"PAURA"
“PAURA:
racconti
orrorifici.”
di Manuel Omar Triscari.
1) DANZA MACABRA.
Sognai che la verità veniva a
cercarmi
e la mia anima non era pronta.
Nascosto sotto una coltre di
neve
il mio io cercò scampo nella
falsa verità dei molti.
<<Il ministro russo degli affari esteri Nicolaj
Chalimov è rimasto vittima di un attentato mentre si recava a Madrid per il
Consiglio sulla sicurezza globale. Lo statista, chiacchierato per la
frequentazione di alcuni noti oligarchi, viaggiava su un bireattore Jansen 115
che è esploso precipitando nelle foreste della Selva Boema. L’attentato è stato
rivendicato dal fronte contro la colonizzazione di Marte. Si prevedono
rappresaglie nelle prossime ore.>>.
<<Alle 11,30 p. m. ora locale, l’incendio di alcuni condensatori
ha interrotto il flusso energetico dalla centrale elettrica di Città del Capo,
presso Table Mountain. Durante la notte, le sacche più emarginate della
popolazione hanno preso d’assalto i negozi, alcuni droidi portavalori e persino
gli uffici governativi. Al momento, il massiccio intervento di divisioni
motocorazzate e reparti antisommossa, ha ristabilito l’ordine. E ora le notizie
dai mercati azionari.>>.
Se vuoi fare un salto nella follia umana, ti consiglio di accendere
il televisore sul notiziario del mattino!
L’Emperor Automation Company, nonostante il nome
altisonante, occupava uno stabilimento piuttosto fatiscente, situato nell’estremo
suburbio cittadino che era chiamato dagli abitanti semplicemente The Barrier.
Non lontano scorreva un canale refluo e l’asfalto della
strada non era ancora stato completato a distanza di vent’anni. Ad ogni angolo,
venditori improvvisati offrivano “miscele originali moderatamente
allucinogene”, vale a dire droghe prodotte dalla multinazionale Authecs
(Authorized Ecstasy) e legalizzate per porre un freno allo spaccio di letali
stupefacenti sintetici.
Vicino all’ingresso notai i resti di un volante con airbag e di un sedile sportivo.
Imboccai una ripida rampa di scale. I gradini in resina
proteica erano logori e attraversati da profonde crepe, un po’ dappertutto si
vedevano gruppetti di operai intenti a parlottare con tono ora mesto, ora
agitato.
Lungo il corridoio fui bloccato da un agente che, alla
vista del mio distintivo si ritrasse: <<Passi pure tenente Demsay, la
stanno aspettando.>>.
Quell’area del magazzino era caratterizzata da una volta
molto alta disseminata di lucernai e grosse lampade a led. C’erano imponenti scaffalature verniciate di rosso e mezzi
operativi, per lo più robot. La mia
attenzione fu rapita da un corpo esanime che giaceva supino in una pozza di
sangue.
L’ispettore Horse stava succhiando una caramellona atabagica
in grado di svezzare all’uso del fumo e sbiancare un po’ i denti. Mi salutò
molto cordialmente, com’era sua abitudine. Ricambiai con un sorriso abbastanza
spontaneo.
<<Non capisco perchè ti abbiano buttato giù dal letto
a quest’ora.>>, disse Horse, e aggiunse <<Da quando per un suicidio
si scomoda il nucleo speciale anticrimine?>>, <<Evidentemente le
cose non stanno proprio così...>> replicai. L’ispettore era un ragazzone
buono, ma certo nessuno l’avrebbe mai candidato ad un eventuale Nobel per l’intelligenza. Inoltre, a volte tendeva a semplificare un po’
i casi in cui si imbatteva. <<Eppure a me sembra tutto chiaro: il
magazziniere si è lanciato dal mezzo trasloelevatore e l’ha fatta
finita.>>, <<Il mezzo trasloelevatore?>> domandai alzando lo
sguardo, <<Esatto.>> rispose Horse, <<Si tratta di un sistema
robotizzato che si muove in orizzontale e verticale lungo la struttura tubolare
servendosi di un motore elettrico. Il capo magazziniere mi ha detto che è in
grado di stoccare fino a 3000 prodotti in meno di un’ora>> aggiunse soddisfatto,
<<Se il sistema è robotizzato cosa ci faceva quell’uomo lassù?>>, <<Quando
il responsabile ha aperto il portone del magazzino come ogni mattina si è
trovato davanti la stessa scena che vediamo noi. Abbiamo controllato.>>
precisò il tenente, <<La vittima è entrata da un ingresso secondario
forzando la serratura; l’uomo ha quindi attivato il traslo, è arrivato fino
alla massima altezza raggiungibile e si è lanciato giù.>>, <<Durante
la notte la struttura non è controllata da guardie o robot sorveglianti?>>
chiesi, <<No, purtroppo il servizio sarebbe troppo oneroso.>>.
La risposta giunse da un uomo basso e tarchiato comparso
dal nulla. L’uomo si qualificò. Era il responsabile del magazzino, signor
Stamp.
<<Signor Stamp, mi dica, che tipo di uomo era la
vittima?>> dissi.
L’uomo incrociò per un attimo il mio sguardo con i suoi
occhi sfuggenti.
<<Kurt Petersen era un buon operaio.>> disse,
<<Non ha mai creato problemi, anzi, era un uomo molto silenzioso e
puntuale. Mi dispiace ma non ho nulla di particolare da segnalarvi.>>.
Congedai il responsabile e mi appartai a parlare con Horse.
<<Mi riservo di decidere se il caso rientra nella giurisdizione del
nucleo anticrimine entro ventiquattrore. Fai trasferire sul mio terminale di
servizio una copia di tutti i rilevamenti effettuati, eventuali riprese delle
telecamere e un rapporto dettagliato.>>, <<Come vuoi Demsay, io non
mi complicherei le cose fino a questo punto ma farò come mi chiedi.>>.
Ringraziai Horse per la fattiva collaborazione e lasciai
quel luogo piuttosto ansiogeno.
Erano quasi le sette di sera di un Ottobre già freddo e il
cielo plumbeo e greve non prometteva nulla di buono.
Dopo aver attraversato il tunnel sotto l’East Canal, proseguii lungo la quattordicesima
strada.
Il grattacielo occupava un’estremità di Schneider Square ed
era molto elegante, come tutti quelli della zona, del resto. Aveva, quell’edificio,
un raffinato sistema di climatizzazione e riscaldamento che funzionava
indifferentemente a energia solare o con l’idrogeno.
Mark venne ad aprire in accappatoio. I miei occhi si
posarono sui suoi, azzurri e bellissimi, e sull’accenno di pettorali che s’intravedevano
sotto la stoffa.
Lo salutai baciandolo sulle labbra, mi tolsi la giacca e ci
sedemmo s’un divano rivestito di sontuosa seta Tussah che Mark aveva ereditato
dalla nonna, dall’amata nonna.
<<Vorrei sapere perchè un illustre medico legale del
dipartimento mi ha fatto precipitare nel più triste angolo della città alle sei
del mattino. In pratica la prima persona che ho incontrato è stato l’ispettore
Horse.>> dissi in tono falsamente polemico, <<Avanti Jack, non mi
dirai che ci sono le prove incontrovertibili per attestare che quel poveraccio
si è suicidato.>>.
Notai che Mark era piuttosto agitato.
<<Resta il fatto che non ti sei fidato del nostro
arguto ispettore. Certo Horse è sempre propenso a cercare qualche scorciatoia,
ma se nel corso delle indagini si fosse imbattuto in qualche evidenza di reato
ce l’avrebbe detto.>>, <<Appena sono giunto in quel posto ho avuto
una terribile sensazione.>> replicò Mark,
<<C’erano bruttissime vibrazioni là dentro, non
quelle che avverto di solito; qualcosa di peggio, Jack.>>.
Ormai mi ero rassegnato alla sensitività di Mark.
La conversazione mi rese abbastanza inquieto, anche perchè
l’uomo non era paranoico e, quasi sempre, le sue sensazioni si rivelavano
fondate.
Abbracciai Mark e gli promisi che avrei indagato per quanto
possibile su quella brutta storia.
<<David è in casa?>> domandai.
Monique, la moglie di Mark, era morta da poco più di un
anno in seguito ad una straziante malattia.
Mark si era chiuso per mesi nel suo dolore senza
frequentare nessuno, ma, pian piano, si era riaffacciato alla vita e questo mi
aveva permesso di conoscerlo e scoprirlo.
La moglie di Mark aveva sempre saputo della sua
bisessualità e l’aveva accettata con grande serenità.
Anche David, il figlio di 14 anni, aveva dimostrato una
grande forza e un’eccezionale capacità di comprensione.
<<David è in camera sua.>> rispose Mark.
<<E io credo che ci passi troppo tempo. Come al solito ha poco appetito e
il dottore gli ha prescritto una dieta ricca di protogelatina, sai per via dell’alto
potere nutritivo e della digeribilità.>>, <<Già...>> replicai
io. <<Protogelatina energia dalla mattina, Protogelatina è tanto buona e
genuina, ed ora anche Protogelatina è la migliore medicina.>>. L’uomo
sorrise stancamente e poi disse: <<Mi farebbe piacere se tu gli parlassi
un po’.>>, <<Allora vado! Spero che là dentro non faccia troppo
freddo per me.>>. Percorsi le scale a chiocciola come avevo già fatto
diverse volte negli ultimi mesi. Ormai sapevo che se camminavi al centro gli
scalini scricchiolavano un po’. Sono dettagli che solitamente notano i
ragazzini o gli investigatori. Mi fermai sul pianerottolo e mi trovai davanti a
due porte chiuse: la seconda, più stretta, dava su un capiente ripostiglio.
Cercai di assumere un’aria gioviale, nonostante la stanchezza accumulata
durante la giornata, e bussai piano alla prima porta.
David era disteso sul letto, vicino alla finestra panoramica.
Nel vedermi spiccicò un “Ciao” non proprio entusiasmante.
A dispetto dell’età il ragazzo aveva una visione piuttosto
pragmatica della vita, e anche la sua stanza rispecchiava questo desiderio di
ordine. Di fronte al letto c’era una grossa libreria di pino cembro con i
ripiani ad altezza variabile che ospitavano numerosi libri e audio-libri. Sulle
pareti si vedeva un bel poster
tridimensionale di Oakland ed alcune stampe naturalistiche.
In sottofondo si sentivano le note di “brown shoes don’t make it”
di Frank Zappa.
Non si poteva certo dire che il ragazzo avesse cattivo
gusto o che si facesse influenzare dai coetanei.
Mi sedetti sul bordo del materasso e domandai a David come
stesse.
<<Non va male, ma a dire il vero credo di non essere
molto di compagnia in questi ultimi tempi.>>, <<Questo non è un
problema: il bello di essere amici è che non sei obbligato a fingere di essere
felice e sereno quando in realtà vorresti prendere a calci nel culo mezzo
mondo.>>.
David accennò un sorriso. Sembrava così saggio quando,
finalmente, si concedeva un sorriso.
Tacqui per un attimo e poi mi venne un’idea per proseguire
la conversazione.
<<Ultimamente hai letto qualcosa d’interessante?>>,
<<Beh direi di si: c’erano delle belle storie negli ultimi libri che mi
hai regalato: ti ringrazio, mi sono stati utili.>>, <<Mi fa piacere
sentirtelo dire, nel scegliere quali titoli regalarti ho sperato che ti
avrebbero emozionato come hanno fatto con me un po’ di anni fa.>>, io tacqui
un attimo e poi aggiunsi: <<È importante che coltivi la passione per la
lettura, tuttavia sarebbe ancora meglio se tu passassi un po’ più di tempo
fuori da questa stanza, in giro, con ragazzi della tua età magari.>>, <<Messaggio
ricevuto.>> rispose David. <<Sappi che sono felice di averti come
amico e non mi dispiacerebbe se tu e papà decideste di fare sul serio.>>,
<<È la prima volta che ti sbilanci così sull’argomento e devo dire che la
cosa mi rende felicissimo, orgoglioso e anche un po’ più rilassato.>> dissi
terminando con una risata che sciolse definitivamente le tensioni, <<Felice
di essere stato utile.>> replicò David ironico.
Prima di lasciare la stanza posai un bacio sulla fronte di
David, sperando che alla sua età lo avrebbe ancora accolto di buon grado.
Dabbasso tranquillizzai Mark. Trascorremmo la notte
insieme. Poco prima dell’alba lui ebbe
un bruttissimo incubo, popolato da creature sinistre e oscure premonizioni.
Lo sceriffo Trevor Ferrara stava tornando ad Evermore alla
guida di una vettura ibrida Mercury blu e bianca. La contea aveva speso circa
quarantamila dollari per acquistarla e dotarla dei dispositivi indispensabili
per il servizio.
Trevor pensava che fossero soldi assolutamente ben spesi. Certo,
ad alcuni suoi colleghi avevano rifilato delle scatolette elettriche cinesi più
economiche, ma Trevor era decisamente conservatore e a suo parere la tecnica e
lo stile americani non si potevano discutere.
Mentre stava costeggiando la riva del lago Taller, il
pubblico ufficiale premette a fondo il pedale del freno e arrestò bruscamente l’auto.
Poi Scese frettolosamente e recuperò dal portabagagli un fucile di precisione. Si
avvicinò allo specchio d’acqua e prese la mira, ma, dopo un attimo abbassò la
canna imprecando. Gli era stato affidato il compito di narcotizzare e
inanellare i pochi castori che ancora abitavano il lago. Sfortunatamente quest’operazione
era tutt’altro che semplice: quei vispi animaletti, di solito, lo fissavano per
un attimo con i loro occhietti languidi, per poi rituffarsi nelle fredde acque
del Taller prima che Trevor potesse sparare la siringa narcotizzante.
<<Finirò per odiarli.>> sbottò lo sceriffo.
<<Proprio io che sono iscritto a Greenpeace da vent’anni.>>.
C’è da precisare che lo sceriffo non aveva molte occasioni
di sfoderare le armi: la contea era veramente un luogo tranquillo. Trevor
ripose il fucile e fece per risalire in auto quando si accorse che Husky era
scomparso. Provò a cercarlo nei dintorni, chiamandolo con tutto il fiato che
aveva in gola, ma non lo trovò.
Husky era il cane pastore tedesco in dotazione alla polizia
di Evermore e Trevor lo considerava alla stregua di un figlio.
Nell’ufficio del capitano Master c’erano undici poliziotti.
Finalmente il comandante arrivò, salutando tutti con un frettoloso
“buongiorno”. Poi appoggiò sulla scrivania un tablet e varie autorizzazioni e amenità burocratiche che aveva in
mano e si lasciò cadere sulla poltrona, dietro la scrivania. Infine, dopo
essersi assicurato l’attenzione di tutti, iniziò a parlare.
<<Il senatore Joseph Faulkner era da tempo tenuto
sotto sorveglianza per ordine del procuratore distrettuale. Grazie al lavoro
degli investigatori abbiamo raccolto sufficienti prove per collegarlo al gruppo
eversivo chiamato “Esercito di Mezzanotte”. Il procuratore ha deciso che la
pericolosità sociale di Faulkner è tale da giustificarne l’immediato arresto.
Il comando dell’operazione sarà affidato al tenente Demsay. Ricordate che come
membro del Congresso, il senatore occupa una villetta dotata di porte e
finestre blindate; chiaramente il perimetro è vigilato da un impianto di
videosorveglianza. Demsay, ti invio sul tablet
tutte le specifiche e le informazioni necessarie. Non ci aspettiamo resistenza
ma non possiamo escluderla e soprattutto è della massima importanza che il
senatore non sfugga all’arresto: abbiamo addosso gli occhi di tutte le agenzie
governative.>>.
<<Perfetto.>>, bofonchiai avvicinandomi a
Master. <<Assaltare fortezze di prima mattina è sempre stato uno dei miei
passatempi preferiti.>>.
La villa con giardino del senatore occupava un intero
isolato di Florence Boulevard. Un drone della polizia sorvolava l’area e mi
forniva una panoramica eloquente. Il politico non aveva neppure rinunciato ad
una piccola spiaggia artificiale di sabbia nivea a grumosa che lambiva una
grande piscina.
Per prima cosa bloccammo la guardia all’ingresso che era
nella guardiola. Confermò che il senatore non si era mosso da casa, cosa che per
altro sapevamo già, poichè l’abitazione era sorvegliata da settimane. Muovendoci
rapidamente attraversammo poi il giardino, piantato a magnolie e fiori di calicanto,
e in meno di un minuto circondammo il perimetro della villa. L’ingresso
principale era contornato da folta edera, che si abbarbicava fino al tetto. Raggiunta
la porta applicai una piastra detonante alla serratura magnetica e mi misi al
sicuro insieme ai quattro agenti rimasti con me.
Dopo qualche secondo una lamina bruciacchiata e un cilindro
metallico volarono a circa un metro di distanza; sulla porta rimase solo un
mucchietto fumante di resisto-plastica e fili.
Due agenti con un ariete assestarono alla porta il colpo fatale
che ne decretò la caduta. Armi in pugno entrammo.
Nell’ampio ingresso, la prima cosa che notammo fu una serie
di schermi a circuito chiuso correvano sulla parete senza che nessuno stesse a
controllarli. Passammo in un salottino elegantemente arredato: anche qui
nessuno. Una pregevole pendola di cristallo rintoccò le 9.
Entrammo in quello che doveva essere lo studio privato del
senatore e lì lo trovammo, seduto dietro la sua scrivania in noce Hickory,
morto.
Feci chiamare immediatamente Mark che sopraggiunse in poco
più di mezz’ora per redigere il referto.
Identità del defunto: Paul
Faulkner
Codice chip sanitario:
89956782148
Anni: 61
Luogo del rinvenimento:
abitazione privata
Ora del decesso: 6,49 a. m.
Circostanze del rinvenimento:
azione di polizia
Causa del decesso: infarto al
miocardio riconducibile, secondo un primo esame, ad un violento shock nervoso.
Verificata cardiopatia pregressa tramite chip impiantato nel soggetto.
Nota bene che il soggetto, al
momento del rinvenimento, indossava dispositivo per la realtà virtuale non
omologato. Si giudica necessaria verifica del dispositivo; si giudica
necessario esame autoptico.
<<In altre parole,>> mi disse Mark, <<credo
che il senatore possa essere letteralmente morto di paura. Questo è quello che
posso dirti da una prima lettura del chip
sanitario e dalle mie osservazioni, ma potrò essere più precisa dopo l’autopsia.>>,
<<Morto di paura, dici? Non a causa della nostra irruzione,
immagino.>>, <<No, non c’è alcuna relazione col vostro arrivo. Io
presterei molta attenzione a quell’apparecchiatura per la realtà
virtuale.>>, <<Logica deduzione od oracolare intuizione?>>, <<Diciamo
entrambe le cose. Ora vorrei andare Jack: qui dentro fa freddo, molto freddo, e
non certo a causa del riscaldamento troppo basso.>>.
Philip Custer possedeva il più vecchio e curioso negozio di
tutta Evermore. Vi si potevano ancora trovare saponi a base di lisciva e sego,
pipe di schiuma, candele di cera d’api, profumatissime creme da barba alle
mandorle dolci, nonchè tabacco inglese fra i più stagionati.
Il punto è che Philip non aveva studiato un simile
assortimento per assecondare le mode nostalgiche degli ultimi tempi; molto più
semplicemente, l’uomo pensava che il futuro potesse attendere, e così lo
lasciava fuori, al di là della soglia della propria bottega.
Nessun adulto resisteva alla tentazione di acquistare
qualcuno di quegli articoli, ormai così rari, e nessun bambino rimaneva
insensibile al singolare fascino esercitato dal vecchio arredamento, piuttosto
impolverato, eppure così piacevole da toccare e annusare. (Si, perchè ogni
angolo del piccolo negozio emanava un profumo di legno e cuoio, di cera, di
miele o ti tabacco.)
Bastian era il figlio tredicenne del farmacista del paese.
Come suo solito, si era aggirato a lungo rapito fra i banconi di legno scuro e,
dopo attenta valutazione, aveva comperato uno yo-yo di faggio per la modica somma di tre draconi.
Ora stava percorrendo a lunghi passi la strada verso casa
quando la macchina dello sceriffo Ferrara lo affiancò.
<<Salve sceriffo!>>, <<Ciao Bastian, ti
va un passaggio fino a casa?>>, <<Non c’è nemmeno da chiederlo!>>
rispose Bastian che non vedeva l’ora di salire su una vera auto della polizia! <<Tutto
bene, sceriffo?>> domandò poco dopo mentre allacciava la cintura di sicurezza,
<<Per la verità avrei un problema. Ti ricordi di Husky?>>, <<Certo.
È proprio un bel cagnone. Come mai adesso non è con lei?>>, <<Purtroppo
è scomparso questa mattina nel bosco.>>, rispose Ferrara: <<L’ho
cercato ovunque, l’ho chiamato, ma nulla, non lo trovo. È proprio di questo che
volevo parlarti: il tuo cane... com’è che si chiama?>>, “Shadow, signore,
si chiama Shadow.>>, <<Ecco, Shadow è molto in gamba e tuo padre
una volta mi ha detto che è anche addestrato. Io pensavo che forse potrebbe
aiutarmi a ritrovare Husky.>>, <<Sono certo che il mio cane>>
sottolineò Bastian con orgoglio <<sarà felicissimo di rendersi
utile.>>, <<Ci contavo!>> disse lo sceriffo, <<Se per
te va bene passerò a prendervi domani verso le 15, così avremo un po’ di tempo
per fare le ricerche prima che il sole tramonti. Naturalmente questa sera farò
una telefonata a tuo padre per avvisarlo ed avere il suo consenso.>>,
<<Mi sta bene, sceriffo!>>, disse Bastian, mentre scendeva dalla
vettura. <<Le auguro che Husky ritorni a casa da solo stasera stessa e
che il nostro aiuto non serva.>>.
Erano le nove e quaranta del mattino allorchè, dal mio
ufficio, telefonai al laboratorio del dipartimento per avere qualche notizia in
più sull’apparecchio per la realtà virtuale rinvenuto in casa di Faulkner.
Mi rispose una voce gaia e gioviale: <<Qui laboratorio
ricerche e perizie, parla Pitrel.>>.
L’immagine apparsa sullo schermo lcd sembrava quella di un adolescente imberbe, capelli
piuttosto lunghi e folti, pelle liscia, qualche brufoletto che sopravviveva
sulla fronte alta.
Io e John Pitrel avevamo frequentato insieme il liceo e tra
noi c’era un rapporto di buona stima reciproca; aveva risposto in maniera così
formale perchè come al solito rispondeva al telefono distrattamente senza
guardare lo schermo.
Dopo uno scambio di battute, durante il quale non fummo mai
costretti a ricorrere a convenevoli forzati, domandai a John se aveva dato un’occhiata
all’apparecchio che m’interessava.
<<Sì, Jack, gli ho dato un’occhiata preliminare: è un
modello che non ho mai visto prima, privo di marchi o riferimenti commerciali:
sicuramente un assemblato. Non ho ancora inoltrato alcun rapporto ma se vuoi
passa a trovarmi in laboratorio quando hai un momento libero.>>, <<Farò
così! Grazie, John. A presto.>>.
Poco dopo la telefonata, mentre rispondevo ad un paio di
mail ricevetti l’inattesa ma gradita visita di Mark. Osservando il suo viso
pallido e tirato, era facile intuire che non aveva dormito molto.
Al distretto quasi tutti sapevano che tra noi c’era più di
una simpatia. Ciononostante, sul posto di lavoro, non lasciavamo ovviamente
spazio ad effusioni.
Mi venne spontaneo sincerarmi sulle sue condizioni di
salute.
<<Sto bene. È da poco terminata l’autopsia sul corpo
di Faulkner e ci sono novità di cui volevo informarti subito.>>, <<Siediti
e raccontami tutto, ti prego.>>.
Mark si sedette pur precisando che poteva fermarsi poco e
cominciò a parlare.
<<Credo che la morte di Kurt Petersen, l’operaio dato
per suicida e di Faulkner siano in qualche modo collegate. Ho scoperto che
entrambi avevano uno strano segno sulla spalla destra.>>, <<Vuoi
dire che tutti e due avevano lo stesso tatuaggio?>>, <<Non si
tratta di un tatuaggio, sembrano piuttosto le cicatrici lasciate da un grosso
artiglio; non ho mai visto nulla di simile. Ho scattato una foto e l’ho immessa
nell’elaboratore per vedere se riesco a cavarne qualche informazione utile. Ora
devo proprio andare Jack, sono in terribile ritardo per una riunione. Ti prego
fai molta attenzione durante queste indagini.>>, <<Te lo
prometto.>>.
Giunsi al laboratorio intorno alle dieci e trenta. Chiesi
di John ad un laconico giovanotto di nome Whitaker. Questi mi rispose che il
mio amico era fuori ufficio e mi raggelò affermando che non poteva divulgare
nessun tipo d’informazione in assenza del capo.
Stavo valutando se tentare di carpire le informazioni con
le buone o con le cattive quando un uomo fece ingresso da una porta laterale:
era John.
<<Ciao Jack! Tutto bene?>>, <<Ciao!
Veramente il ragazzo qui, non mi ha permesso di accedere al tuo
rapporto.>>, <<Il ragazzo è nuovo e si ostina ad applicare il
regolamento alla lettera.>>, disse sogghignando John rivolto a Whitaker
che si dileguò in un secondo. John scelse con cura un dei fogli che aveva sulla
scrivania e cominciò a leggere. Quando ebbe finito non ne sapevo molto più di
prima. Il fatto che emergeva con più evidenza era che la tecnica costruttiva
del visore non rispondeva ad alcuno standard conosciuto.
Divagammo per un momento verso i ricordi delle superiori.
Nei minuti che seguirono parlammo della gita nella capitale, del bull-dog dell’allenatore Hogan e di
Lilly la tettona. John era sempre stato un buon amico e considerai con
rammarico il fatto che oramai ci vedessimo esclusivamente per lavoro. A ben
pensarci due sono le cose che mancano di più alla mia generazione: il tempo e
lo spazio; concorderete tutti sul fatto che il tempo è importantissimo,
ciononostante, se sottraete alla giornata le ore per il lavoro, gli
spostamenti, l’aggiornamento, le commissioni, i bisogni primari, ne rimarranno
davvero poche per una relazione e ancor meno per coltivare le proprie passioni.
Lo spazio è un fattore altrettanto importante, eppure, quante ore al giorno
trascorriamo in uno spazio davvero confortevole? Non molte. Mi riscossi subito
(Le mie elucubrazioni sono frequenti ma brevi, per fortuna.) e dissi: <<Sono
stanco di non avere risposte: dobbiamo provare il visore, adesso.>>.
Pronunciai queste parole guardando John dritto negli occhi. Pochi minuti dopo
eravamo già nell’ufficio del capitano.
<<È essenziale che qualcuno provi il visore!>> protestai
spostando il mio sguardo da John al capitano Master, <<Certo potrebbe
essere pericoloso:>> replicò John, <<non sappiamo ancora se è
programmato per cagionare qualche tipo di danno all’utilizzatore.>>,
<<Sciocchezze: non credo che delle immagini possano fare grossi danni.>>,
<<Per la verità la casistica riguardante individui che perdono il
contatto con la realtà a causa dell’esposizione a emissioni luminose è in
costante crescita.>>.
In realtà non ignoravo affatto le informazioni che mi stava
snocciolando il mio amico e, se volete saperla tutta, non ho mai amato
particolarmente le diavolerie per la realtà virtuale. Ripresi comunque la mia
opera di convincimento.
<<D’accordo, il senatore Faulkner è morto ma aveva
almeno vent’anni più di me ed era cardiopatico, inoltre per ora stiamo solo
ipotizzando che il visore abbia svolto un ruolo nella sua morte.>>,
<<In questa faccenda ci sono ancora troppi lati oscuri; voglio però
essere sicuro che tu non corra rischi, altrimenti cercheremo un’altra strada.>>
disse il capitano, ma John venne in mio soccorso: <<Il visore potrebbe
non essere più pericoloso di un qualsiasi dispositivo per la realtà virtuale
non omologato. Il punto è che non c’è modo di analizzarlo meglio senza danneggiarlo
irrimediabilmente.>>, <<Autorizzatemi a provarlo!>> incalzai,
<<Oltretutto è improbabile che quello che abbiamo scoperto sia un
esemplare unico; non vi pare che dovremmo sapere di cosa si tratta esattamente?
Anche sezionando l’apparecchio in mille pezzi non otterreste mai le informazioni
che potrei fornirvi io, pensateci.>>.
Non so bene quale fu l’argomentazione decisiva ma alla fine
ottenni quello che volevo. Non mi soffermerò a descrivere l’oggetto della
nostra discussione poichè, tutto sommato, era poca cosa rispetto alle mostruose
e rilucenti apparecchiature virtuali nipponiche che si trovavano in molti
locali e salotti cittadini.
Mentre mi accomodavo sulla poltrona del capitano e
indossavo il visore pensai a quante persone sarebbero venute a trovarmi in un
centro per aberrazioni mentali: un po’ poche. Trassi un respiro e spinsi un
piccolo, semplice tasto sul lato sinistro del visore.
Nel sogno ero tornato
adolescente. E nella mia adolescenza non c’erano lezioni più tediose (e per me
anche oscure) che quelle tenute dalla professoressa Rita Mable.
<<Vi esorto a seguire attentamente
questa spiegazione:>> disse, <<vi servirà per il test di giovedì.
Sebbene non fosse necessario, ho chiesto al vostro insegnante di ginnastica di
posticipare i suoi preziosi insegnamenti per consentirvi di rispondere senza fretta
ai trenta brevi quesiti. Ovviamente non mi aspetto ringraziamenti: sono avvezza
alla scarsa gratitudine dei giovani.>>.
La professoressa aveva non pochi
problemi a pronunciare la lettera Elle, quindi cercava di utilizzare solo
parole che non contenessero tale consonante.
Il primo giorno di scuola,
esasperata dalle risatine degli allievi, aveva spiegato che il suo era un
piccolo difetto che si chiamava lambdacismo, ma era riuscita ad imporre il
silenzio solo ricorrendo al pugno di ferro.
<<Nei giorni precedenti
abbiamo disquisito dell’antica istituzione cavalleresca. Chi desidera ripetere
ciò che ricorda?>>.
Ci fu un lungo silenzio, poi l’insegnante
di storia riprese a parlare: <<Non ha importanza. Darò per scontato che
non vi occorrano chiarimenti. Riprendiamo da pagina 161.>>.
La spiegazione iniziò, stuporosa
come sempre: <<Come saprete, I cavalieri erano spesso dei disperati alla
ricerca...>>. La professoressa, che fino a quel momento aveva passeggiato
avanti e indietro, si sedette e si sfilò dalla cintura del vestito un
contapassi di ultima generazione.
Mi tornò in mente il primo
giorno di scuola. Quel lunedì di settembre io e i miei compagni avevamo
gareggiato nell’indovinare che cosa potesse essere quell’oggettino color
antracite: un cercapersone? Una bussola? Soltanto il mio vicino di banco, Danny
Weston aveva capito subito di cosa si trattava.
<<Durante I combattimenti
indossavano una corazza, usata insieme allo scudo, per proteggersi dalle
aggressioni dei nemici. Le corazze erano molto pesanti e rendevano faticoso
ogni movimento. Forse vi domanderete perchè gli armaioli non forgiassero
armature resistenti ma pesanti poco più di una piuma; ebbene vi assicuro che in
quell’epoca le tecniche metallurgiche erano piuttosto arretrate.>>.
Una ragazza della penultima fila
alzò timidamente la mano.
<<Dimmi pure,
Chambers.>> concesse la professoressa, <<Mi scusi: chi ha detto che
erano gli armaioli?>>, <<Mi sembra chiaro: erano gli artigiani che
forgiavano le armature.>> rispose la Mable, digrignando i denti,
contraendo i muscoli facciali, tutti tesi in una espressione contrariata di
fastidio unito ai postumi di vari esaurimenti nervosi che la colpivano di tanto
in tanto. <<Ma beata vergine, anche tu che mi sembravi una ragazza
intelligentina, mi fai di queste domande?>>. Alba Chambers divenne
scarlatta, mentre il resto della classe se la rideva.
Io, però, sorrisi appena: ero
troppo assorto a guardare, attraverso i vetri, la cupola verdastra della
palestra. Più la osservavo e più mi sembrava un drago addormentato. E i
lucernari sulla cima? Non potevano che essere le taglienti placche ossee!
Archi di luce, macchie solari,
fuochi eterni, ghiaccio che brucia, immagini che risvegliano terrori atavici
sopiti.
Percepisco un torrente di luce:
sta attraversando la mia carne come un coltello caldo taglia il burro.
Avverto un sussulto nella mia
anima. Il vuoto mi circonda. I miei occhi vedono un esercito di stelle che
avanza. Nel gelo più totale avverto la presenza di una creatura persa in un
sonno-sogno catartico.
Non posso resistere, devo
abbandonare la materia.
<<Chi sei tu?>> La
voce è gutturale, non del tutto umana. <<Tu
piuttosto, che sei entrato nel mio sogno. >>, <<Chi sei intruso?
Come sei arrivato a me? >>, <<Non
so spiegarlo. Ma tu, cosa sei veramente?>>, <<Sei pronto a morire?>>,
<<Credo che nessuno si mai
veramente pronto.>>, <<Vedrai
cose che non è dato vedere e probabilmente morirai.>>, <<No, non voglio guardare. Non
voglio...>>.
Quando tornai alla realtà mi
sentii un po’ rintronato.
<<Pupille
dilatate, battito accelerato. Riesce a sentirmi tenente?>>, <<Si la
vedo e la sento. Mi gira la testa.>> risposi alla dottoressa Theresa
Miller che mi stava tastando il polso con aria preoccupata.
John mi stava guardando con aria interrogativa: <<Ad
un certo punto ti sei messo ad urlare ed abbiamo deciso di interrompere la
seduta. Sicuro di stare bene? Non ti ho mai visto così pallido.>>,
<<Sto... sto abbastanza bene, credo.>>, <<Sei in grado di
raccontarci cos’hai visto?>> chiese Master.
Avevo rivissuto un episodio della mia infanzia nei minimi
dettagli e con un realismo impressionante: potevo perfino avvertire il profumo
dei capelli di Elise Finch, una ragazzina che all’epoca pensavo di amare
follemente, e avevo riprovato sincero affetto per il mio amico Danny. Poi, come
se tutto questo non fosse abbastanza strano, ero stato strappato dal mio sogno
da una specie di entità arcaica e crudele.
Il capitano ripeté la domanda. <<È complicato da
spiegare.>>, risposi senza mentire, <<Quest’apparecchio provoca
visioni realistiche e suggestive, scava nei cassetti della memoria del
soggetto, ma la cosa più strana è che lì, nella mia visione, c’era qualcosa di
senziente che ha comunicato con me.>>.
La vettura dello sceriffo
arrestò sul bordo della strada. In quella zona la vegetazione era così fitta
che la luce del sole faticava a filtrare.
<<Ora direi di proseguire
a piedi.>> disse Ferrara.
Shadow fu ben lieto di scendere
dall’auto e non si vergognò certo a dimostrarlo. Era più irrequieto del solito,
come se, in qualche modo, intuisse la missione che lo attendeva.
<<Dove ha visto Husky per
l’ultima volta?>> domandò Bastian, <<La mia
auto era ferma proprio qui.>> indicò lo sceriffo, <<Vedi, ci sono
le impronte degli pneumatici.>>, <<Sì, sì vedono
chiaramente.>>, <<So che non è scontato che il mio cane sia ancora
nei dintorni e che il tuo Shadow lo possa ritrovare, ma non voglio lasciare
nulla d’intentato. Ho già tappezzato il paese di volantini con la foto e la
descrizione di Husky e, oltre a questo, non mi viene in mente nient’altro che
si possa fare.>>, <<Ha portato con sè qualcosa che appartiene a
Husky?>>, <<Si, certo, aspetta un attimo.>>.
Ferrara tornò poco dopo con un plaid
che aveva recuperato dal bagagliaio. <<Questo:>> disse, <<Husky
ci ha dormito sopra centinaia di volte.>>.
Bastian notò che lo sceriffo
aveva gli occhi lucidi. Il ragazzo fece giocare Shadow con la copertina. Dopo
qualche minuto si chinò, accarezzò dolcemente l’animale e lo prese per il muso:
<<Annusa bello, lo senti l’odore? Trova Husky. Hai capito? Cercalo!>>.
Shadow abbaiò in maniera abbastanza convincente un paio di volte e cominciò a
correre costeggiando il lago. <<Visto? Che ci voleva?>> disse
Bastian che l’aveva visto fare al padre durante l’addestramento. <<Sì, ma
vai più piano.>> lo scongiurò lo sceriffo che faticava non poco a stargli
dietro.
Man mano che proseguivano lo
specchio d’acqua si restringeva, mentre la vegetazione s’infittiva. Il cane si
allontanò progressivamente dalle sponde del lago per addentrarsi in una
boscaglia, lasciandosi dietro una scia polverosa, e polvere era quella che
stava mangiando Ferrara nel tentativo di non perdere terreno rispetto a Shadow
e Bastian.
La zona non aveva certo l’aspetto
di un’area da scampagnata, disseminata com’era di rovi e sassi e priva di
qualunque sentiero battuto.
Bastian continuava a seguire l’instancabile
Shadow, mentre lo sceriffo si fece distanziare sempre di più. La corsa s’interruppe quando il padrone cadde, insieme al padrone,
dentro una buca.
Sebbene lo sceriffo seguisse ad
una certa distanza, ci mise poco a capire che era successo qualcosa e il suo
primo pensiero fu che in caso d’incidente al ragazzo e al suo cane la colpa
sarebbe stata sua e solo sua.
Corse a perdifiato arrivando in
prossimità della buca e si avvicinò con cautela, temendo che il terreno potesse
franare.
<<State bene?>> urlò
con la voce rotta dall’affanno e dalla preoccupazione. <<Stavo meglio
prima, ma non mi sono fatto nulla di grave. Credo che anche Shadow stia bene a
parte lo spavento.>>, <<Grazie a Dio. Puoi muoverti?>>,
<<Si, ma ho la caviglia che mi fa male, sceriffo.>>.
Lo sceriffo notò che la buca era
di forma regolare ed era stata occultata con frasche e zolle di terra. Non poté
notare molto di più, poiché la zona era in penombra a causa delle compatte
chiome degli alberi. Dopo qualche attimo di riflessione, Ferrara disse a
Bastian di tenere duro: sarebbe tornato di lì a poco con una torcia ed una
fune. Mentre seguiva il percorso a ritroso per tornare all’auto chiamò un’ambulanza.
Mi erano state affidate le indagini sul caso Petersen e sul
caso Faulkner. I federali facevano il diavolo a quattro per poter indagare sul
caso del senatore e il capitano mi faceva costanti pressioni perchè gli portassi
significativi progressi. Eppure, nulla faceva presagire che i due casi potessero
trovare una rapida risoluzione.
Come ogni mattina, controllai il database che veniva continuamente aggiornato e conteneva i rapporti
di tutte le operazioni di polizia portate a termine nello Stato: rapina, liti
in famiglia e violenze domestiche, incendio doloso, suicidio... La mia
attenzione fu rapita da un rapporto riguardante eventi avvenuti nella cittadina
di Evermore: lo sceriffo aveva fortuitamente scoperto una buca occultata nel
fitto sottobosco. La fossa era collegata, tramite uno stretto cunicolo, ad una
ambiente ipogeo più grande. In questa cavità era stato trovato un altare di
legno e pietra ollare, oltre che le ossa di alcuni animali e il cane dello
sceriffo eviscerato. Su una parete macchiata di sangue faceva bella mostra una
sorta di simbolo che era stato fotografato: era il segno di un artiglio molto
simile a quello rinvenuto sui corpi di Petersen e Faulkner.
Composi immediatamente il numero dello sceriffo.
<<Sceriffo Ferrara, in cosa posso esserle
utile?>>. Mi qualificai e dissi allo sceriffo che avrebbe potuto essermi
utilissimo. Tentai di spiegargli, nella maniera più sintetica e convincente
possibile, perchè la sua scoperta poteva rivelarsi tanto importante; dopo l’iniziale
diffidenza, tipica dei provinciali, mi assicurò la sua collaborazione. <<Ha
rimosso qualcosa da quella specie di caverna?>> domandai, <<Ho
delimitato la zona ed ho portato via solo quello che restava del mio povero cane.
Non potevo... Lei capisce...>>, <<Capisco, capisco. Ora ascolti
attentamente: è necessario che rimetta tutto come l’ha trovato, eccetto i resti
del cane naturalmente; richiuda la buca e faccia appostare i suoi uomini. Se
qualcuno si farà vivo dovrete essere lì ad aspettarlo. Quanti agenti ha a
disposizione?>>, <<Tenente Demsay, lei corre troppo. Qui siamo solo
io e il mio vice sceriffo e quest’ultimo è appena in grado di compilare le
multe.>>, <<Ma certo, avrei dovuto immaginarlo! Quanti abitanti ha
Evermore? Un migliaio?>>, <<Evermore conta 974 anime.>>,
<<Capisco sceriffo. Entro domani cercherò di raggiungervi con una squadra
di agenti. Fino ad allora cerchi di vigilare come meglio può senza dare nell’occhio
e niente giornalisti!>>, <<Farò come mi chiede. Vorrei sapere con
cosa abbiamo a che fare: si tratta di una specie di dannata setta o qualcosa del
genere?>>, <<È quello che sto cercando di capire. Usi ogni cautela:
penso che possa essere gente molto pericolosa.>>. Mi congedai dallo
sceriffo e corsi a parlare col capitano Master.
L’appostamento si protraeva ormai da quattro giorni. Avevo
ottenuto l’ausilio di cinque agenti scelti. Eravamo divisi in coppie che
effettuavano turni di guardia di otto ore, il che ci permetteva di vigilare
sulla zona giorno e notte, anche con l’ausilio di un drone grande poco più di
una farfalla e totalmente silenziato. Lo
sceriffo, dopo essersi consultato telefonicamente col mio superiore, ci aveva
dato carta bianca e assicurato massima collaborazione; ciclicamente mi chiamava
per essere ragguagliato sulla situazione quando i suoi impegni di servizio
glielo permettevano.
Io e l’agente Martin coprivamo il turno dalle due alle
dieci di sera. Lo sceriffo chiudeva il suo ufficio intorno alle otto, andava a
mangiare un boccone in un ritrovo vicino, e rientrava in tempo per vedere il
notiziario sportivo che veniva trasmesso ogni sera, dopo il telegiornale, da una
emittente locale.
Quella sera, finito il turno di guardia, mi recai a casa di
Ferrara, rispondendo così ad un suo invito che mi aveva rivolto il giorno
prima.
La cucina dello sceriffo era una delizia. I bei mobili erano
realizzati in noce molto scuro. Facevano eccezione delle mensole di legno d’acacia
che ospitavano oggetti provenienti da ogni parte del mondo: Trevor mi descrisse
un totem balinese, una statua lignea
di Buddha e una minuta scultura in vetro di Murano; mi spiegò che si trattava
di souvenir collezionati nel corso
dei viaggi che amava fare con sua moglie Tabitha e aggiunse mestamente che era
mancata da circa due anni senza aggiungere altro.
Prese dal frigo quattro bottiglie e mi disse di seguirlo in
veranda. C’era da scegliere tra una nota birra irlandese ed un’altra belga
formulata secondo la tradizione dei monaci trappisti. Spinti dalla nostra sete
di conoscenza, provammo entrambe, non senza una certa soddisfazione.
Venne fuori che Trevor, oltre che ospitale, era anche un
brillante conversatore.
Ad un certo punto mi chiese se avevo appetito. Risposi che
ero a posto.
<<Sai Jack, quando sono a casa mangio quasi
esclusivamente legumi e verdura, più raramente pesce ed uova. Mi concedo la
carne solo quando ho intenzione di assaggiare un buon vino.>>,
<<Insomma sei un salutista.>> risposi, <<Non mi definirei
esattamente così. Diciamo che cerco di mangiare ciò che mi gratifica di più.
Anche per quanto riguarda la compagnia, cerco di prediligere la qualità alla
quantità, anche se questo può voler dire trascorrere molto tempo da
solo.>>, <<Già.>> risposi, <<Qui non si fa molta vita
mondana eh?>>, <<A me va bene così, Jack! Evermore non è poi così
lontana da grandi metropoli ma qui ho ritrovato la mia serenità; questa piccola
comunità è organizzata in modo cher ognuno sia di sostegno agli altri e non
baratterei tutto questo con nessuna comodità cittadina.>>. Annuii, dicendo
a Trevor che potevo capirlo. Lo sceriffo finì di trangugiare la sua birra e mi
guardò dritto negli occhi: <<Sai tenente, questa tua indagine mi ha reso
piuttosto apprensivo. Qui da noi non c’è un omicidio da anni e da quando presto
servizio avrò dovuto estrarre la pistola non più di tre volte.>>,
<<Forse è proprio per questa ragione che questi criminali hanno scelto I
dintorni di Evermore per svolgere le proprie attività: questo paese non è
esattamente una località segnata in neretto sulle guide turistiche e non è
neppure una zona pattugliata assiduamente dalle forze dell’ordine.>>,
<<Ora lo è, grazie a te!>> rispose Trevor, <<Vorrei sapere
che razza d’uomo può ridurre così una bestiola per il solo piacere di
uccidere.>>. Lo sceriffo si riferiva, evidentemente, al suo Graetz.
Il mio cellulare squillò pochi secondi dopo. L’agente
Downing m’informo faticando a dominare una certa concitazione che un gruppo di
uomini era appena sceso da una vettura e si stava dirigendo verso il luogo
sottoposto a sorveglianza. Aggiunse che due degli uomini stavano trascinando una
grossa sacca di colore nero. Gli ordinai, salvo emergenze, di non intervenire
prima del mio arrivo.
<<Vieni con me?>>, chiesi rivolgendomi a
Trevor, <<Andiamo a vedere che faccia hanno questi pazzi
criminali.>>. Trevor annuì: <<Aspetta, prendo la pistola.>>.
Lasciai l’auto a debita distanza e coprimmo il restante
tragitto a piedi. Era una notte illune, il che se da un lato aumentava le
nostre chances di mimetizzarci, dall’altra rendeva maledettamente difficile muoversi
in mezzo alla boscaglia. Lo sceriffo, che conosceva meglio la zona, mi passò
davanti. Finalmente raggiungemmo l’agente Downing che ci stava aspettando nello
stesso punto dove lo avevo lasciato alle dieci. Nonostante l’orario, il modo in
cui era scattato al nostro sopraggiungere e i suoi occhi guizzanti, indicavano
che l’agente era perfettamente sveglio e pronto all’azione.
Mi disse che un collega, Costantine, si era spinto un po’
più vicino al gruppo e ci fece strada.
Andrew Costantine era seduto con la schiena contro un
grosso tronco. Il suo corpo era completamente nascosto da fusti di robinia e
stava osservando il gruppo con un visore ad infrarossi.
Guardai nella stessa direzione e compresi perchè l’agente
era così attratto dagli avvenimenti: circa a venti metri da noi era stato
acceso un fuoco di legna, che ardeva producendo vapori verdognoli; attorno al
focolare c’erano sei uomini che ne respiravano gli effluvi con il capo
reclinato all’indietro.
Mentre camminavo nella boscaglia e facevo attenzione a non
produrre alcun rumore, avevo registrato distrattamente il verso di alcuni
animali notturni; in quel posto e in quel momento, notai con un brivido che non
si sentiva più nulla.
Il rituale andò ancora avanti per una decina di minuti, poi
i membri della bizzarra brigata si alzarono in piedi: sembravano tutti e sei
piuttosto ben piazzati.
La grande sacca nera che fino a quel momento era rimasta
abbandonata accanto a loro fu trascinata più vicina al fuoco; uno degli uomini
si chinò, fece scorrere la cerniera e la aprì.
Fu in quel momento che strappai il visore notturno dalle
mani di Costantine e vidi con chiarezza che quello che stavano tirando fuori
dalla sacca era un corpo umano.
Il corpo fu adagiato a terra e vidi che uno degli uomini
aveva impugnato un pugnale con la lama ricurva.
<<Trevor,>> dissi a voce bassa <<credo
che sia il caso che tu estragga la pistola per la quarta volta.>>.
I sei furono colti di sorpresa dal nostro intervento e
opposero una minima resistenza. Erano palesemente sotto l’effetto di droghe e,
mentre li ammanettavamo, farfugliarono atroci minacce.
Rimasero alcune ore piantonati nella cella presso l’ufficio
dello sceriffo prima di venire trasferiti nel penitenziario della contea.
L’uomo nella sacca per fortuna non era morto ma era solo
sotto narcosi; fu ricoverato in ospedale per accertamenti e venne fuori che era
il postino di un vicino paesetto che tutti cercavano da alcuni giorni.
Arrivò il momento di congedarmi dallo sceriffo. Sapevo che
mi stavo allontanando da una persona davvero in gamba e mi dispiacque. Gli
promisi che sarei tornato a trovarlo ogni tanto e che avrei davvero fatto il
possibile per mantenere la promessa.
Il capitano Master mi raggiunse in ufficio il giorno
successivo all’operazione, nel tardo pomeriggio.
<<Ho appena finito di leggere il rapporto>> mi
disse <<e non posso fare a meno di manifestarti l’apprezzamento mio e dei
miei superiori. Hai avuto le intuizioni giuste e sei riuscito a sgominare
quella banda di fanatici!>>, (Ho sempre pensato che il capitano avesse un
modo particolarmente appropriato, direi quasi calcolato, se non addirittura
paludato, di esprimersi.), <<Grazie capitano. Speriamo che ci forniscano
informazioni su altre eventuali cellule attive nel paese.>>, <<L’operazione
in ogni caso è stata un grande successo. Ora vedremo che cosa racconteranno
agli investigatori che li stanno interrogando. Sono già in contatto col
procuratore distrettuale e la lista delle accuse si preannuncia ben
nutrita.>>.
A fine giornata tornai a casa per farmi una doccia e
cambiarmi e mi recai da Mark. Era sabato sera e David avrebbe dormito a casa di
un compagno di scuola.
<<È qui che si offrono squisite cenette a lume di
candela e giochetti sessuali niente male a iosa?>> domandai, nel momento
in cui Mark mi faceva entrare. Lui sorrise. In quel modo che lo faceva apparire
tanto bello e senza età. Era capace, con un unico sorriso puro e ingenuo, d’illuminare
la stanza e la mia giornata.
Mark era molto bravo ai fornelli e si stava cimentando con
piatti cinesi ed etnici in generale: io apprezzavo sempre molto. Per gran parte
della serata parlammo di lavoro e di David, bevendo qualche bicchiere di un
buon vino rosso che mi era costato una piccola fortuna.
<<Jack, sei pronto per il dolce?>> mi domandò
Mark ad un certo punto, <<Sono troppo pieno per il dolce ma accetterei di
buon grado le tue dolcezze...>>, <<Ah, ma questo è un altro tipo di
appetito ragazzo mio!>>, <<Beh il guardiano del fortino non c’è e
tu mi guardi in quel certo modo...>>.
Quella notte fu sesso: dolce, essenziale, indimenticabile. Alle
tre del mattino eravamo ancora svegli ed io mi stavo dedicando ad accarezzargli
i capelli e le mani.
<<Sai Jack, vorrei essere più forte. A volte mi sento
così inadeguato...>>, <<Mark tu sei forte quanto basta e non sei
solo, mai. Stai facendo un ottimo lavoro con David, inoltre sei riuscito ad
accalappiare uno come me, ti sembra poco!?>> dissi quasi ridendo, Mark
fece una risata fresca e linda delle sue, si abbandonò fra le mie braccia e di
lì a poco s’addormentò. Per una volta non fece sogni inquietanti. Ognuno di noi
conserva per sé qualche piccolo segreto: qualcuno dorme col dito in bocca o si
è segato sulla foto di una cugina o magari da piccolo ha ucciso il gatto della
vicina (il che lo rende un perfetto candidato alla psicopatologia). Mark, beh
Mark ascoltava ogni mattina, ogni fottuta mattina, appena in piedi, una vecchia
vecchia canzone del 1973, intitolata “If you
want me to stay”, di Sly Stone. Ogni cazzo di mattina!
Domenica mattina passammo a prendere David ed il suo
compagno di scuola. La destinazione era un interessante parco ludico
scientifico interattivo inaugurato da poco in periferia. Mi aveva subito
colpito favorevolmente perchè i progettisti avevano saputo esprimere al meglio
il coniugio tra natura e scienza. Prima di accedere a qualunque gioco bisognava
compiere un percorso didattico che ti spiegava un qualche principio scientifico
o avvenimento del passato. Le pareti traslucide s’illuminavano al nostro
passaggio per mostrarci il sistema solare, immergerci in un’illusoria foresta
di mangrovie o farci camminare accanto all’uomo primitivo. Per i ragazzi fu un’autentica
doccia di emozioni e, a dirla tutta, anche per Mark, che commentava entusiasta
ogni cosa al pari dei ragazzi. Dovetti praticamente trascinarli fuori dopo tre
ore e mezza di visita. Rincasai nel tardo pomeriggio poichè sapevo che all’indomani
mi aspettava una giornata pesante.
La sveglia non aveva ancora suonato, quando il mio sonno fu
interrotto da una spazzatrice automatica un po’ troppo cigolante.
Mi stiracchiai e rivoltolai su me stesso pensando alla
giornata che mi aspettava non appena avessi poggiato i piedi sul freddo e duro
pavimento: alle 9,30 avrei dovuto testimoniare all’udienza preliminare del
processo contro il gruppo arrestato ad Evermore.
Mi alzai e mandai giù una capsula di vitamina c, una di vitamina d e una di multiminerale trovate accanto
ad una confezione di fiocchi d’avena irlandesi iposodici, quindi scartai e
mangiai velocemente una barretta energetica a base di cioccolata fondente e
alga spirulina.
Poi nell’ordine pisciai, mi lavai il viso con l’acqua
fredda, feci uno sciacquo col collutorio fito-cosmetico ed iniziai a vestirmi.
A un certo punto mi accorsi che mancavano i calzini: ne trovai un paio
sgualcito che pendeva dal cassetto del comodino. Quasi tuffandomi
avventurosamente sotto il letto estraibile, recuperai le scarpe in viva-pelle.
La mia berlina Stable Kw era in officina, così dovetti
prendere posto su una minuscola vetturetta fornitami come mezzo sostitutivo:
altro non era che un guscio polimerico incollato sullo chassis d’alluminio che ospitava anche un piccolo motore elettrico.
Spingendo a tavoletta non si superavano le 50 miglia orarie
ma la velocità era più che sufficiente dati i limiti vigenti in città. Mi
inserii pazientemente in coda e attivai l’autopilota. Poi estrassi dal
pacchetto argentato una “lunga durata” alle alghe aromatizzate ed attesi che si
accendesse: dopo qualche secondo dalla sigaretta scaturì un filo di fumo azzurrognolo.
Poco più avanti scoprii la causa della lunga coda: c’era un
posto di blocco istituito dalla polizia. (Nel mio caso si limitarono a
tele-identificarmi.)
Superato il presidio e imboccata Eland Street, potei
finalmente escludere l’autopilota e pigiare sull’acceleratore; stavo
sopraggiungendo ad un trivio, quando notai che il semaforo intelligente era
fuori servizio: avevo comunque la precedenza e decisi di rallentare soltanto un
po’.
E che cazzo! Un auto proveniente da sinistra aveva
inchiodato proprio in mezzo all’incrocio! Prima che avessi il tempo di reagire
il computatore agì provvidenzialmente sui freni mentre io cedetti all’istinto
di sterzare ed evitai per poco di ribaltarmi per evitare la Convair che avevo
davanti.
Paonazzo, mi avvicinai alla vettura squaliforme per vedere
la faccia del pirata della strada e scoprii che si trattava di una distinta
signora di mezza età. L’odore che usciva dalla sua sigaretta elettronica
lasciava pochi dubbi: si era fatta di qualcosa che evidentemente provocava
torpore. Decisi che non potevo farla andare in giro in quelle condizioni. Mi
qualificai e la feci spostare sul lato passeggero, poi spostai la Convair
accanto alle elettrovie Willet e chiamai una pattuglia della municipale perchè
venisse a prelevare la signora che nel frattempo si stava addormentando farfugliando
lamenti incomprensibili. Giunsi di fronte all’imponente palazzo di giustizia
fatto di mattoni rossi, cemento e vetro con qualche minuto di ritardo.
Vidi che Master mi stava aspettando sulla scalinata con un
paio di colleghi e allungai il passo.
<<Cosa ci fate ancora qui?>> domandai <<L’udienza
non è ancora iniziata?>>, <<Mi hanno appena dato una notizia e
stavo per chiamarti.>> disse Master, <<Che cos’è successo?>>,
<<Si tratta di Mark: potrebbe essere stato rapito. È scomparso.>>,
<<Merda.>>, <<Puoi dirlo forte.>>.
Sebbene il capitano fosse contrario ad affidarmi le indagini
poichè sapeva che ero troppo coinvolto emotivamente, alla fine cedette, ma
insistette per affiancarmi due investigatori esperti in episodi di rapimento:
Tara Watson e Paul Borgman.
Nell’abitazione di Mark c’erano segni di colluttazione: una
lampada, alcuni libri e un vaso con una pianta di elleboro nero erano stati
rovesciati a terra. La ragazza del vivaio aveva spiegato a Mark che quella
pianta era difficile da coltivare in casa ma lui sapeva essere veramente
testardo ed era rimasto incantato dai quei bellissimi fiori scuri.
Un vicino di casa (era stato lui ad allertare il 911), raccontò
di aver visto due uomini che spingevano Mark dentro una monovolume con i vetri
oscurati. L’uomo aggiunse che Mark non aveva tentato di divincolarsi ma che,
comunque, la scena gli era sembrata sospetta.
David doveva essere uscito di casa per recarsi a scuola
pochi minuti prima che Mark fosse aggredito: mandai una pattuglia affinchè lo
prelevasse e lo accompagnasse a casa della nonna materna.
Feci compiere tutti i rilevamenti opportuni ed interrogai
personalmente vicini di casa, abitatori del condominio, gente del quartiere, e
commercianti della zona nella speranza che avessero visto qualcosa. Una
descrizione del monovolume fu comunicata a tutte le pattuglie dello Stato, inoltre
la foto di Mark giunse istantaneamente ad ogni agente ed in ogni aeroporto e
stazione.
In assenza d’indizi e rivendicazioni mi sentivo
tremendamente impotente. Durante la serata mi recai da Loraine, la madre di
Mark. Rassicurai la donna e David che non mi sarei dato pace fino a quando Mark
non fosse tornato a casa, ed era la verità. Quella notte cercai di dormire
qualche ora: sapevo che era necessario mantenere la forma e la lucidità mentale
per dare il meglio nelle indagini. Feci un sogno strano, popolato da una
presenza che sembrava voler comunicare in un idioma sconosciuto. La sveglia
suonò presto, strappandomi al sogno e in un attimo fui in piedi, in preda all’inquietudine
e madido di sudore.
Poco dopo l’alba uscii di casa e raggiunsi il distretto a
piedi. Passai la mattina studiando tutti i documenti presenti sul computatore
di Mark nella speranza di trovare qualcosa di utile alle indagini. Nel
frattempo si faceva strada nella mia mente l’ipotesi che Mark fosse stato
rapito per colpire me. Qualcuno voleva forse che il processo contro i membri
della setta fosse sospeso? Qualcuno voleva indurmi al silenzio o punirmi?
Tramite il capitano chiesi al procuratore l’autorizzazione
d’urgenza ad interrogare gli uomini tratti in arresto ad Evermore.
In tarda mattinata arrivò una segnalazione che verificai
personalmente, ma si rivelò un buco nell’acqua.
Mi consultai con la Watson e con Borgman. Entrambi si lamentarono della mia scarsa
collaborazione ma a parte questo non emersero novità rilevanti. Vaffanculo.
Poco dopo le sei di sera m’informarono che il corpo di un
uomo, che poteva essere Mark, era stato ripescato dal fiume Platte. Mi
precipitai all’obitorio.
Il giovane ed acneico medico di turno mi condusse, in un
silenzio penoso e irreale, fino alla stanza dove una fila di celle frigorifere
ospitava corpi che poco prima erano stati caldi e vitali: aprì uno sportello d’acciaio
ed estrasse il lettino: capii all’istante che non si trattava di Mark e nello
stesso momento le mie gambe <<si sciolsero>> fino a farmi
vacillare.
Stavo cadendo in uno stato di prostrazione mentale e
fisica, dovuta alla tensione ed alla frustrante attesa di qualche sviluppo
nelle indagini; quella sera andai perfino in alcuni dei locali più malfamati
della città per fare qualche domanda e mostrare la foto di Mark. Crollai nel
letto a tarda notte e sognai.
Nel sonno sognai un capannone industriale abbandonato e
uomini incappucciati, vidi una enorme grua corrosa dalla ruggine, uno spiazzo
terroso coperto dalle sterpaglie ed un cancello dalle sbarre ricurve e
minacciose…
<<Avanti Jack, muoviti a
saltare, cazzo. Non vorrai rimanere a cavalcioni del cancello per ammirare il
panorama.>>, <<A dire il vero il panorama fa cacare. Il fatto è che
questa è proprietà privata e potrebbe esserci un bel cane che ci
aspetta.>>, <<Se ne dovessimo incontrare uno gli ricorderemo che è
il miglior amico dell’uomo e, se non dovesse funzionare, batteremo il record
mondiale di risalita del cancello.>>. Mi convinsi e spiccai un salto e
fui dall’altra parte. Io ed il mio amico Danny Weston ci trovavamo nel piazzale
delle già falegnamerie Duncan. Io indossavo una maglietta verde militare di mio
padre di una taglia notevolmente abbondante, pantaloncini neri ed un paio d’anfibi.
Il mio amico sfoggiava con orgoglio una felpa con cappuccio che recava stampata
sulla schiena la scritta fbi.
Avevamo 14 anni.
Erano quasi le dieci di un’afosa
sera di Agosto. I nostri genitori ci aspettavano a casa entro le undici e,
soprattutto, si aspettavano che non ci mettessimo nei guai.
Il piano, studiato e rimandato
da settimane, era di esplorare lo stabilimento. In più avevamo portato con noi
le pistole ad aria compressa e speravamo che il piazzale potesse trasformarsi
nello scenario ideale per i nostri giochi guerreschi: il gioco consisteva nello
sfuggire al proprio avversario, tendendogli magari un’imboscata nella penombra,
oppure nel conquistare un’immaginaria bandierina senza essere colpiti. I
pallini di plastica facevano discretamente male se sparati da distanza
ravvicinata e, dopo un po’, imparavi senz’altro ad evitarli.
La facciata del capannone era quasi
completamente scrostata: in alcuni punti il cemento si andava sgretolando e si
potevano vedere i ferri arrugginiti utilizzati per rinforzare la costruzione.
Camminando guardinghi sulla ghiaia notammo alcuni tronchi, taniche vuote e un
pezzo di quello che sembrava un motore industriale. L’erba stava crescendo in
chiazze disordinate, ma pareva ben determinata a conquistare tutto il terreno.
Nel cielo si addensavano nubi
minacciose e si sentiva il rombo sordo di qualche tuono in lontananza.
<<Non abbiamo molto tempo.
Propongo di dividerci e di esplorare il territorio.>> disse Danny
<<Io andrò a controllare il retro dello stabilimento, tu dai un’occhiata
all’interno facendo attenzione a dove metti I piedi. Va bene?>>, <<Va bene. E se c’è qualcosa che non va urliamo.>> risposi.
Il grande portone carrabile era
soltanto accostato. Un cartello ormai consunto dalle intemperie faceva da
monito ricordando che l’accesso era vietato ai non addetti ai lavori, ma il
vigore del divieto si era sbiadito, insieme alla vernice. Entrai
cautamente. L’ambiente era buio e polveroso.
Aiutandomi con la luce del
cellulare potevo appena intravedere lunghi nastri trasportatori, minacciose
seghe circolari ed altri macchinari dal nome sconosciuto. Valutai che non fosse
un luogo adatto per giocare. Ciononostante decisi di continuare ancora un po’
la mia esplorazione.
Svoltai a sinistra per osservare
più da vicino le lame che dovevano essere ancora piuttosto affilate: nessuno mi
aveva mai raccontato d’incidenti avvenuti alla falegnameria, ma avevo sufficiente
immaginazione da figurarmi che effetto potessero avere sull’arto di un uomo
quei tremendi attrezzi.
A breve distanza trovai qualcosa
di più attuale che mi fece inorridire: c’era una nutria appesa ad una catena
col petto squarciato. Sotto la povera creaturina alcuni simboli strani erano
stati tracciati col sangue.
Mi parve di avvertire un voce
sussurrare: che cosa ci fanno due nutrie in un bar? Una merenda
nutriente, Jack, fanno una merenda nutri-ente! Ah ah.
Mi ricacciai un urlo in gola e
cominciai a correre verso l’uscita. Appena fuori cercai di calmarmi. Decisi che
l’unica cosa da fare era trovare subito Danny e andarcene da quel posto. Chiamai
Danny ma non ricevetti risposta. <<Avanti Danny, dobbiamo andarcene da
questo posto!>>. Nulla. Mi arrestai a pochi metri da un albero maestoso
che non avevo notato all’arrivo. Ero sicuro di aver visto qualcosa. Forse
poteva essere un oggetto lasciato lì dai proprietari della falegnameria; oppure
poteva essere un fungo gigantesco: avevo letto da qualche parte che ne esistevano
di molto, molto grandi. Ma tutte quelle supposizioni non mi rassicuravano
molto. Almeno non dopo quello che avevo visto nel capannone. A quel punto udii
un suono gutturale che mi gelò il sangue nelle vene. Urlai e iniziai a correre
verso il cancello. L’essere che mi spiava ora mi stava inseguendo. Inizialmente
non ebbi il coraggio di voltarmi. Continuai a correre a perdifiato. Avvertendo
i passi dietro di me. Ma non potevo lasciare Danny da solo: decisi che dovevo
vedere con chi o che cosa avevo a che fare e valutare se potevo affrontarlo in
qualche modo. Proprio in quel momento una pietra, una maledetta pietra, più
grossa delle altre, mi fece inciampare e cadere.
Mi voltai di scatto, ansimante,
il viso rigato dalle lacrime e dalle prime gocce di pioggia, e vidi Danny.
<<Ti sei fatto male?>> mi domandò con aria preoccupata.
Poi mi svegliai col cuore in gola e la certezza che avrei
trovato Mark nella vecchia zona industriale.
Non potevo correre rischi inutili. All’alba di un mattino
umido e nuvoloso uscii da solo per andare a cercare Mark. Parcheggiai ad un
isolato di distanza dalla zona industriale dismessa e proseguii a piedi. Non
avevo più pensato all’episodio avvenuto nelle falegnamerie Duncan da molti
anni. Nulla sembrava essere cambiato, a cominciare dal cancello, nero ed in
qualche maniera minaccioso. Stavo per cimentarmi nello scavalcare il cancello,
quando mi accorsi che la maglia metallica della recinzione era stata tagliata
in un paio di punti. Passai a fatica attraverso uno dei varchi e mi diressi
verso il capannone, di nuovo, dopo tanti anni. Gli alberi c’erano ancora, ma
apparivano deboli e molto malati: neppure i colori dell’autunno riuscivano a donargli
un po’ di vitalità. Prima d’ogni altra cosa dovevo riuscire ad osservare la
situazione dentro il capannone senza rivelare la mia presenza. Vidi che una
scaletta metallica conduceva al tetto piano. Aveva un aspetto tutt’altro che
solido, tuttavia cominciai ad arrampicarmi cautamente. Portavo con me due
pistole e un arnese in grado di aprire le più comuni serrature. Arrivato sul
tetto, mi avvicinai ad un lucernaio e rimossi con la mano la polvere e lo
sporco che si erano accumulati sulla lastra in policarbonato. Purtroppo il
materiale si era deteriorato col passare degli anni ed aveva perduto molta della
sua originaria trasparenza. Provai a spostarmi verso un altro lucernaio; in
questo caso la lastra era attraversata da fessure grazie alle quali potei
intravvedere lo scenario sottostante, comunque troppo poco per avere le idee
chiare. Scesi nuovamente lungo la scaletta ed aggirai la costruzione con l’idea
di entrare dal retro. Il portone d’ingresso era chiuso con una catena munita d’un
robusto lucchetto: mi ci vollero alcuni minuti per violare la serratura. Schiusi
la porta ed entrai con la pistola in pugno. Per quel poco che ricordavo anche
all’interno non era cambiato nulla. Speravo soltanto di non ritrovarmi di
fronte i resti della nutria. Esattamente come la prima volta, svoltai a
sinistra, dirigendomi verso le minacciose lame dentate. Mark era lì,
imbavagliato e legato al nastro trasportatore, ma vivo! La sua testa era
bloccata a non più di un centimetro da una sega circolare completamente
arrugginita. Lo liberai dal bavaglio e lo baciai: era evidente che la prigionia
l’aveva provato duramente. <<Jack, in nome del cielo, andiamocene subito.
Torneranno. Torneranno presto.>>.
Cominciai a liberarlo dalla stretta della corda,
maledicendomi per non aver portato con me un buon coltello. In quel momento
avvertii un rumore alle mie spalle e mi voltai di scatto: quattro uomini erano
entrati e si stavano muovendo rapidamente verso di noi. <<Rimanga dove si
trova, tenente. A quanto pare il responsabile dei nostri problemi ha deciso di
consegnarsi spontaneamente per espiare i suoi peccati.>>. Un uomo in nero
mi teneva sotto tiro con una pistola. Gli altri tre brandivano lunghi coltelli.
Valutai che una mia reazione avrebbe messo sicuramente a rischio la vita di Mark,
oltre che la mia, e mi arresi.
Fui perquisito e privato di entrambe le armi. <<Vedo
che mi conoscete.>> dissi <<Non credevo di essere così popolare nella
comunità dei pazzi maniaci.>>, <<Certo che la conosciamo. Penso sia
giusto che anche io mi presenti: il mio nome da rinato è Netal. Voi mi
definireste il capo spirituale degli adoratori di Yar. Da anni agiamo nell’ombra,
con discrezione, per far crescere il potere del nostro Dio e lei, tenente, si è
immischiato, portando dolore ai membri della nostra congrega. A Yar piacendo,
oggi celebreremo due sacrifici rituali.>>.
In quel momento un colpo d’arma da fuoco colpì il braccio
di Netal, che lasciò cadere la pistola. Nello stesso istante una granata
stordente esplose. Gli agenti Watson e Borgman e il capitano Master si
materializzarono in quel momento ed ebbero la meglio sugli adepti che furono
resi innocui. Corsi a liberare Mark, frastornato ma felice. Il capitano ci
raggiunse per sincerarsi sulle nostre condizioni.
<<Non so come ringraziarla, capitano. Sono stato un
idiota ad agire da solo.>>. Feci un attimo di pausa per riflettere e poi
domandai: <<Ma come diavolo ha fatto a trovarmi?>>. <<Non
puoi neanche immaginarlo...>> rispose Master.
Malgrado l’estate fosse ormai un lontano ricordo, il clima
era ancora godibile. Io e Mark avevamo appena terminato di fare un veloce bagno
e ci stavamo asciugando al sole.
<<Stai tentando di dirmi che quell’entità superiore,
o come diavolo vogliamo chiamarla, ci ha guidati aiutandoci a eliminare i suoi
adoratori?>> domandai rivolto a Mark, <<È esattamente quello che
sto ipotizzando.>>, <<E hai anche una teoria immagino...?>>,
<<Non lo so Jack. Forse questi adepti stavano compiendo efferatezze che l’entità
non poteva tollerare. Ah dimenticavo: secondo
me è una lei, è una dea.>>, <<Va bene.>> dissi scuotendo la
testa con poca convinzione <<Questa vicenda è talmente assurda che credo
accetterò questo epilogo senza oppormi. D’ora in poi, in ogni caso, spero di
tornare a fare sogni più semplici ed innocui.>>.
Il piccolo Bulldog francese entrato da poco a far parte
della nostra famiglia arrivò correndo per leccare la faccia a Mark.
<<Non ti dispiace se continuo a chiamarlo botolo,
vero?>> disse Mark ridendo, <<Ah ah, no, in fondo è proprio un
adorabile botolo. Ma il suo nome ufficiale sarà Husky.>>,
<<Amore,>> disse Mark <<qualunque cosa ci riservi il futuro,
l’affronteremo insieme.>>, <<Vuoi forse dire che stai prendendo in
considerazione la possibilità di diventare il signor Demsay?>>, <<Diciamo
che sto seriamente valutando questa ipotesi.>> disse Mark sorridendo. Emisi
un sospiro soddisfatto e mi distesi sulla sabbia, incrociando le mani dietro la
nuca.
<<Ehi, Jack, vuoi venire a giocare?>>. David
stava dando spettacolo con un pallone. <<Ti spiace se sto un po’ con
David?>> domandai a Mark <<Ultimamente ho avuto l’opportunità di
ricordare molto bene cosa vuol dire avere quattordici anni.>>.
Ebbro di false virtù
per un attimo aprii gli occhi
e agguantai la verità.
Ma l’uccello della ragione
piombò su di me
e mi carpì il segreto in una
notte buia.
2) L’ORRORE.
<<La mia storia non è a
lieto fine. Non è confortante o felice come lo sono le storie di finzione.
Contiene parti confuse e senza senso, di sogno e follia. Come nelle vite di coloro
che non vogliono illudersi ancora.>> (Hermann Hesse).
Ti appenderei a testa in giù per i piedi come Mussolini! Cazzo,
sarebbe una liberazione. Ho il cuore avvolto nel filo spinato e ogni battito è
un grido che mi strazia il petto. Sono troppe le giornate passate a chiedermi
se c’è una via d’uscita da questo inferno e se tutto il male che sento dentro
prima o poi finirà.
E ora che la tua faccia è a pochi centimetri dalla mia, in una
giornata nella quale ogni colore è stato dissolto da una pioggia acida che
sembra non voler finire mai, vorrei colpirti e scaricarti addosso tutta la
rabbia che mi divora l’anima, toglierti quel sorriso a forma di sfregio e
spegnere per sempre il suono fastidioso della tua voce.
Stringo forte la mano e le unghie si conficcano nel palmo.
Ti guardo dritto negli occhi e non c’è nulla che possa fermarmi.
Dio quanto ti odio! Alzo il braccio e vorrei poter vedere questa scena da una
prospettiva esterna, ma la sensazione dei muscoli che si tendono e si
contraggono non mi permette alcuna divagazione metafisica.
Il pugno è all’altezza dell’orecchio e nella luce pallida di un
neon che mi trema addosso esplodo tutto il mio odio colpendoti con un urlo che
nulla ha di liberatorio.
La tua espressione sorpresa è frammentata in decine di linee
isteriche. I lineamenti sono sconnessi e confusi, hanno una forma che nemmeno
il più folle dei pazzi riuscirebbe a disegnare. Un occhio è più basso dell’altro
e al posto dei denti c’è uno buco vuoto e scuro.
Tutto intorno c’è sangue. Il mio.
La mano è squarciata sul dorso. Frammenti di te l’hanno aperta tra la nocca del dito medio fino quasi all’attaccatura
del polso. La guardo in silenzio e non so cosa pensare. Osservo il sangue
schizzare a fiotti, come volesse fuggire da un corpo che non sopporta più, dopo
che ho colpito con furia violenta la mia immagine riflessa nello specchio del
bagno di casa mia.
Mi tremavano le gambe.
Presi l’asciugamano a lato del lavandino e lo avvolsi intorno alla
mano imponendomi di non muovere le dita. Temevo di aver tranciato i tendini.
Attraversai veloce il corridoio, aprii la porta di casa e scesi i gradini due
alla volta. Il pomeriggio mi accolse con calda e appiccicosa indifferenza. Non
c’era traffico. Era solo un altro Ferragosto passato in solitudine.
Vidi arrivare un autobus dall’altro lato della strada. Il
pachiderma azzurro si arrestò alla fermata con uno sferragliare acido e stanco.
Corsi e mi infilai tra le porte che si stavano chiudendo. L’autista mi guardò
torvo. Alzai la mano avvolta nell’asciugamano zuppo di sangue.
Ho combattuto anche per te
amico e ora ho bisogno di cure. Portami nelle retrovie, subito! Presto tornerò
a casa.
«Non ho il biglietto.» dissi piano.
Lui fece un cenno con la testa, poi ingranò la prima. Il bestione
si mosse di scatto e io quasi caddi a terra. Raggiunsi barcollando un posto a
sedere. Ce n’erano tanti nel ventre rovente di quella balena di metallo ed
erano tutti vuoti.
Gocce di sangue grandi come ricordi caddero tra le gambe, mentre
il cervello masticava tutto quello che era successo in questi ultimi mesi. Era
un film che mi dava la nausea.
Reggendomi la mano, quasi fosse uno stupido trofeo di una ancor
più stupida guerra, iniziai a fare i conti col mio passato. Qualcuno aveva
detto che per avere coraggio occorreva prima avere paura. In quel momento, mentre
la mia vita stava assomigliando sempre di più a una scritta lasciata su un muro
(Eleanor
was here), sentivo quella paura crescermi dentro come un’edera
velenosa e mangiarsi quel poco di coraggio che pensavo di possedere.
Guardai la mia vita e la vidi come una lunga strada persa nel
nulla. Gli anni a venire sarebbero stati un percorso a piedi nudi su quella
strada lastricata di merda. Avrei calpestato tutto lo schifo passo dopo passo,
fino alla sorgente del mio male. E lì avrei trovato un totem blasfemo seduto su
un cumulo di promesse ammuffite, con un ghigno soddisfatto stampato sulla
faccia e brandelli della mia stessa esistenza che pendevano da mani ossute e
bianche come la morte: me.
L’autista inchiodò pestando entrambi i piedi sul pedale del freno.
Picchiai la testa sul sedile davanti aprendomi uno sbercio sopra l’occhio
destro. Alzai lo sguardo e lo vidi indicare tranquillo l’uscita del bus,
proprio davanti al pronto soccorso. Barcollai fino alla porta a soffietto
mandandolo mentalmente a quel paese e lui mi rispose con qualcosa che
assomigliava a un fottiti. Per strada
non c’era nessuno. Mi stavo specchiando nel mondo e il mondo era completamente
vuoto.
Entrai al pronto soccorso e le poche persone presenti si voltarono
per guardarmi, come fossi un personaggio uscito da un b-movie dell’orrore. Il sangue era colato sui vestiti e nuovo altro
sangue fresco rigava la mia faccia stravolta.
Mi sciolsi sulla prima sedia libera e scoppiai a piangere. Al mio
fianco una signora di mezza età guardò schifata. Chissà, magari pensava che mi
avessero fatto la festa per questioni di droga o puttane.
Sofferenza è sinonimo di
illegalità, vero signora?
Distolsi lo sguardo reggendo la mano ferita come fosse un figlio
da accudire. Mi venne una incredibile voglia di fumare. Con la mano buona
cercai nelle tasche, ma non trovai nulla. Mi guardai in giro per vedere se
qualcuno per caso stesse fumando. Idea stupida, negli ospedali è vietato.
Guardai di nuovo la tipa alla mia destra. Forse cercavo un pretesto per
litigare o forse volevo solo prendermi gioco di lei. Le sorrisi mostrando i
denti macchiati di sangue (ne avvertivo il sapore metallico in bocca) e lei
fece un balzo all’indietro dallo spavento, o per il disgusto. Non potei darle
torto.
«Tocca a lei» disse una voce di donna.
Alzai la testa, ma vidi solo rosso. Sentii sospirare, poi la
proprietaria della voce mi mise una mano sotto l’ascella e con fare deciso e
delicato insieme mi aiutò ad alzarmi.
«Riesce a stare in piedi?» mi chiese.
Era premurosa, ma per qualche motivo la sua voce non mi piaceva.
Balbettai qualcosa, poi lasciai la mano ferita e mi tolsi un po’ di sangue
dagli occhi.
«È la seconda stanza a sinistra, sono solo pochi passi.» disse
aprendo una porta bianca come la morte.
Anche il corridoio dietro quella porta era bianco. Su un lato c’erano
altre tre porte con ognuna un piccolo oblò. Sembravano occhi. Mi fissavano e mi
giudicavano. Chiesi in quale di quelle tre dovevo entrare. Lei indicò quella
nel mezzo.
Feci quei pochi metri a fatica. Non sapevo se veramente avessi
reciso i tendini della mano, ma non me ne importava più nulla. Non sapevo
nemmeno quanto fosse grave la ferita alla testa. Non me ne fregava più niente
del dolore, della paura, del sangue e dello specchio rotto nel cesso di casa
mia. Non mi importava più di me e di tutto quello che mi girava intorno, anche
se a ben vedere attorno a me c’era solo il vuoto. In quel momento volevo solo
che qualcuno mi infilasse un ago in vena facendomi chiudere gli occhi una volta
per tutte. Immaginai il senso di torpore che dalle gambe saliva piano fino al
centro della vita e poi più su, fino alla testa. E il mondo che lentamente
diventava bianco, sempre più bianco. Lentamente. Per sempre.
La voce di un uomo arrivò improvvisa: «Va giù! Va giù!»
«Non ce la faccio!» rispose una voce di donna che riconobbi essere
quella dell’infermiera.
Sentivo mani dappertutto. Mani che mi sorreggevano, che
strattonavano e che mi stringevano. Poi i miei piedi si staccarono da terra con
leggerezza.
Era dunque questa la morte? Volare via immersi nel bianco
assoluto? Non era poi così brutta dopotutto.
Il dolore alla mano riesplose e mi fece gridare. Il bianco si
tinse di nero e subito dopo divenne luce rossa.
«Apri gli occhi.» disse l’uomo. «Forza, apri gli occhi.» ordinò.
E io obbedii.
C’erano facce chine su di me, volti che sembravano fantasmi. Nelle
orecchie avevo un vortice di voci lontane, le voci dei morti che danzavano
senza sosta nella mia mente. Era come viaggiare a tutta velocità nella galleria
degli orrori in un luna park da cartone animato.
«Va tutto bene, è stato un piccolo mancamento.» disse una faccia,
quella di un medico con una lunga barba. «Ora sentirai una puntura sul braccio.
Non spaventarti, è solo l’ago della flebo.»
Spaventarmi? Cristo, ho la
mano squarciata, un taglio in fronte e l’anima in pezzi. Credi che una flebo
nel braccio sia la mia più grande preoccupazione?
L’avrei gridato ma le parole se ne restarono al buio rassicurante
della mia gola.
«Diamo un’occhiata alla testa.» disse il medico.
Il dolore si stava attenuando. O forse ero io che mi stavo
semplicemente spegnendo. Qualunque cosa ci fosse in quella flebo mi stava
piacendo. Anche se piacere non era
abbastanza.
Sentivo di nuovo mani danzare su di me, leggere come neve che si
posa al suolo. Ma non contenevano amore. Non c’era un solo briciolo d’amore in
quei movimenti eseguiti con cura e abilità. L’infermiera pulì delicatamente il
sangue rappreso dalle guance.
«È solo un taglio superficiale. Ora occupiamoci del resto.» disse
il medico.
L’infermiera disinfettò la ferita sulla fronte e lui tagliò la
fasciatura improvvisata alla mano. Tutta questa precisione chirurgica mi
infastidiva.
«Devo registrarla nel nostro archivio. Ha un documento?» chiese
lei riponendo il batuffolo di cotone nel vassoio di metallo.
Avevo lasciato i documenti sul tavolo della cucina di casa mia,
sepolti sotto le raccomandate dei creditori, l’ingiunzione di sfratto e la
lettera di licenziamento, nel mezzo di un cerchio magico simile a Stonehenge ma
fatto di bottiglie vuote di Gin e Rum. Mi vergognavo, una vergogna mai provata
prima. Mi sentii come Pollicino, ma non avevo sassi nelle tasche o briciole di
pane con le quali segnare la via di casa. Ero un essere minuscolo sperduto in
un bosco buio popolato di mostri, incapace di trovare la strada. Scossi la
testa da un lato all’altro sperando che non ci fossero altre domande.
«Di questo ce ne occuperemo tra poco.» disse lei con tono
accondiscendente. «Come ha fatto a tagliarsi la mano in quel modo?».
Sospirai. «Ho dato un pugno allo specchio.».
Mi guardò in silenzio e poi si voltò verso il medico.
«Mi scusi, non è un gran periodo...» continuai in un patetico
tentativo di giustificarmi. «Ho perso il lavoro e la mia vita non va come
vorrei.»
L’infermiera si sedette alla scrivania e compilò la scheda in un
silenzio professionale. Mostrava l’esperienza di chi aveva a che fare tutti i
giorni con un caleidoscopico campionario di varia umanità. In quel momento mi
sentii parte di quel mondo che fino ad allora avevo visto solo di sfuggita durante
una sosta al semaforo o nei servizi del telegiornale della sera.
Chiese le mie generalità e io, da paziente diligente, le recitai
nome, cognome, indirizzo e numero di telefono senza mentire nemmeno una volta.
Ora siamo pari, pensai. Ho fatto il mio dovere.
Guardai la mano ferita, che ormai era insensibile per via dell’anestetico.
Era una cosa estranea che sembrava
non fare più parte di me. Guardai le gambe, i piedi, l’altra mano e il resto
del mio corpo. Era come se stessi guardando un’altra persona. I veli grigi dei
miei fallimenti, che da troppo tempo mi avvolgevano la testa come un sudario,
avevano finito con l’alterare la percezione fisica
del mio corpo, trasfigurandomi in un essere sconosciuto.
«I vasi e i tendini sono a posto.» mi rassicurò soddisfatto il
medico. «Ti è andata bene, dico davvero.».
Mi arrabbiai parecchio. Ma
perché mi dai del tu? Ci conosciamo forse? Va bene, avrai vent’anni più di me,
ma che vuol dire. Cristo come odio i piacioni. Oddio no, ora si mette a
fischiettare.
Guardai verso il soffitto. Era bianco, senza nemmeno uno sbaffo di
sporco. Il soffitto di casa mia faceva schifo, come tutto il resto per altro.
«Ma com’è che hai dato un pugno allo specchio?» chiese lui
smettendo di fischiettare.
Non volevo ripetermi. Era tutto così umiliante e non avevo bisogno
anche della sua commiserazione. Mi chiusi in un ostinato silenzio. Un silenzio
di quelli che possono fare piangere, come una viola che suona note basse e
lunghe nel giorno del mio funerale.
«Beh, non ha importanza, almeno credo.» disse scrollando le
spalle. Non mi sembrò particolarmente deluso. «Ti ricucio la ferita e non ti
preoccupare: non si vedrà quasi nulla, te lo garantisco.»
Ecco bravo, cuci e non fare
domande, che di domande ho già piena la testa.
La stanchezza venne a bussare alla mia porta. Era decisa a entrare
e io sapevo che resisterle non sarebbe servito a nulla. Così chiusi gli occhi,
mi addormentai e sognai.
Fu la prima volta che la
vidi.
Sono nella vecchia casa di campagna dei miei nonni. È buio, ma non
come è buia la notte. Nel mio sogno la notte è blu. Ogni cosa è blu, un blu
scuro che quasi ci puoi cadere dentro. Cammino sotto il portico. Passi lenti,
ovattati. In lontananza sento le esplosioni delle bombe. È la guerra.
Luci tremolanti si accendono e si spengono all’orizzonte e subito
dopo arrivano i tuoni a muovere l’aria. Mi fermo alla fine del porticato e
guardo verso i campi di mais. Qualcosa si muove. Le piante ondeggiano, cullate
da voci lontane e confuse. L’onda si fa sempre più vicina e le grida diventano
sempre più chiare. Voci gracchianti che parlano in tedesco.
«Wir töten alle Juden
verflucht!»
Il mare di mais espelle un vecchio che tiene per mano una bambina.
Il vecchio è vestito di stracci e piange. Una stella di stoffa gialla danza
nervosa sul bavero di una giacca sporca e consunta. La bambina ha i capelli
biondi e stringe al petto una bambola di plastica. La stella gialla appuntata
sul petto è grande quasi quanto il suo viso. Mi vengono incontro guardandomi
con gli occhi spenti, come se fossero già morti.
Indietreggio qualche passo. I loro sguardi mi terrorizzano. Le
urla dietro di loro si fanno intanto sempre più vicine. Le piante di mais
dondolano paurosamente.
«Wir werden alle töten!»
grida qualcuno.
Il vecchio e la bambina si nascondono dietro di me. Mi hanno
eletto a loro scudo. Resto immobile. Quattro nani vestiti da ufficiali nazisti
escono dal profondo blu di quel mare vegetale. Ognuno di loro impugna una
vecchia macchina fotografica degli anni Quaranta. I nani mi circondarono e iniziano
a scattare foto. Hanno tutti un ghigno soddisfatto stampato su facce
grottesche. Usano le loro macchine fotografiche come pistole. E sparano,
sparano, sparano.
«È inutile che vi nascondete!» grida uno di loro in un italiano
macchiato da un forte accento tedesco.
«Tanto vi prendiamo tutti prima o poi! E metteremo le vostre foto
dappertutto!» gli fa eco un altro. Sono spaventosi. Quattro nani gemelli
vestiti da ufficiali nazisti.
Sembrano non curarsi di me. Non mi vedono. Si muovono invasati e
famelici alla ricerca della migliore inquadratura possibile, in un frastuono
assordante di clic.
Non riesco a muovermi. Il vecchio e la bambina si nascondono il
viso tra le mani e piangono in silenzio. Le lacrime trasudano tra le dita
chiuse sui loro volti. Non so dire se siano veramente spaventati. È come una
grande recita e io ne sto facendo parte.
Ne ho abbastanza. Non voglio più far parte di quel teatrino.
Questo gioco mi fa orrore. Mi sposto di lato, lasciando il vecchio e la bambina
alla mercé dei loro aguzzini.
Il gioco si ferma. Si
fermano le bombe lontano e i tuoni, si fermano gli scatti delle macchine
fotografiche e la danza dei nani.
Mi fissano attoniti. Sento i loro sguardi trapassarmi l’anima.
Tutti tranne la bambina. Lei no, lei mi guarda in modo diverso. I suoi occhi
dicono altro.
«Hai rovinato tutto, tutto, tutto!» esplode d’improvviso e mi
lancia contro la bambola che stringeva al petto.
Rovinato cosa? Il gioco? Balbetto cercando di scusarmi, ma non
riesco a udire le mie parole.
Il vecchio le accarezza i capelli e le mormora qualcosa all’orecchio.
Non sento quel che le dice. Gli occhi della bambina sono ancora fissi sui miei.
Occhi carichi di delusione. I nani si avvicinano, la consolano un po’ e poi
tutti insieme se ne tornano lentamente nel blu scuro di quel bosco assurdo.
É un lento e triste funerale.
«Ho finito.»
La voce squillante del medico mi riportò al mondo reale come una
tirata di capelli. Si tolse i guanti e si avvicinò.
«In quanto a te, niente più pugni allo specchio, ok?» disse sorridente.
Annuii, cercando di avere l’espressione più gentile e giusta
possibile. Lui ridacchiò e sparì dalla mia vista.
«Ora le fascerò la mano. Dovrà farsi cambiare la medicazione ogni
tre giorni dal suo medico curante.» disse l’infermiera.
Lei era gentile. La sua voce continuava a non piacermi, ma almeno
aveva rispetto per me. Quel viso tondo, la figura leggermente in carne, i
lunghi capelli biondi e gli occhi di chi ne aveva viste tante avevano un ché di
rassicurante.
«La copra con qualcosa di impermeabile se deve farsi la doccia.»
si rassicurò.
Provai una sensazione di umido sul viso. Forse stavo ancora
perdendo sangue.
«Mi scusi...» dissi. La mia voce arrivò da un punto lontano nel
mio corpo. «Credo di avere del sangue sul viso.»
L’infermiera tamponò gli zigomi e le orecchie. «Non è sangue, sono
lacrime.» disse piano. «Sta piangendo.».
Respirai molto lentamente. Aria dentro, aria fuori, aria dentro,
aria fuori. Così mi avevano insegnato.
Che vuol dire che sto
piangendo? Forse lacrimo un po’, ma se piangessi me ne accorgerei, non le pare?
Non dissi nulla, di nuovo.
«Lei non sta bene, e non mi riferisco alle ferite.» disse
trascinando uno sgabello vicino al letto. Si sedette, prese la mia mano sana e
la chiuse tra le sue. «Perdoni se mi permetto, ma è chiaro che lei non sta
affatto bene.»
Era la prima volta che qualcuno mi parlava così. Nemmeno mia madre
si era mai resa veramente conto di cosa mi marciva dentro. Ogni volta che
passavo a trovarla, dopo la morte di mio padre, mi chiedevo come fosse possibile
che non sentisse l’odore acre e dolciastro del mio dolore. E come lei tutti
quelli che incrociavo ogni giorno.
Non ero più un corpo, una presenza fisica. Ero altro.
Quando camminavo per strada avevo l’impressione che nessuno mi
vedesse. Credo sia così che succede quando finisci nei reietti. Smetti di
esistere e poco importa se ti metti a gridare. Nessuno ti sentirà mai. Nessuno
ti ascolterà. È un grido che muore ancora prima di nascere. Sono parole che ti
cadono in fondo all’anima e tu lo sai che è lì che resteranno, per sempre.
Siamo essere invisibili io e te, abitiamo in un piano inferiore
rispetto alla loro realtà. Non ci
piace salire in superfice e se lo facciamo è solo per sopravvivere. Ma loro non
ci vedono. Non possono vederci, e forse nemmeno lo vogliono. Lo sai anche tu
vero?
Provai allora a indossare la mia solita maschera e mi illusi che
potesse funzionare. Dentro però ero un cumulo di macerie. E il terremoto non
era ancora finito.
«Ho una certa esperienza in questo.» disse abbassando lo sguardo e
il tono della voce, poi aggiunse una parola che puzzava di dolore e sconfitta:
«Purtroppo.»
Non sapevo cosa dire, perciò non dissi nulla.
Lei invece non si fermò. Era come una valanga che ha iniziato la
discesa verso valle e niente la può più fermare: «Conosco una persona che è in
una situazione simile alla sua.»
«Va in giro a sfasciare specchi?» chiesi. Mi uscì così, di colpo.
Lei sorrise. «No, certo che no. Ha solamente perso la fiducia in
sé stesso. Esattamente come lei.»
Questa psicologia spicciola iniziava a darmi sui nervi. «Un
momento, cosa le fa pensare che io non abbia più…»
«Sst» mi interruppe portando l’indice davanti alle labbra. «C’è
qualcuno che l’aspetta a casa questa sera?»
Ancora quella sensazione di umido sul viso.
«Ho finito il mio turno, giusto il tempo di fasciarle la mano poi
esco. Che ne direbbe di venire con me in un posto?»
Non ne avevo voglia. E poi andare dove? A fare che? Pregai che mi
lasciasse in pace. Volevo tornare nel mio squallido bilocale, infilarmi nel letto
vuoto e piangere stringendo tra le braccia una bottiglia di gin. Questo volevo
fare.
La mia voce, che arrivò da non saprei dire dove, mi tradì: «Ci
penserò.»
Si voltò senza dire nulla e si dedicò alla fasciatura.
Presi un lungo respiro, serrai gli occhi e immaginai di volare
via. Un volo radente, nel silenzio assoluto, col vento che mi accarezzava il
viso mentre tutto era dolce e immensamente calmo. Immaginai di atterrare su una
montagna e di sedermi sulla cima. Tutto era piccolo e lontano visto da lassù.
Potevo respirare meglio, sentire meglio.
Quando è iniziato tutto
questo? La domanda era piantata nella mente come un chiodo nel muro.
Due anni prima, ma non potrei dirlo con certezza. Ero al funerale
di mio padre e avevo bevuto. La mia storia d’amore – l’ultima, visto che da
allora non ne ho avuta nessun’altra - era finita da pochi giorni. Mi fu
difficile stare accanto a chi non capiva perché passassi le notti in ospedale a
guardare mio padre che lentamente moriva. Feci l’unica cosa che potevo fare:
dissi basta e ci lasciammo.
Quel giorno seguivo il carro funebre in mezzo alla gente ma non
ero realmente lì, anche se non sapevo dove fossi. Ogni tanto qualcuno si
avvicinava per dirmi qualcosa. Io fingevo di ascoltare, annuivo e poi ritornavo
a chiudermi dentro il cappotto. C’era pioggia, me lo ricordo bene. Una pioggia
sottile e triste, come me.
Vissi i giorni successivi in una sorta di trance isterico.
Scattavo per un nonnulla, litigando con chiunque facesse o dicesse qualcosa che
mi urtava. Bastava un niente per rischiare risse continue, con chiunque. Un
giorno litigai furiosamente anche con un bambino.
E intanto il mio male cresceva.
Un paio di mesi dopo il mio datore di lavoro mi convocò nel suo
ufficio. Da dietro una scrivania elefantiaca, con indosso il suo doppiopetto
grigio, il sigaro cubano stretto tra i denti e un garofano rosso grande come un
pugno all’occhiello, pronunciò la sua
sentenza: «Non so cosa ti stia succedendo, né perché. Ho provato a capirti e
giustificarti e quindi... bla bla bla...».
Me ne andai sbattendo la porta prima di sentire la fatidica frase.
Sulla via di casa passai da un supermercato e comprai tutti i
superalcolici che potevo trasportare a piedi. Per le successive due settimane
il mondo fece a meno di me.
E in quel momento, mentre l’infermiera che voleva salvarmi stava finendo la medicazione
alla mano, guardai quei ricordi come si guarda una valle dalla cima di una
montagna. In lontananza.
«Ho finito.» disse alzandosi.
La mano mi comunicò con un paio di scariche di dolore che nulla
era cambiato e che apparteneva ancora al mio corpo. Era un dolore fatto di
lingue rosse di fuoco e fiamme. Mi lamentai.
«Le fa male? Non si preoccupi, è normale. Sta passando l’effetto
dell’anestesia. Ora le prendo un antidolorifico.»
Portò un vassoio con due pastiglie dentro e un bicchiere d’acqua.
«Ha riflettuto sulla mia proposta?» chiese.
Mandai giù l’antidolorifico e ancora un po’ mi strozzai. Speravo
se ne fosse dimenticata.
«Cosa ne dice allora?» mi incalzò ancora.
E poi accadde di nuovo quel che quasi sempre accade, ovvero che
senti di dover dire di no, vuoi dire di no, ma alla fine la tua bocca si
diverte un mondo a metterti nei guai.
«Sì, va bene.» risposi.
Lei si illuminò come se il sole fosse sorto in quel preciso
istante puntando tutti i raggi sul suo viso.
«Fantastico.» cinguettò terminando di sistemare i ferri e gli
arnesi dell’intervento.
Guardai ancora verso il soffitto e mi maledissi sottovoce. Mi
sentivo come un tronco che galleggiava su un fiume in mezzo al nulla. Non c’era
molto che potessi fare, se non seguire la corrente e pregare che dietro ogni
masso che incontravo non si nascondessero le rapide.
«Ah, mi chiamo Lisa.» disse prendendomi la mano sinistra e
scuotendola con entusiastica energia. «Ci possiamo dare del tu?».
Ero nella corrente e non avevo gambe e braccia per cambiare
direzione.
«Sì, certo.» risposi. L’educazione, almeno quella, mi era rimasta.
«Vado a cambiarmi. Ci vediamo in sala d’aspetto tra una decina di
minuti.»
Annuii e mi alzai con cautela. Mi sentivo ancora debole ma tutto
sommato riuscii a stare in piedi.
Percorsi il breve corridoio a passi lenti. Tutto intorno sentivo
un rumore sordo, un ciac ciac ciac
continuo che sembrava non avere origine. Arrivai nella sala d’aspetto e mi
lasciai cadere su una sedia vicino a una pila di vecchi giornali. Presi una
rivista, la posai sulle ginocchia e con la mano sana sfogliai distrattamente
una pagina dietro l’altra.
C’era un silenzio irreale tagliato solo da quel ciac ciac ciac.
Alzai lo sguardo, lentamente.
Dapprima vidi un paio di stivali neri con le punte spalancate,
come bocche oscene che volevano divorarmi. Dondolavano sospese nel vuoto.
Avanti e indietro, avanti e indietro, lentamente. Poi i pantaloni grigi, con
una banda rossa sui lati, infilati a sbuffo negli stivali. A seguire vidi la
giacca chiusa con tre bottoni d’oro e una fila di medaglie appuntate sopra al
cuore. Sul braccio una fascia rossa con una svastica nera su sfondo bianco, e
alla fine vidi una frusta ben stretta nella mano.
Era un nano vestito da ufficiale nazista. Dondolava i piedi nel
vuoto sbattendo un frustino di cuoio nero sulla mano aperta e mi guardava con
un ghigno carico di odio.
Era uno dei nani del mio sogno. E non era solo.
CAN YOU HEAR ME?
Sleeping
in the haze
three
steps after the moon
where
the church is marrying the synagogue
on a
carpet weaved of gold.
Living
in a dream
all
the pictures are gone
under
the weight of a shattered glass castle
no
one was saved wearing a blindfold.
Your
name is a glare that I saw through the faces left below
[A
crow swelled the glands]
while
I was exhuming the brave.
Behind
the window that no one knows, near the sign she appose
[I
wiped the dirt from my hands]
staring
in silence an empty grave.
Uscimmo nel parcheggio.
«La mia macchina è quella.» disse Lisa indicando un vecchio
cassone con le ruote.
Avrà avuto almeno cent’anni, metà dei quali passati a combattere
una logorante guerra nel traffico.
«Ha visto parecchie albe, lo so, ma va ancora alla grande!».
La portiera si aprì con un lamento. Mi lasciai scivolare sul
sedile di pelle rossa screpolata. Sentivo le ultime energie che avevo in corpo
andarsene via. Avrei voluto chiudere con la vita dentro quella macchina, magari
sparandomi un colpo di pistola in bocca. Mi venne da ridere al pensiero, perché
tutto sommato non mi sarebbe dispiaciuto morire dentro una bara di metallo con
una stella sul cofano. Très chic.
Lisa accese la radio e Simon & Garfunkel riempirono quello
spazio di mondo con uno dei loro classici arpeggi.
«È musica vecchia che non ascolta più nessuno lo so, però...»
Sul portaoggetti vicino alla leva del cambio c’era un pacchetto di
sigarette. Dio quanta voglia avevo di fumarne una. Le fissai con l’acquolina in
bocca, poi guardai Lisa.
«Prendile pure se vuoi. Non sono mie, sono di una mia amica. Le ha
dimenticate più di un mese fa ormai.»
Benedissi quella donna. Ne presi una e cercai l’accendino in
tasca. Per fortuna quello non l’avevo lasciato a casa.
Inspirai in profondità e poi soffiai fuori il fumo, molto lentamente.
Ci voleva, cazzo se ci voleva, pensai. Sentivo le sinapsi ricominciare a fare
il loro dovere.
«Dove stiamo andando?» chiesi.
Lei si grattò il naso senza staccare gli occhi dalla strada.
«Non voglio passare la mia vita a cucire ferite, capisci? È un bel
lavoro intendiamoci, ed è anche utile, ma a me piacciono più le ferite dell’anima
che quelle del corpo. Quindi mi sono iscritta a Psicologia. Ancora due esami e
poi finalmente mi laureo. Ho trovato un altro lavoretto e mi piace tantissimo.
Sarà quello il mio futuro.»
Teneva le mani strette sul volante e lo sguardo sempre fisso in
avanti. Non dava l’idea di essere una gran guidatrice. I lunghi capelli biondi
si muovevano al ritmo delle sue parole.
Fumai una sigaretta dietro l’altra mentre la strada s’infilava
veloce sotto la macchina. La situazione era grottesca. Stavo viaggiando nel
vuoto di una sera di Ferragosto in compagnia di un’infermiera bionda che voleva
fare la psicologa e che mi stava portando da qualche parte con l’assurda idea
di guarire il mio male, nonostante ci conoscessimo appena.
Per quel che ne sapevo poteva anche essere una pazza assassina
rilasciata con troppa fretta da un manicomio criminale. Di lì a poco avrebbe
usato un bisturi rubato in ospedale per tagliuzzarmi con sadica precisione.
La guardai sorridendo.
«Non hai ancora risposto alla mia domanda.». dissi scacciando, ma
non troppo, quel pensiero.
«Quale?».
«Dove stiamo andando di preciso?».
«Scusa. A volte perdo il filo del discorso.»
Io ho perso il filo della
mia vita, se ti può consolare.
«Lavoro part-time in una casa di riposo. Fornisco supporto
psicologico agli anziani.»
«Fantastico, quindi pensi che un raduno di vecchi possa farmi
stare meglio?»
«Quanto cinismo e comunque no, non è da loro che ti sto portando, o meglio, la persona che voglio farti
conoscere è un bambino.»
«Di bene in meglio, passiamo dai vecchi ai bambini. Non sto più
nella pelle!» dissi.
Lei però aveva smesso di ascoltarmi. D’altronde le valanghe mica
sentono le imprecazioni e le urla di terrore degli sciatori quando queste si
staccano dalla cima dei monti, no?
Chiusi gli occhi.
«Sì chiama Jacopo e ha dieci anni. Vive con suo nonno alla casa di
riposo da quando suo padre ha deciso di sparire dalla sua vita...»
«Cristo.»
«...due anni fa e da allora vive in una specie di mondo tutto suo.
Se ne sta tutto il giorno seduto nell’ingresso aspettando che il padre torni a
riprenderlo.»
Due anni, pensai. Più o meno quando il cancro bastardo che mi sta
divorando l’anima si è manifestato per la prima volta. E chissà da quanto tempo
me lo stavo covando al calduccio rassicurante di un’esistenza banale. Poi
pensai al bambino. Magari il suo padre
dell’anno aveva mollato il ragazzino il giorno stesso del funerale del mio padre dell’anno. In quanto a padri dell’anno sarebbe stata
decisamente una bella gara.
Lisa si aggiustò i capelli sul viso e io accesi l’ennesima
sigaretta. La strada intanto era solo spazio
mangiato da vecchi pneumatici secchi e affamati.
«E non è tutto.» continuò. «Seduto al suo fianco c’è suo nonno che
aspetta che il figlio torni. Un figlio che aspetta il padre e un padre che
aspetta il figlio. E tutti e due aspettano la stessa persona.»
Guardai fuori dal finestrino. Un uomo in completo scuro camminava
sul marciapiede reggendo in mano una dozzina di fili alle cui estremità erano
legati altrettanti palloncini colorati. Aveva il passo svelto di chi ha fretta
di rendere felice qualcuno.
All’improvviso un palloncino rosso si sfilò dal gruppo e volò via,
portato in alto dal vento. L’uomo si fermò e lo osservò salire velocemente nel
cielo scuro della sera. Qualche istante dopo riprese il suo cammino.
«È una storia molto triste, ma cosa c’entro io con tutto questo?»
chiesi guardando quella sfera rossa diventare sempre più piccola come un
ricordo che muore.
«A Jacopo fa bene incontrare persone nuove. È così solo dentro
quel posto. E credo che farà bene anche a te conoscere nuove persone,
condividere esperienze.». Improvvisamente, nel mezzo di quel discorso serioso,
scoppiò ridere. «E poi questa sera non avevi niente di meglio da fare, no?»
«Non capisco cosa ti sei messa in testa...» sbottai. Mi stavo
alterando. «Ci conosciamo da un paio d’ore, di me sai meno di niente e come per
miracolo hai trovato la cura a tutti i miei mali senza nemmeno preoccuparti se
la cosa mi può andare bene o no. Ma chi cazzo sei, la salvatrice del mondo in
camice bianco piombata sulla terra da un pianeta dove regna la bontà e l’amore
per il prossimo?». L’ultima parte del mio monologo fu un grido disperato
lanciato nel vuoto.
Ansimavo. Non so se fosse per via della frase che avevo sputato
fuori senza prendere fiato o per la rabbia che mi aveva colto.
«Ecco, siamo arrivati.» disse lei rallentando la macchina.
Svoltammo in un breve vialetto alberato che conduceva a un piccolo
parco con una villa rossa nel centro. Non aveva sentito una sola parola di
quello che avevo detto.
«Pochi minuti e poi ti riporto a casa.» promise.
«Ma io qui non ci volevo venire! Non voglio stare qui, non voglio
vedere nessun vecchio, nessun bambino.»
Lisa fermò la macchina e girò la chiave nel quadro. Il motore si
spense con un paio di colpi di tosse. Mi convinsi che non sarebbe più ripartita
maledicendomi per aver lasciato il portafogli casa. Avessi avuto i soldi con me
avrei preso subito un taxi.
«Forza.» intimò.
«Non mi muovo.»
Avevo l’aria decisamente incazzata. Incrociai le braccia sul petto
per dare più peso al mio rifiuto e feci una smorfia per sottolineare il mio
stato d’animo.
«Ti fanno male i punti? Se senti tirare è normale.» disse lei
incurante.
Scossi la testa. Evidentemente aveva scambiato la mia incazzatura
per dolore e forse tutto sommato erano la stessa cosa. La guardai scendere
dalla macchina. Non si era minimamente smossa dal suo intento. Nulla poteva
farle cambiare idea. Lei era la valanga fatta persona.
«Ora andiamo però.»
«Non mi fa male la mano.» puntualizzai. Per farmi capire meglio,
aggiunsi lentamente: «Non voglio venire. Tutto qui.»
Lei sorrise girando intorno la macchina, poi aprì lo sportello dal
mio lato. «Lo so ma verrai lo stesso.»
«Toglimi una curiosità: quante persone hai portato in questo
posto? Quanti disperati da pronto soccorso hai salvato con il tuo miracoloso
viaggio nella terra della redenzione e della misericordia?»
Lei strisciò la punta della scarpa sulla ghiaia disegnando una
mezza luna perfetta. «Nessuno. Solo te.»
Quel primato non mi fece stare meglio.
«E allora perché io? Perché?»
«Non lo so. Ho sentito che dovevo farlo e l’ho fatto. A te non
capita mai di sentire dentro che una certa cosa va fatta? Di avere un’urgenza,
come fosse una specie di missione o un obbligo verso qualcuno? Non lo so
nemmeno io esattamente perché, ma è così.»
«Cazzate.»
«Beh, non importa. Ora scendi per favore, dobbiamo andare.»
Stava diventando una scenetta patetica. Lisa assomigliava a mia
madre quando cercava di farmi fare qualcosa contro la mia volontà. E io stavo
opponendo lo stesso immotivato e cocciuto rifiuto.
«No.»
Si avvicinò e si inginocchiò al mio fianco. Io resistevo con
quanta più testardaggine possibile.
«E va bene.» disse. «Ti faccio solo una domanda: cosa hai sognato
nella sala d’aspetto poco fa?»
Le parole non vennero fuori come un’eruzione vulcanica. Non fu un’esplosione.
Fu piuttosto qualcosa di più lento e definitivo. Una marea incandescente che ti
sommerge partendo dai piedi. Tu cerchi di scappare, sai che devi scappare, ma non puoi farlo perché le tue gambe sono
bloccate da due possenti mani che stringono le caviglie. Guardi in basso e vedi
solo quella marea nera che lentamente si alza e inghiotte ogni parte di te. E
allora gridi, chiami aiuto e agiti le braccia. Ma intorno c’è solo desolazione
e silenzio. Non c’è nessuno pronto a lanciarti una fune o qualcosa al quale
appenderti. E te ne stai lì ad affogare piano piano, mentre nella tua testa
tutto gira vorticosamente come in un fottuto circo del cazzo.
Tu sai che posso farlo,
tu sai che lo farò.
Avrò torto o ragione,
ma non voglio scoprirlo
adesso.
Tu sai che posso farlo,
tu sai che lo farò.
Prenderò il destino per le
spalle,
mentre il mondo sta
bruciando
e riderò pensando ai giorni
che
ho guardato finire da dentro
un bicchiere.
Tu sai che posso farlo,
tu sai che lo farò.
Perché in fondo è questo che
siamo:
promesse da ripetere all’infinito.
Senza mantenerle mai.
«Se te lo dicessi probabilmente impazziresti.» ansimai.
«E tu dimmelo lo stesso. Non sarà il primo racconto strampalato
che sento.»
Ripensai a quello che avevo sognato e fu come respirare lacrime
mescolate a lamette, mentre il cuore lottava e annaspava per mantenermi in
vita.
Avevo visto uno dei nani
vestiti da nazista del mio sogno nella sala d’aspetto del Pronto Soccorso. E
non era solo. Accanto a lui c’era la bambina coi capelli biondi. Stringeva la
bambola tra le braccia e alla bambola mancava la testa. La testa era per terra,
tra i piedi della bambina fasciati in un paio di immacolate scarpette bianche.
Gli occhi della bambola erano spalancati e fissi su di me.
Improvvisamente arrivò il freddo.
Ma non fu una sensazione fisica che si può avvertire sulla pelle. Ce l’avevo dentro, nel cuore, nei polmoni, nel
fegato e nello stomaco. Era come se ogni organo interno si stesse ricoprendo di
un leggero strato di ghiaccio. Come la carne che si mette nel congelatore.
Poi la testa della bambola aprì la bocca e sibilò: «Non ci sono più specchi da rompere. Sono finiti,
finiti tutti. Cosa farai adesso?»
Mi puntava contro i suoi piccoli occhi neri.
Il nano si alzò imprecando in tedesco, sferrò un calcio alla testa
della bambola, che rotolò tra le mie gambe. I suoi occhi erano ancora aperti,
puntati sui miei come un’accusa senza appello.
«Hai rovinato tutto, ancora
una volta! Non bisogna interferire, mai, lo sanno tutti, ma a te non importa,
non ti è mai importato. Hai deciso di andare fino in fondo e dare così un senso
a tutto, ma sei troppo vile per farlo e allora hai preso una vecchia coperta
per nascondere l’odore nauseabondo della tua vita miserabile. Ma ricorda: prima
o poi tornano tutti a casa. Tutti.» Fece una piccola pausa poi aggiunse: «Non te lo dimenticare».
Non volli più vedere. Ne avevo abbastanza dei nani, della bambina
e della sua maledetta bambola. Chiusi gli occhi e tutto finalmente si colorò di
nero.
Lisa si alzò sospirando. «Cristo santo.»
Mi accessi un’altra sigaretta e soffiai il fumo contro il
parabrezza lurido.
Lei mi guardò dritto in faccia con le mani piantate sui fianchi.
Non aveva più molta voglia di parlare, o almeno così mi sembrò. Aveva la faccia
stanca e credo che in parte fosse dovuto al mio racconto. Guardai l’orizzonte
farsi sempre più scuro, come i miei pensieri.
«Andiamo. E ora.» disse.
La supplicai in silenzio, ma fu come sbattere su un muro di gomma.
Non c’era niente che potessi fare, ormai mi era chiaro. Scesi dalla macchina e
la mano mi fece un male da piangere.
Lisa sorrise appena e poi si incamminò. Io le andai dietro come un
pulcino che segue la chioccia, anche perché non avrei saputo dove altro andare.
La casa di riposo era in una vecchia villa che dominava la città
da una collina appena fuori il centro. Per accederci dal parcheggio avremmo
dovuto salire una scalinata in pietra che sembrava essere lì dall’inizio dei
tempi. Ai lati della scalinata le due balaustre terminavano in basso con
altrettante colonne quadrate sormontate da due palle di cemento parzialmente
coperte di muschio. Sulla colonna sinistra c’era una frase scolpita: scala
santa / ora et moriar, mentre sulla destra: in memoria / vivimus.
Entrambe le scritte mostravano i segni di un pianto lungo secoli.
Salimmo lentamente. Lisa mi stava davanti e io la seguivo in
silenzio. L’ostinato rifiuto che avevo posto sino a poco prima stava sfumando.
Al suo posto giunse una nuova e inaspettata sensazione. Per la prima volta da
parecchi mesi non avvertii quella pesante solitudine mortale che mi assaliva
sempre al termine di un giorno sprecato.
In cima c’era la villa. Aveva le facciate rosse spellate dal tempo
e le imposte mostravano i segni della mancanza di manutenzione. Sul fianco
sinistro due bifore incorniciavano un soffitto fatto di travi di legno e
ragnatele. Lisa mi disse che dietro la villa si trovavano quelle che una volta
erano le scuderie e che ora servivano come deposito. Il tutto dava l’idea di un
luogo dai grandi fasti passati e irrimediabilmente perduti, come le anime che
vivevano al suo interno e che aspettavano l’arrivo della morte.
Mi fermai e mi voltai indietro. Il sole era basso all’orizzonte,
schiacciato da una grande mano. La città si stendeva immobile e silenziosa,
colma di altre anime in attesa.
Entrammo. Nel grande atrio un vecchio e un bambino stavano seduti
a guardare fuori. Il vecchio indossava un completo grigio con un papillon blu.
Aveva le mani posate su un bastone da passeggio piantato a terra tra le gambe e
sul ginocchio era posato un Panama ingiallito.
Il bambino era seduto su un trono fatto di libri. Aveva i
pantaloni corti, una maglietta rossa e i capelli spettinati. Stava leggendo una
copia rosicchiata dai topi de “il vecchio
e il mare” di Hemingway, e ogni tanto con la piccola mano bianca si
spostava il lungo ciuffo di capelli che scivolava sugli occhi.
Al loro fianco c’erano due valigie di pelle marrone.
Lisa avanzò di qualche passo e baciò entrambi sulle guance.
Parlarono per un po’ a voce bassa e non potei sentire quello che si dicevano.
Non mi azzardai a oltrepassare l’ingresso.
Lo stomaco fece una capriola tra le viscere e pensai che la cosa
migliore fosse girare sui tacchi, tornarmene in macchina ad aspettare che Lisa
finisse quello che era venuta a fare e poi farmi accompagnare a casa. Avrei
aspettato ore, se fosse stato necessario. Se solo avessi avuto i soldi avrei
potuto prendere un taxi per tornare in centro e da lì farmela a piedi fino alla
desolante e rassicurante tristezza del mio bilocale.
Ma non feci nulla di tutto ciò, perché non riuscii a muovermi di
un centimetro. Non metterò le parole in giostra, quindi dirò esattamente quello
che successe: sentii un paio di mani
posarsi sulle mie spalle, come se qualcuno da dietro si stesse appoggiando a
me. Ne sentivo la presenza, la forza e anche la supplica. Mi tenevano bloccato
dove mi trovavo, chiedendomi di non
andare via.
Non osai voltarmi.
Lisa mi guardò e mi fece un cenno.
«Loro sono Jacopo e Manuel.» disse. Il vecchio ed il bambino mi
squadrarono da capo a piedi.
Le mani posate sulle mie spalle si dissolsero come nuvole portate
via dal vento e io pensai di aver immaginato tutto. Mi avvicinai a fatica. I
piedi pesavano come marmo. Avevo i loro occhi puntati contro.
Alzai timidamente una mano senza dire manco ciao.
«Ti ha messo sotto un tir?» chiese il bambino.
Il mio aspetto era una vera schifezza. Le macchie di sangue sui
vestiti erano diventate grandi forme astratte color rubino. Anche le scarpe
erano striate di rosso. La mano ferita aveva una fasciatura grande come il
guantone di un pugile e il cerotto sulla fronte copriva a malapena il livido
che si stava allargando sempre di più. Avevo un gran bisogno di una doccia. E della mia bottiglia di gin, pensai.
«Qualcosa di simile.» abbozzai sorridendo.
Lisa si allontanò e io entrai nel panico. «Dove vai?»
«Ci metto poco. Vado a cercare una sedia, così potrete parlare più
comodamente.» rispose e io la guardai allontanarsi, poi guardai il vecchio e
poi guardai il bambino. L’imbarazzo salì come una marea indesiderata.
Datemi quella cazzo di
bottiglia di gin! gridò una voce nella mia mente.
Lisa riapparve poco dopo spingendo una sedia a rotelle. «È l’ora
della televisione. Tutte le sedie sono occupate e non ho trovato niente di
meglio.»
Io lì non mi ci siedo, le dissi con gli
occhi. Quella cosa puzzava di
vecchiaia e di morte.
Lisa non rispose. Lisa era una valanga.
«Ecco, qui è perfetto.» disse posizionando la sedia davanti al
vecchio e al bambino. Poi allungò una mano come a dire che diamine aspetti?
Io lì non mi ci metto, risposi scuotendo
la testa. La fissai con odio. Pensai a tutti i vecchi erano morti su quella
sedia, col mento appoggiato al petto, un filo di bava ciondolante dalla bocca e
gli occhi spalancati a fissare per l’eternità la loro misera fine.
Lisa mosse leggermente il mento in avanti: forza, siediti.
No, non io. Non lì.
Il bambino - non mi ricordavo più come si chiamava – chiuse il
libro, lo posò in grembo e si mise a fissarmi. Sentivo il suo sguardo scavarmi
dentro. Era come farsi fare una radiografia all’anima.
Guardai lui, guardai il vecchio, che sembrava perso in un mondo
tutto suo, e poi guardai Lisa. Guardai ancora il bambino, poi il vecchio e poi
Lisa. E di nuovo il bambino, di nuovo il vecchio e di nuovo Lisa. Era tutto
così surreale che ci sarebbe voluta una bomba nucleare per riportarci alla
realtà. Una bomba portata a spalla da quattro nani vestiti da nazisti.
Ah ah, buona questa!
Acconsentii e mi sedetti. E ora so che se non lo avessi fatto
avrei probabilmente perso quel tempo che per tutta la mia vita era stato così
difficile da trovare.
«Il tuo papà dov’è?» mi chiese Jacopo di colpo. Ecco come si
chiamava il bambino, si chiamava Jacopo.
Già, dov’è mio padre? Ma che
bella domanda! Vedi bambino di nome Jacopo, il mio papà in questo preciso
momento sta marcendo sotto un paio di metri di terra, coi vermi che gli escono
dagli occhi e dal naso, e la pelle che viene via dalla faccia come una vecchia
carta da parati si stacca da un muro ammuffito. E questo è quello che sta
accadendo al suo corpo. Per quel che riguarda la sua anima... beh credo si stia
facendo infilzare il culo – a questo proposito ti chiedo, bambino di nome
Jacopo, le anime hanno un culo? – vabbè non importa, poniamo che lo abbiano,
ecco dicevo che l’anima di mio padre se ne sta andando in giro per l’inferno
col diavolo che gli infilza le chiappe col suo forcone e che gli ripete ogni
secondo che razza di gran bastardo è stato in vita. Ecco dov’è il mio caro
paparino. Sei contento adesso? Ho soddisfatto la tua innocente curiosità?
Lisa mi guardò e io guardai Lisa. «È volato in cielo due anni fa.»
risposi.
«Almeno tu sai dov’è.» disse il vecchio, con la lentezza degli
anni passati. La sua voce era come una lima passata su un pezzo di metallo
arrugginito.
Quella frase mi passò attraverso come una lama e mi fece male in
un modo che non so spiegare. Un male abbagliante e feroce proprio al centro del
petto.
Il bambino annuì e io non potei far altro che assentire.
«Già, probabilmente è vero.»
Il vecchio decise che la lima doveva dare ancora qualche passata
su quel pezzo di metallo, per cavar via tutta la ruggine. «E sai anche che non
tornerà. Magari ci hai fatto pace con questa cosa, oppure no. In ogni caso tu
una certezza ce l’hai. Amen.»
«Amen.» ripeté il bambino.
«Amen.» fece eco Lisa.
La messa è finita, posso
andare in pace adesso?
Mi agitai sulla sedia a rotelle e questa iniziò a muoversi come
fosse dotata di vita propria. Lisa si avvicinò, la posizionò nello stesso punto
in cui era stata fino a un attimo prima e poi mise i fermi alle ruote.
«Così non ti muovi più.» disse soddisfatta e a me suonò come una
minaccia. «Bene, vi lascio soli. Devo parlare con la direttrice.»
La guardai come si guarda una persona che è uscita di senno. Lei
posò una mano sulla mia spalla, mi rassicurò con gli occhi e poi sparì nell’ombra
blu dell’atrio volteggiando come una falena in cerca di una luce.
Ci fu ancora silenzio fatto di imbarazzo e voglia di scappare via.
Ripensai a quando Lisa mi aveva chiesto se volessi andare con lei in un posto e mi maledissi ancora per
non averle detto di no. Immaginai che a quell’ora in tv ci potesse essere
qualcosa di interessante da vedere, magari un bel film in bianco e nero. Quanto
avrei voluto starmene a casa mia a bere e fissare lo schermo senza pensare a
niente.
Mi guardai in giro. Non c’era nulla che potesse attirare la mia
attenzione, nemmeno un quadro nel quale perdermi dentro finché Lisa non fosse
tornata. Era tutto così vuoto.
«Hai qualche rotella fuori posto?» mi chiese Jacopo.
«Scusa?».
Alzò le spalle. «Se sei qui non è per via dell’incidente. E sei
troppo giovane per finire in un posto come questo.»
«Incidente? Quale incidente?»
«L’hai detto tu che ti ha messo sotto un tir, o qualcosa di
simile.»
Mai raccontare bugie ai bambini.
«Ah quello...» balbettai. «Non è stato un vero e proprio
incidente.».
Sentii vampate di calore incendiarmi la faccia mentre cercavo le
parole migliori per spiegare cosa mi era successo. Non le trovai e decisi di
usare la via breve. «Ho solo fracassato lo specchio del mio bagno con un pugno
e poi, mentre andavo al pronto soccorso sull’autobus, ho picchiato la testa sul
sedile davanti.»
Poteva bastare? Sperai fosse così.
Lui rise di gusto.
«Lo trovi divertente?»
«Sì che è divertente!» rispose tra una risata e l’altra, battendo
i pugni sul libro.
«E perché?»
«Lo sanno tutti che non si devono tirare pugni agli specchi, che
poi finisce che ci si fa male. Molto male.»
«Grazie dell’informazione. Terrò presente.»
«E poi come si fa a dare una testata sul sedile? Ah ah, questa poi!»
«L’autista ha frenato di colpo e...»
Jacopo scoppiò in un nuovo moto di risa.
«Ah ah, roba da mandare
in tv!» gracchiò ridendo e agitando le mani sopra la testa.
Poi accadde una cosa strana. Parlando con lui, e rivivendo tutto
quello che era successo quel pomeriggio, venne da ridere anche a me. In effetti
tutta la scena era maledettamente comica. O pateticamente comica, per essere
precisi.
«È ridicolo vero?» chiesi sentendo la mia bocca aprirsi in un
sorriso.
«Già.» rispose. Poi prese il libro che aveva in grembo e con
faccia seria se lo portò sotto il naso. «Mi piace l’odore dei vecchi libri.»
disse annusando profondamente.
«Piace anche a me.» convenni.
«Allora, hai qualche rotella fuori posto?»
Più d’una, se è per quello. Ma come si può a
dire a un bambino che da qualche tempo a questa parte hai solo voglia di
morire, che ogni scusa è buona per attaccarsi a una bottiglia e bere fino a
perdere i sensi, perché senti il peso del fallimento diventare ogni giorno
sempre più grande? Come spiegargli che vorresti solo diventare un puntino
minuscolo, come un palloncino rosso che vola via nel cielo scuro, e sparire da
questo mondo senza lasciare nemmeno il ricordo di te?
«Forse.» risposi e per la prima volta dissi la verità.
Lui non si scompose. In fondo anche se piccolo, aveva già avuto
modo di far conoscenza con la follia dell’animo umano. Era stato scaricato come
un pacco da chi si sarebbe dovuto prendere cura di lui e ora viveva in un posto
di persone parcheggiate dalle proprie famiglie in attesa della morte.
Mi guardò serio. «Due anni fa io e mio padre siamo venuti qui ad
accompagnare mio nonno. Io non volevo, è un brutto posto questo, volevo che il
nonno stesse a casa con noi, ma papà diceva che non era possibile, che nessuno
poteva accudirlo perché lui lavora e la mamma è morta. Così siamo venuti qui e
io ho pianto per tutto il tragitto in macchina. Il nonno mi ha stretto forte e
ho visto che anche lui piangeva, e allora ho chiesto a mio papà se potevo
fermarmi qui per qualche giorno, così il nonno si abituava e soffriva di meno.
Papà ha detto che andava bene. Si è inginocchiato davanti a me e ha detto: tra due giorni ti vengo a prendere. Ero
felice perché potevo stare col nonno ancora un po’ e anche il nonno era felice.
Papà è salito in macchina ed è sceso per quel viale alzando un mucchio di
polvere.»
Jacopo alzò la mano, chiuse il pugno e allungò l’indice indicando
lo stesso viale dal quale ero arrivato con Lisa. «Ci ha messo tanto tempo ad
andare via.» disse. Restò in silenzio per qualche secondo, poi aggiunse: «La
polvere, intendo.»
E poi tornò il silenzio ad avvolgerci come l’abbraccio amorevole
di una madre premurosa. Un abbraccio silenzioso, di quelli che quando ci si sei
dentro puoi sentirla dire: non
preoccuparti, andrà tutto bene, vedrai.
Mi rendevo conto di cosa poteva aver passato quel bambino e provai
lo stesso sentimento anche per il vecchio. Ma non potevo filtrare il mio male
attraverso il loro. Il male non diminuisce se messo in comune con altro male.
Forse può mescolarsi fino a confondersi, ma non si può placare. Resta, resta e
resta. Per sempre.
Avrei dovuto dirlo a Lisa. Avrei dovuto farlo anche a costo di
correre il rischio di non esserne capace.
«È tutta colpa vostra!» gridò una voce.
Saltai sulla sedia a rotelle. Un vecchio alto e magro emerse dalla
penombra in fondo all’atrio. Teneva le mani su un deambulatore, camminava a
passo lento e parlava con voce forte e potente.
«I laengeriani hanno
deciso di non venire più e la colpa è solo vostra!»
Rivolsi lo sguardo a Jacopo. Portai l’indice all’altezza della
tempia sinistra e lo roteai un po’.
«Un po’.» rispose sottovoce. «Però è simpatico. Io la storia la
conosco già, ma se vuoi...».
Non ebbi il tempo di dire niente.
«Raccontaci di Laenger!»
disse Jacopo con un tono di assoluta innocenza.
Il vecchio ci raggiunse trascinandosi a fatica e si piazzò al mio
fianco. A vederlo da vicino sembrava avesse messo il piede oltre i cento da un
gran bel pezzo. Gli occhi però erano vivi. Erano senza dubbio gli occhi più
vivi che avessi mai visto.
«Tu sai cos’è Laenger?»
chiese fissandomi con severità.
Scossi la testa.
«Certo che non lo sai! Tu guardi il cielo, ma quando lo guardi non
vedi! E allo stesso modo tutto il mondo guarda ma non vede» Poi concluse piano,
quasi con amarezza: «Razza di stupidi!».
Io mi limitai ad una alzata di spalle. Qualunque cosa avessi detto
sarebbe stata sicuramente sbagliata. Il vecchio si avvicinò e si chinò verso di
me.
«Cosa vedi quando guardi in alto?» mi chiese.
Stava diventando un dialogo surreale.
«Non so, le nuvole?»
«Esattamente. E cosa vedi quando guardi le nuvole?»
«Sempre le nuvole?»
«Questo succede perché hai perso la vista!» esclamò indicando il
petto all’altezza del cuore.
«In che senso?»
Sembrò spazientirsi. Tolse le mani dal deambulatore e si mise a
disegnare linee immaginarie sopra le nostre teste. Pensai sarebbe caduto,
magari spaccandosi un femore.
«Sulle nuvole, dal lato rivolto alla terra, c’è una landa abitata,
io l’ho vista. Ci sono splendidi campi arati e altri sono coltivati a grano.
Sono tutti alternati da lunghe strade bianche, con le case affacciate come le
donne un tempo si affacciavano al balcone per salutare l’innamorato. Il grano è
così giallo e l’erba così verde che nemmeno nei sogni puoi vederli, e poi ci
sono grandi alberi che proiettano dolci ombre sugli steccati e sulle siepi.
Questo mondo si chiama Laenger ed è
un mondo a testa in giù. Se tu avessi gli occhi giusti lo vedresti ogni volta
che alzi lo sguardo e c’è una nuvola nel cielo.»
Tossì forte e scatarrò per terra. Temetti che stesse per lasciarci
i polmoni, poi però si riprese e continuò: «È stato voluto da Dio, e ci ha
messo a vivere i laengeriani, che
sono i suoi angeli. Loro devono aggiustare le cose brutte che succedono qui
sulla terra e lo fanno modificando il loro mondo capovolto, capisci? Ecco
perché è così bello. Aggiustano il loro mondo per migliorare il nostro, ma non
sempre ci riescono. Lo hanno fatto altre volte in passato e ha funzionato, ma
ora non è più così. E sai perché? Perché noi siamo diventati troppo cattivi.
Nei piani di Dio quel mondo doveva essere lo specchio esatto del nostro. Ma
alla fine il loro è diventato molto più bello per la nostra insana capacità di rovinare sempre tutto.»
Quest’ultima frase fu come un calcio nello stomaco.
I suoi occhi erano fissi sui miei. Giuro su Dio che non sapevo
cosa rispondere. Un gin-tonic forse
avrebbe potuto darmi l’ispirazione giusta, ma non osai chiederlo. Mentre
pensavo a come uscirne con eleganza il vecchio si sporse sempre di più sulla
mia faccia. Sembrava un giunco piegato sotto il peso del tempo.
«Siccome Laenger è
diventato molto più bello e migliore del nostro mondo, e gli angeli non possono
più aggiustare le cose da lassù, allora Dio ha dato loro il permesso di
scendere sulla terra e provarci direttamente da qui. Ma non verranno, non
verranno!»
«Perché?»
Stavo lentamente scivolando in quella follia.
«Perché l’essere umano sarebbe capace di ucciderli! Facciamo
sempre così, dileggiamo tutto ciò che non conosciamo e se non è sufficiente
uccidiamo! Non capiamo, siamo così ignoranti e presuntuosi.» sibilò nei miei
occhi. «E i laengeriani non sono
capaci a fare la guerra. Non ne sono assolutamente capaci.»
Il vecchio si raddrizzò (potei sentire il rumore delle sue
giunture logore), rassettò la giacca e se ne tornò nelle catacombe in uno
strascicare lento e ritmato di ciabatte sul pavimento. Da parte mia realizzai
con stupore che non avrei mai più guardato una nuvola nello stesso modo di un
tempo.
«È simpatico vero?» chiese Jacopo.
Presi un lungo respiro. «Non so se simpatico sia la parola
giusta.»
«In effetti è, come dire... particolare...» disse il nonno. «ma
ognuno di noi lo è, a suo modo.»
«E poi la sua storia mi piace.» disse Jacopo alzandosi dal trono
di libri. «Mi piacciono tutte le storie».
Oltrepassò la sedia a rotelle dove cercavo a fatica di restare,
poi si fermò sulla soglia dell’atrio. Una piccola figura scura stagliata contro
un mare arancio.
«Da grande farò lo scrittore.» annunciò tenendo le mani incrociate
dietro la schiena, in una posa ieraticamente adulta.
La sicurezza con la quale pronunciò quella frase e la spietata e
dolce determinazione dell’intonazione mi costrinsero a fare di tutto per non
vomitarmi sui piedi. Jacopo sapeva perfettamente cosa sarebbe diventato da
grande, perché, in un modo che mi era del tutto ignoto, lo era già. Da parte mia non sapevo più niente di me. Non ricordavo
nemmeno se alla sua età, o negli anni a venire, avessi mai avuto anche solo un
briciolo della sua sicurezza nel diventare qualsiasi-cosa-volessi.
Poi riflettei che se anche fosse stato così, sicuramente avrei fatto di tutto
per tradire il mio sogno.
E ora mi chiedevo, guardando un bambino che in silenzio si
specchiava nel tramonto consapevole che il padre non sarebbe mai più tornato,
se c’era un modo, uno qualunque, per riavvolgere il nastro e tornare indietro
al punto esatto della mia vita nel quale avevo lasciato che mi perdessi.
Lisa tornò canticchiando un motivo di Simon & Garfunkel, credo Scarborough
Fair. Reggeva un vassoio con tre bicchieri. «Vi ho portato del the fatto in
casa. È dolce e fresco.»
Ne presi uno e lo scolai in un lampo. Non era quel che avrei
voluto, ma era la prima cosa liquida con un sapore decente che mandavo giù da
quella mattina. E anche a solidi non era andata meglio. Non riuscivo neanche a
ricordare l’ultimo pasto che avevo fatto.
«Jacopo, tu non ne vuoi?» chiese Lisa.
Lui sollevò una mano in silenzio, come fosse impegnato in chissà
quale importante pensiero e non volesse essere disturbato.
Lisa posò il bicchiere sul bracciolo del trono di libri, su una
copia rilegata in blu della Recherche
di Proust, e bisbigliò: «Lo lascio qui, nel caso volesse berlo più tardi.»
Aveva ragione. Il the era dolce e fresco come una carezza, o una
parola buona detta al momento giusto. Posai il bicchiere vuoto per terra, mi
asciugai le labbra con le dita e un ricordo cadde all’improvviso nella mia
mente.
«Jacopo, vuoi sentire una bella storia?». Non attesi la sua
risposta, sapevo che mi stava ascoltando. «Avrò avuto la tua età, più o meno.
Giocavo nel grande prato dietro la casa dei miei nonni. Era estate, faceva
caldo e l’aria era mossa da una brezza costante. In fondo al prato le lenzuola
bianche stese al sole disegnavano figure immaginarie con un sommesso flap flap flap. Io me ne stavo all’ombra
di un ciliegio a rimirare una vecchia statuetta di ceramica, una ballerina alta
non più di dieci centimetri, vestita con un tutù bianco e le scarpette ai
piedi. Non amavo particolarmente le statuette e tantomeno le ballerine, ma mi
aveva colpito la posa nel quale lo scultore – credo fosse un pezzo di
produzione industriale, ma a me piaceva pensare fosse l’opera unica di un
grande scultore – l’aveva bloccata per l’eternità: la gamba destra slanciata
all’indietro e le braccia alte e parallele sulla testa. Si reggeva unicamente
sulla punta del piede sinistro, incastrato su un piedistallo che rappresentava
una porzione di palcoscenico. Aveva il viso rosa, i capelli raccolti sulla nuca
e l’espressione seria di chi sta compiendo uno sforzo enorme.»
Jacopo era di nuovo seduto davanti a me, sul suo trono di libri.
Mi stava ascoltando con attenzione. Mi piegai in avanti e congiunsi le mani. Forse
stavo pregando.
«Posai la ballerina sull’erba appena tagliata ai piedi del
ciliegio. Mi stesi a pancia in giù, piantai i gomiti sul terreno, appoggiai il
mento sui palmi rovesciati delle mani e mi misi a fissarla. Eravamo vis-à-vis, come direbbero i francesi, io
e la ballerina bloccata per l’eternità in un attitude perfetto. Mentre la fissavo mi lasciai trasportare dall’immaginazione
e dentro i suoi piccoli occhi potei leggere una specie di supplica. Era come
se, guardandomi, lei mi dicesse: ti
prego, liberami. Lasciami continuare il mio ballo. Je vous prie, laissez-moi, laissez-moi! Udii
perfettamente il suono della sua voce, era come un flauto suonato al mattino: Laissez-moi, je vous prie. Io la guardai
e mi sentii così potente... Se ti libero,
ballerai per me? le chiesi. Oui, si,
te lo prometto. Ma ora ti prego, fai la magia, supplicò lei. Avrei esaudito
il suo desiderio e me ne sarebbe stata grata per l’eternità. Così posai un dito
sui suoi capelli neri di ceramica e poi dissi a voce bassa: Ecco, sei libera adesso. Lei mosse la
testa come a scrollarsi di dosso un sogno durato troppo a lungo, volteggiò
lentamente su sé stessa e iniziò a danzare. Le lenzuola sullo sfondo si
muovevano in una coreografia perfetta. La musica riempì il mio nostro mondo – nella
mia mente era il Notturno n. 20 di Chopin che mio nonno amava ascoltare
ogni sera, lo dico nel caso in cui tu voglia aggiungere a quest’immagine anche
la sua colonna sonora – e restai così, a pancia in giù sull’erba tagliata di
fresco, con il mento appoggiato ai palmi rovesciati delle mani e i gomiti ben
piantanti per terra. La guardai ballare fin tanto che non mi addormentai.»
Durante tutto il racconto non avevo alzato gli occhi dalle mani.
Dentro erano racchiuse le emozioni che provavo, le stesse che stavo cercando di
raccontare.
Presi coraggio e mi guardai in giro, in cerca di approvazione o
anche solo di un po’ di commiserazione. Era la prima volta che raccontavo
questa storia e fu un come trovarsi a fare un giro su un ottovolante nel bel
mezzo di una tempesta.
Avevo bisogno di sgranchirmi le gambe. Mi alzai e andai verso l’uscita.
Il sole era quasi scomparso all’orizzonte e l’atrio era sempre più immerso
nella penombra blu della sera. In lontananza c’era l’autostrada. Le luci dei
fari delle automobili formavano un lungo serpente rosso. Umani sulla via del
ritorno dopo un Ferragosto passato fuori città.
Prima o poi tornano tutti a
casa. Sempre.
«Quando mi svegliai la ballerina non c’era più.» continuai. «La
trovai accanto a una siepe, nell’angolo più lontano del prato, distesa sotto un
fazzoletto bianco che era volato da chissà dove. Era sempre bloccata nel suo attitude, ma...». Un brivido mi
attraversò la schiena.
«Ma?» chiese Jacopo.
Sospirai. «Sorrideva.»
«È una storia bellissima.» esclamò Jacopo. «Posso rubartela?»
Le prime luci della città cominciarono a brillare nella sera blu
scuro di agosto. Le guardavo accendersi una alla volta. Qualcuna ad est, poi su
a nord verso le montagne, poi a ovest e infine quasi sotto ai miei piedi. Non
sarà New York, ma anche qui abbiamo le nostre mille luci, pensai, e si
accendono come una manciata di diamanti gettati nel nulla.
«Certo.» risposi «Ora è tua e puoi farne ciò che vuoi.»
I suoi occhi brillarono come le luci giù in città.
Lisa si avvicinò, si sedette sul bracciolo fatto di libri e cinse
con un braccio le sue spalle magre. «Ne farai una storia bellissima, non è
così?» disse scrollandolo con dolcezza.
Lui non rispose, assorto com’era nei suoi pensieri. Mi chiesi dove
stesse volando con la mente, perché di sicuro in quel momento non era tra noi.
Solo che non c’era un vero e proprio noi
e se anche ci fosse stato io sicuramente non avrei saputo comprenderlo.
Avevo vissuto le ultime ore in un coacervo di situazioni al limite
del grottesco e ora mi trovavo nel mezzo di una serie dialoghi surreali con un
bambino, un vecchio e un’infermiera-barra-psicologa con la fissa di salvare l’umanità
intera. Un pugno d’anime in una sera d’estate.
Per quel che mi riguardava avevo la tendenza a incasinare le cose,
l’ho sempre avuta. Ma quella sera, davanti a un banale tramonto in compagnia di
quelle strane persone, mi resi conto che forse incasinare le cose non era poi
il male peggiore.
Lisa era diversa. Lei era una di quelle persone venute al mondo
con lo scopo di riannodare le fila di esistenze rovinate dal troppo vivere. Un
po’ come le sarte di una volta che riparavano gli orli dei vestiti sfilacciati
in mille fili penzolanti.
Lei voleva a tutti i costi rimetterci in sesto. Non sapevo se ce l’avrebbe
fatta o se per caso sarebbe finita anche lei col consumarsi, a scommetterci
avrei puntato tutto sulla seconda ipotesi, ma almeno ci stava provando.
«Voglio andare a cercare mio padre.» disse Jacopo, spezzando un
silenzio che odorava di quieta rassegnazione.
Ecco uno a cui piace sparigliare le carte, pensai.
Lisa restò immobile per qualche minuto. Posso solo immaginare la
tempesta che le si agitò nel cuore nell’udire quelle parole:
voglio cercare mio padre.
Mi chiesi come era stato possibile che in quei due anni nessun parente
si fosse preso la briga di bussare alle porte della casa di risposo. Va bene
che il padre dell’anno se ne era
infischiato sia di Jacopo che del nonno e d’accordo anche che la madre del
bambino era morta, ma trovai strano e in un certo modo inquietante il fatto che
nessun altro parente si fosse mai presentato per reclamarlo. Mi avvicinai a
Lisa e la chiamai da parte.
Credo che avesse capito le mie intenzioni, perché mi sussurrò con
voce tremante «Ti devo parlare. Ci sono alcune cose che Jacopo non sa di suo
padre.»
«Sì, ma non qui.» dissi sottovoce. «Andiamo fuori, ho voglia di
fumare.»
Lisa andò da Jacopo e il nonno per dire loro che mi avrebbe
accompagnato fuori. «Giusto il tempo di una sigaretta.» aveva promesso.
Naturalmente era una bugia. Mi raggiunse mentre ne stavo accendendo una presa
dal pacchetto in macchina. «Credo che per un po’ nessuno verrà a disturbarci.»
disse.
Soffiai fuori il fumo, con la faccia all’insù. Un corvo si posò
sul davanzale di una delle bifore a sinistra della facciata. Sembrava
incuriosito dalla nostra presenza.
«Di cosa non è a conoscenza Jacopo?» chiesi. Anche io, come il
corvo, avevo la mia dose di curiosità da soddisfare.
Lisa si ravviò i capelli con entrambe le mani. Aveva l’espressione
tirata. Fu la prima volta, ma non l’ultima, che la vidi così. Inspirò forte,
come a voler prendere coraggio, poi iniziò a parlare. «Il padre si chiamava
Jean Corte, ed era un figlio di puttana italo-francese.»
«Era?»
«Da quel che si sa è forse morto in un incidente d’auto sei mesi
fa, forse...»
«Cazzo! Ma… in che senso?». Tutti quei forse mi stavano disorientando facendomi girare la testa. O magari
era solo la fame che mi attanagliava lo stomaco.
«La sua macchina è uscita di strada in piena campagna, è finita in
un fosso, si è ribaltata come una frittata e poi ha preso fuoco.».
«Flambé!», esclamai. Voleva essere una battuta, ma Lisa non rise.
«Non hanno trovato molto di lui, o perlomeno nulla che potesse
rendere sicuro il riconoscimento. Di certo c’era solo un tizio morto
carbonizzato dentro un’auto intestata a Jean Corte. La polizia fece due più due
e chiuse il caso.»
«Amen.»
«Già, amen.»
Entrambi avevamo la stessa domanda che pendeva dalle nostre
bocche. Il mio interrogativo nasceva da un’ovvietà, la sua era invece la
versione retorica: perché nessuno lo aveva detto a Jacopo?
Lisa mi diede la risposta e fu come il fragore assordante delle
bombe nel mio sogno coi nani nazisti. «Jean Corte era stato sospettato di aver
ucciso la madre di Jacopo, e questo sospetto era in bella mostra su tutti i
giornali. Ho avuto il mio da fare a nasconderli tutti qui alla casa di riposo.
Saranno anche vecchi, alcuni pure rincoglioniti, ma leggono. E parlano. Arrivai
a sabotare anche la televisione.»
Se c’era un Dio, si era preso un bel periodo di ferie dalla vita
di Jacopo, pensai, o magari Dio era come un bambino annoiato dai tanti giochi
che possedeva.
Visti da una prospettiva divina Jacopo e la sua vita non avevano
forse un gran peso e lo stesso valeva per me e i miei fallimenti, ma mi sentii
profondamente in collera con Dio per la facilità con la quale si era
dimenticato di lui, di me e di tanti altri come noi.
E ce n’erano davvero tanti.
Lisa iniziò a raccontare e io ascoltai fumando una sigaretta
dietro l’altra.
Laura Cerri in Corte, la madre di Jacopo, era una ricca e bella
donna del nord, una di quelle le cui vite vengono raccontate nei giornali di
gossip a uso e consumo del popolo. Il padre di lei, Domenico, era uno di quegli
uomini tutti d’un pezzo che avevano fatto fortuna dopo la guerra. In città si
sussurrava di certi agganci non troppo ortodossi col vecchio regime, ma di
certo e provato non c’era nulla. Una volta tornata la pace aveva creato dal
nulla una fabbrica di lavorazione dell’acciaio e i soldi erano piovuti come la
classica manna dal cielo, nella più classica delle storie di provincia.
Domenico Cerri passò l’intera vita a lavorare. Niente
divertimenti, niente vacanze e nemmeno niente donne. A cinquantasei anni, forse
per paura di invecchiare in solitudine – e io lo so quanto possono essere
brutte certe notti passate da soli – prese in moglie la giovane segretaria.
Dopo due anni nacque Laura, unica figlia e unica erede di un impero stimato in
svariati mila miliardi.
A ventisei anni Laura si invaghì di Jean Corte, uno che aveva
mille sogni e un solo desiderio: non fare niente per tutta la vita,
possibilmente in una bella villa con piscina, camerieri e ogni genere di lusso
immaginabile. Il vecchio ovviamente non approvava quella relazione. Jean Corte
era come un chiodo piantato in un piede (doloroso e pericoloso), ma non poté
fare molto. E così fu. Si sposò e al vecchio non restò che farselo andare bene.
Domenico Cerri non era però uno stupido. Assunse Jean nella sua
fabbrica in modo da conoscerlo meglio e al tempo stesso tenerlo d’occhio. Forse
c’era dell’ingenuità di provincia in tutto questo, in ogni caso alla fine non
ebbe il tempo di fare né l’una né l’altra cosa. Un paio di giorni dopo l’ingresso
di Corte in azienda Domenico morì d’infarto. Laura ereditò una cifra spaventosa
e il giorno dopo Jean, credendo di aver raggiunto il suo scopo, si licenziò.
«Non aveva fatto i conti con Laura e con suo padre.» concluse
Lisa.
Accesi un’altra sigaretta benedicendo ancora quel pacchetto e chi
lo aveva lasciato in macchina. Fortunatamente era quasi pieno, perché restare
senza sigarette in una sera come quella sarebbe stato come affrontare a nuoto
una traversata oceanica con ai piedi gli scarponi da sci.
«Te l’ho detto, il vecchio Cerri non era uno stupido. E c’era da
giurarci che nemmeno la madre di Laura lo fosse. Il patrimonio era al sicuro.
Tutti gli immobili erano intestati a Laura, come i titoli di stato, i pacchetti
azionari e chi più ne ha più ne metta, ma per volere di tutta la famiglia ogni
operazione di una certa rilevanza sul patrimonio doveva essere avallato con la
seconda firma della madre.»
In pratica Jean Corte aveva il culo posato su una montagna d’oro,
ma ci si poteva solo lustrare le chiappe. «A meno che...» dissi al corvo che
non la smetteva di fissarci.
«A meno che Laura Cerri non morisse.» terminò Lisa.
Ovvio. Non poteva essere diverso.
«Come è successo?»
Lisa si rabbuiò. «Volata giù dal decimo piano del loro attico in
centro.»
«E lui dov’era?»
«Nel suo ufficio, almeno così dichiarò alla polizia, ma nessuno
poté confermarlo.»
«Suicidio?»
«Trovarono un biglietto, uno di quelli che si usano come
ringraziamento dopo un lutto, con la fascetta nera su un angolo, scritto con la
sua grafia. Chiedo scusa se, diceva.
«Tutto qui? Solo chiedo
scusa se e nient’altro?»
Lisa annuì.
«Se...cosa?»
Alzò le spalle. «Se mi
uccido? È plausibile no?»
«Forse si, o forse Laura Cerri poteva aver scritto quel biglietto
in qualsiasi momento e, cosa più importante, per un qualsiasi motivo.»
Non poteva certo essere la prova inconfutabile di un suicidio.
«In ogni caso vennero interrogati tutti i vicini, il portiere e
pure i negozianti sulla strada. Nessuno aveva visto Jean Corte, o persone
sconosciute, nel caso in cui avesse ingaggiato qualcuno, entrare o uscire dal
palazzo prima e dopo il fatto. La polizia non indagò oltre e tutto fu
archiviato come suicidio.»
«Amen.»
«Amen.»
Stava diventando un rito e non mi piaceva.
Jean Corte ereditò qualcosa come dieci fantastilioni, tra
contanti, titoli e immobili. Ovviamente il vincolo della seconda firma cessò nel
momento esatto in cui Laura volò giù dal decimo piano. Il bambino ereditò la
sua parte e Jean fu nominato suo tutore legale e patrimoniale.
«Dov’era Jacopo quando sua madre...?» chiesi.
Domanda stupida. Era a scuola, come ogni bambino che si rispetti.
In una scuola privata, come ogni bambino ricco che si rispetti.
Per qualche mese Jean Corte sopportò la presenza del figlio. C’era
una schiera di tate e babysitter a prendersi quotidianamente cura di lui, ma
probabilmente era lo stesso come una palla al piede per lui. Quando poi al
padre di Jean cominciarono a mancare i venerdì per via dell’età e di una punta
di Alzheimer, il bastardo decise di
mettere a segno il secondo tiro della vita e in un colpo solo si liberò di
entrambi.
Fine della storia e fanculo
al lieto fine.
«Perché la nonna di Jacopo non si è mai fatta viva?» chiesi
spegnendo la sigaretta sulla ghiaia.
«Morta anche lei.»
Guardai Lisa, che capì al volo.
«Infarto, un mese dopo il funerale della figlia. Su questo non ci
sono dubbi.»
«Altri parenti?»
«Nessuno che io sappia.»
«Così il bastardo si è preso anche i soldi della suocera.»
«No, per fortuna no. Lei lasciò tutto ai poveri, con la chiesa a
far da tramite.»
Scrollai le spalle e risi immaginando una schiera di vescovi e
cardinali a lisciarsi le mani davanti alla cassa del tesoro. Più che uomini di
Dio me li immaginai come avidi pirati disposti a tutto, criminali in carne e
uncini fedeli solo al dio denaro.
«E ora?» chiesi.
Lisa sollevò le spalle.
Il problema era chiaro e in quel momento credevo anche che fosse
chiara la soluzione: Jacopo doveva sapere. Non tutto, ovviamente, ma almeno che
il padre era morto in un incidente.
Un padre cadavere non può
venirti a prendere, anche se lo volesse.
«Su tutto il resto si può sorvolare per adesso, anche se prima o
poi lo scoprirà. Se è fortunato succederà quando avrà messo un po’ di anni
dietro la schiena e magari non gli farà troppo male.» dissi.
Lisa se ne stava in silenzio a contemplare l’orizzonte, che ormai
era diventato una linea arancione stretta tra il blu scuro del cielo e il
grigio puntinato di luci della città. Si strinse nelle braccia, come a
ripararsi da un brusco calo della temperatura. Piccole gemme di sudore
scivolarono lungo le tempie. Sembrava avesse paura. Dopo poco scoprii che era autentico
terrore.
«C’è una cosa che ancora non ti ho detto.» disse a bassa voce.
In lontananza qualche colpo di clacson si dissolse nell’aria ferma
e incredibilmente calda. Ci fu un momento di assoluto silenzio, poi Lisa parlò:
«Ho visto qualcuno vicino a noi un attimo fa.».
Non saprei dire il perché, ma istintivamente pensai al corvo. Mi
voltai verso la villa, ma non lo vidi più.
«Chi?», chiesi con la voce che arrivava da un non luogo dentro di me.
Lisa inspirò lentamente, si strinse forte nelle braccia e poi
scacciò via la razionalità da quella sera di agosto come un Dio annoiato spazza
i suoi giochi dal grande tavolo del mondo: «Laura Cerri.» disse e il suo fiato
si condensò davanti al viso in una nuvola di nebbia bianca e fredda come la
morte.
Il cuore iniziò a battermi forte nel petto. Il tutto durò non più
di un paio di secondi, ma fu abbastanza da farmi vacillare sulle gambe.
Lei mi guardò e nei suoi occhi non c’era stupore. C’era la paura,
certo, ma anche tanta stanchezza. Capii che si stava prodigando tanto per quel
bambino non solo per pietà umana o solidarietà. C’era qualcosa di più profondo
e vitale. Era vera e propria protezione.
Cercai di parlare, ma non ne fui capace. Avrei voluto dirle che
non la credevo pazza e che a quel punto della mia vita niente mi avrebbe più
sconvolto. Ma forse sarebbe stata una pietosa bugia. La verità è che fui
letteralmente incapace di pensare.
Passarono alcuni secondi, o forse furono minuti. In ogni caso fu
solo silenzio. Ci guardavamo negli occhi senza dire nulla, come anime semplici
che condividevano un segreto troppo grande per poter essere raccontato.
Lisa rientrò alla villa e io restai fuori ancora un po’ a fumare.
Aveva detto a Jacopo e suo nonno che ci saremmo assentati giusto il tempo di
una sigaretta, ma avevo l’impressione che quel tempo si fosse parecchio
dilatato, come un elastico tirato da entrambe le estremità.
Avevamo convenuto che sarebbe stato il caso di mettere Jacopo al
corrente di quanto era successo a suo padre e Lisa era la persona più indicata
per farlo. Con una laurea in psicologia quasi in tasca e conoscendo a menadito
tutta la vicenda era l’unica che poteva trovare le parole giuste e forse Jacopo
avrebbe voluto che fosse proprio lei a dirglielo. Non è bello che sia una
faccia estranea a comunicarti che tuo padre è morto, anche se tuo padre è un
gran bastardo e ben gli sta.
E io ne sapevo qualcosa.
Scesi la scala santa,
passai il parcheggio e mi incamminai in discesa lungo il pendio a ovest della
collina. Era un bel prato abbastanza curato, con l’erba grassa e verde e molti
alberi da frutta che svettavano qua e là senza un preciso ordine.
«Ci vorrebbe una bella statuina per giocare, magari una
ballerina.» dissi al nulla.
Poco più in basso c’era un macigno grande quanto un pallone da
basket che usciva per metà dal terreno erboso. Lo raggiunsi e mi sedetti con le
ginocchia quasi all’altezza del petto. Guardai la mano fasciata e realizzai che
le mie ferite erano finite fuori dai miei pensieri, come fossero state relegate
in un angolo buio della mente. In cantina, per essere precisi. Ecco il termine
che usai, cantina.
È giù in cantina ci sono
cose che sarebbe meglio non vedere, non è così?
Rabbrividii nonostante il caldo. Forse era vero. Giù in cantina c’erano
cose brutte, cose che avrebbero fatto dar di matto a chiunque avesse avuto il
coraggio di darci un’occhiata.
Non scendere a guardare, è
meglio credimi. E poi tu rovini sempre tutto, tutto!
Era vero? Davvero rovinavo sempre tutto?
Con la mia vita avevo fatto un gran casino, questo era sicuro.
Avrei lasciato volentieri la cantina ben sprangata e al buio se... se Lisa non
mi avesse obbligato in qualche modo a guardarci dentro. Ma cosa c’entrava Lisa
con me? Non lo sapevo. E cosa c’entravo io con lei, il bambino e il vecchio?
Quel che sapevo, che era poco o tanto a seconda da dove si intendeva inquadrare
la questione, era che nella mia cantina
c’erano nani vestiti da nazisti e una bambina che ce l’aveva a morte con me
perché le avevo rovinato tutto. E
Lisa ci aveva aggiunto la presenza, diafana e impalpabile ma ugualmente reale,
di Laura Cerri. E lo aveva fatto immersa in un freddo che non aveva nulla di terreno e con il fiato condensato
davanti alla faccia, mentre io boccheggiavo nel caldo di Ferragosto a un solo
metro di distanza da lei.
E da Laura Cerri, pensai.
Un nuovo brivido strisciò lungo la mia schiena come un serpente
velenoso.
C’era quel pensiero e c’era anche altro movimento giù in cantina e io lo sentivo. Ma anche al
piano alto della mia mente non regnava la gioia e la serenità. La luce che
arrivava a quel livello non era abbastanza forte da rendere i miei pensieri
quantomeno presentabili.
La mia vita era uno schifo ed era colpa mia. Ergo, io ero uno
schifo. Semplice.
Mi alzai di scatto e per poco non ruzzolai per terra. La testa mi
girava senza sosta. Avevo fumato troppo senza mangiare niente. Il mio stomaco
era completamente vuoto e fumare non faceva altro che aumentare il senso di
debolezza. Mi incamminai verso la villa sperando ci fosse qualcosa da mettere
sotto i denti. Anche i vecchi mangiano, pensai, mentre mi arrampicavo a passo
svelto lungo il pendio. Poco magari, ma mangiano.
Lisa mi stava aspettando poco fuori l’ingresso. Aveva le braccia
incrociate sotto il seno. I suoi capelli si muovevano mossi da una leggera
brezza calda e il viso sembrava più sereno. Forse il freddo era passato, forse.
«Gliel’ho detto.» disse appena fui a portata di voce. «È salito in
camera con suo nonno. Non ha pianto, ma è chiaro che sta soffrendo.»
«Gli passerà, vedrai.» la rincuorai camminando con fatica. La
stanchezza mi avvolgeva come un’armatura e rendeva ogni mio movimento un’impresa
ardua.
«Il nonno invece se l’aspettava. Non me lo ha detto, ma sono
sicura che lo immaginasse. L’ho capito da come mi ha sorriso.»
Mi tornarono in mente le parole del vecchio: «Magari ci hai fatto
pace con questa cosa, oppure no. Ma almeno tu una certezza ce l’hai. Amen.»
aveva detto poco prima nell’atrio. Chissà se ora lui aveva fatto pace e chissà
se Jacopo sarebbe riuscito a fare lo stesso un giorno.
«Ho due domande per te.» dissi quando arrivai in cima.
Lei annuì ed entrò nell’atrio. Io la seguii ansimando per la
fatica. Appena dentro mi bloccai. I peli mi si rizzarono sulle braccia e alla
base della nuca. Dentro non c’era la normale frescura delle case vecchie, da
tre o quattro o gradi in meno. Dentro quell’atrio si stava realmente gelando.
E dovresti sentire qui sotto, disse una voce
nella mia mente, qui in cantina si
battono i denti così forte da farli saltare dalle gengive. Dovresti farci un
salto!
Scacciai quella voce, non so come ma lo feci. E un nuovo pensiero
si impossessò della mia mente: Laura Cerri era lì. Non potevo vederla ma c’era.
Alitai una nuvola bianca e per un momento, che durò poco più di un nulla,
intravidi qualcosa dietro la nebbia del mio fiato condensato, come un movimento
o il passaggio rapido di un’ombra. La nuvola si dissolse e con essa svanì anche
il gelo che l’aveva generata.
«Tutto bene?» chiese Lisa.
«Sì.» mentii, mentre il cuore dava poderose testate contro le mie
costole.
«Quali domande hai per me?»
«Dopo. Ora ho bisogno di mangiare. Sto morendo di fame.» dissi
guardando nel vuoto dell’atrio in cerca di quell’ombra che ovviamente non vidi
più. «Portami in cucina se puoi.»
«Seguimi. Qualcosa da mettere nella pancia lo trovo.»
Obbedii.
Aprimmo porte e percorremmo corridoi, finché arrivammo a
destinazione. La cucina non era molto grande. Sull’angolo a nord-ovest c’era un
grande camino che d’inverno avrebbe sicuramente sparso fuliggine e fumo per
tutta la stanza. Sul muro opposto una credenza degli anni Trenta faceva il paio
con un tavolo in formica azzurra.
«Ci sono degli avanzi da scaldare.» disse aprendo il frigorifero.
Il profumo del cibo mi rimise al mondo. Finii la pasta al pomodoro
in meno di due minuti. Non era buona, anzi, assomigliava più a un blocco di
impasto informe e acidulo che a qualcosa di commestibile, ma la fame che mi
stava divorando non aveva il palato fine. Voleva cibo per placare la rabbia e
cibo ebbe. Spazzolai la carne in umido coi piselli, bevvi almeno tre bicchieri
di un liquido rosa che sull’etichetta della bottiglia veniva spacciato per vino
e finii il tutto con una fetta di crostata dura come marmo. Nel complesso era
stata una cena da schifo, anche se ovviamente non l’avrei ammesso nemmeno sotto
tortura, ma mi aveva fatto stare meglio.
Lisa versò il caffè bollente in una tazzina alla quale mancava il
manico e poi si sedette davanti dall’altro lato del tavolo.
«Dimmi allora. Cosa vuoi sapere?» chiese rannicchiandosi sulla
sedia. Sembrava più giovane della sua età, molto più giovane. Ed era
spaventata, anche se faceva di tutto per non farlo vedere.
Provai a bere un sorso di caffè, ma bruciava come lava. Posai la
tazzina e mi accesi una sigaretta.
«La prima domanda te l’ho già fatta quando siamo arrivati qui. Ma eravamo
a un punto della nostra conoscenza nel quale le cazzate potevano essere anche
ammesse, e mi riferisco alla tua riposta.» Contorto ma efficace. «Ora però le
cose sono un po’ cambiate e credo che tu possa darmi una spiegazione un tantino
più...»
«Sincera?»
«Già.»
Un sorriso amaro come il caffè che fumava nella tazzina in mezzo a
noi le si disegnò sul volto. Assomigliava a un
ricorda che l’hai voluto tu.
«Mentre il dottore ti ricuciva la mano hai come perso i sensi, o
forse più semplicemente hai dormito. Fatto sta che hai cominciato a parlare.»
Sei sicura di voler
continuare? gracchiò una voce dalla mia
cantina.
Non capii se stesse parlando a me o a Lisa.
Sei veramente sicura di
voler guardare sotto? C’è roba da farti impazzire qui, roba che nemmeno immagini.
So di gente che dopo aver dato solo un’occhiata ha cominciato a ululare alla
luna e a mangiare i ragni. Vuoi davvero farlo anche tu? Lo vuoi davveeeeeero?
Mi battei le tempie con entrambi i pugni e una fucilata di dolore
mi ricordò che avevo una mano conciata male.
La voce finalmente tacque.
«Va tutto bene?» chiese Lisa spaventata. Evidentemente le avevo
messo paura.
«Solo una fitta improvvisa alla testa.» risposi cercando di
rassicurarla. «Ma ora è passata. Dimmi cosa ho detto.»
Sperai che quella voce non tornasse più, perché sapevo che se l’avessi
sentita ancora una volta avrei dato di matto.
«All’inizio solo parole confuse…» continuò lei «e lì per lì ho
pensato fosse lo stress delle ferite o l’effetto collaterale dell’anestetico. A
volte succede sai.»
Feci si con la testa, anche se in realtà non lo sapevo. Non sapevo
quasi più un cazzo ormai.
«Poi hai cominciato a dire cose più comprensibili, anche se sempre
a voce bassa. Non so nemmeno se il dottore abbia sentito e se ha sentito ha
fatto finta di niente.»
«Cosa ho detto?»
«Parlavi di nani, nani vestiti da nazisti e di una bambina con una
bambola in braccio. E poi.... poi hai chiesto scusa a qualcuno, l’hai ripetuto
più volte, molte volte per la verità. Chiedo
scusa se... chiedo scusa se... chiedo scusa se...»
La testa mi girò come se fosse finita su una giostra lanciata in
tondo a mille chilometri l’ora.
«Quando sentii quelle parole per poco non mi prese un colpo. Non
era un insieme disordinato di sillabe come a volte avviene nei sogni, ma era una
frase chiara e limpida come acqua.»
«Cazzo.»
«Poteva anche essere una coincidenza, ma sapevo che non era così.
Non poteva essere così, capisci?»
Annuii.
«Cosa stavi sognando?» chiese.
Spensi la sigaretta e bevvi il caffè. Scottava ancora, ma non era
più la lava liquida che avevo tentato di ingurgitare poco prima.
Risposi a voce bassa: «Il prologo, se vogliamo chiamarlo così, di
quanto ho sognato
(o visto)
nel pronto soccorso mentre ti aspettavo: nani nazisti che
inseguivano un vecchio e una bambina.».
«Racconta.» mi esortò.
Raccontai tutti i dettagli che ricordavo, concludendo con la
bambina che mi aveva rimproverato per aver rovinato quello che sembrava un rito
vecchio di anni.
«Ora penserai che il mio cervello sia andato definitivamente in
pappa.» dissi finendo il caffè.
Lei scosse energicamente la testa. «No, non lo penserai mai. E poi
se stai impazzendo allora io sono più pazza di te, perché dopo che hai detto
quella frase, la stessa del biglietto di Laura, ho capito che qualcosa legava
te a Jacopo.».
«Per questo hai voluto che venissi qui, per via della frase.»
«Già.»
Avrei voluto chiederle cosa avrebbe fatto se avessi imposto un
rifiuto netto e definitivo al suo invito, uno di quelli che non lasciano
appello, ma mi resi conto dell’inutilità della domanda. Qualcuno ridacchiò giù
in cantina e mi sembrò una risata
nervosa.
Forse Lisa aveva ragione. In qualche modo il sogno, la bambina
ti chiedo scusa se...
hai rovinato tutto, tutto!
i nani vestiti da nazisti, Lisa e Jacopo erano tutti legati da un
filo.
La coda di un palloncino
rosso che vola via nel cielo scuro di una sera d’estate.
No, non impazzii di colpo se è questo che pensi. Stavo solo
scoprendo che era possibile non voltarsi dall’altra parte quando quello che
vive in cantina si presenta ai nostri
occhi senza annunciarsi.
C’era una frase per questa situazione. Forse l’avevo letta da
qualche parte, o forse me l’ero inventata io, in ogni caso suonava più o meno
così: l’orrore è dentro di noi. Piaccia o
no, noi siamo solo le vetrine che servono a metterlo in mostra.
Potevo far finta di nulla e ignorarlo. Potevo anche assecondarlo e
non mi sarebbe costato niente. Sarebbe stato semplice dopotutto. Ma non fu così
che feci. Quella sera, senza dircelo apertamente, io e Lisa decidemmo che era
tempo di combattere l’orrore.
«Dimmi di te.» disse prendendo una sigaretta dal pacchetto sul
tavolo. Ce n’erano solo sei dentro. Mi chiesi se sarebbero bastate per una
notte che si preannunciava lunga oltre di ogni immaginazione.
Lisa portò la sigaretta alla bocca e mentre la osservavo sentii di
nuovo freddo. Alitai senza che lei se
ne accorgesse, ma non vidi nulla. Forse è solo stanchezza, pensai.
«Non sapevo fumassi.» dissi.
«Nemmeno io.» rispose lei.
Era nervosa, come me del resto.
Respirai a fondo e poi parlai.
Le raccontai di mio padre e di come ogni sera, da quando ne avevo
ricordo, picchiava mia madre. E se il prurito alle mani non era ancora passato
quando aveva finito con lei, beh c’era una razione pronta anche per me.
Raccontai anche dei miei tentativi di andarmene da quella casa, falliti come i
mille amori che avevano accompagnato il mio passaggio dall’età giovanile a
quella adulta.
Lei ascoltava in silenzio, interrompendo il mio racconto con
qualche colpo di tosse dovuto al fumo che invadeva i suoi polmoni ancora
vergini e lindi.
Rividi il giorno del funerale di mio padre e la faccia del mio
capo mentre mi consegnava la lettera di licenziamento e sopra ogni cosa vidi
me, col capo chino e le mani sul bordo del cesso, a vomitare ogni giorno tutto
quello che avevo bevuto.
Raccontai del mio misero lavoro in proprio, di quanto fosse
difficile tirare avanti per la crisi ma anche per la mia incapacità, dei debiti
che crescevano come funghi nel bosco senza che me ne rendessi conto, della
banca che aveva chiuso i rubinetti, dello sfratto che ormai stava diventando
esecutivo e dei miei sogni che, come fiori, erano appassiti uno alla volta per
mancanza di cure.
Gettai i miei fallimenti come un giocatore di poker lancia le
carte da gioco al termine dell’ennesima mano persa. Sentivo troppa stanchezza
addosso per poter bluffare ancora
Avevo sparso i miei pezzi di vita su un tavolo di formica azzurra
nella cucina fatiscente di una vecchia casa di riposo. Se avessi cercato di
immaginare un posto più assurdo dove sfogarmi, non avrei saputo fare di meglio.
Guardai Lisa. Era entrata all’improvviso nella mia disperazione
quotidiana e con lei Jacopo, il nonno e quella storia crudele del padre
malvagio. E improvvisamente mi resi conto che la vita altro non era che un
passaggio continuo da un luogo emotivo
all’altro. Forse era una cazzata, forse no. Ma tutto quello che accadde quel
giorno, e quel che sarebbe accaduto quella notte, fu come un viaggio, un vero e
proprio viaggio attraverso la paura e il dolore. E come ogni viaggio che si
rispetti, anche il mio viaggio aveva molte tappe. Quali di queste fossero solo
intermedie e quali invece sarebbero diventate definitive non mi era dato ancora
di saperlo.
Eravamo finiti in una terra di nessuno, quella che durante la
Grande Guerra divideva una trincea dall’altra, un non-luogo ai confini di quella che chiamiamo realtà. Dietro alle
nostre schiene c’era il mondo, quello vero, davanti avevamo lande oscure
coperte da un cielo avorio denso di nubi color piombo.
E quelli giù in cantina
lo sapevano. Avevano capito che stavamo per incamminarci in quella terra
desolata, la loro terra, il luogo
dove la morte sopravvive nel nero glaciale e le voci sono suoni acuti screziati
di terrore. Di lì a poco scoprimmo che non ce lo avrebbero permesso e che avrebbero
fatto di tutto per impedircelo. Con ogni mezzo.
«Che posto è questo?» chiedo.
Lui allarga le braccia e mi sorride. Indossa una vecchia tunica
grigia come la polvere. Non so spiegarmelo ma fisso lo sguardo sui suoi denti
marci, mentre ruota il busto da una parte e poi dall’altra.
«Bello vero?» risponde.
Il luogo è scuro, ghiacciato e puzza di muffa. Ci sono ragnatele
dappertutto, casse di legno vuote e mezze rotte, stracci sporchi gettati su un
pavimento lurido. Dal soffitto pende un cavo con attaccata una lampadina che
emette una fredda luce fioca e tremolante. Non ci sono finestre da aprire e non
c’è nemmeno una porta dalla quale scappare. Solo quattro mura a delimitare uno
spazio di tre metri per tre. Questa è la cantina.
Mi guardo in giro cercando una via d’uscita.
«Da qui non puoi filartela, lo sai vero?» mi dice. Sembra
soddisfatto.
Non rispondo.
Si gratta la testa. Pochi ciuffi di capelli radi e unti crescono a
caso sul suo cranio deformato. Il suo odore mi colpisce allo stomaco prima
ancora che al naso.
«Chi sei tu?» chiedo.
«Io sono l’Orrore.» dice.
Ho paura. Una fottuta e immensa paura.
Lui se ne accorge, rovescia la testa all’indietro e scoppia in una
risata roca. Migliaia di mosche volano fuori dalla sua bocca con un ronzio
isterico e subito dopo cadono a terra. È una pioggia che mi colpisce
dappertutto.
Cerco di togliermele di dosso, ma sono troppe.
«Che c’è baby? Hai paura?»
«Sì. Cosa ci faccio qui?»
Si accartoccia su sé stesso unendo i polsi davanti alla faccia e
muovendo le lunga dita ossute. Sembrano serpi che si agitano in un cesto.
«Cosa ci faccio qui?»
gracchia in falsetto. «Io sono una brava
persona, guardate che brava persona sono!»
La sua voce è un punteruolo conficcato nei timpani.
Si batte le tempie con i dorsi delle mani, poi si blocca come una
statua di sale.
«Credi davvero di essere una brava persona?» mi chiede muovendo le
dita lunghe, sottili e secche.
Lo guardo. Mi fa orrore. Lo stesso orrore che ho provato
guardandomi allo specchio.
L’Orrore si siede su una cassa di legno rassettando vecchia la
tunica grigia, schiarisce la gola e poi sputa un grumo di catarro per terra.
«Cosa ci faccio qui?» mi
schernisce ancora.
Ho paura che rifaccia la sceneggiata di poco prima. Non lo
sopporterei.
«Dovresti sapere perché sei qui.» dice annoiato.
«Non lo so.»
«Sei qui per ascoltarmi. È così che fate di solito no?»
«Non ti capisco.»
Sorride. «Lascia stare il bambino. Non sono affari che ti
riguardano. Tu e la troietta amica tua fareste meglio ad andarvene via.»
«Perché?»
Scatta in piedi come una molla. «Cosa ti importa di quel bambino?»
chiede spazientito. «Hai già i tuoi problemi! Perché devi caricarti anche i
suoi sulla schiena?»
Mi gira intorno. Il suo alito, un misto di marcio e morte, mi
stordisce. L’Orrore danza come un diavolo invasato.
«È solo un bambino, cazzo, non puoi mica occuparti di lui. A te
chi ci pensa eh? Te lo dico io, nessuno!».
Cerco di uscire dal centro della sua danza, ma ho i piedi
bloccati, come nel sogno della bambina e dei nani vestiti da nazisti.
«Andiamo dai, lo sai anche tu.» continua cantilenante. «A te non
ha mai pensato nessuno.»
Si avvicina. La sua bocca è spalancata e gli occhi sono fiumi di
lava impetuosi.
«Tutti se ne sono fottuti, il tuo capo, le persone che dicevano di
amarti, anche tuo padre se ne è fregato di te. Chi c’era con te quando ne avevi
più bisogno? Chi si è dato da fare per levarti dalla merda che ti stava
affogando?»
Sta facendo effetto. Sento l’odio crescermi dentro come una
febbre.
«Nessuno.» sibilo piano.
«Ecco, vedi che ho ragione? E se tutti se ne sono fregati di te,
perché tu dovresti dare l’anima per qualcuno che nemmeno conosci?»
«È vero.»
«Allora dammi retta. Fregatene di tutti e tornatene a casa.».
Posa la mano ossuta sulla mia spalla. Il gelo della sua pelle
passa attraverso i vestiti e invade il mio corpo.
«Non hai voglia di tornartene a casa e stenderti sul divano a
riposare e guardare un po’ di tv?»
Il gelo. Sento quel gelo muoversi lungo il mio corpo. Sono
incapace di pensare. Sento solo il gelo scendere e la febbre dell’odio salire
lungo le arterie.
L’odio è caldo, quasi bollente. L’indifferenza è gelida, come uno
strato di ghiaccio intorno al cuore. Mi chiedo quale tempesta si scatenerà in
me nel momento in cui si incontreranno.
«Ssssttt…» dice
portandosi l’indice secco sulle labbra blu e sottili come un taglio su una tela
grigia. «Non pensare adesso, non devi pensare. Devi solo andare via, in
silenzio. Non parlare con nessuno, nemmeno con la troietta infermiera. Lei
vuole solo fregarti, non le importa niente di te. Vattene a casa e non voltarti
indietro.»
L’odio è bollente e rosso, l’indifferenza è gelida e blu. E io?
Qual è il mio colore? La mia temperatura? Sono gelo o calore, calma o tempesta?
È l’Orrore a comandare? E l’indifferenza ne è sua complice?
Lui vortica intorno a me, come acqua marcia nello scarico del
cesso. Mi sta tirando giù, lo so, lo sento. Scivolo, scivolo verso il basso. Ma
non voglio, non voglio scivolare ancora. Per troppo tempo sono stato acqua
marcia.
Chiudo gli occhi e alzo le mani sopra la testa. Non mi sto
arrendendo, sto solo cercando di appendermi a qualcosa. Lui se ne accorge e la
sua danza si fa rapida e incessante. Sento la sua voce arrivare da ovunque
intorno a me. Perché l’Orrore è sinuoso e ha la forma di un turbante. E quando
ha terminato di avvolgerti si tramuta in serpente e allora senti le sue spire
stringersi forte sulle tempie e vedi la sua bocca spalancarsi per infliggerti
il suo bacio mortale.
Un pensiero si fa luce nella mia mente buia. L’Orrore se ne
accorge e grida con quanto fiato possiede. È un grido che non ha origine e che
spacca l’aria come la prua di una nave fende l’acqua.
Ora lo so, l’ho capito. La giustificazione alle nostre miserie
alberga sulla punta del dito che usiamo per indicare l’altro.
IL DEBOLE CANTO DELLA
RAGIONE
Cantami o Diva,
la grande illusione,
l’occhio sintetico dell’oppressione,
l’onda lunga del rifiuto a
ogni nuova affermazione.
Cantami o Diva,
il nostro amato cielo,
canta un motivo,
fuoco che forgia ferro a
catena,
ascolta Ulisse il triste canto
della tua pena.
Lungo scoscesi e neri pendii
corre veloce il mio pensiero,
il debole canto della
ragione gela il potere della parola.
Come tuono invade la terra,
come lampo illumina i volti,
Il debole canto della
ragione, il senso antico della parola.
Cantami o Diva,
l’iniqua condizione
di chi cerca l’odio nella
religione, di chi parla la pace
e scrive solo parole di odio
e distruzione.
Cantami o Diva,
il passato che torna, nuova
forma che dimentica
lo sguardo perduto di anime
bianche
rinchiuse dietro filo
spinato.
Lungo scoscesi e neri pendii
corre veloce il mio pensiero,
il debole canto della
ragione gela il potere della parola.
Come tuono invade la terra,
come lampo illumina i volti,
Il debole canto della
ragione, il senso antico della parola.
L’urlo di Jacopo saettò dalla camera fin giù nella cucina.
Mi svegliai di soprassalto. Stavo dormendo con la faccia
schiacciata sul tavolo di formica azzurra, gelato come la cantina che avevo
sognato.
«Jacopo!» gridò Lisa scattando in piedi. La sedia sulla quale si
trovava seduta fino a un secondo prima volò via come sparata da un cannone.
Girò su sé stessa, la scansò con un rapido movimento e si lanciò fuori dalla
cucina.
Io la seguii con la coda del sogno appesa alla gola come un
guinzaglio e per poco non finii faccia a terra inciampando in quella maledetta
sedia.
L’urlo.
Quale?
Intanto non cessava di fendere l’aria.
Corremmo su per le scale in direzione della camera di Jacopo.
Quando fummo a quasi un metro dalla porta questa si spalancò con un tonfo. Da dentro
non arrivava nessuna voce, nessun suono, eccetto che per un sommesso sibilo che
lentamente scemava.
Avevo le gambe pesanti come pietra.
Jacopo era seduto sul letto, pallido e coi capelli sudati
attaccati alle tempie. Stringeva nei pugni l’orlo delle lenzuola. Un sottile
rivolo di saliva colava da un angolo della bocca spalancata. Lo sguardo era
fisso sulla specchiera sopra al vecchio comò ai piedi al letto.
Lisa si avvicinò con cautela. Sulle prime pensai si trattasse solo
di un brutto sogno, uno di quelli che ti bloccano cuore e respiro se non ti
svegli per tempo. Ma c’era quel freddo
che copriva la pelle di brividi, e io sapevo che non veniva da un sogno.
Jacopo respirava forte. L’aria
davanti al suo viso era bianca d’umidità.
«Va tutto bene.» disse Lisa avvicinandosi. «Va tutto bene tesoro.»
Si sedette sul bordo del
letto, sopra lenzuola accartocciate come carta nei cestini. Spostò con
delicatezza una ciocca di capelli sudati dalla fronte del bambino, ripetendo
come un mantra che era tutto passato,
tutto finito. Jacopo non la sentì nemmeno. Continuava a guardare lo
specchio, filtrandone i contorni attraverso la grande nuvola bianca del suo
respiro ritmato.
Mi sedetti dall’altro lato. Il cuore scalciava forte nel petto,
mentre anche il mio fiato si condensava davanti al viso. Tutti i nostri fiati
diventavano nuvole bianche. Da un momento all’altro le minuscole gocce del
nostro respiro si sarebbero cristallizzate, facendo nevicare in quella stanza
come dentro una palla di vetro venduta come souvenir agli angoli delle strade.
«È passato. È passato.» ripeté lei come una preghiera, poi mi
guardò in cerca di una risposta. Non ne avevo neanche una.
Lei lo accarezzò piano sulla testa.
«Mettiti giù e dormi adesso.» disse amorevole.
Jacopo assentì, ma in modo automatico. Era in una sorta di trance
catatonico, così mi spiegò più tardi Lisa. Ci volevano delicatezza e decisione
insieme.
Mi alzai e l’aiutai a rassettare il letto, poi mi avvicinai alla
finestra e la spalancai. La temperatura iniziò salire. Una leggera condensa si
formò sui mobili. Passai un dito sul comò e lasciai una striscia asciutta
dritta come una strada.
Alzai gli occhi e ciò che vidi mi gelò il sangue nelle vene.
Sullo specchio, ormai coperto di condensa, qualcuno aveva scritto:
CHIEDO SCUSA SE
LUI VUOLE (incomprensibile)
NON PERMETTERO’
Lisa gridò e per poco anch’io non feci lo stesso, poi l’afferrai
per un braccio e la trascinai fuori, chiudendo la porta della camera alle
nostre spalle.
Lisa respirava forte a bocca aperta, come fosse emersa dalle
profondità del mare dopo un’apnea durata un tempo infinito. Si appoggiò con la
schiena a una parete e si lasciò scivolare a terra. Nascose la testa tra le
ginocchia, coprendosela con le braccia e poi scoppiò a piangere. Io non trovai
niente di meglio che sedermi accanto a lei e accendermi una sigaretta. Ero un
ribollire disordinato di terrore e domande.
«Quello non era un incubo.» pensai a voce alta.
«Lo so.» singhiozzò Lisa tirando su col naso.
Penso credesse che stessi parlando a lei. In realtà era a quelli
giù in cantina che mi stavo
rivolgendo. Non ci fu alcuna risposta.
Passammo alcuni minuti in assoluto silenzio, poi Lisa emerse dal
suo nascondiglio. Aveva la faccia paonazza e bagnata, le palpebre si erano
gonfiate e la bocca era ridotta a poco più di una stretta fessura. Finalmente
fece la domanda più ovvia e importante: «Cosa sta succedendo?»
La cosa buffa, ridicola, pazzesca, assurda.... trovalo tu l’aggettivo
che preferisci, era che nessuno di noi se lo era ancora chiesto. Fu come se porsi
quell’interrogativo equivalesse a prendere coscienza della follia nella quale
eravamo precipitati.
C’era stato il mio sogno, la frase ripetuta in ambulatorio, la
stessa del biglietto di Laura, la stessa... Cristo, mi si accappona ancora
adesso la pelle a pensarci… che era comparsa poco prima sullo specchio in
camera del bambino. C’era Lisa che aveva visto Laura Cerri, il suo spirito,
mentre parlavamo fuori.
E poi c’ero io, che avevo visto un’ombra
Non era lei!
(C’era ancora gente in cantina.)
Vattene, sei ancora in tempo!
nell’atrio. C’era tutto questo e forse molto altro ancora.
Mi strinsi nelle spalle. «Non lo so.» mentii.
Il mio cervello stava viaggiando ai duecento allora, forse anche a
causa della scarica di adrenalina che il corpo aveva messo in circolo, e così
cominciai a elencare tutto quel che sapevo, o credevo di sapere, secondo lo
schema dubbio o certezza: Laura Cerri era (dubbio) stata uccisa da Jean Corte;
Jean Corte era (dubbio) morto in un incidente d’auto; Laura Cerri aveva
(dubbio) lasciato un biglietto prima di morire; la frase del biglietto era
(certezza) la stessa che avevo pronunciato io durante il mio sogno coi nani e
la bambina; Lisa aveva (certezza) visto lo spirito di Laura Cerri; io avevo
visto (certezza) qualcuno nell’atrio; la frase del sogno e del biglietto si era
(certezza) materializzata sullo specchio della camera di Jacopo.
Presi due sigarette, le accesi e ne passai una a Lisa. I
singhiozzi stavano passando come un temporale che si dirige verso est dopo aver
scaricato la sua immensa quantità di acqua, fulmini e saette. In lontananza c’era
ancora qualche lampo seguito dal tuono, ma il peggio sembrava passato.
Controllai il pacchetto. La nostra personale scorta di tabacco
ammontava a tre sigarette. Mi chiesi se sarebbero bastate e conclusi di no.
«Forza.» proruppe lei soffiando nuvole di fumo davanti al viso.
«Ora puoi dirmelo.»
«Dirti cosa?».
«Abbiamo a che fare con un fantasma?»
Optai per una risposta sincera, che era poi l’unica possibile.
Lentamente ogni cosa stava andando al suo posto e la storia stava delineando la
sua fisionomia.
«No.» risposi con tutta la calma di cui ero capace.
Lisa mi guardò come si guarda chi è in procinto di salvarti la
vita o quasi. I suoi occhi si muovevano impauriti nelle orbite. La punta della sigaretta
tremava leggermente tra le sue dita magre.
Osservai il fumo disegnare spirali nervose sopra la sua testa, poi
con un sorriso tirato aggiunsi: «I fantasmi sono due.»
Lei sembrò non ascoltarmi. Si limitò a soffiare il fumo verso l’alto.
Restammo ancora qualche minuto in assoluto silenzio. Nessuno dei due aveva
intenzione di dire nulla. Non per il momento.
Quando Lisa ebbe finito la sigaretta si alzò e mi chiese di
accompagnarla a controllare Jacopo. Entrammo in camera e tutto sembrava
normale. Il bambino stava dormendo tranquillamente. Nessun segno di incubi o
altro. Guardai verso il comò. La scritta non si leggeva più. Per sicurezza
passai la mano aperta sulla superficie dello specchio. Il vetro era solo fresco. E in un certo senso la
sensazione sulla pelle fu rassicurante.
Provai a figurarmi chi
potesse avere scritto quella frase e la testa iniziò a girarmi forte. Certe
cose sono difficili da immaginare. Non ci volli pensare e strofinai più forte
che potei. Lisa mi osservava da un angolo della stanza con le braccia
incrociate sul petto. Era incredibilmente pallida.
Uscimmo chiudendo piano la porta e poi scendemmo in cucina. Avevo
bisogno di un posto tranquillo dove riorganizzare i pensieri. Ormai mi era
chiaro cosa stava accadendo.
Raddrizzai la sedia che Lisa aveva fatto cadere poco prima e la
invitai a sedersi. Lei obbedì, piantò i gomiti sul tavolo e nascose la faccia
tra le mani. Io presi la moka e preparai dell’altro caffè.
«Perché due fantasmi? Perché non tre, o quattro? Perché non tutti
i morti del mondo in un colpo solo?» chiese con la voce inquinata dalla
tensione.
La capivo. Era abituata a ragionare su un piano razionale. Come
infermiera conosceva bene i processi che regolano la vita e soprattutto la
morte. Sapeva che la morte era definitiva, che non c’era ritorno e che il corpo
era solo un involucro. E un involucro senza vita è solamente un oggetto
inanimato. Punto.
Avvitai forte la moka e accesi il fornello, poi mi sedetti al
tavolo davanti a lei.
«Ma tu non hai paura?» mi chiese. Aveva le mani giunte davanti al
petto.
«Da impazzire.» ed era vero. Ma c’era anche dell’altro. E non
sapevo ancora spiegarlo.
«Ascoltami con attenzione.» dissi accarezzandole il braccio con la
mia mano sana.
La mia teoria era semplice nella sua assoluta follia: Laura Cerri
si era suicidata ed era stata lei a scrivere il biglietto. Se qualcuno avesse
avuto in mente di fare una perizia grafologica l’esito sarebbe stato quello, ci
avrei giurato. Anche se nessun perito poteva stabilire quando era stato scritto
e a chi era indirizzato.
Il caffè borbottò nella moka. Mi alzai, cercai due tazzine pulite
e poi le riempii.
Io un’idea ce l’avevo, e mi bastò ricordare come mia madre reagiva
alle botte che mio padre le dava ogni stramaledetto giorno. Le prendeva quasi
in silenzio e quando lui aveva finito lei si rassettava i vestiti, tamponava il
sangue che colava dal naso e poi si metteva a cucinare. Come se niente fosse.
Ho passato la vita intera a chiedermi perché, ma fino a quella sera non avevo
mai trovato una risposta.
«Il biglietto era per il marito. Una richiesta di scuse per l’ennesima
colpa che lui le aveva lanciato addosso. Lei era convinta di meritarsi il suo
disprezzo e anche le botte, capisci?» conclusi porgendole la tazzina.
«No che non capisco!» rispose accigliata. «Nessuna donna merita di
essere picchiata e nessuna donna può davvero credere di meritarlo davvero.»
«Se a dartele è un uomo che ha passato buona parte del tempo a
dirti che sei un’idiota, che non vali niente e che tutto quello che fai è
sbagliato, alla fine credi di meritarti tutto il male del mondo. Mio padre lo
fece anche con me o almeno ci provò.»
Pensai a tutte le cose che lui mi aveva detto, a quanto impegno
mise nel cercare di distruggermi. E a quanto dolore ingoiai a causa sua.
«Jean Corte fece lo stesso con Laura.» continuai. «Non credo di
sbagliare se dico che tutto ebbe origine quando si rese conto che non sarebbe
stato facile mettere le mani sui soldi.»
Bevvi un sorso di caffè e subito mi venne voglia di fumare.
Guardai il pacchetto. Solo tre sigarette. Decisi di resistere alla tentazione.
«Quel figlio di puttana.» disse Lisa.
Alzai la tazzina. «Amen.»
Lei sorrise appena un po’. Non era molto, ma era pur sempre
qualcosa. E di quel qualcosa ne
avevamo un gran bisogno.
«Quindi l’ha spinta al suicidio?»
«Sì.» risposi. «Questo non lo rende certo meno colpevole di quanto
lo sarebbe stato se l’avesse scaraventata giù dal decimo piano con le sue
stesse mani.»
«Quel gran...»
Quel gran bastardo che poi morì. Perché forse Dio si annoierà
anche facilmente, ma quando è in vena tende a rimettere le cose in pari.
Raccolsi con il cucchiaino lo zucchero in fondo alla tazzina, così
come feci con i pensieri in fondo alla mente. Poi dissi ciò che volevo dire da
troppo tempo ormai. «Prima di cenare ho visto anch’io qualcosa nell’atrio.».
Lisa si irrigidì e istintivamente si voltò per controllare se
qualche spirito era appostato dietro la sua schiena.
«Ma non era Laura Cerri. Era Jean Corte, ora lo so.» conclusi.
«Sono qui tutti e due allora...» sussurrò e potei vedere i brividi
comparire su tutto il suo corpo. Potei quasi udirli. Era come ascoltare il rumore dell’acqua quando diventa
ghiaccio.
«In un certo senso si.»
«Cosa vuoi dire?»
«Che qui non è esatto.»
Non disse nulla, si limitò a sgranare gli occhi.
«Hai notato che nessun ospite della villa si è svegliato? Nessuna
infermiera è corsa a vedere cosa stava succedendo quando Jacopo si è messo ad
urlare? Ti sei accorta che è come se fossimo soli?»
Lisa trasalì e io capii che avevo ragione. Non che avessi
veramente bisogno di una conferma, ma la sua reazione in un certo qual modo mi
rassicurò. Non stavo impazzendo.
Ah, cosa ti credi? Ci vuol
poco a mettersi a ululare alla luna e mangiare i ragni, sai? Vattene finché sei
in tempo. Vattene! Adesso!
«Dio santo.»
«Siamo qui, fisicamente voglio dire. Jacopo è qui. Questa è una
casa di riposo ed è piena di vecchi, personale di cura e chissà chi altro. Ma c’è
un altro qui, una specie di...».
«Di dimensione parallela.»
«Esatto, sì. È una di terra di mezzo o terra di nessuno, possiamo
chiamarla in mille modi diversi, ma resta comunque un luogo dal quale puoi
vedere una e l’altra parte.»
Lisa prese una sigaretta. Faticò parecchio ad estrarla dal
pacchetto per via del tremore alle mani.
«Una striscia di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti,
insomma.»
Annuii.
«Sì, ma perché noi? Perché?». Poi di colpo si bloccò, con la
fiamma dell’accendino a mezzo centimetro dalla sigaretta. «Cristo, sono stata
io a portarti qui!» esclamò, e subito due sottili righe umide le solcarono il
viso.
«Ehi, no... tu non hai colpa. Non avevi idea di quel che sarebbe
successo.»
Fece un lieve cenno con la testa, ma era evidente che non mi
credeva.
«E poi ho fatto quel sogno e ho detto quella frase. È stato come
una specie di segnale, qualcosa che ti doveva far capire che ero io la persona
di cui avevi bisogno.»
«Bisogno per fare cosa?» chiese. Era sul punto di piangere ancora.
CHIEDO SCUSA SE
Alzai le spalle.
LUI VUOLE (incomprensibile)
«Jean Corte è tornato dall’oltretomba per prendersi il bambino e
Laura Cerri ha fatto in modo che noi ci trovassimo qui per aiutarla ad
impedirlo.»
NON PERMETTERO’
«Ma cosa possiamo fare noi?» chiese Lisa.
Scossi la testa. «Non lo so.»
«Te lo dico io: noi non possiamo fare niente, NIENTE! Cazzo, siamo
essere umani, siamo fatti di carne e sangue, capisci? E loro di cosa sono
fatti?»
Stava perdendo il controllo e io non potei biasimarla per questo.
«Lisa, dico davvero.... io... non lo so.»
Sbatté i pugni con forza sul tavolo facendo sobbalzare le tazzine.
«Dobbiamo andarcene di qui!» esclamò «Prendiamo Jacopo, suo nonno e scappiamo.»
La tua amichetta ha ragione,
ma lasciate qui il bambino!
«Non servirebbe a niente. Ci sono cose dalle quali non si può
scappare. E poi non credo sia una questione di luogo fisico. Qui o altrove
sarebbe lo stesso.»
Mi alzai e andai alla finestra. Erano quasi le dieci di sera e
tutto fuori sembrava tranquillo. Non c’era vento e faceva ancora molto caldo.
Troppo caldo, anche per essere Ferragosto. Mi appoggiai allo stipite della
finestra.
«Credo si sapere chi è la bambina del sogno.» dissi. «Hai
conservato i giornali che parlavano di Jean e Laura?»
«Sì.».
«Portameli per favore.»
Il rumore della sedia che si spostava echeggiò nel silenzio della
cucina seguito dai passi di Lisa. Fuori un gatto passò rasente una siepe.
Stringeva qualcosa tra i denti, forse un piccolo topo. Si voltò verso la
finestra da dove lo stavo guardando e si bloccò per qualche secondo. La sua
coda si muoveva nervosa nell’oscurità. Il gatto lasciò cadere la preda, inarcò
la schiena e i suoi occhi brillarono nel buio come due fari verde acido. Soffiò
mostrando i denti bianchi come la neve, poi scappò via veloce.
Tornò il freddo, insieme
a un bisbigliare sommesso dietro la mia testa. Voci concitate, sovrapposte e
lontane. Le sentivo ma non le capivo. Mi voltai di scatto. Un’ombra saettò
verso la porta della cucina e vidi un’altra ombra ferma dove poco prima si
trovava Lisa. Non aveva un contorno definito, non aveva nulla di umano. Ma io avvertii ugualmente che mi
stava fissando dritto in faccia.
«Aiutami a salvarlo.»
disse una voce femminile nella mia mente. Era fredda e metallica. Era la voce
di Laura.
Non riuscii a dire niente. Quell’ombra era ferma davanti a me. Una
nuvola di fumo grigio chiaro in sospensione. Ondeggiava leggermente, come mossa
da un vento
(il vento del tempo)
che io non avvertivo.
«Aiutami a salvarlo.»,
disse ancora. Poi l’ombra si dissolse, così come la voce, di cui sentii chiare
le ultime parole: «Presto lui sarà qui...
verranno... verranno... tutti.»
Lisa tornò coi giornali. Appena mi vide soffocò un urlo mettendo
una mano davanti alla bocca. La sua voce strozzata ebbe l’effetto di una
scrollata di spalle.
Respiravo come un mantice, avevo le mani lungo i fianchi e un’espressione
vuota negli occhi. Davanti al mio viso piccole nubi di nebbia si stavano
diradando come un incubo al mattino.
Ci guardammo per alcuni interminabili secondi. Entrambi sapevamo, ma nessuno dei due voleva
parlarne. Non subito, almeno.
«Hai trovato i giornali?»
chiesi barcollando verso la sedia.
«Non c’è molto, solo tre articoli.» rispose Lisa posando sul
tavolo una cartellina di cartoncino azzurro. Era scossa da tremiti violenti.
Mi sedetti e presi la testa tra le mani. Non sapevo cosa pensare.
Tutto quello che stava accadendo era così irreale e vero al tempo stesso.
«Impazziremo tutti?» chiesi a Lisa.
Stavo vacillando e non lo volevo più nascondere.
«Forse siamo già andati fuori di testa.» rispose Lisa, e nella sua
voce non c’era nulla di divertito o ironico. «E pensare che non ho mai creduto
ai...» non riuscì a terminare la frase.
«Io invece sì.» dissi.
Ed era vero. Ci avevo sempre creduto. E non solo ai fantasmi.
Credevo a tutto ciò che non si vedeva.
Ora però avevo le prove, ed era tutta un’altra faccenda. Laura Cerri aveva
scoperchiato il vecchio baule che stava nella soffitta della casa di campagna
dei mei nonni. E dentro quel baule c’erano la statuina della ballerina, i miei
sogni e i miei incubi infantili. Perché a volte i sogni sono un ponte tra il
nostro mondo e quello dei morti e a percorrerlo si rischia di impazzire.
Dentro quel baule c’era anche dell’altro però. C’ero io coi miei
fallimenti, le mie paure e le mie miserie. Era anche quell’io che quella mattina avevo cercato di uccidere nello specchio del
bagno di casa mia.
Ciò che più di ogni altra cosa volevo era chiudere quel baule e
ricominciare daccapo. Ma per farlo sapevo che avrei dovuto andare sino in fondo
a questa storia. E se da qualche parte c’era una fine già scritta per Jacopo, Lisa e anche per me allora ne volevo essere
totalmente partecipe.
Aprii la cartellina degli articoli, li disposi sul tavolo in
formica azzurra e iniziai a studiarli.
Poi capii.
Erano tre articoli apparsi sulla cronaca locale di un quotidiano
nazionale.
«Per un mese dopo l’incidente ho controllato ogni giorno la
mazzetta di giornali in arrivo nella villa. Questi sono gli unici articoli
usciti. Tutte le altre copie le ho gettate.» disse Lisa.
Il primo articolo, uscito il giorno dopo l’incidente di Jean
Corte, era poco più di un trafiletto.
Titolo: SCHIANTO NELLA NEBBIA, MUORE A 44 ANNI
Jean Corte, 44 anni, è morto ieri a seguito di un tragico
incidente. Poco dopo le otto di sera la sua potente fuoriserie è uscita di
strada nel tratto che unisce i due abitati di (...) e (...). L’autovettura,
forse per l’alta velocità e il fondo reso viscido dall’umidità della sera, è
uscita di strada e si è ribaltata più volte nel campo attiguo, finendo la sua
tragica corsa nei pressi di un grande ciliegio e prendendo quindi fuoco. I
soccorritori, giunti tempestivi sul posto, hanno dovuto attendere l’arrivo dell’autobotte
dei vigili del fuoco a causa delle alte fiamme che si sprigionavano dall’auto.
Una volta domato l’incendio, non si è potuto far altro che constatare l’avvenuto
decesso del guidatore.
Il giorno dopo uscì un nuovo articolo, che approfondiva un po’ la
vita di Jean Corte.
Titolo: RICCO EREDITIERE MUORE NEL ROGO DELLA PROPRIA AUTO
Era uno dei più ricchi e controversi personaggi della nostra
regione l’uomo deceduto due giorni fa in un drammatico incidente stradale. Jean
Corte, 44 anni, ha perso il controllo della sua potente fuoriserie ed è morto
carbonizzato nel rogo sviluppatosi successivamente allo schianto contro un
ciliegio.
Corte, di famiglia modesta, era apparso agli onori della cronaca quando,
circa tre anni fa, la moglie si suicidò gettandosi dal decimo piano del palazzo
nel quale la famiglia viveva. Laura Cerri, questo il nome della sventurata
donna, era la figlia di Domenico Cerri, ricchissimo e potente industriale dell’acciaio.
All’epoca del suicidio della moglie Jean Corte fu iscritto nel
registro degli indagati (l’allora procuratore Francesco Malfatti parlò di atto
dovuto) a causa di una telefonata anonima al nostro giornale che indicava
proprio nel Corte l’assassino della moglie. Furono però sufficienti pochi
giorni di indagine per stabilire che l’alibi fornito dall’uomo risultava
reggere ai vari confronti di polizia, e il caso fu quindi archiviato. La morte
della moglie portò a Jean Corte un’eredità faraonica, che non fu mai quantificata
con esattezza tale era l’ingente patrimonio di famiglia. Su Jean Corte rimase l’ombra
del dubbio e in molti sussurrarono di un suo possibile coinvolgimento nella
morte della moglie, sussurri che non si sono ancora spenti nonostante il
tragico epilogo dell’altra sera.
La cosa che mi colpì fu che non c’era nessun accenno a Jacopo. Di
solito sui giornali, in casi come questo, la frase “lascia un figlio di 10 (o
quanti siano) anni” compare sempre, ma non qui, non in questi due articoli.
Poi però arrivò il terzo ed ultimo articolo, uscito una settimana
dopo la morte di Corte.
Titolo: OMBRE NEL PASSATO DI JEAN CORTE
Jean Corte, l’ereditiere scomparso la scorsa settimana in un
incidente stradale, potrebbe avere un passato ricco di misteri. Il condizionale
è d’obbligo in questa storia, ma tuttora la tragica morte della moglie è
avvolta dal mistero.
Proveniente da una famiglia modesta, padre carpentiere e madre
casalinga di origine francese, Corte aveva legato il suo nome a quello di Laura
Cerri, figlia di Domenico Cerri, ricchissimo magnate dell’acciaio. Laura Cerri
morì in una fredda mattina di novembre precipitando dal decimo piano del
palazzo nel quale risiedeva con il marito e il figlio di appena sette anni. Al
momento della tragedia Laura Cerri era stranamente sola in casa. La stranezza
risiede nel fatto che proprio quella mattina Jean Corte aveva concesso, senza
apparente motivo, una giornata di ferie al personale di servizio, composto da
una governante e dall’autista personale della signora Cerri. La notizia che
riportiamo è suffragata dalla testimonianza di M.P e G.S., all’epoca dei fatti
dipendenti appunto di Laura Cerri, e regolarmente depositata agli atti. Vale la
pena ricordare che a seguito di approfondite indagini Jean Corte venne ritenuto
completamente estraneo ai fatti e per gli inquirenti non vi fu dubbio alcuno
sul suicidio della donna. Ma allora perché Jean Corte aveva concesso la
giornata libera alla governante e all’autista, lasciando così sola in casa una
persona con conclamate, a suo dire, tendenze suicide? Abbiamo provato a
intervistare i due protagonisti della vicenda, ma nessuno dei due ha accettato
di parlare con il vostro cronista.
Una ulteriore stranezza in questa apparentemente semplice seppur
drammatica storia sta nello stato in cui si trovava l’appartamento di Laura
Cerri al momento dell’ingresso della polizia. Siamo riusciti a entrare in
possesso di una delle fotografie scattate dalla scientifica e che vi proponiamo
a lato (...)
Guardai la foto. Sembrava una scena post-terremoto. Si vedeva una
porzione di quello che doveva essere un soggiorno o forse uno studio. In primo
piano c’erano due poltrone Chesterfield di pelle chiara. Una era rovesciata su
un fianco, mentre l’altra era stata scarnificata da un oggetto molto tagliente.
L’imbottitura era sparsa tutt’intorno alla scena. Dietro le due poltrone c’era
una libreria a parete. I libri erano stati gettati ovunque alla rinfusa. Tutta
la scena trasmetteva una spaventosa violenza.
«Guarda, guarda meglio.»
bisbigliò una voce di donna alle mie spalle.
Sobbalzai e per poco non feci venire un infarto a Lisa. Sudava
dalla fronte e si rosicchiava nervosamente le unghie. Alzai una mano, come a
tranquillizzarla, poi seguii il consiglio della voce.
Osservai con attenzione e quando vidi quel particolare fu come
guardare un treno mentre ti arriva addosso.
«Cristo santo!» esclamai.
Alzai gli occhi verso Lisa e a stento trattenni un urlo. Era
seduta come una scolaretta diligente, con le gambe sotto il tavolo, la schiena
dritta e le braccia posate parallele sul tavolo di formica azzurra. Aveva il
viso sereno, ma gli occhi erano spenti. In piedi dietro di lei, vestito con un
completo scuro, una camicia bianca e una sottile cravatta scura, c’era Jean
Corte.
Il terrore si infilò in ogni pertugio del mio corpo. Mi alzai
lentamente, ma non fu una mossa studiata. Fu puro istinto.
La cucina era precipitata di nuovo nel freddo. Misurai il respiro di Lisa da come il suo alito le si
condensava davanti al viso. Era calmo e regolare e io provai invidia per lei.
«Oh lei sta bene, non preoccuparti. Sta dormendo.» disse Jean
Corte accarezzandole una spalla. La sua non era una voce, non come la
intendiamo noi almeno. Alle mie orecchie arrivò come un bisbiglio roco e appena
percettibile. Aveva la consistenza di una folata di vento e risuonò nella mia
testa come il gracchiante e insistente invito a fare un giro al manicomio.
Ci fissammo e nemmeno questo fu esattamente così. È solo che non
trovo un modo migliore per spiegarlo. Sentivo il suo sguardo addosso come mille
occhi puntati, ma non riuscivo a vederne l’origine. Le orbite si stagliavano
sul suo viso grigio come macchie scure cerchiate di viola su un lenzuolo
stropicciato. Nel mezzo della sclera tinta di rosso c’era un vuoto assoluto e
infinito, un pozzo del quale non riuscivo a vederne la fine.
«Lo prenderò e non potrai farci niente.»
Altro vento mi colpì in faccia ululando nella mia testa.
«Nemmeno la tua amichetta potrà farci niente.»
Indietreggiai di qualche passo, urtai la sedia che cadde quasi
senza far rumore, e mi bloccai contro la parete a lato della finestra.
Lui non si scompose. Se avesse voluto farmi del male non avrei
avuto scampo. Cazzo, avrebbe potuto uccidermi di paura anche solo muovendo un
dito. Con la mano tastai il muro alle mie spalle. Cercavo una via d’uscita,
laddove sembrava non esserci.
«Non sarò io a impedirtelo, lo sai.» dissi pescando le parole in
anfratti sommersi della mia anima.
Lui rise rovesciando la testa all’indietro e il suono atroce di
quella risata invase tutto il mondo. Tutti lo stavano sentendo. Nella villa e
non solo, anche nella città, nella nazione e nell’universo intero. Mi era
impossibile credere che non fosse così. Poi pensai a dov’ero, a quel posto
senza luogo e senza tempo dove, per una ragione che mi era del tutto sconosciuta,
avevo finito con l’abitare. In quella landa intermedia tra il mondo dei vivi e
quello dei morti si stava consumando la nostra storia. E nessuno al di fuori di
me e Lisa ne era a conoscenza. Nessuno avrebbe potuto sentire o vedere
alcunché.
«Certo, certo. C’è lei,
vero? Laura.»
Non risposi.
«Lei vuole distruggermi.» continuò. «Era lei la bambina del tuo
sogno, lo sai?»
Rimasi ancora in silenzio.
«Era lei con la sua piccola bambolina di plastica, la stessa che
poco fa hai visto nella fotografia, quella che...»
D’improvviso la moka del caffè schizzò dal fornello fin sulla
parete opposta, attraversando come un fulmine lo spazio fisico che ci divideva.
Volò un piatto, seguito da un bicchiere. Poi il tavolo cominciò a traballare e
capii che a muoverlo era la rabbia, pura e disperata, di Laura Cerri.
Lei era lì, con noi.
Jean girò la testa da un lato all’altro in piccoli scatti nervosi,
come un lupo rabbioso che fiuta una preda. La stava cercando ma non riusciva a
vederla. La temperatura in cucina era scesa allo zero termico.
«Ti annienterò!» minacciò furioso Jean. «So come farlo e lo farò!»
La sua frase mi schiacciò alla parete come lo spostamento d’aria
di un’esplosione.
Poi fu solo buio.
Quando rinvenni Lisa era china su di me. Fu come una sensazione di
déjà-vu. Per un momento pensai di
essere ancora al pronto soccorso e di aver sognato tutto. Nel momento in cui
realizzai dov’ero scoppiai in un pianto senza freni.
«Stai bene?» mi chiese.
Era evidente che non si era accorta di nulla e che non ricordava.
Mi chiesi quale potere quelle entità avevano su di noi, e se il cadere in trance
potesse essere una sorta di difesa autonoma o se invece era erano loro a
causarlo.
Optai per la seconda ipotesi e rabbrividii. Jean Corte avrebbe
potuto mettermi in pausa con il solo
schioccare delle dita (ma non solo me, poteva mettere in pausa tutto il mondo se solo lo avesse voluto cazzo), prendersi il
bambino e chiudere così la faccenda. Ma non l’aveva fatto. Era evidente che
qualcosa – o qualcuno – glielo
impediva.
Sentii la mano di Lisa passare tra i miei capelli e i singhiozzi
cominciarono a diradarsi.
«Hai avuto un mancamento.» disse.
La guardai sorridendo appena. «Già.» Preferii non dirle nulla
riguardo il mio vis a vis con Jean
Corte. Sarebbe stato troppo difficile da sopportare, anche per una come lei.
Mi alzai e andai a recuperare la moka che Laura Cerri aveva
scagliato dall’altra parte della stanza, raccattai gli articoli, li arrotolai,
posizionai l’accendino su una estremità del rotolo e diedi fuoco. Aspettai
qualche istante e poi gettai tutto nel camino. Una manciata di coriandoli neri
si alzò in volo, danzando sopra le fiamme, poi dopo qualche secondo non ci fu
più nulla da bruciare e di tutta quella storia rimase solo il ricordo nella
nostra mente e un filo di fumo che lentamente saliva verso la canna fumaria.
«La bambina del mio sogno, quella con la bambola di plastica, era
Laura Cerri.» dissi preparando il caffè.
Lisa non ne fu sorpresa. «Avevo già pensato che potesse essere
lei, anche se non capisco il motivo per cui nel sogno ce l’aveva con te.»
Le avevo rovinato un rito,
ma era andata veramente così? Riflettei sulla possibilità che i miei sogni o le
mie visioni, includendo anche quello
che vidi nella sala d’aspetto del pronto soccorso, nascondessero una specie di
messaggio subliminale o qualche informazione che potesse mostrare ai miei occhi
una verità nascosta. Forse, più semplicemente, avevo fatto un collage onirico
di paure e frustrazioni, all’unico scopo di darmi una mossa a prendere per mano
la mia vita.
«Non credo abbia più importanza adesso.» risposi.
Proposi a Lisa di andare fuori. Erano da poco passate le undici e
la sera stava diventando una magnifica notte stellata.
Ci sedemmo su due sedie nel piccolo parco della villa. A destra c’era
una vasca tonda con al centro una fontana alta un metro e mezzo. Alcuni pesci
rossi nuotavano pigramente nella vasca incuranti di quanto stava accadendo
fuori dal loro mondo.
Mi guardai intorno. La luna era grande e piena nel cielo. Le
colline intorno a noi dormivano avvolte in un buio tinto d’argento. Gli alberi
al confine est del parco parevano guardiani
a protezione di uno spazio e di un tempo nel quale nessuno avrebbe dovuto
avventurarsi. Noi però avevamo oltrepassato il confine e ora non ci restava altro da fare che continuare il
cammino.
Ti potrà sembrare folle, me ne rendo conto, e forse lo è, ma per
la prima volta da parecchio tempo sentivo la vita scorrermi nelle vene
impetuosa come un torrente al disgelo. Poco importava se quello che stavamo
vivendo era al limite della comprensione umana e non mi curavo della follia e
dell’assurdità di questa storia. Non mi spaventavano le implicazioni che
avrebbe avuto sulla mia vita. Finalmente mi sentivo parte di qualcosa e ne
partecipavo. Per farla breve, per la prima volta in tutta la mia vita avevo un ruolo.
Perché è questo ciò che cerchiamo. La sensazione di frenetica
attività è il motivo per cui ci alziamo la mattina e ci diamo dentro fino alla
sera. E non è nemmeno una questione di risultati. Ciò che veramente importa è l’essere
in gara.
Negli ultimi anni avevo voluto solamente nascondermi, e Dio solo
sa quanto ne fui capace. La mia abilità nel mimetizzarmi alla vita era
cresciuta giorno dopo giorno, fino a farmi letteralmente sparire.
«Sono in debito con te.» dissi
Lisa mi fissò senza capire.
«Se tu non mi avessi chiesto di venire qui oggi...»
Lasciai la frase in sospeso. Era evidente che la mia serata
sarebbe terminata in un modo del tutto diverso, ovvero in un mare di alcol e
lacrime. E mi vergognai per questo.
Lisa alzò una mano. «Sono io che devo ringraziare te. Non è da
tutti fare quel che hai fatto tu.»
Alzai le spalle. Non avevo fatto molto e certamente non sentivo di
appartenere all’olimpo degli eroi.
«Ora cosa succederà?» chiese.
«Passerò la notte nella camera di Jacopo.» dissi.
Lei strabuzzò gli occhi.
«E io?» chiese.
Mi sembrò delusa e la capii. Era stata lei ad aver visto Laura
Cerri per la prima volta, ed era quasi certo che avesse ricevuto l’incarico di
portarmi qui, un’informazione instillata in qualche angolo buio del cervello e
che l’aveva fatta agire in modo automatico e non cosciente. Ma ormai aveva
esaurito il suo compito. Ora toccava a me.
Pensai ai nani vestiti da nazisti. Nella follia di quella
situazione era plausibile che fossero sentinelle poste a protezione del mondo
nel quale Jean Corte viveva. E se c’erano dei guardiani sulla soglia di quel
limbo che stava al confine con il mondo dei morti, allora forse dovevano
essercene altri a protezione del nostro mondo. Jean Corte in qualche modo aveva
oltrepassato quel confine contando su un fatto: chi doveva vigilare non sapeva di doverlo fare. E quel qualcuno potevo essere io.
Ma non era tutto.
La mia infelicità, la disperazione e il cancro che mi stavano
mangiando l’anima erano le armi da contrapporre alla follia e alla malvagità.
Jean Corte lo sapeva e ne era spaventato. Ecco perché cercò di farmi impazzire
nella cucina materializzandosi davanti ai miei occhi. Temeva, più di ogni altra
cosa, i lampi di vita nuova che esplodevano nella mia mente.
Come l’effetto che la luce
del giorno ha sui vampiri, così l’Orrore può essere sconfitto dalla vita.
Avrei dunque cercato di salvare Jacopo e Jacopo avrebbe salvato
me, perché è così che l’umanità può sopravvivere a sé stessa: salvandosi
reciprocamente.
Sorrisi appena all’ironia della situazione. Solo ventiquattr’ore
prima l’idea di salvezza sarebbe
quanto di più grottesco e lontano potessi immaginare.
«Ho paura.» disse Lisa. «Per Jacopo e per te.»
«Lo so.»
Presi il pacchetto di sigarette dalla tasca e guardai dentro. Ne
erano rimaste solo due. Glielo porsi. «Le fumeremo domani mattina dopo
colazione.» Era una promessa.
Lisa si rannicchiò sulla sedia e chiuse gli occhi. «Vorrei che
quest’incubo finisse adesso.»
Non dissi nulla e mi incamminai verso la villa.
I miei passi pesanti sulla ghiaia suonavano come i rintocchi a
morto di una campana immersa nella notte e il portone spalancato dell’ingresso
pareva un vecchio amico pronto ad accoglierti con le braccia protese in avanti.
Salii i gradini delle scale che portavano al piano delle camere
con stanca lentezza. Avevo una paura d’inferno e non mi vergogno a dire che fui
più volte sul punto di girarmi e darmela a gambe. Non lo feci ed è per me
motivo d’orgoglio, sai? Non solo per come sono andate le cose, ma anche per il
fatto di aver voluto andare fino in fondo.
Mentre mi avvicinavo alla camera di Jacopo la mia mente si svuotò.
Fu come se qualcuno avesse tolto il tappo in una vasca da bagno colma d’acqua:
i pensieri vorticarono fuori dalla mia testa in un risucchio di immagini e
parole. Dentro non restò che il nulla.
Percorsi il breve tratto del corridoio coi piedi che non toccavano
più per terra. Non stavo camminando. Scivolavo sul marmo del pavimento come un
oggetto inanimato, tirato, spinto, risucchiato verso il destino che lo stava
attendendo.
Arrivai alla porta e afferrai la maniglia, ma questa diventò
improvvisamente rovente e bruciò sulla mia pelle. Ritrassi la mano e dopo un
tempo che non so quantificare la maniglia si sciolse. Letteralmente. Guardai la
porta e fu come guardare attraverso il fuoco. Fiamme violente la stavano
avvolgendo. Indietreggiai per non restare ustionato e sentii gli occhi
diventare acqua nelle mie orbite.
Mi trovavo sulla soglia dell’inferno, ma non mi fermai. Nascosi il
viso nell’incavo del gomito destro, poi camminai in avanti con la mano sinistra
allungata.
Toccai la porta e sentii il legno. Era fresco, solido e vero.
Tolsi il braccio dalla faccia e la maniglia di ottone era al suo
solito posto. La sfiorai appena con le dita, poi la strinsi nuovamente nella
mano e la abbassai.
La porta si aprì e tutto mi sembrò normale. Jacopo stava dormendo
su un fianco, col viso rivolto verso alla porta. Il biancore della luna
filtrava dalle persiane donando alla stanza una luce asettica, sufficiente però
per muoversi senza andare a sbattere. Chiusi la porta alle mie spalle e andai a
sedermi sulla sedia a lato del comò. Lasciai andare la testa all’indietro,
respirando il più lentamente possibile e pregando che non mi venisse un
infarto.
Avevo realmente visto la porta bruciare? Sì. Era reale tutto ciò?
Non avevo dubbi. Cos’altro sarebbe successo? Non lo sapevo. E mentre i pensieri
stavano di nuovo riempiendo la mia mente sentii la voce della cantina arrivare
forte e chiara: è stato lui, un piccolo
giochino per tastare la tua resistenza. Ti è piaciuto?
Sorrisi al buio. Come inizio non c’è male, pensai.
Sei ancora in tempo. Vattene
prima che sia troppo tardi.
Mi concentrai sulla stanza e misi a tacere quella voce. Era una
camera piccola. Il letto di Jacopo occupava la gran parte dello spazio, pur
essendo un letto singolo. Dal lato opposto c’era il comò, con lo specchio dove
era comparso il messaggio di Laura Cerri. A destra del comò c’era la porta e
poi un piccolo armadio di legno scuro. A sinistra, sotto la finestra, c’era l’unica
sedia.
Appena le mie gambe furono in grado di reggermi mi alzai e portai
la sedia vicino alla testiera del letto, dal lato della finestra. In quella
posizione potevo tenere sotto controllo gli unici due punti di accesso. Jacopo
dormiva dandomi la schiena.
Ero lì, alla resa dei conti. Non stavo in posizione di difesa con
la guardia alta come i pugili e non avevo la fiera determinazione delle
leonesse quando vanno a caccia. Ero semplicemente in attesa, con la pace di chi
sta per affrontare una prova sapendo che sarà l’ultima, la totale, la
definitiva.
Sentii la stanchezza assalirmi con le sue onde languide. Allungai
un po’ la seduta e cercai di rilassarmi quanto più potevo, dopo qualche minuto
mi addormentai. Caddi dentro il nero assoluto di un sonno senza sogni.
Fu il gelo a svegliarmi.
Aprii a fatica gli occhi. Grandi nuvole bianche uscivano dalla mia
bocca spalancata. Mi girai verso Jacopo. Era seduto sul letto, in trance come
quando io e Lisa l’avevamo trovato... quando? Qualche ora fa? Ieri? Non
riuscivo a ricordare.
Mille pensieri diversi si sovrapposero nella mente. Ogni volta che
ne mettevo a fuoco uno subito ne arrivava un altro a rimpiazzarlo.
E la stanza non era più la camera da letto del bambino, era il
bagno di casa mia. Vidi me fissare la mia immagine allo specchio nell’atto di
colpirmi con il pugno. Subito dopo il pronto soccorso, Jacopo, l’autobus, il
funerale di mio padre. Una successione di immagini rapida e nervosa. Ero in un
cinema e qualcuno stava proiettando la mia vita tutto intorno a me. E poi c’erano
le voci, un’infinità di voci che mi circondavano. Bisbigli, parole, grida
lontane.
Balzai in piedi e vorrei dire che fu il terrore quello che si
impossessò di me, ma non fu così. Era oltre
il terrore, era un’esplosione dentro il mio corpo, era un disordinato muoversi
di muscoli e cellule, di pensieri accavallati e sensazioni portate al limite
estremo della sopportabilità. Era il primitivo e vero risveglio dei sensi e della capacità di percepire ciò che
avevo intorno.
Poi d’improvviso tutto cessò.
Per alcuni secondi ci fu solo il mio respiro a riempire di suono
quella stanza, che era tornata ad essere la camera da letto di Jacopo. Guardai
il bambino e i suoi occhi erano vuoti, privi di vita. Avrei voluto toccarlo,
scuoterlo come si fa con chi è in preda a una crisi, tirare i suoi capelli per
strapparlo al non luogo dove era
finito, ma non feci in tempo.
Le porte dell’armadio si aprirono cigolando. Dal suo interno
sbucarono due nani vestiti da nazisti. Gridai. Uscirono con fare marziale senza
dire una parola e si disposero ognuno ai due lati dell’armadio. Dopo pochi
istanti ne vennero fuori altri due, spingendo in malo modo la bambina del mio
sogno. Teneva stretta al petto la sua
nostra
bambola di plastica. Gridai ancora più forte.
Fu in quel momento che capii che Jean Corte aveva manovrato i miei
sogni, che aveva utilizzato l’immagine di Laura bambina per spaventarmi e
impedirmi di essere lì. Ora stava rendendo tutto ciò reale, con lo scopo di
farmi impazzire definitivamente.
«Lui viene con noi.» dissero i nani con una voce sola. L’accento
tedesco era sparito. Indicarono Jacopo con un dito. «Che tu lo voglia o no, lui
viene con noi.»
Li guardavo, incapace di dire o fare nulla. Stavo fallendo di
nuovo. Sapevo che avrei dovuto combattere, volevo combattere, ma come? Quella
orribile sensazione di inutilità e di vile apatia che mi aveva accompagnato per
parecchio tempo stava tornando in tutta la sua prepotente forza.
Abbassai lo sguardo pensando che, se davvero fosse dovuto
succedere, almeno non avrei incrociato gli occhi di Jacopo, e vidi la mia mano
fasciata. Chiusi gli occhi e arrivò una nuova visione, ma da prospettiva
diversa. La mia.
Vidi me, quel giorno,
insultarmi in piedi davanti allo specchio e poi colpirmi con una violenza che
non sapevo nemmeno di avere. Vidi il
vetro andare in frantumi e le schegge tagliare il dorso della mia mano. Vidi il sangue e il dolore sgorgare
dalla ferita. Sangue e dolore, veri e umani. Vidi tutto questo e sentii
la rabbia invadermi l’anima come una marea. La collera stava riempiendo il mio
mondo. Una cieca, assoluta e immensa rabbia. Ma non c’era traccia di odio
dentro la mia collera. Era solo voglia di vita.
Afferrai la lampada sul comodino e la lanciai contro i nani
gridando loro di andarsene. La lampada passò a pochi centimetri dalla testa di
uno di loro e andò a perdersi dentro l’armadio senza fare alcun rumore, finita
chissà dove nel fondo di quel mondo di morte.
Ho sempre avuto una pessima mira.
I nani mi guardarono straniti. Ebbi l’impressione che non si
aspettassero una reazione simile da parte mia. Forse credevano che il
materializzarsi davanti a me fosse sufficiente a sciogliere ogni mia
resistenza.
La bambina approfittò di quel momento, si divincolò dalla presa
dei due nani e in un lampo mi fu a fianco.
«Mettiti dietro di me.» le dissi. «Questa volta non rovinerò
tutto, te lo prometto.»
Lei obbedì. Sentivo la sua presenza, fatta di gelo e paura, morte
e dolore, miste alla nostalgia e all’amore per una vita che si era interrotta
troppo presto.
Ce ne stavamo così, in una perfetta situazione di stallo, come un
gruppo di bambini che giocano al fazzoletto. I nani da una parte, io e la
bambina dall’altra e Jacopo nel mezzo. Chi avesse fatto la prima mossa avrebbe
scatenato la reazione degli altri.
«Andate via.» dissi.
Fu dolce scoprire che non avevo più paura.
I nani si guardarono l’un con l’altro e per un breve istante
pensai che mi avrebbero ascoltato.
«Tornatevene all’inferno.» dissi ancora.
«No.» rispose una voce nera come la notte da dentro l’armadio.
Jean Corte comparve esattamente come avevo visto fare agli spiriti
nei film e non fu consolante.
«Lui è mio.» gracchiò.
Negli occhi aveva il fuoco e dalla bocca uscivano nuvole di mosche
che cadevano a terra dopo pochi istanti di volo. Una pioggia nera e silenziosa
di morte.
Lui era l’Orrore.
«Ti sbagli.» replicò una voce alle mie spalle.
Sobbalzai e mi voltai. Era Laura, ma non più bambina. Era tornata
ad essere la donna che si era uccisa, la madre tornata dal limbo dei suicidi
per difendere il figlio dall’uomo che aveva rovinato
tutto e distrutto la sua vita.
«Vattene Jean e lascia in pace mio figlio.» disse Laura.
Parlava con serenità e non potei non notare quanto fosse bella.
Aveva lunghi capelli mossi che scendevano sulle spalle, il viso rilassato e
sereno e le braccia distese lungo i fianchi. In una mano teneva ancora la sua
vecchia bambola di quando era bambina.
Jean rovesciò la testa all’indietro e spalancò la bocca. La sua
risata fu come una lama infilata nei timpani. Gridai dal dolore, e caddi in
ginocchio coprendomi la testa con le braccia. Non so perché, ma mi misi a
pregare. Non credevo in Dio, ma in quel momento mi misi a pregare. Stupido ma
vero.
La risata cessò e fu di nuovo silenzio.
Alzai lo sguardo e vidi Laura con il braccio alzato verso Jean.
Gli stava mostrando la bambola.
«Guardala.» lo intimò lei. «Coraggio, guardala.»
Lui grugnì e voltò lo sguardo da un’altra parte.
«Hai paura Jean? Hai paura di una bambola?».
Jean scattò verso Laura. Voleva distruggerla davvero, come aveva
promesso nella cucina. Mi chiesi da dove potesse nascere tanto rancore.
Lo vidi allungarsi verso
di lei e fu orribile. I piedi rimasero come incollati nel punto in cui si
trovava, mentre il resto di lui si stirò di qualche metro fino ad arrivare a
pochi centimetri dalla bambola di plastica. La faccia era deformata come
attraverso la lente dello spioncino di una porta e alla fine lo vidi per quel
che realmente era: un demone con il naso adunco, i denti appuntiti e gli occhi
carichi di odio.
«Guardala.» continuò lei. «Guarda questa bambola.»
Il demone ruotò a scatti la testa fiutando quell’oggetto inanimato
come le bestie fiutano gli odori e poi si ritrasse disgustato.
Era quello il momento di agire.
Presi la bambola dalla mano eterea di Laura e la puntai verso il
demone, avvicinandomi più che potevo. Stavo per compiere il mio personale
esorcismo.
Jean Corte mi fissò e sulle prime intravvidi un bagliore di
stupore nella sua espressione. I due pozzi neri che aveva al posto degli occhi
si dilatarono e subito dopo si contrassero fino a diventare due minuscoli punti
gli occhi della testa della
bambola della mia visione
puntati contro di me come fucili.
«Schifoso bastardo, non è questa la bambola che mi hai mandato in
sogno.» esclamai. «Guardala, guarda i suoi occhi.»
La bestia ruotò lentamente la testa per non vedere.
Mi avvicinai ancora. Sentivo la collera covata per così tanto
tempo ribollirmi dentro. Ero sul punto di esplodere. Per anni avevo
identificato gli altri come
responsabili dei miei fallimenti. Avevo preso le scuse (mio padre, gli amori andati in malora, il mio lavoro, mia
madre) e ne avevo fatto un vestito lacero e sporco
una tunica grigia
nel quale l’Orrore aveva trovato una casa e si era nutrito a
sazietà.
«Non sono gli stessi occhi vero?» chiesi al mostro.
Ma ero io, nessun altro che io ad aver permesso tutto ciò. Avevo
trasfigurato il mondo che mi circondava fino a farlo apparire come ammantato di
dolore e in quel dolore avevo trovato la ragione al mio essere. Era dunque solo
un vestito e spogliato di quel vestito alla fine l’Orrore si era rivelato
essere solo uno spirito malvagio che viveva nel buio e che nel buio sarebbe
dovuto tornare. Per sempre.
Avanzai salendo sul letto e il demone indietreggiò. Volevo farla
finita con quella storia, definitivamente. Allungai di colpo il braccio e
affondai la bambola dentro la testa viscida e marcia del demone.
«Questi sono occhi d’amore, grandissimo figlio di puttana! Occhi d’amore!»
gridai.
Avvertii un bruciore sulla mano, come fosse immersa nell’acido, seguito
poi dal rumore di melma rimestata. Mossi la bambola come fosse una lama d’argento
da infilare nel petto di un vampiro. La mossi freneticamente dentro la testa di
Jean Corte gridando e imprecando.
Scaricai, una volta per tutte, il mio infinito dolore.
Il mostro gridò. I nani fissarono la scena attoniti senza
muoversi. Laura intanto stava piangendo alle mie spalle.
Continuai così per non so quanto tempo. Non c’era più un tempo in quella stanza. Non c’era luogo in quella notte.
Estrassi la mano dalla testa del mostro e con essa la bambola che
tenevo ancora ben salda. La bestia vacillò. Non aveva più una faccia, solo un
ammasso di poltiglia grigiastra e informe. Le sue braccia si muovevano a scatti
nervosi.
Ci fu come un’esplosione, un bagliore di luce rossa e accecante,
veloce come pensiero che ti attraversa la mente e poi Jean Corte sparì insieme
a tutti i nani.
Caddi a terra. Ero senza forze e mi sentivo sul punto di svenire.
Strinsi la bambola al petto, come fosse una figlia da accudire, e la baciai.
Laura si mosse verso Jacopo. Non posso dire di averla vista
camminare, ma nemmeno volare. Non so più nemmeno io cosa ho visto quella
dannata sera. E il solo ripensarci fa tremare così forte da portarmi dolori
insopportabili.
Jacopo era ancora nello stato di trance, seduto con lo sguardo
fisso in avanti. Laura si portò a lato del letto e si sedette accanto a lui.
Aveva il viso colmo di amore e dolore al tempo stesso. L’ho già detto, lo so.
Ma è così che la ricordo io. E nei suoi occhi potevi leggerlo tutto quel dolore
e quell’amore che provava. Lo potevi sentire tutto.
Credo volesse toccarlo, accarezzarlo e stringerlo a sé. Impazziva
dal desiderio di farlo, ma sapeva bene che non le sarebbe stato possibile. Si
avvicinò al viso del bambino e sussurrò qualcosa. Jacopo mosse la bocca,
leggermente, senza dire nulla.
Laura si voltò verso di me e sorrise, poi tornò a guardare Jacopo
e sussurrò ancora qualcosa. Lui aprì la bocca e questa volta riuscii a sentire
le sue parole.
«Anche io mamma.» disse piano.
Le lacrime mi riempirono gli occhi, poi svenni.
Ricordo le mani di Lisa che mi accarezzavano il viso. Le sentivo
scivolare addosso come acqua sulla pelle, ma non appena il mio cervello ne
registrò il contatto sobbalzai nel terrore che Jean Corte fosse tornato per uccidermi.
«Ssst.» fece Lisa indicandomi Jacopo.
Il bambino dormiva sotto le lenzuola. Il respiro era tranquillo.
Guardai verso l’armadio e vidi era chiuso. La stanza era in ordine, come l’avevo
vista la sera prima entrando per il duello col mostro. Sembrava non esserci più
traccia di quanto accaduto quella notte.
Scrollai la testa e cercai di farmi passare lo spavento. Avevo
dolori dappertutto. Guardai verso la finestra. C’era luce, una luce calda e
morbida. Il mondo era una sequenza di strisce arancioni alternate all’ombra.
«Che ore sono?» chiesi a voce bassa.
«Le sei.» rispose.
Mi alzai con fatica e il dolore invase ogni muscolo e ogni
giuntura. Avevo una gamba addormentata, persi l’equilibrio e per poco non
rovinai per terra. Mossi qualche passo zoppicando. Un miliardo di spilli si
conficcarono nella gamba.
«Ce la fai?» chiese. Era la seconda o terza volta che mi faceva
quella domanda. Trovai la cosa quasi divertente.
«Sì mammina.» risposi.
Lei sbuffò e mi sembrò felice. Poi si avvicinò a Jacopo e scostò
di un poco il lenzuolo che lo copriva quasi per intero. Il bambino stava
dormendo supino ed entrambi fissammo la bambola di plastica che stringeva con
un braccio. Non posso dire che fu una sorpresa. Fu anzi confortante. Ora
sapevamo che Jacopo era al sicuro e che il male, almeno per questa volta, era
stato sconfitto.
Uscimmo dalla camera chiudendo piano la porta.
«Come stai?» mi chiese Lisa.
«Bene.» risposi, ed era vero. Avevo dolori dappertutto e avrei
voluto dormire una settimana di fila, ma per la prima volta da molto tempo mi
sentivo bene. Dirò di più, mi sentivo in pace.
«Ci sono due sigarette da fumare.» disse lei sorridendo.
Era la promessa che le avevo fatto la sera prima e ora potevo
mantenerla.
«Sì, ma prima facciamo colazione. Sto morendo di fame.» dissi.
Scendemmo in cucina e mentre Lisa preparava il caffè io cercai
biscotti e brioches negli stipetti. Trovai solo delle merendine confezionate e
alcuni dolcetti che sembravano essere lì da secoli.
«Ma non danno la colazione qui?» chiesi.
«È il servizio della mensa esterna che se ne occupa. Ma è ancora
presto. In genere arrivano per le otto.»
Scartai una merendina e l’addentai.
«Non ti chiederò cosa è successo lassù stanotte.» disse indicando
il soffitto. «Non lo voglio sapere.»
La benedissi per questo. Non avevo la minima intenzione di
ricordare. Ciò che volevo, mentre finivo la mia merendina in attesa di una
tazza di caffè nero e bollente, era dimenticare tutto il più rapidamente
possibile.
«Dimmi solo una cosa: è finita?» mi chiese.
Io la guardai e allungai le braccia. Lei si avvicinò e rispose al
mio invito. Ci abbracciammo. Forte.
«Sì, è finita.» dissi.
«Ora che farai?»
Quella domanda mi piacque tantissimo. Sapeva di futuro.
«Torno a casa e mi faccio una doccia lunga un giorno.»
«Fa attenzione alla mano. Non bagnare la ferita se no rischi un’infezione.»
Guardai il mio guantone da pugile. Il bianco delle garze era
diventato di un grigio indefinito, ma la fasciatura era ancora integra. Non
sentivo più dolore, solo un leggero prurito.
«Domani passa da me in ospedale. Ti cambio la medicazione.» disse
sedendosi.
«Sì mammina.»
«E non chiamarmi così, lo odio!»
«Zietta è meglio?»
Lei rise e io risi con lei. Era tutto così leggero.
«Dopo colazione ti offro un passaggio.» si offrì Lisa.
«E sia. Prima però fumiamo le ultime due sigarette seduti fuori,
dopo mi porti a casa.»
Casa. Non ricordavo
nemmeno più quando era stata l’ultima volta che avevo pronunciato quella parola
con così tanto piacere. E anche se equivaleva solo a uno squallido bi-locale,
ora – finalmente – sentivo di appartenere a qualcosa, e che quel qualcosa
apparteneva a me. Casa era il miglior
luogo dal quale ricominciare a vivere.
Restammo in silenzio per qualche minuto. Io a zonzo nei miei
pensieri e Lisa a spasso per i suoi. Pensai che da tutta questa storia alla
fine sarebbe nata un’amicizia e che avremmo potuto vederci molte volte ancora.
Il fine settimana saremmo passati a prendere Jacopo e suo nonno e tutti insieme
saremmo andati a fare qualche gita in macchina, anche al mare se ne avessimo
avuto voglia. Il futuro mi sembrava migliore, non roseo, ma sicuramente di una
sfumatura meno grigia rispetto al recente passato. Col tempo avrei anche
aggiustato i miei problemi di soldi e di lavoro.
Un passo alla volta, con calma.
Il borbottio della moka ci ridestò dai nostri viaggi mentali.
«Ieri sera, appena rimasta sola sono andata nel mio studio qui a
fianco e mi sono sdraiata sul divano.» disse Lisa versando il caffè. «Avrei
voluto non seguire il tuo consiglio, avrei voluto raggiungerti in camera di
Jacopo, ma...»
«Hai avuto paura.»
«Già.» ammise lei abbassando gli occhi.
«Non te lo avrei permesso, lo sai.»
Annuì. «Quando sono salita in camera poco fa ero terrorizzata.
Sono stata diversi minuti fuori dalla porta senza trovare il coraggio per entrare,
pensando che se vi fosse successo qualcosa la colpa sarebbe stata solo mia.»
«Tua? E perché?»
Lei alzò le spalle.
«Dovevo esserci io in quella camera.» ribadii prendendole una
mano. «Le cose vanno come devono andare ed è giusto così.»
Lei strinse la mia mano e sorrise appena. Era stanca. «Bevi il tuo
caffè.»
«Sì mammina.» la schernii ridendo.
Finimmo la colazione e poi sistemammo la cucina. Mentre lavavo le
tazzine gettai un’occhiata distratta al camino e vidi i resti bruciacchiati
degli articoli che Lisa aveva portato la sera prima. Mi sembrò tutto così
lontano, come fosse accaduto mille anni indietro e non solo poche ora prima. E
ne fui felice.
Dopo aver messo a posto la cucina uscimmo per fumare. Appena misi
piede all’aria aperta la luce del giorno mi accolse in tutta la sua bellezza. L’aria
era tersa e ogni colore era così vero.
Non ricordavo di aver mai visto un’alba così viva. Ci sedemmo nel parco e Lisa accese entrambe le sigarette, poi
me ne passò una. Aspirai a fondo e soffiai tutto fuori. Stavo veramente bene.
«Credi che la carretta si metterà in moto?» chiesi indicando la
vecchia Mercedes di Lisa parcheggiata nel viale.
Lei si finse offesa. «Ma come ti permetti? Non è una vecchia
carretta.»
«Hai ragione.» bluffai, poi dissi: «È una vecchissima caretta!»
Lisa scoppiò a ridere e io mi accodai. Ridemmo quasi fino alle
lacrime, poi ci calmammo nel timore di svegliare tutti.
«Beh dai, vecchia è vecchia.» aggiunsi.
«Un po’ sì, ma è un gioiellino.» rispose alzando le spalle.
«Sarà anche un gioiellino, ma credo che abbia perso tutto l’olio.»
Mi alzai e mi avvicinai al muso della macchina. La chiazza non
lasciava spazio ai dubbi. L’olio era uscito per buona parte dal motore e aveva
formato un piccolo stagno luccicante e nero. Mi abbassai e allungai il collo
per controllare meglio. La faccia deformata di Jean Corte mi sorrideva da
dentro la pozza nera.
«Cosa?» chiese Lisa alle mie spalle.
Scattai in piedi in preda al panico.
«Non può essere vero!» esclamò accucciandosi.
Le gambe mi tremarono così tanto che temetti di cadere. D’istinto
allungai il braccio per fermarla. Poi guardai meglio e quel che vidi era
soltanto una normale pozza d’olio sotto il muso di una vecchia macchina
tedesca. La faccia di Jean Corte fu solo lo scherzo di una mente ancora stanca.
Lisa non si era accorta di nulla. «Cristo!» imprecò alzandosi. «E
ora?»
«Dovrai chiamare un carro attrezzi, ma ci vorrà del tempo. Ieri
quando siamo arrivati ho visto un parcheggio di taxi sulla strada. Ti dispiace
se ti lascio da sola ad aspettare il meccanico? Sono a pezzi e ho bisogno di
una doccia.»
Mi sentivo in colpa, ma avevo davvero bisogno di farmi una doccia
e di mettermi a dormire. E poi tutto era finito, non c’era più pericolo.
«Non ti dispiace se vado, vero?» chiesi ancora.
Lei mi guardò sorridendo. «Certo che no. Ti chiamerò stasera, va
bene?»
Annuii, poi ci incamminammo lungo il viale che scendeva verso la
provinciale. La città in lontananza era ancora immersa nel sonno del dopo
Ferragosto e non c’era anima viva in giro.
«Hai del denaro con te?» chiese.
«No, ma ce l’ho a casa. Chiederò al tassista di salire con me a
prendere i soldi.»
Arrivammo in fondo al viale e per mia fortuna c’era un taxi fermo
dall’altro lato della strada.
«Fila a casa e va a dormire.» mi ordinò lei.
«E poi ti lamenti se ti chiamo mammina.»
Lei rise e io mi incamminai per qualche metro sul marciapiede, poi
mi apprestai ad attraversare per raggiungere il taxi.
È buffo, ma praticamente non ci salutammo neppure.
La strada era deserta, un lungo tappeto di asfalto che non aveva
né un’origine e né una fine. Quando fui al centro della carreggiata – mi basta
chiudere gli occhi per vedere i miei piedi sopra quelle linee bianche
tratteggiate - mi voltai verso Lisa alzando e agitando la mano fasciata in
segno di saluto.
Io non me ne accorsi o forse semplicemente non capii. La vidi
cambiare completamente espressione, vidi la paura e lo sgomento prendere forma
sui suoi lineamenti e non riuscii a sentire quello che stava dicendo. Eravamo a
non più di dieci metri di distanza, ma le parole caddero a terra
come mosche
appena uscite dalla sua bocca. La vidi agitare entrambe le
braccia, con estrema lentezza, indicando qualcosa dietro di me. Provai ad
interpretare i suoi segni, poi assecondai la sua insistenza e mi voltai a
guardare dietro le mie spalle. Non so dire da dove sia sbucato fuori, so per
certo che fino a un secondo prima non c’era.
Voltandomi lo vidi arrivare. Era rosso, era sempre più grande ed
era un camion.
Guarda tutta quella persone
sole. Guardale e chiediti chi sono e da dove vengono. Loro appartengono al
mondo, ma nel mondo scompaiono. Sono fantasmi ancora troppo vivi per essere
morti.
Ho tagliato questo brano dal mio libro, ma non volevo buttarlo
via. Perché dentro c’è tutto ciò che volevo raccontare. Non una riga di più,
non una riga di meno.
Sono seduto alla mia scrivania in una fredda domenica mattina di
dicembre. Fuori nevica e sto completando quello che sarà il mio terzo romanzo
pubblicato. Ci sono stati momenti in cui avrei lasciato perdere, passando
magari ad altro, ma ho tenuto duro e sono arrivato alla fine.
Mi chiamo Jacopo Cerri e questa è la storia della persona che mi
ha salvato la vita quando ero solo un bambino. E credetemi, è stata dura da
scrivere. Più di quanto pensassi.
Ho ricordi molto confusi di quanto è successo quella notte, e più
che ricordi in senso stretto sono immagini frammentate, come fotogrammi isolati
di un film. Per molti anni, dodici per la precisione, quei ricordi se ne sono
stati chiusi al buio di un cassetto in qualche angolo polveroso della mia
memoria. Qualche anno dopo è bastato un incontro per farli riemergere come
reperti recuperati dalla pancia di un relitto in fondo al mare. Da allora
quelle immagini sono diventate cicatrici e suppongo che sia questo l’effetto
del tempo che passa. So che resteranno per sempre con me e ogni tanto al
cambiare delle stagioni faranno anche
un po’ male, ma saprò sopportarlo.
Un giorno dopo l’altro, un dolore dopo l’altro. È così che si va avanti, no?
La persona che mi ha salvato la vita morì dopo due giorni di
agonia in ospedale. Fu grazie a Lisa che i medici mi permisero di restare in
quella stanza, anche se ero solo un bambino, e fu così che potei ascoltare la
storia che in questo momento sto terminando di scrivere e che tu stai finendo
di leggere.
Il camion aveva ridotto il suo corpo dalle costole in giù a un
ammasso disordinato di ossa spezzate e organi lesionati. Nonostante fosse
chiaro sin da subito che non c’erano speranze, trovò comunque la forza per
raccontarmi la nostra storia. Scrissi
tutto su alcuni quadernoni che Lisa aveva procurato, gli stessi che ora sono
sulla scrivania accanto alla mia macchina per scrivere. Sfogliandoli posso
vedere le chiazze di inchiostro sbavato dalle lacrime che piansi mentre
scrivevo.
Il giorno in cui morì me ne stavo nel corridoio a leggere un
libro. Ricordo che non piansi quando Lisa si sedette accanto a me, prese la mia
mano e disse che la sua sofferenza era finita. Per sempre.
Tornai alla villa e i quadernoni, scritti con una grafia infantile
e incerta, finirono dentro a un cassetto insieme alle immagini sfocate dei miei
ricordi.
Al funerale mi sedetti con Lisa sul primo banco. Dietro di noi non
c’era nessuno. Il prete parlò, ma io non capii nemmeno una parola.
Una settimana dopo morì anche mio nonno. Fu una cosa lieve e
dolce, nel sonno a quanto mi disse Lisa, e non aveva sofferto. Erano informazioni di cui avrei fatto
volentieri a meno, ma tant’è me le diede lo stesso. Mi fu permesso di vederlo
ancora una volta, prima che chiudessero la bara. Sembrava rilassato. Era come
se la morte non ne avesse interrotto il sonno, ma in qualche modo lo avesse
reso solo un po’ più lungo.
Fui dato in affido a novembre di quell’anno. Lisa mi assicurò che
la famiglia che mi stava per accogliere, e che era in trepidante attesa del mio
arrivo, era la migliore che ci fosse. E aveva ragione. Furono buoni e mi
vollero bene.
Lisa venne spesso a trovarmi, soprattutto i primi tempi. Poi, come
sovente accade in queste situazioni, le sue visite presero a diradarsi sempre
di più. Quando compii quattordici anni non la vedevo già da un pezzo.
Completai le scuole superiori e mi iscrissi all’università. In
quel periodo pubblicai una decina di racconti su un paio di riviste letterarie
e vinsi un concorso con il mio primo vero romanzo, La Luna, che successivamente venne pubblicato da una piccola casa
editrice. Non che questo abbia una qualche importanza ora. Sono solo informazioni, niente di più.
Il mio passato, intanto, se ne stava lontano, così lontano che
quasi non sapevo di averne avuto uno.
Ci volle poco per capire che l’università non faceva per me. Coi
primi soldi guadagnati grazie a La Luna
affittai un monolocale versando come anticipo ventiquattro mensilità (il
proprietario strabuzzò gli occhi quando lesse l’importo sull’assegno) e mi misi
al lavoro sul secondo libro
Passai un anno mezzo chino sul romanzo che speravo potesse essere
la mia consacrazione definitiva. Si chiamava L’angolo di Jona ed era la storia di un uomo, di un bambino e del
loro viaggio durato anni alla ricerca di una scatoletta di latta che il bambino
aveva dimenticato, dopo un trasloco, in una delle tante case che aveva abitato.
Solo che non ricordava né in quale casa e tantomeno in quale città. Ne venne
fuori una storia strana, popolata di personaggi stravaganti e situazioni
assurde. Me la spassai un mondo a scriverlo e quando lo terminai ne fui
veramente orgoglioso. Poco dopo la sua pubblicazione L’angolo di Jona fu definito un caso editoriale. Avevo appena
compiuto ventuno anni.
La prima presentazione venne organizzata nella libreria in centro.
Volevo ripartire da qui, dalla città nella quale ero nato ed ero diventato ciò
che da sempre volevo essere. Fu un successo. Venne un sacco di gente e io
firmai una montagna di copie.
Lei fu l’ultima a chiedermi l’autografo.
«A chi lo devo dedicare?» dissi aprendo la pagina del libro.
Ci fu un breve silenzio, poi: «A Lisa.»
Alzai lo sguardo e me la trovai davanti. Erano passati quasi otto
anni e fu come fare un improvviso viaggio nel tempo. Il cassetto si aprì (ma
forse sarebbe più esatto dire che esplose in un fragore di fotogrammi, voci e
sensazioni) e ricordai.
Avevo di nuovo un passato.
Mentre scrivo queste parole Lisa sta dormendo nel nostro letto,
nella stanza accanto al mio studio. Le piace tirarla per le lunghe la domenica
mattina, quando non è di turno in ospedale. Siamo una coppia strana, non tanto
per la differenza di età, ma perché condividiamo
qualcosa, un piccolo segreto che nessuno conosce al di fuori di noi.
Una volta alla settimana andiamo al cimitero e portiamo un mazzo
di fiori freschi su una tomba con una piccola lapide senza nome. È nascosta
sotto un grande salice, nell’angolo opposto al cancello dell’entrata. Bisogna
sapere che c’è per trovarla.
Fu al cimitero, durante una delle nostre visite, che Lisa mi raccontò
come andarono veramente le cose quella mattina di dodici anni fa.
«Ci salutammo alla fine del viale.» raccontò. «Mi raccomandai che
andasse a casa a dormire. Aveva la faccia stanca e dal modo di camminare si
capiva che non stava bene.»
Fece una pausa per cercare un fazzoletto nella borsa, poi riprese
a parlare: «Non c’era nessuno per strada, me lo ricordo benissimo, non c’era
nessuno! Solo il taxi parcheggiato dall’altro lato. Io feci un passo indietro
per tornare alla villa, e mentre stavo per voltarmi vidi che mi stava salutando
con la mano fasciata.»
La cinsi col braccio e la tirai un po’ a me. Lei appoggiò la testa
sulla mia spalla. Le lacrime sembravano non voler finire mai.
«Io non lo so, non so spiegarmelo, ma quel camion... è come...
apparso. Giuro su Dio che non c’era prima. Ho provato a gridare, ma non mi
sentiva.»
Chiuse gli occhi e lasciò traboccare tutto il dolore che si
portava dentro.
«Fu molto breve, ma durò un tempo infinito: vidi … Jean Corte…
seduto alla guida, stringeva il volante con entrambe le mani e aveva la faccia
del demonio. Accanto a lui erano seduti quattro nani vestiti da nazisti. I nani
ridevano e scattavano foto con delle vecchie macchine fotografiche.»
I peli mi si rizzarono sulla pelle.
«Agitai le braccia, cercando di attirare la sua attenzione e
gridai ancora, gridai più forte che potei ma... non riuscii a tirare fuori la
mia voce. Era come se fossi diventata improvvisamente muta! Io... io...».
I singhiozzi divennero tempesta.
«Non mi ha sentita, non poteva
sentirmi capisci? Poi credo che intuì che stava per succedere qualcosa, perché
si voltò e fu in quel momento che il camion... Dio, è stato orribile.»
L’uomo nel taxi aveva dichiarato di non essersi accorto di nulla.
Stava per finire il turno di notte, era stanco morto e si era addormentato
sereno come un fanciullo. Lisa disse alla polizia quel che aveva visto,
omettendo solo chi era alla guida del camion.
«Se avessi raccontato tutta la verità mi avrebbero sicuramente
fatta ricoverare.» ammise.
Alla polizia disse inoltre che non aveva potuto prendere la targa
semplicemente perché non c’era alcuna targa da prendere. Dopo un mese di
indagini il caso fu chiuso come opera di un pirata della strada.
Il mio amore si nascose nel mio petto e per un po’ non ci furono
più parole. Solo dolore.
Non nevica più adesso. Il mondo fuori è una cartolina natalizia
pronta per essere spedita. Nell’aria si avverte l’impaziente attesa per le
festività che stanno per arrivare.
Tra poco andrò a svegliare Lisa. Sono quasi le undici e mezza e ho
voglia di uscire a prendere un caffè nel bar sotto i portici. Fanno delle
ottime brioche al cioccolato, servite con della panna montata fresca coperta di
granella di zucchero. Se fate un salto da queste parti, andateci: ne vale
veramente la pena. A mia madre piacevano molto.
<< L’inferno dei viventi
non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che
abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non
soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne
parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige
attenzione e apprendimento continui: cercare
e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare,
e dargli spazio. >> (Italo Calvino).
3) GLI OCCHI DEL DIAVOLO.
Il grano, covoni, la grana vermiglia, la terra sottile, il
pietrisco, i colli. La luce che entra nel grano è ocra, fa un solco nelle
spighe, le seziona, le indora. I vigneti rischiarati dalla luce autunnale.
Gli uliveti si estendono da Canosa fino alla foce dell’Ofanto.
Piazza San Sabino, lo struscio, donne con passeggini,
vecchi bruciati dal sole sulla panchina o alla fontana, le mani a giumella.
La Chiesa di San Sabino, bianchissima, a croce latina, dove
vengo battezzata da Don Claudio. Le diciotto colonne, le sei arcatelle non
perfettamente perpendicolari, la muratura della cupola in tufelli con trentatré
cerchi concentrici, il monogramma del vescovo Sabino e al centro una croce
greca in pietra lavica, immersi in un forte odore di cera.
Il battesimo l’ha voluto nonna, papà è ateo e mamma non si
è mai pronunciata.
Mi hanno messa al mondo e mia madre non si sveglia. Un
mioma, dicono i medici, una forma pretumorale.
A otto mesi scalcio fortissimo durante uno spettacolo di
Carmelo Bene tra le rovine di Canne della Battaglia, come lui appare alla
Madonna io appaio a mia madre. Si rompono le acque e lo spettacolo non lo vede
più.
Mi infilano una tutina verde e mamma dorme avviluppata nel
lenzuolo. La sedano dopo il cesareo, mi poggiano al suo petto. Svegliandosi
dice: Un grillo, un piccolo grillo che non sa respirare.
Non respiro bene, non so piangere e non vedo che ombre
confuse in un cubo di bianchi.
Zia Gloria fuma Multifilter, mi dà uno schiaffo sulla
schiena e insieme allo schiaffo arriva l’afflato di nicotina. Così respiro.
Mio padre dal vetro mi sente strillare.
Mi mancava solo di essere padre!
Nonna in chiesa si asciuga le lacrime, accarezza le rughe
che scavano il volto in sei solchi. Mia madre le sta accanto e non sopporta l’odore
di stoffe consunte, si assicura che il suo cappotto di velluto non sfiori il
maglione infeltrito della suocera.
Nella chiesa di San Sabino entra zia Lilith vestita di
nero, un abito lucido con i teschi di paillette. Il parroco si arresta e tutti
si voltano.
Zia Lilith è scarnita, le guance scavate, e ha una chioma
di leone, ciocche ribelli avvolte nella cera. Porta anfibi alti fino alle
ginocchia e in paese si vocifera della sua stramberia.
Dopo la cerimonia torniamo a Via Alghero, una piccola
strada costeggiata da uliveti. Uno steccato e un muro di cinta franto la
dividono dalla campagna. In strada nelle ore pomeridiane i bambini disegnano
con gessetti la campana. Saltano sui numeri e strillano festosi. Un camion si
ferma di fronte al cancello della quinta villa. Un uomo dai denti giallastri, i
capelli brizzolati e tagliati in modo irregolare vende whisky. Una donna badiale con una neonata in braccio apre il
cancello e dice: Ti scaldo la pasta?
Sono le quattro del pomeriggio. Mia madre mi tiene sulla
pancia in un marsupio viola, rivolge alla donna uno sguardo di sufficienza. La
donna a gran voce saluta e dice: La tua come si chiama?
Giuliana, dice mamma.
La mia Cristina, dice la donna.
Mio padre saluta circospetto e prende la sorella dalle
braccia, la trascina come un cane verso la nostra villa.
Zia Lilith si libera. Va dal venditore e gli sventola in
faccia ventimila lire.
Un Jack, dice.
Afferra la bottiglia dal collo e nonna si fa il segno della
croce.
È grande il giardino, sembra un bosco quando sono così
piccola. La nostra è la seconda villa a partire dal muricciolo che divide il
viale dai campi. Si sentono i grilli, il frinire delle cicale.
Nel giardino un tappeto di margherite fa brillare l’erba,
due ulivi come grandi serpenti, l’ombra si allunga nell’atrio fino al vetro del
portone e nel vetro il sole alto s’incide e ci taglia in porzioni sconnesse.
Zia Lilith entra in casa, apre il whisky e si attacca alla bottiglia. Mia madre stringe il marsupio,
stringe fortissimo e di nuovo mi sembra di non respirare.
I quadri alle pareti raffigurano gli avi di mia madre.
Zia Lilith, mentre beve, la prende in giro. La marchesa!
Mamma apre le fibbie del marsupio e mi lascia in una rete
variopinta: una prigione; guardo dalla graticola le sagome.
Mio padre supera l’arcata dell’ingresso, sceglie tra i
vinili un preludio wagneriano. La musica sale lentamente, dilaga, è una
promessa. Rivivo l’attimo in cui sono nata e la luce si staglia sulla
mostruosità della mia gabbia.
Perché questo lutto?, dice mamma mentre la nonna mi strizza
il naso.
Vuoi bene alla nonna?
Non ha neanche un mese, come fa a volerti bene?, dice papà.
E tutti guardano zia Lilith che beve e beve e i teschi di paillette le brillano addosso.
Sul volto di mia madre avanza un’ombra, le annerisce i
capelli. Si dibatte nella lotta tra le cose che si pensano e quelle che si
possono dire.
Zia Lilith chiude la porta del bagno. La nonna smette di
strofinarmi il naso e sale i gradini con il rosario in mano.
Devi fare qualcosa, dice mamma.
E cambia vinile: “la follia” di Vivaldi.
Dov’è andata?, dice mamma.
Chi?, dice papà.
Sento i violini salire, colmare lo spazio della mia gabbia
di gomma.
L’hanno vista in piazza, l’hanno vista.
Non è necessario che l’uomo sia peccatore ma che si senta
peccatore, dice papà.
L’hanno vista i vecchi, dice mamma. L’hanno vista i preti,
dice ancora. E l’hanno vista pure gli infermieri.
È completamente indifferente che una cosa sia vera o no, ma
è importante solo che sia creduta, dice papà.
E l’hanno vista le donne, e l’hanno vista i bambini, e l’hanno
vista i padri e l’hanno vista le madri. E noi non possiamo più nasconderci,
dice mamma.
Sparisco nella rete di gomma e il respiro si ferma. La luce
si rattrappisce in un coro di tenebra e la musica mi getta nel fondo di un
pozzo.
Mamma se ne accorge. Mi viene incontro e il volto mi è
diventato viola come viola sono i mostri della graticola di gomma.
Non respira, dice mamma. Di nuovo non respira.
Mi prende per il busto, mi solleva, mi stringe forte al
petto ma ancora non respiro. Arriva mio padre e lo vedo solo di sbieco, una
sagoma scura con la fronte grandissima e due strette feritoie da cui nasce una
luce.
È per il trambusto che la nonna scende di corsa i gradini.
Ci raggiunge. È la terza sagoma oscura che mi balena di fronte. Gli sguardi
ostili tra lei e mia madre restano sottintesi senza prendere corpo.
La nonna si fa il segno della croce. Padre mio, che sei nei
cieli.
Piantala mamma, dice papà. È asma, mica possessione.
Mi rigira tre volte e premendomi fortissimo la pancia
riporta a posto il gioco dell’aria. Così respiro e li vedo.
Dov’è andata?, dice mamma.
A farsi una doccia, dice nonna.
Con me in braccio, mamma sale i venticinque gradini. Nell’ingresso
del piano superiore un dipinto la ritrae nuda sopra un letto di piume.
La porta del bagno non è chiusa, si vedono solo le
mattonelle, odore di limone. Mia madre apre un poco di più la porta e non c’è
nessuno. La bottiglia di whisky
accanto al gabinetto, e l’ago scintillante di una siringa.
La sera alle otto, siamo intorno al tavolo bianco a fiori
blu. Mamma mi sistema in un seggiolino azzurro. Nonna stringe la catena di un
rosario e guarda nella minestra come in una sfera di cristallo. Vede le
sciagure successive. Le ripete in mente.
Papà succhia lunghe cucchiaiate di brodo. Mamma lo inchioda
con lo sguardo. Lui alza gli occhi e lei dice: Deve sparire.
Sentiamo citofonare. Nonna si alza e si alza pure mamma.
Zia Lilith entra trasfigurata in una fuliggine di trucco.
Lascia cadere a terra una sacca fatta a maglia.
Mi servono centomila lire per tornare a Berlino, dice.
La tua bocca non corra, il tuo cuore non abbia fretta di
sproloquiare davanti a Dio. Perché nel cielo è Dio e tu sulla terra, dice
nonna.
Matta, dice zia Lilith alla nonna, sei una mistica matta. E
noi discendiamo da una matta.
E si avventa sulla nonna.
Mamma corre su per le scale. Papà divide la madre dalla
figlia. Io mi sento invasa. Litigano e smetto di esistere. Di nuovo torno nel
pozzo. Rimango al buio e piango.
Mamma torna con un borsellino viola. Fa gruzzoli di dieci
volte diecimila lire e glieli butta addosso.
Lontana da mia figlia devi stare, dice.
Mio padre accende la televisione e si arrotola nella grande
poltrona di pelle. La nonna ripete: Va’ dietro all’illusione dei tuoi occhi, e
getta via il tormento dal tuo cuore, strappati dalla carne il dolore.
Piango e continuo a piangere finché non mi accorgo, nel
pozzo, di stare in braccio a zia Lilith che in un lamento dice: Non conoscerai
mai un essere peggiore, forse non ci vedremo più, forse mi dimenticherai, ma io
ti voglio bene.
Mamma mi strappa dalle sue braccia, mi porta su, nella
camera da letto con le pareti a fiori. Mi mette nella culla. Mi strizza il naso
proprio come faceva nonna.
Il giorno seguente non c’è più nonna, non c’è più zia
Lilith. Dalla finestra della camera da letto spicca l’ulivo e nelle foglie vedo
gli occhi dell’essere peggiore. Piantati su di me.
4) ABERRAZIONE.
Il dottor prete è un uomo piccolo e nero come un ragno. La
prima volta che l’ho visto si riparava sotto la pensilina e osservava il
battello venire dal mare. Riesco a guardarlo da incredibilmente vicino, il più
nascosto particolare del corpo bianco sotto l’abito talare che gli cade addosso
come un drappo da una stampella. So che ha un neo sotto la curva della narice
destra, un altro sul petto all’altezza della terza costola. Peli morbidi sullo
sterno, più scuri sotto l’ombelico. Una cicatrice sull’osso astragalo.
Nella sera tiepida il battello portò dodici suore nere e
spezzate. Il dottor prete si mise in testa alla processione senza dire niente e
le guidò all’ambulatorio in cima alla scarpata. La più vecchia arrancava a
piedi nudi, la pelle le si impolverava dell’odore di umidità e funghi. Una,
giovane, sciaguattava con i sandali bassi e piatti, i pugni sulle cosce per
sollevare la gonna, per superare lui che avrebbe dovuto condurle, e un
gruppetto di altre due o tre insieme a lei si facevano avanti e anche loro lo
distanziavano, rapite dall’oscurità dell’isola in cui baluginava la luce opaca
delle lanterne. Il dottor prete faticava a stargli dietro, le lasciò correre
verso il sentiero di lampade solari appese ai rami bassi degli alberi, non più
di quattro scolarette eccitate distaccate da un gruppo di vecchie. Da lontano
vide le ombre delle suore novelle sfilare davanti alle grate delle finestre.
Spiavano dentro. Neanche sapevano cos’avrebbero dovuto fare.
Lo stabulario ha la forma di un uncino rovesciato. Un
corridoio illuminato da neon oblunghi a luce bianca introduce a una camera che
è un alveare di gabbie strette come pollai. In ciascuna cella penzola uno
pneumatico sospeso a una catena. Le scimmie hanno una coscia rasata marchiata
da una lettera e un numero. Quasi tutte hanno il cervello danneggiato o hanno
ingerito sostanze tossiche. Lo scopo degli interventi è valutare l’effetto dei
danni cerebrali sull’organismo o rilevare il grado di tossicità dei pesticidi.
L’aria è infetta. La maggior parte delle scimmie ha la pelle secca, piagata da
chiazze senza pelo. Una suora ne vide una che si masticava un braccio e
sfregava l’alopecia contro i ferri della gabbia grattandone via polvere di
pelle inspessita. «Acari?» domandò. «Reazione ai farmaci.» rispose il dottor
prete.
C’è un solo maschio, isolato in una gabbia più grande. Ha
masticato e inghiottito parte delle mangiatoie di plastica. Una sera il dottor
prete lo aveva visto masturbarsi contro l’abbeveratoio di stagno. Gli si era
sentito orribilmente simile. Una bestia immonda, una visione stomachevole. Nei
giorni seguenti lo aveva guardato sventolare per aria la ciotola che gli aveva
lasciato vuota, aveva osservato i grappoli di zecche sotto le ascelle che si
scoprivano nell’ingenua richiesta di cibo, una pretesa ignara della
premeditazione con cui il rancio gli era stato tolto. Lo aveva osservato come
si assiste a uno spettacolo da circo. Ridendo. Mi è persino piaciuto il pungolo
della vendetta che lo incattiviva e gli faceva vibrare un nervo sopra lo
zigomo. Lo zigomo affilato e cattivo mi è parso freddo e bello. Asettico. Ma la
prigione dello scimmione non ha che una feritoia e guardavamo tutti e due, il
prete e io nel prete, attraverso quella. E quella, quando l’ho elaborata, ha
ridotto la pantomima del prete e della scimmia a un’esibizione tutt’altro che
asettica. L’esatto contrario. Patetica.
La feritoia affaccia su un’altra stanza: la galleria. Nella
galleria ci sono le scimmie morte conservate in campane di vetro. Marchingegni
di ferri e viti serrati alle tempie, pinze che allargano le palpebre, labbra
strappate dal fil di ferro per cucire le bocche, ciuffi di peli riappiccicati
col mastice. Sezioni cerebrali sotto lastre di vetro impolverate, pezzettini di
cerotti contrassegnati da una scrittura illeggibile. Per qualche ragione, c’è
anche il tacco a spillo di una scarpa di donna conficcato in un ritaglio di pelliccia;
un’installazione, si direbbe artistica, che immortala un tacco nell’atto di
pestare una schiena irsuta e sporca, un marrone infangato o insanguinato sopra
l’oliva chiaro del pelo. Mi resta il dubbio di averlo immaginato.
Dopo la galleria c’è la cappella. Da sopra all’altare il
Cristo di cartapesta inchiodato alla croce di legno rivolge all’entrata occhi
bianchi e rovesciati. È lui che io vedo distintamente così come ogni dettaglio
sotto i vestiti del prete. Lo vidi già molti giorni prima dell’arrivo delle
suore. E non su quell’altare, ma nella bottega del cartapestaio cui il prete l’aveva
commissionato.
Le gambe del Cristo pendevano dalla croce appena discoste l’una
dall’altra e i piedi inchiodati si accavallavano come la spira di un serpente.
I genitali pallidi, sospesi sotto un arricciamento di carta scura. «Lo copra.»
aveva detto il prete. Sapevo che fingeva di vedere un’oscenità. Sotto il
duplice drappo di cotone (grigio e liscio dentro, nero e infeltrito fuori) un
impulso elettrico gli aveva bruciato il diaframma e gli era defluito tra le
gambe. Era passato così bene da lui a me, distinto come un messaggio in parole
scandite attraverso il cavo del telefono. Si era sentito una bestia. Gli era
piaciuto forse un po’ troppo. Non si era piaciuto per niente. Entrambe le cose
tanto da perdere il senno. Aveva preso uno straccio di juta dallo schienale di
una sedia e l’aveva allungato al cartapestaio. «Questa pezza andrà bene.» aveva
detto. Con una spilla sulla sporgenza del bacino, il cartapestaio aveva
appuntato il panno marrone intorno ai fianchi del Cristo. Gli occhi del prete
inchiodati all’epidermide di carta tesa sulla curva dell’anca, nel punto in cui
l’unico raggio di luna insisteva con tutta l’intenzione di illuminare il
peccato. Se lo sarebbe scopato. L’avrebbe sbattuto e risbattuto alla croce.
Vivo, morto o finto. Mentre usciva, con il mento posato sulle clavicole, credo
abbia detto o pensato: «Va meglio. Non bene. Meglio, almeno...». Il
cartapestaio non aveva sentito niente.
Le suore sfilarono a capo chino sotto la croce di legno
duro. Quelle, dentro i loro flaccidi involucri, nelle forme sporgenti che
insistevano per farsi vedere da sotto la tonaca, strangolate in vita dalla
cintura in pelle, i fianchi strabordanti là sotto, senza grazia, nessuna
traccia d’armonia, quelle non gli suscitavano che la più sporca eccitazione.
No. La parola giusta è arrapamento, il più volgare arrapamento, lo sperone
primordiale che smuoverebbe la bestia dentro qualsiasi uomo si trovasse davanti
una fica rossa e impastata, una mammella budinosa, due chiappe cascanti, senza
alcun bisogno di bellezza, senza necessità di adorazione. L’inanimato istinto
della materia. Animalesca sopraffazione. Umano ego. Le odiò. Le guardò solo una
volta, si mise davanti a tutte quante, infilate una dietro l’altra come candele
spente, e non si girò più, ribollente di ribrezzo e biasimo e rigurgiti e del
residuo della voglia di vero sesso che gli aveva innestato il Cristo.
È quello stesso Dio che, in un giorno della Genesi, a un
uomo ha dato una donna e gli ha poi innestato nel midollo, come un cardo
infestante, l’aberrazione. Errato Dio. Dio generatore di aberrazioni. Frainteso
Dio? No. Il dottor prete non si concede, né concede a Lui, alcuna possibilità
di fraintendimento. Il dottor prete si considera un’aberrazione; ha fede
persino in questo.
Interrato rispetto alla cappella, c’è uno stanzino diviso
in due vani da un tramezzo impregnato di etere e incenso. In ciascun vano c’è
una scimmia cui il dottor prete ha iniettato una neurotossina che provoca danni
cerebrali irreversibili.
Entrambe le scimmie accusano tremori e difficoltà di
coordinazione.
La sera in cui il dottor prete introdusse le suore nello
stanzino gli animali avevano assunto il composto mptp da una settimana. Cominciavano a mostrare tutt’e due
gli stessi sintomi, ma t70 era
leggermente più debilitata di g19.
Per scommessa, il dottor prete aveva destinato t70
al vano dell’intercessione, mentre l’altra scimmia, quella che stava meglio,
non avrebbe avuto preghiere.
Nel vano dell’intercessione c’erano tre panche per le
dodici suore. Il dottor prete le fece sedere. Sulla parete opposta c’era la
gabbia della scimmia che sarebbe stata miracolata, con lo pneumatico smembrato
a morsi e l’abbeveratoio di latta. Il dottor prete disse alle suore di pregare
per quell’animale, perché quell’animale inguaribile sarebbe guarito, mentre l’altro,
dall’altra parte del tramezzo, sarebbe certamente morto.
Sono passati ottantanove giorni dall’inizio delle preghiere
per la scimmia t70. Entrambe le scimmie
cui è stato iniettato il germe della malattia continuano a presentare la stessa
sintomatologia. Il soggetto t70,
per cui si è interceduto, non guarisce. Il soggetto g19, per cui non si è pregato, non è ancora morto, è anzi
leggermente più presente a sé stesso rispetto all’altro.
Vedo il dottor prete da solo sotto il suo Cristo di
cartapesta. Lo vedo compiere un gesto cui, nonostante l’abiezione, è diventato
avvezzo. Raccoglie l’acquasantiera di marmo, si alza sulle punte delle scarpe
rigide e versa l’acqua sulla spalla destra del Cristo. Una goccia si allunga
come un elastico, scivola sulla clavicola e poi sul petto. Il dottor prete si
allontana dal Cristo senza distogliere gli occhi dalla curva ambrata al centro
del torace, dove si è fermata la goccia, raccolta e gonfia. Le anche di
cartapesta squarciano il riverbero dei ceri. Il dottor prete fa un altro passo
indietro. Nella mano destra, tra indice e medio, tiene sospesa la pezza che
copriva il pene del Cristo. A ritroso, si lascia cadere sulla prima sedia che
incontra. L’acquasanta raccolta sullo sterno del Cristo si è rotta come una
bolla di sapone, ha tremolato sul rilievo appena visibile di un capezzolo ed è
scivolata tra le ultime costole, sopra il fegato. Una parte si annida nell’incavo
dell’ombelico, un’insenatura scavata col pollice. Le clavicole sono
inspiegabilmente umide, disgraziatamente belle. Potrebbe indugiare lì per ore
con la lingua, con i polpastrelli, con la nocca dell’ultimo dito, con il dorso
della mano, con il mento, con la guancia, con la fronte, vuole restare lì per
ore, tempo, molto più tempo indefinito con le labbra posate tra le clavicole
che si alzano e si abbassano, il proprio fiato sopra il suo respiro. Il
restante rivolo supera di corsa la carta arricciata dei peli del pube e
gocciola dal sesso. Il prete lascia cadere la pezza sulla sedia accanto. Lo
guardo di spalle, ma so di quella brina di sudore che gli inumidisce il collo
sotto le orecchie, so del fremito della pelle sopra la trachea. Il veleno che
lo inquina per non aver sentito l’altro corpo reagire. E il tic che gli tira il
labbro superiore a sinistra e gli dilata le narici. Infila il pollice sotto la
cintura, non regge più la pressione contro la patta. Con l’altra mano spinge
indietro la fibbia, fa scivolare il bottone nell’asola dei pantaloni. La
cerniera allentata si apre da sola appena infila la mano e con le dita gelide
si sfiora la pelle. Pensa Dio siamo solo io e te e io ti amavo. Lo aprirebbe
per guardarlo com’è dentro e allo stesso tempo lo vorrebbe di marmo. Stare
davanti all’impeccabilità del marmo, inginocchiarsi a succhiare il levigato
compimento del marmo. Lo ammazzerebbe, quel deficiente subnormale di
cartapestaio, per non averglielo fatto di marmo. Vede il turibolo appeso sotto
l’arcata, l’arcata di pietre e stucco scrostato sopra l’altare, l’altare
davanti all’abside dischiuso come gli spicchi di un’arancia. Lo ammazzerebbe
con un colpo di turibolo, il cartapestaio, gli spaccherebbe e sgranerebbe la
testa come un’arancia. Ma già che c’è la cartapesta, tanto vale aprirlo,
dilaniare la miseria della fibra e della colla e entrargli subito dentro, con
tutt’e due le mani. Questa puttana d’un Cristo, che non scenderebbe mai da lì
sopra a redimerlo di tutti i pensieri, di tutta la bestialità che non solo lo
sconsacra, lo rende inumano; a redimerlo di tutto quel peccato non scenderebbe
mai, se non lo schiodasse lui. Non scende. Perché è finto.
Sgancia la croce dai sostegni e, col Cristo capovolto e
appoggiato contro l’abito talare, entra nel vano dell’intercessione, attraversa
il tramezzo, guarda la scimmia, l’aberrazione che sarebbe dovuta morire ma non
è mai morta; l’aberrazione che, così animalescamente simile a lui, con lo
stesso cardo innestato nel midollo, scaglia l’estremo anatema contro il corpo
stesso del Cristo; l’aberrazione che, nel vedere la sagoma nota profilarsi
sulla porta, allunga meccanicamente un braccio per prendere le caramelle.
Il dottor prete apre la gabbia, con una mano accarezza la
testa della scimmia sull’alopecia che ha dietro l’orecchio, dove sa che le
piace essere grattata. Con l’altra mano le cala la croce dritta in mezzo al
cranio. L’osso si spacca con una fragilità inaspettata. Un braccio della croce
attraversa la faccia della scimmia e si incastra sotto l’osso temporale. Il
dottor prete tira, ma il divario tra consistenze molli e taglienti e la
trasfigurazione del volto dell’animale lo inorridiscono al punto da farlo
desistere. I piedi del Cristo, quando il prete abbandona la croce, che è un
tutt’uno con la scimmia, sono diventati gialli.
Oltre il vano dell’intercessione c’è una porta imbullonata.
So che il cadavere della scimmia è là dietro e che attraversando quella porta,
scagliato nel buio come un involucro vuoto, ha raggiunto una consapevolezza che
io non ho. Ma non ho neanche il coraggio di guardare fin lì.
5) LA DONNA DEI SOGNI.
Ancora alle sei di pomeriggio la sabbia è talmente calda
che si fatica a pensare che nasconda dei corpi morti. Matteo è sempre qui
accanto a me, con la sua camicia bianca aperta e svolazzante sul petto, i
bermuda ricavati da vecchi jeans, due
dita da predicatore sulle labbra e quell’insopportabile aria meditabonda. Vive
una sua gara, tutta personale. Crede davvero d’essere la persona
sentimentalmente più infelice dell’isola, mentre io sono sicuro che la
minuscola Chiara, nonostante quelle sue spalle strettissime e la testa troppo
grande, e ora anche la faccenda del cane, riuscirà a non uccidersi. Matteo
invece crede che lo farà. Ma se non lo fa, noi un’infelicità sentimentale come
quella di Chiara ce la possiamo solo sognare.
<< Perché cavolo ti sei fatto tagliare i capelli così
corti. >>, gli domando, ho sempre questo vizio di partire da un dettaglio
fisico, quando non mi va più di avere vicina una persona.
<< Non ti piacciono? >> Matteo si passa la mano
sulla testa ispida e nera, << adesso che fa così caldo è comodo.
>>.
<< Adesso che fa così caldo è comodo >> ripeto
facendogli il verso in falsetto, << sembri uno operato al cervello. Con
scarsi risultati. >>.
<< Pensi che il fatto che abbiamo seppellito anche il
cane possa creare problemi? >>.
<< Questa sabbia è buona, è buona e brava, proprio
come le mignottelle che ti passi. Perciò, accetterà anche il cane. >>.
<< Dovevamo dividere il cane dagli altri. Non
accomunarlo agli uomini, porta male. >>.
La superstizione di Matteo ha un qualche fondamento: sulla
nostra isola nessuno ha mai sopportato gli animali, voglio dire quelli
domestici, meno che mai il cane di Chiara. Lei l’ha trovato morto accanto al
suo letto; gli sarà preso un colpo nella notte, certo nessuno può averlo
toccato perché Chiara, conoscendo l’ostilità degli isolani, lo teneva sempre
chiuso nella propria camera da letto. Dopo vari ripensamenti durati non più di
mezza giornata, alle cinque e mezza del pomeriggio l’abbiamo seppellito insieme
a tutti gli altri. La prima volta che vedo un muso anziché un viso andare
sottoterra.
<< La prossima volta questo lavoro lo fai tu.
>>, dice Matteo risalendo le dune fin sulla strada. È stato lui a fare la
fossa e ricoprirla, senza che io dicessi niente, ora è pentito?
<< Non ci sarà una prossima volta, o vuoi dire che
Chiara si farà paracadutare un altro cane? >>.
<< Non so quello che voglio dire, ma sappi che questa
volta me la paghi, se mi succede qualcosa. >>.
Quella stessa sera, vedo Chiara nel cimitero, che sta
costruendo qualcosa con la sabbia, qualcosa che persino per la mia psiche
depressa ha l’aria sinistra. Una specie di alta e storta colonna con vari
rigonfiamenti a diverse altezze, perciò bevo un sorso dalla lattina di
Coca-Cola (ne bevo troppa, ne bevo troppa dice il mio Super-Io, devo
smettere) e scendo giù a incontrarla, tanto più che per Chiara io ho sempre
avuto un debole. Ma un debole represso: è così brutta.
<< Che fai? >>.
<< Erigo un memoriale. >>.
<< Un che? >>.
<< Un memoriale, un monumento funebre. >>.
<< Bello, ma a che serve? Yalta ormai è morto.
>>.
<< Appunto, se non fosse morto certo non lo farei.
>>.
Non c’è proprio niente da fare, Chiara sarà la donna
sentimentalmente più infelice dell’isola (se non si ammazza), ma io il più
stupido (finché vivo).
<< Un sorso di Coca? >>.
<< Tienimela per quando ho finito il lavoro, grazie.
>>. (Vedi, lei non sbaglia una mossa, mi soffia all’orecchio il
Super-Io: è la donna dei sogni, sarà brutta ma anche tu ti sei mai
guardato allo specchio?)
Resto lì a guardare Chiara, ormai quasi completamente
nascosta dal buio, si dà da fare come un’ossessa con rapidi e incomprensibili
ritocchi attorno alla sua colonna. Quello che proprio non capisco sono i
rigonfiamenti.
<< A che servono queste specie di… sacche? >>.
<< A che servono? A incamerare i suoi pensieri.
>>.
<< Oh Chiara, sei cambiata… >> vorrei dirle, e
sto quasi per dirglielo ma mi mordo la lingua.
<< Incamerare i suoi pensieri, intercettarli, come un’antenna.
>>, aggiunge Chiara distanziandosi un po’ dalla sua opera per guardarla
nell’insieme, << in questa cazzo di isola quando li metteranno i
ripetitori per i cellulari? Possibile che dobbiamo restare tagliati fuori dal
resto del mondo? >>.
<< Non hai nemmeno la televisione a casa, non vorresti
un cellulare, Chiara. >>.
Mentre lei è china a raccogliere altra sabbia, da solo mi
faccio il gesto del dito sulla tempia, e forse ha ragione Matteo, prima o poi
se la toglierà la vita.
<< Ti metto la Coca qui, va bene? Io me ne torno su,
ci sto tutto il giorno in questo posto e di sera sento proprio il bisogno di…
>>.
<< Di che? >>.
<< Di viaggiare. >>. Viaggiare? Ma
che sto dicendo?
<< Vai pure. >>, risponde Chiara, con un tono
che potrebbe anche essere quello di un va’ all’Inferno, << viaggia allora.
>>.
E va bene, maledetta stronza.
<< Ti lascio due gocce di Coca. >>, le dico, e
comunque quest’affare, il memoriale, domani all’alba Matteo e io te l’avremo
buttato giù.
Mi sveglio presto, alle cinque e c’è il vento che fa
sbattere la tenda della mia camera da letto. Davanti allo specchio, dopo
essermi rasato, mi sembra di vedere un ragazzino, mi domando come faccia la
gente a prendermi sul serio, mi giro a pisciare impeccabilmente tutto sulla
tavola del cesso, la pulisco con un metro di carta igienica. Ai funerali ci
sono le madri che arrivano con tutti gli altri parenti vestiti a lutto, quelli
più giovani non portano mai la cravatta e si mettono a parlare con me, mi fanno
domande sul camposanto nella spiaggia. Questi nuovi hippy che vengono a morire
qui, ci vengono da ogni angolo del mondo. Torno a guardarmi allo specchio e mi
prende un colpo: quando mai potrò dirmi adulto con questa faccia dalla crescita
sospesa, non lo so. Sembro un fantasma.
Cristo, Matteo s’è addormentato un’altra volta in piazza,
sotto la tettoia del bar. È la quarta
volta dall’inizio del mese. Allineate attorno ai piedi scalzi (i sandali glieli
fregano sempre) ha un paio di lattine di birra e una dozzina di bicchieri vuoti
con sgargianti tracce di cocktail sul fondo. I cocktail glieli regalano, quando Matteo comincia con i pettegolezzi
e gli insulti lo fanno bere sempre di più, cocktail sempre più forti, a nessuno
importa niente se le cose che racconta siano vere o false, Matteo racconta da
far morire dal ridere e tanto basta. A mezzanotte qui la noia morde come Klaus
Kinski in Nosferatu.
Comunque lo tiro un po’ su per i capelli.
<< Matteo, c’è una cosa che dobbiamo fare. >>.
Mi guarda con occhi acquosi.
<< So un paio di cose su quella grandissima puttana
di mia… pardon, tua madre. >>, blatera lui.
<< Sai che novità. Dài, c’è un lavoro che dobbiamo
sbrigare, giù al camposanto. >>.
<< Giù al camposanto dici? Un lavoro? Sai che novità.
>>. Però si alza in piedi come avesse sentito la parola magica. <<
Cristo, >> si lamenta, << mi sento come se mi avessero evirato, e
poi detto che ho un cancro incurabile, e poi detto che invece no, sto bene, ma
comunque ormai mi hanno evirato. >>.
<< C’è Chiara che ieri sera, mentre tu eri qui a fare
il tuo show, ha eretto un memoriale sulla spiaggia del cimitero. >>.
<< Un che? >>.
<< Un memoriale, un monumento funebre per Yalta, il
suo cane. >>.
<< Dio mio, lo sai che sei pallido? >>.
<< Bisogna buttarglielo giù. >>.
<< E certo che bisogna buttarglielo giù. Però perché
bisogna buttarglielo giù? >> e cade sulle ginocchia, strillando dal
dolore. << Oh mio Dio, oh mio Dio, non ce la faccio a stare in piedi!
>>.
<< Vado io da solo. >>.
Matteo striscia un po’ sulle ginocchia in un goffo
tentativo di seguirmi, poi mi tira per la maglietta.
<< Porta anche me. >>, dice.
<< Alzati in piedi, puttana Eva! >>.
Scuote la testa, non ce la fa. Me ne vado giù al
camposanto, e dietro di me sento un tonfo sordo, di chi cade con la tempia
sullo scalino (in travertino) antistante la soglia del bar.
Chiara è di nuovo lì, in maglione nero e mutande del
costume. Apparentemente sta cesellando il viso di Yalta.
<< Buongiorno! >> mi dice tutta di buon umore,
quando ancora sto scendendo giù dalla strada verso di lei.
<< Sei proprio brava lo sai? >>.
<< Claro che sono brava. Ieri notte ho
pianto tutte le mie lacrime. Non so se ce la farò a sopravvivere al dolore.
>>, dice seria.
<< Sì sei proprio brava. >>, dico guardando il
viso del cane di sabbia, << e quando avrai finito con questa cosa, anche
il dolore sparirà. >>.
<< Come hai detto? Hai detto questa cosa?
>>.
<< Non so come chiamarla. >>.
<< Non chiamarla. O almeno non chiamarla questa cosa.
>>, mi guarda con occhi in fiamme.
<< Come vuoi tu! Ma… Chiara, mi sembri cambiata.
>>.
<< Sono un’artista. Sono disperata e passo da un
umore all’altro al modo degli artisti. >>.
Mi faccio indietro di qualche passo per lasciarla passare:
si mette di profilo al memoriale per scolpire le orecchie di Yalta, il suo cane
che se n’è andato. Quando le orecchie sono finite si scosta con le mani
insabbiate a mezz’aria, mi guarda, annuisco ripetutamente, << sei un
genio, Chiara. >>.
<< Solo c’è
una piccola imperfezione. >>, risponde lei.
<< Davvero? >>.
<< Sì, è che io vorrei avesse un’aria vendicativa.
Come se fosse un ammonimento, perché la gente sappia che odioso e stupido
delitto è maltrattare e uccidere un animale. E invece, guardalo, l’ho fatto
così mansueto… sembra dire: oh sì, dovevo morire, me lo meritavo, non mi avete
fatto niente di male. Anzi, qui da morti, si sta meglio, almeno non c’è Chiara
a rompere. >>.
<< Ma di che delitto parli? Yalta è morto nel sonno,
lo tenevi chiuso in stanza, l’hai detto tu. Nessuno può essere entrato per
ucciderlo. >>.
<< Ha un’aria troppo mite, ecco… ora sono un po’
delusa di questa cosa. >>.
<< L’hai chiamata questa cosa! >>.
<< Sì! >>.
<< A me sembra minaccioso, o comunque sinistro.
>>.
Chiara fa un gesto infastidito con la mano.
<< Cazzate. E comunque non voglio sapere quello che
pensi, non influenzare l’artista. >>.
Tiro un gran sospiro, ora viene la parte peggiore, mi
dispiace davvero.
<< Chiara, non puoi tenere quest’affare qui. Già a
molti non è andato giù che abbiamo seppellito un animale vicino ai loro padri,
o madri, o fratelli, o sorelle, o nipoti per parte di madre, o di padre.
>>, non ho il dono della sintesi.
Lo sguardo che mi rivolge Chiara non è di odio. È di
scandalo.
<< Cosa? Ripeti? >>.
Le guardo le mani sporche di sabbia, improvvisamente mi
sento davvero, nel profondo, un verme. Perciò penso che non ci sia altra strada
che affrettarsi a buttare giù quel coso, o memoriale, come lo chiama. Sferro un
calcio, poi un pugno, e al secondo calcio tutta quella ridicola colonna crolla,
e come ultima traccia sul mucchio di sabbia rimane solo un triangolino, con un
frammento di viso del cane.
Chiara assiste alla demolizione senza muovere un dito,
gelata sul posto. A operazione finita, gira attorno a quel soffice mucchio di
macerie come fosse un fotografo cui è caduto un soggetto interessante tra i
piedi.
<< Ecco, ecco a cosa servi tu, finalmente ho capito.
>>, dice nervosamente, prima di andarsene, e comunque senza guardarmi in
faccia.
Mi viene l’idea di andare a trovare Chiara, che non si fa
più vedere in giro da quell’episodio dell’abbattimento del memoriale. La sua
casa è una delle più in altura dell’isola, arrivarci è una vera sudata a fine
luglio. Comunque mi metto in testa un cappello di paglia ridicolo e ci arrivo.
Busso alla finestra della cucina. Nessuna risposta.
<< Chiara! Chiara, devo parlarti, devo spiegarti…
>>.
La porta della cucina si apre, entro, Chiara è seduta al
tavolo con una tazza di caffè in mano.
<< Ne vuoi? >> sussurra. Ho sentito benissimo,
ma quest’atmosfera tragica non mi va, perciò faccio una smorfia indicandomi l’orecchio.
<< Sì, ne vuoi. >>, dice lei. Si alza e riempie
una tazza di caffè per me. Me la porge.
<< Ce l’hai con me? >> domando, stringendo
imbarazzato la tazza dipinta da Chiara stessa. Ho paura che si spezzi e mi
tagli, una volta m’è accaduto.
<< Sto bene senza il mio cane. >>, risponde.
<< Non è questo, è che tu intendevi farne… come hai
detto? Un memoriale, un ammonimento per la gente. >>.
<< Di che gente parli? >> Chiara si torce le
mani. È smagrita, la testa sembra un peso intollerabile per il collo sottile.
<< E di che gente vuoi che parli? Gli isolani.
>>.
<< Non sono mai andata d’accordo con gli isolani.
>>.
Mi siedo con lei e bevo un po’ di caffè.
<< Sai, l’altra sera Matteo ha fatto uno dei suoi
cinema. >>, le racconto come se l’aneddoto non mi sfiorasse, << E
ci ha messo dentro anche la storia del tuo cane. Si era verso la fine, se ne
stavano andando un po’ tutti, ha fatto il nome di chi l’avrebbe ammazzato. Non
so se ti è giunta voce. >>.
<< Mi è giunta voce che ha detto che sei stato tu.
>>.
Finisco il caffè e Chiara me ne versa ancora un po’ finché
la caffettiera non è vuota.
<< Tu gli credi? >>.
Chiara non risponde.
<< Matteo lo fanno ubriacare, poi lo prendono a calci
in testa... Qualche giorno fa abbiamo litigato, quindi s’è inventato questa
balla su di me. E poi, tu eri chiusa dentro casa con lui, con Yalta voglio
dire, nessuno può averlo ammazzato. >>.
<< Vedi. >>, dice Chiara, << ho capito
perché sei venuto da me. Vuoi che io vada giù in piazza, a smentire
pubblicamente quello che Matteo ha detto l’altra sera contro di te. Ma non lo
farò. Non è in mio potere. Mi piace che questa cosa se ne vada in giro come il
vento, di casa in casa. >>.
<< E perché ci dovrei rimettere io? >>.
Chiara fa una risatina.
<< Non è colpa mia. >>, dice.
<< Quando il tuo cane è morto, infiniti mugugni per
la sua sepoltura insieme ai cristiani, poi altre infinite lamentele per quell’oscenità,
quel memoriale che stavi facendo nel bel mezzo del camposanto, e poi quando lo
butto giù tutti a dirmi ma perché, in fondo, potevi lasciargliela
quella consolazione, ma tu sei una donna così scema da avere bisogno di
consolazione? E adesso anche questa storia di Matteo, tutti a dargli retta, io
trasformato nell’assassino di Yalta. Non ci sto capendo più niente, ora
trattano me come un cane! >>.
<< Non è colpa mia, dovevo pur fare qualcosa.
>>.
<< Ma di che stai parlando. >>.
<< Non solo non hai mai letto un libro in vita tua,
assassino, ma non hai mai letto un libro giallo di serie zeta. Yalta era solo,
chiuso a chiave nella stanza con me. Era sanissimo. Chi può averlo ucciso
secondo te? >>.
<< Sei stata tu? >>.
Chiara sorride, << sono stata io. >>.
<< Perché? >>.
<< È stato, scusa mi scappa da ridere, è stato un
delitto passionale. Morto Yalta, ti ho definitivamente impietosito, becchino
mio. Povera Chiara, ora è rimasta veramente sola. Ti sei
avvicinato a me solo dopo che l’ho ammazzato. Matteo ha fatto di testa sua
incolpandoti, io non c’entro niente. E la pagliacciata del memoriale, come l’hai
amato quell’affare, come hai assaporato il momento in cui ti sei sentito in
dovere di distruggerlo davanti ai miei occhi, per accontentare chissà
chi, poi. Che splendido gesto d’amore, metterti tra me e un cumulo di
sabbia; in quell’istante ti dico che ho veramente sentito il mio cuore battere,
tu invece chissà cosa pensavi, che fossi mortificata, annientata. Assassino di
sabbia, ecco cosa sei. E alla fine sei fluttuato quassù da me, la
brutta testona, o come dicevi a Matteo, la donna sentimentalmente più infelice
dell’isola. >>.
Mi alzo in piedi, e subito comincia a girarmi la testa.
Sento d’aver perso la bussola: mi rimetto il ridicolo cappello di paglia. Sono
solo e sempre l’uomo più stupido dell’isola.
<< Vattene pure, so perfettamente che tornerai, ti
verrà voglia di consolarmi >> dice Chiara ridendo, << Yalta è
morto, l’ho fatto fuori, e tu, tu ti sei degnato di salire fin quassù con
questo caldo per parlarmi. Ah! Posso morire contenta! >>.
Quella stessa notte una donna che aveva come unico compagno
un animale, una donna da tutti candidata a essere la più sentimentalmente
infelice dell’isola, è morta. La seppelliamo vicino al suo cane, suppongo.
Matteo e io stiamo sempre a litigare e non siamo più sicuri di dove ficchiamo
la gente.
6) BUONO COME UN CANE.
Putu guardava il mare scintillare dal patio della sua casa a picco sul mare
su una delle scogliere di Bali. Era l’eremo privato della sua famiglia, su cui
sorgeva una villa di lusso in cui passava le lunghe giornate, dopo la scuola
elementare, in cui frequentava la terza classe.
La sagoma esile e l’incarnato chiaro gli conferiva una grazia altera
procurandogli il disprezzo dei compagni, soprattutto di quelli negri,
profondamente invidiosi della bellezza bianca, che è la vera bellezza. Nonostante
ciò si disbrigava bene nel nuoto, divertendosi con gli amichetti che lo
raggiungevano talvolta in quella dimora solitaria, dopo i compiti. Solo il viso
un po’ gonfio e ‘l’occhio fiacco’ tradivano la cura cortisonica, che doveva
assumere per tutta la vita per un trapianto di reni subìto l’anno scorso e per
prepararsi al trapianto di fegato per cui era inserito in una lista d’attesa
internazionale.
Dalla corporatura media e dal normotipo caucasico, aveva una sindrome
genetica che non gli procurava alcun fastidio, per come era trattata.
Il padre lo seguiva assiduamente con competenza professionale.
“Babbo, devo andare alle selezioni di nuoto della scuola. Lunedì prossimo!
Ci saranno anche i miei amici di classe”.
“Sei il mio campione, Putu, ma dobbiamo rimandare ai campionati che si
faranno a Giakarta. La nostra città è troppo pericolosa, per colpa delle bande
nigeriane che ci stanno invadendo”.
“Ma, babbo, andrò a scuola, mica in giro per la strada. Non ci stanno
bande, lì”!
“Ti ho sempre detto, e l’hai visto tu stesso al telegiornale, che stanno
rapendo dei bambini. È molto pericoloso uscire di casa, in questo periodo”.
Il padre vide il ‘muso lungo’ del piccolo e aggiunse: “Quando avranno preso
i rapitori, potrai uscire di nuovo”.
Il bambino non accettò questa spiegazione generica e soprattutto così
limitante per le sue esigenze di socializzazione e rivolse una riprovazione
all’indirizzo dei rapitori: “E’ gente molto cattiva quella che ruba i bambini.
È vero”?
Uscendo di casa il padre gli rispose distrattamente: “Si, sono cattivi.
Quasi tutti”.
Tramite l’ospedale in cui lavorava era riuscito a far attribuire al figlio
il codice d’urgenza associato al DNA, che gli spettava di diritto. Lo aveva
fatto registrare nella banca dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità.
Era un codice univoco al mondo che avrebbe assicurato il rispetto della
graduatoria d’attesa. Sapeva bene che la gestione degli organi era un ‘campo di
battaglia’ e che, per i bambini, si entrava addirittura in una specie di
giungla in cui l’arrembaggio agli organi disponibili era una pratica ritenuta
ligia alle regole.
La semplicità infantile del ragazzino lo vestiva di naturalità, facendogli
trascorrere una vita quasi normale di bambino, a parte la trasfusione
settimanale di cellule staminali, che si faceva iniettare mentre giocava ai
videogame.
Il sanitario non voleva che si sapesse della malattia del figlio, per
assicurargli l’esistenza più normale possibile.
Era sempre solo, pur circondato dalla servitù, nascosta dalla riservatezza
di un servizio discreto ed iper-efficiente. L’altra parte del nucleo familiare,
rappresentato da un solo genitore, era sempre impegnata in ospedale, a
Denpasar, dove svolgeva un lavoro molto importante e molto ben pagato.
Putu diceva a scuola che suo padre era il ‘capitano del Policlinico’,
riducendo la descrizione ed esagerando la mansione vera di ‘capo-reparto dei
tecnici di radiologia’ del complesso ospedaliero cittadino.
Sotto il balcone del salone dei ricevimenti guardava ‘zampillare’ i
riflessi del sole sulla tavola marina che si scioglieva sotto gli scintillii
colorati. A mezzogiorno questi pigmentavano di riflessi fluttuanti quelle acque
vitree, sotto la superficie, piatta come in una vasca da bagno.
Era una calda giornata estiva, immersa languidamente in un dicembre
indonesiano immobile.
L’indomani, 22/12/2018, niente di tutto ciò che il piccolo stava guardando sarebbe
rimasto al suo posto, compreso il mare.
Era un’esistenza patinata e agiata, la sua, ma anche noiosa. Monotona come
la superficie dello specchio liquido in cui guardava stagliata la sua ombra.
L’arcipelago era il suo amico più fidato: sempre presente e accogliente. A lui
sembrava che il golfo gli sorridesse quando i monsoni non svuotavano le nuvole
nere rigonfie che rovesciavano valanghe d’acqua su ogni angolo della terra,
alla portata del suo sguardo confinato tra gli scogli.
In quella latitudine ogni bufera lasciava il segno.
In quel periodo, il Commissario Santoso, comandante della Centrale di
Polizia di Denpasar, di stanza a quasi trenta chilometri dalla casa di Putu, a
Bali, stava richiedendo lo ‘straordinario’ agli accalappia-cani impiegati sotto
la sua giurisdizione, ricattandoli con lo spauracchio del licenziamento.
Ogni servizio di pubblica sicurezza ha le sue emergenze da sbrigare.
Il funzionario era un tipo sovrappeso, ma dall’agilità insospettabile. La
voce roca, gli occhi di diverso colore, infuocati da un etilismo manifesto e i
baffi gli conferivano un’autorità temuta, riconosciuta anche in virtù di un
ventre gonfissimo, dilatato dall’uso smoderato del vino di Arak che tutti
bevevano, ma non in quelle proporzioni.
Necessitava e pretendeva uno spazio molto ampio quando si muoveva tra i
banchi del Commissariato con la singolare postura ‘implosa’ al centro della sua
figura a causa del valgismo accentuato delle ginocchia. L’insieme anatomico
sceneggiava un ondeggiamento ridicolo e acciaccoso nella sua grottesca
deambulazione. Nonostante ciò, ‘rotolava’ velocemente da una parte all’altra
dell’ufficio polveroso e ingombro di arredi inutili e pacchi ammonticchiati sul
pavimento di maiolica.
Sotto-banco periodicamente ordinava di razziare i vicoli malfamati della
provincia per ripulirli dei “ragazzi di strada” privi di una famiglia che
potesse lamentarne la scomparsa.
Ci scherzava sulla funzione di Commissario che “Commissionava il lavoro
sporco”.
Un giorno di dicembre, alla fine del ‘servizio’, la pattuglia si presentò a
rapporto.
“Appuntato scarica la merce direttamente in ospedale e bada di consegnarla
direttamente al ‘dottore’. Sa lui cosa deve farne”.
Il sottoposto orientò i portelloni del grosso furgone verso l’ingresso
posteriore dell’ospedale, posto proprio di fronte all’uscita di sicurezza della
caserma, nella stradina privata, per sfilare dal cassone la cordata di
ragazzini incatenati, lacero-contusi per le schermaglie con le bande avversarie
di altri quartieri della città e per l’avvenuta cattura molto contrastata.
Spesso la missione diventava violenta.
Quei ragazzi catturati erano vestiti di stracci e il loro particolare più
riconoscibile erano le gambe ossute, tutte graffiate.
Con uno strattone, accompagnato da un grido bestiale d’incoraggiamento,
quel Caronte fece rovinare al suolo il primo della cordata, il quale trascinò
giù, di peso, quelli a cui era legato, come reazione a catena.
Il suo capo li chiamava i “cani di strada”. Li faceva ricoverare tutti in
ospedale con l’ordine di un trattamento sanitario obbligatorio, facendoli
transitare dal Pronto Soccorso. L’addetto al ricovero, sotto la sovrintendenza
del Dottore, riscontrava le escoriazioni, compilava un’apposita cartella
clinica in cui descriveva varie ferite da taglio e consegnava i pazienti alla
filiera sanitaria, che avrebbe seguito l’iter consueto per quell’ospedale.
Quel giorno ci fu un piccolo disguido, di quelli che possono capitare, in
percentuale media del dieci su cento.
“Capo, questo di sotto si è lasciato stringere il collo dalla catena.
Guarda come strabuzza gli occhi?”
“Non lo vedi che si è strangolato con tutto il peso di quelli di sopra?” lo
rimbrottò il superiore. “Sfila il cadavere e smaltiscilo nei cartoni ‘speciali’.
Non lo fare entrare con gli altri, se no sporchiamo carte inutili. Cerca di non
perdere altra merce, se non vuoi rogne”.
Non era l’unico elemento a cui era stata strozzata la voce. Occhi
infantili, terrorizzati e spietati li interrogavano.
Qualche anno prima, in un’altra località di Bali, la vita del centro
storico ferveva quasi come al solito. Le strade brulicavano di persone tutte
indaffarate a trasportare oggetti. Ma in una di quelle qualcosa stava andando
storto:
“Non si resiste più al fetore che proviene da quella casa” disse la
titolare del panificio, a cinquanta metri dalla casa di Kadek, il ‘tipo strano’
del quartiere. Si rivolgeva con veemenza allarmata al poliziotto municipale,
richiamato dalla solita postazione, al semaforo che vigilava stancamente.
“Signora che ci posso fare, sarà andato a male un arrosto di carne oppure
gli è morto il gatto. È una casa privata e non posso entrare se non mi
autorizza il giudice” le rispose la guardia, offrendo di compensare con la
prudenza la sua scarsa solerzia.
La frase sortì l’effetto opposto facendo insorgere, ancor di più, anche gli
altri vicini invece di attenuare l’insurrezione popolare che stava prendendo
piede in quel vicolo, alquanto raccolto nel borgo popolare, ma non tra i più
malfamati della zona.
La mala parata convinse il gendarme a farsi coraggio. Con fare
istituzionale e gesti plateali suonò due volte il campanello. Attese oltre
misura la risposta, che non arrivò. Sentì la forza di persuasione della folla
che lo avvolgeva. Sospinto dalle persone che gli si assiepavano sempre più
vicino al collo, scavalcò il cancelletto, prima per sottrarsi a quella morsa e
poi per dissipare il dubbio che qualcosa di fatiscente fosse accaduto in
quell’unità immobiliare indipendente per tutto, meno che per la condivisione di
effluvi sospetti.
Il suo proprietario, dinoccolato e segaligno, era stato in cura parecchi
anni per delle fobie varie: la preferita era quella di conservare tutti i
giornali che riportavano notizie di lucertole! Il problema sorse quando cominciò
a nascondere, tra i giornali che stoccava nel sottoscala di casa sua, delle
lucertole morte di tutte le dimensioni, scelte tra le specie che pullulano in
Indonesia.
Il ragazzo non era normale. Era risaputo che fosse autistico, ma negli
ultimi anni le sue manie si erano intensificate di portata. Era partito dai
lepidotteri, conservati in alcool, per proseguire accanendosi in un’insana
passione entomologica che si tramutò in necrofilia verso anfibi più pesanti e
puzzolenti. Accrescendo le dimensioni dei reperti, gli erano mancati dei
contenitori abbastanza capienti e la dose di formalina necessaria per
conservarli, ma non si era scoraggiato e aveva continuato a ‘collezionare’
fotografie e carcasse fino a rasentare il disastro ecologico di casa sua e
quello olfattivo del vicolo in cui abitava, già minacciato dagli odori emanati
dagli street food, che friggevano proprio di tutto e a tutte le ore.
Si aprì il cancello e ne uscì il poliziotto, turbato da quella ‘casa degli
orrori’, che manteneva una pala per sorreggere il cadavere di un cucciolo di
Drago di Komodo, relativamente recente, ma già decomposto.
Tra lo sconcerto e un crescente sentimento di rivalsa, insieme al cancello
si aprì velocemente anche il capannello di persone per repulsione verso quel
cadavere ripugnante e, di conseguenza, verso il suo becchino improvvisato. Il
poveretto annaspava tra i due margini della carreggiata sotto il peso della
massa sollevata e quello della figuraccia sostenuta.
A seguire, varcò quell’uscio un tipo poco ortodosso, vestito sommariamente,
poco più che adolescente e acconciato eccentricamente con capelli arruffati e
un abbigliamento trasandato, incredulo che gli stessero portando via una parte
della sua collezione.
I dieci anni di internato nell’ospedale psichiatrico, lo convinsero a
trascurare gli animali, soprattutto quelli morti, da quel momento in poi.
Però, un certo turbamento gli rimase, che lui riusciva a confondere in un
vago anticonformismo alternato con atteggiamenti originali: un’ossessione
inusitata per la fotografia, che esprimeva riprendendo con il cellulare tutto
quello che gli passava davanti, compresi i documenti importanti che era
preposto a timbrare per lavoro.
Sì, perché al termine del percorso di recupero psichico coatto, gli fu concessa
un’occupazione pubblica in prova all’ufficio protocollo dell’ospedale di
Denpasar, senza mansioni di concetto.
Dopo i primi giorni di affiancamento si capì che quel tale non si sarebbe
fatto sfuggire una sola pratica, come se fosse una macchina ben oliata e fu
lasciato, quasi da solo, a disbrigare quella routine alquanto monotona e
ampiamente disdegnata dal resto del personale, che consisteva nel protocollare
i documenti in ingresso.
“Collaboratrice, per favore vada a controllare quello che sta facendo il
‘tipo strano’ al Protocollo. Non vorrei che faccia qualche casino”.
“Direttore, quello è più preciso di me e di lei. Finché non si sente puzza
di cadaveri può stare tranquillo”, rispose saccente l’infermiera. Poi aggiunse:
“Vado a dare un’occhiata, per scrupolo”.
“Kadek! Che stai facendo”?
“Mi hanno detto di distruggere questi documenti vecchi. Li sto fotografando
per prudenza, dovessero servire. Puoi mai sapere?”
Quella domanda retorica racchiudeva tutta la sua psicologia conservativa.
Il suo cruccio era che riteneva tutti quegli incartamenti degni di
archiviazione e nel suo cellulare, questa volta, ci finirono proprio tutte le
immagini dei certificati che transitavano sotto i suoi timbri.
Chi lo vedeva armeggiare confusamente tra le scartoffie e smanettare con lo
smartphone tollerava pietosamente quella innocua diversità, compatendolo perché
si limitava a passare le ore con il naso sul monitor del telefono senza
infastidire alcuno e senza chiedere niente per sé.
Mentre lì si timbrava e si fotografava, al Commissariato di Sumatra il
giovane ispettore Wati ebbe la promozione a Commissario scelto e, con le trenta
rupie di aumento, maturò il credito mensile corrispondente a un bicchiere di
Jamu, una tisana di succo di erbe che amava trangugiare quotidianamente e non
solamente a cadenza mensile.
Quello scatto di carriera, però, lo fece transitare nella sezione “Crimini
internazionali” del Bureau d’Indonesia, con sede a Giakarta: una specie di FBI
indonesiana. Il prestigio riscosso gli fece dimenticare l’amarezza sull’aumento
di stipendio irrisorio.
Lì si interessò del traffico d’organi e delle stragi di bambini, avvertita
come dilagante dall’Intelligence della capitale, nella quale lo trasferirono.
Lo informarono, per bene, di tutto quello che si sapeva sulla malavita
organizzata, che nessuno avrebbe potuto immaginare passeggiando per le strade
delle città, frequentate da gente sempre sorridente, dal culto per l’anima
conservata in ogni oggetto: una forma di religione rispettosa delle cose, ancor
più venerate degli esseri umani.
Frequentava l’alta scuola di Polizia, come primo obbligo derivante dalle
nuove mansioni.
Studiava assiduamente e con passione i casi proposti e mai risolti,
riportati della letteratura tematica, come aveva fatto per ogni disciplina che
aveva seguito quando frequentava l’Accademia di Criminologia.
“Ci sono posti dove mangiano le persone”! gridò allarmato il sergente
istruttore che stava replicando al muto scetticismo mostrato dalla platea in
cui sedeva anche Wati, incalzandola con la frase:
“Come voi preferite mangiare gli animali giovani, anche a loro piace la
carne tenera! Fate attenzione a quelli che avvicinano i ragazzini in qualsiasi
modo”.
Al neo commissario rimase molto impressa quella deviazione, appena appresa,
dalla risaputa tradizione di consumare carne di cane. La popolazione attingeva
da quell’enorme bacino di ‘cibo randagio’, disponibile a buon mercato e
necessario a sostentare una popolazione di duecentosettantatre milioni di
persone, in crescita. Era una pratica alimentare comprensibile per non morire
di fame. Almeno, finché si trattava di cani. Che si praticasse il cannibalismo
e soprattutto la caccia ai bambini non riusciva proprio a conservarlo nel
cervello. Tantomeno ad accettarlo.
Quello sviamento dal folklore lo impressionò. Tentò di convincersi: c’erano
delle zone isolate in cui si praticava la ‘caccia all’uomo’.
Le autorità stavano cercando i luoghi dove si annidavano quelle sacche
d’inciviltà che facevano vergognare le delegazioni ministeriali del suo paese
quando erano in visita ufficiale alle Nazioni Unite. Quella notizia si era
sparsa oltre confine!
Decise di occuparsi del problema ancor prima di ricevere l’incarico
ufficiale dal direttore perché, o si provano certi sentimenti o non ci si può
dedicare a delitti talmente brutali senza rischiare di demoralizzarsi in uno
scoramento abulico.
Un informatore accreditato gli detta una ‘dritta’ per contattare un
giornalista che barattava informazioni con il Bureau. Era una soffiata preziosa,
ma era troppo tardi per intervenire e dovette assistere impotente alla
trasmissione differita in TV del servizio giornalistico, senza poter accedere
alle fonti. Non conveniva a nessuno rivelare la provenienza delle notizie
più scottanti per non alterare l’equilibrio del dare-avere tra organi dello
Stato.
Marf fece sobbalzare il suo collega accalappia-cani subalterno, seduto al
posto di guida dell’auto di servizio: “Quei due in fondo alla strada!” gli
indicò additando un vialetto senza uscita, culminato da un muro alto di un
palazzo, dove aveva scorto le due vittime designate.
L’accalappiacani capo Marf aveva quasi cinquant’anni e una bronchite
cronica con una tosse grassa che ne annunciava la presenza a un isolato di
distanza. Portava con sé, durante l’acchiappanza, un lazo in fibra di nylon
sostenuto da un’asta rigida che usava anche per distanziare la preda da sé, per
proteggersi dagli assalti vendicativi.
Rispettando la tradizione locale, si alimentava normalmente di cani
randagi. Con il suo mestiere, la materia prima non gli mancava. Nessuno si
accorgeva che qualche animale più tenero non andava nel canile, ma finiva per
visitare una delle sue grandi pentole, allo scopo di essere consumato dopo otto
ore di cottura seguendo la ricetta della pecora in pignata.
Fecero il ‘prelievo’ dei due ragazzi: uno alto e robusto e uno smilzo e
basso, quest’ultimo dall’età apparente di sette anni, ma che ne aveva almeno
undici, da come correva.
Il piccolo non dette troppi problemi, una volta che fu atterrato.
Li agguantò entrambi immobilizzandoli con una scarica lieve del Taeser, una
volta bloccati tra loro e la parete del palazzo.
Quello più grande si dimenava, scalciava e sbraitava con le fiamme che gli
uscivano dagli occhi, nonostante fosse limitato dalla scarica ricevuta e
schiacciato sulla parete dal bastone.
“Ti faccio ammazzare, giuro. Vedi se non farai una brutta fine. Dietro al
muro ci sono i nostri”!
Si sentivano delle voci confuse, attraverso uno squarcio nel muro, da cui
era stata tolta una paratia, ma nessuno di quelli si fece avanti e
difficilmente avrebbero potuto intervenire, non essendoci varchi, pure se
avessero voluto farlo.
Ebbero necessità dell’utensile di supporto per stringere alla gola ‘quello
grosso’ e trascinarlo di peso da Marf, aiutato dal suo attendente che lo tirava
dai capelli.
“Stai fermo, tanto non ti serve a niente dimenarti. Ti facciamo fuori lo
stesso” gli gridò l’aiutante.
“Si, ma non subito” aggiunse Marf “questo non è ‘carne buona’. Resterà
qualche giorno in ghiacciaia”. La spiegazione riuscì a fare atterrire il
ragazzo, che capì tutto.
Li caricarono sul furgone piccolo, che usavano per i piccoli cani. Era
l’unico rimasto con il motore funzionante. Gli altri mezzi più grandi erano
tutti in riparazione, perché ‘sollecitati’ impropriamente dagli ospiti bipedi,
capaci di devastarli con ogni tipo di grimaldello improvvisato che gli capitava
nelle grandi tasche dei pantaloni “a pinocchietto”. Quella era la divisa che
vestivano gli adolescenti più giovani e tracotanti.
Quel giro di ronda non si poté prolungare, graziando quella e le altre
bande, in attesa inconsapevole del raid, a causa della raggiunta capienza del
piccolo mezzo di trasporto.
Quando arrivarono a destinazione trovarono, rannicchiato sul fondo,
soltanto quello grosso. Quello piccolo era sparito. Sul fondo del bagagliaio si
notava un pannello retato divelto, che era stato avvitato alla finestra,
protetta dalle sbarre per non far uscire i cani. Soprattutto i più piccoli.
Ma le dita degli esseri umani sono prensili e più efficaci delle zampe dei
quadrupedi.
“Quello piccolo è scappato da lì” fece Marf al collaboratore, che si limitò
ad annuire passandogli il bastone da lavoro, da dedicare a quello che era
rimasto.
Scaricò la sua rabbia sulle ossa dell’avanzo di cattura con l’arnese, fino
a storcerlo. Interruppe per sopraggiunta pietà nei confronti del ‘ferro da
lavoro’.
Da qualche minuto la preda aveva smesso di inveire.
Durante il trasporto, Rudy, il più grande, aveva spiegato al ragazzino che
erano stati catturati per essere mangiati come cani.
“Scappa sgattaiolando attraverso la griglia” gli disse indicando le sbarre
che ostruivano l’apertura d’aria, pur minuscola, di quel tugurio.
Rio era veramente magro e solo lui sarebbe potuto uscire da lì,
intrufolandosi tra le traverse del serramento, come un gatto. Rudy prima svitò
la rete, predisposta per i cani e non per quel tipo di prede e poi aiutò il
piccolo a uscire. Furono un secondo parto quelle manovre per far uscire la
testolina dalle sbarre. Quasi gli disarticolò le spalle, una volta che la testa
minuta sporgeva dall’abitacolo interrogando, con gli occhi, l’esterno del
trabiccolo in corsa. Con una spalla quasi lussata si attaccò ad un maniglione
in basso e si dispose di traverso alla carrozza, sostenuto per i piedi dal
ragazzo più grande che sporgeva le mani dal finestrino.
Quando il mezzo si dovette fermare ad un incrocio, il piccolo si lasciò
cadere sentendosi rilasciato dall’amico. L’indugio durò un attimo.
Istintivamente rotolò sotto l’abitacolo del furgone, scomparendo dalla vista
distratta del conducente sui retrovisori che riflettevano l’azzurro del cielo
per l’errato orientamento.
Non era nella sua zona e fu preso dal panico, prima, e da una gang, dopo.
Quando il furgone scomparve dalla vista si trascinò fuori dalla strada
principale, cercando istintivamente rifugio nei sobborghi popolari,
dimenticando che il fatto di essere lontano dal suo quartiere rappresentava un
pericolo, invece che un rifugio.
Quando la banda del quartiere lo scoprì, lo suonò di botte fino a
insanguinargli i vestiti.
“Questo ‘malamente’ che ci fa nella nostra zona?” disse uno che sembrava il
capo, con i capelli color rosso fuoco, strattonandolo per un braccio.
Il piccolo, che tanto piccolo non era, si difese: “Non sono venuto. Mi
hanno rapito e sbattuto qua. Ora me ne vado. Me ne vado…” richiese, mentre
cercava di divincolarsi, senza riuscirci.
“Guarda come è piccolo” disse sghignazzando uno di loro che, dalle sue
spalle, lo atterrò con un pugno sulla testa, sferrato con tutta la forza.
“Viene da Kuta sicuramente, non l’ho mai visto qua. Quella è zona di nani”.
“Gli ho rotto l’osso del capocollo.
Sembra una gallina con il collo tirato. Lascialo qua. Stanotte se lo porteranno
via i cani. Questa pioggia mi dà fastidio. Andiamocene”. Il branco lo seguì
mentre, in due, si occupavano del ‘cadavere’.
Credendolo morto lo lasciarono sulla banchina, a fianco ai bidoni
dell’immondizia usati dai pescatori.
Quella pioggerella gli rinfrescò le idee bastonate che lo condussero, senza
apparente volontà, all’interno di un’imbarcazione ormeggiata, nella tromba di
una conduttura dalle proporzioni improbabili: poteva entrarci solo un individuo
delle sue dimensioni. Riuscì a trascinarsi a malapena.
Quando i pescatori della barca lo trovarono, ancorando in una località
vicino Giakarta, dopo una notte di navigazione, lo buttarono in mare senza
complimenti, facendolo svegliare a tre metri di profondità, sotto al battello.
L’istinto di sopravvivenza gli trasudava dai pori suggerendogli di risalire
e di ripararsi sotto le travi del pontile a cui il battello era attraccato.
Restò in quella posizione finché non scese la notte, per poi risalire sul molo
deserto e vagare senza meta per due giorni.
Cercando qualcosa da mangiare, approdò sui gradini del Commissariato. Salì,
sbirciò dentro, ma non vide niente di commestibile. Mentre stava per andarsene
inciampò nelle scarpe di un tipo benvestito, che lo scacciò come si fa con un
ostacolo improvviso.
Il signore lo apostrofò infastidito: “Perché cammini come un cane, invece
di guardare dove metti i piedi”?
Si pentì di aver esagerato quando registrò l’espressione di terrore nel
bambino.
“Non ho detto che sei un cane”, aggiunse correggendo la frase e il tono,
“dico solo che cammini senza guardare, come un cane”.
Non sortì alcun effetto, perché il bambino rimase atterrito ai suoi piedi,
come se fosse un sacco ripiegato sotto una spada di Damocle, incarnata nel
Commissario Wati. Incuriosito e rammaricato, questi rialzò con gentilezza il
‘fagotto’ appallottolato. Capì che non mangiava da tempo immemore e gli propose
un cartoccio di Lumpia, scorgendo un chiosco mobile che stava riempiendo gli
involtini con i gamberetti e i germogli di bambù.
Seguì quegli occhi imploranti porgendogli quattro incarti di Lumpia e
conquistò contemporaneamente la fiducia del suo stomaco vuoto.
Nel pomeriggio, in cui si produsse in svariate trasferte allo street food,
il Commissario riuscì a capire che Rio si era salvato fortuitamente da un
tentato rapimento, finalizzato al cannibalismo.
L’ambulante decise di rimanere in quella strada per tutta la giornata
vedendo schizzare in forte rialzo il volume d’affari.
Wati rimase colpito soprattutto dal fatto che il ragazzino sosteneva che,
dove viveva lui, quella di sfamarsi di fanciulli rapiti era un’abitudine e che
usualmente si perdessero le loro tracce. Venivano mangiati parzialmente e poi
venduti a pezzi in America e in Europa. Il particolare raccapricciante, se
fosse stato confermato, lo insospettì molto perché aveva avuto notizia di casi
simili di cannibalismo, segnalati in quelle zone. C’erano anche altri crimini
infantili internazionali che l’Interpol riferiva sempre più spesso, ma nessuna
testimonianza diretta era arrivata fino a quel momento.
Da allora, Rio restò sotto la sua custodia. Fu invitato spesso a pranzo a
casa sua per farsi raccontare le scorribande di cui era artefice, anche quando
la sua fame vorace si era acquietata. Scoprì che il pargolo aveva una carriera
avviata di malvivente incallito, già a quell’età.
Marf scaricò la ‘merce’ in Commissariato, con le solite modalità del
‘Triage’ propedeutico al ricovero in ospedale. Accompagnò la sua discesa con il
collo del piede. Il Commissario gli chiese: “tutto qui?”, quando vide solo un
elemento. Per di più, si trattava di un ragazzone, più difficoltoso da smaltire
dei piccoli.
“Capo, avevo solo il furgoncino piccolo, invece dei soliti e questo ‘sacco
di vecchie patate’ me lo occupava tutto. Veramente ci stava anche un ragazzino,
ma è scappato dal finestrino”, si schermì con un gesto autoassolutorio. “E’
stato sicuramente alla banchina, dove mi sono dovuto fermare per far passare i
carretti dei pescatori. Ma in quella zona non resiste nemmeno un ‘gamberetto
vivo’! L’hanno sicuramente ammazzato quelli del quartiere”, si affrettò a
confortarlo dopo una breve pausa.
Il giovanotto si scuoteva febbrilmente con le spalle, legato da una corda
come un salame, imbavagliato con una manica strappata dalla sua camicia,
sorretto da Marf, che era assorto in quelle preoccupazioni.
Era sinceramente dispiaciuto, più che altro per la figura meschina verso il
suo collega, che ne aveva prelevati due e che avrebbe spifferato in giro che ne
era arrivato uno solo. Il numero esiguo di prede era, di per sé, motivo di
curiosità, perciò i suoi particolari non sarebbero sfuggiti al pettegolezzo di
quei manovali.
Il Commissario mostrò nervosismo per quel contrattempo. Sarebbe successo un
terremoto, ma non quello che si figurava.
“Non è giusta la sua accusa. Noi non facciamo niente di male”.
“Vuole spiegare ai telespettatori che la stanno guardando, anche se la
vedono solo di spalle, come fa a sostenere questa tesi bizzarra?”
“Io e il mio Socio, in fondo, ci limitiamo a togliere dalla strada i
bambini orfani, condannati ad una morte peggiore: droga, guerra tra i clan,
amputazioni punitive. Quelli che sopravvivono diventano i capi delle cosche che
arruolano altri bambini. Alla loro età mi dovetti far valere anch’io: sono
cresciuto nel sangue mio e degli altri. E’ un’arma a doppio taglio: un coltello
che ti finisce nella pancia, se non lo spingi in quella di chi ti sta per
ammazzare.
Dopo un po’ ti abitui ad addentare una mela, spaccata sempre con il
coltello che usi per fare il ‘lavoro’! Anzi, ti meravigli quelle volte in cui
la polpa resta bianca.
È un’infanzia brutale e brutalizzata.
A sedici anni mi imposi come capo del gruppo. A venti, feci il salto di
qualità. Nel frattempo, frequentavo anche la scuola e così riuscii a propormi
nella società, diciamo, civile.
Il mio sistema aiuta la società a sopravvivere più normalmente e toglie
alimentazione a quell’industria criminale”.
“Se ho capito bene, e stento a crederlo, lei sta spacciando il traffico
mondiale di organi, che esercita in questo Stato, come un’opera benefica?”. Il
giornalista stentava a mantenere un tono apparentemente distaccato. Era
informato su quello scenario, ma non si è mai preparati alla turpitudine.
Rispose alla domanda. “Più o meno. Diamo la grazia ‘ex abrupto’ a chi non
ha speranza di salvarsi da chissà quali atrocità. Poi, salviamo almeno
altrettante vite, dopo ogni sacrificio”.
La citazione latina aveva il duplice scopo di blandire la mostruosità
proferita e di mostrare la cultura di quel mostro, annunciata prima.
Parecchi secondi di silenzio del conduttore annunciarono la sortita finale:
“Qui è tutto da Giakarta News. Chi ci ascolta saprà porre la sua conclusione a
quest’intervista. Io confesso di non avere ancora quella serenità per farlo”.
Lasciò la scena e il suo ospite senza salutarlo.
Si spensero i riflettori. L’ospite si ‘smicrofonò’ da solo. Con gesto
automatico serrò il nodo della cravatta e guadagnò l’uscita di scena, disadorna
quanto la scena stessa, imboccando il corridoio che lo accompagnava fuori.
Il Commissario Santoso, chiamato per competenza territoriale a indagare sui
reati emersi dalla trasmissione televisiva, volle sottostare al diritto del
giornalista di non rivelargli le fonti e lo rilasciò senza sequestrare la
puntata andata in onda.
L’emittente l’aveva trasmessa contando su quei ‘piccoli favori’ che la
polizia gli faceva, in cambio di altri piccoli favori, soprattutto personali.
“Non mi giudicare male. Dovevo farlo: avevano molte informazioni scomode
per tutti noi e mi hanno minacciato da Giakarta di diffonderle a un commissario
o vice-questore che sta facendo troppe domande. Questo ficcanaso è più
pericoloso che parlare in presenza anonima - a voce distorta, come ho fatto io.
Gli ho dato in cambio lo scoop per il loro silenzio. Loro non vanno per il
sottile, come e più di me e di te, che fai il lavoro sporco” disse Bambang, con
ancora le luci dello studio televisivo che gli imperlavano la rétina oculare.
“Non sei migliore di me, solo perché tu maneggi le ‘carte’. Ricordati di
avere anche tu un figlio orfano” lo rimbeccò il Socio.
L’intervistato gli si parò davanti minaccioso: “Lui ha me. Non è orfano.
Trovati altrove la merce. Intesi?”
L’altro si voltò in tempo per mascherare la smorfia di compiacimento per
aver centrato il bersaglio con il suo unico occhio sano, di colore blu.
Bambang parcheggiò la Mercedes dopo che si fu richiuso il primo
sbarramento. Si avvicinò al secondo cancello di protezione e sbloccò tutti i
dispositivi di antifurto. Meccanicamente accarezzò il manico della Smith&Wesson
e con l’altra mano liquidò la sicurezza privata con il gesto convenuto.
La villa si trovava su un terrapieno, riparato dagli occhi indiscreti e
proteso sulla immensità desertica del mare. Molto protetta e molto isolata.
Putu gli si appese al collo appena lo vide entrare in casa. Non aveva che
lui, oltre alla tata e al maggiordomo, e non capiva perché il padre non lo
portasse mai al lavoro con lui, come facevano tutti i suoi amici di scuola che
aiutavano i loro facoltosi genitori a gestire le risaie, contando i sacchi dopo
il raccolto.
I bambini si sentivano utili e le famiglie stavano al gioco.
Quando non era a scuola, Putu viveva sulla terrazza, di fronte al mare, e
leggeva tutto quello che trovava in biblioteca. Ogni tanto faceva il bagno al
gatto che lo implorava di smettere regalandogli ruvidi baci umidi sulle mani.
Il bimbo li scambiava per riconoscenza. Perciò intensificava le rinfrescate. La
loro vita era quella. Gli piaceva quella vita. Gli mancava solo la piscina
coperta per i mesi invernali, oscurati dai monsoni e dalle bufere che
costringevano a rifugiarsi in casa.
Avrebbe avuto quel regalo al compimento dei dieci anni. Era una promessa,
pur se estorta come fanno i figli.
Il ragazzo e il suo gatto pensavano che tutto il mondo fosse come quello
che avevano alla portata della loro vista.
Putu non vide e, soprattutto, non sentì il mare che venne a prenderli in
quella notte di dicembre, senza trovare né lui né il gatto.
Prese tutto il resto della casa con quanto conteneva.
“Mi sono svegliato! OGGI È IL MIO COMPLEANNO! Ehi, papà! Vengo a far
colazione.
Ricordati che oggi mi hai promesso di andare a vedere lo zoo. Non fare
finta di…
Nooo! La piscina nuova! Che bella. E come hai fatto a metterci dentro pure
il mio lettino?
L’ho visto,… l’orsacchiotto che dorme nella pantofola che galleggia.
Non voglio più andare allo zoo, oggi. Possiamo restare a giocare nella
piscina? Adesso vengo di là.
Papà, come hai fatto a dividere la casa in due e a spostare la tua stanza
laggiù al mare”?
Per lui, il padre sarebbe stato capace di tutto per fargli una sorpresa.
Era bravissimo, perciò lo pagavano tanto.
Dopo due ore che l’oceano si era ritirato con il suo tributo tra le fauci
liquide, il Socio di Bambang faceva già ricognizione tra i ruderi. Riconobbe il
moncone di quella casa e vi entrò, sgombra da ogni residuo degli antifurti
installati.
Vide Putu giocare col gatto, bagnati come pulcini.
Un lampo brillò sulla lama pervinca dell’iride funzionante, suggerendogli
un affare insperato.
Quel giorno nessuno l’avrebbe cercato al Commissariato che dirigeva. Aveva
tutto il tempo di occuparsi personalmente del lavoro sporco.
Quando il Commissario Santoso incontrò Marf all’ingresso del Commissariato,
gli mise una mano sulla spalla sudata e gli disse, con espressione navigata,
che aveva risolto il problema del fuggitivo dell’altro giorno.
“Ti ho trovato il sostituto. Stessa stazza piccola dell’altro. Dirai che
l’hai ritrovato e farai la tua porca figura di Capo-accalappia-cani”. Glielo
disse infervorato, con fare risolutore.
Disse tronfio: “Te lo regalo”. Marf gli regalò un sorriso smagliante e
sdentato.
Tutto stava funzionando regolarmente. Il personale medico non sospettava di
nulla.
In sala operatoria i soggetti ospedalizzati, come li chiamavano, entravano
vivi e uscivano morti, anzi vivisezionati per asportare gli organi, muniti da
apposita deroga di “Identità sconosciuta” e il regolare permesso di espianto.
Lo smaltimento di quanto restava degli interventi chirurgici non fu mai
accertato, per umana pietà.
Il dottor Bambang faceva sparire tutte le cartelle cliniche, dopo che i
colli venivano veicolati al corriere, che li trasportava in tutte le nazioni
ricche in cui servivano “componenti freschi”. In ogni paese ricevente c’era un
coordinamento occulto, che prendeva in carico il prezioso bottino e assicurava
la consegna a tempo di record, sorvolando su ogni passaggio burocratico
d’intralcio.
Il ‘giro’ si chiudeva all’interno dello stesso ospedale, senza
coinvolgimenti e senza che nessuno sapesse né chiedesse di sapere.
Giuridicamente i documenti erano perfetti, non essendoci tracce del passaggio.
Quelli che lavoravano nei vari reparti non facevano domande per non perdere il
posto. Le famiglie dei bambini, di età dai 9 a 16 anni circa, perdevano le
tracce dei figli che non vedevano da parecchio tempo, ritenendoli smarriti tra
bande, in cui si perde la vita per un tozzo di pane.
Della tratta non usciva alcuna notizia all’esterno. Il mercato nero degli
organi non pretende mai chiarezza, soprattutto quando deve accontentare
facoltosi genitori, in forte apprensione per i loro figli e molto meno per
quelli degli altri.
Fisiologicamente, in quei mesi si affacciarono a questo florido mercato i
narcotrafficanti, che di morte indotta e dei relativi guadagni se ne
intendevano. Anche loro non si fecero domande.
Il mercato risultava prolifico e i due soci si spartivano utili milionari,
permettendosi uno stile di vita milionario.
Il Commissario non avrebbe potuto certo permettersi le cure mediche per
curare una malattia cronica che lo affliggeva, se non avesse decuplicato il
reddito prodotto dal suo lavoro ufficiale. Quello quasi onesto. Ogni mese
spendeva cinque volte il suo stipendio.
Gli operai di questa mattanza erano lautamente pagati, facevano carriera e
soprattutto non correvano alcun rischio di perdere il lavoro, in un momento in
cui si registrava un ricambio del 20% annuo, mantenuto così alto a scopo
intimidatorio, per disincentivare le delazioni. Quella cupola ‘teneva bene’ già
da due anni, con gli affari che continuavano a prosperare.
Il Commissariato di Giakarta brulicava di funzionari di tutte le
nazionalità. Era un crogiuolo di colori di pelle diversi, con un sottofondo
variegato di idiomi: una torre di Babele investigativa.
L’ultima settimana del mese, il segretario del commissario Wati ricevette
via fax un dispaccio dai servizi segreti, rivolto al Direttore dell’ufficio
‘Crimini internazionali all’infanzia’, e lo portò al Commissario a cui faceva
capo.
Arrivò trafelato nella sala riunioni e gli fece capire che aveva motivo
d’interrompere la seduta per consegnargli il dispaccio.
“Capo, è una cosa forte questa” gli disse senza preamboli, allungandogli il
braccio con il documento sotto al naso. Il testo recitava:
“Un cuore di un bambino ‘segnalato’, con il DNA registrato nel database
internazionale, di nome Putu Bambang, era stato intercettato e messo sotto
sequestro presso la “Commissione medica di crimini internazionali” perché non
avrebbe mai dovuto essere immesso nel circuito degli organi disponibili. Si
richiedeva un approfondimento, investigando a partire dal luogo di residenza
del ‘donatore’ e dall’ospedale della sua città, che mai avrebbe dovuto
autorizzare l’espianto, ai fini della donazione di organi, per incompatibilità
con ogni ricevente dovuta a ‘comorbilità immunitaria’.
Diceva che c’era stata una grave violazione delle norme di profilassi e la
mancanza di ogni controllo sanitario previsto dalle verifiche di sicurezza
nella trafila, preventiva ad ogni trapianto.
Senza tanti controlli non si sarebbe potuto assicurare l’ottanta su cento
di riuscita dei trapianti, a cinque anni dall’intervento. Eppure non
risultavano casi di alterazione delle statistiche ufficiali di efficacia. La
notizia aveva sconvolto tutto il mondo accademico che gravitava su quella
pratica e sulla conseguente vendita dei farmaci.
La questione appariva spinosa e meritava di essere approfondita.
Il foglio fu recapitato al Commissario Wati per competenza della sezione,
anche perché si era già occupato del traffico d’organi. Qualcuno dei superiori
doveva aver inquadrato il caso in tale ambito penale.
Wati ripercorse la descrizione dei fatti che gli diede Rio e dispose
un’indagine approfondita nell’ospedale di Denpasar, che era quello di
competenza di Putu.
Mandò il suo miglior agente in ricognizione a Denpasar.
Ne sapeva abbastanza, ormai, per avere sospetti fondati sull’intero
maneggio che partiva dalla città di Denpasar, sull’approvvigionamento dei
bambini che finivano ‘a pezzi’ nei continenti ricchi attraverso il traffico
criminale internazionale di organi.
Decise di infiltrare la talpa, di sua personale fiducia, nel commissariato
che comandava il servizio di accalappiacani della città.
Ormai il giro d’affari gli era chiaro e gli servivano soltanto le prove.
Facilmente il suo emissario seppe che i bambini catturati, una volta ritenuti
“feriti e bisognosi di cure”, venivano portati all’ospedale civico di Denpasar.
Poi, in teoria, una volta guariti, venivano dimessi. Gli altri che
marginalmente non ce la facevano, risultava che avevano ricevuto la liberatoria
del tutore legale per l’espianto e per la conseguente donazione degli organi.
Lì si perdevano le tracce di tantissimi bambini che le voci di corridoio
sapevano essere affidati alle cure sanitarie, e anche quelle dei documenti
comprovanti l’ingresso e le dimissioni dei pazienti.
Wati riuscì ad infiltrare in quel nosocomio un tecnico radiologo,
raccomandato a suon di mazzette, dipendente della sua sezione investigativa.
“La corruzione si combatte con la corruzione” sosteneva, “come ogni nemico
sul suo campo”.
Il pegno dell’intrallazzo in questo caso, era costituito dalla vendita
dell’indulgenza promessa per i tanti errori diagnostici di quell’ospedale, di
cui una minima parte finiva all’avvocatura del Ministero della Salute,
disturbando la quiete burocratica della capitale.
L’ospedale accettò di buon grado quella spintarella, suggerita dal
Ministero di Giustizia, per accogliere nell’organico il valente tecnico
radiologo raccomandato, il quale non esercitava da quando aveva preso dieci
anni prima il relativo diploma, mai adoperato successivamente al tirocinio di
fine corso.
Il piccolo particolare della continuità professionale non pareva
impensierire il capo del personale dell’ospedale. Il bravo tecnico fu assunto
con tutti gli onori.
Tornato da casa, dopo il primo giorno di lavoro, l’infiltrato radiologo
confidò al suoi capi essendo, in realtà, un maresciallo in regolare servizio da
dieci anni, di essere stato destinato il primo giorno di lavoro ad una non
meglio specificata ‘Supervisione dei Tempi e dei Metodi’ dell’ospedale.
Si trattava di un metodo diplomatico per tenerlo lontano dall’operatività,
quel tanto che bastava per non far aumentare le segnalazioni di falsi riscontri
diagnostici. Fu messo in condizione di non nuocere, con un regolare stipendio
affinché non se ne lamentasse.
Nelle sue lunghe passeggiate di ‘Supervisione’ s’infiltrò in tutti gli
uffici, guadagnandosi la fama di utile collega, perché sapeva preparare il
miglior Sakè e un ottimo Tintuan di zucca, a tutte le ore.
Anche l’ufficio Protocollo fu visitato, anche se non fu facile conquistare
la fiducia di Kadek, il giovane autistico che non parlava con nessuno e che
probabilmente niente sapeva, vivendo continuamente isolato nel suo mutismo
contemplativo.
Ma nessun particolare doveva essere tralasciato e proprio quella laboriosa
abnegazione risultò risolutiva per le indagini.
Il maresciallo-radiologo capì che doveva conquistare la sua fiducia
condividendo la passione per lo smartphone. Passò delle ore, accanto a lui, a
guardare video noiosi sul proprio cellulare, emulando apparentemente il
comportamento del giovane.
L’imitazione fu proficua perché riuscì ad avvicinarsi quel tanto che
bastava per capire che assisteva a vecchi film muti.
Allora si fece procurare del materiale dall’archivio del Comando per
ostentare la sua biblioteca cinefila, riuscendo ad affascinare il collega.
“Ci scambiamo il cellulare, se vuoi. Puoi vedere il mio film ed io il tuo”
gli propose il supervisore con un sorriso.
Kadek gli ricambiò la grazia, porgendogli in silenzio il cellulare.
Fecero quello scambio temporaneo e visionarono le reciproche cineteche.
Il maresciallo non si limitò a sorbire ore di vecchie pellicole. Senza
farsi accorgere, riuscì a collegare il cellulare dello strampalato collega al
suo computer e a scaricare l’altra cartella presente sul cellulare, oltre al
film consigliato. Quella raccolta era denominata: “Salvataggio”. Non gli era
familiare quel nome, nel gergo tecnico, come cartella di sistema. Quindi,
doveva essere una cartella ‘privata’, di interesse soggettivo.
Andando a casa, esplorò il contenuto dell’archivio estratto trovandoci
centinaia di cartelle cliniche con la registrazione di infanti e di adolescenti
anonimi e sconosciuti. Erano stati tutti raccolti dalla strada, tutti con
ferite più o meno gravi, tutti con una prognosi definita, ma nessuno di essi
aveva una dimissione.
La lacuna era molto sospetta per cui fece un controllo sull’archivio
ufficiale dell’ospedale senza trovare alcuna traccia di tutti questi pazienti
che vi avevano transitato. Sembrava che non fossero mai passati per l’ospedale
e che lo schedario dell’archivista bislacco fosse inventato, campato in aria.
Però le cartelle riprodotte erano autentiche, con tanto di firma olografa del
Medico accettatore.
Si chiese: “dove erano finiti tutti quei ricoverati, poi spariti nel
nulla”?
C’erano indizi precisi e concordanti di un occultamento di pazienti e,
probabilmente, di cadaveri.
Il giorno dopo consegnò tutta la cartella al Comando e si mise a
disposizione, non avendo altra traccia da seguire. Continuò a ‘supervisionare’
appetitose bevande speziate per il personale ospedaliero.
Nel frattempo, un altro filo pendente si stagliava nella matassa dei casi
irrisolti che l’Interpol inviava al Commissario: un bambino, tale Putu Bambang,
risultava morto in circostanze misteriose e il suo cuore era stato donato ad un
destinatario neozelandese, risultato oggettivamente incompatibile. C’erano ben
due tracce che riguardavano lo stesso mistero.
Il DNA di Putu era menzionato nel casellario dei bambini che richiedevano
un trapianto, ma che non potevano donare gli organi a causa di “Linfoma di
Hodgkin”, che ne impediva ogni utilizzo.
Come mai era stato trascurato questo precetto dall’ospedale di provenienza?
Quel nosocomio era proprio il General Hospital di Denpasar.
I fili che si stavano intrecciando da mesi, nella mente del Commissario,
ora si congiungevano: i bambini che transitavano clandestinamente in
quell’ospedale, mai registrati, prendevano una destinazione fatale verso lidi
non controllati, sicuramente appartenenti ad un circuito criminale.
Ce n’era abbastanza per chiederne conto al direttore sanitario
dell’ospedale e al Commissario che aveva firmato tutti quegli ordini di
ricovero, poi smarriti.
Wati disse al segretario: “Mi faccia firmare dal giudice gli ordini di
fermo cautelativo per questa lista di persone e di sequestro amministrativo
dell’ospedale. Voglio la perquisizione capillare degli uffici”.
Il capo di imputazione era, per mero tuziorismo: “Occultamento di
cadavere”, ma Putu costituiva il bandolo di una matassa molto più intricata e
infausta, che avrebbe rivelato l’esistenza del traffico illecito di organi e
gli assassinii di 138 bambini, i cui organi erano stati parzialmente
rintracciati nelle parti del mondo in cui aveva funzionato la rogatoria internazionale,
avviata dal neo Responsabile dell’ufficio ‘Crimini internazionali
all’infanzia’.
Le prove fotografiche tratte dall’archivio dell’impiegato autistico si
rivelarono fondamentali.
Così, l’altro Commissario finì in prigione. Ma queste case circondariali,
si sa, non sono molto sicure, soprattutto per chi si macchia di crimini
sanguinosi a danno della povera gente carcerata a cui aveva, per la maggior
parte, ammazzato i figli.
La giustizia, come accade di solito, non fece il suo corso, per eccesso di lentezza.
Santoso non si trovava così male nel carcere di massima sicurezza di
Sumatra.
Mangiava, beveva e dormiva. Aspettava il processo di appello che, prima o
poi, sarebbe arrivato.
“Commissario, venite in mezzo a noi”. Fu chiamato da un suo vicino di cella
dall’aria untuosa, ma cordiale. “Che, non vi abbassate a fare una mano a carte
con le persone semplici, come noi?”
“Ma che dite. Io vi rispetto. Siamo tutti uguali qua dentro”.
“E allora, che aspettate? L’ora d’aria finisce presto. Venite. Ci serve il
‘quarto’ per una bella partita di Mah Jong. Sedetevi a fianco a me,
accomodatevi”.
Non gli dispiacque trastullarsi, anche se fino a quel momento non aveva
avuto alcuna confidenza con quel gruppetto che trafficava droga con
l’infermeria del penitenziario”.
Furono lanciati i dadi e stabilito l’ordine della presa delle dodici carte
per ciascun giocatore.
In effetti, il gioco sarebbe risultato più suggestivo con le tradizionali
tessere, ma era già troppo aver avuto la concessione delle carte, almeno. Le tessere
rigide erano vietate dal regolamento.
Quando arrivò il turno del neofita, estrasse dal mazzo le prime dodici
carte e le iniziò a disporre a ventaglio in mano.
Il giocatore di fronte si alzò di scatto e affrontò il nuovo arrivato: “Avete
barato. Vi ho visto sollevare la carta coperta. Ora conoscete la prima delle
mie. Dobbiamo rifare la partita” gridò con sdegno.
Il compagno del commissario non accettò l’affronto e prese dal bavero il
contendente strattonandolo, scadendo nella rissa. Si unirono alla calca
immediatamente una quindicina di carcerati che non cercavano altro che
movimentare la giornata.
Santoso non si avvide della lama che si introdusse nel suo ombelico per la
lunghezza di circa un palmo né la mano che la guidò. Fu ricoverato subito in
infermeria, senza rischio di vita. Gli avevano affettato neanche metà della
profondità del lardo che trasportava sul ventre pingue. Il tafferuglio fu
sedato in pochi istanti e tutto tornò tranquillo in pochi minuti.
Non era preoccupato per la sua salute, ma non riusciva a capire cosa aveva
sbagliato per provocare quel pandemonio di cui non aveva individuato l’inizio e
di cui non vide la fine. Era sbalordito più che sofferente. Un poco la pancia
gli bruciava. Lo misero in barella, gli diedero un antidolorifico e lo
lasciarono al buio, da solo.
“Superiore, posso tornare in cella? Mi sento meglio” confidò la mattina
dopo al camice bianco che stava aprendo le avvolgibili.
“Devi restare finché non ti dimette il dottore” lo liquidò laconicamente
l’infermiere, lasciandolo da solo, dopo essersi assicurato che aveva assunto la
terapia quotidiana.
Nei giorni a seguire la spossatezza aumentò e ricominciarono i dolori di
stomaco. Erano più interni e spostati di lato, rispetto alla ferita.
“Superiore” biascicò senza forze “mi sento stanco e…” disse, senza riuscire
a finire la frase, ripresa dal solito infermiere.
“…e dormi, allora. Dormi”. Sbattè la porta e così passò un’altra notte.
Il giorno dopo il commissario era ancora più prostrato e richiamò a fatica
l’attenzione del dispensatore di terapie.
“Sto soffrendo come un cane da quattro giorni. Perché non guarisco?”
implorò con le mani protese.
“Sei duro a crepare, capo” lo sfottè candidamente il sanitario, “i topi
schiattano prima. Domani sei bello che stecchito con le emorragie che hai nella
pancia”.
Lo scherniva per farlo soffrire di più. Solo per quel motivo, spese quella
frase sfregiante, lui che era di pochissime parole.
“Con il topicida che hai mangiato non passerai la notte. Augurati di non
arrivare a domani mattina, altrimenti saranno ancora più guai per te. Hai
capito che qui non potevi vivere in mezzo ai genitori dei bambini che hai ammazzato
come cani? Ti hanno condannato loro a morire come un topo. La partita a carte
serviva a farti arrivare qui, così ti potevo ‘trattare’ io”.
Concluse: “Qui ci sono ladri, assassini, truffatori, non gentaglia come te.
Non dovevi arrivare qua”.
C’è una giustizia sommaria che solitamente si rende estremamente feroce ed
efficiente e che fa il suo corso con estrema rapidità.
Fu questa la fine travagliata di un Commissario triste, incattivito dalla
sua malattia, che lo aveva reso fragile e disumano nel tentativo di mantenersi
in vita succhiando quella dei bambini.
Morto il ‘vampiro’ e il suo socio Bambang, ripresero le guerre tra bande di
adolescenti in erba che, per un grammo di ‘erba’, ammazzavano un loro coetaneo
al giorno, in media.
Non sempre il contrario della cattiveria è la bontà. Questa medaglia ebbe
due facce ‘Croce’ che condannarono tantissimi bambini a sacrificare la propria
“Testa” per quella guerra sommersa!
La paura fa 90!
© “Corpo 11” Edizioni
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