"L'ORRORE"

  

“L’ORRORE.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 


 


 

 

 

 





PREAMBOLO.

 

Si può odiare così tanto sé stessi fino al punto di farsi del male e diventare ombre senza più forma e identità? E quanto di quell’odio diventa poi indifferenza verso il mondo che ci circonda?

Le vicende narrate non hanno un luogo o un tempo precisi. L’io narrante protagonista non ha un nome, un genere e nemmeno un’età. Tutto è indefinito e sfocato sullo sfondo, perché estremamente vivide e forti sono le emozioni in primo piano.

Come tutte le storie vere non c’è un inizio, ma solo il momento in cui entriamo a farne parte. C’è un prima, dunque, e ci sarà sicuramente un dopo. E saranno a prescindere da noi.

Nel mezzo ci sono un’infermiera con la fissa di salvare il mondo, un bambino seduto s’un trono di libri e un fantasma cattivo. Il fantasma si accompagna a quattro nani vestiti da ufficiali nazisti e vuole portarsi via il bambino per ucciderlo. Ci sarà la guerra. E lì sotto c’è la cantina. È buia e sporca e non ha finestre. Dentro ci vive l’Orrore. Ci sono cose molte brutte là dentro. Credetemi, io l’ho vista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<La mia storia non è a lieto fine. Non è confortante o felice come lo sono le storie di finzione. Contiene parti confuse e senza senso, di sogno e follia. Come nelle vite di coloro che non vogliono illudersi ancora.>>

 

(Hermann Hesse).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ODIO.

 

Ti appenderei a testa in giù per i piedi come Mussolini! Cazzo, sarebbe una liberazione. Ho il cuore avvolto nel filo spinato e ogni battito è un grido che mi strazia il petto. Sono troppe le giornate passate a chiedermi se c’è una via d’uscita da questo inferno e se tutto il male che sento dentro prima o poi finirà.

E ora che la tua faccia è a pochi centimetri dalla mia, in una giornata nella quale ogni colore è stato dissolto da una pioggia acida che sembra non voler finire mai, vorrei colpirti e scaricarti addosso tutta la rabbia che mi divora l’anima, toglierti quel sorriso a forma di sfregio e spegnere per sempre il suono fastidioso della tua voce.

Stringo forte la mano e le unghie si conficcano nel palmo.

Ti guardo dritto negli occhi e non c’è nulla che possa fermarmi. Dio quanto ti odio! Alzo il braccio e vorrei poter vedere questa scena da una prospettiva esterna, ma la sensazione dei muscoli che si tendono e si contraggono non mi permette alcuna divagazione metafisica.

Il pugno è all’altezza dell’orecchio e nella luce pallida di un neon che mi trema addosso esplodo tutto il mio odio colpendoti con un urlo che nulla ha di liberatorio.

La tua espressione sorpresa è frammentata in decine di linee isteriche. I lineamenti sono sconnessi e confusi, hanno una forma che nemmeno il più folle dei pazzi riuscirebbe a disegnare. Un occhio è più basso dell’altro e al posto dei denti c’è uno buco vuoto e scuro.

Tutto intorno c’è sangue. Il mio.

La mano è squarciata sul dorso. Frammenti di te l’hanno aperta tra la nocca del dito medio fino quasi all’attaccatura del polso. La guardo in silenzio e non so cosa pensare. Osservo il sangue schizzare a fiotti, come volesse fuggire da un corpo che non sopporta più, dopo che ho colpito con furia violenta la mia immagine riflessa nello specchio del bagno di casa mia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’OBLIO.

 

Mi tremavano le gambe.

Presi l’asciugamano a lato del lavandino e lo avvolsi intorno alla mano imponendomi di non muovere le dita. Temevo di aver tranciato i tendini. Attraversai veloce il corridoio, aprii la porta di casa e scesi i gradini due alla volta. Il pomeriggio mi accolse con calda e appiccicosa indifferenza. Non c’era traffico. Era solo un altro Ferragosto passato in solitudine.

Vidi arrivare un autobus dall’altro lato della strada. Il pachiderma azzurro si arrestò alla fermata con uno sferragliare acido e stanco. Corsi e mi infilai tra le porte che si stavano chiudendo. L’autista mi guardò torvo. Alzai la mano avvolta nell’asciugamano zuppo di sangue.

Ho combattuto anche per te amico e ora ho bisogno di cure. Portami nelle retrovie, subito! Presto tornerò a casa.

«Non ho il biglietto.» dissi piano.

Lui fece un cenno con la testa, poi ingranò la prima. Il bestione si mosse di scatto e io quasi caddi a terra. Raggiunsi barcollando un posto a sedere. Ce n’erano tanti nel ventre rovente di quella balena di metallo ed erano tutti vuoti.

Gocce di sangue grandi come ricordi caddero tra le gambe, mentre il cervello masticava tutto quello che era successo in questi ultimi mesi. Era un film che mi dava la nausea.

Reggendomi la mano, quasi fosse uno stupido trofeo di una ancor più stupida guerra, iniziai a fare i conti col mio passato. Qualcuno aveva detto che per avere coraggio occorreva prima avere paura. In quel momento, mentre la mia vita stava assomigliando sempre di più a una scritta lasciata su un muro (Eleanor was here), sentivo quella paura crescermi dentro come un’edera velenosa e mangiarsi quel poco di coraggio che pensavo di possedere.

Guardai la mia vita e la vidi come una lunga strada persa nel nulla. Gli anni a venire sarebbero stati un percorso a piedi nudi su quella strada lastricata di merda. Avrei calpestato tutto lo schifo passo dopo passo, fino alla sorgente del mio male. E lì avrei trovato un totem blasfemo seduto su un cumulo di promesse ammuffite, con un ghigno soddisfatto stampato sulla faccia e brandelli della mia stessa esistenza che pendevano da mani ossute e bianche come la morte: me.

L’autista inchiodò pestando entrambi i piedi sul pedale del freno. Picchiai la testa sul sedile davanti aprendomi uno sbercio sopra l’occhio destro. Alzai lo sguardo e lo vidi indicare tranquillo l’uscita del bus, proprio davanti al pronto soccorso. Barcollai fino alla porta a soffietto mandandolo mentalmente a quel paese e lui mi rispose con qualcosa che assomigliava a un fottiti. Per strada non c’era nessuno. Mi stavo specchiando nel mondo e il mondo era completamente vuoto.

Entrai al pronto soccorso e le poche persone presenti si voltarono per guardarmi, come fossi un personaggio uscito da un b-movie dell’orrore. Il sangue era colato sui vestiti e nuovo altro sangue fresco rigava la mia faccia stravolta.

Mi sciolsi sulla prima sedia libera e scoppiai a piangere. Al mio fianco una signora di mezza età guardò schifata. Chissà, magari pensava che mi avessero fatto la festa per questioni di droga o puttane.

Sofferenza è sinonimo di illegalità, vero signora?

Distolsi lo sguardo reggendo la mano ferita come fosse un figlio da accudire. Mi venne una incredibile voglia di fumare. Con la mano buona cercai nelle tasche, ma non trovai nulla. Mi guardai in giro per vedere se qualcuno per caso stesse fumando. Idea stupida, negli ospedali è vietato. Guardai di nuovo la tipa alla mia destra. Forse cercavo un pretesto per litigare o forse volevo solo prendermi gioco di lei. Le sorrisi mostrando i denti macchiati di sangue (ne avvertivo il sapore metallico in bocca) e lei fece un balzo all’indietro dallo spavento, o per il disgusto. Non potei darle torto.

«Tocca a lei» disse una voce di donna.

Alzai la testa, ma vidi solo rosso. Sentii sospirare, poi la proprietaria della voce mi mise una mano sotto l’ascella e con fare deciso e delicato insieme mi aiutò ad alzarmi.

«Riesce a stare in piedi?» mi chiese.

Era premurosa, ma per qualche motivo la sua voce non mi piaceva. Balbettai qualcosa, poi lasciai la mano ferita e mi tolsi un po’ di sangue dagli occhi.

«È la seconda stanza a sinistra, sono solo pochi passi.» disse aprendo una porta bianca come la morte.

Anche il corridoio dietro quella porta era bianco. Su un lato c’erano altre tre porte con ognuna un piccolo oblò. Sembravano occhi. Mi fissavano e mi giudicavano. Chiesi in quale di quelle tre dovevo entrare. Lei indicò quella nel mezzo.

Feci quei pochi metri a fatica. Non sapevo se veramente avessi reciso i tendini della mano, ma non me ne importava più nulla. Non sapevo nemmeno quanto fosse grave la ferita alla testa. Non me ne fregava più niente del dolore, della paura, del sangue e dello specchio rotto nel cesso di casa mia. Non mi importava più di me e di tutto quello che mi girava intorno, anche se a ben vedere attorno a me c’era solo il vuoto. In quel momento volevo solo che qualcuno mi infilasse un ago in vena facendomi chiudere gli occhi una volta per tutte. Immaginai il senso di torpore che dalle gambe saliva piano fino al centro della vita e poi più su, fino alla testa. E il mondo che lentamente diventava bianco, sempre più bianco. Lentamente. Per sempre.

La voce di un uomo arrivò improvvisa: «Va giù! Va giù!»

«Non ce la faccio!» rispose una voce di donna che riconobbi essere quella dell’infermiera.

Sentivo mani dappertutto. Mani che mi sorreggevano, che strattonavano e che mi stringevano. Poi i miei piedi si staccarono da terra con leggerezza.

Era dunque questa la morte? Volare via immersi nel bianco assoluto? Non era poi così brutta dopotutto.

Il dolore alla mano riesplose e mi fece gridare. Il bianco si tinse di nero e subito dopo divenne luce rossa.

«Apri gli occhi.» disse l’uomo. «Forza, apri gli occhi.» ordinò.

E io obbedii.

C’erano facce chine su di me, volti che sembravano fantasmi. Nelle orecchie avevo un vortice di voci lontane, le voci dei morti che danzavano senza sosta nella mia mente. Era come viaggiare a tutta velocità nella galleria degli orrori in un luna park da cartone animato.

«Va tutto bene, è stato un piccolo mancamento.» disse una faccia, quella di un medico con una lunga barba. «Ora sentirai una puntura sul braccio. Non spaventarti, è solo l’ago della flebo.»

Spaventarmi? Cristo, ho la mano squarciata, un taglio in fronte e l’anima in pezzi. Credi che una flebo nel braccio sia la mia più grande preoccupazione?

L’avrei gridato ma le parole se ne restarono al buio rassicurante della mia gola.

«Diamo un’occhiata alla testa.» disse il medico.

Il dolore si stava attenuando. O forse ero io che mi stavo semplicemente spegnendo. Qualunque cosa ci fosse in quella flebo mi stava piacendo. Anche se piacere non era abbastanza.

Sentivo di nuovo mani danzare su di me, leggere come neve che si posa al suolo. Ma non contenevano amore. Non c’era un solo briciolo d’amore in quei movimenti eseguiti con cura e abilità. L’infermiera pulì delicatamente il sangue rappreso dalle guance.

«È solo un taglio superficiale. Ora occupiamoci del resto.» disse il medico.

L’infermiera disinfettò la ferita sulla fronte e lui tagliò la fasciatura improvvisata alla mano. Tutta questa precisione chirurgica mi infastidiva.

«Devo registrarla nel nostro archivio. Ha un documento?» chiese lei riponendo il batuffolo di cotone nel vassoio di metallo.

Avevo lasciato i documenti sul tavolo della cucina di casa mia, sepolti sotto le raccomandate dei creditori, l’ingiunzione di sfratto e la lettera di licenziamento, nel mezzo di un cerchio magico simile a Stonehenge ma fatto di bottiglie vuote di Gin e Rum. Mi vergognavo, una vergogna mai provata prima. Mi sentii come Pollicino, ma non avevo sassi nelle tasche o briciole di pane con le quali segnare la via di casa. Ero un essere minuscolo sperduto in un bosco buio popolato di mostri, incapace di trovare la strada. Scossi la testa da un lato all’altro sperando che non ci fossero altre domande.

«Di questo ce ne occuperemo tra poco.» disse lei con tono accondiscendente. «Come ha fatto a tagliarsi la mano in quel modo?».

Sospirai. «Ho dato un pugno allo specchio.».

Mi guardò in silenzio e poi si voltò verso il medico.

«Mi scusi, non è un gran periodo...» continuai in un patetico tentativo di giustificarmi. «Ho perso il lavoro e la mia vita non va come vorrei.»

L’infermiera si sedette alla scrivania e compilò la scheda in un silenzio professionale. Mostrava l’esperienza di chi aveva a che fare tutti i giorni con un caleidoscopico campionario di varia umanità. In quel momento mi sentii parte di quel mondo che fino ad allora avevo visto solo di sfuggita durante una sosta al semaforo o nei servizi del telegiornale della sera.

Chiese le mie generalità e io, da paziente diligente, le recitai nome, cognome, indirizzo e numero di telefono senza mentire nemmeno una volta.

Ora siamo pari, pensai. Ho fatto il mio dovere.

Guardai la mano ferita, che ormai era insensibile per via dell’anestetico. Era una cosa estranea che sembrava non fare più parte di me. Guardai le gambe, i piedi, l’altra mano e il resto del mio corpo. Era come se stessi guardando un’altra persona. I veli grigi dei miei fallimenti, che da troppo tempo mi avvolgevano la testa come un sudario, avevano finito con l’alterare la percezione fisica del mio corpo, trasfigurandomi in un essere sconosciuto.

«I vasi e i tendini sono a posto.» mi rassicurò soddisfatto il medico. «Ti è andata bene, dico davvero.».

Mi arrabbiai parecchio. Ma perché mi dai del tu? Ci conosciamo forse? Va bene, avrai vent’anni più di me, ma che vuol dire. Cristo come odio i piacioni. Oddio no, ora si mette a fischiettare.

Guardai verso il soffitto. Era bianco, senza nemmeno uno sbaffo di sporco. Il soffitto di casa mia faceva schifo, come tutto il resto per altro.

«Ma com’è che hai dato un pugno allo specchio?» chiese lui smettendo di fischiettare.

Non volevo ripetermi. Era tutto così umiliante e non avevo bisogno anche della sua commiserazione. Mi chiusi in un ostinato silenzio. Un silenzio di quelli che possono fare piangere, come una viola che suona note basse e lunghe nel giorno del mio funerale.

«Beh, non ha importanza, almeno credo.» disse scrollando le spalle. Non mi sembrò particolarmente deluso. «Ti ricucio la ferita e non ti preoccupare: non si vedrà quasi nulla, te lo garantisco.»

Ecco bravo, cuci e non fare domande, che di domande ho già piena la testa.

La stanchezza venne a bussare alla mia porta. Era decisa a entrare e io sapevo che resisterle non sarebbe servito a nulla. Così chiusi gli occhi, mi addormentai e sognai.

Fu la prima volta che la vidi.

Sono nella vecchia casa di campagna dei miei nonni. È buio, ma non come è buia la notte. Nel mio sogno la notte è blu. Ogni cosa è blu, un blu scuro che quasi ci puoi cadere dentro. Cammino sotto il portico. Passi lenti, ovattati. In lontananza sento le esplosioni delle bombe. È la guerra.

Luci tremolanti si accendono e si spengono all’orizzonte e subito dopo arrivano i tuoni a muovere l’aria. Mi fermo alla fine del porticato e guardo verso i campi di mais. Qualcosa si muove. Le piante ondeggiano, cullate da voci lontane e confuse. L’onda si fa sempre più vicina e le grida diventano sempre più chiare. Voci gracchianti che parlano in tedesco.

«Wir töten alle Juden verflucht!»

Il mare di mais espelle un vecchio che tiene per mano una bambina. Il vecchio è vestito di stracci e piange. Una stella di stoffa gialla danza nervosa sul bavero di una giacca sporca e consunta. La bambina ha i capelli biondi e stringe al petto una bambola di plastica. La stella gialla appuntata sul petto è grande quasi quanto il suo viso. Mi vengono incontro guardandomi con gli occhi spenti, come se fossero già morti.

Indietreggio qualche passo. I loro sguardi mi terrorizzano. Le urla dietro di loro si fanno intanto sempre più vicine. Le piante di mais dondolano paurosamente.

«Wir werden alle töten!» grida qualcuno.

Il vecchio e la bambina si nascondono dietro di me. Mi hanno eletto a loro scudo. Resto immobile. Quattro nani vestiti da ufficiali nazisti escono dal profondo blu di quel mare vegetale. Ognuno di loro impugna una vecchia macchina fotografica degli anni Quaranta. I nani mi circondarono e iniziano a scattare foto. Hanno tutti un ghigno soddisfatto stampato su facce grottesche. Usano le loro macchine fotografiche come pistole. E sparano, sparano, sparano.

«È inutile che vi nascondete!» grida uno di loro in un italiano macchiato da un forte accento tedesco.

«Tanto vi prendiamo tutti prima o poi! E metteremo le vostre foto dappertutto!» gli fa eco un altro. Sono spaventosi. Quattro nani gemelli vestiti da ufficiali nazisti.

Sembrano non curarsi di me. Non mi vedono. Si muovono invasati e famelici alla ricerca della migliore inquadratura possibile, in un frastuono assordante di clic.

Non riesco a muovermi. Il vecchio e la bambina si nascondono il viso tra le mani e piangono in silenzio. Le lacrime trasudano tra le dita chiuse sui loro volti. Non so dire se siano veramente spaventati. È come una grande recita e io ne sto facendo parte.

Ne ho abbastanza. Non voglio più far parte di quel teatrino. Questo gioco mi fa orrore. Mi sposto di lato, lasciando il vecchio e la bambina alla mercé dei loro aguzzini.

Il gioco si ferma. Si fermano le bombe lontano e i tuoni, si fermano gli scatti delle macchine fotografiche e la danza dei nani.

Mi fissano attoniti. Sento i loro sguardi trapassarmi l’anima. Tutti tranne la bambina. Lei no, lei mi guarda in modo diverso. I suoi occhi dicono altro.

«Hai rovinato tutto, tutto, tutto!» esplode d’improvviso e mi lancia contro la bambola che stringeva al petto.

Rovinato cosa? Il gioco? Balbetto cercando di scusarmi, ma non riesco a udire le mie parole.

Il vecchio le accarezza i capelli e le mormora qualcosa all’orecchio. Non sento quel che le dice. Gli occhi della bambina sono ancora fissi sui miei. Occhi carichi di delusione. I nani si avvicinano, la consolano un po’ e poi tutti insieme se ne tornano lentamente nel blu scuro di quel bosco assurdo.

É un lento e triste funerale.

«Ho finito.»

La voce squillante del medico mi riportò al mondo reale come una tirata di capelli. Si tolse i guanti e si avvicinò.

«In quanto a te, niente più pugni allo specchio, ok?» disse sorridente.

Annuii, cercando di avere l’espressione più gentile e giusta possibile. Lui ridacchiò e sparì dalla mia vista.

«Ora le fascerò la mano. Dovrà farsi cambiare la medicazione ogni tre giorni dal suo medico curante.» disse l’infermiera.

Lei era gentile. La sua voce continuava a non piacermi, ma almeno aveva rispetto per me. Quel viso tondo, la figura leggermente in carne, i lunghi capelli biondi e gli occhi di chi ne aveva viste tante avevano un ché di rassicurante.

«La copra con qualcosa di impermeabile se deve farsi la doccia.» si rassicurò.

Provai una sensazione di umido sul viso. Forse stavo ancora perdendo sangue.

«Mi scusi...» dissi. La mia voce arrivò da un punto lontano nel mio corpo. «Credo di avere del sangue sul viso.»

L’infermiera tamponò gli zigomi e le orecchie. «Non è sangue, sono lacrime.» disse piano. «Sta piangendo.».

Respirai molto lentamente. Aria dentro, aria fuori, aria dentro, aria fuori. Così mi avevano insegnato.

Che vuol dire che sto piangendo? Forse lacrimo un po’, ma se piangessi me ne accorgerei, non le pare?

Non dissi nulla, di nuovo.

«Lei non sta bene, e non mi riferisco alle ferite.» disse trascinando uno sgabello vicino al letto. Si sedette, prese la mia mano sana e la chiuse tra le sue. «Perdoni se mi permetto, ma è chiaro che lei non sta affatto bene.»

Era la prima volta che qualcuno mi parlava così. Nemmeno mia madre si era mai resa veramente conto di cosa mi marciva dentro. Ogni volta che passavo a trovarla, dopo la morte di mio padre, mi chiedevo come fosse possibile che non sentisse l’odore acre e dolciastro del mio dolore. E come lei tutti quelli che incrociavo ogni giorno.

Non ero più un corpo, una presenza fisica. Ero altro.

Quando camminavo per strada avevo l’impressione che nessuno mi vedesse. Credo sia così che succede quando finisci nei reietti. Smetti di esistere e poco importa se ti metti a gridare. Nessuno ti sentirà mai. Nessuno ti ascolterà. È un grido che muore ancora prima di nascere. Sono parole che ti cadono in fondo all’anima e tu lo sai che è lì che resteranno, per sempre.

Siamo essere invisibili io e te, abitiamo in un piano inferiore rispetto alla loro realtà. Non ci piace salire in superfice e se lo facciamo è solo per sopravvivere. Ma loro non ci vedono. Non possono vederci, e forse nemmeno lo vogliono. Lo sai anche tu vero?

Provai allora a indossare la mia solita maschera e mi illusi che potesse funzionare. Dentro però ero un cumulo di macerie. E il terremoto non era ancora finito.

«Ho una certa esperienza in questo.» disse abbassando lo sguardo e il tono della voce, poi aggiunse una parola che puzzava di dolore e sconfitta: «Purtroppo.»

Non sapevo cosa dire, perciò non dissi nulla.

Lei invece non si fermò. Era come una valanga che ha iniziato la discesa verso valle e niente la può più fermare: «Conosco una persona che è in una situazione simile alla sua.»

«Va in giro a sfasciare specchi?» chiesi. Mi uscì così, di colpo.

Lei sorrise. «No, certo che no. Ha solamente perso la fiducia in sé stesso. Esattamente come lei.»

Questa psicologia spicciola iniziava a darmi sui nervi. «Un momento, cosa le fa pensare che io non abbia più…»

«Sst» mi interruppe portando l’indice davanti alle labbra. «C’è qualcuno che l’aspetta a casa questa sera?»

Ancora quella sensazione di umido sul viso.

«Ho finito il mio turno, giusto il tempo di fasciarle la mano poi esco. Che ne direbbe di venire con me in un posto?»

Non ne avevo voglia. E poi andare dove? A fare che? Pregai che mi lasciasse in pace. Volevo tornare nel mio squallido bilocale, infilarmi nel letto vuoto e piangere stringendo tra le braccia una bottiglia di gin. Questo volevo fare.

La mia voce, che arrivò da non saprei dire dove, mi tradì: «Ci penserò.»

Si voltò senza dire nulla e si dedicò alla fasciatura.

Presi un lungo respiro, serrai gli occhi e immaginai di volare via. Un volo radente, nel silenzio assoluto, col vento che mi accarezzava il viso mentre tutto era dolce e immensamente calmo. Immaginai di atterrare su una montagna e di sedermi sulla cima. Tutto era piccolo e lontano visto da lassù. Potevo respirare meglio, sentire meglio.

Quando è iniziato tutto questo? La domanda era piantata nella mente come un chiodo nel muro.

Due anni prima, ma non potrei dirlo con certezza. Ero al funerale di mio padre e avevo bevuto. La mia storia d’amore – l’ultima, visto che da allora non ne ho avuta nessun’altra - era finita da pochi giorni. Mi fu difficile stare accanto a chi non capiva perché passassi le notti in ospedale a guardare mio padre che lentamente moriva. Feci l’unica cosa che potevo fare: dissi basta e ci lasciammo.

Quel giorno seguivo il carro funebre in mezzo alla gente ma non ero realmente lì, anche se non sapevo dove fossi. Ogni tanto qualcuno si avvicinava per dirmi qualcosa. Io fingevo di ascoltare, annuivo e poi ritornavo a chiudermi dentro il cappotto. C’era pioggia, me lo ricordo bene. Una pioggia sottile e triste, come me.

Vissi i giorni successivi in una sorta di trance isterico. Scattavo per un nonnulla, litigando con chiunque facesse o dicesse qualcosa che mi urtava. Bastava un niente per rischiare risse continue, con chiunque. Un giorno litigai furiosamente anche con un bambino.

E intanto il mio male cresceva.

Un paio di mesi dopo il mio datore di lavoro mi convocò nel suo ufficio. Da dietro una scrivania elefantiaca, con indosso il suo doppiopetto grigio, il sigaro cubano stretto tra i denti e un garofano rosso grande come un pugno all’occhiello, pronunciò la sua sentenza: «Non so cosa ti stia succedendo, né perché. Ho provato a capirti e giustificarti e quindi... bla bla bla...».

Me ne andai sbattendo la porta prima di sentire la fatidica frase.

Sulla via di casa passai da un supermercato e comprai tutti i superalcolici che potevo trasportare a piedi. Per le successive due settimane il mondo fece a meno di me.

E in quel momento, mentre l’infermiera che voleva salvarmi stava finendo la medicazione alla mano, guardai quei ricordi come si guarda una valle dalla cima di una montagna. In lontananza.

«Ho finito.» disse alzandosi.

La mano mi comunicò con un paio di scariche di dolore che nulla era cambiato e che apparteneva ancora al mio corpo. Era un dolore fatto di lingue rosse di fuoco e fiamme. Mi lamentai.

«Le fa male? Non si preoccupi, è normale. Sta passando l’effetto dell’anestesia. Ora le prendo un antidolorifico.»

Portò un vassoio con due pastiglie dentro e un bicchiere d’acqua.

«Ha riflettuto sulla mia proposta?» chiese.

Mandai giù l’antidolorifico e ancora un po’ mi strozzai. Speravo se ne fosse dimenticata.

«Cosa ne dice allora?» mi incalzò ancora.

E poi accadde di nuovo quel che quasi sempre accade, ovvero che senti di dover dire di no, vuoi dire di no, ma alla fine la tua bocca si diverte un mondo a metterti nei guai.

«Sì, va bene.» risposi.

Lei si illuminò come se il sole fosse sorto in quel preciso istante puntando tutti i raggi sul suo viso.

«Fantastico.» cinguettò terminando di sistemare i ferri e gli arnesi dell’intervento.

Guardai ancora verso il soffitto e mi maledissi sottovoce. Mi sentivo come un tronco che galleggiava su un fiume in mezzo al nulla. Non c’era molto che potessi fare, se non seguire la corrente e pregare che dietro ogni masso che incontravo non si nascondessero le rapide.

«Ah, mi chiamo Lisa.» disse prendendomi la mano sinistra e scuotendola con entusiastica energia. «Ci possiamo dare del tu?».

Ero nella corrente e non avevo gambe e braccia per cambiare direzione.

«Sì, certo.» risposi. L’educazione, almeno quella, mi era rimasta.

«Vado a cambiarmi. Ci vediamo in sala d’aspetto tra una decina di minuti.»

Annuii e mi alzai con cautela. Mi sentivo ancora debole ma tutto sommato riuscii a stare in piedi.

Percorsi il breve corridoio a passi lenti. Tutto intorno sentivo un rumore sordo, un ciac ciac ciac continuo che sembrava non avere origine. Arrivai nella sala d’aspetto e mi lasciai cadere su una sedia vicino a una pila di vecchi giornali. Presi una rivista, la posai sulle ginocchia e con la mano sana sfogliai distrattamente una pagina dietro l’altra.

C’era un silenzio irreale tagliato solo da quel ciac ciac ciac.

Alzai lo sguardo, lentamente.

Dapprima vidi un paio di stivali neri con le punte spalancate, come bocche oscene che volevano divorarmi. Dondolavano sospese nel vuoto. Avanti e indietro, avanti e indietro, lentamente. Poi i pantaloni grigi, con una banda rossa sui lati, infilati a sbuffo negli stivali. A seguire vidi la giacca chiusa con tre bottoni d’oro e una fila di medaglie appuntate sopra al cuore. Sul braccio una fascia rossa con una svastica nera su sfondo bianco, e alla fine vidi una frusta ben stretta nella mano.

Era un nano vestito da ufficiale nazista. Dondolava i piedi nel vuoto sbattendo un frustino di cuoio nero sulla mano aperta e mi guardava con un ghigno carico di odio.

Era uno dei nani del mio sogno. E non era solo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAN YOU HEAR ME?

 

Sleeping in the haze

three steps after the moon

where the church is marrying the synagogue

on a carpet weaved of gold.

 

Living in a dream

all the pictures are gone

under the weight of a shattered glass castle

no one was saved wearing a blindfold.

 

Your name is a glare that I saw through the faces left below,

a crow swelled the glands,

while I was exhuming the brave.

 

Behind the window that no one knows,

near the sign she appose,

I wiped the dirt from my hands

staring in silence an empty grave.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL VIAGGIO.

 

Uscimmo nel parcheggio.

«La mia macchina è quella.» disse Lisa indicando un vecchio cassone con le ruote.

Avrà avuto almeno cent’anni, metà dei quali passati a combattere una logorante guerra nel traffico.

«Ha visto parecchie albe, lo so, ma va ancora alla grande!».

La portiera si aprì con un lamento. Mi lasciai scivolare sul sedile di pelle rossa screpolata. Sentivo le ultime energie che avevo in corpo andarsene via. Avrei voluto chiudere con la vita dentro quella macchina, magari sparandomi un colpo di pistola in bocca. Mi venne da ridere al pensiero, perché tutto sommato non mi sarebbe dispiaciuto morire dentro una bara di metallo con una stella sul cofano. Très chic.

Lisa accese la radio e Simon & Garfunkel riempirono quello spazio di mondo con uno dei loro classici arpeggi.

«È musica vecchia che non ascolta più nessuno lo so, però...»

Sul portaoggetti vicino alla leva del cambio c’era un pacchetto di sigarette. Dio quanta voglia avevo di fumarne una. Le fissai con l’acquolina in bocca, poi guardai Lisa.

«Prendile pure se vuoi. Non sono mie, sono di una mia amica. Le ha dimenticate più di un mese fa ormai.»

Benedissi quella donna. Ne presi una e cercai l’accendino in tasca. Per fortuna quello non l’avevo lasciato a casa.

Inspirai in profondità e poi soffiai fuori il fumo, molto lentamente. Ci voleva, cazzo se ci voleva, pensai. Sentivo le sinapsi ricominciare a fare il loro dovere.

«Dove stiamo andando?» chiesi.

Lei si grattò il naso senza staccare gli occhi dalla strada.

«Non voglio passare la mia vita a cucire ferite, capisci? È un bel lavoro intendiamoci, ed è anche utile, ma a me piacciono più le ferite dell’anima che quelle del corpo. Quindi mi sono iscritta a Psicologia. Ancora due esami e poi finalmente mi laureo. Ho trovato un altro lavoretto e mi piace tantissimo. Sarà quello il mio futuro.»

Teneva le mani strette sul volante e lo sguardo sempre fisso in avanti. Non dava l’idea di essere una gran guidatrice. I lunghi capelli biondi si muovevano al ritmo delle sue parole.

Fumai una sigaretta dietro l’altra mentre la strada s’infilava veloce sotto la macchina. La situazione era grottesca. Stavo viaggiando nel vuoto di una sera di Ferragosto in compagnia di un’infermiera bionda che voleva fare la psicologa e che mi stava portando da qualche parte con l’assurda idea di guarire il mio male, nonostante ci conoscessimo appena.

Per quel che ne sapevo poteva anche essere una pazza assassina rilasciata con troppa fretta da un manicomio criminale. Di lì a poco avrebbe usato un bisturi rubato in ospedale per tagliuzzarmi con sadica precisione.

La guardai sorridendo.

«Non hai ancora risposto alla mia domanda.». dissi scacciando, ma non troppo, quel pensiero.

«Quale?».

«Dove stiamo andando di preciso?».

«Scusa. A volte perdo il filo del discorso.» 

Io ho perso il filo della mia vita, se ti può consolare.

«Lavoro part-time in una casa di riposo. Fornisco supporto psicologico agli anziani.»

«Fantastico, quindi pensi che un raduno di vecchi possa farmi stare meglio?»

«Quanto cinismo e comunque no, non è da loro che ti sto portando, o meglio, la persona che voglio farti conoscere è un bambino.»

«Di bene in meglio, passiamo dai vecchi ai bambini. Non sto più nella pelle!» dissi.

Lei però aveva smesso di ascoltarmi. D’altronde le valanghe mica sentono le imprecazioni e le urla di terrore degli sciatori quando queste si staccano dalla cima dei monti, no?

Chiusi gli occhi.

«Sì chiama Jacopo e ha dieci anni. Vive con suo nonno alla casa di riposo da quando suo padre ha deciso di sparire dalla sua vita...»

«Cristo.»

«...due anni fa e da allora vive in una specie di mondo tutto suo. Se ne sta tutto il giorno seduto nell’ingresso aspettando che il padre torni a riprenderlo.»

Due anni, pensai. Più o meno quando il cancro bastardo che mi sta divorando l’anima si è manifestato per la prima volta. E chissà da quanto tempo me lo stavo covando al calduccio rassicurante di un’esistenza banale. Poi pensai al bambino. Magari il suo padre dell’anno aveva mollato il ragazzino il giorno stesso del funerale del mio padre dell’anno. In quanto a padri dell’anno sarebbe stata decisamente una bella gara.

Lisa si aggiustò i capelli sul viso e io accesi l’ennesima sigaretta. La strada intanto era solo spazio mangiato da vecchi pneumatici secchi e affamati.

«E non è tutto.» continuò. «Seduto al suo fianco c’è suo nonno che aspetta che il figlio torni. Un figlio che aspetta il padre e un padre che aspetta il figlio. E tutti e due aspettano la stessa persona.»

Guardai fuori dal finestrino. Un uomo in completo scuro camminava sul marciapiede reggendo in mano una dozzina di fili alle cui estremità erano legati altrettanti palloncini colorati. Aveva il passo svelto di chi ha fretta di rendere felice qualcuno.

All’improvviso un palloncino rosso si sfilò dal gruppo e volò via, portato in alto dal vento. L’uomo si fermò e lo osservò salire velocemente nel cielo scuro della sera. Qualche istante dopo riprese il suo cammino.

«È una storia molto triste, ma cosa c’entro io con tutto questo?» chiesi guardando quella sfera rossa diventare sempre più piccola come un ricordo che muore.

«A Jacopo fa bene incontrare persone nuove. È così solo dentro quel posto. E credo che farà bene anche a te conoscere nuove persone, condividere esperienze.». Improvvisamente, nel mezzo di quel discorso serioso, scoppiò ridere. «E poi questa sera non avevi niente di meglio da fare, no?»

«Non capisco cosa ti sei messa in testa...» sbottai. Mi stavo alterando. «Ci conosciamo da un paio d’ore, di me sai meno di niente e come per miracolo hai trovato la cura a tutti i miei mali senza nemmeno preoccuparti se la cosa mi può andare bene o no. Ma chi cazzo sei, la salvatrice del mondo in camice bianco piombata sulla terra da un pianeta dove regna la bontà e l’amore per il prossimo?». L’ultima parte del mio monologo fu un grido disperato lanciato nel vuoto.

Ansimavo. Non so se fosse per via della frase che avevo sputato fuori senza prendere fiato o per la rabbia che mi aveva colto.

«Ecco, siamo arrivati.» disse lei rallentando la macchina.

Svoltammo in un breve vialetto alberato che conduceva a un piccolo parco con una villa rossa nel centro. Non aveva sentito una sola parola di quello che avevo detto.

«Pochi minuti e poi ti riporto a casa.» promise.

«Ma io qui non ci volevo venire! Non voglio stare qui, non voglio vedere nessun vecchio, nessun bambino.»

Lisa fermò la macchina e girò la chiave nel quadro. Il motore si spense con un paio di colpi di tosse. Mi convinsi che non sarebbe più ripartita maledicendomi per aver lasciato il portafogli casa. Avessi avuto i soldi con me avrei preso subito un taxi.

«Forza.» intimò.

«Non mi muovo.»

Avevo l’aria decisamente incazzata. Incrociai le braccia sul petto per dare più peso al mio rifiuto e feci una smorfia per sottolineare il mio stato d’animo.

«Ti fanno male i punti? Se senti tirare è normale.» disse lei incurante.

Scossi la testa. Evidentemente aveva scambiato la mia incazzatura per dolore e forse tutto sommato erano la stessa cosa. La guardai scendere dalla macchina. Non si era minimamente smossa dal suo intento. Nulla poteva farle cambiare idea. Lei era la valanga fatta persona.

«Ora andiamo però.» 

«Non mi fa male la mano.» puntualizzai. Per farmi capire meglio, aggiunsi lentamente: «Non voglio venire. Tutto qui.»

Lei sorrise girando intorno la macchina, poi aprì lo sportello dal mio lato. «Lo so ma verrai lo stesso.»

«Toglimi una curiosità: quante persone hai portato in questo posto? Quanti disperati da pronto soccorso hai salvato con il tuo miracoloso viaggio nella terra della redenzione e della misericordia?»

Lei strisciò la punta della scarpa sulla ghiaia disegnando una mezza luna perfetta. «Nessuno. Solo te.»

Quel primato non mi fece stare meglio.

«E allora perché io? Perché?»

«Non lo so. Ho sentito che dovevo farlo e l’ho fatto. A te non capita mai di sentire dentro che una certa cosa va fatta? Di avere un’urgenza, come fosse una specie di missione o un obbligo verso qualcuno? Non lo so nemmeno io esattamente perché, ma è così.»

«Cazzate.»

«Beh, non importa. Ora scendi per favore, dobbiamo andare.»

Stava diventando una scenetta patetica. Lisa assomigliava a mia madre quando cercava di farmi fare qualcosa contro la mia volontà. E io stavo opponendo lo stesso immotivato e cocciuto rifiuto.

«No.»

Si avvicinò e si inginocchiò al mio fianco. Io resistevo con quanta più testardaggine possibile.

«E va bene.» disse. «Ti faccio solo una domanda: cosa hai sognato nella sala d’aspetto poco fa?»

Le parole non vennero fuori come un’eruzione vulcanica. Non fu un’esplosione. Fu piuttosto qualcosa di più lento e definitivo. Una marea incandescente che ti sommerge partendo dai piedi. Tu cerchi di scappare, sai che devi scappare, ma non puoi farlo perché le tue gambe sono bloccate da due possenti mani che stringono le caviglie. Guardi in basso e vedi solo quella marea nera che lentamente si alza e inghiotte ogni parte di te. E allora gridi, chiami aiuto e agiti le braccia. Ma intorno c’è solo desolazione e silenzio. Non c’è nessuno pronto a lanciarti una fune o qualcosa al quale appenderti. E te ne stai lì ad affogare piano piano, mentre nella tua testa tutto gira vorticosamente come in un fottuto circo del cazzo.

 

Tu sai che posso farlo,

tu sai che lo farò.

Avrò torto o ragione,

ma non voglio scoprirlo adesso.

Tu sai che posso farlo,

tu sai che lo farò.

Prenderò il destino per le spalle,

mentre il mondo sta bruciando

e riderò pensando ai giorni che

ho guardato finire da dentro un bicchiere.

Tu sai che posso farlo,

tu sai che lo farò.

Perché in fondo è questo che siamo:

promesse da ripetere all’infinito.

Senza mantenerle mai.

 

«Se te lo dicessi probabilmente impazziresti.» ansimai.

«E tu dimmelo lo stesso. Non sarà il primo racconto strampalato che sento.»

Ripensai a quello che avevo sognato e fu come respirare lacrime mescolate a lamette, mentre il cuore lottava e annaspava per mantenermi in vita.

Avevo visto uno dei nani vestiti da nazista del mio sogno nella sala d’aspetto del Pronto Soccorso. E non era solo. Accanto a lui c’era la bambina coi capelli biondi. Stringeva la bambola tra le braccia e alla bambola mancava la testa. La testa era per terra, tra i piedi della bambina fasciati in un paio di immacolate scarpette bianche. Gli occhi della bambola erano spalancati e fissi su di me.

Improvvisamente arrivò il freddo. Ma non fu una sensazione fisica che si può avvertire sulla pelle. Ce l’avevo dentro, nel cuore, nei polmoni, nel fegato e nello stomaco. Era come se ogni organo interno si stesse ricoprendo di un leggero strato di ghiaccio. Come la carne che si mette nel congelatore.

Poi la testa della bambola aprì la bocca e sibilò: «Non ci sono più specchi da rompere. Sono finiti, finiti tutti. Cosa farai adesso?»

Mi puntava contro i suoi piccoli occhi neri.

Il nano si alzò imprecando in tedesco, sferrò un calcio alla testa della bambola, che rotolò tra le mie gambe. I suoi occhi erano ancora aperti, puntati sui miei come un’accusa senza appello.

«Hai rovinato tutto, ancora una volta! Non bisogna interferire, mai, lo sanno tutti, ma a te non importa, non ti è mai importato. Hai deciso di andare fino in fondo e dare così un senso a tutto, ma sei troppo vile per farlo e allora hai preso una vecchia coperta per nascondere l’odore nauseabondo della tua vita miserabile. Ma ricorda: prima o poi tornano tutti a casa. Tutti.» Fece una piccola pausa poi aggiunse: «Non te lo dimenticare».

Non volli più vedere. Ne avevo abbastanza dei nani, della bambina e della sua maledetta bambola. Chiusi gli occhi e tutto finalmente si colorò di nero.

Lisa si alzò sospirando. «Cristo santo.»

Mi accessi un’altra sigaretta e soffiai il fumo contro il parabrezza lurido.

Lei mi guardò dritto in faccia con le mani piantate sui fianchi. Non aveva più molta voglia di parlare, o almeno così mi sembrò. Aveva la faccia stanca e credo che in parte fosse dovuto al mio racconto. Guardai l’orizzonte farsi sempre più scuro, come i miei pensieri.

«Andiamo. E ora.» disse.

La supplicai in silenzio, ma fu come sbattere su un muro di gomma. Non c’era niente che potessi fare, ormai mi era chiaro. Scesi dalla macchina e la mano mi fece un male da piangere. 

Lisa sorrise appena e poi si incamminò. Io le andai dietro come un pulcino che segue la chioccia, anche perché non avrei saputo dove altro andare.

La casa di riposo era in una vecchia villa che dominava la città da una collina appena fuori il centro. Per accederci dal parcheggio avremmo dovuto salire una scalinata in pietra che sembrava essere lì dall’inizio dei tempi. Ai lati della scalinata le due balaustre terminavano in basso con altrettante colonne quadrate sormontate da due palle di cemento parzialmente coperte di muschio. Sulla colonna sinistra c’era una frase scolpita: scala santa / ora et moriar, mentre sulla destra: in memoria / vivimus. Entrambe le scritte mostravano i segni di un pianto lungo secoli.

Salimmo lentamente. Lisa mi stava davanti e io la seguivo in silenzio. L’ostinato rifiuto che avevo posto sino a poco prima stava sfumando. Al suo posto giunse una nuova e inaspettata sensazione. Per la prima volta da parecchi mesi non avvertii quella pesante solitudine mortale che mi assaliva sempre al termine di un giorno sprecato.

In cima c’era la villa. Aveva le facciate rosse spellate dal tempo e le imposte mostravano i segni della mancanza di manutenzione. Sul fianco sinistro due bifore incorniciavano un soffitto fatto di travi di legno e ragnatele. Lisa mi disse che dietro la villa si trovavano quelle che una volta erano le scuderie e che ora servivano come deposito. Il tutto dava l’idea di un luogo dai grandi fasti passati e irrimediabilmente perduti, come le anime che vivevano al suo interno e che aspettavano l’arrivo della morte.

Mi fermai e mi voltai indietro. Il sole era basso all’orizzonte, schiacciato da una grande mano. La città si stendeva immobile e silenziosa, colma di altre anime in attesa.

Entrammo. Nel grande atrio un vecchio e un bambino stavano seduti a guardare fuori. Il vecchio indossava un completo grigio con un papillon blu. Aveva le mani posate su un bastone da passeggio piantato a terra tra le gambe e sul ginocchio era posato un Panama ingiallito.

Il bambino era seduto su un trono fatto di libri. Aveva i pantaloni corti, una maglietta rossa e i capelli spettinati. Stava leggendo una copia rosicchiata dai topi de “il vecchio e il mare” di Hemingway, e ogni tanto con la piccola mano bianca si spostava il lungo ciuffo di capelli che scivolava sugli occhi.

Al loro fianco c’erano due valigie di pelle marrone.

Lisa avanzò di qualche passo e baciò entrambi sulle guance. Parlarono per un po’ a voce bassa e non potei sentire quello che si dicevano. Non mi azzardai a oltrepassare l’ingresso.

Lo stomaco fece una capriola tra le viscere e pensai che la cosa migliore fosse girare sui tacchi, tornarmene in macchina ad aspettare che Lisa finisse quello che era venuta a fare e poi farmi accompagnare a casa. Avrei aspettato ore, se fosse stato necessario. Se solo avessi avuto i soldi avrei potuto prendere un taxi per tornare in centro e da lì farmela a piedi fino alla desolante e rassicurante tristezza del mio bilocale.

Ma non feci nulla di tutto ciò, perché non riuscii a muovermi di un centimetro. Non metterò le parole in giostra, quindi dirò esattamente quello che successe: sentii un paio di mani posarsi sulle mie spalle, come se qualcuno da dietro si stesse appoggiando a me. Ne sentivo la presenza, la forza e anche la supplica. Mi tenevano bloccato dove mi trovavo, chiedendomi di non andare via.

Non osai voltarmi.

Lisa mi guardò e mi fece un cenno.

«Loro sono Jacopo e Manuel.» disse. Il vecchio ed il bambino mi squadrarono da capo a piedi.

Le mani posate sulle mie spalle si dissolsero come nuvole portate via dal vento e io pensai di aver immaginato tutto. Mi avvicinai a fatica. I piedi pesavano come marmo. Avevo i loro occhi puntati contro.

Alzai timidamente una mano senza dire manco ciao.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UN PUGNO D’ANIME IN UNA SERA D’ESTATE.

 

«Ti ha messo sotto un tir?» chiese il bambino.

Il mio aspetto era una vera schifezza. Le macchie di sangue sui vestiti erano diventate grandi forme astratte color rubino. Anche le scarpe erano striate di rosso. La mano ferita aveva una fasciatura grande come il guantone di un pugile e il cerotto sulla fronte copriva a malapena il livido che si stava allargando sempre di più. Avevo un gran bisogno di una doccia. E della mia bottiglia di gin, pensai.

«Qualcosa di simile.» abbozzai sorridendo.

Lisa si allontanò e io entrai nel panico. «Dove vai?»

«Ci metto poco. Vado a cercare una sedia, così potrete parlare più comodamente.» rispose e io la guardai allontanarsi, poi guardai il vecchio e poi guardai il bambino. L’imbarazzo salì come una marea indesiderata.

Datemi quella cazzo di bottiglia di gin! gridò una voce nella mia mente.

Lisa riapparve poco dopo spingendo una sedia a rotelle. «È l’ora della televisione. Tutte le sedie sono occupate e non ho trovato niente di meglio.»

Io lì non mi ci siedo, le dissi con gli occhi. Quella cosa puzzava di vecchiaia e di morte.

Lisa non rispose. Lisa era una valanga.

«Ecco, qui è perfetto.» disse posizionando la sedia davanti al vecchio e al bambino. Poi allungò una mano come a dire che diamine aspetti?

Io lì non mi ci metto, risposi scuotendo la testa. La fissai con odio. Pensai a tutti i vecchi erano morti su quella sedia, col mento appoggiato al petto, un filo di bava ciondolante dalla bocca e gli occhi spalancati a fissare per l’eternità la loro misera fine.

Lisa mosse leggermente il mento in avanti: forza, siediti.

No, non io. Non lì.

Il bambino - non mi ricordavo più come si chiamava – chiuse il libro, lo posò in grembo e si mise a fissarmi. Sentivo il suo sguardo scavarmi dentro. Era come farsi fare una radiografia all’anima.

Guardai lui, guardai il vecchio, che sembrava perso in un mondo tutto suo, e poi guardai Lisa. Guardai ancora il bambino, poi il vecchio e poi Lisa. E di nuovo il bambino, di nuovo il vecchio e di nuovo Lisa. Era tutto così surreale che ci sarebbe voluta una bomba nucleare per riportarci alla realtà. Una bomba portata a spalla da quattro nani vestiti da nazisti.

Ah ah, buona questa!

Acconsentii e mi sedetti. E ora so che se non lo avessi fatto avrei probabilmente perso quel tempo che per tutta la mia vita era stato così difficile da trovare.

«Il tuo papà dov’è?» mi chiese Jacopo di colpo. Ecco come si chiamava il bambino, si chiamava Jacopo.

Già, dov’è mio padre? Ma che bella domanda! Vedi bambino di nome Jacopo, il mio papà in questo preciso momento sta marcendo sotto un paio di metri di terra, coi vermi che gli escono dagli occhi e dal naso, e la pelle che viene via dalla faccia come una vecchia carta da parati si stacca da un muro ammuffito. E questo è quello che sta accadendo al suo corpo. Per quel che riguarda la sua anima... beh credo si stia facendo infilzare il culo – a questo proposito ti chiedo, bambino di nome Jacopo, le anime hanno un culo? – vabbè non importa, poniamo che lo abbiano, ecco dicevo che l’anima di mio padre se ne sta andando in giro per l’inferno col diavolo che gli infilza le chiappe col suo forcone e che gli ripete ogni secondo che razza di gran bastardo è stato in vita. Ecco dov’è il mio caro paparino. Sei contento adesso? Ho soddisfatto la tua innocente curiosità?

Lisa mi guardò e io guardai Lisa. «È volato in cielo due anni fa.» risposi.

«Almeno tu sai dov’è.» disse il vecchio, con la lentezza degli anni passati. La sua voce era come una lima passata su un pezzo di metallo arrugginito.

Quella frase mi passò attraverso come una lama e mi fece male in un modo che non so spiegare. Un male abbagliante e feroce proprio al centro del petto.

Il bambino annuì e io non potei far altro che assentire.

«Già, probabilmente è vero.»

Il vecchio decise che la lima doveva dare ancora qualche passata su quel pezzo di metallo, per cavar via tutta la ruggine. «E sai anche che non tornerà. Magari ci hai fatto pace con questa cosa, oppure no. In ogni caso tu una certezza ce l’hai. Amen.»

«Amen.» ripeté il bambino.

«Amen.» fece eco Lisa.

La messa è finita, posso andare in pace adesso?

Mi agitai sulla sedia a rotelle e questa iniziò a muoversi come fosse dotata di vita propria. Lisa si avvicinò, la posizionò nello stesso punto in cui era stata fino a un attimo prima e poi mise i fermi alle ruote.

«Così non ti muovi più.» disse soddisfatta e a me suonò come una minaccia. «Bene, vi lascio soli. Devo parlare con la direttrice.»

La guardai come si guarda una persona che è uscita di senno. Lei posò una mano sulla mia spalla, mi rassicurò con gli occhi e poi sparì nell’ombra blu dell’atrio volteggiando come una falena in cerca di una luce.

Ci fu ancora silenzio fatto di imbarazzo e voglia di scappare via. Ripensai a quando Lisa mi aveva chiesto se volessi andare con lei in un posto e mi maledissi ancora per non averle detto di no. Immaginai che a quell’ora in tv ci potesse essere qualcosa di interessante da vedere, magari un bel film in bianco e nero. Quanto avrei voluto starmene a casa mia a bere e fissare lo schermo senza pensare a niente.

Mi guardai in giro. Non c’era nulla che potesse attirare la mia attenzione, nemmeno un quadro nel quale perdermi dentro finché Lisa non fosse tornata. Era tutto così vuoto.

«Hai qualche rotella fuori posto?» mi chiese Jacopo.

«Scusa?».

Alzò le spalle. «Se sei qui non è per via dell’incidente. E sei troppo giovane per finire in un posto come questo.»

«Incidente? Quale incidente?»

«L’hai detto tu che ti ha messo sotto un tir, o qualcosa di simile.»

Mai raccontare bugie ai bambini.

«Ah quello...» balbettai. «Non è stato un vero e proprio incidente.».

Sentii vampate di calore incendiarmi la faccia mentre cercavo le parole migliori per spiegare cosa mi era successo. Non le trovai e decisi di usare la via breve. «Ho solo fracassato lo specchio del mio bagno con un pugno e poi, mentre andavo al pronto soccorso sull’autobus, ho picchiato la testa sul sedile davanti.»

Poteva bastare? Sperai fosse così.

Lui rise di gusto.

«Lo trovi divertente?»

«Sì che è divertente!» rispose tra una risata e l’altra, battendo i pugni sul libro.

«E perché?»

«Lo sanno tutti che non si devono tirare pugni agli specchi, che poi finisce che ci si fa male. Molto male.»

«Grazie dell’informazione. Terrò presente.»

«E poi come si fa a dare una testata sul sedile? Ah ah, questa poi!»

«L’autista ha frenato di colpo e...»

Jacopo scoppiò in un nuovo moto di risa.

«Ah ah, roba da mandare in tv!» gracchiò ridendo e agitando le mani sopra la testa.

Poi accadde una cosa strana. Parlando con lui, e rivivendo tutto quello che era successo quel pomeriggio, venne da ridere anche a me. In effetti tutta la scena era maledettamente comica. O pateticamente comica, per essere precisi.

«È ridicolo vero?» chiesi sentendo la mia bocca aprirsi in un sorriso.

«Già.» rispose. Poi prese il libro che aveva in grembo e con faccia seria se lo portò sotto il naso. «Mi piace l’odore dei vecchi libri.» disse annusando profondamente.

«Piace anche a me.» convenni.

«Allora, hai qualche rotella fuori posto?»

Più d’una, se è per quello. Ma come si può a dire a un bambino che da qualche tempo a questa parte hai solo voglia di morire, che ogni scusa è buona per attaccarsi a una bottiglia e bere fino a perdere i sensi, perché senti il peso del fallimento diventare ogni giorno sempre più grande? Come spiegargli che vorresti solo diventare un puntino minuscolo, come un palloncino rosso che vola via nel cielo scuro, e sparire da questo mondo senza lasciare nemmeno il ricordo di te?

«Forse.» risposi e per la prima volta dissi la verità.

Lui non si scompose. In fondo anche se piccolo, aveva già avuto modo di far conoscenza con la follia dell’animo umano. Era stato scaricato come un pacco da chi si sarebbe dovuto prendere cura di lui e ora viveva in un posto di persone parcheggiate dalle proprie famiglie in attesa della morte.

Mi guardò serio. «Due anni fa io e mio padre siamo venuti qui ad accompagnare mio nonno. Io non volevo, è un brutto posto questo, volevo che il nonno stesse a casa con noi, ma papà diceva che non era possibile, che nessuno poteva accudirlo perché lui lavora e la mamma è morta. Così siamo venuti qui e io ho pianto per tutto il tragitto in macchina. Il nonno mi ha stretto forte e ho visto che anche lui piangeva, e allora ho chiesto a mio papà se potevo fermarmi qui per qualche giorno, così il nonno si abituava e soffriva di meno. Papà ha detto che andava bene. Si è inginocchiato davanti a me e ha detto: tra due giorni ti vengo a prendere. Ero felice perché potevo stare col nonno ancora un po’ e anche il nonno era felice. Papà è salito in macchina ed è sceso per quel viale alzando un mucchio di polvere.»

Jacopo alzò la mano, chiuse il pugno e allungò l’indice indicando lo stesso viale dal quale ero arrivato con Lisa. «Ci ha messo tanto tempo ad andare via.» disse. Restò in silenzio per qualche secondo, poi aggiunse: «La polvere, intendo.»

E poi tornò il silenzio ad avvolgerci come l’abbraccio amorevole di una madre premurosa. Un abbraccio silenzioso, di quelli che quando ci si sei dentro puoi sentirla dire: non preoccuparti, andrà tutto bene, vedrai.

Mi rendevo conto di cosa poteva aver passato quel bambino e provai lo stesso sentimento anche per il vecchio. Ma non potevo filtrare il mio male attraverso il loro. Il male non diminuisce se messo in comune con altro male. Forse può mescolarsi fino a confondersi, ma non si può placare. Resta, resta e resta. Per sempre.

Avrei dovuto dirlo a Lisa. Avrei dovuto farlo anche a costo di correre il rischio di non esserne capace.

«È tutta colpa vostra!» gridò una voce.

Saltai sulla sedia a rotelle. Un vecchio alto e magro emerse dalla penombra in fondo all’atrio. Teneva le mani su un deambulatore, camminava a passo lento e parlava con voce forte e potente.

«I laengeriani hanno deciso di non venire più e la colpa è solo vostra!»

Rivolsi lo sguardo a Jacopo. Portai l’indice all’altezza della tempia sinistra e lo roteai un po’.

«Un po’.» rispose sottovoce. «Però è simpatico. Io la storia la conosco già, ma se vuoi...».

Non ebbi il tempo di dire niente.

«Raccontaci di Laenger!» disse Jacopo con un tono di assoluta innocenza.

Il vecchio ci raggiunse trascinandosi a fatica e si piazzò al mio fianco. A vederlo da vicino sembrava avesse messo il piede oltre i cento da un gran bel pezzo. Gli occhi però erano vivi. Erano senza dubbio gli occhi più vivi che avessi mai visto.

«Tu sai cos’è Laenger?» chiese fissandomi con severità.

Scossi la testa.

«Certo che non lo sai! Tu guardi il cielo, ma quando lo guardi non vedi! E allo stesso modo tutto il mondo guarda ma non vede» Poi concluse piano, quasi con amarezza: «Razza di stupidi!».

Io mi limitai ad una alzata di spalle. Qualunque cosa avessi detto sarebbe stata sicuramente sbagliata. Il vecchio si avvicinò e si chinò verso di me.

«Cosa vedi quando guardi in alto?» mi chiese.

Stava diventando un dialogo surreale.

«Non so, le nuvole?»

«Esattamente. E cosa vedi quando guardi le nuvole?»

«Sempre le nuvole?»

«Questo succede perché hai perso la vista!» esclamò indicando il petto all’altezza del cuore.

«In che senso?»

Sembrò spazientirsi. Tolse le mani dal deambulatore e si mise a disegnare linee immaginarie sopra le nostre teste. Pensai sarebbe caduto, magari spaccandosi un femore.

«Sulle nuvole, dal lato rivolto alla terra, c’è una landa abitata, io l’ho vista. Ci sono splendidi campi arati e altri sono coltivati a grano. Sono tutti alternati da lunghe strade bianche, con le case affacciate come le donne un tempo si affacciavano al balcone per salutare l’innamorato. Il grano è così giallo e l’erba così verde che nemmeno nei sogni puoi vederli, e poi ci sono grandi alberi che proiettano dolci ombre sugli steccati e sulle siepi. Questo mondo si chiama Laenger ed è un mondo a testa in giù. Se tu avessi gli occhi giusti lo vedresti ogni volta che alzi lo sguardo e c’è una nuvola nel cielo.»

Tossì forte e scatarrò per terra. Temetti che stesse per lasciarci i polmoni, poi però si riprese e continuò: «È stato voluto da Dio, e ci ha messo a vivere i laengeriani, che sono i suoi angeli. Loro devono aggiustare le cose brutte che succedono qui sulla terra e lo fanno modificando il loro mondo capovolto, capisci? Ecco perché è così bello. Aggiustano il loro mondo per migliorare il nostro, ma non sempre ci riescono. Lo hanno fatto altre volte in passato e ha funzionato, ma ora non è più così. E sai perché? Perché noi siamo diventati troppo cattivi. Nei piani di Dio quel mondo doveva essere lo specchio esatto del nostro. Ma alla fine il loro è diventato molto più bello per la nostra insana capacità di rovinare sempre tutto

Quest’ultima frase fu come un calcio nello stomaco.

I suoi occhi erano fissi sui miei. Giuro su Dio che non sapevo cosa rispondere. Un gin-tonic forse avrebbe potuto darmi l’ispirazione giusta, ma non osai chiederlo. Mentre pensavo a come uscirne con eleganza il vecchio si sporse sempre di più sulla mia faccia. Sembrava un giunco piegato sotto il peso del tempo.

«Siccome Laenger è diventato molto più bello e migliore del nostro mondo, e gli angeli non possono più aggiustare le cose da lassù, allora Dio ha dato loro il permesso di scendere sulla terra e provarci direttamente da qui. Ma non verranno, non verranno!»

«Perché?»

Stavo lentamente scivolando in quella follia.

«Perché l’essere umano sarebbe capace di ucciderli! Facciamo sempre così, dileggiamo tutto ciò che non conosciamo e se non è sufficiente uccidiamo! Non capiamo, siamo così ignoranti e presuntuosi.» sibilò nei miei occhi. «E i laengeriani non sono capaci a fare la guerra. Non ne sono assolutamente capaci.»

Il vecchio si raddrizzò (potei sentire il rumore delle sue giunture logore), rassettò la giacca e se ne tornò nelle catacombe in uno strascicare lento e ritmato di ciabatte sul pavimento. Da parte mia realizzai con stupore che non avrei mai più guardato una nuvola nello stesso modo di un tempo.

«È simpatico vero?» chiese Jacopo.

Presi un lungo respiro. «Non so se simpatico sia la parola giusta.»

«In effetti è, come dire... particolare...» disse il nonno. «ma ognuno di noi lo è, a suo modo.»

«E poi la sua storia mi piace.» disse Jacopo alzandosi dal trono di libri. «Mi piacciono tutte le storie».

Oltrepassò la sedia a rotelle dove cercavo a fatica di restare, poi si fermò sulla soglia dell’atrio. Una piccola figura scura stagliata contro un mare arancio.

«Da grande farò lo scrittore.» annunciò tenendo le mani incrociate dietro la schiena, in una posa ieraticamente adulta.

La sicurezza con la quale pronunciò quella frase e la spietata e dolce determinazione dell’intonazione mi costrinsero a fare di tutto per non vomitarmi sui piedi. Jacopo sapeva perfettamente cosa sarebbe diventato da grande, perché, in un modo che mi era del tutto ignoto, lo era già. Da parte mia non sapevo più niente di me. Non ricordavo nemmeno se alla sua età, o negli anni a venire, avessi mai avuto anche solo un briciolo della sua sicurezza nel diventare qualsiasi-cosa-volessi. Poi riflettei che se anche fosse stato così, sicuramente avrei fatto di tutto per tradire il mio sogno.

E ora mi chiedevo, guardando un bambino che in silenzio si specchiava nel tramonto consapevole che il padre non sarebbe mai più tornato, se c’era un modo, uno qualunque, per riavvolgere il nastro e tornare indietro al punto esatto della mia vita nel quale avevo lasciato che mi perdessi.

Lisa tornò canticchiando un motivo di Simon & Garfunkel, credo Scarborough Fair. Reggeva un vassoio con tre bicchieri. «Vi ho portato del the fatto in casa. È dolce e fresco.»

Ne presi uno e lo scolai in un lampo. Non era quel che avrei voluto, ma era la prima cosa liquida con un sapore decente che mandavo giù da quella mattina. E anche a solidi non era andata meglio. Non riuscivo neanche a ricordare l’ultimo pasto che avevo fatto.

«Jacopo, tu non ne vuoi?» chiese Lisa.

Lui sollevò una mano in silenzio, come fosse impegnato in chissà quale importante pensiero e non volesse essere disturbato.

Lisa posò il bicchiere sul bracciolo del trono di libri, su una copia rilegata in blu della Recherche di Proust, e bisbigliò: «Lo lascio qui, nel caso volesse berlo più tardi.»

Aveva ragione. Il the era dolce e fresco come una carezza, o una parola buona detta al momento giusto. Posai il bicchiere vuoto per terra, mi asciugai le labbra con le dita e un ricordo cadde all’improvviso nella mia mente.

«Jacopo, vuoi sentire una bella storia?». Non attesi la sua risposta, sapevo che mi stava ascoltando. «Avrò avuto la tua età, più o meno. Giocavo nel grande prato dietro la casa dei miei nonni. Era estate, faceva caldo e l’aria era mossa da una brezza costante. In fondo al prato le lenzuola bianche stese al sole disegnavano figure immaginarie con un sommesso flap flap flap. Io me ne stavo all’ombra di un ciliegio a rimirare una vecchia statuetta di ceramica, una ballerina alta non più di dieci centimetri, vestita con un tutù bianco e le scarpette ai piedi. Non amavo particolarmente le statuette e tantomeno le ballerine, ma mi aveva colpito la posa nel quale lo scultore – credo fosse un pezzo di produzione industriale, ma a me piaceva pensare fosse l’opera unica di un grande scultore – l’aveva bloccata per l’eternità: la gamba destra slanciata all’indietro e le braccia alte e parallele sulla testa. Si reggeva unicamente sulla punta del piede sinistro, incastrato su un piedistallo che rappresentava una porzione di palcoscenico. Aveva il viso rosa, i capelli raccolti sulla nuca e l’espressione seria di chi sta compiendo uno sforzo enorme.»

Jacopo era di nuovo seduto davanti a me, sul suo trono di libri. Mi stava ascoltando con attenzione. Mi piegai in avanti e congiunsi le mani. Forse stavo pregando.

«Posai la ballerina sull’erba appena tagliata ai piedi del ciliegio. Mi stesi a pancia in giù, piantai i gomiti sul terreno, appoggiai il mento sui palmi rovesciati delle mani e mi misi a fissarla. Eravamo vis-à-vis, come direbbero i francesi, io e la ballerina bloccata per l’eternità in un attitude perfetto. Mentre la fissavo mi lasciai trasportare dall’immaginazione e dentro i suoi piccoli occhi potei leggere una specie di supplica. Era come se, guardandomi, lei mi dicesse: ti prego, liberami. Lasciami continuare il mio ballo. Je vous prie, laissez-moi, laissez-moi! Udii perfettamente il suono della sua voce, era come un flauto suonato al mattino: Laissez-moi, je vous prie. Io la guardai e mi sentii così potente... Se ti libero, ballerai per me? le chiesi. Oui, si, te lo prometto. Ma ora ti prego, fai la magia, supplicò lei. Avrei esaudito il suo desiderio e me ne sarebbe stata grata per l’eternità. Così posai un dito sui suoi capelli neri di ceramica e poi dissi a voce bassa: Ecco, sei libera adesso. Lei mosse la testa come a scrollarsi di dosso un sogno durato troppo a lungo, volteggiò lentamente su sé stessa e iniziò a danzare. Le lenzuola sullo sfondo si muovevano in una coreografia perfetta. La musica riempì il mio nostro mondo – nella mia mente era il Notturno n. 20 di Chopin che mio nonno amava ascoltare ogni sera, lo dico nel caso in cui tu voglia aggiungere a quest’immagine anche la sua colonna sonora – e restai così, a pancia in giù sull’erba tagliata di fresco, con il mento appoggiato ai palmi rovesciati delle mani e i gomiti ben piantanti per terra. La guardai ballare fin tanto che non mi addormentai.»

Durante tutto il racconto non avevo alzato gli occhi dalle mani. Dentro erano racchiuse le emozioni che provavo, le stesse che stavo cercando di raccontare.

Presi coraggio e mi guardai in giro, in cerca di approvazione o anche solo di un po’ di commiserazione. Era la prima volta che raccontavo questa storia e fu un come trovarsi a fare un giro su un ottovolante nel bel mezzo di una tempesta.

Avevo bisogno di sgranchirmi le gambe. Mi alzai e andai verso l’uscita. Il sole era quasi scomparso all’orizzonte e l’atrio era sempre più immerso nella penombra blu della sera. In lontananza c’era l’autostrada. Le luci dei fari delle automobili formavano un lungo serpente rosso. Umani sulla via del ritorno dopo un Ferragosto passato fuori città.

Prima o poi tornano tutti a casa. Sempre.

«Quando mi svegliai la ballerina non c’era più.» continuai. «La trovai accanto a una siepe, nell’angolo più lontano del prato, distesa sotto un fazzoletto bianco che era volato da chissà dove. Era sempre bloccata nel suo attitude, ma...». Un brivido mi attraversò la schiena.

«Ma?» chiese Jacopo.

Sospirai. «Sorrideva.»

«È una storia bellissima.» esclamò Jacopo. «Posso rubartela?»

Le prime luci della città cominciarono a brillare nella sera blu scuro di agosto. Le guardavo accendersi una alla volta. Qualcuna ad est, poi su a nord verso le montagne, poi a ovest e infine quasi sotto ai miei piedi. Non sarà New York, ma anche qui abbiamo le nostre mille luci, pensai, e si accendono come una manciata di diamanti gettati nel nulla.

«Certo.» risposi «Ora è tua e puoi farne ciò che vuoi.»

I suoi occhi brillarono come le luci giù in città.

Lisa si avvicinò, si sedette sul bracciolo fatto di libri e cinse con un braccio le sue spalle magre. «Ne farai una storia bellissima, non è così?» disse scrollandolo con dolcezza.

Lui non rispose, assorto com’era nei suoi pensieri. Mi chiesi dove stesse volando con la mente, perché di sicuro in quel momento non era tra noi. Solo che non c’era un vero e proprio noi e se anche ci fosse stato io sicuramente non avrei saputo comprenderlo.

Avevo vissuto le ultime ore in un coacervo di situazioni al limite del grottesco e ora mi trovavo nel mezzo di una serie dialoghi surreali con un bambino, un vecchio e un’infermiera-barra-psicologa con la fissa di salvare l’umanità intera. Un pugno d’anime in una sera d’estate.

Per quel che mi riguardava avevo la tendenza a incasinare le cose, l’ho sempre avuta. Ma quella sera, davanti a un banale tramonto in compagnia di quelle strane persone, mi resi conto che forse incasinare le cose non era poi il male peggiore.

Lisa era diversa. Lei era una di quelle persone venute al mondo con lo scopo di riannodare le fila di esistenze rovinate dal troppo vivere. Un po’ come le sarte di una volta che riparavano gli orli dei vestiti sfilacciati in mille fili penzolanti.

Lei voleva a tutti i costi rimetterci in sesto. Non sapevo se ce l’avrebbe fatta o se per caso sarebbe finita anche lei col consumarsi, a scommetterci avrei puntato tutto sulla seconda ipotesi, ma almeno ci stava provando.

«Voglio andare a cercare mio padre.» disse Jacopo, spezzando un silenzio che odorava di quieta rassegnazione.

Ecco uno a cui piace sparigliare le carte, pensai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PROAGON.

 

Lisa restò immobile per qualche minuto. Posso solo immaginare la tempesta che le si agitò nel cuore nell’udire quelle parole:

voglio cercare mio padre.

Mi chiesi come era stato possibile che in quei due anni nessun parente si fosse preso la briga di bussare alle porte della casa di risposo. Va bene che il padre dell’anno se ne era infischiato sia di Jacopo che del nonno e d’accordo anche che la madre del bambino era morta, ma trovai strano e in un certo modo inquietante il fatto che nessun altro parente si fosse mai presentato per reclamarlo. Mi avvicinai a Lisa e la chiamai da parte.

Credo che avesse capito le mie intenzioni, perché mi sussurrò con voce tremante «Ti devo parlare. Ci sono alcune cose che Jacopo non sa di suo padre.»

«Sì, ma non qui.» dissi sottovoce. «Andiamo fuori, ho voglia di fumare.»

Lisa andò da Jacopo e il nonno per dire loro che mi avrebbe accompagnato fuori. «Giusto il tempo di una sigaretta.» aveva promesso. Naturalmente era una bugia. Mi raggiunse mentre ne stavo accendendo una presa dal pacchetto in macchina. «Credo che per un po’ nessuno verrà a disturbarci.» disse.

Soffiai fuori il fumo, con la faccia all’insù. Un corvo si posò sul davanzale di una delle bifore a sinistra della facciata. Sembrava incuriosito dalla nostra presenza.

«Di cosa non è a conoscenza Jacopo?» chiesi. Anche io, come il corvo, avevo la mia dose di curiosità da soddisfare.

Lisa si ravviò i capelli con entrambe le mani. Aveva l’espressione tirata. Fu la prima volta, ma non l’ultima, che la vidi così. Inspirò forte, come a voler prendere coraggio, poi iniziò a parlare. «Il padre si chiamava Jean Corte, ed era un figlio di puttana italo-francese.»

«Era

«Da quel che si sa è forse morto in un incidente d’auto sei mesi fa, forse...»

«Cazzo! Ma… in che senso?». Tutti quei forse mi stavano disorientando facendomi girare la testa. O magari era solo la fame che mi attanagliava lo stomaco.

«La sua macchina è uscita di strada in piena campagna, è finita in un fosso, si è ribaltata come una frittata e poi ha preso fuoco.».

«Flambé!», esclamai. Voleva essere una battuta, ma Lisa non rise.

«Non hanno trovato molto di lui, o perlomeno nulla che potesse rendere sicuro il riconoscimento. Di certo c’era solo un tizio morto carbonizzato dentro un’auto intestata a Jean Corte. La polizia fece due più due e chiuse il caso.»

«Amen.»

«Già, amen.»

Entrambi avevamo la stessa domanda che pendeva dalle nostre bocche. Il mio interrogativo nasceva da un’ovvietà, la sua era invece la versione retorica: perché nessuno lo aveva detto a Jacopo?

Lisa mi diede la risposta e fu come il fragore assordante delle bombe nel mio sogno coi nani nazisti. «Jean Corte era stato sospettato di aver ucciso la madre di Jacopo, e questo sospetto era in bella mostra su tutti i giornali. Ho avuto il mio da fare a nasconderli tutti qui alla casa di riposo. Saranno anche vecchi, alcuni pure rincoglioniti, ma leggono. E parlano. Arrivai a sabotare anche la televisione.»

Se c’era un Dio, si era preso un bel periodo di ferie dalla vita di Jacopo, pensai, o magari Dio era come un bambino annoiato dai tanti giochi che possedeva.

Visti da una prospettiva divina Jacopo e la sua vita non avevano forse un gran peso e lo stesso valeva per me e i miei fallimenti, ma mi sentii profondamente in collera con Dio per la facilità con la quale si era dimenticato di lui, di me e di tanti altri come noi.

E ce n’erano davvero tanti.

Lisa iniziò a raccontare e io ascoltai fumando una sigaretta dietro l’altra.

Laura Cerri in Corte, la madre di Jacopo, era una ricca e bella donna del nord, una di quelle le cui vite vengono raccontate nei giornali di gossip a uso e consumo del popolo. Il padre di lei, Domenico, era uno di quegli uomini tutti d’un pezzo che avevano fatto fortuna dopo la guerra. In città si sussurrava di certi agganci non troppo ortodossi col vecchio regime, ma di certo e provato non c’era nulla. Una volta tornata la pace aveva creato dal nulla una fabbrica di lavorazione dell’acciaio e i soldi erano piovuti come la classica manna dal cielo, nella più classica delle storie di provincia.

Domenico Cerri passò l’intera vita a lavorare. Niente divertimenti, niente vacanze e nemmeno niente donne. A cinquantasei anni, forse per paura di invecchiare in solitudine – e io lo so quanto possono essere brutte certe notti passate da soli – prese in moglie la giovane segretaria. Dopo due anni nacque Laura, unica figlia e unica erede di un impero stimato in svariati mila miliardi.

A ventisei anni Laura si invaghì di Jean Corte, uno che aveva mille sogni e un solo desiderio: non fare niente per tutta la vita, possibilmente in una bella villa con piscina, camerieri e ogni genere di lusso immaginabile. Il vecchio ovviamente non approvava quella relazione. Jean Corte era come un chiodo piantato in un piede (doloroso e pericoloso), ma non poté fare molto. E così fu. Si sposò e al vecchio non restò che farselo andare bene.

Domenico Cerri non era però uno stupido. Assunse Jean nella sua fabbrica in modo da conoscerlo meglio e al tempo stesso tenerlo d’occhio. Forse c’era dell’ingenuità di provincia in tutto questo, in ogni caso alla fine non ebbe il tempo di fare né l’una né l’altra cosa. Un paio di giorni dopo l’ingresso di Corte in azienda Domenico morì d’infarto. Laura ereditò una cifra spaventosa e il giorno dopo Jean, credendo di aver raggiunto il suo scopo, si licenziò.

«Non aveva fatto i conti con Laura e con suo padre.» concluse Lisa.

Accesi un’altra sigaretta benedicendo ancora quel pacchetto e chi lo aveva lasciato in macchina. Fortunatamente era quasi pieno, perché restare senza sigarette in una sera come quella sarebbe stato come affrontare a nuoto una traversata oceanica con ai piedi gli scarponi da sci.

«Te l’ho detto, il vecchio Cerri non era uno stupido. E c’era da giurarci che nemmeno la madre di Laura lo fosse. Il patrimonio era al sicuro. Tutti gli immobili erano intestati a Laura, come i titoli di stato, i pacchetti azionari e chi più ne ha più ne metta, ma per volere di tutta la famiglia ogni operazione di una certa rilevanza sul patrimonio doveva essere avallato con la seconda firma della madre.»

In pratica Jean Corte aveva il culo posato su una montagna d’oro, ma ci si poteva solo lustrare le chiappe. «A meno che...» dissi al corvo che non la smetteva di fissarci.

«A meno che Laura Cerri non morisse.» terminò Lisa.

Ovvio. Non poteva essere diverso.

«Come è successo?»

Lisa si rabbuiò. «Volata giù dal decimo piano del loro attico in centro.»

«E lui dov’era?»

«Nel suo ufficio, almeno così dichiarò alla polizia, ma nessuno poté confermarlo.»

«Suicidio?»

«Trovarono un biglietto, uno di quelli che si usano come ringraziamento dopo un lutto, con la fascetta nera su un angolo, scritto con la sua grafia. Chiedo scusa se, diceva.

«Tutto qui? Solo chiedo scusa se e nient’altro?»

Lisa annuì.

«Se...cosa?»

Alzò le spalle. «Se mi uccido? È plausibile no?»

«Forse si, o forse Laura Cerri poteva aver scritto quel biglietto in qualsiasi momento e, cosa più importante, per un qualsiasi motivo.»

Non poteva certo essere la prova inconfutabile di un suicidio.

«In ogni caso vennero interrogati tutti i vicini, il portiere e pure i negozianti sulla strada. Nessuno aveva visto Jean Corte, o persone sconosciute, nel caso in cui avesse ingaggiato qualcuno, entrare o uscire dal palazzo prima e dopo il fatto. La polizia non indagò oltre e tutto fu archiviato come suicidio.»

«Amen.»

«Amen.»

Stava diventando un rito e non mi piaceva.

Jean Corte ereditò qualcosa come dieci fantastilioni, tra contanti, titoli e immobili. Ovviamente il vincolo della seconda firma cessò nel momento esatto in cui Laura volò giù dal decimo piano. Il bambino ereditò la sua parte e Jean fu nominato suo tutore legale e patrimoniale.

«Dov’era Jacopo quando sua madre...?» chiesi.

Domanda stupida. Era a scuola, come ogni bambino che si rispetti. In una scuola privata, come ogni bambino ricco che si rispetti.

Per qualche mese Jean Corte sopportò la presenza del figlio. C’era una schiera di tate e babysitter a prendersi quotidianamente cura di lui, ma probabilmente era lo stesso come una palla al piede per lui. Quando poi al padre di Jean cominciarono a mancare i venerdì per via dell’età e di una punta di Alzheimer, il bastardo decise di mettere a segno il secondo tiro della vita e in un colpo solo si liberò di entrambi.

Fine della storia e fanculo al lieto fine.

«Perché la nonna di Jacopo non si è mai fatta viva?» chiesi spegnendo la sigaretta sulla ghiaia.

«Morta anche lei.»

Guardai Lisa, che capì al volo. 

«Infarto, un mese dopo il funerale della figlia. Su questo non ci sono dubbi.»

«Altri parenti?»

«Nessuno che io sappia.»

«Così il bastardo si è preso anche i soldi della suocera.»

«No, per fortuna no. Lei lasciò tutto ai poveri, con la chiesa a far da tramite.»

Scrollai le spalle e risi immaginando una schiera di vescovi e cardinali a lisciarsi le mani davanti alla cassa del tesoro. Più che uomini di Dio me li immaginai come avidi pirati disposti a tutto, criminali in carne e uncini fedeli solo al dio denaro.

«E ora?» chiesi.

Lisa sollevò le spalle.

Il problema era chiaro e in quel momento credevo anche che fosse chiara la soluzione: Jacopo doveva sapere. Non tutto, ovviamente, ma almeno che il padre era morto in un incidente.

Un padre cadavere non può venirti a prendere, anche se lo volesse.

«Su tutto il resto si può sorvolare per adesso, anche se prima o poi lo scoprirà. Se è fortunato succederà quando avrà messo un po’ di anni dietro la schiena e magari non gli farà troppo male.» dissi.

Lisa se ne stava in silenzio a contemplare l’orizzonte, che ormai era diventato una linea arancione stretta tra il blu scuro del cielo e il grigio puntinato di luci della città. Si strinse nelle braccia, come a ripararsi da un brusco calo della temperatura. Piccole gemme di sudore scivolarono lungo le tempie. Sembrava avesse paura. Dopo poco scoprii che era autentico terrore.

«C’è una cosa che ancora non ti ho detto.» disse a bassa voce.

In lontananza qualche colpo di clacson si dissolse nell’aria ferma e incredibilmente calda. Ci fu un momento di assoluto silenzio, poi Lisa parlò: «Ho visto qualcuno vicino a noi un attimo fa.».

Non saprei dire il perché, ma istintivamente pensai al corvo. Mi voltai verso la villa, ma non lo vidi più.

«Chi?», chiesi con la voce che arrivava da un non luogo dentro di me.

Lisa inspirò lentamente, si strinse forte nelle braccia e poi scacciò via la razionalità da quella sera di agosto come un Dio annoiato spazza i suoi giochi dal grande tavolo del mondo: «Laura Cerri.» disse e il suo fiato si condensò davanti al viso in una nuvola di nebbia bianca e fredda come la morte.

Il cuore iniziò a battermi forte nel petto. Il tutto durò non più di un paio di secondi, ma fu abbastanza da farmi vacillare sulle gambe.

Lei mi guardò e nei suoi occhi non c’era stupore. C’era la paura, certo, ma anche tanta stanchezza. Capii che si stava prodigando tanto per quel bambino non solo per pietà umana o solidarietà. C’era qualcosa di più profondo e vitale. Era vera e propria protezione.

Cercai di parlare, ma non ne fui capace. Avrei voluto dirle che non la credevo pazza e che a quel punto della mia vita niente mi avrebbe più sconvolto. Ma forse sarebbe stata una pietosa bugia. La verità è che fui letteralmente incapace di pensare.

Passarono alcuni secondi, o forse furono minuti. In ogni caso fu solo silenzio. Ci guardavamo negli occhi senza dire nulla, come anime semplici che condividevano un segreto troppo grande per poter essere raccontato.

Lisa rientrò alla villa e io restai fuori ancora un po’ a fumare. Aveva detto a Jacopo e suo nonno che ci saremmo assentati giusto il tempo di una sigaretta, ma avevo l’impressione che quel tempo si fosse parecchio dilatato, come un elastico tirato da entrambe le estremità.

Avevamo convenuto che sarebbe stato il caso di mettere Jacopo al corrente di quanto era successo a suo padre e Lisa era la persona più indicata per farlo. Con una laurea in psicologia quasi in tasca e conoscendo a menadito tutta la vicenda era l’unica che poteva trovare le parole giuste e forse Jacopo avrebbe voluto che fosse proprio lei a dirglielo. Non è bello che sia una faccia estranea a comunicarti che tuo padre è morto, anche se tuo padre è un gran bastardo e ben gli sta.

E io ne sapevo qualcosa.

Scesi la scala santa, passai il parcheggio e mi incamminai in discesa lungo il pendio a ovest della collina. Era un bel prato abbastanza curato, con l’erba grassa e verde e molti alberi da frutta che svettavano qua e là senza un preciso ordine.

«Ci vorrebbe una bella statuina per giocare, magari una ballerina.» dissi al nulla.

Poco più in basso c’era un macigno grande quanto un pallone da basket che usciva per metà dal terreno erboso. Lo raggiunsi e mi sedetti con le ginocchia quasi all’altezza del petto. Guardai la mano fasciata e realizzai che le mie ferite erano finite fuori dai miei pensieri, come fossero state relegate in un angolo buio della mente. In cantina, per essere precisi. Ecco il termine che usai, cantina.

È giù in cantina ci sono cose che sarebbe meglio non vedere, non è così?

Rabbrividii nonostante il caldo. Forse era vero. Giù in cantina c’erano cose brutte, cose che avrebbero fatto dar di matto a chiunque avesse avuto il coraggio di darci un’occhiata.

Non scendere a guardare, è meglio credimi. E poi tu rovini sempre tutto, tutto!

Era vero? Davvero rovinavo sempre tutto?

Con la mia vita avevo fatto un gran casino, questo era sicuro. Avrei lasciato volentieri la cantina ben sprangata e al buio se... se Lisa non mi avesse obbligato in qualche modo a guardarci dentro. Ma cosa c’entrava Lisa con me? Non lo sapevo. E cosa c’entravo io con lei, il bambino e il vecchio? Quel che sapevo, che era poco o tanto a seconda da dove si intendeva inquadrare la questione, era che nella mia cantina c’erano nani vestiti da nazisti e una bambina che ce l’aveva a morte con me perché le avevo rovinato tutto. E Lisa ci aveva aggiunto la presenza, diafana e impalpabile ma ugualmente reale, di Laura Cerri. E lo aveva fatto immersa in un freddo che non aveva nulla di terreno e con il fiato condensato davanti alla faccia, mentre io boccheggiavo nel caldo di Ferragosto a un solo metro di distanza da lei.

E da Laura Cerri, pensai.

Un nuovo brivido strisciò lungo la mia schiena come un serpente velenoso.

C’era quel pensiero e c’era anche altro movimento giù in cantina e io lo sentivo. Ma anche al piano alto della mia mente non regnava la gioia e la serenità. La luce che arrivava a quel livello non era abbastanza forte da rendere i miei pensieri quantomeno presentabili.

La mia vita era uno schifo ed era colpa mia. Ergo, io ero uno schifo. Semplice.

Mi alzai di scatto e per poco non ruzzolai per terra. La testa mi girava senza sosta. Avevo fumato troppo senza mangiare niente. Il mio stomaco era completamente vuoto e fumare non faceva altro che aumentare il senso di debolezza. Mi incamminai verso la villa sperando ci fosse qualcosa da mettere sotto i denti. Anche i vecchi mangiano, pensai, mentre mi arrampicavo a passo svelto lungo il pendio. Poco magari, ma mangiano.

Lisa mi stava aspettando poco fuori l’ingresso. Aveva le braccia incrociate sotto il seno. I suoi capelli si muovevano mossi da una leggera brezza calda e il viso sembrava più sereno. Forse il freddo era passato, forse.

«Gliel’ho detto.» disse appena fui a portata di voce. «È salito in camera con suo nonno. Non ha pianto, ma è chiaro che sta soffrendo.»

«Gli passerà, vedrai.» la rincuorai camminando con fatica. La stanchezza mi avvolgeva come un’armatura e rendeva ogni mio movimento un’impresa ardua.

«Il nonno invece se l’aspettava. Non me lo ha detto, ma sono sicura che lo immaginasse. L’ho capito da come mi ha sorriso.»

Mi tornarono in mente le parole del vecchio: «Magari ci hai fatto pace con questa cosa, oppure no. Ma almeno tu una certezza ce l’hai. Amen.» aveva detto poco prima nell’atrio. Chissà se ora lui aveva fatto pace e chissà se Jacopo sarebbe riuscito a fare lo stesso un giorno.

«Ho due domande per te.» dissi quando arrivai in cima.

Lei annuì ed entrò nell’atrio. Io la seguii ansimando per la fatica. Appena dentro mi bloccai. I peli mi si rizzarono sulle braccia e alla base della nuca. Dentro non c’era la normale frescura delle case vecchie, da tre o quattro o gradi in meno. Dentro quell’atrio si stava realmente gelando.

E dovresti sentire qui sotto, disse una voce nella mia mente, qui in cantina si battono i denti così forte da farli saltare dalle gengive. Dovresti farci un salto!

Scacciai quella voce, non so come ma lo feci. E un nuovo pensiero si impossessò della mia mente: Laura Cerri era lì. Non potevo vederla ma c’era. Alitai una nuvola bianca e per un momento, che durò poco più di un nulla, intravidi qualcosa dietro la nebbia del mio fiato condensato, come un movimento o il passaggio rapido di un’ombra. La nuvola si dissolse e con essa svanì anche il gelo che l’aveva generata.

«Tutto bene?» chiese Lisa.

«Sì.» mentii, mentre il cuore dava poderose testate contro le mie costole.

«Quali domande hai per me?»

«Dopo. Ora ho bisogno di mangiare. Sto morendo di fame.» dissi guardando nel vuoto dell’atrio in cerca di quell’ombra che ovviamente non vidi più. «Portami in cucina se puoi.»

«Seguimi. Qualcosa da mettere nella pancia lo trovo.»

Obbedii.

Aprimmo porte e percorremmo corridoi, finché arrivammo a destinazione. La cucina non era molto grande. Sull’angolo a nord-ovest c’era un grande camino che d’inverno avrebbe sicuramente sparso fuliggine e fumo per tutta la stanza. Sul muro opposto una credenza degli anni Trenta faceva il paio con un tavolo in formica azzurra.

«Ci sono degli avanzi da scaldare.» disse aprendo il frigorifero.

Il profumo del cibo mi rimise al mondo. Finii la pasta al pomodoro in meno di due minuti. Non era buona, anzi, assomigliava più a un blocco di impasto informe e acidulo che a qualcosa di commestibile, ma la fame che mi stava divorando non aveva il palato fine. Voleva cibo per placare la rabbia e cibo ebbe. Spazzolai la carne in umido coi piselli, bevvi almeno tre bicchieri di un liquido rosa che sull’etichetta della bottiglia veniva spacciato per vino e finii il tutto con una fetta di crostata dura come marmo. Nel complesso era stata una cena da schifo, anche se ovviamente non l’avrei ammesso nemmeno sotto tortura, ma mi aveva fatto stare meglio.

Lisa versò il caffè bollente in una tazzina alla quale mancava il manico e poi si sedette davanti dall’altro lato del tavolo.

«Dimmi allora. Cosa vuoi sapere?» chiese rannicchiandosi sulla sedia. Sembrava più giovane della sua età, molto più giovane. Ed era spaventata, anche se faceva di tutto per non farlo vedere.

Provai a bere un sorso di caffè, ma bruciava come lava. Posai la tazzina e mi accesi una sigaretta.

«La prima domanda te l’ho già fatta quando siamo arrivati qui. Ma eravamo a un punto della nostra conoscenza nel quale le cazzate potevano essere anche ammesse, e mi riferisco alla tua riposta.» Contorto ma efficace. «Ora però le cose sono un po’ cambiate e credo che tu possa darmi una spiegazione un tantino più...»

«Sincera?»

«Già.»

Un sorriso amaro come il caffè che fumava nella tazzina in mezzo a noi le si disegnò sul volto. Assomigliava a un ricorda che l’hai voluto tu.

«Mentre il dottore ti ricuciva la mano hai come perso i sensi, o forse più semplicemente hai dormito. Fatto sta che hai cominciato a parlare.»

Sei sicura di voler continuare? gracchiò una voce dalla mia cantina.

Non capii se stesse parlando a me o a Lisa.

Sei veramente sicura di voler guardare sotto? C’è roba da farti impazzire qui, roba che nemmeno immagini. So di gente che dopo aver dato solo un’occhiata ha cominciato a ululare alla luna e a mangiare i ragni. Vuoi davvero farlo anche tu? Lo vuoi davveeeeeero?

Mi battei le tempie con entrambi i pugni e una fucilata di dolore mi ricordò che avevo una mano conciata male.

La voce finalmente tacque.

«Va tutto bene?» chiese Lisa spaventata. Evidentemente le avevo messo paura.

«Solo una fitta improvvisa alla testa.» risposi cercando di rassicurarla. «Ma ora è passata. Dimmi cosa ho detto.»

Sperai che quella voce non tornasse più, perché sapevo che se l’avessi sentita ancora una volta avrei dato di matto.

«All’inizio solo parole confuse…» continuò lei «e lì per lì ho pensato fosse lo stress delle ferite o l’effetto collaterale dell’anestetico. A volte succede sai.»

Feci si con la testa, anche se in realtà non lo sapevo. Non sapevo quasi più un cazzo ormai.

«Poi hai cominciato a dire cose più comprensibili, anche se sempre a voce bassa. Non so nemmeno se il dottore abbia sentito e se ha sentito ha fatto finta di niente.»

«Cosa ho detto?»

«Parlavi di nani, nani vestiti da nazisti e di una bambina con una bambola in braccio. E poi.... poi hai chiesto scusa a qualcuno, l’hai ripetuto più volte, molte volte per la verità. Chiedo scusa se... chiedo scusa se... chiedo scusa se...»

La testa mi girò come se fosse finita su una giostra lanciata in tondo a mille chilometri l’ora.

«Quando sentii quelle parole per poco non mi prese un colpo. Non era un insieme disordinato di sillabe come a volte avviene nei sogni, ma era una frase chiara e limpida come acqua.»

«Cazzo.»

«Poteva anche essere una coincidenza, ma sapevo che non era così. Non poteva essere così, capisci?»

Annuii.

«Cosa stavi sognando?» chiese.

Spensi la sigaretta e bevvi il caffè. Scottava ancora, ma non era più la lava liquida che avevo tentato di ingurgitare poco prima.

Risposi a voce bassa: «Il prologo, se vogliamo chiamarlo così, di quanto ho sognato

(o visto)

nel pronto soccorso mentre ti aspettavo: nani nazisti che inseguivano un vecchio e una bambina.».

«Racconta.» mi esortò.

Raccontai tutti i dettagli che ricordavo, concludendo con la bambina che mi aveva rimproverato per aver rovinato quello che sembrava un rito vecchio di anni.

«Ora penserai che il mio cervello sia andato definitivamente in pappa.» dissi finendo il caffè.

Lei scosse energicamente la testa. «No, non lo penserai mai. E poi se stai impazzendo allora io sono più pazza di te, perché dopo che hai detto quella frase, la stessa del biglietto di Laura, ho capito che qualcosa legava te a Jacopo.».

«Per questo hai voluto che venissi qui, per via della frase.»

«Già.»

Avrei voluto chiederle cosa avrebbe fatto se avessi imposto un rifiuto netto e definitivo al suo invito, uno di quelli che non lasciano appello, ma mi resi conto dell’inutilità della domanda. Qualcuno ridacchiò giù in cantina e mi sembrò una risata nervosa.

Forse Lisa aveva ragione. In qualche modo il sogno, la bambina

ti chiedo scusa se...

hai rovinato tutto, tutto!

i nani vestiti da nazisti, Lisa e Jacopo erano tutti legati da un filo.

La coda di un palloncino rosso che vola via nel cielo scuro di una sera d’estate.

No, non impazzii di colpo se è questo che pensi. Stavo solo scoprendo che era possibile non voltarsi dall’altra parte quando quello che vive in cantina si presenta ai nostri occhi senza annunciarsi.

C’era una frase per questa situazione. Forse l’avevo letta da qualche parte, o forse me l’ero inventata io, in ogni caso suonava più o meno così: l’orrore è dentro di noi. Piaccia o no, noi siamo solo le vetrine che servono a metterlo in mostra.

Potevo far finta di nulla e ignorarlo. Potevo anche assecondarlo e non mi sarebbe costato niente. Sarebbe stato semplice dopotutto. Ma non fu così che feci. Quella sera, senza dircelo apertamente, io e Lisa decidemmo che era tempo di combattere l’orrore.

«Dimmi di te.» disse prendendo una sigaretta dal pacchetto sul tavolo. Ce n’erano solo sei dentro. Mi chiesi se sarebbero bastate per una notte che si preannunciava lunga oltre di ogni immaginazione.

Lisa portò la sigaretta alla bocca e mentre la osservavo sentii di nuovo freddo. Alitai senza che lei se ne accorgesse, ma non vidi nulla. Forse è solo stanchezza, pensai.

«Non sapevo fumassi.» dissi.

«Nemmeno io.» rispose lei.

Era nervosa, come me del resto.

Respirai a fondo e poi parlai.

Le raccontai di mio padre e di come ogni sera, da quando ne avevo ricordo, picchiava mia madre. E se il prurito alle mani non era ancora passato quando aveva finito con lei, beh c’era una razione pronta anche per me. Raccontai anche dei miei tentativi di andarmene da quella casa, falliti come i mille amori che avevano accompagnato il mio passaggio dall’età giovanile a quella adulta.

Lei ascoltava in silenzio, interrompendo il mio racconto con qualche colpo di tosse dovuto al fumo che invadeva i suoi polmoni ancora vergini e lindi.

Rividi il giorno del funerale di mio padre e la faccia del mio capo mentre mi consegnava la lettera di licenziamento e sopra ogni cosa vidi me, col capo chino e le mani sul bordo del cesso, a vomitare ogni giorno tutto quello che avevo bevuto.

Raccontai del mio misero lavoro in proprio, di quanto fosse difficile tirare avanti per la crisi ma anche per la mia incapacità, dei debiti che crescevano come funghi nel bosco senza che me ne rendessi conto, della banca che aveva chiuso i rubinetti, dello sfratto che ormai stava diventando esecutivo e dei miei sogni che, come fiori, erano appassiti uno alla volta per mancanza di cure.

Gettai i miei fallimenti come un giocatore di poker lancia le carte da gioco al termine dell’ennesima mano persa. Sentivo troppa stanchezza addosso per poter bluffare ancora

Avevo sparso i miei pezzi di vita su un tavolo di formica azzurra nella cucina fatiscente di una vecchia casa di riposo. Se avessi cercato di immaginare un posto più assurdo dove sfogarmi, non avrei saputo fare di meglio.

Guardai Lisa. Era entrata all’improvviso nella mia disperazione quotidiana e con lei Jacopo, il nonno e quella storia crudele del padre malvagio. E improvvisamente mi resi conto che la vita altro non era che un passaggio continuo da un luogo emotivo all’altro. Forse era una cazzata, forse no. Ma tutto quello che accadde quel giorno, e quel che sarebbe accaduto quella notte, fu come un viaggio, un vero e proprio viaggio attraverso la paura e il dolore. E come ogni viaggio che si rispetti, anche il mio viaggio aveva molte tappe. Quali di queste fossero solo intermedie e quali invece sarebbero diventate definitive non mi era dato ancora di saperlo.

Eravamo finiti in una terra di nessuno, quella che durante la Grande Guerra divideva una trincea dall’altra, un non-luogo ai confini di quella che chiamiamo realtà. Dietro alle nostre schiene c’era il mondo, quello vero, davanti avevamo lande oscure coperte da un cielo avorio denso di nubi color piombo.

E quelli giù in cantina lo sapevano. Avevano capito che stavamo per incamminarci in quella terra desolata, la loro terra, il luogo dove la morte sopravvive nel nero glaciale e le voci sono suoni acuti screziati di terrore. Di lì a poco scoprimmo che non ce lo avrebbero permesso e che avrebbero fatto di tutto per impedircelo. Con ogni mezzo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CANTINA.

 

«Che posto è questo?» chiedo.

Lui allarga le braccia e mi sorride. Indossa una vecchia tunica grigia come la polvere. Non so spiegarmelo ma fisso lo sguardo sui suoi denti marci, mentre ruota il busto da una parte e poi dall’altra.

«Bello vero?» risponde.

Il luogo è scuro, ghiacciato e puzza di muffa. Ci sono ragnatele dappertutto, casse di legno vuote e mezze rotte, stracci sporchi gettati su un pavimento lurido. Dal soffitto pende un cavo con attaccata una lampadina che emette una fredda luce fioca e tremolante. Non ci sono finestre da aprire e non c’è nemmeno una porta dalla quale scappare. Solo quattro mura a delimitare uno spazio di tre metri per tre. Questa è la cantina.

Mi guardo in giro cercando una via d’uscita.

«Da qui non puoi filartela, lo sai vero?» mi dice. Sembra soddisfatto.

Non rispondo.

Si gratta la testa. Pochi ciuffi di capelli radi e unti crescono a caso sul suo cranio deformato. Il suo odore mi colpisce allo stomaco prima ancora che al naso.

«Chi sei tu?» chiedo.

«Io sono l’Orrore.» dice.

Ho paura. Una fottuta e immensa paura.

Lui se ne accorge, rovescia la testa all’indietro e scoppia in una risata roca. Migliaia di mosche volano fuori dalla sua bocca con un ronzio isterico e subito dopo cadono a terra. È una pioggia che mi colpisce dappertutto.

Cerco di togliermele di dosso, ma sono troppe.

«Che c’è baby? Hai paura?»

«Sì. Cosa ci faccio qui?»

Si accartoccia su sé stesso unendo i polsi davanti alla faccia e muovendo le lunga dita ossute. Sembrano serpi che si agitano in un cesto.

«Cosa ci faccio qui?» gracchia in falsetto. «Io sono una brava persona, guardate che brava persona sono!»

La sua voce è un punteruolo conficcato nei timpani.

Si batte le tempie con i dorsi delle mani, poi si blocca come una statua di sale.

«Credi davvero di essere una brava persona?» mi chiede muovendo le dita lunghe, sottili e secche.

Lo guardo. Mi fa orrore. Lo stesso orrore che ho provato guardandomi allo specchio.

L’Orrore si siede su una cassa di legno rassettando vecchia la tunica grigia, schiarisce la gola e poi sputa un grumo di catarro per terra.

«Cosa ci faccio qui?» mi schernisce ancora.

Ho paura che rifaccia la sceneggiata di poco prima. Non lo sopporterei.

«Dovresti sapere perché sei qui.» dice annoiato.

«Non lo so.»

«Sei qui per ascoltarmi. È così che fate di solito no?»

«Non ti capisco.»

Sorride. «Lascia stare il bambino. Non sono affari che ti riguardano. Tu e la troietta amica tua fareste meglio ad andarvene via.»

«Perché?»

Scatta in piedi come una molla. «Cosa ti importa di quel bambino?» chiede spazientito. «Hai già i tuoi problemi! Perché devi caricarti anche i suoi sulla schiena?»

Mi gira intorno. Il suo alito, un misto di marcio e morte, mi stordisce. L’Orrore danza come un diavolo invasato.

«È solo un bambino, cazzo, non puoi mica occuparti di lui. A te chi ci pensa eh? Te lo dico io, nessuno!».

Cerco di uscire dal centro della sua danza, ma ho i piedi bloccati, come nel sogno della bambina e dei nani vestiti da nazisti.

«Andiamo dai, lo sai anche tu.» continua cantilenante. «A te non ha mai pensato nessuno.»

Si avvicina. La sua bocca è spalancata e gli occhi sono fiumi di lava impetuosi.

«Tutti se ne sono fottuti, il tuo capo, le persone che dicevano di amarti, anche tuo padre se ne è fregato di te. Chi c’era con te quando ne avevi più bisogno? Chi si è dato da fare per levarti dalla merda che ti stava affogando?»

Sta facendo effetto. Sento l’odio crescermi dentro come una febbre.

«Nessuno.» sibilo piano.

«Ecco, vedi che ho ragione? E se tutti se ne sono fregati di te, perché tu dovresti dare l’anima per qualcuno che nemmeno conosci?»

«È vero.»

«Allora dammi retta. Fregatene di tutti e tornatene a casa.».

Posa la mano ossuta sulla mia spalla. Il gelo della sua pelle passa attraverso i vestiti e invade il mio corpo.

«Non hai voglia di tornartene a casa e stenderti sul divano a riposare e guardare un po’ di tv?»

Il gelo. Sento quel gelo muoversi lungo il mio corpo. Sono incapace di pensare. Sento solo il gelo scendere e la febbre dell’odio salire lungo le arterie.

L’odio è caldo, quasi bollente. L’indifferenza è gelida, come uno strato di ghiaccio intorno al cuore. Mi chiedo quale tempesta si scatenerà in me nel momento in cui si incontreranno.

«Ssssttt…» dice portandosi l’indice secco sulle labbra blu e sottili come un taglio su una tela grigia. «Non pensare adesso, non devi pensare. Devi solo andare via, in silenzio. Non parlare con nessuno, nemmeno con la troietta infermiera. Lei vuole solo fregarti, non le importa niente di te. Vattene a casa e non voltarti indietro.»

L’odio è bollente e rosso, l’indifferenza è gelida e blu. E io? Qual è il mio colore? La mia temperatura? Sono gelo o calore, calma o tempesta? È l’Orrore a comandare? E l’indifferenza ne è sua complice?

Lui vortica intorno a me, come acqua marcia nello scarico del cesso. Mi sta tirando giù, lo so, lo sento. Scivolo, scivolo verso il basso. Ma non voglio, non voglio scivolare ancora. Per troppo tempo sono stato acqua marcia.

Chiudo gli occhi e alzo le mani sopra la testa. Non mi sto arrendendo, sto solo cercando di appendermi a qualcosa. Lui se ne accorge e la sua danza si fa rapida e incessante. Sento la sua voce arrivare da ovunque intorno a me. Perché l’Orrore è sinuoso e ha la forma di un turbante. E quando ha terminato di avvolgerti si tramuta in serpente e allora senti le sue spire stringersi forte sulle tempie e vedi la sua bocca spalancarsi per infliggerti il suo bacio mortale.

Un pensiero si fa luce nella mia mente buia. L’Orrore se ne accorge e grida con quanto fiato possiede. È un grido che non ha origine e che spacca l’aria come la prua di una nave fende l’acqua.

Ora lo so, l’ho capito. La giustificazione alle nostre miserie alberga sulla punta del dito che usiamo per indicare l’altro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL DEBOLE CANTO DELLA RAGIONE.

 

Cantami o Diva,

la grande illusione,

l’occhio sintetico dell’oppressione,

l’onda lunga del rifiuto a ogni nuova affermazione.

 

Cantami o Diva,

il nostro amato cielo,

canta un motivo,

fuoco che forgia ferro a catena,

ascolta Ulisse il triste canto della tua pena.

 

Lungo scoscesi e neri pendii corre veloce il mio pensiero,

il debole canto della ragione gela il potere della parola.

Come tuono invade la terra, come lampo illumina i volti,

Il debole canto della ragione, il senso antico della parola.

 

Cantami o Diva,

l’iniqua condizione

di chi cerca l’odio nella religione, di chi parla la pace

e scrive solo parole di odio e distruzione.

 

Cantami o Diva,

il passato che torna, nuova forma che dimentica

lo sguardo perduto di anime bianche

rinchiuse dietro filo spinato.

 

Lungo scoscesi e neri pendii corre veloce il mio pensiero,

il debole canto della ragione gela il potere della parola.

Come tuono invade la terra, come lampo illumina i volti,

Il debole canto della ragione, il senso antico della parola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DANZA MACABRA.

 

L’urlo di Jacopo saettò dalla camera fin giù nella cucina.

Mi svegliai di soprassalto. Stavo dormendo con la faccia schiacciata sul tavolo di formica azzurra, gelato come la cantina che avevo sognato.

«Jacopo!» gridò Lisa scattando in piedi. La sedia sulla quale si trovava seduta fino a un secondo prima volò via come sparata da un cannone. Girò su sé stessa, la scansò con un rapido movimento e si lanciò fuori dalla cucina.

Io la seguii con la coda del sogno appesa alla gola come un guinzaglio e per poco non finii faccia a terra inciampando in quella maledetta sedia.

L’urlo. Quale? Intanto non cessava di fendere l’aria.

Corremmo su per le scale in direzione della camera di Jacopo. Quando fummo a quasi un metro dalla porta questa si spalancò con un tonfo. Da dentro non arrivava nessuna voce, nessun suono, eccetto che per un sommesso sibilo che lentamente scemava.

Avevo le gambe pesanti come pietra.

Jacopo era seduto sul letto, pallido e coi capelli sudati attaccati alle tempie. Stringeva nei pugni l’orlo delle lenzuola. Un sottile rivolo di saliva colava da un angolo della bocca spalancata. Lo sguardo era fisso sulla specchiera sopra al vecchio comò ai piedi al letto.

Lisa si avvicinò con cautela. Sulle prime pensai si trattasse solo di un brutto sogno, uno di quelli che ti bloccano cuore e respiro se non ti svegli per tempo. Ma c’era quel freddo che copriva la pelle di brividi, e io sapevo che non veniva da un sogno.

 Jacopo respirava forte. L’aria davanti al suo viso era bianca d’umidità.

«Va tutto bene.» disse Lisa avvicinandosi. «Va tutto bene tesoro.»

 Si sedette sul bordo del letto, sopra lenzuola accartocciate come carta nei cestini. Spostò con delicatezza una ciocca di capelli sudati dalla fronte del bambino, ripetendo come un mantra che era tutto passato, tutto finito. Jacopo non la sentì nemmeno. Continuava a guardare lo specchio, filtrandone i contorni attraverso la grande nuvola bianca del suo respiro ritmato.

Mi sedetti dall’altro lato. Il cuore scalciava forte nel petto, mentre anche il mio fiato si condensava davanti al viso. Tutti i nostri fiati diventavano nuvole bianche. Da un momento all’altro le minuscole gocce del nostro respiro si sarebbero cristallizzate, facendo nevicare in quella stanza come dentro una palla di vetro venduta come souvenir agli angoli delle strade.

«È passato. È passato.» ripeté lei come una preghiera, poi mi guardò in cerca di una risposta. Non ne avevo neanche una.

Lei lo accarezzò piano sulla testa.

«Mettiti giù e dormi adesso.» disse amorevole.

Jacopo assentì, ma in modo automatico. Era in una sorta di trance catatonico, così mi spiegò più tardi Lisa. Ci volevano delicatezza e decisione insieme.

Mi alzai e l’aiutai a rassettare il letto, poi mi avvicinai alla finestra e la spalancai. La temperatura iniziò salire. Una leggera condensa si formò sui mobili. Passai un dito sul comò e lasciai una striscia asciutta dritta come una strada.

Alzai gli occhi e ciò che vidi mi gelò il sangue nelle vene.

Sullo specchio, ormai coperto di condensa, qualcuno aveva scritto:

 

CHIEDO SCUSA SE

LUI VUOLE (incomprensibile)

NON PERMETTERO’

 

Lisa gridò e per poco anch’io non feci lo stesso, poi l’afferrai per un braccio e la trascinai fuori, chiudendo la porta della camera alle nostre spalle.

Lisa respirava forte a bocca aperta, come fosse emersa dalle profondità del mare dopo un’apnea durata un tempo infinito. Si appoggiò con la schiena a una parete e si lasciò scivolare a terra. Nascose la testa tra le ginocchia, coprendosela con le braccia e poi scoppiò a piangere. Io non trovai niente di meglio che sedermi accanto a lei e accendermi una sigaretta. Ero un ribollire disordinato di terrore e domande.

«Quello non era un incubo.» pensai a voce alta.

«Lo so.» singhiozzò Lisa tirando su col naso.

Penso credesse che stessi parlando a lei. In realtà era a quelli giù in cantina che mi stavo rivolgendo. Non ci fu alcuna risposta.

Passammo alcuni minuti in assoluto silenzio, poi Lisa emerse dal suo nascondiglio. Aveva la faccia paonazza e bagnata, le palpebre si erano gonfiate e la bocca era ridotta a poco più di una stretta fessura. Finalmente fece la domanda più ovvia e importante: «Cosa sta succedendo?»

La cosa buffa, ridicola, pazzesca, assurda.... trovalo tu l’aggettivo che preferisci, era che nessuno di noi se lo era ancora chiesto. Fu come se porsi quell’interrogativo equivalesse a prendere coscienza della follia nella quale eravamo precipitati.

C’era stato il mio sogno, la frase ripetuta in ambulatorio, la stessa del biglietto di Laura, la stessa... Cristo, mi si accappona ancora adesso la pelle a pensarci… che era comparsa poco prima sullo specchio in camera del bambino. C’era Lisa che aveva visto Laura Cerri, il suo spirito, mentre parlavamo fuori.

E poi c’ero io, che avevo visto un’ombra

Non era lei!

(C’era ancora gente in cantina.)

Vattene, sei ancora in tempo!

nell’atrio. C’era tutto questo e forse molto altro ancora.

Mi strinsi nelle spalle. «Non lo so.» mentii.

Il mio cervello stava viaggiando ai duecento allora, forse anche a causa della scarica di adrenalina che il corpo aveva messo in circolo, e così cominciai a elencare tutto quel che sapevo, o credevo di sapere, secondo lo schema dubbio o certezza: Laura Cerri era (dubbio) stata uccisa da Jean Corte; Jean Corte era (dubbio) morto in un incidente d’auto; Laura Cerri aveva (dubbio) lasciato un biglietto prima di morire; la frase del biglietto era (certezza) la stessa che avevo pronunciato io durante il mio sogno coi nani e la bambina; Lisa aveva (certezza) visto lo spirito di Laura Cerri; io avevo visto (certezza) qualcuno nell’atrio; la frase del sogno e del biglietto si era (certezza) materializzata sullo specchio della camera di Jacopo.

Presi due sigarette, le accesi e ne passai una a Lisa. I singhiozzi stavano passando come un temporale che si dirige verso est dopo aver scaricato la sua immensa quantità di acqua, fulmini e saette. In lontananza c’era ancora qualche lampo seguito dal tuono, ma il peggio sembrava passato.

Controllai il pacchetto. La nostra personale scorta di tabacco ammontava a tre sigarette. Mi chiesi se sarebbero bastate e conclusi di no.

«Forza.» proruppe lei soffiando nuvole di fumo davanti al viso. «Ora puoi dirmelo.»

«Dirti cosa?».

«Abbiamo a che fare con un fantasma?»

Optai per una risposta sincera, che era poi l’unica possibile. Lentamente ogni cosa stava andando al suo posto e la storia stava delineando la sua fisionomia.

«No.» risposi con tutta la calma di cui ero capace.

Lisa mi guardò come si guarda chi è in procinto di salvarti la vita o quasi. I suoi occhi si muovevano impauriti nelle orbite. La punta della sigaretta tremava leggermente tra le sue dita magre.

Osservai il fumo disegnare spirali nervose sopra la sua testa, poi con un sorriso tirato aggiunsi: «I fantasmi sono due.»

Lei sembrò non ascoltarmi. Si limitò a soffiare il fumo verso l’alto. Restammo ancora qualche minuto in assoluto silenzio. Nessuno dei due aveva intenzione di dire nulla. Non per il momento.

Quando Lisa ebbe finito la sigaretta si alzò e mi chiese di accompagnarla a controllare Jacopo. Entrammo in camera e tutto sembrava normale. Il bambino stava dormendo tranquillamente. Nessun segno di incubi o altro. Guardai verso il comò. La scritta non si leggeva più. Per sicurezza passai la mano aperta sulla superficie dello specchio. Il vetro era solo fresco. E in un certo senso la sensazione sulla pelle fu rassicurante.

Provai a figurarmi chi potesse avere scritto quella frase e la testa iniziò a girarmi forte. Certe cose sono difficili da immaginare. Non ci volli pensare e strofinai più forte che potei. Lisa mi osservava da un angolo della stanza con le braccia incrociate sul petto. Era incredibilmente pallida.

Uscimmo chiudendo piano la porta e poi scendemmo in cucina. Avevo bisogno di un posto tranquillo dove riorganizzare i pensieri. Ormai mi era chiaro cosa stava accadendo.

Raddrizzai la sedia che Lisa aveva fatto cadere poco prima e la invitai a sedersi. Lei obbedì, piantò i gomiti sul tavolo e nascose la faccia tra le mani. Io presi la moka e preparai dell’altro caffè.

«Perché due fantasmi? Perché non tre, o quattro? Perché non tutti i morti del mondo in un colpo solo?» chiese con la voce inquinata dalla tensione.

La capivo. Era abituata a ragionare su un piano razionale. Come infermiera conosceva bene i processi che regolano la vita e soprattutto la morte. Sapeva che la morte era definitiva, che non c’era ritorno e che il corpo era solo un involucro. E un involucro senza vita è solamente un oggetto inanimato. Punto.

Avvitai forte la moka e accesi il fornello, poi mi sedetti al tavolo davanti a lei.

«Ma tu non hai paura?» mi chiese. Aveva le mani giunte davanti al petto.

«Da impazzire.» ed era vero. Ma c’era anche dell’altro. E non sapevo ancora spiegarlo.

«Ascoltami con attenzione.» dissi accarezzandole il braccio con la mia mano sana.

La mia teoria era semplice nella sua assoluta follia: Laura Cerri si era suicidata ed era stata lei a scrivere il biglietto. Se qualcuno avesse avuto in mente di fare una perizia grafologica l’esito sarebbe stato quello, ci avrei giurato. Anche se nessun perito poteva stabilire quando era stato scritto e a chi era indirizzato.

Il caffè borbottò nella moka. Mi alzai, cercai due tazzine pulite e poi le riempii.

Io un’idea ce l’avevo, e mi bastò ricordare come mia madre reagiva alle botte che mio padre le dava ogni stramaledetto giorno. Le prendeva quasi in silenzio e quando lui aveva finito lei si rassettava i vestiti, tamponava il sangue che colava dal naso e poi si metteva a cucinare. Come se niente fosse. Ho passato la vita intera a chiedermi perché, ma fino a quella sera non avevo mai trovato una risposta.

«Il biglietto era per il marito. Una richiesta di scuse per l’ennesima colpa che lui le aveva lanciato addosso. Lei era convinta di meritarsi il suo disprezzo e anche le botte, capisci?» conclusi porgendole la tazzina.

«No che non capisco!» rispose accigliata. «Nessuna donna merita di essere picchiata e nessuna donna può davvero credere di meritarlo davvero.»

«Se a dartele è un uomo che ha passato buona parte del tempo a dirti che sei un’idiota, che non vali niente e che tutto quello che fai è sbagliato, alla fine credi di meritarti tutto il male del mondo. Mio padre lo fece anche con me o almeno ci provò.»

Pensai a tutte le cose che lui mi aveva detto, a quanto impegno mise nel cercare di distruggermi. E a quanto dolore ingoiai a causa sua.

«Jean Corte fece lo stesso con Laura.» continuai. «Non credo di sbagliare se dico che tutto ebbe origine quando si rese conto che non sarebbe stato facile mettere le mani sui soldi.»

Bevvi un sorso di caffè e subito mi venne voglia di fumare. Guardai il pacchetto. Solo tre sigarette. Decisi di resistere alla tentazione.

«Quel figlio di puttana.» disse Lisa.

Alzai la tazzina. «Amen.»

Lei sorrise appena un po’. Non era molto, ma era pur sempre qualcosa. E di quel qualcosa ne avevamo un gran bisogno.

«Quindi l’ha spinta al suicidio?»

«Sì.» risposi. «Questo non lo rende certo meno colpevole di quanto lo sarebbe stato se l’avesse scaraventata giù dal decimo piano con le sue stesse mani.»

«Quel gran...»

Quel gran bastardo che poi morì. Perché forse Dio si annoierà anche facilmente, ma quando è in vena tende a rimettere le cose in pari.

Raccolsi con il cucchiaino lo zucchero in fondo alla tazzina, così come feci con i pensieri in fondo alla mente. Poi dissi ciò che volevo dire da troppo tempo ormai. «Prima di cenare ho visto anch’io qualcosa nell’atrio.».

Lisa si irrigidì e istintivamente si voltò per controllare se qualche spirito era appostato dietro la sua schiena.

«Ma non era Laura Cerri. Era Jean Corte, ora lo so.» conclusi.

«Sono qui tutti e due allora...» sussurrò e potei vedere i brividi comparire su tutto il suo corpo. Potei quasi udirli. Era come ascoltare il rumore dell’acqua quando diventa ghiaccio.

«In un certo senso si.»

«Cosa vuoi dire?»

«Che qui non è esatto.»

Non disse nulla, si limitò a sgranare gli occhi.

«Hai notato che nessun ospite della villa si è svegliato? Nessuna infermiera è corsa a vedere cosa stava succedendo quando Jacopo si è messo ad urlare? Ti sei accorta che è come se fossimo soli

Lisa trasalì e io capii che avevo ragione. Non che avessi veramente bisogno di una conferma, ma la sua reazione in un certo qual modo mi rassicurò. Non stavo impazzendo.

Ah, cosa ti credi? Ci vuol poco a mettersi a ululare alla luna e mangiare i ragni, sai? Vattene finché sei in tempo. Vattene! Adesso!

«Dio santo.»

«Siamo qui, fisicamente voglio dire. Jacopo è qui. Questa è una casa di riposo ed è piena di vecchi, personale di cura e chissà chi altro. Ma c’è un altro qui, una specie di...».

«Di dimensione parallela.»

«Esatto, sì. È una di terra di mezzo o terra di nessuno, possiamo chiamarla in mille modi diversi, ma resta comunque un luogo dal quale puoi vedere una e l’altra parte.»

Lisa prese una sigaretta. Faticò parecchio ad estrarla dal pacchetto per via del tremore alle mani.

«Una striscia di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti, insomma.»

Annuii.

«Sì, ma perché noi? Perché?». Poi di colpo si bloccò, con la fiamma dell’accendino a mezzo centimetro dalla sigaretta. «Cristo, sono stata io a portarti qui!» esclamò, e subito due sottili righe umide le solcarono il viso.

«Ehi, no... tu non hai colpa. Non avevi idea di quel che sarebbe successo.»

Fece un lieve cenno con la testa, ma era evidente che non mi credeva.

«E poi ho fatto quel sogno e ho detto quella frase. È stato come una specie di segnale, qualcosa che ti doveva far capire che ero io la persona di cui avevi bisogno.»

«Bisogno per fare cosa?» chiese. Era sul punto di piangere ancora.

CHIEDO SCUSA SE

Alzai le spalle.

LUI VUOLE (incomprensibile)

«Jean Corte è tornato dall’oltretomba per prendersi il bambino e Laura Cerri ha fatto in modo che noi ci trovassimo qui per aiutarla ad impedirlo.»

NON PERMETTERO’

«Ma cosa possiamo fare noi?» chiese Lisa.

Scossi la testa. «Non lo so.»

«Te lo dico io: noi non possiamo fare niente, NIENTE! Cazzo, siamo essere umani, siamo fatti di carne e sangue, capisci? E loro di cosa sono fatti?»

Stava perdendo il controllo e io non potei biasimarla per questo.

«Lisa, dico davvero.... io... non lo so.»

Sbatté i pugni con forza sul tavolo facendo sobbalzare le tazzine. «Dobbiamo andarcene di qui!» esclamò «Prendiamo Jacopo, suo nonno e scappiamo.»

La tua amichetta ha ragione, ma lasciate qui il bambino!

«Non servirebbe a niente. Ci sono cose dalle quali non si può scappare. E poi non credo sia una questione di luogo fisico. Qui o altrove sarebbe lo stesso.»

Mi alzai e andai alla finestra. Erano quasi le dieci di sera e tutto fuori sembrava tranquillo. Non c’era vento e faceva ancora molto caldo. Troppo caldo, anche per essere Ferragosto. Mi appoggiai allo stipite della finestra.

«Credo si sapere chi è la bambina del sogno.» dissi. «Hai conservato i giornali che parlavano di Jean e Laura?»

«Sì.».

«Portameli per favore.»

Il rumore della sedia che si spostava echeggiò nel silenzio della cucina seguito dai passi di Lisa. Fuori un gatto passò rasente una siepe. Stringeva qualcosa tra i denti, forse un piccolo topo. Si voltò verso la finestra da dove lo stavo guardando e si bloccò per qualche secondo. La sua coda si muoveva nervosa nell’oscurità. Il gatto lasciò cadere la preda, inarcò la schiena e i suoi occhi brillarono nel buio come due fari verde acido. Soffiò mostrando i denti bianchi come la neve, poi scappò via veloce.

Tornò il freddo, insieme a un bisbigliare sommesso dietro la mia testa. Voci concitate, sovrapposte e lontane. Le sentivo ma non le capivo. Mi voltai di scatto. Un’ombra saettò verso la porta della cucina e vidi un’altra ombra ferma dove poco prima si trovava Lisa. Non aveva un contorno definito, non aveva nulla di umano. Ma io avvertii ugualmente che mi stava fissando dritto in faccia.

«Aiutami a salvarlo.» disse una voce femminile nella mia mente. Era fredda e metallica. Era la voce di Laura.

Non riuscii a dire niente. Quell’ombra era ferma davanti a me. Una nuvola di fumo grigio chiaro in sospensione. Ondeggiava leggermente, come mossa da un vento

(il vento del tempo)

che io non avvertivo.

«Aiutami a salvarlo.», disse ancora. Poi l’ombra si dissolse, così come la voce, di cui sentii chiare le ultime parole: «Presto lui sarà qui... verranno... verranno... tutti

Lisa tornò coi giornali. Appena mi vide soffocò un urlo mettendo una mano davanti alla bocca. La sua voce strozzata ebbe l’effetto di una scrollata di spalle.

Respiravo come un mantice, avevo le mani lungo i fianchi e un’espressione vuota negli occhi. Davanti al mio viso piccole nubi di nebbia si stavano diradando come un incubo al mattino.

Ci guardammo per alcuni interminabili secondi. Entrambi sapevamo, ma nessuno dei due voleva parlarne. Non subito, almeno.

 «Hai trovato i giornali?» chiesi barcollando verso la sedia.

«Non c’è molto, solo tre articoli.» rispose Lisa posando sul tavolo una cartellina di cartoncino azzurro. Era scossa da tremiti violenti.

Mi sedetti e presi la testa tra le mani. Non sapevo cosa pensare. Tutto quello che stava accadendo era così irreale e vero al tempo stesso.

«Impazziremo tutti?» chiesi a Lisa.

Stavo vacillando e non lo volevo più nascondere.

«Forse siamo già andati fuori di testa.» rispose Lisa, e nella sua voce non c’era nulla di divertito o ironico. «E pensare che non ho mai creduto ai...» non riuscì a terminare la frase.

«Io invece sì.» dissi.

Ed era vero. Ci avevo sempre creduto. E non solo ai fantasmi. Credevo a tutto ciò che non si vedeva. Ora però avevo le prove, ed era tutta un’altra faccenda. Laura Cerri aveva scoperchiato il vecchio baule che stava nella soffitta della casa di campagna dei mei nonni. E dentro quel baule c’erano la statuina della ballerina, i miei sogni e i miei incubi infantili. Perché a volte i sogni sono un ponte tra il nostro mondo e quello dei morti e a percorrerlo si rischia di impazzire.

Dentro quel baule c’era anche dell’altro però. C’ero io coi miei fallimenti, le mie paure e le mie miserie. Era anche quell’io che quella mattina avevo cercato di uccidere nello specchio del bagno di casa mia.

Ciò che più di ogni altra cosa volevo era chiudere quel baule e ricominciare daccapo. Ma per farlo sapevo che avrei dovuto andare sino in fondo a questa storia. E se da qualche parte c’era una fine già scritta per Jacopo, Lisa e anche per me allora ne volevo essere totalmente partecipe.

Aprii la cartellina degli articoli, li disposi sul tavolo in formica azzurra e iniziai a studiarli. 

Poi capii.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GUERRA.

 

Erano tre articoli apparsi sulla cronaca locale di un quotidiano nazionale.

«Per un mese dopo l’incidente ho controllato ogni giorno la mazzetta di giornali in arrivo nella villa. Questi sono gli unici articoli usciti. Tutte le altre copie le ho gettate.» disse Lisa.

Il primo articolo, uscito il giorno dopo l’incidente di Jean Corte, era poco più di un trafiletto.

 

Titolo: SCHIANTO NELLA NEBBIA: MUORE A 44 ANNI.

Jean Corte, 44 anni, è morto ieri a seguito di un tragico incidente. Poco dopo le otto di sera la sua potente fuoriserie è uscita di strada nel tratto che unisce i due abitati di (...) e (...). L’autovettura, forse per l’alta velocità e il fondo reso viscido dall’umidità della sera, è uscita di strada e si è ribaltata più volte nel campo attiguo, finendo la sua tragica corsa nei pressi di un grande ciliegio e prendendo quindi fuoco. I soccorritori, giunti tempestivi sul posto, hanno dovuto attendere l’arrivo dell’autobotte dei vigili del fuoco a causa delle alte fiamme che si sprigionavano dall’auto. Una volta domato l’incendio, non si è potuto far altro che constatare l’avvenuto decesso del guidatore.

 

Il giorno dopo uscì un nuovo articolo, che approfondiva un po’ la vita di Jean Corte.

 

Titolo: RICCO EREDITIERE MUORE NEL ROGO DELLA PROPRIA AUTO.

Era uno dei più ricchi e controversi personaggi della nostra regione l’uomo deceduto due giorni fa in un drammatico incidente stradale. Jean Corte, 44 anni, ha perso il controllo della sua potente fuoriserie ed è morto carbonizzato nel rogo sviluppatosi successivamente allo schianto contro un ciliegio.

Corte, di famiglia modesta, era apparso agli onori della cronaca quando, circa tre anni fa, la moglie si suicidò gettandosi dal decimo piano del palazzo nel quale la famiglia viveva. Laura Cerri, questo il nome della sventurata donna, era la figlia di Domenico Cerri, ricchissimo e potente industriale dell’acciaio.

All’epoca del suicidio della moglie Jean Corte fu iscritto nel registro degli indagati (l’allora procuratore Francesco Malfatti parlò di atto dovuto) a causa di una telefonata anonima al nostro giornale che indicava proprio nel Corte l’assassino della moglie. Furono però sufficienti pochi giorni di indagine per stabilire che l’alibi fornito dall’uomo risultava reggere ai vari confronti di polizia, e il caso fu quindi archiviato. La morte della moglie portò a Jean Corte un’eredità faraonica, che non fu mai quantificata con esattezza tale era l’ingente patrimonio di famiglia. Su Jean Corte rimase l’ombra del dubbio e in molti sussurrarono di un suo possibile coinvolgimento nella morte della moglie, sussurri che non si sono ancora spenti nonostante il tragico epilogo dell’altra sera.

 

La cosa che mi colpì fu che non c’era nessun accenno a Jacopo. Di solito sui giornali, in casi come questo, la frase “lascia un figlio di 10 (o quanti siano) anni” compare sempre, ma non qui, non in questi due articoli.

Poi però arrivò il terzo ed ultimo articolo, uscito una settimana dopo la morte di Corte.

 

Titolo: OMBRE NEL PASSATO DI JEAN CORTE.

Jean Corte, l’ereditiere scomparso la scorsa settimana in un incidente stradale, potrebbe avere un passato ricco di misteri. Il condizionale è d’obbligo in questa storia, ma tuttora la tragica morte della moglie è avvolta dal mistero.

Proveniente da una famiglia modesta, padre carpentiere e madre casalinga di origine francese, Corte aveva legato il suo nome a quello di Laura Cerri, figlia di Domenico Cerri, ricchissimo magnate dell’acciaio. Laura Cerri morì in una fredda mattina di novembre precipitando dal decimo piano del palazzo nel quale risiedeva con il marito e il figlio di appena sette anni. Al momento della tragedia Laura Cerri era stranamente sola in casa. La stranezza risiede nel fatto che proprio quella mattina Jean Corte aveva concesso, senza apparente motivo, una giornata di ferie al personale di servizio, composto da una governante e dall’autista personale della signora Cerri. La notizia che riportiamo è suffragata dalla testimonianza di M.P e G.S., all’epoca dei fatti dipendenti appunto di Laura Cerri, e regolarmente depositata agli atti. Vale la pena ricordare che a seguito di approfondite indagini Jean Corte venne ritenuto completamente estraneo ai fatti e per gli inquirenti non vi fu dubbio alcuno sul suicidio della donna. Ma allora perché Jean Corte aveva concesso la giornata libera alla governante e all’autista, lasciando così sola in casa una persona con conclamate, a suo dire, tendenze suicide? Abbiamo provato a intervistare i due protagonisti della vicenda, ma nessuno dei due ha accettato di parlare con il vostro cronista.

Una ulteriore stranezza in questa apparentemente semplice seppur drammatica storia sta nello stato in cui si trovava l’appartamento di Laura Cerri al momento dell’ingresso della polizia. Siamo riusciti a entrare in possesso di una delle fotografie scattate dalla scientifica e che vi proponiamo a lato (...)

 

Guardai la foto. Sembrava una scena post-terremoto. Si vedeva una porzione di quello che doveva essere un soggiorno o forse uno studio. In primo piano c’erano due poltrone Chesterfield di pelle chiara. Una era rovesciata su un fianco, mentre l’altra era stata scarnificata da un oggetto molto tagliente. L’imbottitura era sparsa tutt’intorno alla scena. Dietro le due poltrone c’era una libreria a parete. I libri erano stati gettati ovunque alla rinfusa. Tutta la scena trasmetteva una spaventosa violenza.

«Guarda, guarda meglio.» bisbigliò una voce di donna alle mie spalle.

Sobbalzai e per poco non feci venire un infarto a Lisa. Sudava dalla fronte e si rosicchiava nervosamente le unghie. Alzai una mano, come a tranquillizzarla, poi seguii il consiglio della voce.

Osservai con attenzione e quando vidi quel particolare fu come guardare un treno mentre ti arriva addosso.

«Cristo santo!» esclamai.

Alzai gli occhi verso Lisa e a stento trattenni un urlo. Era seduta come una scolaretta diligente, con le gambe sotto il tavolo, la schiena dritta e le braccia posate parallele sul tavolo di formica azzurra. Aveva il viso sereno, ma gli occhi erano spenti. In piedi dietro di lei, vestito con un completo scuro, una camicia bianca e una sottile cravatta scura, c’era Jean Corte.

Il terrore si infilò in ogni pertugio del mio corpo. Mi alzai lentamente, ma non fu una mossa studiata. Fu puro istinto.

La cucina era precipitata di nuovo nel freddo. Misurai il respiro di Lisa da come il suo alito le si condensava davanti al viso. Era calmo e regolare e io provai invidia per lei.

«Oh lei sta bene, non preoccuparti. Sta dormendo.» disse Jean Corte accarezzandole una spalla. La sua non era una voce, non come la intendiamo noi almeno. Alle mie orecchie arrivò come un bisbiglio roco e appena percettibile. Aveva la consistenza di una folata di vento e risuonò nella mia testa come il gracchiante e insistente invito a fare un giro al manicomio.

Ci fissammo e nemmeno questo fu esattamente così. È solo che non trovo un modo migliore per spiegarlo. Sentivo il suo sguardo addosso come mille occhi puntati, ma non riuscivo a vederne l’origine. Le orbite si stagliavano sul suo viso grigio come macchie scure cerchiate di viola su un lenzuolo stropicciato. Nel mezzo della sclera tinta di rosso c’era un vuoto assoluto e infinito, un pozzo del quale non riuscivo a vederne la fine.

«Lo prenderò e non potrai farci niente.»

Altro vento mi colpì in faccia ululando nella mia testa.

«Nemmeno la tua amichetta potrà farci niente.»

Indietreggiai di qualche passo, urtai la sedia che cadde quasi senza far rumore, e mi bloccai contro la parete a lato della finestra.

Lui non si scompose. Se avesse voluto farmi del male non avrei avuto scampo. Cazzo, avrebbe potuto uccidermi di paura anche solo muovendo un dito. Con la mano tastai il muro alle mie spalle. Cercavo una via d’uscita, laddove sembrava non esserci.

«Non sarò io a impedirtelo, lo sai.» dissi pescando le parole in anfratti sommersi della mia anima.

Lui rise rovesciando la testa all’indietro e il suono atroce di quella risata invase tutto il mondo. Tutti lo stavano sentendo. Nella villa e non solo, anche nella città, nella nazione e nell’universo intero. Mi era impossibile credere che non fosse così. Poi pensai a dov’ero, a quel posto senza luogo e senza tempo dove, per una ragione che mi era del tutto sconosciuta, avevo finito con l’abitare. In quella landa intermedia tra il mondo dei vivi e quello dei morti si stava consumando la nostra storia. E nessuno al di fuori di me e Lisa ne era a conoscenza. Nessuno avrebbe potuto sentire o vedere alcunché.

«Certo, certo. C’è lei, vero? Laura.»

Non risposi.

«Lei vuole distruggermi.» continuò. «Era lei la bambina del tuo sogno, lo sai?»

Rimasi ancora in silenzio.

«Era lei con la sua piccola bambolina di plastica, la stessa che poco fa hai visto nella fotografia, quella che...»

D’improvviso la moka del caffè schizzò dal fornello fin sulla parete opposta, attraversando come un fulmine lo spazio fisico che ci divideva. Volò un piatto, seguito da un bicchiere. Poi il tavolo cominciò a traballare e capii che a muoverlo era la rabbia, pura e disperata, di Laura Cerri.

Lei era lì, con noi.

Jean girò la testa da un lato all’altro in piccoli scatti nervosi, come un lupo rabbioso che fiuta una preda. La stava cercando ma non riusciva a vederla. La temperatura in cucina era scesa allo zero termico.

«Ti annienterò!» minacciò furioso Jean. «So come farlo e lo farò!»

La sua frase mi schiacciò alla parete come lo spostamento d’aria di un’esplosione.

Poi fu solo buio.

Quando rinvenni Lisa era china su di me. Fu come una sensazione di déjà-vu. Per un momento pensai di essere ancora al pronto soccorso e di aver sognato tutto. Nel momento in cui realizzai dov’ero scoppiai in un pianto senza freni.

«Stai bene?» mi chiese.

Era evidente che non si era accorta di nulla e che non ricordava. Mi chiesi quale potere quelle entità avevano su di noi, e se il cadere in trance potesse essere una sorta di difesa autonoma o se invece era erano loro a causarlo.

Optai per la seconda ipotesi e rabbrividii. Jean Corte avrebbe potuto mettermi in pausa con il solo schioccare delle dita (ma non solo me, poteva mettere in pausa tutto il mondo se solo lo avesse voluto cazzo), prendersi il bambino e chiudere così la faccenda. Ma non l’aveva fatto. Era evidente che qualcosa – o qualcuno – glielo impediva.

Sentii la mano di Lisa passare tra i miei capelli e i singhiozzi cominciarono a diradarsi.

«Hai avuto un mancamento.» disse.

La guardai sorridendo appena. «Già.» Preferii non dirle nulla riguardo il mio vis a vis con Jean Corte. Sarebbe stato troppo difficile da sopportare, anche per una come lei.

Mi alzai e andai a recuperare la moka che Laura Cerri aveva scagliato dall’altra parte della stanza, raccattai gli articoli, li arrotolai, posizionai l’accendino su una estremità del rotolo e diedi fuoco. Aspettai qualche istante e poi gettai tutto nel camino. Una manciata di coriandoli neri si alzò in volo, danzando sopra le fiamme, poi dopo qualche secondo non ci fu più nulla da bruciare e di tutta quella storia rimase solo il ricordo nella nostra mente e un filo di fumo che lentamente saliva verso la canna fumaria.

«La bambina del mio sogno, quella con la bambola di plastica, era Laura Cerri.» dissi preparando il caffè.

Lisa non ne fu sorpresa. «Avevo già pensato che potesse essere lei, anche se non capisco il motivo per cui nel sogno ce l’aveva con te.»

Le avevo rovinato un rito, ma era andata veramente così? Riflettei sulla possibilità che i miei sogni o le mie visioni, includendo anche quello che vidi nella sala d’aspetto del pronto soccorso, nascondessero una specie di messaggio subliminale o qualche informazione che potesse mostrare ai miei occhi una verità nascosta. Forse, più semplicemente, avevo fatto un collage onirico di paure e frustrazioni, all’unico scopo di darmi una mossa a prendere per mano la mia vita.

«Non credo abbia più importanza adesso.» risposi.

Proposi a Lisa di andare fuori. Erano da poco passate le undici e la sera stava diventando una magnifica notte stellata.

Ci sedemmo su due sedie nel piccolo parco della villa. A destra c’era una vasca tonda con al centro una fontana alta un metro e mezzo. Alcuni pesci rossi nuotavano pigramente nella vasca incuranti di quanto stava accadendo fuori dal loro mondo.

Mi guardai intorno. La luna era grande e piena nel cielo. Le colline intorno a noi dormivano avvolte in un buio tinto d’argento. Gli alberi al confine est del parco parevano guardiani a protezione di uno spazio e di un tempo nel quale nessuno avrebbe dovuto avventurarsi. Noi però avevamo oltrepassato il confine e ora non ci restava altro da fare che continuare il cammino.

Ti potrà sembrare folle, me ne rendo conto, e forse lo è, ma per la prima volta da parecchio tempo sentivo la vita scorrermi nelle vene impetuosa come un torrente al disgelo. Poco importava se quello che stavamo vivendo era al limite della comprensione umana e non mi curavo della follia e dell’assurdità di questa storia. Non mi spaventavano le implicazioni che avrebbe avuto sulla mia vita. Finalmente mi sentivo parte di qualcosa e ne partecipavo. Per farla breve, per la prima volta in tutta la mia vita avevo un ruolo.

Perché è questo ciò che cerchiamo. La sensazione di frenetica attività è il motivo per cui ci alziamo la mattina e ci diamo dentro fino alla sera. E non è nemmeno una questione di risultati. Ciò che veramente importa è l’essere in gara.

Negli ultimi anni avevo voluto solamente nascondermi, e Dio solo sa quanto ne fui capace. La mia abilità nel mimetizzarmi alla vita era cresciuta giorno dopo giorno, fino a farmi letteralmente sparire.

«Sono in debito con te.» dissi

Lisa mi fissò senza capire.

«Se tu non mi avessi chiesto di venire qui oggi...»

Lasciai la frase in sospeso. Era evidente che la mia serata sarebbe terminata in un modo del tutto diverso, ovvero in un mare di alcol e lacrime. E mi vergognai per questo.

Lisa alzò una mano. «Sono io che devo ringraziare te. Non è da tutti fare quel che hai fatto tu.»

Alzai le spalle. Non avevo fatto molto e certamente non sentivo di appartenere all’olimpo degli eroi.

«Ora cosa succederà?» chiese.

«Passerò la notte nella camera di Jacopo.» dissi.

Lei strabuzzò gli occhi.

«E io?» chiese.

Mi sembrò delusa e la capii. Era stata lei ad aver visto Laura Cerri per la prima volta, ed era quasi certo che avesse ricevuto l’incarico di portarmi qui, un’informazione instillata in qualche angolo buio del cervello e che l’aveva fatta agire in modo automatico e non cosciente. Ma ormai aveva esaurito il suo compito. Ora toccava a me.

Pensai ai nani vestiti da nazisti. Nella follia di quella situazione era plausibile che fossero sentinelle poste a protezione del mondo nel quale Jean Corte viveva. E se c’erano dei guardiani sulla soglia di quel limbo che stava al confine con il mondo dei morti, allora forse dovevano essercene altri a protezione del nostro mondo. Jean Corte in qualche modo aveva oltrepassato quel confine contando su un fatto: chi doveva vigilare non sapeva di doverlo fare. E quel qualcuno potevo essere io.

Ma non era tutto.

La mia infelicità, la disperazione e il cancro che mi stavano mangiando l’anima erano le armi da contrapporre alla follia e alla malvagità. Jean Corte lo sapeva e ne era spaventato. Ecco perché cercò di farmi impazzire nella cucina materializzandosi davanti ai miei occhi. Temeva, più di ogni altra cosa, i lampi di vita nuova che esplodevano nella mia mente.

Come l’effetto che la luce del giorno ha sui vampiri, così l’Orrore può essere sconfitto dalla vita.

Avrei dunque cercato di salvare Jacopo e Jacopo avrebbe salvato me, perché è così che l’umanità può sopravvivere a sé stessa: salvandosi reciprocamente.

Sorrisi appena all’ironia della situazione. Solo ventiquattr’ore prima l’idea di salvezza sarebbe quanto di più grottesco e lontano potessi immaginare.

«Ho paura.» disse Lisa. «Per Jacopo e per te.»

«Lo so.»

Presi il pacchetto di sigarette dalla tasca e guardai dentro. Ne erano rimaste solo due. Glielo porsi. «Le fumeremo domani mattina dopo colazione.» Era una promessa.

Lisa si rannicchiò sulla sedia e chiuse gli occhi. «Vorrei che quest’incubo finisse adesso.»

Non dissi nulla e mi incamminai verso la villa.

I miei passi pesanti sulla ghiaia suonavano come i rintocchi a morto di una campana immersa nella notte e il portone spalancato dell’ingresso pareva un vecchio amico pronto ad accoglierti con le braccia protese in avanti.

Salii i gradini delle scale che portavano al piano delle camere con stanca lentezza. Avevo una paura d’inferno e non mi vergogno a dire che fui più volte sul punto di girarmi e darmela a gambe. Non lo feci ed è per me motivo d’orgoglio, sai? Non solo per come sono andate le cose, ma anche per il fatto di aver voluto andare fino in fondo.

Mentre mi avvicinavo alla camera di Jacopo la mia mente si svuotò. Fu come se qualcuno avesse tolto il tappo in una vasca da bagno colma d’acqua: i pensieri vorticarono fuori dalla mia testa in un risucchio di immagini e parole. Dentro non restò che il nulla.

Percorsi il breve tratto del corridoio coi piedi che non toccavano più per terra. Non stavo camminando. Scivolavo sul marmo del pavimento come un oggetto inanimato, tirato, spinto, risucchiato verso il destino che lo stava attendendo.

Arrivai alla porta e afferrai la maniglia, ma questa diventò improvvisamente rovente e bruciò sulla mia pelle. Ritrassi la mano e dopo un tempo che non so quantificare la maniglia si sciolse. Letteralmente. Guardai la porta e fu come guardare attraverso il fuoco. Fiamme violente la stavano avvolgendo. Indietreggiai per non restare ustionato e sentii gli occhi diventare acqua nelle mie orbite.

Mi trovavo sulla soglia dell’inferno, ma non mi fermai. Nascosi il viso nell’incavo del gomito destro, poi camminai in avanti con la mano sinistra allungata.

Toccai la porta e sentii il legno. Era fresco, solido e vero.

Tolsi il braccio dalla faccia e la maniglia di ottone era al suo solito posto. La sfiorai appena con le dita, poi la strinsi nuovamente nella mano e la abbassai.

La porta si aprì e tutto mi sembrò normale. Jacopo stava dormendo su un fianco, col viso rivolto verso alla porta. Il biancore della luna filtrava dalle persiane donando alla stanza una luce asettica, sufficiente però per muoversi senza andare a sbattere. Chiusi la porta alle mie spalle e andai a sedermi sulla sedia a lato del comò. Lasciai andare la testa all’indietro, respirando il più lentamente possibile e pregando che non mi venisse un infarto.

Avevo realmente visto la porta bruciare? Sì. Era reale tutto ciò? Non avevo dubbi. Cos’altro sarebbe successo? Non lo sapevo. E mentre i pensieri stavano di nuovo riempiendo la mia mente sentii la voce della cantina arrivare forte e chiara: è stato lui, un piccolo giochino per tastare la tua resistenza. Ti è piaciuto?

Sorrisi al buio. Come inizio non c’è male, pensai.

Sei ancora in tempo. Vattene prima che sia troppo tardi.

Mi concentrai sulla stanza e misi a tacere quella voce. Era una camera piccola. Il letto di Jacopo occupava la gran parte dello spazio, pur essendo un letto singolo. Dal lato opposto c’era il comò, con lo specchio dove era comparso il messaggio di Laura Cerri. A destra del comò c’era la porta e poi un piccolo armadio di legno scuro. A sinistra, sotto la finestra, c’era l’unica sedia.

Appena le mie gambe furono in grado di reggermi mi alzai e portai la sedia vicino alla testiera del letto, dal lato della finestra. In quella posizione potevo tenere sotto controllo gli unici due punti di accesso. Jacopo dormiva dandomi la schiena.

Ero lì, alla resa dei conti. Non stavo in posizione di difesa con la guardia alta come i pugili e non avevo la fiera determinazione delle leonesse quando vanno a caccia. Ero semplicemente in attesa, con la pace di chi sta per affrontare una prova sapendo che sarà l’ultima, la totale, la definitiva.

Sentii la stanchezza assalirmi con le sue onde languide. Allungai un po’ la seduta e cercai di rilassarmi quanto più potevo, dopo qualche minuto mi addormentai. Caddi dentro il nero assoluto di un sonno senza sogni.

Fu il gelo a svegliarmi.

Aprii a fatica gli occhi. Grandi nuvole bianche uscivano dalla mia bocca spalancata. Mi girai verso Jacopo. Era seduto sul letto, in trance come quando io e Lisa l’avevamo trovato... quando? Qualche ora fa? Ieri? Non riuscivo a ricordare.

Mille pensieri diversi si sovrapposero nella mente. Ogni volta che ne mettevo a fuoco uno subito ne arrivava un altro a rimpiazzarlo.

E la stanza non era più la camera da letto del bambino, era il bagno di casa mia. Vidi me fissare la mia immagine allo specchio nell’atto di colpirmi con il pugno. Subito dopo il pronto soccorso, Jacopo, l’autobus, il funerale di mio padre. Una successione di immagini rapida e nervosa. Ero in un cinema e qualcuno stava proiettando la mia vita tutto intorno a me. E poi c’erano le voci, un’infinità di voci che mi circondavano. Bisbigli, parole, grida lontane.

Balzai in piedi e vorrei dire che fu il terrore quello che si impossessò di me, ma non fu così. Era oltre il terrore, era un’esplosione dentro il mio corpo, era un disordinato muoversi di muscoli e cellule, di pensieri accavallati e sensazioni portate al limite estremo della sopportabilità. Era il primitivo e vero risveglio dei sensi e della capacità di percepire ciò che avevo intorno.

Poi d’improvviso tutto cessò.

Per alcuni secondi ci fu solo il mio respiro a riempire di suono quella stanza, che era tornata ad essere la camera da letto di Jacopo. Guardai il bambino e i suoi occhi erano vuoti, privi di vita. Avrei voluto toccarlo, scuoterlo come si fa con chi è in preda a una crisi, tirare i suoi capelli per strapparlo al non luogo dove era finito, ma non feci in tempo.

Le porte dell’armadio si aprirono cigolando. Dal suo interno sbucarono due nani vestiti da nazisti. Gridai. Uscirono con fare marziale senza dire una parola e si disposero ognuno ai due lati dell’armadio. Dopo pochi istanti ne vennero fuori altri due, spingendo in malo modo la bambina del mio sogno. Teneva stretta al petto la sua

nostra

bambola di plastica. Gridai ancora più forte.

Fu in quel momento che capii che Jean Corte aveva manovrato i miei sogni, che aveva utilizzato l’immagine di Laura bambina per spaventarmi e impedirmi di essere lì. Ora stava rendendo tutto ciò reale, con lo scopo di farmi impazzire definitivamente.

«Lui viene con noi.» dissero i nani con una voce sola. L’accento tedesco era sparito. Indicarono Jacopo con un dito. «Che tu lo voglia o no, lui viene con noi.»

Li guardavo, incapace di dire o fare nulla. Stavo fallendo di nuovo. Sapevo che avrei dovuto combattere, volevo combattere, ma come? Quella orribile sensazione di inutilità e di vile apatia che mi aveva accompagnato per parecchio tempo stava tornando in tutta la sua prepotente forza.

Abbassai lo sguardo pensando che, se davvero fosse dovuto succedere, almeno non avrei incrociato gli occhi di Jacopo, e vidi la mia mano fasciata. Chiusi gli occhi e arrivò una nuova visione, ma da prospettiva diversa. La mia.

Vidi me, quel giorno, insultarmi in piedi davanti allo specchio e poi colpirmi con una violenza che non sapevo nemmeno di avere. Vidi il vetro andare in frantumi e le schegge tagliare il dorso della mia mano. Vidi il sangue e il dolore sgorgare dalla ferita. Sangue e dolore, veri e umani. Vidi tutto questo e sentii la rabbia invadermi l’anima come una marea. La collera stava riempiendo il mio mondo. Una cieca, assoluta e immensa rabbia. Ma non c’era traccia di odio dentro la mia collera. Era solo voglia di vita.

Afferrai la lampada sul comodino e la lanciai contro i nani gridando loro di andarsene. La lampada passò a pochi centimetri dalla testa di uno di loro e andò a perdersi dentro l’armadio senza fare alcun rumore, finita chissà dove nel fondo di quel mondo di morte.

Ho sempre avuto una pessima mira.

I nani mi guardarono straniti. Ebbi l’impressione che non si aspettassero una reazione simile da parte mia. Forse credevano che il materializzarsi davanti a me fosse sufficiente a sciogliere ogni mia resistenza.

La bambina approfittò di quel momento, si divincolò dalla presa dei due nani e in un lampo mi fu a fianco.

«Mettiti dietro di me.» le dissi. «Questa volta non rovinerò tutto, te lo prometto.»

Lei obbedì. Sentivo la sua presenza, fatta di gelo e paura, morte e dolore, miste alla nostalgia e all’amore per una vita che si era interrotta troppo presto.

Ce ne stavamo così, in una perfetta situazione di stallo, come un gruppo di bambini che giocano al fazzoletto. I nani da una parte, io e la bambina dall’altra e Jacopo nel mezzo. Chi avesse fatto la prima mossa avrebbe scatenato la reazione degli altri.

«Andate via.» dissi.

Fu dolce scoprire che non avevo più paura.

I nani si guardarono l’un con l’altro e per un breve istante pensai che mi avrebbero ascoltato.

«Tornatevene all’inferno.» dissi ancora.

«No.» rispose una voce nera come la notte da dentro l’armadio.

Jean Corte comparve esattamente come avevo visto fare agli spiriti nei film e non fu consolante.

«Lui è mio.» gracchiò.

Negli occhi aveva il fuoco e dalla bocca uscivano nuvole di mosche che cadevano a terra dopo pochi istanti di volo. Una pioggia nera e silenziosa di morte.

Lui era l’Orrore.

«Ti sbagli.» replicò una voce alle mie spalle.

Sobbalzai e mi voltai. Era Laura, ma non più bambina. Era tornata ad essere la donna che si era uccisa, la madre tornata dal limbo dei suicidi per difendere il figlio dall’uomo che aveva rovinato tutto e distrutto la sua vita.

«Vattene Jean e lascia in pace mio figlio.» disse Laura.

Parlava con serenità e non potei non notare quanto fosse bella. Aveva lunghi capelli mossi che scendevano sulle spalle, il viso rilassato e sereno e le braccia distese lungo i fianchi. In una mano teneva ancora la sua vecchia bambola di quando era bambina.

Jean rovesciò la testa all’indietro e spalancò la bocca. La sua risata fu come una lama infilata nei timpani. Gridai dal dolore, e caddi in ginocchio coprendomi la testa con le braccia. Non so perché, ma mi misi a pregare. Non credevo in Dio, ma in quel momento mi misi a pregare. Stupido ma vero.

La risata cessò e fu di nuovo silenzio.

Alzai lo sguardo e vidi Laura con il braccio alzato verso Jean. Gli stava mostrando la bambola.

«Guardala.» lo intimò lei. «Coraggio, guardala.»

Lui grugnì e voltò lo sguardo da un’altra parte.

«Hai paura Jean? Hai paura di una bambola?».

Jean scattò verso Laura. Voleva distruggerla davvero, come aveva promesso nella cucina. Mi chiesi da dove potesse nascere tanto rancore.

Lo vidi allungarsi verso di lei e fu orribile. I piedi rimasero come incollati nel punto in cui si trovava, mentre il resto di lui si stirò di qualche metro fino ad arrivare a pochi centimetri dalla bambola di plastica. La faccia era deformata come attraverso la lente dello spioncino di una porta e alla fine lo vidi per quel che realmente era: un demone con il naso adunco, i denti appuntiti e gli occhi carichi di odio.

«Guardala.» continuò lei. «Guarda questa bambola.»

Il demone ruotò a scatti la testa fiutando quell’oggetto inanimato come le bestie fiutano gli odori e poi si ritrasse disgustato.

Era quello il momento di agire.

Presi la bambola dalla mano eterea di Laura e la puntai verso il demone, avvicinandomi più che potevo. Stavo per compiere il mio personale esorcismo.

Jean Corte mi fissò e sulle prime intravvidi un bagliore di stupore nella sua espressione. I due pozzi neri che aveva al posto degli occhi si dilatarono e subito dopo si contrassero fino a diventare due minuscoli punti

gli occhi della testa della bambola della mia visione

puntati contro di me come fucili.

«Schifoso bastardo, non è questa la bambola che mi hai mandato in sogno.» esclamai. «Guardala, guarda i suoi occhi.»

La bestia ruotò lentamente la testa per non vedere.

Mi avvicinai ancora. Sentivo la collera covata per così tanto tempo ribollirmi dentro. Ero sul punto di esplodere. Per anni avevo identificato gli altri come responsabili dei miei fallimenti. Avevo preso le scuse (mio padre, gli amori andati in malora, il mio lavoro, mia madre) e ne avevo fatto un vestito lacero e sporco

una tunica grigia

nel quale l’Orrore aveva trovato una casa e si era nutrito a sazietà.

«Non sono gli stessi occhi vero?» chiesi al mostro.

Ma ero io, nessun altro che io ad aver permesso tutto ciò. Avevo trasfigurato il mondo che mi circondava fino a farlo apparire come ammantato di dolore e in quel dolore avevo trovato la ragione al mio essere. Era dunque solo un vestito e spogliato di quel vestito alla fine l’Orrore si era rivelato essere solo uno spirito malvagio che viveva nel buio e che nel buio sarebbe dovuto tornare. Per sempre.

Avanzai salendo sul letto e il demone indietreggiò. Volevo farla finita con quella storia, definitivamente. Allungai di colpo il braccio e affondai la bambola dentro la testa viscida e marcia del demone.

«Questi sono occhi d’amore, grandissimo figlio di puttana! Occhi d’amore!» gridai.

Avvertii un bruciore sulla mano, come fosse immersa nell’acido, seguito poi dal rumore di melma rimestata. Mossi la bambola come fosse una lama d’argento da infilare nel petto di un vampiro. La mossi freneticamente dentro la testa di Jean Corte gridando e imprecando.

Scaricai, una volta per tutte, il mio infinito dolore.

Il mostro gridò. I nani fissarono la scena attoniti senza muoversi. Laura intanto stava piangendo alle mie spalle.

Continuai così per non so quanto tempo. Non c’era più un tempo in quella stanza. Non c’era luogo in quella notte.

Estrassi la mano dalla testa del mostro e con essa la bambola che tenevo ancora ben salda. La bestia vacillò. Non aveva più una faccia, solo un ammasso di poltiglia grigiastra e informe. Le sue braccia si muovevano a scatti nervosi.

Ci fu come un’esplosione, un bagliore di luce rossa e accecante, veloce come pensiero che ti attraversa la mente e poi Jean Corte sparì insieme a tutti i nani.

Caddi a terra. Ero senza forze e mi sentivo sul punto di svenire. Strinsi la bambola al petto, come fosse una figlia da accudire, e la baciai.

Laura si mosse verso Jacopo. Non posso dire di averla vista camminare, ma nemmeno volare. Non so più nemmeno io cosa ho visto quella dannata sera. E il solo ripensarci fa tremare così forte da portarmi dolori insopportabili.

Jacopo era ancora nello stato di trance, seduto con lo sguardo fisso in avanti. Laura si portò a lato del letto e si sedette accanto a lui. Aveva il viso colmo di amore e dolore al tempo stesso. L’ho già detto, lo so. Ma è così che la ricordo io. E nei suoi occhi potevi leggerlo tutto quel dolore e quell’amore che provava. Lo potevi sentire tutto.

Credo volesse toccarlo, accarezzarlo e stringerlo a sé. Impazziva dal desiderio di farlo, ma sapeva bene che non le sarebbe stato possibile. Si avvicinò al viso del bambino e sussurrò qualcosa. Jacopo mosse la bocca, leggermente, senza dire nulla.

Laura si voltò verso di me e sorrise, poi tornò a guardare Jacopo e sussurrò ancora qualcosa. Lui aprì la bocca e questa volta riuscii a sentire le sue parole.

«Anche io mamma.» disse piano.

Le lacrime mi riempirono gli occhi, poi svenni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VERSO CASA.

 

Ricordo le mani di Lisa che mi accarezzavano il viso. Le sentivo scivolare addosso come acqua sulla pelle, ma non appena il mio cervello ne registrò il contatto sobbalzai nel terrore che Jean Corte fosse tornato per uccidermi.

«Ssst.» fece Lisa indicandomi Jacopo.

Il bambino dormiva sotto le lenzuola. Il respiro era tranquillo. Guardai verso l’armadio e vidi era chiuso. La stanza era in ordine, come l’avevo vista la sera prima entrando per il duello col mostro. Sembrava non esserci più traccia di quanto accaduto quella notte.

Scrollai la testa e cercai di farmi passare lo spavento. Avevo dolori dappertutto. Guardai verso la finestra. C’era luce, una luce calda e morbida. Il mondo era una sequenza di strisce arancioni alternate all’ombra.

«Che ore sono?» chiesi a voce bassa.

«Le sei.» rispose.

Mi alzai con fatica e il dolore invase ogni muscolo e ogni giuntura. Avevo una gamba addormentata, persi l’equilibrio e per poco non rovinai per terra. Mossi qualche passo zoppicando. Un miliardo di spilli si conficcarono nella gamba.

«Ce la fai?» chiese. Era la seconda o terza volta che mi faceva quella domanda. Trovai la cosa quasi divertente.

«Sì mammina.» risposi.

Lei sbuffò e mi sembrò felice. Poi si avvicinò a Jacopo e scostò di un poco il lenzuolo che lo copriva quasi per intero. Il bambino stava dormendo supino ed entrambi fissammo la bambola di plastica che stringeva con un braccio. Non posso dire che fu una sorpresa. Fu anzi confortante. Ora sapevamo che Jacopo era al sicuro e che il male, almeno per questa volta, era stato sconfitto.

Uscimmo dalla camera chiudendo piano la porta.

«Come stai?» mi chiese Lisa.

«Bene.» risposi, ed era vero. Avevo dolori dappertutto e avrei voluto dormire una settimana di fila, ma per la prima volta da molto tempo mi sentivo bene. Dirò di più, mi sentivo in pace.

«Ci sono due sigarette da fumare.» disse lei sorridendo.

Era la promessa che le avevo fatto la sera prima e ora potevo mantenerla.

«Sì, ma prima facciamo colazione. Sto morendo di fame.» dissi.

Scendemmo in cucina e mentre Lisa preparava il caffè io cercai biscotti e brioches negli stipetti. Trovai solo delle merendine confezionate e alcuni dolcetti che sembravano essere lì da secoli.

«Ma non danno la colazione qui?» chiesi.

«È il servizio della mensa esterna che se ne occupa. Ma è ancora presto. In genere arrivano per le otto.»

Scartai una merendina e l’addentai.

«Non ti chiederò cosa è successo lassù stanotte.» disse indicando il soffitto. «Non lo voglio sapere.»

La benedissi per questo. Non avevo la minima intenzione di ricordare. Ciò che volevo, mentre finivo la mia merendina in attesa di una tazza di caffè nero e bollente, era dimenticare tutto il più rapidamente possibile.

«Dimmi solo una cosa: è finita?» mi chiese.

Io la guardai e allungai le braccia. Lei si avvicinò e rispose al mio invito. Ci abbracciammo. Forte.

«Sì, è finita.» dissi.

«Ora che farai?»

Quella domanda mi piacque tantissimo. Sapeva di futuro.

«Torno a casa e mi faccio una doccia lunga un giorno.»

«Fa attenzione alla mano. Non bagnare la ferita se no rischi un’infezione.»

Guardai il mio guantone da pugile. Il bianco delle garze era diventato di un grigio indefinito, ma la fasciatura era ancora integra. Non sentivo più dolore, solo un leggero prurito.

«Domani passa da me in ospedale. Ti cambio la medicazione.» disse sedendosi.

«Sì mammina.»

«E non chiamarmi così, lo odio!»

«Zietta è meglio?»

Lei rise e io risi con lei. Era tutto così leggero.

«Dopo colazione ti offro un passaggio.» si offrì Lisa.

«E sia. Prima però fumiamo le ultime due sigarette seduti fuori, dopo mi porti a casa.»

Casa. Non ricordavo nemmeno più quando era stata l’ultima volta che avevo pronunciato quella parola con così tanto piacere. E anche se equivaleva solo a uno squallido bi-locale, ora – finalmente – sentivo di appartenere a qualcosa, e che quel qualcosa apparteneva a me. Casa era il miglior luogo dal quale ricominciare a vivere.

Restammo in silenzio per qualche minuto. Io a zonzo nei miei pensieri e Lisa a spasso per i suoi. Pensai che da tutta questa storia alla fine sarebbe nata un’amicizia e che avremmo potuto vederci molte volte ancora. Il fine settimana saremmo passati a prendere Jacopo e suo nonno e tutti insieme saremmo andati a fare qualche gita in macchina, anche al mare se ne avessimo avuto voglia. Il futuro mi sembrava migliore, non roseo, ma sicuramente di una sfumatura meno grigia rispetto al recente passato. Col tempo avrei anche aggiustato i miei problemi di soldi e di lavoro.

Un passo alla volta, con calma.

Il borbottio della moka ci ridestò dai nostri viaggi mentali.

«Ieri sera, appena rimasta sola sono andata nel mio studio qui a fianco e mi sono sdraiata sul divano.» disse Lisa versando il caffè. «Avrei voluto non seguire il tuo consiglio, avrei voluto raggiungerti in camera di Jacopo, ma...»

«Hai avuto paura.»

«Già.» ammise lei abbassando gli occhi.

«Non te lo avrei permesso, lo sai.»

Annuì. «Quando sono salita in camera poco fa ero terrorizzata. Sono stata diversi minuti fuori dalla porta senza trovare il coraggio per entrare, pensando che se vi fosse successo qualcosa la colpa sarebbe stata solo mia.»

«Tua? E perché?»

Lei alzò le spalle.

«Dovevo esserci io in quella camera.» ribadii prendendole una mano. «Le cose vanno come devono andare ed è giusto così.»

Lei strinse la mia mano e sorrise appena. Era stanca. «Bevi il tuo caffè.»

«Sì mammina.» la schernii ridendo.

Finimmo la colazione e poi sistemammo la cucina. Mentre lavavo le tazzine gettai un’occhiata distratta al camino e vidi i resti bruciacchiati degli articoli che Lisa aveva portato la sera prima. Mi sembrò tutto così lontano, come fosse accaduto mille anni indietro e non solo poche ora prima. E ne fui felice.

Dopo aver messo a posto la cucina uscimmo per fumare. Appena misi piede all’aria aperta la luce del giorno mi accolse in tutta la sua bellezza. L’aria era tersa e ogni colore era così vero. Non ricordavo di aver mai visto un’alba così viva. Ci sedemmo nel parco e Lisa accese entrambe le sigarette, poi me ne passò una. Aspirai a fondo e soffiai tutto fuori. Stavo veramente bene.

«Credi che la carretta si metterà in moto?» chiesi indicando la vecchia Mercedes di Lisa parcheggiata nel viale.

Lei si finse offesa. «Ma come ti permetti? Non è una vecchia carretta.»

«Hai ragione.» bluffai, poi dissi: «È una vecchissima caretta!»

Lisa scoppiò a ridere e io mi accodai. Ridemmo quasi fino alle lacrime, poi ci calmammo nel timore di svegliare tutti.

«Beh dai, vecchia è vecchia.» aggiunsi.

«Un po’ sì, ma è un gioiellino.» rispose alzando le spalle.

«Sarà anche un gioiellino, ma credo che abbia perso tutto l’olio.»

Mi alzai e mi avvicinai al muso della macchina. La chiazza non lasciava spazio ai dubbi. L’olio era uscito per buona parte dal motore e aveva formato un piccolo stagno luccicante e nero. Mi abbassai e allungai il collo per controllare meglio. La faccia deformata di Jean Corte mi sorrideva da dentro la pozza nera.

«Cosa?» chiese Lisa alle mie spalle.

Scattai in piedi in preda al panico.

«Non può essere vero!» esclamò accucciandosi.

Le gambe mi tremarono così tanto che temetti di cadere. D’istinto allungai il braccio per fermarla. Poi guardai meglio e quel che vidi era soltanto una normale pozza d’olio sotto il muso di una vecchia macchina tedesca. La faccia di Jean Corte fu solo lo scherzo di una mente ancora stanca.

Lisa non si era accorta di nulla. «Cristo!» imprecò alzandosi. «E ora?»

«Dovrai chiamare un carro attrezzi, ma ci vorrà del tempo. Ieri quando siamo arrivati ho visto un parcheggio di taxi sulla strada. Ti dispiace se ti lascio da sola ad aspettare il meccanico? Sono a pezzi e ho bisogno di una doccia.»

Mi sentivo in colpa, ma avevo davvero bisogno di farmi una doccia e di mettermi a dormire. E poi tutto era finito, non c’era più pericolo.

«Non ti dispiace se vado, vero?» chiesi ancora.

Lei mi guardò sorridendo. «Certo che no. Ti chiamerò stasera, va bene?»

Annuii, poi ci incamminammo lungo il viale che scendeva verso la provinciale. La città in lontananza era ancora immersa nel sonno del dopo Ferragosto e non c’era anima viva in giro.

«Hai del denaro con te?» chiese.

«No, ma ce l’ho a casa. Chiederò al tassista di salire con me a prendere i soldi.»

Arrivammo in fondo al viale e per mia fortuna c’era un taxi fermo dall’altro lato della strada.

«Fila a casa e va a dormire.» mi ordinò lei.

«E poi ti lamenti se ti chiamo mammina.»

Lei rise e io mi incamminai per qualche metro sul marciapiede, poi mi apprestai ad attraversare per raggiungere il taxi.

È buffo, ma praticamente non ci salutammo neppure.

La strada era deserta, un lungo tappeto di asfalto che non aveva né un’origine e né una fine. Quando fui al centro della carreggiata – mi basta chiudere gli occhi per vedere i miei piedi sopra quelle linee bianche tratteggiate - mi voltai verso Lisa alzando e agitando la mano fasciata in segno di saluto.

Io non me ne accorsi o forse semplicemente non capii. La vidi cambiare completamente espressione, vidi la paura e lo sgomento prendere forma sui suoi lineamenti e non riuscii a sentire quello che stava dicendo. Eravamo a non più di dieci metri di distanza, ma le parole caddero a terra

come mosche

appena uscite dalla sua bocca. La vidi agitare entrambe le braccia, con estrema lentezza, indicando qualcosa dietro di me. Provai ad interpretare i suoi segni, poi assecondai la sua insistenza e mi voltai a guardare dietro le mie spalle. Non so dire da dove sia sbucato fuori, so per certo che fino a un secondo prima non c’era.

Voltandomi lo vidi arrivare. Era rosso, era sempre più grande ed era un camion.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INFORMAZIONI.

 

Guarda tutta quella persone sole. Guardale e chiediti chi sono e da dove vengono. Loro appartengono al mondo, ma nel mondo scompaiono. Sono fantasmi ancora troppo vivi per essere morti.

 

Ho tagliato questo brano dal mio libro, ma non volevo buttarlo via. Perché dentro c’è tutto ciò che volevo raccontare. Non una riga di più, non una riga di meno.

Sono seduto alla mia scrivania in una fredda domenica mattina di dicembre. Fuori nevica e sto completando quello che sarà il mio terzo romanzo pubblicato. Ci sono stati momenti in cui avrei lasciato perdere, passando magari ad altro, ma ho tenuto duro e sono arrivato alla fine.

Mi chiamo Jacopo Cerri e questa è la storia della persona che mi ha salvato la vita quando ero solo un bambino. E credetemi, è stata dura da scrivere. Più di quanto pensassi.

Ho ricordi molto confusi di quanto è successo quella notte, e più che ricordi in senso stretto sono immagini frammentate, come fotogrammi isolati di un film. Per molti anni, dodici per la precisione, quei ricordi se ne sono stati chiusi al buio di un cassetto in qualche angolo polveroso della mia memoria. Qualche anno dopo è bastato un incontro per farli riemergere come reperti recuperati dalla pancia di un relitto in fondo al mare. Da allora quelle immagini sono diventate cicatrici e suppongo che sia questo l’effetto del tempo che passa. So che resteranno per sempre con me e ogni tanto al cambiare delle stagioni faranno anche un po’ male, ma saprò sopportarlo.

Un giorno dopo l’altro, un dolore dopo l’altro. È così che si va avanti, no?

La persona che mi ha salvato la vita morì dopo due giorni di agonia in ospedale. Fu grazie a Lisa che i medici mi permisero di restare in quella stanza, anche se ero solo un bambino, e fu così che potei ascoltare la storia che in questo momento sto terminando di scrivere e che tu stai finendo di leggere.

 

Il camion aveva ridotto il suo corpo dalle costole in giù a un ammasso disordinato di ossa spezzate e organi lesionati. Nonostante fosse chiaro sin da subito che non c’erano speranze, trovò comunque la forza per raccontarmi la nostra storia. Scrissi tutto su alcuni quadernoni che Lisa aveva procurato, gli stessi che ora sono sulla scrivania accanto alla mia macchina per scrivere. Sfogliandoli posso vedere le chiazze di inchiostro sbavato dalle lacrime che piansi mentre scrivevo.

Il giorno in cui morì me ne stavo nel corridoio a leggere un libro. Ricordo che non piansi quando Lisa si sedette accanto a me, prese la mia mano e disse che la sua sofferenza era finita. Per sempre.

Tornai alla villa e i quadernoni, scritti con una grafia infantile e incerta, finirono dentro a un cassetto insieme alle immagini sfocate dei miei ricordi.

Al funerale mi sedetti con Lisa sul primo banco. Dietro di noi non c’era nessuno. Il prete parlò, ma io non capii nemmeno una parola.

Una settimana dopo morì anche mio nonno. Fu una cosa lieve e dolce, nel sonno a quanto mi disse Lisa, e non aveva sofferto. Erano informazioni di cui avrei fatto volentieri a meno, ma tant’è me le diede lo stesso. Mi fu permesso di vederlo ancora una volta, prima che chiudessero la bara. Sembrava rilassato. Era come se la morte non ne avesse interrotto il sonno, ma in qualche modo lo avesse reso solo un po’ più lungo.

Fui dato in affido a novembre di quell’anno. Lisa mi assicurò che la famiglia che mi stava per accogliere, e che era in trepidante attesa del mio arrivo, era la migliore che ci fosse. E aveva ragione. Furono buoni e mi vollero bene.

Lisa venne spesso a trovarmi, soprattutto i primi tempi. Poi, come sovente accade in queste situazioni, le sue visite presero a diradarsi sempre di più. Quando compii quattordici anni non la vedevo già da un pezzo.

Completai le scuole superiori e mi iscrissi all’università. In quel periodo pubblicai una decina di racconti su un paio di riviste letterarie e vinsi un concorso con il mio primo vero romanzo, La Luna, che successivamente venne pubblicato da una piccola casa editrice. Non che questo abbia una qualche importanza ora. Sono solo informazioni, niente di più.

Il mio passato, intanto, se ne stava lontano, così lontano che quasi non sapevo di averne avuto uno.

Ci volle poco per capire che l’università non faceva per me. Coi primi soldi guadagnati grazie a La Luna affittai un monolocale versando come anticipo ventiquattro mensilità (il proprietario strabuzzò gli occhi quando lesse l’importo sull’assegno) e mi misi al lavoro sul secondo libro

Passai un anno mezzo chino sul romanzo che speravo potesse essere la mia consacrazione definitiva. Si chiamava L’angolo di Jona ed era la storia di un uomo, di un bambino e del loro viaggio durato anni alla ricerca di una scatoletta di latta che il bambino aveva dimenticato, dopo un trasloco, in una delle tante case che aveva abitato. Solo che non ricordava né in quale casa e tantomeno in quale città. Ne venne fuori una storia strana, popolata di personaggi stravaganti e situazioni assurde. Me la spassai un mondo a scriverlo e quando lo terminai ne fui veramente orgoglioso. Poco dopo la sua pubblicazione L’angolo di Jona fu definito un caso editoriale. Avevo appena compiuto ventuno anni.

La prima presentazione venne organizzata nella libreria in centro. Volevo ripartire da qui, dalla città nella quale ero nato ed ero diventato ciò che da sempre volevo essere. Fu un successo. Venne un sacco di gente e io firmai una montagna di copie.

Lei fu l’ultima a chiedermi l’autografo.

«A chi lo devo dedicare?» dissi aprendo la pagina del libro.

Ci fu un breve silenzio, poi: «A Lisa.»

Alzai lo sguardo e me la trovai davanti. Erano passati quasi otto anni e fu come fare un improvviso viaggio nel tempo. Il cassetto si aprì (ma forse sarebbe più esatto dire che esplose in un fragore di fotogrammi, voci e sensazioni) e ricordai.

Avevo di nuovo un passato.

Mentre scrivo queste parole Lisa sta dormendo nel nostro letto, nella stanza accanto al mio studio. Le piace tirarla per le lunghe la domenica mattina, quando non è di turno in ospedale. Siamo una coppia strana, non tanto per la differenza di età, ma perché condividiamo qualcosa, un piccolo segreto che nessuno conosce al di fuori di noi.

Una volta alla settimana andiamo al cimitero e portiamo un mazzo di fiori freschi su una tomba con una piccola lapide senza nome. È nascosta sotto un grande salice, nell’angolo opposto al cancello dell’entrata. Bisogna sapere che c’è per trovarla.

Fu al cimitero, durante una delle nostre visite, che Lisa mi raccontò come andarono veramente le cose quella mattina di dodici anni fa.

«Ci salutammo alla fine del viale.» raccontò. «Mi raccomandai che andasse a casa a dormire. Aveva la faccia stanca e dal modo di camminare si capiva che non stava bene.»

Fece una pausa per cercare un fazzoletto nella borsa, poi riprese a parlare: «Non c’era nessuno per strada, me lo ricordo benissimo, non c’era nessuno! Solo il taxi parcheggiato dall’altro lato. Io feci un passo indietro per tornare alla villa, e mentre stavo per voltarmi vidi che mi stava salutando con la mano fasciata.»

La cinsi col braccio e la tirai un po’ a me. Lei appoggiò la testa sulla mia spalla. Le lacrime sembravano non voler finire mai.

«Io non lo so, non so spiegarmelo, ma quel camion... è come... apparso. Giuro su Dio che non c’era prima. Ho provato a gridare, ma non mi sentiva.»

Chiuse gli occhi e lasciò traboccare tutto il dolore che si portava dentro.

«Fu molto breve, ma durò un tempo infinito: vidi … Jean Corte… seduto alla guida, stringeva il volante con entrambe le mani e aveva la faccia del demonio. Accanto a lui erano seduti quattro nani vestiti da nazisti. I nani ridevano e scattavano foto con delle vecchie macchine fotografiche.»

I peli mi si rizzarono sulla pelle.

«Agitai le braccia, cercando di attirare la sua attenzione e gridai ancora, gridai più forte che potei ma... non riuscii a tirare fuori la mia voce. Era come se fossi diventata improvvisamente muta! Io... io...».

I singhiozzi divennero tempesta.

«Non mi ha sentita, non poteva sentirmi capisci? Poi credo che intuì che stava per succedere qualcosa, perché si voltò e fu in quel momento che il camion... Dio, è stato orribile.»

L’uomo nel taxi aveva dichiarato di non essersi accorto di nulla. Stava per finire il turno di notte, era stanco morto e si era addormentato sereno come un fanciullo. Lisa disse alla polizia quel che aveva visto, omettendo solo chi era alla guida del camion.

«Se avessi raccontato tutta la verità mi avrebbero sicuramente fatta ricoverare.» ammise.

Alla polizia disse inoltre che non aveva potuto prendere la targa semplicemente perché non c’era alcuna targa da prendere. Dopo un mese di indagini il caso fu chiuso come opera di un pirata della strada.

Il mio amore si nascose nel mio petto e per un po’ non ci furono più parole. Solo dolore.

Non nevica più adesso. Il mondo fuori è una cartolina natalizia pronta per essere spedita. Nell’aria si avverte l’impaziente attesa per le festività che stanno per arrivare.

Tra poco andrò a svegliare Lisa. Sono quasi le undici e mezza e ho voglia di uscire a prendere un caffè nel bar sotto i portici. Fanno delle ottime brioche al cioccolato, servite con della panna montata fresca coperta di granella di zucchero. Se fate un salto da queste parti, andateci: ne vale veramente la pena. A mia madre piacevano molto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.>>

(Italo Calvino).

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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