"INVETTIVE E INSULTI"
“INVETTIVE E INSULTI:
contro la poesia e i poeti
contemporanei.”
di Manuel Omar Triscari.
0) LO SCRITTORE E IL
BECCHINO. (PROLOGO.)
Questa opera nasce
dall’intento di protestare contro l’andazzo attuale della poesia contemporanea
e lamentare la situazione dell’odierna letteratura italiana rappresentata da
poeti-autori di regime che la sviliscono riducendola al ruolo di arte minore.
Quando si parla di
invettiva, la caratteristica principale sembra essere quella dell’attacco,
dell’insulto, della violenza verbale. Si dice infatti “pronunciare
un’invettiva”, “lanciare un’invettiva”, o “scagliare un’invettiva”.
Nell’edizione del 1612 del Vocabolario degli Accademici della Crusca,
l’invettiva è definita, nelle parole di Francesco da Buti, quale
<<riprensione, che l’huomo fa crucciosamente. E perciò si chiama
invettiva, cioè commozione contro altrui.>>.
Ed è proprio questo
lo spirito della presente antologia. Che si rivolge alla letteratura italiana
contemporanea e le chiede, con Leopardi, <<Come cadesti o quando da tanta
altezza in così basso loco?>>.
Per ciò che riguarda
la poesia, la dilatazione quantitativa è fenomeno già assodato da molto tempo:
se per scrivere una poesia basta un foglio di carta e una penna, è chiaro che
tutti possono mettersi a farlo, essere e sentirsi poeti. Il mercato, a
differenza di ciò che accade per la narrativa, si mostra ben poco disposto a
concedere uno spazio adeguato alla poesia, anche se, nelle nuove condizioni di
questi ultimi anni, lascia comunque qualche spiraglio in più che nel passato.
Continua, peraltro, e si moltiplica il fenomeno di pubblicazioni autofinanziate
e a circuito chiuso, mentre altre occasioni di moltiplicazione sono date dal web e dalle illusioni di apertura
comunicativa che variamente suscita. Nel secondo Novecento si sono più volte
riproposte bislacche utopie di liberazione indeterminata della parola poetica,
entusiasmi di espansione universale della poesia, di estetizzazione felice dell’intero
orizzonte sociale. Ma ciò si è collegato, presso le generazioni più giovani, ad
una vaporizzazione della coscienza teorica, a una evanescenza dell’impegno e
del rigore tecnico e linguistico, e ad una vera e propria assenza di pubblico,
se si escludono effimere occasioni di esaltazione spettacolare, di proiezione
della poesia in happening, in pura
presenza vuota. Con queste vicende alle spalle, la poesia si trova oggi a
scontare in modo estremo l’universale costipazione della comunicazione: il
numero eccessivo di poeti e l’indeterminatezza delle poetiche sembra rendere
comunque impossibile l’affermazione di una parola poetica essenziale, che abbia
in sé la stigma del presente, che permetta agli eventuali lettori di riconoscersi
e di riconoscere il senso del mondo. Se per i giovani degli anni Trenta i versi
de “le occasioni” del quarantenne
Montale potevano imporsi subito come memorabili, essere parte essenziale del
riconoscimento di sé, oggi nessun verso di poeta giovane o meno giovane riesce
ad entrare nella memoria, a porsi come emblema del presente; questa funzione è
piuttosto demandata alle parole delle canzoni, e non a quelle dei migliori
cantautori. La musica pop diffonde
modelli di poeticità indeterminata e intercambiabile, moltiplica ulteriormente e
ulteriormente fa evaporare e dissolvere lo spazio e la presenza della poesia.
Come detto, quest’antologia
nasce dall’intento di protestare contro l’andazzo attuale della poesia
contemporanea e lamentare la situazione dell’odierna letteratura italiana,
rappresentata da poeti-autori “di regime” che la sviliscono riducendola al
ruolo di arte minore. Non si allarmino i lettori se incomincio questo preambolo
partendo d’Adamo ed Eva: da Eva, in particolare, la prima creatura che mette in
dubbio l’autorità, la santità e la trascendenza del dio, componendo di fatto la
prima invettiva della storia nella storia della letteratura. Con il gesto di
Eva, nasce la filosofia, l’amore per il sapere, il gusto per l’irriverenza, e
il genere dell’invettiva. Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la
passiva accettazione della fede. Eva avanza una critica nei confronti del dio e
del potere precostituito. Critica che potremmo definire un atto politico, poiché
condotta con lo strumento dell’azione, non con quello della parola. E questo
primo atto di disobbedienza è l’inizio della istoria umana, perché è l’inizio
della libertà umana. Ecco in nuce l’essenza
dell’invettiva: la disobbedienza che si fa scudo della libertà di espressione
contro le iniquità dei (pre)potenti, la protesta che brandisce l’arma dell’ironia
e, appunto, dell’invettiva, per smascherare le ingannevoli menzogne dei furbi e
degli arrivisti. (E, lo vedremo nel proseguio dell’argomentazione, di arrivisti
è fatta la letteratura contemporanea).
Che l’invettiva sia
un tipo di codice a vari gradienti di intensità e di estensione, pare punto generalmente
condiviso e accettato dal dibattito scientifico sul tema, e di cui non si debba
discutere. L’intensità è quella del rapporto tra chi pronuncia l’invettiva e
chi la subisce e che può variare dalla polemica all’ingiuria e fino alla
maledizione; l’estensione va invece dalla brevità di un epigramma o di una
sentenza alla capienza di un testo intero (sonetto, orazione giuridica, testo
lirico, prosa politica). Inoltre, nell’appartenenza ai territori della violenza
verbale e dell’accusa si palesa un altro problema definitorio dell’invettiva,
vale a dire quella degli slittamenti semantici e concettuali. Non è infrequente
che l’area di influenza dell’invettiva intersechi quella della controversia,
della tenzone, dell’offesa, della bestemmia, della satira e finanche della
caricatura. Una delle acquisizioni maggiori del dibattito sull’invettiva, in
specie negli studi classici e biblici, è consistita proprio nel riconoscimento
di questa ambivalenza e, insieme, delle sue qualità esecutorie (o ‘performative’
come direbbero in stupro della lingua italiana certi pessimi linguisti: ed
eccovi servita la prima invettiva di questo libro!). Se l’invettiva è una forma
antichissima, la consapevolezza della necessità di una relazione tra i diversi
elementi e le diverse funzioni nella testualità è invece tutta moderna. L’invettiva
è infatti opera di intelligenza strategica. In primo luogo, la vendetta è posta
in relazione dialettica con la persuasione. In secondo luogo, stabilendo tra i
due lemmi del lessico irato un rapporto di opposizione si espande la zona
intermedia, amplificato luogo di peroratio
e di enfasi. L’amplificazione, l’enfasi, l’iperbole divengono così segmenti
oratori, interferenze che si fanno azione, legame, condivisione con il
pubblico. Si afferma la persistenza del tono eccessivo, enfatico, quale esasperazione
dell’ira filtrata dalla soggettività dell’autore che si impone intervenendo ad orientare
e disporre l’oggettività del materiale accolto. Di tale natura sono gli
attacchi ad personam svolti da
Cicerone nell’actio secunda delle “Verrinae”
in cui, al lunghissimo papiello dei crimini compiuti da Verre in Sicilia nel corso
dei suoi incarichi amministrativi, vengono intercalati giochi di parole fra “Verre”
e “verro” (= “porco”) o su verbi come everrere
(“spazzar via”) al fine di mettere in ridicolo l’imputato. Ma, nel mondo
latino, i fenomeni di diffamazione verbale e di attacco hanno una lunga
tradizione non solo giuridica. L’uso dell’invettiva come tirocinio retorico e
come modello di attacco ad personam
contrassegna infatti anche la satira: poeti come Lucilio, Catullo, Giovenale,
Marziale non conoscevano alcun freno nella vituperatio
dell’avversario: d’onde si assisteva a una zuffa violenta, colma di infamanti
contumelie. Il verso di Giovenale, <<Si
natura negat, facit indignatio versum.>> (Giovenale: satire: I: v. 79), mette a fuoco il tema
dell’indignazione: indignatio,
dunque, sdegno personale e collettivo, che infiamma come un’offesa recata,
dinanzi allo spettacolo della corruzione, delle ingiustizie, dei soprusi, degli
inganni e della miseria morale.
Ma da dove viene il
termine e la consuetudine dell’invettiva? La tradizione medievale e umanistica
dell’invettiva, concepita come genere giuridico-letterario, attinge le sue
regole dalle orazioni latine, soprattutto da quelle apocrife di Sallustio e da
quelle a forte contenuto accusatorio di Cicerone (si pensi alla fortuna delle “Verrinae”
in ambito umanistico). Proprio con lo scopo di individuare e intitolare le “Catilinarie”, i grammatici e gli
scoliasti della tarda latinità (IV-V sec.) introdussero l’uso del termine invectiva in funzione di sostantivo
femminile (col significato di discorso contumelioso); e come invettive furono
connotate poi, nel corso dell’Umanesimo e del Rinascimento, numerose scritture
polemiche che si rifacevano alla tradizione classica. Naturalmente, sul piano
delle regole, le orazioni polemiche ricevettero nell’antichità latina una loro
propria codificazione: classificate dai retori come controversiae, ebbero una precisa struttura interna che contemplava
la laus e la vituperatio, l’accusatio
e la defensio (e giova ricordare che
i modelli polemici più ammirati dell’antichità classica si svolgevano secondo
linee precise, come provano le orazioni che l’antichità ha tramandato sotto i
nomi di Sallustio e di Cicerone). Come si vede da questa rapida carrellata, la
natura dell’invettiva è una questione problematica; poiché si riconosce per
essa una natura duplice, visto che da un lato ha a che fare con il biasimo e l’ira
e, dall’altro, si situa in un orizzonte suasivo. In entrambi i casi, però, l’impianto
si basa su un’aggressione verbale o una forte carica accusatoria.
Questa modalità
letteraria si rende disponibile già a partire dall’Iliade, attraversando così i
diversi generi letterari e le diverse tradizioni che da essa si dipartono. È l’incarnazione
di un modo agonico di rapportarsi all’altro. Una modalità che origina dalla
materia stessa del poema, come è enunciata dalla protasi: l’ira di Achille. La
lite tra Achille e Agamennone che apre il poema è caratterizzata da violenti alterchi
e aggressioni verbali, evidenti, per esempio, in “iliade”: I: 148-159. Diverso e uguale il caso dell’invettiva
callimachea. Il proemio degli “aitia” raccoglie un’articolata e aspra serie
d’insulti contro innominati rivali calata nel contesto della narrazione del
famoso sogno eliconio tra le Muse. Vittima delle invettive di Callimaco era
Apollonio, accusato di plagio dal poeta di Cirene <<in hunc Callimachus quod suos ille libros sibi arrogarci, et alienos
labores prò suis venditaret, carmen invectivum edidit. Caeterum coetaneos
habuit Aratum astronomum et Bionem Theocritum poetas: praeterea Cononem et
Hipparchum, mathematicos, itemque Apollonium Rhodium, discipulum suum, qui et
Argonautica scripsit. In hunc Callimachus, quod suos ille libros sibi
arrogarci, et alienos labores prò suis venditaret, carmen invectivum edidit,
ipsumque Apollonium suppresso nomine Ibin nominavit: quemadmodum Ovidius
testatur, inquiens.>> [Philipp Nicodemus Frischlin: “Callimachi
hymni et epigrammata”
(1571): 87]. August Ferdinand Naeke[1]
primo ipotizzò che Callimaco per difendersi dalle accuse degli avversari avesse
premesso un prologo polemico ad una delle sue opere maggiori: come sede più
adatta Naeke pensò all’“Ecale”.
Alla riflessione sulla testimonianza dello scoliasta callimacheo e sull’interpretazione
datane da Naeke Hecker accompagna un ampio riesame delle fonti antiche e delle
moderne esegesi sulla polemica tra Callimaco e Apollonio Rodio, riferendosi in
particolare a uno studio del 1821 di J. A. Weichert intitolato “uber
das leben una gedicht des Apollonius von Rhodus”, dove Apollonio era
presentato come innocente vittima di un Callimaco <<stolida vanitate suique amore inflatus>> (e poco prima Hecker
aveva rilevato che <<Weichertus
avide arriput ansam Callimacho calumniandi et *** in lite illa de judicanda
adeo se partium studio abripi passus est, ut encomium potius Apollonii quam
veram rerum descriptionem daret>> (30); un “apologetischen Standpunkt” addebita alla monografia di Weichert
anche G. Bernhardy in “Grundriss der Griechischen Litteratur” (Halle, 1867; 360), mentre Wilamowitz
indicherà in Weichert l’esempio più significativo della sopravvalutazione classicistica
di Apollonio, in grazia della sua “homerische
Stilisierung”, a scapito di Callimaco), responsabile della cacciata dell’allievo
da Alessandria. Fonti in vario modo evocate ad attestare la storicità della
polemica sono la Vita callimachea in Suda, l’epigramma callimacheo T-23-Pf. (di
incerta datazione ma composto probabilmente per introdurre un’edizione
bizantina degli opera omnia di
Callimaco) e Apollonio Rodio: “argonautiche”:
11, 275. Se innumerevoli sono i contributi e le congetture accumulatisi intorno
alla presunta querelle, nella quale
spesso è parso manifestarsi l’archetipo stesso di tutte le dispute letterarie
della tradizione occidentale, manca tuttora una valutazione diacronica del
procedere e dell’intricarsi della vicenda, benché appaia chiaro, evidente e
palese che in Callimaco sia da ravvisarsi una forte tensione polemica
esercitata contro un avversario. E se fino agli inizi del XIX secolo la
trattazione più ampia e fortunata della polemica tra Callimaco e Apollonio
Rodio si doveva a Ezechiele Spanheim, nelle “observationes in hymnum in Apollinem” comprese nel secondo volume, dell’edizione
graeviana (1697), innegabile è l’apporto di Frischlin, il quale non si limitò a
riprendere la notizia di Suda per cui vittima delle invettive di Callimaco era
Apollonio ma riconobbe in plagi apolloniani la causa dell’aspra reazione del
poeta di Cirene. È bene ricordare a questo proposito che della prima raccolta
di dieci frammenti callimachei comparsa proprio negli “Stephaniana altera” curati dallo Stephanus e dallo stesso
Frischlin, faceva parte anche il futuro fr. 212 Bentl. al riguardo al quale si
notava <<et apud ipsum Apollonium
[1,1309] exstat, sed ab eo usurpatus,
quum sit Callimachi, ut ille [scil.
Apollonii Rhodii Scholiastes] ait>> (“Callimachi hymni et epigrammata”,
cit.: 82). Poco più di cinquant’anni dopo, Dionigi Salvagnio (Denis de Boissieu
de Salvaing) nella prima edizione (1633) del suo commento all’“ibis” di Ovidio, a sostegno della
spiegazione frischliniana della genesi della polemica evocherà esplicitamente
Apollonio Rodio: 1: 1309. Va aggiunto che di un’interpretazione simile a quelle
di Frischlin, Salvagnio e Spanheim circa la genesi dello scontro tra i due
poeti alessandrini è traccia già nel primo commento a stampa all’“ibis” ovidiano, quello di Domizio Calderini
del 1474, ove, discutendo Ovidio: “ibis”:
55-6, il Calderini dice: <<Nunc quo
Battiades inimicum devovet Ibin hoc ego devoveo teque tuosque modo>>:
Calderini non solo, conformemente alla notizia di Suda, riconosceva in
Apollonio Rodio l’inimicus colpito da
Callimaco con il libello cui Ovidio si riface, ma tentava di definire origine e
cause della polemica: <<Ibis:
Apollonium Rhodium. Inimicum. Nam cum fuisset discipulus Callimachi multa quae
a preceptore acceperat prò suis ostentabat historiis. Profìtetur obscuritatem
hoc opuscolo dum studiose imitatur Callimachum qui eandem opuscolo suo
servavit, ut Suidas scribit.>>. Pfeiffer registra ad loc. vari contributi a diverso titolo
ravvisanti nel frammento intenzioni polemiche benché effettivamente nel prologo
degli “aitia” Callimaco non nominò i propri nemici,
preferendo lasciare alle congetture degli esegeti (di cui un esempio antico
paiono offrire gli Scholia Fiorentina) il compito di individuare l’identità
degli invidiosi avversari, <<nomina
ficticia *** et ab hominum vitiis
tracta.>>.
Nell’Umanesimo, l’invettiva
vive una fiorente stagione, preceduta di gran lunga da quelle petrarchesche che
determinano i concetti essenziali della vituperatio
umanistica, rinnovata in rapporto alla tradizione classica. Le invettive di
Petrarca (“contra medicum”, “de
[sui] ipsius et multorum ignorantia”,
e “contra eum qui maledixit Italie”,
ecc.) attingono ai gradi forti del linguaggio ciceroniano, espresso dalle orazioni. Egli appare dunque come il
restauratore e l’originale innovatore
delle scritture polemiche, colui che ne anticipa la fortuna nell’età successiva.
Petrarca innova questa forma basata sul biasimo dell’avversario: in lui vi
è il desiderio di entrare in gara con
i modelli classici, ripetendone lo stile, la lingua, le regole. Gli scrittori della generazione successiva, invece,
agganciarono tale polemica a un’ideologia
(o a un ideale) politico-civile o culturale.
I testi e i modelli dell’invettiva classica, biblica e medievale
funzionano certamente come modelli mediatori e di applicazione ad oltranza di
artifici (strumenti) retorici, fissati nell’impiego di alcune figure
costitutive del complesso edificio dell’invettiva. Il livello retorico è
infatti uno dei presupposti più decisivi della persistenza della tradizione
letteraria classica ma segnata da forti elementi di novità riconoscibili anche
per l’intensità e l’ostentazione dell’impiego. Ingredienti insostituibili dell’invettiva
sono legati all’esposizione dei temi dell’ira, della collera, della vendetta,
dell’indignazione morale, lo spazio teatrale della maledizione, i segnali della
catastrofe universale, l’impiego del lessico della profezia, i presentimenti
funesti dell’“io” del poeta, la topica invocazione dell’infamia, la drammatizzazione
dell’evento (o del personaggio), la rappresentazione metaforica, le
interminabili possibilità dell’ingiuria. Le complesse problematiche inerenti al
codice ‘irato’ inducono a studiare le tecniche narrative sia per quel che
concerne la mirata utilizzazione di modalità retoriche più acconce a darle
corpo e vita, sia per l’individuazione di topoi
deputati a provocare una partecipazione emotiva con il lettore. Infatti, per il
carattere infusivo e sistematico che la contraddistingue, l’invettiva si pone
piuttosto come una modalità, un registro, un espediente retorico che coinvolge
l’ascoltatore direttamente nella situazione alla quale il discorso si
riferisce. L’invettiva corrisponde al progetto di un ‘discorso irato’
autosufficiente e assoluto che si sviluppa come organismo negli iterati recinti
della retorica e su epicentri storici ed eventici-evenemenziali. In questo
senso, è utile segnalare la riapparizione dell’invettiva nel Novecento,
congenita con la necessità e la funzione dell’ira motivata dalle conseguenze
dei diversi conflitti politico-militari. La natura dell’invettiva novecentesca
ha carattere anche tecnico e poetico, ma soprattutto politico, elemento questo
facilmente individuabile che determina il paradigma dei segnali ‘irati’
indicativi di un pensiero ‘estremo’ che attiene non soltanto al dolore e allo
sconvolgimento umano, ma anche al ripristino di un sistema sconvolto dagli
orrori della guerra e dello strazio. Ed eccoci così finalmente giunti ai nostri
tempi, nei quali non ci ritroviamo affatto soli ma, al contrario, in ottima
compagnia, ancora abbondantemente animati e sospinti come sono dallo spirito
del maestro indiscusso dell’insulto e dell’invettiva: Arthur Schopenhauer. Nei suoi scritti Schopenhauer non disdegna di
lanciare con mordace sarcasmo invettive, insolenze e improperi agli indirizzi
più diversi. Ancora più sfacciate sono le impertinenze che si concede nelle
glosse a margine dei libri che legge, divertimento di ogni visitatore della sua
biblioteca. Schopenhauer può dunque essere annoverato a buon diritto tra i
campioni della nostra arte. Si potrebbe anche aprire una digressione circa le
ragioni che alimentavano la sua categorica impertinenza: il suo carattere
sanguigno e un’indole facile a infiammarsi (per cui si leggano al riguardo le
interessanti osservazioni grafologiche di Ludwig Klages: “perizie grafologiche su casi illustri” [ed. or. 1986; Adelphi,
Milano, 1994]: 85-117), la sua agiata indipendenza economica che gli consentiva
la più ampia libertà e sfrontatezza di giudizio, la sua esclusione dall’ovattato
ambiente universitario e la conseguente intransigenza verso i filosofi di
professione, variamente vilipesi e vituperati nel pamphlet “sulla filosofia delle
università”. Con l’età, peraltro, la sua inclinazione all’insulto dilagò
per ogni dove. Tanto che l’ormai maturo filosofo non esitò a infiorare di
insolenze perfino la memoria “sul
fondamento della morale”, presentata nel 1840 al concorso indetto dall’Accademia
di Danimarca, la quale si vide costretta a censurare le sue incontenibili
escandescenze nella motivazione ufficiale per la mancata assegnazione del
premio: lo scritto, vi si dice, non solo non tratta effettivamente il tema
proposto, ma è per giunta poco rispettoso nei confronti dei <<plures recentioris aetatis summos philosophos
tam indecenter commemorari, ut justam et gravem offensionem habeat>>
(A. Schopenhauer: “samtliche werke” [Bouvier, Bonn, 1986]: 276). Se già
Aristotele affermava che l’indignarsi è una virtù, e precisamente quale giusto
mezzo tra l’indifferenza e la collericità di fronte a un oltraggio patito o a
un’ingiustizia subita (Aristotele: “etica
nicomachea: IV: 11), e che cosa esprime l’indignazione meglio di un buon
insulto!? Ai giorni nostri, poi, persino un’anima raffinata come Borges, in una
nota inclusa nella “storia dell’eternità”,
ha descritto concisamente i pregi dell’arte dell’insulto, nella speranza che
prima o qualcuno ne compilasse davvero una: noi siamo qua per accontentarlo.
Ma veniamo al punto e
vediamo come si svolgerà la nostra personale invettiva contro la poesia e i
poeti contemporanei. Iniziamo con alcuni nomi, bersaglio dei nostri strali. In
questa introduzione, e in quest’antologia, parleremo di tutta una schiera di pseudo-scrittori
come Fabio Volo, Federico Moccia, Michela Murgia, Rupi Kaur, Guido Catalano, Daniele
Carcinoma Cargnino, Guido Catal’ano, Giulio Pony Cavallo, Alessandro Cristina
D’Avenia, Antonio Ukulele Distefano,
Giò SuperEvans, Andrew Homo Faber, †Gabriele Allegria Galloni, ecc. ecc., membri di
una razza che definirò di poeti-autori per distinguerli da quella dei poeti di
razza, i veri poeti, che chiamerò poeti-scrittori.
Mi spiego meglio, poiché
voglio che questo punto sia chiaro: l’attuale scena poetica, italiana e internazionale,
è monopolizzata da autori con commissario incorporato, ma, personalmente, il
testo alquanto mediocre di uno scrittore mi coinvolgerà sempre di più del
meglio confezionato libro di autore con commissario incorporato. E senza alcuno
snobistico moralismo, giusto a vantaggio di entrambi gli scriventi, per
sorvolare sulla pletora di quanti si descrivono nei blog e nei talk-show come “attore e scrittore”, “comico
e scrittore”, “pittore e scrittore”, per arrivare all’ossimoro per eccellenza, “giornalista
e scrittore”. Quando uno sa scrivere, scrive bene. E scrive e basta. Io, per
scoraggiarla e quindi reprimerla, arriverei a teorizzare addirittura la
sciocchezza tutta accademica di suddividere quanto pubblicato in opere scritte
bene o scritte male, sempre soprassedendo al fatto che quando uno sa scrivere,
scrive bene, sicché ci sono almeno due modi per scrivere male convogliati
entrambi nell’unico modo buono per tutti di non sapere affatto scrivere, e di
solito chi non ha neppure un pensiero suo fa i compitini più perfetti e
perfettamente in regola con le norme del bello scrivere e dell’ottimo pensare
(altrui). Parlare di questi scrittorucoli significa parlare del rapporto tra
cultura e passatempo, letteratura e para-letteratura, arte e industria, valore
e fatturato. E so bene che i membri di quest’ultima razza dei poeti-autori siano
ormai in netta prevalenza e predominanza su noi poeti-scrittori sì da correre
il rischio che la mia critica passi per astrusa, insensata, incomprensibile,
anacronistica, reazionaria, e folle ma, rafforzato nella mia opinione dall’avallo
di Schopenhauer, il quale affermava che <<L’intelletto non è una grandezza
estensiva bensì intensiva: perciò un solo individuo può tranquillamente opporsi
a diecimila, e un’assemblea di mille imbecilli non fa una persona
intelligente.>>, sosterrò in primis
che i moderni esponenti della nuova generazione poetica inseguono solo la
vanagloria e la falsa fama (<<Una simile fama somiglia alle vesciche di
bue con le quali un corpo pesante rimane a galla. Le vesciche lo reggono più o
meno a lungo, a seconda che siano ben gonfiate e legate; tuttavia l’aria
trasuda a poco a poco, e il corpo comincia ad affondare.>>, ancora
Schopenahuer); e in secundis che, secondo
un comune buon senso ancora del tutto ideale, ad oggi l’unico metro di giudizio
critico possibile da adottare per includere ed escludere dall’attuale lettura
sarebbe, a parer mio, quello tra opere di regime e nel regime di autori,
pertanto coccolate dal mercato e dai non lettori, e opere di scrittori che vi
si oppongono, che si oppongono a ogni possibile regime e, non appropriabili
subito, perdurano in ogni regime, invise, poco lette, magari ammirate ma da
lontano, senza mai farle avvicinare troppo perché ancora bruciano l’ipocrisia
dell’“io” e di ogni relazione civile e politica e sentimentale tra codesti “io”
e non permettono scampo ai sentimentalismi, ai sessualismi, ai familismi, alle
superstizioni, alle religioni, agli assolutismi, ai tecnologismi, agli
avventismi, alle reincarnazioni, ai migliorismi della scienza e della stessa
economia, in altre parole, all’intrattenimento da qualsivoglia consolazione di progresso
promesso e non mantenuto (soprattutto grazie a quelli che ci hanno creduto e
poi però hanno letto noir per tutta la vita e osano lamentarsi o fare la voce
querula della vittima fintamente, per l’appunto, inconsolabile); le prime, mere
pubblicazioni, prendono solo quanto più possibile c’è da prendere, cioè da
incassare, dal regime, dai suoi luoghi comuni e dai suoi sudditi, e se ne
guardano bene dal cambiare una sola virgola al mondo così com’è, le seconde,
che da mere pubblicazioni attingono nel tempo (e poi caso mai assurgono per sempre) alla
dignità di opere, danno solo e, anche se sono più spiritose e divertenti,
vivono di necessità per suggestione sacrificale senza averne l’aria e senza
attribuirsi alcun orfismo o sacralità d’accatto: in tutta la loro semplicità
anti-sacerdotale rivoluzionano o almeno aggiornano la condizione di beota
stupidità di ogni regime e dell’umana fatalità che lo legittima e se ne
sostenta (tra alti lamenti d’obbligo, va da sé). E passi che l’intera risma <<dei cattivi
scrittori vive unicamente della stoltezza del pubblico.>> [Arthur Schopenhauer:
“l’arte d’insultare”: 74], ma come
fanno i critici e gl’intellettuali a non capire che un’opera omologata è un’opera
estinta e ad avallarla? Questo mi fa imbestialire. D’altronde, anche <<Serse,
secondo Erodoto, pianse alla vista del suo immenso esercito, pensando che, di
tutti quei guerrieri, entro cent’anni non ne sarebbe rimasto in vita uno solo:
chi non piangerebbe alla vista di un grosso catalogo di libri stampati, se
pensasse che di tutti quei libri, già dopo dieci anni, non ne rimarrà in vita
nemmeno uno?>> [Arthur Schopenhauer: “l’arte
d’insultare”: 74]. Perché mi pare evidente che, se la data di scadenza
di ogni singola opera (e del suo autore) è conforme al suo grado di
omologazione nel tempo, allora un’opera omologata è un’opera estinta: se non la
si brucia, è perché non vale lo zolfo di un fiammifero, non certo perché il
pregiudizio buonista vorrebbe che coi libri non si facciano (più) falò (ma,
nonostante ciò, io mi ostino ancora nel riporre fiducia incondizionata e
aspettare indefesso l’avvento dell’inestinguibile benefattore piromane in tournée dopo aver fatto tappa alla
biblioteca di Alessandria!). Da qui il fatto che le opere preferite al momento
di ogni momento sono quelle nate morte, punto. Nell’impossibilità di prevedere
l’omologazione futura o futuribile di un’opera ora o prima immessa sul
mercato, l’unico interrogativo possibile e passabile della critica, a
prescindere dall’immediato successo di vendita e consenso critico dell’opera
medesima, è: <<Quanto è nata già morta? Quanto fa da compiaciuto specchio
al morto non-lettore che la fa propria, di fatto lasciandoci ancora un po’
della sua già scarsa vita a disposizione?>>. Si potrebbe intanto
stabilire subito chi è uno scrittore e chi, per quanto sia un autore di moda, è
in realtà un becchino, dando vita all’ennesima categoria di questo scritto: lo
scrittore-becchino. Che fa il paio con il poeta-autore e, a differenza del
normale becchino, compie un’opera di auto-tumulazione e auto-inumazione. Certo,
occorrerebbe un critico non di regime e non nel regime perché una domanda
simile possa porsi e un simile filtro imporsi. Infatti, a parte me, che non
sono nemmeno un critico, non l’ho mai sentita formulare da nessuno da che mondo
è mondo. Sic et simpliciter. Dobbiamo
renderci conto che ci troviamo dinanzi alla liquidazione delle forme tradizionali
della cultura intellettuale e all’esaurimento della funzione intellettuale tout-court. Sono persuaso che sia andata
chiudendosi in questi decenni una storia intellettuale cominciata sotto i Lumi
e protrattasi fino agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, sia pure con
le tragiche fratture dei totalitarismi nazifascista e comunista. Mutamenti
colossali sono intervenuti in tutto l’Occidente; l’Italia, come spesso è
accaduto, rappresenta un laboratorio particolare. È finita una lunga storia intellettuale,
ma non la possibilità di un esercizio critico dell’intelligenza, anche se oggi
è più difficile vederne le manifestazioni.
Volendo assegnare un
precedente letterario a questa teoria dicotomica della poesia, della
letteratura e, in extremis, dell’arte
stessa quale prodotto culturale per fondare storicamente la nostra
argomentazione, potremmo rifarci al discorso tenuto da Paul Celan in occasione
del premio “George Büchner” conferitogli dall’accademia di Darmstadt il 22 di
Ottobre del 1960, intitolato “der meridian” e consultabile nei “gesammelte” werke
(Suhrkamp Verlag, Francoforte sul Meno, 1983). In “il meridiano” la riflessione di Celan è
contraddistinta dal tentativo d’inseguire l’idea di Arte e Poesia nel loro
ineffabile e inafferrabile gioco alterno di sdoppiamento e identità: due figure
ora perfettamente sovrapposte, ora debordanti dall’unico profilo in fugaci e
quasi esplosive dissociazioni. Il riferimento a Büchner è obbligato ad avviare
e dispiegare questo tema poiché l’autore del “Woyzeck” era stato il primo fra gli scrittori
tedeschi a combinare (o, meglio, a stringere) in un’ardita e quasi prodigiosa
unità l’eredità anti-storica romantica e le istanze realistiche
espressionistiche. Questi fatti e fattori (il secondo dei quali fungente quale
leva scardinante) sono messi in rilievo da Celan mediante il rinvio pregnante e
rapido ad aspetti particolarmente significativi dell’opera büchneriana.
Rispettivamente: l’eredità romantica, ossia l’Arte fine a se stessa; e l’istanza
realistica, ossia la perorazione anti-romantica della nuda realtà come unico
degno oggetto dell’Arte, la sua aspirazione utopica a un’identità di
rappresentazione e natura, raggiunta mediante un’Arte che abbia lo sguardo
pietrificante della Medusa. Tradotto da Celan, questo incontro si trasforma in
scontro tra idea assoluta della Poesia e necessità di muovere a un compromesso
con il mondo e la realtà in ogni sua più cruda manifestazione e spietata.
Forse, il motore principale di tutta questa elucubrazione sui misteri dell’arte
e della poesia che è “il meridiano”,
è già indicato nelle prime righe del testo, allorché è detto che il discorso
intorno all’arte potrebbe continuare all’infinito, se nulla accadesse, se non
accadesse qualcosa. Ma qualcosa accade. In questa temperie ideologica, Büchner
appare come un inizio, anzi un’epifania: egli segna storicamente il momento in
cui, per quanto riguarda la Germania, la problematicità dell’arte nel senso del
moderno si presenta in tutta la sua radicalità. L’alternativa, evitevole,
marginalmente accennata nel meridiano, sarebbe un continuare (come ancora oggi
troppo spesso si fa) a considerare l’Arte come un dato da presupporre
incondizionatamente, un prius da
esorcizzare misticamente con un puro atto d’arte. In altre parole, possiamo
permetterci di continuare sulla strada indicata da Mallarmé? Pare di capire,
dunque, che Celan abbia individuato nell’ineffabile peripezia della poesia
moderna due condizioni gemelle, divergenti di fatto, convergenti idealmente,
come il fantasma dell’erma costituita dal coniugio tra arte e poesia da lui
inseguito nella sua dissociazione-identità: la condizione per cui si può
speculare sull’arte all’infinito, come se nulla fosse accaduto e accadesse,
tanto da prolungare la sua “esistenza giambico-pentapodale” perfino sul
patibolo; e quella che, pur sapendo che la poesia deve percorrere
necessariamente la via dell’arte, mette questa radicalmente in discussione. Non
si tratta più dunque di pensare ancora come Mallarmé ma non si può nemmeno
andare nella direzione di quelli che inseguono la poesia contestandone il
presupposto necessario, ossia l’arte, coloro che tentano l’anti-parola come
Sanguineti, Zanzotto, e Celan (e magari i poeti della nuova generazione si
rifacessero a loro...) ma la parola stupida e inutile, dissepolta ed estratta
dal flusso infinito dell’effimero chiacchiericcio quotidiano estenuato ed
esasperato dal parlare infinitamente bleso dei miserabili-mediocri uomini da
niente. Gente come i tre succitati autori, avevano tolto la forma dalla poesia
lasciandone quantitativamente intatta (seppur qualitativamente trasformata) la
sostanza. I poeti della nuova generazione, comportandosi da veri liquidatori testamentari
e curatori fallimentari, hanno sottratto alla poesia anche la sostanza riducendola
a mero ticchettio da telescrivente di montaliana memoria. I nuovi poeti hanno
tradito la tradizione romantico-lirica primo-novecentesca, la tradizione
realistica della metà del Novecento, la tradizione avanguardistica successiva;
il senso e lo stile, la sostanza e la forma, l’espressione e il contenuto.
Nella poesia di oggi, non rimane nulla. Prenderò a esempio una frase di Antonio
Ukulele Distefano: <<Perché sei
così bella e sei single? Perché tra l’essere
bella e l’essere compresa c’è un abisso.>> (cito a memoria, dunque non
prendetela proprio alla lettera): totale assenza di gusto stilistico, totale
assenza di gusto linguistico (l’aggettivo single,
poi, a me provoca i conati di vomito; e certamente li provocherebbe a qualsiasi
vero scrittore), totale assenza di coerenza logica, totale ignoranza del
concetto di figura retorica (il tentato gioco di parole, basato probabilmente s’una
presunta ambivalenza semantica del termine “essere”, è più che altro un at-tentato
allo stile e alla lingua italiana, che scivola e sbanda completamente
schiantandosi contro il muro del buon-gusto). Less than zero, mi verrebbe da etichettare lo scrittorucolo, se una
simile citazione non fosse sprecata per un ignorantello che si proclama il
nuovo Fabio Volo (Sic! In un’intervista
si è così pronunciato: <<Sono nero, sono italiano, sono il nuovo Fabio
Volo>>). Tra l’altro, tendo a diffidare, ancora con Schopenhauer, di
questi astri nascenti ed enfants terribles
della letteratura: <<Gli scrittori si possono dividere in stelle cadenti,
pianeti e stelle fisse. I primi producono colpi di scena momentanei: si guarda
in su, si grida <guarda guarda> e poi scompaiono per sempre. I secondi,
cioè le stelle che vagabondano per il cielo, hanno assai più consistenza.
Brillano, benché soltanto grazie alla loro vicinanza, assai più delle stelle
fisse e vengono con esse scambiati dai profani. Ma anche i pianeti debbono ben
presto sgomberare il loro posto, inoltre ricevono la luce in prestito e hanno
una sfera d’azione limitata ai compagni di cammino, i contemporanei. Essi si
spostano e si alternano: un’orbita della durata di qualche anno è il loro
destino. Soltanto le stelle fisse non cambiano: stanno ferme nel cielo, hanno
luce propria, agiscono su ogni epoca... Esse non appartengono, come gli altri
corpi celesti, a un solo sistema la nazione, bensì all’universo. Ma appunto a causa
dell’altezza della loro posizione, la loro luce di solito richiede molti anni
prima di diventare visibile all’abitante della terra.>> come diceva il
grande filosofo (Arthur Schopenhauer: “l’arte
d’insultare”: 123). Massima
sciattezza e trascuratezza nella scrittura, caratterizzata da progressione lineare
o “a tendina” senza capo né coda (<<Chi scrive in modo trascurato
confessa così, anzitutto, che lui per primo non attribuisce un gran valore ai
suoi pensieri. Se è un’impertinenza interrompere gli altri, impertinenza non
minore è interrompere se stessi, come avviene nella costrizione del periodo che
da alcuni anni applicano almeno sei volte per pagina, compiacendosene, tutti
gli scribacchini negligenti, affrettati e smaniosi solo di guadagno. Questa
costruzione consiste *** nell’interrompere una frase per appiccicarne un’altra
in mezzo. Costoro, però, lo fanno non soltanto per pigrizia, ma anche per
imbecillità, in quanto credono che ciò sia un’amabile légèreté che ravviva l’esposizione. Molti scrivono come i polipi corallini
costruiscono: un periodo si aggiunge all’altro periodo, e si va avanti dove Dio
vuole.>> [Arthur Schopenhauer: “l’arte
d’insultare”: 125]). La poesia di oggi è dominata da infimi scrittori
che <<Buttano giù il loro pensiero a pezzi e bocconi in brevi sentenze
paradossali e ambigue che sembrano voler significare assai più di quel che
esprimono; *** alle volte, invece, quegli scrittori presentano il loro pensiero
in un profluvio di parole con la più insopportabile prolissità, come se
occorressero chissà quali sforzi miracolosi per renderne comprensibile il senso
profondo, mentre si tratta di un’idea assolutamente sciocca, magari di una
banalità (Fichte, nei suoi scritti popolari, e centinaia di miserabili
imbecilli).>> (Arthur
Schopenhauer: “l’arte d’insultare”: 124).
Insomma, la poesia di oggi mostra una marcata tendenza ad ammutolire. Essa si
accampa ormai soltanto all’orlo di se stessa, all’incrocio tra il non-più, l’eppur-ancora
e il pur-sempre. Quella del poeta come scrittore, oggi, è una condizione
insostenibile, ristretta com’è dentro uno spazio asfittico e mefitico, oppresso
dall’invadenza dell’autore che incombe e ne minaccia gli spazi creativi,
soffocandolo fino alla morte.
So bene che il tema della morte dell’intellettuale
e della letteratura è una di quelle geremiadi che ciclicamente tornano anche
nel dibattito novecentesco[2],
ma oggi come mai serve e vale riproporlo nel dibattito culturale: oggi siamo di
fronte a qualcosa di nuovo e diverso, un salto epocale la cui portata non ha analogie
nella storia precedente. Al di là di perplessità e diffidenze che può suscitare
l’ossessione e forse ‘illusione’ della fine, resta il fatto che sempre più si
sta rivelando l’insostenibilità dei modelli e delle forme correnti di sviluppo economico
e sociale. L’espansione dello spreco delle risorse, nel circolo della
produzione e del consumo, crea una miscela distruttiva che rovina l’esistenza di
intere popolazioni, alimenta conflitti etnici e religiosi, produce alterazioni
climatiche irreversibili, minaccia la stessa sopravvivenza dell’umanità. Il ‘tempo
a venire’ sembra disegnarsi in un’implosione di quello sviluppo illimitato che
nessuno è in grado di arrestare. L’insieme della attuale produzione letteraria
italiana (a parte qualche eccezione e qualche marginale sussulto) non sembra
volersi far carico della radicalità di questa situazione: sembra come adagiata
in modelli e forme definiti nello scorcio finale del Novecento, disposta a
viverne fino in fondo l’esaurimento. Ritorno del narrare senza intoppi sperimentali,
riciclaggi e combinazioni postmoderne, rilanci di prospettive antagonistiche o
post-avanguardistiche, immagini e proiezioni di quella che appare la realtà
italiana, confronti con i media, erotismo e sesso tra trasgressioni e perversioni,
tortuosi e narcisistici giochi introspettivi, esibizioni plateali di violenza e
disgregazione, varia legittimazione di generi paraletterari, immersioni in
mondi minori e marginali, ecc.: tutto ciò abita un affollato panorama
editoriale, in un effetto di ripetizione e di costipazione. Si accumulano libri
che sembrano come annullarsi l’un l’altro, che nell’insieme sembrano segnare
una topografia i cui elementi si spostano continuamente, si scambiano le parti,
emergono in superficie e improvvisamente svaniscono: come in un’epifania della
quantità, in una indefinita declinazione dell’apparenza. L’insieme dell’universo
letterario viene così a manifestare in questo affollamento lo svuotarsi dell’esperienza,
la sua riduzione a scarto, a rifiuto, similmente a ciò che accade nelle altre
molteplici forme della cultura e della comunicazione, a tutte le forme di una
vita collettiva ossessionata dall’accumulo di oggetti, di percezioni, di
situazioni che devono essere continuamente consumati e sostituiti da altri
oggetti, percezioni, situazioni: il vorticoso e ripetitivo offrirsi di
possibilità e di occasioni sembra destinare la letteratura ad essere gettata
via, a perdere le stesse ragioni della propria presenza. Questa condizione di
scarto e di rifiuto viene determinata in prima istanza proprio dai meccanismi
della produzione e del mercato editoriale. Ci troviamo di fronte ad una
indefinita espansione quantitativa, che viene favorita da una serie di fattori.
Ne ricordo rapidamente alcuni: il numero vastissimo di coloro che sono in grado
di scrivere e che trovano il tempo per confezionare ogni sorta di testi,
agevolati per giunta dalla facilità e dalla velocità della scrittura al computer; la varia e confusa
articolazione delle case editrici, in una gamma che va dalla concentrazione dei
grandi gruppi al frenetico e continuo sorgere di case editrici piccole e
minime; la disinvoltura e la rapidità del confezionamento dell’oggetto libro
(dovute anche queste all’uso dell’informatica); la trasformazione delle
librerie in veri e propri supermarket del libro, in cui gli oggetti letterari
si accavallano, si intrecciano, si confondono con oggetti musicali,
multimediali, pubblicitari, con gadget
di vario tipo, e nello stesso tempo si fanno da essi sostenere; l’eterogeneità
di un mercato che da una parte si appoggia su pochi ripetitivi best-seller, dall’altra coltiva nicchie
e culti molteplici, ciascuno con un proprio target
ben definito. I libri si accavallano e si inseguono sui banchi dei librai; si impilano
i best-seller variamente annunciati;
uno spazio più discreto tocca ai nomi di prestigio su cui comunque gli editori
sembrano puntare un po’ di più; sommersi e quasi sconosciuti (salvo rare improvvise
combinazioni) restano tutti gli altri. D’altra parte, le statistiche e gli
studi sull’editoria ci dicono ben poco sull’effettivo rapporto dei lettori con
i libri: si basano perlopiù sui dati delle vendite, scambiando direttamente l’acquirente
per il lettore, mentre proprio la velocità e l’eterogeneità del mercato non danno
luogo a nessuna diretta corrispondenza tra l’acquisto di un libro e il suo
reale attraversamento; oltre al fatto che la presenza dei libri nelle case non
è di per sé garanzia di maturazione culturale. Raramente comunque c’è il tempo
perché qualche libro di alto livello letterario dia luogo a qualche confronto problematico,
crei autentici scambi di esperienze tra lettori, susciti riflessioni e discussioni
a largo raggio, stimoli domande sulla sua attuale presenza nel mondo. Ogni
libro ‘nuovo’ sparisce dalla scena dopo pochissimo tempo dalla pubblicazione,
spesso solo dopo un paio di settimane, incalzato e sostituito da altri libri
condannati comunque a subire lo stesso destino, e così in un vortice che sembra
senza fine. Lo ha notato recentemente uno scrittore tutt’altro che marginale,
uno degli scrittori europei di maggior interesse e di maggior successo, Javier
Marías, partendo da una battuta di un suo amico libraio a proposito del suo
ultimo romanzo: <<Un libro uscito un mese e mezzo fa è già
preistoria.>>: la velocità con cui un libro attraversa il mercato e
sorvola la scena della comunicazione sembra caricare sulla letteratura la
velocità stessa della fuga del tempo, sottraendola alla sua secolare ricerca di
stabilità, di densità, di esperienza, di memoria, trasformandola in oggetto
fuggevole, il cui apparire e sparire coincide con la labilità della percezione
degli istanti, fuggiti via nel momento stesso in cui si crede di afferrarli,
continuamente dissolti nel loro proiettarsi verso un futuro che, quando si dà,
è già passato. L’osservazione di Marías vale naturalmente per tutto il mercato
editoriale del nostro Occidente, e certamente per quello del nostro paese. Gli
autori, o coloro che come tali vengono identificati dal mercato, trascinati
dentro questo meccanismo, si sentono costretti a seguirlo fino in fondo, a
proiettare la loro stessa scrittura in questo ritmo di fuga perpetua: e devono
sfornare libri in continuazione, uno o anche più di uno ogni anno, proprio per
evitare che il mercato li dimentichi, per provare a restare sulla scena
pubblica evitando di essere sopraffatti da tutti gli altri che la affollano: ed
è ovvio come tutto ciò vada a scapito della necessità, finisca per condurre
anche i migliori talenti verso la più superficiale inessenzialità. Questo
movimento giunge a rendere ineffettuale o inconsistente la critica: oggi si lamenta
spesso l’assenza della critica ‘militante’, mentre alcuni critici battaglieri
tentano invano di attribuirle una nuova vitalità. Gli scrittori sembrano mostrare
una coscienza critica sempre più generica e indeterminata, anche quando
assumono l’abito di critici (specie in ambito giornalistico); sempre più vaghi,
esteriori, pretestuosi, sfuggenti sono gli interventi critici sulla produzione
letteraria corrente. Tutto ciò si collega paradossalmente a un moltiplicarsi
sulla carta e sulla rete di uscite critiche estemporanee, in un gioco
indefinito di proiezioni di secondo grado, in svariati riattraversamenti di
mappe già disegnate, sulla scia dei più eterogenei imperativi mediatici. Come la
letteratura ‘creativa’, anche la critica è in fuga, sommersa dalla propria
proliferante e abnorme quantità, che d’altra parte ormai sfiora solo assai raramente
gli scaffali delle librerie, limitandosi a circolazioni endogamiche, specialistiche,
concorsuali. Siamo dentro quella proliferazione del discorso secondo che è stata
più volte stigmatizzata da George Steiner: ossessione dello sguardo di secondo
grado, della parola che si avvolge sulla parola già data, dell’esperienza
sempre inquadrata da specchi artificiali, della comunicazione sempre riavvolta
su se stessa. Il proporsi della realtà e del linguaggio sempre come visione,
interpretazione, proiezione, considerazione, misurazione, decostruzione, ecc.
sta perfettamente nel quadro di una comunicazione che tende a risolversi in
archiviazione/registrazione di ogni possibile lacerto culturale, emblema di una
vita collettiva che esclude ogni indugio sul senso del presente, mira piuttosto
a sottrarlo a se stesso, riducendolo a esibizione, spettacolo, dibattito,
registrazione voyeuristica. Inoltre, con la scrittura al computer (magari anche per la facilità della funzione “copia e incolla”)
si possono scrivere velocissimamente romanzi di quasi mille pagine: ma l’eccessiva
fiducia nella leggerezza della scrittura dà luogo ad una generalizzata
indifferenza a quello che un tempo si chiamava stile, con il diffondersi di una
sempre più deprimente sciatteria linguistica. La rapidità della scrittura
informatica, sostenuta dalla rapidità della trasmissione telematica, permette
di soddisfare agevolmente quelle richieste del mercato di cui sopra si è detto,
garantendo agli scrittori l’illusione di una presenza continua sulla scena
pubblica, con la ripetizione indeterminata di schemi già collaudati. Ma il
linguaggio, se non sottoposto ad adeguato controllo, rischia di divenire
evanescente, perde ogni contatto con la sua origine corporea, ogni tensione a
mettere in gioco la realtà in modo essenziale. I profeti della letteratura informatizzata
vedono in tutto ciò una liberazione di linguaggio e di esperienza dall’insopportabile
fissità della pagina, una felice proiezione nella ‘leggerezza’: questa, in
realtà, ondeggiando dentro l’inflazione della comunicazione, in mezzo all’invasione
incontrollabile di messaggi di ogni sorta, cancella la stessa possibilità di un
corpo a corpo con la lingua, di quel corpo a corpo a cui ogni autentica
letteratura non può in nessun modo sfuggire. Perlopiù le scritture si modellano
sulla convenzionalità dei vari linguaggi mediatici, mantenendosi ad un livello
di comunicazione ‘neutra’ o giocando con deformazioni e trasgressioni che coincidono
con quelle stesse del linguaggio corrente, magari con quelle dei più diversi
linguaggi speciali, dai gerghi giovanili e giovanilistici a quelli della
pubblicità, della televisione, del giornalismo, della musica pop, dello sport, della droga, della criminalità, di particolari aree
dialettali, ecc. E più che fare luce sul senso del mondo che presume di
rappresentare, un linguaggio precostituito non fa altro che ruotare attorno al
già noto, ripetendolo all’infinito. E in genere si tratta di materiale
narrativo precostituito (sempre più spesso direttamente attinto dalla cronaca
nera), sostenuto da schemi narrativi ricalcati esteriormente su modelli
cinematografici o televisivi: e l’eventuale capacità artigianale degli autori
esclude (salvo sporadiche eccezioni) ogni vera tensione linguistica, ogni anche
remota possibilità di stile. Si tratta di un cataclisma culturale di
proporzioni immani. La storia è oggi l’onnivoro presente che avanza con la pura
oggettività, sia pure solo presunta, delle leggi economiche. La
globalizzazione, più che un processo storico, è un gigantesco processo di
omogeneizzazione economico-sociale. Non avverte alcun bisogno di essere
interpretato e necessita soltanto di una regia economica. In questo paesaggio
profondamente modificato è sempre più difficile essere ascoltati. E, per di
più, i nostri tentativi di comunicare sono impediti da una nebbia così fitta da
non consentirci di parlare con nessun altro se non con i propri simili, anch’essi
superstiti. Viviamo nell’era del monadismo culturale e intellettuale: si scrive
e si parla solo per la cerchia di persone già ben disposte nei nostri
confronti, e disposte ad ascoltarci, giocando con i luoghi comuni e le idee ben
consolidate. Non si sperimenta più, non ci si confronta più. Non c’è scambio,
né osmosi, né ricerca. Un tempo gli intellettuali era interpreti di valori
universali: ricordo la bellissima formula “corporativismo dell’universale”
coniata da Pierre Bourdieu per definire la categoria dei pensatori,
intellettuali che parlano in nome di valori generali ma dallo scorcio di una prospettiva
separata e specialistica, di cui Norberto Bobbio mi sembra rappresentare,
ancora, la quintessenza: Bobbio era sicuramente un intellettuale specifico,
perché il suo sapere è delimitato, rigoroso, concentrato; da questa
specificità e specializzazione disciplinare, anche di tipo universitario, è
riuscito però a cavare fuori una serie di ragionamenti che sono valsi a dare
indirizzi diversi a parte rilevante del ceto intellettuale. Perché oggi questo
monadismo intellettuale? Qui interviene il terzo elemento, fondamentale: l’avanzare
sulla scena d’una enorme e indistinta massa di persone, una moltitudine che
viene dopo la fine dei grandi conflitti sociali otto-novecenteschi. Essa si
distingue in modo netto dalle masse comparse in Europa come effetto della
rivoluzione industriale. Quelle erano caratterizzate da un forte spirito
conflittuale, alimentato dall’aspirazione (nutrita, come abbiamo visto, anche
dalle sollecitazioni degli intellettuali) a una società più giusta. Molto
schematizzando, nel corso del xix e xx secolo, la lotta contro lo
sfruttamento accomuna in una visione di fondo comunisti e socialdemocratici,
fino al totale trionfo dell’economia capitalistica, che riduce
significativamente l’efficacia di qualsiasi ideologia alternativistica. Questa
vittoria segna l’ingresso nella geografia sociale di enormi masse prive di
caratterizzazioni precise, in cui l’elemento antagonistico sembra attenuarsi a
vantaggio di comportamenti sempre più omogenei. Ne parla Toni Negri nel suo volume
“impero”, ma con una connotazione
positiva che francamente non capisco. Sarei tentato di dire che in questa nuova
massa tendono sempre più a confondersi, nell’elaborazione e nella difesa dei
valori, le tradizionali componenti proletarie, piccolo-borghesi, medio-borghesi.
Al tempo stesso le caste economiche e finanziarie diventano sempre più potenti
e sempre più ristrette. Ne discende una progressiva emarginazione di quelle
forze politiche, sociali e intellettuali le quali facevano tradizionalmente
appello alla possibilità di una società più giusta o semplicemente di un mondo
migliore. Intanto è cresciuta enormemente l’omologazione, avvistata con
lucidità profetica da Pier Paolo Pasolini: fu lo scrittore a denunciare fino
all’ultimo l’ideologia del consumo, il progressivo dilagare di un nuovo potere
definito quale “totalitario”, “degradante” e “corruttore”. Come premessa del
riscatto, il benessere sostituisce la cultura, il prodotto culturale
sostituisce l’opera, le ‘confezioni’ culturali prendono il posto dei libri ‘artigianali’,
e l’autore esizialmente sopravanza lo scrittore, che fatalmente e mortalmente procombe
e soccombe. Siamo dinanzi a una cultura globale di massa essenzialmente
dispotica. Il linguista Raffaele Simone l’ha definita in un suo saggio recente “il
mostro mite”, la faccia metamorfica che il Leviatano ha assunto nell’era
globale. È un’entità che non ha corpo né indirizzo postale, che non risiede in
nessun luogo ma ha una sede diffusa, perché costituita da quanti governano la
cultura delle masse del pianeta”. Il “mostro mite” appare incentrato sui
consumi, l’ubiquità dei media, l’entertainment.
Promette benessere, ha un fascino irresistibile. Benché questa trasformazione
sia stata sintetizzata metaforicamente da Zygmunt Bauman nel passaggio dalla
figura dell’intellettuale-legislatore a quella dell’interprete, cioè da chi
arbitra e sceglie in base al proprio superiore sapere tra opinioni diverse per
la realizzazione del miglior ordine sociale a chi, abbandonate le ambizioni
universalistiche, mette la propria competenza professionale al servizio della
comunicazione tra soggetti sovrani, io credo che il moderno abbia compiuto un
gigantesco percorso lineare che va dall’Umanesimo e dal Rinascimento italiano
fino alla seconda metà del Novecento: un tragitto segnato essenzialmente da tre
categorie. Intanto, come ho già detto, la creatività individuale. La creatività
individuale non ha la medesima rilevanza nell’età che precede questo lungo
viaggio, ossia nel Medio Evo, il che non esclude che vi fossero anche allora
espressioni di creatività individuale, ma perfino esse si manifestarono in
forme che negano la categoria fondativa dell’individualità. Certo, sembra
difficile non riconoscere che Tommaso d’Aquino, concependo e scrivendo la “summa
theologiae”, compia un’opera di altissima creatività e
individualità: il suo sforzo concettuale, però, è volto a dimostrare che tutto
nell’individualità umana è riconducibile a un principio superiore, che, nel
risolverla, la nega elemento della modernità è la concezione del lavoro economico
come produzione di beni utili alla collettività, naturalmente commercializzabili,
quindi fonte di profitti, ma in un contesto caratterizzato da una visione etica
dell’economia. Il terzo elemento è costituito da una concezione della politica
come gestione del bene comune. Dentro questo percorso c’imbattiamo in
Machiavelli, ma anche nella rivoluzione egalitaria di Robespierre e nell’ottobre
rosso di Lenin. Potrà apparire un po’ azzardato interpretare Lenin o Robespierre
come i Machiavelli della rivoluzione, ma forse non lo è del tutto. Accanto a
queste concezioni, diciamo così, estremistiche del processo, ci sono Bodin,
Montesquieu, Tocqueville, e c’è lo “stato sociale”, ossia la versione social-democratica
e liberaldemocratica, moderata e riformistica, della modernità. Poi, nel corso
del Novecento questa triade (individualità, etica economica, politica come
gestione del bene comune) è entrata fortemente in crisi. A demolirla hanno
provveduto innanzitutto i totalitarismi novecenteschi, non a caso anche loro
tutti anti-borghesi e anti-elitari, a loro modo omogeneizzanti e omologanti,
illiberali, espressione del potere tirannico di una minoranza sulla
collettività (ma in questo discorso non bisognerebbe dimenticare il largo,
larghissimo consenso popolare, che ad un certo momento conseguirono i tre
grandi totalitarismi novecenteschi, fascismo, nazismo e comunismo: assomiglia
molto al consenso popolare democratico di massa, cui oggi assistiamo. Poi è
intervenuto il colossale processo di cui stiamo parlando, e la civiltà
postmoderna ha trovato un corpo intellettuale già indebolito, messo in
ginocchio, non più capace di opporre resistenza al nuovo dispotismo del
consumismo e della cultura di massa. Ecco, io direi che il moderno finisce nel
corso del Novecento. E con il moderno finisce anche lo scrittore-intellettuale
e il poeta-scrittore. <<Un tempo furono i leoni, i gattopardi; quelli che
ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene.>>: dobbiamo
rassegnarci a questo nuovo, attuale stato di fatto. E lo dico, stavolta, <<sine ulla, ira et studio.>>. Ma è
inequivocabilmente così. Ed è triste. O forse no? Esiste forse la possibilità
di una nuova forma di poesia? Noi crediamo di sì. E la rinveniamo nel nostro
modello ideale e prediletto: Vincenzo Cardarelli. Un poeta (forse il più di
tutti) saldo nella sua concezione alta della letteratura e della lingua, della
poesia e dello stile, il quale più di tutti amò (e seppe sviluppare, ancora più
di un Saba) una poesia che si situasse all’incrocio tra letteratura classica e
poesia moderna, realizzando un coniugio perfetto di antico e nuovo, aulico e
prosaico, ritmo e melodia, come nella migliore musica jazz.
Di fronte alla
confusione della cosiddetta era digitale, alla folle accelerazione della vita
collettiva, all’espandersi di una violenza che aggredisce le persone, gli
insediamenti umani, gli ambienti naturali, alla sempre più incombente minaccia
ecologica, la letteratura può apparire un’ultima difesa dell’esperienza tradizionale,
di una continuità con un passato ‘umano’. A molti questa difesa sembra
attardata e conservatrice, nostalgicamente protesa alla salvaguardia di modelli
culturali scalzati dall’avvento delle tecnologie e dalle avveniristiche
prospettive del ‘postumano’. Ma, come si è constatato all’inizio di questo
capitolo, sempre meno credibili, del tutto illusorie e distruttive appaiono
proprio le ipotesi di sviluppo in avanti della storia e del mondo: è proprio la
situazione attuale del pianeta a mostrarci che siamo ad un punto di non
ritorno, che smentisce ogni accelerazione in avanti (comunque intesa) e
richiede invece una ‘cura’ per il presente, una assunzione di responsabilità
nei confronti delle sempre più pericolose deformazioni dello sviluppo, della
deriva produttiva, ambientale, sociale, culturale, politica da cui è preso l’universo
globalizzato ed entro cui il nostro paese sta assumendo caratteri sempre più
inquietanti (si pensi al generalizzato predominio televisivo-pubblicitario,
sostenuto dal dominio della criminalità in gran parte del Meridione e dalla
chiusura particolaristica di gran parte del Settentrione). Di fronte a tutto
ciò la letteratura dovrebbe poter ritrovare quella forza di conoscenza di cui
sola può farsi carico, proprio scavando nella divaricazione tra i livelli del
linguaggio e dell’esperienza, facendo leva sulla responsabilità della parola e
della scrittura, sulla tensione critica che può sprigionare da esse, e
interrogando il destino del paese e del mondo. Responsabilità e destino dovrebbero
essere in effetti i due termini emblematici per la letteratura del xxi secolo, al di là dei crolli dei
modelli novecenteschi, dello sfaldamento del moderno e dell’evaporazione del postmoderno:
abbiamo bisogno di una letteratura che chieda al lettore responsabilità
critica, non certo per via moralistica o pedagogica, ma nell’ascolto delle
derive del mondo e nell’inquieta interrogazione del destino individuale e
collettivo. In questa letteratura prosa e poesia, romanzo o romanzo-saggio
comunque intrecciato e frantumato, linguaggio poetico comunque scavato e
dispiegato, avranno ancora un senso se dal loro sguardo alla realtà sapranno
svolgere una critica della parola e della realtà, commisurando entrambe ad una
responsabilità e ad un destino. La letteratura può far vivere in concreto, al
di là di ogni intenzionalità programmatica, nel suo stesso costituirsi in
forma, la responsabilità verso coloro che sono stati e verso coloro che
saranno: risposta alla memoria del passato, di coloro che hanno fatto la nostra
vita e la nostra mente, e richiamo alle condizioni del futuro, alla possibilità
di vita per le generazioni che verranno; pietas per l’uso che il passato ha fatto
del mondo e del linguaggio e offerta all’uso che ne potrà fare un futuro
sottratto alla rovina. Se oggi è in gioco il destino dell’umanità, abbiamo
bisogno di una letteratura che interroghi questo destino, lo custodisca e lo
salvi; e nel destino dell’umanità riconosciamo il destino del nostro paese,
della lingua italiana: grande può essere la responsabilità dei nostri scrittori
verso i grandi modelli che hanno alle spalle, grande la loro responsabilità
verso il destino dei loro lettori e dei lettori futuri. È in questo ambito che
la prassi della poesia può essere tutt’altro che marginale. A questo dovremmo,
gli scrittori (non gli autori) dovrebbero, oggi più che mai, puntare.
<<La
giusta indignazione è medietà tra l’invidia e la malevolenza: queste si
riferiscono al dolore e al piacere che nascono in noi per tutto ciò che capita
al prossimo; infatti, chi si indigna si addolora per coloro che hanno successo
senza merito, l’invidioso invece va al di là e si addolora per tutti i
successi, il malevolo, infine, è tanto lontano dall’addolorarsi che anzi
gioisce del male altrui.>>
(Aristotele:
“etica a Nicomaco”).
1) SCRITTORUNCOLI.
Sono così
gli scrittoruncoli:
scrittori-foruncoli.
Loro dicono sempre
che
ci sono quasi
stanno per
ci sono vicini
ma
alla fine
non fanno un cazzo!
Adesso ricevo un
sacco di complimenti
e inviti a reading e performance
di Poesia
da un sacco di
conoscenti
sedicenti scrittori
poeti e romanzieri
artisti
visual-sperimentali e autori cazzo-emorroidari
ma quando chiedo a
questi scrittorucoli
se hanno qualcosa di
già pubblicato
o almeno qualcosa di pronto
per essere pubblicato
loro mi rispondono
sempre con le stesse parole:
<<Non sono
ancora pronto...>>,
<<Ci sono
quasi...>>,
<<Sto
per...>>.
Sono così gli scrittoruncoli,
mezze-seghe poetiche,
scrittorucoli da schiacciare come foruncoli schifosi:
dicono sempre che si stanno avvicinando
che stanno per
che ci sono quasi
e poi non fanno un cazzo.
Semplicemente perché non hanno voglia
di applicarsi,
non hanno costanza e vogliono tutto facile e ora:
vogliono fama a buon mercato
ma non riescono proprio a impegnarsi
per ottenere questa
o qualunque altra cosa.
E, si sa, l’ambizione senza
perseveranza e senza costanza
è la cosa peggiore.
A volte vado a questi reading
e la sensazione è davvero stantia:
quando i falliti si riuniscono
nel tentativo di autoincensarsi
la cosa porta solo a una profonda
demoralizzante
autoreferenziale
autocommiserazione.
<<La massa è il luogo di raccolta dei più deboli:
la vera creazione è un atto solitario.>>
diceva Bukowski.
E confesso che anche io sono una mezza-sega poetica
ma almeno ne sono conscio
e preferisco starmene a casa e farmi una mezza-sega sul
divano
piuttosto che andare a uno di questi reading
se non fosse per il fatto che
qualche volta
mi becco una bella pseudo-intellettuale ninfomane
psicopatica e psicolabile
e magari ci scappa una bella scopata
e questo è
senza dubbio
di gran lunga
il meglio che tu possa aspettarti
da un reading.
2)
LA VITA COME LA VUOI.
Questa
banda di cazzoni boriosi e aii,
ciarlatani
senza spirito dotati di ben poco talento,
facce
stupide di carta-pesta,
anime
vuote da impiegati statali,
con
una vita civile,
un
mediocre stipendio,
e
una mediocre donna a casa
che
urla e ti rimprovera
perché
non hai tirato lo sciacquone dopo aver pisciato
e
ti vomita addosso tutta la sua merda
dopo
la tua merda quotidiana
di
otto ore lavorative.
Odio
questo loro modo di fare gruppo
e
questo loro modo di cianciare,
infime
chiacchiere pseudo-intellettuali da salotto,
vorrei
schiacciarli tutti,
e ci sto riuscendo,
e
quando gli sbatti in faccia la verità s’incazzano,
non
lo sopportano proprio e vanno fuori e t’insultano
o
t’ignorano e ti dileggiano
credendo
che basti una delle loro
stupide
insipide
battutine
per
sbatterti al tappeto,
e
così
è
sempre la stessa storia,
succede
sempre così,
stessa
merda trita e ritrita,
odiatori
da strapazzo,
finti
snob viscidi come sanguisughe:
se
anche tu a volte non puoi la vita che desideri
e
se non puoi la vita come la vuoi
cerca
almeno
per
quanto sta in te
di
non sciuparla nel troppo commercio
con
queste menti infette,
non
sciuparla con troppe parole
nel
frenetico via-vai auto-referenziale degli incontri,
non
sciuparla portandola in giro in balia del nulla
di
queste stolide menti,
nel
gioco balordo dei balordi incontri
con
queste emerite teste di cazzo.
E
ricorda
quanto
diceva il vecchio Hank:
<<Scrivere
è facile,
è
vivere che è difficile.>>.
Ma
a te non importa:
tu
urli in faccia alle loro non-vite
l’urlo
rabbioso della tua vita;
tu
continui a esistere a ogni costo
in
scorno della loro vanagloria,
in
sfregio della loro sprezzante superbia,
in
dispregio della loro morte-in-vita;
tu
continui a vivere,
nonostante
loro,
a
ogni costo.
Tu
sei già alla prossima occasione (perduta),
sei
già al prossimo km,
sei
già alla prossima pagina,
alla
pagina successiva del prossimo libro,
sei
già alla prossima frase,
sei
già al prossimo verso,
sei
già nell’istante successivo che deflagra e straborda,
e
continuerai a guidare dritto verso il tramonto e lo sfacelo
premendo
sull’acceleratore a centottanta all’ora
e
tenendo il volante con una sola mano
sghignazzerai
in faccia alla morte
diretto
a sud di nessun nord
e
ti sentirai un dio
guardando
in faccia la rovina
alla
periferia di nessun centro
come
al centro di nessun luogo.
3) ANTONIO UKULELE
DISTEFANO O DELLE INVASIONI BARBARICHE.
Ragazzi
e ragazze con dread e treccine,
abbigliamento
hip-hop,
e
capelli gialli-rossi-verdi-blu,
musica
hip-hop, raggaeton, e tekno,
graffitari
da strapazzo
e
artisti visual-sperimentali del cazzo,
marcia
a favore dei diritti dei negri,
negro
è bello, negro è meglio,
il
negro non è bello se non è litigarello.
Diarah
Kan e Taye Selasi
che
scrivono in modo pietoso e si dicono scrittrici,
Antonio
Ukulele Distefano che dice
<<sono
nero, sono italiano, sono il nuovo Fabio Volo>>
(aspettative
di vita sotto il culo
come
il suo grado culturale):
gente
da quarta elementare.
FANCULO.
FANCULO
a questi barbari appena scesi dagli alberi
che
parlano solo di una fottuta cosa, e hanno risonanza
solo
dicendo NEGRO È BELLO
e
raccontando di quanto sia difficile
essere
negri in un mondo di bianchi,
mentre
io dico che siete solo dei fottuti privilegiati
a
cui una politica sinistroide,
distorta
e miope,
riserva
un’attenzione immeritata e ingiustificata,
mentre
io che scrivo da 10 anni
ho
pubblicato il primo libro solo due anni fa
(e
sono molto più in gamba di voi:
sono
fottutamente in gamba:
sono
il Grande).
FANCULO.
“Negro
è bello” un cazzo,
negro
è bello perché tutto è bello,
e
‘sti cazzi.
E
poi
perché
NEGRO È BELLO e bianco non può esserlo?
FANCULO
a questi incompetenti che non conoscono
il
principio della cultura europea,
l'armonia
e la grazia delle forme,
basate
s’un canone antico di proporzione geometrica.
Il
processo d’immigrazione dovrebbe essere regolato
secondo
un principio puramente culturale:
se
vieni qua perché vuoi studiare, sei il benvenuto;
se
vieni qua perché ti piace la cultura europea,
allora
sei il benvenuto;
se
arrivi qua perché adori il mo(n)do europeo,
sei
il benvenuto: ponti d’oro a te che arrivi;
ma
se vieni qua per parlare la tua fottuta lingua,
allora,
beh, FANCULO:
FANCULO
se vieni qua per mangiare
il
tuo cazzo di riso piccante
con
il tuo cazzo di pollo al curry,
FANCULO
se vieni qui per andare in giro
con
le tue fottute ciabatte di plastica
e
le tue orribili catene di finto oro al collo.
FANCULO.
Noi
siamo la vecchia Italia,
quella
in giacca e cravatta,
sempre
gentile, sempre signora,
sempre
glamour e chic,
quella
della musica classica,
quella
del parlare a bassa voce per educazione,
quella
dell’eleganza sopraffina
che
voi non potrete mai ottenere,
scimmie
ammaestrate del cazzo,
buone
solo a sputare palline
e
fare pompini sull’autostrada.
Ormai
il negro,
lo
straniero con la pelle scura,
e
l’ignoranza
fanno
figo,
ma
sapete che vi dico?
FANCULO:
SIETE
SOLO UNA CAZZO DI MODA.
Noi
ci saremo sempre,
voi
scomparirete domani:
noi
siamo una cultura millenaria,
voi
siete ancora sporchi di terra.
4)
GIOVANE E SCRITTORE.
Cammino
arrivo
a un incrocio
scatta
il rosso
mi
fermo
pensando
che niente è bello
com’essere
giovane e squattrinato,
un
mulo affamato e cocciuto,
un
onagro squinternato,
e
vivere in minuscoli vani ammobiliati come celle,
luride
alcove e tuguri luridi
da
trecento al mese tutto incluso
girovagando
da un luogo all’altro
da
una antro in affitto all’altro
da
un’angusta stamberga all’altra
da
uno squallido stambugio all’altro
da
una topaia schifosa all’altra,
i
tappeti gualciti e le tende rose da i topi
il
cervello roso dai tarli e dalla fame
i
bagni rotti e scassati
gli
scarafaggi zampettanti,
tirando
a campare come una bestia braccata
atterrita
e angosciata
paurosa
e timida,
fingendo
di non essere come loro,
fingendo
di essere uno scrittore,
mentre
luci corrono sul soffitto
per
gentile concessione delle automobili che passano e vanno,
mentre
gli altri annegano e soffocano
nei
propri adempimenti
e
lavorano
e
guadagnano
e
si sposano
e
comprano una macchina nuova
e
parlano e parlano
con
bocche di merda e alito di morte
e
guardano con occhi scaltri da roditore
e
amano con cuore di cane
e
muoiono come ratti in trappola
nella
loro gabbia aurea
e
anche le ragazze più belle e graziose
sono
sola-
-mente
spente
parallele
perpendicolari
senza
vita,
il
trucco da due soldi della morte,
e
i loro corpi magici e armoniosi
solamente
un miraggio.
Non
c’è niente come essere giovane e squattrinato,
pancia
incavata,
nemmeno
un grammo di grasso,
stravaccato
sul letto
al
buio
fumando
sigarette rollate
alle
quattro del mattino
i
tasti del computatore ancor fumanti e caldi,
i
tuoi capolavori
che
forse non saranno mai letti
se
non all’inferno.
Non
c’è niente come essere giovane e squattrinato
e
i tuoi amici sono solo i poeti morti
Montale
e Quasimodo
e
Bellezza
e
Zanzotto
e
Busi
e
Kerouac
e
Bukowski
e
McCarthy
e
Moretti
e
Kavafis
e
Amado
e
Gutierrez
e
Arenas
e
tutti gli altri solo loffie letterarie,
autentiche
scoregge bagnate nella notte ventosa,
madide
flatulenze senz’alcun afflato,
<<stolida vanitate suique amore inflati>>,
umidi
peti incontinenti
in
competizione per/con la morte,
licambi
fubbiosi come licoperdi,
viscidi
e viscosi come muschi licopodi,
nebulosi
e incerti come nugoli settembrini,
e
fastidiosi come pedicelli,
pedanti
come pedestri eruditi affetti d’aerofagia,
merde
secche nel prato di un cimitero,
vesce
così putide e graveolenti da far venire il vomito,
petecchie
perente e già estinte,
mentre
ti rendi conto che non sarai mai accettato
dalla
casta letteraria imperversante e beota,
un
asino morto di fame
cocciuto
oltre ogni immaginazione.
Ma
non c’è niente di più bello
come
sapere che un giorno i tuoi componimenti verranno letti
anche
solo all’inferno
e
sarà il pubblico migliore
che
tu possa desiderare.
Non
c’è niente come essere giovane e squattrinato,
uno
scrittore fallito prima ancora di cominciare,
depravato
e dissoluto,
fratello
dei cani
e
di tutta una razza di reietti
sporchi
brutti e cattivi,
sguardo
perso
rissosi
bacati
le
meningi quali ali di garza sottili
che
non sopportano nemmeno il lucore del sole.
Non
c’è niente come essere giovane e squattrinato,
e
sapere che domani ci saranno altri capolavori.
Non
c’è niente come essere giovane adesso
per
essere giovane per sempre:
essere
giovane abbastanza
per
rimanere giovane per sempre.
L’universo
mi scivola in testa,
mi
rivola tra i capelli,
ed
esce dalle orecchie.
Poi
scatta il verde
e
attraverso
la
strada.
5)
SUI POETI RADICAL CHIC.
Ogni
tanto la mia fidanzata
mi
trascina in piazza Santa Giulia
per
un
drink
e
così
per
accontentare la puttanella
passo
la serata tra
neo-hippy,
radical-chic,
rollatori
di canne,
zecche
comuniste,
anarchici
e simili,
tutte
zucche vuote,
tutti
morti in vita senza saperlo.
Mi
spiego:
non
che siano propriamente rincoglioniti,
anzi
sono molto attivi,
e
ballano e fanno musica
e
chiacchierano e scherzano
tra
di loro,
ma
sono davvero noiosi e senza idee,
la
loro stolidità traspare dai loro visi smunti
con
espressioni tutte uguali e svanite,
tutti
sparpagliati per terra a parlare di un cazzo
e
passarsi l’erba.
Mi
spiego meglio:
c’è
un branco di artistoidi mezzi dementi,
esattamente
a metà tra l’artista e l’uomo comune,
e
questi tizi sono esattamente quelli che si suole dire
scarti
della società,
rifiuti
della società,
merde
umane,
reietti.
In
pratica
loro
vogliono inserirsi nella massa comune
ma
non ci riescono
perché
non sono sufficientemente duri e scafati
da
trovarsi un lavoro e mantenerselo,
così
rivoltano le carte in tavola
e
dicono che sono loro a rifiutare la società
ma
vorrebbero solo essere accettati dalla massa
e
ricevere strette di mano e ipocriti sorrisi
e
buona accoglienza per le proprie opere artistiche
ma
non
avendo alcun talento
o
propensione o ambizione
o
reale interesse
nel
creare
giacché
sono i frutti sterili della massa comune
non
riescono a
fare
arte
e
possono solo
apprezzare
l’arte
e
così non gli rimane che
ammirare
l’arte
e
invidiarla
e
odiare
i
veri
artisti
come
me.
E
Bob Dylan è la loro guida,
ed
Andy Warhol e Michel Basquiat i loro idoli,
e
anche la musica rap,
il
cinema sperimentale
e
il cinema d’essai,
e
fingono di avere un’anima,
e
sicuramente la cercano
ma
non la trovano,
e
se la trovano è uguale all’anima della massa,
e
se non la trovano provano ad avere un’identità,
e
così vai di marcia contro l’omofobia
e
marcia per i negri
e
marcia per la pace
e
marcia per i froci
e
marcia per il diritto allo studio
e
marcia per i diritti delle donne
e
marcia per i diritti delle puttane
e
gay-pride
e
abbigliamento vintage over-size
e
minigonne
e
senza reggiseno
e
sandali
e
feste psichedeliche
trip
di acidi e funghetti allucinogeni
quadri
mostre
d’arte
fronte
di guerriglia psichedelico
e
arancia meccanica psichedelica
e
luci sonore psichedeliche
e
droghe psichedeliche
e
pompini psichedelici
e
discoteche psichedeliche
e
ancora rap e hip-hop e trip-hop,
e
l’ellesseddì è tutto quello che
sanno dell’anima,
e
abbasso la guerra e viva l’amore
il
poli-amore e l’anti-amore,
e
chi vuole guidare?,
meglio
passeggiare
a
piedi nudi sul prato
o
andare in bicicletta
e
vaffanculo al traffico e allo stress:
qualsiasi
qualsiasi
cosa
qualsiasi
fottutissima cosa
qualsiasi
fottutissima maledetta cosa
che
possa fornire loro un’identità
dando
loro la parvenza di esistere
nel
cosmico vuoto pneumatico che li avvolge
e
così,
non
avendo particolari doti,
finiscono
per odiare l’arte e gli artisti
(i
veri artisti, s’intende...)
e
pensare tutti allo stesso modo,
e
divengono degli odiatori patentati
immaginando
sul serio di essere uomini e donne
adorabili
e squisiti
ma
nonostante
ciò possono parlare di letteratura
e
parlare di poesia
e
parlare di politica
e
parlare e parlare e parlare
per
ore e ore e ore
riempiendosi
la bocca di vane sequele,
analizzando
parole e temi e ideologia,
il
santo dizionario degli imbecilli,
e
continuando a non dire nulla
ma
a dirlo in modo altamente dignitoso
e
noioso.
Dicono
cose noiose e banali
ma
in modo profondo
(profondo
come uno zero al quoto di un bel niente)
e
sprecano così tante parole e così tanto tempo
predicando
di vivere che poi finiscono
con
il non avere più tempo
per
vivere
ma
d’altronde
come
può un uomo
o
una donna
o
una lesbica
o
un frocio
o
un bisessuale
o
un transgender
che
odia la guerra
ama
i cani
e
lotta per i negri
e
vuole migliorare il mondo
essere
un essere umano orrendo e stupido?
Impossibile
No?
Giusto
amico?
Giusto?
Seee!
Yo
Bella
broh
Bella
frah.
Questi
tizi non mi piacciono,
mi
puzzano,
non
hanno l’aria arrabbiata,
non
hanno l’aria affamata,
non
hanno mai vissuto la strada per strada,
non
hanno mai vissuto sull’orlo del baratro,
non
hanno mai vissuto nei bassifondi
in
compagnia di una puttana drogata e alcolizzata
mangiando
pane e olio per settimane intere,
non
hanno mai avuto a che fare con la crudeltà del mondo,
sono
dei sonnolenti giovani agiati
che
a sera ritornano nelle loro abitazioni borghesi
e
pagano l’erba e il fumo con i soldi dei genitori
che
li foraggiano
e
mantengono loro l’appartamento e l’università,
e
vogliono emozioni comode e sicure e collaudate,
perché
non hanno mente
non
hanno cuore
non
hanno anima
non
hanno idee
non
hanno un cazzo!
E
il bello
(o,
dovrei dire, il brutto)
è
che tutta la città è così,
e
forse il mondo intero
è
popolato di gente così,
da
questi squallidi borghesucci blesi,
uomini
senza occhi e senza voce,
con
sentimenti preconfezionati ed emozioni standardizzate,
cervelli
di giornale
anime
di televisione
e
ideali di cartone,
uomini
morti che camminano.
Tutta
la città è così:
strade
piene di morti
piazze
piene di morti
città
piene di morti
stanze
piene di morti
tenuti
per il giogo e condotti direttamente al macello
e
poi al trita-carne.
Bella
frah
Bella
broh
Ci
si becca giovedì alle panche per l’aperitivo
Bella
raga
Bella
zio.
6)
PROFETI E VISIONARI.
Mi
piace la poesia,
certa
narrativa,
leggo
anche libri di politologia ed economia,
saggi
di storia e critica letteraria,
ma
non sopporto le interviste
che
trasformano scrittori e pensatori in visionari:
io
credo che la scrittura dovrebbe essere tutto,
il
verso dovrebbe essere tutto,
il
messaggio dovrebbe essere l’essenza:
non
m’interessa sapere che ne pensa l’autore
del
certo movimento politico o della corrente letteraria,
se
preferisce la musica jazz o la
classica,
il
vino rosso o il bianco,
le
puttane negre o le puttane slave,
l’importante
è per me vedere come un uomo
solo
nella stanza
combatta
la propria battaglia con il computer,
vedere
come giochi la propria partita
con
la morte,
e
scoprire come vinca o perda e fallisca
la
propria guerra
con
la parola,
non
sapere che ne pensi della politica o dell’Arte,
m’interessa
piuttosto vedere
come
Faccia
arte.
Anche
perché nella nostra società
il
ruolo del poeta è ormai nullo,
tristemente
ridotto all’osso,
e
quando prova a fare colpo
facendo
politica o facendo il duro
manda
tutto a puttane
e
si ritrova il suo bel culetto roseo
a
strisce bianche e nere
(vd.
Sartre).
Il
poeta è per costituzione un mollaccione,
un
buonannulla,
non
è un uomo reale,
ma
un uomo fittizio,
postulato
solo dalle sue opere,
tratteggiato
solo dai caratteri che le sue opere postulano,
che
non ha la forza di guidare altri uomini
in
questioni di res publica
e
vive la vita di chi non vive,
sicché
l’unica
forma di poesia che abbia oggi un senso
è
quella priva di senso,
vale
a dire che solo a condizione di ripartire
dal
grado zero dell’espressione,
dalle
suggestioni primitive e istintuali
di
quella puerile naturalistica accozzaglia
di
segni svuotati di semantica,
di
quella collazione di materiali grezzi,
robe
avanzate e pacciami,
sarà
forse possibile rimotivare la deontologia
comunicativa
di un mestiere
come
quello del poeta
altrimenti
destinato all’afasia.
P. S.
Anche
io sono contro la guerra
e
a favore dei diritti lgbt e di
quelli dei cani
e
delle tartarughe e persino degli squali
e
anche dei negri (ci mancherebbe)
ma
non mi piace speculare sulle cose,
non
marcio in giro come se fossi un santo,
non
partecipo a cortei dove ci si assicura
la
beatificazione politico-ideologico-sociale.
Io
sono contro l’ingiustizia
perpetrata
ai danni dei più deboli e incapaci di difendersi
ma
quando questo offre il destro per fare gruppo
e
per fare massa
allora
mi sembra che tutto assuma contorni sinistri
e
stupidi e lugubri.
Invece
alcuni
grandi scrittori
come
Ezra Pound
Jean
Genet
Jean-Paul
Sartre
sono
diventati politici,
hanno
indossato un abito che non gli apparteneva
e
che francamente gli stava stretto,
sentendo
l’irresistibile richiamo del palco e della fama
e
del riconoscimento da parte della massa,
senza
rendersi conto che la massa è merda,
la
massa fa schifo,
e
non hanno saputo resistere,
hanno
assunto il ruolo di leader,
sono
diventati profeti e visionari,
intrattenitori
da palco scenico,
showman,
si
sono trasformati in maschere di loro stessi
e
hanno voluto guidare la massa
e
i profeti sono sempre dei visionari
del
cazzo.
Uno
scrittore
per
dirsi veramente scrittore
deve
sentire
sismograficamente,
deve
mantenere intatta la propria individualità,
deve
rimanere
genuinamente
controverso e controcorrente.
Genuinamente
mostruoso.
7)
SU †G. G. E COMPAGNI.
Adesso
che inizio a essere pubblicato
e
notato,
scopro
che molti critic(on)i trovano i miei lavori
spaventosamente
semplici
volgari
banali
sciatti
irreali,
e
s’indignano e mi criticano per questo;
altri
invece
sono
semplicemente infastiditi
da
quello che scrivo
perché
esula da ogni criterio letterario assodato
e
s’indignano e mi criticano per questo
(parlo
di †Gabriele Galloni
Antonio
Bux
Massimo
Dagnino
e
il loro editore Marco Saya).
Quanto
a me,
la
cosa principale che m’infastidisce leggendo
la
letteratura
è
proprio la mancanza di
semplicità
leggerezza
spensieratezza
e
follia
(tranne
poche eccezioni).
E
con semplicità non intendo ossa senza carne
ma
ossa con la giusta dose di carne,
altrimenti
si rischia l’obesità
e
la nausea.
La
poesia può anche essere banalmente incentrata
su
un tizio che fa a botte e si becca un pugno
ma
i poeti laureati non si espongono
e
come †Gabriele Galloni non dicono
chiaramente
che
quel tizio si è preso un pugno in pieno volto
ma
ci girano attorno
e
così tu sei obbligato a rileggere a pezzi e bocconi
quella
cazzo di cosa diciotto volte
per
riuscire a risolvere l’indovinello.
Si
tende a dire cose semplici in modo difficile
contorto
complesso e astruso
mentre
io vorrei dire cose difficili
o
meglio
profonde
in
modo semplice
e
stendere il verso duro e pulito alla Bukowski,
schiudere
e ripulire il verso per poterlo stendere
semplice
come fosse una corda di bucato
e
appenderci emozioni
e
humour e felicità
senza
ingombri.
Il
verso semplice, fluente,
e
al tempo stesso sfruttare questo verso semplice
per
appenderci tutte queste cose:
le
risate,
le
tragedie,
il
bus che passa con il rosso.
Tutto.
È
l’abilità di dire una cosa profonda in modo semplice.
E
loro invece fanno il contrario.
Hanno
sempre fatto il contrario.
Credo
che sia i critici ‘seri’ sia gli scrittori
‘seri’
siano
vittime dei propri studi letterari
della
propria eredità umanistica
e
della Tradizione culturale
più
stanti e retrograda
e
ottusa.
Se
qualcosa non si attiene e conforma a un canone
prestabilito
preconfezionato
allora
loro non sanno riconoscerlo,
non
sanno che cosa è
e
quindi dicono che non è buono,
preferendo
i versi infiorati e innocui
che
spargono rose e viole e margherite a ogni angolo
o
delicate circonlocuzioni o eufemismi
che
rigirano la frittata.
Personalmente
posso
starmene qui seduto
e
pensare alle rose e alle viole
a
Platone e al cristianesimo
e
agli alberi e ai gabbiani
e
non mi serve a niente
mentre
se
prendo la macchina e vado al bar
e
trovo una puttana da quattro soldi e ci parlo
e
sento la sua storia
o
quella dell’ultima sparatoria
o
dell’ultimo accoltellamento
allora
questo mi emoziona davvero
e
mi stimola e mi carica
e
allora,
solo
allora,
riesco
a scrivere.
Personalmente
consiglierei
loro di dirlo e basta,
senza
troppi giri di parole o figure retoriche:
dirlo
semplicemente
ma
in modo profondo.
Diceva
Dostoevskij
che
l’avversità è la principale molla
del
realismo autobiografico.
8)
SULLA LETTURA.
Leggere
mi è sempre piaciuto,
anzi,
è
la cosa che mi è sempre riuscita meglio:
leggere
e
tradurre le parole dei libri in immagini,
ritagliarmi
il lusso e l’onore di viaggiare sull’Otago
insieme
al capitano Joseph Conrad,
o
combattere contro la morte con Bukowski
mi
ha arricchito l’esistenza e la coscienza.
Leggere
abbatte le barriere del tempo e dello spazio,
trasforma
il sogno in realtà e la vita in sogno,
rende
normale ciò che è straordinario
e
straordinario ciò che è normale,
permette
di accedere a una vita parallela
ove
rifugiarsi per un’ora di pace,
abbellisce
ciò che è brutto
e
conferisce eternità a un attimo,
mutando
la morte in uno spettacolo passeggero.
Senza
la lettura non avrei mai potuto scrivere:
Kavafis
mi ha insegnato che il talento significa disciplina,
Conrad
che la forma e la struttura è sostanza
e
che, anche nelle situazioni peggiori,
ci
sono delle speranze che rendono vivibile l’esistenza,
Bukowski
che il ritmo e l’ambizione sono fondamentali,
Sartre
che le parole sono azioni,
Sciascia
che inumana è una letteratura priva di etica,
Cormac
McCarthy che la scrittura è fatta anche
di
sudore e dedizione.
Leggere
è creare la realtà:
chi
cerca nella lettura storie di vita diversa
e
racconti di mondi lontani
dice
senza dirlo
che
la vita così com’è non basta
e
dovrebbe essere diversa.
Noi
leggiamo per poterci erigere oltre la vita che abbiamo,
e
che è l’unica a disposizione,
per
vivere le mille vite che vorremmo vivere
quando
ne abbiamo a disposizione una sola.
La
letteratura è un demone che
con
un corpo minuscolo
è
capace di cose mirabili:
oltre
a donarci il sogno e la bellezza
ci
mette in guardia contro gli oppressori
e
ogni forma di repressione e censura,
e
getta ponti tra persone di lingue diverse
e
abitudini e usi e costumi e pregiudizi,
e,
dandoci
piacere,
sorprendendoci
e stupendoci,
ci
unisce oltre le differenze culturali,
e
lo sconvolgimento di un buon libro è uguale
tanto
per il seguace di Buddha
quanto
per i seguaci di Confucio o Cristo o Allah,
tanto
per chi crede quanto per chi proprio non crede,
tanto
a Tokyo quanto a Torino o a New York.
Le
finzioni della letteratura si trasformano in verità
non
appena noi lettori posiamo gli occhi sulla pagina,
contaminati
di desideri e sogni, paure e incubi,
mettendoci
in perenne discussione con la mediocrità
della
folla e della realtà.
Illudendoci
di poter ottenere ciò che non abbiamo,
essere
quello che non siamo,
la
letteratura instilla nei nostri spiriti
l’anticonformismo
e la ribellione
necessari
per trasformare l’impossibile
in
possibile.
9)
SULLA (MIA) VITA INTERIORE.
Mi
fanno paura quelli pieni d’idee e ideali
e
di nozioni e pensieri e intellettuali idiosincrasie
e
di (pre)concetti e (pre)giudizi,
coloro
che hanno una risposta pronta
già
preconfezionata
ad
ogni domanda.
Penso,
per esempio, ad Alejo Carpentier,
che
maneggiava dati
numeri
stili
cifre
rime
e
sentimenti
come
un freddo calcolatore senza vita:
raffinato
ed efficientissimo,
ma
privo di umanità.
Io
mi
muovo tra le cose,
sfioro
le cose,
tendo
alle cose,
ma
non penso alle cose,
come
per esempio sentire suoni e vedere colori
o
sentire qualcuno dire un’assurdità
senza
che la cosa ti colpisca,
senza
farci caso,
semplicemente
perché gli si cammina accanto.
Lo
faccio senza pensare,
senza
starci a pensare,
senza
rifletterci su.
Io
non sono un pensatore,
non
sono intellettuale cioè intellettualistico,
la
mia conoscenza passa attraverso le mie mani,
i
miei occhi e le mie orecchie,
attraverso
il mio corpo.
Io
sono un poeta:
osservo
registro
fotografo
annoto
constato
rilevo
riscontro
memorizzo
e
poi restituisco tutto nella pagina
semplicemente
descrivendo quello che mi è capitato
senza
alcuna pretesa di spiegare.
Ah
la
strada maestra di vita!
Ho
sempre cercato di rimanere sulla strada,
ovunque
fossi,
la
magia è data dai sogni e dagli incubi,
ognuno
è un essere unico,
come
un punto liquido
in
uno spazio pluridimensionale e infinito.
Ormai
non si tratta più di creare:
l’essenziale
è ciò che si è osservato.
Non
c’è nulla da aggiungere,
solo
da fare,
come
spingere grossi massi giù dal burrone.
Se
c’è qualcosa in me, è tutto sentimento e sensazione,
non
pensiero né intelletto
ma
corpo,
corpo
senza mente,
solo
corpo e cuore,
e
mi preoccupa solo quello che vivo:
ciò
che conosco e non conosco non m’interessa.
Quello
che vedo è tutto ciò che so,
tutto
ciò che vedo è quello che so.
10)
YOU CAN PRINT!
Stanotte,
le
2,30,
pseudo-artistoide
del cazzo
cappotto,
berretto e kefiah,
capelli
e barba in stile Cristo risorto,
io
me ne stavo per i fatti miei
a
pochi metri da un locale
intento
a lavorarmi per bene un bel rhum
in
perfetta solitudine
quando
a un tratto
poco
distante dalla folla
sento
il tipo ridacchiare
insieme
a un ragazzo e due ragazze dicendo
<<hey
broh, io mica ho intenzione
di
tenerle nel cassetto
le
mie poesie:
voglio
pubblicarle,
penso
lo farò con
Youcanprint>>.
Così
disse la mezzasega poetica
e
dovetti trattenermi dal ridere
e
all’inizio ci riuscii
ma
poi lo sentii dire
nella
mia direzione
<<Piglia
quello:
se
ne sta da solo a bere come uno sfigato,
magari
scrive poesie di merda sui fazzolettini
e
nessuno le leggerà mai.
Io
mica voglio finire come lui, broh.>>.
Non
ci ho visto più,
ho
vuotato il mio Malteco in un sorso,
ho
spaccato il bicchiere in terra,
mi
sono avvicinato,
per
un attimo ho visto gli occhi delle due ragazze
gonfiarsi
di terrore,
lo
sciroccato rivoluzionario fissarmi scioccato,
e
non se la rideva più il coglione
quando
nei miei occhi vide
in
un impercettibile bagliore
il
ricordo di tutti gli anni di allenamento
prima
del fumo e dell’alcol.
Beh,
che dire?
Una
mezzasega poetica in meno
e
un albero salvato in più.
11)
MI SONO ROTTO IL CAZZO.
Mi
sono rotto il cazzo di tutto:
mi
sono rotto il cazzo delle mascherine,
di
portare la mascherina,
di
chi porta la mascherina,
e
di chi non porta la mascherina,
delle
mascherine appese
all’avambraccio
alle
orecchie
agli
specchietti,
delle
pubblicità su instagram e delle
mascherine superyeah,
di
quelli che salutano con il gomito
e
una espressione complice da coglione,
degli
avvertimenti di distanziamento nei negozi,
di
offrire la fronte a una pistola,
dei
dispenser di gel sanificante,
dei
qr
code al posto dei menu,
di
lavarmi le mani,
dei
sette positivi conteggiati in Lombardia, Molise e Liguria
di
cui due virgola otto relativi a tracciamento
due
virgola sei riconducibili a nuove diagnosi
e
tre virgola undici relativi a tua nonna in croce;
mi
sono rotto il cazzo
delle
pubblicità dei supermercati
con
la gente che fa la spesa al ralenti
con
le espressioni estasiate dietro alle mascherine
manco
fossero intrise di benzedrina,
della
retorica della distanza fisica
come
dimostrazione di educazione
e
della retorica in generale,
delle
cannucce di plastica, ferro e bambù,
della
seconda ondata,
della
terza ondata,
del
rischio-zero,
della
zona rossa-giallo-blu,
dell’ottimismo,
del pessimismo e del catastrofismo,
della
prudenza e dell’imprudenza,
dell’impudenza
della prudenza,
delle
presentazioni online,
delle
aberrazioni del remoto e dello smart-working,
del
prossimo, del vicino e del bene comune,
della
paura e del coraggio,
degli
infermieri-eroi con le facce da reduci del Vietnam,
di
Conte, Calenda e Speranza,
delle
interviste sanguinarie di Cacciari,
della
storia edificante,
dei
matematici e degli epidemiologi,
dei
virologi e dei medici,
della
scienza, della medicina e del buon senso,
dell’app
immuni,
della
solidarietà,
delle
tre t e della prevenzione,
di
David Quammen e di Michael Pollan,
dei
numerilli dei morti e dei ricoverati,
dell’odore
di disinfettante dovunque,
della
pulizia e del sapone,
dei
vademecum alle fermate dell’autobus,
dell’ecologia
e delle varie lilligruber,
del
come riparte o non riparte lo sport,
dello
stop al campionato di calcio,
di
chi aveva previsto tutto
e
di chi non aveva capito un cazzo;
mi
sono rotto il cazzo di tutto,
e
se non ti sta bene, beh, mi dispiace,
ma
mi sono rotto il cazzo
anche
di te.
12)
PROCLAMATI GENÎ.
Proclamati
genî una volta morti,
son
tutti genî nei bravi necrologi,
siamo
popolo di poeti morituri,
eroi
barboni e strani navigatori,
ora
tra i fatali sargassi e marosi
frotte
di servi moltitudini inermi,
puri
e duri a garrottare nei macelli,
operai
senza capi né consiglieri,
oziosi
fatui giovani già vecchi,
beoni,
strafatti tifosi, fancazzisti,
padri
tributari ardimentosi e vili
in
velleitarie ignorabili concioni,
proteste
del menga da ritardati,
epidemiologi
virologi prezzolati,
governanti
preti o pii banchieri
senza
labbra senz'altri attributi,
celerini
a inseguire gli esagitati,
divieti
surreali per non vaccinati,
discoteche
per ricconi e lenoni,
mignotte
tutte décolleté e tacchi alti,
allegri
se ne fregano dei morti,
a
ballare, sniffare lesti in cessi
dorati,
si ricontano tra i salvati,
maliardi
non sono certo poeti,
quei
poeti adulati nei necrologi
smerdati
in vita asintomatici.
13)
APPENDICE DI ODIO GRATUITO: GLI SBIRRI.
Sono
così gli sbirri:
ignoranti
e
stupidi
e
arroganti.
Gli
inculcano per bene l’illusione di avere il potere,
e
loro ci credono e se ne convincono fino al midollo.
È
l’unico metodo per fabbricare mercenari:
convincerli
che fanno parte del potere,
quando
in realtà non possono neanche avvicinarsi al trono.
Per
questo li scelgono tra i più ignoranti.
E
alla fine, con il passare degli anni,
tutto
ciò che resta loro è una meravigliosa
sensazione
di fallimento e sconfitta,
di
tempo sprecato e di rovina.
Hanno
avuto il potere di maneggiare armi da fuoco,
di
brandire un manganello contro altri
uomini,
di
decidere della sorte
di
altri cittadini (come loro),
e
di umiliarli,
picchiarli,
arrestarli,
e
sbatterli in cella.
Qualcuno
di loro, poi, si rende conto,
quando
ha ormai il fegato a pezzi,
di
essere solo un povero coglione
ignorante
col
randello in mano.
Ma
ormai ha troppa paura per mollarlo.
Ormai
è troppo tardi:
essere
infame una volta è essere infame per sempre.
Non
ho mai visto nulla
che
assomigli a un criminale
più
di uno sbirro.
<<La mia epoca e io non siamo fatti l’uno per l’altro:
questo è chiaro. Ma è da vedere chi di noi due vincerà il processo di fronte al
tribunale dei posteri.>>
(Arthur Schopenhauer: “l’arte
d’insultare”).
14)
L’ARTE È MERDA. (EPILOGO.)
Di
Joseph Conrad si diceva che fosse uno scrittore di cose e non uno scrittore
d’idee, che avesse tanto da raccontare ma poco da dire, e anche Pavese associa
il suo gusto per la narrazione al sapore di ciancia, di pettegolezzo raccolto
nell’ozio dei porti o sedendo sulle poltroncine di vimini delle verande
tropicali. Il gusto del cianciare, dell’introdurre e svolgere il fatto come
nell’amabile e divagante eloquenza del vecchio vissuto dai molti ricordi, che
soprattutto ama fermarsi sui tipi più singolari, più macchiettistici, che
conobbe, e ciò fa non per impressionismo ma perché della grande passione, del
sogno assurdo che non poté realizzarsi egli non osa dichiararsi compartecipe,
e, fra massime, sentenze e autoironie, amaramente gioca intorno al suo tema,
questo gusto, il piglio inconfondibile di Conrad, riesce in definitiva a
imporsi come il vero tema del suo raccontare. Di un libro di Conrad si ricorda
il tortuoso, tenace, disperatamente fedele e accorato gusto del rievocare, del
soffermarsi sotto un caro e remoto orizzonte mentre un sogno, un’angoscia, un
rimorso stringono il cuore, a chiacchierare magari di qualcosa di indifferente.
Per
me tale giudizio è fuori dalla logica dell’opera d’arte, ma capisco come
rientri perfettamente nella concezione tradizionale e insulsa dell’arte con l’a maiuscola. Per me l’assurdità di un
tale giudizio non merita la carta che si sprecherebbe per contestarlo, né
quella su cui è stata pronunciata. E non m’interessa nemmeno stabilire il
carattere dei libri di Conrad e della sua scrittura. Tuttavia, se proprio devo
esprimermi, confesso che mi trovo pienamente d’accordo con il giudizio dello
stesso Conrad Conrad, il quale si rammaricava, con un certo risentimento, di
come <<dopo ventidue anni di lavoro non credo d’essere stato capito molto
bene. Sono stato definito uno scrittore del mare, dei tropici, uno scrittore
descrittivo, romantico, perfino realista. In realtà tutto il mio interesse è
stato per il valore ideale delle cose, degli eventi, delle persone.>>.
Ma
questo non è il punto. Il punto è che per me scrivere è scrivere, e nient’altro:
niente di sacro o necessariamente arguto ed eterno. Il concetto che ho dello
scrivere è: scrivere. Naturalmente per scrivere devi avere qualcosa su cui
scrivere, ma che questo qualcosa siano uomini, idee, terre esotiche, sesso e
figa, droga e alcol, mi è assolutamente indifferente: io valuto l’emozione,
non l’ideologia fondante l’opera.
Si
può scrivere una poesia allo stesso modo in cui si può scrivere una lettera, una
poesia può perfino intrattenere, e non ci deve per forza essere qualcosa di
sacro in essa. Alcuni sono convinti che l’arte debba essere socialmente utile
ed esteticamente bella e ideologicamente ispirata e che possa esserlo solamente
se votata al bello e al giusto. Ma io non credo che l’arte possa essere utile.
L’arte deve innanzitutto essere arte, e per essere arte deve essere vera e solo
essendo vera può ambire anche ad essere utile. Insomma, l’arte può benissimo
essere puro intrattenimento e non ci trovo nulla di male (purché, naturalmente,
l’intento sia dichiaratamente esplicitato), e può tranquillamente essere bella
per questo, oppure può ambire ad essere anche utile, ma per essere utile deve
essere vera e per essere vera deve attingere alla realtà, razzolando nella
merda quotidiana, benché questo non piaccia a nessuno e soprattutto non piaccia
ai poeti in cravatta e ai poeti laureati, ai poeti da passeggio e alle poetesse
da compagnia. Non perché razzolando nella merda si possa trovare una perla (nella
merda c’è solo la merda) ma perché le opere troppo belle buone e ottimistiche (o
semplicemente belle e buone e ottimistiche) non scoprono, anzi nascondono,
celano e occultano, la verità delle cose (che è appunto una verità di merda). L’arte
può essere utile solo se mostra l’altra faccia della realtà, quella che non
vogliamo vedere e che nascondiamo, e per mostrarla deve essere cruda, cruenta, volgare,
indecente, disperata, tormentata, irriverente, angosciosa. O non è arte. E si
riduce al resoconto sterile e pallido di quello che sarebbe potuto essere, a
puro divertissement onanistico (e le
seghe, si sa, sono divertenti per i primi cinque minuti, poi ti guardi e
capisci di essere ridicolo e patetico).
Ma
razzolare nella merda è molto difficile, devi immergertici fino al collo, ragione
per cui la vera arte non può appartenere ai puri di cuore che non conoscono il
male e non sanno quanto crudele possa essere l’uomo con se stesso e con i
propri simili.
L’arte
è merda, razzolare nella merda, scavare nella merda, esaminarla e mostrarla,
poi cacare la verità nella pagina bianca, voltolarla e lanciarla in faccia al
lettore. E per questo credo anche che l’arte non possa essere dei borghesi né dei
perfettini o dei morigerati, uomini così fortunati (o disprezzati) dal fato e
dalla vita da non vedere quanto di assurdità e cattiveria celi la vita.
Scrivere
è una battaglia all’ultimo sangue con gli dei, è fuoco freddo, scoppiettante
nel cervello come una raffica di mitra, guerra con le parole ribelli per
addomesticarle. Scrivere è scrivere, non pensare. Quando io scrivo, non penso: scrivo.
E molti miei critici saranno sicuramente d’accordo con questo!
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
+39 329 42 57 212
[1] Nato nel 1788, studente a Pforta dal
1801 al 1806, allievo di Gottfried Hermann a Lipsia, dal 1818 professore nella
neonata Università di Bonn, Naeke è in genere ricordato soprattutto per una
raccolta dei frammenti dell’epico Cherilo di Samo e per l’attribuzione del
poemetto Lydia a Valerio Catone; assai rilevanti sono però anche i suoi
contributi callimachei.
[2] Franco Fortini ne fu uno
straordinario anticipatore. E proprio de “la
letteratura in pericolo” ha parlato con nitida essenzialità Tzvetan
Todorov, riferendosi in particolare a certi usi della critica e delle
istituzioni scolastiche, nel libretto omonimo apparso nel 2007. Ne parlano da
tempo critici tra i più prestigiosi e ascoltati, pur tra contrasti e dissensi,
come Harold Bloom e George Steiner. E c’è anche chi studia i processi storici
che hanno portato a questa situazione, come ha fatto William Marx in un libro
uscito nel 2005 e intitolato “l’adieu à la littérature. Histoire d’une
dévalorisation. XVIIIe-XXe siècles”.

.jpg)
