi in braccio anche se avesse voluto e questo la faceva sentire debole, io esasperato mi sdraiai sul materasso e con gli occhi fissi al soffitto dissi <<Ma non lo sei. E lo sai...>>, e lei allora disse <<Ho voglia di mangiare fuori. Portami a cena fuori!>>, e io mi sentii ancora più trasportato e vicino a lei. Iniziavo ad adorarla. Quindi decidemmo che per quella sera avremmo cenato fuori e scendemmo alla trattoria Valenza per un boccone. Quando ne uscimmo era ormai buio.

<<Prendiamo le lenzuola>> propose tanto inaspettatamente quanto risolutamente: saltò su e cominciò a frugare nel cassettone. Facemmo il letto sfiorandoci le mani più del dovuto. Poi la seguii con lo sguardo mentre davanti allo specchio del bagno faceva i suoi gesti prima di andare a letto. Poi la guardai spogliarsi e infilarsi nuda sotto il lenzuolo. Quando mi sdraiai accanto al suo corpo caldo e sprofondai nel dolce amplesso di quelle membra docili e morbide, mi sentii al settimo cielo. Quei due corpi, il mio corpo e il suo corpo, apparivano privi di centro, come diffusi e gassosi tra le bianche lenzuola. Per un momento si avvitarono in un vortice, poi si raggelarono, pulsando altrove, infine si ritrovarono, inermi e inerti.

<<Hai idea di quanto mi senta stupido?>> dissi a un certo punto, <<In che senso?>> lei, <<Beh, pensare al sesso ventiquattr’ore al giorno ha effetti perniciosi sulla mente, la psiche e l’intelligenza di un uomo.>> io, <<Sai una cosa? Avremmo dovuto farlo subito.>> commentò lei, e aggiunse <<La prima volta che ci siamo baciati avevo una gran voglia di venire a letto con te. Non credevo che avrei continuato a piacerti.>>, <<Non ho mai pensato a una botta e via.>>, <<Oh, su, andiamo.>> e con le lenzuola tra le braccia, venne a sedersi accanto a me. Aveva spento tutte le luci, tranne una piccola lampada posata per terra che proiettava ombre bizzarre e deformi. <<Quand’è che cominceremo a litigare?>> chiesi, mettendomi seduto, <<Quand’è che cominceranno gl’insulti?>>, <<Succede sempre, prima o poi.>> fu la risposta (laconica), <<Che genere di cose spiacevoli pensi che ci diremo prima di lasciarci?>>, sedevamo con la schiena contro il muro, l’unica lampadina ci rischiarava il viso ma lasciava in ombra il resto, <<Che puttana.>> disse lei, <<Che maledetto bugiardo.>> ribattei io, <<Fredda, algida, frigida e piagnucolosa.>>, <<<Fredda, algida, e frigida?>: non credi di essere solo un tantino ridondante?>>, <<Oh, non ti sopporto più. Sei l’uomo più pignolo, narcisista, puntiglioso e fastidioso che conosca.>>, <<Credo che ancora una volta tu ti stia ripetendo.>>, <<Ah, ma smettila! Noioso uomo.>>, <<Bastardo egocentrico.>>, <<Non sai neppure cantare.>>, <<Si definisce uno scrittore, ma i suoi lettori si contano sulle dita di una mano.>>, poi un attimo di silenzio, poi <<Strano, vero?>> mormorai <<Succederà: una sera arriverò in ritardo e ti dirò: <Devo parlarti.>.>>, <<Di che cosa?>> fece Deborah nell’atteggiamento della moglie ignara, <<Non lo so di preciso... È che ultimamente ho riflettuto parecchio.>>, <<Su che cosa?>>, <<Su di noi... Sai che cosa intendo... Detesto il modo in cui continuiamo a litigare.>> io, e sorridevo incerto su come proseguire, <<Sì?>> m’incoraggiò lei, <<Credo che abbiamo bisogno entrambi di un po’ di spazio.>>, <<Spazio per fare che cosa?>>, <<Oh, non rendere tutto ancora più difficile. È finita, e lo sai bene quanto me.>> parlai guardandola dritto negli occhi, lei si era fatta seria e disse <<C’è un’altra: non è vero?>>, <<Di questo preferirei non discutere.>>, <<Chi è?>>, <<Ecco: vedi? Non riesco nemmeno più a parlare con te.>>, <<Non posso credere che tu stia dicendo sul serio.>>, <<Oh, non farne un dramma. Il punto è che è finita e lo sappiamo entrambi.>>. Poi s’interruppe: gli occhi le si riempirono improvvisamente di lacrime, e un istante dopo singhiozzava sul serio con la testa tra le mani. Ero annichilito. <<Oh, Dio, che razza di scema sono.>> gemette <<Ho promesso a me stessa che non lo avrei mai fatto.>>, <<Ma stavamo solo scherzando...>> suggerii io, <<Ho passato un anno in completa solitudine per cercare di rimettermi in sesto ed essere finalmente sicura che nulla del genere mi sarebbe più accaduto.>>, <<Ma non è successo nulla: stavamo solo scherzando...>> e cercando di scostarle la mano dal viso <<Non cominciare a metterti in testa che finirò col ferirti e a fare di tutto perchè succeda davvero.>>, <<Non lo sto facendo.>> disse (ora sembrava irritata), <<Voglio dirti una cosa: se tu mettessi nei miei panni ogni volta che ti vedo, ti ascolto, ti tocco o semplicemente penso che presto ti vedrò e potrò toccarti, smetteresti subito di piangere e mi prenderesti a ceffoni. Perchè, qui, o sto impazzendo o sono pazzo di te!>>, <<Allora credo proprio che tu stia impazzendo!>> decretò lei, <<Ah, allora è questo che pensi di me?>> e il gioco ricominciò: <<Sì, è questo che penso.>> lei, <<Ah, davvero? Prova a ripeterlo se hai il coraggio.>> ribattei parodiando il bullo dei vecchi film, <<Davvero.>> lei, <<Molto bene.>> e mi alzai, <<Dì che hai una voglia disperata di baciarmi appassionatamente. Confessa!>>, <<Lo confesso: ho una voglia matta e disperatissima di baciarti appassionatamente.>>.

Dopo che ci fummo baciati, disse piano: <<Vieni qui...>> e cominciò a slacciarmi la cintura dei pantaloni. Poi estrasse il cazzo, lo menò per bene finchè non diventò di ferro, infine chinò la testa e lo accolse in bocca, succhiando forte. Sul finale accelerò i movimenti di lingua e di labbra. Provai a farglielo intendere, ma non sembrava darsene preoccupazione e continuò a succhiare fino alla fine. Sapeva ciò che stava per accadere, e fu bello. Ma non era ciò che volevo...

Non sapevo che fare con lei, non più di quanto una nuvola in cielo sappia che cosa fare con un’altra nuvola. Eppure ero al settimo cielo. Mi sentivo il re del mondo, e quel mio piccolo appartamento mi pareva un castello fatato. Eppure, qualcosa mi disturbava, un ronzio di sottofondo che mi distraeva. Mi sentivo leggermente infastidito. Quello che era successo era stato bello. Davvero molto bello. Ma non era ciò che volevo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA BAMBINA CON IL CAPPUCCIO E IL CASTELLO DI NEVE.

 

Non ricordo nemmeno di essermi svegliato quella domenica mattina: probabilmente non dormii affatto. Semplice­mente mi ritrovai seduto sul letto a guardare Deborah addormentata. Era entrata nuda tra le lenzuola, mi aveva fatto un pompino, ma non mi aveva permesso di fare l’amore con lei. Me ne fregavo bellamente: mi piaceva anche solo guardarla dormire. La luce che entrava a fiotti dalla finestra si riversava sulle lenzuola azzurre del mio vecchio letto e sul suo viso. Sollevai il lenzuolo per guardarle i seni che si sollevavano e abbassavano ritmicamente. Sembrava che dormissero anche loro. Speravo che non si svegliasse mai più. Guardarla dormire era così dolce.... La rimboccai fin sotto il mento. Poi guardai il soffitto e le mura intorno: <<Pregare dev’essere così.>> pensai.

Eppure una strana sensazione mi aleggiava sulla testa, una sensazione di disagio che mi disturbava alquanto e mi rendeva irrequieto: in mente continuavano a balenarmi gli sprazzi di un incubo che mi aveva lasciato un strano fastidio addosso, ne avevo ancora il sapore sulla pelle e tra i capelli, ne avvertivo ancora l’odore, percepivo ancora il bagliore residuo del sogno. Nel sogno varcavo il cancello di una fortificazione, uno spesso muro di pietra altissimo e massiccio, ritrovandomi in un campo completamente innevato. Da un capo all’altro dell’orizzonte la terra era bianca di neve. Un candido biancore osseo. Cadeva da un cielo in cui la fonte luminosa era diffusa e onnipresente come se il sole si fosse dissolto nella nebbia e trasformato in un’aura. Il campo, ai limiti estremi, si confondeva con il cielo luminoso. E con esso anche muri, alberi, case, come contratti, si perdevano nel candore abbagliante del cielo di gesso, era come se avessero perso solidità e si fossero tutti asserragliati ai confini del mondo. Iniziai a camminare. Mi si aprì davanti una piazza. Mentre scivolavo attraverso la piazza figure scure si staccavano da quel biancore: erano bambini che giocavano. Costruivano un castello di neve in cima al quale avevano piantato una bandierina rossa. Stivali, guanti, sciarpe e cappucci li difendevano dal freddo. Portavano manciate di neve, una dopo l’altra, con le loro manine rosse dal gelo, e così intonacavano le pareti del loro castello completandolo. Dalle loro bocche il respiro usciva in bianche nuvolette candescenti. Avevano quasi finito i bastioni attorno al castello. Cercai di afferrare lo strano fluttuante sussultorio borbottio delle loro voci ma non capivo una parola. Mi rendevo conto di essere una massa pesante e scura, e non mi meravigliavo che a mano a mano che mi avvicinavo i bambini se la squagliassero da una parte e dall’altra. Tutti tranne uno. Anzi una. Una bambina decisamente più grande degli altri, forse non è nemmeno una bambina, che stava seduta nella neve, incappucciata dandomi le spalle mentre continuava a lavorare alla porta del castello. A gambe aperte nella neve scavava, lisciava e modellava. Io le stavo dietro e la guardavo. Lei non si girava: pareva non fare caso alla mia presenza. Io cercavo d’immaginarne il viso tra i lembi del cappuccio a punta, ma non ci riuscivo. Quando mi svegliai, avevo il respiro corto e affannoso, la pelle lucida di sudore è molle di madore. Una strana oppressione mi costringeva il petto. E allora capii che solo il dolore è verità: tutto il resto è soggetto al dubbio.

Quel giorno Antonio dava una festa. L’idea iniziale non era mai quella, ma quando si andava da lui bisognava mettere in conto la possibilità non molto remota a dire il vero, anzi realmente concreta di una orgia: invitava sempre troppa gente e disparata. In un primo tempo avevamo progettato una puntata alle giostre: lui con Chiara (la sua ragazza del momento) e io con Deborah. Di comune accordo con Antonio avevo eletto il parco della Pellerina quale sede migliore per la nostra berlingata: la Pellerina era l’unica a disporre delle montagne russe, e pensavo che un giro sulle montagne russe fosse un buon modo per celebrare la fine dell’Estate. Chiara era toscana e si era rifatta il seno. Lo sapevo perchè eravamo andati a letto insieme. Era sempre così invariabilmente dolce e mielosa che aveva la capacità di deprimermi. Aveva una voce acuta e piatta come quella dei cartoni animati. Dopo un paio di sera, avevo troncato e non ero più uscito con lei. Ma nei nostri pochi incontri era riuscita lo stesso a raccontarmi un sacco di fatti privati e persino intimi. Mi raccontava, per esempio, che aveva visto la madre solo tre volte nella sua vita; la prima al funerale del padre, e avevano mangiato un secondo in un ristorante e tutto sommato non si erano trovate male insieme, ma dopo di allora Chiara non aveva più avuto sue notizie; la seconda due anni più tardi, al funerale del fratello minore di Chiara, che si era ucciso dandosi fuoco per una grave forma di depressione; e infine, la terza volta al suo funerale, altri due anni dopo. Raccapricciante. Era stato allora che aveva deciso di cambiare nome, cioè di assumerne uno fittizio d’arte, rifarsi il seno, e trasferirsi a Torino e, con questi requisiti, provare a entrare nel mondo del cinema e della recitazione. Banale. Io la ascoltavo solo perchè non sapevo come farla tacere ma avrei voluto solo metterla in ginocchio e tapparle la bocca: sapevo bene di non essere per nulla disponibile a prestare orecchio a confessioni tanto intime. Avevamo fatto l’amore poche volte, diciamo una decina, e ogni volta lei aveva continuato per tutto il tempo della scopata, a darmi colpetti sulle natiche, pacche sulle spalle, e carezze di approvazione sulla nuca ripentendomi per tutto il tempo <<Bravo ragazzo!>>. Insopportabile. Ma ad Antonio andava bene così. Sosteneva che per lui era una esperienza nuova e coinvolgente frequentare qualcuno a cui piaceva sul serio. Una volta gli chiesi se non la giudicava un po’ troppo stupida per lui. Mi rispose che a suo avviso gli stupidi non esistono e che a volte si scoprono cose che nessuno oserebbe mai immaginare. Illuminante. Come sempre del resto. L’appartamento di Antonio, una soffitta al quinto piano di un edificio marcio e scrostato delle bassure, era una vera topaia: dallo scarico della vasca da bagno saliva acqua di fogna (Antonio si era iscritto in palestra con l’unico scopo di avere un posto dove potersi lavare.); tra la cucina e la camera da letto, nel punto in cui un tempo c’era stato un ventilatore, c’era adesso un buco nel soffitto; dappertutto, sugli scaffali e sulle pile di librerie come in terra quasi ad ogni angolo delle stanze, erano sparse pentole e padelle sparpagliate dovunque per raccogliere l’acqua che gocciava dal tetto quando pioveva. Ma, dal proprio appartamento, Antonio aveva accesso al tetto, e questo compensava tutte le carenze di quel locale. La casa si trovava tra Corso San Maurizio e corso Regina Margherita, nel punto in cui i due grandi viali s’incrociano in una piazza dando vita a un inesorabile crocicchio di strade e arterie in cui sfociavano macchine, rotaie, piste ciclabili, zone pedonali in un viluppo rumoroso e infernale del tutto caotico e inestricabile. Deborah e io vi ci recammo in moto perchè faceva caldo e il vento caldo che s’insinuava tra la pelle e gl’indumenti produceva una sensazione molto piacevole di libertà e spensieratezza. All’epoca guidavo (e la guido ancora) una meravigliosa Honda CBR 600 F del 1997 (zero elettronica, zero controlli automatici, zero piegata assistita, tutta meccanica e carburatore, un motore a scoppio che era una vera goduria e 120 cavalli di pura divina poesia). Andammo intorno alle 19. Lei era tutta agitata. Mi fece fermare due volte: la prima perchè aveva dimenticato il profumo (ma riuscii a dissuaderla), la seconda perchè aveva dimenticato il rossetto e voleva a tutti i costi fermarsi a comprarne uno, nonostante fosse domenica e nonostante fosse già bellissima (e stavolta non riuscii a oppormi). Dovetti fare un lungo giro per trovare un negozio aperto, perchè essendo (come ho detto) Domenica e di conseguenza tutte chiuse le attività commerciali, non ebbi altra scelta che quella di fare rotta al più vicino centro commerciale che, per quanto vicino, distava comunque qualche chilometro. Quando arrivammo lei ne approfittò, già che c’era, per prendere anche il profumo che la prima volta ero riuscito a farle dimenticare, e quell’elastico per capelli che aveva cercato tanto a lungo. Mentre la aspettavo fuori, fumai una sigaretta in compagnia di un tassista. Attaccai bottone chiedendo da accendere, e poi chiesi <<Come va?>>: abboccò. Anche se la gente lo detesta, io adoro scambiare cazzate con i tassisti! Quando Deborah tornò indietro, rivolsi un cenno di saluto con la testa e schioccai la lingua al modo dei Siciliani al tassista e risalimmo in moto. Prima di ripartire lei allungò le gambe e si cacciò la gonna fra le gambe affinchè non le salisse sulle cosce, si scostò i capelli dal viso, e infilò il casco. Quando poi arrivammo rimase appollaiata sul sedile posteriore, estrasse quello che di primo acchito mi parve un vetrino ma poi si rivelò essere uno specchietto, e cominciò ad applicarsi il rossetto: vedevo i suoi occhi neri riflessi nel piccolo frammento di realtà riverberata dallo specchio. C’era qualcosa in Torino che mi faceva sentire un vero Siciliano, e qualcosa in Deborah che mi faceva sentire un uomo vero.

La prima cosa che quella sera andò storta fu la scoperta che Antonio aveva invitato una quindicina di persone. La seconda che una di loro era Nabila, la mia precedente ragazza. Nabila era marocchina e aveva una bellezza tutta marocchina dunque possiamo dire che era bella in modo banale e scontato, con i suoi lunghi capelli ricci e nerissimi, le sopracciglia folte e curatissime, la pelle ambrata e una figura perfettamente rotonda, e uno viso perfetto quasi come il suo culo. Era un po’ più bassa della media, ma questo permetteva di apprezzare meglio il suo seno. Il suo tratto migliore rimanevano però gli occhi, così profondi e scopadei, squisitamente mediterranei, immensi e sarcastici. Adesso frequentava il terzo anno alla facoltà di lingue. Era anche sorprendentemente intelligente e arguta. E vestiva esattamente come si conviene a una calda serata estiva: il meno possibile. Aveva insomma molte qualità che la rendevano una temibile rivale agli occhi di Deborah. Ma questo lo avrei capito solo più tardi, con conseguenze rovinose, e Deborah faceva di tutto per nasconderlo bene. Sedeva sul tetto dell’appartamento di Antonio appollaiata sullo schienale di una sedia di legno, il collo così sensualmente madido di mille goccioline di sudore. Dietro di lei, la città: immensa e sfolgorante come i suoi grandi occhi neri. Io tenevo Deborah saldamente per mano affinchè tutti capissero che stavamo insieme. Lei usava l’altra per ravviarsi ossessivamente i capelli. Dalla mano sinistra di Antonio invece penzolava mollemente una bottiglia di Gin. (Antonio non beveva birra.) Stava parlando con Chiara e si vedeva che cercava di mantenere la conversazione su di un tono leggero, mentre lei si faceva via via minacciosamente sempre più seria. Mi avvicinai, traendo Deborah a me. <<Non dico che stai male.>> stava dicendo lui in tono difensivo >>Solo che avrei preferito che ti mettessi un vestito. Non voglio fare il bastardo geloso, sei stata tu a chiedermelo. Quindi sì: vorrei che ti coprissi un po’.>>, <<Stasera avevo voglia di vestirmi così.>> ribattè lei, <<E allora rimani così. Che cazzo devo dirti?>> disse Antonio, e poi si voltò a guardarmi e sorrise. <<Vuoi che vada a casa a cambiarmi?>> non demordeva Chiara, con i suoi seni di marmo e i capezzoli duri ed eretti come chiodi che bucavano una maglietta bianca attillatissima indossata senza reggiseno, Antonio esitò un momento prima di rispondere ma poi disse: <<Sì: è quello che voglio. Adesso vai a cambiarti che mi stai facendo arrabbiare, prima che ti bastoni.>>, e lei <<Sei una piaga.>> reagì senza convinzione, aggiungendo subito dopo <<Torno fra un attimo.>>. Mentre scendeva dal tetto, si girò verso di me per dire <<Non posso credere che siate amici.>> e scomparve. Quando se ne andò mi avvicinai ad Antonio e attaccai dicendo <<Trovo incredibili solo due cose: una è che tu le abbia davvero chiesto una cosa del genere, e due che lei l’abbia fatta.>>. Ci tenevo al che Antonio piacesse a Deborah, ma dubito che lei ne avesse ricevuto una prima impressione strabiliante. <<Ci andiamo o no alle giostre?>> chiesi poi, <<Sì, certo. Almeno credo. Dobbiamo solo fare in modo che ne abbiano voglia tutti.>> rispose, <<Ma perchè hai invitato tutta questa gente?>> insistetti. Credo che la mia voce tradisse una malcelata nota d’insofferenza. Lui sogghignò <<Volevano venire.>>. Era fatto così.

Deborah e io gironzolammo per un po’ fra la gente. Tra la folla vi era anche un nano dal carattere incredibilmente dolce ma che all’inizio incuteva una certa soggezione. I suoi capelli erano talmente lunghi che quasi sfioravano terra. C’era anche un certo numero di ragazzotte vivaci e biondute, e qualche tizio dall’aria alquanto pretenziosa e presuntuosa e spocchiosa. Per me Deborah costituiva la prova che io ero diverso da tutti loro. Speravo solo che nessuno scoprisse che non avevamo ancora fatto l’amore: lo trovavo infatti molto ridicolo. Nell’apparta­mento c’era anche il coinquilino di Antonio, Samuele, con i suoi capelli a spazzola tinti di rosso porpora e una Beretta calibro 7,65 tatuata sull’avambraccio. Non mi capitava spesso di vederlo. Era un fricchettone da poco uscito da un lungo percorso di disintossicazione che aveva rovinato molti degli amoreggiamenti notturni di Antonio piagnucolando fino ad addormentarsi. In mezzo a tutta quella gente, Deborah era sempre penosamente timida, e quello non era certamente il tipo di persone che potesse metterla a suo agio. Per tutta la serata parlò pochissimo. Gli altri erano già tutti ubriachi. Tenendole un braccio intorno alle spalle, mi preoccupai di fare le presentazioni. Cercai di schivare con disinvoltura Nabila, ma a un certo punto lei venne a piazzarsi proprio davanti a noi, in evidente attesa che io facessi qualcosa. Beh, che potevo fare? <<Deborah, questa è Nabila.>> dissi, e poi aggiunsi <<Nabila, lei è Deborah...>>. Si strinsero la mano, entrambe a disagio, entrambe non capendo quello che succedeva. Io me ne stavo lì fermo impalato, sentendomi un po’ troppo importante. <<Siete mai usciti insieme?>> mi chiede Deborah quando ci allontanammo. <<Sì, in effetti sì. Ti ho già parlato di lei...>>, <<Oh, Nabila...>> fece lei, ripensando probabilmente alla storia degli aborti, <<Non sapevo che ci sarebbe stata anche lei.>>, <<In realtà neppure io.>> mi affrettai ad assicurarle per rassicurarla. Benchè avesse un atteggiamento insolitamente distaccato, pensai che andasse tutto bene: chi può mai sapere quello che passa nella mente di una donna? Anch’io mi sentivo bene. Avevo la sensazione di stare progredendo, e che il nostro rapporto crescesse, o qualcosa del genere. Ma volevo ancora andare al parco e salire su quelle cazzo di giostre. Volevo cominciare a divertirmi. Io volevo solo divertirmi. È sempre stato questo il mio problema: per me tutto è sempre stato prima di tutto un gioco. Ma Antonio disse che dovevamo prima aspettare che Chiara facesse ritorno. Così indugiammo tutti bevendo e ridendo. Poi Deborah uscì per fare una telefonata. Quando tornò sul tetto, annunciò che se ne sarebbe andata. <<Come sarebbe che te ne vai? Dove?>> il mondo parve crollarmi addosso, <<Mi hanno appena detto che Willie Peyote suonerà in Santa Giulia stasera. Ci tengo ad ascoltarlo.>> disse Deborah, <<Ma perchè? Dobbiamo andare alle giostre.>> e appena lo dissi mi sembrò di apparire incredibilmente sciocco, e ingenuo, <<Non ne ho più voglia.>> disse lei, <<Beh, l’idea era questa...>> obbiettai ritentando alla fine, <<Lo so. Ma ti avevo detto che detesto certe cose.>> e mentre lo diceva teneva una mano dietro la schiena e si stringeva forte l’altro braccio. <<Tra l’altro, forse Willie mi proporrà di cantare con lui. Quindi, capisci, devo proprio andare.>>. A questo seguì una lunga pausa, dei cui ragionamenti che vi si svolsero nella mia testa voglio mettervi a parte. Innanzitutto, io conosco Willie Peyote e l’ho ascoltato una marea di volte. Fuma sigarette rollate e canta certe canzoncine carine che le ragazze adorano, ma non ho mai conosciuto qualcuno a cui piacesse davvero vederlo esibirsi: è accettabile la sua musica (motivo per cui non dirò che canta male, soprattutto considerando la media nazionale), ma le sue performance non sono proprio nulla di che; di solito parlo di lui come del Merd: si tratta infatti solo di un pallone gonfiato, pieno di sé ai limiti dell’arroganza, che è riuscito nel tentativo di rendere interessante e addirittura di moda il suo atteggiamento sgradevole da vera “merda umana” spocchioso reso ancora più fastidioso dal fatto di installarsi s’un tutt’altro che interessante background da nerd; inoltre, ero convinto che tutte quelle chiacchiere sulla possibilità di cantare con lui fossero una balla bella e buona; e ciò in virtù della sua presuntuosa superbia. Ma mi limitai a dire: <<Stai parlando del Merd?>>, <<Sì. Proprio di lui. Senti, si tratta di lavoro. È anche per questo che sono qui in Torino. Tu qui non hai bisogno di me.>>, <<Va bene, allora vengo con te.>>, <<No. Stai con i tuoi amici. Ci sentiamo domani, dai. Io posso andare a dormire da Sara per stanotte.>>, <<Va bene, allora vaffanculo. Vai a fanculo.>> conclusi io. Una espressione indignata le si dipinse in volto. Agguantò la borsa e uscì a precipizio, pensando con ogni probabilità che avevo finalmente svelato il mio vero “io”. Rimasi su quel tetto a guardarmi in giro. Nabila stava intanto civettando con Samuele, mentre Antonio era occupato a mimare l’intera trama di un musical di cui non ricordo più il titolo. Glielo avevo viste fare svariate altre volte. Tutti gli astanti attorno ridevano. Dopo una mezza ora passata a bere, fumare, camminare su e giù, e passarmi la mano tra i capelli, mi spazientii e lasciai la festa.

Quando arrivai al bar, lei sedeva sola e fumava con aria depressa. Vederla così mi rese felice. <<Ciao.>> dissi inerpicandomi sullo sgabello accanto al suo, <<Salve.>> sbuffò con un lieve bisbiglio, <<Mi dispiace. E a te?>>, <<Ti dispiace di che cosa esattamente? Sii più preciso. Perchè fa una bella differenza.>> disse, ma tutto quello che riuscii a pensare e formulare nella mia testa fu che mi dispiaceva di saperla arrabbiata con me, così dissi solo <<La serata non mi è piaciuta.>>, <<Neppure a me.>> rispose lei e subito si zittì. Restammo per un po’ in silenzio a guardare Merd cantare. <<Perchè non sei al parco?>> domandò alla fine, <<Non lo so.>> dissi (ma lo sapevo benissimo), <<Non dirmi più di andare affanculo.>> con aria di sfida, <<Non lo farò.>>, <<Non è carino.>>, <<Non lo è, no.>>. Poi di nuovo il silenzio. <<Mai sentita la storiella di quel tizio che voleva dire a una ragazza quanto gli piacesse, ma riusciva soltanto a balbettare e sparare idiozie nella speranza di riusltare divertente?>>, mi lanciò un sorrisetto obliquo e disse <<È vecchia. Piuttosto hai mai sentita quella del tizio che porta una ragazza a una festa dove sembra che si siano solo donne con cui è andato a letto?>>, <<Credo di averla sentita proprio stasera.>> e tornammo in silenzio ad ascoltare il Merd cantare. <<Cavolo, è proprio bravo però.>>, <<Tu non ci sei mica tutto con la testa.>>, mi protesi ad abbracciarla, lei mi bloccò, gli occhi fissi sul palco, ma poi mi disse: <<Dispiace anche a me.>>, provai a baciarla di nuovo, si scostò di nuovo, <<Perchè no?>> chiesi, <<Non qui>> rispose <<Non mi va di essere baciata in pubblico.>>, <<Allora andiamocene!>> suggerii romanticamente, e le afferrai la mano in un gesto che avrebbe voluto essere maschio e virile, <<Non voglio andarmene.>> fece lei, <<Cristo, ma che cazzo vuoi allora?>>, lei mi lanciò una occhiata in tralice, astiosa e malevola, poi spense lentamente la sigaretta e domandò <<È a questo punto che cominciano gl’insulti?>>. Mi impietrii, e per un momento mi sentii totalmente confuso, confuso e molto arrabbiato: con un gesto unico di orgoglio piccato e ferito afferrai lo sgabello su cui un attimo prima ero seduto e lo scaraventai contro la parete. Non avevo intenzione di farlo: avevo solo voglia di colpire qualcosa, e non potendo colpire lei me la presi con la sedia, che si frantumò contro il muro andando in mille pezzi. Si voltarono tutti a guardare nella nostra direzione. Anzi, dovrei dire nella mia, perchè quando volsi nuovamente lo sguardo verso Deborah lei si era già precipitata verso l’uscita. Rimasi lì impalato, immobile, lo schienale della sedia ancora in mano e la mano che mi pulsava dolorosamente. <<Fermati!>> gridai catapultandomi in strada sulla sua scia. I fari delle auto mi abbagliavano. L’adrenalina mi scorreva forte nelle vene. Si fermò. Eravamo s’una piccola isola di cemento al centro di Corso San Maurizio. <<Senti, non riesco a capire che cosa stia succedendo.>> attaccai ansimando per il fiato corto dal nervosismo <<Ma non piace neanche a me. Non capisco che cosa mi stia prendendo. Non volevo mandarti affanculo. Ma devi capire, è come se nella mia vita fosse cambiato tutto. E ho bisogno di sapere se ti piaccio. Detto così suona idiota, lo so. Se vuoi che ti lasci in pace lo farò, ma a volte... Beh, a volte capita d’incontrare una persona e di capire che tutto quello che hai fatto fino ad allora, qualunque sia stata la tua vita fino a quel momento, non può essere stato tutto sbagliato, perchè ti ha condotto a questa persona. E per me quella persona sei tu. Vuoi che me ne vada?>>, <<No!>> disse ferma e risoluta lei, <<Che cosa vuoi che faccia allora?>>, <<Voglio che tu mi spieghi che cosa ti sembra che ti leghi a me così forte come tu dici.>>, <<Non lo so. Non lo so proprio. Forse se tutto va per il verso giusto la prima volta, questo determina il futuro. In pratica fa di te quello che sei.>>. Questa volta non mi rispose. Guardava la strada, e i suoi occhi guizzavano irrequieti muovendosi inquieti. <<Mi dispiace... Mi dispiace.>> mormorò a un certo punto. Poi mi prese per mani e cominciò ad attraversare la strada. <<Non permettermi di farti questo>> e si fermò di colpo proprio al centro della carreggiata. <<Perchè ti piaccio così tanto?>> parlò guardandomi negli occhi. Io rimasi assolutamente impassibile. Poi dissi <<Non lo so. O, almeno, non so spiegarlo. È così e basta.>>, <<E vuoi fare l’amore con me?>>. Annuii. Avevo i brividi. <<Non chiedermi più se mi piaci, d’accordo? Perchè sì: mi piaci. Molto.>> disse, e tutto il mio corpo d’improvviso si rilassò. <<Ti trovo bello e voglio fare l’amore con te. Davvero. È solo che...>>. Scattò il semaforo e lei spiccò la corsa raggiungendo il marciapiede. Io rimasi dov’ero, non riuscivo a muovermi. <<Vieni!>> mi gridò lei. A dispetto della distanza che ci separava, riuscivo a vedere nitidamente i suoi occhioni. Le auto mi sfrecciavano intorno suonando il clacson. Un furgone mi passò vicinissimo: ne avvertii il calore sul viso. Non era che volessi farmi investire, o qualcosa del genere: più che altro non vedevo nulla intorno a me. La mia vista si era offuscata, e obnubilata la mente. Poi mi ridestai, attraversai e la raggiunsi sul marciapiede opposto. Allora lei mi prese una mano nelle sue e se la premette al petto. <<Andiamo a casa.>> disse.

Amoreggiammo per tutta la notte, nudi sul materasso. La sua pelle bruciava contro la mia come brucia la nuda pelle nelle notti d’Estate. Poi l’alba saturò la stanza di una luce azzurrina. Forse a tratti ci appisolammo per qualche istante, ma non saprei dirlo con certezza. L’aria era spessa e sapeva di sale. I nostri corpi erano molli di sudore e umidità. Per tutta la notte non avevo fatto che inventare posizioni che potessero incidentalmente portare alla penetrazione. Ma ogni volta che ci eravamo vicini lei sgusciava via. C’era qualcosa di segreto e oscuro e misterioso che aleggiava in quel letto. Il suo corpo profumava di pulito, di umido, come terra fertile. Le lenzuola, non più rimboccate, si arricciavano agli angoli e io sentivo la ruvidezza del materasso sotto la schiena. Poi Deborah mi si stese di sopra, e i suoi seni, pesanti, mi ricaddero sul petto. Avrei voluto entrare in ogni orifizio del suo corpo. Lei si divertiva a eccitare entrambi. Alla fine, in perfetto silenzio, divaricò le gambe, mi strinse il cazzo tra le cosce, e mi fece venire tra inguine e glutei. Mi sentii un imbecille. Dopo che si fu addormentata, mi alzai, andai a pisciare, e tornai a letto, sprofondando nel sonno.

Mi addormentai subito e nel sonno sognai un corpo che giaceva supino a braccia spalancate, con un ciuffo di peli che luccicavano sul pube come un liquido nero e oro che scorreva sul ventre fino all’inguine e poi giù, come una freccia dentro al folto ciuffo tra le gambe. Ma, quando allungai una mano per accarezzarlo, il ciuffo cominciò a fremere. Non erano ora più peli ma un denso nugolo di api, ammucchiate una sull’altra: zuppe di miele, appiccicose, uscivano sciamando impazzite dal ciuffo e freneticamente vibravano le ali. Mi vennero incontro. Avevo paura. Mi sentivo terrorizzato. Le api mi circondarono e mi avvolsero. Ma non mi punsero: mi innalzarono e mi trasportarono fuori. Planando sulla terra e sul mondo, vidi un giardino, poi un bosco, una foresta, infine una spiaggia. E il mare. La grande superficie dell’acqua rifletteva la luce del sole alto nel cielo con un bagliore così violento ch’ero costretto a proteggermi gli occhi. Dovevo chiuderli, digrignando le palpebre, se non volevo che mi bruciassero. Quando li riaprii, il sole era ancora alto bronzeo e opprimente sopra le fresche chiare e docili acque della ripa. Di fronte a me si stendevano le paludi e le pianure saline, e ancora oltre potevo intravedere una striscia grigiastro-bluastra di aridi colli. Uno stormo di anatre selvatiche turbinava in cielo, quindi planava verso la distesa d’acqua. Le dune sabbiose si susseguivano una dopo l’altra nel piatto paesaggio circostante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SOGNI.

 

Quella notte devo aver dormito come un corpo morto, perchè durante il sonno non mi accorsi minimamente che Deborah se ne fosse andata; così, quando mi svegliai (molto presto, invero), alla tenue luce del mattino, mi ritrovai da solo nel letto. Mi sembrò di cadere nel vuoto, precipitare nel nulla. Nel debile eppure piccante lume estivo, la ragazza stava acciambellata sul pavimento. Le toccai il braccio: era viva, era vera: mi sentii meglio. La scossi, si destò, le dissi: <<Perchè dormi lì?>>, lei mi sorrise <<Non c’è problema. Sto comoda.>> (Era vero: sdraiata sul tappeto di morbida pelle di pecora si stiracchiava e sbadigliava e il suo bel corpo non arrivava al bordo) <<Ti agitavi nel sonno e mi hai detto di andarmene, così ho pensato che avrei dormito meglio qua.>>, <<Ti ho detto di andartene?>>, <<Sì, nel sonno. Non te la prendere.>>, si arrampicò sul letto accanto a me, e l’abbracciai con gratitudine, lei mi strofinò il naso sul petto, io ne approfittai per inspirare assetato tutto l’odore che posso dai suoi setati capelli. Lo sciacallo strappa le viscere della lepre, ma la vita continua. Ci riaddormentammo. Io tra le sue braccia amorevoli e quasi materne. Ma, quando mi svegliai, intorno alle due del pomeriggio, la ritrovai nuovamente che dormiva sul pavimento. Era sveglia: la guardai, rise del mio imbarazzo, <<Mi hai spinta giù dal letto con le mani e con i piedi. Per favore, non ti agitare. Non possiamo controllare i nostri sogni e neppure quello che facciamo nel sonno.>> disse, mormorai qualcosa e balzai in piedi, <<Devo uscire da qua.>> dissi, <<Ma che succede?>> disse preoccupata lei, mi voltai dall’altra parte e non risposi. Andai in bagno a pisciare. Mentre ero in bagno cercavo di ricordare l’incubo che mi agitava quando la cacciavo via dal letto, ma non ci riesco. Tutto quello che riaffiorava alla mente erano immagini confuse e ricordi sfocati. <<Prometti di svegliarmi se lo faccio ancora.>> le dissi quando ritornai in camera. Annuì affermativa­mente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA MATTINA SEGUENTE.

 

La mattina seguente fui svegliato dal rumore proveniente dall’angolo della cucina. Deborah stava preparando la colazione: brava donna. Indossava i miei boxer. Il suo vestito verde giaceva in terra, accanto al materasso ancora virginale. Ogni gesto di Deborah sembrava misurato, calibrato, ma conservava un che di scoordinato che la rendeva goffa. Era il tratto che di lei più mi piaceva.

<<Ora togliti i pantaloni!>> m’intimò lei, appollaiata sul davanzale della finestra. Io mi sentivo a disagio. Mi sfilai i jeans. Dato che i miei boxer li aveva lei, ero nudo sotto il vestito. Sentivo l tiepida brezza settembrina frusciare tra i fiori sul davanzale e intorno alle mie gambe. Rimasi lì a guardarla sogghignare sempre più innervosendomi. E mi tremavano leggermente le ginocchia, come un uomo pericoloso che fa cose pericolose, più che mai consapevole di essere un uomo, di essere uomo. Non basta un vestito a portarti via la virilità, rammentai a me stesso con fierezza. Così le andai vicino, deciso a prenderla come avrebbe fatto un rude brigante siciliano. La baciai come pensavo che l’avrebbe baciata un guerrigliero siculo e la spinsi verso la camera da letto. Lì l’adagiai sul letto, le strappai i vestiti e mi abbassai a baciarle il ventre mentre pensavo che se fossi riuscito a farla innamorare di me, tutto quello che non mi piaceva di me sarebbe di colpo svanito per sempre.

Poi le dissi: <<Devo andare a Parigi a breve. Sarei l’uomo più felice del mondo se venissi con me.>>. E li rispose: <<Verrò a Parigi se lo desideri.>>. E mi baciò sulla guancia. Le sue labbra erano fresche e pulite. Umide e piene di calore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PARIGI.

 

Fu in Parigi che tuttò inizio ad andare a rotoli. Era già buio quando finalmente trovammo il nostro albergo. La stanza assegnataci era al secondo piano, in cima a una scala a chiocciola. In camera solo un tavolino con lampada, due sedie e un letto. S’una parete qualcuno aveva dipinto nello stile dei cartoni animati un tizio grande e grosso s’un cammello sullo sfondo di un cielo solcato dai lampi. Se non fossi stato tanto teso credo che mi sarebbe piaciuta tantissimo. La parete di fronte aveva un’enorme finestra che dava sulla strada. Deborah sedette sul letto a gambe incrociate. Sembrava come se volesse dirmi qualcosa. Poi pronunciò il mio nome. Io la guardai negli occhi. I suoi occhi splendenti. Scese dal letto. Portava un vestito nero a fiori che le arrivava appena sotto le ginocchia. Alzò le mani e sganciò le mollette argentate che le trattenevano i capelli. I suoi gesti erano rigidi. Lentamente cominciò a slacciarsi il golfino, se lo tolse e lo lasciò cadere in terra. Fece uscire spalla e braccio dalla scollatura del vestito e se lo sfilò dalla testa. Anche il vestito finì in terra sul pavimento. Lei rimase in piedi nella luce ambrata, scalza, con indosso solo il reggiseno e le mutande, guardandosi intensamente negli occhi. Io restai in silenzio. Poi si portò le mani dietro la schiena, lasciando liberi i grossi seni turgidi. Infine, sciolse anche le mutandine. Era nuda. E bellissima. La sua pelle così fresca, il profumo dei suoi capelli mi arrivava fino in fondo alla bocca dell’anima. Quasi non riuscivo a parlare, tanto avevo la gola secca. Avevo la sensazione che mi sarebbe esplosa la testa di lì a poco.

Facemmo l’amore. Rimanemmo abbracciati nel silenzio del buio. Alla fine sentii il suo respiro farsi regolare e compresi che si era addormentata. Io restai in estasi ad ascoltare il suo respiro per ore. C’era qualcosa in quella ragazza che mi mandava in confusione. I suoi seni poggiavano sul mio petto. Una delle sue gambe era infilata tra le mie. Una delle sue mani riposava sul mio stomaco. La baciai sulla guancia. Tutto il suo corpo era caldo e sapeva di sonno. Mi accorsi che stavo cominciando a rilassarmi. La baciai ancora. In fronte. Dove si baciano le stelle...

I giorni li passammo in albergo, a scopare. Nella stanza un odore denso di sesso e urina. Le mie mani, le mie labbra, il mio viso tutto sapeva di Deborah. Lei sapeva fare dei pompini con i fiocchi, ingoiando prima la verga tutta intera senza soffocare e poi tutto lo sperma senza provare conati di vomito. Mi sopraffece un empito di gelosia: sicuramente avrà fatto molta pratica con molti uomini. Poi tornò sulle palle e tutto fu perdonato.

L’aria nella stanza si faceva ad ogni ora più incandescente. Sudavamo. Era difficile capire quando mi baciava e quando mi toccava: le sue mani e la sua bocca erano diventati un tutt’uno.

Non era sensuale nel modo che s’intende di solito. Non aveva un corpo sodo o asciutto, né niente di sessuale. Era buffa. Ma era umana, la persona più autentica che avessi mai incontrato, e forse era questa a rendermela irresistibile.

<<Sposiamoci.>> le dissi. Avrei voluto aggiungere che l’amavo, che amavo tutto di lei, ma non lo feci. Amavo il modo in cui mi faceva sentire, quel misto di virilità e insicurezza che suscitava in me, perfino quando si tramutava in tristezza. Amavo il modo in cui comperava i vestiti, come faceva l’amore, come mangiava il cioccolato. Amavo soprattutto il suo modo di vedere. <<Sposiamoci e facciamo un bambino.>> sopraggiunsi. Ogni volta che facevamo l’amore speravo che rimanesse incinta. Dico sul serio: l’uomo scopre se stesso accanto alla donna incinta.

L’ultima mattina in Parigi consumammo la colazione in albergo perchè fuori diluviava.

<<Promettimi>> disse l’ultimo giorno <<che se qualcosa andrà storto, tu verrai a cercarmi e mi costringerai a tornare qui a baciarti. >>.

<<Non andrà storto proprio nulla.>> risposi io, e la baciai. Un bacio profondo e audace. Lei alzò le mani e le tenne sollevate a mezz’aria, strette a pugno chiuso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COME UN LUPO IN AMORE.

 

Quando ritornammo da Parigi la situazione si era capovolta. La dovetti salutare per una settimana per risolvere certe faccende che avevo lasciato in sospeso in Sicilia, mie terra d’origine.

La sera del mio rientro in Torino eravamo a letto insieme e Deborah non aveva assolutamente alcuna voglia di scopare. Disse di avere mal di stomaco. Disse che provava la strana, buffa sensazione di non riconoscermi.

La sera successiva la trovai in casa. Aveva piazzato una macchina per scrivere in mezzo alla stanza e batteva furiosamente sui tasti. <<Che scrivi?>> le domandai. <<Niente.>> fece lei. Non si alzò nemmeno per dirmi ciao o venire a baciarmi. Niente del genere. Continuò a lavorare con diligenza. Al ticchettio dei tasti, si mescolava il ronzio sommesso della macchina. Cercai di avviare una qualche conversazione, ma le sue risposte erano secche e concise. Le finestre erano spalancate benchè la temperatura esterna non raggiungesse i sette gradi e facesse freddo. <<Bene, vedo che hai da fare: tolgo il disturbo.>> dissi alla fine. <<Sì, va bene.>> disse, totalmente concentrata sul suo lavoro, senza nemmeno distogliere gli occhi dalla macchina per scrivere. <<Scusami. Perché non mi chiami più tardi?>> disse. <<D’accordo. A più tardi, allora.>> assentii. Pian piano mi avviai verso la porta. Quando la richiusi alle mie spalle, sentii che il ticchettio s’interrompeva di colpo. Aveva aspettato che me ne andassi.

Il terzo giorno mi comunicò che sarebbe dovuta tornare a Lione dalla madre per qualche giorno. Svolazzava alacremente per l’apparta­mento, svolazzando dal bagno all’armadio alla valigia. Mi aveva chiesto parecchie volte se ero davvero sicuro di volerla accompagnare finchè <<Forse sarebbe meglio che non venissi.>> osservai a un certo punto. <<Perchè no?>> mi chiese, <<Beh, sembra che tu abbia bisogno di un po’ di spazio per te stessa. E hai ragione: anch’io ho un paio di cose di cui dovrei occuparmi.>>. Era pura invenzione, naturalmente: a parte l’ossessione per Deborah, più o meno tutto quello che facevo era girare per le librerie e andare al cinema. <<Sì, certo, credo che tu abbia ragione.>> si limitò a rispondere, mentre ripiegava alcune magliette. <<Come sarebbe a dire?>> intervenni allora io, a gamba tesa, <<Non lo so: hai appena detto di avere delle cose da fare.>>, <<Già, ma sai perfettamente che era una bugia. Insomma, che diavolo succede? Non vuoi che venga? Se non vuoi che venga dillo chiaramente.>>, <<Non lo so. È solo che sembra che tu non faccia altro che aspettare me. E questo non è il tipo di rapporto di coppia che volevamo. Insomma, tu dovresti badare a te stesso e io a me. Invece, ho la sensazione che ci stiamo trasformando nella coppia tipo, e sai bene che non è quello che voglio.>> Stava succedendo tutto troppo troppo in fretta. <<Non voglio sminuire i giorni che abbiamo trascorso in Francia, ma non sono stati molto reali. Non credi? Ho bisogno di tempo per me, e a volte tu me lo porti via.>>. Parlava con disinvoltura, profondendo molta cura nel fare i bagagli. Il suo viso era imperscrutabile. <<Io ti porto via il tempo?>> sbottai. <<Sto solo dicendo che non voglio essere soltanto la ragazza di qualcuno. Non posso permettermi che la mia vita ruoti attorno a te e per far questo devo impedire che la tua ruoti attorno alla mia. Capisci? Sono felice di aver provato le sensazioni che tu mi hai permesso di provare. Non credevo che fosse possibile.>>. Risposi con un mezzo sorriso. Lei chiuse la cerniera della valigia e mi guardò rimanendo in silenzio. Fui io che ruppi il silenzio con un mezzo sorriso e una mezza domanda: <<Vuoi che rompiamo?>>. <<Credo che abbiamo bisogno di un po’ di spazio.>> fu la risposta, pronunciata con un espressione indignata nel viso. <<Un po’ di spazio dici? Non riesci a tirare fuori nulla di vagamente più originale?>>, <<Cerco solo di essere sincera.>> disse lei lapidaria, <<In questo caso sei una persona ben noiosa se <Ci serve un po’ di spazio.> è il tuo ideale di sincerità.>> risposi io di piccato orgoglio, <<Senti, tu mi piaci moltissimo...>>, non la lasciai finire, <<Ma vaffanculo! Sei una vigliacca frigida, egoista e viziata. Sei solo una stronza.>>.

Inutile dire che la mia coglionaggine era solo agl’inizi. La mattina seguente, avevo indosso il mio migliore abito e stavo in piedi come un fesso sotto la sua finestra (cinque piani più sopra...) intonando una canzone d’amore. Che coglione!

 

Erano le 8 del mattino quando mi svegliai: sapevo che doveva essere al lavoro alle 9 così misi le lenti a contatto, indossai gli abiti migliori che avevo e puntai dritto verso casa sua. Sul davanzale vidi fiori che le avevo portato. Attento a non sporcarmi presi uno di quei coni arancione che gli operai piazzano in strada durante le opere pubbliche, me lo accostai alle labbra e attaccai a ululare come un lupo. Lei capì subito e venne alla finestra. Il suo viso era imperscrutabile. Io pensavo che sarebbe rimasta impressionata, le ragazze adorano certe stronzate. A gesti mi facesse capire che sarebbe scesa subito. Io feci un sorriso sperando che il sorriso si vedesse 5 piani in alto e lanciai un ultimo ululato. Deborah arrivò poco dopo. 

Provai a convincerla, parlando con quella astio e quella rabbia tipica di chi si sente tradito, e le dissi: <<Hai fatto marcia indietro, questo devi ammetterlo. Come dovrei reagire? Hai la sensazione che stiamo andando un po’ troppo in fretta e questo ti spaventa, è comprensibile. Solo devi darmi un po’ di tempo per abituarmi all’idea.>>. Lei mi afferrò il braccio e io desiderai con tutto me stesso che quell’istante non finisse mai. <<Il punto è che non so come fare ad amarti nel modo giusto. Dovrai insegnarmelo. Se tutto sta nel tentare allora posso prometterti qualunque cosa.>> ma lei gridò <<Non voglio un ragazzo.>> e scomparve tra la folla.

Rimasi impietrito e non riuscii a muovere i muscoli necessari per seguirla. Non l’avevo mai sentita alzare la voce. Era come se mi avesse cacciato una mano in gola, mi avesse afferrato lo stomaco e me lo avesse estirpato. Avrei dovuto prenderla per i capelli e scuoterla e schiaffeggiarla.

Nei successivi tre giorni vidi dodici film: era l’unico modo per non restare perennemente incollato alla segreteria telefonica. Eppure mi ritrovavo sempre a stringere la cornetta come se fosse una parte di lei. Tutto si stava disintegrando talmente in fretta... Avrei voluto che piovesse. Sapevo di essere un idiota ma è talmente difficile non sentire la mancanza di qualcuno che abita a soli 3 km di distanza da te.

Dopo tre giorni Deborah mi telefonò. Disse che voleva vedermi. Ne fui elettrizzato. Lei era splendida: indossava un vestito marrone con il colletto e i polsini di pizzo bianco. In casa, aprii il frigo, diedi un’occhiata alle sue cibarie striminzite, e tirai fuori una moretti solitaria. Un tempo mi sentivo così a mio agio a casa sua; ora non riuscivo invece a scrollarmi di dosso la sensazione di essere lì per l’ultima volta. Parlammo lungo e capii che non c’era più nulla da fare: semplicemente non le interessavo più. Per un po’ era stato divertente: era stato divertente condividere una breve vacanza in Francia, ma condividere il resto dei giorni a Torino non lo era più.

Mi fece imbestialire. Le giravo intorno come un cane rabbioso legato alla catena. Avevo una voglia matta di afferrarla e scuoterla forte. Pensavo che se le avessi fatto abbastanza male avrei potuto costringerla ad amarmi. Volevo farla piangere, volevo farla urlare, volevo farla soffrire. Una volta uno scrittore disse per avere il possesso di una persona bisogna farla soffrire.

Mi guardai intorno alla ricerca di qualcosa con cui colpirla. Non poteva permettersi di mollarmi senza piangere. Vidi che si faceva piccola come se temesse che potessi farle del male. Io le dissi che non avevo intenzione di picchiarla, ma le mie parole suonarono più come una minaccia che come una rassicurazione. Lei abbassò gli occhi, si coperse le orecchie con le mani e il viso con le braccia, io le dissi che sono un tipo fantastico e che lei doveva amarmi a tutti i costi. Non volevo scoppiare a piangere, così feci il duro e le intimai di guardarmi negli occhi. Allora lei si arrese e mi guardò. Aveva in viso lo sguardo di un cadavere. Sentii le lacrime gonfiarle gli occhi.

 Dovevo andarmene o non sarei più riuscito a mantenere il controllo. Mi guardai intorno, guardai le pareti azzurre, guardai lei raggomitolata a palla al centro della stanza, una mano stringeva convulsamente l’altra, il viso nascosto fra le ginocchia, i capelli che ricadevano sulle gambe. Feci per andare verso la porta ma non ci riuscì. Avevo la sensazione che stesse facendo non so quale sporco gioco con me. Urlai e le comandai di guardarmi negli occhi. Lei non riusciva ad alzare lo sguardo, così mi avvicinai, mi chinai sopra di lei, le afferrai la testa per i capelli e la spinsi forte contro il muro, sbattendogliela forte. Poi mi sollevai, afferrai il frigorifero e lo rovesciai sul pavimento.

Lei era rimasta immobile, silenziosa. Per un momento indugiai a guardare il casino che avevo combinato. La mia mano destra era sospesa a mezz’aria. Prima di rendermi conto di quello che stessi facendo gli avevo già mollato uno schiaffo in pieno viso. La colpii una sola volta e mi fermai.

<<Sai a che cosa pensavo l’altro giorno? Ti ricordi quando volevi che io camminassi per me per strada mentre tu stavi sul marciapiede in modo che fossimo alla stessa altezza? Beh era una cazzata. Io sono più alto di te, più forte e più grosso e tu devi obbedirmi. Potrei schiacciarti come una zanzara. Sai? Il problema è che tu sei totalmente priva di senso dell’umorismo. È una cosa che mi ha sempre fatto impazzire. Comunque all’epoca mi stava bene.>>

Trattenni il fiato. Mi sentivo umiliato e sconfitto. Mi voltai a sinistra e vedi la cornetta del telefono: l’afferrai e presi a sbattere il telefono per terra finché pulsanti e viti e cavi saltarono fuori e si sparpagliarono dappertutto. Nella stanza il silenzio era divenuto assordante. Insopportabile. Poi, come un metronomo, in perfetta sincronia con il pulsare del sangue nelle tempie, vidi delle goccioline di sangue colarmi dal braccio. Cercai di alzarmi, ma la mano ferita mi fece perdere l’equilibrio, e rischiai di scivolare sul sangue che bagnava il pavimento. Alla fine riuscii a mettermi in piedi, attraversare il soggiorno e andare fino in bagno. Lì, mi chinai sul cesso e vomiti. Poi mi risollevai e mi guardai allo specchio, e, mentre mi guardavo, una voce cominciò a frullarmi in testa e la voce ripeteva martellante <<Checca, checca, sei solo un finocchio, frocio del cazzo.>>. Il silenzio si amplificava fino a diventare un grido e la voce nella mia testa continuava a martellarmi le cervella, ripetendo quella parola: <<Checca, checca, checca...>>.

Inciampai mentre tornavo in camera. Il pavimento mi oscillava sotto i piedi come mosso dalle onde. Alzai gli occhi al soffitto e aspettai che il dondolio cessasse. Lentamente si calmò. E il grido nella mia testa si trasformò nel cupo ronzio del silenzio. Mi guardai in giro, c’erano tante piccole cose, graffette, matite rotte e cassette senza etichetta sparse per terra, carabattole che neppure ricordavo di aver mai visto. Guardando fuori dalla finestra sembrava che solo tre o quattro lumi illuminassero tutta la città. Lentamente raccolsi una maglietta, me l’avvolsi intorno alla mano e mi inginocchiai.

Quando rialzai la testa, il sole stava tramontando. Niente di spettacolare: solo il solito vecchio sole che calava lentamente proiettando i profili degli alberi spogli contro il cielo. Poi mi venne in mente una poesia chissà di chi che avevo letto chissà dove, chissà quando, e la poesia recitava più o meno così:

 

Il cowboy cavalca

Deserto dopo deserto,

Viaggia a cavallo,

Si sporca come uno straccio sepolto nella sabbia

E muore vecchio d’età e pieno di proiettili.

 

Succede più o meno così: ti svegli in piena notte con una voglia matta di un bicchiere di latte, così ti butti giù dal letto, nel buio urti l’alluce contro un ostacolo, bestemmi per il dolore e zoppichi. Quando vai al frigo lo apri, subito si accende la luce interna, sei salvo, poi prendi il cartone del latte, ne ripieghi l’angolo, lo apri, e con un sospiro di sollievo te lo porti alle labbra, ma, diavolo, il latte è andato a male! Sei fatto. Così lo richiudi e lo rimetti in frigorifero, ed è di nuovo buio. Ma mentre te ne torni verso il tuo letto solitario ti viene da pensare che magari non è proprio andato a male e d’altronde tu hai ancora sete. Così fai dietrofront. Apri di nuovo il frigo e di nuovo si accende la lucetta. Bevi un altro sorso di latte e, cavolo, è ancora avariato! Questa per me è la metafora più azzeccata per quasi tutte le relazioni che ho avuto.

Che poi, in fondo, volevo solo cercare di non sprecare mai più energie nel degradare gli altri. E volevo anche cercare anche di non guardare più alla vita come si guarda a una gara. Credevo che fosse l’unico modo per non finire in un centro di riabilitazione per alcolisti! Volevo solo sopravvivere fino a domani.

Cominciava a mancarmi il fiato per via di tutti questi frenetici pensieri che mi tumultuavano nel cervello e di quella frenetica tensione che mi scorreva nelle vene. Così sollevai lo sguardo e lo rivolsi a Deborah. La prima cosa che vidi furono i suoi lunghi capelli ricci, raccolti in massicce trecce. Non potrei trattenere un sorriso. Ma la rabbia ebbe il sopravvento. Cominciai a passeggiare nervosamente fumando avanti e indietro per la stanza per una decina di minuti. Ero arrabbiato, ero stanco, ero insicuro, ero arrabbiato.

Non sapevo che cosa fare di lei. Volevo solo che mi amasse. O che morisse. Avrei voluto prenderla per i capelli e scuoterla di qua e li là, sbatterle la testa forte contro il muro. Ebbi un capogiro. Mi guardai intorno. Cercai di capire dove stessero andando tutti questi miei pensieri. Prima ancora di rendermene conto le mollai un altro sganassone in pieno volto.

<<Dai puttana, adesso apri la bocca e lavora.>>.

La bloccai per un braccio, per poco non glielo spezzavo, e le strappai la camicetta.

<<Dai puttana, adesso succhia, brutta troia.>>.

Deborah era terrorizzata, mentre le afferravo la testa per i capelli e gliela spingevo verso il basso. Lei opponeva resistenza e così fui costretto a portarle un pugno in testa, così violento che la tramortii, costringendola ad aprire la bocca. Le ficcai il cazzo dentro la bocca con tutta la forza che avevo. Lei ebbe un conato e di riflesso chiuse la bocca di scatto ma io le girai un altro sganassone che le fece aprire la bocca. La sua resistenza mi eccitava.

Presi a tormentarla fino a quando lei non aprì la bocca, e allora glielo ficcai dentro, fino in gola, quasi la soffocai, poi lo tirai fuori e la picchiai ancora in viso.

<<Lo devi ingoiare fino alle palle, puttana.>> le intimai tirandole i capelli e spingendole la testa verso il basso, il cazzo mi diventava sempre più duro, glielo spingevo fino in fondo, finché la faccia non gli affondò tra le palle. Deborah ebbe un rigurgito e vomitò.

<<Guarda che cosa hai fatto, troia: meriti una punizione per questo.>>.

E le ficcai il viso nel vomito costringendola a leccarlo, per poi tamponare il resto con i capelli di lei, come se la sua testa fosse uno straccio. Deborah era tutta sporca, e puzzava di vomito.

<<Stupida puttana, bocca di merda, adesso inginocchiati.>>.

Lei era impietrita, non riusciva a muoversi, e dovetti darle un calcio sulla schiena che la piegò in due. Lei si gettò carponi, sperando che mi accontentassi di sbatterglielo ancora in bocca, ma io non esitai a colpirla con un pugno spezzandole il naso, e glielo infilai di nuovo in bocca mentre il sangue si mischiava al vomito e alle lacrime segnandole il volto. Poi la obbligai ad alzarsi.

<<Mettiti a pecorina, puttana.>>.

La tirai per i capelli, famelico e feroce la spinsi contro il muro, mi misi di dietro e la penetrai con violenza. Lei urlò. Io mi eccitai ancora di più: avevo deciso che doveva viverlo tutto quell’orrore. Le infilai una mano dentro la vagina, e stringendo il pugno le colpivo le ovaie. Deborah si piegava in due dal dolore, e cominciava a perdere sangue: le avevo lacerato la vagina, e continuavo a colpirla. Lei si contorceva dal dolore, il sangue le rigava le gambe, ne perdeva molto dalla vagina. Smise anche di reagire.

Poi presi a picchiarla, selvaggiamente, interrompendomi solo quando mi accorsi che aveva perso i sensi. Mi fermai a osservarla tramortita in terra, esangue ed esanime. Per un attimo la credetti morta, ma, per fortuna, la puttana respirava ancora, e così potei terminare facendomi una sega sul suo viso. Infine le pisciai addosso. Poi mi ricomposi, lasciandola in terra svenuta, ricoperta di sangue vomito piscio e sperma, e me ne andai lasciandola da sola. Lei continuava a dissanguare, aveva un’emorragia interna.

Quando uscii, era notte fonda. Tutto intorno c’è un silenzio di tomba. Le stelle erano così tante che non si poteva contare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anno 2022

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