"NON MORIRE MAI"

 

“NON MORIRE MAI.”

 

di Manuel Omar Triscari.






 

 

 


 

 

 

 

 

Dedicato alla Vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL SOGNO DI NON MORIRE MAI (PREAMBOLO).

 

Da Omero a Goethe, da Luciano di Samosata a Borges, da sempre la letteratura proietta l’anelito dell’uomo alla vita eterna e all’immortalità, riflettendo l’ambizione perenne per questo meriggio eterno di luce in cui tutto risplende sempre uguale e nulla è più legato all’attimo fuggente. 

Così, in questo libro, la riflessione si concentra sui concetti di esistenza e tempo, sul nostro insaziabile desiderio d’infinito che per sua stessa natura testimonia la misura della nostra finitezza umana. 

Lo struggente amore per la vita dei personaggi creati dall’autore ci proietta nel mito dei progenitori, Adamo ed Eva. Eterni com’erano, persero l’immortalità per il peccato originale. Così come gli dèi olimpici elevavano i mortali che amavano alla loro condizione di eterna giovinezza. 

Dovunque e comunque l’immaginario superomistico degli uomini aspira con tutto il suo essere al sogno di non morire mai.

 

 

 

 

 

 

 

 


 

L’ARTE È MERDA (PROLOGO).


Di Joseph Conrad si diceva che fosse uno scrittore di cose e non uno scrittore d’idee, che avesse tanto da raccontare ma poco da dire, e anche Pavese associa il suo gusto per la narrazione al <<sapore di ciancia, di pettegolezzo raccolto nell’ozio dei porti o sedendo sulle poltroncine di vimini delle verande tropicali. Il gusto del cianciare, dell’introdurre e svolgere il fatto come nell’amabile e divagante eloquenza del vecchio vissuto dai molti ricordi, che soprattutto ama fermarsi sui tipi più singolari, più macchiettistici, che conobbe, e ciò fa non per impressionismo ma perché della grande passione, del sogno assurdo che non poté realizzarsi egli non osa dichiararsi compartecipe, e, fra massime, sentenze e autoironie, amaramente gioca intorno al suo tema - questo gusto, il piglio inconfondibile di Conrad, riesce in definitiva a imporsi come il vero tema del suo raccontare. Di un libro di Conrad si ricorda il tortuoso, tenace, disperatamente fedele e accorato gusto del rievocare, del soffermarsi sotto un caro e remoto orizzonte mentre un sogno, un’angoscia, un rimorso stringono il cuore, a chiacchierare magari di qualcosa di indifferente.>>.

Per me tale giudizio è fuori dalla logica dell’opera d’arte, ma capisco come rientri perfettamente nella concezione tradizionale e insulsa dell’arte con l’a maiuscola. Per me l’assurdità di un tale giudizio non merita la carta che si sprecherebbe per contestarlo, né quella sprecata per pronunciarlo. E non m’interessa nemmeno stabilire il carattere dei libri di Conrad e della sua scrittura. Tuttavia, se proprio devo esprimermi, confesso che mi trovo pienamente d’accordo con il giudizio dello stesso Conrad, il quale si rammaricava, con un certo risentimento, di come <<dopo ventidue anni di lavoro non credo d’essere stato capito molto bene. Sono stato definito uno scrittore del mare, dei tropici, uno scrittore descrittivo, romantico, perfino realista. In realtà tutto il mio interesse è stato per il valore ideale delle cose, degli eventi, delle persone.>>.

Ma questo non è il punto. Il punto è che per me scrivere è scrivere, e nient’altro: niente di sacro o necessariamente arguto ed eterno. Il concetto che ho dello scrivere è: scrivere. Naturalmente per scrivere devi avere qualcosa su cui scrivere, ma che questo qualcosa siano uomini, idee, terre esotiche, sesso, figa, droga o alcole, mi è assolutamen­te indifferente: io valuto l’emozione, non l’ideologia che c’é alla base.

Si può scrivere una poesia nello stesso modo in cui si può scrivere una lettera, una poesia può perfino intrattenere, e non ci deve per forza essere qualcosa di sacro in essa. Alcuni sono convinti che l’arte debba essere socialmente utile ed esteticamente bella e ideologicamente ispirata e che possa esserlo solamente se votata al bello e al giusto. Ma io non credo che l’arte possa essere utile. L’arte deve innanzitutto essere arte, e per essere arte deve essere vera e solo essendo vera può ambire anche ad essere utile. Insomma, l’arte può benissimo essere puro intrattenimento e non ci trovo nulla di male (purché, naturalmente, l’intento sia chiaro ed esplicito), e può tranquillamente essere bella per questo.

Oppure può ambire ad essere anche utile, ma per essere utile deve essere vera e per essere vera deve attingere alla realtà, razzolando nella merda quotidiana, benché questo non piaccia a nessuno e soprattutto non piaccia ai poeti in cravatta e ai poeti laureati, ai poeti da passeggio e alle poetesse da compagnia. Non perché razzolando nella merda si possa trovare una perla (nella merda c’è solo la merda) ma perché le opere troppo belle buone e ottimistiche (o semplicemente belle e buone e ottimistiche) non scoprono, anzi nascondono, celano e occultano, la verità delle cose. Che è appunto una verità di merda! L’arte può essere utile solo se mostra l’altra faccia della realtà, quella che non vogliamo vedere e che nascondiamo, e per mostrarla deve essere cruda, cruenta, volgare, indecente, disperata, tormentata, irriverente, angosciosa. O non è arte. E si riduce al resoconto sterile e pallido di quello che sarebbe potuto essere, a puro divertissement onanistico. E le seghe, si sa, sono divertenti per i primi cinque minuti: poi ti guardi e capisci di essere ridicolo e patetico.

Ma razzolare nella merda è molto difficile, devi immergertici fino al collo, ragione per cui la vera arte non può appartenere ai puri di cuore che non conoscono il male e non sanno quanto crudele possa essere l’uomo con se stesso e con i propri simili.

L’arte è merda, razzolare nella merda, scavare nella merda, esaminarla e mostrarla, cacare la verità nella pagina bianca, voltolarla e lanciarla in faccia al lettore. E per questo credo anche che l’arte non possa essere dei borghesi né dei perfettini o dei morigerati, uomini così fortunati (o disprezzati) dal fato e dalla vita da non vedere quanto di assurdità e cattiveria celi la vita.

Scrivere è una battaglia all’ultimo sangue con gli dei, è fuoco freddo, scoppiettante nel cervello come una raffica di mitra, guerra con le parole ribelli per addomesticarle. Scrivere è scrivere: non pensare. Quando io scrivo, non penso: scrivo. E molti miei critici saranno sicuramente d’accordo con questo!

 










RINGRAZIAMENTI.


A mio padre, Filippo, innanzitutto e come sempre, per la tremenda gioia di vivere che continua a ispirarmi con la sua gioviale spensieratezza e allegria un po’ sorniona.

Al collega Giuseppe Grosso Ciponte, a cui devo moltissime utili osservazioni, frutto di un intenso e proficuo scambio intellettuale e umano.

E, infine, all’amico Luigi Bulgheroni, a cui devo la scelta del titolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<La mia vita non è una storia a lieto fine. Non è confortante o felice come lo sono le storie di finzione. Contiene parti confuse e senza senso, di sogno e follia. Come nelle vite di coloro che non vogliono illudersi ancora.>>

 

(Hermann Hesse).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL CASO NON ESISTE.

 

Ci ordinarono di distruggere il ponte. Io ero l’addetto ai trasporti. Ennio era l’addetto alle tele-comunicazioni. La terza alba di montagna ci sorprese allo scoperto in un prato deserto. Un uccello si levò in volo dall’oscurità dell’Espero, volteggiò nei pressi dell’Orsa Minore e si tuffò nel mare del nulla dietro il sole levante all’Eo. Poi riemerse, rovente come una fenice ferita e scarnificata, si appollaiò s’un albero e prese a fissarci.

Era il dodicesimo giorno del mese di Maggio dell’anno 1944 e noi non avevamo ancora sparato un colpo. Ennio recitò una poesia a memoria, come se recitare una poesia a memoria fosse la cosa più normale del mondo quando ti ordinano di distruggere un ponte. Poi caricò il moschetto, prese la mira e sparò.

L’uccello provò a levarsi in volo ancora una volta, ma non ci riuscì. Chiesi a Ennio perché l’avesse fatto. Rispose che gli uccelli portano rogna. Chiesi di che cosa stesse parlando, dissi non avevo mai sentito un’idiozia tanto grossa, che gli uccelli non portano rogna. <<Dimostrami il contrario.>> disse lui. Non riuscii a dimostrarlo.

Ci mettemmo in marcia verso le montagne. Faceva caldo, il pomeriggio era pregno di un intenso profumo promanante dai fiori gialli e rossi che crescevano ai bordi del sentiero. Ennio disse che i fiori erano uno spreco di colore. Io gli domandai che cosa intendesse dire con “spreco di colore”, lui disse che intendeva quello che aveva appena detto: uno spreco di colore. Io non avevo mai sentito nessuno dire che i fiori sono uno spreco di colore. Ma Ennio era così. Recitava poesie a memoria, pensava che gli uccelli portassero rogna, e detestava i fiori reputando che fossero solo uno spreco di colore.

A metà strada tra il campo e il ponte ci chiamarono e ci dissero che il ponte non doveva più saltare. Ennio disse <<Che vuol dire che non deve più saltare?>>, e quello alla ricetrasmittente disse <<Non deve più saltare perché è un ponte del tutto inutile. Punto.>>, ed Ennio disse <<Come “inutile”? Che vuol dire “inutile”?>>, e quello che parlava nella ricetrasmittente disse <<Inutile, Gesù santo, inutile, cosa vuoi che ti spieghi il senso della parola “inutile”!?>>, ed Ennio disse di provarci, e quello che parlava nella ricetrasmittente disse <<Allora ecco: inutile come spiegare il senso della parola “inutile”.>>.

Ci organizzammo per tornare indietro. Eravamo su di giri. L’ultima cosa di cui avevamo voglia quella mattina era far saltare un ponte e rischiare di rimetterci il culo. Tutti gli altri percorsero il sentiero che portava a valle, cantando canzoni. Ma Ennio disse che voleva far saltare il ponte lo stesso. Gli chiesi se fosse impazzito. Disse che non era impazzito. Dissi che invece mi sembrava che fosse completamente impazzito. Dissi che ci avevano appena ordinato di rientrare. <<Guarda gli altri:>> gli dissi <<stanno cantando, tornano al campo, hanno voglia di pace.>>. Lui non disse niente e invertì la rotta. Io, naturalmente, come sempre lo seguii. Alla fine disertammo e finimmo in Svizzera.

Ci nascondemmo un paio di giorni in un casolare abbandonato. Non avevamo niente da mangiare, fummo costretti ad andarcene. Ennio continuava a perseguitarmi con quella storia del ponte. Io gli dissi di finirla, che eravamo in Svizzera e che in Svizzera ponti da far saltare non ce n’erano. Dormimmo nella baracca di un pastore. Durante la notte mi svegliai più volte e l’ultima vidi che Ennio non c’era. Mi domandai dove fosse finito. Poi mi girai dall’altra parte e continuai a dormire perché ero spossato. Quando mi svegliai Ennio era in piedi di fronte a me. Gli domandai dove avesse passato la notte, mi disse che era andato a zonzo per le montagne, mi disse che aveva parlato con le montagne e con le stelle. Gli chiesi sarcastico <<E con le pecore no!?>>. Mi disse stralunato che no, con le pecore non ci aveva parlato. <<Ho parlato solo con i fiumi e con le valli, con le rocce e con gli alberi.>> disse. Gli dissi di farla finita, mi disse che aveva parlato con gli alberi e con i massi, gli dissi di andare al diavolo, mi disse che aveva avuto un’illuminazione, lo pregai di non ricominciare con la storia del ponte, mi disse che se ne fregava del ponte, dissi <<Magnifico!>>, ripeté che aveva avuto un’illuminazione, dissi che avevo capito, disse che avrebbe portato giustizia laddove la giustizia mancava, dissi che dovevamo nasconderci fino alla fine della guerra, disse che dovevamo partire e che ci serviva un mezzo di trasporto, dissi che se ci avessero trovato i soldati tedeschi o italiani (ma anche quelli svizzeri, ammesso che esistessero soldati svizzeri) ci avrebbero fucilati seduta stante, disse che dovevamo trovare un mezzo di trasporto, dissi <<Che cosa stai farneticando?>>, non disse niente, rimanemmo in silenzio per un po’, poi chiesi che mezzo di trasporto e per farci che, disse un mezzo di trasporto qualsiasi, chiesi per andare dove, disse per andare a portare giustizia laddove giustizia non c’è, dissi che si facesse furbo, che la smettesse di raccontare sciocchezze e che stesse un po’ zitto, che dovevo pensare, disse che andava a cercare un mezzo di trasporto, imprecai, imprecò, s’incamminò, lo seguii. Come sempre.

Arrivammo in un villaggio che sembrava abbandonato. Il villaggio era effettivamente abbandonato. Mi chiesi per quale ragione fosse abbandonato, non c’era anima viva, lui disse che non gli importava. Disse <<Meglio così.>>. Trovammo un paio di automobili inutilizzabili e un trattore inutilizzabile più tre cavalli morti inutilizzabili anch’essi. Dissi che facevamo meglio a tornare al comando e dire che ci eravamo persi sulle montagne sperando che se la bevessero, disse che non sarebbe tornato indietro per niente al mondo, disse che potevo andare dove volevo se volevo, imprecai, dissi che non lo lasciavo da solo, chiese perché, provai a spiegarglielo, ma spiegare l’amore e l’affetto è sempre difficile, così dissi che eravamo tutti e due monferrini e che venivamo dallo stesso schifoso lurido posto e che eravamo insieme in un altro schifoso lurido posto. Non disse niente.

Trovammo una motocarrozzetta. Lui mi corresse dicendo che si chiamava sidecar. Il sidecar era funzionante, ma senza benzina. Cercammo la benzina. Seguitammo nella ricerca per tre ore. La trovammo. Ennio disse che era ora di partire. Chiesi per andare dove, disse che di preciso non lo sapeva, chiesi come sarebbe che non lo sapesse di preciso, ma lui non disse niente e io di nuovo imprecai e bestemmiai ripetutamente, dissi che non appena avremmo messo il culo su quel sidecar avremmo potuto considerarci uomini morti, mi disse di mettermi nel carrozzino, gli dissi che non sarei entrato su quel maledetto carrozzino neanche morto, disse di mettere le chiappe nel carrozzino, litigammo, gli diedi un gancio destro e lo mancai, lui rispose con un montante e mi colpì sul lato destro della mascella, così entrai nel carrozzino e partimmo.

Ci fermammo nei pressi di un lago. Volevamo fare un bagno. Ci coricammo sulla riva del lago attendendo che il sole ci asciugasse. All’improvviso scorgemmo la testa e le braccia di un uomo che nuotava. Scattammo in piedi e imbracciamo i moschetti. A quel punto l’uomo ci vide, cambiò rotta e si avvicinò alla riva. Quando fu a venti metri, alzò un braccio e disse qualcosa in una lingua che non capimmo. Uscì dall’acqua con le mani alzate. Indossava un paio di braghe marroni e calzava un paio di scarpe rotte. Gli puntammo i moschetti finché non fu seduto di fronte a noi. Lo interrogammo. Parlò italiano: disse che era un pescatore svizzero. Ennio non ci credeva. Non ci poteva credere. Non si fidava. E insinuò che fosse un emissario dell’esercito mandato per riprenderci. L’uomo disse che non sapeva di cosa stesse parlando. Disse di chiamarsi Stosser. Gli strinsi la mano e gli domandai che cosa stesse facendo da quelle parti. Scambiammo qualche parola. <<Dovreste liberarvi di quei fucili...>> disse. E aveva ragione. Ennio disse <<Sì, così puoi ammazzarci meglio.>>. L’uomo disse che non aveva alcuna intenzione di ammazzarci. Disse che c’era un cimitero dietro il bosco. Ci raccontò di spettri che vi si aggirano la notte. Ennio tenne il suo moschetto puntato sulla faccia del tizio per tutto il tempo. Io gli offrii qualcosa da mangiare. Sbranò una razione in meno di un minuto. Ennio appoggiò il moschetto per accendere una sigaretta, ma lo riprese subito in mano. Poi il tizio ci salutò e si rituffò nelle acque del lago. Ci addormentammo. Quando ci svegliammo Ennio disse che si era trattato di un sogno. Gli chiesi a che cosa si riferisse. Disse che si riferiva al nuotatore. Io gli dissi che non era stato un sogno, che lo avevo visto e toccato, e quando era successo ero ben sveglio. Ennio disse che avevamo incontrato uno spettro. Io dissi che no, non avevamo incontrato uno spettro, ma un uomo in carne e ossa. Disse che quel tizio era uno spettro e io un pollo. <<Come un pollo? Io??>> chiesi, e lui <<Sì, un vero pollo.>> confermò deciso. Gli dissi che avremmo fatto meglio a dar retta allo spettro e gettare i fucili. Disse <<No, li seppelliremo nel cimitero.>>.

Cercammo il cimitero. Lo trovammo subito. Sembrava abbandonato: sulle tombe era cresciuta l’erbaccia. Per seppellire i fucili adoperammo due vanghe recuperate nel capanno dei becchini. Sentimmo il verso di un uccello. Sembrava una tortora. Fabbricammo una croce di fortuna con un paio di assi. Sentimmo un animale strascicare nella sterpaglia. Ennio disse che eravamo esposti ai turbamenti degli spettri, che gli spettri non ci avrebbero mai più lasciati in pace, giacché eravamo disertori e vigliacchi. <<Gli spettri della guerra si faranno beffe di noi, ci impediranno di dormire, e quando riusciremo a dormire ci impediranno di svegliarci, e quando riusciremo a svegliarci ci ritroveremo per sempre, ogni volta che ci sveglieremo, ai piedi di una forca, al cui cappio pende lo spettro di un uomo che ci detesta per la nostra vigliaccheria.>> disse. Gli dissi che era matto come un cavallo. Disse che il nostro destino era segnato. Gli dissi di piantarla con queste stronzate. Disse che gli spettri ci avrebbero accompagnato per sempre, a meno che non avessimo dato prova del nostro coraggio e non ci fossimo resi utili alla causa della guerra. Gli domandai quale fosse la causa della guerra. Disse che la causa della guerra era sopravvivere e aiutare gli altri a sopravvivere. Lasciai perdere, giacché una cosa che ho imparato, con Ennio, fin da quando eravamo bambini, è che è completamente inutile perdere tempo cercando di fargli cambiare idea, o di convincerlo di qualsiasi cosa.

Scavalcammo la cinta muraria e uscimmo dal cimitero. Avvistammo in lontananza un gruppo di contadini. Lui fermò il sidecar, si nascose dietro a un cespuglio. Chiesi che cosa stesse facendo. Disse di aver avvistato un battaglione nazista. Gli dissi <<Ma quale battaglione nazista, imbecille!? Saranno dodici contadini con sei biciclette e tre vacche, idiota.>>. Mi disse di tacere. Attaccò il manipolo di contadini a mani nude. Ne stese un paio, ma i contadini svizzeri sono robusti. Gli si avventarono contro in cinque. Io non mossi un dito. Lo suonarono per bene. Tornò sanguinante e tumefatto. Aveva il naso rotto, probabilmente. E una mascella che cominciava a gonfiarsi. Gli dissi che dovevamo nasconderci, cazzo, non andare a zonzo per la Svizzera, non eravamo mica turisti! Mi disse che dovevamo portare giustizia laddove giustizia non c’è. Gli chiesi se pensava che prendere a botte dei contadini svizzeri significasse portare giustizia. Disse che gli Svizzeri erano degli schifosi. Non seppi dargli torto. Mi disse che avrebbe sterminato i nazisti, gli Italiani, i Russi e gli Svizzeri. Soprattutto gli Svizzeri. Chiesi perché odiasse tanto gli Svizzeri. Disse che aveva avuto un’illuminazione. Gli chiesi di espormi questa illuminazione. Non disse niente. Imprecai. Lo maledissi. Lo ingiuriai. Lui mi parlò di scheletri che camminano tenendosi per mano. Di astrazioni vorticose e radiazioni cosmiche. Parlò di vortici dinamici e generali baffuti, di marionette monche e pagliacci tristi. Parlò di apocalissi e di diavoli. Di uomini che cadono dal nulla nel nulla. Parlò di donne blu, di uccelli contorti e di mostri pertentacolari. Parlò di aurore chimiche e luminosi strali magnetici.

A Davos incontrammo una donna che vendeva spremute di melograno. Parlava italiano. Le chiesi se in Svizzera si coltivasse il melograno. Lei disse che il melograno possedeva una molecola in grado di combattere la senescenza muscolare. Non ci capii niente. Disse che il melograno allungava la vita. Dissi che ne avevo proprio bisogno. Lei aggiunse che l’allungava a tutti, tranne che ai disertori. Dissi che non eravamo assolutamente disertori. Lei disse <<E come no!?>>. Ennio disse che voleva una spremuta di melograno. Io dissi che non avevamo soldi. La donna disse che ci avrebbe regalato due spremute di melograno in cambio di un favore. Ennio disse di sì. Io domandai quale favore. La donna dei melograni disse <<Prima bevete la spremuta.>>. Dissi che non bevevo nessuna spremuta finché non avessi saputo in che cosa consistesse il favore. La donna dei melograni disse che dovevamo consegnare un messaggio. Chiesi a chi. Disse che non lo sapeva. Ennio bevve la sua spremuta di melograno. Bevve anche la mia. Dissi che non avremmo consegnato alcun messaggio. Ennio disse che era tutta la vita che attendeva quel momento. Dissi <<Ma quale momento? Quale momento?? Di che cosa diavolo stai parlando???>>. Lui disse che aspettava precisamente questo momento. Seguimmo la donna dei melograni in un appartamento. Facemmo l’amore con lei, a turno. Lei avrebbe gradito la simultaneità, ma io provavo vergogna. Quando fu tutto finito la donna dei melograni disse <<Bene, è ora di discutere dei nostri affari.>>. Ma prima ci servì il pranzo. Mangiammo per due ore senza smettere mai. Bevemmo il caffè. Dormimmo dieci ore. Il mattino seguente, la donna dei melograni ci consegnò il plico. Disse che dovevamo portarlo a Lucerna: hotel Krone, stanza 503. All’accettazione parlare con Odilon e ripetergli le seguenti parole: <<La pluye nous a débuez et lavez, et le soleil desséchez et noirciz.>>. Mi chiese di ripetere le parole. Domandai se potevo annotarle. Disse di no. Ennio disse che le avremmo imparate a memoria. Disse <<Bravi, ora cominciate a studiare e a ripetere.>>. Passammo tre ore a ripetere la solfa. La pluye nous a débuez et lavez, et le soleil desséchez et noirciz. Sbagliando ripetutamente termini e pronuncia. Disse che avevamo una speranza. Io dissi che non ne avevamo neppure una. Ennio disse che la speranza era l’unica cosa che ci restava. Poi ripeté <<La pluye nous a débuez et lavez, et le soleil desséchez et noirciz.>> parola per parola, pronunciandola come se fosse nato e cresciuto in Bordeaux, o in Parigi. Tre volte. La donna dei melograni disse <<Magnifico, meglio di così si muore.>>. Disse che quando Odilon ci avrebbe consegnato le chiavi della stanza, saremmo saliti, avremmo lasciato il plico e ce ne saremmo andati. <<Di filata!>> chiosai io. E aggiunsi che se ci avessero trovati a Lucerna ci avrebbero fucilati. Lei disse che non avrebbero mai sprecato proiettili per due disertori, che al massimo ci avrebbero impiccati. Io dissi sarcastico che era un sollievo, e aggiunsi che non andavamo da nessuna parte. Lei disse che avevamo promesso. Io dissi che non avevo promesso un bel niente. Ennio prese il plico. La donna dei melograni ci diede abiti civili, un bacio e due taniche di benzina.

Partimmo per Lucerna con il sidecar. Per tutto il viaggio Ennio parlò della donna dei melograni, agitandosi come un pazzo. Disse che era la donna più bella che avesse mai visto in vita sua. Gli dissi che Tilde, la figlia del podestà, era molto più bella. Mi disse che non la conosceva. Dissi <<Come sarebbe che non la conosci?>>. Disse di no. Lasciai perdere il discorso. Anche se sapevo che la conosceva benissimo. Mi chiese se anche per me la donna dei melograni fosse la donna più bella del mondo. Gli dissi <<Ma neppure per sogno!>>. Fermò il sidecar a bordo strada. Disse di fargli un esempio di una donna, al mondo, più bella della donna dei melograni. Feci il nome di Marlene Dietrich: disse che al confronto era una bruttona. Dissi il nome di Greta Garbo: disse che non c’era confronto. Pronunciai il nome di Louise Brooks: disse che non aveva idea di chi fosse. Dissi che in quel preciso momento, al mondo, stavano respirando milioni di donne di cui lui non aveva, né avrebbe mai avuto, idea. Lui non disse niente. Rimise in moto il sidecar. Replicò che la donna dei melograni era la più bella donna del mondo e che la discussione doveva ritenersi conclusa. Non dissi niente. Discutere con Ennio era inutile.

Arrivammo a Lucerna. Dal sidecar scorgemmo una statua al centro di una piazza. Una comunissima statua qualsiasi. Ennio accostò e mi chiese per quale ragione ci fosse una statua di Hitler a Lucerna. Gli dissi infatti non c’è proprio nessuna statua di Hitler a Lucerna. Lui disse che ce l’avevo di fronte. Dissi che si sbagliava, che la statua non era di Hitler. Ribadì che quella di fronte a noi era la statua di Hitler. Sul basamento della statua c’era scritto “Wilhelm Tell”, chiunque fosse quel tizio. Ennio disse che era chiaro come il sole, cristallino, che la statua rappresentasse quel buffone di Hitler. Gli rammentai che noi eravamo dalla parte di Hitler. Lui disse che, semmai, dalla parte di Hitler c’ero io. Gli dissi che c’era anche lui. Disse no, giammai. Mi fece scendere dal sidecar. Chiesi <<Che cosa vorresti fare?>>. Disse che il sidecar non ci serviva più. Dissi che ci serviva eccome: come saremmo tornati a casa altrimenti? Disse che avremmo trovato un’automobile, un camion, un treno. Chiesi nuovamente che cosa aveva intenzione di fare. Mi intimò di tacere. Scesi dal carrozzino. Quando fu solo, mise in moto il sidecar. Si lanciò a tutta velocità in direzione della statua. A dieci metri si gettò dal sidecar. Il sidecar si schiantò contro la statua. Imprecai. Bestemmiai. Lo maledissi. Lui rimase in terra dolorante a guardare la statua mezza crollata. Gli abitanti di Lucerna erano basiti. Qualcuno si sincerò delle condizioni di Ennio. Pensavano a un incidente. Dissi alle persone che il sidecar aveva accusato un guasto al manubrio già qualche chilometro prima. Sembrarono bersela. Ennio si alzò zoppicando. Chiamarono un’ambulanza, ma noi eravamo già distanti. La statua di quel Wilhelm Tell era messa male. Mi ripromisi di scoprire chi era, ma poi me ne dimenticai.

Quando entrammo nella hall del Krone guardammo i portieri dietro al bancone. Portavano tutti la stessa divisa e una targhetta con il nome. Non c’era nessun Odilon. C’erano solo tre Aurelién, due Gustave e uno (stranissimo) Dieterik. Ordinammo qualcosa da bere aspettando Odilon. Bevemmo tre bicchieri di vino del vallese. Dissi che il grignolino era mille volte meglio. Ennio concordò. Quando Odilon attaccò il turno andammo al banco. Ennio pronunciò la frase concordata. Chiese che cosa significasse in italiano. Odilon ci consegnò le chiavi della stanza 503 senza fiatare. <<Cinquième étage.>> disse. Salimmo in stanza. Lasciai il plico sul letto. Uscimmo dalla stanza. Ennio tornò indietro per prendere il taccuino e la penna che si trovavano sul tavolino della stanza. Lo guardai in cagnesco. Mi fece un gesto come per mandarmi a stendere. Dissi che dovevamo trovare un mezzo di trasporto. Lui disse che doveva scrivere una lettera. Chiesi che lettera, non ottenni risposta, <<Dobbiamo sparire, piuttosto.>> conclusi. Disse che doveva scrivere una lettera alla donna dei melograni. Gli giurai che questa volta lo avrei lasciato lì da solo. Disse che avrebbe scritto una lettera alla donna dei melograni. Ordinai una bottiglia di vino del vallese. Impiegò due ore per scrivere, reclamando continuamente consigli che non avevo. Scrisse che pensava ogni secondo a lei. Scrisse che sentiva la sua mancanza. Scrisse che era folle d’amore per lei. Scrisse che per lei avrebbe combattuto contro i nazisti e contro i Russi e contro gli Svizzeri. Chiese come si chiamasse, perché era stanco di chiamarla “la donna dei melograni”. Fece un suo ritratto. Concluse la lettera con le parole <<Tuo per sempre.>>. Chiesi dove pensava di spedirla. Disse che l’avrebbe affidata al portiere. Gli dissi che non ci pensasse neppure. Si alzò e la diede al portiere. Poi uscimmo.

Fuori cercammo una macchina aperta. La trovammo e la rubammo. Con la macchina tornammo al cimitero e dissotterrammo i fucili. Ci dirigemmo verso le montagne. Disse che il nostro compito non era concluso. Gli dissi che il mio compito era più concluso che mai. Aggiunsi che sarei andato a nascondermi in montagna. Mi chiese per quanto tempo. Dissi il tempo necessario.

<<E se la guerra durasse ancora dieci anni?>>

<<Me ne starò in montagna dieci anni.>>

<<E se la guerra durasse ancora cent’anni?>>

<<Qualcuno mi seppellirà in montagna.>>

<<E non ci pensi al Monferrato?>>

<<Sì, certamente, ci penso ogni momento. Ma penso più alla mia pelle.>>

<<E ti piace che sia infestato dai porci nazisti?>>

Così decidemmo di tornare a casa. Pensavamo che una volta a casa qualcuno ci avrebbe nascosti. E che avremmo combattuto contro i porci nazisti. Lasciammo la macchina prima del confine, tagliammo per un sentiero, e un’ora dopo eravamo in Italia. Dopo cinque ore di cammino, Ennio disse che sentiva già l’odore delle nostre vigne. Mi chiese se lo sentivo anch’io. Risposi che ero stanco morto. Trovammo una baita disabitata dove passare la notte. C’era ancora la stufa. E un paio di vacche libere. Alla fine ci restammo quasi un mese.

La prima notte seppellimmo di nuovo i fucili. La mattina dopo li dissotterrammo. Chiesi a Ennio perché lo facessimo. Disse che provava vergogna e colpa per aver ucciso quell’uccello, il giorno in cui cominciò la nostra vita da disertori. Ci preparammo a partire. Ennio disse che in una settimana saremmo arrivati a casa. Ma non partimmo. Ci sentivamo al sicuro. Quella notte tornammo a seppellire i fucili. Era una notte alpina scura d’ombre giganti e luminosa di via lattea. Avevo i muscoli indolenziti e mi stavano uscendo i calli sulle mani. Mi guardò scavare una fossa sempre più profonda. Disse di smettere e che la buca era sufficiente. Dissi di no. Dissi che avrei scavato una fossa grande come tutta la catena alpina e profonda come l’inferno, pur di seppellire tutti i fucili del mondo. Lui chiese <<E le pistole?>>, risposi che naturalmente avrei voluto seppellire anche quelle, insieme con tutti i carri armati, i cannoni, i pugnali, le baionette e le bombe a mano. Disse che se anche avessimo scavato una fossa tanto grande da poterci seppellire tutte le armi conosciute, dalle clave ai bombardieri americani, gli uomini avrebbero fatto la guerra lo stesso. Disse che per ammazzarsi avrebbero usato le forchette e le zappe, i forconi per il fieno e gli uncinetti delle donne, le canne delle biciclette e i turiboli dei preti. Aveva ragione.

Ci preparammo di nuovo a partire. Non partimmo. Alla baita scrisse un’altra lettera d’amore per la donna dei melograni. Gli chiesi di leggermela. Disse di no. Mezz’ora dopo, quando ero già addormentato, mi svegliò e me la lesse. Concludeva dicendo che l’amore era l’unica terra sotto la quale avremmo potuto seppellire per sempre tutte le armi del mondo. Che l’amore è una terra difficile da trovare, ma bisognerebbe cercarla incessantemente. Che se tutti gli esseri umani fossero stati innamorati come lo era lui in quel momento, la guerra sarebbe finita subito. Mi chiese se era una cosa banale da dire. Dissi che no. Lui disse di sì, e stracciò il foglio. Disse che l’amore finisce sempre. Dissi che non era così. Si voltò e borbottò qualcosa che non capii. Eravamo felici di aver seppellito i fucili.

Due giorni dopo li dissotterrammo per andare a caccia. La fame vinse il nostro odio per le armi. Cacciammo cervi e caprioli. Per qualche tempo la sera andavamo a seppellire i fucili nello stesso posto dal quale la mattina prima li avevamo dissotterrati e dal quale la mattina dopo li avremmo dissotterrati nuovamente. Era come se ci vergognassimo di averne ancora bisogno. <<Un essere umano>> disse Ennio <<non dovrebbe avere bisogno di un’arma. Mai.>>. Quando parlava così, scoprivo di volergli bene. Anche se in realtà gliene ho sempre voluto. Ho sempre amato Ennio. Da quando avevamo sette anni e rubavamo l’uva. Andammo avanti per un bel po’ di giorni a prepararci per partire senza partire, a sotterrare e dissotterrare i fucili. Quando poi finimmo le munizioni, li sotterrammo per sempre. Fu una liberazione. Dissi che avrei preferito morire di fame, pur di non essere mai più obbligato a impugnare un moschetto. Disse che ero uno scemo, ma non lo pensava davvero. Più volte avvistammo soldati italiani e tedeschi. Ennio sosteneva che non cercassero noi. Io ero d’accordo con lui, mi dicevo che di noi se ne fregavano, che probabilmente ci avevano dati per morti. Ennio disse che l’unico modo per cui potevano scoprirci era per caso. Dissi che non avevo mai creduto al caso. Lui disse che avrei dovuto. Dissi che no, il caso non esiste.

Poi un’alba livida e fredda di fulmini e grandine ci svegliò con fucili e mitragliatori mentre sognavo un campo di girasoli sotto casa mia. Quegli schifosi. Cercavano benzina, latte, formaggio, un riparo per il temporale che sopraggiungeva da settentrione. Trovarono noi. Trovarono le nostre piastrine, appese a un chiodo accanto alla stufa. L’avevo detto, che avremmo dovuto gettarle in qualche precipizio, o sotterrarle insieme ai fucili. Ennio chiese da fumare. Ci allungarono due sigarette. Pensai al volto di mia mamma quando mi diceva di star lontano dai guai. Era bella, mia mamma. Aveva un occhio marrone e un occhio verde, e quasi tutti i denti in bocca. Aveva i capelli profumati anche di sera, dopo la campagna. Mi sembrò di odorarli proprio in quel momento. Guardai Ennio che fumava in un angolo, la schiena appoggiata alla parete. Mi venne da piangere, ma non piansi. Poi una pioggia lieve ci bagnò e dilavò. Infine il sole ci disseccò e ci annerì.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il giorno più lungo.

 

Mentre salivo la scaletta argentata del minuscolo boeing supersonico, avevo capito benissimo che mi trovavo di fronte all’intervista più importante della mia vita. Lo sapevo, lo sentivo. In redazione tutti mi avevano menato grandi pacche sulle spalle, invidiosi della mia botta di fortuna. Sentivo le mani fremermi di gioia, ansiose di posarsi sulla tastiera, preoccupate solamente di non riuscire a trasmettere al documento virtuale sul mio computatore tutte le parole che sarebbero scaturite dalla mente geniale di Giuseppe Bonaviri, insieme a tutti i pensieri che mi passavano per la testa alla velocità supersonica del gioiellino su cui stavo salendo e avremmo viaggiato. E mi aggrappavo al corrimano platinato della scaletta supersonica del misterioso boeing rombante, il Don Chisciotte, a cui non avevano neanche fatto spegnere i motori.

All’epoca ero corrispondente del quotidiano “L’Oligarchia” da Kuala Lumpur. Non male come vita, non fosse che, da quando ci avevano delocalizzato, per tagliare i costi, i buoni pasto venivano assegnati sulla base dell’altezza, e io purtroppo ero solamente 1,75. In realtà, quando vivevo in Italia ero 1,79, però appena mi ero trasferito in Malesia mi ero come accorciato, come se mi fossi ritirato. Forse per il caldo, o per quella sensazione schiacciante che la vita procede anche quando ti preoccupi di non invecchiare e non morire mai. Avevo 37 anni, che non sono tanti, ma per me, in quel momento in quel luogo, e in quella delicata stagione della mia vita erano troppi, se capite cosa intendo, e mi davano proprio quella sensazione schiacciante di essere finito fuori dalla gioventù senza possibilità di replicare, eppure senza veramente rendermene conto. Certo è che a quei tempi 37 anni erano come oggi 54: il tempo si è dilatato, con le mirabolanti progressioni dell’industria medica, il siero e quelle robe. Mai preso siero, comunque: non fa per me.

Non ero molto felice di dover fare quell’intervista sul jet supersonico, perché all’epoca non mi piaceva ancora tanto volare. Tuttavia mi rassicurava sapere che sul minuscolo boeing ci sarebbe stato sicuramente alcol a volontà. Sì, anche allora l’alcol era la nostra principale fonte di rassicurazione nonché, alternativamente e parallelamente, di svago. L’unica differenza è che allora l’alcol si chiamava alcool, in omaggio ad una nota marca di alcolici di nome, appunto, Alcool. La O aggiuntiva venne poi pignorata per faccende mai chiaramente risolte sulla legislazione alimentare e sui marchi, cose che non ho mai veramente capito a fondo.

Mentre mi tenevo al corrimano platinato, Giuseppe si era affacciato sulla scaletta. Era la prima volta che lo vedevo dal vivo, e, Dio, se era splendido! Ho detto “Dio”, ma all’epoca non credevamo veramente in Dio come invece avviene oggi. Eppure Giuseppe sembrava veramente un dio, la luce del sole a tre quarti lo colpiva come uno schiaffo e la sua chioma bionda sembrava bruciare di vita e di passione. <<Perdio, saliamo.>> mi aveva gridato, e io mi ero affrettato a completare la salita, sempre ben avvinghiato al corrimano biondo platino anche lui, per poi accomodarmi sul sedile più vicino all’ingresso dell’aeroplano.

Il Don Chisciotte era costruito con più vetro e specchi che alluminio, e mi sembrava tutto così scintillante, all’interno del jet, che mi ero dimenticato di preoccuparmi del decollo, che mi prese alla sprovvista togliendomi il fiato. <<Andiamo su, dai, andiamo su!>> sghignazzò Giuseppe, mentre si scodellava un bicchierone di vodka gelida. <<Offrirei, ma vedo che hai le mani già impegnate a reggerti al sedile.>>. Io non risposi, troppo preoccupato a controllare con le mani la qualità della stoffa del sedile su cui ero seduto, cercando con la forza delle dita di trovare eventuali cedimenti alle cuciture, strizzandolo forte. Il problema di avere gigantesche finestre s’un jet è che ti pare di stare appeso nel cielo. Quando finalmente l’aereo si fu portato in soluzione di crociera, stabile e orizzontalizzato, mi concessi il lusso di staccare le mani dal sedile, e stringerne una al vecchio Giuseppe.

Dico vecchio ma è un modo di dire, perché all’epoca il vecchio Giuseppe aveva solamente quarantotto anni, era nel fiore degli anni. Non giovane come oggi, che ne ha solamente trentasei a dire il vero, considerata la correlazione tra anni e anni percepiti, ma si sa, lui il siero ha iniziato a prenderlo da subito.

<<Si vola, eh!?>> borbottai io, più per mettermi a mio agio che per esigenze di conversazione. Di chiacchiere ne avremmo fatte tante, quel giorno: il vecchio Giuseppe non era certo uno di poche parole, e mi ricompensò con una mano sulla schiena e una strizzatina ai testicoli, che, se mi fece male, di certo ringalluzzì la mia autostima. Negli ultimi 21 anni Giuseppe aveva concesso solamente sedici interviste, e la mia era una di queste. C’era motivo di sentirsi orgogliosi, anche perché ero stato proprio io a trovare il contatto con il suo editore, io a insistere per l’accordo commerciale, a intercedere con il mio capo, e a trovare la finestra utile di un giorno necessaria per l’intervista.

<<Per un pelo...>> disse Giuseppe osservando preoccupato il sole alle sue spalle dall’oblò posteriore dell’aereo. <<E quindi, quando durerà questa nostra intervista?>> mi chiese sorridendo, <<Certamente non più di un giorno.>> ribattei ridacchiando stupidamente. Certo non era una gran battuta, l’avevano fatta in molti, ma ormai era quasi obbligatorio fare un qualche riferimento al “giorno aureo”. Ogni intervista in pratica verteva solo su quello, sulla sua decisione di vent’anni prima. La mia sarebbe stata diversa, mi ero preparato tutte le domande in anticipo per essere sicuro di non svicolare più di tanto.

<<Vado a farmi un drink, ne vuoi uno?>> chiese lui allontanandosi da me per un istante. <<Lo berrei volentieri. Un Old Daiquiri ma senza ghiaccio, grazie.>> risposi io. <<Temo che qui non ce l’abbiamo. Ti va un Black Russian?>> mi disse. Io annuii un po’ deluso. <<Immagino che vorrai chiedermi del “giorno aureo”...>> disse poi, mentre mesceva vigorosamente, mettendo in mostra la sua muscolatura abbronzata, che brillava sudata grazie alle luminose plance trasparenti dell’aeromobile. <<Mi vuoi chiedere come è andata la mia giornata o forse vuoi sapere cosa farò domani?>> rise compiaciuto. Io glissai. <<Beh, Giuseppe, di quello si è parlato davvero tanto. Ne ho letto su tutti i giornali, per questo pensavo magari di iniziare con un po’ di domande sul tuo primo romanzo, e poi passare a…>> ma Giuseppe non mi fece terminare, e con gli occhi lucidi di gioia si mise a raccontare, versandomi un Black Russian più russian che black. <<Il mio primo romanzo, ah, che ricordi...! Quando ho scritto “Martedina” dovevo ancora iniziare il mio “giorno aureo”, era un periodo veramente magico. Ricordo che ancora dormivo, pensa che spreco. Per questo “Martedina” è stato solo di 417 cartelle. Se lo avessi scritto qui sul Don Chisciotte, lo avrei fatto lungo almeno il doppio. No, “Martedina” è stato un bel capitolo della mia vita, ma sinceramente nulla a che spartire con quanto ho fatto dopo. Il mio giorno aureo doveva ancora iniziare, quello è stato solo il propellente che ha concesso al razzo di decollare, se mi passi la metafora.>>. Gliela passai. Poi annuii, e chiesi nuovamente: <<C’è chi dice che “Martedina” sia stato invece l’ultimo, vero romanzo del primo secolo, e che tutta la tua opera successiva sia stata solamente un pallido riflesso del fulgore originario. Sto citando l’Incognito, che ritiene il personaggio di Zephir virtualmente morto alla fine del primo romanzo, quando si separa da Martedina e si fa praticare la lobotomia parziale per sopravvivere al dolore. Cosa risponderesti a queste critiche, se avessi l’Incognito qui davanti?>>. Giuseppe appariva fremente di rabbia. Sembrava soppesare l’ipotesi di scagliare il bicchiere contro la parete del velivolo, ma ricordo di aver pensato che non lo facesse per il tedio che gli avrebbe causato doversene versare un secondo. <<Incognito... Incognito... Non so neppure chi sia... Lui invece conosce me: ecco dove muoiono le sue critiche...>>. Nello sforzo di trovare una competenza che potesse considerarsi estranea, Giuseppe si innervosì ancora di più, e rovesciò parte del cocktail sulla pregiata angora dello scafo. <<L’Incognito può anche baciarmi le chiappe, non lo scrivere questo, nell’intervista, aspetta. L’Incognito… l’Incognito…>> Giuseppe si mise a rimuginare concentrato, in cerca di un insulto che lo facesse apparire sagace almeno quanto l’Incognito fosse idiota. <<Ecco. Scrivi questo: l’Incognito è un pennivendolo che vive alla giornata, e non può capire chi ha fatto della giornata la sua unica ragione di vita.>>. Io sospirai, iniziando a sentirmi sopraffatto da tutte quelle battute sul “giorno aureo” e compagnia bella. <<Giuseppe, visto che siamo arrivati in argomento, vogliamo parlare un po’ del “giorno aureo”, prima di passare ad analizzare i sei romanzi del ciclo della memoria?>> chiesi, più per concessione nei suoi confronti che per un reale interesse. Giuseppe allargò le braccia, con finta modestia, accoccolandosi sulla poltroncina di fronte a me e iniziò. <<Beh, è presto detto. Dopo il mio primo romanzo, ho deciso che dormire non faceva per me. Ho capito che la notte era una stortura del creato, un’incongruenza della vita che andava risolta, e pertanto, mi sono organizzato. Come sai, le vendite di “Martedina” sono andate molto, molto bene. Nel giro di un mesetto ho potuto comprare il Don Chisciotte, e mettermi a gironzolare sul globo terracqueo. Sempre, rigorosamente, dall’Orione al Tramonto, dall’Eo levante all’Occaso cadente, dall’Aurora all’Espero.>> ammiccò. Io annuii, fingendo di sentire queste informazioni per la prima volta, e ribattei: <<C’è chi dice, chi insinua>> proseguii <<che la vera ragione del tuo, diciamo, salto delle notti, della tua rincorsa alla luce, sia una recondita paura del buio. Cosa rispondi a…>>, <<A chi insinua? Come l’Incognito?>> mi interruppe urlando, calmandosi subito dopo, a un mio cenno di diniego. <<Comunque, sono fandonie. Io posso facilmente resistere in condizioni di buio per diversi minuti, da sveglio o dormiente, senza alcuna difficoltà. Ho solamente deciso che non voglio più vedere un tramonto in vita mia. La vita è troppo breve per spendere tempo nelle notti buie. Io voglio fare festa, gioire, scrivere di vita, scopare, e bere. Voglio vivere una giornata di festa infinita. Non morire mai.>>. <<Lo sai>> ghignò <<quand’è stato che ho deciso tutto questo, e ho preso la risoluzione di non dormire mai più, e di non vedere mai più una luna?>>, <<Quando?>> sospirai io, con finto interesse. <<Ieri!>> rispose, e rise sguaiatamente. I drink che si era versato iniziavano a fare il loro effetto. Io ripresi subito a parlare, con una secca, incalzante domanda. <<C’è anche chi dice che quello che tu chiami il “giorno aureo” non sia veramente un’unica giornata, perché in questo tuo viaggio la linea del cambio di data viene attraversata più volte.>>. <<Ma tu sei qui solo per riportarmi delle insinuazioni?>> ribatté lui, improvvisamente calmo. Lo ammetto, il mio desiderio segreto era in effetti quello di fargli perdere le staffe. Non dimentichiamo che all’epoca purtroppo la condizione economica della carta stampata era disastrosa, e per risollevare un po’ le vendite che cosa poteva esserci di meglio di una notiziola succulenta s’un pestaggio giornalistico ad alta quota? Ero disposto anche a farmi spaccare due o tre denti, per la causa. Ma Giuseppe era troppo intelligente, e aveva subito smascherato le mie intenzioni. Giuseppe si avvicinò alla parete ricurva di fronte a lui, indicandomi un calendario impolverato. <<Lo vedi questo? Ogni volta che vedo sorgere il sole, strappo un foglio.>> disse. Annuii. Lui aggiunse <<E quindi, mi vuoi dire che data segna oggi?>>. Risposi <<Certo Giuseppe, capisco il tuo punto di vista, ma… Devo anche ammettere che stamattina, quando mi sono svegliato, il mio calendario personale indicava il ventotto Luglio del…>>, ma lui <<ta, ta, ta ta ta…>> mi zittì subito, come per non udire nemmeno le parole che stavo pronunciando. <<Non puoi parlare del “giorno aureo” se non l’hai vissuto. Forse è ora di farsi un drink, che ne dici?>> concluse. Io risposi che lo avrei bevuto volentieri, tutto quel viaggio in pieno sole mi stava mettendo parecchia sete. <<Sai che cosa facciamo?>> sbottò: <<Vediamo un po’ dove siamo, scendiamo, e andiamo a cercarci un Old Daiquiri come piace a te.>>. Rimasi interdetto, e dissi che non mi sembrava il caso, ma lui disse <<Non c’è problema, non c’è problema!>>, bloccando sul nascere le mie proteste: <<Vado un secondo di là a sentire dal comandante dove possiamo trovarne uno. Se non sbaglio, adesso a occhio e croce dovremmo essere sopra la Somalia.>>. Io rimasi imbarazzato in attesa, mettendomi a scrutare l’interno del Don Chisciotte.

Gli altoparlanti trasmettevano ininterrottamente musica dei Rolling Stones, ma non quelli del Novecento bensì i cloni moderni fatti in provetta. Avevamo cambiato diverse volte nome. Credo che all’epoca si chiamassero Maneskin o qualcosa del genere. A un’occhiata più attenta mi accorsi che i fasti del passato erano ormai solamente spettri, l’aereo si mostrava con un misto di lussuoso e derelitto, come un’anziana attrice rifatta che non vuole appassire e fa di tutto per tenere su con il Botox quel poco che resta della sua faccia spappolata. All’epoca, invecchiare era una gran brutta roba. Prima del siero, intendo. Eppure, anche oggi, alla fine a pensarci non è che sia molto diverso. Prima o poi si muore, che tu sia giovane o vecchio, solo che la quantità di noia che nel frattempo hai accumulato serve più o meno a farti agognare il momento del trapasso, che arriva con una sorta di felicità senza vigore, come quando dopo ore di zapping notturno ti accorgi che ti stai per addormentare, e proprio in quel momento finisci sul canale con il tuo filmogramma preferito che non vedi da undici anni.

Dopo quindici minuti passati senza veder ritornare Giuseppe mi diressi nel disimpegno verso la cabina di pilotaggio, per capire che fine avesse fatto. Lo sorpresi che russacchiava con un filo di bava all’angolo sinistro della bocca s’una poltroncina dell’equipaggio, mezzo sdraiato e con gli occhiali da sole sulla faccia. Ricordo di aver pensato che era un bruttissimo spettacolo, nonostante la sua mirabile bellezza (Giuseppe era infatti di una bellezza mirabile), e mi meravigliai del fatto che stesse dormendo della grossa. Subito dopo ancora ero stato preso dal terrore che fosse caduto nel sonno per la prima volta dopo 21 anni, e che fosse per causa mia. Probabilmente ero la persona più noiosa di tutte le circumnavigazioni del globo nei 21 anni trascorsi. Solo alla fine di tutti questi pensieri Giuseppe si scosse, asciugandosi la bocca con il dorso della mano, e, riprendendo il bicchiere dalla moquette lisa, mi confermò che non stava dormendo, ovviamente, ma che stava solo riposando gli occhi. <<Sai?>> mi disse <<Con tutto questo volare in mezzo alla luce, gli occhi si stancano. Sono importanti gli occhi, per uno scrittore.>>. Io annuii. Sollevato.

Tornammo nella saletta principale, dove ci riaccomodammo sulle nostre poltroncine con i nostri cocktail. Io volevo proseguire con le domande ovviamente, ma Giuseppe mi disse che c’era tempo, e iniziammo quindi a parlare del più e del meno. <<Se dobbiamo stare insieme tutto il giorno, meglio che iniziamo a conoscerci.>> disse. Lui mi chiese cose molto personali, il mio rapporto con mia madre, quando era stata l’ultima volta che avevo fatto sesso, che cosa ne pensavo delle politiche secessioniste in Argumenia. Io risposi a tutto un po’ stupito, ma in fondo felice che un personaggio così popolare come lui fosse interessato a me.

Dal quarto beverone in poi non ricordo più distintamente gli eventi. Tutto precipitò in una spirale lattiginosa fatta di noi che ci fumavamo bicchieri su bicchieri, mescolando rimasugli di cibo a rimpianti, e rimorsi ad ulteriori drink, noi che correvamo per il corridoio dell’aereo ridacchiando come bambini e noi che tiravamo spallate in simultanea alla coda dell’aereo per vedere se ci riusciva di farlo inclinare (cosa che, per inciso, sono certo che siamo riusciti a fare, e difatti il comandante era venuto di dietro a dirci di piantarla di fare i coglioni). A un certo punto, mentre eravamo passati anche a robine più pesanti, e Giuseppe riposava gli occhi sdraiato sul pavimento, osservando la mappa digitale sul monitor dell’aereo mi accorsi che eravamo nuovamente su Kuala Lumpur. Era arrivato il momento di scendere, eppure sarei rimasto per giorni. Senza contare che non avevo praticamente nulla da scrivere per il mio articolo. Avrei fatto come sempre la figura dell’idiota. Allertai Giuseppe, che si alzò di scatto barcollando e dicendo, con la bocca impastata, <<...solo riposando gli occhi, riposando gli occhi...>>. Gli spiegai che era stato un piacere ma che dovevo scendere, perché eravamo di nuovo nei pressi di casa mia. <<Non se ne parla.>> disse lui, stropicciandosi gli occhi. <<E poi non abbiamo neanche iniziato a parlare veramente. Non ci siamo neanche conosciuti bene, e si stava creando un certo legame: sarebbe un peccato bloccare il flusso proprio in questo momento...>> mi disse anche. Io annuii, con aria grave, ma dentro di me saltavo di gioia. <<Dai, rimani fino al tramonto...>> mi disse ammiccante, con una strizzatina d’occhi. Così, scrissi al mio capo capo-redattore, informandolo che urgenti novità mi trattenevano sul Don Chisciotte ancora per un giorno almeno. E così proseguimmo il nostro viaggio intorno al mondo, tra stupide bevute e ancora più stupide chiacchierate.

Da allora risuperammo Kuala Lumpur diverse volte, nel nostro viaggio liminale da alcolisti ipnotizzati; scendemmo sulle piste di Bogotà, Fortaleza, Mombasa; partecipammo a feste sulla spiagge brasiliane, aperitivi su palazzi messicani, e ogni tanto deviavamo dalla linea equatoriale per andare a vedere le rovine americane, o scendevamo sull’Eurasia, quando c’era qualcuno di quei famigerati brexit party londinesi che duravano fino al mattino ed oltre. Lentamente la luce solare battente mi era penetrata nel cervello, e non avrei saputo dire veramente da quanto eravamo in viaggio. I miei sonni si erano fatti rarefatti, come l’aria d’alta quota, e i miei sogni si erano sfilacciati al punto che ormai rappresenta­vano solamente immagini pubblicitarie e lisergici fotogrammi di film vintage di pornografia d’antan. Quando il sogno era sul più bello, e stavano per rivelarmi qual era il prodotto della réclame, oppure quando l’idraulico forzuto aveva finito di stringere la vite sotto al lavandino della casalinga annoiata e ansiosa di ricompensarlo, mi svegliavo di soprassalto, come per un vuoto d’aria. Anche io avevo iniziato a non dormire più, o a non riuscire a ricordare di averlo fatto, che in fondo era la stessa cosa. Mi tornava sempre in mente quella frase di Giuseppe: <<Lo sai, per davvero, perché non dormo mai? Dopo vent’anni che non dormi, se ti addormenti probabilmente non ti sveglierai più.>>.

Poi Giuseppe si era progressivamente disinteressato a me, ogni tanto scriveva ossessivamente sul suo fonologramma, ogni tanto si riposava gli occhi, ma non parlava quasi più. Nel giro di poche rotazioni sul globo terrestre eravamo diventati due estranei, ognuno vagante nel suo angolino del Don Chisciotte, e non ci incontravamo ormai che di rado e solo davanti al frigo-bar, salutandoci con un distratto <<Ehi...>>. Alla fine decisi che dovevo fare qualcosa. Avevo architettato un espediente che mi aveva fatto sentire astuto come Ulisse: organizzai una festa clamorosa in piena repubblica cinese, sul palazzo più alto di New Tokyo. Giuseppe inizialmente si mostrò contrariato, iniziava ad averne abbastanza di tutte le feste: dopo 20 e passa anni, sapete, anche le feste iniziano a venire un po’ a noia. Feci di tutto per impedire che si riposasse gli occhi durante il viaggio, e quando finalmente fummo sulla penisola giapponese, Giuseppe era distrutto. <<Vai tu:>> mi disse <<io proprio non me la sento.>>, ma io fui persuasivo, e lo trascinai giù.

Durante il viaggio dall’aeroporto alla festa, Giuseppe era svogliato e preoccupato. Temeva di poter rimanere solo poche ore, il sole era già abbastanza basso sull’orizzonte, e quelle situazioni serali, lontane dall’aeroplano, lo mettevano sempre in difficoltà. Ma appena arrivammo alla festa, il vecchio leonino che era stato si ridestò, e si mise a mescere bevande e scherzare con le dolci cinesi dagli occhi intelligenti coperte solo di due sottili foglie di palpebre. Bevemmo, bevemmo, e bevemmo. Come se non ci fosse un domani...! Poi Giuseppe mi disse, ammiccante, <<Una di queste ce la portiamo sul Don Chisciotte...>>. Poi, come previsto, il buon vecchio Giuseppe iniziò ad accusare il colpo. Diede un’occhiata all’orologio (una meraviglia afro-tedesca che si auto-sincronizzava sul fuso orario in cui si trovava), constatò che avevamo ancora un’oretta scarsa prima di dover ripartire per l’aeroporto, e mi disse <<Me ne vado in camera con questa scatarrata, a farmi riposare gli occhi da lei!>>. Io lo attesi una mezz’oretta prima di salire in camera. La scatarrata, che aveva anche un nome e si chiamava Chun Ling, non c’era più, e il buon vecchio Giuseppe riposava gli occhi ronfando della grossa. E io, invece di scuoterlo e riportarlo in aeroporto, portai a compimento la mia vigliacca idea malsana. Mi sentivo spregevole, ma tutto quello che ha un inizio ha anche una fine, le cose belle non durano per sempre, un bel gioco dura poco e compagnia bella. Insomma, misi in modalità silenziosa il suo fonologramma spegnendo la sveglia, misi il mio alla finestra che si ricaricasse al sole calante quel tanto che bastava per fare qualche ologramma di qualità, e con il gelo nel cuore codardo mi misi vigliacco, cattivo e malvagio ad aspettare. Ci volle una mezz’ora. Una mezz’ora in cui la luce si sciolse lentamente come marea calante, la luna salì luminosa e cangiante come sempre, con la sua bella pubblicità della Pepsi a farci compagnia da trecento e ottanta migliaia di chilometri spaziali di distanza, e la mia mente mi convinceva sempre di più che avevo fatto una cazzata. Quando Giuseppe aprì gli occhi, sputacchiando un <<Ehi, come butta, ragazze? Mi ero solo messo a ripensare a ricordi passati con gli occhi chiusi.>>, io mi alzai in piedi di scatto, spaventato dalla resa dei conti. Quando capì che qualcosa non andava, allarmato si alzò anche lui, e sotto la sua abbronzatura da troposfera vidi affiorare il pallore putrido del panico. <<Che ore sono? CHE CAZZO DI ORE SONO?>>.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA NOTTE DELL’INCENDIO.

 

Se avesse avuto la possibilità di studiare, Solimina Pietro sarebbe diventato un pezzo grosso di qualche importante gruppo internazionale, è fuori discussione. Solimina Luigi, suo figlio, studiò per quasi trent’anni e con un discreto profitto, ma non divenne mai nessuno. Dopo la laurea in ingegneria aerospaziale, Luigi si iscrisse a tutti i concorsi pubblici per i quali godeva dei requisiti minimi di partecipazione, senza operare discrimine alcuno, finché non risultò vincitore di quello per un posto alla biblioteca comune di Troina. Aveva da poco affittato un appartamento in Catania, non molto spazioso ma suggestivamente prospiciente al mare. Quando seppe di aver vinto la selezione, vi dovette rinunciare, insieme a un paio di mensilità anticipate: mancato rispetto dei termini di preavviso. Questione di pochi giorni, ma non se ne rammaricò che il giusto. Raccolse i pochi stracci in due borse vecchie e inadeguate, e percorse il centinaio di chilometri che lo separavano da Troina per iniziare una nuova vita. Aveva da poco compiuto ventinove anni. Il lavoro non gli piacque, ma capì in fretta che non c’entravano i libri e neppure la biblioteca: c’entrava il lavoro. Non gli sarebbe piaciuto fare l’insegnante, progettare aeroplani e neanche impilare palle di gelato sopra un cono. Lavorare semplicemente lo trovava inopportuno.

In quegli anni a Troina si leggeva poco e quasi mai nessuno metteva piede nella biblioteca comunale per chiedere un libro. Capitava, invece, e neanche troppo di rado, che qualcuno entrasse per una carta di identità scaduta o uno stato di famiglia, scambiando la biblioteca per gli uffici del municipio. La pazienza a Luigi certo non difettava. Durante un giorno incredibilmente piovoso per le condizioni meteorologiche medie della città di Troina, Elena Impannocchia, una giovane studentessa universitaria in visita ai genitori per il fine della settimana, entrò in biblioteca completamente bagnata, nonostante avesse con sé un ombrello ampio e di buona fattura. La ragazza si avvicinò al bancone dei prestiti lasciandosi dietro un piccolo ruscello di acqua piovana e senza accennare al tempo e a quella pioggia così violenta, forse senza neanche salutare, chiese a Luigi di portarle un libro della scrittrice ungherese Magda Szabò. Lui quel libro non lo conosceva. Guardò la ragazza che non lo guardava. Poi controllò negli elenchi e si sorprese di trovarlo, benché fossero certamente molti i libri di cui non sapeva l’esistenza. Tentennò un attimo al bancone, poi si protese verso la ragazza e le disse sottovoce che avrebbe potuto restare a ripararsi dalla pioggia senza bisogno di attivare un prestito. Lei rinnovò allora la sua richiesta, precisando questa volta di avere una certa fretta. E in effetti, quando Luigi le porse il libro, lei lo avvolse veloce in una busta di plastica che ripose in una graziosa borsetta, firmò dove era indicato di firmare e poi scappò via, come se non vedesse l’ora di tornare a bagnarsi. Dopo qualche giorno Elena Impannocchia ritornò alla biblioteca per restituire il libro. Pioveva anche quella volta, ma con minore intensità. Stavolta chiese un romanzo di Domenico Starnone. Insomma, come fu e come non fu, ci vollero una dozzina di libri prima di uscire insieme. Fu lei a invitarlo e lui accettò senza pensarci neppure un secondo, sia pure alla maniera che gli era consueta, ossia privo di entusiasmo e di ogni emozione. Cenarono in un ristorante piuttosto anonimo ma che si mostrava sensibile a certe intolleranze alimentari. Fu una serata tranquilla.

Venne la volta che Elena sarebbe dovuta passare in biblioteca per restituire un libro, ma ebbe un contrattempo, per via di sua madre che si era rotta il dito di una mano. Luigi la aspettò tutto il giorno, persino qualche minuto oltre l’orario di chiusura, finché rassegnato decise di andare via. Nel tornare a casa provò una forte sensazione di disagio, cercò a lungo di trovarne le ragioni: finì per convincersi del fatto che si era innamorato di lei. Mangiò svogliatamente qualcosa, guardò un poco di televisione, poi decise di coricarsi e maturò un proposito: l’indomani le avrebbe chiesto di sposarlo.

Le nozze si celebrarono a distanza di qualche mese. Scelsero il rito civile perché il signor Silio Impannocchia, padre di Elena, conosceva le persone giuste in municipio. Gli riservarono, infatti, le sale migliori (gli invitati, almeno su questo, furono tutti d’accordo). Elena sembrò contenta, anche se si rammaricò moltissimo del fatto che non piovve. Non che fosse scaramantica, ma era sicura che la pioggia rappresentasse l’elemento chiave della loro unione. Anche Luigi parve sereno, benché quel giorno provò una strana sensazione di solitudine. Dopo il matrimonio, Luigi lasciò l’appartamento che aveva preso in affitto il giorno in cui era arrivato a Troina. Con la moglie andò a vivere in una casa in collina che il suocero si era aggiudicato a un’asta giudiziaria, un affare di cui si era vantato spesso in famiglia. Tornare a dividere gli spazi con qualcuno non gli piacque. Chiese persino di fare qualche ora di straordinario in biblioteca ma l’amministrazione non glielo consentì e ci fu poco da stupirsi: era già tanto che il comune mantenesse ancora aperte le sale. Elena portò a termine i suoi studi universitari, mentre Luigi continuò a fare quello che gli chiedevano di fare: sistemare negli scaffali le nuove acquisizioni, altri libri che nessuno avrebbe mai letto. Dopo la laurea a lei sembrò naturale avere un figlio e lui non trovò nulla da obiettare alla decisione che lo avrebbe reso padre. Rimase incinta qualche mese più tardi. Fu una gravidanza difficile, non solo per via delle nausee. Elena non tollerava l’espansione volumetrica del suo corpo, non tanto per motivi estetici quanto per le limitazioni funzionali che comportava. Quando cominciò ad avere difficoltà nel vestirsi sembrò sul punto di un esaurimento nervoso. Il bambino nacque leggermente prematuro, circostanza che indusse la madre a preoccuparsi più del dovuto, benché in ospedale le avessero assicurato che il piccolo godeva di ottima salute. Elena volle chiamarlo Pietro, come il suocero che non aveva mai conosciuto, e Luigi non ebbe nulla in contrario.

Poi venne un Autunno che non smetteva mai di piovere. Luigi stava sfogliando con aria annoiata alcuni cataloghi di rubinetteria quando vide la porta della biblioteca aprirsi ed Elena, fradicia dalla testa ai piedi, avanzare. Ebbe un sussulto e un poco si sorprese, ma lei questa volta non aveva bisogno di letture, voleva solo dirgli che si sarebbero separati, che era la cosa più giusta da fare. Pietro aveva appena cominciato la scuola materna. Tre settimane più tardi Luigi aveva già lasciato la casa in collina. Trovò un appartamento in affitto proprio sopra le sale della biblioteca comunale: un vero colpo di fortuna. Il vecchio che ci viveva era morto di infarto. Luigi lo conosceva perché, una mattina di qualche anno prima, era sceso a prendere in prestito un libro di Simenon e, nonostante i numerosi solleciti, non era più tornato a restituirlo. La casa aveva pochi arredi, roba da quattro soldi, per lo più rovinata dal tempo e dalle termiti. Luigi non se ne era curato la prima volta che la figlia del vecchio gli aveva mostrato l’appartamento e non lo fece neanche quando vi tornò per restarci. Posò le sue borse all’ingresso e si guardò attorno; aveva lo sguardo attento di chi cerca qualcosa. Quella notte, la prima che Luigi trascorse nella sua nuova casa, la ricordano a Troina come “la notte dell’incendio”. Le fiamme partirono da una sala della biblioteca, forse per via di un corto circuito. Il fuoco, alimentato dalle pagine intonse di migliaia di libri, distrusse tutto quello che c’era da distruggere e poi, non ancora pago, si accanì contro il legno antico, le termiti, e un libro consumato della saga di Maigret. Luigi capì tardi ciò che stava succedendo ma molti dissero che capirlo prima non avrebbe fatto alcuna differenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piccola morte.

 

I narcotici sono stati sistematica­mente usati come capro espia­torio e demonizzati: l’idea che qualcuno possa far uso di droghe e sfuggire a un destino orribile è un anatema per quegl’idioti. È colpa di questa vita maledetta. Non sai mai che ti capiterà dopo. È per questo che alcuni scelgono la via più facile per uscirne. È per questo che altri continuano a rimanervi dentro e non cercano di uscirne. Bisogna saper riconoscere i segnali. Ora non ho più paura. Drogarsi è pagare il proprio debito nei confronti della vita, e dare anche un anticipo sulla morte. È tutta colpa di questa vita. La vita è un sicario. La vita è solo il freddo sicario della morte.

L’eroina può far impazzire anche te. Ti assicuro, un acido del cazzo, come una puttana del cazzo, può stenderti al tappeto. Ma non è vero che l’eroina fa impazzire in generale: l’eroina fa impazzire solo chi è stato ingabbiato. Dalla società, dal senso del dovere, dal senso di colpa, dall’etica del lavoro, dalla deontologia. L’anima libera è rara, ma la riconosci quando la vedi. Essenzialmente perché ti senti bene, molto bene, quando sei vicino a lei o insieme a lei. Eroina, lsd, dmt, stp possono mandare un uomo fuori di testa per sempre. Ma si può impazzire anche raccogliendo barbabietole, o girando bulloni per la Fiat, o lavando piatti a 3 euro l’ora. Se proibissero tutto ciò che fa impazzire un uomo (matrimonio, guerra, trasporto pubblico, lavoro, competizione, malattia, insoddisfazione, e qualsiasi cosa ti venga in mente) l’intera struttura sociale crollerebbe. Qualsiasi cosa può fare impazzire gli uomini perché la società poggia su basi false. Finché non sbattiamo giù le fondamenta e non ricostruiamo, i pazzi non verranno mai presi in considerazione. E i tagli dei fondi agli istituti psichiatrici mi sembrano un’ammissione indiretta del fatto che quelli fatti impazzire dalla società non sono idonei a essere aiutati, curati e riabilitati dalla società.

Ma, essenzialmente, quasi tutti i brutti viaggi allucinogeni sono causati dall’individuo che è stato formato e avvelenato prematuramente dalla stessa società che lo ha cresciuto. Se un uomo è preoccupato per l’affitto; le rate della macchina; timbrare il cartellino; mandare il figlio all’università; una cena da cinquanta euro per la sua ragazza; il giudizio del vicino, il rispetto per la bandiera e l’amor patrio; la politica, le leggi e il governo; allora una pera di eroina probabil­mente lo farà impazzire. Perché, vedi, lui, in un certo senso, è già pazzo, forzato com’è a sopportare le costrizioni sociali e tutti quei noiosi martellamenti che lo rendono insensibile a qualsiasi pensiero individualistico. Un viaggio allucinogeno è adatto all’uomo che non è ancora stato ingabbiato, che non è ancora stato fottuto dalla grande paura che fa tirare avanti la società. E un viaggio di eroina ti mostrerà cose fuori da qualsiasi regola. Ti mostrerà cose che non trovi su nessun libro di testo e cose che non puoi contestare a nessun consigliere comunale in municipio. L’erba rende la società corrente più sopportabile; l’eroina è un’altra società a sé. Se sei stato ammaestrato dalla società, allora potresti etichettare l’eroina come droga allucinogena, che è un modo comodo di lavarsene le mani e di scordarsi di tutto quanto.

Ma il termine allucinogeno, la sua definizione, dipende da quale parte della barricata ti trovi. Qualsiasi cosa ti accada nel momento in cui accade diventa la realtà. Può trattarsi di un film, un sogno, un rapporto sessuale, un assassinio, venire assassinato o mangiare un gelato. Le bugie ti vengono imposte in un secondo momento; quello che succede, succede, ed è la realtà nel momento in cui accade. “Allucinazione” è solo un termine nel dizionario e un’appendice sociale. Tutte le parti compongono il tutto. Qualsiasi cosa un uomo veda è reale. Non è stata portata lì da una forza estranea, era già lì prima che quell’uomo nascesse. Non incolparlo perché la vede in questo momento. Beh, in questo momento io ho questa copia del National Geographic in mano e le pagine scintillano come se si trattasse della realtà. Naturalmente non è così. Dunque non incolpare l’uomo se impazzisce perché l’educazione e le forze spirituali della società non sono state abbastan­za sagge per dirgli che la ricerca non finisce mai, e che dobbiamo essere tutte piccole merde inscatolate con il nostro abbiccì e nient’altro. Non è l’eroina che causa il brutto viaggio allucinogeno, è colpa di tua madre, del tuo presidente, della ragazzina della porta accanto, di un corso di algebra o spagnolo imposto controvoglia, è stato lavorare nelle fabbriche per dieci anni e venire licenziato perché arrivato con cinque minuti di ritardo.

Un cattivo trip? Un brutto viaggio? L’intera nazione, l’intero mondo sta facendo questo brutto viaggio, amico mio. Però ti arrestano se inghiotti una pasticca. Ma tu fottitene. Un viaggio allucinogeno è adatto all’uomo che non è ancora stato ingabbiato, che non è ancora stato fottuto dalla grande paura che fa tirare avanti la società. Un viaggio di lsd o di eroina ti mostrerà cose fuori da qualsiasi regola. Ti mostrerà cose che non trovi su nessun libro di testo e cose che non puoi contestare a nessun consigliere comunale in municipio. L’erba rende la società corrente più sopportabile; l’lsd e l’eroina sono invece un’altra società a sé. Se sei stato ammaestrato dalla società, allora potresti etichettare questa droga come droga allucinogena, che è un modo comodo di lavarsene le mani e di scordarsi di tutto quanto. Ma il termine allucinogeno, la sua definizione, dipende da quale parte della barricata ti trovi. Ci siamo?

Ci siamo. Hai tutto? Cucchiaino, siringa da insulina, acqua? Hai una sigaretta? Serve per il filtro. Ok. Vieni qui che ti spiego. Intanto bisogna diluire la roba. Fammi vedere. Ma è brown, non è bianca. Allora vai in cucina a prendere un limone. Ecco: intanto mettiamo la roba nel cucchiaino. Stai attenta a non esagerare, o avrai la migliore delle buone morti. Per adesso, se è un buon ‘cavallo’, ti bastano 50 o al massimo 60 milligrammi e sarà un flash memorabile. Non serve il bilancino. Col tempo imparerai a calcolarlo a occhio, come me... Ma comunque sta’ attenta, se non conosci la roba che ti danno. Potrebbe essere troppo buona e dunque la prima pera con roba nuova falla sempre più blanda, capito? Ogni tossico ha un bilancino di precisione nelle pupille, ma non il Piccolo Chimico. Apri la fialetta dell’acqua distil­lata, aspirala nella siringa. Qualsiasi acqua va bene, quella del rubinetto, o di una fontana, io conosco gente che si è fatta usando la pioggia accumulata sui tergicristalli delle auto, quella delle pozzanghere, o l’acqua di mare e poi è stata male, ma proprio male: tu non farlo mai. Ma tieni presente, amore mio, che quando la roba ti avrà catturato, quando il suo cappio sarà ben stretto al tuo collo, allora anche l’acqua, solo l’acqua, sarà un sollievo per te. Ciò che conterà sarà bucarsi, bucarsi comunque, per iniettarsi qualcosa, qualsiasi cosa. E quel buco d’acqua ti farà passare la smania. Solo per poco certo, ma, mentre inietterai, la scimmia sembrerà passare e, attraverso quel piccolo dolore che ti infliggerai, troverai una briciola del piacere che ti manca. È il buco, amore mio, la vera droga, in un certo senso, ma questo è ancora troppo presto perché tu possa capirlo, questa è una parte del gioco che si scopre solo quando il gioco ormai è finito e la partita è chiusa.

Ecco, ora che hai messo l’acqua, aggiungi due gocce di limone. Vedi come si scioglie adesso? Stai attenta: se sbagli, non ci sarà la possibilità di ritentare. Sarà una buona morte, e basta. E l’eroina non serve a questo, a morire, a morire per davvero intendo, una volta per tutte, ma piuttosto a ripetere la tua morte, a ripeterla sempre senza saziartene mai, come se fosse un orgasmo. A ripeterla per allontanarla, o, per lo meno, per illuderti che sarai tu a fissare il momento di quell’appunta­mento. Non crederci quando dicono che qualcuno è morto per overdose: l’overdose non esiste, esiste il suicidio, o la roba troppo buona, chiaro? Siamo tossici, non deficienti, lo sappiamo bene quanta roba mettiamo nel cucchiaino, lo sappiamo al milligrammo, ma se la roba è troppo buona (o la vita è troppo merdosa) allora è un’altra storia. La roba cattiva, generalmente, al massimo ti fa cagare per qualche giorno, o ti fa gonfiare il braccio come un pallone e ti avvelena il fegato. Ma la roba troppo buona ti ammazza. Lascia perdere quello che dicono in tv, l’eroina è una cosa seria, come la vita, la morte, il sesso, il desiderio, la fame, o la sete... Dove eravamo rimasti?

Ah sì, ora il filtro. Metti nel cucchiaino un pezzetto del filtro della sigaretta. Brava, così. Usa l’ago per mescolare, prendi il filtrino con la punta dell’ago e mescola. Mentre mescoli, io continuo a riscaldare con l’accendino per tenerla calda. Vieni, metti il cucchiaino sulla fiamma. Così, brava. Attenta a non farla bollire, però, o ti ustionerai le vene. Bene, ora tira su con la siringa e poi, con l’ago puntato in alto, battila con la punta delle dita. Esatto, così, in modo che il liquido vada tutto sul fondo. Poi fai uscire tutta l’aria dalla siringa, spingi lo stantuffo sino a che non esce una piccola goccia dalla punta. In vena è meglio che non ti entri aria, o ti partirà un embolo. Esatto così. Ora leccala, lecca la siringa. Leccala quella goccia che cola lungo l’ago. Impara a sentire con la lingua il sapore della roba che ti spari in vena. Senti com’è amara? Questo è il sapore del paradiso, piccola mio. Non dimenticarlo più. È come il sapore che hai sentito la prima volta che hai succhiato un cazzo. Non dimenticarlo più: è il sapore del desiderio e del piacere.

Ora infilala piano, sai come fare, è proprio come prendere un cazzo: se lo spingi dentro di colpo perdi tutto il piacere. Il piacere doloroso che viene prima del piacere vero e proprio, quello di sentire l’ago che ti apre la pelle, che la squarcia con un piccolo taglio netto, che scava nella tua carne alla ricerca della vena. Imparerai a sentirla la vena, a percepire con chiarezza quando l’ago la raggiunge, come quando il cazzo ti penetra, e allora il piacere si raddoppierà mentre la bucherai e, subito dopo, quando con lo stantuffo aspirerai un po’ di sangue per sincerarti di averla davvero presa, sentirai un dolore fresco che ti invade il braccio, immediatamente prima del calore bollente che te lo invaderà quando la inietterai. Goditelo tutto questo buco, tu che puoi: le mie vene ormai sono ridotte a corde secche, sono collassate. Vedi le croste sul mio braccio? Io mi buco qui, sulla crosta. Si chiamano valvole; infilare l’ago lì, dove l’hai già infilato decine di volte, fino a tumefare il braccio, è l’unico modo per continuare a usare certe vene. Altrimenti, terminate quelle delle braccia, puoi passare a quelle delle gambe e io conosco persone che hanno usato vene dappertutto, sulle mani, sulle tempie, sulla gola, sotto la lingua, persino sul cazzo. Ma tu adesso non pensarci, stringi la cinta al braccio, usala come laccio emostatico: scegli la vena adesso, la più grande, quella, sì, quella. Prendi la siringa, mettila quasi parallela al braccio, non devi trapassarlo, devi insinuarti, come fai quando infili la lingua, devi aprire la pelle piano, ma con decisione come faresti con la fessura del glande. Brava così, spingi, ora, spingi, eccola! L’hai presa! Tira su, perfetto, lo vedi il sangue nella siringa che colora la roba? Vuol dire che sei dentro, che hai bucato la vena. Che il piccolo cazzo duro dell’ago ha sfondato la grande, materna, accogliente figa della vena, dove col sangue scorre la tua vita. Brucia, vero? Ora inietta, ma piano, impara a sentire che puoi sentire anche con le tue vene, che il tuo corpo sente anche ‘dentro’, non solo fuori, sulla pelle. Brava, tutta, iniettala tutta, prendila tutta, ma no, no, non togliere subito la siringa dal braccio, aspira di nuovo altro sangue nella siringa, e ora iniettalo ancora: si chiamano risciacqui, più ne farai, più sarai certo che neanche una molecola di roba andrà persa... Lo senti come al dolore del buco si sostituisce il piacere caldo della roba? È per questo, amore mio, che l’eroina non è semplicemente una droga ma una filosofia. Ma tu non puoi capire, è troppo presto, anche se presto sarà già tardi, per te come per me.

E ora togli la siringa e succhiati via dal braccio la goccia di sangue che ti sta colando verso il gomito. Impara che sapore ha il tuo sangue e goditi la tua piccola morte, che è l’unica cosa per cui vale la pena di vivere questa piccola miserevole vita orrenda. Ora hai voglia di fumare vero? Proprio come dopo una scopata, come dopo un orgasmo. Tieni: fuma una sigaretta. Ne accendo una anch’io. Ora sei vuoto, vuoto nel vuoto. Nulla nel nulla. Ora non esistono temperature, né odori né luce né ombra né fame né sete né fatica né dolore né colpa né pentimento. Tutto è vuoto adesso per te, e tu sei vuota per tutto. Sei una casella vuota. Come un desiderio un attimo prima di essere desiderato, come un sogno un attimo prima di essere sognato. Ah, sei dentro l’epicentro dell’irrazionale, nel cuore dell’inesprimi­bile; ti trovi adesso alla periferia di nessun centro, a sud di nessun nord, e una scarica elettrica ti divide in due. Ora non hai più nulla, finalmente sei libera, come galleggiare nell’acqua del mare, lasciandosi trasportare dalle onde che ti avvolgono e ti lambiscono la testa. Il tuo cervello fluttua adesso in un liquido melmoso denso e grigio. Sei meno di uno zero alla radice quadrata di un nulla al quoto di un bel niente.

La droga è un gioco pericoloso. Un gioco in perdita. Un gioco che non è possibile vincere. Non si può vincere. Anche nella migliore delle ipotesi. Entrandoti nelle vene, la droga ti provoca un tiepido formicolio che sale al cervello fino a consumarlo in una dolce esplosione che prende il via da dietro la nuca. La diffusione è rapida, e alla fine provi un tale piacere che il mondo intero ti diventa simpatico, e acquista un fascino particolare. In quei momenti tutto è magnifico. E anche il mio peggior nemico non è poi tanto cattivo. La terra e l’erba sono... come dire... più terra e più erba. Tutto assume la rosea sfumatura di un successo senza limiti. Mi sentivo infallibile. Ero infallibile. E finché durava, la vita era qualcosa di meraviglioso. Mmmh, mi sembra ancora di sentirlo: ecco il flash, l’onda calda che invade il corpo nel momento e si diffonde nelle vene. Ecco la pace. Una pace dove la vita finalmente sparisce senza diventare morte, lasciando solo il corpo, abbandonato, in bilico, a un passo dal baratro e dalla fine, travolto da un piacere che è, prima di tutto, desiderio soddisfatto. Ricorda: “allucinazione” è solo un termine nel dizionario e un’appendice sociale. Tutte le parti compongono il tutto. Qualsiasi cosa un uomo veda è reale. Non è stata portata lì da una forza estranea, era già lì prima che quell’uomo nascesse. Guarda davanti a te: le immagini scintillano come se si trattasse della realtà. Naturalmente non è così.

Ma tutto questo, ora, non ha più importanza, mentre ti arrendi alla tua piccola morte e come motore nell’eclissi ti arresti, in attesa di nuovi messaggeri. Ora sei sola, e tutto è insignificante e piccolo. Piccolo sole, piccola luna. Piccola casa, piccolo mare. Piccolo cuore, piccolo cane. Piccola vita, piccola morte. E poco da mangiare. Poco da amare e poco per cui vivere. In una piccola stanza, piena di piccoli topi che ti rosicchiano e ti ballano intorno, e corrono mentre dormi, aspettando un’altra piccola morte, nel bel mezzo di una piccola mattina, sei tu e non sei tu, mentre la verità si nasconde e i demoni siedono all’angolo minacciosi. In un piccola città, in un piccolo stato, la tua piccola madre morta, il tuo piccolo dolore vivo, in un piccolo cimitero da qualche parte, mentre divori brandelli di cervello nel guscio della tua isteria e disegni cerchi veloci nell’aria dividendo parti di luce con molecole di nessuna fretta. Ti resta solo il piccolo spazio di tempo per renderti conto che ora è davvero finita. E anche tu sei finita. Finita. Come un guado che taglia un fiume, sei proprio finita, e la morte ti squadra dall’alto del soffitto, nella stanza ammuffita. Ma tu non dartene cura: stai attenta alla piccola morte solo quando arriva correndo. Anche se, come tutti gli altri miliardi di piccole morti, alla fine significherà tutto e niente. Tutte le tue piccole lacrime bruciano come la piccola colomba invano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli spiriti dei morti.

 

Intravisto il baluginio di luci intermittenti da sotto la porta Luigina si era incuriosita. Sperava negli alieni. Era invece un albero di natale, anche se si era solo in Maggio.

Luigina aveva aperto la porta aspettandosi gli alieni. Non per farsi portare proprio via ma almeno per provare l’emozione di due parole con la forza della mente, un qualche dolcetto di buona fattura magari, un giro sugli anelli di saturno, poi Giove, lo spazio infinito, le galassie perdute-infinite, poi di nuovo gli anelli, e infine a casa a letto.

<<Luigina, sono tuo nonno.>>, aveva detto l’albero, che sotto il naso le aveva messo tutta una serie di fotografie di natali passati. <<Vedi? C’ero sempre tutti i natali. Tutti... Qua è quando ti hanno regalato il treno che sbuffa polvere di sapone, qua è quando ti hanno regalato la cucina dei miracoli, quest’anno invece eri ammalata e ti hanno regalato l’aerosol. Ti piace l’aerosol?>>. <<No!>> aveva risposto Luigina un po’ imbronciata. A ogni foto annuiva e si rendeva conto che l’albero-nonno sapeva, lui sì, dire la verità.

<<Ma nonno cosa ci tieni nelle palline?>>

<<Ci tengo le anime di tutti i parenti morti.>>

<<Ma perché?>>

<<Così mi fanno compagnia.>>

<<E se si rompono?>>

<<Se si rompono è la vita.>>

<<Ma gli vuoi bene a loro che te li porti dietro?>>

<<No, mi hanno fatto penare. Però meglio averli vicini che in giro come farfalline della farina.>>

<<Ma le farfalline della frutta sono carine.>>

<<Loro no.>>

<<Ma perché sei un albero di natale?>>

<<Perché fa caldo.>>

Seppur la conversazione procedesse su questi toni dimessi, Luigina ogni tanto raggiungeva qualche acuto che aveva svegliato Carmela, la madre.

<<Carmelina, sono papà.>>

<<Papà, non credo che tu debba stare qua.>>

<<Ma volevo fare visita a Luigina.>>

<<Tu volevi fare qualche fregatura come al solito. Tu non appartieni a questa casa. Al massimo puoi stare al negozio di natale e adesso è chiuso.>>

<<Ma come fa a rientrare?>> dice Luigina lamentandosi quel giusto, e la madre <<Sei un albero di natale più finto di tutti gli elfi di natale. Te ne devi andare. Non te lo do il fertilizzante. Sei finto. Non appartieni più a questa casa. Vattene tu e le palline che hai addosso!>> aveva gridato, e con uno spintone aveva tirato giù l’albero: alcune palline si erano frantumate a terra ed erano uscite davvero alcune anime dei parenti. Una sembrava zoppa. <<Possiamo rimanere a cena?>> aveva sibilato una di queste anime, ma <<No!>> aveva gridato Carmelina non sapendo dove guardare. Nel complesso erano volate via, serene quasi. <<E ora?>> aveva chiesto Luigina. <<Ora torniamo a dormire.>>, disse la madre. Luigina se ne tornò così a letto con una pallina di natale ancora intatta e con la sensazione che gli alieni non l’avrebbero mai portata in giro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL VELO D’ISIDE.

 

Preambolo.

Io sono nato sul mare, e di storie di mare, di racconti di costa e di fatti di marinai ne ho sentiti a iosa e a bizzeffe. E posso confermare l’opinione di Joseph Conrad che le storie dei marinai sono di una semplicità assoluta e il loro significato può stare tutto intero nel guscio di una noce. Stando così le cose, in una storia di mare (o di costa) il ruolo e il compito del narratore dovrebbe essere minimo, avendo come obbiettivo semplicemente quello di scalfire la superficie e raccontare i fatti nudi e crudi per come sono, cioè per come appaiono. Ma questa non è la solita storia di mare né il solito fatto di costa sicché il compito del narratore sarà più arduo e complesso: si tratta qui non già di rinvenire la verità e renderla esplicita (ché questo è, nel caso della storia in questione, impossibile) bensì di rendere, come scriveva il Polacco in “cuore di tenebra”, la tenebra evidente e manifesta per quello che è: to make darkness visible as darkness insomma. Affrontando insieme una simile storia, del genere di quella che mi appresto a raccontare, non possiamo non domandarci il perché sia così difficile comunicarne e rivelarne il nocciolo se, come abbiamo appreso dai libri, esiste una sola e unica realtà scientificamente evidente. Se, insomma, la realtà è necessariamente quella che si vede. Forse, in simili occasioni, faremmo bene a porci il dubbio che abbiano, il piano della fantasia e quello dei fatti, pari dignità e diritto di cittadinanza nel regno della realtà; e che la realtà contenga tutte le parti, quelle veramente concrete, quelle ipotetiche e quelle meramente immaginate e immaginarie, poiché (lo vedremo) qualcosa dei fenomeni e delle manifestazioni del reale si ritrae dagli schemi razionali, qualcosa di oscuro enigmatico e indecifrabile che si sottrae alla conoscenza eludendo il linguaggio e l’intelletto. Ma, se il linguaggio e le parole rientrano nella zona di luce della razionalità cosciente e consapevole, come è possibile dire ciò che al raziocinio si sottrae e si spinge oltre la linea d’ombra dell’indubbio e i confini della ragione rientrando nella regione dell’indicibile? Il significato delle parole non può che essere arbitrario e falso come approssimativo e incerto il confine tra realtà e immaginazione. Tutto quello che vediamo è diverso da come lo nominiamo e descriviamo. La realtà è qualcosa che rimane incomprensibile e dunque indicibile. Nel momento stesso in cui diciamo una cosa o nominiamo una realtà, noi stiamo eludendone la verità. O, meglio, la verità elude noi, ci aggira e ci raggira. Come può d’altronde la lingua tradurre alla coscienza l’oscurità dell’animo umano e il meraviglioso del mondo, così meraviglioso da sembrare irreale e surreale quando non sovrannaturale? È impossibile, impossibile comunicare ad altri quel che proviamo dentro di noi in un momento qualsiasi della nostra vita, ciò che ne costituisce la verità, il significato, la sua sottile e penetrante essenza. Impossibile. Non ci resta che disarticolare realtà e linguaggio e così, scollando parole e cose, scoprire che la verità è solo un mero trucco verbale. To make darkness visible as darkness... Solo fessurando, intaccando, destrut­turando il rapporto tra linguaggio e realtà, mostrando i buchi e le crepe della parola, gli strappi del suo tessuto, solo andando oltre la verità possiamo rinvenire la cosa, o almeno un barlume di cosa, e vedere ciò che le parole non riescono a dire. E quello che le parole non riescono a dire è un connubio inscindibile di realtà e finzione, un coacervo indistinguibile di sogni e verità, un viluppo indivisibile di fatti e desideri e intenzioni. Il significato non sta all’interno del guscio come un gheriglio ma nel fuori, e avvolge il racconto che lo genera e da cui è generato come un bagliore genera una zona d’ombra intorno a sé, al modo degli aloni nebulosi che rendono talvolta visibile la luminescenza spettrale della luna. Alla soglia del conscio e dell’inconscio, il lavorio della realtà sulla fantasia si sforza di portare alla luce delle parole l’oscurità di ciò che non è (ancora) parola. To make darkness visible as darkness: mostrare la tenebra come tenebra. E questo è possibile solo sbirciando oltre il bordo del linguaggio e oltre la linea d’ombra della realtà, dove verità e fatti e cose e sogno e desiderio si mischiano, nel fondo di un abisso dove non splende mai il sole, rinvenendo il rimosso della nostra coscienza, che solo il silenzio può comunicare. Vedere la tenebra per quello che è. To make darkness visible as darkness... I fatti che stanno di fronte a noi, fatti spesso abbaglianti, ben visibili, vividi, chiari, come la schiuma sulle distese marine sono in realtà solo un’in­crespatura alla superficie di un enigma impenetrabile, di un mistero insondabile. Il significato di un episodio non sta all’interno come un gheriglio ma fuori, e avvolge il racconto che lo mette in risalto solo come una luminescenza mette in evidenza una nebbia, non diversamente da uno di quegli aloni brumosi che a volte vengono resi visibili dalla illuminazione spettrale del chiaro di luna.

La vita è un enigma più grande di quello che molti di noi pensano. Così grande ed enigmatico è che non è possibile comprenderlo pienamente. Dunque lasciamo per un attimo l’elucubrazioni sensazionali e le fantasie razionalistiche, per scoprire che, come la natura, anche la verità ama fare le bizze e nascondersi. Veniamo dunque alla storia che è, come detto, una storia di mare ed esponiamo i vividi fatti per come sono (o faremmo meglio a dire “per come appaiono”...?).

 

I fatti.

Alle ore 08,00 del 13 di Maggio del 2020 il moto-peschereccio siciliano Antonello da Messina issa a bordo una boa alla deriva nelle acque di San Vito Lo Capo: il fatto lascia perplesso il capitano che, rientrando in porto e interrogandosi sul significato e la provenienza di quella boa, fa il computo delle navi in porto accorgendosi che all’appello manca la Nuova Iside: nessuno l’ha incrociata, nessuno l’ha avvistata, nessuno ne ha notizia: la nave pare scomparsa nel nulla. Iniziano le ricerche: a pochi chilometri dalla costa, e a circa 14 miglia a nord di Capo Gallo, nelle acque antistanti l’isola di Ustica, vengono rinvenuti tre corpi: sono i corpi di Matteo Lo Iacono, sui cinquant’anni, Giuseppe Lo Iacono e vito Lo Iacono, entrambi intorno ai 35, rispettivamente nipote e figlio di Matteo, tutti e tre membri dell’equipaggio della Nuova Iside. L’identifica­zione avviene sul molo del porto di Terrasini, dove i corpi vengono trasportati dal motopesca tranquilla. Stranamente, il corpo di Matteo viene rinvenuto con una pesante tuta addosso, mentre il cugino Giuseppe completa­mente nudo. Più tardi le motovedette della guardia costiera recupereranno alcune attrezzature del natante scomparso: un palangaro e un’ancora, ritrovati nelle acque dell’isola delle femmine.

Dalla constatazione che nessun sos da parte della Nuova Iside è stato registrato, partono le indagini. La polizia inizia a raccogliere indizi, fatti e testimonianze. In particolare, i tabulati telefonici rivelano che alle 22,33 del 12 Maggio, la moglie di Giuseppe Lo Iacono mandò un messaggio telefonico al marito, messaggio correttamente ricevuto e recepito dal dispositivo mobile; che, solo 20 minuti dopo, alle 22,53, il messaggio inviato a vito Lo Iacono dalla compagna di quest’ultimo non viene ricevuto; che il blue-box, che avrebbe dovuto mandare un segnale satellitare alle 23, non ha inviato tale segnale. Tutto ciò lascia pensare che la Nuova Iside sia scomparsa tra le 22,33 e le 23,00 del 12 Maggio, e che l’incidente che ha portato all’inabis­sa­mento dell’imbarca­zione possa ragionevolmente essersi verificato nel lasso di tempo tra le 22,33 e le 22,53. Ma che cosa è successo in questo lasso di tempo? L’ipotesi del maltempo sembra essere da escludere, in base agli indizi raccolti: gli ultimi messaggi scambiati con la famiglia e risalenti alle 22,30 non facevano trapelare alcuna sorta di preoccupazione per il cattivo tempo e fino a quel momento la situazione a bordo era tranquilla; le condizioni meteorologiche sarebbero peggiorate solo a metà del giorno successivo, ma i pescatori hanno ritrovato la boa della Nuova Iside alle 8 di mattina; la testimonianza rilasciata da Titta Caruso, un pescatore collega e conoscente di Matteo Lo Iacono, che riferisce di aver ricevuto una telefonata da Matteo Lo Iacono la mattina del 13 di Maggio, è smentita dallo stesso Caruso che corregge la prima versione sostituendo la deposizione originaria con una seconda in cui asserisce che la telefonata in questione era intercorsa il 12 Maggio e non il 13; i corpi che sono stati ritrovati non indossavano i giubbotti di salvataggio, come se la tragedia fosse avvenuta in un attimo, circostanza questa inspiegabile se fosse vera l’ipotesi del naufragio; nessun mayday è stato lanciato dalla Nuova Iside, nessun segnale automatico di richiesta di soccorso che in questi casi può essere lanciato mediante un pulsante presente sulla nave che era modernissima e nessuna richiesta di aiuto tramite il canale 16 che, come la gente di mare sa, è la frequenza delle emergenze in mare; inoltre il capitano Matteo Lo Iacono aveva trascorso una vita in mare aperto e, marinaio molto esperto, era soprannominato Tempesta per la capacità che aveva di navigare anche in condizioni meteo sfavorevoli e contrarie grazie all’esperienza acquisita nei decenni passati tra i flutti e le onde. Tutti elementi che portano gli inquirenti ad escludere e liquidare l’ipotesi del naufragio per condizioni metereologiche avverse. Le ipotesi più accreditate rimangono un’onda anomala, molto improbabile in quello specchio di mare, o uno scontro con un’altra imbarcazione. L’intuito suggerisce a un inquirente di seguire questa seconda pista e per metterla alla prova inizia ad analizzare i tragitti in mare nella zona di afferenza della Nuova Iside, a dieci miglia nautiche dalla costa di San Vito Lo Capo, tramite Marine Traffic, arrivando ad un’inquietante conclusione: una nave da guerra americana sarebbe passata intorno alle 22,50 del 12 di Maggio proprio dove si trovava la Nuova Iside a quell’ora, lungo la rotta di ritorno per Terrasini, e avrebbe rallentato notevolmente proprio intorno a quell’ora. Il mistero si infittisce allorché i tabulati dedotti da Marine Traffic scompaiono dai registri informatici della compagnia. I tentativi di scoprire la verità si risolvono in un buco nell’acqua e in un nulla di fatto: impossibile squarciare il velo di Maia e risolvere il cono d’ombra che avvolgono la Nuova Iside: le indagini, palesemente ostacolate da manomissioni delle prove e insabbiamenti, si perdono nell’oceano infinito delle ipotesi, che si richiude sulle teorie e congetture come il mare si richiude sul tuffatore che vi si immerge e vi scompare. La verità rimane sommersa e adombrata nel nulla.

 

Conclusione.

Quali conclusioni possiamo trarre dunque da questa storia? Innanzitutto, che è impossibile, impossibile comunicare ad altri quel che proviamo dentro di noi in un momento qualsiasi della nostra vita, ciò che ne costituisce la verità, il significato, la sua sottile e penetrante essenza. Impossibile. Sicché non ci resta che disarticolare realtà e linguaggio e così, scollando parole e cose, scoprire che la verità è solo un mero trucco verbale. Solo fessurando, intaccando, destrut­turando il rapporto tra linguaggio e realtà, mostrando i buchi e le crepe della parola, gli strappi del suo tessuto, solo andando oltre la verità possiamo rinvenire la cosa, o almeno un barlume di cosa, e vedere ciò che le parole non riescono a dire.

E quello che le parole non riescono a dire è un connubio inscindibile di realtà e finzione, un coacervo indistinguibile di sogni e verità, un viluppo indivisibile di fatti e desideri e intenzioni. Come in Conrad, dunque, make darkness visible. Ottenere questo scopo sembra poco eppure è già tantissimo: vedere non soltanto le cose che sono già visibili in quanto illuminate dalla luce del senso comune, ma anche quelle che, collocandosi fuori dal senso comune, rimangono invisibili. Comunicare che il significato (della realtà e della vita) non sta all’interno del guscio come un gheriglio, ma fuori, e avvolge il racconto che lo genera e da cui è generato come un bagliore genera una zona d’ombra intorno a sé, al modo degli aloni nebulosi che rendono talvolta visibile la luminescenza spettrale della luna. Alla soglia del conscio e dell’inconscio, la storia che ho raccontato si prova nel difficilissimo e astruso tentativo di portare alla luce delle parole l’oscurità di ciò che non è (ancora) parola, to make darkness visible as darkness: mostrare la tenebra quale tenebra. E questo è possibile solo decostruendo il linguaggio per lasciare filtrare in esso il buio che ne sta al di fuori. Sbirciando oltre il bordo del linguaggio e oltre la linea d’ombra della realtà, dove verità e fatti e cose e sogno e desiderio si mischiano, noi abbiamo appena guardato nel fondo di un abisso dove non splende mai il sole, rinvenendo quella darkness che è il rimosso della nostra coscienza. Un rimosso che solo il silenzio può comunicare.

In secondo luogo, che la possibilità ermeneutica dell’interpretazione è legata al numero di interpretazioni possibili e da queste condizionate: ogni interpretazione, e con essa lo sforzo di rendere univoco il senso di un oggetto epistemico, è solo il risultato di una incomprensione: la scienza e l’ermeneutica postmoderne aderiscono infatti alla metafisica che separa i dati immediati e irriducibili dalle costruzioni teoriche elaborate a partire da quelli: secondo tale metafisica, a fronte di dati che costituiscono gli elementi sui quali sembra esistere un consenso considerato, benché solo provvisoriamente e temporaneamente o convenzionalmente, univoco e fuori discussione, esiste una messe di interpretazioni e letture possibili e compatibili che non sembrano fare corpo con i dati a cui si applicano: uno stesso procedimento, quale quello di usare una chiave inglese, può essere letto e descritto come l’azione meccanica di stringere un bullone, come l’azione creativa di congegnare un veicolo, come la conseguenza della necessità di procacciarsi di che vivere, o come un contributo politico teso a favorire il flusso delle esportazioni e il sistema economico-finanziario del paese: le possibilità interpretative sembrano insomma inesauribili e non si considera più l’incomprensione e l’errore interpretativo come un accidente evitabile, ma come la condizione stessa della conoscenza e della ricerca. Allo stadio attuale della conoscenza e della ricerca, non si può più semplicemente considerare la lettera (interpretazione letterale) come distinta e contrapposta allo spirito (interpretazione metaforica, figurale e allegorica) nell’ottica di sostenere il diritto a interpretare diversamente da come autori la lettera ma si vede nella lettera stessa un miraggio che si dissolve tra le miriadi di possibili interpretazioni. Oggi, l’unico sforzo che la conoscenza e la scienza può compiere è quello di elencare e raccogliere il numero potenzialmente infinito di letture teoricamente ammissi­bili e plausibili e dare conto del proliferare dei sensi e dei significati: altro non si può poiché “per quanto si ammettano le combinazioni più diverse, esse non riflette­ranno mai la complessità delle nozioni non formalizzate.”[1].

In fine, che nulla è (veramente e finalmente e profondamente) conoscibile ed è comunque non-comunicabile seppur fosse conoscibile sicché, con Ernst Mach, <<si tratta solo di scoprire la mutua dipendenza dei fenomeni>>[2] non già i meccanici e gerarchici rapporti ontologici di causa ed effetto tra questi.

La nostra epoca percepisce il mondo quale immenso e grandioso inganno e la vita quale autentico sogno a occhi aperti, secondo la celebre lezione rassegnata del poeto ispanico Pedro Calderon De La Barca nella mirabile opra del 1635 “La vita è sogno”. Indicative e riassuntive al riguardo le parole pronunciate dal re Basilio in merito alla sua decisione di librare il figlio dalle pesanti catene e dagli angusti ceppi che l’opprimevano: <<quindi ho voluto lasciargli uno scampo: poter dire che quanto vide era sogno. Otterrò così due scopi. Primo: aprire il suo animo, poiché mostrerà da sveglio ciò che immagina e che pensa. E secondo: il suo conforto, poiché, nel vedersi ora obbedito, e poi tornare in carcere, il suo pensiero sarà d’avere sognato, e farà bene a pensarlo, giacché nel mondo, Clotaldo, ognuno che vive sogna.>>.

Prova, conferma ed esempio corroborante la teoria delle interpretazioni multiple e la teoria del soggettivismo cognitivo è l’insieme dei fenomeni conosciuti come illusioni ottiche, frutto della distorsione, nel passaggio dalla percezione alla rappresentazione, di oggetti visivi-percettivi dovuto alle operazioni di mediazione attivate dal sistema percettivo-cognitivo umano per trasformare i segnali e gli stimoli esterni in rappresentazioni mentali-cognitive: se gli errori ottico-cognitivi sono dovuti all’intervento, durante la fase della formulazione delle risposte a uno stimolo o input, di una programmazione di un comportamento futuro quale risposta allo stimolo; e se la programmazione viene vanificata con frustrazione nel soggetto percepente da successive informazioni ottenute tramite la evoluzione dello stimolo o il cambiamento nella erogazione delle risorse attentive interessate dallo stimolo; mi domando allora quale sia la ‘vera’ realtà: quella che vediamo e percepiamo e su cui si basano i nostri sensi, o quella che ricostruiamo tramite un’operazione cognitiva mediata e posticcia e che è il risultato di una correzione operata dal nostro sistema percettivo al fine di realizzare la costanza di forme e grandezze necessaria a un adeguato comportamento adattivo all’ambiente? E, d’altro canto, è forse che un’illusione causata da un ente geometrico su carta sia meno reale di un’illusione causata da un ente tangibile? La quistione è che non si possono confrontare gli oggetti dell’esperienza visiva con gli oggetti del pensiero poiché tanto gli errori ottico-cognitivi quanto gli stimoli fisici e le proprietà geometriche sono dotate di pari realtà cognitiva se non ontologica come già appariva chiaro e lampante al filosofo greco del quinto secolo Protagora nel sunto che fa della sua opinione in materia Aristotele: <<infatti le linee visibili non sono le stesse per il geometra e per lo spettatore poiché nessuna cosa visibile con gli occhi è diritta o curvata nel senso geometrico: il cerchio non connette a una retta in un solo punto ma nel modo sostenuto da Protagora confutando i geometri cioè in molteplici punti.>>[3]. Il riferimento all’esperienza visiva come contrapposta alla concezione dei geometri (interessati solamente a creare concetti di cui poi valersi per eseguire calcoli sempre più utili a fini pratici) induce ad ipotizzare una sorta di “illusione di Protagora” riguardante la tangente alla circonferenza di un cerchio la quale ha percettivamente più punti in comune con la circonferenza e non uno solo come vorrebbe e prescrive ed esige la geometria. Se l’uguaglianza delle procedure caratterizza il risultato dell’osservazione e quello della misurazione allora ne consegue che non si può distinguere tra illusione e realtà: o è tutto realtà o è tutto illusione. Per meglio dire, se per illusione si intende errore, la conclusione è inevitabile: si può parlare di errore in mancanza di un termine di confronto?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il vuoto nell’anima.

 

Doveva andare alla posta centrale per spedire una raccomandata. Lo sconfinato salone rettangolare, che non aveva per nulla l’aspetto di un ufficio postale, tutto marmi ed eleganti leggii per consentire agli utenti di scrivere, riceveva la luce da un altissimo soffitto di vetro colorato, con figure e disegni in stile liberty. Quando entrò, con un’occhiata si rese subito conto che avrebbe dovuto aspettare parecchio. Davanti alle serie di sportelli, che si fronteggiavano sui lati del salone, si allungavano due file di sedili in legno chiaro, destinati ai clienti in attesa ed erano quasi tutti occupati. Contrariato, estrasse dal totem, installato subito dopo la vetrata dell’ingresso, il biglietto recante il suo numero progressivo. Guardò i tabelloni luminosi che indicavano quali numeri venivano serviti in quel momento: prima del suo ce n’era almeno una ventina. Riuscì fortunosamente a trovare l’unico posto libero a sedere, all’estremità di una fila. Accanto a lui un signore molto anziano con barba e radi capelli bianchi se ne stava quasi rannicchiato, con la testa china, stringendo in mano una busta arancione. Dopo qualche minuto, gli si rivolse con un filo di voce, come se fosse stanchissimo. <<Ci sarà molto da aspettare?>> gli chiese, come se parlasse a sé stesso. <<Eh, un bel po’, mi pare. Lei che numero ha?>>. Il vecchio guardò il biglietto che teneva sopra la busta e disse <<Io ho il 51 e lei?>>, <<Io ho il 70>>, <<Qui si rischia di fare notte.>> sospirò infine il vecchio, che aggiunse <<Io ho lasciato a casa mia moglie, che è malata, sulla sedia a rotelle, in compagnia di mia nipote, che mi fa il piacere di badarla, mentre sto fuori. Ma ora sono già le 10 e io vorrei essere a casa prima delle 11, perché mia nipote non può trattenersi molto.>>.

Quel vecchio gli fece pena e si chiese come potesse aiutarlo. Gli venne un’idea.

<<Abita molto lontano da qui?>>

<<No, sono due passi da qui a casa. Sto in via Moretta, proprio qui dietro. La conosce?>>

<<Sì, certo, è qui vicina.>>

<<Senta, se lei è d’accordo, si potrebbe fare così: lei mi lascia la sua raccomandata e ci penso io a portarla allo sportello. Poi passo da casa sua e le consegno la ricevuta.>>

<<Veramente lei farebbe questo per me?>>

<<Ma certo. Non è nulla.>>

<<Io non so come ringraziarla, lei è davvero troppo gentile. Ma come si fa per il pagamento? Le lascio i soldi?>>

<<No, assolutamente, non è necessario. Me li darà quando le porterò a casa la ricevuta.>>.

Lo aveva sfiorato l’idea che il vecchio potesse pensare che lui si prendeva i soldi e non si faceva più vivo. <<Mah, io non so come ringraziarla. Ecco, guardi: Mi chiamo Mario Benedetti e abito al numero 25 di via Moretta.>> disse il vecchio, e gli porse la busta e il biglietto del suo numero. Lì per lì a Marco non venne in mente che anche lui ci guadagnava, giacché poteva presentarsi allo sportello ben prima del suo turno, usando il biglietto del vecchio signore, e fare tutte e due le raccomandate.

Il vecchio si alzò a fatica.

<<Allora grazie ancora e arrivederci a tra poco. Si ricordi: Benedetti, via Moretta, numero 25.>> disse.

<<Spero di fare presto. Arrivederci.>> rispose Marco.

Lo vide avviarsi, curvo e strascicando i piedi, verso l’uscita. Dopo una mezz’ora venne il suo turno e, spedite le raccomandate, uscì e si diresse verso via Moretta.

La facciata della casa, in stile anni ’20, mostrava un’intonacatura giallognolo-paglierina-grigiastra, modesta ma non indecorosa. Marco cercò sulla campanelliera il cognome del vecchio e suonò. Al <<Chi è?>> del citofono si presentò e una voce esile gli rispose <<Secondo piano. Mi dispiace, non abbiamo l’ascensore.>>.

Gli venne ad aprire il vecchio signore e lo invitò a entrare in un salottino, a sinistra dell’ingresso, arredato con mobili convenzionali, vagamente ottocenteschi. <<Ecco>> gli disse, porgendogli la ricevuta della sua raccomandata. <<Per favore, aspetti un attimo. Intanto si accomodi, che io vado di là a prendere i soldi.>> e gli indicò una poltrona marrone. Ritornò dopo qualche minuto col danaro, ma non aveva tutti gli spiccioli corrispondenti al costo della raccomandata, sicché dovettero trafficare un po’ e scambiarsi qualche moneta per pareggiare il conto. <<Posso offrirle un caffè?>> chiese il vecchio, con un tono di scusa. Marco lo ringraziò ma gli disse che prendeva un solo caffè, la mattina. <<Allora un vermuttino? Oppure un succo di frutta?>>. <<Grazie, ma va bene così, non si disturbi.>>. Con un’aria quasi sconsolata per non avergli potuto offrire nulla il vecchio Benedetti disse sospiroso <<Aspetti che le faccio conoscere mia moglie. Venga.>>. E lo guidò verso la cucina, sul lato opposto dell’ingresso, dove una signora attempata e piuttosto obesa stava incastrata in una sedia a rotelle accanto a una giovane donna alla quale Marco avrebbe dato intorno ai trentacinque anni. La moglie del vecchio gli tese la mano e lo ringraziò della gentilezza fatta a suo marito. La giovane donna gli sorrise. <<È mia nipote.>> disse il vecchio. Marco notò che portava la fede all’anulare, ma anche che era di aspetto assai gradevole: capelli corvini leggermente ondulati tagliati corti, pelle chiara, grandi occhi azzurri in un viso magro con il naso appena un po’ aquilino e zigomi alti. Un volto che gli ricordò quello di certe ragazze che aveva conosciuto in Inghilterra. Pensò che, nonostante la sua spiccata inclinazione per le donne bionde, avrebbe fatto volentieri un’eccezione nel suo caso. Ma mi sentì subito in colpa per questo pensiero: aveva quarantadue anni e una moglie alla quale voleva bene al punto di poter dire di esserne ancora innamorato dopo una dozzina d’anni di matrimonio.

S’era fatto un po’ tardi. Marco si accomiatò dal vecchio signore e da sua moglie, che si profusero di nuovo in mille ringraziamenti. <<Devo andare anch’io.>> disse la nipote. Così, uscirono insieme. Scesi in strada, Marco si diresse verso il suo studio, non molto lontano. Anche la giovane signora prese la sua stessa direzione, sicché camminarono affiancati per un centinaio di metri. <<Lei è stato davvero gentile coi miei zii.>> disse la nipote, e presero a parlare.

<<Ma le pare! Io ho fatto appena una piccola deviazione. Ho lo studio a due passi da qui.>>

<<È avvocato?>> chiese lei.

<<No, sono uno psicoterapeuta, uno strizzacervelli, come si usa dire>>

<<Chissà che lavoro interessante il suo>>

<<Più o meno come un altro>>

<<Io credo che avrei bisogno di farmi vedere da uno psicologo, come lei>>

<<E che cosa glielo fa pensare?>>

<<Ci sono tante cose che non vanno nella mia vita e io non riesco a trovare il bandolo della matassa>>

<<Mah, sa, noi non facciamo miracoli. Qualche volta, se tutto va bene, riusciamo ad aiutare una persona a uscire dal pantano>>

<<Ecco, appunto. Io avrei bisogno di questo genere di aiuto>>. Marco non seppe come rispondere a quella che poteva essere interpretata come una velata richiesta. Ma una richiesta di che? Di informazioni, di chiarimenti, di aiuto? Così, si limitò a dire: <<Io sarei arrivato. Il mio studio è qui.>>. Si fermarono davanti al portoncino.

<<Ah, senta, ma lei sarebbe disponibile a ricevermi una volta per darmi qualche consiglio?>>

<<Ma come fa a fidarsi del primo venuto? Lei non sa niente di me. In questo campo bisogna essere molto attenti nel fare una scelta. Deve trovare un professionista onesto e competente, che le dia delle garanzie.>>

<<Ma lei mi ha fatto una buona impressione. Si è comportato con tanta gentilezza e umanità con i miei zii. Io ho deciso di fidarmi di uno come lei.>>

<<Ma potrei anche essere un somaro, onesto e buono magari, ma sempre un somaro.>>

<<Correrò il rischio. Non vuole proprio fissarmi un appuntamento?>>

<<Certo, se lo desidera veramente.>>

<<Sì, lo desidero veramente.>>

Si scambiarono nomi e numeri telefonici. Marco apprese, così, che questa sua possibile futura paziente si chiamava Anna. <<Mi telefoni da domani in poi allo studio, tra mezzogiorno e l’una, così fissiamo un appuntamento.>>. Gli porse la mano e strinse la sua con calore ed energia. Marco aspettò un attimo prima di entrare, per guardarla mentre si allontanava dandogli le spalle. Un bel figurino, proprio niente male, niente fuori posto. E subito si pentì e si rimproverò questa sua attenzione così poco professionale. Il fatto è che Anna lo aveva incuriosito. Forse per il suo sguardo inquieto, forse per la sua voce bassa, dal tono grave e intenso, forse per le sue belle mani, magre e nervose, forse per la sua bocca, ben disegnata, ma che aveva una piega quasi amara. O forse perché gli era parso di aver intuito qualcosa della sua anima.

Salì al terzo piano, al suo studio e, non avendo appuntamenti per il resto della mattinata, si mise a sfogliare un paio di riviste specializzate. Ma non riusciva a concentrarsi. La sua mente era occupata dall’immagine di Anna. Lo aveva colpito, inutile negarlo, ma non capiva perché. Sì, certo, era graziosa, ma come migliaia di altre donne della sua età. Si impose di non pensare a lei e, per distrarsi, telefonò a casa. Non rispondeva nessuno. Aveva sperato di parlare con Lisa, sua moglie, perché era certo che il solo sentire la sua voce avrebbe dissipato quel suo gironzolare mentalmente intorno alla figura di Anna. Di sicuro Lisa non era ancora rientrata dall’università, dove insegnava storia dell’arte moderna. E il loro figlioletto, Duccio, era a scuola: faceva il tempo pieno e sua madre andava a prenderlo alle quattro e mezzo del pomeriggio.

Marco si sentiva inquieto. Per rilassarsi accese la radio, sintonizzata su di una stazione che trasmetteva solo musica classica, e si sdraiò sul sofà destinato ai suoi pazienti in analisi. Gli faceva uno strano effetto essere dalla loro parte e immaginare di avere alle spalle, invisibile e sprofondato nella sua poltrona, un analista silenzioso come una statua. Si ricordava della sua analisi didattica, durata otto anni a quattro sedute settimanali, con un’analista che spesso non diceva una sola parola per tutti i cinquanta minuti della seduta.

Alla radio trasmettevano la prima sinfonia di Ciajkovskij. Lui non era tra i suoi autori preferiti, e quest’opera non lo aveva mai entusiasmato. Ma la musica gli faceva compagnia e gli permetteva di fantasticare liberamente. Gli ritornò alla mente di aver detto ad Anna che faceva lo psicoterapeuta e che lei lo aveva chiamato psicologo. Questa imprecisione dei termini, in un ossessivo perfezionista come lui, lo irritò. Perché non le aveva detto che faceva lo psicoanalista e che, certo, per potersi qualificare come tale doveva essere, prima di tutto, iscritto all’albo degli psicologi, ma che non era un semplice psicologo? Forse pensava di essere qualcosa di più e di meglio, visto che, dopo la laurea, aveva fatto dieci anni di addestramento prima di qualificarsi come psicoanalista? E poi, era vero che faceva anche lo psicoterapeuta, nel senso che riceveva alcuni pazienti, anziché sul sofà, sulla poltroncina dall’altra parte del suo tavolo, vis-à-vis; e le sedute, con loro, erano una o al massimo due la settimana, nelle quali era assai più attivo e ‘interventista’ di quando prendeva posto alle spalle dei suoi analizzandi, nella sua comoda poltrona e li ascoltava con quell’attenzione “liberamente fluttuante” consigliata da Freud. Si rese conto che c’era in lui una specie di pudore a qualificarsi come psicanalista, come se fosse una manifestazione di esibizionismo, sicché spesso, non solo con Anna, ripiegava sul titolo, a suo parere più modesto, di “psicoterapeuta”. <<Ma alla gente comune che cosa gliene importava di tutte queste fisime sui nomi? Per loro, per quelli che non erano del mestiere, andava bene “psicologo” che voleva dire, per quel che ne sapevano, uno che ti ascolta e ti aiuta a risolvere i tuoi problemi e a liberarti dalle tue angosce.>> si disse compiaciuto. Ma gli pareva anche che ci fosse un’inflazione di “psicosi” e che questa professione fosse ormai piuttosto squalificata nell’opinione pubblica.

Marco si rese conto che cincischiava su questi argomenti senza sostanza e quasi futili per cercare di non pensare ad Anna. Si conosceva abbastanza per sapere che, se una donna, misteriosamente, entrava nella sua mente, non gli era facile, poi, liberarsene, farla uscire dai suoi pensieri. Gli parve che la cosa migliore fosse, a questo punto, ritornare a casa, immergersi di nuovo nell’atmosfera della sua famiglia, alla quale teneva tanto, e soffocare quella parte adolescente e irresponsabile di sé che era sempre pronta a infatuarsi di una donna che lo colpisse per un motivo o per un altro.

Quando arrivò a casa, non c’era ancora nessuno. Mancava poco all’una ed era venuto il momento di pensare al pranzo. Per fare qualcosa si mise ai fornelli. Mentre la pentola dell’acqua per la pasta era al fuoco, preparò due scaloppine al vino bianco e prezzemolo e lavò un cespo di lattuga. Apparecchiò la tavola. Lisa sarebbe stata contenta, rientrando, di trovare il pranzo già pronto, lei che, poverina, si faceva in quattro per svolgere bene il suo lavoro, badare al loro bambino, occuparsi della casa e, di solito, cucinare (molto bene, doveva riconoscere).

Finalmente, all’una e un quarto, Lisa rientrò, affannata come sempre. Marco non era cieco e si rendeva conto che faceva una vita ben più faticosa della sua, dovendo e volendo badare a tutto l’andamento della famiglia. E si rimproverava spesso di essere un marito quasi esclusivamente concentrato sul proprio lavoro. In casa, certo, collaborava e teneva l’amministrazione, ma il suo contributo alla vita domestica era minimo rispetto al tempo e alle energie che vi dedicava Lisa. Lei, però, non protestava, non pretendeva da lui un impegno Maggiore, non gli chiedeva nulla più di quanto facesse e, per giunta, gli dimostrava di continuo una stima e persino un’ammirazione che lo imbarazzavano. Era fiera di Marco, della sua intelligenza, dei libri che aveva pubblicato, del lavoro che svolgeva con un apprezzabile successo professionale. Eppure, era una donna indipendente, emancipata, si potrebbe dire, e, se non fosse generico e banale, “femminista”, orgogliosa della propria attività professionale, aggiornata e con le idee chiare sui temi della politica. In molti campi (la musica, il cinema e il teatro, la narrativa contempo­ranea eccetera) era assai più avanti di lui e gli aveva insegnato un mucchio di cose. E poi, cosa non irrilevante, era proprio, esteticamente, il suo tipo: bionda, slanciata, con grandi occhi color salvia e un bel viso magro, bocca carnosa, naso regolare, zigomi alti. Ah, questa sua insana passione per i volti femminili con gli zigomi alti... Infine, cosa insolita per una bionda, la sua pelle era ambrata, come se nella sua eredità biologica si fosse insinuato qualche antenato meridionale. Chissà? Un saraceno? Uno zingaro? O semplicemente i suoi progenitori etruschi?

Il giorno dopo, Anna lo chiamò allo studio all’ora convenuta. Marco le fissò un colloquio per l’indomani pomeriggio alle cinque. Arrivò con dieci minuti di anticipo, sicché, sebbene fosse libero, essendo lui ligio alle regole insegnategli (prima di tutto: non farsi manipolare dai pazienti), la fece accomodare nella sala d’aspetto finché non venne l’ora esatta stabilita. Quando entrarono nella stanza d’analisi, le indicò la poltroncina al di là del suo tavolo e si sedette di fronte a lei. Ci fu un lungo silenzio. Lungo? Si fa per dire: sarà durato un minuto o anche meno.

<<Non so da che parte incominciare.>> disse Anna.

Marco tacque.

<<Lei non potrebbe aiutarmi facendomi qualche domanda?>> disse Anna.

<<Preferisco che sia lei a scegliere l’argomento.>>

<<Bah. Allora le dirò che la mia vita non va>>

Forse si aspettava che, a questo punto, Marco le chiedesse che cosa non andava nella sua vita, ma lui rimase in silenzio: gli pareva essenziale che fosse lei a parlargli di quello che le dava più pena. <<Il suo silenzio non mi aiuta.>> disse Anna con una sfumatura di disappunto nella voce, <<Sono qui per ascoltare quello che le sta più a cuore, non per interrogarla.>> disse Marco, <<Allora comincerò dal mio matrimonio, che è un disastro.>> disse Anna. E prese a raccontare a strappi, a pezzi e bocconi la relazione conflittuale col marito. Lui era un imprenditore di successo, sempre in viaggio, donnaiolo, frequentatore di prostitute di alto bordo, arrogante, pieno di sé, autoritario in famiglia, padre padrone che esigeva di essere servito e riverito come un pascià. In breve, non si capiva perché Anna sopportasse questa situazione. Senza che Marco glielo chiedesse, Anna gli spiegò che rimaneva col marito soltanto per i loro due figli, che, diceva, avevano bisogno di una famiglia. Ma dal suo racconto emerse che un simile marito aveva anche una dote pregevole: guadagnava un sacco di soldi e faceva vivere la famiglia nell’agiatezza o addirittura nel lusso. <<Ecco, se fosse un poveraccio, forse lei lo avrebbe già lasciato>> pensò Marco. Brutto pensiero, maligno e superficiale, ma, sul momento, non trovò una spiegazione migliore del perdurare di quel matrimonio. Subito, però, obiettò a sé stesso che Anna avrebbe potuto divorziare, ricevendo un considerevole assegno di mantenimento con un ex-marito così facoltoso. Sì, era fuori strada, decisamente fuori strada: in realtà, probabilmente, Anna aveva una difficoltà specifica a separarsi, a riconoscere il fallimento del suo matrimonio, anziché continuare a litigare con quel marito, che, certo, a dispetto di tutte le scenate che lei gli faceva, non cambiava e non sarebbe mai cambiato. Anna gli chiese di darle un consiglio su come doveva fare per uscire da questa situazione così tormentosa. Le rispose che non era in grado di darle alcun consiglio e che, comunque, qualsiasi consiglio sarebbe stato inutile, se lei non avesse fatto i conti con sé stessa, non avesse capito perché accettava questa situazione e non fosse cambiata.

<<E che cosa devo fare, allora?>>

<<A mio giudizio le gioverebbe una psicoterapia.>>

<<E in che consiste?>>

<<Lei va da uno psicoterapeuta una o due volte la settimana e gli parla di quello che crede; e lui cerca di aiutarla a capire meglio sé stessa e il significato dei suoi comportamenti.>>.

Lei lo guardò perplessa e tacque per un po’.  Poi parlò.

<<Potrei venire da lei?>>

<<Io sono già al completo, come pazienti. Non posso prenderne altri.>>

<<E allora come faccio?>>

<<Ci sono tanti colleghi affidabili e bravi.>>

<<Ma io non ne conosco nessuno. Potrebbe darmi lei qualche nominativo?>>

<<Se crede… Aspetti un attimo.>>

Aprì il cassetto del tavolo ed estrasse la sua rubrica. Cercò un po’ tra le pagine e poi diede ad Anna il nome di due colleghi, un uomo e una donna, con i loro numeri telefonici. <<Ecco, provi a chiamarli e a vedere se hanno posto.>>. Gli parve un po’ delusa. <<Ma dovrà avere un po’ di pazienza. Uno psicoterapeuta o uno psicoanalista vanno cercati e scelti con cura. Non è saggio andare dal primo che capita.>>.

Erano trascorsi i cinquanta minuti canonici. Marco si alzò e fece capire ad Anna che il colloquio era terminato. <<Le devo qualcosa?>> chiese lei. Marco le disse l’ammontare del suo onorario e, mentre lei cercava il danaro nella borsa, le preparò la ricevuta fiscale. L’accompagnò alla porta della stanza lasciando che, poi, raggiungesse da sola l’uscita. Anna gli tese la mano e lui la strinse brevemente. Non era sua abitudine dare la mano ai pazienti, a meno che non fossero loro a prendere l’iniziativa. Così gli era stato insegnato durante il suo lungo training, così aveva sempre fatto, con lui e con gli altri pazienti, la sua analista. I contatti fisici, anche minimi, tra analista e paziente andavano possibilmente evitati.

La sera, quando Marco rientrò a casa, Anna aveva perduto il suo posto di prima fila nella sua mente ed era diventata una delle tante persone con le quali avevo fatto un colloquio nel suo studio. Per qualche giorno non pensò più a lei. Poi, una notte la sognò. Un sogno confuso, del quale gli rimase, al risveglio, solo la sua immagine: stava in piedi davanti a lui e lo guardava come se si aspettasse che prendesse una qualche iniziativa. Guardò la sveglietta sul comodino: erano da poco passate le quattro. Quel sogno lo aveva fatto sentire in colpa verso Lisa, che dormiva al mio fianco. Si chinò su di lei e le diede un bacio sulla fronte. Non avrebbe mai voluto sostituirla con un’altra donna: era lei la compagna della sua vita, con la quale condivideva tutto, con la quale si sentiva intero e coraggioso nell’affrontare qualunque avversità il destino gli potesse riservare. Gli parve di ricordare che Artemidoro di Daldi, nella sua “onirocritica”, sostenesse che i sogni del mattino sono i più veritieri, ma forse, ancora insonnolito, confondeva Artemidoro con un detto popolare, con il Voodoo o la Macumba, con la Santeria cubana o la Mavaria siciliana.

La sua vita scorreva tranquilla e regolare tra lavoro e casa, come quella di un impiegato ministeriale. Normalmente, se il suo orario era completo, usciva di casa la mattina alle 8, arrivava allo studio verso le 8,30, faceva tre sedute, tra le 9 e le 12, si tratteneva allo studio fino all’una per leggere qualche rivista e rispondere alle telefonate. Nel pomeriggio, dopo un sonnellino tra le due e mezza e le tre e mezza, si recava di nuovo allo studio e faceva altre tre sedute tra le cinque e le otto, quando rientrava per la cena. Il Sabato e la Domenica li trascorreva con la famiglia. Di solito Lisa organizzava qualcosa per il fine settimana: una puntata al mare, se era la bella stagione, oppure, d’inverno, un cinema, un concerto, un pranzo o una cena con gli amici. Non mancavano, naturalmente, occasionali festicciole casalinghe alle quali il loro bambino invitava i suoi amichetti. Aveva la fortuna che sua suocera fosse una donna in ottima salute, energica e attivissima, che, spontaneamente, si prendeva molta cura di Duccio. Spesso lo voleva a pranzo a casa sua e, a volte, lo portava con sé per qualche giorno, in una bella pensioncina sul mare. Duccio era attaccatissimo alla sua nonna e, a vederli insieme, sembravano due innamorati. Il suocero di Marco era un medico di prim’ordine, sempre molto occupato giacché alla propria professione, svolta con grande competenza e rigore, affiancava un’intesa attività politica, soprattutto nel settore della sanità pubblica, in città e nella provincia. Era molto amato dai suoi pazienti e molto apprezzato, in città, anche dai suoi avversari politici. Ma tra professione, riunioni, conferenze, convegni eccetera era inafferrabile, e in casa c’era quasi soltanto per mangiare e dormire. Con lui Marco aveva un ottimo rapporto, di affetto ma anche di stima reciproca. Marco ammirava il suo rigore scientifico (che, al confronto, gli faceva apparire come ciarlatani molti dei medici che aveva incontrato nella sua vita). Suo suocero ammirava la sua serietà professionale, anche perché fin da giovane (si parla degli anni ’30 del Novecento) era stato attratto dalle teorie freudiane. I genitori di Marco vivevano in un’altra città, abbastanza lontana; il fratello e le due sorelle erano, anche loro, sparsi per altre regioni d’Italia.

Nell’insieme si poteva dire che Marco avesse una buona vita familiare: non gli mancava nulla per essere, se non felice, almeno sereno e appagato. Proprio per questo, il repentino affacciarsi di Anna nei suoi pensieri lo aveva turbato. Aveva incontrato altre belle donne prima di lei, ma da nessuna si era lasciato emozionare oltre la soglia minima dello spontaneo, e, per così dire, biologico interesse che ogni maschio prova per una femmina attraente. Né gli era mai accaduto prima di sognare una sconosciuta, dopo aver avuto con lei soltanto un brevissimo incontro casuale e un colloquio professionale. Ma evidente­mente in Anna c’era qualcosa che lo aveva che gli sfuggiva del tutto, a dispetto dei decenni trascorsi a farsi analizzare e ad analizzare i suoi pazienti, e che per questo lo attraeva e affascinava. E qui cadrebbe a proposito una frase di un famoso psicoanalista degli anni ’30 del secolo scorso, il quale sosteneva che anche l’analisi più profonda e prolungata non è che un leggero graffio sulla superficie del nostro roccioso e insondabile inconscio. Sì, quel sogno lo aveva turbato, non tanto per il suo contenuto, del tutto casto e innocente, ma perché sembrava volergli dire (cioè che lui volesse dire a sé stesso) che poteva esistere qualcosa di più e al di là di quella tranquilla serenità in cui scorreva la sua vita. Ma perché aveva scelto proprio Anna come messaggera di questo annuncio?

Trascorse qualche settimana, e il ricordo di Anna svanì del tutto, finché una mattina lei si rifece viva con una telefonata allo studio nell’orario che Marco le aveva indicato la prima volta. Gli disse che aveva iniziato una psicoterapia e che desiderava parlargliene. Marco le rispose, con gentilezza ma con fermezza, che non sarebbe stato corretto né utile al trattamento da lei intrapreso parlarne con lui e aggiunse che, se c’erano dei problemi, avrebbe fatto bene a discuterne col suo terapeuta. Fu fiero del proprio rigore professionale, ma avvertì anche il dispiacere di non poter approfittare di quell’occasione per rivedere Anna. Ecco, pensò, che rientra di nuovo nella mia vita, mentre io ho fatto di tutto per dimenticarla. Anna non si fece scoraggiare dalla risposta di Marco e insisté per incontrarlo, promettendogli che non gli avrebbe parlato della propria psicoterapia né di quello di cui parlava con lo psicoterapeuta. Marco avrebbe voluto rimanere fermo nel suo rifiuto, dirle che non c’era alcun motivo di rivedersi, ma invece non ebbe la forza di dirle di no. Si diedero appuntamento per l’indomani a fine mattinata, lì, allo studio. Marco credeva forse di salvarsi l’anima ricevendola nel luogo dove svolgeva il suo lavoro? O era soltanto un modo per mantenere riservato quell’incontro, evitando di farsi vedere in pubblico con Anna?

Quella sera, rientrato a casa, avvertì un diffuso disagio, che sfumava in una mesta inquietudine, come se si sentisse colpevole di aver mancato di rispetto a Lisa, di averla ingannata o addirittura tradita. Fu, quindi, eccessivamente gentile, affettuoso, espansivo con lei, quasi per farsi perdonare una cattiva azione che, in realtà, non aveva commesso.

L’indomani mattina, mentre ascoltava i propri pazienti, si rese conto che si distraeva di continuo pensando ad Anna e al loro incontro di lì a poco. Si sentiva impaziente di rivederla, e questo stato d’animo disturbava la sua attenzione, inducendolo, poi, a biasimare sé stesso per questa mancanza di rigore professionale.

Finalmente, alle dodici in punto, comparve Anna. Marco notò che, nell’attenderla, e ancor più nel vederla, il cuore aveva preso a battergli più in fretta e sì sentì umiliato per questa sua debolezza. Si sedettero al tavolo: uno di qua, l’altra di là. Marco pensò che avrebbe dovuto chiederle perché avesse voluto rivederla, ma non lo fece, come se il loro incontro fosse la cosa più naturale del mondo. Del resto, nemmeno Anna accampò qualche motivo o qualche pretesto per giustificare quella sua visita, come se fosse scontato che dovevano rivedersi. Esordì dicendo di essergli grata non solo di quanto le aveva detto nel loro primo colloquio, ma anche di averle suggerito uno psicoterapeuta col quale si trovava molto bene. Marco non sapeva di che parlare con quella sconosciuta che lo attraeva così tanto, senza che riuscisse a capirne il perché. Perciò l’ascoltava in silenzio, con un sorriso tirato, facendo di tanto in tanto brevissimi commenti. Per fortuna Anna sembrava contenta di aver trovato finalmente qualcuno interessato ad ascoltarla e sceglieva argomenti che apparentemente non poteva condividere con nessuno, come un bel film visto in un cinéma d’essai o l’ultimo romanzo della Edna o’Brien. A vederli, sembravano due amici, uno più ciarliero e l’altro più taciturno, ma in confidenza e con, alle spalle, una storia di esperienze e interessi comuni. Un po’ alla volta, anche Marco, per così dire, si era rianimato e aveva preso il coraggio di comporre delle frasi di senso compiuto e di soffermarsi sulle affermazioni di Anna, commentandole distesamente. Tuttavia, in fondo al suo animo, rimaneva una domanda: <<Ma che ci sto a fare qui, con questa donna che non conosco, a parlare dei più vari argomenti?>>. E la risposta che gli venne spontanea era semplice e quasi brutale nella sua elementarità: <<Sto qui perché questa donna mi piace, mi emoziona, mi attrae e me la porterei a letto volentieri.>>. Riprovevole, ma vero. E, subito dopo, quasi per difendersi da ogni possibile autoaccusa, si discolpò: <<Dopo tutto, non è una mia paziente e non sto infrangendo in alcun modo l’etica professionale.>>. Ma un diavolino gli obiettò, malignamente che forse non infrangeva l’etica professionale, ma era vicino a infrangere l’etica coniugale, se basta desiderare la donna d’altri per essere già adulteri. <<Eppure,>> si difese Marco in questo suo processo-dibattito interiore, <<non ho preso finora alcuna iniziativa né ho tentato in alcun modo di sedurla.>>. E concluse: <<Quanta ipocrisia c’è ancora in me>>, come se pensasse che la sua ipocrisia fosse un difetto sul quale stava lavorando per liberarsene.

Marco e Anna si trattennero a parlare per quasi un’ora. Alla fine, prima di alzarsi, Anna estrasse dalla borsa, che teneva sulle ginocchia, un pacchettino avvolto in carta velina rossa: <<Ho pensato che forse potrebbe servirle.>> disse mentre lo porgeva a Marco. Il quale lo prese e lo scartò, sorpreso e incuriosito. Conteneva un segnalibro d’argento. <<Ho pensato che potesse esserle utile. Vedo che questa stanza è piena di libri e immagino che lei sia un lettore accanito.>> disse Anna, mentre Marco, un po’ imbarazzato, la ringraziava calorosamente aggiungendo la solita frase che si dice in questi casi: <<Però non doveva… Io non ho fatto nulla per lei.>>, <<A me piace fare piccoli regali alle persone che mi sono simpatiche.>> disse Anna, ridendo, con una sfumatura di imbarazzo. <<Non le manca il coraggio.>> pensò Marco. Ma la cosa non lo allarmò né gli spiacque. Nel momento in cui si salutavano, già sulla porta, Anna gli disse esitando, <<Magari… se non ha niente in contrario… potremmo, una volta, prendere un caffè o un aperitivo insieme.>>, <<Senz’altro, con piacere.>> rispose Marco automaticamente, ma rivolgendole un sorriso. Questa volta l’accompagnò fino all’uscita dello studio e aspettò qualche istante, mentre lei scendeva le scale, prima di richiudere il portoncino. Si accorse, di nuovo, che il suo cuore batteva più in fretta del normale.

Per prudenza non portò a casa il regalino di Anna. Come se fosse una cosa della quale Lisa non doveva sapere. Ebbe la sensazione di cominciare a incamminarsi su di una strada pericolosa ma anche emozionante e per lui nuova. In tutti gli anni del loro matrimonio non aveva mai nascosto nulla a sua moglie, ma questa volta sentì che doveva tenere segreto il suo incontro con Anna. Cominciò, così, per la prima volta da quando era sposato, ad avere una parte della sua vita dalla quale voleva che Lisa rimanesse esclusa. Sebbene non avesse compiuto alcuna azione che offendesse il suo legame di coppia, si sentiva colpevole verso di lei, come un bimbo che ha combinato una marachella. E, in uno stato d’animo di disagio, si ricordò di un ammonimento impartito a loro ragazzini dai reverendi padri, presso i quali aveva studiato: <<Si pecca coi pensieri, con le parole, con le opere, con le omissioni.>>. Gli parve che questo ammonimento lo riguardasse e, pur non essendo più religioso da decenni, si sentì ‘in peccato’.

Era Aprile, un Aprile eccezionalmente caldo, e la Pasqua era imminente. Gli arrivò, allo studio, un biglietto di auguri di Anna, che conteneva anche una frase invitante: <<Che ne direbbe di vederci uno di questi giorni?>>. Non sapeva che risponderle. Ci pensò su a lungo. Poteva trovare il modo di eludere questo invito? Non gli venne in mente alcuna risposta che fosse, insieme, sensata e gentile. Ma, soprattutto, si sentì piacevolmente eccitato dalla prospettiva di rivederla le rispose proponendole di incontrarsi in una libreria molto particolare, non lontana dal suo studio, nella quale, dopo la sala in cui erano esposti i libri, ce n’era un’altra, adibita a caffè, enoteca e bistrot, dove si potevano degustare vini pregiati, consumare colazioni e pranzi veloci ma gustosissimi, a base di specialità per gourmet, oppure semplicemente trattenersi ai tavoli a leggere o a studiare. Gli parve che, come luogo d’incontro, fosse particolarmente discreto. Anna lo chiamò il giorno dopo e fissarono di vedersi nella libreria l’indomani verso le sei e mezza, giacché Marco, quel giorno, avrebbe terminato in anticipo le sue sedute.

Si sedettero a uno dei tavoli di legno rustico della parte caffè sul retro della libreria. Anna ordinò alla piccola, cerimoniosa cameriera giapponese un tè alla menta. Marco, che detestava la menta e non amava particolarmente il tè, preferì farsi portare uno sherry. Questa volta fu lui a rompere il ghiaccio.

<<Allora, come va?>>

<<Come al solito, tra alti e bassi. Più i bassi che gli alti. Lei sa che razza di marito ho, in più i miei figli mi fanno ammattire: vanno male a scuola, sono indisciplinati, spesso litigano e se le danno di santa ragione. Non rispettano l’orario dei pasti, vanno e vengono da casa a ogni ora e, quando sono in casa, se ne stanno fissi davanti al computer a visitare siti porno, come, del resto, fa il loro padre nel poco tempo che passa in casa. Un disastro, insomma. E io faccio la serva a tutti. Stanno seguendo le orme del loro padre: tutto è dovuto, ed è scontato che io sia al loro servizio. Insomma, non ne posso più.>>.

Questo esordio di Anna lo aveva, per così dire, ghiacciato e un po’ disorientato. Lui era andato a quell’incontro tutto carico di aspettative erotiche, inconfessate. Quando l’aveva vista avvicinarsi alla libreria (lui era rimasto fuori ad aspettarla, essendo arrivato in anticipo) aveva avuto un sussulto guardando le sue gambe nude, senza calze e i piedi magri infilati nei sandali. Sì, era stata quella nudità, sebbene minima, del suo corpo ad avergli provocato un’ondata di desiderio. Anna lo attraeva come non lo aveva mai attratto alcuna altra donna. Non si trattava dell’intensità dell’attrazione, bensì della sua qualità. Non gli era mai accaduto prima di desiderare una donna in modo così primitivo, così istintivo, lui che riteneva di essere un uomo compiutamente ‘civilizzato’ anche nella sua vita amorosa. Mentre la guardava gli nascevano nella mente immagini di un incontro tanto appassionato da essere quasi violento. Una spinta primordiale verso la femmina del branco. Per questo avrebbe voluto che non disturbasse e inquinasse coi suoi lamenti la tensione che sentiva verso di lei. <<Ora, che è in psicoterapia>> le disse con un tono molto distaccato e professionale <<potrà parlare della sua situazione familiare al suo psicoterapeuta e cercare insieme una via d’uscita. Non è bene che ne parli ad altri, men che mai a me.>>. Aveva trasformato la sua frustrazione per il modo in cui Anna aveva aperto il gioco tra loro in una sorta di austera prescrizione tecnica che bandiva dai loro incontri qualsiasi riferimento spiacevole alla sua tormentata vita familiare. La sua prescrizione ‘tecnica’ (non deve raccontarmi i suoi guai) era un’ipocrisia delle peggiori: se ne vergognò, ma non se ne pentì.

L’ambiente, le pareti erano foderate di scaffali affollati di libri, induceva a parlare di quel che si era letto o si voleva leggere. Anna che, a dispetto della sua semplicità e dei suoi scarsi studi, amava leggere e dedicare alla lettura molta parte del suo poco tempo libero, chiese a Marco se avesse qualche bel libro da consigliarle. Marco le fece il nome di “stoner”, l’ultimo romanzo di Williams apparso in italiano, e le disse che narrava la vita di un professore universitario americano. <<Ma non sarà troppo difficile per me?>> chiese Anna perplessa

<<No, è un romanzo come un altro. Un bel romanzo. Ma il miracolo è che riesce ad appassionarti anche se racconta una vita all’apparenza grigia, piatta, monotona, senza nessun avvenimento eccezionale.>>

<<E di poesia, che cosa mi consiglierebbe? A me piacciono molto le poesie.>>

<<Potrebbe leggere qualcuna delle raccolte della Szymborska. La conosce?>>

<<No, non l’ho mai sentita nominare. Io ho un grosso libro, che è una raccolta di poesie d’amore. Ma questa poetessa, che dice lei, non c’è...>>

<<Oppure potrebbe leggere Alda Merini. Questa la conosce?>>

<<Ah, sì, ho anche letto qualcuna delle sue poesie. Non era quella un po’ matta, che è stata anche in manicomio?>>

<<Beh, diciamo che aveva una personalità fuori del comune e, certo, non era un modello di equilibrio mentale, ma aveva una grande anima.>>

Siccome a quel punto la conversazione si era arenata (non avevano molto da dirsi), Marco, per superare l’imbarazzo di quei lunghi momenti di silenzio che calavano tra di loro, si mise a parlare delle possibili località in cui trascorrere le vacanze estive. E, con l’occasione, rievocò un bellissimo, lungo soggiorno a creta fatto qualche anno prima. Anna lo ascoltava descrivere e commentare coste e mari meravigliosi in tutto il mediterraneo, senza dire una parola.

<<E Lei, dove pensa di andare quest’Estate?>>

<<Io non mi muovo mai per andare in vacanza. Non abbiamo questa abitudine. Mio marito dice che, col nostro parco intorno alla casa e la piscina, possiamo fare a meno di muoverci.>>

<<Ma le piacerebbe spostarsi, viaggiare?>>

<<Veramente sto bene così. Quando i ragazzi erano piccoli, li portavo a fare la settimana bianca, ma adesso, d’Estate, si arrangiano e vanno di qua e di là coi loro amici. E a me non pare vero di starmene un po’ in pace, da sola in casa. E se ho caldo, faccio un tuffo in piscina.>>

Marco le chiese in quale zona della città abitasse, giacché, pur conoscendo il suo indirizzo, non aveva idea di dove si trovasse la sua casa. Anna gli disse che vivevano in campagna, anzi in collina, oltre l’estrema periferia orientale della città. Anni prima, suo marito aveva comperato una vecchia, grande casa colonica e l’aveva trasformata in una villa moderna, con intorno un prato e un boschetto. Avevano poi impiantato una piscina e sul fondo della proprietà allevavano anche animali, soprattutto polli e conigli che finivano sulla loro tavola. Da qualche cauta e discreta domanda obliqua Marco venne a sapere che non mancavano nemmeno i cani di razza e le automobili di lusso, tra le quali una Ferrari. <<Ma non siamo signori.>> disse Anna con un tono di scusa: <<Siamo soltanto degli arricchiti. Abbiamo fatto i soldi. Anzi, li ha fatti Leo, mio marito, che trasforma in quattrini qualunque cosa tocchi. E non sono sicura che i quattrini li faccia sempre onestamente: ne ha portati a casa troppi in poco tempo. Pensi che io sono figlia di un piccolo salumiere e Leo di un capomastro che aveva un’impresa edile. Io ho studiato un po’, ma poco: dopo la scuola media mi hanno iscritto a un istituto professionale, ma a me non piaceva studiare quella roba. Così, ho smesso e sono andata ad aiutare mio padre in bottega. Leo è geometra. Ha cominciato a fare soldi comprando vecchi appartamenti, ristrutturandoli e rivendendoli, poi, siccome è un vulcano di idee, ha pensato di mettere in piedi anche una ditta che comperava pezzi di computer dai cinesi, li assemblava e li rivendeva; e da questa idea gliene è venuta in mente un’altra: creare una catena di scuole, nell’Italia centrale e settentrionale, dove si insegnava, con metodi d’avanguardia, l’uso del computer e, insieme, l’inglese. E poi ne ha inventate non so quante altre. E da tutte le sue iniziative sono venuti fuori soldi a palate. Ha proprio il bernoccolo del fare soldi. Peccato che sappia fare solo quello e come uomo sia, mi scusi, una merda. Come le ho già detto, non è mai a casa e quando c’è fa il piccolo duce (perché di statura non è molto alto) ed esige di essere servito e riverito. Ma coi suoi figli non ce la fa: loro, a quell’età (hanno 13 e 15 anni) ne combinano di tutti i colori, sono sempre nel branco dei peggiori ragazzi dei dintorni. Le poche volte che ha provato a rimproverarli perché andavano male a scuola, fumavano spinelli e combinavano guai di ogni genere (pensi che una volta sono stata chiamata dai carabinieri perché, con quelli della loro banda, avevano dato fuoco a un motorino) …. Quella volta, dicevo, Leo ha provato a fargli una severa paternale, ma loro gli hanno risposto che non aveva nessun diritto di rimproverarli visto che non era mai a casa e non aveva mai fatto il padre… E lui ha sbraitato un po’, ma ha dovuto abbozzare. Da quel giorno non si è più azzardato a dirgli niente. Lo dice a me, si sfoga con me, mi dice che non sono stata capace di educarli, che sono sfaticati, che lui lavora tutto il giorno per la famiglia. <E per le tue puttane!> gli ho risposto una volta. Lui è andato su tutte le furie e si è avvicinato come per picchiarmi, ma eravamo in cucina, io ho preso un coltello, gliel’ho puntato al petto e gli ho detto <Se mi alzi anche solo un dito, giuro che ti ammazzo. Ti taglio la gola mentre dormi.>. Ha battuto subito in ritirata e da quel giorno si è limitato a comandare e a sbraitare, ma non mi ha più minacciata fisicamente. Vede che razza di vita faccio? Preferirei essere povera e avere una famiglia normale.>>.

Marco tacque, sconfortato. Anna non poteva proprio fare a meno di lamentarsi con lui. Si chiese perché fosse stata lei a prendere l’iniziativa, perché lo avesse cercato, perché, in un certo senso, lo avesse ‘corteggiato’, se poi, quando si vedevano, prima o poi finiva per rovesciargli addosso la propria infelicità. Forse dipendeva dal fatto che non riusciva a dimenticarsi che lavoro faceva e quale era stato il loro primo incontro?

Rimasero in silenzio per qualche istante. Anna guardò Marco: le piaceva proprio. Il primo incontro con lui, a casa degli zii, le aveva dato l’impressione che quell’uomo fosse una persona perbene con un gran buon cuore: quello che le mancava nella vita, il compagno che avrebbe voluto avere accanto. E poi, non era neanche brutto: aveva un gradevole volto molto maschio, dai tratti regolari, con la bocca ben disegnata (anzi: proprio bella) e grandi occhi scuri, che posavano sulle persone uno sguardo aperto e benevolo. Certo, cominciava a stempiarsi, a perdere un po’ i capelli, e non era molto alto (comunque più di suo marito). Ma gli omoni atletici e muscolosi non le erano mai piaciuti, provava diffidenza per quelle montagne di carne, con le quali non riusciva a immaginare come avrebbe potuto fare l’amore piacevolmente e dolcemente. Guardava Marco e sognava: lui, sì, sarebbe stato un buon compagno della sua vita. E le veniva spontaneo confidarsi con lui, raccontagli le proprie pene, perché era diverso parlarne con lui e parlarne col proprio psico­terapeuta, con quale non c’era alcuna confidenza e che rimaneva per lei un uomo misterioso, un enigma del quale non sapeva nulla. Certo, Marco era sposato, aveva una moglie che sicuramente amava e che non avrebbe lasciato per mettersi con lei. Insomma, era un pasticcio essere attratta da un uomo che sembrava irraggiungibile. Che cosa poteva nascere tra loro? Non voleva chiederselo, non voleva darsi risposte. Pe ora, sapeva soltanto che le piaceva la sua compagnia. Da anni viveva in solitudine, nella solitudine di una donna sposata con un uomo che non amava più e verso il quale provava soprattutto risentimento. E con due figli che non avevano mai verso di lei un moto di affetto, tenerezza o anche soltanto di gentilezza. Non aveva mai avuto amori clandestini con altri uomini, non li aveva mai cercati; e le poche volte che un conoscente, per esempio, il medico di famiglia, galletto impenitente, aveva fatto delle allusioni, lo aveva scoraggiato con qualche battuta fredda e tagliente. Non sapeva che farsene, aveva pensato fino ad allora, di un altro uomo tra i piedi: gliene bastava uno, e avanzava. Coltivava, sì, qualche amicizia femminile: due o tre antiche compagne di scuola e la cognata (moglie del fratello di suo marito), che era una brava ragazza, anche lei infelicemente sposata, ma non perché suo marito fosse cattivo, piuttosto perché era, nella vita, un fallimento, un fallito, sempre angosciato dai propri fallimenti: aveva cambiato decine lavori, senza aver successo in nessuno; e, alla fine, Leo lo aveva assunto, per pietà, come suo dipendente, ma dall’alto in basso, con una sfumatura di disprezzo per questo fratello incapace di farsi strada.

Anna guardava Marco e si domandava perché all’improvviso, senza alcun motivo apparente, fosse nato in lei quell’interesse per quell’uomo del quale aveva una conoscenza del tutto superficiale e che non si poteva dire che facesse colpo per la sua avvenenza, sebbene fosse di aspetto gradevole. Avrebbe voluto parlargli di sé e indurlo in ogni modo a interessarsi a lei, ma, oltre a lamentarsi per la sua penosa situazione familiare, non trovava molto altro da dirgli. Certo, c’era il suo amore per la poesia. Ma l’argomento si era presto esaurito. E poi, onestamente, più che parlargli avrebbe voluto averlo accanto, magari pranzare con lui, andare insieme a un cinema e…, sì, anche portarselo a letto. Era sicura che sarebbe stato bello fare l’amore con Marco, che lui l’avrebbe trattata con rispetto, con delicatezza, con dolcezza, non come quell’animale di suo marito che la prendeva senza alcun preliminare, si potrebbe dire ‘la infilzava’, in qualunque momento della notte, quando gli pigliava la voglia, mentre lei, magari, stava ancora dormendo e provava soltanto disgusto e persino nausea nell’essere strappata al sonno da quell’atto così rozzo e brutale. Ma non era stato sempre così Leo. Anzi, all’inizio, quando la corteggiava, sembrava un uomo sensibile e premuroso, pieno di mille attenzioni e di mille riguardi. <<Falso come Giuda.>> pensava Anna, tra sé e sé. L’aveva semplicemente ingannata, perché, come le aveva ripetuto mille volte, <<Io ottengo sempre quello che voglio, in un modo o in un altro.>>. Aveva rigato dritto per pochi mesi, poi era venuta fuori la sua natura, come lei gli diceva per ferirlo, <<Di piccolo Napoleone da quattro soldi.>>. Ma la sua grossolanità e la sua prepotenza si esprimevano soltanto con lei: con gli altri, a cominciare dai suoceri, era un modello di buone maniere e di gentilezza, sicché nessuno avrebbe mai creduto che in famiglia si comportasse in quel modo. Anna era, per così dire, la sua riserva di caccia, privata e nascosta agli occhi di tutti. <<In fondo>> reputava Anna <<è solo un vigliacco.>>. Le era bastato di minacciare di sgozzarlo perché non osasse più nemmeno accennare il gesto di picchiarla: <<Tu sei una pazza scatenata!>> le urlava, quando lei gli faceva le scenate perché era sempre assente, non si occupava né dei figli né della casa e passava da un’amante a un’altra. <<Io vi riempio di quattrini,>> le rinfacciava. <<i miei soldi ti fanno comodo e ti fa comodo la vita da signora che puoi fare per merito mio.>> le aveva ripetuto tante volte. Chissà se aveva torto, almeno in questo.

A tutto questo pensava Anna mentre se ne stava di fronte a Marco, con una insolita commistione di tristezza per la propria condizione e di desiderio di legarsi più strettamente a quel signore, quasi sconosciuto, che le aveva toccato il cuore con la sua umanità e la sua apparente disposizione ad accoglierla.

Parlarono ancora un po’, del più e del meno (il caldo anormale per la stagione, il traffico sempre più caotico e altre banalità), o, per meglio dire, parlò soprattutto Anna e Marco l’ascoltò con simulato interesse, mentre, in realtà, quasi non la stava ad ascoltare: la guardava e immaginava di baciarla, di accarezzarla, di fare l’amore con lei.

Marco guardò l’orologio: <<Mi scusi, mancano dieci minuti alle otto. Per me è ora di rientrare a casa.>>. Per il lavoro che faceva, Marco aveva sviluppato una speciale capacità di misurare spontaneamente il tempo in porzioni di 50 minuti, la durata di una seduta (e lui era precisissimo sia nel cominciare sia nel terminare le sedute). Normalmente, quella era l’ora in cui finiva l’ultima seduta, prendendo poi l’autobus delle 8,10, che lo avrebbe riportato a casa verso le 8,30.

In casa, Lisa lo accolse col consueto calore. Si scambiarono un bacio sulle guance.

<<Sei molto stanco oggi?>>

<<No, come al solito, amore. Niente di particolare.>>

Invece, c’era qualcosa di particolare: aveva smesso di lavorare alle 17,50 anziché, come sempre, alle 19,50 e aveva passato più di un’ora in libreria in compagnia di Anna. Questo lo nascose alla moglie. Era la prima volta, da quando erano sposati, che le nascondeva di proposito un frammento della propria vita. <<Ho cominciato a ingannarla.>> si disse con un po’ di vergogna, come se l’avesse tradita. In realtà, non aveva fatto nulla di sconveniente, ma sapeva di averlo desiderato; e bastava questo a farlo sentire colpevole verso Lisa che, con lui, era sempre stata di una sincerità e di un’onestà cristalline.

Quella notte si strinse a Lisa, che dormiva tranquilla, con l’angoscia nel cuore: avrebbe voluto chiederle scusa, farsi perdonare, ritrovare la trasparenza del loro amore e, invece, non avrebbe saputo trovare le parole per confessarle la sua colpa e soprattutto sapeva di non potersi impedire quella passione improvvisa, così prepotente e irragionevole, per Anna. Non sapeva spiegarsi che cosa gli fosse accaduto, che cosa gli stesse accadendo, come se fosse succube di una forza che non controllava e che avrebbe voluto dominare e vincere. E rifletté su quanto poco siamo padroni dei nostri desideri, che nascono nelle profondità insondabili della nostra psiche e poi, qualche volta, dilagano nella nostra vita, se ne impadroniscono e possono condurla alla rovina. Queste cose le sapeva benissimo e le aveva sempre ben presenti quando lavorava coi suoi pazienti cercando di aiutarli a vedere più chiaro in sé stessi. Ora era toccato a lui, che si credeva ormai immune dal pericolo di diventare vittima della parte istintiva e irrazionale della sua anima.

L’indomani, nel mettersi al lavoro, avvertì come una sorta di indegnità a svolgerlo, come un prete gravemente peccatore che predichi la virtù ai suoi fedeli. Lui agli occhi dei suoi pazienti (glielo dicevano) era un modello irraggiungibile di serenità, di equilibrio, di sottomissione degli impulsi al dominio della ragione. Sapeva bene che questo capitava spesso agli psicoanalisti e che, invece, erano anche loro uomini comuni, con tutti i limiti e i difetti dei loro pazienti, ma questa inevitabile idealizzazione che di lui facevano i suoi pazienti, ora lo addolorava e lo umiliava particolarmente, giacché davvero era stato, fino ad allora, un uomo perbene. E ora, invece, si sentiva quasi un malfattore.

Con Anna erano rimasti d’accordo di risentirsi, ma passarono alcuni giorni senza che lei si rifacesse viva. Marco si aspettava una sua telefonata e questo silenzio lo innervosiva. Certo, avrebbe potuto benissimo essere lui a chiamarla, ma non voleva assumersi la responsabilità di prendere l’iniziativa, come se farsi corteggiare da lei, anziché essere lui a corteggiarla, lo rendesse meno colpevole. Ma alla fine cedette.

<<Le è successo qualcosa?>>

<<No. Perché?>>

<<È scomparsa>>

<<Ho avuto problemi in famiglia. Con quei due lazzaroni dei miei figli.>>

<<Cose gravi?>>

<<Mi hanno chiamata un’altra volta i carabinieri: quello più piccolo ha preso a sassate, insieme a una banda di suoi coetanei, un’automobile di un signore che li aveva rimproverati perché facevano troppo chiasso sotto le sue finestre. Ho dovuto anche scusarmi e dirgli che ripagherò i danni.>>

<<Mi dispiace>>

<<Ormai ci sono abituata. Ma sono talmente stufa di questa famiglia…>>

<<Certo, lei non ha una vita facile>>

<<No, direi proprio di no… Che ne direbbe di prendere un aperitivo insieme una di queste mattine?>>

Marco rimase per un attimo interdetto da questa improvvisa proposta.

<<La mattina per me è quasi impossibile, normalmente lavoro tutte le mattine dalle 9 alle 12, escluso il Sabato.>>

<<Potremmo vederci di Sabato, no?>>

<<Sì, certo. Mi ci faccia riflettere un momento. Lei pensava al prossimo Sabato?>>

<<Al prossimo o anche a quello dopo.>>

<<Perché per questo Sabato ho un impegno familiare...>>

<<Va bene. Allora facciamo quello dopo. Le va?>>

<<Sì certo. Benissimo. Magari ci sentiamo prima, per metterci d’accordo. Vuole che la chiami io o preferisce essere lei a chiamarmi?>>

<<Mi chiami lei, appena è sicuro di essere libero.>>

<<Bene… Allora, a presto e… Auguri per i suoi problemi familiari.>>

<<Grazie. Ne ho bisogno. A presto>>

Marco si sentì irrequieto. Questa telefonata lo aveva messo in agitazione. Come se l’imprevisto farsi avanti di Anna lo avesse spiazzato. Ebbe anche un leggero senso di oppressione quasi che fosse stato incastrato. Ma non era stato lui a chiamarla? Non era lui a desiderare che si rivedessero? Sì, certo, ma voleva anche essere lui a dettare i tempi, i modi e i luoghi del loro prossimo incontro. Insomma ad avere in mano la situazione e a controllarla.

Il Sabato mattina era sempre rimasto con Lisa. Andavano a fare delle spese insieme, una capatina in libreria o al negozio di dischi o una semplice passeggiata. Come avrebbe potuto giustificare un suo improvviso e misterioso impegno di Sabato mattina? Non era abituato a mentire e non era nemmeno capace di inventare delle giustificazioni plausibili. Ripiegò s’una scusa che poteva sembrare accettabile: disse a Lisa che aveva dovuto prendere altri due pazienti e perciò avrebbe occupato anche una parte del Sabato mattina, a partire non dal Sabato prossimo, ma da quello successivo. Lisa si mostrò dispiaciuta di non poter più avere il suo Marco con sé il Sabato mattina e lo esortò anche a non caricarsi di troppo lavoro, ma lui le rispose che erano due pazienti inviatigli da colleghi ai quali non poteva dire di no. E così Marco inaugurò un nuovo pezzetto di vita parallelo a quello che fino ad allora aveva sempre percorso insieme a Lisa nella più completa sincerità, un pezzetto di vita soltanto suo e contrassegnato dalla menzogna.

<<Allora questo è il nostro ultimo Sabato mattina di libertà?>> gli disse Lisa, sorridendo malinconicamente e fingendosi imbronciata, mentre, camminando sottobraccio, si avviavano a visitare una mostra dei manieristi toscani. <<Sapessi quanto mi dispiace.>> le rispose, sospirando, Marco e la strinse con dolcezza a sé. Era sincero in quello slancio di amore. Avrebbe voluto dirle che gli stava capitando una cosa terribile ma anche irresistibilmente attraente, che una donna era entrata nei suoi pensieri e che la sua immagine aveva cominciato ad ossessionarlo, a non dargli tregua. Avrebbe voluto chiederle aiuto, che lo liberasse da quella specie di incantesimo, di fattura, di malìa. Ma non lo fece, non solo perché non ne ebbe il coraggio e non volle rischiare di ferire quella donna che amava con tutto se stesso, ma anche perché una parte di lui, contro la quale non aveva alcuna volontà di lottare, desiderava percorrere quella strada sconosciuta, vivere l’emozione dell’avventura, incontrare Anna, nella sua anima e nel suo corpo.

Il Lunedì successivo chiamò Anna dallo studio e si accordarono per incontrarsi il Sabato mattina verso le undici nella libreria dov’erano già stati una volta. Marco visse in uno stato di agitazione e di ansia i giorni di attesa. Era nervoso, spesso distratto e commetteva parecchie sbadataggini. Lisa se ne accorse e gli chiese se ci fosse qualcosa che non andava nel suo lavoro. Marco minimizzò, disse, mentendo, che aveva preso l’impegno di preparare una relazione al prossimo convegno di Luglio dell’associazione di psicoanalisti, della quale faceva parte, e che questo compito lo preoccupava un po’. Si trattava di un tema difficile, riguardante l’“identificazione proiettiva”, sapeva che c’era molta letteratura sull’argomento e una notevole disparità di vedute tra i suoi colleghi. Ci teneva a fare bella figura e, quasi quasi, si pentiva di aver accettato quell’incarico. Lisa lo confortò e lo consolò: <<Ma via, non ti angosciare troppo. Tu sei bravissimo. Te la sei sempre cavata onorevolmente. Andrà tutto bene, vedrai. Considera che è anche un’occasione per metterti in luce, tu che sei sempre così schivo, appartato, quasi, si direbbe, asociale.>>. Marco sentiva nelle parole di Lisa una vera, genuina, autentica partecipazione al suo malessere e il desiderio di sostenerlo e di confortarlo, sentiva, in breve, che era l’amore a farla parlare. Questa percezione gli faceva male e lo faceva sentire un essere indegno. Come avrebbe potuto d’ora in avanti guardare negli occhi con serenità Lisa e il loro bambino? Tra di loro si era frapposto un velo, il velo del suo inganno. <<Forse>> si disse <<sono ancora in tempo. Posso annullare tutto con Anna. Troncare il filo, ancora assai esile, del nostro rapporto, prima che diventi un legame, una storia che ci coinvolge. Che ci vuole? Non sono nemmeno tenuto a darle spiegazioni. Non le ho mai fatto alcuna promessa. Basta che sollevi il telefono e le dica che Sabato prossimo non possiamo vederci, che ho avuto un improvviso impegno. E poi, se lei si rifacesse viva far cadere la cosa. Il resto, il Sabato mattina impegnato, la relazione al convegno si possono facilmente cancellare, con un altro paio di menzogne, ma, questa volta, dette a fin di bene per difendere il mio amore per Lisa.>>. Marco rifletté a lungo su questa via d’uscita che lo tentava, ma non riusciva a decidersi a imboccarla. L’idea di non vedere più Anna gli procurava un dolore quasi intollerabile, come se dovesse rinunciare alla propria vita, giacché in questo momento sentiva che la sua vita si era incontrata con quella di Anna, ed era nato in lui, più che il desiderio, il bisogno di mescolarle in una sola. <<Non vederla mai più?>> mormorò tra sé e sé. <<No, non è possibile, non ce la faccio.>>.

Il Sabato fissato si ritrovarono, per la seconda volta, nel retro della libreria. Questa volta la conversazione fu più spigliata e Marco parlò di più. Più volte, mentre parlavano, si guardarono negli occhi ed entrambi sentirono che in quegli sguardi c’era tutto quello che i loro discorsi, così pieni di parole vuote, non dicevano. Perché ormai sentivano, e dunque sapevano coi loro sentimenti, che il loro parlare era soltanto uno schermo che ancora dovevano usare per nascondere la fiamma di un desiderio reciproco che si era accesa nelle loro anime. Ma desiderio di che cosa? Desiderio, si potrebbe dire, di incontrare l’altro e che l’altro incontrasse loro. E in aggiunta, ma non come un semplice elemento ornamentale, desiderio del desiderio dell’altro. Desiderio di essere desiderati dall’altro. Ma perché, questa condizione perenne e universale nel genere umano, si chiedeva Marco, aveva preso corpo e realtà, nel suo caso, nel desiderio di Anna? Di che cosa era fatto questo desiderio? Gli parve che fosse un desiderio di conoscenza. Di solito noi attribuiamo al termine “conoscenza” significati che rimandano a procedimenti intellettuali e culturali o, al massino, quando si parla di fare la conoscenza di qualcuno a un prendere contatto con l’apparenza fisica, corporea di un altro essere umano e, magari, coi suoi gusti o colle sue idee. Ma la conoscenza che Marco bramava era di un’altra natura: voleva appassionatamente entrare in contatto con l’intera persona di Anna, con tutti gli strati anche i più profondi e i più intimi e privati della sua anima. Voleva entrare in lei, esplorarla tutta e possederla tutta. Un desiderio esorbitante rispetto alle normali relazioni tra gli esseri umani, un desiderio che avrebbe normalmente spaventato e allontanato colei o colui che ne fosse stato oggetto. Sarebbe stata, Anna, disposta a correre con lui questa rischiosa avventura della reciproca scoperta e conoscenza? Perché con Lisa c’era un amore limpido e intenso, ma, nello stesso tempo, entrambi avevano sempre rispettato il confine, la frontiera che l’altro aveva tracciato intorno a quel nucleo di sé che doveva rimanere privato, segreto, nascosto a qualunque sguardo altrui: anche a quello della persona amata, della persona scelta come compagna o compagno della propria vita.

L’incontro in libreria terminò con una domanda di Anna: <<Possiamo rivederci?>>

<<Perché non viene a trovarmi allo studio un Sabato mattina verso le dieci? Sono libero. Non ho pazienti.>>

<<Ma un cinema? Che ne direbbe?>>

Marco fu messo in difficoltà da questa domanda. Avrebbe dovuto dire ad Anna che non era mai accaduto prima che lui se ne andasse al cinema con una donna diversa da sua moglie e certo quest’ultima sarebbe rimasta molto sorpresa e, di sicuro, anche addolorata. Si limitò a borbottare:

<<Un cinema? Sarebbe complicato per me, troppo complicato...>>

<<Va bene. Allora vengo a trovarla Sabato prossimo al suo studio verso le dieci.>>

<<L’aspetterò.>>

Marco quasi non lo voleva confessare nemmeno a sé stesso, ma la prospettiva di ricevere Anna al suo studio, il Sabato mattina, quando non c’era nessuno, lo emozionava perché (credeva) finalmente si sarebbe potuta creare tra loro, per la prima volta, un’atmosfera di perfetta intimità. Anna, certo, desiderava incontrarlo, trascorrere del tempo in sua compagnia, conversare dei più svariati argomenti, ma non era, a differenza di Marco, presa da un bisogno quasi irresistibile di intimità (o, almeno, non lo era ancora: i loro ‘tempi’ non coincidevano). Era pur vero che era stata Anna a prendere, al principio, l’iniziativa, ma per lei si trattava del desiderio di conoscere un uomo che le aveva fatto sin dall’inizio una buona impressione, l’impressione di una persona umana, generosa, sensibile e intelligente. Marco, invece, era stato subito attratto dall’aspetto esteriore di Anna, investito da un’ondata di improvviso e inspiegabile desiderio di averla. Ma che significava “averla”? Lui stesso non avrebbe saputo dire: non si trattava del puro desiderio di possesso fisico del suo corpo, ma di un desiderio più ampio, più totale, come quello di un esploratore che senta il richiamo potente di un territorio sconosciuto. Ma, si sa, la conoscenza tra un uomo e una donna transita quasi sempre attraverso il corpo. Che, però, per Marco, rimaneva, pur desideratissimo, una via d’accesso all’anima di Anna. Perché quando i corpi si incontrano davvero, nella serietà e intensità del loro reciproco volersi e prendersi, si apre anche uno spazio di incontro e di conoscenza delle anime. Nel desiderio di Marco non c’era nulla di giocoso, di gioioso, di piacevole, ma la tensione spasmodica a superare il confine, talora sottile ma sempre invalicabile, che ci divide da un altro essere umano. E la volontà di riuscirci con Anna. Perché proprio con lei, non avrebbe saputo dire. In questa scelta confluivano la sua storia e la sua preistoria, dalla nascita all’età adulta: un intreccio di fantasie, emozioni, affetti, sentimenti, in gran parte a lui stesso ignoti. Come quasi sempre accade, le nostre scelte sono figlie di una storia che, pur essendo la nostra storia, ci rimane per lo più sconosciuta.

Marco passò quel giorno di attesa tormentandosi tra il desiderio di rivedere Anna e la vergogna di sé stesso perché sentiva di ingannare Lisa. Questo tormento si esprimeva anche con la sua scarsa partecipazione ai piccoli fatti della vita familiare, come se fosse assente, ripiegato su sé stesso (e lo era, giacché nel suo animo era in corso un conflitto che assorbiva tutte le sue energie). Se ne accorse anche suo figlio: <<Papà, sei arrabbiato con me, che non mi parli più?>> Gli chiese all’improvviso mentre, nel salotto, giocava con le costruzioni seduto sul tappeto e suo padre se ne stava in silenzio sprofondato in una poltrona, con lo sguardo perso nel vuoto. In realtà mille immagini sfilavano nella sua mente, come su di uno schermo: le immagini di Lisa, che stava rischiando di rendere infelice, le immagini di quando si erano conosciuti a casa di amici, le immagini delle vacanze fatte insieme in giro per i mari del mediterraneo, le immagini delle loro notti d’amore, e l’immagine di quando era nato Duccio e lui si era precipitato nella camera della clinica dove Lisa giaceva su di un letto esausta ma felice, stringendo al petto quella minuscola creatura.

Ma, sullo sfondo, tenace e perturbante, l’immagine di Anna, in piedi, davanti a lui che gli sorrideva e lo invitava. Lo invitava a che cosa? A conquistarla rischiando di distruggere la sua famiglia, i suoi legami preziosi con Lisa e con Duccio? Marco non avrebbe saputo dire che cosa Anna si aspettasse da lui, ma sapeva, con angosciosa certezza, che cosa lui si aspettava da Anna: che appagasse il suo incontrollabile desiderio di conoscerla. Di conoscerla, non attraverso le parole (ambiguo, vago, sfocato o addirittura menzognero mezzo di comunicazione tra gli esseri umani), ma attraverso l’incontro dei loro corpi e delle loro anime, attraverso l’esperienza vissuta del loro protendersi l’uno verso l’altro nello sforzo spasmodico di possedersi a vicenda. Ma non sapeva, Marco, quale fosse, dalla parte di Anna, la natura del desiderio di lui. E si arrovellava per cercare di intuirla o persino di dedurla dai mille piccoli, involontari indizi di cui lei aveva disseminato i loro incontri.

Il Mercoledì precedente il Sabato del suo previsto incontro con Anna, Lisa gli propose di andare insieme, la sera, a rivedere, in un cinéma d’essai vicino a casa loro, un film che, anni prima, gli era molto piaciuto e sul quale avevano a lungo ragionato insieme, trovando, come sempre, quel profondo accordo di pensieri e di sensibilità che li univa quando ascoltavano la stessa musica, leggevano lo stesso romanzo o guardavano lo stesso film. Una rara consonanza di due anime che sembravano essere state create per darsi reciprocamente il conforto e la gioia di vibrare all’unisono dinanzi a tutte le manifestazioni della vita.

Così, fu chiamata tata Teresa a tener compagnia a Duccio, mentre Marco e Lisa tornarono a vedere “in the mood for love” di Wong Karwai. Una storia molto malinconica, accompagnata dalla ritornante struggente canzone quizás, quizás, quizás. Durante la proiezione del film, Marco prese la mano di Lisa e gliela tenne a lungo, con una sorta di disperazione nel cuore: come poteva prepararsi a ingannare quella donna che gli aveva riempito la vita di amore e di ogni genere di dolcezze? Avrebbe voluto poterglielo dire, chiederle consiglio o, almeno, chiederle perdono in anticipo sul male che sentiva di stare per farle, ma anche di fare a sé stesso danneggiando irreparabil­mente l’unico rapporto d’amore autentico e profondo che fosse riuscito a costruire nella sua vita. Grazie a Lisa, perché Marco sentiva di doverle tutto. Sì, certo, poteva sperare che dopo (ma, poi, dopo che cosa, se non immaginava nemmeno lui quale strada stesse per imboccare con Anna?) tutto ritornasse come prima, ma sapeva bene che non avrebbe mai più guardato Lisa con lo stesso sguardo. Il loro legame forse sarebbe sopravvissuto, ma non sarebbe stato più il loro, unico e perfetto, e avrebbe portato nel proprio tessuto la cicatrice di una ferita, una zona di insensibilità, di opacità, di lontananza, di distacco.

Quando, poco dopo le dieci, Marco, col cuore in gola, andò ad aprire la porta d’ingresso ad Anna, gli apparve, in cima alle scale, l’immagine di una donna vestita con semplicità, ma ben curata, che lo guardò e gli sorrise con un’espressione seria e quasi triste. Nello scostarsi per farla entrare, avvertì, mentre il corpo di lei lo sfiorava, l’aroma leggero di un profumo che nei loro incontri precedenti non le aveva mai sentito addosso. La precedette nella sua stanza invitandola ad accomodarsi sulla poltroncina che, sul lato esterno del tavolo, fronteggiava la sua. Marco prese il suo posto abituale, dalla parte opposta, volgendo le spalle al muro. Si guardarono in silenzio per qualche istante. <<Allora come va a casa?>> chiese Marco per superare l’imbarazzo di quell’incontro apparentemente privo di una ragione chiara e di un ‘oggetto’, come dicono i burocrati. E, intanto, pensava <<Ti ho fatta venire qui, per avere uno spazio e un tempo di intimità. Ma a quale scopo? Cosa dobbiamo dirci, cosa dobbiamo fare insieme in questa stanza discreta e appartata?>>. E gli venne un’unica risposta: <<Ti ho fatta venire qui per avvicinarmi di più a te, per vedere se possiamo incontraci come un uomo e una donna che si desiderano e si vogliono.>>. Finalmente aveva smesso di nascondere a sé stesso le proprie intenzioni e i propri desideri, e poteva dirsi, con sincerità e onestà, che lui, quella donna, la voleva.

Anna guardava quel signore distinto e dai modi gentili, dolce e comprensivo, che l’aveva fatta sentire accolta, ascoltata e capita. Lo guardava senza sapere bene che cosa si aspettasse, senza avvertire per lui un’attrazione erotica particolare, ma sentendo dentro di sé una specie di ostinata determinazione a farlo entrare nella propria vita più che a entrare nella sua vita.

<<A casa tutto come al solito...>> rispose disillusa Anna, abbozzando uno stanco sorriso. <<E ora di che parliamo?>> si chiese tra sé e sé, <<Non voglio che i nostri incontri siano come le sedute col mio psicoterapeuta: un lamento senza fine sui miei guai dai quali non so uscire.>>. <<Certo>> pensò <<quest’uomo, che pure mi piace, non sarà mai mio e io non vorrei in nessun modo rovinare la sua vita familiare. E allora che m’aspetto da lui?>>.

<<Insomma>> riprese Marco <<non ci sono cambiamenti. Vero?>>. <<Per ora…>> rispose Anna, lasciando la frase sospesa. E cadde di nuovo il silenzio tra di loro. Poi, all’improvviso, quasi senza rendersene conto, Marco allungò una mano sulla superficie del tavolo, una mano aperta, col palmo all’insù, come se si aspettasse di ricevere qualcosa. Anna rimase per un attimo immobile, sorpresa e incerta. Ma un istante dopo allungò anche lei la sua mano sul tavolo e prese quella di Marco o, per dir meglio, lasciò che lui prendesse la sua. Si guardarono: sembravano entrambi stupiti di quello che era accaduto, come se non l’avessero voluto loro. Marco le sorrise e lei ricambiò il sorriso. Non sapevano che dirsi. Il gesto improvviso di Marco aveva condensato in sé tutti i possibili significati di un lungo, incerto, timido discorso. E ora non erano rimaste a nessuno dei due le parole per proseguire il loro cauto avvicinamento. Il gesto aveva bruscamente accorciato le distanze, ma anche svuotato il repertorio delle parole che avrebbero dovuto essere scambiate tra loro prima che quel gesto si compisse. Ora si trattava di trovarne delle altre, adeguate, dopo che quel gesto era stato compiuto. E nessuno dei due sapeva che dire. Almeno fintanto che si tenevano le mani l’una stretta all’altra. Perciò Marco, dopo qualche secondo, lasciò la mano di Anna, la lasciò per poter parlare. <<Tutto bene?>> le chiese, come se Anna avesse appena corso un rischio o scampato un pericolo. <<Sì, tutto bene.>> rispose lei, sorridendogli. <<Allora>> riprese Marco <<non ci rimane che…>>. Ma non finì la frase, giacché lui stesso non sapeva che cosa avrebbe voluto dire. Anna lo guardò e gli sorrise di nuovo: <<Che ne direbbe di andare a prendere un aperitivo?>>. <<Mi pare un’ottima idea!>> esclamò Marco, grato ad Anna di averlo tolto da un momento di imbarazzo <<Su, andiamo.>>. E si alzò, sfilandosi da dietro il tavolo. Anche Anna si era alzata. Marco la precedette verso la porta della stanza. Ma quando stava per aprirla, si voltò verso Anna e, all’improvviso, la abbracciò e la baciò, ansimante per l’emozione. Anna ricambiò il suo bacio un po’ passivamente, come se fosse rimasta sconcertata da quell’imprevista fiammata di passione in un uomo che le era sempre parso controllato e misurato.  Ora su entrambi pendeva un interrogativo cruciale: che fare? Si andava al vicino bar a prendere il programmato aperitivo, come se non fosse accaduto niente tra di loro, oppure si traevano le conseguenze, subito e coraggiosamente, di quel bacio che aveva sconvolto il rituale compassato dei loro incontri? Marco sapeva quel che avrebbe voluto fare, ma non era sicuro che Anna condividesse il suo desiderio. E, in effetti, non si sbagliava, giacché Anna, sebbene contenta di quel bacio, che le testimoniava come Marco ricambiasse (anche troppo!) la sua simpatia, non si sentiva ardere di desiderio: lui non le aveva dato nemmeno il tempo di percorrere quel cammino, di solito non brevissimo in una donna, tra la simpatia, l’attrazione ‘spirituale’ (come si sarebbe detto nell’Ottocento!), e l’accensione dei sensi.

Marco si staccò da Anna e, per rendere meno brusco il distacco, la prese per mano per il breve tragitto, pochi metri, dalla porta del suo studio all’ingresso dell’appartamento. Poi scesero le scale dello stabile in silenzio.

Quando furono in strada, Marco abbozzò spontaneamente il gesto di prendere Anna sottobraccio, ma subito si rese conto che sarebbe stato imprudente mostrare in pubblico quell’affettuosa confidenza, perciò si allineò al suo fianco, dandole la destra. Il bar distava un centinaio di metri e, mentre lo raggiungevano, nessuno dei due disse una parola. Entrambi pensavano, riflettevano, si domandavano su quale strada si fossero incamminati.

Era abbastanza presto e si sarebbero potuti sedere a un tavolino e rimanere insieme ancora un po’ di tempo, invece ordinarono in piedi, al banco, il loro aperitivo; e lo bevvero senza scambiarsi una parola (che cosa si sarebbero potuti dire?). Ma i loro sguardi si incontravano e si incrociavano di continuo, in una sorta di dialogo muto che conteneva una domanda: e ora che facciamo?

Quando uscirono dal bar, Marco accompagnò Anna, sempre in silenzio, alla sua macchina, parcheggiata sotto lo studio, e la salutò dandole la mano, come a una conoscente, ma, mentre lei, aperta la portiera, entrava nell’abitacolo, non poté fare a meno di chiederle sottovoce, con un filo di ansia: <<Ti posso rivedere?>>.

Era passato dal “lei” al “tu”; e Anna, già seduta al volante della sua vetturetta, lo guardò dal sotto insù sorridendogli: <<Certo, quando vuoi. Il mio numero di telefono lo conosci.>>.

Marco aspettò che Anna partisse e, mentre si allontanava, la salutò con un gesto della mano. Poi risalì nel suo studio aspettando l’ora per ritornare a casa.

Anna guidava adagio, ripensando a quel loro incontro. Il gesto di Marco, quel suo improvviso baciarla, l’aveva colta di sorpresa, anche perché si era fatta l’idea che lui fosse un tipo calmo, controllato, tutt’altro che impulsivo e che toccasse a lei prendere l’iniziativa se voleva, come voleva, che tra loro nascesse un legame. Ma non sapeva nemmeno ora, nemmeno dopo quel bacio, quale legame desiderava che ci fosse con Marco: sapeva soltanto di volere che Marco entrasse in qualche modo nella sua vita. Certo, l’attrazione che aveva provato per lui sin da quando lo aveva conosciuto non si era manifestata subito come desiderio di fare l’amore con lui, di intrecciare i loro corpi. Per questo, le pareva che Marco avesse accorciato le distanze troppo bruscamente, anticipando i tempi. Non che le fosse dispiaciuto, anzi, ora che era accaduto, si sentiva più libera e, per così dire, autorizzata a fantasticare che nascesse tra loro una storia di desiderio, di amore e di passione. Quel tipo di storia che aveva avuto, per un brevissimo tempo, con l’uomo che sarebbe poi diventato suo marito, e che si era rapidamente esaurita e spenta, trasformandosi in ostilità e disgusto, dopo alcuni mesi di matrimonio. Ma non riusciva a immaginare come sarebbe andato avanti il suo rapporto con Marco. Nessuno dei due poteva disporre a piacimento della propria vita, non potevano fare progetti liberamente, entrambi erano vincolati da legami forti, nel caso di Marco di amore e di lealtà, nel suo non avrebbe saputo dire, sebbene sapesse che la sua famiglia la privava della libertà.

<<Povero amore mio, costretto a lavorare anche di Sabato.>> gli sussurrò Lisa mentre accoglieva Marco con un bacio affettuoso sulle guance. <<Eh, che vuoi fare...>> sospirò lui, simulando una grande stanchezza.

La Domenica andarono a pranzo in una rinomata trattoria in collina, non lontana dalla città. L’aveva scelta Lisa perché sapeva che aveva la specialità delle rane e voleva accontentare Marco che ne era ghiottissimo. Mentre mangiavano, lo guardava con tenerezza gustare rapito quei batraci che, insieme alle lumache, erano tra i suoi piatti preferiti. Duccio se ne stava mogio e in silenzio, masticando adagio e con riluttanza pezzetti di pollo fritto, visibilmente annoiato di quel rito adulto che era, per lui, mangiare al ristorante. Ma era un ragazzino educato e obbediente, perciò non protestava e sopportava con pazienza la noia.

Marco era toccato dalle mille attenzioni che Lisa aveva per lui, sempre pronta ad anticipare i suoi desideri e a soddisfare i suoi gusti. Gli faceva di continuo piccoli regali (una cravatta, la sua acqua di colonia, un libro, un cd, una varietà di tè che sapeva piacergli e così via). Marco le era molto grato, ma anche un po’ imbarazzato perché consapevole di non essere altrettanto attento e sensibile nei confronti di Lisa. Ora, poi, che sapeva in cuor suo di essere sleale e disonesto con lei, anziché godere delle squisite gentilezze di sua moglie ne soffriva e si tormentava sentendosene indegno. Eppure la amava, la amava con tutto il cuore, e non riusciva a capire come potesse convivere in lui questo amore con questa improvvisa, inspiegabile e sconcertate passione per Anna.

Dopo pranzo passeggiarono un po’ tra l’erba e le margherite del prato intorno alla trattoria. Sulle colline circostanti mandorli e peschi in fiore spandevano nell’aria l’allegria festosa della primavera. Marco si sforzava di mostrarsi sereno e persino felice, ma ormai era entrata nella sua anima una sorda inquietudine, come se avesse perduto per sempre l’innocenza. E qualunque sua manifestazione di affetto verso Lisa, sebbene fosse sinceramente sentita, gli pareva ipocrita e falsa, e lo metteva a disagio. Perciò evitava, contrariamente al solito, ogni genere di effusioni (come prenderla per mano o stringerla sottobraccio) fino ad apparire distratto e assente. Lisa lo notò: <<Da qualche tempo in qua mi sembri lontano, come assorbito dai tuoi pensieri.>> gli disse mentre si avviavano verso la macchina, per ritornare a casa. <<Non sarai mica innamorato di un’altra?>> aggiunse con tono scherzoso. <<Ma figùrati, amore mio!>> replicò Marco <<Macché innamoramento. Magari! È che sono un po’ preoccupato per quella relazione al convegno. Sai come sono i colleghi: prima di tutto, salvo rare eccezioni, invidiosi, e non vedono l’ora di sputtanarti. E io vorrei evitare di fare una figuraccia. Ma, come dice quel proverbio veneziano: <più in alto se va, più il culo se mostra.>. Speriamo bene. Certo, ti confesso che questa scadenza mi agita un po’ e a volte mi tiene sveglio la notte.>>. Aveva dato a Lisa una risposta piuttosto lunga e argomentata, come succede quando uno vuole giustificarsi o convincere l’altro che si è sbagliato. Ma Lisa non colse questo eccesso di giustificazione che, già di per sé, avrebbe potuto rivelarle un sotterraneo senso di colpa, tanto era lontana dal solo pensiero che il suo Marco potesse aver preso una sbandata per un’altra donna.

Marco aveva bevuto un po’ più del solito, sicché pregò Lisa di guidare al posto suo. E, mentre se ne stava al suo fianco, rispondeva distrattamente alle domande di Duccio che voleva sapere come funzionava il motore dell’automobile e come trasmetteva il movimento alle ruote. <<Ma mi stai a sentire, babbo?>> gli fece Duccio, a un certo punto, spazientito dalle risposte vaghe che gli dava suo padre. <<Ma sì che ti ascolto, Duccio. Solo che è un po’ difficile spiegare questo meccanismo. Ci vorrebbe un foglio di carta e fare dei disegni…>>. In realtà, stava pensando a come avrebbe potuto rivedere Anna e dove avrebbero potuto incontrarsi.

Quella sera, quando fu a letto accanto a Lisa, l’abbracciò forte forte, quasi con disperazione, come se lei potesse aiutarlo a uscire da quella specie di trappola nella quale sentiva di essersi cacciato. Lisa aveva intuito da un po’ di giorni che in suo marito qualcosa era cambiato e c’era come una sorta di malessere o di dolore che non trovava il modo di esprimersi e soprattutto di essere messo in comune con lei, ma pensava che si trattasse di una crisi passeggera, legata alle difficoltà dello strano e difficile lavoro che faceva Marco. In realtà, questo malessere di Marco, le dava un po’ di inquietudine, come non era mai accaduto in passato quando, pure, lui aveva attraversato momenti difficili. Inquietudine, sì, inquietudine: non solo, dunque, dispiacere, come accade quando vediamo soffrire una persona che amiamo. Ed era questa inquietudine, questo sentimento diverso dalla compartecipazione a una sofferenza, quello che Lisa non riusciva a capire e ad analizzare. Anzi, non ci provava nemmeno: ci passava sopra quasi negandone l’esistenza.

L’indomani mattina, dallo studio, Marco chiamò Anna: non voleva aspettare il Sabato per incontrarla. Pensò che avrebbe potuto annullare un paio di sedute per trascorrere due ore con lei. <<Dove vuoi che ci vediamo, che non sia il mio studio?>> le chiese.

<<Noi abbiamo un piedàterre in via Aldobrandeschi, al num. 5. Potremmo vederci lì. Magari, se ti va bene, domattina verso le 11. Sai dov’è?>>

<<No, ma non è un problema. Verrò in taxi.>>

<<Allora, io vado un po’ prima e ti aspetto lì. Va bene?>>

<<Benissimo. A domani.>>

<<A domani.>>

Marco dovette avvertire i due pazienti, quello delle 11 e quello delle 12, che per un imprevisto contrattempo gli era impossibile fare le sedute. Si vergognò con sé stesso per questo inganno: gli avevano insegnato, e lui non ne aveva mai dubitato, che, con i propri pazienti, un analista doveva essere sempre leale e non mentire mai. Ora, sebbene non mentisse, tuttavia anteponeva i propri desideri alle loro necessità. E questo gli parve molto grave. Si sentì indegno di continuare a svolgere con onestà il proprio lavoro. Eppure era pervaso da una sorta di euforia all’idea di rivedere presto Anna.

Quest’ultima, quando gli aprì la porta, aveva un’aria seria, non contrariata, ma come se il loro incontro fosse un evento della massima importanza. Marco, goffamente, per salutarla le strinse la mano, ma, quando fu entrato, l’abbracciò e la baciò con foga. Anna sembrava sorpresa da questa esplosione di passione. Ma ora che si erano abbracciati e baciati che cosa potevano fare? Marco le sussurrò in un orecchio mentre ancora la teneva stretta a sé: <<Anna ti voglio. Voglio fare l’amore con te.>>. Anna si sentiva imbarazzata: non per la proposta in sé ma perché veniva da un uomo per il quale aveva provato sin dal loro primo incontro un’attrazione spirituale, come se si trattasse di una persona dotata di qualità superiori, ma che non aveva suscitato in lei immagini o fantasie erotiche. Non che le dispiacesse fisicamente, tutt’altro, ma non si sentiva ancora pronta a passare, per così dire, dal dialogo delle anime all’intreccio dei corpi.

Il piedàterre era composto di un piccolo soggiorno (due poltroncine, un divanetto, un tavolo, quattro sedie, un trumeau e un trespolo con l’apparecchio televisivo), una minuscola cucina, un bagnetto e una camera da letto abbastanza spaziosa, con un letto bastardo, i comodini, un armadio, un appendiabiti e un paio di sedie. Anna fece strada a Marco nel soggiorno. <<Vieni>> gli disse, indicandogli il divanetto di pelle marrone. Si sedettero l’uno accanto all’altra e, di nuovo, non sapevano che dirsi. Marco le prese una mano, quindi si girò verso di lei e la baciò furiosamente, come se avesse la disperazione nel cuore: <<Non potremmo andare di là?>> le chiese, poi, sottovoce e incerto. <<In camera da letto?>> fece Anna con tono neutro e, senza aspettare la risposta, si alzò e lo precedette. Decise di assecondarlo, senza, tuttavia, sentirsi per nulla presa dal desiderio. Così, tolse la coperta, aprì il letto, si spogliò e si distese sulle lenzuola. Anche Marco, si era tolto i vestiti e in breve fu sopra di lei. Tremava, quasi paralizzato per l’emozione, ma questo non gli impedì di coprire di baci e di carezze tutto il corpo di Anna, in una sorta di dolorosa frenesia. Col cuore in gola la prese, con le lacrime agli occhi, e lei, frastornata da quell’esplosione di emozioni, si abbandonò passivamente a lui, senza che il suo corpo partecipasse visibilmente alla passione di Marco, ma sforzandosi di non apparire distaccata e insensibile e imponendosi, quindi, di abbozzare dei gesti che esprimessero un suo coinvolgimento. Mentre simulava una passione che non provava, Anna pensava, con rammarico, che Marco aveva voluto accorciare troppo i tempi e, in qualche modo l’aveva strappata a quella sorta di piacevole rêverie nella quale era immersa da quando lo aveva conosciuto. Non le aveva dato il tempo di sognarlo, di indugiare con i pensieri, con le fantasie, con l’immaginazione su di lui e di sentirsi, un po’ alla volta, sempre più attratta dalla sua persona fino al punto di desiderarlo. Ora che tutto si era compiuto, le pareva che tra loro non potesse esserci più nulla. Ora che aveva dovuto conoscere, con una sorta di sgomento, il corpo nudo di Marco, le pareva di non poter più assaporare la sua anima. Giacché la strada che le era familiare, e che aveva sempre percorso nella sua vita, andava dall’anima al corpo e non poteva essere invertita.

Marco si era disteso accanto a lei con la testa poggiata sulla sua spalla mentre le teneva stretta una mano. Rimasero per un po’ in silenzio. <<Mi dispiace>> mormorò poi Marco <<Non sono stato un granché… Ti desideravo così tanto...>>. <<Non importa.>> fece Anna, sfiorandogli i capelli con una carezza. <<La prossima volta andrà meglio, vedrai.>>. Erano entrambi tristi. Non rimasero a lungo in quella posizione del corpo e dell’anima. Avevano il tempo contato: Marco doveva ritornare allo studio. Dopo essersi dati una sciacquata nel bagno ed essersi rivestiti, Marco chiese ad Anna il permesso di usare il suo telefono per chiamare un taxi. Nel frattempo si erano rivestiti. Prima di scendere in strada ad aspettare il suo taxi, Marco abbracciò a lungo Anna: <<Vorrei che riuscissimo a stare di più insieme. Senza fretta.>>. <<Anch’io.>> rispose Anna. In effetti il loro primo incontro d’amore era stato tristemente frettoloso e non aveva permesso a nessuno dei due di esprimere i sentimenti che li avevano mossi l’uno verso l’altro.

Marco guardava dal finestrino sfilare le vie della città, ma pensava ad altro, a quanto fosse stato goffo e deludente quel loro primo consegnarsi l’uno all’altro, quanto poco avesse a che fare con uno scambio di amore. Sentiva che era colpa sua, che lui solo era il responsabile di questo fallimento, e poi pensava a Lisa. Era sopraffatto da una sensazione di catastrofe: aveva distrutto irreparabilmente una costruzione tirata su da entrambi con tenacia, pazienza, rispetto reciproco, e soprattutto amore, per decenni. Almeno avesse colmato le attese di Anna! Ma si rendeva conto di avere tradito l’amore di Lisa senza, per contro, dare alcuna gioia ad Anna, che, sebbene fosse stata dolce e comprensiva con lui, non era riuscita a nascondergli la sua malinconia in questo loro incontro.

Arrivò allo studio verso mezzogiorno e mezzo, e si dispose ad aspettare l’una meno dieci, ora in cui normalmente terminava le sedute per poi rientrare a casa. Si sentiva stanco, quasi spossato, ma soprattutto giù di corda. Era stato preso dal timore che Anna fosse rimasta talmente delusa dal suo comportamento da aver perduto ogni interesse per lui.

Anna, in quel momento si stava facendo una doccia prima di rincasare e rifletteva su come Marco fosse stato impaziente di fare l’amore con lei, senza preparare in alcun modo questo incontro così intimo e decisivo dei loro corpi, senza preoccuparsi affatto di lei, dei suoi desideri. Lei aveva immaginato che si sarebbero avvicinati un po’ alla volta, con dolcezza e quasi con prudenza e invece lui aveva precipitato le cose, certo per appagare un proprio desiderio, ma senza cercare di capire i desideri di lei. Ed era uno psicoanalista! Ad Anna sembrava inconcepibile che uno che di professione ascoltava le persone e cercava di aiutarle a capire sé stesse potesse poi essere così maldestro nei suoi rapporti privati. Soprattutto in una relazione d’amore, se questa parola non era, nelle circostanze, eccessiva. Ma queste amare considerazioni non scalfivano in profondità l’immagine che Anna serbava di Marco, il suo interesse per lui, la voglia di stabilire tra loro una relazione autentica e profonda. Caso mai, considerava il comportamento di Marco come una sua perdonabile debolezza, che, se appannava un po’ l’immagine di perfezione che lei si era costruita di lui fin dall’inizio, lo rendeva anche, in un certo senso, più umano. L’idealizzazione non è mai una buona strada per stabilire un rapporto autentico tra due persone. Ora Anna non si sentiva più, come all’inizio, in una posizione quasi di inferiorità, ma al suo livello, almeno umanamente. L’idolo aveva perduto il suo splendore dorato ed era diventato un uomo stimabile e interessante, con i suoi lati deficitari e le sue virtù.

Marco fu pervaso da un senso di vergogna che lo distolse, per qualche giorno, dal cercare altri contatti con Anna. Fu lei a chiamarlo allo studio il Venerdì, poco prima dell’una: <<Sei scomparso>> gli disse. <<Ti sei stancato della mia compagnia?>> aggiunse con un tono tra il serio e lo scherzoso.

<<Ma no! Che dici? Solo non volevo darti l’impressione di starti troppo addosso, di soffocarti con la mia presenza.>>

<<Allora, vuoi che ci vediamo domani?>>

<<Sì certo, mi farebbe molto piacere. Ma dove?>>

<<Se per te va bene, dove ci siamo visti l’ultima volta, nel mio appartamentino.>>

<<Perfetto. Allora, io potrei essere da te verso le dieci e mezzo. Ti va bene come orario?>>

<<Va benissimo. Ti aspetto Sabato mattina. A Sabato.>>

<<A Sabato. Ciao.>>

Si videro. E divenne un’abitudine. Facevano l’amore e si scambiavano qualche parola. Marco aspettava con ansia quegli incontri perché aveva trovato nel corpo di Anna un intero mondo di sensazioni mai provate prima. E sembrava non essere mai sazio. Ma con quella insaziabile passione cresceva anche il suo tormento. Stranamente gli sembrava che Lisa si fosse allontanata e persino un po’ raffreddata con lui, mentre era lui che era diventato incerto ed esitante nell’avvicinarsi a lei. Certo, Lisa aveva percepito un cambiamento nel modo di Marco di guardarla, di toccarla, di parlarle, di fare l’amore con lei. Ma non si era soffermata troppo su questa sensazione indefinita e, soprattutto, non aveva cercato di darsene una spiegazione e tanto meno di parlarne con suo marito. Così, tra loro si era creata una lieve, indefinibile distanza o, forse, soltanto una specie di insicurezza nel loro comunicare con le parole, con i gesti, con gli sguardi. Come se avessero perduto la loro intimità di un tempo e fossero diventati, ciascuno, insicuro su come sarebbe stato accolto dall’altro.

Si avvicinava l’Estate. Lisa parlò a Marco di come programmare le loro vacanze per il mese di Agosto. Convennero di prenotare in Versilia un grande albergo vicino al mare e circondato da un giardino alberato e da un piccolo parco di pini marittimi, dove Marco avrebbe potuto rifugiarsi a leggere e a scrivere, lui che sul mare, specie su quello sabbioso, resisteva soltanto per un’ora o poco più, oppresso dal caldo, abbagliato dalla luce e snervato dalla confusione e dal rumore delle orde di bagnanti, quasi tutti, chissà perché, in costante stato di eccitazione psicomotoria.

Marco, quando rivide Anna, accennò alla loro imminente separazione estiva: <<Staremo via un mese. Non so come farò senza vederti per così tanto tempo. Tu dove vai in Agosto?>> le chiese mentre erano distesi, uno accanto all’altra, nel solito letto nel solito appartamentino, dopo aver fatto, come al solito, l’amore.

<<Io non mi muovo mai, lo sai. Resterò a casa mia e farò i bagni nella piscina. Ma tu potresti fare ogni tanto una scappata per venire a trovarmi. O no?>>

<<Mah, sai, dovrei inventare qualche balla con mia moglie e io non ci sono abituato, non lo so fare.>>

<<Neanche per me?>>

<<Anna, è questione di carattere. Io con Lisa non ho mai avuto segreti e non le ho mai mentito. Non saprei farlo.>>

<<Lo stai già facendo da un po’ di tempo in qua...>> osservò Anna con un sorrisetto tra l’ironico e il malizioso.

<<Sì, hai ragione, e sapessi quanto mi pesa.>> sospirò Marco prendendole la mano. <<Ma>> aggiunse <<non potrei mai rinunciare a te, perciò devo sopportare il tormento che mi dà tutta questa storia.>>.

Anna girò il viso verso di lui e gli prese il mento tra il pollice e l’indice obbligandolo a guardarla negli occhi: <<Dimmi, Marco: tu mi ami?>> gli chiese, come se fosse stata attraversata da un dubbio improvviso.

<<Certo che ti amo! Che ti salta in mente? Non ti pare che te lo abbia dimostrato da un bel pezzo?>>

<<Veramente mi hai dimostrato di desiderarmi, di volermi, di voler scopare con me. Ma io non sono mica tanto sicura che tu mi ami>>

<<Che cosa ti salta in mente? Perché questi improvvisi dubbi? Da dove vengono?>>

<<Beh, se non te la senti nemmeno di inventare qualcosa per venire a trovarmi durante le vacanze, e ti rassegni a passare un mese senza vedermi, allora qualche dubbio su quel che tu provi per me può anche venirmi. O no?>>.

Marco non rispose. Si sentiva oppresso dal senso di colpa verso tutte e due le donne che amava. Gli pareva di essersi cacciato in un vicolo cieco. Qualunque decisione prendesse, qualunque cosa facesse gli appariva sbagliata e riprovevole. Poteva ingannare a cuor leggero Lisa? Poteva dire di no ad Anna? Anna lo aveva messo di fronte a un dilemma insuperabile: acconsentire alla sua comprensibile e legittima richiesta, tradendo ancora una volta la sua lealtà verso Lisa, oppure sottrarsi, dimostrando di non essere capace di amarla con generosità? Gli ritornò alla mente una delle massime di Kant, imparate a scuola: <<Agisci in modo da trattare l’uomo, così in te come negli altri, sempre anche come fine, non mai solo come mezzo.>>. Non aveva forse ragione Anna quando gli faceva intendere che lui sostanzialmente si serviva di lei per il proprio piacere, ma non era disposto a sacrificare per lei nemmeno un po’ della sua lealtà (peraltro oramai guastata) verso Lisa, della quale andava così fiero?

<<Si è fatto tardi.>> disse Marco, e si alzò dal letto cominciando a rivestirsi. <<Eh già,>> fece Anna, senza muoversi, solo coprendosi col lenzuolo <<perché noi ci incontriamo con l’orologio alla mano. Il nostro è un amore a cronometro.>>. Il suo tono era più dolente che sarcastico. <<Anna, tu sai qual è la mia situazione.>> replicò Marco contrito. <<Non ti biasime­rei>> aggiunse <<se ti stancassi di me.>>. <<Non è di te che sono stanca, ma di questo modo di incontrarci e di stare insieme. Vorrei condividere con te qualcosa di più di un letto e sempre, ripeto, con l’orologio sott’occhio.>>. <<Mi sono infilato in una trappola>> pensò Marco <<e ogni via d’uscita mi costerà cara. Non posso né continuare così né trovare un’altra strada, che non sia quella di troncare con Anna.>>. Questa riflessione lo rese improvvisamente triste, non aveva parole con cui replicare ad Anna, sicché l’abbracciò stretta e la baciò a lungo senza dire niente. E mentre lo faceva sapeva che, in qualche modo, aveva voluto tapparle la bocca per non sentire più quella insopportabile verità. <<Ma il mio dolore>> rifletté con amarezza <<non cancella il fatto che Anna mi ha solo detto come stanno le cose e io mi sento impotente a cambiarle.>>.

Quella mattina, quando si separarono, Marco ebbe la tentazione di decidere in cuor suo che non avrebbe mai più rivisto Anna. Passò dallo studio prima di rincasare e di lì telefonò a Lisa. Una telefonata senza uno scopo preciso, ma per far sentire a sua moglie che la pensava e (cosa che lei sapeva benissimo) stava per ritornare. Una telefonata soprattutto per tranquillizzare sé stesso, giacché non poteva fare a meno di essere tormentato dall’idea assurda che, quando andava a incontrarsi con Anna, Lisa in qualche modo avesse la percezione di un suo momentaneo abbandono.

C’era stato un tempo nel quale Marco, quando rincasava per il pranzo, e si metteva a tavola con Lisa (Duccio rimaneva a mangiare a scuola perché faceva il tempo pieno), si sentiva avvolto da una nuvola di felicità. Quella donna aveva dato senso alla sua vita e gliela aveva riempita. Con nessun’altra aveva mai avuto un’intesa così completa e una comunicazione così intensa e profonda. Lisa aveva portato la vita nella sua vita; nella sua vita sempre, fin da adolescente, insidiata da una corrente sotterranea di malinconia, di quella che, molto più tardi, avrebbe imparato a riconoscere e a chiamare ‘depressione strisciante’. ‘un regalino di mammà’ si diceva, pensando a tutte le volte in cui, fin da bambino, aveva letto sul suo viso l’espressione del dolore, senza che vi fosse un motivo apparente, sicché, da grande, l’aveva poi scherzosamente soprannominata mater dolorosa. Questa madre che, per giornate intere, mostrava, in silenzio, un’inconsolabile, e per lui inspiegabile, disperazione. Ma lui l’aveva anche ammirata perché aveva sempre lottato, con tenacia e coraggio, aggrappandosi all’unica risorsa di una incrollabile fede religiosa (gli antidepressivi allora non esistevano) per mandare avanti una famiglia numerosa e impegnativa: un marito sempre occupatissimo e quattro figli da accudire. Ecco, Marco credeva che la sua depressione strisciante fosse una eredità materna, ma era molto incerto se si trattasse di una eredità di natura biochimica (qualche neurotrasmettitore deficitario) o un’eredità psicoaffettiva (l’immagine di una madre afflitta, annidata nella sua psiche). Era sicuro, però, di aver trovato in Lisa il suo antidoto. A volte si era perfino chiesto se il suo legame con lei non fosse quello di un parassita: le stava accanto per succhiarle la vita. Lei era una donna dall’anima luminosa, generosa, attratta dalle relazioni con gli altri esseri umani, appassionata di musica, di arte, di letteratura, e sempre pronta a fare progetti di ogni genere: dai viaggi durante le vacanze estive, alle rapide incursioni in questa o in quella città per vedere una mostra d’arte, assistere a uno spettacolo teatrale o a un concerto. E quella sua gioia quando riusciva a riunire alla loro tavola gli amici più cari per trascorrere insieme una bella serata. In breve, si era chiesto spesso come sarebbe stata la sua vita se non avesse incontrato Lisa e se non avesse stretto con lei un legame così forte, che sentiva indispensabile per trovare la spinta ad andare avanti giorno dopo giorno. Per converso, si era anche chiesto (e l’aveva chiesto più volte a Lisa, ottenendo da lei, però, soltanto risposte evasive e scherzose) che cosa lui desse a lei, in quello che all’apparenza doveva essere uno scambio, o, se si preferisce, un’alleanza. La cosa più strana per lui era che Lisa gli ripetesse <<Tu sei il mio babbone saggio e sapiente, che sa tutto, che mi dà sicurezza e che mi insegna un mucchio di cose.>>. E Marco si chiedeva come fosse possibile che questa immagine che Lisa aveva di lui potesse coesistere con la propria sensazione di trarre da lei il senso di sicurezza, le gioie della vita e la spinta non lasciarsi sopraffare dalla malinconia: sapeva di essere completamente dipendente da Lisa per il proprio benessere quotidiano: sapeva che, se Lisa l’avesse abbandonato, la sua vita sarebbe sprofondata nella solitudine, nella paura, nella mancanza di ogni iniziativa. Certo, era più bravo di lei nel consultare gli orari ferroviari, nel preparare la dichiarazione dei redditi, nello sbrigarsela in banca con l’accensione del mutuo sulla casa e in tanti altri settori dove Lisa faceva deliziosi pasticci, incapace com’era di districarsi con leggi, norme, regolamenti eccetera. Così, per esempio, se Lisa riceveva una raccomandata dell’ufficio del personale dell’università nella quale le comunicavano i gradini della propria progressione in carriera e dei relativi ‘scatti’ di stipendio, lei prendeva quel foglio, se lo rigirava un po’ tra le mani, con l’aria tra afflitta e disgustata, dopo di che lo passava a Marco, dicendogli. <<Io non ci capisco niente. Per favore, lo leggi tu e poi mi spieghi che cosa dice in concreto?>>. E c’era anche l’ammirazione dichiarata di Lisa non solo per il lavoro che Marco svolgeva, ma anche per tutti i libri che aveva scritto e per la sua sconfinata cultura (agli occhi di Lisa). Giacché bisogna pur dire che, prima di imboccare gli studi di filosofia e poi il training per diventare psicoanalista, Marco aveva gironzolato per i più diversi settori del sapere e del fare umano. Da ragazzo, si era appassionato all’astronomia, ma anche all’elettronica e alla radiotecnica, costruendosi da sé telescopi e radio a onde corte; e poi era diventato un discreto fotografo, con apprezzabili competenze anche nei settori dell’ottica e della chimica (un fotografo che disponeva a casa di una piccola camera oscura, nella quale sviluppava e stampava le proprie pellicole). Di sé diceva: <<Sono stato per tutta la mia giovinezza un dilettante in mille settori, finché non ho deciso di concentrare tutte le mie forze per diventare uno psicoanalista onesto e serio.>>. Ma questo suo dispersivo passato di dilettante nei più svariati settori dava a Lisa l’impressione che Marco sapesse tutto e che potesse affidarsi a lui per avere risposta a qualsiasi domanda.

Così, se l’uno era consapevole di ricevere dall’altra, ogni giorno, l’ossigeno vitale che gli consentiva di non sprofondare nell’inerzia e nella tristezza, l’altra aveva la sensazione di potersi appoggiare su di un compagno potente e affidabile, sul quale poter contare per qualunque problema, pratico o esistenziale, che le si parasse davanti.

Ai primi di Agosto partirono per la vacanza marina. Qualche giorno prima, Marco aveva voluto incontrare ancora una volta Anna, nel suo appartamentino. Lei lo aveva accolto con un’aria di malinconica distanza. Avevano fatto l’amore, ma lei non aveva partecipato con la consueta passione: sembrava quasi che si concedesse solo per stanchezza o, tutt’al più, per compiacere Marco. <<Sicché ora mi abbandoni per più di un mese?>> gli aveva detto alla fine. E Marco non aveva saputo che cosa replicare. Non poteva invocare i propri impegni familiari: gli sarebbe parso squallido e vile. Così, si era limitato a dirle: <<Anna, non puoi immaginare quanto mi mancherai.>>. <<Già...>> fece lei, col tono di chi non ha alcuna voglia di iniziare una discussione inutile.

L’albergo dove presero alloggio era molto confortevole, ma non lussuoso. Aveva il pregio inestimabile di trovarsi a cinquanta metri dal mare e di disporre, sul davanti, di una spiaggia privata, sempre poco affollata, giacché due file di ombrelloni bastavano a soddisfare i desideri degli ospiti. Lisa amava prendere a lungo il sole, distesa su di un lettino, intervallando queste interminabili sedute elioterapiche con qualche nuotata fino alla prima boa, distante un centinaio di metri dalla battigia. Non era questa, per lei, la vacanza marina ideale, giacché era stata sempre abituata fin da bambina a mari di scogli, selvaggi e poco frequentati, nel Salento, sulla costa dalmata, in Grecia, in Corsica. Ma Marco l’aveva persuasa a ripiegare su questa soluzione balneare perché voleva, quell’Estate, insegnare a Duccio a nuotare come si deve, a immergersi sott’acqua e, se possibile, a imparare i rudimenti della pesca subacquea. Così, la mattina, quando, dopo colazione, scendevano sulla spiaggia, lasciavano Lisa ai suoi arrostimenti solari e loro due si dirigevano, con una barchetta presa a nolo, verso la punta di un promontorio roccioso che si protendeva nel mare sul lato destro della piccola baia. Lì Marco insegnava a Duccio come indossare pinne, maschera e boccaglio e, al suo fianco, scendeva sott’acqua mostrandogli come esplorare gli anfratti sottomarini, indicandogli le tane dei polpi, gli anemoni di mare, e tutta la varietà multicolore dei pesciolini mediterranei. Una volta videro addirittura una murena, che se ne stava rannicchiata nella sua tana, mostrando ai visitatori il suo poco benevolo sorriso dai denti aguzzi. Duccio era eccitatissimo da queste avventure sottomarine e dalla sua nuova esperienza di esploratore subacqueo. Quando ritornavano a riva, Lisa li accoglieva con un sorriso compiaciuto e si faceva raccontare dal figlio tutte le emozionanti scoperte e avventure di quella mattinata da esploratore degli abissi. Era il perfetto godimento dell’armonia, dell’equilibrio, della serenità. <<Ma se, al di là di questa tranquilla felicità, ci fosse qualcosa d’altro?>> si interrogava Marco, con un fremito di inquietudine.

Così trascorrevano le loro tranquille giornate marine. Ma per Marco c’era un impegno segreto al quale non veniva mai meno, la mattina. Verso le otto lasciava l’albergo, che era un po’ fuori dal paese, e si recava a comperare i giornali (ne leggeva ogni giorno tre o quattro) e qualche rivista di enigmistica, per Lisa, appassionata di parole crociate. Tuttavia, la cosa più importante, sulla quale doveva mantenere il segreto, era la quotidiana telefonata ad Anna, fatta dalla cabina telefonica affiancata a una piccola drogheria. Telefonate sempre amare, giacché Anna non mancava mai, col solo tono della sua voce, di farlo sentire colpevole di averla lasciata sola, o, per meglio dire, in balia di quel marito squilibrato e dei due figli ribelli, che la facevano ammattire. Nella lontananza fisica da Anna Marco rifletteva di continuo sulla natura del loro rapporto, sui motivi dell’attrazione che quella donna esercitava su di lui. E non trovava una risposta. Amava Lisa, le era immensamente grato del sostegno che dava alla sua vita; per nulla al mondo avrebbe voluto separarsi da lei, voleva che le loro vite rimanessero strettamente intrecciate fino alla fine, eppure non poteva resistere al desiderio di creare con Anna una relazione unica, speciale, nella quale poter raggiungere la completa conoscenza della sua anima, del nocciolo profondo e nascosto della sua esistenza. Si rendeva conto che fare l’amore con lei, fondere i loro corpi era solo un debole surrogato di quella fusione delle loro anime a cui ardentemente aspirava. Perché se, all’inizio, gli era parso che fosse Anna a volerlo avvicinare e a chiedergli un’attenzione speciale, in seguito, quando erano diventati più che semplici amici, Anna era, stranamente, diventata più riservata, quasi che l’aver superato la barriera formale dell’ amicizia, per cadere una nelle braccia dell’altro, coi loro corpi intrecciati, avesse prodotto in lei una sorta di repentina ritrosia a comunicargli i suoi sentimenti e i suoi pensieri, come, invece, faceva quando chiamavano amicizia la loro relazione e affidavano soltanto alle parole i loro incontri. <<Che cosa mai accade di così sconvolgente quando un uomo e una donna, che pur si conoscevano e si frequentavano, diventano amanti?>> si chiedeva Marco, cercando inutilmente, nel ricordo dei romanzi che aveva letto e nelle teorie psicoanalitiche di cui si era nutrito, una risposta a questa domanda. Ma capiva che c’era qualcosa di morboso, di malato nel suo bisogno spasmodico di arrivare a conoscere e a possedere l’anima di Anna. Gli pareva infatti che Anna avesse un’anima nascosta, un nucleo o un nocciolo che non mostrava a nessuno, nel quale stava racchiusa la sua autentica identità. <<Come càpita a tutti.>> obiettava a sé stesso. E quanto più questa obiezione gli pareva fondata e sensata tanto più gli appariva inspiegabile questo suo bisogno di raggiungere solo con Anna il nocciolo della sua identità. <<Forse che>> si diceva <<anche Lisa, come ciascuno di noi, non ha il suo nocciolo segreto, nascosto e inaccessibile? E perché non sento con lei il bisogno e persino la necessità di raggiungerlo e conoscerlo?>>.

Rientrarono dalle vacanze a fine Agosto. Marco ricominciava il suo lavoro all’inizio della seconda settimana di Settembre. Pensò che avrebbe avuto più tempo da passare con Anna.

Ma, quando si incontrarono nel piedàterre di lei, sembravano entrambi imbarazzati, come se non sapessero come comportarsi. Si salutarono, sulla porta, con due baci sulle guance, come parenti lontani. Marco le prese la mano e gliela strinse, lei non ricambiò la stretta e lasciò che la propria mano rimanesse inerte in quella di lui. Marco avrebbe voluto dirle qualcosa di affettuoso, di appassionato, ma sentiva la sua distanza, una distanza che esprimeva, gli parve, una specie di risentimento, sebbene non fosse uscita dalla bocca di Anna una sola parola di rimprovero. Non sapevano che dirsi, e nessuno dei due era in grado di prendere l’iniziativa di un avvicinamento fisico che li portasse come al solito a letto, dove le parole non sono necessarie. Intanto erano entrati nel salottino e si erano seduti, uno di fronte all’altro, nelle due poltroncine di pelle color caffellatte. <<Mi sei mancata da morire.>> disse Marco, subito pentendosi della banalità convenzionale delle proprie parole: ma non gli era venuto in mente altro con cui tentare di dissipare quell’atmosfera opprimente. <<Mi domando che senso ha continuare a vedersi in questo modo...>> mormorò Anna, come risposta. <<Hai ragione. Ma io non riesco a immaginare un modo diverso di incontrarci, di stare insieme. A te viene in mente qualcosa?>>. Anna non rispose.

Marco sapeva che cosa cercava in Anna attraverso l’incontro dei loro corpi: qualcosa di cui intuiva la presenza nascosta, ma che non era in grado di descrivere, un po’ come un esploratore che senta il richiamo di un territorio ignoto nel quale desidera addentrarsi per conoscerlo. E intuiva che Anna soffriva per la mancanza di qualcosa che nemmeno lei avrebbe saputo definire. Anzi, pensava che Anna, all’inizio, si fosse accostata a lui proprio nella speranza di essere aiutata a trovare questo qualcosa che le mancava. Ma che cosa?

Nella mente di Anna, Marco era diventato, ora, colui che si sottraeva e si negava. Anzi, peggio: colui che la usava per il proprio piacere, ma non era disposto a donarsi a lei per riempire quel vuoto che, fin da bambina, aveva sentito dentro di sé e che aveva tentato invano di colmare sposandosi e poi generando due figli. Era una vita che Anna combatteva con quel vuoto, per non farvisi risucchiare dentro fino a scomparire, e anche per non cedere al suo richiamo seducente, che le diceva che soltanto diventando anche lei un nulla, sarebbe sfuggita per sempre al dolore di esistere. Quando aveva conosciuto Marco, aveva avuto la sensazione immediata che quell’uomo gentile e disponibile potesse accogliere dentro di sé la sua silenziosa, inespressa, muta disperazione e aiutarla a esprimersi, a parlare e anche magari a urlare, a trovare una voce e un tono con cui parlare alla sua mente e dirle perché, perché non c’era speranza, e di che cosa non c’era speranza e che cosa si sarebbe potuto, invece, sperare. Non bastava urlare il vuoto, bisognava riuscire a dare un nome, un volto, una immagine al pieno che avrebbe potuto riempirlo e cancellarlo. Questo Anna sperava di poter raggiungere con l’aiuto di Marco, con la sua vicinanza.

Ma adesso, seduta di fronte a lui, nella penombra del salottino silenzioso e rinfrescato da un ronzante condizionatore, le ritornavano alla mente le ore lontane, lontanissime della sua disperazione di bambina e di adolescente: l’angusta e buia bottega di suo padre, coi prosciutti che pendevano dal soffitto accanto alle strisce di carta moschicida coperte di mosche morte e lei che a quell’uomo brusco, rozzo e di scarse parole, piantato dietro il bancone, doveva porgere ora una cosa ora un’altra e rimanere lì a sua disposizione, pronta a consegnare nelle mani dei clienti i pacchetti che suo padre le porgeva e a riscuotere da loro il danaro. E le ritornava nelle narici l’odore pungente che si diffondeva dal mastello delle aringhe in salamoia e quello, agliaceo, dei salsicciotti. E tutta quell’infanzia e quell’adolescenza di solitudine e di silenzi, con l’immagine di sua madre sempre ansimante tra sospiri e lamenti, le ricadeva addosso e la schiacciava, come se il tempo non fosse trascorso o, pur trascorrendo, non avesse sollevato quella cappa di muta disperazione che soffocava la sua anima. Guardò Marco negli occhi.

<<Non so cosa voglio di preciso da te, ma so che non voglio trascinare una storia così, fatta di incontri clandestini in una garçonnière e nient’altro.>>

<<E nient’altro?>> ripeté Marco, sgomento.

<<Non hai sentito per nulla l’amore che ho per te?>>

Anna abbassò lo sguardo sul pavimento, tacque per qualche istante: <<Forse sono io che sono fatta male.>> mormorò poi come se quelle parole non uscissero dalla sua bocca, aggiungendo <<Non so di preciso che cosa mi manca, ma so che mi manca qualcosa. Qualcosa di importante. Come l’aria che respiriamo. La baraonda continua, che c’è a casa mia, mi riempie le giornate e mi impedisce di pensare. Ma la notte, quando finalmente sono sola, mi si rovescia addosso tutto il niente che è la mia vita quotidiana. Un niente caotico, rumoroso, pieno di urla, di rabbia, di litigi e di angosce, ma un niente. Nel senso che, al di là di tutto questo caos rumoroso, non c’è niente.>>.

Si fermò a riflettere per qualche istante.

<<Forse mi aspettavo che tu la riempissi, la mia vita. La riempissi con qualcosa di buono. Non so nemmeno io con che cosa…>>

<<Mi dispiace, Anna, di non essere riuscito a darti quello che desideravi.>>

E, nel dire queste parole, Marco si alzò dalla sua poltrona e fece un passo verso la porta.

<<Vai via?>> fece Anna con un filo di voce.

<<Non vedo che altro posso fare… Mi pare che ci siamo detti tutto.>>

<<Hai ragione… Ti dispiace se non ti accompagno alla porta?>>

<<Non ce n’è bisogno… stammi bene. Spero che da qualche parte tu possa trovare quello che cerchi.>>.

E, senza aggiungere altro, uscì dal salottino, mentre Anna rimaneva seduta nella sua poltroncina con lo sguardo fisso davanti a sé.

Marco ritornò alla sua solita vita, quella che faceva prima di conoscere Anna. Ma non poteva cancellare dentro di sé quello che era avvenuto e, soprattutto, il dolore che gli procurava la lontananza da lei e il non poterla più vedere: una sorta di lutto, come se avesse perduto una persona cara. Un’esperienza nuova nella sua vita, giacché mai gli era accaduto prima di doversi separare da una donna che amava. Cercava conforto nell’abbraccio con Lisa, quasi che lei potesse consolarlo; e avrebbe voluto poterle confidare la propria pena. Non lo faceva soltanto per non ferirla, ma non avvertiva alcun conflitto, alcun contrasto tra il suo legame con Lisa e il suo amore troncato con Anna. Erano due qualità di sentimenti del tutto differenti e (così sentiva) del tutto compatibili. Lisa era colei che lo nutriva di vita, la donna che gli permetteva di sopravvivere e di vivere, che gli dava la forza e l’energia per affrontare, ogni mattina, una nuova giornata. E, con la vitalità e l’energia che Lisa gli donava, poteva muoversi per il mondo offrendo a tutti un’apparenza di dominio di sé e delle cose, poteva lavorare e innamorarsi. Lisa, era, in breve, la sorgente del suo vivere. Ma poi, appunto, veniva, grazie a Lisa, la vita; e questa vita consisteva in tutte le cose e in tutte le esperienze che faceva, tra le quali, ultimamente, imprevedibilmente e repentinamente, la passione sbocciata nel suo cuore per Anna.

Lisa aveva notato che suo marito era cambiato, come se attraversasse un periodo difficile: distratto, lontano, assente, a tratti apparentemente apatico, ma, nello stesso tempo, quando andavano a dormire, si stringeva a lei come se cercasse conforto e rifugio. Gliene aveva parlato, ma lui si era giustificato dicendo che aveva un paio di pazienti difficili che lo preoccupavano e che ancor più preoccupato era per quella relazione che doveva presentare al congresso. Lisa aveva messo a fuoco con chiarezza, forse per la prima volta, il proprio ruolo essenziale nella vita di Marco, ma, non per questo, era cambiata la sua percezione (erronea) della natura paritaria del loro rapporto. Dentro di sé aveva riassunto il senso del loro stare insieme con una frase: tu sostieni me, io sostengo te. E, in effetti, si sentiva sostenuta da Marco, ma quello che non poteva vedere era il fatto che, nella realtà, lei sarebbe stata capace di cavarsela benissimo da sola, mentre Marco, senza di lei, avrebbe annaspato. Lui ne era nitidamente consapevole e, più volte, ripercorrendo a ritroso la propria vita, aveva identificato, in ogni sua fase, una persona, uomo o donna che fosse, alla quale si era appoggiato, dalla quale aveva tratto forza, energia, stimolo ad andare avanti. Perché l’intelligenza non comune di cui disponeva sarebbe rimasta del tutto inutilizzata se non avesse avuto al proprio fianco qualcuno che lo spronava a usarla, che mostrava di credere nei suoi talenti, che lo stimolava a impegnarsi in questo o in quel settore, dove, poi, riusciva benissimo, dando, così, l’impressione di essere una persona capace di eccellenti prestazioni a qualunque cosa si fosse dedicato.

Per Anna la fine della relazione con Marco aveva significato la presa d’atto del tramonto di una illusione. All’inizio della loro conoscenza, infatti, aveva sognato e fantasticato di avere trovato un uomo che l’avrebbe aiutata a uscire dal caos, rumoroso e vuoto, della sua vita quotidiana, con quel marito quasi sempre in giro per l’Italia e, quando era a casa, vanamente esigente e autoritario (Anna non stava nemmeno ad ascoltarlo), e quei due figli indocili e ribelli, che non riusciva in alcun modo a controllare. Anna, si potrebbe dire, era giunta a un punto in cui vagava per la vita, senza una meta e senza altro bisogno se non quello di darle un senso. La parentesi della breve relazione con Marco le aveva insegnato che quello che le mancava non era un uomo che la facesse sentire desiderata. Del resto, Marco non era stato il primo che avesse mostrato di volerla, anche se era stato il primo al quale si era affidata con la speranza di sentirsi amata. Lei stessa, invero, non sapeva bene che cosa significasse ‘sentirsi amata’, ma sapeva che alla sua vita mancava qualcosa di essenziale. Ma che cosa? Questo non avrebbe saputo dirlo. Anche perché aveva avuto più volte il sospetto che nessuno fosse in grado di darle quello che le mancava, cioè che le mancasse qualcosa che non poteva trovare fuori di sé nella relazione con un altro, qualcosa che non le era stato dato a suo tempo, al momento giusto, sicché era rimasto in lei un buco, o una voragine, che nessuno avrebbe potuto in seguito riempire. A volte si diceva che dentro di sé la pianta della vita non era germogliata al momento giusto, quando il terreno era predisposto, e che ormai era impossibile farla fiorire in un terreno diventato nel frattempo arido e impenetrabile.

Anna aveva interrotto la sua psicoterapia: le pareva che guardare dentro sé stessa fosse del tutto inutile: non faceva altro da quando era bambina e non era mai riuscita a ottenere, per questa strada, di essere meno infelice o addirittura felice. Il suo specchio, il suo terapeuta, le rimandava immagini a le già ben note o le mostrava trappole nelle quali sapeva benissimo di essere intrappolata. In particolare, il suo matrimonio disastroso e la famiglia scombinata che ne era scaturita, non potevano essere annullati. Certo, esisteva il divorzio e poi la spartizione dei beni e dei figli, ma Anna non se la sentiva di affrontare questo immane sforzo, giacché non aveva nulla di bello che l’aspettasse dopo: nessuna speranza, nessuna promessa di una nuova vita felice. Sapeva bene che la sua infelicità non era causata dalla sua situazione familiare, che, tutt’al più, la aggravava. Si era sposata e aveva messo al mondo due figli proprio perché sperava, con questa scelta, di inaugurare una nuova vita che cancellasse quella infelicità che si portava dentro fin da bambina. Perciò il conflitto perenne con suo marito e i continui fastidi, che le procuravano i figli, aggiungevano soltanto odio e rabbia alla sua antica infelicità.

Marco avrebbe voluto poter condividere con Lisa la propria amarezza per come era finita la storia con Anna, alla quale non avrebbe saputo dare torto, riconoscendo che lui non aveva avuto il coraggio di modificare alcunché nella sua vita per fare spazio ad Anna, stretto com’era nella situazione contradittoria di voler lasciare intatta la sua relazione con Lisa, senza rinunciare a nulla, senza cambiare nulla, eppure di aggiungere ad essa, e alla sua routine quotidiana, la relazione con Anna, che non doveva disturbare o alterare in alcun modo l’andamento del suo matrimonio e della sua vita familiare. Riconosceva Marco di essersi comportato da perfetto egoista e di non avere offerto, in realtà, ad Anna alcuna prova del proprio amore per lei, non essendo disposto a sacrificare per questo amore nemmeno una virgola della sua ordinata vita familiare e professionale.

In questo stato d’animo di lucida consapevolezza del proprio egoismo e della propria meschinità, ma anche di profonda amarezza per la separazione da Anna, Marco si stringeva ancor più di prima a Lisa, chiedendole silenziosamente di consolarlo e di compensare con il suo amore la perdita di Anna. Lisa si era accorta del desiderio di Marco di ricevere più di prima manifestazioni di amore e di tenerezza da parte sua e lo aveva appagato, senza intestardirsi a cercarne una spiegazione. Lo conosceva abbastanza e da abbastanza tempo per sapere che, di tanto in tanto, aveva bisogno di ‘rifugiarsi’ in lei, sebbene poi, in altri momenti, potesse costituire, per lei, un pilastro della sua vita.

Le settimane passavano e già la luce del cielo si era fatta autunnale, diafana anziché sfolgorante come nel pieno dell’Estate. Marco aveva creduto di poter superare la separazione da Anna (la sua prima esperienza di questo genere) coll’aiuto degli affetti familiari, da un lato, e della sua “psiche analizzata” (come si usava dire tra gli analisti), dall’altro. Ma, quando era in compagnia di Lisa e di Duccio, sebbene fosse felice, sentiva, come non era mai accaduto prima, la mancanza di qualcosa e, insieme, curiosamente, l’impulso, che controllava a fatica, a raccontare a entrambi l’origine della sua infelicità.

Non c’era nessuno con cui potesse confidarsi, lasciarsi andare alla confessione della propria storia fallita con Anna. Non ne poteva certo parlarne a un collega: ne sarebbe uscita una sua immagine sminuita e appannata. Non sapevano tutti (sereni e compiaciuti complici di una menzogna collettiva) che ciascuno di loro disponeva di una “psiche analizzata”, la quale li avrebbe aiutati a cavarsi d’impaccio in qualunque difficile o dolorosa situazione affettiva si fossero trovati? Purtroppo la “psiche analizzata” di Marco non si mostrava all’altezza di quanto lui le chiedeva e, anziché aiutarlo a smontare e svuotare il significato di quella esperienza, mettendone in luce i significati, insieme, banali e infantili, anziché far questo, urlava e invocava il nome di Anna, come un’adolescente isterica al suo primo innamoramento. E così, Marco fu costretto, col passare dei giorni, a prendere atto che non gli era riuscita l’operazione di analizzare e quindi liquidare la sua relazione con Anna, della quale continuava a sentire atrocemente la mancanza. La sua “psiche analizzata” non riuscì, dunque, a dissuaderlo dal cominciare a fantasticare, e quindi a progettare, piani per riprendere contatto con lei, per tentare di riparare la rete strappata, per ricominciare a vedersi.

Ma questo proposito incontrava dentro l’animo di Marco una forte opposizione: era lucidamente certo che fosse una decisione sbagliata, che poteva condurre solo a una Maggiore sofferenza, non solo per lui, ma anche, probabilmente, per Lisa e per Duccio. Infatti, se Anna lo avesse respinto, si sarebbe sentito ancor più infelice (e avrebbe riversato la propria infelicità nella sua famiglia), ma se, per avventura, avessero ripreso a frequentarsi, questa volta in un modo diverso, meno occasionale, sicuramente la sua vita familiare sarebbe stata danneggiata, se non sconvolta. In particolare, costruire un rapporto stretto e coinvolgente con Anna, avrebbe significato inevitabilmente cambiare stile di vita in una misura tale che a Lisa non sarebbe potuto sfuggire e che, probabilmente, avrebbe distrutto la loro unione. Era disposto a correre questo rischio? No, non se la sentiva, non poteva pensare di separarsi da Lisa. Eppure, voleva rivedere Anna, voleva riprendere con lei la relazione, in un modo nuovo, di più ampio respiro e più profondo. Sarebbe stato assai meno difficile per Marco rinunciare ad Anna se avesse provato per lei un semplice desiderio fisico, magari condito di simpatia e di stima: insomma, se si fosse trattato di un semplice innamoramento, per quanto acceso potesse essere. Invece, era l’anima di Anna ad attirarlo irresistibilmente. E l’attrazione delle anime è il più terribile e indomabile dei desideri. Non conosce né appagamento né estinzione. Fin da quando l’aveva incontrata per la prima volta aveva intuito in Anna una malinconia intensa, profonda e nascosta, quasi una disperazione. E non perché fosse uno psicoanalista, ma semplicemente perché era figlio di sua madre, della sua mater dolorosa, che aveva passato la vita a piangere in silenzio e senza lacrime sul suo paradiso perduto. Ma quale paradiso? Si era chiesto infinite volte Marco; e i suoi studi di psicoanalisi e la sua lunga pratica clinica non lo avevano affatto aiutato a trovare una risposta. Come se in taluni di noi ci fosse una voragine originaria alla quale nessuno aveva ancora dato un nome e della quale nessuno aveva trovato una spiegazione. Altrettanto inspiegabile, ma non meno prepotente, era il bisogno di Marco di tentare di riempire questa voragine in tutte le donne nelle quali l’aveva intravista.

Nel momento in cui staccò la cornetta e compose il numero di Anna ebbe la visione di lanciarsi in un baratro: sarebbe precipitato o gli sarebbero spuntate le ali? L’unica cosa, si disse, è provare, rischiare, come non aveva mai fatto prima nella sua vita. E si ricordò all’improvviso di una poesia, che sapeva a memoria, dell’“antologia di Spoon River”, nella quale George Gray confessa di aver avuto paura di avventurarsi nel mare ed è rimasto per tutta la vita con le vele ammainate nel porto.

Anna non mostrò sorpresa né contrarietà né contentezza per quell’improvviso e imprevisto riapparire di Marco. Gli rispose con distaccata serietà, quando lui le chiese, prima, come stava per manifestarle, poi, il desiderio di rivederla. Anzi, le disse chiaramente, con foga appassionata, di non poter sopportare quella separazione, chiedendole, insieme, se lei era disposta a incontrarlo. <<Sì,>> disse Anna, con tono distaccato e un po’ dolente <<e dove vuoi che ci vediamo? Nel mio piedàterre? E tutto ricominci come prima, uguale a prima?>>.

Marco le rispose che no, tutto doveva cambiare, voleva trovare un modo di vedersi e di frequentarsi che riempisse di più le loro vite.

<<Tu hai una moglie, una famiglia. Come pensi di fare? Non sei disposto a cambiare nulla nella tua vita? Capisci? Non puoi farmi entrare nella tua vita lasciando intatto tutto il resto, tutto quello che già c’è. Se davvero mi vuoi, devi essere disposto a cambiare molte cose. Io non ci sto a fare, come in passato, la parte dell’amante segreta e nascosta. Ho bisogno di altro.>>

<<Hai ragione, Anna. Io ci sto pensando, mi arrovello, non dormo più la notte.>>

<<Mi dispiace, ma mi sembra che tu non sia disposto a rinunciare a nulla per me.>>

<<Posso almeno richiamarti qualche volta?>>

<<Certo, quando vuoi, se ti fa piacere.>>

Questo triste, pacato ma fermo rifiuto di Anna aveva costretto Marco a chiedersi, per la prima volta in modo chiaro e intransigente: <<Che cosa cerco in lei? Che cosa voglio da lei?>>, giacché si era reso conto che non era il desiderio del suo corpo a spingerlo verso Anna, sebbene di lì fosse partito il suo cammino. <<Ho tutto: una moglie meravigliosa, un bel figlio, un lavoro che mi piace: che cosa vado cercando?>> si diceva Marco per tentare di soffocare dentro di sé l’inquietudine per la mancanza di Anna. A volte si rispondeva che la sua bella famiglia era, forse, la base solida, il porto sicuro che gli dava il coraggio di staccarsi dalla terraferma e partire per quel viaggio di esplorazione dell’ignoto che sentiva di dover intraprendere a ogni costo per dare un senso compiuto alla sua vita. E l’anima di Anna era, per lui, l’ignoto. Un ignoto senza nome, terrificante come un abisso, e insieme seducente e attraente come una sirena. <<Sarò saggio come Ulisse>> si chiedeva <<oppure mi farò sedurre e portare alla rovina dal canto della mia sirena?>>.

Anna aveva chiuso la telefonata con Marco sentendosi invasa da una fredda disperazione: che cosa l’aspettava? Quale futuro c’era per lei? Avrebbe continuato a trascinare all’infinito quell’esistenza tormentosa e insieme vuota? Senza un amore che le scaldasse il cuore, senza un progetto per l’avvenire, senza un momento di serena felicità?

Marco, a sua volta, si domandava che cosa succede quando ti si chiude di colpo una porta che ti immetteva in un mondo parallelo, nel quale i tuoi desideri più antichi, e sempre negati o frenati, venivano quasi magicamente esauditi. Non puoi certo riprendere la vita di prima, come se non fosse accaduto nulla, giacché dentro di te si è creato uno spazio che è stato colmato di sensazioni, di sentimenti, di emozioni, e ora è rimasto vuoto e grida la sua angoscia.

Il vuoto nell’anima: questa era la condizione che ora accomunava Anna e Marco in ogni momento della loro vita quotidiana, pur piena di mille cose anche importanti o addirittura preziose (la famiglia, i figli, il lavoro), ma incapaci di riempire quel vuoto. Perché si trattava di un vuoto originario, creatosi al momento stesso della loro nascita, un vuoto che non era la mancanza delle cose che la vita può darti, ma l’assenza di un oggetto corrispondente al tuo desiderio. Un desiderio senza limiti, che poteva essere appagato soltanto quando cadevi in quello stato in cui la tua fantasia e i tuoi sensi potevano innalzare l’altro, quale che fosse la sua reale natura e consistenza, all’altezza del tuo desiderio. Questo altro, capace di appagare il tuo desiderio sconfinato, poteva essere, nella sua concreta realtà, anche un modesto essere umano, ma veniva trasformato dal tuo bisogno e dalla tua immaginazione nell’oggetto perfetto, quello di cui avevi avvertito disperatamente la mancanza fin dal momento in cui i tuoi occhi si erano aperti alla luce del mondo. Giacché questo vuoto originario altro non era che la percezione dello scarto incolmabile tra il tuo desiderio e ciò che poteva offriti la realtà. Non a caso alcuni trovavano soltanto nella relazione con dio, con l’infinito, il colmamento del loro vuoto originario.

 Marco ritornò a fare la vita di prima, di sempre. Marito gentile, premuroso, disponibile, capace di far sentire amata sua moglie. Padre affettuoso e protettivo. Psicoanalista coscienzioso e accogliente, sempre attento a trattare con rispetto e comprensione i propri pazienti. Anna riprese a lottare, con la tenacia della disperazione, nella sua condizione di moglie sola, per giunta umiliata e offesa, per rimediare alle continue malefatte dei propri figli adolescenti, sbandati e irresponsabili, nella cocciuta speranza che si rimettessero in riga, che evitassero di bruciare il loro futuro irrimediabilmente.

In breve, entrambi erano impegnati a sopravvivere, sia pure in due modi del tutto diversi e quasi opposti, dopo avere assaggiato e gustato, con una sorta di ebrezza alcolica, un amore incandescente che sembrava il compimento di ogni aspettativa riguardo a quella che viene ordinariamente chiamata felicità.

Marco doveva riconosce che la sua famiglia era un esempio non comune di completa armonia, dove l’amore tra i coniugi e il loro amore per il figlio era quanto di più vicino alla perfezione si potesse desiderare. Lisa era una moglie dolce, gentile, disponibile, ma anche un’amante appassionata, che faceva sentire Marco non solo rispettato e ammirato, ma anche desiderato. E Marco, dal canto suo, riversava su Lisa tutto l’amore e il desiderio di cui era capace. Poteva dire ad alta voce di non aver mai amato così intensamente nessun’altra donna nella sua vita e di non essersi mai sentito amare con tale intensità come da Lisa. Perché, allora, si chiedeva di continuo, gli mancava così tanto Anna? Perché l’aveva avvicinata e poi cercata e poi ardentemente voluta, rimanendo sconvolto e sgomento quando lei aveva deciso di interrompere i loro incontri? Che cosa gli mancava, che aveva cercato in Anna? Che cosa, di cui sentiva il desiderio e persino il bisogno, Lisa e la sua vita familiare non gli davano?

Queste domande, insieme al dolore pungente per il distacco di Anna, lo tenevano sveglio nel cuore della notte, accanto a Lisa che dormiva serenamente, appagata dai doni che il suo lavoro e la sua famiglia le offrivano ogni giorno. Giacché Lisa sapeva bene di vivere in una condizione di straordinaria fortuna, di raro privilegio, tanto che a volte era presa da un brivido di terrore, come se quella fortuna fosse ‘troppa’ e potesse suscitare l’invidia degli dei, che l’avrebbero distrutta, precipitando lei, Marco e il loro bambino nella rovina. Ma erano solo attimi, brividi di terrore che presto passavano. A Marco la percezione che Lisa fosse una donna, una creatura, appagata da quanto la vita le offriva, dava sollievo e sicurezza, ma anche un filo di inquietudine o forse, se non è dir troppo, di insoddisfazione. Che cosa gli mancava, che cosa lo disturbava nella serenità di Lisa? Ebbene, si disse una volta (quasi con senso di colpa, come se stesse commettendo un’ingiustizia), la serenità di Lisa, la radiosità della sua anima gli faceva sentire che con lei non avrebbe potuto percorrere quel famoso sentiero nascosto che, ben celato nella sua anima, lo chiamava tuttavia, da tempo immemorabile, a esplorare l’ignoto. Questo ignoto, pur esercitando un richiamo e un fascino potente, non aveva, all’inizio, durante l’adolescenza, contorni ben precisi per Marco. In seguito, quando aveva finalmente raggiunto la terra promessa, cioè il corpo e la mente di una donna, aveva sentito di non essere mai del tutto appagato da una relazione amorosa, per quanto sincera e intensa che fosse, nella quale l’anima dell’altra (e, insieme, la propria) gli rimanessero, anche soltanto in parte, ignote, sconosciute. Così, nelle sue relazioni amorose Marco era sempre teso in un appassionato sforzo di entrare in contatto e di esplorare quella parte dell’anima dell’altra (e quindi della propria) che sembravano invincibilmente nascoste e irraggiungibili. Come se Marco volesse conoscere, e più che conoscere entrare in contatto e persino in fusione con gli aspetti più arcaici, primitivi, originari delle loro due anime, in modo che nulla, ma proprio nulla, di ciascuno dei due rimanesse sconosciuto all’altro. Ma non ambiva a una conoscenza intellettuale, ‘oggettiva’, per così dire, no, per lui conoscere la parte nascosta dell’anima della donna amata significava ‘sentire’ quel modo nascosto (e fino a quel momento ignoto), dentro di sé, quasi appropriarsene: anzi, meglio, ‘viverlo’; cioè riuscire a provare, in sé stesso, le stesse emozioni, fantasie, paure, desideri, terrori dell’altro (anzi: dell’altra), per quanto primitivi e irrazionali essi fossero. Soltanto così, gli pareva, lui e la donna amata sarebbero finalmente diventati una cosa sola, avrebbero superato quel sottilissimo muro di ghiaccio che sempre sembra dividere gli esseri umani, anche quando credono e sentono di amarsi con tutto il cuore. L’impresa a cui Marco tendeva non potrebbe, quindi, essere descritta come la conquista della conoscenza dei segreti dell’altro, giacché anche l’altro ignorava completamente quelle parti della propria anima nelle quali Marco voleva immergersi, convinto, com’era, che, soltanto se si fosse realizzata questa conoscenza reciproca del fino-ad-allora-ignoto-a-entrambi, si sarebbe potuta formare una creatura nuova, nella quale la donna e l’uomo, la femmina e il maschio, fossero finalmente (ritornati a essere?) uno.

I suoi lunghi anni di analisi personale e la sua pratica quotidiana di psicoanalista non avevano cancellato il suo bisogno di intraprendere con la donna amata questa ricerca, ma avevano soltanto spinto questo bisogno ai margini della su vita mentale e lo avevano, per così dire, incapsulato in un involucro che lo bloccasse e lo rendesse incapace di disturbare la serenità della sua anima: come accade quando certi ragni imprigionano in un fitto bozzolo di bava l’insetto che ha avuto la sventura di incappare nella loro tela. Non lo uccidono, ma lo paralizzano e lo rendono inoffensivo. Soltanto che, in questo caso, l’insetto prima o poi muore, mentre l’inquietudine di Marco continuava a vivere nella cella psichica in cui era stata imprigionata.

Qualcosa della propria stessa inquietudine Marco l’aveva intuita in Anna; e questa intuizione l’aveva spinto, quasi senza saperlo, ad avvicinarsi a lei. Gli era sembrato che Anna guardasse le persone come se volesse disperatamente penetrare nel loro intimo, per poi ripiegare su sé stessa, sconfitta e amareggiata per la propria impotenza. L’immagine che lo assillava da anni era quella della fusione della sua testa (intesa nella sua realtà fisica, anatomica), con quella della donna desiderata: occhi con occhi, bocca con bocca, cervello con cervello. Queste fantasie non le aveva mai comunicate a sua moglie, a Lisa, ma ne aveva parlato per anni con la propria analista, senza che scomparissero o ricevessero un’interpretazione per lui appagante. L’unico effetto che aveva sortito la sua analisi era stato quello di allenarlo a metterle da parte, a segregarle in un angolo della propria psiche, senza che interferissero troppo con la sua vita quotidiana. Non ne aveva parlato mai con Lisa perché sentiva, sapeva che Lisa non avrebbe capito, tanto era limpida la sua mente, lontana mille miglia da questi sotterranei, nascosti, inconfessabili impulsi. Lisa lo amava, e glielo faceva sentire, con quella che Marco definiva una splendente solarità. Creatura del mezzogiorno, che non sembrava ospitare dentro di sé paesaggi lunari, notturni, inquietanti. Per Marco, invece, da quando era uscito dall’infanzia, tutti gli esseri umani, ma soprattutto le donne, rappresentavano, insieme, un mistero insondabile e un irresistibile richiamo a svelarlo, a togliere il velo che lo avvolgeva. Com’era fatta la loro anima? Quali impulsi, fantasie, pensieri palpitavano nelle profondità della loro psiche? Sapeva bene, Marco, che l’attività dello psicoanalista, a dispetto di tutti i luoghi comuni popolari, gli consentiva di entrare in contatto soltanto con una minima parte della mente dei suoi pazienti. Sapeva bene, Marco, che l’unica via per raggiungere la conoscenza a cui anelava, non era ascoltare quello che i suoi pazienti gli comunicavano e intuire quello che si celava dietro il paravento delle loro parole, bensì condividere, meglio sarebbe dire ‘convivere’, il loro mondo nascosto e segreto, primitivo e selvaggio, a loro stessi ignoto. Questo non era possibile nella pratica psicoanalitica e forse nemmeno nella vita ordinaria, ma questo era ciò a cui lui aspirava più di ogni altra cosa. E, sebbene gli fosse accaduto più volte, di sentire, entrando in contatto con una donna, il brivido del richiamo a penetrare nella sua anima, con Anna questo richiamo aveva raggiunto un’intensità e una prepotenza non mai provate prima.

A questo richiamo non riuscì a resistere a lungo. Nonostante gli addii e il sottointeso impegno a non riprendere la loro relazione, una mattina poco dopo mezzogiorno, sei mesi dopo la loro ultima conversazione, Marco non resistette alla tentazione di telefonarle. Gli parve che Anna fosse, sì, sorpresa da quella rottura del loro tacito patto, ma non irritata o contrariata. Il tono della sua voce non era ostile, caso mai dolente e malinconico. Marco non ebbe bisogno di spiegarle perché l’aveva chiamata: tutti e due ne indovinavano i motivi. Ora, aveva pensato Marco, prima di prendere in mano il telefono, si trattava di creare un modo di stare insieme diverso da prima, certo più distante fisicamente ma più intenso e profondo: i loro corpi non si sarebbero stretti e avvinghiati l’uno all’altro in quei furtivi incontri regolati dall’orologio, ma le loro anime si sarebbero sempre più accostate l’una all’altra con la brama di penetrare una nell’altra.

Questa sua passione segreta, che aveva trovato finalmente in Anna una possibile destinataria e insieme complice, non lo distraeva o allontanava per nulla da Lisa, che amava con quella parte di sé stesso accettabile e presentabile agli occhi del mondo, per così dire. A volte si domandava se Lisa avesse intuito che in lui ardeva quel desiderio senza nome.

Lisa era stata assalita, nella sua prima giovinezza, dalla medesima passione di Marco (questo lui non lo sapeva e nemmeno lo sospettava); e ne aveva quindi percepito la segreta presenza in quel giovane che offriva sempre al mondo un sorriso sereno e benevolo. Non si crea una coppia vera se, al di là delle differenze di carattere, di temperamento, di intelligenza, non ci sono zone di sovrapposizione, dove i due si incontrano e si riconoscono uguali. Ma Lisa sentiva a tal punto il richiamo della bellezza prodotta dalla creatività umana da aver investito nell’arte tutta la sua passione. Per lei l’emozione più intensa non nasceva dall’entrare in contatto con la psiche di un’altra persona bensì dall’immergersi nel mondo creato da un artista. Sapeva bene, Lisa, che Gentile da Fabriano o Edward Hopper avevano creato un mondo che prima di loro non esisteva e senza di loro non sarebbe mai esistito; e sapeva bene che, per poter far questo, avevano dovuto attingere alle ricchezze nascoste nelle miniere della loro psiche, dalle quali traevano, senza alcuna consapevolezza e quasi in sogno, i materiali preziosi delle loro opere. E sapeva bene, Lisa, che lì, in quelle profondità misteriose, stava la radice e il segreto di ogni essere umano, delle sue virtù e dei suoi vizi, delle sue capacità e delle sue incapacità, delle sue dolcezze e delle sue crudeltà. Ma si era anche presto persuasa che tentare di raggiungere e di portare alla luce, in un’altra persona, quelle miniere preziose e temibili, sarebbe stata una impresa destinata allo scacco oppure a una sorta di folie à deux. Per questo, da quando la sua giovinezza aveva scelto di allearsi alla saggezza, aveva impresso una svolta alla propria vita, scegliendo, per scandirla, la cadenza di un minuetto di Boccherini più che il travolgente tumulto della “sinfonia fantastica” di Berlioz. E Marco, che l’aveva conosciuta quando lei, già da tempo, aveva scelto l’indulgente armonia con le persone intorno a sé, anziché l’esplorazione tormentosa e inesausta delle loro anime, Marco non aveva nemmeno immaginato che anche in Lisa si trovassero i semi della sua stessa passione segreta, semi ai quali, un tempo, con ponderata deliberazione, era stato impedito per sempre di germogliare.

Lisa sapeva bene di aver scelto la vita, la bellezza e l’armonia, rinunciando alla ricerca della conoscenza di tutto ciò che di oscuro e nascosto c’è in ogni essere umano. Solo così poteva essere la compagna sempre serena e affettuosa di Marco, sostenendolo con la sua presenza amorevole e rassicurante in quella lotta quotidiana che lui doveva ingaggiare per impedire che i suoi demoni emergessero e si impadronissero della sua vita, devastando e distruggendo quell’ordine che lui aveva costruito, giorno dopo giorno, con tenace e costante impegno.

<<È possibile vedersi?>> Mormorò Marco nel telefono, esitando. <<Dove e quando va bene a te.>> aggiunse subito, quasi per attenuare la richiesta.

<<Certo, se vuoi.>> sospirò Anna.

<<Sì, lo desidero. Ho bisogno di vederti e di sentire la tua voce.>>

<<Potrei venire al tuo studio, se non ti disturbo troppo.>>

<<Potresti di mattina? Magari il Sabato mattina, quando non ho sedute?>>

<<Ho capito. I nostri incontri non devono interferire con la tua vita, col tuo lavoro, coi tuoi ritmi.>>

<<Mah…sai.>>

<<Non ti devi giustificare. Ti capisco. Anch’io, in fondo, nonostante tutto, non ho mai voluto mettere in discussione o a rischio l’organizzazione della mia vita. Insomma, la sua caotica ma solida disorganizzazione. Quando ti ho conosciuto, ho pensato che saresti stato un buon marito per me, ma non mi è mai passato neanche per l’anticamera del cervello di lasciare mio marito, di divorziare. Sono legata a lui da una catena pesante e penosa, ma so che non potrei mai spezzarla.>>.

E così ricominciarono a incontrarsi. Si vedevano il Sabato mattina alle 10. Marco aveva raccontato una bugia a Lisa, dicendole che aveva due nuovi pazienti, liberi soltanto nei fine-settimana, coi quali faceva una psicoterapia vis-à-vis.

La prima volta che Anna ritornò allo studio di Marco, si sedettero uno di fronte all’altro dai due lati del tavolo, ma scambiate poche, incerte battute di apertura, Anna all’improvviso domandò a Marco:

<<Non potrei stendermi sul sofà, come fanno i tuoi pazienti? Credo che starei più comoda, perché, devo dirtelo, questo seggiolone è piuttosto scomodo.>>

<<Sì, certo, Anna, stenditi pure sul divano. Va benissimo. Solo che non potrai vedermi, perché io mi metterò nella poltrona alle tue spalle. Vuol dire che parleremo senza guardaci in faccia.>>

<<Potremmo anche non parlare. Voglio dire parlare se e quando ne abbiamo voglia e per il resto rimanere vicini uno all’altra, in silenzio.>>

<<Insomma, come in una vera seduta psicoanalitica.>>

<<Come dovrebbe essere sempre nella vita, negli incontri tra due persone.>>

Marco rimase colpito da quest’ultima osservazione di Anna: infatti, gli parve che stesse emergendo dal lei una saggezza che prima non avrebbe sospettato. <<Allora spostiamoci e mettiamoci comodi, Anna.>>. E così fecero.

Marco, dalla sua poltrona alle spalle di Anna, poteva vedere soltanto i suoi capelli sulla nuca, Anna niente di Marco: se parlava, parlava alla punta delle proprie scarpe oppure al muro, alla parete beige che chiudeva la stanza, a un paio di metri dalla parte finale del divanetto.

 Anna parlava, parlava, raccontava la sua vita difficile, il conflitto col marito, le continue preoccupazioni che gli davano quei due figli discoli. Marco ascoltava, ma non con il tipo di ascolto riservato ai suoi pazienti, ascoltava come un qualunque ascoltatore e si annoiava a morte. Non ne poteva più delle lamentazioni di Anna, certo giustificate ma ininterrotte e ripetute all’infinito. Che ne era stato del suo sogno, del suo progetto di instaurare con lei un tipo di comunicazione sincero e profondo, che si traducesse nell’esplorazione, senza alcuna remora, dei recessi più profondi, bui e nascosti delle loro anime? Tra l’altro, Anna gli aveva comunicato di aver interrotto la psicoterapia perché <<non si trovava>> col suo terapeuta. <<Ah, ecco>> pensò Marco <<io sono diventato il suo sostituto, il bidone della spazzatura dove riversa tutto quello di cui vuole liberarsi.>>. E si chiese se, una volta scartata l’eventualità di un incontro fisico dei loro corpi, quando facevano l’amore, ci fosse qualche possibilità di un incontro soltanto psichico, mentale, tra loro. Su questo ci aveva contato, e aveva sofferto molto della loro separazione, pensando di aver perduto l’occasione di percorrere insieme alla donna amata la strada avventurosa e rischiosa della conoscenza, ma dovette ammettere di essersi ingannato: le mancava l’Anna con cui aveva fatto appassionatamente fatto l’amore tante volte, ma sopportava a fatica l’Anna che lo adoperava per riversargli addosso il proprio scontento, la propria amarezza, le proprie angosce. Dopo alcune settimane, il loro incontro del Sabato diventò per Marco un penoso obbligo, del quale avrebbe voluto liberarsi. Ma non riusciva a immaginare un modo di dirlo ad Anna che non la ferisse. Anche perché, dopo tutto, era stato lui a voler riprendere i rapporti. Gli parve di capire che Anna ora cercasse in lui un sostegno, un appoggio più che un compagno di avventure. E si spiegò la cosa con l’asimmetria delle loro vite: lui aveva una bella famiglia, con una moglie che lo adorava e un figlio sentito da entrambi come il dono più prezioso ricevuto dal destino. Anna viveva costantemente in un mare in tempesta, costretta a sforzi immani per governare una barca sbattuta di qua e di là da ondate violente e imprevedibili, dai comportamenti caotici e sregolati di quei tre maschi che non le davano pace.

Capiva che la vita di Anna era un inferno (ma in un certo senso voluto o almeno accettato senza il minimo atto di ribellione), e gli parve, proprio per questo, di non essere stato abbastanza lucido e previdente nello sceglierla come compagna di viaggio: si era lasciato incantare dal grande piacere che procurava a entrambi l’incontro dei loro corpi, quando facevano l’amore, e ne aveva dedotto, frettolosamente ed erroneamente che, se godevano così tanto e in completa armonia nell’unire i loro corpi, sarebbe avvenuta la stessa cosa quando avrebbero avvicinato l’una all’altra le loro anime. Un errore grossolano, ma piuttosto frequente, che, però, uno psicoanalista non avrebbe mai dovuto commettere, si rimproverò Marco. Ma la sua formazione psicoanalitica non aveva insistito abbastanza sul fatto che anche gli psicoanalisti sono esseri umani uguali agli altri e possono quindi lasciarsi soggiogare dalla passione erotica o da altre passioni, fino a perdere la lucidità di giudizio. In fondo Marco stava ripetendo l’errore più antico del mondo: pensare che la reciproca attrazione erotica garantisca l’accordo dei caratteri, dei gusti, dei desideri, dei bisogni: insomma, l’armonia delle anime dei due amanti. Quanti matrimoni non sono naufragati a causa di questo errore di giudizio? Parafrasando e rovesciando pascal potremmo dire: la vita ha delle ragioni che l’eros non conosce.

Ora il problema che assillava Marco era come trovare un modo per liberarsi di Anna senza ferirla, senza farla soffrire. Quei loro incontri il Sabato mattina erano diventati per lui un pesante fardello, quasi intollerabile: non ne poteva più di ascoltare, per l’ennesima volta e con le medesime parole, le lamentele di Anna riguardo a suo marito e ai suoi figli, senza che lei prendesse alcuna iniziativa per cambiare la situazione. Avrebbe voluto, Marco (ma ormai non era più compito suo), farle vedere e riconoscere i motivi o le ragioni che le impedivano di introdurre un cambiamento radicale nella sua vita. Certo, ne avevano parlato, ma l’unica risposta che Anna gli aveva dato era sempre la stessa: non posso, non ce la faccio, c’è qualcosa che mi impedisce di lasciare quello stronzo di mio marito, di separarci e di condividere il peso e le rogne dell’allevamento dei nostri figli. Marco era persino riuscito a farla incontrare col miglior avvocato matrimonialista della regione e probabilmente d’Italia. Da quell’incontro Anna era uscita furibonda perché, a suo dire, l’avvocato cesena le aveva prospettato come unica soluzione una separazione per colpa che, tra l’altro, le avrebbe consentito di ricevere vita natural durante dal marito un congruo assegno di mantenimento. Marco era rimasto sbigottito, ma poi aveva capito la ragione del furore di Anna: l’avvocato cesena non l’aveva confortata o consolata, ma l’aveva messa con le spalle al muro prospettandole come unica soluzione possibile la separazione e poi il divorzio. E prendere decisioni irreversibili e irrevocabili, aveva capito Marco, era precisamente ciò di cui Anna era incapace, soprattutto se si trattava di introdurre cambiamenti radicali nella propria vita. Bisognerebbe, pensò Marco, trovare una parola nuova per indicare questa fobia del cambiamento, giacché gli pareva che, almeno nel caso di Anna, non valesse il principio secondo cui, in questi casi, il soggetto che non vuole cambiare è interessato a mantenere un vantaggio secondario (e spesso segreto) dalla sua disastrosa condizione di vita. Era vero che il marito di Anna le assicurava un grande benessere materiale e una grande sicurezza economica, consentendole di usare come le pareva la montagna di danaro che portava a casa (lei veniva da una famiglia di modeste condizioni economiche). Ma poteva essere solo questo il motivo che la induceva a sopportare, da parte di lui, la completa assenza dalla vita familiare, le peggiori umiliazioni (passava da una donna all’altra senza nemmeno tentare di nasconderlo) e il totale disinteresse per l’educazione dei figli? Lui proclamava a ogni piè sospinto di essere un grand’uomo, un genio dell’imprenditoria e della finanza (e probabilmente, pensava Marco, anche Anna ci credeva: era questo il fascino irresistibile che esercitava su di lei?). In breve, dopo mesi di conversazioni su questo punto, Marco non era arrivato a capo di nulla e non sarebbe stato in grado di darsi una spiegazione plausibile sul perché Anna non riuscisse o non volesse cambiare nulla nella sua vita, che, peraltro, descriveva come un inferno.

Mentre Marco si arrovellava su come porre fine ai loro incontri del Sabato senza ferire la sensibilità di Anna, fu quest’ultima a venirgli incontro, a prendere l’iniziativa in un modo brusco e del tutto imprevedibile. Un Giovedì gli telefonò allo studio poco dopo mezzogiorno e con tono frettoloso gli disse, senza alcun preambolo, che non sarebbe più andata da lui perché era successa una cosa nuova: suo marito le aveva comunicato, col suo solito risolino da ragazzino birbante, di aver messo incinta una ragazza e di aspettare un figlio da lei, anzi, per la precisione, una bambina, giacché la gravidanza era ormai avanzata e con l’ecografia si era potuto identificare il sesso del nascituro. Anna, comunicatogli questo fatto nuovo, gli disse semplicemente: <<Quindi non verrò più allo studio. Mi dispiace, ma è andata così.>>. E senza aggiungere una sola parola di commento lo salutò e chiuse la comunicazione. Marco rimase sbigottito, anche se la decisione di Anna di troncare i loro incontri lo sollevava. Non c’era stata, nella telefonata di Anna, una sola parola di dolore, deprecazione, di sdegno, di disperazione, nessuna espressione di emozioni: come se gli comunicasse una cosa di ordinaria amministrazione. Anzi, per la precisione, c’era stato soltanto un aggettivo colorito, quando gli aveva detto: <<Quello stronzo di mio marito mi ha comunicato che eccetera...>>. Ma poi nel resto della breve telefonata Anna aveva mostrato calma, freddezza, distacco, come se quella vicenda riguardasse un’altra persona e non lei.

Marco passò alcune settimane di smarrimento: colei che aveva scelto come compagna di un’esplorazione di cui fin da giovane sentiva il desiderio, quasi un bisogno vitale, lo aveva abbandonato, dopo, tuttavia, essersi mostrata, per mesi, del tutto indisponibile a seguirlo su quella strada, preferendo usarlo come ‘contenitore’ dei suoi lamenti. Certo, la cosa più semplice e normale sarebbe stata, apparentemente, aver scelto Lisa, la sua amatissima moglie, per percorre insieme a lei quella strada verso l’ignoto. Ma Marco sapeva, sentiva, che questa complicità in un’esplorazione rischiosa e dagli esiti imprevedibili, non era compatibile col mantenimento del loro solido e sereno legame d’amore e di solidarietà. Lisa era, per lui, la compagna della sua vita quotidiana, ma quello che Marco voleva indagare e scoprire aveva poco o nulla a che fare con la vita quotidiana. È possibile, si chiedeva Marco, arrivare, in una coppia di coniugi, a una reciproca conoscenza totale e completa, che si spinga fino ai recessi più nascosti dell’anima di ciascuno, conservando, nello stesso tempo, quel legame di affetto, di stima, di solidarietà che è alla base di un solido matrimonio? E gli parve che esistesse una contraddizione, un conflitto insanabile tra una reciproca conoscenza senza barriere e senza limiti, e una serena vita di coppia. Ma, pensò, lo stesso si potrebbe dire della vita sociale: se ci conoscessimo l’un l’altro completamente e fino in fondo, come potremmo convivere e collaborare pacificamente e convenientemente? E gli parve che la sua insaziabile sete di conoscenza potesse costituire una minaccia, un pericolo per l’armonia delle famiglie e del corpo sociale. Ecco perché, si disse, il signore aveva proibito ad Adamo ed Eva di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza. La conoscenza, la conoscenza del cuore degli uomini, è una terribile minaccia alla coesione della società. Voler conoscere tutto, e a tutti i costi, quello che è contenuto e nascosto nella nostra anima e in quella degli altri, è un’ambizione demoniaca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LO SPAZIO NUDO.

 

Era notte. Neta camminava lungo il ponte vacuo tenendo un braccio teso verso la ringhiera. Sotto i polpastrelli scorrevano squame di vernice, piccole crepe e grumi di ruggine. A quella ora, il viadotto era immerso nella fetta di ombra che si allungava dai monti e i contorni verdi della valle si scioglievano in un candore molesto, che pareva riflettere una luce innaturale. Arrivata al punto in cui il passamano si troncava, Neta si fermò e percepì l’umidità salire dal letto del fiume, portandosi dietro il sentore di ciclamini, di terra e di foglie marcite. Lo strapiombo si allungava verso il bosco in una discesa fonda e assoluta, eppure il fluire dell’acqua le pareva prossima alla punta delle scarpe. <<C’è qualcuno?>> gridò, aspettando che l’eco le rimandasse indietro la domanda. Ma le parole se le portò via il fragore del fiume, che subissò l’eco dell’acqua e lo tranciò. Neta poggiò il fianco alla ringhiera vacillante e il vuoto sul quale si teneva in equilibrio d’improvviso le si condensò intorno. Allora chiuse gli occhi, e quando un istante dopo li riaprì, quello che vide non fu più la vallata, né il bordo delle montagne aguzze; non vide il fiume, né gli alberi fitti, e non fece caso al falco, immobile, mentre puntava qualcosa più in basso. Davanti a lei c’era l’interno del suo salotto, con gli scacchi sparsi sul tappeto cremisi, le tende agitate dal vento e le ombre in movimento sul divano di velluto. <<E ora rimetti tutto a posto.>> le disse la voce.

I mesi di quella primavera si erano susseguiti in una blanda inconsistenza. Le giornate, ormai lunghe, sfoggiavano le loro ore più belle, prolungando il giorno fino all’ora di cena, e impedendo a Neta di uscire da casa. Come una pioggia di aghi, i raggi di luce le attraversano gli occhi, per poi avvilupparsi al cranio, dando forma a emicrania e confusione. La figlia più piccola la osservava rimanendo in disparte, facendo finta di vestire bambolotti, ma in realtà contando le sue mosse. Neta se lo sentiva addosso, quello sguardo, fatto di ansia e rancore, sfociati nella frenesia di controllarla ad ogni passo. Persino quando andava al bagno, dal vetro zigrinato della porta, scorgeva la sagoma ricciuta della bimba, come una figura incorporea che la braccava senza mai riuscire a raggiungerla davvero. Il figlio più grande, invece, era andato col padre, perché il patto tacito, venuto naturale dopo anni di temperamenti altalenanti, era che nei momenti di crisi si sarebbe dovuto mettere al riparo. E fu proprio lui a rientrare a casa senza avvertirla, poco dopo che Neta aveva avuto uno dei suoi attacchi. In terra c’erano cocci di piatti, bottiglie vuote e vestiti; libri aperti sottosopra, libri chiusi impilati, libri senza copertina, libri macchiati di cibo; frammenti di quotidiani minuziosamente ritagliati, le cui figure in bianco e nero formavano una mappa scomposta tra la mescolanza. Neta sentì la chiave girare nella porta, i vetri scricchiolare sotto la suola delle scarpe, l’alternanza dei passi lenti ad altri incerti, e poi lunghi intervalli colmi di assenza di suoni. <<C’è qualcuno?>>. Rimase sdraiata sul tappeto del salotto, coperta fino al collo da un lenzuolo. Un mucchietto di scacchi, riversi poco lontano dalla massa di capelli sciolti, sembravano farle da corona. <<E ora rimetti tutto a posto.>> le disse il figlio. Vedendo comparire suo figlio sulla soglia, Neta sorrise, sentendosi slargare la bocca in una smorfia fuori luogo. Si mise a sedere, lasciando cadere il lenzuolo sulle cosce, e scoprendo la pelle esangue e i seni ancora pieni nonostante la magrezza.

<<Amore, non ci devi fare caso.>>. Provò di nuovo a sorridere, stavolta in un modo composto.

<<Dammi due minuti e mi alzo.>>.

<<Che cos’è questa puzza? Dov’è Enrica?>>

Il ragazzo si girava su sé stesso in allarme, guardandosi intorno come se avesse sentito arrivare il terremoto.

<<Se l’è venuta a prendere la nonna. Questi giorni non ce la facevo a starle dietro, con i compiti e tutte quelle cose…>>

<<Quelle cose sono la sua vita! Certo che non ce la facevi, riesci a stare dietro solo a te. Tutto il mondo si ferma. Anzi, tutto il mondo si deve fermare, giusto?>>.

L’odio manifesto nello sguardo del figlio, gli occhi appuntiti dal diniego, la bocca strinta, per Neta furono solo un fotogramma, che non lasciò residuo alcuno nello spazio vuoto dove tempo prima le emozioni le facevano da risonanza. Fu proprio l’assenza di stupore a farla affliggere da una placida arrendevolezza.

<<Da domani le ricomincio, le pasticche. Te lo giuro.>>

<<Non giurare, sai! Guarda in che condizioni stai vivendo…>>

Il ragazzo spalancò le braccia, poi le lasciò cadere come se su di loro gravasse l’intero peso di quel caos.

<<Fai schifo, la vita ti scivola addosso. Ma possibile che tu non abbia uno stimolo, un desiderio?>>.

A Neta parve il bagliore di una lacrima quello che illuminò il bordo degli occhi di suo figlio. Avrebbe voluto dirgli che un desiderio lei ce l’aveva, che la voglia di morire per lei era come quella di vivere per gli altri: l’impulso di una spinta, ma nella direzione opposta. Invece rimase in silenzio, aspettò che lui uscisse dalla stanza, e si alzò, lasciando cadere il telo bianco che la riparava. Abbandonò dietro di sé gli scacchi sparsi sul tappeto cremisi, le tende agitate dal vento e le ombre in movimento sul divano di velluto.

Quando il rumore dei passi di suo figlio si affievolì nell’androne, attraversò il corridoio calpestando a piedi nudi le pagine del “cyrano”; gli appunti sparsi in taccuini smembrati; bucce di cocomero, il cui succo si era solidificato; la copertina del libro con la fotografia di un faro; le schegge taglienti del servizio di piatti di sua madre, quello per il brodo; un ritaglio di giornale che definiva i contorni di un soldato e una ragazza s’una moto, che sorridevano guardando avanti; un altro frammento di quotidiano, che ricordava un dinosauro senza testa; un asciugamano lercio, con i lembi zuppi; il tappo di una bottiglia di vino; una penna stilografica nera, con un getto di inchiostro schizzato intorno; i resti di un biscotto integrale; una scatola di gomme vuota; la mezza sagoma di una conchiglia. Neta entrò in bagno rimanendo a testa bassa e, priva della volontà di vedersi riflessa nello specchio, una volta davanti al lavandino decise di chiudere gli occhi. Ascoltò lo scrosciante fluire dal rubinetto, ma il rumore le arrivava già ovattato, il riverbero dell’acqua passava dalle palpebre socchiuse, il profumo del bosco si stava dissolvendo. Poggiò le mani sul getto di acqua e sentì i piedi sfiorare le pietre lisce. Tutto intorno arrivò il conforto, e la placida accoglienza del fiume.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TETRAPODI.

 

Accucciato sul bagnasciuga, il bambino scavava con movimenti secchi, la piccola paletta gialla impugnata come un piccone. Ad ogni colpo una nuvola di sabbia gli gravitava attorno, smossa dal vento del primo pomeriggio, che sembrava essersi alzato di colpo, come emerso dalle acque. Ogni tanto si fermava, voltando il collo morbido verso il molo, richiamato dal clangore metallico della grua. Visto da dietro, sembrava un piccolo papero spennato. Anche l’uomo guardava verso il molo.

La grua procedeva con lentezza, caricando uno dopo l’altro i grossi blocchi per poi depositarli sulla scogliera; preso il blocco, la pinza come lunghe dita dalle unghie ricurve, aspettava che la fune terminasse la sua oscillazione naturale, per poi piazzarlo nel punto indicato dall’operaio in piedi sul muro paraonde. L’operaio si sbracciava, e urlava, ed echi delle sue urla arrivavano fino alla spiaggetta, fino a loro, veicolate e deformate dal vento.

L’uomo si alzò dalla sdraio, abbassando il capo per evitare che una delle stecche dell’ombrellone lo colpisse in viso. Uscì dall’ombra e strizzò gli occhi, per difenderli dal sole; con una mano tese i pantaloni e con l’altra ci ficcò dentro la camicia, prima davanti e poi dietro e poi davanti ancora, con un gesto più cauto, per poi risedersi di nuovo. Il vento si faceva sempre più intenso. Grecale. Il vento peggiore per stare in spiaggia.

Il bambino proseguiva nel suo lavoro, mostrando al nonno le spalle. Le braccia e la nuca, uniche parti scoperte, di un porpora acceso, quasi abbagliante. Una raffica lo colse di sorpresa, facendolo cadere all’indietro, sul sedere, mentre il cappellino gli scivolava di lato. Una donna, da un asciugamano accanto, si voltò verso l’uomo, lanciandogli un’occhiata inequivocabile. L’uomo sospirò, senza alzarsi, solo puntò i gomiti sulla tela ruvida della sdraio, per farsi più su. Sua nuora lo avrebbe ammazzato. <<Carlo!>> urlò in direzione del bambino, <<Carlo!>> ripeté cercando di alzare la voce, ma senza risultato, maledetto grecale, e si mosse ancora sulla tela arcuata, goffamente, fino a che non si rassegnò ad alzarsi. Percorse i pochi passi che lo separavano dalla riva. <<Carlo!>> disse ancora mentre di nuovo si infilava la camicia dentro ai pantaloni, con i medesimi gesti, prima davanti poi dietro poi di nuovo davanti. Solo quando fu quasi su di lui il bambino si voltò, e protetto dalla sua ombra gli sorrise. <<Ciao nonno, guarda: faccio i lavori.>>, gli disse indicando davanti a sé, poi riprese con la paletta a scavare e ammucchiare i ciottoli da una parte, a formare una catasta ordinata. <<Faccio i lavori!>> ripeté indicando verso il molo. L’uomo si voltò anche lui, il vento sempre più forte lo rendeva adesso simile all’asta di una bandiera, un ridicolo tricolore spento del colore dell’ocra.

Aperta la pinza, la grua si voltava ora verso il pontone, a cercare un nuovo blocco, il cavo dietro come un pennacchio. Piccole creste spumose aggredivano adesso la grossa chiatta di lato e da dietro, aperte come le fauci di piccoli squali. L’uomo guardò all’Espero. <<Andiamo: vieni sotto l’ombrellone.>> disse al bambino, tendendogli una mano per farlo rialzare, <<Sei troppo rosso e se ti scotti tua madre si arrabbia con me.>>. <<Ma io voglio fare i lavori.>> protestò il bambino indicando la sua piccola diga in ciottoli.

Un rumore più forte, un colpo secco arrivò dal molo, a testimoniare che un altro blocco era stato posato, seguito dalle urla dell’operaio a terra. L’uomo guardò il pontone, ne valutò per un istante il dondolio, poi si voltò di nuovo verso il nipote. <<Se vieni sotto l’ombrellone il nonno ti racconta come si fanno i lavori.>> disse, e subito la mano calda del bambino si infilò nella sua. L’uomo lo prese per un braccio. <<Vedi quei grossi blocchi?>> proseguì mentre si incamminavano, i passi incerti sul terreno instabile, la sabbia che gli insinuava nelle scarpe, dentro i calzini. <<Quei blocchi si chiamano tetrapodi.>>. <<Tricetrapodi! Come i dinosauri!>> fece divertito il bambino. <<No: te-tra-po-di!>> ripeté l’uomo, cercando di scandire meglio le sillabe, <<Servono per...>> ma non ebbe il tempo ché le sue parole furono sovrastate da uno schianto profondo, come una frattura nel terreno, e allora si voltò, il bimbo che gli scivolava dal collo, giusto in tempo per vedere il grosso tetrapodo colpire il molo, cadere sulla scogliera, indugiare s’un vertice per poi rotolare giù, sulla spiaggia, verso di loro. Nella nuvola alta di polvere e sabbia che ne seguì, l’operaio in cima al muro paraonde non si vide più. <<Coglioni: fare i lavori d’Estate, e con questo vento. Coglioni!>> urlò l’uomo agitando le braccia verso il molo e poi ficcandosi la camicia dentro ai pantaloni al solito modo, prima davanti, poi dietro e ancora davanti, mentre il bimbo sotto di lui piangeva, i piedini nudi affondati nella sabbia nera. <<Coglioni!>> ripeteva <<Coglioni che non sanno come si lavora...>>, mentre la donna dell’ombrellone accanto si precipitava su di loro, prendendo il bambino in braccio, gli asciugava le lacrime, gli offriva da bere, e tutta la spiaggia attorno a loro adesso pareva un turbinio di gente che si allontanava e che si avvicinava, come un’onda, e nell’aria, ora di ghiaccio, non più le parole dell’operaio <<Più giù... Più su...>>, ma le sirene dei mezzi, le intermittenze sfalsate dei vigili del fuoco, dell’ambulanza, della capitaneria di porto, le sirene dei mezzi che arrivavano via terra e via mare, circondavano il pontone e il molo tutto, a ricacciare i bagnanti dalla piccola spiaggetta fino al bar della piazza, qualche decina di metri più in là. Nella confusione dei corpi mezzi nudi e unti, l’ingegnere Aimar, con la sua camicia di cotone azzurro chiaro dalla quale si intravedeva la canottiera, con i suoi pantaloni con le pence e i mocassini fuori moda era l’unico ad avere un aspetto adeguato, perfettamente a suo agio, se non fosse stato per quel bambino di neanche quattro anni, costumino con le paperelle gialle, che di nuovo teneva per mano, e trascinava fino al nastro bianco e rosso che era stato tirato frettolosamente, e dietro al quale stavano i soccorsi, per poi piazzarsi lì, dritto, impettito.

Poi sentì qualcuno parlare alle sue spalle dire euforico <<Ingegnere! Che piacere!>> e vide il maresciallo Bonardo venire verso di lui, le braccia larghe, ad accoglierlo come per tanti anni era stato. <<Eh… maresciallo…>> disse l’uomo alzando il mento a schernirsi, e lasciata la mano del bambino di nuovo a sistemarsi la camicia nel medesimo gesto. Poi riprese a parlare.

<<Mio nipote, sì, il figlio di Fredo. Se lo ricorda?>>

<<Come no, ingegnere... Anche lui, dico, bene?>>

<<Bene... Bene...>>

<<Ingegnere, ingegnere, adesso… sa come sono all’università adesso, no…?>>

<<Eh... Lo so, lo so.>>

<<Anche i lavori, sa? Anche i lavori… da quando non c’è più lei… Ma non c’è bisogno manco di dirlo, vero?>>.

L’ingegner Aimar non replicò, se non con un movimento della mano, alto, una torsione che ricordava i ballerini di tango, mentre il bambino li guardava da sotto in su, in silenzio, le gote impiastrate di sabbia e sale. <<Ai miei tempi, ai miei tempi...>> riprese, dopo un attimo di nostalgica indecisione, quasi a voler ricominciare da capo la medesima conversazione di prima, ma l’altro faceva già che si allontanava, un primo passo indietro, poi un altro, come un gambero. <<Ingegnere, mi ha fatto piacere.>> si decise infine a dire <<Ma ora devo andare. Ma torni a trovarmi, eh… torni. Mi spiace per quello che è successo, sa? Mi spiace veramente.>>. Il vecchio distolse lo sguardo. Il piccolo capannello si compresse per un attimo, spinto indietro dalle braccia a croce degli uomini della protezione civile, mentre una barella sfilava verso la bocca dell’ambulanza già aperta. Sopra l’operaio guida, intubato e legato strettamente con le cinghie, a fare tutt’uno con il mezzo. <<L’ho sempre pensato io, che lei non c’entrava niente, sa…>> proseguì il maresciallo (e adesso fu l’ingegnere Aimar a fare un passo indietro) <<Lei, proprio lei, con tutti i lavori che ha seguito,>> (un altro passo indietro, e poi un altro ancora) <<figuriamoci se uno come lei poi aveva bis...>>.

<<Triceratrapodo!>> urlò il bambino tirando adesso la mano del nonno, <<Tritrapodo!>> ripeté cercando di muoversi verso la barella. L’operaio guida voltò appena il capo verso di loro, gli occhi iniettati di terrore. <<Tri-ce-tra-po-do!>> disse ancora il bambino, adesso scandendo bene le sillabe, mentre il capannello si disperdeva e loro soli restavano là, davanti ai mezzi di soccorso. Il bambino guidò il vecchio verso il molo, si sedette fra due bitte, battendo con la manina accanto a sé a fare posto al nonno. Il vecchio si sedette, le gambe ciondoloni verso l’acqua. Il vento era calato. Alla loro destra un grosso gabbiano sventrava un piccione con colpi secchi, metodici. <<Nonno, mi racconti i lavori?>> disse al vecchio il bambino. E il vecchio cominciò a raccontare i lavori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’insegnante di sostegno.

 

<<Convocazione dalle graduatorie d’istituto ai fini della stipula di un contratto di lavoro a tempo determinato>> l’oggetto del messaggio elettronico.

Livia è rimasta sveglia per tutta la notte aspettandolo. Si adagia sul letto, vestita, a osservare le nuvolette di vapore freddo che emette a ogni respiro… La caldaia è rotta, ma a chiamare l’idraulico non ci pensa nemmeno. Livia passeggia su e giù per il corridoio, sotto lo sguardo attento dei due gatti, impettiti accanto alle loro ciotole: le riempie di croccantini ben oltre l’orlo e getta sabbia bianca sulla lettiera sporca. Si prepara un caffè e nient’altro: lo stomaco già si attorciglia, le succede alla vigilia di ogni decisione dettata dalla necessità e non dalla volontà, dunque molto spesso. Il caffè le brucia la lingua e non spazza via la sonnolenza che l’accompagna per tutta la giornata: per quella ci vuole il Citalopram. O il Daparox… Nell’indecisione, Livia diluisce dieci gocce del primo in mezzo bicchiere d’acqua e inghiotte una pasticca del secondo. Nell’immediato non sente nulla, ma sa che presto la voglia di piangere svanirà, almeno fino a sera. Livia si trascina in bagno di mala voglia: non sa truccarsi e non ha voglia di farlo. Fino all’anno prima non ne aveva bisogno: era come se il tempo si fosse dimenticato di scorrere per lei e tutti la scambiavano per una venticinquenne, poi, una bmw nera non si era fermata allo stop. Lei ne era uscita illesa: ma Sandrino no. Lui non ne era uscito. Il muso del mostro tenebroso aveva disintegrato il sedile posteriore. Il correttore verde fa sparire le occhiaie. Livia non ricorda su quale rivista femminile l’ha letto, ma mentre si guarda allo specchio si sente sciocca ad aver abboccato: sembra un capo indiano pronto alla battaglia, ma se cerca di stendere la crema, picchiettandola col polpastrello, quella si amalgama col fondotinta in un pastone disomogeneo da cancellare con una passata di spugna gelata. I solchi violacei tracciati dai sogni agitati e il naso rosso clown sono evidenti, ma la convocazione non è per un concorso di miss, così Livia sprofonda nella sciarpa, si cala il berretto di lana fino alle sopracciglia e si infila il giubbotto sopra un maglione logoro, il più caldo che ha. I pantaloni stringono sempre di più: ha messo su qualche chilo negli ultimi mesi. Ha sempre fame e solo di schifezze. Livia indugia sulla soglia: piove, ma non ha voglia di portarsi l’ombrello, così si convince che il cappuccio basterà e si avventura in strada, a testa bassa, lasciando che gli occhiali si appannino e che siano gli altri a evitarla.

La scuola non è lontana e non appena Livia ci mette piede assapora un tepore che le ricorda la casa materna e i ricchi natali dove quasi tutti i regali sotto l’albero erano per lei. Srotola la sciarpa, si libera del cappello, ma non osa togliersi il giubbotto: ci sono altre donne nell’atrio, tutte più graziose di lei, quasi tutte più giovani e di certo tutte meglio vestite. Le balena in mente un pensiero: pensa <<Loro sì che sembrano docenti!>>. Livia, invece, si sente in imbarazzo quando la chiamano così e non ha mai rimbrottato gli alunni che le davano del tu: non le è mai sembrato grave.

Un donnone dall’aria gioviale esce da una porticina grigia, appunta i nomi delle presenti e le informa che prima di individuare la supplente dovrà fare qualche telefonata: ci sono delle deleghe. Una donna tutta ricci, sulla trentina, in camicia di seta e gonna a vita alta le lancia un’occhiata in tralice: <<Lei sì che sa usare il correttore,>> pensa Livia <<e ha anche un ottimo parrucchiere.>>. Livia si tocca il suo caschetto informe: può permettersi solo il cinese all’angolo, quello che fa la piega a otto euro e ripara anche cellulari. E se anche si potesse permettere qualcosa di meglio, sa che non se la sentirebbe di spendere denaro in frivolezze: deve pagare il mutuo e le bollette da sola e il resto le basta appena per sfamare lei e i gatti. Le altre si sono riunite in capannelli: un gruppo di trentacinquenni agguerrite, che fanno rimbalzare lo sguardo da un angolo all’altro dell’atrio, come se stessero studiando una strategia di guerra; un altro di attempate bohèmienne dai capelli troppo colorati, tutte griffate Desigual; un altro ancora di giovanissime in tailleur, come a voler sottolineare la loro professionalità attraverso la sobrietà dei loro completi. Livia non appartiene a nessuna categoria e si apparta da sola vicino a un termosifone, fingendo di controllare i messaggi sul cellulare. Ha sonno, le palpebre calano ed è costretta a darsi un pizzicotto per restare sveglia. Un’amica le ha consigliato lo Xanax, ma con lei non funziona: amplifica i suoi incubi, li rende più vividi e poi le ricorda il pomeriggio dopo l’incidente.

<<Punteggio?>>. È una delle più giovani a chiederlo, sorridente: Livia sussulta. <<35.>> risponde. E il sorriso della ragazza si spegne: si allontana senza salutare e riunisce in cerchio le altre, come un allenatore di football prima della partita… Le giovani alzano la testa una a una, fingendo di guardare il distributore alle sue spalle, ma a Livia non importa. Vorrebbe dire alle colleghe che se potesse lo cederebbe a loro quel posto e tornerebbe a sceneggiare fumetti come quando aveva la loro età, o ancora indietro, quando aveva scelto l’università, anzi, ancora prima, quando aveva rifiutato quel lavoro d’ufficio dopo il liceo… avrebbe accettato e adesso non sarebbe lì a intralciare i loro sogni, che di certo non sono i suoi.

Una bionda scheletrica con la pelle talmente bruciata dal sole da sembrare crepata esce dalla porta grigia: <<Livia Garbero?>> chiede, guardando speranzosa verso le più giovani. Livia alza la mano, senza emettere un fiato e la segretaria la guarda da sotto gli occhiali. <<È stata individuata. Deve prendere servizio immediato: accetta?>> chiede. Una suoneria molesta tronca la sua risposta sul nascere: la giovane collega risponde all’istante ma Livia riconosce comunque la canzone… è “xananas”, la stessa che ascoltava Dario il giorno dopo l’incidente, mentre lei era sotto la doccia. Non era tipo da radio, lui: forse non voleva che lei lo sentisse piangere. Livia avrebbe voluto uscire dalla doccia, nuda com’era, e abbracciarlo, dirgli che avrebbero ricominciato grazie al bimbo in arrivo, ma si era imbambolata sul gorgo di acqua rosa che scivolava a fatica nello scarico intasato di capelli e solo quando era virato al rosso si era accorta che era il suo sangue a colorare l’acqua. <<C’è mancato poco.>> le avevano detto i medici, senza aggiungere altro.

<<Allora, accetta?>> sbuffa la bionda. Livia annuisce. Le manca la voce e gli occhi le bruciano. <<Dopo compilerà il contratto.>> continua la donna, facendole strada in un corridoio che sembra non finire mai. <<È coniugata?>> chiede. <<Non più.>> dice Livia. E lo dice in un sussurro, ma l’altra la sente comunque. Livia vorrebbe dirle che in realtà conviveva soltanto prima che Dario uscisse un mattino per non tornare più, congedandosi con un sms, che diceva semplicemente <<Non ce la faccio.>>. <<Niente figli?>>, e Livia vorrebbe rispondere che uno è stato ucciso e che l’altro l’ha quasi ucciso lei, ma tace. <<Solo due gatti che mangiano come cristiani!>> dice spremendosi una risata sciocca. Ha voglia di sfogarsi, ma sa che non interessa a nessuno: in fondo ha un tetto sulla testa e non è una madre sola. In fondo, c’è chi sta peggio. <<Ci sono particolari problematiche da affrontare con l’alunno?>> chiede a mezza voce. <<Ma no! È solo un bambino, anche se…>> Livia aspetta, l’altra abbassa il tono e soggiunge: <<...ha colpito un compagno con una matita appuntita all’inizio dell’anno, ma adesso che ha cambiato terapia è quasi sempre calmo.>>. <<Capisco.>> dice Livia e chiede che cosa debba fare e aggiunge <<Sa? È la mia prima volta in questo ruolo...>> indietreggiando mentre la bionda apre la porta dell’aula: <<Sedersi accanto a lui. E aspettare.>> dice la donna.

La segretaria le fa cenno di entrare, lei abbozza un saluto e il professore le lancia un’occhiata distratta, continuando a spiegare alla lavagna interattiva. Livia si avvicina al bambino, lo saluta, ma lui non si volta: guarda oltre il professore, oltre la lavagna, oltre la parete, oltre la scuola, oltre la città, oltre il loro piccolo mondo e, di tanto in tanto, stringe l’astuccio. Livia siede accanto e aspetta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Faccia al muro.

 

Suo padre e l’allenatore stanno parlando. Li sente e li immagina, nel corridoio dietro gli spalti: sopra, il soffitto in cemento armato e, tutto intorno, il buio freddo. Uno tiene le braccia incrociate, forse l’allenatore, e suo padre, come fa sempre quando espone un problema e la sua soluzione, muove le mani e sta leggermente inarcato verso l’interlocutore.

Immaginare che le cose stiano andando così lo calma. Si passa le mani sui polsi, prima uno e poi l’altro, e con la punta delle dita tenta di carpire i peli biondi che stanno crescendo al ritmo di un millimetro alla settimana. Che quella sia la misura precisa non gli importa, ma pensarlo gli dà conforto. Prova a strappare anche i peli dei polpacci, ma laggiù invece non cresce nulla di consistente. O meglio, dei peli ci sono, ma sembrano lanugine: lisci e morbidi, gli stessi da una vita, fili che brillano al sole. Si concentra. Ne afferra un paio, ma non appena scatta per strapparli questi gli fuggono tra i polpastrelli e rimangono agganciati alla carne bianca. Che schifo, pensa.

Unisce le ginocchia. Le riapre. Si dà del cretino: solo le donne, che non hanno le palle, tengono le gambe chiuse. Gli uomini e i suoi compagni di squadra, invece, le tengono larghe con le ginocchia puntate verso l’esterno oppure stendono le gambe e accavallano le caviglie, ma mai, mai, serrano le cosce. Però non resiste: la sensazione di espandersi in quello spazio freddo e umido gli fa venire il cerchio alla testa, e puntando gli occhi al soffitto unisce le gambe e vi strofina le mani sopra. Ogni volta che i suoi polpastrelli passano dal tessuto sintetico del completo alla carne gli viene voglia di staccarli da lì; ricordare che quel corpo è suo, adesso, gli fa un’enorme fatica. Ma resiste, e sa che più resisterà più la forzatura di toccarsi si farà incosciente e quindi più automatica.

<<Per questo l’hai fatto uscire?>>. La voce di suo padre si espande nello spogliatoio e lui si guarda intorno. La porta è chiusa, i borsoni sono sparsi a terra e l’odore di sudore rinsecchito è ancora lì. L’aria è ferma. Lui è solo, e anche se per un attimo ha tremato sa che suo padre non entrerà. Non l’ha mai fatto e non inizierà certo ora che è troppo tardi, ora che non è più in grado di chiedergli perché. Quattro mesi fa sarebbe stato ancora capace, oppure all’inizio del campionato, ma ora no, e quando due settimane prima ci aveva provato la sua risposta non era stata all’altezza. Si era incazzato, e fermando l’auto gli aveva detto di smetterla con tutte queste cazzate, che aveva quattordici anni e che a quell’età un uomo deve iniziare a prendersi delle responsabilità, che sarebbe arrivato in fondo a quella stagione come tutti gli anni e che poi, a anno nuovo, ne avrebbero riparlato.

<<Sì, per questo.>>

<<Per le battute?>>

<<Batte dal sotto, lo capisci? Faccio l’allenatore di pallavolo da vent’anni e queste cose ormai le riconosco subito. Capisci? Lui batte ancora dal sotto. Non è questione di tecnica o che non è sveglio, è che proprio il suo corpo non ce la fa. Non ha abbastanza muscoli per fare una battuta dall’alto.>>

<<Perché, gli altri sì?>>

<<La maggior parte.>>

<<Solo i titolari. Quelli che tieni in campo tutto l’anno. Ma paghiamo tutti, no? E allora devi far giocare tutti, fosse anche solo per cinque minuti.>>

<<Ma l’ho fatto. Non ha giocato anche lui?>>

<<E ha fatto punto. Si meritava di stare di più.>>

<<A me non è sembrato scontento quando l’ho tolto.>>

Non si era lamentato, ma avrebbe volentieri pianto. Il caldo alla bocca dello stomaco gli si era formato quando l’allenatore, avvicinandosi alla panchina, gli aveva detto bravo e gli aveva dato una pacca sulla spalla, e era aumentato quando Giovanni, uno che frequentava un istituto agrario, gli aveva sorriso senza scoprire i denti. A quel punto, contro ogni volontà, le lacrime gli erano entrate nel campo visivo. Prima che cadessero a terra però era già nello spogliatoio e lì era rimasto, in silenzio, con l’accappatoio in mano. Aveva sentito suo padre e l’allenatore arrivare qualche minuto dopo.

L’allenatore dice a suo padre di stare calmo. Dice che non si parla così alle persone, che gli si porta rispetto, e che lui non può stare dietro a simili cazzate mentre la partita è ancora in corso.

<<La partita un cazzo.>> fa suo padre <<Perché l’hai tolto?>>

<<Perché non poteva più fare un cazzo, ok? Con quel punto è stato fortunato e niente di più. Non può competere con nessuno, nemmeno coi suoi compagni di squadra. Non ha il fisico, non è sviluppato, e per questo non ci posso fare niente. Conosce gli schemi, sa come si fa ma non può farcela. E comunque non si impegna, perché sai, se si impegnasse un po’ allora forse che non ha il corpo di un uomo non sarebbe poi ‘sto gran problema. E invece manco quello.>>

Si ammutoliscono. Lui intanto fa il punto della situazione: se oggi hanno giocato i due Mattia, Marco e Stefano allora la partita dovrebbe finire a momenti. Li immagina alti e sudati parlottare e ridere mentre battono palloni impossibili da recuperare o così forti da spaccare uno zigomo. Si concentra su quella violenza. Alza il braccio in aria, serra le dita, e socchiudendo gli occhi per lo sforzo tende il muscolo del braccio fin quando non riesce a ascoltare il flusso di sangue dietro le orecchie. Immagina che sia lui quello capace di generare colpi tanto violenti, di battere i palloni a gran velocità e di lasciare gli avversari a terra o con il naso pieno di sangue, e che i volti degli avversari siano quelli dei suoi compagni di squadra, dell’allenatore, della sua famiglia. Vorrebbe la forza soltanto per trasformarla in violenza, è consapevole di quanto sia sbagliato, eppure a quel pensiero si sente felice. Poi rilassa il muscolo e il volto, smette di ascoltare il sangue e apre le dita: subito lo coglie uno spasmo, un brivido che nasce tra le scapole e si espande ovunque senza timore, fino in mezzo alle gambe. Come punizione, pensa.

<<Che vuol dire che non si impegna?>>

<<Non ha voglia, non ci si mette.>>

<<Ma come? Viene a tutti gli allenamenti!>>

<<E si allena. Ma non c’è mai, è sempre in mezzo ai suoi pensieri.>>.

Tre fischi, urla concitante, un po’ di silenzio, poi altre urla. Sono suo padre e l’allenatore. Forse sono muso a muso e gocce di saliva gli si sono formate agli angoli delle labbra. Le voci sono così alte che vorrebbe non sentirle.

<<Vai dentro a chiederglielo tu, no? Chiedi a tuo figlio se per caso si impegna. Dai, entra.>>

<<Col cazzo. Sei tu l’allenatore, lo dovresti motivare tu!>>

<<Bravo, hai detto bene, io sono l’allenatore, mica una baby-sitter per neonati.>>

<<Come ti permetti?>>

<<È quello che è, o sbaglio?>>.

Si sentono una frotta di passi che si muovono veloci, passi che all’improvviso si fermano, poi ripartono lenti in direzione dello spogliatoio.

Lui allora scatta in piedi e si sfila le scarpe, i calzini, e quasi in un blocco unico pantaloncini e maglietta. Ora è in mutande. Non ha più tempo e tutti i pensieri gli si stanno accavallando.

<<Facci caso quand’è in mezzo al campo. Se ne sta lì immobile con quel corpo magro da ragazzino mentre gli altri intorno saltano e tirano palle allucinanti. Ma tu l’hai mai visto un titolare che manco si muove? Un titolare che ha il corpo di un bambino? Io no.>>.

La voce di suo padre viene inghiottita dalla porta che si apre e dalla voce di Stefano, che sudato e senza maglietta ulula la sua vittoria. Gli altri entrano dopo di lui, e sentendolo fomentarsi gli si affollano intorno, gli danno colpi sulla schiena e provano a montargli in groppa. Ma Stefano se li scrolla di dosso, ne afferra uno, con un movimento lo blocca e lo spinge a terra mentre digrigna i denti e continua a urlare la sua gioia.

Lui è in piedi, con solo le mutande addosso, e li guarda; sa che potrà continuare a farlo per qualche altro secondo e basta prima che loro lo notino, ma stavolta Stefano lo fissa subito. Lascia andare il ragazzo e gli va incontro. Sembra altissimo, forse arriva al metro e ottanta e ha le mani larghe e grasse, perfette per imprimere forza al pallone. Con l’indice nodoso gli dà un colpetto all’inguine. Alcuni li fissano, altri parlano fra loro e non hanno tempo per cose di quel genere.

<<A ‘sto giro con o senza mutande?>> gli chiede Stefano.

Lui resta zitto. L’altro gli sorride, poi si volta e va verso i due Mattia, che sono già nudi e con l’accappatoio in mano. Insieme si avviano alle docce, e poco dopo gli si accoda anche qualcun altro, qualcuno di cui non ricorda mai il nome.

Si avvia anche lui. Non è l’ultimo, ne restano due, ma le docce sono solo otto. Si mette nel cubicolo più esterno, quello con le finestre in plexiglass che oscurano la vista. Tira l’acqua, ma non ne percepisce la temperatura; di sensibile, in quel momento, ha soltanto la bocca dello stomaco. Il getto gli arriva sul corpo e gli scivola lungo le gambe inzuppando le mutande e rendendole, da bianche che erano, traslucide, quasi trasparenti. Guarda le sue forme e poi, alzando prima la gamba sinistra e poi l’altra, si sfila le mutande e le fa cadere a terra. Immagina che là, vicino allo scarico, il tessuto si stia riempiendo di germi e dei rimasugli di detergenti per il corpo.

<<Ho finito lo shampoo>> dice qualcuno <<Chi me ne presta un po’?>>. Una voce dice <<Io.>>, e un corpo, in mezzo al vapore, si muove e poi torna indietro nel suo cubicolo. Qualche risata, una storia divertente s’una tale Marta con le tette grosse, altre risate e poi considerazioni sulla partita, sugli schemi da utilizzare la prossima volta.

Lui prima appoggia la testa alla parete del cubicolo, poi tutto il corpo. Non chiude gli occhi: l’aria è così satura di vapore che non vedrebbe comunque nulla e gli altri non vedrebbero lui, e questo è quello che più gli interessa.

Stare così per sempre, faccia al muro, per non vivere mai più niente di tutto questo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piano rialzato.

 

Il mio ufficio è al centro di una città bruttissima. La maggior parte dei palazzi sono di epoca fascista, un’architettura rigorosa e razionale che concede poco alle emozioni. Lo stesso ufficio è talmente rigoroso che le emozioni sono un lusso che difficilmente ci si può concedere. A volte penso che i pezzi mancanti dalle facciate, le parti scrostate a causa del maltempo o dell’incuria siano le uniche sezioni davvero vive di quegli edifici che costeggiano il corso principale come le fosche e ripide ripe di un orrido. Raggiungere il mio posto di lavoro è una vera e propria odissea. Lungo il famoso orrido tutti i parcheggi sono a pagamento, strisce blu a perdita d’occhio. In alcuni tratti si può lasciare la macchina senza pagare, ma solo per mezz’ora, devi lasciare il disco orario, non si sgarra, gli sbirri sono lì all’orizzonte come indiani pronti ad attaccare dai costoni di un canyon. Pezzi di merda.

Per evitare questo casino mi tocca lasciare la macchina molto lontano. Dieci minuti o forse di più di camminata. Odio quell’ufficio, odio quel lavoro, odio quella città. Tutto cospira contro il mio fegato, contro la mia pazienza, contro la mia voglia di stare quieto. Lascio l’auto di fronte ad una scuola, quando arrivo lì i ragazzi sono già tutti entrati, tranne quelli che non hanno intenzione di farlo per nulla. A volte lungo la strada trovo coppie di ragazzi sedute qua e là. Alcune sono lì per baciarsi e stringersi forte come solo i ragazzi a quell’età sanno fare. Altri sono seduti a terra con dei libri aperti davanti a ripetere all’amico la lezione che probabilmente dovranno affrontare alla seconda ora. Mi dico: <<Beati loro. Il bello verrà dopo. Godetevi questi anni.>>.

Lascio l’auto sulle strisce bianche. Prendo lo zaino e mi avvio, chiudo le sicure con il telecomando. Faccio qualche metro e comincio a chiedermi se ho chiuso la macchina. Ricaccio il telecomando dalle tasche e chiudo le sicure da lontano. Continuo diretto verso l’orrido, il tempo di percorrere qualche altro metro e mi assale di nuovo il dubbio atroce delle sicure chiuse o meno. Mi giro verso l’auto, tiro fuori il telecomando tirando il filo rosso che inanella una serie di piccoli peperoncini e premo di nuovo il tasto della chiusura. Tre controlli penso possano bastare. Rimetto il telecomando con le chiavi in tasca e punto verso la gola profonda che mi inghiottirà per tutta la giornata. Lungo il percorso c’è un palazzo con i balconi quasi ad altezza strada. Il primo piano è in realtà un piano rialzato. Non ha ringhiera solo un muro alto poco più di un metro da cui si affaccia una coppia di pensionati che osservano i passanti. Sotto quel balcone stazionano un numero imprecisato di gatti. La Maggior parte guardano in direzione del balcone con la coppia di anziani. Altri dormono sulle auto parcheggiate lungo il marciapiede. Non tutti ci fanno caso, i gatti non si lasciano scomporre dall’andirivieni dei passanti. Nei pressi del balcone c’è anche una scodella con dell’acqua. Quando passo i gatti mi distraggono dai miei pensieri. Penso: <<Che costanza devono avere questi due per riuscire a sfamare tutti questi gatti in continuazione.>>.

Ci passo tutti i giorni e ogni giorno trovo un numero di gatti diverso, mai gli stessi gatti. La costante è che non passa giorno in cui non ci sia qualche felino sotto quel balcone. Faccio attenzione a non colpire la ciotola, allungo la mano verso qualche gatto che meno si fa spaventare dall’andirivieni delle persone. Cerco di attirare la loro attenzione facendo qualche verso con le labbra strette. Quasi mai ottengo risultati degni di nota.

Andare al lavoro prima era più semplice, ci abitavo vicino e riuscivo a non prendere l’auto per arrivarci. Usavo i mezzi pubblici che per quanto scassati e un po’ rattoppati servivano allo scopo. Guidavo meno, camminavo di più, non dovevo rendere conto agli automobilisti mitomani, ad ogni passeggiatore delle quattro ruote che scende di casa la mattina presto solo per ammirare il paesaggio. Non avevo dovuto ancora imbattermi nella categoria umana di quelli che guidano col braccio penzoloni fuori dallo sportello, indice che afferma con matematica certezza che quella persona non è lì per sbrigarsi né tantomeno per lasciarti camminare spedito. Quello col braccio fuori dal finestrino è lì per intossicarti. Penso: <<Cazzo, ecco un altro col braccio fuori dal finestrino, ora come cazzo lo supero?>>.

La vita del pendolare è lastricata di ingorghi, buche, pensionati che guidano le loro panda così piano che uno storpio strisciando. La vita del pendolare è un inferno in cui si scontano pene per delle colpe non ancora commesse. La vita del pendolare è un’espiazione preventiva, sulla fiducia. Di sicuro farò qualcosa di male per cui verrò punito, intanto comincio a fare il pendolare così inizio a scontare la pena. Io probabilmente scontavo pene per la mia vita in stand-by. Espiavo i miei anni vissuti in una perifrastica attiva perenne. Una porzione considerevole della mia vita “spesa sul-punto-di...” senza mai finire la frase.

C’è un territorio, infatti, non indicato su nessuna mappa ufficiale dove le cose funzionano. Dove funzionano i rapporti di coppia, dove le frasi ad effetto non vengono accolte con una risata. Un territorio dove tutto può succedere ma niente succede veramente. Quel terreno è l’immaginario, sono i rapporti pensati e non vissuti. Quel territorio è situato nella testa di molti come il sottoscritto. Un posto dove non ci si fa male, dove non si sbaglia, dove ogni ragionamento ha dignità di esistere ed è perfettamente coerente con tutto il resto. Niente può scalfire la sicurezza solipsistica di chi si posiziona a metà strada tra il fare ed il non fare. Tra l’agire e l’immobilità, è un terreno in cui abbondano promesse, progetti, sogni. Tutto molto leggero ed etereo, l’aria è rarefatta ed ogni cosa può restare promessa per sempre.

Io e Loredana abbiamo vissuto in quel territorio per parecchi anni. Un eterno <<faremo>>, <<diremo>>, <<andremo>>, <<decideremo>>, <<vedremo>>. Un susseguirsi di <<ora non è il caso>>, <<non è il momento giusto>>, <<forse è meglio rimandare>>. Una vita immaginata più che vissuta. Il lavoro che non arrivava o che non ingranava, la casa giusta che non si trovava, il maltempo, l’inverno, il caldo, il freddo, i debiti e tutto il resto. Ogni scusa era buona per rimandare, per procrastinare. Lo avevamo cominciato a fare senza accorgercene fino a che poi era diventato un pezzo di noi. Rimandare era diventato parte del nostro dna. Poi col tempo ci eravamo abituati a non fare, a non dire, a girarci dall’altro lato. Un equilibrio tossico che ci stava facendo invecchiare senza crescere mai. Non vedevamo al di là dei nostri weekend. Mentre tutto intorno a noi il mondo si muoveva, non sempre in meglio, noi restavamo ancorati ad un eterno presente che puzzava di chiuso.

Poi un giorno la telefonata, il contratto, la stabilizzazione e la caduta del castello di carte, non si poteva più rimandare. Una casa insieme lontano da tutto, lontano dalle nostre vite precedenti e vicinissima ad un futuro che improvvisamente ci sbatteva sul muso. Un impatto frontale capace di stordire chiunque. Le difficoltà di una vita finalmente vissuta. La superficie ruvida delle cose da fare per davvero. E quindi la strada, la distanza dal gran canyon, il capoufficio che mi aspetta alle volte sul balcone come un indiano armato di arco, frecce e orologio per segnarmi i ritardi. La macchina lasciata fuori da un liceo, il percorso, sempre lo stesso. Quel balcone con una ciotola piena d’acqua lasciata lì vicino, i gatti a fare da sentinella sulle auto parcheggiate di fronte. Io che mentre cammino rimugino sulle cose da terminare, sulla benzina da mettere, le gomme da cambiare la spesa da fare. Il tempo che non basta più per guardare i miei film, le mie serie tv, per leggere i miei libri, per ascoltare i dischi nuovi.

Poi un fischio, qualche secondo di silenzio e poi subito un altro. Mi guardo intorno. Dal balcone spunta un omino che mi chiama col dito, come se mi avesse arpionato con un amo, fa per tirarmi verso il balcone. Mi avvicino. Mi dice: <<Può salire un momento?>> e la domanda mi spiazza, non so che rispondere. Vorrei chiedere perché, che intenzioni hanno, cosa vuole da me. Data la mia statura e la sua non penso alla mia incolumità ma in qualche modo mi scoccia perdere anche solo pochi minuti e allungare il mio pomeriggio di traversata di ritorno dal lavoro. Non riesco comunque ad obiettare nulla e mi faccio indicare la via per salire. Abitano al piano rialzato, in un paio di balzi sono alla porta. Mi fa entrare la moglie, una signora tarchiata con un grembiule che le cinge il collo e le arriva fino alle ginocchia. Mi indica il salotto, la casa è piccola, un quadrato diviso perfettamente in quattro stanze, all’entrata a sinistra la cucina, a destra il soggiorno, nell’angolo opposto suppongo ci fosse il bagno e poi la stanza da letto. Entro in soggiorno e trovo una grande cesta in cui una gatta allatta una serie di piccoli gatti che si affannano a trovare un capezzolo libero per sfamarsi. Mi dicono <<Prenda un gatto.>>. Rispondo che non posso. Ribattono dicendo <<L’abbiamo vista passare parecchie volte, è sempre pensieroso, prenda un gatto, vedrà, non se ne pentirà.>>. Rispondo <<Ma io non ho mai avuto un gatto, e nemmeno la mia compagna, non so come potrebbe prenderla. Poi siamo fuori tutto il giorno.>>. Mi rispondono senza scomporsi <<Lo prenda: vedrà.>>. C’è qualcosa in quelle persone che anestetizza le mie ansie. Quella casa mi mette addosso una sensazione di pace che mi impedisce di rispondere alle loro richieste come vorrei. Non riesco a tenere le distanze da quello che potrebbe succedermi, come se la fase difensiva fosse totalmente disattivata. Mi dicono: <<Lei passa tutte le mattine, ed è l’unico che evita accuratamente di disturbare i gatti sono il nostro balcone, una delle poche persone che non ha mai provato a rovesciare l’acqua che abbiamo messo per loro qui sotto. Prenda un gatto, vedrà che starà bene.>>.

Mi ritrovo con un gatto in mano. Li saluto e vado via. Lo porto in auto, lui non fiata, forse non si rende conto. Quando torno a casa Loredana non c’è. L’aspettiamo sul divano. Ho messo due lenzuola a mo’ di copri-divano per evitare casini. Lei entra e lancia un urlo.

<<CHE COS’È??>>

<<Un gatto, non vedi?>>

<<E dove lo hai preso?>>

 <<Te lo spiego con calma.>>

Ora mentre guido osservo le mie mani tutte graffiate, durante il tragitto che mi separa dal lavoro penso al gatto, è tutto nero e per questo l’ho chiamato Franco: Franco Nero! Ha cominciato a fare casino dal giorno dopo che l’ho portato a casa, ma pare che a Loredana faccia piacere averlo tra i piedi. Quando sono a lavoro mi scrive messaggi in cui mi chiede cosa starà facendo Franco. E al ritorno quando apro la porta lo cerco, lui esce sempre dalla stessa stanza, miagola. In qualche modo credo che mi dica: <<Dove cazzo sei stato fino ad ora?>>.

Il tempo che non basta più per guardare i miei film, le mie serie tv, per leggere i miei libri, per ascoltare i dischi nuovi lo passo a capire dov’è Franco, che spesso è tra i miei dischi o tra i libri. Cosa sta facendo Franco, a giocare con lui, a turno con Loredana. Il tempo passato a fare le cose per davvero, la vita vera, quella che non fai in tempo ad immaginare, quella che ti graffia le mani ma che non fa male, anzi. Franco, la fine della frase “sul-punto-di…”. Quando ho spiegato a Loredana perché ho chiamato il nostro gatto nero Franco, lei mi ha risposto come spesso mi risponde: <<Sei proprio un coglione...>> (ma bonariamente).

Qualche volta dopo il lavoro mi fermo dai signori del piano rialzato. Citofono, prendo un caffè, parliamo di Franco, mi spiegano alcune cose sui gatti. Le vaccinazioni da fare, le crocchette. Gli racconto dei casini che combina a casa nostra. Una volta ci ho portato anche Loredana. Alla fine non abito così lontano dal lavoro, tutto sommato guidare un po’ non ha mai fatto male a nessuno, i dischi li ascolto in macchina. Il mio ufficio è al centro di una città bruttissima, e tutto sommato vivere molto lontano dall’ufficio è stata decisamente una buona idea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Diana.

 

Stamattina papà mi ha svegliata all’ora delle galline, anche se è festa rossa. Ieri sera, a tavola, diceva a mamma che non se ne parlava nemmeno di portarmi con lui nel bosco, ma io li ho messi in croce tutto il tempo e alla fine lei ha sbuffato e lui ha detto di sì. Si sono scambiati un’occhiata di volata. Lui, con la faccia da no secco, voleva protestare, ma lei con un’alzata di spalle ha chiuso il discorso.

Quando ho aperto gli occhi la camera sembrava il fondo cieco di una conca dentro un monte.

<<Sveglia Emma, è l’ora, bisogna andare. Ma fai piano, sennò mamma si sveglia e dai berci incrina il mondo.>>

Allora non ho neanche acceso la luce e mi sono mossa invisibile verso il gabinetto, con le braccia stese in avanti a mosca cieca. Un po’ di volte le dita si sono impuntate sulla faccia ruvida del muro, ma è bastato spostarmi di un pelo più a sinistra per infilare il varco dell’uscio. Il vantaggio di avere il nero intorno è che nessuno ti vede e tu puoi far finta di essere andato via, anche se ci sei; lo svantaggio è che anche tu non vedi nessuno, col risultato che al buio siamo tutti orbi.

Papà è andato nel cucinotto. Il neon si è acceso con dei singhiozzi di luce, fino a che la stanza è ingiallita e i mobili sono diventati come le figure geometriche che si studiano in scuola. Dal gabinetto, riuscivo a vedere il frigorifero bianco, un moncone di tavolo, una sedia di profilo e la finestra con sotto le ciotole di Diana.

Ho sentito papà versare la tisana nel thermos, che di solito porta al lavoro, e poi tagliare le fette di pane dal filo e metterci in mezzo il salame e la mortadella. I ciccioli di grasso mi fanno dare colpi di stomaco, così anche a ricreazione devo aprire il panino e levarli uno a uno. Il ripieno diventa una sfoglia di gruviera, ma almeno le budella non mi risalgono a bussare in gola. Ho sentito il ticchettio delle unghie di Diana sulle mattonelle del pavimento e poi rumore di acqua smossa e succhiata. Papà ha aperto il frigo e ha versato nella scodella di Diana gli avanzi: la pasta col burro e la carne in scatola che avevo lasciato ieri sera nel piatto. Lei si è accoccolata per mangiare, io vedevo solo la sua groppa e la coda che prima si è mossa di contentezza e poi è ristata.

La 127 color verde oliva è parcheggiata sotto casa, all’incrocio fra via fratelli cervi e via Ugo Bassi. Papà fa entrare Diana nel portabagagli, a cui papà ha tolto il pannello di plastica e stoffa nera da quando lei è arrivata a casa nostra. Lei inizia a mugolare perché vorrebbe stare sui sedili di dietro. Quando papà glielo permette, le lascia aperto uno spiraglio del finestrino e lei ci infila il naso e respira fuori. In Estate il vetro è tutto abbassato e lei chiude gli occhi per proteggerli dall’aria che preme, le orecchie si stirano all’indietro e ballano, e io rido.

La macchina non si accende al primo giro di chiave, la batteria emette alcuni colpi di tosse, i miei dicono che deve arrivare almeno fino al natale prossimo, ma secondo me ci molla a piedi prima. Io lo spero. Quando mi accompagnano a scuola le bollature della vernice sul cofano mi fanno sentire come se avessi la pelle scorticata, così chiedo di lasciarmi un po’ prima, ché ormai sono in seconda media. Allora papà mette la freccia e accosta alla fermata della corriera (che poi nemmeno si potrebbe), allunga il braccio per aprire la portiera dalla mia parte, e così mi porto a scuola il suo odore. Poi mi dà un bacio dei suoi, con un graffio, per via della barba matta, e <<Dai...>> io gli dico, mentre controllo che non stia passando qualche compagno di scuola.

Appena saliti in macchina, papà mette una cassetta nel mangianastri. A lui piacciono le canzoni, ma a me danno il magone in gola e il vuoto nello stomaco di quando si diventa tristi, che sei indeciso tra lo sprofondare nel sonno o il metterti a piangere per bene. Spero ogni volta che il nastro si annodi, si allunghi fuori dalle rotelle e rifiuti di rientrarci. Una volta è anche successo: <<Cerca la penna nel cruscotto.>> mi disse lui allora. <<Non c’è.>> ho risposto io facendo finta di cercare per davvero. <<Guarda bene.>> ha insistito, così ho affondato la mano e ho sentito la bacchetta a prisma. Era senza il tappo e aveva la punta sporca di inchiostro secco. Papà ha premuto il tasto e la musicassetta è spuntata fuori dal cruscotto come una linguaccia. L’ho tirata in avanti e, non so che mi è preso, ho stretto il nastro tra pollice e indice, poi l’ho avvolto tra le altre dita ed è diventato sottile che sembrava potesse tagliarmi. Che ti salta in mente, mi ha detto lui. Me l’ha levata di mano e mi ha proibito di toccarle ancora. Il fatto è che vorrei per miracolo trovare nel cruscotto una musicassetta con le sigle dei cartoni, o anche le canzoni di Renato Zero, quelle che canta con le piume di struzzo al collo, invece niente.

Papà fa partire il lato b della cassetta e fa scorrere veloce il nastro in avanti, poi un pochino indietro, perché non riesce ad azzeccare subito il punto in cui inizia la canzone che sta cercando. Ma tanto io lo so già qual’è, e la conosco a memoria: racconta di un padre che si vergogna di essere stato licenziato, sarà la centesima volta che la ascoltiamo. Lui la canta sempre concentrato, e mi pare che la voce si stringa come in una pressa quando il testo dice <<povera gente>>, <<operaio>> e <<padrone>>. Io non avevo capito perché, fino a che, l’anno scorso, mamma mi ha portata dal dentista a chiedere quanto sarebbe costato l’apparecchio per raddrizzarmi i denti di sotto ma poi non l’abbiamo comprato. <<Due mesi di paga, ti rendi conto? Alla povera gente dovrebbe passarlo la mutua!>>, ho sentito che diceva alla mamma. Poi è venuto in camera mia, mi ha detto che gli dispiaceva e mi ha chiesto anche scusa con gli occhi lustri, ma lo so che dovrei chiederglielo io, scusa, che mi sono fatta crescere i denti storti. Comunque, ho pensato che essere la povera gente non è poi così male, se puoi evitare di farti mettere quei ferri in bocca, che quando ridi sembra che hai messo il sorriso in gabbia. La mia compagna di banco dice che da grande avrò i denti brutti e lei no. Io le rispondo che non so neanche se ci diventerò, grande, e a quel punto lei mi pianta in asso, come se avessi detto chissà che. Intanto, a me i denti storti fanno compagnia, quando non so che fare ripasso con la punta della lingua tutti gli scalini tra canini, incisivi e così via, e ormai ce li ho a memoria come fosse una strada coi lastroni smossi che mi riporta a casa. Certe volte mi immagino anche di sentire tutta una linea curva senza scosse, come un arcobaleno bianco, ma capita solo quando sono arrabbiata con mamma.

Papà parcheggia nello spiazzo che costeggia il bosco, dove inizia il sentiero segnato, che sale dritto fino al prato della piana. Il giorno si è accomodato tra gli alberi e in cielo, piano piano, senza che me ne accorgessi. Diana scende di corsa e scodinzola che pare ammattita, poi inizia a tirare e soffiare il terriccio col naso, tanto che fa qualche starnuto. Si infila nel fitto ma rispunta subito, si accuccia ai nostri piedi e si rovescia da sotto in su. Papà stamani non le massaggia la pancia come fa quando torna alle sei del pomeriggio dalla fabbrica. Credo che sia ancora arrabbiato perché, ieri, è entrata in bagno e ha grattato il rotolo della carta igienica e l’ha fatto tutto a strisce e coriandoli e mamma ha detto <<Ora basta, ci mancavi solo tu.>>.

Papà mi dà il paniere per i funghi e si mette a tracolla la borsa di plastica con dentro i panini e l’acqua liscia. Quella con le bolle la beviamo solo a cena, la faccio io. Prendo la bustina di carta lucida e la agito tenendola per un lato, poi la strappo nell’angolo, verso il contenuto nella bocca della bottiglia e l’acqua da trasparente diventa bianca e sembra che voglia essere latte. Io sto attenta a non far scivolare fuori dal buco la polvere, immaginando che sia la sabbia che scende in una clessidra, sennò anche il tempo andrebbe perso, e il tempo è la più grande ricchezza dice sempre papà. Ci impiego dieci secondi, se voglio farlo senza sbagli, li ho contati. Quando la bustina è vuota faccio ruotare il tappo sulle braccia di fil di ferro e chiudo con forza, stando attenta che il disco di gomma sia dritto. Allora afferro la bottiglia con tutte e due le mani, la agito, e le bolle diventano a migliaia che credo nessuno potrebbe contarle, nemmeno la professoressa di matematica. Quando ero più piccola capitò che la aprissi troppo presto e uscì una schiuma che scoppiettava e l’acqua sembrava moltiplicata come in un miracolo di Gesù. Ci risi tanto, mamma invece no, ma tanto lei non ride nemmeno se le fai il solletico vero sotto le braccia.

Diana è sparita tra gli alberi. Papà prende dal portabagagli una corda sfilacciata ai capi e se la mette a cavallo delle spalle. Poi chiude a chiave tutti gli sportelli e ci incamminiamo per il sentiero. Lui davanti, io dietro di qualche passo. Il bosco è di faggi secchi e lunghi. Papà conosce tutto di questi giganti fronzosi, mi fa vedere anche le piantine appena nate. Sono così striminzite che, se non ti dicessero che saranno alberi, potresti pensare che siano erbacce da tirare via e buttare. I nostri passi sono croccanti. Io guardo poco verso l’alto, perché ho paura di inciampare nelle radici bitorzolute che spuntano qua e là, o di scivolare sulle foglie lisce e umide, a meno che papà non mi indichi qualcosa, tipo il volo improvviso di una ghiandaia, o il tronco con incise delle croci e il numero 1896, che ancora ci chiediamo che cosa voglia dire. <<Lo vedi il colore della corteccia quando la luce ci passa sopra? È verde salvia.>> mi ha detto una volta. Papà mi fa sempre notare i colori delle cose, come anche le sfumature e i miscugli. Penso che senza di lui, forse avrei visto solo un mondo di grigi.

Diana ancora non si vede e nemmeno si sente. Chiedo a papà di andare a cercarla. Lui dice che non serve, che gli animali sanno fare tutto da soli, partorire, trovare da mangiare e tornare, se vogliono. Infatti Diana rispunta e ha delle foglie attaccate sul pelo ispido del dorso e delle orecchie, si vede che si è rotolata a fare festa sul tappeto di sottobosco. Allora papà le dice <<Vai, vai!>> e la spinge per il didietro: lei guaisce, fa qualche passo con la testa che guarda verso di noi. Vai Diana, vai, continua a dirle papà. Lei sembra impuntarsi ma poi riprende a correre in avanti, e io penso che se i cani potessero essere felici diresti che oggi Diana lo sia.

Noi continuiamo a camminare per un altro po’ di tempo, che senza orologio non so misurare, e poi ci fermiamo perché mi è venuta fame. Papà tira fuori un panino e me lo dà. È con salame e grasselli. Stende a terra la stuoia e mi dice tu resta qui, non ti muovere sennò ti perdi, intesi? Io gli faccio cenno di sì con la testa e non mi par vero che si allontani così posso ripulire la fetta di salame dai grasselli e mangiare il resto, senza che lui mi rimproveri. Lui non prende per il sentiero e lo vedo che a ogni passo che fa è costretto ad alzare le gambe col ginocchio piegato, per domare gli sterpi e andare avanti, finché scompare. Sento che schiocca la lingua sul palato come fa quando vuol richiamare l’attenzione di Diana e farla andare da lui.

Tolgo la carta stagnola e appoggio una delle fette di pane sulle ginocchia. Levo i dischetti bianchi dal salame, uno a uno, e li metto in fila sulla stuoia perché mi immagino che, quando papà e Diana torneranno, lei se li mangerà in un boccone veloce e poi mi avvicinerà il naso umido al collo per dirmi grazie. Quando papà si allontana senza di me è per raggiungere una fungaia infrattata che conosce solo lui, oppure per fare la pipì, anche se non me lo dice. Fa sempre presto e mentre è via grida <<uhu!>>, e il patto è che io devo rispondergli <<aha!>>, così lui è sicuro che io ci sono e io che lui c’è. Potrebbe essermi sfuggito un <<uhu>>! Per via dei grasselli che stavolta sono tanti e tanto grossi, fatto sta che papà non lo sento, e la voce degli alberi e degli uccelli mi arriva avvolta nell’ovatta per via dell’aria che ha riempito lo spazio dentro le orecchie. Trattengo il respiro ma la voce di papà non arriva, così inizio a chiamarlo, e chiamo anche Diana che di solito si scapicolla per venirmi incontro. Quando sento rumore di frasche smosse mi prende il terrore che sia un cinghiale o un cane selvatico. Allora mi metto i palmi delle mani sugli occhi e le lacrime rimangono schiacciate. Invece è papà che ritorna, senza funghi e con una faccia diversa che non saprei definire. Io faccio finta che non è successo niente. <<Papà hai perso la corda.>> gli dico soltanto, e lui mi risponde che va bene così.

Nel viaggio di ritorno in macchina, papà non mi parla. Ora che ci penso, aveva la stessa faccia quella volta che un suo compagno a lavoro si era portato via tre dita alla catena di montaggio. Alle undici e mezza arriviamo a casa. Fino all’ultimo ho sperato che tornassimo indietro, invece niente. Papà ha detto che ci farà un salto lui, subito dopo mangiato.

Mamma ci apre la porta, e gli dice piano <<Fatto?>>, lui oscilla la testa come per dire tante volte sì, continuando a guardarsi la punta delle scarpe sporche di terriccio. Poi lei intima di usare le ché ha dato la cera. Di solito metto le pattine e scivolo fino al tavolo rotondo che sta in mezzo al salotto, continuo fino alla finestra di cucina, facendo attenzione alle ciotole di Diana, ma oggi mi sembra tutto diverso. Controllo se mamma mi stia guardando, per farle cenno che sta succedendo qualcosa che non so, invece lei niente: <<Fila a lavarti le mani, si mangia.>> dice solo, seria e contrita.

Papà ha appoggiato le pupille sul piatto e non le alza mai, nemmeno quando mamma gli chiede se ne vuole ancora. Il televisore è spento, eppure è l’ora sacra del telegiornale. Si sente soltanto il ticchettìo della sveglia che sta sulla madìa e i rintocchi delle forchette sulle stoviglie. Lascio nel piatto i bordi della fetta di carne, tutto il grasso e anche un po’ di magro. A Diana piace quando glieli riduco a dadini e li mescolo insieme a una fetta di pane che inzuppo nell’acqua. Inizio, come sempre, a tagliare, ma mamma mi tira via il piatto, butta gli scarti nel secchio della spazzatura e mi dice <<Vai a fare la lezione, che fra poco dobbiamo uscire tutti a fare la spesa.>>. Guardo papà, aspetto che dica qualcosa, ma rimane in silenzio. Io continuo a masticare l’ultimo boccone senza riuscire a ingoiarlo (proprio non ci riesco) così lo lascio cadere a piombo sulla tovaglia di plastica con le fragole e i buchetti qua e là. Mamma fa per avvicinarsi col braccio già caricato in aria, urla <<Che diamine ti prende?>>, e la voce le esce come un cigolio che incrina i timpani, ma papà la ferma, non mi guarda nemmeno, e dice <<Vai di là.>>.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ODIO.

 

Jamila è una puttana. E questo è il solo lunario che riesca a sbarcare. Dotata di un corpo oscenamente bello e sensuoso, sembra matta, anzi folle, folle allo stato puro, pazza senza contaminazioni: completamente esente dal calcolo e dal senso pratico, arrestata varie volte per spaccio e furto, ha solo 22 anni e già la sua vita non vale un soldo. E pochi ormai il suo corpo. Ma non è matta: solo colpa delle troppe botte da parte del padre, che le hanno sfigurato il volto facendola impazzire, e un taglio le segna il volto dall’orecchio alla bocca. Ha anche provato a cercare un lavoro ma non c’è lavoro per una negra ignorante ambigua e sospetta come lei. E poi quella cicatrice sul volto... No grazie, siamo al completo... Quella brutta cicatrice sul volto... Non ci serve un’altra cameriera... Prova a ripassare alla fine dell’Estate... Così, Jamila passa tutto il pomeriggio davanti al portone di casa, con lo sguardo fisso davanti a sé ma non vede nulla, un pacco di sigarette sempre in mano, e fuma, fuma in attesa del prossimo cliente, incapace di trovare un altro modo per raggranellare qualche soldo. Inoltre, dimagrisce a vista d’occhio, mangia poco, non pettina mai i capelli, non lima le unghie, e piange, piange, piange e prova pena per se stessa, odio e disperazione. A volte vorrebbe farla finita, e tutti i pomeriggi e soprattutto durante le lunghe notti insonni pensa a come farlo. Forse meglio con le pasticche? O impiccandosi? Ma le manca il coraggio, ha paura di morire, tutti abbiamo paura, anche se la vita è una merda, ma lei sa che è solo questione di tempo, prima o poi troverà il coraggio, prima o poi, prima o poi, prima o poi... Eppure è lì, bravamente vivida e vitale, sulla soglia di casa, in attesa del prossimo cliente, sulla soglia dello squallido tugurio dove abita, e un incanto la sospinge e le colora gli occhi: l’incanto della gioventù, che avvolge i suoi stracci, la sua miseria e la sua solitudine, la disperante desolazione della sua futile esistenza, serbandola incolume e, nonostante tutto, viva.

Un giorno Jamila esce per l’equivoche e pericolose viuzze poco illuminate di Porta Palazzo e cammina finché, scantonando, viene avvicinata da una grossa auto nera che l’accosta.

<<Quanto?>>

<<50 bocca-figa.>>

<<Okkei, sali.>>

L’uomo guida per un po’, poi arresta la macchina in uno spiazzo buio, spegne i fari, si slaccia la cintura, le molla uno schiaffone in faccia.

<<Dai puttana, adesso apri la bocca e lavora.>>

Jamila ha un sussulto, si spaventa, si ritrae, vuole scendere, ma l’uomo la blocca per un braccio, per poco non glielo spezza, le strappa la camicetta e le molla un altro ceffone.

<<Dai puttana, succhia, guadagnati il pane, brutta troia.>>

Jamila è terrorizzata, talmente spaventata che non riesce a muovere neppure un muscolo, l’uomo le afferra la testa per i capelli e gliela spinge verso il basso, lei oppone resistenza ma lui le da un pugno in testa, così violento che la tramortisce, la costringe ad aprire la bocca e le ficca il cazzo dentro con tutta la forza e l’odio che ha, lei di riflesso chiude la bocca di scatto ma lui le molla un altro sganassone: la resistenza di Jamila lo eccita, gli diventa ancora più duro quando fanno così, gli diventa ancora più duro quando non obbediscono, e la tormenta fino a quando lei non apre la bocca, e allora glielo ficca dentro, fino in gola, quasi la soffoca, poi lo estrae e la picchia ancora in viso.

<<Lo devi ingoiare fino alle palle, puttana.>> le intima tirandole i capelli e spingendole la testa verso il basso, il cazzo gli diventa sempre più duro, glielo spinge fino in fondo, finché la faccia non gli affonda tra le palle, Jamila ha un rigurgito e vomita, gli sporca i pantaloni e il sedile della macchina.

<<Guarda che cosa hai fatto, troia: meriti una punizione per questo.>>

E le ficca il viso nel vomito costringendola a leccarlo, poi tampona il resto con i capelli di lei, come se la sua testa fosse uno straccio. Jamila è tutta sporca, ora, e puzza di vomito.

<<Schifosa lurida puttana, scendi dalla mia macchina, sei una merda umana.>>

Lei ha un fremito di gioia, crede che l’incubo sia finito, si affretta a scendere dalla macchina e fa per allontanarsi, ma sente dietro di sé uno scalpiccio di passi: anche l’uomo è sceso dalla macchina, l’afferra e la spinge verso una zona buia del parco, tra gli alberi. L’incubo non è finito. Jamila piange e ha paura, una paura matta.

<<Cammina, lurida negra... Troia... Puttana.>>

Le ruggisce rabbioso lui da dietro, con disprezzo e superbia. Jamila cammina tra le sterpaglie, la camicia strappata, il vomito che le cola dai capelli e le riga il viso confondendosi con le lacrime.

<<Stupida puttana, bocca di merda, adesso inginocchiati.>>

Lei è impietrita, non riesce a muoversi, lui le da un calcio sulla schiena che la piega, quasi le spezza le ossa, lei si getta carponi, spera che si accontenti di sbatterglielo in bocca e scoparle la gola, che venga in fretta e finisca il tormento, ma lui la colpisce con un pugno, le rompe il naso, i suoi occhi la fissano algidi impassibili e impenetrabili, per un impercettibile attimo micro-eterno è come vedere dritto all’inferno, non ha mai visto tanta malvagità e rabbia, sembra il serpente che avvolge tra le sue spire il povero topo, la iena che lambisce con la lingua la giovane gazzella, il ragno che divora la mosca impotente, il sangue si mischia al vomito e alle lacrime segnandole il volto. Poi la obbliga ad alzarsi.

<<Mettiti a pecorina, puttana.>>

La tira per i capelli, famelico e feroce la spinge contro un albero, sembra il ragno che bacia la mosca, sembra il sicario che soggioga la vittima, il cancro che aggredisce il corpo come la morte che stritola la vita, non passa nessuno, nessuno che possa salvarla, le si mette di dietro e la penetra con violenza, le duole la vagina, è così spaventata che crede che le si fermerà il cuore, ma purtroppo non è così. Deve vivere quell’orrore, trema di paura e dolore, la vagina le duole come le se stessero conficcando dentro una mazza a martellate. Il negro le ha infilato la mano dentro la vagina, ora stringe il pugno e le colpisce le ovaie, Jamila si piega dal dolore, comincia a perdere sangue: le ha lacerato la vagina, e continua a colpirla dentro e a divertirsi allo spettacolo del sangue. Lei si contorce dal dolore, il sangue le riga le gambe, Jamila ne perde molto dalla vagina e il liquido rosso le rivola tra le gambe e le bagna i sandali di tela raggelandosi in una pozza ai suoi piedi, le trema il cuore in gola, le tremano le ginocchia, le trema tutto il corpo, ma ormai non prova più dolore, è anestetizzata dal terrore, sente solo uno strano languore pervaderle il petto, come svenire, il cervello che le fluttua in un liquido grigio e melmoso.

Poi l’uomo prende a picchiarla, selvaggiamente, Jamila perde i sensi, l’uomo smette allora di colpirla, e con crudele soddisfazione la guarda tramortita in terra, esangue ed esanime, la crede morta, ma Jamila respira ancora, così l’uomo inizia a masturbarsi finché il suo cazzo orribile e nero, nero come quella follia venuta allo scoperto dal nulla, emette il suo fiotto tiepido e viscoso che si riversa sul suo viso, sui capelli, mischiandosi al vomito, al sangue, e alla paura. Sembra finita: prima di rimettere lo stolido pene al suo posto, le piscia addosso, poi si ricompone lasciandola in terra svenuta, ricoperta di sangue vomito piscio e sperma, di odio e dolore. L’abbandona, sola, al freddo. Jamila continua a dissanguare, ha un’emorragia interna, tutto intorno c’è un silenzio di tomba, la notte stende la sua coperta di stelle su di lei, e le stelle sono così tante che non si possono contare.

Senza una speranza, senza un motivo di felicità, senza un amore, disperata e sola come lei nessuno al mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NIENTE DI PERSONALE.

 

Per quelli di voi che s’interessano di pazzia, ecco, posso raccontarvi un po’ della mia. Mi chiamo Mario. All’epoca bazzicavo il giro delle bische e dei bordelli clandestini e tiravo s’un bel po’ di grana con lo spaccio. Fuma, erba, coca, lsd, md, mdma, acidi, funghi allucinogeni, eroina: qualsiasi cosa di cui ci si potesse fare; qualsiasi cosa che si potesse sniffare, pippare, tirare, iniettare, fumare, inalare; qualsiasi cosa che si potesse spacciare io la spacciavo. E mi andava alla grande. Se in quel periodo ti facevi di qualcosa, se in quel quartiere compravi qualcosa, compravi da me. In poco più di un anno ero arrivato a sviluppare un volume d’affari da capogiro. In un mese io guadagnavo più di quanto guadagnasse un impiegato in un anno di lavoro. E avevo tutto quello che si può desiderare: figa, macchine, soldi e potere. Potere. Io potevo picchiare e violentare chiunque volessi. Quando entravo nei locali del quartiere la gente si alzava in piedi per salutarmi, al mio tavolo arrivavano bottiglie di vino in omaggio, pacche sulla spalla, e sorrisi ammiccanti. Un giorno, mio padre è rimasto in panne con la macchina e alcuni ragazzi del quartiere gli hanno prestato la loro di macchina. E sapete perché? In segno di rispetto. Ero uno dei vecchi rimasti del quartiere, ero il vecchio Borgo Dora, o almeno quel poco che ne rimaneva. Ma tutte le cose belle finiscono. Nel corso del tempo ho accumulato reati su reati, molestie sessuali, truffa informatica, violenza privata, percosse, furto, rapina, spaccio. Infine, sono stato arrestato per estorsione e condannato a due anni e tre mesi. Durante la carcerazione sono arrivati altri definitivi: in totale quattro anni e mezzo di galera, in gabbia come un topo, uno scarafaggio. Ho perso tutto. Quando sono uscito non avevo più nulla. Ho cercato di riprendere i vecchi contatti per rientrare nel business ma è un errore ripercorrere a ritroso una strada che ti ha già portato al fondo dell’abisso: quando vieni fregato una volta, resti fregato per sempre. Il progetto era di rifarmi un piccolo giro e tirare su la grana sufficiente per cambiare aria. Magari mi sarei trasferito in America Latina, a Turbo, come sognava il mio amico Eugenio, e lì aprire un piccolo chiosco sul mare. O avrei potuto comprarmi una barca a Baracoa e vivere di sole e pesca. Così mi rivolsi agli strozzini. Dovetti farlo. Mi serviva un appiglio a cui aggrapparmi, un bandolo per sbrogliare la matassa, un’increspatura in superficie che mi permettesse di risolvere l’enigma insondabile celato nel profondo. Mi rivolsi agli strozzini. 25% d’interessi. Era l’inizio della fine. E lo sapevo. Ma non avevo altra scelta. Il mondo mi stava crollando addosso e io stavo sprofondando. Ho sempre vissuto così: sul ciglio del baratro. Sempre sul filo del rasoio. Sempre sull’orlo della follia. Ma non potevo mollare. Mio padre stava morendo di cancro e io dovevo rimanere sufficientemente lucido per prendermi cura di lui per il tempo che gli rimaneva da vivere. Mio padre. Ah, mio padre. Un uomo invecchiato anzitempo per i guai di un figlio degenere. Ansia, continua apprensione, paura, logorano. LA vita logora. È rivoltante, è stolido, è stupido. È rivoltante. Ho fallito con tutto. Ho fallito con mio padre, con mia madre, con la vita. Con tutto. Ho anche fallito con le donne. Due mogli, tre convivenze, anni ed energie dati al vento, tutto buttato nel cesso. Tutto in frantumi per piccoli screzi. Nulla che fosse andato davvero male. Litigavamo per niente. Ci incazzavamo per tutto e per niente. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Era opprimente, era asfissiante. Invece di darci una mano e aiutarci a vicenda, ci affossavamo, ci distruggevamo reciprocamente rimproverandoci per questo e per quello. Infinite punzecchia­ture. Una sfida meschina. Cazzo, si dovrebbe imparare a convivere con le proprie nevrosi, le proprie pazzie e i propri demoni: a volte sono l’unica cosa che ci permette di tirare avanti. Cercavo solo di sopravvivere. Di fare andare le cose per il verso migliore. Sopravvivere nell’attesa della morte. Intanto facendo cose pericolose. Ho sempre amato la guerra, la lotta, la sfida. Non mi sono ritratto mai. Se tu ti senti disposto a essere conciliante mi chiedo se a renderti così indulgente sia una cattiva memoria, l’interesse o la codardia. Dimmi: se morissi in questo istante, quanti verserebbero una lacrima per te?

 

Andrea: <<Dunque vorresti mezzo chilo a gancio.>>

Mario: <<Devo rimettermi in sesto. Ne ho bisogno. Devo rimettermi in carreggiata, tornare nel giro buono.>>

Fabio: <<Mezzo chilo è una bella quantità.>>

Mario: <<Lo so ma ne ho bisogno.>>

Andrea: <<Ma non hai i soldi per pagare...>>

Mario: <<No, non li ho.>>

Fabio: <<È grave.>>

Andrea: <<Ti serve un presta-soldi.>>

Mario: <<Uno strozzino eh?>>

Fabio: <<Non hai altra soluzione.>>

Mario: <<Così pare.>>

Andrea: <<Così è.>>

Mario: <<Ok, trovatemi lo strozzino.>>

Fabio: (con un ghigno) <<Ce l’hai qui davanti.>>

Mario: (incredulo) <<Tu???>>

Andrea: <<Proprio lui.>>

Fabio: <<In carne e ossa!>>

Mario: <<Non perdete una battuta voi due eh?>>

Fabio: <<Che vuoi dire?>>

Mario: <<Nulla.>>

Andrea: <<Non fare lo spiritoso e concentrati...>>

Fabio: <<...O a ricevere una battuta sarà il tuo culo...>>

Andrea: <<...O quello della tua donna.>>

Mario: <<Che signori... Continuate, prego.>>

Fabio: <<Dunque, non ci sarà un vero e proprio scambio di soldi: il denaro ce lo teniamo direttamente, così non dovrai nemmeno darti la briga di restituircelo. Quello che devi fare è pagarci, entro un mese, il 15% d’interessi per il disturbo che ci prendiamo e per il rischio che ci assumiamo.>>

Mario: <<Già...>>

Andrea: <<Già...>>

Fabio: <<Già...>>

Mario: <<Dunque, vediamo se ho capito bene. Voi mi date la coca, e per questo mi prestate le teste, che io non vedrò mai e per questo dovrò pagare il 15% d’interessi, cioè 1900 euro. Giusto?>>

Andrea: <<Corretto.>>

Fabio: <<Esatto.>>

Mario: <<Non potreste semplicemente darmi la coca a gancio, sulla fiducia, e aspettare il tempo che riesca a venderla per rifondervi del prestito? In fondo ci conosciamo da molto tempo.>>

Andrea: <<Questo non è possibile.>>

Fabio: <<Questo non è possibile.>>

Andrea: <<Hai perduto i tuoi privilegi qui a Torino.>>

Fabio: <<Già.>>

Mario: <<Non mi resta altra scelta, allora.>>

Andrea: <<Esatto.>>

Fabio: <<Esatto.>>

Mario: <<Affare fatto.>>

Andrea: <<Hai fatto un affare!>>

Fabio: <<Sicuro!>>

Mario: <<E come no!?>>

Andrea: <<Ci vediamo domani alle 16.>>.

 

L’indomani Fabio e Andrea si presentano puntuali all’appuntamento. Vestiti in completo nero, minacciosi salgono le scale della palazzina. Giunti alla porta bussano. Due colpi secchi e decisi.

 

Mario: <<Vi stavo aspettando. Perché ci avete messo così tanto?>>

Andrea: <<C’era un traffico della madonna.>>

Fabio: <<Qua c’è il mezzo chilo. Fa 12,500 più 1900 d’interessi per il favore che ti stiamo facendo. Ricorda: 15% d’interesse. 1900 euro. Ci rivediamo tra un mese.>>

Mario: <<Va bene.>>

Andrea: <<Hai capito bene? Hai capito tutto?>>

Mario: <<Ho capito.>>

Fabio: <<E che cosa hai capito?>>

Mario: <<Che sono fottuto.>>

Andrea: <<E qui ti sbagli: ti sei fottuto. Da solo. Con le tue stesse mani.>>

Mario: <<E anche questo l’avevo capito alla perfezione. Ma che succede se non riesco a pagare? Non ho nessuna garanzia.>>

Fabio: <<Oh sì che ce l’hai: la vita.>>

Mario (sardonico): <<Tutto qui? Parliamone!>>.

 

Non sapete come passino in fretta 30 giorni quando non vuoi che lo facciano. Non ho molto tempo: vi racconto com’è andata. Andrea e Fabio volevano fregarmi dal primo momento: subito dopo avermi consegnato la roba ed essersene andati, mi hanno mandato un loro scagnozzo che mi ha puntato addosso una pistola e mi ha rubato il pacco. E sapete come l’ho scoperto? Pochi giorni fa ho rivisto quello stesso ragazzo passarmi davanti sulla macchina di Andrea. Stessa marca, stesso modello, stesso colore, stessa ammaccatura sul fianco destro. Non potevo crederci: poi ho controllato la targa. Non ho avuto il tempo di rimediare né di fuggire. Avevano ragione: mi ero fottuto con le mie stesse mani. Incredibile come in un momento la tua vita possa cambiare: un solo fortuito caso, un errore, e la tua vita può rivoltarsi e andare giù a capofitto. Incredibile. È rivoltante. È stupido. È folle. È idiota. E adesso che cosa succede?

 

Fabio: <<Noi riscuotiamo sempre.>>

Andrea: <<Eh già...>>

Mario: <<Mi avete fregato.>>

Andrea: <<Ti sei fregato.>>

Fabio: <<Con le tue stesse mani.>>

Mario: <<Siete crudeli. Siete spietati. Ma come fate? Come fate a rimanere così freddi, così distaccati? È terribile.>>

Andrea: <<Semplice: siamo nati così.>>

Fabio: <<Si tratta di profitto. Nulla di personale.>>.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VECCHIO MATTO (UNA STORIA CUBANA).

 

All’epoca bazzicavo il ristorante Floridita, il giro dei bordelli, la roulette di tutti gli hotel della città, le slot machine che rovesciavano fiumi di dollari d’argento, il teatro Shangai, dove per un solo misero dollaro potevi assistere allo spettacolo erotico più erotico del mondo, molto sconcio e provocante, mentre un danzatore mulatto molto effemminato si esibiva in una danza sensualissima e un musicista negro componeva una strana danza tropico-aleatoria con bonghi, sonagli, suoni gutturali e qualsiasi altra cosa gli venisse in mente. E all’improvviso ho pensato che quella straordinaria città, dove qualunque vizio era ammesso e accettato, e qualunque traffico illecito era lecito, era lo scenario perfetto per la mia storia. Quello era il posto giusto. Quello era il luogo.

Avevo compiuto 30 anni, ma mi sentivo molto bene. Come se ne avessi avuti 20. Anche se ne dimostravo 40. Non mi facevano nemmeno male i calli. Continuavo ad andare avanti, con molta energia, come sempre. Senza pensare a quello che facevo. Un po’ frenetico e ansioso.

Lei era una mulatta di forse 25 anni. O 27. Bella, con un corpo che era uno spettacolo e la faccia da brava persona. Faceva la dattilografa. Esisteva ancora, quel mestiere. Scriveva e scriveva continuamente, in un ufficio. C’ero andato due volte a richiedere certi documenti. Lei non riceveva il pubblico ma era quella che compilava quelle carte, ed erano in ritardo. Ci andai tre volte. Quattro. Non sono pronti, abbiamo un po’ di arretrati compagno, torni tra tre o quattro giorni. Allora mi avvicino alla mulatta e le chiedo di fare qualcosa per me. Lei mi guarda dolcemente, prende un foglio e una biro e dice <<Lo tiro fuori io il suo documento. Mi dia i suoi dati.>>. Scrive il mio nome. Mi guarda ancora più dolcemente.

<<Venga domani e venga da me.>>

<<Come ti chiami?>>

<<Mabel.>>

Il giorno dopo ci andai. A un’ora non sospetta. Era quasi mezzogiorno. Quando mi vide si alzò dalla sedia, col suo dolce sorriso, e mi dette le carte. Erano già firmate e legalizzate.

<<Controlli bene. Ci fosse qualche errore...>>.

Le metto in mano una banconota da venti. Sottovoce e senza convinzione mi dice <<No, no. Grazie, no.>>. Le prendo la mano e ci metto la banconota. Abbassa lo sguardo, pudica, e con un gesto abile mette via il denaro.

<<Ti posso offrire qualcosa?>>

<<Offrire cosa?>>

<<Una birra, non so. Quello che vuoi.>>

<<Ma io non bevo.>>

<<Va bene. Allora una bottiglietta d’acqua, ah ah.>>

<<No, no.>>

<<Magari ci divertiamo. Chiacchieriamo un po’. A che ora stacchi?>>

<<Alle cinque.>>

<<Ti vengo a prendere alle cinque?>>

<<Non qui...>>

<<Dove allora?>>

Resistette ancora un po’, ma finì per accettare.

Rimanemmo che ci saremmo visti in un bar lì vicino. Prese un gelato. La birra non la voleva. Diceva che le faceva girare la testa. Mi disse qualcosa della sua vita. Quello che le conveniva. Non mi disse che aveva un figlio di cinque anni, un marito geloso e violento, sul punto di andare in carcere a scontare una sentenza di sei anni, e che la sua vita in quel momento era un disastro. No. Niente problemi. Per quelli c’era tempo. In quel primo incontro Mabel fu una oasi di pace. Dolce, remissiva, femminile, educata. L’ideale perfetto. A me quel lato spirituale non interessava tanto. Notai che fisicamente era davvero perfetta, dalla punta dei piedi alla cima dei capelli. Beh, questo mi era stato chiaro sin dalla prima volta che l'avevo vista. Ora era evidente che con il suo incanto voleva ipnotizzare il maschio, come quei serpenti che ipnotizzano il coniglio e lo immobilizzano per mangiarselo comodamente. Così la invitai a un incontro più intimo. Per mezz’ora fece quella che si fa pregare. Ma faceva parte del gioco. Era molto erotico e mi metteva in tensione. Finì che accettò.

Andammo in una casa dove affittavano le stanze a ore. Quando la vidi nuda per poco non mi venne un infarto. E lei lo sapeva. Aveva visto i miei occhi che brillavano e s'era fatta fiera, orgogliosa. Cominciammo con reciproci giochi di mano e di bocca. Quando infine la penetrai si dette subito a molteplici orgasmi. O, forse, era un solo orgasmo senza fine. Io mi trattenevo. Bisognava prolungare quell'impresa. Tra l’affanno e i sospiri cominciò a sussurrare.

<<Ah, vecchio matto, vecchio matto! Ah, vecchio matto, Dio mio, cos’è questa? Ma è una sberla, una mazza, un palo! Ah, vecchio mattooooo!>>

Me la presi. <<Smettila di dirmi vecchio matto!>>

<<Ahi, papi, ma tu sei un vecchio matto, un vecchio matto, folle, pazzo, sconvolto proprio!>> continuò, e io, non so come ce la feci, ma dissi a me stesso: <<Ehi, uomo: controllo, e vai avanti!>>.

Un'ora dopo avevamo finito. stanchi e felicemente esausti giacevamo abbracciati sul letto. Poi ci rivestimmo, ci salutammo con tanto amore e lei mi chiese di passare da lei in ufficio il giorno dopo perché non vedermi l’avrebbe rattristata molto. Fui sul punto di dirle <<Bambola, basta smancerie.>> ma stetti zitto e feci buon viso a cattivo gioco. Tornai a casa.

Ero ancora sotto shock. Vecchio io? Non può essere. Entrai e andai dritto nel bagno. Mi misi davanti allo specchio. E sì. Per la prima volta in vita mia vidi le rughe, le sopracciglia imbiancate, il cranio canuto, la pelle macchiata dal troppo sole e i denti dalle troppe sigarette, le labbra non più piene come un tempo, gli occhi un po’ infossati e le occhiaie. E non c'erano più i muscoli. Le spalle reggevano ancora, più o meno, ma sempre meno muscoli. Quindi era vero. Il processo d’invecchiamento incipiente cominciava a farsi notare. L’avevo davanti agli occhi. La vita uccide. Accidenti.

Andai fino alla camera di mia madre. Aveva un cancro ai polmoni ed era ormai in fase terminale. Mi guardò e sorrise un poco. Debole, e triste. Scoppiai a piangere. Singhiozzando come un bambino. Tornai nel bagno per controllarmi. Mia cugina Serena mi aiutava a prendermi cura di mia madre. O meglio, si prendeva lei cura di mia madre. Io facevo ben poco oltre a fare compagnia, essere presente e portarle qualcosa di buono da mangiare. Aveva voglia solo di gelati e spremute d’arancia. Amo le spremute d’arancia. Non c’era granché d'altro da fare, se non aspettare la fine. E smettere di pensare, per smussare le cose e accettare che la vita è un fiume che scorre, torbido a volte, altre limpido e trasparente Tutto qui. Ora era tempo di turbolenze. C’era aria di tempesta. Dopo essermi rinfrescato il viso mi sedetti davanti all’ingresso. Per qualche minuto. Poi tornai nel bagno a guardarmi. A lungo. Senza fretta. I denti sani, ancorché giallognoli, la pancetta, le cosce già abbastanza flaccide. Per fortuna i piedi tenevano ancora duro. Almeno quelli. Ah, e anche il cazzo. Evidentemente c’era ancora un po’ di testosterone. Non tutto era perduto!

Ci furono altre volte, naturalmente. Tutte uguali. Vedevo Mabel in ufficio, il suo, ci mettevamo d’accordo e c'incontravamo nel pomeriggio. Era divertente. Anche se lei era sempre ossessionata da quella frase e continuava a ripeterla fino all'esaurimento durante la sua infinita estasia.

<<Ah, vecchio, vecchio matto!>>

<<Mabel, basta, piantala!>>

<<Ah, ma sei un vecchio mattoooo!>>

<<Ma ho 30 anni, cazzo!>>.

Me lo rivoltava come un coltello nel profondo. Ma non potevo abbassarmi fino a dirle che mi offendevo. Dovevo mandar giù il boccone e non dargli importanza. Mi prendeva in giro. Non dovevo lasciarmene ferire. La vecchiaia non è roba da vigliacchi, Manuel Omar, quindi sorridi e vai avanti.

Credo che uscimmo assieme qualche volta in un paio di settimane. Una volta, dopo il sesso mi disse <<Fare l’amore con te è... Oh, non so. Molto speciale.>>. <<Fare sesso. Non facciamo l’amore neanche per il cazzo.>> la corressi io. <<Ehi, non essere volgare.>> disse. Non risposi. Aprii il frigo che stava vicino al letto. Birra. Tirai fuori un paio di lattine e rimanemmo a letto a bere, nudi e tranquilli. Mi piace il silenzio ma Mabel aveva bisogno di parlare continuamente.

<<Questa birra mi farà girare la testa. Non c'è musica qui? Che silenzio!>>

<<No.>>

<<Mi piace la musica, ballare...>>

<<Ti piace il rumore, vuoi dire.>>

Non rispose. Forse per via delle turbolenze della mia vita, in quel momento ero furioso e aggressivo e volevo approfittare di qualsiasi cosa per litigare.

<<Mio marito mi sta rendendo la vita impossibile. Tra noi è finita ormai da mesi, ma diventa ogni giorno più geloso.>>

<<Sei sposata? Non avevi detto niente.>>

<<Sono sposata e ho un figlio.>>

<<Mh.>>

<<Ti dà fastidio, amore?>>

<<No, non m’importa.>>

<<Gliel’ho detto che dobbiamo divorziare ma lui vuole rompere e la tira per le lunghe.>>

Istintivamente guardai la porta. Il linguaggio del corpo. Avrei voluto allontanarmi subito da quel letto. L’ultima cosa di cui avevo bisogno in quel momento era cercarmi altri guai.

<<Lui ha avuto una condanna a sei anni. Gli resta poco tempo da libero. Ha fatto ricorso ma sa che è per una soddisfazione, per guadagnare tempo.>>

<<Che ha fatto?>>

<<Era l’amministratore di un ristorante. E ha avuto problemi con certi soldi che aveva preso. Non so. E non ci sta con la testa. È arrivato a minacciarmi con una pistola.>>

<<Eeh?!>>

<<Sì, ma è un poveretto. Una cosa è puntarti contro una pistola e gridare <Adesso ti ammazzo!>, un'altra è tirare il grilletto.>>

<<Ti ha minacciato?>>

<<Quasi tutti i giorni.>>

<<Perché non vai alla polizia?>>

<<Lui è un ex poliziotto. E dicono che è un affare privato e che loro non possono metterci il naso.>>

<<E perché ha quella pistola?>>

<<Forse l’ha avuta quando faceva il poliziotto. O se l’è imboscata durante qualche retata. Non lo so.>>

<<Ah.>>

<<Non so. La teneva ben nascosta. L'ha tirata fuori adesso, da poco.>>

<<Ah.>>

<<Quando ci siamo fidanzati faceva il poliziotto. Io ero molto giovane.>>

<<Sarai stata una bambina...>>

<<Avevo quattordici anni. E non ero per niente una bambina. Ero già una donna fatta. Siamo stati assieme alcuni anni. Adesso andrà in carcere per colpa dell'ambizione. Non gli bastava mai niente. Gliel’ho detto tante volte. Ma si crede molto intelligente. Ed ecco. Si è fottuto. Si è fottuto da solo perché quando sarà dentro non si deve aspettare da me nemmeno un pacchetto di sigarette. Niente. Io quello che voglio è che questa storia finisca e che si allontani da me.>>

Finii la birra. Mi alzai, mi vestii. Lei parlò ancora un po’, ma non stetti tanto a sentirla. Non m'interessava più. Disse qualcosa di sua sorella, che aveva il marito che faceva il camionista.

<<Lui ha la famiglia all’Avana. E ha lei qui. Le ha fatto una casetta. Hanno due figli. E vivono bene. Lui viene quando può perché lei non gli chiede niente. È proprio quello che servirebbe a me. Io non ti chiedo niente.>>.

Ci salutammo tranquillamente. Le dissi che sarei passato dall’ufficio l’indomani. Ma non la vidi mai più.

Mia madre morì la settimana successiva. Tornati dal cimitero salutai i miei fratelli, i miei cugini e gli altri miei parenti. In eredità ci lasciò solo qualche fotografia. Ma a me stava bene così. Non m’interessava altro. Salutai quella città e non ci tornai mai più. Non avevo più niente da fare, in quella città.

Tra le foto c’è un ingrandimento 18 per 25, colorato a mano. Lo tengo sulla scrivania. Io stavo seduto, dovevo avere cinque o sei anni. E mio fratello, di un anno più piccolo, era sdraiato a faccia in giù vicino a me. Lui sorrideva alla macchina fotografica. Io no. Io me ne stavo serio e con lo sguardo fisso. Interrogativo. Non capivo bene che cosa stesse succedendo. Credo di non capire mai bene, subito. Sono lento. Mi è difficile arrivare al fondo delle cose.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LAVERIE.

 

Le sedioline sono vecchie poltroncine scomode e dure da cinema anni ‘70. Sono proprio incongrue, come sedioline da sala d’aspetto. Ma l’ambiente è carino e confortevole. Caldo. E portano ciclicamente periodici che periodicamente spariscono, riviste che non si sono mai più riviste.

Vorrei dirti anche questo, vorrei dirti tutto, anche i pensieri più neri, vorrei dirti che non ci ho mai pensato, prima di portartici, ma è che mi fai pensare a cose tangenziali, e mi rendi viscoso tutto lo spazio geometrico delle didascalie, angoli interni e usuali, in cui impiglio pensieri che è evidente che sono pensieri tuoi, almeno per me che lo so. E mi pungono gli spigoli aguzzi del tuo sguardo come stalattiti infuocate. Come se qui filtrassi, come se io fossi poroso e permeante e tu liquida e sotterranea. Non che ti capisca sempre, ma in alcuni momenti mi sei evidente al calore bianco della lampada sotto cui ti disseziono. Mi abbacino del nostro assomigliare. Sposto lo sguardo, quando succede. Gioco-forza, mi diresti. O forse non lo diresti.

Sotto ci sono le asciugatrici, sopra le lavatrici. Metallo lucido, solo qualche ditata. La tastierina che le comanda sta a sinistra. A sinistra dell’ingresso hanno messo anche una macchinetta del caffè. E a destra ci sei tu. Ti guardo sorridere, sovrappensiero. Ridi dentro. E il tuo ridere pare una forma di resistenza alla normalità, un inciampo, una deroga alle radici. Donchisciot­tesca, direi. Ora hai smesso di ridere. Forse, pensavi a quanto stupido fosse portare i tuoi vestimenti leggeri in una lavanderia a vapore. Devi aver sbagliato un programma, qualche volta. O forse le giacche Kenzo non si lavano a botte d dieci chili, in ogni caso. Ma, in fondo, chi se ne frega!

Ci sono due ragazze sudamericane. Forse sono madre e figlia, non si capisce. Hanno le guance piene, qualcosa di meravigliosamente indio. E mentre tiro fuori le cose da lavare ti chiedo, finalmente, che ci fai qui. Mi cadono delle mutande a pois, nel frattempo, sotto la sediolina. Mi chino, non mi pare di sentire risposta. Poi mi rialzo e ti guardo. Hai aperto lo zaino, tiri fuori alcuni jeans strappati, delle maglie appallottolate. Incroci il mio sguardo con le sopracciglia un po’ alzate. Ci scappa, velocissimo, da ridere. Ti allungo il detersivo, nei duecentomila chilometri di anni luce da me a te devi essertene dimenticata, immagino. Versi troppo veloce e trabocca, ma ti volti solo quando dico non dovresti, starci, qui, con tutto l’oro che hai in bocca. Tu fai sì con la testa e ti mordi un labbro. Lo so, dici con lo sguardo basso e un po’ distante di chi lo sa, sì. Ma è che non si riesce a parlarti. È che... Cerchi una parola, muovendo minacciosa una mano per aria, ma non la trovi. Non lo so, è impossibile, disperante, parlarti.

Ognuno ha richiuso il proprio sportello. Il tuo arriva all’altezza dello sguardo, e ora osservi divertita le onde dei tuoi capelli riflettersi nella luce dell’oblò. O dentro. Insomma. Ora mi tocca dire quello che si dice nei film americani. <<E di che!?>> dico, come se ti irridessi, ragazzetta come due palmi alzati, a chiamarmene fuori. Inspiri, espiri forte, dalle narici, come uno scoppio. Cerchi due euri in fondo allo zaino, poi vai alla tastierina e metti tutte le monete. <<Quattro!>> ti suggerisco. Tu non capisci subito, poi lo schiacci, la lavatrice parte. Ma non torni vicino a me, perché piangi, silenziosamente, e se pure sei partita forse stamattina pensando proprio di urlare, esigere, lacrimare, ora non vuoi farti vedere. Non vuoi farti piangere. Da me. Forse nemmeno da te.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<Perché la metti giù

così dura,

amico?

 

È lo spazio, dicevo io,

tutto quello spazio tra

poesie e storie, è

insopportabile.>>

 

(Charles Bukowski).

 

 

 

 

 

 

 




Anno 2022

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[1] Chaim Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca: “Trattato dell’argo­menta­zione” (1966).

[2] Ernst Mach in Giovanni Bruno Vicario: “Illusioni ottico-geometriche” (2009).

[3] Aristotele: Metafisica: 997 b 35 (traduzione mia).












































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