"NON MORIRE MAI"
“NON
MORIRE MAI.”
di Manuel Omar Triscari.
Dedicato alla Vita.
IL
SOGNO DI NON MORIRE MAI (PREAMBOLO).
Da Omero a Goethe, da Luciano di Samosata a Borges, da sempre la letteratura proietta l’anelito dell’uomo alla vita eterna e all’immortalità, riflettendo l’ambizione perenne per questo meriggio eterno di luce in cui tutto risplende sempre uguale e nulla è più legato all’attimo fuggente.
Così, in questo libro, la riflessione si concentra sui concetti di esistenza e tempo, sul nostro insaziabile desiderio d’infinito che per sua stessa natura testimonia la misura della nostra finitezza umana.
Lo struggente amore per la vita dei personaggi creati dall’autore ci proietta nel mito dei progenitori, Adamo ed Eva. Eterni com’erano, persero l’immortalità per il peccato originale. Così come gli dèi olimpici elevavano i mortali che amavano alla loro condizione di eterna giovinezza.
Dovunque e comunque l’immaginario superomistico degli uomini aspira
con tutto il suo essere al sogno di non morire mai.
L’ARTE
È MERDA (PROLOGO).
Di
Joseph Conrad si diceva che fosse uno scrittore di cose e non uno scrittore
d’idee, che avesse tanto da raccontare ma poco da dire, e anche Pavese associa
il suo gusto per la narrazione al <<sapore di ciancia, di pettegolezzo
raccolto nell’ozio dei porti o sedendo sulle poltroncine di vimini delle
verande tropicali. Il gusto del cianciare, dell’introdurre e svolgere il fatto
come nell’amabile e divagante eloquenza del vecchio vissuto dai molti ricordi,
che soprattutto ama fermarsi sui tipi più singolari, più macchiettistici, che
conobbe, e ciò fa non per impressionismo ma perché della grande passione, del
sogno assurdo che non poté realizzarsi egli non osa dichiararsi compartecipe,
e, fra massime, sentenze e autoironie, amaramente gioca intorno al suo tema -
questo gusto, il piglio inconfondibile di Conrad, riesce in definitiva a
imporsi come il vero tema del suo raccontare. Di un libro di Conrad si ricorda
il tortuoso, tenace, disperatamente fedele e accorato gusto del rievocare, del
soffermarsi sotto un caro e remoto orizzonte mentre un sogno, un’angoscia, un
rimorso stringono il cuore, a chiacchierare magari di qualcosa di indifferente.>>.
Per
me tale giudizio è fuori dalla logica dell’opera d’arte, ma capisco come
rientri perfettamente nella concezione tradizionale e insulsa dell’arte con l’a maiuscola. Per me l’assurdità di un
tale giudizio non merita la carta che si sprecherebbe per contestarlo, né
quella sprecata per pronunciarlo. E non m’interessa nemmeno stabilire il
carattere dei libri di Conrad e della sua scrittura. Tuttavia, se proprio devo
esprimermi, confesso che mi trovo pienamente d’accordo con il giudizio dello
stesso Conrad, il quale si rammaricava, con un certo risentimento, di come
<<dopo ventidue anni di lavoro non credo d’essere stato capito molto
bene. Sono stato definito uno scrittore del mare, dei tropici, uno scrittore
descrittivo, romantico, perfino realista. In realtà tutto il mio interesse è
stato per il valore ideale delle cose, degli eventi, delle persone.>>.
Ma
questo non è il punto. Il punto è che per me scrivere è scrivere, e
nient’altro: niente di sacro o necessariamente arguto ed eterno. Il concetto
che ho dello scrivere è: scrivere. Naturalmente per scrivere devi avere
qualcosa su cui scrivere, ma che questo qualcosa siano uomini, idee, terre
esotiche, sesso, figa, droga o alcole, mi è assolutamente indifferente: io
valuto l’emozione, non l’ideologia che c’é alla base.
Si
può scrivere una poesia nello stesso modo in cui si può scrivere una lettera,
una poesia può perfino intrattenere, e non ci deve per forza essere qualcosa di
sacro in essa. Alcuni sono convinti che l’arte debba essere socialmente utile
ed esteticamente bella e ideologicamente ispirata e che possa esserlo solamente
se votata al bello e al giusto. Ma io non credo che l’arte possa essere utile.
L’arte deve innanzitutto essere arte, e per essere arte deve essere vera e solo
essendo vera può ambire anche ad essere utile. Insomma, l’arte può benissimo
essere puro intrattenimento e non ci trovo nulla di male (purché, naturalmente,
l’intento sia chiaro ed esplicito), e può tranquillamente essere bella per
questo.
Oppure
può ambire ad essere anche utile, ma per essere utile deve essere vera e per
essere vera deve attingere alla realtà, razzolando nella merda quotidiana,
benché questo non piaccia a nessuno e soprattutto non piaccia ai poeti in
cravatta e ai poeti laureati, ai poeti da passeggio e alle poetesse da
compagnia. Non perché razzolando nella merda si possa trovare una perla (nella
merda c’è solo la merda) ma perché le opere troppo belle buone e ottimistiche
(o semplicemente belle e buone e ottimistiche) non scoprono, anzi nascondono,
celano e occultano, la verità delle cose. Che è appunto una verità di merda!
L’arte può essere utile solo se mostra l’altra faccia della realtà, quella che
non vogliamo vedere e che nascondiamo, e per mostrarla deve essere cruda,
cruenta, volgare, indecente, disperata, tormentata, irriverente, angosciosa. O
non è arte. E si riduce al resoconto sterile e pallido di quello che sarebbe
potuto essere, a puro divertissement
onanistico. E le seghe, si sa, sono divertenti per i primi cinque minuti: poi
ti guardi e capisci di essere ridicolo e patetico.
Ma
razzolare nella merda è molto difficile, devi immergertici fino al collo,
ragione per cui la vera arte non può appartenere ai puri di cuore che non
conoscono il male e non sanno quanto crudele possa essere l’uomo con se stesso
e con i propri simili.
L’arte
è merda, razzolare nella merda, scavare nella merda, esaminarla e mostrarla,
cacare la verità nella pagina bianca, voltolarla e lanciarla in faccia al
lettore. E per questo credo anche che l’arte non possa essere dei borghesi né
dei perfettini o dei morigerati, uomini così fortunati (o disprezzati) dal fato
e dalla vita da non vedere quanto di assurdità e cattiveria celi la vita.
Scrivere
è una battaglia all’ultimo sangue con gli dei, è fuoco freddo, scoppiettante
nel cervello come una raffica di mitra, guerra con le parole ribelli per
addomesticarle. Scrivere è scrivere: non pensare. Quando io scrivo, non penso:
scrivo. E molti miei critici saranno sicuramente d’accordo con questo!
RINGRAZIAMENTI.
A
mio padre, Filippo, innanzitutto e come sempre, per la tremenda gioia di vivere
che continua a ispirarmi con la sua gioviale spensieratezza e allegria un po’
sorniona.
Al
collega Giuseppe Grosso Ciponte, a cui devo moltissime utili osservazioni,
frutto di un intenso e proficuo scambio intellettuale e umano.
E,
infine, all’amico Luigi Bulgheroni, a cui devo la scelta del titolo.
<<La mia vita non è una storia a lieto fine. Non è confortante o felice come lo sono le storie di finzione. Contiene parti confuse e senza senso, di sogno e follia. Come nelle vite di coloro che non vogliono illudersi ancora.>>
(Hermann
Hesse).
IL CASO NON ESISTE.
Ci ordinarono di distruggere il ponte. Io ero l’addetto ai
trasporti. Ennio era l’addetto alle tele-comunicazioni. La terza alba di
montagna ci sorprese allo scoperto in un prato deserto. Un uccello si levò in
volo dall’oscurità dell’Espero, volteggiò nei pressi dell’Orsa Minore e si
tuffò nel mare del nulla dietro il sole levante all’Eo. Poi riemerse, rovente
come una fenice ferita e scarnificata, si appollaiò s’un albero e prese a fissarci.
Era il dodicesimo giorno del mese di Maggio dell’anno 1944 e
noi non avevamo ancora sparato un colpo. Ennio recitò una poesia a memoria,
come se recitare una poesia a memoria fosse la cosa più normale del mondo
quando ti ordinano di distruggere un ponte. Poi caricò il moschetto, prese la
mira e sparò.
L’uccello provò a levarsi in volo ancora una volta, ma non
ci riuscì. Chiesi a Ennio perché l’avesse fatto. Rispose che gli uccelli
portano rogna. Chiesi di che cosa stesse parlando, dissi non avevo mai sentito
un’idiozia tanto grossa, che gli uccelli non portano rogna. <<Dimostrami
il contrario.>> disse lui. Non riuscii a dimostrarlo.
Ci mettemmo in marcia verso le montagne. Faceva caldo, il
pomeriggio era pregno di un intenso profumo promanante dai fiori gialli e rossi
che crescevano ai bordi del sentiero. Ennio disse che i fiori erano uno spreco
di colore. Io gli domandai che cosa intendesse dire con “spreco di colore”, lui
disse che intendeva quello che aveva appena detto: uno spreco di colore. Io non
avevo mai sentito nessuno dire che i fiori sono uno spreco di colore. Ma Ennio
era così. Recitava poesie a memoria, pensava che gli uccelli portassero rogna,
e detestava i fiori reputando che fossero solo uno spreco di colore.
A metà strada tra il campo e il ponte ci chiamarono e ci
dissero che il ponte non doveva più saltare. Ennio disse <<Che vuol dire
che non deve più saltare?>>, e quello alla ricetrasmittente disse <<Non
deve più saltare perché è un ponte del tutto inutile. Punto.>>, ed Ennio
disse <<Come “inutile”? Che vuol dire “inutile”?>>, e quello che
parlava nella ricetrasmittente disse <<Inutile, Gesù santo, inutile, cosa
vuoi che ti spieghi il senso della parola “inutile”!?>>, ed Ennio disse
di provarci, e quello che parlava nella ricetrasmittente disse <<Allora
ecco: inutile come spiegare il senso della parola “inutile”.>>.
Ci organizzammo per tornare indietro. Eravamo su di giri.
L’ultima cosa di cui avevamo voglia quella mattina era far saltare un ponte e
rischiare di rimetterci il culo. Tutti gli altri percorsero il sentiero che
portava a valle, cantando canzoni. Ma Ennio disse che voleva far saltare il ponte
lo stesso. Gli chiesi se fosse impazzito. Disse che non era impazzito. Dissi
che invece mi sembrava che fosse completamente impazzito. Dissi che ci avevano
appena ordinato di rientrare. <<Guarda gli altri:>> gli dissi
<<stanno cantando, tornano al campo, hanno voglia di pace.>>. Lui
non disse niente e invertì la rotta. Io, naturalmente, come sempre lo seguii.
Alla fine disertammo e finimmo in Svizzera.
Ci nascondemmo un paio di giorni in un casolare abbandonato.
Non avevamo niente da mangiare, fummo costretti ad andarcene. Ennio continuava
a perseguitarmi con quella storia del ponte. Io gli dissi di finirla, che
eravamo in Svizzera e che in Svizzera ponti da far saltare non ce n’erano.
Dormimmo nella baracca di un pastore. Durante la notte mi svegliai più volte e
l’ultima vidi che Ennio non c’era. Mi domandai dove fosse finito. Poi mi girai
dall’altra parte e continuai a dormire perché ero spossato. Quando mi svegliai Ennio
era in piedi di fronte a me. Gli domandai dove avesse passato la notte, mi
disse che era andato a zonzo per le montagne, mi disse che aveva parlato con le
montagne e con le stelle. Gli chiesi sarcastico <<E con le pecore no!?>>.
Mi disse stralunato che no, con le pecore non ci aveva parlato. <<Ho
parlato solo con i fiumi e con le valli, con le rocce e con gli alberi.>>
disse. Gli dissi di farla finita, mi disse che aveva parlato con gli alberi e
con i massi, gli dissi di andare al diavolo, mi disse che aveva avuto
un’illuminazione, lo pregai di non ricominciare con la storia del ponte, mi
disse che se ne fregava del ponte, dissi <<Magnifico!>>, ripeté che
aveva avuto un’illuminazione, dissi che avevo capito, disse che avrebbe portato
giustizia laddove la giustizia mancava, dissi che dovevamo nasconderci fino
alla fine della guerra, disse che dovevamo partire e che ci serviva un mezzo di
trasporto, dissi che se ci avessero trovato i soldati tedeschi o italiani (ma
anche quelli svizzeri, ammesso che esistessero soldati svizzeri) ci avrebbero
fucilati seduta stante, disse che dovevamo trovare un mezzo di trasporto, dissi
<<Che cosa stai farneticando?>>, non disse niente, rimanemmo in
silenzio per un po’, poi chiesi che mezzo di trasporto e per farci che, disse
un mezzo di trasporto qualsiasi, chiesi per andare dove, disse per andare a
portare giustizia laddove giustizia non c’è, dissi che si facesse furbo, che la
smettesse di raccontare sciocchezze e che stesse un po’ zitto, che dovevo
pensare, disse che andava a cercare un mezzo di trasporto, imprecai, imprecò, s’incamminò,
lo seguii. Come sempre.
Arrivammo in un villaggio che sembrava abbandonato. Il
villaggio era effettivamente abbandonato. Mi chiesi per quale ragione fosse
abbandonato, non c’era anima viva, lui disse che non gli importava. Disse
<<Meglio così.>>. Trovammo un paio di automobili inutilizzabili e
un trattore inutilizzabile più tre cavalli morti inutilizzabili anch’essi. Dissi
che facevamo meglio a tornare al comando e dire che ci eravamo persi sulle
montagne sperando che se la bevessero, disse che non sarebbe tornato indietro
per niente al mondo, disse che potevo andare dove volevo se volevo, imprecai,
dissi che non lo lasciavo da solo, chiese perché, provai a spiegarglielo, ma
spiegare l’amore e l’affetto è sempre difficile, così dissi che eravamo tutti e
due monferrini e che venivamo dallo stesso schifoso lurido posto e che eravamo
insieme in un altro schifoso lurido posto. Non disse niente.
Trovammo una motocarrozzetta. Lui mi corresse dicendo che si
chiamava sidecar. Il sidecar era funzionante, ma senza
benzina. Cercammo la benzina. Seguitammo nella ricerca per tre ore. La
trovammo. Ennio disse che era ora di partire. Chiesi per andare dove, disse che
di preciso non lo sapeva, chiesi come sarebbe che non lo sapesse di preciso, ma
lui non disse niente e io di nuovo imprecai e bestemmiai ripetutamente, dissi
che non appena avremmo messo il culo su quel sidecar avremmo potuto considerarci uomini morti, mi disse di
mettermi nel carrozzino, gli dissi che non sarei entrato su quel maledetto
carrozzino neanche morto, disse di mettere le chiappe nel carrozzino,
litigammo, gli diedi un gancio destro e lo mancai, lui rispose con un montante
e mi colpì sul lato destro della mascella, così entrai nel carrozzino e
partimmo.
Ci fermammo nei pressi di un lago. Volevamo fare un bagno.
Ci coricammo sulla riva del lago attendendo che il sole ci asciugasse.
All’improvviso scorgemmo la testa e le braccia di un uomo che nuotava.
Scattammo in piedi e imbracciamo i moschetti. A quel punto l’uomo ci vide,
cambiò rotta e si avvicinò alla riva. Quando fu a venti metri, alzò un braccio
e disse qualcosa in una lingua che non capimmo. Uscì dall’acqua con le mani
alzate. Indossava un paio di braghe marroni e calzava un paio di scarpe rotte.
Gli puntammo i moschetti finché non fu seduto di fronte a noi. Lo interrogammo.
Parlò italiano: disse che era un pescatore svizzero. Ennio non ci credeva. Non ci
poteva credere. Non si fidava. E insinuò che fosse un emissario dell’esercito
mandato per riprenderci. L’uomo disse che non sapeva di cosa stesse parlando.
Disse di chiamarsi Stosser. Gli strinsi la mano e gli domandai che cosa stesse
facendo da quelle parti. Scambiammo qualche parola. <<Dovreste liberarvi
di quei fucili...>> disse. E aveva ragione. Ennio disse <<Sì, così
puoi ammazzarci meglio.>>. L’uomo disse che non aveva alcuna intenzione
di ammazzarci. Disse che c’era un cimitero dietro il bosco. Ci raccontò di spettri
che vi si aggirano la notte. Ennio tenne il suo moschetto puntato sulla faccia
del tizio per tutto il tempo. Io gli offrii qualcosa da mangiare. Sbranò una
razione in meno di un minuto. Ennio appoggiò il moschetto per accendere una
sigaretta, ma lo riprese subito in mano. Poi il tizio ci salutò e si rituffò
nelle acque del lago. Ci addormentammo. Quando ci svegliammo Ennio disse che si
era trattato di un sogno. Gli chiesi a che cosa si riferisse. Disse che si
riferiva al nuotatore. Io gli dissi che non era stato un sogno, che lo avevo
visto e toccato, e quando era successo ero ben sveglio. Ennio disse che avevamo
incontrato uno spettro. Io dissi che no, non avevamo incontrato uno spettro, ma
un uomo in carne e ossa. Disse che quel tizio era uno spettro e io un pollo. <<Come
un pollo? Io??>> chiesi, e lui <<Sì, un vero pollo.>>
confermò deciso. Gli dissi che avremmo fatto meglio a dar retta allo spettro e
gettare i fucili. Disse <<No, li seppelliremo nel cimitero.>>.
Cercammo il cimitero. Lo trovammo subito. Sembrava
abbandonato: sulle tombe era cresciuta l’erbaccia. Per seppellire i fucili adoperammo
due vanghe recuperate nel capanno dei becchini. Sentimmo il verso di un
uccello. Sembrava una tortora. Fabbricammo una croce di fortuna con un paio di
assi. Sentimmo un animale strascicare nella sterpaglia. Ennio disse che eravamo
esposti ai turbamenti degli spettri, che gli spettri non ci avrebbero mai più
lasciati in pace, giacché eravamo disertori e vigliacchi. <<Gli spettri
della guerra si faranno beffe di noi, ci impediranno di dormire, e quando
riusciremo a dormire ci impediranno di svegliarci, e quando riusciremo a
svegliarci ci ritroveremo per sempre, ogni volta che ci sveglieremo, ai piedi
di una forca, al cui cappio pende lo spettro di un uomo che ci detesta per la
nostra vigliaccheria.>> disse. Gli dissi che era matto come un cavallo.
Disse che il nostro destino era segnato. Gli dissi di piantarla con queste
stronzate. Disse che gli spettri ci avrebbero accompagnato per sempre, a meno
che non avessimo dato prova del nostro coraggio e non ci fossimo resi utili
alla causa della guerra. Gli domandai quale fosse la causa della guerra. Disse
che la causa della guerra era sopravvivere e aiutare gli altri a sopravvivere.
Lasciai perdere, giacché una cosa che ho imparato, con Ennio, fin da quando
eravamo bambini, è che è completamente inutile perdere tempo cercando di fargli
cambiare idea, o di convincerlo di qualsiasi cosa.
Scavalcammo la cinta muraria e uscimmo dal cimitero. Avvistammo
in lontananza un gruppo di contadini. Lui fermò il sidecar, si nascose dietro a un cespuglio. Chiesi che cosa stesse
facendo. Disse di aver avvistato un battaglione nazista. Gli dissi <<Ma
quale battaglione nazista, imbecille!? Saranno dodici contadini con sei
biciclette e tre vacche, idiota.>>. Mi disse di tacere. Attaccò il
manipolo di contadini a mani nude. Ne stese un paio, ma i contadini svizzeri
sono robusti. Gli si avventarono contro in cinque. Io non mossi un dito. Lo
suonarono per bene. Tornò sanguinante e tumefatto. Aveva il naso rotto,
probabilmente. E una mascella che cominciava a gonfiarsi. Gli dissi che
dovevamo nasconderci, cazzo, non andare a zonzo per la Svizzera, non eravamo
mica turisti! Mi disse che dovevamo portare giustizia laddove giustizia non c’è.
Gli chiesi se pensava che prendere a botte dei contadini svizzeri significasse
portare giustizia. Disse che gli Svizzeri erano degli schifosi. Non seppi
dargli torto. Mi disse che avrebbe sterminato i nazisti, gli Italiani, i Russi e
gli Svizzeri. Soprattutto gli Svizzeri. Chiesi perché odiasse tanto gli Svizzeri.
Disse che aveva avuto un’illuminazione. Gli chiesi di espormi questa
illuminazione. Non disse niente. Imprecai. Lo maledissi. Lo ingiuriai. Lui mi
parlò di scheletri che camminano tenendosi per mano. Di astrazioni vorticose e
radiazioni cosmiche. Parlò di vortici dinamici e generali baffuti, di marionette
monche e pagliacci tristi. Parlò di apocalissi e di diavoli. Di uomini che
cadono dal nulla nel nulla. Parlò di donne blu, di uccelli contorti e di mostri
pertentacolari. Parlò di aurore chimiche e luminosi strali magnetici.
A Davos incontrammo una donna che vendeva spremute di melograno.
Parlava italiano. Le chiesi se in Svizzera si coltivasse il melograno. Lei
disse che il melograno possedeva una molecola in grado di combattere la
senescenza muscolare. Non ci capii niente. Disse che il melograno allungava la
vita. Dissi che ne avevo proprio bisogno. Lei aggiunse che l’allungava a tutti,
tranne che ai disertori. Dissi che non eravamo assolutamente disertori. Lei
disse <<E come no!?>>. Ennio disse che voleva una spremuta di melograno.
Io dissi che non avevamo soldi. La donna disse che ci avrebbe regalato due
spremute di melograno in cambio di un favore. Ennio disse di sì. Io domandai
quale favore. La donna dei melograni disse <<Prima bevete la spremuta.>>.
Dissi che non bevevo nessuna spremuta finché non avessi saputo in che cosa
consistesse il favore. La donna dei melograni disse che dovevamo consegnare un
messaggio. Chiesi a chi. Disse che non lo sapeva. Ennio bevve la sua spremuta
di melograno. Bevve anche la mia. Dissi che non avremmo consegnato alcun
messaggio. Ennio disse che era tutta la vita che attendeva quel momento. Dissi
<<Ma quale momento? Quale momento?? Di che cosa diavolo stai parlando???>>.
Lui disse che aspettava precisamente questo momento. Seguimmo la donna dei
melograni in un appartamento. Facemmo l’amore con lei, a turno. Lei avrebbe
gradito la simultaneità, ma io provavo vergogna. Quando fu tutto finito la
donna dei melograni disse <<Bene, è ora di discutere dei nostri affari.>>.
Ma prima ci servì il pranzo. Mangiammo per due ore senza smettere mai. Bevemmo
il caffè. Dormimmo dieci ore. Il mattino seguente, la donna dei melograni ci
consegnò il plico. Disse che dovevamo portarlo a Lucerna: hotel Krone, stanza 503. All’accettazione parlare con Odilon e
ripetergli le seguenti parole: <<La
pluye nous a débuez et lavez, et le soleil desséchez et noirciz.>>.
Mi chiese di ripetere le parole. Domandai se potevo annotarle. Disse di no.
Ennio disse che le avremmo imparate a memoria. Disse <<Bravi, ora
cominciate a studiare e a ripetere.>>. Passammo tre ore a ripetere la
solfa. La pluye nous a débuez et lavez,
et le soleil desséchez et noirciz. Sbagliando ripetutamente termini e
pronuncia. Disse che avevamo una speranza. Io dissi che non ne avevamo neppure
una. Ennio disse che la speranza era l’unica cosa che ci restava. Poi ripeté <<La pluye nous a débuez et lavez, et le
soleil desséchez et noirciz.>> parola per parola, pronunciandola come
se fosse nato e cresciuto in Bordeaux, o in Parigi. Tre volte. La donna dei
melograni disse <<Magnifico, meglio di così si muore.>>. Disse che
quando Odilon ci avrebbe consegnato le chiavi della stanza, saremmo saliti,
avremmo lasciato il plico e ce ne saremmo andati. <<Di filata!>>
chiosai io. E aggiunsi che se ci avessero trovati a Lucerna ci avrebbero
fucilati. Lei disse che non avrebbero mai sprecato proiettili per due
disertori, che al massimo ci avrebbero impiccati. Io dissi sarcastico che era
un sollievo, e aggiunsi che non andavamo da nessuna parte. Lei disse che
avevamo promesso. Io dissi che non avevo promesso un bel niente. Ennio prese il
plico. La donna dei melograni ci diede abiti civili, un bacio e due taniche di
benzina.
Partimmo per Lucerna con il sidecar. Per tutto il viaggio Ennio parlò della donna dei
melograni, agitandosi come un pazzo. Disse che era la donna più bella che
avesse mai visto in vita sua. Gli dissi che Tilde, la figlia del podestà, era
molto più bella. Mi disse che non la conosceva. Dissi <<Come sarebbe che
non la conosci?>>. Disse di no. Lasciai perdere il discorso. Anche se
sapevo che la conosceva benissimo. Mi chiese se anche per me la donna dei
melograni fosse la donna più bella del mondo. Gli dissi <<Ma neppure per
sogno!>>. Fermò il sidecar a
bordo strada. Disse di fargli un esempio di una donna, al mondo, più bella
della donna dei melograni. Feci il nome di Marlene Dietrich: disse che al
confronto era una bruttona. Dissi il nome di Greta Garbo: disse che non c’era
confronto. Pronunciai il nome di Louise Brooks: disse che non aveva idea di chi
fosse. Dissi che in quel preciso momento, al mondo, stavano respirando milioni
di donne di cui lui non aveva, né avrebbe mai avuto, idea. Lui non disse
niente. Rimise in moto il sidecar.
Replicò che la donna dei melograni era la più bella donna del mondo e che la
discussione doveva ritenersi conclusa. Non dissi niente. Discutere con Ennio
era inutile.
Arrivammo a Lucerna. Dal sidecar
scorgemmo una statua al centro di una piazza. Una comunissima statua qualsiasi.
Ennio accostò e mi chiese per quale ragione ci fosse una statua di Hitler a Lucerna.
Gli dissi infatti non c’è proprio nessuna statua di Hitler a Lucerna. Lui disse
che ce l’avevo di fronte. Dissi che si sbagliava, che la statua non era di Hitler.
Ribadì che quella di fronte a noi era la statua di Hitler. Sul basamento della
statua c’era scritto “Wilhelm Tell”, chiunque fosse quel tizio. Ennio disse che
era chiaro come il sole, cristallino, che la statua rappresentasse quel buffone
di Hitler. Gli rammentai che noi eravamo dalla parte di Hitler. Lui disse che,
semmai, dalla parte di Hitler c’ero io. Gli dissi che c’era anche lui. Disse
no, giammai. Mi fece scendere dal sidecar.
Chiesi <<Che cosa vorresti fare?>>. Disse che il sidecar non ci serviva più. Dissi che ci
serviva eccome: come saremmo tornati a casa altrimenti? Disse che avremmo
trovato un’automobile, un camion, un
treno. Chiesi nuovamente che cosa aveva intenzione di fare. Mi intimò di
tacere. Scesi dal carrozzino. Quando fu solo, mise in moto il sidecar. Si lanciò a tutta velocità in
direzione della statua. A dieci metri si gettò dal sidecar. Il sidecar si
schiantò contro la statua. Imprecai. Bestemmiai. Lo maledissi. Lui rimase in
terra dolorante a guardare la statua mezza crollata. Gli abitanti di Lucerna
erano basiti. Qualcuno si sincerò delle condizioni di Ennio. Pensavano a un
incidente. Dissi alle persone che il sidecar
aveva accusato un guasto al manubrio già qualche chilometro prima. Sembrarono
bersela. Ennio si alzò zoppicando. Chiamarono un’ambulanza, ma noi eravamo già
distanti. La statua di quel Wilhelm Tell era messa male. Mi ripromisi di
scoprire chi era, ma poi me ne dimenticai.
Quando entrammo nella hall
del Krone guardammo i portieri dietro al bancone. Portavano tutti la stessa
divisa e una targhetta con il nome. Non c’era nessun Odilon. C’erano solo tre Aurelién,
due Gustave e uno (stranissimo) Dieterik. Ordinammo qualcosa da bere aspettando
Odilon. Bevemmo tre bicchieri di vino del vallese. Dissi che il grignolino era
mille volte meglio. Ennio concordò. Quando Odilon attaccò il turno andammo al
banco. Ennio pronunciò la frase concordata. Chiese che cosa significasse in
italiano. Odilon ci consegnò le chiavi della stanza 503 senza fiatare. <<Cinquième étage.>> disse. Salimmo
in stanza. Lasciai il plico sul letto. Uscimmo dalla stanza. Ennio tornò
indietro per prendere il taccuino e la penna che si trovavano sul tavolino
della stanza. Lo guardai in cagnesco. Mi fece un gesto come per mandarmi a
stendere. Dissi che dovevamo trovare un mezzo di trasporto. Lui disse che
doveva scrivere una lettera. Chiesi che lettera, non ottenni risposta, <<Dobbiamo
sparire, piuttosto.>> conclusi. Disse che doveva scrivere una lettera
alla donna dei melograni. Gli giurai che questa volta lo avrei lasciato lì da
solo. Disse che avrebbe scritto una lettera alla donna dei melograni. Ordinai
una bottiglia di vino del vallese. Impiegò due ore per scrivere, reclamando
continuamente consigli che non avevo. Scrisse che pensava ogni secondo a lei.
Scrisse che sentiva la sua mancanza. Scrisse che era folle d’amore per lei.
Scrisse che per lei avrebbe combattuto contro i nazisti e contro i Russi e
contro gli Svizzeri. Chiese come si chiamasse, perché era stanco di chiamarla “la
donna dei melograni”. Fece un suo ritratto. Concluse la lettera con le parole
<<Tuo per sempre.>>. Chiesi dove pensava di spedirla. Disse che
l’avrebbe affidata al portiere. Gli dissi che non ci pensasse neppure. Si alzò
e la diede al portiere. Poi uscimmo.
Fuori cercammo una macchina aperta. La trovammo e la
rubammo. Con la macchina tornammo al cimitero e dissotterrammo i fucili. Ci
dirigemmo verso le montagne. Disse che il nostro compito non era concluso. Gli
dissi che il mio compito era più concluso che mai. Aggiunsi che sarei andato a
nascondermi in montagna. Mi chiese per quanto tempo. Dissi il tempo necessario.
<<E se la guerra durasse ancora dieci anni?>>
<<Me ne starò in montagna dieci anni.>>
<<E se la guerra durasse ancora cent’anni?>>
<<Qualcuno mi seppellirà in montagna.>>
<<E non ci pensi al Monferrato?>>
<<Sì, certamente, ci penso ogni momento. Ma penso più
alla mia pelle.>>
<<E ti piace che sia infestato dai porci nazisti?>>
Così decidemmo di tornare a casa. Pensavamo che una volta a
casa qualcuno ci avrebbe nascosti. E che avremmo combattuto contro i porci
nazisti. Lasciammo la macchina prima del confine, tagliammo per un sentiero, e
un’ora dopo eravamo in Italia. Dopo cinque ore di cammino, Ennio disse che
sentiva già l’odore delle nostre vigne. Mi chiese se lo sentivo anch’io.
Risposi che ero stanco morto. Trovammo una baita disabitata dove passare la
notte. C’era ancora la stufa. E un paio di vacche libere. Alla fine ci restammo
quasi un mese.
La prima notte seppellimmo di nuovo i fucili. La mattina
dopo li dissotterrammo. Chiesi a Ennio perché lo facessimo. Disse che provava
vergogna e colpa per aver ucciso quell’uccello, il giorno in cui cominciò la
nostra vita da disertori. Ci preparammo a partire. Ennio disse che in una
settimana saremmo arrivati a casa. Ma non partimmo. Ci sentivamo al sicuro.
Quella notte tornammo a seppellire i fucili. Era una notte alpina scura d’ombre
giganti e luminosa di via lattea. Avevo i muscoli indolenziti e mi stavano uscendo
i calli sulle mani. Mi guardò scavare una fossa sempre più profonda. Disse di
smettere e che la buca era sufficiente. Dissi di no. Dissi che avrei scavato
una fossa grande come tutta la catena alpina e profonda come l’inferno, pur di
seppellire tutti i fucili del mondo. Lui chiese <<E le pistole?>>,
risposi che naturalmente avrei voluto seppellire anche quelle, insieme con
tutti i carri armati, i cannoni, i pugnali, le baionette e le bombe a mano.
Disse che se anche avessimo scavato una fossa tanto grande da poterci
seppellire tutte le armi conosciute, dalle clave ai bombardieri americani, gli
uomini avrebbero fatto la guerra lo stesso. Disse che per ammazzarsi avrebbero
usato le forchette e le zappe, i forconi per il fieno e gli uncinetti delle donne,
le canne delle biciclette e i turiboli dei preti. Aveva ragione.
Ci preparammo di nuovo a partire. Non partimmo. Alla baita
scrisse un’altra lettera d’amore per la donna dei melograni. Gli chiesi di
leggermela. Disse di no. Mezz’ora dopo, quando ero già addormentato, mi svegliò
e me la lesse. Concludeva dicendo che l’amore era l’unica terra sotto la quale
avremmo potuto seppellire per sempre tutte le armi del mondo. Che l’amore è una
terra difficile da trovare, ma bisognerebbe cercarla incessantemente. Che se
tutti gli esseri umani fossero stati innamorati come lo era lui in quel
momento, la guerra sarebbe finita subito. Mi chiese se era una cosa banale da
dire. Dissi che no. Lui disse di sì, e stracciò il foglio. Disse che l’amore
finisce sempre. Dissi che non era così. Si voltò e borbottò qualcosa che non
capii. Eravamo felici di aver seppellito i fucili.
Due giorni dopo li dissotterrammo per andare a caccia. La
fame vinse il nostro odio per le armi. Cacciammo cervi e caprioli. Per qualche
tempo la sera andavamo a seppellire i fucili nello stesso posto dal quale la
mattina prima li avevamo dissotterrati e dal quale la mattina dopo li avremmo
dissotterrati nuovamente. Era come se ci vergognassimo di averne ancora
bisogno. <<Un essere umano>> disse Ennio <<non dovrebbe avere
bisogno di un’arma. Mai.>>. Quando parlava così, scoprivo di volergli
bene. Anche se in realtà gliene ho sempre voluto. Ho sempre amato Ennio. Da
quando avevamo sette anni e rubavamo l’uva. Andammo avanti per un bel po’ di
giorni a prepararci per partire senza partire, a sotterrare e dissotterrare i
fucili. Quando poi finimmo le munizioni, li sotterrammo per sempre. Fu una
liberazione. Dissi che avrei preferito morire di fame, pur di non essere mai
più obbligato a impugnare un moschetto. Disse che ero uno scemo, ma non lo
pensava davvero. Più volte avvistammo soldati italiani e tedeschi. Ennio
sosteneva che non cercassero noi. Io ero d’accordo con lui, mi dicevo che di
noi se ne fregavano, che probabilmente ci avevano dati per morti. Ennio disse
che l’unico modo per cui potevano scoprirci era per caso. Dissi che non avevo
mai creduto al caso. Lui disse che avrei dovuto. Dissi che no, il caso non
esiste.
Poi un’alba livida e fredda di fulmini e grandine ci svegliò
con fucili e mitragliatori mentre sognavo un campo di girasoli sotto casa mia.
Quegli schifosi. Cercavano benzina, latte, formaggio, un riparo per il
temporale che sopraggiungeva da settentrione. Trovarono noi. Trovarono le
nostre piastrine, appese a un chiodo accanto alla stufa. L’avevo detto, che
avremmo dovuto gettarle in qualche precipizio, o sotterrarle insieme ai fucili.
Ennio chiese da fumare. Ci allungarono due sigarette. Pensai al volto di mia
mamma quando mi diceva di star lontano dai guai. Era bella, mia mamma. Aveva un
occhio marrone e un occhio verde, e quasi tutti i denti in bocca. Aveva i
capelli profumati anche di sera, dopo la campagna. Mi sembrò di odorarli
proprio in quel momento. Guardai Ennio che fumava in un angolo, la schiena
appoggiata alla parete. Mi venne da piangere, ma non piansi. Poi una pioggia
lieve ci bagnò e dilavò. Infine il sole ci disseccò e ci annerì.
Il giorno più lungo.
Mentre salivo la scaletta argentata del minuscolo boeing supersonico, avevo capito
benissimo che mi trovavo di fronte all’intervista più importante della mia
vita. Lo sapevo, lo sentivo. In redazione tutti mi avevano menato grandi pacche
sulle spalle, invidiosi della mia botta di fortuna. Sentivo le mani fremermi di
gioia, ansiose di posarsi sulla tastiera, preoccupate solamente di non riuscire
a trasmettere al documento virtuale sul mio computatore tutte le parole che
sarebbero scaturite dalla mente geniale di Giuseppe Bonaviri, insieme a tutti i
pensieri che mi passavano per la testa alla velocità supersonica del gioiellino
su cui stavo salendo e avremmo viaggiato. E mi aggrappavo al corrimano
platinato della scaletta supersonica del misterioso boeing rombante, il Don Chisciotte, a cui non avevano neanche fatto
spegnere i motori.
All’epoca ero corrispondente del quotidiano “L’Oligarchia”
da Kuala Lumpur. Non male come vita, non fosse che, da quando ci avevano
delocalizzato, per tagliare i costi, i buoni pasto venivano assegnati sulla
base dell’altezza, e io purtroppo ero solamente 1,75. In realtà, quando vivevo
in Italia ero 1,79, però appena mi ero trasferito in Malesia mi ero come
accorciato, come se mi fossi ritirato. Forse per il caldo, o per quella
sensazione schiacciante che la vita procede anche quando ti preoccupi di non
invecchiare e non morire mai. Avevo 37 anni, che non sono tanti, ma per me, in
quel momento in quel luogo, e in quella delicata stagione della mia vita erano
troppi, se capite cosa intendo, e mi davano proprio quella sensazione
schiacciante di essere finito fuori dalla gioventù senza possibilità di
replicare, eppure senza veramente rendermene conto. Certo è che a quei tempi 37
anni erano come oggi 54: il tempo si è dilatato, con le mirabolanti
progressioni dell’industria medica, il siero e quelle robe. Mai preso siero,
comunque: non fa per me.
Non ero molto felice di dover fare quell’intervista sul jet supersonico, perché all’epoca non mi
piaceva ancora tanto volare. Tuttavia mi rassicurava sapere che sul minuscolo boeing ci sarebbe stato sicuramente alcol a volontà. Sì, anche allora l’alcol era la nostra principale fonte di
rassicurazione nonché, alternativamente e parallelamente, di svago. L’unica
differenza è che allora l’alcol si
chiamava alcool, in omaggio ad una
nota marca di alcolici di nome, appunto, Alcool.
La O aggiuntiva venne poi pignorata per faccende mai chiaramente risolte sulla
legislazione alimentare e sui marchi, cose che non ho mai veramente capito a
fondo.
Mentre mi tenevo al corrimano platinato, Giuseppe si era
affacciato sulla scaletta. Era la prima volta che lo vedevo dal vivo, e, Dio,
se era splendido! Ho detto “Dio”, ma all’epoca non credevamo veramente in Dio come
invece avviene oggi. Eppure Giuseppe sembrava veramente un dio, la luce del
sole a tre quarti lo colpiva come uno schiaffo e la sua chioma bionda sembrava
bruciare di vita e di passione. <<Perdio, saliamo.>> mi aveva
gridato, e io mi ero affrettato a completare la salita, sempre ben avvinghiato
al corrimano biondo platino anche lui, per poi accomodarmi sul sedile più
vicino all’ingresso dell’aeroplano.
Il Don Chisciotte era costruito con più vetro e specchi che
alluminio, e mi sembrava tutto così scintillante, all’interno del jet, che mi ero dimenticato di
preoccuparmi del decollo, che mi prese alla sprovvista togliendomi il fiato.
<<Andiamo su, dai, andiamo su!>> sghignazzò Giuseppe, mentre si
scodellava un bicchierone di vodka gelida. <<Offrirei, ma vedo che hai le
mani già impegnate a reggerti al sedile.>>. Io non risposi, troppo
preoccupato a controllare con le mani la qualità della stoffa del sedile su cui
ero seduto, cercando con la forza delle dita di trovare eventuali cedimenti
alle cuciture, strizzandolo forte. Il problema di avere gigantesche finestre
s’un jet è che ti pare di stare
appeso nel cielo. Quando finalmente l’aereo si fu portato in soluzione di crociera,
stabile e orizzontalizzato, mi concessi il lusso di staccare le mani dal
sedile, e stringerne una al vecchio Giuseppe.
Dico vecchio ma è un modo di dire, perché all’epoca il
vecchio Giuseppe aveva solamente quarantotto anni, era nel fiore degli anni.
Non giovane come oggi, che ne ha solamente trentasei a dire il vero,
considerata la correlazione tra anni e anni percepiti, ma si sa, lui il siero
ha iniziato a prenderlo da subito.
<<Si vola, eh!?>> borbottai io, più per mettermi
a mio agio che per esigenze di conversazione. Di chiacchiere ne avremmo fatte
tante, quel giorno: il vecchio Giuseppe non era certo uno di poche parole, e mi
ricompensò con una mano sulla schiena e una strizzatina ai testicoli, che, se
mi fece male, di certo ringalluzzì la mia autostima. Negli ultimi 21 anni
Giuseppe aveva concesso solamente sedici interviste, e la mia era una di
queste. C’era motivo di sentirsi orgogliosi, anche perché ero stato proprio io
a trovare il contatto con il suo editore, io a insistere per l’accordo commerciale,
a intercedere con il mio capo, e a trovare la finestra utile di un giorno
necessaria per l’intervista.
<<Per un pelo...>> disse Giuseppe osservando
preoccupato il sole alle sue spalle dall’oblò posteriore dell’aereo. <<E
quindi, quando durerà questa nostra intervista?>> mi chiese sorridendo,
<<Certamente non più di un giorno.>> ribattei ridacchiando
stupidamente. Certo non era una gran battuta, l’avevano fatta in molti, ma
ormai era quasi obbligatorio fare un qualche riferimento al “giorno aureo”.
Ogni intervista in pratica verteva solo su quello, sulla sua decisione di
vent’anni prima. La mia sarebbe stata diversa, mi ero preparato tutte le
domande in anticipo per essere sicuro di non svicolare più di tanto.
<<Vado a farmi un drink,
ne vuoi uno?>> chiese lui allontanandosi da me per un istante. <<Lo
berrei volentieri. Un Old Daiquiri ma
senza ghiaccio, grazie.>> risposi io. <<Temo che qui non ce
l’abbiamo. Ti va un Black Russian?>>
mi disse. Io annuii un po’ deluso. <<Immagino che vorrai chiedermi del
“giorno aureo”...>> disse poi, mentre mesceva vigorosamente, mettendo in
mostra la sua muscolatura abbronzata, che brillava sudata grazie alle luminose
plance trasparenti dell’aeromobile. <<Mi vuoi chiedere come è andata la mia
giornata o forse vuoi sapere cosa farò domani?>> rise compiaciuto. Io
glissai. <<Beh, Giuseppe, di quello si è parlato davvero tanto. Ne ho
letto su tutti i giornali, per questo pensavo magari di iniziare con un po’ di
domande sul tuo primo romanzo, e poi passare a…>> ma Giuseppe non mi fece
terminare, e con gli occhi lucidi di gioia si mise a raccontare, versandomi un Black Russian più russian che black. <<Il mio primo romanzo, ah,
che ricordi...! Quando ho scritto “Martedina”
dovevo ancora iniziare il mio “giorno aureo”, era un periodo veramente magico.
Ricordo che ancora dormivo, pensa che spreco. Per questo “Martedina” è stato solo di 417
cartelle. Se lo avessi scritto qui sul Don Chisciotte, lo avrei fatto lungo
almeno il doppio. No, “Martedina”
è stato un bel capitolo della mia vita, ma sinceramente nulla a che spartire
con quanto ho fatto dopo. Il mio giorno aureo doveva ancora iniziare, quello è
stato solo il propellente che ha concesso al razzo di decollare, se mi passi la
metafora.>>. Gliela passai. Poi annuii, e chiesi nuovamente: <<C’è
chi dice che “Martedina” sia stato
invece l’ultimo, vero romanzo del primo secolo, e che tutta la tua opera
successiva sia stata solamente un pallido riflesso del fulgore originario. Sto
citando l’Incognito, che ritiene il personaggio di Zephir virtualmente morto
alla fine del primo romanzo, quando si separa da Martedina e si fa praticare la
lobotomia parziale per sopravvivere al dolore. Cosa risponderesti a queste
critiche, se avessi l’Incognito qui davanti?>>. Giuseppe appariva fremente
di rabbia. Sembrava soppesare l’ipotesi di scagliare il bicchiere contro la
parete del velivolo, ma ricordo di aver pensato che non lo facesse per il tedio
che gli avrebbe causato doversene versare un secondo. <<Incognito...
Incognito... Non so neppure chi sia... Lui invece conosce me: ecco dove muoiono
le sue critiche...>>. Nello sforzo di trovare una competenza che potesse
considerarsi estranea, Giuseppe si innervosì ancora di più, e rovesciò parte
del cocktail sulla pregiata angora
dello scafo. <<L’Incognito può anche baciarmi le chiappe, non lo scrivere
questo, nell’intervista, aspetta. L’Incognito… l’Incognito…>> Giuseppe si
mise a rimuginare concentrato, in cerca di un insulto che lo facesse apparire
sagace almeno quanto l’Incognito fosse idiota. <<Ecco. Scrivi questo:
l’Incognito è un pennivendolo che vive alla giornata, e non può capire chi ha
fatto della giornata la sua unica ragione di vita.>>. Io sospirai,
iniziando a sentirmi sopraffatto da tutte quelle battute sul “giorno aureo” e
compagnia bella. <<Giuseppe, visto che siamo arrivati in argomento,
vogliamo parlare un po’ del “giorno aureo”, prima di passare ad analizzare i
sei romanzi del ciclo della memoria?>> chiesi, più per concessione nei
suoi confronti che per un reale interesse. Giuseppe allargò le braccia, con
finta modestia, accoccolandosi sulla poltroncina di fronte a me e iniziò.
<<Beh, è presto detto. Dopo il mio primo romanzo, ho deciso che dormire
non faceva per me. Ho capito che la notte era una stortura del creato,
un’incongruenza della vita che andava risolta, e pertanto, mi sono organizzato.
Come sai, le vendite di “Martedina”
sono andate molto, molto bene. Nel giro di un mesetto ho potuto comprare il Don
Chisciotte, e mettermi a gironzolare sul globo terracqueo. Sempre,
rigorosamente, dall’Orione al Tramonto, dall’Eo levante all’Occaso cadente,
dall’Aurora all’Espero.>> ammiccò. Io annuii, fingendo di sentire queste
informazioni per la prima volta, e ribattei: <<C’è chi dice, chi
insinua>> proseguii <<che la vera ragione del tuo, diciamo, salto
delle notti, della tua rincorsa alla luce, sia una recondita paura del buio.
Cosa rispondi a…>>, <<A chi insinua? Come l’Incognito?>> mi
interruppe urlando, calmandosi subito dopo, a un mio cenno di diniego.
<<Comunque, sono fandonie. Io posso facilmente resistere in condizioni di
buio per diversi minuti, da sveglio o dormiente, senza alcuna difficoltà. Ho
solamente deciso che non voglio più vedere un tramonto in vita mia. La vita è
troppo breve per spendere tempo nelle notti buie. Io voglio fare festa, gioire,
scrivere di vita, scopare, e bere. Voglio vivere una giornata di festa
infinita. Non morire mai.>>. <<Lo sai>> ghignò <<quand’è
stato che ho deciso tutto questo, e ho preso la risoluzione di non dormire mai
più, e di non vedere mai più una luna?>>, <<Quando?>>
sospirai io, con finto interesse. <<Ieri!>> rispose, e rise
sguaiatamente. I drink che si era
versato iniziavano a fare il loro effetto. Io ripresi subito a parlare, con una
secca, incalzante domanda. <<C’è anche chi dice che quello che tu chiami
il “giorno aureo” non sia veramente un’unica giornata, perché in questo tuo
viaggio la linea del cambio di data viene attraversata più volte.>>.
<<Ma tu sei qui solo per riportarmi delle insinuazioni?>> ribatté
lui, improvvisamente calmo. Lo ammetto, il mio desiderio segreto era in effetti
quello di fargli perdere le staffe. Non dimentichiamo che all’epoca purtroppo
la condizione economica della carta stampata era disastrosa, e per risollevare
un po’ le vendite che cosa poteva esserci di meglio di una notiziola succulenta
s’un pestaggio giornalistico ad alta quota? Ero disposto anche a farmi spaccare
due o tre denti, per la causa. Ma Giuseppe era troppo intelligente, e aveva
subito smascherato le mie intenzioni. Giuseppe si avvicinò alla parete ricurva
di fronte a lui, indicandomi un calendario impolverato. <<Lo vedi questo?
Ogni volta che vedo sorgere il sole, strappo un foglio.>> disse. Annuii.
Lui aggiunse <<E quindi, mi vuoi dire che data segna oggi?>>. Risposi
<<Certo Giuseppe, capisco il tuo punto di vista, ma… Devo anche ammettere
che stamattina, quando mi sono svegliato, il mio calendario personale indicava
il ventotto Luglio del…>>, ma lui <<ta, ta, ta ta ta…>> mi
zittì subito, come per non udire nemmeno le parole che stavo pronunciando.
<<Non puoi parlare del “giorno aureo” se non l’hai vissuto. Forse è ora
di farsi un drink, che ne
dici?>> concluse. Io risposi che lo avrei bevuto volentieri, tutto quel
viaggio in pieno sole mi stava mettendo parecchia sete. <<Sai che cosa
facciamo?>> sbottò: <<Vediamo un po’ dove siamo, scendiamo, e
andiamo a cercarci un Old Daiquiri
come piace a te.>>. Rimasi interdetto, e dissi che non mi sembrava il
caso, ma lui disse <<Non c’è problema, non c’è problema!>>,
bloccando sul nascere le mie proteste: <<Vado un secondo di là a sentire
dal comandante dove possiamo trovarne uno. Se non sbaglio, adesso a occhio e
croce dovremmo essere sopra la Somalia.>>. Io rimasi imbarazzato in
attesa, mettendomi a scrutare l’interno del Don Chisciotte.
Gli altoparlanti trasmettevano ininterrottamente musica dei
Rolling Stones, ma non quelli del Novecento bensì i cloni moderni fatti in
provetta. Avevamo cambiato diverse volte nome. Credo che all’epoca si
chiamassero Maneskin o qualcosa del genere. A un’occhiata più attenta mi
accorsi che i fasti del passato erano ormai solamente spettri, l’aereo si
mostrava con un misto di lussuoso e derelitto, come un’anziana attrice rifatta
che non vuole appassire e fa di tutto per tenere su con il Botox quel poco che
resta della sua faccia spappolata. All’epoca, invecchiare era una gran brutta
roba. Prima del siero, intendo. Eppure, anche oggi, alla fine a pensarci non è
che sia molto diverso. Prima o poi si muore, che tu sia giovane o vecchio, solo
che la quantità di noia che nel frattempo hai accumulato serve più o meno a
farti agognare il momento del trapasso, che arriva con una sorta di felicità
senza vigore, come quando dopo ore di zapping
notturno ti accorgi che ti stai per addormentare, e proprio in quel momento
finisci sul canale con il tuo filmogramma preferito che non vedi da undici
anni.
Dopo quindici minuti passati senza veder ritornare Giuseppe
mi diressi nel disimpegno verso la cabina di pilotaggio, per capire che fine
avesse fatto. Lo sorpresi che russacchiava con un filo di bava all’angolo
sinistro della bocca s’una poltroncina dell’equipaggio, mezzo sdraiato e con gli
occhiali da sole sulla faccia. Ricordo di aver pensato che era un bruttissimo
spettacolo, nonostante la sua mirabile bellezza (Giuseppe era infatti di una
bellezza mirabile), e mi meravigliai del fatto che stesse dormendo della
grossa. Subito dopo ancora ero stato preso dal terrore che fosse caduto nel
sonno per la prima volta dopo 21 anni, e che fosse per causa mia. Probabilmente
ero la persona più noiosa di tutte le circumnavigazioni del globo nei 21 anni
trascorsi. Solo alla fine di tutti questi pensieri Giuseppe si scosse, asciugandosi
la bocca con il dorso della mano, e, riprendendo il bicchiere dalla moquette lisa, mi confermò che non stava
dormendo, ovviamente, ma che stava solo riposando gli occhi.
<<Sai?>> mi disse <<Con tutto questo volare in mezzo alla
luce, gli occhi si stancano. Sono importanti gli occhi, per uno
scrittore.>>. Io annuii. Sollevato.
Tornammo nella saletta principale, dove ci riaccomodammo
sulle nostre poltroncine con i nostri cocktail.
Io volevo proseguire con le domande ovviamente, ma Giuseppe mi disse che c’era
tempo, e iniziammo quindi a parlare del più e del meno. <<Se dobbiamo
stare insieme tutto il giorno, meglio che iniziamo a conoscerci.>> disse.
Lui mi chiese cose molto personali, il mio rapporto con mia madre, quando era
stata l’ultima volta che avevo fatto sesso, che cosa ne pensavo delle politiche
secessioniste in Argumenia. Io risposi a tutto un po’ stupito, ma in fondo
felice che un personaggio così popolare come lui fosse interessato a me.
Dal quarto beverone in poi non ricordo più distintamente gli
eventi. Tutto precipitò in una spirale lattiginosa fatta di noi che ci fumavamo
bicchieri su bicchieri, mescolando rimasugli di cibo a rimpianti, e rimorsi ad
ulteriori drink, noi che correvamo
per il corridoio dell’aereo ridacchiando come bambini e noi che tiravamo
spallate in simultanea alla coda dell’aereo per vedere se ci riusciva di farlo
inclinare (cosa che, per inciso, sono certo che siamo riusciti a fare, e
difatti il comandante era venuto di dietro a dirci di piantarla di fare i
coglioni). A un certo punto, mentre eravamo passati anche a robine più pesanti,
e Giuseppe riposava gli occhi sdraiato sul pavimento, osservando la mappa
digitale sul monitor dell’aereo mi
accorsi che eravamo nuovamente su Kuala Lumpur. Era arrivato il momento di
scendere, eppure sarei rimasto per giorni. Senza contare che non avevo
praticamente nulla da scrivere per il mio articolo. Avrei fatto come sempre la
figura dell’idiota. Allertai Giuseppe, che si alzò di scatto barcollando e
dicendo, con la bocca impastata, <<...solo riposando gli occhi, riposando
gli occhi...>>. Gli spiegai che era stato un piacere ma che dovevo
scendere, perché eravamo di nuovo nei pressi di casa mia. <<Non se ne
parla.>> disse lui, stropicciandosi gli occhi. <<E poi non abbiamo
neanche iniziato a parlare veramente. Non ci siamo neanche conosciuti bene, e
si stava creando un certo legame: sarebbe un peccato bloccare il flusso proprio
in questo momento...>> mi disse anche. Io annuii, con aria grave, ma
dentro di me saltavo di gioia. <<Dai, rimani fino al tramonto...>>
mi disse ammiccante, con una strizzatina d’occhi. Così, scrissi al mio capo
capo-redattore, informandolo che urgenti novità mi trattenevano sul Don
Chisciotte ancora per un giorno almeno. E così proseguimmo il nostro viaggio
intorno al mondo, tra stupide bevute e ancora più stupide chiacchierate.
Da allora risuperammo Kuala Lumpur diverse volte, nel nostro
viaggio liminale da alcolisti ipnotizzati; scendemmo sulle piste di Bogotà,
Fortaleza, Mombasa; partecipammo a feste sulla spiagge brasiliane, aperitivi su
palazzi messicani, e ogni tanto deviavamo dalla linea equatoriale per andare a
vedere le rovine americane, o scendevamo sull’Eurasia, quando c’era qualcuno di
quei famigerati brexit party londinesi
che duravano fino al mattino ed oltre. Lentamente la luce solare battente mi
era penetrata nel cervello, e non avrei saputo dire veramente da quanto eravamo
in viaggio. I miei sonni si erano fatti rarefatti, come l’aria d’alta quota, e
i miei sogni si erano sfilacciati al punto che ormai rappresentavano solamente
immagini pubblicitarie e lisergici fotogrammi di film vintage di
pornografia d’antan. Quando il sogno
era sul più bello, e stavano per rivelarmi qual era il prodotto della réclame, oppure quando l’idraulico
forzuto aveva finito di stringere la vite sotto al lavandino della casalinga
annoiata e ansiosa di ricompensarlo, mi svegliavo di soprassalto, come per un
vuoto d’aria. Anche io avevo iniziato a non dormire più, o a non riuscire a
ricordare di averlo fatto, che in fondo era la stessa cosa. Mi tornava sempre
in mente quella frase di Giuseppe: <<Lo sai, per davvero, perché non
dormo mai? Dopo vent’anni che non dormi, se ti addormenti probabilmente non ti
sveglierai più.>>.
Poi Giuseppe si era progressivamente disinteressato a me,
ogni tanto scriveva ossessivamente sul suo fonologramma, ogni tanto si riposava
gli occhi, ma non parlava quasi più. Nel giro di poche rotazioni sul globo
terrestre eravamo diventati due estranei, ognuno vagante nel suo angolino del
Don Chisciotte, e non ci incontravamo ormai che di rado e solo davanti al frigo-bar, salutandoci con un distratto
<<Ehi...>>. Alla fine decisi che dovevo fare qualcosa. Avevo
architettato un espediente che mi aveva fatto sentire astuto come Ulisse:
organizzai una festa clamorosa in piena repubblica cinese, sul palazzo più alto
di New Tokyo. Giuseppe inizialmente si mostrò contrariato, iniziava ad averne
abbastanza di tutte le feste: dopo 20 e passa anni, sapete, anche le feste
iniziano a venire un po’ a noia. Feci di tutto per impedire che si riposasse
gli occhi durante il viaggio, e quando finalmente fummo sulla penisola
giapponese, Giuseppe era distrutto. <<Vai tu:>> mi disse <<io
proprio non me la sento.>>, ma io fui persuasivo, e lo trascinai giù.
Durante il viaggio dall’aeroporto alla festa, Giuseppe era
svogliato e preoccupato. Temeva di poter rimanere solo poche ore, il sole era
già abbastanza basso sull’orizzonte, e quelle situazioni serali, lontane
dall’aeroplano, lo mettevano sempre in difficoltà. Ma appena arrivammo alla festa,
il vecchio leonino che era stato si ridestò, e si mise a mescere bevande e
scherzare con le dolci cinesi dagli occhi intelligenti coperte solo di due
sottili foglie di palpebre. Bevemmo, bevemmo, e bevemmo. Come se non ci fosse
un domani...! Poi Giuseppe mi disse, ammiccante, <<Una di queste ce la
portiamo sul Don Chisciotte...>>. Poi, come previsto, il buon vecchio
Giuseppe iniziò ad accusare il colpo. Diede un’occhiata all’orologio (una
meraviglia afro-tedesca che si auto-sincronizzava sul fuso orario in cui si
trovava), constatò che avevamo ancora un’oretta scarsa prima di dover ripartire
per l’aeroporto, e mi disse <<Me ne vado in camera con questa scatarrata,
a farmi riposare gli occhi da lei!>>. Io lo attesi una mezz’oretta prima
di salire in camera. La scatarrata, che aveva anche un nome e si chiamava Chun
Ling, non c’era più, e il buon vecchio Giuseppe riposava gli occhi ronfando
della grossa. E io, invece di scuoterlo e riportarlo in aeroporto, portai a
compimento la mia vigliacca idea malsana. Mi sentivo spregevole, ma tutto
quello che ha un inizio ha anche una fine, le cose belle non durano per sempre,
un bel gioco dura poco e compagnia bella. Insomma, misi in modalità silenziosa
il suo fonologramma spegnendo la sveglia, misi il mio alla finestra che si
ricaricasse al sole calante quel tanto che bastava per fare qualche ologramma
di qualità, e con il gelo nel cuore codardo mi misi vigliacco, cattivo e
malvagio ad aspettare. Ci volle una mezz’ora. Una mezz’ora in cui la luce si
sciolse lentamente come marea calante, la luna salì luminosa e cangiante come
sempre, con la sua bella pubblicità della Pepsi
a farci compagnia da trecento e ottanta migliaia di chilometri spaziali di
distanza, e la mia mente mi convinceva sempre di più che avevo fatto una
cazzata. Quando Giuseppe aprì gli occhi, sputacchiando un <<Ehi, come
butta, ragazze? Mi ero solo messo a ripensare a ricordi passati con gli occhi
chiusi.>>, io mi alzai in piedi di scatto, spaventato dalla resa dei
conti. Quando capì che qualcosa non andava, allarmato si alzò anche lui, e
sotto la sua abbronzatura da troposfera vidi affiorare il pallore putrido del
panico. <<Che ore sono? CHE CAZZO DI ORE SONO?>>.
LA NOTTE DELL’INCENDIO.
Se avesse avuto la possibilità di studiare, Solimina Pietro
sarebbe diventato un pezzo grosso di qualche importante gruppo internazionale,
è fuori discussione. Solimina Luigi, suo figlio, studiò per quasi trent’anni e
con un discreto profitto, ma non divenne mai nessuno. Dopo la laurea in
ingegneria aerospaziale, Luigi si iscrisse a tutti i concorsi pubblici per i
quali godeva dei requisiti minimi di partecipazione, senza operare discrimine
alcuno, finché non risultò vincitore di quello per un posto alla biblioteca
comune di Troina. Aveva da poco affittato un appartamento in Catania, non molto
spazioso ma suggestivamente prospiciente al mare. Quando seppe di aver vinto la
selezione, vi dovette rinunciare, insieme a un paio di mensilità anticipate:
mancato rispetto dei termini di preavviso. Questione di pochi giorni, ma non se
ne rammaricò che il giusto. Raccolse i pochi stracci in due borse vecchie e
inadeguate, e percorse il centinaio di chilometri che lo separavano da Troina
per iniziare una nuova vita. Aveva da poco compiuto ventinove anni. Il lavoro
non gli piacque, ma capì in fretta che non c’entravano i libri e neppure la
biblioteca: c’entrava il lavoro. Non gli sarebbe piaciuto fare l’insegnante,
progettare aeroplani e neanche impilare palle di gelato sopra un cono. Lavorare
semplicemente lo trovava inopportuno.
In quegli anni a Troina si leggeva poco e quasi mai nessuno
metteva piede nella biblioteca comunale per chiedere un libro. Capitava,
invece, e neanche troppo di rado, che qualcuno entrasse per una carta di
identità scaduta o uno stato di famiglia, scambiando la biblioteca per gli
uffici del municipio. La pazienza a Luigi certo non difettava. Durante un
giorno incredibilmente piovoso per le condizioni meteorologiche medie della
città di Troina, Elena Impannocchia, una giovane studentessa universitaria in
visita ai genitori per il fine della settimana, entrò in biblioteca
completamente bagnata, nonostante avesse con sé un ombrello ampio e di buona
fattura. La ragazza si avvicinò al bancone dei prestiti lasciandosi dietro un
piccolo ruscello di acqua piovana e senza accennare al tempo e a quella pioggia
così violenta, forse senza neanche salutare, chiese a Luigi di portarle un
libro della scrittrice ungherese Magda Szabò. Lui quel libro non lo conosceva.
Guardò la ragazza che non lo guardava. Poi controllò negli elenchi e si
sorprese di trovarlo, benché fossero certamente molti i libri di cui non sapeva
l’esistenza. Tentennò un attimo al bancone, poi si protese verso la ragazza e
le disse sottovoce che avrebbe potuto restare a ripararsi dalla pioggia senza
bisogno di attivare un prestito. Lei rinnovò allora la sua richiesta,
precisando questa volta di avere una certa fretta. E in effetti, quando Luigi
le porse il libro, lei lo avvolse veloce in una busta di plastica che ripose in
una graziosa borsetta, firmò dove era indicato di firmare e poi scappò via,
come se non vedesse l’ora di tornare a bagnarsi. Dopo qualche giorno Elena Impannocchia
ritornò alla biblioteca per restituire il libro. Pioveva anche quella volta, ma
con minore intensità. Stavolta chiese un romanzo di Domenico Starnone. Insomma,
come fu e come non fu, ci vollero una dozzina di libri prima di uscire insieme.
Fu lei a invitarlo e lui accettò senza pensarci neppure un secondo, sia pure
alla maniera che gli era consueta, ossia privo di entusiasmo e di ogni
emozione. Cenarono in un ristorante piuttosto anonimo ma che si mostrava
sensibile a certe intolleranze alimentari. Fu una serata tranquilla.
Venne la volta che Elena sarebbe dovuta passare in
biblioteca per restituire un libro, ma ebbe un contrattempo, per via di sua
madre che si era rotta il dito di una mano. Luigi la aspettò tutto il giorno,
persino qualche minuto oltre l’orario di chiusura, finché rassegnato decise di
andare via. Nel tornare a casa provò una forte sensazione di disagio, cercò a
lungo di trovarne le ragioni: finì per convincersi del fatto che si era
innamorato di lei. Mangiò svogliatamente qualcosa, guardò un poco di
televisione, poi decise di coricarsi e maturò un proposito: l’indomani le
avrebbe chiesto di sposarlo.
Le nozze si celebrarono a distanza di qualche mese. Scelsero
il rito civile perché il signor Silio Impannocchia, padre di Elena, conosceva
le persone giuste in municipio. Gli riservarono, infatti, le sale migliori (gli
invitati, almeno su questo, furono tutti d’accordo). Elena sembrò contenta,
anche se si rammaricò moltissimo del fatto che non piovve. Non che fosse
scaramantica, ma era sicura che la pioggia rappresentasse l’elemento chiave
della loro unione. Anche Luigi parve sereno, benché quel giorno provò una strana
sensazione di solitudine. Dopo il matrimonio, Luigi lasciò l’appartamento che
aveva preso in affitto il giorno in cui era arrivato a Troina. Con la moglie
andò a vivere in una casa in collina che il suocero si era aggiudicato a
un’asta giudiziaria, un affare di cui si era vantato spesso in famiglia.
Tornare a dividere gli spazi con qualcuno non gli piacque. Chiese persino di
fare qualche ora di straordinario in biblioteca ma l’amministrazione non glielo
consentì e ci fu poco da stupirsi: era già tanto che il comune mantenesse
ancora aperte le sale. Elena portò a termine i suoi studi universitari, mentre Luigi
continuò a fare quello che gli chiedevano di fare: sistemare negli scaffali le
nuove acquisizioni, altri libri che nessuno avrebbe mai letto. Dopo la laurea a
lei sembrò naturale avere un figlio e lui non trovò nulla da obiettare alla
decisione che lo avrebbe reso padre. Rimase incinta qualche mese più tardi. Fu
una gravidanza difficile, non solo per via delle nausee. Elena non tollerava
l’espansione volumetrica del suo corpo, non tanto per motivi estetici quanto
per le limitazioni funzionali che comportava. Quando cominciò ad avere
difficoltà nel vestirsi sembrò sul punto di un esaurimento nervoso. Il bambino
nacque leggermente prematuro, circostanza che indusse la madre a preoccuparsi
più del dovuto, benché in ospedale le avessero assicurato che il piccolo godeva
di ottima salute. Elena volle chiamarlo Pietro, come il suocero che non aveva
mai conosciuto, e Luigi non ebbe nulla in contrario.
Poi venne un Autunno che non smetteva mai di piovere. Luigi
stava sfogliando con aria annoiata alcuni cataloghi di rubinetteria quando vide
la porta della biblioteca aprirsi ed Elena, fradicia dalla testa ai piedi,
avanzare. Ebbe un sussulto e un poco si sorprese, ma lei questa volta non aveva
bisogno di letture, voleva solo dirgli che si sarebbero separati, che era la
cosa più giusta da fare. Pietro aveva appena cominciato la scuola materna. Tre
settimane più tardi Luigi aveva già lasciato la casa in collina. Trovò un
appartamento in affitto proprio sopra le sale della biblioteca comunale: un
vero colpo di fortuna. Il vecchio che ci viveva era morto di infarto. Luigi lo
conosceva perché, una mattina di qualche anno prima, era sceso a prendere in
prestito un libro di Simenon e, nonostante i numerosi solleciti, non era più
tornato a restituirlo. La casa aveva pochi arredi, roba da quattro soldi, per
lo più rovinata dal tempo e dalle termiti. Luigi non se ne era curato la prima
volta che la figlia del vecchio gli aveva mostrato l’appartamento e non lo fece
neanche quando vi tornò per restarci. Posò le sue borse all’ingresso e si
guardò attorno; aveva lo sguardo attento di chi cerca qualcosa. Quella notte,
la prima che Luigi trascorse nella sua nuova casa, la ricordano a Troina come “la
notte dell’incendio”. Le fiamme partirono da una sala della biblioteca, forse
per via di un corto circuito. Il fuoco, alimentato dalle pagine intonse di
migliaia di libri, distrusse tutto quello che c’era da distruggere e poi, non
ancora pago, si accanì contro il legno antico, le termiti, e un libro consumato
della saga di Maigret. Luigi capì tardi ciò che stava succedendo ma molti
dissero che capirlo prima non avrebbe fatto alcuna differenza.
Piccola
morte.
I narcotici sono stati
sistematicamente usati come capro espiatorio e demonizzati: l’idea che
qualcuno possa far uso di droghe e sfuggire a un destino orribile è un anatema
per quegl’idioti. È colpa di questa vita maledetta. Non sai mai che ti capiterà
dopo. È per questo che alcuni scelgono la via più facile per uscirne. È per
questo che altri continuano a rimanervi dentro e non cercano di uscirne.
Bisogna saper riconoscere i segnali. Ora non ho più paura. Drogarsi è pagare il
proprio debito nei confronti della vita, e dare anche un anticipo sulla morte.
È tutta colpa di questa vita. La vita è un sicario. La vita è solo il freddo
sicario della morte.
L’eroina può far
impazzire anche te. Ti assicuro, un acido del cazzo, come una puttana del
cazzo, può stenderti al tappeto. Ma non è vero che l’eroina fa impazzire in
generale: l’eroina fa impazzire solo chi è stato ingabbiato. Dalla società, dal
senso del dovere, dal senso di colpa, dall’etica del lavoro, dalla deontologia.
L’anima libera è rara, ma la riconosci quando la vedi. Essenzialmente perché ti
senti bene, molto bene, quando sei vicino a lei o insieme a lei. Eroina, lsd, dmt,
stp possono mandare un uomo fuori di testa per sempre. Ma si può
impazzire anche raccogliendo barbabietole, o girando bulloni per la Fiat, o
lavando piatti a 3 euro l’ora. Se proibissero tutto ciò che fa impazzire un
uomo (matrimonio, guerra, trasporto pubblico, lavoro, competizione, malattia, insoddisfazione,
e qualsiasi cosa ti venga in mente) l’intera struttura sociale crollerebbe.
Qualsiasi cosa può fare impazzire gli uomini perché la società poggia su basi
false. Finché non sbattiamo giù le fondamenta e non ricostruiamo, i pazzi non
verranno mai presi in considerazione. E i tagli dei fondi agli istituti
psichiatrici mi sembrano un’ammissione indiretta del fatto che quelli fatti
impazzire dalla società non sono idonei a essere aiutati, curati e riabilitati
dalla società.
Ma, essenzialmente,
quasi tutti i brutti viaggi allucinogeni sono causati dall’individuo che è
stato formato e avvelenato prematuramente dalla stessa società che lo ha
cresciuto. Se un uomo è preoccupato per l’affitto; le rate della macchina;
timbrare il cartellino; mandare il figlio all’università; una cena da cinquanta
euro per la sua ragazza; il giudizio del vicino, il rispetto per la bandiera e
l’amor patrio; la politica, le leggi e il governo; allora una pera di eroina
probabilmente lo farà impazzire. Perché, vedi, lui, in un certo senso, è già
pazzo, forzato com’è a sopportare le costrizioni sociali e tutti quei noiosi
martellamenti che lo rendono insensibile a qualsiasi pensiero individualistico.
Un viaggio allucinogeno è adatto all’uomo che non è ancora stato ingabbiato,
che non è ancora stato fottuto dalla grande paura che fa tirare avanti la
società. E un viaggio di eroina ti mostrerà cose fuori da qualsiasi regola. Ti
mostrerà cose che non trovi su nessun libro di testo e cose che non puoi
contestare a nessun consigliere comunale in municipio. L’erba rende la società
corrente più sopportabile; l’eroina è un’altra società a sé. Se sei stato
ammaestrato dalla società, allora potresti etichettare l’eroina come droga
allucinogena, che è un modo comodo di lavarsene le mani e di scordarsi di tutto
quanto.
Ma il termine
allucinogeno, la sua definizione, dipende da quale parte della barricata ti trovi.
Qualsiasi cosa ti accada nel momento in cui accade diventa la realtà. Può
trattarsi di un film, un sogno, un
rapporto sessuale, un assassinio, venire assassinato o mangiare un gelato. Le
bugie ti vengono imposte in un secondo momento; quello che succede, succede, ed
è la realtà nel momento in cui accade. “Allucinazione” è solo un termine nel
dizionario e un’appendice sociale. Tutte le parti compongono il tutto.
Qualsiasi cosa un uomo veda è reale. Non è stata portata lì da una forza
estranea, era già lì prima che quell’uomo nascesse. Non incolparlo perché la
vede in questo momento. Beh, in questo momento io ho questa copia del National Geographic in mano e le pagine
scintillano come se si trattasse della realtà. Naturalmente non è così. Dunque
non incolpare l’uomo se impazzisce perché l’educazione e le forze spirituali
della società non sono state abbastanza sagge per dirgli che la ricerca non
finisce mai, e che dobbiamo essere tutte piccole merde inscatolate con il
nostro abbiccì e nient’altro. Non è l’eroina che causa il brutto viaggio
allucinogeno, è colpa di tua madre, del tuo presidente, della ragazzina della
porta accanto, di un corso di algebra o spagnolo imposto controvoglia, è stato
lavorare nelle fabbriche per dieci anni e venire licenziato perché arrivato con
cinque minuti di ritardo.
Un cattivo trip? Un brutto viaggio? L’intera
nazione, l’intero mondo sta facendo questo brutto viaggio, amico mio. Però ti
arrestano se inghiotti una pasticca. Ma tu fottitene. Un viaggio allucinogeno è
adatto all’uomo che non è ancora stato ingabbiato, che non è ancora stato
fottuto dalla grande paura che fa tirare avanti la società. Un viaggio di lsd o di eroina ti mostrerà cose fuori
da qualsiasi regola. Ti mostrerà cose che non trovi su nessun libro di testo e
cose che non puoi contestare a nessun consigliere comunale in municipio. L’erba
rende la società corrente più sopportabile; l’lsd
e l’eroina sono invece un’altra società a sé. Se sei stato ammaestrato dalla
società, allora potresti etichettare questa droga come droga allucinogena, che
è un modo comodo di lavarsene le mani e di scordarsi di tutto quanto. Ma il
termine allucinogeno, la sua definizione, dipende da quale parte della
barricata ti trovi. Ci siamo?
Ci siamo. Hai tutto?
Cucchiaino, siringa da insulina, acqua? Hai una sigaretta? Serve per il filtro.
Ok. Vieni qui che ti spiego. Intanto
bisogna diluire la roba. Fammi vedere. Ma è brown,
non è bianca. Allora vai in cucina a prendere un limone. Ecco: intanto mettiamo
la roba nel cucchiaino. Stai attenta a non esagerare, o avrai la migliore delle
buone morti. Per adesso, se è un buon ‘cavallo’, ti bastano 50 o al massimo 60
milligrammi e sarà un flash
memorabile. Non serve il bilancino. Col tempo imparerai a calcolarlo a occhio,
come me... Ma comunque sta’ attenta, se non conosci la roba che ti danno.
Potrebbe essere troppo buona e dunque la prima pera con roba nuova falla sempre
più blanda, capito? Ogni tossico ha un bilancino di precisione nelle pupille,
ma non il Piccolo Chimico. Apri la fialetta dell’acqua distillata, aspirala
nella siringa. Qualsiasi acqua va bene, quella del rubinetto, o di una fontana,
io conosco gente che si è fatta usando la pioggia accumulata sui tergicristalli
delle auto, quella delle pozzanghere, o l’acqua di mare e poi è stata male, ma
proprio male: tu non farlo mai. Ma tieni presente, amore mio, che quando la
roba ti avrà catturato, quando il suo cappio sarà ben stretto al tuo collo,
allora anche l’acqua, solo l’acqua, sarà un sollievo per te. Ciò che conterà
sarà bucarsi, bucarsi comunque, per iniettarsi qualcosa, qualsiasi cosa. E quel
buco d’acqua ti farà passare la smania. Solo per poco certo, ma, mentre
inietterai, la scimmia sembrerà passare e, attraverso quel piccolo dolore che
ti infliggerai, troverai una briciola del piacere che ti manca. È il buco,
amore mio, la vera droga, in un certo senso, ma questo è ancora troppo presto
perché tu possa capirlo, questa è una parte del gioco che si scopre solo quando
il gioco ormai è finito e la partita è chiusa.
Ecco, ora che hai messo
l’acqua, aggiungi due gocce di limone. Vedi come si scioglie adesso? Stai
attenta: se sbagli, non ci sarà la possibilità di ritentare. Sarà una buona
morte, e basta. E l’eroina non serve a questo, a morire, a morire per davvero
intendo, una volta per tutte, ma piuttosto a ripetere la tua morte, a ripeterla
sempre senza saziartene mai, come se fosse un orgasmo. A ripeterla per
allontanarla, o, per lo meno, per illuderti che sarai tu a fissare il momento
di quell’appuntamento. Non crederci quando dicono che qualcuno è morto per
overdose: l’overdose non esiste, esiste il suicidio, o la roba troppo buona,
chiaro? Siamo tossici, non deficienti, lo sappiamo bene quanta roba mettiamo
nel cucchiaino, lo sappiamo al milligrammo, ma se la roba è troppo buona (o la
vita è troppo merdosa) allora è un’altra storia. La roba cattiva, generalmente,
al massimo ti fa cagare per qualche giorno, o ti fa gonfiare il braccio come un
pallone e ti avvelena il fegato. Ma la roba troppo buona ti ammazza. Lascia
perdere quello che dicono in tv,
l’eroina è una cosa seria, come la vita, la morte, il sesso, il desiderio, la
fame, o la sete... Dove eravamo rimasti?
Ah sì, ora il filtro. Metti
nel cucchiaino un pezzetto del filtro della sigaretta. Brava, così. Usa l’ago
per mescolare, prendi il filtrino con la punta dell’ago e mescola. Mentre
mescoli, io continuo a riscaldare con l’accendino per tenerla calda. Vieni,
metti il cucchiaino sulla fiamma. Così, brava. Attenta a non farla bollire,
però, o ti ustionerai le vene. Bene, ora tira su con la siringa e poi, con
l’ago puntato in alto, battila con la punta delle dita. Esatto, così, in modo
che il liquido vada tutto sul fondo. Poi fai uscire tutta l’aria dalla siringa,
spingi lo stantuffo sino a che non esce una piccola goccia dalla punta. In vena
è meglio che non ti entri aria, o ti partirà un embolo. Esatto così. Ora leccala,
lecca la siringa. Leccala quella goccia che cola lungo l’ago. Impara a sentire
con la lingua il sapore della roba che ti spari in vena. Senti com’è amara?
Questo è il sapore del paradiso, piccola mio. Non dimenticarlo più. È come il
sapore che hai sentito la prima volta che hai succhiato un cazzo. Non
dimenticarlo più: è il sapore del desiderio e del piacere.
Ora infilala piano, sai
come fare, è proprio come prendere un cazzo: se lo spingi dentro di colpo perdi
tutto il piacere. Il piacere doloroso che viene prima del piacere vero e
proprio, quello di sentire l’ago che ti apre la pelle, che la squarcia con un
piccolo taglio netto, che scava nella tua carne alla ricerca della vena.
Imparerai a sentirla la vena, a percepire con chiarezza quando l’ago la
raggiunge, come quando il cazzo ti penetra, e allora il piacere si raddoppierà
mentre la bucherai e, subito dopo, quando con lo stantuffo aspirerai un po’ di
sangue per sincerarti di averla davvero presa, sentirai un dolore fresco che ti
invade il braccio, immediatamente prima del calore bollente che te lo invaderà
quando la inietterai. Goditelo tutto questo buco, tu che puoi: le mie vene
ormai sono ridotte a corde secche, sono collassate. Vedi le croste sul mio
braccio? Io mi buco qui, sulla crosta. Si chiamano valvole; infilare l’ago lì,
dove l’hai già infilato decine di volte, fino a tumefare il braccio, è l’unico
modo per continuare a usare certe vene. Altrimenti, terminate quelle delle
braccia, puoi passare a quelle delle gambe e io conosco persone che hanno usato
vene dappertutto, sulle mani, sulle tempie, sulla gola, sotto la lingua,
persino sul cazzo. Ma tu adesso non pensarci, stringi la cinta al braccio,
usala come laccio emostatico: scegli la vena adesso, la più grande, quella, sì,
quella. Prendi la siringa, mettila quasi parallela al braccio, non devi
trapassarlo, devi insinuarti, come fai quando infili la lingua, devi aprire la
pelle piano, ma con decisione come faresti con la fessura del glande. Brava
così, spingi, ora, spingi, eccola! L’hai presa! Tira su, perfetto, lo vedi il
sangue nella siringa che colora la roba? Vuol dire che sei dentro, che hai
bucato la vena. Che il piccolo cazzo duro dell’ago ha sfondato la grande, materna,
accogliente figa della vena, dove col sangue scorre la tua vita. Brucia, vero?
Ora inietta, ma piano, impara a sentire che puoi sentire anche con le tue vene,
che il tuo corpo sente anche ‘dentro’, non solo fuori, sulla pelle. Brava,
tutta, iniettala tutta, prendila tutta, ma no, no, non togliere subito la
siringa dal braccio, aspira di nuovo altro sangue nella siringa, e ora
iniettalo ancora: si chiamano risciacqui, più ne farai, più sarai certo che
neanche una molecola di roba andrà persa... Lo senti come al dolore del buco si
sostituisce il piacere caldo della roba? È per questo, amore mio, che l’eroina
non è semplicemente una droga ma una filosofia. Ma tu non puoi capire, è troppo
presto, anche se presto sarà già tardi, per te come per me.
E ora togli la siringa
e succhiati via dal braccio la goccia di sangue che ti sta colando verso il
gomito. Impara che sapore ha il tuo sangue e goditi la tua piccola morte, che è
l’unica cosa per cui vale la pena di vivere questa piccola miserevole vita
orrenda. Ora hai voglia di fumare vero? Proprio come dopo una scopata, come
dopo un orgasmo. Tieni: fuma una sigaretta. Ne accendo una anch’io. Ora sei
vuoto, vuoto nel vuoto. Nulla nel nulla. Ora non esistono temperature, né odori
né luce né ombra né fame né sete né fatica né dolore né colpa né pentimento.
Tutto è vuoto adesso per te, e tu sei vuota per tutto. Sei una casella vuota.
Come un desiderio un attimo prima di essere desiderato, come un sogno un attimo
prima di essere sognato. Ah, sei dentro l’epicentro dell’irrazionale, nel cuore
dell’inesprimibile; ti trovi adesso alla periferia di nessun centro, a sud di nessun nord, e una scarica elettrica ti divide in due. Ora non hai più
nulla, finalmente sei libera, come galleggiare nell’acqua del mare, lasciandosi
trasportare dalle onde che ti avvolgono e ti lambiscono la testa. Il tuo
cervello fluttua adesso in un liquido melmoso denso e grigio. Sei meno di uno
zero alla radice quadrata di un nulla al quoto di un bel niente.
La droga è un gioco
pericoloso. Un gioco in perdita. Un gioco che non è possibile vincere. Non si
può vincere. Anche nella migliore delle ipotesi. Entrandoti nelle vene, la
droga ti provoca un tiepido formicolio che sale al cervello fino a consumarlo
in una dolce esplosione che prende il via da dietro la nuca. La diffusione è
rapida, e alla fine provi un tale piacere che il mondo intero ti diventa
simpatico, e acquista un fascino particolare. In quei momenti tutto è
magnifico. E anche il mio peggior nemico non è poi tanto cattivo. La terra e
l’erba sono... come dire... più terra e più erba. Tutto assume la rosea
sfumatura di un successo senza limiti. Mi sentivo infallibile. Ero infallibile.
E finché durava, la vita era qualcosa di meraviglioso. Mmmh, mi sembra ancora
di sentirlo: ecco il flash, l’onda
calda che invade il corpo nel momento e si diffonde nelle vene. Ecco la pace.
Una pace dove la vita finalmente sparisce senza diventare morte, lasciando solo
il corpo, abbandonato, in bilico, a un passo dal baratro e dalla fine, travolto
da un piacere che è, prima di tutto, desiderio soddisfatto. Ricorda: “allucinazione”
è solo un termine nel dizionario e un’appendice sociale. Tutte le parti
compongono il tutto. Qualsiasi cosa un uomo veda è reale. Non è stata portata
lì da una forza estranea, era già lì prima che quell’uomo nascesse. Guarda
davanti a te: le immagini scintillano come se si trattasse della realtà.
Naturalmente non è così.
Ma tutto questo, ora,
non ha più importanza, mentre ti arrendi alla tua piccola morte e come motore
nell’eclissi ti arresti, in attesa di nuovi messaggeri. Ora sei sola, e tutto è
insignificante e piccolo. Piccolo sole, piccola luna. Piccola casa, piccolo
mare. Piccolo cuore, piccolo cane. Piccola vita, piccola morte. E poco da
mangiare. Poco da amare e poco per cui vivere. In una piccola stanza, piena di
piccoli topi che ti rosicchiano e ti ballano intorno, e corrono mentre dormi,
aspettando un’altra piccola morte, nel bel mezzo di una piccola mattina, sei tu
e non sei tu, mentre la verità si nasconde e i demoni siedono all’angolo
minacciosi. In un piccola città, in un piccolo stato, la tua piccola madre
morta, il tuo piccolo dolore vivo, in un piccolo cimitero da qualche parte, mentre
divori brandelli di cervello nel guscio della tua isteria e disegni cerchi
veloci nell’aria dividendo parti di luce con molecole di nessuna fretta. Ti
resta solo il piccolo spazio di tempo per renderti conto che ora è davvero
finita. E anche tu sei finita. Finita. Come un guado che taglia un fiume, sei
proprio finita, e la morte ti squadra dall’alto del soffitto, nella stanza
ammuffita. Ma tu non dartene cura: stai attenta alla piccola morte solo quando
arriva correndo. Anche se, come tutti gli altri miliardi di piccole morti, alla
fine significherà tutto e niente. Tutte le tue piccole lacrime bruciano come la
piccola colomba invano.
Gli spiriti dei morti.
Intravisto il baluginio di luci intermittenti da sotto la
porta Luigina si era incuriosita. Sperava negli alieni. Era invece un albero di
natale, anche se si era solo in Maggio.
Luigina aveva aperto la porta aspettandosi gli alieni. Non
per farsi portare proprio via ma almeno per provare l’emozione di due parole
con la forza della mente, un qualche dolcetto di buona fattura magari, un giro
sugli anelli di saturno, poi Giove, lo spazio infinito, le galassie
perdute-infinite, poi di nuovo gli anelli, e infine a casa a letto.
<<Luigina, sono tuo nonno.>>, aveva detto
l’albero, che sotto il naso le aveva messo tutta una serie di fotografie di
natali passati. <<Vedi? C’ero sempre tutti i natali. Tutti... Qua è
quando ti hanno regalato il treno che sbuffa polvere di sapone, qua è quando ti
hanno regalato la cucina dei miracoli, quest’anno invece eri ammalata e ti
hanno regalato l’aerosol. Ti piace l’aerosol?>>. <<No!>>
aveva risposto Luigina un po’ imbronciata. A ogni foto annuiva e si rendeva
conto che l’albero-nonno sapeva, lui sì, dire la verità.
<<Ma nonno cosa ci tieni nelle palline?>>
<<Ci tengo le anime di tutti i parenti morti.>>
<<Ma perché?>>
<<Così mi fanno compagnia.>>
<<E se si rompono?>>
<<Se si rompono è la vita.>>
<<Ma gli vuoi bene a loro che te li porti
dietro?>>
<<No, mi hanno fatto penare. Però meglio averli vicini
che in giro come farfalline della farina.>>
<<Ma le farfalline della frutta sono carine.>>
<<Loro no.>>
<<Ma perché sei un albero di natale?>>
<<Perché fa caldo.>>
Seppur la conversazione procedesse su questi toni dimessi,
Luigina ogni tanto raggiungeva qualche acuto che aveva svegliato Carmela, la
madre.
<<Carmelina, sono papà.>>
<<Papà, non credo che tu debba stare qua.>>
<<Ma volevo fare visita a Luigina.>>
<<Tu volevi fare qualche fregatura come al solito. Tu
non appartieni a questa casa. Al massimo puoi stare al negozio di natale e
adesso è chiuso.>>
<<Ma come fa a rientrare?>> dice Luigina
lamentandosi quel giusto, e la madre <<Sei un albero di natale più finto
di tutti gli elfi di natale. Te ne devi andare. Non te lo do il fertilizzante.
Sei finto. Non appartieni più a questa casa. Vattene tu e le palline che hai
addosso!>> aveva gridato, e con uno spintone aveva tirato giù l’albero:
alcune palline si erano frantumate a terra ed erano uscite davvero alcune anime
dei parenti. Una sembrava zoppa. <<Possiamo rimanere a cena?>>
aveva sibilato una di queste anime, ma <<No!>> aveva gridato Carmelina
non sapendo dove guardare. Nel complesso erano volate via, serene quasi.
<<E ora?>> aveva chiesto Luigina. <<Ora torniamo a
dormire.>>, disse la madre. Luigina se ne tornò così a letto con una
pallina di natale ancora intatta e con la sensazione che gli alieni non
l’avrebbero mai portata in giro.
IL
VELO D’ISIDE.
Preambolo.
Io sono nato sul mare, e di
storie di mare, di racconti di costa e di fatti di marinai ne ho sentiti a iosa
e a bizzeffe. E posso confermare l’opinione di Joseph Conrad che le storie dei
marinai sono di una semplicità assoluta e il loro significato può stare tutto
intero nel guscio di una noce. Stando così le cose, in una storia di mare (o di
costa) il ruolo e il compito del narratore dovrebbe essere minimo, avendo come
obbiettivo semplicemente quello di scalfire la superficie e raccontare i fatti
nudi e crudi per come sono, cioè per come appaiono. Ma questa non è la solita
storia di mare né il solito fatto di costa sicché il compito del narratore sarà
più arduo e complesso: si tratta qui non già di rinvenire la verità e renderla
esplicita (ché questo è, nel caso della storia in questione, impossibile) bensì
di rendere, come scriveva il Polacco in “cuore
di tenebra”, la tenebra evidente e manifesta per quello che è: to make darkness visible as darkness
insomma. Affrontando insieme una simile storia, del genere di quella che mi
appresto a raccontare, non possiamo non domandarci il perché sia così difficile
comunicarne e rivelarne il nocciolo se, come abbiamo appreso dai libri, esiste
una sola e unica realtà scientificamente evidente. Se, insomma, la realtà è
necessariamente quella che si vede. Forse, in simili occasioni, faremmo bene a
porci il dubbio che abbiano, il piano della fantasia e quello dei fatti, pari
dignità e diritto di cittadinanza nel regno della realtà; e che la realtà
contenga tutte le parti, quelle veramente concrete, quelle ipotetiche e quelle
meramente immaginate e immaginarie, poiché (lo vedremo) qualcosa dei fenomeni e
delle manifestazioni del reale si ritrae dagli schemi razionali, qualcosa di
oscuro enigmatico e indecifrabile che si sottrae alla conoscenza eludendo il
linguaggio e l’intelletto. Ma, se il linguaggio e le parole rientrano nella
zona di luce della razionalità cosciente e consapevole, come è possibile dire
ciò che al raziocinio si sottrae e si spinge oltre la linea d’ombra
dell’indubbio e i confini della ragione rientrando nella regione
dell’indicibile? Il significato delle parole non può che essere arbitrario e
falso come approssimativo e incerto il confine tra realtà e immaginazione.
Tutto quello che vediamo è diverso da come lo nominiamo e descriviamo. La
realtà è qualcosa che rimane incomprensibile e dunque indicibile. Nel momento
stesso in cui diciamo una cosa o nominiamo una realtà, noi stiamo eludendone la
verità. O, meglio, la verità elude noi, ci aggira e ci raggira. Come può
d’altronde la lingua tradurre alla coscienza l’oscurità dell’animo umano e il
meraviglioso del mondo, così meraviglioso da sembrare irreale e surreale quando
non sovrannaturale? È impossibile, impossibile comunicare ad altri quel che
proviamo dentro di noi in un momento qualsiasi della nostra vita, ciò che ne
costituisce la verità, il significato, la sua sottile e penetrante essenza.
Impossibile. Non ci resta che disarticolare realtà e linguaggio e così,
scollando parole e cose, scoprire che la verità è solo un mero trucco verbale. To make darkness visible as darkness...
Solo fessurando, intaccando, destrutturando il rapporto tra linguaggio e
realtà, mostrando i buchi e le crepe della parola, gli strappi del suo tessuto,
solo andando oltre la verità possiamo rinvenire la cosa, o almeno un barlume di
cosa, e vedere ciò che le parole non riescono a dire. E quello che le parole
non riescono a dire è un connubio inscindibile di realtà e finzione, un
coacervo indistinguibile di sogni e verità, un viluppo indivisibile di fatti e
desideri e intenzioni. Il significato non sta all’interno del guscio come un
gheriglio ma nel fuori, e avvolge il racconto che lo genera e da cui è generato
come un bagliore genera una zona d’ombra intorno a sé, al modo degli aloni
nebulosi che rendono talvolta visibile la luminescenza spettrale della luna.
Alla soglia del conscio e dell’inconscio, il lavorio della realtà sulla
fantasia si sforza di portare alla luce delle parole l’oscurità di ciò che non
è (ancora) parola. To make darkness
visible as darkness: mostrare la tenebra come tenebra. E questo è possibile
solo sbirciando oltre il bordo del linguaggio e oltre la linea d’ombra della
realtà, dove verità e fatti e cose e sogno e desiderio si mischiano, nel fondo
di un abisso dove non splende mai il sole, rinvenendo il rimosso della nostra
coscienza, che solo il silenzio può comunicare. Vedere la tenebra per quello
che è. To make darkness visible as
darkness... I fatti che stanno di fronte a noi, fatti spesso abbaglianti,
ben visibili, vividi, chiari, come la schiuma sulle distese marine sono in
realtà solo un’increspatura alla superficie di un enigma impenetrabile, di un
mistero insondabile. Il significato di un episodio non sta all’interno come un
gheriglio ma fuori, e avvolge il racconto che lo mette in risalto solo come una
luminescenza mette in evidenza una nebbia, non diversamente da uno di quegli
aloni brumosi che a volte vengono resi visibili dalla illuminazione spettrale
del chiaro di luna.
La vita è un enigma più
grande di quello che molti di noi pensano. Così grande ed enigmatico è che non
è possibile comprenderlo pienamente. Dunque lasciamo per un attimo
l’elucubrazioni sensazionali e le fantasie razionalistiche, per scoprire che,
come la natura, anche la verità ama fare le bizze e nascondersi. Veniamo dunque
alla storia che è, come detto, una storia di mare ed esponiamo i vividi fatti
per come sono (o faremmo meglio a dire “per come appaiono”...?).
I
fatti.
Alle ore 08,00 del 13 di
Maggio del 2020 il moto-peschereccio siciliano Antonello da Messina issa a
bordo una boa alla deriva nelle acque di San Vito Lo Capo: il fatto lascia
perplesso il capitano che, rientrando in porto e interrogandosi sul significato
e la provenienza di quella boa, fa il computo delle navi in porto accorgendosi
che all’appello manca la Nuova Iside: nessuno l’ha incrociata, nessuno l’ha
avvistata, nessuno ne ha notizia: la nave pare scomparsa nel nulla. Iniziano le
ricerche: a pochi chilometri dalla costa, e a circa 14 miglia a nord di Capo
Gallo, nelle acque antistanti l’isola di Ustica, vengono rinvenuti tre corpi:
sono i corpi di Matteo Lo Iacono, sui cinquant’anni, Giuseppe Lo Iacono e vito
Lo Iacono, entrambi intorno ai 35, rispettivamente nipote e figlio di Matteo,
tutti e tre membri dell’equipaggio della Nuova Iside. L’identificazione
avviene sul molo del porto di Terrasini, dove i corpi vengono trasportati dal
motopesca tranquilla. Stranamente, il corpo di Matteo viene rinvenuto con una
pesante tuta addosso, mentre il cugino Giuseppe completamente nudo. Più tardi
le motovedette della guardia costiera recupereranno alcune attrezzature del
natante scomparso: un palangaro e un’ancora, ritrovati nelle acque dell’isola
delle femmine.
Dalla constatazione che
nessun sos da parte della Nuova
Iside è stato registrato, partono le indagini. La polizia inizia a raccogliere
indizi, fatti e testimonianze. In particolare, i tabulati telefonici rivelano
che alle 22,33 del 12 Maggio, la moglie di Giuseppe Lo Iacono mandò un
messaggio telefonico al marito,
messaggio correttamente ricevuto e recepito dal dispositivo mobile; che, solo
20 minuti dopo, alle 22,53, il messaggio inviato a vito Lo Iacono dalla
compagna di quest’ultimo non viene ricevuto; che il blue-box, che avrebbe dovuto mandare un segnale satellitare alle
23, non ha inviato tale segnale. Tutto ciò lascia pensare che la Nuova Iside
sia scomparsa tra le 22,33 e le 23,00 del 12 Maggio, e che l’incidente che ha
portato all’inabissamento dell’imbarcazione possa ragionevolmente essersi
verificato nel lasso di tempo tra le 22,33 e le 22,53. Ma che cosa è successo
in questo lasso di tempo? L’ipotesi del maltempo sembra essere da escludere, in
base agli indizi raccolti: gli ultimi messaggi scambiati con la famiglia e
risalenti alle 22,30 non facevano trapelare alcuna sorta di preoccupazione per
il cattivo tempo e fino a quel momento la situazione a bordo era tranquilla; le
condizioni meteorologiche sarebbero peggiorate solo a metà del giorno successivo,
ma i pescatori hanno ritrovato la boa della Nuova Iside alle 8 di mattina; la
testimonianza rilasciata da Titta Caruso, un pescatore collega e conoscente di
Matteo Lo Iacono, che riferisce di aver ricevuto una telefonata da Matteo Lo
Iacono la mattina del 13 di Maggio, è smentita dallo stesso Caruso che corregge
la prima versione sostituendo la deposizione originaria con una seconda in cui
asserisce che la telefonata in questione era intercorsa il 12 Maggio e non il
13; i corpi che sono stati ritrovati non indossavano i giubbotti di
salvataggio, come se la tragedia fosse avvenuta in un attimo, circostanza
questa inspiegabile se fosse vera l’ipotesi del naufragio; nessun mayday è stato lanciato dalla Nuova
Iside, nessun segnale automatico di richiesta di soccorso che in questi casi
può essere lanciato mediante un pulsante presente sulla nave che era
modernissima e nessuna richiesta di aiuto tramite il canale 16 che, come la
gente di mare sa, è la frequenza delle emergenze in mare; inoltre il capitano
Matteo Lo Iacono aveva trascorso una vita in mare aperto e, marinaio molto
esperto, era soprannominato Tempesta per la capacità che aveva di navigare
anche in condizioni meteo sfavorevoli e contrarie grazie all’esperienza
acquisita nei decenni passati tra i flutti e le onde. Tutti elementi che
portano gli inquirenti ad escludere e liquidare l’ipotesi del naufragio per
condizioni metereologiche avverse. Le ipotesi più accreditate rimangono un’onda
anomala, molto improbabile in quello specchio di mare, o uno scontro con
un’altra imbarcazione. L’intuito suggerisce a un inquirente di seguire questa
seconda pista e per metterla alla prova inizia ad analizzare i tragitti in mare
nella zona di afferenza della Nuova Iside, a dieci miglia nautiche dalla costa
di San Vito Lo Capo, tramite Marine
Traffic, arrivando ad un’inquietante conclusione: una nave da guerra
americana sarebbe passata intorno alle 22,50 del 12 di Maggio proprio dove si
trovava la Nuova Iside a quell’ora, lungo la rotta di ritorno per Terrasini, e
avrebbe rallentato notevolmente proprio intorno a quell’ora. Il mistero si
infittisce allorché i tabulati dedotti da Marine
Traffic scompaiono dai registri informatici della compagnia. I tentativi di
scoprire la verità si risolvono in un buco nell’acqua e in un nulla di fatto:
impossibile squarciare il velo di Maia e risolvere il cono d’ombra che
avvolgono la Nuova Iside: le indagini, palesemente ostacolate da manomissioni
delle prove e insabbiamenti, si perdono nell’oceano infinito delle ipotesi, che
si richiude sulle teorie e congetture come il mare si richiude sul tuffatore
che vi si immerge e vi scompare. La verità rimane sommersa e adombrata nel
nulla.
Conclusione.
Quali conclusioni possiamo
trarre dunque da questa storia? Innanzitutto, che è impossibile, impossibile
comunicare ad altri quel che proviamo dentro di noi in un momento qualsiasi
della nostra vita, ciò che ne costituisce la verità, il significato, la sua
sottile e penetrante essenza. Impossibile. Sicché non ci resta che
disarticolare realtà e linguaggio e così, scollando parole e cose, scoprire che
la verità è solo un mero trucco verbale. Solo fessurando, intaccando, destrutturando
il rapporto tra linguaggio e realtà, mostrando i buchi e le crepe della parola,
gli strappi del suo tessuto, solo andando oltre la verità possiamo rinvenire la
cosa, o almeno un barlume di cosa, e vedere ciò che le parole non riescono a
dire.
E quello che le parole non
riescono a dire è un connubio inscindibile di realtà e finzione, un coacervo
indistinguibile di sogni e verità, un viluppo indivisibile di fatti e desideri
e intenzioni. Come in Conrad, dunque, make
darkness visible. Ottenere questo scopo sembra poco eppure è già
tantissimo: vedere non soltanto le cose che sono già visibili in quanto
illuminate dalla luce del senso comune, ma anche quelle che, collocandosi fuori
dal senso comune, rimangono invisibili. Comunicare che il significato (della
realtà e della vita) non sta all’interno del guscio come un gheriglio, ma
fuori, e avvolge il racconto che lo genera e da cui è generato come un bagliore
genera una zona d’ombra intorno a sé, al modo degli aloni nebulosi che rendono
talvolta visibile la luminescenza spettrale della luna. Alla soglia del conscio
e dell’inconscio, la storia che ho raccontato si prova nel difficilissimo e
astruso tentativo di portare alla luce delle parole l’oscurità di ciò che non è
(ancora) parola, to make darkness visible
as darkness: mostrare la tenebra quale tenebra. E questo è possibile solo
decostruendo il linguaggio per lasciare filtrare in esso il buio che ne sta al
di fuori. Sbirciando oltre il bordo del linguaggio e oltre la linea d’ombra
della realtà, dove verità e fatti e cose e sogno e desiderio si mischiano, noi
abbiamo appena guardato nel fondo di un abisso dove non splende mai il sole,
rinvenendo quella darkness che è il
rimosso della nostra coscienza. Un rimosso che solo il silenzio può comunicare.
In secondo luogo, che la
possibilità ermeneutica dell’interpretazione è legata al numero di
interpretazioni possibili e da queste condizionate: ogni interpretazione, e con
essa lo sforzo di rendere univoco il senso di un oggetto epistemico, è solo il
risultato di una incomprensione: la scienza e l’ermeneutica postmoderne
aderiscono infatti alla metafisica che separa i dati immediati e irriducibili
dalle costruzioni teoriche elaborate a partire da quelli: secondo tale
metafisica, a fronte di dati che costituiscono gli elementi sui quali sembra
esistere un consenso considerato, benché solo provvisoriamente e
temporaneamente o convenzionalmente, univoco e fuori discussione, esiste una
messe di interpretazioni e letture possibili e compatibili che non sembrano
fare corpo con i dati a cui si applicano: uno stesso procedimento, quale quello
di usare una chiave inglese, può essere letto e descritto come l’azione
meccanica di stringere un bullone, come l’azione creativa di congegnare un
veicolo, come la conseguenza della necessità di procacciarsi di che vivere, o
come un contributo politico teso a favorire il flusso delle esportazioni e il
sistema economico-finanziario del paese: le possibilità interpretative sembrano
insomma inesauribili e non si considera più l’incomprensione e l’errore
interpretativo come un accidente evitabile, ma come la condizione stessa della
conoscenza e della ricerca. Allo stadio attuale della conoscenza e della
ricerca, non si può più semplicemente considerare la lettera (interpretazione
letterale) come distinta e contrapposta allo spirito (interpretazione
metaforica, figurale e allegorica) nell’ottica di sostenere il diritto a
interpretare diversamente da come autori la lettera ma si vede nella lettera
stessa un miraggio che si dissolve tra le miriadi di possibili interpretazioni.
Oggi, l’unico sforzo che la conoscenza e la scienza può compiere è quello di
elencare e raccogliere il numero potenzialmente infinito di letture
teoricamente ammissibili e plausibili e dare conto del proliferare dei sensi e
dei significati: altro non si può poiché “per quanto si ammettano le
combinazioni più diverse, esse non rifletteranno mai la complessità delle
nozioni non formalizzate.”[1].
In fine, che nulla è
(veramente e finalmente e profondamente) conoscibile ed è comunque
non-comunicabile seppur fosse conoscibile sicché, con Ernst Mach, <<si
tratta solo di scoprire la mutua dipendenza dei fenomeni>>[2]
non già i meccanici e gerarchici rapporti ontologici di causa ed effetto tra
questi.
La nostra epoca percepisce
il mondo quale immenso e grandioso inganno e la vita quale autentico sogno a
occhi aperti, secondo la celebre lezione rassegnata del poeto ispanico Pedro
Calderon De La Barca nella mirabile opra del 1635 “La vita è sogno”. Indicative e riassuntive al riguardo le
parole pronunciate dal re Basilio in merito alla sua decisione di librare il
figlio dalle pesanti catene e dagli angusti ceppi che l’opprimevano:
<<quindi ho voluto lasciargli uno scampo: poter dire che quanto vide era
sogno. Otterrò così due scopi. Primo: aprire il suo animo, poiché mostrerà da
sveglio ciò che immagina e che pensa. E secondo: il suo conforto, poiché, nel
vedersi ora obbedito, e poi tornare in carcere, il suo pensiero sarà d’avere
sognato, e farà bene a pensarlo, giacché nel mondo, Clotaldo, ognuno che vive
sogna.>>.
Prova, conferma ed esempio
corroborante la teoria delle interpretazioni multiple e la teoria del
soggettivismo cognitivo è l’insieme dei fenomeni conosciuti come illusioni
ottiche, frutto della distorsione, nel passaggio dalla percezione alla
rappresentazione, di oggetti visivi-percettivi dovuto alle operazioni di
mediazione attivate dal sistema percettivo-cognitivo umano per trasformare i
segnali e gli stimoli esterni in rappresentazioni mentali-cognitive: se gli
errori ottico-cognitivi sono dovuti all’intervento, durante la fase della
formulazione delle risposte a uno stimolo o input,
di una programmazione di un comportamento futuro quale risposta allo stimolo; e
se la programmazione viene vanificata con frustrazione nel soggetto percepente
da successive informazioni ottenute tramite la evoluzione dello stimolo o il
cambiamento nella erogazione delle risorse attentive interessate dallo stimolo;
mi domando allora quale sia la ‘vera’ realtà: quella che vediamo e percepiamo e
su cui si basano i nostri sensi, o quella che ricostruiamo tramite
un’operazione cognitiva mediata e posticcia e che è il risultato di una
correzione operata dal nostro sistema percettivo al fine di realizzare la
costanza di forme e grandezze necessaria a un adeguato comportamento adattivo
all’ambiente? E, d’altro canto, è forse che un’illusione causata da un ente
geometrico su carta sia meno reale di un’illusione causata da un ente
tangibile? La quistione è che non si possono confrontare gli oggetti
dell’esperienza visiva con gli oggetti del pensiero poiché tanto gli errori
ottico-cognitivi quanto gli stimoli fisici e le proprietà geometriche sono
dotate di pari realtà cognitiva se non ontologica come già appariva chiaro e
lampante al filosofo greco del quinto secolo Protagora nel sunto che fa della
sua opinione in materia Aristotele: <<infatti le linee visibili non sono
le stesse per il geometra e per lo spettatore poiché nessuna cosa visibile con
gli occhi è diritta o curvata nel senso geometrico: il cerchio non connette a
una retta in un solo punto ma nel modo sostenuto da Protagora confutando i
geometri cioè in molteplici punti.>>[3].
Il riferimento all’esperienza visiva come contrapposta alla concezione dei
geometri (interessati solamente a creare concetti di cui poi valersi per
eseguire calcoli sempre più utili a fini pratici) induce ad ipotizzare una
sorta di “illusione di Protagora” riguardante la tangente alla circonferenza di
un cerchio la quale ha percettivamente più punti in comune con la circonferenza
e non uno solo come vorrebbe e prescrive ed esige la geometria. Se
l’uguaglianza delle procedure caratterizza il risultato dell’osservazione e
quello della misurazione allora ne consegue che non si può distinguere tra
illusione e realtà: o è tutto realtà o è tutto illusione. Per meglio dire, se
per illusione si intende errore, la conclusione è inevitabile: si può parlare
di errore in mancanza di un termine di confronto?
Il
vuoto nell’anima.
Doveva andare alla posta
centrale per spedire una raccomandata. Lo sconfinato salone rettangolare, che
non aveva per nulla l’aspetto di un ufficio postale, tutto marmi ed eleganti leggii
per consentire agli utenti di scrivere, riceveva la luce da un altissimo
soffitto di vetro colorato, con figure e disegni in stile liberty. Quando entrò, con un’occhiata si rese subito conto che
avrebbe dovuto aspettare parecchio. Davanti alle serie di sportelli, che si
fronteggiavano sui lati del salone, si allungavano due file di sedili in legno
chiaro, destinati ai clienti in attesa ed erano quasi tutti occupati.
Contrariato, estrasse dal totem,
installato subito dopo la vetrata dell’ingresso, il biglietto recante il suo
numero progressivo. Guardò i tabelloni luminosi che indicavano quali numeri
venivano serviti in quel momento: prima del suo ce n’era almeno una ventina.
Riuscì fortunosamente a trovare l’unico posto libero a sedere, all’estremità di
una fila. Accanto a lui un signore molto anziano con barba e radi capelli
bianchi se ne stava quasi rannicchiato, con la testa china, stringendo in mano
una busta arancione. Dopo qualche minuto, gli si rivolse con un filo di voce,
come se fosse stanchissimo. <<Ci sarà molto da aspettare?>> gli
chiese, come se parlasse a sé stesso. <<Eh, un bel po’, mi pare. Lei che
numero ha?>>. Il vecchio guardò il biglietto che teneva sopra la busta e
disse <<Io ho il 51 e lei?>>, <<Io ho il 70>>,
<<Qui si rischia di fare notte.>> sospirò infine il vecchio, che
aggiunse <<Io ho lasciato a casa mia moglie, che è malata, sulla sedia a
rotelle, in compagnia di mia nipote, che mi fa il piacere di badarla, mentre
sto fuori. Ma ora sono già le 10 e io vorrei essere a casa prima delle 11,
perché mia nipote non può trattenersi molto.>>.
Quel vecchio gli fece pena e si
chiese come potesse aiutarlo. Gli venne un’idea.
<<Abita molto lontano da
qui?>>
<<No, sono due passi da
qui a casa. Sto in via Moretta, proprio qui dietro. La conosce?>>
<<Sì, certo, è qui
vicina.>>
<<Senta, se lei è
d’accordo, si potrebbe fare così: lei mi lascia la sua raccomandata e ci penso
io a portarla allo sportello. Poi passo da casa sua e le consegno la
ricevuta.>>
<<Veramente lei farebbe
questo per me?>>
<<Ma certo. Non è
nulla.>>
<<Io non so come
ringraziarla, lei è davvero troppo gentile. Ma come si fa per il pagamento? Le
lascio i soldi?>>
<<No, assolutamente, non
è necessario. Me li darà quando le porterò a casa la ricevuta.>>.
Lo aveva sfiorato l’idea che il
vecchio potesse pensare che lui si prendeva i soldi e non si faceva più vivo.
<<Mah, io non so come ringraziarla. Ecco, guardi: Mi chiamo Mario
Benedetti e abito al numero 25 di via Moretta.>> disse il vecchio, e gli
porse la busta e il biglietto del suo numero. Lì per lì a Marco non venne in
mente che anche lui ci guadagnava, giacché poteva presentarsi allo sportello
ben prima del suo turno, usando il biglietto del vecchio signore, e fare tutte
e due le raccomandate.
Il vecchio si alzò a fatica.
<<Allora grazie ancora e
arrivederci a tra poco. Si ricordi: Benedetti, via Moretta, numero 25.>>
disse.
<<Spero di fare presto.
Arrivederci.>> rispose Marco.
Lo vide avviarsi, curvo e
strascicando i piedi, verso l’uscita. Dopo una mezz’ora venne il suo turno e,
spedite le raccomandate, uscì e si diresse verso via Moretta.
La facciata della casa, in
stile anni ’20, mostrava un’intonacatura giallognolo-paglierina-grigiastra,
modesta ma non indecorosa. Marco cercò sulla campanelliera il cognome del
vecchio e suonò. Al <<Chi è?>> del citofono si presentò e una voce
esile gli rispose <<Secondo piano. Mi dispiace, non abbiamo
l’ascensore.>>.
Gli venne ad aprire il vecchio
signore e lo invitò a entrare in un salottino, a sinistra dell’ingresso,
arredato con mobili convenzionali, vagamente ottocenteschi.
<<Ecco>> gli disse, porgendogli la ricevuta della sua raccomandata.
<<Per favore, aspetti un attimo. Intanto si accomodi, che io vado di là a
prendere i soldi.>> e gli indicò una poltrona marrone. Ritornò dopo
qualche minuto col danaro, ma non aveva tutti gli spiccioli corrispondenti al
costo della raccomandata, sicché dovettero trafficare un po’ e scambiarsi
qualche moneta per pareggiare il conto. <<Posso offrirle un
caffè?>> chiese il vecchio, con un tono di scusa. Marco lo ringraziò ma
gli disse che prendeva un solo caffè, la mattina. <<Allora un vermuttino?
Oppure un succo di frutta?>>. <<Grazie, ma va bene così, non si
disturbi.>>. Con un’aria quasi sconsolata per non avergli potuto offrire
nulla il vecchio Benedetti disse sospiroso <<Aspetti che le faccio
conoscere mia moglie. Venga.>>. E lo guidò verso la cucina, sul lato
opposto dell’ingresso, dove una signora attempata e piuttosto obesa stava
incastrata in una sedia a rotelle accanto a una giovane donna alla quale Marco
avrebbe dato intorno ai trentacinque anni. La moglie del vecchio gli tese la
mano e lo ringraziò della gentilezza fatta a suo marito. La giovane donna gli
sorrise. <<È mia nipote.>> disse il vecchio. Marco notò che portava
la fede all’anulare, ma anche che era di aspetto assai gradevole: capelli
corvini leggermente ondulati tagliati corti, pelle chiara, grandi occhi azzurri
in un viso magro con il naso appena un po’ aquilino e zigomi alti. Un volto che
gli ricordò quello di certe ragazze che aveva conosciuto in Inghilterra. Pensò
che, nonostante la sua spiccata inclinazione per le donne bionde, avrebbe fatto
volentieri un’eccezione nel suo caso. Ma mi sentì subito in colpa per questo
pensiero: aveva quarantadue anni e una moglie alla quale voleva bene al punto
di poter dire di esserne ancora innamorato dopo una dozzina d’anni di
matrimonio.
S’era fatto un po’ tardi. Marco
si accomiatò dal vecchio signore e da sua moglie, che si profusero di nuovo in
mille ringraziamenti. <<Devo andare anch’io.>> disse la nipote.
Così, uscirono insieme. Scesi in strada, Marco si diresse verso il suo studio,
non molto lontano. Anche la giovane signora prese la sua stessa direzione,
sicché camminarono affiancati per un centinaio di metri. <<Lei è stato
davvero gentile coi miei zii.>> disse la nipote, e presero a parlare.
<<Ma le pare! Io ho fatto
appena una piccola deviazione. Ho lo studio a due passi da qui.>>
<<È avvocato?>>
chiese lei.
<<No, sono uno
psicoterapeuta, uno strizzacervelli, come si usa dire>>
<<Chissà che lavoro
interessante il suo>>
<<Più o meno come un
altro>>
<<Io credo che avrei
bisogno di farmi vedere da uno psicologo, come lei>>
<<E che cosa glielo fa
pensare?>>
<<Ci sono tante cose che
non vanno nella mia vita e io non riesco a trovare il bandolo della
matassa>>
<<Mah, sa, noi non
facciamo miracoli. Qualche volta, se tutto va bene, riusciamo ad aiutare una
persona a uscire dal pantano>>
<<Ecco, appunto. Io avrei
bisogno di questo genere di aiuto>>. Marco non seppe come rispondere a
quella che poteva essere interpretata come una velata richiesta. Ma una
richiesta di che? Di informazioni, di chiarimenti, di aiuto? Così, si limitò a
dire: <<Io sarei arrivato. Il mio studio è qui.>>. Si fermarono
davanti al portoncino.
<<Ah, senta, ma lei
sarebbe disponibile a ricevermi una volta per darmi qualche consiglio?>>
<<Ma come fa a fidarsi
del primo venuto? Lei non sa niente di me. In questo campo bisogna essere molto
attenti nel fare una scelta. Deve trovare un professionista onesto e
competente, che le dia delle garanzie.>>
<<Ma lei mi ha fatto una
buona impressione. Si è comportato con tanta gentilezza e umanità con i miei
zii. Io ho deciso di fidarmi di uno come lei.>>
<<Ma potrei anche essere
un somaro, onesto e buono magari, ma sempre un somaro.>>
<<Correrò il rischio. Non
vuole proprio fissarmi un appuntamento?>>
<<Certo, se lo desidera
veramente.>>
<<Sì, lo desidero
veramente.>>
Si scambiarono nomi e numeri
telefonici. Marco apprese, così, che questa sua possibile futura paziente si
chiamava Anna. <<Mi telefoni da domani in poi allo studio, tra
mezzogiorno e l’una, così fissiamo un appuntamento.>>. Gli porse la mano
e strinse la sua con calore ed energia. Marco aspettò un attimo prima di
entrare, per guardarla mentre si allontanava dandogli le spalle. Un bel
figurino, proprio niente male, niente fuori posto. E subito si pentì e si
rimproverò questa sua attenzione così poco professionale. Il fatto è che Anna
lo aveva incuriosito. Forse per il suo sguardo inquieto, forse per la sua voce
bassa, dal tono grave e intenso, forse per le sue belle mani, magre e nervose,
forse per la sua bocca, ben disegnata, ma che aveva una piega quasi amara. O
forse perché gli era parso di aver intuito qualcosa della sua anima.
Salì al terzo piano, al suo
studio e, non avendo appuntamenti per il resto della mattinata, si mise a
sfogliare un paio di riviste specializzate. Ma non riusciva a concentrarsi. La
sua mente era occupata dall’immagine di Anna. Lo aveva colpito, inutile
negarlo, ma non capiva perché. Sì, certo, era graziosa, ma come migliaia di
altre donne della sua età. Si impose di non pensare a lei e, per distrarsi,
telefonò a casa. Non rispondeva nessuno. Aveva sperato di parlare con Lisa, sua
moglie, perché era certo che il solo sentire la sua voce avrebbe dissipato quel
suo gironzolare mentalmente intorno alla figura di Anna. Di sicuro Lisa non era
ancora rientrata dall’università, dove insegnava storia dell’arte moderna. E il
loro figlioletto, Duccio, era a scuola: faceva il tempo pieno e sua madre
andava a prenderlo alle quattro e mezzo del pomeriggio.
Marco si sentiva inquieto. Per
rilassarsi accese la radio, sintonizzata su di una stazione che trasmetteva
solo musica classica, e si sdraiò sul sofà destinato ai suoi pazienti in
analisi. Gli faceva uno strano effetto essere dalla loro parte e immaginare di
avere alle spalle, invisibile e sprofondato nella sua poltrona, un analista
silenzioso come una statua. Si ricordava della sua analisi didattica, durata
otto anni a quattro sedute settimanali, con un’analista che spesso non diceva
una sola parola per tutti i cinquanta minuti della seduta.
Alla radio trasmettevano la
prima sinfonia di Ciajkovskij. Lui non era tra i suoi autori preferiti, e
quest’opera non lo aveva mai entusiasmato. Ma la musica gli faceva compagnia e
gli permetteva di fantasticare liberamente. Gli ritornò alla mente di aver
detto ad Anna che faceva lo psicoterapeuta e che lei lo aveva chiamato
psicologo. Questa imprecisione dei termini, in un ossessivo perfezionista come
lui, lo irritò. Perché non le aveva detto che faceva lo psicoanalista e che,
certo, per potersi qualificare come tale doveva essere, prima di tutto,
iscritto all’albo degli psicologi, ma che non era un semplice psicologo? Forse
pensava di essere qualcosa di più e di meglio, visto che, dopo la laurea, aveva
fatto dieci anni di addestramento prima di qualificarsi come psicoanalista? E
poi, era vero che faceva anche lo psicoterapeuta, nel senso che riceveva alcuni
pazienti, anziché sul sofà, sulla poltroncina dall’altra parte del suo tavolo, vis-à-vis; e le sedute, con loro, erano
una o al massimo due la settimana, nelle quali era assai più attivo e
‘interventista’ di quando prendeva posto alle spalle dei suoi analizzandi,
nella sua comoda poltrona e li ascoltava con quell’attenzione “liberamente
fluttuante” consigliata da Freud. Si rese conto che c’era in lui una specie di
pudore a qualificarsi come psicanalista, come se fosse una manifestazione di
esibizionismo, sicché spesso, non solo con Anna, ripiegava sul titolo, a suo
parere più modesto, di “psicoterapeuta”. <<Ma alla gente comune che cosa
gliene importava di tutte queste fisime sui nomi? Per loro, per quelli che non
erano del mestiere, andava bene “psicologo” che voleva dire, per quel che ne
sapevano, uno che ti ascolta e ti aiuta a risolvere i tuoi problemi e a
liberarti dalle tue angosce.>> si disse compiaciuto. Ma gli pareva anche
che ci fosse un’inflazione di “psicosi” e che questa professione fosse ormai
piuttosto squalificata nell’opinione pubblica.
Marco si rese conto che
cincischiava su questi argomenti senza sostanza e quasi futili per cercare di
non pensare ad Anna. Si conosceva abbastanza per sapere che, se una donna,
misteriosamente, entrava nella sua mente, non gli era facile, poi, liberarsene,
farla uscire dai suoi pensieri. Gli parve che la cosa migliore fosse, a questo
punto, ritornare a casa, immergersi di nuovo nell’atmosfera della sua famiglia,
alla quale teneva tanto, e soffocare quella parte adolescente e irresponsabile
di sé che era sempre pronta a infatuarsi di una donna che lo colpisse per un
motivo o per un altro.
Quando arrivò a casa, non c’era
ancora nessuno. Mancava poco all’una ed era venuto il momento di pensare al
pranzo. Per fare qualcosa si mise ai fornelli. Mentre la pentola dell’acqua per
la pasta era al fuoco, preparò due scaloppine al vino bianco e prezzemolo e
lavò un cespo di lattuga. Apparecchiò la tavola. Lisa sarebbe stata contenta,
rientrando, di trovare il pranzo già pronto, lei che, poverina, si faceva in
quattro per svolgere bene il suo lavoro, badare al loro bambino, occuparsi
della casa e, di solito, cucinare (molto bene, doveva riconoscere).
Finalmente, all’una e un
quarto, Lisa rientrò, affannata come sempre. Marco non era cieco e si rendeva
conto che faceva una vita ben più faticosa della sua, dovendo e volendo badare
a tutto l’andamento della famiglia. E si rimproverava spesso di essere un
marito quasi esclusivamente concentrato sul proprio lavoro. In casa, certo,
collaborava e teneva l’amministrazione, ma il suo contributo alla vita domestica
era minimo rispetto al tempo e alle energie che vi dedicava Lisa. Lei, però,
non protestava, non pretendeva da lui un impegno Maggiore, non gli chiedeva
nulla più di quanto facesse e, per giunta, gli dimostrava di continuo una stima
e persino un’ammirazione che lo imbarazzavano. Era fiera di Marco, della sua
intelligenza, dei libri che aveva pubblicato, del lavoro che svolgeva con un
apprezzabile successo professionale. Eppure, era una donna indipendente,
emancipata, si potrebbe dire, e, se non fosse generico e banale, “femminista”,
orgogliosa della propria attività professionale, aggiornata e con le idee
chiare sui temi della politica. In molti campi (la musica, il cinema e il
teatro, la narrativa contemporanea eccetera) era assai più avanti di lui e gli
aveva insegnato un mucchio di cose. E poi, cosa non irrilevante, era proprio,
esteticamente, il suo tipo: bionda, slanciata, con grandi occhi color salvia e
un bel viso magro, bocca carnosa, naso regolare, zigomi alti. Ah, questa sua
insana passione per i volti femminili con gli zigomi alti... Infine, cosa
insolita per una bionda, la sua pelle era ambrata, come se nella sua eredità
biologica si fosse insinuato qualche antenato meridionale. Chissà? Un saraceno?
Uno zingaro? O semplicemente i suoi progenitori etruschi?
Il giorno dopo, Anna lo chiamò
allo studio all’ora convenuta. Marco le fissò un colloquio per l’indomani
pomeriggio alle cinque. Arrivò con dieci minuti di anticipo, sicché, sebbene
fosse libero, essendo lui ligio alle regole insegnategli (prima di tutto: non
farsi manipolare dai pazienti), la fece accomodare nella sala d’aspetto finché
non venne l’ora esatta stabilita. Quando entrarono nella stanza d’analisi, le
indicò la poltroncina al di là del suo tavolo e si sedette di fronte a lei. Ci
fu un lungo silenzio. Lungo? Si fa per dire: sarà durato un minuto o anche
meno.
<<Non so da che parte
incominciare.>> disse Anna.
Marco tacque.
<<Lei non potrebbe
aiutarmi facendomi qualche domanda?>> disse Anna.
<<Preferisco che sia lei
a scegliere l’argomento.>>
<<Bah. Allora le dirò che
la mia vita non va>>
Forse si aspettava che, a
questo punto, Marco le chiedesse che cosa non andava nella sua vita, ma lui
rimase in silenzio: gli pareva essenziale che fosse lei a parlargli di quello
che le dava più pena. <<Il suo silenzio non mi aiuta.>> disse Anna
con una sfumatura di disappunto nella voce, <<Sono qui per ascoltare
quello che le sta più a cuore, non per interrogarla.>> disse Marco,
<<Allora comincerò dal mio matrimonio, che è un disastro.>> disse
Anna. E prese a raccontare a strappi, a pezzi e bocconi la relazione
conflittuale col marito. Lui era un imprenditore di successo, sempre in
viaggio, donnaiolo, frequentatore di prostitute di alto bordo, arrogante, pieno
di sé, autoritario in famiglia, padre padrone che esigeva di essere servito e
riverito come un pascià. In breve, non si capiva perché Anna sopportasse questa
situazione. Senza che Marco glielo chiedesse, Anna gli spiegò che rimaneva col
marito soltanto per i loro due figli, che, diceva, avevano bisogno di una
famiglia. Ma dal suo racconto emerse che un simile marito aveva anche una dote
pregevole: guadagnava un sacco di soldi e faceva vivere la famiglia
nell’agiatezza o addirittura nel lusso. <<Ecco, se fosse un poveraccio,
forse lei lo avrebbe già lasciato>> pensò Marco. Brutto pensiero, maligno
e superficiale, ma, sul momento, non trovò una spiegazione migliore del
perdurare di quel matrimonio. Subito, però, obiettò a sé stesso che Anna
avrebbe potuto divorziare, ricevendo un considerevole assegno di mantenimento
con un ex-marito così facoltoso. Sì, era fuori strada, decisamente fuori
strada: in realtà, probabilmente, Anna aveva una difficoltà specifica a
separarsi, a riconoscere il fallimento del suo matrimonio, anziché continuare a
litigare con quel marito, che, certo, a dispetto di tutte le scenate che lei
gli faceva, non cambiava e non sarebbe mai cambiato. Anna gli chiese di darle
un consiglio su come doveva fare per uscire da questa situazione così
tormentosa. Le rispose che non era in grado di darle alcun consiglio e che,
comunque, qualsiasi consiglio sarebbe stato inutile, se lei non avesse fatto i
conti con sé stessa, non avesse capito perché accettava questa situazione e non
fosse cambiata.
<<E che cosa devo fare,
allora?>>
<<A mio giudizio le
gioverebbe una psicoterapia.>>
<<E in che
consiste?>>
<<Lei va da uno
psicoterapeuta una o due volte la settimana e gli parla di quello che crede; e
lui cerca di aiutarla a capire meglio sé stessa e il significato dei suoi
comportamenti.>>.
Lei lo guardò perplessa e
tacque per un po’. Poi parlò.
<<Potrei venire da
lei?>>
<<Io sono già al
completo, come pazienti. Non posso prenderne altri.>>
<<E allora come
faccio?>>
<<Ci sono tanti colleghi
affidabili e bravi.>>
<<Ma io non ne conosco
nessuno. Potrebbe darmi lei qualche nominativo?>>
<<Se crede… Aspetti un
attimo.>>
Aprì il cassetto del tavolo ed
estrasse la sua rubrica. Cercò un po’ tra le pagine e poi diede ad Anna il nome
di due colleghi, un uomo e una donna, con i loro numeri telefonici.
<<Ecco, provi a chiamarli e a vedere se hanno posto.>>. Gli parve
un po’ delusa. <<Ma dovrà avere un po’ di pazienza. Uno psicoterapeuta o
uno psicoanalista vanno cercati e scelti con cura. Non è saggio andare dal
primo che capita.>>.
Erano trascorsi i cinquanta minuti
canonici. Marco si alzò e fece capire ad Anna che il colloquio era terminato.
<<Le devo qualcosa?>> chiese lei. Marco le disse l’ammontare del
suo onorario e, mentre lei cercava il danaro nella borsa, le preparò la
ricevuta fiscale. L’accompagnò alla porta della stanza lasciando che, poi,
raggiungesse da sola l’uscita. Anna gli tese la mano e lui la strinse
brevemente. Non era sua abitudine dare la mano ai pazienti, a meno che non
fossero loro a prendere l’iniziativa. Così gli era stato insegnato durante il
suo lungo training, così aveva sempre
fatto, con lui e con gli altri pazienti, la sua analista. I contatti fisici,
anche minimi, tra analista e paziente andavano possibilmente evitati.
La sera, quando Marco rientrò a
casa, Anna aveva perduto il suo posto di prima fila nella sua mente ed era
diventata una delle tante persone con le quali avevo fatto un colloquio nel suo
studio. Per qualche giorno non pensò più a lei. Poi, una notte la sognò. Un
sogno confuso, del quale gli rimase, al risveglio, solo la sua immagine: stava
in piedi davanti a lui e lo guardava come se si aspettasse che prendesse una
qualche iniziativa. Guardò la sveglietta sul comodino: erano da poco passate le
quattro. Quel sogno lo aveva fatto sentire in colpa verso Lisa, che dormiva al
mio fianco. Si chinò su di lei e le diede un bacio sulla fronte. Non avrebbe
mai voluto sostituirla con un’altra donna: era lei la compagna della sua vita,
con la quale condivideva tutto, con la quale si sentiva intero e coraggioso
nell’affrontare qualunque avversità il destino gli potesse riservare. Gli parve
di ricordare che Artemidoro di Daldi, nella sua “onirocritica”, sostenesse che i sogni del mattino sono i più
veritieri, ma forse, ancora insonnolito, confondeva Artemidoro con un detto
popolare, con il Voodoo o la Macumba, con la Santeria cubana o la Mavaria
siciliana.
La sua vita scorreva tranquilla
e regolare tra lavoro e casa, come quella di un impiegato ministeriale.
Normalmente, se il suo orario era completo, usciva di casa la mattina alle 8,
arrivava allo studio verso le 8,30, faceva tre sedute, tra le 9 e le 12, si
tratteneva allo studio fino all’una per leggere qualche rivista e rispondere
alle telefonate. Nel pomeriggio, dopo un sonnellino tra le due e mezza e le tre
e mezza, si recava di nuovo allo studio e faceva altre tre sedute tra le cinque
e le otto, quando rientrava per la cena. Il Sabato e la Domenica li trascorreva
con la famiglia. Di solito Lisa organizzava qualcosa per il fine settimana: una
puntata al mare, se era la bella stagione, oppure, d’inverno, un cinema, un
concerto, un pranzo o una cena con gli amici. Non mancavano, naturalmente,
occasionali festicciole casalinghe alle quali il loro bambino invitava i suoi
amichetti. Aveva la fortuna che sua suocera fosse una donna in ottima salute,
energica e attivissima, che, spontaneamente, si prendeva molta cura di Duccio.
Spesso lo voleva a pranzo a casa sua e, a volte, lo portava con sé per qualche
giorno, in una bella pensioncina sul mare. Duccio era attaccatissimo alla sua
nonna e, a vederli insieme, sembravano due innamorati. Il suocero di Marco era
un medico di prim’ordine, sempre molto occupato giacché alla propria
professione, svolta con grande competenza e rigore, affiancava un’intesa
attività politica, soprattutto nel settore della sanità pubblica, in città e
nella provincia. Era molto amato dai suoi pazienti e molto apprezzato, in
città, anche dai suoi avversari politici. Ma tra professione, riunioni,
conferenze, convegni eccetera era inafferrabile, e in casa c’era quasi soltanto
per mangiare e dormire. Con lui Marco aveva un ottimo rapporto, di affetto ma
anche di stima reciproca. Marco ammirava il suo rigore scientifico (che, al
confronto, gli faceva apparire come ciarlatani molti dei medici che aveva
incontrato nella sua vita). Suo suocero ammirava la sua serietà professionale,
anche perché fin da giovane (si parla degli anni ’30 del Novecento) era stato
attratto dalle teorie freudiane. I genitori di Marco vivevano in un’altra
città, abbastanza lontana; il fratello e le due sorelle erano, anche loro,
sparsi per altre regioni d’Italia.
Nell’insieme si poteva dire che
Marco avesse una buona vita familiare: non gli mancava nulla per essere, se non
felice, almeno sereno e appagato. Proprio per questo, il repentino affacciarsi
di Anna nei suoi pensieri lo aveva turbato. Aveva incontrato altre belle donne
prima di lei, ma da nessuna si era lasciato emozionare oltre la soglia minima
dello spontaneo, e, per così dire, biologico interesse che ogni maschio prova
per una femmina attraente. Né gli era mai accaduto prima di sognare una
sconosciuta, dopo aver avuto con lei soltanto un brevissimo incontro casuale e
un colloquio professionale. Ma evidentemente in Anna c’era qualcosa che lo
aveva che gli sfuggiva del tutto, a dispetto dei decenni trascorsi a farsi
analizzare e ad analizzare i suoi pazienti, e che per questo lo attraeva e
affascinava. E qui cadrebbe a proposito una frase di un famoso psicoanalista
degli anni ’30 del secolo scorso, il quale sosteneva che anche l’analisi più
profonda e prolungata non è che un leggero graffio sulla superficie del nostro
roccioso e insondabile inconscio. Sì, quel sogno lo aveva turbato, non tanto
per il suo contenuto, del tutto casto e innocente, ma perché sembrava volergli
dire (cioè che lui volesse dire a sé stesso) che poteva esistere qualcosa di
più e al di là di quella tranquilla serenità in cui scorreva la sua vita. Ma
perché aveva scelto proprio Anna come messaggera di questo annuncio?
Trascorse qualche settimana, e
il ricordo di Anna svanì del tutto, finché una mattina lei si rifece viva con
una telefonata allo studio nell’orario che Marco le aveva indicato la prima
volta. Gli disse che aveva iniziato una psicoterapia e che desiderava
parlargliene. Marco le rispose, con gentilezza ma con fermezza, che non sarebbe
stato corretto né utile al trattamento da lei intrapreso parlarne con lui e
aggiunse che, se c’erano dei problemi, avrebbe fatto bene a discuterne col suo
terapeuta. Fu fiero del proprio rigore professionale, ma avvertì anche il
dispiacere di non poter approfittare di quell’occasione per rivedere Anna.
Ecco, pensò, che rientra di nuovo nella mia vita, mentre io ho fatto di tutto
per dimenticarla. Anna non si fece scoraggiare dalla risposta di Marco e
insisté per incontrarlo, promettendogli che non gli avrebbe parlato della
propria psicoterapia né di quello di cui parlava con lo psicoterapeuta. Marco
avrebbe voluto rimanere fermo nel suo rifiuto, dirle che non c’era alcun motivo
di rivedersi, ma invece non ebbe la forza di dirle di no. Si diedero
appuntamento per l’indomani a fine mattinata, lì, allo studio. Marco credeva
forse di salvarsi l’anima ricevendola nel luogo dove svolgeva il suo lavoro? O
era soltanto un modo per mantenere riservato quell’incontro, evitando di farsi
vedere in pubblico con Anna?
Quella sera, rientrato a casa,
avvertì un diffuso disagio, che sfumava in una mesta inquietudine, come se si
sentisse colpevole di aver mancato di rispetto a Lisa, di averla ingannata o
addirittura tradita. Fu, quindi, eccessivamente gentile, affettuoso, espansivo
con lei, quasi per farsi perdonare una cattiva azione che, in realtà, non aveva
commesso.
L’indomani mattina, mentre
ascoltava i propri pazienti, si rese conto che si distraeva di continuo
pensando ad Anna e al loro incontro di lì a poco. Si sentiva impaziente di
rivederla, e questo stato d’animo disturbava la sua attenzione, inducendolo,
poi, a biasimare sé stesso per questa mancanza di rigore professionale.
Finalmente, alle dodici in
punto, comparve Anna. Marco notò che, nell’attenderla, e ancor più nel vederla,
il cuore aveva preso a battergli più in fretta e sì sentì umiliato per questa
sua debolezza. Si sedettero al tavolo: uno di qua, l’altra di là. Marco pensò
che avrebbe dovuto chiederle perché avesse voluto rivederla, ma non lo fece,
come se il loro incontro fosse la cosa più naturale del mondo. Del resto,
nemmeno Anna accampò qualche motivo o qualche pretesto per giustificare quella
sua visita, come se fosse scontato che dovevano rivedersi. Esordì dicendo di
essergli grata non solo di quanto le aveva detto nel loro primo colloquio, ma
anche di averle suggerito uno psicoterapeuta col quale si trovava molto bene.
Marco non sapeva di che parlare con quella sconosciuta che lo attraeva così
tanto, senza che riuscisse a capirne il perché. Perciò l’ascoltava in silenzio,
con un sorriso tirato, facendo di tanto in tanto brevissimi commenti. Per
fortuna Anna sembrava contenta di aver trovato finalmente qualcuno interessato
ad ascoltarla e sceglieva argomenti che apparentemente non poteva condividere
con nessuno, come un bel film visto
in un cinéma d’essai o l’ultimo
romanzo della Edna o’Brien. A vederli, sembravano due amici, uno più ciarliero
e l’altro più taciturno, ma in confidenza e con, alle spalle, una storia di
esperienze e interessi comuni. Un po’ alla volta, anche Marco, per così dire,
si era rianimato e aveva preso il coraggio di comporre delle frasi di senso
compiuto e di soffermarsi sulle affermazioni di Anna, commentandole
distesamente. Tuttavia, in fondo al suo animo, rimaneva una domanda: <<Ma
che ci sto a fare qui, con questa donna che non conosco, a parlare dei più vari
argomenti?>>. E la risposta che gli venne spontanea era semplice e quasi
brutale nella sua elementarità: <<Sto qui perché questa donna mi piace,
mi emoziona, mi attrae e me la porterei a letto volentieri.>>.
Riprovevole, ma vero. E, subito dopo, quasi per difendersi da ogni possibile
autoaccusa, si discolpò: <<Dopo tutto, non è una mia paziente e non sto
infrangendo in alcun modo l’etica professionale.>>. Ma un diavolino gli
obiettò, malignamente che forse non infrangeva l’etica professionale, ma era
vicino a infrangere l’etica coniugale, se basta desiderare la donna d’altri per
essere già adulteri. <<Eppure,>> si difese Marco in questo suo
processo-dibattito interiore, <<non ho preso finora alcuna iniziativa né
ho tentato in alcun modo di sedurla.>>. E concluse: <<Quanta
ipocrisia c’è ancora in me>>, come se pensasse che la sua ipocrisia fosse
un difetto sul quale stava lavorando per liberarsene.
Marco e Anna si trattennero a
parlare per quasi un’ora. Alla fine, prima di alzarsi, Anna estrasse dalla
borsa, che teneva sulle ginocchia, un pacchettino avvolto in carta velina
rossa: <<Ho pensato che forse potrebbe servirle.>> disse mentre lo
porgeva a Marco. Il quale lo prese e lo scartò, sorpreso e incuriosito.
Conteneva un segnalibro d’argento. <<Ho pensato che potesse esserle
utile. Vedo che questa stanza è piena di libri e immagino che lei sia un
lettore accanito.>> disse Anna, mentre Marco, un po’ imbarazzato, la
ringraziava calorosamente aggiungendo la solita frase che si dice in questi
casi: <<Però non doveva… Io non ho fatto nulla per lei.>>,
<<A me piace fare piccoli regali alle persone che mi sono
simpatiche.>> disse Anna, ridendo, con una sfumatura di imbarazzo.
<<Non le manca il coraggio.>> pensò Marco. Ma la cosa non lo
allarmò né gli spiacque. Nel momento in cui si salutavano, già sulla porta,
Anna gli disse esitando, <<Magari… se non ha niente in contrario…
potremmo, una volta, prendere un caffè o un aperitivo insieme.>>,
<<Senz’altro, con piacere.>> rispose Marco automaticamente, ma
rivolgendole un sorriso. Questa volta l’accompagnò fino all’uscita dello studio
e aspettò qualche istante, mentre lei scendeva le scale, prima di richiudere il
portoncino. Si accorse, di nuovo, che il suo cuore batteva più in fretta del
normale.
Per prudenza non portò a casa
il regalino di Anna. Come se fosse una cosa della quale Lisa non doveva sapere.
Ebbe la sensazione di cominciare a incamminarsi su di una strada pericolosa ma
anche emozionante e per lui nuova. In tutti gli anni del loro matrimonio non
aveva mai nascosto nulla a sua moglie, ma questa volta sentì che doveva tenere
segreto il suo incontro con Anna. Cominciò, così, per la prima volta da quando
era sposato, ad avere una parte della sua vita dalla quale voleva che Lisa
rimanesse esclusa. Sebbene non avesse compiuto alcuna azione che offendesse il
suo legame di coppia, si sentiva colpevole verso di lei, come un bimbo che ha
combinato una marachella. E, in uno stato d’animo di disagio, si ricordò di un
ammonimento impartito a loro ragazzini dai reverendi padri, presso i quali
aveva studiato: <<Si pecca coi pensieri, con le parole, con le opere, con
le omissioni.>>. Gli parve che questo ammonimento lo riguardasse e, pur
non essendo più religioso da decenni, si sentì ‘in peccato’.
Era Aprile, un Aprile
eccezionalmente caldo, e la Pasqua era imminente. Gli arrivò, allo studio, un
biglietto di auguri di Anna, che conteneva anche una frase invitante:
<<Che ne direbbe di vederci uno di questi giorni?>>. Non sapeva che
risponderle. Ci pensò su a lungo. Poteva trovare il modo di eludere questo
invito? Non gli venne in mente alcuna risposta che fosse, insieme, sensata e
gentile. Ma, soprattutto, si sentì piacevolmente eccitato dalla prospettiva di
rivederla le rispose proponendole di incontrarsi in una libreria molto
particolare, non lontana dal suo studio, nella quale, dopo la sala in cui erano
esposti i libri, ce n’era un’altra, adibita a caffè, enoteca e bistrot, dove si
potevano degustare vini pregiati, consumare colazioni e pranzi veloci ma
gustosissimi, a base di specialità per gourmet,
oppure semplicemente trattenersi ai tavoli a leggere o a studiare. Gli parve
che, come luogo d’incontro, fosse particolarmente discreto. Anna lo chiamò il
giorno dopo e fissarono di vedersi nella libreria l’indomani verso le sei e
mezza, giacché Marco, quel giorno, avrebbe terminato in anticipo le sue sedute.
Si sedettero a uno dei tavoli
di legno rustico della parte caffè sul retro della libreria. Anna ordinò alla
piccola, cerimoniosa cameriera giapponese un tè alla menta. Marco, che
detestava la menta e non amava particolarmente il tè, preferì farsi portare uno
sherry. Questa volta fu lui a rompere
il ghiaccio.
<<Allora, come
va?>>
<<Come al solito, tra
alti e bassi. Più i bassi che gli alti. Lei sa che razza di marito ho, in più i
miei figli mi fanno ammattire: vanno male a scuola, sono indisciplinati, spesso
litigano e se le danno di santa ragione. Non rispettano l’orario dei pasti, vanno
e vengono da casa a ogni ora e, quando sono in casa, se ne stanno fissi davanti
al computer a visitare siti porno,
come, del resto, fa il loro padre nel poco tempo che passa in casa. Un
disastro, insomma. E io faccio la serva a tutti. Stanno seguendo le orme del
loro padre: tutto è dovuto, ed è scontato che io sia al loro servizio. Insomma,
non ne posso più.>>.
Questo esordio di Anna lo
aveva, per così dire, ghiacciato e un po’ disorientato. Lui era andato a
quell’incontro tutto carico di aspettative erotiche, inconfessate. Quando
l’aveva vista avvicinarsi alla libreria (lui era rimasto fuori ad aspettarla,
essendo arrivato in anticipo) aveva avuto un sussulto guardando le sue gambe
nude, senza calze e i piedi magri infilati nei sandali. Sì, era stata quella
nudità, sebbene minima, del suo corpo ad avergli provocato un’ondata di
desiderio. Anna lo attraeva come non lo aveva mai attratto alcuna altra donna.
Non si trattava dell’intensità dell’attrazione, bensì della sua qualità. Non
gli era mai accaduto prima di desiderare una donna in modo così primitivo, così
istintivo, lui che riteneva di essere un uomo compiutamente ‘civilizzato’ anche
nella sua vita amorosa. Mentre la guardava gli nascevano nella mente immagini
di un incontro tanto appassionato da essere quasi violento. Una spinta
primordiale verso la femmina del branco. Per questo avrebbe voluto che non
disturbasse e inquinasse coi suoi lamenti la tensione che sentiva verso di lei.
<<Ora, che è in psicoterapia>> le disse con un tono molto distaccato
e professionale <<potrà parlare della sua situazione familiare al suo
psicoterapeuta e cercare insieme una via d’uscita. Non è bene che ne parli ad
altri, men che mai a me.>>. Aveva trasformato la sua frustrazione per il
modo in cui Anna aveva aperto il gioco tra loro in una sorta di austera
prescrizione tecnica che bandiva dai loro incontri qualsiasi riferimento
spiacevole alla sua tormentata vita familiare. La sua prescrizione ‘tecnica’
(non deve raccontarmi i suoi guai) era un’ipocrisia delle peggiori: se ne
vergognò, ma non se ne pentì.
L’ambiente, le pareti erano
foderate di scaffali affollati di libri, induceva a parlare di quel che si era
letto o si voleva leggere. Anna che, a dispetto della sua semplicità e dei suoi
scarsi studi, amava leggere e dedicare alla lettura molta parte del suo poco
tempo libero, chiese a Marco se avesse qualche bel libro da consigliarle. Marco
le fece il nome di “stoner”, l’ultimo romanzo di Williams apparso in
italiano, e le disse che narrava la vita di un professore universitario
americano. <<Ma non sarà troppo difficile per me?>> chiese Anna
perplessa
<<No, è un romanzo come
un altro. Un bel romanzo. Ma il miracolo è che riesce ad appassionarti anche se
racconta una vita all’apparenza grigia, piatta, monotona, senza nessun avvenimento
eccezionale.>>
<<E di poesia, che cosa
mi consiglierebbe? A me piacciono molto le poesie.>>
<<Potrebbe leggere
qualcuna delle raccolte della Szymborska. La
conosce?>>
<<No, non l’ho mai
sentita nominare. Io ho un grosso libro, che è una raccolta di poesie d’amore.
Ma questa poetessa, che dice lei, non c’è...>>
<<Oppure potrebbe leggere
Alda Merini. Questa la conosce?>>
<<Ah, sì, ho anche letto
qualcuna delle sue poesie. Non era quella un po’ matta, che è stata anche in
manicomio?>>
<<Beh, diciamo che aveva
una personalità fuori del comune e, certo, non era un modello di equilibrio
mentale, ma aveva una grande anima.>>
Siccome a quel punto la
conversazione si era arenata (non avevano molto da dirsi), Marco, per superare
l’imbarazzo di quei lunghi momenti di silenzio che calavano tra di loro, si
mise a parlare delle possibili località in cui trascorrere le vacanze estive.
E, con l’occasione, rievocò un bellissimo, lungo soggiorno a creta fatto
qualche anno prima. Anna lo ascoltava descrivere e commentare coste e mari
meravigliosi in tutto il mediterraneo, senza dire una parola.
<<E Lei, dove pensa di
andare quest’Estate?>>
<<Io non mi muovo mai per
andare in vacanza. Non abbiamo questa abitudine. Mio marito dice che, col
nostro parco intorno alla casa e la piscina, possiamo fare a meno di
muoverci.>>
<<Ma le piacerebbe
spostarsi, viaggiare?>>
<<Veramente sto bene
così. Quando i ragazzi erano piccoli, li portavo a fare la settimana bianca, ma
adesso, d’Estate, si arrangiano e vanno di qua e di là coi loro amici. E a me
non pare vero di starmene un po’ in pace, da sola in casa. E se ho caldo,
faccio un tuffo in piscina.>>
Marco le chiese in quale zona
della città abitasse, giacché, pur conoscendo il suo indirizzo, non aveva idea
di dove si trovasse la sua casa. Anna gli disse che vivevano in campagna, anzi
in collina, oltre l’estrema periferia orientale della città. Anni prima, suo
marito aveva comperato una vecchia, grande casa colonica e l’aveva trasformata
in una villa moderna, con intorno un prato e un boschetto. Avevano poi
impiantato una piscina e sul fondo della proprietà allevavano anche animali,
soprattutto polli e conigli che finivano sulla loro tavola. Da qualche cauta e
discreta domanda obliqua Marco venne a sapere che non mancavano nemmeno i cani
di razza e le automobili di lusso, tra le quali una Ferrari. <<Ma non
siamo signori.>> disse Anna con un tono di scusa: <<Siamo soltanto
degli arricchiti. Abbiamo fatto i soldi. Anzi, li ha fatti Leo, mio marito, che
trasforma in quattrini qualunque cosa tocchi. E non sono sicura che i quattrini
li faccia sempre onestamente: ne ha portati a casa troppi in poco tempo. Pensi
che io sono figlia di un piccolo salumiere e Leo di un capomastro che aveva
un’impresa edile. Io ho studiato un po’, ma poco: dopo la scuola media mi hanno
iscritto a un istituto professionale, ma a me non piaceva studiare quella roba.
Così, ho smesso e sono andata ad aiutare mio padre in bottega. Leo è geometra.
Ha cominciato a fare soldi comprando vecchi appartamenti, ristrutturandoli e
rivendendoli, poi, siccome è un vulcano di idee, ha pensato di mettere in piedi
anche una ditta che comperava pezzi di computer
dai cinesi, li assemblava e li rivendeva; e da questa idea gliene è venuta in
mente un’altra: creare una catena di scuole, nell’Italia centrale e
settentrionale, dove si insegnava, con metodi d’avanguardia, l’uso del computer e, insieme, l’inglese. E poi ne
ha inventate non so quante altre. E da tutte le sue iniziative sono venuti
fuori soldi a palate. Ha proprio il bernoccolo del fare soldi. Peccato che
sappia fare solo quello e come uomo sia, mi scusi, una merda. Come le ho già
detto, non è mai a casa e quando c’è fa il piccolo duce (perché di statura non
è molto alto) ed esige di essere servito e riverito. Ma coi suoi figli non ce
la fa: loro, a quell’età (hanno 13 e 15 anni) ne combinano di tutti i colori,
sono sempre nel branco dei peggiori ragazzi dei dintorni. Le poche volte che ha
provato a rimproverarli perché andavano male a scuola, fumavano spinelli e
combinavano guai di ogni genere (pensi che una volta sono stata chiamata dai
carabinieri perché, con quelli della loro banda, avevano dato fuoco a un
motorino) …. Quella volta, dicevo, Leo ha provato a fargli una severa
paternale, ma loro gli hanno risposto che non aveva nessun diritto di
rimproverarli visto che non era mai a casa e non aveva mai fatto il padre… E
lui ha sbraitato un po’, ma ha dovuto abbozzare. Da quel giorno non si è più
azzardato a dirgli niente. Lo dice a me, si sfoga con me, mi dice che non sono
stata capace di educarli, che sono sfaticati, che lui lavora tutto il giorno
per la famiglia. <E per le tue puttane!> gli ho risposto una volta. Lui è
andato su tutte le furie e si è avvicinato come per picchiarmi, ma eravamo in
cucina, io ho preso un coltello, gliel’ho puntato al petto e gli ho detto
<Se mi alzi anche solo un dito, giuro che ti ammazzo. Ti taglio la gola
mentre dormi.>. Ha battuto subito in ritirata e da quel giorno si è limitato
a comandare e a sbraitare, ma non mi ha più minacciata fisicamente. Vede che
razza di vita faccio? Preferirei essere povera e avere una famiglia
normale.>>.
Marco tacque, sconfortato. Anna
non poteva proprio fare a meno di lamentarsi con lui. Si chiese perché fosse
stata lei a prendere l’iniziativa, perché lo avesse cercato, perché, in un
certo senso, lo avesse ‘corteggiato’, se poi, quando si vedevano, prima o poi
finiva per rovesciargli addosso la propria infelicità. Forse dipendeva dal
fatto che non riusciva a dimenticarsi che lavoro faceva e quale era stato il
loro primo incontro?
Rimasero in silenzio per
qualche istante. Anna guardò Marco: le piaceva proprio. Il primo incontro con
lui, a casa degli zii, le aveva dato l’impressione che quell’uomo fosse una
persona perbene con un gran buon cuore: quello che le mancava nella vita, il
compagno che avrebbe voluto avere accanto. E poi, non era neanche brutto: aveva
un gradevole volto molto maschio, dai tratti regolari, con la bocca ben
disegnata (anzi: proprio bella) e grandi occhi scuri, che posavano sulle
persone uno sguardo aperto e benevolo. Certo, cominciava a stempiarsi, a
perdere un po’ i capelli, e non era molto alto (comunque più di suo marito). Ma
gli omoni atletici e muscolosi non le erano mai piaciuti, provava diffidenza
per quelle montagne di carne, con le quali non riusciva a immaginare come
avrebbe potuto fare l’amore piacevolmente e dolcemente. Guardava Marco e
sognava: lui, sì, sarebbe stato un buon compagno della sua vita. E le veniva
spontaneo confidarsi con lui, raccontagli le proprie pene, perché era diverso
parlarne con lui e parlarne col proprio psicoterapeuta, con quale non c’era
alcuna confidenza e che rimaneva per lei un uomo misterioso, un enigma del
quale non sapeva nulla. Certo, Marco era sposato, aveva una moglie che
sicuramente amava e che non avrebbe lasciato per mettersi con lei. Insomma, era
un pasticcio essere attratta da un uomo che sembrava irraggiungibile. Che cosa
poteva nascere tra loro? Non voleva chiederselo, non voleva darsi risposte. Pe
ora, sapeva soltanto che le piaceva la sua compagnia. Da anni viveva in
solitudine, nella solitudine di una donna sposata con un uomo che non amava più
e verso il quale provava soprattutto risentimento. E con due figli che non
avevano mai verso di lei un moto di affetto, tenerezza o anche soltanto di gentilezza.
Non aveva mai avuto amori clandestini con altri uomini, non li aveva mai
cercati; e le poche volte che un conoscente, per esempio, il medico di
famiglia, galletto impenitente, aveva fatto delle allusioni, lo aveva
scoraggiato con qualche battuta fredda e tagliente. Non sapeva che farsene,
aveva pensato fino ad allora, di un altro uomo tra i piedi: gliene bastava uno,
e avanzava. Coltivava, sì, qualche amicizia femminile: due o tre antiche
compagne di scuola e la cognata (moglie del fratello di suo marito), che era
una brava ragazza, anche lei infelicemente sposata, ma non perché suo marito
fosse cattivo, piuttosto perché era, nella vita, un fallimento, un fallito,
sempre angosciato dai propri fallimenti: aveva cambiato decine lavori, senza
aver successo in nessuno; e, alla fine, Leo lo aveva assunto, per pietà, come
suo dipendente, ma dall’alto in basso, con una sfumatura di disprezzo per
questo fratello incapace di farsi strada.
Anna guardava Marco e si
domandava perché all’improvviso, senza alcun motivo apparente, fosse nato in
lei quell’interesse per quell’uomo del quale aveva una conoscenza del tutto
superficiale e che non si poteva dire che facesse colpo per la sua avvenenza,
sebbene fosse di aspetto gradevole. Avrebbe voluto parlargli di sé e indurlo in
ogni modo a interessarsi a lei, ma, oltre a lamentarsi per la sua penosa
situazione familiare, non trovava molto altro da dirgli. Certo, c’era il suo
amore per la poesia. Ma l’argomento si era presto esaurito. E poi, onestamente,
più che parlargli avrebbe voluto averlo accanto, magari pranzare con lui,
andare insieme a un cinema e…, sì, anche portarselo a letto. Era sicura che
sarebbe stato bello fare l’amore con Marco, che lui l’avrebbe trattata con
rispetto, con delicatezza, con dolcezza, non come quell’animale di suo marito
che la prendeva senza alcun preliminare, si potrebbe dire ‘la infilzava’, in
qualunque momento della notte, quando gli pigliava la voglia, mentre lei,
magari, stava ancora dormendo e provava soltanto disgusto e persino nausea
nell’essere strappata al sonno da quell’atto così rozzo e brutale. Ma non era
stato sempre così Leo. Anzi, all’inizio, quando la corteggiava, sembrava un
uomo sensibile e premuroso, pieno di mille attenzioni e di mille riguardi.
<<Falso come Giuda.>> pensava Anna, tra sé e sé. L’aveva
semplicemente ingannata, perché, come le aveva ripetuto mille volte, <<Io
ottengo sempre quello che voglio, in un modo o in un altro.>>. Aveva
rigato dritto per pochi mesi, poi era venuta fuori la sua natura, come lei gli
diceva per ferirlo, <<Di piccolo Napoleone da quattro soldi.>>. Ma
la sua grossolanità e la sua prepotenza si esprimevano soltanto con lei: con
gli altri, a cominciare dai suoceri, era un modello di buone maniere e di
gentilezza, sicché nessuno avrebbe mai creduto che in famiglia si comportasse
in quel modo. Anna era, per così dire, la sua riserva di caccia, privata e
nascosta agli occhi di tutti. <<In fondo>> reputava Anna <<è
solo un vigliacco.>>. Le era bastato di minacciare di sgozzarlo perché
non osasse più nemmeno accennare il gesto di picchiarla: <<Tu sei una
pazza scatenata!>> le urlava, quando lei gli faceva le scenate perché era
sempre assente, non si occupava né dei figli né della casa e passava da
un’amante a un’altra. <<Io vi riempio di quattrini,>> le
rinfacciava. <<i miei soldi ti fanno comodo e ti fa comodo la vita da
signora che puoi fare per merito mio.>> le aveva ripetuto tante volte.
Chissà se aveva torto, almeno in questo.
A tutto questo pensava Anna
mentre se ne stava di fronte a Marco, con una insolita commistione di tristezza
per la propria condizione e di desiderio di legarsi più strettamente a quel
signore, quasi sconosciuto, che le aveva toccato il cuore con la sua umanità e
la sua apparente disposizione ad accoglierla.
Parlarono ancora un po’, del
più e del meno (il caldo anormale per la stagione, il traffico sempre più
caotico e altre banalità), o, per meglio dire, parlò soprattutto Anna e Marco
l’ascoltò con simulato interesse, mentre, in realtà, quasi non la stava ad
ascoltare: la guardava e immaginava di baciarla, di accarezzarla, di fare
l’amore con lei.
Marco guardò l’orologio:
<<Mi scusi, mancano dieci minuti alle otto. Per me è ora di rientrare a
casa.>>. Per il lavoro che faceva, Marco aveva sviluppato una speciale
capacità di misurare spontaneamente il tempo in porzioni di 50 minuti, la
durata di una seduta (e lui era precisissimo sia nel cominciare sia nel
terminare le sedute). Normalmente, quella era l’ora in cui finiva l’ultima
seduta, prendendo poi l’autobus delle 8,10, che lo avrebbe riportato a casa
verso le 8,30.
In casa, Lisa lo accolse col
consueto calore. Si scambiarono un bacio sulle guance.
<<Sei molto stanco
oggi?>>
<<No, come al solito,
amore. Niente di particolare.>>
Invece, c’era qualcosa di
particolare: aveva smesso di lavorare alle 17,50 anziché, come sempre, alle
19,50 e aveva passato più di un’ora in libreria in compagnia di Anna. Questo lo
nascose alla moglie. Era la prima volta, da quando erano sposati, che le
nascondeva di proposito un frammento della propria vita. <<Ho cominciato
a ingannarla.>> si disse con un po’ di vergogna, come se l’avesse
tradita. In realtà, non aveva fatto nulla di sconveniente, ma sapeva di averlo
desiderato; e bastava questo a farlo sentire colpevole verso Lisa che, con lui,
era sempre stata di una sincerità e di un’onestà cristalline.
Quella notte si strinse a Lisa,
che dormiva tranquilla, con l’angoscia nel cuore: avrebbe voluto chiederle
scusa, farsi perdonare, ritrovare la trasparenza del loro amore e, invece, non
avrebbe saputo trovare le parole per confessarle la sua colpa e soprattutto
sapeva di non potersi impedire quella passione improvvisa, così prepotente e
irragionevole, per Anna. Non sapeva spiegarsi che cosa gli fosse accaduto, che
cosa gli stesse accadendo, come se fosse succube di una forza che non
controllava e che avrebbe voluto dominare e vincere. E rifletté su quanto poco
siamo padroni dei nostri desideri, che nascono nelle profondità insondabili
della nostra psiche e poi, qualche volta, dilagano nella nostra vita, se ne
impadroniscono e possono condurla alla rovina. Queste cose le sapeva benissimo
e le aveva sempre ben presenti quando lavorava coi suoi pazienti cercando di
aiutarli a vedere più chiaro in sé stessi. Ora era toccato a lui, che si
credeva ormai immune dal pericolo di diventare vittima della parte istintiva e
irrazionale della sua anima.
L’indomani, nel mettersi al
lavoro, avvertì come una sorta di indegnità a svolgerlo, come un prete
gravemente peccatore che predichi la virtù ai suoi fedeli. Lui agli occhi dei
suoi pazienti (glielo dicevano) era un modello irraggiungibile di serenità, di
equilibrio, di sottomissione degli impulsi al dominio della ragione. Sapeva
bene che questo capitava spesso agli psicoanalisti e che, invece, erano anche
loro uomini comuni, con tutti i limiti e i difetti dei loro pazienti, ma questa
inevitabile idealizzazione che di lui facevano i suoi pazienti, ora lo
addolorava e lo umiliava particolarmente, giacché davvero era stato, fino ad
allora, un uomo perbene. E ora, invece, si sentiva quasi un malfattore.
Con Anna erano rimasti
d’accordo di risentirsi, ma passarono alcuni giorni senza che lei si rifacesse
viva. Marco si aspettava una sua telefonata e questo silenzio lo innervosiva.
Certo, avrebbe potuto benissimo essere lui a chiamarla, ma non voleva assumersi
la responsabilità di prendere l’iniziativa, come se farsi corteggiare da lei,
anziché essere lui a corteggiarla, lo rendesse meno colpevole. Ma alla fine
cedette.
<<Le è successo
qualcosa?>>
<<No. Perché?>>
<<È scomparsa>>
<<Ho avuto problemi in
famiglia. Con quei due lazzaroni dei miei figli.>>
<<Cose gravi?>>
<<Mi hanno chiamata
un’altra volta i carabinieri: quello più piccolo ha preso a sassate, insieme a
una banda di suoi coetanei, un’automobile di un signore che li aveva
rimproverati perché facevano troppo chiasso sotto le sue finestre. Ho dovuto
anche scusarmi e dirgli che ripagherò i danni.>>
<<Mi dispiace>>
<<Ormai ci sono abituata.
Ma sono talmente stufa di questa famiglia…>>
<<Certo, lei non ha una
vita facile>>
<<No, direi proprio di
no… Che ne direbbe di prendere un aperitivo insieme una di queste
mattine?>>
Marco rimase per un attimo
interdetto da questa improvvisa proposta.
<<La mattina per me è
quasi impossibile, normalmente lavoro tutte le mattine dalle 9 alle 12, escluso
il Sabato.>>
<<Potremmo vederci di
Sabato, no?>>
<<Sì, certo. Mi ci faccia
riflettere un momento. Lei pensava al prossimo Sabato?>>
<<Al prossimo o anche a
quello dopo.>>
<<Perché per questo
Sabato ho un impegno familiare...>>
<<Va bene. Allora
facciamo quello dopo. Le va?>>
<<Sì certo. Benissimo.
Magari ci sentiamo prima, per metterci d’accordo. Vuole che la chiami io o
preferisce essere lei a chiamarmi?>>
<<Mi chiami lei, appena è
sicuro di essere libero.>>
<<Bene… Allora, a presto
e… Auguri per i suoi problemi familiari.>>
<<Grazie. Ne ho bisogno.
A presto>>
Marco si sentì irrequieto.
Questa telefonata lo aveva messo in agitazione. Come se l’imprevisto farsi
avanti di Anna lo avesse spiazzato. Ebbe anche un leggero senso di oppressione
quasi che fosse stato incastrato. Ma non era stato lui a chiamarla? Non era lui
a desiderare che si rivedessero? Sì, certo, ma voleva anche essere lui a
dettare i tempi, i modi e i luoghi del loro prossimo incontro. Insomma ad avere
in mano la situazione e a controllarla.
Il Sabato mattina era sempre
rimasto con Lisa. Andavano a fare delle spese insieme, una capatina in libreria
o al negozio di dischi o una semplice passeggiata. Come avrebbe potuto
giustificare un suo improvviso e misterioso impegno di Sabato mattina? Non era
abituato a mentire e non era nemmeno capace di inventare delle giustificazioni
plausibili. Ripiegò s’una scusa che poteva sembrare accettabile: disse a Lisa
che aveva dovuto prendere altri due pazienti e perciò avrebbe occupato anche una
parte del Sabato mattina, a partire non dal Sabato prossimo, ma da quello
successivo. Lisa si mostrò dispiaciuta di non poter più avere il suo Marco con
sé il Sabato mattina e lo esortò anche a non caricarsi di troppo lavoro, ma lui
le rispose che erano due pazienti inviatigli da colleghi ai quali non poteva
dire di no. E così Marco inaugurò un nuovo pezzetto di vita parallelo a quello
che fino ad allora aveva sempre percorso insieme a Lisa nella più completa
sincerità, un pezzetto di vita soltanto suo e contrassegnato dalla menzogna.
<<Allora questo è il
nostro ultimo Sabato mattina di libertà?>> gli disse Lisa, sorridendo
malinconicamente e fingendosi imbronciata, mentre, camminando sottobraccio, si
avviavano a visitare una mostra dei manieristi toscani. <<Sapessi quanto
mi dispiace.>> le rispose, sospirando, Marco e la strinse con dolcezza a
sé. Era sincero in quello slancio di amore. Avrebbe voluto dirle che gli stava
capitando una cosa terribile ma anche irresistibilmente attraente, che una donna
era entrata nei suoi pensieri e che la sua immagine aveva cominciato ad
ossessionarlo, a non dargli tregua. Avrebbe voluto chiederle aiuto, che lo
liberasse da quella specie di incantesimo, di fattura, di malìa. Ma non lo
fece, non solo perché non ne ebbe il coraggio e non volle rischiare di ferire
quella donna che amava con tutto se stesso, ma anche perché una parte di lui,
contro la quale non aveva alcuna volontà di lottare, desiderava percorrere
quella strada sconosciuta, vivere l’emozione dell’avventura, incontrare Anna,
nella sua anima e nel suo corpo.
Il Lunedì successivo chiamò
Anna dallo studio e si accordarono per incontrarsi il Sabato mattina verso le
undici nella libreria dov’erano già stati una volta. Marco visse in uno stato
di agitazione e di ansia i giorni di attesa. Era nervoso, spesso distratto e
commetteva parecchie sbadataggini. Lisa se ne accorse e gli chiese se ci fosse
qualcosa che non andava nel suo lavoro. Marco minimizzò, disse, mentendo, che
aveva preso l’impegno di preparare una relazione al prossimo convegno di Luglio
dell’associazione di psicoanalisti, della quale faceva parte, e che questo
compito lo preoccupava un po’. Si trattava di un tema difficile, riguardante
l’“identificazione proiettiva”, sapeva che c’era molta letteratura sull’argomento
e una notevole disparità di vedute tra i suoi colleghi. Ci teneva a fare bella
figura e, quasi quasi, si pentiva di aver accettato quell’incarico. Lisa lo
confortò e lo consolò: <<Ma via, non ti angosciare troppo. Tu sei
bravissimo. Te la sei sempre cavata onorevolmente. Andrà tutto bene, vedrai.
Considera che è anche un’occasione per metterti in luce, tu che sei sempre così
schivo, appartato, quasi, si direbbe, asociale.>>. Marco sentiva nelle
parole di Lisa una vera, genuina, autentica partecipazione al suo malessere e
il desiderio di sostenerlo e di confortarlo, sentiva, in breve, che era l’amore
a farla parlare. Questa percezione gli faceva male e lo faceva sentire un
essere indegno. Come avrebbe potuto d’ora in avanti guardare negli occhi con serenità
Lisa e il loro bambino? Tra di loro si era frapposto un velo, il velo del suo
inganno. <<Forse>> si disse <<sono ancora in tempo. Posso
annullare tutto con Anna. Troncare il filo, ancora assai esile, del nostro
rapporto, prima che diventi un legame, una storia che ci coinvolge. Che ci
vuole? Non sono nemmeno tenuto a darle spiegazioni. Non le ho mai fatto alcuna
promessa. Basta che sollevi il telefono e le dica che Sabato prossimo non
possiamo vederci, che ho avuto un improvviso impegno. E poi, se lei si
rifacesse viva far cadere la cosa. Il resto, il Sabato mattina impegnato, la
relazione al convegno si possono facilmente cancellare, con un altro paio di
menzogne, ma, questa volta, dette a fin di bene per difendere il mio amore per
Lisa.>>. Marco rifletté a lungo su questa via d’uscita che lo tentava, ma
non riusciva a decidersi a imboccarla. L’idea di non vedere più Anna gli
procurava un dolore quasi intollerabile, come se dovesse rinunciare alla
propria vita, giacché in questo momento sentiva che la sua vita si era
incontrata con quella di Anna, ed era nato in lui, più che il desiderio, il
bisogno di mescolarle in una sola. <<Non vederla mai più?>> mormorò
tra sé e sé. <<No, non è possibile, non ce la faccio.>>.
Il Sabato fissato si
ritrovarono, per la seconda volta, nel retro della libreria. Questa volta la
conversazione fu più spigliata e Marco parlò di più. Più volte, mentre
parlavano, si guardarono negli occhi ed entrambi sentirono che in quegli
sguardi c’era tutto quello che i loro discorsi, così pieni di parole vuote, non
dicevano. Perché ormai sentivano, e dunque sapevano coi loro sentimenti, che il
loro parlare era soltanto uno schermo che ancora dovevano usare per nascondere
la fiamma di un desiderio reciproco che si era accesa nelle loro anime. Ma
desiderio di che cosa? Desiderio, si potrebbe dire, di incontrare l’altro e che
l’altro incontrasse loro. E in aggiunta, ma non come un semplice elemento
ornamentale, desiderio del desiderio dell’altro. Desiderio di essere desiderati
dall’altro. Ma perché, questa condizione perenne e universale nel genere umano,
si chiedeva Marco, aveva preso corpo e realtà, nel suo caso, nel desiderio di
Anna? Di che cosa era fatto questo desiderio? Gli parve che fosse un desiderio
di conoscenza. Di solito noi attribuiamo al termine “conoscenza” significati
che rimandano a procedimenti intellettuali e culturali o, al massino, quando si
parla di fare la conoscenza di qualcuno a un prendere contatto con l’apparenza
fisica, corporea di un altro essere umano e, magari, coi suoi gusti o colle sue
idee. Ma la conoscenza che Marco bramava era di un’altra natura: voleva
appassionatamente entrare in contatto con l’intera persona di Anna, con tutti
gli strati anche i più profondi e i più intimi e privati della sua anima. Voleva
entrare in lei, esplorarla tutta e possederla tutta. Un desiderio esorbitante
rispetto alle normali relazioni tra gli esseri umani, un desiderio che avrebbe
normalmente spaventato e allontanato colei o colui che ne fosse stato oggetto.
Sarebbe stata, Anna, disposta a correre con lui questa rischiosa avventura
della reciproca scoperta e conoscenza? Perché con Lisa c’era un amore limpido e
intenso, ma, nello stesso tempo, entrambi avevano sempre rispettato il confine,
la frontiera che l’altro aveva tracciato intorno a quel nucleo di sé che doveva
rimanere privato, segreto, nascosto a qualunque sguardo altrui: anche a quello
della persona amata, della persona scelta come compagna o compagno della
propria vita.
L’incontro in libreria terminò
con una domanda di Anna: <<Possiamo rivederci?>>
<<Perché non viene a
trovarmi allo studio un Sabato mattina verso le dieci? Sono libero. Non ho
pazienti.>>
<<Ma un cinema? Che ne
direbbe?>>
Marco fu messo in difficoltà da
questa domanda. Avrebbe dovuto dire ad Anna che non era mai accaduto prima che
lui se ne andasse al cinema con una donna diversa da sua moglie e certo
quest’ultima sarebbe rimasta molto sorpresa e, di sicuro, anche addolorata. Si
limitò a borbottare:
<<Un cinema? Sarebbe
complicato per me, troppo complicato...>>
<<Va bene. Allora vengo a
trovarla Sabato prossimo al suo studio verso le dieci.>>
<<L’aspetterò.>>
Marco quasi non lo voleva
confessare nemmeno a sé stesso, ma la prospettiva di ricevere Anna al suo
studio, il Sabato mattina, quando non c’era nessuno, lo emozionava perché
(credeva) finalmente si sarebbe potuta creare tra loro, per la prima volta,
un’atmosfera di perfetta intimità. Anna, certo, desiderava incontrarlo,
trascorrere del tempo in sua compagnia, conversare dei più svariati argomenti,
ma non era, a differenza di Marco, presa da un bisogno quasi irresistibile di
intimità (o, almeno, non lo era ancora: i loro ‘tempi’ non coincidevano). Era
pur vero che era stata Anna a prendere, al principio, l’iniziativa, ma per lei
si trattava del desiderio di conoscere un uomo che le aveva fatto sin
dall’inizio una buona impressione, l’impressione di una persona umana,
generosa, sensibile e intelligente. Marco, invece, era stato subito attratto
dall’aspetto esteriore di Anna, investito da un’ondata di improvviso e
inspiegabile desiderio di averla. Ma che significava “averla”? Lui stesso non
avrebbe saputo dire: non si trattava del puro desiderio di possesso fisico del
suo corpo, ma di un desiderio più ampio, più totale, come quello di un
esploratore che senta il richiamo potente di un territorio sconosciuto. Ma, si
sa, la conoscenza tra un uomo e una donna transita quasi sempre attraverso il
corpo. Che, però, per Marco, rimaneva, pur desideratissimo, una via d’accesso
all’anima di Anna. Perché quando i corpi si incontrano davvero, nella serietà e
intensità del loro reciproco volersi e prendersi, si apre anche uno spazio di
incontro e di conoscenza delle anime. Nel desiderio di Marco non c’era nulla di
giocoso, di gioioso, di piacevole, ma la tensione spasmodica a superare il
confine, talora sottile ma sempre invalicabile, che ci divide da un altro
essere umano. E la volontà di riuscirci con Anna. Perché proprio con lei, non
avrebbe saputo dire. In questa scelta confluivano la sua storia e la sua
preistoria, dalla nascita all’età adulta: un intreccio di fantasie, emozioni,
affetti, sentimenti, in gran parte a lui stesso ignoti. Come quasi sempre
accade, le nostre scelte sono figlie di una storia che, pur essendo la nostra
storia, ci rimane per lo più sconosciuta.
Marco passò quel giorno di
attesa tormentandosi tra il desiderio di rivedere Anna e la vergogna di sé
stesso perché sentiva di ingannare Lisa. Questo tormento si esprimeva anche con
la sua scarsa partecipazione ai piccoli fatti della vita familiare, come se
fosse assente, ripiegato su sé stesso (e lo era, giacché nel suo animo era in
corso un conflitto che assorbiva tutte le sue energie). Se ne accorse anche suo
figlio: <<Papà, sei arrabbiato con me, che non mi parli più?>> Gli
chiese all’improvviso mentre, nel salotto, giocava con le costruzioni seduto
sul tappeto e suo padre se ne stava in silenzio sprofondato in una poltrona,
con lo sguardo perso nel vuoto. In realtà mille immagini sfilavano nella sua
mente, come su di uno schermo: le immagini di Lisa, che stava rischiando di
rendere infelice, le immagini di quando si erano conosciuti a casa di amici, le
immagini delle vacanze fatte insieme in giro per i mari del mediterraneo, le
immagini delle loro notti d’amore, e l’immagine di quando era nato Duccio e lui
si era precipitato nella camera della clinica dove Lisa giaceva su di un letto
esausta ma felice, stringendo al petto quella minuscola creatura.
Ma, sullo sfondo, tenace e
perturbante, l’immagine di Anna, in piedi, davanti a lui che gli sorrideva e lo
invitava. Lo invitava a che cosa? A conquistarla rischiando di distruggere la
sua famiglia, i suoi legami preziosi con Lisa e con Duccio? Marco non avrebbe
saputo dire che cosa Anna si aspettasse da lui, ma sapeva, con angosciosa
certezza, che cosa lui si aspettava da Anna: che appagasse il suo
incontrollabile desiderio di conoscerla. Di conoscerla, non attraverso le
parole (ambiguo, vago, sfocato o addirittura menzognero mezzo di comunicazione
tra gli esseri umani), ma attraverso l’incontro dei loro corpi e delle loro
anime, attraverso l’esperienza vissuta del loro protendersi l’uno verso l’altro
nello sforzo spasmodico di possedersi a vicenda. Ma non sapeva, Marco, quale
fosse, dalla parte di Anna, la natura del desiderio di lui. E si arrovellava
per cercare di intuirla o persino di dedurla dai mille piccoli, involontari
indizi di cui lei aveva disseminato i loro incontri.
Il Mercoledì precedente il
Sabato del suo previsto incontro con Anna, Lisa gli propose di andare insieme,
la sera, a rivedere, in un cinéma d’essai
vicino a casa loro, un film che, anni
prima, gli era molto piaciuto e sul quale avevano a lungo ragionato insieme,
trovando, come sempre, quel profondo accordo di pensieri e di sensibilità che
li univa quando ascoltavano la stessa musica, leggevano lo stesso romanzo o
guardavano lo stesso film. Una rara
consonanza di due anime che sembravano essere state create per darsi
reciprocamente il conforto e la gioia di vibrare all’unisono dinanzi a tutte le
manifestazioni della vita.
Così, fu chiamata tata Teresa a
tener compagnia a Duccio, mentre Marco e Lisa tornarono a vedere “in the mood for love” di Wong Karwai. Una storia molto malinconica,
accompagnata dalla ritornante struggente canzone quizás, quizás, quizás. Durante la proiezione del film, Marco prese la mano di Lisa e gliela tenne a lungo, con una
sorta di disperazione nel cuore: come poteva prepararsi a ingannare quella
donna che gli aveva riempito la vita di amore e di ogni genere di dolcezze?
Avrebbe voluto poterglielo dire, chiederle consiglio o, almeno, chiederle
perdono in anticipo sul male che sentiva di stare per farle, ma anche di fare a
sé stesso danneggiando irreparabilmente l’unico rapporto d’amore autentico e
profondo che fosse riuscito a costruire nella sua vita. Grazie a Lisa, perché
Marco sentiva di doverle tutto. Sì, certo, poteva sperare che dopo (ma, poi,
dopo che cosa, se non immaginava nemmeno lui quale strada stesse per imboccare
con Anna?) tutto ritornasse come prima, ma sapeva bene che non avrebbe mai più
guardato Lisa con lo stesso sguardo. Il loro legame forse sarebbe
sopravvissuto, ma non sarebbe stato più il loro, unico e perfetto, e avrebbe
portato nel proprio tessuto la cicatrice di una ferita, una zona di
insensibilità, di opacità, di lontananza, di distacco.
Quando, poco dopo le dieci,
Marco, col cuore in gola, andò ad aprire la porta d’ingresso ad Anna, gli
apparve, in cima alle scale, l’immagine di una donna vestita con semplicità, ma
ben curata, che lo guardò e gli sorrise con un’espressione seria e quasi triste.
Nello scostarsi per farla entrare, avvertì, mentre il corpo di lei lo sfiorava,
l’aroma leggero di un profumo che nei loro incontri precedenti non le aveva mai
sentito addosso. La precedette nella sua stanza invitandola ad accomodarsi
sulla poltroncina che, sul lato esterno del tavolo, fronteggiava la sua. Marco
prese il suo posto abituale, dalla parte opposta, volgendo le spalle al muro.
Si guardarono in silenzio per qualche istante. <<Allora come va a
casa?>> chiese Marco per superare l’imbarazzo di quell’incontro
apparentemente privo di una ragione chiara e di un ‘oggetto’, come dicono i
burocrati. E, intanto, pensava <<Ti ho fatta venire qui, per avere uno
spazio e un tempo di intimità. Ma a quale scopo? Cosa dobbiamo dirci, cosa
dobbiamo fare insieme in questa stanza discreta e appartata?>>. E gli
venne un’unica risposta: <<Ti ho fatta venire qui per avvicinarmi di più
a te, per vedere se possiamo incontraci come un uomo e una donna che si
desiderano e si vogliono.>>. Finalmente aveva smesso di nascondere a sé
stesso le proprie intenzioni e i propri desideri, e poteva dirsi, con sincerità
e onestà, che lui, quella donna, la voleva.
Anna guardava quel signore
distinto e dai modi gentili, dolce e comprensivo, che l’aveva fatta sentire
accolta, ascoltata e capita. Lo guardava senza sapere bene che cosa si
aspettasse, senza avvertire per lui un’attrazione erotica particolare, ma
sentendo dentro di sé una specie di ostinata determinazione a farlo entrare
nella propria vita più che a entrare nella sua vita.
<<A casa tutto come al
solito...>> rispose disillusa Anna, abbozzando uno stanco sorriso.
<<E ora di che parliamo?>> si chiese tra sé e sé, <<Non
voglio che i nostri incontri siano come le sedute col mio psicoterapeuta: un lamento
senza fine sui miei guai dai quali non so uscire.>>.
<<Certo>> pensò <<quest’uomo, che pure mi piace, non sarà mai
mio e io non vorrei in nessun modo rovinare la sua vita familiare. E allora che
m’aspetto da lui?>>.
<<Insomma>> riprese
Marco <<non ci sono cambiamenti. Vero?>>. <<Per ora…>>
rispose Anna, lasciando la frase sospesa. E cadde di nuovo il silenzio tra di
loro. Poi, all’improvviso, quasi senza rendersene conto, Marco allungò una mano
sulla superficie del tavolo, una mano aperta, col palmo all’insù, come se si aspettasse
di ricevere qualcosa. Anna rimase per un attimo immobile, sorpresa e incerta.
Ma un istante dopo allungò anche lei la sua mano sul tavolo e prese quella di
Marco o, per dir meglio, lasciò che lui prendesse la sua. Si guardarono:
sembravano entrambi stupiti di quello che era accaduto, come se non l’avessero
voluto loro. Marco le sorrise e lei ricambiò il sorriso. Non sapevano che
dirsi. Il gesto improvviso di Marco aveva condensato in sé tutti i possibili
significati di un lungo, incerto, timido discorso. E ora non erano rimaste a
nessuno dei due le parole per proseguire il loro cauto avvicinamento. Il gesto
aveva bruscamente accorciato le distanze, ma anche svuotato il repertorio delle
parole che avrebbero dovuto essere scambiate tra loro prima che quel gesto si
compisse. Ora si trattava di trovarne delle altre, adeguate, dopo che quel gesto era stato compiuto.
E nessuno dei due sapeva che dire. Almeno fintanto che si tenevano le mani
l’una stretta all’altra. Perciò Marco, dopo qualche secondo, lasciò la mano di
Anna, la lasciò per poter parlare. <<Tutto bene?>> le chiese, come
se Anna avesse appena corso un rischio o scampato un pericolo. <<Sì,
tutto bene.>> rispose lei, sorridendogli. <<Allora>> riprese
Marco <<non ci rimane che…>>. Ma non finì la frase, giacché lui
stesso non sapeva che cosa avrebbe voluto dire. Anna lo guardò e gli sorrise di
nuovo: <<Che ne direbbe di andare a prendere un aperitivo?>>.
<<Mi pare un’ottima idea!>> esclamò Marco, grato ad Anna di averlo
tolto da un momento di imbarazzo <<Su, andiamo.>>. E si alzò,
sfilandosi da dietro il tavolo. Anche Anna si era alzata. Marco la precedette
verso la porta della stanza. Ma quando stava per aprirla, si voltò verso Anna
e, all’improvviso, la abbracciò e la baciò, ansimante per l’emozione. Anna ricambiò
il suo bacio un po’ passivamente, come se fosse rimasta sconcertata da
quell’imprevista fiammata di passione in un uomo che le era sempre parso
controllato e misurato. Ora su entrambi
pendeva un interrogativo cruciale: che fare? Si andava al vicino bar a prendere il programmato aperitivo,
come se non fosse accaduto niente tra di loro, oppure si traevano le
conseguenze, subito e coraggiosamente, di quel bacio che aveva sconvolto il
rituale compassato dei loro incontri? Marco sapeva quel che avrebbe voluto
fare, ma non era sicuro che Anna condividesse il suo desiderio. E, in effetti,
non si sbagliava, giacché Anna, sebbene contenta di quel bacio, che le
testimoniava come Marco ricambiasse (anche troppo!) la sua simpatia, non si
sentiva ardere di desiderio: lui non le aveva dato nemmeno il tempo di
percorrere quel cammino, di solito non brevissimo in una donna, tra la
simpatia, l’attrazione ‘spirituale’ (come si sarebbe detto nell’Ottocento!), e
l’accensione dei sensi.
Marco si staccò da Anna e, per
rendere meno brusco il distacco, la prese per mano per il breve tragitto, pochi
metri, dalla porta del suo studio all’ingresso dell’appartamento. Poi scesero
le scale dello stabile in silenzio.
Quando furono in strada, Marco
abbozzò spontaneamente il gesto di prendere Anna sottobraccio, ma subito si
rese conto che sarebbe stato imprudente mostrare in pubblico quell’affettuosa
confidenza, perciò si allineò al suo fianco, dandole la destra. Il bar distava un centinaio di metri e,
mentre lo raggiungevano, nessuno dei due disse una parola. Entrambi pensavano,
riflettevano, si domandavano su quale strada si fossero incamminati.
Era abbastanza presto e si
sarebbero potuti sedere a un tavolino e rimanere insieme ancora un po’ di
tempo, invece ordinarono in piedi, al banco, il loro aperitivo; e lo bevvero
senza scambiarsi una parola (che cosa si sarebbero potuti dire?). Ma i loro
sguardi si incontravano e si incrociavano di continuo, in una sorta di dialogo
muto che conteneva una domanda: e ora che facciamo?
Quando uscirono dal bar, Marco accompagnò Anna, sempre in
silenzio, alla sua macchina, parcheggiata sotto lo studio, e la salutò dandole
la mano, come a una conoscente, ma, mentre lei, aperta la portiera, entrava
nell’abitacolo, non poté fare a meno di chiederle sottovoce, con un filo di
ansia: <<Ti posso rivedere?>>.
Era passato dal “lei” al “tu”;
e Anna, già seduta al volante della sua vetturetta, lo guardò dal sotto insù
sorridendogli: <<Certo, quando vuoi. Il mio numero di telefono lo
conosci.>>.
Marco aspettò che Anna partisse
e, mentre si allontanava, la salutò con un gesto della mano. Poi risalì nel suo
studio aspettando l’ora per ritornare a casa.
Anna guidava adagio, ripensando
a quel loro incontro. Il gesto di Marco, quel suo improvviso baciarla, l’aveva
colta di sorpresa, anche perché si era fatta l’idea che lui fosse un tipo
calmo, controllato, tutt’altro che impulsivo e che toccasse a lei prendere
l’iniziativa se voleva, come voleva, che tra loro nascesse un legame. Ma non
sapeva nemmeno ora, nemmeno dopo quel bacio, quale legame desiderava che ci
fosse con Marco: sapeva soltanto di volere che Marco entrasse in qualche modo
nella sua vita. Certo, l’attrazione che aveva provato per lui sin da quando lo
aveva conosciuto non si era manifestata subito come desiderio di fare l’amore
con lui, di intrecciare i loro corpi. Per questo, le pareva che Marco avesse
accorciato le distanze troppo bruscamente, anticipando i tempi. Non che le
fosse dispiaciuto, anzi, ora che era accaduto, si sentiva più libera e, per così
dire, autorizzata a fantasticare che nascesse tra loro una storia di desiderio,
di amore e di passione. Quel tipo di storia che aveva avuto, per un brevissimo
tempo, con l’uomo che sarebbe poi diventato suo marito, e che si era
rapidamente esaurita e spenta, trasformandosi in ostilità e disgusto, dopo
alcuni mesi di matrimonio. Ma non riusciva a immaginare come sarebbe andato
avanti il suo rapporto con Marco. Nessuno dei due poteva disporre a piacimento
della propria vita, non potevano fare progetti liberamente, entrambi erano
vincolati da legami forti, nel caso di Marco di amore e di lealtà, nel suo non
avrebbe saputo dire, sebbene sapesse che la sua famiglia la privava della
libertà.
<<Povero amore mio,
costretto a lavorare anche di Sabato.>> gli sussurrò Lisa mentre
accoglieva Marco con un bacio affettuoso sulle guance. <<Eh, che vuoi
fare...>> sospirò lui, simulando una grande stanchezza.
La Domenica andarono a pranzo
in una rinomata trattoria in collina, non lontana dalla città. L’aveva scelta
Lisa perché sapeva che aveva la specialità delle rane e voleva accontentare
Marco che ne era ghiottissimo. Mentre mangiavano, lo guardava con tenerezza
gustare rapito quei batraci che, insieme alle lumache, erano tra i suoi piatti
preferiti. Duccio se ne stava mogio e in silenzio, masticando adagio e con
riluttanza pezzetti di pollo fritto, visibilmente annoiato di quel rito adulto
che era, per lui, mangiare al ristorante. Ma era un ragazzino educato e
obbediente, perciò non protestava e sopportava con pazienza la noia.
Marco era toccato dalle mille
attenzioni che Lisa aveva per lui, sempre pronta ad anticipare i suoi desideri
e a soddisfare i suoi gusti. Gli faceva di continuo piccoli regali (una
cravatta, la sua acqua di colonia, un libro, un cd, una varietà di tè che sapeva piacergli e così via). Marco le
era molto grato, ma anche un po’ imbarazzato perché consapevole di non essere
altrettanto attento e sensibile nei confronti di Lisa. Ora, poi, che sapeva in
cuor suo di essere sleale e disonesto con lei, anziché godere delle squisite
gentilezze di sua moglie ne soffriva e si tormentava sentendosene indegno.
Eppure la amava, la amava con tutto il cuore, e non riusciva a capire come
potesse convivere in lui questo amore con questa improvvisa, inspiegabile e
sconcertate passione per Anna.
Dopo pranzo passeggiarono un
po’ tra l’erba e le margherite del prato intorno alla trattoria. Sulle colline
circostanti mandorli e peschi in fiore spandevano nell’aria l’allegria festosa
della primavera. Marco si sforzava di mostrarsi sereno e persino felice, ma
ormai era entrata nella sua anima una sorda inquietudine, come se avesse
perduto per sempre l’innocenza. E qualunque sua manifestazione di affetto verso
Lisa, sebbene fosse sinceramente sentita, gli pareva ipocrita e falsa, e lo
metteva a disagio. Perciò evitava, contrariamente al solito, ogni genere di
effusioni (come prenderla per mano o stringerla sottobraccio) fino ad apparire
distratto e assente. Lisa lo notò: <<Da qualche tempo in qua mi sembri
lontano, come assorbito dai tuoi pensieri.>> gli disse mentre si
avviavano verso la macchina, per ritornare a casa. <<Non sarai mica
innamorato di un’altra?>> aggiunse con tono scherzoso. <<Ma
figùrati, amore mio!>> replicò Marco <<Macché innamoramento.
Magari! È che sono un po’ preoccupato per quella relazione al convegno. Sai
come sono i colleghi: prima di tutto, salvo rare eccezioni, invidiosi, e non
vedono l’ora di sputtanarti. E io vorrei evitare di fare una figuraccia. Ma,
come dice quel proverbio veneziano: <più in alto se va, più il culo se
mostra.>. Speriamo bene. Certo, ti confesso che questa scadenza mi agita un
po’ e a volte mi tiene sveglio la notte.>>. Aveva dato a Lisa una
risposta piuttosto lunga e argomentata, come succede quando uno vuole
giustificarsi o convincere l’altro che si è sbagliato. Ma Lisa non colse questo
eccesso di giustificazione che, già di per sé, avrebbe potuto rivelarle un
sotterraneo senso di colpa, tanto era lontana dal solo pensiero che il suo Marco potesse aver preso una
sbandata per un’altra donna.
Marco aveva bevuto un po’ più
del solito, sicché pregò Lisa di guidare al posto suo. E, mentre se ne stava al
suo fianco, rispondeva distrattamente alle domande di Duccio che voleva sapere
come funzionava il motore dell’automobile e come trasmetteva il movimento alle
ruote. <<Ma mi stai a sentire, babbo?>> gli fece Duccio, a un certo
punto, spazientito dalle risposte vaghe che gli dava suo padre. <<Ma sì
che ti ascolto, Duccio. Solo che è un po’ difficile spiegare questo meccanismo.
Ci vorrebbe un foglio di carta e fare dei disegni…>>. In realtà, stava
pensando a come avrebbe potuto rivedere Anna e dove avrebbero potuto
incontrarsi.
Quella sera, quando fu a letto
accanto a Lisa, l’abbracciò forte forte, quasi con disperazione, come se lei
potesse aiutarlo a uscire da quella specie di trappola nella quale sentiva di
essersi cacciato. Lisa aveva intuito da un po’ di giorni che in suo marito
qualcosa era cambiato e c’era come una sorta di malessere o di dolore che non
trovava il modo di esprimersi e soprattutto di essere messo in comune con lei,
ma pensava che si trattasse di una crisi passeggera, legata alle difficoltà
dello strano e difficile lavoro che faceva Marco. In realtà, questo malessere
di Marco, le dava un po’ di inquietudine, come non era mai accaduto in passato
quando, pure, lui aveva attraversato momenti difficili. Inquietudine, sì,
inquietudine: non solo, dunque, dispiacere, come accade quando vediamo soffrire
una persona che amiamo. Ed era questa inquietudine, questo sentimento diverso
dalla compartecipazione a una sofferenza, quello che Lisa non riusciva a capire
e ad analizzare. Anzi, non ci provava nemmeno: ci passava sopra quasi negandone
l’esistenza.
L’indomani mattina, dallo
studio, Marco chiamò Anna: non voleva aspettare il Sabato per incontrarla.
Pensò che avrebbe potuto annullare un paio di sedute per trascorrere due ore
con lei. <<Dove vuoi che ci vediamo, che non sia il mio studio?>>
le chiese.
<<Noi abbiamo un piedàterre in via Aldobrandeschi, al
num. 5. Potremmo vederci lì. Magari, se ti va bene, domattina verso le 11. Sai
dov’è?>>
<<No, ma non è un
problema. Verrò in taxi.>>
<<Allora, io vado un po’
prima e ti aspetto lì. Va bene?>>
<<Benissimo. A
domani.>>
<<A domani.>>
Marco dovette avvertire i due
pazienti, quello delle 11 e quello delle 12, che per un imprevisto contrattempo
gli era impossibile fare le sedute. Si vergognò con sé stesso per questo
inganno: gli avevano insegnato, e lui non ne aveva mai dubitato, che, con i
propri pazienti, un analista doveva essere sempre leale e non mentire mai. Ora,
sebbene non mentisse, tuttavia anteponeva i propri desideri alle loro
necessità. E questo gli parve molto grave. Si sentì indegno di continuare a
svolgere con onestà il proprio lavoro. Eppure era pervaso da una sorta di
euforia all’idea di rivedere presto Anna.
Quest’ultima, quando gli aprì
la porta, aveva un’aria seria, non contrariata, ma come se il loro incontro
fosse un evento della massima importanza. Marco, goffamente, per salutarla le
strinse la mano, ma, quando fu entrato, l’abbracciò e la baciò con foga. Anna
sembrava sorpresa da questa esplosione di passione. Ma ora che si erano
abbracciati e baciati che cosa potevano fare? Marco le sussurrò in un orecchio
mentre ancora la teneva stretta a sé: <<Anna ti voglio. Voglio fare l’amore
con te.>>. Anna si sentiva imbarazzata: non per la proposta in sé ma
perché veniva da un uomo per il quale aveva provato sin dal loro primo incontro
un’attrazione spirituale, come se si trattasse di una persona dotata di qualità
superiori, ma che non aveva suscitato in lei immagini o fantasie erotiche. Non
che le dispiacesse fisicamente, tutt’altro, ma non si sentiva ancora pronta a
passare, per così dire, dal dialogo delle anime all’intreccio dei corpi.
Il piedàterre era composto di un piccolo soggiorno (due poltroncine,
un divanetto, un tavolo, quattro sedie, un trumeau e un trespolo con
l’apparecchio televisivo), una minuscola cucina, un bagnetto e una camera da
letto abbastanza spaziosa, con un letto bastardo, i comodini, un armadio, un
appendiabiti e un paio di sedie. Anna fece strada a Marco nel soggiorno.
<<Vieni>> gli disse, indicandogli il divanetto di pelle marrone. Si
sedettero l’uno accanto all’altra e, di nuovo, non sapevano che dirsi. Marco le
prese una mano, quindi si girò verso di lei e la baciò furiosamente, come se
avesse la disperazione nel cuore: <<Non potremmo andare di là?>> le
chiese, poi, sottovoce e incerto. <<In camera da letto?>> fece Anna
con tono neutro e, senza aspettare la risposta, si alzò e lo precedette. Decise
di assecondarlo, senza, tuttavia, sentirsi per nulla presa dal desiderio. Così,
tolse la coperta, aprì il letto, si spogliò e si distese sulle lenzuola. Anche
Marco, si era tolto i vestiti e in breve fu sopra di lei. Tremava, quasi
paralizzato per l’emozione, ma questo non gli impedì di coprire di baci e di
carezze tutto il corpo di Anna, in una sorta di dolorosa frenesia. Col cuore in
gola la prese, con le lacrime agli occhi, e lei, frastornata da
quell’esplosione di emozioni, si abbandonò passivamente a lui, senza che il suo
corpo partecipasse visibilmente alla passione di Marco, ma sforzandosi di non
apparire distaccata e insensibile e imponendosi, quindi, di abbozzare dei gesti
che esprimessero un suo coinvolgimento. Mentre simulava una passione che non
provava, Anna pensava, con rammarico, che Marco aveva voluto accorciare troppo
i tempi e, in qualche modo l’aveva strappata a quella sorta di piacevole rêverie nella quale era immersa da
quando lo aveva conosciuto. Non le aveva dato il tempo di sognarlo, di indugiare
con i pensieri, con le fantasie, con l’immaginazione su di lui e di sentirsi,
un po’ alla volta, sempre più attratta dalla sua persona fino al punto di
desiderarlo. Ora che tutto si era compiuto, le pareva che tra loro non potesse
esserci più nulla. Ora che aveva dovuto conoscere, con una sorta di sgomento,
il corpo nudo di Marco, le pareva di non poter più assaporare la sua anima.
Giacché la strada che le era familiare, e che aveva sempre percorso nella sua
vita, andava dall’anima al corpo e non poteva essere invertita.
Marco si era disteso accanto a
lei con la testa poggiata sulla sua spalla mentre le teneva stretta una mano.
Rimasero per un po’ in silenzio. <<Mi dispiace>> mormorò poi Marco
<<Non sono stato un granché… Ti desideravo così tanto...>>.
<<Non importa.>> fece Anna, sfiorandogli i capelli con una carezza.
<<La prossima volta andrà meglio, vedrai.>>. Erano entrambi tristi.
Non rimasero a lungo in quella posizione del corpo e dell’anima. Avevano il
tempo contato: Marco doveva ritornare allo studio. Dopo essersi dati una
sciacquata nel bagno ed essersi rivestiti, Marco chiese ad Anna il permesso di
usare il suo telefono per chiamare un taxi.
Nel frattempo si erano rivestiti. Prima di scendere in strada ad aspettare il
suo taxi, Marco abbracciò a lungo
Anna: <<Vorrei che riuscissimo a stare di più insieme. Senza
fretta.>>. <<Anch’io.>> rispose Anna. In effetti il loro
primo incontro d’amore era stato tristemente frettoloso e non aveva permesso a
nessuno dei due di esprimere i sentimenti che li avevano mossi l’uno verso
l’altro.
Marco guardava dal finestrino
sfilare le vie della città, ma pensava ad altro, a quanto fosse stato goffo e
deludente quel loro primo consegnarsi l’uno all’altro, quanto poco avesse a che
fare con uno scambio di amore. Sentiva che era colpa sua, che lui solo era il
responsabile di questo fallimento, e poi pensava a Lisa. Era sopraffatto da una
sensazione di catastrofe: aveva distrutto irreparabilmente una costruzione
tirata su da entrambi con tenacia, pazienza, rispetto reciproco, e soprattutto
amore, per decenni. Almeno avesse colmato le attese di Anna! Ma si rendeva
conto di avere tradito l’amore di Lisa senza, per contro, dare alcuna gioia ad
Anna, che, sebbene fosse stata dolce e comprensiva con lui, non era riuscita a
nascondergli la sua malinconia in questo loro incontro.
Arrivò allo studio verso
mezzogiorno e mezzo, e si dispose ad aspettare l’una meno dieci, ora in cui
normalmente terminava le sedute per poi rientrare a casa. Si sentiva stanco,
quasi spossato, ma soprattutto giù di corda. Era stato preso dal timore che
Anna fosse rimasta talmente delusa dal suo comportamento da aver perduto ogni
interesse per lui.
Anna, in quel momento si stava
facendo una doccia prima di rincasare e rifletteva su come Marco fosse stato impaziente
di fare l’amore con lei, senza preparare in alcun modo questo incontro così
intimo e decisivo dei loro corpi, senza preoccuparsi affatto di lei, dei suoi
desideri. Lei aveva immaginato che si sarebbero avvicinati un po’ alla volta,
con dolcezza e quasi con prudenza e invece lui aveva precipitato le cose, certo
per appagare un proprio desiderio, ma senza cercare di capire i desideri di
lei. Ed era uno psicoanalista! Ad Anna sembrava inconcepibile che uno che di
professione ascoltava le persone e cercava di aiutarle a capire sé stesse
potesse poi essere così maldestro nei suoi rapporti privati. Soprattutto in una
relazione d’amore, se questa parola non era, nelle circostanze, eccessiva. Ma
queste amare considerazioni non scalfivano in profondità l’immagine che Anna
serbava di Marco, il suo interesse per lui, la voglia di stabilire tra loro una
relazione autentica e profonda. Caso mai, considerava il comportamento di Marco
come una sua perdonabile debolezza, che, se appannava un po’ l’immagine di perfezione
che lei si era costruita di lui fin dall’inizio, lo rendeva anche, in un certo
senso, più umano. L’idealizzazione non è mai una buona strada per stabilire un
rapporto autentico tra due persone. Ora Anna non si sentiva più, come
all’inizio, in una posizione quasi di inferiorità, ma al suo livello, almeno
umanamente. L’idolo aveva perduto il suo splendore dorato ed era diventato un
uomo stimabile e interessante, con i suoi lati deficitari e le sue virtù.
Marco fu pervaso da un senso di
vergogna che lo distolse, per qualche giorno, dal cercare altri contatti con
Anna. Fu lei a chiamarlo allo studio il Venerdì, poco prima dell’una:
<<Sei scomparso>> gli disse. <<Ti sei stancato della mia
compagnia?>> aggiunse con un tono tra il serio e lo scherzoso.
<<Ma no! Che dici? Solo
non volevo darti l’impressione di starti troppo addosso, di soffocarti con la
mia presenza.>>
<<Allora, vuoi che ci
vediamo domani?>>
<<Sì certo, mi farebbe
molto piacere. Ma dove?>>
<<Se per te va bene, dove
ci siamo visti l’ultima volta, nel mio appartamentino.>>
<<Perfetto. Allora, io
potrei essere da te verso le dieci e mezzo. Ti va bene come orario?>>
<<Va benissimo. Ti
aspetto Sabato mattina. A Sabato.>>
<<A Sabato. Ciao.>>
Si videro. E divenne
un’abitudine. Facevano l’amore e si scambiavano qualche parola. Marco aspettava
con ansia quegli incontri perché aveva trovato nel corpo di Anna un intero
mondo di sensazioni mai provate prima. E sembrava non essere mai sazio. Ma con
quella insaziabile passione cresceva anche il suo tormento. Stranamente gli
sembrava che Lisa si fosse allontanata e persino un po’ raffreddata con lui,
mentre era lui che era diventato incerto ed esitante nell’avvicinarsi a lei.
Certo, Lisa aveva percepito un cambiamento nel modo di Marco di guardarla, di
toccarla, di parlarle, di fare l’amore con lei. Ma non si era soffermata troppo
su questa sensazione indefinita e, soprattutto, non aveva cercato di darsene
una spiegazione e tanto meno di parlarne con suo marito. Così, tra loro si era
creata una lieve, indefinibile distanza o, forse, soltanto una specie di
insicurezza nel loro comunicare con le parole, con i gesti, con gli sguardi.
Come se avessero perduto la loro intimità di un tempo e fossero diventati,
ciascuno, insicuro su come sarebbe stato accolto dall’altro.
Si avvicinava l’Estate. Lisa
parlò a Marco di come programmare le loro vacanze per il mese di Agosto.
Convennero di prenotare in Versilia un grande albergo vicino al mare e
circondato da un giardino alberato e da un piccolo parco di pini marittimi,
dove Marco avrebbe potuto rifugiarsi a leggere e a scrivere, lui che sul mare,
specie su quello sabbioso, resisteva soltanto per un’ora o poco più, oppresso
dal caldo, abbagliato dalla luce e snervato dalla confusione e dal rumore delle
orde di bagnanti, quasi tutti, chissà perché, in costante stato di eccitazione
psicomotoria.
Marco, quando rivide Anna,
accennò alla loro imminente separazione estiva: <<Staremo via un mese.
Non so come farò senza vederti per così tanto tempo. Tu dove vai in
Agosto?>> le chiese mentre erano distesi, uno accanto all’altra, nel
solito letto nel solito appartamentino, dopo aver fatto, come al solito,
l’amore.
<<Io non mi muovo mai, lo
sai. Resterò a casa mia e farò i bagni nella piscina. Ma tu potresti fare ogni
tanto una scappata per venire a trovarmi. O no?>>
<<Mah, sai, dovrei
inventare qualche balla con mia moglie e io non ci sono abituato, non lo so
fare.>>
<<Neanche per me?>>
<<Anna, è questione di
carattere. Io con Lisa non ho mai avuto segreti e non le ho mai mentito. Non
saprei farlo.>>
<<Lo stai già facendo da
un po’ di tempo in qua...>> osservò Anna con un sorrisetto tra l’ironico
e il malizioso.
<<Sì, hai ragione, e
sapessi quanto mi pesa.>> sospirò Marco prendendole la mano.
<<Ma>> aggiunse <<non potrei mai rinunciare a te, perciò devo
sopportare il tormento che mi dà tutta questa storia.>>.
Anna girò il viso verso di lui
e gli prese il mento tra il pollice e l’indice obbligandolo a guardarla negli
occhi: <<Dimmi, Marco: tu mi ami?>> gli chiese, come se fosse stata
attraversata da un dubbio improvviso.
<<Certo che ti amo! Che
ti salta in mente? Non ti pare che te lo abbia dimostrato da un bel
pezzo?>>
<<Veramente mi hai
dimostrato di desiderarmi, di volermi, di voler scopare con me. Ma io non sono
mica tanto sicura che tu mi ami>>
<<Che cosa ti salta in
mente? Perché questi improvvisi dubbi? Da dove vengono?>>
<<Beh, se non te la senti
nemmeno di inventare qualcosa per venire a trovarmi durante le vacanze, e ti
rassegni a passare un mese senza vedermi, allora qualche dubbio su quel che tu
provi per me può anche venirmi. O no?>>.
Marco non rispose. Si sentiva
oppresso dal senso di colpa verso tutte e due le donne che amava. Gli pareva di
essersi cacciato in un vicolo cieco. Qualunque decisione prendesse, qualunque
cosa facesse gli appariva sbagliata e riprovevole. Poteva ingannare a cuor
leggero Lisa? Poteva dire di no ad Anna? Anna lo aveva messo di fronte a un
dilemma insuperabile: acconsentire alla sua comprensibile e legittima
richiesta, tradendo ancora una volta la sua lealtà verso Lisa, oppure
sottrarsi, dimostrando di non essere capace di amarla con generosità? Gli
ritornò alla mente una delle massime di Kant, imparate a scuola: <<Agisci in modo da trattare l’uomo, così in te come negli
altri, sempre anche come fine, non mai solo come mezzo.>>. Non aveva
forse ragione Anna quando gli faceva intendere che lui sostanzialmente si
serviva di lei per il proprio piacere, ma non era disposto a sacrificare per
lei nemmeno un po’ della sua lealtà (peraltro oramai guastata) verso Lisa,
della quale andava così fiero?
<<Si è fatto
tardi.>> disse Marco, e si alzò dal letto cominciando a rivestirsi.
<<Eh già,>> fece Anna, senza muoversi, solo coprendosi col lenzuolo
<<perché noi ci incontriamo con l’orologio alla mano. Il nostro è un amore
a cronometro.>>. Il suo tono era più dolente che sarcastico.
<<Anna, tu sai qual è la mia situazione.>> replicò Marco contrito.
<<Non ti biasimerei>> aggiunse <<se ti stancassi di
me.>>. <<Non è di te che sono stanca, ma di questo modo di
incontrarci e di stare insieme. Vorrei condividere con te qualcosa di più di un
letto e sempre, ripeto, con l’orologio sott’occhio.>>. <<Mi sono
infilato in una trappola>> pensò Marco
<<e ogni via d’uscita mi costerà cara. Non posso né continuare così né
trovare un’altra strada, che non sia quella di troncare con Anna.>>.
Questa riflessione lo rese improvvisamente triste, non aveva parole con cui
replicare ad Anna, sicché l’abbracciò stretta e la baciò a lungo senza dire
niente. E mentre lo faceva sapeva che, in qualche modo, aveva voluto tapparle
la bocca per non sentire più quella insopportabile verità. <<Ma il mio
dolore>> rifletté con amarezza <<non cancella il fatto che Anna mi
ha solo detto come stanno le cose e io mi sento impotente a cambiarle.>>.
Quella mattina, quando si
separarono, Marco ebbe la tentazione di decidere in cuor suo che non avrebbe
mai più rivisto Anna. Passò dallo studio prima di rincasare e di lì telefonò a
Lisa. Una telefonata senza uno scopo preciso, ma per far sentire a sua moglie
che la pensava e (cosa che lei sapeva benissimo) stava per ritornare. Una
telefonata soprattutto per tranquillizzare sé stesso, giacché non poteva fare a
meno di essere tormentato dall’idea assurda che, quando andava a incontrarsi
con Anna, Lisa in qualche modo avesse la percezione di un suo momentaneo
abbandono.
C’era stato un tempo nel quale
Marco, quando rincasava per il pranzo, e si metteva a tavola con Lisa (Duccio
rimaneva a mangiare a scuola perché faceva il tempo pieno), si sentiva avvolto
da una nuvola di felicità. Quella donna aveva dato senso alla sua vita e gliela
aveva riempita. Con nessun’altra aveva mai avuto un’intesa così completa e una
comunicazione così intensa e profonda. Lisa aveva portato la vita nella sua
vita; nella sua vita sempre, fin da adolescente, insidiata da una corrente
sotterranea di malinconia, di quella che, molto più tardi, avrebbe imparato a
riconoscere e a chiamare ‘depressione strisciante’. ‘un regalino di mammà’ si
diceva, pensando a tutte le volte in cui, fin da bambino, aveva letto sul suo
viso l’espressione del dolore, senza che vi fosse un motivo apparente, sicché,
da grande, l’aveva poi scherzosamente soprannominata mater dolorosa. Questa
madre che, per giornate intere, mostrava, in silenzio, un’inconsolabile, e per
lui inspiegabile, disperazione. Ma lui l’aveva anche ammirata perché aveva
sempre lottato, con tenacia e coraggio, aggrappandosi all’unica risorsa di una
incrollabile fede religiosa (gli antidepressivi allora non esistevano) per
mandare avanti una famiglia numerosa e impegnativa: un marito sempre
occupatissimo e quattro figli da accudire. Ecco, Marco credeva che la sua
depressione strisciante fosse una eredità materna, ma era molto incerto se si
trattasse di una eredità di natura biochimica (qualche neurotrasmettitore
deficitario) o un’eredità psicoaffettiva (l’immagine di una madre afflitta,
annidata nella sua psiche). Era sicuro, però, di aver trovato in Lisa il suo
antidoto. A volte si era perfino chiesto se il suo legame con lei non fosse
quello di un parassita: le stava accanto per succhiarle la vita. Lei era una
donna dall’anima luminosa, generosa, attratta dalle relazioni con gli altri
esseri umani, appassionata di musica, di arte, di letteratura, e sempre pronta
a fare progetti di ogni genere: dai viaggi durante le vacanze estive, alle
rapide incursioni in questa o in quella città per vedere una mostra d’arte,
assistere a uno spettacolo teatrale o a un concerto. E quella sua gioia quando
riusciva a riunire alla loro tavola gli amici più cari per trascorrere insieme
una bella serata. In breve, si era chiesto spesso come sarebbe stata la sua
vita se non avesse incontrato Lisa e se non avesse stretto con lei un legame
così forte, che sentiva indispensabile per trovare la spinta ad andare avanti
giorno dopo giorno. Per converso, si era anche chiesto (e l’aveva chiesto più
volte a Lisa, ottenendo da lei, però, soltanto risposte evasive e scherzose)
che cosa lui desse a lei, in quello che all’apparenza doveva essere uno
scambio, o, se si preferisce, un’alleanza. La cosa più strana per lui era che
Lisa gli ripetesse <<Tu sei il mio babbone saggio e sapiente, che sa
tutto, che mi dà sicurezza e che mi insegna un mucchio di cose.>>. E
Marco si chiedeva come fosse possibile che questa immagine che Lisa aveva di
lui potesse coesistere con la propria sensazione di trarre da lei il senso di
sicurezza, le gioie della vita e la spinta non lasciarsi sopraffare dalla
malinconia: sapeva di essere completamente dipendente da Lisa per il proprio
benessere quotidiano: sapeva che, se Lisa l’avesse abbandonato, la sua vita
sarebbe sprofondata nella solitudine, nella paura, nella mancanza di ogni
iniziativa. Certo, era più bravo di lei nel consultare gli orari ferroviari,
nel preparare la dichiarazione dei redditi, nello sbrigarsela in banca con
l’accensione del mutuo sulla casa e in tanti altri settori dove Lisa faceva
deliziosi pasticci, incapace com’era di districarsi con leggi, norme,
regolamenti eccetera. Così, per esempio, se Lisa riceveva una raccomandata
dell’ufficio del personale dell’università nella quale le comunicavano i
gradini della propria progressione in carriera e dei relativi ‘scatti’ di
stipendio, lei prendeva quel foglio, se lo rigirava un po’ tra le mani, con
l’aria tra afflitta e disgustata, dopo di che lo passava a Marco, dicendogli.
<<Io non ci capisco niente. Per favore, lo leggi tu e poi mi spieghi che
cosa dice in concreto?>>. E c’era anche l’ammirazione dichiarata di Lisa
non solo per il lavoro che Marco svolgeva, ma anche per tutti i libri che aveva
scritto e per la sua sconfinata cultura (agli occhi di Lisa). Giacché bisogna
pur dire che, prima di imboccare gli studi di filosofia e poi il training per
diventare psicoanalista, Marco aveva gironzolato per i più diversi settori del
sapere e del fare umano. Da ragazzo, si era appassionato all’astronomia, ma
anche all’elettronica e alla radiotecnica, costruendosi da sé telescopi e radio
a onde corte; e poi era diventato un discreto fotografo, con apprezzabili
competenze anche nei settori dell’ottica e della chimica (un fotografo che
disponeva a casa di una piccola camera oscura, nella quale sviluppava e
stampava le proprie pellicole). Di sé diceva: <<Sono stato per tutta la
mia giovinezza un dilettante in mille settori, finché non ho deciso di
concentrare tutte le mie forze per diventare uno psicoanalista onesto e
serio.>>. Ma questo suo dispersivo passato di dilettante nei più svariati
settori dava a Lisa l’impressione che Marco sapesse tutto e che potesse
affidarsi a lui per avere risposta a qualsiasi domanda.
Così, se l’uno era consapevole
di ricevere dall’altra, ogni giorno, l’ossigeno vitale che gli consentiva di
non sprofondare nell’inerzia e nella tristezza, l’altra aveva la sensazione di
potersi appoggiare su di un compagno potente e affidabile, sul quale poter contare
per qualunque problema, pratico o esistenziale, che le si parasse davanti.
Ai primi di Agosto partirono
per la vacanza marina. Qualche giorno prima, Marco aveva voluto incontrare
ancora una volta Anna, nel suo appartamentino. Lei lo aveva accolto con un’aria
di malinconica distanza. Avevano fatto l’amore, ma lei non aveva partecipato
con la consueta passione: sembrava quasi che si concedesse solo per stanchezza
o, tutt’al più, per compiacere Marco. <<Sicché ora mi abbandoni per più
di un mese?>> gli aveva detto alla fine. E Marco non aveva saputo che
cosa replicare. Non poteva invocare i propri impegni familiari: gli sarebbe
parso squallido e vile. Così, si era limitato a dirle: <<Anna, non puoi
immaginare quanto mi mancherai.>>. <<Già...>> fece lei, col
tono di chi non ha alcuna voglia di iniziare una discussione inutile.
L’albergo dove presero alloggio
era molto confortevole, ma non lussuoso. Aveva il pregio inestimabile di
trovarsi a cinquanta metri dal mare e di disporre, sul davanti, di una spiaggia
privata, sempre poco affollata, giacché due file di ombrelloni bastavano a
soddisfare i desideri degli ospiti. Lisa amava prendere a lungo il sole,
distesa su di un lettino, intervallando queste interminabili sedute
elioterapiche con qualche nuotata fino alla prima boa, distante un centinaio di
metri dalla battigia. Non era questa, per lei, la vacanza marina ideale,
giacché era stata sempre abituata fin da bambina a mari di scogli, selvaggi e
poco frequentati, nel Salento, sulla costa dalmata, in Grecia, in Corsica. Ma
Marco l’aveva persuasa a ripiegare su questa soluzione balneare perché voleva,
quell’Estate, insegnare a Duccio a nuotare come si deve, a immergersi
sott’acqua e, se possibile, a imparare i rudimenti della pesca subacquea. Così,
la mattina, quando, dopo colazione, scendevano sulla spiaggia, lasciavano Lisa
ai suoi arrostimenti solari e loro due si dirigevano, con una barchetta presa a
nolo, verso la punta di un promontorio roccioso che si protendeva nel mare sul
lato destro della piccola baia. Lì Marco insegnava a Duccio come indossare
pinne, maschera e boccaglio e, al suo fianco, scendeva sott’acqua mostrandogli
come esplorare gli anfratti sottomarini, indicandogli le tane dei polpi, gli
anemoni di mare, e tutta la varietà multicolore dei pesciolini mediterranei.
Una volta videro addirittura una murena, che se ne stava rannicchiata nella sua
tana, mostrando ai visitatori il suo poco benevolo sorriso dai denti aguzzi.
Duccio era eccitatissimo da queste avventure sottomarine e dalla sua nuova esperienza
di esploratore subacqueo. Quando ritornavano a riva, Lisa li accoglieva con un
sorriso compiaciuto e si faceva raccontare dal figlio tutte le emozionanti
scoperte e avventure di quella mattinata da esploratore degli abissi. Era il
perfetto godimento dell’armonia, dell’equilibrio, della serenità. <<Ma
se, al di là di questa tranquilla felicità, ci fosse qualcosa d’altro?>>
si interrogava Marco, con un fremito di inquietudine.
Così trascorrevano le loro
tranquille giornate marine. Ma per Marco c’era un impegno segreto al quale non
veniva mai meno, la mattina. Verso le otto lasciava l’albergo, che era un po’
fuori dal paese, e si recava a comperare i giornali (ne leggeva ogni giorno tre
o quattro) e qualche rivista di enigmistica, per Lisa, appassionata di parole
crociate. Tuttavia, la cosa più importante, sulla quale doveva mantenere il
segreto, era la quotidiana telefonata ad Anna, fatta dalla cabina telefonica
affiancata a una piccola drogheria. Telefonate sempre amare, giacché Anna non
mancava mai, col solo tono della sua voce, di farlo sentire colpevole di averla
lasciata sola, o, per meglio dire, in balia di quel marito squilibrato e dei
due figli ribelli, che la facevano ammattire. Nella lontananza fisica da Anna
Marco rifletteva di continuo sulla natura del loro rapporto, sui motivi
dell’attrazione che quella donna esercitava su di lui. E non trovava una
risposta. Amava Lisa, le era immensamente grato del sostegno che dava alla sua
vita; per nulla al mondo avrebbe voluto separarsi da lei, voleva che le loro
vite rimanessero strettamente intrecciate fino alla fine, eppure non poteva
resistere al desiderio di creare con Anna una relazione unica, speciale, nella
quale poter raggiungere la completa conoscenza della sua anima, del nocciolo
profondo e nascosto della sua esistenza. Si rendeva conto che fare l’amore con
lei, fondere i loro corpi era solo un debole surrogato di quella fusione delle
loro anime a cui ardentemente aspirava. Perché se, all’inizio, gli era parso
che fosse Anna a volerlo avvicinare e a chiedergli un’attenzione speciale, in
seguito, quando erano diventati più che semplici amici, Anna era, stranamente,
diventata più riservata, quasi che l’aver superato la barriera formale dell’
amicizia, per cadere una nelle braccia dell’altro, coi loro corpi intrecciati,
avesse prodotto in lei una sorta di repentina ritrosia a comunicargli i suoi
sentimenti e i suoi pensieri, come, invece, faceva quando chiamavano amicizia
la loro relazione e affidavano soltanto alle parole i loro incontri. <<Che
cosa mai accade di così sconvolgente quando un uomo e una donna, che pur si
conoscevano e si frequentavano, diventano amanti?>> si chiedeva Marco,
cercando inutilmente, nel ricordo dei romanzi che aveva letto e nelle teorie
psicoanalitiche di cui si era nutrito, una risposta a questa domanda. Ma capiva
che c’era qualcosa di morboso, di malato nel suo bisogno spasmodico di arrivare
a conoscere e a possedere l’anima di Anna. Gli pareva infatti che Anna avesse
un’anima nascosta, un nucleo o un nocciolo che non mostrava a nessuno, nel
quale stava racchiusa la sua autentica identità. <<Come càpita a
tutti.>> obiettava a sé stesso. E quanto più questa obiezione gli pareva
fondata e sensata tanto più gli appariva inspiegabile questo suo bisogno di
raggiungere solo con Anna il nocciolo della sua identità. <<Forse
che>> si diceva <<anche Lisa, come ciascuno di noi, non ha il suo
nocciolo segreto, nascosto e inaccessibile? E perché non sento con lei il
bisogno e persino la necessità di raggiungerlo e conoscerlo?>>.
Rientrarono dalle vacanze a
fine Agosto. Marco ricominciava il suo lavoro all’inizio della seconda
settimana di Settembre. Pensò che avrebbe avuto più tempo da passare con Anna.
Ma, quando si incontrarono nel piedàterre di lei, sembravano entrambi
imbarazzati, come se non sapessero come comportarsi. Si salutarono, sulla
porta, con due baci sulle guance, come parenti lontani. Marco le prese la mano
e gliela strinse, lei non ricambiò la stretta e lasciò che la propria mano
rimanesse inerte in quella di lui. Marco avrebbe voluto dirle qualcosa di
affettuoso, di appassionato, ma sentiva la sua distanza, una distanza che
esprimeva, gli parve, una specie di risentimento, sebbene non fosse uscita
dalla bocca di Anna una sola parola di rimprovero. Non sapevano che dirsi, e
nessuno dei due era in grado di prendere l’iniziativa di un avvicinamento
fisico che li portasse come al solito a letto, dove le parole non sono
necessarie. Intanto erano entrati nel salottino e si erano seduti, uno di
fronte all’altro, nelle due poltroncine di pelle color caffellatte. <<Mi
sei mancata da morire.>> disse Marco, subito pentendosi della banalità
convenzionale delle proprie parole: ma non gli era venuto in mente altro con
cui tentare di dissipare quell’atmosfera opprimente. <<Mi domando che
senso ha continuare a vedersi in questo modo...>> mormorò Anna, come
risposta. <<Hai ragione. Ma io non riesco a immaginare un modo diverso di
incontrarci, di stare insieme. A te viene in mente qualcosa?>>. Anna non
rispose.
Marco sapeva che cosa cercava in
Anna attraverso l’incontro dei loro corpi: qualcosa di cui intuiva la presenza
nascosta, ma che non era in grado di descrivere, un po’ come un esploratore che
senta il richiamo di un territorio ignoto nel quale desidera addentrarsi per
conoscerlo. E intuiva che Anna soffriva per la mancanza di qualcosa che nemmeno
lei avrebbe saputo definire. Anzi, pensava che Anna, all’inizio, si fosse
accostata a lui proprio nella speranza di essere aiutata a trovare questo
qualcosa che le mancava. Ma che cosa?
Nella mente di Anna, Marco era
diventato, ora, colui che si sottraeva e si negava. Anzi, peggio: colui che la
usava per il proprio piacere, ma non era disposto a donarsi a lei per riempire
quel vuoto che, fin da bambina, aveva sentito dentro di sé e che aveva tentato
invano di colmare sposandosi e poi generando due figli. Era una vita che Anna
combatteva con quel vuoto, per non farvisi risucchiare dentro fino a
scomparire, e anche per non cedere al suo richiamo seducente, che le diceva che
soltanto diventando anche lei un nulla, sarebbe sfuggita per sempre al dolore
di esistere. Quando aveva conosciuto Marco, aveva avuto la sensazione immediata
che quell’uomo gentile e disponibile potesse accogliere dentro di sé la sua
silenziosa, inespressa, muta disperazione e aiutarla a esprimersi, a parlare e
anche magari a urlare, a trovare una voce e un tono con cui parlare alla sua
mente e dirle perché, perché non c’era speranza, e di che cosa non c’era
speranza e che cosa si sarebbe potuto, invece, sperare. Non bastava urlare il
vuoto, bisognava riuscire a dare un nome, un volto, una immagine al pieno che
avrebbe potuto riempirlo e cancellarlo. Questo Anna sperava di poter
raggiungere con l’aiuto di Marco, con la sua vicinanza.
Ma adesso, seduta di fronte a
lui, nella penombra del salottino silenzioso e rinfrescato da un ronzante
condizionatore, le ritornavano alla mente le ore lontane, lontanissime della
sua disperazione di bambina e di adolescente: l’angusta e buia bottega di suo
padre, coi prosciutti che pendevano dal soffitto accanto alle strisce di carta
moschicida coperte di mosche morte e lei che a quell’uomo brusco, rozzo e di
scarse parole, piantato dietro il bancone, doveva porgere ora una cosa ora
un’altra e rimanere lì a sua disposizione, pronta a consegnare nelle mani dei
clienti i pacchetti che suo padre le porgeva e a riscuotere da loro il danaro.
E le ritornava nelle narici l’odore pungente che si diffondeva dal mastello
delle aringhe in salamoia e quello, agliaceo, dei salsicciotti. E tutta
quell’infanzia e quell’adolescenza di solitudine e di silenzi, con l’immagine
di sua madre sempre ansimante tra sospiri e lamenti, le ricadeva addosso e la
schiacciava, come se il tempo non fosse trascorso o, pur trascorrendo, non
avesse sollevato quella cappa di muta disperazione che soffocava la sua anima.
Guardò Marco negli occhi.
<<Non so cosa voglio di
preciso da te, ma so che non voglio trascinare una storia così, fatta di
incontri clandestini in una garçonnière
e nient’altro.>>
<<E nient’altro?>>
ripeté Marco, sgomento.
<<Non hai sentito per
nulla l’amore che ho per te?>>
Anna abbassò lo sguardo sul
pavimento, tacque per qualche istante: <<Forse sono io che sono fatta
male.>> mormorò poi come se quelle parole non uscissero dalla sua bocca,
aggiungendo <<Non so di preciso che cosa mi manca, ma so che mi manca
qualcosa. Qualcosa di importante. Come l’aria che respiriamo. La baraonda
continua, che c’è a casa mia, mi riempie le giornate e mi impedisce di pensare.
Ma la notte, quando finalmente sono sola, mi si rovescia addosso tutto il
niente che è la mia vita quotidiana. Un niente caotico, rumoroso, pieno di
urla, di rabbia, di litigi e di angosce, ma un niente. Nel senso che, al di là
di tutto questo caos rumoroso, non
c’è niente.>>.
Si fermò a riflettere per
qualche istante.
<<Forse mi aspettavo che
tu la riempissi, la mia vita. La riempissi con qualcosa di buono. Non so
nemmeno io con che cosa…>>
<<Mi dispiace, Anna, di
non essere riuscito a darti quello che desideravi.>>
E, nel dire queste parole,
Marco si alzò dalla sua poltrona e fece un passo verso la porta.
<<Vai via?>> fece
Anna con un filo di voce.
<<Non vedo che altro
posso fare… Mi pare che ci siamo detti tutto.>>
<<Hai ragione… Ti
dispiace se non ti accompagno alla porta?>>
<<Non ce n’è bisogno…
stammi bene. Spero che da qualche parte tu possa trovare quello che
cerchi.>>.
E, senza aggiungere altro, uscì
dal salottino, mentre Anna rimaneva seduta nella sua poltroncina con lo sguardo
fisso davanti a sé.
Marco ritornò alla sua solita
vita, quella che faceva prima di conoscere Anna. Ma non poteva cancellare
dentro di sé quello che era avvenuto e, soprattutto, il dolore che gli
procurava la lontananza da lei e il non poterla più vedere: una sorta di lutto,
come se avesse perduto una persona cara. Un’esperienza nuova nella sua vita,
giacché mai gli era accaduto prima di doversi separare da una donna che amava.
Cercava conforto nell’abbraccio con Lisa, quasi che lei potesse consolarlo; e
avrebbe voluto poterle confidare la propria pena. Non lo faceva soltanto per
non ferirla, ma non avvertiva alcun conflitto, alcun contrasto tra il suo
legame con Lisa e il suo amore troncato con Anna. Erano due qualità di
sentimenti del tutto differenti e (così sentiva) del tutto compatibili. Lisa
era colei che lo nutriva di vita, la donna che gli permetteva di sopravvivere e
di vivere, che gli dava la forza e l’energia per affrontare, ogni mattina, una
nuova giornata. E, con la vitalità e l’energia che Lisa gli donava, poteva
muoversi per il mondo offrendo a tutti un’apparenza di dominio di sé e delle
cose, poteva lavorare e innamorarsi. Lisa, era, in breve, la sorgente del suo
vivere. Ma poi, appunto, veniva, grazie a Lisa, la vita; e questa vita
consisteva in tutte le cose e in tutte le esperienze che faceva, tra le quali,
ultimamente, imprevedibilmente e repentinamente, la passione sbocciata nel suo
cuore per Anna.
Lisa aveva notato che suo
marito era cambiato, come se attraversasse un periodo difficile: distratto,
lontano, assente, a tratti apparentemente apatico, ma, nello stesso tempo,
quando andavano a dormire, si stringeva a lei come se cercasse conforto e
rifugio. Gliene aveva parlato, ma lui si era giustificato dicendo che aveva un
paio di pazienti difficili che lo preoccupavano e che ancor più preoccupato era
per quella relazione che doveva presentare al congresso. Lisa aveva messo a
fuoco con chiarezza, forse per la prima volta, il proprio ruolo essenziale
nella vita di Marco, ma, non per questo, era cambiata la sua percezione
(erronea) della natura paritaria del loro rapporto. Dentro di sé aveva
riassunto il senso del loro stare insieme con una frase: tu sostieni me, io
sostengo te. E, in effetti, si sentiva sostenuta da Marco, ma quello che non
poteva vedere era il fatto che, nella realtà, lei sarebbe stata capace di
cavarsela benissimo da sola, mentre Marco, senza di lei, avrebbe annaspato. Lui
ne era nitidamente consapevole e, più volte, ripercorrendo a ritroso la propria
vita, aveva identificato, in ogni sua fase, una persona, uomo o donna che
fosse, alla quale si era appoggiato, dalla quale aveva tratto forza, energia,
stimolo ad andare avanti. Perché l’intelligenza non comune di cui disponeva
sarebbe rimasta del tutto inutilizzata se non avesse avuto al proprio fianco
qualcuno che lo spronava a usarla, che mostrava di credere nei suoi talenti,
che lo stimolava a impegnarsi in questo o in quel settore, dove, poi, riusciva
benissimo, dando, così, l’impressione di essere una persona capace di
eccellenti prestazioni a qualunque cosa si fosse dedicato.
Per Anna la fine della relazione
con Marco aveva significato la presa d’atto del tramonto di una illusione.
All’inizio della loro conoscenza, infatti, aveva sognato e fantasticato di
avere trovato un uomo che l’avrebbe aiutata a uscire dal caos, rumoroso e vuoto, della sua vita quotidiana, con quel marito
quasi sempre in giro per l’Italia e, quando era a casa, vanamente esigente e
autoritario (Anna non stava nemmeno ad ascoltarlo), e quei due figli indocili e
ribelli, che non riusciva in alcun modo a controllare. Anna, si potrebbe dire,
era giunta a un punto in cui vagava per la vita, senza una meta e senza altro
bisogno se non quello di darle un senso. La parentesi della breve relazione con
Marco le aveva insegnato che quello che le mancava non era un uomo che la
facesse sentire desiderata. Del resto, Marco non era stato il primo che avesse
mostrato di volerla, anche se era stato il primo al quale si era affidata con
la speranza di sentirsi amata. Lei stessa, invero, non sapeva bene che cosa
significasse ‘sentirsi amata’, ma sapeva che alla sua vita mancava qualcosa di
essenziale. Ma che cosa? Questo non avrebbe saputo dirlo. Anche perché aveva
avuto più volte il sospetto che nessuno fosse in grado di darle quello che le
mancava, cioè che le mancasse qualcosa che non poteva trovare fuori di sé nella
relazione con un altro, qualcosa che non le era stato dato a suo tempo, al
momento giusto, sicché era rimasto in lei un buco, o una voragine, che nessuno
avrebbe potuto in seguito riempire. A volte si diceva che dentro di sé la
pianta della vita non era germogliata al momento giusto, quando il terreno era
predisposto, e che ormai era impossibile farla fiorire in un terreno diventato
nel frattempo arido e impenetrabile.
Anna aveva interrotto la sua
psicoterapia: le pareva che guardare dentro sé stessa fosse del tutto inutile:
non faceva altro da quando era bambina e non era mai riuscita a ottenere, per
questa strada, di essere meno infelice o addirittura felice. Il suo specchio,
il suo terapeuta, le rimandava immagini a le già ben note o le mostrava
trappole nelle quali sapeva benissimo di essere intrappolata. In particolare,
il suo matrimonio disastroso e la famiglia scombinata che ne era scaturita, non
potevano essere annullati. Certo, esisteva il divorzio e poi la spartizione dei
beni e dei figli, ma Anna non se la sentiva di affrontare questo immane sforzo,
giacché non aveva nulla di bello che l’aspettasse dopo: nessuna speranza,
nessuna promessa di una nuova vita felice. Sapeva bene che la sua infelicità
non era causata dalla sua situazione familiare, che, tutt’al più, la aggravava.
Si era sposata e aveva messo al mondo due figli proprio perché sperava, con
questa scelta, di inaugurare una nuova vita che cancellasse quella infelicità
che si portava dentro fin da bambina. Perciò il conflitto perenne con suo
marito e i continui fastidi, che le procuravano i figli, aggiungevano soltanto
odio e rabbia alla sua antica infelicità.
Marco avrebbe voluto poter
condividere con Lisa la propria amarezza per come era finita la storia con
Anna, alla quale non avrebbe saputo dare torto, riconoscendo che lui non aveva
avuto il coraggio di modificare alcunché nella sua vita per fare spazio ad
Anna, stretto com’era nella situazione contradittoria di voler lasciare intatta
la sua relazione con Lisa, senza rinunciare a nulla, senza cambiare nulla,
eppure di aggiungere ad essa, e alla sua routine quotidiana, la relazione con
Anna, che non doveva disturbare o alterare in alcun modo l’andamento del suo
matrimonio e della sua vita familiare. Riconosceva Marco di essersi comportato
da perfetto egoista e di non avere offerto, in realtà, ad Anna alcuna prova del
proprio amore per lei, non essendo disposto a sacrificare per questo amore
nemmeno una virgola della sua ordinata vita familiare e professionale.
In questo stato d’animo di
lucida consapevolezza del proprio egoismo e della propria meschinità, ma anche
di profonda amarezza per la separazione da Anna, Marco si stringeva ancor più
di prima a Lisa, chiedendole silenziosamente di consolarlo e di compensare con
il suo amore la perdita di Anna. Lisa si era accorta del desiderio di Marco di
ricevere più di prima manifestazioni di amore e di tenerezza da parte sua e lo
aveva appagato, senza intestardirsi a cercarne una spiegazione. Lo conosceva
abbastanza e da abbastanza tempo per sapere che, di tanto in tanto, aveva
bisogno di ‘rifugiarsi’ in lei, sebbene poi, in altri momenti, potesse
costituire, per lei, un pilastro della sua vita.
Le settimane passavano e già la
luce del cielo si era fatta autunnale, diafana anziché sfolgorante come nel
pieno dell’Estate. Marco aveva creduto di poter superare la separazione da Anna
(la sua prima esperienza di questo genere) coll’aiuto degli affetti familiari,
da un lato, e della sua “psiche analizzata” (come si usava dire tra gli
analisti), dall’altro. Ma, quando era in compagnia di Lisa e di Duccio, sebbene
fosse felice, sentiva, come non era mai accaduto prima, la mancanza di qualcosa
e, insieme, curiosamente, l’impulso, che controllava a fatica, a raccontare a
entrambi l’origine della sua infelicità.
Non c’era nessuno con cui
potesse confidarsi, lasciarsi andare alla confessione della propria storia
fallita con Anna. Non ne poteva certo parlarne a un collega: ne sarebbe uscita
una sua immagine sminuita e appannata. Non sapevano tutti (sereni e compiaciuti
complici di una menzogna collettiva) che ciascuno di loro disponeva di una
“psiche analizzata”, la quale li avrebbe aiutati a cavarsi d’impaccio in
qualunque difficile o dolorosa situazione affettiva si fossero trovati?
Purtroppo la “psiche analizzata” di Marco non si mostrava all’altezza di quanto
lui le chiedeva e, anziché aiutarlo a smontare e svuotare il significato di
quella esperienza, mettendone in luce i significati, insieme, banali e
infantili, anziché far questo, urlava e invocava il nome di Anna, come
un’adolescente isterica al suo primo innamoramento. E così, Marco fu costretto,
col passare dei giorni, a prendere atto che non gli era riuscita l’operazione
di analizzare e quindi liquidare la sua relazione con Anna, della quale continuava
a sentire atrocemente la mancanza. La sua “psiche analizzata” non riuscì,
dunque, a dissuaderlo dal cominciare a fantasticare, e quindi a progettare,
piani per riprendere contatto con lei, per tentare di riparare la rete
strappata, per ricominciare a vedersi.
Ma questo proposito incontrava
dentro l’animo di Marco una forte opposizione: era lucidamente certo che fosse
una decisione sbagliata, che poteva condurre solo a una Maggiore sofferenza,
non solo per lui, ma anche, probabilmente, per Lisa e per Duccio. Infatti, se
Anna lo avesse respinto, si sarebbe sentito ancor più infelice (e avrebbe
riversato la propria infelicità nella sua famiglia), ma se, per avventura,
avessero ripreso a frequentarsi, questa volta in un modo diverso, meno
occasionale, sicuramente la sua vita familiare sarebbe stata danneggiata, se
non sconvolta. In particolare, costruire un rapporto stretto e coinvolgente con
Anna, avrebbe significato inevitabilmente cambiare stile di vita in una misura
tale che a Lisa non sarebbe potuto sfuggire e che, probabilmente, avrebbe
distrutto la loro unione. Era disposto a correre questo rischio? No, non se la
sentiva, non poteva pensare di separarsi da Lisa. Eppure, voleva rivedere Anna,
voleva riprendere con lei la relazione, in un modo nuovo, di più ampio respiro
e più profondo. Sarebbe stato assai meno difficile per Marco rinunciare ad Anna
se avesse provato per lei un semplice desiderio fisico, magari condito di
simpatia e di stima: insomma, se si fosse trattato di un semplice innamoramento,
per quanto acceso potesse essere. Invece, era l’anima di Anna ad attirarlo
irresistibilmente. E l’attrazione delle anime è il più terribile e indomabile
dei desideri. Non conosce né appagamento né estinzione. Fin da quando l’aveva
incontrata per la prima volta aveva intuito in Anna una malinconia intensa,
profonda e nascosta, quasi una disperazione. E non perché fosse uno
psicoanalista, ma semplicemente perché era figlio di sua madre, della sua mater
dolorosa, che aveva passato la vita a piangere in silenzio e senza lacrime sul
suo paradiso perduto. Ma quale paradiso? Si era chiesto infinite volte Marco; e
i suoi studi di psicoanalisi e la sua lunga pratica clinica non lo avevano
affatto aiutato a trovare una risposta. Come se in taluni di noi ci fosse una
voragine originaria alla quale nessuno aveva ancora dato un nome e della quale
nessuno aveva trovato una spiegazione. Altrettanto inspiegabile, ma non meno
prepotente, era il bisogno di Marco di tentare di riempire questa voragine in
tutte le donne nelle quali l’aveva intravista.
Nel momento in cui staccò la
cornetta e compose il numero di Anna ebbe la visione di lanciarsi in un
baratro: sarebbe precipitato o gli sarebbero spuntate le ali? L’unica cosa, si
disse, è provare, rischiare, come non aveva mai fatto prima nella sua vita. E
si ricordò all’improvviso di una poesia, che sapeva a memoria, dell’“antologia
di Spoon River”, nella quale George Gray confessa di aver
avuto paura di avventurarsi nel mare ed è rimasto per tutta la vita con le vele
ammainate nel porto.
Anna non mostrò sorpresa né
contrarietà né contentezza per quell’improvviso e imprevisto riapparire di
Marco. Gli rispose con distaccata serietà, quando lui le chiese, prima, come
stava per manifestarle, poi, il desiderio di rivederla. Anzi, le disse
chiaramente, con foga appassionata, di non poter sopportare quella separazione,
chiedendole, insieme, se lei era disposta a incontrarlo. <<Sì,>>
disse Anna, con tono distaccato e un po’ dolente <<e dove vuoi che ci
vediamo? Nel mio piedàterre? E tutto
ricominci come prima, uguale a prima?>>.
Marco le rispose che no, tutto
doveva cambiare, voleva trovare un modo di vedersi e di frequentarsi che
riempisse di più le loro vite.
<<Tu hai una moglie, una
famiglia. Come pensi di fare? Non sei disposto a cambiare nulla nella tua vita?
Capisci? Non puoi farmi entrare nella tua vita lasciando intatto tutto il
resto, tutto quello che già c’è. Se davvero mi vuoi, devi essere disposto a
cambiare molte cose. Io non ci sto a fare, come in passato, la parte dell’amante
segreta e nascosta. Ho bisogno di altro.>>
<<Hai ragione, Anna. Io
ci sto pensando, mi arrovello, non dormo più la notte.>>
<<Mi dispiace, ma mi
sembra che tu non sia disposto a rinunciare a nulla per me.>>
<<Posso almeno
richiamarti qualche volta?>>
<<Certo, quando vuoi, se
ti fa piacere.>>
Questo triste, pacato ma fermo
rifiuto di Anna aveva costretto Marco a chiedersi, per la prima volta in modo
chiaro e intransigente: <<Che cosa cerco in lei? Che cosa voglio da
lei?>>, giacché si era reso conto che non era il desiderio del suo corpo
a spingerlo verso Anna, sebbene di lì fosse partito il suo cammino. <<Ho
tutto: una moglie meravigliosa, un bel figlio, un lavoro che mi piace: che cosa
vado cercando?>> si diceva Marco per tentare di soffocare dentro di sé
l’inquietudine per la mancanza di Anna. A volte si rispondeva che la sua bella
famiglia era, forse, la base solida, il porto sicuro che gli dava il coraggio
di staccarsi dalla terraferma e partire per quel viaggio di esplorazione
dell’ignoto che sentiva di dover intraprendere a ogni costo per dare un senso
compiuto alla sua vita. E l’anima di Anna era, per lui, l’ignoto. Un ignoto
senza nome, terrificante come un abisso, e insieme seducente e attraente come
una sirena. <<Sarò saggio come Ulisse>> si chiedeva <<oppure
mi farò sedurre e portare alla rovina dal canto della mia sirena?>>.
Anna aveva chiuso la telefonata
con Marco sentendosi invasa da una fredda disperazione: che cosa l’aspettava?
Quale futuro c’era per lei? Avrebbe continuato a trascinare all’infinito
quell’esistenza tormentosa e insieme vuota? Senza un amore che le scaldasse il
cuore, senza un progetto per l’avvenire, senza un momento di serena felicità?
Marco, a sua volta, si
domandava che cosa succede quando ti si chiude di colpo una porta che ti
immetteva in un mondo parallelo, nel quale i tuoi desideri più antichi, e
sempre negati o frenati, venivano quasi magicamente esauditi. Non puoi certo
riprendere la vita di prima, come se non fosse accaduto nulla, giacché dentro
di te si è creato uno spazio che è stato colmato di sensazioni, di sentimenti,
di emozioni, e ora è rimasto vuoto e grida la sua angoscia.
Il vuoto nell’anima: questa era
la condizione che ora accomunava Anna e Marco in ogni momento della loro vita
quotidiana, pur piena di mille cose anche
importanti o addirittura preziose (la famiglia, i figli, il lavoro), ma
incapaci di riempire quel vuoto. Perché si trattava di un vuoto originario,
creatosi al momento stesso della loro nascita, un vuoto che non era la mancanza
delle cose che la vita può darti, ma l’assenza di un oggetto corrispondente al
tuo desiderio. Un desiderio senza limiti, che poteva essere appagato soltanto
quando cadevi in quello stato in cui la tua fantasia e i tuoi sensi potevano
innalzare l’altro, quale che fosse la sua reale natura e consistenza,
all’altezza del tuo desiderio. Questo altro, capace di appagare il tuo
desiderio sconfinato, poteva essere, nella sua concreta realtà, anche un
modesto essere umano, ma veniva trasformato dal tuo bisogno e dalla tua immaginazione
nell’oggetto perfetto, quello di cui avevi avvertito disperatamente la mancanza
fin dal momento in cui i tuoi occhi si erano aperti alla luce del mondo.
Giacché questo vuoto originario altro non era che la percezione dello scarto
incolmabile tra il tuo desiderio e ciò che poteva offriti la realtà. Non a caso
alcuni trovavano soltanto nella relazione con dio, con l’infinito, il
colmamento del loro vuoto originario.
Marco ritornò a fare la vita di prima, di
sempre. Marito gentile, premuroso, disponibile, capace di far sentire amata sua
moglie. Padre affettuoso e protettivo. Psicoanalista coscienzioso e
accogliente, sempre attento a trattare con rispetto e comprensione i propri
pazienti. Anna riprese a lottare, con la tenacia della disperazione, nella sua
condizione di moglie sola, per giunta umiliata e offesa, per rimediare alle
continue malefatte dei propri figli adolescenti, sbandati e irresponsabili,
nella cocciuta speranza che si rimettessero in riga, che evitassero di bruciare
il loro futuro irrimediabilmente.
In breve, entrambi erano
impegnati a sopravvivere, sia pure in due modi del tutto diversi e quasi
opposti, dopo avere assaggiato e gustato, con una sorta di ebrezza alcolica, un
amore incandescente che sembrava il compimento di ogni aspettativa riguardo a
quella che viene ordinariamente chiamata felicità.
Marco doveva riconosce che la
sua famiglia era un esempio non comune di completa armonia, dove l’amore tra i
coniugi e il loro amore per il figlio era quanto di più vicino alla perfezione
si potesse desiderare. Lisa era una moglie dolce, gentile, disponibile, ma
anche un’amante appassionata, che faceva sentire Marco non solo rispettato e
ammirato, ma anche desiderato. E Marco, dal canto suo, riversava su Lisa tutto
l’amore e il desiderio di cui era capace. Poteva dire ad alta voce di non aver
mai amato così intensamente nessun’altra donna nella sua vita e di non essersi
mai sentito amare con tale intensità come da Lisa. Perché, allora, si chiedeva
di continuo, gli mancava così tanto Anna? Perché l’aveva avvicinata e poi
cercata e poi ardentemente voluta, rimanendo sconvolto e sgomento quando lei
aveva deciso di interrompere i loro incontri? Che cosa gli mancava, che aveva
cercato in Anna? Che cosa, di cui sentiva il desiderio e persino il bisogno,
Lisa e la sua vita familiare non gli davano?
Queste domande, insieme al
dolore pungente per il distacco di Anna, lo tenevano sveglio nel cuore della
notte, accanto a Lisa che dormiva serenamente, appagata dai doni che il suo
lavoro e la sua famiglia le offrivano ogni giorno. Giacché Lisa sapeva bene di
vivere in una condizione di straordinaria fortuna, di raro privilegio, tanto
che a volte era presa da un brivido di terrore, come se quella fortuna fosse
‘troppa’ e potesse suscitare l’invidia degli dei, che l’avrebbero distrutta,
precipitando lei, Marco e il loro bambino nella rovina. Ma erano solo attimi,
brividi di terrore che presto passavano. A Marco la percezione che Lisa fosse
una donna, una creatura, appagata da quanto la vita le offriva, dava sollievo e
sicurezza, ma anche un filo di inquietudine o forse, se non è dir troppo, di
insoddisfazione. Che cosa gli mancava, che cosa lo disturbava nella serenità di
Lisa? Ebbene, si disse una volta (quasi con senso di colpa, come se stesse
commettendo un’ingiustizia), la serenità di Lisa, la radiosità della sua anima
gli faceva sentire che con lei non avrebbe potuto percorrere quel famoso
sentiero nascosto che, ben celato nella sua anima, lo chiamava tuttavia, da
tempo immemorabile, a esplorare l’ignoto. Questo ignoto, pur esercitando un
richiamo e un fascino potente, non aveva, all’inizio, durante l’adolescenza,
contorni ben precisi per Marco. In seguito, quando aveva finalmente raggiunto
la terra promessa, cioè il corpo e la mente di una donna, aveva sentito di non
essere mai del tutto appagato da una relazione amorosa, per quanto sincera e
intensa che fosse, nella quale l’anima dell’altra (e, insieme, la propria) gli
rimanessero, anche soltanto in parte, ignote, sconosciute. Così, nelle sue
relazioni amorose Marco era sempre teso in un appassionato sforzo di entrare in
contatto e di esplorare quella parte dell’anima dell’altra (e quindi della
propria) che sembravano invincibilmente nascoste e irraggiungibili. Come se
Marco volesse conoscere, e più che conoscere entrare in contatto e persino in
fusione con gli aspetti più arcaici, primitivi, originari delle loro due anime,
in modo che nulla, ma proprio nulla, di ciascuno dei due rimanesse sconosciuto
all’altro. Ma non ambiva a una conoscenza intellettuale, ‘oggettiva’, per così
dire, no, per lui conoscere la parte nascosta dell’anima della donna amata
significava ‘sentire’ quel modo nascosto (e fino a quel momento ignoto), dentro
di sé, quasi appropriarsene: anzi, meglio, ‘viverlo’; cioè riuscire a provare, in
sé stesso, le stesse emozioni, fantasie, paure, desideri, terrori dell’altro
(anzi: dell’altra), per quanto primitivi e irrazionali essi fossero. Soltanto
così, gli pareva, lui e la donna amata sarebbero finalmente diventati una cosa
sola, avrebbero superato quel sottilissimo muro di ghiaccio che sempre sembra
dividere gli esseri umani, anche quando credono e sentono di amarsi con tutto
il cuore. L’impresa a cui Marco tendeva non potrebbe, quindi, essere descritta
come la conquista della conoscenza dei segreti dell’altro, giacché anche
l’altro ignorava completamente quelle parti della propria anima nelle quali
Marco voleva immergersi, convinto, com’era, che, soltanto se si fosse
realizzata questa conoscenza reciproca del fino-ad-allora-ignoto-a-entrambi, si
sarebbe potuta formare una creatura nuova, nella quale la donna e l’uomo, la
femmina e il maschio, fossero finalmente (ritornati a essere?) uno.
I suoi lunghi anni di analisi
personale e la sua pratica quotidiana di psicoanalista non avevano cancellato il
suo bisogno di intraprendere con la donna amata questa ricerca, ma avevano
soltanto spinto questo bisogno ai margini della su vita mentale e lo avevano,
per così dire, incapsulato in un involucro che lo bloccasse e lo rendesse
incapace di disturbare la serenità della sua anima: come accade quando certi
ragni imprigionano in un fitto bozzolo di bava l’insetto che ha avuto la
sventura di incappare nella loro tela. Non lo uccidono, ma lo paralizzano e lo
rendono inoffensivo. Soltanto che, in questo caso, l’insetto prima o poi muore,
mentre l’inquietudine di Marco continuava a vivere nella cella psichica in cui
era stata imprigionata.
Qualcosa della propria stessa
inquietudine Marco l’aveva intuita in Anna; e questa intuizione l’aveva spinto,
quasi senza saperlo, ad avvicinarsi a lei. Gli era sembrato che Anna guardasse
le persone come se volesse disperatamente penetrare nel loro intimo, per poi
ripiegare su sé stessa, sconfitta e amareggiata per la propria impotenza.
L’immagine che lo assillava da anni era quella della fusione della sua testa
(intesa nella sua realtà fisica, anatomica), con quella della donna desiderata:
occhi con occhi, bocca con bocca, cervello con cervello. Queste fantasie non le
aveva mai comunicate a sua moglie, a Lisa, ma ne aveva parlato per anni con la
propria analista, senza che scomparissero o ricevessero un’interpretazione per
lui appagante. L’unico effetto che aveva sortito la sua analisi era stato
quello di allenarlo a metterle da parte, a segregarle in un angolo della
propria psiche, senza che interferissero troppo con la sua vita quotidiana. Non
ne aveva parlato mai con Lisa perché sentiva, sapeva che Lisa non avrebbe
capito, tanto era limpida la sua mente, lontana mille miglia da questi
sotterranei, nascosti, inconfessabili impulsi. Lisa lo amava, e glielo faceva
sentire, con quella che Marco definiva una splendente solarità. Creatura del
mezzogiorno, che non sembrava ospitare dentro di sé paesaggi lunari, notturni,
inquietanti. Per Marco, invece, da quando era uscito dall’infanzia, tutti gli
esseri umani, ma soprattutto le donne, rappresentavano, insieme, un mistero
insondabile e un irresistibile richiamo a svelarlo, a togliere il velo che lo
avvolgeva. Com’era fatta la loro anima? Quali impulsi, fantasie, pensieri
palpitavano nelle profondità della loro psiche? Sapeva bene, Marco, che
l’attività dello psicoanalista, a dispetto di tutti i luoghi comuni popolari,
gli consentiva di entrare in contatto soltanto con una minima parte della mente
dei suoi pazienti. Sapeva bene, Marco, che l’unica via per raggiungere la
conoscenza a cui anelava, non era ascoltare quello che i suoi pazienti gli
comunicavano e intuire quello che si celava dietro il paravento delle loro
parole, bensì condividere, meglio sarebbe dire ‘convivere’, il loro mondo
nascosto e segreto, primitivo e selvaggio, a loro stessi ignoto. Questo non era
possibile nella pratica psicoanalitica e forse nemmeno nella vita ordinaria, ma
questo era ciò a cui lui aspirava più di ogni altra cosa. E, sebbene gli fosse
accaduto più volte, di sentire, entrando in contatto con una donna, il brivido
del richiamo a penetrare nella sua anima, con Anna questo richiamo aveva
raggiunto un’intensità e una prepotenza non mai provate prima.
A questo richiamo non riuscì a
resistere a lungo. Nonostante gli addii e il sottointeso impegno a non
riprendere la loro relazione, una mattina poco dopo mezzogiorno, sei mesi dopo
la loro ultima conversazione, Marco non resistette alla tentazione di
telefonarle. Gli parve che Anna fosse, sì, sorpresa da quella rottura del loro
tacito patto, ma non irritata o contrariata. Il tono della sua voce non era
ostile, caso mai dolente e malinconico. Marco non ebbe bisogno di spiegarle
perché l’aveva chiamata: tutti e due ne indovinavano i motivi. Ora, aveva
pensato Marco, prima di prendere in mano il telefono, si trattava di creare un
modo di stare insieme diverso da prima, certo più distante fisicamente ma più
intenso e profondo: i loro corpi non si sarebbero stretti e avvinghiati l’uno
all’altro in quei furtivi incontri regolati dall’orologio, ma le loro anime si
sarebbero sempre più accostate l’una all’altra con la brama di penetrare una
nell’altra.
Questa sua passione segreta,
che aveva trovato finalmente in Anna una possibile destinataria e insieme
complice, non lo distraeva o allontanava per nulla da Lisa, che amava con
quella parte di sé stesso accettabile e presentabile agli occhi del mondo, per
così dire. A volte si domandava se Lisa avesse intuito che in lui ardeva quel
desiderio senza nome.
Lisa era stata assalita, nella
sua prima giovinezza, dalla medesima passione di Marco (questo lui non lo
sapeva e nemmeno lo sospettava); e ne aveva quindi percepito la segreta
presenza in quel giovane che offriva sempre al mondo un sorriso sereno e
benevolo. Non si crea una coppia vera se, al di là delle differenze di
carattere, di temperamento, di intelligenza, non ci sono zone di
sovrapposizione, dove i due si incontrano e si riconoscono uguali. Ma Lisa
sentiva a tal punto il richiamo della bellezza prodotta dalla creatività umana
da aver investito nell’arte tutta la sua passione. Per lei l’emozione più
intensa non nasceva dall’entrare in contatto con la psiche di un’altra persona
bensì dall’immergersi nel mondo creato da un artista. Sapeva bene, Lisa, che
Gentile da Fabriano o Edward Hopper avevano creato un mondo che prima di loro
non esisteva e senza di loro non sarebbe mai esistito; e sapeva bene che, per
poter far questo, avevano dovuto attingere alle ricchezze nascoste nelle
miniere della loro psiche, dalle quali traevano, senza alcuna consapevolezza e
quasi in sogno, i materiali preziosi delle loro opere. E sapeva bene, Lisa, che
lì, in quelle profondità misteriose, stava la radice e il segreto di ogni
essere umano, delle sue virtù e dei suoi vizi, delle sue capacità e delle sue
incapacità, delle sue dolcezze e delle sue crudeltà. Ma si era anche presto
persuasa che tentare di raggiungere e di portare alla luce, in un’altra
persona, quelle miniere preziose e temibili, sarebbe stata una impresa
destinata allo scacco oppure a una sorta di folie à deux. Per questo, da
quando la sua giovinezza aveva scelto di allearsi alla saggezza, aveva impresso
una svolta alla propria vita, scegliendo, per scandirla, la cadenza di un
minuetto di Boccherini più che il travolgente tumulto della “sinfonia fantastica”
di Berlioz. E Marco, che l’aveva conosciuta quando lei, già da tempo, aveva
scelto l’indulgente armonia con le persone intorno a sé, anziché l’esplorazione
tormentosa e inesausta delle loro anime, Marco non aveva nemmeno immaginato che
anche in Lisa si trovassero i semi della sua stessa passione segreta, semi ai
quali, un tempo, con ponderata deliberazione, era stato impedito per sempre di
germogliare.
Lisa sapeva bene di aver scelto
la vita, la bellezza e l’armonia, rinunciando alla ricerca della conoscenza di
tutto ciò che di oscuro e nascosto c’è in ogni essere umano. Solo così poteva
essere la compagna sempre serena e affettuosa di Marco, sostenendolo con la sua
presenza amorevole e rassicurante in quella lotta quotidiana che lui doveva
ingaggiare per impedire che i suoi demoni emergessero e si impadronissero della
sua vita, devastando e distruggendo quell’ordine che lui aveva costruito,
giorno dopo giorno, con tenace e costante impegno.
<<È possibile
vedersi?>> Mormorò Marco nel telefono, esitando. <<Dove e quando va
bene a te.>> aggiunse subito, quasi per attenuare la richiesta.
<<Certo, se vuoi.>>
sospirò Anna.
<<Sì, lo desidero. Ho
bisogno di vederti e di sentire la tua voce.>>
<<Potrei venire al tuo
studio, se non ti disturbo troppo.>>
<<Potresti di mattina?
Magari il Sabato mattina, quando non ho sedute?>>
<<Ho capito. I nostri
incontri non devono interferire con la tua vita, col tuo lavoro, coi tuoi
ritmi.>>
<<Mah…sai.>>
<<Non ti devi
giustificare. Ti capisco. Anch’io, in fondo, nonostante tutto, non ho mai
voluto mettere in discussione o a rischio l’organizzazione della mia vita.
Insomma, la sua caotica ma solida disorganizzazione. Quando ti ho conosciuto,
ho pensato che saresti stato un buon marito per me, ma non mi è mai passato
neanche per l’anticamera del cervello di lasciare mio marito, di divorziare.
Sono legata a lui da una catena pesante e penosa, ma so che non potrei mai
spezzarla.>>.
E così ricominciarono a
incontrarsi. Si vedevano il Sabato mattina alle 10. Marco aveva raccontato una
bugia a Lisa, dicendole che aveva due nuovi pazienti, liberi soltanto nei
fine-settimana, coi quali faceva una psicoterapia vis-à-vis.
La prima volta che Anna ritornò
allo studio di Marco, si sedettero uno di fronte all’altro dai due lati del
tavolo, ma scambiate poche, incerte battute di apertura, Anna all’improvviso
domandò a Marco:
<<Non potrei stendermi
sul sofà, come fanno i tuoi pazienti? Credo che starei più comoda, perché, devo
dirtelo, questo seggiolone è piuttosto scomodo.>>
<<Sì, certo, Anna,
stenditi pure sul divano. Va benissimo. Solo che non potrai vedermi, perché io
mi metterò nella poltrona alle tue spalle. Vuol dire che parleremo senza
guardaci in faccia.>>
<<Potremmo anche non
parlare. Voglio dire parlare se e quando ne abbiamo voglia e per il resto
rimanere vicini uno all’altra, in silenzio.>>
<<Insomma, come in una
vera seduta psicoanalitica.>>
<<Come dovrebbe essere
sempre nella vita, negli incontri tra due persone.>>
Marco rimase colpito da
quest’ultima osservazione di Anna: infatti, gli parve che stesse emergendo dal
lei una saggezza che prima non avrebbe sospettato. <<Allora spostiamoci e
mettiamoci comodi, Anna.>>. E così fecero.
Marco, dalla sua poltrona alle
spalle di Anna, poteva vedere soltanto i suoi capelli sulla nuca, Anna niente
di Marco: se parlava, parlava alla punta delle proprie scarpe oppure al muro,
alla parete beige che chiudeva la stanza, a un paio di metri dalla parte finale
del divanetto.
Anna parlava, parlava, raccontava la sua vita
difficile, il conflitto col marito, le continue preoccupazioni che gli davano
quei due figli discoli. Marco ascoltava, ma non con il tipo di ascolto
riservato ai suoi pazienti, ascoltava come un qualunque ascoltatore e si
annoiava a morte. Non ne poteva più delle lamentazioni di Anna, certo
giustificate ma ininterrotte e ripetute all’infinito. Che ne era stato del suo
sogno, del suo progetto di instaurare con lei un tipo di comunicazione sincero
e profondo, che si traducesse nell’esplorazione, senza alcuna remora, dei
recessi più profondi, bui e nascosti delle loro anime? Tra l’altro, Anna gli
aveva comunicato di aver interrotto la psicoterapia perché <<non si
trovava>> col suo terapeuta. <<Ah, ecco>> pensò Marco
<<io sono diventato il suo sostituto, il bidone della spazzatura dove
riversa tutto quello di cui vuole liberarsi.>>. E si chiese se, una volta
scartata l’eventualità di un incontro fisico dei loro corpi, quando facevano
l’amore, ci fosse qualche possibilità di un incontro soltanto psichico,
mentale, tra loro. Su questo ci aveva contato, e aveva sofferto molto della
loro separazione, pensando di aver perduto l’occasione di percorrere insieme
alla donna amata la strada avventurosa e rischiosa della conoscenza, ma dovette
ammettere di essersi ingannato: le mancava l’Anna con cui aveva fatto
appassionatamente fatto l’amore tante volte, ma sopportava a fatica l’Anna che
lo adoperava per riversargli addosso il proprio scontento, la propria amarezza,
le proprie angosce. Dopo alcune settimane, il loro incontro del Sabato diventò
per Marco un penoso obbligo, del quale avrebbe voluto liberarsi. Ma non
riusciva a immaginare un modo di dirlo ad Anna che non la ferisse. Anche
perché, dopo tutto, era stato lui a voler riprendere i rapporti. Gli parve di
capire che Anna ora cercasse in lui un sostegno, un appoggio più che un
compagno di avventure. E si spiegò la cosa con l’asimmetria delle loro vite:
lui aveva una bella famiglia, con una moglie che lo adorava e un figlio sentito
da entrambi come il dono più prezioso ricevuto dal destino. Anna viveva
costantemente in un mare in tempesta, costretta a sforzi immani per governare
una barca sbattuta di qua e di là da ondate violente e imprevedibili, dai
comportamenti caotici e sregolati di quei tre maschi che non le davano pace.
Capiva che la vita di Anna era
un inferno (ma in un certo senso voluto o almeno accettato senza il minimo atto
di ribellione), e gli parve, proprio per questo, di non essere stato abbastanza
lucido e previdente nello sceglierla come compagna di viaggio: si era lasciato
incantare dal grande piacere che procurava a entrambi l’incontro dei loro
corpi, quando facevano l’amore, e ne aveva dedotto, frettolosamente ed
erroneamente che, se godevano così tanto e in completa armonia nell’unire i
loro corpi, sarebbe avvenuta la stessa cosa quando avrebbero avvicinato l’una
all’altra le loro anime. Un errore grossolano, ma piuttosto frequente, che,
però, uno psicoanalista non avrebbe mai dovuto commettere, si rimproverò Marco.
Ma la sua formazione psicoanalitica non aveva insistito abbastanza sul fatto
che anche gli psicoanalisti sono esseri umani uguali agli altri e possono
quindi lasciarsi soggiogare dalla passione erotica o da altre passioni, fino a
perdere la lucidità di giudizio. In fondo Marco stava ripetendo l’errore più
antico del mondo: pensare che la reciproca attrazione erotica garantisca
l’accordo dei caratteri, dei gusti, dei desideri, dei bisogni: insomma,
l’armonia delle anime dei due amanti. Quanti matrimoni non sono naufragati a
causa di questo errore di giudizio? Parafrasando e rovesciando pascal potremmo
dire: la vita ha delle ragioni che l’eros
non conosce.
Ora il problema che assillava
Marco era come trovare un modo per liberarsi di Anna senza ferirla, senza farla
soffrire. Quei loro incontri il Sabato mattina erano diventati per lui un
pesante fardello, quasi intollerabile: non ne poteva più di ascoltare, per
l’ennesima volta e con le medesime parole, le lamentele di Anna riguardo a suo
marito e ai suoi figli, senza che lei prendesse alcuna iniziativa per cambiare
la situazione. Avrebbe voluto, Marco (ma ormai non era più compito suo), farle
vedere e riconoscere i motivi o le ragioni che le impedivano di introdurre un
cambiamento radicale nella sua vita. Certo, ne avevano parlato, ma l’unica
risposta che Anna gli aveva dato era sempre la stessa: non posso, non ce la
faccio, c’è qualcosa che mi impedisce di lasciare quello stronzo di mio marito,
di separarci e di condividere il peso e le rogne dell’allevamento dei nostri
figli. Marco era persino riuscito a farla incontrare col miglior avvocato
matrimonialista della regione e probabilmente d’Italia. Da quell’incontro Anna
era uscita furibonda perché, a suo dire, l’avvocato cesena le aveva prospettato
come unica soluzione una separazione per colpa che, tra l’altro, le avrebbe
consentito di ricevere vita natural durante dal marito un congruo assegno di
mantenimento. Marco era rimasto sbigottito, ma poi aveva capito la ragione del
furore di Anna: l’avvocato cesena non l’aveva confortata o consolata, ma
l’aveva messa con le spalle al muro prospettandole come unica soluzione
possibile la separazione e poi il divorzio. E prendere decisioni irreversibili
e irrevocabili, aveva capito Marco, era precisamente ciò di cui Anna era
incapace, soprattutto se si trattava di introdurre cambiamenti radicali nella
propria vita. Bisognerebbe, pensò Marco, trovare una parola nuova per indicare
questa fobia del cambiamento, giacché gli pareva che, almeno nel caso di Anna,
non valesse il principio secondo cui, in questi casi, il soggetto che non vuole
cambiare è interessato a mantenere un vantaggio secondario (e spesso segreto)
dalla sua disastrosa condizione di vita. Era vero che il marito di Anna le
assicurava un grande benessere materiale e una grande sicurezza economica,
consentendole di usare come le pareva la montagna di danaro che portava a casa
(lei veniva da una famiglia di modeste condizioni economiche). Ma poteva essere
solo questo il motivo che la induceva a sopportare, da parte di lui, la
completa assenza dalla vita familiare, le peggiori umiliazioni (passava da una
donna all’altra senza nemmeno tentare di nasconderlo) e il totale disinteresse
per l’educazione dei figli? Lui proclamava a ogni piè sospinto di essere un
grand’uomo, un genio dell’imprenditoria e della finanza (e probabilmente,
pensava Marco, anche Anna ci credeva: era questo il fascino irresistibile che
esercitava su di lei?). In breve, dopo mesi di conversazioni su questo punto,
Marco non era arrivato a capo di nulla e non sarebbe stato in grado di darsi
una spiegazione plausibile sul perché Anna non riuscisse o non volesse cambiare
nulla nella sua vita, che, peraltro, descriveva come un inferno.
Mentre Marco si arrovellava su
come porre fine ai loro incontri del Sabato senza ferire la sensibilità di
Anna, fu quest’ultima a venirgli incontro, a prendere l’iniziativa in un modo
brusco e del tutto imprevedibile. Un Giovedì gli telefonò allo studio poco dopo
mezzogiorno e con tono frettoloso gli disse, senza alcun preambolo, che non
sarebbe più andata da lui perché era successa una cosa nuova: suo marito le
aveva comunicato, col suo solito risolino da ragazzino birbante, di aver messo
incinta una ragazza e di aspettare un figlio da lei, anzi, per la precisione,
una bambina, giacché la gravidanza era ormai avanzata e con l’ecografia si era
potuto identificare il sesso del nascituro. Anna, comunicatogli questo fatto
nuovo, gli disse semplicemente: <<Quindi non verrò più allo studio. Mi
dispiace, ma è andata così.>>. E senza aggiungere una sola parola di commento
lo salutò e chiuse la comunicazione. Marco rimase sbigottito, anche se la
decisione di Anna di troncare i loro incontri lo sollevava. Non c’era stata,
nella telefonata di Anna, una sola parola di dolore, deprecazione, di sdegno,
di disperazione, nessuna espressione di emozioni: come se gli comunicasse una
cosa di ordinaria amministrazione. Anzi, per la precisione, c’era stato
soltanto un aggettivo colorito, quando gli aveva detto: <<Quello stronzo
di mio marito mi ha comunicato che eccetera...>>. Ma poi nel resto della
breve telefonata Anna aveva mostrato calma, freddezza, distacco, come se quella
vicenda riguardasse un’altra persona e non lei.
Marco passò alcune settimane di
smarrimento: colei che aveva scelto come compagna di un’esplorazione di cui fin
da giovane sentiva il desiderio, quasi un bisogno vitale, lo aveva abbandonato,
dopo, tuttavia, essersi mostrata, per mesi, del tutto indisponibile a seguirlo
su quella strada, preferendo usarlo come ‘contenitore’ dei suoi lamenti. Certo,
la cosa più semplice e normale sarebbe stata, apparentemente, aver scelto Lisa,
la sua amatissima moglie, per percorre insieme a lei quella strada verso
l’ignoto. Ma Marco sapeva, sentiva, che questa complicità in un’esplorazione
rischiosa e dagli esiti imprevedibili, non era compatibile col mantenimento del
loro solido e sereno legame d’amore e di solidarietà. Lisa era, per lui, la
compagna della sua vita quotidiana, ma quello che Marco voleva indagare e
scoprire aveva poco o nulla a che fare con la vita quotidiana. È possibile, si
chiedeva Marco, arrivare, in una coppia di coniugi, a una reciproca conoscenza
totale e completa, che si spinga fino ai recessi più nascosti dell’anima di
ciascuno, conservando, nello stesso tempo, quel legame di affetto, di stima, di
solidarietà che è alla base di un solido matrimonio? E gli parve che esistesse
una contraddizione, un conflitto insanabile tra una reciproca conoscenza senza
barriere e senza limiti, e una serena vita di coppia. Ma, pensò, lo stesso si
potrebbe dire della vita sociale: se ci conoscessimo l’un l’altro completamente
e fino in fondo, come potremmo convivere e collaborare pacificamente e
convenientemente? E gli parve che la sua insaziabile sete di conoscenza potesse
costituire una minaccia, un pericolo per l’armonia delle famiglie e del corpo
sociale. Ecco perché, si disse, il signore aveva proibito ad Adamo ed Eva di
mangiare il frutto dell’albero della conoscenza. La conoscenza, la conoscenza
del cuore degli uomini, è una terribile minaccia alla coesione della società.
Voler conoscere tutto, e a tutti i costi, quello che è contenuto e nascosto
nella nostra anima e in quella degli altri, è un’ambizione demoniaca.
LO SPAZIO NUDO.
Era notte. Neta camminava lungo il ponte vacuo tenendo un
braccio teso verso la ringhiera. Sotto i polpastrelli scorrevano squame di
vernice, piccole crepe e grumi di ruggine. A quella ora, il viadotto era
immerso nella fetta di ombra che si allungava dai monti e i contorni verdi
della valle si scioglievano in un candore molesto, che pareva riflettere una
luce innaturale. Arrivata al punto in cui il passamano si troncava, Neta si
fermò e percepì l’umidità salire dal letto del fiume, portandosi dietro il
sentore di ciclamini, di terra e di foglie marcite. Lo strapiombo si allungava
verso il bosco in una discesa fonda e assoluta, eppure il fluire dell’acqua le
pareva prossima alla punta delle scarpe. <<C’è qualcuno?>> gridò,
aspettando che l’eco le rimandasse indietro la domanda. Ma le parole se le
portò via il fragore del fiume, che subissò l’eco dell’acqua e lo tranciò. Neta
poggiò il fianco alla ringhiera vacillante e il vuoto sul quale si teneva in
equilibrio d’improvviso le si condensò intorno. Allora chiuse gli occhi, e
quando un istante dopo li riaprì, quello che vide non fu più la vallata, né il
bordo delle montagne aguzze; non vide il fiume, né gli alberi fitti, e non fece
caso al falco, immobile, mentre puntava qualcosa più in basso. Davanti a lei
c’era l’interno del suo salotto, con gli scacchi sparsi sul tappeto cremisi, le
tende agitate dal vento e le ombre in movimento sul divano di velluto. <<E
ora rimetti tutto a posto.>> le disse la voce.
I mesi di quella primavera si erano susseguiti in una blanda
inconsistenza. Le giornate, ormai lunghe, sfoggiavano le loro ore più belle,
prolungando il giorno fino all’ora di cena, e impedendo a Neta di uscire da
casa. Come una pioggia di aghi, i raggi di luce le attraversano gli occhi, per
poi avvilupparsi al cranio, dando forma a emicrania e confusione. La figlia più
piccola la osservava rimanendo in disparte, facendo finta di vestire
bambolotti, ma in realtà contando le sue mosse. Neta se lo sentiva addosso,
quello sguardo, fatto di ansia e rancore, sfociati nella frenesia di
controllarla ad ogni passo. Persino quando andava al bagno, dal vetro zigrinato
della porta, scorgeva la sagoma ricciuta della bimba, come una figura
incorporea che la braccava senza mai riuscire a raggiungerla davvero. Il figlio
più grande, invece, era andato col padre, perché il patto tacito, venuto
naturale dopo anni di temperamenti altalenanti, era che nei momenti di crisi si
sarebbe dovuto mettere al riparo. E fu proprio lui a rientrare a casa senza
avvertirla, poco dopo che Neta aveva avuto uno dei suoi attacchi. In terra c’erano
cocci di piatti, bottiglie vuote e vestiti; libri aperti sottosopra, libri
chiusi impilati, libri senza copertina, libri macchiati di cibo; frammenti di
quotidiani minuziosamente ritagliati, le cui figure in bianco e nero formavano
una mappa scomposta tra la mescolanza. Neta sentì la chiave girare nella porta,
i vetri scricchiolare sotto la suola delle scarpe, l’alternanza dei passi lenti
ad altri incerti, e poi lunghi intervalli colmi di assenza di suoni. <<C’è
qualcuno?>>. Rimase sdraiata sul tappeto del salotto, coperta fino al
collo da un lenzuolo. Un mucchietto di scacchi, riversi poco lontano dalla
massa di capelli sciolti, sembravano farle da corona. <<E ora rimetti
tutto a posto.>> le disse il figlio. Vedendo comparire suo figlio sulla
soglia, Neta sorrise, sentendosi slargare la bocca in una smorfia fuori luogo.
Si mise a sedere, lasciando cadere il lenzuolo sulle cosce, e scoprendo la
pelle esangue e i seni ancora pieni nonostante la magrezza.
<<Amore, non ci devi fare caso.>>. Provò di
nuovo a sorridere, stavolta in un modo composto.
<<Dammi due minuti e mi alzo.>>.
<<Che cos’è questa puzza? Dov’è Enrica?>>
Il ragazzo si girava su sé stesso in allarme, guardandosi
intorno come se avesse sentito arrivare il terremoto.
<<Se l’è venuta a prendere la nonna. Questi giorni non
ce la facevo a starle dietro, con i compiti e tutte quelle cose…>>
<<Quelle cose sono la sua vita! Certo che non ce la
facevi, riesci a stare dietro solo a te. Tutto il mondo si ferma. Anzi, tutto
il mondo si deve fermare, giusto?>>.
L’odio manifesto nello sguardo del figlio, gli occhi
appuntiti dal diniego, la bocca strinta, per Neta furono solo un fotogramma,
che non lasciò residuo alcuno nello spazio vuoto dove tempo prima le emozioni
le facevano da risonanza. Fu proprio l’assenza di stupore a farla affliggere da
una placida arrendevolezza.
<<Da domani le ricomincio, le pasticche. Te lo giuro.>>
<<Non giurare, sai! Guarda in che condizioni stai
vivendo…>>
Il ragazzo spalancò le braccia, poi le lasciò cadere come se
su di loro gravasse l’intero peso di quel caos.
<<Fai schifo, la vita ti scivola addosso. Ma possibile
che tu non abbia uno stimolo, un desiderio?>>.
A Neta parve il bagliore di una lacrima quello che illuminò
il bordo degli occhi di suo figlio. Avrebbe voluto dirgli che un desiderio lei
ce l’aveva, che la voglia di morire per lei era come quella di vivere per gli
altri: l’impulso di una spinta, ma nella direzione opposta. Invece rimase in
silenzio, aspettò che lui uscisse dalla stanza, e si alzò, lasciando cadere il
telo bianco che la riparava. Abbandonò dietro di sé gli scacchi sparsi sul
tappeto cremisi, le tende agitate dal vento e le ombre in movimento sul divano
di velluto.
Quando il rumore dei passi di suo figlio si affievolì nell’androne,
attraversò il corridoio calpestando a piedi nudi le pagine del “cyrano”; gli appunti sparsi in taccuini
smembrati; bucce di cocomero, il cui succo si era solidificato; la copertina
del libro con la fotografia di un faro; le schegge taglienti del servizio di
piatti di sua madre, quello per il brodo; un ritaglio di giornale che definiva
i contorni di un soldato e una ragazza s’una moto, che sorridevano guardando
avanti; un altro frammento di quotidiano, che ricordava un dinosauro senza
testa; un asciugamano lercio, con i lembi zuppi; il tappo di una bottiglia di
vino; una penna stilografica nera, con un getto di inchiostro schizzato
intorno; i resti di un biscotto integrale; una scatola di gomme vuota; la mezza
sagoma di una conchiglia. Neta entrò in bagno rimanendo a testa bassa e, priva
della volontà di vedersi riflessa nello specchio, una volta davanti al
lavandino decise di chiudere gli occhi. Ascoltò lo scrosciante fluire dal
rubinetto, ma il rumore le arrivava già ovattato, il riverbero dell’acqua
passava dalle palpebre socchiuse, il profumo del bosco si stava dissolvendo.
Poggiò le mani sul getto di acqua e sentì i piedi sfiorare le pietre lisce.
Tutto intorno arrivò il conforto, e la placida accoglienza del fiume.
TETRAPODI.
Accucciato sul bagnasciuga, il bambino scavava con movimenti
secchi, la piccola paletta gialla impugnata come un piccone. Ad ogni colpo una
nuvola di sabbia gli gravitava attorno, smossa dal vento del primo pomeriggio,
che sembrava essersi alzato di colpo, come emerso dalle acque. Ogni tanto si
fermava, voltando il collo morbido verso il molo, richiamato dal clangore
metallico della grua. Visto da dietro, sembrava un piccolo papero spennato. Anche
l’uomo guardava verso il molo.
La grua procedeva con lentezza, caricando uno dopo l’altro i
grossi blocchi per poi depositarli sulla scogliera; preso il blocco, la pinza
come lunghe dita dalle unghie ricurve, aspettava che la fune terminasse la sua
oscillazione naturale, per poi piazzarlo nel punto indicato dall’operaio in
piedi sul muro paraonde. L’operaio si sbracciava, e urlava, ed echi delle sue
urla arrivavano fino alla spiaggetta, fino a loro, veicolate e deformate dal
vento.
L’uomo si alzò dalla sdraio, abbassando il capo per evitare
che una delle stecche dell’ombrellone lo colpisse in viso. Uscì dall’ombra e
strizzò gli occhi, per difenderli dal sole; con una mano tese i pantaloni e con
l’altra ci ficcò dentro la camicia, prima davanti e poi dietro e poi davanti
ancora, con un gesto più cauto, per poi risedersi di nuovo. Il vento si faceva
sempre più intenso. Grecale. Il vento peggiore per stare in spiaggia.
Il bambino proseguiva nel suo lavoro, mostrando al nonno le
spalle. Le braccia e la nuca, uniche parti scoperte, di un porpora acceso,
quasi abbagliante. Una raffica lo colse di sorpresa, facendolo cadere
all’indietro, sul sedere, mentre il cappellino gli scivolava di lato. Una
donna, da un asciugamano accanto, si voltò verso l’uomo, lanciandogli
un’occhiata inequivocabile. L’uomo sospirò, senza alzarsi, solo puntò i gomiti
sulla tela ruvida della sdraio, per farsi più su. Sua nuora lo avrebbe
ammazzato. <<Carlo!>> urlò in direzione del bambino, <<Carlo!>>
ripeté cercando di alzare la voce, ma senza risultato, maledetto grecale, e si
mosse ancora sulla tela arcuata, goffamente, fino a che non si rassegnò ad
alzarsi. Percorse i pochi passi che lo separavano dalla riva. <<Carlo!>>
disse ancora mentre di nuovo si infilava la camicia dentro ai pantaloni, con i
medesimi gesti, prima davanti poi dietro poi di nuovo davanti. Solo quando fu
quasi su di lui il bambino si voltò, e protetto dalla sua ombra gli sorrise. <<Ciao
nonno, guarda: faccio i lavori.>>, gli disse indicando davanti a sé, poi
riprese con la paletta a scavare e ammucchiare i ciottoli da una parte, a
formare una catasta ordinata. <<Faccio i lavori!>> ripeté indicando
verso il molo. L’uomo si voltò anche lui, il vento sempre più forte lo rendeva
adesso simile all’asta di una bandiera, un ridicolo tricolore spento del colore
dell’ocra.
Aperta la pinza, la grua si voltava ora verso il pontone, a
cercare un nuovo blocco, il cavo dietro come un pennacchio. Piccole creste
spumose aggredivano adesso la grossa chiatta di lato e da dietro, aperte come
le fauci di piccoli squali. L’uomo guardò all’Espero. <<Andiamo: vieni
sotto l’ombrellone.>> disse al bambino, tendendogli una mano per farlo
rialzare, <<Sei troppo rosso e se ti scotti tua madre si arrabbia con me.>>.
<<Ma io voglio fare i lavori.>> protestò il bambino indicando la
sua piccola diga in ciottoli.
Un rumore più forte, un colpo secco arrivò dal molo, a
testimoniare che un altro blocco era stato posato, seguito dalle urla
dell’operaio a terra. L’uomo guardò il pontone, ne valutò per un istante il
dondolio, poi si voltò di nuovo verso il nipote. <<Se vieni sotto
l’ombrellone il nonno ti racconta come si fanno i lavori.>> disse, e subito
la mano calda del bambino si infilò nella sua. L’uomo lo prese per un braccio. <<Vedi
quei grossi blocchi?>> proseguì mentre si incamminavano, i passi incerti
sul terreno instabile, la sabbia che gli insinuava nelle scarpe, dentro i
calzini. <<Quei blocchi si chiamano tetrapodi.>>. <<Tricetrapodi!
Come i dinosauri!>> fece divertito il bambino. <<No: te-tra-po-di!>>
ripeté l’uomo, cercando di scandire meglio le sillabe, <<Servono
per...>> ma non ebbe il tempo ché le sue parole furono sovrastate da uno
schianto profondo, come una frattura nel terreno, e allora si voltò, il bimbo
che gli scivolava dal collo, giusto in tempo per vedere il grosso tetrapodo
colpire il molo, cadere sulla scogliera, indugiare s’un vertice per poi
rotolare giù, sulla spiaggia, verso di loro. Nella nuvola alta di polvere e
sabbia che ne seguì, l’operaio in cima al muro paraonde non si vide più. <<Coglioni:
fare i lavori d’Estate, e con questo vento. Coglioni!>> urlò l’uomo
agitando le braccia verso il molo e poi ficcandosi la camicia dentro ai
pantaloni al solito modo, prima davanti, poi dietro e ancora davanti, mentre il
bimbo sotto di lui piangeva, i piedini nudi affondati nella sabbia nera. <<Coglioni!>>
ripeteva <<Coglioni che non sanno come si lavora...>>, mentre la
donna dell’ombrellone accanto si precipitava su di loro, prendendo il bambino
in braccio, gli asciugava le lacrime, gli offriva da bere, e tutta la spiaggia
attorno a loro adesso pareva un turbinio di gente che si allontanava e che si
avvicinava, come un’onda, e nell’aria, ora di ghiaccio, non più le parole
dell’operaio <<Più giù... Più su...>>, ma le sirene dei mezzi, le
intermittenze sfalsate dei vigili del fuoco, dell’ambulanza, della capitaneria
di porto, le sirene dei mezzi che arrivavano via terra e via mare, circondavano
il pontone e il molo tutto, a ricacciare i bagnanti dalla piccola spiaggetta
fino al bar della piazza, qualche
decina di metri più in là. Nella confusione dei corpi mezzi nudi e unti,
l’ingegnere Aimar, con la sua camicia di cotone azzurro chiaro dalla quale si
intravedeva la canottiera, con i suoi pantaloni con le pence e i mocassini fuori moda era l’unico ad avere un aspetto
adeguato, perfettamente a suo agio, se non fosse stato per quel bambino di
neanche quattro anni, costumino con le paperelle gialle, che di nuovo teneva
per mano, e trascinava fino al nastro bianco e rosso che era stato tirato
frettolosamente, e dietro al quale stavano i soccorsi, per poi piazzarsi lì,
dritto, impettito.
Poi sentì qualcuno parlare alle sue spalle dire euforico <<Ingegnere!
Che piacere!>> e vide il maresciallo Bonardo venire verso di lui, le
braccia larghe, ad accoglierlo come per tanti anni era stato. <<Eh…
maresciallo…>> disse l’uomo alzando il mento a schernirsi, e lasciata la
mano del bambino di nuovo a sistemarsi la camicia nel medesimo gesto. Poi
riprese a parlare.
<<Mio nipote, sì, il figlio di Fredo. Se lo ricorda?>>
<<Come no, ingegnere... Anche lui, dico, bene?>>
<<Bene... Bene...>>
<<Ingegnere, ingegnere, adesso… sa come sono
all’università adesso, no…?>>
<<Eh... Lo so, lo so.>>
<<Anche i lavori, sa? Anche i lavori… da quando non
c’è più lei… Ma non c’è bisogno manco di dirlo, vero?>>.
L’ingegner Aimar non replicò, se non con un movimento della
mano, alto, una torsione che ricordava i ballerini di tango, mentre il bambino
li guardava da sotto in su, in silenzio, le gote impiastrate di sabbia e sale. <<Ai
miei tempi, ai miei tempi...>> riprese, dopo un attimo di nostalgica
indecisione, quasi a voler ricominciare da capo la medesima conversazione di prima,
ma l’altro faceva già che si allontanava, un primo passo indietro, poi un
altro, come un gambero. <<Ingegnere, mi ha fatto piacere.>> si
decise infine a dire <<Ma ora devo andare. Ma torni a trovarmi, eh…
torni. Mi spiace per quello che è successo, sa? Mi spiace veramente.>>.
Il vecchio distolse lo sguardo. Il piccolo capannello si compresse per un
attimo, spinto indietro dalle braccia a croce degli uomini della protezione
civile, mentre una barella sfilava verso la bocca dell’ambulanza già aperta. Sopra
l’operaio guida, intubato e legato strettamente con le cinghie, a fare tutt’uno
con il mezzo. <<L’ho sempre pensato io, che lei non c’entrava niente, sa…>>
proseguì il maresciallo (e adesso fu l’ingegnere Aimar a fare un passo
indietro) <<Lei, proprio lei, con tutti i lavori che ha seguito,>>
(un altro passo indietro, e poi un altro ancora) <<figuriamoci se uno
come lei poi aveva bis...>>.
<<Triceratrapodo!>> urlò il bambino tirando
adesso la mano del nonno, <<Tritrapodo!>> ripeté cercando di
muoversi verso la barella. L’operaio guida voltò appena il capo verso di loro,
gli occhi iniettati di terrore. <<Tri-ce-tra-po-do!>> disse ancora
il bambino, adesso scandendo bene le sillabe, mentre il capannello si
disperdeva e loro soli restavano là, davanti ai mezzi di soccorso. Il bambino
guidò il vecchio verso il molo, si sedette fra due bitte, battendo con la
manina accanto a sé a fare posto al nonno. Il vecchio si sedette, le gambe
ciondoloni verso l’acqua. Il vento era calato. Alla loro destra un grosso gabbiano
sventrava un piccione con colpi secchi, metodici. <<Nonno, mi racconti i
lavori?>> disse al vecchio il bambino. E il vecchio cominciò a raccontare
i lavori.
L’insegnante di sostegno.
<<Convocazione dalle
graduatorie d’istituto ai fini della stipula di un contratto di lavoro a tempo
determinato>> l’oggetto del messaggio elettronico.
Livia è rimasta sveglia per tutta la notte aspettandolo. Si
adagia sul letto, vestita, a osservare le nuvolette di vapore freddo che emette
a ogni respiro… La caldaia è rotta, ma a chiamare l’idraulico non ci pensa
nemmeno. Livia passeggia su e giù per il corridoio, sotto lo sguardo attento
dei due gatti, impettiti accanto alle loro ciotole: le riempie di croccantini
ben oltre l’orlo e getta sabbia bianca sulla lettiera sporca. Si prepara un
caffè e nient’altro: lo stomaco già si attorciglia, le succede alla vigilia di
ogni decisione dettata dalla necessità e non dalla volontà, dunque molto
spesso. Il caffè le brucia la lingua e non spazza via la sonnolenza che l’accompagna
per tutta la giornata: per quella ci vuole il Citalopram. O il Daparox… Nell’indecisione,
Livia diluisce dieci gocce del primo in mezzo bicchiere d’acqua e inghiotte una
pasticca del secondo. Nell’immediato non sente nulla, ma sa che presto la voglia
di piangere svanirà, almeno fino a sera. Livia si trascina in bagno di mala voglia:
non sa truccarsi e non ha voglia di farlo. Fino all’anno prima non ne aveva
bisogno: era come se il tempo si fosse dimenticato di scorrere per lei e tutti
la scambiavano per una venticinquenne, poi, una bmw
nera non si era fermata allo stop.
Lei ne era uscita illesa: ma Sandrino no. Lui non ne era uscito. Il muso del
mostro tenebroso aveva disintegrato il sedile posteriore. Il correttore verde
fa sparire le occhiaie. Livia non ricorda su quale rivista femminile l’ha
letto, ma mentre si guarda allo specchio si sente sciocca ad aver abboccato:
sembra un capo indiano pronto alla battaglia, ma se cerca di stendere la crema,
picchiettandola col polpastrello, quella si amalgama col fondotinta in un
pastone disomogeneo da cancellare con una passata di spugna gelata. I solchi
violacei tracciati dai sogni agitati e il naso rosso clown sono evidenti, ma la convocazione non è per un concorso di miss, così Livia sprofonda nella sciarpa,
si cala il berretto di lana fino alle sopracciglia e si infila il giubbotto
sopra un maglione logoro, il più caldo che ha. I pantaloni stringono sempre di
più: ha messo su qualche chilo negli ultimi mesi. Ha sempre fame e solo di
schifezze. Livia indugia sulla soglia: piove, ma non ha voglia di portarsi
l’ombrello, così si convince che il cappuccio basterà e si avventura in strada,
a testa bassa, lasciando che gli occhiali si appannino e che siano gli altri a
evitarla.
La scuola non è lontana e non appena Livia ci mette piede
assapora un tepore che le ricorda la casa materna e i ricchi natali dove quasi
tutti i regali sotto l’albero erano per lei. Srotola la sciarpa, si libera del
cappello, ma non osa togliersi il giubbotto: ci sono altre donne nell’atrio,
tutte più graziose di lei, quasi tutte più giovani e di certo tutte meglio
vestite. Le balena in mente un pensiero: pensa <<Loro sì che sembrano
docenti!>>. Livia, invece, si sente in imbarazzo quando la chiamano così
e non ha mai rimbrottato gli alunni che le davano del tu: non le è mai sembrato
grave.
Un donnone dall’aria gioviale esce da una porticina grigia,
appunta i nomi delle presenti e le informa che prima di individuare la
supplente dovrà fare qualche telefonata: ci sono delle deleghe. Una donna tutta
ricci, sulla trentina, in camicia di seta e gonna a vita alta le lancia
un’occhiata in tralice: <<Lei sì che sa usare il correttore,>>
pensa Livia <<e ha anche un ottimo parrucchiere.>>. Livia si tocca
il suo caschetto informe: può permettersi solo il cinese all’angolo, quello che
fa la piega a otto euro e ripara anche cellulari. E se anche si potesse
permettere qualcosa di meglio, sa che non se la sentirebbe di spendere denaro
in frivolezze: deve pagare il mutuo e le bollette da sola e il resto le basta
appena per sfamare lei e i gatti. Le altre si sono riunite in capannelli: un
gruppo di trentacinquenni agguerrite, che fanno rimbalzare lo sguardo da un
angolo all’altro dell’atrio, come se stessero studiando una strategia di
guerra; un altro di attempate bohèmienne
dai capelli troppo colorati, tutte griffate Desigual; un altro ancora di
giovanissime in tailleur, come a
voler sottolineare la loro professionalità attraverso la sobrietà dei loro
completi. Livia non appartiene a nessuna categoria e si apparta da sola vicino
a un termosifone, fingendo di controllare i messaggi sul cellulare. Ha sonno,
le palpebre calano ed è costretta a darsi un pizzicotto per restare sveglia.
Un’amica le ha consigliato lo Xanax, ma con lei non funziona: amplifica i suoi
incubi, li rende più vividi e poi le ricorda il pomeriggio dopo l’incidente.
<<Punteggio?>>. È una delle più giovani a
chiederlo, sorridente: Livia sussulta. <<35.>> risponde. E il
sorriso della ragazza si spegne: si allontana senza salutare e riunisce in cerchio
le altre, come un allenatore di football
prima della partita… Le giovani alzano la testa una a una, fingendo di guardare
il distributore alle sue spalle, ma a Livia non importa. Vorrebbe dire alle
colleghe che se potesse lo cederebbe a loro quel posto e tornerebbe a
sceneggiare fumetti come quando aveva la loro età, o ancora indietro, quando
aveva scelto l’università, anzi, ancora prima, quando aveva rifiutato quel
lavoro d’ufficio dopo il liceo… avrebbe accettato e adesso non sarebbe lì a
intralciare i loro sogni, che di certo non sono i suoi.
Una bionda scheletrica con la pelle talmente bruciata dal
sole da sembrare crepata esce dalla porta grigia: <<Livia Garbero?>>
chiede, guardando speranzosa verso le più giovani. Livia alza la mano, senza
emettere un fiato e la segretaria la guarda da sotto gli occhiali. <<È
stata individuata. Deve prendere servizio immediato: accetta?>> chiede. Una
suoneria molesta tronca la sua risposta sul nascere: la giovane collega
risponde all’istante ma Livia riconosce comunque la canzone… è “xananas”, la stessa che ascoltava Dario il
giorno dopo l’incidente, mentre lei era sotto la doccia. Non era tipo da radio,
lui: forse non voleva che lei lo sentisse piangere. Livia avrebbe voluto uscire
dalla doccia, nuda com’era, e abbracciarlo, dirgli che avrebbero ricominciato
grazie al bimbo in arrivo, ma si era imbambolata sul gorgo di acqua rosa che
scivolava a fatica nello scarico intasato di capelli e solo quando era virato
al rosso si era accorta che era il suo sangue a colorare l’acqua. <<C’è
mancato poco.>> le avevano detto i medici, senza aggiungere altro.
<<Allora, accetta?>> sbuffa la bionda. Livia
annuisce. Le manca la voce e gli occhi le bruciano. <<Dopo compilerà il
contratto.>> continua la donna, facendole strada in un corridoio che
sembra non finire mai. <<È coniugata?>> chiede. <<Non più.>>
dice Livia. E lo dice in un sussurro, ma l’altra la sente comunque. Livia
vorrebbe dirle che in realtà conviveva soltanto prima che Dario uscisse un
mattino per non tornare più, congedandosi con un sms, che diceva semplicemente <<Non ce la faccio.>>. <<Niente
figli?>>, e Livia vorrebbe rispondere che uno è stato ucciso e che
l’altro l’ha quasi ucciso lei, ma tace. <<Solo due gatti che mangiano
come cristiani!>> dice spremendosi una risata sciocca. Ha voglia di
sfogarsi, ma sa che non interessa a nessuno: in fondo ha un tetto sulla testa e
non è una madre sola. In fondo, c’è chi sta peggio. <<Ci sono particolari
problematiche da affrontare con l’alunno?>> chiede a mezza voce. <<Ma
no! È solo un bambino, anche se…>> Livia aspetta, l’altra abbassa il tono
e soggiunge: <<...ha colpito un compagno con una matita appuntita
all’inizio dell’anno, ma adesso che ha cambiato terapia è quasi sempre calmo.>>.
<<Capisco.>> dice Livia e chiede che cosa debba fare e aggiunge <<Sa?
È la mia prima volta in questo ruolo...>> indietreggiando mentre la
bionda apre la porta dell’aula: <<Sedersi accanto a lui. E aspettare.>>
dice la donna.
La segretaria le fa cenno di entrare, lei abbozza un saluto
e il professore le lancia un’occhiata distratta, continuando a spiegare alla
lavagna interattiva. Livia si avvicina al bambino, lo saluta, ma lui non si
volta: guarda oltre il professore, oltre la lavagna, oltre la parete, oltre la
scuola, oltre la città, oltre il loro piccolo mondo e, di tanto in tanto,
stringe l’astuccio. Livia siede accanto e aspetta.
Faccia al muro.
Suo padre e l’allenatore stanno parlando. Li sente e li
immagina, nel corridoio dietro gli spalti: sopra, il soffitto in cemento armato
e, tutto intorno, il buio freddo. Uno tiene le braccia incrociate, forse
l’allenatore, e suo padre, come fa sempre quando espone un problema e la sua
soluzione, muove le mani e sta leggermente inarcato verso l’interlocutore.
Immaginare che le cose stiano andando così lo calma. Si
passa le mani sui polsi, prima uno e poi l’altro, e con la punta delle dita
tenta di carpire i peli biondi che stanno crescendo al ritmo di un millimetro
alla settimana. Che quella sia la misura precisa non gli importa, ma pensarlo gli
dà conforto. Prova a strappare anche i peli dei polpacci, ma laggiù invece non
cresce nulla di consistente. O meglio, dei peli ci sono, ma sembrano lanugine:
lisci e morbidi, gli stessi da una vita, fili che brillano al sole. Si
concentra. Ne afferra un paio, ma non appena scatta per strapparli questi gli
fuggono tra i polpastrelli e rimangono agganciati alla carne bianca. Che
schifo, pensa.
Unisce le ginocchia. Le riapre. Si dà del cretino: solo le
donne, che non hanno le palle, tengono le gambe chiuse. Gli uomini e i suoi
compagni di squadra, invece, le tengono larghe con le ginocchia puntate verso
l’esterno oppure stendono le gambe e accavallano le caviglie, ma mai, mai,
serrano le cosce. Però non resiste: la sensazione di espandersi in quello
spazio freddo e umido gli fa venire il cerchio alla testa, e puntando gli occhi
al soffitto unisce le gambe e vi strofina le mani sopra. Ogni volta che i suoi
polpastrelli passano dal tessuto sintetico del completo alla carne gli viene
voglia di staccarli da lì; ricordare che quel corpo è suo, adesso, gli fa
un’enorme fatica. Ma resiste, e sa che più resisterà più la forzatura di
toccarsi si farà incosciente e quindi più automatica.
<<Per questo l’hai fatto uscire?>>. La voce di
suo padre si espande nello spogliatoio e lui si guarda intorno. La porta è
chiusa, i borsoni sono sparsi a terra e l’odore di sudore rinsecchito è ancora
lì. L’aria è ferma. Lui è solo, e anche se per un attimo ha tremato sa che suo
padre non entrerà. Non l’ha mai fatto e non inizierà certo ora che è troppo
tardi, ora che non è più in grado di chiedergli perché. Quattro mesi fa sarebbe
stato ancora capace, oppure all’inizio del campionato, ma ora no, e quando due
settimane prima ci aveva provato la sua risposta non era stata all’altezza. Si era
incazzato, e fermando l’auto gli aveva detto di smetterla con tutte queste
cazzate, che aveva quattordici anni e che a quell’età un uomo deve iniziare a
prendersi delle responsabilità, che sarebbe arrivato in fondo a quella stagione
come tutti gli anni e che poi, a anno nuovo, ne avrebbero riparlato.
<<Sì, per questo.>>
<<Per le battute?>>
<<Batte dal sotto, lo capisci? Faccio l’allenatore di
pallavolo da vent’anni e queste cose ormai le riconosco subito. Capisci? Lui
batte ancora dal sotto. Non è questione di tecnica o che non è sveglio, è che
proprio il suo corpo non ce la fa. Non ha abbastanza muscoli per fare una
battuta dall’alto.>>
<<Perché, gli altri sì?>>
<<La maggior parte.>>
<<Solo i titolari. Quelli che tieni in campo tutto
l’anno. Ma paghiamo tutti, no? E allora devi far giocare tutti, fosse anche
solo per cinque minuti.>>
<<Ma l’ho fatto. Non ha giocato anche lui?>>
<<E ha fatto punto. Si meritava di stare di più.>>
<<A me non è sembrato scontento quando l’ho tolto.>>
Non si era lamentato, ma avrebbe volentieri pianto. Il caldo
alla bocca dello stomaco gli si era formato quando l’allenatore, avvicinandosi
alla panchina, gli aveva detto bravo e gli aveva dato una pacca sulla spalla, e
era aumentato quando Giovanni, uno che frequentava un istituto agrario, gli
aveva sorriso senza scoprire i denti. A quel punto, contro ogni volontà, le
lacrime gli erano entrate nel campo visivo. Prima che cadessero a terra però
era già nello spogliatoio e lì era rimasto, in silenzio, con l’accappatoio in mano.
Aveva sentito suo padre e l’allenatore arrivare qualche minuto dopo.
L’allenatore dice a suo padre di stare calmo. Dice che non
si parla così alle persone, che gli si porta rispetto, e che lui non può stare
dietro a simili cazzate mentre la partita è ancora in corso.
<<La partita un cazzo.>> fa suo padre <<Perché
l’hai tolto?>>
<<Perché non poteva più fare un cazzo, ok? Con quel
punto è stato fortunato e niente di più. Non può competere con nessuno, nemmeno
coi suoi compagni di squadra. Non ha il fisico, non è sviluppato, e per questo
non ci posso fare niente. Conosce gli schemi, sa come si fa ma non può farcela.
E comunque non si impegna, perché sai, se si impegnasse un po’ allora forse che
non ha il corpo di un uomo non sarebbe poi ‘sto gran problema. E invece manco
quello.>>
Si ammutoliscono. Lui intanto fa il punto della situazione:
se oggi hanno giocato i due Mattia, Marco e Stefano allora la partita dovrebbe
finire a momenti. Li immagina alti e sudati parlottare e ridere mentre battono
palloni impossibili da recuperare o così forti da spaccare uno zigomo. Si
concentra su quella violenza. Alza il braccio in aria, serra le dita, e
socchiudendo gli occhi per lo sforzo tende il muscolo del braccio fin quando
non riesce a ascoltare il flusso di sangue dietro le orecchie. Immagina che sia
lui quello capace di generare colpi tanto violenti, di battere i palloni a gran
velocità e di lasciare gli avversari a terra o con il naso pieno di sangue, e
che i volti degli avversari siano quelli dei suoi compagni di squadra,
dell’allenatore, della sua famiglia. Vorrebbe la forza soltanto per
trasformarla in violenza, è consapevole di quanto sia sbagliato, eppure a quel
pensiero si sente felice. Poi rilassa il muscolo e il volto, smette di
ascoltare il sangue e apre le dita: subito lo coglie uno spasmo, un brivido che
nasce tra le scapole e si espande ovunque senza timore, fino in mezzo alle
gambe. Come punizione, pensa.
<<Che vuol dire che non si impegna?>>
<<Non ha voglia, non ci si mette.>>
<<Ma come? Viene a tutti gli allenamenti!>>
<<E si allena. Ma non c’è mai, è sempre in mezzo ai
suoi pensieri.>>.
Tre fischi, urla concitante, un po’ di silenzio, poi altre
urla. Sono suo padre e l’allenatore. Forse sono muso a muso e gocce di saliva
gli si sono formate agli angoli delle labbra. Le voci sono così alte che
vorrebbe non sentirle.
<<Vai dentro a chiederglielo tu, no? Chiedi a tuo
figlio se per caso si impegna. Dai, entra.>>
<<Col cazzo. Sei tu l’allenatore, lo dovresti motivare
tu!>>
<<Bravo, hai detto bene, io sono l’allenatore, mica
una baby-sitter per neonati.>>
<<Come ti permetti?>>
<<È quello che è, o sbaglio?>>.
Si sentono una frotta di passi che si muovono veloci, passi
che all’improvviso si fermano, poi ripartono lenti in direzione dello
spogliatoio.
Lui allora scatta in piedi e si sfila le scarpe, i calzini,
e quasi in un blocco unico pantaloncini e maglietta. Ora è in mutande. Non ha
più tempo e tutti i pensieri gli si stanno accavallando.
<<Facci caso quand’è in mezzo al campo. Se ne sta lì
immobile con quel corpo magro da ragazzino mentre gli altri intorno saltano e
tirano palle allucinanti. Ma tu l’hai mai visto un titolare che manco si muove?
Un titolare che ha il corpo di un bambino? Io no.>>.
La voce di suo padre viene inghiottita dalla porta che si
apre e dalla voce di Stefano, che sudato e senza maglietta ulula la sua
vittoria. Gli altri entrano dopo di lui, e sentendolo fomentarsi gli si
affollano intorno, gli danno colpi sulla schiena e provano a montargli in
groppa. Ma Stefano se li scrolla di dosso, ne afferra uno, con un movimento lo
blocca e lo spinge a terra mentre digrigna i denti e continua a urlare la sua
gioia.
Lui è in piedi, con solo le mutande addosso, e li guarda; sa
che potrà continuare a farlo per qualche altro secondo e basta prima che loro
lo notino, ma stavolta Stefano lo fissa subito. Lascia andare il ragazzo e gli
va incontro. Sembra altissimo, forse arriva al metro e ottanta e ha le mani
larghe e grasse, perfette per imprimere forza al pallone. Con l’indice nodoso
gli dà un colpetto all’inguine. Alcuni li fissano, altri parlano fra loro e non
hanno tempo per cose di quel genere.
<<A ‘sto giro con o senza mutande?>> gli chiede Stefano.
Lui resta zitto. L’altro gli sorride, poi si volta e va
verso i due Mattia, che sono già nudi e con l’accappatoio in mano. Insieme si
avviano alle docce, e poco dopo gli si accoda anche qualcun altro, qualcuno di
cui non ricorda mai il nome.
Si avvia anche lui. Non è l’ultimo, ne restano due, ma le
docce sono solo otto. Si mette nel cubicolo più esterno, quello con le finestre
in plexiglass che oscurano la vista.
Tira l’acqua, ma non ne percepisce la temperatura; di sensibile, in quel
momento, ha soltanto la bocca dello stomaco. Il getto gli arriva sul corpo e
gli scivola lungo le gambe inzuppando le mutande e rendendole, da bianche che
erano, traslucide, quasi trasparenti. Guarda le sue forme e poi, alzando prima
la gamba sinistra e poi l’altra, si sfila le mutande e le fa cadere a terra.
Immagina che là, vicino allo scarico, il tessuto si stia riempiendo di germi e
dei rimasugli di detergenti per il corpo.
<<Ho finito lo shampoo>>
dice qualcuno <<Chi me ne presta un po’?>>. Una voce dice <<Io.>>,
e un corpo, in mezzo al vapore, si muove e poi torna indietro nel suo cubicolo.
Qualche risata, una storia divertente s’una tale Marta con le tette grosse,
altre risate e poi considerazioni sulla partita, sugli schemi da utilizzare la
prossima volta.
Lui prima appoggia la testa alla parete del cubicolo, poi
tutto il corpo. Non chiude gli occhi: l’aria è così satura di vapore che non
vedrebbe comunque nulla e gli altri non vedrebbero lui, e questo è quello che
più gli interessa.
Stare così per sempre, faccia al muro, per non vivere mai
più niente di tutto questo.
Piano rialzato.
Il mio ufficio è al centro di una città bruttissima. La maggior
parte dei palazzi sono di epoca fascista, un’architettura rigorosa e razionale
che concede poco alle emozioni. Lo stesso ufficio è talmente rigoroso che le
emozioni sono un lusso che difficilmente ci si può concedere. A volte penso che
i pezzi mancanti dalle facciate, le parti scrostate a causa del maltempo o
dell’incuria siano le uniche sezioni davvero vive di quegli edifici che
costeggiano il corso principale come le fosche e ripide ripe di un orrido.
Raggiungere il mio posto di lavoro è una vera e propria odissea. Lungo il
famoso orrido tutti i parcheggi sono a pagamento, strisce blu a perdita
d’occhio. In alcuni tratti si può lasciare la macchina senza pagare, ma solo
per mezz’ora, devi lasciare il disco orario, non si sgarra, gli sbirri sono lì
all’orizzonte come indiani pronti ad attaccare dai costoni di un canyon. Pezzi di merda.
Per evitare questo casino mi tocca lasciare la macchina
molto lontano. Dieci minuti o forse di più di camminata. Odio quell’ufficio,
odio quel lavoro, odio quella città. Tutto cospira contro il mio fegato, contro
la mia pazienza, contro la mia voglia di stare quieto. Lascio l’auto di fronte
ad una scuola, quando arrivo lì i ragazzi sono già tutti entrati, tranne quelli
che non hanno intenzione di farlo per nulla. A volte lungo la strada trovo
coppie di ragazzi sedute qua e là. Alcune sono lì per baciarsi e stringersi
forte come solo i ragazzi a quell’età sanno fare. Altri sono seduti a terra con
dei libri aperti davanti a ripetere all’amico la lezione che probabilmente
dovranno affrontare alla seconda ora. Mi dico: <<Beati loro. Il bello
verrà dopo. Godetevi questi anni.>>.
Lascio l’auto sulle strisce bianche. Prendo lo zaino e mi
avvio, chiudo le sicure con il telecomando. Faccio qualche metro e comincio a
chiedermi se ho chiuso la macchina. Ricaccio il telecomando dalle tasche e
chiudo le sicure da lontano. Continuo diretto verso l’orrido, il tempo di
percorrere qualche altro metro e mi assale di nuovo il dubbio atroce delle
sicure chiuse o meno. Mi giro verso l’auto, tiro fuori il telecomando tirando
il filo rosso che inanella una serie di piccoli peperoncini e premo di nuovo il
tasto della chiusura. Tre controlli penso possano bastare. Rimetto il
telecomando con le chiavi in tasca e punto verso la gola profonda che mi
inghiottirà per tutta la giornata. Lungo il percorso c’è un palazzo con i
balconi quasi ad altezza strada. Il primo piano è in realtà un piano rialzato.
Non ha ringhiera solo un muro alto poco più di un metro da cui si affaccia una
coppia di pensionati che osservano i passanti. Sotto quel balcone stazionano un
numero imprecisato di gatti. La Maggior parte guardano in direzione del balcone
con la coppia di anziani. Altri dormono sulle auto parcheggiate lungo il
marciapiede. Non tutti ci fanno caso, i gatti non si lasciano scomporre
dall’andirivieni dei passanti. Nei pressi del balcone c’è anche una scodella
con dell’acqua. Quando passo i gatti mi distraggono dai miei pensieri. Penso:
<<Che costanza devono avere questi due per riuscire a sfamare tutti
questi gatti in continuazione.>>.
Ci passo tutti i giorni e ogni giorno trovo un numero di
gatti diverso, mai gli stessi gatti. La costante è che non passa giorno in cui
non ci sia qualche felino sotto quel balcone. Faccio attenzione a non colpire
la ciotola, allungo la mano verso qualche gatto che meno si fa spaventare
dall’andirivieni delle persone. Cerco di attirare la loro attenzione facendo
qualche verso con le labbra strette. Quasi mai ottengo risultati degni di nota.
Andare al lavoro prima era più semplice, ci abitavo vicino e
riuscivo a non prendere l’auto per arrivarci. Usavo i mezzi pubblici che per
quanto scassati e un po’ rattoppati servivano allo scopo. Guidavo meno,
camminavo di più, non dovevo rendere conto agli automobilisti mitomani, ad ogni
passeggiatore delle quattro ruote che scende di casa la mattina presto solo per
ammirare il paesaggio. Non avevo dovuto ancora imbattermi nella categoria umana
di quelli che guidano col braccio penzoloni fuori dallo sportello, indice che
afferma con matematica certezza che quella persona non è lì per sbrigarsi né
tantomeno per lasciarti camminare spedito. Quello col braccio fuori dal
finestrino è lì per intossicarti. Penso: <<Cazzo, ecco un altro col
braccio fuori dal finestrino, ora come cazzo lo supero?>>.
La vita del pendolare è lastricata di ingorghi, buche,
pensionati che guidano le loro panda così piano che uno storpio strisciando. La
vita del pendolare è un inferno in cui si scontano pene per delle colpe non
ancora commesse. La vita del pendolare è un’espiazione preventiva, sulla
fiducia. Di sicuro farò qualcosa di male per cui verrò punito, intanto comincio
a fare il pendolare così inizio a scontare la pena. Io probabilmente scontavo
pene per la mia vita in stand-by.
Espiavo i miei anni vissuti in una perifrastica attiva perenne. Una porzione
considerevole della mia vita “spesa sul-punto-di...” senza mai finire la frase.
C’è un territorio, infatti, non indicato su nessuna mappa
ufficiale dove le cose funzionano. Dove funzionano i rapporti di coppia, dove
le frasi ad effetto non vengono accolte con una risata. Un territorio dove
tutto può succedere ma niente succede veramente. Quel terreno è l’immaginario,
sono i rapporti pensati e non vissuti. Quel territorio è situato nella testa di
molti come il sottoscritto. Un posto dove non ci si fa male, dove non si
sbaglia, dove ogni ragionamento ha dignità di esistere ed è perfettamente
coerente con tutto il resto. Niente può scalfire la sicurezza solipsistica di
chi si posiziona a metà strada tra il fare ed il non fare. Tra l’agire e
l’immobilità, è un terreno in cui abbondano promesse, progetti, sogni. Tutto
molto leggero ed etereo, l’aria è rarefatta ed ogni cosa può restare promessa
per sempre.
Io e Loredana abbiamo vissuto in quel territorio per
parecchi anni. Un eterno <<faremo>>, <<diremo>>,
<<andremo>>, <<decideremo>>, <<vedremo>>.
Un susseguirsi di <<ora non è il caso>>, <<non è il momento
giusto>>, <<forse è meglio rimandare>>. Una vita immaginata
più che vissuta. Il lavoro che non arrivava o che non ingranava, la casa giusta
che non si trovava, il maltempo, l’inverno, il caldo, il freddo, i debiti e
tutto il resto. Ogni scusa era buona per rimandare, per procrastinare. Lo
avevamo cominciato a fare senza accorgercene fino a che poi era diventato un
pezzo di noi. Rimandare era diventato parte del nostro dna. Poi col tempo ci eravamo abituati a non fare, a non
dire, a girarci dall’altro lato. Un equilibrio tossico che ci stava facendo
invecchiare senza crescere mai. Non vedevamo al di là dei nostri weekend. Mentre tutto intorno a noi il
mondo si muoveva, non sempre in meglio, noi restavamo ancorati ad un eterno
presente che puzzava di chiuso.
Poi un giorno la telefonata, il contratto, la
stabilizzazione e la caduta del castello di carte, non si poteva più rimandare.
Una casa insieme lontano da tutto, lontano dalle nostre vite precedenti e
vicinissima ad un futuro che improvvisamente ci sbatteva sul muso. Un impatto
frontale capace di stordire chiunque. Le difficoltà di una vita finalmente vissuta.
La superficie ruvida delle cose da fare per davvero. E quindi la strada, la
distanza dal gran canyon, il capoufficio che mi aspetta alle volte sul balcone
come un indiano armato di arco, frecce e orologio per segnarmi i ritardi. La
macchina lasciata fuori da un liceo, il percorso, sempre lo stesso. Quel
balcone con una ciotola piena d’acqua lasciata lì vicino, i gatti a fare da
sentinella sulle auto parcheggiate di fronte. Io che mentre cammino rimugino
sulle cose da terminare, sulla benzina da mettere, le gomme da cambiare la
spesa da fare. Il tempo che non basta più per guardare i miei film, le mie serie tv, per leggere i
miei libri, per ascoltare i dischi nuovi.
Poi un fischio, qualche secondo di silenzio e poi subito un
altro. Mi guardo intorno. Dal balcone spunta un omino che mi chiama col dito,
come se mi avesse arpionato con un amo, fa per tirarmi verso il balcone. Mi
avvicino. Mi dice: <<Può salire un momento?>> e la domanda mi
spiazza, non so che rispondere. Vorrei chiedere perché, che intenzioni hanno,
cosa vuole da me. Data la mia statura e la sua non penso alla mia incolumità ma
in qualche modo mi scoccia perdere anche solo pochi minuti e allungare il mio
pomeriggio di traversata di ritorno dal lavoro. Non riesco comunque ad
obiettare nulla e mi faccio indicare la via per salire. Abitano al piano
rialzato, in un paio di balzi sono alla porta. Mi fa entrare la moglie, una
signora tarchiata con un grembiule che le cinge il collo e le arriva fino alle
ginocchia. Mi indica il salotto, la casa è piccola, un quadrato diviso
perfettamente in quattro stanze, all’entrata a sinistra la cucina, a destra il
soggiorno, nell’angolo opposto suppongo ci fosse il bagno e poi la stanza da
letto. Entro in soggiorno e trovo una grande cesta in cui una gatta allatta una
serie di piccoli gatti che si affannano a trovare un capezzolo libero per
sfamarsi. Mi dicono <<Prenda un gatto.>>. Rispondo che non posso. Ribattono
dicendo <<L’abbiamo vista passare parecchie volte, è sempre pensieroso,
prenda un gatto, vedrà, non se ne pentirà.>>. Rispondo <<Ma io non
ho mai avuto un gatto, e nemmeno la mia compagna, non so come potrebbe
prenderla. Poi siamo fuori tutto il giorno.>>. Mi rispondono senza
scomporsi <<Lo prenda: vedrà.>>. C’è qualcosa in quelle persone che
anestetizza le mie ansie. Quella casa mi mette addosso una sensazione di pace
che mi impedisce di rispondere alle loro richieste come vorrei. Non riesco a
tenere le distanze da quello che potrebbe succedermi, come se la fase difensiva
fosse totalmente disattivata. Mi dicono: <<Lei passa tutte le mattine, ed
è l’unico che evita accuratamente di disturbare i gatti sono il nostro balcone,
una delle poche persone che non ha mai provato a rovesciare l’acqua che abbiamo
messo per loro qui sotto. Prenda un gatto, vedrà che starà bene.>>.
Mi ritrovo con un gatto in mano. Li saluto e vado via. Lo
porto in auto, lui non fiata, forse non si rende conto. Quando torno a casa Loredana
non c’è. L’aspettiamo sul divano. Ho messo due lenzuola a mo’ di copri-divano
per evitare casini. Lei entra e lancia un urlo.
<<CHE COS’È??>>
<<Un gatto, non vedi?>>
<<E dove lo hai preso?>>
<<Te lo spiego
con calma.>>
Ora mentre guido osservo le mie mani tutte graffiate,
durante il tragitto che mi separa dal lavoro penso al gatto, è tutto nero e per
questo l’ho chiamato Franco: Franco Nero! Ha cominciato a fare casino dal
giorno dopo che l’ho portato a casa, ma pare che a Loredana faccia piacere
averlo tra i piedi. Quando sono a lavoro mi scrive messaggi in cui mi chiede
cosa starà facendo Franco. E al ritorno quando apro la porta lo cerco, lui esce
sempre dalla stessa stanza, miagola. In qualche modo credo che mi dica:
<<Dove cazzo sei stato fino ad ora?>>.
Il tempo che non basta più per guardare i miei film, le mie serie tv, per leggere i
miei libri, per ascoltare i dischi nuovi lo passo a capire dov’è Franco, che
spesso è tra i miei dischi o tra i libri. Cosa sta facendo Franco, a giocare
con lui, a turno con Loredana. Il tempo passato a fare le cose per davvero, la
vita vera, quella che non fai in tempo ad immaginare, quella che ti graffia le
mani ma che non fa male, anzi. Franco, la fine della frase “sul-punto-di…”.
Quando ho spiegato a Loredana perché ho chiamato il nostro gatto nero Franco,
lei mi ha risposto come spesso mi risponde: <<Sei proprio un
coglione...>> (ma bonariamente).
Qualche volta dopo il lavoro mi fermo dai signori del piano
rialzato. Citofono, prendo un caffè, parliamo di Franco, mi spiegano alcune
cose sui gatti. Le vaccinazioni da fare, le crocchette. Gli racconto dei casini
che combina a casa nostra. Una volta ci ho portato anche Loredana. Alla fine
non abito così lontano dal lavoro, tutto sommato guidare un po’ non ha mai
fatto male a nessuno, i dischi li ascolto in macchina. Il mio ufficio è al
centro di una città bruttissima, e tutto sommato vivere molto lontano
dall’ufficio è stata decisamente una buona idea.
Diana.
Stamattina papà mi ha svegliata all’ora delle galline, anche
se è festa rossa. Ieri sera, a tavola, diceva a mamma che non se ne parlava
nemmeno di portarmi con lui nel bosco, ma io li ho messi in croce tutto il
tempo e alla fine lei ha sbuffato e lui ha detto di sì. Si sono scambiati
un’occhiata di volata. Lui, con la faccia da no secco, voleva protestare, ma
lei con un’alzata di spalle ha chiuso il discorso.
Quando ho aperto gli occhi la camera sembrava il fondo cieco
di una conca dentro un monte.
<<Sveglia Emma, è l’ora, bisogna andare. Ma fai piano,
sennò mamma si sveglia e dai berci incrina il mondo.>>
Allora non ho neanche acceso la luce e mi sono mossa
invisibile verso il gabinetto, con le braccia stese in avanti a mosca cieca. Un
po’ di volte le dita si sono impuntate sulla faccia ruvida del muro, ma è
bastato spostarmi di un pelo più a sinistra per infilare il varco dell’uscio.
Il vantaggio di avere il nero intorno è che nessuno ti vede e tu puoi far finta
di essere andato via, anche se ci sei; lo svantaggio è che anche tu non vedi
nessuno, col risultato che al buio siamo tutti orbi.
Papà è andato nel cucinotto. Il neon si è acceso con dei singhiozzi di luce, fino a che la stanza è
ingiallita e i mobili sono diventati come le figure geometriche che si studiano
in scuola. Dal gabinetto, riuscivo a vedere il frigorifero bianco, un moncone
di tavolo, una sedia di profilo e la finestra con sotto le ciotole di Diana.
Ho sentito papà versare la tisana nel thermos, che di solito porta al lavoro, e poi tagliare le fette di
pane dal filo e metterci in mezzo il salame e la mortadella. I ciccioli di
grasso mi fanno dare colpi di stomaco, così anche a ricreazione devo aprire il
panino e levarli uno a uno. Il ripieno diventa una sfoglia di gruviera, ma
almeno le budella non mi risalgono a bussare in gola. Ho sentito il ticchettio
delle unghie di Diana sulle mattonelle del pavimento e poi rumore di acqua
smossa e succhiata. Papà ha aperto il frigo e ha versato nella scodella di Diana
gli avanzi: la pasta col burro e la carne in scatola che avevo lasciato ieri
sera nel piatto. Lei si è accoccolata per mangiare, io vedevo solo la sua
groppa e la coda che prima si è mossa di contentezza e poi è ristata.
La 127 color verde oliva è parcheggiata sotto casa,
all’incrocio fra via fratelli cervi e via Ugo Bassi. Papà fa entrare Diana nel
portabagagli, a cui papà ha tolto il pannello di plastica e stoffa nera da
quando lei è arrivata a casa nostra. Lei inizia a mugolare perché vorrebbe
stare sui sedili di dietro. Quando papà glielo permette, le lascia aperto uno
spiraglio del finestrino e lei ci infila il naso e respira fuori. In Estate il
vetro è tutto abbassato e lei chiude gli occhi per proteggerli dall’aria che
preme, le orecchie si stirano all’indietro e ballano, e io rido.
La macchina non si accende al primo giro di chiave, la
batteria emette alcuni colpi di tosse, i miei dicono che deve arrivare almeno
fino al natale prossimo, ma secondo me ci molla a piedi prima. Io lo spero.
Quando mi accompagnano a scuola le bollature della vernice sul cofano mi fanno
sentire come se avessi la pelle scorticata, così chiedo di lasciarmi un po’
prima, ché ormai sono in seconda media. Allora papà mette la freccia e accosta
alla fermata della corriera (che poi nemmeno si potrebbe), allunga il braccio
per aprire la portiera dalla mia parte, e così mi porto a scuola il suo odore.
Poi mi dà un bacio dei suoi, con un graffio, per via della barba matta, e
<<Dai...>> io gli dico, mentre controllo che non stia passando
qualche compagno di scuola.
Appena saliti in macchina, papà mette una cassetta nel
mangianastri. A lui piacciono le canzoni, ma a me danno il magone in gola e il
vuoto nello stomaco di quando si diventa tristi, che sei indeciso tra lo
sprofondare nel sonno o il metterti a piangere per bene. Spero ogni volta che
il nastro si annodi, si allunghi fuori dalle rotelle e rifiuti di rientrarci.
Una volta è anche successo: <<Cerca la penna nel cruscotto.>> mi
disse lui allora. <<Non c’è.>> ho risposto io facendo finta di
cercare per davvero. <<Guarda bene.>> ha insistito, così ho
affondato la mano e ho sentito la bacchetta a prisma. Era senza il tappo e
aveva la punta sporca di inchiostro secco. Papà ha premuto il tasto e la
musicassetta è spuntata fuori dal cruscotto come una linguaccia. L’ho tirata in
avanti e, non so che mi è preso, ho stretto il nastro tra pollice e indice, poi
l’ho avvolto tra le altre dita ed è diventato sottile che sembrava potesse
tagliarmi. Che ti salta in mente, mi ha detto lui. Me l’ha levata di mano e mi
ha proibito di toccarle ancora. Il fatto è che vorrei per miracolo trovare nel
cruscotto una musicassetta con le sigle dei cartoni, o anche le canzoni di Renato
Zero, quelle che canta con le piume di struzzo al collo, invece niente.
Papà fa partire il lato b
della cassetta e fa scorrere veloce il nastro in avanti, poi un pochino
indietro, perché non riesce ad azzeccare subito il punto in cui inizia la
canzone che sta cercando. Ma tanto io lo so già qual’è, e la conosco a memoria:
racconta di un padre che si vergogna di essere stato licenziato, sarà la
centesima volta che la ascoltiamo. Lui la canta sempre concentrato, e mi pare
che la voce si stringa come in una pressa quando il testo dice <<povera
gente>>, <<operaio>> e <<padrone>>. Io non avevo
capito perché, fino a che, l’anno scorso, mamma mi ha portata dal dentista a
chiedere quanto sarebbe costato l’apparecchio per raddrizzarmi i denti di sotto
ma poi non l’abbiamo comprato. <<Due mesi di paga, ti rendi conto? Alla
povera gente dovrebbe passarlo la mutua!>>, ho sentito che diceva alla
mamma. Poi è venuto in camera mia, mi ha detto che gli dispiaceva e mi ha
chiesto anche scusa con gli occhi lustri, ma lo so che dovrei chiederglielo io,
scusa, che mi sono fatta crescere i denti storti. Comunque, ho pensato che
essere la povera gente non è poi così male, se puoi evitare di farti mettere
quei ferri in bocca, che quando ridi sembra che hai messo il sorriso in gabbia.
La mia compagna di banco dice che da grande avrò i denti brutti e lei no. Io le
rispondo che non so neanche se ci diventerò, grande, e a quel punto lei mi
pianta in asso, come se avessi detto chissà che. Intanto, a me i denti storti
fanno compagnia, quando non so che fare ripasso con la punta della lingua tutti
gli scalini tra canini, incisivi e così via, e ormai ce li ho a memoria come
fosse una strada coi lastroni smossi che mi riporta a casa. Certe volte mi
immagino anche di sentire tutta una linea curva senza scosse, come un
arcobaleno bianco, ma capita solo quando sono arrabbiata con mamma.
Papà parcheggia nello spiazzo che costeggia il bosco, dove
inizia il sentiero segnato, che sale dritto fino al prato della piana. Il
giorno si è accomodato tra gli alberi e in cielo, piano piano, senza che me ne
accorgessi. Diana scende di corsa e scodinzola che pare ammattita, poi inizia a
tirare e soffiare il terriccio col naso, tanto che fa qualche starnuto. Si
infila nel fitto ma rispunta subito, si accuccia ai nostri piedi e si rovescia
da sotto in su. Papà stamani non le massaggia la pancia come fa quando torna
alle sei del pomeriggio dalla fabbrica. Credo che sia ancora arrabbiato perché,
ieri, è entrata in bagno e ha grattato il rotolo della carta igienica e l’ha
fatto tutto a strisce e coriandoli e mamma ha detto <<Ora basta, ci
mancavi solo tu.>>.
Papà mi dà il paniere per i funghi e si mette a tracolla la
borsa di plastica con dentro i panini e l’acqua liscia. Quella con le bolle la
beviamo solo a cena, la faccio io. Prendo la bustina di carta lucida e la agito
tenendola per un lato, poi la strappo nell’angolo, verso il contenuto nella
bocca della bottiglia e l’acqua da trasparente diventa bianca e sembra che
voglia essere latte. Io sto attenta a non far scivolare fuori dal buco la
polvere, immaginando che sia la sabbia che scende in una clessidra, sennò anche
il tempo andrebbe perso, e il tempo è la più grande ricchezza dice sempre papà.
Ci impiego dieci secondi, se voglio farlo senza sbagli, li ho contati. Quando
la bustina è vuota faccio ruotare il tappo sulle braccia di fil di ferro e
chiudo con forza, stando attenta che il disco di gomma sia dritto. Allora
afferro la bottiglia con tutte e due le mani, la agito, e le bolle diventano a
migliaia che credo nessuno potrebbe contarle, nemmeno la professoressa di
matematica. Quando ero più piccola capitò che la aprissi troppo presto e uscì
una schiuma che scoppiettava e l’acqua sembrava moltiplicata come in un miracolo
di Gesù. Ci risi tanto, mamma invece no, ma tanto lei non ride nemmeno se le
fai il solletico vero sotto le braccia.
Diana è sparita tra gli alberi. Papà prende dal portabagagli
una corda sfilacciata ai capi e se la mette a cavallo delle spalle. Poi chiude
a chiave tutti gli sportelli e ci incamminiamo per il sentiero. Lui davanti, io
dietro di qualche passo. Il bosco è di faggi secchi e lunghi. Papà conosce
tutto di questi giganti fronzosi, mi fa vedere anche le piantine appena nate.
Sono così striminzite che, se non ti dicessero che saranno alberi, potresti
pensare che siano erbacce da tirare via e buttare. I nostri passi sono
croccanti. Io guardo poco verso l’alto, perché ho paura di inciampare nelle
radici bitorzolute che spuntano qua e là, o di scivolare sulle foglie lisce e
umide, a meno che papà non mi indichi qualcosa, tipo il volo improvviso di una
ghiandaia, o il tronco con incise delle croci e il numero 1896, che ancora ci
chiediamo che cosa voglia dire. <<Lo vedi il colore della corteccia
quando la luce ci passa sopra? È verde salvia.>> mi ha detto una volta.
Papà mi fa sempre notare i colori delle cose, come anche le sfumature e i
miscugli. Penso che senza di lui, forse avrei visto solo un mondo di grigi.
Diana ancora non si vede e nemmeno si sente. Chiedo a papà
di andare a cercarla. Lui dice che non serve, che gli animali sanno fare tutto
da soli, partorire, trovare da mangiare e tornare, se vogliono. Infatti Diana
rispunta e ha delle foglie attaccate sul pelo ispido del dorso e delle
orecchie, si vede che si è rotolata a fare festa sul tappeto di sottobosco.
Allora papà le dice <<Vai, vai!>> e la spinge per il didietro: lei
guaisce, fa qualche passo con la testa che guarda verso di noi. Vai Diana, vai,
continua a dirle papà. Lei sembra impuntarsi ma poi riprende a correre in
avanti, e io penso che se i cani potessero essere felici diresti che oggi Diana
lo sia.
Noi continuiamo a camminare per un altro po’ di tempo, che
senza orologio non so misurare, e poi ci fermiamo perché mi è venuta fame. Papà
tira fuori un panino e me lo dà. È con salame e grasselli. Stende a terra la
stuoia e mi dice tu resta qui, non ti muovere sennò ti perdi, intesi? Io gli
faccio cenno di sì con la testa e non mi par vero che si allontani così posso
ripulire la fetta di salame dai grasselli e mangiare il resto, senza che lui mi
rimproveri. Lui non prende per il sentiero e lo vedo che a ogni passo che fa è
costretto ad alzare le gambe col ginocchio piegato, per domare gli sterpi e
andare avanti, finché scompare. Sento che schiocca la lingua sul palato come fa
quando vuol richiamare l’attenzione di Diana e farla andare da lui.
Tolgo la carta stagnola e appoggio una delle fette di pane
sulle ginocchia. Levo i dischetti bianchi dal salame, uno a uno, e li metto in
fila sulla stuoia perché mi immagino che, quando papà e Diana torneranno, lei
se li mangerà in un boccone veloce e poi mi avvicinerà il naso umido al collo
per dirmi grazie. Quando papà si allontana senza di me è per raggiungere una
fungaia infrattata che conosce solo lui, oppure per fare la pipì, anche se non
me lo dice. Fa sempre presto e mentre è via grida <<uhu!>>, e il
patto è che io devo rispondergli <<aha!>>, così lui è sicuro che io
ci sono e io che lui c’è. Potrebbe essermi sfuggito un <<uhu>>! Per
via dei grasselli che stavolta sono tanti e tanto grossi, fatto sta che papà
non lo sento, e la voce degli alberi e degli uccelli mi arriva avvolta
nell’ovatta per via dell’aria che ha riempito lo spazio dentro le orecchie.
Trattengo il respiro ma la voce di papà non arriva, così inizio a chiamarlo, e
chiamo anche Diana che di solito si scapicolla per venirmi incontro. Quando
sento rumore di frasche smosse mi prende il terrore che sia un cinghiale o un
cane selvatico. Allora mi metto i palmi delle mani sugli occhi e le lacrime
rimangono schiacciate. Invece è papà che ritorna, senza funghi e con una faccia
diversa che non saprei definire. Io faccio finta che non è successo niente.
<<Papà hai perso la corda.>> gli dico soltanto, e lui mi risponde
che va bene così.
Nel viaggio di ritorno in macchina, papà non mi parla. Ora
che ci penso, aveva la stessa faccia quella volta che un suo compagno a lavoro
si era portato via tre dita alla catena di montaggio. Alle undici e mezza
arriviamo a casa. Fino all’ultimo ho sperato che tornassimo indietro, invece
niente. Papà ha detto che ci farà un salto lui, subito dopo mangiato.
Mamma ci apre la porta, e gli dice piano <<Fatto?>>,
lui oscilla la testa come per dire tante volte sì, continuando a guardarsi la
punta delle scarpe sporche di terriccio. Poi lei intima di usare le ché ha dato
la cera. Di solito metto le pattine e scivolo fino al tavolo rotondo che sta in
mezzo al salotto, continuo fino alla finestra di cucina, facendo attenzione
alle ciotole di Diana, ma oggi mi sembra tutto diverso. Controllo se mamma mi
stia guardando, per farle cenno che sta succedendo qualcosa che non so, invece
lei niente: <<Fila a lavarti le mani, si mangia.>> dice solo, seria
e contrita.
Papà ha appoggiato le pupille sul piatto e non le alza mai,
nemmeno quando mamma gli chiede se ne vuole ancora. Il televisore è spento,
eppure è l’ora sacra del telegiornale. Si sente soltanto il ticchettìo della
sveglia che sta sulla madìa e i rintocchi delle forchette sulle stoviglie.
Lascio nel piatto i bordi della fetta di carne, tutto il grasso e anche un po’
di magro. A Diana piace quando glieli riduco a dadini e li mescolo insieme a
una fetta di pane che inzuppo nell’acqua. Inizio, come sempre, a tagliare, ma
mamma mi tira via il piatto, butta gli scarti nel secchio della spazzatura e mi
dice <<Vai a fare la lezione, che fra poco dobbiamo uscire tutti a fare
la spesa.>>. Guardo papà, aspetto che dica qualcosa, ma rimane in
silenzio. Io continuo a masticare l’ultimo boccone senza riuscire a ingoiarlo
(proprio non ci riesco) così lo lascio cadere a piombo sulla tovaglia di
plastica con le fragole e i buchetti qua e là. Mamma fa per avvicinarsi col
braccio già caricato in aria, urla <<Che diamine ti prende?>>, e la
voce le esce come un cigolio che incrina i timpani, ma papà la ferma, non mi
guarda nemmeno, e dice <<Vai di là.>>.
L’ODIO.
Jamila è una puttana. E questo è il solo lunario che riesca
a sbarcare. Dotata di un corpo oscenamente bello e sensuoso, sembra matta, anzi
folle, folle allo stato puro, pazza senza contaminazioni: completamente esente
dal calcolo e dal senso pratico, arrestata varie volte per spaccio e furto, ha
solo 22 anni e già la sua vita non vale un soldo. E pochi ormai il suo corpo.
Ma non è matta: solo colpa delle troppe botte da parte del padre, che le hanno
sfigurato il volto facendola impazzire, e un taglio le segna il volto
dall’orecchio alla bocca. Ha anche provato a cercare un lavoro ma non c’è
lavoro per una negra ignorante ambigua e sospetta come lei. E poi quella
cicatrice sul volto... No grazie, siamo al completo... Quella brutta cicatrice
sul volto... Non ci serve un’altra cameriera... Prova a ripassare alla fine
dell’Estate... Così, Jamila passa tutto il pomeriggio davanti al portone di
casa, con lo sguardo fisso davanti a sé ma non vede nulla, un pacco di
sigarette sempre in mano, e fuma, fuma in attesa del prossimo cliente, incapace
di trovare un altro modo per raggranellare qualche soldo. Inoltre, dimagrisce a
vista d’occhio, mangia poco, non pettina mai i capelli, non lima le unghie, e
piange, piange, piange e prova pena per se stessa, odio e disperazione. A volte
vorrebbe farla finita, e tutti i pomeriggi e soprattutto durante le lunghe
notti insonni pensa a come farlo. Forse meglio con le pasticche? O
impiccandosi? Ma le manca il coraggio, ha paura di morire, tutti abbiamo paura,
anche se la vita è una merda, ma lei sa che è solo questione di tempo, prima o
poi troverà il coraggio, prima o poi, prima o poi, prima o poi... Eppure è lì,
bravamente vivida e vitale, sulla soglia di casa, in attesa del prossimo
cliente, sulla soglia dello squallido tugurio dove abita, e un incanto la
sospinge e le colora gli occhi: l’incanto della gioventù, che avvolge i suoi
stracci, la sua miseria e la sua solitudine, la disperante desolazione della
sua futile esistenza, serbandola incolume e, nonostante tutto, viva.
Un giorno Jamila esce per l’equivoche e pericolose viuzze
poco illuminate di Porta Palazzo e cammina finché, scantonando, viene
avvicinata da una grossa auto nera che l’accosta.
<<Quanto?>>
<<50 bocca-figa.>>
<<Okkei, sali.>>
L’uomo guida per un po’, poi arresta la macchina in uno
spiazzo buio, spegne i fari, si slaccia la cintura, le molla uno schiaffone in
faccia.
<<Dai puttana, adesso apri la bocca e lavora.>>
Jamila ha un sussulto, si spaventa, si ritrae, vuole
scendere, ma l’uomo la blocca per un braccio, per poco non glielo spezza, le
strappa la camicetta e le molla un altro ceffone.
<<Dai puttana, succhia, guadagnati il pane, brutta
troia.>>
Jamila è terrorizzata, talmente spaventata che non riesce a
muovere neppure un muscolo, l’uomo le afferra la testa per i capelli e gliela
spinge verso il basso, lei oppone resistenza ma lui le da un pugno in testa,
così violento che la tramortisce, la costringe ad aprire la bocca e le ficca il
cazzo dentro con tutta la forza e l’odio che ha, lei di riflesso chiude la
bocca di scatto ma lui le molla un altro sganassone: la resistenza di Jamila lo
eccita, gli diventa ancora più duro quando fanno così, gli diventa ancora più
duro quando non obbediscono, e la tormenta fino a quando lei non apre la bocca,
e allora glielo ficca dentro, fino in gola, quasi la soffoca, poi lo estrae e
la picchia ancora in viso.
<<Lo devi ingoiare fino alle palle, puttana.>>
le intima tirandole i capelli e spingendole la testa verso il basso, il cazzo
gli diventa sempre più duro, glielo spinge fino in fondo, finché la faccia non
gli affonda tra le palle, Jamila ha un rigurgito e vomita, gli sporca i
pantaloni e il sedile della macchina.
<<Guarda che cosa hai fatto, troia: meriti una
punizione per questo.>>
E le ficca il viso nel vomito costringendola a leccarlo, poi
tampona il resto con i capelli di lei, come se la sua testa fosse uno straccio.
Jamila è tutta sporca, ora, e puzza di vomito.
<<Schifosa lurida puttana, scendi dalla mia macchina,
sei una merda umana.>>
Lei ha un fremito di gioia, crede che l’incubo sia finito,
si affretta a scendere dalla macchina e fa per allontanarsi, ma sente dietro di
sé uno scalpiccio di passi: anche l’uomo è sceso dalla macchina, l’afferra e la
spinge verso una zona buia del parco, tra gli alberi. L’incubo non è finito.
Jamila piange e ha paura, una paura matta.
<<Cammina, lurida negra... Troia... Puttana.>>
Le ruggisce rabbioso lui da dietro, con disprezzo e
superbia. Jamila cammina tra le sterpaglie, la camicia strappata, il vomito che
le cola dai capelli e le riga il viso confondendosi con le lacrime.
<<Stupida puttana, bocca di merda, adesso
inginocchiati.>>
Lei è impietrita, non riesce a muoversi, lui le da un calcio
sulla schiena che la piega, quasi le spezza le ossa, lei si getta carponi,
spera che si accontenti di sbatterglielo in bocca e scoparle la gola, che venga
in fretta e finisca il tormento, ma lui la colpisce con un pugno, le rompe il
naso, i suoi occhi la fissano algidi impassibili e impenetrabili, per un impercettibile
attimo micro-eterno è come vedere dritto all’inferno, non ha mai visto tanta
malvagità e rabbia, sembra il serpente che avvolge tra le sue spire il povero topo,
la iena che lambisce con la lingua la giovane gazzella, il ragno che divora la
mosca impotente, il sangue si mischia al vomito e alle lacrime segnandole il
volto. Poi la obbliga ad alzarsi.
<<Mettiti a pecorina, puttana.>>
La tira per i capelli, famelico e feroce la spinge contro un
albero, sembra il ragno che bacia la mosca, sembra il sicario che soggioga la
vittima, il cancro che aggredisce il corpo come la morte che stritola la vita,
non passa nessuno, nessuno che possa salvarla, le si mette di dietro e la
penetra con violenza, le duole la vagina, è così spaventata che crede che le si
fermerà il cuore, ma purtroppo non è così. Deve vivere quell’orrore, trema di
paura e dolore, la vagina le duole come le se stessero conficcando dentro una
mazza a martellate. Il negro le ha infilato la mano dentro la vagina, ora
stringe il pugno e le colpisce le ovaie, Jamila si piega dal dolore, comincia a
perdere sangue: le ha lacerato la vagina, e continua a colpirla dentro e a
divertirsi allo spettacolo del sangue. Lei si contorce dal dolore, il sangue le
riga le gambe, Jamila ne perde molto dalla vagina e il liquido rosso le rivola
tra le gambe e le bagna i sandali di tela raggelandosi in una pozza ai suoi
piedi, le trema il cuore in gola, le tremano le ginocchia, le trema tutto il
corpo, ma ormai non prova più dolore, è anestetizzata dal terrore, sente solo
uno strano languore pervaderle il petto, come svenire, il cervello che le
fluttua in un liquido grigio e melmoso.
Poi l’uomo prende a picchiarla, selvaggiamente, Jamila perde
i sensi, l’uomo smette allora di colpirla, e con crudele soddisfazione la
guarda tramortita in terra, esangue ed esanime, la crede morta, ma Jamila
respira ancora, così l’uomo inizia a masturbarsi finché il suo cazzo orribile e
nero, nero come quella follia venuta allo scoperto dal nulla, emette il suo
fiotto tiepido e viscoso che si riversa sul suo viso, sui capelli, mischiandosi
al vomito, al sangue, e alla paura. Sembra finita: prima di rimettere lo
stolido pene al suo posto, le piscia addosso, poi si ricompone lasciandola in
terra svenuta, ricoperta di sangue vomito piscio e sperma, di odio e dolore.
L’abbandona, sola, al freddo. Jamila continua a dissanguare, ha un’emorragia
interna, tutto intorno c’è un silenzio di tomba, la notte stende la sua coperta
di stelle su di lei, e le stelle sono così tante che non si possono contare.
Senza una speranza, senza un motivo di felicità, senza un
amore, disperata e sola come lei nessuno al mondo.
NIENTE
DI PERSONALE.
Per quelli di voi che
s’interessano di pazzia, ecco, posso raccontarvi un po’ della mia. Mi chiamo
Mario. All’epoca bazzicavo il giro delle bische e dei bordelli clandestini e
tiravo s’un bel po’ di grana con lo spaccio. Fuma, erba, coca, lsd, md, mdma, acidi, funghi
allucinogeni, eroina: qualsiasi cosa di cui ci si potesse fare; qualsiasi cosa
che si potesse sniffare, pippare, tirare, iniettare, fumare, inalare; qualsiasi
cosa che si potesse spacciare io la spacciavo. E mi andava alla grande. Se in
quel periodo ti facevi di qualcosa, se in quel quartiere compravi qualcosa,
compravi da me. In poco più di un anno ero arrivato a sviluppare un volume
d’affari da capogiro. In un mese io guadagnavo più di quanto guadagnasse un
impiegato in un anno di lavoro. E avevo tutto quello che si può desiderare:
figa, macchine, soldi e potere. Potere. Io potevo picchiare e violentare
chiunque volessi. Quando entravo nei locali del quartiere la gente si alzava in
piedi per salutarmi, al mio tavolo arrivavano bottiglie di vino in omaggio,
pacche sulla spalla, e sorrisi ammiccanti. Un giorno, mio padre è rimasto in
panne con la macchina e alcuni ragazzi del quartiere gli hanno prestato la loro
di macchina. E sapete perché? In segno di rispetto. Ero uno dei vecchi rimasti
del quartiere, ero il vecchio Borgo Dora, o almeno quel poco che ne rimaneva.
Ma tutte le cose belle finiscono. Nel corso del tempo ho accumulato reati su
reati, molestie sessuali, truffa informatica, violenza privata, percosse,
furto, rapina, spaccio. Infine, sono stato arrestato per estorsione e
condannato a due anni e tre mesi. Durante la carcerazione sono arrivati altri
definitivi: in totale quattro anni e mezzo di galera, in gabbia come un topo,
uno scarafaggio. Ho perso tutto. Quando sono uscito non avevo più nulla. Ho
cercato di riprendere i vecchi contatti per rientrare nel business ma è un errore ripercorrere a ritroso una strada che ti ha
già portato al fondo dell’abisso: quando vieni fregato una volta, resti fregato
per sempre. Il progetto era di rifarmi un piccolo giro e tirare su la grana
sufficiente per cambiare aria. Magari mi sarei trasferito in America Latina, a
Turbo, come sognava il mio amico Eugenio, e lì aprire un piccolo chiosco sul
mare. O avrei potuto comprarmi una barca a Baracoa e vivere di sole e pesca.
Così mi rivolsi agli strozzini. Dovetti farlo. Mi serviva un appiglio a cui
aggrapparmi, un bandolo per sbrogliare la matassa, un’increspatura in
superficie che mi permettesse di risolvere l’enigma insondabile celato nel
profondo. Mi rivolsi agli strozzini. 25% d’interessi. Era l’inizio della fine.
E lo sapevo. Ma non avevo altra scelta. Il mondo mi stava crollando addosso e
io stavo sprofondando. Ho sempre vissuto così: sul ciglio del baratro. Sempre
sul filo del rasoio. Sempre sull’orlo della follia. Ma non potevo mollare. Mio
padre stava morendo di cancro e io dovevo rimanere sufficientemente lucido per
prendermi cura di lui per il tempo che gli rimaneva da vivere. Mio padre. Ah,
mio padre. Un uomo invecchiato anzitempo per i guai di un figlio degenere.
Ansia, continua apprensione, paura, logorano. LA vita logora. È rivoltante, è
stolido, è stupido. È rivoltante. Ho fallito con tutto. Ho fallito con mio
padre, con mia madre, con la vita. Con tutto. Ho anche fallito con le donne.
Due mogli, tre convivenze, anni ed energie dati al vento, tutto buttato nel
cesso. Tutto in frantumi per piccoli screzi. Nulla che fosse andato davvero
male. Litigavamo per niente. Ci incazzavamo per tutto e per niente. Giorno dopo
giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Era opprimente, era
asfissiante. Invece di darci una mano e aiutarci a vicenda, ci affossavamo, ci
distruggevamo reciprocamente rimproverandoci per questo e per quello. Infinite
punzecchiature. Una sfida meschina. Cazzo, si dovrebbe imparare a convivere
con le proprie nevrosi, le proprie pazzie e i propri demoni: a volte sono
l’unica cosa che ci permette di tirare avanti. Cercavo solo di sopravvivere. Di
fare andare le cose per il verso migliore. Sopravvivere nell’attesa della
morte. Intanto facendo cose pericolose. Ho sempre amato la guerra, la lotta, la
sfida. Non mi sono ritratto mai. Se tu ti senti disposto a essere conciliante
mi chiedo se a renderti così indulgente sia una cattiva memoria, l’interesse o
la codardia. Dimmi: se morissi in questo istante, quanti verserebbero una
lacrima per te?
Andrea: <<Dunque
vorresti mezzo chilo a gancio.>>
Mario: <<Devo
rimettermi in sesto. Ne ho bisogno. Devo rimettermi in carreggiata, tornare nel
giro buono.>>
Fabio: <<Mezzo chilo
è una bella quantità.>>
Mario: <<Lo so ma ne
ho bisogno.>>
Andrea: <<Ma non hai
i soldi per pagare...>>
Mario: <<No, non li
ho.>>
Fabio: <<È grave.>>
Andrea: <<Ti serve un
presta-soldi.>>
Mario: <<Uno
strozzino eh?>>
Fabio: <<Non hai
altra soluzione.>>
Mario: <<Così pare.>>
Andrea: <<Così è.>>
Mario: <<Ok,
trovatemi lo strozzino.>>
Fabio: (con un ghigno) <<Ce
l’hai qui davanti.>>
Mario: (incredulo) <<Tu???>>
Andrea: <<Proprio
lui.>>
Fabio: <<In carne e
ossa!>>
Mario: <<Non perdete
una battuta voi due eh?>>
Fabio: <<Che vuoi
dire?>>
Mario: <<Nulla.>>
Andrea: <<Non fare lo
spiritoso e concentrati...>>
Fabio: <<...O a
ricevere una battuta sarà il tuo culo...>>
Andrea: <<...O quello
della tua donna.>>
Mario: <<Che
signori... Continuate, prego.>>
Fabio: <<Dunque, non
ci sarà un vero e proprio scambio di soldi: il denaro ce lo teniamo
direttamente, così non dovrai nemmeno darti la briga di restituircelo. Quello
che devi fare è pagarci, entro un mese, il 15% d’interessi per il disturbo che
ci prendiamo e per il rischio che ci assumiamo.>>
Mario: <<Già...>>
Andrea: <<Già...>>
Fabio: <<Già...>>
Mario: <<Dunque,
vediamo se ho capito bene. Voi mi date la coca, e per questo mi prestate le
teste, che io non vedrò mai e per questo dovrò pagare il 15% d’interessi, cioè
1900 euro. Giusto?>>
Andrea: <<Corretto.>>
Fabio: <<Esatto.>>
Mario: <<Non potreste
semplicemente darmi la coca a gancio, sulla fiducia, e aspettare il tempo che
riesca a venderla per rifondervi del prestito? In fondo ci conosciamo da molto
tempo.>>
Andrea: <<Questo non
è possibile.>>
Fabio: <<Questo non è
possibile.>>
Andrea: <<Hai perduto
i tuoi privilegi qui a Torino.>>
Fabio: <<Già.>>
Mario: <<Non mi resta
altra scelta, allora.>>
Andrea: <<Esatto.>>
Fabio: <<Esatto.>>
Mario: <<Affare
fatto.>>
Andrea: <<Hai fatto
un affare!>>
Fabio: <<Sicuro!>>
Mario: <<E come no!?>>
Andrea: <<Ci vediamo
domani alle 16.>>.
L’indomani Fabio e Andrea
si presentano puntuali all’appuntamento. Vestiti in completo nero, minacciosi
salgono le scale della palazzina. Giunti alla porta bussano. Due colpi secchi e
decisi.
Mario: <<Vi stavo
aspettando. Perché ci avete messo così tanto?>>
Andrea: <<C’era un
traffico della madonna.>>
Fabio: <<Qua c’è il
mezzo chilo. Fa 12,500 più 1900 d’interessi per il favore che ti stiamo
facendo. Ricorda: 15% d’interesse. 1900 euro. Ci rivediamo tra un mese.>>
Mario: <<Va bene.>>
Andrea: <<Hai capito
bene? Hai capito tutto?>>
Mario: <<Ho capito.>>
Fabio: <<E che cosa
hai capito?>>
Mario: <<Che sono
fottuto.>>
Andrea: <<E qui ti
sbagli: ti sei fottuto. Da solo. Con le tue stesse mani.>>
Mario: <<E anche
questo l’avevo capito alla perfezione. Ma che succede se non riesco a pagare?
Non ho nessuna garanzia.>>
Fabio: <<Oh sì che ce
l’hai: la vita.>>
Mario (sardonico): <<Tutto
qui? Parliamone!>>.
Non sapete come passino in
fretta 30 giorni quando non vuoi che lo facciano. Non ho molto tempo: vi
racconto com’è andata. Andrea e Fabio volevano fregarmi dal primo momento:
subito dopo avermi consegnato la roba ed essersene andati, mi hanno mandato un
loro scagnozzo che mi ha puntato addosso una pistola e mi ha rubato il pacco. E
sapete come l’ho scoperto? Pochi giorni fa ho rivisto quello stesso ragazzo
passarmi davanti sulla macchina di Andrea. Stessa marca, stesso modello, stesso
colore, stessa ammaccatura sul fianco destro. Non potevo crederci: poi ho
controllato la targa. Non ho avuto il tempo di rimediare né di fuggire. Avevano
ragione: mi ero fottuto con le mie stesse mani. Incredibile come in un momento
la tua vita possa cambiare: un solo fortuito caso, un errore, e la tua vita può
rivoltarsi e andare giù a capofitto. Incredibile. È rivoltante. È stupido. È
folle. È idiota. E adesso che cosa succede?
Fabio: <<Noi
riscuotiamo sempre.>>
Andrea: <<Eh già...>>
Mario: <<Mi avete
fregato.>>
Andrea: <<Ti sei
fregato.>>
Fabio: <<Con le tue
stesse mani.>>
Mario: <<Siete
crudeli. Siete spietati. Ma come fate? Come fate a rimanere così freddi, così
distaccati? È terribile.>>
Andrea: <<Semplice:
siamo nati così.>>
Fabio: <<Si tratta di
profitto. Nulla di personale.>>.
VECCHIO MATTO (UNA
STORIA CUBANA).
All’epoca bazzicavo il ristorante Floridita, il giro dei
bordelli, la roulette di tutti gli hotel della città, le slot machine che rovesciavano fiumi di
dollari d’argento, il teatro Shangai, dove per un solo misero dollaro potevi
assistere allo spettacolo erotico più erotico del mondo, molto sconcio e
provocante, mentre un danzatore mulatto molto effemminato si esibiva in una
danza sensualissima e un musicista negro componeva una strana danza
tropico-aleatoria con bonghi, sonagli, suoni gutturali e qualsiasi altra cosa
gli venisse in mente. E all’improvviso ho pensato che quella straordinaria
città, dove qualunque vizio era ammesso e accettato, e qualunque traffico
illecito era lecito, era lo scenario perfetto per la mia storia. Quello era il
posto giusto. Quello era il luogo.
Avevo compiuto 30 anni, ma mi sentivo molto bene. Come se ne
avessi avuti 20. Anche se ne dimostravo 40. Non mi facevano nemmeno male i
calli. Continuavo ad andare avanti, con molta energia, come sempre. Senza
pensare a quello che facevo. Un po’ frenetico e ansioso.
Lei era una mulatta di forse 25 anni. O 27. Bella, con un
corpo che era uno spettacolo e la faccia da brava persona. Faceva la
dattilografa. Esisteva ancora, quel mestiere. Scriveva e scriveva
continuamente, in un ufficio. C’ero andato due volte a richiedere certi
documenti. Lei non riceveva il pubblico ma era quella che compilava quelle
carte, ed erano in ritardo. Ci andai tre volte. Quattro. Non sono pronti,
abbiamo un po’ di arretrati compagno, torni tra tre o quattro giorni. Allora mi
avvicino alla mulatta e le chiedo di fare qualcosa per me. Lei mi guarda
dolcemente, prende un foglio e una biro e dice <<Lo tiro fuori io il suo
documento. Mi dia i suoi dati.>>. Scrive il mio nome. Mi guarda ancora
più dolcemente.
<<Venga domani e venga da me.>>
<<Come ti chiami?>>
<<Mabel.>>
Il giorno dopo ci andai. A un’ora non sospetta. Era quasi
mezzogiorno. Quando mi vide si alzò dalla sedia, col suo dolce sorriso, e mi
dette le carte. Erano già firmate e legalizzate.
<<Controlli bene. Ci fosse qualche errore...>>.
Le metto in mano una banconota da venti. Sottovoce e senza
convinzione mi dice <<No, no. Grazie, no.>>. Le prendo la mano e ci
metto la banconota. Abbassa lo sguardo, pudica, e con un gesto abile mette via
il denaro.
<<Ti posso offrire qualcosa?>>
<<Offrire cosa?>>
<<Una birra, non so. Quello che vuoi.>>
<<Ma io non bevo.>>
<<Va bene. Allora una bottiglietta d’acqua, ah
ah.>>
<<No, no.>>
<<Magari ci divertiamo. Chiacchieriamo un po’. A che
ora stacchi?>>
<<Alle cinque.>>
<<Ti vengo a prendere alle cinque?>>
<<Non qui...>>
<<Dove allora?>>
Resistette ancora un po’, ma finì per accettare.
Rimanemmo che ci saremmo visti in un bar lì vicino. Prese un gelato. La birra non la voleva. Diceva che
le faceva girare la testa. Mi disse qualcosa della sua vita. Quello che le conveniva.
Non mi disse che aveva un figlio di cinque anni, un marito geloso e violento,
sul punto di andare in carcere a scontare una sentenza di sei anni, e che la
sua vita in quel momento era un disastro. No. Niente problemi. Per quelli c’era
tempo. In quel primo incontro Mabel fu una oasi di pace. Dolce, remissiva,
femminile, educata. L’ideale perfetto. A me quel lato spirituale non interessava
tanto. Notai che fisicamente era davvero perfetta, dalla punta dei piedi alla
cima dei capelli. Beh, questo mi era stato chiaro sin dalla prima volta che
l'avevo vista. Ora era evidente che con il suo incanto voleva ipnotizzare il maschio,
come quei serpenti che ipnotizzano il coniglio e lo immobilizzano per mangiarselo
comodamente. Così la invitai a un incontro più intimo. Per mezz’ora fece quella
che si fa pregare. Ma faceva parte del gioco. Era molto erotico e mi metteva in
tensione. Finì che accettò.
Andammo in una casa dove affittavano le stanze a ore. Quando
la vidi nuda per poco non mi venne un infarto. E lei lo sapeva. Aveva visto i
miei occhi che brillavano e s'era fatta fiera, orgogliosa. Cominciammo con
reciproci giochi di mano e di bocca. Quando infine la penetrai si dette subito a
molteplici orgasmi. O, forse, era un solo orgasmo senza fine. Io mi trattenevo.
Bisognava prolungare quell'impresa. Tra l’affanno e i sospiri cominciò a sussurrare.
<<Ah, vecchio matto, vecchio matto! Ah, vecchio matto,
Dio mio, cos’è questa? Ma è una sberla, una mazza, un palo! Ah, vecchio mattooooo!>>
Me la presi. <<Smettila di dirmi vecchio matto!>>
<<Ahi, papi, ma tu sei un vecchio matto, un vecchio matto,
folle, pazzo, sconvolto proprio!>> continuò, e io, non so come ce la feci,
ma dissi a me stesso: <<Ehi, uomo: controllo, e vai avanti!>>.
Un'ora dopo avevamo finito. stanchi e felicemente esausti
giacevamo abbracciati sul letto. Poi ci rivestimmo, ci salutammo con tanto
amore e lei mi chiese di passare da lei in ufficio il giorno dopo perché non
vedermi l’avrebbe rattristata molto. Fui sul punto di dirle <<Bambola,
basta smancerie.>> ma stetti zitto e feci buon viso a cattivo gioco.
Tornai a casa.
Ero ancora sotto shock.
Vecchio io? Non può essere. Entrai e andai dritto nel bagno. Mi misi davanti allo
specchio. E sì. Per la prima volta in vita mia vidi le rughe, le sopracciglia
imbiancate, il cranio canuto, la pelle macchiata dal troppo sole e i denti
dalle troppe sigarette, le labbra non più piene come un tempo, gli occhi un po’
infossati e le occhiaie. E non c'erano più i muscoli. Le spalle reggevano
ancora, più o meno, ma sempre meno muscoli. Quindi era vero. Il processo
d’invecchiamento incipiente cominciava a farsi notare. L’avevo davanti agli
occhi. La vita uccide. Accidenti.
Andai fino alla camera di mia madre. Aveva un cancro ai
polmoni ed era ormai in fase terminale. Mi guardò e sorrise un poco. Debole, e
triste. Scoppiai a piangere. Singhiozzando come un bambino. Tornai nel bagno
per controllarmi. Mia cugina Serena mi aiutava a prendermi cura di mia madre. O
meglio, si prendeva lei cura di mia madre. Io facevo ben poco oltre a fare
compagnia, essere presente e portarle qualcosa di buono da mangiare. Aveva
voglia solo di gelati e spremute d’arancia. Amo le spremute d’arancia. Non c’era
granché d'altro da fare, se non aspettare la fine. E smettere di pensare, per
smussare le cose e accettare che la vita è un fiume che scorre, torbido a
volte, altre limpido e trasparente Tutto qui. Ora era tempo di turbolenze.
C’era aria di tempesta. Dopo essermi rinfrescato il viso mi sedetti davanti all’ingresso.
Per qualche minuto. Poi tornai nel bagno a guardarmi. A lungo. Senza fretta. I
denti sani, ancorché giallognoli, la pancetta, le cosce già abbastanza
flaccide. Per fortuna i piedi tenevano ancora duro. Almeno quelli. Ah, e anche
il cazzo. Evidentemente c’era ancora un po’ di testosterone. Non tutto era
perduto!
Ci furono altre volte, naturalmente. Tutte uguali. Vedevo Mabel
in ufficio, il suo, ci mettevamo d’accordo e c'incontravamo nel pomeriggio. Era
divertente. Anche se lei era sempre ossessionata da quella frase e continuava a
ripeterla fino all'esaurimento durante la sua infinita estasia.
<<Ah, vecchio, vecchio matto!>>
<<Mabel, basta, piantala!>>
<<Ah, ma sei un vecchio mattoooo!>>
<<Ma ho 30 anni, cazzo!>>.
Me lo rivoltava come un coltello nel profondo. Ma non potevo
abbassarmi fino a dirle che mi offendevo. Dovevo mandar giù il boccone e non
dargli importanza. Mi prendeva in giro. Non dovevo lasciarmene ferire. La
vecchiaia non è roba da vigliacchi, Manuel Omar, quindi sorridi e vai avanti.
Credo che uscimmo assieme qualche volta in un paio di settimane.
Una volta, dopo il sesso mi disse <<Fare l’amore con te è... Oh, non so.
Molto speciale.>>. <<Fare sesso. Non facciamo l’amore neanche per
il cazzo.>> la corressi io. <<Ehi, non essere volgare.>>
disse. Non risposi. Aprii il frigo che stava vicino al letto. Birra. Tirai
fuori un paio di lattine e rimanemmo a letto a bere, nudi e tranquilli. Mi
piace il silenzio ma Mabel aveva bisogno di parlare continuamente.
<<Questa birra mi farà girare la testa. Non c'è musica
qui? Che silenzio!>>
<<No.>>
<<Mi piace la musica, ballare...>>
<<Ti piace il rumore, vuoi dire.>>
Non rispose. Forse per via delle turbolenze della mia vita,
in quel momento ero furioso e aggressivo e volevo approfittare di qualsiasi cosa
per litigare.
<<Mio marito mi sta rendendo la vita impossibile. Tra
noi è finita ormai da mesi, ma diventa ogni giorno più geloso.>>
<<Sei sposata? Non avevi detto niente.>>
<<Sono sposata e ho un figlio.>>
<<Mh.>>
<<Ti dà fastidio, amore?>>
<<No, non m’importa.>>
<<Gliel’ho detto che dobbiamo divorziare ma lui vuole
rompere e la tira per le lunghe.>>
Istintivamente guardai la porta. Il linguaggio del corpo.
Avrei voluto allontanarmi subito da quel letto. L’ultima cosa di cui avevo
bisogno in quel momento era cercarmi altri guai.
<<Lui ha avuto una condanna a sei anni. Gli resta poco
tempo da libero. Ha fatto ricorso ma sa che è per una soddisfazione, per guadagnare
tempo.>>
<<Che ha fatto?>>
<<Era l’amministratore di un ristorante. E ha avuto
problemi con certi soldi che aveva preso. Non so. E non ci sta con la testa. È arrivato
a minacciarmi con una pistola.>>
<<Eeh?!>>
<<Sì, ma è un poveretto. Una cosa è puntarti contro una
pistola e gridare <Adesso ti ammazzo!>, un'altra è tirare il
grilletto.>>
<<Ti ha minacciato?>>
<<Quasi tutti i giorni.>>
<<Perché non vai alla polizia?>>
<<Lui è un ex poliziotto. E dicono che è un affare
privato e che loro non possono metterci il naso.>>
<<E perché ha quella pistola?>>
<<Forse l’ha avuta quando faceva il poliziotto. O se
l’è imboscata durante qualche retata. Non lo so.>>
<<Ah.>>
<<Non so. La teneva ben nascosta. L'ha tirata fuori
adesso, da poco.>>
<<Ah.>>
<<Quando ci siamo fidanzati faceva il poliziotto. Io
ero molto giovane.>>
<<Sarai stata una bambina...>>
<<Avevo quattordici anni. E non ero per niente una
bambina. Ero già una donna fatta. Siamo stati assieme alcuni anni. Adesso andrà
in carcere per colpa dell'ambizione. Non gli bastava mai niente. Gliel’ho detto
tante volte. Ma si crede molto intelligente. Ed ecco. Si è fottuto. Si è
fottuto da solo perché quando sarà dentro non si deve aspettare da me nemmeno
un pacchetto di sigarette. Niente. Io quello che voglio è che questa storia finisca
e che si allontani da me.>>
Finii la birra. Mi alzai, mi vestii. Lei parlò ancora un po’,
ma non stetti tanto a sentirla. Non m'interessava più. Disse qualcosa di sua sorella,
che aveva il marito che faceva il camionista.
<<Lui ha la famiglia all’Avana. E ha lei qui. Le ha
fatto una casetta. Hanno due figli. E vivono bene. Lui viene quando può perché
lei non gli chiede niente. È proprio quello che servirebbe a me. Io non ti
chiedo niente.>>.
Ci salutammo tranquillamente. Le dissi che sarei passato
dall’ufficio l’indomani. Ma non la vidi mai più.
Mia madre morì la settimana successiva. Tornati dal cimitero
salutai i miei fratelli, i miei cugini e gli altri miei parenti. In eredità ci
lasciò solo qualche fotografia. Ma a me stava bene così. Non m’interessava altro.
Salutai quella città e non ci tornai mai più. Non avevo più niente da fare, in
quella città.
Tra le foto c’è un ingrandimento 18 per 25, colorato a mano.
Lo tengo sulla scrivania. Io stavo seduto, dovevo avere cinque o sei anni. E
mio fratello, di un anno più piccolo, era sdraiato a faccia in giù vicino a me.
Lui sorrideva alla macchina fotografica. Io no. Io me ne stavo serio e con lo
sguardo fisso. Interrogativo. Non capivo bene che cosa stesse succedendo. Credo
di non capire mai bene, subito. Sono lento. Mi è difficile arrivare al fondo
delle cose.
LAVERIE.
Le sedioline sono vecchie poltroncine scomode e dure da
cinema anni ‘70. Sono proprio incongrue, come sedioline da sala d’aspetto. Ma
l’ambiente è carino e confortevole. Caldo. E portano ciclicamente periodici che
periodicamente spariscono, riviste che non si sono mai più riviste.
Vorrei dirti anche questo, vorrei dirti tutto, anche i
pensieri più neri, vorrei dirti che non ci ho mai pensato, prima di portartici,
ma è che mi fai pensare a cose tangenziali, e mi rendi viscoso tutto lo spazio
geometrico delle didascalie, angoli interni e usuali, in cui impiglio pensieri
che è evidente che sono pensieri tuoi, almeno per me che lo so. E mi pungono
gli spigoli aguzzi del tuo sguardo come stalattiti infuocate. Come se qui
filtrassi, come se io fossi poroso e permeante e tu liquida e sotterranea. Non
che ti capisca sempre, ma in alcuni momenti mi sei evidente al calore bianco
della lampada sotto cui ti disseziono. Mi abbacino del nostro assomigliare.
Sposto lo sguardo, quando succede. Gioco-forza, mi diresti. O forse non lo
diresti.
Sotto ci sono le asciugatrici, sopra le lavatrici. Metallo
lucido, solo qualche ditata. La tastierina che le comanda sta a sinistra. A
sinistra dell’ingresso hanno messo anche una macchinetta del caffè. E a destra
ci sei tu. Ti guardo sorridere, sovrappensiero. Ridi dentro. E il tuo ridere
pare una forma di resistenza alla normalità, un inciampo, una deroga alle
radici. Donchisciottesca, direi. Ora hai smesso di ridere. Forse, pensavi a
quanto stupido fosse portare i tuoi vestimenti leggeri in una lavanderia a
vapore. Devi aver sbagliato un programma, qualche volta. O forse le giacche
Kenzo non si lavano a botte d dieci chili, in ogni caso. Ma, in fondo, chi se
ne frega!
Ci sono due ragazze sudamericane. Forse sono madre e figlia,
non si capisce. Hanno le guance piene, qualcosa di meravigliosamente indio. E
mentre tiro fuori le cose da lavare ti chiedo, finalmente, che ci fai qui. Mi
cadono delle mutande a pois, nel
frattempo, sotto la sediolina. Mi chino, non mi pare di sentire risposta. Poi
mi rialzo e ti guardo. Hai aperto lo zaino, tiri fuori alcuni jeans strappati, delle maglie
appallottolate. Incroci il mio sguardo con le sopracciglia un po’ alzate. Ci
scappa, velocissimo, da ridere. Ti allungo il detersivo, nei duecentomila
chilometri di anni luce da me a te devi essertene dimenticata, immagino. Versi
troppo veloce e trabocca, ma ti volti solo quando dico non dovresti, starci,
qui, con tutto l’oro che hai in bocca. Tu fai sì con la testa e ti mordi un
labbro. Lo so, dici con lo sguardo basso e un po’ distante di chi lo sa, sì. Ma
è che non si riesce a parlarti. È che... Cerchi una parola, muovendo minacciosa
una mano per aria, ma non la trovi. Non lo so, è impossibile, disperante,
parlarti.
Ognuno ha richiuso il proprio sportello. Il tuo arriva
all’altezza dello sguardo, e ora osservi divertita le onde dei tuoi capelli
riflettersi nella luce dell’oblò. O dentro. Insomma. Ora mi tocca dire quello
che si dice nei film americani. <<E
di che!?>> dico, come se ti irridessi, ragazzetta come due palmi alzati,
a chiamarmene fuori. Inspiri, espiri forte, dalle narici, come uno scoppio.
Cerchi due euri in fondo allo zaino, poi vai alla tastierina e metti tutte le
monete. <<Quattro!>> ti suggerisco. Tu non capisci subito, poi lo
schiacci, la lavatrice parte. Ma non torni vicino a me, perché piangi, silenziosamente,
e se pure sei partita forse stamattina pensando proprio di urlare, esigere,
lacrimare, ora non vuoi farti vedere. Non vuoi farti piangere. Da me. Forse
nemmeno da te.
<<Perché la metti giù
così dura,
amico?
È lo spazio, dicevo io,
tutto quello spazio tra
poesie e storie, è
insopportabile.>>
(Charles Bukowski).
Anno 2022
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