"AUTO-INTERVISTA"
Manuel Omar Triscari
AUTO-INTERVISTA.
Ultimamente, mi arrivano sempre più
epistole con domande sulla mia persona e la mia personale visione del mondo.
Una noia mortale! Sempre le solite domande, trite e ritrite. Così ho deciso di
rispondere alle domande che mi piacerebbe che mi venissero rivolte. Beccatevi
dunque questa auto-intervista! Mi piace com’è riuscita.
Perchè vesti
in modo classico, con giacca e cravatta? Perchè provengo da una determinata
latitudine (non solo geografica ma anche culturale) e da una determinata
tradizione forgiata nel ferro e nella cultura e in questa io vedo un valore.
Non vesto in modo classico ma in modo europeo, perchè sono bianco, occidentale, cristiano e siciliano.
Perchè sei
così poco espressivo e coinvolgente nelle lezioni che pubblichi online tramite
YouTube? Perchè sono un studioso e accademico e non un attore, uno scrittore e
non un intrattenitore.
Il tuo film preferito? “All’ultimo
respiro.” di Jean-Luc Godard.
Canzone preferita? “Time.” dei Pink Floyd.
Citazione preferita? <<Siamo tutti fottuti.>>.
Il tuo più
grande amore? Il prossimo.
Il tuo libro
che più ami? Il prossimo.
Perché hai
iniziato con la poesia? Perchè sono molto pigro, molto pigro, sono il pigro di
Dio. Beh, forse non il pigro di Dio ma sono una persona molto pigra, e la poesia
la poesia lunga di taglio narrativo alla Jeffers o alla Bukowski mi permette in
primo luogo di raccontare una storia, un aneddoto o un fatto (che è la cosa che
più mi diverte) senza dover sviluppare compiutamente la trama né la psicologia
dei personaggi e mantenendo il
racconto allo stato di bozzetto senza per questo rinunciare al piacere di
raccontare. In secondo luogo, mi pareva che la poesia suonasse più pura e dura
e schietta e forte della prosa, come una revolverata, come un candelotto di
dinamite che esplode con forza tremenda. Ma forse sto elucubrando troppo: ho
iniziato con la poesia perchè è stato il mio primo amore. Ho iniziato a leggere
a cinque anni e la prima cosa che ho scritto (avevo otto anni) è stata una
poesia per mia madre. Era il giorno del suo compleanno. Io le dissi che la cosa
più bella era svegliarmi e sapere che lei era già in cucina alle prese con le
faccende domestiche. Lei s’intenerì e mi preparò una torta speciale, una torta speciale,
solo per me, che potei consumare prima degli altri, prima della torta
‘ufficiale’ per la ricorrenza!
Qual’è la
tua opinione sulle relazioni inter-personali nell’ultimo decennio tenendo conto
di come le nuove tecnologie e i luoghi virtuali abbiamo creato diversi spazi
sociali in cui poter conoscere persone? I social
sono per mezze-seghe. La vita vera è nella strada, la strada maestra di vita.
Com’eri da
bambino? Ero timido e non mi piacevo granchè. Mi piaceva un sacco ascoltare i
vecchi e le storie. E mi piaceva anche, da solo nella mia stanza, riprendere
quelle storie e riportarle in vita modificando le parti che non mi
soddisfacevano o cambiando il finale o i personaggi.
Qual’è il
miglior consiglio che ti abbiano mai dato? Divertiti.
Il peggiore?
Sii ambizioso e trovati un buon lavoro.
Hai mai
contemplato il suicidio? No. Consideri il suicidio quando ti aspetti troppo
dalla vita e hai troppe aspettative o aspettative troppo alte per il futuro,
che invece ha continue oscillazioni e alti e bassi e a volte va bene e altre
volte male ma non aderirà mai all’idea astratta che ce ne siano fatti nella
nostra testa, e infatti Emil Mihai Cioran affermava (a ragione) che la maggior
parte dei suicidi avviene per eccesso di ottimismo e aveva ragione: un
pessimista solitamente non si ammazza poichè sa che tutto va male e continuerà
ad andare male e che la vita è una merda sicché se qualcosa gli va per il verso
giusto si sorprende positivamente, mentre l’ottimista, convinto che la vita
debba rispondere a requisiti specifici, quando vede che poi non rispetta tali
parametri si spara un colpo in testa. Ma
in fin de’ conti siamo tutti fottuti nel momento stesso in cui nasciamo:
nascendo non guadagniamo altro che la morte. Dunque non aspettarti niente, né
da te né dalla vita né dal genere umano ma, essendo il nulla reputati pari al
nulla e considera l’essere pari al non-essere. Fortunato nelle avversità e
benedetto nell’oscurità vivi al di là del bene e del male. Solo accettando
questa premessa sarai libero di esistere alle tue condizioni e mai conoscerai
la solitudine e l’abbandono. E allora la morte ti parrà ben poca cosa.
Come vedi
l’universo? Semplicemente non lo vedo. Tutto quello che so è quello che vedo, e
quello che vedo è tutto quanto sappia. Il mio universo è il mio quartiere e le
persone che ci abitano. D’altronde si dice che gli indios siano capaci di distinguere tra quaranta tonalità diverse di
verde nel folto della foresta. Che vuol dire questo? Che è la necessità che
genera conoscenza e la conoscenza è solo il frutto della necessità. Tutto qua.
Dunque non penso a come possa essere l’universo, non m’interrogo sulla sua
forma e sulla sua realtà ontologica, non mi pongo la domanda perchè non mi
serve: mi basta avere mutande pulite ogni mattino, cibo caldo a tavola a ogni
meriggio e una donna che mi scaldi il letto a sera, mi basta sapere che domani
mi sveglierò ancora vivo e che se mi lancio dal settimo piano non finirò bene.
Sono fondamentali queste stupidaggini, molto più di conoscere le leggi
dell’universo. E poi la realtà visibile è così meravigliosa che interrogarmi
sull’universo e sull’esistenza del corpo astrale e s’una realtà che non posso
toccare con mano ed è così distante da essere invisibile m’interessa poco o
nulla. Ciò che non può essere escluso non merita di essere tenuto in conto. Poichè
non potrei escludere per esempio che la mia vita sia in realtà durata 10 secoli
e che ogni cinque minuti un marziano sia passato da qui e mi abbia ipnotizzato
per un anno e in seguito riattivato, allora non tengo in conto questa come una
eventualità su cui basare la mia visione del mondo. Di certo so solo questo:
che non m’interessa l’universo e il mondo non mi basta.
Credi nella
vita dopo la morte? Beh, quello che mi interessa non è se c’è vita dopo la
morte ma che ci sia vita prima, e che questa vita sia buona, anzi penso che sia
buono solo ciò che esprime un’antipatia attiva verso la morte, e dico antipatia
non nel senso di paura: nella paura c’è sempre un principio di rispetto e una
certa sottomissione, e non credo che la morte si meriti tanto.
Ti sei mai
posto domande metafisiche? No, mai, affatto. Non ho problemi metafisici e non
mi sono mai interrogato sull’esistenza di una realtà che supera la natura e la
materia poichè non possono conoscere tale realtà e se non la conosco non la
conosco punto e basta.
Come ti vedi
fra dieci anni? Abbastanza ricco da permettermi due pasti al giorno, vestiti
nuovi ogni mese, un computer più
potente, una macchina che non mi lasci a piedi, e una puttana diversa ogni
sera.
Che cosa
detesti di più nella vita? La crudeltà gratuita.
Che cosa odi
di più delle persone? La menzogna. Sono atterrito dalla bugia: è in essa un
tanfo di morte che mi sconvolge e nausea, questione di temperamento suppongo,
ma qui è in ballo un altra categoria di principi, e, vedi, un conto è quello
che consideriamo male sulla base della nostra coscienza un altro paio di
maniche è quello che ci inculcano come sbagliato e immorale, poichè si può
trattare di cose estremamente diverse. La società ci insegna a vedere il male
in certe cose per reprimerci e tenerci a bada, come scopare senza passare per i
canali ufficiali.
Quali
circostanze giustificano una bugia? Nessuna.
Che cosa
ricerchi di più nella vita? L’allegria.
Che cosa ti
fa più paura? Il dolore fisico e la solitudine.
Che cosa ti
rimproveri? L’essere stato duro con coloro che non lo meritavano e con coloro
che mi amavano. Perchè, vedi, col passare del tempo ho capito che non esiste un
unico modo di amare, e ognuno ha il suo. Siamo punti minuscoli e casuali in uno
spazio-tempo infinito polidimensionale e proteiforme e non esiste possibilità,
neppur remota, che due punti s’incontrino e si sovrappongano in questo spazio
infinito e progressivamente cangiante, dunque è possibile che una persona ti
abbia amato al massimo delle sue possibilità e che tu semplicemente non sia
riuscito a capirlo.
Che cosa ti
diverte di più? Fare l’amore.
Che cosa
trovi più ridicolo? Tutto.
Che cosa
prendi più sul serio? Tutto.
Qual’è il
difetto che più odi in te? L’esitazione.
Il difetto
che più odi negli altri? La superficialità, la mancanza di amore, la mancanza
di gentilezza.
Quali
circostanze giustificano una bugia? Nessuna.
Quali sono i
tuoi rimpianti più grandi? Non aver amato abbastanza le mie donne.
Hai rimorsi?
Sì.
Quando e
dove ti senti felice? Qui, adesso.
Qual’è la
cosa che ami di più? Scrivere.
Quella che
ti riesce meglio? Leggere!
Quale bene
ritieni il più prezioso? Il tempo.
Quanto il
tuo io ideale collima con il tuo io attuale? Quanto basta per non fare di me
uno schizofrenico, né un mediocre uomo qualunque.
Quanto il
tuo io ideale e il tuo io reale sono compatibili? Zero. Vorrei essere il Conrad
che doma i flutti a bordo dell’Otago; il Bukowski che doma le donne e lancia i
propri madrigali disperati da una camera in affitto; l’Hemingway che spreme il
proprio cervello nel succo d’arancia; il Kerouac che affoga nell’alcole e nel sesso; il Tunda di Roth che
medita su se stesso nella piazza davanti alla Madeleine indeciso su chi essere,
su che cosa essere e su che cosa fare, il Tunda senza nessuna professione,
senza nessun amore, senza nessun desiderio, senza nessuna speranza, senza
nessuna ambizione, il Tunda superfluo come nessuno al mondo; vorrei vivere le
mille vite dei miei miti e in più la vita del criminale e dello psicopatico,
del ladro e del professore, del musicista e dello sportivo, dell’ubriacone e
del mafioso, vorrei vivere mille vite e non ho che questa mia vita a
disposizione.
Che cosa
conta di più nella vita? L’emozioni. Solo l’emozioni contano. Solo l’emozioni.
Sei felice?
Essere vivi è essere felici.
Sei
soddisfatto della tua vita? La mia vita è come è, e non può essere in altro
modo. A volte va come deve andare senza che io possa farci molto, altre volte
riesco a migliorare un po’ le cose. In genere, mi basta essere allegro e avere
una donna che mi faccia ridere di qualche sciocchezza. Nulla di eterno o
grandioso.
Hai avuto
ciò che ti aspettavi? Non mi sono mai aspettato nulla, né dalla vita né da me
stesso né dagli altri. Ho avuto ciò per cui ho sudato in misura proporzionale a
quanto abbia sudato. Niente di più e niente di meno.
Lo confesso!
Ho peccato. M è che la vita è così veloce che non hai il tempo di pensarci.
Quando vivi, non hai il tempo di pensarci. Poi, col senno di poi, alcune cose
risultano buone e altre cattive. Ma questo è già oltre il tuo potere.
Un consiglio
ai tuoi colleghi esordienti? Scrivilo a penna, con inchiostro comune su carta
comune o al computer, lampada accesa e sigaretta in mano,
battendo su quella maledetta tastiera come un forsennato, scrivilo di giorno o
di notte, d’estate o d’inverno, scrivilo alla luce naturale o scrivilo al neon, ma scrivilo solo se ti esce da
dentro, scrivilo solo se ti piomba addosso e ti afferra alla gola, scrivilo
perchè ti brucia le vene e ti manda a fuoco l’anima e non puoi tenerlo dentro,
deve essere una revolverata alla testa e al cuore, devi buttare giù il verso
pulito e semplice, stenderlo come il filo a piombo, e se avrà palle e stile e
risate e tristezza avrai raggiunto il tuo scopo. Per trovare buon materiale non
devi nemmeno attraversare il fiume: osserva la gente, la gente è lo spettacolo
più bello del mondo. Ma devi prima aver bruciato nel buio della solitudine e
nella disperazione della tua sporca coscienza, devi essere stato pestato a
sangue almeno due volte, ed essere stato strapazzato nel cuore e nell’amore da
donne veramente diaboliche e demoniache che hanno goduto nel farti crogiolare
sul rogo della loro perversa cattiveria, devi prima aver corso sull’orlo della
pazzia e sul ciglio del burrone vacillando, devi aver scopato alcune centinaia
di donne ed essere morto di fame in una stanzetta di 3 x 4 mentre l’alba
scoccava un nuovo meraviglioso bellissimo giorno e tamburi ti martellavano nel
cervello e il sangue si bloccava nelle dita delle mani, devi aver provato
quanto di malvagio e crudele si celi nella vita e nel mondo e negli uomini, devi
prima aver scritto migliaia di brutte poesie: solo allora sarai pronto e potrai
scrivere buttando giù il verso forte e pulito con tutta l’esperienza che avrai
acquisito. Non puoi separarle, vita e parola vanno di pari passo, la scrittura
e la tua esperienza questo è tutto quello che hai. Dunque buttati nella
mischia, affogaci dentro, donne, droga, revolverate, carcere, tanti posti
davvero strani, qualsiasi cosa, azione, qualsiasi cosa succeda, violenta o
gradevole, violenta e spiacevole, tu prendila. Devi scrivere i versi con la
penna, con la penna che sa le maree, e devono essere versi veri e duri e forti
e semplici, versi che galleggiano sulle onde del libro come scaglie abbaglianti
sul manto equoreo del foglio come incandescenti pennellate d’estate sulla
facciata smunta del foglio bianco, tratti di penna che truccano gli occhi alla
paura del vuoto e del silenzio della pagina muta come i ghirigori di una
incerta strada zizzagante, e non c’entra niente chi tu, sia nessuna strada è
una retta perfetta, nessuna, ci saranno sempre curve dopo curve come le rughe
sul volto, la poesia perfetta non esiste e non sarà mai scritta, così come non
esiste il volto perfetto e levigato privo di rughe, ma è proprio
quell’imperfezione a rivelare il momentaneo fulmineo inconsistente sprazzo di
bellezza. Scrivilo con stile, con stile, amico, e se avrà ritmo e musica e
fuoco e fiamme e palle e fegato e cuore e anima e risate e saggezza e luce e
tensione e gioia e pazzia e stile sarà come un fulmine a ciel sereno, come
sentire nell’aria l’odore di ozono del lampo prima del tuono, fuoco puro, e
saprai che stai facendo la cosa giusta, che sei sulla giusta strada, e magari
dopo la morte diventerai anche famoso! Vivi. Vivi, e poi scrivilo. Scrivilo con
semplicità, ma con semplicità non intendo ossa senza carne ma ossa con la
giusta dose di carne altrimenti si rischia l’obesità e la nausea, la poesia può
anche essere banalmente incentrata su un tizio che fa a botte e si becca un
pugno ma i poeti laureati non si espongono e non dicono chiaramente che quel
tizio si è preso un pugno in pieno volto ma ci girano attorno e così tu sei
obbligato a rileggere a pezzi e bocconi quella cazzo di cosa diciotto volte per
riuscire a risolvere l’indovinello, perché si tende a dire cose semplici in modo
difficile contorto complesso e astruso mentre io vorrei dire cose difficili o
meglio profonde in modo semplice e stendere il verso duro e pulito alla
Bukowski, schiudere e ripulire il verso per poterlo stendere semplice come
fosse una corda di bucato e appenderci emozioni, humour, e felicità, senza
ingombri. Il verso semplice, fluente, e al tempo stesso sfruttare questo verso
semplice per appenderci tutte queste cose: le risate, le tragedie, il bus che
passa con il rosso. Tutto. È l’abilità di dire una cosa profonda in modo
semplice. E hanno sempre fatto il contrario. Credo che sia gli scrittori
laureati siano vittime dei propri studi letterari, della propria eredità
umanistica, e della Tradizione culturale più stantia che possa esservi, e se
qualcosa non si attiene a un canone prestabilito allora loro non sanno
riconoscerlo quindi dicono che non è buono, preferendo i versi infiorati e
innocui che spargono rose e viole e margherite a ogni angolo o delicate
circonlocuzioni o eufemismi che rigirano la frittata. Personalmente posso
starmene qui seduto e pensare alle rose e alle viole a Platone e al
cristianesimo e agli alberi e ai gabbiani e non mi serve a niente ma se prendo
la macchina e vado al bar e trovo una
puttana da quattro soldi e ci parlo e sento la sua storia allora questo mi
emoziona e mi stimola e mi carica e allora riesco a scrivere. Personalmente
consiglierei loro di dirlo e basta, senza troppi giri di parole o figure
retoriche. Dirlo. Semplicemente. Ma in modo profondo. L’avversità è la principale
molla del realismo autobiografico. E lascia che ti dica un’altra cosa: le
donne possono essere delle maledette perdite di tempo, e se sei un poeta si
aspettano che tu te ne vada in giro tutto il giorno declamando poesie profonde
e struggenti, e pretendono che tu faccia quelle cose stupide che la gente fa e
che le fa affezionare l’una all’altra, ma io non sono così, non so mai che dire
né che fare, e il mio tempo voglio occuparlo solo a scrivere. Non voglio vivere
il peso di una relazione, non sono ancora così vecchio da dovermi preoccupare
della solitudine, perchè una relazione si metterebbe inevitabilmente si mette
di mezzo tra me e la scrittura e qualsiasi cosa si metta di mezzo tra me e la
scrittura è mortale per me, donne comprese, anzi soprattutto le donne. Io le
donne le voglio scopare punto e basta. Una donna è un lavoro a tempo pieno.
Bisogna soffrire per vivere con una donna, e pagare un prezzo altissimo per
quel briciolo di gioia temporanea, per quell’impalpabile sprazzo di felicità, e
tutta questa sperequazione di energie alla fine nuoce alla poesia, e la poesia
è la cosa più importante, scrivere è la cosa più importante, creare. Le donne
sono passeggere, la poesia è immortale. E io voglio solo scrivere per lasciare
il mio nome sul libro mastro degli dei marchiato a fuoco. Questo è la cosa più
importante. Ma poi loro insistono e dicono che amano persino la mia brutta
faccia da foto segnaletica, e dicono che vogliono salvarmi e coccolarmi e
portarmi in paradiso, e si sa tira più un pelo di figa che un carro di buoi, e
così mi ritrovo sempre a fare quelle cose che non mi va di fare, come stare a
letto insieme la domenica mattina leggendo il giornale, e questo è davvero
sfiancante, così quando abbiamo finito e le dico che è il caso di smammare perchè
devo lavorare ecco pronte le lacrime e e le accuse e tutte le altre cose che ti
sfiniscono, e questo le fa imbestialire e al tempo stesso affezionare ancora di
più, e si legano in maniera assurda e
inspiegabile, e diventano indemoniante e pazze all’idea di perdere quel
minuscolo microscopico qualcosa che faccio per loro e che a loro piace.
Credimi, amico: le donne preferiscono scoparsi i poeti.
Quale è il
tuo concetto di scrittura? Per me scrivere è scrivere. Punto. Scrivere vuol
dire scrivere. Non pensare. Io mi muovo tra le cose, sfioro le cose, tendo alle
cose, ma non penso alle cose, come per esempio sentire suoni e vedere colori o
sentire qualcuno dire cose e assurdità e luoghi comuni senza che la cosa ti
colpisca senza farci caso. Se c’è qualcosa in me, è sentimento, non pensiero né
intelletto, corpo senza mente, o più corpo che mente. Mi preoccupa solo quello
che vivo: ciò che conosco non m’interessa. Tutto ciò che so è quello che vedo.
Tutto ciò che vedo è tutto ciò che so. Ma uno scrittore, per dirsi veramente
scrittore, deve sentire sismograficamente, deve mantenere la propria
individualità, deve rimanere genuinamente controverso e controcorrente,
genuinamente borderline, mostruoso.
Che cosa è
per te la poesia? La poesia è il pasto nudo di un lupo in amore. La poesia è la
mia anima. E non permetterò che la mia poesia rimanga rinchiusa in gabbie di
spiegazioni critiche sulle meccaniche relazioni causali tra forma e sostanza e
tra contenuto ed espressione, poichè queste poesie ben ponderate e queste
spiegazioni altrettanto ben ponderate contengono una logica ben ponderata che
si esplica solo all’interno dei confini di una ristretta cerchia chiusa e
ottusa di persone interessate alla poesia e alla letteratura, ma io non
credo che possano avere alcun valore per l’uomo della strada e per il
carcerato, per chi è condannato a un destino ignobile e costretto dal destino a
una fine infame e indegna. Il vero della poesia si misura per estensione non
per intensione, il vero test della
poesia è se va bene per ogni essere umano, la vera poesia è brulicante
d’amore dolore e risate, quella che può
renderti migliore la giornata o la serata e travolgere come un treno la viscida
nostalgia addestrata capace di tagliare come un’ascia micidiale dritta al tuo
cuore, la vera poesia, affilata come una ghigliottina, scivola dal tetto per
cascarti in testa e amputare l’orrore e tutto l’estenuante esasperante calvario
di brutalità psicologica che ogni giorno viviamo nelle strade e nelle scuole
nelle università e nel lavoro nelle birrerie e nel merdoso consesso umano, la
poesia vera è come una scoreggia: quando arriva non puoi trattenerla, devi
lasciarla libera di volare e librarsi nell’aria leggera come una piuma, e
spargersi nelle strade, in cielo come in terra, nei vicoli angusti e nei lunghi
viali alberati. Vedi, la scrittura è molte cose: è una sostanza proteiforme che
si trasforma nel tempo e nello spazio e può divenire molte cose aderendo ora a
un principio logico e razionale ora a un principio veritativo ora a un
principio lirico-poetico ora a un principio narrativo. Scegli tu che cosa vuoi
essere e sii qualsiasi cosa tu voglia essere, ma per l’amor di dio sta alla
larga dai poeti placidamente fasulli e lagnosi, frequenta gli ippodromi come
Bukowski o le corride come Hemingway, il giro della prostituzione come Bellezza
e Pasolini, bazzica i bassifondi e i bordelli come me e compi i tuoi studi
nella strada e nei bar, tra le
puttane e i delinquenti e i papponi tutto, ma rifuggi le masse e le biblioteche
pubbliche, vai sulla strada, sporcati fa’ la cosa sbagliata: a volte l’unica
cosa giusta da fare è la cosa sbagliata. Hemingway andava alle corride e questo
influenzò molto il suo stile di scrittura e quando scrisse dell’ubriaco che
accoltella la donna nella stanza di un albergo scalcinato d’infimo ordine per
un accesso di gelosia lo prese dai racconti sugli spalti: lì c’era tutto per
lui e lui semplicemente lo fissava sul foglio come un trascrittore o un
fotografo che vede e registra tutto quanto. Per Bukowski erano le corse dei
cavalli: l’ippodromo gli dava contezza dei suoi lati deboli e di forti, e gli
faceva capire il suo stato d’animo e che siamo tutti in costante mutamento e
mutiamo sempre, e gli permetteva di osservare la follia della folla che
dilapida soldi ed energie e tempo in insulse cure, e diceva che un giorno alle
corse può insegnarti molto più di quattro anni all’università. Anche andare
agl’incontri di pugilato aiuta a comprendere te stesso e la folla. Ma più di
tutto io preferisco i bassifondi e le bassure, il giro dei bordelli
clandestini, dove noi ci ubriachiamo e ci lasciamo andare alla voluttà della
violenza e alla violenza del piacere con tutta la violenza della nostra pazzia
e delle nostre perversioni che sono tante ed è eccitante stare in
quell’ambiente squallido e sordido tra beoni ubriachi e folli fumando sigari e
assaporando uno spiraglio di vita vera, con una rossa ossigenata o una bionda
burrosa tutta tette sulle gambe che muove il suo culo per te, solo per te,
mentre tu sbavi come una iena davanti a quella lauta cena a sbafo, l’aria
grigiognola per il fumo di sigari e sigarette perennemente accesi, azzurrognola
per i fumi dell’alcole che scorre a fiumi in un sciame di lussuria e libidine e
violenza ,mentre tu getti soldi e ti bevi tutta la vita che c’è, e sbavi
davanti a quei culi meravigliosi e magici che si muovono e ondeggiano e
ballonzolano per te e lo fanno solo per te, per te che sei il grande, il
campione del piacere, il maestro del sesso e il re della figa, mentre lingue
saettano nelle bocche e mani serpeggiano sui sessi dischiusi che reclamano il
piacere e poi quando la sera finisce e il giorno langue vai a casa con una
donna di cui non conosci il nome e rientri nella vecchia alcova che è un
triviale lupanare e nel letto d’amore glielo schiaffi in culo a queste perfide
puttane da quattro soldi e la scopi come si deve nonostante l’alcole e poi
sborri e loro bevono la tua sborra e con essa la tua anima e finite
addormentati insieme in un unico abbraccio esiziale come angeli ubriachi. Vedi
quanto c’è di buono in me e nella mia scrittura (ammesso che ci sia qualcosa di
buono...) io l’ho preso dalle puttane e dai papponi, dalla strada e dai
bassifondi. Ti basti la strada. Ah, la strada maestra di vita! È lo spettacolo
più bello ch’esista. E non si paga nemmeno il biglietto!
Che cosa è
per te la letteratura?
Che cosa è per
te l’arte? L’arte è merda! Mi spiego meglio. Di Joseph Conrad si diceva che
fosse uno scrittore di cose e non uno scrittore d’idee, che avesse tanto da
raccontare ma poco da dire, e anche Pavese associa il suo gusto per la
narrazione al <<sapore di ciancia, di pettegolezzo raccolto nell’ozio dei
porti o sedendo sulle poltroncine di vimini delle verande tropicali. Il gusto
del cianciare, dell’introdurre e svolgere il fatto come nell’amabile e
divagante eloquenza del vecchio vissuto dai molti ricordi, che soprattutto ama
fermarsi sui tipi più singolari, più macchiettistici, che conobbe, e ciò fa non
per impressionismo ma perché della grande passione, del sogno assurdo che non
poté realizzarsi egli non osa dichiararsi compartecipe, e, fra massime,
sentenze e autoironie, amaramente gioca intorno al suo tema - questo gusto, il
piglio inconfondibile di Conrad, riesce in definitiva a imporsi come il vero
tema del suo raccontare. Di un libro di Conrad si ricorda il tortuoso, tenace,
disperatamente fedele e accorato gusto del rievocare, del soffermarsi sotto un
caro e remoto orizzonte mentre un sogno, un’angoscia, un rimorso stringono il
cuore, a chiacchierare magari di qualcosa di indifferente.>>. Così diceva
Pavese a proposito di Conrad. Stronzate! Per me tale giudizio è fuori dalla
logica dell’opera d’arte, ma capisco come rientri perfettamente nella
concezione tradizionale e insulsa dell’arte con l’a maiuscola. Per me l’assurdità di un tale giudizio non
merita la carta che si sprecherebbe per contestarlo, né quella sprecata per
pronunciarlo. E non m’interessa nemmeno stabilire il carattere dei libri di
Conrad e della sua scrittura. Tuttavia, se proprio devo esprimermi, confesso
che mi trovo pienamente d’accordo con il giudizio dello stesso Conrad, il quale
si rammaricava, con un certo risentimento, di come <<dopo ventidue anni
di lavoro non credo d’essere stato capito molto bene. Sono stato definito uno
scrittore del mare, dei tropici, uno scrittore descrittivo, romantico, perfino
realista. In realtà tutto il mio interesse è stato per il valore ideale delle
cose, degli eventi, delle persone.>>. Ma questo non è il punto. Il punto
è che per me scrivere è scrivere, e nient’altro: niente di sacro o
necessariamente arguto ed eterno. Il concetto che ho dello scrivere è: scrivere.
Naturalmente per scrivere devi avere qualcosa su cui scrivere, ma che questo
qualcosa siano uomini, idee, terre esotiche, sesso, figa, droga o alcole, mi è
assolutamente indifferente: io valuto l’emozione, non l’ideologia fondante. Si
può scrivere una poesia nello stesso modo in cui si può scrivere una lettera,
una poesia può perfino intrattenere, e non ci deve per forza essere qualcosa di
sacro in essa. Alcuni sono convinti che l’arte debba essere socialmente utile
ed esteticamente bella e ideologicamente ispirata e che possa esserlo solamente
se votata al bello e al giusto. Ma io non credo che l’arte possa essere utile.
L’arte deve innanzitutto essere arte, e per essere arte deve essere vera e solo
essendo vera può ambire anche ad essere utile. Insomma, l’arte può benissimo
essere puro intrattenimento e non ci trovo nulla di male (purché, naturalmente,
l’intento sia chiaro ed esplicito), e può tranquillamente essere bella per
questo. Oppure può ambire ad essere anche utile, ma per essere utile deve
essere vera e per essere vera deve attingere alla realtà, razzolando nella
merda quotidiana, benché questo non piaccia a nessuno e soprattutto non piaccia
ai poeti in cravatta e ai poeti laureati, ai poeti da passeggio e alle poetesse
da compagnia. Non perché razzolando nella merda si possa trovare una perla
(nella merda c’è solo la merda) ma perché le opere troppo belle buone e
ottimistiche (o semplicemente belle e buone e ottimistiche) non scoprono, anzi
nascondono, celano e occultano, la verità delle cose. Che è appunto una verità
di merda! L’arte può essere utile solo se mostra l’altra faccia della realtà,
quella che non vogliamo vedere e che nascondiamo, e per mostrarla deve essere
cruda, cruenta, volgare, indecente, disperata, tormentata, irriverente,
angosciosa. O non è arte. E si riduce al resoconto sterile e pallido di quello
che sarebbe potuto essere, a puro divertissement
onanistico. E le seghe, si sa, sono divertenti per i primi cinque minuti: poi
ti guardi e capisci di essere ridicolo e patetico. Ma razzolare nella merda è
molto difficile, devi immergertici fino al collo, ragione per cui la vera arte
non può appartenere ai puri di cuore che non conoscono il male e non sanno
quanto crudele possa essere l’uomo con se stesso e con i propri simili. L’arte
è merda, razzolare nella merda, scavare nella merda, esaminarla e mostrarla,
cacare la verità nella pagina bianca, voltolarla e lanciarla in faccia al
lettore. E per questo credo anche che l’arte non possa essere dei borghesi né
dei perfettini o dei morigerati, uomini così fortunati (o disprezzati) dal fato
e dalla vita da non vedere quanto di assurdità e cattiveria celi la vita. Scrivere
è una battaglia all’ultimo sangue con gli dei, è fuoco freddo, scoppiettante
nel cervello come una raffica di mitra, guerra con le parole ribelli per
addomesticarle. Scrivere è scrivere: non pensare. Quando io scrivo, non penso:
scrivo. E molti miei critici saranno sicuramente d’accordo con questo!
Un messaggio
finale? Non abbiate paura di farvi male (un pugno non ha mai ucciso nessuno),
siate folli e irrazionali, non abbiate remore o riserve, sporcatevi di vita
fino alle ossa, il sole bacia i vivi. Non prendete la vita come un’equazione
matematica: due più due in matematica fa quattro ma due dispiaceri più altri
due dispiaceri non fanno solo quattro dispiaceri ma, a volte, anche una buona
ragione per suicidarsi. Siate ribelli, ma ribelli nel profondo, cioè: seguite
sempre il vostro cuore, perchè alla fine, quando si tirano le fila e non resta
nient’altro, solo l’emozioni rimangono. Fate sempre quello che è bene per voi
senza far male agli altri ingiustificatamente, ma fate male se è necessario.
Ricordate che volte l’unica cosa giusta da fare è la cosa sbagliata. Sentitevi
liberi, siate liberi, liberi di concedervi al piacere, liberi di rifiutarlo,
siate liberi ma liberi in modo consapevole, non ricercando oggi tutti i piaceri
ma ricercando tutti i piaceri dell’oggi. La vittoria sarà soltanto il debito
compenso per il tuo sforzo. In fin de’ conti il sole bacia i vivi.
Fine? La
fine è solo un nuovo inizio.
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