"GEOGRAFIA POLITICA"

 

Manuel Omar Triscari

 

 

 

GEOGRAFIA POLITICA:

 

Friedrich Ratzel e la teoria dello spazio vitale.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 


EPITOME


Generally, when we speak of Lebensraum, we immediately think to the Nazi regime and the project of an Eastward expansion. Actually, the Living Space theory is one of the most important and misinterpreted of the Twentieth century. Since middle Ages, the Germans have had a “special” relationship with the Slaves neighbouring people: at first it was called Ostsiedlung, the settlement of eastern lands carried out by German migrants and farmers. This Eastern Settlement lasted until Seventeenth century. Many German-speaking communities were born, and pacifically lived in the Eastern countries. We can consider 1859 as the turning point: the first publication and German translation of Charles Darwin’s “The Origin of Species”. From this book, started the debate on biology and living species, which permeated all the German scientific fields. One of the most important personalities of that debate was Friedrich Ratzel. He was the one who translated the biological theory of the evolution of species in the geographic scope. He was the theorist of Living Space.

From the first appearance, this theory has been the focus of important studies and analysis. It was widely exploited and often misinterpreted in order to pursue political projects. The most known and tragic, is the Nazi’s Drang nach Osten, which aimed to create a new European order and an area of influence in Eastern Europe under the Nazi dominion.

Aim of this thesis is to analyse the Living Space theory, its application in German history and politics and the political interpretations given by the German governments. Eventually, the current situation, the relationship between Germany and Eastern Countries during the last century, and which can be the actual proper interpretation of Living Space theory.

 












 

INDICE

 

LE ORIGINI DELLA GRANDE GERMANIA

- L’Ostsiedlung medievale e la nascita delle comunità tedesche ad Est

- La nascita dello Stato tedesco nel 1871

 

LO STATO COME ORGANISMO VIVENTE

- La biologia di Darwin e l’impatto sulla geografia tedesca

- Friedrich Ratzel: vita e pensiero geografico

- Formulazione e teoria dello Spazio Vitale nelle opere di Ratzel

 

INTERPRETAZIONE POLITICA DELLO SPAZIO VITALE NELLA GERMANIA DEL NOVECENTO

- Pangermanesimo e prima guerra mondiale

- Repubblica di Weimar e ideologia del Lebensraum

- Il Nazismo e la Spinta verso Est

 

CONCLUSIONI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

INTRODUZIONE

 

Il concetto di Spazio Vitale, o Lebensraum, è uno dei più importanti, più contradditori termini che siano mai esistiti nell’ambito geografico e geopolitico. È storicamente ed erroneamente stato associato per lungo tempo alla Geopolitik nazista ed alla cosiddetta Spinta verso Est (Drang nach Osten), al progetto di dominio e sterminio. Ma più ci si addentra nella analisi storica e politica della nazione tedesca, e più ci si rende conto di quanto questa convinzione sia sbagliata. L’obiettivo di tale tesi è effettivamente quello di chiarire i dubbi, tentare di portare a conoscenza la confusione che ha circondato per anni tale termine e la sua origine culturale: sottolineare la scientificità di cui l’originaria teoria si compone, contrapponendola invece alla interpretazione ed ideologizzazione politica avvenuta nel corso del Novecento, in particolare da Weimar in poi.

Ciò che salta subito all’occhio è la costante presenza nella storia tedesca e in una importante fetta del popolo tedesco di un richiamo ad una grandezza spirituale tedesca, e alla costruzione di uno Stato etnico che ricomprendesse tutte le comunità costituenti il comune sentimento ed il legame alla propria terra, che ha assunto il nome di Germandom (Deutschtum). L’importanza del contesto culturale rappresentato dalla Germania romantica e nazionalista dell’Ottocento è decisiva per capire l’impatto che la teoria ha avuto ed anche il suo sviluppo. E soprattutto ci fa capire come il concetto di Lebensraum non sarebbe potuto essere nato in uno Stato ed un momento diverso da quello, ed ancora quanto l’interpretazione politica ed ideologica del Novecento sia stata quasi inevitabile.

Nel Primo capitolo si porterà avanti una introduzione storica, studiando le origini delle comunità germanofone nell’Europa dell’Est, cosa abbia spinto milioni di persone a spostarsi durante il Medioevo, come queste si siano radicate sul territorio e soprattutto quale peso abbiano avuto per la costruzione della futura Germania. Verranno quindi presentate le iniziali migrazioni e le spinte coloniali che già dal primo Medioevo videro protagonisti popoli di origine germanica (impossibile parlare di tedeschi fino al 1871), l’influenza che questi hanno esercitato ed il ruolo che hanno avuto nel favorire lo sviluppo economico e sociale dei paesi dell’Est: non si possono sottovalutare i numeri, se è vero che tali flussi andarono avanti per quattro secoli, rendendo impossibile fare una valutazione precisa del numero di migranti.

È questo il momento storico fondamentale, per capire da dove nasce quel sentimento nazionalistico conosciuto sotto il nome di Pangermanesimo e la creazione di un Kulturstaat, uno Stato etnico tedesco che non tenesse tanto conto dei confini naturali o politici, quanto dei confini “culturali” che separano la Germania dai Paesi slavi.

Il secondo capitolo viene invece dedicato all’analisi di colui che è considerato il fondatore della teoria dello Spazio Vitale tedesco, Friedrich Ratzel. Si presenterà quindi la sua storia, il suo complicato pensiero geografico, immerso tra il determinismo settecentesco ed il nascente romanticismo, l’idealismo, accennando alle varie influenze culturali che porteranno poi alla formulazione della sua più importante teoria. In questo senso, si porrà particolare attenzione alla pubblicazione da parte di Charles Darwin de “L’Origine della Specie”, opera maestra e tra le maggiori rivoluzioni culturali della storia. Quest’opera ha avuto ovviamente un forte impatto nel campo biologico e antropologico, ma allo stesso tempo ricevette particolare attenzione nel dibattito culturale tedesco di fine Ottocento, dando linfa nuova al pensiero geografico, superando quel determinismo culturale tipico della tradizione francese e influenzando notevolmente anche il pensiero dello stesso Ratzel. Dopo una analisi di come il darwinismo sia stato recepito nel dibattito geografico tedesco del tempo, si passerà a parlare prettamente di Friedrich Ratzel, della sua vita e l’ambiente dal quale proveniva, le esperienze che ne hanno formato e plasmato il pensiero. Si analizzerà quindi in generale il suo concetto di “geografia politica”, il Politische Geographie, e le leggi geografiche da lui definite. L’ultima parte di questo capitolo viene invece dedicata a quello che è il concetto attorno al quale ruota tutto il lavoro, ovvero il Lebensraum: si presenteranno le Sue opere più rilevanti in materia, si proverà a dare una idea chiara di cosa l’Autore intendesse realmente per Spazio Vitale, quanto effettivamente condivideva l’impostazione colonialista ed espansionista guglielmina e se dalla sua teoria si possano realmente tirare fuori dei riferimenti a quella che sarebbe poi divenuta la politica tedesca (non solo nazista) verso Est nel secolo seguente.

Su quella che è stata la storia della politica tedesca verso l’Est si occuperà infine il terzo capitolo. Qui ci si concentrerà su quella che è stata l’applicazione e la strumentalizzazione politica di un concetto che, come si vedrà, di ideologico o politico aveva poco o nulla nella sua teorizzazione originale. Questo infatti ha assunto un ruolo centrale nella politica tedesca del Novecento, ma non solo durante il regime nazista, il quale comunque lo portò alle estreme interpretazioni e conseguenze, bensì fin dal Reich guglielmino e durante la Repubblica di Weimar si mantenne vivo negli ambienti intellettuali tedeschi. Quel concetto geografico-politico di Ratzel è divenuto durante il Novecento una vera e propria ideologia, alla quale sono stati collegati col passare del tempo argomenti che non avevano trovato alcuno spazio nel pensiero originale del geografo: è il caso della superiorità razziale tedesca, ma anche dell’espansione illimitata e militare verso Est.

Se vi siano delle reali “responsabilità” nel pensiero di Ratzel è difficile da dire. Più semplice sottolineare come la sua originaria teoria sia stato volutamente e colpevolmente sfruttata e caricata di implicazioni politiche poco coerenti con la sua idea. Si vuole chiudere infine con una breve osservazione sull’attualità politica, sul rapporto che ha ancora adesso la Germania con i Paesi dell’Est e sul ruolo della Germania. Obiettivo finale è dunque quello di portare alla luce il reale significato, la reale portata di quella che è una teoria biologica, geografica ed antropologica, ma che troppo spesso è stata impregnata di valori politici ed ideologici che ne hanno fatto una vera e propria ideologia politica tra le più influenti e drammatiche dello scorso secolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE ORIGINI DELLA GRANDE GERMANIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

L’OSTSIEDLUNG MEDIEVALE E LA NASCITA DELLE COMUNITÀ TEDESCHE AD EST

 

Fig.1.1, Situazione politica europea nel 526, inizio dell’espansione verso Est.

 

La storia dello Stato tedesco non è altro che il risultato di uno sviluppo culturale che si è allargato dall’Ovest verso l’Est. Già dal periodo Carolingio le popolazioni locali, i Niemcy, come si definivano in polacco, sono migrati verso il mondo slavo e non sempre sono stati rispediti indietro. La storia tedesca è figlia di quello sviluppo culturale che correva da Occidente verso l’Est e che non vedeva coinvolte solo le popolazioni germaniche. Le comunità germanofone si sono mescolate con le popolazioni slave, baltiche e magiare che vivevano lungo i confini europei. La nascita dell’Impero tedesco ebbe luogo proprio grazie a quella Osterweiterung, ovvero quella espansione verso l’est, che però non può essere collegata solo alla Germania, essendo piuttosto fenomeno che interessava tutta l’Europa. Da un lato infatti questa espansione consistette nella creazione di aree cristiane nelle zone di occupazione slave e ungheresi, e fu portata avanti soprattutto dall’Ordine Teutonico tra il Nono ed il Decimo secolo[1]. A questo ordine furono regalate per esempio, nel 1226 la terra di Kulm, città nel cuore della Polonia, e la Prussia. Da qui l’ordine religioso diede un forte impulso alla spinta espansionistica verso Est, allargando la sua influenza in particolare sui Paesi Baltici. Dall’altro lato al fenomeno di cristianizzazione dei territori dell’Est, si aggiunsero a partire dal Dodicesimo secolo le continue migrazioni di coloni provenienti dalle zone occupate dall’Impero Carolingio. Bisogna tuttavia tenere a mente che quando ci si riferisce a popolazioni “tedesche”, tale significato va contestualizzato: esse erano un miscuglio di varie etnie, principalmente austriaci, olandesi e fiamminghi, oltre che svedesi, danesi e popolazioni locali delle terre germaniche dell’Impero. Iniziò così un processo che può essere definito di “Occidentalizzazione culturale”, dove questi migranti grazie alle loro maggiormente sviluppate conoscenze economiche ma anche giuridiche, aiutarono e facilitarono l’evoluzione dei terreni orientali.

I medievalisti tendono a distinguere due differenti ondate di colonizzazione durante il Medioevo europeo: una prima ondata ebbe luogo tra l VIII e il IX secolo in età Carolingia. La seconda ebbe inizio nel XI secolo, andò avanti ancora per altri duecento anni e subì un arresto solo nel XIV secolo, quando tutta l’Europa fu attraversata dal morbo della Peste nera che tra il 1347 e il 1353 uccise circa 75 milioni di persone, circa 1/3 della popolazione europea dell’epoca. Questa ondata di flussi migratori verso l’Europa Orientale è identificata sotto il nome di “Insediamento dell’Est” (Ostsiedlung). Si può dire che durante il Medioevo tali migrazioni non solo avvennero, ma anzi si intensificarono, assumendo la forma di pura melioratio terrae, ma anche da semplice espansionismo militare[2].

 

 

Fig. 1.2, La presenza dell’Ordine teutonico nei Paesi Baltici.

 

Fu attraverso secoli di migrazioni, di spostamenti, di coesistenza e di colonizzazione dell’Est che le terre slave si avvicinarono culturalmente all’Occidente carolingio ed all’Europa. Per dare un’idea della estensione temporale di questa colonizzazione e estensione verso Oriente, basti pensare che la prima vera “politica orientale” pianificata da parte dei governanti germanici verso i vicini slavi si ebbe sotto il regno di Enrico I, primo Re di Germania, il quale nel 929 arrivò ad occupare Praga. E nel 1108 all’estensione militare si collegò anche la missione religiosa, quando l’Arcivescovo di Magdeburgo invitò i Sassoni, i Fiamminghi, i Franchi ed altre popolazioni a prendere possesso dei territori pagani. Già alla fine del Undicesimo secolo la regione slava compresa tra il Mar Baltico e l’Elba era stata trasformata in un dominio dei Sassoni[3].

La seconda ondata di migrazioni invece, differentemente dalla prima, si basava principalmente su motivazioni economiche e demografiche, piuttosto che politiche o militari: erano movimenti di coloni inizialmente provenienti dall’Olanda e dalle Fiandre, poi rafforzata dalle popolazioni più propriamente tedesche. Questi si insediarono nei territori vicino l’Elba, poi espandendosi verso le terre polacche, ceche ed ungheresi, infiltrandosi anche in terre più lontane, come la Romania, i paesi Scandinavi e Baltici e i Balcani. Secondo alcuni dati si calcola che durante il XII e il XIII secolo la densità di popolazione aumentò, per esempio, da 2 a 20-25 abitanti per chilometro quadrato nella zona dell’attuale Sassonia, da 6 a 14 in Boemia e da 5 a 8,5 in Polonia[4]. Sebbene questi numeri diano un’idea di quanto sia stata numericamente ampia e condivisa questa migrazione verso est, resta impossibile ad oggi stabilire una precisa percentuale di quanti effettivamente si spostarono durante il periodo medievale. Secondo uno studio in particolare, tra il dodicesimo ed il tredicesimo secolo, ogni anno le persone che emigravano erano tra le 2.000 e le 2.500[5].

Per quanto non sia chiaramente dimostrato e documentato, sembra potersi dire che vi fosse una motivazione biologica alla base di tali spostamenti: un sempre maggiore tasso di natalità ed un minore numero di morti, mentre nelle aree colonizzate sembra che il crescente numero di migranti abbia causato un crollo delle nascite delle popolazioni locali, ma un aumento della popolazione generale. Certo è difficile dire quanto queste statistiche, tra l’altro approssimative, siano direttamente figlie delle migrazioni, e quanto invece siano state diretta conseguenza di una aumentata produttività agricola e di una continua urbanizzazione. Questi fenomeni tuttavia non sarebbero avvenuti senza un cambiamento fondamentale nella organizzazione della vita sociale, indotta proprio dall’immigrazione tedesca, in paesi e territori come Polonia, Ungheria, Boemia e Austria. Non sarebbe stata probabilmente pensabile una crescita tanto rapida ed intensa, come in realtà fu grazie alla presenza di comunità germanofone.

Sarebbe errato pensare che in questi secoli non vi siano stati contrasti tra le popolazioni autoctone e gli immigrati: i rapporti tra questi gruppi di persone sono stati molto vari e diversificati, a seconda dei contesti e delle circostanze. In Boemia e Polonia si può dire ad esempio che i coloni fossero stati “invitati” dalle dinastie regnanti, le quali contavano sul loro aiuto per una più rapida modernizzazione delle loro terre[6]. Diversa la situazione invece nelle terre comprese tra l’Elba e Oder, le quali furono conquistate e servirono come punto di partenza per la costruzione di nuovi stati dai principi tedeschi[7].  Ma è importante sottolineare come generalmente l’Insediamento dell’Est dei coloni durante il Medioevo non avesse un carattere violento o bellicoso.

La colonizzazione portò certo ad una penetrazione culturale nei territori orientali, ma condusse anche ad una coesistenza relativamente pacifica tra slavi e tedeschi, la quale ha causato per lo più effetti benefici, come un aumento della popolazione, della produzione alimentare, degli scambi commerciali. Inoltre altri benefici come l’introduzione di forme politiche, economiche e giuridiche occidentali che hanno aiutato lo sviluppo delle società. Il processo di assimilazione non fu comunque a senso unico, ovvero tendente ad una germanizzazione delle popolazioni. Ma si può individuare anche un contrario processo di “polonizzazione” di molti tedeschi abitanti in città come Cracovia e Poznan. Molte città dell’Est europeo divennero così per secoli un crogiolo multietnico, dove diversi ceppi etnici coesistevano.

Negli anni comunque la questione relativa agli effetti di lungo termine che ha avuto l’espansione tedesca sulle aree orientali è stata piuttosto dibattuta e vi sono diverse opinioni a riguardo. Per alcuni storiografi come il ceco František Palacky ed il polacco Joachim Lewelel, il disegno rappresentato dalla colonizzazione medievale non è così roseo: in effetti vi sono stati dei vantaggi, ma non si può dimenticare che l’applicazione della legge tedesca ed occidentale è stata comunque una violazione dell’identità dei paesi dell’Est europeo. In particolare si sono domandati se Boemia, Polonia, e Ungheria ad esempio avrebbero potuto seguire una via alternativa ed “indigena” per lo sviluppo sociale ed economico, e se l’accelerata trasformazione sociale ed economica imposta dall’alto, e che ha modificato i meccanismi interni, non sia stata la base per le successive anomalie di sviluppo dell’Europa centro orientale. Ma per rispondere a questa domanda, bisogna porsene un’altra: esisteva una strada alternativa e “indigena” verso lo sviluppo? Secondo gli occidentalisti tale strada indigena non esisteva. Invece secondo Karol Potkańsky questa alternativa c’era, ed avrebbe potuto teoricamente condurre questi Paesi ad una economia di mercato tramite i propri mezzi. Tuttavia questo avrebbe sicuramente richiesto un periodo di tempo più lungo e non è possibile affermare se si sarebbe concluso con risultati migliori. D’altronde l’isolamento dai cambiamenti sociali ed economici che stavano avvenendo in Europa sarebbe stato un suicidio. E comunque il processo di trasformazione sarebbe potuto finire molto peggio per la Polonia e le altre regioni di quanto non sia accaduto.

Viene in particolare sottolineato come questi Paesi si siano rivelati ben preparati ad adattare tecniche produttive e organizzazioni importante, integrandole nei loro sistemi di trasformazione, i quali hanno certamente modificato completamente e permanentemente l’organizzazione della società, dell’economia, e dello Stato[8]. E d’altro canto se così non fosse stato, questi Paesi sarebbero probabilmente spariti dalle carte geografiche. Avvenne invece l’esatto contrario: la colonizzazione occidentale rafforzò e permise a questi di iscriversi permanentemente all’albo delle Nazioni europee. Invece diverse tribù slave e Prussiane pagane comprese tra l’Elba e l’Oder pagarono un caro prezzo per la loro indolenza alla modernizzazione occidentale, finendo per essere completamente assoggettate ed inglobate.

 

Fig. 1.3, L’Ostsiedlung tedesca, dal 700 (in arancione) al 1400 (in verde).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LA NASCITA DELLO STATO TEDESCO NEL 1871

 

Fig. 1.4, L’espansione del Regno di Prussia dal 1807 al 1871

 

Momento di svolta nei rapporti tra la Germania ed i paesi vicini fu il 1697, quando Federico Augusto di Sassonia venne eletto al trono di Polonia: ciò che questo si prefiggeva era una unificazione del territorio polacco con quello sassone, proponendosi come dinastia regnante tedesca. Tuttavia tali progetti vennero abbandonati a seguito della Grande Guerra del Nord (1700-1721). La sconfitta sassone fu un momento significativo: quello dell’ascesa della Russia come grande potenza ma anche della Prussia.

Dal Settecento in avanti l’Europa dell’Est è stata dominata dalla presenza delle Tre aquile nere, ovvero Prussia, Austria e Russia, le quali unirono le forze per indebolire e controllare la Repubblica Polacco-Lituana, fino ad arrivare alla sua completa dissoluzione nel 1795[9]. Questo può essere considerato il punto di partenza dell’espansionismo prussiano, e il suo obiettivo di “prussificazione” dei territori polacchi e baltici (ma anche della Sassonia, la quale era ancora il maggior avversario politico) da annettere al nuovo Impero. Proprio la spartizione della Polonia tra Prussia e Russia diede inizio ad un rapporto di mutua dipendenza tra le rispettive politiche nazionali, come mai si era avuta prima. Non vi fu infatti solo una connessione politica tra i due Imperi, ma dopo il 1795, essi erano anche territorialmente confinanti[10].

Il fenomeno delle migrazioni delle comunità germaniche verso Est tra il Settecento e l’Ottocento va quindi inquadrato in questo contesto storico: dopo la brusca interruzione delle migrazioni causata dallo scoppio della peste nera in tutta Europa (si calcolano circa 75 milioni di vittime, almeno 1/3 della popolazione europea dell’epoca), il processo di colonizzazione e i flussi migratori verso i territori orientali ripresero nel diciottesimo secolo, durante il periodo del Riformismo Illuminato. Il caso più importante di questi nuovi flussi migratori è stata la Russia di Pietro il Grande e di Caterina, i quali enfatizzarono l’importanza di attrarre coloni da Paesi ritenuti più avanzati, in modo da colmare le lacune sia economiche che politiche e culturali[11]. Di certo comunque in questi secoli il tradizionale insediamento verso l’Est tedesco svolse un ruolo più marginale rispetto ai secoli passati. Si ritiene che in Polonia sarebbero stati tra i 30 e i 40.000 i coloni tedeschi arrivati nel corso del secolo, numeri di molto inferiori a quelli del Medioevo.

Tuttavia la presenza tedesca nei Paesi orientali assunse diversi significati, seguendo tre correnti: innanzitutto i nuovi immigrati dalla Germania svolgevano un ruolo significativo per le nuove società. Le cosiddette gens de merité, ovvero esperti tecnici, amministratori, studiosi qualificati, diplomatici, divennero col tempo centrali e funzionali per lo sviluppo del riformismo degli Stati orientali moderni, ed essi erano fondamentalmente tedeschi: il contributo che questi diedero per la modernizzazione dei territori dell’Est fu indubbiamente significativo. Secondariamente la Germania durante il Settecento si elevò a Grande Potenza continentale: da un lato vi era quindi una continua presenza diplomatica e militare nei territori ad Est, che dal 1772 divenne vero e proprio dominio su larghe parti della Confederazione Polacco-Lituana; dall’altro questo favorì un avvicinamento alla Russia, fino a quando essa divenne garante del trattato del 1779 tra Austria e Prussia. Infine è questo il periodo durante il quale vennero a formarsi diverse coscienze nazionali e identità culturali, che segnavano linee di demarcazione tra le maggioranze e gli “stranieri”, e quindi alla nascita di quella corrente di pensiero che passa alla storia come “pangermanesimo”[12].

Sarebbe comunque sbagliato ritenere che questo nuovo tipo di relazioni tra Occidente e Oriente fosse frutto di una sola nazione: piuttosto era legato ad un sentimento diffuso di “occidentalizzazione” condiviso da tutta l’Europa. Inoltre sarebbe sbagliato ritenere che questi esperti agissero nei paesi stranieri in qualità di “rappresentanti” della nazione tedesca: molti tra questi non avevano alcun sentimento comunitario e di appartenenza nazionale, a parte una lingua comune. Non va inoltre dimenticato che queste “élites migranti” intraprendevano questi percorsi verso l’Est di propria spontanea iniziativa, non spinti da una politica governativa, e quindi spesso ciò significava un completo distacco ed alienazione dalla società originaria ma anche da quella ospite: il ritorno in Germania non era una opzione considerata, come non lo era la possibilità di integrarsi nei Paesi ospitanti[13]. È però fondamentale sottolineare come né durante le migrazioni medievali né dopo gli anni dell’Illuminismo, un così ristretto gruppo di popolazione migrante abbia svolto o svolgerà più un ruolo così centrale ed avrà un impatto così decisivo sulla trasformazione dell’Est europeo.

Se durante il regno di Pietro il Grande, il contributo della élites tedesca per lo sviluppo dello Stato e della società russa rappresenta il caso più concreto e spettacolare di questo nuovo tipo di migrazioni elitarie, la situazione cambiò durante il regno di Caterina II (1762-1796). Per quanto infatti nel corso della sua reggenza l’afflusso di esperti e professionisti dalla Germania e dall’Europa si mantenne costante, si stavano ormai sviluppando in Russia una classe dirigente nazionale. Dunque questi si scontravano con strutture amministrative e élites indigene ormai completamente evolute e preparate per prendere il posto degli stessi esperti tedeschi e stranieri, in grado di reinterpretarne il contributo nel solco dell’impostazione culturale russa[14].

È importante sottolineare inoltre come tali fenomeni migratori non fossero indirizzati solo alla Russia: per quanto infatti il progetto sassone di accorpare il territorio polacco-lituano fosse fallito, l’attività dei reggenti e dei politici, dei burocrati e degli imprenditori sulla Confederazione Polacco-lituana si mantenne costante nel corso del ‘700, svolgendo una notevole influenza per l’ulteriore sviluppo della civilizzazione polacca. Il periodo sassone infatti fu decisivo per la formazione di una nuova classe politica, che insieme al nuovo re Stanislao II Poniatowski, ultimo re di Polonia, governò la Confederazione nel periodo del riformismo illuminato dopo il 1764 e fino alla dissoluzione del 1795[15].

Altro momento centrale e decisivo per il futuro dell’Europa centrale ed orientale fu la creazione nel 1804 dell’Impero Austriaco. Già nei secoli precedenti la casata degli Asburgo si era espansa a macchia d’olio verso l’est, in particolare il Banato e la Transilvania, dove vennero inviate le comunità germaniche-austriache. Questa espansione si associava ad una nuova corrente di pensiero, il Cameralismo. Questa venne sposata e divulgata da diversi pensatori austriaci dell’epoca, i quali ritenevano che una vera potenza non era legata semplicemente alla forza dell’esercito, quanto piuttosto alla forza economica della Monarchia. Affermavano quindi che gli Asburgo dovessero investire nell’agricoltura, nel commercio, nelle infrastrutture di quei paesi occupati. Per fare ciò lo strumento fu l’invio dei tedeschi-austriaci in particolare in Transilvania e nelle aree dove si riteneva necessario portare cultura e civilizzazione. Si calcola che alla fine del diciottesimo secolo circa 500.000 germanici si erano mossi verso le aree dell’attuale Romania, nel Banato e la Transilvania. Questi due territori rappresentano i casi meglio riusciti dell’insediamento delle comunità austro-germaniche sotto l’Impero Austriaco: le due aree diventeranno infatti nel corso del secolo seguente centrali per lo sviluppo e la crescita economica e demografica della monarchia, godendo anche di importanti benefici riguardo la crescita e il progresso culturale. Ancora a metà del 1800 si potevano contare circa 200.000 persone di origine germanica nel Banato, mentre in Transilvania la comunità Sassone copriva circa l’8% della popolazione locale[16].

Al 1780 dei circa 24 milioni di abitanti rientranti nei territori degli Asburgo, circa 5,8 milioni erano di origini germaniche. Quando la cancelleria prussiana e il Ministro Wilhelm von Humboldt durante il Congresso di Vienna (1815) affermarono che una unione tra tutti i popoli tedeschi sarebbe certamente giunta presto e che nessuno avrebbe potuto dissuaderli dalla formazione di un unico Stato ed un’unica Nazione tedesca, si iniziò a diffondere un malcontento tra queste popolazioni germaniche ricomprese sotto il dominio austriaco, le quali guardavano ora con favore all’espansione prussiana[17]. Portavoce di tale scontento e dell’opposizione dei principi tedeschi alla casata Asburgo, divenne la Confederazione Germanica (Deutscher Bund). Questa sorse in seguito al Congresso di Vienna per gestire i territori precedentemente dominati dal Sacro Romano Impero. Essa era composta da 39 liberi stati tedeschi, i quali non accettavano più il dominio e l’imposizione asburgica. La semplice Confederazione politica tra gli Stati si allargò ulteriormente quando nel 1834 essa divenne anche una Unione Doganale (Zollverein). L’Austria caratterizzata dal protezionismo doganale delle sue industrie, venne così esclusa dal commercio interno con gli Stati tedeschi. Quello che in origine era un semplice rapporto di rivalità e di inimicizia, si andava radicalizzando su diversi fronti, fino a quando non sfociò in un vero conflitto armato.

Nel 1837 l’Impero Asburgico comprendeva non solo 6,4 milioni di tedeschi, ma si andava delineando un ulteriore problema legato alla forte presenza di comunità slave: la amministrazione austriaca governava infatti su 14,8 milioni di slavi e 5 milioni di magiari, i quali spesso subivano decisioni prese dalle élites germanofone. Venne quindi a crearsi una situazione di forte insoddisfazione delle vicine popolazioni slave, le quali cominciarono a sviluppare una identità culturale e linguistica che condusse alle rivolte del 1848. Vi era ormai la convinzione che l’esistente ordine politico in Europa centrale ed orientale fosse diventato intollerabile: si affermarono movimenti nazionalistici, come quello tedesco, ma anche polacco e magiaro, preludio al crollo del multiculturale Impero austriaco[18].

Il momento di svolta per la nascita di uno Stato tedesco, fu l’ascesa sul trono prussiano di Guglielmo I e la nomina a Cancelliere di Otto von Bismarck nel 1862: questo affermò subito di voler risolvere fermamente il problema dell’unificazione tedesca “non con discorsi, né con le delibere della maggioranza, ma col sangue e col ferro”. Sin dai primi anni di governo, la politica estera bismarckiana si caratterizzò per la decisione e aggressività che già nel 1864 portò alla annessione dello Schleswig-Holstein. Fu questa politica di forza che esasperò i rapporti tra le due potenze e nel 1866 allo scoppio della guerra austro-prussiana: questa in realtà durò poche settimane, e si concluse con la vittoria di Bismarck e del generale Von Moltke nella decisiva battaglia di Sadowa/Koniggratz. Il seguente armistizio e il Trattato di Praga dell’agosto dello stesso anno portarono all’istituzione di una Confederazione Tedesca del Nord, composta dei territori a nord del fiume Meno. Era solo il preludio alla nascita definitiva dello Stato di Germania nel 1871.

Secondo alcuni studiosi, tra cui anche Benedetto Croce, gli avvenimenti tra il 1866 e il 1871 segnarono profondamente la mentalità del popolo tedesco e il suo futuro. Il popolo tedesco aveva finalmente trovato l’unità nazionale non tramite i principi spirituali del romanticismo liberale, ma attraverso la guerra e valori come la disciplina, l’onore e il coraggio tipici dell’ordine dei Cavalieri teutonici[19]. Tra gli stessi intellettuali liberali tedeschi si parlava di “Miracolo di Sodowa”. Essi recitarono il mea culpa, ricordandosi degli insuccessi dell’Assemblea di Francoforte del 1848[20]: se un’unità della Germania doveva avvenire, essa doveva essere sotto il segno della Prussia e non per volontà di una assemblea democratica[21].

Dalla nascita dell’Impero tedesco nel 1871, le conseguenze per l’Impero Austriaco non tardarono a farsi sentire: si andava sviluppando un nuovo sentimento di identità nazionale tedesca, e per i tedeschi d’Austria, la nuova Grande Germania protestante e anti-slava di Bismarck rappresentava un’ideale che si andava formando. In molti intellettuali sposarono tale ideale, sostenendo apertamente l’unificazione delle terre germano-austriache al nuovo Reich guglielmino. Nel 1882 questi intellettuali si riunirono e formularono il Programma di Linz: un manifesto delle riforme attraverso cui si proclamava la necessità di trasformare l’Austria in uno Stato-nazione democratico e a maggioranza tedesca[22]. Nel 1889 vennero poi fondate varie scuole, come la Deutsche Schulverein e la Schulverein Südmark, le quali iniziarono a diffondere l’idea politica del Pangermanismo tra gli sparpagliati gruppi tedeschi in Boemia e nelle terre slave[23].

Alla fine del Diciannovesimo secolo, il nazionalismo radicale tedesco iniziò a predicare l’idea di una nuova identità nazionale, basata sulla appartenenza al Volk tedesco razzialmente definito, richiamando il diritto alla unificazione con la Germania. Tuttavia è giusto sottolineare come diversi austriaci-tedeschi ritenevano che una politica di richieste moderate e di compromessi fosse il modo migliore per difendere la causa nazionale tedesca: molti volevano mantenere lo Stato austriaco in vita, pur conservando il dominio economico, politico, culturale e sociale dei tedeschi[24]. D’altronde ufficialmente la politica guglielmina fino al 1914 seguì le indicazioni di Bismarck nell’applicazione di una Realpolitik, per la quale una unione politica con gli austriaci-tedeschi avrebbe condotto inevitabilmente ad un ulteriore scontro tra Asburgo e Hohenzollern, con un possibile coinvolgimento delle popolazioni slave: i tedeschi d’Austria avrebbero dunque meglio servito l’Impero tedesco dall’esterno piuttosto che dall’interno[25].

È interessante notare come a seguito della nascita dello Stato tedesco, le statistiche indichino una diminuzione delle comunità germaniche in diverse aree orientali: in Boemia, in Moravia, nella Slesia e soprattutto in Ungheria. Qui si passò dai 12,5% di tedeschi nel 1880 ai 9,8% del 1910. A cosa è dovuto questo calo? In realtà i tedeschi-ungheresi erano più di 2 milioni, tuttavia essi non svilupparono mai una coscienza nazionale di Ungarndeutsche, e così fu favorita una “magiarizzazione” di quei gruppi sociali altamente istruiti e quindi la loro completa integrazione nel popolo ungherese, ma lo stesso avvenne in altre regioni[26].

A differenza dei popoli slavi come gli stessi magiari, i cechi e i polacchi, i quali svilupparono forti sentimenti di coscienza nazionale, lo stesso non avvenne per molti tedeschi dell’Austria, i quali non avevano d’altronde alcun valido motivo per sostenere la disgregazione dell’Impero Austriaco e vennero così assimilate nei tessuti sociali dei Paesi che vennero a formarsi dopo il crollo della casata degli Asburgo. 

Contrariamente a quanto si può pensare quindi, molte comunità tedesche non sposarono inizialmente la Lega Pangermanica e il progetto di uno Stato “etnico” tedesco. Il collante che legava queste a Berlino era meno saldo di quanto si immagini. La Lega fondata nel 1891 non riceveva ufficialmente il sostegno del governo, a cui rinfacciava anzi l’immobilismo nell’area europea e il mantenimento di uno status quo in cui le comunità germaniche subivano, secondo la Lega, il dominio e le violenze dei popoli slavi.

In questo momento storico, rilevanza fondamentale va riconosciuta anche al contesto culturale nazionalista-romantico nel quale avvenne l’unificazione delle terre tedesche, che ha segnato fortemente la mentalità tedesca almeno fino alla metà del Novecento. Alcuni sentimenti come l’eccezionalità della via tedesca all’unità nazionale (cd. Sonderweg), la presunta superiorità della Kultur rispetto ai liberali paesi occidentali, nati nel solco della borghese rivoluzione francese e nel segno di minori valori materiali. Molte delle neonate elitarie organizzazioni conservatrici condividevano questi sentimenti e l’idea di una missione affidata al popolo tedesco (cd. Deutschlands Beruf) di civilizzare i popoli stranieri, esportando i superiori valori spirituali tedeschi.

In questo contesto apparvero le due teorie che hanno rivoluzionato non solo il mondo geografico tedesco, ma probabilmente la sua stessa evoluzione storica: la teoria dell’evoluzionismo biologico di Darwin e la conseguente teoria dello Spazio Vitale di Ratzel.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LO STATO COME ORGANISMO VIVENTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LA BIOLOGIA DI DARWIN

E L’IMPATTO SULLA GEOGRAFIA TEDESCA

 

Il darwinismo sociale è un’ideologia che traduce i concetti biologici di Darwin come la competizione nella Natura e la lotta per la sopravvivenza, come base di una teoria sociale. Inizialmente essa fu utilizzata come giustificazione teorica per l’ideologia del liberalismo economico, dato che questa sottolineava l’importanza della competizione individuale. Ma in particolare tra la fine dell’Ottocento ed inizio del Novecento, essa divenne l’argomentazione centrale da cui partivano i difensori dell’imperialismo, del razzismo e infine dell’eugenetica[27]. Secondo la maggior parte degli storici, il darwinismo sociale è stata una delle più importanti correnti ideologiche che hanno guidato la storia europea durante tutto il secolo scorso. Secondo altri ancora, tale corrente di pensiero diede un contributo significativo alla nascita e all’evoluzione dell’ideologia nazista tedesca. Sottolinea ad esempio Weikart, come alcuni abbiano visto nelle opere di Darwin una base scientifica alla eugenetica ed alle leggi razziali[28].

Qualunque sia l’opinione di ciascun autore, è indiscutibile che il Darwinismo, originatosi nel Regno Unito, ebbe il suo maggiore impatto nella Germania guglielmina fin da quando apparve nel 1859 la prima pubblicazione di The Origin of Species di Charles Darwin. La pubblicazione di questo libro e la sua traduzione in tedesco dell’anno seguente è stato senza dubbio l’evento che maggiormente ha influenzato e configurato il pensiero geografico in Germania. Non solo però sociologi e biologi, ma anche filosofi, economisti, teologi, geografi cominciarono ad osservare la realtà geografica e politica attraverso la lente del darwinismo.

L’opera maestra di Darwin introdusse in particolare due argomenti che assumeranno carattere centrale nel dibattito geografico della fine del Diciannovesimo secolo e del secolo seguente. Innanzitutto egli pose l’accento sulla stretta relazione tra la vita organica e l’habitat naturale, introducendo per la prima volta un’interpretazione biologica ed organicistica degli stati e delle regioni. Inoltre la sua idea di selezione e conflitto naturale furono lungamente sfruttati ed utilizzati in ambito geografico e politico. Molti dei concetti sviluppati dalla geografia degli ultimi cento anni hanno preso implicitamente o esplicitamente spunto dalla biologia di Darwin[29]. Vediamo dunque brevemente quali erano le idee originarie di Darwin e soprattutto l’eco che queste ebbero in particolar modo in Germania.

Nel capitolo terzo della sua opera “The Origins of Species”, il biologo britannico introduce l’idea dell’adattamento e l’interrelazione delle forme organiche alla natura, le connessioni tra tutti gli esseri viventi e il loro ambiente[30]. Il più grande contributo di Darwin a questa idea, comunque già condivisa da altri scienziati, è stato quella di includere l’uomo all’interno del mondo naturale[31].

Uno dei primi e maggiori sviluppatori della teoria darwiniana in Germania fu Ernst Haeckel, biologo ma anche filosofo tedesco. Egli fu il primo a parlare di “ecologia umana”, inteso come lo studio dell’uomo e del suo rapporto e l’interconnessione con la natura e l’ambiente in cui è inserito[32]. Fu anche uno dei primi ad annunciare l’origine animale dell’uomo, l’inevitabilità della competizione e della lotta per la sopravvivenza a seguito di una crescita demografica. Ma tale scontro naturale aveva come risultato quello di spingere l’uomo a progredire e migliorare la società[33]. Dal 1910 in poi l’ecologia umana diventerà materia di studio molto importante non solo nell’ambito geografico[34].

Prese da qui origine l’analogia dello Stato come un unico organismo vivente, che verrà inserita nel discorso geografico da autori come Ritter e Humboldt, e sottoposto poi invece a critica dalla scuola francese di Vidal de la Blache e del possibilismo[35]. Nonostante le divergenti opinioni sul ruolo dell’uomo, resta però costante la centralità della terra, identificata come un organismo vivente, un’unità che ha le sue proprie leggi di sviluppo e che non può essere studiata in parti separate tra loro. Questa linea di pensiero arrivò direttamente ad influenzare Friedrich Ratzel, il quale per primo applicò la teoria dell’analogia organica alla geografia politica.

La seconda idea darwiniana che ebbe grande influenza sulla geografia dell’epoca e del secolo Ventesimo, è la teoria della selezione naturale ed il conflitto tra le specie. Alla base di questa sua teorizzazione si pone in realtà un’idea sviluppata da Thomas Malthus e ripresa da Darwin, secondo cui le popolazioni tendono ad espandersi ad un tasso di crescita geometrico, e che ciò alla fine avrebbe portato all’esaurimento delle risorse naturali[36]. Tale idea ebbe molta influenza sul pensiero di Ratzel, il quale ne terrà particolarmente conto nella scrittura della sua opera “Die Gesetze des raumlichen Wachstum der Staaten” del 1896, nel quale formulò le sette leggi della crescita degli Stati.

Ora però diventa fondamentale chiedersi come mai le teorie di Darwin ebbero una tale influenza nell’ambiente geografico e politico tedesco della fine dell’800? Possono essere indicate due motivazioni principali: innanzitutto bisogna osservare come la maggior parte degli accademici tedeschi dell’epoca avesse delle conoscenze o delle esperienze in campo biologico. Già Haeckel, ma anche Peschel e lo stesso Ratzel, erano stati istruiti alla biologia o alla zoologia ed erano quindi particolarmente recettivi su tale argomento. A ciò va aggiunto la facile fruibilità ed interpretazione politica delle teorie darwiniste in quel particolare momento storico della Germania guglielmina. Era d’altronde uno Stato appena nato eppure già demograficamente, economicamente e militarmente forte. Si andava affermando la volontà di diventare una potenza di livello mondiale, di istituire un Reich coloniale: ciò spinse il Kaiser Guglielmo ed il Cancelliere Bismarck a dare un seguito pratico e politico a quelle teorie di darwinismo sociale che stavano contagiando la maggior parte degli accademici tedeschi e sfruttarle come giustificazione scientifica e razionale per la corsa al colonialismo, attuato sotto il nome di Weltpolitik.

Fu Oscar Peschel uno tra i maggiori esponenti dell’adattamento delle teorie biologiche darwiniane nel contesto geografico della Germania imperiale. Egli iniziò a promuovere lo sviluppo delle idee di Darwin, non appena l’Origine della Specie fu tradotto in tedesco. Fu per altro lui stesso ad utilizzare per la prima volta il termine di Lebensraum, traducendo così la teoria darwiniana dell’evoluzione della specie, di lotta per lo spazio e di ecologia umana in ambito geografico[37]. Egli fu inoltre uno dei primi a vedere nelle teorie di Darwin anche una connotazione razziale. Secondo Peschel si poteva infatti interpretare il pensiero del biologo britannico come una spiegazione scientifica per la sottomissione e lo sterminio di razze considerabili inferiori. Dice lui stesso infatti che la sparizione di razze considerate inferiori non va considerato in modo diverso dal naturale corso della storia, “un processo naturale, come l’estinzione di secondarie forme di piante o animali”[38]. Nonostante Peschel sia stato uno degli autori più influenti sul pensiero di Ratzel, è importante da subito mettere in chiaro che il geografo di Karlsruhe non sposerà mai le teorie di razzismo biologico.

Comunque l’influenza del pensiero di Darwin sullo sviluppo della geografia moderna è stato indiscutibilmente importante, ma allo stesso tempo strumentalizzato a seconda degli obiettivi da perseguire. Le tematiche maggiori, ovvero lo sviluppo nel tempo, la selezione naturale e la battaglia per la vita, ed infine l’analogia organica sono indubbiamente importanti nelle opere del biologo britannico. Ma è curioso altresì notare come una delle sue maggiori teorie, ovvero quella delle variazioni casuali, non sia stata assolutamente ripresa dagli ambienti accademici conservatori[39]. 

Il Darwinismo sociale in Germania fu in particolare ripreso dagli ambienti liberali conservatori, molti dei quali riconoscevano l’importanza della battaglia per l’esistenza sia a livello individuale che a livello collettivo. Non solo un uomo doveva costantemente combattere all’interno della società per mantenersi libero, ma lo stesso avveniva tra Stati e tra razze diverse. È interessante notare come inizialmente la teoria darwiniana fosse rifiutata dagli ambienti conservatori, mentre era invece particolarmente attraente per gli ambienti politici liberali o socialisti, che vedevano d’altronde nella Gran Bretagna un modello da perseguire[40].

Nella Germania della fine del Diciannovesimo secolo invece, tale dimensione collettiva della lotta per l’esistenza ricevette grande spinta dai liberali conservatori e sostenitori dell’unità tedesca e del militarismo, prosperato grazie alle vittorie militari del Cancelliere Bismarck. Tra questi un ruolo centrale fu svolto da Friedrich Ratzel, uno dei più influenti accademici dell’epoca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

FRIEDRICH RATZEL: VITA E PENSIERO GEOGRAFICO

 

Per comprendere a pieno il pensiero di Ratzel, è utile innanzitutto dare un’introduzione biografica. Egli nacque nel 1844 a Karlsruhe da una famiglia di proprietari terrieri, legati al mondo contadino e rappresentanti della Mittelstand preindustriale e conservatrice tedesca. Ratzel è considerato un innovatore, uno dei maggiori oppositori al paradigma neo-liberale delle scienze, “fondato sull’individualismo e sull’equilibrio delle forze storiche e politiche”. Innova la metodologia accademica delle scienze umane e il rapporto tra la politica e la scienza, elaborando una prospettiva sintetica, che tenta di superare la dicotomia fra le scienze umane e le scienze sociali, oltrepassando la concezione liberale dell’uomo di scienza, distaccato dall’esercizio del potere politico[41].

Iniziò fin da giovane a seguire corsi e scuole di farmacia, avvicinandosi poi più tardi a corsi universitari di scienze naturali e zoologia presso le università di Heidelberg, Jena e Berlino. Frequentandone i corsi fece la conoscenza di Ernst Haeckel, il cui pensiero lo affascinò a tal punto da completare gli studi nel 1869 con la tesi di dottorato intitolata “Sein und Werden der organischen Welt” ed incentrata sulle teorie dell’evoluzione di Darwin e sull’ecologia di Haeckel. 

Appena completati gli studi ebbe l’opportunità di iniziare una serie di viaggi come giornalista per il Kolnische Zeitung: visitò paesi mediterranei come Francia e Italia fino al 1869. Gli impegni lavorativi non lo allontanarono tuttavia dall’impegno politico. Nel 1870 tornò infatti in patria e prese parte alla guerra che condusse alla nascita del Reich tedesco. Dopo pochi anni riprese a viaggiare come corrispondente scientifico negli Stati Uniti, Messico, Antille e Cuba[42]. Tali viaggi ebbero un impatto decisivo sulla sua vita, spingendolo definitivamente verso la scienza geografica ed allontanandolo invece dalla carriera politica o militare.

Al ritorno dalle sue esplorazioni in Nord America fu nominato professore di geografia al Technische Hochschule di Monaco. Iniziò così la carriera accademica che lo porterà a ottenere la cattedra di geografia all’Università di Leipzig, oltre che a pubblicare un numero considerevole di libri ed opere considerate ancora oggi basilari nello studio della geografia umana e politica moderna.

Nell’analizzare le sue opere ed il suo pensiero bisogna quindi partire da un presupposto: egli era un geografo a tutti gli effetti. Tuttavia nella lettura dei suoi libri si possono individuare degli argomenti che sono senza dubbio figli dell’impostazione e dell’educazione che ha avuto.

Innanzitutto egli era un liberale conservatore, convinto sostenitore della politica bismarckiana e del Reich guglielmino. Rappresentava la classe media tedesca, quella Mittelstand che faticava ad adattarsi alla società industriale moderna e allontanarsi dai valori romantici del mondo agricolo tedesco. L’influenza che l’educazione rurale esercitò su Ratzel si rileva facilmente in tutte le sue opere. Di particolare importanza è stata ad esempio la sua presa di posizione nel 1879 in difesa della classe degli Junker e contro la decisione del cancelliere Von Caprivi e la sua Bodenreform, ovvero la riforma agraria e le tariffe imposte sui prodotti agricoli[43].

La sua mitizzazione e la difesa strenua del mondo agricolo è anche presente nelle opere dedicate al tema del colonialismo. Sarebbe infatti errato ritenere Ratzel un sostenitore dell’espansionismo tedesco a tutti i costi, per quanto abbia svolto ruoli chiave prima all’interno dell’Unione coloniale (Kolonialverein) e poi nella Società coloniale (Kolonialgesellschaft). Anzi criticò fortemente la decisione della Germania di schierarsi a fianco degli inglesi nella guerra ai Boeri, ad esempio. Il geografo di Karlsruhe era un sostenitore della teoria del “migrazionismo colonialista”: le mire tedesche sui territori d’oltremare dovevano essere finalizzate all’ottenimento di terre fertili e coltivabili da parte dei contadini tedeschi in esubero. Questo pensiero era visto come una risposta alla Auswanderung, all’abbandono delle terre agricole nel Sud della Germania ed alla dissoluzione sociale causata dall’industrializzazione. Infatti il sovrappopolamento delle campagne tedesche nel 1800 aveva spinto molti contadini delle regioni meridionali ad abbandonare la vita dei campi e migrare verso le città, causando il conseguente declino dell’agricoltura su piccola scala oltre che il rischio di epidemie e ribellioni nelle città sovrappopolate. 

Invece secondo la teoria del migrazionismo colonialista, che era diffusa già prima dell’apparizione dei testi di Ratzel, l’espansionismo tedesco doveva mirare all’occupazione di terreni da consegnare ai contadini tedeschi. Queste colonie dovevano poi essere mantenute e servire per fornire allo Stato i beni alimentari e non solo, che in patria non erano coltivabili[44]. Quindi le migrazioni dovevano essere controllate dallo Stato e guidate verso le zone che fossero utili per il mantenimento e sostentamento del popolo.

L’agricoltura per Ratzel rivestirà sempre un ruolo centrale in tutte le sue opere: la conquista e l’espansionismo di un Paese dovevano essere sempre finalizzate al benessere economico e soprattutto la più profonda colonizzazione e conquista di un terreno sarebbe avvenuta solo attraverso il lavoro della terra. Anche nella sua teorizzazione dello Spazio Vitale (Lebensraum) l’agricoltura ha un ruolo fondamentale: vi sono anche altri aspetti, come vedremo, importanti per comprendere la sua teoria del Lebensraum, ma il presupposto chiave è che l’espansione territoriale di uno Stato deve avere l’obiettivo centrale di ottenere terra coltivabile. Le radici del progresso culturale di un popolo poggiano nei suoi metodi agricoli. Non può quindi esistere uno Stato forte che non abbia un settore agricolo forte[45].

Nella sua attività politica presso il Kolonialverein negli anni ‘80 aiutò a formulare il programma coloniale di Bismarck e la cosiddetta Weltpolitik guglielmina. Tuttavia la sua impostazione di migrazionismo coloniale fu ripresa ciclicamente dagli ambienti conservatori tedeschi e dalla Lega Pangermanica, tanto da essere assorbita e strumentalizzata, insieme al concetto di Spazio Vitale, per il programma coloniale nazista[46]. Sarebbe comunque errato pensare a Ratzel come ad un integralista del colonialismo e dell’espansionismo, proprio perché questi dovevano essere funzionali all’ottenimento di terreni e quindi allo sviluppo del settore agricolo di uno Stato. Tale sua convinzione risulta evidente quando si schierò contro la decisione del governo tedesco di schierarsi a fianco degli inglesi nella guerra contro i Boeri nel 1880[47].

Un altro fattore centrale nel pensiero di Ratzel riguarda la formazione del Volk, del popolo. Non vi è nelle sue opere alcun accenno, né alcuna indicazione che possa far pensare al geografo come ad un presunto teorizzatore o sostenitore della supremazia del popolo tedesco e della razza ariana, centrale argomento della dottrina nazista. Egli considera il Volk l’unità centrale per l’analisi delle relazioni umane: ma questo è considerato fondamentalmente un’entità culturale in cui la razza svolge un ruolo trascurabile.

Per lo sviluppo di tale argomento trasse un’importante ispirazione dai lavori di Moritz Wagner: esploratore, geografo e biologo, tra i primi accademici tedeschi a riconoscere l’importanza dell’opera darwiniana, in cui però secondo lui mancava un riferimento alle migrazioni e il loro ruolo nella selezione naturale. Wagner fu infatti teorizzatore della legge degli organismi e della teorie delle migrazioni[48]. Secondo lui tutte le specie viventi sulla terra sono soggette ai flussi migratori come conseguenza naturale della vita stessa. E quando specie diverse giungono a contatto su uno stesso territorio, qui ha inizio la lotta per la sopravvivenza.

Da questa teoria furono influenzate le opere di etnologia, in particolare il suo Antropogeographie dedicato proprio a Wagner: prese da lui infatti l’idea che le migrazioni siano un costante e naturale aspetto della vita e svolgano la funzione di arena per la competizione e l’adattamento umano all’ambiente naturale. Da ciò deriva quindi l’idea che tutti (o quasi) i Völker, gli abitanti siano razzialmente “impuri”, poiché soggetti in passato come tutti gli esseri viventi alle migrazioni. E d’altronde è proprio in questo essere razzialmente misti che l’umanità trova la sua forza: dal contatto con le altre popolazioni deriva una crescita culturale, uno scambio di informazioni che arricchisce un popolo[49]. Questo pensiero verrà sviluppato poi nel tempo, prendendo il nome di diffusionismo antropologico[50].

La riconoscenza di Ratzel per gli insegnamenti di Haeckel e di Darwin risulta particolarmente evidente nel suo Antropogeographie: mentre il biologo britannico è definito semplicemente come “il più grande dei pensatori”[51], vi è un continuo riferimento al pensiero del tedesco e alla sua ecologia. L’influenza haeckeliana è esplicitata nella presentazione della terra come un unicum inscindibile: le parti del tutto svolgono funzioni diverse ma legate tra loro. E così la geografia fisica non può essere studiata separatamente dalla geografia umana[52]. L’ antropogeografia deve quindi studiare le varie influenze che la natura esercita sugli esseri viventi, cercando poi di ricondurle in delle leggi generali universalmente applicabili. Influenze che indirizzano, accelerano od ostacolano l’espansione delle masse dei popoli, che facilitano la mescolanza con altre popolazioni o il loro isolamento: l’ambiente è quindi un dato attivo che agisce sull’uomo, lo plasma e ne determina il suo comportamento: ne deriva che una determinata società non potrebbe esistere se non sul suo preciso territorio[53].

Tuttavia Ratzel sviluppò un pensiero autonomo, che con il tempo si è sempre distanziato dalla lotta per la sopravvivenza di Darwin ed avvicinato invece a Wagner: egli rifiutava in particolare la teoria darwiniana secondo cui le variazioni degli esseri viventi fossero spontanee e casuali, non influenzate direttamente dall’ambiente esterno. Riprese dunque le teorie di Jean Baptiste de Lamarck, il quale riteneva che le trasformazioni delle specie avvenissero come adattamento all’ambiente. Questo tuttavia non va inteso (come erroneamente in molti hanno fatto) in un senso deterministico. Ratzel riteneva che le forme organiche fossero in effetti modificate dalle condizioni esterne, ma questo era osservabile solo nel momento in cui era lo stesso ambiente a “premiare” le specie che si erano meglio adattate ed erano sopravvissute. È nella razza umana che questa teoria viene a affermarsi: vi è una compenetrazione tra suolo e popolo, tra ambiente e natura umana. Questa relazione però non è di tipo causalistico né deterministico, ma “animistico”[54]: l’uomo non viene mai completamente modificato dalle condizioni ambientali, mantiene invece la sua “essenza originaria”. Ma la causalità ambientale è fondamentale nell’essere umano nella misura in cui questa si amalgama all’interno del popolo[55].

Per lo sviluppo della tesi non è centrale analizzare in profondità l’opera antropogeografica di Ratzel. Serve però ad introdurre l’elemento centrale della tesi, ovvero l’analisi del concetto di Lebensraum: lo Stato non è una istituzione giuridica formale fissa, bensì il risultato finale di un processo di sviluppo di un popolo. Risultato che è dunque un organismo vitale e vivo e che persegue uno scopo finale, ovvero l’unione dell’uomo con il proprio suolo. 

La geografia di Ratzel è basata quindi sulle relazioni tra le “cose”. La posizione, il luogo geografico è il pilone centrale della sua costruzione: questa non è interpretabile però come semplice pensiero determinista, ma ciò che rende possibile un illimitato numero di relazioni esterne ed interne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

FORMULAZIONE E TEORIA DELLO SPAZIO VITALE NELLE OPERE DI RATZEL

 

Senza ombra di dubbio l’aspetto più affascinante, più importante e allo stesso tempo più controverso di Ratzel è la teoria del Lebensraum, lo Spazio Vitale. In molti hanno analizzato tale teoria, dando visioni contrapposte e spesso lacunose. In molti hanno inoltre messo in pratica quello che ritenevano essere un progetto politico espansionistico ben chiaro. Si proverà qui a dare una visione libera da condizionamenti di alcun tipo, riportando quelle che sono in concreto le convinzioni del geografo tedesco.

Bisogna partire da un presupposto centrale, ovvero che non viene mai data in alcuna sua opera una precisa e limitata definizione di tale idea. Per comprenderla quindi bisogna analizzare le opere nelle quali l’Autore si riferisce a tale concetto e ne presenta gli aspetti e le caratteristiche. Questi sono il Politische Geographie del 1897 ed in particolare il saggio Lebensraum del 1901[56]. La teoria dello Spazio vitale è un concetto sintetico, formato da vari aspetti apparentemente scollegati tra loro: vi è una componente meramente geografica, una di tipo agricolo-colonialista, una componente biologica, ed infine una legata alla Kultur. 

Per quello che riguarda la semplice geografia, la sua opera principale è “La Geografia Politica”: qui vengono esposti i tre concetti base di tutta la geografia ratzeliana, ovvero la posizione (die Lage), lo spazio (der Raum), e i confini (die Grenzen)[57].

La posizione è l’espressione massima della geografia determinista: essa infatti rappresenta il luogo fisico su cui uno Stato viene a trovarsi e le risorse naturali legate a tale territorio. Da questo dipende molto lo sviluppo del paese ed il suo rapportarsi con gli altri popoli. E la stessa posizione influenza anche le caratteristiche peculiari del popolo che occuperà tale luogo: è essa che determina l’influenza e le linee dello sviluppo degli stati[58]. Alcuni esempi sono portati da Raztel della centrale importanza della posizione di uno Stato: innanzitutto l’Inghilterra, la quale deve la sua potenza alla sua collocazione geografica ed alla sua dimensione. Contrariamente la Russia che, nonostante la sua vastità territoriale e ricchezza naturale, occupa una posizione sfavorevole e delimitata nella sua espansione.

Arriva poi a riflettere sulla posizione della Germania: essa occupa un luogo geografico centrale, accerchiata da altri numerosi Stati che fanno pressione sui suoi confini. Un Paese che si trova ad occupare tale spazio svilupperà necessariamente un “carattere” diffidente ed aggressivo verso gli altri popoli e Stati. D’altronde afferma lo stesso Ratzel che “la Germania può esistere solo se è forte”[59]. Sarebbe tuttavia errato ritenere Ratzel un esponente del determinismo geografico, come Ritter o Humboldt: la posizione assume valore nel momento in cui in base ad essa uno Stato sviluppa determinati “atteggiamenti”. Gli enti che compongono il territorio (suolo e popolo in primis) non operano in condizioni di isolamento l’uno dall’altro, ma vanno osservate le relazioni che tra essi intercorrono. Le condizioni geografiche di certo pongono dei limiti alla volontà umana, ma non potranno mai completamente determinarla o annullarla.

Il secondo elemento su cui si basa la geografia politica è der Raum, lo spazio: esso può essere definito come l’estensione superficiale a cui è legata la vita e l’evoluzione dello Stato, e rappresenta le ambizioni territoriale dei popoli e degli Stati[60]. Secondo Ratzel, uno stato deve costantemente crescere, per mantenere la sua vitalità ed ottenere le risorse necessarie a mantenere il suo popolo. Ed in questo continuo ed incessante crescere arriva in fine ad entrare a contatto con gli altri stati: d’altronde non tutta la superficie terrestre è abitabile, ma solo quella porzione definita ecumene. La superficie terrestre è quindi delimitata, e la lotta per l’esistenza diventa “lotta per lo spazio”. Arriva qui dunque per la prima volta a parlare di Lebensraum, di Spazio Vitale, definendolo brevemente come quella “superficie geografica che è necessaria per supportare una specie vivente alla sua attuale dimensione demografica”[61].

L’ultimo pilone su cui poggia la struttura della geografia politica ratzeliana sono i confini, die Grenzen. Il presupposto è che essi secondo l’Autore non esistono materialmente, ma sono piuttosto l’espressione, la rappresentazione del movimento “esterno” degli stati e delle necessità metaboliche dei popoli, ossia dell’incremento etnico interno di una nazione[62]. Questo “incremento etnico”, questa energia etnica, è in altre parole una sorta di legame spirituale che viene a crearsi tra lo Stato ed il popolo, la presa di coscienza che l’uno non potrebbe essere senza l’altro, e che è alla base della creazione e dello sviluppo di uno Stato forte. Questo è l’aspetto centrale della sua opera antecedente sulla geografia umana, dove definisce lo Stato come “un pezzo di suolo ed un pezzo di umanità”[63].

Questi tre concetti geografici ci introducono già delle basi per chiarire quale sia l’idea originaria di Ratzel relativa allo Spazio Vitale. Essa è esposta a pezzi in varie sue opere, ma è nel saggio del 1901, che prende proprio il titolo di Lebensraum, che il concetto assume una organizzazione chiara e definita. Vengono riprese in questo molte idee legate alla teoria delle migrazioni di Wagner, presentate nell’Antropogeographie. Ora però l’idea è molto più efficacemente presentata come un processo universale della natura vivente. Come parte della natura, anche l’umanità infatti deve cercare uno “spazio di vita”. I gruppi in cui gli esseri umani conducono la ricerca non sono tuttavia specie animali come altri organismi, ma piuttosto i popoli (die Volker) in cui l’umanità è suddivisa. Lo strumento principale attraverso cui un popolo “costruisce” il suo Lebensraum è, come vedremo, la sua cultura. Nella sua concezione storica e politica, il futuro arrideva solo agli Stati in continua espansione. In questa chiave, l’Europa continentale doveva essere “risvegliata dalla convinzione della necessità di unirsi almeno economicamente in uno spazio più esteso contro i giganti della Russia, dell’America e della Gran Bretagna”[64]. L’espansione verso Est della Germania non doveva avvenire solo in base alla mera potenza militare o alla necessità naturale di espandere il proprio Spazio Vitale, ma anche sulla base della sua superiorità culturale[65].

Partiamo innanzitutto dalla teoria delle migrazioni già presentata nelle opere antecedenti, ma che all’interno della teoria dello Spazio Vitale viene ad assumere forma compiuta. La teoria migrazionista di Wagner era stata già apprezzata, ma nel Lebensraum essa viene collegata definitivamente alla sua idea di colonialismo: la colonizzazione è infatti indicata come quel processo attraverso cui una specie si impone con successo su un nuovo territorio. Tale processo però non sembra indicare la necessità per un popolo di modificarsi in qualcosa di nuovo e diverso, per adattarsi alle nuove terre: sembra piuttosto esserci una analogia tra l’espansione della specie e il processo attraverso cui i coloni si radicano sui nuovi terreni[66].  La necessità per i popoli di espandersi era imperativa, una proprietà universale ed empiricamente osservabile nella vita degli uomini. La ricerca umana del Lebensraum era indubbiamente più complessa di quella delle altre specie, ma ha in generale seguito gli stessi schemi universali. Tutti i principali modi in cui gli esseri umani hanno interagito con il loro ambiente, sarebbero alla fine stati compresi all’interno delle "leggi" dello Spazio vitale, come le migrazioni e la colonizzazione, ma anche come le altre attività umane che erano difficilmente inseribili in contesti come l’antropogeografia o nell’etnologia. Il commercio, i trasporti, le “influenze spirituali”, tutto ciò che poteva indicare come “cultura”, rientrava all’interno del concetto di spazio vitale dei popoli[67].

Così Ratzel ha sostenuto che il Lebensraum di un particolare popolo consiste non solo del luogo in cui la sua gente vive, ma anche la terra da cui essi hanno da sempre tratto i loro mezzi di sostentamento, l’area all’interno della quale essi hanno regolarmente viaggiato e hanno condotto gli scambi commerciali, la regione attorno alla quale si concentrano i piani per la sicurezza contro i concorrenti, e così via. Tra queste la prominenza era prevedibilmente data alla terra da cui la popolazione ottiene il proprio sostentamento materiale, visto il primato affidato da Ratzel all’agricoltura, ma anche gli altri aspetti erano importanti.

Oltre all’aspetto agricolo-coloniale, vi è nella sua concezione di Spazio vitale una fondamentale componente biologica: attraverso questa infatti egli trovò il mezzo per estendere le teorie biologiche, tra cui quelle di Darwin, all’intera umanità. Se si fosse dimostrato che gli esseri umani seguivano gli stessi modelli di comportamento generali come le altre specie per quello che riguardava la necessaria ricerca di uno spazio di vita, dunque si sarebbe potuto dare all’attività umana un significato scientificamente identificabile, piuttosto che fondato sulle fedi o sulle credenze religiose. Inoltre le istituzioni umane potevano essere spiegate non come risposte alle caratteristiche statiche del contesto, ma soprattutto come i prodotti di un dinamica e mutevole interazione tra i popoli ed il loro ambiente biologico nella ricerca dello spazio vitale. Così si sarebbe giunto a costruire un sistema di leggi naturali valide a regolare il comportamento umano sulla superficie della terra nel corso del tempo.

Ratzel non ha mai dichiarato di aver rivelato con la sua teoria le leggi naturali per la ricerca di uno spazio di vita delle specie nella loro interezza, ma ha sostenuto tuttavia di averne identificato la forma. Infatti anche nella sua incompleta struttura teorica, essa avrebbe svolto e doveva svolgere un ruolo centrale nella conduzione delle politiche nazionali. L’imperativo dello Spazio vitale doveva essere compreso dai capi di Stato se essi volevano conoscere i limiti delle opzioni a loro disposizione e se volevano plasmare le loro azioni alle circostanze storiche in cui le loro Nazioni si venivano a trovare. Una nazione che avesse trascurato i risultati della scienza empirica culturale sarebbe stata a rischio. Una nazione che non avesse cercato di espandere il suo spazio di vita era una nazione condannata a crollare in base alle leggi dell’esistenza naturale. L’intellettuale ed il geografo assumevano quindi una nuova posizione: non più semplici studiosi e accademici, ma strumenti per l’analisi geografica e per l’espansione territoriale di uno Stato.

A questo punto però la domanda sorge spontanea: era Ratzel un colonialista, un imperialista, un sostenitore della politica guglielmina dell’epoca? Proviamo a dare una risposta. In molti hanno individuato nella sua “Die Gesetze des raumlichen Wachstum der Staaten” la giustificazione scientifica dell’espansionismo tedesco. Ma la realtà è molto più complessa di quanto abbiano tentato di affermare diversi pensatori (in particolare francesi) come Brunhes e Korinman[68]. Secondo l’opinione prevalente in particolare durante gli anni della Seconda guerra mondiale e del Dopoguerra, l’opera di Ratzel non era nient’altro che un manifesto del Pangermanesimo, del colonialismo e della Geopolitik nazista, funzionale dunque al progetto di dominio tedesco in Europa[69].

È evidente oggi quanto l’” idea politica” di Ratzel sia stata fraintesa e confusa con una “rappresentazione geopolitica”, conferendogli un aspetto espansionistico che, se non può essere definito assente, di certo non è prominente nel pensiero ratzeliano. Non lo è innanzitutto per un semplice calcolo matematico: le opere dedicate dal tedesco al tema dell’espansionismo coloniale sono di gran lunga inferiori rispetto alle tematiche della coesione territoriale interna tedesca. E non lo è nemmeno perché, anche quando egli parla di “espansione”, Ratzel non disegna né presenta al lettore mai un piano di conquista, di occupazione e sfruttamento di territori europei. La guerra, l’uso della forza sono aspetti indiscutibilmente necessari per l’affermazione di uno Stato, ma non sono gli strumenti più importanti quando si viene a parlare di espansione territoriale.

Quando Ratzel parla di “crescita” quindi è errato pensare che egli si riferisca esclusivamente al suolo, bensì fa riferimento a tutti quei fenomeni rilevabili all’interno di uno spazio come le industrie, le chiese, le scuole, l’arte, i campi coltivati eccetera, i quali rappresentano segni vitali della connessione tra l’uomo ed il suolo, e dai quali si genera quindi “l’idea politica”.  Lo scopo iniziale di uno Stato deve essere l’unità interna, la condivisione da parte del popolo di questa “idea”. Gli sforzi dello Stato devono quindi essere indirizzati ad un “accrescimento” verticale, ad approfondire il rapporto tra il popolo ed il suolo attraverso tali fenomeni, favorendo quindi un sentimento di comunanza, di solidarietà interna che è più facilmente conseguibile in uno Stato meno esteso territorialmente, ma omogeneo. 

Assume centralità in questa crescita verticale quindi la cultura (Kultur): solo con essa gli sforzi fisici vengono amalgamati tra loro, gli individui sono tenuti insieme e viene data coerenza e coesione alla Nazione, aumentando il sentimento di “solidarietà”. Il potere statale non dipende quindi solo dall’esercito e dalla diplomazia, ma dall’educazione e dalle invenzioni. In questo senso si può parlare quindi di un “pangermanesimo interno”: prima di tutto lo Stato deve organizzarsi internamente. Solo quando questo sarà abbastanza civilizzato ed educato, potrà iniziare una fase di “espansionismo”. “La cultura diventava uno strumento politico e una legittimazione di dominio”[70]: i popoli che hanno sviluppato una cultura avanzata (Kulturvölker) s’impongono naturalmente grazie a leggi naturali, inglobando i popoli naturali (Naturvölker) e i loro territori. Infatti, nel momento in cui un simile Stato viene a contatto con altri piccoli stati limitrofi e non ancora sufficientemente sviluppati, si viene a formare una zona di influenza, per cui questi popoli naturali saranno portati naturalmente a guardare al più grande come ad un modello ed esempio da seguire: quando due diversi “spazi vitali” vengono a contatto, il più piccolo vuole divenire simile al più grande. Non è quindi espansione militare, ma è assimilazione ed imitazione. Il paese minore inizierà così un processo di acculturazione, sviluppando fenomeni vitali simili e traducendo il processo in ambito geografico[71].

Cos’è dunque il Lebensraum? È l’insieme di tali fenomeni vitali, dell’interconnessione tra suolo e popolo, del sentimento di solidarietà e di coesione interna, è una società modello alla quale gli altri piccoli stati guardano con invidia e rispetto, venendo attirati nel loro cono d’ombra. Non vi è quindi nella formulazione di tale teoria un aspetto imperialista ed espansionistico, non vi è allargamento del suolo ma approfondimento ed accrescimento politico, la “crescita in ciò che lo Stato rappresenta”. È un concetto complesso ed organico, fatto di relazioni reciproche sia interne che esterne, dove il singolo elemento è giudicabile solo in relazione all’intero organismo. Ratzel quindi non giustifica l’imperialismo in base alla sola potenza o alla necessità, da parte di un popolo sano, di espandere il proprio Spazio vitale, ma giustifica un imperialismo di tipo “culturale”.

Da un lato infatti, la lotta fra popoli caratterizza la concezione storica e politica ratzeliana secondo il dettato “darwinistico”, per cui solo i popoli più forti saranno destinati a espandersi; dall’altro tuttavia la forza bruta e la violenza non sono gli unici mezzi attraverso cui si realizzano le leggi naturali della crescita. Solo i popoli che hanno sviluppato una cultura avanzata possono imporsi naturalmente di fatto inglobando i popoli naturali e i loro territori[72].

Cosa c’entra dunque il colonialismo con questa specie di imperialismo culturale? Ratzel non nega il suo appoggio alle politiche coloniali, è un aspetto comunque importante per la espansione di uno Stato, il quale però deve essere già forte al suo interno: è quindi un tema secondario. Ci sono delle altre componenti comunque importanti da tenere in considerazione. Innanzitutto il colonialismo deve indirizzarsi verso territori e zone che non abbiano già subito il lavoro da parte di altri popoli e il suolo non sia ad essi legato. Quindi in terre disabitate o per lo meno non civilizzate. In questo assume centrale importanza il contadino: affinché una colonia diventi davvero vicina spiritualmente alla madrepatria è necessario un periodo di tempo importante, durante il quale ai coloni e ai contadini deve essere lasciata la necessaria indipendenza per lavorare le terre e stabilire un “legame” con esse. Ancora, lo sviluppo verso l’esterno deve essere equilibrato: le colonie non devono essere troppo distanti dalla patria, e l’espansionismo non deve essere troppo ampio, causando altrimenti lo sbriciolamento dell’impero coloniale stesso. Lo Stato deve quindi espandersi secondo una logica ben precisa, seguendo la regola aurea della omogeneità geografica e politica: territori limitati, vicini sia territorialmente che spiritualmente, che condividano alcuni dei fenomeni vitali che compongono l’” idea politica” della Patria[73].

Ratzel avrà un impatto fondamentale: egli impone infatti un nuovo metodo di studio della geografia, fino ad allora limitato a una rilevazione positivistica di dati territoriali, e affidato ancora dopo la metà dell’Ottocento a studiosi di altre materie. Ratzel avviò una vera e propria rivoluzione metodologica che avrà portata europea, in base a cui lo scopo della geografia è di rilevare il rapporto della superficie della terra con la natura e la storia. Si evidenzia ancora l’influenza delle teorie del panpsichismo, dove «la terra è l’oggetto della ricerca scientifica geografica in quanto le sue manifestazioni spaziali mostrano di orientarsi a leggi precise, poiché la terra rappresenta la base e il fondamento di tutta la vita e, in particolare, della vita della specie umana”[74].

Questa idea di espansione, fondata sull’assimilazione etnica e fisico-territoriale dell’area orientale, diventerà il paradigma dominante negli studi geografici e geopolitici successivi. Essa sarà ulteriormente e definitivamente sviluppata dal politologo Rudolph Kjellén: questo è ritenuto il maggior discepolo di Ratzel, sebbene i due non siano mai entrati davvero in contatto. Egli però studiò e fece sua la geografia politica ratzeliana trasformandola in quella che oggi si definisce la moderna geopolitica. Ma in particolare il politologo svedese è stato a lungo ed erroneamente ritenuto il primo teorico della Geopolitik nazista, a causa dei continui riferimenti di Karl Haushofer alle sue opere. Tali accuse erano dovute anche al fatto che egli rivendicasse un rapporto privilegiato con la politica, per cui la geopolitica avrebbe dovuto svolgere la funzione di scienza applicata, utile per l’esercizio del potere e per l’educazione dei cittadini (contrariamente a quella che era la geografia politica ratzeliana)[75].

Eppure andando ad analizzare i suoi scritti è chiara la poca consistenza di tali accuse. Rudolph Kjellén anzi, come brillantemente chiarito da Ola Tunander, deve essere interpretato giustamente come il maggior sviluppatore del pensiero ratzeliano di “imperialismo culturale”, nel cui progetto credeva fermamente come via principale per una futura Unione degli Stati Europei che si contrapponesse alle grandi potenze mondiali e marittime (Stati Uniti e Gran Bretagna, ma anche Russia). Il pensiero di Kjellén non prevedeva infatti alcuna espansione militare o colonialismo aggressivo: l’Europa doveva invece compattarsi attorno al baluardo tedesco nel suo “aspetto austriaco”[76]. La Germania doveva riprendere l’eredità austriaca di multiculturalismo e cosmopolitismo, farlo suo e costruire attorno al suo patrimonio culturale una Unione di Stati europei non solo militare ma anche e soprattutto politica. Una leadership culturale senza dominio militare (Fuhrung ohne Herrschaft)[77]. 

Sfortunatamente però nella Germania del Novecento fu la corrente di pensiero del Blut und Boden ad affermarsi, in base al quale l’aggressivismo e l’espansionismo militare verso la cosiddetta Mitteleuropa assumeranno un ruolo centrale nella politica nazista. Il maggior “discepolo” di questa tradizione geografica e geopolitica fu Karl Haushofer: per il professore di Monaco bisognava costruire “un ponte che unisce la conoscenza della geografia politica con l’abilità per intervenire nella politica estera”[78].

Tragicamente il metodo di studio di Ratzel uscì così dai confini del discorso accademico geografico e venne strumentalizzato come base scientifica per legittimare alcune argomentazioni politiche nel clima culturale tedesco, esasperato e risentito per il sistema politico internazionale e per i diktat poi sanciti a Versailles. Il ponte costruito da Haushofer condusse ad una tragica interpretazione politica ed un ancor più tragico epilogo, molto lontano dall’idea originaria di multiculturalismo e cosmopolitismo ratzeliano, al punto che il concetto di Lebensraum è oggi tragicamente collegato nell’immaginario collettivo al folle piano di dominio nazista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTERPRETAZIONE POLITICA DELLO SPAZIO VITALE NELLA GERMANIA DEL NOVECENTO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

PANGERMANESIMO E PRIMA GUERRA MONDIALE

 

Generalmente si ritiene che la rappresentazione politica della teoria dello Spazio Vitale sia figlio della propaganda nazista. In realtà, esaminando la storia dello Stato tedesco, ci si può rendere conto di come dalla fine del 1800 fino al 1945 una parte più o meno ampia della nazione sia stata fortemente affascinata dall’ideale pangermanico, base teorica della Spinta verso Est (Drang nach Osten).

La Lega pangermanica (Alldeutscher Verband) fu fondata nel 1891 come gruppo di pressione politica e di opposizione verso le decisioni relative alla politica estera del governo tedesco dell’epoca. Era un’organizzazione che sosteneva il progetto coloniale del periodo guglielmino, favorevole quindi alla creazione di sfere di influenza tedesca nel mondo. A ciò si aggiungeva una forte opposizione a quegli elementi “non tedeschi”, in particolar modo slavi ed ebrei, presenti nella società e considerati inferiori. Tale Lega svolse quindi un ruolo centrale al fine di creare un consenso politico nazionale intorno a parole come nazionalismo ed imperialismo. La Alldeutscher Verband fu la prima e senza dubbio la più grande organizzazione tedesca ad appropriarsi del concetto di Lebensraum ratzeliano e tradurlo in una rappresentazione politica[79].

Analizzando il Programma della Lega del 1891 si evidenzia tuttavia la mancanza di una coerente ideologia di fondo: il tema più significativo è la necessità di un’azione e di un’unità politica per superare i vari pericoli cui il Deutschtum è sottoposto. Il primo di questi sarebbe stato l’afflusso di persone slave nelle province orientali della Prussia che avrebbe minacciato la Regione causando una perdita della parola e della cultura tedesca e messo in pericolo tutta la Germania, eliminando la base economica per una classe contadina vigorosa. In secondo luogo, vi sarebbe il restringimento del "territorio economico" della Germania: un termine vago che sembra fare riferimento alla zona in cui il capitale tedesco può essere investito senza timore di concorrenza straniera. Ci sono anche i pericoli che deriverebbero dalla fine delle speranze della Germania per la creazione di un grande impero coloniale in Africa, in seguito alla conclusione del trattato di Zanzibar del 1890 e la mancanza di volontà del governo di spingere per l’espansione imperiale[80]. Contemporaneamente il programma si preoccupava della minaccia internazionale rappresentata dai russi e dagli anglosassoni. Infine, ci sono le “inquietanti costrizioni” (di cui però non si trova precisa definizione) che la Germania aveva recentemente sperimentato per il suo necessario "sviluppo culturale"[81].

Il programma presentava dunque la necessità di una politica veramente "nazionale", condotta da un governo che fosse decisamente impegnato ai reali interessi del popolo tedesco e che si confronti con ognuno di questi pericoli direttamente. Attraverso questo programma quindi si crea per la prima volta un legame esplicito con il migrazionismo colonialista e con la ideologia successiva di Lebensraum, per quello che riguarda lo sviluppo culturale: infatti per la popolazione in rapida crescita della Germania è necessaria una sempre più vasta area della superficie del mondo per fornire la base materiale della cultura tedesca.

La situazione cambia con il Programma del 1894 dove l’ideologia dello Spazio Vitale è molto più coerente e presente, ma non si parla mai di colonialismo interno diretto verso i paesi dell’Est. L’imperialismo tedesco doveva essere indirizzato verso i paesi oltre mare, precisamente verso l’Africa. Nacquero tuttavia in questo periodo diverse organizzazioni che puntavano fortemente alla “innere Kolonisation”, ovvero all’insediamento dei territori prussiani orientali. La più importante di queste fu la Ostmarkverein (H.K.T), la quale promuoveva una necessaria germanizzazione delle popolazioni slave dell’Est e quindi la distruzione stessa delle identità nazionali nelle provincie orientali. Fu questo il momento in cui l’ideologia pangermanica si distaccò definitivamente e radicalmente da quello che invece era il progetto dello Spazio Vitale secondo Ratzel.

Alla base del matrimonio tra la Lega Pangermanica e la Società delle Province Orientali vi erano delle semplici considerazioni politiche: la colonizzazione interna svolgeva il ruolo di ponte tra quei sentimenti ormai ampiamente condivisi generati dai cambiamenti etnici a Est e tutta un’intera gamma di idee antimoderniste che si andavano formando. Come le terre d’oltremare, anche le terre orientali si potevano rendere affascinanti ai piccoli contadini tedeschi: queste infatti furono rappresentate come l’opportunità di una nuova vita per quei gruppi agricoli minacciati dal progresso storico. Inoltre, la problematica questione delle province orientali aveva indubbiamente un impatto emotivo maggiore rispetto a quello che potevano avere le colonie d’oltremare, trovandosi queste a pochi chilometri di distanza da Berlino. La Lega Pangermanica non ha ufficialmente proclamato la necessaria annessione di territorio aggiuntivo al Reich fino a quando ebbe inizio la Prima guerra mondiale, tuttavia l’idea aveva sempre occupato una parte significativa del repertorio ideologico dei suoi membri da circa la metà degli anni 1890.

Ottenne così sempre maggiori consensi la tesi annessionista presentata da Friedrich von Bernhardi e altri[82]: poiché la modernizzazione economica della Germania era irreversibile e necessaria per la sicurezza militare, qualcosa doveva essere fatto per garantirne l’integrità e tutelare le basi della cultura tedesca. Quella cultura che nell’immaginario non avrebbe potuto porre le sue fondamenta in una economia industriale, bensì su una agricoltura contadina ed una educazione “tradizionale”, per la quale però nella Germania non vi era sufficiente terreno. Sebbene le colonie oltremare fossero un utile complemento al territorio del Reich a questo proposito, esse erano troppo piccole e troppo limitate per avere un effetto significativo sulla totalità della società tedesca. Di qui nacque la necessità di ottenere terreni adiacenti alla Germania, in particolare in Polonia e nell’area del Baltico, storicamente territori di frontiera. Le colonie degli agricoltori tedeschi dovevano essere stabilite lì[83].

L’annessionismo e la nuova interpretazione europea del Lebensraum divennero col tempo elementi sempre più importanti dell’ideologia pangermanica negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale. Questa visione inoltre è stata strettamente legata ad una crescente attenzione della destra politica tedesca alla necessità della Germania di rafforzare la sua posizione strategica nel continente europeo, piuttosto che all’estero[84].

La tesi annessionista quindi non era altro che un’evoluzione (o una interpretazione dettata da interessi politici) del pensiero di Ratzel e della sua teoria del Lebensraum: il migrazionismo colonialista doveva essere proiettato verso l’Europa orientale. Per porre in essere tale progetto la Prima guerra mondiale divenne uno strumento inevitabile. Con essa si sancì infatti la fine della Weltpolitik dell’Ammiraglio von Tirpitz e l’inizio del progetto della Mitteleuropa e del Kulturstaat tedesco, che sarà una costante nella storia della Germania del Novecento[85].

Quello che avvenne durante gli anni della Grande Guerra, dal 1914 al 1918, è generalmente ben noto. Si proverà qui a portare alla conoscenza attraverso quali eventi e quali strumenti il governo tedesco tentò di porre in essere il suo disegno politico pangermanico e di proiezione verso Est. La Grande Guerra segnò come detto la fine della Weltpolitik guglielmina e l’inizio invece dell’espansione continentale, secondo delle caratteristiche tuttavia molto diverse da quelle che poi avrebbero guidato lo stesso paese nella Seconda guerra mondiale.

Il progetto di espansione verso i paesi dell’Est iniziò ad avere successo già nel 1915, quando la Germania e l’Impero austroungarico ottennero una importante vittoria sulla Russia a seguito dell’offensiva sul fronte Gorlice-Tarlòw: qui l’armata russa fu respinta dai territori polacchi causandone la ritirata. Avendo quindi conquistato militarmente la Lituania, la Lettonia, la Bielorussia ed in seguito l’Estonia, Berlino dovette istituire una amministrazione militare nei territori.

Prese così avvio il progetto dell’Oberbefehlshaber der gesamten Deutschen Streitkräfte im Osten (Comando Supremo di Tutte le Forze Tedesche nell’Est), semplicemente conosciuto come Ober Ost[86]. Questi nuovi territori conquistati furono posti sotto l’amministrazione del Supremo Comandante von Hindenburg ed il generale Ludendorff. Lo scopo di tale progetto era per l’appunto creare una amministrazione militare che controllasse le terre occupate, un’utopia militare dove l’esercito gestiva l’amministrazione secondo i suoi stessi principi, utilizzando tecniche poi riprese dagli stati totalitari del Novecento, e sfruttando economicamente il territorio a vantaggio dell’armata tedesca e della popolazione civile. Oltre alle misure più strettamente militari o repressive, l’amministrazione dell’Ober Ost per il controllo delle terre si affidò pesantemente alla propaganda e a politiche “culturali”: proprio la Kultur divenne slogan centrale e uno dei più importanti principi organizzativi.ober ost

Fig.3,1, Oberbefehlshaber der gesamten deutschen Streitkräfte im Osten

Tali politiche puntavano a legare emotivamente i territori occupati alla sfera della cultura tedesca anche dopo la fine della guerra: la propaganda dell’amministrazione annunciava di aver intrapreso un’ampia opera di Kultur. E questo “acculturamento” non era diretto solo verso i nativi delle terre occupate, ma tutti ne erano soggetti: sia i tedeschi sul fronte interno che (soprattutto) i soldati nei territori occupati. L’obiettivo era quello di trasformare il punto di vista e l’opinione generale che si aveva delle persone e delle terre orientali. E allo stesso tempo trasformare le popolazioni locali, rendendole più “tedesche”.

In un certo senso si può dire che la missione dei tedeschi nell’Ober Ost Land durante la Prima guerra mondiale, fosse un’operazione di quella che modernamente si definisce state building. Quindi di costruzione di una società e di un’organizzazione statale che, secondo la propaganda tedesca, non esistevano in quei territori selvaggi. Si può tuttavia contemporaneamente definire come una azione tipica di una tradizionale potenza coloniale: le popolazioni autoctone erano considerate culturalmente e socialmente arretrate, economicamente impoverite. Ma il contatto con la superiore cultura tedesca li avrebbe aiutati a rialzarsi e svilupparsi[87].

Ovviamente però tale imposizione non veniva accettata dalle popolazioni locali: d’altronde ciò che per gli occupanti significava la parole ordine (die Ordnung), per gli occupati non era altro che un’occupazione militare. In tale cornice amministrativa veniva anche adottata una “Costituzione dell’Amministrazione” (die Verwaltungsordnung) nel 1916, dove si dichiarava chiaramente quella che era la missione dell’Ober Ost, ovvero lo stabilimento ed il mantenimento di una condizione economicamente e politicamente ordinata nei territori occupati, dove gli interessi dell’esercito e dell’Impero tedesco vengono sempre prima di quelli dei territori e delle popolazioni locali[88]. Quindi l’ordine diventa una funzione dell’autorità amministrativa, legato all’obiettivo finale di sviluppare e far progredire le aree occupate. Questo non poteva non portare ad uno scontro con le popolazioni autoctone.

Tuttavia la situazione sul fronte orientale si mantenne relativamente stabile fino a quando la Russia, a causa dell’instabilità sul fronte interno che porterà alla rivoluzione del 1918 e la conseguente nascita dello Stato sovietico, decise di firmare la resa con la pace di Brest-Litovsk. Questa fu particolarmente pesante per Mosca, dato che essa rinunciava a tutti quei territori che aveva occupato, dall’Ucraina alla Finlandia, ai Paesi Baltici alla Polonia orientale: in tutti i territori vengono instaurati dei governi fantoccio o delle monarchie sottoposte ad aristocratici tedeschi, come nel Ducato Baltico Unito.

Quell’evento che sembrava presagire la vittoria dell’Impero tedesco e del progetto di espansione verso Est, fallì però pochi mesi dopo, in seguito alla sconfitta sul fronte occidentale e la pace di Versailles del giugno 1919. Oltre alle pesanti sanzioni militari ed economiche, tutti quei territori che la Germania aveva conquistato militarmente le furono tolti e vennero posti sotto la tutela delle potenze vincitrici. Le minoranze tedesche nei paesi orientali, da governanti divennero governate. Nei Paesi Baltici, le unità mercenarie dei Freikorps continuarono a combattere, dichiarando di difendere la cultura tedesca nel mondo slavo. Il sentimento di essere stati traditi da quelle popolazioni autoctone che la Germania voleva generosamente far sviluppare, si diffuse negli ambienti conservatori. Si sviluppò forte nella Lega Pangermanica un senso di accerchiamento, la volontà dei Paesi vincitori di tenere la Germania al guinzaglio[89]. Alcuni degli ufficiali che avevano partecipato all’esperienza dell’Ober Ost Land svilupparono la convinzione che le politiche culturali per lo sviluppo delle popolazioni slave fossero state uno sforzo inutile, un errore.

L’ideologia del Pangermanismo inizia così a radicalizzarsi, arricchendosi di componenti che nulla avevano a che fare con essa. Quelle popolazioni irriconoscenti, culturalmente arretrate ed economicamente povere, iniziarono ad essere considerate inoltre biologicamente inferiori. Per questo esse non potevano essere aiutate ed accompagnate verso un futuro migliore. Tali popolazioni occupavano territori appartenenti alla nazione tedesca: dovevano essere dominati, riordinati, e nel caso rimossi o eliminati. Questa è l’evoluzione del Lebensraum nel futuro regime nazista. Il seme dell’odio germogliò durante la Repubblica di Weimar.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LA REPUBBLICA DI WEIMAR

E L’IDEOLOGIA DEL LEBENSRAUM

 

La questione della continuità e discontinuità dell’ideologia imperialista tedesca durante il periodo della Repubblica di Weimar è estremamente complessa. Nella frammentata situazione politica della Repubblica democratica, l’eredità ideologica dell’imperialismo ha trovato una prosecuzione in una straordinaria varietà di rappresentanti politici: diversi gruppi hanno infatti tentato di creare un consenso popolare e di gettare le basi per un’azione coordinata con gli altri per mantenere vivo e portare avanti il progetto espansionistico. Alcuni di tali gruppi svolsero tale ruolo in modo estremamente subdolo, arrivando a riformulare le idee imperialiste in una forma compatibile con la nuova posizione internazionale indebolita della Germania negli anni ‘20.

Ma come mai l’ideologia del Lebensraum è rimasta presente durante il periodo di Weimar ed anzi ha ricevuto durante questi anni una nuova linfa vitale, fino a diventare poi la base ideologica per l’affermazione del Nazionalsocialismo? In realtà le ragioni furono diverse: innanzitutto si tentò di isolare l’ideale dello Spazio vitale dagli effetti del confronto con la realtà. I fautori di questa ideologia sostennero infatti realisticamente che la situazione politica e sociale che diede vita alla rivoluzione “innaturale” del 1918 e il conseguente ingiusto Trattato di Versailles, avevano fatto apparire la loro posizione come irrilevante e irrealistica. Ma il Lebensraum, come le altre ideologie imperialiste e conservatrici, dovevano essere mantenute vive ed indicare il percorso politico nazionale da seguire quando la situazione temporanea e pericolosa di Weimar sarebbe terminata.

Un ulteriore fattore da considerare è la longevità che tale ideologia aveva, ovvero il fatto che essa fosse stata sposata in toto e legittimata politicamente dai governi tedeschi, e che essa veniva oramai rappresentata come una vera e propria scienza. Ad esempio, molte delle idee che ne giustificavano l’espansionismo erano entrate formalmente nei processi di educazione e socializzazione politica attraverso, ad esempio, le successive edizioni del libro di testo di Friedrich Ratzel, "die Heimatkunde", in uso nelle scuole in tutta la Germania[90].

Si svilupparono quindi nuovi e più efficaci strumenti di divulgazione e legittimazione del Lebensraum come scienza nel 1920: questo in particolare ha aiutato a condizionare gran parte dell’élite politica tedesca, che continuò a guardare con simpatia alle politiche espansionistiche derivanti dal pensiero di Ratzel[91]. 

La ragione più importante, tuttavia, per la costante importanza politica e per la continuità del suo contenuto ideologico è data dal fatto che le organizzazioni politiche conservatrici che avevano adottato tale ideologia come una parte importante dei loro programmi politici, sono rimaste in vita per tutto il periodo di Weimar. Ad esse si sono anzi aggiunte una miriade di altre organizzazioni che in modo simile condividevano le stesse idee politiche. Tra le più antiche rivestivano ancora un ruolo importante la Kolonialverein e la Lega Pangermanica.

Il concitato mondo della Repubblica di Weimar rappresentava quindi il contesto storico e culturale perfetto per lo sviluppo di un’idea politica come quella della Mitteleuropa, che rievocava aspirazioni politiche all’espansione e desideri di vendetta verso le nazioni vincitrici, ottenendo quindi uno straordinario successo in diversi settori. Infatti è proprio durante il Primo dopoguerra che si affermò la cosiddetta “Questione Mitteleuropa”[92]. Uno dei principali sostenitori di tale corrente di pensiero fu Eugen Dietrichs, il quale già nel 1909 faceva riferimento ad un Volksstaat tedesco: rivendicava così i territori a Est come parte della Grande Germania in base sia a motivazioni etniche e geopolitiche, ovvero in base all’esistenza di forti minoranze tedesche, e sia per la mancanza di “storicità”, cioè di cultura dei popoli orientali incapaci di sfruttare adeguatamente le loro risorse[93].

Il progetto della Mitteleuropa dunque rappresentava una vera via d’uscita dalla crisi europea, perché sfidava i popoli e le ricche e degenerate nazioni occidentali, vincitrici secondo il Trattato di Versailles, e invitava il Vecchio Continente a rinnovarsi con una rivolta dei “giovani” popoli oppressi, alleati alla grande Russia[94]. Ai vecchi e logori Stati-nazione statici, difesi da confini stabili e sicuri, si sarebbe così contrapposta la Germania, definita in maniera ratzeliana come dinamica e connotata da confini in espansione. L’ideale Mitteleuropa si presenta quindi come una unità politica, topografica, etnica ed economica, un grande spazio articolato e complesso, unificato grazie all’alleanze di potenze moderne come la Germania e la Russia.

Nel segno del presunto colonialismo del Lebensraum si giustificava inoltre l’opposizione alle idee liberali e socialiste di Weimar, sottolineando piuttosto la necessità della disciplina, l’accettazione dell’autorità, e l’azione del governo per proteggere le basi più importanti della cultura tedesca. Così insieme ai concetti radicali anti-industriali, agrari ed antisemiti, tale ideologia mantenne il suo fascino come mezzo attorno al quale raccogliere il consenso della popolazione favorevole a questa visione del mondo e della Germania. Anzi, a differenza di quanto avvenuto alla fine del 1800, ora questi valori erano condivisi dall’intera destra politica tedesca, utilizzati sia all’interno di un contesto di idee sociali attraverso cui i conservatori provavano ad opporsi alle politiche di Weimar, sia come semplice strumento di creazione di consenso popolare.

Tra questi gruppi di destra, cominciò a distinguersi la figura del Deutschnationale Volkspartei, il Partito Popolare Nazionale Tedesco (DNVP), creato nel 1918 da Oskar Hergt, ma che raggiungerà l’apice politico con il segretario Alfred Hugenberg nel 1928: sarà sotto di lui che il partito subirà una brusca virata verso l’estremismo conservatore, abbandonando la via più moderata[95].

Il DNVP fu il primo ad includere nel suo programma politico due aspetti in particolare legati all’ideologia del Lebensraum: la richiesta di uno spazio di vita agricola e l’inizio del processo di colonizzazione interna. Se il primo punto poteva essere utilizzato come semplice base per la richiesta di quei territori persi dalla Germania durante il conflitto mondiale, il secondo poteva apparentemente far pensare alla volontà di concentrare gli sforzi su una politica puramente interna, finalizzata al reinsediamento delle popolazioni urbane nelle zone rurali abbandonate. Tuttavia ad una analisi più approfondita non sfugge di vista il più ampio progetto, ovvero l’estensione di tale colonizzazione ben oltre i territori ed i confini del 1914. D’altronde come visto, già durante il primo conflitto mondiale l’idea di “innere Kolonisation” era stata sfruttata ed utilizzata per mettere in pratica quella idea di annessione territoriale dell’Europa dell’Est[96]. Come in passato, la cornice al cui interno si formava l’integrità ideologica, era rappresentata dalla minaccia per la Germania come Nazione e per i tedeschi come Popolo. Il fatto che la Germania era stata chiaramente circondata dai nemici, i quali si erano impadroniti nel 1918 di molte delle terre di cui la sua gente aveva bisogno per la sopravvivenza, richiedeva la necessità che non solo la Repubblica di Weimar adottasse una forma di governo diversa, che avrebbe guidato in modo efficace il Paese ed unificato le azioni della sua popolazione, ma che anche tutte le sue fonti di potere venissero radunate in un’unica persona. 

Vi è però un avanzamento in questi anni, rispetto a quella che era l’idea originaria antimodernista ed anti-industriale: infatti la capacità della nazione di difendersi contro i suoi nemici dipendeva dal mantenimento della superiorità industriale nazionale. Non solo, ma la sicurezza del Paese richiedeva che questa industria possedesse le materie prime necessarie per mantenersi in funzione e di cui i mercati necessitavano per ottenere profitti. Quindi una politica nazionale adeguata doveva prendere quelle misure necessarie a garantire e promuovere anche gli interessi del settore industriale, sempre però che il perseguimento di tali interessi non fosse in ultima analisi ostile alle altre necessità del popolo tedesco[97]. La Kultur tedesca doveva essere ancora protetta dagli effetti disintegranti della modernità e dell’industrializzazione, e questo obiettivo poteva essere meglio realizzato costruendo una società e un’economia basate sul contadino attraverso la colonizzazione interna. Finché l’essenza del Germandom non sarebbe stata così protetta, tutti quei tentativi di riguadagnare la potenza e la sicurezza perdute sarebbero stati vani.

Così dunque il secolare conflitto tra il mondo moderno industriale e la prospettiva romantica di supremazia del settore agricolo, perdeva di significato: l’obiettivo del progresso industriale e la protezione della cultura tedesca erano compatibili tra loro[98].

Tra le varie organizzazione conservatrici, anche durante il periodo Weimariano, si manteneva vivo il dibattito sul campo di applicazione del progetto espansionistico tedesco: vi era chi desiderava una Germania mondiale che guardasse alle terre d’oltremare (in pieno spirito di Weltpolitik guglielmina, ma anche mostrando una certa coerenza con la teoria originaria di Ratzel); chi invece, come il DNVP ed il neonato NSDAP, seguiva il percorso tracciato durante la Prima guerra mondiale, e posava lo sguardo su quei territori ad Est che, secondo le loro opinioni, erano stati sottratti ingiustamente alla Germania dal trattato di Versailles, ma anche a quelle aree agricole interne alla stessa nazione ma sottoutilizzate[99].

Il maggior problema da affrontare per questo secondo progetto, era relativo a come si potesse integrare dunque la politica espansionistica verso l’Est europeo con una politica che riconoscesse anche l’importanza delle necessità dell’industria: la risposta venne dagli studi dello svedese Rudolph Kjellén e dal suo concetto di “autarchia”[100]. Per il politico di Torsö l’autarchia era una soluzione politica, ovvero la necessità per un Paese di provvedere alla produzione interna dei beni fondamentali al suo sviluppo, limitando così al minimo le importazioni. È stata spesso vista come un’estensione della teoria del Lebensraum ratzeliano (non a caso Kjellén è considerato il suo maggior discepolo), unendo quindi alla prospettiva culturale anche una visione economica dell’Europa. Il concetto dell’autosufficienza si basava sulla costruzione di una rete di esportazioni e scambi interamente compresa all’interno di un’area geografica limitata e sottoposta ad un’unica autorità dominante[101]. La costruzione di una tale area, nell’interpretazione dei gruppi conservatori tedeschi, non era giustificata però dalla volontà di una maggiore efficienza ed integrazione economica, bensì dalle presunte esigenze militari[102]. 

Il modello economico dell’autarchia divenne quindi il collante perfetto tra l’occupazione delle terre della Mitteleuropa e le pressioni del settore industriale. Inizialmente furono infatti le organizzazioni dell’industria pesante ad accettare l’idea di autarchia più facilmente di quanto facessero i rappresentanti degli altri grandi agglomerati industriali. Sia perché avevano alle spalle una lunga storia di tentativi di accomodamento della destra agraria, sia perché le loro esportazioni erano ancora in gran parte diretti verso l’Europa continentale, e quindi potevano rientrare all’interno di un progetto di politica economica autarchica.

D’altra parte invece le banche, le industrie dipendenti dalle importazioni extraeuropee, e quelle che si basavano su mercati diversificati all’estero, trovavano la prospettiva di una politica economica autarchica meno attraente in un contesto economico “normale”. In generale dunque gli argomenti a favore del progetto di autosufficienza economica si rivelarono momentaneamente inefficaci a fare breccia tra le grandi industrie tedesche: fu così fino alla depressione nel 1929.

Oltre alla presunta spinta di alcuni gruppi industriali alle ideologie della destra conservatrice, la Repubblica di Weimar fu caratterizzata anche dalla nascita di molti gruppi intellettuali che si posizionarono al confine tra semplici studi accademici e vere teorizzazioni politiche. Tra questi uno in particolare salirà alla ribalta, quello dei cosiddetti “Geopolitici”, guidati da Karl Haushofer. Questo era professore a Monaco, uno tra i massimi studiosi e divulgatori delle teorie geografiche di Ratzel e Kjellén, a lungo considerato come colui che diede l’impulso vitale alla dottrina della Drang nach Osten del movimento nazionalsocialista.

Per parlare di Haushofer e della sua effettiva influenza sulla geopolitica nazista servirebbe una tesi a parte: si proverà qui a dare una breve ma completa panoramica di quello che fu il suo ruolo durante la Repubblica di Weimar e poi durante il regime hitleriano. Per anni il suo nome ha subito una sorta di damnatio memoriae, cancellato dai libri di storia ed eliminato dai dibattiti accademici, eternamente legato alla tragedia nazista. Secondo i vincitori del conflitto mondiale, Haushofer era da considerare responsabile degli stermini nazisti al pari dei gerarchi che li avevano ordinati, e quindi doveva essere imputato e processato dal Tribunale di Norimberga: egli però non fu mai condannato dal suddetto Tribunale, dato che si suicidò nel marzo del 1946 insieme alla moglie.

Il primo a prendere una minima posizione di distanza dal pensiero dominante anglo-americano fu lo scienziato politico tedesco Karl Dietrich Bracher, il quale nel 1962 scrisse un libro dove sosteneva la tesi per cui era innegabile che Haushofer, come quasi tutti gli intellettuali tedeschi dell’epoca, avesse avuto contatti con Hitler, Hess e l’organizzazione del Partito. Allo stesso tempo tuttavia presentava come semplicistica l’idea di una sua diretta influenza sul Cancelliere nazista. Dopo altri studi ed analisi della vita e del pensiero di Haushofer, oggi è questa l’opinione maggiormente condivisa e apparentemente impossibile da negare[103].

Non verrà qui analizzata la sua comunque interessante vita, ma verrà introdotto il suo pensiero geopolitico e soprattutto come questo fu interpretato e sfruttato dal nazismo[104]. Egli studiò fin da giovane le opere di Ratzel e Kjellén, iniziò la carriera militare e sposò i progetti della Lega Pangermanica. Furono due gli eventi che lo indirizzarono però verso la carriera accademica: il primo nel 1913, quando venne inviato in Giappone; il secondo fu lo scoppio della Grande Guerra, quando fu richiamato dal suo viaggio e spedito al fronte[105]. Dopo la guerra iniziò quindi la carriera accademica, ma mantenendosi sempre politicamente impegnato: fino al 1925 egli supportò il Partito popolare tedesco e la candidatura del Maresciallo von Hindenburg alla carica di Presidente della Repubblica di Weimar. Divenne inoltre prima membro e poi Presidente della Lega per la Preservazione del Deutschtum all’estero (Verein für das Deutschtum im Ausland). Nel 1920 entrò per la prima volta a contatto con Adolf Hitler e Rudolph Hess, in prigione dopo il fallito Putsch di Monaco. Nei mesi della prigionia nel carcere di Landsberg am Lech, i due fondatori del Partito nazista furono introdotti allo studio delle più importanti teorie geopolitiche dell’epoca, portando per la prima volta alla conoscenza dei due alcuni termini chiave dei suoi studi: Lebensraum, Heartland e Geopolitik.

Haushofer svolse tra gli anni ‘20 e ‘30 un ruolo importante per quanto riguarda la comunicazione e l’influenza sull’élite politica ed intellettuale, attraverso la pubblicazione del suo Zeitschrift für Geopolitik: il concetto ratzeliano di Spazio vitale veniva così tradotto in un disegno, una visione del mondo che verrà fatta propria dal Nazismo. D’altronde quello che era mancato alla Germania durante la Grande Guerra e che aveva segnato la sua inevitabile sconfitta, era proprio una visione d’insieme di ciò che si voleva: l’entrata in guerra era stata presa in modo avventato, l’espansione verso l’Est europeo non era stata preparata[106]. Molti dei politici e militari che avevano partecipato alla Prima guerra mondiale e ne avevano subito le conseguenze, si risvegliavano ora convinti dalla veste scientifica con cui Haushofer riprendeva quei concetti e li rendeva di semplice comprensione. Ciò che il Professor Haushofer fece fu, detto banalmente, riprendere la teoria dello Spazio vitale di Ratzel e l’autarchia di Kjellén, collegando ad esse la più recente teoria dell’Heartland di Mackinder ed un richiamo a quei sentimenti popolari di Pangermanismo e Deutschtum. Il fatto che tali teoria fossero presentate da un accademico rispettato come lui, contribuì enormemente a rivestire il tutto di una aurea di rispettabilità scientifica che fino a quel momento non aveva avuto mai[107].

Oltre ai circoli intellettuali, agli studi accademici, vi fu un altro evento che fu centrale nella definitiva divulgazione dei concetti alla base del sentimento pangermanico: la pubblicazione nel 1926 del libro Volk ohne Raum di Hans Grimm. Tale opera fece ciò che da sola la rivista scientifica di Haushofer non poteva fare, ovvero rese quei concetti popolari: al 1935 infatti ne furono vendute circa 315.000 copie. Il messaggio di fondo di questo romanzo di formazione, era palesemente radicale conservatore, che si inquadrava all’interno di quell’ideologia del colonialismo migrazionista e del Lebensraum[108].

Il romanzo di Grimm è importante però per diversi motivi: il primo fra tutti è sicuramente il fatto di aver reso popolare ed accessibile a tutti il complesso ideologico legato allo Spazio Vitale, collegandolo ad altri aspetti del conservatorismo radicale. Ha contribuito senza dubbio a creare quell’apparente ampio consenso popolare rispetto alle politiche del Nazismo alla fine degli anni Venti ed inizio anni Trenta. Grimm ha diffuso quelle nozioni “scientifiche” che Haushofer ed i geopolitici andavano elaborando in quegli anni, dando loro un ulteriore aspetto di credibilità emotiva e non solo scientifica. Ma tale credibilità derivava dallo sfruttamento delle capacità della narrativa come strumento di propaganda ideologica.

L’importanza di questi anni della Repubblica di Weimar, oltre alla costante presenza di aspetti ideologici ormai radicati nella coscienza tedesca, è quindi lo sviluppo di nuove tecniche di divulgazione di concetti fino a quel momento limitati a ristretti gruppi politici ed élite intellettuali. Durante l’epoca di Weimar si è assistito a notevoli progressi negli aspetti tecnici della politica tedesche, con le ampie campagne di propaganda di massa dei vari gruppi di interesse, e l’espansione delle pubblicazioni anche cartografiche, dove veniva presentata una immagine della Germania fortemente politicizzata[109]. Esse rappresentavano e cavalcavano in pieno le paure del popolo tedesco, dando un’immagine della Germania fortemente minacciata dalle popolazioni slave ad Est, ma anche dalle potenze occidentali. Lungo questa linea venne sfruttata la teoria del Lebensraum: la creazione dello Spazio vitale tedesco non era più solo necessario per l’espansione del settore agricolo o per il sostentamento dei contadini tedeschi. Esso diventava fondamentale per la stessa sopravvivenza della Kultur tedesca. La semplice contrapposizione tra spazi agricoli, divenne presto uno scontro tra culture in quella che venne spesso definita una vera Schicksalkampf, una battaglia per il destino e per la sopravvivenza tedesca.

Tutto ciò venne poi sfruttato ancora di più dal Regime Nazista dopo la sua affermazione con la nomina di Hitler a Cancelliere tedesco nel gennaio 1933 ed in seguito la sua nomina nell’agosto del 1934 a Presidente e Führer del Terzo Reich tedesco. Durante il Regime, la teoria dello Spazio vitale fu sottoposta ad un continuo processo di propaganda e ideologizzazione, a cui venne legata immediatamente la presunta superiorità razziale ariana. Il Nazismo fu abilissimo a sfruttare le paure storiche del popolo tedesco, enfatizzandole attraverso riviste, slogan, carte geografiche, romanzi e quant’altro fosse necessario per rendere nazionalpopolare un concetto scientifico elitario.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

IL NAZISMO E LA SPINTA VERSO EST

 

Fig. 3,2: I confini della Germania del 1937.

 

Per quello che riguarda l’evoluzione e la tragica storia del Regime nazista c’è poco da aggiungere a quanto non sia già noto. Verranno qui analizzate le basi ideologiche del nazismo e poi l’applicazione pratica dell’ideologia del conservatorismo radicale tedesco e le teorie geopolitiche di Haushofer durante il decennio dal 1934 al 1945.

Il periodo di vita del Regime Nazista rappresenta il culmine dello sviluppo dell’imperialismo tedesco e dell’ideologia dello Spazio vitale, nonché il punto di massima divergenza tra l’originaria teoria ratzeliana e la sua rappresentazione politica. I teorici ed i gerarchi nazisti sono riusciti a combinare insieme le diverse tendenze interne all’imperialismo tedesco (ovvero Weltpolitik e Lebensraum) più di quanto altre organizzazioni politiche fossero mai riuscite a fare, includendole all’interno di una struttura ideologica ampia e definita direttamente dal programma del Partito. Hitler fu infatti il primo a riconciliare queste due politiche imperialiste tedesche, storicamente viste come contrapposte e rappresentazioni di interessi politici diversi: da un lato la volontà storica della Germania di instaurare un impero coloniale mondiale; dall’altro l’obiettivo di affermare il proprio ruolo egemonico all’interno del Vecchio Continente. I due storici lati della medaglia dell’espansionismo tedesco, sono stati risolti attraverso un sistema di priorità temporali in cui l’influenza di Haushofer è un motivo di interesse particolare: era infatti necessario per la Germania nazista rivendicare il diritto storico sulle province orientali, prima di creare un vero impero mondiale[110].

Partiamo innanzitutto dagli inizi del NSDAP, il Partito nazionalsocialista dei Lavoratori fondato nel 1920: l’ideologia nazista era un mosaico di idee politiche, molte delle quali radicalmente in contrasto tra loro e poche realmente originali. Questo è evidente analizzando dichiarazioni programmatiche del Nazismo come i "Venticinque punti" del programma, ma questa nebulosità si ritrova anche all’interno dello stesso Mein Kampf di Hitler o nelle generiche dichiarazioni sulle politiche naziste del 1930 e il 1932 e anche dopo il 1933: l’ideologia nazista è infatti un esempio estremo di una politica ideologica “aggregata”, il cui desiderio di fondo era appellarsi ad una insolitamente ampia gamma di classi sociali, gruppi d’opinione e partiti politici.

Ciò che davvero era insolito nel NSDAP era non la sua stupefacente ampiezza e varietà di contenuti concettuali, ma il fatto che una tale confusione veniva disposta in un ordine ben preciso intorno ad alcuni concetti fissi e che fungevano da collante tra tutti i vari aspetti. Tra questi era fondamentale l’imperialismo, ma soprattutto la presunta esistenza di una minaccia esterna alla collettività nazionale: questi collanti facevano leva sulle paure e sui sentimenti diffusi tra la popolazione e i vari strati della società, e furono un mezzo significativo per risolvere le contraddizioni all’interno di un programma ideologico eterogeneo, come si presentava quello nazista[111]. Attraverso questo sentimento di accerchiamento, le differenze interne venivano ad assottigliarsi, in nome del bene superiore del popolo tedesco.

Attorno a questi due concetti vennero a concentrarsi e a conciliarsi dunque le due tendenze contrapposte dell’imperialismo, come detto la tradizionale Weltpolitik guglielmina e il Lebensraum. La prima veniva generalmente sfruttata per individuare una minaccia economica e sociale per la Germania da parte di gruppi di interesse industriale di altri Paesi (o popoli, ebrei in primis), se essa non avesse ripreso il suo posto nella politica internazionale ed il suo legittimo ruolo nello sviluppo economico del mondo.  Dall’altra parte vi era una seconda minaccia, rappresentata da quei Paesi (principalmente gli slavi e la Francia) accusati di volere rinchiudere la Germania in uno spazio ristretto, impedendole di acquisire lo spazio necessario per proteggere la propria cultura nazionale e quindi la fonte spirituale della sua forza[112]. La Germania nazista riuscì attraverso un’imponente struttura di propaganda, utilizzando tutti quei nuovi strumenti di divulgazione popolare ma allo stesso tempo scientifica, a creare un vasto consenso attorno a queste idee.

Gli anni Trenta del Novecento furono caratterizzati dall’avanzata nazionalsocialista: in particolare si rese ormai chiara la volontà di Hitler di eliminare non solo gli avversari politici ma anche di inglobare quei gruppi nazionalisti tradizionali, i quali venivano accusati di un eccessivo elitarismo, e per questo visti come ostacoli al progetto nazista di rendere il popolo emotivamente partecipe e di rappresentare la classe media tedesca. Il rapporto tra il Partito Nazista e gli altri gruppi di destra si rese così progressivamente sempre più critico, in particolare con la Lega Pangermanica di Hugenberg e Claβ: questi inizialmente credevano di poter controllare e limitare l’espansione politica nazista, tanto che lo stesso Hugenberg nel 1933 divenne Ministro dell’economia e dell’agricoltura del governo nazista, esultando per la vittoria del fronte nazionalista[113].

Tuttavia dopo che Hitler fu nominato Cancelliere dal presidente von Hindenburg, iniziò una forte repressione contro la Lega e la sua corrente conservatrice “moderata”. In particolare la nuova Polizia Segreta di Stato (Gestapo) iniziò ad informarsi sulle attività interne al gruppo, sul loro orientamento intellettuale-borghese, sul sentimento filomonarchico e sul loro elitarismo, compilando poi un documento consegnato allo stesso Cancelliere. Nel report finale preparato dal Regime si indicava la Lega come una seria minaccia all’integrità del governo, poiché non ne condivideva gli obiettivi ed ignorava i principi che guidavano l’azione politica del NSDAP, tra cui “la superiorità del bene comune rispetto ai singoli interessi”[114]. La Lega era in effetti spesso critica verso gli atteggiamenti repressivi del governo, si poneva in opposizione ad esso, attaccava personalmente i suoi leader. Tutto questo non poteva essere tollerato nel Terzo Reich, e la comunanza politica non era una giustificazione valida per sorvolare sulle pesanti accuse che venivano mosse verso il Partito. Così in seguito alle perquisizioni e alle informazioni ricevute dalla Polizia segreta, nel marzo del 1939 Hitler decise di porre fine alla Lega, dichiarando fuori legge tutti i documenti e le opere da essa pubblicate.

Nonostante ciò, è interessante notare come proprio dalla Lega Pangermanica Hitler avesse preso spunto per il suo programma del 1920; nel primo dei 25 punti del NSDAP si chiedeva ad esempio “l’unione di tutti i tedeschi-sulla base del diritto di autodeterminazione di tutti i popoli-in una Grande Germania”; e ancora: "chiediamo terra e suolo (colonie) per il nutrimento del nostro popolo e per l’insediamento della nostra popolazione in eccesso”[115]. Ma il vero programma politico nazista era contenuto nel Mein Kampf di Hitler, scritto durante gli anni della prigionia con Rudolph Hess, durante i quali, come detto, venne a contatto con gli insegnamenti di Karl Haushofer.

Nell’opera è impressionante la continua presenza e l’uso, spesso a sproposito, del termine Lebensraum. Spesso questo viene indicato direttamente come la base di tutte le conseguenti politiche nazionali. Anche se Hitler impiegava il termine in una serie di contesti diversi, è chiaro però che egli aveva colto dalla teoria ratzeliana le stesse conclusioni della maggior parte degli studiosi del tempo: infatti lo Spazio Vitale veniva inteso ancora una volta come lo spazio necessario per il mantenimento e la diffusione di una indipendente classe contadina, il fondamento della vera cultura tedesca[116].

In comune con la maggior parte dei conservatori che sposavano la teoria di Ratzel nel corso degli anni tra le due guerre, Hitler credeva che un adeguato Spazio vitale per la Germania si potesse trovare solo in Europa orientale, in particolare in Russia[117]. La necessità del Lebensraum è stata per Hitler la conditio sine qua non della politica estera tedesca: dopo il ribaltamento di Versailles, la creazione di un’area adibita a Spazio vitale per la popolazione tedesca è diventato l’immediato obiettivo esterno del Regime, e la sua attenzione dopo aver preso il potere nel 1933 non si è mai allontanata da tale scopo.

Comunque Hitler non aggiunse nulla di suo alla teoria che è stata già presentata e che si era tentato di applicare già durante la Grande Guerra. Si può dire che il maggior “contributo” che il Nazismo diede alla teoria dello Spazio vitale, fu collegare questa ad alcuni aspetti che originariamente nulla avevano a che fare con la teoria originaria di Ratzel. Primo fra tutti, quelle teorie razziste che si andavano promulgando in quel periodo, soprattutto dopo le leggi di Norimberga del 1935. Fu proprio Hitler ad indicare nel Mein Kampf la presunta esistenza di una relazione tra la terra e la razza, in particolare tra terra coltivata dai contadini tedeschi e le caratteristiche della razza germanica, secondo il concetto romantico del Blut und Boden. L’idea di base era l’esistenza di una necessaria affinità tra lo sfruttamento ottimale di un certo tipo di ambiente naturale e un certo tipo razza pura[118]. Era il mezzo necessario per collegare un concetto fondamentalmente di stampo culturale ed ambientale come il Lebensraum ad una impostazione di positivismo scientifico legata al razzismo biologico, conciliando quindi un sentimento antimoderno con ciò che invece era frutto dello sviluppo e della modernità[119].

A tali aspetti romantici, che sicuramente avevano avuto una forte influenza sull’ideologia nazista, bisogna tuttavia aggiungere un concetto più prettamente pragmatico come l’autarchia economica, a cui Hitler fu introdotto ancora da Haushofer. La nozione di autarchia come visto si andava affermando tra gli anni Venti e Trenta seguendo varie e diverse interpretazioni: secondo una visione ristretta, questa era un semplice concetto strategico a sostegno di interessi individuali delle industrie, le quali quindi avrebbero dunque sostenuto il governo nella azione di penetrazione nei Paesi dell’Est. In realtà nella visione Nazista portata avanti da Darré, Rosenberg e Himmler, l’autarchia sarebbe servita innanzitutto come base economica per le future azioni militari. Tuttavia questa era vista anche come una politica intesa ad estendere il dominio tedesco su una larga fetta del continente europeo: l’economia diveniva quindi uno strumento politico per l’affermazione dello Spazio vitale tedesco.

Fu in particolare accolta e propagandata l’idea che un massiccio programma di insediamento di contadini tedeschi fosse il prerequisito per la creazione di una tale struttura economica per l’Europa centrale ed orientale[120].

Su questi presupposti ideologici quindi Hitler nel 1937-38 iniziò il processo di Drang nach Osten, di riconquista dei territori orientali considerati storicamente del popolo tedesco. Si riprende quindi il discorso interrotto nel 1918, ma questa volta vi è un disegno preciso, vi è un piano di azione. E soprattutto, le operazioni naziste non puntano a “rieducare” le popolazioni slave culturalmente inferiori, non si basano sul riordinamento delle terre e dei popoli selvaggi secondo i principi ordinatori della Germania: queste non possono essere educate o civilizzate, ma devono essere eliminate, sradicate dai territori “illecitamente” occupati, che verranno invece abitate dalla popolazione ariana in eccesso.

Su questa convinzione di superiorità biologica e di appartenenza storica dei territori slavi, si fondava l’espansione nazista verso Est condotta fino al 1941, anno della svolta e dell’inizio della fine del progettato Nuovo Ordine Europeo nazista.

Il primo Paese a subire la politica estera nazista fu l’Austria, la quale nel 1938 venne annessa al Reich tedesco con la cosiddetta Anschluss. La piccola repubblica figlia dell’Impero asburgico era a maggioranza di lingua tedesca e già alla fine della Prima guerra mondiale era stata la stessa Vienna ad avanzare proposte verso una annessione alla Germania. Tuttavia il trattato firmato tra i due paesi, il quale prevedeva l’Unione politica, non entrò mai in vigore a causa dell’opposizione dei Paesi vincitori. La decisione nazista di unire ed annettere “pacificamente” l’Austria era quindi una chiara mossa contro i diktat della Pace di Versailles e del costituito ordine mondiale[121].

In seguito Hitler continuò la sua Drang nach Osten con l’invasione della Repubblica Cecoslovacca: il pretesto gli venne dal Partito tedesco dei Sudeti, il quale si lamentava di violazioni subite da parte del governo cecoslovacco, e chiedendo l’intervento dei Nazisti. Nel settembre del 1938 la Germania, l’Italia, la Francia e la Gran Bretagna si riunirono a Monaco e durante la conferenza fu deciso di sacrificare l’unità cecoslovacca per evitare una guerra. Il territorio dei Sudeti e la Slesia meridionale, a maggioranza germanofona, furono annesse alla Germania. Lo sforzo diplomatico fu comunque inutile: nel marzo del ‘39 la Wehrmacht entrò a Praga e venne costituito il Protettorato di Boemia e Moravia, sotto il controllo nazista[122].

Nel 1939 toccò quindi alla Polonia. Nonostante lo sguardo di Hitler per la creazione di uno Spazio vitale fosse diretto più verso l’Ucraina, la Crimea e il Caucaso, in seguito al rifiuto del governo di Varsavia di sottomettersi ed accettare il ruolo che gli era stato assegnato nella futura Europa dominata dalla Germania, l’invasione era inevitabile.

Le mire di Hitler sulla Polonia erano vaghe ma particolarmente violente: già negli anni ‘20 il Führer aveva denigrato la politica guglielmina di educare i polacchi rendendoli cittadini tedeschi, affermando che si sarebbe piuttosto dovuta bloccare la strada dello sviluppo di elementi razziali alieni o rimuoverli completamente per “prevenire una futura corruzione del sangue tedesco”[123]. La Polonia diventava così un campo sperimentale per lo stabilimento del dominio nazionalsocialista, attraverso l’eliminazione di razze nemiche e la costruzione di avamposti tedeschi popolati da sangue ariano “recuperato”: alle popolazioni rimanenti sarebbero state concesse solo le condizioni minime di vita per permettere loro di sopravvivere come fonte di manodopera.

Dopo l’invasione e la sconfitta della Polonia, la Germania annesse Danzica, la Prussia occidentale, la Posnania e la Slesia Superiore: i territori polacchi rimanenti furono designati come General government. Qui centinaia di migliaia di polacchi ed ebrei erano deportati dalle zone annesse al Reich, per far spazio all’etnia tedesca. Venne quindi nominato Himmler come Commissario per il Rafforzamento della Nazione tedesca e le Schutz-Staffeln (SS), di cui egli era già a capo dal ‘36, divennero responsabili primarie per la ricostruzione razziale dell’Europa orientale[124].

Il nuovo ordine pianificato dai Nazisti nell’occupata Polonia (e nei territori ancor più ad Est) si basava dunque sulla spietata eliminazione di nemici reali o presunti tali, concepiti in termini razziali, e sull’insediamento di quello che sarebbe dovuto essere il nucleo di una continua espansione del gruppo razziale tedesco. C’è da dire che le SS e la polizia del General Government ebbero terribilmente successo almeno nella prima parte del piano: si calcola infatti che circa il 20% della popolazione polacca del 1939 fu eliminata. Tuttavia questo non portò al desiderato insediamento della razza tedesca in quei territori, bensì causò la completa eliminazione della secolare presenza culturale tedesca in Polonia.

Durante gli anni iniziali della guerra, il Reich tedesco arrivò a sottomettere quasi tutti i Paesi dell’Est europeo: l’unico che riuscì ad opporsi alla sua avanzata fu l’Unione Sovietica, in seguito al fallimento dell’Operazione Barbarossa. Furono inoltre questi gli anni in cui il progetto di Karl Haushofer sembrava prendere corpo. Egli aveva sottoscritto e spesso anche influenzato la politica estera di “Spinta verso Est”: l’apice della rappresentazione politica dell’ideale di Haushofer venne raggiunto, secondo gli articoli dello stesso Professore, alla conclusione del Trattato di non-aggressione siglato tra i rispettivi Ministri degli Esteri, il russo Molotov ed il tedesco Ribbentrop. Secondo il suo progetto geopolitico infatti non era necessario che la Germania attaccasse militarmente la Russia e la occupasse per fruire delle sue ricchezze naturali: lo stesso fine poteva essere raggiunto attraverso un accordo di cooperazione. Così quando nel 1941 Hitler decise di invadere l’URSS, venne a crearsi lo strappo definitivo tra la sua teoria geopolitica e la realtà espansionistica nazista[125].

 

Fig. 3.3: Il Nuovo Ordine Europeo secondo la politica Nazista, 1941-42

 

L’Operazione Barbarossa segnò quindi la fine della “giusta” guerra nazista per l’annessione delle terre considerate storicamente di proprietà tedesca ed il passaggio dall’obiettivo nazista di creare uno Spazio vitale europeo ad una visione imperialista e di dominio mondiale. Il momento in cui il Reich passò dal disegno Mitteleuropeo a quello della Weltpolitik.

Non è forse un caso che da qui iniziò il declino del consenso popolare al Regime oltre che l’inizio della ritirata militare nazista, fino al crollo finale nel maggio del 1945 quando gli Alleati entrarono a Berlino. Nel frattempo Hitler si era già suicidato. Tuttavia nel suo Testamento Finale, poco prima della sua morte, affermava che la sconfitta in guerra era la prova che la razza tedesca fosse pronta all’estinzione e che non fosse meritevole della sua persona[126].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

CONCLUSIONI

 

Quando Friedrich Ratzel teorizzò per primo il concetto di Lebensraum, difficilmente avrebbe potuto prevedere l’incredibile risonanza che questo ebbe nella storia tedesca, ed il continuo richiamo a questa teoria da parte dei maggiori gruppi conservatori tedeschi. Ma soprattutto sarebbe stato per lui impossibile pensare che sarebbe divenuto uno dei piloni ideologici su cui si è basato il più tragico momento della storia della Germania.

Quello che nasceva come un riferimento alla semplice natura umana, al suo essere naturale biologico, venne trasposto con il tempo in qualcosa di molto più complicato e molto più pericoloso. Inizialmente dallo stesso Ratzel, il quale appunto ha tradotto concetti biologici in ambito geografico, ed in seguito da quella tradizione romantica contadina e conservatrice insita nel popolo tedesco fin dal Medioevo, che ha trovato il momento di maggior spicco a seguito della nascita dello Stato Germania nel 1871 e di cui egli stesso era parte integrante. E forse è questo l’aspetto centrale su cui bisogna riflettere per comprendere la unicità della cultura tedesca, legata fortemente alla sua Mittellage, alla sua storica posizione di mezzo, non solo geografica ma anche politica tra l’Est e l’Ovest.

Innanzitutto partiamo dal periodo Medievale, che come si è visto, ha segnato l’inizio della Ostsiedlung, dell’Insediamento germanico verso le Province orientali. Sebbene i flussi migratori delle popolazioni germaniche verso l’Est europeo siano stati in questo periodo quantitativamente eccezionali, è chiaro che mancava ancora all’epoca una base “ideologica”. Le popolazioni migravano per cercare nuove terre incolte, per cambiare la propria vita ed avere un futuro migliore. Le comunità germanofone si sono mescolate con le popolazioni slave, baltiche e magiare che vivevano lungo i confini europei, convivendo pacificamente per secoli. Vi era certamente una componente ideologica cristiana, portata avanti in particolare dall’Ordine Teutonico, il cui scopo era quello di “cristianizzare” le terre dell’Est. Tuttavia sarebbe errato credere che vi fosse altro motivazione rispetto alla pura “melioratio terrae”. Fino alla metà del XIV secolo tali flussi migratori erano composti da semplici contadini, che per quanto numericamente imponenti, non erano caratterizzati da alcun fine politico o militare. Si calcola però che tra il Dodicesimo e il Tredicesimo Secolo, ogni anno circa tra duemila e duemilacinquecento persone emigravano verso le terre ad Est.

Tale imponente insediamento di coloni germanici portò alla “germanizzazione” di molte terre, ma contemporaneamente ad una loro “slavizzazione”.

Nacquero così le prime comunità germanofone, e già durante l’Illuminismo l’area germanica iniziava a costituire una criticità per l’integrità europea. L’Ottocento è infatti il secolo dell’espansionismo prussiano e della unificazione dei piccoli principati germanici. È interessante notare innanzitutto la grande differenza tra le migrazione delle popolazioni germaniche nel XVIII e XIX secolo e quelle avvenute durante il Medioevo: esse divennero infatti numericamente molto meno significative (all’incirca 30-40.000 per secolo), ma qualitativamente molto più importanti. Durante l’Illuminismo le cosiddette gens de merité, ovvero accademici, funzionari amministrativi, professori e filosofi, furono accolti come consiglieri politici dei principali reggenti, portando un contributo essenziale allo sviluppo politico, economico e sociale di quei Paesi. Ma è anche il momento in cui si inizia a formare un nuovo e forte sentimento di comunanza di spirito e solidarietà tra comunità tedesche all’estero, che filosofi come Herder, Fichte e Hegel battezzarono come Volksgeist.

L’Ottocento è stato il Secolo che maggiormente ha influenzato lo sviluppo della storia tedesca per gli anni a seguire, e che lo ha fortemente differenziato rispetto alle altre nazioni europee. Come visto infatti nel capitolo I, lo Stato Germania non è sorto in seguito allo sviluppo di uno spirito rivoluzionario liberal-borghese come in Francia, né tantomeno fu sospinto dai moti rivoluzionari del ‘48, che anzi fallirono miseramente nell’esportare anche in Germania i valori francesi della rivoluzione borghese e democratica. Tale corrente liberale che intendeva applicare i principi della Rivoluzione Francese e unificare i territori germanici seguendo il modello nella neonata République non trovò terreno fertile. Invece fu la corrente romantica a indicare il sentiero da seguire: così l’unità tedesca si realizzava con un netto taglio ed in contrapposizione all’Illuminismo francese ed ai suoi valori fondanti di libertà, uguaglianza e fratellanza.

Come mai quindi la Germania scelse di seguire un percorso diverso? Innanzitutto perché all’epoca non esisteva uno Stato-nazione tedesco. Le comunità germaniche erano sparse tra vasti territori europei ed est europei, proprio a causa della Ostsiedlung medievale. Era quindi impossibile applicare al popolo tedesco quel “nazionalismo civico” di stampo francese. Ciò che rappresentava il collante tra le varie comunità germaniche in Europa non era quindi l’istituzione Stato: era bensì la Kultur tedesca. La Nazione diveniva quindi il frutto di quello “Spirito del Popolo” derivante dalla lingua tedesca comune.

Così il nazionalismo romantico tedesco tendeva a definire la Germania in contrapposizione all’Occidente liberale. Con il tempo i nazionalisti iniziarono a distinguere sempre più nettamente la Cultura tedesca dall’intera civilizzazione occidentale. Si andava formando quindi un rigetto intellettuale delle idee, dei modelli occidentali, con l’obiettivo di individuare una specifica via tedesca al pensiero, alla politica, all’organizzazione sociale, che non era solo considerata diversa, bensì migliore. In seguito al rifiuto del liberalismo politico, il nazionalismo romantico tedesco si arricchiva con un sentimento di “eccezionalismo culturale”, di una Sonderweg.

Oltre all’aspetto culturale, vi sono tuttavia altri aspetti fondamentali da considerare riguardo la nascita dello Stato tedesco e l’affermazione della ideologia romantica. Un ruolo decisivo nella scelta del percorso da seguire da parte di Bismarck, fu svolto infatti dalla classe degli Junker. La nobiltà terriera reazionaria germanica, a cui lo stesso Cancelliere apparteneva e che lo aveva sostenuto nell’ascesa. Essi erano contrari ad ogni forma di democratizzazione e liberalizzazione politica, che ne avrebbe inevitabilmente compromesso il potere e gli interessi agricoli e economici. 

In seguito all’unificazione tedesca, il Paese fu attraversato da un sentimento trionfalistico che esaltava la Kultur, ritenendola superiore all’ideologia liberale francese e alle culture liberaliste di Gran Bretagna e Stati Uniti, accusate di rappresentare ed esaltare valori materiali. Invece il neonato Stato tedesco rappresentava la somma di istituzioni e tradizioni economiche, militari e scolastiche incentrate su alti valori spirituali. Eppure è fondamentale ricordare come a sostegno della politica di Bismarck un ruolo cruciale sia stato svolto dalle grandi industrie come AEG e Siemens, le quali avevano bisogno di nuove risorse e mercati per espandersi, e contemporaneamente pretendevano tariffe protezionistiche per tutelarsi dalle potenze straniere (Russia e Stati Uniti in primis). L’ultimo gruppo che esercitò notevole pressione su Bismarck e la politica estera tedesca, furono le forze armate. La spesa militare del Paese era in crescita continua, cominciando a rappresentare una forza destabilizzante per il sistema Europa. Nacque in questo periodo storico quello che Hans-Peter Schwarz ha definito Einkreisung, ovvero “sindrome da accerchiamento”. La Germania non era ancora abbastanza potente da poter sconfiggere una coalizione di paesi, e tale timore legato al sentirsi “diversi” originava un sentimento di timore di essere accerchiati ed attaccati. Questo induceva il governo ad armarsi, e aumentare la spesa militare. Ma tali misure non facevano altro che accelerare la nascita di un fronte antitedesco, in nome del quale Bismarck e il Kaiser giustificavano le enormi spese militari. Un circolo vizioso che nel corso della storia non ha causato altro che guerre e devastazioni.

Quando apparve la teoria dello Spazio Vitale, questo era il contesto storico e culturale, nel quale si stava affermando l’idea della Deutschlands Beruf, della missione che vedeva coinvolta la Germania, la quale doveva esportare la sua eccezionalità culturale e in tal modo istruire e far progredire i popoli meno sviluppati. Si andava quindi caldeggiando la necessità di acquisire un territorio più ampio, espandendo l’influenza del Reich nel mondo. Negli anni ‘80 dell’Ottocento nasceva così il “discorso imperiale”, ovvero l’eterna diatriba tra due visioni contrapposte di imperialismo: Weltpolitik e Mitteleuropa.

Da un lato si diffuse la convinzione che la prosperità e la stessa sopravvivenza del Paese sarebbero dipese dalla conquiste delle risorse necessarie per divenire un impero mondiale, sulla falsariga di Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia. La ricerca di “un posto al sole” era inoltre legata ai bisogni delle industrie tedesche che cercavano nuove concessioni in Africa ed Asia. Molti dei gruppi di pressione attivi e favorevoli all’espansione oltremare (come la Kolonialverein o la Gesellschaft fur Kolonisation) erano finanziati proprio da quei gruppi industriali.

Dall’altro lato invece vi era chi riteneva che il progetto espansionistico del Reich dovesse realizzarsi all’interno del continente europeo, annettendo quelle terre orientali che nell’immaginario collettivo conservatore tutt’ora appartenevano al popolo tedesco. Iniziava qui a nascere l’idea di Mitteleuropa, un grandioso progetto di integrazione continentale a egemonia tedesca.

In questo clima culturale della Germania ottocentesca, fortemente votata all’espansionismo e al nazionalismo, apparve nel 1859 la prima traduzione in tedesco di “The Origin of the Species” di Darwin. L’impatto che essa ebbe sugli scienziati e pensatori dell’epoca è stato analizzato nel corso dell’opera. In particolare perché i biologi tedeschi presero spunto dall’opera del collega britannico per iniziare a parlare di Stato come organismo vivente. Il primo a interpretare il messaggio darwiniano in senso geografico-politico, e a parlare di Lebensraum fu, come visto, Oscar Peschel. 

La sua concezione di Spazio vitale era però molto diversa da quella che poi verrà elaborata da Ratzel. Innanzitutto perché Peschel credeva in un vero e proprio conflitto per lo Spazio terrestre, sulla falsariga della lotta per la sopravvivenza darwiniana. Uno scontro inevitabile e da cui le razze più forti sarebbero uscite vincitrici. Una visione quindi dell’esistenza umana come una continua lotta per la sopravvivenza individuale e collettiva, dove la sparizione di razze considerate inferiori era paragonabile ad “un processo naturale, come l’estinzione di secondarie forme di piante o animali”. Altra enorme differenza è nella terminologia usata: solo per dare un’idea, Peschel parla sempre di razze, tanto che nel 1876 pubblicò un libro intitolato “Le Razze Umane e la loro distribuzione geografica” in cui classificava la razza umana in sette diverse tipologie.

Per quanto l’influenza di Peschel svolse un ruolo fondamentale sul pensiero di Ratzel, il messaggio di fondo che essi trasmettono (non l’interpretazione che ad essi viene data) è molto diverso, se non completamente. Nel capitolo II si è tentato di rappresentare i vari aspetti interni alla teoria di Ratzel. Si è detto di come sia un concetto sintetico, derivato dal campo scientifico biologico e tradotto in ambito geografico. Si è provato quindi a delineare una definizione che non fosse né troppo limitata né troppo ampia. La difficoltà è legata al fatto che lo stesso Ratzel non ha mai definito chiaramente i limiti teorici dello Spazio Vitale, e questo ha dato ampia possibilità di interpretazioni e rappresentazioni politiche errate. Il Geografo di Karlsruhe parla del Lebensraum come di quella “area geografica della superficie richiesta necessaria per supportare una specie vivente nella sua corrente dimensione di popolazione e modo di esistere”. Una definizione molto vaga, che non fissa dei limiti chiari. Per questo nel corso della storia è stato facilmente interpretato e adattato alle esigenze politiche del momento.

Tuttavia lo Spazio vitale di Ratzel non può essere definito in modo semplicistico come la base scientifica di quel sentimento pangermanistico, dell’espansionismo militare tedesco nel corso del Novecento. È una teoria molto più complessa ed articolata, che nulla ha a che fare con l’imperialismo ed il razzismo biologico. È innegabile che Ratzel condividesse parte di quel sentimento, essendo lui stesso stato formato nel segno della Mittelstand conservatrice tedesca, agricola e anti-industriale, ed essendo un fermo oppositore al paradigma neo-liberale delle scienze e al liberalismo politico francese. Egli in effetti era fermamente convinto, come la maggior parte dei pensatori romantici tedeschi, della superiorità della Kultur germanica, della necessità e della bontà della “Missione tedesca” (Deutschland Beruf) legata alla sua intrinseca eccezionalità.

Questi aspetti sono delle componenti essenziali della sua teorizzazione dello Spazio Vitale: essa può essere infatti ben compresa solo alla luce di questa contestualizzazione storica e culturale. Ratzel era sicuramente un sostenitore del colonialismo e in un certo senso dell’imperialismo tedesco dell’epoca, ma non era uno sprovveduto qualsiasi. Riteneva fondamentale per la Germania l’occupazione di terre selvagge da coltivare e lavorare, da concedere ai numerosi contadini tedeschi per il sostentamento dello Stato e della popolazione in rapida crescita, ma due sono gli snodi fondamentali. Innanzitutto era impossibile lavorare delle terre che fossero già state soggette al lavoro di popoli altrui; inoltre tale opera di colonizzazione agricola doveva essere lasciata alla volontà e capacità dei contadini, e quindi nulla aveva a che fare con l’aggressivismo e l’uso della forza dello Stato, il quale avrebbe dovuto svolgere solo successivamente il compito di mantenere e aiutare tali “conquistatori”. L’agricoltura era, secondo Ratzel, la componente fondamentale su cui si basava tutta la cultura tedesca (in piena visione romantica del mondo naturale): perciò l’occupazione e lo sfruttamento di queste terre non era altro che espressione dell’esportazione della Kultur tedesca.

Nell’opera di Ratzel quindi la mera espansione territoriale svolge un ruolo secondario. La forza di uno Stato non si misura quindi semplicemente in base alla grandezza del suo territorio, o alla potenza del suo esercito, bensì alla costruzione di una forte identità, di una forte condivisione di valori e di solidarietà sociale, la creazione di quella che egli definisce “idea politica”. Questo è il compito primario dello Stato, in base al quale va interpretata anche la citazione per cui “la Germania può esistere solo se è forte”. Non deve essere inteso come forza militare, o estensione territoriale. In quest’ottica deve essere giudicata anche l’importanza del “migrazionismo coloniale”: solo uno Stato forte, con un’idea politica condivisa ed una salda identità culturale avrà la forza di individuare i territori giusti da colonizzare. Ed acquista valore in questo senso, anche l’importanza che egli dà alla “colonizzazione interna”: prima di indirizzare i contadini migranti verso le terre straniere, è fondamentale che si occupino e lavorino tutte quelle aree interne allo stesso Paese, che erano state spesso abbandonate dai contadini per la crescente industrializzazione. Lavorare queste terre significava porre le radici sul suolo tedesco e quindi accrescere l’identificazione tra popolo, territorio e Stato. Lo snodo centrale della teoria del Lebensraum di Ratzel sta nella traduzione della parola “Wachstum”: storicamente interpretato come “espansione”, letteralmente invece significa “crescita”. Non una dimensione orizzontale quindi, bensì verticale. Lo Stato non è altro che una pianta che nel tempo poggia le sue radici nel territorio da lei occupato. Più le radici sono profonde, più difficile sarà sradicarla, più essa crescerà quindi fisicamente.

Da questa base deriva il discorso espansionistico di Ratzel, che la Chiantera-Stutte ha giustamente definito come “imperialismo culturale”. Quali sono però gli elementi che compongono la cultura di uno Stato? Non esiste una definizione univoca. Egli ritiene che tutti quei fenomeni rilevabili all’interno di uno spazio come le industrie, le chiese, le scuole, l’arte, gli stessi campi coltivati, rappresentano i segni vitali della connessione tra l’uomo ed il suolo, e quindi compongono e formano l’identità culturale di un Paese.

Quando l’idea politica dello Stato raggiunge un punto di massima condivisione, quando i valori spirituali e la cultura sono ben radicati nell’immaginario collettivo, inizia la vera “espansione territoriale”. Anche qui tuttavia bisogna fare chiarezza: non vi è traccia nelle opere di Ratzel di forza militare, di sottomissione o di sterminio delle popolazioni o razze inferiori. Nel segno della sua idea antropologica, il mondo si divide in Kulturvölker e Naturvölker: con il tempo le seconde, ovvero quelle popolazioni culturalmente meno sviluppate, verranno attratte dalle prime, cioè le civiltà più avanzate, tentando di emularle fino ad essere da esse inglobate. Questo processo è una legge naturale inevitabile, data la limitatezza del suolo terrestre e la sua completa occupazione di civiltà e popoli tanto diversi tra loro. La lotta per lo spazio e la selezione naturale darwiniana vengono così rivisitate e adattate ad un contesto culturale diverso. Solo le società con l’idea politica (e quindi la cultura) più avanzata e sviluppata resteranno in vita: “L’imperialismo, e cioè la penetrazione della cultura superiore in quella inferiore e il suo dominio, viene così legittimato dalla legge naturale che impone alle grandi civiltà di guidare il mondo”.

Lo studioso che meglio ha interpretato il pensiero di Ratzel è stato Rudolph Kjellén, non a caso indicato come il suo principale allievo. Egli ha ulteriormente sviluppato il pensiero del geografo di Karlsruhe, arricchendolo di una componente economica completamente assente nell’opera del tedesco, ovvero il concetto di autarchia. In questo senso il politologo svedese riconosce il messaggio dell’imperialismo culturale ratzeliano, elaborando una sua concreta rappresentazione politica. Nell’opera di Kjellèn sono presenti aspetti contrapposti: da un lato continua a sostenere l’importanza della cultura, dell’idea politica, e della crescita verticale di uno Stato inteso come organismo vitale; dall’altro tuttavia, differentemente da Ratzel, egli sottolinea l’importante ruolo che la forza militare svolge nelle dinamiche tra Stati, giustificandone l’utilizzo in situazioni in cui l’imperialismo culturale non basta. Quindi all’interno delle sue opere sono stati identificate due diverse correnti di pensiero. Una segue il percorso culturale tracciato da Ratzel, l’altra interpretazione invece è figlia del contesto culturale romantico tedesco facente capo alla tradizione del Blut und Boden: l’aspetto espansionistico-militare, svolge anche in Kjellén un ruolo secondario. Eppure, sfortunatamente, questa interpretazione ha ottenuto maggior attenzione e condivisione di quanto non fosse auspicabile, tanto che lo svedese è stato spesso ritenuto come il primo teorico della Geopolitik nazista e fonte di ispirazione per Karl Haushofer.

Il progetto di Kjellén si basava su un assunzione di responsabilità da parte della Germania: essa doveva accettare ed esaltare il suo carattere “austriaco”, multiculturale e cosmopolita, rispettoso delle diversità, ed in queste trovare la sua forza. La Germania avrebbe dovuto ergersi come leader europeo, proprio per merito della sua eccezionalità, raccogliendo attorno a sé gli altri paesi continentali. Non più quindi semplice occupazione e colonizzazione di terre, ma la creazione di una vera e propria Unione di Stati europei, in grado di contrapporsi alle potenze mondiali (in particolare la Russia era vista come la principale minaccia all’integrità europea). Questa unione non sarebbe però dovuta avvenire né con l’uso della forza né con un progetto coloniale, ma in base al riconoscimento della potenza tedesca (e militare e economica e culturale) da parte delle popolazioni europee. Come già detto, una posizione di “leadership senza dominio”.  Lo Spazio vitale non più legato quindi al semplice dato territoriale, alla occupazione di territori e la loro colonizzazione: si prospetta una vera e propria Unione politica sotto il segno della Germania. In questo progetto non pochi studiosi hanno trovato delle similitudini con la situazione europea che si è venuta a creare nel Ventesimo secolo.

Sfortunatamente comunque tale approccio cosmopolita, multiculturale e europeista non ha avuto successo. Nel contesto culturale tedesco tra IX e XX secolo, era forse inevitabile che una teoria come quella del Lebensraum fosse interpretata in senso nazionalistico e pangermanistico. Ed allo stesso tempo tale teoria non poteva che nascere in Germania in quel momento storico. Fin dalle prime apparizioni, in molti videro nelle opere di Ratzel la base scientifica che avrebbe dovuto sostenere le azioni espansionistiche del Kaiser. Nonostante ad inizio Novecento si trattasse ancora di un sentimento piuttosto ristretto e limitato a gruppi di pressione elitari (come la Lega Pangermanica e la Società per la Colonizzazione), questi erano rappresentanti di forti interessi di grandi gruppi industriali ed economici.

Bismarck si mantenne sempre contrario alla linea della Weltpolitik, posando invece il suo sguardo sui territori orientali e giudicando più praticabile la creazione di un impero sul continente europeo. Tuttavia dalla sua deposizione, il Kaiser Guglielmo e i suoi nuovi Cancellieri spinsero per la creazione di un Impero coloniale mondiale, occupando territori d’oltremare, seppur mantenendo anche una discreta attenzione al fronte orientale. Durante il Primo conflitto mondiale infatti ci fu la prima vera “espansione verso Est” dettata da una politica nazionale. La creazione della Oberost Land, struttura di amministrazione per i territori occupati durante la guerra: fu il primo tentativo di annessione da parte dello Stato tedesco, ma anche la prima rappresentazione politica della teoria dello Spazio Vitale. Da questo momento in poi il termine Lebensraum verrà sempre identificato con l’aggressivismo e l’espansionismo tedesco a danno dei popoli slavi.

Secondo molti studiosi dell’epoca (primo fra tutti Karl Haushofer), il fallimento tedesco durante la Prima guerra Mondiale fu dovuto alla mancanza di un chiaro e globale disegno politico. L’azione del governo era ancora indecisa tra la creazione di un Impero coloniale e il progetto Mitteleuropa.

La situazione cambiò dopo Versailles. Il progetto mondiale fu definitivamente abbandonato, e iniziò a serpeggiare tra la popolazione un sentimento di disprezzo verso quei popoli autoctoni delle regioni orientali, i quali avevano avuto l’occasione di accrescere e sviluppare le loro conoscenze grazie all’influenza e alla cultura tedesca, ma a cui invece si erano opposti ed anzi avevano cacciato dai loro territori. Tale sentimento non fece altro che mantenere in vita e dare nuovo vigore all’interpretazione nazionalista del Lebensraum. Fu durante la Repubblica di Weimar che sorse infatti la “Questione Mitteleuropa”, per cui molti gruppi di pressione giunsero a condividere un senso di accerchiamento, di essere ingabbiati dalle potenze mondiali per la propria eccezionalità storica e superiorità culturale. Il giovane e dinamico Stato tedesco doveva liberarsi dal giogo del sistema internazionale di Versailles, e porsi esso stesso come potenza continentale rivendicando quei territori storicamente appartenenti al popolo. La teoria del Lebensraum venne ad essere definitivamente abbracciata dall’ideologia della Mitteleuropa e dell’espansionismo militare.

Fu il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori a farsi carico di questo sentimento, a farne la sua ideologia politica. Il NSDAP ha estremizzato la Questione Mitteleuropa e il Lebensraum, caricandoli di sentimenti razziali e di odio, seppur inizialmente richiamasse all’attenzione politica solo la necessità di uno spazio di vita agricolo ed un processo di colonizzazione interna. Ben presto però, tale ideologia si arricchì di elementi esterni all’originale teoria ratzeliana. Ruolo fondamentale, per esempio, veniva riconosciuto alle industrie tedesche: esse non erano più viste come un nemico della cultura e delle tradizioni agricole, ma come un valore aggiunto. La capacità della Nazione di difendersi dai suoi nemici dipendeva dal mantenimento della superiorità industriale nazionale, la quale assumeva valore solo quando agiva in conformità alle necessità del popolo tedesco. Agricoltura e industria dovevano quindi andare di pari passo.

Fu riscoperta la corrente di pensiero romantica del Blut und Boden, improntata ad una discriminazione razziale: esisteva una necessaria affinità tra lo sfruttamento ottimale di un certo tipo di ambiente naturale e un tipo di razza pura (quella ariana). Era il collegamento mancante tra un concetto fondamentalmente di stampo culturale ed antropologico come il Lebensraum ed uno moderno come il positivismo scientifico, da cui trassero origine le teorie di razzismo biologico (la cosiddetta “eugenetica”).

In molti hanno giudicato nel Professor Karl Haushofer il teorico dell’espansionismo nazista verso Est, colui che ha introdotto Hitler alla Geopolitik. Haushofer è stato inevitabilmente uno degli intellettuali più rilevanti durante il Regime nazista, occupava sicuramente una posizione privilegiata anche data la sua amicizia personale con Rudolph Hess. Per anni per gli stermini perpetrati nei confronti delle popolazioni slave, egli è stato giudicato ugualmente colpevole dei gerarchi nazisti, e per questo da processare dinnanzi al Tribunale di Norimberga (dove in realtà non apparirà mai, suicidandosi prima dell’inizio del processo). Egli aveva studiato a fondo la geografia politica di Ratzel e l’autarchia di Kjellén: viene considerato quindi l’ultimo teorico del Lebensraum. Egli ha sicuramente svolto un ruolo importante per il regime nazista tra il 1923 ed il 1941. In questi anni scrisse per la Zeitschrift fur Geopolitik, rivista geopolitica molto diffusa durante il ventennio nazista. Aveva avuto sicuramente dei contatti (inevitabili) con Hitler in questi anni, e va riconosciuto come egli avesse riconosciuto in questo un “nuovo Cesare”, colui che avrebbe finalmente liberato e riunito le popolazioni tedesche in un unico Kulturstaat (“Stato culturale”).

Il contributo di Haushofer alla teoria dello Spazio Vitale non consistette in una qualche elaborazione teorica o l’aggiunta di qualche nuovo concetto geopolitico. Innanzitutto va sottolineato come egli si riferisse più a Kjellén che a Ratzel: questo risulta evidente leggendo i suoi scritti, e notando come il geopolitico non si riferisce quasi mai all’importanza della cultura tedesca, dei valori spirituali e del legame con il suolo (centrali in Ratzel). Per il professor Haushofer l’espansione tedesca verso Est è legata a necessità economiche e strategiche, ribadendo decisamente il concetto di autarchia economica e la convinzione per cui più uno Stato è esteso territorialmente, più difficile sarà il suo crollo. La Germania quindi aveva necessità di espandersi verso Est per aumentare la sua forza economica ma anche la sua stabilità politica.

Un altro autore che ebbe grande influenza su Haushofer fu Mackinder, e la sua teoria dell’Heartland. Il geografo britannico divise le nazioni del mondo in due settori contrapposti: le potenze terrestri dell’Euro-Asia e le potenze marittime come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Giappone, periferiche rispetto al centro “pivotale” della Storia, ovvero la Russia. Inevitabilmente i due gruppi di potenze sono eternamente contrapposti per il dominio sull’Heartland. Questo territorio può essere oggi riconosciuto nella cosiddetta Eurasia, tutti quei territori ad Est della Germania, fino alla Russia. Secondo Mackinder, chi avesse governato su tale territorio avrebbe governato sul mondo intero. Nell’idea di Haushofer, la Germania quindi avrebbe dovuto guardare a questo vasto e ricchissimo territorio per assumere il ruolo di potenza mondiale e contrapporsi alle potenze marittime. Risulta qui evidente come il concetto di Lebensraum abbia subito un’evoluzione nell’elaborazione di Haushofer. Passa da essere un concetto di origine culturale, legato alla tradizione romantica tedesca, ad una vera e propria teoria politica, economica e strategica.

Tuttavia anche qui ci sono degli accorgimenti da prendere: è errato pensare ad Haushofer come al “padrino ideologico” di Hitler, come spesso è stato definito. Innanzitutto perché, se è vero che egli era una personalità rilevante in ambito accademico e geopolitico ed avesse avuto dei contatti con il Führer, di certo non poteva vantare di avere una tale influenza da guidarne le azioni di politica estera.  Inoltre non è da sottovalutare l’esistenza di alcune profonde differenze tra il pensiero di Haushofer e quello di Hitler. Il Professore, in quanto accademico e scienziato, non condivideva ad esempio le considerazioni razziali su cui si basava molta dell’ideologia nazista. Se inizialmente egli aveva sostenuto l’Anschluss del ‘39 e l’annessione della Cecoslovacchia, l’annuncio e l’inizio dell’Operazione Barbarossa nel 1941 segnarono il punto di rottura tra lui e il progetto di Drang nach Osten nazista. Infatti se è vero che Haushofer riteneva che chi avesse ottenuto il controllo su quegli immensi e ricchissimi territori eurasiatici, avrebbe assunto il ruolo di guida per il continente europeo, ciò che divergeva tra la sua idea e l’azione nazista era lo strumento: il Professore riteneva la Russia e l’Heartland un territorio troppo esteso e perciò difficile da conquistare militarmente. Il mezzo con cui la Germania avrebbe dovuto ottenere il controllo su tale macroregione era l’alleanza tra Berlino e Mosca. Per questo vide nel trattato Molotov-Ribbentrop finalmente la rappresentazione pratica delle sue teorie. Per questo dopo il 1941 ruppe ogni legame con il regime.

Sulle basi ideologiche analizzate si fondava il Mein Kampf, il manifesto politico di Hitler. Su queste iniziò quella politica di Drang nach Osten (Spinta verso Est) durante la quale occupò numerosi territori appartenenti alle popolazioni di origine slava, non più quindi educate alla cultura tedesca, ma sradicate e allontanate dalle loro stesse terre.

Il folle piano di espansione nazista fu probabilmente il momento più basso e più drammatico della storia tedesca ed europea.  Con l’espansione Nazista verso Est, la teoria del Lebensraum è stata per decenni quasi irrimediabilmente legata ad aspetti come il razzismo e lo sterminio delle popolazioni slave e degli ebrei. Aspetti che invece, avendo analizzato in profondità il pensiero di Ratzel, non avevano rivestito alcun ruolo nella formulazione originaria dell’idea del geografo di Karlsruhe. Fortunatamente dopo anni di damnatio memoriae, si sta rivalutando il contributo che Egli diede allo sviluppo della geografia e della geopolitica. Coloro che vedevano nelle sue opere le prime formulazioni di un espansionismo ed imperialismo militare tedesco, hanno corretto le loro posizioni e convinzioni.

 

Andare a rileggere oggi quelle sue opere, può piuttosto darci un punto di vista molto interessante ed ancora oggi attuale verso una costruzione più omogenea e compatta di un Grande Spazio Europeo, unito nella sua diversità culturale, che occupi un’ampia zona continentale e che abbia la forza di porsi allo stesso livello delle grandi potenze mondiali. Questo era l’ideale prospettato da Ratzel e Kjellén, dei quali alcuni aspetti furono sviluppati ancora da Schmitt. Un geografo, un politico e un giurista, dei professori legati dalla visione di un’Europa unita e trainata dalla potenza tedesca.

Nell’Unione Europea di oggi, in molti vedono un interessante riferimento alla originale teoria dello Spazio vitale tedesco. La Germania non è più quella potenza geopolitica-militare del Novecento: essa ha iniziato, dopo il dramma nazista, un radicale cambiamento politico della sua stessa “idea politica”, come direbbe Ratzel. Essa si è trasformata in quella che Hans Maull ha definito una “potenza civile”, un nuovo tipo di Stato che accetta di cooperare con gli altri, e che per realizzare la sua politica estera preferisce utilizzare strumenti economici e civili piuttosto che militari.

Con l’espansione Nazista verso Est, la teoria del Lebensraum è stata per decenni quasi irrimediabilmente legata ad aspetti come il razzismo e lo sterminio delle popolazioni slave e degli ebrei. Aspetti che invece, avendo analizzato in profondità il pensiero di Ratzel, non avevano rivestito alcun ruolo nella formulazione originaria dell’idea del geografo di Karlsruhe. All’incirca dagli anni Sessanta del Novecento è iniziato un processo che sta portando a rivalutare il contributo che egli diede allo sviluppo della geografia e della geopolitica. Coloro che vedevano nelle sue opere le prime formulazioni di un espansionismo ed imperialismo militare tedesco, hanno corretto le loro posizioni e convinzioni. Così anche la teoria dello Spazio Vitale potrà spezzare quei legami con la drammatica geopolitica nazista di cui spesso è stata accusata di essere la matrice, ed in questo modo si potrà andare a rileggere e rivalutare l’innovativo pensiero di uno dei più importanti geografi di sempre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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[1] L’ordine teutonico è un antico ordine monastico-militare attivo in Terrasanta all’epoca della Terza Crociata (1188-1192) da alcuni tedeschi per assistere i pellegrini provenienti dalle terre di Germania. Esso assunse un ruolo centrale a partire dal XIII sec. nell’Europa centrale ed orientale, contribuendo ad una vasta opera di conquista e cristianizzazione delle tribù pagane che abitavano i territori dell’Est; per una lettura generale si rimanda a W. Urban, The Teutonic Knights: a military History, Greenhill books, 2003.

[2] Cfr. A. Kormendy, Melioratio terrae: Vergleichende Untersuchungen über die Siedlungsbewegung im östlichen Mitteleuropa im 13.-14. Jahrhundert, Poznan, 1995.

[3] Cfr. C.W. Ingrao, A.J. Szabo, The Germans and the East, West Lafayette Indiana, 2008, pp. 17-23.

[4] È tuttavia sbagliato ritenere che la nascita di agglomerati urbani in queste terre sia stato merito esclusivo della colonizzazione tedesca: studi recenti dimostrano che città come Stettino, Cracovia o Breslavia, esistessero già tempo prima dell’arrivo dei coloni e dei migranti. Cfr. L. Dralle, Die deutschen in Ostmittel und Osteuropa, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1991, pp. 43-102.

[5] Cfr. W. Kuhn, Vergleichende Untersuchungen zur mittelalterlichen Ostsiedlung, Colonia, 1973.

[6] Tuttavia anche in Polonia in particolare a Cracovia nel VI secolo vi furono scontri tra polacchi di origine tedesca e popolazioni locali. Cfr. J.M. Piskorski, After Occidentalism: the Third Europe writes its own History, in Historical Approaches, pp. 10 e ss.

[7] Cfr. R.F.Kandl, Geschichte der Deutschen in den Karpathenlander, vol. 1, Gotha 1907, pp. 143

[8] Cfr. J.M.Piskorski, The medieval ‘Colonization of the East’, in Polish Historiography, in Historiographical Approaches, pp. 97-105; anche S. Gawlas, O kształt zjednoczonego królestwa, Wydawnictwo, DIG, 1996, p. 95 ss.

[9] Per una panoramica della storia della spartizione polacca, cfr. M.G.Mueller, Die Teilungen 1772-1793-1795, Monaco, 1984

[10] Cfr. M.S.Wessel, Russlands Blick auf Preussen. Die polnische Frage in der Diplomatie und der politischen Offentlichkeit des Zarenreichs und des Sowjetstaats, 1697-1947, Stoccarda, 1995, pp. 85-97

[11] Cfr. C. Scharf, Katharina II, Deutschland und die Deutschen, Magonza, 1995; R.P. Bartlett, The Settlement of Foreigners in Russia 1762-1804, Cambridge, 1979, pp. 109-142.

[12] La Alldeutscher Verband (Lega Pangermanica) verrà fondata nel 1891, ma è già a partire dal 1800 che, coerentemente con il pensiero romantico tedesco, si sviluppa un sentimento di coesione e unità nazionale che almeno in apparenza, guidò l’espansione e le conquiste territoriali del Regno di Prussia fino alla proclamazione dell’Impero tedesco nel 1871. La storia della Lega verrà comunque analizzata più approfonditamente nel capitolo terzo. 

[13] Vi erano anche scozzesi, italiani, francesi, svizzeri tra il personale straniero dei corpi diplomatici; non va inoltre dimenticato che difficilmente tali esperti si consideravano appartenenti o rappresentanti della loro terra natale. Cfr. G. Stoekl, Osteuropa und die Deutschen, Stoccarda, 1967, pp. 112-115.

[14] Cfr. J.L.Black, Mueller and the Imperial Russian Academy, Kingston and Montreal, 1986.

[15] Lo stesso Stanislao Augusto fu educato nelle scuole sassoni secondo la loro Staatkunst, l’arte di governo. Cfr. C.W. Ingrao, A.J. Szabo, The Germans and the East, pp. 72-3; sul ruolo di Augusto II e l’influenza sassone in Polonia, cfr. J. Staszewski, August II Mocny, Breslavia, 1998.

[16] Cfr. C.W. Ingrao, A.J. Szabo, op. cit., pp. 99-101.

[17] Cfr. J.Sheehan, German History 1770-1860, Oxford 1989, pp. 227-230.

[18] La bibliografia in materia è vasta ed importante, si rimanda qui in particolare a due opere: O. Jaszi, The Dissolution of the Habsburg Monarchy, Chicago, 1961; E. Zöllner, The Germans as an Integrating and Disintegrating Force”, in “The Nationality Problem in the Habsburg Monarchy in the Nineteenth Century”, in Austrian History Yearbook III/1, 1967, pp. 201-233.

[19] “La politica della mera potenza, che si levava con aria di schiacciante superiorità a fronte della concezione liberale, era il riflesso della ritardata e incompiuta formazione liberale e politica [..]” cit. in B. Croce, Storia d’Europa nel secolo XIX, Bari, 1938.

[20] Questa fu un effimero parlamento formato dai rappresentanti degli stati della Confederazione germanica composta da 585 deputati; l’iniziale entusiasmo svanì ben presto per il declino del movimento rivoluzionario proprio nello stato più importante, la Prussia. Quando poi nel 1849 l’Assemblea offrì la corona a Guglielmo IV di Prussia, questi si rifiutò non riconoscendone la legittimità.

[21] “La guerra rappresentò una rivoluzione che non si sarebbe potuta verificare senza Bismarck, […] una volta che la rivoluzione giunse al successo, l’opposizione si dissolse rapidamente e i dubbi messi a tacere […] Si adattarono prontamente ad adorare quanto, qualche settimana prima avevano condannato.” Cit. in H. Kohn, I tedeschi, Milano, 1963.

[22] Cfr. B. Jelavich, Modern Austria: Empire and Republic, 1815-1986, Cambridge University Press, 1987, p. 82.

[23] Cfr. E. Staudinger, Die Sudmark, Aspekte der Programmatik und Struktur eines deutschen Schutzverein in der Steiermark bis 1914, in Geschichte der Deutschen, pp. 130-154; cfr. P. Molisch, Geschichte der deutschnationalen Bewegung in Osterreich von ihren Anfangen bis zum Zerfall der Monarchie, Jena, 1926.

[24] Questo ha portato a ritenere che non sia mai esistito in Austria un vero movimento irredentistico Tedesco, quanto piuttosto un’attrazione emotiva verso il nuovo stato tedesco, ed un sentimento di protesta contro la crescente influenza slava all’interno della Monarchia austriaca che minacciava l’egemonia tedesca. Cfr. O. Jaszi, The Dissolution of the Habsburg Monarchy, pp. 384-85.

[25] Secondo le stesse parole di Bismarck infatti “I tedeschi d’Austria aspirano alla guida politica e devono tutelare gli interessi del Deutschtum in Oriente, servendo come punto di connessione tra i tedeschi e gli slavi ed evitando uno scontro tra questi”. Nel 1898 il Segretario degli Esteri tedesco von Bülow aggiungeva che “il nostro interesse politico è nel mantenimento dell’Austria-Ungheria come una grande potenza indipendente; ciò ci richiede di essere attenti e scoraggiare qualunque tendenza disgregante, venga essa dai Cechi, dai Polacchi o dai Tedeschi”. Cfr. O. Jaszi, ibid., pp. 158, 385.

[26] A Praga si passò ad esempio dai 32,600 tedeschi del 1880 ai 18,000 del 1910; a Budapest da 119,000 a 78,000; lo stesso fenomeno comunque avvenne al contrario, dove centinaia di migliaia di cechi migrarono verso l’Austria oppure vennero “germanizzati”. Cfr. C.W. Ingrao, A.J. Szabo, The Germans and The East, pp. 173-184.

[27] Cfr. R. Hofstadter, Social Darwinism in America Thought, New York, 1955; R. Weikart, The Role of Darwinism in Nazi Racial Thought, in German Studies Review 36 (3), 2013, 537–556.

[28] Tra questi si ricorda A. Kirchhoff, Darwinismus angewandt auf Volker und Staaten, Francoforte, 1910. Nell’opera Kirchhoff faceva rientrare lo sterminio razziale nel concetto di lotta per la sopravvivenza, sottolineando quindi non solo l’ineluttabilità ma anche la necessità e legittimità di tale folle disegno. Cfr. R. Weikart, Progress through Racial Extermination: Social Darwinism, Eugenics, and Pacism in Germany, 1860–1918, in German Studies Review 26, 2003.

[29] Verranno dunque tralasciati gli aspetti che poco hanno a che fare con il discorso dell’impatto sulla geografia, come ad esempio l’importanza del concetto di evoluzione e di sviluppo nel tempo, ma anche delle variazioni casuali dei caratteri naturali.

[30] “How infinitely complex and close-fitting are the mutual relations of all organic beings to each other and to the physical condition of life” cit. in C.R. Darwin, The Origin of Species, Londra, 1859, p. 81.

[31] Nelle sue opere seguenti, tra cui si ricordano in particolare Expression of the Emotions of Men and Animals, 1868; e The Descent of Men, 1871, Darwin portò alle estreme conclusioni tale sua idea trattando l’uomo moderno allo stesso modo degli altri esseri animali viventi. Tale visione darwiniana dell’uomo strideva ovviamente con l’impostazione teologica prevalente all’epoca.

[32] Celebre è il suo aforisma, secondo cui „la ontogenesi segue la filogenesi”. Spesso è stata vista nelle opere di Haeckel e le sue analisi biologiche una possibile base scientifica del razzismo hitleriano. Anzi, non è mistero che lo stesso Haeckel credeva nella disparità razziale e che quindi le razze considerate inferiori sarebbero inevitabilmente scomparse nella lotta per la sopravvivenza dell’umanità. Cfr. D. Gasman, The Scientific Origins of National Socialism: Social Darwinism in Ernst Haeckel and the German Monist League, Londra, 1971; si oppone a tale idea R.J. Richards, The Tragic Sense of Life: Ernst Haeckel and the Struggle over Evolutionary Thought, Chicago, 2007. Per un’analisi diretta del pensiero dell’autore si veda, E. Haeckel, Entwicklungsgang und Aufgaben der Zoologie, in Jenaische Zeitschrift, vol. 5, p. 353, 1869.

[33] Cfr. E. Haeckel, Natürliche Schöpfungsgeschichte, Berlino, 1868, pp. 227-29. Va ricordato comunque che Haeckel fu deferito dall’Università di Jena, perchè le sue teorie erano stato volontariamente falsificate per sostenere il dogma dell’evoluzionismo.

[34] Il concetto di human ecology verrà in particolare sviluppato dalla cosiddetta Scuola di Chicago, pensatori come Park, McKenzie e Barrows. Cfr. R.E. Park, Human Ecology, in American Journal of Sociology, vol. 42, 1936; R.D. McKenzie, The Scope of the Human Ecology, in American Sociological Society, vol. 20, 1926; H.H. Barrows, Geography as Human Ecology, in Association of American Geographers, vol.13, 1923.

[35] Secondo Ritter “the earth is one and all its parts are in ceaseless action and reaction on each other. The earth is therefore a unit, an organism of itself”. Per lui e Humboldt l’unità, l’armonia e l’interdipendenza delle parti costituivano la cosiddetta analogia organica. Essi furono tra i principali esponenti del determinismo. Vidal de la Blache, nell’ambito dell’ecologia umana, formulò invece il pensiero contrario del possibilismo francese, il quale differentemente dal determinismo di Ritter vedeva nell’uomo un importante fattore geografico in grado di modellare e modificare il territorio in cui vive. Cfr. K. Ritter, Comparative Geography, tradotto da W.L. Gage, 1865; P. Vidal de la Blache, Le Principe de la Géographie Général, in Annales de Géographie, vol. 5, 1896.

[36] L’inglese Thomas Malthus aveva già pubblicato nel 1798 un saggio “Sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società”, in cui sostenne proprio che l’incremento demografico avrebbe spinto a coltivare terreni sempre meno fertili, per giungere poi all’arresto completo dello sviluppo economico, poiché la popolazione sarebbe cresciuta più velocemente rispetto alla disponibilità alimentare, causando un inevitabile scontro.

[37] Cfr. O. PescheL, Ursprung und Verschiedenheit der Menschenrassen, in „Das Ausland“, vol. 33, 1860, p. 393.

[38] Citazione attribuita a Peschel da R. Weikart, Progress through Racial Extermination: Social Darwinism, Eugenics, and Pacism in Germany, 1860–1918, German Studies Review, n° 26, pp. 273–294, 2003.

[39] Fino agli anni’30 si riteneva che Darwin teorizzasse una specie di “ereditarietà dei caratteri acquisiti dalle specie”. Ma in realtà il biologo britannico chiarisce fin da subito come le specie in natura subissero una variabilità spontanea, cioè come anche nello stesso ambiente, gli individui differiscano sempre l’uno dall’altro seppur in minima parte. E tali variazioni causate dall’ambiente e da fattori esterni assumono importanza proprio nell’ambiente stesso, quando la specie deve sopravvivere. Tutto questo però si basa sulle leggi del “caso”: non indica la mancanza di una causa, ma l’ignoranza di essa. Perché alcune specie subiscono delle variazioni genetiche che le aiutano a sopravvivere e perché altre no? Questo è “il caso” in Darwin, e ci si può rendere subito conto di come tale teorizzazione andasse contro quelle che erano le interpretazioni razziali/politiche della sua opera.

[40] Cfr. R. Weikart, The Origins of Social Darwinism in Germany 1859-1895, in Journal of the History of Ideas, vol.54, n.3, 1993, pp. 469-88.

[41] Cfr. F. Farinelli, Friedrich Ratzel and the nature of political geography, in M. Antonsich et al., Europe between Political Geography and Geopolitics, Trieste, 2001, pp. 33-50.

[42] Dei suoi viaggi, è interessante in particolare l’opera Städte-und Kulturbilder aus Nordamerika,1876, dove esamina i profili culturali di varie città nel Nord America, soffermandosi in particolare sulla presenza di comunità germanofone nel Midwest americano e la loro influenza. Altra opera che pubblicherà successivamente, ma direttamente figlia delle sue esperienze di viaggio sarà La Corse, Étude anthropogéographique, del 1899.

[43] Gli Junkers rappresentano l’aristocrazia terriera prussiana, divenuti nell’immaginario collettivo i protettori della cultura agraria tradizionale. Tra l’altro lo stesso Cancelliere Bismarck proveniva dall’ala reazionaria di tale classe sociale. Quando il Cancelliere Von Caprivi decise di ridurre le tariffe agricole sul grano per favorire la creazione di mercati industriali, Ratzel si schierò apertamente a difesa degli Junkers, parlando di violazione delle leggi naturali. Sarà un caso, ma proprio a seguito del conseguente intenso dibattito politico, Ratzel formulò il concetto di Lebensraum. Cfr. K.D. Barkin, The Controversy over German Industrialization 1890-1902, Chicago, 1970, pp. 56-67.

[44] Per un approfondimento sul migrazionismo coloniale si rimanda a vari libri dei suddetti autori: F. Fabri, Bedarf Deutschland der Colonien, Gotha, 1879; anche W. Hubbe-Schleiden, Deutsche Colonisation, Amburgo, 1881.

[45] La stretta connessione tra Lebensraum e agricoltura verrà ripresa e sottolineata anche da Adolf Hitler, il quale in uno dei suoi discorsi dichiarò che un governo può ottenere durevoli successi solo se riconosce la necessità "for the securing of a people’s Lebensraum and thus of its own agricultural class". cit. N.H. Baynes, The Speeches of Adolf Hitler 1922-1939, vol. 1, p. 835.

[46] Su questo argomento cfr. W. Smith, The German Colonial Empire 1884-1918, 1978, pp. 221-33; K. Hildebrand, Vom Reich zum Weltreich. NSDAP und koloniale Frage 1919-1945, Monaco, 1969.

[47] Cfr. H. Wanklyn, Friedrich Ratzel: a Biographical Memoir and Bibliography, Cambridge, 1961, p. 38.

[48] cfr. M. Wagner, Die Darwinsche Theorie und das Migrationsgesetz der Organismen, Lipsia, 1868.

[49] Tale idea verrà ripresa in una delle sue opere maggiori, Die Gesetze des räumlichen Wachstum der Staaten, in cui la seconda delle leggi della crescita degli Stati afferma che l’espansione territoriale di uno Stato deve essere necessariamente preceduta da altri aspetti della crescita delle popolazioni, che chiama “diffusioni”: ovvero scambi culturali e commerciali tra diversi popoli.

[50] Il diffusionismo è appunto quella teoria antropologica che vede nel contatto tra le diverse popolazioni del mondo un importante fattore di sviluppo e soprattutto i cd. Kulturkreise, ovvero i cerchi culturali, per cui sarebbe possibile trovare aspetti culturali simili in società lontane tra loro. Tra i più importanti autori si ricordano Boas e Schmidt. Cfr. F. Boas, The Mind of Primitive Men, New York, 1911.

[51] Cit. F. Ratzel, Antropogeographie, p. 14, 1882.

[52]La geografia deve studiare la Terra unita, come essa è, insieme coll’uomo, e però non può disgiungere tale studio da quello della vita vegetale e animale. Le scambievoli relazioni esistenti fra la Terra e la vita, che sopra di essa si produce e si sviluppa, costituiscono appunto il nesso fra l’una e l’altra.” Cit. in F. Ratzel, Antropogeographie, p. 13.

[53] Questo è un importante sviluppo della corrente geografica del determinismo, in contraddizione con il possibilismo francese di Vidal de la Blache. Tale teoria verrà divulgata in Nord America in particolare da Ellen Churchill Sample, nella sua opera centrale Influences of Geographical Environment, New York, 1911. Anche Roberto Almagià sarà tra i sostenitori di tale corrente geografica. Cfr. R. Almagià, Fondamenti di Geografia Generale, Roma, 1968.

[54] In particolare questo punto di vista viene portato avanti da Marconi, il quale sottolinea per l’appunto la presenza nel pensiero di Ratzel di un carattere “panpsichico”, secondo il quale ogni specie naturale ha una sua “anima” che interagisce con le altre nell’ambiente. Cfr. M. Marconi, La Geografia di Friedrich Ratzel tra Determinismo e Neoidealismo, in Bollettino della Società Geografica Italiana, 2013, n. 6, pp. 217 ss.

[55] Allo stesso tempo non tutte le influenze dell’ambiente sono recepite ugualmente all’interno dell’uomo. Tuttavia quelle che lo sono, diventano parte del popolo e lo seguono ovunque esso vada. Su questo si basa la teoria del diffusionismo, di cui si è parlato in precedenza.

[56] Cfr. F. Ratzel, Politische Geographie, Lipsia, 1897; e „Lebensraum Eine biogeographische Studie“, in K. Bucher, K. Fricker, Festgaben fur Albert Schiffle zur siebensigen Wiederkehr seines Geburtstages am 24. Februar 1901, Tubinga, 1901. Per una importante analisi si rimanda a J. Hunter, Perspective on Ratzel’s Political Geography, 1983, New York.

[57] Tali aspetti sono analizzati nell’articolo di F. Lando, La geografia di Friedrich Ratzel, in Bollettino della società geografica italiana, serie XIII, Vol. 5, 2012, p. 479 ss.

[58] Ratzel afferma nell’opera sopraindicata che „Die geographische Lage bezeichnet ein dem Erdboden angehöriges Beständige in der geschichtlichen Bewehrung“, ovvero che la posizione geografica è una profonda costante del suolo terrestre che influenza tutti i movimenti della storia.

[59] “Deutschland ist nur wenn es stark ist“, cit. In F. Ratzel, Deutschland: Einführung in die Heimatkunde, Lipsia, 1898, pp. 18-19.

[60] Cfr. F. Lando, La Geografia di Friedrich Ratzel, in Bollettino della Società Geografica Italiana, 2012, vol.5, p. 489.

[61] Il concetto darwiniano di lotta per la sopravvivenza assume qui per la prima volta una connotazione geografica, per cui “lo spazio è la prima condizione di vita e sullo spazio si misurano tutte le altre precondizioni della vita”. Cit. F. Ratzel, Der Lebensraum, p. 153.

[62] Cfr. Lando, ibid., “Il confine considerato come periferia di un popolo è un elemento costitutivo del popolo stesso; esso appartiene al corpo vitale […] Il confine è poi per sua essenza mobile, in quanto legato a popoli e stati che non sono mai fissi ma soggetti a migrazioni, ampliamenti o perdite […] Per tutti i fenomeni della natura il confine si ferma solo quando cessa il movimento e tale arresto corrisponde all’irrigidimento della morte” cit. F. Ratzel, Antropogeographie

[63] Cfr. F. Ratzel, “La Germania persiste solo se è forte; uno Stato debole soccomberebbe alle pressioni concentriche. E la Germania può approfittare della posizione centrale solo se è forte. Per lo Stato tedesco vi è solo la possibilità […] di affermare con impegno costante la sua posizione nel mondo, oppure di rimanere schiacciato

[64] Cit. F. Ratzel, Die Gesetze des räumlichen Wachstums der Staaten, in Petermanns Mitteilungen, 5, 1896, p. 106

[65] Cfr. P. Chiantera-Stutte, Una dottrina Monroe per la Mitteleuropa, in Storia del Pensiero Politico 3, 2015, pp. 427-450. Si parla di due tipi di popoli, i Naturvolker e i Kulturvolker. La differenza è nello sviluppo della civiltà e dunque nella capacità di dominare lo spazio ed estendere la propria influenza culturale nel Mondo. Solo le civiltà maggiormente sviluppate hanno tale abilità e dunque sopravvivono.

[66] Cfr. F. Ratzel, Die Gesetze, pp. 126-137.

[67] Per quel che riguarda la definizione di Cultura secondo Ratzel, il quadro è molto ampio e complicato. In generale si può affermare che essa corrisponde in linea di massima all’insieme delle conoscenze possedute da un popolo. È la sua conoscenza che produce i mezzi e le basi per la sua coesione interna e poi per la sua espansione. Anche qui però si mantiene il primato della agricoltura: una società senza una forte base agricola e contadina, non sarà mai totalmente civilizzata. L’argomento verrà in particolare approfondito in F. Ratzel, Die Gesetze des raumlichen Wachstum der Staaten, 1896.

[68] Dei due autori francesi si vedano in particolare J. Brunhes, F. Ratzel 1844-1904, in La Géographie, vol. X, Parigi, 1904; M. Korinman, Quand l’Allemagne pensait le monde. Grandeur et décadence d’une géopolitique, Fayard, 1990.

[69] Fu Ancel il primo ad attaccare e criticare la Geopolitik nazista (e la persona di Haushofer in primis) per aver ulteriormente travisato quello che era il pensiero originale ratzeliano, per adattarlo al progetto nazista, presentandolo come una base scientifica per l’espansionismo ed il folle piano nazista. Cfr. J. Ancel, Géopolitique, Parigi, 1936.

[70] Cfr. P. Chiantera-Stutte, Una Dottrina Monroe per la Mitteleuropa, p. 437.

[71] “L’imperialismo, e cioè la penetrazione della cultura superiore in quella inferiore e il suo dominio, viene così legittimato dalla legge naturale che impone alle grandi civiltà di guidare il mondo”, cit. in P. Chiantera-Stutte, Destino Mitteleuropa! La Mitteleuropa tra Scienza Geografica, Geopolitica e Pensiero Politico Conservatore da Ratzel a Hitler, in Filosofia Politica, XXV, n. 1, aprile 2011, p. 35; e ancora “La colonizzazione si basa pertanto su un’istanza culturalista e assimilazionista: i territori orientali saranno colonizzati dalla civiltà superiore uniformandoli alla cultura tedesca, che è già presente ma minoritaria. L’assimilazione è insieme antropologica e geografico-paesaggistica: con la vittoria dell’elemento tedesco, anche i paesaggi e l’aspetto fisico dei territori orientali verranno assimilati al «modello» culturalmente dominante”, cit. in P. Chiantera-Stutte, Una Dottrina Monroe per la Mitteleuropa, p. 437.

[72]  Cit. In F. Ratzel, Der Lebensraum, in K. Büchner et al, p. 162.

[73]  A tal proposito secondo Patricia Chiantera-Stutte si deve definire la forma di imperialismo, promossa da Ratzel e Lamprecht, come Kulturimperialismus: “la politica estera e, specificamente, la politica coloniale deve fondarsi sulla forza di persuasione culturale, mirante a rafforzare e ingrandire la potenza dell’impero tedesco”. E ancora “Per conquistare il ‘cuore’ dei popoli stranieri caratterizzati da una cultura bassa o media è necessario favorire una politica culturale pervasiva, attraverso scuole, istituzioni formative e culturali”. Su tale base Ratzel argomenta a favore della “colonizzazione interna” dei territori ad Est della Germania: quelle comunità di civiltà tedesca già presenti fuori dai confini devono essere rinforzate per permettere la promozione e la diffusione della cultura superiore tedesca tra i popoli slavi. Cfr. K. Lamprecht, Zur auswärtige Kulturpolitik, in R. von Bruch, Weltpolitik als Kulturmission: Auswärtige Kulturpolitik und Bildungsbürgertum in Deutschland am Vorabend des Ersten Weltkrieges, Paderborn, 1982; Cfr. P. Chiantera-Stutte, Destino Mitteleuropa! La Mitteleuropa tra Scienza Geografica, Geopolitica e Pensiero Politico Conservatore da Ratzel a Hitler, in Filosofia Politica, XXV, n. 1, aprile 2011.

[74] Cit. in F. Ratzel, Antropogeographie, p. 7.

[75] La nuova scienza geopolitica riprende la concezione dei grandi spazi e individua il suo intento educativo nel promuovere la conoscenza delle leggi geopolitiche di relazione fra gli spazi territoriali e le popolazioni. Nel 1924 in Germania fu introdotta la geopolitica come materia di insegnamento scolastico, allo scopo di creare cittadini dotati di senso civico e consapevoli, consolidando il senso di radicamento della cultura nella natura. Sarà poi con Karl Haushofer e la Zeitschrift fur Geopolitik che la materia divenne vera e propria “Consigliera del Re” e “servitrice di quelle forze politiche dominanti […] e pretendere di presentare a essa dati di fatto tangibili e leggi dimostrabili, e di essere, per questa sua funzione, ascoltata e considerata”. Cit. in P. Chiantera-Stutte, op. cit., p.37.

[76] Tunander riconosce la nascita di due correnti di pensiero derivanti dall’opera centrale di Kjellén, portatrici di due aspetti contrapposti della cultura tedesca: un aspetto “prussiano” ed uno “austriaco”. Il primo rappresenta il carattere aggressivo e militare della Germania, il secondo invece il suo porsi come erede del multiculturalismo austriaco. cfr. O. Tunander, Swedish-German geopolitics for a new century Rudolf Kjellén’s ‘The State as a Living Organism’, in Review of International Studies,27, 2001, pp. 451–463; per un approfondimento Cfr. R. Kjellén, Der Stadt als Lebensform, Lipsia, 1917; R. Kjellén, Die Großmächte der Gegenwart, Lipsia-Berlino, 1921.

[77] Il pensiero di Kjellén è stato anche interpretato e sviluppato da Carl Schmitt, il quale nel suo libro “Völkerrechtliche Großraumordnung” presenta il concetto di Grossraum: l’idea di una unione cosmopolita di Stati europei indipendenti sotto il comando della Germania, che avrebbe garantito loro la sicurezza ed allo stesso tempo avrebbe costruito una sfera di interessi economici per sé stessa. In molti studiosi hanno tentato di stabilire un collegamento tra il pensiero di Kjellén e l’attualità politica. Non pochi hanno visto nella creazione dell’Unione Europea un importante passo verso quel progetto di multiculturalismo e cosmopolitismo tedesco a trazione tedesca. Altri ancora invece hanno ritenuto che tale compito sia stato assunto dalla NATO, seppure non secondo la leadership tedesca. Cfr. O. Tunander, ibid., pp. 461-62; cfr. C. Schmitt, „Völkerrechtliche Großraumordnung: mit Interventionsverbot für raumfremde Mächte. Ein Beitrag zum Reichsbegriff im Völkerrecht“, Berlino, 1991; cfr. C.A. Kupchan, Atlantic Security—Contending Visions, New York, 1998.

[78] Cit. K. Haushofer, Geopolitik, in Harms, Volk und Reich der Deutschen. Vorlesungen gehalten in der deutschen Vereinigung für Staatswissenschaftliche Fortbildung, vol. 3., Berlino, 1929. p. 15.

[79] Per un’analisi più approfondita si rimanda a B.A. Jackisch, The Pan-German League and Radical Nationalist Politics in Interwar Germany, 1918–39, New York, 2012.

[80] Il Trattato di Helgoland-Zanzibar fu concluso nel 1890 tra il Regno Unito e l’Impero tedesco, con il quale la Germania rinunciava ai diritti coloniali sul sultanato di Witu e riconosceva il dominio coloniale britannico sull’Africa orientale. In cambio otteneva l’arcipelago di Helgoland, nel mare del Nord, il cosiddetto Dito di Caprivi (nell’attuale Namibia) e il controllo della costa di Dar es Salaam.

[81] Cfr. W. Smith, The Ideological Origins of Nazi Imperialism, New York, 1986.

[82] Friedrich von Bernhardi (1849-1930) è stato un importante storico militare e generale tedesco durante la Prima guerra mondiale. Nella sua opera più famosa Deutschland und der nächste Krieg, sosteneva la necessità di una politica aggressivista spietata e irrispettosa dei trattati.

[83] Cfr. W. Smith, The Ideological Origins of Nazi Imperialism, pp. 94-111.

[84] Il più importante teorico di questa visione è Rudolph Kjellén (1848-1922). Politologo svedese e considerato il vero traduttore della politica geografica di Ratzel in campo politico e fondatore della moderna geopolitica. Egli sviluppò la teoria ratzeliana dello Spazio Vitale, completandola con la sua idea dello “stato organico”. Ma soprattutto fu tra i primi a sviluppare l’idea che la Germania dovesse concentrare le sue mire espansionistiche sui Paesi vicini. Per questo il suo nome è stato vittima di una damnatio memoriae che è durata oltre la metà del Ventesimo secolo, considerato tra i padri fondatori della dottrina nazista della Drang nach Osten. In realtà la sua teoria non si basava su un aggressivismo militare o una presunta superiorità razziale, riteneva bensì che la Germania dovesse farsi guida e leader dell’Europa centrale, spingendo verso un’unione ed integrazione politica ed economica tra tutti i Paesi e ponendosi così come forza mondiale. Si veda Cap. II, p. 32. Cfr. R. Kjellén, Der Stadt als Lebensform, Lipsia, 1917; O. Tunander, Swedish-German geopolitics for a new century Rudolf Kjellén’s ‘The State as a Living Organism’, in Review of International Studies,27, 2001, pp. 451–463.

[85] L’ammiraglio von Tirpitz è stato uno dei maggiori sostenitori della politica guglielmina volta a ridare alla Germania un “posto al sole”. Secondo Tirpitz “il potere navale è essenziale per la Germania se essa non vuole soccombere”. Fu lui a parlare di Teoria del Rischio: questa non prevedeva necessariamente l’offensiva contro altri imperi coloniali, bensì il raggiungimento di un equilibrio di tensione fra le maggiori potenze. L’incremento dell’investimento nella flotta sarebbe servito non tanto ad attaccare, quanto a minacciare e controllare la Gran Bretagna nella sua posizione di assoluta padrona dei mari. Dunque, la politica coloniale tedesca d’oltremare non doveva mirare effettivamente a un cambiamento di rotta rispetto al colonialismo migratorio. Essa doveva piuttosto armonizzare la posizione di predominio della Germania sull’Europa orientale, e la creazione di una flotta marina avrebbe garantito la Germania da un possibile intervento britannico nella Mitteleuropa. Sulla presunta contrapposizione tra i due “tipi” di colonialismo (Weltpolitik e Mitteleuropa) cfr. O. Hintze, Imperialismus und Weltpolitik, in Id., Historische und Politische Aufsätze, Berlino, 1908; P. Kennedy, Tirpitz, England and the Second Navy Law of 1900: a Strategical Critique, in Militärgeschichtliche Mitteilungen, 2, 1970.

[86] Cfr. V.J. Liulevicius, War Land on the Eastern Front: Culture, National Identity and German Occupation in World War I, Cambridge, 2000.

[87] Cfr. V.J. Liulevicius, ibidem, pp. 201-203. Va sottolineata la presenza nella cultura tedesca di alcuni stereotipi riguardanti le popolazioni slave già da prima del conflitto mondiale. Prima fra tutte la “polnische Wirtschaft”, ovvero l’economia polacca: tale termine indicava appunto la presunta disorganizzazione, confusione ed inefficienza dell’economia polacca, e quindi la sua inferiorità rispetto all’efficiente economia tedesca.

[88] La costituzione dell’Oberbefehlshaber Ost è reperibile nel Bundesarchiv-Militararchiv di Friburgo in Brisgovia, e sul sito https://www.deutsche-digitale-bibliothek.de/item/t63e6w7sbktsaozsthjvv24ys7mk7g6k

[89] Il senso di accerchiamento nell’opinione tedesca non è di certo un tema di poco conto. La cosiddetta “dialettica dell’accerchiamento” ha avuto una importante eco in Germania, in particolare al sorgere del primo conflitto mondiale e durante il periodo di Weimar. In particolare tale idea fu sviluppata in H.P. Schwarz, Das Gesicht des 20 Jahrhunderts, Berlin, 1998, p.525.

[90] Cfr. F. Ratzel, Deutschland. Einfuhrung in die Heimatkunde, Berlino, 1943.

[91] Cfr. K. Hildebrand, Vom Reich zum Weltreich. Hitler, NSDAP und koloniale Frage 1919 - 1945, Monaco, 1969; pp. 143-45, 156-73.

[92] Tale dibattito fu portato avanti in particolare dalla rivista “Die Tat” di Hans Zeher e Giselher Wirsing. Questi trattano tutte le questioni politiche e culturali che premono al pubblico e ai politici della giovane Repubblica di Weimar, come la posizione, intesa in senso geopolitico ma anche culturale, della Germania fra Est e Ovest; il rapporto della cultura occidentale-capitalistica con quella slava e bolscevica; il tema delle minoranze tedesche sparse in Europa; il trattato di Versailles e, infine, la decadenza della potenza europea e il potere illimitato dei due blocchi, America e Russia.

[93] Cfr. E. Dietrichs, Volk und Vaterland, in Die Tat, 1920, n. 9, pp. 641-644; argomento trattato più recentemente in H. Hecker, Die Tat und ihr Osteuropabild 1909-1939, Colonia, 1974.

[94] Il rapporto tra Germania e Russia è centrale nel dibattito sulla Mitteleuropa nel periodo di Weimar: molti infatti vedevano in Mosca un alleato fondamentale, contrapposto per la sua stessa cultura alle società occidentali capitalistiche e revisionistiche. Cfr. H. Zeher, Wende der Außenpolitik, in Zeitschfrit fur Geopolitik, 1931, n. 8, p.262 ss.;  G. Wirsing, Zwischeneuropa und die deutsche Zukunft, Jena, 1932.

[95] Il DNVP è stato spesso considerato il precursore politico di quello che sarà poi il Partito Nazista, NSDAP. Molte delle idee politiche dei nazisti e di Hitler furono in effetti sviluppate dal Partito popolare nazionale, tuttavia i due partiti arrivarono anche ad uno scontro frontale. Cfr. L. Hertzman, DNVP: Right-wing opposition in the Weimar Republic, 1918-1924, Lincoln, 1963.

[96] Cfr. W. Smith, The Ideological Origins of Nazi Imperialism, pp. 204-206.

[97] Cfr. W. Smith, ibid., pp. 208-209.

[98] Cfr. W. Smith, ibid., p. 209.

[99] Cfr. A. Ruger, "Der Kolonialrevisionismus der Weimarer Republik," in H. Stoecker, Drang nach Afrika: Die koloniale Expansionspolitik und Herrschaft des deutschen Imperialismus in Afrika von den Anfangen bis zum Ende des zweiten Weltkrieges, Berlin 1977, pp. 250-51, 267-68.

[100] Cfr. O. Tunander, Swedish-German Geopolitics for a New Century – Rudolf Kjellén’s ‘The State as a Living Organism’, in Rev. of International Studies, vol.27, n.3, 2001, pp. 451-463

[101] Cfr. O. Tunander, ibid., pp.

[102] Per quello che riguarda la corretta interpretazione del pensiero di Kjellén nella Germania weimariana (e non solo), il dibattito è ampio e molto intenso. Sono in molti a ritenere che i gruppi della destra tedesca abbiano colto solo un aspetto del pensiero dello svedese, tralasciando più o meno volontariamente quello che forse può essere identificato come il suo centrale messaggio: la creazione di una tale area di integrazione economica non doveva avvenire attraverso la conquista o il dominio. Sottolineava invece l’esigenza di una terza via di leadership della Germania in Europa, derivante dall’eredità culturale dell’Impero austro-ungarico (definita “austrian face”), che sorreggesse l’area unita europea attraverso il rispetto ed il riconoscimento delle diverse culture (Fuhrung ohne Herrschaft). Sono in molti ad aver letto nell’opera di Kjellén e nella sua teoria dell’autarchia, una prima teorizzazione dell’Unione Europea o addirittura della NATO. Si veda ad esempio C.A.Kupchan, Atlantic Security—Contending Visions, New York, 1998.

[103] Cfr. K.D. Bracher, Die Nazionalsozialistische Machtergreifung. Studien zur Errichtung des totalitaeren Herrschaftssystems in Deutschland 1933/34, Colonia, 1962, pp. 226. Articolo fondamentale nello sviluppo di tale tesi fu quello di M. Bassin, Race contra Space, The Conflict Between German Geopolitik and National Socialism, in Political Geography Quarterly vol. 6, n.2, 1987, pp. 115-34.

[104] La storia della sua tragica vita è brillantemente narrata nell’opera di H. Jacobsen, Karl Haushofer, Leben und Werk, 2 voll., Boppard, 1979.

[105] Su tale viaggio e sull’importanza che lo studio della società giapponese ebbe su di lui si veda l’analisi di H.Herwig, Geopolitik: Haushofer, Hitler and Lebensraum, in C.S. Gray, G. Sloan, Geopolitics, Geography, and Strategy, Londra, 1999, ed anche la stessa opera di K. Haushofer, Dai Nihon, Betrachtungen über Groß-Japans Wehrkraft, Weltstellung und Zukunft, Berlino, 1913.

[106] È lo stesso Haushofer a fare tali riflessioni, cfr. H. Herwig, ibid., pp. 218 ss.

[107] Non mancarono comunque le critiche agli articoli di Haushofer, in particolare da parte di Otto Maull, il quale sosteneva che Ratzel fosse il vero padre della geopolitica piuttosto che Kjellén. Scriveva infatti in un editoriale del 1928 che “the development of geopolitics is unthinkable without Ratzel. No one else not even Kjellén, can be characterized as the father of Geopolitics”. Il dibattito portò anche ad una critica della Rivista da parte dello stesso Maull, poiché stava assumendo un orientamento non geografico ma piuttosto politico. Cfr. J. Agnew, K. Mitchell, G. Toal, A companion to Political Geography, 2003, Oxford, pp. 187 ss. Si veda anche l’editoriale di O. Maull, “Friedrich Ratzel zum Gedaechtnis“, in Zeitschrift fur Geopolitik n.5, 1928

[108] La trama dell’opera Volk ohne Raum, che ruota attorno alle esperienze del suo eroe in circostanze storiche "reali" tra il 1890 e i primi anni Venti, è stata consapevolmente costruita per trasmettere un messaggio ideologico. L’eroe, Cornelius Friebott, è un falegname ed un colono, che sviluppa una concezione del destino della Germania e la direzione politica corretta per la nazione contraria ad ogni punto di vista politico alternativo. Egli non riesce a vivere felicemente in Germania, perché la sua "vera" personalità tedesca, formata in un ambiente rurale ed agricolo, non può essere accolta all’interno di un’economia industriale; perciò egli è costretto a trasferirsi nelle colonie tedesche in Africa, dove può proseguire la sua attività. Cfr. H. Grimm, Volk ohne Raum, Monaco, 1926; cfr. anche W. Smith, The Colonial Novel as Political Propaganda: Hans Grimm’s Volk ohne Raum, in German Studies Review n.6, 1983, pp. 215-35, dove viene analizzato profondamente l’autore e come il suo messaggio conservatore è presente nell’opera, ma anche alcune differenze con le idee comuni, come la necessità di trovare delle colonie oltremare piuttosto che nel continente europeo. Egli infatti era contrario alla “inner colonization” propagandata in quegli anni, e questo gli provocò anche alcune critiche da alcuni rappresentanti del Partito nazista.

[109] In molte delle mappe del periodo, si enfatizzava molto il sentimento di essere accerchiati dalle potenze occidentali corrotte da un lato, e dalle popolazioni slave dall’altro. Per esempio la distanza spaziale tra Berlino e la Polonia era minima, ed i paesi slavi venivano generalmente raffigurati con il nero, dando anche visivamente l’impressione che la Germania (bianca) fosse accerchiata e realmente in pericolo. Per una analisi della produzione cartografica negli anni di Weimar si veda ad esempio G.H. Herb, Under the Map of Germany, Nationalism and Propaganda 1918-1945, Londra, 1997.

[110] Si veda ad esempio K. Lange, Der Terminus ‘Lebensraum’ in Hitlers ‘Mein Kampf, Vierteljahrshefte fur Zeitgeschichte, vol. 13, 1965, pp. 426-37; anche B. Hipler, Hitlers Lehrmeister. Karl Haushofer als Vater der NS-Ideologie, St. Ottilien, 1996.

[111] Cfr. W. Smith, The Ideological Origins of Nazi Imperialism, pp. 233-34.

[112] Cfr. W. Smith, ibid., p. 235

[113] Per una approfondita analisi del rapporto tra il Partito Nazista ed i gruppi della destra tradizionale tedesca come la Lega Pangermanica cfr. B.A. Jackisch, The Pan-German League and Radical Nationalist Politics in Interwar Germany, 1918–39, 2012, pp. 178-193.

[114] Cit. in “Sicherheitsdienst des RFSS SD-Hauptamt: Bericht über den Alldeutschen Verband“, 1938. Questo è il documento in cui il Fuhrer decise di sopprimere la Lega. Cfr. in Jackisch, ibid., p.190

[115] Cit. in B.M. Lane, L.J. Rupp, Nazi Ideology Before 1933, Manchester, 1978, pp. 40-43.

[116] Dice d’altronde lo stesso Hitler in un suo celebre discorso: “History has taught us that a nation can exist without cities, but history would have taught us one day, if the old system had continued, that a nation cannot exist without farmers […] Lasting successes a government can win only if the necessity is recognized for the securing of a people’s Lebensraum and thus of its own agricultural class”, cit. in N.H. Baynes, The Speeches of Adolf Hitler April 1922-August 1939, Londra, 1942, p. 385.

[117] "Obviously, such a land policy cannot find its fulfillment in Cameroon, but today exclusively only in Europe." Cit. in W. Smith, The Ideological Origins of Nazi Imperialism, p. 242.

[118] L’ideologia del “Sangue e suolo” apparve durante gli anni del Romanticismo e del conservatorismo agricolo tedesco di fine Ottocento, sposato da numerosi scrittori e artisti come Arndt e Riehl. Tale concetto venne riproposto ed enfatizzato dal Nazismo, collegandolo al Lebensraum. In particolare tale opera di propaganda fu portata avanti da Walther Darré, politico nazista che per l’appunto si occupò di fornire delle solide basi teoriche per l’espansione nazista verso Est; cfr. W. Darré, La nuova nobiltà di sangue e suolo, Padova, 1978.

[119] Qui si sviluppò la cosiddetta “eugenetica” nazista, a cui molti scienziati tedeschi dedicarono le loro attenzioni. Si veda in particolare Kirchhoff, cfr. nota 28.

[120] Il dibattito sul sostegno delle grandi industrie al governo nazista è molto ampio. Si segnalano qui due opere tra le più importanti: A. Schweitzer, Big Business and the Third Reich, Bloomington, 1964; H. Ashby Turner, German Big Business and the Rise of Hitler, New York, 1985.

[121] Nel 1921 si tennero in Tirolo e Salisburgo due referendum, nei quali ben il 99% dei voti si dichiarò a favore di una unione alla Germania. Il progetto dunque esisteva già da anni, tanto che la stessa Costituzione di Weimar all’art. 61 diceva “L’Austria tedesca, dopo la sua unione al Reich, avrà diritto di partecipare al Reichsrat con il numero di voti corrispondenti alla sua popolazione”. Anche l’Assemblea provvisoria nazionale d’Austria dichiarava nella costituzione del 1920 all’articolo 2 che “l’Austria tedesca è una parte integrale della Germania”. Cfr. R. Charmatz, Osterreichs innere Geschichte, vol.2, Berlin 1918, p.95

[122] Cfr. V.S. Mamatey, R. Luza, A History of the Czechoslovak Republic, 1918-1948, Princeton University Press, 1973, pp. 239-52. 

[123] Cit. in A.B. Rossino, Hitler strikes Poland: Blitzkrieg, Ideology and Atrocity, Lawrence, 2003, pp. 3-4.

[124] Per un approfondimento della presenza delle SS e di Himmler in Polonia cfr. R.L. Koehl, RKFDV: German Resettlement and Population Policy 1939-1945, Cambridge, 1957.

[125] Cfr. C. Gray, G. Sloan, op. cit.,  Geopolitics, Geography and strategy, p. 235.

[126] Cfr. C.W. Ingrao, F. Szabo, The Germans and the East, 2008, pp. 343-345.

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