“VERITÀ E MENZOGNA”

  

“VERITÀ E MENZOGNA.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 


 

 

 


 

 

 

 


1.
 
Anno del Signore 1964. La densa coltre di nubi aveva coperto in fretta il cielo e le prime gocce di pioggia cominciavano a cadere sui tetti delle case. Il bagliore fioco della candela, posata sul tavolino, accanto alla specchiera di Anna, s’incastonava nell’oscurità circostante. Non c’era un netto contrasto, la spessa luce gialla lasciava solo intravedere i confini della stanza, che, per la maggior parte, restava in ombra. L’elettricità era saltata da pochi minuti e lei, appoggiata al muro, vicino alla finestra scostando la tenda, osservava le gocce che si aprivano nuove strade sul vetro, alla ricerca della via più breve per giungere a terra. Marco era appena andato via e questa volta non sarebbe più tornato. Una lacrima le scivolò sulla guancia imitando le gocce di pioggia. Non riusciva a capire se piangeva perché non l’avrebbe più rivisto o perché ora avrebbe dovuto affrontare la sua famiglia, da sola.
– Fammi spiegare!
Aveva detto lui con quell’aria sicura. Era fatto così. Anna urlava, piangeva, cercava di colpirlo e lui non si scomponeva. L’aveva ingannata, era sposato e non aveva la minima intenzione di mantenere le promesse.
– Sparisci, non farti più vedere!
In quell’impeto d’odio, però, Anna aveva taciuto la cosa più importante, che, forse, avrebbe potuto cambiare la sua vita. Aspettava un figlio!
Non si era mai sentita così sola. In un primo momento aveva pensato di fuggire, ma poi si era resa conto che non avrebbe saputo come cavarsela. Aveva diciassette anni e il mondo non era un posto sicuro per una ragazzina come lei. Per lo meno, questo era ciò che le ripeteva sempre sua madre quando lei chiedeva di andare giù in città con le amiche. In quel momento, il viso triste cambiò espressione. In un lampo, le parole della mamma le attraversarono la mente un’altra volta. Il mondo non è un posto sicuro per una ragazzina come me! Un sorriso cattivo le incurvò le labbra. Forse, dopotutto, la mamma aveva ragione. Si disse e la tristezza iniziò a lasciarla, rimaneva solo la rabbia. Oh sì, la rabbia era un sentimento che sapeva come provare e non sarebbe finita presto, ne era certa...
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
2.
 
Anno del Signore 2004. I parenti e gli amici erano arrivati con molto anticipo. La giornata, un mercoledì di novembre, era fredda e umida e qualcuno rimpiangeva in modo manifesto il tepore della propria casa. Si erano formati diversi gruppetti sul sagrato della chiesa di San Nicola. Nessuno sembrava intenzionato a entrare anche perché il freddo, all’interno, era ancora più pungente. Eleonora Parodi, incurante della temperatura, era dentro. Seduta sulla prima panca della fila di destra, fissava con aria assente il feretro della madre, Anna. I lunghi capelli scuri, con riflessi rosso mogano, erano coperti da un velo nero che le scendeva sul viso celando il chiarore della pelle. Assomigliava molto alla madre, solo gli occhi, grandi e azzurri, la differenziavano, conferendole l'aspetto da eterna bambina, a cui contribuiva molto anche il corpo minuto e ben proporzionato, nonostante i suoi trentanove anni. Al suo fianco, stringendole forte il braccio, sedeva Vittoria, una zia acquisita, ma che per lei provava un grande affetto. Mancavano cinque minuti alle quindici, quando sarebbe iniziato il rito e tutti gli altri non poterono più ritardare il loro ingresso. La chiesa, molto buia, aveva due file di panche appena decentrate rispetto all’altare e numerose sedie disposte ai lati. Nella prima panca di destra, con Eleonora e Vittoria, presero posto Mario Gualtieri, marito di Eleonora e Renata, un’anziana signora, molto elegante nel suo raffinato completo nero, amica d’infanzia di Anna. Sempre in prima fila, ma a sinistra, si erano seduti i due fratelli della defunta, insieme alla sorella con il marito. Più indietro si trovavano numerosi appartenenti alle famiglie legate ad Anna: i Chiesa, i Serra e, come era ovvio, i Parodi. Suonò la campanella che anticipava l’ingresso del sacerdote. Eleonora sembrò destarsi dallo stato catatonico in cui si era rifugiata; avvicinò il capo a Vittoria per sussurrargli.
– Zia, ti prego, mi fai male al braccio!
Vittoria lasciò subito la presa borbottando delle scuse. La messa iniziò e tutti si alzarono per i riti d’introduzione. Il prete aveva una voce forte, calda, che riecheggiava in ogni angolo della chiesa sottolineando le parole con potenza. Dopo le letture dalla prima lettera ai Tessalonicesi e dal Vangelo secondo Giovanni, iniziò il sermone.
– Non piangete! Non piangete la nostra cara sorella Anna!
Claudia Serra, seduta in quinta fila si rivolse alla sorella Tiziana che le stava accanto.
– Devono avere esagerato un po’ con la donazione!
Tiziana annuì accennando un sorriso. Stava per rispondere alla battuta quando sua cugina, Paola Parodi, seduta proprio davanti a lei, si volse zittendola con uno sguardo indignato. Le due sorelle si guardarono per una frazione di secondo negli occhi, sapevano della presunta vocazione della cugina, che sembrava decisa a entrare in convento. Dovettero distogliere lo sguardo e concentrare tutta la loro attenzione altrove, con uno sforzo immane, per non scoppiare a ridere in modo clamoroso. Non sarebbe stato certo decoroso al funerale di una parente, per quanto lontana, interrompere la cerimonia per eccesso d’ilarità. Le due sorelle erano molto diverse tra loro. Tiziana aveva lineamenti classici, molto armonici, con una pelle chiara che si ricopriva di lentiggini se esposta al sole e un sorriso accattivante che le avrebbe consentito di ottenere qualsiasi cosa da chiunque. Claudia, invece, aveva la carnagione scura e un taglio degli occhi particolare che le donava un’aria molto esotica. La loro diversità, anche caratteriale, non impediva, però, una forte complicità che si era instaurata negli ultimi anni dopo le normali gelosie infantili. Intanto il prete proseguiva. – Nella sua vita è stata accompagnata dall’amore di molti! – Si fermò per rendere più incisiva la frase. Proprio in quell’istante, tanto solenne, un tonfo sordo proveniente dal fondo della chiesa, rovinò del tutto l’effetto voluto dal sacerdote. Il bravo soldato di Dio non si perse d’animo, riprese a parlare con ancora, se possibile, più fervore di prima. Non furono molti coloro che resistettero alla tentazione di voltarsi per vedere chi disturbava, in modo così clamoroso la funzione. Il rumore era stato provocato dalla porta che si era chiusa di colpo alle spalle di una donna. Era molto alta, aveva un completo nero che l'avvolgeva con delicatezza, evidenziando le curve. Il cappello, con la veletta, lasciava trasparire i capelli, biondo platino, molto corti, ma il viso non era riconoscibile. Infatti, nessuno la riconobbe e lei dopo aver scrutato i presenti, quasi con aria di sfida, si avvicinò a una delle ultime panche, in cui non era seduto nessuno. La messa volgeva al termine e dopo l’ultima benedizione, i fratelli e i quattro nipoti della defunta si avvicinarono al feretro. Eleonora si fermò sul sagrato a ricevere le condoglianze; solo i famigliari più intimi sarebbero andati con lei al cimitero di Staglieno per la cremazione.
– Tiziana, aspetta!
Claudia era rimasta indietro e cercava, con affanno, di farsi largo tra la folla che si accalcava sul fondo della chiesa. Alla fine, raggiunse la sorella e insieme si allontanarono dalla confusione.
– Povera Eleonora, prima il padre ridotto un vegetale e ora la madre.
Claudia camminava riflettendo, poi bloccandosi con la chiave nella serratura della sua macchina guardò negli occhi la sorella. – Pensa cosa accadrebbe se l’Anna prima di morire avesse detto a Eleonora la verità su suo padre.
Tiziana storse il naso come quando doveva fare qualcosa che non le andava.
– Non credo che sia possibile, ha tenuto per così tanto tempo il segreto che, con ogni probabilità, credeva anche lei alla bugia che ha architettato.
Renata era rimasta vicino alla figlia dell’amica scomparsa. Non sembrava solo addolorata, era tormentata. Mario, il marito d’Eleonora, notò quello strano atteggiamento e si avvicinò. Era un bell’uomo, uno di quelli cui i capelli brizzolati conferivano un fascino particolare, fatto d’eleganza, stile e carisma.
– È stato un fulmine a ciel sereno, così giovane.
Oltre a essere banale, la frase brillava d’ipocrisia. Mario non era mai andato d’accordo con la suocera. Era un assiduo giocatore e, come tale, sempre senza un soldo nonostante esercitasse con successo la professione legale. Anna aveva sempre combattuto con la figlia perché non coprisse i debiti del marito. Renata lo sapeva, così ribatté, con un tono acido che mostrava tutto il suo disprezzo.
– Abbi almeno il pudore di non parlare!
Lui fece finta di non aver sentito.
– Hai un’espressione preoccupata, Renata, posso fare qualcosa per te?
– Non mi farei nemmeno pulire le scarpe!
Poi, come se ci ripensasse, rendendo la voce un po’ meno aspra.
– Stai vicino a tua moglie, è lei che ha bisogno di conforto, anche se non credo tu ne sia capace.
Mario non finse neppure d’indignarsi, come faceva di solito, era abituato alle invettive di Renata, un sorriso affascinante comparve sul viso abbronzato prima di allontanarsi. In fondo, punzecchiare la vecchia arpia, lo divertiva. Le poche persone rimaste raggiunsero i rispettivi mezzi, per formare il corteo funebre.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
3.
 
Le città di mare sono molto simili tra loro. Nascono intorno a un porto che le fa crescere e prosperare. Con il passare del tempo, poi, la zona che in origine era il fulcro d’ogni attività comincia a degradare. Sembra quasi che ci sia qualcosa di corrotto nel rapporto fra mare e città, qualcosa in grado di contagiare anche le persone che vivono tra mondo liquido e mondo solido.
– Genova è proprio lo stereotipo della città di mare.
Vincenzo Balestri, amava la sua città, cercando di combattere la stanchezza, espresse il pensiero a voce alta. Era solo, sulla sua vecchia BMW 525. Tornava da Milano, dalla sede centrale della compagnia di cui era responsabile per il nord dell’Italia: la Suisse Allianz. Stava percorrendo la lunga strada sopraelevata che sormonta le banchine del porto. Gli piaceva guardare il gioco di luci e acqua del lungomare. L’orologio, ancora analogico sulla sua auto, segnava le ventidue e quindici. Era domenica e non c’era molto traffico. Si accese la sigaretta, non aveva fretta, a casa non c'era nessuno che aspettava. Suo figlio Corrado era di sicuro fuori con gli amici e Simonetta, la sua dolce Simonetta, non c’era più già da un anno. Il pensiero della moglie lo tormentava in ogni istante. L’aveva amata con ogni fibra del proprio essere e quando era venuto a sapere che sarebbe morta dopo poco tempo, il mondo si era abbattuto su di lui annientandolo. Per fortuna lei era una donna eccezionale e vedendolo così fragile, non aveva ceduto alla disperazione, combattendo fino all’ultimo contro il male che la consumava. Era riuscita a infondergli la forza per continuare a vivere e in punto di morte gli aveva fatto promettere di non lasciarsi andare, di continuare a lottare per loro figlio. Ogni giorno, però, l’angoscia per la perdita lo seguiva come un’ombra. Era arrivato quasi all’uscita della sopraelevata che porta in Piazza Piccapietra, azionò la freccia destra preparandosi a svoltare. Scese la rampa rallentando, poi entrò nel tunnel che passa sotto i palazzi della city. La strada non è rettilinea, forse per evitare le fondamenta dei palazzi soprastanti, i costruttori avevano dovuto deviare. Il risultato erano due curve strette, ben note ai residenti della città per i frequenti incidenti che rendevano quell’uscita davvero pericolosa. Vincenzo impostò la prima curva, scalando le marce per poi accelerare e iniziare la curva successiva a settanta chilometri orari. Un tizzone della sigaretta si staccò all'improvviso finendogli nel polsino sinistro della camicia. Il suo sguardo si spostò per una frazione di secondo dalla strada, mentre un’imprecazione gli sfuggì tra le labbra per la piccola scottatura. Se la strada fosse stata sgombra, non sarebbe accaduto nulla, ma la strada non era sgombra.
Il vecchio maggiolino aveva finito la benzina proprio dopo la seconda curva. Il conducente era sceso imprecando e stava correndo dietro, per avvertire le macchine che sopraggiungevano, quando lo stridio di pneumatici, mescolato al rombo di un motore potente, riecheggiò nel tunnel. La grossa macchina metallizzata gli sfrecciò accanto, era una BMW. L’uomo alla guida non lo vide, agitava la mano sinistra come se volesse scacciare un insetto. Poi ci fu l’impatto, violentissimo.
In fondo alla galleria, in un’autorimessa dei Carabinieri, il piantone ebbe la prontezza di spirito di dare subito l’allarme e chiamare un’ambulanza. I primi soccorsi arrivarono dopo cinque minuti; l’estrazione del ferito dalla vettura accartocciata richiese un po’ di tempo, ma dopo mezz'ora dall’incidente Vincenzo Balestri si trovava sul tavolo operatorio del pronto soccorso dell’ospedale San Martino. L’intervento durò tre ore, nel frattempo due agenti della polizia municipale cercavano di mettersi in contatto con qualche familiare, senza riuscirci. L’ufficiale di guardia ordinò di chiamare ogni quarto d’ora al numero dell’abitazione. Se non avesse risposto nessuno fino all’indomani avrebbe mandato un agente all’indirizzo sui documenti per chiedere informazioni ai vicini.
 
Erano le due di notte passate, Corrado Balestri stava rientrando dopo una serata trascorsa con gli amici in discoteca. Aveva ancora il rombo sordo nelle orecchie, dato dalla musica troppo alta e aveva molto sonno. Arrivò davanti al suo palazzo con lo scooter, senza fretta. Prima di entrare nel portone diede un’ultima occhiata al cielo, era coperto di nuvole, poi salì in ascensore. Quando si trovò davanti alla porta di casa si rese conto che il telefono squillava. Aprì rapido la porta assicurandosi di non lasciare le chiavi inserite e corse in corridoio, dove si trovava l’apparecchio. Sollevò il ricevitore.
– Pronto! – Disse con un certo affanno. All’altro capo della linea ci fu una certa esitazione, poi la voce di un uomo chiese: – Parlo con casa Balestri? – Corrado non ebbe tempo di realizzare la stranezza della telefonata a un’ora così tarda. – Telefono per il signor Vincenzo Balestri – proseguì la voce.
– Non credo che mio padre sia ancora arrivato, se mi – a quel punto l'interlocutore lo interruppe – In realtà chiamo dall’ospedale, sono un agente della polizia municipale. Suo padre ha avuto un incidente e sarebbe meglio che venisse subito al Pronto Soccorso.
Pochi minuti dopo era davanti all’accettazione, dove gli dissero subito che Vincenzo Balestri era in rianimazione. Conosceva la strada, l’aveva percorsa molte volte l’anno precedente negli ultimi giorni della madre. Cercava con tutte le forze di non pensare, solo così poteva impedire alle ondate di panico di sopraffarlo. Subito, appena uscito dall’ascensore, fu apostrofato dalla voce autoritaria di un’infermiera, di sicuro la caposala.
– Lei, cosa ci fa qui? Non si può entrare!
– Sto cercando mio padre, lo hanno portato un paio d’ore fa, mi chiamo Balestri.
Lo sguardo freddo e professionale della donna si addolcì e lui prese atto, a livello inconscio, che questo era un brutto segno. Faceva sempre più fatica a rimanere calmo. Il medico di turno arrivò dopo pochi minuti, era piuttosto giovane, sui quaranta, ma il modo di fare trasmetteva una certa sicurezza.
– Lei è il figlio?
Corrado annuì.
– Le condizioni di suo padre si sono stabilizzate. Ha subito lo schiacciamento della gabbia toracica, una costa ha perforato il polmone sinistro, ma l'emorragia si è fermata, abbiamo dovuto asportare la milza.
Attese un attimo prima di proseguire.
– Purtroppo il problema principale riguarda la testa. Il trauma cranico è piuttosto esteso. In questo momento lo manteniamo in coma con i farmaci per permettere all'ematoma d'essere riassorbito il più in fretta possibile.
Corrado ascoltava le parole del medico come la sentenza del tribunale supremo.
– Potrebbe morire? – Chiese con un filo di voce. Il dottore si mantenne calmo e distaccato. Era evidente che aveva già affrontato situazioni simili e aveva imparato a erigere uno schermo contro il dolore e le emozioni dei pazienti.
– Diciamo che, salvo complicazioni, non dovrebbero esserci grossi rischi per la vita, non posso essere altrettanto ottimista per il recupero di tutte le facoltà.
Corrado aveva compreso cosa intendeva dire il medico, suo padre poteva rimanere paralizzato o addirittura non essere più in grado d’intendere.
– Per ora non possiamo che aspettare, forse ci vorrà molto tempo, quindi le consiglio di avvertire il resto della famiglia adesso. Vi firmo un permesso per rimanere qui a qualsiasi ora.
Sentiva un peso enorme gravargli sullo stomaco, le lacrime, trattenute fino allora, presero a scendere silenziose lungo le sue guance.
– Dottore, io sono tutta la sua famiglia e lui è tutta la mia.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
4.
 
Eleonora stava uscendo per recarsi al lavoro quando suonò il telefono. Era la vecchia amica della madre, Renata.
– Puoi venire subito da me?
Le aveva chiesto con una certa urgenza. Lei era rimasta sorpresa e incuriosita.
– Visto che sono il primario, penso che nessuno avrà da obbiettare se ritardo, per una volta!
Renata non colse la nota ironica e proseguì.
– Non dire a nessuno che vieni, neanche a Mario, ti aspetto.
A Eleonora non rimase che avvertire il reparto del ritardo e uscire di corsa prima che il marito si svegliasse. Lasciò l'auto nel parcheggio a pagamento di Piazza Dante e camminando, spedita, in Via San Lorenzo, a lato del duomo di Genova, arrivò presto vicino al palazzo dove abitava Renata. Un edificio a cinque piani, molto vecchio che, come tutto il resto della via e parte del centro storico, era stato restaurato all'esterno. Eleonora sapeva, inoltre, che l'anziana signora aveva acquistato l'intero stabile, restaurato gli interni e affittato i piani inferiori a uno studio legale, a un laboratorio orafo e a un'agenzia di viaggi. Per sé aveva tenuto gli ultimi tre piani. Al terzo c'erano gli uffici della sua compagnia d'import-export che dirigeva, mentre l'ultimo e il penultimo erano adibiti ad abitazione. La parte superiore, una deliziosa mansarda, ricordava la soffitta di Rodolfo e soci come spesso è rappresentata a teatro. Non a caso l'opera preferita da Renata era la Bohème. Il piano sottostante era l'opposto. Tutto l'arredamento era d'antiquariato oppure raro e prezioso. Le pareti erano addirittura nascoste da quadri del settecento, dell'ottocento e di contemporanei con quotazioni da capogiro: De Chirico, Squillantini e Treccani. Renata fece accomodare la sua ospite in un salottino molto intimo, offrendole un te, subito servito da Nicoletta, la cameriera. Come solito, era vestita in modo elegante, con un trucco pesante nel vano tentativo di coprire l'inesorabile opera distruttiva del tempo. Da esperta donna d'affari, qual era, si dilungò in inutili convenevoli, attendendo con pazienza che la cameriera, anche se già da parecchi anni al suo servizio, si ritirasse con le tazze vuote.
– Mi auguro che tu abbia seguito il mio consiglio e non abbia detto a nessuno che venivi da me.
Eleonora annuì, sempre più curiosa di ascoltare la causa di tanto mistero.
– Penserai che abbia esagerato, per telefono, ma credo che ciò che sto per dirti ti chiarirà il motivo della mia riservatezza, soprattutto nei confronti di alcuni dei tuoi parenti più vicini.
Eleonora non avrebbe voluto interromperla, per arrivare prima alla conclusione, ma non si trattenne. – Se devi dire qualcosa che mi riguarda, non capisco come possano permettersi d'interferire, i miei parenti.
Renata si concesse un mezzo sorriso.
– Eleonora, cara! Loro pensano di proteggerti tenendoti nascosto ciò che ti potrebbe ferire.
Si sistemò meglio sul delizioso quanto scomodo divanetto antico prima di riprendere e lei non resistette un’altra volta.
– Se la tua intenzione era di suscitare la mia curiosità, ti confesso che hai raggiunto lo scopo.
Renata era soddisfatta, sembrava che le parole che aveva sentito avessero confermato una sua opinione.
– Bene! Tu sai che tua madre e io eravamo molto amiche. Ci conoscevamo fin da quando eravamo ragazzine. Le volevo molto bene. Secondo me, però, ha commesso un grave errore che ha condizionato tutta la sua vita e la tua.
Le parole di Renata si erano fatte stentate, come se le riuscisse molto difficile esprimersi.
– Quando nascesti, lei coinvolse tutta la famiglia e anche me, in un grande inganno. Fece giurare a tutti di non rivelarti mai che, – Eleonora era del tutto assorta, l'esitazione dell'anziana signora continuava a innalzare lo stato d'ansia – Giorgio non è tuo padre!
Le parole sembrarono rimanere nell'aria, solo il rumore della pendola interrompeva il silenzio del salotto. Poi, all'improvviso, come se avesse ricevuto il segnale dal regista di un film, Eleonora iniziò a ridere, sorprendendo la sua ospite.
– Oh, Renata, devi sapere che la mamma ha solo cercato di ingannarmi, come dici tu. In realtà sapevo già che Giorgio non era mio padre fin dai tempi del liceo.
Renata era sconcertata.
– Non ci voleva una gran cultura medica per capirlo. Vedi, il suo gruppo sanguigno era zero negativo, il mio è B positivo, mentre quello di Giorgio, nonostante sia un cugino, è A positivo, quindi non serve neanche il test del DNA per dire che Giorgio non può essere in nessun caso mio padre.
Si fermò alcuni secondi per soffocare un'altra risata.
– Quando la misi di fronte a queste argomentazioni mi raccontò tutto.
Renata era rimasta senza parole, mentre lei ricordava il passato fissando lo sguardo nel vuoto.
– Avevo sedici anni quando mi raccontò che un uomo l'aveva stuprata. Per fortuna arrivò Giorgio, il caro cugino, che, da sempre innamorato di lei, la sposò pur conoscendo la situazione, salvando l'onore della famiglia, che tra l’altro è stata tutta, al completo, così ipocrita da reggere fino a oggi il gioco a mia madre.
Renata che fino a quel momento non aveva mosso un muscolo tornò a incupirsi. Eleonora si era alzata per sgranchire le gambe.
– Certo, avrei potuto dirlo a te e a Vittoria, che conoscevo il cosiddetto segreto di famiglia, ma non volevo mettere in imbarazzo la mamma.
Renata le fece cenno di accomodarsi di nuovo e con un sussurro disse: – Non andò proprio in questo modo.
Il sorriso scomparve dal volto di Eleonora mentre si risedeva su quell’insopportabile divanetto.
– Anna non fu violentata, conosceva benissimo il padre di sua figlia e sapeva anche che quella storia non poteva essere portata avanti, perché lui era già sposato.
Eleonora rimase in silenzio per qualche istante riflettendo. – Non capisco! Ha raccontato una storia inventata, chiedendo a tutti di serbare il segreto, perché?
Renata annuì mentre si stropicciava nervosa le mani.
– Tua madre era molto furba, con la scusa di doverti nascondere uno stupro, ha fatto in modo che nessuno indagasse troppo sulla sua storia, magari trovando qualche punto debole.
Per un lunghissimo minuto nessuna delle due parlò. Eleonora si alzò volgendo le spalle all'anziana signora per mascherare le proprie emozioni e con un filo di voce chiese: – Perché mi dici questo, ora?
Poi guardando l’anziana amica negli occhi.
– Tu conosci il nome di mio padre, vero?
– Sì, le avevo presentato io quell’uomo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
5.
 
La facoltà di giurisprudenza, a Genova, si trovava in uno splendido palazzo in Via Balbi. Un grande portone, sempre aperto, introduceva nel cortile interno, attraversato il quale si saliva per delle bianche scale marmoree, che portavano ai piani superiori. A Claudia piaceva molto quel palazzo. Dopo tre anni d’università le era diventato familiare e le trasmetteva un certo senso di sicurezza. Era il giorno degli esami d'antropologia criminale. Lei era andata a sentire le domande, per avere un'idea su cosa basare la preparazione. Avrebbe dovuto incontrarsi con Corrado quella mattina. Studiavano sempre insieme e trovava strano che non si fosse fatto vivo. Pensò di chiamarlo nel pomeriggio. Forse si era dimenticato dell'appuntamento. Era quasi mezzogiorno, gli esami erano finiti e lei non aveva nulla da fare. Decise di andare a trovare la sorella in studio. Da quando si era laureata in odontoiatria e lavorava col marito non avevano più avuto molte occasioni per stare insieme. Uscita dalla facoltà si affrettò a raggiungere la fermata dell'autobus. Non andava mai in auto, anche perché in centro il parcheggio era solo utopia. Dopo cinque minuti prese il mezzo pubblico, Piazza De Ferrari non era molto distante, solo due fermate, ma per raggiungerla bisognava passare sotto una galleria e a lei non andava proprio d'intossicarsi con i gas di scarico delle automobili. La grande piazza, una delle più famose di Genova, fremeva di attività. C’erano impiegati che correvano per raggiungere il posto di lavoro dopo la pausa pranzo, altri che li sostituivano ai bar. Qualche turista fuori stagione che fotografava il teatro Carlo Felice. Alcuni extracomunitari cercavano di convincere i passanti a comprare la loro merce e un’infinità di persone che camminavano veloci pensando ai propri problemi, escludendo tutto ciò che non li riguardava in modo diretto. Claudia attraversò la piazza, evitò con un agile slalom il senegalese che vendeva fazzoletti di carta. Alla fine raggiunse il portone dove spiccava la targhetta dorata con su scritto il nome della sorella e del cognato. Prese l’ascensore per raggiungere il secondo piano e quando la segretaria dello studio dentistico aprì la porta si fece annunciare. Tiziana comparve in sala d’aspetto dopo pochi minuti.
– Ehi Claudia, che bella sorpresa, andiamo nello studiolo.
Lo studiolo, come lo chiamava Tiziana era una piccola stanza con una scrivania, una comoda poltrona in pelle e un divanetto per i momenti di relax.
– Ero in facoltà e mi è venuta voglia di pranzare fuori, così – Tiziana non le lasciò il tempo di finire e si sbarazzò del camice in un attimo. – Fantastico, però offro io – poi rivolta alla segretaria – Katia, il primo appuntamento è alle due e mezza, resta ancora dieci minuti per ricevere le telefonate poi va a mangiare anche tu, ciao.
Poco dopo camminavano insieme per la piazza attirando qualche sguardo d’ammirazione dei passanti di sesso maschile.
– Che ne dici di quella tavola calda laggiù, fanno ottimi primi?
Le indicò un'insegna che si trovava poco lontano.
– D’accordo.
Il locale era disposto su due piani, salirono una scala a chiocciola per raggiungere la sala con i tavoli. Tiziana si tolse subito la giacca scamosciata chiara, sotto indossava un paio di jeans e un maglione. Pur avendo un armadio pieno di abiti firmati, preferiva vestire nella maniera meno impegnativa possibile. Claudia, invece, amava gli abiti più ricercati. Quel giorno indossava un completo di cachemire color avorio e un impermeabile nero che adagiò sulla sedia vuota vicino al tavolo. Il cameriere arrivò subito. Ordinarono entrambe un piatto di penne all’ortica e una bottiglia d’acqua minerale, prendendo tempo per decidere il secondo.
– È molto tempo che non usciamo insieme, funerali a parte.
Disse Claudia quando furono di nuovo sole. Tiziana sorrise con aria colpevole.
– Hai ragione, da quando vivo con Fabri vengo a casa molto di rado, poi il lavoro non facilita certo le cose.
Le due sorelle si strinsero le mani comunicando il loro affetto.
– A volte mi sento un po’ in colpa per essermene andata via lasciandoti sola con mamma e papà.
Claudia fece uno sbuffò plateale.
– Smettila di dire sciocchezze, al posto tuo io me ne sarei andata molto, molto prima.
Tiziana raddrizzò la schiena, i lunghi anni sui libri le avevano lasciato un aspetto un po’ curvo, ma solo quando era seduta.
– Lo so ma non riesco mai a fregarmene del tutto.
Claudia fece un gesto con la mano come se volesse cancellare l’argomento.
– Lascia stare, piuttosto, hai qualche notizia interessante o ci riduciamo sempre a spettegolare sugli altri?
Claudia sapeva che la sorella stava cercando di avere un figlio e tutte le volte che la vedeva le ripeteva la stessa domanda. Ma Tiziana anche questa volta scosse la testa facendo spallucce.
– Ci stiamo ancora provando.
– Almeno questa è una cosa positiva!
Risero per un po’ scambiandosi battute, poi a Tiziana venne in mente una cosa.
– Ti ricordi tre giorni fa, ai funerali dell’Anna, quando ci chiedevamo se Eleonora sapesse che Giorgio non è il vero padre?
Claudia annuì, le piacevano gli intrighi, specie se riguardavano qualche parente che non era il massimo della simpatia. Così aspettò che la sorella continuasse. Tiziana, dal canto suo, aveva una maniera terribile di raccontare, inzeppando di continuo il discorso con divagazioni che spesso le facevano perdere il filo.
– Ieri, per caso, mi chiama una mia amica che deve ancora laurearsi e che sta completando il tirocinio proprio nel reparto di Eleonora. Bene, sai cosa mi ha detto, che la Professoressa nelle ultime due settimane si è comportata in modo molto strano.
– Cosa intende la tua amica con strano?
– Quando ero ancora in facoltà, Eleonora era famosa per il comportamento sempre freddo e professionale, non si lasciava mai prendere dalla minima emozione, insomma lo stereotipo del chirurgo Padre Eterno. Figurati che mi hanno raccontato, non so se è vero, che una volta mentre stava operando, un aiuto si è accasciato a terra tenendosi la mano al petto, allora lei, mentre continuava l'operazione, ha dato le direttive a due infermieri per farlo riprendere, capisci, nello stesso momento. Ma sto divagando, tornando a quello che mi ha detto la mia amica, – Claudia alzò gli occhi al cielo come per ringraziare il Cielo che la sorella tornava all’argomento principale – nelle ultime due settimane si è comportata proprio in maniera opposta al suo carattere, perde le staffe con facilità, è nervosa e all’ultimo esame ha fatto passare solo due studenti su trenta, mentre prima erano quasi tutti promossi.
Arrivò l’ordinazione e iniziarono a mangiare.
– Ho capito dove vuoi arrivare, tu pensi che l’Anna sentendosi prossima alla morte abbia rivelato il suo segreto alla figlia e che lei sia uscita un po’ di testa?
Tiziana annuì.
– Mi sembra poco probabile, visto che l’Anna è morta d’infarto senza segni premonitori e poi tu non puoi sapere i problemi che ha lei, magari è solo sconvolta dalla morte della madre, oppure ha litigato con il marito o che so io!
Tiziana alzò le mani in segno di resa.
– Okay, hai vinto tu, era solo che la coincidenza della morte dell’Anna, con le voci su Eleonora mi aveva un po’ stuzzicato la fantasia.
Claudia sorrise.
– Senti, visto che ancora presto e i negozi fanno orario continuato, ti va di fare due passi in Via Venti?
 
Via Venti Settembre è la strada principale di Genova, quella dove i ragazzi fanno le vasche. Tempo fa un giornalista del Secolo XIX, il giornale locale, l’ha definita, con poca fantasia, la via dei negozi. In effetti, questo largo stradone, è occupato, quasi tutto, da boutique, profumerie, gioiellerie, bar e anche se la crisi economica ha fatto chiudere parecchi negozi resta ancora la parte ricca della città. Poco prima della metà troneggia imponente il Ponte Monumentale, che sembra quasi un arco di trionfo incastonato tra i palazzi. Purtroppo l’inquinamento e i piccioni hanno ricoperto tutto di uno strato fuligginoso che incupisce una via che, altrimenti, sarebbe molto allegra. Vittoria era giunta quasi in cima a Via Venti e vedeva già la fontana di Piazza De Ferrari, quando poco più avanti, sul suo stesso marciapiede, notò Tiziana e Claudia che guardavano le ultime uscite esposte nella vetrina di una libreria. In quel momento non voleva parlare con nessuno, tanto meno con chi poteva essere a conoscenza del particolare che le dava tanta pena. Si guardò attorno, in quel punto non c’erano attraversamenti pedonali. Tornare indietro non sarebbe servito, erano troppo vicine e di sicuro l’avrebbero vista voltarsi. Proprio mentre le sue due nipoti si stavano staccando dalla vetrina, trovò la via di fuga. S’infilò nel bar cui era davanti. Ordinò un caffè, per perdere tempo e guardare con la coda dell’occhio l’ingresso. Proprio mentre le servirono il caffè vide passare Tiziana e Claudia senza girarsi. Trasse un grosso sospiro e bevve il caffè amaro, poi con cautela si avvicinò all’uscita per vedere se la via era libera. Quelle due piccole pettegole avrebbero senza dubbio notato il suo stato emozionale.
– Ho fatto bene a evitarle.
Ma la distensione per lo scampato pericolo non le fece dimenticare il motivo dell'inquietudine. Al funerale di Anna, senza farlo notare, aveva osservato il viso crucciato di Renata e, sapendo come fosse cinica quella donna, era sicura che ora si sarebbe sentita in diritto di raccontare a Eleonora i fatti riguardanti suo padre. Come potevano esistere persone così insensibili? Eleonora non poteva venire a conoscenza di una cosa del genere, l’avrebbe sconvolta.
– Povera piccola, è così fragile!
L’ansia la spinse ad accelerare il passo, doveva parlare subito con Renata, prima che combinasse qualche guaio irreparabile. Arrivò a destinazione alle quattordici e due minuti, guardò l’orologio, prima di suonare al citofono. Poco dopo una voce metallica chiese.
– Chi è?
Pur modificata dal congegno, Vittoria riconobbe la voce di Renata. Strano, pensò, che non risponda la donna di servizio.
– Ciao Renata, sono Vittoria. Avrei bisogno di parlarti, è urgente.
Come risposta sentì lo scatto della serratura. Aprì il portone e s’incamminò per le scale. L’ascensore c’era, ma occorreva la chiave per utilizzarlo. Arrivò al penultimo piano con il fiatone, aspettò un attimo davanti alla porta prima di suonare il campanello. Venne ad aprire la stessa Renata, era probabile che la donna di servizio fosse uscita. Vittoria, dentro di se, ne fu lieta. Così non correva il rischio di essere sentita da orecchie estranee. La padrona di casa la fece accomodare nello studio, una stanza austera con un’imponente scrivania in noce, due comode poltrone di pelle e le pareti occupate per intero da ripiani colmi di libri.
– Sono venuta – iniziò lei, mentre un lieve tremore le attraversava la voce – perché volevo parlarti di Eleonora.
Renata aveva capito lo scopo della visita dal momento in cui aveva riconosciuto la donna al citofono, ma non voleva facilitarle il compito.
– Perché tu dovresti parlare di Eleonora, proprio a me? – Chiese non riuscendo a trattenere un sorriso ironico.
– Ai funerali di Anna ti ho visto molto tesa, ho temuto che fossi sul punto di dire una certa cosa a Eleonora. – Vittoria voleva arrivare subito al nocciolo della questione, evitando di perdersi in inutili giri di parole – Tu sai cosa intendo Renata!
Non era una domanda ma Renata la interruppe.
– Intendi che Giorgio non è il padre di Eleonora?
Sentendo pronunciare quelle parole in maniera così aperta, Vittoria sobbalzò in preda al timore irrazionale che potessero arrivare alle orecchie di Eleonora. Ripreso il controllo tornò alla carica.
– Quella povera ragazza sta passando un terribile momento, è molto fragile, se venisse a sapere che Giorgio non è suo padre, potrebbe crollare.
Renata sorrise ripensando al colloquio che aveva avuto con Eleonora, il giorno prima. Avrebbe voluto dirlo in faccia a Vittoria quanto era ingenua e stupida, ma aveva promesso di continuare a mantenere il segreto con gli altri per evitare sconvolgimenti familiari. Decise di assecondarla.
– Cara Vittoria – il tono era molto convincente – di certo conosci Eleonora molto meglio di me e se tu ritieni che una notizia del genere possa danneggiare davvero la nostra piccola dottoressa, cercherò di non accennare proprio a quel fatto.
Vittoria era sorpresa, si era aspettata di combattere una ben più aspra battaglia e invece aveva ottenuto ciò che desiderava senza alcuno sforzo.
– Renata, mi fai felice – l’espressione confermava ciò che diceva – so che hai una parola sola quindi ti ringrazio dal profondo del cuore e tolgo subito il disturbo. – Disse alzandosi dalla poltrona di pelle.
Renata l’accompagnò alla porta, le strinse la mano per salutarla e rimase a osservare per un attimo mentre scendeva le scale. Appena fuori del portone Vittoria ripensò all’incontro. Trovava strano che Renata avesse ceduto senza controbattere, ma non poteva metterne in dubbio la sua parola. L’istinto, però, le disse che qualcosa non andava. Doveva restare in guardia, per tamponare, in tempo, i guai che quella donna tanto forte, cinica e testarda avrebbe potuto combinare. Renata era rimasta appoggiata per un momento alla porta. Alla fine si era liberata di quella seccatrice. Ripensò all’amica scomparsa, Anna e la sua incredibile capacità di convincere gli altri. Era riuscita a costruire un muro intorno alla figlia. Poi, a voce alta e guardando su, come se riuscisse a vedere dove riposano i morti, disse: – Mi dispiace Anna, ma ora che tua figlia sa una parte della verità, nessuno le impedirà di scoprire tutto il resto e approfittarne.
Con un sorriso soddisfatto andò in bagno a lavarsi le mani, lo faceva sempre dopo essere stata in compagnia di un estraneo, come se un qualsiasi contatto fisico la potesse infettare.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
6.
 
Eleonora aveva trascorso tutto il giovedì in ospedale, dividendosi tra i suoi studenti del corso di semeiotica e i pazienti del reparto di medicina interna. Aveva gli occhi infossati e la pelle tirata. Il normale chiarore del suo viso si era trasformato in un pallore del tutto innaturale. Erano già le nove; solo in quel momento si era potuta rilassare. Diede un’occhiata alla tabella delle operazioni del giorno dopo, per fortuna non avrebbe dovuto presenziare a nessuna. Alla fine chiuse gli incartamenti che aveva sulla scrivania, si tolse il camice e lo ripose nell’armadietto vicino alla finestra dove teneva le sue cose. Si cambiò rapida, controllando che nella tasca del cappotto nero ci fossero ancora le chiavi della Mercedes. Aveva già chiuso la porta quando l’idea di andare a casa le risultò insopportabile. Suo marito, Mario, era di sicuro andato a giocare e a perdere e lei avrebbe dovuto passare la serata sola davanti alla televisione. Prese il cellulare e compose il numero di casa. Rispose Rosa, la cameriera, che confermò l’intenzione di Mario di uscire.
– Digli che resto in ospedale stasera.
Quando chiuse la comunicazione si sentiva già meglio. Anziché dirigersi alla macchina andò all’ingresso dell’ospedale dove si fermano i taxi. Per fortuna uno era libero e in servizio.
– Via della Marina. – Disse salendo.
La via dove si era fatta accompagnare si trovava a pochi passi dal porto vecchio, dove c’era l’acquario di Genova e l’Expo, ma faceva parte del centro storico fatto di viuzze, carruggi, come li chiamano i genovesi, che non erano proprio ben frequentate nelle ore notturne. Eleonora pagò il tassista che fu lieto di lasciare quel luogo, regno di drogati e prostitute. Lei non se ne curò, inerpicandosi per una stretta scaletta raggiunse il vicolo, ancora più buio del precedente, dove era diretta. Arrivata davanti a una porta estrasse dalla borsa una chiave. Con qualche difficoltà, dovuta all’umidità, riuscì ad aprire, poi salì le scale con lentezza, fino all’ultimo piano, facendo attenzione ai gradini irregolari. Sarebbe potuta entrare con le chiavi, ma preferì suonare il campanello. Il viso dai lineamenti decisi e i biondissimi capelli corti di Daniela si stagliarono sulla porta.
– Ti aspettavo.
La casa molto piccola, ma arredata con gusto, rispettava il carattere della proprietaria. Eleonora conosceva Daniela da quasi sei anni. Era ancora aiuto primario e stava attraversando un periodo molto stressante. Aveva pensato che una seduta di massaggi settimanale le avrebbe giovato, così si era rivolta alle sue conoscenti. Fu la capo sala che le consigliò Daniela. La sua abilità nei massaggi era difficile da descrivere a parole. L’estasi che Eleonora provava sotto le sue mani aumentava di volta in volta. Anche l’intimità tra le due donne crebbe di pari passo e arrivò il momento in cui entrambe si sentirono attratte l’una dall’altra.
– Non sto bene! – Disse Eleonora ancora sulla porta. Daniela, che manteneva sempre una fredda calma esteriore, la fece accomodare e le prese il cappotto.
– Per questo ti aspettavo, sapevo che, prima o poi, non saresti stata bene e saresti venuta da me. – L’amarezza nella sua voce era evidente ma poi si attenuò. – Mi dispiace per tua madre.
Eleonora sorrise cupa.
– Grazie per essere venuta al funerale, – poi cercando di combattere i pensieri negativi che cercavano di sommergerla – devo parlare, devo sfogarmi. Ma non adesso, prima fammi un massaggio.
La richiesta di Eleonora non ammetteva repliche e Daniela acconsentì. Mentre l’amica trasformava il divano rosso, su cui era stata seduta fino a quel momento, in un letto, Eleonora andò in bagno e si spogliò. Al suo ritorno indossava solo le mutandine e Daniela l’attendeva accanto al letto con un coloratissimo kimono in seta. Lei si tuffò sul letto e si mise prona, attendendo il contatto delle mani che amava tanto. Daniela non si fece attendere. Come sempre iniziò dai piedi, passando poi alle caviglie, per risalire lenta lungo le gambe affusolate. La tensione accumulata in quei giorni cominciò a sciogliersi. Non passò molto tempo che le mani tornarono a salire, le cosce, i fianchi. Eleonora era già immersa in una profonda sensazione di benessere. Passando per le natiche, Daniela, andò a premere, a livello lombare, quei punti che risentono sempre delle tensioni, provocando un’ondata di calore che si trasmise all’addome di Eleonora. Alla fine, era del tutto rilassata. La bionda figura della massaggiatrice si tolse il kimono, facendolo scivolare a terra con un dolce fruscio. Sotto non indossava nulla, a quarantadue anni, il suo corpo era perfetto, tanto da poter fare invidia parecchie ventenni. Si distese accanto a Eleonora e iniziarono a baciarsi con dolcezza, toccandosi come due giovani amanti.
 
La temperatura era vicina allo zero a Zurigo, quel venerdì, anche se il sole era già alto e la pausa per il pranzo vicina. Al quarto piano di un elegante edificio del quartiere residenziale, un anziano signore stava gustando il caffè preparato dal segretario italiano. L’unica cosa di cui non si era voluto privare da quando aveva lasciato il proprio paese d'origine. Gli anni erano passati veloci da quel giorno. Aveva voltato le spalle a tutto e a tutti volando in Sud America. Solo nei primi anni ottanta era tornato in Europa. Voleva trovare il figlio che aveva abbandonato per più di venti anni e grazie alle risorse non indifferenti di cui disponeva, seppe che lui lavorava, a Genova, come agente in una modesta agenzia di assicurazioni, inoltre stava per sposarsi. Cercò di mettersi in contatto, ma fu un errore, come aveva temuto fin dall’inizio. Non poteva presentarsi a un uomo e dire: – Ehi, ciao, sono tuo padre, sono tornato!
Infatti, Vincenzo Balestri, il cognome era quello della madre, lo aveva buttato fuori di casa. Ma lui aveva i suoi piani e non era tipo da rinunciare. Iniziò a investire parte del patrimonio nel ramo assicurativo arrivando ben presto a controllare l’attività di una grossa compagnia svizzera. Aprì una succursale in Italia, assicurandosi che il figlio entrasse nello staff dirigenziale e riuscisse a progredire nella carriera senza rendersi conto delle manovre paterne. Si accontentava, per il momento, di seguirlo da lontano. Aveva gioito con lui alla nascita di suo nipote e aveva pianto quando la nuora era morta, ma sempre nell’ombra, senza intervenire.
– Caro Marco, quando non farai più il caffè così buono sarò costretto a licenziarti.
Come sempre, Marco rispose con spiccato accento napoletano, immutato da trent'anni in giro per il mondo.
– Signore, il giorno in cui non saprò più prepararle il caffè vorrà dire che sono finito sotto terra.
Dopo il caffè, come tutti i venerdì si ritirava nello studio per attendere il fax dal suo operatore in Italia. Il viso segnato da mille rughe sbiancò di colpo appena lesse le prime righe. Rimase per un attimo con lo sguardo fisso nel vuoto, poi si scosse con un fremito e chiamò Marco.
– Fai preparare il jet, andiamo a Genova, subito!
Erano le quattordici in punto quando l’aereo su cui viaggiava Mark Torre, un importante finanziere italo-argentino con interessi in tutto il mondo, si staccava dal suolo svizzero. Nello stesso istante, qualche centinaio di chilometri più a sud, nel palazzo di Renata in Via San Lorenzo, Nicoletta Santi, la domestica dell’anziana signora, stava salendo le scale. La padrona le aveva concesso due giorni di libertà e lei aveva approfittato di quella vacanza inattesa per andare a trovare la figlia a Cuneo. Arrivata al quarto piano infilò la chiave nella serratura e girò. Si meravigliò molto che la signora non avesse dato, come sempre, le quattro mandate che la porta blindata permetteva. Appena entrata ebbe la conferma che qualcosa non andava. La luce nel salotto era accesa e a quel ora la signora, che era molto abitudinaria, avrebbe dovuto essere nel suo ufficio. Lasciò nell’ingresso la piccola valigia e si diresse verso la stanza illuminata, la porta era aperta, quindi bussò allo stipite.
– Signora, sono tornata, ha bisogno di qualcosa?
Parlando era avanzata di un passo e ciò che fino a quel momento le era stato nascosto dal divano, si presentò in tutto il suo orrore. Sul prezioso tappeto persiano, giaceva, prono, il corpo di Renata. La parte posteriore del cranio era sfondata e una grossa macchia di sangue, ormai rappreso circondava la parte superiore del cadavere. La donna non riuscì a trattenere un urlo, poi corse fuori della stanza in preda al panico. Ripreso un briciolo di controllo, prese il telefono e compose il 113. L’agente di servizio tentò di calmarla, poi fattosi dare l’indirizzo le disse di uscire dall’appartamento cercando di non toccare nulla. La povera donna uscì di corsa, una volta chiusa la porta si sedette sugli scalini e pianse.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
7.
 
Anno 1964. Il Tenente di Vascello Marco Torresi aspettava nell’ufficio che il domestico annunciasse la sua presenza al Cavalier Carli. L’appartamento in Corso Firenze godeva di una vista suggestiva e lui approfittava dell’attesa, osservando dalla finestra, le navi uscire dal porto all’ombra della Lanterna. Alla fine la porta si aprì. Con sua sorpresa, però, non apparve il vecchio Cavaliere, ma la figlia, Renata. Era una bellissima ragazza con un carattere ferreo. Gli occhi, azzurri, come quelli del padre, trasmettevano una sicurezza e un’energia tale da intimidire qualsiasi pretendente. Anche Marco ci aveva provato, ma non ricavando alcun risultato aveva ripiegato su Anna, la compagna di Renata in tutte le uscite.
– Hai lasciato Anna!
Non era una domanda, era un’accusa.
– Per la precisione è stata lei a lasciare me.
Era incredibile che uno come lui, sempre in pericolo di vita, al limite del baratro, fosse costretto a giustificarsi, impacciato, di fronte a una ragazzina, ma era proprio quello che stava accadendo.
– Non ci credo! Qualcuno le ha detto che tu eri sposato e non sono stata io. Perciò – fece una lunga pausa, avvicinandosi con aria minacciosa – devi essere stato tu a – in quel momento entrò il Cavalier Carli.
– Bentornato Tenente, vedo che ha fatto conoscenza con mia figlia, – poi rivolgendosi a lei – vai pure cara, penso io a intrattenere il nostro ospite.
Renata salutò il padre rivolgendo a lui uno sguardo fulminante pieno d’odio. Di sicuro il Cavaliere avrebbe trovato una degna erede per gestire i suoi affari, quando si fosse ritirato. Distratto da quei pensieri fece appena in tempo a capire cosa chiedeva il suo interlocutore.
– Che notizie mi porta da Roma?
– Ottime, al ministero nessuno è informato del nostro obiettivo e per quanto riguarda il servizio segreto, ci ho pensato io!
– Perfetto, ora non ci resta che attendere il momento opportuno.
Carli nel suo elegante abito gessato sorrideva soddisfatto. Prese una scatola di sigari dal cassetto della scrivania e ne offrì uno all’ufficiale di Marina.
– Per quanto riguarda l’altra questione, sì, quella delle armi, a quando il prossimo carico?
Marco, che stava annusando il sigaro, si agitò un po’, non gli piaceva parlare in maniera così esplicita di affari.
– Il mese prossimo, solita rotta.
Il Cavaliere accese il sigaro e sbuffò con aria soddisfatta, poi consegnò la scatola di fiammiferi all’uomo in divisa.
– Bene, le mie navi sono ansiose di partire.
Marco Torresi pensò che era più ansioso l’armatore d’intascare il compenso, che le navi di partire, ma questo valeva anche per lui. In fondo per finanziare il colpo di stato aveva sfruttato tutte le possibili fonti di denaro.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
8.
 
Corrado aspettava, seduto in corsia, su una di quelle sedie metalliche, sempre presenti negli ospedali, quasi a voler scoraggiare i visitatori a fermarsi troppo a lungo. Era il sesto giorno che viveva tra casa e ospedale. Sentiva sempre di più la stanchezza schiacciarlo come una coperta bagnata, ma le condizioni di suo padre si erano stabilizzate e questo, gli aveva fatto capire il chirurgo, era un dato positivo, che contribuiva a mantenere desta la speranza. Aveva visto suo padre poco prima e, seguendo il consiglio del medico, gli aveva parlato di come andavano le cose a casa, inventando, anche perché non si era fermato a casa per più delle poche ore di sonno che si era concesso da quando era avvenuto l’incidente. Ma questo non era servito a diradare il senso d’impotenza che lo stringeva allo stomaco. Dalla porta che dava sulle scale entrò un uomo. Aveva i capelli candidi come la neve tagliati corti. Il volto, pieno di rughe, non consentiva di definirne l’età. Anche perché il fisico asciutto e i movimenti elastici contribuivano a ringiovanire la figura che poteva essere di un cinquantenne come di un settantenne. L’uomo passò per il corridoio diretto all’ufficio del medico di guardia. Mentre passava Corrado si rese conto di essere osservato, ma in quel momento non gli importava. Vide, dalla porta lasciata aperta, il nuovo venuto parlare e poi estrarre un documento. Dopo pochi secondi la porta fu chiusa. Guardò l’orologio, era passata mezz’ora, ancora un po’ e sarebbe potuto tornare da suo padre. Più per passare il tempo che per necessità andò al distributore automatico, installato in fondo al corridoio, per prendere un caffè. Mentre digitava il tasto per avere un supplemento di zucchero sentì alle sue spalle una voce molto profonda e con un accento straniero appena accennato chiamarlo per nome. Voltandosi vide l’uomo che era entrato prima, che si dirigeva verso di lui.
– Prego?
Era sempre stato una persona cordiale perciò assunse un tono tranquillo e conciliante.
– Mi scusi ma non credo di conoscerla.
L’uomo sorrise a mezza bocca mostrando tutte le rughe che solo lunghi anni d’esposizione al sole potevano provocare.
– No, non mi conosci, – ammise, il sorriso si attenuò, – ma io conosco te e conosco molto bene tuo padre.
Corrado era troppo stanco e l’istintiva gentilezza cominciava a lasciare il posto all’insofferenza.
– Ho incontrato tutti gli amici di mio padre, dai più intimi a quelli che lui considera semplici conoscenze, ma lei, sono sicuro, non è fra questi.
Il tono di voce lasciava intendere che la conversazione era finita, ma l’uomo non si spostò di un millimetro. Si passò la mano sul mento sbarbato con cura.
– Ho riflettuto molto, durante il viaggio su come iniziare questo discorso, ma non è servito a niente.
Corrado era perplesso, si chiese, per un attimo, se quel uomo non fosse lì per convincerlo a donare gli organi di suo padre.
– Mi chiamo Mark Torre e sono il padre di tuo padre.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
9.
 
1964. Da un momento all’altro sarebbe arrivato il segnale. Tutti gli uomini che partecipavano all’operazione erano in allerta. Dopo anni di sacrifici e grazie ai finanziamenti di persone influenti come il Cavalier Carli, il Tenente di Vascello Marco Torresi era riuscito a realizzare il suo piano per impossessarsi del potere. Certo, non sarebbe stato lui a esporsi in prima persona come Presidente della Nuova Repubblica, ma questo non significava nulla. Le conoscenze giuste, ottenute durante la sua carriera nel servizio segreto militare, gli avevano permesso di arrivare molto in alto. Generali, ammiragli erano dalla sua parte e aveva pensato anche al dopo. Gli americani, alla fine della guerra, sarebbero stati felici di reintegrare Mussolini al potere e di manovrarlo a piacimento, ma gli inglesi avevano agito in maniera tale da essere gli alleati preferenziali della grande potenza d’oltreoceano, eliminando il dittatore e permettendo all’influenza dell’Est comunista di rendere l’Italia un paese inaffidabile. Grazie all’ambasciatore italiano a Washington, che lui conosceva di persona e che, dal punto di vista ideologico, era vicino al suo gruppo, avevano preso contatto con diversi senatori degli Stati Uniti. Così alla fine, dopo un po’ di rumore avrebbero riconosciuto il nuovo stato. Il telefono squillò. Balzò come un felino sul ricevitore.
– Torresi!
Ci fu un attimo d’esitazione, poi una voce maschile concitata parlò. – Pioggia calda.
Chiuse il collegamento, quelle parole lo avevano sconvolto. Il piano era saltato. A questo punto doveva decidere per se tentare un nuovo progetto o fuggire. Il telefono interruppe di nuovo i suoi pensieri.
– Ti stanno venendo a prendere, scappa fin che sei in tempo!
La voce all’altro capo della linea, una donna questa volta, non aggiunse altro. Marco riattaccò. Non doveva perdere tempo. Qualcuno a lui fedele l’aveva avvertito e ora aveva pochi minuti per scomparire. Uscì dall’ufficio senza prendere nulla, il furiere all’ingresso lo salutò senza badare alla sua espressione. Si doveva liberare della divisa, ma prima doveva portare a termine un compito.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
10.
 
Come ogni sabato, era rimasta nella sua camera fino a tardi.
Eleonora adorava quell’intimità e nessuno poteva penetrare il suo piccolo, esclusivo regno, nemmeno il marito. Da quando lei e Mario avevano camere separate, si era ritagliata uno spazio solo suo, alcuni momenti da dedicare a se stessa. Mario prendeva il te in sala da pranzo leggendo il giornale. Era rientrato molto tardi la sera prima e, di sicuro, non senza aver perso una discreta somma.
– Mi domando come riesci a essere così fresco e riposato anche quando dormi poche ore per notte. – Disse Eleonora scendendo le scale ancora in vestaglia. Mario sorrise.
– È solo questione di preoccupazioni, mia cara, tu ne hai troppe.
– E tu sei il solito incosciente. – Ribatté lei abbastanza di buon umore. Subito la domestica entrò in sala ed Eleonora la congedò chiedendole un caffè.
– Mi spiace rovinarti la giornata, ma devo darti una brutta notizia.
Mario ripiegò il giornale. Il tono scherzoso di poco prima era scomparso.
– Di che si tratta, hai bisogno di altri soldi?
– No, non si tratta di me, riguarda Renata. Sembra che sia morta.
Eleonora si girò di scatto verso il marito con gli occhi sbarrati.
– Non è possibile!
– L’hanno uccisa, c’è scritto tutto sul giornale.
Con un balzo si avvicinò a Mario e gli strappò il giornale ripiegato che teneva ancora in mano.
– Non ci credo.
Disse mentre cercava con foga l’articolo.
– Nella cronaca locale.
Aggiunse lui mostrandosi non troppo colpito dal fatto. Trovata la pagina Eleonora lesse in modo febbrile. A lato della colonna c’era una foto, molto confusa, che la didascalia indicava come la scena del delitto. Posò il giornale, ormai spiegazzato, rimanendo a fissare il piccolo vaso di cristallo che faceva bella mostra di se e della rosa rossa che conteneva. Quel oggetto era stato regalato a sua madre proprio da Renata. La domestica entrò silenziosa nella stanza per posare il vassoio con il caffè sul tavolo accanto al vaso.
– Desidera altro, signora?
Non ricevendo risposta, capì che non era il caso d’interrompere i pensieri della padrona e si ritirò con discrezione. Mario non ebbe la stessa delicatezza. Si stiracchiò sulla comoda poltrona e alzandosi disse con un sorriso.
– Non sempre sono i migliori che se ne vanno per primi.
Eleonora concentrò lo sguardo su di lui.
– Sei un essere schifoso, cinico, irritante, spregevole!
– Onesto!
La interruppe lui approfittando di una breve pausa dovuta a un’incrinatura della voce e dalla ricerca di nuovi epiteti poco lusinghieri. Mario prese una sigaretta dal portasigari d’argento e l’accese. Lei non parlava più, era tornata a fissare il vaso.
– Questo è quello che accade a chi per ottenere ciò che vuole calpesta la vita altrui.
 
I medici avevano sospeso la somministrazione dei farmaci che mantenevano Vincenzo Balestri incosciente già dal giorno prima. I risultati degli esami, con grande sorpresa del neurologo, sembravano indicare che l’ematoma era quasi scomparso e quel martedì Corrado non era riuscito a resistere nella grande casa di Via Nizza fino alle sette, come aveva sempre fatto nell’ultima settimana. Erano le sei, fuori, il buio sembrava non voler cedere alla luce del mattino. Nella saletta dell’ospedale c’era anche Mark Torre. Fra i due non si poteva dire che ci fosse un vero dialogo. Corrado non aveva ancora del tutto accettato quello sconosciuto come nonno e, da parte sua, il vecchio capiva che la strategia migliore era lasciare assorbire la verità al nipote con il tempo. A ogni momento l’attesa diventava più pesante. Il ragazzo non contava più le volte che si era alzato dalla sedia per cercare di scorgere qualche segno dell’alba imminente, per poi tornare al posto frustrato. Dopo due ore di tensione e di sobbalzi ogni volta che un camice bianco appariva in fondo al corridoio, il medico che per primo aveva parlato con lui la notte dell’incidente fece la sua comparsa.
– Signor Balestri, suo padre sta riprendendo i sensi, ora può entrare per qualche minuto ma cerchi di non affaticarlo troppo.
Il sorriso sul volto del dottore parlava da se, era soddisfatto del proprio operato e Corrado sentiva quasi la certezza che suo padre si sarebbe ripreso del tutto. Mark Torre, che era scattato in piedi vedendo entrare il medico, si afflosciò sulla sedia svuotato di tutte le energie, come se avesse sostenuto uno sforzo inimmaginabile.
– Grazie! – Riuscì solo a dire.
In quel momento dimostrava più dei suoi settantacinque anni. Corrado era entrato molte volte in quella camera, ma solo in quel momento si accorgeva di come fosse buia. Silenziosa era l’altro aggettivo che gli veniva, ma solo se raffrontata al resto dell’ospedale. Poi, però si rese conto di un ronzio cupo che faceva vibrare l’aria. Erano le apparecchiature che fino a poco prima avevano controllato e tenuto in vita suo padre. Cercando di non far rumore con la suola di gomma delle scarpe, si avvicinò al letto, gli occhi di suo padre erano aperti. Gli sguardi s’incrociarono, Corrado non sapeva cosa dire, aprì più volte la bocca senza emettere alcun suono, poi con un filo di voce sussurrò.
– Papà!
A quel punto gli occhi tanto simili ai suoi e che per giorni erano rimasti chiusi brillarono e cambiarono espressione, assumendo quella che lui conosceva molto bene essere un sorriso. Il muro che aveva creato per resistere alla situazione drammatica si sgretolò all'istante e le lacrime, ormai libere, rigarono il viso. Ora poteva lasciarsi andare.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
11.
 
Qualcuno aveva parlato. Marco Torresi era tormentato da quella convinzione. Sul ponte del vecchio cargo cipriota diretto a Caracas guardava le luci della costa allontanarsi. Chi poteva essere stato? Era scesa la notte e poteva concedersi una sigaretta in santa pace. Si era imbarcato al posto di un marinaio che aveva rimediato una bella coltellata in pancia in una rissa fra ubriachi. D’accordo con il capitano, a cui aveva versato una discreta somma, impersonava il ruolo che gli era toccato, non voleva destare sospetti tra l’equipaggio, un’accozzaglia proveniente da ogni parte del mondo il cui unico scopo era guadagnare abbastanza per permettersi una sbronza e una puttana al porto successivo. Dal Venezuela, poi, avrebbe dovuto raggiungere l’Argentina, ma quello non era un problema. In Sud America si trovava a suo agio e poteva contare su fondi cospicui per riorganizzare i gli affari. Quel pomeriggio aveva detto addio alla vita precedente. Non aveva nessun rimpianto. Per la moglie, già da tempo, era un estraneo e il figlio, in pratica, non l’aveva mai conosciuto. Era stato sempre fuori, sempre in giro a cercare il potere e la gloria. Ciononostante, per zittire la coscienza, aveva spedito una lettera, in cui le annunciava che non sarebbe più tornato. Nessuna spiegazione, solo due righe con cui avvertiva che la casa era intestata a lei e nella sua scrivania c’era la chiave per una cassetta di sicurezza della loro banca, con tre milioni. Per quel gesto così altruistico da sorprendere quasi se stesso, aveva rischiato di essere preso. Era nell’ufficio postale vicino alla capitaneria e indossava ancora la divisa. Un uomo della polizia militare scelse proprio quel momento per entrare. Magari doveva scrivere alla fidanzata. Mentre consegnava la lettera all’addetto delle poste osservava con la coda dell’occhio i movimenti del militare. Si costrinse a rimanere calmo, non doveva attirare l’attenzione su di se, in fondo chissà quanti tenenti di vascello c’erano nel porto di Genova. Ma l’uomo si avvicinò.
– Mi scusi signore?
Si accorse che teneva una foto in mano. Non aspettò di sapere se fosse la sua immagine quella ritratta, prima ancora che l’altro finisse la frase lo aveva colpito al volto con un gancio degno di Rocky Marciano. Le urla delle impiegate e le facce sbigottite dei presenti lo seguirono mentre correva all’uscita.
– Stupido – si disse – le ronde sono sempre in coppia!
Infatti, un bestione con un mento sporgente e due spalle da gorilla, su cui brillavano i gradi da sergente, gli si parò davanti sbarrandogli la strada. Aveva già estratto il manganello bianco che picchiava sul palmo della mano sinistra, come se volesse scaldarlo. Tentare di colpirlo sarebbe stato un suicidio e ogni via di fuga era chiusa.
– Sergente, presto, un ufficiale sta lottando con il tuo compagno!
Mise tutta la sua persuasione in quelle parole.
– Deve essere il bastardo che dobbiamo prendere.
Fu quasi travolto dalla montagna di muscoli che entrava nell’ufficio postale. Aveva pochi secondi prima che quel troglodita capisse d’esser stato fregato, ma gli bastarono per scomparire nel vicolo vicino. Quando si fermò a prendere fiato non riuscì a trattenersi, scoppiò a ridere sfogando l’adrenalina che aveva in corpo. Poi cominciò a riflettere, doveva liberarsi della divisa. Entrò in uno di quei negozi in Via Luccoli dove potevi trovare dalle scarpe al cappello. Non era proprio all’ultima moda, ma per impersonare uno scaricatore o un marinaio andava più che bene. Intrufolarsi nel porto e trovare una nave in partenza per il Nuovo Mondo era stato un gioco da ragazzi. La sigaretta era finita e lui la fece schizzare in mare con un gesto fluido. Ripensò a come aveva raggirato Anna, quella piccola stupida. Ormai era stanco anche di lei, così le aveva fatto sapere, per vie traverse, che era già sposato.
– Tutta fatica inutile!
Si disse maledicendo l’ignoto traditore responsabile della sua situazione.
– Ti troverò alla fine, ci puoi scommettere bastardo!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
12.
 
Erano già passati quattro giorni da quando Nicoletta Santi aveva trovato il corpo esanime di Renata. Eleonora era riuscita a sapere, tramite il patologo che aveva effettuato l’autopsia a che ora era avvenuto il decesso. Intorno alle tre della notte tra giovedì e venerdì. La causa, non c’erano dubbi, era lo sfondamento della parete posteriore del cranio, provocato da un oggetto molto pesante e spigoloso. Nessuna altra ferita, e se, come affermavano i giornali, non c'erano segni d'effrazione, l’omicida doveva per forza essere un conoscente della vittima. Il funerale si era svolto, il giorno prima, nella stessa chiesa in cui era stato celebrato quello d’Anna. Eleonora aveva voluto parteciparvi, nonostante l’assenza di suo marito e le suppliche di Vittoria che non voleva vederla soffrire. Stanca di tutti coloro che s’intromettevano nella sua vita, aveva deciso d’allontanarsi e dopo essersi fatta dare quindici giorni di ferie arretrate, aveva detto al marito che sarebbe andata per un po’ di tempo a Cortina. Possedeva una piccola casa da cui poteva assistere l’immenso spettacolo delle Dolomiti. La Mercedes era già fuori del box, carica di tutto ciò che Rosa, la domestica, considerava indispensabile per stare in alta montagna, mancava solo la slitta. La tentazione di chiamare Daniela era forte, ma preferì non coinvolgerla nei suoi progetti. Salutò Mario, fredda. Doveva ancora perdonarlo per il suo comportamento nei confronti di Renata, quindi, salendo in macchina, ordinò alla governante di non dare il numero del cellulare a nessuno se non in caso di catastrofi e di badare a quel disgraziato di suo marito. Con il telecomando aprì il cancello automatico e pochi minuti dopo si trovava immersa nel traffico della città. I mille colori delle auto, delle vetrine e delle persone riempirono la sua mente portandola lontano dai pensieri cupi, mentre i suoni, ovattati dai finestrini chiusi, le giungevano come un lontano vociare. Raggiunse l’autostrada e mentre guidava con attenzione sul tratto molto trafficato tra Nervi e Recco ripensò a quello che aveva deciso di fare. Si era già servita di un investigatore privato una volta, quando aveva sospettato della fedeltà di Mario. Ma le uniche avventure di cui era capace suo marito si consumavano sul tavolo verde di qualche bisca clandestina. Così aveva accettato di buon grado l’esito negativo delle indagini. Questa volta però sperava che le ricerche portassero a qualcosa di concreto, certo, trovare una persona scomparsa quaranta anni prima non era un compito facile.
 
Claudia faticava non poco a mantenere su di giri il motore, che rischiava di spegnersi a ogni semaforo. La sua utilitaria sembrava tenuta insieme da colla e spago, ma era l’unico mezzo che aveva a disposizione e le permetteva di sfrecciare tra le altre macchine anche se con un rombo sordo, prodotto dalla marmitta forata. Era riuscita a rintracciare Corrado e, appena saputo dell’incidente al padre, si era subito premurata di raggiungerlo all’ospedale. Senza perdere tempo inutile a cercare posteggio, si diresse subito all’autorimessa che conosceva, vicino al Pronto Soccorso. Pagò un euro e mezzo per un’ora e si avviò di corsa verso il Monoblocco, l’orribile palazzo di vetro e cemento nel cui atrio, alle nove e trenta, dovevano incontrarsi lei e Corrado. Era già in ritardo e quando arrivò aveva il fiatone. Si guardò intorno per un attimo, poi lo vide che stava agitando la mano per salutarla, dietro la vetrata che separa le scale dall’atrio. Lo salutò con un bacio affettuoso sulla guancia poi chiese subito.
– Come sta tuo padre?
Il ragazzo aveva gli occhi lucidi, non era ancora riuscito a riprendere il pieno controllo delle proprie emozioni.
– Meglio, molto meglio, ora.
Claudia capì subito quanto doveva aver sofferto e mentre salivano le scale, per sdrammatizzare l’incontro, disse: – Sai che non dovrei rivolgerti neanche la parola?
Corrado afferrò il salvagente che gli lanciava l’amica per non scoppiare in un pianto imbarazzante e rispose allo scherzo.
– Perché sai anche parlare?
– Stupido! – Disse lei togliendosi il cappotto.
Corrado continuò a bassa voce, mentre percorrevano il lungo corridoio, per raggiungere la stanza numero 22.
– Di solito non fanno entrare ora, ma papà ha bisogno di riprendere i contatti con il mondo così mi hanno concesso un permesso speciale.
Entrando, Claudia, si trovò a osservare un uomo ancora intubato. Aveva una vistosa fasciatura alla testa e teneva gli occhi chiusi.
– Non sarebbe meglio lasciarlo dormire? – Sussurrò. Pur non mostrandolo era rimasta scossa dalla situazione, ma proprio in quel istante Vincenzo Balestri aprì gli occhi. Dopo un breve istante di smarrimento mise a fuoco il viso del figlio e a Corrado sembrò che il padre volesse sorridergli.
– Ciao papà, ti ho portato delle visite, ti ricordi di Claudia, studiamo sempre insieme.
Lei si avvicinò per entrare nel campo visivo dell’uomo e si schiarì la gola.
– Buongiorno signor Balestri, mi ha detto suo figlio che si rimetterà in fretta.
Odiava quelle situazioni, non sapeva mai cosa dire, se non banalità e ciò contraddiceva l’immagine che voleva dare di se, cioè una ragazza in gamba in grado di affrontare qualsiasi situazione con disinvoltura. Corrado, comunque, non badava a lei. Era contento che il padre riconoscesse l’amica. Ancora non riusciva a parlare, ma i medici gli avevano assicurato che sarebbe tornato come prima. Dopo una decina di minuti, in cui fece il resoconto delle chiamate telefoniche e della vita quotidiana che si svolgeva fuori dell’ospedale, uscirono dalla camera. La saletta d’attesa, vicino alle scale, dove lui era sostato per tanti giorni, in quel momento, era occupata da Mark Torre. Il vecchio, vedendolo, si era alzato.
– Come sta?
Claudia era rimasta un po' in disparte mentre Corrado rispondeva.
– Migliora, gli ho parlato di molti suoi conoscenti e mi sembra che abbia capito bene a chi mi riferivo – sul viso di Torre comparve un’aria interrogativa che il ragazzo non faticò a interpretare – no, non gli ho ancora parlato di – Ancora non sapeva come rivolgersi – della sua presenza.
Il vecchio annuì.
– Hai fatto bene, meglio non agitarlo, ancora.
Claudia capiva che fra i due c’era un legame, ma non era ancora riuscita a stabilirne il tipo. Si riscosse dai propri pensieri sentendo pronunciare il suo nome. Corrado la stava presentando a quel uomo.
– Piacere.
Fu l’unica parola che pronunciò, mentre gli stringeva in maniera automatica la mano. Solo in quel momento notò che gli occhi azzurri del vecchio tradivano una forte apprensione. Poi si  ritrasse per lasciare all’amico la possibilità di terminare il colloquio. La sua innata curiosità era stata sollecitata a sufficienza. Era certa che lo sconosciuto, Torre aveva detto di chiamarsi, fosse qualcosa di più di un semplice conoscente per Corrado. Scartando le possibilità più assurde e combinando la capacità d’avvertire in modo empatico le emozioni altrui con la sua grande dote di fisionomista, raggiunse, presto, la conclusione di aver incontrato un parente molto stretto dell’amico, che, chissà per quale motivo era rimasto molto tempo lontano. Questa deduzione e il distacco con cui Corrado conversava, acuirono la sua curiosità. In più una sensazione indefinibile cominciava ad affiorare dal suo subconscio. Corrado si congedò e voltandosi verso di lei le indicò le scale verso cui si avviarono. – Scusa se ti ho fatto perdere tempo, ma vedi quel signore è...
– È tuo nonno.
Il ragazzo si fermò di colpo, come impietrito.
– Come fai a saperlo?
Gli occhi erano spalancati, sembrava come se lei avesse detto qualcosa d’incredibile.
– Scusa se sono stata indiscreta, – disse, sentendosi in colpa per l'intromissione – ma la somiglianza con te e tuo padre è davvero notevole.
Corrado rifletteva sulle parole dell’amica, riprendendo a camminare.
– Da giovane doveva essere identico a te.

Continuò lei.
– Ho pensato che fosse tuo nonno perché mi sembrava abbastanza vecchio, ma se ho detto qualcosa di sbagliato!
Corrado scosse il capo.
– No, non ti preoccupare, sei venuta in macchina?
Il cambiamento repentino di discorso le fece subito capire che lui voleva concludere al più presto quella conversazione. Così raggiunsero il parcheggio senza più parlare. Vicino alla sua vecchia Volkswagen Polo, Claudia lo salutò con affetto mettendolo in imbarazzo al punto che lui fu costretto a dire: – Scusami se non mi sono comportato da amico, ma, in questi giorni sono successe troppe cose e vorrei un po’ di tempo per riflettere.
– Tranquillo! Ricorda solo che se hai bisogno di sfogarti basta che chiami.
Salì subito in macchina per evitare altre situazioni imbarazzanti e avviò il motore. Il rombo strappò un sorriso a Corrado che la salutò con la mano. Sulla strada per tornare a casa, Claudia, non riusciva a smettere di pensare a quello che aveva visto e sentito. C’era un particolare che le sfuggiva. Qualcosa di minimo, ma che il suo cervello aveva registrato senza renderlo evidente.
– Alla fine riuscirò a capire di che si tratta!
Disse a voce alta mentre imboccava la via dove viveva con i suoi genitori.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
13.
 
Anno 1965.
– Carlos, amico mio!
Il viaggio da Caracas era stato un inferno. In un primo tempo aveva pensato di prendere il treno, ma la linea era interrotta e per qualche settimana ci sarebbero stati grossi problemi. L’unica alternativa era la corriera. Così era salito su uno di quegli sgangherati bus pieni di gente sudata e vociante che continuavano a scrutarlo di nascosto. Il giorno dopo era arrivato Cumana, una piccola cittadina sul mare a est della capitale venezuelana. Sborsando una cifra non trascurabile, era riuscito a procurarsi un passaggio su una barca di pescatori che l’avrebbero portato a sud. Per sette giorni e sette notti aveva dormito, mangiato e fatto tutto ciò che poteva fare, con una puzza di pesce marcio da far svenire una iena. All’ottavo giorno, erano arrivati a Calçoene, in Brasile. Lì i suoi amici pescatori avevano deciso di sbarcarlo per tornare alle loro abituali occupazioni. I duecento chilometri che lo separavano da Macapà, sul Rio delle Amazzoni, gli parevano insuperabili, ma la fortuna gli venne in contro. Stava bevendo specie di birra annacquata in uno di quei locali bui e fumosi dove, per battere gli scarafaggi, dovevi essere solo più veloce, quando, dietro di se, sentì due che parlavano tedesco. Si voltò con lentezza, i suoi occhi azzurri e l’aspetto, teutonico attrassero subito l’attenzione dei due sconosciuti. Ringraziò il cielo e soprattutto suo padre, che gli aveva fatto imparare il tedesco come una seconda madre lingua. Senza problemi si fece passare per il figlio di un ex SS, una delle ultime reclute del Neu Furher, che, agli ordini di un misterioso Kommandant, doveva raggiungere San Paolo per una altrettanto misteriosa missione. Dopo i primi secondi di diffidenza i due sicuramente ariani caddero con tanto di scarpe, pardon stivaloni, nel tranello. Con un vecchio camioncino scassato raggiunsero Macapà, dopo di che lo portarono da un loro amico, un certo Franz, che aveva una barca piuttosto veloce. In poco tempo fu a San Luis dove riuscì a prendere un treno per San Paolo. Da quella città, raggiungere Buenos Aires fu un gioco da ragazzi. Era arrivato a destinazione. Maipù, duecentocinquanta chilometri a sud della capitale, sulla strada per Mar del Plata Il caldo torrido gli aveva appiccicato la camicia sulla schiena, era abbronzato come mai prima d’allora e con il sorriso più gioviale del suo repertorio stava salutando la persona che più d’ogni altra voleva incontrare in Argentina. Carlos Ariendes, suo socio per il traffico di armi e futuro fornitore di ben altre merci.
– El senior Torresi?
– Sì, vecchio zorro, ho deciso di cambiare aria.
Non ci volle molto per spiegare la situazione. Dopo aver assicurato che la rete di contatti restava intatta e che il loro piccolo commercio poteva continuare, Carlos fu ben lieto di ospitare il suo socio e fornirgli una base da dove ricominciare. Per prima cosa avrebbe dovuto aumentare il suo capitale. Non aveva mai apprezzato il traffico di stupefacenti, ma vista la situazione e la prospettiva di un mercato in pratica illimitato, non gli restava che accantonare le sue ultime remore e agire. Erano passati sei mesi da quando era fuggito da Genova, ma la rabbia contro chi l’aveva tradito non si era ancora sopita.
– Carlos, procurami un attendente, italiano, dobbiamo subito metterci in contatto con l’Europa e scoprire chi ha preso il posto del Cavalier Carli.
Le navi dell’armatore genovese sarebbero ancora servite. L’Africa era il suo obiettivo, avrebbe armato milioni di mussulmani e neri, pronti a far saltare la testa ai loro oppressori occidentali. Nel frattempo doveva organizzare un canale di esportazione in Europa per la polvere bianca della Colombia, cercando, allo stesso tempo di trovare il bastardo che gli aveva negato l’accesso al potere in Italia.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
14.
 
Vittoria, lunedì, era andata al funerale di Renata. Aveva indossato il vestito nero già messo al funerale della cognata e aveva pianto. Dentro di se, però, era serena. Non lo era più stata da quando aveva intuito che Renata intendeva parlare a Eleonora delle sue origini. Era andata persino a trovarla per chiederle di tacere. In effetti, Renata aveva promesso di non dire nulla, ma ora era più sicura. Due giorni dopo il funerale, però, la sua tranquillità si dissolse. Come ogni mercoledì era andata a pranzo dalla figlia, Silvia, che viveva con il marito nella vecchia casa di famiglia sulle alture di Genova. All’inizio andò tutto bene, solo più tardi, quando lei e la figlia rimasero sole a parlare, il discorso finì, come sempre accadeva, su Eleonora.
– Ora possiamo stare tranquille.
Silvia, che lavava i piatti, trattenne un gesto di stizza; sapeva con esattezza a cosa si riferiva la madre e solo per quieto vivere impedì alla sua comprensibile gelosia nei confronti della cugina, di emergere. Ma Vittoria voleva l’appoggio della figlia e tornò alla carica.
– La morte della povera Renata ci ha liberato di un bel peso, vero?
Il mestolo di legno, che Silvia aveva in mano fino a pochi attimi prima, sbatté con fragore contro la cucina a gas.
– Senti mamma, non sopporto questi discorsi. Riesci a gioire anche della morte di un essere umano pur di proteggere la tua piccola Eleonora. Sei disgustosa!
Vittoria assunse il tipico sguardo di falsa sorpresa di chi cerca di negare un proprio errore evidente.
– Ma cara, io non gioisco della morte di Renata, solo che ora Eleonora non scoprirà più il segreto.
Silvia odiava l’ipocrisia della madre.
– Ne sei tanto sicura? – Disse con un tono gelido che esprimeva tutta la rabbia che aveva dentro. Un brivido percorse la schiena di Vittoria.
– Che cosa vuoi dire? – Chiese all'improvviso seria e preoccupata.
– Niente di particolare – disse Silvia misurando le parole – solo conoscendo Renata, non è per nulla improbabile che abbia lasciato una lettera per Eleonora da consegnarle alla lettura del testamento.
Vittoria sprofondò nella più cupa disperazione. Il resto della giornata trascorse senza altri litigi. Silvia un po’ pentita per aver dato alla madre di che preoccuparsi e lei sempre più concentrata alla ricerca di una soluzione all’eventualità che l’ipotesi della figlia trovasse riscontro nella realtà.
 
Era già buio da un paio d’ore quando Daniela uscì dal suo studio. Aveva disdetto l’ultimo appuntamento fingendo di stare male. Percorreva la strada che portava a casa avvolta in un pesante cappotto di lana blu, mentre il vento le sferzava il viso, costringendola a rimanere un po’ curvata in avanti. Arrivata davanti al suo portone fece per estrarre la chiave dalla tasca destra, quando una voce con uno spiccato accento francese, la fece trasalire.
– Ciao bionda.
La fioca luce del lampione sgangherato illuminò il viso solcato da una lunga cicatrice di un uomo sulla sessantina.
– Mi hanno detto che hai bisogno ancora di me.
Daniela lo guardò per un attimo con disprezzo, poi gli voltò le spalle per aprire la porta.
– Vieni su!
In casa, alla luce dell’alogena, l’uomo perdeva parte di quel aura minacciosa mostrata prima nel vicolo, ma in compenso aumentava il senso di ribrezzo che incuteva al pari dello squallore.
– Hai bisogno di soldi, bionda?
I suoi occhi, piccoli e malvagi, luccicarono pieni di cupidigia mentre osservavano Daniela togliersi il cappotto.
– Al contrario Francese.
Daniela sapeva che, nell’ambiente dei vicoli, quel essere disgustoso era conosciuto solo come Francese. Nessuno sapeva il suo vero nome e a nessuno importava. Era il trovarobe della zona, a lui si rivolgevano quelli che avevano bisogno di molta droga, le prostitute senza protettore, chi doveva vendere merce rubata e chi voleva comprare documenti falsi o armi illegali.
– Voglio una pistola – disse lei secca – pago in contanti.
– Ehi, la bionda vuole mettere gli artigli.
Il ghigno schifoso, per un attimo, sembrò fondersi con la cicatrice.
– Sei sicura di avere abbastanza liquidi? – la voce divenne suadente – altrimenti si può trovare qualche accomodamento.
Daniela ribatté disgustata.
– Tu procurami l’arma, i soldi li ho. Tremila, ho sentito in giro.
Di nuovo quel ripugnante ghigno aleggiò sul viso del Francese.
– Eh no, bionda! Quello è il prezzo per i clienti affezionati, per te è mille di più.
– Va bene, ora sparisci!
– Fatti trovare domani a questa ora in vico San Matteo, davanti al cinema, con i soldi dentro un sacchetto per il pane, bionda – disse lui mentre apriva la porta. Poi, fermandosi la guardò ancora dalla testa ai piedi – ah se cambiassi idea per quella faccenda, potrei pensare di farti uno sconto.
Se avesse avuto un pugnale a portata di mano forse l’avrebbe ucciso. Per sfortuna, aveva solo le chiavi di casa che colpirono la porta nel punto dove, fino a un attimo prima, sostava il Francese.
– Bastardo!
Daniela andò a raccogliere le chiavi con un sospiro. La smania di procurarsi l’arma l’aveva portata a contattare quel maledetto, ma l’occasione era troppo buona. Eleonora era partita per Cortina, da sola. Per un attimo era rimasta delusa perché non l’aveva invitata, poi, però, si era resa conto di avere una splendida occasione per sbarazzarsi dell’unica persona che poteva portarle via il suo amore: Mario.
 
– Sai Tizzy, tra me Corrado c’è sempre stato un rapporto molto aperto, di sincera amicizia. Almeno lo credevo fino a ieri.
Claudia era nello studio della sorella, le era venuta voglia di parlare con Tiziana, così aveva preso la scusa di un normale controllo periodico.
– Non ne dubito, ma adesso apri la bocca e stai zitta!
Claudia, sul riunito, era scomoda e a stento si tratteneva dal muoversi.
– Hai una piccola carie sul secondo molare superiore di destra.
Prese la turbina e inserì una fresa nuova. Claudia spalancò gli occhi.
– Che cosa vuoi fare?
– Niente di speciale – disse Tiziana preparando il vassoio per la conservativa – È molto superficiale, non sentirai nulla, ora apri grande.
Terminò il lavoro in pochi minuti, poi, dopo essersi tolta i guanti di lattice, si lavò le mani.
– Mi dicevi di Corrado e della faccia che ha fatto quando hai capito che quel tale era suo nonno.
Claudia si stava ancora sciacquando la bocca, così emise un grugnito affermativo.
– Esatto, è strano, – Si alzò dalla poltrona passandosi una mano tra i capelli – mi diceva sempre tutto della famiglia – poi abbassando il tono della voce per imitare l’amico.
– mio padre fa questo, mio padre fa quello, quando c’era la mamma andavamo qui o facevamo quello, insomma non aveva remore. Quindi non capisco questo comportamento.
Tiziana stava rassettando lo studio, da lì a poco sarebbe arrivato un paziente.
– Magari non va d’accordo con il nonno.
Claudia scosse la testa.
– Anche se fosse, perché non parlarmene e poi, dovevi vedere la faccia. Sembrava quasi che gli occhi gli schizzassero fuori delle orbite.
– Mah, non so proprio cosa dirti, comunque, vedrai che se ci tiene alla tua amicizia, prima o poi, ti dirà il motivo del suo comportamento.
– Sì, forse hai ragione. Ma c’era un’altra cosa che mi turbava e volevo dirti. Quel uomo, si, insomma, il nonno di Corrado aveva qualcosa di familiare, non so proprio cosa, ma mi dava quasi l’impressione d’averlo già visto.
Il campanello della porta suonò.
– È il paziente, senti, perché non ne parliamo a casa della mamma? Domenica siamo a pranzo da voi.
– Okay, ti lascio al lavoro.
Claudia uscì dallo studio. Era una giornata fredda e piovosa, l’ombrello serviva a poco perché il vento continuava a rovesciarlo. Anche se erano passate da poco le dieci del mattino, sembrava pomeriggio inoltrato. Si riparò sotto i portici di Via Venti Settembre guardando le vetrine. Ma dentro di lei lavorava ancora su quel particolare che le sfuggiva.
 
– Lo trovi!
Erano state le ultime parole che Eleonora aveva detto a Giorgio Scali, l’investigatore privato. Aveva preferito incontrarlo nella casa di montagna, per evitare di coinvolgere la famiglia, così aveva dovuto attendere due giorni, prima che l’uomo la potesse raggiungere. Lei era arrivata alle otto di sera di martedì, aveva chiamato subito l’agenzia di Milano. Essendo stata già una volta cliente, non ebbe problemi a fissare l’appuntamento fuori sede. Il giorno dopo si era rilassata facendo shopping in centro. Alla sera aveva acceso il camino e si era dedicata alla lettura dell’ultimo libro di Marquez. Giovedì si era alzata molto presto, il detective sarebbe arrivato solo nel pomeriggio, ma era troppo agitata, così, uscì per prendere una boccata d’aria. Verso mezzogiorno le venne fame, entrò in un ristorante. Dopo un pasto più che abbondante e qualche rimorso per la linea, decise che era ora di rientrare. Erano quasi le quindici e presto avrebbe potuto dare inizio alla caccia del padre. Scali fu puntuale, Eleonora aveva scoperto, quando aveva lavorato per lei la volta prima, che la puntualità era una specie di ossessione per il detective. Lo fece accomodare in salotto. Evitando i convenevoli venne subito al punto.
– Questa volta non voglio che segua mio marito.
Lui era sulla cinquantina, il vestito stazzonato per il viaggio in macchina sembrava due misure più grande. La faccia, con una lieve ombra di barba, non tradiva alcuna emozione, ma gli occhi sormontati da folti sopraccigli scuri sembravano mandare una luce d’interesse. Di sicuro i casi in cui non doveva seguire un coniuge fedifrago erano pochi.
– Voglio che trovi una persona. – Scali continuava a tacere – È un uomo anziano, circa settantadue anni, in quella busta – indicò con la mano un plico appoggiato sul tavolino – troverà tutte le notizie che ho potuto raccogliere da sola. Inoltre c’è un anticipo per le spese che dovrà sostenere, la parcella la conosco, non si preoccupi.
Il detective si alzò dalla poltrona e si mise in tasca la busta.
– Non mi preoccupo.
Quando se ne fu andato, Eleonora cominciò a ridere, forse era stato il modo di fare melodrammatico dell’investigatore che l’aveva contagiata e le aveva spinta a dire: – Lo trovi!
Come avrebbe detto una cliente di Robert Mitchum quando impersonava Marlowe. Ancora con il sorriso sulle labbra andò in cucina, mise un cubetto di ghiaccio in un bicchiere e si versò due dita di whisky. Era un po’ presto per bere, ma non le dispiaceva recitare la parte dell’eroina del filmone Hollywoodiano anni ’40, anche solo per se stessa.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
15.
 
Anno 1977. Sua madre era morta quando lei era ancora piccola, così aveva dovuto crescere nel mondo pericoloso del padre, un capo contrabbandiere, che l’aveva educata come un maschio portandola con se in ogni situazione fino al giorno in cui era stato ucciso in un’imboscata tesa da un rivale. Daniela aveva solo quindici anni, era troppo giovane per raccogliere l’eredità lasciata dal genitore. Allora, per sopravvivere aveva iniziato a commettere piccoli furti. Man mano che il tempo passava, quella fonte di reddito mostrò sempre di più i suoi limiti. Decise di colpire obiettivi più sostanziosi, le case dei quartieri alti. In poco tempo divenne un abile topo d’appartamento, fino a quando il suo informatore le diede una dritta su una villa all’estremo levante della città. Tutto andava per il meglio, quando, all'improvviso, il rumore di una serratura che si apriva interruppe l’oscuro silenzio che avvolgeva la casa. Tentò di raggiungere la finestra da cui era entrata, ma nella fretta urtò un mobile che le fece perdere l’equilibrio. La luce inondò la stanza come un’onda del mare.
– Ferma.
L’urlo di un uomo, il padrone di casa, la scosse, scatenando una paura che non aveva mai provato. Tentò di rialzarsi, ma sentì un’esplosione e quasi nello stesso momento l’impatto di un proiettile a pochi centimetri dalla testa. In completo stato confusionale allungò le mani verso il sacchetto di stoffa nera che teneva alla cintola. Estrasse la calibro ventidue che le aveva dato suo padre come ultimo regalo e fece fuoco. Solo allora si rese conto che il bersaglio cui aveva sparato era un uomo sulla quarantina. La giacca dello smoking, aperta, mostrava la candida camicia di seta sulla quale stava apparendo una macchia rossa. Lo sguardo non mostrava dolore, solo sorpresa. La pistola che poco prima era stata puntata su di lei cadde con un tonfo sordo sul tappeto. Furono frazioni di secondo, ma a Daniela parvero secoli. L’istinto di sopravvivenza la fece riavere, in parte, dallo shock. Qualcuno, una donna, stava urlando nell’altra stanza. L’unico pensiero che riuscì a realizzare fu la fuga. Fuggì attraverso la finestra e iniziò a correre. Un’ora più tardi, sulle colline sovrastanti, si fermò. Non era ancora del tutto lucida, ma si rendeva conto che la donna, anche se in preda al panico, l’aveva vista bene e poteva descriverla alla polizia. Con i suoi piccoli precedenti non avrebbero dovuto faticare molto per identificarla. Scartò l’ipotesi di tornare a casa. La cosa migliore da fare era rivolgersi a qualcuno di fidato. Pensò a Ghirba, il braccio destro di suo padre, le sembrò la soluzione migliore. Per una settimana l’ex contrabbandiere la nascose in uno scantinato portandole da mangiare. Lei credette di essere al sicuro, ma si sbagliava. Il favore che le faceva Ghirba andava ripagato e lei finì nel giro della prostituzione.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
16.
 
Alla fine era arrivata la tramontana. Genova, che da almeno una settimana era avvolta da una soffocante cappa d’umidità, poteva respirare libera l’aria tersa e fredda proveniente dal nord. Il traffico stava piano, piano scemando, erano quasi le venti e ognuno cercava di rientrare il prima possibile a casa, al calore fisico dell’ambiente domestico e solo per pochi, a quello spirituale dei propri affetti. Il cielo nero mostrava qualche stella, più luminosa delle altre, che riusciva a vincere il bagliore dei lampioni. Daniela era rientrata da pochi minuti, si era presentata all’appuntamento con il Francese e aveva effettuato lo scambio. Come il denaro anche la pistola era in un sacchetto del pane e le numerose persone presenti non videro nulla che potesse insospettirle. A casa, Daniela impugnò l’arma e l’osservò con attenzione. Era una Berretta 92S, un’arma da guerra, un po' diversa da quella in dotazione alle forze dell’ordine. Era stata limata la matricola, si augurò che non fosse già stata usata in qualche rapina, ma poi, riflettendo, si disse che non importava. In fondo l’avrebbe usata una volta e se ne sarebbe sbarazzata subito dopo. Ripensò all’ultima volta che aveva sparato. Quel colpo le era costato tre anni d’inferno. Ma alla fine il bastardo che l’aveva sfruttata aveva fatto una brutta fine. Un drogato gli aveva tagliato la gola mentre rientrava dal giro delle sue ragazze. Lei aveva saputo cogliere l’occasione. Aveva raccolto le sue poche cose ed era partita per Milano. Aveva lavorato come cameriera, mentre frequentava un corso serale da estetista. Dopo due anni, con un diploma, era tornata a Genova. Per quattro anni aveva lavorato duro, risparmiando ogni centesimo. Alla fine aveva aperto uno studio proprio che le permetteva di vivere in maniera discreta. Pensare al passato faceva male, si sentiva defraudata. Aveva sviluppato un odio sordo, profondo, verso tutte le comparse che avevano attraversato il film della sua vita. Odiava la madre, morta troppo presto, lasciandola senza difese. Odiava il padre che le aveva negato una giovinezza normale. Odiava tutti gli uomini che l’avevano calpestata, sfruttata, umiliata, posseduta contro la sua volontà. Odiava Mario, con cui doveva dividere l’unica vera amicizia, l’unico vero amore della sua vita: Eleonora. Erano quasi le ventidue e la città era ormai deserta. Le poche automobili che circolavano ancora, sfrecciavano lungo le vie senza che gli occupanti avessero il tempo di osservare cosa accadeva all’esterno della loro piccola bolla di plastica e metallo.
 
Non era la prima volta che Eleonora si rifugiava nel suo eremo dolomitico. Erano passati tre giorni da quando era partita e Mario cominciava a sentire la mancanza dei bisticci e delle battaglie verbali che erano soliti scambiarsi ogni giorno. Negli ultimi anni il loro rapporto si era deteriorato, non negava le proprie responsabilità, ma sentiva che il suo matrimonio non era destinato a finire. Il campanello della porta si fece sentire in sottofondo. Mentre la governante apriva, Mario tese l’orecchio per captare chi disturbava il suo rituale mattutino della colazione.
– Ciao Mario.
La voce gracchiante e priva di una qualsiasi eleganza di Francesco, marito di Vittoria proruppe nella sala come un torrente in piena.
– Bella giornata, oggi. Vero? Si può andare in giro senza portarsi dietro l’ombrello.
Mario, seccato da quella intrusione non preventivata rimase seduto sulla sua poltrona preferita, dalla quale rispose laconico.
– Ciao Francesco.
Qualsiasi cosa aveva da dire l’altro, lui non era interessato e, quasi dimenticandosi delle buone regole dell’ospitalità, non gli offrì nulla. Senza badare all’atto di scortesia, troppo raffinato per la sua sensibilità, Francesco prese una sedia vicino al tavolo e la trasportò proprio di fronte a Mario. Si sedette e attese un attimo raccogliendo i suoi poveri pensieri. Era un comportamento piuttosto anomalo, anche il fatto di arrivare senza preavviso era piuttosto strano. Mario non aveva alcuna intenzione di cominciare una conversazione, perciò rimase pacifico, seduto a sorseggiare il caffè che era ormai agli sgoccioli. Francesco si schiarì la voce.
– Immagino che ti chiederai perché sono venuto farti visita proprio ora che Eleonora non è a casa.
La domanda era retorica, ma a Mario, per poco, non sfuggì un secco No, che avrebbe spiazzato l’ospite inopportuno. Il solo pensiero fece apparire un sorriso sul suo viso. Mal interpretando questo segno come un incoraggiamento, Francesco proseguì.
– È stata un’idea di Vittoria, lo sai come è legata a Eleonora. (Mentre parlava le mani erano in continuo movimento.) Vedi, Mario, mia moglie teme che Renata abbia detto qualcosa a Eleonora che non andava detto.
Mario abbandonò il suo atteggiamento di disinteresse e appoggiando la tazzina di caffè vuota.
– Cosa non avrebbe dovuto dire Renata?
Francesco si era aspettato quella domanda, tanto che era già pronto a rispondere.
– Si tratta di un particolare che riguarda la mamma d’Eleonora, e che non possiamo rivelare.
Le rughe sulla fronte di Mario si accentuarono, Francesco non avrebbe dato spiegazioni, ma poteva cercare di fargli sfuggire qualcosa mettendolo in difficoltà.
– Per quanto mi riguarda, l’ultima volta che Eleonora ha visto Renata è stato al funerale di sua madre.
Quella affermazione non rese meno nervoso Francesco, che continuava a spostare il peso da una parte all’altra della sedia. Mario, percepì l’ansia dell’ospite.
– C’è dell’altro?
– Sì, a Vittoria è venuto in mente che Renata avrebbe potuto lasciare una lettera.
Mario cominciava a capire dove voleva arrivare Francesco.
– E con questo, cosa centro io, perché coinvolgermi in questa trama, considerando che non volete dirmi nemmeno di che si tratta?
Francesco era imbarazzato.
– Il motivo è che tu conosci il notaio Pastorino, quello a cui Renata ha affidato il testamento.
Mario si alzò di scatto con il viso stravolto dall’ira.
– Ti rendi conto di quello che mi chiedete? Tu e Vittoria volete che io convinca un notaio a tacere un atto testamentario. Magari poi ve lo dovrei consegnare senza leggerne il contenuto?
La voce stava aumentando di tono, Francesco aveva temuto quella reazione, ma sua moglie era stata irremovibile.
– Ti garantisco che tutto questo è solo per il bene di Eleonora.
Mario aveva perso la pazienza.
– Basta non voglio sentire altro, vattene!
– Ma Mario!
– Niente ma! In primo luogo quello che mi chiedi va contro qualsiasi etica professionale.
Ormai gridava.
– Secondo, non credo proprio che ignorare notizie che riguardano sua madre sia proprio un bene per Eleonora. Terzo, – fece una breve pausa cercando la frase che avrebbe più colpito Francesco – credo che la prima cosa che farò, appena lei tornerà dalla montagna, sarà dirle che i suoi cari zietti le tengono nascosto qualcosa che la riguarda.
Francesco aveva gli occhi spalancati, non aveva mai visto, da quando lo conosceva, Mario così adirato.
– D’accordo, me ne vado, ma ricordati che se parli a Eleonora di questa discussione le farai solo del male. Nonostante le apparenze è una ragazza fragile, ha già avuto un esaurimento.
Mario non ne poteva più.
– Il suo esaurimento l’avete provocato voi con il vostro atteggiamento iperprotettivo, voi, sua madre e tutta la vostra maledetta famiglia.
Francesco si diresse alla porta.
Si fermò per un attimo, girandosi come per controbattere, ma le parole gli morirono in gola, uscì di fretta senza salutare. Mario, rimasto solo, si ricompose. Con la coda dell’occhio vide la governante che stava spiando da una fessura della porta della cucina. Non ci badò, tornò a sedersi sulla poltrona chiedendosi quale segreto nascondevano quei due intriganti. Dopotutto Anna era morta, cosa avrebbe potuto sconvolgere così tanto Eleonora, tuttavia il fatto che fosse debole dal punto di vista psicologico era vero. Il dubbio si mescolava alla curiosità, lasciando indeciso su quello che avrebbe detto alla moglie. Francesco aveva quasi raggiunto la macchina. Continuava a ripetersi che lui l’aveva detto subito che parlare a Mario era pericoloso, ma lei, sua moglie, era di una testardaggine assoluta e nulla l’avrebbe fatta recedere. La situazione sembrava compromessa. Adesso avrebbero dovuto trovare una via d’uscita nel caso che Mario avesse parlato a Eleonora di quella conversazione.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
17.
 
Nella casa di Corrado, in Via Nizza, l’atmosfera era davvero cambiata dalla settimana precedente. Suo padre era sulla strada della guarigione e il tempo sembrava assecondare quel senso di ritrovata serenità che aleggiava intorno a lui. Erano le sette del mattino di un sabato splendido, il cielo da troppo poco tempo rischiarato dal sole, non aveva ancora raggiunto l’azzurro definitivo, che sarebbe rimasto per diverse ore fino a pomeriggio. La finestra della camera, spalancata, lasciava entrare l’aria secca e pungente insieme alla luce che si diffondeva come un profumo sulla città. Dalla radio provenivano le note frenetiche di una musica da discoteca, che s’infrangevano sulla porta del bagno, chiusa per mantenere il tepore, mentre Corrado terminava di radersi. Aprì la porta e un’ondata gelida lo investì. Rabbrividendo raggiunse la sua camera e dopo aver chiuso la finestra si vestì in fretta. Era allegro, sentiva che presto avrebbe ripreso la vita normale e quel periodo drammatico non sarebbe stato altro che un brutto ricordo. Si sentiva in splendida forma, pieno di energie, dopo una buona dormita e la lunga doccia che si era concesso quella mattina. Gli era venuta voglia di camminare, così lasciò lo scooter parcheggiato davanti al portone e si avviò verso l’ospedale. Dopo la ripresa suo padre era stato trasferito dalla rianimazione a una piccola camera a due letti di cui, però, era l’unico occupante. Venti minuti più tardi giunse a destinazione, bussò con delicatezza e senza attendere risposta entrò. Vincenzo Balestri era sveglio.
– Ciao Corrado.
La voce era ancora stentata, ma con un velo d’allegria. Ogni volta che entrava in quella stanza Corrado aveva una stretta al cuore, subito sopraffatta dalla certezza che la guarigione sarebbe stata completa e non sarebbero rimaste tracce dell’incidente.
– Ciao papà, come ti senti oggi?
L’uomo sollevò gli occhi al cielo.
– Come un pallone alla fine di una partita di calcio.
Risero insieme, poi il padre assunse un’espressione seria.
– Ieri, quando sei andato via, ho sentito che parlavi con qualcuno dietro la porta, era una voce familiare ma non sono riuscito a identificarla.
Corrado non era preparato a quella domanda, aveva deciso di aspettare che suo padre fosse più avanti sulla via della guarigione prima di parlargli di Mark Torre. Il cambiamento d’espressione non sfuggì al genitore che subito lo incalzò.
– Perché non me lo vuoi dire?
Non poteva più tirarsi indietro.
– È arrivato sabato scorso, appena ha saputo del tuo incidente – Fece una lunga pausa prima di riprendere – ha detto che ti era venuto a cercare già una volta, ma tu lo avevi mandato al diavolo.
– Di chi stai parlando?
L’uomo sul letto non aveva nessuna voglia di aspettare e Corrado, come se si arrendesse a una lunga battaglia, rispose.
– Tuo padre!
Il silenzio fu totale per qualche minuto, anche i rumori dell’ospedale sembravano scomparire come risucchiati dal buco nero della tensione che aleggiava nella stanza.
– Dovevo immaginarlo!
Poi, come se la notizia non l’avesse per nulla turbato
– Perché non è mai entrato?
Corrado era sospeso tra timore e sorpresa.
– È venuto quando tu eri ancora incosciente, poi ha preferito non farsi vedere per evitare di agitarti.
– In questo momento è la fuori?
Corrado non riusciva a capire le intenzioni del padre e rispose con rassegnazione
– Non lo so. Quando sono arrivato non c’era, ma tutte le volte che esco da questa stanza è sempre lì che aspetta.
– Vai a controllare ti prego e se c’è digli di entrare.
Il ragazzo scattò in piedi e si diresse verso la porta osservando l’uomo sul letto con aria interrogativa, ma senza il coraggio di aprire bocca. Diede un’occhiata fuori, non sapeva cosa sperare, ma come solito Mark Torre era lì, in piedi, vicino alla saletta d’attesa. Aspettava che lui gli portasse le ultime notizie. Uscì chiudendosi dietro la porta e si diresse verso il vecchio. Mark Torre sorrideva, ormai anche lui sapeva che Vincenzo sarebbe tornato come nuovo. Corrado aspettò di essere a poco più di un metro prima di parlare cercando di non far trasparire nessuna emozione
– Ha saputo che lei è qui e le vuole parlare.
Il sorriso scomparve dalla faccia piena di rughe. Senza perdere tempo si diresse verso la camera. Corrado preferì restare fuori, non voleva mettere in imbarazzo nessuno dei due, si diceva. In realtà era lui a sentirsi fuori posto, come se fosse atterrato su un altro pianeta.
 
Il week-end era trascorso bene per Eleonora. Lontana da ogni preoccupazione, si era lanciata lungo le piste innevate che solo le Dolomiti sapevano offrire. Sciare non era mai stata la sua passione, ma da piccola aveva partecipato a numerosi corsi e si era perfezionata con un maestro assunto dai suoi genitori. Senza cercare le emozioni forti di una pista da discesa, aveva percorso numerosi chilometri, tenendosi sempre il tempo per restare affascinata dai paesaggi e dalla natura. Alla sera girava per il paese che si preparava a ricevere la grande ondata di turisti delle feste natalizie. Aveva trovato un locale molto carino, un piano bar. La musica in sottofondo contribuiva a creare l’atmosfera di rilassatezza che cercava e il barista, un simpatico ragazzo del posto, da bravo professionista aveva intuito i suoi gusti e gli preparava ogni sera un magnifico cocktail a sorpresa. Era inevitabile che qualcuno la scambiasse per una single in cerca di avventure, ma lei sapeva bene come respingere le avance non gradite e la sera successiva l’importuno non si era fatto più vedere. Domenica mattina aveva deciso che non era il caso di sciare, anche perché i muscoli, non troppo allenati, cominciavano a lamentarsi dei recenti sforzi. Distesa nel suo caldo letto, aveva terminato il libro di Marquez, interrotto nei giorni precedenti per le troppe distrazioni. Verso le undici si era alzata per concedersi una lunga doccia e alla fine, per la prima volta da quando era partita si sentì sola. Non avvertiva la mancanza di qualcuno in particolare, era la routine, il lavoro, la casa, anche suo marito, forse. Indossando solo l’accappatoio bianco si sedette sul divano del salotto con il cellulare in mano. Aveva già composto il numero di casa, stava per premere invio, ma si bloccò. Se avesse chiamato Mario le avrebbe comunicato tutte le chiamate di pazienti che con ogni probabilità erano arrivate durante la sua assenza e si sarebbe sentita in obbligo di tornare. Decise di lasciare passare ancora qualche giorno. Stava per posare il telefonino sul tavolino di plexiglas, ma fu attraversata da un’altra ondata di solitudine. Compose un altro numero e alle dodici e venticinque il telefono squillò in casa di Daniela. Lei si stava preparando il pranzo, quando rispose sapeva già di chi si trattava, Eleonora era l’unica che conosceva il suo numero. Tutti gli altri potevano rintracciarla solo in studio, dove trascorreva la maggior parte del tempo.
– Ciao! – Disse Daniela con una voce che non lasciava trasparire la tempesta di emozioni che la stava invadendo.
– Ciao Dany!
La voce di Eleonora sembrava arrivare da molto vicino.
– Sono ancora a Cortina, avevo voglia di sentirti.
Daniela rispose con il solito tono pacato.
– Spero che ti stia divertendo!
Era un evidente rimprovero, ma Eleonora fece finta di nulla.
– Non molto, ma devo sbrigare ancora alcuni affari, ci sono novità a Genova?
Nonostante Eleonora fosse dolce e conciliante, Daniela la sentì distaccata, come se, oltre alla distanza, qualcosa d’intangibile la separasse dall’amica. Un nuovo sentimento si era intrufolato tra loro due per separarle. Senza dare alcun preavviso, la diga che conteneva le sue emozioni cedette.
– Mi manchi!
All’altro capo del filo ci fu un silenzio prolungato. Udiva il respiro leggero di Eleonora che prendeva tempo prima di parlare.
– Mi manchi anche tu.
Quella risposta così stentata trasformò il sospetto di Daniela in certezza. Presto Eleonora l’avrebbe lasciata per tornare dal marito.
– Ti devo salutare, ho i fornelli accesi.
Non poteva resistere ancora a lungo. Ringraziò la sua buona sorte, quando Eleonora riattaccò senza porre altre domande, poi scoppiò in un pianto incontrollato, come quando era bambina. Mentre si precipitava verso la cassettiera per procurarsi un fazzoletto, urtò senza volere la borsa di cuoio posata sul divano. Si voltò a vedere cosa aveva fatto cadere. La borsa si era aperta e dentro, s’intravedeva il sacchetto di carta che conteneva ancora la pistola. Le lacrime si bloccarono, lasciò cadere il fazzoletto e si avvicinò con movimenti lenti e controllati. Prese la borsa, da cui estrasse l’arma, con estrema delicatezza. Il metallo lucido sembrava trasmettergli una sensazione di calore. Fece passare le sue dita lunghe e affusolate, ma al tempo stesso forti come l’acciaio, sul calcio. Le zigrinature le solleticarono i polpastrelli. La impugno come avrebbe potuto fare un soldato, prima di entrare in azione e dalla sua bocca uscì un sussurro.
– No Eleonora, non mi lascerai mai!
Eleonora stava riflettendo. Forse aveva fatto male a chiamare Daniela. Fino a quel momento il rapporto con lei era stato piacevole, aveva bisogno di una persona su cui riversare le proprie angosce. Ma ora si sentiva soffocare. Come se volesse cancellare tutto ciò che c’era di negativo al mondo agitò il braccio, poi alzandosi parlò a voce alta.
– Inutile pensarci ora, asciugati i capelli! Esci! Ordine del medico!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
18.
 
Vittoria era furibonda. Il marito, Francesco, stravaccato sulla poltrona del salotto, con i piedi allungati sul tavolino, le aveva appena detto che non voleva più saperne dei suoi maneggi per proteggere Eleonora.
– Sei un egoista! – Gridò, rischiando di perdere la voce per la foga – e tira giù quelle zampe, bifolco!
La luce azzurrognola, della televisione, si rifletteva sul viso dell’uomo.
– Vittoria, non c’è più niente da fare – tentò di replicare mettendosi più composto. – se il notaio ha in mano un documento di Renata destinato a Eleonora, qualsiasi nostro sforzo sarebbe inutile.
Ma lei non riusciva a darsi pace. Continuava a camminare avanti e indietro, alle spalle del marito che, di tanto in tanto, si voltava per guardarla tra le volute di fumo della sigaretta.
– Te ne rendi conto, dopo tutti questi anni!
Mentre parlava prese un portacenere e lo porse a Francesco. Era un gesto automatico, dato dall’abitudine di lui a seminare la cenere per tutta la casa.
– Adesso calmati cara, abbiamo fatto tutto il possibile e poi non è sicuro che Renata abbia lasciato una comunicazione per Eleonora. Se continuiamo a intervenire rischiamo di complicare la situazione.
Vittoria sapeva cosa intendeva. La reazione di Mario con suo marito l’aveva presa in contropiede, quel uomo si era sempre dimostrato così distaccato e freddo nei confronti della moglie. Per fortuna Francesco non si era lasciato sfuggire nulla di preciso riguardo ai natali di Eleonora.
– Non posso! Non posso proprio stare tranquilla, quella povera ragazza potrebbe rimanere traumatizzata. In più ne va anche della memoria di tua sorella Anna, pensa che figura farebbe la nostra famiglia.
Il viso di Francesco divenne cupo, spense la televisione, si alzò e prendendo le mani della moglie, che non erano mai state ferme per l’agitazione, disse: – Mia sorella è morta, non credo che le possa importare quello che la gente dice o pensa di lei. Per quanto riguarda la famiglia, mi sembra un po’ fuori tempo questa tua preoccupazione dell’onore.
Appoggiando la testa sul petto del marito, Vittoria ribatté stanca: – È per Eleonora che mi preoccupo. L’ho sempre sentita come una figlia e non sopporterei vederla soffrire.
Francesco si staccò tenendole sempre le mani.
– Vedrai che si risolverà tutto per il meglio.
Lei sapeva di non poter contare sull’aiuto di nessuno.
– Speriamo. – Disse, intanto il suo cervello cercava le possibili vie d’uscita da quella situazione. Doveva impedire a Eleonora di presenziare alla lettura del testamento. Fino a quando se ne stava in montagna il problema non sussisteva, il guaio era che poteva tornare da un momento all’altro. Maledì se stessa per aver suggerito al marito di andare da Mario, ora non poteva più telefonare a lui per sapere quando tornava Eleonora. Se almeno il notaio si fosse sbrigato con le convocazioni. Quasi fosse un segno divino suonò il campanello. Lasciò che fosse Francesco ad aprire e poco dopo tornò con una busta in mano. La aprì lì davanti a lei e un sorriso si accese nel suo viso.
– É la convocazione del notaio, per dopodomani!
 
Giorgio Scali era un bravo investigatore, aveva intuito, perseveranza e soprattutto le giuste conoscenze in molti campi. In Italia, purtroppo, il ruolo degli investigatori è sottovalutato. La maggior parte dei lavori che occupano il loro tempo, consiste in noiose consultazioni di vecchie scartoffie ammuffite o al massimo in un pedinamento di un coniuge infedele, internet ha dato un grosso vantaggio alla professione ma rimane sempre la necessità di qualcuno che vada di persona a eseguire i pedinamenti e a mettere le cimici e questo lui lo sapeva fare bene. Durante i primi sette giorni sembrava che il caso affidatogli dalla signora Parodi rientrasse nella consuetudine. Poi, la svolta inattesa. Un vecchio amico, con cui aveva condiviso i diciotto mesi di leva e che ora lavorava a Roma, al ministero della difesa, gli aveva fornito una documentazione risalente, circa al periodo su cui indagava. Si trattava del congedo, con disonore di un ufficiale della Marina Militare. Le motivazioni non erano chiare, di sicuro l’uomo in questione rappresentava lo scheletro nell’armadio di un certo numero di alti ufficiali che, in lui, avevano trovato un comodo capro espiatorio e che preferivano non comparisse troppo nei rapporti ufficiali. Il nome, Marco Torresi, corrispondeva con quello che conteneva la busta della Parodi. Insieme al foglio di congedo c’erano anche gli atti di un processo, pieni di righe nere che cancellavano le parti Top Secret. Non si capiva molto ma quello che interessava a lui lo trovò in fondo scritto bene in chiaro: – Probabile luogo di latitanza: Argentina.
Scali cercò di ricordare, negli anni sessanta l’Argentina non era un luogo molto tranquillo, più o meno come non lo era in quel momento e non sarebbe stato facile trovare le tracce di uno dei tanti italiani accolti da quel paese. Prima di tutto doveva avvertire la cliente. Forse riusciva a rimediare un viaggio pagato per il Sud America. Ringraziò con calore il suo contatto al ministero, più tardi avrebbe chiamato l’ufficio perchè mandassero una cassa di Champagne, addebitata alla cliente nella voce spese varie e compose il numero del cellulare di Eleonora Parodi. Erano quasi le due, Eleonora stava rientrando in quel momento dopo aver sciato tutta la mattina. Ci mise un po’ prima di liberare il telefonino dalla tasca della giacca a vento.
– Pronto?
Scali stava per rinunciare quando sentì la voce della donna.
– Buongiorno signora Parodi, sono Scali, ho delle notizie per lei.
Il polso d’Eleonora accelerò. – L’avete trovato?
Scali poteva immaginare il suo viso illuminarsi di speranza e per un attimo provò dispiacere nel deluderla. – No, non ancora, ma abbiamo fatto un grosso passo avanti.
Un buon detective doveva saper trattenere i clienti e lui era uno specialista nel presentare ciò che aveva trovato, anche se, a volte, era molto poco.
– Pare che l’uomo che sta cercando, ai suoi tempi, abbia combinato un grosso guaio. Per sua fortuna, però, è riuscito a sparire evitando la corte marziale e le pene, che per i militari erano piuttosto severe.
Eleonora quasi lasciava cadere il cellulare.
– Se è scomparso per la legge significa che non possiamo più rintracciarlo?
Scali era pronto a gettare l’amo.
– No, anche perché ho scoperto in che paese è fuggito.
– Fantastico!
Il pesce aveva abboccato, ora poteva chiedere ciò che voleva e l’avrebbe ottenuto.
– Argentina! – Disse scandendo le lettere. – le ho telefonato per questo, mi deve dare il permesso di continuare l’indagine anche all’estero.
– Certo, certo, si metta subito al lavoro!
Ma, dopo il primo attimo d’entusiasmo, Eleonora riprese a ragionare.
– Signor Scali, non per sfiducia, ma da dove comincerà a cercare in Argentina.
Il detective sorrise ammirando l’intelligenza e la lucidità della donna.
– Non si preoccupi, la nostra agenzia ha contatti in tutto il mondo, e in modo particolare con l’Argentina, sapesse quanti emigrati riusciamo a scovare per le famiglie che sono rimaste in Italia, un po’ come la Carrà, ha presente?
Si diede dell’idiota per quel paragone che minava la sua serietà, ma la risposta sembrò soddisfare Eleonora che riconfermò l’incarico, accettando anche le spese extra che le sarebbero state addebitate. Scali non era stato del tutto sincero ma aveva davvero alcune conoscenze argentine. Per essere precisi una conoscenza. A Milano, nel palazzo della sua agenzia c’era anche il consolato di Argentina e una delle addette era in rapporti, per così dire, amichevoli con lui. Pochi minuti dopo aver chiuso la comunicazione si trovava su un taxi, una vecchia Fiat Brava diesel, diretto all’aeroporto di Fiumicino. Doveva sistemare alcune cose a Milano, ma soprattutto avrebbe fatto in modo che la sua caliente amica Roberta provasse il brivido di aiutare un detective in azione. Eleonora non sapeva se essere soddisfatta o delusa per le parole di Scali. Era così assorta nei pensieri che solo allora si accorse di sudare nella tuta da sci che non aveva fatto in tempo a levarsi. Raccolse gli scarponi che nel frattempo avevano lasciato una scura macchia d’umidità sul parquet e li mise nel ripostiglio. Spogliandosi entrò nel bagno, l’idromassaggio era l’ideale per riprendersi dalle fatiche fisiche della mattinata e dagli stress emozionali di poco prima. Terminò di spogliarsi davanti allo specchio, fermandosi a controllare che i segni del tempo non avessero causato qualche cedimento da lei non notato prima. Soddisfatta da ciò che vedeva accese l’acqua. Era stanca di restare sola in quella grande casa, decise che nel pomeriggio sarebbe partita. Entrò nella vasca che andava man mano riempiendosi. Seduta sul fondo si lasciò andare immaginando il momento in cui si sarebbe trovata davanti suo padre.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
19.
 
Il cielo scuro dava l’impressione che fosse notte inoltrata, ma l’infaticabile serpentone di automobili che riempiva tutte le vie del centro confermava che erano solo le diciassette e che prima di poter concedersi il meritato riposo ancora molte ore avrebbero dovuto trascorrere. Claudia aveva assistito a un nuovo appello dell’esame che doveva sostenere. Era molto stanca e sopportava a malapena la confusione della strada, mentre attendeva l’autobus in Piazza dell’Annunziata. A un certo punto, il trambusto provocato dal traffico e il brusio continuo della gente venne superato da una voce familiare che la chiamava per nome. Era Corrado, seduto sulla sua Vespa. Con una gamba faceva perno sul marciapiede mantenendo l'equilibrio mentre sollevava un braccio per attirare la sua attenzione. Claudia si avvicinò sorridente. Non aveva sentito l’amico dal giorno in cui aveva fatto visita al padre in ospedale, ma si vedeva dal suo viso rilassato, lasciato scoperto dal casco a forma d’elmetto, che le cose andavano molto meglio per lui.
– Ti ho chiamata a casa e mi hanno detto che ti avrei trovato in facoltà. – Esordì lui spegnendo il motore dello scooter.
– Sei in splendida forma! – Disse lei compiaciuta.
– Grazie. In effetti, pensavo che a questo punto non ho più scuse, perciò devo ricominciare a studiare.
Prese un casco che teneva appeso al gancetto sotto il sellino. – Tieni, ti accompagno a casa.
Lei odiava i mezzi pubblici e non se lo fece ripetere. Il casco le andava appena largo, perciò mentre Corrado rimetteva in moto cercò di adattarlo armeggiando con la piccola fibbia. Sfrecciarono tra le macchine ferme ai semafori arrivando a destinazione in meno di dieci minuti.
– T’inviterei a casa, ma c’è mia madre che ti farebbe una testa così per sapere come stai, se tuo padre si riprende bene e tutto il resto.
Poi restituendo il casco.
– Che ne dici se questa sera andiamo in riviera a prendere qualcosa da bere? Andiamo con la mia macchina.
Lui la guardò strano.
– Il tuo catorcio vorrai dire! – poi prevenendo le proteste scherzose dell’amica – Okay, okay, ti aspetto per le nove.
 
Le luci della città baluginavano nella malsana foschia provocata dai gas di scarico delle automobili e degli impianti di riscaldamento. Agli occhi di Mark Torre, dal ottavo piano dello Star Hotel President, sembrava quasi un presepe, un immenso presepe illuminato riflesso sulla carta dorata di un grosso pacco regalo. Ora che Vincenzo era fuori pericolo si sentiva più tranquillo. Dopo avergli parlato, quel giorno in ospedale, aveva capito che la sua presenza era stata accettata, ma non poteva pretendere da lui l’affetto figliale che gli serviva e avrebbe voluto. L’unica sua speranza rimaneva Corrado. Era stato proprio il ragazzo, con la sua intercessione, a fare breccia nel muro d’odio eretto da Vincenzo. Forse a lui avrebbe potuto lasciare ciò che aveva negato al proprio figlio tanti anni prima. Il suo volto segnato da mille rughe era rivolto all’esterno e i suoi occhi erano persi nei giochi di luce disegnati dall’incessante traffico del centro, ma, il suo pensiero era lontano, attraversava lo spazio e il tempo fino al 1964. Il telefono della camera squillò. Era Marco, l’assistente tutto fare, che con il suo accento napoletano gli confermava di aver prenotato un’auto e di attendere ordini.
– Non ho voglia di uscire questa sera, fa in modo che mi portino la cena in camera e poi sei libero.
Marco Esposito eseguì gli ordini alla lettera, preoccupandosi che gli alimenti fossero adeguati e rientrassero nella dieta che il vecchio doveva seguire. Poi decise di uscire, erano troppi anni che mancava dall’Italia per non approfittare dell’occasione. Si fece indicare un buon ristorante in riviera e prese l’auto, una Volkswagen Golf dell’ultimo modello, che aveva noleggiato per il capo. Seguendo le indicazioni del portiere dell’hotel prese la statale che, oltre al nome, seguiva, in gran parte il percorso dell’antica strada romana. Il golfo del Tigulio gli si presentò in tutto il suo splendore. In lui si risvegliò il ricordo di un altro golfo, quello della sua Napoli, e la nostalgia tornò a opprimerlo.
 
Claudia e Corrado erano usciti spesso insieme, sempre come amici. Il rapporto che si era formato permetteva a entrambi di sfogare le quotidiane frustrazioni che si accumulavano nelle loro teste, senza problemi d’origine sentimentale, tanto che potevano parlare dei rispettivi partner, quando c’erano. Salito a bordo della piccola automobile, Corrado spostò il sedile nella posizione più arretrata per lasciare spazio alle lunghe gambe. In confronto a Claudia sembrava seduto sul sedile posteriore.
– Bene Ambrogina, mi porti in un posto elegante. – Disse con voce impostata come un conte che si rivolge all'autista.
– Stupido!
Ribatté lei, ridendo allo scherzo e con il rombo sordo del motore che aumentava d’intensità partì. Non erano diretti in nessun luogo in particolare. Una volta sulla strada avrebbero deciso se fermarsi a Recco, a Camogli o proseguire oltre, magari fino a Santa Margherita. Quella sera la scelta cadde su Camogli. Attraversarono la parte alta del paese prendendo la stradina che portava ai parcheggi. Le automobili non potevano entrare nel centro del paese, così si avviarono a piedi per raggiungere il porticciolo, coprendosi bene per contrastare il forte vento proveniente da Nord. Passarono davanti alle due enormi padellone dove, ogni seconda domenica di maggio, erano fritte le tonnellate di pesce per la famosa sagra del paese e poi il mare. Fino a quel momento era rimasto coperto dalle palazzine che circondavano la passeggiata, ma ora si mostrava con le sue alte ondate che s’infrangevano contro la spiaggia pietrosa in un’esplosione di schiuma e spruzzi.
– Mi è sempre piaciuto il mare in burrasca. Disse lui mentre con una mano teneva su il bavero del giaccone.
– Ma speriamo che ci sia un bar aperto, fa un po’ freddino, non trovi?
Dovevano alzare la voce per superare il frastuono delle onde.
– Arriviamo alla piazzetta del porto, se è tutto chiuso torniamo indietro
L’unico locale aperto era una specie pub, con le pareti simili a una grotta e le luci soffuse. Solo un’altra coppia occupava il tavolo più appartato tenendosi la mano e scambiandosi dolci parole. Il giovane barista, con la basetta destra che terminava a punta sotto l’angolo della bocca, attese che si accomodassero prima di chiedere cosa desiderassero.
– Ora si può parlare!
Corrado si stemò il giaccone sulla sedia vicina.
– Di qualcosa in particolare?
Claudia intuì che l’amico voleva intavolare un discorso serio.
– Sì, di mio nonno.
Impiegò più di un’ora per raccontare cosa gli era capitato in quelle due settimane. Nel frattempo la coppia del tavolo appartato aveva preferito cercare un posto più solitario. Era entrato un uomo sulla cinquantina che, dopo uno sguardo distratto ai due giovani, aveva ordinato una birra al banco.
– Hai capito perché sono rimasto sorpreso quando hai affermato che era mio nonno? – Chiese concludendo Corrado.
Claudia annuì, tenendo tra le mani il bicchiere del whisky ormai finito.
– Pensi che ora, dopo l’incidente, tuo padre accetterà Mark Torre?
Lui scrollò le spalle e terminò il contenuto del suo bicchiere.
– Forse sì. Sabato scorso si sono parlati e, visto che Torre è ancora in città, penso che mio padre si sia un po’ ammorbidito.
Lei sorrise.
– Una storia così potresti scriverla in un libro.
Rise anche lui, poi chiese al barista, che stava servendo la seconda birra all’uomo seduto al banco, di portare il conto.
 
Da quando si era laureata, Tiziana non aveva più voluto mettere piede nella facoltà di medicina. Aveva faticato parecchio per arrivare in fondo e preferiva dimenticare il periodo accademico, conservando solo il diploma di Laurea che aveva appeso al muro dello studio. La persona che doveva incontrare, però, era un suo ex compagno di corso. Lui aveva scelto la specializzazione in medicina legale e ora lavorava come assistente nel istituto, dove molti studenti si rendono conto che la medicina non è una disciplina aperta a tutti, perchè crollano alla vista, e soprattutto all’odore, delle prime autopsie. Era stata lei a fissare l’appuntamento due giorni prima con il dottor Stefano Neri, per avere qualche dato sull’autopsia di Renata. Così aveva dovuto vincere la sua repulsione verso il luogo. Per fortuna il giovane medico legale era già di fronte all’istituto.
– Ciao Tiziana, sei puntualissima!
Stringendogli la mano, non sapeva se era una sua suggestione, ma anche gli abiti dell’amico, le parvero odorare di formalina.
– Ciao Stefano, ora ti spiego perché non volevo parlarti per telefono
Come se non l’avesse neppure ascoltata, lui le mise una mano sulla spalla e disse: – Vieni, andiamo a prendere un aperitivo.
Il bar cominciava a riempirsi, presto sarebbe iniziata la pausa pranzo. Seduti a un tavolino, Tiziana, vestita con i suoi soliti jeans e il medico legale con il camice bianco, stavano aspettando che uno dei baristi si decidesse a portare le ordinazioni. All’improvviso, accantonando tutti gli altri argomenti, Stefano disse: – Scusa se ti ho trascinato via dall’istituto, ma sai, è un ambiente pieno d’attriti, non vorrei che qualcuno sentendo di cosa parliamo possa mettermi in cattiva luce con il direttore. Tiziana era imbarazzata.
– In effetti, ero venuta a chiederti proprio delle informazioni sul tuo lavoro.
Lui sorrise, era un bel uomo, anche se troppo magro, aveva un viso aperto che ispirava fiducia.
– L’avevo capito, vorrà dire che se perderò il posto verrò a bussare alla tua porta.
Subito dopo tornarono entrambi seri. Tiziana attese un momento prima di parlare.
– Sai quella signora uccisa due settimane fa? Era su tutti i giornali.
Un cenno affermativo del medico le permise di continuare.
– Era una mia parente, non molto stretta, ma comunque sempre una parente.
Arrivarono gli aperitivi che avevano ordinato interrompendo la sua richiesta, ma Stefano aveva già capito dove lei voleva arrivare.
– Che strano, sei già la seconda che vuole sapere di questa autopsia. – Disse portandosi il bicchiere alle labbra, divertendosi a tenere sulle spine la sua collega.
– Il sabato in cui il professor Franchi ha analizzato il cadavere, ero di turno. Stavo sistemando le cartelle in ufficio, quando ha chiamato la professoressa Parodi, sai quella di medicina interna. Aveva il tono di voce tipo: sono il Padre Eterno non m’intralciare che ti fulmino; così le ho promesso che l’avrei fatta richiamare appena l’autopsia fosse finita.
Tiziana trovò naturale che Eleonora si fosse subito interessata, ma preferì non dire che era imparentata anche con lei.
– Cosa ha rivelato l’esame che non è stato detto ai giornali?
– A dire la verità, niente. È stata uccisa dalla botta alla testa. L’assassino l’ha colpita alle spalle, non doveva essere troppo alto, non c’è stata nessuna altra violenza né prima né dopo la morte. L’arma è un soprammobile molto spigoloso di marmo che è stato trovato ripulito dalle impronte.
Fece una pausa riflettendo.
– L’unica cosa che i giornali non hanno riportato, non sembra essere troppo importante per le indagini.
Tiziana si sporse incitando l’amico a proseguire.
– È una microscopica abrasione sul dorso della mano. Ma c’erano delle particelle di vetro, già prima della morte e poi la polizia ha trovato un bicchiere rotto nella spazzatura.
Lei non aveva toccato ancora il suo aperitivo.
– Come fai a sapere cosa ha trovato la scientifica?
– Semplice, ho un amico che lavora in questura. – Rispose candido lui.
– Non vorrei approfittare della tua gentilezza, ma non potresti chiedere a quel tuo amico di farmi avere qualche foto della scena del delitto.
Stefano Neri fischiò, per sottolineare la gravità di ciò che gli chiedeva.
– Ti rendi conto che rientri nella lista dei sospetti? E se poi mi beccano? Posso dire addio alla carriera, anzi penso proprio che mi radierebbero dall’Albo.
Tiziana stava per dire che non importava che comunque aveva tutti i dati che le potevano servire, ma lui prima che aprisse bocca l’interruppe. – Adesso passiamo un attimo dal mio ufficio, non parlare, non dire niente, anzi parla del tuo lavoro o altro, ho giusto quello che ti serve in un fascicolo sulla mia scrivania.
Lo guardò sbalordita.
– Grazie Stefano, ma non voglio che tu finisca nei guai per me.
Lui fece una smorfia.
– Lascia perdere, ti ricordi quando avevamo l’obbligo di frequenza tu mi timbravi sempre il cartellino delle presenze?
Tiziana sorrise.
– Quando entravo in classe avevo sempre una decina di tessere, per fortuna non ci hanno mai scoperto.
– Così oggi mi posso sdebitare del favore.
Mezz’ora più tardi camminava spedita lungo Corso Gastaldi, contenta di allontanarsi dall’ospedale e soprattutto per la busta gialla che teneva in mano. Non vedeva l’ora di parlare con sua sorella.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
20.
 
Anno 1977. La mamma era partita alle quattro del pomeriggio e lei aveva paura. Per il momento non correva rischi, la zia stava preparando la cena, presto, però, sarebbe andata via anche lei. A tavola regnava il silenzio. Da una parte c’era suo padre. Mangiava sereno, facendo i complimenti per come aveva cucinato la zia. Dall’altra parte sedeva lei, con la sorella della mamma, che sorrideva alle lodi e le lanciava delle occhiate furtive per controllare che finisse ciò che aveva nel piatto. No, forse quella sera non sarebbe successo. Si disse, pregando che quella sensazione diventasse realtà. Alle dieci la zia salutò e se ne andò. Lei era già a letto nella sua piccola stanza. Vide la luce del corridoio accendersi.
– Signore, fa che non venga! – Disse a bassa voce.
La porta era socchiusa e sentiva i passi che si avvicinavano. Ancora qualche secondo, poi avvertì il cigolio della porta che si apriva, lenta ma inesorabile, come il pendolo che aveva letto nei racconti di Edgar Alan Poe.
– Ciao principessa, stai dormendo?
Quella voce gentile, quasi effeminata per un uomo, le fece venire la pelle d’oca.
– No, non stai dormendo, vero?
Era coricata a pancia in giù con gli occhi stretti a simulare il sonno in un ultimo disperato tentativo. Sentì il peso dell’uomo affondare nel materasso al suo fianco, poi le coperte scesero piano scoprendo le spalle. Aveva una camicia da notte lunga, ma sapeva, per esperienza, che non sarebbe bastata a scoraggiarlo. Una mano calda le toccò la nuca, ma il terrore si propagò alle membra provocandole dei tremiti. La mano iniziò ad abbassarsi piano, portandosi via le coperte e lasciandola del tutto indifesa, fino a raggiungere l’orlo della camicia da notte. La luce dal corridoio si rifletteva sulle sue gambe nude man mano che erano svelate. A un certo punto la mano s’infilò tra le natiche facendole male. Emise un gemito soffocato.
– No, no, non temere piccolina, rilassati.
Per resistere al dolore prese a mordere il cuscino, bagnato dalle lacrime che aveva versato fino a quel momento. Sapeva che sarebbe durato ancora a lungo e che l’indomani si sarebbe ripetuto, fino a quando la sua mamma non fosse tornata, ma cosa poteva fare per impedirlo? Che cosa poteva dire a suo padre perché smettesse?
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
21.
 
Questa volta era riuscito a trattenersi. Aveva prestabilito un limite massimo e, a fine serata, era riuscito a non superarlo. Erano le tre di notte, aveva giocato tutta la serata e non aveva perso più di trecento euro. Non aveva neanche dovuto chiedere credito e la cosa lo riempiva di soddisfazione.
– Va già via signor Mario?
Chiese il barista, che lo conosceva da anni, e l’aveva sempre visto rimanere fino all’alba.
– Non è serata. – Rispose lui pagando la consumazione con gli ultimi dieci euro che gli erano rimasti nel portafogli. All’esterno del locale fumoso, che nascondeva nel retro la bisca, un vento pungente gli sferzò il volto. Rabbrividendo alzò il bavero del suo Burberis per avere un minimo di protezione e si avviò verso l’auto parcheggiata poco lontano. Accese il motore, poi, restando fermo, aprì il vano portaoggetti per prendere il frontalino dell’autoradio e si sintonizzò su una radio locale. Le note di “Under my skin” e la voce melodiosa di Frank Sinatra riempirono l’abitacolo della vettura facendo sembrare un po’ più viva la città a quel ora deserta. Per tutta la sera aveva accantonato il pensiero di Eleonora e dei maneggi che si svolgevano a sua insaputa. Aveva indagato, ma, nonostante fosse un caro amico del notaio a cui si era rivolta Renata, non era riuscito a scoprire nulla che potesse illuminarlo riguardo alle strane allusioni di Francesco e le manovre segrete di Vittoria. Mentre guidava verso casa la mancanza della moglie si insinuò sempre di più. Ormai era convinto che la morte della madre e di Renata non centrassero molto con quella fuga dalla città. Ma non poteva indagare troppo, nel loro rapporto, la privacy assumeva un ruolo fondamentale e infrangere quella regola che aveva mantenuto vivo il loro matrimonio significava andare in contro a conseguenze non molto piacevoli. Senza rendersene conto era arrivato davanti a casa, azionò il telecomando e si fermò in attesa che il cancello si aprisse.
Daniela si era tenuta appena fuori del cono di luce che il lampione gettava sul marciapiede. Avvolta in una giacca a vento nera, che spesso aveva portato a sciare, era invisibile. Un berretto di lana copriva i capelli biondi e alle mani aveva dei guanti neri in pelle che gli permettevano ancora una certa sensibilità. Toccò il rigonfiamento che appesantiva la sua giacca e iniziò a muoversi con la solita fluidità. Il vento, che fino a quel momento era stato un nemico irrigidendole i muscoli, diventò suo alleato, nascondendo il fruscio degli abiti. In pochi istanti arrivò dietro alla macchina.
Mario interruppe di colpo i suoi pensieri. Aveva visto un’ombra, nello specchietto retrovisore, mentre oltrepassava il cancello, ne era certo. Percorse a tutta velocità il viale che portava alla casa e anziché dirigersi al garage, si fermò nel piccolo spiazzo davanti all’ingresso slittando sulla ghiaia. Daniela fu colta alla sprovvista da quella mossa. Conosceva le abitudini di Mario e si era preparata a colpirlo mentre andava dal garage alla casa. Si rese conto di essere stata vista, le restavano due possibilità: rinunciare al piano, per quella sera, oppure penetrare nella casa e cercare di portare a termine il compito che si era prefissata.
L’attimo d’indecisione di Daniela, permise a Mario di scendere dalla macchina, entrare in casa come una furia e mettersi in salvo. Si appoggiò alla porta, concedendosi un attimo di sollievo, poi senza perdere altro tempo andò al telefono e chiamò la polizia.
Non c’era più nulla da fare. Daniela era furiosa con se stessa. – Merda!
Una sirena fece sentire il suo ululato, la polizia doveva avere una pattuglia poco distante. Corse verso il muretto di recinzione opposto al cancello d’ingresso, dove sapeva si sarebbe fermata la volante. Con agilità superò l’ostacolo, poi, senza perdere tempo si mise a correre scomparendo nella notte. La polizia trovò delle impronte di scarpe da ginnastica e nient’altro. Conclusero che poteva trattarsi solo di un tentativo di rapina, ma Mario aveva l’impressione che lo stessero prendendo per un visionario. Appena gli agenti andarono via, inserì l’allarme. Erano le sei e presto sarebbe sorto il sole, la tensione e la stanchezza l’avevano logorato fino a ridurre le sue capacità logiche.
– Forse hanno ragione i poliziotti.
Ma era sicuro di aver visto qualcuno la fuori. Aprì il cassetto del comodino. In fondo, sotto il plico di scartoffie delle assicurazioni, c’era una pistola, una calibro ventidue. La osservò per un istante, poi scuotendo la testa la rimise a posto.
– Non credo che sia una buona soluzione.
Era stanco e voleva dormire.
Daniela era quasi arrivata a casa. Con la rabbia che aveva in corpo avrebbe distrutto qualsiasi cosa le capitasse a tiro. Aveva sprecato una splendida occasione. La volta successiva non sarebbe stato così facile entrare nel giardino.
 
La fisioterapista aveva terminato da poco la tortura quotidiana e presto sarebbe stato orario di visite, ma Vincenzo Balestri sapeva che suo figlio non sarebbe venuto. Aveva già perso troppo tempo per lo studio e doveva recuperare. Si sentiva molto fiero di Corrado, era maturato parecchio da quando aveva perso la madre e quest’altra esperienza non era stata certo uno scherzo. Bussarono alla porta distraendolo dalle sue meditazioni.
– Avanti.
La voce non aveva ancora ripreso il vigore di una volta. Era Mark Torre, si era aspettato una sua visita, ma non così presto. Quell’uomo, una volta, era suo padre, poi lo aveva abbandonato quando era solo un bambino. Il risentimento continuava a rodergli dentro, ma aveva deciso di non essere irremovibile. Forse perché aveva rischiato di perdere la vita o forse solo perché ne aveva bisogno, ma doveva ripetersi in continuazione che poteva essere cambiato.
– Mi hanno assicurato che presto ti manderanno a casa.
La voce profonda del vecchio sembrava esprimere davvero amore.
– Sì, poi dovrò faticare per un po’ prima di riacquistare il controllo di tutti i muscoli. Per ora riesco appena a muovere le braccia.
Alzò con grande sforzo la mano destra per poi lasciarla cadere inerte.
– Se hai bisogno di cure particolari o qualsiasi altra cosa, fammelo sapere.
 L’infermo fece una smorfia che nel suo intento avrebbe dovuto essere un sorriso ironico.
– Lo sai che non potrai mai comprarmi.
Anche Mark Torre sorrise con il suo viso che si ricopriva di minuscole rughe.
– Ne sono convinto.
Avvicinò la sedia al letto del figlio.
– Hai voglia di parlare?
Vincenzo annuì.
– Per ora è l’unica cosa che posso fare.
Sedendosi, il vecchio si schiarì la voce.
– Qualche anno fa, cercai d’avvicinarmi a te, ma prima che potessi dirti quello che volevo, mi sbattesti la porta in faccia.
La pausa nel discorso consentì a Vincenzo di ribattere.
– Il fatto che ora io possa amare di più la vita che, per fortuna, ho ancora davanti, non significa per forza che abbia cambiato idea su ciò che penso di te.
Mark Torre non si scompose.
– Non pretendo questo, ma all’epoca non feci in tempo a spiegarti il mio punto di vista e, soprattutto, a chiederti perdono.
Quelle parole ebbero un certo effetto, dietro la maschera del viso poco mobile, Vincenzo sembrava quasi voler credere un po' di più che suo padre fosse cambiato. L’abitudine a diffidare, però, era troppo radicata in lui per essere accantonata così in fretta.
– Ora ne hai la possibilità!
Mark Torre annuì.
– Sì, è vero, – poi alzandosi dalla sedia e iniziando a camminare – ma prima fammi raccontare cosa accadde. Non per giustificarmi, solo per poter darti un quadro corretto della situazione.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
22.
 
Claudia aveva deciso di sospendere lo studio per qualche giorno, riposando un po’, nell’attesa che Corrado si mettesse in pari con lei. Sua madre, come tutti i venerdì, era uscita per fare la spesa e lei ne approfittava per godersi in santa pace la casa. L’appartamento che condivideva con suoi genitori era molto grande, soprattutto da quando Tiziana si era trasferita con il marito, ma la presenza di un’infinità di mobili antichi e gingilli di varie epoche manteneva un disordine costante. Il risultato era un senso di limitazione, che, con la scarsa luce proveniente dall’esterno, le provocava una sensazione claustrofobica. Seduta sul vecchio divano, continuava a cambiare canale per cercare un programma che poteva suscitare in lei qualche interesse. Ben presto si rese conto che la ricerca era del tutto vana e spegnendo l’apparecchio si diresse verso la sua camera. Dopo la morte di Renata, aveva comprato tutti i giornali che parlavano del caso, ma la mancanza di tempo le aveva impedito di leggerli con attenzione. Si procurò un paio di forbici e, paziente, cominciò a ritagliare tutti gli articoli che la interessavano, compreso gli annunci funebri del giornale locale. Il telefono squillò, per un momento sperò che fosse sua sorella con notizie fresche sul caso di Renata, ma le sue aspettative andarono deluse. Era una voce maschile.
– Parlo con Claudia Serra?
Pensando che fosse uno di quei seccatori che, procurandosi i nominativi negli elenchi degli universitari, proponevano corsi professionali di nessuna utilità, rispose con una certa riluttanza.
– Sì, chi parla?
– Sono Mark Torre, ci siamo conosciuti qualche giorno fa in ospedale, si ricorda?
Continuò senza attendere risposta.
 – Le chiedo scusa per il disturbo, ma per un’esigenza personale avrei bisogno di rintracciare Corrado.
Claudia rimase perplessa per un istante.
– Per quel che ne so dovrebbe essere a casa a studiare per recuperare il tempo che ha perso.
Ci fu una breve pausa.
– In tal caso ha spento il cellulare per non essere interrotto. Mi scusi ancora per il disturbo, ma pensavo fosse da lei.
Mentre chiudeva la comunicazione Claudia si chiese come aveva fatto il vecchio a trovare il suo numero. Sull’elenco non c’era e dubitava che Corrado lo avesse dato senza chiedere prima a lei il permesso. I suoi pensieri furono interrotti da Tiziana che suonava in quel momento alla porta. Sua sorella aveva il classico sorriso della bambina che ha trovato un gioco molto divertente e non vede l’ora di mostralo.
– Cara sorellina mi sono data un po’ da fare e ti ho portato qualcosa di molto interessante.
Dalla busta gialla portata da Tiziana uscirono il referto dell’autopsia, le analisi della scientifica e le foto della scena del delitto. Claudia era allibita. – Come hai fatto?
– Segreto professionale sorella! – Disse Tiziana cercando di non scoppiare a ridere. Il resto del pomeriggio trascorse in un lampo, mentre erano assorte a leggere con cura ogni più piccolo dettaglio. Alla sera conoscevano tutti i fatti, nei minimi particolari. La soluzione era sotto i loro occhi, Claudia ne era certa, bastava coglierla, ma al mosaico mancavano ancora parecchi pezzi e loro avrebbero dovuto proseguire le indagini prima di poter raggiungere una conclusione.
 
Eleonora attese che il cancello si aprisse dopo aver premuto il pulsante del telecomando. Il viaggio da Cortina era stato molto tranquillo e non si sentiva per nulla stanca. Nonostante fosse rientrata, non aveva intenzione di tornare al lavoro ancora per qualche giorno, così da sistemare alcuni affari. La governante aprì la porta d’ingresso proprio mentre lei stava per fermarsi davanti al vialetto. Capì subito che era successo qualcosa.
– Buongiorno Rosa, va tutto bene?
Il sorriso che sfoggiava era poco convinto e le parole non nascondevano l’attimo di panico che l’aveva assalita vedendo il volto della donna di servizio così teso.
– Oh signora, sapesse cosa è successo!
Per fortuna Rosa non le lasciò il tempo di preoccuparsi ancora di più.
– L’altra notte il signore, è rientrato tardi, e qualcuno ha tentato di aggredirlo.
Le parole uscirono di getto come se fossero rimaste compresse per quei due giorni e solo in quel momento potessero dissolversi nell’aria, cancellando il brutto ricordo.
Eleonora mantenne una parvenza di calma e chiese: – Dove è Mario?
In quell’istante suo marito apparve sulla porta della sala.
– Eccomi, in forma come sempre.
Il volto sorridente di lui la tranquillizzò in parte. Lasciò cadere la piccola valigia e gli si avvicinò per baciarlo.
– Che cosa è successo? Rosa sembra terrorizzata!
Gli chiese sottovoce. Mario rise.
– Oh quello? Niente! Forse un ladruncolo che pensava di portarmi via il portafogli, tra l’altro non avevo più un centesimo!
Eleonora accennò il broncio.
– Posso immaginare, chissà quanto hai perso!
La governante si era allontanata per lasciarli soli e iniziare a scaricare l’auto della signora. Entrarono insieme nella sala e lei si sorprese mentre annusava il profumo di casa. Era un gesto che faceva sempre quando tornava da un viaggio, come se l’olfatto le assicurasse che nulla era cambiato.
– A parte questa piccola avventura ci sono altre novità?
Lui attese che la moglie si sedesse sul divano poi sedendosi accanto a lei disse: – Sì, hanno anticipato la lettura del testamento di Renata.

Eleonora lo guardò serena.
– Perché?
Mario non voleva dirle del piccolo dissapore che aveva avuto con Francesco quando lei era in montagna, ma sapeva che se non avesse risposto con la solita ironia nei confronti della sua famiglia, Eleonora avrebbe capito che le nascondeva qualcosa.
– Non sono informato sul motivo, ma potrei scommettere che qualcuno ha pensato che Renata fosse tanto pazza da lasciare tutto al primo che si presentava dal notaio.
La frase si adeguava al suo carattere. Eleonora aveva sentito la mancanza di quelle punzecchiature e sorrise amabile.
– Scommetto che ti sei divertito moltissimo con quegli avvoltoi.
– Naturale. – Disse lui accavallando le gambe e accentuando il sorriso. – Ora non mi ricordo bene cosa ti ha lasciato Renata, ero troppo intento a osservare la faccia dei presenti, comunque c’è una lettera, tra le carte del notaio, che devi andare a ritirare di persona.
Eleonora s’irrigidì.
– Di che si tratta?
Mario alzò le spalle mostrandosi all’oscuro di tutto, ma la reazione della moglie non gli era sfuggita, a quel punto era sicuro che sua moglie nascondeva un segreto. Doveva appurare se il complotto familiare era rivolto a separare lui da Eleonora oppure a cos'altro?
– Vado a fare una doccia. – Disse lei riacquistando la padronanza delle proprie emozioni. Il getto d’acqua calda le picchiava sulla nuca, ma non riusciva a rilassarsi. Per poco non si tradiva con Mario. Sapeva che era un osservatore attento e le piccole reazioni potevano insospettirlo. Poi, mentre appoggiava la testa a una parete del box, sorrise, parlando a bassa voce.
– Sto diventando paranoica, cosa può sospettare, lui pensa ancora che Giorgio sia mio padre.
 
Le informazioni del patologo non avevano portato a nulla di concreto. Claudia era inquieta, sapeva di aver captato qualcosa, ma non era riuscita ancora a focalizzare la situazione. Parlando con Tiziana aveva esternato tutte le sue sensazioni, ma l’unico particolare che era emerso, le tracce di vetro sulla mano di Renata, non gli consentivano alcun progresso.
– Stiamo sbagliando metodo – le aveva detto Tiziana gettando il referto dell’autopsia sul tavolo – è meglio che per un po’ non ci pensiamo più. Forse a mente fresca riusciremo a trovare qualche elemento che ora ci sfugge. In parte aveva ragione. Una notte di sonno aveva rimesso in sesto Claudia, ma il mistero rimaneva tale. In cucina, davanti a una tazza di latte, continuava a sforzarsi di dare una spiegazione alle tracce di vetro.
– Se continui a guardare quel latte si raffredderà. – Disse sua madre, ma lei continuava a riflettere.
– Più tardi potresti passare in farmacia a prendere le medicine per papà?
– Sì, certo, mamma.
Rispose lei distratta, iniziando a immergere un biscotto nel latte.
– La ricetta è sulla consolle nell’ingresso, ah prendi anche una decina di siringhe, le abbiamo quasi finite.
Il biscotto che aveva in mano si tuffò nel latte facendo schizzare sulla tovaglia qualche goccia.
– Mamma sei un genio!
Si alzò come un fulmine lasciando la colazione a metà.
– Tesoro, non finisci di mangiare?
Ma lei era già in camera che si vestiva. Aveva fatto un grosso passo avanti, certo non aveva ancora scoperto l’assassino, ma almeno la dinamica dell’omicidio era chiara, forse.
 
Mark Torre era soddisfatto, Vincenzo aveva accettato la sua presenza e sembrava che Corrado cominciasse a stimarlo. Certo non aveva rivelato la vera natura del suo potere, ma per quello cera tempo e chissà, forse un giorno il ragazzo lo avrebbe addirittura chiamato nonno.
– Mi piacerebbe pranzare con te, potremmo andare al ristorante dell’albergo e approfittarne per conoscerci un po’, in fondo non sai nulla di me.
Corrado non aveva del tutto superato il disagio che provava in compagnia del vecchio e chiamarlo per nome gli era ancora difficile.
– D’accordo, Mark.
Il ristorante non era molto affollato, ottennero un buon tavolo e subito comparve un elegantissimo cameriere. La premura con cui tutto il personale dell’hotel trattava Mark Torre derivava, in gran parte, dall’entità delle mance. Erano di sicuro sopra la media, in una città come Genova, dove la crisi economica e l’incapacità di alcuni amministratori avevano molto abbassato il tenore di vita e per questo non passavano inosservate. Corrado parlò di se, della sua vita e delle sue speranze. Cercava di mostrarsi aperto, forzando il proprio carattere. Dal canto suo Mark Torre lo agevolava ascoltando con attenzione quei particolari anche se per la maggior parte gli erano già noti. Si ripromise di gratificare il servizio informazioni. Avevano fatto un ottimo lavoro, ma ora non aveva più bisogno d’intermediari segreti per sapere cosa accadeva alla sua famiglia. Avrebbe dovuto dirottare gli interessi di quel ufficio verso un altro scopo. Erano già le tre del pomeriggio, quando finirono di mangiare. Mark Torre aveva ascoltato Corrado senza interrompere con stupide domande e ora contemplava soddisfatto la tazzina vuota del caffè.
– Mi sembra impossibile trovare ovunque dei locali che siano in grado di offrire un caffè più che accettabile.
Il ragazzo si rese conto, che quella frase implicava ben altro di un semplice apprezzamento delle italiche capacità. Era la porta per entrare nel passato di Mark Torre.
– Quando lasciai l’Italia non pensavo che avrei sentito tanto la mancanza delle piccole cose. Ma, forse, era un modo per non sentire nostalgia di quelle davvero importanti.
I suoi occhi erano fissi in un punto lontano dello spazio e del tempo.
– In Argentina, ebbi la fortuna d’incontrare altre persone che, come me, erano fuggite da un pericolo o più di frequente, dalla povertà.
Trasse un lungo respiro.
– Una di queste era Marco, non l’hai ancora conosciuto, ma presto lo vedrai. Non è un semplice segretario, è molto di più, lo presi con me quando parlava, ancora, solo l’italiano, e neanche tanto bene.
Sorrise e il viso s’increspò come il mare quando c’è un forte vento.
– Mi è rimasto vicino per così tanti anni da diventare indispensabile. È l’unico che ha saputo rendermi l’esilio meno insopportabile.
Corrado non poteva fare a meno di provare una certa compassione per il vecchio.
– Poi, quando sono tornato in Europa, è stato lui a suggerirmi come aiutare la mia famiglia rimanendo nell’ombra.
La compassione del ragazzo si trasformò in curiosità.
– Non capisco cosa vuole, vuoi dire, in che modo avresti aiutato mio padre e me?
Mark Torre attendeva quella domanda fin dall’inizio della loro conversazione. Era un nodo cruciale, suo nipote poteva accogliere bene o male ciò che stava per dirgli, ma almeno in questo sarebbe stato sincero.
– Credo di aver fatto ciò che ogni padre farebbe per un figlio.
I giri di parole non servivano.
– Sono molto ricco, e quando dico molto, intendo nel senso più assoluto. Venticinque anni fa ho investito solo una parte dei miei fondi nel ramo assicurativo e in sette mesi ero già diventato il maggior azionista di una delle più grosse compagnie svizzere, vale a dire del mondo.
Corrado lo interruppe.
– Vuoi dire che hai raccomandato mio padre, senza che lo sapesse, facendogli fare carriera a prescindere dai suoi meriti?
– No, niente di tutto questo, tuo padre è in gamba, mi sono limitato a impedire che qualche dirigente tentasse di mettergli i bastoni tra le ruote. Ti garantisco che l’ambiente delle assicurazioni è un covo di serpenti, pronti a saltarti alla gola alla prima debolezza.
Corrado era perplesso, per un attimo non disse nulla, poi si schiarì la voce.
– Sono le stesse parole usate da mio padre quando si riferisce al suo lavoro e mi raccomanda di non entrare in quel ambiente.
Il pranzo terminò in silenzio. Mark Torre sapeva di aver corso un rischio a rivelare quei dettagli al nipote, ma sapeva anche che era l’unica maniera per ottenere l’appoggio di cui aveva bisogno. Quando Corrado lasciò il ristorante, il vecchio si ritirò nella sua suite dove lo attendeva Marco. L’uomo notò subito la sua espressione preoccupata e senza proferire parola si diresse in bagno per riempire la vasca d’acqua calda. Gli asciugamani erano già ben disposti, quindi si limitò a versare i sali da bagno che sapeva essere graditi al suo capo. Le tensioni di Mark Torre iniziarono a dissolversi non appena entrò nell’acqua; poi con una tecnica respiratoria, molto simile al training autogeno, insegnatagli da un sensej giapponese che aveva conosciuto durante la sua avventurosa vita, riprese del tutto il controllo della mente e del corpo. Rialzandosi dalla vasca disse a se stesso: – La giornata è ancora lunga. Molte cose positive possono ancora accadere.
Corrado era combattuto, non sapeva se essere grato a Mark Torre per aver aiutato suo padre oppure odiarlo per aver controllato le loro vite senza che se ne rendessero conto. Aveva bisogno di parlare con qualcuno. Qualcuno che non fosse suo padre. Non poteva rivolgersi a lui, era coinvolto troppo da vicino, quindi non ci si poteva aspettare delle opinioni obiettive. Il giorno dopo si sarebbe incontrato con Claudia, lei era la migliore amica che aveva, forse in questo caso avrebbe potuto contare su di lei e la sua capacità di ragionare maniera logica. Senza rendersene conto, quel pensiero lo fece stare meglio.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
23.
 
Eleonora e Mario avevano deciso di trascorrere una tranquilla domenica di riposo. Quella notte avevano dormito in una sola camera e si erano alzati tardi. Dopo colazione lei si era messa a leggere un nuovo libro, che aveva iniziato in montagna, mentre lui si era rinchiuso nello studio per occuparsi delle pratiche in sospeso. In realtà Mario rimuginava sul comportamento della moglie. Ma più rifletteva, più non riusciva a raggiungere una conclusione. Gli mancava il nesso. Perché Eleonora era così strana, perché Francesco aveva fatto quelle allusioni e soprattutto, cosa sapeva Renata di così sconvolgente? Teneva i fogli di una pratica tra le mani nel caso che Eleonora entrasse all’improvviso. Stanco di riflettere sbatté il plico sulla scrivania, fuori era già buio da un paio d’ore e forse avrebbe fatto meglio a formulare quelle domande proprio a Eleonora. Vedendolo entrare in sala, lei alzò lo sguardo dal libro che stava leggendo e gli sorrise.
– Credo di averne avuto abbastanza di lavoro. – Disse lui avvicinandosi. – Che ne pensi di andare a cena fuori?
Eleonora prese il segnalibro con lo spigolo d’argento, che le aveva regalato il Natale prima Renata, chiuse il volume e disse: – Penso che sia un’ottima idea, ho giusto voglia di una bella grigliata di pesce.
Diede un bacio sulla guancia al marito.
– Vado a cambiarmi subito, tu avverti Rosa.
– Perfetto, ti aspetto in salotto.
Quando lei non fu più in vista il viso di Mario si fece cupo, non era sicuro che per affrontare certi argomenti fosse meglio essere in pubblico.
 
Daniela era arrivata da pochi minuti. Aveva scelto la domenica per agire perché c’era poca gente in giro e sapeva che prima o poi lui sarebbe uscito. Eleonora le aveva raccontato che tutte le sere che lei non era a casa Mario ne approfittava per andare a giocare. Così non fu sorpresa quando vide uscire dal cancello della villa l’auto. Non voleva commettere errori, così rimase accucciata sul sedile della sua vecchia Panda per non farsi vedere. Poi accese il motore e i fari di posizione e iniziò a seguire il suo bersaglio. La prima sorpresa arrivò quando Mario anziché fermarsi a quella che poteva essere una bisca, entrò nel posteggio di un famoso ristorante, da Giacomo, all'inizio di Corso Italia. Rimase a distanza e si fermò poco prima del semaforo. Poteva sorvegliare senza problemi l’uscita del parcheggio, così si sistemò per la lunga attesa. Rimanendo troppo lontano, Daniela si era risparmiata una seconda e più grande sorpresa, Eleonora era tornata, senza avvertila e stava cenando fuori insieme al marito.
 
L’interno del locale era piacevole e caldo. Entrambi erano abbastanza conosciuti e il meitre li accolse con calore guidandoli subito a un ottimo tavolo. Eleonora non attese di consultare la carta, ordinando subito la sua grigliata, mentre Mario, su consiglio del cameriere decise per un’orata, accompagnata da un vino appena mosso.
– La domenica è la serata ideale per cenare fuori, non c’è troppa gente e si è sicuri di ottenere un tavolo, anche senza prenotare. Mario sapeva che la moglie non amava i posti affollati e aveva scelto quel ristorante proprio perché alla domenica era semi deserto.
– Sei la solita asociale.
Era stanco di tergiversare
– Mi sono dimenticato di dirti una cosa, – il tono era del tutto casuale – la settimana scorsa, prima che leggessero il testamento di Renata, mi è venuto a trovare Francesco.
Allo stesso modo del giorno in cui era tornata dalla montagna, Eleonora trattenne per una frazione di secondo il respiro. Lui prese atto di quella reazione ma continuò a parlare facendo finta di niente.
– Ha cominciato a parlare in modo strano, non riuscivo a capire cosa volesse.
Eleonora cercava di ragionare in fretta. Era chiaro! Mario aveva capito che le stava accadendo qualcosa d’insolito, un po’ per il suo comportamento, ma soprattutto per l’intervento di quel idiota di Francesco.
– Non avranno tentato di corromperti per accaparrarsi tutta l’eredità? – Disse lei con il volto stupito, ma era una finta evidente, cercava di acquistare tempo.
– No, lo scopo della sua visita era rivolto a conoscere, in anteprima, se e cosa Renata aveva lasciato a te, temendo che tu scoprissi cose che non dovresti venire a sapere mai.
– Non riesco a immaginarmi cosa possano volere nascondermi.
Lei sperava di aver trovato una via d’uscita alla situazione.
Mario si rendeva conto di aver superato il limite del consentito, nei rapporti con sua moglie, ma la curiosità lo spingeva oltre.
– Sì, anche le parole di Francesco facevano pensare che tu non fossi informata di nulla, ma io ti conosco più di quello che pensi e so quanto è difficile nasconderti un qualunque particolare, figuriamoci se ti riguarda.
Eleonora era stata presa in contropiede, non si aspettava un attacco frontale da suo marito.
Lui invece temeva di aver compromesso l’ultimo filo che teneva insieme il matrimonio e stava per aggiungere che non importava se lei avesse voluto mantenere il segreto, ma non fece in tempo.
– Hai ragione.
Anche se sussurrate, quelle parole avevano un peso tremendo. Mario non poteva che aspettare che Eleonora continuasse e quando accadde, diversi istanti più tardi, lei aveva recuperato del tutto il suo equilibrio.
– In effetti avrei dovuto parlartene tempo fa, quando lo venni a sapere, ma vedi, il problema è che questo mantenere il segreto fa parte di me fin da quando ero molto piccola.
Mario taceva, non voleva turbare l’incanto che si era creato.
– Il fatto è che Giorgio non è mio padre.
Lo disse in fretta, quasi volesse liberarsi di una zavorra che la opprimeva. Per le spiegazione non occorse molto tempo, terminarono la cena in fretta, entrambi volevano tornare a casa e continuare a parlare, da troppo tempo non lo facevano, ma adesso che avevano ristabilito un contatto niente avrebbe intaccato il loro rapporto.
 
Era ancora presto quando Daniela vide uscire l’auto di Mario dal parcheggio del ristorante. Accese in fretta il motore e si mise all’inseguimento. La direzione che aveva preso le faceva capire che sarebbe tornato a casa. Allungò la mano per toccare la pistola che teneva sotto il maglione sul sedile del passeggero. Vide la freccia, della macchina che inseguiva, lampeggiare. Il momento era quasi arrivato. Secondo i suoi calcoli sarebbe dovuto succedere più tardi, erano solo le undici, ma arrivata a quel punto non le importava più, doveva rischiare. Giunta nella stretta stradina che aveva studiato con attenzione per il suo piano, accelerò in modo brusco. L’impatto fu contenuto ma il rumore che produsse lasciava intendere che ci fossero parecchi danni. Mario si fermò e scese dall’auto, come aveva previsto.
– Ma che diavolo combina!
Era il momento giusto. Impugnò l’arma e aprì la portiera della sua utilitaria. Quando vide la pistola puntata, Mario assunse un’espressione di sorpresa mista a paura. Daniela era concentrata, il dito aveva iniziato a premere sul grilletto. L’apertura improvvisa della portiera destra disturbò la sua azione. Non fece in tempo a vedere chi era, l’istinto agì per lei. Si rese conto di aver sparato solo per il rumore che rimbalzava ancora sui muri dei palazzi. Poi riconobbe il bersaglio. Il viso di Eleonora mostrava solo stupore, si toccò il fianco sinistro e guardò la mano. Era sporca di sangue. Come se si rendesse conto, solo in quel momento, di cosa era successo, cadde a terra. La consapevolezza di aver ucciso la donna che amava la colpì come un maglio. Salì in auto e partì in retromarcia con un lungo stridio di pneumatici. Raggiunta la strada principale sterzò andando a sbattere contro una vettura parcheggiata, ma la sua corsa non si fermò e si diresse verso il centro.
 
Mario era rimasto paralizzato per qualche istante, poi era corso dalla moglie.
– Eleonora!
Strappò il vestito scoprendo la ferita.
Non era un medico e non riusciva a capire la gravità della situazione. In quell’istante lei aprì gli occhi.
– Non è grave, è solo un graffio.
Ma il sangue continuava a fluire. Alla fine lui riacquistò il controllo delle proprie azioni, con il cellulare chiamò l’ambulanza e dopo poco arrivarono i soccorsi.
Per Daniela era finita. Non aveva più nulla per cui vivere. Si era fermata in una strada secondaria, il motore ancora acceso faceva uno strano rumore. Doveva essersi era danneggiato con i vari urti. Prese la pistola che nel frattempo era scivolata tra i sedili. Vide che la sicura non era inserita, se la rigirò tra le mani fermandosi a fissare la bocca da dove sarebbe uscito il proiettile. Odorava di polvere da sparo, poi, con un unico rapido movimento portò l’arma alla tempia e fece fuoco.
 
Claudia aveva trascorso tutto il lunedì nella sua camera studiando. Doveva recuperare il tempo perso nei giorni precedenti con il caso di Renata. Così quando uscì, il martedì, per andare in facoltà, si sentì un po’ spaesata. Anche Corrado aveva avuto la stessa idea e quando lo vide disse: – Ciao, disperso, era ora che degnassi della tua presenza questa misera facoltà!
Non era certo un’osservazione gentile, lo sapeva, ma sperava che l’amico capisse che altro non era che un tentativo di riportare i loro rapporti alla normalità. Passarono mezzora scarsa a parlare con i loro compagni poi decisero di andare a mangiare insieme. Dieci minuti dopo erano intenti a addentare un panino nel bar di Piazza dell’Annunziata, vicino alla facoltà. Era pieno di studenti e Claudia per farsi sentire dall’amico dovette alzare il tono di voce.
– Come sta tuo padre?
Era una domanda scontata, ma il suo interesse per l’amico era sincero.
– Migliora sempre di più, fra un paio di giorni lo faranno alzare. – Disse lui sorridendo.
Poi, Claudia, estraendo un plico dalla borsa disse: – Ho pensato che ti sarebbe servito un po’ d’aiuto per recuperare il tempo perduto, così ti ho fatto le fotocopie dei miei appunti. Sono un condensato di tutto quello che dobbiamo studiare.
Corrado conosceva Claudia, era molto gelosa dei propri appunti e quella dimostrazione d’amicizia arrivò quasi a commuoverlo. Lei, imbarazzata, cercò di portare il discorso su cose futili, ma era evidente che Corrado avesse bisogno di sfogarsi. Infatti, poco dopo, lui cominciò a raccontarle dei suoi problemi, di ciò che gli aveva detto suo nonno. Quell’uomo così strano, così straniero eppure che sentiva così affine. Ascoltò tutto con pazienza, rendendosi conto di vivere uno di quei rari momenti in cui una persona resta indifesa, mettendo a nudo il cuore. Quella consapevolezza la gravò di un enorme peso. Come poteva lei consigliare un amico, rischiando di commettere un errore su questioni così personali e delicate?
– Non ho la presunzione di essere sempre nel giusto!
Disse, cercando di mettere in chiaro che un errore, in quelle situazioni era sempre possibile.
– Da ciò che hai detto mi sembra che il signor Torre, sì beh, tuo nonno, abbia sempre agito per il bene tuo e di tuo padre.
Poi alzando la mano a bloccare l’obiezione di Corrado.
– Certo, lo so, da giovane si è comportato in modo abominevole. Ha abbandonato la moglie e tuo padre ancora piccolo, ma ragiona! Non puoi condannare una persona per un errore, dimenticando tutte le cose buone che può aver fatto, soprattutto se sembra essere pentito, come dici tu. Non ha negato nessuna delle sue responsabilità, ha sbagliato e ha fatto ammenda.
Mentre Corrado rifletteva lei continuò.
– Posso capire che tuo padre non riesca a perdonarlo, ma tu devi mantenerti obiettivo, la vita è una successione disordinata di scelte a cui una persona deve far fronte. A volte puoi fare del male a chi ti circonda, magari senza volere e poi non sai il vero motivo che lo ha spinto ad andarsene, forse è stato obbligato dalle circostanze.
Claudia sentiva di essersi spinta troppo oltre. Aveva assunto una posizione ben precisa, se Corrado le dava retta poteva fare la scelta giusta, ma anche commettere un grosso errore. In questo modo lei si era assunta una grande responsabilità. Attese con il fiato sospeso una reazione dell’amico, che dopo qualche secondo disse: – Ci devo pensare.
Questo la rassicurò un po’, Corrado non era uno stupido e prima di agire in un qualsiasi modo avrebbe valutato a fondo ogni aspetto della questione. L’atmosfera subì una radicale trasformazione, si scambiarono un sorriso, era il momento di abbandonare gli argomenti seri e parlare di cose futili per risollevare il morale. Ma non durò per molto, presto finirono a parlare del caso di Renata. Corrado si dimostrò molto curioso.
– Hai stabilito dove si trovavano i sospetti all’ora del delitto?
– Certo – rispose lei – solo che vista l’ora del decesso si trovavano tutti a letto, quindi nessun alibi è sicuro al cento per cento.
– E il movente? – Chiese lui imperterrito.
– Anche questo è un problema, nonostante Renata fosse un’amica di famiglia, molto ricca e addirittura madrina di qualche rampollo dei Serra e dei Parodi, non era molto amata.
– Hai considerato gli eredi?
– Sicuro! Solo che le sue proprietà sono state distribuite tra tutti e nessuno che non fosse già abbastanza ricco è divenuto tale.
Corrado insisté.
– Questo non significa nulla, lo sai che esistono persone per cui i soldi non bastano mai. Comunque, dalla tua faccia capisco che qualcosa hai scoperto.
Poi guardandosi intorno disse: – Il locale si sta riempiendo troppo, che ne dici se andiamo a casa mia per continuare questo discorso?
Claudia accettò di buon grado, in effetti cominciava a esserci troppa confusione e certi argomenti era meglio affrontarli in luogo più appartato e tranquillo. Non vedeva l’ora di dirgli che aveva scoperto come era avvenuto, in realtà, il delitto.
 
Giorgio Scali era felice. Per una volta il suo lavoro l’aveva portato all’estero, in Argentina per la precisione, e lui, contro ogni previsione era riuscito a trovare le tracce di cui aveva bisogno per risolvere il caso della signora Parodi. Certo, un grosso contributo alle ricerche lo aveva dato Roberta, l’addetta commerciale del consolato argentino a Milano, ma questo non sminuiva la sua soddisfazione. Roberta Calderon l’aveva messo in contatto con Paulo, l’addetto all’immigrazione. Scali sospettava che fosse dei servizi segreti, ma non disse nulla, l’importante era che lo aiutasse. Paulo doveva tornare in Argentina proprio il giorno dopo, così si era aggregato. Dopo quattordici ore di volo che lo avevano rimbambito del tutto, era atterrato a Buenos Aires con la voglia di una cervesa e una lunga dormita. Rimandando sia l’una sia l’altra, accompagnò Paulo, prima a casa sua, dove salutò i genitori molto vecchi, e poi in ufficio, dove, sorpresa, sorpresa, gli avevano già preparato un tabulato con tutti i nomi dei possibili sospetti entrati nel paese nel 1964/65.
– Non mi dirai che l’ufficio immigrazione è in grado di fare tutto questo, in così poco tempo e solo per il sottoscritto?
Il sorriso furbo di Paulo mise in mostra i suoi splendidi denti bianchi che contrastavano in modo perfetto con la carnagione scura. Prese la tazza di caffè che gli porgeva un’assistente prima di parlare.
– Se non sei tonto, credo che ormai ti sarai reso conto che questo non è l’ufficio immigrazione!
Scali annuì.
– Posso aver anche io un caffè? – Disse alla ragazza che era rimasta lì imbambolata a guardare il bel Paulo, lei dopo averlo gratificato di un’occhiataccia riservata ai seccatori svolazzò via.
– Se il mio spagnolo non m’inganna si tratta di un dipartimento antidroga.
– Esatto my caro, non ti sbagli! E io in realtà sono il Tenente Pablo Garcia.
Scali sorrise.
– Paulo, Pablo, non avete molta fantasia con i nomi!
– Eh già! – ammise l’argentino – ma neanche voi italiani siete molto meglio, dai un’occhiata a quella lista.
In quel momento tornò l’assistente con il caffè.
– Gracias. – Disse prendendo con una mano la tazza e con l’altra il tabulato. Conteneva una dozzina di nomi.
– Mmhm, Mark Torre? Mark Torre potrebbe essere Marco Torresi!

– Congratulazioni, sei proprio un segugio!
Scali stava iniziando a preoccuparsi.
– Okay, ora non mi dirai che sai anche dove sta?
– Certo che lo so, è a Zurigo, in Svizzera!
– E perché diavolo non me l’hai detto quando eravamo a Milano che così lo raggiungevo subito anziché farmi attraversare l’oceano, per farmi bere un caffè?
Stava avvertendo quel brivido alla base del collo che significava guai.
– Perché volevo farti conoscere una persona, vieni!
E con una mano, Pablo indicò la porta dell’ufficio.
– Ecco la fregatura!
Se Pablo sentiva, al diavolo!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
24.
 
Anno 1977. Il servo indio si stava allontanando con il vassoio, dopo aver lasciato il margherida sul tavolo della veranda. La grande casa bianca, circondata da cinquanta ettari di terreno, brulicava di vita, mentre il sole scendeva piano dietro le montagne all'orizzonte. Mark Torre sollevò il calice, assaporando la sensazione di fresco che gli trasmetteva alla mano. Seduto su una poltrona di vimini guardava il tramonto senza considerare l’uomo con il vestito bianco che attendeva in ansia al suo fianco.
– Perché? – Chiese secco.
– Tutti i soldi, tutti i dettagli e i contatti che vi ho dato non sono serviti?
Il sudore che colava lungo la tempia dell’uomo e appiccicava il vestito alla sua schiena, non era dovuto solo al caldo.
– Ma senor...
La debole brezza non riusciva a mandare via l’odore della paura. Uomini molto importanti erano morti all’istante per non aver esaudito un desiderio del senor Torre.
– Niente ma Antonio! Sono dodici anni che cercate l’uomo che mi ha tradito e tutte le volte vi ritrovate in mano un pugno di mosche.
L’ingrato compito di riferire l’ennesimo fallimento era toccato ad Antonio Miranda, il capo del servizio informazioni privato di Mark Torre. In tutto quel tempo avevano scovato uno dopo l’altro gli ufficiali che, cambiato il vento, avevano abbandonato il tenente Marco Torresi al suo destino di esiliato. Tutti erano stati giustiziati, ma il traditore, quello che aveva mandato a monte il golpe e aveva eliminato il Cavalier Carli, era sfuggito alle maglie della sua rete.
– Richiama tutti gli uomini, saranno assegnati nuovi incarichi, per quanto riguarda la mia famiglia cosa sai dirmi?
Miranda cominciò a tremare. Una cattiva notizia era già troppo per il suo sistema nervoso.
– Ecco senor, ehm, sua moglie è morta.
Torre si voltò per la prima volta verso di lui, i suoi occhi chiari come il cielo al mattino lo trapassarono e ci mancò poco che non cadesse a terra implorando pietà.
– Di malattia senor, una brutta malattia.
Il grande capo tornò a osservare l’orizzonte, il sole era ormai scomparso e presto il buio avrebbe inghiottito quella parte di mondo.
– Mio figlio?
L’uomo in bianco si aggrappò a quello.
– Sta bene! – disse in fretta – cioè, ha sofferto per la madre, ma sta con i nonni che lo tengono molto bene.
Torre si sentiva stanco.
– Smettila di tremare Antonio! Per questa volta non ti uccido, anzi domani vieni a mezzogiorno, mangeremo insieme e ti darò i nuovi ordini. Per ora voglio scordarmi del traditore!
Quella sera ci sarebbe stata una festa, tutti i dipendenti della grande casa bianca si erano dati un gran da fare, era arrivata anche un’orchestra dalla città e le donne avrebbero indossato i vestiti belli, quelli che facevano girare la testa agli uomini. Miranda si allontanò felice d’essere ancora vivo, la gente del posto rideva e scherzava.
– Perché il senor Torre se ne sta tutto solo?
La ragazza indigena, abbracciava il suo uomo, era eccitata per i preparativi della festa. Da sopra la spalla di lui aveva visto il padrone di tutto quel terreno seduto nella veranda della grande casa bianca e le era sembrato molto triste. Diego era stato assunto per badare ai cavalli della tenuta già da tre anni, era giovane e bello e non si era mai messo nei guai. Scostò da se la ragazza e la guardò dritto negli occhi.
– El senor Torre è il capo, un capo molto severo. Tutti lo temono, dicono che non abbia un cuore.
I due giovani tornarono a baciarsi dimenticando tutto il resto. Mark Torre era chiuso nel suo guscio di solitudine, ma lui era il capo, quello che poteva avere tutto. In quel momento però desiderava una cosa che non poteva avere.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
25.
 
Per fortuna la ferita non era grave, la pallottola aveva preso di striscio il fianco sinistro di Eleonora senza causare troppi danni. Dopo che al Pronto Soccorso l’avevano fasciata, si era fatta dimettere subito, mentre a tutte le formalità legali aveva provveduto Mario. Tornando a casa non parlarono. Entrambi pensavano che fosse meglio chiarire ciò che era successo dopo un buon sonno e a mente fresca. Il giorno dopo anche Mario si alzò tardi. Si trovarono al tavolo della colazione. Dopo un rapido saluto venne subito al dunque.
– La conoscevi?
Lei fece una smorfia di dolore, la ferita le bruciava ancora.
– Sì.
Per un lungo momento non aggiunse altro, era una maestra a mantenere alto il pathos.
– Era la mia massaggiatrice.
– Perché voleva ucciderti – Mario era troppo abituato a usare l’ironia come un’arma e non si trattenne – non avevi pagato il conto?
Lei non abboccò e nel modo più serio possibile disse: – No, si era innamorata di me!
– Ah!
Questa volta era riuscita a sorprenderlo. Prima che si riprendesse chiuse l’argomento.
– Avevo deciso di evitarla e lei la presa male, molto male a quanto pare.
Mario si alzò e diede un bacio sulla fronte della moglie.
– Dobbiamo passare più tempo insieme, tesoro, altrimenti rischiamo di perderci.
– Sono d’accordo. – Disse lei, ma nel frattempo pensava a come sbarazzarsi della chiave di un certo appartamento, ora che Daniela si era suicidata era meglio far scomparire quella parte della sua vita.
 
– L’assassino voleva far sembrare la morte naturale.
Claudia era seduta sulla poltrona della camera di Corrado.
– Si era portato una siringa e una fiala con il veleno, era sicuro che Renata gli avrebbe aperto e anche che non avrebbe potuto resistergli, quindi spezza la fiala e inizia ad aspirarne il contenuto. Renata però reagisce nell’unica maniera che può sbattendo via la fiala che rompendosi le lascia qualche traccia di vetro sul dorso della mano. A questo punto l’assassino non può più simulare una morte naturale e la uccide con qualche oggetto che era li. Poi cancella le tracce e pensa anche a confondere i residui di vetro rompendo un bicchiere.
Erano quasi le nove di sera e da quando Claudia era arrivata, nell’appartamento in Via Nizza, anziché studiare, aveva cercato di esporre le teorie e le ipotesi che sembravano più credibili, ma Corrado era ancora perplesso.
– Non mi sembra molto convincente. La polizia avrebbe trovato le tracce del veleno e il vetro potrebbe davvero provenire dal bicchiere.
Lei scosse la testa.
– Tu non conoscevi Renata, era una persona molto precisa, con una paura incredibile di qualsiasi cosa potesse contaminarla. Non so come spiegare! Pensa che non stringeva mai la mano a nessuno senza guanti e, se lo doveva fare per forza, scompariva appena possibile per lavarsi e disinfettarsi.
Claudia si passò la mano sui capelli neri cercando le parole giuste per convincere l’amico.
– Per il veleno bisogna considerare che potrebbe essere stata una sostanza volatile o qualcosa che non lascia tracce.
Corrado cercò d’immaginare la scena.
– Da quanto mi hai detto la persona che l’ha colpita non era molto alta!
– Sì – disse lei – il risultato del referto ha confermato che l’assassino non superava il metro e settanta.
Il ragazzo sorrise.
– Chissà perché quando si parla d’omicidio si pensa al colpevole sempre in termini maschili?
– Perché gli assassini sono quasi sempre uomini, comunque hai ragione, questa volta potrebbe trattarsi di una donna, non occorreva molta forza per determinare quel danno.
Il tempo trascorse inesorabile tra ipotesi sempre più azzardate. Si stava facendo tardi. Claudia telefonò a casa per avvertire la madre che non sarebbe tornata.
– Hai voglia di una pizza? – chiese lui – Buona idea, mi è venuta una fame!
Non era la prima volta che Claudia si fermava a casa di Corrado, di solito passavano tutta la notte a studiare e a parlare. Era così che avevano consolidato la loro amicizia, ma quella sera si comportavano in maniera strana, sembrava quasi la prima volta. Lui era pieno di premure, come se cercasse di accontentarla in tutte le maniere mentre lei attenendosi alle buone norme dell’educazione, si mostrava imbarazzata per ogni piccolo gesto dell’amico. Ordinarono due margherite per telefono e dopo un quarto d’ora il ragazzo della pizzeria suonò alla porta. Per mangiare si trasferirono in cucina, era un locale ampio, con un grosso tavolo di legno massiccio circondato da sedie che ricordavano molto quelle che si trovano nelle baite. Decisero di non usare posate e mentre Claudia lottava con i fili della mozzarella Corrado si bloccò fissandola.
– Beh, cos’hai da guardare?
Un pezzettino di pomodoro le sporcava il mento.
– Lo sai che sei molto sexy?
Claudia per poco non si affogò e lui prese a battergli sulla schiena mentre lei tossiva.
– Bevi un po’ d’acqua! – Disse con ansia.
Dopo qualche sorso la tosse cessò. Aveva le lacrime agli occhi ma poteva respirare e parlare.
– Dico io, ehm, tra tutti i momenti, ehm, per dire una cosa del genere, proprio mentre sto mangiando e ho la faccia tutta unta, ehm, dovevi scegliere?
– Scusa, hai ragione, solo che in quel momento – attese un momento prima di continuare – non ho potuto trattenermi.
Le guance di Corrado stavano diventando dello stesso colore del pomodoro della loro cena. Lei non l’aveva mai considerato un possibile fidanzato, erano troppo amici, sapevano troppe cose l’uno dell’altra e poi osservò l’amico da un nuovo punto di vista. Era un bel ragazzo e di sicuro gli voleva bene. La linea che separa il bene dall’amore è molto sottile e a volte basta un niente per attraversarla. Forse bastava anche solo il complimento impacciato di lui, mentre stava mangiando la pizza. Chiuse gli occhi ripensando al suo sguardo estasiato di quel momento cruciale.
– Ti sei innamorato!
L’esclamazione le uscì dalle labbra in un sussurro.
– Sì! – Disse lui candido. Dopo tre anni che si conoscevano si diedero il primo bacio. Fu molto intenso, ma anche molto breve perché subito scoppiarono a ridere come pazzi. La salsa di pomodoro si trovava ora sul viso di entrambi e con tenerezza si pulirono a vicenda usando i tovaglioli di carta.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
26.
 
Il viaggio di ritorno fu meno allegro per Giorgio Scali, anche se stava per risolvere il caso. La sua cliente, la signora Parodi, non aveva idea in quale casino l’aveva cacciato. Pablo Garcia, l’ufficiale dell’antidroga argentina, gli aveva presentato il capo. Era una donna, sulla cinquantina, alta e magra, la sua pelle era chiara, come se non avesse mai conosciuto il sole. I capelli, ricci e disordinati, mostravano qualche traccia di grigio. L’aspetto, così insolito per una sudamericana, era completato da due occhi neri che sembravano risucchiare la luce e le emozioni di chi li guardava.
1.      Mark Torre?
La voce era bassa, da accanita fumatrice, ma nell’ufficio non c’era ne portacenere, ne odore di fumo.
– Vuole sapere chi sta cercando senor Scali?
Fino a qualche ora prima, una domanda del genere gli sarebbe parsa retorica, ma in quel momento si sentì in dovere di rispondere.
– Sì, è il mio lavoro trovare le persone e più informazioni ho su di loro, prima raggiungo il risultato.
La donna annuì, teneva tra le mani un fascicolo.
– Bueno, lei è un bravo investigatore, Pablo ha fatto qualche ricerca.
Il brivido alla base del collo si stava propagando alla schiena.
– Forse ci potrà fare un grosso favore.
Vide immagini e sentì storie che lo scossero nel profondo. In una foto c’era la testa di un bambino. Lorna, così aveva deciso di farsi chiamare il capo dell’antidroga, gli aveva raccontato che il padre del piccolo si era rifiutato di trasportare la merce per Mark Torre. Poi, in altre immagini in bianco e nero, non molto nitide, ma abbastanza chiare da lasciar comprendere l’orrore, vide ciò che rimaneva di centinaia di corpi ammassati, un intero villaggio svuotato che doveva essere ripopolato da persone dedite al contrabbando.
– Questo è solo un aspetto delle attività di Mark Torre. – Disse Lorna.
– Un altro suo interesse è il traffico d’armi. L’Africa è il suo campo d’azione abituale, ma di recente sono stati i Balcani e poi la Liberia.
L’investigatore italiano aspettava la richiesta che gli avrebbe fatto Lorna.
– Come fa a coprire tutte le attività illecite?
– Non lo fa! – Disse la donna a capo dell’antidroga.
– Non ne ha bisogno, ogni attività illegale è gestita da un vice che agli occhi del mondo è l’unico responsabile di quelle azioni, a lui sono intestate solo imprese legittime e grosse compagnie d’assicurazioni che servono a pulire il denaro. Noi sappiamo che dietro a tutto c’è lui e ogni richiesta di informazioni sul suo nome fa scattare tutti gli allarmi del nostro dipartimento.
Fece un gesto con la mano per indicare gli uffici che la circondavano.
– Per questo sei arrivato qui con tanta rapidità e ti abbiamo preparato questo spettacolo!
Era giunto il momento cruciale.
– E io, cosa dovrei fare?
Gli occhi di Scali si persero per un momento in quelli di Lorna. Questa donna deve aver sofferto molto, si disse, faticando a sostenerne lo sguardo.
– Prima di tutto dovrebbe dirci per conto di chi lo cerca. In secondo luogo, se il motivo per cui lo vuole avvicinare è abbastanza innocuo, dovrebbe approfittarne per cercare un pretesto, anche la più piccola illegalità, che ci permetta di avvicinarlo.
I suoi occhi erano schizzati fuori dalle orbite. – Avvicinarlo? – disse alzando il tono – prima mi dite che l’uomo su cui indago è una specie di Hitler sudamericano e poi mi proponete di incastrarlo, ma voi siete tutti matti!
Pablo Garcia, che era rimasto nella stanza, dietro di lui, gli mise una mano sulla spalla.
– Calmati Giorgio!
Lui si voltò di scatto scrollandoselo di dosso.
– Calmati un cazzo, razza di bastardo. Sei tu che mi hai portato qui – poi rivolgendosi di nuovo a Lorna. – e non direi il nome di un cliente neanche se scendesse Gesù Cristo in persona a chiedermelo!
La donna lo stava osservando in silenzio con i gomiti appoggiati alla scrivania e le mani incrociate sotto il mento. Quando sembrò che si fosse calmato riprese a parlare.
– Posso capire che non voglia rivelare il nome del suo cliente.
Si alzò in piedi e camminando avanti e in dietro.
– Il suo aiuto è indispensabile, sono dieci anni che cerchiamo di fermarlo, anche gli americani della D.E.A. sanno quello che noi sappiamo, ma loro cercano ancora di eliminare i suoi vice uno a uno, anzi, penso che lo vogliano proteggere, per i loro scopi. Possiamo decapitare mille teste, mille dei suoi vice, ma lui riuscirà sempre a sostituirli, riprendendo il controllo dell’organizzazione che semina morte in tutto il mondo.
La donna parlò per più di mezz’ora, spiegando che Torre godeva della protezione di un’intera classe politica nel suo paese, tanto che se quella conversazione fosse trapelata lei non avrebbe avuto scampo. Scali alla fine non riuscì a negarle il suo aiuto, ma lo aveva fatto più per il suo sguardo che per quello che aveva detto anche perché, ne era sicuro, non gli aveva detto tutto e lui si sentiva sempre più come la capra legata all’albero in attesa della tigre. Stava scendendo dalla scaletta dell’aereo, pioveva e dopo il sole estivo dell’Argentina il buio inverno del vecchio continente gli sembrava ancora più lugubre. Ma forse era solo il suo stato d’animo, in fondo stava solo cercando un uomo che aveva come hobby il genocidio.
 
Vittoria non aveva ancora superato il trauma della lettura del testamento. La lettera per Eleonora c’era, ma per il momento non l’aveva ritirata. La vecchia arpia le aveva giocato l’ultimo scherzo e lei non poteva fare nulla. Non le rimaneva che cercare di preparare Eleonora e starle vicino nel momento del bisogno.
– Francesco, accompagnami a casa di Eleonora. – Disse rivolta al marito che, come solito, poltriva davanti alla televisione.
– Non ti sembra che abbiamo già combinato abbastanza guai, vedrai che affronterà la scoperta con serenità.
Francesco si riferiva al fatto che Eleonora venisse a sapere che Giorgio non era suo padre. Vittoria, come sempre temeva per le sorti della nipote, lei l’aveva cresciuta come una figlia e sempre lei aveva sostituito Anna, sua cognata, che non era mai stata molto premurosa nei confronti della figlia, nei momenti importanti.
– No, non credo.
Era già vestita per uscire e il suo sguardo disse al marito che non si sarebbe accontentata di un rifiuto.
– D’accordo, ma cerca di non rendere tutto troppo melodrammatico.
Durante il tragitto in auto non si parlarono, quando arrivarono alla villa della nipote la voce della governante domandò al citofono del cancello.
– Chi è?
Francesco rispose sporgendosi dal finestrino e subito dopo la serratura elettrica scattò. Eleonora e Mario erano nella sala da pranzo e al loro ingresso li salutarono in modo cordiale. Francesco non riusciva a celare la sua preoccupazione e quasi volesse nascondersi si mise dietro alla moglie. Quando furono tutti seduti Vittoria affrontò subito l’argomento che la teneva in ansia.
– Ho saputo che Renata ti ha lasciato una lettera, oltre a numerose proprietà.
Eleonora annuì.
– Sì, ma non ho avuto ancora l’opportunità di ritirarla. – Disse con un tono di voce neutro. – Prima di parlati, vorrei chiederti se fossi disposta a rinunciare a leggerla?
Lo sguardo di Eleonora non lasciò trapelare nulla.
– Perché dovrei?
– Immaginavo che avresti reagito così.
La mimica di Vittoria esprimeva tutto il suo rammarico.
– Perciò sono venuta a dirti che so cosa contiene quella lettera.
Eleonora non disse nulla, aspettò solo che la zia continuasse.
– Nel 1964, prima che tu nascessi, tua madre subì una violenza. Allora non si era ancora fidanzata con Giorgio – Mario osservava incuriosito la moglie chiedendosi perché non dicesse che sapeva già tutto – quindi tu non sei figlia naturale di Giorgio.
A quel punto Eleonora si alzò, volgendo le spalle a Vittoria e a Francesco, strizzò l’occhio al marito.
– Immagino che lo sappiano tutti?
Vittoria annuì triste, una lacrima cominciava a sbavarle il trucco.
– Dovevo capirlo, da come si comportava mia madre, ma in fondo è sempre stata una grande attrice.
Dopo una lunga pausa a effetto pregò gli zii di lasciarla sola e se Francesco fu pronto a schizzare dalla sedia per togliersi da quella situazione così imbarazzante, non altrettanto fece Vittoria. Ci volle mezz’ora di rassicurazioni per convincerla che la sua nipote prediletta era in grado di affrontare una notizia così traumatizzante. Alla fine, però, lei e Mario, che le aveva retto il gioco fino a quel momento, restarono soli.
– Perché non gli hai detto che sapevi già tutto?
Eleonora aveva già preparato la risposta a quella domanda e non si lasciò sorprendere.
– Perché per lei sarebbe stato un colpo troppo forte, ha passato tutta la vita nel terrore che venissi a scoprire la verità e ora se io le dico che so già tutto?
La spiegazione accontentò Mario che sorrise e si accostò per baciarla. – Attento alla ferita!
Eleonora sorrise, in fondo anche lei, come sua madre, era una grande attrice.
 
Tra le varie informazioni di Lorna c’era anche l’indirizzo della compagnia di assicurazioni di Mark Torre. Dopo essersi sistemato in un buon albergo aveva deciso di non perdere tempo e concludere il prima possibile la missione.
– Buongiorno, mi chiamo Scali, sono un giornalista del Corriere della Sera. – Disse in francese all’impiegata sventolando con noncuranza il tesserino che gli aveva procurato un amico di Milano. Era una ragazza sui venticinque anni, bionda, occhi azzurri, fasciata da una specie d’uniforme che metteva in risalto le curve. Le labbra carnose erano atteggiate in un perenne sorriso di cortesia che, Scali supponeva, sarebbe stato uguale anche se lui si fosse presentato con un fucile in mano.
– Sto scrivendo un articolo sulle grandi compagnie e mi chiedevo se era possibile, incontrare qualcuno… – lasciò la frase a metà vedendo che la signorina stava già sollevando il ricevitore e dopo aver parlato in tedesco per una decina di secondi al telefono, si rivolse a lui, in francese, accentuando di qualche millimetro la curvatura delle labbra.
– Mounsier De Blance, l’attende all’ufficio numero 3 del secondo piano.
Appena finita la sua comunicazione, l'espressione tornò quella di prima. Scali ringraziò chiedendosi se non avesse parlato con un’immagine olografica computerizzata piuttosto che una segretaria in carne e ossa. Bussò appena alla porta dell’ufficio numero 3 e poco dopo un uomo molto alto aprì, era in maniche di camicia, ma questo non turbava la sua naturale eleganza.
– Mounsier De Blance?
Chiese con la sua miglior pronuncia. Nonostante ciò l’altro rispose in italiano, doveva aver sopravalutato le sue capacità linguistiche. – Sì, prego si accomodi, cosa posso fare per lei?
Un po’ deluso si presentò.
– Mi chiamo Scali, Giorgio Scali, lavoro per il Corriere della Sera – con molta naturalezza estrasse di nuovo il tesserino – collaboro anche con il Sole 24 Ore, il giornale economico – il suo interlocutore annuì mostrandosi a conoscenza delle testate giornalistiche italiane – nel secondo inserto del prossimo mese vorremo iniziare un reportage sulle maggiori compagnie assicurative d’Europa.
Una piccola scintilla d’interesse attraversò lo sguardo del signor De Blance. Le compagnie assicurative spendono milioni in pubblicità e se si presenta l’occasione di far parlare di loro, per di più gratis, non sono certo propense a farsela sfuggire. Proprio su questo fattore aveva giocato Scali, che a quel punto sapeva di aver preso all’amo la preda.
– Devo precisare che non si tratta di un semplice raffronto di offerte, ma di una vera e propria descrizione dello staff dirigenziale, chiarendo la politica aziendale che non sempre traspare dalle pubblicazioni in circolazione.
De Blance rispose con un sorriso accattivante.
– È fortunato signor Scali – disse evitando di accentare l’ultima vocale come, invece, molti francofoni si ostinano a fare – proprio in questi giorni si sta svolgendo il congresso annuale della Società, così avrà modo di incontrare tutti i dirigenti.
Il detective sorrise.
– Anche il gran capo, il signor Torre?
L’altro assunse un’aria dispiaciuta, ma non sorpresa.
– Temo che questo sia impossibile, il Presidente è dovuto assentarsi per motivi personali e nessuno è in grado dire quando tornerà, comunque non manca nessun altro e la mia segretaria sarà lieta di fornirle il pass per il primo giorno della convention.
Chiamò un taxi per tornare in albergo e rifletté sul da farsi. A questo punto aveva due scelte: primo poteva aspettare che Torre tornasse dai suoi affari privati; secondo poteva cercarlo cominciando dalla casa di cui Lorna gli aveva, con premura, dato l’indirizzo. La prima scelta era solo virtuale, nessun detective decente si sarebbe fermato ad aspettare che i guai gli andassero in contro, doveva per forza andarseli a cercare.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
27.
 
1977. La grande festa era al culmine e la confusione regnava ovunque nella grande tenuta. L’orchestra doveva faticare non poco per sovrastare gli improvvisati cantanti che sfogavano qualche brindisi di troppo storpiando la musica. A volte si udiva anche qualche sparo, ma era normale, era un segno d’allegria e quasi tutti gli uomini avevano armi. Miranda rideva e scherzava con una procace fanciulla che non disdegnava il contatto delle sue mani in parti di solito poco visibili, l’ebbrezza dello scampato pericolo lo rendeva audace. Mark Torre era l’unico, insieme al suo attendente, a rimanere all’interno della grande casa bianca. Osservava la gioia di vivere della gente sentendosi estraneo a quell’umanità. Dal cancello della tenuta arrivò la telefonata di un servo.
– Senior sono arrivate due macchine muy grandi, persone importanti, cosa devo fare? Mark rimase impassibile davanti alla finestra. Marco Esposito, il suo uomo di fiducia, rispose.
– Falli entrare, il signor Torre li aspettava.
– Sai già cosa fare! – Disse Torre rimanendo nella stessa posizione. Marco scomparve silenzioso. Poco dopo due Mercedes nere si fermarono davanti all’ingresso principale. I primi a scendere furono quattro guardie del corpo dall’aspetto minaccioso. Erano vestiti di nero e tenevano la mano destra sull’arma che gonfiava la giacca, pronti a rispondere a qualsiasi attacco. Il più vecchio dei quattro fece un cenno agli altri e subito aprirono le portiere. Due uomini uscirono infilandosi subito nel porticato, dove un servo li attendeva con il capo abbassato. Mark Torre li accolse scendendo le scale.
– Jack Tosca e Vincenzo Salluzzo, accomodatevi, beviamo qualcosa. – Disse, con falsa amabilità, indicando la porta a vetri che dava sulla sala. I due si guardarono. Tosca era grasso e stempiato, sudava nel vestito di lino bianco che ormai aveva cambiato colore, mentre agitava il cappello per farsi aria senza troppo successo. Salluzzo era alto, magro e una folta chioma bianca contrastava con il vestito nero che sembrava appena uscito dalla sartoria. Erano molto diversi tra loro, ma avevano in comune una cosa: erano tra gli individui più pericolosi al mondo.
– Sono felice che i capi delle due più importanti Famiglie del Nord America abbiano accettato il mio invito.
Torre manteneva un tono neutro e la cordialità delle parole non era rispecchiata dal volto impassibile.
– Ce l’aspettavamo! – Disse Tosca estraendo un fazzoletto per detergersi la fronte grondante. Le quattro guardie del corpo spalancarono la porta vetri indicata da Torre per controllare che non ci fossero sorprese. Tutto era in ordine. I due mafiosi entrarono tranquilli seguiti da Torre che congedò, con un gesto, il servo e si chiuse la porta alle spalle. Le guardie del corpo presero posizione vicino alle finestre e alle porte mentre i boss si accomodarono sulle poltrone di vimini in attesa che il padrone di casa desse loro ciò che volevano. Mark Torre rimase in piedi.
– Prima di far portare da bere, vorrei raccontarvi una storia.
Salluzzo si agitò sulla sedia mostrando un certo nervosismo. Non gli piaceva essere fuori dal suo territorio ma questi affari andavano condotti di persona. Tosca invece si mostrò spavaldo.
– Sentiamo ‘sta storia, basta che sia breve. – Disse continuando a sventolare il cappello. Torre si concesse un sorriso, ma il risultato non fu certo rassicurante.
– Sarò brevissimo. È cominciato tutto una settimana fa. Stavo per fare la mia solita passeggiata a cavallo mattutina, ma qualcosa me l’ha impedito, – parlando si avvicinava sempre più al tavolino che si trovava davanti ai due ospiti – non uno dei miei cavalli era rimasto vivo.
Tosca e Salluzzo stavano sorridendo e lui si sedette sul divanetto di fronte a loro.
– Il veterinario mi ha detto che sono morti tutti tra terribili sofferenze a causa di un potente veleno.
Fece una pausa osservando i quattro bestioni che proteggevano quelle due carogne.
– Qualcuno voleva intimidirmi, Ma chi?
Lo sguardo chiariva subito che lui non era affatto intimidito, anzi proseguì – la risposta arrivò subito, il servo che tutti i giorni mi portava la colazione aveva messo questo biglietto vicino alla tazza del caffè. Così ho saputo che i miei amici del Nord America, a cui faccio concludere sempre buoni affari, volevano estromettermi, chiedendomi i nomi dei contatti in Asia e i canali per l’Africa.
– Dietro adeguato compenso, è ovvio!
Salluzzo parlava per la prima volta. Era chiaro che per lui non era stata una buona idea minacciare Torre. Qualcuno bussò alla porta, i quattro mastini estrassero i revolver nello stesso momento. Marco Esposito fece il suo ingresso seguito da Diego. Lo stalliere manteneva la testa china come facevano tutti gli indigeni in presenza di un senor. Senza voltarsi Torre proseguì.
– Questo è il mio stalliere, lui è responsabile della sorte dei cavalli, vero Dieguito?
Il servo attese un attimo per raccogliere il coraggio di rispondere.
– Sì senor.
Torre si alzò e con calcolata lentezza si avvicinò a uno delle guardie del corpo che stava rinfoderando l’arma.
– Bella! Posso vederla.
L’uomo restio guardò il capo con aria interrogativa e Tosca annui sicuro che comunque nessuno avrebbe avuto il tempo di colpirlo con gli altri tre scagnozzi che lo proteggevano.
– Molto ben bilanciata. – Disse soppesando il revolver e puntandolo verso il muro. Continuando a guardare nella stessa direzione spostò il braccio armato alla destra e sorprendendo tutti fece fuoco. I due boss si alzarono dalle sedie di scatto mentre le guardie lo tenevano di mira, ma lui aveva già lasciato cadere l’arma. Diego per la prima volta alzò la testa mostrando i suoi occhi neri fissi in uno sguardo stupito. Un fiore rosso si dipinse sulla camicia altrimenti immacolata, poi crollò di schianto. Torre si voltò verso i due mafiosi.
– Mi ha deluso. – Disse con semplicità, come se parlasse di un liquore troppo leggero.
– Per quanto riguarda i nostri affari – proseguì sedendosi di nuovo sul divano – la mia risposta è dentro al cesto che si trova in mezzo a voi.
Tosca e Salluzzo si guardarono stupiti, poi abbassando i loro sguardi videro la cesta che fino a quel momento era sfuggita alla loro attenzione. Tosca sollevò il telo bianco che la ricopriva e subito il ribrezzo deformò il suo volto.
– Quella è la testa del servo che mi ha consegnato le vostre richieste e che ha fatto il lavoro sporco.
Quattro colpi di fucile tuonarono all’unisono frantumando i vetri delle finestre della sala. I quattro gorilla crollarono in terra senza avere il tempo di fiatare.
– Come vedete le persone che mi deludono tendono a incorrere in spiacevoli incidenti.
Rimase seduto immobile davanti ai suoi avversari.
– Ma con voi è diverso, voi non siete persone comuni, il vostro aereo vi attende all’aeroporto e i nostri affari continueranno come sempre. – Poi congedandosi. – Mi aspetto che mi ripaghiate per la perdita dei cavalli!
Poco dopo Torre osservava le due Mercedes nere scomparire dietro il cancello sorvegliato.
– Hai contattato le altre famiglie? – Chiese al suo attendente.
– Sì capo, tutto a posto.
Sul retro della casa una donna piangeva il suo uomo. Lorna sapeva che il senor Torre era molto pericoloso e quando il padrone aveva fatto chiamare Diego aveva avuto paura e l’aveva pregandolo di non andare, di scappare. Lui l’aveva guardata negli occhi e sorridendo aveva detto. – Non avrei scampo, né io né la mia famiglia.
Il dolore non l’avrebbe più abbandonata, lo sapeva. Fino alla fine dei suoi giorni.
Mark Torre aveva voltato le spalle alla finestra e guardava fisso avanti a se.
– Bene, fai in modo che scendano dall’aereo senza paracadute prima di arrivare a New York.
Il rumore della festa copriva tutto quanto. Solo chi aveva partecipato all’azione punitiva era al corrente di ciò che era accaduto e solo Torre e il suo assistente sapevano che di li a poco si sarebbe combattuta una guerra senza esclusione di colpi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
28.
 
Il problema era entrare. Scali aveva studiato ogni possibilità, ma il portiere non aveva lasciato un solo momento la sua postazione. La divisa grigia lo faceva sembrare un sergente delle SS e modi autoritari non facevano che confermare quella impressione. Il palazzo dove viveva Mark Torre aveva cinque piani, era abbastanza moderno anche se l’architetto aveva voluto dare un tocco retrò all’ampio ingresso. Il gabbiotto del portiere era posizionato in maniera strategica in modo che fosse impossibile entrare non visti. Verso le undici un pony express aveva consegnato un pacchetto, ma anche in quel caso il bestione biondo non aveva lasciato la guardiola e si era limitato a ritirare il pacco firmando la bolla di consegna. Alle dodici e trenta in punto prese il pacchetto e dopo aver chiuso il portone esterno a chiave aveva fatto la consegna. Uscì poco dopo per la pausa pranzo e alle quattordici era di nuovo al suo posto. L’ordine e la precisione con cui eseguiva il lavoro diedero forma a un piano nella mente di Scali. L’investigatore si allontanò dal suo punto di osservazione fischiettando soddisfatto.
 
Claudia era ancora a casa di Corrado, era stato molto dolce, e anche se non lo era, le sembrava che fosse stata la prima volta. Il letto, abbastanza grande, per entrambi era tutto disfatto e solo la coperta di lana la copriva, pungendole la pelle nuda. Lui si era alzato poco prima e stava facendo una doccia, lo sentiva canticchiare attraverso la porta. Il rumore dell’acqua cessò e dopo pochi minuti lo sentì aprire la porta della stanza. Sta controllando se dormo, si disse nascondendo nel cuscino il sorriso che le nasceva sulle labbra. Poi lo sentì allontanarsi e poco dopo il profumo del caffè proveniente dalla cucina la costrinse ad aprire un occhio. Non sapeva che ora era e non le importava, sentiva solo di essere felice e un intenso bisogno di – Caffè! – lo disse con voce un po’ roca. Anche il secondo occhio si aprì e le gambe sgusciarono fuori dal letto. Si guardò intorno cercando i vestiti, erano sparsi un po’ ovunque e non aveva voglia di raccoglierli.
Vide una vestaglia, era di Corrado e le sarebbe arrivata ai piedi, ma non le importava. Si avvolse nel suo profumo e si diresse in cucina.
– Ciao, ti avrei portato il caffè a letto. – Disse lui mentre versava il liquido scuro in due tazze posate su un vassoio.
– Stai attento, potrei prendere delle brutte abitudini.
Si fece serio, come se riflettesse. Per un attimo Claudia temette che stesse per dire che era stato tutto un errore, che era meglio rimanere amici, ma poi il sorriso radioso che le rivolse non le lasciò dubbi.
– Sono troppo felice per non viziarti un po’.
Si baciarono, poi si baciarono ancora e, mentre il desiderio aumentava e il caffè si raffreddava, Corrado la prese in braccio e tornarono nel letto. Erano già le undici quando scesero a fare colazione nel bar sotto casa, con un cappuccino e una brioche modello cartone, che però, a loro non era mai parsa così buona.
– Credo sia meglio che vada, ora o mia madre comincerà a chiamare gli ospedali.
Corrado sorrise e la baciò.
– Sì, è meglio, quando ci rivediamo?
E la baciò di nuovo. Lei lo tenne un attimo a distanza, squadrandolo con malizia.
– Stasera, ma poi vado a casa a dormire – si avvicinò per rispondere al bacio – non voglio rischiare che tu ti stanchi subito di me!
Fu un lungo saluto.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
29.
 
Eleonora non aveva dato troppo peso alla comunicazione post mortem di Renata. Aveva atteso fino a quel momento per andare a ritirare la lettera e firmando la ricevuta al notaio Pastorino, pensava di sapere cosa contenesse. Non poteva essere che il terribile segreto di famiglia, cioè che suo padre non era Giorgio Parodi. Renata, poco prima di essere uccisa, aveva avuto il tempo di dirle che lei era figlia del Sottotenente di Vascello della Marina Militare Italiana, Marco Torresi. L’uomo che era sparito nel mistero e che, se il suo investigatore aveva ragione, lei aveva buone possibilità di ritrovare. Ma il notaio la sorprese consegnandole un grosso plico imballato e sigillato con la ceralacca. Lo studio era dotato di una saletta apposita perché i clienti potesse esaminare subito il contenuto dei lasciti come quello e lei venne lasciata sola in modo che potesse procedere. Spezzato il sigillo, Eleonora si liberò dell’involucro. Dentro trovò un classificatore, di quelli usati per ordinare le contabilità. Lo aprì. La prima copertina trasparente conteneva due fogli scritti di pugno da Renata, il resto sembravano fatture, ricevute, ma c’erano anche foto e dossier siglati con top secret. Estrasse la lettera iniziale, era datata tre anni prima, quindi sua madre non era ancora morta e Renata pensava ancora che lei fosse all’oscuro di tutto.
 
Cara Eleonora, mi appresto a scrivere questa lettera nella consapevolezza che, dovendo attendere la morte di tua madre per comunicarti certi fatti, potrei venire meno prima io.
Questa lettera ti verrà consegnata solo nel momento in cui sia io sia Anna saremo morte.
Come ben sai sono la più cara amica di tua madre e mi è molto difficile andare contro la sua volontà.
Tuttavia ritengo che lei abbia commesso un grave errore a estrometterti dalla verità e seguendo ciò che mi dice la coscienza ho deciso che in una maniera o nell’altra devi sapere chi sei e che cosa ti dovrebbe appartenere.
Prima di tutto devi sapere che tuo padre non è Giorgio!
So che ti sembrerà assurdo.
Lui era da sempre innamorato di tua madre e quando si presentò l’occasione fece di tutto per averla in moglie. Anche se significava accogliere una figlia non sua.
Questo è un segreto che tutta la tua famiglia nasconde e, mi vergogno a dirlo, ma anch’io faccio parte del complotto.
L’unica mia attenuante è che tua madre sa essere davvero convincente e tu lo sai.
Ma non è tutto.
Ho altre colpe, ben più gravi, nei tuoi confronti.
Prima di tutto so chi è il tuo vero padre.
Fui io stessa a presentarlo ad Anna, nel ’64. Mi accorsi dell’errore solo troppo tardi, lui è un personaggio complesso e pericoloso che a quel tempo, sia io, sia tua madre sottovalutammo.
Venni a sapere che stava per lasciare tua madre e per vendicarla feci una cosa molto stupida che, solo a te ora confido, costò la vita a mio padre.
Misi i bastoni fra le ruote a Marco Torresi, così si chiamava e allora era ufficiale di Marina.
In realtà era dei servizi segreti e complottava con mio padre, il Cavalier Carli, per il traffico d’armi e altro che non sto a raccontarti.
Fu costretto a fuggire ma non perse il controllo sulla sua organizzazione e ancora adesso non sa che sono stata io a tradirlo, visto che continua ad avere rapporti professionali con me, che ho preso il posto di mio padre nella gestione degli affari.
Spero che il tuo animo, forse un po’ troppo candido, sia pronto ad accettare il fatto che anche le persone a te vicine non siano dei gigli di purezza, anzi, io, più di altri detengo un potere alquanto oscuro, ma quando ti accorgi che è proprio questo potere a darti la libertà di cui hai bisogno, sei disposta tutto pur di ottenerlo.
Mark Torre, così si fa chiamare oggi tuo padre, è il più grande trafficante d’armi, droga e quanto di più remunerativo esista, di tutto il Sud America, inoltre ha un possente impero economico legale alle sue spalle che copre ciò che di ignobile fa. Io sono la sua agente europea, per me ha un occhio particolare, perché pensa che gli sia fedele dai tempi di mio padre, ma se sapesse la verità, questa lettera finirebbe subito nelle tue mani, perché una delle sue caratteristiche dominanti è la totale mancanza della capacità di perdonare.
So che queste mie parole ti shockeranno e detesto il ruolo in cui vengo a trovarmi ma ora la scelta è tua.
So che Torre sta cercando un erede, è vecchio e se tu volessi puoi diventare la donna più potente del mondo, approfittando del fatto che sei la figlia del grande boss.
Ma se decidi di rimanere ciò che sei hai in mano la possibilità di smantellare una delle più grandi organizzazioni mafiose del mondo.
Nelle seguenti cartelline troverai i nomi e i codici per contattare i fornitori e i destinatari dei grossi traffici illegali e una chiave di una cassetta di sicurezza della sede BNL che contiene i documenti più importanti e i conti di finanziamento e riciclaggio delle Bahamas e di Monte Carlo.
Inoltre c’è un numero telefonico di un cellulare che serve a metterti in contatto con Mark Torre.
Sii prudente qualsiasi cosa tu decida di fare e cerca di perdonare questa povera vecchia amica.
 
Con affetto, Renata Carli.
 
Eleonora si accorse di trattenere il respiro. Aveva in mano il numero di telefono di suo padre, la vecchia amica di sua madre aveva nascosto ancora delle informazioni. Forse aveva pensato di sfruttarla per ottenere più potere nei confronti di Mark Torre, calcolatrice fino all’ultimo Renata! Richiuse il plico e chiamò la segretaria del notaio. Appena fuori si ritrovò in via Roma a un centinaio di metri dalla sede della BNL. Respirò a fondo e cominciò a risalire la via.
 
Abu Matoub, il fattorino della Traco Service entrò nel palazzo portando una grossa e pesante cassa con un carrello a due ruote. Aveva lasciato il furgone con l’insegna della ditta di trasporti posteggiato proprio davanti al portone e, secondo le raccomandazioni del cliente, erano le dodici e venticinque precise. Di solito chi fa le consegne non viene mai interpellato e tutte le trattative e le particolarità della consegna vengono definite in sede. In questo caso, però, era stato contattato da una persona che voleva essere certo che la cassa arrivasse nel determinato posto, nel dato momento. Aveva risposto che lui non poteva prendere accordi ma una banconota da cinquecento euro gli aveva tappato la bocca. Era uno dei pochi immigrati algerini che si erano integrati abbastanza bene nella società chiusa di uno stato così esclusivo come la Svizzera e il suo stipendio non era male, ma una gratifica extra era quello che ci voleva per comprarsi il computer che aveva visto la settimana scorsa nel negozio sotto casa e poter contattare la famiglia via webcam.
– Per chi è? – Chiese il portiere uscendo dalla sua postazione, senza degnarlo di un saluto. Abu prese la cartellina che aveva posato sulla cassa e lesse il nome del destinatario.
– Torre, Mark Torre intern
– Herr Torre non è in casa e non so tra quanto tempo tornerà!
Lo interruppe l’uomo in divisa che voleva porre fine subito alla fastidiosa intrusione del suo regno.
– Oh! – Fece il giovane algerino con l’espressione più ingenua che riusciva a mostrare.
– In tal caso posso lasciarla a lei, basta che firm…
Ancora una volta il portiere lo interruppe.
– Non se ne parla nemmeno, non posso tenere quella cassa qui nell’atrio, deve riprendersela!
Abu sfoderò il suo splendido sorriso conscio che non sarebbe servito ad ammorbidire chi aveva di fronte.
– Mi spiace ma il cliente che ha inviato la cassa non prevedeva che venisse respinta, io devo seguire le regole, non posso riportarla sul furgone altrimenti verrei rimproverato!
Aveva capito subito il tipo con cui aveva a che fare e sapeva che facendo leva sulle regole non poteva essere contraddetto.
– Se proprio vuole che le venga incontro le posso portare la cassa davanti alla porta del destinatario ma poi sono affari suoi.
La freddo teutonico si stava riscaldando. Era ovvio che nel suo palazzo non poteva esistere una aberrazione come una cassa davanti alla porta di un condomino. Guardò l’ora e vedendo che era già passato il momento della chiusura per pausa pranzo, prese una sofferta decisione.
– Aspetti un momento – disse, poi entrò nel gabbiotto uscendone subito dopo con un voluminoso mazzo di chiavi e dopo aver chiuso il portone – mi segua!
Davanti alla porta di Mark Torre il portiere scelse subito la chiave giusta tra le tante e aprì facendo in modo che il fattorino entrasse il meno possibile nel appartamento, giusto il temo di lasciare la cassa e uscire. Pochi secondi dopo erano entrambi fuori dal palazzo. Abu sul suo furgone felice per i cinquecento euro in più che non gli erano costati fatica e il portiere diretto al suo punto di ristoro, contrariato per i dieci minuti di ritardo.
La cassa nell’appartamento di Mark Torre, invece, si era aperta e ne era uscito Giorgio Scali, madido di sudore e quasi in ipossia. Dopo due bei respiri aveva iniziato le ricerche e non occorse molto per avere un idea di dove fosse in quel momento il padrone di casa. Nel cestino della carta vicino al fax cera un foglio con cui un certo agente di Genova avvertiva Torre che suo figlio era in coma all’ospedale.
– Accidenti, la signora Parodi dovrà sborsare un extra, le ho trovato anche un fratello e, se è ancora vivo, abita anche lui a Genova!
Si chiese se Lorna sapesse del figlio del suo nemico, ma non erano problemi suoi, aveva deciso di fare il lavoro per cui era pagato e sparire, non voleva finire male, anche se ogni tanto le immagini che aveva visto all’antidroga argentina gli tornavano alla memoria per pungolare la coscienza. Uscì poco dopo. Pur essendo un ottimo detective non fece caso che ben due teleobiettivi erano fissati su di lui.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

30.
 
Anno 1982. Il potere di Mark Torre era molto aumentato negli ultimi cinque anni. La guerra tra le famiglie scatenata dopo la morte di Tosca e Salluzzo e alcuni colpi clamorosi messi a segno dal FBI, avevano indebolito l’intera cupola nordamericana. In Sud America invece la situazione molto confusa del Venezuela, della Columbia e degli altri stati più a nord era contrapposta al Cile, schiacciato da Pinochet, e dalla giunta militare al potere in Argentina, che però, era in forte difficoltà per la questione dei desaparecidos. Per distrarre l’attenzione dai problemi interni, i militari decisero di provocare la Guerra delle Falkland, dando il via all'invasione il 2 aprile. Gli inglesi dal canto loro non erano stati a guardare e già prima che i soldati argentini giungessero sull’isola avevano dislocato alcune truppe scelte a Buenos Aires che, appena in maggio la task-force aeronavale raggiunse l'Atlantico del Sud, si premunirono di trattenere la famiglia del ministro dell’aviazione argentina. In questo modo sapevano sempre quando partiva ogni singolo aereo nemico e potevano prendere le adeguate contromisure per proteggere la flotta e, se necessario, non proteggerla e averne comunque un vantaggio.
– Gli uomini della S.A.S. le porgono i più sentiti ringraziamenti, signore, anche a nome del primo ministro.
Marco Esposito, il segretario, comunicò a voce il messaggio che aveva ricevuto poco prima dalla bocca del comandante del corpo d’elite inglese. Era stato Torre a dare le indicazioni necessarie per raggiungere la famiglia del ministro argentino dell’aviazione, come in precedenza aveva collaborato con CIA e FBI per eliminare pericolosi boss mafiosi che solo per caso erano anche suoi più pericolosi concorrenti.
– Mi auguro che sappiano sdebitarsi in maniera adeguata – fu il commento asciutto del padrone – presto dovrò riscuotere molti crediti per attuare i mie piani, l’Argentina non è più una sede sicura, la giunta militare crollerà e noi dobbiamo tornare in Europa al più presto. – Marco non si scompose, ma la notizia lo riempiva di gioia, erano decenni che non tornava più al suo paese. – Fai in modo che i nostri su a New York contattino i loro referenti in Sicilia, abbiamo bisogno di appoggio.
Già da tempo Torre si interessava di acquisizioni immobiliari nel vecchio continente e non era solo per il riciclaggio del denaro sporco.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
31.
 
L’anziano paziente della 347 era del tutto paralizzato, solo gli occhi mostravano qualche segno di mobilità e spesso sembravano implorare che quella tortura terminasse. I medici e le infermiere della Clinica Belfiore erano consci dell’irreversibilità della sua situazione, ma fino a quando la famiglia avesse pagato, nessuno sarebbe mai intervenuto per assecondarlo. La porta si aprì lasciando entrare una donna, non vedeva ancora di chi si trattava, ma aveva percepito il profumo.
– Ciao papà!
Nessuna reazione sarebbe potuta trapelare, ma gli occhi cominciarono a vagare a destra e a sinistra come se cercassero una via di fuga o non riuscissero a fissarsi su nulla. La donna si sedette sul letto entrando nel campo visivo del paziente.
– Ti ricordi quando venivi in camera mia, quando non c’era la mamma?
Posò una mano sulla fronte del vecchio.
– Certo, che te lo ricordi, sei solo paralizzato, ma la tua mente è perfetta – la donna estrasse dalla tasca due fiale e una siringa – ora ti svelo un segreto. Vedi questa? – disse sollevandone una e mettendola davanti al vecchio – contiene un farmaco particolare che mantiene tutto il corpo in stato di paralisi, tranne i muscoli oculari. – abbassò la voce – interessante vero?
Posò il medicinale sul comodino.
– Basta iniettarlo nella tua flebo nutritiva una volta alla settimana e tu resti in questo stato – fece un gesto con la mano per indicarlo. – Il bello che sono io stessa a procurarlo alla clinica e loro non hanno il minimo dubbio che, invece, serva a lenire i dolori provocati dalle tue fantomatiche crisi tetaniche.
Sorrise notando una lacrima che scendeva dal volto tanto odiato.
– Sì papà sono io la tua malattia, non ci avevi mai pensato?
Godendo della sofferenza provocata proseguì. – Non è stata la punizione di Dio a farti questo. E’ stata la mia vendetta! Ma non temere, non tarderai molto a incontrare il Creatore. – Prese la seconda fiala. – Questo è un potente vasocostrittore. – Disse come se mostrasse prezioso gioiello.
– Tra qualche minuto avrai un infarto e potrai sfuggire a questa prigione, ma prima volevo dirti che ho trovato chi ti sostituirà in questo letto, forse.
Si alzò dal letto avvicinandosi alla flebo con la siringa e iniettò il liquido incolore che mescolato alla fisiologica iniziò a fluire nelle vene del vecchio. Poi prima di andarsene si voltò.
– Ah dimenticavo, sarà molto doloroso!
 
Claudia stava facendo una lunga doccia ristoratrice. Camminare su un cuscinetto di cuoricini rossi costa molta fatica e se anche non si sente subito, la stanchezza, prima o poi, presenta il conto. Quando squillò il cellulare, si stava asciugando. Si avvolse nel grosso telo per non prendere freddo, i capelli neri, non troppo lunghi e bagnati incorniciavano il viso con grazia. Sul display apparve la dicitura sconosciuto.
– Pronto?
– Signorina Serra?
La voce con un forte accento napoletano non attese la risposta.
– Mi chiamo Marco Esposito e sono al servizio del signor Torre. Desideravo invitarla stasera a una cena a cui partecipa anche il signor Corrado Balestri.
Claudia era esterrefatta e quasi non riuscì a rispondere.
– Ma sì, ecco io non
– Benissimo signorina, una macchina la passerà a prendere per le ore venti davanti a casa.
La comunicazione s’interruppe e lei rimase a fissare l’apparecchio con la bocca aperta. Doveva comunque incontrarsi con Corrado, ma una cena fuori con il signor Torre significava qualcosa di più impegnativo. Si riscosse schizzando in camera sua per cercare un vestito da sera adatto nell'armadio, sfiorando una crisi isterica e salvandosi all’ultimo con un bel lungo nero, molto classico e molto elegante.
 
Scali tramite il suo ufficio di Milano aveva fatto una rapida ricerca nei vari alberghi di Genova e aveva trovato Mark Torre allo Star Hotel. Aveva completato la missione, avrebbe dovuto essere soddisfatto ma qualcosa lo infastidiva. Guardò l’ora, erano le venti e trenta, chiamò il servizio in camera del bel albergo di Zurigo, che si poteva permettere grazie al salato conto spese che avrebbe presentato. Compose poi il numero della signora Parodi attendendo che rispondesse. Dopo il decimo squillo riattaccò, avrebbe riprovato più tardi. Bussarono alla porta e pensando alla cena che aveva ordinato aprì senza precauzioni. Due secondi dopo si trovava a terra sotto il peso di due bestioni che lo stavano legando e imbavagliando. Cercò di agitarsi, ma un manganello spense la luce e accese mille stelle che gli scoppiarono nella testa.
Eleonora non era riuscita ad arrivare in tempo al telefonino per rispondere. Guardò se era registrato il numero che aveva chiamato ma segnava sconosciuto. Scrollò le spalle e torno in sala.
– Non ho fatto in tempo a rispondere!
– Se è importante richiameranno.
Marito sorrise con gentilezza. Eleonora era appena tornata e sembrava molto stanca. Da quando era stata ferita, si assentava spesso e sembrava muoversi sempre con la massima cautela. Mario attribuiva quel comportamento allo choc dell’aggressione, ma avvertiva anche qualcosa di strano. Sembrava quasi che fosse in attesa di un cambiamento, come un vulcano in procinto di esplodere.
– Secondo me hai ripreso il lavoro troppo presto.
– Cosa avrei dovuto fare secondo te?
L’Eleonora di una volta si sarebbe arrabbiata di questa intromissione, invece, lei era rimasta molto calma, quasi volesse scusarsi.
– Ho un reparto da mandare avanti e sono stata lontano già per troppo tempo.
– Va bene, però il prossimo weekend andiamo a Parigi a fare shopping.
Il tono di Mario non contemplava discussioni, ma lo sguardo di Eleonora non era del tutto convinto.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
32.
 
Claudia aveva sperato che nella lussuosa Mercedes, che alle venti in punto era comparsa davanti al portone, ci fosse Corrado. Non era riuscita a sentirlo per tutto il giorno, il cellulare era staccato e lei non aveva potuto chiedere delucidazioni e soprattutto come doveva comportarsi con il signor Torre. Doveva mostrare consapevolezza del fatto che era il nonno del suo am… fidanzato o fingere di non sapere nulla? Invece si era trovata da sola sul sedile posteriore dopo che un attempato, ma gentilissimo autista napoletano l’aveva fatta accomodare. Il tragitto non fu troppo lungo, infatti il ristorante si trovava in via XX Settembre, e oltre ad avere una cucina molto raffinata, era famoso in tutto il mondo per essere stato il locale preferito di Frank Sinatra quando passava nei luoghi che avevano dato i natali alla madre. L’autista, che, non sapeva dove, ma era sicura di avere già visto, le aprì la portiera e la accompagnò introducendola nel ristorante, in modo che arrivasse sana e salva al tavolo giusto. I due uomini che la attendevano emanavano la stessa aria di famiglia. Appena la videro scattarono in piedi accogliendola con calore e Corrado che, lo capì subito, era imbarazzato quanto lei pur fingendo il contrario, fece sfoggio di tutta la sua galanteria aiutandola ad accomodarsi per poi tornare al posto. Non era riuscita ad assaporare nulla della splendida cena offerta dal nonno di Corrado. Non capiva il perché dell’invito e le sembrava troppo scortese domandarlo al signor Torre. Corrado, dal canto suo, non aveva dato il minimo segno di volerla aiutare e questo la rendeva furiosa. Avevano parlato d’Università, progetti per il futuro, Torre aveva raccontato qualche aneddoto della sua avventurosa vita e stavano per arrivare al dolce quando Corrado si schiarì la voce con evidente segno di nervosismo. – So che è tutta la sera che ti arrovelli per capire le mie intenzioni e il perché di questa cena – il peso allo stomaco di Claudia si stava trasformando in un macigno. – In realtà avevo programmato di uscire solo noi, – Corrado la guardava negli occhi sfiorandole le mani. – ma visto che tu sei l’unica persona, a parte papà, a conoscenza del fatto che Mark Torre è mio nonno, ho deciso di accettare il suo di invito e di darti una cosa che forse lui ricorderà.
Claudia era quasi paralizzata dal panico, mentre Mark Torre guardava con un sorriso benevolo e incuriosito il nipote. Corrado estrasse dalla tasca interna della giacca blu, un cofanetto. Non era uno di quelli moderni, di plastica che usano adesso, ma sembrava proprio un portagioie di quelli di una volta. Vedendo che Claudia non muoveva un muscolo decise di aprirlo e subito il riflesso delle candele sul tavolo venne scomposto in una miriade di colori da una splendida pietra di almeno tre carati incastonata in un semplice anello d’oro.
– Vuoi sposarmi?
Torre riconobbe subito il solitario che aveva regalato a sua moglie tanti anni prima. Lo aveva fatto fare da un orafo suo amico con una pietra ricevuta in pagamento per il suo primo trasporto d’armi. In realtà ne aveva ricevute molte di quelle pietre e molte altre erano arrivate in seguito, ma quella che aveva dato a sua moglie era particolare, i colori erano unici e il suo valore era superiore alla normale valutazione in carati. Guardando Corrado si rese conto che anche lui manteneva la caratteristica di famiglia, decidere in fretta e passare subito all’azione. Tutto sommato, se i suoi piani andavano in porto, la scelta del nipote incontrava tutti i suoi favori e poteva dimostrarsi molto utile. Claudia ormai mostrava la paralisi di tutti i muscoli volontari, l’azzeramento della salivazione e la bocca aperta con uno sguardo che non brillava certo d’intelligenza e forse proprio quella consapevolezza che la fece scattare. – Ma è bellissimo! – Il suo sguardo si mise a fuoco sull’uomo che era diventato suo fidanzato. – Sei impazzito?
Corrado scosse le spalle.
– Ti conosco da una vita e ti amo da un po’, ma sono sicuro che voglio rimanere con te per il resto dei miei giorni.
Torre seguiva la scena senza interferire.
– Allora mi vuoi sposare?
Claudia era terrorizzata. Sentiva nella testa, la voce della mamma incitarla ad accettare subito, che non le sarebbe mai più capitata un occasione così. Le venne in aiuto la voce comprensiva della sorella che aveva chiamato il giorno prima, appena tornata da Corrado.
– Sono felice per te, anche io e Fabri ci siamo messi insieme dopo che ci conoscevamo da anni e se lo senti dentro è meraviglioso.
Pensò a Corrado non credeva che volesse arrivare a tanto, così presto, ma era sicura di amarlo. Non aveva mai provato nulla del genere per nessun altro.
– Io credo, penso di sì! Beh, ecco io ti amo e voglio stare insieme a te e se per questo devo dirti: sì, allora ecco, sì, ti voglio sposare.
Corrado sorrise, Torre sorrise anche, ma proprio in quel momento l’autista che l’aveva accompagnata si avvicinò a lui e gli parlò nell’orecchio.
– Vi prego di scusarmi, ma penso che riusciate a proseguire da soli la serata, consideratevi comunque miei ospiti.
Così dicendo si alzò e con molta eleganza sparì dietro i separé del ristorante. Claudia e Corrado per nulla disturbati dall’interruzione tornarono a fissarsi da innamorati.
– Mr Torre, mi scusi se la disturbo ma abbiamo fermato un tipo che è penetrato nella sua casa di Zurigo – era la voce di Michel Miranda, il capo del suo servizio informazioni. Michel aveva preso il posto del padre, Antonio Miranda, e anche se si mostrava più spavaldo del genitore negli atteggiamenti ne condivideva il medesimo rispetto e la stessa fedeltà.
– Chi e? – chiese Torre irritato che qualcuno disturbasse uno dei rari momenti felici della sua vita.
– E’ un investigatore privato.
Michel era un po’ restio a continuare.
– Qualche vecchia conoscenza?
Torre si riferiva all’antidroga argentina, l’unico reparto di polizia al mondo che non era riuscito a infiltrare, anche se sapeva che avrebbero usato altri modi per avvicinarsi a lui.
– No senor, – Miranda doveva essere proprio nervoso, solo quando temeva qualcosa tornava allo spagnolo – sembra che lei abbia una figlia. – Disse le ultime parole in fretta, come per togliersi un peso.
Era difficile che Mark Torre potesse essere più sorpreso. Scali aveva rivelato ogni cosa ai suoi uomini, d’altra parte non aveva senso nascondere la verità quando il primo beneficiario della sua missione era proprio l’individuo che comandava l’uomo con il tirapugni che aveva di fronte. Il vecchio si fece dire ogni dettaglio e riattaccò. Si trovava nella macchina insieme a Marco Esposito e per la prima volta in molti anni non sapeva come comportarsi.
– Andiamo in albergo Marco, devo pensare.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
33.
 
1982. Renata Carli osservava l'amica Anna parlare di sciocchezze nel salottino della casa di Albaro.
– Quando sono tornata da Cortina ho trovato
La conosceva da più di venti anni e sapeva che dietro a quella parvenza di superficialità cera un carattere forte e una intelligenza notevole. Stavano sorseggiavano il te verde, acquistato in India da Anna nel suo ultimo viaggio, quando sentirono rientrare Eleonora.
– Unisciti a noi. – disse la madre, senza convinzione.
La ragazza aveva diciotto anni e anche se non era uno spirito ribelle aveva preso le distanze dalla madre creandosi uno spazio indipendente. – No, grazie. Vado in camera a leggere, ci vediamo a cena.
Renata salutò Eleonora che scomparve su per le scale.
– Un po’ freddina nei tuoi confronti.
Commentò con l’amica.
– Sì, lo so. Ma è una ragazza in gamba, è uscita dalla maturità a pieni voti e ora si è iscritta a medicina, vuole solo la sua autonomia e non sarò certo io a negargliela.
Renata aveva sempre rimproverato ad Anna di aver tenuto nascosto a Eleonora il suo vero padre. Un uomo di potere come Torre poteva dare infinite possibilità a sua figlia e ripensò a come avrebbe potuto ampliare il suo di potere con l’aiuto di Eleonora, ma Anna le aveva proibito di rivelare ciò che sapeva, perché la punizione per l’uomo che l’aveva abbandonata poteva essere solo una. Venire a sapere di aver perso una figlia nel momento in cui sarebbe stato troppo tardi per potere rimediare.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
34.
 
Eleonora non aveva ancora usato il numero trovato nella cassetta di sicurezza. Aveva fatto una rapida ricerca, riuscendo a scoprire che tutto ciò che aveva detto Renata era vero. Ufficiali della dogana, sindacalisti e persone insospettabili erano sul libro paga, ora in suo possesso. Una lista di nomi che le dava un potere incredibile ma che non era nulla in confronto a quello che le avrebbe potuto dare il suo vero padre. Il suo ufficio in ospedale era diventata la sua roccaforte, aveva delegato ad altri tutti i compiti tranne quelli più importanti che richiedevano la sua diretta supervisione, e ora rifletteva sfogliando carte e foto che mettevano in mano sua la vita di persone sconosciute. La struttura a compartimenti stagni della organizzazione aveva permesso alle operazioni di proseguire anche se Renata era morta già da tempo, ma ora, se voleva trarre un vantaggio da ciò che sapeva e possedeva doveva intervenire in prima persona e soprattutto doveva mettersi in contatto con l’uomo che governava il grande impero, l’uomo che era anche suo padre. Compose il numero. Dopo pochi secondi una voce maschile rispose facendogli aumentare le pulsazioni. – Sì?
– Sono la sostituta della signora Renata Carli, parlo con il signor Torre?
– Un momento che vedo se può rispondere.
Si diede della stupida, era ovvio che non rispondesse lui.
– Pronto?
Era la voce di suo padre, con il cuore in gola proseguì.
– Mi scusi se la disturbo signor Torre ma forse sarà a conoscenza della recente scomparsa della signora Carli.
Torre guardò Esposito con aria interrogativa.
L’attendente annuì confermando nello stesso tempo che sapeva della morte della Carli e che il numero a cui aveva chiamato la donna era quello giusto.
– Di recente sono stato occupato e non ho seguito di persona i miei affari, ma credo che potremo accordarci per proseguire la proficua collaborazione che intrattenevo prima con la signora Carli, posso chiedere il suo nome?
Eleonora temeva quel momento ma il suo nome era molto comune a Genova e forse Torre non si sarebbe ricordato della sua amante di tanto tempo prima.
– Parodi, Eleonora Parodi, le lascio un mio numero nel caso voglia contattarmi.
Torre le passò subito il segretario a cui lasciò il numero del cellulare. Riagganciando si sentì più tranquilla, era andato tutto bene. Torre guardò fuori dalla finestra della sua camera d’albergo, stentava a credere a ciò che stava accadendo. Proprio quando pensava di essere sulla strada giusta per dare un seguito al suo impero con un nipote che prometteva di essere un degno erede, appare sulla scena una figlia di cui non era al corrente e a quanto sembrava era già ben disposta nei suoi confronti, forse troppo ben disposta e molto abile se aveva sondato il terreno con un investigatore prima di contattarlo.
– Cosa ne pensi Marco?
Era raro che Esposito venisse interpellato dal padrone, ma quelle poche volte era stato sempre determinante.
– Se mi permette signore, io penso che le coincidenze non esistono e che prima di aprire la porta alle novità bisogna che non siano più tali!
 
Giorgio Scali si stava riprendendo. Era legato a una sedia in una stanza poco illuminata e prima che riuscisse a capire dove si trovava avevano iniziato a bersagliarlo di colpi allo stomaco e domande. Dopo che aveva spifferato il nome della cliente e il motivo della missione, i suoi sequestratori avevano fatto una telefonata e avevano cambiato atteggiamento. Lo avevano slegato e gli avevano dato una sacca di ghiaccio da tenere sull’occhio nero. Addirittura il più grosso dei due con un sorriso ebete gli stava porgendo una tazza di caffè fumante.
– Non vi ha detto nessuno che picchiare la gente non è da bravi ragazzi?
Se, come pensava, quei tipi erano alle dipendenze di Mark Torre, forse aveva addirittura accelerato il ricongiungimento tra padre e figlia. Chissà se la se la signora Parodi glie ne sarebbe stata grata?
– Il signor Miranda ha detto di trattarla bene, per il momento.
Quel per il momento lo preoccupava un poco, ma non gli impedì di ribattere.
– Immagino se vi avesse detto di trattarmi male!
Avevano acceso la luce al neon e ora la stanza si era rivelata una cantina, priva di finestre in cui era stata ricavata una bisca clandestina. C’erano diversi tavoli col classico panno verde, una roulette, un‘intera parete era occupata dalle ormai immancabili slot machine e un bar molto ben fornito dalla cui macchina per espresso proveniva il liquido che aveva in mano. Lui si trovava seduto su un divano nell’area relax, dove i giocatori si riposavano sorseggiando un drink, prima di essere salassati un’altra volta dai giochi quasi di sicuro truccati.
– Buon giorno signor Scali!
Era una voce nuova che proveniva dalle sue spalle, con un lieve inflessione ispanica che solo chi aveva molto orecchio poteva percepire.
– Buongiorno a lei, il signor Miranda, presumo? – Disse attendendo che il nuovo venuto entrasse nel campo visivo del suo occhio sano.
– Presume giusto e, a proposito le porgo le mie scuse per lo spiacevole equivoco.
Scali pensò che avrebbe contraccambiato volentieri lo spiacevole equivoco, ma non disse nulla visto che erano in tre molto, molto più grossi di lui e il nuovo venuto seppur fasciato da un elegante vestito di Armani aveva un aria ancora più pericolosa dei suoi due muscolosi amici. Miranda soddisfatto dal cenno d’intesa del suo ospite, si sedette sulla poltrona antistante.
– Ho controllato e pare che tutto ciò che ci ha detto corrisponda alla verità.
Scali si sentiva sollevato, con un po’ di fortuna presto sarebbe stato su un volo per tornare a casa e leccarsi le ferite.
– Ho parlato anche con il diretto interessato della sua indagine – la fortuna non fa mai parte della vita di un detective e Scali si sentì meno sollevato – mi ha chiesto di farle una proposta. Il solito formicolio alla base del collo lo mise in allarme.
– Il mio cliente, ah sì dimenticavo, sono avvocato, – mentre lo diceva porse un biglietto da visita che recava l’intestazione di un importante studio associato di Zurigo – il mio cliente vorrebbe che lei rientrasse in Italia portando a termine il suo compito senza menzionare il nostro incontro – continuando a parlare depose una grossa busta gialla sul tavolino davanti a lui.
– Altrimenti certe immagini potrebbero finire nelle mani della polizia prima che lei abbia il tempo di lasciare il paese.
Scali aprì la busta. Le foto mostravano lui, davanti al palazzo di Torre, che entrava nella cassa, che si faceva portare nell’appartamento e che usciva dal palazzo.
– Sa come sono suscettibili gli svizzeri sulla privacy.
Scali si aspettava di peggio e trasse un sospiro di sollievo, ma temeva che ci fosse altro.
– Cosa mi impedirà, una volta in Italia di raccontare tutto alla mia cliente?
Miranda si alzò concludendo la discussione.
– I miei amici l’accompagneranno ricordandole i patti. La saluto signor Scali, non ci rivedremo!
 
La madre di Claudia era uscita poco prima a fare la spesa brontolando: questa casa non è un albergo, mentre lei si stiracchiava sul letto. Corrado l’aveva accompagnata a casa lasciandola in uno stato d’agitazione che le aveva impedito di prendere sonno prima dell’alba. Poi, del tutto sveglia si trovò a fissare il meraviglioso solitario che portava all’anulare.
– Mio Dio!
Non riusciva a crederci, si precipitò al cellulare e compose il numero di Corrado. Una voce impastata rispose dopo il nono squillo.
– Sì?
– Dimmi che è vero?
Lui soffocò una risata con uno sbadiglio.
– A cosa ti riferisci?
– Al fatto che mi sono trovato un uovo di quaglia attaccato al dito e che mi hai chiesto davvero di sposarti?
Corrado, ormai sveglio, rispose pronto.
– Sì. Inoltre le ricordo signorina Serra che lei ha già dato il suo consenso e una ritrattazione porterebbe serie rappresaglie nei suoi confronti.
– Smettila stupido, ho voglia di vederti, vieni a prendermi ora!
Era un ordine e Corrado si guardò bene di contraddire una richiesta così perentoria. Claudia si vestì in fretta, una delle poche volte che si metteva i jeans, sua sorella avrebbe approvato, e si affacciò alla finestra per aspettare lo scooter del suo promesso sposo. Le scappò da ridere al pensiero, ma lo squillo del telefonino le fece temere che fosse sorto qualche contrattempo. Per fortuna la voce di sua sorella Tiziana la tranquillizzò.
– Ci sono novità sorellina?
– In effetti è successo qualcosa!
Tenere la sorella con il fiato sospeso era davvero divertente, ma la voglia di dire a qualcuno ciò che le accadeva prevalse sul suo lato sadico.
– Corrado mi ha chiesto di sposarlo.
Il silenzio dall’altra parte del cellulare le fece pensare a uno svenimento.
– Tutto bene Tizzy?
– Eh? Sì, beh accidenti, quando si parla di novità non si scherza con te!
Risero insieme e spiegò di come era avvenuta la dichiarazione e tutti i particolari della serata. Quando chiuse la comunicazione si chiese se la sorella non avesse avuto qualche notizia a proposito del caso di Renata, ma non indugiò allungo sul pensiero, Corrado stava arrivando davanti alla sua finestra.
 
La telefonata del detective l’aveva presa alla sprovvista. Non ci aveva più pensato e quando Scali le aveva detto di aver risolto il caso era rimasta un attimo in silenzio chiedendosi cosa avrebbe dovuto fare a quel punto, di sicuro avrebbe dovuto fingere di essere ancora all’oscuro di tutto. Fissò un appuntamento per il giorno successivo. In ospedale godeva di una certa privacy e poteva trattare questioni delicate senza essere disturbata. Il cellulare squillò, il numero che chiamava non era identificabile.
– Signora Parodi, sono il segretario del signor Torre!
L’uomo con l’accento napoletano lascio sedimentare il nome del suo capo accentuandone l’importanza, ma a lei era già venuta la pelle d’oca. – Per il momento il mio capo ha deciso di mantenere tutti i rapporti con lei come erano con la defunta signora Carli, ma ritiene opportuno quanto prima incontrarla per definire tutte le questioni in sospeso.
Eleonora era senza fiato.
– Inoltre per pura coincidenza il signor Torre si trova proprio nella sua città e sarà lieto riceverla appena risolte alcune faccende personali.
Torre era a Genova, suo padre era a pochi chilometri da dove si trovava lei. Chissà se il suo investigatore lo sapeva.
– La saluto signora e a presto.
Rimase con il telefonino in mano per un minuto fissando la parete, poi un sorriso le illuminò il volto, un sorriso molto simile a quello di sua madre quaranta anni prima.
 
Scali era nel suo ufficio di Milano, aveva appena finito di parlare con la cliente e i sensi di colpa per aver taciuto l'incontro con gli uomini di Torre si facevano già sentire. Guardò fuori dalla finestra. Vide la macchina noleggiata dai due mastini che Miranda gli aveva incollato alle costole, era gente che non scherzava. Ripensò a Lorna, il capo dell’ufficio antidroga argentino, al suo sguardo triste, ormai asciutto, ma che lui scommetteva, aveva subito almeno parte delle atrocità che gli aveva mostrato, per portarlo dalla sua parte. Stava scostandosi dalla finestra quando noto Paulo, no, Pablo, si rammentò, Tenente Pablo Garcia, che si avvicinava alla macchina dei due.
– Lupus in fabula! – Disse a se stesso ad alta voce.
Si chiese cosa diavolo avesse in mente quando lo vide picchiettare nel vetro del finestrino che subito si aprì. Una pistola dotata di silenziatore comparve nelle mani del militare argentino. Il detective stentava a crederci. Il mite Paulo, l’amico di Roberta la dirimpettaia del suo ufficio con la quale aveva intrattenuto rapporti abbastanza stretti, stava sparando a due uomini, certo malviventi, ma li stava freddando con la massima disinvoltura. Poco dopo due uomini robusti arrivarono di corsa, spostarono il cadavere dal posto di guida al sedile posteriore, poi uno prese il volante e partì a tutta velocità. Paulo era rimasto fermo sul marciapiede, sollevo lo sguardo e lo vide. Prese il cellulare e lui sentì subito il cordless suonare.
– Ora sei libero di riferire alla tua cliente la verità Giorgio, anche che Torre conosce già la sua esistenza.
Era senza parole. Non era un tenero, ma vedere ammazzare due persone a sangue freddo non era un esperienza gradevole.
– Mi avete incastrato, ora devo portarvi per forza dalla mia cliente e voi potrete arrivare a Torre tramite lei.
Era furioso.
– Volete farlo fuori vero?
Il tenente Pablo Garcia sorrise.
– Vedila in questo modo amigo, farai una buona azione per tutta l’umanità!
Riattaccò e con un ironico saluto militare girò sui suoi tacchi e se ne andò.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

35.

 

1982. I Mondiali di calcio erano appena finiti e tutta l’Italia stava ancora festeggiando. Anche gli italiani all’estero avevano provato una sorta di rivalsa nei confronti dei paesi ospitanti, non sempre teneri verso di loro, e, quasi sempre, questo portava a un atteggiamento prevenuto e ostile riscontrabile in tutte le classi sociali. Mark Torre, con il suo segretario attendevano l’ingresso del consiglio di amministrazione della Suisse Allianz, nella grande sala riunioni. L’amministratore delegato Gherard T. Muller era stato costretto a concedere quell’incontro perché Torre era uno dei maggiori azionisti della compagnia, ma non aveva nascosto la sua contrarietà per l’indebita intromissione in quello che da cinque anni era il suo regno personale. La porta in fondo alla sala si aprì e cominciarono a entrare i dodici capi settore senza degnare di uno sguardo i due presenti. Marco Esposito fremeva, non era abituato a veder trattare il suo capo con tanta sufficienza. Il signor Muller fece il suo ingresso per ultimo, mentre i capi settore che avevano preso posto al tavolo si alzarono rispettosi.

La manifestazione di potere era stata studiata con cura, Torre ne era conscio, e fece fatica a trattenere il sorriso.
– Signori, in seguito alle insistenze del signor Torre – aveva guardato i fogli davanti come se non si ricordasse il nome – ho indetto questa riunione straordinaria, che per cortesia nei confronti del nostro ospite terremo in lingua italiana.
Il tono era l’esatto opposto di quello che le parole significavano.
– Siamo qui per aggiornare sugli ultimi
In un tedesco perfetto, privo di qualsiasi accento e con una voce sicura e potente, Torre interruppe l’amministratore delegato, rimanendo seduto senza muovere un dito.
– E’ stata la scusa per riunirvi qui e spiegarvi le nuove regole!
Fece un cenno al suo segretario che subito si alzò distribuendo dei fogli a tutti i presenti.
– Come si permette!
Muller cercò di reagire.
– Le conviene tacere e ascoltare! – Riprese l’investitore italo-argentino.
– Prima di tutto su questi fogli troverete la somma delle azioni della S.A. da me controllate, tramite opportuni prestanome, negli ultimi tre mesi. Come potete notare superano il 56% quindi la Suisse Allianz è mia!
Nella pausa che segui Torre osservò divertito le espressioni che andavano dallo sbalordito al terrorizzato di undici dei dodici capi settore e del signor Muller.
– Non intendevo apportare modifiche all’assetto dirigenziale, ma herr De Blance, mi ha fatto notare – indicò un giovane molto alto, l’unico a non aver mostrato sorpresa alla consegna dei fogli – che c’è una certa avversione nei miei confronti in quanto investitore esterno, – con un gesto della mano indicò tutti gli astanti – perciò, siete tutti licenziati!
Muller, che prima era balzato in piedi, crollò sulla poltrona pur cercando di mantenere una certa dignità.
– Ho un contratto con la S.A. che prevede delle penali!
Diverse teste annuirono aggrappandosi all’ultimo filo di speranza. Ma Torre li gelò con un sorriso da sciacallo.
– A proposito l’ultima pagina del fascicolo che avete davanti contiene le prove di un’appropriazione indebita da parte del signor Muller che prego, a questo punto, di lasciare la stanza e l’edificio senza ulteriori ritardi.
Il rumore di fogli occupò i secondi successivi poi la voce di Muller sempre meno sicura e sommersa dal brusio.
– Non è possibile, sono dei falsi, non potete!
Esposito, il segretario del signor Torre si diresse alla porta, aprì e due uomini con la divisa della sicurezza entrarono prendendo di peso l’ex amministratore delegato che strillava vane minacce mentre la disperazione si propagava agli altri presenti.
– Qualcun altro ha bisogno di una mano per uscire?
In pochi secondi la sala riunioni si svuotò. Rimasero solo Torre, il segretario e il signor De Blance, che era stato la chiave della complessa operazione d’estromissione del vecchio direttivo della compagnia assicurativa.
– Bene De Blance, lei è il nuovo amministratore delegato, ha tutta la mia fiducia, nomini i nuovi capi settore, io non interferirò, se non per alcuni casi particolari.
Il giovane dirigente strinse la mano che gli veniva porta.
– Non se ne pentirà signore!
Torre inarcò un sopracciglio.
– Non ne dubito signor De Blance, non ne dubito.
Pensava ai documenti che aveva nella cassaforte del nuovo appartamento e alle foto che ritraevano il neoamministratore delegato della Suisse Allianz a letto con un altro uomo. La morale comune si stava modificando in fretta, diventando più tollerante verso gli omosessuali, ma fino a quando il signor De Blance rimaneva sposato a sua moglie, non avrebbe certo gradito che quel suo vezzo segreto venisse reso pubblico.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
36.
 
L’appuntamento era alle 16.30. Scali, come al solito puntuale busso al suo ufficio in ospedale e entrò con una valigetta ventiquattrore. Eleonora si era portata il libretto degli assegni per liquidare il detective.
– Buona sera dottoressa Parodi, – quando era in ospedale indossava sempre il camice, le dava un senso d’autorità a cui anche Scali non sembrava sottrarsi – suo padre si fa chiamare Mark Torre, è il proprietario di una grossa compagnia d’assicurazioni svizzera e ora si trova proprio qui a Genova.
Eleonora era impressionata, non riusciva a credere che Scali riuscisse a condensare tutte quelle informazioni in così poche parole.
– Ma non è tutto! – un tuffo al cuore le fece saltare un respiro – Sembra che suo padre non sia un personaggio, come dire, del tutto limpido.
Il detective raccontò tutto quello che aveva saputo dall’antidroga argentina e alla fine affondò con la sorpresa più grande.
– Lei ha un fratello, un fratellastro per essere precisi, suo padre aveva un’altra famiglia qui a Genova.
Se non fosse stata seduta sarebbe caduta, pensava di conoscere già tutto quello che le avrebbe detto l’investigatore e magari anche qualcosa in più, ma questa era una novità assoluta.
– Si chiama Vincenzo Balestri e in questo momento si trova qui in ospedale, ha avuto un brutto incidente e si è salvato per miracolo.
Scali era arrivato al momento cruciale del suo racconto e doveva decidere se raccontare davvero tutto o tacere.
– C’è una cosa che poi deve sapere signora Parodi. Mark Torre non è quello che si può dire una brava persona e io sono stato contattato da alcuni suoi nemici che ora vorrebbero sfruttare lei per raggiungerlo e ucciderlo.
In questo modo sapeva di tradire Lorna e Paulo, ma non se la sentiva di ingannare la sua cliente.
– Io non le dovevo dire nulla di tutto ciò, ma ritengo che la mia lealtà vada prima di tutto nei suoi confronti.
Eleonora aveva gli occhi spalancati.
– Ma chi sono questi nemici?
Scali allargò le braccia, quasi volesse scusarsi per essere il portatore di tali notizie.
– L’antidroga argentina, ritengono che sia uno dei più grossi trafficanti del Sud America.
Posò la ventiquattrore sulla scrivania, non vedeva l’ora di andarsene.
– Qua dentro ha tutte le informazioni, i dati e i riferimenti di spese che riguardano questo caso.
Senza spostarsi per controllare, Eleonora chiese la cifra e senza battere ciglio compilò l’assegno, congedando il detective. Quando Scali uscì dall'ufficio, lei iniziò a sfogliare i documenti, aveva bisogno di un po’ di tempo per prepararsi.
 
Anche se non era tardi, la luce del sole era già scomparsa. Mark Torre e Corrado stavano lasciando la camera di Vincenzo Balestri che presto sarebbe stato dimesso per una rapida riabilitazione domiciliare.
– Corrado, aspetta, ti devo parlare.
Il giovane si fermò mentre posava la mano sul maniglione antipanico dell’uscita.
– Ho commesso troppe volte l’errore di tacere delle verità con mio figlio e non voglio ripeterlo con te.
Da quando Mark Torre era entrato nella sua vita non si poteva dire che le sorprese fossero mancate.
– Sembra che io abbia un’altra figlia!
La situazione era piuttosto comica per Corrado, che non riuscì a trattenere un sorriso.
– Sembra che tu ce l'abbia messa tutta per mettere su una grande famiglia.
– Non scherzo, Corrado e anche se per te questo può non essere molto importante, ti posso garantire che in un futuro non troppo lontano ti potrebbe causare qualche problema.
Corrado aveva lasciato richiudere la porta.
– Se pensi all’eredità che hai intenzione di lasciare, ti assicuro che a mio padre e a me non inter
Torre lo bloccò.
– Lascia perdere l’eredità non è di questo che parlo!
Il giovane lo guardò confuso.
– Ci sono cose che preferisco tacere, ma che sono alla base del mio potere.
Corrado scosse la testa.
– Mio padre mi ha già messo in guardia su questo.
– Mai abbastanza!
Tagliò corto il vecchio.
– Non è qui il posto e non è questo il momento, ma al più presto dobbiamo parlare.
Il giovane annuì e prima di proseguire fece emergere la sua curiosità.
– Chi sarebbe, questa zia?
Mark Torre sorrise.
– Si chiama Parodi, dottoressa Eleonora Parodi e in questo momento è facile che si trovi qua vicino a lavorare.
A Corrado sembrò di aver già sentito quel nome, ma era un nome comune e aveva frequentato tanto spesso ospedali negli ultimi tempi che gli sembrò del tutto normale.
 
Era ufficiale! Claudia aveva detto ai suoi che si era fidanzata con Corrado. La madre, che era sull’orlo di una crisi di nervi per il suo continuo sparire da casa senza lasciare detto nulla, si era sciolta abbracciando la figlia in modo più caloroso di quando si era diplomata, mentre il padre si era limitato a un “brava”, per tornare a guardare la televisione. Conoscevano Corrado, che era venuto a studiare diverse volte e l’avevano subito stimato come un buon partito. Lui sarebbe venuto a prenderla per andare a cena da soli e lei voleva essere sicura di essere in splendida forma così si chiuse in bagno dedicandosi con cura maniacale al suo corpo. Erano le 18 quando arrivò anche Tiziana. La sorella si finse sorpresa quando la madre comunicò la notizia del fidanzamento. C’era il rischio che si offendesse se avesse capito che già ne era a conoscenza.
– E così la piccolina di casa sta diventando grande!
Si guardarono complici.
– Quando lo vedi?
Claudia sorrise mentre continuava l’opera, non del tutto necessaria di abbellimento.
– Secondo te?
– A occhio e croce, direi tra qualche minuto.
Guardò l’orologio.
– Ci sei andata vicino, tra un’ora mi passa a prendere, ma nel frattempo mi piacerebbe parlare un po’ del caso di Renata.
Le raccontò delle conclusioni a cui era arrivata, del fatto che sospettava di un medico.
– Le uniche che corrispondono a tutti i dettagli siamo Eleonora e io, ma non ha senso, manca il movente, perché dovremmo aver voluto uccidere Renata e poi scusa, anche Renata potrebbe essersi iniettata un farmaco.
Claudia tentò di difendere le sue intuizioni ma alla fine si rivelarono per quello che erano: delle semplici illazioni. Il ragazzo suonò al citofono, puntualissimo. Era venuto con lo scooter, ma avrebbero poi preso la vecchia Polo di Claudia per andare in riviera. Mentre si baciavano con tenerezza, Tiziana e la madre si affacciarono alla finestra per sbirciare i due innamorati, erano una bella coppia, pensarono quasi nello stesso momento le due donne.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
37.
 
Mark Torre era solo nella suite dello Star Hotel, all’ottavo piano. L’ampia vetrata lasciava penetrare i bagliori della città che si univano, fondendosi in armonia, con la luce attenuata del salotto. Si stava rilassando e come un attore che si è appena tolto la maschera con cui ha recitato fino a quel momento, si massaggiava il viso cercando di ritrovare se stesso. Si lasciò cadere sulla comoda poltrona di pelle, al centro della stanza, da cui poteva osservare le ombre che sembravano sul punto di prendere vita. Per molto tempo lui era stato parte di quelle ombre e solo ora, che era così vicino alla fine ne era quasi uscito. Gli venne in mente un romanzo che aveva letto poco tempo prima, “I guardiani delle tenebre”, di un certo Licata, parlava di vampiri in un ipotetico futuro, ma ciò che più l’aveva affascinato era il potere esercitato nell’ombra dei personaggi ideati da quel autore così inquietante. Aveva trovato delle analogie con la sua organizzazione e si era immedesimato tanto da aver provato un vero dolore alla fine della lettura. I suoi pensieri volarono su lidi più piacevoli.
Era sul punto di uscire dalle ombre per non farvi più ritorno. Il telefono della camera squillò facendolo sussultare. Si alzò per rispondere, ma quando la mano toccò il ricevitore l’apparecchio si azzittì. Attese un momento aspettando che riprendesse. Il silenzio non venne più interrotto. Guardò l’ora, erano quasi le otto, si sentiva stanco e stendere le gambe gli sembrava un’ottima idea. Si avviò verso il bagno, ma qualcosa, una sensazione lo bloccò. Aveva smesso di fumare appena arrivato in Sud America e il suo olfatto era sempre stato molto sensibile. In quel momento avvertiva l’aroma di un profumo. Un profumo femminile. Si girò piano e guardò le ombre come aveva fatto prima, ma questa volta con ansia, sembrava tutto normale. Era quasi convinto di essersi sbagliato, il profumo poteva essere rimasto dalla precedente inquilina, quando la parete più vicina alla porta e più lontana dalla fonte di luce, si mosse e una piccola ombra si avvicinò a lui.
– Chi sei? – chiese con voce calma che non lasciava trasparire alcuna emozione. L’ombra non rispose e continuò ad avvicinarsi, teneva qualcosa in mano, un arma e puntava su di lui.
– Chi sei? – ripeté.
– Siediti sulla poltrona, dobbiamo parlare!
Era un ordine che non poteva essere disatteso e il vecchio obbedì riconoscendo la voce della donna che aveva sentito al telefono qualche giorno prima e che secondo Michel Miranda doveva essere sua figlia. Cercava di ragionare in fretta, Marco Esposito, il suo segretario sarebbe dovuto arrivare da un momento all’altro, doveva prendere tempo.
– Come hai fatto a entrare?
Eleonora sorrise e tirò fuori dalla tasca del suo cappotto blu le chiavi della camera tenendole tra pollice e indice.
– Non aspettare il tuo assistente, in questo momento sta dormendo nella camera, qua vicino.
Le chiavi con il numero 825 della suite sparirono di nuovo nella tasca, poi agitando la pistola indicò la poltrona.
– Non interrompermi adesso, sappiamo che non saremo disturbati perciò avrò modo di spiegarti tutto quello che vorrai sapere.
Prese una sedia a schienale alto e rigido e la piazzò davanti a Torre mantenendo sempre l’arma puntata.
– Se pensi di impressionarmi ti sbagli, inoltre credo di sapere cosa vuoi dirmi Eleonora Parodi figlia di Anna, ma questo non ti aiuterà ad avere ciò che desideri!
Un attimo di incertezza passo sul viso di Eleonora, ma passò subito.
– Capisco, immagino che Scali si sia fatto beccare, stupido presuntuoso!
Appoggiò il polso della mano che impugnava la pistola mantenendola puntata, per non stancarsi.
– Tu non hai idea di cosa io possa desiderare. Ma rispettiamo i programmi! La storia che ti voglio raccontare e che, a quanto pare, in parte conosci già, inizia qui a Genova quarantadue anni fa. C’era un ufficiale di Marina che con la sua bella divisa faceva strage di cuori nonostante fosse già sposato.
Era molto distaccata, come se stesse raccontando la trama di un film noioso.
– C’era poi una bella ragazza, che si chiamava Anna, innamorata di quell’ufficiale e che a soli diciassette anni era già molto vivace. La sua famiglia era all’oscuro della relazione e lei era all’oscuro che lui avesse già una famiglia.
Fece una breve pausa.
– Questa parte della storia non durò a lungo, perché una amica di Anna, Renata, smascherò il bel ufficiale. La ragazza si disperò, non solo per l’inganno subito, ma anche perché si era appena accorta di aspettare un figlio.
Mark Torre rivide nella mente una casa in collina e il viso di una giovane donna avvolto nella fitta nebbia depositata, come polvere, dal tempo.
– Non poteva dire alla sua famiglia come era rimasta incinta, suo padre l’avrebbe ripudiata, allora decise di raccontare che era stata stuprata da uno sconosciuto, la famiglia corse ai ripari, e anziché abbandonarla le rimase accanto sostenendola, ma al contempo obbligandola a sposare il cugino Giorgio.
Mark Torre seguiva il racconto mostrando segni di insofferenza.
– Nacque una bambina e qui inizia la seconda parte della storia, quella che non conosci e che ti spiegherà i mie desideri.
La minaccia era sempre costante e Torre non riusciva a trovare una via di scampo.
– La bambina crebbe in un ambiente familiare abbastanza normale fino a che, quando aveva circa dieci anni, quello che per lei era il padre iniziò a voler fare con lei dei giochi strani. Lei non capiva bene, da principio, ma questi giochi continuarono e continuarono fino a quando lei cominciò a sentire che qualcosa non andava. Ma il padre la costringeva e se anche lei piangeva non serviva a niente, anzi il padre cominciò a picchiarla con regolarità. Durante tutto questo tempo Anna, la madre, non intervenne mai, forse anche lei aveva paura del marito.
Gli occhi di Eleonora erano lucidi ma la pistola era sempre puntata con millimetrica precisione al petto del vecchio.
– Quando la bambina raggiunse l’età di quindici anni, provò per la prima volta a ribellarsi. Era il 10 maggio 1977. Quella sera il padre entrò nella sua camera, come aveva fatto molte altre volte, ma lei si oppose con forza. Lui iniziò a picchiarla più forte del solito, come se volesse a tutti costi veder scorrere il sangue e nel tentativo di difendersi, la ragazza sferrò un calcio al basso ventre dell’uomo che crollò a terra ansimante, mentre lei si ritraeva in un angolo del letto tremante e piangente. Quando si rialzò a fatica, il padre le sibilò contro che lei era una bastarda e che la odiava con tutte le sue forze.
Una lacrima rigò il viso di Eleonora che dopo una breve pausa riprese.
– Da quel momento l’uomo che lei aveva creduto suo padre non venne più a farle visita e la vita familiare assunse quella gelida tranquillità che la routine rendeva accettabile. La ragazza divenne una donna, si rese indipendente laureandosi anche in medicina. Cercò di farsi dire dalla madre chi fosse il suo vero padre, ma dopo tanti anni una menzogna può diventare quasi una verità. Anna le raccontò dello stupro come aveva fatto con tutta la famiglia, chiudendo le sue insistenze. Era giunto il momento della vendetta!
 
Corrado e Claudia avevano deciso di fermarsi in un locale sulla passeggiata di Recco per prendere un aperitivo. Mano nella mano, incuranti dell’aria gelida che sferzava il lungomare si avvicinavano alla loro destinazione chiacchierando e godendo della reciproca compagnia. Entrando all’Ippocampo si tolsero subito i pesanti cappotti e si accomodarono sulle strette panche di legno, dove Corrado si incastrava a malapena.
– E tuo nonno, come sta?
Chiese Lei incuriosita dall’anziano signore, tanto misterioso e tanto esotico.
– Bene direi, oggi mi ha fatto un discorso strano, penso che voglia coinvolgermi nella successione dei suoi beni.
Claudia sorrise dolce.
– Fantastico, stai diventando proprio un buon partito, come direbbe mia madre. Mi sa che dovrò fare attenzione alle cacciatrici di dote che si affolleranno alla tua porta.
Anche lui sorrise.
– Una soluzione potrebbe essere che tu venissi a vivere con me!
La proposta buttata li, era comunque molto seria.
– Non fraintendermi, – disse lei perdendo il sorriso – ma non penso che mi troverei a mio agio in casa con tuo padre.
Corrado scosse la testa.
– Io stavo pensando a un piccolo appartamento libero che abbiamo a San Fruttuoso.
– Dici sul serio?
Claudia balzò in piedi superando il tavolino per abbracciare il suo uomo che non smetteva di annuire.
– Ma è meraviglioso, quando ci andiamo?
Risero insieme brindando al loro futuro con gli aperitivi, mentre si avvicinava l’ora di cena. Erano quasi le nove quando si stavano per alzare.
– Ah, a proposito di mio nonno, sembra che io abbia anche una zia, sì beh sembra che Torre abbia una figlia qui a Genova, una certa Parodi, una dottoressa che lavora al San Martino.
Claudia sbarrò gli occhi per la sorpresa.
– Eleonora Parodi? – chiese e l’ansia nella sua voce influenzò subito Corrado che rispose esitante.
– Si, mi sembra di che l’abbia chiamata così.
Subito il suo cervello cominciò a lavorare. Il fatto di avere svelato un segreto di famiglia che durava da più di quaranta anni, passava in secondo ordine.
– Mio Dio! Ti rendi conto di cosa vuol dire questo? Anche oggi parlando con mia sorella è venuto fuori che, tra le persone che conosciamo, Eleonora è l’unica con le capacità necessarie per compiere l’omicidio di Renata. Mancava solo il movente. Ma ora, se lei sapeva che le tenevano nascosta l’identità del padre, poteva avere un certo risentimento nei confronti di Renata che era amica d’infanzia di Anna e – lo sguardo s’illuminò come se avesse compreso una grande verità – e se avesse fatto fuori anche la madre? Poteva benissimo far passare l’omicidio per un normale attacco cardiaco, chi meglio di lei poteva simulare e il padre, cioè il falso padre, che è scomparso all’improvviso, si dice ricoverato in Svizzera, ma nessuno è andato mai a verificare.
Corrado ascoltava assorto, poi provò a interromperla.
– Pensi che possa voler uccidere anche mio nonno?
Claudia fissò lo sguardo su di lui.
– Se tu avessi già eliminato tutti quelli che ti hanno ingannato e ti rimanesse solo la persona che ti ha abbandonato quando ancora dovevi nascere, cosa penseresti di fare?
Corrado prese subito il cellulare e compose il numero che gli aveva dato Mark Torre per contattarlo in caso di emergenza. Era libero ma non rispondeva nessuno.
 
La suoneria di un cellulare interruppe il suo racconto.
– Non ti muovere!
Eleonora sapeva che il vecchio Torre era un pericolo nonostante l’età e non intendeva correre rischi.
– Se non rispondo si insospettiranno. – Disse lui calmo.
– Non importa, quando verranno a vedere cosa è successo, sarà troppo tardi.
Il suono si interruppe e lei con un sorriso riprese il suo racconto.
– Cosa dicevamo? Ah sì, vendetta! Per prima cosa somministrai a Giorgio, il patrigno, alcune droghe particolari che mi permisero di farlo ricoverare in uno stato vegetativo. Tutti pensavano che lui fosse in una clinica svizzera, in realtà era qui vicino, in una casa di cura privata, sotto i farmaci da me prescritti, fino a quando ho saputo della tua esistenza.
Fece un’altra pausa
– Averlo alla mia mercé è stata una grande soddisfazione, soprattutto perché ero riuscita a fare in modo che la sua mente fosse vigile e il suo corpo del tutto immobile.
Dopo l’interruzione del cellulare era passata dalla terza alla prima persona senza accorgersene.
– Poi toccò alla mamma, che non era mai intervenuta per difendermi, eppure lo sapeva!
Le ultime parole le pronunciò con rabbia.
– Un ictus, nulla di spettacolare, nè di molto doloroso. Una semplice puntura di vasocostrittore e il suo sistema circolatorio non ha retto, ero quasi soddisfatta, quando Renata Carli, sai di chi parlo, vero? Mi contattò per confidarmi il nome del mio vero padre.
Torre capì di essere spacciato. Doveva guadagnare tempo, stava per dire qualcosa, ma lei lo anticipò.
– Non interrompermi! Renata era diventata un intralciò, l’unica che avrebbe potuto capire che ero io a causare le morti dei miei genitori. Così l’ho eliminata. Purtroppo ho avuto qualche difficoltà, forse si è insospettita per l’ora tarda a cui sono tornata da lei, – disse con un sussurro come se parlasse con se stessa – ma sono riuscita comunque a confondere abbastanza le acque per essere al sicuro, il resto lo puoi immaginare!
Il silenzio cadde nella stanza come un macigno. Gli occhi di Mark Torre erano spalancati nell’attesa del colpo che l’avrebbe finito, mentre Eleonora sorrideva soddisfatta.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
38.
 
Corrado stava guidando al limite delle sue capacità e di quelle della macchina di Claudia. Lei, rannicchiata nel sedile di destra cercava di non urlare mentre le dita sbiancavano intorno alla maniglia.
– Non aver paura amore, ci siamo quasi!
Disse lui rimanendo concentrato sulla guida, mentre i pneumatici stridevano a una curva presa a velocità sostenuta. Non c’era molto traffico e stavano percorrendo Corso Europa con il pedale dell’acceleratore a fine corsa, bruciando i semafori e suonando all’impazzata ai malcapitati che, imprudenti, si paravano davanti a loro. Proseguirono per Via Tolemaide e in fondo ignorarono il semaforo rosso rischiando di farsi travolgere da un autobus. S’infilarono nel parcheggio dello Star Hotel e scesero insieme. Corrado lanciò il suo cellulare a Claudia dicendo. – Chiama la polizia!
Lui si diresse alla reception cercando di inventare qualcosa per farsi aprire subito la camera.
– Sono il nipote del signor Torre, si sente male, mi ha chiamato con quel aggeggio automatico, dobbiamo entrare in camera!
La receptionist era una ragazza giovane che in un turno precedente aveva già visto quel ragazzo parlare con il signor Torre e reagì con prontezza. Disse al collega di chiamare il 118 e dopo aver preso il paspartoue scivolò fuori dal banco. Corrado ebbe un attimo per compiacersi della trovata mentre salivano fino all’ottavo piano con l’ascensore, ma subito tornò a fremere per l’impazienza, tanto che la ragazza per rassicurarlo disse: – Coraggio, vedrà che arriviamo in tempo.
Dopo un tempo che sembrò interminabile si accese il numero otto sul display dell’ascensore, le porte non avevano ancora terminato di scivolare a lato che i due occupanti della cabina erano già sfrecciati nel corridoio poco illuminato. Claudia aveva visto Corrado scomparire insieme alla receptionist nell’ascensore mentre attendeva che il 113 rispondesse.
– Pronto Intervento!
Si schiarì la voce.
– Mi chiamo Claudia Serra, chiamo dallo Star Hotel, stanno cercando di uccidere una persona!
Ci fu un attimo di silenzio, lei pensò di non essere stata creduta, poi senti un clic.
– C’è una volante in zona, tra un minuto siamo li!
Si avvicinò alla reception, il collega della ragazza che era salita insieme a Corrado stava chiamando il 118. Lei attese che terminasse poi si appoggiò al bancone e con un tono deciso disse: – Tra poco arriverà la polizia!
L’uomo sbiancò.
– Per quale motivo? – Chiese preoccupato, mentre riponeva telefono.
– C’è una donna che vuole uccidere il nonno del mio amico.
Il colorito dell’impiegato non migliorò alla notizia, già qualche anno prima avevano trovato il cadavere di un cliente nel bagagliaio di una macchina di fronte al Hotel e la pubblicità negativa aveva influito per molto tempo sugli affari. Claudia si era aspettata di sentire le sirene della polizia da un momento all’altro, invece vide solo il lampeggiante. Erano arrivati in silenzio per beccare l’eventuale assassino, approfittando del poco traffico che c’era a quell’ora. Entrarono di corsa, due uomini e una donna e lei andò loro incontro.
– Sono io che vi ho chiamato, c’è una donna che vuole uccidere il signor Torre, il nipote è salito con la ragazza dell’albergo, all’ottavo piano, stanza 825.
I due uomini si precipitarono all’ascensore, mentre la donna corse alla macchina per chiamare la centrale. Claudia tornò al bancone dall’uomo che era rimasto con la mano bloccata sul telefono. Pensò che Eleonora poteva aver preso una camera.
– Avete una Eleonora Parodi tra i vostri clienti?
Di norma l’impiegato non avrebbe mostrato a nessuno il registro, ma data la situazione.
– Mi sembra di no, ma se vuole controllare!
Claudia scorse l’elenco, erano una quarantina di nomi.
– Oggi è arrivato qualcuno che ha preso alloggio all’ottavo piano?
L’uomo rigirò il registro e dopo una rapida occhiata disse: – La signora Carli, alla 817 in questo momento è in camera.
Lei scosse la testa.
– Ne dubito! Avete un altro paspartoue?
Ma lui s’irrigidì. Chiuse di scatto il registro.
– Non posso permetterle di entrare nella camera di una cliente!
La donna poliziotto era appena rientrata e aveva sentito la discussione tra i due.
– La dia a me la chiave! – Disse senza ammettere repliche.
 
Le speranze di Mark Torre si affievolivano.
– Forse potresti prendere il mio posto, ti sei dimostrata abile e spietata, due doti indispensabili nel nostro mondo.
La lusinga era l’ultima carta che gli rimaneva.
– Forse hai ragione, – rispose lei pronta – ma non sono avida di potere, sarò il discreto contatto per il mio fratellastro come lo e stata Renata per te. Oh sì, so anche di lui.
– Come vedi mi sono preparata bene e ora è arrivato il momento che io ti faccia il mio primo e ultimo regalo: una morte rapida e quasi indolore.
Estrasse dalla tasca del cappotto una siringa che conteneva un liquido incolore.
– Ho già preparato una tossina molto potente così evitiamo spiacevoli incidenti come con Renata. A differenza delle altre volte non mi importa se trovano tracce di veleno nel tuo corpo, e poi chissà, magari parteciperò io stessa all’autopsia.
Con l’abilità del medico tolse il cappuccio dall’ago con una sola mano senza distogliere lo sguardo dal bersaglio e, compiacendosi della remissività di Torre, cominciò ad avvicinarsi con l’arma puntata.
 
Corrado e la receptionist erano davanti alla porta della suite 825. La ragazza si accinse ad aprire la porta, ma si bloccò e alzò la mano per bussare. Lui le balzò addosso terrorizzandola.
– Maledizione, non ho tempo di spiegarle, c’è una assassina la dentro! Mi dia la chiave presto!
Lei con gli occhi sbarrati annuì e gli consegnò le chiavi. Appoggiò l’orecchio, non si sentiva nulla, forse era stato fortunato e la confusione davanti alla porta era passata inosservata. Oppure era arrivato troppo tardi. Inserì la chiave universale ruotandola piano, poi aprì uno spiraglio da cui sbirciare, ma era troppo buio. Si rese conto che non serviva a nulla tentennare, stava facendo il bersaglio e questo non era molto intelligente. Decise di procedere come se fosse un normale rientro. Spalancò la porta e a voce alta, senza accendere la luce, disse: – Nonno, sono tornato!
La ragazza era rimasta fuori tremante.
Nel breve momento in cui la luce del corridoio era penetrata nella stanza non aveva scorto nulla. Azionò l’interruttore e si guardò attorno senza vedere nessun segno di lotta. Sul tavolo, vicino all’immancabile vaso di fiori di benvenuto c’era il cellulare a cui aveva chiamato poco prima. Torre non si sarebbe mai allontanato da quel mezzo di comunicazione, o al limite lo avrebbe affidato a Esposito. Si disse e cercando di non far trapelare il nervosismo andò verso alla camera da letto. – Nonno?
Accese la luce, ma anche li non c’era nessuno. Rimaneva il bagno. Raccolse le ultime energie nervose di cui disponeva e si avvicinò alla porta. – Nonno, sei qui?
Bussò piano, stava per aprire quando alle sue spalle avvertì un forte rumore. Due poliziotti entrarono con le pistole spianate, Corrado fece uscire il respiro che aveva trattenuto fino a quel momento e con la mano indicò il bagno. I due agenti ripeterono la scena della porta d’ingresso con quella del bagno, ma anche quello era vuoto. Rinfoderando le armi si rivolsero al ragazzo.
– Il suo nome per favore!
Corrado rifletteva, guardava in basso, non era possibile che lui e Claudia avessero sbagliato così.
– Balestri, Corrado Balestri, mio nonno doveva essere qui e sono sicuro che una donna di nome Parodi stesse cercando di ucciderlo.
L’agente che aveva parlato, il capo pattuglia, chiese: – Come si chiama suo nonno?
Stava per rispondere quando tra le fibre azzurre della moquette notò una sottile striscia scura, si accucciò esaminandola con il dito indice, era untuosa, la annusò, non aveva odore, poi capì e l’ansia lo strinse di nuovo.
– Quella donna ha già utilizzato un’iniezione letale per eliminare una persona e questo sembra proprio lo schizzo di una siringa.
Il poliziotto gli mise una mano sulla spalla.
– Non tocchi più nulla, penso che abbia già fatto abbastanza danni per oggi.
Gli occhi spalancati della receptionist che avevano assistito all’irruzione dalla porta spalancata si voltarono sentendo dei passi concitati alle sue spalle. Pochi secondi dopo Claudia e una poliziotta si affacciarono.
– Stanza 817, lei ha la chiave! – Disse indicando la donna in divisa.
 
Eleonora era furiosa. Avvicinandosi a Torre per iniettargli il veleno era passata davanti alla finestra e aveva visto il bagliore blu dei lampeggianti della polizia proprio davanti all’hotel. Non pensava che fossero li per lei, ma compiere un delitto proprio sotto al naso degli agenti non le piaceva. Decise di prendere qualche precauzione. Rimise il cappuccio alla siringa e la infilò nella tasca del cappotto. Senza far capire al vecchio la sua scoperta gli disse: – Adesso andiamo in una altra stanza!
Mark Torre capì che qualcosa era cambiato, la donna aveva preso una decisione che si discostava dal piano originale. Eleonora si manteneva fuori portata, ma per fargli l’iniezione doveva per forza avvicinarsi e quella era la sua unica speranza. Fingendo più acciacchi di quelli che aveva si avviò verso l’uscita. Il corridoio era deserto e raggiunsero la 817 senza problemi. Eleonora mantenendo l’arma puntata aprì facendo poi passare prima il vecchio. Era una camera normale con un letto matrimoniale sul quale giaceva inerte Marco. Il lento sollevarsi del torace confermò a Torre che era vivo, ma anche che non gli sarebbe stato utile per molto, troppo tempo.
– Siediti sul bordo del letto! – Ordinò mentre si avvicinava alla finestra per assicurarsi che la polizia si fosse allontanata. Lui iniziò a muoversi, poi si bloccò
– No!
Eleonora alzò il braccio che sosteneva la pistola puntandola dritto al viso.
– Non lo ripeterò!
Torre cedette, era sempre troppo lontana.
– Ti sei chiesta come mai sapevo già che tu eri mia figlia?
Lei capiva che voleva prendere tempo, ma vedendo la gazzella ancora li, andava bene anche a lei.
– Penso di saperlo, ma dammi la conferma!
– Il tuo detective è stato visto mentre si intrufolava nel mio appartamento.
Eleonora annuiva.
– Immagino il trattamento.
E sbirciò di nuovo dalla finestra. Mark Torre si accorse dell'ansia e cercò di rafforzarla.
– Hai qualche problema vedo?
– No! – Rispose troppo veloce lei.
– Anzi, penso proprio che sia giunto il momento di porre fine al nostro incontro e alla tua vita.
Dal corridoio arrivavano rumori sordi di passi pesanti sulla moquette e delle voci concitate che poi si zittirono all’improvviso. Sentì scattare la serratura della porta e si girò per affrontare l’intruso. Mark Torre, con tutta la rapidità di cui era capace, si lanciò verso la figlia. Il colpo partì mentre la porta si spalancava e due Beretta d’ordinanza facevano fuoco su di lei.
Il buio arrivò piano, come se si stesse addormentando, non sentiva dolore, era solo tanto stanca. Il suo ultimo pensiero era dedicato a Mark Torre, che vedeva ancora vivo sebbene ferito al suo fianco. Aveva fallito, il principale responsabile della sua vita disperata le era sfuggito. Morì con la disperazione negli occhi.
 
Corrado e Claudia arrivarono subito dopo i poliziotti, i loro timori si erano realizzati in pieno. Appena videro Torre disteso a terra con una macchia di sangue rossa che si ampliava sull’elegante camicia azzurra proprio all’altezza delle cifre. Torre alzò lo sguardo sul nipote e con una smorfia di dolore gli fece cenno di avvicinarsi. Claudia vedendo il suo uomo chinarsi vicino al ferito si sentì impotente, erano arrivati troppo tardi, se solo avesse saputo prima! Dall’ascensore uscirono due volontari del 118 con una barella, un uomo e una donna, Claudia si sbracciò per farli arrivare subito. L’uomo vedendo due persone a terra chiamò subito la centrale per un’altra ambulanza, aveva i guanti in lattice e senza timore di toccare il sangue tastò la carotide alla donna, capì subito che non c’era nulla da fare, poi con la sua collega si avvicinò a Mark Torre che teneva la mano premuta sulla ferita per tamponare l’emorragia. Lo sollevarono piano ponendolo sulla barella e partirono di corsa. Corrado provò a seguirli, ma loro fecero cenno di no.
– Raggiungeteci al Pronto Soccorso! – Disse la donna con tono che non ammetteva repliche mentre le porte dell’ascensore si chiudevano, aveva una voce roca e un vago accento spagnolo. Mark Torre stava riprendendo i sensi, sentiva la sirena e il rombo del motore dell’ambulanza. Sentiva male, ma era sopportabile. Un viso femminile entrò nel suo campo visivo e gli sorrise, gli occhi però erano tristi, come se avessero già versato tutte le lacrime del mondo. Si chiese dove aveva visto quegli occhi. – Senor Torre, si ricorda di me?
Il vecchio spalancò gli occhi.
– Sì senor, sono passati tanti anni da quando ha ucciso Diego e tante volte da allora ha cercato di eliminare me. Ora eccomi qua!
Dalla tasca del giubbotto catarifrangente Lorna estrasse una siringa, la stessa che aveva tenuto in mano Eleonora Parodi.
– L’ha recuperata il mio amico Pablo da sua figlia mentre ne constatava la morte.
Torre capì che era finita, forse però aveva fatto in tempo.
Non sentì l’iniezione ma poco dopo una fitta tremenda gli attraversò il petto irradiandosi al braccio sinistro.
-        Adios senor Torresi!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
39.
 
Claudia stava gingillando un ciuffetto di capelli neri, mentre gli occhi erano persi nel vuoto e trapassavano il grosso tomo di medicina legale che aveva davanti. Era in biblioteca e il silenzio del luogo le stimolava più la riflessione che lo studio. Sentì una mano sulla spalla. – Signorina, mi scusi!
L’accento napoletano non lasciava dubbi. Era Marco Esposito, il segretario di Mark Torre, diventato consigliere di Corrado.
– Il signor Balestri l’attende in auto.
Claudia raccolse i libri e gli appunti e segui l’uomo verso l’uscita. Corrado era seduto alla guida della nuova BMW che suo padre aveva comprato appena era stato in grado di guidare.
– Sei arrivata! – Disse sorridendo, poi rivolto a Esposito.
– Le dispiace guidare lei?
Il segretario annuì e Corrado gli lasciò il posto per accomodarsi sul sedile posteriore insieme alla sua fidanzata.
– Non è che te la stai tirando un po’?
Sembrava un po' imbronciata, ma era una finta.
Corrado sorrise.
– Perché no? In fondo me lo posso permettere!
Poi tornando seri.
– Hai deciso cosa fare?
Erano giorni che evitava la domanda. Dopo la morte di suo nonno aveva ereditato tutto il suo impero economico. Tante cose che ancora non conosceva erano sottoposte al controllo di Esposito, che secondo le ultime volontà che Mark Torre gli aveva sussurrato prima di andarsene doveva considerare come un maestro protettore. Il problema era che avrebbe dovuto trasferirsi all’estero e Claudia si era spaventata alla prospettiva.
– Come la metto con i miei? E i soldi, sai quanto costa terminare gli studi all’estero? Aveva passato tutta la settimana tormentandosi tra la voglia di cedere alla richiesta di Corrado e la paura di un salto nel buio.
– Stop!
Tagliò corto lui e la baciò sulle labbra.
– Ti amo! Ai tuoi ci penso io, ai soldi ci penso io, ma tu mi ami abbastanza da seguirmi in capo al mondo?
Lei annuì con le lacrime che gli bloccavano le parole.
– Allora è tutto risolto, ci trasferiamo prima in Svizzera per un paio di mesi e poi – Claudia trattenne il fiato – si va a New York, la Columbia ti va bene come università?
Marco Esposito guidava tranquillo nel traffico di Genova. Lo specchietto retrovisore gli rimandava l’immagine di due ragazzi innamorati e anche se facevano molta tenerezza non riusciva a sorridere. Era preoccupato, Mark Torre gli aveva chiesto di formare il suo successore fino a quando non fosse stato pronto. Guardò ancora nello specchietto, erano giovani e ingenui, li doveva far entrare pian, piano in quel mondo sommerso che era stato il regno del nonno del ragazzo. Sollevò appena le spalle, aveva promesso di istruirli e proteggerli e quello sarebbe stato il suo compito fino alla fine. Insieme, quei due, sarebbero stati invincibili. Invincibili e intoccabili.
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
Anno 2016
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