"IMPOSSIBILMENTE TUO"
“IMPOSSIBILMENTE TUO:
epistole a muna.”
di Manuel Omar Triscari.
Cara
Muna,
Finalmente
siamo giunti alla fine del viaggio. Eccoti dunque il regalo (per me) più bello
che potessi farti: questo libro. Che non avrei mai scritto senza di te. A te
dunque il grazie più grande, per avermi fatto vivere l’euforia della nostra
piacevole avventura, e avermi portato ogni mattina il caffè, il sogno e la
poesia.
Sappi
che questa è la cosa più difficile che abbia mai scritto. Se leggi, vuol dire
che ci sono riuscito. Dunque ho avuto coraggio, sono stato bravo. E,
soprattutto, sono riuscito a superare (in parte) i miei muri.
Non
so da dove iniziare né che cosa dire di preciso, quindi ti racconterò una
storia (che è quello che mi riesce meglio). In questa storia c’è una parte
bella e una brutta, come in tutte le storie che si rispettino.
Tempo
fa ho conosciuto una persona, è stato un caso, lei ha sorriso e io ho sorriso,
lei mi ha guardato e io l’ho guardata, e subito ho capito che avrei voluto
passare il resto della mia vita in quello sguardo, perdermi nel silenzio dei
suoi occhi, dissolvermi nel buio della sua pelle. Quella persona sei tu, Muna.
E questa è la parte bella del racconto.
La
parte brutta è che non so come pormi con te al momento. Perché, vedi, se tu non
fai parte della mia vita adesso, ho paura che finiremo col perderci, col non
rivederci mai più. D’altronde, non possiamo essere amici. E non riusciamo a
stare insieme. Come diceva il poeta nec
tecum nec sine te vivere possum. Non posso vivere né con te né senza te. Ma
quanto profumi di buono... Sai di zucchero e cannella!
Spesso,
succede che ci aggrappiamo alla convinzione che la vita non sia una mera
sequela di insignificanti fatti casuali e coincidenze, ma una trama di eventi
imperscrutabili eppure culminanti in un piano squisito e sublime. Per credere
in questo è necessaria una fede incrollabile in quella cosa che gli antichi
chiamavano fato, equivalente dell’odierno destino. Non ne sono sicuro, ma spero
sinceramente che sia così: sarebbe delizioso che esistesse un destino atto a
guidarci nella direzione migliore. Tuttavia mi pare che a governare le nostre
esistenze no sia il destino né il fato, e nemmeno il caso, ma il caos: come basta la metatesi di due
lettere per modificare il senso di una parola, così troppo spesso succede che
un battito di ciglia basti a stravolgere il senso di una vita, e di un
esperienza.
Il
mondo è davvero strano, e imprevedibile, e spesso perdiamo la nostra occasione,
quell’occasione che avrebbe potuto cambiare la nostra intera esistenza. Questo
mi trattiene dal credere che ci sia qualcosa che segni la nostra strada. Credo
piuttosto che sia una battaglia tra gli dei (cioè la nostra parte costruttiva e
positiva, fatta dei nostri sogni, speranze, desideri, ambizioni) e i demoni (la
nostra parte distruttiva e autolesionista: i nostri traumi, paure, incubi).
Sfortunatamente i miei demoni non mi lasciano andare e così, forse, ho perso in
un momento quell’occasione che avrebbe potuto cambiare tutta la mia vita. Spero
di incontrarti in un altro universo, e poter finalmente saltare nel buio con
te. Ma sappi che ti ho amato al massimo delle mie possibilità. E che ti avrei
amata di più se i demoni me lo avessero concesso. Ti avrei amata con ogni
cellula, ogni fibra e ogni atomo. Con tutto me stesso, con ogni gesto e ogni
pensiero. Fino al sangue e al midollo, anzi oltre il sangue e il midollo. Ti
avrei amata fino all’ultimo respiro, anzi senza respiro.
E
bada: amare alla follia non vuol dire amare in modo folle: per me, sarebbe
stato il massimo amarti stando seduto a rollare una sigaretta mentre tu dormi
distesa nel letto come una luna in mare, o, la notte, dormire accanto a te e
sentire che ti svegli per andare in bagno a pisciare. Sarebbe stato il massimo
riuscire ad amarti mentre mi odi, mentre mi ferisci. Sarebbe stato il massimo
amarti mentre dormi e fuori piove, mentre ti vesti per andare a lavoro, mentre
siamo in macchina e tu guardi fuori dal finestrino.
Nelle
dolcissime “Lettere dal carcere”
alla moglie Munevver, il poeta Nazim Hikmet ebbe a dire che le emozioni più
belle sono quelle che non abbiamo provato, i giorni più belli quelli che non
abbiamo vissuto, le parole più belle quelle che non ci siamo scambiate. Dunque
mi consolo: per me, è stato strepitoso anche solo così. Conoscerti,
abbracciarti, sentire il tuo profumo, averti, è stata l’esperienza più intensa
della mia vita.
E
questa è la fine della storia. Non mi piacciono i commiati, e non ho alcun
messaggio finale. Sappi solo che per te farei tutto: tu sei per me la rabbia, e
non sarò mai tranquillo finché esisterà al mondo la possibilità che tu possa
soffrire. Ricorda: tu sei per me la rabbia.
Impossibilmente tuo Manu.
UN
NUOVO INIZIO.
Cara
Muna,
Fra
pochi giorni conoscerai l’esito dei test
per l’ingresso alla magistrale. Io so già che sarai ammessa poichè hai sempre
dimostrato di essere risoluta, costante e silenziosamente caparbia. Presto
inizierai dunque un nuovo percorso, un nuovo viaggio, una nuova avventura (se
mi lasci passare il termine).
Non
so se l’amerai questa tua nuova vita, e questa cultura spesso bistrattata e
sottovalutata. Non so se correrai felice alla tua lezione delle 8 del mattino
oppure preferirai rimanere a letto a dormire. In realtà non so se te la cavi
bene o male nello studio, perchè, oltre che caparbia e risoluta, sei così
timida e riservata che non ti ho mai vista leggere un libro in mia presenza e
non conosco nemmeno la tua grafia, non so se hai una bella grafia o una materia
preferita, se stai attenta a non stropicciare i libri, se sottolinei o no, se
ripassi o leggi tutto una sola volta, e se studi con passione. So solo che
domani farai un passo in avanti verso te stessa, verso la donna che sarai, che
vorrai diventare, verso la vita che desideri.
Ma,
ti prego, goditi il suono della sveglia alle 6, goditi il traffico che ti
separerà dall’aula universitaria, goditi la pioggia che ti bagnerà quando
pioverà e tu sarai diretta all’università senza ombrello e senza giacca, goditi
il rumore della matita sulla carta durante le interminabili ore di esercizio,
goditi il profumo dei libri quando li sfogli, sii una spugna, impara più che
puoi, fai tuo ogni piccolo tesoro che le pagine ti sveleranno, poichè la
cultura è uno scudo e un mantello che ti ripara dai colpi del freddo mondo,
troppo spesso iniquo e cattivo. Allenati ogni giorno, come un’atleta, ad
abbracciare con un solo sguardo le molteplici sfaccettature della realtà e
dell’oggetto del tuo interesse, ricercando instancabilmente la visione
d’insieme, poichè solo questo ti permetterà di avere un’idea compiuta e chiara
del mondo e della tua posizione rispetto al mondo.
Ti
auguro (e spero) che amerai così tanto studiare e imparare che sarai sempre
dalla parte della cultura al punto da difenderla a spada tratta contro chi ci
vuole ignoranti e prostrati, da saper distinguere non solo il legale
dall’illegale, ma pure il giusto dall’ingiusto e il bene dal male. E spero che
un giorno tu sorriderai del tuo sorriso più bello (¿ma esiste un tuo sorriso
più bello?) e, forte del tuo sapere e di tutte le conoscenze acquisite, te ne
andrai per il mondo a essere quello che vuoi essere, qualsiasi cosa tu decida
di diventare.
Ragiona
sempre e solo con la tua testa. Anzi, meglio, con il tuo cuore, come ho già
avuto modo di dirti, poichè, alla fine, solo l’emozioni contano.
Scegli,
scegli sempre: solo chi sceglie è libero. Non limitarti all’aspetto tecnico e
utilitaristico del sapere: leggi, documentati, impara da tutto, dalla vita, dai
libri e dalle persone.
Sii
curiosa, conosci il mondo, abbandona gli schemi aprioristici e gli ideologismi:
non servono a nulla. Scavalca i muri della mente e vai per la strada e tra la
gente in cerca di storie, idee, sensazioni. Sii ladra d’idee.
Fa’
l’opposto di quello che faresti. Vedi, è una questione di libertà. Esistono
discipline che si studiano semplicemente per fini strumentali. E ne esistono
altre che bisogna sapere per forza, perchè ne va della nostra vita, come si
suol dire. Saper vivere è la cosa più difficile che esista, soprattutto perchè
vigono criteri diametralmente opposti circa il da farsi. E questo tu devi
impararlo bene e tenerlo sempre a mente. Per quanta programmazione biologica e
culturale possa esserci stata conculcata, noi uomini abbiamo sempre la
possibilità di scegliere, di optare per qualcosa di non previsto dal programma,
o, almeno, non del tutto. Possiamo sempre dire “sì” o “no”, “voglio” oppure “non
voglio”. Non ti sto consigliando di fare qualsiasi cosa ti passi per la testa,
ma di non credere che tu sia obbligata a fare una sola cosa. Naturalmente, non
siamo liberi di scegliere quello che ci accade (come, per esempio, essere nati
in un tale giorno, da certi genitori, in un determinato luogo, e in una
determinata città) ma siamo liberi di rispondere come vogliamo a quello che ci
succede, obbedendo o ribellandoci, prendendo tutte le cautele o rischiando,
lottando o desistendo.
Certamente
essere liberi di tentare non coincide col riuscirci: molte forze limitano la
nostra volontà: terremoti e maree, malattie e soldi... Ma anche la libertà e la
volontà sono forze del mondo, al pari di malattie e terremoti; dunque sfrutta
le tue forze (libertà creatrice e volontà) per combattere le forze avverse: chi
ha successo, possiede forza di volontà, genio e fantasia.
Ama
quello che fai. Solo così otterrai la felicità. Come diceva Oriana Fallaci, la
vita ha quattro coniugazioni: amare, soffrire, lottare, vincere. Se tu ami
quello che fai e soffri per quello che ami, lotterai per quello che vuoi e
l’otterrai.
E
non importa verso quali orizzonti tu diriga i tuoi sforzi e sacrifici, purchè
la meta e la direzione siano state scelte da te e solo da te. Per questo, ti
auguro che il tuo nuovo percorso universitario sia per te la tua Itaca. Come in
un viaggio per mare, la vita ha solo un senso, un senso unico, diciamo così! Si
può, infatti, solo andare avanti o stare fermi. Ma mille possibili direzioni
tra miriadi e miriadi di possibili itinerari. Come scriveva Machado in “Campos de Castilla”, sono le tue orme il
cammino, flebili e delebili scie sul mare: non esiste sentiero, la strada la si
traccia percorrendola, è il percorso che segna la via, e voltando lo sguardo
indietro, potrai scorgere solo il sentiero che mai tornerai a battere:
Caminante, son tus huellas
El camino, y nada más;
Caminante, no hay camino:
Se hace camino al andar.
Al andar se hace camino,
Y al volver la vista atrás
Se ve la senda que nunca
Se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino,
Sino estelas en la mar.
Per
il resto, ascolta, non esiste la moviola e le giocate non possono essere
ripetute, e, per questo, bisogna riflettere bene su quello che si vuole e
pensare attentamente a quello che si fa, non disdegnando nessun piacere, ma
scegliendoli mediante un calcolo razionale. Non cercare, dunque, oggi tutti i
piaceri, ma ricerca e insegui tutti i piaceri dell’oggi.
Saper
vivere non è una scienza esatta come la matematica e l’economia che studierai,
ma un’arte come la musica: devi imparare a sentire prima di vedere, devi intuire
a orecchio prima di calcolare. Non trattare la vita come un’equazione poichè in
matematica due più due fa sempre quattro, ma nella vita due dispiaceri più
altri due non fanno solo quattro dispiaceri ma (a volte) anche una buona ragione
per suicidarsi! La vita non è come le medicine, che ci vengono vendute con un
foglietto esplicativo con tanto di posologia e controindicazioni. La vita ce la
danno senza ricetta e senza foglietti illustrativi. Fai la cosa sbagliata
quando ti accorgi che la cosa giusta da fare non è quella buona.
Un
ultimo consiglio: dato che si tratta di scegliere, scegli sempre quello che ti
apre (agli altri, alla vita, all’esperienza, a diversi modi di essere e di
vivere) ed evita quello che ti chiude.
Per
il resto, buona fortuna! Abbi passione e fiducia in te e nell’istinto del tuo
sentimento. Cerca di non passare la vita nella paura, nell’odio o
nell’indifferenza. E ricorda che essere vivi è essere felici.
Impossibilmente
tuo Manu.
CONFESSO
CHE HO VISSUTO.
Cara
Muna,
Anche
stavolta inizierò raccontandoti una storia e anche stavolta si tratta di una
storia che già conosci: è la storia di Robinson Crusoe, narrata da Daniel Defoe
nell’omonimo romanzo, del quale proprio in questi giorni mi è capitata una
copia tra le mani.
Sono
già arrivato a pagina 140 circa allorchè Crusoe, passeggiando sulla spiaggia
fece una scoperta destinata a stravolgere la sua esistenza quotidiana: <<Un
giorno, verso il meriggio, mentre andavo a raggiungere il canotto, vidi, con
somma meraviglia, l’impronta di un piede umano nudo sulla sabbia. Mi fermai,
come colpito dal fulmine o da una improvvisa apparizione.>>.
Ma
facciamo un salto indietro e ripercorriamo insieme e dall’inizio la storia per
rinfrescare la memoria. Non te la farò molto lunga, non temere! Dopo alcuni
anni vissuti in Brasile e costellati da discreti successi economici, Robinson
Crusoe avvertì la nostalgia del mare e decise di imbarcarsi in una nuova,
apparentemente redditizia, attività commerciale che lo avrebbe portato lontano
dalle coste a cui era approdato dopo molteplici peripezie in giro per il
Mediterraneo. Fu durante questo viaggio che si verificò la circostanza decisiva
della sua vita: una violenta tempesta, tanto terribile quanto importuna, lo
sorprese al largo di Trinidad consegnandolo alle fauci voraci del mare, che
fortunatamente e fortunosamente lo risputò sulle coste di un’isoletta,
apparentemente deserta. Presto il nostro protagonista imparò a sopravvivere con
il poco o niente che trovava sull’isola: un ombrello di foglie di palma per
ripararsi dal sole; un rifugio all’interno del quale ripararsi da vento,
pioggia, freddo e belve; un docile gregge di capre del cui latte nutrirsi; e
sulla spalla il suo inseparabile pappagallo. Insomma, detto in poche parole,
Crusoe fu capace di cavarsela anche in un ambiente decisamente ostile e in
completa solitudine. Viveva bene da solo, contento delle proprie abilità e
della propria forza d’animo e credo che, per un attimo, si sia reputato
veramente felice, parendogli che non gli mancasse proprio niente. Ma un giorno,
all’improvviso, senza alcun preavviso né sentore, ebbe un sussulto, e subito la
fronte si fece madida di sudore: lì, nella sabbia bianca, anzi dorata, della
sua isola, il nostro Crusoe rinvenne una forma che rivoluzionò l’intera sua
pacifica (non dico monotona) esistenza: l’impronta di un piede umano. E per la
prima volta Robinson Crusoe fu costretto a fare i conti con se stesso: dopo
esser naufragato, e aver dovuto ricominciare da zero e da solo, la presenza di
un’altra forma di vita simile lo costrinse a riflettere e rimodulare i termini
del suo stare al mondo.
Una
volta, il grande scrittore tedesco Goethe disse (a proposito della Sicilia, ma
l’affermazione si adegua perfettamente a qualsiasi clima e latitudine) che
<<se un uomo non si è mai trovato solo nel mezzo del mare, non può avere un’idea
corretta del mondo né della propria posizione rispetto al mondo.>>
(riporto a memoria, dunque non prendere proprio alla lettera la citazione).
Bene, alla stessa maniera Robinson dovette esulare dai meri problemi pratici e
ben altro tipo di problemi cominciò ad affastellarsi nella sua testa: ¿di chi
sarà quell’impronta? uomo o donna? amico o nemico? bianco o nero? La questione
non fu più quella di rispondere alle normali esigenze di sopravvivenza (che
cosa mangiare, dove dormire, come ripararsi dal sole e dalla pioggia) poichè da
quel momento divenne essenziale (vitale, direi)
per Robinson modulare i propri gesti e la propria vita a partire dall’alterità
di quella persona diversa da sé e di cui egli naufrago dovette (r)imparare a
capire stati d’animo, bisogni, esigenze, sentimenti riappropriandosi faticosamente
del concetto stando al quale ciò che rende vera (e umana) la vita è la
vicinanza con altre persone (lo diceva già Aristotele, l’uomo è un animale sociale)
e il rispetto e l’affetto che si ispira a questi.
È
un compito arduo e difficile: gli umani vanno trattati con cautela cioè con
quell’attenzione che si mette nel manipolare le cose fragili. Eppure non c’è
sensazione più gioiosa che conquistare la fiducia, il rispetto, e l’amore di
una persona ed essere ricambiato; nulla di meglio dell’essere amato,
dell’incrociare gli occhi di una persona che ci guardi con lo stesso amore con
cui noi guardiamo quella persona. Se hai questo, allora il resto non cale più.
E presto Crusoe se ne accorse. E presto me ne sono reso conto anche io.
Precisamente quando ti ho conosciuto e ti ho vista ridere per la prima volta.
Con
te ho pensato, per la prima volta nella mia vita, che l’esistenza non sia un
mero fatto di sopravvivenza, che non basti proteggersi dalla pioggia, nutrirsi,
avere una casa, godere dei piaceri più o meno effimeri, ripararsi dalle
intemperie, per poter dire di aver vissuto. Con te ho imparato che sprecare il
lato umano della vita (sembra paradossale) è senza dubbio di gran lunga più
fastidioso che perdere la vita stessa (il che è senza dubbio già un grave
fastidio!).
La
vita è una marcia nella notte buia: nemici invisibili ci circondano e spiano a
ogni passo, la stanchezza ci assale e tormenta, molti compagni cadono sotto i
colpi invisibili della morte onnipotente e onnipresente: dobbiamo approfittare
di ogni ancorchè minimo sprazzo di felicità, di ogni invisibile e inconsistente
scorcio di bellezza, di ogni intangibile e impalpabile barbaglio di allegria.
Solo allora potremo dire di aver vissuto.
E
dobbiamo ambire a farlo con la V
maiuscola, poichè (so che può suonarti tautologico) a nient’altro vale la vita.
Con te io avevo raggiunto il mio angolo di paradiso, quella meta che pochi
possono sperare di raggiungere e in cui pochissimi sosteranno a lungo. Io non
fui tra questi ma, nonostante la mia residenza in paradiso sia durata poco, già
tanto mi basta per poter dire di aver Vissuto. Nessuno sforzo è stato vano,
nessun sacrificio insopportabile, poichè vivendo e scoprendo te, io ho vissuto
e scoperto me stesso. Folle, con te ridevo per il puro fatto di ridere.
<<Un
giorno, verso il meriggio, mentre andavo a raggiungere il canotto, vidi, con
somma meraviglia, l’impronta di un piede umano nudo sulla sabbia. Mi fermai,
come colpito dal fulmine o da una improvvisa apparizione.>>. Tu sei stata
per me quel fulmine, che, in un baleno improvviso e abbacinante, ha inondato di
luce la mia notte. Proprio tu, che hai la notte nella pelle!
Impossibilmente
tuo Manu.
IL
MIRACOLO DEI MIRACOLI.
Cara
Muna,
Oggi
ho deciso di prendermi un po’ di tempo e scriverti questa lettera: è bello
prendersi del tempo e dedicarlo interamente a una persona. Così mi sono seduto
al mio computer, ho acceso una
sigaretta e ho pensato a belle frasi e forti parole che marchiassero a fuoco
quello che provo per te. Ma poi mi sono accorto che è ridicolo dire quello che
dovrebbe essere sottinteso. Per questo mi limito a farti i miei auguri con
questo libro. È vero, ormai siamo distanti, ma non c’è un giorno in cui non ti
pensi. Le tue fotografie sono diventate i miei segnalibri, i disegni che
lasciavi sparsi per casa sono diventati i miei porta-fortuna, e la tua faccia è
tuttora per me il volto della gioia. Con te mi sono sentito di nuovo bambino,
tutto era una gioia e una scoperta, e un’avventura le notti d’amore, con te:
giovane così non lo sarò mai più.
Non
hai idea di quanto sia stata per me selvaggia e piacevole la corsa: è stato
come lanciarsi in autostrada a duecento chilometri all’ora, una corsa davvero
sfrenata e folle. E necessariamente breve, come tutte le cose belle. È stato il
miracolo dei miracoli.
Impossibilmente
tuo Manu.
ABBI
FIDUCIA.
Cara
Muna,
Non
so se ti ricordi, ma in una circostanza per te molto dolorosa, mi dicesti che
io ero una delle poche persone di cui ti fidavi veramente, a cui avresti messo
in mano la tua vita senza esitazione.
Ebbene,
io non te l’ho mai detto, e tu non sai, che regalo mi hai fatto quel giorno:
neanche se vivessi mille anni potrei ritrovare la gioia provata in quel momento
per come mi sentii orgoglioso a sapere che la mia presenza era riuscita a darti
coraggio.
Bene,
quello che vorrei che tenessi sempre a mente è questo: sii forte, non avere
paura, tieni duro, e abbi coraggio e fiducia. Non in me, non in qualche
maestro, non in qualche idolo, non in qualche amica, non in un sapiente, non
nello stato, non nella religione, non nella politica, no: abbi fiducia in te e
solo in te stessa. Abbi fiducia nella tua giovinezza ancora intatta,
nell’intelligenza che ti permetterà di diventare sempre migliore e ti
permetterà di trascegliere i giusti compagni di strada. Soprattutto, abbi
fiducia nell’istinto del tuo sentimento.
Impossibilmente
tuo Manu.
LA
STRADA È LUNGA.
Cara
Muna,
Non
te l’ho mai detto, ma vorrei che sapessi che il nostro incontro è coinciso per
me con una fase particolare della vita, una fase di passaggio: la transizione
dalla gioventù alla maturità. Fase in cui possono capitare momenti di tedio,
stanchezza e scontento tipici di chi non ha ancora trovato se stesso. Momenti
d’irriflessione. Con te speravo in una vita nuova, più ampia e più intensa.
Questa vita l’occhio della mia mente già lo vedeva, scritta con tratto sicuro
in te.
Ma
la strada era lunga (sono lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il
cuore brama) e io non avevo sufficienti forze per affrontare il viaggio.
Impossibilmente
tuo Manu.
TUTTO
O NIENTE.
Cara
Muna,
Oggi
ho acceso il televisore per vedere un film
e mi sono accorto che l’abbonamento ai programmi di Netflix che avevamo stipulato
insieme è scaduto. Cazzo, è davvero finito tutto. Incredibile. È accaduto di
tutto: la gioia e il dolore, la rabbia e il rancore, i sogni e l’amore. Mi è
piaciuto tutto. Anche se ora ci comportiamo come se nulla fosse accaduto. Ma è
successo di tutto.
Non
avercela con me: è che volevo tutto da te. Ma il mio tutto non era il tuo.
Ovvio. Non mi accontento mai: io voglio tutto. O niente. Sai come sono.
Statti
bene e, come diceva Rilke, lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. Si
deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano. Buon viaggio e vivi
con allegria.
Impossibilmente
tuo Manu.
IN
RISPOSTA ALLA PRECEDENTE.
Caro
Manu,
Non
so se fosse necessario escludermi completamente dalla tua vita ma, fatta
eccezione per questo messaggio, ti prometto che lo rispetterò.
Ci
tenevo comunque a ringraziarti per aver condiviso con me il video.
Mi
ha commossa ascoltarlo. Mi ha confermato che, per sempre e senza alcun dubbio, le
poesie che hai scritto per me rimarranno il regalo più prezioso che potrò mai
ricevere. Questo non ha prezzo. E ti ringrazio.
Mi
chiedi di non avercela con te e voglio che tu sappia che, nonostante tutto, non
è così. Anche se non è stato abbastanza per te, per quel che vale, giuro di
averti amato al massimo delle mie capacità.
Mi
dispiace per come sia finita, e dell’ultimo ricordo che conservo di te e me. La
dinamica tossica e pericolosa che si è instaurata tra noi ha reso inevitabile
separarsi per mantenere l’integrità fisica e mentale di entrambi.
La
cosa più sincera che mi sento di augurarti, conoscendoti, è buon divertimento.
Abbi
cura di te, Manu.
Addio.
Anno 2021
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