"LO STRAMPARLONE"

 

Manuel Omar Triscari

 

 

 

LO STRAMPARLONE: 

profilo storico-critico di Bohumil Hrabal.

 


 






EPITOME.

Il presente saggio è incentrato sulla ricezione critica dell’opera e della figura di Bohumil Hrabal in Italia. Lo studio si propone come analisi dei materiali critici che permettono, quando possibile, di tracciare analogie e discordanze (quest’ultimo, secondo il professore Corduas, sembra essere il lavoro più semplice) con alcuni dei poeti narratori e registi italiani che a Hrabal si interessarono. 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

<<C’è chi percorre i fossati delle auree vie meridiane, c’è chi si rinfresca di continuo la testa surriscaldata tra le onde che si infrangono, che sciabordano incessantemente. C’è chi ha un ricciolo acceso dalla scintilla dell’anticipo del motore, c’è chi rincorre continuamente una grossa opportunità all’orizzonte. Sono gli “stramparloni”. E stramparlone è chi stramparla, e chi stramparla è stramparlone e il suo modo di fare è stramparlare. Dunque stramparlone è chi fronteggia costantemente un oceano di pensieri molesti. Il suo monologo è un continuo fluire, ora è un fiume sotterraneo che scorre nella cavità della mente, ora si riversa fuori dalla bocca. Il suo monologo passa di bocca in bocca come una fiaccola accesa in mano alla staffetta della lingua. Lo stramparlone è strumento della lingua, la arricchisce di tutte le tenerezze e i trucchi di cui si interessa la linguistica. Lo stramparlone di regola non ha letto quasi niente, ma in compenso ha osservato molto e ascoltato molto. E non ha dimenticato quasi niente. È incantato dal monologo interiore che lo accompagna in giro per il mondo come un pavone dalle sue belle piume.>>

 

Bohumil Hrabal.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

INTRODUZIONE.

 

Chiarire la figura del Bohumil Hrabal, scrittore (anzi “trascrittore”, come lui stesso si definisce) dall’animo lirico e uomo dai molti e svariati mestieri, da alcuni considerato come il più grande narratore ceco contemporaneo benchè sconosciuto ancora al grande pubblico, è lo scopo di questo saggio.

Impresa ardua, dato il carattere sfuggente di questo personaggio e la sua ritrosia a essere ‘collocato’. Per questo mi limiterò a studiare l’accoglienza, la presenza e la ricezione di Hrabal in Italia. Il che avvenne a partire dagli anni ‘60 con i pionieristici studi di Angelo Maria Ripellino, Sergio Corduas e, in fine, Annalisa Cosentino.

Il mio contributo si propone come analisi dei materiali critici, in realtà ancora pochi in Italia, che permettono, quando possibile, di tracciare analogie e discordanze (quest’ultimo, secondo il professore Corduas, sembra essere il lavoro più semplice) con alcuni dei poeti narratori e registi italiani che a Hrabal si interessarono.

Nel presente volume si traccia, dunque, un profilo storico-letterario e cronologico di Hrabal con un breve carrello sulla letteratura ceca degli anni coevi, prendendo in esame i materiali critici raccolti che permettono d’inferire legami e connessioni tra Hrabal ed esponenti del mondo letterario italiano contemporaneo [Corduas1982: 109].

L’obbiettivo è quello di tracciare un percorso storico, critico e artistico che considera Hrabal come uno dei più grandi scrittori contemporanei presentando le figure e i contributi di quanti, autori e critici, hanno dedicato molte pagine importantissi­me della loro bibliografia.

Tutto questo tenendo sempre in considerazione come il ceco fu, eccetto che per gli inizi di matrice esistenzialista e surrealista, quindi di eco fortemente centro-europea, quasi sempre un isolato, un outsider la cui poetica non trova facili agganci: <<Hrabal è capitolo a sé come persona e come testi, anche se ha fortunatamente qualche zio e cugino, non però, credo io, figli o fratelli in letteratura.>> [Corduas2003: xvii].

I materiali consultati e utilizzati non costituiscono, in realtà, parti di manuali, letterature o antologie vere e proprie, vista la colpevole omissione di Hrabal da tali pubblicazioni, e la difficoltà di incasellare il soggetto. I materiali su cui si è lavorato sono costituiti da: introduzioni, premesse e prefazioni ai suoi lavori; recensioni; intervista (a volte articolate, altre alquanto sfuggenti); e confessioni letterarie dello scrittore stesso, che a volte ci aiuta facendo i nomi di italiani illustri che in un modo o nell’altro lo hanno influenzato, colpito (o anche solo sfiorato). Ecco i materiali su cui si è lavorato, per realizzare questa veloce carrellata su tutti coloro che lo hanno, semplicemente citandolo o esaminandolo in maniera approfondita, inserito nei propri testi. Carrellata che ha assunto le sembianze di un collage, forma che, credo (spero), non sarebbe dispiaciuta allo scrittore, considerando i dati formali pertinenti dei suoi lavori, soprattutto di quelli giovanili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LE OPERE E I GIORNI.

 

Molti di coloro che hanno scritto e scrivono su Hrabal (recensori, giornalisti e critici) partono dalla morte dello scrittore, dall’eccezionalità della sua morte, avvenuta a 82 anni per essersi sporto eccessivamente, mentre era intento a sfamare alcune colombe, dalla finestra dell’ospedale nel quale era ricoverato. Ma chi lo conosceva bene, come Sergio Corduas, smentisce la fortuità della morte e propende per la tesi del suicidio, unico modo per interrompere quella vita che ormai gli sfuggiva.

Bohumil Hrabal nasce nel 1914 in Židenice, sobborgo di Brno. Nel 1919 la famiglia si trasferisce in Nymburk, nella Boemia centrale, dove il padre ottiene un impiego come amministratore in una fabbrica di birra. La città conserverà sempre un ruolo eminente nella vita e nell’opera dello scrittore, come è possibile evincere da Hrabal1973, Hrabal1987 e Hrabal1992. E sempre lì a Nymburk arriva lo zio Pepin, colui che diventerà in seguito il suo primo e unico maestro, come conferma l’autore stesso. Intanto la carriera scolastica del giovane Bohumil procede male: non brilla e soffre le regole e la rigida disciplina dell’istituzione. Nel 1934 riesce comunque a conseguire la maturità scientifica e l’anno successivo si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Praga. Hrabal non ha la cultura di un letterato, nel periodo degli studi universitari non frequenta gruppi di artisti più o meno organizzati, ai quali si avvicinerà solo più tardi, senza mai aderire a un programma comune dichiarato. Di quegli anni sono anche i primi tentativi poetici: scrive alcuni versi che compaiono sul giornale di Nymburk Občanské Listy nel 1937.

Nel 1939, con l’occupazione nazista e la conseguente chiusura delle università ceche, Hrabal inizia un praticantato presso un notaio. Comincia così la lunga sfilza dei suoi lavori che ha contribuito non poco alla creazione della sua leggenda.

Dalla studio notarile passa infatti a una cooperativa di ferrovieri a Mymburk, dove lavora come magazziniere, evitando così la partecipazione diretta alla guerra. Tra il 1942 e il 1945 è operaio a Dobrovice e poi manovratore a Kostomlaty.

Negli anni dell’occupazione s’intensifica l’amicizia con il musicista Marysko e insieme i due portano avanti il progetto della stesura di un manifesto contenente i principi estetici da loro condivisi creando così il Neopoetismo, un movimento che racchiude al suo interno il frutto dell’esperienza surrealistica fusa a quella del poetismo. Dopo la guerra Hrabal s’iscrive al partito comunista dal quale uscirà tuttavia poco tempo dopo.

Riprende gli studi universitari e, nel 1946, si laurea. Il peregrinare da un lavoro all’altro resta però una costante della sua biografia: assicuratore e poi commesso viaggiatore, non eserciterà mai la professione per la quale ha studiato. A questi anni risalgono le prime prose importanti: il racconto esistenziale “caino” e il collagemortomat”.

Nel 1949 lavora alle acciaierie Poldi di Kladno, periodo questo che segnerà una svolta: l’esperienza diretta con il duro lavoro, il contatto con gli altri operai, cambieranno la sua vita e la sua poetica. Inizia così la fase del realismo totale, mossa dall’intento di rappresentare la realtà nella sua totalità, con i suoi lati brutali e oscuri, senza alcuna funzione (idea, questa, in opposizione alla poetica dominante del realismo socialista). L’ambiente delle acciaierie farà da sfondo a molte sue opere quali “la bella Poldi” e “Jarmilka” [Hrabal2003], testi talmente crudi da rimanere inediti per lungo tempo, anche a causa dell’opprimente censura che gravava sul panorama letterario ceco dell’epoca.

Nel 1950 si trasferisce a Libeň, un sobborgo di Praga in cui, in seguito, abiterà anche l’amico Vladimir Boudnik, considerato oggi come uno dei più grandi artisti visuali cechi. Anche la casa di Libeň assumerà un ruolo fondamentale nella vita di Hrabal, per gli stimoli culturali di cui fu sede. Nel testo “un tenero barbaro” [Hrabal1994] del 1973, Hrabal racconta quegli anni di amicizia e di fermento durante i quali Praga fu terreno fertile per la formazione della cultura alternativa ceca di quell’epoca. Il realtà, Hrabal, pur facendone parte, rappresenta sempre una presenza a sé, distante da gruppi e tendenze. L’ambiente da osteria inizia in quegli anni a rappresentare non solo un luogo d’incontro vitale per i giovani intellettuali di allora, ma anche un nuovo ambiente creativo, da osservare e da rappresentare.

Nel 1952, in seguito a un grave incidente alla testa, termina il suo lavoro alle acciaierie Poldi e nel 1954 si impiega presso un deposito di carta da macero, come descritto in “una solitudine troppo rumorosa” [Hrabal1987].

Nel Dicembre del 1956 sposa Eliška Plevová, da lui affettuosamente chiamata con l’appellativo Pipsi, e nello stesso anni pubblica un piccolo volume dal titolo “hovory lidí (= “i discorsi della gente”). E, sempre nel 1956, esce il primo saggio dedicato alla sua prosa, scritto da Václav Havel, che individua le novità della prosa hrabaliana e ne delinea i tratti distintivi, accostandolo per primo all’Hašek.

Nel 1959 ottiene una sovvenzione per la professione di scrittore da lui svolta che gli permette di lasciare il suo impiego presso il deposito di carta da macero e iniziare una nuova esperienza come macchinista di scena e come comparsa teatrale e, intanto, le sue opere iniziano ad avere sempre più vasta circolazione. Dal 1962 lasciò anche questo impiego per divenire, infine, scrittore di professione. Nel 1963 esce la raccolta di racconti “una perlina sul fondo” [Hrabal2003: 151-267].

L’anno successivo escono “gli stramparloni” [Hrabal20­03: 267-496] e “lezioni di ballo per adulti e avanzati” (non tradotto in italiano). I termini pábit e pábitelé, indicanti un tratto fondamentale della poetica hrabaliana (cioè l’attitudine dei personaggi allo sproloquio), entrano di fatto nella lingua ceca. I libri di Hrabal causarono una vera e propria rivoluzione nella vita culturale ceca degli anni ‘60: finalmente un autore che aveva qualcosa di originale da dire e lo diceva in modo completamente diverso e originale e libero dai dettami e dalle costrizioni della tradizione letteraria.

La possibilità ovvero l’impossibilità di tradurre le opere di Bohumil Hrabal in altre lingue è un argomento frequentemente discusso che mi permetto di riproporre nell’anno del centenario della nascita dello scrittore ceco. In Italia è nota la frase attribuita allo stesso Hrabal <<Scrivo talmente male che i miei traduttori non sanno che pesci pigliare.>> [DiStefano1997: 29], e i lettori e gli studiosi cechi spesso lo considerano un autore esclusivamente ceco e perciò intraducibile e incomprensibile agli stranieri. Eppure Bohumil Hrabal è da tempo stimato e ammirato in vari paesi del mondo, Italia inclusa. In generale possiamo affermare che i traduttori dei testi di Hrabal in italiano hanno svolto molto bene questo compito difficile, visto che l’autore è diventato uno dei più conosciuti e dei più letti tra gli scrittori cechi in Italia. Lo scopo di questo articolo non è di criticare il lavoro delle traduttrici, ma piuttosto di richiamare l’attenzione sui vari problemi che si riscontrano traducendo i testi hrabaliani e sulle differenti soluzioni che sono state adottate. La parola pábitelé viene usata nel titolo di questo articolo con un significato volutamente triplice. Il neologismo ripreso da Hrabal (ma non si tratta di un’invenzione di Hrabal. La parola sarebbe stata inventata dal poeta Jaroslav Vrchlický. Hrabal l’avrebbe sentita per la prima volta da Jiří Kolář, se ne impadronì e la rese famosa con un significato proprio) indica i tipici personaggi delle sue opere narrative, è il titolo di una raccolta di racconti uscita per la prima volta a Praga nel 1964 e così s’intitola anche uno dei racconti. Ci soffermeremo quindi brevemente sulla storia delle traduzioni del termine in italiano e sulle vicende editoriali della raccolta, per passare infine a un confronto più dettagliato tra due traduzioni del racconto omonimo. Il neologismo pábitel da decenni causa problemi ai traduttori. Già Angelo Maria Ripellino nella sua prefazione al primo libro di Hrabal uscito in Italia cerca di caratterizzare il tipico pábitel e traduce questa espressione con la parola “sbruffone”. <<Gli eroi di Hrabal sono in genere omini da nulla, che si ingegnano di accomodare alla meglio la propria vita nelle strettoie di un regime oppressivo. Con termine nuovo egli li ha definiti in un altro libro “pábitelé”, ossia sbruffoni. Si tratta di piccoli fantasticatori, di sviati, di parassiti: insomma di malsicuri e di offesi, che inventano senza risparmio universi lunatici nello squallore d’una nazione ridotta a provincia: innocui smargiassi, chiacchieroni indomabili, pieni di falso zelo e nutriti di trovatine sentimentali da vecchio corriere del cuore e di film e delle grigie riviste illustrate che circolano nel comunismo: mitomani imbevuti di albagia distrettuale e con pretese di dozzinale cultura.>> [Ripellino1968: vi]. Il termine è stato poi per un certo periodo accettato dai traduttori italiani, pur non senza obiezioni. La sfumatura negativa della parola italiana non convinceva i colleghi più giovani di Ripellino e così nelle prefazioni e nelle recensioni veniva abitualmente accompagnata dalla parola ceca pábitel. Sergio Corduas dice a proposito: <<In quasi nessun caso dove in italiano si usa il normalissimo sbruffone si potrebbe usare in ceco pábitel.>> [Corduas2003: xxx], e precisa attenuando leggermente i tratti negativi descritti da Ripellino: <<Pábitel è colui che è capace di esagerare, poi che fa tutto con eccessiva passione e rischia dunque di sembrare ridicolo… è il contrappeso del personaggio civilizzato e intellettuale… è uno strumento del linguaggio… vede la realtà attraverso il diamante dell’ispirazione.>> [Corduas 2003: xxix]. Così, solo nel 2003, nella grande raccolta delle opere scelte [Hrabal2003] i curatori e i traduttori hanno deciso di sostituire sbruffone con il neologismo “stramparlone”. Nemmeno questa espressione è stata accettata senza obiezioni. Il termine suggerisce sì la caratteristica principale dei personaggi hrabaliani, cioè il parlare troppo, l’esagerare, ma al livello del significante non risulta molto riuscito. Mentre le parole ceche pábitel, pábit e soprattutto pábení sono decisamente eufoniche, le espressioni corrispondenti in italiano “stramparlone”, “stramparlare” e “stramparlaggine” non lo sono. In questo senso (e qui mi permetto un’osservazione personale e, in quanto tale, soggettiva) l’eufonia delle espressioni ceche rende il pábitel un personaggio simpatico il cui parlare esagerato, se non è proprio piacevole, desta un sorriso indulgente, d’altra parte lo “stramparlone”, dal suono della parola, pare un chiacchierone fastidioso. Pábení contiene in sé qualcosa di poetico, se non addirittura fiabesco (anche per la somiglianza con parole come vábení e mámení). Questa sfumatura di significato nella “stramparlaggine” è difficilmente percepibile. Si confronti un brano in cui Hrabal descrive i suoi personaggi con la traduzione in italiano (1964, risvolto di copertina): <<Sono gli stramparloni. E stramparlone è chi stramparla, e chi stramparla è stramparlone e il suo modo di fare è stramparlare. Dunque stramparlone è chi fronteggia costantemente un oceano di pensieri molesti. Il suo monologo è un continuo fluire, ora è un fiume sotterraneo che scorre nella cavità della mente, ora si riversa fuori dalla bocca. Il suo monologo passa di bocca in bocca come una fiaccola accesa in mano alla staffetta della lingua. Lo stramparlone è strumento della lingua, la arricchisce di tutte le tenerezze e i trucchi di cui si interessa la linguistica. Lo stramparlone di regola non ha letto quasi niente, ma in compenso ha osservato molto e ascoltato molto. E non ha dimenticato quasi niente. È incantato dal monologo interiore che lo accompagna in giro per il mondo come un pavone dalle sue belle piume.>> [Hrabal2003: 1773]).

Una terza proposta su come risolvere il problema della traduzione adatta consiste nel lasciare la parola pábitel non tradotta. Adotta questa soluzione Sassi [Sassi2004], che nella sua recensione al volume opere scelte ne trova un sostegno nel fatto che la letteratura ceca in modo simile ha già regalato a molte lingue la parola robot. La proposta di Sassi non è insensata, dato che la parola pábitel sembra essere nota alla maggior parte dei lettori e sostenitori di Hrabal. Lo dimostra la sua occorrenza frequente nelle recensioni e negli articoli sullo scrittore e, per esempio, anche il nome del circolo culturale udinese “Pábitelé”. Nelle pagine web del circolo troviamo la caratterizzazione dei pábitelé nella traduzione di Giorgio Cadorini, il quale lascia il sostantivo pábitel nella forma originaria e da esso deriva la neoformazione italiana del verbo “pabitare”.

Come è già stato accennato, “pábitelé è anche il titolo della raccolta di racconti pubblicata in Cecoslovacchia nel 1964. Si tratta del secondo libro di Hrabal pubblicato ufficialmente in patria dopo lunghi anni di silenzio forzato. Negli anni duri dello stalinismo Hrabal non poteva pubblicare, accumulava esperienze di vita facendo vari mestieri (tra l’altro lavorò come operaio nelle acciaierie di Kladno) e riversava queste esperienze su carta nello spirito del “realismo totale”. I testi, che rispecchiavano fedelmente l’assurdità e la brutalità dell’epoca, dovettero attendere nel cassetto l’atmosfera più libera degli anni ‘60. Eppure neanche allora poterono uscire nelle loro versioni originarie per la forza espressiva con cui raffiguravano la realtà, per la volgarità posta in contrasto con gli slogan ottimistici del comunismo, per l’innovazione e l’originalità nei temi e nello stile. È noto che Hrabal rielaborava in continuazione i propri testi, li riscriveva creando nuove varianti, ripescava temi già utilizzati, sperimentava varie forme e generi. Comunque, molti cambiamenti furono dettati dalla censura comunista e dalle richieste degli editori. Malgrado questi interventi forzati, anche i testi pubblicati ufficialmente mantennero un alto livello di originalità e qualità artistica (ma bisogna precisare che in quel momento i critici e i lettori avevano a disposizione solo le versioni ufficiali dei testi di Hrabal. Quando poi si diffusero anche le versioni precedenti, molto più innovative ed espressivamente forti, i cambiamenti operati dallo scrittore suscitarono molte polemiche e critiche [Lopatka2010: 41–52]) e Bohumil Hrabal nel corso degli anni ‘60 divenne un autore famoso senza però ottenere il favore costante della censura; infatti, nella sua carriera si alternarono periodi in cui pubblicava a periodi in cui riempiva i cassetti. Anche i racconti contenuti nel volume “pábitelé spesso sono varianti meno problematiche e meno controverse (dal punto di vista del contenuto e dello stile) di testi scritti durante gli anni ‘50. Soprattutto il racconto “Jarmilka”, nato nel 1952 con il sottotitolo “documento”, subì molti cambiamenti. A Hrabal è sempre rincresciuto che “Jarmilka” non fosse potuto uscire nella forma e nel periodo in cui era stato scritto e anche per l’autore il testo, dopo tanti anni, aveva perso molto della sua forza (Hrabal1996: 135). Sapendo ciò, può sorprendere il fatto che le traduzioni italiane di questi racconti si basassero sulle versioni ufficiali. Del resto, fino all’edizione di “una solitudine troppo rumorosa” del 1987, le case editrici italiane pubblicavano solo libri di Hrabal usciti precedentemente in Cecoslovacchia. Pur essendoci fra i traduttori italiani di Hrabal alcuni amici e conoscenti dello scrittore, prima del 1987 non era stato pubblicato in Italia nessun suo libro proibito in Cecoslovacchia (non consideriamo qui il romanzo “Ho servito il re d’Inghilterra”, uscito in Italia nel 1986, che in Boemia era stato pubblicato in modo, per così dire, semiufficiale). Il secondo libro di Hrabal pubblicato in Italia − la raccolta “pábitelé − esce nel 1973 con il titolo “vuol vedere Praga d’oro?” e la traduttrice Hana Kubištová Casadei, quindi, evita la traduzione problematica del titolo ceco e lo sostituisce con il nome di un altro racconto della raccolta. La scelta può essere motivata dal fatto che Praga è un concetto che da un secolo attira il pubblico italiano. Mentre la Cecoslovacchia o più tardi la Repubblica Ceca sono per molti solo un paese dell’Est sconosciuto, la sua capitale è un mito, è magica, è d’oro, è un sogno. In più, proprio nell’anno 1973 esce “Praga magica” di Angelo Maria Ripellino (Ripellino1973), che cinque anni prima aveva curato l’edizione dell’opera “inserzione per una casa in cui non voglio più abitare” (Hrabal1968) tradotta in italiano da sua moglie Ela. Ciononostante, l’uscita del secondo libro di Hrabal passò quasi inosservata. Poco valse la popolarità di Praga e la personalità dello slavista Ripellino che si impegnava a promuovere la letteratura ceca in Italia. Nel caso della “inserzione”, Ripellino, aiutato dalle circostanze, era riuscito ancora a provocare alcune reazioni dei critici e del pubblico. Era l’anno 1968, la Primavera di Praga e la successiva invasione sovietica destavano l’interesse del mondo occidentale e, in più, il film di Jiří Menzel “ostře sledované vlaky” (= “treni strettamente sorvegliati”), girato secondo la prosa omonima di Hrabal, aveva vinto un Oscar. Cinque anni più tardi questo interesse si stava spegnendo. La seconda raccolta di racconti ambientati nell’atmosfera aspra dello stalinismo non trovò molti lettori e anche il primo libro era ormai quasi dimenticato. Il Hrabal di questi racconti era probabilmente troppo ‘diverso’ per i lettori italiani, l’ambiente (spesso industriale) era troppo estraneo e il “realismo totale” (anche se moderato rispetto alle versioni originarie) troppo scioccante. Insomma, negli anni ‘70 né i fattori extraletterari, né quelli letterari furono favorevoli ai racconti di Hrabal in Italia. Del resto lo scrittore ceco ottenne fama solo con le prose più lunghe pubblicate durante gli anni ‘80, mentre i racconti rimangono ancora oggi delle letture abbastanza ostiche anche per gli ammiratori di Hrabal, che pure sono abituati a leggerlo. A questo punto possiamo chiederci quale sia stato il ruolo della traduzione nell’insuccesso della raccolta “pábitelé” in Italia. La qualità di una traduzione senza dubbio influisce sulla ricezione dell’opera e questa versione italiana è stata più volte criticata dai colleghi, il che, però, non necessariamente deve essere indicativo, visto che critiche severe tra i traduttori italiani di Hrabal sono purtroppo frequenti. Comunque, mentre la traduzione di Hana Kubištová Casadei continua a uscire presso le edizioni Guanda, i curatori delle Opere scelte di Hrabal hanno deciso di far ritradurre i testi della raccolta in questione. I “pábitelé” sono quindi tra i cinque libri che, pur essendo già stati pubblicati in Italia, appaiono nel volume con una traduzione completamente nuova. Del resto, i curatori affermano che tutte le traduzioni per le “opere scelte” sono state rivedute, corrette e, in un certo senso, unificate da loro in base all’edizione ceca “sebrané spisy Bohumila Hrabala” (Hrabal1991–1997). Secondo Corduas si è cercato di rispettare le molte ‘stranezze’ dello stile di Hrabal, ma anche di lasciare spazio alle scelte specifiche dei singoli traduttori (Hrabal2003: cxlvii-cxlix). La traduzione della nostra raccolta è di Barbara Zane. A parte il racconto “Jarmilka”, di cui si è già parlato e che nelle Opere scelte appare nella versione del 1952, si tratta praticamente di una nuova traduzione delle stesse versioni dei testi pubblicate nel 1964 in Cecoslovacchia e nel 1973 in Italia. Il racconto “pábitelé” è stato probabilmente il primo testo di Hrabal tradotto in italiano. Nel 1966 è uscito a Praga, insieme ad altri sei racconti di vari autori cechi, nella traduzione di Luciano Antonetti e sotto il titolo “una boccata d’aria fresca” [Hrabal1966: 47–59]. Secondo Ripellino la casa editrice Orbis rese “un cattivo servizio alla cultura del proprio paese *** stampando questi Sette racconti per i giorni feriali in barcollanti versioni italiane, che danno purtroppo l’immagine di un’assonnata sottoprefettura letteraria, non d’una letteratura frastagliata, molteplice, smaniosa di esperimenti, qual è oggi quella cecoslovacca” (Ripellino19666: 179–181). Più tardi, la traduzione di Antonetti è stata rivista dal traduttore e ripubblicata nella rivista Micromega, con il titolo “pábitelé” (Hrabal1989: 19–28). Lasciando però da parte questa versione meno diffusa, ci occuperemo soltanto delle due traduzioni uscite in volume: di quella di Hana Kubištová Casadei (di madrelingua ceca) del 1973 e di quella di Barbara Zane (di madrelingua italiana), pubblicata trent’anni più tardi.

Nella prassi traduttoria degli ultimi decenni, si ricorre quasi esclusivamente alla traduzione ‘fedele’, ossia, nella terminologia di Pelán [Pelàn2007: 506–516], conforme all’originale. Ciò significa che il contenuto dell’opera non viene adattato agli schemi social-culturali e letterari del paese di arrivo. D’altra parte tradurre fedelmente non significa “alla lettera”: il traduttore deve rispettare le diversità della lingua in cui traduce, cercando di mantenere allo stesso tempo l’originalità dello scrittore. Anche se il traduttore ha, senza dubbio, il diritto ad una certa libertà creativa, lo scrittore deve rimanere l’autorità suprema. Sembra che tutte e due le traduttrici del racconto “pábitelé” si siano poste gli obiettivi appena menzionati. Conservano l’ambientazione e i nomi propri dell’originale e tendono a riprodurre abbastanza fedelmente il testo del racconto cercando di trasferirlo in un italiano naturale e scorrevole. Mettiamo ora a confronto le due traduzioni e le specificità dell’originale soffermandoci su alcuni casi trattati dalle traduttrici in maniera diversa. Come è già stato detto, il testo del racconto ufficialmente pubblicato in Cecoslovacchia è un ‘compromesso’ tra l’originalità dell’autore e le richieste degli editori e in questo senso si avvicina al racconto tradizionale, soprattutto sotto gli aspetti formali. Così il testo è strutturato in paragrafi, il discorso diretto è indicato dalle virgolette, la punteggiatura è stata relativamente normalizzata rispetto ai testi degli anni ‘50. D’altra parte, il testo si discosta ancora molto dalle norme codificate del ceco scritto. Hrabal ha più volte ripetuto che voleva trascrivere i discorsi della gente e registrare così la realtà. Definire “colloquiale” lo stile di Hrabal sarebbe tuttavia insufficiente. Si tratta di una registrazione del parlato solo in apparenza, in realtà si tratta di un linguaggio letterario altamente stratificato ed elaborato in cui ogni parola e ogni virgola svolgono una funzione precisa. Nei testi di Hrabal si alternano e mescolano vari registri (dal parlato al poetico) e il lessico è ricco e variegato. Hrabal usa molti neologismi e forme inconsuete di varie parole, diminutivi, parole gergali, termini tecnici, parole di origine tedesca ecc. Dal punto di vista del traduttore, il lessico crea uno dei problemi principali e richiede lunghe ore di ricerca di equivalenti appropriati (se non addirittura del significato stesso della parola ceca). Comunque, la questione dei registri e dell’oralità è probabilmente ancora più problematica. La patina di lingua colloquiale che pervade il testo di Hrabal, costituita soprattutto dall’impiego del cosiddetto “eco comune” (obecná čeština), è un osso duro per un traduttore. Il ceco comune è una koiné sovraregionale del ceco parlata praticamente in tutta la Boemia e in una parte della Moravia. Il traduttore italiano, non avendo a disposizione un mezzo simile che non sia regionale, trova molto difficile esprimere l’oralità della prosa hrabaliana.

Nel corso degli anni ‘60 Hrabal, che gode di maggiore stima e libertà, scrive poco ed attinge le proprie idee da scritti precedenti rielaborati. Nel 1965 esce “treni strettamente sorvegliati” [Hrabal1982], il più famoso e tradotto dei suoi libri, con una tiratura di ventimila copie da cui nel 1966 il giovane regista Jiří Menzel trasse l’opera omonima che vinse l’Oscar per il miglior film straniero nel 1967. Il 1965 è anche l’anno della raccolta di racconti “inserzione per una casa in cui non voglio più abitare” [Hrabal1968] e anche per quest’opera l’accoglienza è più che positiva. Del 1968 è il volume di prose miscellanee “sanguinose ballate e miracolose leggende” [Hrabal1998].

Con l’invasione della Cecoslovacchia da parte degli eserciti del patto di Varsavia, il 21 Agosto del 1968, viene stroncata la Primavera di Praga e inizia per il paese il periodo di declino culturale che coincise con la storia politica di quel paese durante i grigi anni ‘70, durante i quali la tendenza politica più conservatrice e ideologicamente normalizzante invade anche i settori più indipendenti del panorama culturale ceco del decennio; la censura si rinvigorisce e gli intellettuali dissenzienti si vedono costretti all’esilio. Anche Bohumil Hrabal, pur avendo goduto di molto successo e molta fama, è ridotto al silenzio. Ma non fugge: al contrario, scrive disperatamente. È infatti, questo, il periodo del “manuale di un apprendista stramparlone” [Hrabal2003: 1369-1481], scritto nell’Estate del 1970, come di “la tonsura”, “ho servito il re d’Inghilterra” [Hrabal1986], “una solitudine troppo rumorosa”, “la cittadina dove il tempo si è fermato” e “un tenero barbaro” [Hrabal2003]. Nel 1976 conclude “una solitudine troppo rumorosa”, pubblicata, come molte altre sue opere, in edizione clandestina e dunque di limitata circolazione.

A metà degli anni ‘80 inizia a comporre la trilogia ‘autobiografica’ composta da “nozze in casa” del 1984 [Hrabal1992], “vita nuova” [Hrabal2003] e “proluky (= “squarci”, non tradotto in italiano) del 1985.

Nel 1988 è in Italia per ricevere il premio letterario “Isola d’Elba - Raffaello Brignetti” assegnatogli per “una solitudine troppo rumorosa”. Nel Marzo del 1989 intraprende un viaggio a scopi promozionali negli Stati Uniti d’America. In seguito alla caduta del regime totalitario nel novembre del 1989, la sua opera più famosa e celebrata (all’estero) viene stampata in edizione ufficiale anche nel paese dello scrittore. I riconoscimenti aumentano divenendo numerosi e viene anche avanzata la proposta per la candidatura al Nobel.

Nell’Autunno del 1992 è nuovamente in Italia per la cerimonia di conferimento del premio letterario “Mondello” per l’opera “uragano di Novembre” [Hrabal1991]. È del 1995 il suo ultimo testo, “video delirante”, e nello stesso anno si attesta in Torino per il ritiro del premio letterario “Grinzane-Cavour” (sezione internazionale “Una Vita Per La Letteratura”). Il 9 Maggio del 1996 è invece a Padova per partecipare alla cerimonia di consegna della laurea ad honorem in Lettere conferitagli dall’Università della città. Progressivamente si aggrava l’artrosi che già da tempo lo tortura e che, nel Dicembre dello stesso anno, lo costringerà al ricovero nell’ospedale praghese Bulovka, dove, il 2 Febbraio del 1997 si lancerà dalla finestra della sua camera al quinto piano dell’ospedale. La versione ufficiale rilasciata dalle autorità è, tuttavia, quella dell’incidente, secondo la quale lo scrittore sarebbe accidentalmente dal cornicione dell’ospedale dopo essersi eccessivamente sporto per sfamare alcuni piccioni che sostavano sul davanzale. L’atto di coraggiosa audacia di questo spirito libero è stato messo in dubbio ed edulcorato dalle autorità come una sorta di accidentale assurdità ma Bohumil Hrabal non è perito tragicamente: il suo è stato un gesto volantario e volontaristico. Tragica è, semmai, la censura a cui fu sottoposta la sua biografia dopo i lunghi anni di censura e indifferenza subita dalla sua opera e, tacitamente, dal nostro autore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LA POETICA.

 

Delineare profili ed enucleare temi, forme e contenuti pertinenti, non è mai impresa facile e Hrabal, vario e proteiforme com’è il suo mondo, ha bisogno di molto studio e impegno ma, a volte, e per fortuna, è lui stesso a soccorrere i critici che si perdono e si barcamenano, concedendo delle interviste in cui l’uomo e l’opera si aprono al pubblico con chiarezza. Due in particolare serviranno da basi di partenza per la discettazione contenuta in questo capitolo: quella contenuta nel saggio di presentazione dell’opera di Hrabal redatto da Pelán e intitolato “Bohumil Hrabal: tentativo di ritratto” [Pelán2003] e quella che Hrabal fa con il boemista ungherese-slovacco Laszlo Szigeti [Hrabal2003: 1587-1724] durante la quale il nostro autore si abbandona a ricordi e divagazioni filosofiche che rendono perfettamente l’essenza del suo pensiero, del suo vissuto e della sua formazione letteraria. Da queste interviste scopriamo un Hrabal funambolico incantatore ed esagitato trascinatore che, nelle sue scorribande della memoria, trascina il lettore facendolo complice del suo sistematico saccheggio dei luoghi comuni e sua della divertita mistificazione della vita e delle certezze riconosciute, attirandoci nel cerchio magico della sua visione del mondo e concezione del sapere. Sappiamo che gli esordi di Hrabal sono poetici, ma di un valore non troppo alto, e con pesanti tracce di uno spicciolo e abusato romanticismo: <<Vorrei avere una bacchetta magica con cui fermare la vita / come la Bella addormentata nel bosco. / I gabbiani si trasformerebbero in orchidee.>> oppure <<Che bisogno c’è delle parole / quando il linguaggio del cuore è così semplice?>> leggiamo, per esempio, in “sole rosso su Praga: la letteratura ceca tra socialismo e underground” (1945-1959) di Alessandro Catalano [Catalano2004: 12]. Si tratta, in sostanza, come è facile constatare anche solo da questa rapida occhiata, della banale produzione di un ragazzo elegante e di buona famiglia che, scrivendo qualche verso, tende a un maggiore prestigio sociale. Lo stesso Hrabal racconta, con una certa ironia, questo periodo mondano in cui curava molto il suo aspetto, i suoi abiti e la sua apparenza insomma: <<È solo possibile chiedersi, com’è possibile, partendo da così teneri inizi, arrivare a delle conclusioni di tale ciarlataneria? Qual’è l’arco dalle ingenue poesiole stile liberty ad artefatti così velenosi?>> si domanda l’autore, citato in Pelán [pelán2003: 12]. Esiste però una raccolta di versi che presenta spunti decisamente più originali: nel 1936 Hrabal legge una copia dell’opera “il porto sepolto” di Ungaretti tradotta in ceco [Ungaretti1934] traendone interessanti e stimolanti spunti che si trasfusero e condensarono nelle liriche che compongono la silloge “la stradina perduta” [Hrabal1993] che risente fortemente dell’influenza e dell’ispirazione ungarettiana. E, sebbene la sua carriera di scrittore procedette poi verso altri liti, Hrabal non avrebbe mai rinnegato né sconfessato la sua prima ispirazione lirica: lirico, Hrabal, lo fu sempre, almeno nel modo di confrontarsi con la vita, sempre poetico e appassionato.

Hrabal non fu un appassionato studente ma fu sempre un indefesso lettore. La lettura era la sua vita: <<Ogni giorno, come facevano i vecchi, non era ancora buio e io ero già a letto, e leggevo, e i gatti erano stesi vicino a me, e leggevo sempre le stesse cose, e continuavo ad emozionarmi ***. Dopo i vent’anni cominciai a capire che cos’è un libro e che cos’è l’istruzione. Fino ai vent’anni in realtà ero spiritualmente morto, per due volte sono stato bocciato alla scuola media, non ero capace di studiare. Ero sempre da qualche altra parte.>> [Hrabal2003: 1590]. Sete di libri, fame di letture tipiche forse di quei paesi dell’Europa centrale che, secondo Hrabal, non hanno il mare e sopperiscono alla sua mancanza con la sfrenata ansia di informazioni, e di emozioni anche solo lette. Dopo gli inizi originariamente romantici e successivamente ungarettiani di cui abbiamo detto, Hrabal entra in contatto con la corrente surrealista. Al modello di Ungaretti, Hrabal affianca quello del Poetismo [Teige1982] e del Surrealismo [Gabellone1977]. Il primo è una corrente letteraria ceca nata negli anni venti e il cui programma era stato scritto da una ventina di artisti tra poeti, drammaturghi e prosatori tra cui Karel Teige, Vítězlav Nezval e Jeroslav Seifert soprattutto, con lo scopo di rielaborare la poesia d’avanguardia occidentale (soprattutto la poesia di Apollinaire e i suoi processi combinatori) e questa caratteristica renderà tipico lo stile di Hrabal, fatto di intarsi di combinazioni eterogenee e disparate giustapposizioni di elementi diversi. Il rapporto con il surrealismo invece fu più complesso poichè solo alcuni elementi vennero accettati e ammessi e acquisiti in toto e con interesse (soprattutto la trasformazione esagerata del dato reale o il flusso incontrollato di parole) mentre Hrabal declinò l’ammaliante suggestione e l’invito allettante dei temi onirici e degli elementi distopici e il primato dell’inconscio sulla vita reale e conscia (esistono esperimenti hrabaliani di trascrizione di sogni, ma furono parentesi più che brevi e circostanziati: esperimenti, appunto). Dall’unione di poetismo e surrealismo, Hrabal e l’amico musicista Marysko crearono un nuovo movimento, chiamato da Hrabal Neopoetismo e basato sulla <<compenetrazione e tensione tra realtà e sogno *** tutto questo mi da quell’ondulazione poetica ed emotiva che manca ai surrealisti *** ogni poesia deve essere un termometro collocato nel presente ancora incandescente>> [Lettera di Marysko a Hrabal del 5 febbraio 1945] che sarebbe rimasta nel Hrabal della maturità. E proprio all’insegna della rappresentazione pura della vita saranno le sue prime prose. La prepotenza della realtà lo spinge a scrivere di essa. Il passaggio da poesia a prosa è graduale e si manifesta soprattutto nell’uso, prima che della terza, della seconda persona plurale, assecondando un lungo e lento processo di oggettivizzazione del reale: il “voi” appartiene all’universo epico, la narrazione viene dunque distanziata dal narratore permettendo poco per volta ai fatti di prendere il sopravvento, a scapito dell’“io” narrante. <<Ciò che lo interessava non erano le discussioni ideologiche sull’essenza della letteratura, ma la natura aristotelica. Se Hrabal all’inizio degli anni Cinquanta aveva istintivamente puntato lì dove questa natura si manifestava in forme elementari, plebee, non si trattava di un allontanamento dalla letteratura, ma, al contrario, dell’unico percorso possibile verso la letteratura. Era il percorso verso il “realismo totale”.>> [Pelán2003: xlvii-xlviii].

Forse spinto dalle vicende politiche coeve, nuovamente precipitata la situazione politica dopo il colpo di stato comunista del 1948, con evidenti ripercussioni e pesanti limitazioni e censure in ogni ambito, compreso quello culturale, Hrabal guarda la realtà del tempo, non con occhio politico, ideologico o critico ma come un cronista che osserva e registra e non giudica.

Nel frattempo Hrabal lascia Nymburk si trasferisce a Praga e nel 1949 lavora come manovale nelle acciaierie Poldi di Kladno. Ciò produce nello scrittore un forte cambiamento, stilistico e ideologico: il contatto con quell’ambiente duro e brutale, contribuisce all’abbandono totale della vena lirica e soggettiva di Hrabal, che inizia ora a interessarsi alla realtà oggettiva dei fatti e delle cose. Hrabal adesso sembra fare sua la poetica del ‘trascrittore’ e, in questa nuova veste, tende a riportare la realtà così come la vede, senza filtri, lasciando parlare direttamente la gente e utilizzando esclusivamente scampoli di dialoghi e conversazioni; il miglior risultato è “mortomat” del 1949 [Hrabal2003: 65-85]: in questo testo, il metodo trascrittorio giunge al proprio apice e la scrittura si trasforma in composizione-giustapposizione di elementi eterogenei strappati alle conversazioni, alle strade e alle piazze e presenta al proprio interno veri brani di conversazione, listini di prezzi, un elenco di giocattoli, la descrizione delle budella di un uomo morto, nonchè descrizioni di sogni: <<bagno termale, bagno termale carbonico, bagno termale ossigenato, bagno di fango con bagno termale>> [Hrabal2003: 69]. Allo stesso tempo inizia a cimentarsi nel monologo ininterrotto, il cui miglior risultato è senza dubbio “i dolori di un vecchio Werther”, anch’esso del 1949, che per la prima volta presenta l’affascinante figura dello zio Pepin. Accanto a questi due filoni (che non abbandonerà mai sempre), Hrabal tenta anche quello del racconto filosofico esistenziale, di cui uno splendido esempio è “Caino” [Hrabal2003: 191-231], ancora del 1949, che denota chiaramente l’influenza dell’esistenzialismo francese e di Camus in particolare. L’esperienza di questo testo sarà ripresa anni dopo in “treni strettamente sorvegliati” [Hrabal1982]. Quindi, in un solo anno Hrabal sperimenta tre filoni letterari diversi (collage, monologo interiore, racconto esistenziale) che rimarranno costanti nel lavoro artistico di Hrabal anche nella maturità: così lo scrittore stesso tratteggia quel periodo di sperimentazione e scoperta: <<Quando arrivai a Kladno, alle acciaierie, tutto il mondo pseudoartistico e privo di originalità crollò e per un anno intero non feci altro che guardarmi intorno e vedere e sentire cose fondamentali e parole fondamentali. E mi ci volle molto tempo per capire che dovevo ricominciare dalle basi, rinunciare a fuggire e cominciare a scrivere come se stessi scrivendo un quotidiano, offrire un reportage sulla gente e i suoi discorsi e il suo lavoro, sulla sua vita. E così cominciai a scrivere Jarmilka.>> [Cosentino2002: 12]. Ufficialmente è con questo testo del 1952, “Jarmilka”, che inizia la fase del realismo totale. Il racconto narra la storia di una <<donna dai tratti felliniani>> [Catalano2004: 262] che distribuisce i pasti ai lavoratori delle acciaierie, creatura triste, in dolce attesa di un figlio di nessuno, abbandonata e, per questo, tristemente poetica. Hrabal rappresenta la storia della donna ma anche la realtà degli anni ‘50, la realtà della gente costretta ai campi di lavoro socialisti, e lo fa senza esprimere un giudizio morale, partecipando alla narrazione con sguardo pietoso ma oggettivo. <<Questo mondo non viene giudicato, ma compatito: è allo stesso tempo terribile e bello, tragico e comico; i suoi aspetti comici sono illuminati da un umorismo che nasce dal sentimento del contrario, di chiara matrice pirandelliana, fantastico e realistico.>> [Pelán2003: lxii]. La peculiarità del testo sta senza dubbio nel linguaggio, che riproduce il lessico e la sintassi della lingua parlata, senza tralasciare oscenità e volgarità. L’utilizzo del dialogo senza sosta rende meglio l’intento dello scrittore, che si estranea dalle sue pagine sostituendo allo “io-protagonista” delle prove poetiche iniziali un impersonale “io-personaggio”. Entrando in contatto con ambienti culturali sempre nuovi, Hrabal abbandona il suo provincialismo, per diventare scrittore noto anche al di fuori dei circoli underground. Permane l’impiego degli hovory, le conversazioni e i discorsi, legati tra loro in maniera assolutamente casuale e disordinata; la lingua, varia e diversificata, caratterizza al meglio quei personaggi da cui Hrabal prende spunto, gli emarginati, i rifiutati dal paradiso, dalla storia, le “perline sul fondo” [Hrabal2003: 151], coloro che, pur lontani dalla gloria, sono gli unici a saper cogliere la meraviglia, gli unici a sapersi destreggiare con le parole per sopravvivere in un mondo a loro negato, e inizia così a delinearsi la figura del pábitel, neologismo creato a suo tempo da un altro grande scrittore che risponde al nome di Jiři Kolar, ma diffuso e reso famoso da Hrabal, e generalmente tradotto come, appunto, “stramparlone”. <<C’è chi percorre i fossati delle auree vie meridiane, c’è chi si rinfresca di continuo la testa surriscaldata tra le onde che si infrangono, che sciabordano incessantemente. C’è chi ha un ricciolo acceso dalla scintilla dell’anticipo del motore, c’è chi rincorre continuamente una grossa opportunità all’orizzonte. Sono gli stramparloni ***. Dunque stramparlone è chi fronteggia costantemente un oceano di pensieri molesti.>> [Hrabal2003: 293-294]. E stramparlone massimo sarà sempre per Hrabal quello zio Pepin che assurse a modello unico e insuperabile di uomo che della insoluta e vana chiacchiera a vanvera fa la sua vita. Bohumil Hrabal, trascrittore e non scrittore, riporta i discorsi della gente dovunque ascoltati e raccolti dovunque, per la strada, nei bar, nelle osterie, nascondendosi per non compromettersi, eclissandosi dietro le pagine, obliandosi dietro le quinte per poter meglio tenere i fili del discorso e ordine una trama scoppiettante. Pelán mette l’accentro proprio sulla a-moralità della poetica hrabaliana del trascrittore, di colui che non si lascia coinvolgere e apparentemente sembra non indulgere, non indugiare, non concedersi a giudizi di sorta, tantomeno morali, compito che invece è lasciato al lettore, il quale deve (non può non) prendere una posizione personale sui fatti che legge. Ed è sempre Jiři Pelán, nel suo saggio, a parlare dei personaggi hrabaliani come privi di valori, non positivi né nobili, preferendo il nostro ai tipi eccezionali quelli normali, i tormentati e non i puri, coloro che ogni giorno vivono nelle difficoltà della vita e nella bruttezza della miseria trovando il loro modo di essere perline sul fondo. Brutti e spesso negativi loro stessi, Hrabal vuole più che altro presentarli al mondo, e presentare il loro particolare, divertito modo di vivere. Racconti e narrazioni di questo tipo sono contenuti in raccolte, che solo negli anni ‘60 (“una perlina sul fondo” e “gli stramparloni” [Hrabal2003: 251-491] appunto) trovarono pubblicazione essendo rimasti fino ad allora, cause il periodo storico particolarmente ostico agli artisti e la prosa hrabaliana ben poco conforme all’ideologia di regime per la sua aggressiva e cruda rappresentazione della realtà, stipati nel cassetto dello scrittore. Ed emerge qui un altro problema, che in seguito acquisterà maggiore evidenza, il fatto che i libri di Hrabal furono sempre pubblicati molto in ritardo rispetto alla loro data di stesura, rendendo quindi la ricezione e la comprensione, in un certo senso, sempre ‘fuori tempo’ e diversa dagli intenti dello scrittore: <<Il ritardo nella ricezione di questi testi ha fatto sì che, all’interno della situazione socio-politica differente, venissero interpretati in modo diverso, perchè ogni cultura tende a riappropriarsi dall’insieme dei testi letterati, del passato e del presente, dal proprio angolo visuale.>> [Catalano2004: 269], situazione che per Hrabal come per molti altri scrittori, persistette fino al 1989, anno della caduta del regime. Se negli anni ‘50 e ‘60 Hrabal era riuscito a farsi conoscere grazie alla pubblicazione dei suoi testi, in seguito all’occupazione del 1968 smette di esistere come scrittore pubblico e la sua vena scrittoria subisce un’interruzione dovuta al periodo di silenzio forzato. Ed è proprio in questo periodo che i ricordi affiorano per essere trasposti in pagina, i ricordi dell’infanzia, i ricordi di Nymburk, la madre, lo zio Pepin, i trascorsi bohémien, i ricordi d’infanzia e giovinezza che ora riaffiorano più poetici e fantasiosi che mai. Il trascrittore Hrabal continua la sua opera ma adesso, più che i discorsi della gente, lo interessano i ricorsi, la propria storia, i propri trascorsi, il proprio vissuto, la propria esperienza. Sotto il profilo stilistico notiamo una importante novità: l’adozione della tecnica del “monologo continuo”, un flusso incontrollato di parole in cui le frasi appaiono disorganiche, piene di inserzioni e di anacoluti, complicate da una serie infinita di incidentali e relative. Allo stesso tempo si registra un certo ritorno alla soggettività della rappresentazione del mondo, visto di nuovo dagli occhi dell’autore come personaggio e io-narrante: si vedano a tal riguardo le opere “la tonsura” [Hrabal1987], “la cittadina dove il tempo si è fermato” [Hrabal2003], “un tenero barbaro” [Hrabal1994], “luttobello” [Hrabal2003: 1261-1267], “i milioni di arlecchino” [non tradotto in italiano]. Di questi <<Un tenero barbaro è difficilmente classificabile: a metà tra la biografia e il ritratto, per altri celebrazione di un’amicizia forse sublimata, certamente generoso tributo di profonda ammirazione per l’amico scomparso, di cui fonda la leggenda.>> [Hrabal2003: 1800]. Con “ho servito il re d’Inghilterra” [Hrabal1986] si verifica un altro cambiamento. Il testo, scritto <<in un violento sole estivo che arroventava la macchina da scrivere *** non riuscendo a fissare gli accecanti bianchi quarti di foglio, non avevo il controllo di quel che scrivevo, scrivevo quindi in uno stato di rapimento luminoso con il metodo automatico>> [Hrabal2003: 941]; da queste righe, che lo stesso Hrabal pone alla fine del testo come una sorta di avvertimento al lettore, emerge un elemento nuovo, quel metodo automatico con cui da questo momento Hrabal scriverà tutti i suoi testi, basati in buona sostanza su una stesura alla prima poco riveduta e pochissimo corretta. Considerato come l’unico romanzo di Hrabal, “ho servito il re d’Inghilterra” è tuttavia strutturato più come una serie di racconti isolati che come un vero e proprio romanzo, e il narratore-protagonista Ditě è di fatto l’unico elemento unificante dell’intera storia. La poetica hrabaliana prosegue poi e si amplia ulteriormente con l’opera “una solitudine troppo rumorosa” [Hrabal1987], testo complesso sotto molteplici aspetti e per questo forse il più famoso della sua produzione, conosciuto dai lettori e studiato dai critici. La storia è quella di un operaio addetto a manovrare una pressa meccanica in un deposito di carta da macero, responsabile senza colpa della distruzione dei libri invisi al regime, ma allo stesso tempo addetto-salvatore di molti di quei libri ch’egli contribuisce a salvare dall’espunzione. La prima delle tre versioni dell’opera è in versi e lo spunto innegabilmente autobiografico. <<Hant’a era il tipico caso di chi è istruito contro la propria volontà, quindi io quella storia *** l’ho composta con lui, e poi ci ho incollato sopra il mito autobiografico, si tratta quindi di una specie di doppio che ho messo insieme, Hant’a e me stesso, grazie alla mia istruzione e a quell’ambiente.>> [Hrabal­2003: 319]. Temi del libro sono la rimembranza e la nostalgia per il tempo andato, divertenti ricordi d’infanzia e amori deludenti, sogni per il futuro e discettazioni letterarie. Hant’a è profondamente legato al mondo plebeo degli stramparloni hrabaliani: anche lui è un eterno outsider, prigioniero di una banalità continuamente toccata dai ritorni dell’irrazionalità della storia. Questa volta però, con un gesto sorprendente, Hrabal lega il suo personaggio all’universo immaginario e immaginato dei libri, collocandolo così nella sfera spirituale. Il protagonista sembra stabilire un contatto con una sfera più alta, con una conoscenza che lui non ha chiesto, è arrivata contro la sua volontà, ma proprio per questo se ne riconosce un’essenza diversa. I suoi maestri sono Cristo e Lao-tzu, li cita diverse volte e a volte sembra vederli, e ciò conferisce anche un carattere sacro al testo; Hant’a, travolto dalla conoscenza, vede materializzarsi attorno a sé figure sacre, storiche, filosofiche, che lo accompagnano nel lavoro i distruzione e lo confortano quando è notte: <<Gesù è un campione di tennis che ha appena vinto Wimbledon, mentre Lao-tzu del tutto distrutto somiglia a un commerciante che pur avendo ricche scorte, ha l’aria di non avere niente. Vedevo la corporalità insanguinata di tutte le cifre e i simboli di Gesù, mentre Lao-tzu era avvolto in un sudario e indicava un tavolato di legno grezzo, vedevo, Gesù è un play-boy, mentre Lao-tzu è un vecchio scapolo abbandonato dalle glandole.>> [Hrabal2003: 1203] e la descrizione continua. A volte, invece, il sacro è messo da parte, per indulgere in descrizione di straripante ilarità, come quando racconta di una sua vecchia fidanzata eternamente afflitta da tristi problemi di incontinenza. Ricordi u ricordi e consapevolezza che i tempi andati non ritornano: la vecchia pressa meccanica è ora sostituita da presse più efficienti. Il vecchio operaio Hant’a viene rimpiazzato da nuovi e giovani operai con tute pulite che lavorano con i guanti e non hanno alcun contatto con i libri che distruggono: <<L’arrivo delle brigate del lavoro socialista rappresenta anche la fine dell’operaio proletario che viveva in perfetta simbiosi con il suo lavoro e che non soltanto aveva le mani graffiate e sporche ma con le pagine dei libri macerati s’insudiciava gli occhi e il cuore.>> [Pelán2003: ciii]. Il rapporto fisico con il lavoro è cessato di esistere, il forte coinvolgimento emotivo pure, e Hant’a vede questo e ne soffre. Hant’a desidera lasciare e dimenticare questo mondo, l’unico modo per farlo è abbandonarsi tra le braccia della sua presa meccanica (nell’ultima versione del testo ciò avviene solo in sogno, mentre nelle due versioni precedenti Hant’a si uccide sul serio Fine di un uomo e fine di un’epoca. <<In quell’istante la figura di Hant’a, il folle in Cristo, si sovrappone definitivamente alla sua prefigurazione archetipica: con la sua morte disturba la sofferenza del mondo, che ha oltrepassato il limite accettabile.>> [Pelán2003: civ]. Il libro è considerato, a ragione, il capolavoro di Hrabal e quindi il più studiato e analizzato, proprio per la completezza che riesce a raggiungere in poco più di ottanta pagine. Nei primi anni ‘80 Hrabal compila ben 700 pagine dattiloscritte con il titolo provvisorio “le nozze in casa ovvero una vita senza maniche” in cui narra del suo matrimonio e quindi della moglie Eliska. Il testo è unico nel panorama hrabaliano, soprattutto per la spropositata lunghezza delle confessioni, e lo stile appare sicuro e maturo anche se nato da prose degli anni ‘70. Il narratore è nascosto dietro la moglie, che assume il ruolo complesso e delicato di filtro di esperienze altrui. Il lungo testo fu concluso nel 1985. La stesura finale lo vede diviso in tre parti, ognuna delle quali con una propria struttura formale: la prima, intitolata “le nozze in casa, romanzetto familiare” [Hrabal1992], la seconda “vita nuova, quadretti” (assente in traduzione italiana) e la terza “squarci” (anch’essa assente in traduzione italiana). È solo negli ultimi testi che si verifica un restringimento di prospettive e <<il cerchio comincia a chiudersi>> [Pelán2003: cxiii] entro una narrazione finalmente in prima persona e del tutto autobiografica. Gli ultimi anni ‘80 e i primissimi anni ‘90 vedono l’autore cimentarsi nel giornalismo letterario e produrre una serie sterminata e vastissima di articoli e recensioni e riflessioni letterarie culminate e raccolte in “l’uragano di Novembre” [Hrabal1991], “fiumi sotterranei” [Hrabal2003: 1407-1472], “il cavaliere rosa” [Hrabal2003: 1475-1503], “l’Aurora in secca” [Hrabal2003: 1505-1550], “favole della buonanotte per Cassius” (assente in traduzione italiana).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

BIBLIOGRAFIA.

 

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TRADUZIONI ITALIANE.

 

hrabal1966 = Bohumil Hrabal: “una boccata d’aria” in AutoriVari1966: 47-59.

Hrabal1967 = Bohumil Hrabal: “san Taddeo e il generalissimo” (Carte segrete, Roma, 1967).

Hrabal1968a = Bohumil Hrabal: “compito di diligenza per casa” in Čech1968: 405-408.

Hrabal1968b = Bohumil Hrabal: “inserzione per una casa in cui non voglio più abitare” (Einaudi, Torino, 1968).

Hrabal1970 = Bohumil Hrabal: “Emanek” (Letteratura Universale, Milano, 1970).

Hrabal1973 = Bohumil Hrabal: “vuol vedere Praga d’oro?” (Longanesi, Milano, 1973).

Hrabal1982 = Bohumil Hrabal: “treni strettamente sorve­gliati” (e/o, Roma, 1982).

Hrabal1986 = Bohumil Hrabal: “ho servito il re d’Inghilterra” (e/o, Roma, 1986).

Hrabal1987a = Bohumil Hrabal: “la tonsura” (e/o, Roma, 1987).

Hrabal1987b = Bohumil Hrabal: “una solitudine troppo rumorosa” (e/o, Roma, 1987).

Hrabal1987c = Bohumil Hrabal: “una vita senza smoking” (La Repubblica, Torino, 1987).

Hrabal1989 = Bohumil Hrabal: “il flauto magico” (Linea d’ombra, Milano, 1989; poi in AutoriVari1990: 7-23).

Hrabal1990 = Bohumil Hrabal: “alcune parole” (MicroMega, Roma, 1990).

Hrabal1991a = Bohumil Hrabal: “bambino di Praga” (Sapiens, Milano, 1991).

Hrabal1991b = Bohumil Hrabal: “uragano di novembre” (e/o, Roma, 1991).

Hrabal1992a = Bohumil Hrabal: “la città dove il tempo si è fermato” (e/o, Roma, 1992).

Hrabal1992b = Bohumil Hrabal: “le nozze in casa. romanzetto femminile” (Einaudi, Torino, 1992).

Hrabal1993 = Bohumil Hrabal: “la stradina perduta” (Sapiens, Milano, 1993).

Hrabal1994a = Bohumil Hrabal: “caro signor editore...” in Turigliatto1994: 245-148.

Hrabal1994b = Bohumil Hrabal: “un tenero barbaro” (e/o, Roma, 1994).

Hrabal1995a = Bohumil Hrabal: “dribbling stretti ovvero nodi al fazzoletto. romanzo-intervista” (Sapiens, Milano, 1995).

Hrabal1995b = Bohumil Hrabal: “il manuale di un apprendista sbruffone” (Micromega, Milano, 1995).

Hrabal1995c = Bohumil Hrabal: “la tendenza alle sbornie e al comunismo ovvero paure totali” (e/o, Roma, 1995).

Hrabal1995d = Bohumil Hrabal: “paure totali” (e/o, Roma, 1995).

Hrabal1996 = Bohumil Hrabal: “peggio di così non poteva andare” (Linea d’ombra, Milano, 1996).

Hrabal1997a = Bohumil Hrabal: “assi del volante” (Nuova rivista italiana di Praga, Praga, 1997).

Hrabal1997b = Bohumil Hrabal: “notizia sull’autopsia del mio stesso cadavere” in Guarienti1997: 34-39.

Hrabal1997c = Bohumil Hrabal: “sabbia e il boia” (Diario della settimana, Milano, 1997).

Hrabal1997d = Bohumil Hrabal: “una perlina sul fondo” (Micromega, Milano, 1997).

Hrabal1998 = Bohumil Hrabal: “sanguinose ballate e miraco­lose leggende” (e/o, Roma, 1998).

Hrabal2003 = Bohumil Hrabal: “Opere scelte” (Mondadori, Milano, 2003; contenente: “caino”, “dribbling stretti”, “fiumi sotterranei”, “gli stramparloni”,il cavaliere rosa”, “l’aurora in secca”, “la bella poldi”, “la cittadina dove il tempo si è fermato”, “luttobello”, “manuale di un apprendista stramparlone”,mortomat”, “una perlina sul fondo”, “Jarmilka”.

 

 

CONTRIBUTI CRITICI.

 

AaVv1966 = Aa. Vv.: “sette racconti per i giorni feriali” (Orbis, Praga, 1966).

AaVv1990 = Aa. Vv.: “dall’est” (e/o, Roma, 1990).

Alessi1992 = Rino Alessi: “Pressburger: così vedo il romanzo di Hrabal” (La Repubblica, Torino, 17 Luglio 1992).

Balestrini1963 = Nanni Balestrini: “come si agisce” (Feltrinelli, Milano, 1963).

Balestrini1966 = Nanni Balestrini: “Tristano” (Feltrinelli, Milano, 1966).

Balestrini1971 = Nanni Balestrini: “vogliamo tutto” (Feltrinelli, Milano, 1971).

Balestrini1976 = Nanni Balestrini: “la violenza illustrata” (Feltrinelli, Milano, 1976).

Bazzocchi1998 = Marco Antonio Bazzocchi: “Pier Paolo Pasolini” (Mondadori, Milano, 1998).

Brevini1981 = Franco Brevini: “per conoscere Pasolini” (Mondadori, Milano, 1981).

Casoli2004 = Giovanni Casoli: “Hrabal: “le meraviglie della vita stramparlona” (Città Nuova, Roma, 2 Gennaio 2004).

Catalano2004 = Alessandro Catalano: “sole rosso su Praga: la letteratura ceca tra socialismo e underground” (1945-1959)” (Bulzoni, Roma, 2004).

Cataluccio1997 = Francesco Cataluccio: “addio Hrabal, saggio e sbruffone” (La Repubblica, Torino, 4 Febbraio 1997).

Cavallari1993 = Alberto Cavallari: “gli agrimensori del Novecento” (La Repubblica, Torino, 23 Dicembre 1997).

ech1968 = Jan Čech: “Praga 1968” (Laterza, Bari, 1968).

Corduas1982a = Sergio Corduas: “Hrabal ferroviere di Dio” in Hrabal1982.

Corduas1982b = Sergio Corduas: “introduzione” in Hrabal1982.

Corduas1982c = Sergio Corduas: “l’ironia praghese” in Hrabal1982.

Corduas1987a = Sergio Corduas: “hrabaliana” in Hrabal1987.

Corduas1987b = Sergio Corduas: “intervista con un Pierrot incrudito” in Hrabal1987.

Corduas2003 = Sergio Corduas: “Piccolo slalom hrabaliano” in Hrabal2003.

Cosentino2002 = Annalisa Cosentino: “cinque letterature oggi: “atti del convegno internazionale, Udine Novembre-Dicembre 2001” (Forum, Udine, 2002).

Cosentino2003 = Annalisa Cosentino: “cronologia” in Hrabal20­03.

Dierna1986 = Giuseppe Dierna: “su di una corda tesa tra la culla e la bara: Bohumil Hrabal nella storia e fuori” in Hrabal1986.

Dierna1987 = Giuseppe Dierna: “della memoria e dei suoi trucchi: l’arte del ricorso nell’ultimo Hrabal” in Hrabal1987.

Dierna1992 = Giuseppe Dierna: “strade, stradine e occasioni perdute. La giovinezza lirica di Bohumil Hrabal” in Hrabal1992.

Dierna1994 = Giuseppe Dierna: “una generazione che ha dissipato i propri talenti: onde, mareggiate e riflussi nella cultura ceca degli anni ‘50-’60” in Turigliatto1994.

Dierna1997 = Giuseppe Dierna: “alla tigre d’oro con Hrabal” (La Repubblica, Torino, 5 Febbraio 1997).

DiStefano1997 = Paolo Di-Stefano: “addio Hrabal, il ferroviere che cantò la solitudine” (La Repubblica, Torino, 4 Febbraio 1997).

Einaudi1993 = Giulio Einaudi: “l’angelo disperso di Boemia” (La Repubblica, Torino, 21 Aprile 2003).

Fazzi1992 = Giuseppe Fazzi: “recensione a ‘la città dove il tempo si è fermato’” (L’indice [n. 11], Torino, 1992).

Fazzi1995 = Giuseppe Fazzi: “recensione a ‘un tenero barbaro’” (L’indice [n. 5], Torino, 1995).

Fofi1986 = Goffredo Fofi: “recensione a ‘ho servito il re d’Inghilterra’” (L’Indice [. 7], Torino, 1986).

Gabellone1977 = Lino Gabellone: “l’oggetto surrealista” (Einaudi, Torino, 1977).

Gibian1980 = George Gibian: “the haircutting and I waited on the king of England: two recent works by Bohumil Hrabalin Harkins1980.

Giovanardi1986 = Stefano Giovanardi: “cameriere e milionario” (La Repubblica, Torino, 11 Marzo 1986).

Giovanardi2000 = Stefano Giovanardi: “la poesia che cresce tra i rifiuti” (La Repubblica, Torino, 18 Maggio 2000).

Guarienti1997 = Gaia Guarienti e altri: “Bohumil Hrabal spaccone dell’infinito” (Hestia, Cernusco Lombardo, 1997).

Harkins1980 = William E. Harkins e Paul I. Trensky: “Czech literature since 1956: a symposium” (Columbia University Press, New York, 1980).

Manera1986 = Danilo Manera: “recensione a ‘ho servito il re d’Inghilterra’” (L’Indice [n. 7], Torino, 1986).

Manera1988 = Danilo Manera: “recensione a “una solitudine troppo rumorosa’” (L’Indice [n. 6], Torino, 1988).

Manera1999 = Danilo Manera: “recensione a ‘sanguinose ballate e miracolose leggende’” (L’Indice [n. 6], Torino, 1999).

Magris1978 = Claudio Magris: “Praga come ossimoro” (Sigma xi n. 2-3, Milano, 1978).

Manganelli2007 = Giorgio Manganelli: “mammifero italiano” (Adelphi, Milano, 2007).

Marcoaldi1993 = Franco Marcoaldi: “voci rubate” (Einaudi, Torino, 1993).

Marcoaldi1999 = Franco Marcoaldi: “alla riscoperta di Praga” (La Repubblica, Torino, 12 Gennaio 1999).

Mattei1997 = Paolo Mattei: “esuli: dieci scrittori fra diaspora, dissenso e letteratura” (Minumum Fax, Roma, 1997).

Medici2004 = Olimpia Medici: “i colombi di Hrabal” (Holden Lab, Torino, 27 Luglio 2004).

Mengaldo1999 = Pier Vincenzo Mengaldo: “giudizi di valore” (Einaudi, Torino, 1999).

Palazzeschi1966 = Aldo Palazzeschi: “il buffo integrale” (Mondadori, Milano, 1966).

Pelán2003 = Jiři Pelán: “Bohumil Hrabal: tentativo di ritratto” in Hrabal2003: “xxxvii-cxvi.

Pitassio2002 = Francesco Pitassio: “Alice nel paese senza meraviglie: un’ipotesi sul rapporto cinema/letteratura nei paesi di lingua ceca” in Cosentino2002.

Pressburger1993a = Giorgio Pressburger: “a cena con Hrabal” (La Repubblica, Torino, 1993).

Pressburger1993b = Giorgio Pressburger: “dopo Hrabal: una solitudine troppo rumorosa” in Corduas1999.

Pressburger1997 = Giorgio Pressburger: “Hrabal: quando i libri finiscono nel tritatutto” (Corriere della Sera, Milano, 1997).

Pytlik2000 = Radko Pytlik: “the sad king of czech literature Bohumil Hrabal: “his life and work” (Emporius, Praga, 2000).

Rastello1986 = Luigi Rastello: “recensione a ‘inserzione per una casa in cui non voglio più abitare’” (L’Indice [7], Torino, 1086).

Ripellino1950 = Angelo Maria Ripellino: “storia della poesia ceca contemporanea” (Edizioni d’Argo, Roma, 1950).

Ripellino1954 = Angelo Maria Ripellino: “poesia russa del novecento” (Einaudi, Torino, 1954-1960).

Ripellino1959 = Angelo Maria Ripellino: “Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia” (Einaudi, Torino, 1959).

Ripellino1965 = Angelo Maria Ripellino: “il trucco e l’anima” (Einaudi, Torino, 1965).

Ripellino1973 = Angelo Maria Ripellino: “Praga magica” (Einaudi, Torino, 1973-1991).

Sanguineti1965 = Edoardo Sanguineti: “ideologia e linguaggio” (Feltrinelli, Milano, 1965).

Savoca1993 = Giuseppe Savoca: “concordanze delle poesie di Giuseppe Ungaretti” (Olschki, Firenze, 1993).

Špirit2003 = Michael Špirit: “Bohumil Hrabal: una sfida per storici ed editori” (Forum, Udine, 2003).

Teige1982 = Karel Teige: “arte e ideologia 1922-1923” (Einaudi, Torino, 1982).

Turigliatto1994 = Roberto Turigliatto: “Nova Vlna: cinema cecoslovacco degli anni ‘60” (Lindau, Torino, 1994).

Ungaretti1981 = Giuseppe Ungaretti: “porto sepolto” (Il Saggiatore, Milano, 1981).

Vanini2000 = Francesco Varanini: “romanzi per i manager: letteratura come risorsa strategica” (Marsilio, Venezia, 2000).

Ventavoli1997 = Bruno Ventavoli: “Hrabal, il poeta del caos. Contro burocrazia e oppressione, armato d’un sorriso” (La Stampa, Torino, 4 Febbraio 1997).

Kafka1969 = Franz Kafka: “il processo” (Mondadori, Milano, 1969).

Kolar1976 = Jiři Kolar: “Collages” (Einaudi, Torino, 1976).

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

                        <<Scrivo talmente male che i miei traduttori

non sanno che pesci pigliare.>>

 

Bohumil Hrabal.

 

 

 

 

 

 

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