"CHE COSA È LA CULTURA"

  

Manuel Omar Triscari

 



CHE COSA È LA CULTURA

 

<<Sta attento a come interpreti il mondo

perché il mondo è come tu lo interpreti.>>

 

Erich Heller.

 

PREMESSA

Il quesito che anima e giustifica queste pagine è il seguente: <<Che cosa è la cultura?>>. Per rispondere a questa domanda sarà utile partire dalle definizioni della cultura approntate dai semiologi sovietici e dalla culturologia di Tartu e ravvicinabili a quelle di etnologi e antropologi occidentali quali, per esempio, M. Mauss[1]. Qualunque di queste definizioni si accolga, restano saldi certi assiomi, ed è su questi che fonderemo la nostra costruzione argomentativa: 1) la cultura è informazione: insieme deposito non ereditario delle informazioni possedute dalla memoria di una collettività e meccanismo per la produzione di nuova informazione; 2) la cultura ha come strumento principale la lingua, che non è solo il mezzo più perfezionato per comunicare l’informazione ma costituisce anche una specie di casellario in cui depositare e organizzare la massa d’informazioni di una collettività o, in termini specialistici, l’‘enciclopedia’ di una comunità; 3) di conseguenza, la realtà si rivela soltanto, alla coscienza collettiva, attraverso segni, stereotipi, e archetipi, cioè attraverso quel linguaggio codificato della conoscenza senza il quale le percezioni non resterebbero altro che un fluire indistinguibile.

Dati questi postulati, possiamo adesso affrontare l’arduo problema della definizione del concetto di “cultura”.

 

LOGICA RIPRODUTTIVA DELLA CULTURA

Innanzitutto, diciamo che ogni cultura possiede una logica riproduttiva, che presiede allo sviluppo degli elementi che la compongono determinando il vario grado e la velocità dello sviluppo di questi; e una logica relazionale che governa il rapporto degli elementi componenti sancendo e regolando la dialettica tra forze innovative e conservative. Per spiegare la logica riproduttiva del sistema culturale, dobbiamo considerare il meccanismo della cultura come un congegno che trasforma la sfera esterna in quella interna: la disorganizzazione in organizzazione, i profeti in iniziati, i peccatori in giusti, l’entropia in informazione.

In forza del fatto che la cultura non vive soltanto grazie all’opposizione tra sfera interna ed esterna ma anche grazie al passaggio da un ambito all’altro, diciamo all’‘osmosi’ tra sfera interna e sfera esterna, prendendo in prestito dalla biologia un termine molto pregnante, significativo ed evocativo, allora essa non si limita a lottare con il caos esterno ma allo stesso tempo ne ha bisogno, non solo lavora per eliminarlo, espungerlo e annientarlo ma costantemente lo crea. Uno dei legami della cultura con la civiltà e il suo caos sta nel fatto che la cultura si priva ininterrottamente, a favore del suo antipodo, di alcuni particolari elementi da essa esauriti ed esautorati che si trasformano in cliché e funzionano nella non-cultura. Si realizza così nella stessa cultura un aumento di entropia a spese del massimo di organizzazione. Si può quindi affermare che la cultura è l’ambito dell’organizzazione dell’informazione nella società umana, di contro alla disorganizzazione realizzata dall’entropia del sistema, purché si aggiunga che ciò vale soltanto dall’interno (della cultura), dato che è la cultura stessa a decidere ciò che si può e ciò che non si può considerare organico. E fra ordine e caos, ogni cultura ha suoi criteri distintivi e sue diverse decisioni. Ma quello che mi preme qui sottolineare è come la cultura sia un generatore di strutturalità che crea intorno all’uomo una “sociosfera” (= “sfera sociale”, ma in senso tecnico-specialistico) che, allo stesso modo della “biosfera”, rende possibile la vita, non organica, ovviamente, ma di relazione.

 

LOGICA RELAZIONALE DELLA CULTURA

 

livelli della cultura

Da un punto di vista semiotico, la cultura può essere vista come un insieme di ambiti o sfere ciascuna ordinata in sistema. La cultura può essere considerata come una gerarchia di sistemi semiotici particolari, come una somma di testi cui è collegato un insieme di funzioni, ovvero come un congegno che genera questi testi. Considerando una collettività come un individuo costruito in modo più complesso, la cultura può essere interpretata, in analogia con il meccanismo individuale della memoria, come un congegno collettivo per conservare ed elaborare informazione. La struttura semiotica della cultura e la struttura semiotica della memoria rappresentano fenomeni funzionalmente omogenei, benché situati a livelli diversi. Questa tesi non è in contraddizione con il dinamismo della cultura: dato che essa rappresenta in linea di principio una fissazione di esperienza passata, essa può svolgere anche la funzione di programma e di istruzione per costruire nuovi testi.

 

automodello della cultura

Più evidente il fatto che la cultura consti di un assieme di sistemi (umano, etnico, politico, religioso, filosofico, letterario, ecc.): con termine formalistico, si può parlare di “sistema di sistemi”. Ciò che importa di più, ai fini del funzionamento, ma anche dell’interpretazione della cultura, è il fatto che questi sistemi, in quanto elementi della convivenza sociale, e perciò della comunicazione, siano dei codici. Infatti, occorre sottolineare che già il rapporto con il segno e la segnicità rappresenta una delle caratteristiche fondamentali della cultura. I sistemi e i codici sono interagenti: basti pensare al codice linguistico, che è ora il veicolo ora l’interpretante principale degli altri codici. Così, nella cultura può essere visto in opera un permanente bilinguismo, o plurilinguismo. Anzi, per il funzionamento della cultura e, corrispondentemente, per giustificare la necessità di una applicazione nello studio della cultura di metodi complessi, ha importanza fondamentale il fatto che un singolo sistema semiotico isolato, per quanto perfettamente organizzato, non può costituire una cultura: a questo scopo il meccanismo minimo richiesto è costituito da almeno una coppia di sistemi semiotici correlati. Un rebus (cioè un testo in lingua naturale associato a un disegno in stretta correlazione) rappresenta il più comune sistema formato da due lingue costituente il meccanismo della cultura. Naturalmente, le due lingue devono trovarsi in uno stato di non traducibilità reciproca: ciò che spiega la necessità di un meccanismo metaculturale capace d’intervenire per stabilire l’equivalenza relativa dei testi nelle due lingue.

 

cultura come memoria collettiva

Ma queste stesse affermazioni contengono accenni a un diverso approccio al problema, là dove parlano di <<una somma di testi cui è collegato un insieme di funzioni>>. Concepire la cultura come una somma di testi è una proposta avanzata da Foucault. La proposta invita a un’estensione del concetto di testo: si può dunque considerare come testo qualsiasi veicolo di un significato globale (testuale, appunto), sia esso un rito, un’opera d’arte figurativa, un romanzo, oppure una composizione musicale. Per la cultura, il testo viene così a costituire un segno globale dotato di un globale significato e di un senso globale, nonché di tratti distintivi e distinguibili ma non segmentabili in unità di rango inferiore. Non solo: ma si dovrebbe poter considerare come testo un insieme di testi per qualche aspetto omologhi. Uno stesso messaggio può infatti presentarsi come testo, come parte di un testo, o come insieme di testi: le “novelle per un anno” di Pirandello possono venire considerate come un testo globale, come un insieme di testi, o ancora come parte di un discorso unico (il genere narrativo “novella” o “racconto”).

In questa memoria collettiva che è la cultura, avremmo dunque testi quali input e testi quali output: mentre è facile comprendere la concretizzazione di testi in output, è molto meno facile immaginare che l’input di testi si realizzi anche in forma di stratificazione di testi. La memoria collettiva è una astrazione. Con ogni probabilità, nella locuzione “memoria collettiva” coesistono due immagini: una riguarda il riconoscimento e la conservazione dei testi come patrimonio della comunità, l’altra la loro azione modellizzante nelle coscienze.

Il sistema della cultura viene inoltre costruito come sistema concentrico, al centro del quale sono disposte le strutture più evidenti e coerenti (le più strutturali, per così dire). Più vicino alla periferia, si collocano formazioni dalla strutturalità non evidente o non dimostrata, ma che, essendo incluse in situazioni segnico-comunicative generali, funzionano come strutture. Nella cultura umana tali parastrutture occupano evidentemente un posto assai importante.

In ogni caso, la cultura può essere considerata come un ‘serbatoio’ d’informazione delle collettività umane, e l’attività culturale quotidiana consiste nel tradurre un certo settore della realtà in una delle lingue della cultura, nel trasformarlo in un testo cioè in un’informazione codificata in un certo modo, e infine nell’introdurre e introiettare questa informazione nella memoria collettiva. Naturalmente, la cultura, oltre che deposito d’informazione, è anche un meccanismo di creazione di testi, ed è a mio avviso su questa linea, caratterizzata da un rapporto potenzialità-realizzazione, che le teorie dei semiologi sovietici danno i migliori risultati. Ma qui c’interessa maggiormente scoprire come avvenga il processo di organizzazione delle informazioni da parte della cultura. Nell’intervento sul caos, la cultura ha bisogno di direttive: senza criteri, nemmeno ad essa sarebbe lecito decretare sull’organizzazione del mondo. Interviene qui il concetto di “automodello”, potremmo dire dell’immagine che di se stessa concepisce e formula una cultura. Il meccanismo fondamentale che conferisce unità ai diversi livelli e sottosistemi della cultura è rappresentato dal modello che la cultura ha di se stessa, dal mito che in una determinata fase la cultura si forma di se stessa. Tale mito si manifesta nella creazione di autocaratterizzazioni (esempi: i metatesti del tipo dell’“art poétiquedi Boileau, un fatto tipico dell’epoca del Classicismo, e, anche, i trattati normativi del Classicismo russo), che regolano attivamente la costruzione delle culture nelle loro globalità. Il concetto di automodello è essenziale a questa concezione: esso enfatizza le volontà e le iniziative, senza le quali il sistema della cultura sarebbe, e apparirebbe, statico, tautologico e sterile. L’automodello, un concetto concomitante con quello di “testo della cultura” di cui si dirà più avanti, opera forse come un polarizzatore delle tendenze implicite nel sistema: esso fa sì che queste tendenze si volgano verso un solo esito, o verso esiti affini. Comunque, l’automodello rivendica la consapevolezza, l’autonomo impegno programmatico. La differenza essenziale tra l’evoluzione culturale e l’evoluzione naturale sta nel ruolo attivo delle autodescrizioni, nell’influenza esercitata sull’oggetto dalle rappresentazioni dello stesso. Questa influenza potrebbe, in senso lato, essere definita come il fattore soggettivo dell’evoluzione della cultura. Dato che allo stesso portatore della cultura questa si presenta come un sistema di valori, è proprio questo fattore soggettivo a determinare l’aspetto assiologico della cultura.

Rispetto alla funzione sociale e comunicativa dei vari sistemi, la cultura è onnicomprensiva. Ciò vuol dire che è essa a dare senso al mondo, dato che il mondo, prima di essere nominato e descritto, non è che caos: il senso del mondo è il nostro discorso del mondo, sul mondo, e intorno al mondo. Dunque raccogliamo l’invito di Heller e stiamo attenti a come interpretiamo il mondo, perché il mondo è come noi lo interpretiamo.

Ma, forse, la migliore definizione del funzionamento della cultura è quella proposta da Lotman e Uspenskij, i quali sostennero che il meccanismo semiotico della cultura creato dall’umanità è organizzato in maniera sostanzialmente diversa da quella dei sistemi non semiotici: vengono adottati principi strutturali opposti e alternativi. I loro rapporti, la disposizione di questi o quegli elementi nel campo strutturale che si viene formando, creano l’ordinamento strutturale che permette di fare del sistema il mezzo di conservazione dell’informazione. È inoltre essenziale, tuttavia, non tanto che siano realmente assegnate queste o quelle determinate alternative (il cui numero sarebbe sempre finito e, per un dato sistema, costante) quanto, piuttosto, il principio stesso dell’alternatività in base al quale tutte le concrete opposizioni di una data struttura rappresentano solo le interpretazioni a un determinato livello. Di conseguenza, qualsiasi coppia di elementi, di ordinamenti locali, di strutture particolari o generali, oppure di sistemi semiotici interi, assume valore di alternativa e forma un campo strutturale che può venir colmato dall’informazione. Tale prospettiva distingue elementi, rapporti e informazioni implicando la possibilità di collegare in modo diverso i medesimi elementi, istituendo una varietà di rapporti molto più ampia di quella degli elementi in gioco. Ciò permette di descrivere le stratificazioni interne di una cultura in base al mutare di rapporti tra gli elementi o, come è ovvio, alla partecipazione di più o meno elementi nel quadro strutturale. Si potrebbero inserire qui, completando la descrizione, le ideologie, le quali istituiscono polarizzazioni fra elementi sistemici orientandone e anche dislocandone le opposizioni: l’eterogeneità fra il sistema concettuale (di natura semantica) e il sistema delle conoscenze fattuali (storiche, scientifiche, ecc.) si supera ora avvertendo la capacità delle ideologie di classificare e sceverare le conoscenze nelle griglie delle loro idee cardinali.

 

modelli della cultura

Da quanto detto sin qui risultano la duttilità e la mobilità della cultura che, essendo la sintesi dell’esperienza di una collettività, profitta continuamente i risultati di ogni singola esperienza individuale. Questa mutabilità può essere vista entro un’alternanza tra due tendenze opposte. Nella connessione di livelli e sottosistemi diversi in quel tutt’uno semiotico che è la cultura, operano due meccanismi tra loro contrari: 1) la tendenza alla varietà, ossia all’aumento dei linguaggi semiotici diversamente organizzati (il già menzionato ‘poliglottismo’ o ‘plurilinguismo’ della cultura); 2) la tendenza all’uniformità, ossia la tendenza della cultura a interpretare se stessa e le altre culture come linguaggi unitari, conchiusi, coerenti, e rigorosamente organizzati. Ma, a parte queste tendenze antinomiche, vi sono antinomie più specifiche in azione entro la cultura, non diverse da quelle riscontrabili in una lingua naturale. Le principali attengono alle dimensioni spaziale e temporale: si tratta delle antinomie nazionale-straniero e moderno-antico. La seconda costituisce una sorta di diacronia nella sincronia: ogni fase sincronica della cultura contiene insomma elementi di fasi precedenti e anticipazioni di fasi successive, esattamente come accade nelle lingue, anche per la compresenza di giovani, adulti e anziani. Di qui la possibilità di sviluppi non bruschi. La prima antinomia convoglia nell’ambito di una cultura elementi provenienti da culture diverse e lontane. La pluralità culturale che ne risulta arricchisce le scelte di stili di vita e i comportamenti, estende l’area di possibilità dei programmi di azione e promuove l’esperienza del diverso in seno alla comunità stessa. Ma il dinamismo di una cultura è prodotto soprattutto dal suo orientamento (cioè dalla gerarchia tra i vari sistemi semiotici che la compongono e dall’egemonia di uno sugli altri che grazie a questa predominanza pervade o assimila gli altri sistemi semiotici compresenti) e dalla sua logica relazionale (cioè dalle modalità di relazione tra i vari elementi che già compongono il sistema). L’attribuzione della dominanza a un sistema semiotico, determinante per costituire l’unità di una cultura, è la conseguenza più netta della formulazione di un automodello: è infatti grazie al sistema o ai sistemi dominanti che si costruisce il sistema unificato che deve servire da codice per l’autoconoscenza e l’autodecifrazione dei testi della cultura data. L’impulso alla trasformazione è dunque insito nei sistemi culturali, e ciò permette osservazioni proficue ai fini della tipologia delle culture e della loro storicizzazione. In termini generali, le trasformazioni di una cultura possono esser viste come risultato di quel confronto tra ordine e caos che abbiamo già indicato costitutivo di ogni cultura. Se dal punto di vista dell’osservatore interno la cultura, come organizzazione e informazione, si contrappone al caos come entropia e indicibilità, dal punto di vista dell’osservatore esterno la cultura non viene a rappresentare un meccanismo immobile, bilanciato in una dimensione sincronica, bensì un congegno dicotomico il cui funzionamento si attuerà come invasione dell’ordine nella sfera del non-ordinato, e come contrapposta irruzione del non-ordine nell’area dell’organizzazione. In momenti diversi dello sviluppo storico può dominare l’una o l’altra tendenza. L’acquisizione alla sfera della cultura di testi provenienti dall’esterno risulta essere talvolta uno stimolo potente di sviluppo culturale. E sarebbe interessante, nonché d’importanza dirimente, avviare uno studio della storia delle civiltà seguendo il vario modo in cui esse si sono rappresentati ordine e caos, e le alterne vicende di un caos ora defenestrato ora irrompente, ora paventato ora vagheggiato.

 

tipologia della cultura

Anche per la tipologia delle culture la semiotica dei modelli culturali ha avanzato proposte convincenti.

Segnalo ad esempio la differenza tra culture che si orientano sulla posizione del parlante e altre che si orientano su quella dell’ascoltatore (diciamo dell’emittente e del ricevente). Nel secondo tipo di cultura i concetti di massima chiarezza e di massima validità coincidono, i testi cercano di essere spontanei, non convenzionali, e si attribuisce il massimo apprezzamento alla prosa, all’annalistica, al giornalismo, alla trattatistica. La cultura del primo tipo ha invece tendenze esoteriche, preferisce i testi chiusi e poco accessibili, valorizza la poesia, la profezia, magari anche i linguaggi segreti. Nella cultura orientata sul parlante, l’uditorio si modella a immagine e somiglianza dell’emittente del testo, nell’altra è l’emittente che costruisce se stesso ad immagine dell’uditorio. Le opposizioni Rinascimento-Barocco e Classicismo-Romanticismo sono tra le attuazioni storiogra­fiche più evidenti di questa polarità.

Altra distinzione efficace è quella tra culture orientate sull’espressione e altre dirette sul contenuto: le prime si rappresentano come un sistema di testi, le altre come un sistema di regole; le prime si volgarizzano attraverso manuali formati come meccanismi generativi, le altre attraverso catechismi e crestomazie; le culture orientate sul contenuto hanno la vocazione del proselitismo, e considerano come una riserva di caccia lo spazio della non-cultura; quelle orientate sull’espressione tendono invece a chiudersi in se stesse, ad alzare barricate contro tutto ciò che si oppone loro, a identificare non-cultura e anti-cultura. Propongo come esempio della prima categoria il Classicismo e il Realismo europei; esempio della seconda la Cina medievale e la Russia di Ivan il terribile.

Assai brillante la distinzione tra culture che attuano una comunicazione del tipo io-egli e culture che attuano una comunicazione del tipo io-io. In un caso, abbiamo a che fare con un’informazione data in anticipo, che viene trasferita da un uomo all’altro tramite un codice che rimane costante nell’ambito dell’intero atto comunicativo. Nell’altro, invece, si tratta di un aumento dell’informazione, di una sua trasformazione e riformulazione secondo altre categorie; inoltre, non vengono introdotti nuovi messaggi, ma nuovi codici, mentre il destinatario e il mittente coincidono; in questo processo autocomunicativo ha luogo anche una riorganizzazione della personalità, dal senso della propria individualità (necessario all’uomo in determinati tipi di cultura) all’autoidentificazione e all’autoterapia psichica. A detta di Lotman, l’arte si avvale di entrambi i sistemi di comunicazione, anzi oscilla e gravita nel campo della loro reciproca tensione dinamica e strutturale. Effetti estetici si producono a partire dal momento in cui il codice incomincia a essere usato come messaggio, e il messaggio come codice, perché il testo passa da un sistema di comunicazione a un altro, pur conservando un legame con entrambi. Ora si può dare il caso che una cultura si orienti piuttosto sull’autocomunicazione oppure sulla comunicazione dominante nel sistema vigente. Nel primo caso si potrà avere una notevole attività spirituale, una tendenza alla poeticità con conseguente riduzione delle parole a indici, tendenza alla crittografia, indebolimento dei nessi semantici e sottolineatura di quelli sintagmatici, e per contro uno scarso dinamismo. Invece, le culture orientate sul messaggio tendono a dilatare illimitatamente il numero dei testi e comportano un rapido aumento delle conoscenze, come nella cultura europea dell’Ottocento.

Ma Lotman va oltre, e presenta il tentativo più ampio di applicare alla intera storia della cultura una interpretazione tipologica. Egli parte da una matrice basata sulla prevalenza o sulla scarsa importanza dei valori rispettivamente paradigmatici (rapporti di sostituzione tra segni) e sintagmatici (rapporti di combinazione tra segni). Le quattro possibilità s’interpretereb­bero così: 1) il codice culturale costituisce solo l’organizzazione semantica; 2) il codice culturale costituisce solo l’organizza­zione sintagmatica; 3) il codice culturale è orientato verso la negazione di entrambi i tipi di organizzazione, cioè verso la negazione del carattere segnico; 4) il codice culturale si presenta come la sintesi di entrambi i tipi di organizzazione. Vediamoli. 1) Il primo tipo, definito semantico o simbolico, è quello proprio del Medioevo. Il mondo vi è immaginato come parola, e la creazione è un atto di formazione segnica. Tutti i segni rinviano in qualche modo a un significato unico, perciò non importano i loro rapporti reciproci, ma semmai gli approfondimenti di significato realizzati in ogni segno. Anzi, la parte è omeomorfa al tutto, dato che può fungerne da simbolo. Nel modello medievale del mondo vi è dunque una bipartizione: fenomeni aventi significato, e fenomeni della vita pratica privi di significato. Da qui la decisione contraddittoria di escludere il biologico e il quotidiano dai valori, e di dar valore a fatti impalpabili ma fortemente simbolici. Il quotidiano può essere recuperato solo trasformandosi in rituale; l’individuo non ha diritti in quanto tale ma solo come membro del gruppo. Il paradigma semantico-simbolico è costituito su grandi opposizioni (cielo-terra, eternità-tempo, bene-peccato, ecc.) da cui le varie serie semantiche sono deducibili senza residui. Naturalmente il tempo è espunto dal quadro del mondo, e l’inizio non è completato dalla fine, ma è argomento di eternità: di qui la ricerca di antenati per le stirpi e i popoli. 2) Definito sintagmatico, il secondo tipo sarebbe rappresentato dalle concezioni chiesastico-teocratiche e assolutistiche dei secoli 16° e 17°. Ora si respinge il significato simbolico degli avvenimenti e dei fenomeni e tutto viene portato sul piano chiesastico e/o statale o statuale. Si valutano soprattutto le cognizioni utili, e il buon senso è il principale criterio di realtà. Le parti (per esempio l’individuo) non sono più viste come omologhe al tutto, ma come frazioni che il tutto organizza. È in questo quadro che si sviluppano gli ideali democratici. Con netta differenza rispetto al tipo semantico, gli oggetti culturali vengono posti s’un asse temporale, e nel movimento si vede in genere un perfezionamento; nell’opposizione vecchio-nuovo il primo termine è visto come negativo, positivo il secondo. Nasce il concetto di progresso: che però, inteso come sottomissione alla Chiesa e/o allo Stato o come ampliamento delle conoscenze scientifiche, porta a una nuova semantizzazione, di carattere burocratico. 3) Si può definire non-paradigmatica e non-sintagmatica una cultura come l’Illuminismo, con la sua rivendicazione delle cose e degli oggetti contro i segni e soprattutto le parole, della realtà biologica e antropologica contro l’organizzazione sociale. Prende l’aire l’antitesi tra naturale e artificiale (dove l’elemento positivo è il primo); si scopre l’arbitrarietà del rapporto significante-significato. Infine, tutta l’attenzione è prestata all’individuo (magari solitario come Robinson), mentre i grandi raggruppamenti umani sono visti solo come agglomerati sterili. 4) Con l’imporsi della società borghese, infine, si fa viva, e urgente, l’aspirazione a concepire un modello del mondo che lo presenti provvisto di senso e di unità. Si sviluppano storicismo e dialettica, con l’aiuto dei quali l’idea del mondo come successione di fatti reali, che sono l’espressione del moto profondo dello spirito, conferisce a tutti gli avvenimenti un duplice senso: semantico, in quanto rapporto tra le manifestazioni fisiche della vita e il loro senso occulto, e sintagmatico, in quanto rapporto tra esse e la totalità storica. Il mondo appare insomma strutturato come una lingua, con piano del contenuto e piano dell’espressione, mentre ci si sforza, ma non sempre con successo, di inserire nel sistema i fatti che gli sono estranei. Di qui i conati di evasione da questo tipo, ai quali tuttora si assiste, tesi a rompere un ideale di perfezione organizzativa o, per lo meno, a demistificarlo presentandocelo rovesciato: è il caso del codice comico e carnascialesco che (messo a punto dalla cultura popolare medievale, emarginata, ma universale e atemporale) si crea un anti-modello, speculare a quello accolto dalla cultura dominante, che capovolge l’ordinamento topologico delle opposizioni privilegiando il basso a scapito dell’alto cioè il corpo contro lo spirito e la follia contro la saggezza come si vede benissimo nel “dialogus Salomonis et Marcolphi” (non per nulla imitato nei secoli: dalla maschera di Bertoldo di G. C. Croce al Sancio di Cervantes).

 

ASPETTO ASSIOLOGICO DELLA CULTURA

Abbiamo visto come la cultura si caratterizzi nei confronti del mondo, cioè dell’esperienza, e delle rappresentazioni che se ne fa. L’aforisma poc’anzi menzionato di Heller ci offre ora il destro per affrontare il tema del valore assiologico della cultura.

Partiamo col dire che il discorso del mondo è possibile solo entro una collettività. Ogni conformazione sincronica della cultura riflette lo stato della società che la esprime in due modi: il primo è la gerarchizzazione dei sistemi; il secondo è la tendenza di ognuno dei sistemi componenti ad atteggiarsi omologamente ai rapporti che individuano la società corrispondente. Si richiamano al primo dei due modi i tentativi abbozzati da J. N. Tynjanov di collegare i vari ambiti o sfere (che egli chiamava “serie”) e d’individuare in una data società la serie dominante[2]. (In modo analogo, Tynjanov spiegava le trasformazioni dei generi letterari con l’assunzione della leadership da parte dell’uno o dell’altro genere.[3]) Si riferisce invece al secondo modo la concezione bachtiniana della lingua come monade in cui si ritrovano, codificati, i livelli sociali-culturali, le varianti ideologiche, e gli “ideologemi” (cioè le parole portatrici di marche ideologiche)[4].

Riflessioni di questo genere permettono di progettare uno studio della cultura e della società che superi i rozzi sociologismi e sappia cogliere la dialettica tra i modelli, il combinarsi di sistemi semiotici più o meno direttamente conformi al sistema economico, l’impegno della cultura a proporre modelli nuovi a specchio dei mutamenti o crisi dell’ordine sociale e perciò anche a incidere sui sistemi vigenti. La definizione dei modelli non avviene negli spazi dell’astrazione, anzi è la lenta conquista di territori della realtà in movimento, i quali solo grazie a una visione segnica possono entrare nell’orizzonte della comprensione.

 

 

 

ASPETTO IDENTITARIO DELLA CULTURA

 

esclusività della cultura

Ma la cultura si caratterizza soprattutto nei riguardi delle altre culture, poiché ogni cultura è naturalmente antagonista e potenzialmente egemone. Non potrebbe nemmeno non esserlo una cultura che si ponesse come conciliazione e armonizzazione delle altre: perché essa si sentirebbe immediatamente superiore a tutte queste.

Sono ormai noti gli schemi della contrapposizione tra una cultura data e le altre, formulati (e disegnati, specialmente da Lotman) come coppie oppositive noi-altri (i rappresentati di una cultura e quelli delle altre), interno-esterno (ciò che è esterno e ciò che è lontano rispetto ai membri di una cultura), questo-quello (ciò che è vicino e ciò che è lontano rispetto ai membri di una cultura). Questi schemi sono duttili e atti a realizzazioni più complicate: per esempio, con noi-altri è possibile indicare, anche graficamente, il senso di centralità o perifericità che hanno i rappresentanti di una cultura su quelli di un’altra; con interno-esterno si rappresentano, fra gli altri, i rapporti con il sovrannaturale intrattenuti da superstizioni e religioni, nonché l’eventuale enucleazione, entro il sovrannaturale, di agenti benefici e malefici oppure di agenti mediali tra l’elemento terreno e quello sovrannaturale; infine, la coppia questo-quello qualsiasi opposizione duale o binaria, come quella autoctoni-stranieri.

Questi schemi sono di natura topologica, poiché rappresentano spazialmente situazioni mentali. (Essi potrebbero rivendicare i loro diritti epistemologici invocando le categorie kantiane del tempo e dello spazio. Soprattutto la seconda, con l’aiuto della quale si formalizzano situazioni che già nella realtà hanno attinenze spaziali.) Trovo però anche più interessante il fatto che nel fissare questi modelli generalissimi la metalingua dei modelli si rifaccia a schemi primitivi, in qualche modo mitologici. La scelta di una metalingua discreta di tratti distintivi del tipo alto-basso, sinistra-destra, scuro-chiaro, nero-bianco, per la descrizione di testi continui, come quelli pittorici e cinematografici, di per sé può essere considerata una manifestazione di tendenze arcaizzanti, che sovrappongono al testo continuo della lingua-oggetto categorie metalinguistiche più tipiche dei sistemi arcaici a classificazione simbolica binaria (quali sono i sistemi mitologici e rituali). Ma non si può escludere che, in qualità di archetipi, i tratti di questo tipo siano conservati anche nella creazione e nella percezione di testi continui. Sarebbe da sviluppare qui una discussione sullo statuto semiotico dei modelli. Una volta notato che essi non sono di carattere linguistico, perché o visivi o con uso prelinguistico e metaforizzato dell’elemento linguistico, si potrebbe proseguire con una disamina del concetto di metalinguaggio (che è, in soldoni, l’uso del linguaggio per parlare del linguaggio stesso), e in particolare di quello di metalinguaggio culturale: insistendo, per esempio, sul fatto che non è possibile uscire dal punto di vista di una cultura particolare per affrontare i problemi della cultura in generale, mantenendo la lingua della cultura di partenza. Infine, ci sarebbe da dibattere il problema se, a differenza della lingua, la semiotica, sia del testo sia della cultura, non possa postulare l’esistenza di significati prelinguistici, di cui i vari linguaggi sarebbero soltanto la verbalizzazione.

 

sistema modellizzante della cultura

In ogni caso, questi modelli possono rappresentare i tratti primigenii di una cultura, sia che li si deduca da una considerazione complessiva, sia da singole enunciazioni. Può qui proficuamente venirci in aiuto l’utile concetto di “sistema modellizzante”, cioè l’insieme strutturato degli elementi e delle regole che si trovano in rapporti di analogia con il complesso degli oggetti sul piano della conoscenza, della presa di coscienza e dell’attività normativa e pertanto può essere considerato come una lingua. Una volta avvertito che per modello si deve intendere tutto quanto riproduce l’oggetto ai fini del processo conoscitivo, e che il sistema modellizzante primario è la lingua, è chiaro che gli altri sistemi modellizzanti sono i vari sistemi culturali, in particolare l’arte, intesa come riproduzione del mondo, come anàlogon del mondo.

Codificazione e decodificazione sono rispettivamente le traduzioni della realtà in lingua e le deduzioni dalla lingua della realtà riferita. Il testo, nella misura in cui riproduce la realtà, usa la lingua della cultura, e perciò viene chiamato “testo della cultura”. Definendo infatti la cultura come una lingua secondaria, dobbiamo abituarci a lavorare con il testo in tale lingua secondaria, il “testo della cultura” appunto. Considero importantissimo, a questo riguardo, sottolineare che proprietà obbligatoria di un testo della cultura è la sua universalità: il quadro del mondo è correlato con tutto il mondo e, in linea di principio, ingloba tutto; domandarsi che cosa ci sia fuori di tale quadro è, dal punto di vista di una data cultura, altrettanto assurdo che porsi lo stesso quesito in rapporto all’intero universo. Il quadro del mondo non può infatti essere più o meno informativo: è questione di rapporti interni uguali anche col variare degli elementi impiegati per descriverlo. Ogni testo della cultura, a questo riguardo, è una monade che rispecchia il modello della cultura stessa.

 

BIBLIOGRAFIA

- M. Bachtin: “estetica e romanzo” (1975; Einaudi, Torino,       1979);

- A. Giacalone Ramat e T. Kemeny: “linguaggi letterari e       metalinguaggi critici” (La Nuova Italia, Firenze,           1985);

- J. M. Lotman e B. A. Uspenskij: “semiotica e cultura          (Ricciardi, Milano-Napoli, 1975);

- J. M. Lotman e B. A. Uspenskij: “tipologia della cultura  (Bompiani, Milano, 2001);

- S. Miceli: “in nome del segno: introduzione alla       semiotica della cultura” (Sellerio, Palermo, 1982);

- P. Rossi: “il concetto di cultura. i fondamenti teorici       della scienza antropologica” (Einaudi, Torino,            1970);

- C. Prevignano: “la semiotica nei paesi slavi” (Feltrinelli,        Milano, 1979);

- S. Salvestroni: “testo e contesto” (Laterza, Bari, 1980);

- C. Segre: “semiotica, storia e cultura” (1977; Liviana,         Padova, 1985);

- J. N. Tynjanov: “avanguardia e tradizione” (1929; Dedalo,   Bari, 1968).

 

 

 

 

 

 

 



[1] Una comoda e ancora oggi valida antologia è “il concetto di cultura: i fondamenti della scienza antropologica” curata da P. Rossi (Einaudi, Torino, 1970).

[2] J. N. Tynjanov: “avanguardia e tradizione” (1929; Dedalo, Bari, 1968): p. 45-60.

[3] J. N. Tynjanov: “avanguardia e tradizione” (1929; Dedalo, Bari, 1968): p. 23-44.

[4] M. Bachtin: “estetica e romanzo” (1975; Einaudi, Torino, 1979).

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