"BREVISSIME CONSIDERAZIONI"
Manuel Omar Triscari
BREVISSIME
CONSIDERAZIONI.
LA SOCIETÀ CROLLATA:
considerazioni su Louis-Ferdinand Céline.
Nell’Aprile del 1932 una piccola casa editrice pubblica il “viaggio al termine della notte” di un
certo Louis Ferdinand Auguste Destouches (che forse vi sarà più familiare con
il cognome Céline, mutuato dalla madre, per via del profondo conflitto con il
padre che emerse sin dall’infanzia).
L’editore, Robert Denoel, lo definì: un giovane <<medico
che sapeva tutto della vita, uomo di estrema lucidità, disperato e freddo e
tuttavia passionale, cinico ma pietoso.>>.
Quando il Viaggio vide la luce, Céline abitava dalle parti
di Montmartre e aveva 38 anni. La sua esistenza era colma di esperienze dolorose
e tremende come la Prima Guerra Mondiale sul campo di battaglia, in cui
ricevette anche una medaglia al valore militare. Dopo arrivarono le esperienze
di viaggio, altrettanto pericolose ed estreme. Si laureò in medicina per stare
vicino agli ultimi. Svolse attività di medico e conferenziere in varie città
d’Europa e degli Stati Uniti. Lavorò a Parigi tra i poveri delle banlieue, e per un bel periodo lavorò gratis. Dalla Grande Guerra al lavoro
per una società mercantile in Africa, dall’esperienza alienante come operaio
negli Stati Uniti a quella di medico dei poveri nelle banlieue parigine, ogni
capitolo del Viaggio è profondamente autobiografico. Il romanzo fece subito
scandalo per gli eventi narrati ma soprattutto per lo stile, quanto di più
vicino all’ultimo Joyce. Il flusso di coscienza qui si avvale di un totale
rifiuto del francese colto e si aggancia direttamente agli andirivieni di una
mente fervida che oscilla, costantemente in bilico, tra la descrizione del
mondo esteriore, gli avvenimenti tremendi del Novecento, l’alienazione sempre
presente a Parigi come a New York, e il mondo interiore, irrequieto e incerto,
alla ricerca disperata di una verità ultima che mai si manifesterà se non come
la verità del dolore più profondo e meschino che invade l’umano.
Il personaggio principale si chiama Ferdinand Bardamu. La
storia comincia quando Bardamu si arruola volontario per la prima guerra
mondiale. Presto se ne pentirà. Scopre l’orrore della guerra, con i suoi
demoni: sangue, fame, sete, povertà, in tutta la loro darwiniana ferocia.
Durante la guerra incontra per la prima volta un tal Robinson, una sorta di
doppio malefico, che a tratti ricorda il William Wilson di Poe. Continuerà a
incontrarlo poi in ogni dove, in Africa, a New York e a Parigi, fino alla fine,
sarà la sua ombra, il contraltare cinico e senza scrupoli che dice e fa con
estrema irriverenza tutto ciò che Bardamu pensa e non osa esplicitare o mettere
in atto. Bardamu vive un’esperienza che oggi, annaspando nel nostro banale
lessico psicoanalitico vulgato, chiameremmo “disturbo postraumatico da stress”: in seguito a una ferita alla
testa viene ricoverato in un ospedale militare di cui racconta lo squallore e
da qui inizia il suo calvario. Trascorre la convalescenza a Parigi deragliando
in assoluta povertà. Frequenta prostitute e traditrici che incarnano
l’abiezione. Fondamentale all’interno del romanzo è l’incontro con Lola, che lo
aggredisce con la sua grettezza borghese e spicciola mentre Bardamu ha una
crisi di nervi in un ristorante, dove la folla ammassata per qualche ragione
gli ricorda il terrore vissuto in guerra. Lola è americana e tornerà più in là
nel romanzo, quando il protagonista sarà costretto a chiederle in prestito del
denaro provando ribrezzo per sé stesso e sdegno per l’insopportabile donnetta
dalle idee coatte.
«Anche su di me
sparano, Lola! Non potei trattenermi dal gridare.
– Vieni! – fece lei
allora… – dici delle sciocchezze, Ferdinand, e va a finire che prendiamo
freddo.»
Scendemmo verso
Saint-Cloud per il viale grande, il Royal, schivando il fango, lei mi teneva
per mano, la sua era piccolina, ma io non potevo pensare ad altro che alle
nozze di zinco dello stand di lassù che avevamo lasciato nell’ombra del viale.
Mi dimenticavo perfino di baciare Lola, era più forte di me. Mi sentivo tutto
strano. È proprio a partire da quel momento, credo, che la mia testa è
diventata così difficile da tener tranquilla con le sue idee dentro.
Quando arrivammo al
ponte di Saint-Cloud, faceva scuro del tutto.
«Ferdinand, vuoi
cenare da Duval? Ti piace molto Duval, a te… quello ti cambierebbe le idee… ci
si incontra sempre un sacco di gente… a meno che tu voglia mangiare in camera
mia?» Era molto premurosa, insomma, quella sera.
Alla fine ci decidemmo
per Duval. Ma appena ci siamo messi a tavola il posto mi sembrò insensato.
Tutta ‘sta gente seduta in fila intorno a noi mi dava l’impressione di
aspettare anche lei che le pallottole le saltassero addosso da ogni lato mentre
s’abboffava.
«Andatevene tutti!
Ecco che li avvisai io. Squagliatevi! Sparano! Vi ammazzano! Ci ammazzano
tutti!»
…
«Sparano! Gli gridavo
io, più forte che potevo, in mezzo al salone grande. Sparano! Squagliatevi
tutti!..» e poi dalla finestra l’ho gridato anche. Ero invasato. Un vero
scandalo. «Povero soldato!» dicevano. Il portiere mi ha portato pian piano al
bar, per gentilezza. M’ha fatto bere e io ho bevuto. Poi alla fine i gendarmi
son venuti a prendermi, più brutalmente, loro. Nello «Stand delle Nazioni» ce
n’erano anche, di gendarmi. Li avevo visti. Lola mi abbracciò e li aiutò a
portarmi via in manette.
Allora mi sono
ammalato, febbricitante, diventato matto, hanno spiegato loro all’ospedale, per
la paura. Era possibile. La miglior cosa che puoi fare, no?, quando sei a ‘sto
mondo, è di uscirne. Matto o no, paura o no.
Nella tappa successiva della sua catabasi, Bardamu si reca
in Africa al servizio di una compagnia mercantile militare. Céline usa dei nomi
inventati per i villaggi africani, in cui il protagonista si troverà come in
una prigione, altrettanto dura della guerra. Qui constata che gli uomini
dell’alta società mostrano e esercitano il loro potere sui poveri coloni
ritenuti selvaggi, stupidi, chiamati spesso negri e umiliati in ogni modo nella
propria stessa terra. Anche qui, quando Bardamu è agente coloniale in un
avamposto africano dell’interno, torna, come una sorta di fantasma e di
specchio del sé, Robinson. È una specie di cesura tra due mondi, compare sempre
come una forma di avvertimento, finché lo sprofondamento nel male, nella notte
appunto, non diventa radicale. L’atmosfera fisica e morale tremenda dell’Africa
costringe Bardamu a fuggire a Tapeta, luogo inventato di uno stato dal nome
altrettanto inventato: Rio del Rio, ma anche qui la cattiveria umana si fa
sentire nel pieno della potenza e del dolore. Incontra un prete che, fingendosi
amorevole e premuroso verso il suo stato di salute, lo vende come schiavo
rematore su un galeone in partenza per l’America. Quando raggiunge le coste
americane s’illude di essere salvo e invece si troverà in uno stato
d’isolamento, paura, solitudine, incomunicabilità.
Nessuno come Céline ha raccontato così bene la povertà, le
disparità sociali, l’estraneazione da una società ostile, una società umana
dove solo chi ha potere può permettersi di vivere dignitosamente, dove gli
ultimi sono umiliati fin nel profondo dell’animo, oltre che nei corpi, tenuti
stretti nei gioghi della volontà di potenza di questa borghesia sull’orlo della
decadenza e dell’osceno. La critica sociale si fa sempre più feroce, se prima
era la guerra ora è la società tecnologica, l’alienazione industriale
dell’America. New York non è che una tappa della notte dell’umanità: il buio
etico in cui la modernità ha gettato l’Europa, nel sangue della guerra,
l’Africa derubata di manodopera e ricchezze, l’America trafitta
dall’alienazione industriale. Qui conosce Molly: l’unico personaggio positivo
del libro. Una prostituta dal cuore tenero, che decide di prenderlo sotto la
sua ala, mantenerlo economicamente e amarlo a modo suo. Uno dei passi più belli
del Viaggio è proprio la pagina di addio a questa donna meravigliosa, che per
Bardamu ha rappresentato il calore umano in un mondo di alienati automi.
Arrivò il momento
della partenza. Andammo verso la stazione un po’ prima dell’ora in cui tornava
nella casa. In giornata ero andato a salutare Robinson. Non era contento
nemmeno lui che lo lasciassi. Non la smettevo di lasciare tutti. Sulla banchina
della stazione, aspettando il treno con Molly, passarono degli uuomini che
fecero finta di non conoscerla, ma bisbigliarono delle cose.
“Ecco che sei già
lontano, Ferdinand. Tu fai, vero, Ferdinand, esattamente quello che hai voglia
di fare! Ecco quel che importa… Ecco quello che conta…”.
Il treno è entrato in
stazione. Non ero più molto sicuro della mia avventura quando ho visto la
macchina. L’ho abbracciata Molly con tutto il coraggio che avevo allora nella
carcassa. Avevo una gran pena, autentica, una volta tanto, per il mondo intero,
per me, per lei, per tutti gli uomini.
È forse quello che si
cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per
diventare se stessi prima di morire.
Sono passati degli
anni… Ho scritto spesso a Detroit e poi altrove a tutti gli indirizzi che mi
ricordavo e dove potevano conoscerla, seguirla Molly. Non ho mai avuto
risposta.
Il casotto è chiuso
adesso. È tutto quello che ho potuto sapere. Buona, ammirevole Molly, vorrei se
può ancora leggermi, da un posto che non conosco, che lei sapesse che l’amo
ancora e sempre, a modo mio, che lei può venire qui quando vuole a dividere il
mio pane e il mio destino furtivo. Se lei non è più bella, ebbene, tanto
peggio! Ci arrangeremo! Ho conservato tanta della sua bellezza in me, così
viva, così calda che ne ho ancora per tutti e due e per almeno vent’anni ancora,
il tempo di arrivare alla fine.
Per lasciarla mi ci è
voluta proprio della follia, della specie più brutta e fredda. Comunque, ho
difeso la mia anima fino ad oggi e se la morte, domani, venisse a prendermi,
non sarei, ne sono certo, mai tanto freddo, cialtrone, volgare come gli altri,
per quel tanto di gentilezza e di sogno che Molly mi ha regalato nel corso di
qualche mese in America.
In Francia si laurea in medicina e comincia a esercitare a
Rancy, un quartiere povero della periferia. È pieno di coscienziosità e la sua
inquietudine gli impedisce di farsi pagare. Si vergogna di chiedere denaro agli
indigenti. Quelli che vengono a domandargli aiuto sono gli ultimi degli ultimi,
relitti e derelitti, mal capitati e maledetti. C’è un episodio che vede protagonista
una famiglia, con una donna la quale pretende di avere da lui un certificato
medico per internare in manicomio la propria madre e qui lui, nel pieno della
sua empatia e coscienza cinica ma sempre pienamente umana, si rifiuta. Qui
ricompare Robinson, questa volta nelle vesti di un assassino assoldato dalla
famiglia in questione per far fuori la donna.
Uno psichiatra invita Bardamu a lavorare nella sua clinica.
Anche dalla clinica psichiatrica fuggirà e proseguirà il vagabondaggio per
città e quartieri di una Francia sempre più desolata. In quella clinica, a
intervalli, Bardamu ospita Robinson, che muore ucciso dalla sua amante.
Liberandolo in qualche modo dall’incubo di avere un doppio che lo tortura. Il
Viaggio è una catabasi verso la degradazione e la morte. La morte di Robinson è
in un certo senso la morte di una parte di sé, forse quella più estrema, l’es,
l’istinto, l’inconscio. Quella parte di sé che ha liquidato il super io una
volta per tutte. Il fatto che muoia ha un significato simbolico, è la crescita
individuale, il suo approdo alla persona adulta, responsabile, ma anche la
rinuncia a quella volontà di potenza che fa sentire il fuoco della giovinezza
nella gioia come nella tragicità dell’esistere. Quella parte prima o poi deve
morire. E Bardamu lo sa, sa che per vivere in una società civile bisogna
diventare adulti in modo ordinario, meschino, adeguandosi alle stesse regole
borghesi che hanno prodotto in lui l’orrore per l’umano.
Tutta la distruzione e la devastazione della Grande Guerra,
che c’è nella prima parte, agli occhi di Bardamu non è che uno dei sintomi del
Male che attanaglia il suo tempo. Le guerre sono anche dettate da una sorta di
idealismo e di cattiva coscienza. Il nichilismo di Céline è in questo senso una
pretesa di verità nei confronti dell’inganno delle ideologie, che mascherano
gli interessi finanziari dei capi di stato, dei governi, delle strutture
economiche planetarie e che hanno portato al massacro delle due grandi guerre
mondiali. Nel momento in cui scrisse il Viaggio Céline aveva fama di anarchico,
dopo abbraccerà l’antisemitismo, sarà collaborazionista e cadrà anche lui nel
grande inganno dell’ideologia, simpatizzando per Hitler per restarne poi
deluso.
Lo stile del libro è un’inversione dei canoni linguistici, e
anche l’intreccio è antilineare (questo non ve lo fanno studiare nelle scuole
di scrittura!); Céline diceva a un giornalista che gli chiedeva notizie sulla
novità della sua scrittura: <<il fatto è che io devo entrare nel delirio,
mi trovo bene solo in un grottesco ai confini della morte, a tutto il resto
sono insensibile.>>. Delirio, allucinazione, follia, per scrivere lui
viveva sempre ai bordi della mente. E poi il grottesco, come necessità di
derealizzazione che travolge la realtà in un tripudio di fantasmi. Quanto di
più vicino al flusso di coscienza di Joyce, e anche il nome Molly sembra essere
un richiamo al meraviglioso personaggio femminile dell’Ulisse: Molly Bloom.
La poetica di Céline è assolutamente antiletteraria, così
emerge il suo stile disarticolato, intriso di vita, di strada, destinato a fare
scandalo, distruggendo completamente la tradizione della prosa francese. Céline
decide di rompere con tutta la classicità. È per certi versi vicino al
futurismo. Le rotture sintattiche che agitano il periodo, la dislocazione delle
parole anticipate o posticipate nella frase, il moltiplicarsi di risonanze
inedite. Dissociazione dal reale che vive in un vorticare caleidoscopico, quasi
non lo si segue! Una prosa tagliente che sega il lemma, lo perverte, lo frammenta,
lo rende obsoleto e osceno.
Il nichilismo degli artisti non coincide quasi mai con il
nichilismo dei potenti, il nichilismo di Céline è dettato dal suo desiderio di
trovare nel mondo una giustizia che non c’è, di veder vendicati gli ultimi, con
la conseguente consapevolezza che ciò mai avverrà. Il nichilismo di Céline è
platonico. Come Platone rintraccia una perfetta convergenza tra la società e
l’animo umano. La corruzione che denuncia è la disgregazione dell’uomo, la sua
prossimità alla catastrofe, alla follia, all’abisso personale, che coincide con
ingiustizia, sfruttamento, alienazione sociale. Il disagio dell’io è il disagio
della civiltà. E ci lasciamo sprofondare con lui in questo io frantumato, in
questa civiltà incivile, in questo abisso senza scampo che è l’umano.
LA MORTE COME
CONDIZIONE UMANA:
considerazioni su Antonio Pizzuto.
Ci si reca in libreria come per elaborare un lutto. E via
via, tra gli scaffali pieni di libri insulsi, già putrefatti appena usciti,
morti, non resta che consolarsi con gli scrittori che mancano nel fantasioso e
indiscriminato complesso storico dei più grandi scrittori del Novecento.
Interrogativo ingombrante, molte volte accompagnato da enfasi esagerate, in cui
la cultura umanista si stordisce nell’incasellare e archiviare nell’ideale
retorico le loro figure protettive e materne. I valori, si sa, sono fuggevoli,
vi si oppone la radice inconcludente della natura e del tutto, sicché i
letterati, nella maggior parte dei casi, vanno oltre, si illudono, hanno fede
di quella cosa inutile e mai afferrabile della poesia, si confessano e
burocratizzano la letteratura. I nomi vengono registrati: Ungaretti, Svevo,
Gadda, Moravia, D’Annunzio. Le tensioni stilistiche studiate, e spontaneamente
giudicate, vengono superate dai critici con i soliti giudizi arguti e
sinistramente buffi. La poesia, come scrisse Cardarelli in una delle sue poesie
più pure, è materia bruta per i soli stoici gettati nel cosmo: <<La
speranza è nell’opera / Io sono un cinico a cui rimane / per la sua fede questo
aldilà. / Io sono un cinico che ha fede in quel che fa.>>. In modo
diversissimo tutti diranno dei nomi ma nessuno dirà, forse proprio per una
ragione spaventevole, la figura abnorme di Antonio Pizzuto.
Scrittore palesemente estremo, vivacissimo nella formula
immediata dell’attimo, vibratile nella traccia sensibile dell’abisso. Senza
forzare sulle notizie anagrafiche e sociologiche, Pizzuto le esaurirà tutte
nella propria opera, mettiamo in guardia lo sventurato lettore sulla derivazione
realistica della narrativa pizzutiana: l’uomo a essere a descritto è l’ultimo
calato sulla Terra, perso nella sua natura metafisica, scettico del discorso
razionale, portatore di un tempo non misurabile (diverso dal tempo
dell’orologio, della lancetta sul quadrante). Utilizzando una boriosa
espressione filosofica, i personaggi vivono all’ordo cognitionis. Lontani dal tempo materiale e storico, si sommano
a una realtà gnoseologica (in quanto l’uomo di Pizzuto in ogni sua azione si
autodistrugge, si disgrega) meditata, accettata, quasi per vocazione per ciò
che è. Nel fondo del loro esserci, vive il giudizio, da ciò il vitalismo, mai
confessato, urlato, è nell’istante sospeso dall’eterno: come l’insegnamento di
Kierkegaard, il pensatore soggettivo riceverà il proprio insegnamento
dall’incomparabile dialettica tra il pathos e il giudizio etico. Pizzuto era un
genio tout court, fornito del combustibile musicale, conciliava contrappunti
beethoveniani e vesti narrative di incomparabile ironia e divertimento, cui
seguono vertiginose vette liriche, parametri ritmici extraletterari,
miracolosamente sportivo-linguistici, che diventa mai provocazione, piuttosto
reazione alla condizione cava della lingua dell’epoca, standardizzata, piana,
anodina. Ogni testo di Pizzuto equivale a un’esecuzione di musique pure, e non posso non pensare a Mauricio Kagel, Luciano
Berio e Cage, ad essere travolti sono i ponti con il conformismo, tradizionale
sostegno dell’uomo perfettamente storicizzato, verso la prospettiva di un mondo
finalmente polverizzato, dissestato, e insomma Pizzuto, sempre lui, investiga
(quanto è importante in lui questo verbo!) l’uomo nella sua maschera bianca
della morte, stessa morte che vale come mera proiezione spirituale, metafisica
di un momento dell’esistenza. Parla l’uomo, muore l’uomo, da irresponsabile, da
inadeguato. A salvarlo non sarà la religione, o la fusione, per citare Musil,
con il regno millenario, di ammirazione esaltazione per una prospettiva
religiosa, di una identificazione magica con la natura. Si muore, banalmente,
da dilettanti. “Pensare è chiamare”, è il modo gestualmente riferito al solo
pensare eterno, dissolto nell’infinito, si noti la violenza di questa frase: il
tempo non ha più luogo se non nella nostra coscienza che penetra nel nostro
corpo, lo deforma in un pensiero fosforescente, lo eccita e lo rende vitale. E
in tutto ciò, come Gadda, (ma i due sono lontanissimi, e l’autore del “pasticiaccio”, in confronto a Pizzuto,
resta grottescamente infantile) l’io è ripudiato, spostato alla terza persona,
ovvero giace come traccia compensata d’ombra, astratta, sola condizione
psicologica. Penso a Pofi, protagonista del capolavoro “si riparano bambole”, personaggio disadattato, orrendamente
borghese, deviato dai pedanti aridi letterati, misero sognatore, ma innocente
nel tentativo di allontanarsi dalle catene della famiglia, poi schiacciato da
Ethos, finito a Roma miserabile personaggio neorealista girato da Pietro Germi.
Pofi il disadattato vittima dell’altro da sé o del contrario di sé, lui che non
è riuscito a scandagliare il fondo del proprio stare nel mondo, ad adattarsi
lontano dall’inetto padre, dall’imbecille madre, finché, segnato dal destino,
muore, anche in questo caso, distorto dal feticcio della cultura: ricorda la
madre che cantava il Faust accompagnandosi al pianoforte. Una delle scene più
patetiche, e dolorose, della letteratura del Novecento. Filo unitario, come
serialità classica, la compattezza di un pathos
da natura morta olandese o di Morandi, così come la musica, fangosa, spettrale,
il trillo del Diavolo. Lo accompagnava al piano; quelle ansie rendendolo
disattento coi diesis, non Tartini ne
usciva, ma una specie di Bartok. La parabola di Pofi, netta, violenta,
antistorica, non ci lascia commossi o devastati, anzi, riesce a farci ridere di
quanto sia stupida la natura umana, la società, la nobiltà che Pofi vede come
“simulacro fulgente”, qualunque essa fosse, è un profondo sogno, e l’assoluto
che la nobiltà porta in sé è un valore, un rituale imbrigliato alla propria
veste, al proprio mantello: <<il denaro non può comprare>>, così
come l’uomo non può sfuggire alla materia, la nobiltà è insita dal divino,
dalla singolare elezione. Pofi accetta passivamente la predisposizione alla
morte, non protesta al destino avverso che l’ha reso un esiliato dalla vita, si
trasforma in marionetta priva di volontà. Non a caso la cultura, come il
talento artistico, nella maniera di Bouvard Et Peuchet, lo rendono uomo
ordinato della morte giacente in lui, lo fanno, per citare Rilke, <<morire
della propria morte>>.
Pizzuto, insomma, ha riconosciuto nel comportamento umano,
più di tanti valenti scrittori del proprio tempo, il valore definitivo,
consunto, vano dell’uomo dalla maschera contingente storica e materiale.
Pizzuto, un questore, dai lidi metafisici.
GIUSTIZIA,
UGUAGLIANZA, LIBERTÀ:
considerazioni sul femminismo e oltre.
In un tempo in cui erano ancora lontane tante delle
conquiste di cui oggi godiamo, Virginia Woolf in “three guineas”
invocava la distruzione della parola feminist
definendola obsoleta. La sua è una visuale ampia che va al di là del genere e
che pone come linee guida tre parole di valore che spesso non trovano spazio
nel nostro mondo: Justice, Equality, Liberty.
L’auspicio di Virginia era che donne e uomini lavorassero
insieme per le stesse cause e, purtroppo, questo obiettivo è ancora ben lungi
dall’essere realizzato. Sono ancora prevalentemente le donne a lottare per la
parità, e non tutte condividono gli ideali di questa lotta o percepiscono come
un pericolo la società patriarcale nella quale viviamo, esattamente come la
maggior parte degli uomini. Questo è un dato di fatto, ma sebbene esasperante è
importante che la lotta sia libera dalla rabbia, quella stessa rabbia dalla
quale ci mette in guardia Virginia Woolf, stavolta in “a room of one's own”. Del resto, certi retaggi possono
essere demoliti solo con l’accettazione e la consapevolezza e d’altro canto non
è con la rimozione delle realtà scomode che percorreremo più velocemente la
lunga strada verso la parità, soprattutto perché tra queste realtà scomode ce
n'è una in particolare che fa rabbrividire: siamo cresciuti in una società
patriarcale e l'abbiamo assorbita fino al midollo.
Recentemente ha fatto scalpore la temporanea messa al bando
di “via col vento” da parte del
canale americano Hbo, perché razzista, come se bandire un film cancellasse il dato storico: lo metterebbe solo a tacere; e se
dovessimo ragionare così anche per l'idea di donna trasmessa nei secoli dei
secoli, dovremmo bandire almeno gran parte della filmografia, quasi l’intera
letteratura e molta, molta musica. Hbo ci ha ripensato e ha riabilitato la
pellicola annettendo un’introduzione storica. Eppure, per un motivo o un per un
altro, quanti altri film avrebbero
bisogno di un’introduzione del genere!
Dovremmo smetterla di definirci femministi e femministe,
attribuendoci un termine dispregiativo prodotto dal patriarcato, ci relega a un
ruolo settario. Finché continueremo a usare una parola figlia della società che
combattiamo non creeremo un mondo diverso e renderemo più difficile
l’inclusione di tutti coloro che nei confronti di questa parola hanno un
pregiudizio e che potrebbero invece collaborare alla creazione di una realtà
basata su giustizia, uguaglianza e libertà. Perché, non so a voi, ma a me il
“mondo nuovo” che sta sorgendo non piace affatto.
Per concludere questo breve preambolo, credo che la parola
“femminismo” non sia (evidentemente) più adatta a esprimere un concetto di più
ampio respiro che non può e non deve riguardare solo la donna, come se essere
donna significasse appartenere a una minoranza settaria, ma l'intera umanità.
LA MEMORIA E
L'ASSURDO:
considerazioni su “due vite” di Emanuele Trevi.
Pare che il romanzo sia morto già da diverso tempo, negli
anni Sessanta si parlava di fine delle narrazioni, mentre oggi in qualunque
ambito della vita, artistico e non, non fanno che chiederci una narrazione. Che
genere di letteratura è possibile in un orizzonte di senso di questo tipo? Da
un lato il giallo, il mainstream, la
mestieranza insomma, dall’altro lato una forma di memoriale a cavallo tra
saggio e diario, in cui i grandi temi dell’esistenza ruotano intorno al
racconto di una vita o, come nel caso dell’ultimo libro di Emanuele Trevi, di “due vite”.
Si tratta di un libro che ricorda due scrittori: Rocco
Carbone e Pia Pera, molto diversi tra loro ma legati da una tragica fine. Rocco
Carbone, nato nel ’62 a Reggio Calabria, temperamento furioso, cercava di
arrivare al nucleo e al fuoco: gaddiano convinto, s’identificava con Ciccio
Ingravallo; Pia Pera, con una vocazione inestirpabile ad accudire, accoglieva una
vasta galleria di casi umani e faceva il bene per un innato istinto morale.
A ulteriore sostegno della sua vocazione memoriale, il libro
è corredato di fotografie, attraverso la cui descrizione Trevi rievoca i
momenti trascorsi con i due amici, da cui sgorga una digressione sul gesto del
fotografare: <<Inspiegabilmente, alla fotografia si associa l’idea
dell’immortalare, ma è un modo di dire sbagliato, non c’è nulla che più della
fotografia, in un modo o nell’altro sempre vincolata all’attimo e al presente,
ci ricordi la nostra transitorietà e futilità. Come l’angelo con la spada
infuocata (il più incazzato degli angeli) il tempo ci sbarra ogni via del
ritorno a quel paradiso terrestre che vediamo nelle fotografie, trasformando
ogni gesto e ogni presenza in ricordo.>>.
Potremmo rintracciare una delle chiavi di lettura del testo
nella nostalgia; la tenerezza a volte fortissima per due amici scomparsi
prematuramente è il viatico per entrare nelle loro opere, inevitabilmente
legate alle rispettive vicende esistenziali e passioni letterarie: Pia Pera
scrisse un libro che ripercorreva il grande romanzo di Nabokov dal punto di
vista di Lolita, traduceva Gogol' e Erofeev; mentre Rocco studiava Propp e
Jakobson, cercava di scomporre il romanzo, di ricondurlo al mito, a
un’astrazione primigenia.
Il libro procede nell’intreccio costante di vicende
autobiografiche, ma anche biografiche dei due personaggi rievocati e si
vorrebbe dire resuscitati, con argomenti di critica letteraria e tematiche
filosofiche, ed è questo l’aspetto sul quale vorrei soffermarmi. Esiste un
genere letterario, che forse non potremmo definire genere ma tendenza, che
finalmente apre le porte della narrazione al mondo interiore, non si tratta
solo di memoir, autofiction, o critica letteraria, ma di una commistione di generi
per cui la vita entra a gamba tesa nel libro e non esistono confini tra
narrazione palese, meditazione filosofica, memoria e introspezione. Potremmo
far risalire questa tendenza a Proust o a Miller ma non sarebbe esaustivo
comunque, la sensazione, forse ingenua, è quella di un desiderio di andare
oltre le barriere della narrazione come un taglio nella tela integra di un
romanzare ormai manieristico e privo di vita, l’impossibilità di raccontare la
grande storia che si è frantumata nelle singole microstorie riconduce però alla
necessità di ricucire le microstorie, tutti questi frammenti di memoria che
altrimenti andrebbero perduti, spazzati via dal grande boia: il tempo.
<<Avrei dovuto iniziare presto a prendere degli
appunti, a trattenere qualcosa prima che fosse troppo tardi. Come fiori di melo
appena sfiorati dalla brezza, anche i ricordi di chi abbiamo conosciuto
talmente bene che la consuetudine è diventata quasi un riflesso condizionato,
si staccano e volano via con rapidità inconcepibile. Pensiamo di averne
accumulati tantissimi, così numerosi e vividi da ritenerli inestinguibili; e
invece in mano ci resta poco più di uno sfarfallio di immagini incerte e
fuggitive. Forme di memoria talmente insignificanti e sbriciolate da equivalere
alla dimenticanza. Tutto l’onere della prova ricade sulle spalle di chi resta.
Saranno davvero esistite due persone come Rocco e Pia? E di chi possiamo dire
con certezza che ha avuto una vita felice o infelice? Non è forse, di ogni
emozione che accade davvero in noi, di ogni parola davvero importante, vero
anche il contrario?>>.
Poichè è sempre l’impossibile che genera il possibile, ogni
racconto di una vita, è anche il racconto di qualcos’altro, non esiste la
completa coincidenza alla realtà, così come non è possibile parlare fino in
fondo di realismo, ogni memoria di qualcosa è nello stesso tempo ricreazione
del mondo, perciò potremmo azzardare che, esclusi i generi e i manierismi di
cassetta, esistono due sole forme di letteratura: la memoria e l’assurdo.
LA VITA ORIZZONTALE:
considerazioni sulle direzioni della
letteratura a partire
da “configurazione Tundra” di Elena Giorgiana
Mirabelli.
Come tutti sanno, la letteratura non esiste. Non esiste,
voglio dire, l’idea che la letteratura sia qualcosa di misurabile,
oggettivamente costituito, acquistabile; come dire: un albero; la Scozia; la
pressione arteriosa.
La letteratura, checché ne dicano i premi, i microfoni e i
bei vestiti, rimane, almeno io la vedo così, la fogna dell’esistenza: si agita
in uno spazio nascosto (represso); lì si scaricano i liquami
dell’incomprensibile; lì si accumulano e mescolano elementi eterogenei.
Chiamiamo comunemente letteratura, forse, un progetto di verticalismo che metta
in comunicazione e incolli due sistemi epistemici lontani fra loro: la
geografia e la psicologia. Ma non basta questa definizione per esaurire il
raggio d’azione della letteratura.
Mi piace pensare che l’obiettivo di “configurazione Tundra” di Elena Giorgiana Mirabelli sia
cercare di dissolvere questo collante, di smontare il senso comune
(sclerotizzato) di letteratura mostrando di nuovo svincolati fra loro la
geografia-cartografia e la psicologia; immaginare la possibilità di una
letteratura che proceda per giustapposizione. Un progetto, semmai, di
orizzontalismo.
Del resto lo spazio è il vero protagonista del romanzo. Un
universo immaginario in cui un architetto, Marta Fiani, ha ripensato daccapo
l’urbanistica, concependola come strumento principe per l’ottenimento della
felicità. Tundra, la “città-bioma” di riferimento, è una lunga linea retta, e
noi la percorriamo all’infinito; i personaggi che la abitano sono ridotti a
pedine partecipi di un fascio di funzionamenti (la sessualità, l’abitare)
perfettamente calcolati e previsti, in onore del decoro, efficienza e sicurezza
come valori imprescindibili.
L’orizzontalità di “configurazione
Tundra” è raggiunta innanzitutto per via tematica: il libro parla di
urbanistica e di progettualità; è di fatto una distopia (sottile e onirica, più
che apocalittica) in cui i significati del vivere sono collocati in precise
strutture razionalizzate, interscambiabili e spersonalizzanti (à là Orwell), ma
de-narrativizzati e inseriti in un sistema di affiancamenti cozzanti e
spigolosi. Perciò, le planimetrie e le cartografie: disegni bidimensionali,
posizionamenti degli spazi l’uno accanto all’altro. Quelle che troviamo nel
libro non sono solo illustrazioni a margine: tali figure, piuttosto che fungere
da contorno, hanno una forte connotazione narratologica, poiché inquadrano la
storia senza la necessità di digressioni descrittive che allontanerebbero la
penna dalla propria cifra stilistica. L’architettura è centrale quindi non solo
tramite la figura di Marta Fiani, ma perché vale, extra/intra-diegeticamente,
come meccanismo sincronico di relazione tra gli elementi, come ordine e
stabilità:
Poniamo diversamente
la questione – sposta sulla cassettiera delle riviste che ha lasciato sul
divano rosso e si siede – ho la sensazione che tu voglia dimostrare di essere
capace di fare qualcosa di straordinario. Piegando l’architettura a un tuo
bisogno: essere riconosciuta. E non ti poni il problema di che idea di
“umanità” veicola o produce la struttura a cui pensi».
«Io voglio che
l’umanità sia felice.»
«Traiettorie ben
definite. Posizione nello spazio. Funzione. Dove sarebbe la felicità?»
«La felicità sta nell’esprimere
al meglio le proprie potenzialità. E le si esprime se ci si sottrae
all’indeterminatezza.
La felicità, nel sistema distopico (in questo e in molti
altri), è un fatto di esatta rispondenza tra input e output, un fatto
newtoniano. Ecco allora l’insistenza sul valore della fluidità e la simbologia
(ma anche realtà materiale) dell’acqua, come scrive Marta Fiani nel suo
Costellazioni e Sciami. Uno studio di logica della spiritualità:
I Centri emozionali e spirituali se vengono messi a servizio
dello spazio, produrranno evoluzione per chi è adatto, flessibile e adattabile.
La realizzazione dell’evoluzione umana in base alle capacità adattative indotte
da uno spazio artefatto. Se diventi acqua sarai parte del grande organismo
statale.
Potremmo, quindi, teorizzare così: l’insistenza (ideologica)
sulla necessità della fluidità che ricorre nella diegesi, necessaria come
propaganda per il programma (in effetti distopico) di Marta Fiani, è parallela
allo smascheramento della letteratura come fluido che Mirabelli compie tramite
il meccanismo della giustapposizione. La tecnica su cui è costruito il romanzo
contesta l’ideologia (connotata negativamente, tra le righe) che si dispiega
nella diegesi.
“configurazione
Tundra”, quindi, procede tramite accostamenti non fluidificati almeno su
due livelli:
1) Lo fa nella finzione, immaginando un mondo in cui sia lo
spazio a dettar legge, in cui la costruzione urbanistica condizioni fino in
fondo e robotizzi le esistenze umane.
2) Lo fa attraverso la finzione, cioè demistificando
l’illusione di verticalismo, di letteratura tout
court, di drammaturgia, nel modo in cui l’ho intesa all’inizio: il romanzo
non segue un flusso, pone l’uno accanto all’altro racconto in prima persona,
analessi, prolessi, citazioni da diari, disegni, brani tratti da libri
immaginari e da libri reali (in stile Borges).
Il caso di “configurazione
Tundra”, insomma, rende possibili una serie di riflessioni che
trascendono il libro stesso e che riguardano lo statuto attuale della
letteratura, di cui comunque il romanzo di Mirabelli è sintomo (e, volendo,
denuncia). Possiamo cioè abbozzare, a nostra volta, una cartografia delle
direzioni letterarie, e mettere a confronto quelli che ho chiamato
orizzontalismo e verticalismo.
Luciano Anceschi parlava, molto tempo fa, di “autonomia ed eteronomia dell’arte” come
due poli di una dialettica che si ripete nella storia dell’arte (e della
letteratura) in maniera ciclica e ricorrente. A un certo punto, dice, la
pratica estetica tende a farsi autonoma, a porre al centro il valore dell’arte
per l’arte, per poi incorrere in un periodo successivo di demistificazione
dell’autonomia e reinserimento in un contesto più ampio che riguarda anche
altre sfere dell’uomo (la società, la scienza, la storia ecc.).
Ispirandoci a questo tipo di dialettica, potremmo parlare di
verticalismo come tendenza della letteratura a farsi perforazione trascendente
di epistemi: non vedo in ciò qualcosa di negativo (del resto lo stesso Anceschi
poneva autonomia ed eteronomia come momenti necessari nello sviluppo dialettico
dei modi artistici, senza perciò stigmatizzarne uno) e, anzi, ciò che
personalmente mi attrae della letteratura è proprio il fatto che la sua
specificità è nell’ambiguità (originata dall’azione simultanea di significato e
significante, che possono collaborare oppure scontrarsi, da cui derivano una
serie di altri poli oppositivi che accentuano lo statuto ambiguo della
letteratura, come lo scontro tra parole e cose, tra personaggi e trama, tra
testo ed extratesto, tra simbolo e allegoria ecc.), che riguarda del resto
proprio la sua non-scientificità, quindi la possibilità (ed ecco la chiave del
discorso) di abrogare l’idea di una teoria del tutto, di procedere per
frammenti e, dunque, di creare interferenze tra impianti gnoseologici ed
estetici diversi (o gnoseologia ed estetica, in generale, che è già di per sé
non piccolo affare). La letteratura, in altri termini, come verticalità che
attraversa le conoscenze; la letteratura come sintesi.
Il problema sorge, però, quando questo meccanismo finisce
per ingessare la letteratura in un suo surrogato inerte, in una narrazione che
sia solo tale e non più attraversamento di epistemi e loro infrazione. Ne
deriva un prodotto riproducibile, identificabile (cioè vendibile) in grado di
ridurre quello che qui ho chiamato verticalismo a banale artigianato e a
formula-maniera di confezionamento di un prodotto, di una storia, nel senso più
povero del termine.
A questo punto (ed è mi pare, lo dico da spettatore curioso,
questo scritto non ha pretese accademiche, il punto della storia letteraria
italiana) emerge la necessità di smascherare la recita (il verticalismo da
attraversamento dell’eterogeneo si è trasformato in illusionismo scenico, con
un procedimento molto simile a quello tramite cui il cinema è passato da
sperimentazione di montaggio a Hollywood), per restituire alla letteratura il
suo potere conoscitivo originario, che è poi l’ambiguità radicale su cui si
fonda.
Una delle strade che possono smascherare l’illusionismo è la
conversione del verticalismo in orizzontalismo. Come ho spiegato descrivendo “configurazione Tundra”, che mi pare un
passo in questa direzione, intendo per orizzontalismo lo sfaldamento della
confezione narrativa attraverso la giustapposizione. Questa va a sostituire
l’amalgama: gli elementi – gli epistemi – che compongono la pratica letteraria
non sono più sovrapposti, ma messi l’uno accanto all’altro. Ne vale,
certamente, della “trascendenza” della letteratura, della sua capacità cioè di
trovare la quadra, per via simbolico-estetica, tra diversi impianti
gnoseologici; ma si guadagna in frizione e incandescenza.
Se il problema è infatti la normalizzazione del connubio in
verità stridente tra geografia e psicologia, la soluzione sta nel
ridimensionamento degli elementi al loro spazio proprio, nel dissolvimento
della sovrapposizione e quindi nella recuperata frizione tra le parti, nella
recuperata ambiguità: la frizione non sarà prodotta con un gioco trasversale,
ma per via particellare, simultanea. Dalla sintesi (fusione di parti)
all’analisi (individuazione e studio separato delle parti).
“configurazione
Tundra”, preso qui come campione, propone questa dimensione orizzontale
della letteratura e lo fa, come dicevo, anche per via tematica: possiamo
chiamare “orizzontali” (cioè private dell’altezza umana, spersonalizzate) le
vite dei personaggi che si muovono nell’universo distopico. Queste figure, per
essere raccontate, richiedono una narrazione che sia a sua volta orizzontale,
in grado di demistificare cioè una letteratura falsamente verticale e di fatto
solo attrezzata alla riproduzione (mercificante) di sé.
È una necessità storica, voglio azzardare, recuperare la
dimensione realmente ambigua della letteratura, che non può che implicare il
ribaltamento del libro come prodotto di consumo. Il romanzo di Mirabelli è uno
di quei casi che mi spingono a pensare che sia necessario un ripensamento della
letteratura/editoria nel suo complesso, come problema socio-storico, economico,
oltre che estetico; e vale per me come monito: che non si faccia più
letteratura, nel senso plastificato e consumabile che spesso le attribuiamo, ma
estetica della frantumazione, dello spazio, dell’immanenza.
COME SI ASCOLTA UN PEZZO DI MUSICA
DODECAFONICA?
considerazioni sulla Sesta sinfonia di Gustav Mahler.
Come si ascolta un pezzo di musica dodecafonica? La musica
cosiddetta dodecafonica (l’inventore del metodo, Arnold Schönberg, non gradiva
l’espressione) è costruita su una serie di dodici note, tutte diverse (il
cosiddetto “totale cromatico”). Tentare di seguire o intendere un pezzo di
musica dodecafonica rintracciando la serie nelle sue varie esposizioni e
modificazioni è impresa disperata non solo per il dilettante, ma spesso anche
per l’ascoltatore tecnicamente istruito. Dunque, si lasci perdere questo tipo
di ascolto. Nella mia esperienza, il miglior modo di ascoltare un pezzo di
musica dodecafonica è l’abbandono completo, senza la minima resistenza, come si
stesse ascoltando un pezzo di Steve Roach. L’ascoltatore dovrà fare affidamento
solo sui bisogni della sua anima, la quale, come diceva Schönberg, non esiste,
ma se vi si crede intensamente, si manifesterà. Perciò una relativa
dimenticanza del proprio corpo, e una sospensione della volontà, saranno di
grande giovamento. Con l’abbandono completo e l’abbassamento di tutte le
difese, il “rito” e la “mistica” della musica dodecafonica, così impenetrabili
per il profano, perderanno progressivamente la loro vaghezza, il loro odore di
incenso esoterico, e lentamente il cervello comincerà a rapportarsi
esclusivamente alle note, una per una, creatura per creatura, proprio come
intendeva Schönberg. Da ciò, sorgeranno associazioni e immagini impreviste,
pensieri disabitati. A importare, non saranno più i rapporti tonali, le
armonie, dunque il meccanismo di attesa e ricompensa proprio di quella sostanza
stupefacente che è la musica pop
(dove la modulazione alla dominante crea il craving,
e la risoluzione sulla tonica la distensione) ma soltanto il filiforme disegno
delle note, per quanto indecifrabile nel suo insieme. La vecchia totalità (la
totalità tonale) è distrutta in nome di un’altra che preferisce nascondersi o
manifestarsi per rapide epifanie. La differenza tra melodia e armonia si fa
indistinguibile, l’ascolto sembra svolgersi nel vuoto, in uno spazio sonoro
dotato di infinite possibilità, tutte egualmente legittime. Visualizzare la
musica dodecafonica, anziché comprenderla, è il miglior modo di affrontarla,
per chi vi si accosti la prima volta. Più l’ascolto sarà puro, scevro di
preconcetti, più si potrà sperare di arrivare fino in fondo. Concludo con un
breve elenco di composizioni dodecafoniche con le quali si potrà sperimentare
questa via di ascolto. Parlando in generale, la più accessibile è l’opera di
Berg, la più ostica quella di Schönberg, in particolare la “op. 26”. La composizione di
Dallapiccola, posteriore alle altre e rappresentativa del modo in cui la
tecnica dodecafonica è stata assorbita nel nostro paese, ha esercitato
un’influenza decisiva su tutta la musica d’avanguardia italiana della seconda
metà del Novecento.
Veniamo adesso al fulcro del nostro discorso: Mahler. Prima
o poi qualunque dilettante di musica, intendendo con dilettante uno che, come
me, non ha compiuto studi formali di musica (non possiamo certo considerare
tali le lezioni di educazione musicale alle medie), non ha frequentato nemmeno
per un giorno un Conservatorio, ed è dunque solo un appassionato (e proprio
come semplice appassionato diventa il facile bersaglio di chi, avendo compiuto
studi musicali regolari o avendo addirittura intrapreso un mestiere musicale,
ritiene che ogni altro meno preparato debba tacere su questioni musicali,
perché non si può ammettere una critica impressionistica, una critica basata su
opinioni, ricordi, associazioni di idee, dolori d’infanzia, percezioni
psichiche o comunicazioni dall’aldilà, che non siano da un lato fondati su una
rocciosa conoscenza tecnica e, dall’altro, connessi da una stringente
consequenzialità che solo l’aver speso buona parte della propria vita nella
musica, per la musica, e nel modo più severamente professionistico, può
determinare), prima o poi qualunque dilettante di musica di questo genere, che
è anche il mio genere, dicevo, sentirà il bisogno di scrivere qualche riga su
Gustav Mahler.
Io non ricordo esattamente perché acquistai i due cd con la “sesta sinfonia in la minore” di Gustav Mahler.
In un senso abbastanza generico, posso dire che, allora, intorno ai miei
diciotto anni, stavo esplorando. Oggi, che di anni ne ho trenta e tre, non
credo di atteggiarmi troppo a blasé,
a cinico, se dico che non mi resta più molto da esplorare. Non molta
letteratura, non molta musica, non molti luoghi, non molta umanità. In realtà,
per citare Alberto Savinio, vado sempre più implicandomi in me stesso, o
perlomeno mi pare di tendere a ciò. Il mondo esterno, che non ho mai seriamente
amato, né compreso (ed è evidente che i due fatti si possono ritenere
collegati) oggi mi ripugna o mi lascia indifferente, e non mi commuove più, non
mi incuriosisce più. Ho provato, anche, a interessarmi della questione della
massa nelle particelle elementari che compongono la materia, donde derivi, e
perché, di ciascuna di tali particelle (mi riferisco ai fermioni), ne esistano
tre copie (tre generazioni, nel lessico scientifico), ciascuna copia con massa
differente secondo un intervallo ben preciso, un intervallo che fa pensare a
una qualche misteriosa regolarità, a una legge fondamentale della materia
tuttora ignota. Ma poi, dopo qualche impotente considerazione del problema, che
intendo comunque seguire e studiare col mio connaturato, sperimentato
dilettantismo (è una copia di quello musicale: esistono copie ovvero
generazioni anche degli atteggiamenti mentali, dei comportamenti, dei
sentimenti, e chissà di quante altre cose, tutti divisi secondo scaglioni
maggiormente o minormente massicci), mi sono disinteressato della faccenda
della massa nella materia, e solo per nostalgia, o addirittura impotente
disperazione, sono ricaduto agli antichi amori, agli inizi, alle esplorazioni
di quando ero un ragazzo curioso. Per questo, ho sentito il bisogno di tornare
a Gustav Mahler, e devo anche dire che da allora, da quel primo ascolto della
Sesta, a differenza di uno scienziato (e ciò dice molto della mia natura non
scientifica) non ho fatto alcun progresso, e se oggi riascolto la Sesta ho
esattamente le stesse specifiche sensazioni di trentuno anni fa, le stesse
impressioni (le tanto odiate impressioni, così avversate dagli specialisti, dai
tecnici che stigmatizzano la critica impressionistica come fosse l’equivalente
del caos - e, a mio giudizio, non lo è). Il mio ascolto non è diacronico. Il
mio ascolto, il mio orecchio, è stupidamente antievolutivo, o meglio, si è
evoluto finché ho raggiunto i diciotto anni, età in cui sono diventato, o
meglio, il mio orecchio è diventato capace di ascoltare da cima a fondo, senza
interruzioni, una sinfonia complessa e lunga come la Sesta di Gustav Mahler,
ma, dopo questo successo, l’evoluzione si è arrestata. La mia intelligenza
musicale è ferma ai miei diciotto anni e, di conseguenza, una gran parte di me,
devo dire, è ferma ai miei diciotto anni. E la Sesta di Mahler mi ricorda
dunque sia il momento in cui sono diventato adulto, sia il momento in cui sono
diventato eterno, e dunque anche il momento in cui, cessando di evolvere, sono,
si può dire, morto, e non era un caso che quell'ascolto sia avvenuto d’estate
(e mentre si giocava a pallone io pensavo comicamente a Mahler, al ritmo di
marcia militare che trapana da una parte all'altra la sinfonia, al gioco della
triade che da maggiore passa a minore come un uomo che cada da un ottavo piano)
cioè la stagione in cui sono nato (ho un po’ la superstizione della ciclicità
cosmica). È vero, l’evoluzione, fin tanto che c’è stata, è stata abbastanza
travolgente, e adesso, come del resto anche già trent’anni fa, riesco a
ascoltare e a trarre persino un piacere (che ha struggimenti e venature di
trascendenza, ma è una trascendenza edonistica) dal “quintetto per fiati op. 26” di Schönberg, un pezzo
“semplicemente inascoltabile” nell’icastico quanto autorevole giudizio di
Fedele D’Amico, il quale certo, diversamente da me, non ascoltava in modo
impressionistico o forse dovrei dire ciclico, cioè non evolutivo (e qui accenno
soltanto a un’idea: che il senso estetico non si accresca nel senso di uno
sviluppo rettilineo ma, appunto, proceda con un moto circolare, e dunque a un
certo punto si arresti nella ripetizione), e attraverso una comprensione della
musica dovuta a un’alfabetizzazione incomparabilmente superiore alla mia;
eppure io il Quintetto non solo lo trovo ascoltabile e lo ascolto, ma la stessa
prospettiva di ascoltarlo mi fa sentire bene, la stessa cosa che per D’Amico
era una tremenda minaccia e poi una noia atroce per me è un’anticipazione di
beatitudine e una effettiva esperienza estatica.
Ora, bisogna per un attimo accantonare il grave problema
teorico che si pone considerando che per Fedele D’Amico, che conosceva la
musica, la sua storia, il suo linguaggio, la sua prassi esecutiva assai meglio
di me, tutta la cosiddetta nuova musica, e in modo particolare la musica
cosiddetta dodecafonica di Schönberg, era un salto nel vuoto, un gesto
eversivo, irrazionale e, in definitiva, un’operazione di distruzione del
linguaggio musicale, mentre per me, forse perché ho un’assai minore conoscenza
di quello stesso linguaggio, la cosiddetta dodecafonia ovvero la composizione
con dodici note ciascuna diversa dall’altra e ciascuna in rapporto solo a ogni
altra, è soltanto una pratica misteriosa, un rito (e in questo riprendo la
stessa terminologia di D’Amico, che però gli dava un’accezione, o forse
parlando di musica potrei dire accentuazione, negativa) oppure una “illusione
di logica” (Glenn Gould) che serve come punto d’appoggio per una fuoriuscita,
un balzo dalle vecchie tradizioni e consuetudini musicali, e che, in
definitiva, è stata in grado di produrre, sia pure, lo concedo volentieri, per
eterogenesi dei fini, bellissima musica. Musica che, con tutta la sua
irrazionale, eversiva, morbosa antilinguisticità, al mio orecchio piace, al
punto da farmi rammaricare che non venga eseguita più spesso, anche in contesti
d’intrattenimento, come feste, club, spiagge, ascensori, aeroporti, attese
telefoniche, suonerie di cellulari, film, serie televisive (Webern, allievo
eccelso di Schönberg, è stato effettivamente usato in una puntata di una serie
di moda alcuni anni fa) fischiettii, rave, raduni, manifestazioni, perché io
credo che se il mio orecchio è capace di apprezzare quel salto nel vuoto,
allora molti altri orecchi lo potranno, visto che gli organi di senso, in
generale, e le facoltà più basilari che ne decodificano gli stimoli, non
possono essere poi tanto diversi di individuo in individuo. Io non sono un
genio della musica, non sono un eletto in quel campo non avendo un cervello
particolarmente sviluppato nel senso dell’intellezione o della fantasia
musicale: sono un uomo medio non un compositore, un ascoltatore medio non un
musicista, da ciò concludo che moltissimi, davvero moltissimi altri potrebbero
mettersi a letto, al buio, con un qualunque dispositivo che diffonde o nella
stanza o direttamente nelle loro orecchie l’inascoltabile (D’Amico dixit) “quintetto
per fiati” di Schönberg che, a dirla tutta, oggi mi sembra musica
persino elementare, pacificata, acquietata, e vorrei tanto che il mondo
partorisse con inaudito scalpore (o, come all’apparizione di Schönberg, con una
noncomprensione e un interrogarsi perplesso) un nuovo eversore, un nuovo
distruttore del linguaggio, un nuovo incrollabile, fanatico profeta di un rito,
di una mistica musicale, ma, temo, non c’è da sperarci, vista la qualità della
musica che si produce e si ascolta attualmente, che tutto è fuorché eversione,
è tutto fuorché fanatismo (il fanatismo essendosi spostato integralmente sul
piano sociale, il piano del nulla) è tutto fuorché mistica, intendendo con
“eversione” e “mistica” ciò che intendeva D’Amico, cioè una disperata
distruzione di quel linguaggio musicale (o dei linguaggi musicali, tutti però
agevolmente riducibili a pochi denominatori comuni, anche i più pretenziosamente
alternativi), ahimè fin troppo in salute, con cui oggi i musicisti si parlano e
si pretendono artisti. Ma un inattuale, inaspettatamente, in qualunque campo,
nasce e, cosa ancor più rara, comprende di esserlo e comprende tutta la fatale
portata della sua missione di cesura a dispetto di ogni schiacciante
determinismo sociale, di ogni moda, di ogni spirito del tempo, di ogni tediosa
variazione del già noto, ed è solo grazie a lui che la ruota dell’arte gira, e
non resta impantanata nel fondo, fitto fango di pretesi maestri che sono, nel
migliore dei casi, buoni allievi. Valga quanto ho scritto fin qui da preludio,
nell’accezione prettamente musicale del termine, a quanto prima o poi finirò
per scrivere circa la “sesta sinfonia in
la minore” di Gustav Mahler.
PIÙ NULLA DI UMANO:
considerazioni su Adele Hugo, pazza d’amore.
Una donna che ama è una creatura esposta a ogni genere di
intemperie, le emozioni forti conferiscono vigore alla vita ma la rendono anche
pericolosa: bisogna essere disposti a varcare un confine, l’amore è uno
sconfinamento. Così Adèle, nel magistrale libro curato da Manuela Maddamma: “Adèle Hugo, pazza d’amore”, si perde
nell’estasi e nel gorgo del suo desiderio.
All’inizio del racconto troviamo una donna sicura di sé, del
suo aspetto fisico, della sua famiglia: figlia amatissima di Victor Hugo,
l’unico ostacolo per lei sembra essere un affetto ambivalente per la sorella
maggiore Léopoldine, che il 4 settembre 1843 muore annegata insieme al marito
Charles, pochi mesi dopo il matrimonio. Da quel momento in avanti, Adèle si
rinchiude nella sua piccola pietà così tenera, così dolce e così gentile; è lei
che consola o che cerca di consolare con le sue riflessioni sempre piene di
saggezza e spesso profonde.
All’inizio del suo diario di giovane donna troviamo alcune
frasi che rivelano i suoi più intimi sentimenti nei confronti di sé stessa:
un’idea di grandiosità, di onnipotenza, in primo luogo mutuata dalla fierezza
di essere la figlia di un genio: <<Talvolta sogno una vita bruciata,
ardente, violenta, viva, nella quale via via Clésinger, Delacroix, Arnould si
susseguono, come amanti, nella quale mi vedono come la figlia di Victor Hugo,
giovane, bella, radiosa, alla moda, supremamente intelligente, supremamente
bella, radiosa, supremamente civetta, che schiaccia con tutto il suo splendore
le sue rivali, passate, presenti e future; intellettuale, grande musicista,
applicando e facendo applicare i miei paradossi, vivendo tutte le vite, la vita
dell’amore, la vita del mondo.>>.
Nel 1861 Adèle s’innamora di Albert Pinson, un giovane
tenente inglese che ha conosciuto su una panchina della terrazza di Jersey, lei
legge, lui la guarda. Adèle inizia a figurarsi una vita con lui, tanto da
chiedergli di sposarla, ma a questa richiesta segue il silenzio del giovane. In
una lettera la bellissima e disperata Adèle gli scrive: <<Mi spedite sul
campo di battaglia della disperazione, mi costringete a battermi; può darsi che
io ritorni viva; oppure ferita, oppure che non torni mai più! È così che
ricompensate il mio amore e la mia devozione!>>, e inizia a formulare
pensieri suicidiali. I due s’incontreranno ancora ma il giovane non vorrà mai
sposarla, e lei si sentirà umiliata, no, molto peggio che umiliata, si sentirà
frantumata. La sua identità non sarà più integra e la frana si espanderà fino
alla fine dei suoi giorni.
Da questo momento in poi la sua discesa è implacabile, tanto
che il 17 gennaio 1866, in una nota del diario di Victor Hugo, troviamo questa
devastante descrizione: <<La ‘parsimonia’ di Adèle la spingeva a
rifiutare quasi tutto il cibo, a fare a meno della stufa, a rinunciare alle
cure più elementari della sua persona; si trovava, diceva M. Motton, < in
una situazione prossima alla bestialità >, aveva i capelli < in un tale
stato che il parrucchiere e anche il medico chiamato da M. Motton hanno deciso
di tagliarglieli >. Il padrone di casa, inoltre, ha notato in Adèle alcuni
segni allarmanti: < Un far su e giù preoccupata nella sua topaia, con parole
pronunciate ad alta voce >.>>.
Adèle morirà in manicomio il 21 aprile 1915 dopo 42 anni di
reclusione. L’ossessione l’aveva derubata delle sue facoltà intellettuali,
della bellezza e di tutte le ricchezze esteriori e interiori che possedeva. La
sua può essere definita follia d’amore, i tratti di una personalità
inizialmente megalomane, poi ciclotimica, e poi sempre più melanconica, fino
alla disperazione più completa, non le hanno concesso di accedere al sentimento
di appartenenza alla vita in quanto tale.
La fragilità, qualunque nome o diagnosi si voglia
affibbiarle, non è delimitabile in una definizione, è tutt’al più il dilagare
di un abbandono, la certezza di non poter essere amati, ascoltati, compresi. Si
pensa di non essere degni d’amore, e ciò avviene dopo essere stati convinti del
contrario e aver ricevuto un’acuta, insostenibile frustrazione. Quanto più si è
sperato, sognato, immaginato un amore invincibile, una vita stupenda, un grande
successo, tanto più la caduta sarà dolorosa.
Un dolore troppo grande non rende invulnerabili, ma
fragilissimi. Oltre un certo livello di sofferenza accade che l’io si rivolti
contro sé stesso, impedendogli di pensare, scindendosi, frammentandosi. La
fuga, la difesa, è più dolorosa e devastante del dolore da cui ci si sta
proteggendo, ma questo non importa, nessuno che abbia varcato quel confine
vuole davvero essere riportato indietro: tornare significherebbe dover rifare i
conti con il rifiuto, l’abbandono, la violenza, la ferita.
L’ossessione è un martello pneumatico che penetra in
profondità ogni lembo di carne, bucandolo, squartandolo. Il corpo non ci
appartiene più, semplicemente non ci riconosciamo più come corpo e la mente si
rivolta infinitamente e si nasconde per non farsi più colpire dall’assurda
ferocia del mondo. Il mondo fuori è completamente distante, alterato e alieno,
non ne si fa più parte. E come si potrebbe? Da quel mondo arriva solo orrore; è
come essere in guerra, agonizzare senza morire mai.
La risposta a questo stato di cose era (e in certi casi lo è
ancora, anche se in modo certamente meno barbarico di una volta) la
contenzione. I manicomi servivano a proteggere la società dal paziente e non a
salvare il paziente dal suo dolore. Purtroppo in alcune parti del mondo i
manicomi esistono ancora, in Italia Basaglia, genio visionario, li ha chiusi
con la legge 180. Ma dobbiamo stare molto attenti perché i manicomi non sono
solo quei luoghi che ora non esistono più, esiste una logica, un preciso modo
di considerare la diversità che rischia di diventare manicomiale: se l’altro è
un organismo (come suggeriva Laing, ormai un bel po’ di tempo fa) lo tratterò
da organismo, in una logica reificata: questo è ancora manicomio; ma se l’altro
è una persona (e lo siamo sempre, anche se siamo arrivati al confine estremo
del dolore) lo tratterò come persona e, certo, la relazione sarà molto
complessa, e perfino rischiosa ma umana. La fragilità va custodita, una società
che abbandona e stigmatizza le frange più deboli della sua popolazione non ha più
nulla di umano.
LE CENERI E IL CANTO:
considerazioni su “la città dei vivi” di Nicola
Lagioia.
Un insieme di motivazioni sembra aver spinto Nicola Lagioia
a comporre “la città dei vivi”, recentemente
uscito per Einaudi. In primo luogo tornare alla scrittura “seria”, dopo il
successo ottenuto dalla “Ferocia”, premio Strega 2015 (e molti altri premi
minori). La scrittura “seria” è quella che pone l’autore immediatamente in uno
stato d’animo ben preciso, quello del lavoro rigoroso, talora spietato, che
violenta amicizie e rapporti affettivi, che produce tutt’attorno un alone
misterico di creazione subdola, silente, che non va perturbato, pena lo
smantellamento del laboratorio fisico e psichico in cui l’opera prende corpo.
Ai profani tale descrizione stregonesca farà ridere ma, con loro buona pace, è
la pura verità. Si scrive così, in questo sprofondare ostile e antisociale, o
non si scrive. Ma in “la città dei vivi”
compaiono, come personaggi, oltre al narratore, che è lo stesso Lagioia, una
ridda di altre personae, con i quali
l’autore da un lato si è confrontato e fisicamente attivato per accumulare
tutto il materiale ritenuto necessario per ricostruire il delitto al centro
della sua storia, dall’altro, e nello stesso momento, questo confronto, questo
attivarsi, camminare, prendere treni, fare traslochi, cercare, contattare,
stringere conoscenze o amicizie (finalizzate alla comprensione del caso) è esso
stesso materia del romanzo, suo contenuto non meno fondamentale del “fattaccio”
in sé. Ecco dunque che ci troviamo di fronte a un primo paradosso meritevole di
essere segnalato: Lagioia si immerge nel delitto Varani ossessivamente (e ogni
ossessione è per definizione privata e paralizzante, egoica, ha tinte e
sfumature autoreferenziali anche quando può essere, ma solo superficialmente,
condivisa: anzi ciò che può essere davvero condiviso è solo il suo ermetismo;
più volte nel libro Lagioia si sente rivolgere la domanda: <<Perché ti
interessa tanto questo caso?>>), ma al tempo stesso, nell’immersione-ossessione,
e per la stessa natura di questa specifica ossessione (che nasconde una
profonda tendenza all’azione e all'estroversione, una rivolta alla paralisi
ossessiva), il narratore è mobile fino all’irrequietezza, sollecita
instancabilmente corrispondenze e incontri, si tuffa in acque ignote seguendo
altri palombari, e recupera scandagli talora scesi più in profondità di lui,
come i parenti degli assassini o della vittima, non necessariamente
ossessionati ma stravolti dal dolore, i quali, non meno del trio di personaggi legato
dalla violenza, dal sangue, dalla follia mimetica (Prato ipnotizzato da Dalida,
Foffo ipnotizzato da Prato, in una catena suggestiva da film espressionista
tedesco) entrano nell’ossessione di Lagioia, sicché si può dire che quelle
conoscenze e quelle amicizie e quei carabinieri e quel ‘coro’ di voci che
compone una sezione centrale del libro (quella più debitrice della lezione di
Svetlana Aleksievic) esprimono il disagio di Lagioia di essersi ossessionato al
terzetto infernale, ai ‘protagonisti’ sulla scena (anche mediatica), e il
bisogno, conseguente, di aprire il libro (romanzo o no che si voglia, non è
questo il punto) a una coralità, a una condivisione, a una moltiplicazione
tendenzialmente infinita di testimoni che è l’unica via possibile per la comprensione
di quella specifica irruzione del male che Lagioia nomina più volte, e descrive
fin nei dettagli più splatter, verso
la conclusione del volume.
Non si andrebbe forse troppo lontani dal vero, in effetti,
nel dire che il meccanismo ossessivo è stato qui ricercato proprio per
reagirvi, per liberarsene, e dunque non tanto il caso di cronaca in sé è
significativo, ma la sua struttura formale, che da un lato paralizza, e
dall’altro innesca la liberazione nella condivisione del dolore; questa azione-reazione
sembra essere ciò che in primo luogo ha spinto l’autore a consegnarsi a questa
sua nuova opera. L’ossessione è il punto di partenza stabile dal quale
riprendere a battere una pista, ad agire, a uscire nella città. L’azione
investigativa e letteraria di Lagioia diventa così la risposta all’azione
estrema dell’assassinio di Luca Varani. “la
città dei vivi” è un romanzo incalzante non perché sia ponderato,
lucido, nonostante sia anche questo, ma perché è reattivo. Di fronte all’azione
assoluta che è dare la morte, Lagioia risponde con ciò che per lui è la vera (o
l'opposta) azione assoluta, la scrittura. I due momenti si tengono come poli
percorsi da un asse indeformabile, e ruotano insieme. Entrambi coinvolgono temi
etici; e l’eticità tanto dell’omicidio che della letteratura, se non
chiaramente manifesto nel libro, è un filo sotterraneo che percorre tutto il
testo.
Lagioia si chiede spesso, con ingenuità tutt’altro che
superficiale, e anzi con scoperto pathos,
come si possa tracciare, in un crimine come questo, e in un mondo come il
nostro che di quel crimine si evidenzia come adeguata cornice, il confine tra
il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto (anche nei meri termini
processuali), tra la scelta e l’abdicazione al proprio libero arbitrio; ma tali
questioni, che percorrono la storia delle religioni e della filosofia sin dalle
origini, sono giudiziosamente lasciate in sospeso, o solo provvisoriamente (e
apparentemente) risolte dal personaggio Lagioia, perché non è questo, la
riflessione morale o giuridica in vitro,
ciò che seriamente gli interessa; ciò che gli preme è affidare la catarsi non
al ragionamento etico ma, proprio come nel dramma attico (per quel che se ne
sappiamo) ai lamenti del coro, al pianto del pubblico che gremisce la càvea,
alla costernazione partecipata dei lettori. Ecco così che i lettori della
“Città dei vivi”, volenti o nolenti, sono chiamati a entrare nella
rappresentazione, a compatire non solo la vittima e gli assassini ma tutti gli
altri personaggi, non escluso l’autore. Questa dimensione di esorcismo
collettivo è per l’appunto la formazione di quella “Città” (che sia Roma non è
essenziale, benché naturalmente l’autore non possa che insistere su un genius loci che avrebbe un ruolo causale
nella vicenda particolare) che è popolata di “vivi” testimoni di quell’orrore
che il grembo della città instancabilmente partorisce. “Vivi” qui sta per
emotivamente partecipi, sconvolti nella fisionomia e nelle passioni. Il
tentativo è quello di fondare il racconto su un orrore che, anziché consumare
la comunità fino alle ceneri, invita al compianto, si fa arte scenica, e dunque
vincolo.
UMANO, POST UMANO:
considerazioni sul postumanesimo
<<La domenica si
poteva giocare a bocce e bere birra.
Ma queste, me ne
rendevo conto, erano cose secondarie,
e non costituivano assolutamente
il senso della vita
che mi aspettava. Il
suo vero senso stava altrove,
più profondo, più
bello, più misterioso, e sentivo
che aveva a che fare
con le ragazze e con l’amore.>>
Hermann Hesse.
Con la partenza delle dee cominciai un nuovo viaggio, come
sempre nelle terre selvagge del mio inconscio, della vita che non mi era stata
data, dell’amore che mi era stato negato. All’inizio dell’estate l’avevo vista
l’ultima volta, mi aveva mandato un bacio volante nelle acque del mare. Non si
era nemmeno avvicinata, mi disse che partiva per un tour in bicicletta lungo il Danubio, per riprendere il rapporto con
il suo uomo, e tornò a riva, ma non si era nemmeno avvicinata. A fine estate la
rividi da lontano, aveva un bikini celeste come quello di Afrodite, usciva
anche lei come una dea dalle acque. Donne sui quarant’anni nel fiore della loro
bellezza, che hanno ancora due decenni da vivere nella gioia dell’amore, quando
avviene l’incontro, l’incontro con la persona giusta e non pensi ad altro e
come nell’adolescenza la vita ti sorride di nuovo e i giorni di festa non ti
creano angoscia perché devi vivere l’incontro, l’incontro con la donna della
rosa. Esistenze finite che approdano all’infinito, cercai di comunicarlo alle
due donne del mare, ma non mi capivano, non erano in condizione di capirlo,
catturate dalle loro certezze, dalla affidabilità delle loro certezze. In quel
periodo leggevo Jean-Luc Nancy.
Nancy individua nello sterminio, nella espropriazione, nella
simulazione e nel dominio della tecnologia gli aspetti più tragici del nuovo
millennio. Avevo già sentito parlare dei situazionisti, dell’internazionale
situazionista (tutta la collana diretta da Jacques Derrida, Sarah Kofman, Philippe
Lacoue-Labarthe e Nancy, “la philosophie en effet”, era un
manifesto dell’internazionale situazionista) e in dieci anni il gruppo di Terre
libere, che si stava sfaldando, aveva pensato una filosofia al lavoro, gli
incontri erano avvenuti su una filosofia al lavoro, il lavoro filosofico come
lavoro politico, e il Laido era venuto a inquinare il gruppo con la proposta
sugli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), era venuto a inquinarlo e
l’Ambiguo aveva accettato la proposta, alla quale mi ero opposto perché non
aderente al nostro livello di discussione e avevo parlato di foucaultismo di
maniera, foucaultismo accattone, perché le carceri non sono solo i luoghi di
detenzione, perché il carcere è dappertutto e non riescono a capirlo e ci
tengono in prigione, in mille modi ci tengono in prigione e non si vedono linee
di fuga e io devo farlo il viaggio nelle terre selvagge, fino a questo momento
mi sono solo allenato.
1) Sterminio. Nel mondo esistono varie forme di sterminio;
lo sterminio con le armi, lo sterminio con il lavoro, per la fame, la sete,
l’odio razziale, la miseria, le guerre, il furore ideologico. Quella violenza
che fa notizia, i mostri in prima pagina. Oggi esiste uno sterminio più
devastante degli altri, lo sterminio del Sud del mondo da parte del Nord e di questo
voglio parlare; lo sterminio nei ghetti e nelle favelas. Lo sterminio con le
malattie. L’uso della malattia come forma di dominio e di controllo della
popolazione; i treni della speranza, i viaggi a Lourdes, affidarsi al mistico e
alla preghiera, Padre Pio. Amatemi, datemi momenti di gioia. Le malattie che
deturpano i corpi delle donne, delle fanciulle in fiore, le malattie che
deturpano la bellezza che nessun chirurgo plastico riuscirà mai a ricostruire,
la bellezza che si esprime nei momenti d’amore perché la bellezza è una donna
che fa l’amore. La bellezza è una donna che fa l’amore, è una bella donna che
fa l’amore e non ci sono cosmetici né spray per capelli né smalti per le
unghie, la bellezza è bella e bisogna difenderla dallo sterminio e dalle malattie
e non bisogna nasconderla. Per questo devo parlare con Rashida dell’uso del
velo da parte delle donne islamiche.
2) Simulazione. La società dei simulacri, quella che in
altri momenti ho chiamato il luogo della scena. La simulazione che ha sempre espropriato
la scena della scena, che è l’espulsione dal ventre della propria madre e
l’autoprodursi come soggetto nel mondo, un mondo pieno di verdetti di
esclusione, i nastri bianchi, le punizioni, le prediche, la confessione. Ancora
una volta Foucault. Qualcuno ha detto che nell’analisi della microfisica del
potere si è occupato di cose misere, è vero si è occupato delle miserie che
reggono la società, della miseria dei miserabili. Parce que il s’agit de ceci, que l’existence est une manque, è una
mancanza e i rapporti di potere accentuano questa manque. Il potere nella mia vita si è espresso nel divieto di
insegnare, mi hanno sempre impedito di insegnare; infatti a tutti i ricercatori
nell'università italiana non è mai stata riconosciuta la docenza, il potere
nella mia vita si è espresso nel divieto di insegnare, mentre dovevano
insegnare solo i figli dei baroni, il nepotismo. Barone che coglione.
3) Il dominio della tecnologia. Heidegger ha tentato di
comprendere la tecnica come invio dell’essere, cioè come esistenza e senso
dell’esistenza. L’invio è il senso finito dell’essere, il senso finito
dell’Occidente, il piano di immanenza. Abitare la tecnica e accoglierla
significa allora abitare e accogliere la finitudine del senso. Per questi
compiti abbiamo bisogno di un pensiero finito, non di un pensiero relativo, ma
di un linguaggio che non si riduce tuttavia a linguaggio, va oltre il
linguaggio; il pensiero si esprime nel linguaggio e lo trascende, perché le
esistenze trascendono il linguaggio. Un pensiero finito si rende adeguato, si
adegua all’esistenza che pensa, ma questo adeguamento è esso stesso finito e in
questo si manifesta il suo accesso alla manque,
alla mancanza, al mancamento che è l’esistenza; apertura, béance. In questo senso un pensiero finito, il mio pensiero finito
nelle terre selvagge è un pensiero antisistema, per questo da un certo momento
in poi positivisti, accademici e informatici mi hanno fatto solo ridere, anche
i politici. Un pensiero che irride, ride delle pretese di rispondere a tutto;
perché la finitudine, la coscienza della finitudine non è una nuova risposta,
ma una sfida al vuoto di senso, un impegno a darsi un senso. In questo il
pensiero ritrova il suo rigore, un rigore che deve essere proiettato nei
confronti della storia, della comunità e della libertà che sono il tema di
questo nuovo viaggio. Nancy sostiene che dopo il Maggio francese, nel contesto
della filosofia francese, nel registro del post-strutturalismo, della nuova
filosofia al lavoro non è più possibile fare poesia o filosofia allo stesso
modo. La stessa operazione devo tentarla per la filosofia italiana da quando le
dee mi hanno lasciato, mi hanno lasciato perché avevano altro da fare. Ho visto
“splice”.
Devo rivederlo, è la proiezione fantasmatica dell’inconscio. È finita
un'estate, non ho visto né Rashida né la donna della rosa, entrambe rapite da
altre cose, dai viaggi, dalle malattie. Il vivente di “splice” cambiava
sesso, personalità, era un mutante; io voglio solo essere amato, accarezzato.
Il mio bisogno di essere amato è infinito, come infinito è l’amore nel mondo e
solo questo è dio. Il resto è niente, solo distruzione e sterminio e i falsi
alternativi, in tutti i campi, sono la distruzione dell’amore, vivono nella
simulazione. Le persone false dopo i cinquant’anni mostrano il volto solcato
dalle rughe, sono segni della loro falsità; i loro volti diventano volti di
cartapecora. Le dee mi avevano lasciato e decisi di partire. Non volevano più
che insegnassi ai giovani, le dee mi avevano lasciato e decisi di partire, ma
prima dovevo dare la festa, il convegno contro la repressione.
Il controllo delle vite realizzato dal comando politico
attraverso l'uso del denaro sta ormai caratterizzando la storia di intere
nazioni, quelle in particolare che si distendono nel Mediterraneo (Spagna,
Italia, Grecia) e che sono ormai considerate province dell'Impero. Altre volte
nel corso della storia il contrasto fra zona baltica (anche la Manica) e
Mediterraneo ha caratterizzato la storia d'Europa determinando la
configurazione di stati e nazioni, la vita di intere popolazioni, la vita dei
soggetti. Un arco di vita definito dal denaro che hai, quanto puoi spendere, se
puoi andare a mangiare la pizza il sabato sera, se puoi concederti ancora la
settimana di vacanza, se puoi pensare di far l'amore, avere dei figli, avere la
possibilità di farli studiare. Il comando politico sta distruggendo anche la
possibilità di sognare, lo si faceva in qualche isola di pensiero critico
esistente nelle università che hanno ormai ridotto a uffici adibiti al
controllo della nuova forza lavoro. La situazione di degrado determinata
nell'ultimo ventennio nell'università italiana da scelte politiche intese a
ridefinire gli aspetti della scuola pubblica in favore di fondazioni private
che si ispirano ai modelli anglosassoni, sta producendo pericolose ricadute
sulle condizione di vita dei soggetti. Bisogna registrare un consolidato
assetto feudale del corpo docente che, coniugato con il nepotismo, determina la
cosiddetta fuga dei cervelli. Gli assetti feudali si estendono anche sul
territorio determinando il dualismo fra università di serie A (la Bocconi, la Luiss,
le Cattoliche, e la Normale di Pisa) e università di serie B con il conseguente
mercato degli alloggi. Le ricerche sono scandite dalla articolazione taylorista
del lavoro intellettuale.
Pensare oggi è essere contro. Filosofia è confronto
dialettico delle idee sul presente. Il pluralismo teorico. Filosofia è lotta
contro il dogmatismo. Filosofia è lotta contro l’assolutismo. Relativismo.
NON SI MUORE PER
AMORE:
considerazioni su Cesare Pavese
Parliamo un po’ di Pavese. Cesare Pavese è l'autore che ha
sempre visto il ritorno come la macerazione, la raccolta dei miti, dei simboli,
e un po' lo è sempre stata la mia vita, il continuo ritorno fin da quando ero
bambino e vivevo in collegio, e in quel collegio sono ancora, ho anche vissuto
un anno a Velletri in collegio.
Pavese aveva fatto otto mesi di confino ma non per questioni
politiche, semplicemente perché lui aveva custodito la lettera della donna
rauca, la donna che l'ha ossessionato per tutta la vita, per la quale appunto
ha fatto otto mesi di confino, e nel frattempo (il giorno prima del suo
ritorno) lei si era sposata con un altro. Come gli uomini erano machisti, in
quegli anni lo erano anche le donne, o forse le donne che lui ha incontrato, la
donna dalla voce rauca, per finire alla Constance Dowling, per la quale ha
scritto “verrà la morte e avrà i tuoi
occhi”, erano donne che non sopportavano il tipo d'uomo come Pavese.
Non ci si uccide per un amore, ma perché un amore ti mette a
confronto con la tua nudità, la tua miseria. Che cosa accade allora quando si
arriva a compiere un atto così atroce contro sé stessi? Non è lo stesso per
tutti, non ci si uccide tutti per la stessa cosa, ma forse un fondo di verità
comune va ricercato nell’idea di fallimento, di vuoto. Non il vuoto morale, ma
il vuoto che conduce alla morte è un vuoto più ampio, slabbrato, incolmabile.
Certo, non possiamo considerare Cesare Pavese un uomo che ha
fallito, né una persona con un vuoto morale, ma il vuoto che conduce alla morte
è un vuoto più ampio, slabbrato, incolmabile. Voglio un attimo fermarmi e
parlare del vuoto, del baratro, del suicidio, di un senso intimo di fallimento
che non può essere annientato da nessuna carriera, da nessun amore, da nessun
premio. Il vuoto primigenio che grava su alcuni (molti, di questi tempi sempre
di più) e che viene per lo più sbeffeggiato, ignorato, annientato in frasi
fatte. Pensa a chi sta peggio... Di che ti lamenti... In fondo non stai così
male... Non esisti solo tu... E dirvi che quel vuoto, l’oblio di sé che si
traduce in autocommiserazione e autodistruttività non va punito o giudicato, e
neppure represso (come si usa spesso) con le parole delle malelingue,
l’esclusione e l’irrisione. Lo stesso vuoto può appartenere a un genio come
Pavese, e a un signor nessuno, ammesso che esista davvero qualcuno degno di
meritare l’appellativo di nessuno.
Ho letto di recente “la
conquista dell’identità” di Giovanni Jervis, ci sono aspetti importanti
che la stragrande maggioranza delle persone ignora: ciò che ai più può apparire
come antipatia, eccentricità, rancore o aggressività è in realtà indice di una
profonda sofferenza che consiste nella mancata individuazione di sé, nella
insicurezza ontologica circa la propria esistenza. Questa sofferenza non deve
essere stigmatizzata, non bisogna farlo, perché altrimenti si riapre la strada
per le istituzioni totali. Questa sofferenza, insicurezza, diversità,
eccentricità va compresa e accettata così come si accetta che esistano esseri
umani con diversi tratti somatici allo stesso modo bisogna accettare esseri
umani con un’anima più fragile.
In tempi bui come quelli che stiamo vivendo c’è un tale
sconforto! Lo sento nell’aria, pesantissimo. Stiamo vivendo nella morte. Siamo
tutti sotto stress, sotto farmaci, disperati e pazzi d’illusione che in fondo
proprio noi ce la faremo. Ma se ce la fa uno non serve. Non può più essere questo
il modo di stare al mondo. Siamo alla resa dei conti definitiva con la nostra
umanità-mostruosità.
Solo l’amore può colmare il vuoto (e neanche per intero).
Solo un immenso, sconfinato amore che dona senza nulla chiedere.
LO SPECCHIO CHE NON RIFLETTE
considerazioni sulla diaristica
Il diario forse è l'unica forma letteraria adatta alla
nostra epoca, l'unica possibilità di dire qualcosa sul nostro tempo, e non è
scontato che sia una forma priva d'immaginazione, la realtà è talmente
allucinante (talmente incredibile) che l'unica possibilità di essere surreali
consiste nel raccontare la propria vita con uno sguardo all'interiorità e l'altro
all'assurdo che ci circonda.
Comincerei affermando che la diaristica può essere anche
un genere letterario; è bene specificarlo, sottolineando il <<può essere
anche>>, perché non tutti i vostri cartacei sfogatoi chiusi nei cassetti,
ahimè, diventeranno opere letterarie da leggere o studiare. A meno che non vi
chiamate Cesare Pavese o Martin Heidegger, temo che i taccuini che custodite
gelosamente, preservandoli dagli occhi indiscreti di congiunti spioni, siano
destinati al macero in vista di un trasloco draconiano (o perché testimoniano
uno scomodo passato da cancellare) e quindi all'oblio, o nella migliore delle
ipotesi alla conservazione post mortem
da parte di qualche familiare mosso da curiosità o doveroso affetto, che forse
un giorno li leggerà oppure no, trovandoli, dopo le prime pagine, tremendamente
noiosi e autoreferenziali, quando non addirittura indecifrabili e illeggibili.
Per poi essere eliminati definitivamente, e stavolta senza appello, nel corso
di un successivo scarto compiuto da parenti più distratti e insensibili, o più
ignoranti, come accaduto alle carte di Marcel Proust date alle fiamme dal fratello
Robert e da sua moglie Marthe. La vita autonoma degli oggetti, a volte,
rappresenta un po' il lento prolungamento della morte dei loro proprietari: ma
alla fine anche essi muoiono, si diluiscono nella Storia e spariscono, si
disintegrano per ritornare nel ciclo inorganico della materia e in quello
dell'energia che la teneva insieme. Le altre cose, per motivi
"repertologici", finiscono miracolosamente e in maniera anonima in
musei pubblici o privati. Oppure accade il contrario, ovvero che gli oggetti durino
meno dei loro padroni: se i due antichi pompeiani, recentemente rinvenuti e
"ritornati in vita" grazie alla realizzazione di calchi, morti
durante l'eruzione del Vesuvio, avessero per ipotesi tenuto un diario su tabulae scritto a colpi di stilus, questo con molta probabilità non
sarebbe giunto intatto fino ai nostri giorni. C'è il diario ma non il corpo o
c'è il corpo ma non il diario. Non si può avere tutto dalla vita dopo la morte.
Ma non tutti i diarismi non letterari sono inutili, anzi. Per
Winston Smith, protagonista del romanzo "1984"
di George Orwell, il diario rappresenta un atto rivoluzionario, una sfida
aperta, non riportata in cronaca, al sistema ‘fraterno’ del Big Brother; è un modo privato per
difendere e conservare il proprio privato, l'umanità residua, l'indicibile
protesta, il desiderio inconfessabile di intimità con se stesso e con l'altra;
persino la paranoia, quand'è riportata su carta, può fare compagnia e diventare
un caro argomento a cui tornare. È l'ebbrezza fornita da una decisione
personale e per una volta non collettiva, coltivata sapendo di essere
controcorrente, solitario e disperatamente originale; è il sano terrore provato
nel sapere di essere, agli occhi di una società inconsapevole, uno
psicocriminale che ancora gode dell'anonimato e di un'euforica clandestinità
scritturale. Il diario è l'onanismo del pensatore che non dovrebbe pensare; è
il momento tutto per sé; è l'embrione di una criticità riesumata; è lo
strumento con cui programmare le varie fasi della propria liberazione
interiore; è l'alter ego con cui
confrontarsi; è il "pallone marca Wilson" del naufrago di "cast
away"; è lo specchio che non riflette ma fa riflettere; è
l'inebriante entusiasmo che scaturisce dall'aver fregato il sistema; è la
convinzione di poter lasciare qualche traccia di sé a un eventuale lettore del
futuro: come accade con la lettera dal carcere di Valerie Page, in "V per vendetta", scritta sulla
carta igienica e lasciata in un buco del muro, nella speranza che qualche
persona degna la possa trovare, leggere e condividerne emozionalmente il
contenuto.
La penna è complice del diario. Perché il diario è
pericoloso? Il diario, così come la lettura, induce alla riflessione privata,
alla creazione di un mondo interiore difficile da controllare, alla
coltivazione di desideri improduttivi e non collettivistici. In una scena
dell'omonimo film, il dottor Živago chiede, forse ingenuamente, a un partigiano
rosso: <<Dov'è il fronte?>>. E si sente rispondere, come da manuale
del perfetto rivoluzionario: <<il fronte è dovunque sono i nemici della
rivoluzione *** e dovunque ci sia un borghese incallito, un insegnante infido o
un poeta dubbio che si crogioli nella sua vita privata...!>>. Il diario è
il dovunque privato incontrollato e incontrollabile; è il confine impalpabile
ma altrettanto reale di un fronte in una guerra senza trincee. Perché lo psicoreato
non è rappresentato dall'atto in sé ma, come dice il nome stesso, dal pensiero
che l'ha generato. Infatti il "1984" di Orwell fu una critica, sotto
forma di narrativa distopica, al totalitarismo sovietico sperimentato
direttamente dall'autore britannico e che non disdegnava, prim'ancora
dell'eliminazione fisica dei suoi nemici, un controllo del loro pensiero (thought control).
Oggi il diario è stato sostituito dai social network: confessionali pubblici frequentati da milioni di
contatti (ovvero 'persone') in cui depositare aspetti della propria esistenza
che interessano a pochissimi soggetti o a nessuno, ma che rappresentano il
carburante, sotto forma di dati, dell'unico vero Grande Fratello di
quest'epoca: un "Big Brother informatico" a cui aderire spontaneamente
e senza alcuna costrizione. Il motto in voga è: <<Il social networking è gratuito perché il prodotto siete voi stessi!>>.
Siamo noi che paghiamo in natura. La profezia orwelliana dell'adesione
convinta, spontanea, fatta propria in maniera intima e incontrovertibile, si è
venuta così inesorabilmente a realizzare nel modo più dolce e indolore
possibile. Scrive Orwell: <<La cosa che [Winston] si disponeva a fare
consisteva nell'incominciare un diario. Ciò non era illegale (nulla era
illegale, poiché non c'erano più leggi)...>>. La frase contenuta tra
parentesi costituisce il fulcro del sistema psicopoliziesco raccontato in
questo angosciante ma straordinario romanzo fantascientifico: obiettivo del
Grande Fratello non è il mero controllo delle masse ma l'accoglimento convinto
da parte di queste di un sistema di pensiero incontrovertibile. La legge è
inutile se il cittadino ingloba e fa definitivamente suo il pensiero
programmatico del partito; illegale diventa sinonimo di innaturalità: chi va
contro il pensiero del partito è un deviato dalla natura, ovvero dalla naturale
adesione al bene comune della nazione. In questo periodo storico caratterizzato
dalla pandemia da Covid-19, molti hanno utilizzato la distopia orwelliana per
descrivere una presunta "dittatura sanitaria" in atto: ed
effettivamente, come sta accadendo in questi giorni, la vera dittatura mira al
controllo interiore, al convincimento sincero da parte del cittadino.
Di altra natura è senz'altro la diaristica di John Doe, il
serial killer del film "seven" diretto da David Fincher
nel 1995; se Winston Smith riesce a malapena a procurarsi un vecchio diario da
un antiquario-archeologo nei quartieri riservati ai Prolet, John Doe ha a
disposizione scaffali di taccuini riempiti meticolosamente nel corso degli anni
e arricchiti con dovizia di particolari e dettagli iconografici degni di un
ricercatore ossessionato dall'oggetto dei suoi studi. Se per Winston il diario
è uno strumento di liberazione personale, per John Doe è un vomitorio privato e
acritico in cui riversare il proprio disprezzo nei confronti dell'altro, della
società in generale; è un registratore mentale senza soluzione di continuità.
Afferma il detective William Somerset: <<[sui taccuini] non vi è neanche
una data, sono abbandonati sugli scaffali, senza nessun ordine. È la sua mente
trascritta su carta.>>. Il tempo non conta perché vi è solo un esteso
presente occupato da un unico obiettivo; John Doe è un cosiddetto predicatore:
la sua azione non mira alla salvezza personale bensì a quella di una società
che ha bisogno di essere mondata dai propri vizi capitali in maniera cruenta. E
per farlo non è più sufficiente scriverlo su un diario che nessuno leggerà, ma
è necessario dare l'esempio, scegliere delle precise categorie umane ree di
personificare determinati peccati, attuare una serie di punizioni esemplari e
spettacolari che lascino il segno, che abbiano un eco mediatico ‘educativo’. Il
diario in questo caso non si rivolge compassionevolmente a un ipotetico lettore
futuro, ma John Doe parla a se stesso, usa quelle pagine per programmare il suo
infernale piano di redenzione sociale; in quei taccuini lo motiva per anni
prima di attuarlo, lo alimenta con descrizioni di vita quotidiana, di
sensazioni all'apparenza poco importanti ma che nella sua mente costituiscono
il movente della sua missione punitiva. L'imperfetto, il vizioso, il peccatore,
il diverso, l'insopportabile diverso da me, che non corrisponde alla mia
educazione "religiosa", al mio rigore autodisciplinante, alla mia
visione di mondo ordinato e allineato a un presunto “ piano superiore ”, deve
essere fermato, rieducato con esempi forti, adeguatamente punito, altrimenti
non comprende, non assimila l'insegnamento, non cambia.
Che differenza c'è tra un diario scritto per se stessi e uno
in cui il diarista immagina costantemente la presenza di un lettore che ancora
non legge le sue pagine ma che un giorno arriverà e lo giudicherà? Moltissima,
ed è una differenza che si scorge nel tono, nello stile, nella cura del testo:
forse quella costante presenza è la coscienza di chi scrive, che vuole
preservare l'autore del diario da futuri giudizi sommari. Anche nel privato un
certo autoediting appare fin dalle
prime pagine necessario: si dice di farlo per se stessi, per rileggersi senza
difficoltà, per rispetto verso il proprio pensiero espresso in quelle pagine,
ma in realtà il diarista, anche il più ritroso e solitario, spera (o teme)
sempre di essere letto, non importa se da un lettore in carne e ossa o da un
occhio invisibile (più potente di quello del Grande Fratello) che lo accompagna
e lo aiuta dall'alto. In questo caso il diario diventa quasi preghiera, si
rivolge a improbabili entità superiori, ad angeli custodi, o a un Super-io che
giustifichi le azioni dell'Es anche se a scriverlo materialmente è l'Io. Perché
è sempre l'Ego l'unico, vero, onnipresente editore dei nostri diari.
IL CONFINE TRA RETE E
REALTÀ:
considerazioni sul dominio social.
I social media
sono ormai parte integrante della quotidianità della maggior parte di noi.
Utili a molti scopi, deleteri per altri versi, progressivamente si sono fatti
strada nelle nostre vite, esponendoci al giudizio degli altri utenti (compresi
gli haters) e a reati di vario
genere, dandoci in cambio l'illusione di poter accedere a qualunque tipo di
suggerimento e informazione, più o meno autorevole. Senza neppure sentire la
necessità di cercare ciò di cui avremmo bisogno, siamo sommersi da input spesso
contraddittori quali messaggi pubblicitari, post suggeriti in base alle
preferenze individuate dal logaritmo, foto e video di persone che spiegano ad
altre come fare qualunque cosa, cosa indossare, dove andare, come comportarsi,
cosa è giusto e cosa è sbagliato. I social,
insomma, dettano le tendenze e in questo marasma di omologazione è spesso
difficile non tanto imporsi, quanto anche solo rimanere sé stessi.
Posto, difatti, che ogni persona è soggetta agli influssi
dell'ambiente circostante, quanto di ciò che siamo adesso è frutto di quello
che abbiamo visto, sentito, letto nell'ambiente virtuale e quanto di ciò che
abbiamo vissuto realmente? È un dovere chiederselo, quando una pandemia che ci
ha pressoché reclusi spegne la sua prima candelina. Probabilmente la maggior
parte di noi non ha mai trascorso così tanto tempo isolato come in quest'ultimo
anno. Abbiamo sostituito gli aperitivi al bar con quelli in videochiamata; le
lezioni in presenza con quelle online; il lavoro in ufficio con quello agile.
Dopo l'ennesimo silenzio in video con quell'amico che dal vivo non la smette
mai di chiacchierare, ci siamo accorti che la convivialità da remoto non è la
stessa e che trascorrere molto tempo senza gli stimoli del mondo reale
abbrutisce e spegne: si ha poco da dire, ci si avvilisce ed è difficile tornare
alla normalità come se nulla fosse non appena un DPCM lo consente.
In questo particolare habitat, internet ha acquisito un ruolo centrale, i social si sono rafforzati e hanno sostituito i rapporti di
vicinanza, tutt'ora sconsigliati per questioni epidemiologiche. Le
testimonianze scritte ivi raccolte, posto che non tutti frequentano la rete o
vi esprimono le loro opinioni, hanno sempre detto molto sulla nostra società,
seppur rappresentandola solo parzialmente. La prima cosa che salta all'occhio è
che difficilmente davanti a uno schermo hanno luogo i migliori scambi di
opinioni: nell'ambiente virtuale viene spesso fuori la parte più irragionevole
e aggressiva delle persone, purtroppo non limitata al solo ambito predetto,
poiché maleducazione e mancanza di rispetto sembrano prendere progressivamente
il sopravvento anche nel quotidiano, sovente avallate dagli atteggiamenti di
alcune figure in vista o addirittura istituzionali che dovrebbero essere da
esempio per tutti.
Il confine tra mondo reale e mondo virtuale sembra essere
sempre più labile. Fino a qualche anno fa avremmo detto che Internet è un
riflesso della realtà; oggi viene da chiedersi se non sia piuttosto la realtà a
essere un riflesso di Internet. Tutto è bianco o nero, ma nel relativismo più
assoluto: in questo senso la tanto esaltata flessibilità è sicuramente
necessaria per sopravvivere in un ambiente complesso, sempre più rigido e
contraddittorio, che da una parte invita alla libertà di espressione,
dall'altra condanna di fatto il libero pensiero. La pluralità di opinioni,
infatti, non è ben tollerata: fare parte di un gruppo a volte vuol dire
abbracciarne senza se e senza ma l'intera ideologia. Regnano le etichette,
ognuno è rigidamente categorizzato, non è scontato che siano ben accetti
sfumature o dibattiti. Non sempre è possibile esprimere educatamente un parere
controcorrente senza essere ricoperti di insulti e messi in fuga: un'opinione
non conforme e si rischia di essere subito contrassegnati come nemici; in
questo senso, le dinamiche sociologiche ingroup-outgroup sono perfettamente
rappresentate. Il diverso è espulso, bloccato, ostracizzato con argomentazioni
a volte insensate e illogiche. In questo habitat alcuni utenti parlano ma altri
rimangono in silenzio, non perché non abbiano nulla da dire ma anche per
scampare a feroci attacchi e improvvisi scoppi di aggressività dai quali non
sono esenti nemmeno gruppi nati con finalità di collaborazione e sostegno, che
improvvisamente possono venire a mancare sino all'avvenuta epurazione del capro
espiatorio, reo di aver portato alla luce tematiche proibite.
DONNE SPEZZATE:
considerazioni su Simone De Beauvoir e Anais
Nin.
Ci sono almeno altre due figure di Donna che giganteggiano
nella mia vita, se pur per ragioni diverse. La loro forza è nelle Parole:
quelle che, leggendole senza nulla sapere del volto che celano, ti rivelano a
te stessa. Se ne fregano del tuo nome, di chi sei o sei stata, da dove vieni.
Le Parole sono quelle di Simone De Beauvoir e Anaïs Nin. C’è
una questione che mi assedia da anni (e che so di non essere la sola a porre)
relativa al parallelo tra queste due scrittrici. Sintetizzando in una domanda:
quali sono le ragioni che hanno condotto l’una nell’empireo dell’indiscussa gloria
letteraria e mantenuto l’altra nell’ombra, come figura di secondo piano?
L’accostamento muove da ragioni di natura personale ed
emotiva, dicevo, ma ha un valore anche sul piano generale: come emerge dalle
date (Anaïs Nin, 1903-1977; Simone De Beauvoir, 1908-1986) le due autrici sono
coeve.
Non è certo questo il luogo in cui esaurire la questione, ma
trovo utile mettere nero su bianco qualche suggestione (labirintica, senza
nessuna pretesa se non quella di lanciare un sasso per sentire come rotola, si
schianta o fa rumore) sperando di fare un dono specialmente a chi non conosce
la figura di Anaïs.
Ho sempre pensato che per la carica esplosiva a livello
sensuale e sessuale, per l’essere così presente in carne e corpo in ogni cosa,
oltre che per la dedizione quasi totalizzante alla vita intima, interiore e
onirica, la Scrittura di Anaïs Nin sia stata, prima e dopo la morte, fortemente
penalizzata.
Nei suoi diari, la scrittrice fa continuo riferimento ai
dialoghi con Otto Rank, figura di spicco della filosofia e della psicanalisi
del tempo, impegnato a mescolare tale disciplina allo studio di ambiti quali
leggenda, mito, letteratura, arte.
In molte pagine, Anaïs ci racconta sia dell’attività di
modella al soldo di pittori sia di un certo tipo di letteratura erotica su
commissione che non di rado dovette piegarsi a scrivere.
A differenza di Simone, Anaïs soffrì molti momenti di grave
ristrettezza economica, oltre ad essere tormentata dall’indifferenza, quando
non ostilità, della critica letteraria, e dovette lavorare su più fronti per
difendere la propria scrittura, non ultimo quello materiale.
Spesso gli editori rispondevano lodando la sua scrittura
“insolita” o “meravigliosa”, sottolineandone l’innegabile qualità letteraria e,
al contempo, lamentando la difficoltà, se non impossibilità, di piazzare
l’opera di Anaïs sul mercato.
Come se non bastasse, Anais era una donna oltremodo generosa
nel donarsi e nel donare denaro a chi le chiedeva aiuto, inclusi scrittori o
artisti (sovente di sesso maschile) che magari avevano, o avrebbero avuto, più
successo di lei. Sono persuasa, come del resto emerge leggendo i diari, che la
sua sensibilità, le sue inquietudini interiori e le sue fragilità da questo
punto di vista l’abbiano penalizzata (come invece, da altri punti di vista, l’hanno
resa la voce unica che è).
Simone, come ci lascia intendere in “memorie d’una ragazza per bene” (primo capitolo della vasta
autobiografia) è stata una bambina molto amata e, in qualche misura, ‘viziata’.
(possiamo dirlo senza offenderla).
Inoltre, cresciuta in una famiglia borghese, cattolica e
tradizionalista, in qualche misura non si è mai liberata di quel pudore di
fondo ed è con grande cautela che ci parla sempre del corpo e del sesso.
Nonostante abbia dedicato a temi simili un libro voluminoso dal titolo
esemplificativo, Il secondo sesso, divenuto presto punto di riferimento
essenziale per gli studi sulla questione femminile, la mia percezione è che
abbia toccato il tema, per così dire, con le pinze, restando a debita distanza
“fisica” dalla questione. Questo non vuol essere un giudizio negativo: trattare
il corpo e la sessualità lo si può fare in molti modi e quello da lei scelto è
il saggio, una forma più didattica, per così dire.
Ma, in che senso restando a debita distanza ‘fisica’ dalla
questione?
Nella vita e nella scrittura di Anaïs la potenza sensuale e
sessuale è ovunque nel corpo e nel suono, come nel segno e nel senso delle
parole. Per dirla altrimenti, laddove con Simone comprendo la realtà per via
intellettuale, con Anaïs sono obbligata a lasciarmi attraversare: <<ho
voglia di avere un rapporto quasi fisico con le parole, leccarle, strapparle
dalla pagina, danzarci sopra, sotto, dentro. Dipingermele addosso. Farmi
penetrare.>>.
Le parole di Simone, in un certo senso, entrano nella testa,
scivolano lungo la spina dorsale e poi giungono al cuore: le comprendo e le
sento per via di ragione e delicata vibrazione.
Quelle di Anaïs penetrano attraverso la bocca, la saliva le
porta direttamente al ventre e al sesso e poi le fa schizzare alla testa, dove
restano per farsi senso, sedimentare ed essere rielaborate: sento l’altrove
pulsare dentro le vene e comprendo la gioia del reale nel modo selvaggio in cui
un amplesso potrebbe insegnarmelo. D’altronde, <<La vita per me è una
danza profonda, sacra, allegra, misteriosa, piena di sentimento. Ma è una
danza. Per mercati, bordelli, mattatoi, macellerie, ospedali, io cammino col
mio sogno spiegato, e mi perdo nei miei labirinti, e il sogno mi porta a gonfie
vele.>> diceva nel “diario 1934-1939”.
Quello che, mente scrivo, sto immaginando, è che una vita
vissuta in maniera tanto vorace, unita al fatto di dire liberamente, per come
lei desiderava dirlo, <<poso nuda>>, <<sono una modella>>
e, al contempo, <<sono una scrittrice>>, incontrasse forti resistenze.
Allora come oggi, forse. (Anzi, senza forse.) Come se
quest’uso del corpo libero sminuisse o addirittura annullasse il suo valore
come scrittrice. Come se una donna dovesse fare una scelta di campo tra questi
due mondi. Dico una mia sensazione.
Non contesto il valore di De Beauvoir che, ripeto, è stata
essenziale nella mia formazione, ma credo sinceramente che si sia fatto un
torto ad Anaïs lasciandola in secondo piano.
Bisogna aver messo in dialogo le loro opere, per penetrare
questa sensazione.
Se penso al perché una delle due sia emersa dalle fauci del
buio, giganteggiando nell’empireo della grande letteratura, e l’altra sia
rimasta più nell’ombra, non trovo la risposta nel valore della pagina,
impagabile in entrambi i casi, ma, semplificando moltissimo, nel fatto che
Simone fosse più contenuta su certi temi, nella scrittura come nella vita, e
che si sia impegnata moltissimo in politica e nel sociale, affiancando per di
più il colosso della filosofia esistenzialista.
Dal canto suo, Anaïs invece aveva una relazione ben più
tormentata e irrequieta (come lo era il suo animo) con lo scrittore Henry
Miller, più celebre di lei (a mio giudizio, e questo sì, è un giudizio
personalissimo, immeritatamente).
Sartre e De Beauvoir furono e restarono, nella vita come
nella letteratura, due giganti; la coppia Miller-Nin, invece, fu abitata da
squilibri vertiginosi. Anche in questo caso, la questione è complessa: la vita
amorosa di Anaïs appare ben più tormentata di quella di Simone, basti pensare
al triangolo Anais–Henry–June, moglie di Miller che Anaïs amò con spietato
abbandono.
Esiste un testo che isola questo tema, “Henry e June”, (pagine tratte dal diario
non censurato di Anaïs) dal quale nel 1990 è stato tratto un film con Uma
Thurman nel ruolo di Jane Miller. Esiste anche l’epistolario “storia di una passione. lettere 1932-1953”,
che testimonia gioie e cadute di questo amore.
Anaïs, rispetto a Simone, si concentra soprattutto sul mondo
interiore e onirico dell’essere umano. Niente impegno politico e sociale.
Eppure nei diari, che offrono potenti lezioni di vita e di scrittura, intreccia
meravigliosamente sogni, incubi e riflessioni su dati concreti quali il
contesto sociale, usi e costumi del Messico e dei paesi nei quali si trova a
viaggiare, il mercato editoriale, pennellate su artisti e protagonisti del
mondo culturale del calibro di Tennessee Williams, e molto altro.
Verrebbe quasi da pensare che la dimensione onirica e
interiore eletta al rango di protagonista finisca per contare meno dell’impegno
sociale.
Sarebbe come sostenere che la poesia non serve a niente solo
perché parla di piccole cose e piccole persone, citando Anna Maria Ortese. Ma è
di letteratura che stiamo parlando. Però, direbbe la Woolf, un istante: donne e
letteratura, forse, è il vero tema.
Viene il dubbio che, in un mondo che fatica ad accettare che
una donna possa mettersi in bocca e sulla pelle certe parole e certe immagini
proprio come farebbe un uomo (come di fatto Henry Miller faceva nei suoi
libri), una come Anaïs Nin non possa trovare spazio.
Chiudo con questa provocazione e rilancio precisando che
Anaïs non si è mai definita femminista (come del resto altre grandi scrittrici
che la causa femminista ha finito per appropriarsi) eppure le sue pagine sono
colme del desiderio di riscattare l’universo femminile, e il corpo in generale,
dalle gabbie morali e sociali. (<<Non
mi sposerò mai, non avrò mai una casa. Il mio simbolo è una nave errante.>>
scrive nel “diario 1944-1947”.)
Che io sappia, Anaïs non ha perorato cause politiche, non è
stata un’attivista per i diritti della donna, né credo sia mai scesa in piazza
con un cartello a protestare, eppure le pagine del suo diario e, a dirla tutta,
l’intera sua opera dimostrano che si può dire anche in forma informe di mistero
e poesia, con prosa lirica e onrica, la stessa identica cosa.
Si può dirlo dichiarando <<io sono femminista>>
e scrivendoci sopra un bellissimo saggio – come “il secondo sesso” oppure facendo del proprio corpo ciò che
si desidera, offrendolo nudo senza paura, dipingendo le parole con la lingua e
il colore e scrivendo libri che affermano e difendono continuamente quella
libertà.
CREDERE NELLA MORTE:
considerazioni sul concetto di “speranza”.
Nel poema “le opere e
i giorni” Esiodo narra del vaso di Pandora e di come quest’ultima, dopo
averlo aperto incautamente lasciandone sfuggire tutti i mali (il dolore, la
fatica, le malattie), lo richiuda appena in tempo, su intervento di Zeus, per
impedire che voli via anche Elpis, la
speranza (Esiodo: “le opere e i giorni”:
v. 49-101).
A tu per tu col possibile, imprigionata dentro le scatole
dell’essere, la speranza urta contro le pareti interne della realtà. Nei limiti
sociali del possibile, essa diventa l’adescamento dell’impossibile, l’eterna
congiura contro l’impossibile: tensione verso un ordine superiore,
sovraindividuale, ‘celeste’, nonché smarrimento dell’immediatezza “animale” a
beneficio di una potenza agognata, procrastinata, sempre da meritare, ancora da
conquistare.
Allora bisogna chiedersi e mi chiedo: senza la speranza
sarebbe impossibile vivere o diventerebbe impossibile morire? Sento una voce,
proveniente dai recessi della mia realtà, che mi dice: <<Dipende.>>.
Ma è troppo facile. Il “dipende” te lo puoi giocare a morra con la vita, non
certo con la morte. Il vaso, intanto, continua a tenere, a contenere particole
di realtà, a imprigionare il sogno dell’impossibile, le mancanze del possibile.
Privo di un orizzonte definitivo, il movimento della vita è
un incessante albeggiare. Tutto si ricombina: dentro il vaso, dentro i corpi,
nell’immensità delle mancanze, delle ipotesi. Non si finisce mai di morire. Non
si finisce mai la morte. Soltanto chi cerca una stasi, una conservazione, si
colloca nel frenamento o nel franamento costituito da un crepuscolo, oppure
dentro l’idea di una qualche redenzione – ma sappiamo bene che franare insieme
all’Altro, e insieme al giorno, può anche non essere un morire; sappiamo bene,
altresì, pur facendo finta di nulla, che la salvezza è solo l’altro nome della
speranza.
Eppure, il divenire violenta la speranza. Il movimento delle
energie che si ricombinano senza posa è l’uccisore gentile della speranza.
Banalità di base. Flusso indomabile. Continua messa a punto delle capacità. La
vita è solo un’espressione, fra le tante possibili, di questa forza prodiga che
‘anima’ il cosmo e che noi umani indaghiamo, cerchiamo di dire, tentiamo di
ancorare alle nostre piccole e grandi pretese mortali.
Credere alla morte definitiva della speranza è un orgasmo del
pensiero. Voragine che si apre dentro il vuoto delle alienazioni trasformandolo
proditoriamente in una molteplicità di piani, orbite, rilanci.
Noi non siamo i padri o le madri di linee rette, né tanto
meno i figli di un orizzonte.
Il vivente è una presenza, un insieme di relazioni (di
forze) che si muove lungo un piano. Quest’ultimo si forma proprio grazie alle
densità, ai ritmi e alle specifiche vettorialità dei diversi elementi che lo
attraversano, lo pensano, lo ispessiscono.
Possiamo intendere un simile piano materiale come una sorta
di comunanza tra vettori, calori, andamenti, precipitazioni: un’enorme soglia,
un ritaglio nella totalità dei possibili, dove la presenza del vivente (il
senso che egli stesso si attribuisce) è la coerenza delle sue diverse
collocazioni nello spazio.
Dando preferenza alle proprie collocazioni e alle proprie
velocità (quindi agli addensamenti, alle attrazioni che stabiliscono la nostra
materia), la distanza prende il posto della speranza e lo spazio tra noi e i
vari elementi del mondo diventa il territorio in cui la nostra coerenza (la
continuità della nostra materia) diventa questione di prossimità, non di
ricorsività o prevedibilità.
Se la speranza attiene la durata di qualcuno o qualcosa fino
al raggiungimento di un obiettivo, se essa può essere vista come una indefinita
disponibilità da parte del destino, fare a meno della speranza non significa
disperarsi, bensì saper riconoscere gli interstizi in cui si afferma l’unicità
dei viventi e delle loro reciproche relazioni.
La morte della speranza rovescia il senso della distanza,
l’insensatezza della distanza, e assume la distanza stessa, ironicamente, come
terreno di gioco per tutti gli accostamenti possibili.
Anche nelle condizioni peggiori, io resto immediatamente il
più prossimo a me stesso, ed è proprio in questa prossimità senza fine che io
costruisco le mie compiute aperture verso l’assoluto mondo. Smarrirsi,
ritrovarsi, affermare il fallimento, vincere l’affermazione. È il gioco (la
poesia...) di chi sostiene e assume senza posa la mancanza di necessità
dell’assoluto.
L’abbandono della speranza sarebbe l’estasi? Un’assenza
costruita e assoluta di speranza potrebbe forse collocarci su una diversa
frequenza dell’esistente? Svariate esperienze umane, condotte ai limiti della
conoscenza di sé e del mondo, avallerebbero una simile intuizione. Come fare
dunque per trasformare in gioia il nostro furore imbecille di animali degeneri,
il nostro bisogno storico di un qualche determinismo consolatorio?
Stando a Simone Weil, vi è <<Un solo rimedio: una
clorofilla che permetta di nutrirsi di luce. Non giudicare. Tutte le colpe sono
uguali. Esiste solo una colpa: non avere la capacità di nutrirsi di luce.
Giacché, abolita tale capacità, tutte le colpe sono possibili.>> (Simone
Weil: “l’ombra e la grazia”).
La luce, per la Weil, è quindi l’uccisione della colpa, la
morte del vuoto: energia cosmica che rompe la clessidra e interrompe il dovere,
la consolazione. Una forza gentile. Un’invasione di senso capace di abolire
ogni ricerca di senso. Ossia: un’illuminazione, una folgorazione, una
compiutezza che mi conduca a liberarmi anche di Dio (la Weil si ferma al di
qua) e grazie alla quale io possa finalmente dirmi: sarò sempre altro da quello
che voi avreste voluto, ma saperlo è perdonarvi.
La speranza è ogni volta un’attesa, un pregiudizio: sperare
che l’Altro non ci faccia morire per sempre o prima del tempo. Proprio per
questo, tutelando la speranza, si arriva stabilmente a voler rintuzzare
l’Altro, a contrastarlo dentro e fuori di sé, in modo da allungare il più
possibile l’attesa della propria fine.
La presenza dell’Altro crea la soglia, quindi la necessità
di trovare una consonanza, una forza gentile per lasciar aperta la morte e
creare un territorio comune.
Ma per abbattere il grado di costrizione insito nei miei
coinvolgimenti, devo applicare una forza sufficiente a sottrarmi alla maggior
parte delle mediazioni sociali. Coltivare la muta, il branco dei pari. Usare
l’Altro per costruire una compiutezza delle proprie rispettive comunanze. Non
essendo infatti possibile eliminare la violenza in ambito sociale civilizzato,
occorre riconvertirla in passione di vivere generalizzata. Bisogna creare
assenza intorno al nemico, rendersi incomunicabili rispetto al sacrificio.
Farsi fiume, darsi mare. Tornare alle fonti. Ostinarsi. Fluire tra le dita dei
profittatori come acqua impenitente.
A SPASSO CON VAMBA:
considerazioni su Luigi Bertelli.
Da qualche tempo, almeno da quando sono venuto in possesso
dei suoi sonetti per caso e di notte in una bancarella di Sant'Ambrogio, ho
deciso di andare a spasso con il Vamba, al secolo (il suo) Luigi Bertelli. Il
Vamba era il nome d'arte che si era dato in onore di Vamba, il buffone di
Cedric il Sassone e personaggio del celebre romanzo storico “Ivanhoe” di Walter Scott. I
più conosceranno il Vamba per i suoi scritti per bambini e per il suo Gian
Burrasca. A me invece interessano e di molto, i sonetti fiorentini che egli
scrisse accettando, per così dire, una nuova disfida di Barletta in salsa tardo-ottocentesca.
Trovandosi a Roma nella redazione del Fanfulla della domenica, periodico da cui
passarono, tra gli altri, Capuana, Cecchi, Oietti e Bontempelli, con altri
illustri giornalisti della sua epoca, romani e non, gli fu fatto notare che
mentre in altre città i poeti e gli scrittori erano stati capaci di tradurre la
lingua e il modo d'essere del popolo in letteratura, questo non era avvenuto
nella città di Dante. Roma aveva il Suo Gioacchino Belli, Milano il suo Carlo
Porta, Napoli aveva il suo Salvatore Di Giacomo, e se vogliamo anche Venezia
aveva il suo Giorgio Baffo mentre nessuno dava lustro al popolo di Firenze. Il
Vamba cercò di spiegare quello che agli altri pareva inspiegabile. Il popolo
fiorentino si esprimeva in modo talmente sconcio, talmente volgare da aver
fatto della bestemmia un mero intercalare. Riprodurlo significava spergiurare e
bestemmiare tutti i Santi e l'intero vangelo! Ma niente gli altri non se ne
fecero convinti, in fondo tutti i popoli sono volgari, l'italiano stesso lo
chiamavamo il “volgare”. Vamba accolse la sfide e disse <<vi farò vedere
io!>> e lo fece talmente bene e talmente di gusto che quei sonetti ancora
sono parte di una finestra che si apre sul mondo e che ci parla della di
Firenze di allora!
Di allora dico io! Perché a vedere come è ridotta la città
oggi, imbolsita e imborghesita, dove i fiorentini manco conoscono le vie del centro storico (della
loro storia verrebbe da aggiungere) del popolo volgare di Vamba c'è rimasto
solo qualche scoreggia nel cervello di molti di loro, soprattutto giovinastri,
quando dicono non sconcezze, ma cazzate di ogni sorta. Non volgari nella
parola, la qual cosa può essere pure divertente, ma volgari nell'anima, la qual
cosa meriterebbe l'inferno, che non credo esista in verità, ma che se
esistesse, dovrei dire che è cosa da fiorentini, se non altro pensando a Dante.
Anche se i fiorentini uno come Dante non potevano che cacciarlo dalla città. E
con lui tutti coloro che provano e che ci provano!
Ma entriamo nel dettaglio e vediamo come cantava il Vamba la
Firenze che fu: <<Come città, Firenze, dio ruffiano, / la va 'n
culo a parecchie. Le Cascine / 'Un l'arebban'a ae' né Milano, / né a Fiesol, né
a Prato, né a Figline!>>. Sarà
anche vero dico io ma nel senso, che Rogoredo è più lontano di Milano di quanto
lo siano le Cascine del centro di Firenze. Bel tempo quando, trovandoti alle
Cascine, al massimo un motorino si fermava bruscamente in cerca di qualche
trans. Ma era sera e forse di notte aveva più ragione lo scooterista a fermarsi
di botto in cerca di trans alle Cascine che io a sorprendermi dello spettacolo.
Ora in pieno giorno alle Cascine c'è da stare attento a dove metti i piedi:
l'altro giorno, mentre camminavo, un tipo in bicicletta veniva di gran carriera
e poi di colpo per caso me la scaraventava addosso. Con un guizzo si è fiondato
alla sua dose come un uccello alla sua vagina se dovessi dar retta al Vamba.
Bivacchi d'ogni sorta per droga d'ogni sorta. Dentro la città e fuori dalla
città. Poi c'era qualcuno che cantava <<nel boschetto della mia fantasia>>.
Doveva pensare alle Cascine d'oggi? Lo avrebbe mai immaginato il Vamba cosa
sarebbero divenute oggi le Cascine?
Ma andiamo avanti: <<O i' ddomo, che lo vo' paragonare / con quello di Fucecchio, buacciolo?
/ O' comodi ch'e' c'è tun li 'o contare: /e’ pisciatoi, e' vinai, ch'ènno uno
solo?>> Sul fatto del Duomo diamo ancora ragione al Vamba, di Duomo
di Firenze ce n'è uno solo; peccato che questo lo sappia tutto il mondo
globalizzato e dunque per guardarlo, senza essere spintonati o costretti a
spostarsi dopo un nano secondo per una foto singola, di gruppo, in basso, in
alto, a sinistra, a destra, d'obliquo e sconcia bisogna passarci alle quattro
di mattina, quando si ha forse ragione di essere ubriachi e un po' meno di
mettersi a contemplare il Duomo. Sarà anche bello il Duomo, ma tra file
filette, filacce e soldi da pagare se non ti sei fatto uno straccio di foglio
che ti attesta fiorentino, per vederlo tutto fai prima ad aprire un mutuo o a
spacciarti per credente che va a messe.
Sul fatto delle comodità il Vamba non poteva sapere che oggi
Firenze la notte è un immenso pisciatoio a cielo aperto. Dal vinaino alla
pisciata in strada nemmeno il tempo di girare l'angolo, quando non trovi poi
quello che si caga addosso, o vomita in mezzo alla strada, oppure trovi
l'americana collassata dentro una moderna “ruota degli Innocenti”. E siccome
sembra che le cose me le inventi vi riporto l'articolo: <<Una giovane
americana è stata trovata ieri sera dai volontari della Misericordia della
parrocchia di San Remigio, a due passi da piazza della Signoria, all'interno
del piccolo locale riscaldato messo a disposizione delle mamme in difficoltà
per lasciare i propri figli.>> continua <<La moderna “ruota degli
Innocenti” era stata occupata dalla ragazza che – ubriaca cantava e ballava e
che all’arrivo dei volontari, ha spiegato che era stata infilata nella “culla”
da due amici.>> (dal giornale on line Reporter del 26
luglio 2013). Avevano ficcato un'americana dentro una ruota dove si mettevano i
bambini dei poveri e lei a cantare e urlare strafatta di ogni cosa, l'avrebbe
mai potuto immaginare il Vamba?
Ma qui viene il meglio: <<O le puttane a poco come quie / Le trovi in nessun posto? Co' un
franchino, / Senza, dio cane, fa' tante calìe, / Ti dànno culo, fica, e per
rispetto / Le ti fanno, dio ladro, anche un pompino / Da resta' mezzi morti
sur' i' letto.>>.
Ora qua c'è da trattenere il respiro e che dire anche un po'
di riprovazione. Le puttane a pagamento ci sono dappertutto, l'altro giorno
all'angolo di via Ghibellina una mi ha preso per i testicoli per invogliarmi a
fare sesso a pagamento (credo) verso le due di notte. Il problema è che sono
fiorentine come io sono un australopiteco fenicio in vacanze alle Maldive. In
fondo andare a puttane a Firenze è come fare Willy Fog che fece il viaggio
intorno al mondo: Cina, Malesia, Venezuela, Brasile, Romania, Francia, Cile,
Russia e chi più ne ha e più ne metta. Le trovi tutte tranne che fiorentine. E
se per puttane si intende un altro senso, quello figurativo, quello del
linguaggio maschilista per intenderci, mi si dice un gran bene delle fiorentine
ogni qual volta vado fuori Firenze, ma io testimonianza positiva in loro favore
non posso proprio darla. Sarà la mia bruttezza, o le venature pisane del mio
accento. Le poche fiorentine con cui sono stato, erano fiorentine come io sono
un australopiteco fenicio in vacanze alle Maldive, ma non voglio ripetermi.
Ma vi è un altro senso della parola “puttana” del Vamba,
quello del capitalismo, quello che nel sonetto è incarnato dalla parola
“franchino”. Andare a letto in cambio di qualcosa, compenso economico o altro.
Allora qui le cose cambiano ne sono certo al cento per cento. Grazie alla crisi
economica e all'aumento esponenziale della dipendenza massiccia da
stupefacenti, oggi la città è un immenso puttanaio. Anzi direi che è solo
quello, oltre che un immenso pisciatoio a cielo aperto, almeno la notte. Trovi
donne a profusione se hai piste da dare a profusione e se non le vuoi tenere
tutte per te. E viceversa. Altro non c'è, bello o brutto, quel che conta è se
hai della droga da smerciare e vedrai che qualcosa la raccatti sempre. Provare
per credere, e se non mi credete, provate, che non ve ne pentirete. Il centro
commerciale del vizio fiorentino è aperto tutta la notte, e se una sera vi è
andata male, c'è sempre tempo per un last minute, in qualche after aperto fino all'alba, l'importante
è avere piste per sciare e il gioco è fatto. Del puttanaio del Vamba 'è rimasto
solo il piano “commerciale” o “capitalista” mi verrebbe da dire. Perché di
tutto questo sesso <<Da resta'
mezzi morti sur' i' letto>>, credetemi, ho qualche ragione di
dubitare. Sarà forse perché la cocaina e il sesso vanno poco d'accordo, perché
un uomo che la dà e non si fa a Firenze è come trovare un ago in un pagliaio.
Forse la donna pure ce la fa, a far sesso strafatta di coca, ma l'ometto senza
keta- e anfetamina non va da nessuna parte. Ma se c'ha soldi per tutto il
campionario, spendendo un patrimonio, ce la fa anche a fare sesso. Ma questo è
sesso? E che ne penserebbe il Vamba?
Per conto mio vi dico questo ovvero il contrario che quel che
scrisse il Baffo su Venezia: <<Me lambicco el cervello zorno e
notte / per far sonetti grassi e buttirosi / per divertir le donne e i so
morosi/ ma mi fazzo sonetti e i altri fotte>>.
Io non mi lambicco affatto. Fottano pure gli altri in una
città dove andare a spasso con il Vamba, non vuol dire più niente, se non vai a
spasso con la bamba.
LA FRAGILE ESISTENZA DELLE COSE:
considerazioni su
Luigi Bartolini.
L’autore di Ladri di biciclette è Luigi
Bartolini. Molti però ne attribuiscono la paternità a Vittorio De Sica, regista
di quel grandissimo film di cui curò, almeno in parte, anche la sceneggiatura.
I più preparati lo ascrivono invece, quasi sempre, a Cesare Zavattini che
invece ne realizzò l’adattamento, originalissimo, e contribuì fortemente anche
alla sceneggiatura. Ma Ladri di biciclette l’ha scritto
Luigi Bartolini.
Insieme a tante altre bellissime opere di narrativa, di
poesia, a scritti polemici, sull’arte, su tutto. “passeggiata con la ragazza”, “il ritorno
sul Carso”, “vita di Anna Stickler”, “credo d’artista”, “le acque del Basento”,
“la vita dei morti”, “il mazzetto”, solo per un elenco del tutto
incompleto. Scrittore quindi, e poeta e polemista. Ma pittore, e incisore
soprattutto.
Bartolini è stato presenza atipica nel panorama italiano del
novecento, difficilmente incasellabile. Soprattutto sul Bartolini incisore
moltissimo è stato detto e scritto, sebbene la sua notorietà sia stata sempre
condizionata dal tipo umano, da un carattere obiettivamente non facile e da una
critica e un mercato che non gli hanno mai reso giustizia. Ancora oggi però
esiste (e resiste!) uno zoccolo duro di collezionisti, di poeti, di scrittori e
di artisti, di studiosi, di semplici amatori: una sorta di confraternita,
un’associazione segreta, quasi una conventicola se non proprio una setta, di
appassionati bartoliniani (o bartolinisti?) innamorati pazzi della sua
opera grafica, delle sue acqueforti di cui gli adepti conoscono a memoria i
titoli, i soggetti, le storie che le originarono, le tirature improbabili, gli
stati, le maniere e i generi (lineare, biondo e nero),
le mitologie legate ad alcune opere tanto famose quanto rare e follemente
desiderate, una per tutte la celeberrima “storia del Martin Pescatore”. E questo proprio
perché Bartolini rappresenta davvero un unicum nella storia dell’arte italiana
del ventesimo secolo. Perché nell’opera sua, l’incisore l’uomo e il poeta
coincidono in maniera straordinaria e perfetta. Perché le sue lastre sono le
pagine del diario di una vita, della vita, con la sua confusione bellissima e
disperata, il subbuglio incomprensibile. I suoi segni sono le tracce mnestiche
della poesia dell’universo delle cose, della loro delicatezza e caducità, della
loro fragile e immensa bellezza attraversata da luci e ombre. Quelle stampe che
sono nate dallo stupore per i minimi, sontuosi spettacoli dell’esistenza, dalla
calma e dalla concitata passione per le cose avute, godute, perdute, che
giacciono in un tempo forse, adesso, pacificato, e che, in quei segni, si sono
ritrovate. “le
dolorose feste del cuore” ci soccorre, a dire l’indicibile, Attilio
Bertolucci.
I paesaggi marchigiani, le vedute romane, gli interni, una
gabbietta, la luce del sole, i fiori in un bicchiere, il Passirio, le fonti,
gli uccelli impagliati, lo splendore che fugge dalle penne turchine del martino
appena ucciso e già diventato opaco e grottesco nella sua piccola fine. Gli
scarabei lucenti, il grillo del focolare sotto la campana di vetro (“eppoi si muore” ),
i feti in formalina (“potrebbero anche essere i miei sogni, potrebbe anche essere nostro
figlio”), le conchiglie sonore di un mare antico e lontano, la
lisca di un pesce, una stella marina, una pianta grassa: tutto esiste, in una
sorta di travagliata sospensione, su quella soglia dove il contrasto del chiaroscuro
dà corpo e anima, sostanza e spessore a quei segreti eventi, su quel confine
dove i segni sulla lastra illuminano le cose (debole fiammella ma fuoco,
comunque) con la fosforescenza di una precaria eternità: là dove vita e morte hanno una sosta.
In Bartolini non c’è mai descrizione bensì sofferta e
entusiastica partecipazione, una “simpatia” per le cose, che le cose, di
rimando, proiettano sul suo carattere ombroso, vitalistico, straordinario. Ed
ecco quindi la rinuncia ad ogni poetica del “finito”. Niente è mai del tutto
concluso nella vita di chi sa soffrire e gioire, di chi è vivo insomma.
Un’ebbrezza amorosa che brucia, si consuma e nonostante tutto si rinnova in un
altro segno aggiunto sulla lastra. O in uno ancora da aggiungere. Uno stato d’animo,
un fuoco difficile da fermare, impossibile da congelare.
Non dimenticando mai, però, la sapienza, il mestiere.
Distantissimo dall’ordine, dalla gelida volontà classificatoria delle
acqueforti del genio Morandi. Bartolini è lontano anni luce da quella coerenza
stringente, da quell’omogeneità di ispirazione, da quel pensiero unico, sublime
comunque, dell’oggetto, del ritmo, dell’armonia costantemente ribadita
dal “solitario di via Fondazza”.
No, il vero Bartolini non è certo nell’isolamento monacale, e maniacale, dello
studio: Bartolini si alza alle cinque del mattino ed è subito fuori, sulla
riva del fiume, a caccia sulle colline, in bicicletta tra i campi, seduto ad
ammirare le lavandaie alla fonte, a sbocconcellare una mela rubata, o dietro un
cespuglio, con Anna. Ecco allora il gesto, la rapidità d’esecuzione che tenta
di fermare un’emozione, il mistero della vita.
Eppure nelle sue lastre risplendono tecniche raffinatissime,
la sua passione per il disegno, l’esperienza e l’amore per gli antichi, per
Rembrandt, per Fattori. Un’interpretazione espressionista delle forme (che a
volte si fa impressionista, quando lavora en plein air) di cui mai
trascura però la tensione e la fondamentale architettonicità. Risolvendole
sempre, alla fine, in un tormentato atto d’amore per le cose della natura, del
mondo. E per la lastra di rame, per il bulino, per la carta e l’inchiostro.
Sempre partecipe. Sempre emozionante. Basti pensare allo splendente foglio del
già citato Martin Pescatore e allo scritto a lui dedicato. Segni e parole che
danno al povero martino morto il senso e il valore di una parabola. Quelle
lastre che hanno sempre un soggetto segreto e (in)visibile: il tempo che passa.
Sulla delicata maestosità di una fragile conchiglia, sul transitorio splendore di
un mazzetto di violette, sulla fuggevole bellezza di un corpo di donna.
Bartolini, lo abbiamo detto, è stato anche poeta. Qui però
non si parla delle poesie che ha scritto sulle pagine bianche ma di quelle che
ha inciso sulle lastre di rame. A lui non chiediamo parole ma indizi, segni,
segnali da cui la poesia sgorga silenziosa, rischiosa, e sorprende
l’osservatore lasciandolo stupito e disarmato di fronte a una sottile, acuta e
inaspettata commozione.
E per concludere è possibile anzi, è certamente auspicabile
ricorrere alle parole, ancora, di un altro poeta. Una lirica brevissima, che
forse a Bartolini sarebbe piaciuta, anche se, probabilmente, non l’avrebbe mai
ammesso.
<<I tuoi calmi spettacoli. La vita.
L’amore che li lega. Sole sul colle.
E più tardi la luna. Aiuto, aiuto!>>
Sandro Penna.
LA CREATIVITÀ TRA GENIO E FOLLIA:
considerazioni su Cesare Lombroso.
<<Genio e follia
hanno qualcosa in comune:
entrambi vivono in un
mondo diverso
da quello che esiste
per gli altri.>>:
Arthur
Schopenhauer.
Il legame tra genialità e malattia mentale è un rapporto che
da sempre affascina l’uomo e che ha trovato riposte diverse nei periodi
storici. Nel canone aristotelico, in una nota inserita denominata “problematica xxx”,
si mette in relazione il temperamento melanconico degli artisti con gli stati
patologici che ne derivano. La risposta è insita nella loro grandezza, che è
tale da superare la malattia.
Nel teatro che va dal Medioevo fino al Rinascimento, la
figura del buffone, costituiva una specie di istituzionalizzazione della parola
della follia.
Nell’Ottocento, grandi artisti e innovatori come Van Gogh e
Nietzsche, in disaccordo con la visione comune, esprimono una visione delirante
del reale che subisce lo scacco dell’esclusione, nel regno della follia.
Indotta anche dall’uso di droghe, l’esclusione della follia diventa il simbolo
stesso della creatività, in Baudelaire e in Edgar Allan Poe.
Il tema del connubio tra creatività e follia attraversa,
quindi, fortune alterne nella storia dell’Occidente. Durante il Romanticismo,
la sregolatezza della passione, che aveva già tormentato artisti come
Michelangelo e Caravaggio, alimenta il fuoco della creazione artistica ed il
tormento della follia. Genio e follia sono il binomio necessario per la
produzione creativa, fino alla leggenda dell’artista incompreso, folle perché
troppo discostato dalla tradizione. Il poeta Lord Byron è un esempio di artista
romantico che trova realizzazione solo nell’eccesso.
Durante il Positivismo, la relazione fra genio e follia
verrà indagata, invece, nel tentativo di comprendere cosa accomuna creatività
geniale e devianza.
Cesare Lombroso, padre della criminologia moderna, formulò
l’ipotesi per cui queste tendenze all’eccesso avrebbero base ereditaria. Le
professioni più creative, erano gravate da un maggior rischi di patologia
mentale e di mortalità per suicidio. Nel celebre trattato “genio e follia”,
tanti ed illustri, sono gli esempi di uomini di genio e delle analogie con la
pazzia. Torquato Tasso in una lettera affermava <<sono sempre stato
melanconico, che sono reputato matto dagli altri e da me stesso quando non
possendo tacere celati i pensieri noiosi fo lunghi soliloqui. I miei disturbi
sono umani e diabolici.>>.
J.Swift, l’inventore dell’ironia e dell’umorismo, aveva già
da giovane predetto, che sarebbe diventato pazzo. Nel 1745 moriva in completa
demenza, e nel suo testamento, scritto molti anni prima, lasciava 11’000
sterline a favore dei matti.
Rousseau, ritornato in Francia, non trova ancora calmati i
suoi nemici invisibili, che lo spiano e interpretano male ogni suo atto. Essi
corrompono contro di lui il caffettiere, il parrucchiere, l’oste ecc. Sotto
questa impressione di persecuzione, scrive i “dialoghi su Rousseau giudicato da
Rousseau” in cui il tentativo di placare i suoi nemici si manifesta
in una descrizione minuziosa delle sue allucinazioni.
Il quesito sul legame tra creatività e psicopatologia rimane
aperto. Secondo alcuni studiosi, la maggior frequenza di disturbi mentali in
chi svolge attività creative è un dato reale e ci sarebbe un rischio maggiore
fra poeti e letterati rispetto a pittori e scultori. Inoltre, sostengono che la
malattia mentale sia in grado di favorire la creatività, associazioni di idee
inusuali e fuori da ogni parametro di razionalità, permettono all’artista di
portare alla luce immagini del tutto originali altrimenti non concepibili,
frutto di processi mentali anomali che si manifestano anche grazie
all’allentamento dei freni inibitori. La disinibizione permette di attuare
legami anche lontani tra loro, rafforzando la capacità immaginifica del soggetto;
stati mentali ‘fuori dalla norma’ possono associare elementi che ‘normalmente’
creano legami anomali che, in quanto tali, risultano innovativi e originali.
Interessante, è la teoria della creatività intesa come forma di terapia. Chi ha
il dono di sapersi esprimere sopporta meglio la sofferenza mentale. In fondo,
come diceva <<genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in
un mondo diverso da quello che esiste per gli altri.>>.
è BRAVO ma non si applica:
l’evolversi del concetto di
valutazione scolastica.
Ripercorriamo
insieme la storia del concetto di educazione e valutazione in campo scolastico
tracciando un conciso ma necessario excursus
storico sull’evoluzione del concetto di educazione e responsabilità pedagogica
dagli albori ad oggi.
Nel proprio commento
alla “dichiarazione dei diritti dell’uomo
e del cittadino” del 1793, Petrerossi dice che la costituzione giacobina
<<pur non essendo mai entrata in vigore, costituì comunque un passaggio
fondamentale verso la democrazia, poiché definì un paradigma di democrazia
sociale progressiva.>>[1].
La “dichiarazione dei diritti dell’uomo e del
cittadino” del 1793 è il primo esempio di carta costituzionale in cui
viene affermato il diritto all’istruzione pubblica oltre a essere garantito il
diritto della libertà personale e il diritto al voto delle carte precedenti.
Donde il carattere di democrazia “sociale” attribuito alla dichiarazione del
1793 da Petrerossi quale come autentica novità politica sociale: <<Il
carattere non di mera assistenza, ma di promozione della cittadinanza di questa
sorta di Stato sociale ante litteram è confermato dal ruolo centrale assegnato
all’istruzione, un bisogno universale che deve essere posto attraverso
opportune politiche pubbliche alla portata di tutti.>>[2].
E se, pure, R.A.
Houston, assodato che gli stati e le società rinascimentali erano
caratterizzati da tassi di analfabetismo molto elevati, precisa come tale dato
di fatto fosse frutto dei tre secoli precedenti di diatribe e discussioni in
merito[3], tuttavia emerge chiaramente come
l’attenzione all’istruzione e il riconoscimento del suo valore all’interno
scenario pubblico e della “cosa pubblica” abbia caratterizzato gli albori del
moderno Stato nazionale, cioè di quello Stato che si pone come obiettivo non
solo l’assistenza ma anche il progresso socio-cultura del popolo. Non fa
eccezione l’Italia.
Il tema della responsabilità in ambito educativo fa la propria comparsa
nel dibattito politico e sociale italiano all’indomani del 1861, epoca in cui
la scuola italiana offre un panorama disastroso, caratterizzato da una
percentuale di analfabetismo che si attesta attorno al 78% della popolazione in
età scolare[4].
La situazione migliorò gradualmente nel corso degli anni, grazie a riforme
strutturali e innovative: nel 1871, a dieci anni dall’unificazione, gli
analfabeti erano sette su dieci; la percentuale scese al 48,5 % all’inizio del
nuovo secolo, e al 27, 4% nel 1921[5].
Storici della scuola e pedagogisti concordano nel ritenere
che il periodo postunitario fu un momento cruciale nel percorso di elaborazione
di una cultura educativa quale fondamento basilare nell’edificazione del nascente
Stato unitario[6].
A riguardo, avverte Alberto Asor Rosa che <<i problemi reali erano molti
e di singolare gravità>>[7]. In primo luogo, a causa
dell’allarmante estensione dell’analfabetismo, <<che nel 1861 era del 75
per cento sull’intera popolazione nazionale. Nel 1862-63 solo l’8,9 per mille
della popolazione in età fra gli undici e i diciotto anni riceveva
un’istruzione postelementare. Secondo stime ottimistiche, all’incirca nello
stesso periodo la percentuale di italiani in grado di parlare la lingua
nazionale era dell’8 per mille, cioè (se si escludono gli abitanti della
Toscana e di Roma, che erano in totale circa 460.000), circa 160.000 persone su
una massa di venti milioni di individui.>>[8].
A. Scotto di Luzio, in uno dei propri saggi, sottolinea come
dalle statistiche ministeriali dell’epoca emergesse un livello di scolarità
liceale a dir poco drammatica: <<Alla fine degli anni Sessanta, gli
studenti che frequentavano i 78 licei e i 103 ginnasi regi distribuiti lungo la
penisola erano 12.000 su una popolazione del Regno pari a 24 milioni di
abitanti. Il rapporto di mezzo studente per mille abitanti aumentava al Nord,
si attestava di poco al di sotto della media nazionale nell’Italia meridionale
e insulare per precipitare rovinosamente nelle regioni centrali. In Emilia,
nelle Marche, in Umbria e Toscana quel mezzo studente si era ridotto ad un
decimo: 20 licei e 3 ginnasi ospitavano 818 allievi su di un totale di
5.369.493 abitanti.>>[9].
La prima legge dotata di una validità generale e di un
intento strutturale di portata universale fu la legge Casati emanata nel
1859 dal Regno di Sardegna, entrata in vigore nel 1861 e successivamente estesa
all’intero Regno d’Italia. La legge era ispirata a due principi fondamentali
che tutt’oggi distinguono il sistema scolastico italiano: la gratuità e
l’obbligatorietà dell’istruzione pubblica. La legge Casati prevedeva
un’istruzione elementare articolata in un ciclo inferiore obbligatorio e
gratuito di durata biennale e in un ciclo superiore anch’esso biennale ma non
obbligatorio, erogato solo dai comuni con più di quattromila abitanti, che si
assumevano completamente gli oneri economici dell’istituzione dei corsi e della
gestione degli istituti educativi. Quello che più preme essere sottolineato è
il fatto che con la legge Casati l’istruzione in Italia assurge a istituto
statale: a partire dalla data di promulgazione della suddetta legge,
l’intervento dello Stato nella questione scolastica ed educativa (fino ad
allora retto e gestito quasi esclusivamente da istituzioni religiose ed enti
benefici e/o privati) viene sancito costituzionalmente e legislativamente
ratificato.
L’istruzione secondaria era divisa in classica e tecnica: la
prima articolata in Ginnasio e Liceo, della durata rispettiva stabilita in due
e tre anni; la seconda, assicurata dalle scuole tecnico-professionali, della
durata unica di cinque anni. Discorso a parte merita la formazione dei maestri
elementari, che per diventare tali dovevano frequentare le cosiddette “scuole
normali” di durata triennale.
Quanto all’applicazione della legge Casati nella scuola
elementare, preoccupanti apparivano i risultati dell’inchiesta ministeriale
avviata da Matteucci nel 1863 relativamente all’anno scolastico 1863-64:
<<profonda appariva la debolezza della scuola nella sua edilizia, nella
sua diffusione e frequenza, nello iato grave tra Nord e Sud,
nell’impreparazione dei suoi insegnanti. Per 100 ragazzi di 9-12 anni gli
iscritti risultavano 93 in Piemonte e 14 in Sicilia, 83 in Lombardia e 17 in
Basilicata, 53 in Liguria e 22 in Umbria e Calabria.>>[10].
Insomma, appare chiaro quanto l’analfabetismo fosse un
problema doppiamente urgente e drammatico e quanto l’insuccesso della scuola
elementare, la cui crescita risultava negli anni assai lenta ed esile,
contribuiva ad accrescere il livello di povertà delle famiglie <<che, per
l’urgenza di guadagnarsi il pane giorno per giorno, non possono permettersi il
lusso di pensare al domani.>>[11].
Per di più, come nota Ester De Fort, <<l’economia
degli Stati preunitari, prevalentemente rurale, basata su modi di produzione
arcaici, non costituiva certo uno stimolo alla diffusione dell’istruzione; agli
occhi delle masse, gravate da una miseria estrema, essa appariva inutile ai fini
del proprio lavoro, per il quale era sufficiente la ripetizione delle pratiche
tradizionali, e insostenibile economicamente, non potendo rinunciare ai
proventi del lavoro infantile, così importanti in redditi ai limiti della
sussistenza.>>[12].
Alla legge Casati va
dunque il merito di aver garantito, con la nascita della scuola elementare e
soprattutto attraverso l’inserimento del principio di obbligatorietà e gratuità
del primo biennio, la base per l’innesto delle successive politiche atte al
livellamento dei ceti sociali: per la prima volta nella storia d’Italia, alla
scuola era affidato <<il compito di colmare lo iato spaventoso che
separava nel paese un’infima e numerosissima plebe, esclusa di fatto prima
ancora che di diritto dalla possibilità di qualsiasi esercizio reale della
rappresentanza politica, da una classe opulenta, al contrario estremamente
ristretta.>>[13].
Tuttavia, pur avendo avuto l’indiscusso merito di aver introdotto e
affermato, per la prima volta nel panorama pedagogico italiano, il principio
virtuale del diritto universale all’accesso all’istruzione per tutti i
cittadini in età scolare dotati dei requisiti di accesso, la legge Casati di
fatto non intaccava la prassi elitaria dell’istruzione, che rimaneva riservata
innanzitutto a chi possedeva le capacità economiche per far fronte alle spese
di acquisto del materiale scolastico, poi alle famiglie relativamente agiate in
grado di sottrarre una buona quota di forza-lavoro al gravoso dovere della
produzione e del contributo al sostentamento della famiglia, e infine a chi
ritenuto dotato di significative attitudini allo studio e valutato pertanto
meritevole di accedere ai gradi più alti dell’istruzione.
A queste difficoltà, si aggiunge il problema di un’Italia a
più velocità, problema dovuto, come osserva Giuseppe Ricuperati, al fatto
<<stesso di essere *** erede di diversi Stati, molte capitali e di
un’antica geografia di comuni diversamente popolati.>>[14]. Inoltre, studi analitici
territorio per territorio dimostrano quanto, e fino a che punto, le diverse
condizioni fossero operanti: <<nel Nord-Ovest non mancavano scuole e
istituti professionali risalenti, addirittura, alle riforme di Maria Teresa e
di Giuseppe e rafforzate nel periodo napoleonico; nel Nord-Est era presente una
rete di scuole assai fitta e di diversi ordini e gradi; al Centro la situazione
non era così strutturata, tranne nell’area di Parma e di Piacenza>>[15] mentre nel Sud borbonico
si evidenziava una debolezza strutturale ed endemica, <<soprattutto nelle
province dove, malgrado i progetti di Antonio Genovesi e di alcuni vescovi
illuminati, la scuola dominante era quella del parroco e la formazione delle
famiglie nobili si esplicava attraverso le figure dei precettori>>[16].
Insomma, le riforme asburgiche, fautrici di un serio modello
statale di scuola, non erano penetrate se non marginalmente al Centro e si
erano arrestate alle soglie del Sud. E, come osserva Ricuperati, è in questo
contesto che si collocò la legge Casati, <<Una legge pensata per il
Piemonte, la Lombardia e forse per qualche area del Centro sarebbe stata estesa
a tutto il territorio, compreso quello che conosceva la guerra del brigantaggio
e l’ostinata opposizione ecclesiastica. Un Paese reale troppo differenziato per
riconoscersi nel Paese>>[17] ideale. Si trattava, dunque,
di una <<battaglia difficilissima contro una geografia dell’alfabeto che
vedeva una prevalenza del Nord, una possibilità di crescita nel Centro, una
drammatica assenza nel Sud e nelle Isole.>>[18].
E questi due differenti modelli scolastici continuò a perpetuarsi
permanendo anche dopo l’unificazione, allorché <<il controllo sociale
attraverso l’ignoranza>>[19] agiva come
<<controllo sociale attraverso l’istruzione>>[20] quale vero e proprio
strumento politico di dominio e controllo, vero e proprio “instrumentum regni”. Fortunatamente prevalse il secondo, più
<<funzionale all’esigenza di provvedere alla nascita di una nazione, di
fare gli italiani, di unificare culturalmente e linguisticamente la penisola,
di perseguire gli obiettivi separati dell’istruire e dell’educare. Istruire
quanto bastava, educare quanto più si potesse, come avrebbe detto il ministro
Baccelli nel 1894.>>[21].
La legge Casati, con i suoi cinque titoli (amministrazione;
istruzione elementare; istruzione secondaria classica, istruzione tecnica; e
università) e quasi 400 articoli costituì di fatto il testo unico
sull’istruzione del nascente stato.
Ed effettivamente il testo della legge Casati, come
(paradossalmente) lo Statuto Albertino e altre leggi importanti e decisive per
lo sviluppo del moderno Stato, benchè elaborato inizialmente solo per il
Piemonte e la Lombardia, fu lentamente ma gradualmente e inesorabilmente esteso
alle nuove province del Regno d’Italia ma, complice la cultura fortemente
centralista delle strutture politiche dei territori per i quali fu
originariamente pensata, la sua penetrazione nei territori del Centro e del Sud
non fu meccanica e automatica e, anzi, la sua applicazione risultò alquanto
difforme. Purtuttavia, come nota A. Asor Rosa, bisogna riconoscere che il
carattere basilare della legge, costituito dalla creazione di efficienti
strutture educative e ben organizzate, era già un ragguardevole passo in avanti
nel percorso di autocoscienza didattica dello Stato, ostacolato in tale
processo da alcune gravi carenze materiali e culturali.[22]. Ed effettivamente le
cose migliorarono notevolmente: le strutture create, in modo tanto celere
quanto efficace, testimonia il grande impegno, la grande forza di volontà e
l’enorme dispiego di mezzi ed energie attuato da parte del nuovo Stato: solo
rafforzando il tessuto scolastico-educativo della nazione e provvedendo
all’innalzamento intellettuale e all’elevamento culturale della popolazione
tutta si poteva infatti fondare le basi per una classe dirigente in grado di
far fronte alla richiesta di competenze burocratiche e amministrative esatte
dalle nuove funzioni di un moderno Stato liberale quale veniva configurandosi
nei primi anni dell’epoca postunitaria.
È, inoltre, di qualche interesse verificare quanto
disinteressati e mossi da intenti puramente filantropici fossero i motivi di
tale volontà politica da parte delle forze politiche tesa a fondare un serio ed
efficiente apparato educativo per il neonato Stato, o quanto esse fossero il
risultato e l’espressione, come Asor Rosa dichiara, di un intento pleonettico
di dominio prevaricatorio della classe colta sui ceti meno abbienti. Poichè, se
tale volontà di dominio vi fu e operò in quale misura e a qualsiasi livello,
essa contribuì fortemente ad aumentare il divario tra settentrione e meridione,
che trovò un chiaro e limpido eco di protesta nella voce di Pasquale Villari,
il quale accusava la classe dirigente dell’epoca di disinteresse nei confronti
di un piaga sociale quale il brigantaggio facilmente sanabile, curabile e
guaribile mediante i semplici strumenti
offerti dai sistemi preventivi, tra i quali spicca appunto l’istruzione[23]. Benchè a taluni le
riserve del Villari possano sembrare eccessive ed eccessivamente cautelose, è
innegabile che a monte di quella che può
definirsi la prima riforma del sistema dell’istruzione agì anche il desiderio
di scongiurare una ribellione popolare (delle classi più povere) attraverso
l’unico strumento impiegabile che si dava in una società di stampo liberale e
in un contesto sociale ed economico difficile in cui le classi subalterne
guardavano alla rivoluzione sociale quale unico mezzo capace di ribaltare e
riscattare il proprio stato subalterno d’inferiorità economica e culturale.
Lo prova una vicenda verificatasi nel 1870, la quale segna
un ulteriore importante snodo della questione sociale ed educativa nonché del
processo di emancipazione delle masse povere tramite il riconoscimento del
diritto all’accesso all’istruzione. Parliamo del veto sul progetto di riforma
dell’obbligo scolastico proposto dalla destra. La vicenda si attesta nel 1870
allorchè l’allora ministro Antonio Scialoja promosse e insediò una commissione
atta a esaminare il progetto d’istituzione dell’obbligo, muovendo dal
principio, tra l’altro già fatto proprio e assunto dal De Sanctis, stante il
quale lo Stato avrebbe l’obbligo di assicurare la scolarizzazione dei propri
figli. Anche in questo caso, vinse il timore che una emancipazione
eccessivamente generalizzata del ceto dei contadini e in generale dei
subalterni dal ceto dei proprietari avrebbe potuto minare alla base il
fondamento del potere della borghesia terriera. Il progetto di legge inerente
l’introduzione dell’obbligo scolastico venne così respinto dal Parlamento il 4
febbraio del 1874[24]. Punti a proprio favore
la scuola invece totalizzò nella partita giocata sul campo della lotta
all’analfabetismo, che subì una notevole regressione, benchè molto più al
settentrione, resa possibile dal poderoso processo di inurbamento delle masse
rurali e conseguente facilitazione dell’accesso alle istituzioni scolastiche e
alla cultura scritta e deciso slargamento dei ranghi mediani della società:
l’istruzione tecnica, in particolar modo, era di colpo balzata dai trentamila
iscritti nell’anno 1880-1881 ai centosessantamila nel 1920[25]. Significativi sviluppi
ulteriori fece registrare il sorpasso quantitativo della scuola pubblica sulla
scuola privata (gestita dalle confessioni religiose): da 12,000 iscritti al
Liceo negli anni ’60 si passò a 54,000 nel 1923 (più 16,000 frequentanti delle
scuole private)[26].
Ma facciamo un salto indietro e passiamo a esaminare la
seconda riforma della scuola del governo unitario, ovvero la legge Coppino che, promulgata nel 1877, portò
l’istruzione elementare alla durata di cinque anni ed elevò l’obbligo di
istruzione elementare al completamento dei primi tre anni dell’istruzione
elementare. La legge in questione, sottolineando l’importanza del contesto
sociale e familiare all’interno del processo educativo, stabilì delle sanzioni
a carico delle famiglie che non adempivano all’obbligo dell’istruzione
obbligatoria.
Nel 1904 la legge Orlando innalzò ulteriormente
l’obbligo scolastico portandolo fino al dodicesimo anno anche grazie
all’introduzione di un “corso popolare” successivo al ciclo elementare e
costituito dalla quinta e sesta classe. La legge Orlando impose altresì a tutti
i Comuni l’obbligo di istituire istituti scolastici almeno fino alla quarta
classe elementare.
Benchè dopo questi interventi legislativi si assistette ad
un lieve calo del tasso di analfabetismo, le disuguaglianze territoriali in
termini economici e sociali, fortemente presenti all’interno del nostro paese
anche dopo l’unità, non riuscirono a diffondere e generalizzare i principi
sopra richiamati di obbligatorietà e gratuità della scuola, in quanto le stesse
disuguaglianze economico-finanziarie che dividevano la penisola in due tronconi
paralleli a trazione differenziale, si riverberavano nella quantità stessa
delle risorse pecuniarie dei Comuni influenzando così la maggiore o minore
capacità di far fronte allo sforzo educativo e di avviare i progetti scolastici
imposti dal governo centrale.
Nel 1911, con la legge Daneo-Credaro, si registrò un
importante cambiamento: le scuole elementari divennero di competenza statale e
non più comunale. Siamo nel periodo giolittiano e il governo Giolitti tracciò
un deciso e preciso spartiacque rispetto alla precedente amministrazione
crispina anche sotto il profilo dell’istruzione e della scuola[27]: la letteratura e gli
storiografi si trovano sostanzialmente concordi nel ritenere che come
l’esperienza del governo Crispi si caratterizzò per politiche nettamente
autoritarie e autoritariamente riformistiche, così il periodo giolittiano attuò
misure votate al rafforzamento e all’incremento dell’intervento statale nella vita
economica e sociale, secondo il parametro di mediazione statale moderata caro
ai regimi liberali[28]. Ci troviamo, d’altronde,
in una temperie culturale molto particolare, contraddistinta dal forte decollo
industriale inaugurato dalla rivoluzione industriale della seconda metà
dell’Ottocento e tale incremento della produzione e della tecnologia ebbe come
effetto la nascita delle associazioni (l’Unione magistrale nazionale nel 1901;
la Federazione nazionale insegnanti scuola media nel 1902, e l’Associazione cattolica
Niccolò Tommaseo nel 1906), la legge Orlando (1904) che innalzò l’obbligo
scolastico all’età 12 anni, istituì i corsi serali per gli adulti e gli
analfabeti[29],
e introdusse il sostegno statale alla scuola (gestito dai comuni),
incoraggiando così la naturale propensione dei comuni alla gestione della cosa
pubblica secondo una logica d’intervento statale prima sconosciuta benchè
alquanto moderata e per nulla invasiva.
Nel 1923 infine la Riforma Gentile sancì l’obbligo scolastico fino al
quattordicesimo anno di età e ripartì la scuola elementare in tre gradi:
elementare, medio, e superiore: una volta terminato il ciclo unico elementare
raggiungendo l’obbligo scolastico del quattordicesimo anno, per gli anni
successivi si poteva scegliere un percorso o a carattere umanistico o a
carattere scientifico o a carattere tecnico; per avere accesso al liceo
classico si doveva frequentare il ginnasio di durata quinquennale. Tuttavia la
riforma inaugurata da Gentile, di carattere palesemente conservatore, corroborò
il carattere selettivo della scuola esaltando la formazione e la cultura
umanistica a discapito della formazione scientifica. La stessa si inserisce in
un panorama politico delicato nel quale si fanno preponderanti le istanze della
nuova missione dello Stato e delle forze politiche sorte in quegli anni.
L’introduzione dell’obbligo scolastico sino al quattordicesimo anno di età
dimezzò il tasso di analfabetismo: le persone che non sanno leggere e scrivere,
che nel 1861 costituivano l’8,3% della popolazione totale, si riducono al 1,5%
nei successivo quarantennio[30]. L’accesso all’università
era ancora riservato ad una ristretta fetta della popolazione, e solo con la legge
Codignola dell’11 dicembre 1969 n. 910 si giunse alla liberalizzazione
dell’accesso all’università: fu possibile infatti l’iscrizione a qualsiasi
corso universitario con qualsiasi diploma ottenuto dopo il corso di studi della
durata di cinque anni. Il modello scolastico del nostro paese si definì dunque,
almeno fino alla metà del XX secolo, secondo i parametri di un insegnamento ad
esclusivo vantaggio dei più capaci e meritevoli. Compito della scuola era
selezionare, e non formare, quegli alunni ritenuti più dotati che un giorno
avrebbero costituito la classe dirigente, mentre coloro che non possedevano
spiccate attitudini all’apprendimento erano direttamente avviati al lavoro (da
sottolineare che a tal fine interveniva l’istituto della bocciatura, che oltre
a punire gli studenti suddetti, assolveva la delicata funzione di regolatore
sociale). L’alunno era, inoltre, valutato dall’insegnante in relazione alle sue
doti che si consideravano innate e dunque o presenti o assenti, o date o
mancanti una volta per tutte. L’idea che con l’alunno potesse essere svolto un
lavoro di discernimento e un percorso individualizzato e personalizzato
affinché egli arrivasse ad avere coscienza delle sue capacità ed acquisire una
metodologia personale funzionale per permettergli di raggiungere i livelli più
elevati dell’istruzione era sconosciuta e gli strumenti valutativi adoperati
dagli insegnanti erano quelli che oggi definiamo tradizionali, i quali
conferivano il compito della valutazione dello studente esclusivamente
all’insegnante. Tali strumenti non facevano altro che rafforzare disparità e
dispersione. Unitamente a diseguaglianze sociali ed economiche le quali erano
rafforzate all’interno della scuola che aiutava e premiava gli alunni delle
classi più agiate non permettendo agli alunni delle classi meno agiate di
arrivare ai vertici della piramide scolastica: se da una parte era sancita
l’obbligatorietà scolastica dall’altro non era garantito alcun dispositivo di
integrazione sociale né di reale coinvolgimento scolastico sicchè gli alunni
infatti che presentavano maggiori criticità (familiari, sociali, fisiche, economiche,
ecc.) erano anche i meno motivati e i primi ad abbandonare l’istruzione prima
del raggiungimento del periodo di obbligatorietà. La scuola veniva meno quindi
della sua funzione fondamentale ossia quella di ridurre le distanze e
facilitare la mobilità sociali. D’altronde, è palese l’ispirazione elitaria
della riforma, denunciata dallo stesso Gentile nel celebre “Discorso
d’inaugurazione del Consiglio superiore” (15 Novembre 1923): <<Dai licei,
dalle Università, dalle scuole normali usciva ogni anno un numero di
licenziati, laureati, abilitati, enormemente più alto del bisogno; e nella
grande maggioranza questi giovani avevano cercato nella scuola piuttosto il
diploma che la cultura.>>[31]. In sintesi, e in
definitiva, possiamo asserire senza tema di smentita che l’impostazione
nettamente elitaria della riforma Gentile scaturiva e prorompeva dalla volontà
politica di contenere la popolazione scolastica al fine di evitare << da
un lato la radicalizzazione dei ceti intellettuali nel momento in cui il fascismo
doveva accreditarsi come il garante del “ritorno all’ordine”, e dall’altro
apprestando nuovi canali entro i quali dirottare gli espulsi dalla scuola media
e superiore per non perderne il controllo nell’opera di organizzazione del
consenso mussoliniano>>[32]: in poco tempo (pochi
anni) venne represso e rintuzzato il tasso d’incremento annuo registratosi
durante il periodo giolittiano (benchè diversi gli scopi: all’epoca a cui
risale la riforma che a Giolitti si dovette, era chiaro come lo sviluppo
economico e sociale del Paese poteva reggersi solo e soprattutto s’un sistema
scolastico adeguato, finalizzato all’innalzamento cultura dell’intera società.
Pierre Bourdieu, uno dei sociologi più importanti del XX
secolo, che con il suo pensiero più di ogni altro ha influenzato gli studi
sociali dell’epoca, sostenne che la scuola riproduceva le disuguaglianze
sociali riproponendo le gerarchizzazione attive in seno alla società e le
categorizzazioni attive e operanti in seno alla alle comunità definendo questa
sorta di meccanismo, improntato alla premiazione dei più dotati e alla
punizione dei meno dotati, “ideologia
delle doti”.
Studi recenti al riguardo hanno dimostrato che questa
ideologia è ancora molto presente nell’agire valutativo odierno: il meccanismo
ispirato dalla didassi tradizionale fa sì che ancora oggi chi raggiunge i
migliori risultati sia ritenuto dotato di maggiori attitudini e chi non
raggiunge risultati analoghi né risultati in linea con la media sia ritenuto
privo di attitudini e capacità.
Nel linguaggio
valutativo è ampiamente presente la logica deterministica che
assume le caratteristiche personali degli allievi come “predittive” dei loro
risultati finali; e molti giudizi di valutazione sono espressi con formule
stereotipate di questo genere: “alunno dotato, bravo, disponibile, ottiene
risultati soddisfacenti.”.
In tal senso, e
in direzione opposta al tradizionalismo didattico, è l’esperienza educativa
rappresentata dalla “Scuola di
Barbiana” di don Lorenzo Milani, successiva alla riforma Gentiloni.
Osteggiano l’ordinamento scolastico ristretto e classista, che privilegiava le
classi agiate e penalizzava le classi meno abbienti, la scuola di Barbiana era
incentrata sui principi di inclusività e solidarietà. Celebre è il manifesto
della scuola, la celeberrima “lettera ad una professoressa”, datata al Maggio 1967[33],
con cui i ragazzi della scuola denunciavano le profonde disuguaglianze
perpetrate all’interno del sistema scuola. Possiamo considerare la scuola di
Barbiana come uno dei primi esempi di metodo inclusivo radicalmente
contraddittori all’approccio classico, uno dei primi metodi di insegnamento
personalizzati all’interno del quale l’apprendimento e la promozione erano
visti un comune percorso e come un obiettivo comune appannaggio di tutti gli
allievi: sia per Pierino,
figlio del dottore che per Gianni, figlio di genitori poveri e analfabeti.
Proprio
l’approccio del fare scuola, e non solo i risultati dell’apprendimento,
costituisce oggi una questione più che mai attuale, particolarmente spinosa e
delicata nonchè estremamente pressante, che esige da pedagogisti, insegnanti e
genitori una soluzione congrua e duratura al fine di risolvere l’annoso
problema della dispersione scolastica. Se, infatti, la statalizzazione delle
scuole è riuscita nel difficilissimo compito di arginare il fenomeno
dell’analfabetismo giungendo quasi ad azzerare la percentuale dei completamente
privi di istruzione, tuttavia un numero drammaticamente alto è rappresentato
dagli studenti che abbandonano gli studi secondari. Ad essere interessati da
questo fenomeno sono soprattutto, ma non esclusivamente, gli alunni di origine
straniera che non riuscendo a recuperare il gap
linguistico (causa la mancanza di strumenti di supporto adeguati da parte
dell’istituzione scolastica), si vedono costretti ad interrompere gli studi. A
questo si aggiunge l’ulteriore piaga dell’illetteratismo, una nuova e
collaterale forma di analfabetismo diversa da quello presente nella fase
postunitaria e dilagante tra la popolazione di età adulta ponendo un quesito
assillante al momento privo di risposta coerente e conclusiva, esauriente il
vuoto normativo che vi predomina. L’illetteratismo, rubricato anche sotto
l’etichetta alternativa di “analfabetismo funzionale”, tende a presentarsi,
nelle società con obbligo scolastico pluriennale, sotto due forme collaterali e
congeneri, facce (somiglianti) della stessa medaglia: come inadeguatezza o
incapacità nell’uso funzionale di nozioni conoscenze e abilità apprese in modo
parziale durante il percorso scolastico; oppure come mancanza di alcune delle
competenze basilari nella lettura e nella scrittura da parte di licenziati che,
al termine del ciclo di studi obbligatorio e dopo circa dieci anni di
scolarizzazione, risultano sì alfabetizzati ma incapaci, a distanza di anni, di
restituire le dovute nozioni abilità e competenze a causa di deficienze
conoscitive e nozionistiche alla cui trasmissione la scuola non ha assolto o ha
assolto in maniera solo parziale o poco efficace o del tutto inefficace.
Secondo il “dizionario della
politica sociale svizzera” (Carigiet, 2003, s.v.), <<L’illetteratismo è un
fenomeno sociale, mentre il termine analfabetismo designa la situazione delle
persone che non hanno mai imparato a leggere, né a riconoscere le lettere
dell’alfabeto, il termine illetteratismo invece si riferisce al fatto che,
nelle società con l’obbligo scolastico pluriennale, molte persone non
dispongono delle competenze nella lettura e nella scrittura che avrebbe dovuto
trasmettere loro la scuola.>>[34].
Questo fenomeno
sociale invade anche la sfera personale dell’individuo considerato
“illetterato” in quanto risulta incapace di affrontare le sfide quotidiane,
soprattutto odierne, poste dal progresso scientifico, dalla capillare
diffusione delle nuove tecnologie e dal loro incessante sviluppo che, se da un
lato rappresenta un avanzamento scientifico e uno strumento utile, se ben
sfruttato, per il progresso sociale, civile ed economico - dall’altro tende a
penalizzare gravemente quanti, dotati di competenze e abilità modeste, non
riescono ad adattarsi tempestivamente ai cambiamenti repentini che gli scenari
tecnologici rendono necessari ed esigono.
Va evidenziato
che l’illetteratismo (dall’inglese “illiteracy” o dal francese
“illetteratisme”) ha una connotazione fortemente sociale, può essere differente
da persona a persona e riguardare diversi aspetti della stessa: professione, status sociale, grado di istruzione. è fondamentale, nella diagnosi
dell’illetteratismo, constatare il grado di capacità nel soddisfare le
aspettative sociali, sicchè il fenomeno si configura molto complesso e
multiforme, richiedendo pertanto una risposta ad ampio raggio che coinvolga le
varie sfere di esperienza, individuale e sociale.
Nel 1983, negli
Stati Uniti fu pubblicata una relazione intitolata “A Nation at Risk: The Imperative for
Educational Reform” (= “una nazione a rischio: l’imperativo per la
riforma dell’istruzione”) che mise in risalto la mediocrità del
sistema scolastico americano facendo emergere la grande quantità di illetterati
presenti nella popolazione adulta americana. La relazione creò molto scalpore
negli Usa, il cui sistema scolastico ed educativo, era erroneamente considerato
di alto valore nonchè efficiente qualità.
L’allarme che
venne lanciato sulla situazione scolastica americana dal rapporto del 1983 fece
sì che in Usa si aprisse un dibattito pubblico in merito alla validità dei
sistemi scolastici dell’epoca, dibattito che si spanse a macchia d’olio
coinvolgendo gradualmente tutti i paesi avanzati e portando così a importanti
novità e innovativi cambiamenti e riforme nelle politiche scolastiche. Tale
dibattito inaugurò anche un cambio di rotta nel rapporto costitutivamente
difficile e tradizionalmente controverso fra governi nazionali, istituzioni
internazionali e teoria didattica sui sistemi scolastici. In particolare emerse
l’importanza della qualità dell’istruzione a fronte del fatto che la scuola è
chiamata ad assolvere compiti che non rientrano propriamente tra le componenti
dure della formazione (leggere, scrivere e far di conto) ma che si inseriscono
nel più ampio contesto sociale odierno: le istanze che provengono dalla
società, infatti, sono le più varie e tali da non consentirle di essere
regolata in modo univoco e unidirezionale: tuttavia, queste esigenze trovano
una giusta collocazione nella scuola a patto che non adombrino il suo compito
principale l’istruzione[35].
è fuori
dubbio che la scuola sia <<una delle tante fonti dispensatrici di
educazione per gli allievi, in ruolo che può non essere di integrazione
rispetto a quello delle famiglie; delle chiese, dei partiti, delle associazioni
ecc., mentre è, se funziona, la principale fonte di istruzione. In altre
parole, gli allievi ricevono un’educazione anche prescindendo dalla scuola,
mentre quest’ultima è indispensabile per trasmettere.>>[36].
Gli aspetti
qualitativi del fare scuola rappresentano ad oggi uno dei temi più discussi e
dibattuti nella ricerca e nella pratica educativa e docimologica: è evidente
che il fare didattico quotidiano non è mutato nella sostanza in quanto per
buona parte è palesemente rimasto identico al fare didattico tradizionale
andando così verso una minore qualità del sistema scolastico.
Per concludere si
riporta un estratto di un recente “rapporto sulla scuola in Italia” dove si
legge (a pag. 28) che <<l’orientamento a licenziare e a ridurre il numero
delle bocciature è probabilmente la conseguenza più evidente di un’applicazione
deresponsabilizzante del principio di minor selettività della riforma.>>[37]
(il riferimento è alla riforma del ’62). E poi ancora (p. 29) che nella scuola
secondaria di primo grado è evidente quanto <<permangono sostanziali
divari nella qualità degli apprendimenti su base socio-culturale e come la
progressiva diminuzione nel tempo delle differenze territoriali (…) mal si
concilia con i risultati sui divari di apprendimento Nord-Sud. In definitiva,
anziché sollecitare i docenti ad agire nel senso della promozione dei talenti e
delle potenzialità individuali, migliorando in questo modo gli apprendimenti di
tutti, il principio di “non selettività” si è tradotto in una logica
compensativa e di “condono” delle deficienze individuali finalizzata al mero
conseguimento del titolo: da una connotazione iniziale di esigente
sfida, a una più comoda pratica di ammorbidimento degli standard di
valutazione. Ne è risultata la tacita affermazione di un principio di equità
al ribasso, che ha solo formalmente favorito gli allievi con condizioni
sociali svantaggiate, procrastinando la selezione su base sociale al momento
delle scelte di prosecuzione degli studi al livello superiore.>>[38].
L’AVVENTO DELLA SCUOLA DI MASSA
Il 31 dicembre 1962, con l’approvazione della legge n. 1859
intitolata “istituzione
e ordinamento della scuola media”,
si giunse ad una vera riforma scolastica e sociale che istituì la scuola
media unificata. Dispone l’articolo 1° della legge che “In attuazione dell’art. 34 della Costituzione, l’istruzione
obbligatoria successiva a quella elementare è impartita gratuitamente nella
scuola media, che ha la durata di tre anni ed è scuola secondaria di primo
grado. La scuola media concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del
cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione e favorisce
l’orientamento dei giovani ai fini della scelta dell’attività successiva.”.
L’istituzione della scuola media unificata, preparò il
terreno all’avvento di una nuova epoca della scuola, l’era della “scuola di massa”, di cui si dirà in
modo più diffuso successivamente.
Quello che, invece, in codesta sede mi preme sottolineare, come
già ampliamente evidenziato nel paragrafo precedente, è il fatto che il futuro
di coloro che intraprendevano un percorso di studi era legato non solo alle
capacità e attitudini personali ma un ruolo decisivo e determinante era giocato
dal contesto socio-familiare.
Dall’anno scolastico 1962-1963 si cominciò ad assistere a un
cambiamento di rotta, che segnò una netta cesura nella pratica scolastica e nei
metodi educativi rispetto al passato, cesura costituita dal passaggio
dall’ideologia cosiddetta deterministica alla cosiddetta “scuola di massa”:
agli alunni licenziati dalle elementari si diede la possibilità di sottrarsi ad
una scelta precoce sui loro destini formativi dando loro il tempo di mettere
meglio fuoco i loro interessi, le loro attitudini e le loro capacità in modo
tale da poter ponderare meglio le scelte future. La scuola media unificata ha
permesso a tanti giovani di proseguire gli studi, con l’istituzione, accanto ai
licei, degli istituti tecnici e tecnico-professionali garantendogli importanti
e uguali opportunità di sviluppo personale ed economico e così favorendo il
fenomeno della mobilità sociale che ancora oggi fatica a imporsi completamente.
La scuola media unificata non aveva (e mantiene a tutt’oggi
questa caratteristica) quale unica funzione e missione esclusiva quella di
istruire, venendo anche ad assolvere il compito di livellatrice sociale:
offrendo maggiori (e concrete) opportunità di scelta maggiormente consone alle
attitudini del singolo e congeniali alle inclinazioni dell’individuo si
delineava una grande evoluzione nel segno di un’equità sociale rettamente
intesa: non dare tutto a tutti in parti uguali, ma offrire a ciascuno quanto
necessario per realizzare il proprio progetto di vita, obiettivo comune di una
società civile.
La scuola media è la “terra di mezzo” che accoglie (o
dovrebbe accogliere) adolescenti e preadolescenti con tutte le loro
problematicità individuali, nel rapporto (spesso conflittuale) con le
situazioni talvolta assai complesse della vita quotidiana. Sicuramente una
grande responsabilità.
La scuola di massa segna dunque il passaggio da un accesso
selettivo ad un accesso generalizzato all’istruzione, cambiamento coerente con
il cambiamento di rotta a cui prima si è accennato, stante il quale il diritto
alla scolarizzazione è un diritto universale, non riservato né esclusivo.
La Costituzione Italiana, approvata dall’Assemblea
Costituente il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio del 1948,
sancisce questo diritto nell’articolo 34 già menzionato sopra: <<La scuola è aperta a tutti. L’istruzione
inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i
gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo
diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che
devono essere attribuite per concorso.>>. Sempre nella costituzione
italiana troviamo l’articolo 3 che, inserendosi nella parte dei “principi
fondamentali”, rappresenta
un altro principio cardine del nostro ordinamento giuridico ovvero il principio
dell’uguaglianza che in ambito scolastico si traduce in uguaglianza delle
opportunità educative. L’ articolo 3 nel suo enunciato richiama l’uguaglianza
sotto due aspetti fondamentali; nel primo comma è ratificato che <<Tutti i cittadini hanno
pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di
sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni
personali e sociali>> essendo così richiamata la cosiddetta
uguaglianza formale che pone tutti i cittadini a pari livello senza differenza
alcuna; nel secondo comma è sancito come sia <<compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e
sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione
di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del
Paese.>> elevando l’età obbligo scolastico e predisponendo curricoli
di studio personalizzati, adatti alle esigenze di ogni studente
(individualizzazione del percorso di apprendimento, piani educativi per
soggetti con disabilità o disagio, sostegno, recupero e orientamento).
In linea con questa nuova ottica, e seguendo la traiettoria
imposta dall’angolo d’incidenza di questa prospettiva, la legge n. 517 del 1977
sostituì la tradizionale pagella con i voti con la scheda di valutazione.
L’introduzione della scheda rappresentò un importante salto di qualità e passo in
avanti nei metodi scolastici poichè imponeva un diverso criterio di
valutazione, che da selettiva voleva definirsi formativa e qualitativa in modo
da potersi concentrare sugli aspetti fino ad allora trascurati, quali la
massima valorazione delle qualità individuali e il ricorso a strategie
diversificate di apprendimento.
FONTI
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CHE COSA È LA
CULTURA:
considerazioni sul rapporto tra i popoli e le
culture.
<<Sta attento a
come interpreti il mondo
perché il mondo è come
tu lo interpreti.>>
Erich Heller.
PREMESSA
Il quesito che anima e giustifica queste pagine è il
seguente: <<Che cosa è la cultura?>>. Per rispondere a questa
domanda sarà utile partire dalle definizioni della cultura approntate dai
semiologi sovietici e dalla culturologia di Tartu e ravvicinabili a quelle di
etnologi e antropologi occidentali quali, per esempio, M. Mauss[39]. Qualunque di queste
definizioni si accolga, restano saldi certi assiomi, ed è su questi che
fonderemo la nostra costruzione argomentativa: 1) la cultura è informazione:
insieme deposito non ereditario delle informazioni possedute dalla memoria di
una collettività e meccanismo per la produzione di nuova informazione; 2) la
cultura ha come strumento principale la lingua, che non è solo il mezzo più
perfezionato per comunicare l’informazione ma costituisce anche una specie di
casellario in cui depositare e organizzare la massa d’informazioni di una
collettività o, in termini specialistici, l’‘enciclopedia’ di una comunità; 3)
di conseguenza, la realtà si rivela soltanto, alla coscienza collettiva,
attraverso segni, stereotipi, e archetipi, cioè attraverso quel linguaggio
codificato della conoscenza senza il quale le percezioni non resterebbero altro
che un fluire indistinguibile.
Dati questi postulati, possiamo adesso affrontare l’arduo
problema della definizione del concetto di “cultura”.
LOGICA RIPRODUTTIVA DELLA CULTURA
Innanzitutto, diciamo che ogni cultura possiede una logica
riproduttiva, che presiede allo sviluppo degli elementi che la compongono
determinando il vario grado e la velocità dello sviluppo di questi; e una
logica relazionale che governa il rapporto degli elementi componenti sancendo e
regolando la dialettica tra forze innovative e conservative. Per spiegare la
logica riproduttiva del sistema culturale, dobbiamo considerare il meccanismo
della cultura come un congegno che trasforma la sfera esterna in quella
interna: la disorganizzazione in organizzazione, i profeti in iniziati, i
peccatori in giusti, l’entropia in informazione.
In forza del fatto che la cultura non vive soltanto grazie
all’opposizione tra sfera interna ed esterna ma anche grazie al passaggio da un
ambito all’altro, diciamo all’‘osmosi’ tra sfera interna e sfera esterna,
prendendo in prestito dalla biologia un termine molto pregnante, significativo
ed evocativo, allora essa non si limita a lottare con il caos esterno ma allo stesso tempo ne ha bisogno, non solo lavora
per eliminarlo, espungerlo e annientarlo ma costantemente lo crea. Uno dei
legami della cultura con la civiltà e il suo caos sta nel fatto che la cultura si priva ininterrottamente, a
favore del suo antipodo, di alcuni particolari elementi da essa esauriti ed
esautorati che si trasformano in cliché
e funzionano nella non-cultura. Si realizza così nella stessa cultura un
aumento di entropia a spese del massimo di organizzazione. Si può quindi
affermare che la cultura è l’ambito dell’organizzazione dell’informazione nella
società umana, di contro alla disorganizzazione realizzata dall’entropia del
sistema, purché si aggiunga che ciò vale soltanto dall’interno (della cultura),
dato che è la cultura stessa a decidere ciò che si può e ciò che non si può
considerare organico. E fra ordine e caos,
ogni cultura ha suoi criteri distintivi e sue diverse decisioni. Ma quello che
mi preme qui sottolineare è come la cultura sia un generatore di strutturalità
che crea intorno all’uomo una “sociosfera” (= “sfera sociale”, ma in senso tecnico-specialistico)
che, allo stesso modo della “biosfera”, rende possibile la vita, non organica,
ovviamente, ma di relazione.
LOGICA RELAZIONALE DELLA CULTURA
livelli della cultura
Da un punto di vista semiotico, la cultura può essere vista
come un insieme di ambiti o sfere ciascuna ordinata in sistema. La cultura può
essere considerata come una gerarchia di sistemi semiotici particolari, come
una somma di testi cui è collegato un insieme di funzioni, ovvero come un
congegno che genera questi testi. Considerando una collettività come un
individuo costruito in modo più complesso, la cultura può essere interpretata,
in analogia con il meccanismo individuale della memoria, come un congegno
collettivo per conservare ed elaborare informazione. La struttura semiotica
della cultura e la struttura semiotica della memoria rappresentano fenomeni
funzionalmente omogenei, benché situati a livelli diversi. Questa tesi non è in
contraddizione con il dinamismo della cultura: dato che essa rappresenta in
linea di principio una fissazione di esperienza passata, essa può svolgere
anche la funzione di programma e di istruzione per costruire nuovi testi.
automodello della
cultura
Più evidente il fatto che la cultura consti di un assieme di
sistemi (umano, etnico, politico, religioso, filosofico, letterario, ecc.): con
termine formalistico, si può parlare di “sistema di sistemi”. Ciò che importa
di più, ai fini del funzionamento, ma anche dell’interpretazione della cultura,
è il fatto che questi sistemi, in quanto elementi della convivenza sociale, e
perciò della comunicazione, siano dei codici. Infatti, occorre sottolineare che
già il rapporto con il segno e la segnicità rappresenta una delle
caratteristiche fondamentali della cultura. I sistemi e i codici sono
interagenti: basti pensare al codice linguistico, che è ora il veicolo ora
l’interpretante principale degli altri codici. Così, nella cultura può essere
visto in opera un permanente bilinguismo, o plurilinguismo. Anzi, per il
funzionamento della cultura e, corrispondentemente, per giustificare la
necessità di una applicazione nello studio della cultura di metodi complessi,
ha importanza fondamentale il fatto che un singolo sistema semiotico isolato,
per quanto perfettamente organizzato, non può costituire una cultura: a questo
scopo il meccanismo minimo richiesto è costituito da almeno una coppia di
sistemi semiotici correlati. Un rebus
(cioè un testo in lingua naturale associato a un disegno in stretta
correlazione) rappresenta il più comune sistema formato da due lingue
costituente il meccanismo della cultura. Naturalmente, le due lingue devono
trovarsi in uno stato di non traducibilità reciproca: ciò che spiega la
necessità di un meccanismo metaculturale capace d’intervenire per stabilire
l’equivalenza relativa dei testi nelle due lingue.
cultura come memoria
collettiva
Ma queste stesse affermazioni contengono accenni a un
diverso approccio al problema, là dove parlano di <<una somma di testi
cui è collegato un insieme di funzioni>>. Concepire la cultura come una
somma di testi è una proposta avanzata da Foucault. La proposta invita a
un’estensione del concetto di testo: si può dunque considerare come testo
qualsiasi veicolo di un significato globale (testuale, appunto), sia esso un
rito, un’opera d’arte figurativa, un romanzo, oppure una composizione musicale.
Per la cultura, il testo viene così a costituire un segno globale dotato di un
globale significato e di un senso globale, nonché di tratti distintivi e
distinguibili ma non segmentabili in unità di rango inferiore. Non solo: ma si
dovrebbe poter considerare come testo un insieme di testi per qualche aspetto
omologhi. Uno stesso messaggio può infatti presentarsi come testo, come parte
di un testo, o come insieme di testi: le “novelle
per un anno” di Pirandello possono venire considerate come un testo
globale, come un insieme di testi, o ancora come parte di un discorso unico (il
genere narrativo “novella” o “racconto”).
In questa memoria collettiva che è la cultura, avremmo
dunque testi quali input e testi
quali output: mentre è facile
comprendere la concretizzazione di testi in output,
è molto meno facile immaginare che l’input
di testi si realizzi anche in forma di stratificazione di testi. La memoria
collettiva è una astrazione. Con ogni probabilità, nella locuzione “memoria
collettiva” coesistono due immagini: una riguarda il riconoscimento e la
conservazione dei testi come patrimonio della comunità, l’altra la loro azione
modellizzante nelle coscienze.
Il sistema della cultura viene inoltre costruito come
sistema concentrico, al centro del quale sono disposte le strutture più
evidenti e coerenti (le più strutturali, per così dire). Più vicino alla
periferia, si collocano formazioni dalla strutturalità non evidente o non
dimostrata, ma che, essendo incluse in situazioni segnico-comunicative
generali, funzionano come strutture. Nella cultura umana tali parastrutture
occupano evidentemente un posto assai importante.
In ogni caso, la cultura può essere considerata come un
‘serbatoio’ d’informazione delle collettività umane, e l’attività culturale
quotidiana consiste nel tradurre un certo settore della realtà in una delle
lingue della cultura, nel trasformarlo in un testo cioè in un’informazione
codificata in un certo modo, e infine nell’introdurre e introiettare questa
informazione nella memoria collettiva. Naturalmente, la cultura, oltre che
deposito d’informazione, è anche un meccanismo di creazione di testi, ed è a
mio avviso su questa linea, caratterizzata da un rapporto
potenzialità-realizzazione, che le teorie dei semiologi sovietici danno i
migliori risultati. Ma qui c’interessa maggiormente scoprire come avvenga il
processo di organizzazione delle informazioni da parte della cultura.
Nell’intervento sul caos, la cultura
ha bisogno di direttive: senza criteri, nemmeno ad essa sarebbe lecito
decretare sull’organizzazione del mondo. Interviene qui il concetto di
“automodello”, potremmo dire dell’immagine che di se stessa concepisce e
formula una cultura. Il meccanismo fondamentale che conferisce unità ai diversi
livelli e sottosistemi della cultura è rappresentato dal modello che la cultura
ha di se stessa, dal mito che in una determinata fase la cultura si forma di se
stessa. Tale mito si manifesta nella creazione di autocaratterizzazioni
(esempi: i metatesti del tipo dell’“art poétique” di Boileau, un fatto tipico dell’epoca del Classicismo, e,
anche, i trattati normativi del Classicismo russo), che regolano attivamente la
costruzione delle culture nelle loro globalità. Il concetto di automodello è
essenziale a questa concezione: esso enfatizza le volontà e le iniziative,
senza le quali il sistema della cultura sarebbe, e apparirebbe, statico,
tautologico e sterile. L’automodello, un concetto concomitante con quello di
“testo della cultura” di cui si dirà più avanti, opera forse come un
polarizzatore delle tendenze implicite nel sistema: esso fa sì che queste
tendenze si volgano verso un solo esito, o verso esiti affini. Comunque,
l’automodello rivendica la consapevolezza, l’autonomo impegno programmatico. La
differenza essenziale tra l’evoluzione culturale e l’evoluzione naturale sta
nel ruolo attivo delle autodescrizioni, nell’influenza esercitata sull’oggetto
dalle rappresentazioni dello stesso. Questa influenza potrebbe, in senso lato,
essere definita come il fattore soggettivo dell’evoluzione della cultura. Dato
che allo stesso portatore della cultura questa si presenta come un sistema di
valori, è proprio questo fattore soggettivo a determinare l’aspetto assiologico
della cultura.
Rispetto alla funzione sociale e comunicativa dei vari
sistemi, la cultura è onnicomprensiva. Ciò vuol dire che è essa a dare senso al
mondo, dato che il mondo, prima di essere nominato e descritto, non è che caos: il senso del mondo è il nostro
discorso del mondo, sul mondo, e intorno al mondo. Dunque raccogliamo l’invito
di Heller e stiamo attenti a come interpretiamo il mondo, perché il mondo è
come noi lo interpretiamo.
Ma, forse, la migliore definizione del funzionamento della
cultura è quella proposta da Lotman e Uspenskij, i quali sostennero che il
meccanismo semiotico della cultura creato dall’umanità è organizzato in maniera
sostanzialmente diversa da quella dei sistemi non semiotici: vengono adottati
principi strutturali opposti e alternativi. I loro rapporti, la disposizione di
questi o quegli elementi nel campo strutturale che si viene formando, creano
l’ordinamento strutturale che permette di fare del sistema il mezzo di
conservazione dell’informazione. È inoltre essenziale, tuttavia, non tanto che
siano realmente assegnate queste o quelle determinate alternative (il cui
numero sarebbe sempre finito e, per un dato sistema, costante) quanto,
piuttosto, il principio stesso dell’alternatività in base al quale tutte le
concrete opposizioni di una data struttura rappresentano solo le
interpretazioni a un determinato livello. Di conseguenza, qualsiasi coppia di
elementi, di ordinamenti locali, di strutture particolari o generali, oppure di
sistemi semiotici interi, assume valore di alternativa e forma un campo
strutturale che può venir colmato dall’informazione. Tale prospettiva distingue
elementi, rapporti e informazioni implicando la possibilità di collegare in
modo diverso i medesimi elementi, istituendo una varietà di rapporti molto più
ampia di quella degli elementi in gioco. Ciò permette di descrivere le
stratificazioni interne di una cultura in base al mutare di rapporti tra gli
elementi o, come è ovvio, alla partecipazione di più o meno elementi nel quadro
strutturale. Si potrebbero inserire qui, completando la descrizione, le
ideologie, le quali istituiscono polarizzazioni fra elementi sistemici
orientandone e anche dislocandone le opposizioni: l’eterogeneità fra il sistema
concettuale (di natura semantica) e il sistema delle conoscenze fattuali
(storiche, scientifiche, ecc.) si supera ora avvertendo la capacità delle
ideologie di classificare e sceverare le conoscenze nelle griglie delle loro
idee cardinali.
modelli della cultura
Da quanto detto sin qui risultano la duttilità e la mobilità
della cultura che, essendo la sintesi dell’esperienza di una collettività,
profitta continuamente i risultati di ogni singola esperienza individuale.
Questa mutabilità può essere vista entro un’alternanza tra due tendenze
opposte. Nella connessione di livelli e sottosistemi diversi in quel tutt’uno
semiotico che è la cultura, operano due meccanismi tra loro contrari: 1) la
tendenza alla varietà, ossia all’aumento dei linguaggi semiotici diversamente
organizzati (il già menzionato ‘poliglottismo’ o ‘plurilinguismo’ della
cultura); 2) la tendenza all’uniformità, ossia la tendenza della cultura a
interpretare se stessa e le altre culture come linguaggi unitari, conchiusi,
coerenti, e rigorosamente organizzati. Ma, a parte queste tendenze antinomiche,
vi sono antinomie più specifiche in azione entro la cultura, non diverse da
quelle riscontrabili in una lingua naturale. Le principali attengono alle
dimensioni spaziale e temporale: si tratta delle antinomie nazionale-straniero
e moderno-antico. La seconda costituisce una sorta di diacronia nella
sincronia: ogni fase sincronica della cultura contiene insomma elementi di fasi
precedenti e anticipazioni di fasi successive, esattamente come accade nelle
lingue, anche per la compresenza di giovani, adulti e anziani. Di qui la
possibilità di sviluppi non bruschi. La prima antinomia convoglia nell’ambito
di una cultura elementi provenienti da culture diverse e lontane. La pluralità
culturale che ne risulta arricchisce le scelte di stili di vita e i
comportamenti, estende l’area di possibilità dei programmi di azione e promuove
l’esperienza del diverso in seno alla comunità stessa. Ma il dinamismo di una
cultura è prodotto soprattutto dal suo orientamento (cioè dalla gerarchia tra i
vari sistemi semiotici che la compongono e dall’egemonia di uno sugli altri che
grazie a questa predominanza pervade o assimila gli altri sistemi semiotici
compresenti) e dalla sua logica relazionale (cioè dalle modalità di relazione
tra i vari elementi che già compongono il sistema). L’attribuzione della
dominanza a un sistema semiotico, determinante per costituire l’unità di una
cultura, è la conseguenza più netta della formulazione di un automodello: è
infatti grazie al sistema o ai sistemi dominanti che si costruisce il sistema
unificato che deve servire da codice per l’autoconoscenza e l’autodecifrazione
dei testi della cultura data. L’impulso alla trasformazione è dunque insito nei
sistemi culturali, e ciò permette osservazioni proficue ai fini della tipologia
delle culture e della loro storicizzazione. In termini generali, le
trasformazioni di una cultura possono esser viste come risultato di quel
confronto tra ordine e caos che
abbiamo già indicato costitutivo di ogni cultura. Se dal punto di vista
dell’osservatore interno la cultura, come organizzazione e informazione, si
contrappone al caos come entropia e
indicibilità, dal punto di vista dell’osservatore esterno la cultura non viene
a rappresentare un meccanismo immobile, bilanciato in una dimensione
sincronica, bensì un congegno dicotomico il cui funzionamento si attuerà come
invasione dell’ordine nella sfera del non-ordinato, e come contrapposta
irruzione del non-ordine nell’area dell’organizzazione. In momenti diversi
dello sviluppo storico può dominare l’una o l’altra tendenza. L’acquisizione
alla sfera della cultura di testi provenienti dall’esterno risulta essere
talvolta uno stimolo potente di sviluppo culturale. E sarebbe interessante,
nonché d’importanza dirimente, avviare uno studio della storia delle civiltà
seguendo il vario modo in cui esse si sono rappresentati ordine e caos, e le alterne vicende di un caos ora defenestrato ora irrompente,
ora paventato ora vagheggiato.
tipologia della
cultura
Anche per la tipologia delle culture la semiotica dei
modelli culturali ha avanzato proposte convincenti.
Segnalo ad esempio la differenza tra culture che si
orientano sulla posizione del parlante e altre che si orientano su quella dell’ascoltatore
(diciamo dell’emittente e del ricevente). Nel secondo tipo di cultura i
concetti di massima chiarezza e di massima validità coincidono, i testi cercano
di essere spontanei, non convenzionali, e si attribuisce il massimo
apprezzamento alla prosa, all’annalistica, al giornalismo, alla trattatistica.
La cultura del primo tipo ha invece tendenze esoteriche, preferisce i testi
chiusi e poco accessibili, valorizza la poesia, la profezia, magari anche i
linguaggi segreti. Nella cultura orientata sul parlante, l’uditorio si modella
a immagine e somiglianza dell’emittente del testo, nell’altra è l’emittente che
costruisce se stesso ad immagine dell’uditorio. Le opposizioni
Rinascimento-Barocco e Classicismo-Romanticismo sono tra le attuazioni storiografiche
più evidenti di questa polarità.
Altra distinzione efficace è quella tra culture orientate
sull’espressione e altre dirette sul contenuto: le prime si rappresentano come
un sistema di testi, le altre come un sistema di regole; le prime si volgarizzano
attraverso manuali formati come meccanismi generativi, le altre attraverso
catechismi e crestomazie; le culture orientate sul contenuto hanno la vocazione
del proselitismo, e considerano come una riserva di caccia lo spazio della
non-cultura; quelle orientate sull’espressione tendono invece a chiudersi in se
stesse, ad alzare barricate contro tutto ciò che si oppone loro, a identificare
non-cultura e anti-cultura. Propongo come esempio della prima categoria il
Classicismo e il Realismo europei; esempio della seconda la Cina medievale e la
Russia di Ivan il terribile.
Assai brillante la distinzione tra culture che attuano una
comunicazione del tipo io-egli e
culture che attuano una comunicazione del tipo io-io.
In un caso, abbiamo a che fare con un’informazione data in anticipo, che viene
trasferita da un uomo all’altro tramite un codice che rimane costante
nell’ambito dell’intero atto comunicativo. Nell’altro, invece, si tratta di un
aumento dell’informazione, di una sua trasformazione e riformulazione secondo
altre categorie; inoltre, non vengono introdotti nuovi messaggi, ma nuovi
codici, mentre il destinatario e il mittente coincidono; in questo processo
autocomunicativo ha luogo anche una riorganizzazione della personalità, dal
senso della propria individualità (necessario all’uomo in determinati tipi di
cultura) all’autoidentificazione e all’autoterapia psichica. A detta di Lotman,
l’arte si avvale di entrambi i sistemi di comunicazione, anzi oscilla e gravita
nel campo della loro reciproca tensione dinamica e strutturale. Effetti
estetici si producono a partire dal momento in cui il codice incomincia a
essere usato come messaggio, e il messaggio come codice, perché il testo passa
da un sistema di comunicazione a un altro, pur conservando un legame con
entrambi. Ora si può dare il caso che una cultura si orienti piuttosto
sull’autocomunicazione oppure sulla comunicazione dominante nel sistema
vigente. Nel primo caso si potrà avere una notevole attività spirituale, una
tendenza alla poeticità con conseguente riduzione delle parole a indici,
tendenza alla crittografia, indebolimento dei nessi semantici e sottolineatura
di quelli sintagmatici, e per contro uno scarso dinamismo. Invece, le culture
orientate sul messaggio tendono a dilatare illimitatamente il numero dei testi
e comportano un rapido aumento delle conoscenze, come nella cultura europea
dell’Ottocento.
Ma Lotman va oltre, e presenta il tentativo più ampio di
applicare alla intera storia della cultura una interpretazione tipologica. Egli
parte da una matrice basata sulla prevalenza o sulla scarsa importanza dei
valori rispettivamente paradigmatici (rapporti di sostituzione tra segni) e
sintagmatici (rapporti di combinazione tra segni). Le quattro possibilità
s’interpreterebbero così: 1) il codice culturale costituisce solo
l’organizzazione semantica; 2) il codice culturale costituisce solo l’organizzazione
sintagmatica; 3) il codice culturale è orientato verso la negazione di entrambi
i tipi di organizzazione, cioè verso la negazione del carattere segnico; 4) il
codice culturale si presenta come la sintesi di entrambi i tipi di
organizzazione. Vediamoli. 1) Il primo tipo, definito semantico o simbolico, è
quello proprio del Medioevo. Il mondo vi è immaginato come parola, e la
creazione è un atto di formazione segnica. Tutti i segni rinviano in qualche
modo a un significato unico, perciò non importano i loro rapporti reciproci, ma
semmai gli approfondimenti di significato realizzati in ogni segno. Anzi, la
parte è omeomorfa al tutto, dato che può fungerne da simbolo. Nel modello
medievale del mondo vi è dunque una bipartizione: fenomeni aventi significato,
e fenomeni della vita pratica privi di significato. Da qui la decisione
contraddittoria di escludere il biologico e il quotidiano dai valori, e di dar
valore a fatti impalpabili ma fortemente simbolici. Il quotidiano può essere
recuperato solo trasformandosi in rituale; l’individuo non ha diritti in quanto
tale ma solo come membro del gruppo. Il paradigma semantico-simbolico è
costituito su grandi opposizioni (cielo-terra, eternità-tempo, bene-peccato,
ecc.) da cui le varie serie semantiche sono deducibili senza residui.
Naturalmente il tempo è espunto dal quadro del mondo, e l’inizio non è
completato dalla fine, ma è argomento di eternità: di qui la ricerca di
antenati per le stirpi e i popoli. 2) Definito sintagmatico, il secondo tipo
sarebbe rappresentato dalle concezioni chiesastico-teocratiche e assolutistiche
dei secoli 16° e 17°. Ora si respinge il significato simbolico degli
avvenimenti e dei fenomeni e tutto viene portato sul piano chiesastico e/o
statale o statuale. Si valutano soprattutto le cognizioni utili, e il buon
senso è il principale criterio di realtà. Le parti (per esempio l’individuo)
non sono più viste come omologhe al tutto, ma come frazioni che il tutto
organizza. È in questo quadro che si sviluppano gli ideali democratici. Con
netta differenza rispetto al tipo semantico, gli oggetti culturali vengono
posti s’un asse temporale, e nel movimento si vede in genere un perfezionamento;
nell’opposizione vecchio-nuovo il primo termine è visto come negativo, positivo
il secondo. Nasce il concetto di progresso: che però, inteso come sottomissione
alla Chiesa e/o allo Stato o come ampliamento delle conoscenze scientifiche,
porta a una nuova semantizzazione, di carattere burocratico. 3) Si può definire
non-paradigmatica e non-sintagmatica una cultura come l’Illuminismo, con la sua
rivendicazione delle cose e degli oggetti contro i segni e soprattutto le
parole, della realtà biologica e antropologica contro l’organizzazione sociale.
Prende l’aire l’antitesi tra naturale e artificiale (dove l’elemento positivo è
il primo); si scopre l’arbitrarietà del rapporto significante-significato.
Infine, tutta l’attenzione è prestata all’individuo (magari solitario come
Robinson), mentre i grandi raggruppamenti umani sono visti solo come
agglomerati sterili. 4) Con l’imporsi della società borghese, infine, si fa
viva, e urgente, l’aspirazione a concepire un modello del mondo che lo presenti
provvisto di senso e di unità. Si sviluppano storicismo e dialettica, con
l’aiuto dei quali l’idea del mondo come successione di fatti reali, che sono
l’espressione del moto profondo dello spirito, conferisce a tutti gli
avvenimenti un duplice senso: semantico, in quanto rapporto tra le
manifestazioni fisiche della vita e il loro senso occulto, e sintagmatico, in
quanto rapporto tra esse e la totalità storica. Il mondo appare insomma
strutturato come una lingua, con piano del contenuto e piano dell’espressione,
mentre ci si sforza, ma non sempre con successo, di inserire nel sistema i
fatti che gli sono estranei. Di qui i conati di evasione da questo tipo, ai
quali tuttora si assiste, tesi a rompere un ideale di perfezione organizzativa
o, per lo meno, a demistificarlo presentandocelo rovesciato: è il caso del
codice comico e carnascialesco che (messo a punto dalla cultura popolare
medievale, emarginata, ma universale e atemporale) si crea un anti-modello,
speculare a quello accolto dalla cultura dominante, che capovolge l’ordinamento
topologico delle opposizioni privilegiando il basso a scapito dell’alto cioè il
corpo contro lo spirito e la follia contro la saggezza come si vede benissimo
nel “dialogus
Salomonis et Marcolphi” (non per nulla imitato nei secoli: dalla
maschera di Bertoldo di G. C. Croce al Sancio di Cervantes).
ASPETTO ASSIOLOGICO DELLA CULTURA
Abbiamo visto come la cultura si caratterizzi nei confronti
del mondo, cioè dell’esperienza, e delle rappresentazioni che se ne fa.
L’aforisma poc’anzi menzionato di Heller ci offre ora il destro per affrontare
il tema del valore assiologico della cultura.
Partiamo col dire che il discorso del mondo è possibile solo
entro una collettività. Ogni conformazione sincronica della cultura riflette lo
stato della società che la esprime in due modi: il primo è la gerarchizzazione
dei sistemi; il secondo è la tendenza di ognuno dei sistemi componenti ad
atteggiarsi omologamente ai rapporti che individuano la società corrispondente.
Si richiamano al primo dei due modi i tentativi abbozzati da J. N. Tynjanov di
collegare i vari ambiti o sfere (che egli chiamava “serie”) e d’individuare in
una data società la serie dominante[40]. (In modo analogo,
Tynjanov spiegava le trasformazioni dei generi letterari con l’assunzione della
leadership da parte dell’uno o
dell’altro genere.[41]) Si riferisce invece al
secondo modo la concezione bachtiniana della lingua come monade in cui si
ritrovano, codificati, i livelli sociali-culturali, le varianti ideologiche, e
gli “ideologemi” (cioè le parole portatrici di marche ideologiche)[42].
Riflessioni di questo genere permettono di progettare uno
studio della cultura e della società che superi i rozzi sociologismi e sappia
cogliere la dialettica tra i modelli, il combinarsi di sistemi semiotici più o
meno direttamente conformi al sistema economico, l’impegno della cultura a
proporre modelli nuovi a specchio dei mutamenti o crisi dell’ordine sociale e
perciò anche a incidere sui sistemi vigenti. La definizione dei modelli non
avviene negli spazi dell’astrazione, anzi è la lenta conquista di territori
della realtà in movimento, i quali solo grazie a una visione segnica possono
entrare nell’orizzonte della comprensione.
ASPETTO IDENTITARIO DELLA CULTURA
esclusività della
cultura
Ma la cultura si caratterizza soprattutto nei riguardi delle
altre culture, poiché ogni cultura è naturalmente antagonista e potenzialmente
egemone. Non potrebbe nemmeno non esserlo una cultura che si ponesse come
conciliazione e armonizzazione delle altre: perché essa si sentirebbe
immediatamente superiore a tutte queste.
Sono ormai noti gli schemi della contrapposizione tra una
cultura data e le altre, formulati (e disegnati, specialmente da Lotman) come
coppie oppositive noi-altri (i
rappresentati di una cultura e quelli delle altre), interno-esterno (ciò che è esterno e ciò che è lontano
rispetto ai membri di una cultura), questo-quello
(ciò che è vicino e ciò che è lontano rispetto ai membri di una cultura).
Questi schemi sono duttili e atti a realizzazioni più complicate: per esempio,
con noi-altri è possibile
indicare, anche graficamente, il senso di centralità o perifericità che hanno i
rappresentanti di una cultura su quelli di un’altra; con interno-esterno si rappresentano, fra
gli altri, i rapporti con il sovrannaturale intrattenuti da superstizioni e
religioni, nonché l’eventuale enucleazione, entro il sovrannaturale, di agenti
benefici e malefici oppure di agenti mediali tra l’elemento terreno e quello
sovrannaturale; infine, la coppia questo-quello
qualsiasi opposizione duale o binaria, come quella autoctoni-stranieri.
Questi schemi sono di natura topologica, poiché
rappresentano spazialmente situazioni mentali. (Essi potrebbero rivendicare i
loro diritti epistemologici invocando le categorie kantiane del tempo e dello
spazio. Soprattutto la seconda, con l’aiuto della quale si formalizzano
situazioni che già nella realtà hanno attinenze spaziali.) Trovo però anche più
interessante il fatto che nel fissare questi modelli generalissimi la metalingua
dei modelli si rifaccia a schemi primitivi, in qualche modo mitologici. La
scelta di una metalingua discreta di tratti distintivi del tipo alto-basso,
sinistra-destra, scuro-chiaro, nero-bianco, per la descrizione di testi
continui, come quelli pittorici e cinematografici, di per sé può essere
considerata una manifestazione di tendenze arcaizzanti, che sovrappongono al
testo continuo della lingua-oggetto categorie metalinguistiche più tipiche dei
sistemi arcaici a classificazione simbolica binaria (quali sono i sistemi
mitologici e rituali). Ma non si può escludere che, in qualità di archetipi, i
tratti di questo tipo siano conservati anche nella creazione e nella percezione
di testi continui. Sarebbe da sviluppare qui una discussione sullo statuto
semiotico dei modelli. Una volta notato che essi non sono di carattere
linguistico, perché o visivi o con uso prelinguistico e metaforizzato
dell’elemento linguistico, si potrebbe proseguire con una disamina del concetto
di metalinguaggio (che è, in soldoni, l’uso del linguaggio per parlare del
linguaggio stesso), e in particolare di quello di metalinguaggio culturale:
insistendo, per esempio, sul fatto che non è possibile uscire dal punto di
vista di una cultura particolare per affrontare i problemi della cultura in
generale, mantenendo la lingua della cultura di partenza. Infine, ci sarebbe da
dibattere il problema se, a differenza della lingua, la semiotica, sia del
testo sia della cultura, non possa postulare l’esistenza di significati
prelinguistici, di cui i vari linguaggi sarebbero soltanto la verbalizzazione.
sistema modellizzante
della cultura
In ogni caso, questi modelli possono rappresentare i tratti
primigenii di una cultura, sia che li si deduca da una considerazione
complessiva, sia da singole enunciazioni. Può qui proficuamente venirci in
aiuto l’utile concetto di “sistema modellizzante”, cioè l’insieme strutturato
degli elementi e delle regole che si trovano in rapporti di analogia con il
complesso degli oggetti sul piano della conoscenza, della presa di coscienza e
dell’attività normativa e pertanto può essere considerato come una lingua. Una
volta avvertito che per modello si deve intendere tutto quanto riproduce
l’oggetto ai fini del processo conoscitivo, e che il sistema modellizzante
primario è la lingua, è chiaro che gli altri sistemi modellizzanti sono i vari
sistemi culturali, in particolare l’arte, intesa come riproduzione del mondo,
come anàlogon del mondo.
Codificazione e decodificazione sono rispettivamente le
traduzioni della realtà in lingua e le deduzioni dalla lingua della realtà
riferita. Il testo, nella misura in cui riproduce la realtà, usa la lingua
della cultura, e perciò viene chiamato “testo della cultura”. Definendo infatti
la cultura come una lingua secondaria, dobbiamo abituarci a lavorare con il
testo in tale lingua secondaria, il “testo della cultura” appunto. Considero
importantissimo, a questo riguardo, sottolineare che proprietà obbligatoria di
un testo della cultura è la sua universalità: il quadro del mondo è correlato con
tutto il mondo e, in linea di principio, ingloba tutto; domandarsi che cosa ci
sia fuori di tale quadro è, dal punto di vista di una data cultura, altrettanto
assurdo che porsi lo stesso quesito in rapporto all’intero universo. Il quadro
del mondo non può infatti essere più o meno informativo: è questione di
rapporti interni uguali anche col variare degli elementi impiegati per
descriverlo. Ogni testo della cultura, a questo riguardo, è una monade che
rispecchia il modello della cultura stessa.
BIBLIOGRAFIA
- M. Bachtin: “estetica
e romanzo” (1975; Einaudi, Torino, 1979);
- A. Giacalone Ramat e T. Kemeny: “linguaggi letterari e metalinguaggi critici” (La Nuova
Italia, Firenze, 1985);
- J. M. Lotman e B. A. Uspenskij: “semiotica e cultura” (Ricciardi, Milano-Napoli, 1975);
- J. M. Lotman e B. A. Uspenskij: “tipologia della cultura” (Bompiani, Milano, 2001);
- S. Miceli: “in nome
del segno: introduzione alla semiotica della cultura” (Sellerio,
Palermo, 1982);
- P. Rossi: “il
concetto di cultura. i fondamenti teorici della scienza antropologica”
(Einaudi, Torino, 1970);
- C. Prevignano: “la
semiotica nei paesi slavi” (Feltrinelli, Milano, 1979);
- S. Salvestroni: “testo
e contesto” (Laterza, Bari, 1980);
- C. Segre: “semiotica,
storia e cultura” (1977; Liviana, Padova, 1985);
- J. N. Tynjanov: “avanguardia
e tradizione” (1929; Dedalo, Bari, 1968).
CHE COSA È LA POESIA:
considerazioni sul concetto di poesia.
Che cosa è la poesia? Che cosa è Poesia? Questa domanda ha
tuonato attraverso i secoli e ancora oggi rimbomba nei nostri studi.
La poesia, con tutto quello che le compete e più le si
aggrega, è infatti (anche) un problema. Un problema freddo, duro, mutevole,
perenne e coriaceo. In altre parole eterno. Un problema che permette di
snocciolare parole su parole: della poesia si ha un bel dire. Eppure, quando si
discorre di poesia, letteratura, e arte c’è sempre qualcuno che si trova
presente ma non presta veramente ascolto, o, più precisamente, qualcuno che ode
e tende l’orecchio e guarda ma poi non sa di che cosa si sia parlato. Per
provarmi nell’impossibile impresa di scoprire e rinvenire una soluzione al
problema e così elaborare e formulare una risposta al quesito che anima e fonda
queste pagine, partirò da una parola tedesca, <<atemwende>>, che costituisce un vero tormento e cruccio per i
traduttori e gli interpreti, costretti a macchinose perifrasi (mi vengono in
mente le più ispirate e suggestive: svolta del respiro, détour du souffle, e cambio
del aliento). Che cosa è, dunque, l’atemwende?
È il momento intangibile tra un respiro e l’altro, il silenzio del sospiro tra
due respiri, il ritmo del vivere, l’osmosi di battere e levare, la pausa
impercettibile in cui un essere vivente passa dalla fase di inspirazione a
quella di espirazione, e viceversa. La poesia parte da questa svolta del
respiro e in questo istante micro-eterno trova la sua ragion d’essere (che è,
poi, una ragione sufficiente).
Per me, la poesia è un’erma bifronte: da un lato croce,
dall’altro delizia. Dall’un lato la poesia è ricerca e rifondazione di una base
vitale praticabile. Poesia è lotta per una realtà, lotta per conquistarsi una
realtà: ogni immagine una spanna di terra conquistata, ogni poesia un acro di
terra guadagnata, ogni libro un paese strappato al nemico silenzio. Dall’altro
la poesia è un essere grottesco giambico-pentapodale, dotato di cento bocche e
mille braccia. La poesia è l’oggetto di una conversazione sorda, la sostanza di
un dialogo muto, una vita priva di vita ma che non è morte, come un desiderio
prima di essere desiderato, come il vuoto della mente dopo il sonno e prima del
sogno, come il vuoto del mondo nell’ora blu, quell’attimo di vacuum che precede l’alba. La poesia è
il momento di tensione prima dello sparo del sicario e del colpo di fucile,
l’attimo prima del lampo-tuono che suona il gong
che annuncia la tempesta, è l’istante di obnubilamento psichico e annientamento
razionale della mente nell’orgasmo che, tutta concentrata e addensata
nell’in-sé di se stessa, non pensa nulla, è la micro-eternità della svolta del
respiro, l’atemwerde. Essa potrebbe
essere continuata all’infinito se qualcosa non accadesse. Ma qualcosa accade. È
il lampo di luce al tramonto e l’assassinio del sole; lo sbadiglio del vulcano
e il gemito della luna; la danza della morte e la danza dei topi, il gong sulfureo della tempesta e il tuono
reboante degli dei¸ l’impeto della gazzella, il riso della gazza che nera ride
sugli aranci e il sorriso dell’ignoto marinaio.
La poesia è dunque una svolta del respiro, il momento
intangibile tra un respiro e l’altro, il silenzio del sospiro tra due respiri,
il ritmo del vivere, l’osmosi di battere e levare, la pausa impercettibile in
cui un essere vivente passa dalla fase di inspirazione a quella di espirazione,
e viceversa. Nessuno può dire quanto a lungo la pausa-svolta del respiro
esista, sussista, persista e duri, orientandosi secondo l’angolo d’incidenza
della sua stessa essenza. Il poema si afferma al margine di se stesso,
incessantemente auto-evocandosi e riconducendosi dal suo ormai-non-più al suo
pur-sempre al fine di poter sussistere ancora. Tuttavia questo pur-sempre non
può non essere un parlare e quindi non è un verbo in assoluto e verosimilmente
neppure corrispettivo verbale bensì linguaggio attualizzato, affrancatosi sotto
il segno di un processo individuante, indubbiamente radicale, ma
contemporaneamente e perennemente consapevole dei limiti che la lingua impone e
delle possibili opzioni che la lingua dischiude. Questo pur-sempre del poema è
chiaro che lo si può ritrovare solo nel poema di colui il quale non dimentica
che sta parlando sotto l’angolo d’incidenza della sua propria esistenza, della
sua condizione creaturale. E allora il poema sarebbe ancora più chiaramente
linguaggio di un singolo individuo divenuto figura nella sua più intima sostanza,
presenza e immanente imminenza.
La poesia sa anche essere un essere mostruoso,
marionettesco, e giambico-pentapodale, che forma l’oggetto di una
conversazione che ha luogo, non nella conciergerie,
ma in una camera. Una conversazione la quale potrebbe essere continuata
all’infinito, se qualcosa non accadesse e se non accadesse qualcosa: qualcosa
accade e accade qualcosa. Questo qualcosa intervenuto mentre ancora perdura la
conversazione s’impone brutalmente: è l’anti-parola che muove da una distanza
che essa stessa ha inteso programmare in vista di un incontro impossibile, la
contro-parola che strappa il tessuto della trama, la nonparola che spazza il
filo del discorso, la parola primigenea che non s’inchina più dinanzi alle
cariatidi e ai cavalli da parata della storia, la preparola che è un atto di
libertà. La poesia è un passo, è una parola a cui si possono apporre accenti
differenti: quello acuto del presente, il grave della storia, o il circonflesso
dell’eterno. Certo, il poema oggi rivela una forte inclinazione ad ammutolire
(e ciò è innegabile) anche in conseguenza or dell’attuale disgregazione del
linguaggio e or delle difficoltà non sottovalutabili delle opzioni lessicali
dovute all’accelerato declino della sintassi e alla veloce-vivace-vorace
propensione all’ellisse.
La poesia è solitudine. Il poema è solitario. Come l’atto di
scrittura. E la creazione tutta. E solitario e in perpetuo cammino è lo
scrittore: sempre inerente-latente all’opera che sola lo postula e gli da vita
e spessore fisico. E per questo si colloca dentro il mistero dell’incontro,
anzi all’incrocio di più incontri. Il poema tende ad altro, ne ha bisogno,
necessita un interlocutore, lo ricerca e vi si dedica interamente una volta
trovatolo. Ogni oggetto, ogni essere umano, per il poema che è proteso verso
l’altro, è figura di questo altro. L’attenzione che il poema cerca di porre a
quanto gli si fa incontro, il suo acutissimo senso del dettaglio, del profilo,
della struttura, del colore, ma anche dei palpiti e delle allusioni, tutto
questo è un concentrarsi del poema sull’altro e sull’altro del poema. Il poema
diventa l’opera di qualcuno che tuttavia continua a usare i sensi, rivolto
tutto a quanto appare integrandolo, apostrofandolo. Diventa colloquio (e spesso
un colloquio disperato). È solo entro lo spazio di questo colloquio che si
costituisce l’entità interlocutoria, la quale si aduna attorno
all’<<io>> che l’appella e la nomina. Ma, in questa sua presenza,
l’entità interloquita e nominata, fin quasi a diventare un <<tu>>,
introduce il suo essere altro. Ancora nell’hic
et nunc del poema (il quale di per sé possiede sempre soltanto tale unico,
irripetibile e puntuale presente), ancora in questa immediatezza e contiguità
il poema consente che abbia voce quanto all’altro è più proprio: ossia il suo
tempo. Quando noi parliamo con le cose a
questo modo, sempre c’imbattiamo anche nel problema della loro origine e della
loro destinazione: con un simile problema, che rimane aperto non sfociando ad
alcuna conclusione e non additando uno spazio aperto e vuoto, noi siamo
ampiamente e apertamente fuori. Ma ben esiste, con ogni poema reale, anche con
il più modesto fra i poemi, questo ineludibile problema e questa inaudita
pretesa. In tal modo il poema diviene pure il luogo ove tutte le metafore e
tutti i tropi vogliono essere condotti ad
absurdum. Il cammino della poesia è un percorso circolare: la poesia
conduce il poeta entro limiti e confini, ma è dove egli è più ristretto in se
stesso che solo può realizzare la sua libertà.
Perchè anche questo è la poesia: la poesia è libertà. La
poesia è libera: da ogni ragione morale e didascalica, fuori da ogni
determinato contenuto morale ed etico, filosofico e scientifico, al di là di
ogni realismo, sensualismo, naturalismo, al di là anche del sentimento, anzi al
di là di ogni contenuto concreto e definito, al di là di ogni dispersiva
tendenza al racconto e al discorso, al di là di tutto ciò, anzi al di là di
tutto quanto, la poesia trova in sé stessa la propria ragion d’essere, la propria
dignità: poesia è brivido cosmico, sensazione d’universo consegnata alla
parola, richiamo al tutto per mezzo del potere evocativo della parola stessa,
che, attraverso l’espressione e insieme attraverso la suggestione e la musica,
si fa centro di un progressivo allargarsi di allusioni concentriche e
contemporaneamente centrifughe, vago anticipo della verità. È da qui che
vengono intuiti due momenti di vita della lingua secondo una tipica
irrequietezza della parola: c’è un piano commerciale, di comodo, d’uso comune,
in cui prevalgono le componenti logiche del discorso, e c’è un piano, invece,
profondo, segreto, in cui la parola riacquista una vita originaria e
freschissima, si libera dalla patina dell’abitudine, e ritrova la sua iniziale
potenza. Nella poesia la parola fruisce di una franca condizione di canto in
cui il senso logico giunge quasi al limite dell’annullamento: essa dà non so
che prevalenza al libero gioco dei riflessi irrazionali e analogici, alla
capacità di creare sensazioni di atmosfera, in cui anche i silenzi, le pause,
gli spazi bianchi entrano come necessarie urgenze espressive nella spirituale
sintassi di periodi lirici che, tutti, all’interno, nelle loro parti, e tra di
loro, con gli altri, si richiamano e si sostengono secondo ragioni di tono e di
durata. In questo ordine definito di ricerche, in questo irrequieto destino
della parola hanno il loro luogo naturale i modi espressivi più densi e più
attivi: qui hanno un loro opportuno ed esatto senso gli studi sui valori fonici
e sui difficili rapporti tra senso e suono, l’uso continuo ed energico
dell’analogia, come modo rapido e quasi veemente di porre rapporti, di aprire
orizzonti e anche certe osservazioni leopardiane circa il diletto aperto ed
infinito delle idee concomitanti; qui ha il suo senso più vero l’intuizione di
una poesia come distanza, di cui ebbe più volte a parlare Ungaretti, secondo il
quale la poesia si propone di mettere in contatto ciò che è più distante:
maggiore è la distanza, maggiore è la poesia; quando tali contatti danno luce,
è toccata poesia. Sono le piccole parti che fanno la poesia, secondo libere e
veloci intuizioni del sentimento, secondo un libero linguaggio di viventi
acutezze.
La poesia è una direzione. Io ho tentato di scrivere poesie
per parlare, per orientarmi, per accertare dove mi trovassi e dove stessi
andando, per darmi una prospettiva di realtà e verità. La poesia è
vicissitudine, movimento, e cammino: chiedersi quale sia il senso di tale
cammino sarebbe come chiedersi quale senso ha il moto delle lancette
dell’orologio. La poesia, essendo manifestazione linguistica e quindi dialogica
per natura e costituzione, veicola un messaggio che l’autore consegna all’etere
e alla carta nella ferma e sicura convinzione che esso possa un qualche giorno
e da qualche parte approdare. In questo senso le poesie sono un moto: esse
hanno sempre una meta. Quale poi sia la meta è difficile a dirsi: qualcosa di
accessibile, di acquisibile, forse un “tu”, o una realtà, comunque aperta al
dialogo.
Sono queste (io credo) le realtà che interessano la poesia.
Realtà che si accostano alla lingua adottata con la propria esistenza e secondo
l’angolo visuale della propria stessa essenza, prive di verità e di verità in
perpetua, perenne e inesausta ricerca (che è solo un’altra forma di movimento).
Ferite già da verità e da verità pur sempre attratte.
Già: perchè la poesia è anche, e soprattutto, lingua e
linguaggio. E la lingua, tra quante siano realtà raggiungibili dalla poesia,
rimane il suo più precipuo e peculiare possesso perenne: la lingua, nonostante
tutto, rimane una realtà perennemente acquisita. Dopo un travaglioso percorso
che l’ha portata a passare attraverso il mare degli eventi, attraverso
l’impetuosa procella dei fatti correnti e ricorrenti, attraverso la bufera dei corsi
e dei ricorsi storici, attraverso tutte le risposte mancate di un orrendo
mutismo e le mille e mille tenebre di un discorso gravido di nulla, di niente,
di nihil. Ma poi, che lingua? Ebbene,
io credo in primis che la poesia
debba trovare il proprio linguaggio forgiandolo sulla base della maggiore
aderenza al proprio oggetto d’interesse, e in
secundis che tale linguaggio non sia dato una volta per tutte e non
fenomenologicamente né ontologicamente acquisito ma vada istoricamente
ricercato e adattato alle proprie esigenze espressive. E questo per varie
ragioni: innanzitutto poichè (se mi è consentito usare un’espressione mutuata
dall’ambito delle arti visive), tenendo d’occhio la policromia di quanto è
apparentemente attuale, non si può non registrare con fastidio un certo
grigiore cromatico nel linguaggio della poesia attuale; in secondo luogo,
poichè la poesia rivendica comunque infinitezza e cerca di aprirsi un varco
attraverso il tempo (e si badi bene: attraverso non sopra il tempo) che
l’attuale linguaggio poetico non può offrire; infine poichè la poesia è (anche)
il luogo in cui ciò che può essere percepito e raggiunto mediante la lingua si
raccoglie attorno al centro da cui ricava forma e verità e a quella individuale
esistenza che pone interrogativi all’ora presente, sia la propria che quella
del mondo, al battito del cuore e al secolo. E affermo questo pur sapendo che
il poema non sia qualcosa di atemporale. Mi rendo infatti conto che il
linguaggio poetico attuale si sia fatto più sobrio diffidando dal bello per
tentare di essere più vero e reale e per risultare più attento e aderente ai
fatti, che ormai ricerchi la propria
musicalità in un luogo in cui essa non ha più nulla da spartire con la
melodiosità dell’antica poesia ritmica, e che abbia più a cuore l’accuratezza e la precisione che la poeticità
del messaggio con la conseguenza che esso non trasfigura e non poetizza più ma
solo nomina e instaura legami tra oggetti della realtà cercando di delimitare
il campo del possibile e del dato. La lingua, come la realtà, non è, né è data
una volta per tutte: la lingua, come la realtà, va cercata. Conquistata.
Tuttavia, dopo una così lunga e tediosa discettazione, sento
di non aver ancora risposto all’iniziale quesito che ha dato l’aire a queste
pagine. Ebbene, io devo arrendermi e confessare che non so proprio, proprio non
so che cosa sia la poesia. Posso solo tentare un abbozzamento ponendo
un’ulteriore domanda: è ancora un mattino per la poesia? È ancora possibile
una poesia oggi? Ebbene, io dico <<sì>>, poichè la poesia offre e
garantisce una prospettiva e una direzione all’individuo (scrittore e lettore).
Come? La poesia oggi non può ch’esistere entro i confini della responsabilità
assiologica: rifiutando il disimpegno irresponsabile manifestantesi nell’intercambiabilità
del mezzo linguistico; evitando le bellurie, gli orpelli e gli ornamenti fini a
se stessi di una musicalità o concinnitas
tradizionale; e infine respingendo la falsa sobrietà della manualità artigiana
o la superstizione del potere autonomo del cosiddetto materiale linguistico. La
poesia oggi può esistere solo condizione che prenda forza dall’essere connessa
con un destino, dall’essere traccia di una biografia, dall’essere prova
tangibile di un’avvenuta esistenza, e nello stesso tempo si levi al di sopra
della biografia e fondi sull’evento vissuto un valore paradigmatico. A
condizione che sappia rivelarsi e vivere ed esistere sotto l’angolo d’incidenza
della sua stessa essenza. La poesia s’incontra nell’infinito di un utopico e
ucronico punto matematico immaginario, nel paradosso di un sorriso mentre si
piange, nel cuore della bestia, nella svolta del respiro di un urlo soffocato,
all’incrocio di un paradosso dionisiaco, nell’intersezione di un chiasmo
esistenziale: tra lo sforzo che l’arte sopporta nell’attività di produzione di
un senso mai riducibile a categoria intellettuale e il tentativo filosofico di
svelare l’indicibile, di andare oltre la dimensione ordinaria del discorso, di
indicare ciò che può essere davvero portato a parola e ciò che invece non può
essere detto, ma magari solo mostrato o indicato. La poesia è anche questo: la
sfida che la ragione concettuale intrattiene con la realtà. Quando ciò accade,
allora la poesia si mostra come significato, come concetto in forma d’immagine,
come pensiero di ciò che non può essere semplicemente interpretato nella forma
del discorso. L’armonia perfetta, il nodo indissolubile che non si può
dispiegare ma solo carpire, la promessa di una conoscenza così penetrante da
non doversi dare in forma discorsiva bastando che si presenti solo nella sua
forma più intuitiva ed evanescente: è il luogo dell’amplesso carnale dei
concetti, della concezione bacchica delle visioni, della scarificazione delle
immagini, della congiunzione illegittima delle nostre condotte improprie. Più
di ogni altra cosa, dunque, la poesia è inesprimibile, inspiegabile, non
razionalizzabile, e non argomentabile.
Più di ogni altra cosa la poesia è fatta di enigmatiche
parole cifrate, cifrari nascosti e codici sotterranei, quasi sottesi, quasi
nascosti, quasi subdoli, quasi ambigui. La poesia è il disegno cancellato di un
vuoto, l’eco urlato di un silenzio, l’ombra abolita d’uno splendore. L’atteggiamento
del lettore nei suoi confronti deve gioco-forza essere duplice: egli deve dall’un
lato guardarsi dal tentare di risolvere l’enigma che si cela dietro una poesia,
o essa perderà tutto il proprio segreto e la propria magia, ma dovrà anche
guardarsi dal non sciogliere i mille nodi che si aggrumano nel discorso
poetico, pena l’incomprensione, la perdita del carattere prepotentemente
polisemico del messaggio, e la condanna al monadico solipsismo tautologico. La
poesia reca un peso, un gravame, un coraggio, una tristezza. La poesia è
autocontrollo, urgenza e foga. Può darsi benissimo che questa o quella poesia,
così come tento di spiegarmela, ascoltarla e leggerla, io la intenda in modo
errato; può darsi che la intenda in modo abbastanza difforme da come è stata
concepita; e anche ad altri accadrà la stessa cosa. Ma questo non cale, non è
così rilevante rispetto al dato di fatto che queste poesie mi stanno addosso,
m’incalzano, mi costringono in un modo o nell’altro a immaginare qualcosa. Lo
scrittore non può sapere quali immagini egli evochi nell’animo altrui; ma
qualche immagine, non importa di che genere, qualche immagine egli deve
necessariamente suscitarla. Come saranno queste immagini, e il fatto che
saranno sempre altre e ulteriori rispetto a quelle da se stesso postulate, può
solo presumerlo, poichè di decidere su questo punto lo scrittore non ha
facoltà. Egli deve lasciare questo compito a quanto ha scritto (e da qui il
carattere oscuro, ermetico, enigmatico, spesso indecifrabile della poesia, che
è la sua cifra caratteristica): la poesia è oscurità. A tal proposito, devo
dire che immaginazione e esperienza, esperienza e immaginazione, mi fanno
pensare, in considerazione dell’oscurità della poesia oggi, a un’oscurità della
poesia come pensiero della poesia, quindi a un’oscurità costitutiva,
congeniale. In altre parole, la poesia viene al mondo oscura; viene al mondo
come evento di individuazione radicale, come un pezzo di linguaggio, e quindi,
nella misura in cui il linguaggio può essere mondo, carica di mondo. Esiste, al
di qua e al di là dell’esoterica, dell’ermetismo e di altri fenomeni analoghi,
un’oscurità della poesia. Anche ciò che è essoterico, anche la poesia più
aperta (e io credo che oggi vengano scritte anche poesie così, in certi punti
addirittura spiccatamente porose in cui filtra la luce) abbia il suo buio, e ce
l’ha poichè, in quanto poesia, è buia. Una oscurità dunque congeniale,
costitutiva, che la poesia oggi ha. E anche la poesia più ‘essoterica’, la più
aperta, è oscura. Abbiamo più di un motivo per mettere tra virgolette ciò che
intorno a noi ha imposto il proprio nome, ciò che è arrivato a ottenere
rilevanza e riconoscimento. La poesia è il luogo in cui tutte quelle parole,
senza cercare una giustificazione in una qualunque finta pretesa originalità,
ma piuttosto cariche di quel fardello, sperano di trovare ancora, in quanto
parole, un posto, un luogo, una dimora, una casa. Viviamo in un’epoca in cui
tutti si legittimano a ogni pie’ sospinto verso l’esterno, per non doversi
giustificare di fronte a sé stessi. In questo senso la poesia conserva, nel suo
modo odierno, l’oscurità dell’illegittimo: si presenta senza referenze, senza
indicazioni, e senza virgolette. Non sto parlando della poesia moderna, parlo
della poesia di oggi. E tra gli aspetti essenziali di questo oggi c’è l’assenza
di futuro: non posso tacervi il fatto che non so rispondere alla domanda
<<verso quale mattino si sta muovendo la poesia?>> poichè, se la
poesia rasenta quel mattino, allora possiede una sua oscurità. L’ora in cui
nasce la poesia, si trova al buio. Molti dicono di sapere che si tratta del
buio dell’alba; io non condivido questa consapevolezza. Lo ritengo congeniale
o, per meglio dire, costitutivo. La poesia, in quanto poesia, è oscura. Per
quale ragione le poesie di epoche precedenti ci appaiono più comprensibili di
quelle a noi contemporanee? Forse anche perché esse in quanto poesie, e quindi
con il loro buio, si sono già volatilizzate. Il buio congeniale alla
letteratura, lo sconcertante buio della poesia viene di qui: dalla direzione in
cui si muove il testo verso l’ignoto di ciò che più gli è estraneo. Questo è il
buio, se non congenito certo connato, della poesia. Non ha niente a che vedere
con l’“agire nell’ombra”. Questo perchè vi sono, nel pensiero, non solo
percorsi logicamente determinati: vi sono anche visioni. Tra queste visioni può
essere annoverato ad esempio: il fatto che quando una poesia giunge a
determinate formazioni sintattiche o fonetiche, viene costretta dentro binari
che portano fuori dal suo ambito e quindi anche dall’attualità che ne determina
la necessità. Vi è, in altre parole, una censura linguistica che è proprio solo
della poesia e che non vale soltanto per il suo vocabolario, ma anche per
categorie come la sintassi, il ritmo o la pronuncia. A partire dal non detto,
alcune cose diventano comprensibili: la poesia conosce l’argumentum a silentio.
C’è dunque un’ellissi che non va fraintesa e interpretata come tropo o
addirittura come raffinatezza stilistica. Il dio della poesia è
incontestabilmente un deus absconditus.
L’argumentum a silentio in questo
senso è lecito.
Con Celan, la poesia è la patente d’infinito data a quanto è
pura mortalità, mondanità, e vanità.
CHE COSA È LA LETTERATURA:
considerazioni sul concetto di letteratura.
Da secoli la letteratura viene accusata di frode, di
corruzione, di empietà. O è inutile o è velenosa. Dissacrante, perversa,
affascina e sgomenta. Numinosa e mutevole, non esita ad usare degli dei per
adombrare le sue favole. Splendidamente deforme, impone la coerenza sadica
della sintassi. Irreale, ci offre finte e inconsumabili epifanie
illusionistiche. Priva di sentimenti, li usa tutti. La sua coerenza nasce
dall’assenza di sincerità. Taluno (tra i quali non rari grandi scrittori)
meditò di togliere di mezzo affatto la letteratura. Deliziosa lite con le
proprie entragne. Altri, liberale e umanista, volle e vuole rieducarla. Oppure,
con avvocatesco fervore e astuzia da casista, scoprono che dopo tutto la
letteratura già collabora alle migliori sorti dell’uomo, è illuminante e
servizievole. Ma essa, cortigiana di vocazione, rifiuta di farsi moglie
virtuosa, onesta e schietta compagna. Vanamente la insidiano a farsi educatrice
di figli sani ed eterosessuali, consorte indaffarata ed elegante. Da cortigiana
si farà prostituta dei porti, puttana da strada. È uno scandalo inesauribile.
Per questo è tanto difficile essere totalmente suoi sectatores. Non v’è letteratura senza diserzione, disubbidienza,
diffidenza, ribellione, antiautoritarismo, rifiuto dell’anima. Diserzione da
che? Da ogni obbedienza solidale, da ogni assenso alla propria o altrui buona
coscienza, da ogni socievole comandamento.
Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile.
Fondamentalmente asociale, il disertore dovrà calcolare le astuzie della fuga
secondo le strutture coattive del suo tempo. Detesta l’ordine e la buona
coscienza, e la complicità dell’uno e dell’altra gli è fatale. Dove trionfa
quel risibile middle aged, l’uomo,
egli deve schermirsi, eludere, fuggire. Quotidianamente, con gesto tragico ed
esatto, deve mondarsi dei miti euforici della disonesta buona-coscienza,
dell’ipocrita saggezza collettiva, del finto progresso e della falsa giustizia
borghesi. Con lo sguardo irrequieto, codardo, in tralice, cerca instancabile
gli indizi della violenza, geroghlifici minerali su mano parzialmente umana, il
muschio che cresce sulla nostra bocca, le geometriche piaghe della
decomposizione; sta dalla parte della morte, abbagliante ingiustizia,
difficilmente perfettibile, paradosso squisito, ironico luogo cui si perviene
quando si cessa di camminare. Elegge a propria dimora cunicoli non asfaltati.
Esige una specifica libertà, diversa per ogni scrittore: comunque una libertà
non liberale, e che infatti il liberale non tollera, una libertà eversiva e
blasfema. Lo soffoca la libertà affettuosa, che ha sapore di onesta e perfezionista
collaborazione. Può sopravvivere in qualunque atmosfera, purché infetta. Dove
regnano le tenebre dell’ottimismo egli è un clandestino, che reca con sé, con
sacerdotale cautela, il tabernacolo dei veleni. Naturalmente anarchico, è
sempre in contatto con quei corridoi degli inferi, fitti di tende e subitanei
gomiti, quei labirinti in cui lo sguardo virtuoso dell’uomo umanista non osa (e
non sa) avventurarsi.
Anarchica, la letteratura è dunque un’utopia. E come tale
ininterrottamente si dissolve e si coagula. Come è proprio delle utopie, essa è
infantile, irritante, sgomentevole. Scrivere letteratura non è un gesto
sociale. Può trovare un pubblico; tuttavia, nella misura in cui è letteratura,
esso non ne è che il provvisorio destinatario. Viene creata per lettori
imprecisi, nascituri, destinati a non nascere, già nati e morti; anche, lettori
impossibili. Non di rado, come il discorso dei dementi, presuppone l’assenza
dei lettori. Di conseguenza, lo scrittore fatica a tenere il passo con gli
eventi; come nelle vecchie comiche, ride e piange a sproposito. I suoi gesti
sono goffi e clandestinamente esatti. Assai imperfetto è il suo colloquio con i
contemporanei. È un fulmine tardivo, i suoi discorsi sono inintelligibili a
molti, forse persino a lui stesso. Allude ad eventi accaduti tra due secoli o
che accadranno tre generazioni fa.
Lavorare alla letteratura è un atto di perversa umiltà.
Colui che maneggia oggetti letterari è coinvolto in una situazione di
provocazione linguistica. Irretito, irrigato, immerso in una trama di orbite
verbali, sollecitato da segnali, formule, invocazioni, puri suoni ansiosi di
una collocazione, abbagliato e ustionato da fulminei, erratici percorsi di
parole, voyeur e cerimoniere, egli è
chiamato a dar testimonianza sul linguaggio che gli compete. Avvolto nelle
spire, nella sfera del suo linguaggio, non solo lo scrittore non è
contemporaneo agli eventi che sono riusciti a procurarsi una cronologia
incompatibile con la sua biografia; ma nemmeno è contemporaneo a quegli altri scrittori
con i quali convive, se non quando anch’essi siano in qualche modo coinvolti
nel medesimo linguaggio: condizione, questa, metafisica, e non storica. Dunque,
non gli eventi storici, non il salvacondotto delle storie letterarie ci danno
accesso alla letteratura ma la definizione del linguaggio che in essa si
struttura. Non lavora secondo estro o fantasia, ma secondo ubbidienza; cerca di
capire che cosa vuole da lui il linguaggio, dio barbaro e precipitosamente
oracolare. La sua devozione è fanatica e inadeguata. L’oggetto che nasce è un
ordigno, fabbricato secondo le regole, uniche e inderogabili, con cui si
fabbricano gli ordigni: ma egli ignora affatto in quali e quanti attentati, da
quali mani, verrà lanciato questo esplosivo inesauribile; e solo lo assiste la
clandestina, odiosa speranza che, col tempo, esso finirà con l’offendere tutti.
Dunque, l’autore ha l’oscura sensazione che quell’ambiguo essere che egli ha
dato alla luce con la calliditas
corporale e l’eroica nescienza delle madri, venga stuprato da ogni volontà di
capire quel che vuol dire. E sebbene sappia di averlo destinato allo stupro fin
dall’inizio, il pensiero che si voglia spiegare il senso, il significato e il
che-vuol-dire lo riempie di istintivo orrore.
L’oggetto letterario è oscuro, denso, direi pingue, opaco,
fitto di pieghe casuali, muta costantemente linee di frattura, è una taciturna
trama di sonore parole. Totalmente ambiguo, percorribile in tutte le direzioni,
è inesauribile e insensato. La parola letteraria è infinitamente plausibile: la
sua ambiguità la rende inconsumabile. Proietta attorno a sé un alone di
significati, vuol dire tutto e dunque niente. Da codesto selvatico, lucido
non-sapere si deduce che lo scrittore non rientra nel misto sindacato degli
intellettuali. Mai lo scrittore venne più insolentito di quando lo si volle
includere in questo risibile quinto stato. Meglio chiamarlo buffone.
Ovviamente, la figura abbastanza repulsiva dell’intellettuale è una invenzione
umanistica. Nel corpo della proposizione, le parole si dispongono con
disordinato rigore, e con rigorosa e severa baccanale confusione come astratti
danzatori cerimoniali di una danza bacchico-orgiastica. Obiettivo costante
delle invenzioni retoriche è sempre il conseguimento di una irriducibile
ambiguità. Il destino dello scrittore è lavorare con sempre maggior coscienza
su di un testo sempre più estraneo al senso. Frigidi esorcismi scatenano la
dinamica furorale dell’invenzione linguistica. Le immagini, le parole, le varie
strutture dell’oggetto letterario sono costrette a movimenti che hanno il
rigore e l'arbitrarietà della cerimonia; tutto è esatto, e tutto è mentito. E
qui si raccoglie e salda la provocazione fantastica della letteratura, la sua
eroica, mitologica malafede. Con le sue proposizioni prive di senso e le sue
affermazioni non verificabili, inventa universi, fingendo inesauribili
cerimonie e riti d’inenarrabile blasfemia. Essa possiede e governa il nulla,
ordinandolo secondo il catalogo dei disegni, dei segni, degli schemi. Ci
provoca e sfida, la letteratura, offrendoci un illusionistico, araldico pelame
di belva, un ordigno, un dado, una reliquia, la distratta ironia di uno stemma.
Alla stessa
maniera, queste ‘schegge’ rivelano segni, numeri, ideogrammi e lettere, che non
si possono interpretare: assistiamo infatti, qui, a una esplosione alfabetica e
all’occupazione nominalistica dello spazio. E allora che sarà quella muraglia
grafica se non l’esile e saldo confine della grammatica? Pare confermare questa
descrizione l’ordine e mimesi della sintassi in cui si dispongono numeri e
lettere e ideogrammi. Ma si veda come si riveli menzognera codesta disciplina:
giacché i segni si dispongono sì in bell’ordine ma non diverso da quello morto
e letale del dizionario e il frigido elenco alfabetico e la scostante serie de
i numeri; e dunque la collaborazione sintattica non è che una frode, come la
compagnevole vicinanza dei sepolcri e o la compaginata fraternità de gli
eserciti. In tal modo esso aspira come a proprio ideale alla concisa
emblematicità di un orario ferroviario: pagine in cui poche cifre, patetici o
arroganti nomi di agglomerati umani e indicazioni di neghittosi o
precipitosamente scanditi itinerari riassumono empie ambizioni e disperazioni
striscianti e tutt’i dati di un labirinto che nessuna consolazione di tappa o
tregua può mondare del suo carattere rigorosamente mortale.
CONTRO LA SCUOLA:
considerazioni sull’insegnamento.
PREAMBOLO.
In questo intervento voglio affrontare e discutere 3 spinosi
e delicati temi che sono, o sono stati, dirimenti nell’insegnamento scolastico
e nella pubblica istruzione. In tutti e tre i 3 casi io mi trovo a schierarmi,
mio malgrado, contro la scuola e dalla parte della cultura.
L’INGLESE.
Partiamo dall’inglese. Con la globalizzazione sta nascendo
una nuova questione della lingua. Io, forte della mia prolissa incompetenza,
non voglio perdere tempo a mettermi in mezzo, anche perchè altri ci ha già
pensato: in anni non molto recenti, Francesco Alberoni ha scritto, non senza
severità, che sarebbe ora di adottare in tutte le scuole l’insegnamento di una
seconda lingua unica in tutto il mondo (ovviamente, l’inglese). Alberoni
sostiene che l’italiano ha cessato di essere un veicolo di comunicazione
universale e sta riducendosi allo status
di dialetto europeo. Potranno sopravvivere grandi aree linguistiche parlate da
più nazionalità (o imperi) quali il francese, lo spagnolo, il russo, il cinese
e forse l’arabo. Ma per l’italiano, come per il tedesco o il turco, non vi è (a
detta di Alberoni) alcuna possibilità di sopravvivere neppure come area
linguistica subalterna poichè tutte queste parlate si ridurranno ai margini del
grande flusso di civilizzazione. Parole dure, e duramente scritte, così da
sembrare tradotte in italiano dall’inglese da parte di un traduttore che non
legge il Boccaccio o l’Ariosto da troppo tempo. Certo il progressismo
catastrofistico di Alberoni ha il suo fascino, soprattutto in tempi incerti e ambigui
come i presenti. Io, d’altronde, ho sempre desiderato discutere dell’amore
divino e terrestre con i Ceremissi, con gli Zingari sulla morale
utilitaristica, di pacifismo con gli islamisti, degli stati di alterazione
psichica con i Colombiani, di storia delle religioni e superstizioni con i
Nigeriani, dell’etica deontologica del lavoro con i Cinesi, di animalismo e
diritti umani con gli Arabi; lo agogno proprio questo costruttivo e arricchente
confronto con il diverso e con l’altro, con il lontano mangiatore di cani
levantino e con il cammelliere in turbante africano, e spero tanto, una volta o
l’altra, di riuscirci. Ma, nel frattempo, vorrei commentare, così alla rinfusa,
questa che (me ne rendo conto) è una idea non priva di una (irragionevole ma ragionata)
ragionevolezza.
La prima osservazione che mi viene in mente è che Alberoni
ha una idea troppo centrale di periferia: se si prende in considerazione tutto
il mondo, può su scala planetaria non essere così chiaro che cosa sia la
periferia. Se il centro è New York, non è impossibile che a livello mondiale
esista un altro centro: nell’Ottocento, un ecclesiastico danese indusse molte
persone di cultura a imparare questa lingua piuttosto periferica; e negli
stessi anni romanzieri ‘dialettali’ scrivevano in ‘dialetto’ russo e ucraino
opere decisive.
In secondo luogo, che vuol dire dialetto? Posso essere
d’accordo con l’opinione che l’inglese sia la lingua della cultura
universitaria, ma quel che Alberoni chiama il dialetto è il linguaggio
dell’esperienza, dei simboli ambigui, dell’occulto e del polivalente. Alberoni
forse dimentica di un articolo di Alberoni su alcuni termini orientali per
designare le ore della vita inquieta, della vita calma, e della vita illuminata
dalla gioia teoretica: si tratta di esperienze oscure ma innegabili (come tutte
le esperienze) che si collocano e svelano solo in un particolare sistema
linguistico e non in un altro.
Vi è infine una obiezione fatua ed essenziale: come si
comporta il linguistico nei sogni? L’inconscio è indifferente alla seconda
lingua, può impararne al più alcune parole ma solo di riflesso, e comunque le
userà in modo approssimativo e sbadato, taumaturgico oserei dire. L’inconscio è
rigorosamente legato al ‘dialetto’ nativo e materno, poiché legato all’esperienza
e indifferente alla cultura. Si potrà dire che il nostro serbatoio di sogni è
retrogrado e inetto, tuttavia è lì e ogni notte ci manda i propri fantasmi, ci
racconta le sue storie dai molti sensi o totalmente prive di senso, ci fa
incontrare i personaggi del nostro passato e talora del nostro futuro, ci
suggerisce e ci ricorda sempre la fantasia che la nostra vita sia una favola
forse insensata ma indubbiamente dialettale! Come gli scongiuri, le
filastrocche, le parole che designano la gioia teoretica, i sogni sono
indifferenti al grande flusso della civilizzazione e si occupano di altro.
Ecco, il punto è questo: l’inglese può anche essere il
futuro, ma la lingua nativa di ognuno (sia essa l’italiano per un Italiano, o
l’inglese per un Inglese) è il passato, e (si sa) il futuro ha piedi nuovi ma
cuore antico.
IL LATINO.
Veniamo ora al latino. Il latino è indubbiamente una lingua
morta, nel duplice senso che è una lingua ora estinta e ormai incapace di
comunicare anche solo di riflesso. Il latino è morto. Il latino scolastico,
questo Bava Beccaris delle intelligenze infantili, questo Cerbero messo a
guardia di un tesoro di filastrocche, cantilene, scongiuri inutili, fatture
sbagliate e misteriose formule magiche, sermoni incomprensibili ed esorcismi da
far morire dal ridere anche il più incolto dei diavoli medievali, questo latino
qua va allo sprofondo, agli inferi, alla malora. Il latino è morto. Ma, come
usano i fantasmi, lattiginosi ma vanitosi, ha fatto di tutto per scomparire
adagio. In questi ultimi anni abbiamo sentito ripetere che il latino è
formativo poiché favorisce ed esercita il problem
solving insegnando a ragionare. Si è detto che il latino è il nostro
fondamento culturale. Qualcuno si è strappato i capelli, perchè gli avevano
detto che l’Italia, l’Europa, la Civiltà (quella con la C maiuscola) si
reggessero sui pilastri delle cinque declinazioni studiate, compitate,
recitate, e odiate sui banchi di scuola. Qualche persona ragionevole ha detto
che forse la cosa non era tanto tragica, come Luigi Firpo, che ha saggiamente
scritto che qualunque studio razionale, matematica o tedesco, è formativo:
apriti cielo!
Vorrei sommessamente dissentire: tutto può essere formativo,
incluso araldica e strutturalismo, tutto eccetto che il latinorum per minorati mentali che s’insegna nelle scuole. La sua
sepoltura mi pare quindi un puro e semplice atto d’igiene mentale, al pari di
un atto di disinfestazione. Quel latino lì era una cosa mostruosa, un
Frankenstein rabberciato e rattoppato, una roba da fantascienza! Ci deve essere
qualcosa di guasto in un insegnamento che in molti anni non riesca a rendere un
allievo capace di leggere un’opera in lingua originale. In realtà ci hanno
insegnato delle sciocchezze, e proprio perché erano tali lo hanno fatto in modo
vessatorio e dogmatico. Un esempio su tutti: ve la ricordate quella bella
declinazione “vis, roboris” che ci insegnavano come irregolare perchè
naturalmente tutto in quella lingua era una eccezione? Ebbene, quella
declinazione non è mai esistita: nessun antico romano l’ha mai usata, né per
iscritto né parlando. Non si sa bene chi l’abbia inventata, ma pare che sia un
tale Luigi Ceci nel 1905. Alla stessa maniera, la tormentosa differenza tra ítaque e itàque probabilmente non è mai esistita. (Chi vuole saperne di più,
può leggere il lucido e malinconico libro di Traìna e Bernardi-Perini “propedeutica al latino universitario”
del 1977, in pratica un lungo elenco di tutte le fregnacce che ci hanno
inculcato a scuola spacciandocele per scientificamente provate.)
Ma, anche così, il problema permane: riuscirà mai a imparare
il latino uno che l’ha studiato così? Imparare può essere difficile, ma
disimparare è un martirio. Quando, anni fa, mi sono rimesso al latino, mi sono
sentito come un viaggiatore che arriva (facciamo) in America con una barca di
dollari e scoprire, una volta approdato, che sono soldi falsi. Poichè ora il
problema del latino è stato esorcizzato, il problema del latino, ora, comincia
a farsi serio. Per chi si occupa, a qualsiasi titolo, di letteratura o di dii
olimpici, il latino è un tema tanto angoscioso quanto illuminante. Per chi
parla italiano, e sia coinvolto con la lettura o intrallazzi con la scrittura,
evitarlo o affrontarlo sarà una scelta decisiva. La nostra prosa, a cominciare
dal Boccaccio e dal Petrarca, è una ininterrotta “lotta con l’angelo” del
latino. Fino a tutto il Seicento e oltre, la nostra è una cultura e una
letteratura di scrittori bilingui. Ma il problema non è storico. Il latino è,
per lo scrivente italiano, insieme un modello e una sfida. Macchine verbali di
straordinaria sottigliezza e complessità sono state organizzate e messe in moto
da non più di una ventina di scrittori. Cicerone è uno degli esempi più
sconvolgenti e disorientanti di quello che si può fare con una pure invenzione
verbale. Ma il latino non è l’italiano: il suo fascino è ironico, stremante,
esasperante. È un modello di possibilità linguistiche e stilistiche e insieme
d’impossibilità sintattiche. La pregnanza, la modulazione, e insieme lo sgarbo
e la drammatica dinamica di cui è capace scuotono le basi della nostra fede in
un italiano comodo. Gadda, che era ciceroniano fino all’osso, chiamava “maestro
dell’anacoluto” quell’avvocato celebre per la rotondità della sua prosa che si
svolgeva in monumentali, lente e morbide volute spiranti in improvvisi guizzi
di geniale irregolare asimmetricità. Di questo fantasma lo scrivente italiano
non può liberarsi: esso non è consolazione né pace, ma enigmatico tormento e
indifferente sfida. Si potrà giudicare assurdo e inattuale il progetto di
tornare a misurarsi con la lingua morta di una letteratura arcaica, ma tutto è
relativo: c’era chi scriveva prima, chi scrive adesso e chi scriverà dopo, e le
generazioni di scrittori si succederanno fino alla fine dei tempi, ma quando
Machiavelli leggeva Livio, o quando Plotino rivitalizzava Platone, ecco,
all’ora chi era contemporaneo e chi era antico? Ci si stancherà pure di questo basic italian a cui ci hanno abituati e
assuefatti i vari Eco, Moravia, Pasolini, e compagnia bella.
LA TESI DI LAUREA.
Concludiamo con la tanto temuta tesi di laurea. Mi ricollego
al noto intervento di Matteo Saudino per “ted”
“la scuola non serve a niente” per
proporre alcune personalissime (e certo non condivise, se non dagli studenti, i
veri interessati in questa faccenda e le vere vittime di questo vero e proprio
relitto istruttivo), alcune personalissime riflessioni s’un tanto esausto
quanto inutile istituto scolastico: la tesi di laurea.
L’Italia discute da decenni sulla riforma universitaria. Quello
che era il dibattito originario si è però via via trasformato in una
strascicata, pigra e soporifera berlingata attorno al fuoco, in una sorta di
perenne inverno fatto di lunghi desertici silenzi, ricordi vaghi,
fantasticherie sottovoce e chiacchierate infinite e senza senso. Il “gran
giorno della patacca”: è così che chiamo la discussione della tesi di laurea:
<<Esca un momento.>>, <<Due o tre punti in più?>>,
<<Io la proclamo dottore!>>. Non ho mai capito perchè nelle
discussioni sommesse e sonnolente sulla riforma universitaria non sia mai stato
posto in auge con la dovuta veemenza il problema della tesi di laurea e la
proposta della sua abolizione. Dalla mia modesta esperienza accademica (prima
come allievo e cultore della materia, poi e infine come ricercatore) non posso
non trarre la certezza che la tesi di laurea sia in realtà un puro e semplice
fatto allucinatorio, un cerimoniale, in senso psichiatrico, come quello di non
so quale personaggio che, prima di dormire, doveva disporre per sette volte un
limone con una punta rivolta verso ciascuna finestra del talamo.
Si potrebbe sostenere che tutta l’università sia una forma
allucinatoria e sarebbe difficile da negare. Se è così, la tesi di laurea è il
culmine, l’apice e la vetta, del marasmatico delirio postmoderno. La tesi di
laurea è un finto libro fatto male s’un argomento piuttosto irreale che spesso
non viene scritto e di rado viene letto. I modi per non scrivere una tesi sono
semplici: il più immediato e diretto è di farla scrivere da un altro (e in
genere sono le tesi migliori, ma per lo più il candidato non le legge con
convinzione né attenzione, fa confusione, non si ricorda che cosa vuol dire una
parola dotta e desueta; il senso di colpa e la protervia fanno il resto,
dirottando la sua mente nel nulla); altri mettono assieme citazioni da libri
sull’argomento, indipendentemente da qualsivoglia esigenza di coerenza
testuale: ricordo di una tesi di un mio amico nella quale testi e tesi
marxisti, ateo-cristiani, liberali, conservatori, progressisti,
deutero-leninisti e liberisti si accostavano giustapponendosi in un perfetto
ecumenismo critico!
Qualcuno, è vero, fa la tesi con coscienza: non lo si può
negare. Costui, il coscienzioso che abbia (poniamo) una tesi sul “gatto”,
procederà seguendo questo modus operandi:
prima ricercando e schedando tutta la bibliografia sul gatto; poi recandosi a
Lovanio dove ha scoperto un testo assolutamente fondamentale sul gatto; poi
facendo fotocopie di dispersi articoli usciti in riviste della provincia di
Nairobi; in fine organizzerà il suo lavoro in capitoli e redigerà l’indice: il
gatto nella storia, il gatto nelle religioni, sociologia del gatto,
fenomenologia del gatto, il gatto come simbolo onirico, e infine (strizzando
l’occhio a Netflix) gatti e razzismo: l’integrazione negata nella moderna
società occidentale. Che i gatti stiano semplicemente per la strada non lo sa o
comunque non lo interessa perchè è una nozione non formalizzabile e quindi
dispersiva.
Umberto Eco ha scritto un libro estremamente gradevole,
divertente e lucido (un po’ manageriale forse, da manager giovane, odioso e
aggressivo cui piacciono le cose ben fatte,) che insegna come si fa una tesi di
laurea ed è talmente cattivante da fare venire la gola di laurearsi da capo!
Eco ha un suo modo squisito di sussurrare, raccontare, e inventare l’erte vie e
le tortuose trame che portano a una buona tesi di laurea, ma bisogna resistere.
Certo che se anche io avessi letto questo libro durante la redazione della mia
tesi di laurea avrei imparato a fare cose che non saprò mai fare; ad esempio,
le note a più di pagina. Troppo tardi: tutt’altro che sordo al richiamo della
vita e della carne, troppo vivace e iperattivo per frequentare metodicamente
gli antri muffosi delle buiose biblioteche nostrane, compilare schede,
catalogare argomenti, e redigere note, mi sono ridotto a fare il genio.
Miserabile fine, potreste dire voi, per chi era nato per gli studi. Ma, in
questo modo, mi sono esentato da tutto ciò che non so fare, che è appunto
tutto!
Ad ogni modo, il motivo per cui bisogna resistere al
richiamo della sirena di Eco è che, a mio avviso, è giunto il momento di
espellere questa cerimonia da quel che resta delle nostre facoltà. Lo dirò più
chiaramente (e sia chiaro una volta per tutte): detesto le tesi di laurea;
deploro le ore che ho sperequato a scriverne; non credo che qualcuno abbia mai
imparato qualcosa dalla tesi di laurea, eccetto che le strade dell’umiliazione
e dell’astuzia sono infinite; considero dissennata la pratica della tesi di
laurea a conclusione obbligatoria degli anni di corso; il pensiero che ogni
anno migliaia e migliaia di alberi vengano immolati per la stampa di volumi
parte inutili e parte truffaldini mi riempie di orrore; il pensiero che ogni
anno questi volumi vengano inoperosamente ammucchiati nell’empia biblioteca
degli archivi universitari mi fa venire la voglia di cambiarmi d’abito e
trasformarmi da semplice Omar in Omar l’incendiario! E ciò per una semplice
ragione: che, come diceva Perelman nel “trattato
dell’argomentazione”, per quanto
si ammettano le combinazioni più diverse, esse non rifletteranno mai la
complessità proteiforme delle nozioni non formalizzate.
A me pare di vedere, adombrato dietro alla coazione alla
laurea, il falso mito del progresso e la pretesa di sottoporre e assoggettare
al metodo scientifico fatti per nulla formalizzabili. Accetto la laurea come
dottorato di ricerca, affinchè chi sospetta di avere l’inclinazione a fare
libri, impari a farne facendone uno, ma, per il resto, quanti ‘dottori’ (che
dottori non sono affatto) si sono laureati con tesi comprate già bell’e fatte o
riciclate o scritte su commissione da sicari intellettuali come se fossero
uxoricidi? E della tesi compilativa ne vogliamo parlare? Fatta con colla e
fotocopie, o con il più moderno mezzo del “copia e incolla” messo a
disposizione dai moderni programmi di scrittura automatica, sarà poi tutta
questa straordinaria esperienza intellettuale? Non credo proprio. Credo invece
che sia ormai diffusa la convinzione che l’esperienza di scrivere una tesi, di
mettere assieme una ricerca di seconda, terza, o quarta mano, sia del tutto
periferica, una semplice bizzarria a cui bisogna adeguarsi e acconciarsi perchè
a un certo punto bisogna pur venir fuori dall’università. A mio avviso, è in
un’ultima istanza, l’istituto della tesi di laurea resiste perchè poggia sulla
stantia (e suicida) utopia universitaria, scientistica e positivistica e
tecnicistica, di poter trasformare tutto ciò che di non dialettizzabile offre
l’esperienza (storia, arte, letteratura...) in un discorso critico che assurga
a superiore, platonica repubblica delle lettere. Che un nuovo modo d’intendere
l’università e la ricerca, cominci con una cacciata dall’eden, dal paradiso, od Olimpo che dir si voglia, mi piace. Mi piace
molto.
CONTRO PPP:
considerazioni su Pier Paolo Pasolini.
Da qualche tempo mi accede sempre più spesso di rileggere le
prose teoretiche di Pier Paolo Pasolini con una sorta di devozionale
raccapriccio: non oserò dire che scrive male (soprattutto considerando la media
dei tempi) ma che scrive all’incirca come un sociologo che dopo passionali e
discontinui studi giuridici abbia scoperto e incautamente amato una letteratura
costituita d’autori non indiscriminatamente consigliabili quali (tanto per fare
un esempio) Giovanni Papini, Luigi Russo e l’ultimo Pier Paolo Pasolini. Mi
rendo conto di essere caduto in un errore di logica, ma di un genere così
squisitamente pasoliniano che non trovo cuore per emendarlo. Quello che
primamente salta all’occhio in questi ultimi scritti è una tale quantità di
superiorità morale nei confronti dell’universo difficilmente condivisibile e
accettabile da chiunque sia dotato di un minimo buonsenso e senso critico.
Soprattutto in due ambiti della riflessione pasoliniana quali quello del divorzio
e dell’aborto in cui il lettore ha l’impressione di tentare l’autostop durante gli ultimi 3 giri di
pista di una gara di formula 1. E ciò è estremamente frustrante. Non sono
assolutamente certo di aver capito tutto, ma quello che ho capito ha provocato
in me una varietà di emozioni così disparati per cui ho bisogno di fare
chiarezza.
Il problema dell’aborto, intanto, pone in primo luogo il
problema delle madri: Pasolini afferma di vivere nei sogni e nel comportamento
quotidiano la sua vita prenatale, quella che egli chiama <<la mia felice
immersione nelle acque materne>>. Sarà, ma la mia memoria amniotica è
piuttosto corta: non mi ricordo della mia immersione nelle acque materne, né
tantomeno se essa fosse felice o meno. Ma sono certo di una cosa: che se invece
di essere stato partorito fossi stato abortito non me ne sarei avuto a male,
non me ne sarei accorto proprio. Pasolini argomenta che la maggioranza coeva
vuole l’aborto perchè la coppia eterosessuale ha scoperto il coito consumistico
che vive come dovere sociale della propria figura di consumatore. È insomma del
tutto evidente che Pasolini considera l’aborto come un’attività
psicologicamente meramente distensiva. Ma non finisce qua, poichè dopo
Pasolini scopre il coito politico, frutto del cambiamento della società: oggi
il coito è diverso, scrive Pasolini, perchè il contesto politico di oggi è
quello della tolleranza. E questo, a mio avviso, si chiama generalizzare e
massificare. Cosa che, tra l’altro, neanche la statistica riesce a fare in modo
così vilipendiosamente elementare. Ma, ancora, i giochi non sono finiti, e
Pasolini recupera e riporta in auge una proposta di compromesso suggerendo
d’includere l’aborto nel reato di eutanasia ma <<privilegiandolo di una
serie di attenuanti di carattere ecologico>>. Ma che vuol dire? Questo
non è un glissando: è uno slalom.
Pasolini procede, nell’argomentazione, a furore di dribbling!
Ma passiamo alla famiglia. Personalmente, non ho alcun
motivo per amare, venerare, rispettare la famiglia. Questa famiglia è una
curiosa sopravvivenza della tribù patriarcale che esisteva ancora 100 anni fa:
non era un granchè nemmeno quella ma almeno c’era più traffico di zii, nonni,
cugini e nipoti a scioglierne il nucleo faticoso e amaro. La scheggia domestica
che è sopravvissuta è invece un luogo del tutto cupo, oneroso e difficile: il
colloquio tra i nonni e i nipoti, l’unico colloquio non sospetto né ambiguo, è
stato reciso; la famiglia di 3 persone è un luogo mentale e sociale, nel cui
ambito si svolgono caute e diffidenti trattative; i mutati costumi colmano
l’aria di maldomati rancori. Un po’ di generazioni fa, Orwell scrisse a
proposito del matrimonio: <<Quando si trova un coniuge ammazzato, la
prima persona inquisita è l’altro coniuge: questo la dice lunga su quello che
la gente pensa del matrimonio.>>. I tempi corrono, certo, e oggi la
situazione è più complessa: tra gl’inquisiti non c’è più solamente l’altro
coniuge, ma anche i figli. Non invento nulla, e poi non ho neanche fantasia:
non l’ho forgiata io al diletto dei miei lettori la madre uccisa dal figlio per
riscuoterne la pensione, né il disabile ammazzato a bastonate in una famiglia
numerosa i giornali. Coloro che hanno commesso il delitto non erano
delinquenti: vivevano una vita misera (per ristrettezze economiche o altri
problemi), e sarebbero stati onesti se non avessero avuto una famiglia. Ma si
capisce che in casa un disabile è, come un vecchio, un grosso problema,
soprattutto se le risorse umane ed economiche scarseggiano. Si possono
sospettare le ragioni di tale occulta conflittualità: in primo luogo la
innaturale convivenza indefinita, misurata a lustri e decenni, di poche persone
in un troppo breve spazio. Ma penso anche ad altra ragione più radicale: il
nostro tempo feroce e fatuo ci ha imposto una scoperta terribile e stupenda: la
solitudine. Difficile è la solitudine, ma affascinante il colloquio segreto,
l’ininterrotto dialogo celato e il lento esercizio con un se stesso più oscuro
e misterioso. Purtuttavia, oggi non occorre essere eremiti poichè c’è
solitudine per tutti: oggi, io posso vivere la solitudine in una città e in una
folla, ma non la posso trovare in una famiglia, dove altre persone (almeno due
genitori) si toccano, si scorgono, si guardano, s’indagano e, soprattutto, si
giudicano; dove la minuta collezionistica insistenza dell’amore continuo e
incombente può divenire asfissiante ed è sempre inquietante; inoltre, chi ama
difficilmente rinuncia a capire, e questo può essere intollerabile. Nella
famiglia di oggi, la solitudine è così sostituita dall’isolamento: un’anomala
concentrazione fa sì che sia necessario difendersi, schermarsi, e nasce nel
fondo del nostro cervello una sorta di mormorio continuato, un monologo con le
ombre; si diventa astuti e reticenti; nascono i compatti silenzi e le
conversazioni tese e vane. Io non dispongo di una famiglia, e ne sento la
mancanza: mi mancano per esempio, una moglie indifesa da percuotere e insultare
per motivi di minestra e bambini da terrorizzare con i mirabili malumori
cosmici dei miei molteplici stati d’animo che sono molti e cambiano d’umore
continuamente. I terrori sono educativi. Come anche il senso di colpa e
l’imposizione autoritaria di una disciplina eterogenea che non ti appartiene.
Nella mia infanzia io ho posseduto una famiglia (o meglio ne sono stato
posseduto) che m’imponeva gusti e idiosincrasie. Non ho mai vissuto, fino ai
miei 13 anni, un momento mio: tutto era determinato dalla famiglia e ordinato
in funzione di essa. Era uno stillicidio di entusiasmi continuamente,
ininterrottamente, inesorabilmente smorzati. E mi dicono che una maggioranza di
coloro che sono in stato di cattività familiare ritiene che la famiglia sia
fondata sull’amore. D’accordo, se non ci fosse amore non si proverebbe alcun
piacere a e far venire gli incubi ai minorenni tenendoli svegli a suon di urla
e botte da orbi né a percuotere la sposa inducendovi vagheggiamenti vedovili.
L’amore familiare consiste in un complicato ordigno che mescola possesso,
diritti, aspettative, consuetudine, distrazioni, prevaricazioni, taciturni e
lenti affrontamenti, e bracci di ferro che durano una vita. Nella famiglia
nessuno fa né ha) ciò che vorrebbe e ciò (che sarebbe dovuto all’amore)
inevitabilmente comporta una sorta di vapore di frustrazione, tra profumo e
tanfo, che pervade i locali e le anime. Ne deriva un rancore sempre neghittoso
e taciturno e un parlare d’altro come tecnica di elusione. A mio avviso l’amore
domestico assomiglia a un voluminoso e greve animale che conserva una speciale
opaca razionalità e una funzionalità tetra e ostinata che si evolve in una
specifica tenera languida benevola generosa ferocia da cui con il trascorrere
degli anni germoglia la demenza e l’odio. Per poter funzionare la famiglia ha
bisogno di questa sorta di amore, che è fondata s’una serie di astensioni da se
stessi. Inevitabilmente, questa situazione genera o un ignaro furore o una
sorta di allucinazione collettiva, in cui coniugi e figli vivono come se
fossero una famiglia. Ma non lo sono. La famiglia si fonda sul sadismo e il
sadismo si fonda sull’amore ma l’amore si fonda sul sadismo.
IL SECOLO INQUIETO:
considerazioni (in)attuali.
PREAMBOLO.
Un po’ ovunque si sente ormai parlare di “saturazione del
paradigma occidentale”, di “fine della civiltà”, di “tramonto dell’Occidente”;
ovunque, i moderni poliziotti della morale e fascisti dei (nuovi) diritti
umani, analizzano quanto la storia dell’umanità ha creato nello spazio della
storia civilizzata, scagliandosi contro i suoi crimini e le sue regressioni,
non comprendendo che senza quei crimini e quelle storture non sarebbero stati
possibili le inquietudini e i ripensamenti e le conquiste e le fughe in avanti
e le rimozioni che ci hanno portato a essere quello che siamo. E pare che persino gli intellettuali più
laici siano stati contagiati da questa sorta di ‘millenarismo’.
Citando il motto di Karl Kraus <<Il mio fine è la mia
origine.>>, avverto che stiamo assistendo a una regressione collettiva e
incontenibile nell’originario e nel primitivo, che, in termini istoriografici,
si traduce in fuga dal presente e dalle sue responsabilità per cercare rifugio
nella placenta protettrice di ciò che fu a causa della paura di ciò che è
nell’ora, di ciò che crediamo in questo momento, di ciò, insomma, che è nostro.
In questo libro si parla, con grande chiarezza e concisione,
di felicità e allegria; di cultura, amore, sesso, e morte; di parola e
linguaggio; del rapporto intergenerazionale, della possibilità di trasmettere
la conoscenza, dell’amicizia, dell’inimicizia con il presente e della istoria;
dei nazionalismi, dei fascismi, dei comunismi, e di tutti gli altri
totalitarismi; di religione, cognizione del dolore, eutanasia, scienza,
ecologia. Il tutto, evitando le sentenze (che è quanto di più avulso dalla
formazione intellettuale e dal percorso vitale dell’autore), in un ricuperato
piacere quasi illuministico della discussione elevata che non disdegna il
quotidiano e l’ovvio (ma non l’ottuso...) e preferisce una buona domanda a
tante risposte.
Questo libro, che vuole demistificare i luoghi comuni e i
falsi miti e le nuove ideologie sempre pronti a trasformarsi in ideolatrie e
‘religioni’ non dimenticando di far presente gli errori dei nuovi profeti e
visionari sempre in agguato, è un buon antidoto per premunirci contro tutti i
possibili tranelli dei nuovi dogmatismi politici e superstizioni ideologiche.
LE INQUIETUDINI DEL VENTUNESIMO SECOLO.
Un po’ ovunque si sente ormai parlare di “saturazione del
paradigma occidentale”, di “fine della civiltà”, di “tramonto dell’Occidente”;
ovunque, i moderni poliziotti della morale e fascisti dei (nuovi) diritti
umani, analizzano quanto la storia dell’umanità ha creato nello spazio della
storia civilizzata, scagliandosi contro i suoi crimini e le sue regressioni,
non comprendendo che senza quei crimini e quelle storture non sarebbero stati
possibili le inquietudini e i ripensamenti e le conquiste e le fughe in avanti
e le rimozioni che ci hanno portato a essere quello che siamo. E pare che persino gli intellettuali più
laici siano stati contagiati da questa sorta di ‘millenarismo’.
Citando il motto di Karl Kraus <<Il mio fine è la mia
origine.>>, avverto che stiamo assistendo a una regressione collettiva e
incontenibile nell’originario e nel primitivo, che, in termini storiografici,
si traduce in fuga dal presente e dalle sue responsabilità per cercare rifugio
nella placenta protettrice di ciò che fu a causa della paura di ciò che è
nell’ora, di ciò che crediamo in questo momento, di ciò, insomma, che è nostro.
In questo libro si parla, con grande chiarezza e concisione,
di felicità e allegria; di cultura, amore, sesso, e morte; di parola e
linguaggio; del rapporto intergenerazionale, della possibilità di trasmettere
la conoscenza, dell’amicizia, dell’inimicizia con il presente e della istoria;
dei nazionalismi, dei fascismi, dei comunismi, e di tutti gli altri
totalitarismi; di religione, cognizione del dolore, eutanasia, scienza, diritti
umani, ed ecologia. In una parola: di etica e morale. Il tutto, evitando le
sentenze (che è quanto di più avulso dalla formazione intellettuale e dal
percorso vitale dell’autore), in un ricuperato piacere quasi illuministico
della discussione elevata che non disdegna il quotidiano e l’ovvio (ma non
l’ottuso...) e preferisce una buona domanda a tante risposte.
Questo libro, che vuole demistificare i luoghi comuni e i
falsi miti e le nuove ideologie sempre pronti a trasformarsi in idolatrie e
‘religioni’ non dimenticando di far presente gli errori dei nuovi profeti e
visionari sempre in agguato, è un buon antidoto per premunirci contro tutti i
possibili tranelli dei nuovi dogmatismi politici e superstizioni ideologiche.
Alla cui base agisce una concezione dell’etica come indirizzo ben distinto
dall’estetica. Mi spiego. Le generazioni più giovani, compresa la mia,
preferiscono distinguere tra bellezza e bruttezza piuttosto che tra bontà e
malvagità, operando così una differenziazione assiologica di carattere estetico
piuttosto che etico. Un po’ come fa la religione quando, trattando il mito del
Paradiso, dice che Adamo ed Eva, quando compirono la propria disobbedienza e
scoprirono la propria nudità, non si sentirono cattivi o peccatori ma brutti e
questo li fece vergognare. Fatto sta che si tende a pensare che l’elemento
estetico sia più attuale di quello etico. Infatti, la mia stessa definizione
dell’etica come “arte di vivere bene” o “arte della felicità possibile”, o
quanto sostiene Foucault nei suoi ultimi saggi, si orientano in tal senso. È
pericoloso confondere l’estetica con l’etica. Indubbiamente, l’estetica è più
amena e ‘fresca’, in quanto esige la novità: un’estetica che ripetesse un
canone diventerebbe qualcosa di morto, di stereotipato. L’estetica esige
l’innovazione, la novità, e persino la rottura e la sovversione di tutto il
precedente. Invece, l’etica è la memoria del permanente al di sotto delle
diversità. Ecco perchè l’etica può sembrare noiosa. In certi casi, un assassino
introiettato in determinati giochi, o che vive nella scelta di determinati
piaceri, può sembrare esteticamente positivo (cioè bello). Ma l’etica pone dei
limiti a tutto questo, poichè gli uomini non possono essere mai
strumentalizzato dagli altri uomini e di conseguenza l’assassino rimane sempre
un assassino e non smette di esserlo. L’etica fa ripetere di nuovo il valore
del costante. Per questo l’etica è oggi, più che mai, importante, in quanto ci
ricorda che certe cose, certe correnti culturali come il postmoderno o
artistiche come il cinema pulp, sono
aborti che sostituiscono l’etica (dei valori) con l’estetica (della morte,
dell’arroganza, della violenza). Infatti, il futurismo, con il suo fondatore
Marinetti, fu tentato dal fascismo, tanto quanto Mussolini si lasciò tentare
dal futurismo. Il fascismo era esteticamente attraente, con l’esaltazione della
velocità, della giovinezza, e della conquista. Ma di fronte a questi fenomeni
l’etica ci fa ricordare che c’è qualcosa di permanente. Ciò che noi uomini ci
dobbiamo reciprocamente non è soggetto a variazioni. Tuttavia, quello che
possiamo fare con i simboli è infinitamente vario: da qui l’estetica. Sicchè,
possiamo affermare che, benché l’etica non coincida con l’estetica, essa è
comunque profondamente bella, mentre l’opposto dell’etica è il peccato e
l’antiestetica: l’etica cerca un’eccellenza, una vera umanità. Non esistono
animali etici. L’etica è proporsi un modello di uomo votato all’eccellenza, un
uomo che esprima la virtù (in senso aristotelico) dell’uomo in forma radicale.
All’opposto dell’etica vi è l’oblio dell’umanità o il suo disprezzo: la
bestialità, l’inerzia, tutto ciò che nostro padre Sartre chiamava <<il
pratico inerte>>, presente in tutte le società, quella routine bestializzante di fronte
all’innovazione e alla memoria dovuta che è l’etica che ci porta solo a cercare
nutrimento e riparo, piacere e assenza di dolore.
A me sembra che il nuovo millennio e il secolo presente
stiano vivendo una regressione conservatrice verso l’originario. Nel senso che,
se la cultura tradizionale, umanistica, era proiettiva e tendeva al progresso,
oggi noi ci troviamo davanti a una specie di ripiegamento generalizzato. Alla
base di questa nuova configurazione, opera negativamente la nostra inimicizia
con il presente. Il vero problema è questo. L’epoca che ci si trova a vivere è
sempre deludente, perché possiamo aspettarci un futuro terrificante o positivo
ma comunque eccitante mentre è nel presente che le cose hanno il loro vero
profilo, le loro delusioni, le loro difficoltà. Non possiamo vivere altro che
il presente e nessuno riesce a stare nel presente se non a disagio. Il passato
e il futuro sono epoche più o meno provvisorie o più ricche comunque di dati
della nostra, mentre il presente è sempre una delusione. La difficoltà nel
riconciliarci col presente consiste (lo dico con le parole di Schopenhauer) nel
problema di non poter mai eludere il presente, che è il tempo in cui tutto
accade.
IL DECLINO DELLA CIVILTÀ.
Se il Novecento è passato alla storia quale “secolo breve”,
il 21° secolo può senza dubbio essere etichettato come il “secolo inquieto”. Lo
possiamo verificare, innanzitutto, dal moltiplicarsi dei rituali. Necessari,
oggi più che mai, poiché a noi umani costa molto visualizzare la realtà in modo
lineare: preferiamo i fatti ricorrenti, i capodanni che tornano, la sensazione
che stanno per cominciare cose nuove a una data scadenza. Come nelle antiche religioni.
Ci piacciono i fatti ciclici, i cicli che si chiudono per dare inizio a nuovi
cicli. Ciò che diventa intollerabile è dire che nulla comincia e nulla finisce.
Così preferiamo pensare che alcune cose finiscono e altre cominciano. Abbiamo
bisogno di crederci. Ne abbiamo bisogno perchè questo ci dà l’impressione di
qualcosa di nuovo. Osservate l’ideogramma cinese che esprime la parola “crisi”:
viene rappresentato da altri due ideogrammi insieme, di cui uno significa
“pericolo” e l’altro “opportunità”, che messi insieme formano la parola
“crisi”. E a me questo modo di pensarla piace. Tutti i momenti di crisi sono
momenti di pericolo e di opportunità. Ritengo che il pericolo valga la pena
perchè include l’opportunità di qualcosa di nuovo e di diverso, di una
possibile rigenerazione. Ma se il percorso è lineare, ininterrotto, quello che
è già stato non torna nel tempo, e ciò significa che non vi può essere nulla di
radicalmente diverso. Ci piace sognare che, attraverso lo spazio e il tempo,
incontreremo il nuovo. Ma dopo capiamo che il nuovo non lo raggiungeremo mai, a
meno che non siamo noi stessi a portarlo, perchè nessuno ce lo verrà a regalare
bell’e fatto, costruito di sana pianta e servito s’un piatto d’argento. Che il
meglio arriverà a noi trascinato dal fiume del tempo, non è vero per niente. Né
il tempo ci porta il nuovo né lo spazio ci offre la felicità. Eppure, ignavi e
paurosi come piccole bestioline stupide, abbiamo sempre bisogno di liturgie,
religiose o laiche che siano. Si tratta di liturgie di cui abbiamo bisogno per
credere nel domani, e trovare la forza di cercare nuove opportunità. Benchè,
senza dubbio. Sarebbe meglio trovare queste opportunità senza servirci di
simili riti. Siamo animali simbolici, abbiamo bisogno di trovare nel tempo qualcosa
di significativo a cui aggrapparci. L’idea di un mondo del tutto demiticizzato,
che i giorni non ci portino che l’affatto di guadagnare denaro sufficiente per
mangiare e vestirci, non è una compensazione sufficiente, a meno che l’essere
umano non trovi tale compensazione nel grande rituale della letteratura,
dell’arte o della musica. Ma la maggior parte della gente non ha questa
possibilità. Le persone molto colte possono vivere le loro feste ad altri
livelli, ma la maggioranza ha bisogno di svariate codificazioni per sopportare
meglio la vita.
Eppure, a fronte di questa grande esigenza di riempitivi, in
pochi credano nel potere della cultura quale valida alternativa nell’aiutare a
sopportare il tempo libero. L’idea è: più una persona è colta e meno denaro le
serve per fare una vacanza o vivere una giornata felice. E meno è colta, più ha
bisogno di scialacquare e spendere, di giochi d’artificio e fuochi artificiali
e riti, perchè il tentativo di arredare un vuoto non è per nulla semplice. E
l’interno della nostra coscienza, anche se siamo piccolissimi, è talmente
vasto, infinito, che per quanta roba ci cacciamo dentro non riusciremo mai a
stiparlo. Di conseguenza, conviene creare un fermento produttivo, perchè se
tentiamo di riempirlo di cose esterne, esteriori e superficiali, non ne
troveremo mai a bastanza, poichè si tratta di un pozzo senza fondo. Quello di
sopportare il tempo libero è un serio problema. In un mondo in cui c’è sempre
più gente e sempre più tempo libero è necessario creare spazi interiori per
poterci allontanare dagli altri. Una delle ragioni per cui si fa uno si droga
sta nel fatto che la sostanza è venuta a sostituire il pensiero per chi non è
capace di pensare. Voglio dire che alcune persone, per sopportare la contiguità
con il prossimo devono avere una zona interiore dove rifugiarsi. E se non è la
cultura a dargliela, dovrà essere la chimica o qualcos’altro, perchè ne hanno
bisogno. Stesso discorso vale per il vocabolario. Si hanno sempre meno parole
da adoperare. Perchè una persona non ammette di avere la propria casa male
arredata e pensa sempre che le manchi qualche aggeggio o suppellettile od
orpello ma poi si accontenta di arredare il proprio interno con non più di 600
parole credendo che le bastino per esprimere tutte le sfumature della
sensibilità. È grave il fatto che nessuno invidi più le parole di un altro.
Invidia il suo orologio, magari la sua macchina, forse il suo computer e la sua casa, ma nessuno
invidia più una persona perchè ha un mondo interiore di parole formidabile, e
nessuno dice mai <<Mi piacerebbe conquistare quel mondo di parole e
cercherò di farlo mio e dominarlo.>>. Oltretutto costa pochi soldi.
Eppure quel che stiamo vedendo attiva e operativa più che mai intorno a noi è
l’idea che la macchina va tenuta accesa perchè uno è spento: c’è gente che
tiene acceso di continuo qualche aggeggio perchè ha la propria spina staccata.
Mi ha sempre incuriosito che negli alberghi, quando si sale in camera, non
appena ti hanno aperto la porta e consegnato la chiave, ti accendono il
televisore. Hai voglia a dire <<Guardi che non ho nessunissima voglia di
guardare la televisione.>>: loro te l’accendono come ti accendono la
luce, come se pensassero che sicuro avrai paura di rimanere nella stanza al
buio, da solo, con il televisore spento! A mio parere, è questione di una
possibile funzione educativa trascurata che non andrebbe assolutamente
trascurata: non la ricerca di cose sublimi, ma semplicemente cominciare a
pensare che nel prossimo secolo saremo in tanti e che avremo sempre più (e
parecchio) tempo libero, che i soldi spesi per il tempo libero sono un grosso
affare per molti, ma è proprio questo che diventerà intollerabile per tante
famiglie che dovranno darsi da fare per guadagnare di più e di conseguenza
lavorare il doppio per andare avanti a guadagnare, perché i soldi non
basteranno mai.
Anche lo Stato, dunque, ha le sue responsabilità e le sue
colpe: alcune cose del mondo della cultura dovrebbero essere più accessibili.
Benché è pure vero che le possibilità di approvvigionamento di materiale
culturale come libri e film che
possediamo noi oggi erano una volta inimmaginabili. Ludovico Sforza non aveva a
casa propria la libreria che possiedo io né gli splendidi video. Credo che il
problema consista nel fatto che tutto ciò serve a nulla se non si hanno poi le
istruzioni per l’uso e gli strumenti per un corretto uso. E queste solo
l’educazione, l’istruzione e la scuola, può dartele. L’educazione dovrebbe dare
le chiavi delle porte per il proprio mondo interiore, che noi dobbiamo poi
continuare ad arredare perchè il mondo interiore deve accumulare a mano a mano
la sua stessa ricchezza. Quel che mi terrorizza è pensare che si possa arrivare
a una certa età e rendersi conto che quello che non si è letto non lo si potrà
più leggere, mai più, perchè è impensabile che qualcuno cominci a scoprire la
cultura a 50 anni. A 50 anni, questa persona, che potrà mai fare della sua
vita? Sarà destinata all’oblio. E questo mi rattrista. La cultura è l’unica via
per l’immortalità. Ricordate il detto: <<Persino in carcere si è meno
infelici se si sa leggere.>>. Di fatto quel che in questo momento
maggiormente preoccupa chi insegna o, come me, è stato un professore,
soprattutto di Lettere, è constatare la disabitudine alla lettura. Di nessun
genere. Anche se la questione starebbe tutta nel sapere staccare questi giovani
dallo schermo nero (di telefonini, computer,
televisori, ecc.) e spronarli a leggerle un po’ di più. Naturalmente, non
tramite un’opera di convincimento o ancora peggio tramite la coartazione, ma
semplicemente con l’esempio. Se un figlio ti vede guardare sempre il televisore
mentre lui è costretto a leggere allora finirà col credere che la lettura sia
una punizione. Se invece vede che sono i genitori stessi a preferire la
lettura, non la intenderà come una punizione. Casomai, io mi porrei il problema
di non condizionare troppo il figlio al punto che non possa guardare la
televisione senza sensi di colpa.
LA CONTAMINAZIONE CULTURALE.
Octavio Paz, una volta che gli chiesero un parere sui
conflitti interraziali nella sua isola in conseguenza dell’arrivo dei conquistadores spagnoli, disse che il
problema del razzismo lo si può risolvere in un solo modo: scopando. Risposta
azzeccatissima a parer mio, poichè il meticciato risolverebbe il problema del
razzismo risolvendo l’utopia letale della purezza della razza.
Prendiamo ad esempio la città. Io sono nato e cresciuto in
città, dunque mi sento uomo di città fino al midollo, sono un prodotto cittadino
in toto, un essere tutto
metropolitano. Fondamentalmente, quello che mi piace è l’idea di uno spazio
artificiale fatto di simboli, di riferimenti al desiderio umano e anche di
ferite, perchè il mondo del desiderio è anche un mondo di lotte e di attriti.
Tutto questo mi affascina. Insomma, io adoro la città, e me ne sento figlio in
tutto e per tutto! Ma di un certo tipo di città. Quando si parla di razzismo e
contaminazione culturale, io non capisco: mi trovo pienamente soddisfatto del
fatto che nella mia amata città io possa mangiare in un McDonald’s, in un
ristorante italiano, indiano, cinese, giapponese, senegalese, o nigeriano. Sì:
perchè la città è proprio questo. La città nasce dal mercato, dove la gente
accorre da tutte le parti per offrire prodotti e mercanzie. La città è il posto
dove è possibile trovare di tutto. La città è il posto dove la gente viene a
conoscere quello che è diverso da sé.
Non a caso, la nostra cultura, e soprattutto quella di
coloro a cui, come a me e a Voi, miei cari lettori, può interessare la
filosofia, nasce dalla Ionia, ossia da quella parte della Grecia in contatto
con l’Oriente, popolata da gente che viveva in contatto con gli orientali e
vedeva cammelli e piramidi tutto il giorno, e frequentava filosofi che avevano
viaggiato e sapevano di altre cose. I grandi filosofi erano gente venuta da
fuori, come Aristotele. Non era gente del posto. Poteva essere un tizio giunto
da qualche altro posto, forse cacciato dalla sua terra, che ti parlava di cose
che tu non sapevi. Ecco che cosa erano i filosofi. Il bello di una città è che
incontri gente che non è del posto.
La differenza tra una città e un villaggio sta nel fatto che
la gente del villaggio è nata tutta lì, mentre invece nella città ti incontri e
ti mescoli con gente nata in posti lontanissimi dal tuo. Per cui il fascino
della città consiste in questo incontrarsi della gente più svariata, di gente
del posto con gente arrivata da altri posti con esperienze, idee e sensibilità
diverse. Nella città ti incontri con persone e cose che non hanno nulla a che
vedere con te. Per questo a me piace un tipo di città con una certa
personalità, dove ci si può aggrappare ai ricordi ma i ricordi vengono sempre
ravvivati e arricchiti da nuove esperienze dovute a nuove cose e opportunità giunte
da fuori. E per questo adoro il libro di Calvino sulle città immaginarie, che,
con la sua grande capacità di modulazione dell’idea di città in tutte le sue
possibili varianti, mi pare qualcosa di davvero straordinario e veramente
illuminante. Ma c’è un autore che meglio ha trattato questo genere di
meditazione sulla letteratura della città, oggi fin troppo dimenticato. Parlo
di Giovanni Papini. Il cui personaggio Gog, il milionario che si dedica a
vedere tutto ciò che c’è nel mondo, a incontrare tutte le grandi menti, tutte
le migliori possibilità, che vuole conoscere tutti i modelli di umanità, dai
più alti ai più bassi, dai più profondi ai più stravaganti, mi affascina perchè
è l’idea stessa che ho della città, dove un solo uomo può, volendo, incontrare
tutti gli uomini.
Nel villaggio, sembra quasi che la gente comunichi di più.
Ma è così solo perchè non ha bisogno di dirsi nulla. Comunicano di già (di default si direbbe oggi). La mattina
escono in strada e si sono già detti tutto. È una comunicazione simbiotica la
loro, nella quale in realtà non si parla perchè non ci si spiega perchè non c’è
nulla da spiegare: tutto è chiaro e genuino. Come in alcuni matrimoni, dove no
si discute e non si litiga più, mentre in quelli in cui ancora si discute c’è
conflitto ma c’è, cosa più importante, anche comunicazione. Credo che la
comunicazione sia possibile soltanto quando gli uomini sono diversi tra loro,
quando bisogna passare qualcosa dall’uomo all’altro, non quando formano una
ameba, perchè tra le parti di una ameba non esiste comunicazione. La
comunicazione ha inizio quando esistono persone diverse e distinte in grado di
rifiutarsi o accettarsi. Il problema della comunicazione nasce precisamente
nella città perchè in essa vi è qualcosa da comunicare, perchè esistono
differenti progetti di vita, perchè c’è gente che vive in modi diversi, il che
non accade in un villaggio dove in pratica tutti vivono le stesse cose. Il
villaggio è il luogo dove tutti vestono allo stesso modo, parlano delle stesse
cose, mangiano gli stessi piatti della tradizione, ascoltano la stessa musica,
e vanno tutti nello stesso bar o a
spasso nella stessa piazza o a ballare nello stesso locale. Il villaggio è il
luogo della maggiore incomunicabilità. La difficoltà di capire nasce solo
quando esistono cose diverse da capire e interpretare. Senza dubbio è cosa
assai gradita vivere tutti animati dalla stessa linfa, e condividere tutti le
stesse radici e lo stesso sangue ha i suoi vantaggi. Come per esempio quando ti
siedi in un ristorante e tutti ti (ri)conoscono; o entri al bar e sanno già quello che vuoi. Ma,
poi, pensi che non potrai mai più ordinare qualcosa di diverso o sarai
costretto a spiegare il perchè del cambiamento. Ebbene, io sono a favore
dell’autonomia e della difesa dell’individualità, e tutto ciò che significa una
perdita dell’autonomia individuale, anche quando viene ricambiato con una buona
dose di accoglienza e con il riconoscimento, per quanto possa sembrare
gradevole, mi infastidisce. A volte, potersene stare in un posto tranquillo
dove sei sicuro che nessuno venga a scocciarti può essere una benedizione che
ripaga di un certo anonimato.
Ad ogni modo, per concludere e tirare le fila del discorso,
tengo a sottolineare che la storia del mondo e delle civiltà è storia di
incontri e mescolanze, di contaminazioni e meticciati. Trovo particolarmente
entusiasmante, come simbolo di questa mescolanza che è la città, il duomo di
Siracusa, meravigliosa città nel Sud
della mia isola: un antico tempio greco con intercolumni e pareti normanni,
decorazione araba, e facciata barocca. Questa è l’Europa, questa è la città,
questo è il mondo! Il colmo dell’assurdo sarebbe che ora venissero gli arabi e
si volessero portar via le decorazioni, i normanni le pareti, gli spagnoli la
facciata, e i greci le colonne!
IL MUSEO DEL FUTURO:
considerazioni sullo stato attuale dei musei.
I musei di oggi sono sempre più spesso luoghi
dell’esperienza più che semplici musei. Non semplici spazi espositivi ma
architetture complesse destinate alla cultura e all’intrattenimento in senso
più ampio. Hanno perso il carattere monumentale di un tempo per divenire
strutture multifunzionali fortemente connesse al contesto urbano o al paesaggio
che li accoglie. Talvolta hanno interni neutri, disegnati per celebrare l’idea
di “white cube” nel quale l’arte è
protagonista assoluta. In altri casi sono “edifici-scultura”, concepiti per
attirare un pubblico sempre più ampio ed eterogeneo.
Un museo su dieci nel mondo rischia tuttavia di essere
chiuso definitivamente, circa un terzo dovrà ridurre il proprio staff, e l’80% dovrà ridimensionare il
proprio programma. Sono alcune delle conseguenze della pandemia Covid-19 sul
mondo della cultura, messe in luce da una recente ricerca dell’International
Council Of Museums, la principale organizzazione internazionale che rappresenta
i musei. Negli Stati Uniti, per esempio, il Metropolitan di New York ha già
lasciato a casa il 20% del personale e il Museum of Arts di Philadelphia
prevede un taglio del 23%.
Come può l’innovazione digitale aiutare i musei italiani ad
affrontare l’onda lunga degli effetti del coronavirus?
L’Osservatorio del Politecnico ha sondato il terreno a Maggio, tracciando un
quadro non incoraggiante: il 51% dei musei non è dotato di wifi, il 51% non si avvale di professionisti con competenze legate
al digitale, e solo il 24% delle istituzioni culturali ha un piano strategico
di innovazione digitale.
Sebbene negli ultimi due anni l’83% dei musei abbia
investito per servizi digitali in loco, concentrandosi sul supporto alla visita
(48%) e sulla catalogazione (46%), l’86% dei ricavi da biglietteria deriva
ancora dalla vendita diretta sul posto. Solo il 23% ha un sistema di e-ticketing. Di più: audioguide (32%), qr-code (31%) e installazioni
interattive (28%) sono tuttora gli strumenti di supporto alla visita più
diffusi. Appena il 5% usa strumenti creativi come i videogiochi, per esempio,
per coinvolgere potenziali visitatori.
Durante i mesi di blocco l’interesse per la cultura online è
stato calamitato dai social network: Instagram guida il trend con +7,2% a Marzo e + 8,4% in Aprile, seguito da Facebook e Twitter. Il 76% dei musei ha almeno un account e l’85% ha un sito, tuttavia il livello di interazioni è
rimasto stabile. Eppure, qualcosa si muove anche sotto la superficie di questa
calma apparente. Il mercato globale dell’arte vale nel mondo 67,4 miliardi di
dollari e l’innovazione digitale, fra blockchain,
intelligenza artificiale, realtà aumentata, virtuale e gaming può interessare anche questo settore.
[1]
G. Petrerossi: “introduzione alla dichiarazione
dei diritti dell’uomo e del cittadino (1793)” in A. Mariani e U.
Vincenti: “le carte storiche dei diritti”
(Pisa University Press, Pisa, 2013): p. 93.
[2]
G. Petrerossi: “introduzione alla
dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1793)” in A.
Mariani e U. Vincenti: “le carte storiche
dei diritti” (Pisa University Press, Pisa, 2013): p. 100.
[3]
R. A. Houston: “cultura e istruzione
dell’Europa moderna” (Il Mulino, Bologna, 1988): p. 9.
[4] Fonte: “La scuola dell'obbligo dopo l'unità d'Italia:
il problema dell'analfabetismo” in “https://archivio.pubblica.istruzione.it/didatticamuseale/storia5.shtml”.
[6]
G. Vigo: “il verso sovrano dell’Italia:
l’istruzione degli adulti nell’Italia dell’Ottocento” (Il Mulino,
Bologna, 2017).
[7]
A. Asor Rosa: “la cultura” in “storia d’Italia” (Einaudi, Torino,
1975): t. 4, p. 839.
[8]
A. Asor Rosa: “la cultura” in “storia d’Italia” (Einaudi, Torino,
1975): t. 4, p. 839-840.
[9]
A. Scotto di Luzio: “il liceo classico”
(Il Mulino, Bologna, 1999): p. 68.
[10]
G. Cives: “la scuola elementare e
popolare” in G. Cives: “la scuola
italiana dall’Unità ai nostri giorni” (La Nuova Italia, Firenze, 1990):
p. 64.
[11]
G. Cives: “la scuola elementare e
popolare” in G. Cives: “la scuola
italiana dall’Unità ai nostri giorni” (La Nuova Italia, Firenze, 1990):
p. 65.
[12]
E. De Fort: “storia della scuola
elementare in Italia” (Feltrinelli, Milano, 1979): p. 17.
[13]
A. Scotto di Luzio: “il liceo classico”
(Il Mulino, Bologna, 1999): p. 28.
[14]
G. Ricuperati: “Storia della scuola
italiana dall’unità a oggi” (La Scuola, Brescia, 2015): p. 18.
[15]
G. Ricuperati: “Storia della scuola
italiana dall’unità a oggi” (La Scuola, Brescia, 2015): p. 19.
[16]
G. Ricuperati: “Storia della scuola
italiana dall’unità a oggi” (La Scuola, Brescia, 2015): p. 20.
[17]
G. Ricuperati: “Storia della scuola italiana
dall’unità a oggi” (La Scuola, Brescia, 2015): p. 20.
[18]
G. Ricuperati: “Storia della scuola
italiana dall’unità a oggi” (La Scuola, Brescia, 2015): p. 43.
[19]
G. Canestri: “centovent’anni di storia
della scuola: 1861/1983” (Loescher, Torino, 1983): p. 10.
[20]
G. Canestri: “centovent’anni di storia
della scuola: 1861/1983” (Loescher, Torino, 1983): p. 10.
[21]
G. Canestri: “centovent’anni di storia
della scuola: 1861/1983” (Loescher, Torino, 1983): p. 10.
[22]
A. Asor Rosa: “la cultura” in “storia d’Italia” (Einaudi, Torino,
1975): t. 4, p. 841.
[23]
P. Villari: “le lettere meridionali ed
altri scritti sulla questione sociale in Italia” (Le Monnier, Firenze,
1878): p. 44-45.
[24]
G. Ricuperati: “Storia della scuola
italiana dall’unità a oggi” (La Scuola, Brescia, 2015): p. 23.
[25]
A. Scotto di Luzio: “il liceo classico”
(Il Mulino, Bologna, 1999): p. 87.
[26]
A. Scotto di Luzio: “il liceo classico”
(Il Mulino, Bologna, 1999): p. 75.
[27] Vd. a riguardo: G. Are: “il problema dello sviluppo industria le nell’età
della destra storica” (Nistri-Lischi,
Pisa, 1965); C.M. Cipolla: “istruzione e sviluppo. Il declino dell’analfabetismo nel mondo
occidentale 1861-1913” in G. Toniolo (a cura di): “lo sviluppo economico italiano. 1860-1940”
(Laterza, Bari, 1973): p.
187 e seg.; G. Vigo: “Scuola e sviluppo economico in Italia
nell’Ottocento” in
A. Petino (a cura di): “Le radici intellettuali del progresso
economico moderno” (Franco
Angeli, Milano, 1986): p. 296 e seg.; J. Coen e G. Federico, “lo sviluppo
economico italiano. 1820-1960”
(Il Mulino, Bologna, 2001).
[28]
P. Ragazzini: “l’amministrazione della scuola” in
G. Cives: “la scuola italiana dall’unità
ai nostri giorni” (La Nuova Italia, Firenze, 1990): p. 285. Sostanzialmente affine il giudizio di N. Tranfaglia
in “dallo
Stato liberale al regime fascista” (Feltrinelli, Milano, 1973): p. 43; e C. Ghisalberti: “Storia
costituzionale d’Italia 1849- 1948” (Laterza, Bari, 1985): p. 282 e seg.
[29]
E. De Fort: “storia della scuola elementare: dall’Unità
all’età giolittana” (Feltrinelli,
Milano, 1979): p. 166 e seg.
[30]
E. De Fort: “storia
della scuola elementare:
dall’Unità
all’età giolittiana” (Feltrinelli,
Milano, 1979): p. 166 e seg.
[31]
G. Canestri: “centovent’anni di storia
della scuola: 1861/1983” (Loescher, Torino, 1983): p. 40.
[32]
G. Canestri: “centovent’anni di storia
della scuola: 1861/1983” (Loescher, Torino, 1983): p. 10.
[33] L.
Milani (Scuola di Barbiana), “Lettera ad una professoressa” (1967; Mondadori, Milano, 2017).
[34] “dizionario della politica sociale svizzera”
(Carigiet, 2003): s.v..
[35] V. Bonazza e G. Manzo: “la qualità del fare scuola. Individualizzazione e
ambienti di sviluppo delle competenze” (Anicia, Roma, 2016): p. 35.
[36]
B. Vertecchi: “parole per la scuola”
(Franco Angeli, Milano, 2012) in V. Bonazza e G.
Manzo: “la
qualità del fare scuola. Individualizzazione e ambienti di sviluppo delle
competenze” (Anicia, Roma, 2016): p. 29.
[37] Fondazione
“Giovanni Agnelli”: “rapporto sulla scuola In Italia 2011” (Laterza, Roma-Bari, 2011)
poi anche V. Bonazza e G. Manzo: “la qualità del fare scuola. Individualizzazione e
ambienti di sviluppo delle competenze” (Anicia, Roma, 2016).
[38]
Fondazione “Giovanni Agnelli”: “rapporto sulla scuola In Italia 2011” (Laterza,
Roma-Bari, 2011) poi anche V. Bonazza e G. Manzo: “la qualità del fare scuola.
Individualizzazione e ambienti di sviluppo delle competenze” (Anicia,
Roma, 2016).
[39]
Una comoda e ancora oggi valida antologia è “il
concetto di cultura: i fondamenti della scienza antropologica” curata da
P. Rossi (Einaudi, Torino, 1970).
[40]
J. N. Tynjanov: “avanguardia e tradizione”
(1929; Dedalo, Bari, 1968): p. 45-60.
[41]
J. N. Tynjanov: “avanguardia e tradizione”
(1929; Dedalo, Bari, 1968): p. 23-44.
[42] M. Bachtin: “estetica e romanzo” (1975; Einaudi, Torino, 1979).

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