“VERITÀ E MENZOGNA”
“VERITÀ E
MENZOGNA.”
di Manuel Omar Triscari.
1.
Anno del
Signore 1964. La densa coltre di nubi aveva coperto in fretta il cielo e le
prime gocce di pioggia cominciavano a cadere sui tetti delle case. Il bagliore
fioco della candela, posata sul tavolino, accanto alla specchiera di Anna,
s’incastonava nell’oscurità circostante. Non c’era un netto contrasto, la
spessa luce gialla lasciava solo intravedere i confini della stanza, che, per
la maggior parte, restava in ombra. L’elettricità era saltata da pochi minuti e
lei, appoggiata al muro, vicino alla finestra scostando la tenda, osservava le
gocce che si aprivano nuove strade sul vetro, alla ricerca della via più breve
per giungere a terra. Marco era appena andato via e questa volta non sarebbe
più tornato. Una lacrima le scivolò sulla guancia imitando le gocce di pioggia.
Non riusciva a capire se piangeva perché non l’avrebbe più rivisto o perché ora
avrebbe dovuto affrontare la sua famiglia, da sola.
– Fammi spiegare!
Aveva detto lui con quell’aria
sicura. Era fatto così. Anna urlava, piangeva, cercava di colpirlo e lui non si
scomponeva. L’aveva ingannata, era sposato e non aveva la minima intenzione di
mantenere le promesse.
– Sparisci, non farti più vedere!
In quell’impeto d’odio, però,
Anna aveva taciuto la cosa più importante, che, forse, avrebbe potuto cambiare
la sua vita. Aspettava un figlio!
Non si era mai sentita così sola.
In un primo momento aveva pensato di fuggire, ma poi si era resa conto che non
avrebbe saputo come cavarsela. Aveva diciassette anni e il mondo non era un
posto sicuro per una ragazzina come lei. Per lo meno, questo era ciò che le
ripeteva sempre sua madre quando lei chiedeva di andare giù in città con le
amiche. In quel momento, il viso triste cambiò espressione. In un lampo, le
parole della mamma le attraversarono la mente un’altra volta. Il mondo non è un
posto sicuro per una ragazzina come me! Un sorriso cattivo le incurvò le
labbra. Forse, dopotutto, la mamma aveva ragione. Si disse e la tristezza
iniziò a lasciarla, rimaneva solo la rabbia. Oh sì, la rabbia era un sentimento
che sapeva come provare e non sarebbe finita presto, ne era certa...
2.
Anno del Signore 2004. I parenti e gli amici erano arrivati con molto anticipo.
La giornata, un mercoledì di novembre, era fredda e umida e qualcuno
rimpiangeva in modo manifesto il tepore della propria casa. Si erano formati
diversi gruppetti sul sagrato della chiesa di San Nicola. Nessuno sembrava
intenzionato a entrare anche perché il freddo, all’interno, era ancora più
pungente. Eleonora Parodi, incurante della temperatura, era dentro. Seduta
sulla prima panca della fila di destra, fissava con aria assente il feretro
della madre, Anna. I lunghi capelli scuri, con riflessi rosso mogano, erano
coperti da un velo nero che le scendeva sul viso celando il chiarore della
pelle. Assomigliava molto alla madre, solo gli occhi, grandi e azzurri, la
differenziavano, conferendole l'aspetto da eterna bambina, a cui contribuiva
molto anche il corpo minuto e ben proporzionato, nonostante i suoi trentanove
anni. Al suo fianco, stringendole forte il braccio, sedeva Vittoria, una zia
acquisita, ma che per lei provava un grande affetto. Mancavano cinque minuti
alle quindici, quando sarebbe iniziato il rito e tutti gli altri non poterono
più ritardare il loro ingresso. La chiesa, molto buia, aveva due file di panche
appena decentrate rispetto all’altare e numerose sedie disposte ai lati. Nella
prima panca di destra, con Eleonora e Vittoria, presero posto Mario Gualtieri,
marito di Eleonora e Renata, un’anziana signora, molto elegante nel suo
raffinato completo nero, amica d’infanzia di Anna. Sempre in prima fila, ma a
sinistra, si erano seduti i due fratelli della defunta, insieme alla sorella con
il marito. Più indietro si trovavano numerosi appartenenti alle famiglie legate
ad Anna: i Chiesa, i Serra e, come era ovvio, i Parodi. Suonò la campanella che
anticipava l’ingresso del sacerdote. Eleonora sembrò destarsi dallo stato
catatonico in cui si era rifugiata; avvicinò il capo a Vittoria per
sussurrargli.
– Zia, ti prego, mi fai male al braccio!
Vittoria lasciò subito la presa borbottando delle scuse. La messa iniziò e
tutti si alzarono per i riti d’introduzione. Il prete aveva una voce forte, calda,
che riecheggiava in ogni angolo della chiesa sottolineando le parole con
potenza. Dopo le letture dalla prima lettera ai Tessalonicesi e dal Vangelo
secondo Giovanni, iniziò il sermone.
– Non piangete! Non piangete la nostra cara sorella Anna!
Claudia Serra, seduta in quinta fila si rivolse alla sorella Tiziana che le
stava accanto.
– Devono avere esagerato un po’ con la donazione!
Tiziana annuì accennando un sorriso. Stava per rispondere alla battuta
quando sua cugina, Paola Parodi, seduta proprio davanti a lei, si volse
zittendola con uno sguardo indignato. Le due sorelle si guardarono per una
frazione di secondo negli occhi, sapevano della presunta vocazione della
cugina, che sembrava decisa a entrare in convento. Dovettero distogliere lo
sguardo e concentrare tutta la loro attenzione altrove, con uno sforzo immane,
per non scoppiare a ridere in modo clamoroso. Non sarebbe stato certo decoroso
al funerale di una parente, per quanto lontana, interrompere la cerimonia per
eccesso d’ilarità. Le due sorelle erano molto diverse tra loro. Tiziana aveva
lineamenti classici, molto armonici, con una pelle chiara che si ricopriva di
lentiggini se esposta al sole e un sorriso accattivante che le avrebbe
consentito di ottenere qualsiasi cosa da chiunque. Claudia, invece, aveva la
carnagione scura e un taglio degli occhi particolare che le donava un’aria
molto esotica. La loro diversità, anche caratteriale, non impediva, però, una
forte complicità che si era instaurata negli ultimi anni dopo le normali
gelosie infantili. Intanto il prete proseguiva. – Nella sua vita è stata
accompagnata dall’amore di molti! – Si fermò per rendere più incisiva la frase.
Proprio in quell’istante, tanto solenne, un tonfo sordo proveniente dal fondo
della chiesa, rovinò del tutto l’effetto voluto dal sacerdote. Il bravo soldato
di Dio non si perse d’animo, riprese a parlare con ancora, se possibile, più
fervore di prima. Non furono molti coloro che resistettero alla tentazione di
voltarsi per vedere chi disturbava, in modo così clamoroso la funzione. Il
rumore era stato provocato dalla porta che si era chiusa di colpo alle spalle
di una donna. Era molto alta, aveva un completo nero che l'avvolgeva con
delicatezza, evidenziando le curve. Il cappello, con la veletta, lasciava
trasparire i capelli, biondo platino, molto corti, ma il viso non era
riconoscibile. Infatti, nessuno la riconobbe e lei dopo aver scrutato i
presenti, quasi con aria di sfida, si avvicinò a una delle ultime panche, in
cui non era seduto nessuno. La messa volgeva al termine e dopo l’ultima
benedizione, i fratelli e i quattro nipoti della defunta si avvicinarono al
feretro. Eleonora si fermò sul sagrato a ricevere le condoglianze; solo i
famigliari più intimi sarebbero andati con lei al cimitero di Staglieno per la
cremazione.
– Tiziana, aspetta!
Claudia era rimasta indietro e cercava, con affanno, di farsi largo tra la
folla che si accalcava sul fondo della chiesa. Alla fine, raggiunse la sorella
e insieme si allontanarono dalla confusione.
– Povera Eleonora, prima il padre ridotto un vegetale e ora la madre.
Claudia camminava riflettendo, poi bloccandosi con la chiave nella
serratura della sua macchina guardò negli occhi la sorella. – Pensa cosa
accadrebbe se l’Anna prima di morire avesse detto a Eleonora la verità su suo
padre.
Tiziana storse il naso come quando doveva fare qualcosa che non le andava.
– Non credo che sia possibile, ha tenuto per così tanto tempo il segreto
che, con ogni probabilità, credeva anche lei alla bugia che ha architettato.
Renata era rimasta vicino alla figlia dell’amica scomparsa. Non sembrava
solo addolorata, era tormentata. Mario, il marito d’Eleonora, notò quello
strano atteggiamento e si avvicinò. Era un bell’uomo, uno di quelli cui i
capelli brizzolati conferivano un fascino particolare, fatto d’eleganza, stile
e carisma.
– È stato un fulmine a ciel sereno, così giovane.
Oltre a essere banale, la frase brillava d’ipocrisia. Mario non era mai
andato d’accordo con la suocera. Era un assiduo giocatore e, come tale, sempre
senza un soldo nonostante esercitasse con successo la professione legale. Anna
aveva sempre combattuto con la figlia perché non coprisse i debiti del marito.
Renata lo sapeva, così ribatté, con un tono acido che mostrava tutto il suo
disprezzo.
– Abbi almeno il pudore di non parlare!
Lui fece finta di non aver sentito.
– Hai un’espressione preoccupata, Renata, posso fare qualcosa per te?
– Non mi farei nemmeno pulire le scarpe!
Poi, come se ci ripensasse, rendendo la voce un po’ meno aspra.
– Stai vicino a tua moglie, è lei che ha bisogno di conforto, anche se non
credo tu ne sia capace.
Mario non finse neppure d’indignarsi, come faceva di solito, era abituato
alle invettive di Renata, un sorriso affascinante comparve sul viso abbronzato
prima di allontanarsi. In fondo, punzecchiare la vecchia arpia, lo divertiva.
Le poche persone rimaste raggiunsero i rispettivi mezzi, per formare il corteo
funebre.
3.
Le città di mare sono molto simili tra loro. Nascono intorno a un porto che
le fa crescere e prosperare. Con il passare del tempo, poi, la zona che in
origine era il fulcro d’ogni attività comincia a degradare. Sembra quasi che ci
sia qualcosa di corrotto nel rapporto fra mare e città, qualcosa in grado di
contagiare anche le persone che vivono tra mondo liquido e mondo solido.
– Genova è proprio lo stereotipo della città di mare.
Vincenzo Balestri, amava la sua città, cercando di combattere la
stanchezza, espresse il pensiero a voce alta. Era solo, sulla sua vecchia BMW
525. Tornava da Milano, dalla sede centrale della compagnia di cui era
responsabile per il nord dell’Italia: la Suisse Allianz. Stava percorrendo la
lunga strada sopraelevata che sormonta le banchine del porto. Gli piaceva
guardare il gioco di luci e acqua del lungomare. L’orologio, ancora analogico
sulla sua auto, segnava le ventidue e quindici. Era domenica e non c’era molto
traffico. Si accese la sigaretta, non aveva fretta, a casa non c'era nessuno
che aspettava. Suo figlio Corrado era di sicuro fuori con gli amici e Simonetta,
la sua dolce Simonetta, non c’era più già da un anno. Il pensiero della moglie
lo tormentava in ogni istante. L’aveva amata con ogni fibra del proprio essere
e quando era venuto a sapere che sarebbe morta dopo poco tempo, il mondo si era
abbattuto su di lui annientandolo. Per fortuna lei era una donna eccezionale e
vedendolo così fragile, non aveva ceduto alla disperazione, combattendo fino
all’ultimo contro il male che la consumava. Era riuscita a infondergli la forza
per continuare a vivere e in punto di morte gli aveva fatto promettere di non
lasciarsi andare, di continuare a lottare per loro figlio. Ogni giorno, però,
l’angoscia per la perdita lo seguiva come un’ombra. Era arrivato quasi
all’uscita della sopraelevata che porta in Piazza Piccapietra, azionò la
freccia destra preparandosi a svoltare. Scese la rampa rallentando, poi entrò
nel tunnel che passa sotto i palazzi della city. La strada non è rettilinea,
forse per evitare le fondamenta dei palazzi soprastanti, i costruttori avevano
dovuto deviare. Il risultato erano due curve strette, ben note ai residenti
della città per i frequenti incidenti che rendevano quell’uscita davvero
pericolosa. Vincenzo impostò la prima curva, scalando le marce per poi
accelerare e iniziare la curva successiva a settanta chilometri orari. Un
tizzone della sigaretta si staccò all'improvviso finendogli nel polsino
sinistro della camicia. Il suo sguardo si spostò per una frazione di secondo
dalla strada, mentre un’imprecazione gli sfuggì tra le labbra per la piccola
scottatura. Se la strada fosse stata sgombra, non sarebbe accaduto nulla, ma la
strada non era sgombra.
Il vecchio maggiolino aveva finito la benzina proprio dopo la seconda
curva. Il conducente era sceso imprecando e stava correndo dietro, per
avvertire le macchine che sopraggiungevano, quando lo stridio di pneumatici,
mescolato al rombo di un motore potente, riecheggiò nel tunnel. La grossa
macchina metallizzata gli sfrecciò accanto, era una BMW. L’uomo alla guida non
lo vide, agitava la mano sinistra come se volesse scacciare un insetto. Poi ci
fu l’impatto, violentissimo.
In fondo alla galleria, in un’autorimessa dei Carabinieri, il piantone ebbe
la prontezza di spirito di dare subito l’allarme e chiamare un’ambulanza. I
primi soccorsi arrivarono dopo cinque minuti; l’estrazione del ferito dalla
vettura accartocciata richiese un po’ di tempo, ma dopo mezz'ora dall’incidente
Vincenzo Balestri si trovava sul tavolo operatorio del pronto soccorso
dell’ospedale San Martino. L’intervento durò tre ore, nel frattempo due agenti
della polizia municipale cercavano di mettersi in contatto con qualche
familiare, senza riuscirci. L’ufficiale di guardia ordinò di chiamare ogni
quarto d’ora al numero dell’abitazione. Se non avesse risposto nessuno fino
all’indomani avrebbe mandato un agente all’indirizzo sui documenti per chiedere
informazioni ai vicini.
Erano le due di notte passate, Corrado Balestri stava rientrando dopo una
serata trascorsa con gli amici in discoteca. Aveva ancora il rombo sordo nelle
orecchie, dato dalla musica troppo alta e aveva molto sonno. Arrivò davanti al
suo palazzo con lo scooter, senza fretta. Prima di entrare nel portone diede
un’ultima occhiata al cielo, era coperto di nuvole, poi salì in ascensore.
Quando si trovò davanti alla porta di casa si rese conto che il telefono
squillava. Aprì rapido la porta assicurandosi di non lasciare le chiavi
inserite e corse in corridoio, dove si trovava l’apparecchio. Sollevò il
ricevitore.
– Pronto! – Disse con un certo affanno. All’altro capo della linea ci fu
una certa esitazione, poi la voce di un uomo chiese: – Parlo con casa Balestri?
– Corrado non ebbe tempo di realizzare la stranezza della telefonata a un’ora
così tarda. – Telefono per il signor Vincenzo Balestri – proseguì la voce.
– Non credo che mio padre sia ancora arrivato, se mi – a quel punto
l'interlocutore lo interruppe – In realtà chiamo dall’ospedale, sono un agente
della polizia municipale. Suo padre ha avuto un incidente e sarebbe meglio che
venisse subito al Pronto Soccorso.
Pochi minuti dopo era davanti all’accettazione, dove gli dissero subito che
Vincenzo Balestri era in rianimazione. Conosceva la strada, l’aveva percorsa
molte volte l’anno precedente negli ultimi giorni della madre. Cercava con
tutte le forze di non pensare, solo così poteva impedire alle ondate di panico
di sopraffarlo. Subito, appena uscito dall’ascensore, fu apostrofato dalla voce
autoritaria di un’infermiera, di sicuro la caposala.
– Lei, cosa ci fa qui? Non si può entrare!
– Sto cercando mio padre, lo hanno portato un paio d’ore fa, mi chiamo
Balestri.
Lo sguardo freddo e professionale della donna si addolcì e lui prese atto,
a livello inconscio, che questo era un brutto segno. Faceva sempre più fatica a
rimanere calmo. Il medico di turno arrivò dopo pochi minuti, era piuttosto
giovane, sui quaranta, ma il modo di fare trasmetteva una certa sicurezza.
– Lei è il figlio?
Corrado annuì.
– Le condizioni di suo padre si sono stabilizzate. Ha subito lo
schiacciamento della gabbia toracica, una costa ha perforato il polmone
sinistro, ma l'emorragia si è fermata, abbiamo dovuto asportare la milza.
Attese un attimo prima di proseguire.
– Purtroppo il problema principale riguarda la testa. Il trauma cranico è
piuttosto esteso. In questo momento lo manteniamo in coma con i farmaci per
permettere all'ematoma d'essere riassorbito il più in fretta possibile.
Corrado ascoltava le parole del medico come la sentenza del tribunale
supremo.
– Potrebbe morire? – Chiese con un filo di voce. Il dottore si mantenne
calmo e distaccato. Era evidente che aveva già affrontato situazioni simili e
aveva imparato a erigere uno schermo contro il dolore e le emozioni dei
pazienti.
– Diciamo che, salvo complicazioni, non dovrebbero esserci grossi rischi
per la vita, non posso essere altrettanto ottimista per il recupero di tutte le
facoltà.
Corrado aveva compreso cosa intendeva dire il medico, suo padre poteva
rimanere paralizzato o addirittura non essere più in grado d’intendere.
– Per ora non possiamo che aspettare, forse ci vorrà molto tempo, quindi le
consiglio di avvertire il resto della famiglia adesso. Vi firmo un permesso per
rimanere qui a qualsiasi ora.
Sentiva un peso enorme gravargli sullo stomaco, le lacrime, trattenute fino
allora, presero a scendere silenziose lungo le sue guance.
– Dottore, io sono tutta la sua famiglia e lui è tutta la mia.
4.
Eleonora stava uscendo per recarsi al lavoro quando suonò il telefono. Era
la vecchia amica della madre, Renata.
– Puoi venire subito da me?
Le aveva chiesto con una certa urgenza. Lei era rimasta sorpresa e
incuriosita.
– Visto che sono il primario, penso che nessuno avrà da obbiettare se
ritardo, per una volta!
Renata non colse la nota ironica e proseguì.
– Non dire a nessuno che vieni, neanche a Mario, ti aspetto.
A Eleonora non rimase che avvertire il reparto del ritardo e uscire di
corsa prima che il marito si svegliasse. Lasciò l'auto nel parcheggio a
pagamento di Piazza Dante e camminando, spedita, in Via San Lorenzo, a lato del
duomo di Genova, arrivò presto vicino al palazzo dove abitava Renata. Un
edificio a cinque piani, molto vecchio che, come tutto il resto della via e
parte del centro storico, era stato restaurato all'esterno. Eleonora sapeva,
inoltre, che l'anziana signora aveva acquistato l'intero stabile, restaurato
gli interni e affittato i piani inferiori a uno studio legale, a un laboratorio
orafo e a un'agenzia di viaggi. Per sé aveva tenuto gli ultimi tre piani. Al
terzo c'erano gli uffici della sua compagnia d'import-export che dirigeva,
mentre l'ultimo e il penultimo erano adibiti ad abitazione. La parte superiore,
una deliziosa mansarda, ricordava la soffitta di Rodolfo e soci come spesso è
rappresentata a teatro. Non a caso l'opera preferita da Renata era la Bohème.
Il piano sottostante era l'opposto. Tutto l'arredamento era d'antiquariato
oppure raro e prezioso. Le pareti erano addirittura nascoste da quadri del
settecento, dell'ottocento e di contemporanei con quotazioni da capogiro: De
Chirico, Squillantini e Treccani. Renata fece accomodare la sua ospite in un
salottino molto intimo, offrendole un te, subito servito da Nicoletta, la
cameriera. Come solito, era vestita in modo elegante, con un trucco pesante nel
vano tentativo di coprire l'inesorabile opera distruttiva del tempo. Da esperta
donna d'affari, qual era, si dilungò in inutili convenevoli, attendendo con
pazienza che la cameriera, anche se già da parecchi anni al suo servizio, si
ritirasse con le tazze vuote.
– Mi auguro che tu abbia seguito il mio consiglio e non abbia detto a
nessuno che venivi da me.
Eleonora annuì, sempre più curiosa di ascoltare la causa di tanto mistero.
– Penserai che abbia esagerato, per telefono, ma credo che ciò che sto per
dirti ti chiarirà il motivo della mia riservatezza, soprattutto nei confronti
di alcuni dei tuoi parenti più vicini.
Eleonora non avrebbe voluto interromperla, per arrivare prima alla
conclusione, ma non si trattenne. – Se devi dire qualcosa che mi riguarda, non
capisco come possano permettersi d'interferire, i miei parenti.
Renata si concesse un mezzo sorriso.
– Eleonora, cara! Loro pensano di proteggerti tenendoti nascosto ciò che ti
potrebbe ferire.
Si sistemò meglio sul delizioso quanto scomodo divanetto antico prima di
riprendere e lei non resistette un’altra volta.
– Se la tua intenzione era di suscitare la mia curiosità, ti confesso che
hai raggiunto lo scopo.
Renata era soddisfatta, sembrava che le parole che aveva sentito avessero
confermato una sua opinione.
– Bene! Tu sai che tua madre e io eravamo molto amiche. Ci conoscevamo fin
da quando eravamo ragazzine. Le volevo molto bene. Secondo me, però, ha
commesso un grave errore che ha condizionato tutta la sua vita e la tua.
Le parole di Renata si erano fatte stentate, come se le riuscisse molto
difficile esprimersi.
– Quando nascesti, lei coinvolse tutta la famiglia e anche me, in un grande
inganno. Fece giurare a tutti di non rivelarti mai che, – Eleonora era del
tutto assorta, l'esitazione dell'anziana signora continuava a innalzare lo
stato d'ansia – Giorgio non è tuo padre!
Le parole sembrarono rimanere nell'aria, solo il rumore della pendola
interrompeva il silenzio del salotto. Poi, all'improvviso, come se avesse
ricevuto il segnale dal regista di un film, Eleonora iniziò a ridere,
sorprendendo la sua ospite.
– Oh, Renata, devi sapere che la mamma ha solo cercato di ingannarmi, come
dici tu. In realtà sapevo già che Giorgio non era mio padre fin dai tempi del
liceo.
Renata era sconcertata.
– Non ci voleva una gran cultura medica per capirlo. Vedi, il suo gruppo
sanguigno era zero negativo, il mio è B positivo, mentre quello di Giorgio,
nonostante sia un cugino, è A positivo, quindi non serve neanche il test del
DNA per dire che Giorgio non può essere in nessun caso mio padre.
Si fermò alcuni secondi per soffocare un'altra risata.
– Quando la misi di fronte a queste argomentazioni mi raccontò tutto.
Renata era rimasta senza parole, mentre lei ricordava il passato fissando
lo sguardo nel vuoto.
– Avevo sedici anni quando mi raccontò che un uomo l'aveva stuprata. Per
fortuna arrivò Giorgio, il caro cugino, che, da sempre innamorato di lei, la
sposò pur conoscendo la situazione, salvando l'onore della famiglia, che tra
l’altro è stata tutta, al completo, così ipocrita da reggere fino a oggi il
gioco a mia madre.
Renata che fino a quel momento non aveva mosso un muscolo tornò a
incupirsi. Eleonora si era alzata per sgranchire le gambe.
– Certo, avrei potuto dirlo a te e a Vittoria, che conoscevo il cosiddetto
segreto di famiglia, ma non volevo mettere in imbarazzo la mamma.
Renata le fece cenno di accomodarsi di nuovo e con un sussurro disse: – Non
andò proprio in questo modo.
Il sorriso scomparve dal volto di Eleonora mentre si risedeva su
quell’insopportabile divanetto.
– Anna non fu violentata, conosceva benissimo il padre di sua figlia e
sapeva anche che quella storia non poteva essere portata avanti, perché lui era
già sposato.
Eleonora rimase in silenzio per qualche istante riflettendo. – Non capisco!
Ha raccontato una storia inventata, chiedendo a tutti di serbare il segreto,
perché?
Renata annuì mentre si stropicciava nervosa le mani.
– Tua madre era molto furba, con la scusa di doverti nascondere uno stupro,
ha fatto in modo che nessuno indagasse troppo sulla sua storia, magari trovando
qualche punto debole.
Per un lunghissimo minuto nessuna delle due parlò. Eleonora si alzò
volgendo le spalle all'anziana signora per mascherare le proprie emozioni e con
un filo di voce chiese: – Perché mi dici questo, ora?
Poi guardando l’anziana amica negli occhi.
– Tu conosci il nome di mio padre, vero?
– Sì, le avevo presentato io quell’uomo.
5.
La facoltà di giurisprudenza, a Genova, si trovava in uno splendido palazzo
in Via Balbi. Un grande portone, sempre aperto, introduceva nel cortile
interno, attraversato il quale si saliva per delle bianche scale marmoree, che
portavano ai piani superiori. A Claudia piaceva molto quel palazzo. Dopo tre
anni d’università le era diventato familiare e le trasmetteva un certo senso di
sicurezza. Era il giorno degli esami d'antropologia criminale. Lei era andata a
sentire le domande, per avere un'idea su cosa basare la preparazione. Avrebbe
dovuto incontrarsi con Corrado quella mattina. Studiavano sempre insieme e
trovava strano che non si fosse fatto vivo. Pensò di chiamarlo nel pomeriggio.
Forse si era dimenticato dell'appuntamento. Era quasi mezzogiorno, gli esami
erano finiti e lei non aveva nulla da fare. Decise di andare a trovare la
sorella in studio. Da quando si era laureata in odontoiatria e lavorava col
marito non avevano più avuto molte occasioni per stare insieme. Uscita dalla
facoltà si affrettò a raggiungere la fermata dell'autobus. Non andava mai in
auto, anche perché in centro il parcheggio era solo utopia. Dopo cinque minuti
prese il mezzo pubblico, Piazza De Ferrari non era molto distante, solo due
fermate, ma per raggiungerla bisognava passare sotto una galleria e a lei non
andava proprio d'intossicarsi con i gas di scarico delle automobili. La grande
piazza, una delle più famose di Genova, fremeva di attività. C’erano impiegati
che correvano per raggiungere il posto di lavoro dopo la pausa pranzo, altri
che li sostituivano ai bar. Qualche turista fuori stagione che fotografava il
teatro Carlo Felice. Alcuni extracomunitari cercavano di convincere i passanti
a comprare la loro merce e un’infinità di persone che camminavano veloci
pensando ai propri problemi, escludendo tutto ciò che non li riguardava in modo
diretto. Claudia attraversò la piazza, evitò con un agile slalom il senegalese
che vendeva fazzoletti di carta. Alla fine raggiunse il portone dove spiccava
la targhetta dorata con su scritto il nome della sorella e del cognato. Prese
l’ascensore per raggiungere il secondo piano e quando la segretaria dello
studio dentistico aprì la porta si fece annunciare. Tiziana comparve in sala
d’aspetto dopo pochi minuti.
– Ehi Claudia, che bella sorpresa, andiamo nello studiolo.
Lo studiolo, come lo chiamava Tiziana era una piccola stanza con una
scrivania, una comoda poltrona in pelle e un divanetto per i momenti di relax.
– Ero in facoltà e mi è venuta voglia di pranzare fuori, così – Tiziana non
le lasciò il tempo di finire e si sbarazzò del camice in un attimo. –
Fantastico, però offro io – poi rivolta alla segretaria – Katia, il primo
appuntamento è alle due e mezza, resta ancora dieci minuti per ricevere le
telefonate poi va a mangiare anche tu, ciao.
Poco dopo camminavano insieme per la piazza attirando qualche sguardo
d’ammirazione dei passanti di sesso maschile.
– Che ne dici di quella tavola calda laggiù, fanno ottimi primi?
Le indicò un'insegna che si trovava poco lontano.
– D’accordo.
Il locale era disposto su due piani, salirono una scala a chiocciola per
raggiungere la sala con i tavoli. Tiziana si tolse subito la giacca scamosciata
chiara, sotto indossava un paio di jeans e un maglione. Pur avendo un armadio
pieno di abiti firmati, preferiva vestire nella maniera meno impegnativa
possibile. Claudia, invece, amava gli abiti più ricercati. Quel giorno
indossava un completo di cachemire color avorio e un impermeabile nero che
adagiò sulla sedia vuota vicino al tavolo. Il cameriere arrivò subito.
Ordinarono entrambe un piatto di penne all’ortica e una bottiglia d’acqua
minerale, prendendo tempo per decidere il secondo.
– È molto tempo che non usciamo insieme, funerali a parte.
Disse Claudia quando furono di nuovo sole. Tiziana sorrise con aria
colpevole.
– Hai ragione, da quando vivo con Fabri vengo a casa molto di rado, poi il
lavoro non facilita certo le cose.
Le due sorelle si strinsero le mani comunicando il loro affetto.
– A volte mi sento un po’ in colpa per essermene andata via lasciandoti
sola con mamma e papà.
Claudia fece uno sbuffò plateale.
– Smettila di dire sciocchezze, al posto tuo io me ne sarei andata molto,
molto prima.
Tiziana raddrizzò la schiena, i lunghi anni sui libri le avevano lasciato
un aspetto un po’ curvo, ma solo quando era seduta.
– Lo so ma non riesco mai a fregarmene del tutto.
Claudia fece un gesto con la mano come se volesse cancellare l’argomento.
– Lascia stare, piuttosto, hai qualche notizia interessante o ci riduciamo
sempre a spettegolare sugli altri?
Claudia sapeva che la sorella stava cercando di avere un figlio e tutte le
volte che la vedeva le ripeteva la stessa domanda. Ma Tiziana anche questa
volta scosse la testa facendo spallucce.
– Ci stiamo ancora provando.
– Almeno questa è una cosa positiva!
Risero per un po’ scambiandosi battute, poi a Tiziana venne in mente una
cosa.
– Ti ricordi tre giorni fa, ai funerali dell’Anna, quando ci chiedevamo se
Eleonora sapesse che Giorgio non è il vero padre?
Claudia annuì, le piacevano gli intrighi, specie se riguardavano qualche
parente che non era il massimo della simpatia. Così aspettò che la sorella
continuasse. Tiziana, dal canto suo, aveva una maniera terribile di raccontare,
inzeppando di continuo il discorso con divagazioni che spesso le facevano
perdere il filo.
– Ieri, per caso, mi chiama una mia amica che deve ancora laurearsi e che
sta completando il tirocinio proprio nel reparto di Eleonora. Bene, sai cosa mi
ha detto, che la Professoressa nelle ultime due settimane si è comportata in
modo molto strano.
– Cosa intende la tua amica con strano?
– Quando ero ancora in facoltà, Eleonora era famosa per il comportamento
sempre freddo e professionale, non si lasciava mai prendere dalla minima
emozione, insomma lo stereotipo del chirurgo Padre Eterno. Figurati che mi
hanno raccontato, non so se è vero, che una volta mentre stava operando, un
aiuto si è accasciato a terra tenendosi la mano al petto, allora lei, mentre
continuava l'operazione, ha dato le direttive a due infermieri per farlo
riprendere, capisci, nello stesso momento. Ma sto divagando, tornando a quello
che mi ha detto la mia amica, – Claudia alzò gli occhi al cielo come per
ringraziare il Cielo che la sorella tornava all’argomento principale – nelle
ultime due settimane si è comportata proprio in maniera opposta al suo
carattere, perde le staffe con facilità, è nervosa e all’ultimo esame ha fatto
passare solo due studenti su trenta, mentre prima erano quasi tutti promossi.
Arrivò l’ordinazione e iniziarono a mangiare.
– Ho capito dove vuoi arrivare, tu pensi che l’Anna sentendosi prossima
alla morte abbia rivelato il suo segreto alla figlia e che lei sia uscita un
po’ di testa?
Tiziana annuì.
– Mi sembra poco probabile, visto che l’Anna è morta d’infarto senza segni
premonitori e poi tu non puoi sapere i problemi che ha lei, magari è solo
sconvolta dalla morte della madre, oppure ha litigato con il marito o che so
io!
Tiziana alzò le mani in segno di resa.
– Okay, hai vinto tu, era solo che la coincidenza della morte dell’Anna,
con le voci su Eleonora mi aveva un po’ stuzzicato la fantasia.
Claudia sorrise.
– Senti, visto che ancora presto e i negozi fanno orario continuato, ti va
di fare due passi in Via Venti?
Via Venti Settembre è la strada principale di Genova, quella dove i ragazzi
fanno le vasche. Tempo fa un giornalista del Secolo XIX, il giornale locale,
l’ha definita, con poca fantasia, la via dei negozi. In effetti, questo largo
stradone, è occupato, quasi tutto, da boutique, profumerie, gioiellerie, bar e
anche se la crisi economica ha fatto chiudere parecchi negozi resta ancora la
parte ricca della città. Poco prima della metà troneggia imponente il Ponte Monumentale,
che sembra quasi un arco di trionfo incastonato tra i palazzi. Purtroppo
l’inquinamento e i piccioni hanno ricoperto tutto di uno strato fuligginoso che
incupisce una via che, altrimenti, sarebbe molto allegra. Vittoria era giunta
quasi in cima a Via Venti e vedeva già la fontana di Piazza De Ferrari, quando
poco più avanti, sul suo stesso marciapiede, notò Tiziana e Claudia che
guardavano le ultime uscite esposte nella vetrina di una libreria. In quel
momento non voleva parlare con nessuno, tanto meno con chi poteva essere a
conoscenza del particolare che le dava tanta pena. Si guardò attorno, in quel
punto non c’erano attraversamenti pedonali. Tornare indietro non sarebbe
servito, erano troppo vicine e di sicuro l’avrebbero vista voltarsi. Proprio
mentre le sue due nipoti si stavano staccando dalla vetrina, trovò la via di
fuga. S’infilò nel bar cui era davanti. Ordinò un caffè, per perdere tempo e
guardare con la coda dell’occhio l’ingresso. Proprio mentre le servirono il
caffè vide passare Tiziana e Claudia senza girarsi. Trasse un grosso sospiro e
bevve il caffè amaro, poi con cautela si avvicinò all’uscita per vedere se la
via era libera. Quelle due piccole pettegole avrebbero senza dubbio notato il
suo stato emozionale.
– Ho fatto bene a evitarle.
Ma la distensione per lo scampato pericolo non le fece dimenticare il
motivo dell'inquietudine. Al funerale di Anna, senza farlo notare, aveva
osservato il viso crucciato di Renata e, sapendo come fosse cinica quella
donna, era sicura che ora si sarebbe sentita in diritto di raccontare a
Eleonora i fatti riguardanti suo padre. Come potevano esistere persone così
insensibili? Eleonora non poteva venire a conoscenza di una cosa del genere,
l’avrebbe sconvolta.
– Povera piccola, è così fragile!
L’ansia la spinse ad accelerare il passo, doveva parlare subito con Renata,
prima che combinasse qualche guaio irreparabile. Arrivò a destinazione alle
quattordici e due minuti, guardò l’orologio, prima di suonare al citofono. Poco
dopo una voce metallica chiese.
– Chi è?
Pur modificata dal congegno, Vittoria riconobbe la voce di Renata. Strano,
pensò, che non risponda la donna di servizio.
– Ciao Renata, sono Vittoria. Avrei bisogno di parlarti, è urgente.
Come risposta sentì lo scatto della serratura. Aprì il portone e
s’incamminò per le scale. L’ascensore c’era, ma occorreva la chiave per
utilizzarlo. Arrivò al penultimo piano con il fiatone, aspettò un attimo
davanti alla porta prima di suonare il campanello. Venne ad aprire la stessa
Renata, era probabile che la donna di servizio fosse uscita. Vittoria, dentro
di se, ne fu lieta. Così non correva il rischio di essere sentita da orecchie
estranee. La padrona di casa la fece accomodare nello studio, una stanza
austera con un’imponente scrivania in noce, due comode poltrone di pelle e le
pareti occupate per intero da ripiani colmi di libri.
– Sono venuta – iniziò lei, mentre un lieve tremore le attraversava la voce
– perché volevo parlarti di Eleonora.
Renata aveva capito lo scopo della visita dal momento in cui aveva
riconosciuto la donna al citofono, ma non voleva facilitarle il compito.
– Perché tu dovresti parlare di Eleonora, proprio a me? – Chiese non
riuscendo a trattenere un sorriso ironico.
– Ai funerali di Anna ti ho visto molto tesa, ho temuto che fossi sul punto
di dire una certa cosa a Eleonora. – Vittoria voleva arrivare subito al
nocciolo della questione, evitando di perdersi in inutili giri di parole – Tu
sai cosa intendo Renata!
Non era una domanda ma Renata la interruppe.
– Intendi che Giorgio non è il padre di Eleonora?
Sentendo pronunciare quelle parole in maniera così aperta, Vittoria
sobbalzò in preda al timore irrazionale che potessero arrivare alle orecchie di
Eleonora. Ripreso il controllo tornò alla carica.
– Quella povera ragazza sta passando un terribile momento, è molto fragile,
se venisse a sapere che Giorgio non è suo padre, potrebbe crollare.
Renata sorrise ripensando al colloquio che aveva avuto con Eleonora, il
giorno prima. Avrebbe voluto dirlo in faccia a Vittoria quanto era ingenua e
stupida, ma aveva promesso di continuare a mantenere il segreto con gli altri
per evitare sconvolgimenti familiari. Decise di assecondarla.
– Cara Vittoria – il tono era molto convincente – di certo conosci Eleonora
molto meglio di me e se tu ritieni che una notizia del genere possa danneggiare
davvero la nostra piccola dottoressa, cercherò di non accennare proprio a quel
fatto.
Vittoria era sorpresa, si era aspettata di combattere una ben più aspra
battaglia e invece aveva ottenuto ciò che desiderava senza alcuno sforzo.
– Renata, mi fai felice – l’espressione confermava ciò che diceva – so che
hai una parola sola quindi ti ringrazio dal profondo del cuore e tolgo subito
il disturbo. – Disse alzandosi dalla poltrona di pelle.
Renata l’accompagnò alla porta, le strinse la mano per salutarla e rimase a
osservare per un attimo mentre scendeva le scale. Appena fuori del portone
Vittoria ripensò all’incontro. Trovava strano che Renata avesse ceduto senza
controbattere, ma non poteva metterne in dubbio la sua parola. L’istinto, però,
le disse che qualcosa non andava. Doveva restare in guardia, per tamponare, in
tempo, i guai che quella donna tanto forte, cinica e testarda avrebbe potuto
combinare. Renata era rimasta appoggiata per un momento alla porta. Alla fine
si era liberata di quella seccatrice. Ripensò all’amica scomparsa, Anna e la
sua incredibile capacità di convincere gli altri. Era riuscita a costruire un
muro intorno alla figlia. Poi, a voce alta e guardando su, come se riuscisse a
vedere dove riposano i morti, disse: – Mi dispiace Anna, ma ora che tua figlia
sa una parte della verità, nessuno le impedirà di scoprire tutto il resto e
approfittarne.
Con un sorriso soddisfatto andò in bagno a lavarsi le mani, lo faceva
sempre dopo essere stata in compagnia di un estraneo, come se un qualsiasi
contatto fisico la potesse infettare.
6.
Eleonora aveva trascorso tutto il giovedì in ospedale, dividendosi tra i
suoi studenti del corso di semeiotica e i pazienti del reparto di medicina
interna. Aveva gli occhi infossati e la pelle tirata. Il normale chiarore del
suo viso si era trasformato in un pallore del tutto innaturale. Erano già le
nove; solo in quel momento si era potuta rilassare. Diede un’occhiata alla
tabella delle operazioni del giorno dopo, per fortuna non avrebbe dovuto
presenziare a nessuna. Alla fine chiuse gli incartamenti che aveva sulla
scrivania, si tolse il camice e lo ripose nell’armadietto vicino alla finestra
dove teneva le sue cose. Si cambiò rapida, controllando che nella tasca del
cappotto nero ci fossero ancora le chiavi della Mercedes. Aveva già chiuso la
porta quando l’idea di andare a casa le risultò insopportabile. Suo marito,
Mario, era di sicuro andato a giocare e a perdere e lei avrebbe dovuto passare
la serata sola davanti alla televisione. Prese il cellulare e compose il numero
di casa. Rispose Rosa, la cameriera, che confermò l’intenzione di Mario di
uscire.
– Digli che resto in ospedale stasera.
Quando chiuse la comunicazione si sentiva già meglio. Anziché dirigersi
alla macchina andò all’ingresso dell’ospedale dove si fermano i taxi. Per
fortuna uno era libero e in servizio.
– Via della Marina. – Disse salendo.
La via dove si era fatta accompagnare si trovava a pochi passi dal porto
vecchio, dove c’era l’acquario di Genova e l’Expo, ma faceva parte del centro
storico fatto di viuzze, carruggi, come li chiamano i genovesi, che non erano
proprio ben frequentate nelle ore notturne. Eleonora pagò il tassista che fu
lieto di lasciare quel luogo, regno di drogati e prostitute. Lei non se ne
curò, inerpicandosi per una stretta scaletta raggiunse il vicolo, ancora più
buio del precedente, dove era diretta. Arrivata davanti a una porta estrasse
dalla borsa una chiave. Con qualche difficoltà, dovuta all’umidità, riuscì ad
aprire, poi salì le scale con lentezza, fino all’ultimo piano, facendo
attenzione ai gradini irregolari. Sarebbe potuta entrare con le chiavi, ma
preferì suonare il campanello. Il viso dai lineamenti decisi e i biondissimi
capelli corti di Daniela si stagliarono sulla porta.
– Ti aspettavo.
La casa molto piccola, ma arredata con gusto, rispettava il carattere della
proprietaria. Eleonora conosceva Daniela da quasi sei anni. Era ancora aiuto
primario e stava attraversando un periodo molto stressante. Aveva pensato che
una seduta di massaggi settimanale le avrebbe giovato, così si era rivolta alle
sue conoscenti. Fu la capo sala che le consigliò Daniela. La sua abilità nei
massaggi era difficile da descrivere a parole. L’estasi che Eleonora provava
sotto le sue mani aumentava di volta in volta. Anche l’intimità tra le due
donne crebbe di pari passo e arrivò il momento in cui entrambe si sentirono
attratte l’una dall’altra.
– Non sto bene! – Disse Eleonora ancora sulla porta. Daniela, che manteneva
sempre una fredda calma esteriore, la fece accomodare e le prese il cappotto.
– Per questo ti aspettavo, sapevo che, prima o poi, non saresti stata bene
e saresti venuta da me. – L’amarezza nella sua voce era evidente ma poi si
attenuò. – Mi dispiace per tua madre.
Eleonora sorrise cupa.
– Grazie per essere venuta al funerale, – poi cercando di combattere i
pensieri negativi che cercavano di sommergerla – devo parlare, devo sfogarmi.
Ma non adesso, prima fammi un massaggio.
La richiesta di Eleonora non ammetteva repliche e Daniela acconsentì.
Mentre l’amica trasformava il divano rosso, su cui era stata seduta fino a quel
momento, in un letto, Eleonora andò in bagno e si spogliò. Al suo ritorno
indossava solo le mutandine e Daniela l’attendeva accanto al letto con un
coloratissimo kimono in seta. Lei si tuffò sul letto e si mise prona,
attendendo il contatto delle mani che amava tanto. Daniela non si fece
attendere. Come sempre iniziò dai piedi, passando poi alle caviglie, per
risalire lenta lungo le gambe affusolate. La tensione accumulata in quei giorni
cominciò a sciogliersi. Non passò molto tempo che le mani tornarono a salire,
le cosce, i fianchi. Eleonora era già immersa in una profonda sensazione di
benessere. Passando per le natiche, Daniela, andò a premere, a livello lombare,
quei punti che risentono sempre delle tensioni, provocando un’ondata di calore
che si trasmise all’addome di Eleonora. Alla fine, era del tutto rilassata. La
bionda figura della massaggiatrice si tolse il kimono, facendolo scivolare a
terra con un dolce fruscio. Sotto non indossava nulla, a quarantadue anni, il
suo corpo era perfetto, tanto da poter fare invidia parecchie ventenni. Si
distese accanto a Eleonora e iniziarono a baciarsi con dolcezza, toccandosi
come due giovani amanti.
La temperatura era vicina allo zero a Zurigo, quel venerdì, anche se il
sole era già alto e la pausa per il pranzo vicina. Al quarto piano di un
elegante edificio del quartiere residenziale, un anziano signore stava gustando
il caffè preparato dal segretario italiano. L’unica cosa di cui non si era
voluto privare da quando aveva lasciato il proprio paese d'origine. Gli anni
erano passati veloci da quel giorno. Aveva voltato le spalle a tutto e a tutti
volando in Sud America. Solo nei primi anni ottanta era tornato in Europa.
Voleva trovare il figlio che aveva abbandonato per più di venti anni e grazie
alle risorse non indifferenti di cui disponeva, seppe che lui lavorava, a
Genova, come agente in una modesta agenzia di assicurazioni, inoltre stava per
sposarsi. Cercò di mettersi in contatto, ma fu un errore, come aveva temuto fin
dall’inizio. Non poteva presentarsi a un uomo e dire: – Ehi, ciao, sono tuo
padre, sono tornato!
Infatti, Vincenzo Balestri, il cognome era quello della madre, lo aveva
buttato fuori di casa. Ma lui aveva i suoi piani e non era tipo da rinunciare.
Iniziò a investire parte del patrimonio nel ramo assicurativo arrivando ben
presto a controllare l’attività di una grossa compagnia svizzera. Aprì una
succursale in Italia, assicurandosi che il figlio entrasse nello staff
dirigenziale e riuscisse a progredire nella carriera senza rendersi conto delle
manovre paterne. Si accontentava, per il momento, di seguirlo da lontano. Aveva
gioito con lui alla nascita di suo nipote e aveva pianto quando la nuora era
morta, ma sempre nell’ombra, senza intervenire.
– Caro Marco, quando non farai più il caffè così buono sarò costretto a
licenziarti.
Come sempre, Marco rispose con spiccato accento napoletano, immutato da
trent'anni in giro per il mondo.
– Signore, il giorno in cui non saprò più prepararle il caffè vorrà dire
che sono finito sotto terra.
Dopo il caffè, come tutti i venerdì si ritirava nello studio per attendere
il fax dal suo operatore in Italia. Il viso segnato da mille rughe sbiancò di
colpo appena lesse le prime righe. Rimase per un attimo con lo sguardo fisso
nel vuoto, poi si scosse con un fremito e chiamò Marco.
– Fai preparare il jet, andiamo a Genova, subito!
Erano le quattordici in punto quando l’aereo su cui viaggiava Mark Torre,
un importante finanziere italo-argentino con interessi in tutto il mondo, si
staccava dal suolo svizzero. Nello stesso istante, qualche centinaio di
chilometri più a sud, nel palazzo di Renata in Via San Lorenzo, Nicoletta
Santi, la domestica dell’anziana signora, stava salendo le scale. La padrona le
aveva concesso due giorni di libertà e lei aveva approfittato di quella vacanza
inattesa per andare a trovare la figlia a Cuneo. Arrivata al quarto piano
infilò la chiave nella serratura e girò. Si meravigliò molto che la signora non
avesse dato, come sempre, le quattro mandate che la porta blindata permetteva.
Appena entrata ebbe la conferma che qualcosa non andava. La luce nel salotto
era accesa e a quel ora la signora, che era molto abitudinaria, avrebbe dovuto
essere nel suo ufficio. Lasciò nell’ingresso la piccola valigia e si diresse
verso la stanza illuminata, la porta era aperta, quindi bussò allo stipite.
– Signora, sono tornata, ha bisogno di qualcosa?
Parlando era avanzata di un passo e ciò che fino a quel momento le era
stato nascosto dal divano, si presentò in tutto il suo orrore. Sul prezioso
tappeto persiano, giaceva, prono, il corpo di Renata. La parte posteriore del
cranio era sfondata e una grossa macchia di sangue, ormai rappreso circondava
la parte superiore del cadavere. La donna non riuscì a trattenere un urlo, poi
corse fuori della stanza in preda al panico. Ripreso un briciolo di controllo,
prese il telefono e compose il 113. L’agente di servizio tentò di calmarla, poi
fattosi dare l’indirizzo le disse di uscire dall’appartamento cercando di non
toccare nulla. La povera donna uscì di corsa, una volta chiusa la porta si
sedette sugli scalini e pianse.
7.
Anno 1964. Il Tenente di Vascello
Marco Torresi aspettava nell’ufficio che il domestico annunciasse la sua
presenza al Cavalier Carli. L’appartamento in Corso Firenze godeva di una vista
suggestiva e lui approfittava dell’attesa, osservando dalla finestra, le navi
uscire dal porto all’ombra della Lanterna. Alla fine la porta si aprì. Con sua
sorpresa, però, non apparve il vecchio Cavaliere, ma la figlia, Renata. Era una
bellissima ragazza con un carattere ferreo. Gli occhi, azzurri, come quelli del
padre, trasmettevano una sicurezza e un’energia tale da intimidire qualsiasi
pretendente. Anche Marco ci aveva provato, ma non ricavando alcun risultato
aveva ripiegato su Anna, la compagna di Renata in tutte le uscite.
– Hai lasciato Anna!
Non era una domanda, era
un’accusa.
– Per la precisione è stata lei a
lasciare me.
Era incredibile che uno come lui,
sempre in pericolo di vita, al limite del baratro, fosse costretto a
giustificarsi, impacciato, di fronte a una ragazzina, ma era proprio quello che
stava accadendo.
– Non ci credo! Qualcuno le ha
detto che tu eri sposato e non sono stata io. Perciò – fece una lunga pausa,
avvicinandosi con aria minacciosa – devi essere stato tu a – in quel momento
entrò il Cavalier Carli.
– Bentornato Tenente, vedo che ha
fatto conoscenza con mia figlia, – poi rivolgendosi a lei – vai pure cara,
penso io a intrattenere il nostro ospite.
Renata salutò il padre rivolgendo
a lui uno sguardo fulminante pieno d’odio. Di sicuro il Cavaliere avrebbe
trovato una degna erede per gestire i suoi affari, quando si fosse ritirato.
Distratto da quei pensieri fece appena in tempo a capire cosa chiedeva il suo
interlocutore.
– Che notizie mi porta da Roma?
– Ottime, al ministero nessuno è
informato del nostro obiettivo e per quanto riguarda il servizio segreto, ci ho
pensato io!
– Perfetto, ora non ci resta che
attendere il momento opportuno.
Carli nel suo elegante abito
gessato sorrideva soddisfatto. Prese una scatola di sigari dal cassetto della
scrivania e ne offrì uno all’ufficiale di Marina.
– Per quanto riguarda l’altra
questione, sì, quella delle armi, a quando il prossimo carico?
Marco, che stava annusando il
sigaro, si agitò un po’, non gli piaceva parlare in maniera così esplicita di affari.
– Il mese prossimo, solita rotta.
Il Cavaliere accese il sigaro e
sbuffò con aria soddisfatta, poi consegnò la scatola di fiammiferi all’uomo in
divisa.
– Bene, le mie navi sono ansiose
di partire.
Marco Torresi pensò che era più
ansioso l’armatore d’intascare il compenso, che le navi di partire, ma questo
valeva anche per lui. In fondo per finanziare il colpo di stato aveva sfruttato
tutte le possibili fonti di denaro.
8.
Corrado aspettava, seduto in corsia, su una di quelle sedie metalliche,
sempre presenti negli ospedali, quasi a voler scoraggiare i visitatori a
fermarsi troppo a lungo. Era il sesto giorno che viveva tra casa e ospedale.
Sentiva sempre di più la stanchezza schiacciarlo come una coperta bagnata, ma
le condizioni di suo padre si erano stabilizzate e questo, gli aveva fatto
capire il chirurgo, era un dato positivo, che contribuiva a mantenere desta la
speranza. Aveva visto suo padre poco prima e, seguendo il consiglio del medico,
gli aveva parlato di come andavano le cose a casa, inventando, anche perché non
si era fermato a casa per più delle poche ore di sonno che si era concesso da
quando era avvenuto l’incidente. Ma questo non era servito a diradare il senso
d’impotenza che lo stringeva allo stomaco. Dalla porta che dava sulle scale
entrò un uomo. Aveva i capelli candidi come la neve tagliati corti. Il volto,
pieno di rughe, non consentiva di definirne l’età. Anche perché il fisico
asciutto e i movimenti elastici contribuivano a ringiovanire la figura che
poteva essere di un cinquantenne come di un settantenne. L’uomo passò per il
corridoio diretto all’ufficio del medico di guardia. Mentre passava Corrado si
rese conto di essere osservato, ma in quel momento non gli importava. Vide,
dalla porta lasciata aperta, il nuovo venuto parlare e poi estrarre un
documento. Dopo pochi secondi la porta fu chiusa. Guardò l’orologio, era passata
mezz’ora, ancora un po’ e sarebbe potuto tornare da suo padre. Più per passare
il tempo che per necessità andò al distributore automatico, installato in fondo
al corridoio, per prendere un caffè. Mentre digitava il tasto per avere un
supplemento di zucchero sentì alle sue spalle una voce molto profonda e con un
accento straniero appena accennato chiamarlo per nome. Voltandosi vide l’uomo
che era entrato prima, che si dirigeva verso di lui.
– Prego?
Era sempre stato una persona cordiale perciò assunse un tono tranquillo e
conciliante.
– Mi scusi ma non credo di conoscerla.
L’uomo sorrise a mezza bocca mostrando tutte le rughe che solo lunghi anni
d’esposizione al sole potevano provocare.
– No, non mi conosci, – ammise, il sorriso si attenuò, – ma io conosco te e
conosco molto bene tuo padre.
Corrado era troppo stanco e l’istintiva gentilezza cominciava a lasciare il
posto all’insofferenza.
– Ho incontrato tutti gli amici di mio padre, dai più intimi a quelli che
lui considera semplici conoscenze, ma lei, sono sicuro, non è fra questi.
Il tono di voce lasciava intendere che la conversazione era finita, ma
l’uomo non si spostò di un millimetro. Si passò la mano sul mento sbarbato con
cura.
– Ho riflettuto molto, durante il viaggio su come iniziare questo discorso,
ma non è servito a niente.
Corrado era perplesso, si chiese, per un attimo, se quel uomo non fosse lì
per convincerlo a donare gli organi di suo padre.
– Mi chiamo Mark Torre e sono il padre di tuo padre.
9.
1964. Da un momento all’altro
sarebbe arrivato il segnale. Tutti gli uomini che partecipavano all’operazione
erano in allerta. Dopo anni di sacrifici e grazie ai finanziamenti di persone
influenti come il Cavalier Carli, il Tenente di Vascello Marco Torresi era riuscito
a realizzare il suo piano per impossessarsi del potere. Certo, non sarebbe
stato lui a esporsi in prima persona come Presidente della Nuova Repubblica, ma
questo non significava nulla. Le conoscenze giuste, ottenute durante la sua
carriera nel servizio segreto militare, gli avevano permesso di arrivare molto
in alto. Generali, ammiragli erano dalla sua parte e aveva pensato anche al
dopo. Gli americani, alla fine della guerra, sarebbero stati felici di
reintegrare Mussolini al potere e di manovrarlo a piacimento, ma gli inglesi
avevano agito in maniera tale da essere gli alleati preferenziali della grande
potenza d’oltreoceano, eliminando il dittatore e permettendo all’influenza
dell’Est comunista di rendere l’Italia un paese inaffidabile. Grazie all’ambasciatore
italiano a Washington, che lui conosceva di persona e che, dal punto di vista
ideologico, era vicino al suo gruppo, avevano preso contatto con diversi
senatori degli Stati Uniti. Così alla fine, dopo un po’ di rumore avrebbero
riconosciuto il nuovo stato. Il telefono squillò. Balzò come un felino sul
ricevitore.
– Torresi!
Ci fu un attimo d’esitazione, poi
una voce maschile concitata parlò. – Pioggia calda.
Chiuse il collegamento, quelle
parole lo avevano sconvolto. Il piano era saltato. A questo punto doveva
decidere per se tentare un nuovo progetto o fuggire. Il telefono interruppe di
nuovo i suoi pensieri.
– Ti stanno venendo a prendere,
scappa fin che sei in tempo!
La voce all’altro capo della
linea, una donna questa volta, non aggiunse altro. Marco riattaccò. Non doveva
perdere tempo. Qualcuno a lui fedele l’aveva avvertito e ora aveva pochi minuti
per scomparire. Uscì dall’ufficio senza prendere nulla, il furiere all’ingresso
lo salutò senza badare alla sua espressione. Si doveva liberare della divisa,
ma prima doveva portare a termine un compito.
10.
Come ogni sabato, era rimasta nella sua camera fino a tardi.
Eleonora adorava quell’intimità e nessuno poteva penetrare il suo piccolo,
esclusivo regno, nemmeno il marito. Da quando lei e Mario avevano camere
separate, si era ritagliata uno spazio solo suo, alcuni momenti da dedicare a
se stessa. Mario prendeva il te in sala da pranzo leggendo il giornale. Era
rientrato molto tardi la sera prima e, di sicuro, non senza aver perso una discreta
somma.
– Mi domando come riesci a essere così fresco e riposato anche quando dormi
poche ore per notte. – Disse Eleonora scendendo le scale ancora in vestaglia.
Mario sorrise.
– È solo questione di preoccupazioni, mia cara, tu ne hai troppe.
– E tu sei il solito incosciente. – Ribatté lei abbastanza di buon umore.
Subito la domestica entrò in sala ed Eleonora la congedò chiedendole un caffè.
– Mi spiace rovinarti la giornata, ma devo darti una brutta notizia.
Mario ripiegò il giornale. Il tono scherzoso di poco prima era scomparso.
– Di che si tratta, hai bisogno di altri soldi?
– No, non si tratta di me, riguarda Renata. Sembra che sia morta.
Eleonora si girò di scatto verso il marito con gli occhi sbarrati.
– Non è possibile!
– L’hanno uccisa, c’è scritto tutto sul giornale.
Con un balzo si avvicinò a Mario e gli strappò il giornale ripiegato che
teneva ancora in mano.
– Non ci credo.
Disse mentre cercava con foga l’articolo.
– Nella cronaca locale.
Aggiunse lui mostrandosi non troppo colpito dal fatto. Trovata la pagina
Eleonora lesse in modo febbrile. A lato della colonna c’era una foto, molto
confusa, che la didascalia indicava come la scena del delitto. Posò il
giornale, ormai spiegazzato, rimanendo a fissare il piccolo vaso di cristallo che
faceva bella mostra di se e della rosa rossa che conteneva. Quel oggetto era
stato regalato a sua madre proprio da Renata. La domestica entrò silenziosa
nella stanza per posare il vassoio con il caffè sul tavolo accanto al vaso.
– Desidera altro, signora?
Non ricevendo risposta, capì che non era il caso d’interrompere i pensieri
della padrona e si ritirò con discrezione. Mario non ebbe la stessa
delicatezza. Si stiracchiò sulla comoda poltrona e alzandosi disse con un
sorriso.
– Non sempre sono i migliori che se ne vanno per primi.
Eleonora concentrò lo sguardo su di lui.
– Sei un essere schifoso, cinico, irritante, spregevole!
– Onesto!
La interruppe lui approfittando di una breve pausa dovuta a un’incrinatura
della voce e dalla ricerca di nuovi epiteti poco lusinghieri. Mario prese una
sigaretta dal portasigari d’argento e l’accese. Lei non parlava più, era
tornata a fissare il vaso.
– Questo è quello che accade a chi per ottenere ciò che vuole calpesta la
vita altrui.
I medici avevano sospeso la somministrazione dei farmaci che mantenevano
Vincenzo Balestri incosciente già dal giorno prima. I risultati degli esami,
con grande sorpresa del neurologo, sembravano indicare che l’ematoma era quasi
scomparso e quel martedì Corrado non era riuscito a resistere nella grande casa
di Via Nizza fino alle sette, come aveva sempre fatto nell’ultima settimana.
Erano le sei, fuori, il buio sembrava non voler cedere alla luce del mattino.
Nella saletta dell’ospedale c’era anche Mark Torre. Fra i due non si poteva dire
che ci fosse un vero dialogo. Corrado non aveva ancora del tutto accettato
quello sconosciuto come nonno e, da parte sua, il vecchio capiva che la
strategia migliore era lasciare assorbire la verità al nipote con il tempo. A
ogni momento l’attesa diventava più pesante. Il ragazzo non contava più le
volte che si era alzato dalla sedia per cercare di scorgere qualche segno
dell’alba imminente, per poi tornare al posto frustrato. Dopo due ore di
tensione e di sobbalzi ogni volta che un camice bianco appariva in fondo al
corridoio, il medico che per primo aveva parlato con lui la notte
dell’incidente fece la sua comparsa.
– Signor Balestri, suo padre sta riprendendo i sensi, ora può entrare per
qualche minuto ma cerchi di non affaticarlo troppo.
Il sorriso sul volto del dottore parlava da se, era soddisfatto del proprio
operato e Corrado sentiva quasi la certezza che suo padre si sarebbe ripreso
del tutto. Mark Torre, che era scattato in piedi vedendo entrare il medico, si
afflosciò sulla sedia svuotato di tutte le energie, come se avesse sostenuto
uno sforzo inimmaginabile.
– Grazie! – Riuscì solo a dire.
In quel momento dimostrava più dei suoi settantacinque anni. Corrado era
entrato molte volte in quella camera, ma solo in quel momento si accorgeva di
come fosse buia. Silenziosa era l’altro aggettivo che gli veniva, ma solo se
raffrontata al resto dell’ospedale. Poi, però si rese conto di un ronzio cupo
che faceva vibrare l’aria. Erano le apparecchiature che fino a poco prima
avevano controllato e tenuto in vita suo padre. Cercando di non far rumore con
la suola di gomma delle scarpe, si avvicinò al letto, gli occhi di suo padre
erano aperti. Gli sguardi s’incrociarono, Corrado non sapeva cosa dire, aprì
più volte la bocca senza emettere alcun suono, poi con un filo di voce
sussurrò.
– Papà!
A quel punto gli occhi tanto simili ai suoi e che per giorni erano rimasti
chiusi brillarono e cambiarono espressione, assumendo quella che lui conosceva
molto bene essere un sorriso. Il muro che aveva creato per resistere alla
situazione drammatica si sgretolò all'istante e le lacrime, ormai libere,
rigarono il viso. Ora poteva lasciarsi andare.
11.
Qualcuno aveva parlato. Marco
Torresi era tormentato da quella convinzione. Sul ponte del vecchio cargo
cipriota diretto a Caracas guardava le luci della costa allontanarsi. Chi
poteva essere stato? Era scesa la notte e poteva concedersi una sigaretta in
santa pace. Si era imbarcato al posto di un marinaio che aveva rimediato una
bella coltellata in pancia in una rissa fra ubriachi. D’accordo con il
capitano, a cui aveva versato una discreta somma, impersonava il ruolo che gli
era toccato, non voleva destare sospetti tra l’equipaggio, un’accozzaglia
proveniente da ogni parte del mondo il cui unico scopo era guadagnare
abbastanza per permettersi una sbronza e una puttana al porto successivo. Dal
Venezuela, poi, avrebbe dovuto raggiungere l’Argentina, ma quello non era un
problema. In Sud America si trovava a suo agio e poteva contare su fondi
cospicui per riorganizzare i gli affari. Quel pomeriggio aveva detto addio alla
vita precedente. Non aveva nessun rimpianto. Per la moglie, già da tempo, era
un estraneo e il figlio, in pratica, non l’aveva mai conosciuto. Era stato
sempre fuori, sempre in giro a cercare il potere e la gloria. Ciononostante,
per zittire la coscienza, aveva spedito una lettera, in cui le annunciava che
non sarebbe più tornato. Nessuna spiegazione, solo due righe con cui avvertiva
che la casa era intestata a lei e nella sua scrivania c’era la chiave per una
cassetta di sicurezza della loro banca, con tre milioni. Per quel gesto così
altruistico da sorprendere quasi se stesso, aveva rischiato di essere preso.
Era nell’ufficio postale vicino alla capitaneria e indossava ancora la divisa. Un
uomo della polizia militare scelse proprio quel momento per entrare. Magari
doveva scrivere alla fidanzata. Mentre consegnava la lettera all’addetto delle
poste osservava con la coda dell’occhio i movimenti del militare. Si costrinse
a rimanere calmo, non doveva attirare l’attenzione su di se, in fondo chissà
quanti tenenti di vascello c’erano nel porto di Genova. Ma l’uomo si avvicinò.
– Mi scusi signore?
Si accorse che teneva una foto in
mano. Non aspettò di sapere se fosse la sua immagine quella ritratta, prima
ancora che l’altro finisse la frase lo aveva colpito al volto con un gancio
degno di Rocky Marciano. Le urla delle impiegate e le facce sbigottite dei
presenti lo seguirono mentre correva all’uscita.
– Stupido – si disse – le ronde
sono sempre in coppia!
Infatti, un bestione con un mento
sporgente e due spalle da gorilla, su cui brillavano i gradi da sergente, gli
si parò davanti sbarrandogli la strada. Aveva già estratto il manganello bianco
che picchiava sul palmo della mano sinistra, come se volesse scaldarlo. Tentare
di colpirlo sarebbe stato un suicidio e ogni via di fuga era chiusa.
– Sergente, presto, un ufficiale
sta lottando con il tuo compagno!
Mise tutta la sua persuasione in
quelle parole.
– Deve essere il bastardo che
dobbiamo prendere.
Fu quasi travolto dalla montagna
di muscoli che entrava nell’ufficio postale. Aveva pochi secondi prima che quel
troglodita capisse d’esser stato fregato, ma gli bastarono per scomparire nel
vicolo vicino. Quando si fermò a prendere fiato non riuscì a trattenersi,
scoppiò a ridere sfogando l’adrenalina che aveva in corpo. Poi cominciò a
riflettere, doveva liberarsi della divisa. Entrò in uno di quei negozi in Via
Luccoli dove potevi trovare dalle scarpe al cappello. Non era proprio
all’ultima moda, ma per impersonare uno scaricatore o un marinaio andava più
che bene. Intrufolarsi nel porto e trovare una nave in partenza per il Nuovo
Mondo era stato un gioco da ragazzi. La sigaretta era finita e lui la fece
schizzare in mare con un gesto fluido. Ripensò a come aveva raggirato Anna,
quella piccola stupida. Ormai era stanco anche di lei, così le aveva fatto
sapere, per vie traverse, che era già sposato.
– Tutta fatica inutile!
Si disse maledicendo l’ignoto
traditore responsabile della sua situazione.
– Ti troverò alla fine, ci puoi
scommettere bastardo!
12.
Erano già passati quattro giorni da quando Nicoletta Santi aveva trovato il
corpo esanime di Renata. Eleonora era riuscita a sapere, tramite il patologo
che aveva effettuato l’autopsia a che ora era avvenuto il decesso. Intorno alle
tre della notte tra giovedì e venerdì. La causa, non c’erano dubbi, era lo
sfondamento della parete posteriore del cranio, provocato da un oggetto molto
pesante e spigoloso. Nessuna altra ferita, e se, come affermavano i giornali,
non c'erano segni d'effrazione, l’omicida doveva per forza essere un conoscente
della vittima. Il funerale si era svolto, il giorno prima, nella stessa chiesa
in cui era stato celebrato quello d’Anna. Eleonora aveva voluto parteciparvi,
nonostante l’assenza di suo marito e le suppliche di Vittoria che non voleva
vederla soffrire. Stanca di tutti coloro che s’intromettevano nella sua vita,
aveva deciso d’allontanarsi e dopo essersi fatta dare quindici giorni di ferie
arretrate, aveva detto al marito che sarebbe andata per un po’ di tempo a
Cortina. Possedeva una piccola casa da cui poteva assistere l’immenso
spettacolo delle Dolomiti. La Mercedes era già fuori del box, carica di tutto
ciò che Rosa, la domestica, considerava indispensabile per stare in alta
montagna, mancava solo la slitta. La tentazione di chiamare Daniela era forte,
ma preferì non coinvolgerla nei suoi progetti. Salutò Mario, fredda. Doveva
ancora perdonarlo per il suo comportamento nei confronti di Renata, quindi,
salendo in macchina, ordinò alla governante di non dare il numero del cellulare
a nessuno se non in caso di catastrofi e di badare a quel disgraziato di suo
marito. Con il telecomando aprì il cancello automatico e pochi minuti dopo si
trovava immersa nel traffico della città. I mille colori delle auto, delle
vetrine e delle persone riempirono la sua mente portandola lontano dai pensieri
cupi, mentre i suoni, ovattati dai finestrini chiusi, le giungevano come un
lontano vociare. Raggiunse l’autostrada e mentre guidava con attenzione sul
tratto molto trafficato tra Nervi e Recco ripensò a quello che aveva deciso di
fare. Si era già servita di un investigatore privato una volta, quando aveva
sospettato della fedeltà di Mario. Ma le uniche avventure di cui era capace suo
marito si consumavano sul tavolo verde di qualche bisca clandestina. Così aveva
accettato di buon grado l’esito negativo delle indagini. Questa volta però
sperava che le ricerche portassero a qualcosa di concreto, certo, trovare una
persona scomparsa quaranta anni prima non era un compito facile.
Claudia faticava non poco a mantenere su di giri il motore, che rischiava
di spegnersi a ogni semaforo. La sua utilitaria sembrava tenuta insieme da
colla e spago, ma era l’unico mezzo che aveva a disposizione e le permetteva di
sfrecciare tra le altre macchine anche se con un rombo sordo, prodotto dalla
marmitta forata. Era riuscita a rintracciare Corrado e, appena saputo
dell’incidente al padre, si era subito premurata di raggiungerlo all’ospedale.
Senza perdere tempo inutile a cercare posteggio, si diresse subito
all’autorimessa che conosceva, vicino al Pronto Soccorso. Pagò un euro e mezzo
per un’ora e si avviò di corsa verso il Monoblocco, l’orribile palazzo di vetro
e cemento nel cui atrio, alle nove e trenta, dovevano incontrarsi lei e
Corrado. Era già in ritardo e quando arrivò aveva il fiatone. Si guardò intorno
per un attimo, poi lo vide che stava agitando la mano per salutarla, dietro la
vetrata che separa le scale dall’atrio. Lo salutò con un bacio affettuoso sulla
guancia poi chiese subito.
– Come sta tuo padre?
Il ragazzo aveva gli occhi lucidi, non era ancora riuscito a riprendere il
pieno controllo delle proprie emozioni.
– Meglio, molto meglio, ora.
Claudia capì subito quanto doveva aver sofferto e mentre salivano le scale,
per sdrammatizzare l’incontro, disse: – Sai che non dovrei rivolgerti neanche
la parola?
Corrado afferrò il salvagente che gli lanciava l’amica per non scoppiare in
un pianto imbarazzante e rispose allo scherzo.
– Perché sai anche parlare?
– Stupido! – Disse lei togliendosi il cappotto.
Corrado continuò a bassa voce, mentre percorrevano il lungo corridoio, per
raggiungere la stanza numero 22.
– Di solito non fanno entrare ora, ma papà ha bisogno di riprendere i
contatti con il mondo così mi hanno concesso un permesso speciale.
Entrando, Claudia, si trovò a osservare un uomo ancora intubato. Aveva una
vistosa fasciatura alla testa e teneva gli occhi chiusi.
– Non sarebbe meglio lasciarlo dormire? – Sussurrò. Pur non mostrandolo era
rimasta scossa dalla situazione, ma proprio in quel istante Vincenzo Balestri
aprì gli occhi. Dopo un breve istante di smarrimento mise a fuoco il viso del
figlio e a Corrado sembrò che il padre volesse sorridergli.
– Ciao papà, ti ho portato delle visite, ti ricordi di Claudia, studiamo
sempre insieme.
Lei si avvicinò per entrare nel campo visivo dell’uomo e si schiarì la
gola.
– Buongiorno signor Balestri, mi ha detto suo figlio che si rimetterà in
fretta.
Odiava quelle situazioni, non sapeva mai cosa dire, se non banalità e ciò
contraddiceva l’immagine che voleva dare di se, cioè una ragazza in gamba in
grado di affrontare qualsiasi situazione con disinvoltura. Corrado, comunque,
non badava a lei. Era contento che il padre riconoscesse l’amica. Ancora non
riusciva a parlare, ma i medici gli avevano assicurato che sarebbe tornato come
prima. Dopo una decina di minuti, in cui fece il resoconto delle chiamate
telefoniche e della vita quotidiana che si svolgeva fuori dell’ospedale,
uscirono dalla camera. La saletta d’attesa, vicino alle scale, dove lui era
sostato per tanti giorni, in quel momento, era occupata da Mark Torre. Il
vecchio, vedendolo, si era alzato.
– Come sta?
Claudia era rimasta un po' in disparte mentre Corrado rispondeva.
– Migliora, gli ho parlato di molti suoi conoscenti e mi sembra che abbia
capito bene a chi mi riferivo – sul viso di Torre comparve un’aria
interrogativa che il ragazzo non faticò a interpretare – no, non gli ho ancora
parlato di – Ancora non sapeva come rivolgersi – della sua presenza.
Il vecchio annuì.
– Hai fatto bene, meglio non agitarlo, ancora.
Claudia capiva che fra i due c’era un legame, ma non era ancora riuscita a
stabilirne il tipo. Si riscosse dai propri pensieri sentendo pronunciare il suo
nome. Corrado la stava presentando a quel uomo.
– Piacere.
Fu l’unica parola che pronunciò, mentre gli stringeva in maniera automatica
la mano. Solo in quel momento notò che gli occhi azzurri del vecchio tradivano
una forte apprensione. Poi si ritrasse per lasciare all’amico la possibilità di
terminare il colloquio. La sua innata curiosità era stata sollecitata a
sufficienza. Era certa che lo sconosciuto, Torre aveva detto di chiamarsi,
fosse qualcosa di più di un semplice conoscente per Corrado. Scartando le
possibilità più assurde e combinando la capacità d’avvertire in modo empatico
le emozioni altrui con la sua grande dote di fisionomista, raggiunse, presto,
la conclusione di aver incontrato un parente molto stretto dell’amico, che,
chissà per quale motivo era rimasto molto tempo lontano. Questa deduzione e il
distacco con cui Corrado conversava, acuirono la sua curiosità. In più una
sensazione indefinibile cominciava ad affiorare dal suo subconscio. Corrado si
congedò e voltandosi verso di lei le indicò le scale verso cui si avviarono. –
Scusa se ti ho fatto perdere tempo, ma vedi quel signore è...
– È tuo nonno.
Il ragazzo si fermò di colpo, come impietrito.
– Come fai a saperlo?
Gli occhi erano spalancati, sembrava come se lei avesse detto qualcosa
d’incredibile.
– Scusa se sono stata indiscreta, – disse, sentendosi in colpa per
l'intromissione – ma la somiglianza con te e tuo padre è davvero notevole.
Corrado rifletteva sulle parole dell’amica, riprendendo a camminare.
– Da giovane doveva essere identico a te.
Continuò lei.
– Ho pensato che fosse tuo nonno perché mi sembrava abbastanza vecchio, ma
se ho detto qualcosa di sbagliato!
Corrado scosse il capo.
– No, non ti preoccupare, sei venuta in macchina?
Il cambiamento repentino di discorso le fece subito capire che lui voleva
concludere al più presto quella conversazione. Così raggiunsero il parcheggio
senza più parlare. Vicino alla sua vecchia Volkswagen Polo, Claudia lo salutò
con affetto mettendolo in imbarazzo al punto che lui fu costretto a dire: –
Scusami se non mi sono comportato da amico, ma, in questi giorni sono successe
troppe cose e vorrei un po’ di tempo per riflettere.
– Tranquillo! Ricorda solo che se hai bisogno di sfogarti basta che chiami.
Salì subito in macchina per evitare altre situazioni imbarazzanti e avviò
il motore. Il rombo strappò un sorriso a Corrado che la salutò con la mano.
Sulla strada per tornare a casa, Claudia, non riusciva a smettere di pensare a
quello che aveva visto e sentito. C’era un particolare che le sfuggiva.
Qualcosa di minimo, ma che il suo cervello aveva registrato senza renderlo
evidente.
– Alla fine riuscirò a capire di che si tratta!
Disse a voce alta mentre imboccava la via dove viveva con i suoi genitori.
13.
Anno 1965.
– Carlos, amico mio!
Il viaggio da Caracas era stato
un inferno. In un primo tempo aveva pensato di prendere il treno, ma la linea
era interrotta e per qualche settimana ci sarebbero stati grossi problemi.
L’unica alternativa era la corriera. Così era salito su uno di quegli sgangherati
bus pieni di gente sudata e vociante che continuavano a scrutarlo di nascosto.
Il giorno dopo era arrivato Cumana, una piccola cittadina sul mare a est della
capitale venezuelana. Sborsando una cifra non trascurabile, era riuscito a
procurarsi un passaggio su una barca di pescatori che l’avrebbero portato a
sud. Per sette giorni e sette notti aveva dormito, mangiato e fatto tutto ciò
che poteva fare, con una puzza di pesce marcio da far svenire una iena.
All’ottavo giorno, erano arrivati a Calçoene, in Brasile. Lì i suoi amici
pescatori avevano deciso di sbarcarlo per tornare alle loro abituali
occupazioni. I duecento chilometri che lo separavano da Macapà, sul Rio delle
Amazzoni, gli parevano insuperabili, ma la fortuna gli venne in contro. Stava
bevendo specie di birra annacquata in uno di quei locali bui e fumosi dove, per
battere gli scarafaggi, dovevi essere solo più veloce, quando, dietro di se,
sentì due che parlavano tedesco. Si voltò con lentezza, i suoi occhi azzurri e
l’aspetto, teutonico attrassero subito l’attenzione dei due sconosciuti.
Ringraziò il cielo e soprattutto suo padre, che gli aveva fatto imparare il
tedesco come una seconda madre lingua. Senza problemi si fece passare per il
figlio di un ex SS, una delle ultime reclute del Neu Furher, che, agli ordini
di un misterioso Kommandant, doveva raggiungere San Paolo per una altrettanto
misteriosa missione. Dopo i primi secondi di diffidenza i due sicuramente ariani caddero con tanto
di scarpe, pardon stivaloni, nel tranello. Con un vecchio camioncino scassato
raggiunsero Macapà, dopo di che lo portarono da un loro amico, un certo Franz,
che aveva una barca piuttosto veloce. In poco tempo fu a San Luis dove riuscì a
prendere un treno per San Paolo. Da quella città, raggiungere Buenos Aires fu un
gioco da ragazzi. Era arrivato a destinazione. Maipù, duecentocinquanta
chilometri a sud della capitale, sulla strada per Mar del Plata Il caldo
torrido gli aveva appiccicato la camicia sulla schiena, era abbronzato come mai
prima d’allora e con il sorriso più gioviale del suo repertorio stava salutando
la persona che più d’ogni altra voleva incontrare in Argentina. Carlos
Ariendes, suo socio per il traffico di armi e futuro fornitore di ben altre
merci.
– El senior Torresi?
– Sì, vecchio zorro, ho deciso di cambiare aria.
Non ci volle molto per spiegare
la situazione. Dopo aver assicurato che la rete di contatti restava intatta e
che il loro piccolo commercio poteva continuare, Carlos fu ben lieto di
ospitare il suo socio e fornirgli una base da dove ricominciare. Per prima cosa
avrebbe dovuto aumentare il suo capitale. Non aveva mai apprezzato il traffico
di stupefacenti, ma vista la situazione e la prospettiva di un mercato in
pratica illimitato, non gli restava che accantonare le sue ultime remore e agire.
Erano passati sei mesi da quando era fuggito da Genova, ma la rabbia contro chi
l’aveva tradito non si era ancora sopita.
– Carlos, procurami un
attendente, italiano, dobbiamo subito metterci in contatto con l’Europa e
scoprire chi ha preso il posto del Cavalier Carli.
Le navi dell’armatore genovese
sarebbero ancora servite. L’Africa era il suo obiettivo, avrebbe armato milioni
di mussulmani e neri, pronti a far saltare la testa ai loro oppressori
occidentali. Nel frattempo doveva organizzare un canale di esportazione in
Europa per la polvere bianca della Colombia, cercando, allo stesso tempo di
trovare il bastardo che gli aveva negato l’accesso al potere in Italia.
14.
Vittoria, lunedì, era andata al funerale di Renata. Aveva indossato il
vestito nero già messo al funerale della cognata e aveva pianto. Dentro di se,
però, era serena. Non lo era più stata da quando aveva intuito che Renata
intendeva parlare a Eleonora delle sue origini. Era andata persino a trovarla
per chiederle di tacere. In effetti, Renata aveva promesso di non dire nulla,
ma ora era più sicura. Due giorni dopo il funerale, però, la sua tranquillità
si dissolse. Come ogni mercoledì era andata a pranzo dalla figlia, Silvia, che
viveva con il marito nella vecchia casa di famiglia sulle alture di Genova.
All’inizio andò tutto bene, solo più tardi, quando lei e la figlia rimasero
sole a parlare, il discorso finì, come sempre accadeva, su Eleonora.
– Ora possiamo stare tranquille.
Silvia, che lavava i piatti, trattenne un gesto di stizza; sapeva con
esattezza a cosa si riferiva la madre e solo per quieto vivere impedì alla sua
comprensibile gelosia nei confronti della cugina, di emergere. Ma Vittoria
voleva l’appoggio della figlia e tornò alla carica.
– La morte della povera Renata ci ha liberato di un bel peso, vero?
Il mestolo di legno, che Silvia aveva in mano fino a pochi attimi prima,
sbatté con fragore contro la cucina a gas.
– Senti mamma, non sopporto questi discorsi. Riesci a gioire anche della
morte di un essere umano pur di proteggere la tua piccola Eleonora. Sei
disgustosa!
Vittoria assunse il tipico sguardo di falsa sorpresa di chi cerca di negare
un proprio errore evidente.
– Ma cara, io non gioisco della morte di Renata, solo che ora Eleonora non
scoprirà più il segreto.
Silvia odiava l’ipocrisia della madre.
– Ne sei tanto sicura? – Disse con un tono gelido che esprimeva tutta la
rabbia che aveva dentro. Un brivido percorse la schiena di Vittoria.
– Che cosa vuoi dire? – Chiese all'improvviso seria e preoccupata.
– Niente di particolare – disse Silvia misurando le parole – solo
conoscendo Renata, non è per nulla improbabile che abbia lasciato una lettera
per Eleonora da consegnarle alla lettura del testamento.
Vittoria sprofondò nella più cupa disperazione. Il resto della giornata
trascorse senza altri litigi. Silvia un po’ pentita per aver dato alla madre di
che preoccuparsi e lei sempre più concentrata alla ricerca di una soluzione
all’eventualità che l’ipotesi della figlia trovasse riscontro nella realtà.
Era già buio da un paio d’ore quando Daniela uscì dal suo studio. Aveva
disdetto l’ultimo appuntamento fingendo di stare male. Percorreva la strada che
portava a casa avvolta in un pesante cappotto di lana blu, mentre il vento le
sferzava il viso, costringendola a rimanere un po’ curvata in avanti. Arrivata
davanti al suo portone fece per estrarre la chiave dalla tasca destra, quando
una voce con uno spiccato accento francese, la fece trasalire.
– Ciao bionda.
La fioca luce del lampione sgangherato illuminò il viso solcato da una
lunga cicatrice di un uomo sulla sessantina.
– Mi hanno detto che hai bisogno ancora di me.
Daniela lo guardò per un attimo con disprezzo, poi gli voltò le spalle per
aprire la porta.
– Vieni su!
In casa, alla luce dell’alogena, l’uomo perdeva parte di quel aura
minacciosa mostrata prima nel vicolo, ma in compenso aumentava il senso di
ribrezzo che incuteva al pari dello squallore.
– Hai bisogno di soldi, bionda?
I suoi occhi, piccoli e malvagi, luccicarono pieni di cupidigia mentre osservavano
Daniela togliersi il cappotto.
– Al contrario Francese.
Daniela sapeva che, nell’ambiente dei vicoli, quel essere disgustoso era
conosciuto solo come Francese. Nessuno sapeva il suo vero nome e a nessuno
importava. Era il trovarobe della zona, a lui si rivolgevano quelli che avevano
bisogno di molta droga, le prostitute senza protettore, chi doveva vendere
merce rubata e chi voleva comprare documenti falsi o armi illegali.
– Voglio una pistola – disse lei secca – pago in contanti.
– Ehi, la bionda vuole mettere gli artigli.
Il ghigno schifoso, per un attimo, sembrò fondersi con la cicatrice.
– Sei sicura di avere abbastanza liquidi? – la voce divenne suadente –
altrimenti si può trovare qualche accomodamento.
Daniela ribatté disgustata.
– Tu procurami l’arma, i soldi li ho. Tremila, ho sentito in giro.
Di nuovo quel ripugnante ghigno aleggiò sul viso del Francese.
– Eh no, bionda! Quello è il prezzo per i clienti affezionati, per te è
mille di più.
– Va bene, ora sparisci!
– Fatti trovare domani a questa ora in vico San Matteo, davanti al cinema,
con i soldi dentro un sacchetto per il pane, bionda – disse lui mentre apriva
la porta. Poi, fermandosi la guardò ancora dalla testa ai piedi – ah se
cambiassi idea per quella faccenda, potrei pensare di farti uno sconto.
Se avesse avuto un pugnale a portata di mano forse l’avrebbe ucciso. Per
sfortuna, aveva solo le chiavi di casa che colpirono la porta nel punto dove,
fino a un attimo prima, sostava il Francese.
– Bastardo!
Daniela andò a raccogliere le chiavi con un sospiro. La smania di
procurarsi l’arma l’aveva portata a contattare quel maledetto, ma l’occasione
era troppo buona. Eleonora era partita per Cortina, da sola. Per un attimo era
rimasta delusa perché non l’aveva invitata, poi, però, si era resa conto di
avere una splendida occasione per sbarazzarsi dell’unica persona che poteva
portarle via il suo amore: Mario.
– Sai Tizzy, tra me Corrado c’è sempre stato un rapporto molto aperto, di
sincera amicizia. Almeno lo credevo fino a ieri.
Claudia era nello studio della sorella, le era venuta voglia di parlare con
Tiziana, così aveva preso la scusa di un normale controllo periodico.
– Non ne dubito, ma adesso apri la bocca e stai zitta!
Claudia, sul riunito, era scomoda e a stento si tratteneva dal muoversi.
– Hai una piccola carie sul secondo molare superiore di destra.
Prese la turbina e inserì una fresa nuova. Claudia spalancò gli occhi.
– Che cosa vuoi fare?
– Niente di speciale – disse Tiziana preparando il vassoio per la
conservativa – È molto superficiale, non sentirai nulla, ora apri grande.
Terminò il lavoro in pochi minuti, poi, dopo essersi tolta i guanti di
lattice, si lavò le mani.
– Mi dicevi di Corrado e della faccia che ha fatto quando hai capito che
quel tale era suo nonno.
Claudia si stava ancora sciacquando la bocca, così emise un grugnito
affermativo.
– Esatto, è strano, – Si alzò dalla poltrona passandosi una mano tra i
capelli – mi diceva sempre tutto della famiglia – poi abbassando il tono della
voce per imitare l’amico.
– mio padre fa questo, mio padre fa quello, quando c’era la mamma andavamo
qui o facevamo quello, insomma non aveva remore. Quindi non capisco questo
comportamento.
Tiziana stava rassettando lo studio, da lì a poco sarebbe arrivato un
paziente.
– Magari non va d’accordo con il nonno.
Claudia scosse la testa.
– Anche se fosse, perché non parlarmene e poi, dovevi vedere la faccia.
Sembrava quasi che gli occhi gli schizzassero fuori delle orbite.
– Mah, non so proprio cosa dirti, comunque, vedrai che se ci tiene alla tua
amicizia, prima o poi, ti dirà il motivo del suo comportamento.
– Sì, forse hai ragione. Ma c’era un’altra cosa che mi turbava e volevo
dirti. Quel uomo, si, insomma, il nonno di Corrado aveva qualcosa di familiare,
non so proprio cosa, ma mi dava quasi l’impressione d’averlo già visto.
Il campanello della porta suonò.
– È il paziente, senti, perché non ne parliamo a casa della mamma? Domenica
siamo a pranzo da voi.
– Okay, ti lascio al lavoro.
Claudia uscì dallo studio. Era una giornata fredda e piovosa, l’ombrello
serviva a poco perché il vento continuava a rovesciarlo. Anche se erano passate
da poco le dieci del mattino, sembrava pomeriggio inoltrato. Si riparò sotto i
portici di Via Venti Settembre guardando le vetrine. Ma dentro di lei lavorava
ancora su quel particolare che le sfuggiva.
– Lo trovi!
Erano state le ultime parole che Eleonora aveva detto a Giorgio Scali,
l’investigatore privato. Aveva preferito incontrarlo nella casa di montagna,
per evitare di coinvolgere la famiglia, così aveva dovuto attendere due giorni,
prima che l’uomo la potesse raggiungere. Lei era arrivata alle otto di sera di
martedì, aveva chiamato subito l’agenzia di Milano. Essendo stata già una volta
cliente, non ebbe problemi a fissare l’appuntamento fuori sede. Il giorno dopo
si era rilassata facendo shopping in centro. Alla sera aveva acceso il camino e
si era dedicata alla lettura dell’ultimo libro di Marquez. Giovedì si era
alzata molto presto, il detective sarebbe arrivato solo nel pomeriggio, ma era
troppo agitata, così, uscì per prendere una boccata d’aria. Verso mezzogiorno
le venne fame, entrò in un ristorante. Dopo un pasto più che abbondante e
qualche rimorso per la linea, decise che era ora di rientrare. Erano quasi le
quindici e presto avrebbe potuto dare inizio alla caccia del padre. Scali fu
puntuale, Eleonora aveva scoperto, quando aveva lavorato per lei la volta
prima, che la puntualità era una specie di ossessione per il detective. Lo fece
accomodare in salotto. Evitando i convenevoli venne subito al punto.
– Questa volta non voglio che segua mio marito.
Lui era sulla cinquantina, il vestito stazzonato per il viaggio in macchina
sembrava due misure più grande. La faccia, con una lieve ombra di barba, non
tradiva alcuna emozione, ma gli occhi sormontati da folti sopraccigli scuri
sembravano mandare una luce d’interesse. Di sicuro i casi in cui non doveva
seguire un coniuge fedifrago erano pochi.
– Voglio che trovi una persona. – Scali continuava a tacere – È un uomo
anziano, circa settantadue anni, in quella busta – indicò con la mano un plico
appoggiato sul tavolino – troverà tutte le notizie che ho potuto raccogliere da
sola. Inoltre c’è un anticipo per le spese che dovrà sostenere, la parcella la
conosco, non si preoccupi.
Il detective si alzò dalla poltrona e si mise in tasca la busta.
– Non mi preoccupo.
Quando se ne fu andato, Eleonora cominciò a ridere, forse era stato il modo
di fare melodrammatico dell’investigatore che l’aveva contagiata e le aveva
spinta a dire: – Lo trovi!
Come avrebbe detto una cliente di Robert Mitchum quando impersonava
Marlowe. Ancora con il sorriso sulle labbra andò in cucina, mise un cubetto di
ghiaccio in un bicchiere e si versò due dita di whisky. Era un po’ presto per
bere, ma non le dispiaceva recitare la parte dell’eroina del filmone
Hollywoodiano anni ’40, anche solo per se stessa.
15.
Anno 1977. Sua madre era morta
quando lei era ancora piccola, così aveva dovuto crescere nel mondo pericoloso
del padre, un capo contrabbandiere, che l’aveva educata come un maschio
portandola con se in ogni situazione fino al giorno in cui era stato ucciso in
un’imboscata tesa da un rivale. Daniela aveva solo quindici anni, era troppo
giovane per raccogliere l’eredità lasciata dal genitore. Allora, per
sopravvivere aveva iniziato a commettere piccoli furti. Man mano che il tempo
passava, quella fonte di reddito mostrò sempre di più i suoi limiti. Decise di
colpire obiettivi più sostanziosi, le case dei quartieri alti. In poco tempo
divenne un abile topo d’appartamento, fino a quando il suo informatore le diede
una dritta su una villa all’estremo levante della città. Tutto andava per il
meglio, quando, all'improvviso, il rumore di una serratura che si apriva
interruppe l’oscuro silenzio che avvolgeva la casa. Tentò di raggiungere la
finestra da cui era entrata, ma nella fretta urtò un mobile che le fece perdere
l’equilibrio. La luce inondò la stanza come un’onda del mare.
– Ferma.
L’urlo di un uomo, il padrone di
casa, la scosse, scatenando una paura che non aveva mai provato. Tentò di
rialzarsi, ma sentì un’esplosione e quasi nello stesso momento l’impatto di un
proiettile a pochi centimetri dalla testa. In completo stato confusionale
allungò le mani verso il sacchetto di stoffa nera che teneva alla cintola.
Estrasse la calibro ventidue che le aveva dato suo padre come ultimo regalo e
fece fuoco. Solo allora si rese conto che il bersaglio cui aveva sparato era un
uomo sulla quarantina. La giacca dello smoking, aperta, mostrava la candida
camicia di seta sulla quale stava apparendo una macchia rossa. Lo sguardo non
mostrava dolore, solo sorpresa. La pistola che poco prima era stata puntata su
di lei cadde con un tonfo sordo sul tappeto. Furono frazioni di secondo, ma a
Daniela parvero secoli. L’istinto di sopravvivenza la fece riavere, in parte,
dallo shock. Qualcuno, una donna, stava urlando nell’altra stanza. L’unico
pensiero che riuscì a realizzare fu la fuga. Fuggì attraverso la finestra e
iniziò a correre. Un’ora più tardi, sulle colline sovrastanti, si fermò. Non era
ancora del tutto lucida, ma si rendeva conto che la donna, anche se in preda al
panico, l’aveva vista bene e poteva descriverla alla polizia. Con i suoi
piccoli precedenti non avrebbero dovuto faticare molto per identificarla.
Scartò l’ipotesi di tornare a casa. La cosa migliore da fare era rivolgersi a
qualcuno di fidato. Pensò a Ghirba, il braccio destro di suo padre, le sembrò
la soluzione migliore. Per una settimana l’ex contrabbandiere la nascose in uno
scantinato portandole da mangiare. Lei credette di essere al sicuro, ma si
sbagliava. Il favore che le faceva Ghirba andava ripagato e lei finì nel giro
della prostituzione.
16.
Alla fine era arrivata la tramontana. Genova, che da almeno una settimana
era avvolta da una soffocante cappa d’umidità, poteva respirare libera l’aria
tersa e fredda proveniente dal nord. Il traffico stava piano, piano scemando,
erano quasi le venti e ognuno cercava di rientrare il prima possibile a casa,
al calore fisico dell’ambiente domestico e solo per pochi, a quello spirituale
dei propri affetti. Il cielo nero mostrava qualche stella, più luminosa delle
altre, che riusciva a vincere il bagliore dei lampioni. Daniela era rientrata
da pochi minuti, si era presentata all’appuntamento con il Francese e aveva
effettuato lo scambio. Come il denaro anche la pistola era in un sacchetto del
pane e le numerose persone presenti non videro nulla che potesse insospettirle.
A casa, Daniela impugnò l’arma e l’osservò con attenzione. Era una Berretta
92S, un’arma da guerra, un po' diversa da quella in dotazione alle forze
dell’ordine. Era stata limata la matricola, si augurò che non fosse già stata
usata in qualche rapina, ma poi, riflettendo, si disse che non importava. In
fondo l’avrebbe usata una volta e se ne sarebbe sbarazzata subito dopo. Ripensò
all’ultima volta che aveva sparato. Quel colpo le era costato tre anni
d’inferno. Ma alla fine il bastardo che l’aveva sfruttata aveva fatto una
brutta fine. Un drogato gli aveva tagliato la gola mentre rientrava dal giro
delle sue ragazze. Lei aveva saputo cogliere l’occasione. Aveva raccolto le sue
poche cose ed era partita per Milano. Aveva lavorato come cameriera, mentre
frequentava un corso serale da estetista. Dopo due anni, con un diploma, era
tornata a Genova. Per quattro anni aveva lavorato duro, risparmiando ogni
centesimo. Alla fine aveva aperto uno studio proprio che le permetteva di
vivere in maniera discreta. Pensare al passato faceva male, si sentiva
defraudata. Aveva sviluppato un odio sordo, profondo, verso tutte le comparse che
avevano attraversato il film della sua vita. Odiava la madre, morta troppo
presto, lasciandola senza difese. Odiava il padre che le aveva negato una
giovinezza normale. Odiava tutti gli uomini che l’avevano calpestata,
sfruttata, umiliata, posseduta contro la sua volontà. Odiava Mario, con cui
doveva dividere l’unica vera amicizia, l’unico vero amore della sua vita:
Eleonora. Erano quasi le ventidue e la città era ormai deserta. Le poche
automobili che circolavano ancora, sfrecciavano lungo le vie senza che gli
occupanti avessero il tempo di osservare cosa accadeva all’esterno della loro
piccola bolla di plastica e metallo.
Non era la prima volta che Eleonora si rifugiava nel suo eremo dolomitico.
Erano passati tre giorni da quando era partita e Mario cominciava a sentire la
mancanza dei bisticci e delle battaglie verbali che erano soliti scambiarsi
ogni giorno. Negli ultimi anni il loro rapporto si era deteriorato, non negava
le proprie responsabilità, ma sentiva che il suo matrimonio non era destinato a
finire. Il campanello della porta si fece sentire in sottofondo. Mentre la
governante apriva, Mario tese l’orecchio per captare chi disturbava il suo
rituale mattutino della colazione.
– Ciao Mario.
La voce gracchiante e priva di una qualsiasi eleganza di Francesco, marito
di Vittoria proruppe nella sala come un torrente in piena.
– Bella giornata, oggi. Vero? Si può andare in giro senza portarsi dietro
l’ombrello.
Mario, seccato da quella intrusione non preventivata rimase seduto sulla
sua poltrona preferita, dalla quale rispose laconico.
– Ciao Francesco.
Qualsiasi cosa aveva da dire l’altro, lui non era interessato e, quasi
dimenticandosi delle buone regole dell’ospitalità, non gli offrì nulla. Senza
badare all’atto di scortesia, troppo raffinato per la sua sensibilità,
Francesco prese una sedia vicino al tavolo e la trasportò proprio di fronte a
Mario. Si sedette e attese un attimo raccogliendo i suoi poveri pensieri. Era
un comportamento piuttosto anomalo, anche il fatto di arrivare senza preavviso era
piuttosto strano. Mario non aveva alcuna intenzione di cominciare una
conversazione, perciò rimase pacifico, seduto a sorseggiare il caffè che era
ormai agli sgoccioli. Francesco si schiarì la voce.
– Immagino che ti chiederai perché sono venuto farti visita proprio ora che
Eleonora non è a casa.
La domanda era retorica, ma a Mario, per poco, non sfuggì un secco No, che
avrebbe spiazzato l’ospite inopportuno. Il solo pensiero fece apparire un
sorriso sul suo viso. Mal interpretando questo segno come un incoraggiamento,
Francesco proseguì.
– È stata un’idea di Vittoria, lo sai come è legata a Eleonora. (Mentre
parlava le mani erano in continuo movimento.) Vedi, Mario, mia moglie teme che
Renata abbia detto qualcosa a Eleonora che non andava detto.
Mario abbandonò il suo atteggiamento di disinteresse e appoggiando la
tazzina di caffè vuota.
– Cosa non avrebbe dovuto dire Renata?
Francesco si era aspettato quella domanda, tanto che era già pronto a
rispondere.
– Si tratta di un particolare che riguarda la mamma d’Eleonora, e che non
possiamo rivelare.
Le rughe sulla fronte di Mario si accentuarono, Francesco non avrebbe dato
spiegazioni, ma poteva cercare di fargli sfuggire qualcosa mettendolo in
difficoltà.
– Per quanto mi riguarda, l’ultima volta che Eleonora ha visto Renata è
stato al funerale di sua madre.
Quella affermazione non rese meno nervoso Francesco, che continuava a
spostare il peso da una parte all’altra della sedia. Mario, percepì l’ansia
dell’ospite.
– C’è dell’altro?
– Sì, a Vittoria è venuto in mente che Renata avrebbe potuto lasciare una
lettera.
Mario cominciava a capire dove voleva arrivare Francesco.
– E con questo, cosa centro io, perché coinvolgermi in questa trama,
considerando che non volete dirmi nemmeno di che si tratta?
Francesco era imbarazzato.
– Il motivo è che tu conosci il notaio Pastorino, quello a cui Renata ha
affidato il testamento.
Mario si alzò di scatto con il viso stravolto dall’ira.
– Ti rendi conto di quello che mi chiedete? Tu e Vittoria volete che io
convinca un notaio a tacere un atto testamentario. Magari poi ve lo dovrei
consegnare senza leggerne il contenuto?
La voce stava aumentando di tono, Francesco aveva temuto quella reazione,
ma sua moglie era stata irremovibile.
– Ti garantisco che tutto questo è solo per il bene di Eleonora.
Mario aveva perso la pazienza.
– Basta non voglio sentire altro, vattene!
– Ma Mario!
– Niente ma! In primo luogo quello che mi chiedi va contro qualsiasi etica
professionale.
Ormai gridava.
– Secondo, non credo proprio che ignorare notizie che riguardano sua madre
sia proprio un bene per Eleonora. Terzo, – fece una breve pausa cercando la
frase che avrebbe più colpito Francesco – credo che la prima cosa che farò,
appena lei tornerà dalla montagna, sarà dirle che i suoi cari zietti le tengono
nascosto qualcosa che la riguarda.
Francesco aveva gli occhi spalancati, non aveva mai visto, da quando lo
conosceva, Mario così adirato.
– D’accordo, me ne vado, ma ricordati che se parli a Eleonora di questa
discussione le farai solo del male. Nonostante le apparenze è una ragazza
fragile, ha già avuto un esaurimento.
Mario non ne poteva più.
– Il suo esaurimento l’avete provocato voi con il vostro atteggiamento
iperprotettivo, voi, sua madre e tutta la vostra maledetta famiglia.
Francesco si diresse alla porta.
Si fermò per un attimo, girandosi come per controbattere, ma le parole gli
morirono in gola, uscì di fretta senza salutare. Mario, rimasto solo, si
ricompose. Con la coda dell’occhio vide la governante che stava spiando da una
fessura della porta della cucina. Non ci badò, tornò a sedersi sulla poltrona
chiedendosi quale segreto nascondevano quei due intriganti. Dopotutto Anna era
morta, cosa avrebbe potuto sconvolgere così tanto Eleonora, tuttavia il fatto
che fosse debole dal punto di vista psicologico era vero. Il dubbio si
mescolava alla curiosità, lasciando indeciso su quello che avrebbe detto alla
moglie. Francesco aveva quasi raggiunto la macchina. Continuava a ripetersi che
lui l’aveva detto subito che parlare a Mario era pericoloso, ma lei, sua
moglie, era di una testardaggine assoluta e nulla l’avrebbe fatta recedere. La
situazione sembrava compromessa. Adesso avrebbero dovuto trovare una via
d’uscita nel caso che Mario avesse parlato a Eleonora di quella conversazione.
17.
Nella casa di Corrado, in Via Nizza, l’atmosfera era davvero cambiata dalla
settimana precedente. Suo padre era sulla strada della guarigione e il tempo
sembrava assecondare quel senso di ritrovata serenità che aleggiava intorno a
lui. Erano le sette del mattino di un sabato splendido, il cielo da troppo poco
tempo rischiarato dal sole, non aveva ancora raggiunto l’azzurro definitivo,
che sarebbe rimasto per diverse ore fino a pomeriggio. La finestra della
camera, spalancata, lasciava entrare l’aria secca e pungente insieme alla luce
che si diffondeva come un profumo sulla città. Dalla radio provenivano le note
frenetiche di una musica da discoteca, che s’infrangevano sulla porta del
bagno, chiusa per mantenere il tepore, mentre Corrado terminava di radersi.
Aprì la porta e un’ondata gelida lo investì. Rabbrividendo raggiunse la sua
camera e dopo aver chiuso la finestra si vestì in fretta. Era allegro, sentiva
che presto avrebbe ripreso la vita normale e quel periodo drammatico non
sarebbe stato altro che un brutto ricordo. Si sentiva in splendida forma, pieno
di energie, dopo una buona dormita e la lunga doccia che si era concesso quella
mattina. Gli era venuta voglia di camminare, così lasciò lo scooter
parcheggiato davanti al portone e si avviò verso l’ospedale. Dopo la ripresa
suo padre era stato trasferito dalla rianimazione a una piccola camera a due
letti di cui, però, era l’unico occupante. Venti minuti più tardi giunse a
destinazione, bussò con delicatezza e senza attendere risposta entrò. Vincenzo
Balestri era sveglio.
– Ciao Corrado.
La voce era ancora stentata, ma con un velo d’allegria. Ogni volta che
entrava in quella stanza Corrado aveva una stretta al cuore, subito sopraffatta
dalla certezza che la guarigione sarebbe stata completa e non sarebbero rimaste
tracce dell’incidente.
– Ciao papà, come ti senti oggi?
L’uomo sollevò gli occhi al cielo.
– Come un pallone alla fine di una partita di calcio.
Risero insieme, poi il padre assunse un’espressione seria.
– Ieri, quando sei andato via, ho sentito che parlavi con qualcuno dietro
la porta, era una voce familiare ma non sono riuscito a identificarla.
Corrado non era preparato a quella domanda, aveva deciso di aspettare che
suo padre fosse più avanti sulla via della guarigione prima di parlargli di
Mark Torre. Il cambiamento d’espressione non sfuggì al genitore che subito lo
incalzò.
– Perché non me lo vuoi dire?
Non poteva più tirarsi indietro.
– È arrivato sabato scorso, appena ha saputo del tuo incidente – Fece una lunga
pausa prima di riprendere – ha detto che ti era venuto a cercare già una volta,
ma tu lo avevi mandato al diavolo.
– Di chi stai parlando?
L’uomo sul letto non aveva nessuna voglia di aspettare e Corrado, come se
si arrendesse a una lunga battaglia, rispose.
– Tuo padre!
Il silenzio fu totale per qualche minuto, anche i rumori dell’ospedale
sembravano scomparire come risucchiati dal buco nero della tensione che
aleggiava nella stanza.
– Dovevo immaginarlo!
Poi, come se la notizia non l’avesse per nulla turbato
– Perché non è mai entrato?
Corrado era sospeso tra timore e sorpresa.
– È venuto quando tu eri ancora incosciente, poi ha preferito non farsi
vedere per evitare di agitarti.
– In questo momento è la fuori?
Corrado non riusciva a capire le intenzioni del padre e rispose con
rassegnazione
– Non lo so. Quando sono arrivato non c’era, ma tutte le volte che esco da
questa stanza è sempre lì che aspetta.
– Vai a controllare ti prego e se c’è digli di entrare.
Il ragazzo scattò in piedi e si diresse verso la porta osservando l’uomo
sul letto con aria interrogativa, ma senza il coraggio di aprire bocca. Diede
un’occhiata fuori, non sapeva cosa sperare, ma come solito Mark Torre era lì,
in piedi, vicino alla saletta d’attesa. Aspettava che lui gli portasse le
ultime notizie. Uscì chiudendosi dietro la porta e si diresse verso il vecchio.
Mark Torre sorrideva, ormai anche lui sapeva che Vincenzo sarebbe tornato come
nuovo. Corrado aspettò di essere a poco più di un metro prima di parlare
cercando di non far trasparire nessuna emozione
– Ha saputo che lei è qui e le vuole parlare.
Il sorriso scomparve dalla faccia piena di rughe. Senza perdere tempo si
diresse verso la camera. Corrado preferì restare fuori, non voleva mettere in
imbarazzo nessuno dei due, si diceva. In realtà era lui a sentirsi fuori posto,
come se fosse atterrato su un altro pianeta.
Il week-end era trascorso bene per Eleonora. Lontana da ogni
preoccupazione, si era lanciata lungo le piste innevate che solo le Dolomiti
sapevano offrire. Sciare non era mai stata la sua passione, ma da piccola aveva
partecipato a numerosi corsi e si era perfezionata con un maestro assunto dai
suoi genitori. Senza cercare le emozioni forti di una pista da discesa, aveva
percorso numerosi chilometri, tenendosi sempre il tempo per restare affascinata
dai paesaggi e dalla natura. Alla sera girava per il paese che si preparava a
ricevere la grande ondata di turisti delle feste natalizie. Aveva trovato un
locale molto carino, un piano bar. La musica in sottofondo contribuiva a creare
l’atmosfera di rilassatezza che cercava e il barista, un simpatico ragazzo del
posto, da bravo professionista aveva intuito i suoi gusti e gli preparava ogni
sera un magnifico cocktail a sorpresa. Era inevitabile che qualcuno la scambiasse
per una single in cerca di avventure, ma lei sapeva bene come respingere le
avance non gradite e la sera successiva l’importuno non si era fatto più
vedere. Domenica mattina aveva deciso che non era il caso di sciare, anche
perché i muscoli, non troppo allenati, cominciavano a lamentarsi dei recenti
sforzi. Distesa nel suo caldo letto, aveva terminato il libro di Marquez,
interrotto nei giorni precedenti per le troppe distrazioni. Verso le undici si
era alzata per concedersi una lunga doccia e alla fine, per la prima volta da
quando era partita si sentì sola. Non avvertiva la mancanza di qualcuno in
particolare, era la routine, il lavoro, la casa, anche suo marito, forse.
Indossando solo l’accappatoio bianco si sedette sul divano del salotto con il cellulare
in mano. Aveva già composto il numero di casa, stava per premere invio, ma si
bloccò. Se avesse chiamato Mario le avrebbe comunicato tutte le chiamate di
pazienti che con ogni probabilità erano arrivate durante la sua assenza e si
sarebbe sentita in obbligo di tornare. Decise di lasciare passare ancora
qualche giorno. Stava per posare il telefonino sul tavolino di plexiglas, ma fu
attraversata da un’altra ondata di solitudine. Compose un altro numero e alle
dodici e venticinque il telefono squillò in casa di Daniela. Lei si stava
preparando il pranzo, quando rispose sapeva già di chi si trattava, Eleonora
era l’unica che conosceva il suo numero. Tutti gli altri potevano rintracciarla
solo in studio, dove trascorreva la maggior parte del tempo.
– Ciao! – Disse Daniela con una voce che non lasciava trasparire la
tempesta di emozioni che la stava invadendo.
– Ciao Dany!
La voce di Eleonora sembrava arrivare da molto vicino.
– Sono ancora a Cortina, avevo voglia di sentirti.
Daniela rispose con il solito tono pacato.
– Spero che ti stia divertendo!
Era un evidente rimprovero, ma Eleonora fece finta di nulla.
– Non molto, ma devo sbrigare ancora alcuni affari, ci sono novità a
Genova?
Nonostante Eleonora fosse dolce e conciliante, Daniela la sentì distaccata,
come se, oltre alla distanza, qualcosa d’intangibile la separasse dall’amica.
Un nuovo sentimento si era intrufolato tra loro due per separarle. Senza dare
alcun preavviso, la diga che conteneva le sue emozioni cedette.
– Mi manchi!
All’altro capo del filo ci fu un silenzio prolungato. Udiva il respiro
leggero di Eleonora che prendeva tempo prima di parlare.
– Mi manchi anche tu.
Quella risposta così stentata trasformò il sospetto di Daniela in certezza.
Presto Eleonora l’avrebbe lasciata per tornare dal marito.
– Ti devo salutare, ho i fornelli accesi.
Non poteva resistere ancora a lungo. Ringraziò la sua buona sorte, quando
Eleonora riattaccò senza porre altre domande, poi scoppiò in un pianto
incontrollato, come quando era bambina. Mentre si precipitava verso la
cassettiera per procurarsi un fazzoletto, urtò senza volere la borsa di cuoio
posata sul divano. Si voltò a vedere cosa aveva fatto cadere. La borsa si era
aperta e dentro, s’intravedeva il sacchetto di carta che conteneva ancora la
pistola. Le lacrime si bloccarono, lasciò cadere il fazzoletto e si avvicinò
con movimenti lenti e controllati. Prese la borsa, da cui estrasse l’arma, con
estrema delicatezza. Il metallo lucido sembrava trasmettergli una sensazione di
calore. Fece passare le sue dita lunghe e affusolate, ma al tempo stesso forti
come l’acciaio, sul calcio. Le zigrinature le solleticarono i polpastrelli. La
impugno come avrebbe potuto fare un soldato, prima di entrare in azione e dalla
sua bocca uscì un sussurro.
– No Eleonora, non mi lascerai mai!
Eleonora stava riflettendo. Forse aveva fatto male a chiamare Daniela. Fino
a quel momento il rapporto con lei era stato piacevole, aveva bisogno di una
persona su cui riversare le proprie angosce. Ma ora si sentiva soffocare. Come
se volesse cancellare tutto ciò che c’era di negativo al mondo agitò il
braccio, poi alzandosi parlò a voce alta.
– Inutile pensarci ora, asciugati i capelli! Esci! Ordine del medico!
18.
Vittoria era furibonda. Il marito, Francesco, stravaccato sulla poltrona
del salotto, con i piedi allungati sul tavolino, le aveva appena detto che non
voleva più saperne dei suoi maneggi per proteggere Eleonora.
– Sei un egoista! – Gridò, rischiando di perdere la voce per la foga – e
tira giù quelle zampe, bifolco!
La luce azzurrognola, della televisione, si rifletteva sul viso dell’uomo.
– Vittoria, non c’è più niente da fare – tentò di replicare mettendosi più
composto. – se il notaio ha in mano un documento di Renata destinato a
Eleonora, qualsiasi nostro sforzo sarebbe inutile.
Ma lei non riusciva a darsi pace. Continuava a camminare avanti e indietro,
alle spalle del marito che, di tanto in tanto, si voltava per guardarla tra le
volute di fumo della sigaretta.
– Te ne rendi conto, dopo tutti questi anni!
Mentre parlava prese un portacenere e lo porse a Francesco. Era un gesto
automatico, dato dall’abitudine di lui a seminare la cenere per tutta la casa.
– Adesso calmati cara, abbiamo fatto tutto il possibile e poi non è sicuro
che Renata abbia lasciato una comunicazione per Eleonora. Se continuiamo a
intervenire rischiamo di complicare la situazione.
Vittoria sapeva cosa intendeva. La reazione di Mario con suo marito l’aveva
presa in contropiede, quel uomo si era sempre dimostrato così distaccato e
freddo nei confronti della moglie. Per fortuna Francesco non si era lasciato
sfuggire nulla di preciso riguardo ai natali di Eleonora.
– Non posso! Non posso proprio stare tranquilla, quella povera ragazza
potrebbe rimanere traumatizzata. In più ne va anche della memoria di tua
sorella Anna, pensa che figura farebbe la nostra famiglia.
Il viso di Francesco divenne cupo, spense la televisione, si alzò e
prendendo le mani della moglie, che non erano mai state ferme per l’agitazione,
disse: – Mia sorella è morta, non credo che le possa importare quello che la
gente dice o pensa di lei. Per quanto riguarda la famiglia, mi sembra un po’
fuori tempo questa tua preoccupazione dell’onore.
Appoggiando la testa sul petto del marito, Vittoria ribatté stanca: – È per
Eleonora che mi preoccupo. L’ho sempre sentita come una figlia e non
sopporterei vederla soffrire.
Francesco si staccò tenendole sempre le mani.
– Vedrai che si risolverà tutto per il meglio.
Lei sapeva di non poter contare sull’aiuto di nessuno.
– Speriamo. – Disse, intanto il suo cervello cercava le possibili vie
d’uscita da quella situazione. Doveva impedire a Eleonora di presenziare alla
lettura del testamento. Fino a quando se ne stava in montagna il problema non
sussisteva, il guaio era che poteva tornare da un momento all’altro. Maledì se
stessa per aver suggerito al marito di andare da Mario, ora non poteva più
telefonare a lui per sapere quando tornava Eleonora. Se almeno il notaio si
fosse sbrigato con le convocazioni. Quasi fosse un segno divino suonò il
campanello. Lasciò che fosse Francesco ad aprire e poco dopo tornò con una
busta in mano. La aprì lì davanti a lei e un sorriso si accese nel suo viso.
– É la convocazione del notaio, per dopodomani!
Giorgio Scali era un bravo investigatore, aveva intuito, perseveranza e
soprattutto le giuste conoscenze in molti campi. In Italia, purtroppo, il ruolo
degli investigatori è sottovalutato. La maggior parte dei lavori che occupano
il loro tempo, consiste in noiose consultazioni di vecchie scartoffie ammuffite
o al massimo in un pedinamento di un coniuge infedele, internet ha dato un
grosso vantaggio alla professione ma rimane sempre la necessità di qualcuno che
vada di persona a eseguire i pedinamenti e a mettere le cimici e questo lui lo
sapeva fare bene. Durante i primi sette giorni sembrava che il caso affidatogli
dalla signora Parodi rientrasse nella consuetudine. Poi, la svolta inattesa. Un
vecchio amico, con cui aveva condiviso i diciotto mesi di leva e che ora
lavorava a Roma, al ministero della difesa, gli aveva fornito una
documentazione risalente, circa al periodo su cui indagava. Si trattava del
congedo, con disonore di un ufficiale della Marina Militare. Le motivazioni non
erano chiare, di sicuro l’uomo in questione rappresentava lo scheletro
nell’armadio di un certo numero di alti ufficiali che, in lui, avevano trovato
un comodo capro espiatorio e che preferivano non comparisse troppo nei rapporti
ufficiali. Il nome, Marco Torresi, corrispondeva con quello che conteneva la
busta della Parodi. Insieme al foglio di congedo c’erano anche gli atti di un
processo, pieni di righe nere che cancellavano le parti Top Secret. Non si
capiva molto ma quello che interessava a lui lo trovò in fondo scritto bene in
chiaro: – Probabile luogo di latitanza: Argentina.
Scali cercò di ricordare, negli anni sessanta l’Argentina non era un luogo
molto tranquillo, più o meno come non lo era in quel momento e non sarebbe
stato facile trovare le tracce di uno dei tanti italiani accolti da quel paese.
Prima di tutto doveva avvertire la cliente. Forse riusciva a rimediare un
viaggio pagato per il Sud America. Ringraziò con calore il suo contatto al
ministero, più tardi avrebbe chiamato l’ufficio perchè mandassero una cassa di
Champagne, addebitata alla cliente nella voce spese varie e compose il numero
del cellulare di Eleonora Parodi. Erano quasi le due, Eleonora stava rientrando
in quel momento dopo aver sciato tutta la mattina. Ci mise un po’ prima di
liberare il telefonino dalla tasca della giacca a vento.
– Pronto?
Scali stava per rinunciare quando sentì la voce della donna.
– Buongiorno signora Parodi, sono Scali, ho delle notizie per lei.
Il polso d’Eleonora accelerò. – L’avete trovato?
Scali poteva immaginare il suo viso illuminarsi di speranza e per un attimo
provò dispiacere nel deluderla. – No, non ancora, ma abbiamo fatto un grosso
passo avanti.
Un buon detective doveva saper trattenere i clienti e lui era uno
specialista nel presentare ciò che aveva trovato, anche se, a volte, era molto
poco.
– Pare che l’uomo che sta cercando, ai suoi tempi, abbia combinato un
grosso guaio. Per sua fortuna, però, è riuscito a sparire evitando la corte
marziale e le pene, che per i militari erano piuttosto severe.
Eleonora quasi lasciava cadere il cellulare.
– Se è scomparso per la legge significa che non possiamo più rintracciarlo?
Scali era pronto a gettare l’amo.
– No, anche perché ho scoperto in che paese è fuggito.
– Fantastico!
Il pesce aveva abboccato, ora poteva chiedere ciò che voleva e l’avrebbe
ottenuto.
– Argentina! – Disse scandendo le lettere. – le ho telefonato per questo,
mi deve dare il permesso di continuare l’indagine anche all’estero.
– Certo, certo, si metta subito al lavoro!
Ma, dopo il primo attimo d’entusiasmo, Eleonora riprese a ragionare.
– Signor Scali, non per sfiducia, ma da dove comincerà a cercare in
Argentina.
Il detective sorrise ammirando l’intelligenza e la lucidità della donna.
– Non si preoccupi, la nostra agenzia ha contatti in tutto il mondo, e in
modo particolare con l’Argentina, sapesse quanti emigrati riusciamo a scovare
per le famiglie che sono rimaste in Italia, un po’ come la Carrà, ha presente?
Si diede dell’idiota per quel paragone che minava la sua serietà, ma la
risposta sembrò soddisfare Eleonora che riconfermò l’incarico, accettando anche
le spese extra che le sarebbero state addebitate. Scali non era stato del tutto
sincero ma aveva davvero alcune conoscenze argentine. Per essere precisi una
conoscenza. A Milano, nel palazzo della sua agenzia c’era anche il consolato di
Argentina e una delle addette era in rapporti, per così dire, amichevoli con
lui. Pochi minuti dopo aver chiuso la comunicazione si trovava su un taxi, una
vecchia Fiat Brava diesel, diretto all’aeroporto di Fiumicino. Doveva sistemare
alcune cose a Milano, ma soprattutto avrebbe fatto in modo che la sua caliente
amica Roberta provasse il brivido di aiutare un detective in azione. Eleonora
non sapeva se essere soddisfatta o delusa per le parole di Scali. Era così
assorta nei pensieri che solo allora si accorse di sudare nella tuta da sci che
non aveva fatto in tempo a levarsi. Raccolse gli scarponi che nel frattempo
avevano lasciato una scura macchia d’umidità sul parquet e li mise nel
ripostiglio. Spogliandosi entrò nel bagno, l’idromassaggio era l’ideale per
riprendersi dalle fatiche fisiche della mattinata e dagli stress emozionali di
poco prima. Terminò di spogliarsi davanti allo specchio, fermandosi a
controllare che i segni del tempo non avessero causato qualche cedimento da lei
non notato prima. Soddisfatta da ciò che vedeva accese l’acqua. Era stanca di
restare sola in quella grande casa, decise che nel pomeriggio sarebbe partita.
Entrò nella vasca che andava man mano riempiendosi. Seduta sul fondo si lasciò
andare immaginando il momento in cui si sarebbe trovata davanti suo padre.
19.
Il cielo scuro dava l’impressione che fosse notte inoltrata, ma
l’infaticabile serpentone di automobili che riempiva tutte le vie del centro
confermava che erano solo le diciassette e che prima di poter concedersi il
meritato riposo ancora molte ore avrebbero dovuto trascorrere. Claudia aveva
assistito a un nuovo appello dell’esame che doveva sostenere. Era molto stanca
e sopportava a malapena la confusione della strada, mentre attendeva l’autobus
in Piazza dell’Annunziata. A un certo punto, il trambusto provocato dal
traffico e il brusio continuo della gente venne superato da una voce familiare
che la chiamava per nome. Era Corrado, seduto sulla sua Vespa. Con una gamba
faceva perno sul marciapiede mantenendo l'equilibrio mentre sollevava un
braccio per attirare la sua attenzione. Claudia si avvicinò sorridente. Non
aveva sentito l’amico dal giorno in cui aveva fatto visita al padre in
ospedale, ma si vedeva dal suo viso rilassato, lasciato scoperto dal casco a
forma d’elmetto, che le cose andavano molto meglio per lui.
– Ti ho chiamata a casa e mi hanno detto che ti avrei trovato in facoltà. –
Esordì lui spegnendo il motore dello scooter.
– Sei in splendida forma! – Disse lei compiaciuta.
– Grazie. In effetti, pensavo che a questo punto non ho più scuse, perciò
devo ricominciare a studiare.
Prese un casco che teneva appeso al gancetto sotto il sellino. – Tieni, ti
accompagno a casa.
Lei odiava i mezzi pubblici e non se lo fece ripetere. Il casco le andava
appena largo, perciò mentre Corrado rimetteva in moto cercò di adattarlo
armeggiando con la piccola fibbia. Sfrecciarono tra le macchine ferme ai
semafori arrivando a destinazione in meno di dieci minuti.
– T’inviterei a casa, ma c’è mia madre che ti farebbe una testa così per
sapere come stai, se tuo padre si riprende bene e tutto il resto.
Poi restituendo il casco.
– Che ne dici se questa sera andiamo in riviera a prendere qualcosa da
bere? Andiamo con la mia macchina.
Lui la guardò strano.
– Il tuo catorcio vorrai dire! – poi prevenendo le proteste scherzose
dell’amica – Okay, okay, ti aspetto per le nove.
Le luci della città baluginavano nella malsana foschia provocata dai gas di
scarico delle automobili e degli impianti di riscaldamento. Agli occhi di Mark
Torre, dal ottavo piano dello Star Hotel President, sembrava quasi un presepe,
un immenso presepe illuminato riflesso sulla carta dorata di un grosso pacco
regalo. Ora che Vincenzo era fuori pericolo si sentiva più tranquillo. Dopo
avergli parlato, quel giorno in ospedale, aveva capito che la sua presenza era
stata accettata, ma non poteva pretendere da lui l’affetto figliale che gli
serviva e avrebbe voluto. L’unica sua speranza rimaneva Corrado. Era stato
proprio il ragazzo, con la sua intercessione, a fare breccia nel muro d’odio
eretto da Vincenzo. Forse a lui avrebbe potuto lasciare ciò che aveva negato al
proprio figlio tanti anni prima. Il suo volto segnato da mille rughe era
rivolto all’esterno e i suoi occhi erano persi nei giochi di luce disegnati
dall’incessante traffico del centro, ma, il suo pensiero era lontano,
attraversava lo spazio e il tempo fino al 1964. Il telefono della camera
squillò. Era Marco, l’assistente tutto fare, che con il suo accento napoletano
gli confermava di aver prenotato un’auto e di attendere ordini.
– Non ho voglia di uscire questa sera, fa in modo che mi portino la cena in
camera e poi sei libero.
Marco Esposito eseguì gli ordini alla lettera, preoccupandosi che gli
alimenti fossero adeguati e rientrassero nella dieta che il vecchio doveva
seguire. Poi decise di uscire, erano troppi anni che mancava dall’Italia per
non approfittare dell’occasione. Si fece indicare un buon ristorante in riviera
e prese l’auto, una Volkswagen Golf dell’ultimo modello, che aveva noleggiato
per il capo. Seguendo le indicazioni del portiere dell’hotel prese la statale
che, oltre al nome, seguiva, in gran parte il percorso dell’antica strada
romana. Il golfo del Tigulio gli si presentò in tutto il suo splendore. In lui
si risvegliò il ricordo di un altro golfo, quello della sua Napoli, e la
nostalgia tornò a opprimerlo.
Claudia e Corrado erano usciti spesso insieme, sempre come amici. Il
rapporto che si era formato permetteva a entrambi di sfogare le quotidiane
frustrazioni che si accumulavano nelle loro teste, senza problemi d’origine
sentimentale, tanto che potevano parlare dei rispettivi partner, quando
c’erano. Salito a bordo della piccola automobile, Corrado spostò il sedile
nella posizione più arretrata per lasciare spazio alle lunghe gambe. In
confronto a Claudia sembrava seduto sul sedile posteriore.
– Bene Ambrogina, mi porti in un posto elegante. – Disse con voce impostata
come un conte che si rivolge all'autista.
– Stupido!
Ribatté lei, ridendo allo scherzo e con il rombo sordo del motore che
aumentava d’intensità partì. Non erano diretti in nessun luogo in particolare.
Una volta sulla strada avrebbero deciso se fermarsi a Recco, a Camogli o
proseguire oltre, magari fino a Santa Margherita. Quella sera la scelta cadde
su Camogli. Attraversarono la parte alta del paese prendendo la stradina che
portava ai parcheggi. Le automobili non potevano entrare nel centro del paese,
così si avviarono a piedi per raggiungere il porticciolo, coprendosi bene per
contrastare il forte vento proveniente da Nord. Passarono davanti alle due
enormi padellone dove, ogni seconda domenica di maggio, erano fritte le
tonnellate di pesce per la famosa sagra del paese e poi il mare. Fino a quel
momento era rimasto coperto dalle palazzine che circondavano la passeggiata, ma
ora si mostrava con le sue alte ondate che s’infrangevano contro la spiaggia
pietrosa in un’esplosione di schiuma e spruzzi.
– Mi è sempre piaciuto il mare in burrasca. Disse lui mentre con una mano
teneva su il bavero del giaccone.
– Ma speriamo che ci sia un bar aperto, fa un po’ freddino, non trovi?
Dovevano alzare la voce per superare il frastuono delle onde.
– Arriviamo alla piazzetta del porto, se è tutto chiuso torniamo indietro
L’unico locale aperto era una specie pub, con le pareti simili a una grotta
e le luci soffuse. Solo un’altra coppia occupava il tavolo più appartato
tenendosi la mano e scambiandosi dolci parole. Il giovane barista, con la
basetta destra che terminava a punta sotto l’angolo della bocca, attese che si
accomodassero prima di chiedere cosa desiderassero.
– Ora si può parlare!
Corrado si stemò il giaccone sulla sedia vicina.
– Di qualcosa in particolare?
Claudia intuì che l’amico voleva intavolare un discorso serio.
– Sì, di mio nonno.
Impiegò più di un’ora per raccontare cosa gli era capitato in quelle due
settimane. Nel frattempo la coppia del tavolo appartato aveva preferito cercare
un posto più solitario. Era entrato un uomo sulla cinquantina che, dopo uno
sguardo distratto ai due giovani, aveva ordinato una birra al banco.
– Hai capito perché sono rimasto sorpreso quando hai affermato che era mio
nonno? – Chiese concludendo Corrado.
Claudia annuì, tenendo tra le mani il bicchiere del whisky ormai finito.
– Pensi che ora, dopo l’incidente, tuo padre accetterà Mark Torre?
Lui scrollò le spalle e terminò il contenuto del suo bicchiere.
– Forse sì. Sabato scorso si sono parlati e, visto che Torre è ancora in
città, penso che mio padre si sia un po’ ammorbidito.
Lei sorrise.
– Una storia così potresti scriverla in un libro.
Rise anche lui, poi chiese al barista, che stava servendo la seconda birra
all’uomo seduto al banco, di portare il conto.
Da quando si era laureata, Tiziana non aveva più voluto mettere piede nella
facoltà di medicina. Aveva faticato parecchio per arrivare in fondo e preferiva
dimenticare il periodo accademico, conservando solo il diploma di Laurea che
aveva appeso al muro dello studio. La persona che doveva incontrare, però, era
un suo ex compagno di corso. Lui aveva scelto la specializzazione in medicina
legale e ora lavorava come assistente nel istituto, dove molti studenti si
rendono conto che la medicina non è una disciplina aperta a tutti, perchè
crollano alla vista, e soprattutto all’odore, delle prime autopsie. Era stata lei
a fissare l’appuntamento due giorni prima con il dottor Stefano Neri, per avere
qualche dato sull’autopsia di Renata. Così aveva dovuto vincere la sua
repulsione verso il luogo. Per fortuna il giovane medico legale era già di
fronte all’istituto.
– Ciao Tiziana, sei puntualissima!
Stringendogli la mano, non sapeva se era una sua suggestione, ma anche gli
abiti dell’amico, le parvero odorare di formalina.
– Ciao Stefano, ora ti spiego perché non volevo parlarti per telefono
Come se non l’avesse neppure ascoltata, lui le mise una mano sulla spalla e
disse: – Vieni, andiamo a prendere un aperitivo.
Il bar cominciava a riempirsi, presto sarebbe iniziata la pausa pranzo.
Seduti a un tavolino, Tiziana, vestita con i suoi soliti jeans e il medico
legale con il camice bianco, stavano aspettando che uno dei baristi si
decidesse a portare le ordinazioni. All’improvviso, accantonando tutti gli
altri argomenti, Stefano disse: – Scusa se ti ho trascinato via dall’istituto,
ma sai, è un ambiente pieno d’attriti, non vorrei che qualcuno sentendo di cosa
parliamo possa mettermi in cattiva luce con il direttore. Tiziana era
imbarazzata.
– In effetti, ero venuta a chiederti proprio delle informazioni sul tuo
lavoro.
Lui sorrise, era un bel uomo, anche se troppo magro, aveva un viso aperto
che ispirava fiducia.
– L’avevo capito, vorrà dire che se perderò il posto verrò a bussare alla
tua porta.
Subito dopo tornarono entrambi seri. Tiziana attese un momento prima di
parlare.
– Sai quella signora uccisa due settimane fa? Era su tutti i giornali.
Un cenno affermativo del medico le permise di continuare.
– Era una mia parente, non molto stretta, ma comunque sempre una parente.
Arrivarono gli aperitivi che avevano ordinato interrompendo la sua
richiesta, ma Stefano aveva già capito dove lei voleva arrivare.
– Che strano, sei già la seconda che vuole sapere di questa autopsia. –
Disse portandosi il bicchiere alle labbra, divertendosi a tenere sulle spine la
sua collega.
– Il sabato in cui il professor Franchi ha analizzato il cadavere, ero di
turno. Stavo sistemando le cartelle in ufficio, quando ha chiamato la
professoressa Parodi, sai quella di medicina interna. Aveva il tono di voce
tipo: sono il Padre Eterno non m’intralciare che ti fulmino; così le ho
promesso che l’avrei fatta richiamare appena l’autopsia fosse finita.
Tiziana trovò naturale che Eleonora si fosse subito interessata, ma preferì
non dire che era imparentata anche con lei.
– Cosa ha rivelato l’esame che non è stato detto ai giornali?
– A dire la verità, niente. È stata uccisa dalla botta alla testa.
L’assassino l’ha colpita alle spalle, non doveva essere troppo alto, non c’è
stata nessuna altra violenza né prima né dopo la morte. L’arma è un
soprammobile molto spigoloso di marmo che è stato trovato ripulito dalle
impronte.
Fece una pausa riflettendo.
– L’unica cosa che i giornali non hanno riportato, non sembra essere troppo
importante per le indagini.
Tiziana si sporse incitando l’amico a proseguire.
– È una microscopica abrasione sul dorso della mano. Ma c’erano delle
particelle di vetro, già prima della morte e poi la polizia ha trovato un
bicchiere rotto nella spazzatura.
Lei non aveva toccato ancora il suo aperitivo.
– Come fai a sapere cosa ha trovato la scientifica?
– Semplice, ho un amico che lavora in questura. – Rispose candido lui.
– Non vorrei approfittare della tua gentilezza, ma non potresti chiedere a
quel tuo amico di farmi avere qualche foto della scena del delitto.
Stefano Neri fischiò, per sottolineare la gravità di ciò che gli chiedeva.
– Ti rendi conto che rientri nella lista dei sospetti? E se poi mi beccano?
Posso dire addio alla carriera, anzi penso proprio che mi radierebbero
dall’Albo.
Tiziana stava per dire che non importava che comunque aveva tutti i dati
che le potevano servire, ma lui prima che aprisse bocca l’interruppe. – Adesso
passiamo un attimo dal mio ufficio, non parlare, non dire niente, anzi parla
del tuo lavoro o altro, ho giusto quello che ti serve in un fascicolo sulla mia
scrivania.
Lo guardò sbalordita.
– Grazie Stefano, ma non voglio che tu finisca nei guai per me.
Lui fece una smorfia.
– Lascia perdere, ti ricordi quando avevamo l’obbligo di frequenza tu mi
timbravi sempre il cartellino delle presenze?
Tiziana sorrise.
– Quando entravo in classe avevo sempre una decina di tessere, per fortuna
non ci hanno mai scoperto.
– Così oggi mi posso sdebitare del favore.
Mezz’ora più tardi camminava spedita lungo Corso Gastaldi, contenta di
allontanarsi dall’ospedale e soprattutto per la busta gialla che teneva in mano.
Non vedeva l’ora di parlare con sua sorella.
20.
Anno 1977.
La mamma era
partita alle quattro del pomeriggio e lei aveva paura. Per il momento non
correva rischi, la zia stava preparando la cena, presto, però, sarebbe andata
via anche lei. A tavola regnava il silenzio. Da una parte c’era suo padre.
Mangiava sereno, facendo i complimenti per come aveva cucinato la zia.
Dall’altra parte sedeva lei, con la sorella della mamma, che sorrideva alle
lodi e le lanciava delle occhiate furtive per controllare che finisse ciò che
aveva nel piatto. No, forse quella sera non sarebbe successo. Si disse,
pregando che quella sensazione diventasse realtà. Alle dieci la zia salutò e se
ne andò. Lei era già a letto nella sua piccola stanza. Vide la luce del corridoio
accendersi.
– Signore, fa che non venga! – Disse
a bassa voce.
La porta era socchiusa e sentiva
i passi che si avvicinavano. Ancora qualche secondo, poi avvertì il cigolio
della porta che si apriva, lenta ma inesorabile, come il pendolo che aveva
letto nei racconti di Edgar Alan Poe.
– Ciao principessa, stai
dormendo?
Quella voce gentile, quasi
effeminata per un uomo, le fece venire la pelle d’oca.
– No, non stai dormendo, vero?
Era coricata a pancia in giù con
gli occhi stretti a simulare il sonno in un ultimo disperato tentativo. Sentì
il peso dell’uomo affondare nel materasso al suo fianco, poi le coperte scesero
piano scoprendo le spalle. Aveva una camicia da notte lunga, ma sapeva, per
esperienza, che non sarebbe bastata a scoraggiarlo. Una mano calda le toccò la
nuca, ma il terrore si propagò alle membra provocandole dei tremiti. La mano
iniziò ad abbassarsi piano, portandosi via le coperte e lasciandola del tutto
indifesa, fino a raggiungere l’orlo della camicia da notte. La luce dal corridoio
si rifletteva sulle sue gambe nude man mano che erano svelate. A un certo punto
la mano s’infilò tra le natiche facendole male. Emise un gemito soffocato.
– No, no, non temere piccolina,
rilassati.
Per resistere al dolore prese a
mordere il cuscino, bagnato dalle lacrime che aveva versato fino a quel
momento. Sapeva che sarebbe durato ancora a lungo e che l’indomani si sarebbe
ripetuto, fino a quando la sua mamma non fosse tornata, ma cosa poteva fare per
impedirlo? Che cosa poteva dire a suo padre perché smettesse?
21.
Questa volta era riuscito a trattenersi. Aveva prestabilito un limite
massimo e, a fine serata, era riuscito a non superarlo. Erano le tre di notte,
aveva giocato tutta la serata e non aveva perso più di trecento euro. Non aveva
neanche dovuto chiedere credito e la cosa lo riempiva di soddisfazione.
– Va già via signor Mario?
Chiese il barista, che lo conosceva da anni, e l’aveva sempre visto
rimanere fino all’alba.
– Non è serata. – Rispose lui pagando la consumazione con gli ultimi dieci
euro che gli erano rimasti nel portafogli. All’esterno del locale fumoso, che
nascondeva nel retro la bisca, un vento pungente gli sferzò il volto.
Rabbrividendo alzò il bavero del suo Burberis per avere un minimo di protezione
e si avviò verso l’auto parcheggiata poco lontano. Accese il motore, poi,
restando fermo, aprì il vano portaoggetti per prendere il frontalino
dell’autoradio e si sintonizzò su una radio locale. Le note di “Under my skin”
e la voce melodiosa di Frank Sinatra riempirono l’abitacolo della vettura
facendo sembrare un po’ più viva la città a quel ora deserta. Per tutta la sera
aveva accantonato il pensiero di Eleonora e dei maneggi che si svolgevano a sua
insaputa. Aveva indagato, ma, nonostante fosse un caro amico del notaio a cui
si era rivolta Renata, non era riuscito a scoprire nulla che potesse
illuminarlo riguardo alle strane allusioni di Francesco e le manovre segrete di
Vittoria. Mentre guidava verso casa la mancanza della moglie si insinuò sempre
di più. Ormai era convinto che la morte della madre e di Renata non centrassero
molto con quella fuga dalla città. Ma non poteva indagare troppo, nel loro
rapporto, la privacy assumeva un ruolo fondamentale e infrangere quella regola
che aveva mantenuto vivo il loro matrimonio significava andare in contro a
conseguenze non molto piacevoli. Senza rendersene conto era arrivato davanti a
casa, azionò il telecomando e si fermò in attesa che il cancello si aprisse.
Daniela si era tenuta appena fuori del cono di luce che il lampione gettava
sul marciapiede. Avvolta in una giacca a vento nera, che spesso aveva portato a
sciare, era invisibile. Un berretto di lana copriva i capelli biondi e alle
mani aveva dei guanti neri in pelle che gli permettevano ancora una certa
sensibilità. Toccò il rigonfiamento che appesantiva la sua giacca e iniziò a
muoversi con la solita fluidità. Il vento, che fino a quel momento era stato un
nemico irrigidendole i muscoli, diventò suo alleato, nascondendo il fruscio
degli abiti. In pochi istanti arrivò dietro alla macchina.
Mario interruppe di colpo i suoi pensieri. Aveva visto un’ombra, nello
specchietto retrovisore, mentre oltrepassava il cancello, ne era certo.
Percorse a tutta velocità il viale che portava alla casa e anziché dirigersi al
garage, si fermò nel piccolo spiazzo davanti all’ingresso slittando sulla
ghiaia. Daniela fu colta alla sprovvista da quella mossa. Conosceva le
abitudini di Mario e si era preparata a colpirlo mentre andava dal garage alla
casa. Si rese conto di essere stata vista, le restavano due possibilità:
rinunciare al piano, per quella sera, oppure penetrare nella casa e cercare di
portare a termine il compito che si era prefissata.
L’attimo d’indecisione di Daniela, permise a Mario di scendere dalla
macchina, entrare in casa come una furia e mettersi in salvo. Si appoggiò alla
porta, concedendosi un attimo di sollievo, poi senza perdere altro tempo andò
al telefono e chiamò la polizia.
Non c’era più nulla da fare. Daniela era furiosa con se stessa. – Merda!
Una sirena fece sentire il suo ululato, la polizia doveva avere una
pattuglia poco distante. Corse verso il muretto di recinzione opposto al
cancello d’ingresso, dove sapeva si sarebbe fermata la volante. Con agilità
superò l’ostacolo, poi, senza perdere tempo si mise a correre scomparendo nella
notte. La polizia trovò delle impronte di scarpe da ginnastica e nient’altro.
Conclusero che poteva trattarsi solo di un tentativo di rapina, ma Mario aveva
l’impressione che lo stessero prendendo per un visionario. Appena gli agenti andarono
via, inserì l’allarme. Erano le sei e presto sarebbe sorto il sole, la tensione
e la stanchezza l’avevano logorato fino a ridurre le sue capacità logiche.
– Forse hanno ragione i poliziotti.
Ma era sicuro di aver visto qualcuno la fuori. Aprì il cassetto del
comodino. In fondo, sotto il plico di scartoffie delle assicurazioni, c’era una
pistola, una calibro ventidue. La osservò per un istante, poi scuotendo la
testa la rimise a posto.
– Non credo che sia una buona soluzione.
Era stanco e voleva dormire.
Daniela era quasi arrivata a casa. Con la rabbia che aveva in corpo avrebbe
distrutto qualsiasi cosa le capitasse a tiro. Aveva sprecato una splendida
occasione. La volta successiva non sarebbe stato così facile entrare nel
giardino.
La fisioterapista aveva terminato da poco la tortura quotidiana e presto
sarebbe stato orario di visite, ma Vincenzo Balestri sapeva che suo figlio non
sarebbe venuto. Aveva già perso troppo tempo per lo studio e doveva recuperare.
Si sentiva molto fiero di Corrado, era maturato parecchio da quando aveva perso
la madre e quest’altra esperienza non era stata certo uno scherzo. Bussarono
alla porta distraendolo dalle sue meditazioni.
– Avanti.
La voce non aveva ancora ripreso il vigore di una volta. Era Mark Torre, si
era aspettato una sua visita, ma non così presto. Quell’uomo, una volta, era
suo padre, poi lo aveva abbandonato quando era solo un bambino. Il risentimento
continuava a rodergli dentro, ma aveva deciso di non essere irremovibile. Forse
perché aveva rischiato di perdere la vita o forse solo perché ne aveva bisogno,
ma doveva ripetersi in continuazione che poteva essere cambiato.
– Mi hanno assicurato che presto ti manderanno a casa.
La voce profonda del vecchio sembrava esprimere davvero amore.
– Sì, poi dovrò faticare per un po’ prima di riacquistare il controllo di
tutti i muscoli. Per ora riesco appena a muovere le braccia.
Alzò con grande sforzo la mano destra per poi lasciarla cadere inerte.
– Se hai bisogno di cure particolari o qualsiasi altra cosa, fammelo
sapere.
L’infermo fece una smorfia che nel
suo intento avrebbe dovuto essere un sorriso ironico.
– Lo sai che non potrai mai comprarmi.
Anche Mark Torre sorrise con il suo viso che si ricopriva di minuscole
rughe.
– Ne sono convinto.
Avvicinò la sedia al letto del figlio.
– Hai voglia di parlare?
Vincenzo annuì.
– Per ora è l’unica cosa che posso fare.
Sedendosi, il vecchio si schiarì la voce.
– Qualche anno fa, cercai d’avvicinarmi a te, ma prima che potessi dirti
quello che volevo, mi sbattesti la porta in faccia.
La pausa nel discorso consentì a Vincenzo di ribattere.
– Il fatto che ora io possa amare di più la vita che, per fortuna, ho
ancora davanti, non significa per forza che abbia cambiato idea su ciò che
penso di te.
Mark Torre non si scompose.
– Non pretendo questo, ma all’epoca non feci in tempo a spiegarti il mio
punto di vista e, soprattutto, a chiederti perdono.
Quelle parole ebbero un certo effetto, dietro la maschera del viso poco
mobile, Vincenzo sembrava quasi voler credere un po' di più che suo padre fosse
cambiato. L’abitudine a diffidare, però, era troppo radicata in lui per essere
accantonata così in fretta.
– Ora ne hai la possibilità!
Mark Torre annuì.
– Sì, è vero, – poi alzandosi dalla sedia e iniziando a camminare – ma
prima fammi raccontare cosa accadde. Non per giustificarmi, solo per poter
darti un quadro corretto della situazione.
22.
Claudia aveva deciso di sospendere lo studio per qualche giorno, riposando
un po’, nell’attesa che Corrado si mettesse in pari con lei. Sua madre, come
tutti i venerdì, era uscita per fare la spesa e lei ne approfittava per godersi
in santa pace la casa. L’appartamento che condivideva con suoi genitori era
molto grande, soprattutto da quando Tiziana si era trasferita con il marito, ma
la presenza di un’infinità di mobili antichi e gingilli di varie epoche
manteneva un disordine costante. Il risultato era un senso di limitazione, che,
con la scarsa luce proveniente dall’esterno, le provocava una sensazione
claustrofobica. Seduta sul vecchio divano, continuava a cambiare canale per
cercare un programma che poteva suscitare in lei qualche interesse. Ben presto
si rese conto che la ricerca era del tutto vana e spegnendo l’apparecchio si
diresse verso la sua camera. Dopo la morte di Renata, aveva comprato tutti i
giornali che parlavano del caso, ma la mancanza di tempo le aveva impedito di
leggerli con attenzione. Si procurò un paio di forbici e, paziente, cominciò a
ritagliare tutti gli articoli che la interessavano, compreso gli annunci
funebri del giornale locale. Il telefono squillò, per un momento sperò che
fosse sua sorella con notizie fresche sul caso di Renata, ma le sue aspettative
andarono deluse. Era una voce maschile.
– Parlo con Claudia Serra?
Pensando che fosse uno di quei seccatori che, procurandosi i nominativi
negli elenchi degli universitari, proponevano corsi professionali di nessuna
utilità, rispose con una certa riluttanza.
– Sì, chi parla?
– Sono Mark Torre, ci siamo conosciuti qualche giorno fa in ospedale, si
ricorda?
Continuò senza attendere risposta.
– Le chiedo scusa per il disturbo,
ma per un’esigenza personale avrei bisogno di rintracciare Corrado.
Claudia rimase perplessa per un istante.
– Per quel che ne so dovrebbe essere a casa a studiare per recuperare il
tempo che ha perso.
Ci fu una breve pausa.
– In tal caso ha spento il cellulare per non essere interrotto. Mi scusi
ancora per il disturbo, ma pensavo fosse da lei.
Mentre chiudeva la comunicazione Claudia si chiese come aveva fatto il
vecchio a trovare il suo numero. Sull’elenco non c’era e dubitava che Corrado
lo avesse dato senza chiedere prima a lei il permesso. I suoi pensieri furono
interrotti da Tiziana che suonava in quel momento alla porta. Sua sorella aveva
il classico sorriso della bambina che ha trovato un gioco molto divertente e
non vede l’ora di mostralo.
– Cara sorellina mi sono data un po’ da fare e ti ho portato qualcosa di
molto interessante.
Dalla busta gialla portata da Tiziana uscirono il referto dell’autopsia, le
analisi della scientifica e le foto della scena del delitto. Claudia era
allibita. – Come hai fatto?
– Segreto professionale sorella! – Disse Tiziana cercando di non scoppiare
a ridere. Il resto del pomeriggio trascorse in un lampo, mentre erano assorte a
leggere con cura ogni più piccolo dettaglio. Alla sera conoscevano tutti i
fatti, nei minimi particolari. La soluzione era sotto i loro occhi, Claudia ne
era certa, bastava coglierla, ma al mosaico mancavano ancora parecchi pezzi e
loro avrebbero dovuto proseguire le indagini prima di poter raggiungere una
conclusione.
Eleonora attese che il cancello si aprisse dopo aver premuto il pulsante
del telecomando. Il viaggio da Cortina era stato molto tranquillo e non si
sentiva per nulla stanca. Nonostante fosse rientrata, non aveva intenzione di
tornare al lavoro ancora per qualche giorno, così da sistemare alcuni affari.
La governante aprì la porta d’ingresso proprio mentre lei stava per fermarsi
davanti al vialetto. Capì subito che era successo qualcosa.
– Buongiorno Rosa, va tutto bene?
Il sorriso che sfoggiava era poco convinto e le parole non nascondevano
l’attimo di panico che l’aveva assalita vedendo il volto della donna di
servizio così teso.
– Oh signora, sapesse cosa è successo!
Per fortuna Rosa non le lasciò il tempo di preoccuparsi ancora di più.
– L’altra notte il signore, è rientrato tardi, e qualcuno ha tentato di
aggredirlo.
Le parole uscirono di getto come se fossero rimaste compresse per quei due
giorni e solo in quel momento potessero dissolversi nell’aria, cancellando il
brutto ricordo.
Eleonora mantenne una parvenza di calma e chiese: – Dove è Mario?
In quell’istante suo marito apparve sulla porta della sala.
– Eccomi, in forma come sempre.
Il volto sorridente di lui la tranquillizzò in parte. Lasciò cadere la
piccola valigia e gli si avvicinò per baciarlo.
– Che cosa è successo? Rosa sembra terrorizzata!
Gli chiese sottovoce. Mario rise.
– Oh quello? Niente! Forse un ladruncolo che pensava di portarmi via il
portafogli, tra l’altro non avevo più un centesimo!
Eleonora accennò il broncio.
– Posso immaginare, chissà quanto hai perso!
La governante si era allontanata per lasciarli soli e iniziare a scaricare
l’auto della signora. Entrarono insieme nella sala e lei si sorprese mentre
annusava il profumo di casa. Era un gesto che faceva sempre quando tornava da
un viaggio, come se l’olfatto le assicurasse che nulla era cambiato.
– A parte questa piccola avventura ci sono altre novità?
Lui attese che la moglie si sedesse sul divano poi sedendosi accanto a lei
disse: – Sì, hanno anticipato la lettura del testamento di Renata.
Eleonora lo guardò serena.
– Perché?
Mario non voleva dirle del piccolo dissapore che aveva avuto con Francesco
quando lei era in montagna, ma sapeva che se non avesse risposto con la solita
ironia nei confronti della sua famiglia, Eleonora avrebbe capito che le
nascondeva qualcosa.
– Non sono informato sul motivo, ma potrei scommettere che qualcuno ha
pensato che Renata fosse tanto pazza da lasciare tutto al primo che si
presentava dal notaio.
La frase si adeguava al suo carattere. Eleonora aveva sentito la mancanza
di quelle punzecchiature e sorrise amabile.
– Scommetto che ti sei divertito moltissimo con quegli avvoltoi.
– Naturale. – Disse lui accavallando le gambe e accentuando il sorriso. –
Ora non mi ricordo bene cosa ti ha lasciato Renata, ero troppo intento a
osservare la faccia dei presenti, comunque c’è una lettera, tra le carte del
notaio, che devi andare a ritirare di persona.
Eleonora s’irrigidì.
– Di che si tratta?
Mario alzò le spalle mostrandosi all’oscuro di tutto, ma la reazione della
moglie non gli era sfuggita, a quel punto era sicuro che sua moglie nascondeva
un segreto. Doveva appurare se il complotto familiare era rivolto a separare
lui da Eleonora oppure a cos'altro?
– Vado a fare una doccia. – Disse lei riacquistando la padronanza delle
proprie emozioni. Il getto d’acqua calda le picchiava sulla nuca, ma non
riusciva a rilassarsi. Per poco non si tradiva con Mario. Sapeva che era un
osservatore attento e le piccole reazioni potevano insospettirlo. Poi, mentre
appoggiava la testa a una parete del box, sorrise, parlando a bassa voce.
– Sto diventando paranoica, cosa può sospettare, lui pensa ancora che
Giorgio sia mio padre.
Le informazioni del patologo non avevano portato a nulla di concreto.
Claudia era inquieta, sapeva di aver captato qualcosa, ma non era riuscita
ancora a focalizzare la situazione. Parlando con Tiziana aveva esternato tutte
le sue sensazioni, ma l’unico particolare che era emerso, le tracce di vetro
sulla mano di Renata, non gli consentivano alcun progresso.
– Stiamo sbagliando metodo – le aveva detto Tiziana gettando il referto
dell’autopsia sul tavolo – è meglio che per un po’ non ci pensiamo più. Forse a
mente fresca riusciremo a trovare qualche elemento che ora ci sfugge. In parte
aveva ragione. Una notte di sonno aveva rimesso in sesto Claudia, ma il mistero
rimaneva tale. In cucina, davanti a una tazza di latte, continuava a sforzarsi
di dare una spiegazione alle tracce di vetro.
– Se continui a guardare quel latte si raffredderà. – Disse sua madre, ma
lei continuava a riflettere.
– Più tardi potresti passare in farmacia a prendere le medicine per papà?
– Sì, certo, mamma.
Rispose lei distratta, iniziando a immergere un biscotto nel latte.
– La ricetta è sulla consolle nell’ingresso, ah prendi anche una decina di
siringhe, le abbiamo quasi finite.
Il biscotto che aveva in mano si tuffò nel latte facendo schizzare sulla
tovaglia qualche goccia.
– Mamma sei un genio!
Si alzò come un fulmine lasciando la colazione a metà.
– Tesoro, non finisci di mangiare?
Ma lei era già in camera che si vestiva. Aveva fatto un grosso passo
avanti, certo non aveva ancora scoperto l’assassino, ma almeno la dinamica
dell’omicidio era chiara, forse.
Mark Torre era soddisfatto, Vincenzo aveva accettato la sua presenza e
sembrava che Corrado cominciasse a stimarlo. Certo non aveva rivelato la vera
natura del suo potere, ma per quello cera tempo e chissà, forse un giorno il
ragazzo lo avrebbe addirittura chiamato nonno.
– Mi piacerebbe pranzare con te, potremmo andare al ristorante dell’albergo
e approfittarne per conoscerci un po’, in fondo non sai nulla di me.
Corrado non aveva del tutto superato il disagio che provava in compagnia
del vecchio e chiamarlo per nome gli era ancora difficile.
– D’accordo, Mark.
Il ristorante non era molto affollato, ottennero un buon tavolo e subito
comparve un elegantissimo cameriere. La premura con cui tutto il personale
dell’hotel trattava Mark Torre derivava, in gran parte, dall’entità delle
mance. Erano di sicuro sopra la media, in una città come Genova, dove la crisi
economica e l’incapacità di alcuni amministratori avevano molto abbassato il
tenore di vita e per questo non passavano inosservate. Corrado parlò di se, della
sua vita e delle sue speranze. Cercava di mostrarsi aperto, forzando il proprio
carattere. Dal canto suo Mark Torre lo agevolava ascoltando con attenzione quei
particolari anche se per la maggior parte gli erano già noti. Si ripromise di
gratificare il servizio informazioni. Avevano fatto un ottimo lavoro, ma ora
non aveva più bisogno d’intermediari segreti per sapere cosa accadeva alla sua
famiglia. Avrebbe dovuto dirottare gli interessi di quel ufficio verso un altro
scopo. Erano già le tre del pomeriggio, quando finirono di mangiare. Mark Torre
aveva ascoltato Corrado senza interrompere con stupide domande e ora
contemplava soddisfatto la tazzina vuota del caffè.
– Mi sembra impossibile trovare ovunque dei locali che siano in grado di
offrire un caffè più che accettabile.
Il ragazzo si rese conto, che quella frase implicava ben altro di un
semplice apprezzamento delle italiche capacità. Era la porta per entrare nel
passato di Mark Torre.
– Quando lasciai l’Italia non pensavo che avrei sentito tanto la mancanza
delle piccole cose. Ma, forse, era un modo per non sentire nostalgia di quelle
davvero importanti.
I suoi occhi erano fissi in un punto lontano dello spazio e del tempo.
– In Argentina, ebbi la fortuna d’incontrare altre persone che, come me,
erano fuggite da un pericolo o più di frequente, dalla povertà.
Trasse un lungo respiro.
– Una di queste era Marco, non l’hai ancora conosciuto, ma presto lo
vedrai. Non è un semplice segretario, è molto di più, lo presi con me quando
parlava, ancora, solo l’italiano, e neanche tanto bene.
Sorrise e il viso s’increspò come il mare quando c’è un forte vento.
– Mi è rimasto vicino per così tanti anni da diventare indispensabile. È
l’unico che ha saputo rendermi l’esilio meno insopportabile.
Corrado non poteva fare a meno di provare una certa compassione per il
vecchio.
– Poi, quando sono tornato in Europa, è stato lui a suggerirmi come aiutare
la mia famiglia rimanendo nell’ombra.
La compassione del ragazzo si trasformò in curiosità.
– Non capisco cosa vuole, vuoi dire, in che modo avresti aiutato mio padre
e me?
Mark Torre attendeva quella domanda fin dall’inizio della loro
conversazione. Era un nodo cruciale, suo nipote poteva accogliere bene o male
ciò che stava per dirgli, ma almeno in questo sarebbe stato sincero.
– Credo di aver fatto ciò che ogni padre farebbe per un figlio.
I giri di parole non servivano.
– Sono molto ricco, e quando dico molto, intendo nel senso più assoluto.
Venticinque anni fa ho investito solo una parte dei miei fondi nel ramo assicurativo
e in sette mesi ero già diventato il maggior azionista di una delle più grosse
compagnie svizzere, vale a dire del mondo.
Corrado lo interruppe.
– Vuoi dire che hai raccomandato mio padre, senza che lo sapesse,
facendogli fare carriera a prescindere dai suoi meriti?
– No, niente di tutto questo, tuo padre è in gamba, mi sono limitato a
impedire che qualche dirigente tentasse di mettergli i bastoni tra le ruote. Ti
garantisco che l’ambiente delle assicurazioni è un covo di serpenti, pronti a
saltarti alla gola alla prima debolezza.
Corrado era perplesso, per un attimo non disse nulla, poi si schiarì la
voce.
– Sono le stesse parole usate da mio padre quando si riferisce al suo
lavoro e mi raccomanda di non entrare in quel ambiente.
Il pranzo terminò in silenzio. Mark Torre sapeva di aver corso un rischio a
rivelare quei dettagli al nipote, ma sapeva anche che era l’unica maniera per
ottenere l’appoggio di cui aveva bisogno. Quando Corrado lasciò il ristorante,
il vecchio si ritirò nella sua suite dove lo attendeva Marco. L’uomo notò
subito la sua espressione preoccupata e senza proferire parola si diresse in
bagno per riempire la vasca d’acqua calda. Gli asciugamani erano già ben
disposti, quindi si limitò a versare i sali da bagno che sapeva essere graditi
al suo capo. Le tensioni di Mark Torre iniziarono a dissolversi non appena
entrò nell’acqua; poi con una tecnica respiratoria, molto simile al training
autogeno, insegnatagli da un sensej giapponese che aveva conosciuto durante la
sua avventurosa vita, riprese del tutto il controllo della mente e del corpo.
Rialzandosi dalla vasca disse a se stesso: – La giornata è ancora lunga. Molte
cose positive possono ancora accadere.
Corrado era combattuto, non sapeva se essere grato a Mark Torre per aver aiutato
suo padre oppure odiarlo per aver controllato le loro vite senza che se ne
rendessero conto. Aveva bisogno di parlare con qualcuno. Qualcuno che non fosse
suo padre. Non poteva rivolgersi a lui, era coinvolto troppo da vicino, quindi
non ci si poteva aspettare delle opinioni obiettive. Il giorno dopo si sarebbe
incontrato con Claudia, lei era la migliore amica che aveva, forse in questo
caso avrebbe potuto contare su di lei e la sua capacità di ragionare maniera
logica. Senza rendersene conto, quel pensiero lo fece stare meglio.
23.
Eleonora e Mario avevano deciso di trascorrere una tranquilla domenica di
riposo. Quella notte avevano dormito in una sola camera e si erano alzati
tardi. Dopo colazione lei si era messa a leggere un nuovo libro, che aveva
iniziato in montagna, mentre lui si era rinchiuso nello studio per occuparsi
delle pratiche in sospeso. In realtà Mario rimuginava sul comportamento della
moglie. Ma più rifletteva, più non riusciva a raggiungere una conclusione. Gli mancava
il nesso. Perché Eleonora era così strana, perché Francesco aveva fatto quelle
allusioni e soprattutto, cosa sapeva Renata di così sconvolgente? Teneva i
fogli di una pratica tra le mani nel caso che Eleonora entrasse all’improvviso.
Stanco di riflettere sbatté il plico sulla scrivania, fuori era già buio da un
paio d’ore e forse avrebbe fatto meglio a formulare quelle domande proprio a
Eleonora. Vedendolo entrare in sala, lei alzò lo sguardo dal libro che stava
leggendo e gli sorrise.
– Credo di averne avuto abbastanza di lavoro. – Disse lui avvicinandosi. –
Che ne pensi di andare a cena fuori?
Eleonora prese il segnalibro con lo spigolo d’argento, che le aveva
regalato il Natale prima Renata, chiuse il volume e disse: – Penso che sia
un’ottima idea, ho giusto voglia di una bella grigliata di pesce.
Diede un bacio sulla guancia al marito.
– Vado a cambiarmi subito, tu avverti Rosa.
– Perfetto, ti aspetto in salotto.
Quando lei non fu più in vista il viso di Mario si fece cupo, non era
sicuro che per affrontare certi argomenti fosse meglio essere in pubblico.
Daniela era arrivata da pochi minuti. Aveva scelto la domenica per agire
perché c’era poca gente in giro e sapeva che prima o poi lui sarebbe uscito.
Eleonora le aveva raccontato che tutte le sere che lei non era a casa Mario ne
approfittava per andare a giocare. Così non fu sorpresa quando vide uscire dal
cancello della villa l’auto. Non voleva commettere errori, così rimase
accucciata sul sedile della sua vecchia Panda per non farsi vedere. Poi accese
il motore e i fari di posizione e iniziò a seguire il suo bersaglio. La prima
sorpresa arrivò quando Mario anziché fermarsi a quella che poteva essere una
bisca, entrò nel posteggio di un famoso ristorante, da Giacomo, all'inizio di
Corso Italia. Rimase a distanza e si fermò poco prima del semaforo. Poteva
sorvegliare senza problemi l’uscita del parcheggio, così si sistemò per la
lunga attesa. Rimanendo troppo lontano, Daniela si era risparmiata una seconda
e più grande sorpresa, Eleonora era tornata, senza avvertila e stava cenando
fuori insieme al marito.
L’interno del locale era piacevole e caldo. Entrambi erano abbastanza
conosciuti e il meitre li accolse con calore guidandoli subito a un ottimo
tavolo. Eleonora non attese di consultare la carta, ordinando subito la sua
grigliata, mentre Mario, su consiglio del cameriere decise per un’orata,
accompagnata da un vino appena mosso.
– La domenica è la serata ideale per cenare fuori, non c’è troppa gente e
si è sicuri di ottenere un tavolo, anche senza prenotare. Mario sapeva che la
moglie non amava i posti affollati e aveva scelto quel ristorante proprio
perché alla domenica era semi deserto.
– Sei la solita asociale.
Era stanco di tergiversare
– Mi sono dimenticato di dirti una cosa, – il tono era del tutto casuale –
la settimana scorsa, prima che leggessero il testamento di Renata, mi è venuto
a trovare Francesco.
Allo stesso modo del giorno in cui era tornata dalla montagna, Eleonora
trattenne per una frazione di secondo il respiro. Lui prese atto di quella
reazione ma continuò a parlare facendo finta di niente.
– Ha cominciato a parlare in modo strano, non riuscivo a capire cosa
volesse.
Eleonora cercava di ragionare in fretta. Era chiaro! Mario aveva capito che
le stava accadendo qualcosa d’insolito, un po’ per il suo comportamento, ma
soprattutto per l’intervento di quel idiota di Francesco.
– Non avranno tentato di corromperti per accaparrarsi tutta l’eredità? –
Disse lei con il volto stupito, ma era una finta evidente, cercava di acquistare
tempo.
– No, lo scopo della sua visita era rivolto a conoscere, in anteprima, se e
cosa Renata aveva lasciato a te, temendo che tu scoprissi cose che non dovresti
venire a sapere mai.
– Non riesco a immaginarmi cosa possano volere nascondermi.
Lei sperava di aver trovato una via d’uscita alla situazione.
Mario si rendeva conto di aver superato il limite del consentito, nei
rapporti con sua moglie, ma la curiosità lo spingeva oltre.
– Sì, anche le parole di Francesco facevano pensare che tu non fossi informata
di nulla, ma io ti conosco più di quello che pensi e so quanto è difficile
nasconderti un qualunque particolare, figuriamoci se ti riguarda.
Eleonora era stata presa in contropiede, non si aspettava un attacco
frontale da suo marito.
Lui invece temeva di aver compromesso l’ultimo filo che teneva insieme il
matrimonio e stava per aggiungere che non importava se lei avesse voluto
mantenere il segreto, ma non fece in tempo.
– Hai ragione.
Anche se sussurrate, quelle parole avevano un peso tremendo. Mario non
poteva che aspettare che Eleonora continuasse e quando accadde, diversi istanti
più tardi, lei aveva recuperato del tutto il suo equilibrio.
– In effetti avrei dovuto parlartene tempo fa, quando lo venni a sapere, ma
vedi, il problema è che questo mantenere il segreto fa parte di me fin da
quando ero molto piccola.
Mario taceva, non voleva turbare l’incanto che si era creato.
– Il fatto è che Giorgio non è mio padre.
Lo disse in fretta, quasi volesse liberarsi di una zavorra che la
opprimeva. Per le spiegazione non occorse molto tempo, terminarono la cena in
fretta, entrambi volevano tornare a casa e continuare a parlare, da troppo
tempo non lo facevano, ma adesso che avevano ristabilito un contatto niente
avrebbe intaccato il loro rapporto.
Era ancora presto quando Daniela vide uscire l’auto di Mario dal parcheggio
del ristorante. Accese in fretta il motore e si mise all’inseguimento. La
direzione che aveva preso le faceva capire che sarebbe tornato a casa. Allungò
la mano per toccare la pistola che teneva sotto il maglione sul sedile del
passeggero. Vide la freccia, della macchina che inseguiva, lampeggiare. Il
momento era quasi arrivato. Secondo i suoi calcoli sarebbe dovuto succedere più
tardi, erano solo le undici, ma arrivata a quel punto non le importava più,
doveva rischiare. Giunta nella stretta stradina che aveva studiato con
attenzione per il suo piano, accelerò in modo brusco. L’impatto fu contenuto ma
il rumore che produsse lasciava intendere che ci fossero parecchi danni. Mario
si fermò e scese dall’auto, come aveva previsto.
– Ma che diavolo combina!
Era il momento giusto. Impugnò l’arma e aprì la portiera della sua
utilitaria. Quando vide la pistola puntata, Mario assunse un’espressione di
sorpresa mista a paura. Daniela era concentrata, il dito aveva iniziato a
premere sul grilletto. L’apertura improvvisa della portiera destra disturbò la
sua azione. Non fece in tempo a vedere chi era, l’istinto agì per lei. Si rese
conto di aver sparato solo per il rumore che rimbalzava ancora sui muri dei
palazzi. Poi riconobbe il bersaglio. Il viso di Eleonora mostrava solo stupore,
si toccò il fianco sinistro e guardò la mano. Era sporca di sangue. Come se si
rendesse conto, solo in quel momento, di cosa era successo, cadde a terra. La
consapevolezza di aver ucciso la donna che amava la colpì come un maglio. Salì
in auto e partì in retromarcia con un lungo stridio di pneumatici. Raggiunta la
strada principale sterzò andando a sbattere contro una vettura parcheggiata, ma
la sua corsa non si fermò e si diresse verso il centro.
Mario era rimasto paralizzato per qualche istante, poi era corso dalla
moglie.
– Eleonora!
Strappò il vestito scoprendo la ferita.
Non era un medico e non riusciva a capire la gravità della situazione. In
quell’istante lei aprì gli occhi.
– Non è grave, è solo un graffio.
Ma il sangue continuava a fluire. Alla fine lui riacquistò il controllo
delle proprie azioni, con il cellulare chiamò l’ambulanza e dopo poco
arrivarono i soccorsi.
Per Daniela era finita. Non aveva più nulla per cui vivere. Si era fermata
in una strada secondaria, il motore ancora acceso faceva uno strano rumore.
Doveva essersi era danneggiato con i vari urti. Prese la pistola che nel
frattempo era scivolata tra i sedili. Vide che la sicura non era inserita, se
la rigirò tra le mani fermandosi a fissare la bocca da dove sarebbe uscito il
proiettile. Odorava di polvere da sparo, poi, con un unico rapido movimento
portò l’arma alla tempia e fece fuoco.
Claudia aveva trascorso tutto il lunedì nella sua camera studiando. Doveva
recuperare il tempo perso nei giorni precedenti con il caso di Renata. Così
quando uscì, il martedì, per andare in facoltà, si sentì un po’ spaesata. Anche
Corrado aveva avuto la stessa idea e quando lo vide disse: – Ciao, disperso,
era ora che degnassi della tua presenza questa misera facoltà!
Non era certo un’osservazione gentile, lo sapeva, ma sperava che l’amico
capisse che altro non era che un tentativo di riportare i loro rapporti alla
normalità. Passarono mezzora scarsa a parlare con i loro compagni poi decisero
di andare a mangiare insieme. Dieci minuti dopo erano intenti a addentare un
panino nel bar di Piazza dell’Annunziata, vicino alla facoltà. Era pieno di
studenti e Claudia per farsi sentire dall’amico dovette alzare il tono di voce.
– Come sta tuo padre?
Era una domanda scontata, ma il suo interesse per l’amico era sincero.
– Migliora sempre di più, fra un paio di giorni lo faranno alzare. – Disse
lui sorridendo.
Poi, Claudia, estraendo un plico dalla borsa disse: – Ho pensato che ti
sarebbe servito un po’ d’aiuto per recuperare il tempo perduto, così ti ho
fatto le fotocopie dei miei appunti. Sono un condensato di tutto quello che
dobbiamo studiare.
Corrado conosceva Claudia, era molto gelosa dei propri appunti e quella
dimostrazione d’amicizia arrivò quasi a commuoverlo. Lei, imbarazzata, cercò di
portare il discorso su cose futili, ma era evidente che Corrado avesse bisogno
di sfogarsi. Infatti, poco dopo, lui cominciò a raccontarle dei suoi problemi,
di ciò che gli aveva detto suo nonno. Quell’uomo così strano, così straniero
eppure che sentiva così affine. Ascoltò tutto con pazienza, rendendosi conto di
vivere uno di quei rari momenti in cui una persona resta indifesa, mettendo a
nudo il cuore. Quella consapevolezza la gravò di un enorme peso. Come poteva
lei consigliare un amico, rischiando di commettere un errore su questioni così
personali e delicate?
– Non ho la presunzione di essere sempre nel giusto!
Disse, cercando di mettere in chiaro che un errore, in quelle situazioni
era sempre possibile.
– Da ciò che hai detto mi sembra che il signor Torre, sì beh, tuo nonno,
abbia sempre agito per il bene tuo e di tuo padre.
Poi alzando la mano a bloccare l’obiezione di Corrado.
– Certo, lo so, da giovane si è comportato in modo abominevole. Ha
abbandonato la moglie e tuo padre ancora piccolo, ma ragiona! Non puoi
condannare una persona per un errore, dimenticando tutte le cose buone che può
aver fatto, soprattutto se sembra essere pentito, come dici tu. Non ha negato
nessuna delle sue responsabilità, ha sbagliato e ha fatto ammenda.
Mentre Corrado rifletteva lei continuò.
– Posso capire che tuo padre non riesca a perdonarlo, ma tu devi mantenerti
obiettivo, la vita è una successione disordinata di scelte a cui una persona
deve far fronte. A volte puoi fare del male a chi ti circonda, magari senza
volere e poi non sai il vero motivo che lo ha spinto ad andarsene, forse è
stato obbligato dalle circostanze.
Claudia sentiva di essersi spinta troppo oltre. Aveva assunto una posizione
ben precisa, se Corrado le dava retta poteva fare la scelta giusta, ma anche
commettere un grosso errore. In questo modo lei si era assunta una grande
responsabilità. Attese con il fiato sospeso una reazione dell’amico, che dopo
qualche secondo disse: – Ci devo pensare.
Questo la rassicurò un po’, Corrado non era uno stupido e prima di agire in
un qualsiasi modo avrebbe valutato a fondo ogni aspetto della questione.
L’atmosfera subì una radicale trasformazione, si scambiarono un sorriso, era il
momento di abbandonare gli argomenti seri e parlare di cose futili per
risollevare il morale. Ma non durò per molto, presto finirono a parlare del
caso di Renata. Corrado si dimostrò molto curioso.
– Hai stabilito dove si trovavano i sospetti all’ora del delitto?
– Certo – rispose lei – solo che vista l’ora del decesso si trovavano tutti
a letto, quindi nessun alibi è sicuro al cento per cento.
– E il movente? – Chiese lui imperterrito.
– Anche questo è un problema, nonostante Renata fosse un’amica di famiglia,
molto ricca e addirittura madrina di qualche rampollo dei Serra e dei Parodi,
non era molto amata.
– Hai considerato gli eredi?
– Sicuro! Solo che le sue proprietà sono state distribuite tra tutti e
nessuno che non fosse già abbastanza ricco è divenuto tale.
Corrado insisté.
– Questo non significa nulla, lo sai che esistono persone per cui i soldi
non bastano mai. Comunque, dalla tua faccia capisco che qualcosa hai scoperto.
Poi guardandosi intorno disse: – Il locale si sta riempiendo troppo, che ne
dici se andiamo a casa mia per continuare questo discorso?
Claudia accettò di buon grado, in effetti cominciava a esserci troppa
confusione e certi argomenti era meglio affrontarli in luogo più appartato e
tranquillo. Non vedeva l’ora di dirgli che aveva scoperto come era avvenuto, in
realtà, il delitto.
Giorgio Scali era felice. Per una volta il suo lavoro l’aveva portato
all’estero, in Argentina per la precisione, e lui, contro ogni previsione era
riuscito a trovare le tracce di cui aveva bisogno per risolvere il caso della
signora Parodi. Certo, un grosso contributo alle ricerche lo aveva dato
Roberta, l’addetta commerciale del consolato argentino a Milano, ma questo non
sminuiva la sua soddisfazione. Roberta Calderon l’aveva messo in contatto con Paulo,
l’addetto all’immigrazione. Scali sospettava che fosse dei servizi segreti, ma
non disse nulla, l’importante era che lo aiutasse. Paulo doveva tornare in
Argentina proprio il giorno dopo, così si era aggregato. Dopo quattordici ore
di volo che lo avevano rimbambito del tutto, era atterrato a Buenos Aires con
la voglia di una cervesa e una lunga dormita. Rimandando sia l’una sia l’altra,
accompagnò Paulo, prima a casa sua, dove salutò i genitori molto vecchi, e poi
in ufficio, dove, sorpresa, sorpresa, gli avevano già preparato un tabulato con
tutti i nomi dei possibili sospetti entrati nel paese nel 1964/65.
– Non mi dirai che l’ufficio immigrazione è in grado di fare tutto questo,
in così poco tempo e solo per il sottoscritto?
Il sorriso furbo di Paulo mise in mostra i suoi splendidi denti bianchi che
contrastavano in modo perfetto con la carnagione scura. Prese la tazza di caffè
che gli porgeva un’assistente prima di parlare.
– Se non sei tonto, credo che ormai ti sarai reso conto che questo non è
l’ufficio immigrazione!
Scali annuì.
– Posso aver anche io un caffè? – Disse alla ragazza che era rimasta lì
imbambolata a guardare il bel Paulo, lei dopo averlo gratificato di
un’occhiataccia riservata ai seccatori svolazzò via.
– Se il mio spagnolo non m’inganna si tratta di un dipartimento antidroga.
– Esatto my caro, non ti sbagli! E io in realtà sono il Tenente Pablo
Garcia.
Scali sorrise.
– Paulo, Pablo, non avete molta fantasia con i nomi!
– Eh già! – ammise l’argentino – ma neanche voi italiani siete molto
meglio, dai un’occhiata a quella lista.
In quel momento tornò l’assistente con il caffè.
– Gracias. – Disse prendendo con una mano la tazza e con l’altra il
tabulato. Conteneva una dozzina di nomi.
– Mmhm, Mark Torre? Mark Torre potrebbe essere Marco Torresi!
– Congratulazioni, sei proprio un segugio!
Scali stava iniziando a preoccuparsi.
– Okay, ora non mi dirai che sai anche dove sta?
– Certo che lo so, è a Zurigo, in Svizzera!
– E perché diavolo non me l’hai detto quando eravamo a Milano che così lo
raggiungevo subito anziché farmi attraversare l’oceano, per farmi bere un
caffè?
Stava avvertendo quel brivido alla base del collo che significava guai.
– Perché volevo farti conoscere una persona, vieni!
E con una mano, Pablo indicò la porta dell’ufficio.
– Ecco la fregatura!
Se Pablo sentiva, al diavolo!
24.
Anno 1977. Il servo indio si stava allontanando
con il vassoio, dopo aver lasciato il margherida sul tavolo della veranda. La
grande casa bianca, circondata da cinquanta ettari di terreno, brulicava di
vita, mentre il sole scendeva piano dietro le montagne all'orizzonte. Mark
Torre sollevò il calice, assaporando la sensazione di fresco che gli
trasmetteva alla mano. Seduto su una poltrona di vimini guardava il tramonto
senza considerare l’uomo con il vestito bianco che attendeva in ansia al suo
fianco.
– Perché? – Chiese secco.
– Tutti i soldi, tutti i dettagli
e i contatti che vi ho dato non sono serviti?
Il sudore che colava lungo la
tempia dell’uomo e appiccicava il vestito alla sua schiena, non era dovuto solo
al caldo.
– Ma senor...
La debole brezza non riusciva a
mandare via l’odore della paura. Uomini molto importanti erano morti
all’istante per non aver esaudito un desiderio del senor Torre.
– Niente ma Antonio! Sono dodici
anni che cercate l’uomo che mi ha tradito e tutte le volte vi ritrovate in mano
un pugno di mosche.
L’ingrato compito di riferire
l’ennesimo fallimento era toccato ad Antonio Miranda, il capo del servizio
informazioni privato di Mark Torre. In tutto quel tempo avevano scovato uno
dopo l’altro gli ufficiali che, cambiato il vento, avevano abbandonato il
tenente Marco Torresi al suo destino di esiliato. Tutti erano stati
giustiziati, ma il traditore, quello che aveva mandato a monte il golpe e aveva
eliminato il Cavalier Carli, era sfuggito alle maglie della sua rete.
– Richiama tutti gli uomini,
saranno assegnati nuovi incarichi, per quanto riguarda la mia famiglia cosa sai
dirmi?
Miranda cominciò a tremare. Una
cattiva notizia era già troppo per il suo sistema nervoso.
– Ecco senor, ehm, sua moglie è
morta.
Torre si voltò per la prima volta
verso di lui, i suoi occhi chiari come il cielo al mattino lo trapassarono e ci
mancò poco che non cadesse a terra implorando pietà.
– Di malattia senor, una brutta
malattia.
Il grande capo tornò a osservare
l’orizzonte, il sole era ormai scomparso e presto il buio avrebbe inghiottito
quella parte di mondo.
– Mio figlio?
L’uomo in bianco si aggrappò a
quello.
– Sta bene! – disse in fretta –
cioè, ha sofferto per la madre, ma sta con i nonni che lo tengono molto bene.
Torre si sentiva stanco.
– Smettila di tremare Antonio!
Per questa volta non ti uccido, anzi domani vieni a mezzogiorno, mangeremo
insieme e ti darò i nuovi ordini. Per ora voglio scordarmi del traditore!
Quella sera ci sarebbe stata una
festa, tutti i dipendenti della grande casa bianca si erano dati un gran da
fare, era arrivata anche un’orchestra dalla città e le donne avrebbero
indossato i vestiti belli, quelli che facevano girare la testa agli uomini.
Miranda si allontanò felice d’essere ancora vivo, la gente del posto rideva e
scherzava.
– Perché il senor Torre se ne sta
tutto solo?
La ragazza indigena, abbracciava
il suo uomo, era eccitata per i preparativi della festa. Da sopra la spalla di
lui aveva visto il padrone di tutto quel terreno seduto nella veranda della
grande casa bianca e le era sembrato molto triste. Diego era stato assunto per
badare ai cavalli della tenuta già da tre anni, era giovane e bello e non si
era mai messo nei guai. Scostò da se la ragazza e la guardò dritto negli occhi.
– El senor Torre è il capo, un
capo molto severo. Tutti lo temono, dicono che non abbia un cuore.
I due giovani tornarono a
baciarsi dimenticando tutto il resto. Mark Torre era chiuso nel suo guscio di solitudine,
ma lui era il capo, quello che poteva avere tutto. In quel momento però
desiderava una cosa che non poteva avere.
25.
Per fortuna la ferita non era
grave, la pallottola aveva preso di striscio il fianco sinistro di Eleonora
senza causare troppi danni. Dopo che al Pronto Soccorso l’avevano fasciata, si
era fatta dimettere subito, mentre a tutte le formalità legali aveva provveduto
Mario. Tornando a casa non parlarono. Entrambi pensavano che fosse meglio
chiarire ciò che era successo dopo un buon sonno e a mente fresca. Il giorno
dopo anche Mario si alzò tardi. Si trovarono al tavolo della colazione. Dopo un
rapido saluto venne subito al dunque.
– La conoscevi?
Lei fece una smorfia di dolore,
la ferita le bruciava ancora.
– Sì.
Per un lungo momento non aggiunse
altro, era una maestra a mantenere alto il pathos.
– Era la mia massaggiatrice.
– Perché voleva ucciderti – Mario
era troppo abituato a usare l’ironia come un’arma e non si trattenne – non
avevi pagato il conto?
Lei non abboccò e nel modo più
serio possibile disse: – No, si era innamorata di me!
– Ah!
Questa volta era riuscita a
sorprenderlo. Prima che si riprendesse chiuse l’argomento.
– Avevo deciso di evitarla e lei
la presa male, molto male a quanto pare.
Mario si alzò e diede un bacio
sulla fronte della moglie.
– Dobbiamo passare più tempo
insieme, tesoro, altrimenti rischiamo di perderci.
– Sono d’accordo. – Disse lei, ma
nel frattempo pensava a come sbarazzarsi della chiave di un certo appartamento,
ora che Daniela si era suicidata era meglio far scomparire quella parte della
sua vita.
– L’assassino voleva far sembrare
la morte naturale.
Claudia era seduta sulla poltrona
della camera di Corrado.
– Si era portato una siringa e
una fiala con il veleno, era sicuro che Renata gli avrebbe aperto e anche che
non avrebbe potuto resistergli, quindi spezza la fiala e inizia ad aspirarne il
contenuto. Renata però reagisce nell’unica maniera che può sbattendo via la
fiala che rompendosi le lascia qualche traccia di vetro sul dorso della mano. A
questo punto l’assassino non può più simulare una morte naturale e la uccide
con qualche oggetto che era li. Poi cancella le tracce e pensa anche a
confondere i residui di vetro rompendo un bicchiere.
Erano quasi le nove di sera e da
quando Claudia era arrivata, nell’appartamento in Via Nizza, anziché studiare,
aveva cercato di esporre le teorie e le ipotesi che sembravano più credibili,
ma Corrado era ancora perplesso.
– Non mi sembra molto
convincente. La polizia avrebbe trovato le tracce del veleno e il vetro
potrebbe davvero provenire dal bicchiere.
Lei scosse la testa.
– Tu non conoscevi Renata, era
una persona molto precisa, con una paura incredibile di qualsiasi cosa potesse
contaminarla. Non so come spiegare! Pensa che non stringeva mai la mano a
nessuno senza guanti e, se lo doveva fare per forza, scompariva appena
possibile per lavarsi e disinfettarsi.
Claudia si passò la mano sui
capelli neri cercando le parole giuste per convincere l’amico.
– Per il veleno bisogna
considerare che potrebbe essere stata una sostanza volatile o qualcosa che non
lascia tracce.
Corrado cercò d’immaginare la
scena.
– Da quanto mi hai detto la
persona che l’ha colpita non era molto alta!
– Sì – disse lei – il risultato
del referto ha confermato che l’assassino non superava il metro e settanta.
Il ragazzo sorrise.
– Chissà perché quando si parla
d’omicidio si pensa al colpevole sempre in termini maschili?
– Perché gli assassini sono quasi
sempre uomini, comunque hai ragione, questa volta potrebbe trattarsi di una
donna, non occorreva molta forza per determinare quel danno.
Il tempo trascorse inesorabile
tra ipotesi sempre più azzardate. Si stava facendo tardi. Claudia telefonò a
casa per avvertire la madre che non sarebbe tornata.
– Hai voglia di una pizza? –
chiese lui – Buona idea, mi è venuta una fame!
Non era la prima volta che
Claudia si fermava a casa di Corrado, di solito passavano tutta la notte a
studiare e a parlare. Era così che avevano consolidato la loro amicizia, ma
quella sera si comportavano in maniera strana, sembrava quasi la prima volta.
Lui era pieno di premure, come se cercasse di accontentarla in tutte le maniere
mentre lei attenendosi alle buone norme dell’educazione, si mostrava
imbarazzata per ogni piccolo gesto dell’amico. Ordinarono due margherite per
telefono e dopo un quarto d’ora il ragazzo della pizzeria suonò alla porta. Per
mangiare si trasferirono in cucina, era un locale ampio, con un grosso tavolo
di legno massiccio circondato da sedie che ricordavano molto quelle che si trovano
nelle baite. Decisero di non usare posate e mentre Claudia lottava con i fili
della mozzarella Corrado si bloccò fissandola.
– Beh, cos’hai da guardare?
Un pezzettino di pomodoro le
sporcava il mento.
– Lo sai che sei molto sexy?
Claudia per poco non si affogò e
lui prese a battergli sulla schiena mentre lei tossiva.
– Bevi un po’ d’acqua! – Disse
con ansia.
Dopo qualche sorso la tosse
cessò. Aveva le lacrime agli occhi ma poteva respirare e parlare.
– Dico io, ehm, tra tutti i
momenti, ehm, per dire una cosa del genere, proprio mentre sto mangiando e ho
la faccia tutta unta, ehm, dovevi scegliere?
– Scusa, hai ragione, solo che in
quel momento – attese un momento prima di continuare – non ho potuto
trattenermi.
Le guance di Corrado stavano
diventando dello stesso colore del pomodoro della loro cena. Lei non l’aveva
mai considerato un possibile fidanzato, erano troppo amici, sapevano troppe
cose l’uno dell’altra e poi osservò l’amico da un nuovo punto di vista. Era un
bel ragazzo e di sicuro gli voleva bene. La linea che separa il bene dall’amore
è molto sottile e a volte basta un niente per attraversarla. Forse bastava
anche solo il complimento impacciato di lui, mentre stava mangiando la pizza.
Chiuse gli occhi ripensando al suo sguardo estasiato di quel momento cruciale.
– Ti sei innamorato!
L’esclamazione le uscì dalle
labbra in un sussurro.
– Sì! – Disse lui candido. Dopo
tre anni che si conoscevano si diedero il primo bacio. Fu molto intenso, ma
anche molto breve perché subito scoppiarono a ridere come pazzi. La salsa di
pomodoro si trovava ora sul viso di entrambi e con tenerezza si pulirono a
vicenda usando i tovaglioli di carta.
26.
Il viaggio di ritorno fu meno allegro per Giorgio Scali, anche se stava per
risolvere il caso. La sua cliente, la signora Parodi, non aveva idea in quale
casino l’aveva cacciato. Pablo Garcia, l’ufficiale dell’antidroga argentina,
gli aveva presentato il capo. Era una donna, sulla cinquantina, alta e magra,
la sua pelle era chiara, come se non avesse mai conosciuto il sole. I capelli,
ricci e disordinati, mostravano qualche traccia di grigio. L’aspetto, così
insolito per una sudamericana, era completato da due occhi neri che sembravano
risucchiare la luce e le emozioni di chi li guardava.
1.
Mark Torre?
La voce era bassa, da accanita fumatrice, ma nell’ufficio non c’era ne
portacenere, ne odore di fumo.
– Vuole sapere chi sta cercando senor Scali?
Fino a qualche ora prima, una domanda del genere gli sarebbe parsa
retorica, ma in quel momento si sentì in dovere di rispondere.
– Sì, è il mio lavoro trovare le persone e più informazioni ho su di loro,
prima raggiungo il risultato.
La donna annuì, teneva tra le mani un fascicolo.
– Bueno, lei è un bravo investigatore, Pablo ha fatto qualche ricerca.
Il brivido alla base del collo si stava propagando alla schiena.
– Forse ci potrà fare un grosso favore.
Vide immagini e sentì storie che lo scossero nel profondo. In una foto
c’era la testa di un bambino. Lorna, così aveva deciso di farsi chiamare il
capo dell’antidroga, gli aveva raccontato che il padre del piccolo si era
rifiutato di trasportare la merce per Mark Torre. Poi, in altre immagini in
bianco e nero, non molto nitide, ma abbastanza chiare da lasciar comprendere
l’orrore, vide ciò che rimaneva di centinaia di corpi ammassati, un intero
villaggio svuotato che doveva essere ripopolato da persone dedite al
contrabbando.
– Questo è solo un aspetto delle attività di Mark Torre. – Disse Lorna.
– Un altro suo interesse è il traffico d’armi. L’Africa è il suo campo
d’azione abituale, ma di recente sono stati i Balcani e poi la Liberia.
L’investigatore italiano aspettava la richiesta che gli avrebbe fatto
Lorna.
– Come fa a coprire tutte le attività illecite?
– Non lo fa! – Disse la donna a capo dell’antidroga.
– Non ne ha bisogno, ogni attività illegale è gestita da un vice che agli
occhi del mondo è l’unico responsabile di quelle azioni, a lui sono intestate
solo imprese legittime e grosse compagnie d’assicurazioni che servono a pulire
il denaro. Noi sappiamo che dietro a tutto c’è lui e ogni richiesta di
informazioni sul suo nome fa scattare tutti gli allarmi del nostro
dipartimento.
Fece un gesto con la mano per indicare gli uffici che la circondavano.
– Per questo sei arrivato qui con tanta rapidità e ti abbiamo preparato
questo spettacolo!
Era giunto il momento cruciale.
– E io, cosa dovrei fare?
Gli occhi di Scali si persero per un momento in quelli di Lorna. Questa
donna deve aver sofferto molto, si disse, faticando a sostenerne lo sguardo.
– Prima di tutto dovrebbe dirci per conto di chi lo cerca. In secondo
luogo, se il motivo per cui lo vuole avvicinare è abbastanza innocuo, dovrebbe
approfittarne per cercare un pretesto, anche la più piccola illegalità, che ci
permetta di avvicinarlo.
I suoi occhi erano schizzati fuori dalle orbite. – Avvicinarlo? – disse
alzando il tono – prima mi dite che l’uomo su cui indago è una specie di Hitler
sudamericano e poi mi proponete di incastrarlo, ma voi siete tutti matti!
Pablo Garcia, che era rimasto nella stanza, dietro di lui, gli mise una
mano sulla spalla.
– Calmati Giorgio!
Lui si voltò di scatto scrollandoselo di dosso.
– Calmati un cazzo, razza di bastardo. Sei tu che mi hai portato qui – poi
rivolgendosi di nuovo a Lorna. – e non direi il nome di un cliente neanche se
scendesse Gesù Cristo in persona a chiedermelo!
La donna lo stava osservando in silenzio con i gomiti appoggiati alla
scrivania e le mani incrociate sotto il mento. Quando sembrò che si fosse
calmato riprese a parlare.
– Posso capire che non voglia rivelare il nome del suo cliente.
Si alzò in piedi e camminando avanti e in dietro.
– Il suo aiuto è indispensabile, sono dieci anni che cerchiamo di fermarlo,
anche gli americani della D.E.A. sanno quello che noi sappiamo, ma loro cercano
ancora di eliminare i suoi vice uno a uno, anzi, penso che lo vogliano
proteggere, per i loro scopi. Possiamo decapitare mille teste, mille dei suoi
vice, ma lui riuscirà sempre a sostituirli, riprendendo il controllo
dell’organizzazione che semina morte in tutto il mondo.
La donna parlò per più di mezz’ora, spiegando che Torre godeva della
protezione di un’intera classe politica nel suo paese, tanto che se quella
conversazione fosse trapelata lei non avrebbe avuto scampo. Scali alla fine non
riuscì a negarle il suo aiuto, ma lo aveva fatto più per il suo sguardo che per
quello che aveva detto anche perché, ne era sicuro, non gli aveva detto tutto e
lui si sentiva sempre più come la capra legata all’albero in attesa della
tigre. Stava scendendo dalla scaletta dell’aereo, pioveva e dopo il sole estivo
dell’Argentina il buio inverno del vecchio continente gli sembrava ancora più
lugubre. Ma forse era solo il suo stato d’animo, in fondo stava solo cercando
un uomo che aveva come hobby il genocidio.
Vittoria non aveva ancora superato il trauma della lettura del testamento.
La lettera per Eleonora c’era, ma per il momento non l’aveva ritirata. La
vecchia arpia le aveva giocato l’ultimo scherzo e lei non poteva fare nulla.
Non le rimaneva che cercare di preparare Eleonora e starle vicino nel momento
del bisogno.
– Francesco, accompagnami a casa di Eleonora. – Disse rivolta al marito
che, come solito, poltriva davanti alla televisione.
– Non ti sembra che abbiamo già combinato abbastanza guai, vedrai che
affronterà la scoperta con serenità.
Francesco si riferiva al fatto che Eleonora venisse a sapere che Giorgio
non era suo padre. Vittoria, come sempre temeva per le sorti della nipote, lei
l’aveva cresciuta come una figlia e sempre lei aveva sostituito Anna, sua
cognata, che non era mai stata molto premurosa nei confronti della figlia, nei
momenti importanti.
– No, non credo.
Era già vestita per uscire e il suo sguardo disse al marito che non si
sarebbe accontentata di un rifiuto.
– D’accordo, ma cerca di non rendere tutto troppo melodrammatico.
Durante il tragitto in auto non si parlarono, quando arrivarono alla villa
della nipote la voce della governante domandò al citofono del cancello.
– Chi è?
Francesco rispose sporgendosi dal finestrino e subito dopo la serratura
elettrica scattò. Eleonora e Mario erano nella sala da pranzo e al loro
ingresso li salutarono in modo cordiale. Francesco non riusciva a celare la sua
preoccupazione e quasi volesse nascondersi si mise dietro alla moglie. Quando
furono tutti seduti Vittoria affrontò subito l’argomento che la teneva in
ansia.
– Ho saputo che Renata ti ha lasciato una lettera, oltre a numerose
proprietà.
Eleonora annuì.
– Sì, ma non ho avuto ancora l’opportunità di ritirarla. – Disse con un
tono di voce neutro. – Prima di parlati, vorrei chiederti se fossi disposta a
rinunciare a leggerla?
Lo sguardo di Eleonora non lasciò trapelare nulla.
– Perché dovrei?
– Immaginavo che avresti reagito così.
La mimica di Vittoria esprimeva tutto il suo rammarico.
– Perciò sono venuta a dirti che so cosa contiene quella lettera.
Eleonora non disse nulla, aspettò solo che la zia continuasse.
– Nel 1964, prima che tu nascessi, tua madre subì una violenza. Allora non
si era ancora fidanzata con Giorgio – Mario osservava incuriosito la moglie chiedendosi
perché non dicesse che sapeva già tutto – quindi tu non sei figlia naturale di
Giorgio.
A quel punto Eleonora si alzò, volgendo le spalle a Vittoria e a Francesco,
strizzò l’occhio al marito.
– Immagino che lo sappiano tutti?
Vittoria annuì triste, una lacrima cominciava a sbavarle il trucco.
– Dovevo capirlo, da come si comportava mia madre, ma in fondo è sempre
stata una grande attrice.
Dopo una lunga pausa a effetto pregò gli zii di lasciarla sola e se
Francesco fu pronto a schizzare dalla sedia per togliersi da quella situazione
così imbarazzante, non altrettanto fece Vittoria. Ci volle mezz’ora di
rassicurazioni per convincerla che la sua nipote prediletta era in grado di
affrontare una notizia così traumatizzante. Alla fine, però, lei e Mario, che
le aveva retto il gioco fino a quel momento, restarono soli.
– Perché non gli hai detto che sapevi già tutto?
Eleonora aveva già preparato la risposta a quella domanda e non si lasciò
sorprendere.
– Perché per lei sarebbe stato un colpo troppo forte, ha passato tutta la
vita nel terrore che venissi a scoprire la verità e ora se io le dico che so
già tutto?
La spiegazione accontentò Mario che sorrise e si accostò per baciarla. –
Attento alla ferita!
Eleonora sorrise, in fondo anche lei, come sua madre, era una grande
attrice.
Tra le varie informazioni di Lorna c’era anche l’indirizzo della compagnia
di assicurazioni di Mark Torre. Dopo essersi sistemato in un buon albergo aveva
deciso di non perdere tempo e concludere il prima possibile la missione.
– Buongiorno, mi chiamo Scali, sono un giornalista del Corriere della Sera.
– Disse in francese all’impiegata sventolando con noncuranza il tesserino che
gli aveva procurato un amico di Milano. Era una ragazza sui venticinque anni,
bionda, occhi azzurri, fasciata da una specie d’uniforme che metteva in risalto
le curve. Le labbra carnose erano atteggiate in un perenne sorriso di cortesia
che, Scali supponeva, sarebbe stato uguale anche se lui si fosse presentato con
un fucile in mano.
– Sto scrivendo un articolo sulle grandi compagnie e mi chiedevo se era
possibile, incontrare qualcuno… – lasciò la frase a metà vedendo che la
signorina stava già sollevando il ricevitore e dopo aver parlato in tedesco per
una decina di secondi al telefono, si rivolse a lui, in francese, accentuando
di qualche millimetro la curvatura delle labbra.
– Mounsier De Blance, l’attende all’ufficio numero 3 del secondo piano.
Appena finita la sua comunicazione, l'espressione tornò quella di prima.
Scali ringraziò chiedendosi se non avesse parlato con un’immagine olografica
computerizzata piuttosto che una segretaria in carne e ossa. Bussò appena alla
porta dell’ufficio numero 3 e poco dopo un uomo molto alto aprì, era in maniche
di camicia, ma questo non turbava la sua naturale eleganza.
– Mounsier De Blance?
Chiese con la sua miglior pronuncia. Nonostante ciò l’altro rispose in
italiano, doveva aver sopravalutato le sue capacità linguistiche. – Sì, prego
si accomodi, cosa posso fare per lei?
Un po’ deluso si presentò.
– Mi chiamo Scali, Giorgio Scali, lavoro per il Corriere della Sera – con
molta naturalezza estrasse di nuovo il tesserino – collaboro anche con il Sole
24 Ore, il giornale economico – il suo interlocutore annuì mostrandosi a
conoscenza delle testate giornalistiche italiane – nel secondo inserto del
prossimo mese vorremo iniziare un reportage sulle maggiori compagnie
assicurative d’Europa.
Una piccola scintilla d’interesse attraversò lo sguardo del signor De
Blance. Le compagnie assicurative spendono milioni in pubblicità e se si
presenta l’occasione di far parlare di loro, per di più gratis, non sono certo
propense a farsela sfuggire. Proprio su questo fattore aveva giocato Scali, che
a quel punto sapeva di aver preso all’amo la preda.
– Devo precisare che non si tratta di un semplice raffronto di offerte, ma
di una vera e propria descrizione dello staff dirigenziale, chiarendo la
politica aziendale che non sempre traspare dalle pubblicazioni in circolazione.
De Blance rispose con un sorriso accattivante.
– È fortunato signor Scali – disse evitando di accentare l’ultima vocale
come, invece, molti francofoni si ostinano a fare – proprio in questi giorni si
sta svolgendo il congresso annuale della Società, così avrà modo di incontrare
tutti i dirigenti.
Il detective sorrise.
– Anche il gran capo, il signor Torre?
L’altro assunse un’aria dispiaciuta, ma non sorpresa.
– Temo che questo sia impossibile, il Presidente è dovuto assentarsi per
motivi personali e nessuno è in grado dire quando tornerà, comunque non manca
nessun altro e la mia segretaria sarà lieta di fornirle il pass per il primo
giorno della convention.
Chiamò un taxi per tornare in albergo e rifletté sul da farsi. A questo
punto aveva due scelte: primo poteva aspettare che Torre tornasse dai suoi
affari privati; secondo poteva cercarlo cominciando dalla casa di cui Lorna gli
aveva, con premura, dato l’indirizzo. La prima scelta era solo virtuale, nessun
detective decente si sarebbe fermato ad aspettare che i guai gli andassero in
contro, doveva per forza andarseli a cercare.
27.
1977. La grande festa era al culmine e la
confusione regnava ovunque nella grande tenuta. L’orchestra doveva faticare non
poco per sovrastare gli improvvisati cantanti che sfogavano qualche brindisi di
troppo storpiando la musica. A volte si udiva anche qualche sparo, ma era
normale, era un segno d’allegria e quasi tutti gli uomini avevano armi. Miranda
rideva e scherzava con una procace fanciulla che non disdegnava il contatto
delle sue mani in parti di solito poco visibili, l’ebbrezza dello scampato
pericolo lo rendeva audace. Mark Torre era l’unico, insieme al suo attendente,
a rimanere all’interno della grande casa bianca. Osservava la gioia di vivere
della gente sentendosi estraneo a quell’umanità. Dal cancello della tenuta
arrivò la telefonata di un servo.
– Senior sono arrivate due
macchine muy grandi, persone importanti, cosa devo fare? Mark rimase
impassibile davanti alla finestra. Marco Esposito, il suo uomo di fiducia,
rispose.
– Falli entrare, il signor Torre
li aspettava.
– Sai già cosa fare! – Disse
Torre rimanendo nella stessa posizione. Marco scomparve silenzioso. Poco dopo
due Mercedes nere si fermarono davanti all’ingresso principale. I primi a
scendere furono quattro guardie del corpo dall’aspetto minaccioso. Erano
vestiti di nero e tenevano la mano destra sull’arma che gonfiava la giacca,
pronti a rispondere a qualsiasi attacco. Il più vecchio dei quattro fece un
cenno agli altri e subito aprirono le portiere. Due uomini uscirono infilandosi
subito nel porticato, dove un servo li attendeva con il capo abbassato. Mark
Torre li accolse scendendo le scale.
– Jack Tosca e Vincenzo Salluzzo,
accomodatevi, beviamo qualcosa. – Disse, con falsa amabilità, indicando la
porta a vetri che dava sulla sala. I due si guardarono. Tosca era grasso e
stempiato, sudava nel vestito di lino bianco che ormai aveva cambiato colore,
mentre agitava il cappello per farsi aria senza troppo successo. Salluzzo era
alto, magro e una folta chioma bianca contrastava con il vestito nero che
sembrava appena uscito dalla sartoria. Erano molto diversi tra loro, ma avevano
in comune una cosa: erano tra gli individui più pericolosi al mondo.
– Sono felice che i capi delle
due più importanti Famiglie del Nord America abbiano accettato il mio invito.
Torre manteneva un tono neutro e
la cordialità delle parole non era rispecchiata dal volto impassibile.
– Ce l’aspettavamo! – Disse Tosca
estraendo un fazzoletto per detergersi la fronte grondante. Le quattro guardie
del corpo spalancarono la porta vetri indicata da Torre per controllare che non
ci fossero sorprese. Tutto era in ordine. I due mafiosi entrarono tranquilli
seguiti da Torre che congedò, con un gesto, il servo e si chiuse la porta alle
spalle. Le guardie del corpo presero posizione vicino alle finestre e alle
porte mentre i boss si accomodarono sulle poltrone di vimini in attesa che il
padrone di casa desse loro ciò che volevano. Mark Torre rimase in piedi.
– Prima di far portare da bere,
vorrei raccontarvi una storia.
Salluzzo si agitò sulla sedia
mostrando un certo nervosismo. Non gli piaceva essere fuori dal suo territorio
ma questi affari andavano condotti di persona. Tosca invece si mostrò spavaldo.
– Sentiamo ‘sta storia, basta che
sia breve. – Disse continuando a sventolare il cappello. Torre si concesse un
sorriso, ma il risultato non fu certo rassicurante.
– Sarò brevissimo. È cominciato
tutto una settimana fa. Stavo per fare la mia solita passeggiata a cavallo
mattutina, ma qualcosa me l’ha impedito, – parlando si avvicinava sempre più al
tavolino che si trovava davanti ai due ospiti – non uno dei miei cavalli era
rimasto vivo.
Tosca e Salluzzo stavano
sorridendo e lui si sedette sul divanetto di fronte a loro.
– Il veterinario mi ha detto che
sono morti tutti tra terribili sofferenze a causa di un potente veleno.
Fece una pausa osservando i
quattro bestioni che proteggevano quelle due carogne.
– Qualcuno voleva intimidirmi, Ma
chi?
Lo sguardo chiariva subito che
lui non era affatto intimidito, anzi proseguì – la risposta arrivò subito, il
servo che tutti i giorni mi portava la colazione aveva messo questo biglietto
vicino alla tazza del caffè. Così ho saputo che i miei amici del Nord America,
a cui faccio concludere sempre buoni affari, volevano estromettermi, chiedendomi
i nomi dei contatti in Asia e i canali per l’Africa.
– Dietro adeguato compenso, è
ovvio!
Salluzzo parlava per la prima
volta. Era chiaro che per lui non era stata una buona idea minacciare Torre.
Qualcuno bussò alla porta, i quattro mastini estrassero i revolver nello stesso
momento. Marco Esposito fece il suo ingresso seguito da Diego. Lo stalliere
manteneva la testa china come facevano tutti gli indigeni in presenza di un
senor. Senza voltarsi Torre proseguì.
– Questo è il mio stalliere, lui
è responsabile della sorte dei cavalli, vero Dieguito?
Il servo attese un attimo per
raccogliere il coraggio di rispondere.
– Sì senor.
Torre si alzò e con calcolata
lentezza si avvicinò a uno delle guardie del corpo che stava rinfoderando
l’arma.
– Bella! Posso vederla.
L’uomo restio guardò il capo con
aria interrogativa e Tosca annui sicuro che comunque nessuno avrebbe avuto il
tempo di colpirlo con gli altri tre scagnozzi che lo proteggevano.
– Molto ben bilanciata. – Disse
soppesando il revolver e puntandolo verso il muro. Continuando a guardare nella
stessa direzione spostò il braccio armato alla destra e sorprendendo tutti fece
fuoco. I due boss si alzarono dalle sedie di scatto mentre le guardie lo
tenevano di mira, ma lui aveva già lasciato cadere l’arma. Diego per la prima
volta alzò la testa mostrando i suoi occhi neri fissi in uno sguardo stupito.
Un fiore rosso si dipinse sulla camicia altrimenti immacolata, poi crollò di
schianto. Torre si voltò verso i due mafiosi.
– Mi ha deluso. – Disse con semplicità,
come se parlasse di un liquore troppo leggero.
– Per quanto riguarda i nostri
affari – proseguì sedendosi di nuovo sul divano – la mia risposta è dentro al
cesto che si trova in mezzo a voi.
Tosca e Salluzzo si guardarono
stupiti, poi abbassando i loro sguardi videro la cesta che fino a quel momento
era sfuggita alla loro attenzione. Tosca sollevò il telo bianco che la
ricopriva e subito il ribrezzo deformò il suo volto.
– Quella è la testa del servo che
mi ha consegnato le vostre richieste e che ha fatto il lavoro sporco.
Quattro colpi di fucile tuonarono
all’unisono frantumando i vetri delle finestre della sala. I quattro gorilla
crollarono in terra senza avere il tempo di fiatare.
– Come vedete le persone che mi
deludono tendono a incorrere in spiacevoli incidenti.
Rimase seduto immobile davanti ai
suoi avversari.
– Ma con voi è diverso, voi non
siete persone comuni, il vostro aereo vi attende all’aeroporto e i nostri
affari continueranno come sempre. – Poi congedandosi. – Mi aspetto che mi ripaghiate
per la perdita dei cavalli!
Poco dopo Torre osservava le due
Mercedes nere scomparire dietro il cancello sorvegliato.
– Hai contattato le altre
famiglie? – Chiese al suo attendente.
– Sì capo, tutto a posto.
Sul retro della casa una donna
piangeva il suo uomo. Lorna sapeva che il senor Torre era molto pericoloso e
quando il padrone aveva fatto chiamare Diego aveva avuto paura e l’aveva
pregandolo di non andare, di scappare. Lui l’aveva guardata negli occhi e
sorridendo aveva detto. – Non avrei scampo, né io né la mia famiglia.
Il dolore non l’avrebbe più
abbandonata, lo sapeva. Fino alla fine dei suoi giorni.
Mark Torre aveva voltato le
spalle alla finestra e guardava fisso avanti a se.
– Bene, fai in modo che scendano
dall’aereo senza paracadute prima di arrivare a New York.
Il rumore della festa copriva
tutto quanto. Solo chi aveva partecipato all’azione punitiva era al corrente di
ciò che era accaduto e solo Torre e il suo assistente sapevano che di li a poco
si sarebbe combattuta una guerra senza esclusione di colpi.
28.
Il problema era entrare. Scali aveva studiato ogni possibilità, ma il
portiere non aveva lasciato un solo momento la sua postazione. La divisa grigia
lo faceva sembrare un sergente delle SS e modi autoritari non facevano che
confermare quella impressione. Il palazzo dove viveva Mark Torre aveva cinque
piani, era abbastanza moderno anche se l’architetto aveva voluto dare un tocco
retrò all’ampio ingresso. Il gabbiotto del portiere era posizionato in maniera
strategica in modo che fosse impossibile entrare non visti. Verso le undici un
pony express aveva consegnato un pacchetto, ma anche in quel caso il bestione
biondo non aveva lasciato la guardiola e si era limitato a ritirare il pacco
firmando la bolla di consegna. Alle dodici e trenta in punto prese il pacchetto
e dopo aver chiuso il portone esterno a chiave aveva fatto la consegna. Uscì
poco dopo per la pausa pranzo e alle quattordici era di nuovo al suo posto.
L’ordine e la precisione con cui eseguiva il lavoro diedero forma a un piano
nella mente di Scali. L’investigatore si allontanò dal suo punto di
osservazione fischiettando soddisfatto.
Claudia era ancora a casa di Corrado, era stato molto dolce, e anche se non
lo era, le sembrava che fosse stata la prima volta. Il letto, abbastanza
grande, per entrambi era tutto disfatto e solo la coperta di lana la copriva,
pungendole la pelle nuda. Lui si era alzato poco prima e stava facendo una
doccia, lo sentiva canticchiare attraverso la porta. Il rumore dell’acqua cessò
e dopo pochi minuti lo sentì aprire la porta della stanza. Sta controllando se
dormo, si disse nascondendo nel cuscino il sorriso che le nasceva sulle labbra.
Poi lo sentì allontanarsi e poco dopo il profumo del caffè proveniente dalla
cucina la costrinse ad aprire un occhio. Non sapeva che ora era e non le
importava, sentiva solo di essere felice e un intenso bisogno di – Caffè! – lo
disse con voce un po’ roca. Anche il secondo occhio si aprì e le gambe
sgusciarono fuori dal letto. Si guardò intorno cercando i vestiti, erano sparsi
un po’ ovunque e non aveva voglia di raccoglierli.
Vide una vestaglia, era di Corrado e le sarebbe arrivata ai piedi, ma non
le importava. Si avvolse nel suo profumo e si diresse in cucina.
– Ciao, ti avrei portato il caffè a letto. – Disse lui mentre versava il
liquido scuro in due tazze posate su un vassoio.
– Stai attento, potrei prendere delle brutte abitudini.
Si fece serio, come se riflettesse. Per un attimo Claudia temette che
stesse per dire che era stato tutto un errore, che era meglio rimanere amici,
ma poi il sorriso radioso che le rivolse non le lasciò dubbi.
– Sono troppo felice per non viziarti un po’.
Si baciarono, poi si baciarono ancora e, mentre il desiderio aumentava e il
caffè si raffreddava, Corrado la prese in braccio e tornarono nel letto. Erano
già le undici quando scesero a fare colazione nel bar sotto casa, con un
cappuccino e una brioche modello cartone, che però, a loro non era mai parsa
così buona.
– Credo sia meglio che vada, ora o mia madre comincerà a chiamare gli
ospedali.
Corrado sorrise e la baciò.
– Sì, è meglio, quando ci rivediamo?
E la baciò di nuovo. Lei lo tenne un attimo a distanza, squadrandolo con
malizia.
– Stasera, ma poi vado a casa a dormire – si avvicinò per rispondere al
bacio – non voglio rischiare che tu ti stanchi subito di me!
Fu un lungo saluto.
29.
Eleonora non aveva dato troppo peso alla comunicazione post mortem di
Renata. Aveva atteso fino a quel momento per andare a ritirare la lettera e
firmando la ricevuta al notaio Pastorino, pensava di sapere cosa contenesse.
Non poteva essere che il terribile segreto di famiglia, cioè che suo padre non
era Giorgio Parodi. Renata, poco prima di essere uccisa, aveva avuto il tempo
di dirle che lei era figlia del Sottotenente di Vascello della Marina Militare
Italiana, Marco Torresi. L’uomo che era sparito nel mistero e che, se il suo
investigatore aveva ragione, lei aveva buone possibilità di ritrovare. Ma il
notaio la sorprese consegnandole un grosso plico imballato e sigillato con la
ceralacca. Lo studio era dotato di una saletta apposita perché i clienti
potesse esaminare subito il contenuto dei lasciti come quello e lei venne
lasciata sola in modo che potesse procedere. Spezzato il sigillo, Eleonora si
liberò dell’involucro. Dentro trovò un classificatore, di quelli usati per
ordinare le contabilità. Lo aprì. La prima copertina trasparente conteneva due
fogli scritti di pugno da Renata, il resto sembravano fatture, ricevute, ma
c’erano anche foto e dossier siglati con top secret. Estrasse la lettera
iniziale, era datata tre anni prima, quindi sua madre non era ancora morta e
Renata pensava ancora che lei fosse all’oscuro di tutto.
Cara
Eleonora, mi appresto a scrivere questa lettera nella consapevolezza che,
dovendo attendere la morte di tua madre per comunicarti certi fatti, potrei
venire meno prima io.
Questa
lettera ti verrà consegnata solo nel momento in cui sia io sia Anna saremo
morte.
Come ben
sai sono la più cara amica di tua madre e mi è molto difficile andare contro la
sua volontà.
Tuttavia
ritengo che lei abbia commesso un grave errore a estrometterti dalla verità e
seguendo ciò che mi dice la coscienza ho deciso che in una maniera o nell’altra
devi sapere chi sei e che cosa ti dovrebbe appartenere.
Prima di
tutto devi sapere che tuo padre non è Giorgio!
So che
ti sembrerà assurdo.
Lui era
da sempre innamorato di tua madre e quando si presentò l’occasione fece di
tutto per averla in moglie. Anche se significava accogliere una figlia non sua.
Questo è
un segreto che tutta la tua famiglia nasconde e, mi vergogno a dirlo, ma
anch’io faccio parte del complotto.
L’unica
mia attenuante è che tua madre sa essere davvero convincente e tu lo sai.
Ma non è
tutto.
Ho altre
colpe, ben più gravi, nei tuoi confronti.
Prima di
tutto so chi è il tuo vero padre.
Fui io
stessa a presentarlo ad Anna, nel ’64. Mi accorsi dell’errore solo troppo
tardi, lui è un personaggio complesso e pericoloso che a quel tempo, sia io,
sia tua madre sottovalutammo.
Venni a
sapere che stava per lasciare tua madre e per vendicarla feci una cosa molto
stupida che, solo a te ora confido, costò la vita a mio padre.
Misi i
bastoni fra le ruote a Marco Torresi, così si chiamava e allora era ufficiale
di Marina.
In
realtà era dei servizi segreti e complottava con mio padre, il Cavalier Carli,
per il traffico d’armi e altro che non sto a raccontarti.
Fu
costretto a fuggire ma non perse il controllo sulla sua organizzazione e ancora
adesso non sa che sono stata io a tradirlo, visto che continua ad avere rapporti
professionali con me, che ho preso il posto di mio padre nella gestione degli
affari.
Spero
che il tuo animo, forse un po’ troppo candido, sia pronto ad accettare il fatto
che anche le persone a te vicine non siano dei gigli di purezza, anzi, io, più
di altri detengo un potere alquanto oscuro, ma quando ti accorgi che è proprio
questo potere a darti la libertà di cui hai bisogno, sei disposta tutto pur di
ottenerlo.
Mark
Torre, così si fa chiamare oggi tuo padre, è il più grande trafficante d’armi,
droga e quanto di più remunerativo esista, di tutto il Sud America, inoltre ha
un possente impero economico legale alle sue spalle che copre ciò che di
ignobile fa. Io sono la sua agente europea, per me ha un occhio particolare,
perché pensa che gli sia fedele dai tempi di mio padre, ma se sapesse la
verità, questa lettera finirebbe subito nelle tue mani, perché una delle sue
caratteristiche dominanti è la totale mancanza della capacità di perdonare.
So che
queste mie parole ti shockeranno e detesto il ruolo in cui vengo a trovarmi ma
ora la scelta è tua.
So che
Torre sta cercando un erede, è vecchio e se tu volessi puoi diventare la donna
più potente del mondo, approfittando del fatto che sei la figlia del grande
boss.
Ma se
decidi di rimanere ciò che sei hai in mano la possibilità di smantellare una
delle più grandi organizzazioni mafiose del mondo.
Nelle
seguenti cartelline troverai i nomi e i codici per contattare i fornitori e i
destinatari dei grossi traffici illegali e una chiave di una cassetta di sicurezza
della sede BNL che contiene i documenti più importanti e i conti di
finanziamento e riciclaggio delle Bahamas e di Monte Carlo.
Inoltre
c’è un numero telefonico di un cellulare che serve a metterti in contatto con
Mark Torre.
Sii
prudente qualsiasi cosa tu decida di fare e cerca di perdonare questa povera
vecchia amica.
Con
affetto, Renata Carli.
Eleonora si accorse di trattenere il respiro. Aveva in mano il numero di
telefono di suo padre, la vecchia amica di sua madre aveva nascosto ancora
delle informazioni. Forse aveva pensato di sfruttarla per ottenere più potere
nei confronti di Mark Torre, calcolatrice fino all’ultimo Renata! Richiuse il
plico e chiamò la segretaria del notaio. Appena fuori si ritrovò in via Roma a
un centinaio di metri dalla sede della BNL. Respirò a fondo e cominciò a
risalire la via.
Abu Matoub, il fattorino della Traco Service entrò nel palazzo portando una
grossa e pesante cassa con un carrello a due ruote. Aveva lasciato il furgone
con l’insegna della ditta di trasporti posteggiato proprio davanti al portone
e, secondo le raccomandazioni del cliente, erano le dodici e venticinque
precise. Di solito chi fa le consegne non viene mai interpellato e tutte le
trattative e le particolarità della consegna vengono definite in sede. In
questo caso, però, era stato contattato da una persona che voleva essere certo
che la cassa arrivasse nel determinato posto, nel dato momento. Aveva risposto
che lui non poteva prendere accordi ma una banconota da cinquecento euro gli
aveva tappato la bocca. Era uno dei pochi immigrati algerini che si erano
integrati abbastanza bene nella società chiusa di uno stato così esclusivo come
la Svizzera e il suo stipendio non era male, ma una gratifica extra era quello
che ci voleva per comprarsi il computer che aveva visto la settimana scorsa nel
negozio sotto casa e poter contattare la famiglia via webcam.
– Per chi è? – Chiese il portiere uscendo dalla sua postazione, senza
degnarlo di un saluto. Abu prese la cartellina che aveva posato sulla cassa e
lesse il nome del destinatario.
– Torre, Mark Torre intern
– Herr Torre non è in casa e non so tra quanto tempo tornerà!
Lo interruppe l’uomo in divisa che voleva porre fine subito alla fastidiosa
intrusione del suo regno.
– Oh! – Fece il giovane algerino con l’espressione più ingenua che riusciva
a mostrare.
– In tal caso posso lasciarla a lei, basta che firm…
Ancora una volta il portiere lo interruppe.
– Non se ne parla nemmeno, non posso tenere quella cassa qui nell’atrio,
deve riprendersela!
Abu sfoderò il suo splendido sorriso conscio che non sarebbe servito ad
ammorbidire chi aveva di fronte.
– Mi spiace ma il cliente che ha inviato la cassa non prevedeva che venisse
respinta, io devo seguire le regole, non posso riportarla sul furgone
altrimenti verrei rimproverato!
Aveva capito subito il tipo con cui aveva a che fare e sapeva che facendo
leva sulle regole non poteva essere contraddetto.
– Se proprio vuole che le venga incontro le posso portare la cassa davanti
alla porta del destinatario ma poi sono affari suoi.
La freddo teutonico si stava riscaldando. Era ovvio che nel suo palazzo non
poteva esistere una aberrazione come una cassa davanti alla porta di un
condomino. Guardò l’ora e vedendo che era già passato il momento della chiusura
per pausa pranzo, prese una sofferta decisione.
– Aspetti un momento – disse, poi entrò nel gabbiotto uscendone subito dopo
con un voluminoso mazzo di chiavi e dopo aver chiuso il portone – mi segua!
Davanti alla porta di Mark Torre il portiere scelse subito la chiave giusta
tra le tante e aprì facendo in modo che il fattorino entrasse il meno possibile
nel appartamento, giusto il temo di lasciare la cassa e uscire. Pochi secondi
dopo erano entrambi fuori dal palazzo. Abu sul suo furgone felice per i
cinquecento euro in più che non gli erano costati fatica e il portiere diretto
al suo punto di ristoro, contrariato per i dieci minuti di ritardo.
La cassa nell’appartamento di Mark Torre, invece, si era aperta e ne era
uscito Giorgio Scali, madido di sudore e quasi in ipossia. Dopo due bei respiri
aveva iniziato le ricerche e non occorse molto per avere un idea di dove fosse
in quel momento il padrone di casa. Nel cestino della carta vicino al fax cera
un foglio con cui un certo agente di Genova avvertiva Torre che suo figlio era
in coma all’ospedale.
– Accidenti, la signora Parodi dovrà sborsare un extra, le ho trovato anche
un fratello e, se è ancora vivo, abita anche lui a Genova!
Si chiese se Lorna sapesse del figlio del suo nemico, ma non erano problemi
suoi, aveva deciso di fare il lavoro per cui era pagato e sparire, non voleva
finire male, anche se ogni tanto le immagini che aveva visto all’antidroga
argentina gli tornavano alla memoria per pungolare la coscienza. Uscì poco
dopo. Pur essendo un ottimo detective non fece caso che ben due teleobiettivi
erano fissati su di lui.
30.
Anno 1982. Il potere di Mark Torre era molto
aumentato negli ultimi cinque anni. La guerra tra le famiglie scatenata dopo la
morte di Tosca e Salluzzo e alcuni colpi clamorosi messi a segno dal FBI,
avevano indebolito l’intera cupola nordamericana. In Sud America invece la
situazione molto confusa del Venezuela, della Columbia e degli altri stati più
a nord era contrapposta al Cile, schiacciato da Pinochet, e dalla giunta
militare al potere in Argentina, che però, era in forte difficoltà per la
questione dei desaparecidos. Per distrarre l’attenzione dai problemi interni, i
militari decisero di provocare la Guerra delle Falkland, dando il via all'invasione
il 2 aprile. Gli inglesi dal canto loro non erano stati a guardare e già prima
che i soldati argentini giungessero sull’isola avevano dislocato alcune truppe
scelte a Buenos Aires che, appena in maggio la task-force aeronavale raggiunse
l'Atlantico del Sud, si premunirono di trattenere
la famiglia del ministro dell’aviazione argentina. In questo modo sapevano
sempre quando partiva ogni singolo aereo nemico e potevano prendere le adeguate
contromisure per proteggere la flotta e, se necessario, non proteggerla e
averne comunque un vantaggio.
– Gli uomini della S.A.S. le
porgono i più sentiti ringraziamenti, signore, anche a nome del primo ministro.
Marco Esposito, il segretario,
comunicò a voce il messaggio che aveva ricevuto poco prima dalla bocca del
comandante del corpo d’elite inglese. Era stato Torre a dare le indicazioni
necessarie per raggiungere la famiglia del ministro argentino dell’aviazione,
come in precedenza aveva collaborato con CIA e FBI per eliminare pericolosi
boss mafiosi che solo per caso
erano anche suoi più pericolosi concorrenti.
– Mi auguro che sappiano
sdebitarsi in maniera adeguata – fu il commento asciutto del padrone – presto
dovrò riscuotere molti crediti per attuare i mie piani, l’Argentina non è più
una sede sicura, la giunta militare crollerà e noi dobbiamo tornare in Europa
al più presto. – Marco non si scompose, ma la notizia lo riempiva di gioia,
erano decenni che non tornava più al suo paese. – Fai in modo che i nostri su a
New York contattino i loro referenti in Sicilia, abbiamo bisogno di appoggio.
Già da tempo Torre si interessava
di acquisizioni immobiliari nel vecchio continente e non era solo per il
riciclaggio del denaro sporco.
31.
L’anziano paziente della 347 era del tutto paralizzato, solo gli occhi mostravano
qualche segno di mobilità e spesso sembravano implorare che quella tortura
terminasse. I medici e le infermiere della Clinica Belfiore erano consci
dell’irreversibilità della sua situazione, ma fino a quando la famiglia avesse
pagato, nessuno sarebbe mai intervenuto per assecondarlo. La porta si aprì
lasciando entrare una donna, non vedeva ancora di chi si trattava, ma aveva
percepito il profumo.
– Ciao papà!
Nessuna reazione sarebbe potuta trapelare, ma gli occhi cominciarono a
vagare a destra e a sinistra come se cercassero una via di fuga o non
riuscissero a fissarsi su nulla. La donna si sedette sul letto entrando nel
campo visivo del paziente.
– Ti ricordi quando venivi in camera mia, quando non c’era la mamma?
Posò una mano sulla fronte del vecchio.
– Certo, che te lo ricordi, sei solo paralizzato, ma la tua mente è
perfetta – la donna estrasse dalla tasca due fiale e una siringa – ora ti svelo
un segreto. Vedi questa? – disse sollevandone una e mettendola davanti al
vecchio – contiene un farmaco particolare che mantiene tutto il corpo in stato
di paralisi, tranne i muscoli oculari. – abbassò la voce – interessante vero?
Posò il medicinale sul comodino.
– Basta iniettarlo nella tua flebo nutritiva una volta alla settimana e tu
resti in questo stato – fece un gesto con la mano per indicarlo. – Il bello che
sono io stessa a procurarlo alla clinica e loro non hanno il minimo dubbio che,
invece, serva a lenire i dolori provocati dalle tue fantomatiche crisi
tetaniche.
Sorrise notando una lacrima che scendeva dal volto tanto odiato.
– Sì papà sono io la tua malattia, non ci avevi mai pensato?
Godendo della sofferenza provocata proseguì. – Non è stata la punizione di
Dio a farti questo. E’ stata la mia vendetta! Ma non temere, non tarderai molto
a incontrare il Creatore. – Prese la seconda fiala. – Questo è un potente
vasocostrittore. – Disse come se mostrasse prezioso gioiello.
– Tra qualche minuto avrai un infarto e potrai sfuggire a questa prigione,
ma prima volevo dirti che ho trovato chi ti sostituirà in questo letto, forse.
Si alzò dal letto avvicinandosi alla flebo con la siringa e iniettò il
liquido incolore che mescolato alla fisiologica iniziò a fluire nelle vene del
vecchio. Poi prima di andarsene si voltò.
– Ah dimenticavo, sarà molto doloroso!
Claudia stava facendo una lunga doccia ristoratrice. Camminare su un
cuscinetto di cuoricini rossi costa molta fatica e se anche non si sente
subito, la stanchezza, prima o poi, presenta il conto. Quando squillò il
cellulare, si stava asciugando. Si avvolse nel grosso telo per non prendere
freddo, i capelli neri, non troppo lunghi e bagnati incorniciavano il viso con
grazia. Sul display apparve la dicitura sconosciuto.
– Pronto?
– Signorina Serra?
La voce con un forte accento napoletano non attese la risposta.
– Mi chiamo Marco Esposito e sono al servizio del signor Torre. Desideravo
invitarla stasera a una cena a cui partecipa anche il signor Corrado Balestri.
Claudia era esterrefatta e quasi non riuscì a rispondere.
– Ma sì, ecco io non
– Benissimo signorina, una macchina la passerà a prendere per le ore venti
davanti a casa.
La comunicazione s’interruppe e lei rimase a fissare l’apparecchio con la
bocca aperta. Doveva comunque incontrarsi con Corrado, ma una cena fuori con il
signor Torre significava qualcosa di più impegnativo. Si riscosse schizzando in
camera sua per cercare un vestito da sera adatto nell'armadio, sfiorando una
crisi isterica e salvandosi all’ultimo con un bel lungo nero, molto classico e
molto elegante.
Scali tramite il suo ufficio di Milano aveva fatto una rapida ricerca nei
vari alberghi di Genova e aveva trovato Mark Torre allo Star Hotel. Aveva
completato la missione, avrebbe dovuto essere soddisfatto ma qualcosa lo
infastidiva. Guardò l’ora, erano le venti e trenta, chiamò il servizio in
camera del bel albergo di Zurigo, che si poteva permettere grazie al salato
conto spese che avrebbe presentato. Compose poi il numero della signora Parodi
attendendo che rispondesse. Dopo il decimo squillo riattaccò, avrebbe riprovato
più tardi. Bussarono alla porta e pensando alla cena che aveva ordinato aprì
senza precauzioni. Due secondi dopo si trovava a terra sotto il peso di due
bestioni che lo stavano legando e imbavagliando. Cercò di agitarsi, ma un
manganello spense la luce e accese mille stelle che gli scoppiarono nella testa.
Eleonora non era riuscita ad arrivare in tempo al telefonino per
rispondere. Guardò se era registrato il numero che aveva chiamato ma segnava
sconosciuto. Scrollò le spalle e torno in sala.
– Non ho fatto in tempo a rispondere!
– Se è importante richiameranno.
Marito sorrise con gentilezza. Eleonora era appena tornata e sembrava molto
stanca. Da quando era stata ferita, si assentava spesso e sembrava muoversi
sempre con la massima cautela. Mario attribuiva quel comportamento allo choc
dell’aggressione, ma avvertiva anche qualcosa di strano. Sembrava quasi che
fosse in attesa di un cambiamento, come un vulcano in procinto di esplodere.
– Secondo me hai ripreso il lavoro troppo presto.
– Cosa avrei dovuto fare secondo te?
L’Eleonora di una volta si sarebbe arrabbiata di questa intromissione,
invece, lei era rimasta molto calma, quasi volesse scusarsi.
– Ho un reparto da mandare avanti e sono stata lontano già per troppo
tempo.
– Va bene, però il prossimo weekend andiamo a Parigi a fare shopping.
Il tono di Mario non contemplava discussioni, ma lo sguardo di Eleonora non
era del tutto convinto.
32.
Claudia aveva sperato che nella lussuosa Mercedes, che alle venti in punto
era comparsa davanti al portone, ci fosse Corrado. Non era riuscita a sentirlo
per tutto il giorno, il cellulare era staccato e lei non aveva potuto chiedere
delucidazioni e soprattutto come doveva comportarsi con il signor Torre. Doveva
mostrare consapevolezza del fatto che era il nonno del suo am… fidanzato o
fingere di non sapere nulla? Invece si era trovata da sola sul sedile
posteriore dopo che un attempato, ma gentilissimo autista napoletano l’aveva
fatta accomodare. Il tragitto non fu troppo lungo, infatti il ristorante si
trovava in via XX Settembre, e oltre ad avere una cucina molto raffinata, era
famoso in tutto il mondo per essere stato il locale preferito di Frank Sinatra
quando passava nei luoghi che avevano dato i natali alla madre. L’autista, che,
non sapeva dove, ma era sicura di avere già visto, le aprì la portiera e la
accompagnò introducendola nel ristorante, in modo che arrivasse sana e salva al
tavolo giusto. I due uomini che la attendevano emanavano la stessa aria di
famiglia. Appena la videro scattarono in piedi accogliendola con calore e
Corrado che, lo capì subito, era imbarazzato quanto lei pur fingendo il
contrario, fece sfoggio di tutta la sua galanteria aiutandola ad accomodarsi
per poi tornare al posto. Non era riuscita ad assaporare nulla della splendida
cena offerta dal nonno di Corrado. Non capiva il perché dell’invito e le
sembrava troppo scortese domandarlo al signor Torre. Corrado, dal canto suo,
non aveva dato il minimo segno di volerla aiutare e questo la rendeva furiosa.
Avevano parlato d’Università, progetti per il futuro, Torre aveva raccontato
qualche aneddoto della sua avventurosa vita e stavano per arrivare al dolce
quando Corrado si schiarì la voce con evidente segno di nervosismo. – So che è
tutta la sera che ti arrovelli per capire le mie intenzioni e il perché di
questa cena – il peso allo stomaco di Claudia si stava trasformando in un
macigno. – In realtà avevo programmato di uscire solo noi, – Corrado la
guardava negli occhi sfiorandole le mani. – ma visto che tu sei l’unica
persona, a parte papà, a conoscenza del fatto che Mark Torre è mio nonno, ho
deciso di accettare il suo di invito e di darti una cosa che forse lui
ricorderà.
Claudia era quasi paralizzata dal panico, mentre Mark Torre guardava con un
sorriso benevolo e incuriosito il nipote. Corrado estrasse dalla tasca interna
della giacca blu, un cofanetto. Non era uno di quelli moderni, di plastica che
usano adesso, ma sembrava proprio un portagioie di quelli di una volta. Vedendo
che Claudia non muoveva un muscolo decise di aprirlo e subito il riflesso delle
candele sul tavolo venne scomposto in una miriade di colori da una splendida
pietra di almeno tre carati incastonata in un semplice anello d’oro.
– Vuoi sposarmi?
Torre riconobbe subito il solitario che aveva regalato a sua moglie tanti
anni prima. Lo aveva fatto fare da un orafo suo amico con una pietra ricevuta
in pagamento per il suo primo trasporto d’armi. In realtà ne aveva ricevute
molte di quelle pietre e molte altre erano arrivate in seguito, ma quella che
aveva dato a sua moglie era particolare, i colori erano unici e il suo valore
era superiore alla normale valutazione in carati. Guardando Corrado si rese
conto che anche lui manteneva la caratteristica di famiglia, decidere in fretta
e passare subito all’azione. Tutto sommato, se i suoi piani andavano in porto,
la scelta del nipote incontrava tutti i suoi favori e poteva dimostrarsi molto
utile. Claudia ormai mostrava la paralisi di tutti i muscoli volontari,
l’azzeramento della salivazione e la bocca aperta con uno sguardo che non brillava
certo d’intelligenza e forse proprio quella consapevolezza che la fece
scattare. – Ma è bellissimo! – Il suo sguardo si mise a fuoco sull’uomo che era
diventato suo fidanzato. – Sei impazzito?
Corrado scosse le spalle.
– Ti conosco da una vita e ti amo da un po’, ma sono sicuro che voglio
rimanere con te per il resto dei miei giorni.
Torre seguiva la scena senza interferire.
– Allora mi vuoi sposare?
Claudia era terrorizzata. Sentiva nella testa, la voce della mamma
incitarla ad accettare subito, che non le sarebbe mai più capitata un occasione
così. Le venne in aiuto la voce comprensiva della sorella che aveva chiamato il
giorno prima, appena tornata da Corrado.
– Sono felice per te, anche io e Fabri ci siamo messi insieme dopo che ci
conoscevamo da anni e se lo senti dentro è meraviglioso.
Pensò a Corrado non credeva che volesse arrivare a tanto, così presto, ma
era sicura di amarlo. Non aveva mai provato nulla del genere per nessun altro.
– Io credo, penso di sì! Beh, ecco io ti amo e voglio stare insieme a te e
se per questo devo dirti: sì, allora ecco, sì, ti voglio sposare.
Corrado sorrise, Torre sorrise anche, ma proprio in quel momento l’autista
che l’aveva accompagnata si avvicinò a lui e gli parlò nell’orecchio.
– Vi prego di scusarmi, ma penso che riusciate a proseguire da soli la
serata, consideratevi comunque miei ospiti.
Così dicendo si alzò e con molta eleganza sparì dietro i separé del
ristorante. Claudia e Corrado per nulla disturbati dall’interruzione tornarono
a fissarsi da innamorati.
– Mr Torre, mi scusi se la disturbo ma abbiamo fermato un tipo che è
penetrato nella sua casa di Zurigo – era la voce di Michel Miranda, il capo del
suo servizio informazioni. Michel aveva preso il posto del padre, Antonio
Miranda, e anche se si mostrava più spavaldo del genitore negli atteggiamenti
ne condivideva il medesimo rispetto e la stessa fedeltà.
– Chi e? – chiese Torre irritato che qualcuno disturbasse uno dei rari
momenti felici della sua vita.
– E’ un investigatore privato.
Michel era un po’ restio a continuare.
– Qualche vecchia conoscenza?
Torre si riferiva all’antidroga argentina, l’unico reparto di polizia al
mondo che non era riuscito a infiltrare, anche se sapeva che avrebbero usato
altri modi per avvicinarsi a lui.
– No senor, – Miranda doveva essere proprio nervoso, solo quando temeva
qualcosa tornava allo spagnolo – sembra che lei abbia una figlia. – Disse le
ultime parole in fretta, come per togliersi un peso.
Era difficile che Mark Torre potesse essere più sorpreso. Scali aveva rivelato
ogni cosa ai suoi uomini, d’altra parte non aveva senso nascondere la verità
quando il primo beneficiario della sua missione era proprio l’individuo che
comandava l’uomo con il tirapugni che aveva di fronte. Il vecchio si fece dire
ogni dettaglio e riattaccò. Si trovava nella macchina insieme a Marco Esposito
e per la prima volta in molti anni non sapeva come comportarsi.
– Andiamo in albergo Marco, devo pensare.
33.
1982. Renata Carli osservava l'amica Anna
parlare di sciocchezze nel salottino della casa di Albaro.
– Quando sono tornata da Cortina
ho trovato
La conosceva da più di venti anni
e sapeva che dietro a quella parvenza di superficialità cera un carattere forte
e una intelligenza notevole. Stavano sorseggiavano il te verde, acquistato in
India da Anna nel suo ultimo viaggio, quando sentirono rientrare Eleonora.
– Unisciti a noi. – disse la
madre, senza convinzione.
La ragazza aveva diciotto anni e
anche se non era uno spirito ribelle aveva preso le distanze dalla madre
creandosi uno spazio indipendente. – No, grazie. Vado in camera a leggere, ci
vediamo a cena.
Renata salutò Eleonora che
scomparve su per le scale.
– Un po’ freddina nei tuoi
confronti.
Commentò con l’amica.
– Sì, lo so. Ma è una ragazza in
gamba, è uscita dalla maturità a pieni voti e ora si è iscritta a medicina,
vuole solo la sua autonomia e non sarò certo io a negargliela.
Renata aveva sempre rimproverato
ad Anna di aver tenuto nascosto a Eleonora il suo vero padre. Un uomo di potere
come Torre poteva dare infinite possibilità a sua figlia e ripensò a come
avrebbe potuto ampliare il suo di potere con l’aiuto di Eleonora, ma Anna le
aveva proibito di rivelare ciò che sapeva, perché la punizione per l’uomo che
l’aveva abbandonata poteva essere solo una. Venire a sapere di aver perso una
figlia nel momento in cui sarebbe stato troppo tardi per potere rimediare.
34.
Eleonora non aveva ancora usato il numero trovato nella cassetta di
sicurezza. Aveva fatto una rapida ricerca, riuscendo a scoprire che tutto ciò
che aveva detto Renata era vero. Ufficiali della dogana, sindacalisti e persone
insospettabili erano sul libro paga, ora in suo possesso. Una lista di nomi che
le dava un potere incredibile ma che non era nulla in confronto a quello che le
avrebbe potuto dare il suo vero padre. Il suo ufficio in ospedale era diventata
la sua roccaforte, aveva delegato ad altri tutti i compiti tranne quelli più
importanti che richiedevano la sua diretta supervisione, e ora rifletteva
sfogliando carte e foto che mettevano in mano sua la vita di persone
sconosciute. La struttura a compartimenti stagni della organizzazione aveva
permesso alle operazioni di proseguire anche se Renata era morta già da tempo,
ma ora, se voleva trarre un vantaggio da ciò che sapeva e possedeva doveva
intervenire in prima persona e soprattutto doveva mettersi in contatto con
l’uomo che governava il grande impero, l’uomo che era anche suo padre. Compose
il numero. Dopo pochi secondi una voce maschile rispose facendogli aumentare le
pulsazioni. – Sì?
– Sono la sostituta della signora Renata Carli, parlo con il signor Torre?
– Un momento che vedo se può rispondere.
Si diede della stupida, era ovvio che non rispondesse lui.
– Pronto?
Era la voce di suo padre, con il cuore in gola proseguì.
– Mi scusi se la disturbo signor Torre ma forse sarà a conoscenza della
recente scomparsa della signora Carli.
Torre guardò Esposito con aria interrogativa.
L’attendente annuì confermando nello stesso tempo che sapeva della morte
della Carli e che il numero a cui aveva chiamato la donna era quello giusto.
– Di recente sono stato occupato e non ho seguito di persona i miei affari,
ma credo che potremo accordarci per proseguire la proficua collaborazione che
intrattenevo prima con la signora Carli, posso chiedere il suo nome?
Eleonora temeva quel momento ma il suo nome era molto comune a Genova e
forse Torre non si sarebbe ricordato della sua amante di tanto tempo prima.
– Parodi, Eleonora Parodi, le lascio un mio numero nel caso voglia
contattarmi.
Torre le passò subito il segretario a cui lasciò il numero del cellulare.
Riagganciando si sentì più tranquilla, era andato tutto bene. Torre guardò
fuori dalla finestra della sua camera d’albergo, stentava a credere a ciò che
stava accadendo. Proprio quando pensava di essere sulla strada giusta per dare
un seguito al suo impero con un nipote che prometteva di essere un degno erede,
appare sulla scena una figlia di cui non era al corrente e a quanto sembrava
era già ben disposta nei suoi confronti, forse troppo ben disposta e molto
abile se aveva sondato il terreno con un investigatore prima di contattarlo.
– Cosa ne pensi Marco?
Era raro che Esposito venisse interpellato dal padrone, ma quelle poche
volte era stato sempre determinante.
– Se mi permette signore, io penso che le coincidenze non esistono e che
prima di aprire la porta alle novità bisogna che non siano più tali!
Giorgio Scali si stava riprendendo. Era legato a una sedia in una stanza
poco illuminata e prima che riuscisse a capire dove si trovava avevano iniziato
a bersagliarlo di colpi allo stomaco e domande. Dopo che aveva spifferato il
nome della cliente e il motivo della missione, i suoi sequestratori avevano
fatto una telefonata e avevano cambiato atteggiamento. Lo avevano slegato e gli
avevano dato una sacca di ghiaccio da tenere sull’occhio nero. Addirittura il
più grosso dei due con un sorriso ebete gli stava porgendo una tazza di caffè
fumante.
– Non vi ha detto nessuno che picchiare la gente non è da bravi ragazzi?
Se, come pensava, quei tipi erano alle dipendenze di Mark Torre, forse
aveva addirittura accelerato il ricongiungimento tra padre e figlia. Chissà se
la se la signora Parodi glie ne sarebbe stata grata?
– Il signor Miranda ha detto di trattarla bene, per il momento.
Quel per il momento lo preoccupava un poco, ma non gli impedì di ribattere.
– Immagino se vi avesse detto di trattarmi male!
Avevano acceso la luce al neon e ora la stanza si era rivelata una cantina,
priva di finestre in cui era stata ricavata una bisca clandestina. C’erano diversi
tavoli col classico panno verde, una roulette, un‘intera parete era occupata
dalle ormai immancabili slot machine e un bar molto ben fornito dalla cui
macchina per espresso proveniva il liquido che aveva in mano. Lui si trovava
seduto su un divano nell’area relax, dove i giocatori si riposavano
sorseggiando un drink, prima di essere salassati un’altra volta dai giochi
quasi di sicuro truccati.
– Buon giorno signor Scali!
Era una voce nuova che proveniva dalle sue spalle, con un lieve inflessione
ispanica che solo chi aveva molto orecchio poteva percepire.
– Buongiorno a lei, il signor Miranda, presumo? – Disse attendendo che il
nuovo venuto entrasse nel campo visivo del suo occhio sano.
– Presume giusto e, a proposito le porgo le mie scuse per lo spiacevole
equivoco.
Scali pensò che avrebbe contraccambiato volentieri lo spiacevole equivoco,
ma non disse nulla visto che erano in tre molto, molto più grossi di lui e il
nuovo venuto seppur fasciato da un elegante vestito di Armani aveva un aria
ancora più pericolosa dei suoi due muscolosi amici. Miranda soddisfatto dal
cenno d’intesa del suo ospite, si sedette sulla poltrona antistante.
– Ho controllato e pare che tutto ciò che ci ha detto corrisponda alla
verità.
Scali si sentiva sollevato, con un po’ di fortuna presto sarebbe stato su
un volo per tornare a casa e leccarsi le ferite.
– Ho parlato anche con il diretto interessato della sua indagine – la
fortuna non fa mai parte della vita di un detective e Scali si sentì meno
sollevato – mi ha chiesto di farle una proposta. Il solito formicolio alla base
del collo lo mise in allarme.
– Il mio cliente, ah sì dimenticavo, sono avvocato, – mentre lo diceva
porse un biglietto da visita che recava l’intestazione di un importante studio
associato di Zurigo – il mio cliente vorrebbe che lei rientrasse in Italia
portando a termine il suo compito senza menzionare il nostro incontro –
continuando a parlare depose una grossa busta gialla sul tavolino davanti a
lui.
– Altrimenti certe immagini potrebbero finire nelle mani della polizia
prima che lei abbia il tempo di lasciare il paese.
Scali aprì la busta. Le foto mostravano lui, davanti al palazzo di Torre,
che entrava nella cassa, che si faceva portare nell’appartamento e che usciva
dal palazzo.
– Sa come sono suscettibili gli svizzeri sulla privacy.
Scali si aspettava di peggio e trasse un sospiro di sollievo, ma temeva che
ci fosse altro.
– Cosa mi impedirà, una volta in Italia di raccontare tutto alla mia
cliente?
Miranda si alzò concludendo la discussione.
– I miei amici l’accompagneranno ricordandole i patti. La saluto signor
Scali, non ci rivedremo!
La madre di Claudia era uscita poco prima a fare la spesa brontolando: questa
casa non è un albergo, mentre lei si stiracchiava sul letto. Corrado
l’aveva accompagnata a casa lasciandola in uno stato d’agitazione che le aveva
impedito di prendere sonno prima dell’alba. Poi, del tutto sveglia si trovò a
fissare il meraviglioso solitario che portava all’anulare.
– Mio Dio!
Non riusciva a crederci, si precipitò al cellulare e compose il numero di
Corrado. Una voce impastata rispose dopo il nono squillo.
– Sì?
– Dimmi che è vero?
Lui soffocò una risata con uno sbadiglio.
– A cosa ti riferisci?
– Al fatto che mi sono trovato un uovo di quaglia attaccato al dito e che mi
hai chiesto davvero di sposarti?
Corrado, ormai sveglio, rispose pronto.
– Sì. Inoltre le ricordo signorina Serra che lei ha già dato il suo
consenso e una ritrattazione porterebbe serie rappresaglie nei suoi confronti.
– Smettila stupido, ho voglia di vederti, vieni a prendermi ora!
Era un ordine e Corrado si guardò bene di contraddire una richiesta così
perentoria. Claudia si vestì in fretta, una delle poche volte che si metteva i
jeans, sua sorella avrebbe approvato, e si affacciò alla finestra per aspettare
lo scooter del suo promesso sposo. Le scappò da ridere al pensiero, ma lo
squillo del telefonino le fece temere che fosse sorto qualche contrattempo. Per
fortuna la voce di sua sorella Tiziana la tranquillizzò.
– Ci sono novità sorellina?
– In effetti è successo qualcosa!
Tenere la sorella con il fiato sospeso era davvero divertente, ma la voglia
di dire a qualcuno ciò che le accadeva prevalse sul suo lato sadico.
– Corrado mi ha chiesto di sposarlo.
Il silenzio dall’altra parte del cellulare le fece pensare a uno
svenimento.
– Tutto bene Tizzy?
– Eh? Sì, beh accidenti, quando si parla di novità non si scherza con te!
Risero insieme e spiegò di come era avvenuta la dichiarazione e tutti i
particolari della serata. Quando chiuse la comunicazione si chiese se la
sorella non avesse avuto qualche notizia a proposito del caso di Renata, ma non
indugiò allungo sul pensiero, Corrado stava arrivando davanti alla sua
finestra.
La telefonata del detective l’aveva presa alla sprovvista. Non ci aveva più
pensato e quando Scali le aveva detto di aver risolto il caso era rimasta un
attimo in silenzio chiedendosi cosa avrebbe dovuto fare a quel punto, di sicuro
avrebbe dovuto fingere di essere ancora all’oscuro di tutto. Fissò un
appuntamento per il giorno successivo. In ospedale godeva di una certa privacy
e poteva trattare questioni delicate senza essere disturbata. Il cellulare
squillò, il numero che chiamava non era identificabile.
– Signora Parodi, sono il segretario del signor Torre!
L’uomo con l’accento napoletano lascio sedimentare il nome del suo capo
accentuandone l’importanza, ma a lei era già venuta la pelle d’oca. – Per il
momento il mio capo ha deciso di mantenere tutti i rapporti con lei come erano
con la defunta signora Carli, ma ritiene opportuno quanto prima incontrarla per
definire tutte le questioni in sospeso.
Eleonora era senza fiato.
– Inoltre per pura coincidenza il signor Torre si trova proprio nella sua
città e sarà lieto riceverla appena risolte alcune faccende personali.
Torre era a Genova, suo padre era a pochi chilometri da dove si trovava
lei. Chissà se il suo investigatore lo sapeva.
– La saluto signora e a presto.
Rimase con il telefonino in mano per un minuto fissando la parete, poi un
sorriso le illuminò il volto, un sorriso molto simile a quello di sua madre
quaranta anni prima.
Scali era nel suo ufficio di Milano, aveva appena finito di parlare con la
cliente e i sensi di colpa per aver taciuto l'incontro con gli uomini di Torre
si facevano già sentire. Guardò fuori dalla finestra. Vide la macchina
noleggiata dai due mastini che Miranda gli aveva incollato alle costole, era
gente che non scherzava. Ripensò a Lorna, il capo dell’ufficio antidroga
argentino, al suo sguardo triste, ormai asciutto, ma che lui scommetteva, aveva
subito almeno parte delle atrocità che gli aveva mostrato, per portarlo dalla
sua parte. Stava scostandosi dalla finestra quando noto Paulo, no, Pablo, si
rammentò, Tenente Pablo Garcia, che si avvicinava alla macchina dei due.
– Lupus in fabula! – Disse a se stesso ad alta voce.
Si chiese cosa diavolo avesse in mente quando lo vide picchiettare nel
vetro del finestrino che subito si aprì. Una pistola dotata di silenziatore
comparve nelle mani del militare argentino. Il detective stentava a crederci.
Il mite Paulo, l’amico di Roberta la dirimpettaia del suo ufficio con la quale
aveva intrattenuto rapporti abbastanza stretti, stava sparando a due uomini,
certo malviventi, ma li stava freddando con la massima disinvoltura. Poco dopo
due uomini robusti arrivarono di corsa, spostarono il cadavere dal posto di
guida al sedile posteriore, poi uno prese il volante e partì a tutta velocità.
Paulo era rimasto fermo sul marciapiede, sollevo lo sguardo e lo vide. Prese il
cellulare e lui sentì subito il cordless suonare.
– Ora sei libero di riferire alla tua cliente la verità Giorgio, anche che
Torre conosce già la sua esistenza.
Era senza parole. Non era un tenero, ma vedere ammazzare due persone a
sangue freddo non era un esperienza gradevole.
– Mi avete incastrato, ora devo portarvi per forza dalla mia cliente e voi
potrete arrivare a Torre tramite lei.
Era furioso.
– Volete farlo fuori vero?
Il tenente Pablo Garcia sorrise.
– Vedila in questo modo amigo, farai una buona azione per tutta l’umanità!
Riattaccò e con un ironico saluto militare girò sui suoi tacchi e se ne
andò.
35.
1982. I Mondiali di calcio erano appena
finiti e tutta l’Italia stava ancora festeggiando. Anche gli italiani
all’estero avevano provato una sorta di rivalsa nei confronti dei paesi
ospitanti, non sempre teneri verso di loro, e, quasi sempre, questo portava a
un atteggiamento prevenuto e ostile riscontrabile in tutte le classi sociali.
Mark Torre, con il suo segretario attendevano l’ingresso del consiglio di
amministrazione della Suisse Allianz, nella grande sala riunioni.
L’amministratore delegato Gherard T. Muller era stato costretto a concedere
quell’incontro perché Torre era uno dei maggiori azionisti della compagnia, ma
non aveva nascosto la sua contrarietà per l’indebita intromissione in quello
che da cinque anni era il suo regno personale. La porta in fondo alla sala si
aprì e cominciarono a entrare i dodici capi settore senza degnare di uno
sguardo i due presenti. Marco Esposito fremeva, non era abituato a veder
trattare il suo capo con tanta sufficienza. Il signor Muller fece il suo
ingresso per ultimo, mentre i capi settore che avevano preso posto al tavolo si
alzarono rispettosi.

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