"PAURA"

 

“PAURA:

 

racconti orrorifici.”

 

 

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 


 

 

 

 

 

 




1) DANZA MACABRA.

 

 

 

 

 

Sognai che la verità veniva a cercarmi

e la mia anima non era pronta.

Nascosto sotto una coltre di neve

il mio io cercò scampo nella

falsa verità dei molti.

 

 

 

 

 

<<Il ministro russo degli affari esteri Nicolaj Chalimov è rimasto vittima di un attentato mentre si recava a Madrid per il Consiglio sulla sicurezza globale. Lo statista, chiacchierato per la frequentazione di alcuni noti oligarchi, viaggiava su un bireattore Jansen 115 che è esploso precipitando nelle foreste della Selva Boema. L’attentato è stato rivendicato dal fronte contro la colonizzazione di Marte. Si prevedono rappresaglie nelle prossime ore.>>.

 

<<Alle 11,30 p. m. ora locale, l’incendio di alcuni condensatori ha interrotto il flusso energetico dalla centrale elettrica di Città del Capo, presso Table Mountain. Durante la notte, le sacche più emarginate della popolazione hanno preso d’assalto i negozi, alcuni droidi portavalori e persino gli uffici governativi. Al momento, il massiccio intervento di divisioni motocorazzate e reparti antisommossa, ha ristabilito l’ordine. E ora le notizie dai mercati azionari.>>.

 

Se vuoi fare un salto nella follia umana, ti consiglio di accendere il televisore sul notiziario del mattino!

L’Emperor Automation Company, nonostante il nome altisonante, occupava uno stabilimento piuttosto fatiscente, situato nell’estremo suburbio cittadino che era chiamato dagli abitanti semplicemente The Barrier.

Non lontano scorreva un canale refluo e l’asfalto della strada non era ancora stato completato a distanza di vent’anni. Ad ogni angolo, venditori improvvisati offrivano “miscele originali moderata­mente allucinogene”, vale a dire droghe prodotte dalla multinazionale Authecs (Authorized Ecstasy) e legalizzate per porre un freno allo spaccio di letali stupefacenti sintetici.

Vicino all’ingresso notai i resti di un volante con airbag e di un sedile sportivo.

Imboccai una ripida rampa di scale. I gradini in resina proteica erano logori e attraversati da profonde crepe, un po’ dappertutto si vedevano gruppetti di operai intenti a parlottare con tono ora mesto, ora agitato.

Lungo il corridoio fui bloccato da un agente che, alla vista del mio distintivo si ritrasse: <<Passi pure tenente Demsay, la stanno aspettando.>>.

Quell’area del magazzino era caratterizzata da una volta molto alta disseminata di lucernai e grosse lampade a led. C’erano imponenti scaffalature verniciate di rosso e mezzi operativi, per lo più robot. La mia attenzione fu rapita da un corpo esanime che giaceva supino in una pozza di sangue.

L’ispettore Horse stava succhiando una caramellona atabagica in grado di svezzare all’uso del fumo e sbiancare un po’ i denti. Mi salutò molto cordialmente, com’era sua abitudine. Ricambiai con un sorriso abbastanza spontaneo.

<<Non capisco perchè ti abbiano buttato giù dal letto a quest’ora.>>, disse Horse, e aggiunse <<Da quando per un suicidio si scomoda il nucleo speciale anticrimine?>>, <<Evidentemente le cose non stanno proprio così...>> replicai. L’ispettore era un ragazzone buono, ma certo nessuno l’avrebbe mai candidato ad un eventuale Nobel per l’intelligenza.  Inoltre, a volte tendeva a semplificare un po’ i casi in cui si imbatteva. <<Eppure a me sembra tutto chiaro: il magazziniere si è lanciato dal mezzo trasloelevatore e l’ha fatta finita.>>, <<Il mezzo trasloelevatore?>> domandai alzando lo sguardo, <<Esatto.>> rispose Horse, <<Si tratta di un sistema robotizzato che si muove in orizzontale e verticale lungo la struttura tubolare servendosi di un motore elettrico. Il capo magazziniere mi ha detto che è in grado di stoccare fino a 3000 prodotti in meno di un’ora>> aggiunse soddisfatto, <<Se il sistema è robotizzato cosa ci faceva quell’uomo lassù?>>, <<Quando il responsabile ha aperto il portone del magazzino come ogni mattina si è trovato davanti la stessa scena che vediamo noi. Abbiamo controllato.>> precisò il tenente, <<La vittima è entrata da un ingresso secondario forzando la serratura; l’uomo ha quindi attivato il traslo, è arrivato fino alla massima altezza raggiungibile e si è lanciato giù.>>, <<Durante la notte la struttura non è controllata da guardie o robot sorveglianti?>> chiesi, <<No, purtroppo il servizio sarebbe troppo oneroso.>>.

La risposta giunse da un uomo basso e tarchiato comparso dal nulla. L’uomo si qualificò. Era il responsabile del magazzino, signor Stamp.

<<Signor Stamp, mi dica, che tipo di uomo era la vittima?>> dissi.

L’uomo incrociò per un attimo il mio sguardo con i suoi occhi sfuggenti.

<<Kurt Petersen era un buon operaio.>> disse, <<Non ha mai creato problemi, anzi, era un uomo molto silenzioso e puntuale. Mi dispiace ma non ho nulla di particolare da segnalarvi.>>.

Congedai il responsabile e mi appartai a parlare con Horse. <<Mi riservo di decidere se il caso rientra nella giurisdizione del nucleo anticrimine entro ventiquattrore. Fai trasferire sul mio terminale di servizio una copia di tutti i rilevamenti effettuati, eventuali riprese delle telecamere e un rapporto dettagliato.>>, <<Come vuoi Demsay, io non mi complicherei le cose fino a questo punto ma farò come mi chiedi.>>.

Ringraziai Horse per la fattiva collaborazione e lasciai quel luogo piuttosto ansiogeno.

 

 

 

Erano quasi le sette di sera di un Ottobre già freddo e il cielo plumbeo e greve non prometteva nulla di buono.

Dopo aver attraversato il tunnel sotto l’East Canal, proseguii lungo la quattordicesima strada.

Il grattacielo occupava un’estremità di Schneider Square ed era molto elegante, come tutti quelli della zona, del resto. Aveva, quell’edificio, un raffinato sistema di climatizzazione e riscaldamento che funzionava indifferentemente a energia solare o con l’idrogeno.

Mark venne ad aprire in accappatoio. I miei occhi si posarono sui suoi, azzurri e bellissimi, e sull’accenno di pettorali che s’intravedevano sotto la stoffa.

Lo salutai baciandolo sulle labbra, mi tolsi la giacca e ci sedemmo s’un divano rivestito di sontuosa seta Tussah che Mark aveva ereditato dalla nonna, dall’amata nonna.

<<Vorrei sapere perchè un illustre medico legale del dipartimento mi ha fatto precipitare nel più triste angolo della città alle sei del mattino. In pratica la prima persona che ho incontrato è stato l’ispettore Horse.>> dissi in tono falsamente polemico, <<Avanti Jack, non mi dirai che ci sono le prove incontroverti­bili per attestare che quel poveraccio si è suicidato.>>.

Notai che Mark era piuttosto agitato.

<<Resta il fatto che non ti sei fidato del nostro arguto ispettore. Certo Horse è sempre propenso a cercare qualche scorciatoia, ma se nel corso delle indagini si fosse imbattuto in qualche evidenza di reato ce l’avrebbe detto.>>, <<Appena sono giunto in quel posto ho avuto una terribile sensazione.>> replicò Mark,

<<C’erano bruttissime vibrazioni là dentro, non quelle che avverto di solito; qualcosa di peggio, Jack.>>.

Ormai mi ero rassegnato alla sensitività di Mark.

La conversazione mi rese abbastanza inquieto, anche perchè l’uomo non era paranoico e, quasi sempre, le sue sensazioni si rivelavano fondate.

Abbracciai Mark e gli promisi che avrei indagato per quanto possibile su quella brutta storia.

<<David è in casa?>> domandai.

Monique, la moglie di Mark, era morta da poco più di un anno in seguito ad una straziante malattia.

Mark si era chiuso per mesi nel suo dolore senza frequentare nessuno, ma, pian piano, si era riaffacciato alla vita e questo mi aveva permesso di conoscerlo e scoprirlo.

La moglie di Mark aveva sempre saputo della sua bisessualità e l’aveva accettata con grande serenità.

Anche David, il figlio di 14 anni, aveva dimostrato una grande forza e un’eccezionale capacità di comprensione.

<<David è in camera sua.>> rispose Mark. <<E io credo che ci passi troppo tempo. Come al solito ha poco appetito e il dottore gli ha prescritto una dieta ricca di protogelatina, sai per via dell’alto potere nutritivo e della digeribilità.>>, <<Già...>> replicai io. <<Protogelatina energia dalla mattina, Protogelatina è tanto buona e genuina, ed ora anche Protogelatina è la migliore medicina.>>. L’uomo sorrise stancamente e poi disse: <<Mi farebbe piacere se tu gli parlassi un po’.>>, <<Allora vado! Spero che là dentro non faccia troppo freddo per me.>>. Percorsi le scale a chiocciola come avevo già fatto diverse volte negli ultimi mesi. Ormai sapevo che se camminavi al centro gli scalini scricchiolavano un po’. Sono dettagli che solitamente notano i ragazzini o gli investigatori. Mi fermai sul pianerottolo e mi trovai davanti a due porte chiuse: la seconda, più stretta, dava su un capiente ripostiglio. Cercai di assumere un’aria gioviale, nonostante la stanchezza accumulata durante la giornata, e bussai piano alla prima porta.

David era disteso sul letto, vicino alla finestra panoramica. Nel vedermi spiccicò un “Ciao” non proprio entusiasmante.

A dispetto dell’età il ragazzo aveva una visione piuttosto pragmatica della vita, e anche la sua stanza rispecchiava questo desiderio di ordine. Di fronte al letto c’era una grossa libreria di pino cembro con i ripiani ad altezza variabile che ospitavano numerosi libri e audio-libri. Sulle pareti si vedeva un bel poster tridimensionale di Oakland ed alcune stampe naturalistiche.

In sottofondo si sentivano le note di “brown shoes don’t make it” di Frank Zappa.

Non si poteva certo dire che il ragazzo avesse cattivo gusto o che si facesse influenzare dai coetanei.

Mi sedetti sul bordo del materasso e domandai a David come stesse.

<<Non va male, ma a dire il vero credo di non essere molto di compagnia in questi ultimi tempi.>>, <<Questo non è un problema: il bello di essere amici è che non sei obbligato a fingere di essere felice e sereno quando in realtà vorresti prendere a calci nel culo mezzo mondo.>>.

David accennò un sorriso. Sembrava così saggio quando, finalmente, si concedeva un sorriso.

Tacqui per un attimo e poi mi venne un’idea per proseguire la conversazione.

<<Ultimamente hai letto qualcosa d’interessante?>>, <<Beh direi di si: c’erano delle belle storie negli ultimi libri che mi hai regalato: ti ringrazio, mi sono stati utili.>>, <<Mi fa piacere sentirtelo dire, nel scegliere quali titoli regalarti ho sperato che ti avrebbero emozionato come hanno fatto con me un po’ di anni fa.>>, io tacqui un attimo e poi aggiunsi: <<È importante che coltivi la passione per la lettura, tuttavia sarebbe ancora meglio se tu passassi un po’ più di tempo fuori da questa stanza, in giro, con ragazzi della tua età magari.>>, <<Messaggio ricevuto.>> rispose David. <<Sappi che sono felice di averti come amico e non mi dispiacerebbe se tu e papà decideste di fare sul serio.>>, <<È la prima volta che ti sbilanci così sull’argomento e devo dire che la cosa mi rende felicissimo, orgoglioso e anche un po’ più rilassato.>> dissi terminando con una risata che sciolse definitivamente le tensioni, <<Felice di essere stato utile.>> replicò David ironico.

Prima di lasciare la stanza posai un bacio sulla fronte di David, sperando che alla sua età lo avrebbe ancora accolto di buon grado.

Dabbasso tranquillizzai Mark. Trascorremmo la notte insieme.  Poco prima dell’alba lui ebbe un bruttissimo incubo, popolato da creature sinistre e oscure premonizioni.

 

 

 

Lo sceriffo Trevor Ferrara stava tornando ad Evermore alla guida di una vettura ibrida Mercury blu e bianca. La contea aveva speso circa quarantamila dollari per acquistarla e dotarla dei dispositivi indispensabili per il servizio.

Trevor pensava che fossero soldi assolutamente ben spesi. Certo, ad alcuni suoi colleghi avevano rifilato delle scatolette elettriche cinesi più economiche, ma Trevor era decisamente conservatore e a suo parere la tecnica e lo stile americani non si potevano discutere.

Mentre stava costeggiando la riva del lago Taller, il pubblico ufficiale premette a fondo il pedale del freno e arrestò bruscamente l’auto. Poi Scese frettolosamente e recuperò dal portabagagli un fucile di precisione. Si avvicinò allo specchio d’acqua e prese la mira, ma, dopo un attimo abbassò la canna imprecando. Gli era stato affidato il compito di narcotizzare e inanellare i pochi castori che ancora abitavano il lago. Sfortunatamente quest’operazione era tutt’altro che semplice: quei vispi animaletti, di solito, lo fissavano per un attimo con i loro occhietti languidi, per poi rituffarsi nelle fredde acque del Taller prima che Trevor potesse sparare la siringa narcotizzante.

<<Finirò per odiarli.>> sbottò lo sceriffo. <<Proprio io che sono iscritto a Greenpeace da vent’anni.>>.

C’è da precisare che lo sceriffo non aveva molte occasioni di sfoderare le armi: la contea era veramente un luogo tranquillo. Trevor ripose il fucile e fece per risalire in auto quando si accorse che Husky era scomparso. Provò a cercarlo nei dintorni, chiamandolo con tutto il fiato che aveva in gola, ma non lo trovò.

Husky era il cane pastore tedesco in dotazione alla polizia di Evermore e Trevor lo considerava alla stregua di un figlio.

 

 

 

Nell’ufficio del capitano Master c’erano undici poliziotti. Finalmente il comandante arrivò, salutando tutti con un frettoloso “buongiorno”. Poi appoggiò sulla scrivania un tablet e varie autorizzazioni e amenità burocratiche che aveva in mano e si lasciò cadere sulla poltrona, dietro la scrivania. Infine, dopo essersi assicurato l’attenzione di tutti, iniziò a parlare.

<<Il senatore Joseph Faulkner era da tempo tenuto sotto sorveglianza per ordine del procuratore distrettuale. Grazie al lavoro degli investigatori abbiamo raccolto sufficienti prove per collegarlo al gruppo eversivo chiamato “Esercito di Mezzanotte”. Il procuratore ha deciso che la pericolosità sociale di Faulkner è tale da giustificarne l’immediato arresto. Il comando dell’operazione sarà affidato al tenente Demsay. Ricordate che come membro del Congresso, il senatore occupa una villetta dotata di porte e finestre blindate; chiaramente il perimetro è vigilato da un impianto di videosorveglianza. Demsay, ti invio sul tablet tutte le specifiche e le informazioni necessarie. Non ci aspettiamo resistenza ma non possiamo escluderla e soprattutto è della massima importanza che il senatore non sfugga all’arresto: abbiamo addosso gli occhi di tutte le agenzie governative.>>.

<<Perfetto.>>, bofonchiai avvicinandomi a Master. <<Assaltare fortezze di prima mattina è sempre stato uno dei miei passatempi preferiti.>>.

La villa con giardino del senatore occupava un intero isolato di Florence Boulevard. Un drone della polizia sorvolava l’area e mi forniva una panoramica eloquente. Il politico non aveva neppure rinunciato ad una piccola spiaggia artificiale di sabbia nivea a grumosa che lambiva una grande piscina.

Per prima cosa bloccammo la guardia all’ingresso che era nella guardiola. Confermò che il senatore non si era mosso da casa, cosa che per altro sapevamo già, poichè l’abitazione era sorvegliata da settimane. Muovendoci rapidamente attraversammo poi il giardino, piantato a magnolie e fiori di calicanto, e in meno di un minuto circondammo il perimetro della villa. L’ingresso principale era contornato da folta edera, che si abbarbicava fino al tetto. Raggiunta la porta applicai una piastra detonante alla serratura magnetica e mi misi al sicuro insieme ai quattro agenti rimasti con me.

Dopo qualche secondo una lamina bruciacchiata e un cilindro metallico volarono a circa un metro di distanza; sulla porta rimase solo un mucchietto fumante di resisto-plastica e fili.

Due agenti con un ariete assestarono alla porta il colpo fatale che ne decretò la caduta. Armi in pugno entrammo.

Nell’ampio ingresso, la prima cosa che notammo fu una serie di schermi a circuito chiuso correvano sulla parete senza che nessuno stesse a controllarli. Passammo in un salottino elegantemente arredato: anche qui nessuno. Una pregevole pendola di cristallo rintoccò le 9.

Entrammo in quello che doveva essere lo studio privato del senatore e lì lo trovammo, seduto dietro la sua scrivania in noce Hickory, morto.

Feci chiamare immediatamente Mark che sopraggiunse in poco più di mezz’ora per redigere il referto.

 

Identità del defunto: Paul Faulkner

Codice chip sanitario: 89956782148

Anni: 61

Luogo del rinvenimento: abitazione privata

Ora del decesso: 6,49 a. m.

Circostanze del rinvenimento: azione di polizia

Causa del decesso: infarto al miocardio riconducibile, secondo un primo esame, ad un violento shock nervoso. Verificata cardiopatia pregressa tramite chip impiantato nel soggetto.

Nota bene che il soggetto, al momento del rinvenimento, indossava dispositivo per la realtà virtuale non omologato. Si giudica necessaria verifica del dispositivo; si giudica necessario esame autoptico.

 

<<In altre parole,>> mi disse Mark, <<credo che il senatore possa essere letteralmente morto di paura. Questo è quello che posso dirti da una prima lettura del chip sanitario e dalle mie osservazioni, ma potrò essere più precisa dopo l’autopsia.>>, <<Morto di paura, dici? Non a causa della nostra irruzione, immagino.>>, <<No, non c’è alcuna relazione col vostro arrivo. Io presterei molta attenzione a quell’apparecchiatura per la realtà virtuale.>>, <<Logica deduzione od oracolare intuizione?>>, <<Diciamo entrambe le cose. Ora vorrei andare Jack: qui dentro fa freddo, molto freddo, e non certo a causa del riscaldamento troppo basso.>>.

 

 

 

Philip Custer possedeva il più vecchio e curioso negozio di tutta Evermore. Vi si potevano ancora trovare saponi a base di lisciva e sego, pipe di schiuma, candele di cera d’api, profumatissime creme da barba alle mandorle dolci, nonchè tabacco inglese fra i più stagionati. 

Il punto è che Philip non aveva studiato un simile assortimento per assecondare le mode nostalgiche degli ultimi tempi; molto più semplicemente, l’uomo pensava che il futuro potesse attendere, e così lo lasciava fuori, al di là della soglia della propria bottega.

Nessun adulto resisteva alla tentazione di acquistare qualcuno di quegli articoli, ormai così rari, e nessun bambino rimaneva insensibile al singolare fascino esercitato dal vecchio arredamento, piuttosto impolverato, eppure così piacevole da toccare e annusare. (Si, perchè ogni angolo del piccolo negozio emanava un profumo di legno e cuoio, di cera, di miele o ti tabacco.)

Bastian era il figlio tredicenne del farmacista del paese. Come suo solito, si era aggirato a lungo rapito fra i banconi di legno scuro e, dopo attenta valutazione, aveva comperato uno yo-yo di faggio per la modica somma di tre draconi.

Ora stava percorrendo a lunghi passi la strada verso casa quando la macchina dello sceriffo Ferrara lo affiancò.

<<Salve sceriffo!>>, <<Ciao Bastian, ti va un passaggio fino a casa?>>, <<Non c’è nemmeno da chiederlo!>> rispose Bastian che non vedeva l’ora di salire su una vera auto della polizia! <<Tutto bene, sceriffo?>> domandò poco dopo mentre allacciava la cintura di sicurezza, <<Per la verità avrei un problema. Ti ricordi di Husky?>>, <<Certo. È proprio un bel cagnone. Come mai adesso non è con lei?>>, <<Purtroppo è scomparso questa mattina nel bosco.>>, rispose Ferrara: <<L’ho cercato ovunque, l’ho chiamato, ma nulla, non lo trovo. È proprio di questo che volevo parlarti: il tuo cane... com’è che si chiama?>>, “Shadow, signore, si chiama Shadow.>>, <<Ecco, Shadow è molto in gamba e tuo padre una volta mi ha detto che è anche addestrato. Io pensavo che forse potrebbe aiutarmi a ritrovare Husky.>>, <<Sono certo che il mio cane>> sottolineò Bastian con orgoglio <<sarà felicissimo di rendersi utile.>>, <<Ci contavo!>> disse lo sceriffo, <<Se per te va bene passerò a prendervi domani verso le 15, così avremo un po’ di tempo per fare le ricerche prima che il sole tramonti. Naturalmente questa sera farò una telefonata a tuo padre per avvisarlo ed avere il suo consenso.>>, <<Mi sta bene, sceriffo!>>, disse Bastian, mentre scendeva dalla vettura. <<Le auguro che Husky ritorni a casa da solo stasera stessa e che il nostro aiuto non serva.>>.

 

 

 

Erano le nove e quaranta del mattino allorchè, dal mio ufficio, telefonai al laboratorio del dipartimento per avere qualche notizia in più sull’apparecchio per la realtà virtuale rinvenuto in casa di Faulkner.

Mi rispose una voce gaia e gioviale: <<Qui laboratorio ricerche e perizie, parla Pitrel.>>.

L’immagine apparsa sullo schermo lcd sembrava quella di un adolescente imberbe, capelli piuttosto lunghi e folti, pelle liscia, qualche brufoletto che sopravviveva sulla fronte alta.

Io e John Pitrel avevamo frequentato insieme il liceo e tra noi c’era un rapporto di buona stima reciproca; aveva risposto in maniera così formale perchè come al solito rispondeva al telefono distrattamente senza guardare lo schermo.

Dopo uno scambio di battute, durante il quale non fummo mai costretti a ricorrere a convenevoli forzati, domandai a John se aveva dato un’occhiata all’apparecchio che m’interessava.

<<Sì, Jack, gli ho dato un’occhiata preliminare: è un modello che non ho mai visto prima, privo di marchi o riferimenti commerciali: sicuramente un assemblato. Non ho ancora inoltrato alcun rapporto ma se vuoi passa a trovarmi in laboratorio quando hai un momento libero.>>, <<Farò così! Grazie, John. A presto.>>.

Poco dopo la telefonata, mentre rispondevo ad un paio di mail ricevetti l’inattesa ma gradita visita di Mark. Osservando il suo viso pallido e tirato, era facile intuire che non aveva dormito molto.

Al distretto quasi tutti sapevano che tra noi c’era più di una simpatia. Ciononostante, sul posto di lavoro, non lasciavamo ovviamente spazio ad effusioni.

Mi venne spontaneo sincerarmi sulle sue condizioni di salute.

<<Sto bene. È da poco terminata l’autopsia sul corpo di Faulkner e ci sono novità di cui volevo informarti subito.>>, <<Siediti e raccontami tutto, ti prego.>>.

Mark si sedette pur precisando che poteva fermarsi poco e cominciò a parlare.

<<Credo che la morte di Kurt Petersen, l’operaio dato per suicida e di Faulkner siano in qualche modo collegate. Ho scoperto che entrambi avevano uno strano segno sulla spalla destra.>>, <<Vuoi dire che tutti e due avevano lo stesso tatuaggio?>>, <<Non si tratta di un tatuaggio, sembrano piuttosto le cicatrici lasciate da un grosso artiglio; non ho mai visto nulla di simile. Ho scattato una foto e l’ho immessa nell’elaboratore per vedere se riesco a cavarne qualche informazione utile. Ora devo proprio andare Jack, sono in terribile ritardo per una riunione. Ti prego fai molta attenzione durante queste indagini.>>, <<Te lo prometto.>>.

Giunsi al laboratorio intorno alle dieci e trenta. Chiesi di John ad un laconico giovanotto di nome Whitaker. Questi mi rispose che il mio amico era fuori ufficio e mi raggelò affermando che non poteva divulgare nessun tipo d’informazione in assenza del capo.

Stavo valutando se tentare di carpire le informazioni con le buone o con le cattive quando un uomo fece ingresso da una porta laterale: era John.

<<Ciao Jack! Tutto bene?>>, <<Ciao! Veramente il ragazzo qui, non mi ha permesso di accedere al tuo rapporto.>>, <<Il ragazzo è nuovo e si ostina ad applicare il regolamento alla lettera.>>, disse sogghignando John rivolto a Whitaker che si dileguò in un secondo. John scelse con cura un dei fogli che aveva sulla scrivania e cominciò a leggere. Quando ebbe finito non ne sapevo molto più di prima. Il fatto che emergeva con più evidenza era che la tecnica costruttiva del visore non rispondeva ad alcuno standard conosciuto.

Divagammo per un momento verso i ricordi delle superiori. Nei minuti che seguirono parlammo della gita nella capitale, del bull-dog dell’allenatore Hogan e di Lilly la tettona. John era sempre stato un buon amico e considerai con rammarico il fatto che oramai ci vedessimo esclusivamente per lavoro. A ben pensarci due sono le cose che mancano di più alla mia generazione: il tempo e lo spazio; concorderete tutti sul fatto che il tempo è importantissimo, ciononostante, se sottraete alla giornata le ore per il lavoro, gli spostamenti, l’aggiornamento, le commissioni, i bisogni primari, ne rimarranno davvero poche per una relazione e ancor meno per coltivare le proprie passioni. Lo spazio è un fattore altrettanto importante, eppure, quante ore al giorno trascorriamo in uno spazio davvero confortevole? Non molte. Mi riscossi subito (Le mie elucubrazioni sono frequenti ma brevi, per fortuna.) e dissi: <<Sono stanco di non avere risposte: dobbiamo provare il visore, adesso.>>. Pronunciai queste parole guardando John dritto negli occhi. Pochi minuti dopo eravamo già nell’ufficio del capitano.

<<È essenziale che qualcuno provi il visore!>> protestai spostando il mio sguardo da John al capitano Master, <<Certo potrebbe essere pericoloso:>> replicò John, <<non sappiamo ancora se è programmato per cagionare qualche tipo di danno all’utilizzatore.>>, <<Sciocchezze: non credo che delle immagini possano fare grossi danni.>>, <<Per la verità la casistica riguardante individui che perdono il contatto con la realtà a causa dell’esposizione a emissioni luminose è in costante crescita.>>.

In realtà non ignoravo affatto le informazioni che mi stava snocciolando il mio amico e, se volete saperla tutta, non ho mai amato particolarmente le diavolerie per la realtà virtuale. Ripresi comunque la mia opera di convincimento.

<<D’accordo, il senatore Faulkner è morto ma aveva almeno vent’anni più di me ed era cardiopatico, inoltre per ora stiamo solo ipotizzando che il visore abbia svolto un ruolo nella sua morte.>>, <<In questa faccenda ci sono ancora troppi lati oscuri; voglio però essere sicuro che tu non corra rischi, altrimenti cercheremo un’altra strada.>> disse il capitano, ma John venne in mio soccorso: <<Il visore potrebbe non essere più pericoloso di un qualsiasi dispositivo per la realtà virtuale non omologato. Il punto è che non c’è modo di analizzarlo meglio senza danneggiarlo irrimediabilmente.>>, <<Autorizzatemi a provarlo!>> incalzai, <<Oltretutto è improbabile che quello che abbiamo scoperto sia un esemplare unico; non vi pare che dovremmo sapere di cosa si tratta esattamente? Anche sezionando l’apparecchio in mille pezzi non otterreste mai le informazioni che potrei fornirvi io, pensateci.>>.

Non so bene quale fu l’argomentazione decisiva ma alla fine ottenni quello che volevo. Non mi soffermerò a descrivere l’oggetto della nostra discussione poichè, tutto sommato, era poca cosa rispetto alle mostruose e rilucenti apparecchiature virtuali nipponiche che si trovavano in molti locali e salotti cittadini.

Mentre mi accomodavo sulla poltrona del capitano e indossavo il visore pensai a quante persone sarebbero venute a trovarmi in un centro per aberrazioni mentali: un po’ poche. Trassi un respiro e spinsi un piccolo, semplice tasto sul lato sinistro del visore.

Nel sogno ero tornato adolescente. E nella mia adolescenza non c’erano lezioni più tediose (e per me anche oscure) che quelle tenute dalla professoressa Rita Mable.

<<Vi esorto a seguire attentamente questa spiegazione:>> disse, <<vi servirà per il test di giovedì. Sebbene non fosse necessario, ho chiesto al vostro insegnante di ginnastica di posticipare i suoi preziosi insegnamenti per consentirvi di rispondere senza fretta ai trenta brevi quesiti. Ovviamente non mi aspetto ringraziamenti: sono avvezza alla scarsa gratitudine dei giovani.>>.

La professoressa aveva non pochi problemi a pronunciare la lettera Elle, quindi cercava di utilizzare solo parole che non contenessero tale consonante.

Il primo giorno di scuola, esasperata dalle risatine degli allievi, aveva spiegato che il suo era un piccolo difetto che si chiamava lambdacismo, ma era riuscita ad imporre il silenzio solo ricorrendo al pugno di ferro.

<<Nei giorni precedenti abbiamo disquisito dell’antica istituzione cavalleresca. Chi desidera ripetere ciò che ricorda?>>.

Ci fu un lungo silenzio, poi l’insegnante di storia riprese a parlare: <<Non ha importanza. Darò per scontato che non vi occorrano chiarimenti. Riprendiamo da pagina 161.>>.

La spiegazione iniziò, stuporosa come sempre: <<Come saprete, I cavalieri erano spesso dei disperati alla ricerca...>>. La professoressa, che fino a quel momento aveva passeggiato avanti e indietro, si sedette e si sfilò dalla cintura del vestito un contapassi di ultima generazione.

Mi tornò in mente il primo giorno di scuola. Quel lunedì di settembre io e i miei compagni avevamo gareggiato nell’indovinare che cosa potesse essere quell’oggettino color antracite: un cercapersone? Una bussola? Soltanto il mio vicino di banco, Danny Weston aveva capito subito di cosa si trattava.

<<Durante I combattimenti indossavano una corazza, usata insieme allo scudo, per proteggersi dalle aggressioni dei nemici. Le corazze erano molto pesanti e rendevano faticoso ogni movimento. Forse vi domanderete perchè gli armaioli non forgiassero armature resistenti ma pesanti poco più di una piuma; ebbene vi assicuro che in quell’epoca le tecniche metallurgiche erano piuttosto arretrate.>>.

Una ragazza della penultima fila alzò timidamente la mano.

<<Dimmi pure, Chambers.>> concesse la professoressa, <<Mi scusi: chi ha detto che erano gli armaioli?>>, <<Mi sembra chiaro: erano gli artigiani che forgiavano le armature.>> rispose la Mable, digrignando i denti, contraendo i muscoli facciali, tutti tesi in una espressione contrariata di fastidio unito ai postumi di vari esaurimenti nervosi che la colpivano di tanto in tanto. <<Ma beata vergine, anche tu che mi sembravi una ragazza intelligentina, mi fai di queste domande?>>. Alba Chambers divenne scarlatta, mentre il resto della classe se la rideva.

Io, però, sorrisi appena: ero troppo assorto a guardare, attraverso i vetri, la cupola verdastra della palestra. Più la osservavo e più mi sembrava un drago addormentato. E i lucernari sulla cima? Non potevano che essere le taglienti placche ossee!

Archi di luce, macchie solari, fuochi eterni, ghiaccio che brucia, immagini che risvegliano terrori atavici sopiti.

Percepisco un torrente di luce: sta attraversando la mia carne come un coltello caldo taglia il burro.

Avverto un sussulto nella mia anima. Il vuoto mi circonda. I miei occhi vedono un esercito di stelle che avanza. Nel gelo più totale avverto la presenza di una creatura persa in un sonno-sogno catartico.

Non posso resistere, devo abbandonare la materia.

<<Chi sei tu?>> La voce è gutturale, non del tutto umana. <<Tu piuttosto, che sei entrato nel mio sogno. >>, <<Chi sei intruso? Come sei arrivato a me? >>, <<Non so spiegarlo. Ma tu, cosa sei veramente?>>, <<Sei pronto a morire?>>, <<Credo che nessuno si mai veramente pronto.>>, <<Vedrai cose che non è dato vedere e probabilmente morirai.>>, <<No, non voglio guardare. Non voglio...>>.

Quando tornai alla realtà mi sentii un po’ rintronato.

<<Pupille dilatate, battito accelerato. Riesce a sentirmi tenente?>>, <<Si la vedo e la sento. Mi gira la testa.>> risposi alla dottoressa Theresa Miller che mi stava tastando il polso con aria preoccupata.

John mi stava guardando con aria interrogativa: <<Ad un certo punto ti sei messo ad urlare ed abbiamo deciso di interrompere la seduta. Sicuro di stare bene? Non ti ho mai visto così pallido.>>, <<Sto... sto abbastanza bene, credo.>>, <<Sei in grado di raccontarci cos’hai visto?>> chiese Master.

Avevo rivissuto un episodio della mia infanzia nei minimi dettagli e con un realismo impressionante: potevo perfino avvertire il profumo dei capelli di Elise Finch, una ragazzina che all’epoca pensavo di amare follemente, e avevo riprovato sincero affetto per il mio amico Danny. Poi, come se tutto questo non fosse abbastanza strano, ero stato strappato dal mio sogno da una specie di entità arcaica e crudele.

Il capitano ripeté la domanda. <<È complicato da spiegare.>>, risposi senza mentire, <<Quest’apparecchio provoca visioni realistiche e suggestive, scava nei cassetti della memoria del soggetto, ma la cosa più strana è che lì, nella mia visione, c’era qualcosa di senziente che ha comunicato con me.>>.

 

 

 

La vettura dello sceriffo arrestò sul bordo della strada. In quella zona la vegetazione era così fitta che la luce del sole faticava a filtrare.

<<Ora direi di proseguire a piedi.>> disse Ferrara.

Shadow fu ben lieto di scendere dall’auto e non si vergognò certo a dimostrarlo. Era più irrequieto del solito, come se, in qualche modo, intuisse la missione che lo attendeva.

<<Dove ha visto Husky per l’ultima volta?>> domandò Bastian, <<La mia auto era ferma proprio qui.>> indicò lo sceriffo, <<Vedi, ci sono le impronte degli pneumatici.>>, <<Sì, sì vedono chiaramente.>>, <<So che non è scontato che il mio cane sia ancora nei dintorni e che il tuo Shadow lo possa ritrovare, ma non voglio lasciare nulla d’intentato. Ho già tappezzato il paese di volantini con la foto e la descrizione di Husky e, oltre a questo, non mi viene in mente nient’altro che si possa fare.>>, <<Ha portato con sè qualcosa che appartiene a Husky?>>, <<Si, certo, aspetta un attimo.>>.

Ferrara tornò poco dopo con un plaid che aveva recuperato dal bagagliaio. <<Questo:>> disse, <<Husky ci ha dormito sopra centinaia di volte.>>.

Bastian notò che lo sceriffo aveva gli occhi lucidi. Il ragazzo fece giocare Shadow con la copertina. Dopo qualche minuto si chinò, accarezzò dolcemente l’animale e lo prese per il muso: <<Annusa bello, lo senti l’odore? Trova Husky. Hai capito? Cercalo!>>. Shadow abbaiò in maniera abbastanza convincente un paio di volte e cominciò a correre costeggiando il lago. <<Visto? Che ci voleva?>> disse Bastian che l’aveva visto fare al padre durante l’addestramento. <<Sì, ma vai più piano.>> lo scongiurò lo sceriffo che faticava non poco a stargli dietro.

Man mano che proseguivano lo specchio d’acqua si restringeva, mentre la vegetazione s’infittiva. Il cane si allontanò progressivamente dalle sponde del lago per addentrarsi in una boscaglia, lasciandosi dietro una scia polverosa, e polvere era quella che stava mangiando Ferrara nel tentativo di non perdere terreno rispetto a Shadow e Bastian.

La zona non aveva certo l’aspetto di un’area da scampagnata, disseminata com’era di rovi e sassi e priva di qualunque sentiero battuto.

Bastian continuava a seguire l’instancabile Shadow, mentre lo sceriffo si fece distanziare sempre di più. La corsa s’interruppe quando il padrone cadde, insieme al padrone, dentro una buca.

Sebbene lo sceriffo seguisse ad una certa distanza, ci mise poco a capire che era successo qualcosa e il suo primo pensiero fu che in caso d’incidente al ragazzo e al suo cane la colpa sarebbe stata sua e solo sua.

Corse a perdifiato arrivando in prossimità della buca e si avvicinò con cautela, temendo che il terreno potesse franare.

<<State bene?>> urlò con la voce rotta dall’affanno e dalla preoccupazione. <<Stavo meglio prima, ma non mi sono fatto nulla di grave. Credo che anche Shadow stia bene a parte lo spavento.>>, <<Grazie a Dio. Puoi muoverti?>>, <<Si, ma ho la caviglia che mi fa male, sceriffo.>>.

Lo sceriffo notò che la buca era di forma regolare ed era stata occultata con frasche e zolle di terra. Non poté notare molto di più, poiché la zona era in penombra a causa delle compatte chiome degli alberi. Dopo qualche attimo di riflessione, Ferrara disse a Bastian di tenere duro: sarebbe tornato di lì a poco con una torcia ed una fune. Mentre seguiva il percorso a ritroso per tornare all’auto chiamò un’ambulanza.

 

 

 

Mi erano state affidate le indagini sul caso Petersen e sul caso Faulkner. I federali facevano il diavolo a quattro per poter indagare sul caso del senatore e il capitano mi faceva costanti pressioni perchè gli portassi significativi progressi. Eppure, nulla faceva presagire che i due casi potessero trovare una rapida risoluzione.

Come ogni mattina, controllai il database che veniva continuamente aggiornato e conteneva i rapporti di tutte le operazioni di polizia portate a termine nello Stato: rapina, liti in famiglia e violenze domestiche, incendio doloso, suicidio... La mia attenzione fu rapita da un rapporto riguardante eventi avvenuti nella cittadina di Evermore: lo sceriffo aveva fortuitamente scoperto una buca occultata nel fitto sottobosco. La fossa era collegata, tramite uno stretto cunicolo, ad una ambiente ipogeo più grande. In questa cavità era stato trovato un altare di legno e pietra ollare, oltre che le ossa di alcuni animali e il cane dello sceriffo eviscerato. Su una parete macchiata di sangue faceva bella mostra una sorta di simbolo che era stato fotografato: era il segno di un artiglio molto simile a quello rinvenuto sui corpi di Petersen e Faulkner.

Composi immediatamente il numero dello sceriffo.

<<Sceriffo Ferrara, in cosa posso esserle utile?>>. Mi qualificai e dissi allo sceriffo che avrebbe potuto essermi utilissimo. Tentai di spiegargli, nella maniera più sintetica e convincente possibile, perchè la sua scoperta poteva rivelarsi tanto importante; dopo l’iniziale diffidenza, tipica dei provinciali, mi assicurò la sua collaborazione. <<Ha rimosso qualcosa da quella specie di caverna?>> domandai, <<Ho delimitato la zona ed ho portato via solo quello che restava del mio povero cane. Non potevo... Lei capisce...>>, <<Capisco, capisco. Ora ascolti attentamente: è necessario che rimetta tutto come l’ha trovato, eccetto i resti del cane naturalmente; richiuda la buca e faccia appostare i suoi uomini. Se qualcuno si farà vivo dovrete essere lì ad aspettarlo. Quanti agenti ha a disposizione?>>, <<Tenente Demsay, lei corre troppo. Qui siamo solo io e il mio vice sceriffo e quest’ultimo è appena in grado di compilare le multe.>>, <<Ma certo, avrei dovuto immaginarlo! Quanti abitanti ha Evermore? Un migliaio?>>, <<Evermore conta 974 anime.>>, <<Capisco sceriffo. Entro domani cercherò di raggiungervi con una squadra di agenti. Fino ad allora cerchi di vigilare come meglio può senza dare nell’occhio e niente giornalisti!>>, <<Farò come mi chiede. Vorrei sapere con cosa abbiamo a che fare: si tratta di una specie di dannata setta o qualcosa del genere?>>, <<È quello che sto cercando di capire. Usi ogni cautela: penso che possa essere gente molto pericolosa.>>. Mi congedai dallo sceriffo e corsi a parlare col capitano Master.

 

 

 

L’appostamento si protraeva ormai da quattro giorni. Avevo ottenuto l’ausilio di cinque agenti scelti. Eravamo divisi in coppie che effettuavano turni di guardia di otto ore, il che ci permetteva di vigilare sulla zona giorno e notte, anche con l’ausilio di un drone grande poco più di una farfalla e totalmente silenziato.  Lo sceriffo, dopo essersi consultato telefonicamente col mio superiore, ci aveva dato carta bianca e assicurato massima collaborazione; ciclicamente mi chiamava per essere ragguagliato sulla situazione quando i suoi impegni di servizio glielo permettevano.

Io e l’agente Martin coprivamo il turno dalle due alle dieci di sera. Lo sceriffo chiudeva il suo ufficio intorno alle otto, andava a mangiare un boccone in un ritrovo vicino, e rientrava in tempo per vedere il notiziario sportivo che veniva trasmesso ogni sera, dopo il telegiornale, da una emittente locale.

Quella sera, finito il turno di guardia, mi recai a casa di Ferrara, rispondendo così ad un suo invito che mi aveva rivolto il giorno prima.

La cucina dello sceriffo era una delizia. I bei mobili erano realizzati in noce molto scuro. Facevano eccezione delle mensole di legno d’acacia che ospitavano oggetti provenienti da ogni parte del mondo: Trevor mi descrisse un totem balinese, una statua lignea di Buddha e una minuta scultura in vetro di Murano; mi spiegò che si trattava di souvenir collezionati nel corso dei viaggi che amava fare con sua moglie Tabitha e aggiunse mestamente che era mancata da circa due anni senza aggiungere altro.

Prese dal frigo quattro bottiglie e mi disse di seguirlo in veranda. C’era da scegliere tra una nota birra irlandese ed un’altra belga formulata secondo la tradizione dei monaci trappisti. Spinti dalla nostra sete di conoscenza, provammo entrambe, non senza una certa soddisfazione.

Venne fuori che Trevor, oltre che ospitale, era anche un brillante conversatore.

Ad un certo punto mi chiese se avevo appetito. Risposi che ero a posto.

<<Sai Jack, quando sono a casa mangio quasi esclusivamente legumi e verdura, più raramente pesce ed uova. Mi concedo la carne solo quando ho intenzione di assaggiare un buon vino.>>, <<Insomma sei un salutista.>> risposi, <<Non mi definirei esattamente così. Diciamo che cerco di mangiare ciò che mi gratifica di più. Anche per quanto riguarda la compagnia, cerco di prediligere la qualità alla quantità, anche se questo può voler dire trascorrere molto tempo da solo.>>, <<Già.>> risposi, <<Qui non si fa molta vita mondana eh?>>, <<A me va bene così, Jack! Evermore non è poi così lontana da grandi metropoli ma qui ho ritrovato la mia serenità; questa piccola comunità è organizzata in modo cher ognuno sia di sostegno agli altri e non baratterei tutto questo con nessuna comodità cittadina.>>. Annuii, dicendo a Trevor che potevo capirlo. Lo sceriffo finì di trangugiare la sua birra e mi guardò dritto negli occhi: <<Sai tenente, questa tua indagine mi ha reso piuttosto apprensivo. Qui da noi non c’è un omicidio da anni e da quando presto servizio avrò dovuto estrarre la pistola non più di tre volte.>>, <<Forse è proprio per questa ragione che questi criminali hanno scelto I dintorni di Evermore per svolgere le proprie attività: questo paese non è esattamente una località segnata in neretto sulle guide turistiche e non è neppure una zona pattugliata assiduamente dalle forze dell’ordine.>>, <<Ora lo è, grazie a te!>> rispose Trevor, <<Vorrei sapere che razza d’uomo può ridurre così una bestiola per il solo piacere di uccidere.>>. Lo sceriffo si riferiva, evidentemente, al suo Graetz.

Il mio cellulare squillò pochi secondi dopo. L’agente Downing m’informo faticando a dominare una certa concitazione che un gruppo di uomini era appena sceso da una vettura e si stava dirigendo verso il luogo sottoposto a sorveglianza. Aggiunse che due degli uomini stavano trascinando una grossa sacca di colore nero. Gli ordinai, salvo emergenze, di non intervenire prima del mio arrivo.

<<Vieni con me?>>, chiesi rivolgendomi a Trevor, <<Andiamo a vedere che faccia hanno questi pazzi criminali.>>. Trevor annuì: <<Aspetta, prendo la pistola.>>.

Lasciai l’auto a debita distanza e coprimmo il restante tragitto a piedi. Era una notte illune, il che se da un lato aumentava le nostre chances di mimetizzarci, dall’altra rendeva maledettamente difficile muoversi in mezzo alla boscaglia. Lo sceriffo, che conosceva meglio la zona, mi passò davanti. Finalmente raggiungemmo l’agente Downing che ci stava aspettando nello stesso punto dove lo avevo lasciato alle dieci. Nonostante l’orario, il modo in cui era scattato al nostro sopraggiungere e i suoi occhi guizzanti, indicavano che l’agente era perfettamente sveglio e pronto all’azione.

Mi disse che un collega, Costantine, si era spinto un po’ più vicino al gruppo e ci fece strada.

Andrew Costantine era seduto con la schiena contro un grosso tronco. Il suo corpo era completamente nascosto da fusti di robinia e stava osservando il gruppo con un visore ad infrarossi.

Guardai nella stessa direzione e compresi perchè l’agente era così attratto dagli avvenimenti: circa a venti metri da noi era stato acceso un fuoco di legna, che ardeva producendo vapori verdognoli; attorno al focolare c’erano sei uomini che ne respiravano gli effluvi con il capo reclinato all’indietro.

Mentre camminavo nella boscaglia e facevo attenzione a non produrre alcun rumore, avevo registrato distrattamente il verso di alcuni animali notturni; in quel posto e in quel momento, notai con un brivido che non si sentiva più nulla.

Il rituale andò ancora avanti per una decina di minuti, poi i membri della bizzarra brigata si alzarono in piedi: sembravano tutti e sei piuttosto ben piazzati.

La grande sacca nera che fino a quel momento era rimasta abbandonata accanto a loro fu trascinata più vicina al fuoco; uno degli uomini si chinò, fece scorrere la cerniera e la aprì.

Fu in quel momento che strappai il visore notturno dalle mani di Costantine e vidi con chiarezza che quello che stavano tirando fuori dalla sacca era un corpo umano.

Il corpo fu adagiato a terra e vidi che uno degli uomini aveva impugnato un pugnale con la lama ricurva.

<<Trevor,>> dissi a voce bassa <<credo che sia il caso che tu estragga la pistola per la quarta volta.>>.

I sei furono colti di sorpresa dal nostro intervento e opposero una minima resistenza. Erano palesemente sotto l’effetto di droghe e, mentre li ammanettavamo, farfugliarono atroci minacce.

Rimasero alcune ore piantonati nella cella presso l’ufficio dello sceriffo prima di venire trasferiti nel penitenziario della contea.

L’uomo nella sacca per fortuna non era morto ma era solo sotto narcosi; fu ricoverato in ospedale per accertamenti e venne fuori che era il postino di un vicino paesetto che tutti cercavano da alcuni giorni.

Arrivò il momento di congedarmi dallo sceriffo. Sapevo che mi stavo allontanando da una persona davvero in gamba e mi dispiacque. Gli promisi che sarei tornato a trovarlo ogni tanto e che avrei davvero fatto il possibile per mantenere la promessa.

 

 

 

Il capitano Master mi raggiunse in ufficio il giorno successivo all’operazione, nel tardo pomeriggio.

<<Ho appena finito di leggere il rapporto>> mi disse <<e non posso fare a meno di manifestarti l’apprezzamento mio e dei miei superiori. Hai avuto le intuizioni giuste e sei riuscito a sgominare quella banda di fanatici!>>, (Ho sempre pensato che il capitano avesse un modo particolarmente appropriato, direi quasi calcolato, se non addirittura paludato, di esprimersi.), <<Grazie capitano. Speriamo che ci forniscano informazioni su altre eventuali cellule attive nel paese.>>, <<L’operazione in ogni caso è stata un grande successo. Ora vedremo che cosa racconteranno agli investigatori che li stanno interrogando. Sono già in contatto col procuratore distrettuale e la lista delle accuse si preannuncia ben nutrita.>>.

A fine giornata tornai a casa per farmi una doccia e cambiarmi e mi recai da Mark. Era sabato sera e David avrebbe dormito a casa di un compagno di scuola.

<<È qui che si offrono squisite cenette a lume di candela e giochetti sessuali niente male a iosa?>> domandai, nel momento in cui Mark mi faceva entrare. Lui sorrise. In quel modo che lo faceva apparire tanto bello e senza età. Era capace, con un unico sorriso puro e ingenuo, d’illuminare la stanza e la mia giornata.

Mark era molto bravo ai fornelli e si stava cimentando con piatti cinesi ed etnici in generale: io apprezzavo sempre molto. Per gran parte della serata parlammo di lavoro e di David, bevendo qualche bicchiere di un buon vino rosso che mi era costato una piccola fortuna.

<<Jack, sei pronto per il dolce?>> mi domandò Mark ad un certo punto, <<Sono troppo pieno per il dolce ma accetterei di buon grado le tue dolcezze...>>, <<Ah, ma questo è un altro tipo di appetito ragazzo mio!>>, <<Beh il guardiano del fortino non c’è e tu mi guardi in quel certo modo...>>.

Quella notte fu sesso: dolce, essenziale, indimenticabile. Alle tre del mattino eravamo ancora svegli ed io mi stavo dedicando ad accarezzargli i capelli e le mani.

<<Sai Jack, vorrei essere più forte. A volte mi sento così inadeguato...>>, <<Mark tu sei forte quanto basta e non sei solo, mai. Stai facendo un ottimo lavoro con David, inoltre sei riuscito ad accalappiare uno come me, ti sembra poco!?>> dissi quasi ridendo, Mark fece una risata fresca e linda delle sue, si abbandonò fra le mie braccia e di lì a poco s’addormentò. Per una volta non fece sogni inquietanti. Ognuno di noi conserva per sé qualche piccolo segreto: qualcuno dorme col dito in bocca o si è segato sulla foto di una cugina o magari da piccolo ha ucciso il gatto della vicina (il che lo rende un perfetto candidato alla psicopatologia). Mark, beh Mark ascoltava ogni mattina, ogni fottuta mattina, appena in piedi, una vecchia vecchia canzone del 1973, intitolata “If you want me to stay”, di Sly Stone. Ogni cazzo di mattina!

Domenica mattina passammo a prendere David ed il suo compagno di scuola. La destinazione era un interessante parco ludico scientifico interattivo inaugurato da poco in periferia. Mi aveva subito colpito favorevolmente perchè i progettisti avevano saputo esprimere al meglio il coniugio tra natura e scienza. Prima di accedere a qualunque gioco bisognava compiere un percorso didattico che ti spiegava un qualche principio scientifico o avvenimento del passato. Le pareti traslucide s’illuminavano al nostro passaggio per mostrarci il sistema solare, immergerci in un’illusoria foresta di mangrovie o farci camminare accanto all’uomo primitivo. Per i ragazzi fu un’autentica doccia di emozioni e, a dirla tutta, anche per Mark, che commentava entusiasta ogni cosa al pari dei ragazzi. Dovetti praticamente trascinarli fuori dopo tre ore e mezza di visita. Rincasai nel tardo pomeriggio poichè sapevo che all’indomani mi aspettava una giornata pesante.

 

 

 

La sveglia non aveva ancora suonato, quando il mio sonno fu interrotto da una spazzatrice automatica un po’ troppo cigolante.

Mi stiracchiai e rivoltolai su me stesso pensando alla giornata che mi aspettava non appena avessi poggiato i piedi sul freddo e duro pavimento: alle 9,30 avrei dovuto testimoniare all’udienza preliminare del processo contro il gruppo arrestato ad Evermore.

Mi alzai e mandai giù una capsula di vitamina c, una di vitamina d e una di multiminerale trovate accanto ad una confezione di fiocchi d’avena irlandesi iposodici, quindi scartai e mangiai velocemente una barretta energetica a base di cioccolata fondente e alga spirulina.

Poi nell’ordine pisciai, mi lavai il viso con l’acqua fredda, feci uno sciacquo col collutorio fito-cosmetico ed iniziai a vestirmi. A un certo punto mi accorsi che mancavano i calzini: ne trovai un paio sgualcito che pendeva dal cassetto del comodino. Quasi tuffandomi avventurosamente sotto il letto estraibile, recuperai le scarpe in viva-pelle.

La mia berlina Stable Kw era in officina, così dovetti prendere posto su una minuscola vetturetta fornitami come mezzo sostitutivo: altro non era che un guscio polimerico incollato sullo chassis d’alluminio che ospitava anche un piccolo motore elettrico.

Spingendo a tavoletta non si superavano le 50 miglia orarie ma la velocità era più che sufficiente dati i limiti vigenti in città. Mi inserii pazientemente in coda e attivai l’autopilota. Poi estrassi dal pacchetto argentato una “lunga durata” alle alghe aromatizzate ed attesi che si accendesse: dopo qualche secondo dalla sigaretta scaturì un filo di fumo azzurrognolo.

Poco più avanti scoprii la causa della lunga coda: c’era un posto di blocco istituito dalla polizia. (Nel mio caso si limitarono a tele-identificarmi.)

Superato il presidio e imboccata Eland Street, potei finalmente escludere l’autopilota e pigiare sull’acceleratore; stavo sopraggiungendo ad un trivio, quando notai che il semaforo intelligente era fuori servizio: avevo comunque la precedenza e decisi di rallentare soltanto un po’.

E che cazzo! Un auto proveniente da sinistra aveva inchiodato proprio in mezzo all’incrocio! Prima che avessi il tempo di reagire il computatore agì provvidenzialmente sui freni mentre io cedetti all’istinto di sterzare ed evitai per poco di ribaltarmi per evitare la Convair che avevo davanti.

Paonazzo, mi avvicinai alla vettura squaliforme per vedere la faccia del pirata della strada e scoprii che si trattava di una distinta signora di mezza età. L’odore che usciva dalla sua sigaretta elettronica lasciava pochi dubbi: si era fatta di qualcosa che evidentemente provocava torpore. Decisi che non potevo farla andare in giro in quelle condizioni. Mi qualificai e la feci spostare sul lato passeggero, poi spostai la Convair accanto alle elettrovie Willet e chiamai una pattuglia della municipale perchè venisse a prelevare la signora che nel frattempo si stava addormentando farfugliando lamenti incomprensibili. Giunsi di fronte all’imponente palazzo di giustizia fatto di mattoni rossi, cemento e vetro con qualche minuto di ritardo.

Vidi che Master mi stava aspettando sulla scalinata con un paio di colleghi e allungai il passo.

<<Cosa ci fate ancora qui?>> domandai <<L’udienza non è ancora iniziata?>>, <<Mi hanno appena dato una notizia e stavo per chiamarti.>> disse Master, <<Che cos’è successo?>>, <<Si tratta di Mark: potrebbe essere stato rapito. È scomparso.>>, <<Merda.>>, <<Puoi dirlo forte.>>.

 

 

 

Sebbene il capitano fosse contrario ad affidarmi le indagini poichè sapeva che ero troppo coinvolto emotivamente, alla fine cedette, ma insistette per affiancarmi due investigatori esperti in episodi di rapimento: Tara Watson e Paul Borgman.

Nell’abitazione di Mark c’erano segni di colluttazione: una lampada, alcuni libri e un vaso con una pianta di elleboro nero erano stati rovesciati a terra. La ragazza del vivaio aveva spiegato a Mark che quella pianta era difficile da coltivare in casa ma lui sapeva essere veramente testardo ed era rimasto incantato dai quei bellissimi fiori scuri.

Un vicino di casa (era stato lui ad allertare il 911), raccontò di aver visto due uomini che spingevano Mark dentro una monovolume con i vetri oscurati. L’uomo aggiunse che Mark non aveva tentato di divincolarsi ma che, comunque, la scena gli era sembrata sospetta.

David doveva essere uscito di casa per recarsi a scuola pochi minuti prima che Mark fosse aggredito: mandai una pattuglia affinchè lo prelevasse e lo accompagnasse a casa della nonna materna.

Feci compiere tutti i rilevamenti opportuni ed interrogai personalmente vicini di casa, abitatori del condominio, gente del quartiere, e commercianti della zona nella speranza che avessero visto qualcosa. Una descrizione del monovolume fu comunicata a tutte le pattuglie dello Stato, inoltre la foto di Mark giunse istantaneamente ad ogni agente ed in ogni aeroporto e stazione.

In assenza d’indizi e rivendicazioni mi sentivo tremendamente impotente. Durante la serata mi recai da Loraine, la madre di Mark. Rassicurai la donna e David che non mi sarei dato pace fino a quando Mark non fosse tornato a casa, ed era la verità. Quella notte cercai di dormire qualche ora: sapevo che era necessario mantenere la forma e la lucidità mentale per dare il meglio nelle indagini. Feci un sogno strano, popolato da una presenza che sembrava voler comunicare in un idioma sconosciuto. La sveglia suonò presto, strappandomi al sogno e in un attimo fui in piedi, in preda all’inquietudine e madido di sudore.

Poco dopo l’alba uscii di casa e raggiunsi il distretto a piedi. Passai la mattina studiando tutti i documenti presenti sul computatore di Mark nella speranza di trovare qualcosa di utile alle indagini. Nel frattempo si faceva strada nella mia mente l’ipotesi che Mark fosse stato rapito per colpire me. Qualcuno voleva forse che il processo contro i membri della setta fosse sospeso? Qualcuno voleva indurmi al silenzio o punirmi?

Tramite il capitano chiesi al procuratore l’autorizzazione d’urgenza ad interrogare gli uomini tratti in arresto ad Evermore.

In tarda mattinata arrivò una segnalazione che verificai personalmente, ma si rivelò un buco nell’acqua.

Mi consultai con la Watson e con Borgman.  Entrambi si lamentarono della mia scarsa collaborazione ma a parte questo non emersero novità rilevanti. Vaffanculo.

Poco dopo le sei di sera m’informarono che il corpo di un uomo, che poteva essere Mark, era stato ripescato dal fiume Platte. Mi precipitai all’obitorio.

Il giovane ed acneico medico di turno mi condusse, in un silenzio penoso e irreale, fino alla stanza dove una fila di celle frigorifere ospitava corpi che poco prima erano stati caldi e vitali: aprì uno sportello d’acciaio ed estrasse il lettino: capii all’istante che non si trattava di Mark e nello stesso momento le mie gambe <<si sciolsero>> fino a farmi vacillare.

Stavo cadendo in uno stato di prostrazione mentale e fisica, dovuta alla tensione ed alla frustrante attesa di qualche sviluppo nelle indagini; quella sera andai perfino in alcuni dei locali più malfamati della città per fare qualche domanda e mostrare la foto di Mark. Crollai nel letto a tarda notte e sognai.

Nel sonno sognai un capannone industriale abbandonato e uomini incappucciati, vidi una enorme grua corrosa dalla ruggine, uno spiazzo terroso coperto dalle sterpaglie ed un cancello dalle sbarre ricurve e minacciose…

<<Avanti Jack, muoviti a saltare, cazzo. Non vorrai rimanere a cavalcioni del cancello per ammirare il panorama.>>, <<A dire il vero il panorama fa cacare. Il fatto è che questa è proprietà privata e potrebbe esserci un bel cane che ci aspetta.>>, <<Se ne dovessimo incontrare uno gli ricorderemo che è il miglior amico dell’uomo e, se non dovesse funzionare, batteremo il record mondiale di risalita del cancello.>>. Mi convinsi e spiccai un salto e fui dall’altra parte. Io ed il mio amico Danny Weston ci trovavamo nel piazzale delle già falegnamerie Duncan. Io indossavo una maglietta verde militare di mio padre di una taglia notevolmente abbondante, pantaloncini neri ed un paio d’anfibi. Il mio amico sfoggiava con orgoglio una felpa con cappuccio che recava stampata sulla schiena la scritta fbi. Avevamo 14 anni.

Erano quasi le dieci di un’afosa sera di Agosto. I nostri genitori ci aspettavano a casa entro le undici e, soprattutto, si aspettavano che non ci mettessimo nei guai.

Il piano, studiato e rimandato da settimane, era di esplorare lo stabilimento. In più avevamo portato con noi le pistole ad aria compressa e speravamo che il piazzale potesse trasformarsi nello scenario ideale per i nostri giochi guerreschi: il gioco consisteva nello sfuggire al proprio avversario, tendendogli magari un’imboscata nella penombra, oppure nel conquistare un’immaginaria bandierina senza essere colpiti. I pallini di plastica facevano discretamente male se sparati da distanza ravvicinata e, dopo un po’, imparavi senz’altro ad evitarli.

La facciata del capannone era quasi completamente scrostata: in alcuni punti il cemento si andava sgretolando e si potevano vedere i ferri arrugginiti utilizzati per rinforzare la costruzione. Camminando guardinghi sulla ghiaia notammo alcuni tronchi, taniche vuote e un pezzo di quello che sembrava un motore industriale. L’erba stava crescendo in chiazze disordinate, ma pareva ben determinata a conquistare tutto il terreno.

Nel cielo si addensavano nubi minacciose e si sentiva il rombo sordo di qualche tuono in lontananza.

<<Non abbiamo molto tempo. Propongo di dividerci e di esplorare il territorio.>> disse Danny <<Io andrò a controllare il retro dello stabilimento, tu dai un’occhiata all’interno facendo attenzione a dove metti I piedi. Va bene?>>, <<Va bene. E se c’è qualcosa che non va urliamo.>> risposi.

Il grande portone carrabile era soltanto accostato. Un cartello ormai consunto dalle intemperie faceva da monito ricordando che l’accesso era vietato ai non addetti ai lavori, ma il vigore del divieto si era sbiadito, insieme alla vernice. Entrai cautamente. L’ambiente era buio e polveroso.

Aiutandomi con la luce del cellulare potevo appena intravedere lunghi nastri trasportatori, minacciose seghe circolari ed altri macchinari dal nome sconosciuto. Valutai che non fosse un luogo adatto per giocare. Ciononostante decisi di continuare ancora un po’ la mia esplorazione.

Svoltai a sinistra per osservare più da vicino le lame che dovevano essere ancora piuttosto affilate: nessuno mi aveva mai raccontato d’incidenti avvenuti alla falegnameria, ma avevo sufficiente immaginazione da figurarmi che effetto potessero avere sull’arto di un uomo quei tremendi attrezzi.

A breve distanza trovai qualcosa di più attuale che mi fece inorridire: c’era una nutria appesa ad una catena col petto squarciato. Sotto la povera creaturina alcuni simboli strani erano stati tracciati col sangue.

Mi parve di avvertire un voce sussurrare: che cosa ci fanno due nutrie in un bar? Una merenda nutriente, Jack, fanno una merenda nutri-ente! Ah ah.

Mi ricacciai un urlo in gola e cominciai a correre verso l’uscita. Appena fuori cercai di calmarmi. Decisi che l’unica cosa da fare era trovare subito Danny e andarcene da quel posto. Chiamai Danny ma non ricevetti risposta. <<Avanti Danny, dobbiamo andarcene da questo posto!>>. Nulla. Mi arrestai a pochi metri da un albero maestoso che non avevo notato all’arrivo. Ero sicuro di aver visto qualcosa. Forse poteva essere un oggetto lasciato lì dai proprietari della falegnameria; oppure poteva essere un fungo gigantesco: avevo letto da qualche parte che ne esistevano di molto, molto grandi. Ma tutte quelle supposizioni non mi rassicuravano molto. Almeno non dopo quello che avevo visto nel capannone. A quel punto udii un suono gutturale che mi gelò il sangue nelle vene. Urlai e iniziai a correre verso il cancello. L’essere che mi spiava ora mi stava inseguendo. Inizialmente non ebbi il coraggio di voltarmi. Continuai a correre a perdifiato. Avvertendo i passi dietro di me. Ma non potevo lasciare Danny da solo: decisi che dovevo vedere con chi o che cosa avevo a che fare e valutare se potevo affrontarlo in qualche modo. Proprio in quel momento una pietra, una maledetta pietra, più grossa delle altre, mi fece inciampare e cadere.

Mi voltai di scatto, ansimante, il viso rigato dalle lacrime e dalle prime gocce di pioggia, e vidi Danny. <<Ti sei fatto male?>> mi domandò con aria preoccupata.

Poi mi svegliai col cuore in gola e la certezza che avrei trovato Mark nella vecchia zona industriale.

 

 

 

Non potevo correre rischi inutili. All’alba di un mattino umido e nuvoloso uscii da solo per andare a cercare Mark. Parcheggiai ad un isolato di distanza dalla zona industriale dismessa e proseguii a piedi. Non avevo più pensato all’episodio avvenuto nelle falegnamerie Duncan da molti anni. Nulla sembrava essere cambiato, a cominciare dal cancello, nero ed in qualche maniera minaccioso. Stavo per cimentarmi nello scavalcare il cancello, quando mi accorsi che la maglia metallica della recinzione era stata tagliata in un paio di punti. Passai a fatica attraverso uno dei varchi e mi diressi verso il capannone, di nuovo, dopo tanti anni. Gli alberi c’erano ancora, ma apparivano deboli e molto malati: neppure i colori dell’autunno riuscivano a donargli un po’ di vitalità. Prima d’ogni altra cosa dovevo riuscire ad osservare la situazione dentro il capannone senza rivelare la mia presenza. Vidi che una scaletta metallica conduceva al tetto piano. Aveva un aspetto tutt’altro che solido, tuttavia cominciai ad arrampicarmi cautamente. Portavo con me due pistole e un arnese in grado di aprire le più comuni serrature. Arrivato sul tetto, mi avvicinai ad un lucernaio e rimossi con la mano la polvere e lo sporco che si erano accumulati sulla lastra in policarbonato. Purtroppo il materiale si era deteriorato col passare degli anni ed aveva perduto molta della sua originaria trasparenza. Provai a spostarmi verso un altro lucernaio; in questo caso la lastra era attraversata da fessure grazie alle quali potei intravvedere lo scenario sottostante, comunque troppo poco per avere le idee chiare. Scesi nuovamente lungo la scaletta ed aggirai la costruzione con l’idea di entrare dal retro. Il portone d’ingresso era chiuso con una catena munita d’un robusto lucchetto: mi ci vollero alcuni minuti per violare la serratura. Schiusi la porta ed entrai con la pistola in pugno. Per quel poco che ricordavo anche all’interno non era cambiato nulla. Speravo soltanto di non ritrovarmi di fronte i resti della nutria. Esattamente come la prima volta, svoltai a sinistra, dirigendomi verso le minacciose lame dentate. Mark era lì, imbavagliato e legato al nastro trasportatore, ma vivo! La sua testa era bloccata a non più di un centimetro da una sega circolare completamente arrugginita. Lo liberai dal bavaglio e lo baciai: era evidente che la prigionia l’aveva provato duramente. <<Jack, in nome del cielo, andiamocene subito. Torneranno. Torneranno presto.>>.

Cominciai a liberarlo dalla stretta della corda, maledicendomi per non aver portato con me un buon coltello. In quel momento avvertii un rumore alle mie spalle e mi voltai di scatto: quattro uomini erano entrati e si stavano muovendo rapidamente verso di noi. <<Rimanga dove si trova, tenente. A quanto pare il responsabile dei nostri problemi ha deciso di consegnarsi spontaneamente per espiare i suoi peccati.>>. Un uomo in nero mi teneva sotto tiro con una pistola. Gli altri tre brandivano lunghi coltelli. Valutai che una mia reazione avrebbe messo sicuramente a rischio la vita di Mark, oltre che la mia, e mi arresi.

Fui perquisito e privato di entrambe le armi. <<Vedo che mi conoscete.>> dissi <<Non credevo di essere così popolare nella comunità dei pazzi maniaci.>>, <<Certo che la conosciamo. Penso sia giusto che anche io mi presenti: il mio nome da rinato è Netal. Voi mi definireste il capo spirituale degli adoratori di Yar. Da anni agiamo nell’ombra, con discrezione, per far crescere il potere del nostro Dio e lei, tenente, si è immischiato, portando dolore ai membri della nostra congrega. A Yar piacendo, oggi celebreremo due sacrifici rituali.>>.

In quel momento un colpo d’arma da fuoco colpì il braccio di Netal, che lasciò cadere la pistola. Nello stesso istante una granata stordente esplose. Gli agenti Watson e Borgman e il capitano Master si materializzarono in quel momento ed ebbero la meglio sugli adepti che furono resi innocui. Corsi a liberare Mark, frastornato ma felice. Il capitano ci raggiunse per sincerarsi sulle nostre condizioni.

<<Non so come ringraziarla, capitano. Sono stato un idiota ad agire da solo.>>. Feci un attimo di pausa per riflettere e poi domandai: <<Ma come diavolo ha fatto a trovarmi?>>. <<Non puoi neanche immaginarlo...>> rispose Master.

 

 

 

Malgrado l’estate fosse ormai un lontano ricordo, il clima era ancora godibile. Io e Mark avevamo appena terminato di fare un veloce bagno e ci stavamo asciugando al sole.

<<Stai tentando di dirmi che quell’entità superiore, o come diavolo vogliamo chiamarla, ci ha guidati aiutandoci a eliminare i suoi adoratori?>> domandai rivolto a Mark, <<È esattamente quello che sto ipotizzando.>>, <<E hai anche una teoria immagino...?>>, <<Non lo so Jack. Forse questi adepti stavano compiendo efferatezze che l’entità non poteva tollerare.  Ah dimenticavo: secondo me è una lei, è una dea.>>, <<Va bene.>> dissi scuotendo la testa con poca convinzione <<Questa vicenda è talmente assurda che credo accetterò questo epilogo senza oppormi. D’ora in poi, in ogni caso, spero di tornare a fare sogni più semplici ed innocui.>>.

Il piccolo Bulldog francese entrato da poco a far parte della nostra famiglia arrivò correndo per leccare la faccia a Mark.

<<Non ti dispiace se continuo a chiamarlo botolo, vero?>> disse Mark ridendo, <<Ah ah, no, in fondo è proprio un adorabile botolo. Ma il suo nome ufficiale sarà Husky.>>, <<Amore,>> disse Mark <<qualunque cosa ci riservi il futuro, l’affronteremo insieme.>>, <<Vuoi forse dire che stai prendendo in considerazione la possibilità di diventare il signor Demsay?>>, <<Diciamo che sto seriamente valutando questa ipotesi.>> disse Mark sorridendo. Emisi un sospiro soddisfatto e mi distesi sulla sabbia, incrociando le mani dietro la nuca.

<<Ehi, Jack, vuoi venire a giocare?>>. David stava dando spettacolo con un pallone. <<Ti spiace se sto un po’ con David?>> domandai a Mark <<Ultimamente ho avuto l’opportunità di ricordare molto bene cosa vuol dire avere quattordici anni.>>.

 

 

 

 

 

Ebbro di false virtù

per un attimo aprii gli occhi

e agguantai la verità.

Ma l’uccello della ragione

piombò su di me

e mi carpì il segreto in una notte buia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2) L’ORRORE.

 

 

 

 

 

<<La mia storia non è a lieto fine. Non è confortante o felice come lo sono le storie di finzione. Contiene parti confuse e senza senso, di sogno e follia. Come nelle vite di coloro che non vogliono illudersi ancora.>> (Hermann Hesse).

 

 

 

 

 

Ti appenderei a testa in giù per i piedi come Mussolini! Cazzo, sarebbe una liberazione. Ho il cuore avvolto nel filo spinato e ogni battito è un grido che mi strazia il petto. Sono troppe le giornate passate a chiedermi se c’è una via d’uscita da questo inferno e se tutto il male che sento dentro prima o poi finirà.

E ora che la tua faccia è a pochi centimetri dalla mia, in una giornata nella quale ogni colore è stato dissolto da una pioggia acida che sembra non voler finire mai, vorrei colpirti e scaricarti addosso tutta la rabbia che mi divora l’anima, toglierti quel sorriso a forma di sfregio e spegnere per sempre il suono fastidioso della tua voce.

Stringo forte la mano e le unghie si conficcano nel palmo.

Ti guardo dritto negli occhi e non c’è nulla che possa fermarmi. Dio quanto ti odio! Alzo il braccio e vorrei poter vedere questa scena da una prospettiva esterna, ma la sensazione dei muscoli che si tendono e si contraggono non mi permette alcuna divagazione metafisica.

Il pugno è all’altezza dell’orecchio e nella luce pallida di un neon che mi trema addosso esplodo tutto il mio odio colpendoti con un urlo che nulla ha di liberatorio.

La tua espressione sorpresa è frammentata in decine di linee isteriche. I lineamenti sono sconnessi e confusi, hanno una forma che nemmeno il più folle dei pazzi riuscirebbe a disegnare. Un occhio è più basso dell’altro e al posto dei denti c’è uno buco vuoto e scuro.

Tutto intorno c’è sangue. Il mio.

La mano è squarciata sul dorso. Frammenti di te l’hanno aperta tra la nocca del dito medio fino quasi all’attaccatura del polso. La guardo in silenzio e non so cosa pensare. Osservo il sangue schizzare a fiotti, come volesse fuggire da un corpo che non sopporta più, dopo che ho colpito con furia violenta la mia immagine riflessa nello specchio del bagno di casa mia.

 

 

 

Mi tremavano le gambe.

Presi l’asciugamano a lato del lavandino e lo avvolsi intorno alla mano imponendomi di non muovere le dita. Temevo di aver tranciato i tendini. Attraversai veloce il corridoio, aprii la porta di casa e scesi i gradini due alla volta. Il pomeriggio mi accolse con calda e appiccicosa indifferenza. Non c’era traffico. Era solo un altro Ferragosto passato in solitudine.

Vidi arrivare un autobus dall’altro lato della strada. Il pachiderma azzurro si arrestò alla fermata con uno sferragliare acido e stanco. Corsi e mi infilai tra le porte che si stavano chiudendo. L’autista mi guardò torvo. Alzai la mano avvolta nell’asciugamano zuppo di sangue.

Ho combattuto anche per te amico e ora ho bisogno di cure. Portami nelle retrovie, subito! Presto tornerò a casa.

«Non ho il biglietto.» dissi piano.

Lui fece un cenno con la testa, poi ingranò la prima. Il bestione si mosse di scatto e io quasi caddi a terra. Raggiunsi barcollando un posto a sedere. Ce n’erano tanti nel ventre rovente di quella balena di metallo ed erano tutti vuoti.

Gocce di sangue grandi come ricordi caddero tra le gambe, mentre il cervello masticava tutto quello che era successo in questi ultimi mesi. Era un film che mi dava la nausea.

Reggendomi la mano, quasi fosse uno stupido trofeo di una ancor più stupida guerra, iniziai a fare i conti col mio passato. Qualcuno aveva detto che per avere coraggio occorreva prima avere paura. In quel momento, mentre la mia vita stava assomigliando sempre di più a una scritta lasciata su un muro (Eleanor was here), sentivo quella paura crescermi dentro come un’edera velenosa e mangiarsi quel poco di coraggio che pensavo di possedere.

Guardai la mia vita e la vidi come una lunga strada persa nel nulla. Gli anni a venire sarebbero stati un percorso a piedi nudi su quella strada lastricata di merda. Avrei calpestato tutto lo schifo passo dopo passo, fino alla sorgente del mio male. E lì avrei trovato un totem blasfemo seduto su un cumulo di promesse ammuffite, con un ghigno soddisfatto stampato sulla faccia e brandelli della mia stessa esistenza che pendevano da mani ossute e bianche come la morte: me.

L’autista inchiodò pestando entrambi i piedi sul pedale del freno. Picchiai la testa sul sedile davanti aprendomi uno sbercio sopra l’occhio destro. Alzai lo sguardo e lo vidi indicare tranquillo l’uscita del bus, proprio davanti al pronto soccorso. Barcollai fino alla porta a soffietto mandandolo mentalmente a quel paese e lui mi rispose con qualcosa che assomigliava a un fottiti. Per strada non c’era nessuno. Mi stavo specchiando nel mondo e il mondo era completamente vuoto.

Entrai al pronto soccorso e le poche persone presenti si voltarono per guardarmi, come fossi un personaggio uscito da un b-movie dell’orrore. Il sangue era colato sui vestiti e nuovo altro sangue fresco rigava la mia faccia stravolta.

Mi sciolsi sulla prima sedia libera e scoppiai a piangere. Al mio fianco una signora di mezza età guardò schifata. Chissà, magari pensava che mi avessero fatto la festa per questioni di droga o puttane.

Sofferenza è sinonimo di illegalità, vero signora?

Distolsi lo sguardo reggendo la mano ferita come fosse un figlio da accudire. Mi venne una incredibile voglia di fumare. Con la mano buona cercai nelle tasche, ma non trovai nulla. Mi guardai in giro per vedere se qualcuno per caso stesse fumando. Idea stupida, negli ospedali è vietato. Guardai di nuovo la tipa alla mia destra. Forse cercavo un pretesto per litigare o forse volevo solo prendermi gioco di lei. Le sorrisi mostrando i denti macchiati di sangue (ne avvertivo il sapore metallico in bocca) e lei fece un balzo all’indietro dallo spavento, o per il disgusto. Non potei darle torto.

«Tocca a lei» disse una voce di donna.

Alzai la testa, ma vidi solo rosso. Sentii sospirare, poi la proprietaria della voce mi mise una mano sotto l’ascella e con fare deciso e delicato insieme mi aiutò ad alzarmi.

«Riesce a stare in piedi?» mi chiese.

Era premurosa, ma per qualche motivo la sua voce non mi piaceva. Balbettai qualcosa, poi lasciai la mano ferita e mi tolsi un po’ di sangue dagli occhi.

«È la seconda stanza a sinistra, sono solo pochi passi.» disse aprendo una porta bianca come la morte.

Anche il corridoio dietro quella porta era bianco. Su un lato c’erano altre tre porte con ognuna un piccolo oblò. Sembravano occhi. Mi fissavano e mi giudicavano. Chiesi in quale di quelle tre dovevo entrare. Lei indicò quella nel mezzo.

Feci quei pochi metri a fatica. Non sapevo se veramente avessi reciso i tendini della mano, ma non me ne importava più nulla. Non sapevo nemmeno quanto fosse grave la ferita alla testa. Non me ne fregava più niente del dolore, della paura, del sangue e dello specchio rotto nel cesso di casa mia. Non mi importava più di me e di tutto quello che mi girava intorno, anche se a ben vedere attorno a me c’era solo il vuoto. In quel momento volevo solo che qualcuno mi infilasse un ago in vena facendomi chiudere gli occhi una volta per tutte. Immaginai il senso di torpore che dalle gambe saliva piano fino al centro della vita e poi più su, fino alla testa. E il mondo che lentamente diventava bianco, sempre più bianco. Lentamente. Per sempre.

La voce di un uomo arrivò improvvisa: «Va giù! Va giù!»

«Non ce la faccio!» rispose una voce di donna che riconobbi essere quella dell’infermiera.

Sentivo mani dappertutto. Mani che mi sorreggevano, che strattonavano e che mi stringevano. Poi i miei piedi si staccarono da terra con leggerezza.

Era dunque questa la morte? Volare via immersi nel bianco assoluto? Non era poi così brutta dopotutto.

Il dolore alla mano riesplose e mi fece gridare. Il bianco si tinse di nero e subito dopo divenne luce rossa.

«Apri gli occhi.» disse l’uomo. «Forza, apri gli occhi.» ordinò.

E io obbedii.

C’erano facce chine su di me, volti che sembravano fantasmi. Nelle orecchie avevo un vortice di voci lontane, le voci dei morti che danzavano senza sosta nella mia mente. Era come viaggiare a tutta velocità nella galleria degli orrori in un luna park da cartone animato.

«Va tutto bene, è stato un piccolo mancamento.» disse una faccia, quella di un medico con una lunga barba. «Ora sentirai una puntura sul braccio. Non spaventarti, è solo l’ago della flebo.»

Spaventarmi? Cristo, ho la mano squarciata, un taglio in fronte e l’anima in pezzi. Credi che una flebo nel braccio sia la mia più grande preoccupazione?

L’avrei gridato ma le parole se ne restarono al buio rassicurante della mia gola.

«Diamo un’occhiata alla testa.» disse il medico.

Il dolore si stava attenuando. O forse ero io che mi stavo semplicemente spegnendo. Qualunque cosa ci fosse in quella flebo mi stava piacendo. Anche se piacere non era abbastanza.

Sentivo di nuovo mani danzare su di me, leggere come neve che si posa al suolo. Ma non contenevano amore. Non c’era un solo briciolo d’amore in quei movimenti eseguiti con cura e abilità. L’infermiera pulì delicatamente il sangue rappreso dalle guance.

«È solo un taglio superficiale. Ora occupiamoci del resto.» disse il medico.

L’infermiera disinfettò la ferita sulla fronte e lui tagliò la fasciatura improvvisata alla mano. Tutta questa precisione chirurgica mi infastidiva.

«Devo registrarla nel nostro archivio. Ha un documento?» chiese lei riponendo il batuffolo di cotone nel vassoio di metallo.

Avevo lasciato i documenti sul tavolo della cucina di casa mia, sepolti sotto le raccomandate dei creditori, l’ingiunzione di sfratto e la lettera di licenziamento, nel mezzo di un cerchio magico simile a Stonehenge ma fatto di bottiglie vuote di Gin e Rum. Mi vergognavo, una vergogna mai provata prima. Mi sentii come Pollicino, ma non avevo sassi nelle tasche o briciole di pane con le quali segnare la via di casa. Ero un essere minuscolo sperduto in un bosco buio popolato di mostri, incapace di trovare la strada. Scossi la testa da un lato all’altro sperando che non ci fossero altre domande.

«Di questo ce ne occuperemo tra poco.» disse lei con tono accondiscendente. «Come ha fatto a tagliarsi la mano in quel modo?».

Sospirai. «Ho dato un pugno allo specchio.».

Mi guardò in silenzio e poi si voltò verso il medico.

«Mi scusi, non è un gran periodo...» continuai in un patetico tentativo di giustificarmi. «Ho perso il lavoro e la mia vita non va come vorrei.»

L’infermiera si sedette alla scrivania e compilò la scheda in un silenzio professionale. Mostrava l’esperienza di chi aveva a che fare tutti i giorni con un caleidoscopico campionario di varia umanità. In quel momento mi sentii parte di quel mondo che fino ad allora avevo visto solo di sfuggita durante una sosta al semaforo o nei servizi del telegiornale della sera.

Chiese le mie generalità e io, da paziente diligente, le recitai nome, cognome, indirizzo e numero di telefono senza mentire nemmeno una volta.

Ora siamo pari, pensai. Ho fatto il mio dovere.

Guardai la mano ferita, che ormai era insensibile per via dell’anestetico. Era una cosa estranea che sembrava non fare più parte di me. Guardai le gambe, i piedi, l’altra mano e il resto del mio corpo. Era come se stessi guardando un’altra persona. I veli grigi dei miei fallimenti, che da troppo tempo mi avvolgevano la testa come un sudario, avevano finito con l’alterare la percezione fisica del mio corpo, trasfigurandomi in un essere sconosciuto.

«I vasi e i tendini sono a posto.» mi rassicurò soddisfatto il medico. «Ti è andata bene, dico davvero.».

Mi arrabbiai parecchio. Ma perché mi dai del tu? Ci conosciamo forse? Va bene, avrai vent’anni più di me, ma che vuol dire. Cristo come odio i piacioni. Oddio no, ora si mette a fischiettare.

Guardai verso il soffitto. Era bianco, senza nemmeno uno sbaffo di sporco. Il soffitto di casa mia faceva schifo, come tutto il resto per altro.

«Ma com’è che hai dato un pugno allo specchio?» chiese lui smettendo di fischiettare.

Non volevo ripetermi. Era tutto così umiliante e non avevo bisogno anche della sua commiserazione. Mi chiusi in un ostinato silenzio. Un silenzio di quelli che possono fare piangere, come una viola che suona note basse e lunghe nel giorno del mio funerale.

«Beh, non ha importanza, almeno credo.» disse scrollando le spalle. Non mi sembrò particolarmente deluso. «Ti ricucio la ferita e non ti preoccupare: non si vedrà quasi nulla, te lo garantisco.»

Ecco bravo, cuci e non fare domande, che di domande ho già piena la testa.

La stanchezza venne a bussare alla mia porta. Era decisa a entrare e io sapevo che resisterle non sarebbe servito a nulla. Così chiusi gli occhi, mi addormentai e sognai.

Fu la prima volta che la vidi.

Sono nella vecchia casa di campagna dei miei nonni. È buio, ma non come è buia la notte. Nel mio sogno la notte è blu. Ogni cosa è blu, un blu scuro che quasi ci puoi cadere dentro. Cammino sotto il portico. Passi lenti, ovattati. In lontananza sento le esplosioni delle bombe. È la guerra.

Luci tremolanti si accendono e si spengono all’orizzonte e subito dopo arrivano i tuoni a muovere l’aria. Mi fermo alla fine del porticato e guardo verso i campi di mais. Qualcosa si muove. Le piante ondeggiano, cullate da voci lontane e confuse. L’onda si fa sempre più vicina e le grida diventano sempre più chiare. Voci gracchianti che parlano in tedesco.

«Wir töten alle Juden verflucht!»

Il mare di mais espelle un vecchio che tiene per mano una bambina. Il vecchio è vestito di stracci e piange. Una stella di stoffa gialla danza nervosa sul bavero di una giacca sporca e consunta. La bambina ha i capelli biondi e stringe al petto una bambola di plastica. La stella gialla appuntata sul petto è grande quasi quanto il suo viso. Mi vengono incontro guardandomi con gli occhi spenti, come se fossero già morti.

Indietreggio qualche passo. I loro sguardi mi terrorizzano. Le urla dietro di loro si fanno intanto sempre più vicine. Le piante di mais dondolano paurosamente.

«Wir werden alle töten!» grida qualcuno.

Il vecchio e la bambina si nascondono dietro di me. Mi hanno eletto a loro scudo. Resto immobile. Quattro nani vestiti da ufficiali nazisti escono dal profondo blu di quel mare vegetale. Ognuno di loro impugna una vecchia macchina fotografica degli anni Quaranta. I nani mi circondarono e iniziano a scattare foto. Hanno tutti un ghigno soddisfatto stampato su facce grottesche. Usano le loro macchine fotografiche come pistole. E sparano, sparano, sparano.

«È inutile che vi nascondete!» grida uno di loro in un italiano macchiato da un forte accento tedesco.

«Tanto vi prendiamo tutti prima o poi! E metteremo le vostre foto dappertutto!» gli fa eco un altro. Sono spaventosi. Quattro nani gemelli vestiti da ufficiali nazisti.

Sembrano non curarsi di me. Non mi vedono. Si muovono invasati e famelici alla ricerca della migliore inquadratura possibile, in un frastuono assordante di clic.

Non riesco a muovermi. Il vecchio e la bambina si nascondono il viso tra le mani e piangono in silenzio. Le lacrime trasudano tra le dita chiuse sui loro volti. Non so dire se siano veramente spaventati. È come una grande recita e io ne sto facendo parte.

Ne ho abbastanza. Non voglio più far parte di quel teatrino. Questo gioco mi fa orrore. Mi sposto di lato, lasciando il vecchio e la bambina alla mercé dei loro aguzzini.

Il gioco si ferma. Si fermano le bombe lontano e i tuoni, si fermano gli scatti delle macchine fotografiche e la danza dei nani.

Mi fissano attoniti. Sento i loro sguardi trapassarmi l’anima. Tutti tranne la bambina. Lei no, lei mi guarda in modo diverso. I suoi occhi dicono altro.

«Hai rovinato tutto, tutto, tutto!» esplode d’improvviso e mi lancia contro la bambola che stringeva al petto.

Rovinato cosa? Il gioco? Balbetto cercando di scusarmi, ma non riesco a udire le mie parole.

Il vecchio le accarezza i capelli e le mormora qualcosa all’orecchio. Non sento quel che le dice. Gli occhi della bambina sono ancora fissi sui miei. Occhi carichi di delusione. I nani si avvicinano, la consolano un po’ e poi tutti insieme se ne tornano lentamente nel blu scuro di quel bosco assurdo.

É un lento e triste funerale.

«Ho finito.»

La voce squillante del medico mi riportò al mondo reale come una tirata di capelli. Si tolse i guanti e si avvicinò.

«In quanto a te, niente più pugni allo specchio, ok?» disse sorridente.

Annuii, cercando di avere l’espressione più gentile e giusta possibile. Lui ridacchiò e sparì dalla mia vista.

«Ora le fascerò la mano. Dovrà farsi cambiare la medicazione ogni tre giorni dal suo medico curante.» disse l’infermiera.

Lei era gentile. La sua voce continuava a non piacermi, ma almeno aveva rispetto per me. Quel viso tondo, la figura leggermente in carne, i lunghi capelli biondi e gli occhi di chi ne aveva viste tante avevano un ché di rassicurante.

«La copra con qualcosa di impermeabile se deve farsi la doccia.» si rassicurò.

Provai una sensazione di umido sul viso. Forse stavo ancora perdendo sangue.

«Mi scusi...» dissi. La mia voce arrivò da un punto lontano nel mio corpo. «Credo di avere del sangue sul viso.»

L’infermiera tamponò gli zigomi e le orecchie. «Non è sangue, sono lacrime.» disse piano. «Sta piangendo.».

Respirai molto lentamente. Aria dentro, aria fuori, aria dentro, aria fuori. Così mi avevano insegnato.

Che vuol dire che sto piangendo? Forse lacrimo un po’, ma se piangessi me ne accorgerei, non le pare?

Non dissi nulla, di nuovo.

«Lei non sta bene, e non mi riferisco alle ferite.» disse trascinando uno sgabello vicino al letto. Si sedette, prese la mia mano sana e la chiuse tra le sue. «Perdoni se mi permetto, ma è chiaro che lei non sta affatto bene.»

Era la prima volta che qualcuno mi parlava così. Nemmeno mia madre si era mai resa veramente conto di cosa mi marciva dentro. Ogni volta che passavo a trovarla, dopo la morte di mio padre, mi chiedevo come fosse possibile che non sentisse l’odore acre e dolciastro del mio dolore. E come lei tutti quelli che incrociavo ogni giorno.

Non ero più un corpo, una presenza fisica. Ero altro.

Quando camminavo per strada avevo l’impressione che nessuno mi vedesse. Credo sia così che succede quando finisci nei reietti. Smetti di esistere e poco importa se ti metti a gridare. Nessuno ti sentirà mai. Nessuno ti ascolterà. È un grido che muore ancora prima di nascere. Sono parole che ti cadono in fondo all’anima e tu lo sai che è lì che resteranno, per sempre.

Siamo essere invisibili io e te, abitiamo in un piano inferiore rispetto alla loro realtà. Non ci piace salire in superfice e se lo facciamo è solo per sopravvivere. Ma loro non ci vedono. Non possono vederci, e forse nemmeno lo vogliono. Lo sai anche tu vero?

Provai allora a indossare la mia solita maschera e mi illusi che potesse funzionare. Dentro però ero un cumulo di macerie. E il terremoto non era ancora finito.

«Ho una certa esperienza in questo.» disse abbassando lo sguardo e il tono della voce, poi aggiunse una parola che puzzava di dolore e sconfitta: «Purtroppo.»

Non sapevo cosa dire, perciò non dissi nulla.

Lei invece non si fermò. Era come una valanga che ha iniziato la discesa verso valle e niente la può più fermare: «Conosco una persona che è in una situazione simile alla sua.»

«Va in giro a sfasciare specchi?» chiesi. Mi uscì così, di colpo.

Lei sorrise. «No, certo che no. Ha solamente perso la fiducia in sé stesso. Esattamente come lei.»

Questa psicologia spicciola iniziava a darmi sui nervi. «Un momento, cosa le fa pensare che io non abbia più…»

«Sst» mi interruppe portando l’indice davanti alle labbra. «C’è qualcuno che l’aspetta a casa questa sera?»

Ancora quella sensazione di umido sul viso.

«Ho finito il mio turno, giusto il tempo di fasciarle la mano poi esco. Che ne direbbe di venire con me in un posto?»

Non ne avevo voglia. E poi andare dove? A fare che? Pregai che mi lasciasse in pace. Volevo tornare nel mio squallido bilocale, infilarmi nel letto vuoto e piangere stringendo tra le braccia una bottiglia di gin. Questo volevo fare.

La mia voce, che arrivò da non saprei dire dove, mi tradì: «Ci penserò.»

Si voltò senza dire nulla e si dedicò alla fasciatura.

Presi un lungo respiro, serrai gli occhi e immaginai di volare via. Un volo radente, nel silenzio assoluto, col vento che mi accarezzava il viso mentre tutto era dolce e immensamente calmo. Immaginai di atterrare su una montagna e di sedermi sulla cima. Tutto era piccolo e lontano visto da lassù. Potevo respirare meglio, sentire meglio.

Quando è iniziato tutto questo? La domanda era piantata nella mente come un chiodo nel muro.

Due anni prima, ma non potrei dirlo con certezza. Ero al funerale di mio padre e avevo bevuto. La mia storia d’amore – l’ultima, visto che da allora non ne ho avuta nessun’altra - era finita da pochi giorni. Mi fu difficile stare accanto a chi non capiva perché passassi le notti in ospedale a guardare mio padre che lentamente moriva. Feci l’unica cosa che potevo fare: dissi basta e ci lasciammo.

Quel giorno seguivo il carro funebre in mezzo alla gente ma non ero realmente lì, anche se non sapevo dove fossi. Ogni tanto qualcuno si avvicinava per dirmi qualcosa. Io fingevo di ascoltare, annuivo e poi ritornavo a chiudermi dentro il cappotto. C’era pioggia, me lo ricordo bene. Una pioggia sottile e triste, come me.

Vissi i giorni successivi in una sorta di trance isterico. Scattavo per un nonnulla, litigando con chiunque facesse o dicesse qualcosa che mi urtava. Bastava un niente per rischiare risse continue, con chiunque. Un giorno litigai furiosamente anche con un bambino.

E intanto il mio male cresceva.

Un paio di mesi dopo il mio datore di lavoro mi convocò nel suo ufficio. Da dietro una scrivania elefantiaca, con indosso il suo doppiopetto grigio, il sigaro cubano stretto tra i denti e un garofano rosso grande come un pugno all’occhiello, pronunciò la sua sentenza: «Non so cosa ti stia succedendo, né perché. Ho provato a capirti e giustificarti e quindi... bla bla bla...».

Me ne andai sbattendo la porta prima di sentire la fatidica frase.

Sulla via di casa passai da un supermercato e comprai tutti i superalcolici che potevo trasportare a piedi. Per le successive due settimane il mondo fece a meno di me.

E in quel momento, mentre l’infermiera che voleva salvarmi stava finendo la medicazione alla mano, guardai quei ricordi come si guarda una valle dalla cima di una montagna. In lontananza.

«Ho finito.» disse alzandosi.

La mano mi comunicò con un paio di scariche di dolore che nulla era cambiato e che apparteneva ancora al mio corpo. Era un dolore fatto di lingue rosse di fuoco e fiamme. Mi lamentai.

«Le fa male? Non si preoccupi, è normale. Sta passando l’effetto dell’anestesia. Ora le prendo un antidolorifico.»

Portò un vassoio con due pastiglie dentro e un bicchiere d’acqua.

«Ha riflettuto sulla mia proposta?» chiese.

Mandai giù l’antidolorifico e ancora un po’ mi strozzai. Speravo se ne fosse dimenticata.

«Cosa ne dice allora?» mi incalzò ancora.

E poi accadde di nuovo quel che quasi sempre accade, ovvero che senti di dover dire di no, vuoi dire di no, ma alla fine la tua bocca si diverte un mondo a metterti nei guai.

«Sì, va bene.» risposi.

Lei si illuminò come se il sole fosse sorto in quel preciso istante puntando tutti i raggi sul suo viso.

«Fantastico.» cinguettò terminando di sistemare i ferri e gli arnesi dell’intervento.

Guardai ancora verso il soffitto e mi maledissi sottovoce. Mi sentivo come un tronco che galleggiava su un fiume in mezzo al nulla. Non c’era molto che potessi fare, se non seguire la corrente e pregare che dietro ogni masso che incontravo non si nascondessero le rapide.

«Ah, mi chiamo Lisa.» disse prendendomi la mano sinistra e scuotendola con entusiastica energia. «Ci possiamo dare del tu?».

Ero nella corrente e non avevo gambe e braccia per cambiare direzione.

«Sì, certo.» risposi. L’educazione, almeno quella, mi era rimasta.

«Vado a cambiarmi. Ci vediamo in sala d’aspetto tra una decina di minuti.»

Annuii e mi alzai con cautela. Mi sentivo ancora debole ma tutto sommato riuscii a stare in piedi.

Percorsi il breve corridoio a passi lenti. Tutto intorno sentivo un rumore sordo, un ciac ciac ciac continuo che sembrava non avere origine. Arrivai nella sala d’aspetto e mi lasciai cadere su una sedia vicino a una pila di vecchi giornali. Presi una rivista, la posai sulle ginocchia e con la mano sana sfogliai distrattamente una pagina dietro l’altra.

C’era un silenzio irreale tagliato solo da quel ciac ciac ciac.

Alzai lo sguardo, lentamente.

Dapprima vidi un paio di stivali neri con le punte spalancate, come bocche oscene che volevano divorarmi. Dondolavano sospese nel vuoto. Avanti e indietro, avanti e indietro, lentamente. Poi i pantaloni grigi, con una banda rossa sui lati, infilati a sbuffo negli stivali. A seguire vidi la giacca chiusa con tre bottoni d’oro e una fila di medaglie appuntate sopra al cuore. Sul braccio una fascia rossa con una svastica nera su sfondo bianco, e alla fine vidi una frusta ben stretta nella mano.

Era un nano vestito da ufficiale nazista. Dondolava i piedi nel vuoto sbattendo un frustino di cuoio nero sulla mano aperta e mi guardava con un ghigno carico di odio.

Era uno dei nani del mio sogno. E non era solo.

 

 

 

CAN YOU HEAR ME?

 

Sleeping in the haze

three steps after the moon

where the church is marrying the synagogue

on a carpet weaved of gold.

 

Living in a dream

all the pictures are gone

under the weight of a shattered glass castle

no one was saved wearing a blindfold.

 

Your name is a glare that I saw through the faces left below

[A crow swelled the glands]

while I was exhuming the brave.

 

Behind the window that no one knows, near the sign she appose

[I wiped the dirt from my hands]

staring in silence an empty grave.

 

 

 

Uscimmo nel parcheggio.

«La mia macchina è quella.» disse Lisa indicando un vecchio cassone con le ruote.

Avrà avuto almeno cent’anni, metà dei quali passati a combattere una logorante guerra nel traffico.

«Ha visto parecchie albe, lo so, ma va ancora alla grande!».

La portiera si aprì con un lamento. Mi lasciai scivolare sul sedile di pelle rossa screpolata. Sentivo le ultime energie che avevo in corpo andarsene via. Avrei voluto chiudere con la vita dentro quella macchina, magari sparandomi un colpo di pistola in bocca. Mi venne da ridere al pensiero, perché tutto sommato non mi sarebbe dispiaciuto morire dentro una bara di metallo con una stella sul cofano. Très chic.

Lisa accese la radio e Simon & Garfunkel riempirono quello spazio di mondo con uno dei loro classici arpeggi.

«È musica vecchia che non ascolta più nessuno lo so, però...»

Sul portaoggetti vicino alla leva del cambio c’era un pacchetto di sigarette. Dio quanta voglia avevo di fumarne una. Le fissai con l’acquolina in bocca, poi guardai Lisa.

«Prendile pure se vuoi. Non sono mie, sono di una mia amica. Le ha dimenticate più di un mese fa ormai.»

Benedissi quella donna. Ne presi una e cercai l’accendino in tasca. Per fortuna quello non l’avevo lasciato a casa.

Inspirai in profondità e poi soffiai fuori il fumo, molto lentamente. Ci voleva, cazzo se ci voleva, pensai. Sentivo le sinapsi ricominciare a fare il loro dovere.

«Dove stiamo andando?» chiesi.

Lei si grattò il naso senza staccare gli occhi dalla strada.

«Non voglio passare la mia vita a cucire ferite, capisci? È un bel lavoro intendiamoci, ed è anche utile, ma a me piacciono più le ferite dell’anima che quelle del corpo. Quindi mi sono iscritta a Psicologia. Ancora due esami e poi finalmente mi laureo. Ho trovato un altro lavoretto e mi piace tantissimo. Sarà quello il mio futuro.»

Teneva le mani strette sul volante e lo sguardo sempre fisso in avanti. Non dava l’idea di essere una gran guidatrice. I lunghi capelli biondi si muovevano al ritmo delle sue parole.

Fumai una sigaretta dietro l’altra mentre la strada s’infilava veloce sotto la macchina. La situazione era grottesca. Stavo viaggiando nel vuoto di una sera di Ferragosto in compagnia di un’infermiera bionda che voleva fare la psicologa e che mi stava portando da qualche parte con l’assurda idea di guarire il mio male, nonostante ci conoscessimo appena.

Per quel che ne sapevo poteva anche essere una pazza assassina rilasciata con troppa fretta da un manicomio criminale. Di lì a poco avrebbe usato un bisturi rubato in ospedale per tagliuzzarmi con sadica precisione.

La guardai sorridendo.

«Non hai ancora risposto alla mia domanda.». dissi scacciando, ma non troppo, quel pensiero.

«Quale?».

«Dove stiamo andando di preciso?».

«Scusa. A volte perdo il filo del discorso.» 

Io ho perso il filo della mia vita, se ti può consolare.

«Lavoro part-time in una casa di riposo. Fornisco supporto psicologico agli anziani.»

«Fantastico, quindi pensi che un raduno di vecchi possa farmi stare meglio?»

«Quanto cinismo e comunque no, non è da loro che ti sto portando, o meglio, la persona che voglio farti conoscere è un bambino.»

«Di bene in meglio, passiamo dai vecchi ai bambini. Non sto più nella pelle!» dissi.

Lei però aveva smesso di ascoltarmi. D’altronde le valanghe mica sentono le imprecazioni e le urla di terrore degli sciatori quando queste si staccano dalla cima dei monti, no?

Chiusi gli occhi.

«Sì chiama Jacopo e ha dieci anni. Vive con suo nonno alla casa di riposo da quando suo padre ha deciso di sparire dalla sua vita...»

«Cristo.»

«...due anni fa e da allora vive in una specie di mondo tutto suo. Se ne sta tutto il giorno seduto nell’ingresso aspettando che il padre torni a riprenderlo.»

Due anni, pensai. Più o meno quando il cancro bastardo che mi sta divorando l’anima si è manifestato per la prima volta. E chissà da quanto tempo me lo stavo covando al calduccio rassicurante di un’esistenza banale. Poi pensai al bambino. Magari il suo padre dell’anno aveva mollato il ragazzino il giorno stesso del funerale del mio padre dell’anno. In quanto a padri dell’anno sarebbe stata decisamente una bella gara.

Lisa si aggiustò i capelli sul viso e io accesi l’ennesima sigaretta. La strada intanto era solo spazio mangiato da vecchi pneumatici secchi e affamati.

«E non è tutto.» continuò. «Seduto al suo fianco c’è suo nonno che aspetta che il figlio torni. Un figlio che aspetta il padre e un padre che aspetta il figlio. E tutti e due aspettano la stessa persona.»

Guardai fuori dal finestrino. Un uomo in completo scuro camminava sul marciapiede reggendo in mano una dozzina di fili alle cui estremità erano legati altrettanti palloncini colorati. Aveva il passo svelto di chi ha fretta di rendere felice qualcuno.

All’improvviso un palloncino rosso si sfilò dal gruppo e volò via, portato in alto dal vento. L’uomo si fermò e lo osservò salire velocemente nel cielo scuro della sera. Qualche istante dopo riprese il suo cammino.

«È una storia molto triste, ma cosa c’entro io con tutto questo?» chiesi guardando quella sfera rossa diventare sempre più piccola come un ricordo che muore.

«A Jacopo fa bene incontrare persone nuove. È così solo dentro quel posto. E credo che farà bene anche a te conoscere nuove persone, condividere esperienze.». Improvvisamente, nel mezzo di quel discorso serioso, scoppiò ridere. «E poi questa sera non avevi niente di meglio da fare, no?»

«Non capisco cosa ti sei messa in testa...» sbottai. Mi stavo alterando. «Ci conosciamo da un paio d’ore, di me sai meno di niente e come per miracolo hai trovato la cura a tutti i miei mali senza nemmeno preoccuparti se la cosa mi può andare bene o no. Ma chi cazzo sei, la salvatrice del mondo in camice bianco piombata sulla terra da un pianeta dove regna la bontà e l’amore per il prossimo?». L’ultima parte del mio monologo fu un grido disperato lanciato nel vuoto.

Ansimavo. Non so se fosse per via della frase che avevo sputato fuori senza prendere fiato o per la rabbia che mi aveva colto.

«Ecco, siamo arrivati.» disse lei rallentando la macchina.

Svoltammo in un breve vialetto alberato che conduceva a un piccolo parco con una villa rossa nel centro. Non aveva sentito una sola parola di quello che avevo detto.

«Pochi minuti e poi ti riporto a casa.» promise.

«Ma io qui non ci volevo venire! Non voglio stare qui, non voglio vedere nessun vecchio, nessun bambino.»

Lisa fermò la macchina e girò la chiave nel quadro. Il motore si spense con un paio di colpi di tosse. Mi convinsi che non sarebbe più ripartita maledicendomi per aver lasciato il portafogli casa. Avessi avuto i soldi con me avrei preso subito un taxi.

«Forza.» intimò.

«Non mi muovo.»

Avevo l’aria decisamente incazzata. Incrociai le braccia sul petto per dare più peso al mio rifiuto e feci una smorfia per sottolineare il mio stato d’animo.

«Ti fanno male i punti? Se senti tirare è normale.» disse lei incurante.

Scossi la testa. Evidentemente aveva scambiato la mia incazzatura per dolore e forse tutto sommato erano la stessa cosa. La guardai scendere dalla macchina. Non si era minimamente smossa dal suo intento. Nulla poteva farle cambiare idea. Lei era la valanga fatta persona.

«Ora andiamo però.» 

«Non mi fa male la mano.» puntualizzai. Per farmi capire meglio, aggiunsi lentamente: «Non voglio venire. Tutto qui.»

Lei sorrise girando intorno la macchina, poi aprì lo sportello dal mio lato. «Lo so ma verrai lo stesso.»

«Toglimi una curiosità: quante persone hai portato in questo posto? Quanti disperati da pronto soccorso hai salvato con il tuo miracoloso viaggio nella terra della redenzione e della misericordia?»

Lei strisciò la punta della scarpa sulla ghiaia disegnando una mezza luna perfetta. «Nessuno. Solo te.»

Quel primato non mi fece stare meglio.

«E allora perché io? Perché?»

«Non lo so. Ho sentito che dovevo farlo e l’ho fatto. A te non capita mai di sentire dentro che una certa cosa va fatta? Di avere un’urgenza, come fosse una specie di missione o un obbligo verso qualcuno? Non lo so nemmeno io esattamente perché, ma è così.»

«Cazzate.»

«Beh, non importa. Ora scendi per favore, dobbiamo andare.»

Stava diventando una scenetta patetica. Lisa assomigliava a mia madre quando cercava di farmi fare qualcosa contro la mia volontà. E io stavo opponendo lo stesso immotivato e cocciuto rifiuto.

«No.»

Si avvicinò e si inginocchiò al mio fianco. Io resistevo con quanta più testardaggine possibile.

«E va bene.» disse. «Ti faccio solo una domanda: cosa hai sognato nella sala d’aspetto poco fa?»

Le parole non vennero fuori come un’eruzione vulcanica. Non fu un’esplosione. Fu piuttosto qualcosa di più lento e definitivo. Una marea incandescente che ti sommerge partendo dai piedi. Tu cerchi di scappare, sai che devi scappare, ma non puoi farlo perché le tue gambe sono bloccate da due possenti mani che stringono le caviglie. Guardi in basso e vedi solo quella marea nera che lentamente si alza e inghiotte ogni parte di te. E allora gridi, chiami aiuto e agiti le braccia. Ma intorno c’è solo desolazione e silenzio. Non c’è nessuno pronto a lanciarti una fune o qualcosa al quale appenderti. E te ne stai lì ad affogare piano piano, mentre nella tua testa tutto gira vorticosamente come in un fottuto circo del cazzo.

 

Tu sai che posso farlo,

tu sai che lo farò.

Avrò torto o ragione,

ma non voglio scoprirlo adesso.

Tu sai che posso farlo,

tu sai che lo farò.

Prenderò il destino per le spalle,

mentre il mondo sta bruciando

e riderò pensando ai giorni che

ho guardato finire da dentro un bicchiere.

Tu sai che posso farlo,

tu sai che lo farò.

Perché in fondo è questo che siamo:

promesse da ripetere all’infinito.

Senza mantenerle mai.

 

«Se te lo dicessi probabilmente impazziresti.» ansimai.

«E tu dimmelo lo stesso. Non sarà il primo racconto strampalato che sento.»

Ripensai a quello che avevo sognato e fu come respirare lacrime mescolate a lamette, mentre il cuore lottava e annaspava per mantenermi in vita.

Avevo visto uno dei nani vestiti da nazista del mio sogno nella sala d’aspetto del Pronto Soccorso. E non era solo. Accanto a lui c’era la bambina coi capelli biondi. Stringeva la bambola tra le braccia e alla bambola mancava la testa. La testa era per terra, tra i piedi della bambina fasciati in un paio di immacolate scarpette bianche. Gli occhi della bambola erano spalancati e fissi su di me.

Improvvisamente arrivò il freddo. Ma non fu una sensazione fisica che si può avvertire sulla pelle. Ce l’avevo dentro, nel cuore, nei polmoni, nel fegato e nello stomaco. Era come se ogni organo interno si stesse ricoprendo di un leggero strato di ghiaccio. Come la carne che si mette nel congelatore.

Poi la testa della bambola aprì la bocca e sibilò: «Non ci sono più specchi da rompere. Sono finiti, finiti tutti. Cosa farai adesso?»

Mi puntava contro i suoi piccoli occhi neri.

Il nano si alzò imprecando in tedesco, sferrò un calcio alla testa della bambola, che rotolò tra le mie gambe. I suoi occhi erano ancora aperti, puntati sui miei come un’accusa senza appello.

«Hai rovinato tutto, ancora una volta! Non bisogna interferire, mai, lo sanno tutti, ma a te non importa, non ti è mai importato. Hai deciso di andare fino in fondo e dare così un senso a tutto, ma sei troppo vile per farlo e allora hai preso una vecchia coperta per nascondere l’odore nauseabondo della tua vita miserabile. Ma ricorda: prima o poi tornano tutti a casa. Tutti.» Fece una piccola pausa poi aggiunse: «Non te lo dimenticare».

Non volli più vedere. Ne avevo abbastanza dei nani, della bambina e della sua maledetta bambola. Chiusi gli occhi e tutto finalmente si colorò di nero.

Lisa si alzò sospirando. «Cristo santo.»

Mi accessi un’altra sigaretta e soffiai il fumo contro il parabrezza lurido.

Lei mi guardò dritto in faccia con le mani piantate sui fianchi. Non aveva più molta voglia di parlare, o almeno così mi sembrò. Aveva la faccia stanca e credo che in parte fosse dovuto al mio racconto. Guardai l’orizzonte farsi sempre più scuro, come i miei pensieri.

«Andiamo. E ora.» disse.

La supplicai in silenzio, ma fu come sbattere su un muro di gomma. Non c’era niente che potessi fare, ormai mi era chiaro. Scesi dalla macchina e la mano mi fece un male da piangere. 

Lisa sorrise appena e poi si incamminò. Io le andai dietro come un pulcino che segue la chioccia, anche perché non avrei saputo dove altro andare.

La casa di riposo era in una vecchia villa che dominava la città da una collina appena fuori il centro. Per accederci dal parcheggio avremmo dovuto salire una scalinata in pietra che sembrava essere lì dall’inizio dei tempi. Ai lati della scalinata le due balaustre terminavano in basso con altrettante colonne quadrate sormontate da due palle di cemento parzialmente coperte di muschio. Sulla colonna sinistra c’era una frase scolpita: scala santa / ora et moriar, mentre sulla destra: in memoria / vivimus. Entrambe le scritte mostravano i segni di un pianto lungo secoli.

Salimmo lentamente. Lisa mi stava davanti e io la seguivo in silenzio. L’ostinato rifiuto che avevo posto sino a poco prima stava sfumando. Al suo posto giunse una nuova e inaspettata sensazione. Per la prima volta da parecchi mesi non avvertii quella pesante solitudine mortale che mi assaliva sempre al termine di un giorno sprecato.

In cima c’era la villa. Aveva le facciate rosse spellate dal tempo e le imposte mostravano i segni della mancanza di manutenzione. Sul fianco sinistro due bifore incorniciavano un soffitto fatto di travi di legno e ragnatele. Lisa mi disse che dietro la villa si trovavano quelle che una volta erano le scuderie e che ora servivano come deposito. Il tutto dava l’idea di un luogo dai grandi fasti passati e irrimediabilmente perduti, come le anime che vivevano al suo interno e che aspettavano l’arrivo della morte.

Mi fermai e mi voltai indietro. Il sole era basso all’orizzonte, schiacciato da una grande mano. La città si stendeva immobile e silenziosa, colma di altre anime in attesa.

Entrammo. Nel grande atrio un vecchio e un bambino stavano seduti a guardare fuori. Il vecchio indossava un completo grigio con un papillon blu. Aveva le mani posate su un bastone da passeggio piantato a terra tra le gambe e sul ginocchio era posato un Panama ingiallito.

Il bambino era seduto su un trono fatto di libri. Aveva i pantaloni corti, una maglietta rossa e i capelli spettinati. Stava leggendo una copia rosicchiata dai topi de “il vecchio e il mare” di Hemingway, e ogni tanto con la piccola mano bianca si spostava il lungo ciuffo di capelli che scivolava sugli occhi.

Al loro fianco c’erano due valigie di pelle marrone.

Lisa avanzò di qualche passo e baciò entrambi sulle guance. Parlarono per un po’ a voce bassa e non potei sentire quello che si dicevano. Non mi azzardai a oltrepassare l’ingresso.

Lo stomaco fece una capriola tra le viscere e pensai che la cosa migliore fosse girare sui tacchi, tornarmene in macchina ad aspettare che Lisa finisse quello che era venuta a fare e poi farmi accompagnare a casa. Avrei aspettato ore, se fosse stato necessario. Se solo avessi avuto i soldi avrei potuto prendere un taxi per tornare in centro e da lì farmela a piedi fino alla desolante e rassicurante tristezza del mio bilocale.

Ma non feci nulla di tutto ciò, perché non riuscii a muovermi di un centimetro. Non metterò le parole in giostra, quindi dirò esattamente quello che successe: sentii un paio di mani posarsi sulle mie spalle, come se qualcuno da dietro si stesse appoggiando a me. Ne sentivo la presenza, la forza e anche la supplica. Mi tenevano bloccato dove mi trovavo, chiedendomi di non andare via.

Non osai voltarmi.

Lisa mi guardò e mi fece un cenno.

«Loro sono Jacopo e Manuel.» disse. Il vecchio ed il bambino mi squadrarono da capo a piedi.

Le mani posate sulle mie spalle si dissolsero come nuvole portate via dal vento e io pensai di aver immaginato tutto. Mi avvicinai a fatica. I piedi pesavano come marmo. Avevo i loro occhi puntati contro.

Alzai timidamente una mano senza dire manco ciao.

 

 

 

«Ti ha messo sotto un tir?» chiese il bambino.

Il mio aspetto era una vera schifezza. Le macchie di sangue sui vestiti erano diventate grandi forme astratte color rubino. Anche le scarpe erano striate di rosso. La mano ferita aveva una fasciatura grande come il guantone di un pugile e il cerotto sulla fronte copriva a malapena il livido che si stava allargando sempre di più. Avevo un gran bisogno di una doccia. E della mia bottiglia di gin, pensai.

«Qualcosa di simile.» abbozzai sorridendo.

Lisa si allontanò e io entrai nel panico. «Dove vai?»

«Ci metto poco. Vado a cercare una sedia, così potrete parlare più comodamente.» rispose e io la guardai allontanarsi, poi guardai il vecchio e poi guardai il bambino. L’imbarazzo salì come una marea indesiderata.

Datemi quella cazzo di bottiglia di gin! gridò una voce nella mia mente.

Lisa riapparve poco dopo spingendo una sedia a rotelle. «È l’ora della televisione. Tutte le sedie sono occupate e non ho trovato niente di meglio.»

Io lì non mi ci siedo, le dissi con gli occhi. Quella cosa puzzava di vecchiaia e di morte.

Lisa non rispose. Lisa era una valanga.

«Ecco, qui è perfetto.» disse posizionando la sedia davanti al vecchio e al bambino. Poi allungò una mano come a dire che diamine aspetti?

Io lì non mi ci metto, risposi scuotendo la testa. La fissai con odio. Pensai a tutti i vecchi erano morti su quella sedia, col mento appoggiato al petto, un filo di bava ciondolante dalla bocca e gli occhi spalancati a fissare per l’eternità la loro misera fine.

Lisa mosse leggermente il mento in avanti: forza, siediti.

No, non io. Non lì.

Il bambino - non mi ricordavo più come si chiamava – chiuse il libro, lo posò in grembo e si mise a fissarmi. Sentivo il suo sguardo scavarmi dentro. Era come farsi fare una radiografia all’anima.

Guardai lui, guardai il vecchio, che sembrava perso in un mondo tutto suo, e poi guardai Lisa. Guardai ancora il bambino, poi il vecchio e poi Lisa. E di nuovo il bambino, di nuovo il vecchio e di nuovo Lisa. Era tutto così surreale che ci sarebbe voluta una bomba nucleare per riportarci alla realtà. Una bomba portata a spalla da quattro nani vestiti da nazisti.

Ah ah, buona questa!

Acconsentii e mi sedetti. E ora so che se non lo avessi fatto avrei probabilmente perso quel tempo che per tutta la mia vita era stato così difficile da trovare.

«Il tuo papà dov’è?» mi chiese Jacopo di colpo. Ecco come si chiamava il bambino, si chiamava Jacopo.

Già, dov’è mio padre? Ma che bella domanda! Vedi bambino di nome Jacopo, il mio papà in questo preciso momento sta marcendo sotto un paio di metri di terra, coi vermi che gli escono dagli occhi e dal naso, e la pelle che viene via dalla faccia come una vecchia carta da parati si stacca da un muro ammuffito. E questo è quello che sta accadendo al suo corpo. Per quel che riguarda la sua anima... beh credo si stia facendo infilzare il culo – a questo proposito ti chiedo, bambino di nome Jacopo, le anime hanno un culo? – vabbè non importa, poniamo che lo abbiano, ecco dicevo che l’anima di mio padre se ne sta andando in giro per l’inferno col diavolo che gli infilza le chiappe col suo forcone e che gli ripete ogni secondo che razza di gran bastardo è stato in vita. Ecco dov’è il mio caro paparino. Sei contento adesso? Ho soddisfatto la tua innocente curiosità?

Lisa mi guardò e io guardai Lisa. «È volato in cielo due anni fa.» risposi.

«Almeno tu sai dov’è.» disse il vecchio, con la lentezza degli anni passati. La sua voce era come una lima passata su un pezzo di metallo arrugginito.

Quella frase mi passò attraverso come una lama e mi fece male in un modo che non so spiegare. Un male abbagliante e feroce proprio al centro del petto.

Il bambino annuì e io non potei far altro che assentire.

«Già, probabilmente è vero.»

Il vecchio decise che la lima doveva dare ancora qualche passata su quel pezzo di metallo, per cavar via tutta la ruggine. «E sai anche che non tornerà. Magari ci hai fatto pace con questa cosa, oppure no. In ogni caso tu una certezza ce l’hai. Amen.»

«Amen.» ripeté il bambino.

«Amen.» fece eco Lisa.

La messa è finita, posso andare in pace adesso?

Mi agitai sulla sedia a rotelle e questa iniziò a muoversi come fosse dotata di vita propria. Lisa si avvicinò, la posizionò nello stesso punto in cui era stata fino a un attimo prima e poi mise i fermi alle ruote.

«Così non ti muovi più.» disse soddisfatta e a me suonò come una minaccia. «Bene, vi lascio soli. Devo parlare con la direttrice.»

La guardai come si guarda una persona che è uscita di senno. Lei posò una mano sulla mia spalla, mi rassicurò con gli occhi e poi sparì nell’ombra blu dell’atrio volteggiando come una falena in cerca di una luce.

Ci fu ancora silenzio fatto di imbarazzo e voglia di scappare via. Ripensai a quando Lisa mi aveva chiesto se volessi andare con lei in un posto e mi maledissi ancora per non averle detto di no. Immaginai che a quell’ora in tv ci potesse essere qualcosa di interessante da vedere, magari un bel film in bianco e nero. Quanto avrei voluto starmene a casa mia a bere e fissare lo schermo senza pensare a niente.

Mi guardai in giro. Non c’era nulla che potesse attirare la mia attenzione, nemmeno un quadro nel quale perdermi dentro finché Lisa non fosse tornata. Era tutto così vuoto.

«Hai qualche rotella fuori posto?» mi chiese Jacopo.

«Scusa?».

Alzò le spalle. «Se sei qui non è per via dell’incidente. E sei troppo giovane per finire in un posto come questo.»

«Incidente? Quale incidente?»

«L’hai detto tu che ti ha messo sotto un tir, o qualcosa di simile.»

Mai raccontare bugie ai bambini.

«Ah quello...» balbettai. «Non è stato un vero e proprio incidente.».

Sentii vampate di calore incendiarmi la faccia mentre cercavo le parole migliori per spiegare cosa mi era successo. Non le trovai e decisi di usare la via breve. «Ho solo fracassato lo specchio del mio bagno con un pugno e poi, mentre andavo al pronto soccorso sull’autobus, ho picchiato la testa sul sedile davanti.»

Poteva bastare? Sperai fosse così.

Lui rise di gusto.

«Lo trovi divertente?»

«Sì che è divertente!» rispose tra una risata e l’altra, battendo i pugni sul libro.

«E perché?»

«Lo sanno tutti che non si devono tirare pugni agli specchi, che poi finisce che ci si fa male. Molto male.»

«Grazie dell’informazione. Terrò presente.»

«E poi come si fa a dare una testata sul sedile? Ah ah, questa poi!»

«L’autista ha frenato di colpo e...»

Jacopo scoppiò in un nuovo moto di risa.

«Ah ah, roba da mandare in tv!» gracchiò ridendo e agitando le mani sopra la testa.

Poi accadde una cosa strana. Parlando con lui, e rivivendo tutto quello che era successo quel pomeriggio, venne da ridere anche a me. In effetti tutta la scena era maledettamente comica. O pateticamente comica, per essere precisi.

«È ridicolo vero?» chiesi sentendo la mia bocca aprirsi in un sorriso.

«Già.» rispose. Poi prese il libro che aveva in grembo e con faccia seria se lo portò sotto il naso. «Mi piace l’odore dei vecchi libri.» disse annusando profondamente.

«Piace anche a me.» convenni.

«Allora, hai qualche rotella fuori posto?»

Più d’una, se è per quello. Ma come si può a dire a un bambino che da qualche tempo a questa parte hai solo voglia di morire, che ogni scusa è buona per attaccarsi a una bottiglia e bere fino a perdere i sensi, perché senti il peso del fallimento diventare ogni giorno sempre più grande? Come spiegargli che vorresti solo diventare un puntino minuscolo, come un palloncino rosso che vola via nel cielo scuro, e sparire da questo mondo senza lasciare nemmeno il ricordo di te?

«Forse.» risposi e per la prima volta dissi la verità.

Lui non si scompose. In fondo anche se piccolo, aveva già avuto modo di far conoscenza con la follia dell’animo umano. Era stato scaricato come un pacco da chi si sarebbe dovuto prendere cura di lui e ora viveva in un posto di persone parcheggiate dalle proprie famiglie in attesa della morte.

Mi guardò serio. «Due anni fa io e mio padre siamo venuti qui ad accompagnare mio nonno. Io non volevo, è un brutto posto questo, volevo che il nonno stesse a casa con noi, ma papà diceva che non era possibile, che nessuno poteva accudirlo perché lui lavora e la mamma è morta. Così siamo venuti qui e io ho pianto per tutto il tragitto in macchina. Il nonno mi ha stretto forte e ho visto che anche lui piangeva, e allora ho chiesto a mio papà se potevo fermarmi qui per qualche giorno, così il nonno si abituava e soffriva di meno. Papà ha detto che andava bene. Si è inginocchiato davanti a me e ha detto: tra due giorni ti vengo a prendere. Ero felice perché potevo stare col nonno ancora un po’ e anche il nonno era felice. Papà è salito in macchina ed è sceso per quel viale alzando un mucchio di polvere.»

Jacopo alzò la mano, chiuse il pugno e allungò l’indice indicando lo stesso viale dal quale ero arrivato con Lisa. «Ci ha messo tanto tempo ad andare via.» disse. Restò in silenzio per qualche secondo, poi aggiunse: «La polvere, intendo.»

E poi tornò il silenzio ad avvolgerci come l’abbraccio amorevole di una madre premurosa. Un abbraccio silenzioso, di quelli che quando ci si sei dentro puoi sentirla dire: non preoccuparti, andrà tutto bene, vedrai.

Mi rendevo conto di cosa poteva aver passato quel bambino e provai lo stesso sentimento anche per il vecchio. Ma non potevo filtrare il mio male attraverso il loro. Il male non diminuisce se messo in comune con altro male. Forse può mescolarsi fino a confondersi, ma non si può placare. Resta, resta e resta. Per sempre.

Avrei dovuto dirlo a Lisa. Avrei dovuto farlo anche a costo di correre il rischio di non esserne capace.

«È tutta colpa vostra!» gridò una voce.

Saltai sulla sedia a rotelle. Un vecchio alto e magro emerse dalla penombra in fondo all’atrio. Teneva le mani su un deambulatore, camminava a passo lento e parlava con voce forte e potente.

«I laengeriani hanno deciso di non venire più e la colpa è solo vostra!»

Rivolsi lo sguardo a Jacopo. Portai l’indice all’altezza della tempia sinistra e lo roteai un po’.

«Un po’.» rispose sottovoce. «Però è simpatico. Io la storia la conosco già, ma se vuoi...».

Non ebbi il tempo di dire niente.

«Raccontaci di Laenger!» disse Jacopo con un tono di assoluta innocenza.

Il vecchio ci raggiunse trascinandosi a fatica e si piazzò al mio fianco. A vederlo da vicino sembrava avesse messo il piede oltre i cento da un gran bel pezzo. Gli occhi però erano vivi. Erano senza dubbio gli occhi più vivi che avessi mai visto.

«Tu sai cos’è Laenger?» chiese fissandomi con severità.

Scossi la testa.

«Certo che non lo sai! Tu guardi il cielo, ma quando lo guardi non vedi! E allo stesso modo tutto il mondo guarda ma non vede» Poi concluse piano, quasi con amarezza: «Razza di stupidi!».

Io mi limitai ad una alzata di spalle. Qualunque cosa avessi detto sarebbe stata sicuramente sbagliata. Il vecchio si avvicinò e si chinò verso di me.

«Cosa vedi quando guardi in alto?» mi chiese.

Stava diventando un dialogo surreale.

«Non so, le nuvole?»

«Esattamente. E cosa vedi quando guardi le nuvole?»

«Sempre le nuvole?»

«Questo succede perché hai perso la vista!» esclamò indicando il petto all’altezza del cuore.

«In che senso?»

Sembrò spazientirsi. Tolse le mani dal deambulatore e si mise a disegnare linee immaginarie sopra le nostre teste. Pensai sarebbe caduto, magari spaccandosi un femore.

«Sulle nuvole, dal lato rivolto alla terra, c’è una landa abitata, io l’ho vista. Ci sono splendidi campi arati e altri sono coltivati a grano. Sono tutti alternati da lunghe strade bianche, con le case affacciate come le donne un tempo si affacciavano al balcone per salutare l’innamorato. Il grano è così giallo e l’erba così verde che nemmeno nei sogni puoi vederli, e poi ci sono grandi alberi che proiettano dolci ombre sugli steccati e sulle siepi. Questo mondo si chiama Laenger ed è un mondo a testa in giù. Se tu avessi gli occhi giusti lo vedresti ogni volta che alzi lo sguardo e c’è una nuvola nel cielo.»

Tossì forte e scatarrò per terra. Temetti che stesse per lasciarci i polmoni, poi però si riprese e continuò: «È stato voluto da Dio, e ci ha messo a vivere i laengeriani, che sono i suoi angeli. Loro devono aggiustare le cose brutte che succedono qui sulla terra e lo fanno modificando il loro mondo capovolto, capisci? Ecco perché è così bello. Aggiustano il loro mondo per migliorare il nostro, ma non sempre ci riescono. Lo hanno fatto altre volte in passato e ha funzionato, ma ora non è più così. E sai perché? Perché noi siamo diventati troppo cattivi. Nei piani di Dio quel mondo doveva essere lo specchio esatto del nostro. Ma alla fine il loro è diventato molto più bello per la nostra insana capacità di rovinare sempre tutto

Quest’ultima frase fu come un calcio nello stomaco.

I suoi occhi erano fissi sui miei. Giuro su Dio che non sapevo cosa rispondere. Un gin-tonic forse avrebbe potuto darmi l’ispirazione giusta, ma non osai chiederlo. Mentre pensavo a come uscirne con eleganza il vecchio si sporse sempre di più sulla mia faccia. Sembrava un giunco piegato sotto il peso del tempo.

«Siccome Laenger è diventato molto più bello e migliore del nostro mondo, e gli angeli non possono più aggiustare le cose da lassù, allora Dio ha dato loro il permesso di scendere sulla terra e provarci direttamente da qui. Ma non verranno, non verranno!»

«Perché?»

Stavo lentamente scivolando in quella follia.

«Perché l’essere umano sarebbe capace di ucciderli! Facciamo sempre così, dileggiamo tutto ciò che non conosciamo e se non è sufficiente uccidiamo! Non capiamo, siamo così ignoranti e presuntuosi.» sibilò nei miei occhi. «E i laengeriani non sono capaci a fare la guerra. Non ne sono assolutamente capaci.»

Il vecchio si raddrizzò (potei sentire il rumore delle sue giunture logore), rassettò la giacca e se ne tornò nelle catacombe in uno strascicare lento e ritmato di ciabatte sul pavimento. Da parte mia realizzai con stupore che non avrei mai più guardato una nuvola nello stesso modo di un tempo.

«È simpatico vero?» chiese Jacopo.

Presi un lungo respiro. «Non so se simpatico sia la parola giusta.»

«In effetti è, come dire... particolare...» disse il nonno. «ma ognuno di noi lo è, a suo modo.»

«E poi la sua storia mi piace.» disse Jacopo alzandosi dal trono di libri. «Mi piacciono tutte le storie».

Oltrepassò la sedia a rotelle dove cercavo a fatica di restare, poi si fermò sulla soglia dell’atrio. Una piccola figura scura stagliata contro un mare arancio.

«Da grande farò lo scrittore.» annunciò tenendo le mani incrociate dietro la schiena, in una posa ieraticamente adulta.

La sicurezza con la quale pronunciò quella frase e la spietata e dolce determinazione dell’intonazione mi costrinsero a fare di tutto per non vomitarmi sui piedi. Jacopo sapeva perfettamente cosa sarebbe diventato da grande, perché, in un modo che mi era del tutto ignoto, lo era già. Da parte mia non sapevo più niente di me. Non ricordavo nemmeno se alla sua età, o negli anni a venire, avessi mai avuto anche solo un briciolo della sua sicurezza nel diventare qualsiasi-cosa-volessi. Poi riflettei che se anche fosse stato così, sicuramente avrei fatto di tutto per tradire il mio sogno.

E ora mi chiedevo, guardando un bambino che in silenzio si specchiava nel tramonto consapevole che il padre non sarebbe mai più tornato, se c’era un modo, uno qualunque, per riavvolgere il nastro e tornare indietro al punto esatto della mia vita nel quale avevo lasciato che mi perdessi.

Lisa tornò canticchiando un motivo di Simon & Garfunkel, credo Scarborough Fair. Reggeva un vassoio con tre bicchieri. «Vi ho portato del the fatto in casa. È dolce e fresco.»

Ne presi uno e lo scolai in un lampo. Non era quel che avrei voluto, ma era la prima cosa liquida con un sapore decente che mandavo giù da quella mattina. E anche a solidi non era andata meglio. Non riuscivo neanche a ricordare l’ultimo pasto che avevo fatto.

«Jacopo, tu non ne vuoi?» chiese Lisa.

Lui sollevò una mano in silenzio, come fosse impegnato in chissà quale importante pensiero e non volesse essere disturbato.

Lisa posò il bicchiere sul bracciolo del trono di libri, su una copia rilegata in blu della Recherche di Proust, e bisbigliò: «Lo lascio qui, nel caso volesse berlo più tardi.»

Aveva ragione. Il the era dolce e fresco come una carezza, o una parola buona detta al momento giusto. Posai il bicchiere vuoto per terra, mi asciugai le labbra con le dita e un ricordo cadde all’improvviso nella mia mente.

«Jacopo, vuoi sentire una bella storia?». Non attesi la sua risposta, sapevo che mi stava ascoltando. «Avrò avuto la tua età, più o meno. Giocavo nel grande prato dietro la casa dei miei nonni. Era estate, faceva caldo e l’aria era mossa da una brezza costante. In fondo al prato le lenzuola bianche stese al sole disegnavano figure immaginarie con un sommesso flap flap flap. Io me ne stavo all’ombra di un ciliegio a rimirare una vecchia statuetta di ceramica, una ballerina alta non più di dieci centimetri, vestita con un tutù bianco e le scarpette ai piedi. Non amavo particolarmente le statuette e tantomeno le ballerine, ma mi aveva colpito la posa nel quale lo scultore – credo fosse un pezzo di produzione industriale, ma a me piaceva pensare fosse l’opera unica di un grande scultore – l’aveva bloccata per l’eternità: la gamba destra slanciata all’indietro e le braccia alte e parallele sulla testa. Si reggeva unicamente sulla punta del piede sinistro, incastrato su un piedistallo che rappresentava una porzione di palcoscenico. Aveva il viso rosa, i capelli raccolti sulla nuca e l’espressione seria di chi sta compiendo uno sforzo enorme.»

Jacopo era di nuovo seduto davanti a me, sul suo trono di libri. Mi stava ascoltando con attenzione. Mi piegai in avanti e congiunsi le mani. Forse stavo pregando.

«Posai la ballerina sull’erba appena tagliata ai piedi del ciliegio. Mi stesi a pancia in giù, piantai i gomiti sul terreno, appoggiai il mento sui palmi rovesciati delle mani e mi misi a fissarla. Eravamo vis-à-vis, come direbbero i francesi, io e la ballerina bloccata per l’eternità in un attitude perfetto. Mentre la fissavo mi lasciai trasportare dall’immaginazione e dentro i suoi piccoli occhi potei leggere una specie di supplica. Era come se, guardandomi, lei mi dicesse: ti prego, liberami. Lasciami continuare il mio ballo. Je vous prie, laissez-moi, laissez-moi! Udii perfettamente il suono della sua voce, era come un flauto suonato al mattino: Laissez-moi, je vous prie. Io la guardai e mi sentii così potente... Se ti libero, ballerai per me? le chiesi. Oui, si, te lo prometto. Ma ora ti prego, fai la magia, supplicò lei. Avrei esaudito il suo desiderio e me ne sarebbe stata grata per l’eternità. Così posai un dito sui suoi capelli neri di ceramica e poi dissi a voce bassa: Ecco, sei libera adesso. Lei mosse la testa come a scrollarsi di dosso un sogno durato troppo a lungo, volteggiò lentamente su sé stessa e iniziò a danzare. Le lenzuola sullo sfondo si muovevano in una coreografia perfetta. La musica riempì il mio nostro mondo – nella mia mente era il Notturno n. 20 di Chopin che mio nonno amava ascoltare ogni sera, lo dico nel caso in cui tu voglia aggiungere a quest’immagine anche la sua colonna sonora – e restai così, a pancia in giù sull’erba tagliata di fresco, con il mento appoggiato ai palmi rovesciati delle mani e i gomiti ben piantanti per terra. La guardai ballare fin tanto che non mi addormentai.»

Durante tutto il racconto non avevo alzato gli occhi dalle mani. Dentro erano racchiuse le emozioni che provavo, le stesse che stavo cercando di raccontare.

Presi coraggio e mi guardai in giro, in cerca di approvazione o anche solo di un po’ di commiserazione. Era la prima volta che raccontavo questa storia e fu un come trovarsi a fare un giro su un ottovolante nel bel mezzo di una tempesta.

Avevo bisogno di sgranchirmi le gambe. Mi alzai e andai verso l’uscita. Il sole era quasi scomparso all’orizzonte e l’atrio era sempre più immerso nella penombra blu della sera. In lontananza c’era l’autostrada. Le luci dei fari delle automobili formavano un lungo serpente rosso. Umani sulla via del ritorno dopo un Ferragosto passato fuori città.

Prima o poi tornano tutti a casa. Sempre.

«Quando mi svegliai la ballerina non c’era più.» continuai. «La trovai accanto a una siepe, nell’angolo più lontano del prato, distesa sotto un fazzoletto bianco che era volato da chissà dove. Era sempre bloccata nel suo attitude, ma...». Un brivido mi attraversò la schiena.

«Ma?» chiese Jacopo.

Sospirai. «Sorrideva.»

«È una storia bellissima.» esclamò Jacopo. «Posso rubartela?»

Le prime luci della città cominciarono a brillare nella sera blu scuro di agosto. Le guardavo accendersi una alla volta. Qualcuna ad est, poi su a nord verso le montagne, poi a ovest e infine quasi sotto ai miei piedi. Non sarà New York, ma anche qui abbiamo le nostre mille luci, pensai, e si accendono come una manciata di diamanti gettati nel nulla.

«Certo.» risposi «Ora è tua e puoi farne ciò che vuoi.»

I suoi occhi brillarono come le luci giù in città.

Lisa si avvicinò, si sedette sul bracciolo fatto di libri e cinse con un braccio le sue spalle magre. «Ne farai una storia bellissima, non è così?» disse scrollandolo con dolcezza.

Lui non rispose, assorto com’era nei suoi pensieri. Mi chiesi dove stesse volando con la mente, perché di sicuro in quel momento non era tra noi. Solo che non c’era un vero e proprio noi e se anche ci fosse stato io sicuramente non avrei saputo comprenderlo.

Avevo vissuto le ultime ore in un coacervo di situazioni al limite del grottesco e ora mi trovavo nel mezzo di una serie dialoghi surreali con un bambino, un vecchio e un’infermiera-barra-psicologa con la fissa di salvare l’umanità intera. Un pugno d’anime in una sera d’estate.

Per quel che mi riguardava avevo la tendenza a incasinare le cose, l’ho sempre avuta. Ma quella sera, davanti a un banale tramonto in compagnia di quelle strane persone, mi resi conto che forse incasinare le cose non era poi il male peggiore.

Lisa era diversa. Lei era una di quelle persone venute al mondo con lo scopo di riannodare le fila di esistenze rovinate dal troppo vivere. Un po’ come le sarte di una volta che riparavano gli orli dei vestiti sfilacciati in mille fili penzolanti.

Lei voleva a tutti i costi rimetterci in sesto. Non sapevo se ce l’avrebbe fatta o se per caso sarebbe finita anche lei col consumarsi, a scommetterci avrei puntato tutto sulla seconda ipotesi, ma almeno ci stava provando.

«Voglio andare a cercare mio padre.» disse Jacopo, spezzando un silenzio che odorava di quieta rassegnazione.

Ecco uno a cui piace sparigliare le carte, pensai.

 

 

 

Lisa restò immobile per qualche minuto. Posso solo immaginare la tempesta che le si agitò nel cuore nell’udire quelle parole:

voglio cercare mio padre.

Mi chiesi come era stato possibile che in quei due anni nessun parente si fosse preso la briga di bussare alle porte della casa di risposo. Va bene che il padre dell’anno se ne era infischiato sia di Jacopo che del nonno e d’accordo anche che la madre del bambino era morta, ma trovai strano e in un certo modo inquietante il fatto che nessun altro parente si fosse mai presentato per reclamarlo. Mi avvicinai a Lisa e la chiamai da parte.

Credo che avesse capito le mie intenzioni, perché mi sussurrò con voce tremante «Ti devo parlare. Ci sono alcune cose che Jacopo non sa di suo padre.»

«Sì, ma non qui.» dissi sottovoce. «Andiamo fuori, ho voglia di fumare.»

Lisa andò da Jacopo e il nonno per dire loro che mi avrebbe accompagnato fuori. «Giusto il tempo di una sigaretta.» aveva promesso. Naturalmente era una bugia. Mi raggiunse mentre ne stavo accendendo una presa dal pacchetto in macchina. «Credo che per un po’ nessuno verrà a disturbarci.» disse.

Soffiai fuori il fumo, con la faccia all’insù. Un corvo si posò sul davanzale di una delle bifore a sinistra della facciata. Sembrava incuriosito dalla nostra presenza.

«Di cosa non è a conoscenza Jacopo?» chiesi. Anche io, come il corvo, avevo la mia dose di curiosità da soddisfare.

Lisa si ravviò i capelli con entrambe le mani. Aveva l’espressione tirata. Fu la prima volta, ma non l’ultima, che la vidi così. Inspirò forte, come a voler prendere coraggio, poi iniziò a parlare. «Il padre si chiamava Jean Corte, ed era un figlio di puttana italo-francese.»

«Era

«Da quel che si sa è forse morto in un incidente d’auto sei mesi fa, forse...»

«Cazzo! Ma… in che senso?». Tutti quei forse mi stavano disorientando facendomi girare la testa. O magari era solo la fame che mi attanagliava lo stomaco.

«La sua macchina è uscita di strada in piena campagna, è finita in un fosso, si è ribaltata come una frittata e poi ha preso fuoco.».

«Flambé!», esclamai. Voleva essere una battuta, ma Lisa non rise.

«Non hanno trovato molto di lui, o perlomeno nulla che potesse rendere sicuro il riconoscimento. Di certo c’era solo un tizio morto carbonizzato dentro un’auto intestata a Jean Corte. La polizia fece due più due e chiuse il caso.»

«Amen.»

«Già, amen.»

Entrambi avevamo la stessa domanda che pendeva dalle nostre bocche. Il mio interrogativo nasceva da un’ovvietà, la sua era invece la versione retorica: perché nessuno lo aveva detto a Jacopo?

Lisa mi diede la risposta e fu come il fragore assordante delle bombe nel mio sogno coi nani nazisti. «Jean Corte era stato sospettato di aver ucciso la madre di Jacopo, e questo sospetto era in bella mostra su tutti i giornali. Ho avuto il mio da fare a nasconderli tutti qui alla casa di riposo. Saranno anche vecchi, alcuni pure rincoglioniti, ma leggono. E parlano. Arrivai a sabotare anche la televisione.»

Se c’era un Dio, si era preso un bel periodo di ferie dalla vita di Jacopo, pensai, o magari Dio era come un bambino annoiato dai tanti giochi che possedeva.

Visti da una prospettiva divina Jacopo e la sua vita non avevano forse un gran peso e lo stesso valeva per me e i miei fallimenti, ma mi sentii profondamente in collera con Dio per la facilità con la quale si era dimenticato di lui, di me e di tanti altri come noi.

E ce n’erano davvero tanti.

Lisa iniziò a raccontare e io ascoltai fumando una sigaretta dietro l’altra.

Laura Cerri in Corte, la madre di Jacopo, era una ricca e bella donna del nord, una di quelle le cui vite vengono raccontate nei giornali di gossip a uso e consumo del popolo. Il padre di lei, Domenico, era uno di quegli uomini tutti d’un pezzo che avevano fatto fortuna dopo la guerra. In città si sussurrava di certi agganci non troppo ortodossi col vecchio regime, ma di certo e provato non c’era nulla. Una volta tornata la pace aveva creato dal nulla una fabbrica di lavorazione dell’acciaio e i soldi erano piovuti come la classica manna dal cielo, nella più classica delle storie di provincia.

Domenico Cerri passò l’intera vita a lavorare. Niente divertimenti, niente vacanze e nemmeno niente donne. A cinquantasei anni, forse per paura di invecchiare in solitudine – e io lo so quanto possono essere brutte certe notti passate da soli – prese in moglie la giovane segretaria. Dopo due anni nacque Laura, unica figlia e unica erede di un impero stimato in svariati mila miliardi.

A ventisei anni Laura si invaghì di Jean Corte, uno che aveva mille sogni e un solo desiderio: non fare niente per tutta la vita, possibilmente in una bella villa con piscina, camerieri e ogni genere di lusso immaginabile. Il vecchio ovviamente non approvava quella relazione. Jean Corte era come un chiodo piantato in un piede (doloroso e pericoloso), ma non poté fare molto. E così fu. Si sposò e al vecchio non restò che farselo andare bene.

Domenico Cerri non era però uno stupido. Assunse Jean nella sua fabbrica in modo da conoscerlo meglio e al tempo stesso tenerlo d’occhio. Forse c’era dell’ingenuità di provincia in tutto questo, in ogni caso alla fine non ebbe il tempo di fare né l’una né l’altra cosa. Un paio di giorni dopo l’ingresso di Corte in azienda Domenico morì d’infarto. Laura ereditò una cifra spaventosa e il giorno dopo Jean, credendo di aver raggiunto il suo scopo, si licenziò.

«Non aveva fatto i conti con Laura e con suo padre.» concluse Lisa.

Accesi un’altra sigaretta benedicendo ancora quel pacchetto e chi lo aveva lasciato in macchina. Fortunatamente era quasi pieno, perché restare senza sigarette in una sera come quella sarebbe stato come affrontare a nuoto una traversata oceanica con ai piedi gli scarponi da sci.

«Te l’ho detto, il vecchio Cerri non era uno stupido. E c’era da giurarci che nemmeno la madre di Laura lo fosse. Il patrimonio era al sicuro. Tutti gli immobili erano intestati a Laura, come i titoli di stato, i pacchetti azionari e chi più ne ha più ne metta, ma per volere di tutta la famiglia ogni operazione di una certa rilevanza sul patrimonio doveva essere avallato con la seconda firma della madre.»

In pratica Jean Corte aveva il culo posato su una montagna d’oro, ma ci si poteva solo lustrare le chiappe. «A meno che...» dissi al corvo che non la smetteva di fissarci.

«A meno che Laura Cerri non morisse.» terminò Lisa.

Ovvio. Non poteva essere diverso.

«Come è successo?»

Lisa si rabbuiò. «Volata giù dal decimo piano del loro attico in centro.»

«E lui dov’era?»

«Nel suo ufficio, almeno così dichiarò alla polizia, ma nessuno poté confermarlo.»

«Suicidio?»

«Trovarono un biglietto, uno di quelli che si usano come ringraziamento dopo un lutto, con la fascetta nera su un angolo, scritto con la sua grafia. Chiedo scusa se, diceva.

«Tutto qui? Solo chiedo scusa se e nient’altro?»

Lisa annuì.

«Se...cosa?»

Alzò le spalle. «Se mi uccido? È plausibile no?»

«Forse si, o forse Laura Cerri poteva aver scritto quel biglietto in qualsiasi momento e, cosa più importante, per un qualsiasi motivo.»

Non poteva certo essere la prova inconfutabile di un suicidio.

«In ogni caso vennero interrogati tutti i vicini, il portiere e pure i negozianti sulla strada. Nessuno aveva visto Jean Corte, o persone sconosciute, nel caso in cui avesse ingaggiato qualcuno, entrare o uscire dal palazzo prima e dopo il fatto. La polizia non indagò oltre e tutto fu archiviato come suicidio.»

«Amen.»

«Amen.»

Stava diventando un rito e non mi piaceva.

Jean Corte ereditò qualcosa come dieci fantastilioni, tra contanti, titoli e immobili. Ovviamente il vincolo della seconda firma cessò nel momento esatto in cui Laura volò giù dal decimo piano. Il bambino ereditò la sua parte e Jean fu nominato suo tutore legale e patrimoniale.

«Dov’era Jacopo quando sua madre...?» chiesi.

Domanda stupida. Era a scuola, come ogni bambino che si rispetti. In una scuola privata, come ogni bambino ricco che si rispetti.

Per qualche mese Jean Corte sopportò la presenza del figlio. C’era una schiera di tate e babysitter a prendersi quotidianamente cura di lui, ma probabilmente era lo stesso come una palla al piede per lui. Quando poi al padre di Jean cominciarono a mancare i venerdì per via dell’età e di una punta di Alzheimer, il bastardo decise di mettere a segno il secondo tiro della vita e in un colpo solo si liberò di entrambi.

Fine della storia e fanculo al lieto fine.

«Perché la nonna di Jacopo non si è mai fatta viva?» chiesi spegnendo la sigaretta sulla ghiaia.

«Morta anche lei.»

Guardai Lisa, che capì al volo. 

«Infarto, un mese dopo il funerale della figlia. Su questo non ci sono dubbi.»

«Altri parenti?»

«Nessuno che io sappia.»

«Così il bastardo si è preso anche i soldi della suocera.»

«No, per fortuna no. Lei lasciò tutto ai poveri, con la chiesa a far da tramite.»

Scrollai le spalle e risi immaginando una schiera di vescovi e cardinali a lisciarsi le mani davanti alla cassa del tesoro. Più che uomini di Dio me li immaginai come avidi pirati disposti a tutto, criminali in carne e uncini fedeli solo al dio denaro.

«E ora?» chiesi.

Lisa sollevò le spalle.

Il problema era chiaro e in quel momento credevo anche che fosse chiara la soluzione: Jacopo doveva sapere. Non tutto, ovviamente, ma almeno che il padre era morto in un incidente.

Un padre cadavere non può venirti a prendere, anche se lo volesse.

«Su tutto il resto si può sorvolare per adesso, anche se prima o poi lo scoprirà. Se è fortunato succederà quando avrà messo un po’ di anni dietro la schiena e magari non gli farà troppo male.» dissi.

Lisa se ne stava in silenzio a contemplare l’orizzonte, che ormai era diventato una linea arancione stretta tra il blu scuro del cielo e il grigio puntinato di luci della città. Si strinse nelle braccia, come a ripararsi da un brusco calo della temperatura. Piccole gemme di sudore scivolarono lungo le tempie. Sembrava avesse paura. Dopo poco scoprii che era autentico terrore.

«C’è una cosa che ancora non ti ho detto.» disse a bassa voce.

In lontananza qualche colpo di clacson si dissolse nell’aria ferma e incredibilmente calda. Ci fu un momento di assoluto silenzio, poi Lisa parlò: «Ho visto qualcuno vicino a noi un attimo fa.».

Non saprei dire il perché, ma istintivamente pensai al corvo. Mi voltai verso la villa, ma non lo vidi più.

«Chi?», chiesi con la voce che arrivava da un non luogo dentro di me.

Lisa inspirò lentamente, si strinse forte nelle braccia e poi scacciò via la razionalità da quella sera di agosto come un Dio annoiato spazza i suoi giochi dal grande tavolo del mondo: «Laura Cerri.» disse e il suo fiato si condensò davanti al viso in una nuvola di nebbia bianca e fredda come la morte.

Il cuore iniziò a battermi forte nel petto. Il tutto durò non più di un paio di secondi, ma fu abbastanza da farmi vacillare sulle gambe.

Lei mi guardò e nei suoi occhi non c’era stupore. C’era la paura, certo, ma anche tanta stanchezza. Capii che si stava prodigando tanto per quel bambino non solo per pietà umana o solidarietà. C’era qualcosa di più profondo e vitale. Era vera e propria protezione.

Cercai di parlare, ma non ne fui capace. Avrei voluto dirle che non la credevo pazza e che a quel punto della mia vita niente mi avrebbe più sconvolto. Ma forse sarebbe stata una pietosa bugia. La verità è che fui letteralmente incapace di pensare.

Passarono alcuni secondi, o forse furono minuti. In ogni caso fu solo silenzio. Ci guardavamo negli occhi senza dire nulla, come anime semplici che condividevano un segreto troppo grande per poter essere raccontato.

Lisa rientrò alla villa e io restai fuori ancora un po’ a fumare. Aveva detto a Jacopo e suo nonno che ci saremmo assentati giusto il tempo di una sigaretta, ma avevo l’impressione che quel tempo si fosse parecchio dilatato, come un elastico tirato da entrambe le estremità.

Avevamo convenuto che sarebbe stato il caso di mettere Jacopo al corrente di quanto era successo a suo padre e Lisa era la persona più indicata per farlo. Con una laurea in psicologia quasi in tasca e conoscendo a menadito tutta la vicenda era l’unica che poteva trovare le parole giuste e forse Jacopo avrebbe voluto che fosse proprio lei a dirglielo. Non è bello che sia una faccia estranea a comunicarti che tuo padre è morto, anche se tuo padre è un gran bastardo e ben gli sta.

E io ne sapevo qualcosa.

Scesi la scala santa, passai il parcheggio e mi incamminai in discesa lungo il pendio a ovest della collina. Era un bel prato abbastanza curato, con l’erba grassa e verde e molti alberi da frutta che svettavano qua e là senza un preciso ordine.

«Ci vorrebbe una bella statuina per giocare, magari una ballerina.» dissi al nulla.

Poco più in basso c’era un macigno grande quanto un pallone da basket che usciva per metà dal terreno erboso. Lo raggiunsi e mi sedetti con le ginocchia quasi all’altezza del petto. Guardai la mano fasciata e realizzai che le mie ferite erano finite fuori dai miei pensieri, come fossero state relegate in un angolo buio della mente. In cantina, per essere precisi. Ecco il termine che usai, cantina.

È giù in cantina ci sono cose che sarebbe meglio non vedere, non è così?

Rabbrividii nonostante il caldo. Forse era vero. Giù in cantina c’erano cose brutte, cose che avrebbero fatto dar di matto a chiunque avesse avuto il coraggio di darci un’occhiata.

Non scendere a guardare, è meglio credimi. E poi tu rovini sempre tutto, tutto!

Era vero? Davvero rovinavo sempre tutto?

Con la mia vita avevo fatto un gran casino, questo era sicuro. Avrei lasciato volentieri la cantina ben sprangata e al buio se... se Lisa non mi avesse obbligato in qualche modo a guardarci dentro. Ma cosa c’entrava Lisa con me? Non lo sapevo. E cosa c’entravo io con lei, il bambino e il vecchio? Quel che sapevo, che era poco o tanto a seconda da dove si intendeva inquadrare la questione, era che nella mia cantina c’erano nani vestiti da nazisti e una bambina che ce l’aveva a morte con me perché le avevo rovinato tutto. E Lisa ci aveva aggiunto la presenza, diafana e impalpabile ma ugualmente reale, di Laura Cerri. E lo aveva fatto immersa in un freddo che non aveva nulla di terreno e con il fiato condensato davanti alla faccia, mentre io boccheggiavo nel caldo di Ferragosto a un solo metro di distanza da lei.

E da Laura Cerri, pensai.

Un nuovo brivido strisciò lungo la mia schiena come un serpente velenoso.

C’era quel pensiero e c’era anche altro movimento giù in cantina e io lo sentivo. Ma anche al piano alto della mia mente non regnava la gioia e la serenità. La luce che arrivava a quel livello non era abbastanza forte da rendere i miei pensieri quantomeno presentabili.

La mia vita era uno schifo ed era colpa mia. Ergo, io ero uno schifo. Semplice.

Mi alzai di scatto e per poco non ruzzolai per terra. La testa mi girava senza sosta. Avevo fumato troppo senza mangiare niente. Il mio stomaco era completamente vuoto e fumare non faceva altro che aumentare il senso di debolezza. Mi incamminai verso la villa sperando ci fosse qualcosa da mettere sotto i denti. Anche i vecchi mangiano, pensai, mentre mi arrampicavo a passo svelto lungo il pendio. Poco magari, ma mangiano.

Lisa mi stava aspettando poco fuori l’ingresso. Aveva le braccia incrociate sotto il seno. I suoi capelli si muovevano mossi da una leggera brezza calda e il viso sembrava più sereno. Forse il freddo era passato, forse.

«Gliel’ho detto.» disse appena fui a portata di voce. «È salito in camera con suo nonno. Non ha pianto, ma è chiaro che sta soffrendo.»

«Gli passerà, vedrai.» la rincuorai camminando con fatica. La stanchezza mi avvolgeva come un’armatura e rendeva ogni mio movimento un’impresa ardua.

«Il nonno invece se l’aspettava. Non me lo ha detto, ma sono sicura che lo immaginasse. L’ho capito da come mi ha sorriso.»

Mi tornarono in mente le parole del vecchio: «Magari ci hai fatto pace con questa cosa, oppure no. Ma almeno tu una certezza ce l’hai. Amen.» aveva detto poco prima nell’atrio. Chissà se ora lui aveva fatto pace e chissà se Jacopo sarebbe riuscito a fare lo stesso un giorno.

«Ho due domande per te.» dissi quando arrivai in cima.

Lei annuì ed entrò nell’atrio. Io la seguii ansimando per la fatica. Appena dentro mi bloccai. I peli mi si rizzarono sulle braccia e alla base della nuca. Dentro non c’era la normale frescura delle case vecchie, da tre o quattro o gradi in meno. Dentro quell’atrio si stava realmente gelando.

E dovresti sentire qui sotto, disse una voce nella mia mente, qui in cantina si battono i denti così forte da farli saltare dalle gengive. Dovresti farci un salto!

Scacciai quella voce, non so come ma lo feci. E un nuovo pensiero si impossessò della mia mente: Laura Cerri era lì. Non potevo vederla ma c’era. Alitai una nuvola bianca e per un momento, che durò poco più di un nulla, intravidi qualcosa dietro la nebbia del mio fiato condensato, come un movimento o il passaggio rapido di un’ombra. La nuvola si dissolse e con essa svanì anche il gelo che l’aveva generata.

«Tutto bene?» chiese Lisa.

«Sì.» mentii, mentre il cuore dava poderose testate contro le mie costole.

«Quali domande hai per me?»

«Dopo. Ora ho bisogno di mangiare. Sto morendo di fame.» dissi guardando nel vuoto dell’atrio in cerca di quell’ombra che ovviamente non vidi più. «Portami in cucina se puoi.»

«Seguimi. Qualcosa da mettere nella pancia lo trovo.»

Obbedii.

Aprimmo porte e percorremmo corridoi, finché arrivammo a destinazione. La cucina non era molto grande. Sull’angolo a nord-ovest c’era un grande camino che d’inverno avrebbe sicuramente sparso fuliggine e fumo per tutta la stanza. Sul muro opposto una credenza degli anni Trenta faceva il paio con un tavolo in formica azzurra.

«Ci sono degli avanzi da scaldare.» disse aprendo il frigorifero.

Il profumo del cibo mi rimise al mondo. Finii la pasta al pomodoro in meno di due minuti. Non era buona, anzi, assomigliava più a un blocco di impasto informe e acidulo che a qualcosa di commestibile, ma la fame che mi stava divorando non aveva il palato fine. Voleva cibo per placare la rabbia e cibo ebbe. Spazzolai la carne in umido coi piselli, bevvi almeno tre bicchieri di un liquido rosa che sull’etichetta della bottiglia veniva spacciato per vino e finii il tutto con una fetta di crostata dura come marmo. Nel complesso era stata una cena da schifo, anche se ovviamente non l’avrei ammesso nemmeno sotto tortura, ma mi aveva fatto stare meglio.

Lisa versò il caffè bollente in una tazzina alla quale mancava il manico e poi si sedette davanti dall’altro lato del tavolo.

«Dimmi allora. Cosa vuoi sapere?» chiese rannicchiandosi sulla sedia. Sembrava più giovane della sua età, molto più giovane. Ed era spaventata, anche se faceva di tutto per non farlo vedere.

Provai a bere un sorso di caffè, ma bruciava come lava. Posai la tazzina e mi accesi una sigaretta.

«La prima domanda te l’ho già fatta quando siamo arrivati qui. Ma eravamo a un punto della nostra conoscenza nel quale le cazzate potevano essere anche ammesse, e mi riferisco alla tua riposta.» Contorto ma efficace. «Ora però le cose sono un po’ cambiate e credo che tu possa darmi una spiegazione un tantino più...»

«Sincera?»

«Già.»

Un sorriso amaro come il caffè che fumava nella tazzina in mezzo a noi le si disegnò sul volto. Assomigliava a un ricorda che l’hai voluto tu.

«Mentre il dottore ti ricuciva la mano hai come perso i sensi, o forse più semplicemente hai dormito. Fatto sta che hai cominciato a parlare.»

Sei sicura di voler continuare? gracchiò una voce dalla mia cantina.

Non capii se stesse parlando a me o a Lisa.

Sei veramente sicura di voler guardare sotto? C’è roba da farti impazzire qui, roba che nemmeno immagini. So di gente che dopo aver dato solo un’occhiata ha cominciato a ululare alla luna e a mangiare i ragni. Vuoi davvero farlo anche tu? Lo vuoi davveeeeeero?

Mi battei le tempie con entrambi i pugni e una fucilata di dolore mi ricordò che avevo una mano conciata male.

La voce finalmente tacque.

«Va tutto bene?» chiese Lisa spaventata. Evidentemente le avevo messo paura.

«Solo una fitta improvvisa alla testa.» risposi cercando di rassicurarla. «Ma ora è passata. Dimmi cosa ho detto.»

Sperai che quella voce non tornasse più, perché sapevo che se l’avessi sentita ancora una volta avrei dato di matto.

«All’inizio solo parole confuse…» continuò lei «e lì per lì ho pensato fosse lo stress delle ferite o l’effetto collaterale dell’anestetico. A volte succede sai.»

Feci si con la testa, anche se in realtà non lo sapevo. Non sapevo quasi più un cazzo ormai.

«Poi hai cominciato a dire cose più comprensibili, anche se sempre a voce bassa. Non so nemmeno se il dottore abbia sentito e se ha sentito ha fatto finta di niente.»

«Cosa ho detto?»

«Parlavi di nani, nani vestiti da nazisti e di una bambina con una bambola in braccio. E poi.... poi hai chiesto scusa a qualcuno, l’hai ripetuto più volte, molte volte per la verità. Chiedo scusa se... chiedo scusa se... chiedo scusa se...»

La testa mi girò come se fosse finita su una giostra lanciata in tondo a mille chilometri l’ora.

«Quando sentii quelle parole per poco non mi prese un colpo. Non era un insieme disordinato di sillabe come a volte avviene nei sogni, ma era una frase chiara e limpida come acqua.»

«Cazzo.»

«Poteva anche essere una coincidenza, ma sapevo che non era così. Non poteva essere così, capisci?»

Annuii.

«Cosa stavi sognando?» chiese.

Spensi la sigaretta e bevvi il caffè. Scottava ancora, ma non era più la lava liquida che avevo tentato di ingurgitare poco prima.

Risposi a voce bassa: «Il prologo, se vogliamo chiamarlo così, di quanto ho sognato

(o visto)

nel pronto soccorso mentre ti aspettavo: nani nazisti che inseguivano un vecchio e una bambina.».

«Racconta.» mi esortò.

Raccontai tutti i dettagli che ricordavo, concludendo con la bambina che mi aveva rimproverato per aver rovinato quello che sembrava un rito vecchio di anni.

«Ora penserai che il mio cervello sia andato definitivamente in pappa.» dissi finendo il caffè.

Lei scosse energicamente la testa. «No, non lo penserai mai. E poi se stai impazzendo allora io sono più pazza di te, perché dopo che hai detto quella frase, la stessa del biglietto di Laura, ho capito che qualcosa legava te a Jacopo.».

«Per questo hai voluto che venissi qui, per via della frase.»

«Già.»

Avrei voluto chiederle cosa avrebbe fatto se avessi imposto un rifiuto netto e definitivo al suo invito, uno di quelli che non lasciano appello, ma mi resi conto dell’inutilità della domanda. Qualcuno ridacchiò giù in cantina e mi sembrò una risata nervosa.

Forse Lisa aveva ragione. In qualche modo il sogno, la bambina

ti chiedo scusa se...

hai rovinato tutto, tutto!

i nani vestiti da nazisti, Lisa e Jacopo erano tutti legati da un filo.

La coda di un palloncino rosso che vola via nel cielo scuro di una sera d’estate.

No, non impazzii di colpo se è questo che pensi. Stavo solo scoprendo che era possibile non voltarsi dall’altra parte quando quello che vive in cantina si presenta ai nostri occhi senza annunciarsi.

C’era una frase per questa situazione. Forse l’avevo letta da qualche parte, o forse me l’ero inventata io, in ogni caso suonava più o meno così: l’orrore è dentro di noi. Piaccia o no, noi siamo solo le vetrine che servono a metterlo in mostra.

Potevo far finta di nulla e ignorarlo. Potevo anche assecondarlo e non mi sarebbe costato niente. Sarebbe stato semplice dopotutto. Ma non fu così che feci. Quella sera, senza dircelo apertamente, io e Lisa decidemmo che era tempo di combattere l’orrore.

«Dimmi di te.» disse prendendo una sigaretta dal pacchetto sul tavolo. Ce n’erano solo sei dentro. Mi chiesi se sarebbero bastate per una notte che si preannunciava lunga oltre di ogni immaginazione.

Lisa portò la sigaretta alla bocca e mentre la osservavo sentii di nuovo freddo. Alitai senza che lei se ne accorgesse, ma non vidi nulla. Forse è solo stanchezza, pensai.

«Non sapevo fumassi.» dissi.

«Nemmeno io.» rispose lei.

Era nervosa, come me del resto.

Respirai a fondo e poi parlai.

Le raccontai di mio padre e di come ogni sera, da quando ne avevo ricordo, picchiava mia madre. E se il prurito alle mani non era ancora passato quando aveva finito con lei, beh c’era una razione pronta anche per me. Raccontai anche dei miei tentativi di andarmene da quella casa, falliti come i mille amori che avevano accompagnato il mio passaggio dall’età giovanile a quella adulta.

Lei ascoltava in silenzio, interrompendo il mio racconto con qualche colpo di tosse dovuto al fumo che invadeva i suoi polmoni ancora vergini e lindi.

Rividi il giorno del funerale di mio padre e la faccia del mio capo mentre mi consegnava la lettera di licenziamento e sopra ogni cosa vidi me, col capo chino e le mani sul bordo del cesso, a vomitare ogni giorno tutto quello che avevo bevuto.

Raccontai del mio misero lavoro in proprio, di quanto fosse difficile tirare avanti per la crisi ma anche per la mia incapacità, dei debiti che crescevano come funghi nel bosco senza che me ne rendessi conto, della banca che aveva chiuso i rubinetti, dello sfratto che ormai stava diventando esecutivo e dei miei sogni che, come fiori, erano appassiti uno alla volta per mancanza di cure.

Gettai i miei fallimenti come un giocatore di poker lancia le carte da gioco al termine dell’ennesima mano persa. Sentivo troppa stanchezza addosso per poter bluffare ancora

Avevo sparso i miei pezzi di vita su un tavolo di formica azzurra nella cucina fatiscente di una vecchia casa di riposo. Se avessi cercato di immaginare un posto più assurdo dove sfogarmi, non avrei saputo fare di meglio.

Guardai Lisa. Era entrata all’improvviso nella mia disperazione quotidiana e con lei Jacopo, il nonno e quella storia crudele del padre malvagio. E improvvisamente mi resi conto che la vita altro non era che un passaggio continuo da un luogo emotivo all’altro. Forse era una cazzata, forse no. Ma tutto quello che accadde quel giorno, e quel che sarebbe accaduto quella notte, fu come un viaggio, un vero e proprio viaggio attraverso la paura e il dolore. E come ogni viaggio che si rispetti, anche il mio viaggio aveva molte tappe. Quali di queste fossero solo intermedie e quali invece sarebbero diventate definitive non mi era dato ancora di saperlo.

Eravamo finiti in una terra di nessuno, quella che durante la Grande Guerra divideva una trincea dall’altra, un non-luogo ai confini di quella che chiamiamo realtà. Dietro alle nostre schiene c’era il mondo, quello vero, davanti avevamo lande oscure coperte da un cielo avorio denso di nubi color piombo.

E quelli giù in cantina lo sapevano. Avevano capito che stavamo per incamminarci in quella terra desolata, la loro terra, il luogo dove la morte sopravvive nel nero glaciale e le voci sono suoni acuti screziati di terrore. Di lì a poco scoprimmo che non ce lo avrebbero permesso e che avrebbero fatto di tutto per impedircelo. Con ogni mezzo.

 

 

 

«Che posto è questo?» chiedo.

Lui allarga le braccia e mi sorride. Indossa una vecchia tunica grigia come la polvere. Non so spiegarmelo ma fisso lo sguardo sui suoi denti marci, mentre ruota il busto da una parte e poi dall’altra.

«Bello vero?» risponde.

Il luogo è scuro, ghiacciato e puzza di muffa. Ci sono ragnatele dappertutto, casse di legno vuote e mezze rotte, stracci sporchi gettati su un pavimento lurido. Dal soffitto pende un cavo con attaccata una lampadina che emette una fredda luce fioca e tremolante. Non ci sono finestre da aprire e non c’è nemmeno una porta dalla quale scappare. Solo quattro mura a delimitare uno spazio di tre metri per tre. Questa è la cantina.

Mi guardo in giro cercando una via d’uscita.

«Da qui non puoi filartela, lo sai vero?» mi dice. Sembra soddisfatto.

Non rispondo.

Si gratta la testa. Pochi ciuffi di capelli radi e unti crescono a caso sul suo cranio deformato. Il suo odore mi colpisce allo stomaco prima ancora che al naso.

«Chi sei tu?» chiedo.

«Io sono l’Orrore.» dice.

Ho paura. Una fottuta e immensa paura.

Lui se ne accorge, rovescia la testa all’indietro e scoppia in una risata roca. Migliaia di mosche volano fuori dalla sua bocca con un ronzio isterico e subito dopo cadono a terra. È una pioggia che mi colpisce dappertutto.

Cerco di togliermele di dosso, ma sono troppe.

«Che c’è baby? Hai paura?»

«Sì. Cosa ci faccio qui?»

Si accartoccia su sé stesso unendo i polsi davanti alla faccia e muovendo le lunga dita ossute. Sembrano serpi che si agitano in un cesto.

«Cosa ci faccio qui?» gracchia in falsetto. «Io sono una brava persona, guardate che brava persona sono!»

La sua voce è un punteruolo conficcato nei timpani.

Si batte le tempie con i dorsi delle mani, poi si blocca come una statua di sale.

«Credi davvero di essere una brava persona?» mi chiede muovendo le dita lunghe, sottili e secche.

Lo guardo. Mi fa orrore. Lo stesso orrore che ho provato guardandomi allo specchio.

L’Orrore si siede su una cassa di legno rassettando vecchia la tunica grigia, schiarisce la gola e poi sputa un grumo di catarro per terra.

«Cosa ci faccio qui?» mi schernisce ancora.

Ho paura che rifaccia la sceneggiata di poco prima. Non lo sopporterei.

«Dovresti sapere perché sei qui.» dice annoiato.

«Non lo so.»

«Sei qui per ascoltarmi. È così che fate di solito no?»

«Non ti capisco.»

Sorride. «Lascia stare il bambino. Non sono affari che ti riguardano. Tu e la troietta amica tua fareste meglio ad andarvene via.»

«Perché?»

Scatta in piedi come una molla. «Cosa ti importa di quel bambino?» chiede spazientito. «Hai già i tuoi problemi! Perché devi caricarti anche i suoi sulla schiena?»

Mi gira intorno. Il suo alito, un misto di marcio e morte, mi stordisce. L’Orrore danza come un diavolo invasato.

«È solo un bambino, cazzo, non puoi mica occuparti di lui. A te chi ci pensa eh? Te lo dico io, nessuno!».

Cerco di uscire dal centro della sua danza, ma ho i piedi bloccati, come nel sogno della bambina e dei nani vestiti da nazisti.

«Andiamo dai, lo sai anche tu.» continua cantilenante. «A te non ha mai pensato nessuno.»

Si avvicina. La sua bocca è spalancata e gli occhi sono fiumi di lava impetuosi.

«Tutti se ne sono fottuti, il tuo capo, le persone che dicevano di amarti, anche tuo padre se ne è fregato di te. Chi c’era con te quando ne avevi più bisogno? Chi si è dato da fare per levarti dalla merda che ti stava affogando?»

Sta facendo effetto. Sento l’odio crescermi dentro come una febbre.

«Nessuno.» sibilo piano.

«Ecco, vedi che ho ragione? E se tutti se ne sono fregati di te, perché tu dovresti dare l’anima per qualcuno che nemmeno conosci?»

«È vero.»

«Allora dammi retta. Fregatene di tutti e tornatene a casa.».

Posa la mano ossuta sulla mia spalla. Il gelo della sua pelle passa attraverso i vestiti e invade il mio corpo.

«Non hai voglia di tornartene a casa e stenderti sul divano a riposare e guardare un po’ di tv?»

Il gelo. Sento quel gelo muoversi lungo il mio corpo. Sono incapace di pensare. Sento solo il gelo scendere e la febbre dell’odio salire lungo le arterie.

L’odio è caldo, quasi bollente. L’indifferenza è gelida, come uno strato di ghiaccio intorno al cuore. Mi chiedo quale tempesta si scatenerà in me nel momento in cui si incontreranno.

«Ssssttt…» dice portandosi l’indice secco sulle labbra blu e sottili come un taglio su una tela grigia. «Non pensare adesso, non devi pensare. Devi solo andare via, in silenzio. Non parlare con nessuno, nemmeno con la troietta infermiera. Lei vuole solo fregarti, non le importa niente di te. Vattene a casa e non voltarti indietro.»

L’odio è bollente e rosso, l’indifferenza è gelida e blu. E io? Qual è il mio colore? La mia temperatura? Sono gelo o calore, calma o tempesta? È l’Orrore a comandare? E l’indifferenza ne è sua complice?

Lui vortica intorno a me, come acqua marcia nello scarico del cesso. Mi sta tirando giù, lo so, lo sento. Scivolo, scivolo verso il basso. Ma non voglio, non voglio scivolare ancora. Per troppo tempo sono stato acqua marcia.

Chiudo gli occhi e alzo le mani sopra la testa. Non mi sto arrendendo, sto solo cercando di appendermi a qualcosa. Lui se ne accorge e la sua danza si fa rapida e incessante. Sento la sua voce arrivare da ovunque intorno a me. Perché l’Orrore è sinuoso e ha la forma di un turbante. E quando ha terminato di avvolgerti si tramuta in serpente e allora senti le sue spire stringersi forte sulle tempie e vedi la sua bocca spalancarsi per infliggerti il suo bacio mortale.

Un pensiero si fa luce nella mia mente buia. L’Orrore se ne accorge e grida con quanto fiato possiede. È un grido che non ha origine e che spacca l’aria come la prua di una nave fende l’acqua.

Ora lo so, l’ho capito. La giustificazione alle nostre miserie alberga sulla punta del dito che usiamo per indicare l’altro.

 

 

 

IL DEBOLE CANTO DELLA RAGIONE

 

Cantami o Diva,

la grande illusione,

l’occhio sintetico dell’oppressione,

l’onda lunga del rifiuto a ogni nuova affermazione.

 

Cantami o Diva,

il nostro amato cielo,

canta un motivo,

fuoco che forgia ferro a catena,

ascolta Ulisse il triste canto della tua pena.

 

Lungo scoscesi e neri pendii corre veloce il mio pensiero,

il debole canto della ragione gela il potere della parola.

Come tuono invade la terra, come lampo illumina i volti,

Il debole canto della ragione, il senso antico della parola.

 

Cantami o Diva,

l’iniqua condizione

di chi cerca l’odio nella religione, di chi parla la pace

e scrive solo parole di odio e distruzione.

 

Cantami o Diva,

il passato che torna, nuova forma che dimentica

lo sguardo perduto di anime bianche

rinchiuse dietro filo spinato.

 

Lungo scoscesi e neri pendii corre veloce il mio pensiero,

il debole canto della ragione gela il potere della parola.

Come tuono invade la terra, come lampo illumina i volti,

Il debole canto della ragione, il senso antico della parola.

 

 

 

L’urlo di Jacopo saettò dalla camera fin giù nella cucina.

Mi svegliai di soprassalto. Stavo dormendo con la faccia schiacciata sul tavolo di formica azzurra, gelato come la cantina che avevo sognato.

«Jacopo!» gridò Lisa scattando in piedi. La sedia sulla quale si trovava seduta fino a un secondo prima volò via come sparata da un cannone. Girò su sé stessa, la scansò con un rapido movimento e si lanciò fuori dalla cucina.

Io la seguii con la coda del sogno appesa alla gola come un guinzaglio e per poco non finii faccia a terra inciampando in quella maledetta sedia.

L’urlo.

Quale?

Intanto non cessava di fendere l’aria.

Corremmo su per le scale in direzione della camera di Jacopo. Quando fummo a quasi un metro dalla porta questa si spalancò con un tonfo. Da dentro non arrivava nessuna voce, nessun suono, eccetto che per un sommesso sibilo che lentamente scemava.

Avevo le gambe pesanti come pietra.

Jacopo era seduto sul letto, pallido e coi capelli sudati attaccati alle tempie. Stringeva nei pugni l’orlo delle lenzuola. Un sottile rivolo di saliva colava da un angolo della bocca spalancata. Lo sguardo era fisso sulla specchiera sopra al vecchio comò ai piedi al letto.

Lisa si avvicinò con cautela. Sulle prime pensai si trattasse solo di un brutto sogno, uno di quelli che ti bloccano cuore e respiro se non ti svegli per tempo. Ma c’era quel freddo che copriva la pelle di brividi, e io sapevo che non veniva da un sogno.

 Jacopo respirava forte. L’aria davanti al suo viso era bianca d’umidità.

«Va tutto bene.» disse Lisa avvicinandosi. «Va tutto bene tesoro.»

 Si sedette sul bordo del letto, sopra lenzuola accartocciate come carta nei cestini. Spostò con delicatezza una ciocca di capelli sudati dalla fronte del bambino, ripetendo come un mantra che era tutto passato, tutto finito. Jacopo non la sentì nemmeno. Continuava a guardare lo specchio, filtrandone i contorni attraverso la grande nuvola bianca del suo respiro ritmato.

Mi sedetti dall’altro lato. Il cuore scalciava forte nel petto, mentre anche il mio fiato si condensava davanti al viso. Tutti i nostri fiati diventavano nuvole bianche. Da un momento all’altro le minuscole gocce del nostro respiro si sarebbero cristallizzate, facendo nevicare in quella stanza come dentro una palla di vetro venduta come souvenir agli angoli delle strade.

«È passato. È passato.» ripeté lei come una preghiera, poi mi guardò in cerca di una risposta. Non ne avevo neanche una.

Lei lo accarezzò piano sulla testa.

«Mettiti giù e dormi adesso.» disse amorevole.

Jacopo assentì, ma in modo automatico. Era in una sorta di trance catatonico, così mi spiegò più tardi Lisa. Ci volevano delicatezza e decisione insieme.

Mi alzai e l’aiutai a rassettare il letto, poi mi avvicinai alla finestra e la spalancai. La temperatura iniziò salire. Una leggera condensa si formò sui mobili. Passai un dito sul comò e lasciai una striscia asciutta dritta come una strada.

Alzai gli occhi e ciò che vidi mi gelò il sangue nelle vene.

Sullo specchio, ormai coperto di condensa, qualcuno aveva scritto:

 

CHIEDO SCUSA SE

LUI VUOLE (incomprensibile)

NON PERMETTERO’

 

Lisa gridò e per poco anch’io non feci lo stesso, poi l’afferrai per un braccio e la trascinai fuori, chiudendo la porta della camera alle nostre spalle.

Lisa respirava forte a bocca aperta, come fosse emersa dalle profondità del mare dopo un’apnea durata un tempo infinito. Si appoggiò con la schiena a una parete e si lasciò scivolare a terra. Nascose la testa tra le ginocchia, coprendosela con le braccia e poi scoppiò a piangere. Io non trovai niente di meglio che sedermi accanto a lei e accendermi una sigaretta. Ero un ribollire disordinato di terrore e domande.

«Quello non era un incubo.» pensai a voce alta.

«Lo so.» singhiozzò Lisa tirando su col naso.

Penso credesse che stessi parlando a lei. In realtà era a quelli giù in cantina che mi stavo rivolgendo. Non ci fu alcuna risposta.

Passammo alcuni minuti in assoluto silenzio, poi Lisa emerse dal suo nascondiglio. Aveva la faccia paonazza e bagnata, le palpebre si erano gonfiate e la bocca era ridotta a poco più di una stretta fessura. Finalmente fece la domanda più ovvia e importante: «Cosa sta succedendo?»

La cosa buffa, ridicola, pazzesca, assurda.... trovalo tu l’aggettivo che preferisci, era che nessuno di noi se lo era ancora chiesto. Fu come se porsi quell’interrogativo equivalesse a prendere coscienza della follia nella quale eravamo precipitati.

C’era stato il mio sogno, la frase ripetuta in ambulatorio, la stessa del biglietto di Laura, la stessa... Cristo, mi si accappona ancora adesso la pelle a pensarci… che era comparsa poco prima sullo specchio in camera del bambino. C’era Lisa che aveva visto Laura Cerri, il suo spirito, mentre parlavamo fuori.

E poi c’ero io, che avevo visto un’ombra

Non era lei!

(C’era ancora gente in cantina.)

Vattene, sei ancora in tempo!

nell’atrio. C’era tutto questo e forse molto altro ancora.

Mi strinsi nelle spalle. «Non lo so.» mentii.

Il mio cervello stava viaggiando ai duecento allora, forse anche a causa della scarica di adrenalina che il corpo aveva messo in circolo, e così cominciai a elencare tutto quel che sapevo, o credevo di sapere, secondo lo schema dubbio o certezza: Laura Cerri era (dubbio) stata uccisa da Jean Corte; Jean Corte era (dubbio) morto in un incidente d’auto; Laura Cerri aveva (dubbio) lasciato un biglietto prima di morire; la frase del biglietto era (certezza) la stessa che avevo pronunciato io durante il mio sogno coi nani e la bambina; Lisa aveva (certezza) visto lo spirito di Laura Cerri; io avevo visto (certezza) qualcuno nell’atrio; la frase del sogno e del biglietto si era (certezza) materializzata sullo specchio della camera di Jacopo.

Presi due sigarette, le accesi e ne passai una a Lisa. I singhiozzi stavano passando come un temporale che si dirige verso est dopo aver scaricato la sua immensa quantità di acqua, fulmini e saette. In lontananza c’era ancora qualche lampo seguito dal tuono, ma il peggio sembrava passato.

Controllai il pacchetto. La nostra personale scorta di tabacco ammontava a tre sigarette. Mi chiesi se sarebbero bastate e conclusi di no.

«Forza.» proruppe lei soffiando nuvole di fumo davanti al viso. «Ora puoi dirmelo.»

«Dirti cosa?».

«Abbiamo a che fare con un fantasma?»

Optai per una risposta sincera, che era poi l’unica possibile. Lentamente ogni cosa stava andando al suo posto e la storia stava delineando la sua fisionomia.

«No.» risposi con tutta la calma di cui ero capace.

Lisa mi guardò come si guarda chi è in procinto di salvarti la vita o quasi. I suoi occhi si muovevano impauriti nelle orbite. La punta della sigaretta tremava leggermente tra le sue dita magre.

Osservai il fumo disegnare spirali nervose sopra la sua testa, poi con un sorriso tirato aggiunsi: «I fantasmi sono due.»

Lei sembrò non ascoltarmi. Si limitò a soffiare il fumo verso l’alto. Restammo ancora qualche minuto in assoluto silenzio. Nessuno dei due aveva intenzione di dire nulla. Non per il momento.

Quando Lisa ebbe finito la sigaretta si alzò e mi chiese di accompagnarla a controllare Jacopo. Entrammo in camera e tutto sembrava normale. Il bambino stava dormendo tranquillamente. Nessun segno di incubi o altro. Guardai verso il comò. La scritta non si leggeva più. Per sicurezza passai la mano aperta sulla superficie dello specchio. Il vetro era solo fresco. E in un certo senso la sensazione sulla pelle fu rassicurante.

Provai a figurarmi chi potesse avere scritto quella frase e la testa iniziò a girarmi forte. Certe cose sono difficili da immaginare. Non ci volli pensare e strofinai più forte che potei. Lisa mi osservava da un angolo della stanza con le braccia incrociate sul petto. Era incredibilmente pallida.

Uscimmo chiudendo piano la porta e poi scendemmo in cucina. Avevo bisogno di un posto tranquillo dove riorganizzare i pensieri. Ormai mi era chiaro cosa stava accadendo.

Raddrizzai la sedia che Lisa aveva fatto cadere poco prima e la invitai a sedersi. Lei obbedì, piantò i gomiti sul tavolo e nascose la faccia tra le mani. Io presi la moka e preparai dell’altro caffè.

«Perché due fantasmi? Perché non tre, o quattro? Perché non tutti i morti del mondo in un colpo solo?» chiese con la voce inquinata dalla tensione.

La capivo. Era abituata a ragionare su un piano razionale. Come infermiera conosceva bene i processi che regolano la vita e soprattutto la morte. Sapeva che la morte era definitiva, che non c’era ritorno e che il corpo era solo un involucro. E un involucro senza vita è solamente un oggetto inanimato. Punto.

Avvitai forte la moka e accesi il fornello, poi mi sedetti al tavolo davanti a lei.

«Ma tu non hai paura?» mi chiese. Aveva le mani giunte davanti al petto.

«Da impazzire.» ed era vero. Ma c’era anche dell’altro. E non sapevo ancora spiegarlo.

«Ascoltami con attenzione.» dissi accarezzandole il braccio con la mia mano sana.

La mia teoria era semplice nella sua assoluta follia: Laura Cerri si era suicidata ed era stata lei a scrivere il biglietto. Se qualcuno avesse avuto in mente di fare una perizia grafologica l’esito sarebbe stato quello, ci avrei giurato. Anche se nessun perito poteva stabilire quando era stato scritto e a chi era indirizzato.

Il caffè borbottò nella moka. Mi alzai, cercai due tazzine pulite e poi le riempii.

Io un’idea ce l’avevo, e mi bastò ricordare come mia madre reagiva alle botte che mio padre le dava ogni stramaledetto giorno. Le prendeva quasi in silenzio e quando lui aveva finito lei si rassettava i vestiti, tamponava il sangue che colava dal naso e poi si metteva a cucinare. Come se niente fosse. Ho passato la vita intera a chiedermi perché, ma fino a quella sera non avevo mai trovato una risposta.

«Il biglietto era per il marito. Una richiesta di scuse per l’ennesima colpa che lui le aveva lanciato addosso. Lei era convinta di meritarsi il suo disprezzo e anche le botte, capisci?» conclusi porgendole la tazzina.

«No che non capisco!» rispose accigliata. «Nessuna donna merita di essere picchiata e nessuna donna può davvero credere di meritarlo davvero.»

«Se a dartele è un uomo che ha passato buona parte del tempo a dirti che sei un’idiota, che non vali niente e che tutto quello che fai è sbagliato, alla fine credi di meritarti tutto il male del mondo. Mio padre lo fece anche con me o almeno ci provò.»

Pensai a tutte le cose che lui mi aveva detto, a quanto impegno mise nel cercare di distruggermi. E a quanto dolore ingoiai a causa sua.

«Jean Corte fece lo stesso con Laura.» continuai. «Non credo di sbagliare se dico che tutto ebbe origine quando si rese conto che non sarebbe stato facile mettere le mani sui soldi.»

Bevvi un sorso di caffè e subito mi venne voglia di fumare. Guardai il pacchetto. Solo tre sigarette. Decisi di resistere alla tentazione.

«Quel figlio di puttana.» disse Lisa.

Alzai la tazzina. «Amen.»

Lei sorrise appena un po’. Non era molto, ma era pur sempre qualcosa. E di quel qualcosa ne avevamo un gran bisogno.

«Quindi l’ha spinta al suicidio?»

«Sì.» risposi. «Questo non lo rende certo meno colpevole di quanto lo sarebbe stato se l’avesse scaraventata giù dal decimo piano con le sue stesse mani.»

«Quel gran...»

Quel gran bastardo che poi morì. Perché forse Dio si annoierà anche facilmente, ma quando è in vena tende a rimettere le cose in pari.

Raccolsi con il cucchiaino lo zucchero in fondo alla tazzina, così come feci con i pensieri in fondo alla mente. Poi dissi ciò che volevo dire da troppo tempo ormai. «Prima di cenare ho visto anch’io qualcosa nell’atrio.».

Lisa si irrigidì e istintivamente si voltò per controllare se qualche spirito era appostato dietro la sua schiena.

«Ma non era Laura Cerri. Era Jean Corte, ora lo so.» conclusi.

«Sono qui tutti e due allora...» sussurrò e potei vedere i brividi comparire su tutto il suo corpo. Potei quasi udirli. Era come ascoltare il rumore dell’acqua quando diventa ghiaccio.

«In un certo senso si.»

«Cosa vuoi dire?»

«Che qui non è esatto.»

Non disse nulla, si limitò a sgranare gli occhi.

«Hai notato che nessun ospite della villa si è svegliato? Nessuna infermiera è corsa a vedere cosa stava succedendo quando Jacopo si è messo ad urlare? Ti sei accorta che è come se fossimo soli

Lisa trasalì e io capii che avevo ragione. Non che avessi veramente bisogno di una conferma, ma la sua reazione in un certo qual modo mi rassicurò. Non stavo impazzendo.

Ah, cosa ti credi? Ci vuol poco a mettersi a ululare alla luna e mangiare i ragni, sai? Vattene finché sei in tempo. Vattene! Adesso!

«Dio santo.»

«Siamo qui, fisicamente voglio dire. Jacopo è qui. Questa è una casa di riposo ed è piena di vecchi, personale di cura e chissà chi altro. Ma c’è un altro qui, una specie di...».

«Di dimensione parallela.»

«Esatto, sì. È una di terra di mezzo o terra di nessuno, possiamo chiamarla in mille modi diversi, ma resta comunque un luogo dal quale puoi vedere una e l’altra parte.»

Lisa prese una sigaretta. Faticò parecchio ad estrarla dal pacchetto per via del tremore alle mani.

«Una striscia di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti, insomma.»

Annuii.

«Sì, ma perché noi? Perché?». Poi di colpo si bloccò, con la fiamma dell’accendino a mezzo centimetro dalla sigaretta. «Cristo, sono stata io a portarti qui!» esclamò, e subito due sottili righe umide le solcarono il viso.

«Ehi, no... tu non hai colpa. Non avevi idea di quel che sarebbe successo.»

Fece un lieve cenno con la testa, ma era evidente che non mi credeva.

«E poi ho fatto quel sogno e ho detto quella frase. È stato come una specie di segnale, qualcosa che ti doveva far capire che ero io la persona di cui avevi bisogno.»

«Bisogno per fare cosa?» chiese. Era sul punto di piangere ancora.

CHIEDO SCUSA SE

Alzai le spalle.

LUI VUOLE (incomprensibile)

«Jean Corte è tornato dall’oltretomba per prendersi il bambino e Laura Cerri ha fatto in modo che noi ci trovassimo qui per aiutarla ad impedirlo.»

NON PERMETTERO’

«Ma cosa possiamo fare noi?» chiese Lisa.

Scossi la testa. «Non lo so.»

«Te lo dico io: noi non possiamo fare niente, NIENTE! Cazzo, siamo essere umani, siamo fatti di carne e sangue, capisci? E loro di cosa sono fatti?»

Stava perdendo il controllo e io non potei biasimarla per questo.

«Lisa, dico davvero.... io... non lo so.»

Sbatté i pugni con forza sul tavolo facendo sobbalzare le tazzine. «Dobbiamo andarcene di qui!» esclamò «Prendiamo Jacopo, suo nonno e scappiamo.»

La tua amichetta ha ragione, ma lasciate qui il bambino!

«Non servirebbe a niente. Ci sono cose dalle quali non si può scappare. E poi non credo sia una questione di luogo fisico. Qui o altrove sarebbe lo stesso.»

Mi alzai e andai alla finestra. Erano quasi le dieci di sera e tutto fuori sembrava tranquillo. Non c’era vento e faceva ancora molto caldo. Troppo caldo, anche per essere Ferragosto. Mi appoggiai allo stipite della finestra.

«Credo si sapere chi è la bambina del sogno.» dissi. «Hai conservato i giornali che parlavano di Jean e Laura?»

«Sì.».

«Portameli per favore.»

Il rumore della sedia che si spostava echeggiò nel silenzio della cucina seguito dai passi di Lisa. Fuori un gatto passò rasente una siepe. Stringeva qualcosa tra i denti, forse un piccolo topo. Si voltò verso la finestra da dove lo stavo guardando e si bloccò per qualche secondo. La sua coda si muoveva nervosa nell’oscurità. Il gatto lasciò cadere la preda, inarcò la schiena e i suoi occhi brillarono nel buio come due fari verde acido. Soffiò mostrando i denti bianchi come la neve, poi scappò via veloce.

Tornò il freddo, insieme a un bisbigliare sommesso dietro la mia testa. Voci concitate, sovrapposte e lontane. Le sentivo ma non le capivo. Mi voltai di scatto. Un’ombra saettò verso la porta della cucina e vidi un’altra ombra ferma dove poco prima si trovava Lisa. Non aveva un contorno definito, non aveva nulla di umano. Ma io avvertii ugualmente che mi stava fissando dritto in faccia.

«Aiutami a salvarlo.» disse una voce femminile nella mia mente. Era fredda e metallica. Era la voce di Laura.

Non riuscii a dire niente. Quell’ombra era ferma davanti a me. Una nuvola di fumo grigio chiaro in sospensione. Ondeggiava leggermente, come mossa da un vento

(il vento del tempo)

che io non avvertivo.

«Aiutami a salvarlo.», disse ancora. Poi l’ombra si dissolse, così come la voce, di cui sentii chiare le ultime parole: «Presto lui sarà qui... verranno... verranno... tutti

Lisa tornò coi giornali. Appena mi vide soffocò un urlo mettendo una mano davanti alla bocca. La sua voce strozzata ebbe l’effetto di una scrollata di spalle.

Respiravo come un mantice, avevo le mani lungo i fianchi e un’espressione vuota negli occhi. Davanti al mio viso piccole nubi di nebbia si stavano diradando come un incubo al mattino.

Ci guardammo per alcuni interminabili secondi. Entrambi sapevamo, ma nessuno dei due voleva parlarne. Non subito, almeno.

 «Hai trovato i giornali?» chiesi barcollando verso la sedia.

«Non c’è molto, solo tre articoli.» rispose Lisa posando sul tavolo una cartellina di cartoncino azzurro. Era scossa da tremiti violenti.

Mi sedetti e presi la testa tra le mani. Non sapevo cosa pensare. Tutto quello che stava accadendo era così irreale e vero al tempo stesso.

«Impazziremo tutti?» chiesi a Lisa.

Stavo vacillando e non lo volevo più nascondere.

«Forse siamo già andati fuori di testa.» rispose Lisa, e nella sua voce non c’era nulla di divertito o ironico. «E pensare che non ho mai creduto ai...» non riuscì a terminare la frase.

«Io invece sì.» dissi.

Ed era vero. Ci avevo sempre creduto. E non solo ai fantasmi. Credevo a tutto ciò che non si vedeva. Ora però avevo le prove, ed era tutta un’altra faccenda. Laura Cerri aveva scoperchiato il vecchio baule che stava nella soffitta della casa di campagna dei mei nonni. E dentro quel baule c’erano la statuina della ballerina, i miei sogni e i miei incubi infantili. Perché a volte i sogni sono un ponte tra il nostro mondo e quello dei morti e a percorrerlo si rischia di impazzire.

Dentro quel baule c’era anche dell’altro però. C’ero io coi miei fallimenti, le mie paure e le mie miserie. Era anche quell’io che quella mattina avevo cercato di uccidere nello specchio del bagno di casa mia.

Ciò che più di ogni altra cosa volevo era chiudere quel baule e ricominciare daccapo. Ma per farlo sapevo che avrei dovuto andare sino in fondo a questa storia. E se da qualche parte c’era una fine già scritta per Jacopo, Lisa e anche per me allora ne volevo essere totalmente partecipe.

Aprii la cartellina degli articoli, li disposi sul tavolo in formica azzurra e iniziai a studiarli. 

Poi capii.

 

 

 

Erano tre articoli apparsi sulla cronaca locale di un quotidiano nazionale.

«Per un mese dopo l’incidente ho controllato ogni giorno la mazzetta di giornali in arrivo nella villa. Questi sono gli unici articoli usciti. Tutte le altre copie le ho gettate.» disse Lisa.

Il primo articolo, uscito il giorno dopo l’incidente di Jean Corte, era poco più di un trafiletto.

 

Titolo: SCHIANTO NELLA NEBBIA, MUORE A 44 ANNI

Jean Corte, 44 anni, è morto ieri a seguito di un tragico incidente. Poco dopo le otto di sera la sua potente fuoriserie è uscita di strada nel tratto che unisce i due abitati di (...) e (...). L’autovettura, forse per l’alta velocità e il fondo reso viscido dall’umidità della sera, è uscita di strada e si è ribaltata più volte nel campo attiguo, finendo la sua tragica corsa nei pressi di un grande ciliegio e prendendo quindi fuoco. I soccorritori, giunti tempestivi sul posto, hanno dovuto attendere l’arrivo dell’autobotte dei vigili del fuoco a causa delle alte fiamme che si sprigionavano dall’auto. Una volta domato l’incendio, non si è potuto far altro che constatare l’avvenuto decesso del guidatore.

 

Il giorno dopo uscì un nuovo articolo, che approfondiva un po’ la vita di Jean Corte.

 

Titolo: RICCO EREDITIERE MUORE NEL ROGO DELLA PROPRIA AUTO

Era uno dei più ricchi e controversi personaggi della nostra regione l’uomo deceduto due giorni fa in un drammatico incidente stradale. Jean Corte, 44 anni, ha perso il controllo della sua potente fuoriserie ed è morto carbonizzato nel rogo sviluppatosi successivamente allo schianto contro un ciliegio.

Corte, di famiglia modesta, era apparso agli onori della cronaca quando, circa tre anni fa, la moglie si suicidò gettandosi dal decimo piano del palazzo nel quale la famiglia viveva. Laura Cerri, questo il nome della sventurata donna, era la figlia di Domenico Cerri, ricchissimo e potente industriale dell’acciaio.

All’epoca del suicidio della moglie Jean Corte fu iscritto nel registro degli indagati (l’allora procuratore Francesco Malfatti parlò di atto dovuto) a causa di una telefonata anonima al nostro giornale che indicava proprio nel Corte l’assassino della moglie. Furono però sufficienti pochi giorni di indagine per stabilire che l’alibi fornito dall’uomo risultava reggere ai vari confronti di polizia, e il caso fu quindi archiviato. La morte della moglie portò a Jean Corte un’eredità faraonica, che non fu mai quantificata con esattezza tale era l’ingente patrimonio di famiglia. Su Jean Corte rimase l’ombra del dubbio e in molti sussurrarono di un suo possibile coinvolgimento nella morte della moglie, sussurri che non si sono ancora spenti nonostante il tragico epilogo dell’altra sera.

 

La cosa che mi colpì fu che non c’era nessun accenno a Jacopo. Di solito sui giornali, in casi come questo, la frase “lascia un figlio di 10 (o quanti siano) anni” compare sempre, ma non qui, non in questi due articoli.

Poi però arrivò il terzo ed ultimo articolo, uscito una settimana dopo la morte di Corte.

 

Titolo: OMBRE NEL PASSATO DI JEAN CORTE

Jean Corte, l’ereditiere scomparso la scorsa settimana in un incidente stradale, potrebbe avere un passato ricco di misteri. Il condizionale è d’obbligo in questa storia, ma tuttora la tragica morte della moglie è avvolta dal mistero.

Proveniente da una famiglia modesta, padre carpentiere e madre casalinga di origine francese, Corte aveva legato il suo nome a quello di Laura Cerri, figlia di Domenico Cerri, ricchissimo magnate dell’acciaio. Laura Cerri morì in una fredda mattina di novembre precipitando dal decimo piano del palazzo nel quale risiedeva con il marito e il figlio di appena sette anni. Al momento della tragedia Laura Cerri era stranamente sola in casa. La stranezza risiede nel fatto che proprio quella mattina Jean Corte aveva concesso, senza apparente motivo, una giornata di ferie al personale di servizio, composto da una governante e dall’autista personale della signora Cerri. La notizia che riportiamo è suffragata dalla testimonianza di M.P e G.S., all’epoca dei fatti dipendenti appunto di Laura Cerri, e regolarmente depositata agli atti. Vale la pena ricordare che a seguito di approfondite indagini Jean Corte venne ritenuto completamente estraneo ai fatti e per gli inquirenti non vi fu dubbio alcuno sul suicidio della donna. Ma allora perché Jean Corte aveva concesso la giornata libera alla governante e all’autista, lasciando così sola in casa una persona con conclamate, a suo dire, tendenze suicide? Abbiamo provato a intervistare i due protagonisti della vicenda, ma nessuno dei due ha accettato di parlare con il vostro cronista.

Una ulteriore stranezza in questa apparentemente semplice seppur drammatica storia sta nello stato in cui si trovava l’appartamento di Laura Cerri al momento dell’ingresso della polizia. Siamo riusciti a entrare in possesso di una delle fotografie scattate dalla scientifica e che vi proponiamo a lato (...)

 

Guardai la foto. Sembrava una scena post-terremoto. Si vedeva una porzione di quello che doveva essere un soggiorno o forse uno studio. In primo piano c’erano due poltrone Chesterfield di pelle chiara. Una era rovesciata su un fianco, mentre l’altra era stata scarnificata da un oggetto molto tagliente. L’imbottitura era sparsa tutt’intorno alla scena. Dietro le due poltrone c’era una libreria a parete. I libri erano stati gettati ovunque alla rinfusa. Tutta la scena trasmetteva una spaventosa violenza.

«Guarda, guarda meglio.» bisbigliò una voce di donna alle mie spalle.

Sobbalzai e per poco non feci venire un infarto a Lisa. Sudava dalla fronte e si rosicchiava nervosamente le unghie. Alzai una mano, come a tranquillizzarla, poi seguii il consiglio della voce.

Osservai con attenzione e quando vidi quel particolare fu come guardare un treno mentre ti arriva addosso.

«Cristo santo!» esclamai.

Alzai gli occhi verso Lisa e a stento trattenni un urlo. Era seduta come una scolaretta diligente, con le gambe sotto il tavolo, la schiena dritta e le braccia posate parallele sul tavolo di formica azzurra. Aveva il viso sereno, ma gli occhi erano spenti. In piedi dietro di lei, vestito con un completo scuro, una camicia bianca e una sottile cravatta scura, c’era Jean Corte.

Il terrore si infilò in ogni pertugio del mio corpo. Mi alzai lentamente, ma non fu una mossa studiata. Fu puro istinto.

La cucina era precipitata di nuovo nel freddo. Misurai il respiro di Lisa da come il suo alito le si condensava davanti al viso. Era calmo e regolare e io provai invidia per lei.

«Oh lei sta bene, non preoccuparti. Sta dormendo.» disse Jean Corte accarezzandole una spalla. La sua non era una voce, non come la intendiamo noi almeno. Alle mie orecchie arrivò come un bisbiglio roco e appena percettibile. Aveva la consistenza di una folata di vento e risuonò nella mia testa come il gracchiante e insistente invito a fare un giro al manicomio.

Ci fissammo e nemmeno questo fu esattamente così. È solo che non trovo un modo migliore per spiegarlo. Sentivo il suo sguardo addosso come mille occhi puntati, ma non riuscivo a vederne l’origine. Le orbite si stagliavano sul suo viso grigio come macchie scure cerchiate di viola su un lenzuolo stropicciato. Nel mezzo della sclera tinta di rosso c’era un vuoto assoluto e infinito, un pozzo del quale non riuscivo a vederne la fine.

«Lo prenderò e non potrai farci niente.»

Altro vento mi colpì in faccia ululando nella mia testa.

«Nemmeno la tua amichetta potrà farci niente.»

Indietreggiai di qualche passo, urtai la sedia che cadde quasi senza far rumore, e mi bloccai contro la parete a lato della finestra.

Lui non si scompose. Se avesse voluto farmi del male non avrei avuto scampo. Cazzo, avrebbe potuto uccidermi di paura anche solo muovendo un dito. Con la mano tastai il muro alle mie spalle. Cercavo una via d’uscita, laddove sembrava non esserci.

«Non sarò io a impedirtelo, lo sai.» dissi pescando le parole in anfratti sommersi della mia anima.

Lui rise rovesciando la testa all’indietro e il suono atroce di quella risata invase tutto il mondo. Tutti lo stavano sentendo. Nella villa e non solo, anche nella città, nella nazione e nell’universo intero. Mi era impossibile credere che non fosse così. Poi pensai a dov’ero, a quel posto senza luogo e senza tempo dove, per una ragione che mi era del tutto sconosciuta, avevo finito con l’abitare. In quella landa intermedia tra il mondo dei vivi e quello dei morti si stava consumando la nostra storia. E nessuno al di fuori di me e Lisa ne era a conoscenza. Nessuno avrebbe potuto sentire o vedere alcunché.

«Certo, certo. C’è lei, vero? Laura.»

Non risposi.

«Lei vuole distruggermi.» continuò. «Era lei la bambina del tuo sogno, lo sai?»

Rimasi ancora in silenzio.

«Era lei con la sua piccola bambolina di plastica, la stessa che poco fa hai visto nella fotografia, quella che...»

D’improvviso la moka del caffè schizzò dal fornello fin sulla parete opposta, attraversando come un fulmine lo spazio fisico che ci divideva. Volò un piatto, seguito da un bicchiere. Poi il tavolo cominciò a traballare e capii che a muoverlo era la rabbia, pura e disperata, di Laura Cerri.

Lei era lì, con noi.

Jean girò la testa da un lato all’altro in piccoli scatti nervosi, come un lupo rabbioso che fiuta una preda. La stava cercando ma non riusciva a vederla. La temperatura in cucina era scesa allo zero termico.

«Ti annienterò!» minacciò furioso Jean. «So come farlo e lo farò!»

La sua frase mi schiacciò alla parete come lo spostamento d’aria di un’esplosione.

Poi fu solo buio.

Quando rinvenni Lisa era china su di me. Fu come una sensazione di déjà-vu. Per un momento pensai di essere ancora al pronto soccorso e di aver sognato tutto. Nel momento in cui realizzai dov’ero scoppiai in un pianto senza freni.

«Stai bene?» mi chiese.

Era evidente che non si era accorta di nulla e che non ricordava. Mi chiesi quale potere quelle entità avevano su di noi, e se il cadere in trance potesse essere una sorta di difesa autonoma o se invece era erano loro a causarlo.

Optai per la seconda ipotesi e rabbrividii. Jean Corte avrebbe potuto mettermi in pausa con il solo schioccare delle dita (ma non solo me, poteva mettere in pausa tutto il mondo se solo lo avesse voluto cazzo), prendersi il bambino e chiudere così la faccenda. Ma non l’aveva fatto. Era evidente che qualcosa – o qualcuno – glielo impediva.

Sentii la mano di Lisa passare tra i miei capelli e i singhiozzi cominciarono a diradarsi.

«Hai avuto un mancamento.» disse.

La guardai sorridendo appena. «Già.» Preferii non dirle nulla riguardo il mio vis a vis con Jean Corte. Sarebbe stato troppo difficile da sopportare, anche per una come lei.

Mi alzai e andai a recuperare la moka che Laura Cerri aveva scagliato dall’altra parte della stanza, raccattai gli articoli, li arrotolai, posizionai l’accendino su una estremità del rotolo e diedi fuoco. Aspettai qualche istante e poi gettai tutto nel camino. Una manciata di coriandoli neri si alzò in volo, danzando sopra le fiamme, poi dopo qualche secondo non ci fu più nulla da bruciare e di tutta quella storia rimase solo il ricordo nella nostra mente e un filo di fumo che lentamente saliva verso la canna fumaria.

«La bambina del mio sogno, quella con la bambola di plastica, era Laura Cerri.» dissi preparando il caffè.

Lisa non ne fu sorpresa. «Avevo già pensato che potesse essere lei, anche se non capisco il motivo per cui nel sogno ce l’aveva con te.»

Le avevo rovinato un rito, ma era andata veramente così? Riflettei sulla possibilità che i miei sogni o le mie visioni, includendo anche quello che vidi nella sala d’aspetto del pronto soccorso, nascondessero una specie di messaggio subliminale o qualche informazione che potesse mostrare ai miei occhi una verità nascosta. Forse, più semplicemente, avevo fatto un collage onirico di paure e frustrazioni, all’unico scopo di darmi una mossa a prendere per mano la mia vita.

«Non credo abbia più importanza adesso.» risposi.

Proposi a Lisa di andare fuori. Erano da poco passate le undici e la sera stava diventando una magnifica notte stellata.

Ci sedemmo su due sedie nel piccolo parco della villa. A destra c’era una vasca tonda con al centro una fontana alta un metro e mezzo. Alcuni pesci rossi nuotavano pigramente nella vasca incuranti di quanto stava accadendo fuori dal loro mondo.

Mi guardai intorno. La luna era grande e piena nel cielo. Le colline intorno a noi dormivano avvolte in un buio tinto d’argento. Gli alberi al confine est del parco parevano guardiani a protezione di uno spazio e di un tempo nel quale nessuno avrebbe dovuto avventurarsi. Noi però avevamo oltrepassato il confine e ora non ci restava altro da fare che continuare il cammino.

Ti potrà sembrare folle, me ne rendo conto, e forse lo è, ma per la prima volta da parecchio tempo sentivo la vita scorrermi nelle vene impetuosa come un torrente al disgelo. Poco importava se quello che stavamo vivendo era al limite della comprensione umana e non mi curavo della follia e dell’assurdità di questa storia. Non mi spaventavano le implicazioni che avrebbe avuto sulla mia vita. Finalmente mi sentivo parte di qualcosa e ne partecipavo. Per farla breve, per la prima volta in tutta la mia vita avevo un ruolo.

Perché è questo ciò che cerchiamo. La sensazione di frenetica attività è il motivo per cui ci alziamo la mattina e ci diamo dentro fino alla sera. E non è nemmeno una questione di risultati. Ciò che veramente importa è l’essere in gara.

Negli ultimi anni avevo voluto solamente nascondermi, e Dio solo sa quanto ne fui capace. La mia abilità nel mimetizzarmi alla vita era cresciuta giorno dopo giorno, fino a farmi letteralmente sparire.

«Sono in debito con te.» dissi

Lisa mi fissò senza capire.

«Se tu non mi avessi chiesto di venire qui oggi...»

Lasciai la frase in sospeso. Era evidente che la mia serata sarebbe terminata in un modo del tutto diverso, ovvero in un mare di alcol e lacrime. E mi vergognai per questo.

Lisa alzò una mano. «Sono io che devo ringraziare te. Non è da tutti fare quel che hai fatto tu.»

Alzai le spalle. Non avevo fatto molto e certamente non sentivo di appartenere all’olimpo degli eroi.

«Ora cosa succederà?» chiese.

«Passerò la notte nella camera di Jacopo.» dissi.

Lei strabuzzò gli occhi.

«E io?» chiese.

Mi sembrò delusa e la capii. Era stata lei ad aver visto Laura Cerri per la prima volta, ed era quasi certo che avesse ricevuto l’incarico di portarmi qui, un’informazione instillata in qualche angolo buio del cervello e che l’aveva fatta agire in modo automatico e non cosciente. Ma ormai aveva esaurito il suo compito. Ora toccava a me.

Pensai ai nani vestiti da nazisti. Nella follia di quella situazione era plausibile che fossero sentinelle poste a protezione del mondo nel quale Jean Corte viveva. E se c’erano dei guardiani sulla soglia di quel limbo che stava al confine con il mondo dei morti, allora forse dovevano essercene altri a protezione del nostro mondo. Jean Corte in qualche modo aveva oltrepassato quel confine contando su un fatto: chi doveva vigilare non sapeva di doverlo fare. E quel qualcuno potevo essere io.

Ma non era tutto.

La mia infelicità, la disperazione e il cancro che mi stavano mangiando l’anima erano le armi da contrapporre alla follia e alla malvagità. Jean Corte lo sapeva e ne era spaventato. Ecco perché cercò di farmi impazzire nella cucina materializzandosi davanti ai miei occhi. Temeva, più di ogni altra cosa, i lampi di vita nuova che esplodevano nella mia mente.

Come l’effetto che la luce del giorno ha sui vampiri, così l’Orrore può essere sconfitto dalla vita.

Avrei dunque cercato di salvare Jacopo e Jacopo avrebbe salvato me, perché è così che l’umanità può sopravvivere a sé stessa: salvandosi reciprocamente.

Sorrisi appena all’ironia della situazione. Solo ventiquattr’ore prima l’idea di salvezza sarebbe quanto di più grottesco e lontano potessi immaginare.

«Ho paura.» disse Lisa. «Per Jacopo e per te.»

«Lo so.»

Presi il pacchetto di sigarette dalla tasca e guardai dentro. Ne erano rimaste solo due. Glielo porsi. «Le fumeremo domani mattina dopo colazione.» Era una promessa.

Lisa si rannicchiò sulla sedia e chiuse gli occhi. «Vorrei che quest’incubo finisse adesso.»

Non dissi nulla e mi incamminai verso la villa.

I miei passi pesanti sulla ghiaia suonavano come i rintocchi a morto di una campana immersa nella notte e il portone spalancato dell’ingresso pareva un vecchio amico pronto ad accoglierti con le braccia protese in avanti.

Salii i gradini delle scale che portavano al piano delle camere con stanca lentezza. Avevo una paura d’inferno e non mi vergogno a dire che fui più volte sul punto di girarmi e darmela a gambe. Non lo feci ed è per me motivo d’orgoglio, sai? Non solo per come sono andate le cose, ma anche per il fatto di aver voluto andare fino in fondo.

Mentre mi avvicinavo alla camera di Jacopo la mia mente si svuotò. Fu come se qualcuno avesse tolto il tappo in una vasca da bagno colma d’acqua: i pensieri vorticarono fuori dalla mia testa in un risucchio di immagini e parole. Dentro non restò che il nulla.

Percorsi il breve tratto del corridoio coi piedi che non toccavano più per terra. Non stavo camminando. Scivolavo sul marmo del pavimento come un oggetto inanimato, tirato, spinto, risucchiato verso il destino che lo stava attendendo.

Arrivai alla porta e afferrai la maniglia, ma questa diventò improvvisamente rovente e bruciò sulla mia pelle. Ritrassi la mano e dopo un tempo che non so quantificare la maniglia si sciolse. Letteralmente. Guardai la porta e fu come guardare attraverso il fuoco. Fiamme violente la stavano avvolgendo. Indietreggiai per non restare ustionato e sentii gli occhi diventare acqua nelle mie orbite.

Mi trovavo sulla soglia dell’inferno, ma non mi fermai. Nascosi il viso nell’incavo del gomito destro, poi camminai in avanti con la mano sinistra allungata.

Toccai la porta e sentii il legno. Era fresco, solido e vero.

Tolsi il braccio dalla faccia e la maniglia di ottone era al suo solito posto. La sfiorai appena con le dita, poi la strinsi nuovamente nella mano e la abbassai.

La porta si aprì e tutto mi sembrò normale. Jacopo stava dormendo su un fianco, col viso rivolto verso alla porta. Il biancore della luna filtrava dalle persiane donando alla stanza una luce asettica, sufficiente però per muoversi senza andare a sbattere. Chiusi la porta alle mie spalle e andai a sedermi sulla sedia a lato del comò. Lasciai andare la testa all’indietro, respirando il più lentamente possibile e pregando che non mi venisse un infarto.

Avevo realmente visto la porta bruciare? Sì. Era reale tutto ciò? Non avevo dubbi. Cos’altro sarebbe successo? Non lo sapevo. E mentre i pensieri stavano di nuovo riempiendo la mia mente sentii la voce della cantina arrivare forte e chiara: è stato lui, un piccolo giochino per tastare la tua resistenza. Ti è piaciuto?

Sorrisi al buio. Come inizio non c’è male, pensai.

Sei ancora in tempo. Vattene prima che sia troppo tardi.

Mi concentrai sulla stanza e misi a tacere quella voce. Era una camera piccola. Il letto di Jacopo occupava la gran parte dello spazio, pur essendo un letto singolo. Dal lato opposto c’era il comò, con lo specchio dove era comparso il messaggio di Laura Cerri. A destra del comò c’era la porta e poi un piccolo armadio di legno scuro. A sinistra, sotto la finestra, c’era l’unica sedia.

Appena le mie gambe furono in grado di reggermi mi alzai e portai la sedia vicino alla testiera del letto, dal lato della finestra. In quella posizione potevo tenere sotto controllo gli unici due punti di accesso. Jacopo dormiva dandomi la schiena.

Ero lì, alla resa dei conti. Non stavo in posizione di difesa con la guardia alta come i pugili e non avevo la fiera determinazione delle leonesse quando vanno a caccia. Ero semplicemente in attesa, con la pace di chi sta per affrontare una prova sapendo che sarà l’ultima, la totale, la definitiva.

Sentii la stanchezza assalirmi con le sue onde languide. Allungai un po’ la seduta e cercai di rilassarmi quanto più potevo, dopo qualche minuto mi addormentai. Caddi dentro il nero assoluto di un sonno senza sogni.

Fu il gelo a svegliarmi.

Aprii a fatica gli occhi. Grandi nuvole bianche uscivano dalla mia bocca spalancata. Mi girai verso Jacopo. Era seduto sul letto, in trance come quando io e Lisa l’avevamo trovato... quando? Qualche ora fa? Ieri? Non riuscivo a ricordare.

Mille pensieri diversi si sovrapposero nella mente. Ogni volta che ne mettevo a fuoco uno subito ne arrivava un altro a rimpiazzarlo.

E la stanza non era più la camera da letto del bambino, era il bagno di casa mia. Vidi me fissare la mia immagine allo specchio nell’atto di colpirmi con il pugno. Subito dopo il pronto soccorso, Jacopo, l’autobus, il funerale di mio padre. Una successione di immagini rapida e nervosa. Ero in un cinema e qualcuno stava proiettando la mia vita tutto intorno a me. E poi c’erano le voci, un’infinità di voci che mi circondavano. Bisbigli, parole, grida lontane.

Balzai in piedi e vorrei dire che fu il terrore quello che si impossessò di me, ma non fu così. Era oltre il terrore, era un’esplosione dentro il mio corpo, era un disordinato muoversi di muscoli e cellule, di pensieri accavallati e sensazioni portate al limite estremo della sopportabilità. Era il primitivo e vero risveglio dei sensi e della capacità di percepire ciò che avevo intorno.

Poi d’improvviso tutto cessò.

Per alcuni secondi ci fu solo il mio respiro a riempire di suono quella stanza, che era tornata ad essere la camera da letto di Jacopo. Guardai il bambino e i suoi occhi erano vuoti, privi di vita. Avrei voluto toccarlo, scuoterlo come si fa con chi è in preda a una crisi, tirare i suoi capelli per strapparlo al non luogo dove era finito, ma non feci in tempo.

Le porte dell’armadio si aprirono cigolando. Dal suo interno sbucarono due nani vestiti da nazisti. Gridai. Uscirono con fare marziale senza dire una parola e si disposero ognuno ai due lati dell’armadio. Dopo pochi istanti ne vennero fuori altri due, spingendo in malo modo la bambina del mio sogno. Teneva stretta al petto la sua

nostra

bambola di plastica. Gridai ancora più forte.

Fu in quel momento che capii che Jean Corte aveva manovrato i miei sogni, che aveva utilizzato l’immagine di Laura bambina per spaventarmi e impedirmi di essere lì. Ora stava rendendo tutto ciò reale, con lo scopo di farmi impazzire definitivamente.

«Lui viene con noi.» dissero i nani con una voce sola. L’accento tedesco era sparito. Indicarono Jacopo con un dito. «Che tu lo voglia o no, lui viene con noi.»

Li guardavo, incapace di dire o fare nulla. Stavo fallendo di nuovo. Sapevo che avrei dovuto combattere, volevo combattere, ma come? Quella orribile sensazione di inutilità e di vile apatia che mi aveva accompagnato per parecchio tempo stava tornando in tutta la sua prepotente forza.

Abbassai lo sguardo pensando che, se davvero fosse dovuto succedere, almeno non avrei incrociato gli occhi di Jacopo, e vidi la mia mano fasciata. Chiusi gli occhi e arrivò una nuova visione, ma da prospettiva diversa. La mia.

Vidi me, quel giorno, insultarmi in piedi davanti allo specchio e poi colpirmi con una violenza che non sapevo nemmeno di avere. Vidi il vetro andare in frantumi e le schegge tagliare il dorso della mia mano. Vidi il sangue e il dolore sgorgare dalla ferita. Sangue e dolore, veri e umani. Vidi tutto questo e sentii la rabbia invadermi l’anima come una marea. La collera stava riempiendo il mio mondo. Una cieca, assoluta e immensa rabbia. Ma non c’era traccia di odio dentro la mia collera. Era solo voglia di vita.

Afferrai la lampada sul comodino e la lanciai contro i nani gridando loro di andarsene. La lampada passò a pochi centimetri dalla testa di uno di loro e andò a perdersi dentro l’armadio senza fare alcun rumore, finita chissà dove nel fondo di quel mondo di morte.

Ho sempre avuto una pessima mira.

I nani mi guardarono straniti. Ebbi l’impressione che non si aspettassero una reazione simile da parte mia. Forse credevano che il materializzarsi davanti a me fosse sufficiente a sciogliere ogni mia resistenza.

La bambina approfittò di quel momento, si divincolò dalla presa dei due nani e in un lampo mi fu a fianco.

«Mettiti dietro di me.» le dissi. «Questa volta non rovinerò tutto, te lo prometto.»

Lei obbedì. Sentivo la sua presenza, fatta di gelo e paura, morte e dolore, miste alla nostalgia e all’amore per una vita che si era interrotta troppo presto.

Ce ne stavamo così, in una perfetta situazione di stallo, come un gruppo di bambini che giocano al fazzoletto. I nani da una parte, io e la bambina dall’altra e Jacopo nel mezzo. Chi avesse fatto la prima mossa avrebbe scatenato la reazione degli altri.

«Andate via.» dissi.

Fu dolce scoprire che non avevo più paura.

I nani si guardarono l’un con l’altro e per un breve istante pensai che mi avrebbero ascoltato.

«Tornatevene all’inferno.» dissi ancora.

«No.» rispose una voce nera come la notte da dentro l’armadio.

Jean Corte comparve esattamente come avevo visto fare agli spiriti nei film e non fu consolante.

«Lui è mio.» gracchiò.

Negli occhi aveva il fuoco e dalla bocca uscivano nuvole di mosche che cadevano a terra dopo pochi istanti di volo. Una pioggia nera e silenziosa di morte.

Lui era l’Orrore.

«Ti sbagli.» replicò una voce alle mie spalle.

Sobbalzai e mi voltai. Era Laura, ma non più bambina. Era tornata ad essere la donna che si era uccisa, la madre tornata dal limbo dei suicidi per difendere il figlio dall’uomo che aveva rovinato tutto e distrutto la sua vita.

«Vattene Jean e lascia in pace mio figlio.» disse Laura.

Parlava con serenità e non potei non notare quanto fosse bella. Aveva lunghi capelli mossi che scendevano sulle spalle, il viso rilassato e sereno e le braccia distese lungo i fianchi. In una mano teneva ancora la sua vecchia bambola di quando era bambina.

Jean rovesciò la testa all’indietro e spalancò la bocca. La sua risata fu come una lama infilata nei timpani. Gridai dal dolore, e caddi in ginocchio coprendomi la testa con le braccia. Non so perché, ma mi misi a pregare. Non credevo in Dio, ma in quel momento mi misi a pregare. Stupido ma vero.

La risata cessò e fu di nuovo silenzio.

Alzai lo sguardo e vidi Laura con il braccio alzato verso Jean. Gli stava mostrando la bambola.

«Guardala.» lo intimò lei. «Coraggio, guardala.»

Lui grugnì e voltò lo sguardo da un’altra parte.

«Hai paura Jean? Hai paura di una bambola?».

Jean scattò verso Laura. Voleva distruggerla davvero, come aveva promesso nella cucina. Mi chiesi da dove potesse nascere tanto rancore.

Lo vidi allungarsi verso di lei e fu orribile. I piedi rimasero come incollati nel punto in cui si trovava, mentre il resto di lui si stirò di qualche metro fino ad arrivare a pochi centimetri dalla bambola di plastica. La faccia era deformata come attraverso la lente dello spioncino di una porta e alla fine lo vidi per quel che realmente era: un demone con il naso adunco, i denti appuntiti e gli occhi carichi di odio.

«Guardala.» continuò lei. «Guarda questa bambola.»

Il demone ruotò a scatti la testa fiutando quell’oggetto inanimato come le bestie fiutano gli odori e poi si ritrasse disgustato.

Era quello il momento di agire.

Presi la bambola dalla mano eterea di Laura e la puntai verso il demone, avvicinandomi più che potevo. Stavo per compiere il mio personale esorcismo.

Jean Corte mi fissò e sulle prime intravvidi un bagliore di stupore nella sua espressione. I due pozzi neri che aveva al posto degli occhi si dilatarono e subito dopo si contrassero fino a diventare due minuscoli punti

gli occhi della testa della bambola della mia visione

puntati contro di me come fucili.

«Schifoso bastardo, non è questa la bambola che mi hai mandato in sogno.» esclamai. «Guardala, guarda i suoi occhi.»

La bestia ruotò lentamente la testa per non vedere.

Mi avvicinai ancora. Sentivo la collera covata per così tanto tempo ribollirmi dentro. Ero sul punto di esplodere. Per anni avevo identificato gli altri come responsabili dei miei fallimenti. Avevo preso le scuse (mio padre, gli amori andati in malora, il mio lavoro, mia madre) e ne avevo fatto un vestito lacero e sporco

una tunica grigia

nel quale l’Orrore aveva trovato una casa e si era nutrito a sazietà.

«Non sono gli stessi occhi vero?» chiesi al mostro.

Ma ero io, nessun altro che io ad aver permesso tutto ciò. Avevo trasfigurato il mondo che mi circondava fino a farlo apparire come ammantato di dolore e in quel dolore avevo trovato la ragione al mio essere. Era dunque solo un vestito e spogliato di quel vestito alla fine l’Orrore si era rivelato essere solo uno spirito malvagio che viveva nel buio e che nel buio sarebbe dovuto tornare. Per sempre.

Avanzai salendo sul letto e il demone indietreggiò. Volevo farla finita con quella storia, definitivamente. Allungai di colpo il braccio e affondai la bambola dentro la testa viscida e marcia del demone.

«Questi sono occhi d’amore, grandissimo figlio di puttana! Occhi d’amore!» gridai.

Avvertii un bruciore sulla mano, come fosse immersa nell’acido, seguito poi dal rumore di melma rimestata. Mossi la bambola come fosse una lama d’argento da infilare nel petto di un vampiro. La mossi freneticamente dentro la testa di Jean Corte gridando e imprecando.

Scaricai, una volta per tutte, il mio infinito dolore.

Il mostro gridò. I nani fissarono la scena attoniti senza muoversi. Laura intanto stava piangendo alle mie spalle.

Continuai così per non so quanto tempo. Non c’era più un tempo in quella stanza. Non c’era luogo in quella notte.

Estrassi la mano dalla testa del mostro e con essa la bambola che tenevo ancora ben salda. La bestia vacillò. Non aveva più una faccia, solo un ammasso di poltiglia grigiastra e informe. Le sue braccia si muovevano a scatti nervosi.

Ci fu come un’esplosione, un bagliore di luce rossa e accecante, veloce come pensiero che ti attraversa la mente e poi Jean Corte sparì insieme a tutti i nani.

Caddi a terra. Ero senza forze e mi sentivo sul punto di svenire. Strinsi la bambola al petto, come fosse una figlia da accudire, e la baciai.

Laura si mosse verso Jacopo. Non posso dire di averla vista camminare, ma nemmeno volare. Non so più nemmeno io cosa ho visto quella dannata sera. E il solo ripensarci fa tremare così forte da portarmi dolori insopportabili.

Jacopo era ancora nello stato di trance, seduto con lo sguardo fisso in avanti. Laura si portò a lato del letto e si sedette accanto a lui. Aveva il viso colmo di amore e dolore al tempo stesso. L’ho già detto, lo so. Ma è così che la ricordo io. E nei suoi occhi potevi leggerlo tutto quel dolore e quell’amore che provava. Lo potevi sentire tutto.

Credo volesse toccarlo, accarezzarlo e stringerlo a sé. Impazziva dal desiderio di farlo, ma sapeva bene che non le sarebbe stato possibile. Si avvicinò al viso del bambino e sussurrò qualcosa. Jacopo mosse la bocca, leggermente, senza dire nulla.

Laura si voltò verso di me e sorrise, poi tornò a guardare Jacopo e sussurrò ancora qualcosa. Lui aprì la bocca e questa volta riuscii a sentire le sue parole.

«Anche io mamma.» disse piano.

Le lacrime mi riempirono gli occhi, poi svenni.

 

 

 

Ricordo le mani di Lisa che mi accarezzavano il viso. Le sentivo scivolare addosso come acqua sulla pelle, ma non appena il mio cervello ne registrò il contatto sobbalzai nel terrore che Jean Corte fosse tornato per uccidermi.

«Ssst.» fece Lisa indicandomi Jacopo.

Il bambino dormiva sotto le lenzuola. Il respiro era tranquillo. Guardai verso l’armadio e vidi era chiuso. La stanza era in ordine, come l’avevo vista la sera prima entrando per il duello col mostro. Sembrava non esserci più traccia di quanto accaduto quella notte.

Scrollai la testa e cercai di farmi passare lo spavento. Avevo dolori dappertutto. Guardai verso la finestra. C’era luce, una luce calda e morbida. Il mondo era una sequenza di strisce arancioni alternate all’ombra.

«Che ore sono?» chiesi a voce bassa.

«Le sei.» rispose.

Mi alzai con fatica e il dolore invase ogni muscolo e ogni giuntura. Avevo una gamba addormentata, persi l’equilibrio e per poco non rovinai per terra. Mossi qualche passo zoppicando. Un miliardo di spilli si conficcarono nella gamba.

«Ce la fai?» chiese. Era la seconda o terza volta che mi faceva quella domanda. Trovai la cosa quasi divertente.

«Sì mammina.» risposi.

Lei sbuffò e mi sembrò felice. Poi si avvicinò a Jacopo e scostò di un poco il lenzuolo che lo copriva quasi per intero. Il bambino stava dormendo supino ed entrambi fissammo la bambola di plastica che stringeva con un braccio. Non posso dire che fu una sorpresa. Fu anzi confortante. Ora sapevamo che Jacopo era al sicuro e che il male, almeno per questa volta, era stato sconfitto.

Uscimmo dalla camera chiudendo piano la porta.

«Come stai?» mi chiese Lisa.

«Bene.» risposi, ed era vero. Avevo dolori dappertutto e avrei voluto dormire una settimana di fila, ma per la prima volta da molto tempo mi sentivo bene. Dirò di più, mi sentivo in pace.

«Ci sono due sigarette da fumare.» disse lei sorridendo.

Era la promessa che le avevo fatto la sera prima e ora potevo mantenerla.

«Sì, ma prima facciamo colazione. Sto morendo di fame.» dissi.

Scendemmo in cucina e mentre Lisa preparava il caffè io cercai biscotti e brioches negli stipetti. Trovai solo delle merendine confezionate e alcuni dolcetti che sembravano essere lì da secoli.

«Ma non danno la colazione qui?» chiesi.

«È il servizio della mensa esterna che se ne occupa. Ma è ancora presto. In genere arrivano per le otto.»

Scartai una merendina e l’addentai.

«Non ti chiederò cosa è successo lassù stanotte.» disse indicando il soffitto. «Non lo voglio sapere.»

La benedissi per questo. Non avevo la minima intenzione di ricordare. Ciò che volevo, mentre finivo la mia merendina in attesa di una tazza di caffè nero e bollente, era dimenticare tutto il più rapidamente possibile.

«Dimmi solo una cosa: è finita?» mi chiese.

Io la guardai e allungai le braccia. Lei si avvicinò e rispose al mio invito. Ci abbracciammo. Forte.

«Sì, è finita.» dissi.

«Ora che farai?»

Quella domanda mi piacque tantissimo. Sapeva di futuro.

«Torno a casa e mi faccio una doccia lunga un giorno.»

«Fa attenzione alla mano. Non bagnare la ferita se no rischi un’infezione.»

Guardai il mio guantone da pugile. Il bianco delle garze era diventato di un grigio indefinito, ma la fasciatura era ancora integra. Non sentivo più dolore, solo un leggero prurito.

«Domani passa da me in ospedale. Ti cambio la medicazione.» disse sedendosi.

«Sì mammina.»

«E non chiamarmi così, lo odio!»

«Zietta è meglio?»

Lei rise e io risi con lei. Era tutto così leggero.

«Dopo colazione ti offro un passaggio.» si offrì Lisa.

«E sia. Prima però fumiamo le ultime due sigarette seduti fuori, dopo mi porti a casa.»

Casa. Non ricordavo nemmeno più quando era stata l’ultima volta che avevo pronunciato quella parola con così tanto piacere. E anche se equivaleva solo a uno squallido bi-locale, ora – finalmente – sentivo di appartenere a qualcosa, e che quel qualcosa apparteneva a me. Casa era il miglior luogo dal quale ricominciare a vivere.

Restammo in silenzio per qualche minuto. Io a zonzo nei miei pensieri e Lisa a spasso per i suoi. Pensai che da tutta questa storia alla fine sarebbe nata un’amicizia e che avremmo potuto vederci molte volte ancora. Il fine settimana saremmo passati a prendere Jacopo e suo nonno e tutti insieme saremmo andati a fare qualche gita in macchina, anche al mare se ne avessimo avuto voglia. Il futuro mi sembrava migliore, non roseo, ma sicuramente di una sfumatura meno grigia rispetto al recente passato. Col tempo avrei anche aggiustato i miei problemi di soldi e di lavoro.

Un passo alla volta, con calma.

Il borbottio della moka ci ridestò dai nostri viaggi mentali.

«Ieri sera, appena rimasta sola sono andata nel mio studio qui a fianco e mi sono sdraiata sul divano.» disse Lisa versando il caffè. «Avrei voluto non seguire il tuo consiglio, avrei voluto raggiungerti in camera di Jacopo, ma...»

«Hai avuto paura.»

«Già.» ammise lei abbassando gli occhi.

«Non te lo avrei permesso, lo sai.»

Annuì. «Quando sono salita in camera poco fa ero terrorizzata. Sono stata diversi minuti fuori dalla porta senza trovare il coraggio per entrare, pensando che se vi fosse successo qualcosa la colpa sarebbe stata solo mia.»

«Tua? E perché?»

Lei alzò le spalle.

«Dovevo esserci io in quella camera.» ribadii prendendole una mano. «Le cose vanno come devono andare ed è giusto così.»

Lei strinse la mia mano e sorrise appena. Era stanca. «Bevi il tuo caffè.»

«Sì mammina.» la schernii ridendo.

Finimmo la colazione e poi sistemammo la cucina. Mentre lavavo le tazzine gettai un’occhiata distratta al camino e vidi i resti bruciacchiati degli articoli che Lisa aveva portato la sera prima. Mi sembrò tutto così lontano, come fosse accaduto mille anni indietro e non solo poche ora prima. E ne fui felice.

Dopo aver messo a posto la cucina uscimmo per fumare. Appena misi piede all’aria aperta la luce del giorno mi accolse in tutta la sua bellezza. L’aria era tersa e ogni colore era così vero. Non ricordavo di aver mai visto un’alba così viva. Ci sedemmo nel parco e Lisa accese entrambe le sigarette, poi me ne passò una. Aspirai a fondo e soffiai tutto fuori. Stavo veramente bene.

«Credi che la carretta si metterà in moto?» chiesi indicando la vecchia Mercedes di Lisa parcheggiata nel viale.

Lei si finse offesa. «Ma come ti permetti? Non è una vecchia carretta.»

«Hai ragione.» bluffai, poi dissi: «È una vecchissima caretta!»

Lisa scoppiò a ridere e io mi accodai. Ridemmo quasi fino alle lacrime, poi ci calmammo nel timore di svegliare tutti.

«Beh dai, vecchia è vecchia.» aggiunsi.

«Un po’ sì, ma è un gioiellino.» rispose alzando le spalle.

«Sarà anche un gioiellino, ma credo che abbia perso tutto l’olio.»

Mi alzai e mi avvicinai al muso della macchina. La chiazza non lasciava spazio ai dubbi. L’olio era uscito per buona parte dal motore e aveva formato un piccolo stagno luccicante e nero. Mi abbassai e allungai il collo per controllare meglio. La faccia deformata di Jean Corte mi sorrideva da dentro la pozza nera.

«Cosa?» chiese Lisa alle mie spalle.

Scattai in piedi in preda al panico.

«Non può essere vero!» esclamò accucciandosi.

Le gambe mi tremarono così tanto che temetti di cadere. D’istinto allungai il braccio per fermarla. Poi guardai meglio e quel che vidi era soltanto una normale pozza d’olio sotto il muso di una vecchia macchina tedesca. La faccia di Jean Corte fu solo lo scherzo di una mente ancora stanca.

Lisa non si era accorta di nulla. «Cristo!» imprecò alzandosi. «E ora?»

«Dovrai chiamare un carro attrezzi, ma ci vorrà del tempo. Ieri quando siamo arrivati ho visto un parcheggio di taxi sulla strada. Ti dispiace se ti lascio da sola ad aspettare il meccanico? Sono a pezzi e ho bisogno di una doccia.»

Mi sentivo in colpa, ma avevo davvero bisogno di farmi una doccia e di mettermi a dormire. E poi tutto era finito, non c’era più pericolo.

«Non ti dispiace se vado, vero?» chiesi ancora.

Lei mi guardò sorridendo. «Certo che no. Ti chiamerò stasera, va bene?»

Annuii, poi ci incamminammo lungo il viale che scendeva verso la provinciale. La città in lontananza era ancora immersa nel sonno del dopo Ferragosto e non c’era anima viva in giro.

«Hai del denaro con te?» chiese.

«No, ma ce l’ho a casa. Chiederò al tassista di salire con me a prendere i soldi.»

Arrivammo in fondo al viale e per mia fortuna c’era un taxi fermo dall’altro lato della strada.

«Fila a casa e va a dormire.» mi ordinò lei.

«E poi ti lamenti se ti chiamo mammina.»

Lei rise e io mi incamminai per qualche metro sul marciapiede, poi mi apprestai ad attraversare per raggiungere il taxi.

È buffo, ma praticamente non ci salutammo neppure.

La strada era deserta, un lungo tappeto di asfalto che non aveva né un’origine e né una fine. Quando fui al centro della carreggiata – mi basta chiudere gli occhi per vedere i miei piedi sopra quelle linee bianche tratteggiate - mi voltai verso Lisa alzando e agitando la mano fasciata in segno di saluto.

Io non me ne accorsi o forse semplicemente non capii. La vidi cambiare completamente espressione, vidi la paura e lo sgomento prendere forma sui suoi lineamenti e non riuscii a sentire quello che stava dicendo. Eravamo a non più di dieci metri di distanza, ma le parole caddero a terra

come mosche

appena uscite dalla sua bocca. La vidi agitare entrambe le braccia, con estrema lentezza, indicando qualcosa dietro di me. Provai ad interpretare i suoi segni, poi assecondai la sua insistenza e mi voltai a guardare dietro le mie spalle. Non so dire da dove sia sbucato fuori, so per certo che fino a un secondo prima non c’era.

Voltandomi lo vidi arrivare. Era rosso, era sempre più grande ed era un camion.

 

 

 

Guarda tutta quella persone sole. Guardale e chiediti chi sono e da dove vengono. Loro appartengono al mondo, ma nel mondo scompaiono. Sono fantasmi ancora troppo vivi per essere morti.

 

Ho tagliato questo brano dal mio libro, ma non volevo buttarlo via. Perché dentro c’è tutto ciò che volevo raccontare. Non una riga di più, non una riga di meno.

Sono seduto alla mia scrivania in una fredda domenica mattina di dicembre. Fuori nevica e sto completando quello che sarà il mio terzo romanzo pubblicato. Ci sono stati momenti in cui avrei lasciato perdere, passando magari ad altro, ma ho tenuto duro e sono arrivato alla fine.

Mi chiamo Jacopo Cerri e questa è la storia della persona che mi ha salvato la vita quando ero solo un bambino. E credetemi, è stata dura da scrivere. Più di quanto pensassi.

Ho ricordi molto confusi di quanto è successo quella notte, e più che ricordi in senso stretto sono immagini frammentate, come fotogrammi isolati di un film. Per molti anni, dodici per la precisione, quei ricordi se ne sono stati chiusi al buio di un cassetto in qualche angolo polveroso della mia memoria. Qualche anno dopo è bastato un incontro per farli riemergere come reperti recuperati dalla pancia di un relitto in fondo al mare. Da allora quelle immagini sono diventate cicatrici e suppongo che sia questo l’effetto del tempo che passa. So che resteranno per sempre con me e ogni tanto al cambiare delle stagioni faranno anche un po’ male, ma saprò sopportarlo.

Un giorno dopo l’altro, un dolore dopo l’altro. È così che si va avanti, no?

La persona che mi ha salvato la vita morì dopo due giorni di agonia in ospedale. Fu grazie a Lisa che i medici mi permisero di restare in quella stanza, anche se ero solo un bambino, e fu così che potei ascoltare la storia che in questo momento sto terminando di scrivere e che tu stai finendo di leggere.

 

Il camion aveva ridotto il suo corpo dalle costole in giù a un ammasso disordinato di ossa spezzate e organi lesionati. Nonostante fosse chiaro sin da subito che non c’erano speranze, trovò comunque la forza per raccontarmi la nostra storia. Scrissi tutto su alcuni quadernoni che Lisa aveva procurato, gli stessi che ora sono sulla scrivania accanto alla mia macchina per scrivere. Sfogliandoli posso vedere le chiazze di inchiostro sbavato dalle lacrime che piansi mentre scrivevo.

Il giorno in cui morì me ne stavo nel corridoio a leggere un libro. Ricordo che non piansi quando Lisa si sedette accanto a me, prese la mia mano e disse che la sua sofferenza era finita. Per sempre.

Tornai alla villa e i quadernoni, scritti con una grafia infantile e incerta, finirono dentro a un cassetto insieme alle immagini sfocate dei miei ricordi.

Al funerale mi sedetti con Lisa sul primo banco. Dietro di noi non c’era nessuno. Il prete parlò, ma io non capii nemmeno una parola.

Una settimana dopo morì anche mio nonno. Fu una cosa lieve e dolce, nel sonno a quanto mi disse Lisa, e non aveva sofferto. Erano informazioni di cui avrei fatto volentieri a meno, ma tant’è me le diede lo stesso. Mi fu permesso di vederlo ancora una volta, prima che chiudessero la bara. Sembrava rilassato. Era come se la morte non ne avesse interrotto il sonno, ma in qualche modo lo avesse reso solo un po’ più lungo.

Fui dato in affido a novembre di quell’anno. Lisa mi assicurò che la famiglia che mi stava per accogliere, e che era in trepidante attesa del mio arrivo, era la migliore che ci fosse. E aveva ragione. Furono buoni e mi vollero bene.

Lisa venne spesso a trovarmi, soprattutto i primi tempi. Poi, come sovente accade in queste situazioni, le sue visite presero a diradarsi sempre di più. Quando compii quattordici anni non la vedevo già da un pezzo.

Completai le scuole superiori e mi iscrissi all’università. In quel periodo pubblicai una decina di racconti su un paio di riviste letterarie e vinsi un concorso con il mio primo vero romanzo, La Luna, che successivamente venne pubblicato da una piccola casa editrice. Non che questo abbia una qualche importanza ora. Sono solo informazioni, niente di più.

Il mio passato, intanto, se ne stava lontano, così lontano che quasi non sapevo di averne avuto uno.

Ci volle poco per capire che l’università non faceva per me. Coi primi soldi guadagnati grazie a La Luna affittai un monolocale versando come anticipo ventiquattro mensilità (il proprietario strabuzzò gli occhi quando lesse l’importo sull’assegno) e mi misi al lavoro sul secondo libro

Passai un anno mezzo chino sul romanzo che speravo potesse essere la mia consacrazione definitiva. Si chiamava L’angolo di Jona ed era la storia di un uomo, di un bambino e del loro viaggio durato anni alla ricerca di una scatoletta di latta che il bambino aveva dimenticato, dopo un trasloco, in una delle tante case che aveva abitato. Solo che non ricordava né in quale casa e tantomeno in quale città. Ne venne fuori una storia strana, popolata di personaggi stravaganti e situazioni assurde. Me la spassai un mondo a scriverlo e quando lo terminai ne fui veramente orgoglioso. Poco dopo la sua pubblicazione L’angolo di Jona fu definito un caso editoriale. Avevo appena compiuto ventuno anni.

La prima presentazione venne organizzata nella libreria in centro. Volevo ripartire da qui, dalla città nella quale ero nato ed ero diventato ciò che da sempre volevo essere. Fu un successo. Venne un sacco di gente e io firmai una montagna di copie.

Lei fu l’ultima a chiedermi l’autografo.

«A chi lo devo dedicare?» dissi aprendo la pagina del libro.

Ci fu un breve silenzio, poi: «A Lisa.»

Alzai lo sguardo e me la trovai davanti. Erano passati quasi otto anni e fu come fare un improvviso viaggio nel tempo. Il cassetto si aprì (ma forse sarebbe più esatto dire che esplose in un fragore di fotogrammi, voci e sensazioni) e ricordai.

Avevo di nuovo un passato.

Mentre scrivo queste parole Lisa sta dormendo nel nostro letto, nella stanza accanto al mio studio. Le piace tirarla per le lunghe la domenica mattina, quando non è di turno in ospedale. Siamo una coppia strana, non tanto per la differenza di età, ma perché condividiamo qualcosa, un piccolo segreto che nessuno conosce al di fuori di noi.

Una volta alla settimana andiamo al cimitero e portiamo un mazzo di fiori freschi su una tomba con una piccola lapide senza nome. È nascosta sotto un grande salice, nell’angolo opposto al cancello dell’entrata. Bisogna sapere che c’è per trovarla.

Fu al cimitero, durante una delle nostre visite, che Lisa mi raccontò come andarono veramente le cose quella mattina di dodici anni fa.

«Ci salutammo alla fine del viale.» raccontò. «Mi raccomandai che andasse a casa a dormire. Aveva la faccia stanca e dal modo di camminare si capiva che non stava bene.»

Fece una pausa per cercare un fazzoletto nella borsa, poi riprese a parlare: «Non c’era nessuno per strada, me lo ricordo benissimo, non c’era nessuno! Solo il taxi parcheggiato dall’altro lato. Io feci un passo indietro per tornare alla villa, e mentre stavo per voltarmi vidi che mi stava salutando con la mano fasciata.»

La cinsi col braccio e la tirai un po’ a me. Lei appoggiò la testa sulla mia spalla. Le lacrime sembravano non voler finire mai.

«Io non lo so, non so spiegarmelo, ma quel camion... è come... apparso. Giuro su Dio che non c’era prima. Ho provato a gridare, ma non mi sentiva.»

Chiuse gli occhi e lasciò traboccare tutto il dolore che si portava dentro.

«Fu molto breve, ma durò un tempo infinito: vidi … Jean Corte… seduto alla guida, stringeva il volante con entrambe le mani e aveva la faccia del demonio. Accanto a lui erano seduti quattro nani vestiti da nazisti. I nani ridevano e scattavano foto con delle vecchie macchine fotografiche.»

I peli mi si rizzarono sulla pelle.

«Agitai le braccia, cercando di attirare la sua attenzione e gridai ancora, gridai più forte che potei ma... non riuscii a tirare fuori la mia voce. Era come se fossi diventata improvvisamente muta! Io... io...».

I singhiozzi divennero tempesta.

«Non mi ha sentita, non poteva sentirmi capisci? Poi credo che intuì che stava per succedere qualcosa, perché si voltò e fu in quel momento che il camion... Dio, è stato orribile.»

L’uomo nel taxi aveva dichiarato di non essersi accorto di nulla. Stava per finire il turno di notte, era stanco morto e si era addormentato sereno come un fanciullo. Lisa disse alla polizia quel che aveva visto, omettendo solo chi era alla guida del camion.

«Se avessi raccontato tutta la verità mi avrebbero sicuramente fatta ricoverare.» ammise.

Alla polizia disse inoltre che non aveva potuto prendere la targa semplicemente perché non c’era alcuna targa da prendere. Dopo un mese di indagini il caso fu chiuso come opera di un pirata della strada.

Il mio amore si nascose nel mio petto e per un po’ non ci furono più parole. Solo dolore.

Non nevica più adesso. Il mondo fuori è una cartolina natalizia pronta per essere spedita. Nell’aria si avverte l’impaziente attesa per le festività che stanno per arrivare.

Tra poco andrò a svegliare Lisa. Sono quasi le undici e mezza e ho voglia di uscire a prendere un caffè nel bar sotto i portici. Fanno delle ottime brioche al cioccolato, servite con della panna montata fresca coperta di granella di zucchero. Se fate un salto da queste parti, andateci: ne vale veramente la pena. A mia madre piacevano molto.

 

 

 

 

 

<< L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:       cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. >> (Italo Calvino).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3) GLI OCCHI DEL DIAVOLO.

 

Il grano, covoni, la grana vermiglia, la terra sottile, il pietrisco, i colli. La luce che entra nel grano è ocra, fa un solco nelle spighe, le seziona, le indora. I vigneti rischiarati dalla luce autunnale. Gli uliveti si estendono da Canosa fino alla foce dell’Ofanto.

Piazza San Sabino, lo struscio, donne con passeggini, vecchi bruciati dal sole sulla panchina o alla fontana, le mani a giumella.

La Chiesa di San Sabino, bianchissima, a croce latina, dove vengo battezzata da Don Claudio. Le diciotto colonne, le sei arcatelle non perfettamente perpendicolari, la muratura della cupola in tufelli con trentatré cerchi concentrici, il monogramma del vescovo Sabino e al centro una croce greca in pietra lavica, immersi in un forte odore di cera.

Il battesimo l’ha voluto nonna, papà è ateo e mamma non si è mai pronunciata.

Mi hanno messa al mondo e mia madre non si sveglia. Un mioma, dicono i medici, una forma pretumorale.

A otto mesi scalcio fortissimo durante uno spettacolo di Carmelo Bene tra le rovine di Canne della Battaglia, come lui appare alla Madonna io appaio a mia madre. Si rompono le acque e lo spettacolo non lo vede più.

Mi infilano una tutina verde e mamma dorme avviluppata nel lenzuolo. La sedano dopo il cesareo, mi poggiano al suo petto. Svegliandosi dice: Un grillo, un piccolo grillo che non sa respirare.

Non respiro bene, non so piangere e non vedo che ombre confuse in un cubo di bianchi. 

Zia Gloria fuma Multifilter, mi dà uno schiaffo sulla schiena e insieme allo schiaffo arriva l’afflato di nicotina. Così respiro.

Mio padre dal vetro mi sente strillare.

Mi mancava solo di essere padre!

Nonna in chiesa si asciuga le lacrime, accarezza le rughe che scavano il volto in sei solchi. Mia madre le sta accanto e non sopporta l’odore di stoffe consunte, si assicura che il suo cappotto di velluto non sfiori il maglione infeltrito della suocera.

Nella chiesa di San Sabino entra zia Lilith vestita di nero, un abito lucido con i teschi di paillette. Il parroco si arresta e tutti si voltano.

Zia Lilith è scarnita, le guance scavate, e ha una chioma di leone, ciocche ribelli avvolte nella cera. Porta anfibi alti fino alle ginocchia e in paese si vocifera della sua stramberia.

Dopo la cerimonia torniamo a Via Alghero, una piccola strada costeggiata da uliveti. Uno steccato e un muro di cinta franto la dividono dalla campagna. In strada nelle ore pomeridiane i bambini disegnano con gessetti la campana. Saltano sui numeri e strillano festosi. Un camion si ferma di fronte al cancello della quinta villa. Un uomo dai denti giallastri, i capelli brizzolati e tagliati in modo irregolare vende whisky. Una donna badiale con una neonata in braccio apre il cancello e dice: Ti scaldo la pasta?

Sono le quattro del pomeriggio. Mia madre mi tiene sulla pancia in un marsupio viola, rivolge alla donna uno sguardo di sufficienza. La donna a gran voce saluta e dice: La tua come si chiama?

Giuliana, dice mamma.

La mia Cristina, dice la donna.

Mio padre saluta circospetto e prende la sorella dalle braccia, la trascina come un cane verso la nostra villa.

Zia Lilith si libera. Va dal venditore e gli sventola in faccia ventimila lire. 

Un Jack, dice.

Afferra la bottiglia dal collo e nonna si fa il segno della croce.

È grande il giardino, sembra un bosco quando sono così piccola. La nostra è la seconda villa a partire dal muricciolo che divide il viale dai campi. Si sentono i grilli, il frinire delle cicale.

Nel giardino un tappeto di margherite fa brillare l’erba, due ulivi come grandi serpenti, l’ombra si allunga nell’atrio fino al vetro del portone e nel vetro il sole alto s’incide e ci taglia in porzioni sconnesse.

Zia Lilith entra in casa, apre il whisky e si attacca alla bottiglia. Mia madre stringe il marsupio, stringe fortissimo e di nuovo mi sembra di non respirare.

I quadri alle pareti raffigurano gli avi di mia madre.

Zia Lilith, mentre beve, la prende in giro. La marchesa!

Mamma apre le fibbie del marsupio e mi lascia in una rete variopinta: una prigione; guardo dalla graticola le sagome.

Mio padre supera l’arcata dell’ingresso, sceglie tra i vinili un preludio wagneriano. La musica sale lentamente, dilaga, è una promessa. Rivivo l’attimo in cui sono nata e la luce si staglia sulla mostruosità della mia gabbia.

Perché questo lutto?, dice mamma mentre la nonna mi strizza il naso. 

Vuoi bene alla nonna?

Non ha neanche un mese, come fa a volerti bene?, dice papà.

E tutti guardano zia Lilith che beve e beve e i teschi di paillette le brillano addosso. 

Sul volto di mia madre avanza un’ombra, le annerisce i capelli. Si dibatte nella lotta tra le cose che si pensano e quelle che si possono dire.

Zia Lilith chiude la porta del bagno. La nonna smette di strofinarmi il naso e sale i gradini con il rosario in mano.

Devi fare qualcosa, dice mamma.

E cambia vinile: “la follia” di Vivaldi.

Dov’è andata?, dice mamma.

Chi?, dice papà.

Sento i violini salire, colmare lo spazio della mia gabbia di gomma.

L’hanno vista in piazza, l’hanno vista.

Non è necessario che l’uomo sia peccatore ma che si senta peccatore, dice papà.

L’hanno vista i vecchi, dice mamma. L’hanno vista i preti, dice ancora. E l’hanno vista pure gli infermieri.

È completamente indifferente che una cosa sia vera o no, ma è importante solo che sia creduta, dice papà.

E l’hanno vista le donne, e l’hanno vista i bambini, e l’hanno vista i padri e l’hanno vista le madri. E noi non possiamo più nasconderci, dice mamma.

Sparisco nella rete di gomma e il respiro si ferma. La luce si rattrappisce in un coro di tenebra e la musica mi getta nel fondo di un pozzo.

Mamma se ne accorge. Mi viene incontro e il volto mi è diventato viola come viola sono i mostri della graticola di gomma.

Non respira, dice mamma. Di nuovo non respira.

Mi prende per il busto, mi solleva, mi stringe forte al petto ma ancora non respiro. Arriva mio padre e lo vedo solo di sbieco, una sagoma scura con la fronte grandissima e due strette feritoie da cui nasce una luce. 

È per il trambusto che la nonna scende di corsa i gradini. Ci raggiunge. È la terza sagoma oscura che mi balena di fronte. Gli sguardi ostili tra lei e mia madre restano sottintesi senza prendere corpo.

La nonna si fa il segno della croce. Padre mio, che sei nei cieli.

Piantala mamma, dice papà. È asma, mica possessione.

Mi rigira tre volte e premendomi fortissimo la pancia riporta a posto il gioco dell’aria. Così respiro e li vedo.  

Dov’è andata?, dice mamma.

A farsi una doccia, dice nonna.

Con me in braccio, mamma sale i venticinque gradini. Nell’ingresso del piano superiore un dipinto la ritrae nuda sopra un letto di piume. 

La porta del bagno non è chiusa, si vedono solo le mattonelle, odore di limone. Mia madre apre un poco di più la porta e non c’è nessuno. La bottiglia di whisky accanto al gabinetto, e l’ago scintillante di una siringa.

La sera alle otto, siamo intorno al tavolo bianco a fiori blu. Mamma mi sistema in un seggiolino azzurro. Nonna stringe la catena di un rosario e guarda nella minestra come in una sfera di cristallo. Vede le sciagure successive. Le ripete in mente.

Papà succhia lunghe cucchiaiate di brodo. Mamma lo inchioda con lo sguardo. Lui alza gli occhi e lei dice: Deve sparire. 

Sentiamo citofonare. Nonna si alza e si alza pure mamma.

Zia Lilith entra trasfigurata in una fuliggine di trucco. Lascia cadere a terra una sacca fatta a maglia. 

Mi servono centomila lire per tornare a Berlino, dice.

La tua bocca non corra, il tuo cuore non abbia fretta di sproloquiare davanti a Dio. Perché nel cielo è Dio e tu sulla terra, dice nonna.

Matta, dice zia Lilith alla nonna, sei una mistica matta. E noi discendiamo da una matta. 

E si avventa sulla nonna.

Mamma corre su per le scale. Papà divide la madre dalla figlia. Io mi sento invasa. Litigano e smetto di esistere. Di nuovo torno nel pozzo. Rimango al buio e piango.

Mamma torna con un borsellino viola. Fa gruzzoli di dieci volte diecimila lire e glieli butta addosso.

Lontana da mia figlia devi stare, dice.

Mio padre accende la televisione e si arrotola nella grande poltrona di pelle. La nonna ripete: Va’ dietro all’illusione dei tuoi occhi, e getta via il tormento dal tuo cuore, strappati dalla carne il dolore.

Piango e continuo a piangere finché non mi accorgo, nel pozzo, di stare in braccio a zia Lilith che in un lamento dice: Non conoscerai mai un essere peggiore, forse non ci vedremo più, forse mi dimenticherai, ma io ti voglio bene.

Mamma mi strappa dalle sue braccia, mi porta su, nella camera da letto con le pareti a fiori. Mi mette nella culla. Mi strizza il naso proprio come faceva nonna. 

Il giorno seguente non c’è più nonna, non c’è più zia Lilith. Dalla finestra della camera da letto spicca l’ulivo e nelle foglie vedo gli occhi dell’essere peggiore. Piantati su di me.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4) ABERRAZIONE.

 

Il dottor prete è un uomo piccolo e nero come un ragno. La prima volta che l’ho visto si riparava sotto la pensilina e osservava il battello venire dal mare. Riesco a guardarlo da incredibilmente vicino, il più nascosto particolare del corpo bianco sotto l’abito talare che gli cade addosso come un drappo da una stampella. So che ha un neo sotto la curva della narice destra, un altro sul petto all’altezza della terza costola. Peli morbidi sullo sterno, più scuri sotto l’ombelico. Una cicatrice sull’osso astragalo.

Nella sera tiepida il battello portò dodici suore nere e spezzate. Il dottor prete si mise in testa alla processione senza dire niente e le guidò all’ambulatorio in cima alla scarpata. La più vecchia arrancava a piedi nudi, la pelle le si impolverava dell’odore di umidità e funghi. Una, giovane, sciaguattava con i sandali bassi e piatti, i pugni sulle cosce per sollevare la gonna, per superare lui che avrebbe dovuto condurle, e un gruppetto di altre due o tre insieme a lei si facevano avanti e anche loro lo distanziavano, rapite dall’oscurità dell’isola in cui baluginava la luce opaca delle lanterne. Il dottor prete faticava a stargli dietro, le lasciò correre verso il sentiero di lampade solari appese ai rami bassi degli alberi, non più di quattro scolarette eccitate distaccate da un gruppo di vecchie. Da lontano vide le ombre delle suore novelle sfilare davanti alle grate delle finestre. Spiavano dentro. Neanche sapevano cos’avrebbero dovuto fare.

Lo stabulario ha la forma di un uncino rovesciato. Un corridoio illuminato da neon oblunghi a luce bianca introduce a una camera che è un alveare di gabbie strette come pollai. In ciascuna cella penzola uno pneumatico sospeso a una catena. Le scimmie hanno una coscia rasata marchiata da una lettera e un numero. Quasi tutte hanno il cervello danneggiato o hanno ingerito sostanze tossiche. Lo scopo degli interventi è valutare l’effetto dei danni cerebrali sull’organismo o rilevare il grado di tossicità dei pesticidi. L’aria è infetta. La maggior parte delle scimmie ha la pelle secca, piagata da chiazze senza pelo. Una suora ne vide una che si masticava un braccio e sfregava l’alopecia contro i ferri della gabbia grattandone via polvere di pelle inspessita. «Acari?» domandò. «Reazione ai farmaci.» rispose il dottor prete. 

C’è un solo maschio, isolato in una gabbia più grande. Ha masticato e inghiottito parte delle mangiatoie di plastica. Una sera il dottor prete lo aveva visto masturbarsi contro l’abbeveratoio di stagno. Gli si era sentito orribilmente simile. Una bestia immonda, una visione stomachevole. Nei giorni seguenti lo aveva guardato sventolare per aria la ciotola che gli aveva lasciato vuota, aveva osservato i grappoli di zecche sotto le ascelle che si scoprivano nell’ingenua richiesta di cibo, una pretesa ignara della premeditazione con cui il rancio gli era stato tolto. Lo aveva osservato come si assiste a uno spettacolo da circo. Ridendo. Mi è persino piaciuto il pungolo della vendetta che lo incattiviva e gli faceva vibrare un nervo sopra lo zigomo. Lo zigomo affilato e cattivo mi è parso freddo e bello. Asettico. Ma la prigione dello scimmione non ha che una feritoia e guardavamo tutti e due, il prete e io nel prete, attraverso quella. E quella, quando l’ho elaborata, ha ridotto la pantomima del prete e della scimmia a un’esibizione tutt’altro che asettica. L’esatto contrario. Patetica. 

La feritoia affaccia su un’altra stanza: la galleria. Nella galleria ci sono le scimmie morte conservate in campane di vetro. Marchingegni di ferri e viti serrati alle tempie, pinze che allargano le palpebre, labbra strappate dal fil di ferro per cucire le bocche, ciuffi di peli riappiccicati col mastice. Sezioni cerebrali sotto lastre di vetro impolverate, pezzettini di cerotti contrassegnati da una scrittura illeggibile. Per qualche ragione, c’è anche il tacco a spillo di una scarpa di donna conficcato in un ritaglio di pelliccia; un’installazione, si direbbe artistica, che immortala un tacco nell’atto di pestare una schiena irsuta e sporca, un marrone infangato o insanguinato sopra l’oliva chiaro del pelo. Mi resta il dubbio di averlo immaginato.

Dopo la galleria c’è la cappella. Da sopra all’altare il Cristo di cartapesta inchiodato alla croce di legno rivolge all’entrata occhi bianchi e rovesciati. È lui che io vedo distintamente così come ogni dettaglio sotto i vestiti del prete. Lo vidi già molti giorni prima dell’arrivo delle suore. E non su quell’altare, ma nella bottega del cartapestaio cui il prete l’aveva commissionato.

Le gambe del Cristo pendevano dalla croce appena discoste l’una dall’altra e i piedi inchiodati si accavallavano come la spira di un serpente. I genitali pallidi, sospesi sotto un arricciamento di carta scura. «Lo copra.» aveva detto il prete. Sapevo che fingeva di vedere un’oscenità. Sotto il duplice drappo di cotone (grigio e liscio dentro, nero e infeltrito fuori) un impulso elettrico gli aveva bruciato il diaframma e gli era defluito tra le gambe. Era passato così bene da lui a me, distinto come un messaggio in parole scandite attraverso il cavo del telefono. Si era sentito una bestia. Gli era piaciuto forse un po’ troppo. Non si era piaciuto per niente. Entrambe le cose tanto da perdere il senno. Aveva preso uno straccio di juta dallo schienale di una sedia e l’aveva allungato al cartapestaio. «Questa pezza andrà bene.» aveva detto. Con una spilla sulla sporgenza del bacino, il cartapestaio aveva appuntato il panno marrone intorno ai fianchi del Cristo. Gli occhi del prete inchiodati all’epidermide di carta tesa sulla curva dell’anca, nel punto in cui l’unico raggio di luna insisteva con tutta l’intenzione di illuminare il peccato. Se lo sarebbe scopato. L’avrebbe sbattuto e risbattuto alla croce. Vivo, morto o finto. Mentre usciva, con il mento posato sulle clavicole, credo abbia detto o pensato: «Va meglio. Non bene. Meglio, almeno...». Il cartapestaio non aveva sentito niente.

Le suore sfilarono a capo chino sotto la croce di legno duro. Quelle, dentro i loro flaccidi involucri, nelle forme sporgenti che insistevano per farsi vedere da sotto la tonaca, strangolate in vita dalla cintura in pelle, i fianchi strabordanti là sotto, senza grazia, nessuna traccia d’armonia, quelle non gli suscitavano che la più sporca eccitazione. No. La parola giusta è arrapamento, il più volgare arrapamento, lo sperone primordiale che smuoverebbe la bestia dentro qualsiasi uomo si trovasse davanti una fica rossa e impastata, una mammella budinosa, due chiappe cascanti, senza alcun bisogno di bellezza, senza necessità di adorazione. L’inanimato istinto della materia. Animalesca sopraffazione. Umano ego. Le odiò. Le guardò solo una volta, si mise davanti a tutte quante, infilate una dietro l’altra come candele spente, e non si girò più, ribollente di ribrezzo e biasimo e rigurgiti e del residuo della voglia di vero sesso che gli aveva innestato il Cristo. 

È quello stesso Dio che, in un giorno della Genesi, a un uomo ha dato una donna e gli ha poi innestato nel midollo, come un cardo infestante, l’aberrazione. Errato Dio. Dio generatore di aberrazioni. Frainteso Dio? No. Il dottor prete non si concede, né concede a Lui, alcuna possibilità di fraintendimento. Il dottor prete si considera un’aberrazione; ha fede persino in questo.

Interrato rispetto alla cappella, c’è uno stanzino diviso in due vani da un tramezzo impregnato di etere e incenso. In ciascun vano c’è una scimmia cui il dottor prete ha iniettato una neurotossina che provoca danni cerebrali irreversibili. 

Entrambe le scimmie accusano tremori e difficoltà di coordinazione.

La sera in cui il dottor prete introdusse le suore nello stanzino gli animali avevano assunto il composto mptp da una settimana. Cominciavano a mostrare tutt’e due gli stessi sintomi, ma t70 era leggermente più debilitata di g19. Per scommessa, il dottor prete aveva destinato t70 al vano dell’intercessione, mentre l’altra scimmia, quella che stava meglio, non avrebbe avuto preghiere.

Nel vano dell’intercessione c’erano tre panche per le dodici suore. Il dottor prete le fece sedere. Sulla parete opposta c’era la gabbia della scimmia che sarebbe stata miracolata, con lo pneumatico smembrato a morsi e l’abbeveratoio di latta. Il dottor prete disse alle suore di pregare per quell’animale, perché quell’animale inguaribile sarebbe guarito, mentre l’altro, dall’altra parte del tramezzo, sarebbe certamente morto. 

Sono passati ottantanove giorni dall’inizio delle preghiere per la scimmia t70. Entrambe le scimmie cui è stato iniettato il germe della malattia continuano a presentare la stessa sintomatologia. Il soggetto t70, per cui si è interceduto, non guarisce. Il soggetto g19, per cui non si è pregato, non è ancora morto, è anzi leggermente più presente a sé stesso rispetto all’altro.

Vedo il dottor prete da solo sotto il suo Cristo di cartapesta. Lo vedo compiere un gesto cui, nonostante l’abiezione, è diventato avvezzo. Raccoglie l’acquasantiera di marmo, si alza sulle punte delle scarpe rigide e versa l’acqua sulla spalla destra del Cristo. Una goccia si allunga come un elastico, scivola sulla clavicola e poi sul petto. Il dottor prete si allontana dal Cristo senza distogliere gli occhi dalla curva ambrata al centro del torace, dove si è fermata la goccia, raccolta e gonfia. Le anche di cartapesta squarciano il riverbero dei ceri. Il dottor prete fa un altro passo indietro. Nella mano destra, tra indice e medio, tiene sospesa la pezza che copriva il pene del Cristo. A ritroso, si lascia cadere sulla prima sedia che incontra. L’acquasanta raccolta sullo sterno del Cristo si è rotta come una bolla di sapone, ha tremolato sul rilievo appena visibile di un capezzolo ed è scivolata tra le ultime costole, sopra il fegato. Una parte si annida nell’incavo dell’ombelico, un’insenatura scavata col pollice. Le clavicole sono inspiegabilmente umide, disgraziatamente belle. Potrebbe indugiare lì per ore con la lingua, con i polpastrelli, con la nocca dell’ultimo dito, con il dorso della mano, con il mento, con la guancia, con la fronte, vuole restare lì per ore, tempo, molto più tempo indefinito con le labbra posate tra le clavicole che si alzano e si abbassano, il proprio fiato sopra il suo respiro. Il restante rivolo supera di corsa la carta arricciata dei peli del pube e gocciola dal sesso. Il prete lascia cadere la pezza sulla sedia accanto. Lo guardo di spalle, ma so di quella brina di sudore che gli inumidisce il collo sotto le orecchie, so del fremito della pelle sopra la trachea. Il veleno che lo inquina per non aver sentito l’altro corpo reagire. E il tic che gli tira il labbro superiore a sinistra e gli dilata le narici. Infila il pollice sotto la cintura, non regge più la pressione contro la patta. Con l’altra mano spinge indietro la fibbia, fa scivolare il bottone nell’asola dei pantaloni. La cerniera allentata si apre da sola appena infila la mano e con le dita gelide si sfiora la pelle. Pensa Dio siamo solo io e te e io ti amavo. Lo aprirebbe per guardarlo com’è dentro e allo stesso tempo lo vorrebbe di marmo. Stare davanti all’impeccabilità del marmo, inginocchiarsi a succhiare il levigato compimento del marmo. Lo ammazzerebbe, quel deficiente subnormale di cartapestaio, per non averglielo fatto di marmo. Vede il turibolo appeso sotto l’arcata, l’arcata di pietre e stucco scrostato sopra l’altare, l’altare davanti all’abside dischiuso come gli spicchi di un’arancia. Lo ammazzerebbe con un colpo di turibolo, il cartapestaio, gli spaccherebbe e sgranerebbe la testa come un’arancia. Ma già che c’è la cartapesta, tanto vale aprirlo, dilaniare la miseria della fibra e della colla e entrargli subito dentro, con tutt’e due le mani. Questa puttana d’un Cristo, che non scenderebbe mai da lì sopra a redimerlo di tutti i pensieri, di tutta la bestialità che non solo lo sconsacra, lo rende inumano; a redimerlo di tutto quel peccato non scenderebbe mai, se non lo schiodasse lui. Non scende. Perché è finto.

Sgancia la croce dai sostegni e, col Cristo capovolto e appoggiato contro l’abito talare, entra nel vano dell’intercessione, attraversa il tramezzo, guarda la scimmia, l’aberrazione che sarebbe dovuta morire ma non è mai morta; l’aberrazione che, così animalescamente simile a lui, con lo stesso cardo innestato nel midollo, scaglia l’estremo anatema contro il corpo stesso del Cristo; l’aberrazione che, nel vedere la sagoma nota profilarsi sulla porta, allunga meccanicamente un braccio per prendere le caramelle. 

Il dottor prete apre la gabbia, con una mano accarezza la testa della scimmia sull’alopecia che ha dietro l’orecchio, dove sa che le piace essere grattata. Con l’altra mano le cala la croce dritta in mezzo al cranio. L’osso si spacca con una fragilità inaspettata. Un braccio della croce attraversa la faccia della scimmia e si incastra sotto l’osso temporale. Il dottor prete tira, ma il divario tra consistenze molli e taglienti e la trasfigurazione del volto dell’animale lo inorridiscono al punto da farlo desistere. I piedi del Cristo, quando il prete abbandona la croce, che è un tutt’uno con la scimmia, sono diventati gialli.

Oltre il vano dell’intercessione c’è una porta imbullonata. So che il cadavere della scimmia è là dietro e che attraversando quella porta, scagliato nel buio come un involucro vuoto, ha raggiunto una consapevolezza che io non ho. Ma non ho neanche il coraggio di guardare fin lì.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5) LA DONNA DEI SOGNI.

 

 

 

Ancora alle sei di pomeriggio la sabbia è talmente calda che si fatica a pensare che nasconda dei corpi morti. Matteo è sempre qui accanto a me, con la sua camicia bianca aperta e svolazzante sul petto, i bermuda ricavati da vecchi jeans, due dita da predicatore sulle labbra e quell’insopportabile aria meditabonda. Vive una sua gara, tutta personale. Crede davvero d’essere la persona sentimentalmente più infelice dell’isola, mentre io sono sicuro che la minuscola Chiara, nonostante quelle sue spalle strettissime e la testa troppo grande, e ora anche la faccenda del cane, riuscirà a non uccidersi. Matteo invece crede che lo farà. Ma se non lo fa, noi un’infelicità sentimentale come quella di Chiara ce la possiamo solo sognare.

<< Perché cavolo ti sei fatto tagliare i capelli così corti. >>, gli domando, ho sempre questo vizio di partire da un dettaglio fisico, quando non mi va più di avere vicina una persona.

<< Non ti piacciono? >> Matteo si passa la mano sulla testa ispida e nera, << adesso che fa così caldo è comodo. >>.

<< Adesso che fa così caldo è comodo >> ripeto facendogli il verso in falsetto, << sembri uno operato al cervello. Con scarsi risultati. >>.

<< Pensi che il fatto che abbiamo seppellito anche il cane possa creare problemi? >>.

<< Questa sabbia è buona, è buona e brava, proprio come le mignottelle che ti passi. Perciò, accetterà anche il cane. >>.

<< Dovevamo dividere il cane dagli altri. Non accomunarlo agli uomini, porta male. >>.

La superstizione di Matteo ha un qualche fondamento: sulla nostra isola nessuno ha mai sopportato gli animali, voglio dire quelli domestici, meno che mai il cane di Chiara. Lei l’ha trovato morto accanto al suo letto; gli sarà preso un colpo nella notte, certo nessuno può averlo toccato perché Chiara, conoscendo l’ostilità degli isolani, lo teneva sempre chiuso nella propria camera da letto. Dopo vari ripensamenti durati non più di mezza giornata, alle cinque e mezza del pomeriggio l’abbiamo seppellito insieme a tutti gli altri. La prima volta che vedo un muso anziché un viso andare sottoterra.

<< La prossima volta questo lavoro lo fai tu. >>, dice Matteo risalendo le dune fin sulla strada. È stato lui a fare la fossa e ricoprirla, senza che io dicessi niente, ora è pentito?

<< Non ci sarà una prossima volta, o vuoi dire che Chiara si farà paracadutare un altro cane? >>.

<< Non so quello che voglio dire, ma sappi che questa volta me la paghi, se mi succede qualcosa. >>.

 

 

 

Quella stessa sera, vedo Chiara nel cimitero, che sta costruendo qualcosa con la sabbia, qualcosa che persino per la mia psiche depressa ha l’aria sinistra. Una specie di alta e storta colonna con vari rigonfiamenti a diverse altezze, perciò bevo un sorso dalla lattina di Coca-Cola (ne bevo troppa, ne bevo troppa dice il mio Super-Io, devo smettere) e scendo giù a incontrarla, tanto più che per Chiara io ho sempre avuto un debole. Ma un debole represso: è così brutta.

<< Che fai? >>.

<< Erigo un memoriale. >>.

<< Un che? >>.

<< Un memoriale, un monumento funebre. >>.

<< Bello, ma a che serve? Yalta ormai è morto. >>.

<< Appunto, se non fosse morto certo non lo farei. >>.

Non c’è proprio niente da fare, Chiara sarà la donna sentimentalmente più infelice dell’isola (se non si ammazza), ma io il più stupido (finché vivo).

<< Un sorso di Coca? >>.

<< Tienimela per quando ho finito il lavoro, grazie. >>. (Vedi, lei non sbaglia una mossa, mi soffia all’orecchio il Super-Io: è la donna dei sogni, sarà brutta ma anche tu ti sei mai guardato allo specchio?)

Resto lì a guardare Chiara, ormai quasi completamente nascosta dal buio, si dà da fare come un’ossessa con rapidi e incomprensibili ritocchi attorno alla sua colonna. Quello che proprio non capisco sono i rigonfiamenti.

<< A che servono queste specie di… sacche? >>.

<< A che servono? A incamerare i suoi pensieri. >>.

<< Oh Chiara, sei cambiata… >> vorrei dirle, e sto quasi per dirglielo ma mi mordo la lingua.

<< Incamerare i suoi pensieri, intercettarli, come un’antenna. >>, aggiunge Chiara distanziandosi un po’ dalla sua opera per guardarla nell’insieme, << in questa cazzo di isola quando li metteranno i ripetitori per i cellulari? Possibile che dobbiamo restare tagliati fuori dal resto del mondo? >>.

<< Non hai nemmeno la televisione a casa, non vorresti un cellulare, Chiara. >>.

Mentre lei è china a raccogliere altra sabbia, da solo mi faccio il gesto del dito sulla tempia, e forse ha ragione Matteo, prima o poi se la toglierà la vita.

<< Ti metto la Coca qui, va bene? Io me ne torno su, ci sto tutto il giorno in questo posto e di sera sento proprio il bisogno di… >>.

<< Di che? >>.

<< Di viaggiare. >>. Viaggiare? Ma che sto dicendo?

<< Vai pure. >>, risponde Chiara, con un tono che potrebbe anche essere quello di un va’ all’Inferno, << viaggia allora. >>.

E va bene, maledetta stronza.

<< Ti lascio due gocce di Coca. >>, le dico, e comunque quest’affare, il memoriale, domani all’alba Matteo e io te l’avremo buttato giù.

 

 

 

Mi sveglio presto, alle cinque e c’è il vento che fa sbattere la tenda della mia camera da letto. Davanti allo specchio, dopo essermi rasato, mi sembra di vedere un ragazzino, mi domando come faccia la gente a prendermi sul serio, mi giro a pisciare impeccabilmente tutto sulla tavola del cesso, la pulisco con un metro di carta igienica. Ai funerali ci sono le madri che arrivano con tutti gli altri parenti vestiti a lutto, quelli più giovani non portano mai la cravatta e si mettono a parlare con me, mi fanno domande sul camposanto nella spiaggia. Questi nuovi hippy che vengono a morire qui, ci vengono da ogni angolo del mondo. Torno a guardarmi allo specchio e mi prende un colpo: quando mai potrò dirmi adulto con questa faccia dalla crescita sospesa, non lo so. Sembro un fantasma.

 

 

 

Cristo, Matteo s’è addormentato un’altra volta in piazza, sotto la tettoia del bar. È la quarta volta dall’inizio del mese. Allineate attorno ai piedi scalzi (i sandali glieli fregano sempre) ha un paio di lattine di birra e una dozzina di bicchieri vuoti con sgargianti tracce di cocktail sul fondo. I cocktail glieli regalano, quando Matteo comincia con i pettegolezzi e gli insulti lo fanno bere sempre di più, cocktail sempre più forti, a nessuno importa niente se le cose che racconta siano vere o false, Matteo racconta da far morire dal ridere e tanto basta. A mezzanotte qui la noia morde come Klaus Kinski in Nosferatu.

Comunque lo tiro un po’ su per i capelli.

<< Matteo, c’è una cosa che dobbiamo fare. >>.

Mi guarda con occhi acquosi.

<< So un paio di cose su quella grandissima puttana di mia… pardon, tua madre. >>, blatera lui.

<< Sai che novità. Dài, c’è un lavoro che dobbiamo sbrigare, giù al camposanto. >>.

<< Giù al camposanto dici? Un lavoro? Sai che novità. >>. Però si alza in piedi come avesse sentito la parola magica. << Cristo, >> si lamenta, << mi sento come se mi avessero evirato, e poi detto che ho un cancro incurabile, e poi detto che invece no, sto bene, ma comunque ormai mi hanno evirato. >>.

<< C’è Chiara che ieri sera, mentre tu eri qui a fare il tuo show, ha eretto un memoriale sulla spiaggia del cimitero. >>.

<< Un che? >>.

<< Un memoriale, un monumento funebre per Yalta, il suo cane. >>.

<< Dio mio, lo sai che sei pallido? >>.

<< Bisogna buttarglielo giù. >>.

<< E certo che bisogna buttarglielo giù. Però perché bisogna buttarglielo giù? >> e cade sulle ginocchia, strillando dal dolore. << Oh mio Dio, oh mio Dio, non ce la faccio a stare in piedi! >>.

<< Vado io da solo. >>.

Matteo striscia un po’ sulle ginocchia in un goffo tentativo di seguirmi, poi mi tira per la maglietta.

<< Porta anche me. >>, dice.

<< Alzati in piedi, puttana Eva! >>.

Scuote la testa, non ce la fa. Me ne vado giù al camposanto, e dietro di me sento un tonfo sordo, di chi cade con la tempia sullo scalino (in travertino) antistante la soglia del bar.

 

 

 

Chiara è di nuovo lì, in maglione nero e mutande del costume. Apparentemente sta cesellando il viso di Yalta.

<< Buongiorno! >> mi dice tutta di buon umore, quando ancora sto scendendo giù dalla strada verso di lei.

<< Sei proprio brava lo sai? >>.

<< Claro che sono brava. Ieri notte ho pianto tutte le mie lacrime. Non so se ce la farò a sopravvivere al dolore. >>, dice seria.

<< Sì sei proprio brava. >>, dico guardando il viso del cane di sabbia, << e quando avrai finito con questa cosa, anche il dolore sparirà. >>.

<< Come hai detto? Hai detto questa cosa? >>.

<< Non so come chiamarla. >>.

<< Non chiamarla. O almeno non chiamarla questa cosa. >>, mi guarda con occhi in fiamme.

<< Come vuoi tu! Ma… Chiara, mi sembri cambiata. >>.

<< Sono un’artista. Sono disperata e passo da un umore all’altro al modo degli artisti. >>.

Mi faccio indietro di qualche passo per lasciarla passare: si mette di profilo al memoriale per scolpire le orecchie di Yalta, il suo cane che se n’è andato. Quando le orecchie sono finite si scosta con le mani insabbiate a mezz’aria, mi guarda, annuisco ripetutamente, << sei un genio, Chiara. >>.

 << Solo c’è una piccola imperfezione. >>, risponde lei.

<< Davvero? >>.

<< Sì, è che io vorrei avesse un’aria vendicativa. Come se fosse un ammonimento, perché la gente sappia che odioso e stupido delitto è maltrattare e uccidere un animale. E invece, guardalo, l’ho fatto così mansueto… sembra dire: oh sì, dovevo morire, me lo meritavo, non mi avete fatto niente di male. Anzi, qui da morti, si sta meglio, almeno non c’è Chiara a rompere. >>.

<< Ma di che delitto parli? Yalta è morto nel sonno, lo tenevi chiuso in stanza, l’hai detto tu. Nessuno può essere entrato per ucciderlo. >>.

<< Ha un’aria troppo mite, ecco… ora sono un po’ delusa di questa cosa. >>.

<< L’hai chiamata questa cosa! >>.

<< Sì! >>.

<< A me sembra minaccioso, o comunque sinistro. >>.

Chiara fa un gesto infastidito con la mano.

<< Cazzate. E comunque non voglio sapere quello che pensi, non influenzare l’artista. >>.

Tiro un gran sospiro, ora viene la parte peggiore, mi dispiace davvero.

<< Chiara, non puoi tenere quest’affare qui. Già a molti non è andato giù che abbiamo seppellito un animale vicino ai loro padri, o madri, o fratelli, o sorelle, o nipoti per parte di madre, o di padre. >>, non ho il dono della sintesi.

Lo sguardo che mi rivolge Chiara non è di odio. È di scandalo.

<< Cosa? Ripeti? >>.

Le guardo le mani sporche di sabbia, improvvisamente mi sento davvero, nel profondo, un verme. Perciò penso che non ci sia altra strada che affrettarsi a buttare giù quel coso, o memoriale, come lo chiama. Sferro un calcio, poi un pugno, e al secondo calcio tutta quella ridicola colonna crolla, e come ultima traccia sul mucchio di sabbia rimane solo un triangolino, con un frammento di viso del cane.

Chiara assiste alla demolizione senza muovere un dito, gelata sul posto. A operazione finita, gira attorno a quel soffice mucchio di macerie come fosse un fotografo cui è caduto un soggetto interessante tra i piedi.

<< Ecco, ecco a cosa servi tu, finalmente ho capito. >>, dice nervosamente, prima di andarsene, e comunque senza guardarmi in faccia.

 

 

 

Mi viene l’idea di andare a trovare Chiara, che non si fa più vedere in giro da quell’episodio dell’abbattimento del memoriale. La sua casa è una delle più in altura dell’isola, arrivarci è una vera sudata a fine luglio. Comunque mi metto in testa un cappello di paglia ridicolo e ci arrivo.

Busso alla finestra della cucina. Nessuna risposta.

<< Chiara! Chiara, devo parlarti, devo spiegarti… >>.

La porta della cucina si apre, entro, Chiara è seduta al tavolo con una tazza di caffè in mano.

<< Ne vuoi? >> sussurra. Ho sentito benissimo, ma quest’atmosfera tragica non mi va, perciò faccio una smorfia indicandomi l’orecchio.

<< Sì, ne vuoi. >>, dice lei. Si alza e riempie una tazza di caffè per me. Me la porge.

<< Ce l’hai con me? >> domando, stringendo imbarazzato la tazza dipinta da Chiara stessa. Ho paura che si spezzi e mi tagli, una volta m’è accaduto.

<< Sto bene senza il mio cane. >>, risponde.

<< Non è questo, è che tu intendevi farne… come hai detto? Un memoriale, un ammonimento per la gente. >>.

<< Di che gente parli? >> Chiara si torce le mani. È smagrita, la testa sembra un peso intollerabile per il collo sottile.

<< E di che gente vuoi che parli? Gli isolani. >>.

<< Non sono mai andata d’accordo con gli isolani. >>.

Mi siedo con lei e bevo un po’ di caffè.

<< Sai, l’altra sera Matteo ha fatto uno dei suoi cinema. >>, le racconto come se l’aneddoto non mi sfiorasse, << E ci ha messo dentro anche la storia del tuo cane. Si era verso la fine, se ne stavano andando un po’ tutti, ha fatto il nome di chi l’avrebbe ammazzato. Non so se ti è giunta voce. >>.

<< Mi è giunta voce che ha detto che sei stato tu. >>.

Finisco il caffè e Chiara me ne versa ancora un po’ finché la caffettiera non è vuota.

<< Tu gli credi? >>.

Chiara non risponde.

<< Matteo lo fanno ubriacare, poi lo prendono a calci in testa... Qualche giorno fa abbiamo litigato, quindi s’è inventato questa balla su di me. E poi, tu eri chiusa dentro casa con lui, con Yalta voglio dire, nessuno può averlo ammazzato. >>.

<< Vedi. >>, dice Chiara, << ho capito perché sei venuto da me. Vuoi che io vada giù in piazza, a smentire pubblicamente quello che Matteo ha detto l’altra sera contro di te. Ma non lo farò. Non è in mio potere. Mi piace che questa cosa se ne vada in giro come il vento, di casa in casa. >>.

<< E perché ci dovrei rimettere io? >>.

Chiara fa una risatina.

<< Non è colpa mia. >>, dice.

<< Quando il tuo cane è morto, infiniti mugugni per la sua sepoltura insieme ai cristiani, poi altre infinite lamentele per quell’oscenità, quel memoriale che stavi facendo nel bel mezzo del camposanto, e poi quando lo butto giù tutti a dirmi ma perché, in fondo, potevi lasciargliela quella consolazione, ma tu sei una donna così scema da avere bisogno di consolazione? E adesso anche questa storia di Matteo, tutti a dargli retta, io trasformato nell’assassino di Yalta. Non ci sto capendo più niente, ora trattano me come un cane! >>.

<< Non è colpa mia, dovevo pur fare qualcosa. >>.

<< Ma di che stai parlando. >>.

<< Non solo non hai mai letto un libro in vita tua, assassino, ma non hai mai letto un libro giallo di serie zeta. Yalta era solo, chiuso a chiave nella stanza con me. Era sanissimo. Chi può averlo ucciso secondo te? >>.

<< Sei stata tu? >>.

Chiara sorride, << sono stata io. >>.

<< Perché? >>.

<< È stato, scusa mi scappa da ridere, è stato un delitto passionale. Morto Yalta, ti ho definitivamente impietosito, becchino mio. Povera Chiara, ora è rimasta veramente sola. Ti sei avvicinato a me solo dopo che l’ho ammazzato. Matteo ha fatto di testa sua incolpandoti, io non c’entro niente. E la pagliacciata del memoriale, come l’hai amato quell’affare, come hai assaporato il momento in cui ti sei sentito in dovere di distruggerlo davanti ai miei occhi, per accontentare chissà chi, poi. Che splendido gesto d’amore, metterti tra me e un cumulo di sabbia; in quell’istante ti dico che ho veramente sentito il mio cuore battere, tu invece chissà cosa pensavi, che fossi mortificata, annientata. Assassino di sabbia, ecco cosa sei. E alla fine sei fluttuato quassù da me, la brutta testona, o come dicevi a Matteo, la donna sentimentalmente più infelice dell’isola. >>.

Mi alzo in piedi, e subito comincia a girarmi la testa. Sento d’aver perso la bussola: mi rimetto il ridicolo cappello di paglia. Sono solo e sempre l’uomo più stupido dell’isola.

<< Vattene pure, so perfettamente che tornerai, ti verrà voglia di consolarmi >> dice Chiara ridendo, << Yalta è morto, l’ho fatto fuori, e tu, tu ti sei degnato di salire fin quassù con questo caldo per parlarmi. Ah! Posso morire contenta! >>.

Quella stessa notte una donna che aveva come unico compagno un animale, una donna da tutti candidata a essere la più sentimentalmente infelice dell’isola, è morta. La seppelliamo vicino al suo cane, suppongo. Matteo e io stiamo sempre a litigare e non siamo più sicuri di dove ficchiamo la gente.

 

 

 

 

 

 

 


 

 

6) BUONO COME UN CANE.

 

Putu guardava il mare scintillare dal patio della sua casa a picco sul mare su una delle scogliere di Bali. Era l’eremo privato della sua famiglia, su cui sorgeva una villa di lusso in cui passava le lunghe giornate, dopo la scuola elementare, in cui frequentava la terza classe.

La sagoma esile e l’incarnato chiaro gli conferiva una grazia altera procurandogli il disprezzo dei compagni, soprattutto di quelli negri, profondamente invidiosi della bellezza bianca, che è la vera bellezza. Nonostante ciò si disbrigava bene nel nuoto, divertendosi con gli amichetti che lo raggiungevano talvolta in quella dimora solitaria, dopo i compiti. Solo il viso un po’ gonfio e ‘l’occhio fiacco’ tradivano la cura cortisonica, che doveva assumere per tutta la vita per un trapianto di reni subìto l’anno scorso e per prepararsi al trapianto di fegato per cui era inserito in una lista d’attesa internazionale.

Dalla corporatura media e dal normotipo caucasico, aveva una sindrome genetica che non gli procurava alcun fastidio, per come era trattata.

Il padre lo seguiva assiduamente con competenza professionale.

“Babbo, devo andare alle selezioni di nuoto della scuola. Lunedì prossimo! Ci saranno anche i miei amici di classe”.

“Sei il mio campione, Putu, ma dobbiamo rimandare ai campionati che si faranno a Giakarta. La nostra città è troppo pericolosa, per colpa delle bande nigeriane che ci stanno invadendo”.

“Ma, babbo, andrò a scuola, mica in giro per la strada. Non ci stanno bande, lì”!

“Ti ho sempre detto, e l’hai visto tu stesso al telegiornale, che stanno rapendo dei bambini. È molto pericoloso uscire di casa, in questo periodo”.

Il padre vide il ‘muso lungo’ del piccolo e aggiunse: “Quando avranno preso i rapitori, potrai uscire di nuovo”.

Il bambino non accettò questa spiegazione generica e soprattutto così limitante per le sue esigenze di socializzazione e rivolse una riprovazione all’indirizzo dei rapitori: “E’ gente molto cattiva quella che ruba i bambini. È vero”?

Uscendo di casa il padre gli rispose distrattamente: “Si, sono cattivi. Quasi tutti”.

Tramite l’ospedale in cui lavorava era riuscito a far attribuire al figlio il codice d’urgenza associato al DNA, che gli spettava di diritto. Lo aveva fatto registrare nella banca dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Era un codice univoco al mondo che avrebbe assicurato il rispetto della graduatoria d’attesa. Sapeva bene che la gestione degli organi era un ‘campo di battaglia’ e che, per i bambini, si entrava addirittura in una specie di giungla in cui l’arrembaggio agli organi disponibili era una pratica ritenuta ligia alle regole.

La semplicità infantile del ragazzino lo vestiva di naturalità, facendogli trascorrere una vita quasi normale di bambino, a parte la trasfusione settimanale di cellule staminali, che si faceva iniettare mentre giocava ai videogame.

Il sanitario non voleva che si sapesse della malattia del figlio, per assicurargli l’esistenza più normale possibile.

Era sempre solo, pur circondato dalla servitù, nascosta dalla riservatezza di un servizio discreto ed iper-efficiente. L’altra parte del nucleo familiare, rappresentato da un solo genitore, era sempre impegnata in ospedale, a Denpasar, dove svolgeva un lavoro molto importante e molto ben pagato.

Putu diceva a scuola che suo padre era il ‘capitano del Policlinico’, riducendo la descrizione ed esagerando la mansione vera di ‘capo-reparto dei tecnici di radiologia’ del complesso ospedaliero cittadino.

Sotto il balcone del salone dei ricevimenti guardava ‘zampillare’ i riflessi del sole sulla tavola marina che si scioglieva sotto gli scintillii colorati. A mezzogiorno questi pigmentavano di riflessi fluttuanti quelle acque vitree, sotto la superficie, piatta come in una vasca da bagno.

Era una calda giornata estiva, immersa languidamente in un dicembre indonesiano immobile.

L’indomani, 22/12/2018, niente di tutto ciò che il piccolo stava guardando sarebbe rimasto al suo posto, compreso il mare.

Era un’esistenza patinata e agiata, la sua, ma anche noiosa. Monotona come la superficie dello specchio liquido in cui guardava stagliata la sua ombra. L’arcipelago era il suo amico più fidato: sempre presente e accogliente. A lui sembrava che il golfo gli sorridesse quando i monsoni non svuotavano le nuvole nere rigonfie che rovesciavano valanghe d’acqua su ogni angolo della terra, alla portata del suo sguardo confinato tra gli scogli.

In quella latitudine ogni bufera lasciava il segno.

 

In quel periodo, il Commissario Santoso, comandante della Centrale di Polizia di Denpasar, di stanza a quasi trenta chilometri dalla casa di Putu, a Bali, stava richiedendo lo ‘straordinario’ agli accalappia-cani impiegati sotto la sua giurisdizione, ricattandoli con lo spauracchio del licenziamento.

Ogni servizio di pubblica sicurezza ha le sue emergenze da sbrigare.

Il funzionario era un tipo sovrappeso, ma dall’agilità insospettabile. La voce roca, gli occhi di diverso colore, infuocati da un etilismo manifesto e i baffi gli conferivano un’autorità temuta, riconosciuta anche in virtù di un ventre gonfissimo, dilatato dall’uso smoderato del vino di Arak che tutti bevevano, ma non in quelle proporzioni.

Necessitava e pretendeva uno spazio molto ampio quando si muoveva tra i banchi del Commissariato con la singolare postura ‘implosa’ al centro della sua figura a causa del valgismo accentuato delle ginocchia. L’insieme anatomico sceneggiava un ondeggiamento ridicolo e acciaccoso nella sua grottesca deambulazione. Nonostante ciò, ‘rotolava’ velocemente da una parte all’altra dell’ufficio polveroso e ingombro di arredi inutili e pacchi ammonticchiati sul pavimento di maiolica.

Sotto-banco periodicamente ordinava di razziare i vicoli malfamati della provincia per ripulirli dei “ragazzi di strada” privi di una famiglia che potesse lamentarne la scomparsa.

Ci scherzava sulla funzione di Commissario che “Commissionava il lavoro sporco”.

Un giorno di dicembre, alla fine del ‘servizio’, la pattuglia si presentò a rapporto.

“Appuntato scarica la merce direttamente in ospedale e bada di consegnarla direttamente al ‘dottore’. Sa lui cosa deve farne”.

Il sottoposto orientò i portelloni del grosso furgone verso l’ingresso posteriore dell’ospedale, posto proprio di fronte all’uscita di sicurezza della caserma, nella stradina privata, per sfilare dal cassone la cordata di ragazzini incatenati, lacero-contusi per le schermaglie con le bande avversarie di altri quartieri della città e per l’avvenuta cattura molto contrastata. Spesso la missione diventava violenta.

Quei ragazzi catturati erano vestiti di stracci e il loro particolare più riconoscibile erano le gambe ossute, tutte graffiate.

Con uno strattone, accompagnato da un grido bestiale d’incoraggiamento, quel Caronte fece rovinare al suolo il primo della cordata, il quale trascinò giù, di peso, quelli a cui era legato, come reazione a catena.

Il suo capo li chiamava i “cani di strada”. Li faceva ricoverare tutti in ospedale con l’ordine di un trattamento sanitario obbligatorio, facendoli transitare dal Pronto Soccorso. L’addetto al ricovero, sotto la sovrintendenza del Dottore, riscontrava le escoriazioni, compilava un’apposita cartella clinica in cui descriveva varie ferite da taglio e consegnava i pazienti alla filiera sanitaria, che avrebbe seguito l’iter consueto per quell’ospedale.

Quel giorno ci fu un piccolo disguido, di quelli che possono capitare, in percentuale media del dieci su cento.

“Capo, questo di sotto si è lasciato stringere il collo dalla catena. Guarda come strabuzza gli occhi?”

“Non lo vedi che si è strangolato con tutto il peso di quelli di sopra?” lo rimbrottò il superiore. “Sfila il cadavere e smaltiscilo nei cartoni ‘speciali’. Non lo fare entrare con gli altri, se no sporchiamo carte inutili. Cerca di non perdere altra merce, se non vuoi rogne”.

Non era l’unico elemento a cui era stata strozzata la voce. Occhi infantili, terrorizzati e spietati li interrogavano.

 

Qualche anno prima, in un’altra località di Bali, la vita del centro storico ferveva quasi come al solito. Le strade brulicavano di persone tutte indaffarate a trasportare oggetti. Ma in una di quelle qualcosa stava andando storto:

“Non si resiste più al fetore che proviene da quella casa” disse la titolare del panificio, a cinquanta metri dalla casa di Kadek, il ‘tipo strano’ del quartiere. Si rivolgeva con veemenza allarmata al poliziotto municipale, richiamato dalla solita postazione, al semaforo che vigilava stancamente.

“Signora che ci posso fare, sarà andato a male un arrosto di carne oppure gli è morto il gatto. È una casa privata e non posso entrare se non mi autorizza il giudice” le rispose la guardia, offrendo di compensare con la prudenza la sua scarsa solerzia.

La frase sortì l’effetto opposto facendo insorgere, ancor di più, anche gli altri vicini invece di attenuare l’insurrezione popolare che stava prendendo piede in quel vicolo, alquanto raccolto nel borgo popolare, ma non tra i più malfamati della zona.

La mala parata convinse il gendarme a farsi coraggio. Con fare istituzionale e gesti plateali suonò due volte il campanello. Attese oltre misura la risposta, che non arrivò. Sentì la forza di persuasione della folla che lo avvolgeva. Sospinto dalle persone che gli si assiepavano sempre più vicino al collo, scavalcò il cancelletto, prima per sottrarsi a quella morsa e poi per dissipare il dubbio che qualcosa di fatiscente fosse accaduto in quell’unità immobiliare indipendente per tutto, meno che per la condivisione di effluvi sospetti.

Il suo proprietario, dinoccolato e segaligno, era stato in cura parecchi anni per delle fobie varie: la preferita era quella di conservare tutti i giornali che riportavano notizie di lucertole! Il problema sorse quando cominciò a nascondere, tra i giornali che stoccava nel sottoscala di casa sua, delle lucertole morte di tutte le dimensioni, scelte tra le specie che pullulano in Indonesia.

Il ragazzo non era normale. Era risaputo che fosse autistico, ma negli ultimi anni le sue manie si erano intensificate di portata. Era partito dai lepidotteri, conservati in alcool, per proseguire accanendosi in un’insana passione entomologica che si tramutò in necrofilia verso anfibi più pesanti e puzzolenti. Accrescendo le dimensioni dei reperti, gli erano mancati dei contenitori abbastanza capienti e la dose di formalina necessaria per conservarli, ma non si era scoraggiato e aveva continuato a ‘collezionare’ fotografie e carcasse fino a rasentare il disastro ecologico di casa sua e quello olfattivo del vicolo in cui abitava, già minacciato dagli odori emanati dagli street food, che friggevano proprio di tutto e a tutte le ore.

Si aprì il cancello e ne uscì il poliziotto, turbato da quella ‘casa degli orrori’, che manteneva una pala per sorreggere il cadavere di un cucciolo di Drago di Komodo, relativamente recente, ma già decomposto.

Tra lo sconcerto e un crescente sentimento di rivalsa, insieme al cancello si aprì velocemente anche il capannello di persone per repulsione verso quel cadavere ripugnante e, di conseguenza, verso il suo becchino improvvisato. Il poveretto annaspava tra i due margini della carreggiata sotto il peso della massa sollevata e quello della figuraccia sostenuta.

A seguire, varcò quell’uscio un tipo poco ortodosso, vestito sommariamente, poco più che adolescente e acconciato eccentricamente con capelli arruffati e un abbigliamento trasandato, incredulo che gli stessero portando via una parte della sua collezione.

 

I dieci anni di internato nell’ospedale psichiatrico, lo convinsero a trascurare gli animali, soprattutto quelli morti, da quel momento in poi.

Però, un certo turbamento gli rimase, che lui riusciva a confondere in un vago anticonformismo alternato con atteggiamenti originali: un’ossessione inusitata per la fotografia, che esprimeva riprendendo con il cellulare tutto quello che gli passava davanti, compresi i documenti importanti che era preposto a timbrare per lavoro.

Sì, perché al termine del percorso di recupero psichico coatto, gli fu concessa un’occupazione pubblica in prova all’ufficio protocollo dell’ospedale di Denpasar, senza mansioni di concetto.

Dopo i primi giorni di affiancamento si capì che quel tale non si sarebbe fatto sfuggire una sola pratica, come se fosse una macchina ben oliata e fu lasciato, quasi da solo, a disbrigare quella routine alquanto monotona e ampiamente disdegnata dal resto del personale, che consisteva nel protocollare i documenti in ingresso.

“Collaboratrice, per favore vada a controllare quello che sta facendo il ‘tipo strano’ al Protocollo. Non vorrei che faccia qualche casino”.

“Direttore, quello è più preciso di me e di lei. Finché non si sente puzza di cadaveri può stare tranquillo”, rispose saccente l’infermiera. Poi aggiunse: “Vado a dare un’occhiata, per scrupolo”.

“Kadek! Che stai facendo”?

“Mi hanno detto di distruggere questi documenti vecchi. Li sto fotografando per prudenza, dovessero servire. Puoi mai sapere?”

Quella domanda retorica racchiudeva tutta la sua psicologia conservativa.

Il suo cruccio era che riteneva tutti quegli incartamenti degni di archiviazione e nel suo cellulare, questa volta, ci finirono proprio tutte le immagini dei certificati che transitavano sotto i suoi timbri.

Chi lo vedeva armeggiare confusamente tra le scartoffie e smanettare con lo smartphone tollerava pietosamente quella innocua diversità, compatendolo perché si limitava a passare le ore con il naso sul monitor del telefono senza infastidire alcuno e senza chiedere niente per sé.

 

Mentre lì si timbrava e si fotografava, al Commissariato di Sumatra il giovane ispettore Wati ebbe la promozione a Commissario scelto e, con le trenta rupie di aumento, maturò il credito mensile corrispondente a un bicchiere di Jamu, una tisana di succo di erbe che amava trangugiare quotidianamente e non solamente a cadenza mensile.

Quello scatto di carriera, però, lo fece transitare nella sezione “Crimini internazionali” del Bureau d’Indonesia, con sede a Giakarta: una specie di FBI indonesiana. Il prestigio riscosso gli fece dimenticare l’amarezza sull’aumento di stipendio irrisorio.

Lì si interessò del traffico d’organi e delle stragi di bambini, avvertita come dilagante dall’Intelligence della capitale, nella quale lo trasferirono. Lo informarono, per bene, di tutto quello che si sapeva sulla malavita organizzata, che nessuno avrebbe potuto immaginare passeggiando per le strade delle città, frequentate da gente sempre sorridente, dal culto per l’anima conservata in ogni oggetto: una forma di religione rispettosa delle cose, ancor più venerate degli esseri umani.

Frequentava l’alta scuola di Polizia, come primo obbligo derivante dalle nuove mansioni.

Studiava assiduamente e con passione i casi proposti e mai risolti, riportati della letteratura tematica, come aveva fatto per ogni disciplina che aveva seguito quando frequentava l’Accademia di Criminologia.

“Ci sono posti dove mangiano le persone”! gridò allarmato il sergente istruttore che stava replicando al muto scetticismo mostrato dalla platea in cui sedeva anche Wati, incalzandola con la frase:

“Come voi preferite mangiare gli animali giovani, anche a loro piace la carne tenera! Fate attenzione a quelli che avvicinano i ragazzini in qualsiasi modo”.

Al neo commissario rimase molto impressa quella deviazione, appena appresa, dalla risaputa tradizione di consumare carne di cane. La popolazione attingeva da quell’enorme bacino di ‘cibo randagio’, disponibile a buon mercato e necessario a sostentare una popolazione di duecentosettantatre milioni di persone, in crescita. Era una pratica alimentare comprensibile per non morire di fame. Almeno, finché si trattava di cani. Che si praticasse il cannibalismo e soprattutto la caccia ai bambini non riusciva proprio a conservarlo nel cervello. Tantomeno ad accettarlo.

Quello sviamento dal folklore lo impressionò. Tentò di convincersi: c’erano delle zone isolate in cui si praticava la ‘caccia all’uomo’.

Le autorità stavano cercando i luoghi dove si annidavano quelle sacche d’inciviltà che facevano vergognare le delegazioni ministeriali del suo paese quando erano in visita ufficiale alle Nazioni Unite. Quella notizia si era sparsa oltre confine!

Decise di occuparsi del problema ancor prima di ricevere l’incarico ufficiale dal direttore perché, o si provano certi sentimenti o non ci si può dedicare a delitti talmente brutali senza rischiare di demoralizzarsi in uno scoramento abulico.

Un informatore accreditato gli detta una ‘dritta’ per contattare un giornalista che barattava informazioni con il Bureau. Era una soffiata preziosa, ma era troppo tardi per intervenire e dovette assistere impotente alla trasmissione differita in TV del servizio giornalistico, senza poter accedere

alle fonti. Non conveniva a nessuno rivelare la provenienza delle notizie più scottanti per non alterare l’equilibrio del dare-avere tra organi dello Stato.

 

Marf fece sobbalzare il suo collega accalappia-cani subalterno, seduto al posto di guida dell’auto di servizio: “Quei due in fondo alla strada!” gli indicò additando un vialetto senza uscita, culminato da un muro alto di un palazzo, dove aveva scorto le due vittime designate.

L’accalappiacani capo Marf aveva quasi cinquant’anni e una bronchite cronica con una tosse grassa che ne annunciava la presenza a un isolato di distanza. Portava con sé, durante l’acchiappanza, un lazo in fibra di nylon sostenuto da un’asta rigida che usava anche per distanziare la preda da sé, per proteggersi dagli assalti vendicativi.

Rispettando la tradizione locale, si alimentava normalmente di cani randagi. Con il suo mestiere, la materia prima non gli mancava. Nessuno si accorgeva che qualche animale più tenero non andava nel canile, ma finiva per visitare una delle sue grandi pentole, allo scopo di essere consumato dopo otto ore di cottura seguendo la ricetta della pecora in pignata.

Fecero il ‘prelievo’ dei due ragazzi: uno alto e robusto e uno smilzo e basso, quest’ultimo dall’età apparente di sette anni, ma che ne aveva almeno undici, da come correva.

Il piccolo non dette troppi problemi, una volta che fu atterrato.

Li agguantò entrambi immobilizzandoli con una scarica lieve del Taeser, una volta bloccati tra loro e la parete del palazzo.

Quello più grande si dimenava, scalciava e sbraitava con le fiamme che gli uscivano dagli occhi, nonostante fosse limitato dalla scarica ricevuta e schiacciato sulla parete dal bastone.

“Ti faccio ammazzare, giuro. Vedi se non farai una brutta fine. Dietro al muro ci sono i nostri”!

Si sentivano delle voci confuse, attraverso uno squarcio nel muro, da cui era stata tolta una paratia, ma nessuno di quelli si fece avanti e difficilmente avrebbero potuto intervenire, non essendoci varchi, pure se avessero voluto farlo.

Ebbero necessità dell’utensile di supporto per stringere alla gola ‘quello grosso’ e trascinarlo di peso da Marf, aiutato dal suo attendente che lo tirava dai capelli.

“Stai fermo, tanto non ti serve a niente dimenarti. Ti facciamo fuori lo stesso” gli gridò l’aiutante.

“Si, ma non subito” aggiunse Marf “questo non è ‘carne buona’. Resterà qualche giorno in ghiacciaia”. La spiegazione riuscì a fare atterrire il ragazzo, che capì tutto.

Li caricarono sul furgone piccolo, che usavano per i piccoli cani. Era l’unico rimasto con il motore funzionante. Gli altri mezzi più grandi erano tutti in riparazione, perché ‘sollecitati’ impropriamente dagli ospiti bipedi, capaci di devastarli con ogni tipo di grimaldello improvvisato che gli capitava nelle grandi tasche dei pantaloni “a pinocchietto”. Quella era la divisa che vestivano gli adolescenti più giovani e tracotanti.

Quel giro di ronda non si poté prolungare, graziando quella e le altre bande, in attesa inconsapevole del raid, a causa della raggiunta capienza del piccolo mezzo di trasporto.

Quando arrivarono a destinazione trovarono, rannicchiato sul fondo, soltanto quello grosso. Quello piccolo era sparito. Sul fondo del bagagliaio si notava un pannello retato divelto, che era stato avvitato alla finestra, protetta dalle sbarre per non far uscire i cani. Soprattutto i più piccoli.

Ma le dita degli esseri umani sono prensili e più efficaci delle zampe dei quadrupedi.

“Quello piccolo è scappato da lì” fece Marf al collaboratore, che si limitò ad annuire passandogli il bastone da lavoro, da dedicare a quello che era rimasto.

Scaricò la sua rabbia sulle ossa dell’avanzo di cattura con l’arnese, fino a storcerlo. Interruppe per sopraggiunta pietà nei confronti del ‘ferro da lavoro’.

Da qualche minuto la preda aveva smesso di inveire.

 

Durante il trasporto, Rudy, il più grande, aveva spiegato al ragazzino che erano stati catturati per essere mangiati come cani.

“Scappa sgattaiolando attraverso la griglia” gli disse indicando le sbarre che ostruivano l’apertura d’aria, pur minuscola, di quel tugurio.

Rio era veramente magro e solo lui sarebbe potuto uscire da lì, intrufolandosi tra le traverse del serramento, come un gatto. Rudy prima svitò la rete, predisposta per i cani e non per quel tipo di prede e poi aiutò il piccolo a uscire. Furono un secondo parto quelle manovre per far uscire la testolina dalle sbarre. Quasi gli disarticolò le spalle, una volta che la testa minuta sporgeva dall’abitacolo interrogando, con gli occhi, l’esterno del trabiccolo in corsa. Con una spalla quasi lussata si attaccò ad un maniglione in basso e si dispose di traverso alla carrozza, sostenuto per i piedi dal ragazzo più grande che sporgeva le mani dal finestrino.

Quando il mezzo si dovette fermare ad un incrocio, il piccolo si lasciò cadere sentendosi rilasciato dall’amico. L’indugio durò un attimo. Istintivamente rotolò sotto l’abitacolo del furgone, scomparendo dalla vista distratta del conducente sui retrovisori che riflettevano l’azzurro del cielo per l’errato orientamento.

Non era nella sua zona e fu preso dal panico, prima, e da una gang, dopo. Quando il furgone scomparve dalla vista si trascinò fuori dalla strada principale, cercando istintivamente rifugio nei sobborghi popolari, dimenticando che il fatto di essere lontano dal suo quartiere rappresentava un pericolo, invece che un rifugio.

Quando la banda del quartiere lo scoprì, lo suonò di botte fino a insanguinargli i vestiti.

“Questo ‘malamente’ che ci fa nella nostra zona?” disse uno che sembrava il capo, con i capelli color rosso fuoco, strattonandolo per un braccio.

Il piccolo, che tanto piccolo non era, si difese: “Non sono venuto. Mi hanno rapito e sbattuto qua. Ora me ne vado. Me ne vado…” richiese, mentre cercava di divincolarsi, senza riuscirci.

“Guarda come è piccolo” disse sghignazzando uno di loro che, dalle sue spalle, lo atterrò con un pugno sulla testa, sferrato con tutta la forza.

“Viene da Kuta sicuramente, non l’ho mai visto qua. Quella è zona di nani”.

 “Gli ho rotto l’osso del capocollo. Sembra una gallina con il collo tirato. Lascialo qua. Stanotte se lo porteranno via i cani. Questa pioggia mi dà fastidio. Andiamocene”. Il branco lo seguì mentre, in due, si occupavano del ‘cadavere’.

Credendolo morto lo lasciarono sulla banchina, a fianco ai bidoni dell’immondizia usati dai pescatori.

Quella pioggerella gli rinfrescò le idee bastonate che lo condussero, senza apparente volontà, all’interno di un’imbarcazione ormeggiata, nella tromba di una conduttura dalle proporzioni improbabili: poteva entrarci solo un individuo delle sue dimensioni. Riuscì a trascinarsi a malapena.

Quando i pescatori della barca lo trovarono, ancorando in una località vicino Giakarta, dopo una notte di navigazione, lo buttarono in mare senza complimenti, facendolo svegliare a tre metri di profondità, sotto al battello.

L’istinto di sopravvivenza gli trasudava dai pori suggerendogli di risalire e di ripararsi sotto le travi del pontile a cui il battello era attraccato. Restò in quella posizione finché non scese la notte, per poi risalire sul molo deserto e vagare senza meta per due giorni.

Cercando qualcosa da mangiare, approdò sui gradini del Commissariato. Salì, sbirciò dentro, ma non vide niente di commestibile. Mentre stava per andarsene inciampò nelle scarpe di un tipo benvestito, che lo scacciò come si fa con un ostacolo improvviso.

Il signore lo apostrofò infastidito: “Perché cammini come un cane, invece di guardare dove metti i piedi”?

Si pentì di aver esagerato quando registrò l’espressione di terrore nel bambino.

“Non ho detto che sei un cane”, aggiunse correggendo la frase e il tono, “dico solo che cammini senza guardare, come un cane”.

Non sortì alcun effetto, perché il bambino rimase atterrito ai suoi piedi, come se fosse un sacco ripiegato sotto una spada di Damocle, incarnata nel Commissario Wati. Incuriosito e rammaricato, questi rialzò con gentilezza il ‘fagotto’ appallottolato. Capì che non mangiava da tempo immemore e gli propose un cartoccio di Lumpia, scorgendo un chiosco mobile che stava riempiendo gli involtini con i gamberetti e i germogli di bambù.

Seguì quegli occhi imploranti porgendogli quattro incarti di Lumpia e conquistò contemporaneamente la fiducia del suo stomaco vuoto.

Nel pomeriggio, in cui si produsse in svariate trasferte allo street food, il Commissario riuscì a capire che Rio si era salvato fortuitamente da un tentato rapimento, finalizzato al cannibalismo.

L’ambulante decise di rimanere in quella strada per tutta la giornata vedendo schizzare in forte rialzo il volume d’affari.

Wati rimase colpito soprattutto dal fatto che il ragazzino sosteneva che, dove viveva lui, quella di sfamarsi di fanciulli rapiti era un’abitudine e che usualmente si perdessero le loro tracce. Venivano mangiati parzialmente e poi venduti a pezzi in America e in Europa. Il particolare raccapricciante, se fosse stato confermato, lo insospettì molto perché aveva avuto notizia di casi simili di cannibalismo, segnalati in quelle zone. C’erano anche altri crimini infantili internazionali che l’Interpol riferiva sempre più spesso, ma nessuna testimonianza diretta era arrivata fino a quel momento.

Da allora, Rio restò sotto la sua custodia. Fu invitato spesso a pranzo a casa sua per farsi raccontare le scorribande di cui era artefice, anche quando la sua fame vorace si era acquietata. Scoprì che il pargolo aveva una carriera avviata di malvivente incallito, già a quell’età.

 

Marf scaricò la ‘merce’ in Commissariato, con le solite modalità del ‘Triage’ propedeutico al ricovero in ospedale. Accompagnò la sua discesa con il collo del piede. Il Commissario gli chiese: “tutto qui?”, quando vide solo un elemento. Per di più, si trattava di un ragazzone, più difficoltoso da smaltire dei piccoli.

“Capo, avevo solo il furgoncino piccolo, invece dei soliti e questo ‘sacco di vecchie patate’ me lo occupava tutto. Veramente ci stava anche un ragazzino, ma è scappato dal finestrino”, si schermì con un gesto autoassolutorio. “E’ stato sicuramente alla banchina, dove mi sono dovuto fermare per far passare i carretti dei pescatori. Ma in quella zona non resiste nemmeno un ‘gamberetto vivo’! L’hanno sicuramente ammazzato quelli del quartiere”, si affrettò a confortarlo dopo una breve pausa.

Il giovanotto si scuoteva febbrilmente con le spalle, legato da una corda come un salame, imbavagliato con una manica strappata dalla sua camicia, sorretto da Marf, che era assorto in quelle preoccupazioni.

Era sinceramente dispiaciuto, più che altro per la figura meschina verso il suo collega, che ne aveva prelevati due e che avrebbe spifferato in giro che ne era arrivato uno solo. Il numero esiguo di prede era, di per sé, motivo di curiosità, perciò i suoi particolari non sarebbero sfuggiti al pettegolezzo di quei manovali.

Il Commissario mostrò nervosismo per quel contrattempo. Sarebbe successo un terremoto, ma non quello che si figurava.

 

“Non è giusta la sua accusa. Noi non facciamo niente di male”.

“Vuole spiegare ai telespettatori che la stanno guardando, anche se la vedono solo di spalle, come fa a sostenere questa tesi bizzarra?”

“Io e il mio Socio, in fondo, ci limitiamo a togliere dalla strada i bambini orfani, condannati ad una morte peggiore: droga, guerra tra i clan, amputazioni punitive. Quelli che sopravvivono diventano i capi delle cosche che arruolano altri bambini. Alla loro età mi dovetti far valere anch’io: sono cresciuto nel sangue mio e degli altri. E’ un’arma a doppio taglio: un coltello che ti finisce nella pancia, se non lo spingi in quella di chi ti sta per ammazzare.

Dopo un po’ ti abitui ad addentare una mela, spaccata sempre con il coltello che usi per fare il ‘lavoro’! Anzi, ti meravigli quelle volte in cui la polpa resta bianca.

È un’infanzia brutale e brutalizzata.

A sedici anni mi imposi come capo del gruppo. A venti, feci il salto di qualità. Nel frattempo, frequentavo anche la scuola e così riuscii a propormi nella società, diciamo, civile.

Il mio sistema aiuta la società a sopravvivere più normalmente e toglie alimentazione a quell’industria criminale”.

“Se ho capito bene, e stento a crederlo, lei sta spacciando il traffico mondiale di organi, che esercita in questo Stato, come un’opera benefica?”. Il giornalista stentava a mantenere un tono apparentemente distaccato. Era informato su quello scenario, ma non si è mai preparati alla turpitudine.

Rispose alla domanda. “Più o meno. Diamo la grazia ‘ex abrupto’ a chi non ha speranza di salvarsi da chissà quali atrocità. Poi, salviamo almeno altrettante vite, dopo ogni sacrificio”.

La citazione latina aveva il duplice scopo di blandire la mostruosità proferita e di mostrare la cultura di quel mostro, annunciata prima.

Parecchi secondi di silenzio del conduttore annunciarono la sortita finale: “Qui è tutto da Giakarta News. Chi ci ascolta saprà porre la sua conclusione a quest’intervista. Io confesso di non avere ancora quella serenità per farlo”. Lasciò la scena e il suo ospite senza salutarlo.

Si spensero i riflettori. L’ospite si ‘smicrofonò’ da solo. Con gesto automatico serrò il nodo della cravatta e guadagnò l’uscita di scena, disadorna quanto la scena stessa, imboccando il corridoio che lo accompagnava fuori.

 

Il Commissario Santoso, chiamato per competenza territoriale a indagare sui reati emersi dalla trasmissione televisiva, volle sottostare al diritto del giornalista di non rivelargli le fonti e lo rilasciò senza sequestrare la puntata andata in onda.

L’emittente l’aveva trasmessa contando su quei ‘piccoli favori’ che la polizia gli faceva, in cambio di altri piccoli favori, soprattutto personali.

“Non mi giudicare male. Dovevo farlo: avevano molte informazioni scomode per tutti noi e mi hanno minacciato da Giakarta di diffonderle a un commissario o vice-questore che sta facendo troppe domande. Questo ficcanaso è più pericoloso che parlare in presenza anonima - a voce distorta, come ho fatto io. Gli ho dato in cambio lo scoop per il loro silenzio. Loro non vanno per il sottile, come e più di me e di te, che fai il lavoro sporco” disse Bambang, con ancora le luci dello studio televisivo che gli imperlavano la rétina oculare.

“Non sei migliore di me, solo perché tu maneggi le ‘carte’. Ricordati di avere anche tu un figlio orfano” lo rimbeccò il Socio.

L’intervistato gli si parò davanti minaccioso: “Lui ha me. Non è orfano. Trovati altrove la merce. Intesi?”

L’altro si voltò in tempo per mascherare la smorfia di compiacimento per aver centrato il bersaglio con il suo unico occhio sano, di colore blu.

Bambang parcheggiò la Mercedes dopo che si fu richiuso il primo sbarramento. Si avvicinò al secondo cancello di protezione e sbloccò tutti i dispositivi di antifurto. Meccanicamente accarezzò il manico della Smith&Wesson e con l’altra mano liquidò la sicurezza privata con il gesto convenuto.

La villa si trovava su un terrapieno, riparato dagli occhi indiscreti e proteso sulla immensità desertica del mare. Molto protetta e molto isolata.

Putu gli si appese al collo appena lo vide entrare in casa. Non aveva che lui, oltre alla tata e al maggiordomo, e non capiva perché il padre non lo portasse mai al lavoro con lui, come facevano tutti i suoi amici di scuola che aiutavano i loro facoltosi genitori a gestire le risaie, contando i sacchi dopo il raccolto.

 

I bambini si sentivano utili e le famiglie stavano al gioco.

Quando non era a scuola, Putu viveva sulla terrazza, di fronte al mare, e leggeva tutto quello che trovava in biblioteca. Ogni tanto faceva il bagno al gatto che lo implorava di smettere regalandogli ruvidi baci umidi sulle mani. Il bimbo li scambiava per riconoscenza. Perciò intensificava le rinfrescate. La loro vita era quella. Gli piaceva quella vita. Gli mancava solo la piscina coperta per i mesi invernali, oscurati dai monsoni e dalle bufere che costringevano a rifugiarsi in casa.

Avrebbe avuto quel regalo al compimento dei dieci anni. Era una promessa, pur se estorta come fanno i figli.

Il ragazzo e il suo gatto pensavano che tutto il mondo fosse come quello che avevano alla portata della loro vista.

Putu non vide e, soprattutto, non sentì il mare che venne a prenderli in quella notte di dicembre, senza trovare né lui né il gatto.

Prese tutto il resto della casa con quanto conteneva.

“Mi sono svegliato! OGGI È IL MIO COMPLEANNO! Ehi, papà! Vengo a far colazione.

Ricordati che oggi mi hai promesso di andare a vedere lo zoo. Non fare finta di…

Nooo! La piscina nuova! Che bella. E come hai fatto a metterci dentro pure il mio lettino?

L’ho visto,… l’orsacchiotto che dorme nella pantofola che galleggia.

Non voglio più andare allo zoo, oggi. Possiamo restare a giocare nella piscina? Adesso vengo di là.

Papà, come hai fatto a dividere la casa in due e a spostare la tua stanza laggiù al mare”?

Per lui, il padre sarebbe stato capace di tutto per fargli una sorpresa. Era bravissimo, perciò lo pagavano tanto.

Dopo due ore che l’oceano si era ritirato con il suo tributo tra le fauci liquide, il Socio di Bambang faceva già ricognizione tra i ruderi. Riconobbe il moncone di quella casa e vi entrò, sgombra da ogni residuo degli antifurti installati.

Vide Putu giocare col gatto, bagnati come pulcini.

Un lampo brillò sulla lama pervinca dell’iride funzionante, suggerendogli un affare insperato.

Quel giorno nessuno l’avrebbe cercato al Commissariato che dirigeva. Aveva tutto il tempo di occuparsi personalmente del lavoro sporco.

 

Quando il Commissario Santoso incontrò Marf all’ingresso del Commissariato, gli mise una mano sulla spalla sudata e gli disse, con espressione navigata, che aveva risolto il problema del fuggitivo dell’altro giorno.

“Ti ho trovato il sostituto. Stessa stazza piccola dell’altro. Dirai che l’hai ritrovato e farai la tua porca figura di Capo-accalappia-cani”. Glielo disse infervorato, con fare risolutore.

Disse tronfio: “Te lo regalo”. Marf gli regalò un sorriso smagliante e sdentato.

Tutto stava funzionando regolarmente. Il personale medico non sospettava di nulla.

In sala operatoria i soggetti ospedalizzati, come li chiamavano, entravano vivi e uscivano morti, anzi vivisezionati per asportare gli organi, muniti da apposita deroga di “Identità sconosciuta” e il regolare permesso di espianto.

Lo smaltimento di quanto restava degli interventi chirurgici non fu mai accertato, per umana pietà.

Il dottor Bambang faceva sparire tutte le cartelle cliniche, dopo che i colli venivano veicolati al corriere, che li trasportava in tutte le nazioni ricche in cui servivano “componenti freschi”. In ogni paese ricevente c’era un coordinamento occulto, che prendeva in carico il prezioso bottino e assicurava la consegna a tempo di record, sorvolando su ogni passaggio burocratico d’intralcio.

Il ‘giro’ si chiudeva all’interno dello stesso ospedale, senza coinvolgimenti e senza che nessuno sapesse né chiedesse di sapere. Giuridicamente i documenti erano perfetti, non essendoci tracce del passaggio. Quelli che lavoravano nei vari reparti non facevano domande per non perdere il posto. Le famiglie dei bambini, di età dai 9 a 16 anni circa, perdevano le tracce dei figli che non vedevano da parecchio tempo, ritenendoli smarriti tra bande, in cui si perde la vita per un tozzo di pane.

Della tratta non usciva alcuna notizia all’esterno. Il mercato nero degli organi non pretende mai chiarezza, soprattutto quando deve accontentare facoltosi genitori, in forte apprensione per i loro figli e molto meno per quelli degli altri.

Fisiologicamente, in quei mesi si affacciarono a questo florido mercato i narcotrafficanti, che di morte indotta e dei relativi guadagni se ne intendevano. Anche loro non si fecero domande.

Il mercato risultava prolifico e i due soci si spartivano utili milionari, permettendosi uno stile di vita milionario.

Il Commissario non avrebbe potuto certo permettersi le cure mediche per curare una malattia cronica che lo affliggeva, se non avesse decuplicato il reddito prodotto dal suo lavoro ufficiale. Quello quasi onesto. Ogni mese spendeva cinque volte il suo stipendio.

Gli operai di questa mattanza erano lautamente pagati, facevano carriera e soprattutto non correvano alcun rischio di perdere il lavoro, in un momento in cui si registrava un ricambio del 20% annuo, mantenuto così alto a scopo intimidatorio, per disincentivare le delazioni. Quella cupola ‘teneva bene’ già da due anni, con gli affari che continuavano a prosperare.

 

Il Commissariato di Giakarta brulicava di funzionari di tutte le nazionalità. Era un crogiuolo di colori di pelle diversi, con un sottofondo variegato di idiomi: una torre di Babele investigativa.

L’ultima settimana del mese, il segretario del commissario Wati ricevette via fax un dispaccio dai servizi segreti, rivolto al Direttore dell’ufficio ‘Crimini internazionali all’infanzia’, e lo portò al Commissario a cui faceva capo.

Arrivò trafelato nella sala riunioni e gli fece capire che aveva motivo d’interrompere la seduta per consegnargli il dispaccio.

“Capo, è una cosa forte questa” gli disse senza preamboli, allungandogli il braccio con il documento sotto al naso. Il testo recitava:

“Un cuore di un bambino ‘segnalato’, con il DNA registrato nel database internazionale, di nome Putu Bambang, era stato intercettato e messo sotto sequestro presso la “Commissione medica di crimini internazionali” perché non avrebbe mai dovuto essere immesso nel circuito degli organi disponibili. Si richiedeva un approfondimento, investigando a partire dal luogo di residenza del ‘donatore’ e dall’ospedale della sua città, che mai avrebbe dovuto autorizzare l’espianto, ai fini della donazione di organi, per incompatibilità con ogni ricevente dovuta a ‘comorbilità immunitaria’.

Diceva che c’era stata una grave violazione delle norme di profilassi e la mancanza di ogni controllo sanitario previsto dalle verifiche di sicurezza nella trafila, preventiva ad ogni trapianto.

Senza tanti controlli non si sarebbe potuto assicurare l’ottanta su cento di riuscita dei trapianti, a cinque anni dall’intervento. Eppure non risultavano casi di alterazione delle statistiche ufficiali di efficacia. La notizia aveva sconvolto tutto il mondo accademico che gravitava su quella pratica e sulla conseguente vendita dei farmaci.

La questione appariva spinosa e meritava di essere approfondita.

Il foglio fu recapitato al Commissario Wati per competenza della sezione, anche perché si era già occupato del traffico d’organi. Qualcuno dei superiori doveva aver inquadrato il caso in tale ambito penale.

Wati ripercorse la descrizione dei fatti che gli diede Rio e dispose un’indagine approfondita nell’ospedale di Denpasar, che era quello di competenza di Putu.

Mandò il suo miglior agente in ricognizione a Denpasar.

Ne sapeva abbastanza, ormai, per avere sospetti fondati sull’intero maneggio che partiva dalla città di Denpasar, sull’approvvigionamento dei bambini che finivano ‘a pezzi’ nei continenti ricchi attraverso il traffico criminale internazionale di organi.

Decise di infiltrare la talpa, di sua personale fiducia, nel commissariato che comandava il servizio di accalappiacani della città.

Ormai il giro d’affari gli era chiaro e gli servivano soltanto le prove. Facilmente il suo emissario seppe che i bambini catturati, una volta ritenuti “feriti e bisognosi di cure”, venivano portati all’ospedale civico di Denpasar. Poi, in teoria, una volta guariti, venivano dimessi. Gli altri che marginalmente non ce la facevano, risultava che avevano ricevuto la liberatoria del tutore legale per l’espianto e per la conseguente donazione degli organi.

Lì si perdevano le tracce di tantissimi bambini che le voci di corridoio sapevano essere affidati alle cure sanitarie, e anche quelle dei documenti comprovanti l’ingresso e le dimissioni dei pazienti.

Wati riuscì ad infiltrare in quel nosocomio un tecnico radiologo, raccomandato a suon di mazzette, dipendente della sua sezione investigativa.

“La corruzione si combatte con la corruzione” sosteneva, “come ogni nemico sul suo campo”.

Il pegno dell’intrallazzo in questo caso, era costituito dalla vendita dell’indulgenza promessa per i tanti errori diagnostici di quell’ospedale, di cui una minima parte finiva all’avvocatura del Ministero della Salute, disturbando la quiete burocratica della capitale.

L’ospedale accettò di buon grado quella spintarella, suggerita dal Ministero di Giustizia, per accogliere nell’organico il valente tecnico radiologo raccomandato, il quale non esercitava da quando aveva preso dieci anni prima il relativo diploma, mai adoperato successivamente al tirocinio di fine corso.

Il piccolo particolare della continuità professionale non pareva impensierire il capo del personale dell’ospedale. Il bravo tecnico fu assunto con tutti gli onori.

Tornato da casa, dopo il primo giorno di lavoro, l’infiltrato radiologo confidò al suoi capi essendo, in realtà, un maresciallo in regolare servizio da dieci anni, di essere stato destinato il primo giorno di lavoro ad una non meglio specificata ‘Supervisione dei Tempi e dei Metodi’ dell’ospedale.

Si trattava di un metodo diplomatico per tenerlo lontano dall’operatività, quel tanto che bastava per non far aumentare le segnalazioni di falsi riscontri diagnostici. Fu messo in condizione di non nuocere, con un regolare stipendio affinché non se ne lamentasse.

Nelle sue lunghe passeggiate di ‘Supervisione’ s’infiltrò in tutti gli uffici, guadagnandosi la fama di utile collega, perché sapeva preparare il miglior Sakè e un ottimo Tintuan di zucca, a tutte le ore.

Anche l’ufficio Protocollo fu visitato, anche se non fu facile conquistare la fiducia di Kadek, il giovane autistico che non parlava con nessuno e che probabilmente niente sapeva, vivendo continuamente isolato nel suo mutismo contemplativo.

Ma nessun particolare doveva essere tralasciato e proprio quella laboriosa abnegazione risultò risolutiva per le indagini.

Il maresciallo-radiologo capì che doveva conquistare la sua fiducia condividendo la passione per lo smartphone. Passò delle ore, accanto a lui, a guardare video noiosi sul proprio cellulare, emulando apparentemente il comportamento del giovane.

L’imitazione fu proficua perché riuscì ad avvicinarsi quel tanto che bastava per capire che assisteva a vecchi film muti.

Allora si fece procurare del materiale dall’archivio del Comando per ostentare la sua biblioteca cinefila, riuscendo ad affascinare il collega.

“Ci scambiamo il cellulare, se vuoi. Puoi vedere il mio film ed io il tuo” gli propose il supervisore con un sorriso.

Kadek gli ricambiò la grazia, porgendogli in silenzio il cellulare.

Fecero quello scambio temporaneo e visionarono le reciproche cineteche.

Il maresciallo non si limitò a sorbire ore di vecchie pellicole. Senza farsi accorgere, riuscì a collegare il cellulare dello strampalato collega al suo computer e a scaricare l’altra cartella presente sul cellulare, oltre al film consigliato. Quella raccolta era denominata: “Salvataggio”. Non gli era familiare quel nome, nel gergo tecnico, come cartella di sistema. Quindi, doveva essere una cartella ‘privata’, di interesse soggettivo.

Andando a casa, esplorò il contenuto dell’archivio estratto trovandoci centinaia di cartelle cliniche con la registrazione di infanti e di adolescenti anonimi e sconosciuti. Erano stati tutti raccolti dalla strada, tutti con ferite più o meno gravi, tutti con una prognosi definita, ma nessuno di essi aveva una dimissione.

La lacuna era molto sospetta per cui fece un controllo sull’archivio ufficiale dell’ospedale senza trovare alcuna traccia di tutti questi pazienti che vi avevano transitato. Sembrava che non fossero mai passati per l’ospedale e che lo schedario dell’archivista bislacco fosse inventato, campato in aria. Però le cartelle riprodotte erano autentiche, con tanto di firma olografa del Medico accettatore.

Si chiese: “dove erano finiti tutti quei ricoverati, poi spariti nel nulla”?

C’erano indizi precisi e concordanti di un occultamento di pazienti e, probabilmente, di cadaveri.

Il giorno dopo consegnò tutta la cartella al Comando e si mise a disposizione, non avendo altra traccia da seguire. Continuò a ‘supervisionare’ appetitose bevande speziate per il personale ospedaliero.

Nel frattempo, un altro filo pendente si stagliava nella matassa dei casi irrisolti che l’Interpol inviava al Commissario: un bambino, tale Putu Bambang, risultava morto in circostanze misteriose e il suo cuore era stato donato ad un destinatario neozelandese, risultato oggettivamente incompatibile. C’erano ben due tracce che riguardavano lo stesso mistero.

Il DNA di Putu era menzionato nel casellario dei bambini che richiedevano un trapianto, ma che non potevano donare gli organi a causa di “Linfoma di Hodgkin”, che ne impediva ogni utilizzo.

Come mai era stato trascurato questo precetto dall’ospedale di provenienza?

Quel nosocomio era proprio il General Hospital di Denpasar.

I fili che si stavano intrecciando da mesi, nella mente del Commissario, ora si congiungevano: i bambini che transitavano clandestinamente in quell’ospedale, mai registrati, prendevano una destinazione fatale verso lidi non controllati, sicuramente appartenenti ad un circuito criminale.

Ce n’era abbastanza per chiederne conto al direttore sanitario dell’ospedale e al Commissario che aveva firmato tutti quegli ordini di ricovero, poi smarriti.

Wati disse al segretario: “Mi faccia firmare dal giudice gli ordini di fermo cautelativo per questa lista di persone e di sequestro amministrativo dell’ospedale. Voglio la perquisizione capillare degli uffici”.

Il capo di imputazione era, per mero tuziorismo: “Occultamento di cadavere”, ma Putu costituiva il bandolo di una matassa molto più intricata e infausta, che avrebbe rivelato l’esistenza del traffico illecito di organi e gli assassinii di 138 bambini, i cui organi erano stati parzialmente rintracciati nelle parti del mondo in cui aveva funzionato la rogatoria internazionale, avviata dal neo Responsabile dell’ufficio ‘Crimini internazionali all’infanzia’.

Le prove fotografiche tratte dall’archivio dell’impiegato autistico si rivelarono fondamentali.

Così, l’altro Commissario finì in prigione. Ma queste case circondariali, si sa, non sono molto sicure, soprattutto per chi si macchia di crimini sanguinosi a danno della povera gente carcerata a cui aveva, per la maggior parte, ammazzato i figli.

La giustizia, come accade di solito, non fece il suo corso, per eccesso di lentezza.

 

Santoso non si trovava così male nel carcere di massima sicurezza di Sumatra.

Mangiava, beveva e dormiva. Aspettava il processo di appello che, prima o poi, sarebbe arrivato.

“Commissario, venite in mezzo a noi”. Fu chiamato da un suo vicino di cella dall’aria untuosa, ma cordiale. “Che, non vi abbassate a fare una mano a carte con le persone semplici, come noi?”

“Ma che dite. Io vi rispetto. Siamo tutti uguali qua dentro”.

“E allora, che aspettate? L’ora d’aria finisce presto. Venite. Ci serve il ‘quarto’ per una bella partita di Mah Jong. Sedetevi a fianco a me, accomodatevi”.

Non gli dispiacque trastullarsi, anche se fino a quel momento non aveva avuto alcuna confidenza con quel gruppetto che trafficava droga con l’infermeria del penitenziario”.

Furono lanciati i dadi e stabilito l’ordine della presa delle dodici carte per ciascun giocatore.

In effetti, il gioco sarebbe risultato più suggestivo con le tradizionali tessere, ma era già troppo aver avuto la concessione delle carte, almeno. Le tessere rigide erano vietate dal regolamento.

Quando arrivò il turno del neofita, estrasse dal mazzo le prime dodici carte e le iniziò a disporre a ventaglio in mano.

Il giocatore di fronte si alzò di scatto e affrontò il nuovo arrivato: “Avete barato. Vi ho visto sollevare la carta coperta. Ora conoscete la prima delle mie. Dobbiamo rifare la partita” gridò con sdegno.

Il compagno del commissario non accettò l’affronto e prese dal bavero il contendente strattonandolo, scadendo nella rissa. Si unirono alla calca immediatamente una quindicina di carcerati che non cercavano altro che movimentare la giornata.

Santoso non si avvide della lama che si introdusse nel suo ombelico per la lunghezza di circa un palmo né la mano che la guidò. Fu ricoverato subito in infermeria, senza rischio di vita. Gli avevano affettato neanche metà della profondità del lardo che trasportava sul ventre pingue. Il tafferuglio fu sedato in pochi istanti e tutto tornò tranquillo in pochi minuti.

Non era preoccupato per la sua salute, ma non riusciva a capire cosa aveva sbagliato per provocare quel pandemonio di cui non aveva individuato l’inizio e di cui non vide la fine. Era sbalordito più che sofferente. Un poco la pancia gli bruciava. Lo misero in barella, gli diedero un antidolorifico e lo lasciarono al buio, da solo.

“Superiore, posso tornare in cella? Mi sento meglio” confidò la mattina dopo al camice bianco che stava aprendo le avvolgibili.

“Devi restare finché non ti dimette il dottore” lo liquidò laconicamente l’infermiere, lasciandolo da solo, dopo essersi assicurato che aveva assunto la terapia quotidiana.

Nei giorni a seguire la spossatezza aumentò e ricominciarono i dolori di stomaco. Erano più interni e spostati di lato, rispetto alla ferita.

“Superiore” biascicò senza forze “mi sento stanco e…” disse, senza riuscire a finire la frase, ripresa dal solito infermiere.

“…e dormi, allora. Dormi”. Sbattè la porta e così passò un’altra notte.

Il giorno dopo il commissario era ancora più prostrato e richiamò a fatica l’attenzione del dispensatore di terapie.

“Sto soffrendo come un cane da quattro giorni. Perché non guarisco?” implorò con le mani protese.

“Sei duro a crepare, capo” lo sfottè candidamente il sanitario, “i topi schiattano prima. Domani sei bello che stecchito con le emorragie che hai nella pancia”.

Lo scherniva per farlo soffrire di più. Solo per quel motivo, spese quella frase sfregiante, lui che era di pochissime parole.

“Con il topicida che hai mangiato non passerai la notte. Augurati di non arrivare a domani mattina, altrimenti saranno ancora più guai per te. Hai capito che qui non potevi vivere in mezzo ai genitori dei bambini che hai ammazzato come cani? Ti hanno condannato loro a morire come un topo. La partita a carte serviva a farti arrivare qui, così ti potevo ‘trattare’ io”.

Concluse: “Qui ci sono ladri, assassini, truffatori, non gentaglia come te. Non dovevi arrivare qua”.

C’è una giustizia sommaria che solitamente si rende estremamente feroce ed efficiente e che fa il suo corso con estrema rapidità.

Fu questa la fine travagliata di un Commissario triste, incattivito dalla sua malattia, che lo aveva reso fragile e disumano nel tentativo di mantenersi in vita succhiando quella dei bambini.

Morto il ‘vampiro’ e il suo socio Bambang, ripresero le guerre tra bande di adolescenti in erba che, per un grammo di ‘erba’, ammazzavano un loro coetaneo al giorno, in media.

Non sempre il contrario della cattiveria è la bontà. Questa medaglia ebbe due facce ‘Croce’ che condannarono tantissimi bambini a sacrificare la propria “Testa” per quella guerra sommersa!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La paura fa 90!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Anno 2022

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