"GEOGRAFIA POLITICA"
Manuel Omar Triscari
GEOGRAFIA POLITICA:
Friedrich
Ratzel e la teoria dello spazio vitale.
Generally,
when we speak of Lebensraum, we immediately think to the Nazi regime and the
project of an Eastward expansion. Actually, the Living Space theory is one of
the most important and misinterpreted of the Twentieth century. Since middle
Ages, the Germans have had a “special” relationship with the Slaves
neighbouring people: at first it was called Ostsiedlung,
the settlement of eastern lands carried out by German migrants and farmers.
This Eastern Settlement lasted until Seventeenth century. Many German-speaking
communities were born, and pacifically lived in the Eastern countries. We can
consider 1859 as the turning point: the first publication and German
translation of Charles Darwin’s “The Origin of Species”. From this book,
started the debate on biology and living species, which permeated all the
German scientific fields. One of the most important personalities of that
debate was Friedrich Ratzel. He was the one who translated the biological
theory of the evolution of species in the geographic scope. He was the theorist
of Living Space.
From the
first appearance, this theory has been the focus of important studies and
analysis. It was widely exploited and often misinterpreted in order to pursue
political projects. The most known and tragic, is the Nazi’s Drang nach Osten, which aimed to create
a new European order and an area of influence in Eastern Europe under the Nazi
dominion.
Aim of this
thesis is to analyse the Living Space theory, its application in German history
and politics and the political interpretations given by the German governments.
Eventually, the current situation, the relationship between Germany and Eastern
Countries during the last century, and which can be the actual proper
interpretation of Living Space theory.
INDICE
LE ORIGINI DELLA GRANDE
GERMANIA
- L’Ostsiedlung
medievale e la nascita delle comunità tedesche
ad Est
- La
nascita dello Stato tedesco nel 1871
LO STATO COME ORGANISMO VIVENTE
- La biologia di
Darwin e l’impatto sulla geografia tedesca
- Friedrich
Ratzel: vita e pensiero geografico
- Formulazione e teoria dello Spazio Vitale nelle opere di Ratzel
INTERPRETAZIONE POLITICA DELLO SPAZIO VITALE
NELLA GERMANIA DEL NOVECENTO
- Pangermanesimo e
prima guerra mondiale
- Repubblica di
Weimar e ideologia del Lebensraum
- Il Nazismo e la
Spinta verso Est
CONCLUSIONI
INTRODUZIONE
Il concetto di Spazio Vitale, o Lebensraum, è uno dei più importanti,
più contradditori termini che siano mai esistiti nell’ambito geografico e
geopolitico. È storicamente ed erroneamente stato associato per lungo tempo
alla Geopolitik nazista ed alla cosiddetta Spinta verso Est (Drang nach Osten), al progetto di
dominio e sterminio. Ma più ci si addentra nella analisi storica e politica
della nazione tedesca, e più ci si rende conto di quanto questa convinzione sia
sbagliata. L’obiettivo di tale tesi è effettivamente quello di chiarire i
dubbi, tentare di portare a conoscenza la confusione che ha circondato per anni
tale termine e la sua origine culturale: sottolineare la scientificità di cui l’originaria
teoria si compone, contrapponendola invece alla interpretazione ed
ideologizzazione politica avvenuta nel corso del Novecento, in particolare da
Weimar in poi.
Ciò che salta subito all’occhio è la
costante presenza nella storia tedesca e in una importante fetta del popolo
tedesco di un richiamo ad una grandezza spirituale tedesca, e alla costruzione
di uno Stato etnico che ricomprendesse tutte le comunità costituenti il comune
sentimento ed il legame alla propria terra, che ha assunto il nome di Germandom (Deutschtum). L’importanza del
contesto culturale rappresentato dalla Germania romantica e nazionalista dell’Ottocento
è decisiva per capire l’impatto che la teoria ha avuto ed anche il suo
sviluppo. E soprattutto ci fa capire come il concetto di Lebensraum non sarebbe potuto essere nato in uno Stato ed un
momento diverso da quello, ed ancora quanto l’interpretazione politica ed
ideologica del Novecento sia stata quasi inevitabile.
Nel Primo capitolo si porterà avanti una
introduzione storica, studiando le origini delle comunità germanofone nell’Europa
dell’Est, cosa abbia spinto milioni di persone a spostarsi durante il Medioevo,
come queste si siano radicate sul territorio e soprattutto quale peso abbiano
avuto per la costruzione della futura Germania. Verranno quindi presentate le
iniziali migrazioni e le spinte coloniali che già dal primo Medioevo videro protagonisti
popoli di origine germanica (impossibile parlare di tedeschi fino al 1871), l’influenza
che questi hanno esercitato ed il ruolo che hanno avuto nel favorire lo
sviluppo economico e sociale dei paesi dell’Est: non si possono sottovalutare i
numeri, se è vero che tali flussi andarono avanti per quattro secoli, rendendo
impossibile fare una valutazione precisa del numero di migranti.
È questo il momento storico fondamentale,
per capire da dove nasce quel sentimento nazionalistico conosciuto sotto il
nome di Pangermanesimo e la creazione di un Kulturstaat,
uno Stato etnico tedesco che non tenesse tanto conto dei confini naturali o
politici, quanto dei confini “culturali” che separano la Germania dai Paesi
slavi.
Il secondo capitolo viene invece dedicato
all’analisi di colui che è considerato il fondatore della teoria dello Spazio
Vitale tedesco, Friedrich Ratzel. Si presenterà quindi la sua storia, il suo
complicato pensiero geografico, immerso tra il determinismo settecentesco ed il
nascente romanticismo, l’idealismo, accennando alle varie influenze culturali
che porteranno poi alla formulazione della sua più importante teoria. In questo
senso, si porrà particolare attenzione alla pubblicazione da parte di Charles
Darwin de “L’Origine della Specie”, opera maestra e tra le maggiori rivoluzioni
culturali della storia. Quest’opera ha avuto ovviamente un forte impatto nel
campo biologico e antropologico, ma allo stesso tempo ricevette particolare
attenzione nel dibattito culturale tedesco di fine Ottocento, dando linfa nuova
al pensiero geografico, superando quel determinismo culturale tipico della
tradizione francese e influenzando notevolmente anche il pensiero dello stesso
Ratzel. Dopo una analisi di come il darwinismo sia stato recepito nel dibattito
geografico tedesco del tempo, si passerà a parlare prettamente di Friedrich
Ratzel, della sua vita e l’ambiente dal quale proveniva, le esperienze che ne
hanno formato e plasmato il pensiero. Si analizzerà quindi in generale il suo
concetto di “geografia politica”, il Politische
Geographie, e le leggi geografiche da lui definite. L’ultima parte di
questo capitolo viene invece dedicata a quello che è il concetto attorno al
quale ruota tutto il lavoro, ovvero il Lebensraum:
si presenteranno le Sue opere più rilevanti in materia, si proverà a dare una
idea chiara di cosa l’Autore intendesse realmente per Spazio Vitale, quanto
effettivamente condivideva l’impostazione colonialista ed espansionista
guglielmina e se dalla sua teoria si possano realmente tirare fuori dei
riferimenti a quella che sarebbe poi divenuta la politica tedesca (non solo
nazista) verso Est nel secolo seguente.
Su quella che è stata la storia della
politica tedesca verso l’Est si occuperà infine il terzo capitolo. Qui ci si
concentrerà su quella che è stata l’applicazione e la strumentalizzazione
politica di un concetto che, come si vedrà, di ideologico o politico aveva poco
o nulla nella sua teorizzazione originale. Questo infatti ha assunto un ruolo
centrale nella politica tedesca del Novecento, ma non solo durante il regime
nazista, il quale comunque lo portò alle estreme interpretazioni e conseguenze,
bensì fin dal Reich guglielmino e durante la Repubblica di Weimar si mantenne
vivo negli ambienti intellettuali tedeschi. Quel concetto geografico-politico
di Ratzel è divenuto durante il Novecento una vera e propria ideologia, alla
quale sono stati collegati col passare del tempo argomenti che non avevano
trovato alcuno spazio nel pensiero originale del geografo: è il caso della
superiorità razziale tedesca, ma anche dell’espansione illimitata e militare
verso Est.
Se vi siano delle reali “responsabilità”
nel pensiero di Ratzel è difficile da dire. Più semplice sottolineare come la
sua originaria teoria sia stato volutamente e colpevolmente sfruttata e
caricata di implicazioni politiche poco coerenti con la sua idea. Si vuole
chiudere infine con una breve osservazione sull’attualità politica, sul
rapporto che ha ancora adesso la Germania con i Paesi dell’Est e sul ruolo
della Germania. Obiettivo finale è dunque quello di portare alla luce il reale
significato, la reale portata di quella che è una teoria biologica, geografica
ed antropologica, ma che troppo spesso è stata impregnata di valori politici ed
ideologici che ne hanno fatto una vera e propria ideologia politica tra le più
influenti e drammatiche dello scorso secolo.
LE ORIGINI DELLA GRANDE GERMANIA
L’OSTSIEDLUNG
MEDIEVALE E LA NASCITA DELLE COMUNITÀ TEDESCHE AD EST

Fig.1.1,
Situazione politica europea nel 526, inizio dell’espansione verso Est.
La storia dello Stato tedesco non è altro
che il risultato di uno sviluppo culturale che si è allargato dall’Ovest verso
l’Est. Già dal periodo Carolingio le popolazioni locali, i Niemcy, come si definivano in polacco, sono migrati verso il mondo
slavo e non sempre sono stati rispediti indietro. La storia tedesca è figlia di
quello sviluppo culturale che correva da Occidente verso l’Est e che non vedeva
coinvolte solo le popolazioni germaniche. Le comunità germanofone si sono
mescolate con le popolazioni slave, baltiche e magiare che vivevano lungo i
confini europei. La nascita dell’Impero tedesco ebbe luogo proprio grazie a
quella Osterweiterung, ovvero quella
espansione verso l’est, che però non può essere collegata solo alla Germania,
essendo piuttosto fenomeno che interessava tutta l’Europa. Da un lato infatti
questa espansione consistette nella creazione di aree cristiane nelle zone di
occupazione slave e ungheresi, e fu portata avanti soprattutto dall’Ordine
Teutonico tra il Nono ed il Decimo secolo[1]. A questo ordine furono
regalate per esempio, nel 1226 la terra di Kulm, città nel cuore della Polonia,
e la Prussia. Da qui l’ordine religioso diede un forte impulso alla spinta
espansionistica verso Est, allargando la sua influenza in particolare sui Paesi
Baltici. Dall’altro lato al fenomeno di cristianizzazione dei territori dell’Est,
si aggiunsero a partire dal Dodicesimo secolo le continue migrazioni di coloni
provenienti dalle zone occupate dall’Impero Carolingio. Bisogna tuttavia tenere
a mente che quando ci si riferisce a popolazioni “tedesche”, tale significato
va contestualizzato: esse erano un miscuglio di varie etnie, principalmente
austriaci, olandesi e fiamminghi, oltre che svedesi, danesi e popolazioni
locali delle terre germaniche dell’Impero. Iniziò così un processo che può
essere definito di “Occidentalizzazione culturale”, dove questi migranti grazie
alle loro maggiormente sviluppate conoscenze economiche ma anche giuridiche,
aiutarono e facilitarono l’evoluzione dei terreni orientali.
I medievalisti tendono a distinguere due
differenti ondate di colonizzazione durante il Medioevo europeo: una prima
ondata ebbe luogo tra l VIII e il IX secolo in età Carolingia. La seconda ebbe
inizio nel XI secolo, andò avanti ancora per altri duecento anni e subì un
arresto solo nel XIV secolo, quando tutta l’Europa fu attraversata dal morbo
della Peste nera che tra il 1347 e il 1353 uccise circa 75 milioni di persone,
circa 1/3 della popolazione europea dell’epoca. Questa ondata di flussi
migratori verso l’Europa Orientale è identificata sotto il nome di
“Insediamento dell’Est” (Ostsiedlung).
Si può dire che durante il Medioevo tali migrazioni non solo avvennero, ma anzi
si intensificarono, assumendo la forma di pura melioratio terrae, ma anche da semplice espansionismo militare[2].

Fig. 1.2, La presenza dell’Ordine
teutonico nei Paesi Baltici.
Fu attraverso secoli di migrazioni, di
spostamenti, di coesistenza e di colonizzazione dell’Est che le terre slave si
avvicinarono culturalmente all’Occidente carolingio ed all’Europa. Per dare un’idea
della estensione temporale di questa colonizzazione e estensione verso Oriente,
basti pensare che la prima vera “politica orientale” pianificata da parte dei
governanti germanici verso i vicini slavi si ebbe sotto il regno di Enrico I,
primo Re di Germania, il quale nel 929 arrivò ad occupare Praga. E nel 1108 all’estensione
militare si collegò anche la missione religiosa, quando l’Arcivescovo di
Magdeburgo invitò i Sassoni, i Fiamminghi, i Franchi ed altre popolazioni a
prendere possesso dei territori pagani. Già alla fine del Undicesimo secolo la
regione slava compresa tra il Mar Baltico e l’Elba era stata trasformata in un
dominio dei Sassoni[3].
La seconda ondata di migrazioni invece,
differentemente dalla prima, si basava principalmente su motivazioni economiche
e demografiche, piuttosto che politiche o militari: erano movimenti di coloni
inizialmente provenienti dall’Olanda e dalle Fiandre, poi rafforzata dalle
popolazioni più propriamente tedesche. Questi si insediarono nei territori
vicino l’Elba, poi espandendosi verso le terre polacche, ceche ed ungheresi,
infiltrandosi anche in terre più lontane, come la Romania, i paesi Scandinavi e
Baltici e i Balcani. Secondo alcuni dati si calcola che durante il XII e il
XIII secolo la densità di popolazione aumentò, per esempio, da 2 a
20-25 abitanti per chilometro quadrato nella zona dell’attuale Sassonia,
da 6 a 14 in Boemia e da 5 a 8,5 in Polonia[4]. Sebbene questi numeri
diano un’idea di quanto sia stata numericamente ampia e condivisa questa
migrazione verso est, resta impossibile ad oggi stabilire una precisa
percentuale di quanti effettivamente si spostarono durante il periodo
medievale. Secondo uno studio in particolare, tra il dodicesimo ed il
tredicesimo secolo, ogni anno le persone che emigravano erano tra le 2.000 e le
2.500[5].
Per quanto non sia chiaramente dimostrato
e documentato, sembra potersi dire che vi fosse una motivazione biologica alla
base di tali spostamenti: un sempre maggiore tasso di natalità ed un minore
numero di morti, mentre nelle aree colonizzate sembra che il crescente numero
di migranti abbia causato un crollo delle nascite delle popolazioni locali, ma
un aumento della popolazione generale. Certo è difficile dire quanto queste
statistiche, tra l’altro approssimative, siano direttamente figlie delle
migrazioni, e quanto invece siano state diretta conseguenza di una aumentata
produttività agricola e di una continua urbanizzazione. Questi fenomeni
tuttavia non sarebbero avvenuti senza un cambiamento fondamentale nella
organizzazione della vita sociale, indotta proprio dall’immigrazione tedesca,
in paesi e territori come Polonia, Ungheria, Boemia e Austria. Non sarebbe
stata probabilmente pensabile una crescita tanto rapida ed intensa, come in
realtà fu grazie alla presenza di comunità germanofone.
Sarebbe errato pensare che in questi
secoli non vi siano stati contrasti tra le popolazioni autoctone e gli
immigrati: i rapporti tra questi gruppi di persone sono stati molto vari e
diversificati, a seconda dei contesti e delle circostanze. In Boemia e Polonia
si può dire ad esempio che i coloni fossero stati “invitati” dalle dinastie
regnanti, le quali contavano sul loro aiuto per una più rapida modernizzazione
delle loro terre[6].
Diversa la situazione invece nelle terre comprese tra l’Elba e Oder, le quali
furono conquistate e servirono come punto di partenza per la costruzione di
nuovi stati dai principi tedeschi[7]. Ma è importante sottolineare come
generalmente l’Insediamento dell’Est dei coloni durante il Medioevo non avesse
un carattere violento o bellicoso.
La colonizzazione portò certo ad una
penetrazione culturale nei territori orientali, ma condusse anche ad una
coesistenza relativamente pacifica tra slavi e tedeschi, la quale ha causato
per lo più effetti benefici, come un aumento della popolazione, della
produzione alimentare, degli scambi commerciali. Inoltre altri benefici come l’introduzione
di forme politiche, economiche e giuridiche occidentali che hanno aiutato lo
sviluppo delle società. Il processo di assimilazione non fu comunque a senso
unico, ovvero tendente ad una germanizzazione delle popolazioni. Ma si può
individuare anche un contrario processo di “polonizzazione” di molti tedeschi
abitanti in città come Cracovia e Poznan. Molte città dell’Est europeo
divennero così per secoli un crogiolo multietnico, dove diversi ceppi etnici
coesistevano.
Negli anni comunque la questione relativa
agli effetti di lungo termine che ha avuto l’espansione tedesca sulle aree
orientali è stata piuttosto dibattuta e vi sono diverse opinioni a riguardo.
Per alcuni storiografi come il ceco František Palacky ed il polacco Joachim
Lewelel, il disegno rappresentato dalla colonizzazione medievale non è così
roseo: in effetti vi sono stati dei vantaggi, ma non si può dimenticare che l’applicazione
della legge tedesca ed occidentale è stata comunque una violazione dell’identità
dei paesi dell’Est europeo. In particolare si sono domandati se Boemia,
Polonia, e Ungheria ad esempio avrebbero potuto seguire una via alternativa ed
“indigena” per lo sviluppo sociale ed economico, e se l’accelerata
trasformazione sociale ed economica imposta dall’alto, e che ha modificato i
meccanismi interni, non sia stata la base per le successive anomalie di
sviluppo dell’Europa centro orientale. Ma per rispondere a questa domanda,
bisogna porsene un’altra: esisteva una strada alternativa e “indigena” verso lo
sviluppo? Secondo gli occidentalisti tale strada indigena non esisteva. Invece
secondo Karol Potkańsky questa alternativa c’era, ed avrebbe potuto
teoricamente condurre questi Paesi ad una economia di mercato tramite i propri
mezzi. Tuttavia questo avrebbe sicuramente richiesto un periodo di tempo più
lungo e non è possibile affermare se si sarebbe concluso con risultati
migliori. D’altronde l’isolamento dai cambiamenti sociali ed economici che
stavano avvenendo in Europa sarebbe stato un suicidio. E comunque il processo
di trasformazione sarebbe potuto finire molto peggio per la Polonia e le altre
regioni di quanto non sia accaduto.
Viene in particolare sottolineato come
questi Paesi si siano rivelati ben preparati ad adattare tecniche produttive e
organizzazioni importante, integrandole nei loro sistemi di trasformazione, i quali
hanno certamente modificato completamente e permanentemente l’organizzazione
della società, dell’economia, e dello Stato[8]. E d’altro canto se così
non fosse stato, questi Paesi sarebbero probabilmente spariti dalle carte
geografiche. Avvenne invece l’esatto contrario: la colonizzazione occidentale
rafforzò e permise a questi di iscriversi permanentemente all’albo delle
Nazioni europee. Invece diverse tribù slave e Prussiane pagane comprese tra l’Elba
e l’Oder pagarono un caro prezzo per la loro indolenza alla modernizzazione
occidentale, finendo per essere completamente assoggettate ed inglobate.

Fig. 1.3, L’Ostsiedlung tedesca, dal 700
(in arancione) al 1400 (in verde).
LA NASCITA DELLO STATO TEDESCO NEL
1871
Fig. 1.4, L’espansione
del Regno di Prussia dal 1807 al 1871
Momento di svolta nei rapporti tra la
Germania ed i paesi vicini fu il 1697, quando Federico Augusto di Sassonia
venne eletto al trono di Polonia: ciò che questo si prefiggeva era una
unificazione del territorio polacco con quello sassone, proponendosi come
dinastia regnante tedesca. Tuttavia tali progetti vennero abbandonati a seguito
della Grande Guerra del Nord (1700-1721). La sconfitta sassone fu un momento
significativo: quello dell’ascesa della Russia come grande potenza ma anche
della Prussia.
Dal Settecento in avanti l’Europa dell’Est
è stata dominata dalla presenza delle Tre aquile nere, ovvero Prussia, Austria
e Russia, le quali unirono le forze per indebolire e controllare la Repubblica
Polacco-Lituana, fino ad arrivare alla sua completa dissoluzione nel 1795[9]. Questo può essere
considerato il punto di partenza dell’espansionismo prussiano, e il suo
obiettivo di “prussificazione” dei territori polacchi e baltici (ma anche della
Sassonia, la quale era ancora il maggior avversario politico) da annettere al
nuovo Impero. Proprio la spartizione della Polonia tra Prussia e Russia diede
inizio ad un rapporto di mutua dipendenza tra le rispettive politiche
nazionali, come mai si era avuta prima. Non vi fu infatti solo una connessione
politica tra i due Imperi, ma dopo il 1795, essi erano anche territorialmente
confinanti[10].
Il fenomeno delle migrazioni delle
comunità germaniche verso Est tra il Settecento e l’Ottocento va quindi
inquadrato in questo contesto storico: dopo la brusca interruzione delle
migrazioni causata dallo scoppio della peste nera in tutta Europa (si calcolano
circa 75 milioni di vittime, almeno 1/3 della popolazione europea dell’epoca),
il processo di colonizzazione e i flussi migratori verso i territori orientali
ripresero nel diciottesimo secolo, durante il periodo del Riformismo
Illuminato. Il caso più importante di questi nuovi flussi migratori è stata la
Russia di Pietro il Grande e di Caterina, i quali enfatizzarono l’importanza di
attrarre coloni da Paesi ritenuti più avanzati, in modo da colmare le lacune
sia economiche che politiche e culturali[11]. Di certo comunque in
questi secoli il tradizionale insediamento verso l’Est tedesco svolse un ruolo
più marginale rispetto ai secoli passati. Si ritiene che in Polonia sarebbero
stati tra i 30 e i 40.000 i coloni tedeschi arrivati nel corso del secolo,
numeri di molto inferiori a quelli del Medioevo.
Tuttavia la presenza tedesca nei Paesi
orientali assunse diversi significati, seguendo tre correnti: innanzitutto i
nuovi immigrati dalla Germania svolgevano un ruolo significativo per le nuove
società. Le cosiddette gens de merité,
ovvero esperti tecnici, amministratori, studiosi qualificati, diplomatici,
divennero col tempo centrali e funzionali per lo sviluppo del riformismo degli
Stati orientali moderni, ed essi erano fondamentalmente tedeschi: il contributo
che questi diedero per la modernizzazione dei territori dell’Est fu
indubbiamente significativo. Secondariamente la Germania durante il Settecento
si elevò a Grande Potenza continentale: da un lato vi era quindi una continua
presenza diplomatica e militare nei territori ad Est, che dal 1772 divenne vero
e proprio dominio su larghe parti della Confederazione Polacco-Lituana; dall’altro
questo favorì un avvicinamento alla Russia, fino a quando essa divenne garante
del trattato del 1779 tra Austria e Prussia. Infine è questo il periodo durante
il quale vennero a formarsi diverse coscienze nazionali e identità culturali,
che segnavano linee di demarcazione tra le maggioranze e gli “stranieri”, e
quindi alla nascita di quella corrente di pensiero che passa alla storia come
“pangermanesimo”[12].
Sarebbe comunque sbagliato ritenere che
questo nuovo tipo di relazioni tra Occidente e Oriente fosse frutto di una sola
nazione: piuttosto era legato ad un sentimento diffuso di “occidentalizzazione”
condiviso da tutta l’Europa. Inoltre sarebbe sbagliato ritenere che questi
esperti agissero nei paesi stranieri in qualità di “rappresentanti” della
nazione tedesca: molti tra questi non avevano alcun sentimento comunitario e di
appartenenza nazionale, a parte una lingua comune. Non va inoltre dimenticato
che queste “élites migranti” intraprendevano questi percorsi verso l’Est di
propria spontanea iniziativa, non spinti da una politica governativa, e quindi
spesso ciò significava un completo distacco ed alienazione dalla società
originaria ma anche da quella ospite: il ritorno in Germania non era una
opzione considerata, come non lo era la possibilità di integrarsi nei Paesi
ospitanti[13].
È però fondamentale sottolineare come né durante le migrazioni medievali né
dopo gli anni dell’Illuminismo, un così ristretto gruppo di popolazione
migrante abbia svolto o svolgerà più un ruolo così centrale ed avrà un impatto
così decisivo sulla trasformazione dell’Est europeo.
Se durante il regno di Pietro il Grande,
il contributo della élites tedesca per lo sviluppo dello Stato e della società
russa rappresenta il caso più concreto e spettacolare di questo nuovo tipo di
migrazioni elitarie, la situazione cambiò durante il regno di Caterina II
(1762-1796). Per quanto infatti nel corso della sua reggenza l’afflusso di
esperti e professionisti dalla Germania e dall’Europa si mantenne costante, si
stavano ormai sviluppando in Russia una classe dirigente nazionale. Dunque
questi si scontravano con strutture amministrative e élites indigene ormai
completamente evolute e preparate per prendere il posto degli stessi esperti
tedeschi e stranieri, in grado di reinterpretarne il contributo nel solco dell’impostazione
culturale russa[14].
È importante sottolineare inoltre come
tali fenomeni migratori non fossero indirizzati solo alla Russia: per quanto
infatti il progetto sassone di accorpare il territorio polacco-lituano fosse
fallito, l’attività dei reggenti e dei politici, dei burocrati e degli
imprenditori sulla Confederazione Polacco-lituana si mantenne costante nel
corso del ‘700, svolgendo una notevole influenza per l’ulteriore sviluppo della
civilizzazione polacca. Il periodo sassone infatti fu decisivo per la
formazione di una nuova classe politica, che insieme al nuovo re Stanislao II
Poniatowski, ultimo re di Polonia, governò la Confederazione nel periodo del
riformismo illuminato dopo il 1764 e fino alla dissoluzione del 1795[15].
Altro momento centrale e decisivo per il
futuro dell’Europa centrale ed orientale fu la creazione nel 1804 dell’Impero
Austriaco. Già nei secoli precedenti la casata degli Asburgo si era espansa a
macchia d’olio verso l’est, in particolare il Banato e la Transilvania, dove vennero
inviate le comunità germaniche-austriache. Questa espansione si associava ad
una nuova corrente di pensiero, il Cameralismo. Questa venne sposata e
divulgata da diversi pensatori austriaci dell’epoca, i quali ritenevano che una
vera potenza non era legata semplicemente alla forza dell’esercito, quanto
piuttosto alla forza economica della Monarchia. Affermavano quindi che gli
Asburgo dovessero investire nell’agricoltura, nel commercio, nelle
infrastrutture di quei paesi occupati. Per fare ciò lo strumento fu l’invio dei
tedeschi-austriaci in particolare in Transilvania e nelle aree dove si riteneva
necessario portare cultura e civilizzazione. Si calcola che alla fine del
diciottesimo secolo circa 500.000 germanici si erano mossi verso le aree dell’attuale
Romania, nel Banato e la Transilvania. Questi due territori rappresentano i
casi meglio riusciti dell’insediamento delle comunità austro-germaniche sotto l’Impero
Austriaco: le due aree diventeranno infatti nel corso del secolo seguente
centrali per lo sviluppo e la crescita economica e demografica della monarchia,
godendo anche di importanti benefici riguardo la crescita e il progresso
culturale. Ancora a metà del 1800 si potevano contare circa 200.000 persone di
origine germanica nel Banato, mentre in Transilvania la comunità Sassone
copriva circa l’8% della popolazione locale[16].
Al 1780 dei circa 24 milioni di abitanti
rientranti nei territori degli Asburgo, circa 5,8 milioni erano di origini
germaniche. Quando la cancelleria prussiana e il Ministro Wilhelm von Humboldt
durante il Congresso di Vienna (1815) affermarono che una unione tra tutti i
popoli tedeschi sarebbe certamente giunta presto e che nessuno avrebbe potuto
dissuaderli dalla formazione di un unico Stato ed un’unica Nazione tedesca, si
iniziò a diffondere un malcontento tra queste popolazioni germaniche ricomprese
sotto il dominio austriaco, le quali guardavano ora con favore all’espansione
prussiana[17].
Portavoce di tale scontento e dell’opposizione dei principi tedeschi alla
casata Asburgo, divenne la Confederazione Germanica (Deutscher Bund). Questa sorse in seguito al Congresso di Vienna per
gestire i territori precedentemente dominati dal Sacro Romano Impero. Essa era
composta da 39 liberi stati tedeschi, i quali non accettavano più il dominio e
l’imposizione asburgica. La semplice Confederazione politica tra gli Stati si
allargò ulteriormente quando nel 1834 essa divenne anche una Unione Doganale (Zollverein). L’Austria caratterizzata
dal protezionismo doganale delle sue industrie, venne così esclusa dal
commercio interno con gli Stati tedeschi. Quello che in origine era un semplice
rapporto di rivalità e di inimicizia, si andava radicalizzando su diversi
fronti, fino a quando non sfociò in un vero conflitto armato.
Nel 1837 l’Impero Asburgico comprendeva
non solo 6,4 milioni di tedeschi, ma si andava delineando un ulteriore problema
legato alla forte presenza di comunità slave: la amministrazione austriaca
governava infatti su 14,8 milioni di slavi e 5 milioni di magiari, i quali spesso
subivano decisioni prese dalle élites germanofone. Venne quindi a crearsi una
situazione di forte insoddisfazione delle vicine popolazioni slave, le quali
cominciarono a sviluppare una identità culturale e linguistica che condusse
alle rivolte del 1848. Vi era ormai la convinzione che l’esistente ordine
politico in Europa centrale ed orientale fosse diventato intollerabile: si
affermarono movimenti nazionalistici, come quello tedesco, ma anche polacco e
magiaro, preludio al crollo del multiculturale Impero austriaco[18].
Il momento di svolta per la nascita di uno
Stato tedesco, fu l’ascesa sul trono prussiano di Guglielmo I e la nomina a
Cancelliere di Otto von Bismarck nel 1862: questo affermò subito di voler
risolvere fermamente il problema dell’unificazione tedesca “non con discorsi,
né con le delibere della maggioranza, ma col sangue e col ferro”. Sin dai primi
anni di governo, la politica estera bismarckiana si caratterizzò per la
decisione e aggressività che già nel 1864 portò alla annessione dello Schleswig-Holstein.
Fu questa politica di forza che esasperò i rapporti tra le due potenze e nel
1866 allo scoppio della guerra austro-prussiana: questa in realtà durò poche
settimane, e si concluse con la vittoria di Bismarck e del generale Von Moltke
nella decisiva battaglia di Sadowa/Koniggratz. Il seguente armistizio e il
Trattato di Praga dell’agosto dello stesso anno portarono all’istituzione di
una Confederazione Tedesca del Nord, composta dei territori a nord del fiume
Meno. Era solo il preludio alla nascita definitiva dello Stato di Germania nel
1871.
Secondo alcuni studiosi, tra cui anche
Benedetto Croce, gli avvenimenti tra il 1866 e il 1871 segnarono profondamente
la mentalità del popolo tedesco e il suo futuro. Il popolo tedesco aveva
finalmente trovato l’unità nazionale non tramite i principi spirituali del
romanticismo liberale, ma attraverso la guerra e valori come la disciplina, l’onore
e il coraggio tipici dell’ordine dei Cavalieri teutonici[19]. Tra gli stessi
intellettuali liberali tedeschi si parlava di “Miracolo di Sodowa”. Essi
recitarono il mea culpa, ricordandosi
degli insuccessi dell’Assemblea di Francoforte del 1848[20]: se un’unità della
Germania doveva avvenire, essa doveva essere sotto il segno della Prussia e non
per volontà di una assemblea democratica[21].
Dalla nascita dell’Impero tedesco nel
1871, le conseguenze per l’Impero Austriaco non tardarono a farsi sentire: si
andava sviluppando un nuovo sentimento di identità nazionale tedesca, e per i
tedeschi d’Austria, la nuova Grande Germania protestante e anti-slava di
Bismarck rappresentava un’ideale che si andava formando. In molti intellettuali
sposarono tale ideale, sostenendo apertamente l’unificazione delle terre
germano-austriache al nuovo Reich guglielmino. Nel 1882 questi intellettuali si
riunirono e formularono il Programma di Linz: un manifesto delle riforme
attraverso cui si proclamava la necessità di trasformare l’Austria in uno
Stato-nazione democratico e a maggioranza tedesca[22]. Nel 1889 vennero poi
fondate varie scuole, come la Deutsche
Schulverein e la Schulverein Südmark,
le quali iniziarono a diffondere l’idea politica del Pangermanismo tra gli
sparpagliati gruppi tedeschi in Boemia e nelle terre slave[23].
Alla fine del Diciannovesimo secolo, il
nazionalismo radicale tedesco iniziò a predicare l’idea di una nuova identità
nazionale, basata sulla appartenenza al Volk
tedesco razzialmente definito, richiamando il diritto alla unificazione con la
Germania. Tuttavia è giusto sottolineare come diversi austriaci-tedeschi
ritenevano che una politica di richieste moderate e di compromessi fosse il
modo migliore per difendere la causa nazionale tedesca: molti volevano
mantenere lo Stato austriaco in vita, pur conservando il dominio economico,
politico, culturale e sociale dei tedeschi[24]. D’altronde ufficialmente
la politica guglielmina fino al 1914 seguì le indicazioni di Bismarck nell’applicazione
di una Realpolitik, per la quale una
unione politica con gli austriaci-tedeschi avrebbe condotto inevitabilmente ad
un ulteriore scontro tra Asburgo e Hohenzollern, con un possibile
coinvolgimento delle popolazioni slave: i tedeschi d’Austria avrebbero dunque
meglio servito l’Impero tedesco dall’esterno piuttosto che dall’interno[25].
È interessante notare come a seguito della
nascita dello Stato tedesco, le statistiche indichino una diminuzione delle
comunità germaniche in diverse aree orientali: in Boemia, in Moravia, nella
Slesia e soprattutto in Ungheria. Qui si passò dai 12,5% di tedeschi nel 1880
ai 9,8% del 1910. A cosa è dovuto questo calo? In realtà i tedeschi-ungheresi
erano più di 2 milioni, tuttavia essi non svilupparono mai una coscienza
nazionale di Ungarndeutsche, e così
fu favorita una “magiarizzazione” di quei gruppi sociali altamente istruiti e
quindi la loro completa integrazione nel popolo ungherese, ma lo stesso avvenne
in altre regioni[26].
A differenza dei popoli slavi come gli
stessi magiari, i cechi e i polacchi, i quali svilupparono forti sentimenti di
coscienza nazionale, lo stesso non avvenne per molti tedeschi dell’Austria, i quali
non avevano d’altronde alcun valido motivo per sostenere la disgregazione dell’Impero
Austriaco e vennero così assimilate nei tessuti sociali dei Paesi che vennero a
formarsi dopo il crollo della casata degli Asburgo.
Contrariamente a quanto si può pensare
quindi, molte comunità tedesche non sposarono inizialmente la Lega Pangermanica
e il progetto di uno Stato “etnico” tedesco. Il collante che legava queste a
Berlino era meno saldo di quanto si immagini. La Lega fondata nel 1891 non
riceveva ufficialmente il sostegno del governo, a cui rinfacciava anzi l’immobilismo
nell’area europea e il mantenimento di uno status quo in cui le comunità
germaniche subivano, secondo la Lega, il dominio e le violenze dei popoli
slavi.
In questo momento storico, rilevanza
fondamentale va riconosciuta anche al contesto culturale nazionalista-romantico
nel quale avvenne l’unificazione delle terre tedesche, che ha segnato
fortemente la mentalità tedesca almeno fino alla metà del Novecento. Alcuni
sentimenti come l’eccezionalità della via tedesca all’unità nazionale (cd. Sonderweg), la presunta superiorità
della Kultur rispetto ai liberali
paesi occidentali, nati nel solco della borghese rivoluzione francese e nel
segno di minori valori materiali. Molte delle neonate elitarie organizzazioni
conservatrici condividevano questi sentimenti e l’idea di una missione affidata
al popolo tedesco (cd. Deutschlands Beruf)
di civilizzare i popoli stranieri, esportando i superiori valori spirituali
tedeschi.
In questo contesto apparvero le due teorie
che hanno rivoluzionato non solo il mondo geografico tedesco, ma probabilmente
la sua stessa evoluzione storica: la teoria dell’evoluzionismo biologico di
Darwin e la conseguente teoria dello Spazio Vitale di Ratzel.
LO STATO COME ORGANISMO VIVENTE
LA BIOLOGIA DI DARWIN
E L’IMPATTO SULLA GEOGRAFIA TEDESCA
Il darwinismo sociale è un’ideologia che
traduce i concetti biologici di Darwin come la competizione nella Natura e la
lotta per la sopravvivenza, come base di una teoria sociale. Inizialmente essa
fu utilizzata come giustificazione teorica per l’ideologia del liberalismo
economico, dato che questa sottolineava l’importanza della competizione
individuale. Ma in particolare tra la fine dell’Ottocento ed inizio del
Novecento, essa divenne l’argomentazione centrale da cui partivano i difensori
dell’imperialismo, del razzismo e infine dell’eugenetica[27]. Secondo la maggior parte
degli storici, il darwinismo sociale è stata una delle più importanti correnti
ideologiche che hanno guidato la storia europea durante tutto il secolo scorso.
Secondo altri ancora, tale corrente di pensiero diede un contributo
significativo alla nascita e all’evoluzione dell’ideologia nazista tedesca.
Sottolinea ad esempio Weikart, come alcuni abbiano visto nelle opere di Darwin
una base scientifica alla eugenetica ed alle leggi razziali[28].
Qualunque sia l’opinione di ciascun
autore, è indiscutibile che il Darwinismo, originatosi nel Regno Unito, ebbe il
suo maggiore impatto nella Germania guglielmina fin da quando apparve nel 1859
la prima pubblicazione di The Origin of
Species di Charles Darwin. La pubblicazione di questo libro e la sua
traduzione in tedesco dell’anno seguente è stato senza dubbio l’evento che
maggiormente ha influenzato e configurato il pensiero geografico in Germania.
Non solo però sociologi e biologi, ma anche filosofi, economisti, teologi,
geografi cominciarono ad osservare la realtà geografica e politica attraverso
la lente del darwinismo.
L’opera maestra di Darwin introdusse in
particolare due argomenti che assumeranno carattere centrale nel dibattito
geografico della fine del Diciannovesimo secolo e del secolo seguente.
Innanzitutto egli pose l’accento sulla stretta relazione tra la vita organica e
l’habitat naturale, introducendo per
la prima volta un’interpretazione biologica ed organicistica degli stati e
delle regioni. Inoltre la sua idea di selezione e conflitto naturale furono
lungamente sfruttati ed utilizzati in ambito geografico e politico. Molti dei
concetti sviluppati dalla geografia degli ultimi cento anni hanno preso
implicitamente o esplicitamente spunto dalla biologia di Darwin[29]. Vediamo dunque
brevemente quali erano le idee originarie di Darwin e soprattutto l’eco che
queste ebbero in particolar modo in Germania.
Nel capitolo terzo della sua opera “The Origins of Species”, il biologo
britannico introduce l’idea dell’adattamento e l’interrelazione delle forme
organiche alla natura, le connessioni tra tutti gli esseri viventi e il loro
ambiente[30].
Il più grande contributo di Darwin a questa idea, comunque già condivisa da
altri scienziati, è stato quella di includere l’uomo all’interno del mondo
naturale[31].
Uno dei primi e maggiori sviluppatori
della teoria darwiniana in Germania fu Ernst Haeckel, biologo ma anche filosofo
tedesco. Egli fu il primo a parlare di “ecologia umana”, inteso come lo studio
dell’uomo e del suo rapporto e l’interconnessione con la natura e l’ambiente in
cui è inserito[32].
Fu anche uno dei primi ad annunciare l’origine animale dell’uomo, l’inevitabilità
della competizione e della lotta per la sopravvivenza a seguito di una crescita
demografica. Ma tale scontro naturale aveva come risultato quello di spingere l’uomo
a progredire e migliorare la società[33]. Dal 1910 in poi l’ecologia
umana diventerà materia di studio molto importante non solo nell’ambito
geografico[34].
Prese da qui origine l’analogia dello
Stato come un unico organismo vivente, che verrà inserita nel discorso
geografico da autori come Ritter e Humboldt, e sottoposto poi invece a critica
dalla scuola francese di Vidal de la Blache e del possibilismo[35]. Nonostante le divergenti
opinioni sul ruolo dell’uomo, resta però costante la centralità della terra,
identificata come un organismo vivente, un’unità che ha le sue proprie leggi di
sviluppo e che non può essere studiata in parti separate tra loro. Questa linea
di pensiero arrivò direttamente ad influenzare Friedrich Ratzel, il quale per
primo applicò la teoria dell’analogia organica alla geografia politica.
La seconda idea darwiniana che ebbe grande
influenza sulla geografia dell’epoca e del secolo Ventesimo, è la teoria della
selezione naturale ed il conflitto tra le specie. Alla base di questa sua
teorizzazione si pone in realtà un’idea sviluppata da Thomas Malthus e ripresa
da Darwin, secondo cui le popolazioni tendono ad espandersi ad un tasso di
crescita geometrico, e che ciò alla fine avrebbe portato all’esaurimento delle
risorse naturali[36].
Tale idea ebbe molta influenza sul pensiero di Ratzel, il quale ne terrà
particolarmente conto nella scrittura della sua opera “Die Gesetze des raumlichen Wachstum der Staaten” del 1896, nel
quale formulò le sette leggi della crescita degli Stati.
Ora però diventa fondamentale chiedersi
come mai le teorie di Darwin ebbero una tale influenza nell’ambiente geografico
e politico tedesco della fine dell’800? Possono essere indicate due motivazioni
principali: innanzitutto bisogna osservare come la maggior parte degli
accademici tedeschi dell’epoca avesse delle conoscenze o delle esperienze in
campo biologico. Già Haeckel, ma anche Peschel e lo stesso Ratzel, erano stati
istruiti alla biologia o alla zoologia ed erano quindi particolarmente
recettivi su tale argomento. A ciò va aggiunto la facile fruibilità ed
interpretazione politica delle teorie darwiniste in quel particolare momento
storico della Germania guglielmina. Era d’altronde uno Stato appena nato eppure
già demograficamente, economicamente e militarmente forte. Si andava affermando
la volontà di diventare una potenza di livello mondiale, di istituire un Reich coloniale: ciò spinse il Kaiser
Guglielmo ed il Cancelliere Bismarck a dare un seguito pratico e politico a
quelle teorie di darwinismo sociale che stavano contagiando la maggior parte
degli accademici tedeschi e sfruttarle come giustificazione scientifica e
razionale per la corsa al colonialismo, attuato sotto il nome di Weltpolitik.
Fu Oscar Peschel uno tra i maggiori
esponenti dell’adattamento delle teorie biologiche darwiniane nel contesto
geografico della Germania imperiale. Egli iniziò a promuovere lo sviluppo delle
idee di Darwin, non appena l’Origine della Specie fu tradotto in tedesco. Fu
per altro lui stesso ad utilizzare per la prima volta il termine di Lebensraum, traducendo così la teoria
darwiniana dell’evoluzione della specie, di lotta per lo spazio e di ecologia
umana in ambito geografico[37]. Egli fu inoltre uno dei
primi a vedere nelle teorie di Darwin anche una connotazione razziale. Secondo
Peschel si poteva infatti interpretare il pensiero del biologo britannico come
una spiegazione scientifica per la sottomissione e lo sterminio di razze
considerabili inferiori. Dice lui stesso infatti che la sparizione di razze
considerate inferiori non va considerato in modo diverso dal naturale corso
della storia, “un processo naturale, come l’estinzione di secondarie forme di
piante o animali”[38]. Nonostante Peschel sia
stato uno degli autori più influenti sul pensiero di Ratzel, è importante da subito
mettere in chiaro che il geografo di Karlsruhe non sposerà mai le teorie di
razzismo biologico.
Comunque l’influenza del pensiero di
Darwin sullo sviluppo della geografia moderna è stato indiscutibilmente
importante, ma allo stesso tempo strumentalizzato a seconda degli obiettivi da
perseguire. Le tematiche maggiori, ovvero lo sviluppo nel tempo, la selezione
naturale e la battaglia per la vita, ed infine l’analogia organica sono
indubbiamente importanti nelle opere del biologo britannico. Ma è curioso
altresì notare come una delle sue maggiori teorie, ovvero quella delle
variazioni casuali, non sia stata assolutamente ripresa dagli ambienti
accademici conservatori[39].
Il Darwinismo sociale in Germania fu in
particolare ripreso dagli ambienti liberali conservatori, molti dei quali
riconoscevano l’importanza della battaglia per l’esistenza sia a livello
individuale che a livello collettivo. Non solo un uomo doveva costantemente
combattere all’interno della società per mantenersi libero, ma lo stesso
avveniva tra Stati e tra razze diverse. È interessante notare come inizialmente
la teoria darwiniana fosse rifiutata dagli ambienti conservatori, mentre era
invece particolarmente attraente per gli ambienti politici liberali o
socialisti, che vedevano d’altronde nella Gran Bretagna un modello da
perseguire[40].
Nella Germania della fine del
Diciannovesimo secolo invece, tale dimensione collettiva della lotta per l’esistenza
ricevette grande spinta dai liberali conservatori e sostenitori dell’unità
tedesca e del militarismo, prosperato grazie alle vittorie militari del
Cancelliere Bismarck. Tra questi un ruolo centrale fu svolto da Friedrich
Ratzel, uno dei più influenti accademici dell’epoca.
FRIEDRICH RATZEL: VITA E PENSIERO
GEOGRAFICO
Per comprendere a pieno il pensiero di
Ratzel, è utile innanzitutto dare un’introduzione biografica. Egli nacque nel
1844 a Karlsruhe da una famiglia di proprietari terrieri, legati al mondo
contadino e rappresentanti della Mittelstand
preindustriale e conservatrice tedesca. Ratzel è considerato un innovatore, uno
dei maggiori oppositori al paradigma neo-liberale delle scienze, “fondato sull’individualismo
e sull’equilibrio delle forze storiche e politiche”. Innova la metodologia
accademica delle scienze umane e il rapporto tra la politica e la scienza,
elaborando una prospettiva sintetica, che tenta di superare la dicotomia fra le
scienze umane e le scienze sociali, oltrepassando la concezione liberale dell’uomo
di scienza, distaccato dall’esercizio del potere politico[41].
Iniziò fin da giovane a seguire corsi e
scuole di farmacia, avvicinandosi poi più tardi a corsi universitari di scienze
naturali e zoologia presso le università di Heidelberg, Jena e Berlino.
Frequentandone i corsi fece la conoscenza di Ernst Haeckel, il cui pensiero lo
affascinò a tal punto da completare gli studi nel 1869 con la tesi di dottorato
intitolata “Sein und Werden der
organischen Welt” ed incentrata sulle teorie dell’evoluzione di Darwin e
sull’ecologia di Haeckel.
Appena completati gli studi ebbe l’opportunità
di iniziare una serie di viaggi come giornalista per il Kolnische Zeitung: visitò paesi mediterranei come Francia e Italia
fino al 1869. Gli impegni lavorativi non lo allontanarono tuttavia dall’impegno
politico. Nel 1870 tornò infatti in patria e prese parte alla guerra che
condusse alla nascita del Reich tedesco. Dopo pochi anni riprese a viaggiare
come corrispondente scientifico negli Stati Uniti, Messico, Antille e Cuba[42]. Tali viaggi ebbero un
impatto decisivo sulla sua vita, spingendolo definitivamente verso la scienza
geografica ed allontanandolo invece dalla carriera politica o militare.
Al ritorno dalle sue esplorazioni in Nord
America fu nominato professore di geografia al Technische Hochschule di Monaco.
Iniziò così la carriera accademica che lo porterà a ottenere la cattedra di
geografia all’Università di Leipzig, oltre che a pubblicare un numero
considerevole di libri ed opere considerate ancora oggi basilari nello studio
della geografia umana e politica moderna.
Nell’analizzare le sue opere ed il suo
pensiero bisogna quindi partire da un presupposto: egli era un geografo a tutti
gli effetti. Tuttavia nella lettura dei suoi libri si possono individuare degli
argomenti che sono senza dubbio figli dell’impostazione e dell’educazione che
ha avuto.
Innanzitutto egli era un liberale
conservatore, convinto sostenitore della politica bismarckiana e del Reich
guglielmino. Rappresentava la classe media tedesca, quella Mittelstand che faticava ad adattarsi alla società industriale
moderna e allontanarsi dai valori romantici del mondo agricolo tedesco. L’influenza
che l’educazione rurale esercitò su Ratzel si rileva facilmente in tutte le sue
opere. Di particolare importanza è stata ad esempio la sua presa di posizione
nel 1879 in difesa della classe degli Junker
e contro la decisione del cancelliere Von Caprivi e la sua Bodenreform, ovvero la riforma agraria e le tariffe imposte sui
prodotti agricoli[43].
La sua mitizzazione e la difesa strenua
del mondo agricolo è anche presente nelle opere dedicate al tema del
colonialismo. Sarebbe infatti errato ritenere Ratzel un sostenitore dell’espansionismo
tedesco a tutti i costi, per quanto abbia svolto ruoli chiave prima all’interno
dell’Unione coloniale (Kolonialverein)
e poi nella Società coloniale (Kolonialgesellschaft).
Anzi criticò fortemente la decisione della Germania di schierarsi a fianco
degli inglesi nella guerra ai Boeri, ad esempio. Il geografo di Karlsruhe era
un sostenitore della teoria del “migrazionismo colonialista”: le mire tedesche
sui territori d’oltremare dovevano essere finalizzate all’ottenimento di terre
fertili e coltivabili da parte dei contadini tedeschi in esubero. Questo
pensiero era visto come una risposta alla Auswanderung,
all’abbandono delle terre agricole nel Sud della Germania ed alla dissoluzione
sociale causata dall’industrializzazione. Infatti il sovrappopolamento delle
campagne tedesche nel 1800 aveva spinto molti contadini delle regioni
meridionali ad abbandonare la vita dei campi e migrare verso le città, causando
il conseguente declino dell’agricoltura su piccola scala oltre che il rischio
di epidemie e ribellioni nelle città sovrappopolate.
Invece secondo la teoria del migrazionismo
colonialista, che era diffusa già prima dell’apparizione dei testi di Ratzel, l’espansionismo
tedesco doveva mirare all’occupazione di terreni da consegnare ai contadini
tedeschi. Queste colonie dovevano poi essere mantenute e servire per fornire
allo Stato i beni alimentari e non solo, che in patria non erano coltivabili[44]. Quindi le migrazioni
dovevano essere controllate dallo Stato e guidate verso le zone che fossero
utili per il mantenimento e sostentamento del popolo.
L’agricoltura per Ratzel rivestirà sempre
un ruolo centrale in tutte le sue opere: la conquista e l’espansionismo di un
Paese dovevano essere sempre finalizzate al benessere economico e soprattutto
la più profonda colonizzazione e conquista di un terreno sarebbe avvenuta solo
attraverso il lavoro della terra. Anche nella sua teorizzazione dello Spazio Vitale
(Lebensraum) l’agricoltura ha un
ruolo fondamentale: vi sono anche altri aspetti, come vedremo, importanti per
comprendere la sua teoria del Lebensraum,
ma il presupposto chiave è che l’espansione territoriale di uno Stato deve
avere l’obiettivo centrale di ottenere terra coltivabile. Le radici del
progresso culturale di un popolo poggiano nei suoi metodi agricoli. Non può
quindi esistere uno Stato forte che non abbia un settore agricolo forte[45].
Nella sua attività politica presso il Kolonialverein negli anni ‘80 aiutò a
formulare il programma coloniale di Bismarck e la cosiddetta Weltpolitik guglielmina. Tuttavia la sua
impostazione di migrazionismo coloniale fu ripresa ciclicamente dagli ambienti
conservatori tedeschi e dalla Lega Pangermanica, tanto da essere assorbita e
strumentalizzata, insieme al concetto di Spazio Vitale, per il programma
coloniale nazista[46]. Sarebbe comunque errato
pensare a Ratzel come ad un integralista del colonialismo e dell’espansionismo,
proprio perché questi dovevano essere funzionali all’ottenimento di terreni e
quindi allo sviluppo del settore agricolo di uno Stato. Tale sua convinzione
risulta evidente quando si schierò contro la decisione del governo tedesco di
schierarsi a fianco degli inglesi nella guerra contro i Boeri nel 1880[47].
Un altro fattore centrale nel pensiero di
Ratzel riguarda la formazione del Volk,
del popolo. Non vi è nelle sue opere alcun accenno, né alcuna indicazione che
possa far pensare al geografo come ad un presunto teorizzatore o sostenitore
della supremazia del popolo tedesco e della razza ariana, centrale argomento
della dottrina nazista. Egli considera il Volk
l’unità centrale per l’analisi delle relazioni umane: ma questo è
considerato fondamentalmente un’entità culturale in cui la razza svolge un
ruolo trascurabile.
Per lo sviluppo di tale argomento trasse
un’importante ispirazione dai lavori di Moritz Wagner: esploratore, geografo e
biologo, tra i primi accademici tedeschi a riconoscere l’importanza dell’opera
darwiniana, in cui però secondo lui mancava un riferimento alle migrazioni e il
loro ruolo nella selezione naturale. Wagner fu infatti teorizzatore della legge
degli organismi e della teorie delle migrazioni[48]. Secondo lui tutte le
specie viventi sulla terra sono soggette ai flussi migratori come conseguenza
naturale della vita stessa. E quando specie diverse giungono a contatto su uno
stesso territorio, qui ha inizio la lotta per la sopravvivenza.
Da questa teoria furono influenzate le
opere di etnologia, in particolare il suo Antropogeographie
dedicato proprio a Wagner: prese da lui infatti l’idea che le migrazioni siano
un costante e naturale aspetto della vita e svolgano la funzione di arena per
la competizione e l’adattamento umano all’ambiente naturale. Da ciò deriva
quindi l’idea che tutti (o quasi) i Völker,
gli abitanti siano razzialmente “impuri”, poiché soggetti in passato come tutti
gli esseri viventi alle migrazioni. E d’altronde è proprio in questo essere
razzialmente misti che l’umanità trova la sua forza: dal contatto con le altre
popolazioni deriva una crescita culturale, uno scambio di informazioni che
arricchisce un popolo[49]. Questo pensiero verrà
sviluppato poi nel tempo, prendendo il nome di diffusionismo antropologico[50].
La riconoscenza di Ratzel per gli
insegnamenti di Haeckel e di Darwin risulta particolarmente evidente nel suo Antropogeographie: mentre il biologo
britannico è definito semplicemente come “il più grande dei pensatori”[51], vi è un continuo
riferimento al pensiero del tedesco e alla sua ecologia. L’influenza
haeckeliana è esplicitata nella presentazione della terra come un unicum inscindibile: le parti del tutto
svolgono funzioni diverse ma legate tra loro. E così la geografia fisica non
può essere studiata separatamente dalla geografia umana[52]. L’ antropogeografia deve
quindi studiare le varie influenze che la natura esercita sugli esseri viventi,
cercando poi di ricondurle in delle leggi generali universalmente applicabili.
Influenze che indirizzano, accelerano od ostacolano l’espansione delle masse
dei popoli, che facilitano la mescolanza con altre popolazioni o il loro
isolamento: l’ambiente è quindi un dato attivo che agisce sull’uomo, lo plasma
e ne determina il suo comportamento: ne deriva che una determinata società non
potrebbe esistere se non sul suo preciso territorio[53].
Tuttavia Ratzel sviluppò un pensiero
autonomo, che con il tempo si è sempre distanziato dalla lotta per la
sopravvivenza di Darwin ed avvicinato invece a Wagner: egli rifiutava in
particolare la teoria darwiniana secondo cui le variazioni degli esseri viventi
fossero spontanee e casuali, non influenzate direttamente dall’ambiente
esterno. Riprese dunque le teorie di Jean Baptiste de Lamarck, il quale
riteneva che le trasformazioni delle specie avvenissero come adattamento all’ambiente.
Questo tuttavia non va inteso (come erroneamente in molti hanno fatto) in un
senso deterministico. Ratzel riteneva che le forme organiche fossero in effetti
modificate dalle condizioni esterne, ma questo era osservabile solo nel momento
in cui era lo stesso ambiente a “premiare” le specie che si erano meglio
adattate ed erano sopravvissute. È nella razza umana che questa teoria viene a
affermarsi: vi è una compenetrazione tra suolo e popolo, tra ambiente e natura
umana. Questa relazione però non è di tipo causalistico né deterministico, ma
“animistico”[54]:
l’uomo non viene mai completamente modificato dalle condizioni ambientali,
mantiene invece la sua “essenza originaria”. Ma la causalità ambientale è
fondamentale nell’essere umano nella misura in cui questa si amalgama all’interno
del popolo[55].
Per lo sviluppo della tesi non è centrale
analizzare in profondità l’opera antropogeografica di Ratzel. Serve però ad
introdurre l’elemento centrale della tesi, ovvero l’analisi del concetto di Lebensraum: lo Stato non è una
istituzione giuridica formale fissa, bensì il risultato finale di un processo
di sviluppo di un popolo. Risultato che è dunque un organismo vitale e vivo e
che persegue uno scopo finale, ovvero l’unione dell’uomo con il proprio
suolo.
La geografia di Ratzel è basata quindi
sulle relazioni tra le “cose”. La posizione, il luogo geografico è il pilone
centrale della sua costruzione: questa non è interpretabile però come semplice
pensiero determinista, ma ciò che rende possibile un illimitato numero di relazioni
esterne ed interne.
FORMULAZIONE E TEORIA DELLO SPAZIO
VITALE NELLE OPERE DI RATZEL
Senza ombra di dubbio l’aspetto più
affascinante, più importante e allo stesso tempo più controverso di Ratzel è la
teoria del Lebensraum, lo Spazio
Vitale. In molti hanno analizzato tale teoria, dando visioni contrapposte e
spesso lacunose. In molti hanno inoltre messo in pratica quello che ritenevano
essere un progetto politico espansionistico ben chiaro. Si proverà qui a dare
una visione libera da condizionamenti di alcun tipo, riportando quelle che sono
in concreto le convinzioni del geografo tedesco.
Bisogna partire da un presupposto
centrale, ovvero che non viene mai data in alcuna sua opera una precisa e
limitata definizione di tale idea. Per comprenderla quindi bisogna analizzare
le opere nelle quali l’Autore si riferisce a tale concetto e ne presenta gli
aspetti e le caratteristiche. Questi sono il Politische Geographie del 1897 ed in particolare il saggio Lebensraum del 1901[56]. La teoria dello Spazio
vitale è un concetto sintetico, formato da vari aspetti apparentemente
scollegati tra loro: vi è una componente meramente geografica, una di tipo
agricolo-colonialista, una componente biologica, ed infine una legata alla Kultur.
Per quello che riguarda la semplice
geografia, la sua opera principale è “La Geografia Politica”: qui vengono
esposti i tre concetti base di tutta la geografia ratzeliana, ovvero la
posizione (die Lage), lo spazio (der Raum), e i confini (die Grenzen)[57].
La posizione è l’espressione massima della
geografia determinista: essa infatti rappresenta il luogo fisico su cui uno
Stato viene a trovarsi e le risorse naturali legate a tale territorio. Da
questo dipende molto lo sviluppo del paese ed il suo rapportarsi con gli altri popoli.
E la stessa posizione influenza anche le caratteristiche peculiari del popolo
che occuperà tale luogo: è essa che determina l’influenza e le linee dello
sviluppo degli stati[58]. Alcuni esempi sono
portati da Raztel della centrale importanza della posizione di uno Stato:
innanzitutto l’Inghilterra, la quale deve la sua potenza alla sua collocazione
geografica ed alla sua dimensione. Contrariamente la Russia che, nonostante la
sua vastità territoriale e ricchezza naturale, occupa una posizione sfavorevole
e delimitata nella sua espansione.
Arriva poi a riflettere sulla posizione
della Germania: essa occupa un luogo geografico centrale, accerchiata da altri
numerosi Stati che fanno pressione sui suoi confini. Un Paese che si trova ad
occupare tale spazio svilupperà necessariamente un “carattere” diffidente ed
aggressivo verso gli altri popoli e Stati. D’altronde afferma lo stesso Ratzel
che “la Germania può esistere solo se è forte”[59]. Sarebbe tuttavia errato
ritenere Ratzel un esponente del determinismo geografico, come Ritter o
Humboldt: la posizione assume valore nel momento in cui in base ad essa uno
Stato sviluppa determinati “atteggiamenti”. Gli enti che compongono il
territorio (suolo e popolo in primis) non operano in condizioni di isolamento l’uno
dall’altro, ma vanno osservate le relazioni che tra essi intercorrono. Le
condizioni geografiche di certo pongono dei limiti alla volontà umana, ma non
potranno mai completamente determinarla o annullarla.
Il secondo elemento su cui si basa la
geografia politica è der Raum, lo
spazio: esso può essere definito come l’estensione superficiale a cui è legata
la vita e l’evoluzione dello Stato, e rappresenta le ambizioni territoriale dei
popoli e degli Stati[60]. Secondo Ratzel, uno
stato deve costantemente crescere, per mantenere la sua vitalità ed ottenere le
risorse necessarie a mantenere il suo popolo. Ed in questo continuo ed
incessante crescere arriva in fine ad entrare a contatto con gli altri stati: d’altronde
non tutta la superficie terrestre è abitabile, ma solo quella porzione definita
ecumene. La superficie terrestre è quindi delimitata, e la lotta per l’esistenza
diventa “lotta per lo spazio”. Arriva qui dunque per la prima volta a parlare
di Lebensraum, di Spazio Vitale,
definendolo brevemente come quella “superficie geografica che è necessaria per
supportare una specie vivente alla sua attuale dimensione demografica”[61].
L’ultimo pilone su cui poggia la struttura
della geografia politica ratzeliana sono i confini, die Grenzen. Il presupposto è che essi secondo l’Autore non
esistono materialmente, ma sono piuttosto l’espressione, la rappresentazione
del movimento “esterno” degli stati e delle necessità metaboliche dei popoli,
ossia dell’incremento etnico interno di una nazione[62]. Questo “incremento etnico”,
questa energia etnica, è in altre parole una sorta di legame spirituale che
viene a crearsi tra lo Stato ed il popolo, la presa di coscienza che l’uno non
potrebbe essere senza l’altro, e che è alla base della creazione e dello
sviluppo di uno Stato forte. Questo è l’aspetto centrale della sua opera
antecedente sulla geografia umana, dove definisce lo Stato come “un pezzo di
suolo ed un pezzo di umanità”[63].
Questi tre concetti geografici ci
introducono già delle basi per chiarire quale sia l’idea originaria di Ratzel
relativa allo Spazio Vitale. Essa è esposta a pezzi in varie sue opere, ma è
nel saggio del 1901, che prende proprio il titolo di Lebensraum, che il concetto assume una organizzazione chiara e
definita. Vengono riprese in questo molte idee legate alla teoria delle
migrazioni di Wagner, presentate nell’Antropogeographie.
Ora però l’idea è molto più efficacemente presentata come un processo
universale della natura vivente. Come parte della natura, anche l’umanità
infatti deve cercare uno “spazio di vita”. I gruppi in cui gli esseri umani
conducono la ricerca non sono tuttavia specie animali come altri organismi, ma
piuttosto i popoli (die Volker) in
cui l’umanità è suddivisa. Lo strumento principale attraverso cui un popolo
“costruisce” il suo Lebensraum è,
come vedremo, la sua cultura. Nella sua concezione storica e politica, il
futuro arrideva solo agli Stati in continua espansione. In questa chiave, l’Europa
continentale doveva essere “risvegliata dalla convinzione della necessità di
unirsi almeno economicamente in uno spazio più esteso contro i giganti della
Russia, dell’America e della Gran Bretagna”[64]. L’espansione verso Est
della Germania non doveva avvenire solo in base alla mera potenza militare o
alla necessità naturale di espandere il proprio Spazio Vitale, ma anche sulla
base della sua superiorità culturale[65].
Partiamo innanzitutto dalla teoria delle
migrazioni già presentata nelle opere antecedenti, ma che all’interno della
teoria dello Spazio Vitale viene ad assumere forma compiuta. La teoria
migrazionista di Wagner era stata già apprezzata, ma nel Lebensraum essa viene collegata definitivamente alla sua idea di
colonialismo: la colonizzazione è infatti indicata come quel processo
attraverso cui una specie si impone con successo su un nuovo territorio. Tale
processo però non sembra indicare la necessità per un popolo di modificarsi in
qualcosa di nuovo e diverso, per adattarsi alle nuove terre: sembra piuttosto esserci
una analogia tra l’espansione della specie e il processo attraverso cui i
coloni si radicano sui nuovi terreni[66]. La necessità per i popoli di espandersi era
imperativa, una proprietà universale ed empiricamente osservabile nella vita
degli uomini. La ricerca umana del Lebensraum
era indubbiamente più complessa di quella delle altre specie, ma ha in generale
seguito gli stessi schemi universali. Tutti i principali modi in cui gli esseri
umani hanno interagito con il loro ambiente, sarebbero alla fine stati compresi
all’interno delle "leggi" dello Spazio vitale, come le migrazioni e
la colonizzazione, ma anche come le altre attività umane che erano
difficilmente inseribili in contesti come l’antropogeografia o nell’etnologia.
Il commercio, i trasporti, le “influenze spirituali”, tutto ciò che poteva
indicare come “cultura”, rientrava all’interno del concetto di spazio vitale
dei popoli[67].
Così Ratzel ha sostenuto che il Lebensraum di un particolare popolo
consiste non solo del luogo in cui la sua gente vive, ma anche la terra da cui
essi hanno da sempre tratto i loro mezzi di sostentamento, l’area all’interno
della quale essi hanno regolarmente viaggiato e hanno condotto gli scambi
commerciali, la regione attorno alla quale si concentrano i piani per la
sicurezza contro i concorrenti, e così via. Tra queste la prominenza era
prevedibilmente data alla terra da cui la popolazione ottiene il proprio
sostentamento materiale, visto il primato affidato da Ratzel all’agricoltura,
ma anche gli altri aspetti erano importanti.
Oltre all’aspetto agricolo-coloniale, vi è
nella sua concezione di Spazio vitale una fondamentale componente biologica:
attraverso questa infatti egli trovò il mezzo per estendere le teorie
biologiche, tra cui quelle di Darwin, all’intera umanità. Se si fosse
dimostrato che gli esseri umani seguivano gli stessi modelli di comportamento
generali come le altre specie per quello che riguardava la necessaria ricerca
di uno spazio di vita, dunque si sarebbe potuto dare all’attività umana un
significato scientificamente identificabile, piuttosto che fondato sulle fedi o
sulle credenze religiose. Inoltre le istituzioni umane potevano essere spiegate
non come risposte alle caratteristiche statiche del contesto, ma soprattutto
come i prodotti di un dinamica e mutevole interazione tra i popoli ed il loro
ambiente biologico nella ricerca dello spazio vitale. Così si sarebbe giunto a
costruire un sistema di leggi naturali valide a regolare il comportamento umano
sulla superficie della terra nel corso del tempo.
Ratzel non ha mai dichiarato di aver
rivelato con la sua teoria le leggi naturali per la ricerca di uno spazio di
vita delle specie nella loro interezza, ma ha sostenuto tuttavia di averne
identificato la forma. Infatti anche nella sua incompleta struttura teorica,
essa avrebbe svolto e doveva svolgere un ruolo centrale nella conduzione delle
politiche nazionali. L’imperativo dello Spazio vitale doveva essere compreso
dai capi di Stato se essi volevano conoscere i limiti delle opzioni a loro
disposizione e se volevano plasmare le loro azioni alle circostanze storiche in
cui le loro Nazioni si venivano a trovare. Una nazione che avesse trascurato i
risultati della scienza empirica culturale sarebbe stata a rischio. Una nazione
che non avesse cercato di espandere il suo spazio di vita era una nazione
condannata a crollare in base alle leggi dell’esistenza naturale. L’intellettuale
ed il geografo assumevano quindi una nuova posizione: non più semplici studiosi
e accademici, ma strumenti per l’analisi geografica e per l’espansione
territoriale di uno Stato.
A questo punto però la domanda sorge
spontanea: era Ratzel un colonialista, un imperialista, un sostenitore della
politica guglielmina dell’epoca? Proviamo a dare una risposta. In molti hanno
individuato nella sua “Die Gesetze des
raumlichen Wachstum der Staaten” la giustificazione scientifica dell’espansionismo
tedesco. Ma la realtà è molto più complessa di quanto abbiano tentato di
affermare diversi pensatori (in particolare francesi) come Brunhes e Korinman[68]. Secondo l’opinione
prevalente in particolare durante gli anni della Seconda guerra mondiale e del
Dopoguerra, l’opera di Ratzel non era nient’altro che un manifesto del
Pangermanesimo, del colonialismo e della Geopolitik
nazista, funzionale dunque al progetto di dominio tedesco in Europa[69].
È evidente oggi quanto l’” idea politica”
di Ratzel sia stata fraintesa e confusa con una “rappresentazione geopolitica”,
conferendogli un aspetto espansionistico che, se non può essere definito
assente, di certo non è prominente nel pensiero ratzeliano. Non lo è
innanzitutto per un semplice calcolo matematico: le opere dedicate dal tedesco
al tema dell’espansionismo coloniale sono di gran lunga inferiori rispetto alle
tematiche della coesione territoriale interna tedesca. E non lo è nemmeno
perché, anche quando egli parla di “espansione”, Ratzel non disegna né presenta
al lettore mai un piano di conquista, di occupazione e sfruttamento di
territori europei. La guerra, l’uso della forza sono aspetti indiscutibilmente
necessari per l’affermazione di uno Stato, ma non sono gli strumenti più
importanti quando si viene a parlare di espansione territoriale.
Quando Ratzel parla di “crescita” quindi è
errato pensare che egli si riferisca esclusivamente al suolo, bensì fa
riferimento a tutti quei fenomeni rilevabili all’interno di uno spazio come le
industrie, le chiese, le scuole, l’arte, i campi coltivati eccetera, i quali
rappresentano segni vitali della connessione tra l’uomo ed il suolo, e dai
quali si genera quindi “l’idea politica”.
Lo scopo iniziale di uno Stato deve essere l’unità interna, la
condivisione da parte del popolo di questa “idea”. Gli sforzi dello Stato
devono quindi essere indirizzati ad un “accrescimento” verticale, ad
approfondire il rapporto tra il popolo ed il suolo attraverso tali fenomeni,
favorendo quindi un sentimento di comunanza, di solidarietà interna che è più
facilmente conseguibile in uno Stato meno esteso territorialmente, ma
omogeneo.
Assume centralità in questa crescita
verticale quindi la cultura (Kultur):
solo con essa gli sforzi fisici vengono amalgamati tra loro, gli individui sono
tenuti insieme e viene data coerenza e coesione alla Nazione, aumentando il
sentimento di “solidarietà”. Il potere statale non dipende quindi solo dall’esercito
e dalla diplomazia, ma dall’educazione e dalle invenzioni. In questo senso si
può parlare quindi di un “pangermanesimo interno”: prima di tutto lo Stato deve
organizzarsi internamente. Solo quando questo sarà abbastanza civilizzato ed
educato, potrà iniziare una fase di “espansionismo”. “La cultura diventava uno
strumento politico e una legittimazione di dominio”[70]: i popoli che hanno
sviluppato una cultura avanzata (Kulturvölker)
s’impongono naturalmente grazie a leggi naturali, inglobando i popoli naturali
(Naturvölker) e i loro territori.
Infatti, nel momento in cui un simile Stato viene a contatto con altri piccoli
stati limitrofi e non ancora sufficientemente sviluppati, si viene a formare
una zona di influenza, per cui questi popoli naturali saranno portati
naturalmente a guardare al più grande come ad un modello ed esempio da seguire:
quando due diversi “spazi vitali” vengono a contatto, il più piccolo vuole
divenire simile al più grande. Non è quindi espansione militare, ma è
assimilazione ed imitazione. Il paese minore inizierà così un processo di
acculturazione, sviluppando fenomeni vitali simili e traducendo il processo in
ambito geografico[71].
Cos’è dunque il Lebensraum? È l’insieme di tali fenomeni vitali, dell’interconnessione
tra suolo e popolo, del sentimento di solidarietà e di coesione interna, è una
società modello alla quale gli altri piccoli stati guardano con invidia e
rispetto, venendo attirati nel loro cono d’ombra. Non vi è quindi nella
formulazione di tale teoria un aspetto imperialista ed espansionistico, non vi
è allargamento del suolo ma approfondimento ed accrescimento politico, la
“crescita in ciò che lo Stato rappresenta”. È un concetto complesso ed
organico, fatto di relazioni reciproche sia interne che esterne, dove il singolo
elemento è giudicabile solo in relazione all’intero organismo. Ratzel quindi
non giustifica l’imperialismo in base alla sola potenza o alla necessità, da
parte di un popolo sano, di espandere il proprio Spazio vitale, ma giustifica
un imperialismo di tipo “culturale”.
Da un lato infatti, la lotta fra popoli
caratterizza la concezione storica e politica ratzeliana secondo il dettato
“darwinistico”, per cui solo i popoli più forti saranno destinati a espandersi;
dall’altro tuttavia la forza bruta e la violenza non sono gli unici mezzi
attraverso cui si realizzano le leggi naturali della crescita. Solo i popoli
che hanno sviluppato una cultura avanzata possono imporsi naturalmente di fatto
inglobando i popoli naturali e i loro territori[72].
Cosa c’entra dunque il colonialismo con
questa specie di imperialismo culturale? Ratzel non nega il suo appoggio alle
politiche coloniali, è un aspetto comunque importante per la espansione di uno
Stato, il quale però deve essere già forte al suo interno: è quindi un tema
secondario. Ci sono delle altre componenti comunque importanti da tenere in
considerazione. Innanzitutto il colonialismo deve indirizzarsi verso territori
e zone che non abbiano già subito il lavoro da parte di altri popoli e il suolo
non sia ad essi legato. Quindi in terre disabitate o per lo meno non
civilizzate. In questo assume centrale importanza il contadino: affinché una
colonia diventi davvero vicina spiritualmente alla madrepatria è necessario un
periodo di tempo importante, durante il quale ai coloni e ai contadini deve
essere lasciata la necessaria indipendenza per lavorare le terre e stabilire un
“legame” con esse. Ancora, lo sviluppo verso l’esterno deve essere equilibrato:
le colonie non devono essere troppo distanti dalla patria, e l’espansionismo
non deve essere troppo ampio, causando altrimenti lo sbriciolamento dell’impero
coloniale stesso. Lo Stato deve quindi espandersi secondo una logica ben
precisa, seguendo la regola aurea della omogeneità geografica e politica:
territori limitati, vicini sia territorialmente che spiritualmente, che
condividano alcuni dei fenomeni vitali che compongono l’” idea politica” della
Patria[73].
Ratzel avrà un impatto fondamentale: egli
impone infatti un nuovo metodo di studio della geografia, fino ad allora limitato
a una rilevazione positivistica di dati territoriali, e affidato ancora dopo la
metà dell’Ottocento a studiosi di altre materie. Ratzel avviò una vera e
propria rivoluzione metodologica che avrà portata europea, in base a cui lo
scopo della geografia è di rilevare il rapporto della superficie della terra
con la natura e la storia. Si evidenzia ancora l’influenza delle teorie del
panpsichismo, dove «la terra è l’oggetto della ricerca scientifica geografica
in quanto le sue manifestazioni spaziali mostrano di orientarsi a leggi
precise, poiché la terra rappresenta la base e il fondamento di tutta la vita
e, in particolare, della vita della specie umana”[74].
Questa idea di espansione, fondata sull’assimilazione
etnica e fisico-territoriale dell’area orientale, diventerà il paradigma
dominante negli studi geografici e geopolitici successivi. Essa sarà
ulteriormente e definitivamente sviluppata dal politologo Rudolph Kjellén:
questo è ritenuto il maggior discepolo di Ratzel, sebbene i due non siano mai
entrati davvero in contatto. Egli però studiò e fece sua la geografia politica
ratzeliana trasformandola in quella che oggi si definisce la moderna
geopolitica. Ma in particolare il politologo svedese è stato a lungo ed
erroneamente ritenuto il primo teorico della Geopolitik nazista, a causa dei continui riferimenti di Karl
Haushofer alle sue opere. Tali accuse erano dovute anche al fatto che egli
rivendicasse un rapporto privilegiato con la politica, per cui la geopolitica
avrebbe dovuto svolgere la funzione di scienza applicata, utile per l’esercizio
del potere e per l’educazione dei cittadini (contrariamente a quella che era la
geografia politica ratzeliana)[75].
Eppure andando ad analizzare i suoi
scritti è chiara la poca consistenza di tali accuse. Rudolph Kjellén anzi, come
brillantemente chiarito da Ola Tunander, deve essere interpretato giustamente
come il maggior sviluppatore del pensiero ratzeliano di “imperialismo
culturale”, nel cui progetto credeva fermamente come via principale per una
futura Unione degli Stati Europei che si contrapponesse alle grandi potenze
mondiali e marittime (Stati Uniti e Gran Bretagna, ma anche Russia). Il
pensiero di Kjellén non prevedeva infatti alcuna espansione militare o
colonialismo aggressivo: l’Europa doveva invece compattarsi attorno al baluardo
tedesco nel suo “aspetto austriaco”[76]. La Germania doveva
riprendere l’eredità austriaca di multiculturalismo e cosmopolitismo, farlo suo
e costruire attorno al suo patrimonio culturale una Unione di Stati europei non
solo militare ma anche e soprattutto politica. Una leadership culturale senza
dominio militare (Fuhrung ohne Herrschaft)[77].
Sfortunatamente però nella Germania del
Novecento fu la corrente di pensiero del Blut
und Boden ad affermarsi, in base al quale l’aggressivismo e l’espansionismo
militare verso la cosiddetta Mitteleuropa assumeranno un ruolo centrale nella
politica nazista. Il maggior “discepolo” di questa tradizione geografica e
geopolitica fu Karl Haushofer: per il professore di Monaco bisognava costruire “un
ponte che unisce la conoscenza della geografia politica con l’abilità per
intervenire nella politica estera”[78].
Tragicamente il metodo di studio di Ratzel
uscì così dai confini del discorso accademico geografico e venne
strumentalizzato come base scientifica per legittimare alcune argomentazioni
politiche nel clima culturale tedesco, esasperato e risentito per il sistema
politico internazionale e per i diktat poi sanciti a Versailles. Il ponte
costruito da Haushofer condusse ad una tragica interpretazione politica ed un
ancor più tragico epilogo, molto lontano dall’idea originaria di
multiculturalismo e cosmopolitismo ratzeliano, al punto che il concetto di
Lebensraum è oggi tragicamente collegato nell’immaginario collettivo al folle
piano di dominio nazista.
INTERPRETAZIONE POLITICA DELLO SPAZIO
VITALE NELLA GERMANIA DEL NOVECENTO
PANGERMANESIMO E PRIMA GUERRA
MONDIALE
Generalmente si ritiene che la
rappresentazione politica della teoria dello Spazio Vitale sia figlio della
propaganda nazista. In realtà, esaminando la storia dello Stato tedesco, ci si
può rendere conto di come dalla fine del 1800 fino al 1945 una parte più o meno
ampia della nazione sia stata fortemente affascinata dall’ideale pangermanico,
base teorica della Spinta verso Est (Drang
nach Osten).
La Lega pangermanica (Alldeutscher Verband) fu fondata nel 1891 come gruppo di pressione
politica e di opposizione verso le decisioni relative alla politica estera del
governo tedesco dell’epoca. Era un’organizzazione che sosteneva il progetto
coloniale del periodo guglielmino, favorevole quindi alla creazione di sfere di
influenza tedesca nel mondo. A ciò si aggiungeva una forte opposizione a quegli
elementi “non tedeschi”, in particolar modo slavi ed ebrei, presenti nella
società e considerati inferiori. Tale Lega svolse quindi un ruolo centrale al
fine di creare un consenso politico nazionale intorno a parole come
nazionalismo ed imperialismo. La Alldeutscher
Verband fu la prima e senza dubbio la più grande organizzazione tedesca ad
appropriarsi del concetto di Lebensraum
ratzeliano e tradurlo in una rappresentazione politica[79].
Analizzando il Programma della Lega del
1891 si evidenzia tuttavia la mancanza di una coerente ideologia di fondo: il
tema più significativo è la necessità di un’azione e di un’unità politica per
superare i vari pericoli cui il Deutschtum
è sottoposto. Il primo di questi sarebbe stato l’afflusso di persone slave
nelle province orientali della Prussia che avrebbe minacciato la Regione
causando una perdita della parola e della cultura tedesca e messo in pericolo
tutta la Germania, eliminando la base economica per una classe contadina
vigorosa. In secondo luogo, vi sarebbe il restringimento del "territorio
economico" della Germania: un termine vago che sembra fare riferimento
alla zona in cui il capitale tedesco può essere investito senza timore di
concorrenza straniera. Ci sono anche i pericoli che deriverebbero dalla fine
delle speranze della Germania per la creazione di un grande impero coloniale in
Africa, in seguito alla conclusione del trattato di Zanzibar del 1890 e la
mancanza di volontà del governo di spingere per l’espansione imperiale[80]. Contemporaneamente il
programma si preoccupava della minaccia internazionale rappresentata dai russi
e dagli anglosassoni. Infine, ci sono le “inquietanti costrizioni” (di cui però
non si trova precisa definizione) che la Germania aveva recentemente
sperimentato per il suo necessario "sviluppo culturale"[81].
Il programma presentava dunque la necessità
di una politica veramente "nazionale", condotta da un governo che
fosse decisamente impegnato ai reali interessi del popolo tedesco e che si
confronti con ognuno di questi pericoli direttamente. Attraverso questo
programma quindi si crea per la prima volta un legame esplicito con il
migrazionismo colonialista e con la ideologia successiva di Lebensraum, per quello che riguarda lo
sviluppo culturale: infatti per la popolazione in rapida crescita della
Germania è necessaria una sempre più vasta area della superficie del mondo per
fornire la base materiale della cultura tedesca.
La situazione cambia con il Programma del
1894 dove l’ideologia dello Spazio Vitale è molto più coerente e presente, ma
non si parla mai di colonialismo interno diretto verso i paesi dell’Est. L’imperialismo
tedesco doveva essere indirizzato verso i paesi oltre mare, precisamente verso
l’Africa. Nacquero tuttavia in questo periodo diverse organizzazioni che
puntavano fortemente alla “innere
Kolonisation”, ovvero all’insediamento dei territori prussiani orientali.
La più importante di queste fu la Ostmarkverein
(H.K.T), la quale promuoveva una
necessaria germanizzazione delle popolazioni slave dell’Est e quindi la
distruzione stessa delle identità nazionali nelle provincie orientali. Fu
questo il momento in cui l’ideologia pangermanica si distaccò definitivamente e
radicalmente da quello che invece era il progetto dello Spazio Vitale secondo
Ratzel.
Alla base del matrimonio tra la Lega
Pangermanica e la Società delle Province Orientali vi erano delle semplici
considerazioni politiche: la colonizzazione interna svolgeva il ruolo di ponte
tra quei sentimenti ormai ampiamente condivisi generati dai cambiamenti etnici
a Est e tutta un’intera gamma di idee antimoderniste che si andavano formando.
Come le terre d’oltremare, anche le terre orientali si potevano rendere
affascinanti ai piccoli contadini tedeschi: queste infatti furono rappresentate
come l’opportunità di una nuova vita per quei gruppi agricoli minacciati dal
progresso storico. Inoltre, la problematica questione delle province orientali
aveva indubbiamente un impatto emotivo maggiore rispetto a quello che potevano
avere le colonie d’oltremare, trovandosi queste a pochi chilometri di distanza
da Berlino. La Lega Pangermanica non ha ufficialmente proclamato la necessaria
annessione di territorio aggiuntivo al Reich fino a quando ebbe inizio la Prima
guerra mondiale, tuttavia l’idea aveva sempre occupato una parte significativa
del repertorio ideologico dei suoi membri da circa la metà degli anni 1890.
Ottenne così sempre maggiori consensi la
tesi annessionista presentata da Friedrich von Bernhardi e altri[82]: poiché la
modernizzazione economica della Germania era irreversibile e necessaria per la
sicurezza militare, qualcosa doveva essere fatto per garantirne l’integrità e
tutelare le basi della cultura tedesca. Quella cultura che nell’immaginario non
avrebbe potuto porre le sue fondamenta in una economia industriale, bensì su
una agricoltura contadina ed una educazione “tradizionale”, per la quale però
nella Germania non vi era sufficiente terreno. Sebbene le colonie oltremare
fossero un utile complemento al territorio del Reich a questo proposito, esse
erano troppo piccole e troppo limitate per avere un effetto significativo sulla
totalità della società tedesca. Di qui nacque la necessità di ottenere terreni
adiacenti alla Germania, in particolare in Polonia e nell’area del Baltico,
storicamente territori di frontiera. Le colonie degli agricoltori tedeschi
dovevano essere stabilite lì[83].
L’annessionismo e la nuova interpretazione
europea del Lebensraum divennero col
tempo elementi sempre più importanti dell’ideologia pangermanica negli anni
immediatamente precedenti la prima guerra mondiale. Questa visione inoltre è
stata strettamente legata ad una crescente attenzione della destra politica
tedesca alla necessità della Germania di rafforzare la sua posizione strategica
nel continente europeo, piuttosto che all’estero[84].
La tesi annessionista quindi non era altro
che un’evoluzione (o una interpretazione dettata da interessi politici) del
pensiero di Ratzel e della sua teoria del Lebensraum:
il migrazionismo colonialista doveva essere proiettato verso l’Europa
orientale. Per porre in essere tale progetto la Prima guerra mondiale divenne
uno strumento inevitabile. Con essa si sancì infatti la fine della Weltpolitik dell’Ammiraglio von Tirpitz
e l’inizio del progetto della Mitteleuropa
e del Kulturstaat tedesco, che sarà
una costante nella storia della Germania del Novecento[85].
Quello che avvenne durante gli anni della
Grande Guerra, dal 1914 al 1918, è generalmente ben noto. Si proverà qui a
portare alla conoscenza attraverso quali eventi e quali strumenti il governo
tedesco tentò di porre in essere il suo disegno politico pangermanico e di
proiezione verso Est. La Grande Guerra segnò come detto la fine della Weltpolitik guglielmina e l’inizio
invece dell’espansione continentale, secondo delle caratteristiche tuttavia
molto diverse da quelle che poi avrebbero guidato lo stesso paese nella Seconda
guerra mondiale.
Il progetto di espansione verso i paesi
dell’Est iniziò ad avere successo già nel 1915, quando la Germania e l’Impero
austroungarico ottennero una importante vittoria sulla Russia a seguito dell’offensiva
sul fronte Gorlice-Tarlòw: qui l’armata russa fu respinta dai territori
polacchi causandone la ritirata. Avendo quindi conquistato militarmente la
Lituania, la Lettonia, la Bielorussia ed in seguito l’Estonia, Berlino dovette
istituire una amministrazione militare nei territori.
Prese così avvio il progetto dell’Oberbefehlshaber
der gesamten Deutschen Streitkräfte im Osten (Comando Supremo di Tutte le Forze Tedesche nell’Est), semplicemente
conosciuto come Ober Ost[86]. Questi nuovi territori conquistati furono posti
sotto l’amministrazione del Supremo Comandante von Hindenburg ed il generale
Ludendorff. Lo scopo di tale progetto era per l’appunto creare una
amministrazione militare che controllasse le terre occupate, un’utopia militare
dove l’esercito gestiva l’amministrazione secondo i suoi stessi principi,
utilizzando tecniche poi riprese dagli stati totalitari del Novecento, e
sfruttando economicamente il territorio a vantaggio dell’armata tedesca e della
popolazione civile. Oltre alle misure più strettamente militari o repressive, l’amministrazione
dell’Ober Ost per il controllo delle terre si affidò pesantemente alla
propaganda e a politiche “culturali”: proprio la Kultur divenne slogan
centrale e uno dei più importanti principi organizzativi.
Fig.3,1, Oberbefehlshaber der gesamten deutschen Streitkräfte im
Osten
Tali politiche
puntavano a legare emotivamente i territori occupati alla sfera della cultura
tedesca anche dopo la fine della guerra: la propaganda dell’amministrazione
annunciava di aver intrapreso un’ampia opera di Kultur. E questo
“acculturamento” non era diretto solo verso i nativi delle terre occupate, ma
tutti ne erano soggetti: sia i tedeschi sul fronte interno che (soprattutto) i
soldati nei territori occupati. L’obiettivo era quello di trasformare il punto
di vista e l’opinione generale che si aveva delle persone e delle terre
orientali. E allo stesso tempo trasformare le popolazioni locali, rendendole più
“tedesche”.
In un certo
senso si può dire che la missione dei tedeschi nell’Ober Ost Land durante
la Prima guerra mondiale, fosse un’operazione di quella che modernamente si
definisce state building. Quindi di costruzione di una società e di un’organizzazione
statale che, secondo la propaganda tedesca, non esistevano in quei territori
selvaggi. Si può tuttavia contemporaneamente definire come una azione tipica di
una tradizionale potenza coloniale: le popolazioni autoctone erano considerate
culturalmente e socialmente arretrate, economicamente impoverite. Ma il
contatto con la superiore cultura tedesca li avrebbe aiutati a rialzarsi e
svilupparsi[87].
Ovviamente però tale imposizione non
veniva accettata dalle popolazioni locali: d’altronde ciò che per gli occupanti
significava la parole ordine (die Ordnung),
per gli occupati non era altro che un’occupazione militare. In tale cornice
amministrativa veniva anche adottata una “Costituzione dell’Amministrazione” (die Verwaltungsordnung) nel 1916, dove
si dichiarava chiaramente quella che era la missione dell’Ober Ost, ovvero lo
stabilimento ed il mantenimento di una condizione economicamente e
politicamente ordinata nei territori occupati, dove gli interessi dell’esercito
e dell’Impero tedesco vengono sempre prima di quelli dei territori e delle
popolazioni locali[88]. Quindi l’ordine diventa
una funzione dell’autorità amministrativa, legato all’obiettivo finale di
sviluppare e far progredire le aree occupate. Questo non poteva non portare ad
uno scontro con le popolazioni autoctone.
Tuttavia la situazione sul fronte
orientale si mantenne relativamente stabile fino a quando la Russia, a causa
dell’instabilità sul fronte interno che porterà alla rivoluzione del 1918 e la
conseguente nascita dello Stato sovietico, decise di firmare la resa con la
pace di Brest-Litovsk. Questa fu particolarmente pesante per Mosca, dato che
essa rinunciava a tutti quei territori che aveva occupato, dall’Ucraina alla
Finlandia, ai Paesi Baltici alla Polonia orientale: in tutti i territori
vengono instaurati dei governi fantoccio o delle monarchie sottoposte ad
aristocratici tedeschi, come nel Ducato Baltico Unito.
Quell’evento che sembrava presagire la
vittoria dell’Impero tedesco e del progetto di espansione verso Est, fallì però
pochi mesi dopo, in seguito alla sconfitta sul fronte occidentale e la pace di
Versailles del giugno 1919. Oltre alle pesanti sanzioni militari ed economiche,
tutti quei territori che la Germania aveva conquistato militarmente le furono
tolti e vennero posti sotto la tutela delle potenze vincitrici. Le minoranze
tedesche nei paesi orientali, da governanti divennero governate. Nei Paesi
Baltici, le unità mercenarie dei Freikorps
continuarono a combattere, dichiarando di difendere la cultura tedesca nel
mondo slavo. Il sentimento di essere stati traditi da quelle popolazioni
autoctone che la Germania voleva generosamente far sviluppare, si diffuse negli
ambienti conservatori. Si sviluppò forte nella Lega Pangermanica un senso di
accerchiamento, la volontà dei Paesi vincitori di tenere la Germania al
guinzaglio[89].
Alcuni degli ufficiali che avevano partecipato all’esperienza dell’Ober Ost
Land svilupparono la convinzione che le politiche culturali per lo sviluppo
delle popolazioni slave fossero state uno sforzo inutile, un errore.
L’ideologia del Pangermanismo inizia così
a radicalizzarsi, arricchendosi di componenti che nulla avevano a che fare con
essa. Quelle popolazioni irriconoscenti, culturalmente arretrate ed
economicamente povere, iniziarono ad essere considerate inoltre biologicamente
inferiori. Per questo esse non potevano essere aiutate ed accompagnate verso un
futuro migliore. Tali popolazioni occupavano territori appartenenti alla
nazione tedesca: dovevano essere dominati, riordinati, e nel caso rimossi o eliminati.
Questa è l’evoluzione del Lebensraum nel
futuro regime nazista. Il seme dell’odio germogliò durante la Repubblica di
Weimar.
LA REPUBBLICA DI WEIMAR
E L’IDEOLOGIA DEL LEBENSRAUM
La questione della continuità e
discontinuità dell’ideologia imperialista tedesca durante il periodo della
Repubblica di Weimar è estremamente complessa. Nella frammentata situazione
politica della Repubblica democratica, l’eredità ideologica dell’imperialismo
ha trovato una prosecuzione in una straordinaria varietà di rappresentanti
politici: diversi gruppi hanno infatti tentato di creare un consenso popolare e
di gettare le basi per un’azione coordinata con gli altri per mantenere vivo e
portare avanti il progetto espansionistico. Alcuni di tali gruppi svolsero tale
ruolo in modo estremamente subdolo, arrivando a riformulare le idee
imperialiste in una forma compatibile con la nuova posizione internazionale
indebolita della Germania negli anni ‘20.
Ma come mai l’ideologia del Lebensraum è rimasta presente durante il
periodo di Weimar ed anzi ha ricevuto durante questi anni una nuova linfa
vitale, fino a diventare poi la base ideologica per l’affermazione del
Nazionalsocialismo? In realtà le ragioni furono diverse: innanzitutto si tentò
di isolare l’ideale dello Spazio vitale dagli effetti del confronto con la
realtà. I fautori di questa ideologia sostennero infatti realisticamente che la
situazione politica e sociale che diede vita alla rivoluzione “innaturale” del
1918 e il conseguente ingiusto Trattato di Versailles, avevano fatto apparire
la loro posizione come irrilevante e irrealistica. Ma il Lebensraum, come le altre ideologie imperialiste e conservatrici,
dovevano essere mantenute vive ed indicare il percorso politico nazionale da
seguire quando la situazione temporanea e pericolosa di Weimar sarebbe
terminata.
Un ulteriore fattore da considerare è la
longevità che tale ideologia aveva, ovvero il fatto che essa fosse stata
sposata in toto e legittimata politicamente dai governi tedeschi, e che essa veniva
oramai rappresentata come una vera e propria scienza. Ad esempio, molte delle
idee che ne giustificavano l’espansionismo erano entrate formalmente nei
processi di educazione e socializzazione politica attraverso, ad esempio, le
successive edizioni del libro di testo di Friedrich Ratzel, "die Heimatkunde",
in uso nelle scuole in tutta la Germania[90].
Si svilupparono quindi nuovi e più
efficaci strumenti di divulgazione e legittimazione del Lebensraum come scienza nel 1920: questo in particolare ha aiutato
a condizionare gran parte dell’élite politica tedesca, che continuò a guardare
con simpatia alle politiche espansionistiche derivanti dal pensiero di Ratzel[91].
La ragione più importante, tuttavia, per
la costante importanza politica e per la continuità del suo contenuto
ideologico è data dal fatto che le organizzazioni politiche conservatrici che
avevano adottato tale ideologia come una parte importante dei loro programmi
politici, sono rimaste in vita per tutto il periodo di Weimar. Ad esse si sono
anzi aggiunte una miriade di altre organizzazioni che in modo simile
condividevano le stesse idee politiche. Tra le più antiche rivestivano ancora
un ruolo importante la Kolonialverein
e la Lega Pangermanica.
Il concitato mondo della Repubblica di
Weimar rappresentava quindi il contesto storico e culturale perfetto per lo
sviluppo di un’idea politica come quella della Mitteleuropa, che rievocava aspirazioni politiche all’espansione e
desideri di vendetta verso le nazioni vincitrici, ottenendo quindi uno straordinario
successo in diversi settori. Infatti è proprio durante il Primo dopoguerra che
si affermò la cosiddetta “Questione Mitteleuropa”[92]. Uno dei principali
sostenitori di tale corrente di pensiero fu Eugen Dietrichs, il quale già nel
1909 faceva riferimento ad un Volksstaat
tedesco: rivendicava così i territori a Est come parte della Grande Germania in
base sia a motivazioni etniche e geopolitiche, ovvero in base all’esistenza di
forti minoranze tedesche, e sia per la mancanza di “storicità”, cioè di cultura
dei popoli orientali incapaci di sfruttare adeguatamente le loro risorse[93].
Il progetto della Mitteleuropa dunque rappresentava una vera via d’uscita dalla crisi
europea, perché sfidava i popoli e le ricche e degenerate nazioni occidentali,
vincitrici secondo il Trattato di Versailles, e invitava il Vecchio Continente
a rinnovarsi con una rivolta dei “giovani” popoli oppressi, alleati alla grande
Russia[94]. Ai vecchi e logori
Stati-nazione statici, difesi da confini stabili e sicuri, si sarebbe così
contrapposta la Germania, definita in maniera ratzeliana come dinamica e
connotata da confini in espansione. L’ideale Mitteleuropa si presenta quindi come una unità politica,
topografica, etnica ed economica, un grande spazio articolato e complesso,
unificato grazie all’alleanze di potenze moderne come la Germania e la Russia.
Nel segno del presunto colonialismo del Lebensraum si giustificava inoltre l’opposizione
alle idee liberali e socialiste di Weimar, sottolineando piuttosto la necessità
della disciplina, l’accettazione dell’autorità, e l’azione del governo per
proteggere le basi più importanti della cultura tedesca. Così insieme ai
concetti radicali anti-industriali, agrari ed antisemiti, tale ideologia
mantenne il suo fascino come mezzo attorno al quale raccogliere il consenso
della popolazione favorevole a questa visione del mondo e della Germania. Anzi,
a differenza di quanto avvenuto alla fine del 1800, ora questi valori erano
condivisi dall’intera destra politica tedesca, utilizzati sia all’interno di un
contesto di idee sociali attraverso cui i conservatori provavano ad opporsi
alle politiche di Weimar, sia come semplice strumento di creazione di consenso
popolare.
Tra questi gruppi di destra, cominciò a
distinguersi la figura del Deutschnationale Volkspartei, il Partito Popolare Nazionale Tedesco
(DNVP), creato nel 1918 da Oskar Hergt, ma che raggiungerà l’apice politico con
il segretario Alfred Hugenberg nel 1928: sarà sotto di lui che il partito
subirà una brusca virata verso l’estremismo conservatore, abbandonando la via
più moderata[95].
Il DNVP fu il
primo ad includere nel suo programma politico due aspetti in particolare legati
all’ideologia del Lebensraum: la richiesta di uno spazio di vita
agricola e l’inizio del processo di colonizzazione interna. Se il primo punto
poteva essere utilizzato come semplice base per la richiesta di quei territori
persi dalla Germania durante il conflitto mondiale, il secondo poteva
apparentemente far pensare alla volontà di concentrare gli sforzi su una politica
puramente interna, finalizzata al reinsediamento delle popolazioni urbane nelle
zone rurali abbandonate. Tuttavia ad una analisi più approfondita non sfugge di
vista il più ampio progetto, ovvero l’estensione di tale colonizzazione ben
oltre i territori ed i confini del 1914. D’altronde come visto, già durante il
primo conflitto mondiale l’idea di “innere Kolonisation” era stata
sfruttata ed utilizzata per mettere in pratica quella idea di annessione
territoriale dell’Europa dell’Est[96].
Come in passato, la cornice al cui interno si formava l’integrità ideologica,
era rappresentata dalla minaccia per la Germania come Nazione e per i tedeschi
come Popolo. Il fatto che la Germania era stata chiaramente circondata dai
nemici, i quali si erano impadroniti nel 1918 di molte delle terre di cui la
sua gente aveva bisogno per la sopravvivenza, richiedeva la necessità che non
solo la Repubblica di Weimar adottasse una forma di governo diversa, che
avrebbe guidato in modo efficace il Paese ed unificato le azioni della sua
popolazione, ma che anche tutte le sue fonti di potere venissero radunate in un’unica
persona.
Vi è però un
avanzamento in questi anni, rispetto a quella che era l’idea originaria
antimodernista ed anti-industriale: infatti la capacità della nazione di
difendersi contro i suoi nemici dipendeva dal mantenimento della superiorità
industriale nazionale. Non solo, ma la sicurezza del Paese richiedeva che
questa industria possedesse le materie prime necessarie per mantenersi in
funzione e di cui i mercati necessitavano per ottenere profitti. Quindi una
politica nazionale adeguata doveva prendere quelle misure necessarie a
garantire e promuovere anche gli interessi del settore industriale, sempre però
che il perseguimento di tali interessi non fosse in ultima analisi ostile alle
altre necessità del popolo tedesco[97].
La Kultur tedesca doveva essere ancora protetta dagli effetti
disintegranti della modernità e dell’industrializzazione, e questo obiettivo
poteva essere meglio realizzato costruendo una società e un’economia basate sul
contadino attraverso la colonizzazione interna. Finché l’essenza del Germandom
non sarebbe stata così protetta, tutti quei tentativi di riguadagnare la
potenza e la sicurezza perdute sarebbero stati vani.
Così dunque il
secolare conflitto tra il mondo moderno industriale e la prospettiva romantica
di supremazia del settore agricolo, perdeva di significato: l’obiettivo del
progresso industriale e la protezione della cultura tedesca erano compatibili
tra loro[98].
Tra le varie
organizzazione conservatrici, anche durante il periodo Weimariano, si manteneva
vivo il dibattito sul campo di applicazione del progetto espansionistico
tedesco: vi era chi desiderava una Germania mondiale che guardasse alle terre d’oltremare
(in pieno spirito di Weltpolitik guglielmina, ma anche mostrando una
certa coerenza con la teoria originaria di Ratzel); chi invece, come il DNVP ed
il neonato NSDAP, seguiva il percorso tracciato durante la Prima guerra
mondiale, e posava lo sguardo su quei territori ad Est che, secondo le loro
opinioni, erano stati sottratti ingiustamente alla Germania dal trattato di
Versailles, ma anche a quelle aree agricole interne alla stessa nazione ma
sottoutilizzate[99].
Il maggior
problema da affrontare per questo secondo progetto, era relativo a come si
potesse integrare dunque la politica espansionistica verso l’Est europeo con
una politica che riconoscesse anche l’importanza delle necessità dell’industria:
la risposta venne dagli studi dello svedese Rudolph Kjellén e dal suo concetto
di “autarchia”[100].
Per il politico di Torsö l’autarchia era una soluzione politica, ovvero la
necessità per un Paese di provvedere alla produzione interna dei beni
fondamentali al suo sviluppo, limitando così al minimo le importazioni. È stata
spesso vista come un’estensione della teoria del Lebensraum ratzeliano
(non a caso Kjellén è considerato il suo maggior discepolo), unendo quindi alla
prospettiva culturale anche una visione economica dell’Europa. Il concetto dell’autosufficienza
si basava sulla costruzione di una rete di esportazioni e scambi interamente
compresa all’interno di un’area geografica limitata e sottoposta ad un’unica
autorità dominante[101].
La costruzione di una tale area, nell’interpretazione dei gruppi conservatori
tedeschi, non era giustificata però dalla volontà di una maggiore efficienza ed
integrazione economica, bensì dalle presunte esigenze militari[102].
Il modello
economico dell’autarchia divenne quindi il collante perfetto tra l’occupazione
delle terre della Mitteleuropa e le pressioni del settore industriale.
Inizialmente furono infatti le organizzazioni dell’industria pesante ad
accettare l’idea di autarchia più facilmente di quanto facessero i
rappresentanti degli altri grandi agglomerati industriali. Sia perché avevano
alle spalle una lunga storia di tentativi di accomodamento della destra
agraria, sia perché le loro esportazioni erano ancora in gran parte diretti
verso l’Europa continentale, e quindi potevano rientrare all’interno di un
progetto di politica economica autarchica.
D’altra parte
invece le banche, le industrie dipendenti dalle importazioni extraeuropee, e
quelle che si basavano su mercati diversificati all’estero, trovavano la
prospettiva di una politica economica autarchica meno attraente in un contesto
economico “normale”. In generale dunque gli argomenti a favore del progetto di
autosufficienza economica si rivelarono momentaneamente inefficaci a fare
breccia tra le grandi industrie tedesche: fu così fino alla depressione nel
1929.
Oltre alla
presunta spinta di alcuni gruppi industriali alle ideologie della destra
conservatrice, la Repubblica di Weimar fu caratterizzata anche dalla nascita di
molti gruppi intellettuali che si posizionarono al confine tra semplici studi
accademici e vere teorizzazioni politiche. Tra questi uno in particolare salirà
alla ribalta, quello dei cosiddetti “Geopolitici”, guidati da Karl Haushofer.
Questo era professore a Monaco, uno tra i massimi studiosi e divulgatori delle
teorie geografiche di Ratzel e Kjellén, a lungo considerato come colui che
diede l’impulso vitale alla dottrina della Drang nach Osten del
movimento nazionalsocialista.
Per parlare di
Haushofer e della sua effettiva influenza sulla geopolitica nazista servirebbe
una tesi a parte: si proverà qui a dare una breve ma completa panoramica di
quello che fu il suo ruolo durante la Repubblica di Weimar e poi durante il
regime hitleriano. Per anni il suo nome ha subito una sorta di damnatio
memoriae, cancellato dai libri di storia ed eliminato dai dibattiti
accademici, eternamente legato alla tragedia nazista. Secondo i vincitori del
conflitto mondiale, Haushofer era da considerare responsabile degli stermini
nazisti al pari dei gerarchi che li avevano ordinati, e quindi doveva essere
imputato e processato dal Tribunale di Norimberga: egli però non fu mai
condannato dal suddetto Tribunale, dato che si suicidò nel marzo del 1946
insieme alla moglie.
Il primo a
prendere una minima posizione di distanza dal pensiero dominante
anglo-americano fu lo scienziato politico tedesco Karl Dietrich Bracher, il
quale nel 1962 scrisse un libro dove sosteneva la tesi per cui era innegabile
che Haushofer, come quasi tutti gli intellettuali tedeschi dell’epoca, avesse
avuto contatti con Hitler, Hess e l’organizzazione del Partito. Allo stesso
tempo tuttavia presentava come semplicistica l’idea di una sua diretta
influenza sul Cancelliere nazista. Dopo altri studi ed analisi della vita e del
pensiero di Haushofer, oggi è questa l’opinione maggiormente condivisa e
apparentemente impossibile da negare[103].
Non verrà qui
analizzata la sua comunque interessante vita, ma verrà introdotto il suo
pensiero geopolitico e soprattutto come questo fu interpretato e sfruttato dal
nazismo[104].
Egli studiò fin da giovane le opere di Ratzel e Kjellén, iniziò la carriera
militare e sposò i progetti della Lega Pangermanica. Furono due gli eventi che
lo indirizzarono però verso la carriera accademica: il primo nel 1913, quando
venne inviato in Giappone; il secondo fu lo scoppio della Grande Guerra, quando
fu richiamato dal suo viaggio e spedito al fronte[105].
Dopo la guerra iniziò quindi la carriera accademica, ma mantenendosi sempre
politicamente impegnato: fino al 1925 egli supportò il Partito
popolare tedesco e la candidatura del Maresciallo von Hindenburg alla carica di
Presidente della Repubblica di Weimar. Divenne inoltre prima membro e poi
Presidente della Lega per la Preservazione del Deutschtum all’estero (Verein für das Deutschtum im Ausland). Nel
1920 entrò per la prima volta a contatto con Adolf Hitler e Rudolph Hess, in prigione
dopo il fallito Putsch di Monaco. Nei
mesi della prigionia nel carcere di Landsberg am Lech, i due fondatori del
Partito nazista furono introdotti allo studio delle più importanti teorie
geopolitiche dell’epoca, portando per la prima volta alla conoscenza dei due
alcuni termini chiave dei suoi studi: Lebensraum,
Heartland e Geopolitik.
Haushofer svolse tra gli anni ‘20 e ‘30 un
ruolo importante per quanto riguarda la comunicazione e l’influenza sull’élite
politica ed intellettuale, attraverso la pubblicazione del suo Zeitschrift für Geopolitik: il concetto
ratzeliano di Spazio vitale veniva così tradotto in un disegno, una visione del
mondo che verrà fatta propria dal Nazismo. D’altronde quello che era mancato
alla Germania durante la Grande Guerra e che aveva segnato la sua inevitabile
sconfitta, era proprio una visione d’insieme di ciò che si voleva: l’entrata in
guerra era stata presa in modo avventato, l’espansione verso l’Est europeo non
era stata preparata[106]. Molti dei politici e
militari che avevano partecipato alla Prima guerra mondiale e ne avevano subito
le conseguenze, si risvegliavano ora convinti dalla veste scientifica con cui
Haushofer riprendeva quei concetti e li rendeva di semplice comprensione. Ciò
che il Professor Haushofer fece fu, detto banalmente, riprendere la teoria
dello Spazio vitale di Ratzel e l’autarchia di Kjellén, collegando ad esse la
più recente teoria dell’Heartland di
Mackinder ed un richiamo a quei sentimenti popolari di Pangermanismo e Deutschtum. Il fatto che tali teoria
fossero presentate da un accademico rispettato come lui, contribuì enormemente
a rivestire il tutto di una aurea di rispettabilità scientifica che fino a quel
momento non aveva avuto mai[107].
Oltre ai circoli intellettuali, agli studi
accademici, vi fu un altro evento che fu centrale nella definitiva divulgazione
dei concetti alla base del sentimento pangermanico: la pubblicazione nel 1926
del libro Volk ohne Raum di Hans
Grimm. Tale opera fece ciò che da sola la rivista scientifica di Haushofer non
poteva fare, ovvero rese quei concetti popolari: al 1935 infatti ne furono
vendute circa 315.000 copie. Il messaggio di fondo di questo romanzo di
formazione, era palesemente radicale conservatore, che si inquadrava all’interno
di quell’ideologia del colonialismo migrazionista e del Lebensraum[108].
Il romanzo di Grimm è importante però per
diversi motivi: il primo fra tutti è sicuramente il fatto di aver reso popolare
ed accessibile a tutti il complesso ideologico legato allo Spazio Vitale,
collegandolo ad altri aspetti del conservatorismo radicale. Ha contribuito
senza dubbio a creare quell’apparente ampio consenso popolare rispetto alle
politiche del Nazismo alla fine degli anni Venti ed inizio anni Trenta. Grimm
ha diffuso quelle nozioni “scientifiche” che Haushofer ed i geopolitici
andavano elaborando in quegli anni, dando loro un ulteriore aspetto di
credibilità emotiva e non solo scientifica. Ma tale credibilità derivava dallo
sfruttamento delle capacità della narrativa come strumento di propaganda
ideologica.
L’importanza di questi anni della
Repubblica di Weimar, oltre alla costante presenza di aspetti ideologici ormai
radicati nella coscienza tedesca, è quindi lo sviluppo di nuove tecniche di
divulgazione di concetti fino a quel momento limitati a ristretti gruppi
politici ed élite intellettuali. Durante l’epoca di Weimar si è assistito a
notevoli progressi negli aspetti tecnici della politica tedesche, con le ampie
campagne di propaganda di massa dei vari gruppi di interesse, e l’espansione
delle pubblicazioni anche cartografiche, dove veniva presentata una immagine
della Germania fortemente politicizzata[109]. Esse rappresentavano e
cavalcavano in pieno le paure del popolo tedesco, dando un’immagine della
Germania fortemente minacciata dalle popolazioni slave ad Est, ma anche dalle
potenze occidentali. Lungo questa linea venne sfruttata la teoria del Lebensraum: la creazione dello Spazio
vitale tedesco non era più solo necessario per l’espansione del settore
agricolo o per il sostentamento dei contadini tedeschi. Esso diventava
fondamentale per la stessa sopravvivenza della Kultur tedesca. La semplice contrapposizione tra spazi agricoli,
divenne presto uno scontro tra culture in quella che venne spesso definita una
vera Schicksalkampf, una battaglia
per il destino e per la sopravvivenza tedesca.
Tutto ciò venne poi sfruttato ancora di
più dal Regime Nazista dopo la sua affermazione con la nomina di Hitler a
Cancelliere tedesco nel gennaio 1933 ed in seguito la sua nomina nell’agosto
del 1934 a Presidente e Führer del
Terzo Reich tedesco. Durante il Regime, la teoria dello Spazio vitale fu
sottoposta ad un continuo processo di propaganda e ideologizzazione, a cui
venne legata immediatamente la presunta superiorità razziale ariana. Il Nazismo
fu abilissimo a sfruttare le paure storiche del popolo tedesco, enfatizzandole
attraverso riviste, slogan, carte geografiche, romanzi e quant’altro fosse
necessario per rendere nazionalpopolare un concetto scientifico elitario.
IL NAZISMO E LA SPINTA VERSO EST

Fig. 3,2: I confini della Germania del
1937.
Per quello che riguarda l’evoluzione e la
tragica storia del Regime nazista c’è poco da aggiungere a quanto non sia già
noto. Verranno qui analizzate le basi ideologiche del nazismo e poi l’applicazione
pratica dell’ideologia del conservatorismo radicale tedesco e le teorie
geopolitiche di Haushofer durante il decennio dal 1934 al 1945.
Il periodo di vita del Regime Nazista
rappresenta il culmine dello sviluppo dell’imperialismo tedesco e dell’ideologia
dello Spazio vitale, nonché il punto di massima divergenza tra l’originaria
teoria ratzeliana e la sua rappresentazione politica. I teorici ed i gerarchi
nazisti sono riusciti a combinare insieme le diverse tendenze interne all’imperialismo
tedesco (ovvero Weltpolitik e Lebensraum) più di quanto altre
organizzazioni politiche fossero mai riuscite a fare, includendole all’interno
di una struttura ideologica ampia e definita direttamente dal programma del
Partito. Hitler fu infatti il primo a riconciliare queste due politiche
imperialiste tedesche, storicamente viste come contrapposte e rappresentazioni
di interessi politici diversi: da un lato la volontà storica della Germania di
instaurare un impero coloniale mondiale; dall’altro l’obiettivo di affermare il
proprio ruolo egemonico all’interno del Vecchio Continente. I due storici lati
della medaglia dell’espansionismo tedesco, sono stati risolti attraverso un
sistema di priorità temporali in cui l’influenza di Haushofer è un motivo di
interesse particolare: era infatti necessario per la Germania nazista
rivendicare il diritto storico sulle province orientali, prima di creare un
vero impero mondiale[110].
Partiamo innanzitutto dagli inizi del
NSDAP, il Partito nazionalsocialista dei Lavoratori fondato nel 1920: l’ideologia
nazista era un mosaico di idee politiche, molte delle quali radicalmente in
contrasto tra loro e poche realmente originali. Questo è evidente analizzando
dichiarazioni programmatiche del Nazismo come i "Venticinque punti"
del programma, ma questa nebulosità si ritrova anche all’interno dello stesso Mein Kampf di Hitler o nelle generiche
dichiarazioni sulle politiche naziste del 1930 e il 1932 e anche dopo il 1933:
l’ideologia nazista è infatti un esempio estremo di una politica ideologica
“aggregata”, il cui desiderio di fondo era appellarsi ad una insolitamente
ampia gamma di classi sociali, gruppi d’opinione e partiti politici.
Ciò che davvero era insolito nel NSDAP era
non la sua stupefacente ampiezza e varietà di contenuti concettuali, ma il
fatto che una tale confusione veniva disposta in un ordine ben preciso intorno
ad alcuni concetti fissi e che fungevano da collante tra tutti i vari aspetti.
Tra questi era fondamentale l’imperialismo, ma soprattutto la presunta
esistenza di una minaccia esterna alla collettività nazionale: questi collanti
facevano leva sulle paure e sui sentimenti diffusi tra la popolazione e i vari
strati della società, e furono un mezzo significativo per risolvere le
contraddizioni all’interno di un programma ideologico eterogeneo, come si
presentava quello nazista[111]. Attraverso questo
sentimento di accerchiamento, le differenze interne venivano ad assottigliarsi,
in nome del bene superiore del popolo tedesco.
Attorno a questi due concetti vennero a
concentrarsi e a conciliarsi dunque le due tendenze contrapposte dell’imperialismo,
come detto la tradizionale Weltpolitik
guglielmina e il Lebensraum. La prima
veniva generalmente sfruttata per individuare una minaccia economica e sociale
per la Germania da parte di gruppi di interesse industriale di altri Paesi (o
popoli, ebrei in primis), se essa non avesse ripreso il suo posto nella
politica internazionale ed il suo legittimo ruolo nello sviluppo economico del
mondo. Dall’altra parte vi era una
seconda minaccia, rappresentata da quei Paesi (principalmente gli slavi e la
Francia) accusati di volere rinchiudere la Germania in uno spazio ristretto,
impedendole di acquisire lo spazio necessario per proteggere la propria cultura
nazionale e quindi la fonte spirituale della sua forza[112]. La Germania nazista
riuscì attraverso un’imponente struttura di propaganda, utilizzando tutti quei
nuovi strumenti di divulgazione popolare ma allo stesso tempo scientifica, a
creare un vasto consenso attorno a queste idee.
Gli anni Trenta del Novecento furono
caratterizzati dall’avanzata nazionalsocialista: in particolare si rese ormai
chiara la volontà di Hitler di eliminare non solo gli avversari politici ma
anche di inglobare quei gruppi nazionalisti tradizionali, i quali venivano
accusati di un eccessivo elitarismo, e per questo visti come ostacoli al
progetto nazista di rendere il popolo emotivamente partecipe e di rappresentare
la classe media tedesca. Il rapporto tra il Partito Nazista e gli altri gruppi
di destra si rese così progressivamente sempre più critico, in particolare con
la Lega Pangermanica di Hugenberg e Claβ: questi inizialmente credevano di
poter controllare e limitare l’espansione politica nazista, tanto che lo stesso
Hugenberg nel 1933 divenne Ministro dell’economia e dell’agricoltura del
governo nazista, esultando per la vittoria del fronte nazionalista[113].
Tuttavia dopo che Hitler fu nominato
Cancelliere dal presidente von Hindenburg, iniziò una forte repressione contro
la Lega e la sua corrente conservatrice “moderata”. In particolare la nuova
Polizia Segreta di Stato (Gestapo)
iniziò ad informarsi sulle attività interne al gruppo, sul loro orientamento
intellettuale-borghese, sul sentimento filomonarchico e sul loro elitarismo,
compilando poi un documento consegnato allo stesso Cancelliere. Nel report
finale preparato dal Regime si indicava la Lega come una seria minaccia all’integrità
del governo, poiché non ne condivideva gli obiettivi ed ignorava i principi che
guidavano l’azione politica del NSDAP, tra cui “la superiorità del bene comune
rispetto ai singoli interessi”[114]. La Lega era in effetti
spesso critica verso gli atteggiamenti repressivi del governo, si poneva in
opposizione ad esso, attaccava personalmente i suoi leader. Tutto questo non
poteva essere tollerato nel Terzo Reich, e la comunanza politica non era una giustificazione
valida per sorvolare sulle pesanti accuse che venivano mosse verso il Partito.
Così in seguito alle perquisizioni e alle informazioni ricevute dalla Polizia
segreta, nel marzo del 1939 Hitler decise di porre fine alla Lega, dichiarando
fuori legge tutti i documenti e le opere da essa pubblicate.
Nonostante ciò, è interessante notare come
proprio dalla Lega Pangermanica Hitler avesse preso spunto per il suo programma
del 1920; nel primo dei 25 punti del NSDAP si chiedeva ad esempio “l’unione di
tutti i tedeschi-sulla base del diritto di autodeterminazione di tutti i
popoli-in una Grande Germania”; e ancora: "chiediamo terra e suolo
(colonie) per il nutrimento del nostro popolo e per l’insediamento della nostra
popolazione in eccesso”[115]. Ma il vero programma
politico nazista era contenuto nel Mein
Kampf di Hitler, scritto durante gli anni della prigionia con Rudolph Hess,
durante i quali, come detto, venne a contatto con gli insegnamenti di Karl
Haushofer.
Nell’opera è impressionante la continua presenza
e l’uso, spesso a sproposito, del termine Lebensraum.
Spesso questo viene indicato direttamente come la base di tutte le conseguenti
politiche nazionali. Anche se Hitler impiegava il termine in una serie di
contesti diversi, è chiaro però che egli aveva colto dalla teoria ratzeliana le
stesse conclusioni della maggior parte degli studiosi del tempo: infatti lo
Spazio Vitale veniva inteso ancora una volta come lo spazio necessario per il
mantenimento e la diffusione di una indipendente classe contadina, il
fondamento della vera cultura tedesca[116].
In comune con la maggior parte dei
conservatori che sposavano la teoria di Ratzel nel corso degli anni tra le due
guerre, Hitler credeva che un adeguato Spazio vitale per la Germania si potesse
trovare solo in Europa orientale, in particolare in Russia[117]. La necessità del Lebensraum è stata per Hitler la conditio sine qua non della politica
estera tedesca: dopo il ribaltamento di Versailles, la creazione di un’area
adibita a Spazio vitale per la popolazione tedesca è diventato l’immediato
obiettivo esterno del Regime, e la sua attenzione dopo aver preso il potere nel
1933 non si è mai allontanata da tale scopo.
Comunque Hitler non aggiunse nulla di suo
alla teoria che è stata già presentata e che si era tentato di applicare già
durante la Grande Guerra. Si può dire che il maggior “contributo” che il
Nazismo diede alla teoria dello Spazio vitale, fu collegare questa ad alcuni
aspetti che originariamente nulla avevano a che fare con la teoria originaria
di Ratzel. Primo fra tutti, quelle teorie razziste che si andavano promulgando
in quel periodo, soprattutto dopo le leggi di Norimberga del 1935. Fu proprio
Hitler ad indicare nel Mein Kampf la
presunta esistenza di una relazione tra la terra e la razza, in particolare tra
terra coltivata dai contadini tedeschi e le caratteristiche della razza
germanica, secondo il concetto romantico del Blut und Boden. L’idea di base era l’esistenza di una necessaria
affinità tra lo sfruttamento ottimale di un certo tipo di ambiente naturale e
un certo tipo razza pura[118]. Era il mezzo necessario
per collegare un concetto fondamentalmente di stampo culturale ed ambientale
come il Lebensraum ad una
impostazione di positivismo scientifico legata al razzismo biologico,
conciliando quindi un sentimento antimoderno con ciò che invece era frutto
dello sviluppo e della modernità[119].
A tali aspetti romantici, che sicuramente
avevano avuto una forte influenza sull’ideologia nazista, bisogna tuttavia
aggiungere un concetto più prettamente pragmatico come l’autarchia economica, a
cui Hitler fu introdotto ancora da Haushofer. La nozione di autarchia come
visto si andava affermando tra gli anni Venti e Trenta seguendo varie e diverse
interpretazioni: secondo una visione ristretta, questa era un semplice concetto
strategico a sostegno di interessi individuali delle industrie, le quali quindi
avrebbero dunque sostenuto il governo nella azione di penetrazione nei Paesi
dell’Est. In realtà nella visione Nazista portata avanti da Darré, Rosenberg e
Himmler, l’autarchia sarebbe servita innanzitutto come base economica per le
future azioni militari. Tuttavia questa era vista anche come una politica
intesa ad estendere il dominio tedesco su una larga fetta del continente
europeo: l’economia diveniva quindi uno strumento politico per l’affermazione
dello Spazio vitale tedesco.
Fu in particolare accolta e propagandata l’idea
che un massiccio programma di insediamento di contadini tedeschi fosse il
prerequisito per la creazione di una tale struttura economica per l’Europa
centrale ed orientale[120].
Su questi presupposti ideologici quindi
Hitler nel 1937-38 iniziò il processo di Drang
nach Osten, di riconquista dei territori orientali considerati storicamente
del popolo tedesco. Si riprende quindi il discorso interrotto nel 1918, ma
questa volta vi è un disegno preciso, vi è un piano di azione. E soprattutto,
le operazioni naziste non puntano a “rieducare” le popolazioni slave
culturalmente inferiori, non si basano sul riordinamento delle terre e dei
popoli selvaggi secondo i principi ordinatori della Germania: queste non
possono essere educate o civilizzate, ma devono essere eliminate, sradicate dai
territori “illecitamente” occupati, che verranno invece abitate dalla
popolazione ariana in eccesso.
Su questa convinzione di superiorità
biologica e di appartenenza storica dei territori slavi, si fondava l’espansione
nazista verso Est condotta fino al 1941, anno della svolta e dell’inizio della
fine del progettato Nuovo Ordine Europeo nazista.
Il primo Paese a subire la politica estera
nazista fu l’Austria, la quale nel 1938 venne annessa al Reich tedesco con la
cosiddetta Anschluss. La piccola
repubblica figlia dell’Impero asburgico era a maggioranza di lingua tedesca e
già alla fine della Prima guerra mondiale era stata la stessa Vienna ad
avanzare proposte verso una annessione alla Germania. Tuttavia il trattato
firmato tra i due paesi, il quale prevedeva l’Unione politica, non entrò mai in
vigore a causa dell’opposizione dei Paesi vincitori. La decisione nazista di
unire ed annettere “pacificamente” l’Austria era quindi una chiara mossa contro
i diktat della Pace di Versailles e del costituito ordine mondiale[121].
In seguito Hitler continuò la sua Drang nach Osten con l’invasione della
Repubblica Cecoslovacca: il pretesto gli venne dal Partito tedesco dei Sudeti,
il quale si lamentava di violazioni subite da parte del governo cecoslovacco, e
chiedendo l’intervento dei Nazisti. Nel settembre del 1938 la Germania, l’Italia,
la Francia e la Gran Bretagna si riunirono a Monaco e durante la conferenza fu
deciso di sacrificare l’unità cecoslovacca per evitare una guerra. Il
territorio dei Sudeti e la Slesia meridionale, a maggioranza germanofona,
furono annesse alla Germania. Lo sforzo diplomatico fu comunque inutile: nel
marzo del ‘39 la Wehrmacht entrò a
Praga e venne costituito il Protettorato di Boemia e Moravia, sotto il
controllo nazista[122].
Nel 1939 toccò quindi alla Polonia.
Nonostante lo sguardo di Hitler per la creazione di uno Spazio vitale fosse
diretto più verso l’Ucraina, la Crimea e il Caucaso, in seguito al rifiuto del
governo di Varsavia di sottomettersi ed accettare il ruolo che gli era stato
assegnato nella futura Europa dominata dalla Germania, l’invasione era
inevitabile.
Le mire di Hitler sulla Polonia erano vaghe
ma particolarmente violente: già negli anni ‘20 il Führer aveva denigrato la politica guglielmina di educare i
polacchi rendendoli cittadini tedeschi, affermando che si sarebbe piuttosto
dovuta bloccare la strada dello sviluppo di elementi razziali alieni o
rimuoverli completamente per “prevenire una futura corruzione del sangue
tedesco”[123].
La Polonia diventava così un campo sperimentale per lo stabilimento del dominio
nazionalsocialista, attraverso l’eliminazione di razze nemiche e la costruzione
di avamposti tedeschi popolati da sangue ariano “recuperato”: alle popolazioni
rimanenti sarebbero state concesse solo le condizioni minime di vita per
permettere loro di sopravvivere come fonte di manodopera.
Dopo l’invasione e la sconfitta della
Polonia, la Germania annesse Danzica, la Prussia occidentale, la Posnania e la
Slesia Superiore: i territori polacchi rimanenti furono designati come General government. Qui centinaia di
migliaia di polacchi ed ebrei erano deportati dalle zone annesse al Reich, per
far spazio all’etnia tedesca. Venne quindi nominato Himmler come Commissario
per il Rafforzamento della Nazione tedesca e le Schutz-Staffeln (SS), di cui egli era già a capo dal ‘36, divennero
responsabili primarie per la ricostruzione razziale dell’Europa orientale[124].
Il nuovo ordine pianificato dai Nazisti
nell’occupata Polonia (e nei territori ancor più ad Est) si basava dunque sulla
spietata eliminazione di nemici reali o presunti tali, concepiti in termini
razziali, e sull’insediamento di quello che sarebbe dovuto essere il nucleo di
una continua espansione del gruppo razziale tedesco. C’è da dire che le SS e la
polizia del General Government ebbero
terribilmente successo almeno nella prima parte del piano: si calcola infatti
che circa il 20% della popolazione polacca del 1939 fu eliminata. Tuttavia
questo non portò al desiderato insediamento della razza tedesca in quei
territori, bensì causò la completa eliminazione della secolare presenza
culturale tedesca in Polonia.
Durante gli anni iniziali della guerra, il
Reich tedesco arrivò a sottomettere quasi tutti i Paesi dell’Est europeo: l’unico
che riuscì ad opporsi alla sua avanzata fu l’Unione Sovietica, in seguito al
fallimento dell’Operazione Barbarossa. Furono inoltre questi gli anni in cui il
progetto di Karl Haushofer sembrava prendere corpo. Egli aveva sottoscritto e
spesso anche influenzato la politica estera di “Spinta verso Est”: l’apice
della rappresentazione politica dell’ideale di Haushofer venne raggiunto,
secondo gli articoli dello stesso Professore, alla conclusione del Trattato di
non-aggressione siglato tra i rispettivi Ministri degli Esteri, il russo
Molotov ed il tedesco Ribbentrop. Secondo il suo progetto geopolitico infatti
non era necessario che la Germania attaccasse militarmente la Russia e la
occupasse per fruire delle sue ricchezze naturali: lo stesso fine poteva essere
raggiunto attraverso un accordo di cooperazione. Così quando nel 1941 Hitler
decise di invadere l’URSS, venne a crearsi lo strappo definitivo tra la sua
teoria geopolitica e la realtà espansionistica nazista[125].

Fig. 3.3: Il Nuovo Ordine Europeo secondo
la politica Nazista, 1941-42
L’Operazione Barbarossa segnò quindi la
fine della “giusta” guerra nazista per l’annessione delle terre considerate
storicamente di proprietà tedesca ed il passaggio dall’obiettivo nazista di
creare uno Spazio vitale europeo ad una visione imperialista e di dominio
mondiale. Il momento in cui il Reich passò dal disegno Mitteleuropeo a quello
della Weltpolitik.
Non è forse un caso che da qui iniziò il
declino del consenso popolare al Regime oltre che l’inizio della ritirata
militare nazista, fino al crollo finale nel maggio del 1945 quando gli Alleati
entrarono a Berlino. Nel frattempo Hitler si era già suicidato. Tuttavia nel
suo Testamento Finale, poco prima della sua morte, affermava che la sconfitta
in guerra era la prova che la razza tedesca fosse pronta all’estinzione e che
non fosse meritevole della sua persona[126].
CONCLUSIONI
Quando Friedrich Ratzel teorizzò per primo
il concetto di Lebensraum,
difficilmente avrebbe potuto prevedere l’incredibile risonanza che questo ebbe
nella storia tedesca, ed il continuo richiamo a questa teoria da parte dei
maggiori gruppi conservatori tedeschi. Ma soprattutto sarebbe stato per lui
impossibile pensare che sarebbe divenuto uno dei piloni ideologici su cui si è
basato il più tragico momento della storia della Germania.
Quello che nasceva come un riferimento
alla semplice natura umana, al suo essere naturale biologico, venne trasposto
con il tempo in qualcosa di molto più complicato e molto più pericoloso.
Inizialmente dallo stesso Ratzel, il quale appunto ha tradotto concetti
biologici in ambito geografico, ed in seguito da quella tradizione romantica
contadina e conservatrice insita nel popolo tedesco fin dal Medioevo, che ha
trovato il momento di maggior spicco a seguito della nascita dello Stato
Germania nel 1871 e di cui egli stesso era parte integrante. E forse è questo l’aspetto
centrale su cui bisogna riflettere per comprendere la unicità della cultura
tedesca, legata fortemente alla sua Mittellage,
alla sua storica posizione di mezzo, non solo geografica ma anche politica tra
l’Est e l’Ovest.
Innanzitutto partiamo dal periodo
Medievale, che come si è visto, ha segnato l’inizio della Ostsiedlung, dell’Insediamento germanico verso le Province
orientali. Sebbene i flussi migratori delle popolazioni germaniche verso l’Est
europeo siano stati in questo periodo quantitativamente eccezionali, è chiaro
che mancava ancora all’epoca una base “ideologica”. Le popolazioni migravano
per cercare nuove terre incolte, per cambiare la propria vita ed avere un
futuro migliore. Le comunità germanofone si sono mescolate con le popolazioni
slave, baltiche e magiare che vivevano lungo i confini europei, convivendo
pacificamente per secoli. Vi era certamente una componente ideologica
cristiana, portata avanti in particolare dall’Ordine Teutonico, il cui scopo
era quello di “cristianizzare” le terre dell’Est. Tuttavia sarebbe errato
credere che vi fosse altro motivazione rispetto alla pura “melioratio terrae”. Fino alla metà del XIV secolo tali flussi
migratori erano composti da semplici contadini, che per quanto numericamente
imponenti, non erano caratterizzati da alcun fine politico o militare. Si
calcola però che tra il Dodicesimo e il Tredicesimo Secolo, ogni anno circa tra
duemila e duemilacinquecento persone emigravano verso le terre ad Est.
Tale imponente insediamento di coloni
germanici portò alla “germanizzazione” di molte terre, ma contemporaneamente ad
una loro “slavizzazione”.
Nacquero così le prime comunità
germanofone, e già durante l’Illuminismo l’area germanica iniziava a costituire
una criticità per l’integrità europea. L’Ottocento è infatti il secolo dell’espansionismo
prussiano e della unificazione dei piccoli principati germanici. È interessante
notare innanzitutto la grande differenza tra le migrazione delle popolazioni
germaniche nel XVIII e XIX secolo e quelle avvenute durante il Medioevo: esse
divennero infatti numericamente molto meno significative (all’incirca 30-40.000
per secolo), ma qualitativamente molto più importanti. Durante l’Illuminismo le
cosiddette gens de merité, ovvero
accademici, funzionari amministrativi, professori e filosofi, furono accolti
come consiglieri politici dei principali reggenti, portando un contributo
essenziale allo sviluppo politico, economico e sociale di quei Paesi. Ma è
anche il momento in cui si inizia a formare un nuovo e forte sentimento di
comunanza di spirito e solidarietà tra comunità tedesche all’estero, che
filosofi come Herder, Fichte e Hegel battezzarono come Volksgeist.
L’Ottocento è stato il Secolo che
maggiormente ha influenzato lo sviluppo della storia tedesca per gli anni a
seguire, e che lo ha fortemente differenziato rispetto alle altre nazioni
europee. Come visto infatti nel capitolo I, lo Stato Germania non è sorto in
seguito allo sviluppo di uno spirito rivoluzionario liberal-borghese come in
Francia, né tantomeno fu sospinto dai moti rivoluzionari del ‘48, che anzi
fallirono miseramente nell’esportare anche in Germania i valori francesi della
rivoluzione borghese e democratica. Tale corrente liberale che intendeva
applicare i principi della Rivoluzione Francese e unificare i territori germanici
seguendo il modello nella neonata République
non trovò terreno fertile. Invece fu la corrente romantica a indicare il
sentiero da seguire: così l’unità tedesca si realizzava con un netto taglio ed
in contrapposizione all’Illuminismo francese ed ai suoi valori fondanti di
libertà, uguaglianza e fratellanza.
Come mai quindi la Germania scelse di
seguire un percorso diverso? Innanzitutto perché all’epoca non esisteva uno
Stato-nazione tedesco. Le comunità germaniche erano sparse tra vasti territori
europei ed est europei, proprio a causa della Ostsiedlung medievale. Era quindi impossibile applicare al popolo
tedesco quel “nazionalismo civico” di stampo francese. Ciò che rappresentava il
collante tra le varie comunità germaniche in Europa non era quindi l’istituzione
Stato: era bensì la Kultur tedesca.
La Nazione diveniva quindi il frutto di quello “Spirito del Popolo” derivante
dalla lingua tedesca comune.
Così il nazionalismo romantico tedesco
tendeva a definire la Germania in contrapposizione all’Occidente liberale. Con
il tempo i nazionalisti iniziarono a distinguere sempre più nettamente la
Cultura tedesca dall’intera civilizzazione occidentale. Si andava formando
quindi un rigetto intellettuale delle idee, dei modelli occidentali, con l’obiettivo
di individuare una specifica via tedesca al pensiero, alla politica, all’organizzazione
sociale, che non era solo considerata diversa, bensì migliore. In seguito al
rifiuto del liberalismo politico, il nazionalismo romantico tedesco si
arricchiva con un sentimento di “eccezionalismo culturale”, di una Sonderweg.
Oltre all’aspetto culturale, vi sono
tuttavia altri aspetti fondamentali da considerare riguardo la nascita dello
Stato tedesco e l’affermazione della ideologia romantica. Un ruolo decisivo
nella scelta del percorso da seguire da parte di Bismarck, fu svolto infatti
dalla classe degli Junker. La nobiltà
terriera reazionaria germanica, a cui lo stesso Cancelliere apparteneva e che
lo aveva sostenuto nell’ascesa. Essi erano contrari ad ogni forma di
democratizzazione e liberalizzazione politica, che ne avrebbe inevitabilmente
compromesso il potere e gli interessi agricoli e economici.
In seguito all’unificazione tedesca, il
Paese fu attraversato da un sentimento trionfalistico che esaltava la Kultur, ritenendola superiore all’ideologia
liberale francese e alle culture liberaliste di Gran Bretagna e Stati Uniti,
accusate di rappresentare ed esaltare valori materiali. Invece il neonato Stato
tedesco rappresentava la somma di istituzioni e tradizioni economiche, militari
e scolastiche incentrate su alti valori spirituali. Eppure è fondamentale
ricordare come a sostegno della politica di Bismarck un ruolo cruciale sia
stato svolto dalle grandi industrie come AEG e Siemens, le quali avevano
bisogno di nuove risorse e mercati per espandersi, e contemporaneamente
pretendevano tariffe protezionistiche per tutelarsi dalle potenze straniere
(Russia e Stati Uniti in primis). L’ultimo gruppo che esercitò notevole
pressione su Bismarck e la politica estera tedesca, furono le forze armate. La
spesa militare del Paese era in crescita continua, cominciando a rappresentare
una forza destabilizzante per il sistema Europa. Nacque in questo periodo
storico quello che Hans-Peter Schwarz ha definito Einkreisung, ovvero “sindrome da accerchiamento”. La Germania non
era ancora abbastanza potente da poter sconfiggere una coalizione di paesi, e
tale timore legato al sentirsi “diversi” originava un sentimento di timore di
essere accerchiati ed attaccati. Questo induceva il governo ad armarsi, e
aumentare la spesa militare. Ma tali misure non facevano altro che accelerare
la nascita di un fronte antitedesco, in nome del quale Bismarck e il Kaiser
giustificavano le enormi spese militari. Un circolo vizioso che nel corso della
storia non ha causato altro che guerre e devastazioni.
Quando apparve la teoria dello Spazio
Vitale, questo era il contesto storico e culturale, nel quale si stava
affermando l’idea della Deutschlands
Beruf, della missione che vedeva coinvolta la Germania, la quale doveva
esportare la sua eccezionalità culturale e in tal modo istruire e far
progredire i popoli meno sviluppati. Si andava quindi caldeggiando la necessità
di acquisire un territorio più ampio, espandendo l’influenza del Reich nel
mondo. Negli anni ‘80 dell’Ottocento nasceva così il “discorso imperiale”,
ovvero l’eterna diatriba tra due visioni contrapposte di imperialismo: Weltpolitik e Mitteleuropa.
Da un lato si diffuse la convinzione che
la prosperità e la stessa sopravvivenza del Paese sarebbero dipese dalla
conquiste delle risorse necessarie per divenire un impero mondiale, sulla
falsariga di Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia. La ricerca di “un posto al
sole” era inoltre legata ai bisogni delle industrie tedesche che cercavano
nuove concessioni in Africa ed Asia. Molti dei gruppi di pressione attivi e
favorevoli all’espansione oltremare (come la Kolonialverein o la Gesellschaft
fur Kolonisation) erano finanziati proprio da quei gruppi industriali.
Dall’altro lato invece vi era chi riteneva
che il progetto espansionistico del Reich dovesse realizzarsi all’interno del continente
europeo, annettendo quelle terre orientali che nell’immaginario collettivo
conservatore tutt’ora appartenevano al popolo tedesco. Iniziava qui a nascere l’idea
di Mitteleuropa, un grandioso
progetto di integrazione continentale a egemonia tedesca.
In questo clima culturale della Germania
ottocentesca, fortemente votata all’espansionismo e al nazionalismo, apparve
nel 1859 la prima traduzione in tedesco di “The
Origin of the Species” di Darwin. L’impatto che essa ebbe sugli scienziati
e pensatori dell’epoca è stato analizzato nel corso dell’opera. In particolare
perché i biologi tedeschi presero spunto dall’opera del collega britannico per
iniziare a parlare di Stato come organismo vivente. Il primo a interpretare il
messaggio darwiniano in senso geografico-politico, e a parlare di Lebensraum fu, come visto, Oscar
Peschel.
La sua concezione di Spazio vitale era
però molto diversa da quella che poi verrà elaborata da Ratzel. Innanzitutto
perché Peschel credeva in un vero e proprio conflitto per lo Spazio terrestre,
sulla falsariga della lotta per la sopravvivenza darwiniana. Uno scontro
inevitabile e da cui le razze più forti sarebbero uscite vincitrici. Una
visione quindi dell’esistenza umana come una continua lotta per la
sopravvivenza individuale e collettiva, dove la sparizione di razze considerate
inferiori era paragonabile ad “un processo naturale, come l’estinzione di
secondarie forme di piante o animali”. Altra enorme differenza è nella
terminologia usata: solo per dare un’idea, Peschel parla sempre di razze, tanto
che nel 1876 pubblicò un libro intitolato “Le Razze Umane e la loro
distribuzione geografica” in cui classificava la razza umana in sette diverse
tipologie.
Per quanto l’influenza di Peschel svolse
un ruolo fondamentale sul pensiero di Ratzel, il messaggio di fondo che essi
trasmettono (non l’interpretazione che ad essi viene data) è molto diverso, se
non completamente. Nel capitolo II si è tentato di rappresentare i vari aspetti
interni alla teoria di Ratzel. Si è detto di come sia un concetto sintetico,
derivato dal campo scientifico biologico e tradotto in ambito geografico. Si è
provato quindi a delineare una definizione che non fosse né troppo limitata né
troppo ampia. La difficoltà è legata al fatto che lo stesso Ratzel non ha mai
definito chiaramente i limiti teorici dello Spazio Vitale, e questo ha dato
ampia possibilità di interpretazioni e rappresentazioni politiche errate. Il
Geografo di Karlsruhe parla del Lebensraum
come di quella “area geografica della superficie richiesta necessaria per
supportare una specie vivente nella sua corrente dimensione di popolazione e
modo di esistere”. Una definizione molto vaga, che non fissa dei limiti chiari.
Per questo nel corso della storia è stato facilmente interpretato e adattato alle
esigenze politiche del momento.
Tuttavia lo Spazio vitale di Ratzel non
può essere definito in modo semplicistico come la base scientifica di quel
sentimento pangermanistico, dell’espansionismo militare tedesco nel corso del
Novecento. È una teoria molto più complessa ed articolata, che nulla ha a che
fare con l’imperialismo ed il razzismo biologico. È innegabile che Ratzel
condividesse parte di quel sentimento, essendo lui stesso stato formato nel
segno della Mittelstand conservatrice
tedesca, agricola e anti-industriale, ed essendo un fermo oppositore al
paradigma neo-liberale delle scienze e al liberalismo politico francese. Egli
in effetti era fermamente convinto, come la maggior parte dei pensatori
romantici tedeschi, della superiorità della Kultur
germanica, della necessità e della bontà della “Missione tedesca” (Deutschland Beruf) legata alla sua
intrinseca eccezionalità.
Questi aspetti sono delle componenti
essenziali della sua teorizzazione dello Spazio Vitale: essa può essere infatti
ben compresa solo alla luce di questa contestualizzazione storica e culturale.
Ratzel era sicuramente un sostenitore del colonialismo e in un certo senso dell’imperialismo
tedesco dell’epoca, ma non era uno sprovveduto qualsiasi. Riteneva fondamentale
per la Germania l’occupazione di terre selvagge da coltivare e lavorare, da
concedere ai numerosi contadini tedeschi per il sostentamento dello Stato e
della popolazione in rapida crescita, ma due sono gli snodi fondamentali.
Innanzitutto era impossibile lavorare delle terre che fossero già state
soggette al lavoro di popoli altrui; inoltre tale opera di colonizzazione
agricola doveva essere lasciata alla volontà e capacità dei contadini, e quindi
nulla aveva a che fare con l’aggressivismo e l’uso della forza dello Stato, il
quale avrebbe dovuto svolgere solo successivamente il compito di mantenere e
aiutare tali “conquistatori”. L’agricoltura era, secondo Ratzel, la componente
fondamentale su cui si basava tutta la cultura tedesca (in piena visione
romantica del mondo naturale): perciò l’occupazione e lo sfruttamento di queste
terre non era altro che espressione dell’esportazione della Kultur tedesca.
Nell’opera di Ratzel quindi la mera
espansione territoriale svolge un ruolo secondario. La forza di uno Stato non
si misura quindi semplicemente in base alla grandezza del suo territorio, o
alla potenza del suo esercito, bensì alla costruzione di una forte identità, di
una forte condivisione di valori e di solidarietà sociale, la creazione di
quella che egli definisce “idea politica”. Questo è il compito primario dello
Stato, in base al quale va interpretata anche la citazione per cui “la Germania
può esistere solo se è forte”. Non deve essere inteso come forza militare, o
estensione territoriale. In quest’ottica deve essere giudicata anche l’importanza
del “migrazionismo coloniale”: solo uno Stato forte, con un’idea politica
condivisa ed una salda identità culturale avrà la forza di individuare i
territori giusti da colonizzare. Ed acquista valore in questo senso, anche l’importanza
che egli dà alla “colonizzazione interna”: prima di indirizzare i contadini
migranti verso le terre straniere, è fondamentale che si occupino e lavorino
tutte quelle aree interne allo stesso Paese, che erano state spesso abbandonate
dai contadini per la crescente industrializzazione. Lavorare queste terre
significava porre le radici sul suolo tedesco e quindi accrescere l’identificazione
tra popolo, territorio e Stato. Lo snodo centrale della teoria del Lebensraum di Ratzel sta nella
traduzione della parola “Wachstum”:
storicamente interpretato come “espansione”, letteralmente invece significa
“crescita”. Non una dimensione orizzontale quindi, bensì verticale. Lo Stato
non è altro che una pianta che nel tempo poggia le sue radici nel territorio da
lei occupato. Più le radici sono profonde, più difficile sarà sradicarla, più
essa crescerà quindi fisicamente.
Da questa base deriva il discorso
espansionistico di Ratzel, che la Chiantera-Stutte ha giustamente definito come
“imperialismo culturale”. Quali sono però gli elementi che compongono la
cultura di uno Stato? Non esiste una definizione univoca. Egli ritiene che
tutti quei fenomeni rilevabili all’interno di uno spazio come le industrie, le
chiese, le scuole, l’arte, gli stessi campi coltivati, rappresentano i segni
vitali della connessione tra l’uomo ed il suolo, e quindi compongono e formano
l’identità culturale di un Paese.
Quando l’idea politica dello Stato
raggiunge un punto di massima condivisione, quando i valori spirituali e la
cultura sono ben radicati nell’immaginario collettivo, inizia la vera
“espansione territoriale”. Anche qui tuttavia bisogna fare chiarezza: non vi è
traccia nelle opere di Ratzel di forza militare, di sottomissione o di
sterminio delle popolazioni o razze inferiori. Nel segno della sua idea
antropologica, il mondo si divide in Kulturvölker
e Naturvölker: con il tempo le
seconde, ovvero quelle popolazioni culturalmente meno sviluppate, verranno
attratte dalle prime, cioè le civiltà più avanzate, tentando di emularle fino
ad essere da esse inglobate. Questo processo è una legge naturale inevitabile,
data la limitatezza del suolo terrestre e la sua completa occupazione di
civiltà e popoli tanto diversi tra loro. La lotta per lo spazio e la selezione
naturale darwiniana vengono così rivisitate e adattate ad un contesto culturale
diverso. Solo le società con l’idea politica (e quindi la cultura) più avanzata
e sviluppata resteranno in vita: “L’imperialismo, e cioè la penetrazione della
cultura superiore in quella inferiore e il suo dominio, viene così legittimato
dalla legge naturale che impone alle grandi civiltà di guidare il mondo”.
Lo studioso che meglio ha interpretato il
pensiero di Ratzel è stato Rudolph Kjellén, non a caso indicato come il suo
principale allievo. Egli ha ulteriormente sviluppato il pensiero del geografo
di Karlsruhe, arricchendolo di una componente economica completamente assente
nell’opera del tedesco, ovvero il concetto di autarchia. In questo senso il
politologo svedese riconosce il messaggio dell’imperialismo culturale
ratzeliano, elaborando una sua concreta rappresentazione politica. Nell’opera
di Kjellèn sono presenti aspetti contrapposti: da un lato continua a sostenere
l’importanza della cultura, dell’idea politica, e della crescita verticale di
uno Stato inteso come organismo vitale; dall’altro tuttavia, differentemente da
Ratzel, egli sottolinea l’importante ruolo che la forza militare svolge nelle
dinamiche tra Stati, giustificandone l’utilizzo in situazioni in cui l’imperialismo
culturale non basta. Quindi all’interno delle sue opere sono stati identificate
due diverse correnti di pensiero. Una segue il percorso culturale tracciato da
Ratzel, l’altra interpretazione invece è figlia del contesto culturale romantico
tedesco facente capo alla tradizione del Blut
und Boden: l’aspetto espansionistico-militare, svolge anche in Kjellén un
ruolo secondario. Eppure, sfortunatamente, questa interpretazione ha ottenuto
maggior attenzione e condivisione di quanto non fosse auspicabile, tanto che lo
svedese è stato spesso ritenuto come il primo teorico della Geopolitik nazista e fonte di
ispirazione per Karl Haushofer.
Il progetto di Kjellén si basava su un
assunzione di responsabilità da parte della Germania: essa doveva accettare ed
esaltare il suo carattere “austriaco”, multiculturale e cosmopolita, rispettoso
delle diversità, ed in queste trovare la sua forza. La Germania avrebbe dovuto
ergersi come leader europeo, proprio per merito della sua eccezionalità, raccogliendo
attorno a sé gli altri paesi continentali. Non più quindi semplice occupazione
e colonizzazione di terre, ma la creazione di una vera e propria Unione di
Stati europei, in grado di contrapporsi alle potenze mondiali (in particolare
la Russia era vista come la principale minaccia all’integrità europea). Questa
unione non sarebbe però dovuta avvenire né con l’uso della forza né con un
progetto coloniale, ma in base al riconoscimento della potenza tedesca (e
militare e economica e culturale) da parte delle popolazioni europee. Come già
detto, una posizione di “leadership senza
dominio”. Lo Spazio vitale non più
legato quindi al semplice dato territoriale, alla occupazione di territori e la
loro colonizzazione: si prospetta una vera e propria Unione politica sotto il
segno della Germania. In questo progetto non pochi studiosi hanno trovato delle
similitudini con la situazione europea che si è venuta a creare nel Ventesimo
secolo.
Sfortunatamente comunque tale approccio
cosmopolita, multiculturale e europeista non ha avuto successo. Nel contesto
culturale tedesco tra IX e XX secolo, era forse inevitabile che una teoria come
quella del Lebensraum fosse
interpretata in senso nazionalistico e pangermanistico. Ed allo stesso tempo
tale teoria non poteva che nascere in Germania in quel momento storico. Fin
dalle prime apparizioni, in molti videro nelle opere di Ratzel la base
scientifica che avrebbe dovuto sostenere le azioni espansionistiche del Kaiser.
Nonostante ad inizio Novecento si trattasse ancora di un sentimento piuttosto
ristretto e limitato a gruppi di pressione elitari (come la Lega Pangermanica e
la Società per la Colonizzazione), questi erano rappresentanti di forti
interessi di grandi gruppi industriali ed economici.
Bismarck si mantenne sempre contrario alla
linea della Weltpolitik, posando
invece il suo sguardo sui territori orientali e giudicando più praticabile la
creazione di un impero sul continente europeo. Tuttavia dalla sua deposizione,
il Kaiser Guglielmo e i suoi nuovi Cancellieri spinsero per la creazione di un
Impero coloniale mondiale, occupando territori d’oltremare, seppur mantenendo
anche una discreta attenzione al fronte orientale. Durante il Primo conflitto
mondiale infatti ci fu la prima vera “espansione verso Est” dettata da una politica
nazionale. La creazione della Oberost
Land, struttura di amministrazione per i territori occupati durante la
guerra: fu il primo tentativo di annessione da parte dello Stato tedesco, ma
anche la prima rappresentazione politica della teoria dello Spazio Vitale. Da
questo momento in poi il termine Lebensraum
verrà sempre identificato con l’aggressivismo e l’espansionismo tedesco a danno
dei popoli slavi.
Secondo molti studiosi dell’epoca (primo
fra tutti Karl Haushofer), il fallimento tedesco durante la Prima guerra
Mondiale fu dovuto alla mancanza di un chiaro e globale disegno politico. L’azione
del governo era ancora indecisa tra la creazione di un Impero coloniale e il
progetto Mitteleuropa.
La situazione cambiò dopo Versailles. Il
progetto mondiale fu definitivamente abbandonato, e iniziò a serpeggiare tra la
popolazione un sentimento di disprezzo verso quei popoli autoctoni delle
regioni orientali, i quali avevano avuto l’occasione di accrescere e sviluppare
le loro conoscenze grazie all’influenza e alla cultura tedesca, ma a cui invece
si erano opposti ed anzi avevano cacciato dai loro territori. Tale sentimento
non fece altro che mantenere in vita e dare nuovo vigore all’interpretazione
nazionalista del Lebensraum. Fu
durante la Repubblica di Weimar che sorse infatti la “Questione Mitteleuropa”,
per cui molti gruppi di pressione giunsero a condividere un senso di
accerchiamento, di essere ingabbiati dalle potenze mondiali per la propria
eccezionalità storica e superiorità culturale. Il giovane e dinamico Stato
tedesco doveva liberarsi dal giogo del sistema internazionale di Versailles, e
porsi esso stesso come potenza continentale rivendicando quei territori
storicamente appartenenti al popolo. La teoria del Lebensraum venne ad essere definitivamente abbracciata dall’ideologia
della Mitteleuropa e dell’espansionismo militare.
Fu il Partito Nazionalsocialista Tedesco
dei Lavoratori a farsi carico di questo sentimento, a farne la sua ideologia
politica. Il NSDAP ha estremizzato la Questione
Mitteleuropa e il Lebensraum,
caricandoli di sentimenti razziali e di odio, seppur inizialmente richiamasse
all’attenzione politica solo la necessità di uno spazio di vita agricolo ed un
processo di colonizzazione interna. Ben presto però, tale ideologia si arricchì
di elementi esterni all’originale teoria ratzeliana. Ruolo fondamentale, per
esempio, veniva riconosciuto alle industrie tedesche: esse non erano più viste
come un nemico della cultura e delle tradizioni agricole, ma come un valore
aggiunto. La capacità della Nazione di
difendersi dai suoi nemici dipendeva dal mantenimento della superiorità
industriale nazionale, la quale assumeva valore solo quando agiva in conformità
alle necessità del popolo tedesco. Agricoltura e industria dovevano quindi
andare di pari passo.
Fu riscoperta
la corrente di pensiero romantica del Blut und Boden, improntata ad una
discriminazione razziale: esisteva una necessaria affinità tra
lo sfruttamento ottimale di un certo tipo di ambiente naturale e un tipo di
razza pura (quella ariana). Era il collegamento mancante tra un concetto
fondamentalmente di stampo culturale ed antropologico come il Lebensraum ed uno moderno come il
positivismo scientifico, da cui trassero origine le teorie di razzismo
biologico (la cosiddetta “eugenetica”).
In molti hanno giudicato nel Professor
Karl Haushofer il teorico dell’espansionismo nazista verso Est, colui che ha introdotto
Hitler alla Geopolitik. Haushofer è
stato inevitabilmente uno degli intellettuali più rilevanti durante il Regime
nazista, occupava sicuramente una posizione privilegiata anche data la sua
amicizia personale con Rudolph Hess. Per anni per gli stermini perpetrati nei
confronti delle popolazioni slave, egli è stato giudicato ugualmente colpevole
dei gerarchi nazisti, e per questo da processare dinnanzi al Tribunale di
Norimberga (dove in realtà non apparirà mai, suicidandosi prima dell’inizio del
processo). Egli aveva studiato a fondo la geografia politica di Ratzel e l’autarchia
di Kjellén: viene considerato quindi l’ultimo teorico del Lebensraum. Egli ha sicuramente svolto un ruolo importante per il
regime nazista tra il 1923 ed il 1941. In questi anni scrisse per la Zeitschrift fur Geopolitik, rivista
geopolitica molto diffusa durante il ventennio nazista. Aveva avuto sicuramente
dei contatti (inevitabili) con Hitler in questi anni, e va riconosciuto come
egli avesse riconosciuto in questo un “nuovo Cesare”, colui che avrebbe
finalmente liberato e riunito le popolazioni tedesche in un unico Kulturstaat (“Stato culturale”).
Il contributo di Haushofer alla teoria
dello Spazio Vitale non consistette in una qualche elaborazione teorica o l’aggiunta
di qualche nuovo concetto geopolitico. Innanzitutto va sottolineato come egli
si riferisse più a Kjellén che a Ratzel: questo risulta evidente leggendo i
suoi scritti, e notando come il geopolitico non si riferisce quasi mai all’importanza
della cultura tedesca, dei valori spirituali e del legame con il suolo
(centrali in Ratzel). Per il professor Haushofer l’espansione tedesca verso Est
è legata a necessità economiche e strategiche, ribadendo decisamente il
concetto di autarchia economica e la convinzione per cui più uno Stato è esteso
territorialmente, più difficile sarà il suo crollo. La Germania quindi aveva
necessità di espandersi verso Est per aumentare la sua forza economica ma anche
la sua stabilità politica.
Un altro autore che ebbe grande influenza
su Haushofer fu Mackinder, e la sua teoria dell’Heartland. Il geografo britannico divise le nazioni del mondo in
due settori contrapposti: le potenze terrestri dell’Euro-Asia e le potenze
marittime come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Giappone, periferiche
rispetto al centro “pivotale” della Storia, ovvero la Russia. Inevitabilmente i
due gruppi di potenze sono eternamente contrapposti per il dominio sull’Heartland. Questo territorio può essere
oggi riconosciuto nella cosiddetta Eurasia, tutti quei territori ad Est della
Germania, fino alla Russia. Secondo Mackinder, chi avesse governato su tale
territorio avrebbe governato sul mondo intero. Nell’idea di Haushofer, la
Germania quindi avrebbe dovuto guardare a questo vasto e ricchissimo territorio
per assumere il ruolo di potenza mondiale e contrapporsi alle potenze
marittime. Risulta qui evidente come il concetto di Lebensraum abbia subito un’evoluzione nell’elaborazione di
Haushofer. Passa da essere un concetto di origine culturale, legato alla
tradizione romantica tedesca, ad una vera e propria teoria politica, economica
e strategica.
Tuttavia anche qui ci sono degli
accorgimenti da prendere: è errato pensare ad Haushofer come al “padrino
ideologico” di Hitler, come spesso è stato definito. Innanzitutto perché, se è
vero che egli era una personalità rilevante in ambito accademico e geopolitico
ed avesse avuto dei contatti con il Führer,
di certo non poteva vantare di avere una tale influenza da guidarne le azioni
di politica estera. Inoltre non è da sottovalutare
l’esistenza di alcune profonde differenze tra il pensiero di Haushofer e quello
di Hitler. Il Professore, in quanto accademico e scienziato, non condivideva ad
esempio le considerazioni razziali su cui si basava molta dell’ideologia
nazista. Se inizialmente egli aveva sostenuto l’Anschluss del ‘39 e l’annessione
della Cecoslovacchia, l’annuncio e l’inizio dell’Operazione Barbarossa nel 1941
segnarono il punto di rottura tra lui e il progetto di Drang nach Osten nazista. Infatti se è vero che Haushofer riteneva
che chi avesse ottenuto il controllo su quegli immensi e ricchissimi territori
eurasiatici, avrebbe assunto il ruolo di guida per il continente europeo, ciò
che divergeva tra la sua idea e l’azione nazista era lo strumento: il
Professore riteneva la Russia e l’Heartland
un territorio troppo esteso e perciò difficile da conquistare militarmente. Il
mezzo con cui la Germania avrebbe dovuto ottenere il controllo su tale
macroregione era l’alleanza tra Berlino e Mosca. Per questo vide nel trattato
Molotov-Ribbentrop finalmente la rappresentazione pratica delle sue teorie. Per
questo dopo il 1941 ruppe ogni legame con il regime.
Sulle basi ideologiche analizzate si
fondava il Mein Kampf, il manifesto
politico di Hitler. Su queste iniziò quella politica di Drang nach Osten (Spinta verso Est) durante la quale occupò
numerosi territori appartenenti alle popolazioni di origine slava, non più
quindi educate alla cultura tedesca, ma sradicate e allontanate dalle loro
stesse terre.
Il folle piano di espansione nazista fu
probabilmente il momento più basso e più drammatico della storia tedesca ed
europea. Con l’espansione Nazista verso
Est, la teoria del Lebensraum è stata
per decenni quasi irrimediabilmente legata ad aspetti come il razzismo e lo
sterminio delle popolazioni slave e degli ebrei. Aspetti che invece, avendo
analizzato in profondità il pensiero di Ratzel, non avevano rivestito alcun
ruolo nella formulazione originaria dell’idea del geografo di Karlsruhe.
Fortunatamente dopo anni di damnatio
memoriae, si sta rivalutando il contributo che Egli diede allo sviluppo
della geografia e della geopolitica. Coloro che vedevano nelle sue opere le
prime formulazioni di un espansionismo ed imperialismo militare tedesco, hanno
corretto le loro posizioni e convinzioni.
Andare a rileggere oggi quelle sue opere,
può piuttosto darci un punto di vista molto interessante ed ancora oggi attuale
verso una costruzione più omogenea e compatta di un Grande Spazio Europeo,
unito nella sua diversità culturale, che occupi un’ampia zona continentale e
che abbia la forza di porsi allo stesso livello delle grandi potenze mondiali.
Questo era l’ideale prospettato da Ratzel e Kjellén, dei quali alcuni aspetti
furono sviluppati ancora da Schmitt. Un geografo, un politico e un giurista,
dei professori legati dalla visione di un’Europa unita e trainata dalla potenza
tedesca.
Nell’Unione Europea di oggi, in molti
vedono un interessante riferimento alla originale teoria dello Spazio vitale
tedesco. La Germania non è più quella potenza geopolitica-militare del
Novecento: essa ha iniziato, dopo il dramma nazista, un radicale cambiamento
politico della sua stessa “idea politica”, come direbbe Ratzel. Essa si è
trasformata in quella che Hans Maull ha definito una “potenza civile”, un nuovo
tipo di Stato che accetta di cooperare con gli altri, e che per realizzare la
sua politica estera preferisce utilizzare strumenti economici e civili
piuttosto che militari.
Con l’espansione Nazista verso Est, la
teoria del Lebensraum è stata per
decenni quasi irrimediabilmente legata ad aspetti come il razzismo e lo
sterminio delle popolazioni slave e degli ebrei. Aspetti che invece, avendo
analizzato in profondità il pensiero di Ratzel, non avevano rivestito alcun
ruolo nella formulazione originaria dell’idea del geografo di Karlsruhe. All’incirca
dagli anni Sessanta del Novecento è iniziato un processo che sta portando a
rivalutare il contributo che egli diede allo sviluppo della geografia e della
geopolitica. Coloro che vedevano nelle sue opere le prime formulazioni di un
espansionismo ed imperialismo militare tedesco, hanno corretto le loro
posizioni e convinzioni. Così anche la teoria dello Spazio Vitale potrà
spezzare quei legami con la drammatica geopolitica nazista di cui spesso è
stata accusata di essere la matrice, ed in questo modo si potrà andare a
rileggere e rivalutare l’innovativo pensiero di uno dei più importanti geografi
di sempre.
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[1] L’ordine teutonico è un antico
ordine monastico-militare attivo in Terrasanta all’epoca della Terza Crociata
(1188-1192) da alcuni tedeschi per assistere i pellegrini provenienti dalle
terre di Germania. Esso assunse un ruolo centrale a partire dal XIII sec. nell’Europa
centrale ed orientale, contribuendo ad una vasta opera di conquista e
cristianizzazione delle tribù pagane che abitavano i territori dell’Est; per
una lettura generale si rimanda a W.
Urban, The Teutonic Knights: a
military History, Greenhill books, 2003.
[2] Cfr. A.
Kormendy, Melioratio terrae:
Vergleichende Untersuchungen über die Siedlungsbewegung im östlichen
Mitteleuropa im 13.-14. Jahrhundert,
Poznan, 1995.
[3] Cfr. C.W.
Ingrao, A.J. Szabo, The Germans and the
East, West Lafayette Indiana, 2008, pp. 17-23.
[4] È tuttavia sbagliato ritenere che
la nascita di agglomerati urbani in queste terre sia stato merito esclusivo
della colonizzazione tedesca: studi recenti dimostrano che città come Stettino,
Cracovia o Breslavia, esistessero già tempo prima dell’arrivo dei coloni e dei
migranti. Cfr. L. Dralle,
Die deutschen in Ostmittel und Osteuropa,
Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1991, pp. 43-102.
[5] Cfr. W. Kuhn, Vergleichende Untersuchungen zur mittelalterlichen Ostsiedlung,
Colonia, 1973.
[6] Tuttavia anche in Polonia in
particolare a Cracovia nel VI secolo vi furono scontri tra polacchi di origine
tedesca e popolazioni locali. Cfr. J.M.
Piskorski, After Occidentalism:
the Third Europe writes its own History, in Historical Approaches, pp. 10 e
ss.
[7] Cfr. R.F.Kandl, Geschichte der Deutschen in den Karpathenlander, vol. 1, Gotha
1907, pp. 143
[8] Cfr. J.M.Piskorski, The medieval ‘Colonization of the East’, in Polish Historiography, in Historiographical Approaches, pp.
97-105; anche S. Gawlas, O kształt zjednoczonego królestwa,
Wydawnictwo, DIG, 1996, p. 95 ss.
[9] Per una panoramica della storia
della spartizione polacca, cfr.
M.G.Mueller, Die Teilungen
1772-1793-1795, Monaco, 1984
[10] Cfr. M.S.Wessel, Russlands Blick auf Preussen. Die polnische Frage in der Diplomatie und
der politischen Offentlichkeit des Zarenreichs und des Sowjetstaats, 1697-1947, Stoccarda, 1995, pp. 85-97
[11] Cfr. C. Scharf, Katharina II, Deutschland und die Deutschen, Magonza, 1995; R.P.
Bartlett, The Settlement of Foreigners in
Russia 1762-1804, Cambridge, 1979, pp. 109-142.
[12] La Alldeutscher Verband (Lega Pangermanica) verrà fondata nel 1891, ma
è già a partire dal 1800 che, coerentemente con il pensiero romantico tedesco,
si sviluppa un sentimento di coesione e unità nazionale che almeno in
apparenza, guidò l’espansione e le conquiste territoriali del Regno di Prussia
fino alla proclamazione dell’Impero tedesco nel 1871. La storia della Lega
verrà comunque analizzata più approfonditamente nel capitolo terzo.
[13] Vi erano anche scozzesi, italiani,
francesi, svizzeri tra il personale straniero dei corpi diplomatici; non va
inoltre dimenticato che difficilmente tali esperti si consideravano
appartenenti o rappresentanti della loro terra natale. Cfr. G. Stoekl, Osteuropa und die Deutschen, Stoccarda, 1967, pp. 112-115.
[14] Cfr.
J.L.Black, Mueller and the
Imperial Russian Academy, Kingston and Montreal, 1986.
[15] Lo stesso Stanislao Augusto fu
educato nelle scuole sassoni secondo la loro Staatkunst, l’arte di governo. Cfr. C.W.
Ingrao, A.J. Szabo, The Germans
and the East, pp. 72-3; sul ruolo di Augusto II e l’influenza sassone in
Polonia, cfr. J. Staszewski, August II Mocny, Breslavia, 1998.
[16] Cfr. C.W. Ingrao, A.J. Szabo, op. cit., pp. 99-101.
[17] Cfr. J.Sheehan, German History 1770-1860, Oxford 1989, pp. 227-230.
[18] La
bibliografia in materia è vasta ed importante, si rimanda qui in particolare a
due opere: O. Jaszi, The Dissolution
of the Habsburg Monarchy, Chicago, 1961; E.
Zöllner, The Germans as an
Integrating and Disintegrating Force”, in “The Nationality Problem in the Habsburg Monarchy in the Nineteenth
Century”, in Austrian History Yearbook III/1, 1967, pp. 201-233.
[19] “La politica della mera potenza,
che si levava con aria di schiacciante superiorità a fronte della concezione
liberale, era il riflesso della ritardata e incompiuta formazione liberale e
politica [..]” cit. in B. Croce, Storia d’Europa nel secolo XIX, Bari,
1938.
[20] Questa fu un effimero parlamento
formato dai rappresentanti degli stati della Confederazione germanica composta
da 585 deputati; l’iniziale entusiasmo svanì ben presto per il declino del
movimento rivoluzionario proprio nello stato più importante, la Prussia. Quando
poi nel 1849 l’Assemblea offrì la corona a Guglielmo IV di Prussia, questi si
rifiutò non riconoscendone la legittimità.
[21] “La guerra rappresentò una
rivoluzione che non si sarebbe potuta verificare senza Bismarck, […] una volta
che la rivoluzione giunse al successo, l’opposizione si dissolse rapidamente e
i dubbi messi a tacere […] Si adattarono prontamente ad adorare quanto, qualche
settimana prima avevano condannato.” Cit. in H. Kohn, I tedeschi,
Milano, 1963.
[22] Cfr. B. Jelavich, Modern Austria: Empire and Republic, 1815-1986, Cambridge
University Press, 1987, p. 82.
[23] Cfr. E. Staudinger, Die Sudmark, Aspekte der Programmatik und Struktur eines deutschen
Schutzverein in der Steiermark bis 1914, in Geschichte der Deutschen, pp. 130-154; cfr. P. Molisch, Geschichte
der deutschnationalen Bewegung in Osterreich von ihren Anfangen bis zum Zerfall
der Monarchie, Jena, 1926.
[24] Questo ha portato a ritenere che
non sia mai esistito in Austria un vero movimento irredentistico Tedesco,
quanto piuttosto un’attrazione emotiva verso il nuovo stato tedesco, ed un
sentimento di protesta contro la crescente influenza slava all’interno della
Monarchia austriaca che minacciava l’egemonia tedesca. Cfr. O. Jaszi, The Dissolution of the
Habsburg Monarchy, pp. 384-85.
[25] Secondo le stesse parole di
Bismarck infatti “I tedeschi d’Austria aspirano alla guida politica e devono
tutelare gli interessi del Deutschtum
in Oriente, servendo come punto di connessione tra i tedeschi e gli slavi ed
evitando uno scontro tra questi”. Nel 1898 il Segretario degli Esteri tedesco
von Bülow aggiungeva che “il nostro interesse politico è nel mantenimento dell’Austria-Ungheria
come una grande potenza indipendente; ciò ci richiede di essere attenti e
scoraggiare qualunque tendenza disgregante, venga essa dai Cechi, dai Polacchi
o dai Tedeschi”. Cfr. O. Jaszi, ibid., pp. 158, 385.
[26] A Praga si passò ad esempio dai
32,600 tedeschi del 1880 ai 18,000 del 1910; a Budapest da 119,000 a 78,000; lo
stesso fenomeno comunque avvenne al contrario, dove centinaia di migliaia di
cechi migrarono verso l’Austria oppure vennero “germanizzati”. Cfr.
C.W. Ingrao, A.J. Szabo, The Germans and The East, pp. 173-184.
[27] Cfr. R. Hofstadter, Social Darwinism in America Thought, New York, 1955; R. Weikart, The Role of Darwinism in Nazi Racial Thought, in German Studies
Review 36 (3), 2013, 537–556.
[28] Tra questi si
ricorda A. Kirchhoff, Darwinismus angewandt auf Volker und Staaten,
Francoforte, 1910. Nell’opera
Kirchhoff faceva rientrare lo sterminio razziale nel concetto di lotta per la
sopravvivenza, sottolineando quindi non solo l’ineluttabilità ma anche la
necessità e legittimità di tale folle disegno. Cfr. R. Weikart, Progress through Racial Extermination: Social Darwinism, Eugenics, and
Pacifism
in Germany, 1860–1918, in German Studies Review 26, 2003.
[29] Verranno dunque tralasciati gli
aspetti che poco hanno a che fare con il discorso dell’impatto sulla geografia,
come ad esempio l’importanza del concetto di evoluzione e di sviluppo nel
tempo, ma anche delle variazioni casuali dei caratteri naturali.
[30] “How infinitely complex and
close-fitting are the mutual relations of all organic beings to each other and
to the physical condition of life” cit. in C.R. Darwin, The Origin of Species, Londra, 1859, p. 81.
[31] Nelle sue opere seguenti, tra cui
si ricordano in particolare Expression of
the Emotions of Men and Animals, 1868; e The Descent of Men, 1871, Darwin portò alle estreme conclusioni
tale sua idea trattando l’uomo moderno allo stesso modo degli altri esseri animali
viventi. Tale visione darwiniana dell’uomo strideva ovviamente con l’impostazione
teologica prevalente all’epoca.
[32] Celebre è il suo aforisma, secondo
cui „la ontogenesi segue la filogenesi”. Spesso è stata vista nelle opere di
Haeckel e le sue analisi biologiche una possibile base scientifica del razzismo
hitleriano. Anzi, non è mistero che lo stesso Haeckel credeva nella disparità
razziale e che quindi le razze considerate inferiori sarebbero inevitabilmente
scomparse nella lotta per la sopravvivenza dell’umanità. Cfr.
D. Gasman, The Scientific Origins of National Socialism: Social Darwinism in Ernst
Haeckel and the German Monist League, Londra, 1971; si oppone a tale idea R.J. Richards, The Tragic Sense of Life: Ernst Haeckel and the Struggle over
Evolutionary Thought, Chicago, 2007. Per un’analisi diretta del
pensiero dell’autore si veda, E. Haeckel,
Entwicklungsgang und Aufgaben der
Zoologie, in Jenaische Zeitschrift, vol. 5, p. 353, 1869.
[33] Cfr. E. Haeckel, Natürliche Schöpfungsgeschichte, Berlino, 1868, pp. 227-29. Va ricordato comunque che Haeckel
fu deferito dall’Università di Jena, perchè le sue teorie erano stato
volontariamente falsificate per sostenere il dogma dell’evoluzionismo.
[34] Il concetto di human ecology verrà in particolare
sviluppato dalla cosiddetta Scuola di Chicago, pensatori come Park, McKenzie e
Barrows. Cfr. R.E. Park,
Human Ecology, in American Journal of
Sociology, vol. 42, 1936; R.D. McKenzie,
The Scope of the Human Ecology, in
American Sociological Society, vol. 20, 1926; H.H.
Barrows, Geography as Human
Ecology, in Association of American Geographers, vol.13, 1923.
[35] Secondo
Ritter “the earth is one and all its
parts are in ceaseless action and reaction on each other. The earth is
therefore a unit, an organism of itself”. Per lui e Humboldt l’unità, l’armonia e l’interdipendenza
delle parti costituivano la cosiddetta analogia organica. Essi furono tra i
principali esponenti del determinismo. Vidal de la Blache, nell’ambito dell’ecologia
umana, formulò invece il pensiero contrario del possibilismo francese, il quale
differentemente dal determinismo di Ritter vedeva nell’uomo un importante
fattore geografico in grado di modellare e modificare il territorio in cui
vive. Cfr. K. Ritter, Comparative Geography, tradotto da W.L.
Gage, 1865; P. Vidal de la Blache,
Le Principe de la Géographie Général,
in Annales de Géographie, vol. 5, 1896.
[36] L’inglese Thomas Malthus aveva già
pubblicato nel 1798 un saggio “Sul
principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della
società”, in cui sostenne proprio che l’incremento demografico avrebbe
spinto a coltivare terreni sempre meno fertili, per giungere poi all’arresto
completo dello sviluppo economico, poiché la popolazione sarebbe cresciuta più
velocemente rispetto alla disponibilità alimentare, causando un inevitabile
scontro.
[37] Cfr. O. PescheL, Ursprung und Verschiedenheit der Menschenrassen, in „Das Ausland“,
vol. 33, 1860, p. 393.
[38] Citazione
attribuita a Peschel da R. Weikart,
Progress through Racial Extermination:
Social Darwinism, Eugenics, and Pacifism in Germany, 1860–1918, German
Studies Review, n° 26, pp. 273–294, 2003.
[39] Fino agli anni’30 si riteneva che
Darwin teorizzasse una specie di “ereditarietà dei caratteri acquisiti dalle
specie”. Ma in realtà il biologo britannico chiarisce fin da subito come le
specie in natura subissero una variabilità spontanea, cioè come anche nello
stesso ambiente, gli individui differiscano sempre l’uno dall’altro seppur in
minima parte. E tali variazioni causate dall’ambiente e da fattori esterni
assumono importanza proprio nell’ambiente stesso, quando la specie deve
sopravvivere. Tutto questo però si basa sulle leggi del “caso”: non indica la
mancanza di una causa, ma l’ignoranza di essa. Perché alcune specie subiscono
delle variazioni genetiche che le aiutano a sopravvivere e perché altre no?
Questo è “il caso” in Darwin, e ci si può rendere subito conto di come tale
teorizzazione andasse contro quelle che erano le interpretazioni
razziali/politiche della sua opera.
[40] Cfr. R. Weikart, The Origins of Social Darwinism in Germany 1859-1895, in Journal of
the History of Ideas, vol.54, n.3, 1993, pp. 469-88.
[41] Cfr. F. Farinelli, Friedrich Ratzel and the nature of political geography, in M. Antonsich et al., Europe between
Political Geography and Geopolitics, Trieste, 2001, pp. 33-50.
[42] Dei suoi viaggi, è interessante in
particolare l’opera Städte-und Kulturbilder aus Nordamerika,1876, dove esamina i profili culturali di varie
città nel Nord America, soffermandosi in particolare sulla presenza di comunità
germanofone nel Midwest americano e la loro influenza. Altra opera che
pubblicherà successivamente, ma direttamente figlia delle sue esperienze di
viaggio sarà La Corse, Étude anthropogéographique, del 1899.
[43] Gli Junkers rappresentano l’aristocrazia terriera prussiana, divenuti
nell’immaginario collettivo i protettori della cultura agraria tradizionale.
Tra l’altro lo stesso Cancelliere Bismarck proveniva dall’ala reazionaria di
tale classe sociale. Quando il Cancelliere Von Caprivi decise di ridurre le
tariffe agricole sul grano per favorire la creazione di mercati industriali,
Ratzel si schierò apertamente a difesa degli Junkers, parlando di violazione delle leggi naturali. Sarà un caso,
ma proprio a seguito del conseguente intenso dibattito politico, Ratzel formulò
il concetto di Lebensraum. Cfr.
K.D. Barkin, The Controversy over German Industrialization 1890-1902, Chicago,
1970, pp. 56-67.
[44] Per un approfondimento sul
migrazionismo coloniale si rimanda a vari libri dei suddetti autori: F. Fabri, Bedarf Deutschland der Colonien, Gotha, 1879; anche W. Hubbe-Schleiden, Deutsche Colonisation, Amburgo, 1881.
[45] La stretta connessione tra
Lebensraum e agricoltura verrà ripresa e sottolineata anche da Adolf Hitler, il
quale in uno dei suoi discorsi dichiarò che un governo può ottenere durevoli
successi solo se riconosce la necessità "for the securing of a people’s Lebensraum and thus of its own
agricultural class". cit. N.H.
Baynes, The Speeches
of Adolf Hitler 1922-1939, vol. 1, p. 835.
[46] Su questo
argomento cfr. W. Smith, The German Colonial Empire 1884-1918,
1978, pp. 221-33; K. Hildebrand, Vom Reich zum Weltreich. NSDAP und koloniale
Frage 1919-1945, Monaco, 1969.
[47] Cfr. H. Wanklyn, Friedrich Ratzel: a Biographical Memoir and Bibliography, Cambridge,
1961, p. 38.
[48] cfr. M. Wagner, Die Darwinsche Theorie und das Migrationsgesetz der Organismen,
Lipsia, 1868.
[49] Tale idea verrà ripresa in una
delle sue opere maggiori, Die Gesetze des
räumlichen Wachstum der Staaten, in cui la seconda delle leggi della
crescita degli Stati afferma che l’espansione territoriale di uno Stato deve
essere necessariamente preceduta da altri aspetti della crescita delle
popolazioni, che chiama “diffusioni”: ovvero scambi culturali e commerciali tra
diversi popoli.
[50] Il diffusionismo è appunto quella
teoria antropologica che vede nel contatto tra le diverse popolazioni del mondo
un importante fattore di sviluppo e soprattutto i cd. Kulturkreise, ovvero i cerchi culturali, per cui sarebbe possibile
trovare aspetti culturali simili in società lontane tra loro. Tra i più
importanti autori si ricordano Boas e Schmidt. Cfr. F. Boas, The Mind of Primitive Men, New York, 1911.
[51] Cit. F. Ratzel, Antropogeographie, p. 14, 1882.
[52] “La geografia deve studiare la Terra unita, come essa è, insieme coll’uomo,
e però non può disgiungere tale studio da quello della vita vegetale e animale.
Le scambievoli relazioni esistenti fra la Terra e la vita, che sopra di essa si
produce e si sviluppa, costituiscono appunto il nesso fra l’una e l’altra.”
Cit. in F. Ratzel, Antropogeographie, p. 13.
[53] Questo è un importante sviluppo della
corrente geografica del determinismo, in contraddizione con il possibilismo
francese di Vidal de la Blache. Tale teoria verrà divulgata in Nord America in
particolare da Ellen Churchill Sample, nella sua opera centrale Influences of Geographical Environment,
New York, 1911. Anche Roberto Almagià sarà tra i sostenitori di tale corrente
geografica. Cfr. R. Almagià, Fondamenti di Geografia Generale, Roma,
1968.
[54] In particolare questo punto di
vista viene portato avanti da Marconi, il quale sottolinea per l’appunto la
presenza nel pensiero di Ratzel di un carattere “panpsichico”, secondo il quale
ogni specie naturale ha una sua “anima” che interagisce con le altre nell’ambiente.
Cfr. M. Marconi, La Geografia di Friedrich Ratzel tra
Determinismo e Neoidealismo, in Bollettino della Società Geografica
Italiana, 2013, n. 6, pp. 217 ss.
[55] Allo stesso tempo non tutte le
influenze dell’ambiente sono recepite ugualmente all’interno dell’uomo.
Tuttavia quelle che lo sono, diventano parte del popolo e lo seguono ovunque
esso vada. Su questo si basa la teoria del diffusionismo, di cui si è parlato
in precedenza.
[56] Cfr. F. Ratzel, Politische Geographie, Lipsia, 1897; e „Lebensraum Eine biogeographische Studie“, in K. Bucher, K. Fricker, Festgaben fur
Albert Schiffle zur siebensigen Wiederkehr seines Geburtstages am 24. Februar
1901, Tubinga,
1901. Per una importante analisi si rimanda a J.
Hunter, Perspective on Ratzel’s
Political Geography, 1983, New York.
[57] Tali aspetti sono analizzati nell’articolo
di F. Lando, La geografia di Friedrich Ratzel, in Bollettino della società
geografica italiana, serie XIII, Vol. 5, 2012, p. 479 ss.
[58] Ratzel afferma nell’opera
sopraindicata che „Die geographische Lage
bezeichnet ein dem Erdboden angehöriges Beständige in der geschichtlichen
Bewehrung“, ovvero che la posizione geografica è una profonda costante del
suolo terrestre che influenza tutti i movimenti della storia.
[59] “Deutschland ist nur wenn es
stark ist“, cit. In F. Ratzel, Deutschland: Einführung in die Heimatkunde, Lipsia, 1898, pp.
18-19.
[60] Cfr. F. Lando, La Geografia
di Friedrich Ratzel, in Bollettino della Società Geografica Italiana, 2012,
vol.5, p. 489.
[61] Il concetto darwiniano di lotta
per la sopravvivenza assume qui per la prima volta una connotazione geografica,
per cui “lo spazio è la prima condizione di vita e sullo spazio si misurano
tutte le altre precondizioni della vita”. Cit. F. Ratzel, Der Lebensraum,
p. 153.
[62] Cfr. Lando, ibid., “Il confine considerato come periferia di un popolo
è un elemento costitutivo del popolo stesso; esso appartiene al corpo vitale
[…] Il confine è poi per sua essenza mobile, in quanto legato a popoli e stati
che non sono mai fissi ma soggetti a migrazioni, ampliamenti o perdite […] Per
tutti i fenomeni della natura il confine si ferma solo quando cessa il
movimento e tale arresto corrisponde all’irrigidimento della morte” cit. F. Ratzel, Antropogeographie
[63] Cfr. F. Ratzel, “La
Germania persiste solo se è forte; uno Stato debole soccomberebbe alle pressioni
concentriche. E la Germania può approfittare della posizione centrale solo se è
forte. Per lo Stato tedesco vi è solo la possibilità […] di affermare con
impegno costante la sua posizione nel mondo, oppure di rimanere schiacciato”
[64] Cit. F. Ratzel, Die Gesetze des räumlichen Wachstums der Staaten, in Petermanns
Mitteilungen, 5, 1896, p. 106
[65] Cfr.
P. Chiantera-Stutte, Una dottrina
Monroe per la Mitteleuropa, in Storia del Pensiero Politico 3, 2015, pp.
427-450. Si parla di due tipi di popoli, i Naturvolker
e i Kulturvolker. La differenza è
nello sviluppo della civiltà e dunque nella capacità di dominare lo spazio ed
estendere la propria influenza culturale nel Mondo. Solo le civiltà
maggiormente sviluppate hanno tale abilità e dunque sopravvivono.
[66] Cfr. F. Ratzel, Die Gesetze, pp. 126-137.
[67] Per quel che riguarda la
definizione di Cultura secondo Ratzel, il quadro è molto ampio e complicato. In
generale si può affermare che essa corrisponde in linea di massima all’insieme
delle conoscenze possedute da un popolo. È la sua conoscenza che produce i
mezzi e le basi per la sua coesione interna e poi per la sua espansione. Anche
qui però si mantiene il primato della agricoltura: una società senza una forte
base agricola e contadina, non sarà mai totalmente civilizzata. L’argomento
verrà in particolare approfondito in F.
Ratzel, Die Gesetze des raumlichen
Wachstum der Staaten, 1896.
[68] Dei due autori francesi si vedano
in particolare J. Brunhes, F. Ratzel 1844-1904, in La Géographie,
vol. X, Parigi, 1904; M. Korinman,
Quand l’Allemagne pensait le monde.
Grandeur et décadence d’une géopolitique, Fayard, 1990.
[69] Fu Ancel il primo ad attaccare e
criticare la Geopolitik nazista (e la
persona di Haushofer in primis) per aver ulteriormente travisato quello che era
il pensiero originale ratzeliano, per adattarlo al progetto nazista,
presentandolo come una base scientifica per l’espansionismo ed il folle piano
nazista. Cfr. J. Ancel, Géopolitique, Parigi, 1936.
[70] Cfr.
P. Chiantera-Stutte, Una Dottrina
Monroe per la Mitteleuropa, p. 437.
[71] “L’imperialismo, e cioè la
penetrazione della cultura superiore in quella inferiore e il suo dominio,
viene così legittimato dalla legge naturale che impone alle grandi civiltà di
guidare il mondo”, cit. in P.
Chiantera-Stutte, Destino
Mitteleuropa! La Mitteleuropa tra Scienza Geografica, Geopolitica e Pensiero
Politico Conservatore da Ratzel a Hitler, in Filosofia Politica, XXV, n. 1,
aprile 2011, p. 35; e ancora “La colonizzazione si basa pertanto su un’istanza
culturalista e assimilazionista: i territori orientali saranno colonizzati
dalla civiltà superiore uniformandoli alla cultura tedesca, che è già presente
ma minoritaria. L’assimilazione è insieme antropologica e
geografico-paesaggistica: con la vittoria dell’elemento tedesco, anche i
paesaggi e l’aspetto fisico dei territori orientali verranno assimilati al
«modello» culturalmente dominante”, cit. in P.
Chiantera-Stutte, Una Dottrina
Monroe per la Mitteleuropa, p. 437.
[72] Cit. In F.
Ratzel, Der Lebensraum, in K. Büchner et al, p. 162.
[73]
A tal proposito secondo Patricia Chiantera-Stutte si deve definire la
forma di imperialismo, promossa da Ratzel e Lamprecht, come Kulturimperialismus: “la politica estera
e, specificamente, la politica coloniale deve fondarsi sulla forza di
persuasione culturale, mirante a rafforzare e ingrandire la potenza dell’impero
tedesco”. E ancora “Per conquistare il ‘cuore’ dei popoli stranieri
caratterizzati da una cultura bassa o media è necessario favorire una politica
culturale pervasiva, attraverso scuole, istituzioni formative e culturali”. Su
tale base Ratzel argomenta a favore della “colonizzazione interna” dei
territori ad Est della Germania: quelle comunità di civiltà tedesca già
presenti fuori dai confini devono essere rinforzate per permettere la
promozione e la diffusione della cultura superiore tedesca tra i popoli slavi. Cfr. K. Lamprecht, Zur auswärtige Kulturpolitik, in R.
von Bruch, Weltpolitik als
Kulturmission: Auswärtige
Kulturpolitik und Bildungsbürgertum in Deutschland am Vorabend des Ersten
Weltkrieges, Paderborn, 1982; Cfr. P.
Chiantera-Stutte, Destino
Mitteleuropa! La Mitteleuropa tra Scienza
Geografica, Geopolitica e Pensiero Politico Conservatore da Ratzel a Hitler, in Filosofia Politica, XXV, n. 1,
aprile 2011.
[74] Cit. in F. Ratzel, Antropogeographie, p. 7.
[75] La nuova scienza geopolitica
riprende la concezione dei grandi spazi e individua il suo intento educativo
nel promuovere la conoscenza delle leggi geopolitiche di relazione fra gli
spazi territoriali e le popolazioni. Nel 1924 in Germania fu introdotta la
geopolitica come materia di insegnamento scolastico, allo scopo di creare
cittadini dotati di senso civico e consapevoli, consolidando il senso di
radicamento della cultura nella natura. Sarà poi con Karl Haushofer e la Zeitschrift fur Geopolitik che la
materia divenne vera e propria “Consigliera del Re” e “servitrice di quelle
forze politiche dominanti […] e pretendere di presentare a essa dati di fatto
tangibili e leggi dimostrabili, e di essere, per questa sua funzione, ascoltata
e considerata”. Cit. in P.
Chiantera-Stutte, op. cit., p.37.
[76] Tunander riconosce la nascita di
due correnti di pensiero derivanti dall’opera centrale di Kjellén, portatrici
di due aspetti contrapposti della cultura tedesca: un aspetto “prussiano” ed
uno “austriaco”. Il primo rappresenta il carattere aggressivo e militare della
Germania, il secondo invece il suo porsi come erede del multiculturalismo
austriaco. cfr. O. Tunander, Swedish-German geopolitics for a new century
Rudolf Kjellén’s ‘The State as a Living Organism’, in Review of
International Studies,27, 2001, pp. 451–463; per un approfondimento Cfr. R. Kjellén, Der Stadt als Lebensform, Lipsia, 1917; R. Kjellén, Die
Großmächte der Gegenwart, Lipsia-Berlino, 1921.
[77] Il pensiero di Kjellén è stato
anche interpretato e sviluppato da Carl Schmitt, il quale nel suo libro “Völkerrechtliche Großraumordnung”
presenta il concetto di Grossraum: l’idea
di una unione cosmopolita di Stati europei indipendenti sotto il comando della
Germania, che avrebbe garantito loro la sicurezza ed allo stesso tempo avrebbe
costruito una sfera di interessi economici per sé stessa. In molti studiosi
hanno tentato di stabilire un collegamento tra il pensiero di Kjellén e l’attualità
politica. Non pochi hanno visto nella creazione dell’Unione Europea un
importante passo verso quel progetto di multiculturalismo e cosmopolitismo
tedesco a trazione tedesca. Altri ancora invece hanno ritenuto che tale compito
sia stato assunto dalla NATO, seppure non secondo la leadership tedesca. Cfr. O. Tunander, ibid., pp. 461-62; cfr. C.
Schmitt, „Völkerrechtliche
Großraumordnung: mit Interventionsverbot für raumfremde Mächte. Ein Beitrag zum
Reichsbegriff im Völkerrecht“, Berlino, 1991; cfr. C.A. Kupchan, Atlantic
Security—Contending Visions, New York, 1998.
[78] Cit. K. Haushofer, Geopolitik, in Harms, Volk und Reich der Deutschen. Vorlesungen
gehalten in der deutschen Vereinigung für Staatswissenschaftliche Fortbildung,
vol. 3., Berlino, 1929. p. 15.
[79] Per un’analisi
più approfondita si rimanda a B.A. Jackisch, The Pan-German League and Radical Nationalist Politics in Interwar
Germany, 1918–39, New York, 2012.
[80] Il Trattato di Helgoland-Zanzibar
fu concluso nel 1890 tra il Regno Unito e l’Impero tedesco, con il quale la
Germania rinunciava ai diritti coloniali sul sultanato di Witu e riconosceva il
dominio coloniale britannico sull’Africa orientale. In cambio otteneva l’arcipelago
di Helgoland, nel mare del Nord, il cosiddetto Dito di Caprivi (nell’attuale
Namibia) e il controllo della costa di Dar es Salaam.
[81] Cfr. W. Smith, The Ideological Origins of Nazi Imperialism, New York, 1986.
[82] Friedrich von Bernhardi
(1849-1930) è stato un importante storico militare e generale tedesco durante
la Prima guerra mondiale. Nella sua opera più famosa Deutschland und der nächste Krieg, sosteneva la necessità di una
politica aggressivista spietata e irrispettosa dei trattati.
[83] Cfr. W. Smith, The Ideological Origins of Nazi Imperialism, pp. 94-111.
[84] Il più importante teorico di
questa visione è Rudolph Kjellén (1848-1922). Politologo svedese e considerato
il vero traduttore della politica geografica di Ratzel in campo politico e
fondatore della moderna geopolitica. Egli sviluppò la teoria ratzeliana dello
Spazio Vitale, completandola con la sua idea dello “stato organico”. Ma
soprattutto fu tra i primi a sviluppare l’idea che la Germania dovesse concentrare
le sue mire espansionistiche sui Paesi vicini. Per questo il suo nome è stato
vittima di una damnatio memoriae che è durata oltre la metà del Ventesimo
secolo, considerato tra i padri fondatori della dottrina nazista della Drang nach Osten. In realtà la sua
teoria non si basava su un aggressivismo militare o una presunta superiorità
razziale, riteneva bensì che la Germania dovesse farsi guida e leader dell’Europa
centrale, spingendo verso un’unione ed integrazione politica ed economica tra
tutti i Paesi e ponendosi così come forza mondiale. Si veda
Cap. II, p. 32. Cfr. R. Kjellén, Der Stadt als Lebensform, Lipsia,
1917; O. Tunander, Swedish-German geopolitics for a new century
Rudolf Kjellén’s ‘The State as a Living Organism’, in Review of International
Studies,27, 2001, pp. 451–463.
[85] L’ammiraglio von Tirpitz è stato
uno dei maggiori sostenitori della politica guglielmina volta a ridare alla
Germania un “posto al sole”. Secondo Tirpitz “il potere navale è essenziale per
la Germania se essa non vuole soccombere”. Fu lui a parlare di Teoria del
Rischio: questa non prevedeva necessariamente l’offensiva contro altri imperi
coloniali, bensì il raggiungimento di un equilibrio di tensione fra le maggiori
potenze. L’incremento dell’investimento nella flotta sarebbe servito non tanto
ad attaccare, quanto a minacciare e controllare la Gran Bretagna nella sua
posizione di assoluta padrona dei mari. Dunque, la politica coloniale tedesca d’oltremare
non doveva mirare effettivamente a un cambiamento di rotta rispetto al
colonialismo migratorio. Essa doveva piuttosto armonizzare la posizione di
predominio della Germania sull’Europa orientale, e la creazione di una flotta
marina avrebbe garantito la Germania da un possibile intervento britannico
nella Mitteleuropa. Sulla presunta contrapposizione tra i due “tipi” di
colonialismo (Weltpolitik e Mitteleuropa) cfr. O.
Hintze, Imperialismus und
Weltpolitik, in Id., Historische und Politische Aufsätze, Berlino, 1908; P. Kennedy, Tirpitz, England and the Second Navy Law of 1900: a Strategical
Critique, in Militärgeschichtliche Mitteilungen, 2, 1970.
[86] Cfr. V.J. Liulevicius, War Land on the Eastern Front: Culture, National Identity and German
Occupation in World War I, Cambridge, 2000.
[87] Cfr. V.J. Liulevicius, ibidem, pp. 201-203.
Va sottolineata la
presenza nella cultura tedesca di alcuni stereotipi riguardanti le popolazioni
slave già da prima del conflitto mondiale. Prima fra tutte la “polnische Wirtschaft”, ovvero l’economia
polacca: tale termine indicava appunto la presunta disorganizzazione,
confusione ed inefficienza dell’economia polacca, e quindi la sua inferiorità
rispetto all’efficiente economia tedesca.
[88] La costituzione dell’Oberbefehlshaber
Ost è reperibile nel Bundesarchiv-Militararchiv di Friburgo in Brisgovia, e sul
sito https://www.deutsche-digitale-bibliothek.de/item/t63e6w7sbktsaozsthjvv24ys7mk7g6k
[89] Il senso di accerchiamento nell’opinione
tedesca non è di certo un tema di poco conto. La cosiddetta “dialettica dell’accerchiamento”
ha avuto una importante eco in Germania, in particolare al sorgere del primo
conflitto mondiale e durante il periodo di Weimar. In particolare
tale idea fu sviluppata in H.P. Schwarz,
Das Gesicht des 20 Jahrhunderts,
Berlin, 1998, p.525.
[90] Cfr. F. Ratzel, Deutschland. Einfuhrung in die Heimatkunde, Berlino,
1943.
[91] Cfr. K. Hildebrand, Vom Reich zum Weltreich. Hitler, NSDAP und koloniale Frage 1919 - 1945,
Monaco, 1969; pp. 143-45, 156-73.
[92] Tale dibattito fu portato avanti
in particolare dalla rivista “Die Tat” di Hans Zeher e Giselher Wirsing. Questi
trattano tutte le questioni politiche e culturali che premono al pubblico e ai
politici della giovane Repubblica di Weimar, come la posizione, intesa in senso
geopolitico ma anche culturale, della Germania fra Est e Ovest; il rapporto
della cultura occidentale-capitalistica con quella slava e bolscevica; il tema
delle minoranze tedesche sparse in Europa; il trattato di Versailles e, infine,
la decadenza della potenza europea e il potere illimitato dei due blocchi,
America e Russia.
[93] Cfr. E. Dietrichs, Volk und Vaterland, in Die Tat, 1920, n. 9, pp. 641-644; argomento
trattato più recentemente in H. Hecker, Die Tat und ihr Osteuropabild 1909-1939, Colonia, 1974.
[94] Il rapporto tra Germania e Russia
è centrale nel dibattito sulla Mitteleuropa nel periodo di Weimar: molti
infatti vedevano in Mosca un alleato fondamentale, contrapposto per la sua
stessa cultura alle società occidentali capitalistiche e revisionistiche. Cfr. H. Zeher, Wende der Außenpolitik, in Zeitschfrit fur Geopolitik, 1931, n. 8,
p.262 ss.; G. Wirsing, Zwischeneuropa
und die deutsche Zukunft, Jena, 1932.
[95] Il DNVP è stato spesso considerato
il precursore politico di quello che sarà poi il Partito Nazista, NSDAP. Molte
delle idee politiche dei nazisti e di Hitler furono in effetti sviluppate dal
Partito popolare nazionale, tuttavia i due partiti arrivarono anche ad uno
scontro frontale. Cfr. L. Hertzman,
DNVP: Right-wing opposition in the Weimar
Republic, 1918-1924, Lincoln, 1963.
[96] Cfr. W. Smith, The Ideological Origins of Nazi Imperialism, pp. 204-206.
[97] Cfr. W. Smith, ibid., pp. 208-209.
[98] Cfr. W.
Smith, ibid., p. 209.
[99] Cfr. A. Ruger, "Der Kolonialrevisionismus der Weimarer Republik," in H. Stoecker, Drang nach Afrika: Die koloniale Expansionspolitik und Herrschaft des
deutschen Imperialismus in Afrika von den Anfangen bis zum Ende des zweiten
Weltkrieges, Berlin 1977, pp. 250-51, 267-68.
[100] Cfr. O. Tunander, Swedish-German Geopolitics for a New Century – Rudolf Kjellén’s ‘The
State as a Living Organism’, in Rev. of International Studies, vol.27, n.3,
2001, pp. 451-463
[101] Cfr. O. Tunander, ibid., pp.
[102] Per quello che riguarda la
corretta interpretazione del pensiero di Kjellén nella Germania weimariana (e
non solo), il dibattito è ampio e molto intenso. Sono in molti a ritenere che i
gruppi della destra tedesca abbiano colto solo un aspetto del pensiero dello
svedese, tralasciando più o meno volontariamente quello che forse può essere
identificato come il suo centrale messaggio: la creazione di una tale area di
integrazione economica non doveva avvenire attraverso la conquista o il
dominio. Sottolineava invece l’esigenza di una terza via di leadership della
Germania in Europa, derivante dall’eredità culturale dell’Impero
austro-ungarico (definita “austrian face”),
che sorreggesse l’area unita europea attraverso il rispetto ed il
riconoscimento delle diverse culture (Fuhrung
ohne Herrschaft). Sono in molti ad aver letto nell’opera di Kjellén e nella
sua teoria dell’autarchia, una prima teorizzazione dell’Unione Europea o
addirittura della NATO. Si veda ad esempio C.A.Kupchan,
Atlantic Security—Contending Visions,
New York, 1998.
[103] Cfr. K.D. Bracher, Die Nazionalsozialistische Machtergreifung. Studien zur Errichtung des
totalitaeren Herrschaftssystems in Deutschland 1933/34, Colonia, 1962, pp.
226. Articolo
fondamentale nello sviluppo di tale tesi fu quello di M. Bassin, Race contra
Space, The Conflict Between German
Geopolitik and National Socialism, in Political Geography Quarterly vol. 6,
n.2, 1987, pp. 115-34.
[104] La storia della sua tragica vita è
brillantemente narrata nell’opera di H.
Jacobsen, Karl Haushofer, Leben
und Werk, 2 voll., Boppard, 1979.
[105] Su tale viaggio e sull’importanza
che lo studio della società giapponese ebbe su di lui si veda l’analisi di H.Herwig, Geopolitik: Haushofer, Hitler and Lebensraum, in C.S. Gray, G. Sloan, Geopolitics, Geography, and Strategy, Londra,
1999, ed anche la stessa opera di K. Haushofer, Dai Nihon, Betrachtungen über Groß-Japans Wehrkraft, Weltstellung und
Zukunft, Berlino, 1913.
[106] È lo stesso Haushofer a fare tali
riflessioni, cfr. H. Herwig, ibid.,
pp. 218 ss.
[107] Non mancarono comunque le critiche
agli articoli di Haushofer, in particolare da parte di Otto Maull, il quale
sosteneva che Ratzel fosse il vero padre della geopolitica piuttosto che
Kjellén. Scriveva infatti in un editoriale del 1928 che “the development of geopolitics is
unthinkable without Ratzel. No one else not even Kjellén, can be characterized
as the father of Geopolitics”. Il
dibattito portò anche ad una critica della Rivista da parte dello stesso Maull,
poiché stava assumendo un orientamento non geografico ma piuttosto politico. Cfr.
J. Agnew, K. Mitchell, G. Toal, A companion to Political Geography, 2003,
Oxford, pp. 187 ss. Si veda anche l’editoriale di O. Maull, “Friedrich
Ratzel zum Gedaechtnis“, in Zeitschrift fur Geopolitik n.5, 1928
[108] La trama dell’opera Volk ohne Raum, che ruota attorno alle
esperienze del suo eroe in circostanze storiche "reali" tra il 1890 e
i primi anni Venti, è stata consapevolmente costruita per trasmettere un
messaggio ideologico. L’eroe, Cornelius Friebott, è un falegname ed un colono,
che sviluppa una concezione del destino della Germania e la direzione politica
corretta per la nazione contraria ad ogni punto di vista politico alternativo.
Egli non riesce a vivere felicemente in Germania, perché la sua
"vera" personalità tedesca, formata in un ambiente rurale ed
agricolo, non può essere accolta all’interno di un’economia industriale; perciò
egli è costretto a trasferirsi nelle colonie tedesche in Africa, dove può
proseguire la sua attività. Cfr. H. Grimm,
Volk ohne Raum, Monaco, 1926; cfr.
anche W. Smith, The Colonial Novel as Political Propaganda:
Hans Grimm’s Volk ohne Raum, in German Studies Review n.6, 1983, pp.
215-35, dove viene analizzato profondamente l’autore e come il suo messaggio
conservatore è presente nell’opera, ma anche alcune differenze con le idee
comuni, come la necessità di trovare delle colonie oltremare piuttosto che nel
continente europeo. Egli infatti era contrario alla “inner colonization”
propagandata in quegli anni, e questo gli provocò anche alcune critiche da
alcuni rappresentanti del Partito nazista.
[109] In molte delle mappe del periodo,
si enfatizzava molto il sentimento di essere accerchiati dalle potenze
occidentali corrotte da un lato, e dalle popolazioni slave dall’altro. Per
esempio la distanza spaziale tra Berlino e la Polonia era minima, ed i paesi
slavi venivano generalmente raffigurati con il nero, dando anche visivamente l’impressione
che la Germania (bianca) fosse accerchiata e realmente in pericolo. Per una
analisi della produzione cartografica negli anni di Weimar si veda ad esempio G.H. Herb, Under the Map of Germany, Nationalism and Propaganda 1918-1945,
Londra, 1997.
[110] Si veda ad
esempio K. Lange, Der Terminus ‘Lebensraum’ in Hitlers ‘Mein
Kampf, Vierteljahrshefte fur Zeitgeschichte, vol. 13, 1965, pp. 426-37;
anche B. Hipler, Hitlers Lehrmeister. Karl Haushofer als
Vater der NS-Ideologie, St. Ottilien, 1996.
[111] Cfr. W. Smith, The Ideological Origins of Nazi Imperialism, pp. 233-34.
[112] Cfr. W. Smith, ibid., p. 235
[113] Per una approfondita analisi del
rapporto tra il Partito Nazista ed i gruppi della destra tradizionale tedesca
come la Lega Pangermanica cfr. B.A.
Jackisch, The Pan-German League
and Radical Nationalist Politics in Interwar Germany, 1918–39, 2012, pp.
178-193.
[114] Cit. in “Sicherheitsdienst des RFSS SD-Hauptamt:
Bericht über den Alldeutschen Verband“, 1938. Questo è il documento in cui il
Fuhrer decise di sopprimere la Lega. Cfr. in Jackisch, ibid., p.190
[115] Cit. in B.M. Lane, L.J. Rupp, Nazi Ideology Before 1933, Manchester,
1978, pp. 40-43.
[116] Dice d’altronde
lo stesso Hitler in un suo celebre discorso: “History has taught us that a nation can exist without cities, but
history would have taught us one day, if the old system had continued, that a
nation cannot exist without farmers […] Lasting successes a government can win
only if the necessity is recognized for the securing of a people’s Lebensraum
and thus of its own agricultural class”, cit. in N.H. Baynes, The
Speeches of Adolf Hitler April 1922-August 1939, Londra, 1942, p. 385.
[117] "Obviously, such a land policy cannot find
its fulfillment in Cameroon, but today exclusively only in Europe."
Cit. in W. Smith, The Ideological Origins of Nazi Imperialism,
p. 242.
[118] L’ideologia del “Sangue e suolo”
apparve durante gli anni del Romanticismo e del conservatorismo agricolo
tedesco di fine Ottocento, sposato da numerosi scrittori e artisti come Arndt e
Riehl. Tale concetto venne riproposto ed enfatizzato dal Nazismo, collegandolo
al Lebensraum. In particolare tale opera di propaganda fu portata avanti da
Walther Darré, politico nazista che per l’appunto si occupò di fornire delle
solide basi teoriche per l’espansione nazista verso Est; cfr. W. Darré, La nuova nobiltà di sangue e suolo, Padova, 1978.
[119] Qui si sviluppò la cosiddetta
“eugenetica” nazista, a cui molti scienziati tedeschi dedicarono le loro
attenzioni. Si veda in particolare Kirchhoff, cfr. nota 28.
[120] Il dibattito sul sostegno delle
grandi industrie al governo nazista è molto ampio. Si
segnalano qui due opere tra le più importanti: A.
Schweitzer, Big Business and the
Third Reich, Bloomington, 1964; H.
Ashby Turner, German Big Business
and the Rise of Hitler, New York, 1985.
[121] Nel 1921 si tennero in Tirolo e Salisburgo due referendum, nei quali ben il 99% dei voti si dichiarò a favore di una unione alla Germania. Il progetto dunque esisteva già da anni, tanto che la stessa Costituzione di Weimar all’art. 61 diceva “L’Austria tedesca, dopo la sua unione al Reich, avrà diritto di partecipare al Reichsrat con il numero di voti corrispondenti alla sua popolazione”. Anche l’Assemblea provvisoria nazionale d’Austria dichiarava nella costituzione del 1920 all’articolo 2 che “l’Austria tedesca è una parte integrale della Germania”. Cfr. R. Charmatz, Osterreichs innere Geschichte, vol.2, Berlin 1918, p.95
[122] Cfr. V.S. Mamatey, R. Luza, A History of the Czechoslovak Republic,
1918-1948, Princeton University Press, 1973, pp. 239-52.
[123] Cit. in A.B. Rossino, Hitler strikes Poland: Blitzkrieg, Ideology and Atrocity, Lawrence,
2003, pp. 3-4.
[124] Per un approfondimento della
presenza delle SS e di Himmler in Polonia cfr. R.L.
Koehl, RKFDV: German Resettlement
and Population Policy 1939-1945, Cambridge, 1957.
[125] Cfr. C. Gray, G. Sloan, op. cit., Geopolitics, Geography and strategy, p.
235.
[126] Cfr. C.W. Ingrao, F. Szabo, The Germans and the East, 2008, pp.
343-345.

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