"FUGA DA ISRAELE"
Manuel Omar Triscari
FUGA DA ISRAELE:
contro l’Esodo.
EPITOME
In
questa opera si evidenzia una serie di discrepanze narrate dall’Esodo che
dimostrano gli errori fatti dalla storiografia ufficiale nella narrazione dell’uscita
della tribù di Israele dall'Egitto.
Il
ragionamento parte dalle affermazioni contenute nella Genesi in cui si narra la
genealogia di Giacobbe e la nascita dei suoi 12 figli.
Elencando
i figli di Giacobbe, si può capire il tempo trascorso in Canaan sia da Giacobbe
che dai suoi 11 figli, in quanto Giuseppe, il penultimo, divenne Visir di un
Faraone mai citato, e dopo chiamò la sua famiglia in Egitto.
Dalla
presentazione di Israele al Re, decorrono 17 anni in cui l’intera famiglia
resta in Egitto. In questo periodo l’intera famiglia di Israele visse
nell’agiatezza almeno per gli stessi anni di vita di Giuseppe. Il periodo di
permanenza della famiglia di Israele in Egitto non supera i 200 anni ed è
inverosimile che si affermi un periodo di schiavitù di 430 anni.
Su
questi presupposti è anche sbagliato il calcolo della Pasqua Ebraica, basato sulla
fuga di questa famiglia dal Faraone. Secondo questa interpretazione l’intera
narrazione biblica dell'Esodo risulta fondata su fatti storici sbagliati.
INTRODUZIONE
La
Bibbia, il libro sicuramente più letto al Mondo, ha suscitato, negli ultimi due
millenni, tante critiche, a volte malevoli, altre bonarie, ma anche sogni e
delusioni.
Tramite
questo libro si sono imposti obblighi, fatto promesse, creato aspettative, ma
ciò che traspare in tutta la sua magnificenza è l’inganno di eventi forse mai
avvenuti oppure accaduti con altre modalità, generando nell’uomo dubbi, ma
anche presunte certezze, cercando disperatamente di mutarle con artifici
letterali in una verità immutabile.
Nel
nome di questo libro si è ucciso, dato la vita, imponendo tramite la religione,
dei comportamenti da rispettare e per ultimo si è voluto promettere una vita
oltre la morte, prospettando in quell’altra vita, un riscatto di quella vissuta
sulla Terra.
Si è voluto in tutti i
modi, bonari e coercitivi, imporre una divinità a discapito di tante altre
esistenti, affermando che solo questa era unica ed imprescindibile.
Tramite l’analisi di un
libro, Sacro solo per un popolo, si è voluto imporre alla rimanente parte
dell’umanità, i dettami ed il comportamento di un essere che si è voluto spacciare,
come pieno di bontà e misericordia, ma che ognuno di voi che leggerà le righe
che seguono, potrà denotare se quelle affermazioni contenute in esso e narrate
in queste pagine abbiano la connotazione di verità o falsità in base alla
propria modalità di vita come queste nozioni, siano impresse nella memoria
collettiva, a seguito del condizionamento effettuato nelle menti della gente
con l’instaurarsi di un insegnamento collettivo, pressoché similare in tutte le
parti del Mondo che hanno voluto coattivamente imporre con queste idee, pena la
morte o l’estromissione dalla società comune, che voleva nel modo più assoluto
fare diventare i popoli un gregge con memoria collettiva non pensante.
Si è da sempre, non
voluto permettere che questo gregge avesse il pensiero individuale, ma esso
dovesse sottostare ad un dogma universale, affinché l’individuo, tramite la
teoria del gregge, fosse sempre controllabile e non vi fossero sorprese
nell’interpretazione e l’analisi personale di ogni evento.
Si è voluto pertanto
asservire un’idea, non coattivamente, ma con la dazione spontanea di se stessi
alla sottomissione del pensiero che veniva trasmesso a tutti tramite le
richiesta di un Dio, sempre creato ad arte affinché il verbo di questa deità
venisse accettato spontaneamente dal soggetto e dall’intera comunità a cui era
diretto.
L’uomo nei millenni,
secoli, giorni e ore non ha mai voluto applicare quei pensieri che promanavano
dal suo cervello, ma ha sempre preferito seguire l’idea del gruppo dominante.
Sempre, l’uomo non ha mai
voluto pensare individualmente, ma preferiva che ci fossero altri che
pensassero per lui, in quanto da sempre è prevalso il concetto che vi fosse uno
che comandasse e gli altri immancabilmente obbedissero.
Nel caso che la
personalità di un soggetto singolo avesse voluto prevalere sulla collettività,
costui aveva solo due possibilità, o diventare il capo, ovvero venire ucciso se
colui che comandava aveva un potere superiore al suo.
Detto questo, ci accingiamo
a leggere la Bibbia, analizzarla, sviscerarla con le conoscenze attuali in
nostro possesso, a vedere tutti i tipi di artifici messi in atto affinché
trasparisse una realtà con cui il narratore voleva ed ha indirizzato miliardi
di persone analizzando gli eventi, proponendoli con la sua esclusiva ottica e
incanalando tutti verso una visione di cose unica, specifica, avendo la pretesa
che quella era l’unica verità di analisi dell’intero compendio proposto.
Preliminarmente nella
creazione dell’Universo, si è voluto far credere che un unico essere abbia
“creato” dal nulla l’intero Universo, poi si è voluto fare credere che costui
nel creare l’uomo, lo fece ad “immagine e somiglianza”, ed ancora poiché costui
era un Dio “unico” ed esclusivo.
Poi cosa fa quest’essere
verso una miriade di persone a cui voler bene, curare ed amare? Decide, sua
sponte, di privilegiare una famiglia, anzi un popolo, “benedicendolo” affinché
avesse il predominio su tutta la specie, sempre da lui creata, fatta evolvere.
Questa famiglia, diventata
poi gruppo e successivamente nazione, si è evoluta in un modo diverso dalle
altre tribù, affermando di essere i depositari della verità assoluta che riconducibile
alla loro divinità.
Gli esegeti, i teologi
che ricercavano queste deità hanno voluto proporre al Mondo che l’unica verità
assoluta viene contenuta e proposta all’umanità dal loro Dio che diventa
“unico” ed inviolabile.
In nome di questo Dio, si
dà la vita o la si toglie in base alla convenienza momentanea.
L’aspetto più incredibile
è che un nuovo potere nascente intorno a circa 2.000 anni fa, si impossessa di
tale divinità, la modifica in base alle credenze di uomini ed alla propria
convenienza. In particolare uno, chiamato Paolo di Tarso, lo plasma
modellandolo ad uso e consumo suo personale e tramite questo libro,
improvvisamente da un Dio guerriero, lo fa diventare buono, misericordioso,
bonario, protettore, ma ciò che è impressionante è che nella Bibbia degli Ebrei
non esiste una vita oltre la morte,, mentre nella nascente filosofia cristiana,
prende piede “la vita dopo la morte” quale premio per tutte cose che secondo
loro vengono denominate buone distinguendole dalle malefatte commesse nella
vita realmente vissuta.
CAPITOLO PRIMO
Iniziamo dalla fine, cioè
ritornando alle pagine finali della Genesi, in cui abbiamo lasciato la
creazione, con la morte di Giuseppe, il Viceré d’Egitto.
Necessariamente dobbiamo
analizzare il tessuto economico geo-politico, nel momento in cui questo
straordinario personaggio aveva vissuto.
Si può collocare, a livello
temporale, nel periodo in cui aveva governato un Faraone Hyksos, quindi verso
il 1.600/1.500 a. C., in quanto abbiamo pensato che una serie di elementi facevano
propendere affinché Giuseppe e Giacobbe siano vissuti ed abbiano interloquito
con lui.
Il primo elemento che ci
ha fatto pensare che fosse lui, fu quello riferito al popolo da cui lui
proveniva, gli Abiru-Amorriti, dato che essi sono continuamente citati nei
passi del Genesi, come Emorrei, viene citato un Elohim Anunna-Neteru-Dio, nella
persona di El Chadday e Ay-Il Amurru.
Questo popolo, chiamato
con vari nomi in base alla lingua, inviso ed odiato dagli Egiziani, da cui
prendevano le distanze, era invalso dagli Egiziani, e da cui lo stesso Giuseppe
ne prende le distanze con i suoi stessi fratelli, quando nel pranzo preparato
per loro in cui scompare la “coppa divinatoria”, i tavoli vennero separati e
preparati per Egiziani e Cananei-Amorriti.
Altri elementi che sono
stati analizzati e presi nella dovuta considerazione, sono l’introduzione in terra
Egiziana, del cavallo che traina il cocchio regale del Faraone, che viene
seguito dal Viceré Giuseppe quale sinonimo di regalità e potere.
Gli ulteriori indizi che
ricongiungono a quel periodo, furono l’invasione pacifica e non cruenta di
questa tribù nomade dedita alla pastorizia che si insedia nel delta del Nilo,
con le sue greggi e mandrie di animali.
Tale elemento non può non
essere osservato in quanto assume un grosso rilievo nel dialogo avvenuto tra il
Faraone, Giuseppe e Giacobbe, nel quale lo stesso regnante, sapendo che il
patriarca, padre di Giuseppe, viene proposto al regnante, come un esperto di
animali che diede prova della sua perizia di allevatore, facendo crescere a
dismisura il patrimonio zootecnico di Labano, suo zio.
Ma l’indizio che secondo
me, ha un’importanza primaria, è la cessione del sigillo reale donato dal
Faraone a Giuseppe, levandolo dal dito della sua mano e ponendolo sul dito
della mano di Giuseppe.
Questo anello se non
fosse stato lasciato e donato da un Faraone Hyksos, non sarebbe stato chiamato
“sigillo”, ma “cartiglio”, che aveva lo stesso significato e potere, cioè
quello di demandare il possessore che lo deteneva a richiedere le cose che si
dovevano fare “a nome e per conto del Faraone” e poi un Faraone di dinastia
egiziana, cioè un autoctono, non avrebbe mai ceduto a terzi il suo cartiglio.
Ulteriore prova sulla
nostra teoria, è la durata del regno di questo Faraone che compie quasi
l’intera vita di Giuseppe, dal suo insediamento, avvenuto quando egli aveva
trent’anni, e la sua vita terminata a 110 anni.
In tale periodo non vi è
e non si parla in Genesi di alcun funerale, se non quello di Giacobbe, avvenuto
dopo che lo stesso aveva dimorato in Egitto, con quel Faraone, per 17 anni.
Gli ulteriori elementi
che si possiedono, sono quelli riferiti al luogo dove si stanziarono i fratelli
di Giuseppe. Detto luogo citato continuamente come quello più gradito per gli
uomini e gli animali, è Goscem, una valle immersa nel verde che cresce
spontaneo a causa della continua irrorazione delle acque del fiume Nilo.
In questa valle
rigogliosa venne fondata la città di Avaris, un insediamento e un agglomerato
di un’enorme metropoli, creata appositamente dal ricco popolo Hyksos ai danni
degli Egiziani.
Questo libro può ora
iniziare, partendo dal presupposto che nel capitolo, chiamato nella Bibbia
dagli esegeti biblici “Esodo”, che vuol dire “Uscita”, cioè la partenza
dall’Egitto di questo popolo insediato in questo territorio, viene definito e
chiamato così, in quanto secondo la tesi prospettata dai narratori biblici, il
popolo Ebraico è stato trattenuto in questi luoghi con la forza ed in una
schiavitù che si è protratta per un periodo di 430 anni, decorrenti dall’arrivo
e/o morte di Giacobbe in terra di Goscem.
Occorre dare a questo
lungo lasso temporale, di cui non si sa nulla del popolo denominato ebraico
dagli stessi biblisti, dare cioè una data certa e non possiamo fare altro che
sommare 430 anni alla data di vita-morte del Faraone Sheshi.
Ma anche seguendo questo
metodo ci troviamo davanti una grande difficoltà nel metodo di applicazione
delle varie dinastie a causa di una diversa impostazione cronologica che crea
un divario di circa 100 anni nella sua applicazione, ma pensando che il
capostipite di questa famiglia, Abramo sia vissuto nella fine del 17° secolo a.
C., quasi a cavallo del 18°, ci troviamo senza ombra di dubbio nel secolo 16°-17°,
nel periodo di dominazione dei Faraoni Hyksos.
Occorrerà denotare
nell’excursus narrativo biblico, se lo stesso fornirà gli elementi per
ricondurre l’evento della “schiavitù”, da quando inizierà a farla decorrere per
poter riconoscere il periodo in cui avvenne l’uscita del popolo di Israele
dall’Egitto.
SCEMOTH
Esodo 1 e segg. ti
Questi sono i figli
d’Israele venuti in Egitto, insieme a Giacobbe, ciascuno venne con la propria
famiglia: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Jssachar, Zevulan, Beniamino, Dan,
Naftali, Gad, Ascer.
Tutte le persone
discendenti da Giacobbe erano settanta.
Quanto a Giuseppe, egli
era già in Egitto.
Morto Giuseppe, tutti i
suoi fratelli e tutta quella generazione, i figli di Israele furono fecondi,
brulicarono e aumentarono moltissimo, divennero potenti e il paese fu pieno di
loro.
Allora si elevò
sull’Egitto, un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe. “Egli disse al suo
popolo: vedete che il popolo di Israele è più numeroso e potente di noi. Orsù
regoliamoci con scaltrezza nei suoi riguardi, perché moltiplicandosi potrebbe
avvenire che in caso di guerra si unisse ai nostri nemici, combattesse contro
di noi e poi se ne andasse dal paese”.
Allora si istituirono
sopra il popolo dei preposti ai lavori, che l’opprimevano con le loro angherie
ed il popolo fabbricò per il Faraone città ad uso magazzini Pithom e Ra’Amses.
Ora quanto più
l’opprimevano tanto più aumentava la popolazione e si estendeva, cosicché gli
Egiziani presero in avversione i figli di Israele.
Gli Egiziani
assoggettarono i figli di Israele a lavori che li fiaccavano. Amareggiarono la
loro vita con durissimi lavori di malta e di mattoni e con ogni sorta di lavori
di campagna, e ogni altra specie di lavori che li fiaccavano.
Il re d’Egitto si rivolse
alle levatrici ebree, che si chiamavano l’una Scifrà e l’altra Pu’à e disse
loro: “Quando assisterete le donne ebree nel parto, osservate nel luogo dove si
trova il neonato e se è maschio lo ucciderete, se è femmina lasciatela in
vita”.
Ma le levatrici temettero
JHWH, non fecero quello che aveva ordinato loro il re d’Egitto e lasciarono in
vita tutti i neonati. Allora il re d’Egitto chiamò le levatrici e disse loro:
“Perché avete lasciato vivere i maschi?”, le levatrici risposero al Faraone “Perché
le donne ebree non sono come le egiziane, esse sono vigorose e prima che la
levatrice giunga da loro hanno già partorito”.
L’Elohim ricompensò in
bene le levatrici cosicché il popolo moltiplicò e divenne assai forte.
E poiché quelle levatrici
temettero l’Elohim, egli le ricompensò con il concedere loro larga figliolanza.
Allora il Faraone dette
quest’ordine a tutto il suo popolo: “Ogni maschio neonato ebreo sia gettato nel
Nilo e ogni femmina sia lasciata in vita”.
Affinché il narratore
biblico sia portato a pensare che il popolo d’Israele era odiato, vessato e
castigato, nella narrazione si eccede criminalizzando gli Egiziani, affermando
che ai figli di Giacobbe vennero perpetrati una serie infinita di vessazioni e
amarezze, inducendoli ad odiare i propri aguzzini.
In questo primo passo
introduttivo dell’Esodo, i personaggi ed interpreti sono elencati nelle figure
del Faraone, le levatrici, il popolo Egiziano che induce la tribù di Israele in
una sorta di schiavitù.
Nell’analisi di ogni
personaggio elencato si può già delineare con una certa precisione l’intento
dello scrittore biblico, di dare un determinato indirizzo storico e cosa dirà
nel prosieguo della storia.
Nel libro precedente
all’Esodo i narratori biblici cercano disperatamente di occultare, con dovizia
di particolari sia il periodo storico in cui si sta svolgendo la vita di
Giuseppe, figlio di Giacobbe, sia ciò che appare più importante di tutti gli
eventi e cioè il nome del Faraone.
Ci si domanderà … ma
perché questi sforzi immani di contorsionismo letterario per non dire il nome
del Faraone e non dare riferimenti storici che possano ricondurre al periodo
esatto in cui si svolge tutta la storia?
Il fine degli esegeti
storici è quello di dare al lettore una rappresentazione narrativa degli eventi
che sia pregna di mistero e contemporaneamente abbia un riscontro di verità che
non potrà mai essere avvalorata da certezze, rimanendo così sul vago e
dubbioso.
Analizziamo con dovizia e
scrupolo gli eventi ed elementi messi in risalto nel primo verso biblico.
Viene subito detto al
lettore che i figli di Israele sono dodici, elencando tutti i nomi e si
conferma che all’entrata di questa famiglia in Egitto, la sua composizione è in
numero di settanta.
Malgrado si occulti
sapientemente il nome del Faraone, nella Bibbia vi sono degli elementi
indiziari che approssimativamente riconducono alla persona che regnò nel
periodo concomitante alla vita di Giacobbe e di suo figlio Giuseppe.
Si può risalire al
periodo in cui regnò questo Faraone collocandolo fra il diciassettesimo-diciottesimo
secolo, vedremo ora di analizzare questa serie di indizi.
Il primo in assoluto è la
durata del regno di questo Faraone, secondo la descrizione biblica, questo
monarca visse e regnò di più di sessant’anni.
Ulteriori elementi da
porre sotto osservazione sono il cocchio e/o carro da guerra ed i cavalli. Essi
sono stati introdotti dagli Hyksos, in quanto gli Egiziani non conoscevano né
uno, né l’altro.
Per ultimo vi è da
prendere nella dovuta considerazione il famoso e decantato sigillo consegnato
dal Faraone a Giuseppe.
Con questo manufatto il
monarca, traslava il potere ad un altro soggetto, rendendolo a lui similare,
con l’approvazione tramite il suo sigillo degli atti che il delatore poneva in
essere.
Con l’apposizione del suo
sigillo, il Faraone era certo che il mandante aveva portato a termine un
determinato atto con il suo beneplacito ed aveva la stessa valenza come se
l’avesse apposto il monarca personalmente.
Un indizio che assurge ad
una conferma che Giuseppe divenne Gran Visir del Faraone ed a lui sottoposto, è
contenuto nel passo Genesi 47,6, ove il re chiede a Giuseppe se fra i suoi
parenti, quindi del padre Giacobbe-Israele e dei suoi undici fratelli, vi fosse
qualcuno titolato al controllo degli animali.
Ed a seguito della
conferma da parte di Giuseppe, di avere in famiglia delle persone competenti
per l’allevamento del bestiame, il Faraone decide di conoscere sia il padre
Giacobbe che i suoi fratelli, visto che il bestiame di proprietà del re sarebbe
stato a loro affidato.
Fu proprio da questo dialogo
che fui propenso a pensare di avere avuto la conferma che il Faraone non era un
monarca autoctono, ma un re di estradizione Abiru-Hyksos, in quanto se egli
fosse stato di dinastia Egiziana, non avrebbe detto “di allevare e controllare
il suo bestiame”, in quanto tutto ciò che si trovava in Egitto era di sua
esclusiva proprietà.
Mentre, essendo di
derivazione “pastorale” cioè Habiu-Hyksos-Amorrita, usava la dizione propria
per lui “il mio bestiame”.
Ma continuiamo
nell’analisi critica dal primo passo dell’Esodo.
Questo nuovo Faraone “che
non aveva conosciuto Giuseppe “ha il solo significato che essendo stato posto
nel trono a succedere al precedente re, non aveva ratificato la nomina di
Giuseppe a “Visir”, ma al posto suo era stata data la funzione ad un altro
soggetto e pertanto la famiglia di Israele non godeva più della protezione del
loro parente Giuseppe.
Orbene in questo verso si
narra che il nuovo monarca, emanò un editto, cioè diede ordine alle levatrici
Ebree che al momento dell’assistenza al parto delle donne “ebree”, nel caso che
la nascita fosse di un bambino maschio, costui avrebbe dovuto essere ucciso,
mentre se fosse stata femmina aveva la facoltà di vivere.
Perché metto in rilievo
questo passo biblico? La risposta è di sbigottimento e stupore, in quanto si
comprende che il narratore biblico vuole depistare il lettore con un suo
fantasioso scritto.
Cercherò di evidenziare
le discrepanze e la non corrispondenza degli eventi narrati ad una realtà
storica ed ad una visuale che si vorrebbe proporre.
Si vuole far credere al
lettore che il monarca egiziano avrebbe chiamato davanti al suo trono due
levatrici chiamandole per nome che al momento del parto di soggetti di razza
“ebraica”, queste avrebbero dovuto uccidere tutti i bambini maschi, lasciando
in vita solo le femmine.
Quindi la domanda che ci
si pone è … ma nel caso di Mosè perché suo fratello Aronne rimase in vita? E
quale fu l’arcano motivo che i genitori di Mosè vollero disfarsi del bambino
indirizzandolo proprio nelle mani della sorella del Faraone che odiava gli
Ebrei?
La risposta inquietante,
ma scontata è quella di pensare che in questo passo si stavano creando le basi
di un racconto favoloso, ma con alcuna attinenza alla realtà storica.
Un ulteriore novità balza
immediatamente alla ribalta con l’introduzione di una divinità nel passo di cui
si disquisisce.
Infatti si parla
improvvisamente di un Elohim, ma cos’era? chi era? Si comprende che non era una
divinità Egiziana, ma non lo era ancora neppure per la famiglia di Israele,
infatti egli sarebbe apparso ottant’anni dopo la nascita di Mosè mentre lo
stesso si trovava nelle montagne della Penisola Sinaitica.
In questo passo si
anticipa di ottant’anni la comparsa della loro divinità.
Dalle prime righe di
questa narrazione biblica si comprende immediatamente il tenore oscuro e
sibillino che gli esegeti vogliono o non vogliono tramandare ai lettori.
Preliminarmente fanno un
resoconto di coloro che entrarono in Egitto e dicendo che loro sono morti e con
loro tutte le generazioni ad essi accomunate, volendo evidenziare che è
trascorso un certo lasso di tempo, ma comunque imprecisato e che, nel contempo
questo gruppo, anzi la famiglia di Giacobbe è aumentata a dismisura anzi “brulicavano”.
Da questa prima frase i
cronisti biblici vogliono confermare che una delle tante promesse fatte dalla
deità che li aveva adottati, era stata mantenuta.
Ma subito si cade nel
vago, ma indirizzati con sapienza con la tecnica “non dico, ma dico”, affermando
in Esodo 1,9 “Allora si elevò sull’Egitto un nuovo Faraone”, ma che significa?
Che senso ha dire che in
Egitto vi era un nuovo Faraone, se non si vuole dire il nome e che lo stesso
non sia riconoscibile.
In tale modo si possono
ricondurre tutti i monarchi che hanno regnato dopo Giuseppe dato che non lo
avevano conosciuto in un lasso di tempo indefinito ed a piacere del lettore.
Ma non è come subito può
apparire, i presupposti che dettano questo modo di pensare è unico ed
inequivocabile.
Dato che si sta per
parlare di un’uscita dal suolo Egiziano e non una uscita normale, no, no, è
l’uscita da una schiavitù imposta dal Faraone “nessuno” a danno di un popolo
denominato “ebreo”.
Cioè sono gli esegeti che
dicono di chiamarsi ebrei, ma perché questo errore grossolano.
In realtà non è un errore,
è voluto che si riscriva e si dica che si sta parlando di un popolo che dice di
chiamarsi ebreo ed in schiavitù in quanto secondo una presunta profezia detta e
pronunciata da Abramo che il suo Elohim gli avrebbe promesso di dargli la
famosa terra che si estendeva tra i due fiumi cioè il Tigri e l’Eufrate, sino
al Nilo.
Sino dalle prime righe del
libro Sacro d’Israele, si denotano i contorsionismi letterali che vengono
applicati per descrivere dei temi non veritieri.
La Bibbia viene scritta
intorno al 6°-5° secolo a. C., ricevendo il racconto del Genesi e dell’Esodo in
forma orale, poi rimaneggiata da chissà quante mani prima di prendere la forma
attuale.
Appare evidente pertanto
che colui o coloro che trascrissero la Bibbia, affermassero che questo popolo
era “ebreo”, in quanto nel momento storico, quel popolo era già esistente e
loro stessi dicevano di essere di discendenti di “Ever”, chiamato anche
“Bnei-Ever”, tradotto poi con il sinonimo “ebreo”, al quale si volle ricondurre
tutti i discendenti di Abramo a questo ceppo così come a tante altre famiglie
diedero origine a popoli e nazioni che verranno chiamate col nome del loro
capostipite.
Continuando nel racconto
si evince chiaramente che il narratore vuole creare una figura essenzialmente
malvagia che odia questo popolo che si è moltiplicato in un modo esponenziale
in Egitto e che il Faraone ne ha paura per un’eventuale sommossa o che in caso
di guerra, essa si schieri con il nemico.
Per il predetto motivo è
necessario parlare di questo popolo, da dove arrivava, cosa faceva e chi
fossero stati i loro progenitori e gli attuali capi.
Abbiamo notato che il
narratore biblico, esordisce parlando del patriarca Giuseppe e dei suoi 11
fratelli, costoro erano la quarta generazione, facendo capo ad Abramo, furono
definiti dagli altri popoli dei “pastori” e chiamati Amorriti.
Il termine pastore
definisce il loro status di soggetti dediti alla pastorizia e per tale motivo
migravano continuamente in luoghi in cui vi fosse primariamente l’acqua e
vegetazione per abbeverare e dare da mangiare ai loro animali.
Questo popolo venne
chiamato dagli Egiziani, gli “Abiru”, anzi non era un vero e proprio popolo, ma
delle tribù nomadi che si aggregavano fra loro.
Gli Egiziani parlano di
loro intorno al XIV-XV secolo a. C. indicando quelle genti che erano rimaste
nel loro territorio dopo il dominio durato circa 250 anni degli Hyksos e di cui
parla anche Giuseppe, facendo di loro una pessima descrizione, indicandoli come
dei contadini-pastori, che si indebitarono nei confronti del Faraone.
Questo indebitamento creò
un grande disequilibrio nelle classi sociali in quanto questi contadini,
pastori liberi, visto che erano entrati liberamente in Egitto con le loro
masserizie, greggi e mandrie di animali in cambio di grano cedettero tutti i
loro averi e la loro libertà pur di mangiare.
Le tensioni sociali
determinate da un totale impoverimento delle classi più basse dei contadini e
pastori, che tentarono disperatamente di sfuggire all’asservimento che si era venuto
a creare con la cessione dei beni agli altolocati intorno al Faraone ed a egli
stesso, in quanto tutto era stato ceduto a lui ed ai suoi nobili cortigiani,
fecero ciò che fra poco viene descritto nella Bibbia.
Cercarono di fuggire
verso altri territori, ma in questi terreni vi erano già altri popoli stanziati
che non vedevano di buon grado questa moltitudine di persone che permanevano
nei loro stati e pertanto venivano respinti o assoggettati, ovvero veniva
concessa l’ospitalità.
Ma ciò non era molto
semplice da attuare, in quanto questi Abiru, non essendo stanziali, cercavano
sempre fonti idriche per abbeverare i loro animali e pascoli che come si può
ben comprendere erano di proprietà dei popoli stanziali che non cedevano
facilmente i loro territori e le loro fonti di sopravvivenza.
Questi popoli avevano due
sole alternative, quella di combattere, uccidendo coloro che occupavano queste
terre oppure si fondevano con loro incorporandoli nelle tribù.
La narrativa del libro
che narra le gesta della famiglia di Giacobbe-Israele, inizia la sua narrativa
creando una figura malvagia-ostile contro questa famiglia, tale persona prende
l’immagine del loro capo supremo, cioè il re, il monarca d’ Egitto, il Faraone,
ma non indica il suo nome, viene chiesto al lettore di interpretare le
scritture mettendogli il nome che secondo chi legge sarà la persona da odiare e
disprezzare.
Malgrado non dica chi
esso sia, dà degli indizi affinché si possa ricondurre allo stesso, Esodo 1, 11
“Allora si istituirono sopra il popolo dei preposti ai lavori, che
l’opprimevano con le loro angherie ed il popolo fabbricò per il Faraone, città
ad uso magazzini Pithon e Ra’Amses.
Credo personalmente che
anche questo indizio non sia veritiero, sempre a causa dell’elaborazione dello
scritto biblico in un periodo successivo di circa 700 anni, esso sia stato
aggiunto in epoca in cui questi eventi erano già avvenuti sempre che essi corrispondano
a realtà e possano considerarsi veritieri.
Trovo comunque opportuno
che il lettore prenda sempre nelle dovute considerazioni ciò che il cronista
dell’epoca voleva dire ai suoi lettori, analizzando sotto la lente
d’ingrandimento gli eventi narrati ed emettendo la propria opinione ad ogni
analisi, ma non prendendo mai la narrativa come verità nascosta quantomeno
accettare passivamente senza analisi gli avvenimenti.
Vorrei sottoporre al
lettore una ulteriore congettura, in chiave critica negativa che permette di
evidenziare la fervida fantasia dello scrittore biblico, che tante volte ciò
che viene scritto successivamente non tiene conto quello che antecedentemente
ha vergato altro narratore, ecco perché tante volte si comprende che è stato
rimaneggiato lo scritto da vari autori, perché richiamano degli eventi che non
sono coincidenti e tante volte contraddittori, è il caso di un passo che è
stato narrato nel Genesi ed esattamente in 47,11 ove si narra che “Giuseppe
assegnò la sede a suo padre (Giacobbe) e ai suoi fratelli, conferì loro un
possesso in terra d’Egitto nella parte più bella, nella terra di Ra’Amses”.
Questa affermazione è
semplicemente anacronistica in quanto menziona un Faraone che sarebbe vissuto
400 anni dopo l’evento citato, in quanto quella terra era la terra di Goschen,
visto che il primo Ra’Amses sarebbe apparso secoli dopo.
Seguendo ciò che dice la
Bibbia si arriva alla determinazione di colui che costruì la città-magazzino di
Pithon, era un Faraone della XVIII dinastia, incoronato col nome di Horembeb.
Questo monarca vissuto a
cavallo del 13°-14° secolo a. C. successe al famosissimo Tutankhamon, passato
alla storia per il ritrovamento dell’intero corredo funerario intatto, ma che
nulla di particolare fece durante l’arco della sua breve vita, egli passò alla
storia per la sua morte in giovane età e per la preziosità della sua tomba.
A differenza del suo
predecessore, Horembeb, dopo la sua ascesa al trono, fu il fautore di una
profonda ed incisiva riforma visto il lassismo dei suoi diretti predecessori.
come Amenofi IV, chiamato anche Akenaton di cui parleremo ampiamente
successivamente e che Horembeb fu il fautore della distruzione del suo mito.
Il Faraone Horembeb è
stato considerato dai suoi successori come colui che riportò in Egitto la
stabilità dopo il periodo controverso del Faraone Akenaton.
Iniziò una prassi
consolidata, di demolizione in modo sistematico di tutte quelle opere edilizie
portate a termine dal suo “dannato” predecessore, scalpellando e distruggendo
tutti i suoi cartigli e sostituendoli con il proprio nome.
Ma egli fu anche il
costruttore di quella città a cui si fa riferimento nella narrativa biblica,
riferendosi a Pithon e probabilmente potrebbe essere realmente lui, il Faraone
che mise in atto le angherie perpetrate nella Bibbia, sempre che queste
narrazioni trovassero un reale riscontro, ciò che nei testi egizi non si fa mai
alcuna menzione, diventa pertanto molto difficile effettuare delle vere, serie
e riscontrabili conferme, pratiche e archeologiche.
Affinché si possa parlare
della Bibbia come un libro unico nel suo genere, occorre necessariamente dover
parlare del Faraone Akenaton, di cui abbiamo fatto, qualche riga fa, un breve
cenno.
Questo Faraone ha una
valenza inusitata nella nascita della deità ebraica.
Essa infatti, affonda le
sue radici nella religione in cui questo Faraone credette e fondò, appare
necessario effettuare un’analisi molto approfondita della tesi religiosa che
lui cercò di far nascere in terra d’Egitto.
La nascita della terra
d’Egitto fu determinata dalla presa in possesso degli Elohim-Neteru-Anunnaki, i
quali erano gli stessi in tutto il mondo, ma che venivano chiamati diversamente
in base alla lingua locale parlata.
Nella terra dei Faraoni,
così chiamati i monarchi insediati dai Neteru Egiziani, questi venivano
insediati e deposti in base al piacimento degli Dei locali che avevano avuto in
assegnazione dal loro capo supremo, chiamato Anu dai Sumeri Babilonesi, Elyon
dagli Ebrei e Amon dagli Egiziani.
La terra d’Egitto fu
assegnata a Marduk, che assunse il nome di Amon-Ra e la deità immediatamente
successiva era suo padre Enki, che assunse il nome di Ptah.
Noi abbiamo sempre
creduto, come in realtà tutti gli studiosi, gli archeologi hanno voluto
indottrinare, che costoro erano dei miti, creati dalla volontà popolare che
loro adoravano.
Ma spogliandoci
dall’addomesticamento in cui ci hanno voluto incanalare come un gregge di
pecore, studiando e analizzando tutti gli avvenimenti storici e tutti i
documenti che ci sono pervenuti durante tutto il periodo che noi affermiamo
essere storici, ci portano ad analizzare un’altra realtà.
La stessa Bibbia è un
veicolo di preziose nozioni da cui non possiamo esimerci nel prenderle nella
dovuta considerazione.
Infatti è la stessa
Bibbia che ci indirizza verso preziosi indizi a cui non si può più sottacere.
Nel capitolo del Genesi
47,22, si dice che Giuseppe: “Solo non acquistò la terra dei sacerdoti perché
essi ricevevano da Faraone un assegno determinato col quale vivevano, perciò
non vendettero le loro terre”. Ed ancora, Genesi 49,25 “Dell’Iddio di tuo padre
che ti aiuterà, di El Chadday che ti benedirà, con benedizioni provenienti
dall’alto”.
A prima vista le frasi
antecedentemente scritte paiono non avere alcun significato logico che si
possono abbinare a ciò che stiamo discorrendo, ci hanno insegnato, tramite le
nozioni che i vari poteri millenari che si sono insediati e seguiti nell’arco
di circa 40 secoli che queste deità erano frutto e creazione di soggetti che
salivano man mano al potere e che esse erano il risultato di credenze ammantate
di falsi miti, statue ed entità spirituali create al solo scopo di finzione
protettiva. Hanno ammantato di un valore spirituale ciò che necessariamente
doveva andare al di là della realtà, plasmandole come favole e racconti.
Chiediamoci come circa
3.500 anni fa, Giuseppe figlio d’Israele, non si impossessò delle proprietà dei
sacerdoti.
Perché non poteva farlo
in quanto i sacerdoti non erano dei personaggi come noi pensiamo, accomunandoli
agli attuali che si intende dovrebbero essere gli intermediari tra il Dio in
cui si crede e gli uomini che credono nel Dio.
Allora, essi erano coloro
che attendevano materialmente ai bisogni di questi Elohim-Neteru-Anunnaki, in
quanto gli essi erano soggetti in carne ed ossa ed avevano medesimi bisogni
degli umani, cioè mangiare, bere, fare i loro bisogni, fare sesso, vivere,
respirare e morire.
Queste cose le aveva
capite già Abramo, che invitò gli Elohim a mangiare e gli lavò i piedi, sapeva
anche il loro potere di dare la vita, ecco perché la moglie Sara ebbe Isacco
dopo la loro venuta, lo seppe anche Giacobbe che passò attraverso lo
stanziamento dei loro accampamenti situati alle sponde del fiume chiamato in
ebraico Macnaim, ma lo comprese molto bene Giacobbe quando combatte
personalmente con l’Elohim e da questo che sarà chiamato Jsh-Ra-El, mentre l’El
verrà chiamato JHWH.
Anche gli Egiziani
sapevano bene che i loro Neteru erano dei soggetti in carne ed ossa e dove si
presentavano pretendevano che gli umani li accudissero, prima costruendogli dei
luoghi in cui loro potessero dimorare, pensate alle Ziggurat Babilonesi, dove
loro potessero “scendere “in una saletta a loro adibita dove potevano
congiungersi carnalmente con le donne preposte all’amplesso, mentre in Egitto
vennero costruiti templi adibiti esclusivamente a loro, per esperire tutti i
loro bisogni, di cui necessitavano, ecco perché Giuseppe non confiscò i loro
beni, sapeva benissimo di non dover correre dei rischi con questi esseri che
potevano levargli la vita con estrema facilità, ecco perché il loro incontro
non era consigliato.
Vediamo ora il perché
sino dalla I ° dinastia, I Faraoni assumevano nomi indicanti il loro dio
protettore, a noi è stato tramandato il significato dei loro nomi, come se
fossero soggetti a cui veniva assegnato un nome affinché si dedicassero alle
deità che regnava con esso.
Nella realtà avveniva
tutta un’altra cosa, i Neteru, cioè le deità vivevano in mezzo agli uomini,
come verità tangibili e dagli uomini venivano accuditi materialmente
procurandogli il cibo, dimore in cui stare e femmine per gli accoppiamenti.
In un certo momento
storico, nasce dal grembo della regina Tiy e dal Faraone Amenofi III, il futuro
Faraone Akenaton, il quale si dice sia figlio di un Elohim che si accoppiò con
sua madre, ecco perché la sua testa allungata o dolicocefalo, questo monarca
passerà alla storia sovvertendo la religione egiziana, mutando l’adorazione di
questi Neteru-Elohim, da persone reali ad un’entità astratta, ma spirituale.
La nostra cultura sinora
esplicata ed appresa in questi ultimi 4 millenni, ha voluto inculcare nelle
menti collettive di gregge che tutte queste civiltà si erano evolute con un
organigramma che prevedeva un capo assoluto che comandava a dei soggetti a lui
subordinati che dovevano obbedire ai suoi ordini e a loro volta questi ordini
trasmessi alla base piramidale che si era instaurata.
Vi era un’altra struttura
sociale annessa e parallela al monarca che era la classe sacerdotale, la quale
imponeva l’adorazione di una deità-divinità proposta quale idolo-mito, ma era
una divinità inesistente avente un carattere mistico e spirituale.
Nella realtà questa
visione non poteva essere proposta per una serie di motivi che occorre precisare
preliminarmente, bisogna spiegare che non vi erano divinità astratte a cui il
popolo pregasse e/o chiedesse l’intercessione per una vita migliore di quella
in cui vivevano, oppure avere dei figli, essere in salute e così via.
Il popolo non era minimamente
coinvolto in una presunta religione, questa era di esclusiva spettanza del
Faraone e dei suoi pochi sottoposti diretti, che avevano un contatto
privilegiato con la divinità e chiedevano direttamente a lui-lei le cose di cui
abbisognavano.
Nel racconto biblico si è
voluto camuffare una di queste deità corrispondente al dio Ptah, quando si
parlava di Potifar, Genesi 38,1, l’Egiziano che comprò Giuseppe, si chiamava
Ptah-Wer ed era un sacerdote di questo Neteru, il quale aveva carne ed ossa
quindi similare agli uomini, tale affermazione viene confermata dalla Bibbia,
nel depistaggio continuo, volendo eliminare tutte le altre divinità, e quale
espediente fu applicato? quello di fare diventare gli altri Elohim-Neteru-Anunnaki
degli idoli (Genesi 31,19) “Labano intanto era andato a tosare il gregge e
Rachele rubò gli idoli”.
La nostra cultura è
sempre stata manipolata dalle religioni, esse hanno insegnato alla gente
vissuta negli ultimi 2.000 anni che esisteva un solo Dio e gli altri erano
idoli ovvero miti creati al solo scopo di fare soggiacere i popoli a visioni
esclusive proposte dalle varie religioni che si sono intercalate nei tempi.
Tutte queste divinità che
scesero dal cielo, come dice lo stesso Giacobbe, “Provenienti dal cielo
dall’alto”, in realtà vivevano in mezzo al popolo e chiedevano a costoro sempre
le stesse cose, che venissero sacrificati degli animali, i quali venivano
prevalentemente arrostiti, in quanto impazzivano dal piacere che a loro dava
l’abbrustolimento di queste carni e l’odore che certe parti del corpo
sprigionavano ed a loro arrecavano piacere e beneficio calmante e alle volte
stimolante oppure lenitivo.
Questi Elohim, dalla
distruzione di Sodoma, Gomorra, Harappa, Moenjodaro, dove vi fu il loro apporto
personale infatti dai loro mezzi alati sganciarono degli ordigni che
distrussero queste città, decisero di non partecipare più alle guerre,
scontrandosi personalmente con i loro avversari, decisero quindi di mettere al
comando dei popoli dei loro preposti che facessero le loro veci.
Quindi i monarchi che
loro decisero che avrebbero governato, erano in realtà dei loro burattini, i
quali prendevano i relativi ordini di come avrebbero dovuto condurre il potere
concesso.
Affinché si sapesse chi
era il loro protettore, essi assunsero i loro nomi, e da ciò si comprende chi era
l’Elohim che realmente governava in quel luogo.
I primi Faraoni sino alla
X dinastia, avevano assunto i nomi propri, ma con dedica alle divinità, e quasi
sempre al Ka di Ra, cioè allo splendore-meraviglia (il Ka) e Ra, la divinità.
Dopo le predette guerre,
gli Elohim si instaurarono in modo quasi stabile in Egitto e pretendendo dai
loro sudditi le attenzioni che abbiamo menzionato precedentemente, con
l’edificazione di templi in loro onore e di intere città, così vengono in auge
una serie di Neteru, continuamente menzionati, tramite statue e Faraoni che
assumevano il nome reale del loro protettore, così come Marduk che prende il
nome di Amon-Ra, Horus come simbolo del falco reale, il dio Ptah, Iside,
Osiride, Anubi, Thot e così via dicendo.
I Faraoni avevano un nome,
per così dire di battesimo, cioè come essi venivano chiamati dai loro intimi
confidenzialmente, ma al momento dell’insediamento assumevano un nome regale.
Una delle principali
scelte di politica interna della XVIII dinastia, che parte dal 1.550 a. C. per
arrivare ad Horembeb 1.291, fu di incrementare la potenza economica del clero,
del Neteru Amon effettuando continui lasciti da parte di tutti i Faraoni di
quella dinastia.
Ma come veniva effettuato?
Con continue sortite dal territorio Egiziano verso Oriente cioè verso Asia,
Siria e l’Assiria, ormai in fase di decadenza.
Il bottino così
conquistato veniva assegnato ai sacerdoti di Amon e reinvestito in opere
edilizie che questa dinastia aveva contribuito a fare diventare un Egitto forte
e potente.
Ma questo tipo di
politica economica incontrò sulla sua strada un Faraone che stravolse la
religione Egiziana sino ad allora esperita.
Salì al trono con il nome
di Neferkheperura-Uaenra-Amenofi-Netjerhekauaset, ma nel 5° anno del suo regno
assunse il nome di Akenaton.
Ci hanno sempre fatto
credere che si era venuta a creare una crisi religiosa in Egitto, a causa dei
diversi interessi intercorrenti tra la classe religiosa e la monarchia.
Secondo gli archeologi
studiosi di egittologia, farciti di dogmi inculcati primariamente a loro dalle
religioni di appartenenza, non potevano fare altro che tramandare ai posteri le
loro idee, dicendo che il monarca e il clero composto dal collegio sacerdotale
di Amon entrò in rotta di collisione col Faraone Akenaton per fattori economici
che non collidevano con le idee del monarca.
A prima vista e ad
un’analisi epidermica del problema, con la mente pregna di elementi religiosi
che a tutti noi sono stati inculcati, i nostri pensieri vanno preliminarmente a
credere che la finanza, il patrimonio, il potere, l’oro, il denaro, erano il
fulcro del problema religioso che aveva scatenato le tensioni tra i due poteri.
Il clero dei sacerdoti di
Amon erano potentissimi, in quanto tutti i regnanti precedenti ad Akenaton, in
ogni campagna militare, si sentivano obbligati a concedere una parte del
bottino alle divinità.
Non era una concessione
da parte del Faraone, era un obbligo previsto nel contratto di ingaggio che
intercorreva tra gli emissari della deità ed il Faraone che voleva essere
“tronizzato”, cioè insediato sul trono, nel potere ed avere il Dio “come
protettore”.
Tutti gli archeologi
tradizionali sono sempre stati convinti che questa fosse la “giusta e reale “analisi
della società egiziana, ma così non era in quanto il problema è stato sempre
analizzato da un’angolatura religiosa, ciò che nella realtà non corrispondeva,
ad una giusta analisi.
Dato che non era il
popolo che aveva un’idea religiosa, intesa nel modo che sino ad ora ci hanno
fatto credere e che l’Ebraismo, il Cattolicesimo e l’Islamismo ci hanno
obbligato a credere di adorare un dio spirituale, etereo, evanescente, non
collocabile in alcun posto se non nella nostra mente dicendoci che questo modo
di pensare si chiamava “fede”.
Orbene con questo credo,
ci siamo evoluti, pensando che fosse un nostro pensiero e non rendendoci conto
che da svariati millenni ci hanno indottrinato nel “volere e dovere” pensare
secondo queste modalità.
Quindi, quando i saggi,
gli studiosi, gli esegeti, i teologi religiosi hanno detto ai vari docenti che
quello era il giusto metodo d’ istruzione, abbiamo seguito i nostri docenti
nelle idee che volevano obbligatoriamente insegnarci, non ammettendo che ci
potessero essere altri tipi di pensiero contrari a quelli che dovevamo
assimilare.
Vi rammento che per
duemila anni non abbiamo potuto leggere la Bibbia e che ancora ora gli unici
depositari della verità, che dicono in essa contenuta, sono il popolo, i
teologi Ebraici e per contro la religione si è impossessata di quel Dio, cioè i
cattolici-cristiani-islamici dicendo che occorre passare attraverso loro per
poter analizzare i passi di Bibbia-Vangelo-Corano.
Pertanto con il cervello
così inquadrato per qualche migliaio di anni, ci siamo evoluti con quei
pensieri in cui siamo stati indottrinati ed anche l’analisi di tutto ciò che ci
circonda inequivocabilmente si sente e rispecchia questo tipo di pensiero
analitico.
Quindi quando ci
approssimiamo ad analizzare un problema, un evento, pecchiamo di questo tipo di
visione, non applicando un’introspezione oppure vedere il problema sotto
un’altra angolatura.
In realtà lo fece questo
“profeta” innovativo dell’epoca. Vediamo cosa realmente affermò.
Akenaton, sapeva bene che
la monarchia, cioè il Faraone era un’emanazione divina, nel senso che l’Elohim
era un essere in carne ed ossa “proveniente dal cielo”, che tramite la sua
tecnologia comandava ai suoi emissari chiamati “sacerdoti di Amon” di fare salire
al trono coloro che avrebbero procrastinato il potere del Dio e della sua
classe sacerdotale che avevano promosso sulla Terra che loro avevano a loro
volta ricevuto in assegnazione dal loro capo Ra-Amon-Elyon-Anu e che a lui
giuravano fedeltà.
Voi pensate che sia stata
una massa di persone che credeva a quel determinato El-Neteru-Anunna, ma non è
così, era il capo di un popolo che decideva di seguire o di essere seguito e
protetto dalla divinità.
Così avvenne per Abramo,
Isacco, Giacobbe e così per tutti i monarchi dei vari popoli che vissero in
tutti i tempi, Sumeri, Accadi, Assiri, Babilonesi, India, Cina, America.
A noi ci hanno fatto
studiare limitandoci ai nostri prossimi vicini al Mare Mediterraneo, ecco
perché non si può parlare anche dagli altri popoli, in quanto
l’addomesticamento delle persone e dei popoli, non deve essere globale.
La globalizzazione
porterebbe inevitabilmente a comporre un grande mosaico ed avere quindi le idee
certe e sicure di come sono avvenuti realmente gli eventi che ci riguardano.
L’oscurantismo in cui le
religioni ci avevano scaraventato iniziano ad avere delle crepe e come tutte le
esclusività che le classi religiose si erano cucite addosso, iniziano a
decadere con la verità che viene a galla, non essendo più i religiosi, i
depositari delle verità nascoste.
Detto questo, è
necessario comprendere l’esatto meccanismo che fece balenare nella mente di
Akenaton, l’idea di forgiare una religione totalmente staccata dalla realtà
virtuale che i religiosi sacerdoti delle divinità avevano voluto costringere il
Faraone e la classe dominante affinché asservisse il clero e l’El.
Un elemento che non avete
mai preso nella dovuta considerazione è quello riferito al perché mai l’El, la
divinità, aveva bisogno del bottino di guerra, perché pretendeva che gli
venisse consegnato l’oro quando esso non aveva alcun significato logico, in
quel momento all’uomo l’oro non serviva a nulla, mentre agli Elohim-Neteru-Anunnaki
serviva moltissimo per i loro circuiti elettronici dei mezzi in cui essi volavano.
Avvenne quindi che
Akenaton decise di credere, lui e la sua corte ad una cosa vera, reale, che
appariva tutti i giorni, dava vita, fecondità, acqua e materiale per vivere: il
Sole, questo era un’entità reale, ma contemporaneamente si poteva pregare,
sperare, vivere, era qualcosa di tangibile e reale, ma altamente Spirituale,
non ti chiedeva nulla in cambio, dovevi solo sperare che sorgesse l’indomani,
per dare vita alle genti, che sarebbero dovute nascere, essa era si necessaria,
comportava una interdipendenza, ma essa era un auspicio, un desiderio e
fortunatamente essa continua ad esistere e continuerà per altri miliardi di
anni.
Ma così non era per gli
Elohim-Neteru, essi pretendevano un corrispettivo reale, tangibile per la loro
protezione al popolo suddito ed allo stesso Faraone, pena la morte se non si
ottemperava alla loro richiesta.
In tutta l’intera XVIII °
dinastia si volle dare una preminenza ad Amon-Ra che corrispondeva al Marduk
dei Sumeri-Accadi di questa deità, infatti nella XI dinastia, verso il 2.200 a.
C. appare in una iscrizione di Sesostri I°, una “benedizione” pronunciata da questa
deità, queste benedizioni abbondano nella Bibbia, in tutti i vari compartecipi
di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe, sempre con la malizia di dire una cosa,
ma di occultarne un’altra, ciò che in Egitto non accadeva, in quanto gli
Egiziani sapevano bene che benedire un popolo, un Faraone, s’intendeva che la
divinità gli avrebbe dato tutto ciò che gli occorreva per vivere, sopravvivere
in caso di guerra, dargli le armi per vincerla, andando gli stessi dei in prima
linea e schierandosi sempre dalla parte del protetto.
Ora vi renderete conto
perché questo Faraone fu definito impropriamente “eretico”, ma eretico perché e
per cosa?
Quella che vi era prima
che lui si mettesse ad adorare l’Aton-Sole, che si professava in Egitto non era
una religione, ma un asservimento obbligatorio ad un essere che loro stessi
chiamarono Dio-Neteru, ma non lo era, egli era un essere che volava con dei
mezzi da lui guidati, che non “creò” proprio nulla, ma egli stesso apparteneva
all’Universo da cui arrivava, egli pretendeva, come tutti gli altri Dei-Elohim,
dato che erano in tanti, volevano il totale asservimento, pena la morte
CAPITOLO SECONDO
Il Faraone Akenaton
aggiunse al politeismo imperante in Egitto, il suo credere ad una sola entità,
portò ad un presunto pseudo-monoteismo che non era tale, ma poteva solo
chiamarsi Monolatrismo.
La sua rivoluzione
religiosa durò solo 17 anni, in quanto i successivi Faraoni distrussero ciò che
fece e ripristinarono i vecchi Dei, ma da lui possiamo prendere ottimi spunti
per il libro che stiamo narrando.
Nella narrazione biblica
si fa riferimento che il Faraone che fece costruire Phiton fece la richiesta
alle levatrici d’Egitto, che al momento del parto uccidessero tutti i maschi,
mantenendo in vita esclusivamente le femmine.
Si dice nella narrazione che
l’Elohim ricompensò in bene le levatrici.
Vorrei mettere in
evidenza che ciò che dice la Bibbia, non può essere accolto per i seguenti
motivi. Gli Elohim avevano in assegnazione un territorio dove loro potevano
imporre la loro protezione, ma non potevano in alcun modo interferire
nell’operato degli altri Elohim, pertanto una simile ingerenza sicuramente non
è mai avvenuta.
Si comprende
immediatamente che parte della narrativa biblica serviva solo a convincere il
lettore che il loro El protettore era sempre presente e perorava la loro causa.
Ma nella realtà storica
non risulta mai che vi sia stata una forma di schiavitù così come descritto
nella Bibbia, quantomeno che vi sia una strage di figli maschi con la modalità
descritta.
Non vi è descritta in
terra d’Egitto l’uccisione di figli maschi mirati a livello etnico solo nei
confronti di una sola razza, ma nella Bibbia vogliono che si creda che questa
modalità di uccisione dei maschi del popolo Abiru fosse comandata direttamente
dal Faraone in carica, che gli stessi narratori riconducono ad Horembeb, in
quanto se non si crede che ciò che avvenne cade tutto il presupposto della
narrativa che seguirà.
Quindi dobbiamo
continuare a credere fingendo che corrisponda ad un racconto del cronista
biblico, ripetendo vibratamente che in nessuna narrativa relativa ad alcun
Faraone, viene riferito un simile evento.
Ma ora voglio raccontarvi
una storiella che accadde realmente intorno agli anni 2.335 a. C., ad un
sovrano del popolo Accadico, cioè quello che seguì dopo la scomparsa del popolo
Sumero, egli si chiamava Sargon di Akkad, rammentando che per più di 1.000 anni
veniva raccontata a tutti i bambini come una fiaba, malgrado essa
corrispondesse ad una realtà vissuta.
La storia di questo
personaggio reale in tutti i sensi, fece una grande impressione a livello
collettivo, dando origine a delle narrative in composizioni letterarie
dell’epoca e nel periodo della XVIII e XIX dinastia veniva ancora raccontata ai
bambini.
Di Sargon definito il
Grande, fu scritto: “Mia madre fu scambiata alla nascita, mio padre non lo
conobbi. I fratelli di mio padre amarono le colline. La mia città è Azupiranu, che
è collocata sulle vie dell’Eufrate. La mia madre “scambiata” mi concepì, in
segreto mi partorì. Mi mise in un cesto di giunchi, col bitume ella sigillò il
coperchio. Mi gettò nel fiume che si levò su di me, il fiume mi trasportò e mi
portò ad Akki, l’estrattore d’acqua Akki. L’estrattore d’acqua, mi prese come
figlio e mi allevò. Akki, l’estrattore d’acqua mi nominò suo giardiniere. Jshtar,
mi garantì il suo amore e per 400 anni esercitai la sovranità”.
Devo spendere un paio di
parole su questo avvenimento, per precisare, che la madre di Sargon era una
femmina della Terra che si era accoppiata con un Anunnaki-Elohim-Neteru e
quindi nacque uno che venne chiamato Eroe dai posteri e anche nella Bibbia,
costoro avevano una vita più lunga e diversa in quanto il mischiare il DNA
degli Elohim con quello umano dava una vita diversa e longeva.
Ma anche la sua vita
terrestre fu diversa in quanto fu amato da un’altra divinità chiamata Jshtar,
in Accad ed Egitto, mentre per i Sumeri era Inanna e per i Fenici era Astarte,
per gli Ebrei Lilit e Atena per i Greci.
Dopo avervi raccontato
questa favola che favola non era, di uno salvato dalle acque che poi divenne un
re famoso mille anni prima del racconto che stiamo per narrarvi.
Esodo 2 e segg.
Un uomo appartenente alla
tribù di Levi sposò una ragazza della stessa tribù. Questa donna concepì e partorì
un figlio e vedendo che era ben conformato lo tenne nascosto per tre mesi. Ma
non potendo tenerlo ulteriormente nascosto, fabbricò una cassetta in papiro, la
spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose nel canneto,
sulla riva del fiume. La sorella del bambino se ne stava ad una certa distanza
per osservare che sarebbe accaduto di lui.
Ora la figlia del Faraone:
era scesa per bagnarsi nel fiume e le sue donzelle la seguivano lungo la fine
del fiume, scorgendo la cassettina in mezzo alla giuncaia, mandò la sua ancella
a prenderla. Apertala vide un bambino che piangeva, ne ebbe compassione e pensò
“Questo è certamente un bambino degli Ebrei”. Allora la sorella del bambino
disse alla figlia del Faraone: “Vuoi che vada a chiamare una balia tra le Ebree
per allattare il bambino?”
La figlia del Faraone le
rispose: “Và”. E la fanciulla corse a chiamare la madre del bambino. La figlia
del Faraone disse alla madre: “Prenditi questo bambino e allattalo per mio
conto, ed io ti pagherò il baliatico”.
La donna prese il bambino
e lo allattò. Quando il bimbo fu grandicello lo ricondusse alla figlia del
Faraone, la quale lo considerò come un proprio figlio. Gli pose il nome di
Mosè, dicendo: “Poiché dall’acqua lo salvai”.
In quel periodo di tempo
avvenne che Mosè cresciuto in età si recò presso i suoi fratelli. Notò che i
lavori pesanti e vide un Egiziano che batteva un Ebreo fra i suoi fratelli. Voltò
lo sguardo attorno e visto che non c’era alcuno, percosse a morte l’Egiziano e
lo nascose nella sabbia. Recatosi il giorno seguente presso i suoi fratelli,
gli venne fatto di vedere due Ebrei che litigavano fra loro e, rivoltosi a
quello che aveva torto gli disse: Perché batti il tuo compagno?”. E quegli gli
rispose: “Chi ti ha delegato capo e giudice su di me? Penseresti forse di
uccidermi come hai ucciso quell’Egiziano?”
Mosè allora ebbe paura
pensando: “Certo la cosa si è risaputa”. La notizia giunse anche al Faraone che
cercò di mandare a morte Mosè, e allora Mosè fuggì dal cospetto del Faraone e
arrivato alla terra di Midiam sostò presso un pozzo.
Il sacerdote di Midiam
aveva sette figlie. Esse vennero ad attingere acqua e riempirono gli
abbeveratoi per abbeverare il gregge del loro padre.
Ma sopraggiunsero alcuni
pastori che le scacciarono, allora Mosè si fece avanti, le difese e abbeverò il
loro gregge.
Ritornate presso Re’nel,
loro padre, questi disse loro: “Come mai siete venute così presto oggi?”. Ed
esse risposero: “Un Egiziano ci ha difeso dalla violenza dei pastori, ed
inoltre ha attinto per noi ed abbeverato il gregge”. E allora egli disse: “Dov’è?
Perché avete lasciato là quell’uomo? Andate a chiamarlo che venga qui a
mangiare”.
Mosè acconsentì di
abitare con quell’uomo, dopo di che questi gli diede in moglie sua figlia
Tsipporà. Ed essa partorì un figlio al quale Mosè pose il nome di Gheresciom,
poiché disse: “Io sono forestiero in terra straniera”.
Dopo lungo tempo da
questi avvenimenti, venne a morte il re d’Egitto.
Allora i figli di Israele
gemevano a causa del duro servaggio, implorando l’aiuto dell’Elohim, e il loro
grido, per causa della dura servitù giunse all’Elohim.
L’ Elohim ascoltò il loro
gemito e ricordò il patto stipulato con Abramo, Isacco e Giacobbe. L’Elohim
considerò le condizioni dei figli di Israele e deliberò quello che doveva fare.
In questo passo,
preliminarmente narrato come una fiaba, si deduce senza ombra di dubbio la
similitudine che la storia di Mosè sia stata integralmente copiata e tramandata
ai posteri come se fosse una verità esclusiva di questo nascituro, che per
fortuita coincidenza, costruita ad arte dalla madre e la sorella del fanciullo,
mentre nella realtà era una favola raccontata da millenni in tanti popoli che
il Fato ha la possibilità per mutare la vita di una persona per il caso e
tantissimi altri elementi determinati dalla casualità, ma anche dalla
preparazione di chi vuole che accada un certo evento, forzando le probabilità
di accadimento, ma anche dalla pochezza delle idee del narratore, il quale fa
denotare che niente avveniva per caso se non vi fosse stata l’influsso umano
affinché l’evento non diventasse reale.
Detto questo vi sono in
questa narrativa degli accadimenti che non seguono una certa verità che viene
proposta dal cronista biblico.
Cosa significa, esodo 2,2:
“questa donna concepì e partorì un figlio e vedendo che era ben conformato, lo
tenne nascosto per tre mesi. Ma non potendo tenerlo ulteriormente nascosto,
fabbricò una cassetta di papiro, ecc.”
Cosa stava a significare?
Che se un bambino è sano, di buona costituzione non vuoi più tenerlo, pertanto
trovi degli espedienti per disfartene? Con questo si vuole asserire che il
Faraone voleva uccidere tutti i figli maschi degli Abiru?
Ma ora che abbiamo
sfiorato il tema di potere del monarca, ci rendiamo conto di un’altra
incongruenza storica e cioè quella del re che in quel momento comandava e
regnava in Egitto.
Esso non può
corrispondere a colui che avevamo ipotizzato nella persona di Horembeb, in
quanto costui non ebbe figliolanza, e pertanto al riferimento di cui all’Esodo
2,5, dove si afferma:” ora la figlia del Faraone”, non può essere accostata al
Faraone Horembeb, in quanto è certo che costui morì senza avere avuto eredi.
Pertanto l’indizio
riferito ed accostato a lui, cioè quello che regnava e fece costruire la città
di Phiton, corrisponde ad un falso indizio, mentre potrebbe corrispondere a
verità che il Faraone che creò le angherie sofferte nella narrativa biblica
fosse stato Ramesse I°, cioè colui che diede l’ordine di uccidere tutti i
primogeniti maschi del popolo “ebreo”.
Vedremo ora se sia
possibile accomunare realmente la figura del Faraone Ramesse I° a quella
narrata dalla Bibbia.
Questo monarca succedette
a Horembeb che rimase senza figli e fu lui stesso a donare la co-reggenza a
Ramesse I°, il quale risulta essere il fondatore della XIX dinastia.
Al momento della sua
ascesa al trono Ramesse I° assunse il nome regale di Mn-Phty-R, cioè
Menpehtira, che significa “Ra-ha una forza che dura nel tempo”, imitando un suo
predecessore, il Faraone Ahmose, fondatore della 18 ° dinastia.
Egli era già avanti con
gli anni ed il suo regno durò molto poco, circa 2 anni, nel contempo nominò suo
figlio Seti I °, quale suo correggente e successore.
Questo Faraone assunse il
suo nome reale in Seti-Merenptah, traducibile come “uomo di Seth, amato da
Ptah”. Egli giunse a tarda età sul trono d’Egitto, precedentemente fu sacerdote
nel tempio di Ptah e da ciò si evince che fu definitivamente dimenticata la
religione adoratrice dell’Aton, instaurata da Akenaton, ma fu messo in secondo
piano anche l’adorazione del dio Amon e fu data più importanza all’Elohim-Neteru
Ptah (Enki) e dell’altro El Ra.
Seti I° diede un poderoso
impulso alle opere edilizie, promuovendola realizzazione di numerosi obelischi
dedicati a Ra-Amon (Marduk) e abbellendo il Tempio di Eliopoli.
Contestualmente cercò di
ristabilire la sua influenza verso la Siria, Amurru ed effettuando dei trattati
con gli Hittiti, ma ciò che creò fu una serie di staterelli confinanti con l’Egitto,
creando un cuscinetto in caso di invasioni provenienti dall’Asia.
Riuscì a sottomettere il
Libano, ricevendo in ogni luogo a cui imponeva il suo potere, atti di
sottomissione.
Fu un Faraone molto
equilibrato e non risulta che abbia mai effettuato delle cattiverie verso il
popolo degli Abiru.
Egli aveva una sorella e
pertanto potrebbe essere costei che adottò il Mosè descritto nel testo biblico.
Dalla narrazione si
comprende anche che questo Faraone e la sua corte vivevano nei pressi di
Avaris, sulle sponde del fiume Nilo, ecco il perché della sua continua menzione
negli episodi del salvataggio della costa in cui fu ritrovato Mosè.
Di questo personaggio si
sa e si comprende ben poco, se non che fosse stato adottato e che era un
assassino per motivi di difesa etnica del suo popolo di appartenenza.
Intendo continuare a
ripetere che questo popolo di cui si raccontano le gesta, non si può e non deve
essere chiamato “Ebreo”, dato che non vi è alcun riferimento storico che esso
possa essere ritenuto tale, in quanto si trovava nel territorio egiziano da ben
400 anni e se anche non potesse affermare che era di progenie egiziana, esso
non può definirsi una razza autoctona, ma ormai facente parte integrante della
struttura economico-politico e geografico dell’Egitto.
Quindi quando si dice in
Esodo 2,13 “Recatosi il giorno seguente presso i suoi fratelli, gli venne fatto
di vedere due ebrei che litigavano fra di loro”.
Orbene, è giusto
contestare questa frase, in quanto il termine di ebreo non venne mai usata
dagli Egiziani e quantomeno dai personaggi di questo libro, in quanto essi non
potevano darsi una connotazione razziale di ceppo ebraico, dato che in quel
momento era totalmente inesistente, essi fra loro potevano definirsi e
chiamarsi “discendenti di Giacobbe “o come vennero chiamati successivamente
dagli stessi narratori biblici “il popolo di Israele”.
Detto questo si può
denotare che non si fa il minimo riferimento della vita di Mosè presso la madre
adottiva, non si parla nel modo più assoluto di un’eventuale vita a corte di
Mosè, quantomeno si parla di che tipo di istruzione egli avesse avuto, tantomeno
egli viene chiamato con l’appellativo “Principe “quale titolo dovuto essendo
figlio della sorella del Faraone.
Appare quindi evidente la
difficoltà del cronista del quinto-sesto secolo a. C., quando venne scritto il
testo, ritenuto sacro da Israele nel definirsi ebrei e non parlare della vita a
corte di Mosè in quanto i narratori, nulla sapevano dei vari comportamenti del
Faraone e della sua famiglia e ciò che realmente veniva richiesto dagli Elohim-Neteru
Egiziani.
In poche righe viene
narrata l’intera vita di Mosè, raccogliendolo dalle acque del Nilo sino a
ritrovarlo in un posto in cui si abbevera un gregge e lui si ritrova con mogli
e figli.
È sempre il cronista
biblico che continua a discorrere dei figli di Israele che emettevano grida di
aiuto verso l’Elohim, a causa dell’asservimento di questo popolo verso
l’Egitto.
Continuo a ripeterlo,
credo che la dizione che “Il loro grido per causa della dura servitù giunse
all’Elohim”, non possa essere accolto in quanto questo El non aveva alcun
potere in terra d’Egitto e se solo avesse fatto qualche atto contro gli Elohim
egiziani sarebbe stato distrutto, quindi in Esodo 2,25 la frase “l’Elohim-El
considerò le condizioni dei figli d’Israele e deliberò quello che si doveva
fare”, non può essere presa nella dovuta considerazione e quantomeno nella
espressione che si vuole fare intendere, cioè che questo El avrebbe preso i
relativi “provvedimenti” contro questi presunti oppressori.
CAPITOLO TERZO
Esodo 3 e segg. ti
Mosè pascolava il gregge
di Jthrò, suo suocero, sacerdote di Midiam, e guidando un giorno le pecore di
là del deserto, arrivò al monte Al Chorev dell’El-Elohim. Un inviato del
signore gli apparve attraverso una fiamma di fuoco di mezzo a un roveto e
osservando si avvide che il roveto ardeva per il fuoco e non si consumava.
E Mosè disse fra se:
“Voglio avvicinarmi e vedere questo grande fenomeno, come mai questo roveto non
si consuma”. Quando l’El-Elohim vide che egli si avvicinava per osservare il
fenomeno, “gridò” rivolto a lui, di mezzo al roveto: “Mosè, Mosè”, ed egli
rispose “Eccomi”. Allora l’El-Elohim disse: “Non avvicinarti oltre, togliti le
scarpe dai piedi perché il terreno sul quale stai è suolo sacro” e proseguì a
dire: “Io sono JHWH di tuo padre, JHWH di Abramo, JHWH di Isacco, JHWH di Giacobbe”.
Allora Mosè si nascose la
faccia, poiché temette di guardare verso l’El-Elohim.
L’El-Elohim continuò: “Ho
considerato la condizione di avvilimento del mio popolo in Egitto, ho accolto
il suo grido per l’oppressione dei suoi aguzzini, perché conosco bene la sua sofferenza.
Voglio quindi scendere a salvarlo dalla mano degli Egiziani, traendolo da quel
paese per farlo salire ad una terra fertile e spaziosa, in un paese stillante
latte e miele, cioè quello occupato ora dai Cananei-Chittei-Emorrei-Perizei-Chivvei-Jevusei”.
“Or dunque le grida
d’angoscia dei figli di Israele giunsero a me e ho constatato l’oppressione con
cui gli Egiziani li opprimono. Quindi va’, perché io ti incarico quale mio
delegato al Faraone e fa si che il Mio popolo di Israele esca dall’Egitto”.
E Mosè disse all’El JHWH:
“Ma chi sono io che abbia l’ordine di andare dal Faraone e che possa far uscire
i figli d’Israele dall’Egitto?” E l’El JHWH rispose: “Io sarò con te e la
riprova che sono Io che ti ho dato l’incarico, sarà che una volta avvenuta
l’uscita del popolo dall’Egitto, questi adorerà l’El-Elohim su questo monte”.
Mosè disse allora all’El-Elohim:
“Ecco quando io mi presenterò ai figli di Israele e annunzierò loro: l’El-Elohim
dei padri vostri mi manda da voi, se essi mi chiederanno qual è il nome di Lui,
che cosa dovrò rispondere?”
L’El-Elohim rispose: “Io
sono quello che sono”, e aggiunse: “Io sono, mi manda a voi”. Inoltre così
disse l’El-Elohim a Mosè: “Annunzia ai figli d’Israele che è l’El-Elohim dei
vostri padri, JHWH di Abramo, Isacco, Giacobbe che mi invia a voi. Questo è il
mio nome in perpetuo, questo modo di designarmi attraverso le generazioni. Va
dunque, raccogli gli anziani d’Israele e annuncia loro JHWH dei vostri padri,
l’El-Elohim di Abramo, Isacco, Giacobbe mi si è rivelato dicendomi: Io ho
fissato la mia attenzione su di voi e sul trattamento che vi viene usato in
Egitto. E ho decretato di trarvi dalla schiavitù egiziana per condurvi nella
terra dei Cananei, Chittei, Emorei, Perizei, Chivvei, Jevusei, terra stillante
latte e miele.
Essi presteranno ascolto
alla tua voce e allora insieme a questi anziani ti presenterai al re d’Egitto,
con il seguente messaggio: l’El-Elohim JHWH degli Ebrei si è rivelato in noi e
quindi permettici che ci dirigiamo verso il deserto per un cammino di tre
giorni, per offrire sacrifici all’El-Elohim nostro.” Io so per certo che il re
d’Egitto non vi darà il permesso di andare via se non costretto dall’intervento
di una mano potente. Allora io stenderò il mio braccio, e percuoterò gli
Egiziani, mediante i miracoli che effettuerò in mezzo a loro, dopo di che vi
lascerà partire. E io ispirerò negli animi degli Egiziani un senso di simpatia
verso il popolo di Israele cosicché al momento della liberazione non uscirete a
mani vuote. Ma ogni donna chiederà alla propria vicina di casa o alla sua
inquilina oggetti d’argento, d’oro e abiti coi quali rifornirete i vostri figli
e le vostre figlie e svuoterete l’Egitto.”
Due particolari
dell’Esodo devono essere presi nella dovuta considerazione, si afferma che il
Faraone Sethi I °, era morto e che aveva preso il trono suo figlio Ramesse II e
tramite questa affermazione sappiamo per certo qual è la data, sia della morte
di Sethi I° e l’insediamento di Ramesse II, è avvenuto nel 1.278-79 a. C.
Un altro elemento certo è
quello degli anni che aveva Mosè, al momento dell’incontro con l’Elohim JHWH e
cioè, aveva 80 anni, pertanto dobbiamo presumere che egli fosse nato nel 1.358
a. C.
Questa data conferma che
l’evento della sua nascita coincide al periodo di regno del Faraone Amenofi
III, il quale muore nell’anno 1.351.
A seguito di questa
narrazione biblica, occorre effettuare, non solo nuove congetture, ma si può
parlare con una certa serenità di ragionamento che Mosè visse e crebbe nella
corte del Faraone Amenofi III insieme ad Akenaton, in quanto questo Faraone
salì al trono nel 1.350 a. C. ed era nato nel 1.375 a. C.
Veniamo pertanto a sapere
che Amenofi III, aveva una sorella molto più giovane che si chiamava Tiaa, la
quale potrebbe essere stata proprio lei ad avere adottato il Mosè trovato in
una cesta e salvato dalle acque.
Questa nuova visione
stravolge completamente tutto il panorama che sinora era stato prospettato
dalla narrazione biblica.
Si può ragionevolmente
pensare che dopo qualche anno di insediamento al trono del Faraone Akenaton,
costui abbia mandato il giovane Mosè a scuola dai sacerdoti della religione che
il Faraone aveva fatto nascere e lo stesso Mosè si rese conto senza ombra di
dubbio che questa era una religione enoteista, monolatra in mezzo ad un numero
di altri Elohim-Neteru.
Mi spiego meglio: Mosè
sapeva benissimo che durante la sua vita, vi erano delle altre divinità in
Egitto e la deità, che imperava prima del “monoteismo” fondato da Akenaton con
l’Aton, mentre sino a qualche decennio prima il dominio degli Elohim era di
esclusiva pertinenza dell’El-Neteru Amon.
Si può presumere e
dedurre che Mosè abbia abbracciato la religione nata durante la sua giovane età
ed anche lui possa essere stato un adoratore del Sole-Aton.
Egli andò come tutti i
figli e nipoti del Faraone Amenofi III, a scuola nel tempo del sacerdozio di
Ptah, prima di diventare un seguace della scuola di Aton.
In questa e in tutte le
altre suole dedicate alla divinità veniva insegnato dai seguaci del Dio, a loro
inviati come allievi, l’arte di guerreggiare, le arti magiche, mediche, la
lettura e scrittura, in particolare quella cuneiforme Sumero-Assiro Babilonese,
in quanto era diventata in quel periodo la lingua-scrittura diplomatica fra le
classi dominanti.
Nel nostro caso a Mosè
gli si insegnò cosa si doveva fare per non contraddire gli Elohim-Neteru ed
accudirli essendo accondiscendenti ai valori dell’El.
Mosè ebbe fortuna di
essere capitato agli ordini di un grande El-Neteru, Ptah era il dio Sumero
Enki, colui che fu il creatore della razza umana insieme alla sorella Ninur-sag,
entrambi scienziati-medici-genetisti.
Ebbe un’altrettanta
fortuna in quanto, nel salire al trono Akenaton, egli non doveva più seguire
alcun El-Neteru, ma la religione che si era creata con questo Faraone,
occorreva adorare un’entità reale come il Sole-Aton, ma contemporaneamente
un’entità spirituale alla quale si poteva estrinsecare e formulare richieste di
speranza che il giorno dopo risorgesse per perpetuare nel tempo la sua
protezione di calore, il mutare delle stagioni e arrecare il beneficio della
piena del Nilo affinché l’Egitto continuasse a prosperare.
Tutto andò bene sino al
raggiungimento del diciassettesimo anno del regno, quando Akenaton morì per
cause non molto chiare.
Durante il suo regno
Akenaton ebbe quale correggente il fratello Smenkhara, personaggio molto
controverso, che durò pochi anni, forse 2, che aderì alle teorie religiose di
Akenaton, contemporaneamente ai due Faraoni, salì al trono, ancora bambino
Tutankaton, il quale era stato correggente.
Con delle analisi del DNA
di Tutankaton, effettuate nell’anno 2010, risultò che il padre del Faraone-fanciullo
era Akenaton, e la madre era sua sorella Baketaton chiamata anche Jounger Lady.
In questo contesto, un
Mosè giovanissimo venne incanalato verso gli studi insegnati dai sacerdoti che
in base alla scuola frequentata, poteva essere stata quella di Amon-Ra-Ptah.
In quel momento storico
aveva assunto il predominio l’El-Neteru Marduk che in Egitto aveva assunto il
nome di Amon-Ra.
Il quale sicuramente non
aveva gradito che fosse scalzato dal predominio del suo pantheon di dei, a
favore di un dio apparentemente nascente sotto l’egida del trono di Akenaton.
Gli effetti non si fecero
attendere, alla morte di questi tre Faraoni, prima menzionati nelle persone di
Akenaton, Smenkara e Tutankaton, dal successore di quest’ultimo e quello
successivo di Ay e poi Horembeb, di Ramesse I, venne immediatamente
ripristinato il culto di Amon-Ra-Ptah. Tutte le opere fatte da questi Faraoni,
vennero rinominate e riqualificate dai loro successori che si appropriarono
delle costruzioni ed apponendo i loro cartigli, come se fossero state opere
edificate da loro.
Fu in quel periodo che
Mosè nel suo apprendistato culturale-sacerdotale venne a conoscenza del Dio
della Luna, chiamato in Egiziano come Yah, dagli Assiri e Babilonesi e da tutti
i popoli Amorriti veniva riconosciuto come Eya, gli Hittiti e gli Hurriti lo
chiamavano Aya.
Ma questo nome veniva
molto usato dal popolo che si stava formando dalla famiglia di Giacobbe che poi
si assunse il nome di Israele, infatti tanti nomi venivano traslitterati come
avevano fatto già gli Egiziani associando la divinità al proprio nome e così
avvenne anche per gli Israeliti, ad es. Geremia in Ebraico era Yirmeyah, Amazia
era “Yah è forte”, Giona era “Yah ci sostiene”, Iedidia era “amato da Yah”, ma
ciò che mi colpisce è un termine che viene usato tuttora, ma che veniva usato
già all’inizio della XVIII dinastia e cioè Alleluia, cioè “sia lodato Yah” e
poi vi fu il primo re Ismaelita che si chiamava Labayah, ma che fu chiamato
Saul.
Orbene se Yah con la
traduzione dei simboli geroglifici viene tradotto con “luna” ed associato con
il Neteru-El, Thoth viene anche indicato nel tempio di Karnak con la sigla Yh.
Questa associazione non
verrà mai accettata dagli Israeliani, in quanto è come dire che l’El in cui
credeva Abramo l’Emorrita, era lo stesso venerato da lui e gli Amorriti col
nome di Yah e anche Baal, mentre per gli Egiziani era Thoth, pertanto credo che
sia questo uno dei problemi più difficoltosi per gli Ebrei dire che il loro El-Elohim
venga associato ad un uomo che loro reputano un idolo.
Ho voluto scientemente
parlare di questo argomento per mettere in evidenza uno dei tanti tradimenti
letterali nella traduzione della Bibbia.
Nell’analisi del passo
dell’Esodo 3,2, si dice che un “inviato” dell’El-Elohim, apparve a Mosè
attraverso una fiamma di fuoco che non si consumava ed avvedendosi, questo
“inviato”, che Mosè si avvicinava alla fiamma, l’El-Elohim rivolto a lui disse,
non si sa in quale lingua: “Mosè, Mosè non avvicinarti oltre, togliti le scarpe
dai piedi perché il terreno sul quale stai è sacro”.
Questo passo, oltre ad
essere interessante, è pregno di infinite contraddizioni, preliminarmente si
dice che vi è un incontro tra l’inviato dell’El-Elohim, il quale gli consiglia
di levarsi le scarpe? perché? per le fiamme, no, perché dice che il suolo è
“sacro”.
Tale termine nella sua
etimologia originale indica che quel terreno è “sacro” cioè “separato”, ma da
cosa?
La separazione è riferita
tra i piedi-calzari di Mosè e lui l’El, oppure dato che il suolo “ardeva” l’El
aveva paura che scoprisse che il “roveto”, non era un cespuglio, come si vuole fare
intendere, ma era il mezzo con cui si spostava l’El-Elohim.
Poi di colpo in Esodo 3,6
l’El-Elohim, non è più l’inviato, ma si presenta dicendo “Io sono El Chadday,
l’El-Elohim di tuo padre, l’El di Abramo”.
Questo mutamento
repentino di personalità mi rende titubante e trovo incomprensibile che gli
esegeti biblici incorrano in questi evidenti errori di narrazione.
Continuiamo con
l’esposizione biblica, pensando che JHWH, era accompagnato dai suoi subordinati
Malakim e che a Mosè, sia uno di questi che è dentro il “roveto ardente” che
gli parla per primo, ma poi subentra nel dialogo l’El che dice di essere il Dio
di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, quindi era El Chadday e non JHWH.
Questo El-Elohim dice di
volere fare uscire dall’Egitto “il mio popolo” cioè la posterità che si è
formata in questi 400 anni in Egitto dopo la morte di Giacobbe-Israele e
Giuseppe.
Credo che però vi siano
anche qui dei problemi di comprensione, non può essere il suo popolo, non era
stato ancora scelto, quantomeno i discendenti di Israele avevano fatto alcun
patto con lui, pertanto non avrebbero potuto proferire quella frase.
A questo punto questo El-Elohim,
incarica Mosè di avere un certo tipo di atteggiamento, ritornare in Egitto, di
effettuare una certa strategia e portare il “suo popolo” fuori da quella terra.
La domanda sorge a
seguito dello strano atteggiamento tenuto da questo El, ma dato che lui è Dio
perché non porta fuori personalmente il suo popolo dall’Egitto?
La risposta è
inequivocabile: perché lui nei confronti degli Elohim che governavano in
Egitto, era un El qualunque, uno senza alcun potere, il quale se si fosse
scontrato con la deità di maggiore rango sarebbe stato totalmente distrutto.
Deve quindi elaborare un
piano che preveda l’uscita di questa massa di persone, si ripete solo ed
esclusivamente appartenenti alla famiglia di Israele.
Nella bibbia si evidenzia
che in 400 anni la famiglia di Israele era diventata grande, ma la razza degli
Abiru-Amorriti e coloro che provenivano da Canaan non era l’intera popolazione
ebraica, rammentiamo che questa divinità dice di essere l’El-Elohim di Abramo-Isacco
e Giacobbe e non di tutta la popolazione Abiru stanziata in Egitto.
Ma v’è di più, nel dovere
dare delle spiegazioni, Mosè si trovava come viene detto nel territorio dei
Madianiti.
Ma chi era Madian? Di
costui vi è un breve cenno nel Genesi ove sii dice che dopo la morte di Sara,
moglie-sorella di Abramo, quest’ultimo ebbe con la sua seconda moglie Ketura,
sei figli: Zimram, Jokscian, Medan, Midian, Ishbac e Scivach.
Da questi ebbero origine
il popolo di Madian, che andò a stanziarsi nella penisola del Sinai cioè ad est
di Canaan, nel Genesi si fa riferimento a loro nei punti 28,36,37.
Nell’Esodo si fa
riferimento nel passo 2,18 che Mosè fu accolto dal sacerdote di Midian, Jthrò.
La parola sacerdote mi fa
comprendere che questo Jthrò, che si trovava nel territorio Madianita era il
depositario delle incombenze che il suo El-Elohim gli aveva concesso quale
controprestazione del solito protettorato, ecco perché Mosè che aveva avuto in
moglie una figlia di questo capo-tribù-sacerdote, che si chiamava Zippara, ebbe
due figli che Mosè chiamò rispettivamente Gherson, che vuol dire “io sono
straniero” e l’altro venne chiamato Eliezer “El è il mio protettore”.
Questa tribù di nomadi
erranti che occupavano la penisola del Sinai orientale, ora penisola Sinaitica,
questo insieme di persone si era formato dopo che Midiam fu scacciato da Abramo
insieme alla loro madre e gli ulteriori cinque figli per poter lasciare
l’intera eredità ad Isacco, questo popolo formatosi dopo l’allontanamento
voluto da Abramo, a differenza di Israele che andò a stanziarsi in Egitto,
nella sua migrazione andò verso la parte orientale delle montagne del Sinai,
non subendo quindi la presunta schiavitù menzionata nella Bibbia.
Sarebbe stato
interessante sapere se Ismaele e Cheturà e i suoi figli fossero stati
circoncisi così come chiese El Chadday. L’essere distanti dall’Egitto e non
avere creato delle grosse città e agglomerati urbani, permise al popolo madianita
di mantenere e conservare le loro usanze e tradizioni, ciò che in realtà non fu
mantenuto dagli Israeliti anche se loro vorrebbero farci credere diversamente
imponendo un periodo di schiavitù di 400 anni non veritiero e non comprovato da
alcun documento storico.
Ma questo evento venne
creato ad arte da Mosè?
Mosè stette con Jthro un
periodo oscillante dai 50-60 anni, non sapendo esattamente quanti ne aveva al
momento dell’incontro con suo suocero.
Fu allora che stando
tanti anni così con la sua famiglia acquisita che certamente tramite suo
suocero venne a sapere queste verità nascoste e perse dal popolo di Israele in
Egitto.
Sicuramente Mosè acquisì
tutti quei racconti tramandati oralmente e risalenti a dopo il diluvio sino ad
arrivare al Patriarca Abramo.
Rammentiamo che Mosè non
era uno sprovveduto senza cultura, egli nel periodo di Akenaton o in qualunque
corte faraonica abbia frequentato, venne ad apprendere il patrimonio culturale
dell’Egitto e dei suoi Faraoni e di tutti gli Elohim-Neteru che erano presenti
in terra d’Egitto, ora arricchiva le sue conoscenze con la saggezza del suocero
Jthro.
La permanenza di Mosè
nella terra montagnosa, ma rigogliosa di verde nella primaverile del Monte
Oreb, ampliò la saggezza di Mosè, ormai arrivato alla soglia degli 80 anni.
Mentre si trovava a far
pascolare il suo gregge di pecore, denotò in uno sperone di roccia, uno
splendore di luci particolari, suo suocero Jthro gli parlò della montagna in
cui viveva un El e lui per curiosità si recò a vederlo.
Secondo la narrativa
biblica, questo El non era solo, egli infatti era accompagnato da un suo
subordinato che qui viene chiamato “inviato” dell’El, si fa vedere, il termine
“appare” è fuorviante, scritto appositamente per creare la suspense
dell’evento, in quanto apparire, significa inevitabilmente che dal nulla si
materializza, mentre “si fa vedere” significa che a poco a poco, man mano che
uno si avvicina, mette a fuoco la cosa che vedrà successivamente.
Apparire dà un senso di
misticismo e mistero.
Nel nostro caso questo
El, cioè un essere che poi verrà successivamente chiamato Malakim è della
stessa razza e specie dell’essere che Mosè focalizza, ma poi mette a nitido
anche l’altro essere che gli si fa vedere.
Ciò che Mosè vede non è
qualcosa di arcano e solo sconosciuto a chi lo sta guardando, pertanto dice di
vedere qualcosa che arde e gli esegeti biblici, chiameranno, anzi tradurranno
come “roveto ardente”, ma questa è solo la traduzione non la realtà.
Sarei curioso di sapere
come un individuo del 1.300 a. C. definisse una cosa che sino a quel momento
non avesse mai visto, come per esempio una astronave oppure un aereo a reazione
che emettesse da sopra, da sotto, di lato un flusso di cosa che arda, ma non
bruci, non avendo la nozione di “velivolo”, di materiale che vola, di un
soggetto che è all’interno della macchina che emette queste fiamme, che fiamme
non sono, che bruciano se tu ci passi vicino, ma altrimenti non succede nulla.
Ed ecco che
improvvisamente uno di questi esseri, parla a Mosè e la domanda sorge spontaneamente,
in che lingua proferisce la frase: “Non avvicinarti oltre, togliti le scarpe
dai piedi perché il terreno sul quale stai è suolo sacro”.
Ma come poteva il suolo
essere sacro dell’essere con cui stava parlando, la sacralità cioè la
separazione di una cosa dall’altra non può essere definita dall’essere con cui
Mosè stava parlando, ma doveva essere definita solo da Mosè che avrebbe dovuto
avere rispetto del luogo in cui si trovava e non calpestarlo per non arrecare
torto alla deità a cui era stato consacrato quel luogo.
Era solo un problema dei
narratori biblici che vogliono farci denotare con questa frase che ci troviamo
in una posizione di sudditanza nei confronti della divinità.
Non sapendo, pertanto,
esattamente in che lingua questo El parlasse con il suo interlocutore, dobbiamo
necessariamente prendere per buone le sue intenzioni scrittorie, letteralmente
così come vengono scritte, non avendo la minima percezione di come le stesse
fossero proferite.
Sappiamo solamente
l’intenzione degli scrittori biblici su che cosa volessero inviare al lettore,
il messaggio che loro volevano veicolare e che noi dovevamo percepire.
Detto questo, sappiamo
solamente che per “roveto ardente”, lo scrittore esegeta biblico, non sapeva di
che cosa si stesse parlando.
Si può denotare, senza
ombra di dubbio che questo El, incarica Mosè di mettere in pratica, un piano
elaborato affinché lo stesso dovesse convincere delle persone a spezzare il
giogo della sudditanza con il Faraone d’Egitto e far uscire queste persone dal
territorio egiziano.
Si evince una evidente
debolezza e impossibilità dell’El di poter fare da solo qualcosa, anzi di
mettere in pratica personalmente la fuoriuscita di questa moltitudine di
persone.
Noi pensiamo con il metro
che ci hanno insegnato, le nozioni con cui ci hanno indottrinato e ammaestrato
è stato quello di percepire che il nostro Dio unico aveva il potere di fare
tutto quello che egli voleva, in quanto la sua onnipotenza non poteva essere
contrastata da alcuna altra entità, essenza e potere, quindi perché questa cosa
doveva avvalersi di un intermediario per fare uscire il “suo popolo”
dall’Egitto, e poi vediamo perché un cittadino egiziano doveva andarsene via
dal suo paese anche se adottivo?
Credo che non si possa
dire che un popolo che dimora in una terra adottiva per 400 anni, non si debba
considerare Egiziano e poi a che titolo questo Elohim affermava che “il mio
popolo Israele esca dall’Egitto”, forse costui dimentica che questa famiglia di
70 persone, arrivata in Egitto 400 anni prima degli accadimenti che stiamo
leggendo, debba innanzitutto considerarsi “popolo”, nazione.
I soggetti a cui fa
riferimento questo El-Elohim, non sono un popolo, una nazione omogenea, essi
denominati Abiru, erano provenienti dai territori Amorriti, Hyksos, Hittiti e
tanti altri, non avevano nulla in comune, se non le mandrie e i greggi, ma
ognuno di questi, si portava dietro le loro credenze, tradizioni e divinità.
Vediamo ora gli ordini di
ingaggio della missione per cui Mosè è demandato dall’El di compiere in terra
d’Egitto, per fare poi cosa? Andare in una terra che non era neppure loro e
neppure stata assegnata al proprio El, in quanto a questo non fu dato neppure
un popolo, ma una famiglia dalla tribù, la famiglia di Giacobbe.
La prima titubanza ed
eccezione che Mosè fa all’El che sta vedendo, è quella di dire: “ma se mi
chiedono a che titolo io sto esperendo questa richiesta al Faraone, cosa devo
rispondere”, ed ecco che l’El si presenta al suo interlocutore dicendo di
essere “Io sono colui che sono”, a dire la verità questa è la vera dizione
proferita in chissà quale lingua “Eyah Asher Eyah”, dicendo ancora ai
discendenti d’Israele che “Eyah ti ha mandato” e ad Abramo, Isacco e Giacobbe
sono apparso come El Chadday e, non mi sono manifestato a loro con il nome di
YAHWEH.
Questa frase si comprende
inequivocabilmente a dispetto di tutto ciò che hanno scritto gli esegeti
biblici quando intenzionalmente intorno al 6°-5° secolo a. C.. quando venne
trascritta la Tanak nella veste attuale che stiamo leggendo, loro hanno
intenzionalmente aggiunto.
JHWH in ogni passo dove
appariva il nome di un altro El, cancellandolo e sostituendolo con JHWH e,
pertanto evidente che questa è la prima volta che appare questo essere e si
presenta dicendo realmente chi è.
Cerchiamo ora di
comprendere come gli esegeti biblici, siano riusciti con ambiziosi
contorsionismi letterali a mutare il termine Eyah in Yahweh.
Come dicevo all’inizio di
questo capitolo erano evidentissime le mistificazioni create su questo termine,
ma non potevano essere messe in evidenza, in quanto non era arrivato il momento
logico per poterlo affermare.
L’intera narrativa
biblica si basa sulla costruzione della figura biblica del personaggio Mosè,
solo nel momento in cui egli entra in contatto con suo suocero, dipinto quale
sacerdote di Midian, egli prende forma ed in contemporanea prende forma questo
El che dal popolo Madianita veniva chiamato JHWH.
Cerchiamo di comprendere
questo complicato intreccio di credenze.
Allora!! Siamo in pieno
territorio Madianita, questo popolo è stanziato ad Oriente-Est della Penisola
Arabica, è un diretto discendente di Abramo da parte dei discendenti di Keturà
e forse potrebbe essere anche Agar, la madre di Ismaele, orbene quasi tutti
dimenticano che questo popolo era stato circonciso da Abramo su richiesta di El
Chadday e poi rammentiamo altresì che il primo della famiglia di Abramo a cui
era stato pronosticato una figliolanza e discendenza come tutte le stelle del
cielo e l’arena del mare, era proprio Ismaele, perché questa divinità avendo
già un popolo da proteggere si rivolge come seconda scelta a Mosè nel voler
anche quell’altra fazione cioè Ismaele con il dettato biblico di riscattare gli
Israeliti dalla schiavitù.
Per necessità virtù,
occorre evidenziare che nei passi dell’Esodo 2-3 si fa riferimento ad avvenimenti
successi realmente in terra d’Egitto centinaia di anni prima nel periodo di
regno del Faraone Sekhemre-Sobekhotep III.
Fu in questo periodo che
tutti i popoli denominati Asiatici e riconducibili agli Hiksos, Hittiti
(Chivvei) e Cananei, denominati tutti Abiru, che vivevano tutti nella foce del
fiume Nilo, furono ridotti in schiavitù, i beni e il bestiame degli Asiatici
furono confiscati con decreto reale, agli Ufficiali che stavano alla corte del
Faraone furono concesse di mantenere le loro attribuzioni, ma sotto
sorveglianza e controllo diretto dei loro padroni Egiziani.
L’Egitto si riappropriò
del potere che aveva perduto nei circa 220 anni di dominio degli stranieri
Hyksos (Asiatici) assoggettandoli nuovamente sotto il dominio dei Faraoni.
Il papiro di Brooklyn,
giunto a noi, fa riferimento che nella XII dinastia Egizia, che circa il 50%
del popolo stanziato in Egitto era proveniente dalla Palestina e, in questi
scritti vengono citati anche gli Hapiru-Abiru, che con questo appellativo
vennero impropriamente associati agli Ebrei.
Nel regno del predetto
Faraone e dei successori della XIII dinastia, assoggettarono sia la tribù e i
discendenti di Israele e di tutti coloro che vivevano negli insediamenti
intorno alla città di Avaris e di tutto il delta del Nilo.
Iniziarono realmente in
questo periodo le angherie riferite nei primi due passi della narrativa
biblica.
La popolazione Israelita
fu impiegata da questo Faraone a tipiche mansioni di maestranza e domestiche
come servitù dei nuovi padroni passati al potere, cioè quei Faraoni che non
avevano conosciuto Giuseppe.
Pertanto se questo fu il
periodo a cui l’El si riferisce nei suoi comandi per portare il “suo popolo
fuori dall’Egitto”, non potrebbe essere accolto dal popolo Israeliano in quanto
farebbe decadere immediatamente tutto il soppalco su cui hanno costruito la
loro discendenza storica, e non potrebbero affermare che sia esistita la
schiavitù Israelita e che questa sia durata 400 anni, cadrebbe tutto il
presupposto che l’El-Elohim “li aveva liberati dalla schiavitù egiziana”.
Tale affermazione
sprofonderebbe nel ridicolo in quanto in tutto il periodo che visse Giuseppe e
la famiglia intera di Giacobbe e i suoi figli, supera con tranquillità i 150
anni, quindi se con l’avvento e la dominazione della XIII dinastia risale al
periodo oscillante tra il 1.650-1.600 a. c. pertanto non si può dire che dopo
50 anni circa dalla morte di Giuseppe, la sua famiglia che poteva essere
diventata di 5-600 anime fosse caduta in schiavitù, sicuramente l’intero evento
dell’Esodo è avvenuto sotto questo Faraone e i suoi successivi.
Ma tale periodo ed il
nome dei suoi personaggi doveva essere sottaciuto in quanto non sarebbe stato
credibile, che Mosè facesse tutte queste peripezie per fare uscire una piccola
tribù fuori dal territorio che era stato assegnato a Giuseppe dal Faraone Sheshi.
Pertanto non essendo
credibile l’instaurazione di un racconto, si ribadisce veritiero e realmente
accaduto in questo periodo cioè nel periodo della fine della dominazione
Hiksos, si è voluto con la Bibbia sottacere gli eventi reali, depistando ad arte
due eventi ripetuti in due libri differenti, nel Genesi 47,11 si fa menzione
alla terra di “Ra’Amses” e poi nell’Esodo 1,11 “città ad uso magazzini Pithon e
Ra’Amses”.
Queste affermazioni
rendono inevitabilmente non credibili tutti gli avvenimenti della Bibbia, in
quanto si presume un immane sforzo di camuffamento per non comprendere
realmente ciò che è avvenuto ed il periodo storico da accomunare gli eventi.
Ma accettiamo ugualmente
senza contraddire ciò che viene narrato nel libro Sacro agli Ebrei, facendogli
credere che corrisponde a verità ciò che loro vogliono propinare al Mondo e in
cui credono ciecamente senza ombra, né paura di critiche che anche se ora
comprendo il perché gli Ebrei non vogliono chiamare il loro Dio con dei nomi,
in quanto credo che si vergognino di dire che il loro protettore corrispondeva
alla divinità Assiro-Babilonese-Amorrita e Egiziana, che corrispondeva alla
divinità lunare di Yah, che diventò in ebraico Yahweh, forse perché in Egitto
questo suolo era di una divinità femminile, associata alla luna ed al dio
Thoth.
Comunque fingiamo di non
avere compreso e continuiamo con la narrativa che viene enunciata nell’Esodo.
Questa divinità dal nome
impronunciabile per suo stesso volere, nell’incaricare Mosè di fare uscire
dall’Egitto il suo popolo e volendo assumersi lui la responsabilità della
missione, dice a Mosè che “io sono”, lo mandava dinnanzi i figli di Israele
dicendo che una divinità che loro non conoscevano, ma era stato conosciuto da
Israele 500 anni prima della presunta schiavitù, doveva uscire dall’Egitto, per
andare in una terra che era già abitata e di proprietà dei popoli Cananei,
Chittei, Emorrei, Perizei, Chivvei, Jevusei.
Cioè cerchiamo di comprendere,
non dice “io ho il terreno e voi ci andrete ad abitare”, no, le testuali parole
sono “ho decretato di trarvi dalla schiavitù egiziana per condurvi nella terra dei
…”, in altre parole, il “suo” popolo doveva prima affrancarsi dalla schiavitù
egiziana per poi andare a combattere e sottomettere tutti quei popoli prima
enunciati ed appropriarsi delle terre da loro abitate.
Strana missione e priva
di ogni reale principio, questi potevano essere solo gli ordini di un sognatore
per una missione che nella storia non è stata mai portata a compimento e quindi
non può che non essere avvenuta.
Comunque rimaniamo nella
finzione voluta e creata nella narrazione biblica.
Un’altra cosa che non
corrisponde a verità ed è una tipica espressione menzognera della Bibbia, è
quella riferita all’Esodo al punto 3,18 affermato dalla divinità “Il Signore
degli Ebrei”, come potrebbe la divinità fare un errore simile, chiamare il
“suo” popolo “Ebrei” quando lui ha sempre detto di avere preso in carico solo
la famiglia di Giacobbe.
Vorrei evidenziare delle
ulteriori dichiarazioni non veritiere messe in bocca a questa divinità,
facendola diventare un mistificatore ed uno che non viveva nella realtà degli
eventi, ma come si suol dire, è stato preso in mezzo ed a lui si imputa tutto
ciò che il narratore biblico avrebbe voluto che accadesse.
Esodo 3, 19-20 “Io so per
certo che il re d’Egitto non vi darà il permesso di andare via se non costretto
dall’intervento di una mano potente. Allora io stenderò il mio braccio e
percuoterò gli Egiziani mediante i miracoli che effettuerò in mezzo a loro,
dopo di che vi lascerà partire”.
Ma che modo di pensare è
questo? L’El JAHWEH sa già tutti gli eventi che dovrebbero accadere, ma afferma
che percuoterà gli Egiziani con miracoli!
Vediamo il panorama
politico in cui si stava muovendo il nuovo Faraone che in un modo molto subdolo
e sottile viene chiamato come colui che aveva costruito la città di Ra’Amses.
Orbene dopo la morte del
Faraone Sethi I°, il suo successore fu Ramesse II.
Questo Faraone salì al
trono all’età di 24 anni, nel 1.279 a. C. con il nome di Usermaatra-Setpenra-Ramessu-Meriamon.
Passò alla storia per
avere effettuato una guerra contro gli Hittiti in una battaglia passata alla
storia con il nome di Qadesh, combattuta al 5° anno del suo regno cioè quando
aveva 29 anni, dando delle stabili frontiere fra i due popoli e al 21 ° anno
del suo regno fu firmato il primo trattato di pace fra due popoli, pervenuto
sino ai nostri tempi integralmente dal quale si può denotare, che da quel
momento vi fu una pace stabile tra questi due popoli.
Prima di continuare la
narrativa biblica è necessario spendere qualche parola sulle divinità egiziane
affinché si possa comprendere a pieno la storia raccontata nella Bibbia.
Come si è potuto denotare
negli scritti precedenti riferiti ai Faraoni egiziani, costoro al momento
dell’insediamento assumevano il nome della divinità che li avrebbe protetti ed
aiutati nelle difficoltà in particolare nelle battaglie a cui avrebbero
partecipato, nel caso in questione, il Faraone Ramesse II assunse il nume
protettore nella persona di Amon-Ra, cioè Marduk in persona.
Per i predetti motivi il
Faraone affinché questo Neteru-Dio-El pretendeva quale controprestazione che il
suo protetto gli costruisse templi, luoghi non di culto come si è sempre voluto
far credere, ma luoghi dove ci fosse la possibilità di allevare del bestiame,
in quanto le divinità mangiavano, bevevano poi doveva esserci un Harem sacro
con ancelle che si accoppiassero con la divinità quale atto di riconoscenza,
questo Neteru-Dio-El avrebbe dato la benedizione al Faraone ed i suoi famigliari.
Noi abbiamo sempre
pensato che questa benedizione fosse una sorte di pacca sulla spalla dicendo al
protetto “vai pure … tanto ci sono io”.
Ma così non era, la
protezione divina si estrinsecava nell’armare le truppe, il Dio in prima linea
con i soldati e lo stesso si sarebbe scontrato con la divinità avversaria
sempre che l’altro combattente avesse il nume protettore che si schierava anche
lui alla difesa o all’attacco.
Si racconta di questo
Faraone delle altre guerre combattute contro i “popoli del mare”, denominati
anche Shardana, da lui vinti e sottomessi, ma successivamente arruolati fra le
sue fila, in quanto ottimi combattenti.
Altra campagna militare
di questo Faraone guerriero fu quella combattuta nel 4 ° anno del suo regno e
quindi antecedente a Qades contro i popoli stanziati a Canaan, come è inciso su
una stele, con la solita vittoria su questo principe cananeo, conquistando
l’intero territorio Amorrita, che era uno stato vassallo degli Hittiti.
Era consuetudine da parte
di questi grossi popoli di acquistare dei territori con le armi e creare degli
stati cuscinetto, per rallentare la possibile avanzata di stati potenti e così
fu anche per Ramesse II che rovesciò degli staterelli, mettendo dei sovrani ala
comando che fossero suoi sudditi e vassalli.
La battaglia che gli
diede fama e potere fu quella combattuta nel 5 ° anno del suo regno, contro
l’impero Hittita, comandata da Mowatalli.
Gli Hittiti con il loro
impero in espansione riuscirono ad espandere i loro confini sino alla Siria,
Irak. Conquistando l’intero territorio dominato dai Mitanni.
La strategia militare di
creare dei potentati locali a cuscinetto dell’Egitto, non resse più a causa del
continuo sconfinamento delle truppe Hittite e pertanto si arrivò allo scontro,
dopo la solita incursione Hittita.
Della battaglia di Qades
si hanno notizie di entrambi i contendenti.
Ramesse II, forte di
circa 20.000 uomini con le sue quattro divisioni chiamate rispettivamente Ra-Ptah-Amon
e Seth, decise di adottare la solita tattica militare di accerchiamento,
chiamata anche a “tenaglia”, facendo scivolare ai due lati due divisioni, una
alla sua destra, l’altra a sinistra e due al centro, con una che sarebbe
confluita verso sinistra, l’altra verso destra con un piccolo nucleo al centro.
Ma come al solito la
variante impazzita dalla fretta e dal solito tranello ed inganno venne
perpetrato nei confronti del giovane re che si trovò in cattive acque, perché
fu lui ad essere accerchiato e rischiò di morire, ma in suo aiuto arrivò
personalmente Amon-Ra che lo trasse dalla battaglia.
Questo espediente permise
al sovrano non solo di sottrarsi alla morte, ma di attuare la tattica di
accerchiamento che permise allo stesso di vincere la battaglia.
Così non fu, perché
secondo la tesi avversaria, la battaglia fu vinta dagli Hittiti, che con un
trattato decisero di scrivere per i propri sudditi di avere entrambi vinto la
battaglia, l’armistizio fu firmato da Ramesse II-Hattusilli III e suo fratello
Muwatalli.
Ciò che colpisce di
questo racconto che non è una fiaba, ma scritto nel tempio funerario dello
stesso Ramesse II, sia nei templi di Karnak, di Luxor ed in quello di Abu
Simbel, si asserisce che in Battaglia insieme a lui c’era il suo El-Neteru
protettore Amon-Ra (Marduk), che trasse dalla battaglia il suo protetto, mettendolo
in salvo.
Mentre nella fazione avversa
vi era un altro El-Anunnaki chiamato Hadad (Nergal) e anche Teshup (dio della
tempesta).
Vi starete chiedendo il
perché ho scritto queste cose e raccontato le gesta del dio Amon-Ra e di
Ramesse II, per far denotare che la richiesta del protettore El di Israele
erano incomprensibili non avendo lui la facoltà di entrare in conflitto con il
suo capo supremo (Marduk-Amon-Ra), in quanto sarebbe stato annientato.
Vorrei ancora sottoporre
alla vostra attenzione un ulteriore elemento che mi fa comprendere che l’Esodo
di cui parla la Bibbia, non può essere avvenuto con questo Faraone e di alcun
altro sia della XVIII e XIX dinastia in quanto sarebbe stato messo agli atti
del necrologio sempre molto espanso sulle gesta dei rispettivi Faraoni, che
volevano che tutto ciò che loro avevano fatto in vita sarebbe stato ricordato
dopo la loro morte.
Il Faraone Ramesse non
racconta di alcun esodo di un intero popolo che fuoriusciva dall’Egitto e che lo
stesso Faraone, ovvero uno dei suoi innumerevoli figli, fosse morto annegato
nell’inseguire l’orda dei fuoriusciti dal territorio, nessuno ha mai preso
nella dovuta considerazione che il regno di Ramesse II ha avuto la più lunga
durata che si possa ricordare, in quanto lui morì all’età di 91-92 anni.
Visto che dalla battaglia
di Qades, avvenuta nel 5 anno del suo regno, quando lui aveva 29 anni, negli 60
anni di regno, lo stesso non ha mai fatto menzione di un popolo che errava
nella penisola Arabica con a capo un egiziano di sangue misto Amorrita, sotto
il protettorato di un El chiamato JHWH.
Sono invece del parere e
convinto che tale evento sia realmente avvenuto, con un altro Faraone e in un
altro periodo della storia egiziana, infatti tutte le cose narrate nella
Bibbia, dall’uccisione dei primi nati degli Abiru e l’allontanamento degli
stessi dal suolo d’Egitto, avvenne realmente nel periodo del Faraone Khaneferre
Sobekhotep.
Appare evidente che il
predetto Faraone non poteva essere nominato e non si poteva affermare che
questi eventi fossero ascritti al periodo in cui lui regnò, come ho enunciato
prima, perché non erano trascorsi i 400 anni di schiavitù, quando realmente
erano trascorsi appena 50 anni circa dalla morte di Giacobbe.
Sarebbe pertanto decaduto
e fuori luogo tutta l’intera struttura biblica ancorata alla schiavitù e la
relativa liberazione da essa da parte del loro protettore JHWH, ma non solo
tutta l’impalcatura per la Pasqua Ebraica diventava priva di fondamento e
pertanto non avrebbe avuto alcun senso l’intero racconto che è supinamente
incardinato sul presupposto che sia avvenuta prima la schiavitù, poi la
liberazione con l’apporto di Jhwh, poi l’esodo.
Venendo a mancare
l’intera cronologia e i suoi elementi, viene a decadere l’intero soppalco che
si è voluto creare nella narrazione biblica.
Capitolo
quarto
Esodo 4 e segg. ti
Mosè rispose: “Forse non
avranno fede in me e quindi non ascolteranno la mia voce, perché diranno: non
ti è apparso l’El” e l’El rispose: “Che cos’hai in mano?” Ed egli disse: “una
verga”. E allora l’El riprese: “Gettala a terra”. Egli ubbidì ed essa divenne
un serpente, alla cui vista Mosè fuggì. E allora l’El disse a Mosè: “Afferra il
serpente per la coda”. Egli eseguì il comando e il serpente ritornò verga in
sua mano. Ciò proverà che veramente è apparso a te l’El dei tuoi padri, l’El di
Abramo, Isacco, Giacobbe.”
L’ El gli disse ancora: “Metti
la mano nel seno”. Egli la mise e ritirandola vide che essa era lebbrosa,
bianca come la neve. E aggiunse: “Mettila di nuovo nel seno “e dopo che la ebbe
ritirata, essa aveva ripreso l’aspetto naturale. “Ebbene se non avranno fede in
te e saranno sordi alla voce del primo “miracolo”, dovranno cedere alla voce
del secondo. Se resteranno increduli a questi due prodigi e non vorranno dare
ascolto alla tua voce, prendi acqua dal Nilo, versala sull’asciutto, e,
quell’acqua sparsa sul terreno si convertirà in sangue”.
Mosè disse all’El: “O El,
deh considera che io non sono un buon parlatore, né lo fui per l’addietro, ne
lo sono divenuto da quando tu mi affidasti il mandato: ho difficoltà nel
parlare”. Ma il Signore gli rispose: “Chi ha dato la bocca all’uomo? Chi lo
rende muto o sordo o veggente o cieco? Non sono io l’El? Or dunque va, io sarò
con te e ti ispirerò ciò che dovrai dire”. Egli replicò “Deh, o El, affida il
mandato a chi vuoi affidarlo!” Allora l’El si sdegnò contro Mosè e disse: “C’è
Aron, tuo fratello, il levita, io so che egli sa parlare. Egli sta per venirti
incontro e quando ti vedrà, gioirà nel suo cuore. Tu gli parlerai e gli
suggerirai le parole che dovrà dire. Io poi ispirerò la sua bocca e la tua e vi
indicherò quello che dovrete fare. Egli parlerà in tuo nome al popolo in modo
che egli sarà per te lì esecutore vocale e tu sarai l’ispiratore della parola
divina. E con questa verga, la prenderai in mano e con essa compirai i
miracoli.”
Dopo di ciò Mosè ritornò
a Jthro, suo suocero e gli disse: “Voglio partire per ritornare presso i miei
fratelli in Egitto, per vedere se sono ancora vivi.” Jthro gli disse: “Va in
pace”.
L’El disse a Mosè in
Midian: “Ritorna in Egitto, perché sono morti tutti quelli che volevano
ucciderti”.
Mosè prese la moglie e il
figlio e li fece montare sull’asino e riprese il cammino verso l’Egitto,
tenendo in mano la verga dell’El.
E l’El disse a Mosè: “Ora
che ti disponi a tornare in Egitto, sappi che tutti i miracoli che io ti
incarico li dovrai eseguire al cospetto del Faraone, ma io lo renderò ostinato
ed egli non lascerà andare via il popolo. Allora tu dirai al Faraone: questa è
la parola dell’El, Israele è il mio primogenito. Io già ti avevo detto: Lascia
partire il mio figlio affinché mi presti culto e tu hai rifiutato di lasciarlo
partire. Ebbene ti farò morire il tuo primogenito”.
Durante il viaggio egli
sostò in un ricovero, l’El lo colpì e cercò di farlo morire. Allora Tsipporà
prese una selce, tagliò il prepuzio del figlio e gettandolo ai piedi di Mosè
gli disse: “Ora si che tu mi sei sposo acquistato col sangue”. L’El lo lasciò
ed essa disse allora: “Mi sei sposo per il sangue in merito alla
circoncisione”.
L’El disse ad Aron: “Va
incontro a Mosè nel deserto”. Egli andò e trovatelo presso il monte dell’El, lo
baciò.
Mosè espose ad Aron tutte
le parole che l’El l’aveva incaricato di dire e tutti i miracoli che gli era
stato comandato di dire e tutti i miracoli che gli era stato comandato di fare.
Allora Mosè ed Aron partirono verso l’Egitto e là adunarono tutti gli anziani
dei figli di Israele. E Aron ripeté tutto quanto l’El aveva detto a Mosè e fece
i prodigi alla presenza del popolo.
Il popolo prestò fede e
comprese che l’El si era ricordato dei figli di Israele e che aveva considerato
la loro miseria e quindi si inchinarono e si prostrarono.
Vediamo di analizzare
ogni piccolo particolare di questo passo che inizia con la scoperta della verga
(bastone) posseduto da Mosè, il quale non si era accorto di tutte le proprietà
magiche che erano racchiuse in esso.
Dopo una serie di
esibizioni di prestigio per convincere Mosè, l’El JHWH insegna a Mosè come
usare il bastone ormai munito di grandi prestazioni di magia. Ma mentre l’El
erudisce il nuovo mago, lo stesso Mosè fa presente alla divinità che lui non
era un buon parlatore, in realtà nella Bibbia c’è scritto che era “pesante di
bocca e di lingua”, in altre parole era balbuziente.
Questo problema creò
subito un attrito tra Mosè e la divinità e lo stesso cercò di sviare e
declinare dall’incarico, chiedendo all’El di affidare il mandato ad un altro.
Fu in questo momento che
l’El nel suo sdegno decise che nell’incarico sarebbe stato coadiuvato da suo fratello
Aron, il levita.
Questo personaggio che si
affaccia nel panorama biblico permette di avere la conferma di ciò che avevano
preannunciato poche righe fa.
Aronne, fratello di Mosè,
sono i bisnipoti del patriarca Levi, sia di padre che di madre, in quanto Levi
generò Gershon, Kobath e Jochebed, padre di Aronne e Mosè, il quale sposò
Amram, generata da Kobath che era la madre.
Questa brevissima
genealogia permette pertanto di collocare esattamente il periodo in cui visse
Mosè e suo fratello maggiore Aronne, non solo si può con tranquillità affermare
pertanto che il faraone dell’oppressione era Khaneferre Sobekhnotep IV, mentre
il Faraone dell’Esodo era Djedueferre Dudimose.
Ma se da un lato vi sono
delle certezze del momento storico in cui gli eventi narrati nella Bibbia hanno
un riscontro approssimativo di anni, che sono facili da conteggiare dal momento
dell’arrivo in Egitto di Giacobbe-Israele, il periodo di appena 50-70 anni del
ricambio generazionale decorrente dal bisnonno di Mosè, Aronne, permette di
emettere un severo giudizio sulle affermazioni di schiavitù patita dal popolo
Abiru per 430 anni, non corrispondono a verità, facendo crollare l’intero
impianto fiabesco delle angherie e patimenti che questo popolo avrebbe dovuto
sopportare e pertanto tutto il racconto descritto da questo El, che vuole fare
uscire dall’Egitto il “suo “popolo, affinché non avesse più sofferenze, non ha
più quel supporto di verità che si è voluto inculcare a miliardi di persone in
questi 3.500 anni, mancando quel presupposto necessario di liberare gli Ebrei
dall’ affrancazione egiziana durata 430 anni.
Mentre, la realtà è molto
diversa, in quanto per tutta la vita di Giuseppe, la famiglia di Israele aveva
vissuto agiatamente di rendita fondiaria e delle proprietà dell’allevamento per
almeno 120 anni e solamente gli ultimi 20 anni diventarono di patimenti a causa
della scacciata dall’Egitto dei popoli Hyksos di cui la stessa famiglia di
Israele faceva parte.
Non fu, pertanto, un
esodo, così come viene decantato nei passi biblici, ma fu una scacciata di
popoli, così come realmente avvenne.
Vediamo ora una serie di
errori grossolani nei quali è incorso il narratore biblico, non tenendo a mente
la realtà degli eventi che si sono succeduti con infinite contraddizioni.
Nell’Esodo 4,24, si dice
che “Mosè prese la moglie e il figlio, li fece montare sull’asino e riprese il
cammino verso l’Egitto”, ed ancora “Durante il viaggio egli sostò in un
ricovero, l’El lo colpì e cercò di farlo morire. Allora Tsipporà prese una
selce, tagliò il prepuzio del figlio, gettandolo ai piedi di Mosè gli disse:
Ora si che tu mi sei sposo acquistato con il sangue”, l’El lo lasciò ed essa
disse: “Mi sei sposo per il sangue in merito alla circoncisione”.
Premettendo che al
momento della partenza verso l’Egitto, Mosè avrebbe dovuto avere all’incirca 80
anni e la moglie sicuramente intorno ai 70, mentre il loro figlio all’incirca
50 anni e si comprende che durante il viaggio Mosè si dev’essere sentito male, ecco
perché usa il termine che l’El “lo colpì per farlo morire”, s’intende che ha
rischiato di morire, ma ciò che si comprende con un certo senso di ilarità è
che, il narratore biblico non ha la nozione del tempo e degli eventi che sta
narrando.
In questo passo si vuole
descrivere che la cura per non rischiare la morte di Mosè fu quella di
circoncidere il figlio, non rammentando che la circoncisione la madre di questo
bambino di 50 anni ed oltre, la effettuava sul figlio ampiamente maturo, ma ciò
che intimorisce il lettore è la non curanza e la mancata cura dei particolari
della narrazione.
Come si può asserire che
una madre settantenne circoncida personalmente il figlio cinquantenne e getta
poi il prepuzio ai piedi del padre? ma nella menzogna ingannevole, il narratore
biblico dimentica di dire che il loro nonno cioè Jethro era un sacerdote
dell’El JHWH e un tris-quater del patriarca Abramo in linea Cheturà, pertanto
suo nipote avrebbe dovuto essere circonciso sin dalla nascita, così come anche
doveva essere fatto da Mosè che sapeva benissimo di essere bisnipote di Levi,
quindi lui stesso avrebbe dovuto circoncidere il proprio figlio sin dalla
nascita così come richiesto dal suo avo Giacobbe.
Anche in questo episodio
si vuole occultare ad arte che si venga a sapere la breve discendenza
intercorsa tra Giacobbe-Levi-Mosè, in quanto questo celare di date avrebbe
permesso di ampliare l’inesistente schiavitù di 430 anni e pertanto anche
accreditare l’Esodo come evento realmente accaduto.
Ma adesso, fingendo di
credere che tutto sia avvenuto come viene descritto dal libro Sacro,
continuiamo nella sua esposizione come se ciò fosse avvenuto durante il regno
di Ramesse II, quando ormai abbiamo compreso che, se il fatto avvenne, fu nel
periodo di Djedneferre Dudimose.
Mi immagino la scena di
una persona anziana, balbuziente, con una folta chioma bianca, così come è
stato sempre descritto l’eroe dell’uscita dall’Egitto di questo popolo, il
quale si recò dal Faraone Dudimose oppure Ramesse, se si vuole credere a una
delle due versioni prospettate, cioè quella virtuale creata dagli esegeti
biblici oppure quella che ragionevolmente traspare dalla narrativa esposta
nella Bibbia.
Sostituiamoci al cronista
biblico per comprendere cosa realmente avvenne dopo la decisione presa ed autorizzata
di Jthro, Mosè parte dal monte Oreb, situato nella penisola del Sinai, nella
parte meridionale della stessa per raggiungere suo fratello, più vecchio di
lui, presumiamo che avesse dagli 80 ai 90 anni, il quale lo attendeva nell’oasi
di Elim.
In modo molto sommesso ci
si chiede come facesse a saperlo e come Mosè avesse potuto comunicarglielo e
viceversa.
Si dirà sempre che i
commercianti di Midian avrebbero riportato la notizia, in quanto questa era la
solita modalità di comunicazione.
Comunque fingiamo sempre di
credere che tutto ciò che viene narrato nel libro rivelato sia “verità
intangibile”.
Aronne, pertanto, si
incontra con il suo nipote cinquantenne, il padre ottantenne e la madre molto
vicina all’anzianità, dopo avere tagliato il prepuzio al figlio Gherson ed
Eliezer, passando attraverso il Vada Feiran, si diresse verso il confine
egiziano della fortezza di Migdol.
Aronne abbracciata la
parentela, effettuano un viaggio di circa 1.500 kilometri per entrare nel
territorio Egiziano.
Mosè con il suo fratello
maggiore, affrontano a dorso d’asino il lungo cammino che doveva portarli sino
al delta del Nilo ed esattamente ad Avaris, dove sia la famiglia di Aronne
risiedeva, sia dove si trovava l’abitazione di Dudimose oppure Ramesse II.
Si stima che nel 1.450 a.
C. quando regnava Dudimose Djedneferre la popolazione egiziana non arrivasse a
tre milioni di persone e di queste circa 600-700.000 erano Abiru, ormai ridotti
in schiavitù, residuo del popolo Hyksos rimasto nel luogo dopo la scacciata dei
loro re-pastori.
Rammentando che la
maggioranza di questa gente asiatica (Amorriti-Cananei) lavorava la terra ed
erano pastori del bestiame che i loro progenitori avevano portato in Egitto ed
esattamente nel delta del Nilo.
La situazione era ben
diversa nel periodo di Ramesse II, nato nel 1.303 e vissuto fino al 1.213, cioè
esattamente 90 anni.
In questo periodo, la
popolazione egiziana sfiorava 3,5 milioni di abitanti e circa 60-70 mila erano
stranieri stanziati sempre alle foci del Nilo, perlopiù verso Goscen.
Come abbiamo visto
antecedentemente mentre si parlava di quest’ultimo Faraone, si è potuto
denotare che egli creò uno stato di opulenza per il popolo Egiziano con le sue
molteplici azioni militari “sconfiggendo” tutti i popoli limitrofi e confinanti,
creando degli stati “cuscinetto” tra lui e i suoi eventuali nemici, ma non si
parla nel modo più assoluto, né di Asiatici, né di Ebrei, quantomeno di
monarchi riferiti al popolo Israelita.
Appare più evidente che
le gesta di Mosè siano accostabili più al periodo di Dudimose che a quello di
Ramesse II, ma scopriamo ora il perché.
Nel periodo di Dudimose
vi era realmente una persecuzione del popolo Hyksos, di quei pastori erranti
Amorriti, Cananei, da cui provenivano i discendenti di Giacobbe, Israele.
Si era instaurato un odio
verso lo straniero invasore e la ritorsione degli autoctoni fu quella di una
vendetta di classe con una ribellione, sfociata poi nel tempo, con vittoria
degli Egiziani e per contro una imposizione di schiavitù verso questo popolo molto
numeroso.
Dai fasti creati da
Giuseppe, figlio di Giacobbe, si passa in pochissime generazioni, circa 4, a
ritrovarsi ad essere ridotti in schiavitù.
Come abbiamo visto prima
dell’entrata di Israele in Egitto, sino alle gesta di Mosè, realmente trascorsero
all’incirca 100-120 anni, ma essendo gli ultimi 20-30 trascorsi in schiavitù,
non si può affermare che tutto il periodo da Israele a Mosè, sia trascorso in
angherie e sofferenze.
Vediamo ora di
comprendere come mai Mosè e JHWH, usano il termine “suo-mio popolo”.
Se seguiamo la logica del
ragionamento testé indicato, la famiglia di Israele non poteva essere cresciuta
così a dismisura, come nella Bibbia si vuole fare credere.
La reale famiglia di
Israele e dei suoi discendenti in un secolo può essere diventata di non più di
un migliaio di persone, rammentando che lo stesso Giuseppe disse al Faraone
Sheshi che la sua famiglia era composta di 70 persone compreso lui e i suoi
figli, ma vediamo nel racconto biblico come si evolve la situazione.
Capitolo
quinto
Esodo 5 e segg. ti
Dopo di ciò Mosè e Aron
si presentarono al Faraone e gli dissero: Così comanda l’El JHWH d’Israele:
“Lascia partire il Mio popolo affinché in Mio onore celebrino una festa nel
deserto”. Il Faraone rispose: “Chi è questo JHWH a cui debbo ubbidire e
lasciare in libertà Israele? Non conosco l’El e non lascerò andare via Israele”.
Essi dissero: “La divinità degli Ebrei si è a noi manifestata, noi vorremmo
dunque andare per una marcia di tre giorni nel deserto per offrire sacrifici a
JHWH, affinché egli non ci colpisca con la peste o con la spada”.
Ma il Faraone rispose: “Perché
o Mosè e Aron, volete distogliere il popolo dal suo lavoro? Andatevene per le
vostre faccende”. E poi aggiunse: “Ecco il popolo del paese è numeroso e voi venite
a distrarlo suo lavoro”.
Il Faraone comandò in
quello stesso giorno agli ispettori egiziani ed ai sorveglianti ebrei dei
lavori: “Non date più paglia al popolo per la preparazione dei mattoni com’è
avvenuto per l’addietro, ma essi si procureranno la paglia. E il quantitativo
di mattoni che essi hanno prodotto per l’addietro sia mantenuto intatto, non
diminuiteli, poiché essi sono oziosi ed è per questo che gridano, vogliono
andare ad offrire sacrifici al nostro JHWH. Sia il lavoro reso più gravoso agli
uomini e siano obbligati ad eseguirlo cosicché non avranno più possibilità di
seguire parole ingannatrici”.
Gli ispettori e i
sorveglianti dissero al popolo: “Così comanda il Faraone: io non vi do più
paglia. Voi stessi ve la procurerete dove potrete trovarla perché nulla è
diminuito del quantitativo che voi dovrete produrre”.
Così si sparse il popolo
per tutto il paese d’Egitto per raccogliere stoppe in luogo di paglia. E gli
ispettori egiziani facevano pressione dicendo: “Terminate il lavoro assegnatevi
giorno per giorno nella stessa quantità come quando era somministrata la
paglia”. E i sorveglianti ebrei che gli ispettori egiziani avevano preposto ai
lavori, furono percossi dicendo loro: “Perché non avete compiuto il vostro
dovere di fabbricare mattoni come all’indietro?”
E i sorveglianti dei
figli di Israele vennero a reclamare presso il Faraone dicendo: “Perché fai
questo ai tuoi servi? Paglia non è più fornita e pur nonostante ci si comanda
di fare mattoni”. “Ecco i tuoi servi sono battuti, quindi il tuo popolo è
colpevole”.
Ed egli rispose: “Voi
siete oziosi. Per questo voi dite: vogliamo andare ad offrire sacrifici all’El.
Ora quindi andate al vostro lavoro: paglia non vi sarà data e fabbricherete lo
stesso quantitativo di mattoni”.
I sorveglianti dei figli
di Israele si videro a mal partito, dovendo comunicare che il lavoro
giornaliero avrebbe dovuto essere mantenuto come per l’addietro.
Incontrando Mosè ed
Aronne che stavano dinanzi a loro mentre uscivano dalla presenza del Faraone,
dissero loro: “Veda l’El la nostra azione e giudichi che ci avete resi odiosi
al Faraone e i suoi servi, al punto di consegnare nella loro mano una spada per
ucciderci”.
Allora Mosè si rivolse
all’El dicendo: “O Signore, perché hai fatto del male a questo popolo? Perché
mi hai inviato? Dal momento che mi sono presentato al Faraone per parlargli in
tuo nome, si produsse del male a questo popolo, né tu recasti alcuna salvezza”.
In questo passo si denota
che il narratore biblico è avulso da ogni contesto storico, territoriale,
politico, economico e religioso di cui il popolo sta vivendo e si comprende
anche il perché lo scrittore narra nel 500-600°. C. di eventi avvenuti circa
1.000 anni prima, senza avere la minima nozione reale di cosa lo stesso stia
scrivendo e narrando.
Secondo ciò che si era
prefisso il cronista, riferisce di fatti socio-economici che non si associano
al periodo storico di cui vuole far sapere ai lettori del libro Sacro, il
messaggio che vuole fare conoscere, è un popolo che vive di angherie e
sofferenze perché manca “la paglia” per costruire i mattoni richiesti dal
Faraone per edificare chissà che cosa.
Con i mattoni d’argilla e
paglia, non credo venissero costruite le magnificenze che tutt’oggi sono
rimaste del popolo Egiziano, pertanto erano le stesse costruzioni di case che
sarebbero servite al popolo straniero e quello autoctono.
Se poi vogliamo associare
al periodo in cui stavano vivendo, si comprende il profondo astio che il
Faraone Dudimose aveva verso il popolo di invasori Amorriti-Cananei per l’occupazione
abusiva di più di 200 anni da parte di questi pastori erranti Abiru che avevano
occupato il suolo egiziano con prepotenza ed angherie e sofferenze che loro
avevano cagionato al popolo egiziano, rendendolo schiavo.
Intendo rammentare che
nel Genesi 47, 13-14-15-16 a parti invertite, fu Giuseppe a ridurre in
schiavitù il popolo egiziano. “La carestia era gravissima, tutto il paese
mancava di viveri e l’Egitto come Canaan ne erano stanchi. Giuseppe raccolse
tutto il denaro che si trovava in Egitto e in Canaan per i viveri che
comprarono e lo fece entrare nelle casse del Faraone. Dopo finito il denaro
agli Egiziani restava solo una cosa da fare.”.
Genesi 47,19,
“consegnarsi spontaneamente in schiavi direttamente a Giuseppe e al Faraone in
carica affermando: Acquista noi e le nostre terre in cambio di viveri e
passeremo al servizio del Faraone”.
Genesi 47, 20 “vi è la
conclusione del contratto da parte di Giuseppe a nome e per conto del Faraone
in carica, acquistò tutti i terreni d’Egitto e anche le persone oppresse da
fame”.
Senza esprimere pareri
sul comportamento di Giuseppe né del Faraone Hyksos, a parti invertite appena
poco tempo dopo questi avvenimenti e procrastinati nel tempo solo di 3-4
generazioni, il popolo Abiru-Amorrita-Cananeo si trovava in condizioni
letteralmente opposte, con gli Egiziani che si erano riscattati, scacciarono i
Re-pastori e la popolazione rimasta venne oppressa di angherie, lo stesso che
loro avevano imposto agli Egiziani.
Appare evidente che i
Faraoni di queste nuove dinastie volessero vendicarsi di quel popolo che si
ripete non era il popolo Ebreo, in quanto gli Ebrei non avevano ancora una loro
connotazione storica, ma essi erano gli Abiru-Apiru, cioè tribù erranti senza
alcuna patria, ne amalgama di popolo.
Un altro evento che
diventa evidente nella descrizione biblica è quello di raccontare fatti
riferiti alla loro divinità come se realmente fossero di stanza nel territorio
Egiziano e vi fosse un continuo dialogo tra lui, Mosè ed Aronne.
Continuo a ribadirlo, il
narratore biblico non vuole rendersi conto che non vi era un solo El, ma nella
vita giornaliera di questi popoli, gli Elohim-Neteru-Anunnaki avevano i loro
templi, vivevano in mezzo al popolo che loro avevano deciso di adottare e di
proteggere e non possono essere veri questi continui dialoghi tra Mosè, Aronne
e il loro protettore JHWH.
Un altro motivo è quello
che essendo una divinità minore non avrebbe mai potuto opporsi alle divinità
maggiori, le quali erano stanziali in Egitto, come Amon-Ra, Ptah e tutti gli
altri, solo se il Faraone avesse preavvertito un senso di pericolo in questa
divinità minore, avrebbe allertato i suoi protettori Amon-Ra-Marduk e questo El
sarebbe stato distrutto.
Ma lui furbescamente non
esce mai allo scoperto, manda avanti i suoi emissari per portare a termine la
missione di un “presunto esodo” non avvenuto, ma raccontato nei minimi
particolari, senza avere mai alcun riscontro storico, archeologico, né alcun
atto che possa attestare la veridicità dei fatti narrati, rimanendo relegato in
quei miti che la stessa Bibbia dice degli altrui idoli e statue degli Elohim
avversi.
Lo stesso Mosè
rivolgendosi, non si sa come, all’El mentre il narratore biblico vuole farci
continuamente credere con la frase “si rivolse all’El”, che Mosè si rivolgesse
alla sua divinità con la forza del pensiero (Esodo 5,22) estrinsecando la sua
perplessità sulla missione che JHWH lo aveva incaricato di mettere in pratica,
ma non solo fa presente, sempre nei suoi pensieri, che quel tipo di
atteggiamento tenuto verso il Faraone recava danno e malefici a lui ed al
popolo che lui diceva di volere proteggere.
Ciò che incute un certo
stupore nel dialogo mentale che si instaura tra il narratore, la mente di Mosè
e questa divinità, è che la stessa risponde alle perplessità che vengono
espresse nei pensieri di Mosè, infatti l’El risponde “che il Faraone non sa cosa
lo aspetta”.
Esodo 6 e segg. ti
L’El disse a Mosè: “Ora
tu vedrai ciò che io sto per fare al Faraone, il quale costretto da mano
potente, dovrà lasciarvi partire e a viva forza vi caccerà dal suo paese”.
VA-ERÀ
L’El indirizzò la parola
a Mosè dicendo: “Io sono l’El. Apparvi ad Abramo, Isacco e Giacobbe come El
Chadday, ma con il mio nome, l’El, non mi feci conoscere da loro. Con loro feci
un patto che avrei dato loro la terra di Canaan, cioè quella terra dei loro
pellegrinaggi, nella quale essi dimoravano come stranieri. Infine ho ascoltato
il gemito dei figli di Israele asserviti all’Egitto, quindi mi sono ricordato
del Mio patto.
Parla così ai figli di
Israele: “Io sono l’El, Io vi sottrarrò con braccio disteso e con severi
castighi sui nemici. Vi eleggerò quale popolo a Me appartenente, sarò il vostro
El, cosicché riconoscerete che io sono l’El JHWH vostro, che vi ha liberato dal
giogo egiziano. E vi introdurrò nella terra che giurai di dare ad Abramo,
Isacco e Giacobbe e ve la darò quale possedimento ereditario, io sono l’El”.
E Mosè riportò la parola
dell’El ai figli di Israele, ma essi non ascoltarono Mosè per la depressione di
spirito in cui si trovavano e per la durezza del servaggio.
La parola dell’El fu
rivolta a Mosè: “Va dal Faraone e chiedigli che lasci andare via dal suo paese
i figli d’Israele”.
Mosè replicò dinanzi
all’El: “Ecco i figli d’Israele non mi hanno ascoltato, come dunque il Faraone
ascolterebbe, me che sono balbuziente?”
L’ El parlò a Mosè e ad
Aron incaricandoli di recarsi dai figli di Israele e del Faraone Re d’Egitto,
con l’ordine di fare uscire i figli d’Israele dalla terra d’Egitto.
Questi sono i capi
famiglia: i figli di Ruben, primogenito di Giacobbe, furono Chanoch, Pallù,
Chetsron e Carmì. Queste sono le famiglie di Ruben.
I figli di Simeone:
Jemuel, Jamin e Ohad, Jachin, Teochar, Sciaul figlio della donna cananea. Queste
sono le famiglie di Simeone. Questi sono i nomi dei discendenti di Levi secondo
il loro ordine di nascita: Gherescion, Keath, Merari.
La durata della vita di
Levi fu di 137 anni. I figli di Gherescion furono Levnì e Scim’ì, sono le
rispettive famiglie. I figli di Keath: Amram, Itshar, Chevron e Uzziel. Gli
anni della vita di Keath furono 133. I figli di Merari: Machli e Musci. Sono
queste le famiglie di Levi secondo le loro figliazioni. E Amram prese in moglie
Jocheved sua zia, la quale gli partorì Aron e Mosè e la durata della vita di
Amram fu 137 anni. I figli di Itshar furono Corach, Nefeg e Zachrì. I figli di
Uzziel: Musciael, Eltsafan e Sithri. E Aron prese in moglie Elisceva figlia di
Amminadev, sorella di Nachscion la quale gli partorì Nadav, Avihù, El‘azar e
Ithamar. I figli di Corach: Assir, Elcanà, Aviasaf. Queste sono le famiglie di
Corach. E El’azar figlio di Aron sposò una delle figlie di Putiel la quale gli
partorì Pinechas. Questi sono i capi delle famiglie patriarcali dei Leviti nei
vari rami. Sono questi Aron e Mosè che ebbero incarico dal Signore di fare
uscire i figli di Israele dall’Egitto, inquadrati nelle loro schiere. Essi sono
quelli che parlarono al Faraone d’Egitto, perché lasciasse partire i figli
d’Israele dall’Egitto. Essi Mosè e Aron.
Ora l’El parlò a Mosè in
Egitto e disse: “Io sono l’El del Faraone Re d’Egitto ciò che io ti dirò”.
Allora Mosè disse all’El:
“Io sono balbuziente e come potrà ascoltarmi il Faraone? “
Esodo 7 e segg. ti
L’El rispose: “Tu sarai
come JHWH davanti al Faraone e Aronne, tuo fratello sarà il tuo profeta. Tu
comunicherai a lui tutto quanto ti ho comandato e Aronne tuo fratello parlerà
al Faraone, dicendogli che lasci partire i figli di Israele dal suo paese. Io
renderò ostinato il cuore del Faraone e moltiplicherò i segni di potenza e i
miei prodigi in terra d’Egitto. Il Faraone non vi ascolterà e io stenderò la
mia mano sull’Egitto e farò uscire le mie schiere, cioè il mio popolo d’Israele
dall’Egitto mediante castighi straordinari. E gli Egiziani riconosceranno che
io sono l’El, quando stenderò la Mia mano sull’Egitto e farò uscire i figli
d’Israele di là.”
E Mosè e Aronne
obbedirono come aveva comandato l’El, così fecero.
Mosè aveva 80 anni e
Aronne 83, quando parlarono al Faraone.
E l’El si rivolse a Mosè
e ad Aronne in questi termini: Quando il Faraone vi dirà “Datemi una prova
della vostra missione”. Allora tu dirai ad Aronne “Prendi la verga e gettala
dinnanzi al Faraone” e questa diventerà serpente.
E allora il Faraone
chiamò esperti e maghi, i quali mediante i loro sortilegi fecero altrettanto.
Gettarono cioè ognuno la propria verga in terra ed essa si cambiò in serpente,
ma la verga di Aronne inghiotti le loro.
Né il cuore del Faraone
rimase ostinato, né li volle ascoltare come aveva predetto l’El.
Disse l’El a Mosè: “Il
cuore del Faraone è inflessibile, rifiuta di mandar via il popolo. Và dal
Faraone al mattino, egli reca verso il Nilo, gli andrai incontro sulla riva del
fiume, recando in mano la verga che si è cambiata in serpente. E gli dirai:
“l’El JHWH degli Ebrei mi manda a te per dirti: Lascia in libertà il mio popolo
che mi presti culto nel deserto, ma tu non hai obbedito sinora. Così dice l’El:
ecco ciò che ti farà conoscere che io sono l’El. Io vado a battere con la verga
che ho in mano le acque del fiume ed esse si convertiranno in sangue. I pesci
del fiume moriranno e il fiume imputridirà cosicché gli Egiziani non potranno
più bere l’acqua del fiume.”
L’El disse a Mosè: parla
ad Aronne così “Prendi la tua verga, stendi la tua mano sulle acque
dell’Egitto, sui fiumi, sui canali, sugli stagni e su ogni raccolta d’acqua e
si convertiranno in sangue e il sangue si spargerà per tutto il paese d’Egitto
perfino nei recipienti di legno e di pietra”.
Mosè ed Aronne fecero
secondo il comando dell’El e alzata la verga percosse l’acqua del Nilo alla
presenza del Faraone e dei suoi servi, e si cambiarono in sangue tutte le acque
del Nilo. E i pesci che erano nel Nilo morirono, il fiume imputridì, così gli
Egiziani non poterono bere di quell’acqua. Vi era sangue in tutto il paese
d’Egitto. Ma poiché i maghi egiziani fecero altrettanto con le loro
stregonerie, il cuore del Faraone s’indurì ed egli non li ascoltò, come aveva
predetto l’El.
Il Faraone fece ritorno
alla sua dimora senza preoccuparsi di quanto era avvenuto.
Gli Egiziani scavarono
nelle vicinanze del Nilo per trovare acqua da bere, non potendo adoperare quella
del Nilo.
Trascorsi sette giorni
dopo che l’El aveva percosso il fiume, l’El disse a Mosè: “Và dal Faraone e
digli: Così comanda il signore, lascia andare via il Mio popolo affinché mi
presti culto. Ché se tu rifiuti la liberazione, io mi appresto ad infestare
tutto il tuo territorio con le rane. Il fiume brulicherà di rane che verranno a
galla e si spargeranno nella tua casa, nella tua stessa camera dove dormi, sul
tuo letto, nella casa dei tuoi servi, in quelle del tuo popolo, nei tuoi forni,
nelle tue madie. Le rane andranno addosso a te stesso, al tuo popolo e ai tuoi
servi.”.
Esodo 8 e segg. ti
L’El disse poi a Mosè:
Comanda ad Aronne così “Dirigi la tua mano con la tua verga sui fiumi, nei
canali e sugli stagni, in modo che salgano dal fiume le rane sulla terra
d’Egitto”.
Aronne stese la mano
sulle acque d’Egitto e le rane si sollevarono dal fiume invadendo tutto il
paese. Altrettanto fecero i maghi con le loro stregonerie, producendo invasione
di rane sull’Egitto.
Allora il Faraone mandò a
chiamare Mosè ed Aronne e disse loro: “Pregate l’El che allontani le rane da me
e dal mio popolo, io lascerò partire il popolo affinché presti culto all’El”. Mosè
disse al Faraone: “Gloriati pure di me, dimmi per quando io dovrò supplicare l’El
a favore di te, dei tuoi servi e del tuo popolo i fare sparire le rane da te e
dalla tua casa. Però rimarranno nel fiume.”
Il Faraone disse “per
domani”. Ed allora Mosè rispose: “Sia come tu chiedi, in tal modo saprai che
non esiste uguale all’El, JHWH nostro. Spariranno le rane da presso di te,
dalla tua casa, dai tuoi servi e dal tuo popolo e saranno relegate nel fiume”.
Mosè ed Aronne uscirono
dalla presenza del Faraone e Mosè rivolse preghiere all’El per chiedere di
allontanare le rane dal Faraone.
L’El esaudì la preghiera
di Mosè e sparirono le rane dalle case, dai cortili e dai campi. E delle rane
morte se ne raccolsero a mucchi, cosicché il paese fu infetto dal loro fetore.
Ma accorgendosi il
Faraone che esisteva una tregua ai castighi, indurì il cuore e non li ascoltò,
come aveva predetto l’El.
Allora l’El disse a Mosè
di parlare ad Aronne così: “Stendi la tua verga, battila sulla polvere della
terra ed essa si cambierà in insetti alati in tutto l’Egitto. Essi obbedirono,
Aronne stese la mano con la verga percotendo la polvere dal terreno, che si
mutò in insetti che si annidarono sugli uomini e sul bestiame, tutta la polvere
della terra divenne insetti in tutto il paese d’Egitto. E i maghi tentarono con
i loro incantesimi di fare sparire gli insetti, ma non poterono, gli insetti
erano sugli uomini e sulle bestie.
Allora i maghi dissero al
Faraone “questo è il dito di JHWH”.
Ma il cuore del Faraone
rimase chiuso ed egli non dette loro ascolto, come aveva predetto l’El.
E disse l’El a Mosè: “Domani
di buon mattino ti presenterai al Faraone mentre egli si dirige verso il Nilo e
gli dirai: “Così dice l’El: lascia andare il mio popolo che mi presti culto:
Che se rifiuti di lasciare in libertà il Mio popolo, Io manderò contro di te, i
suoi servi e il tuo popolo, dentro le tue abitazioni un miscuglio di animali
dannosi che invaderanno le case egiziane e il territorio sul quale gli egiziani
dimorano. E in quel giorno farò distinzione fra la terra di Goscen in cui
risiede il mio popolo nella quale non vi sarà castigo, affinché tu riconosca
che io sono l’El della terra. Si, farò distinzione fra il mio popolo e il tuo,
domani si effettuerà questo prodigio.”
Così fece l’El un
grandissimo miscuglio di animali dannosi penetrarono nella casa del Faraone e
dai suoi servi e tutto il territorio Egiziano andava in distruzione per il
miscuglio di bestie. Allora il Faraone mandò a chiamare Mosè ed Aronne e disse:
“Andatevene, fate sacrifici al vostro El rimanendo nel paese”. Al che Mosè
rispose: “Non ci conviene fare così. Noi dovremo offrire un sacrificio all’El
JHWH nostro, di bestie sacre all’Egitto, or dunque se offrissimo ciò che è
sacro agli Egiziani certamente ci ucciderebbero. Noi vogliamo andare nel
deserto per un cammino di tre giorni e là offriremo sacrifici all’El JHWH
nostro come egli comanderà”.
Il Faraone rispose: “Io
vi lascerò andare a far sacrifici all’El JHWH vostro nel deserto, ma non vi
allontanate troppo. Pregate per me. “
Mosè disse: “Tosto che ti
avrò lasciato, io pregherò l’El che allontani domani il miscuglio di bestie da
te, dai tuoi servi e dal tuo popolo, però non si rimuovi lo schermo del Faraone
come per l’addietro di non lasciare andare il popolo a offrire sacrifici
all’El.”
Uscito dalla presenza del
Faraone, Mosè pregò l’El. L’ El esaudì Mosè allontanando il miscuglio di bestie
dal Faraone, dai suoi servi e dal suo popolo, non rimase alcun animale dannoso.
Con tutto ciò anche
questa volta il cuore del Faraone rimase ostinato ed egli non lasciò andare il
popolo.
Siamo nel mese di giugno
di un anno non precisato, ma riferito al Faraone Dudimose, come abbiamo potuto
denotare nella descrizione analitica e nominativa dei discendenti di Giacobbe,
il popolo in questi 80-120 anni sarebbe cresciuto di qualche migliaia di persone
e sarebbe anche facile in quanto dice che Aronne aveva 83 anni e Mosè 80,
quando andarono al cospetto del Faraone.
La narrativa di questi
ultimi due passi ci fa comprendere inequivocabilmente e con certezza che si
parla della XVII dinastia, pertanto il popolo d’Israele si trovava in Egitto
all’incirca 120 anni dalla morte di Israele.
Questo periodo non si può
certo dire che è stato vissuto in schiavitù, in quanto circa 80-90 anni
ringraziando Giuseppe, figlio di Giacobbe, il periodo di permanenza del popolo
di Israele si potrebbe asserire senza ombra di dubbio o di smentita che il
tempo trascorso in serenità ed in ricchezza in Egitto.
Solamente negli ultimi 30
anni, con il riscatto del popolo Egiziano con l’affrancatura dalla dominazione
Hyksos, la vita della famiglia di Israele si era fatta più pesante non avendo
più la protezione del Visir Giuseppe e con l’ascesa al trono di un Faraone che
non lo aveva conosciuto e che comunque non gli sarebbe stato riconoscente in
quanto Giuseppe apparteneva a quella schiera che aveva reso schiavi gli
Egiziani.
La rivalsa vendicativa di
questo sovrano sfociò in una inusitata violenza nei confronti del popolo Abiru,
riconosciuto troppo prolifico e coeso, ma contrario agli interessi del popolo
Egiziano.
Nessuno prende nella
dovuta considerazione che l’El JHWH non aveva alcun potere di iniziativa e
movimento, pertanto non avrebbe mai potuto conferire personalmente con il
Faraone.
Il predetto motivo, rende
giustificabile la nomina di un emissario balbuziente e con il fratello che
manovrava la verga che avrebbe dovuto fare prodigi e miracoli mirabolanti.
Pensate solo per un
momento che questo El era Minus, cioè apparteneva alle divinità minori e, che
nulla avrebbe potuto contro degli Elohim millenari e ancora viventi come
Amon-Ra-Ptah-Marduk, i quali erano i suoi diretti superiori.
Coloro che gli esegeti
biblici chiamano in tono denigratorio “maghi”, in realtà erano i sacerdoti
delle varie divinità, che secondo i narratori biblici, vengono anteposti a Mosè
ed Aronne, come se fossero impossibilitati a fermare queste piaghe che il
protettore della famiglia di Giacobbe, nella realtà nulla avevano da temere,
vista anche l’inerzia e l’indifferenza del Faraone nella non considerazione di
eventi straordinari prospettati da Mosè ed Aronne e il loro El.
Analizziamo ciò che viene
proposto nella narrativa che per Mosè ed Aronne e JHWH sono prodigi e miracoli.
Come era già avvenuto
altre volte e che si ripresentava ciclicamente al popolo egiziano, nel mese di
giugno con l’esondazione sempre gaudiosamente attesa dall’Egitto, del fiume
Nilo, esso per motivi di grande piovosità nel luogo dove nasceva e nelle
successive cateratte, in prossimità del delta, cioè della foce, per ricongiungersi
al mare, le acque straripavano con la fuoriuscita dall’argine del limo
miracoloso, che determinò la ricchezza di questo territorio sino dalla sua
nascita oscillante intorno a 3.000 anni a. C.
Quell’anno, si ribadisce,
come accadeva ogni tanti anni il Nilo nella sua esondazione non aveva il solito
carico scuro di limo, ma era di un cupo colore rossastro.
Il fiume era saturo di
organismi molto piccoli, quasi microscopici, chiamati Euglena Sanguinea o anche Haematocus
pluvialis, che scorrevano in ogni luogo inondato dai canali, trasportati
dall’acqua e dal limo.
Queste alghe pluviali
composte da pigmenti naturali che quando si seccano, per mancanza di acqua, i
pigmenti vanno a proteggerli dai raggi ultravioletti ed ecco che vanno a
colorare l’acqua in cui vivono.
L’emissione di questo
colorante in grandissime quantità producono una catena di vita e di morte.
Uccidono per asfissia
tutti i pesci con cui convivono, che a loro volta vanno in putrefazione
inquinando l’acqua, la putrefazione di questi miriadi di pesci scatenano la
vita a tutti i tipi di insetti e parassiti a loro volta questi insetti
permettono la proliferazione delle rane in modo esponenziale.
Dopo qualche settimana si
innesca questa catena alimentare da un lato, mentre la putrefazione degli
animali morti permettevano un’altra serie di eventi squisitamente naturali,
come zanzare, tafani che oltre ad aggredire gli animali erano fastidiosissimi
anche per gli uomini e le relative punture scatenavano sia sulle bestie che
sugli uomini una serie infinita di malattie e morti, pensate solamente l’acqua
in cui tutti questi esseri si abbeveravano erano inquinate e portavano in poche
settimane la morte.
La putrefazione oltre che
attirare sciami di insetti di tutti i tipi tramite la putrescina e la
cadaverina aggravate dalle alte temperature portate dal periodo estivo,
rendevano la vita irrespirabile.
A questo punto la
contaminazione raggiungeva punte inimmaginabili e i tafani, quelle mosche
enormi che infastidiscono animali e uomini, avevano raggiunto graduali
dimensioni rendendo la contaminazione endemica, scatenando vari virus come
quello dell’antrace che non dava scampo neppure agli umani.
Devo portare a vostra
conoscenza una tradizione egiziana poco conosciuta che si riferisce ai figli
primogeniti.
Il popolo Egiziano, come
tutti i popoli antichi era molto prolifico ed in una casa essendoci molti
figli, costoro dormivano su letti a castello, prassi avvezza in tutti i popoli
dal 1.800-1.900 a. c. che avevano i loro gendarmi o soldati che per problemi di
spazio reinventarono queste modalità di dormire con letti multistrato in
elevazione.
Tale prassi nel dormire
era naturale in famiglie con tanti figli e vi era un ordine gerarchico nel
dormire e nell’ assegnare i posti, al figlio più anziano si dava il giaciglio
più vicino al suolo.
Proprio questa modalità
di vita, a causa dell’antrace e degli altri virus scatenati dalla
contaminazione e la putrefazione di tutti questi animali aumentarono le morti
che furono decine di migliaia, ma esse non avevano nulla di miracoloso o di
sovrannaturale come il popolo d’Israele voleva attribuire gli eventi al suo
protettore.
Come già avvenuto ad
altri Faraoni prima di Dudimose, l’Egitto stava precipitando nel caos totale
della pestilenza virulenta di questi eventi naturali scaturiti dalla natura che
trasportava nell’acqua, nel limo questo carico di morte provocato da questi
minuscoli microorganismi.
Era logico che questi
eventi fossero associati ad un potere divino promanante dalla divinità protettrice
d’Israele e, fino ad un certo punto gli stessi Egiziani presero sottogamba la
modalità distruttiva di questo organismo che mai, prima di allora si era
espresso con quelle modalità distruttive, pertanto all’inizio lo stesso Faraone,
indotto dai sacerdoti dei suoi dei protettori non si avvide della catastrofe
che aveva colpito la sua terra e il suo popolo.
L’ordine, il “maat” in
cui l’Egitto era stato creato tramite le sue divinità protettrici non poterono
nulla contro queste minuscole micro alghe trasportate dal Nilo.
Una serie anche non
concatenata di elementi naturali come: la grandine, l’antrace, la moria del
bestiame, le locuste che nel periodo di tempo molto breve colpì la terra
d’Egitto, fece desumere al Faraone ed ai suoi sacerdoti-consiglieri che il
popolo di Israele fosse foriero di bruttissimi presagi funesti, imputabili a
questa divinità Amorrea.
Quando improvvisamente
dal deserto Sahariano arrivò il colpo di grazia sempre creato dalla natura.
Il vento sahariano creò
una tremenda tempesta di sabbia e per qualche giorno l’intero Egitto fu avvolto
dalle tenebre.
Per il Faraone, questo
evento, aveva un più terribile presagio, lui era il garante agli occhi del
popolo, della nascita e del sorgere del loro dio Aton e se questo non si levava
alto nel cielo non avrebbe potuto garantire la vita e la protezione verso i
suoi sudditi terreni.
La posizione del Faraone
stava diventando molto precaria, l’insorgere del popolo avrebbe determinato la credenza
che il Faraone non fosse più gradito alla divinità, pertanto occorreva o
detronizzarlo oppure che la causa di tutto quello scempio, che il popolo
imputava agli Abiru, fosse neutralizzato.
Ma tutti sanno che dopo
ogni tempesta ritorna sempre il sereno, quindi dopo qualche giorno di buio
assoluto, ritornò la solita calma sulla terra percossa e muta agli occhi e del
fato che si stava consumando ai danni della terra Egiziana.
È una logica matematica
il pensiero dei discendenti d’Israele nel prendere al volo l’occasione fornita
dalla natura per poter volgere tutti questi eventi a loro favore mettendo in
evidenza e imputandoli tutti alla loro deità, la quale estrinsecava con questi
“prodigi” tutta la sua potenza.
Vediamo ora tutti questi
eventi con l’ottica di un individuo del 1.500-1.600 a. C., con la sua
intelligenza, che sia Egiziano o Abiru, oppure altro, che fosse vissuto in quel
luogo dopo tutti questi accadimenti che potevano anche concludersi con la
morte, oppure quella della sua famiglia.
Egli non avrebbe pensato
altro che fosse tutto causato e preordinato da questa divinità di questo popolo
di pastori Amorriti.
Sicuramente, anche se non
erano della famiglia di Israele avrebbero parteggiato per JHWH e pertanto si
sarebbe sicuramente unito a loro nelle lamentazioni e tentato pertanto di
scappare dal luogo teatro di questi infausti avvenimenti, ma vediamo cosa
successe.
Capitolo
sesto
Esodo 9 e segg. ti
L’El disse a Mosè: “Và
dal Faraone e digli: così comanda l’El JHWH degli Ebrei, lascia andar via il
Mio popolo affinché Mi presti culto. Che se tu rifiuti di liberarlo e ancora
persisti nel trattenerlo, la mano dell’El si poserà sul tuo bestiame grosso e
minuto con una terribile pestilenza. E l’El farà una distinzione fra il
bestiame d’Israele e quello dell’Egitto, ne perirà alcunché di quanto
appartiene ai figli d’Israele. “E l’El fissò un tempo dicendo: “Domani eseguirà
l’El questo miracolo nella terra”. E infatti il giorno dopo si verificò
l’avvenimento, morì tutto il bestiame egiziano e di quello dei figli d’Israele
non morì un solo animale.
Il Faraone mandò a vedere
e, infatti nessun animale appartenente a Israele era morto, malgrado ciò rimase
ostinato e non lasciò andare il popolo.
L’El disse a Mosè e ad
Aronne: “Riempite i vostri pugni di fuliggine di fornace e Mosè poi la getti
verso il cielo alla presenza del Faraone diventerà un pulviscolo su tutta la
terra d’Egitto, che posandosi sugli uomini farà nascere ulceri producesti
bubboni in tutto il paese d’Egitto”. Essi presero la fuliggine di fornace e
presentatisi dinanzi al Faraone, Mosè lanciò in aria e si produssero ulcere in
forma di bubboni su uomini e bestie. E i maghi non poterono resistere alla
presenza di Mosè a causa delle ulcere, poiché essi stessi come tutti gli
Egiziani erano affetti da quel male.
L’El rese ostinato il
cuore del Faraone e questi non li ascoltò, come aveva predetto l’El a Mosè.
L’El disse a Mosè:
“Domani di buon mattino presentati al Faraone e digli: Così dice l’El JHWH
degli Ebrei: Manda via il Mio popolo affinché mi presti culto. Poiché questa
volta io scateno tutti i miei flagelli contro di te, i tuoi servi e il tuo
popolo, in modo che sarai costretto a riconoscere che nessuno può uguagliarmi
in tutta la terra. Che se Io ora avessi steso la Mia mano e avessi colpito te e
il tuo popolo con la peste, saresti già sparito dalla terra. Ma Io ti ho
risparmiato precisamente per mostrarti la Mia potenza e per render noto il Mio
nome su tutta la terra. E se ancora tu persisti ad elevarti contro il mio
popolo proibendo loro di andarsene, ecco domani a quest’ora farò piovere una
grandinata così terribile che non ce n’è ricordo in Egitto dal giorno delle sue
origini ad oggi.”
“Or dunque fa si che
venga messo al sicuro in un luogo riparato il bestiame e tutto quanto si trova
in aperta campagna, perché tutto quanto rimarrà all’aperto, sia uomini che
bestiame e non sarà messo al sicuro in luogo coperto, rovesciandosi sopra la
grandine sarà distrutto”.
Colui che fra i servi del
Faraone temette la parola dell’El, mise al riparo in luogo coperto i propri
schiavi e il proprio bestiame, mentre chi non fece caso all’avvertimento
dell’El lasciò schiavi e bestiame all’aperto.
E l’El disse a Mosè:
“Stendi la tua mano verso il cielo e la grandine cadrà su tutta la terra
d’Egitto, cioè sugli uomini, sulle bestie e su tutta l’erba del campo del
territorio egiziano”.
Mosè stese la verga verso
il cielo, l’El produsse tuoni e grandine e fulmini turbinavano verso il suolo,
così l’El fece cadere la grandine su tutta la terra d’Egitto. Con la grandine
caddero fulmini frammezzati alla grandine, avvenimento terribile che mai si era
prodotto da quando l’Egitto era diventato nazione.
La grandine devastò in
tutto il paese tutto quanto si trovava all’aperto, uomini e bestie e la
grandine distrusse tutta l’erba e stroncò ogni albero che si trovava in
campagna.
Solamente sulla terra di
Goscen, abitata dai figli di Israele, non cadde grandine.
Il Faraone allora mandò a
chiamare Mosè e Aronne e disse loro: “Questa volta ho peccato, riconosco che
l’El è giusto, mentre io e il mio popolo siamo colpevoli. Pregate dunque l’El
affinché cessino fulmini e grandine, io vi lascio andar via e non resterete qui
altro.”
E Mosè rispose: “Appena
uscito dalla città stenderò la mano verso l’El in segno di preghiera e allora i
tuoni cesseranno, la grandine non cadrà più, affinché tu riconosca che l’El
appartiene la terra. Quanto a te e ai tuoi servi, io so bene che non temete
ancora l’El. Il lino e l’orzo furono devastati, poiché l’orzo era già quasi
maturo e il lino era in fiore. Il frumento e la spelta non furono danneggiati
poiché essi sono tardivi nello sviluppo.”
Uscito Mosè dalla
presenza del Faraone, si recò fuori dalla città per innalzare le mani in segno
di preghiera all’El e allora cessarono i tuoni e la grandine e la pioggia non
riversò più sulla terra.
Vedendo il Faraone che
erano cessati la pioggia e la grandine e i tuoni riprese a peccare e rese
ostinato il suo cuore e così fecero i suoi servi.
E il cuore del Faraone
rimase duro ed egli non lasciò andare via i figli d’Israele come aveva predetto
l’El.
BO
Esodo 10 e segg. ti
L’El disse a Mosè: “Và
dal Faraone poiché ha reso ostinato il suo cuore e quello dei suoi servi, al
fine di operare in lui tutti questi Miei prodigi e allo scopo che tu possa
raccontare a tuo figlio e al figlio di tuo figlio ciò che Io ho operato in
Egitto e i prodigi che ho eseguito in mezzo a loro in modo che riconosciate che
io sono l’Elohim”.
Mosè ed Aronne vennero
dal Faraone e gli dissero: “Così parla l’El JHWH degli Ebrei: Fino a quando
dunque rifiuterai di umiliarti dinanzi a Me? Lascia andare via il Mio popolo
che mi presti culto. Ché se tu rifiuti al Mio popolo di andare via, io farò
venire domani sul tuo paese le cavallette che ricopriranno la faccia della
terra, cosicché rimarrà occultata alla vista e inoltre divoreranno gli scarsi
avanzi che ha lasciato la grandine, distruggendo ogni albero che germoglia
nella campagna. Esse invaderanno la tua casa, quella dei tuoi servi e di tutti
gli Egiziani, avvenimento a cui mai hanno assistito né i tuoi padri, né i tuoi
antenati che vennero al mondo sino ad oggi”, dopo di ciò si allontanò dalla
presenza del Faraone.
Allora i cortigiani del
Faraone dissero: “Fino a quando dunque questo popolo ci sarà d’inciampo? Lascia
andare questa gente che prestino culto al loro JHWH, non ti avvedi che l’Egitto
va alla rovina?”
Mosè ed Aronne furono
richiamati alla presenza del Faraone e questi disse: “Andate pure a prestar
culto all’El JHWH vostro, ma chi sono quelli che andranno?”
Mosè rispose: “Insieme ai
nostri giovani, ai nostri vecchi andremo, con i nostri figli e figlie, con il
nostro bestiame minuto e grosso ce ne andremo poiché tutti dobbiamo celebrare
una festa in onore dell’El”.
Ed egli replicò “Sia pure
l’El con voi, come io conto di lasciare partire con i vostri figli, pensate
bene che ciò che mi chiedete vi porterà disgrazia. Non come avete richiesto, ma
andate voi soli uomini e prestate culto all’El perché è questo che voi chiedete!”
E furono scacciati dalla
presenza del Faraone.
L’El disse a Mosè:
“Stendi la tua mano sulla terra d’Egitto per l’invasione delle cavallette in modo
che invadano il paese e distruggano ogni erbaggio della terra, tutto quanto ha
risparmiato la grandine”. Mosè stese la sua verga sulla terra d’Egitto e l’El
fece soffiare un vento orientale per tutto quel giorno e la notte seguente, al
sorgere del mattino il vento orientale trasportò le cavallette. Che si
elevarono su tutta la terra egiziana e si andarono a posare in tutto il
territorio egiziano in modo straordinario, mai in avanti si era visto un
fenomeno tale, né dopo nulla di simile accadrà.
E le cavallette
ricoprirono la faccia di tutto il paese cosicché tutto si oscurò e le
cavallette divorarono ogni erba, ogni frutto d’albero che era stato risparmiato
dalla grandine e non rimase alcunché di verde degli alberi, né alcun erbaggio
della campagna in tutto il paese d’Egitto.
Allora il Faraone si
affrettò a chiamare Mosè ed Aronne e disse loro: “Io ho peccato verso il vostro
JHWH e verso di voi. Or dunque perdona la mia colpa questa sola volta e pregate
l’El JHWH vostro che mi liberi solamente di questo flagello”.
Mosè uscì dalla presenza
del Faraone e pregò l’El.
L’ El sollevò un vento
che soffiò dall’occidente con grande violenza e portò via le cavallette
affondandole nel Mar Rosso, non rimase neppur una cavalletta in tutto il
territorio egiziano.
Ma l’El rese ancora
ostinato il cuore del Faraone e questi non lasciò andare i figli d’Israele.
L’El disse a Mosè:
“Stendi la tua mano verso il cielo e si spargeranno le tenebre in tutto il
paese, le quali si potranno palpare per la densità”.
Mosè diresse la sua mano
verso il cielo e spessissime tenebre coprirono tutto il paese d’Egitto, per la
durata di tre giorno. Gli abitanti non si potevano vedere l’un l’altro ne
alcuno poté muoversi dal luogo in cui si trovava, per la durata di tre giorni,
mentre i figli d’Israele ebbero luce nelle loro dimore.
Allora il Faraone chiamò
Mosè e gli disse: “Andatevene pure a prestare culto all’El, però lasciate tutto
il vostro bestiame minuto e grosso, prendetevi pure i vostri fanciulli”.
Mosè rispose: “Non solo
ce ne andremo con tutta la nostra roba, ma anche tu ci darai sacrifici ed
olocausti che offriremo all’El JHWH nostro, tutto il nostro bestiame ce lo
porteremo via, non ne rimarrà neppure uno zoccolo, perché di questo ne
adopereremo per il culto dell’El JHWH nostro e oggi sappiamo in quale modo
dovremo servire l’El finché non arriveremo là”.
Ma l’El rese ostinato il
cuor del Faraone e questi si rifiutò di lasciarli andare.
Il Faraone disse a Mosè:
“Vattene e bada bene di non comparirmi più dinnanzi perché in tal caso morirai”.
E Mosè disse: “Sta bene, non vedrò mai più la tua faccia”.
Esodo 11 e segg. ti
E l’El aveva detto a Mosè:
“Ancora con una piaga colpirò il Faraone e l’Egitto dopo di che vi lascerà
andare via e quando vi lascerà andare, vi caccerà del tutto di qua. Comunica al
popolo che ogni uomo chieda al proprio compagno e a ogni donna alla propria
compagna, oggetti d’argento e d’oro”.
L’El aveva messo il
popolo in buona luce degli Egiziani. Mosè stesso era considerato grande in
Egitto tanto dai cortigiani del Faraone come dal popolo.
Mosè disse: “Così ha
parlato l’El: Verso mezzanotte Io avanzerò attraverso l’Egitto e allora morrà
ogni primogenito, da quello del Faraone, erede al trono, fino a quello della
schiava che fa girare la macina e tutti i primogeniti delle bestie. E si
produrrà un grande grido in tutto il paese di cui non si ha ricordo nel passato
e quale non vi sarà in avvenire. Ma contro i figli d’Israele neppure un cane
abbaierà né contro di loro né contro il bestiame, in modo che conoscerete che
l’El fa distinzione fra gli Egiziani e gli Ebrei. E tutti i servitori che ti
attorniano verranno da me e inchinandosi mi inviteranno ad andarmene insieme al
mio popolo che è dietro di me, dopo di ciò me ne andrò”.
E uscì dalla presenza del
Faraone indignato. L’El disse a Mosè: “Il Faraone non cederà in modo che i Miei
miracoli si debbano moltiplicare nella terra d’Egitto”.
Ora Mosè ed Aronne
avevano già eseguito tutti questi miracoli dinanzi al Faraone, ma l’El aveva
indurito il cuore di lui e non lasciò andare i figli d’Israele.
Esodo 12 e segg. ti
L’El parlò a Mosè e ad
Aronne nella terra d’Egitto, in questi termini: “Questo mese è per voi il capo
dei mesi: sarà cioè per voi il primo dei mesi dell’anno. Parlate a tutta la
comunità d’Israele dicendo loro nel decimo giorno di questo mese: Ognuno che
sia capo di famiglia si procuri un giovane animale di bestiame minuto per i
propri famigliari, uno per ogni casa. E se la famiglia è troppo piccola per
poter consumare l’animale, si unirà al vicino più prossimo della sua casa,
tenendo conto del numero delle persone, conterete ogni persona secondo quanto
può consumare.
L’animale sarà senza
difetti, maschio di un anno, lo sceglierete fra agnelli e capretti. Lo terrete
in riserva fino al quattordicesimo giorno di questo mese e allora tutta la
comunità d’Israele insieme lo scannerà nel pomeriggio. Si prenderà poi del suo
sangue e se ne aspergeranno i due stipiti e l’architrave delle abitazioni nelle
quali sarà consumato. E si mangerà la carne in questa stessa notte, lo si consumerà
arrostito, insieme con azzime e erbe amare. Non lo si mangerà semicrudo o
lessato nell’acqua, ma solo arrostito al fuoco, intero, la testa con le gambe e
le interiora. Non ne lascerete avanzare fino al mattino e, se ne avanzasse, lo
brucerete nel fuoco. E così lo mangerete: con la cintura ai lombi, con i
sandali ai piedi con il bastone in mano, lo mangerete in fretta. Questa è la
cerimonia pasquale in onore dell’El.
Io percorrerò il paese
d’Egitto in quella notte e percuoterò ogni primogenito nel paese d’Egitto
dall’uomo alla bestia e farò giustizia di tutte le divinità egiziane, io sono
l’El.
Il sangue di cui saranno
tinte le case ove abitate vi servirà da segnale, riconoscendo questo segnale di
cui saranno tinte le case ove abitate vi servirà da segnale, riconoscendo
questo segnale io passerò oltre e il flagello non avrà presa su di voi allorché
colpirò l’Egitto.
Questo giorno sarà da voi
commemorato e lo celebrerete quale festa in onore dell’El per le vostre
generazioni, sia di festività perenne.
Per sette giorni mangiate
azzime, ma prima che giunga il primo giorno, toglierete dalle vostre case ogni
lievito poiché chiunque mangi sostanza lievitata dal primo giorno fino al
settimo sarà recisa quella persona di mezzo ad Israele.
Il primo giorno vi sarà
sacra convocazione e altrettanto il settimo giorno.
Nessun lavoro si farà in
questi due giorni ad eccezione di ciò che è necessario per il cibo di ognuno,
quello solamente si potrà fare.
Osserverete dunque la
festa dell’azzimo, poiché in questo stesso giorno che io ho fatto uscire le
vostre schiere dal paese d’Egitto, osserverete quindi questo giorno in tutte le
future vostre generazioni quale statuto eterno.
Nel primo mese, nel
quattordicesimo giorno del mese a sera, mangerete azzimo fino al ventunesimo
del mese stesso a sera.
Per sette giorni non si
troverà lievito nelle vostre case, poiché chiunque mangi sostanza lievitata
sarà recisa quella persona dalla congrega d ‘Israele, si tratti di straniero
residente nel vostro paese o d’indigeno.
Alcuna cosa lievitata non
mangerete in tutte le vostre abitazioni, mangerete pani azzimi.”
Mosè convocò tutti gli
anziani d’Israele e disse loro: “Andate a prendervi un animale dal bestiame
minuto secondo la necessità delle vostre famiglie e scannate la bestia a titolo
di Sacrificio Pasquale. Prendete inoltre un fascetto di isoppo, lo tufferete
nel sangue che è nel bacile e ne tingerete l’architrave e i due stipiti con il
sangue che è nel bacile, nessuno di voi esca dalla porta della propria casa
sino al, mattino. Quando l’El passerà per colpire gli Egiziani, scorgendo il
sangue sull’architrave e sui due stipiti, passerà oltre la porta e non
permetterà al flagellatore d’entrare nelle vostre case per colpire”.
“Voi riguarderete questo
comando quale regola stabilita per te e i tuoi figli per sempre. Ora quando
sarete giunti alla terra che l’El vi avrà concesso come ha promesso,
osserverete questo rito. E quando i vostri discendenti vi chiederanno che cosa
significa per voi questo rito? voi risponderete: questo è il Sacrificio
Pasquale in onore dell’El il quale passò oltre la casa dei figli d’Israele,
allorquando percosse l’Egitto e preservò le vostre dimore”.
E il popolo s’inchinò e
si prostrò. Allora i figli d’Israele si affrettarono ad eseguire tutto quanto
aveva ordinato l’El a mezzo di Mosè ed Aronne.
A mezzanotte l’El fece
morire ogni primogenito in Egitto, dal primogenito del Faraone, erede al trono
sino a quello del prigioniero rinchiuso nel carcere e i primi nati degli
animali.
Il Faraone si alzò di
notte insieme ai suoi servi e a tutti gli Egiziani e vi fu un grido straziante
in Egitto, poiché non vi era casa in cui non vi fosse un morto.
Di nottetempo chiamò Mosè
ed Aronne e disse loro: “Presto andatevene di mezzo al mio popolo, voi e i
figli d’Israele, andate a prestar culto all’El secondo le vostre richieste.
Prendete con voi il bestiame minuto e grosso come avete detto e andatevene,
benedite anche me”.
E gli Egiziani fecero
pressioni sul popolo per mandarli via al più presto, poiché pensarono: finiremo
per morire tutti.
E il popolo portò via la
pasta prima che lievitasse caricandosi sulle spalle la madre avvolta negli
indumenti. E i figli d’Israele conformandosi al comando di Mosè richiesero agli
Egiziani vasi d’argento, d’oro e indumenti.
E l’El aveva ispirato benevolenza
per questo popolo da parte degli Egiziani cosicché fu svuotato l’Egitto.
I figli d’Israele
partirono da Ra’Ames dirigendosi verso Succoth in numero di seicento mila,
maschi adulti all’infuori dei bambini.
E anche una quantità di
appartenenti a varie popolazioni si accodarono a loro, ed avevano anche
bestiame minuto e grosso, mandrie assai numerose.
E “cossero” la pasta che
avevano portato via dall’Egitto facendone focacce azzime, non essendo lievitate
poiché erano stati “cacciati” in fretta dall’Egitto e non avevano potuto
attendere che lievitasse né d’altra parte possedevano altra scorta di
provvigioni.
La dimora dei figli
d’Israele in Egitto fu di 430 anni.
In capo a 430 anni,
precisamente in quel giorno, uscirono dall’Egitto tutte le schiere dell’El.
Questa fu la notte
predestinata dall’El, notte di osservanza dei precetti comandati a ricordo
dell’uscita per tutte le generazioni dei figli di Israele.
E disse l’El a Mosè e ad
Aronne: “Questa è la norma per il sacrificio pasquale. Alcuno straniero non
potrà mangiarne. Qualunque schiavo acquistato con denaro dopo essere stato
circonciso potrà mangiarne.
Ogni sacrificio pasquale
sarà consumato in una stessa casa, non si potrà trasportare nulla della sua
carne al di fuori, né romperete alcun osso alla bestia.
Tutti i componenti la
congrega d’Israele vi prenderanno parte. Se uno straniero abita presso di te e
vorrà celebrare la Pasqua del Signore si circoncida ogni maschio, allora
diventerà idoneo a celebrare e sarà considerato come un indigeno del paese.
Nessun incirconciso ne
mangerà. Un’unica legge avrà vigore per l’indigeno e per lo straniero che abiti
fra voi.
Tutti i figli d’Israele
obbedirono a ciò che l’El aveva comandato a Mosè e ad Aronne, così fecero. E fu
in questo stesso giorno che l’El fece uscire i figli di Israele dall’Egitto
secondo le loro schiere.
L’esposizione
particolareggiata di questi capitoli, ci confermano che tutte le “piaghe”
proposte come miracoli e prodigi non sono altro che una serie concatenata di
eventi naturali che nulla hanno a fare con eventuali forze e poteri scatenati
da un El-Neteru-Anunnaki, così come narrato nel racconto biblico, con
addirittura un evento particolare come quello delle “spessissime tenebre” che
coprirono l’Egitto.
Tale episodio si può
addirittura ricondurre a 2 probabilità che siano realmente avvenute e
imputabili all’eruzione del vulcano Santorini, che, guarda caso è avvenuta
proprio nel periodo in cui viene collocato l’Esodo, ma vi è un’ulteriore
possibilità che le nubi siano l’addensarsi di una coltre di sabbia così spessa
ad arrivare ad un’altezza di 4-5 km. Che possono durare svariati giorni,
coprendo interamente il sole e causando quell’effetto tenebra narrato nei passi
biblici.
Se si accettano queste
eventualità naturali si comprende anche perché vi fu la totale inerzia del
Faraone nel non considerare quegli eventi così rilevanti da chiedere aiuto ai
suoi Elohim-Neteru protettori.
Solamente l’ultimo
episodio è degno di nota, anche se vi sono da fare una serie infinita di
rilievi, sulla morte dei primogeniti, se non si vuole accettare la possibilità
antecedentemente esposta nello spiegare il perché dei primogeniti, sulla loro
morte dovuta al privilegio di dormire in un letto quasi a contatto del suolo,
come quelli attuali e che fosse causata dal gas sprigionato dalla putrefazione
dei cadaveri umani e animali, così come detto antecedentemente.
Ma il risvolto morale è
quello che deve essere preso nella dovuta considerazione.
Ci troviamo da pochi
passi l’impronta di un El nuovo, appartenente a due culture apparentemente
lontane, quella degli Amorrei e quella Egiziana.
La divinità che si
presenta a Mosè dice di essere Eyah Asher Eyah, che viene tradotto in “io sono
colui che sono”, ma guarda caso questo El quando si presenta, dice di essere
“io sono “venendo scientemente occultato dal popolo d’Israele in Eyah, ma poi
perché pronunciarlo JHWH quale tetragramma e anche Geova.
Perché vi è tanto
imbarazzo degli esegeti biblici nel dire che questo El è la stessa divinità
degli Amorrei e riconducibile a El Chadday, quando è lo stesso El a dire a Mosè
di essersi presentato ad Abramo con quel nome, mentre i Sumeri lo conoscevano
come Eya, i popoli del deserto lo chiamavano Yah, mentre i Madianiti, cioè i
discendenti di Abramo dalla parte di Cheturà lo conoscevano con il nome per
esteso JHWH cioè JAHWE.
Ma una cosa
impressionante è che gli Egiziani, il loro dio della Luna si chiamava Yah ed
era associato alla divinità Seth, cioè colui che aveva ucciso suo fratello
Osiride, ciò che non può che renderci perplesso che per gli Ebrei la lode al
loro El, viene pronunciato Hallelu-Yah, cioè ”lode a Yah” ed ancora adesso
viene cantato nelle Messe di tutto il Mondo senza sapere, chi lo pronuncia, a
che cosa sia riferito, mentre nella realtà si canta la lode a Yah, tale nome è
usato almeno 20 volte nella Bibbia Ebraica mentre per i cristiani viene usato
come espressione gioiosa, ma questi ultimi non si peritano di dire ai loro
fedeli il reale significato che esprime e la sua riconducibilità è verso deità
Sumere-Amorree-Egizie ed Ebree.
Questa divinità appare
nei passi biblici nella sua veste immediata di stragista, infatti per favorire
il “suo popolo”, mette subito in chiaro che ucciderà tutti i primogeniti degli
Egiziani senza alcuna esclusione, Esodo 11,5 “E allora morirà ogni primogenito
Egiziano da quello del Faraone, erede al trono, fino a quello della schiava che
fa girare le macina”.
Questo Dio adorato dagli
Ebrei e dai Cristiani, inizia ad avere la connotazione e le sembianze di un
assassino.
Orbene questa strage
viene perpetrata da JHWH personalmente e lui da Mosè viene chiamato il “flagellatore”,
perché occorre denotare che l’omicidio è un flagello, ma qui non stiamo
parlando dell’immoralità di questo libro, né quello del popolo ebraico, ma di
questa figura che come hanno sempre voluto proporre è “misericordioso”.
Da questo momento l’euforia
narrativa dell’esegeta biblico raggiunge la sua apoteosi, narrando una serie di
mistificazioni che raggiungono le più grandi menzogne narrate tramite un libro.
Preliminarmente viene
chiesto dall’El, tramite la bocca di Mosè ed Aronne, una serie di riti che
dovranno effettuarsi nei tempi dei discendenti di Israele.
Occorreva necessariamente
“scannare” un agnello o capretto, fargli uscire il sangue, metterlo in un
contenitore e poi usarlo con una fascina di issopo, dipingendo lo stipite della
porta in modo che il flagellatore JHWH lo vedesse e non colpisse con la morte
quella casa.
Una domanda deve
necessariamente essere proposta “perché l’El fa tingere l’architrave dello
stipite della porta”? Ma se lui è Dio perché non riconosce i suoi protetti,
eppure El Chadday ad Abramo richiese che i suoi discendenti fossero circoncisi.
Lo stesso Mosè quando si
sentì male nel deserto, sua moglie per paura che lo stesso potesse morire
circoncise suo figlio quasi cinquantenne.
Ma ritorniamo alla
tinteggiatura dell’architrave del popolo israelita.
Questo argomento si fa complicato
in quanto nell’enfasi descrittiva, il biblista della cronaca dell’Esodo, si è
dimenticato di riferire, cosa si intende per i figli d’Israele, per il popolo
Egiziano e gli altri Abiru che popolano l’Egitto.
Ricalchiamo a ritroso la
storia della famiglia di Giacobbe.
Arrivò in Egitto chiamato
dal figlio Giuseppe che in pochi anni dal suo arrivo in terra d’Egitto all’età
di 17 anni, in circa 13 anni divenne Visir, secondo solo al Faraone, egli visse
sino all’età di 110 anni.
Quando Giuseppe aveva
circa 40 anni nel periodo di carestia chiamò in Egitto suo padre, quello che
combatté con un El e da questo venne chiamato Israele.
Questo patriarca nato a
Canaan, visse per 17 anni in terra d’Egitto e poi morì, ma nel frattempo i suoi
12 figli e tutti i suoi discendenti che in quel periodo erano diventati 70
all’entrata in Egitto, rimasero nella terra di Goscen. Avvenne che uno dei 12
figli ed esattamente Levi prolificò e divenne bisnonno di Aronne e Mosè,
costoro all’età di 83 anni Aronne e 80 Mosè, ritornarono in terra d’Egitto ed
esattamente nei pressi della città di Avaris.
Erano trascorsi appena 170
anni, dalla morte di Giacobbe e Mosè ed Aronne prepararono l’uscita del “popolo
di Israele”.
Si può, con uno scarto di
pochissimo tempo che la famiglia di Israele in un periodo di 170 anni si fosse
decuplicato? Credo di si con una ampia stima essi potrebbero essere
tranquillamente essere diventati, diciamo un migliaio di persone.
A questo punto la domanda
da porsi è un’altra, ma a coloro che non erano stati circoncisi e che non
appartenevano alla famiglia d’Israele, come avrebbe potuto l’El flagellatore
riconoscerli e non ucciderli, mi sembra ovvio che un El onnisciente e
ultratecnologico non avesse il problema di riconoscere un Egiziano, uno della
famiglia d’Israele e uno straniero Abiru, ecco perché venne fatto dipingere lo
stipite della porta, per riconoscere che erano della famiglia di Giacobbe, gli
altri erano riconoscibili dalla lingua parlata, pertanto uccise solo i
primogeniti degli Egiziani poiché gli altri erano esclusi.
Vediamo ora l’aspetto
penale della situazione giuridica che avrebbe fatto sorridere qualsiasi
Tribunale.
Nell’Esodo al punto 11,2 si
dice: “Comunica al popolo che ogni uomo chieda al proprio compagno e ogni donna
alla propria compagna, oggetti d’argento e d’oro”, ed ancora 12,35 “I figli
d’Israele conformandosi al comando di Mosè, richiesero agli Egiziani vasi
d’argento, d’oro e indumenti e l’El aveva spirato benevolenza per questo popolo
da parte degli Egiziani cosicché fu svuotato l’Egitto”.
Questi passi non hanno
bisogno di alcuna spiegazione, è lampante che il popolo d’Israele e tutti gli
altri Abiru che si vogliono affrancare per fuoriuscire dall’Egitto, si rendono
partecipi dei soliti atti di sciacallaggio che accadono e sono sempre accaduti
durante le epidemie e pandemie e calamità naturali, gli israeliani e il popolo
degli Abiru s’impossessarono degli argenti e gli ori del popolo Egiziano.
“Così
fu svuotato l’Egitto”, credo che sia superfluo comprendere il perché i soldati
del Faraone li avrebbero seguiti, non perché uscivano dall’Egitto, la motivazione
reale era perché avevano rubato l’argento e l’oro degli Egiziani, sempre che
l’Esodo sia realmente avvenuto.
Vediamo ora come inizia
l’ammaestramento e l’indottrinamento degli Israeliti da parte di Mosè ed
Aronne, sempre dietro gli ordini di JHWH.
Per prima cosa disse in
Esodo 12,2 “Questo mese è per voi il capo dei mesi, sarà cioè per voi il primo
dei sei mesi dell’anno”.
Ciò che per noi
corrisponde al mese di Gennaio per gli Abiru e la famiglia di Israele era il
mese di Nisan, si sarebbe dovuto prendere una pecora o una capra, bisognava
tagliargli la gola, fare uscire sangue per dipingere lo stipite e l’architrave
della porta, pratica da effettuare il primo del decimo giorno del mese.
Dopo aver “scannato”
l’animale senza difetti, maschio di un anno, si sarebbe dovuto lasciare appeso
sino al quattordicesimo giorno di Nisan.
Si sarebbe dovuto
mangiare arrostito e precisamente non bollito né semicrudo, ma arrostito con la
testa e le interiora integrato con del pane azzimo e delle erbe amare.
Si sarebbe dovuto consumare con una cintura ai
lombi con i sandali ai piedi ed il bastone in mano.
Questa cerimonia sarebbe
stata chiamata “pasquale” in onore dell’El perennemente.
Ogni religione nel far
proselitismo deve inculcare il proprio adepto ad una certa disciplina,
l’indottrinamento si effettua dando regole certe e sicure, ma non sono regole
misericordiose, pregne d’amore verso tutte le creature del creato. No, questa
divinità richiede subito l’omicidio di una povere bestia indifesa come la
pecora e la capra che occorre uccidere lentamente con la fuoriuscita del sangue
e mangiarla con tutta la testa, le interiora ancora piena di escrementi e
alimenti ancora da digerire, raccomandandosi che non sia bollita ne quantomeno
semicruda.
Ma la cosa più raccapricciante
è che nella sua misericordia eterna per dare segno della sua potenza divina
questa divinità esordisce ammazzando una miriade imprecisata di soggetti solo
perché sono di una fazione avversa di coloro che si pretende proteggere, tale
menzione è sempre contenuta nella Bibbia, ma non si sa se avvenne.
Vediamo nei minimi particolari come questa
deità avrebbe il presupposto di dominare la terra e concederla agli Israeliti,
partendo dal fiume Eufrate sino al Nilo.
Questo El proposto dagli Israeliti come Dei
cioè Elohim nella sua forma plurale, si presenta al suo profeta Mosè del quale
dietro sua osservazione si definisce “debole di bocca e di lingua” cioè
balbuziente e per tale motivo gli associa immediatamente suo fratello più
vecchio affinché uno possa parlare e l’altro con una fantomatica “verga” possa
agire, manda entrambi dato che lui non può o non vuole fare, da un Faraone del
quale non bisogna sapere il nome, in modo che possa essere “chiunque” e nello
stesso tempo “nessuno” e non si possa smentire la schiavitù e quindi la Pasqua.
Con questa modalità non
si vuole fare riconoscere né il Faraone, né quantomeno il periodo in cui
avvengono questi accadimenti in quanto possono essere traslati e o messi in un
lasso di tempo a piacere dello scrittore biblico alla “bisogna” associandoli
nel periodo che si vuole.
Con il presupposto
necessario ed evidente di non fare trapelare realmente che Mosè e Aronne erano
i bisnipoti di Levi e Giuseppe, propinando la tesi che questo El era il fautore
di una uscita da una presunta schiavitù al giogo Egiziano durata 430 anni.
Tale evento, creduto da milioni
di Ebrei che si affacciarono alla vita dal 1.500 a. C. ad oggi e poi dal furto
di divinità perpetrato nell’anno zero dai Cristiani, impossessandosi di questa
divinità per costruirci a loro volta un nuovo El protettore con una nuova vasta
croce plasmata sulle ceneri della vecchia divinità rendendo la tramite una
metamorfosi filosofica un dio “umano” misericordioso, ma sulle gesta della
deità ebraica che di umano non aveva nulla.
Ma ritornando sugli
episodi narrati falsamente dagli esegeti biblici, affermando che la schiavitù
fosse durata 430 anni, mentre realmente dalla morte di Giacobbe sino all’arrivo
di Mosè che aveva 80 anni, in termini di anni ne erano trascorsi realmente 170,
di cui circa 150 erano di opulenza e non di schiavitù, se non gli ultimi 20-30
anni quando con la rivalsa Egiziana nei confronti del popolo straniero Hyksos-Abiru,
si sollevarono respingendo e allontanando queste tribù nomadi scacciandoli
definitivamente dal suolo egiziano.
Se notate, durante la
lettura della Bibbia, tantissimi passi contengono la dicitura “scacciati” in
contrapposizione “libera” il “mio popolo”.
Nella realtà confermata
dagli atti Egiziani e dall’archeologia, il popolo Abiru-Asiatico-straniero fu
cacciato dai Faraoni non Hyksos.
Quindi è inevitabile che
i proseliti di JAHWEH si definissero successivamente figli di Israele e, dopo quando
nel 6-5 secolo a. C. tramite il persiano Ciro che diedero un corpus juris alla Tanak e sarebbero
diventati Ebrei, cioè discendenti di Ivrin.
Rimanendo nel tema
riferito al passo della Bibbia 12,37, si continua a mistificare con una serie
continua di errori con dizioni non veritiere che cercheremo di analizzare con
relativa scrupolosità.
“I
figli d’Israele partirono da Ra’Amses”, questa è un’altra mistificazione, loro
non partivano da Ra’Amses, ma da Goscen nel delta del Nilo, ma qual è il
depistaggio voluto e creato dagli esegeti biblici? Essi se dicono che il luogo
di partenza è Ra’Amses, si indica il luogo come venne chiamato dalla XIX
dinastia, in onore al Faraone Ramesse II, vissuto nel 1.200-1.300 a. C.
Tale riferimento fu
volutamente voluto, creato e inserito nella Bibbia, per avvalorare i 430 anni
di schiavitù, peccato che nella realtà riferita ai personaggi descritti nella
Bibbia questi non siano vissuti in quel periodo, perché si ribadisce Mosè ed
Aronne erano bisnipoti della famiglia Levi, nato e vissuto nel 1.700-1.600 a.
C.
Questa data, porta il
lettore a sfatare la possibilità che 500 anni dopo Mosè ed Aronne abbiano
effettuato l’Esodo della tribù d’Israele insieme agli Abiru.
Ma ecco l’apoteosi della
menzogna. I narratori biblici nella loro esuberanza narrativa dicono che questa
moltitudine di popolo era formata da “seicentomila” maschi adulti all’infuori
dei bambini, noi aggiungeremo anche delle donne che come gli stessi biblisti
calcolano all’incirca una massa di persone “oltre” 2 milioni di persone.
Appare inevitabile
affermare che la popolazione Egiziana dell’anno 2.000 a. C. sino al 1.000 a. C.,
non superò mai il 1.800.000 persone, appare pertanto inverosimile che nel 1.500
a. C. ovvero nel 1.200 a. C., nei periodi in cui si vuole fare intendere che
sia avvenuto l’uscita di questa massa di persone dall’Egitto fosse del numero
precitato.
Vorrei solo mettere in
evidenza una serie concatenata di dati che possono disconoscere le cifre citate
dai biblisti sulla scorta di numeri da considerare.
Ogni persona mediamente
al giorno consuma quali alimenti all’incirca 800 gr. Di proteine e vitamine,
quindi effettuando un normale calcolo, occorrerebbe moltiplicare 2 milioni di
persone per 800 gr. e si ottengono 16.000 tonnellate alimentari al giorno, ci
vogliono poi 40.000 ettolitri di liquidi oltre al quadruplo di bestie che
diventano 8 milioni di animali da portarsi a spasso che devono bere e
alimentarsi.
Pensiamo ora allo spazio
occupato e alle modalità di trasporto dei generi alimentari e per dissetarsi.
Credo che il narratore
biblico non avesse le idee molto chiare su cosa comporta il movimento così
numeroso di persone e cose da un punto all’altro della terra, per esseri umani che
con l’occupazione del solo spazio personale avrebbero occupato circa 4.000.000
di metri quadrati, cioè 400 km quadrati, solo per uomini e animali e
approvvigionamenti ed escrementi.
Ma non solo, il cronista
biblico, non ha pensato al futuro, ma viveva alla giornata, quale sarebbe stata
l’oasi che li avrebbe accolti, e con quali approvvigionamenti sarebbero potuti
sopravvivere un giorno non lontano che si chiamava semplicemente … domani?
Un vero capo, come penso
fosse Mosè, credo non avesse sottovalutato questi presupposti, non era
importante la fuoriuscita di queste schiere di persone, ma tutto ciò che stava
intorno a loro, donne, bambini, anziani, acqua, pane e carne, un’altra cosa da
non sottovalutare, in quanto assurge a bene primario è il foraggio e l’abbeveraggio
del bestiame che non è un problema indifferente in quanto gli animali consumano
l’acqua più di 3 volte gli uomini, credo, pertanto che questo tipo di esodo non
sia mai avvenuto, al massimo dall’Egitto uscirono non più di 1.000 persone, che
sono la famiglia di Israele, più qualche schiavo che si voleva affrancare dagli
Egiziani, comunque continuiamo a fingere di accettare ciò che narrano gli
esegeti biblici.
Capitolo
settimo
Esodo 13 e segg. ti
L’El parlò a Mosè dicendo
così: “Consacra a me ogni primogenito, ogni primo parto fra i figli d’Israele,
sia di uomo che di bestia di proprietà di un Ebreo appartiene a me”.
E Mosè disse al popolo:
Tieni bene a mente questo giorno nel quale siete usciti dall’Egitto ove eravate
in schiavitù, poiché è solo per la potenza del suo braccio che l’El vi ha
tratto di là; in tale ricorrenza dunque non si mangi pane lievitato. È
propriamente oggi che uscite nel mese di Aviv. Or dunque quando l’El ti avrà
condotto nel paese dei Cananei, Chittei, Emorrei, Chivvei, Jevusei, quel paese
cioè che giurò l’El ai tuoi padri di concedere a te, paese stillante latte e
miele, tu celebrerai queste cerimonie in questo mese. Cioè per sette giorni
mangerai pane azzimo, il settimo giorno sia festa in onore dell’El. Durante i
sette giorni si mangerà pane azzimo e non apparirà presso di te né pane
lievitato, né lievito qualsiasi in tutto il tuo territorio. Tu poi spiegherai a
tuo figlio, in quel giorno: Noi pratichiamo questo culto in onore dell’El per
tutto quello che egli operò in mio favore alla mia uscita dall’Egitto.”
“E porterai queste parole
quale segno sul tuo braccio e memoriale fra i tuoi occhi, in modo che tali
segni esteriori facciano si che la dottrina dell’El sia compenetrate in te,
poiché l’El con mano potente ti trasse dall’Egitto. Osserverai questa
istituzione della Pasqua al tempo stabilito di anno in anno. Allorquando l’El
ti avrà condotto nella terra dei Cananei come giurò a me e ai tuoi padri, e te
l’avrà data, tu cederai all’El ogni primo nato cioè ogni primogenito che ti
appartiene se maschio consacrerai all’El. E ogni nato di asino lo riscatterai
mediante un agnello oppure lo abbatterai colpendolo nella nuca, e ogni
primogenito riscatterai.”
“E allorché un giorno tuo
figlio ti chiederà: che significato ha tutto questo?, tu gli risponderai: Con
mano potente ci trasse dall’Egitto, dal paese di schiavitù”.
“Quando il Faraone
rifiutò ostinatamente di lasciarci in libertà allora l’El colpì a morte ogni
primogenito in Egitto tanto fra gli uomini come fra le bestie. Appunto per
questo io offro all’El ogni primo parto maschio adatto ad essere “sacrificato”
e ogni primogenito fra i miei figli debbo riscattare. E saranno scritte queste
parole come segno nel tuo braccio come frontale fra i tuoi occhi, ché con
possente braccio l’El ci fece uscire dall’Egitto.”
In questo capitolo si
assiste all’imposizione e, ripeto imposizione e non richiesta dell’El, della
sudditanza a cui la tribù di Giacobbe deve sottostare per avere la protezione
di JAHWEH.
Innanzitutto, lui tramite
i suoi profeti Mosè ed Aronne continua sino allo sfinimento la litania dell’affrancazione
dall’inesistente schiavitù patita in Egitto, quando la realtà era di una
controprestazione richiesta dal Faraone al suo popolo, perché ripetiamo che
dopo 200 anni dall’arrivo degli Abiru-Amorrei-Hyksos in Egitto, costoro erano
diventati parte integrante del popolo egiziano e percepivano un salario in
denaro per le loro prestazioni domestiche e dei lavori di costruzione di case e
di templi.
Ma in questo capitolo
inizia a denotarsi cosa realmente vuole questo El nei confronti della famiglia
di Israele e degli altri Abiru, che hanno scelto la via della presunta libertà
e affrancazione dagli Egiziani.
Dopo aver imposto alla
tribù di Israele e ripeto, un obbligo e non scelta di avere un codice
comportamentale nel rispettare nel futuro, determinati protocolli dettati
dall’El, improvvisamente dopo avere avuto già certezza del carattere stragista
e omicida nell’uccidere tutti i primogeniti del popolo egiziano.
La divinità richiede al
“Suo popolo” un mostruoso atto di sudditanza, Esodo 13,15 “Appunto per questo
io offro all’El ogni primo parto maschio adatto ad essere sacrificato “
L’El JHWH, non usa il
termine “dedicato, ma sacrificato, per il lettore distratto dalla frase
successiva, viene indotto in errore dall’inciso “e ogni primogenito fra i miei
figli debbo riscattare”.
Sembra in apparenza che
per ogni figlio maschio primogenito vi sia l’obbligo del riscatto, ma non è
così, la parola usata è “sacrificato” e sarà quella che secondo la richiesta
dell’El di uccidere il proprio primogenito, chiunque della famiglia Israelita
non potrà sottrarsi e lo vedremo ampiamente durante la narrazione biblica, tale
richiesta verrà sempre fatta e richiesta come contro prestazione per aver fatto
uscire il “suo popolo” dall’Egitto.
La spiegazione del
termine riscatto viene data nel passo, Esodo 13,12-13 “Tu cederai all’El ogni
primo nato cioè ogni primogenito che ti appartiene se maschio consacrerai
all’El. E ogni primo nato di asino lo riscatterai mediante un agnello oppure lo
abbatterai colpendolo alla nuca, e ogni primogenito di uomo riscatterai”.
In altre parole a
richiesta di JHWH che sia animale o uomo dovrai sacrificarlo.
BE-SCIALLACH
Quando il Faraone ebbe
lasciato partire il popolo, l’El non li diresse verso il paese dei Filistei,
che era la via più breve per arrivare alla terra di Canaan, perché l’El pensò
che, assistendo il popolo a combattimenti che si producessero, avrebbe potuto
pentirsi e far ritorno in Egitto. L’ El dunque fece deviare il popolo
attraverso il deserto arabico verso il Mar Rosso e i figli di Israele partirono
dall’Egitto in cinque gruppi.
E Mosè recò con sé le
ossa di Giuseppe, poiché questi aveva fatto giurare i figli d’Israele prima di
morire dicendo loro: “L’El si ricorderà di voi e allora voi trasporterete le
mie ossa da qui con voi”.
Partirono da Succoth e si
accamparono a Ethan, all’estremità del deserto.
L’El li guidava di giorno
mediante una colonna di nubi che indicava loro il cammino, e durante la notte
mediante una colonna di fuoco destinata a rischiarare la via, in modo che
potessero marciare giorno e notte.
Né la colonna di nubi di
giorno, né quella di fuoco di notte cessava di precedere il popolo.
L’ esodo non si è svolto
nelle modalità in cui viene narrato nella Bibbia ed in particolare nel periodo
indicato.
Vorrei, come fatto sin
d’ora mettere all’attenzione del lettore che non siano menzogne gli eventi
raccontati nella Bibbia, ma non corrispondono alla realtà che essi volevano
descrivere. Nella Torah non bisogna credere che vi sia una realtà storica, in
altri occorre dire che non vi sono prove tangibili storiche che l’esodo, così
come descritto, non è avvenuto.
Bisogna prendere contezza
che le due religioni che sono nate da questo libro, cioè l’Ebraismo e il
Cristianesimo sono entrambe basate su una enorme mistificazione e oserei
affermare una menzogna.
Non vi è alcuna
concretezza che alcun evento narrato abbia un suo fondamento storico, e non vi
è alcun Dio come lo intendiamo noi nel libro ebraico.
È da sempre che tramite
gli Ebrei prima e i Cristiani dopo, per circa 3.500 anni hanno fatto credere al
Mondo intero che la narrazione biblica era una verità non opponibile in quanto
basata su fatti storici incontrovertibili.
Ma poi avviene un evento
irreale intorno all’inizio del secolo 19°, nei primi anni del 1.800 d. C., un
generale francese, di nome Napoleone conquista l’Egitto, con esso un
imprecisato numero di archeologi invade la terra dei Faraoni e grazie al
ritrovamento di una “stele” scritta in 3 lingue, quei segni prima indecifrabili
e amorfi iniziano ad avere un senso.
Si ricostruisce la storia
egiziana, si dà una cronologia a tutto ciò che accadde in quel luogo, vengono
ritrovati migliaia di documenti riferiti agli eventi lì avvenuti ed
improvvisamente la storia narrata dalla Bibbia inizia a scricchiolare, ed avere
delle falle.
Si inizia a pensare che i
personaggi come Abramo, Isacco, Giacobbe erano frutto di una fervida fantasia
narrativa, degli esegeti biblici, per poi arrivare ad una pietra miliare della
narrativa, quando appare un soggetto di una caratura senza limiti, il quale in
mezzo al deserto trova Dio, colui che tutto ha creato e che tutto ciò che vive
sulla Terra e nell’Universo è una sua opera esclusiva.
Questo patriarca biblico,
dietro le direttive di questa divinità che si presentò a Mosè come Eyah Asher
Eyah, chiamato semplicemente Jahweh dai progenitori ebraici, non potendo
recarsi di persona nel suolo Egiziano, demandava a due fratelli, Mosè ed Aronne
di compiere i prodigi, chiamati “le piaghe d’Egitto” a danno del monarca e del
popolo egiziano.
Tutti questi prodigi,
denominati dagli stessi biblisti “miracoli”, ma che a nulla di innaturale o
miracoloso sono riconducibili, a distanza di 3.500 anni, piegando tutti quegli
eventi e catalogabili come accadimenti “naturali”, ma che in quel momento
vennero proposti da Mosè ed Aronne e recepiti come eccezionali e divini.
Nella narrazione biblica
si riferisce di una schiavitù che il popolo di Israele veniva sottoposto con
angherie e sofferenze immani.
Un altro degli eventi che
vengono narrati è quello, riferito in modo molto minuzioso, della discendenza e
degli avi di Aronne e Mosè.
Questi due personaggi, si
racconta siano dei bisnipoti di Levi, uno degli 11 fratelli di Giuseppe e
figlio di Giacobbe.
Mosè aveva 80 anni e
Aronne 83, quando ritornarono a Goscen, luogo di nascita, con il preciso incarico
di fare uscire la famiglia di Giacobbe, Israele dal territorio Egiziano.
Dalla morte di Giacobbe
al momento dell’esodo, così come proposto nella Bibbia, sono trascorsi circa
180 anni, che la tribù israelita ha dimorato in Egitto e solo gli ultimi
ottant’anni erano attribuibili a angherie e sofferenze che i figli d’Israele
avrebbero patito, ma non Mosè, in quanto lui aveva circa 30 anni quando iniziò
il suo viaggio nel deserto che lo portò da suo suocero Jathro e dove conobbe
Eyah Asher Eyah-Geova-Yahweh.
Appare non opponibile
l’eccezione che la tribù di Israele non poteva chiamarsi né popolo quantomeno
nazione e non certamente con l’appellativo Ebrei, in quel periodo storico in
quanto non era numerosa e non è credibile perché non è supportato da alcun
ritrovamento archeologico che porti alla teoria dell’esodo e poi vi è la
mistificazione che in quattro generazioni la famiglia d’Israele era cresciuta
sino ad arrivare a oltre due milioni.
Un ulteriore indizio e
prova che questo tipo di evento sia accaduto è il contorsionismo depistante
adottato dagli esegeti biblici nel dire che la schiavitù del popolo israeliano
sia avvenuto dopo 430 anni di schiavitù, ma malgrado ciò, gli esegeti biblici
insistono nel dire che sempre in quattro generazioni siano trascorsi 430 anni.
Per corroborare questa schiavitù
si asserisce già nel Genesi che Giacobbe fu accolto dal Faraone nel territorio
di Pithon e Ra’Amses, tale concetto viene ribadito nell’esodo affermando che il
popolo d’Israele “fabbricò” per il Faraone la città, uso magazzini, Esodo 1,11 “Questo
tipo di esposizione narrativa ha depistato i lettori della Bibbia, imputando la
schiavitù e le sofferenze di questo popolo al Faraone Ramesse II della XIX
dinastia, fatti che realmente sarebbero accaduti intorno al 1.400-1.450 ed
ascrivibili a Faraoni di altre dinastie.
Ma se si fosse asserito
che gli eventi avvennero appena un secolo dopo la morte di Israele, chiunque
avrebbe compreso perché i biblisti tacciono sul nome del Faraone ed il periodo
in cui siano ascrivibili gli accadimenti narrati e sarebbe decaduta la teoria
della schiavitù e contemporaneamente la Pasqua Ebraica.
Lo stesso racconto
biblico riferisce che Giacobbe-Israele quando si presentò al Faraone,
presentato da suo figlio Visir-Giuseppe, i componenti del suo nucleo famigliare
si poteva contare in 70 persone compresi Giuseppe, sua moglie e i suoi due
figli.
Con una buona dose di
ottimismo dopo 180 anni dalla morte di Israele, la sua famiglia può essere
ammontata a non più di 500 anime, mentre gli esegeti biblici parlano di più di
2 milioni di persone.
Questa modalità narrativa
descritta nella Bibbia permette di confutare serenamente che vi sia stato ciò
che viene chiamato Esodo e/o uscita di Israele dall’Egitto in entrambe le
modalità.
La prima ipotesi, non si
sarebbe potuta chiamare Esodo di una tribù nomade pre-israelita, in quanto 500
persone sarebbero passate totalmente inosservate, mentre oltre 2 milioni di persone
con bestie appresso non sarebbero riuscite a non farsi notare.
Mentre una famiglia di 70
persone non avrebbe portato a termine ciò che viene definito “esodo”, ma
sarebbe stato un semplice viaggio di spostamento di un popolo di pastori
erranti, con le loro bestie e non una moltitudine di persone come viene scritto,
Esodo 12,37 “In numero di seicentomila adulti al di fuori dei bambini”, in
altre parole tra bambini e donne si superavano abbondantemente i 2 milioni,
come spiegato ampiamente prima, questa cifra è improponibile affinché vi sia
credibilità nell’evento.
Ma su cosa si basano i
teologi e gli esegeti biblici nel far credere ai loro proseliti ebrei e a
Cristiani che si sono impossessati della loro deità, essi ti rispondono e ti
risponderanno che non c’è bisogno di prove affinché questi eventi siano
credibili, basta avere fede, ma prima o poi qualcuno si domanda e si domanderà:
ma abbiamo creduto ad una bugia per tutto questo tempo?
Ma in cosa occorre avere
fiducia se non a prove tangibili, in caso di non credenza e di mancanza di fede
e mettere in dubbio tutto ciò che viene narrato nella Bibbia?
Capitolo
ottavo
Tutti i lettori che si
accingono a leggere per la prima volta la Bibbia, non si avvedono che vi è un
amalgama di due religioni, quella Ebraica che decanta le lodi del loro Dio guerriero
e quella Cristiana che muta le gesta di questo “uomo di guerra” in un entità
misericordiosa, pietista, evanescente ed eterea.
Tutto il contrario di
quello ebraico che incenerisce chi non ottempera alla lettera i suoi ordini e
ammazza e fa strage di bambini, donne, uomini e bestie.
Il capitolo dell’Esodo
13,21 termina con “l’El li guidava di giorno mediante una colonna di nubi che
indicava loro il cammino e durante la notte mediante una colonna di fuoco destinata
a rischiarare la via, in modo che potessero marciare giorno e notte. Né la
colonna di nube di giorno, né quella di fuoco di notte cessava di precedere il
popolo”.
Questo passo ha bisogno
di essere spiegato ma senza alcuna interpretazione, in modo che sia il lettore
a dare un giudizio su ciò che si crede inerente a questa divinità.
Vediamo la prima
apparizione di questi Elohim nella Bibbia e più esattamente nella Genesi.
Intendo rammentare una
modalità assunta dal narratore biblico. Il quale quando nella Bibbia, tradotto
in italiano, troviamo il termine “Signore”, in quella Ebraica c’è scritto
“Elohim”, tale termine al plurale indica “dei” mentre al singolare indica un
dio.
Quando si trova scritto
in Ebraico JHWH, in italiano viene tradotto in “Dio”.
Quando troviamo il nome indica
colui che c’è scritto, per esempio El Chadday in Ebraico viene tradotto in Dio
Onnipotente, mentre se si indica il capo supremo di questi Elohim cioè tanti
El, viene tradotto nel termine Elyon, ciò a cui dovrete abituarvi è il
camuffamento della traduzione discorsiva, non vi accorgerete mai, se non fate
attenzione, che sono diversi soggetti, che gli stessi esegeti biblici vogliono
indurre a credere che sia sempre la stessa persona.
In realtà, se in una
frase che trovate, come quelle precedenti in cui si dice “che il Signore li
guidava”, per il lettore è lo stesso che venga usato indifferentemente il
termine Dio oppure Signore, oppure l’Altissimo o l’Eterno e poi quando si parla
dell’Onnipotente Iddio, chi leggerà penserà che quei termini sono riconducibili
tutti alla stessa persona.
Nella realtà di una
corretta traduzione tutti quei termini indicano personaggi diversi.
Dopo questa spiegazione
vediamo di comprendere con la lettura di tutti i passi a cui sono riferiti
questi personaggi e si denoterà lo sforzo letterale del cronista biblico di
avere l’unicità del dio, con dimostrazioni dirette a persone diverse.
È necessario tornare
indietro nel Genesi 12,1 quando si parla per la prima volta dell’incontro di
Abramo con l’El-Elohim (in ebraico c’è scritto Elohim, malgrado sia singolare
cioè El), ma nella traduzione italiana della Bibbia viene scritto il Signore,
quindi il lettore è portato a pensare che Abramo incontra Dio.
Vi sono, in tale capitolo
dei continui dialoghi e svariati incontri con l’El-Elohim, non solo incontri
col patriarca, ma anche con la sorella-moglie Sarai, questa modalità espositiva
continua anche nel capitolo seguente, 13 e nel 14, esattamente al punto
18-19-20 appare per la prima volta il termine “il Dio Altissimo “e viene
ripetuto in una decina di righe almeno 4 volte, quindi uno è indotto a credere
che si parli sempre dello stesso personaggio, ma non è così, perché Abramo sta
parlando del capo supremo degli Elohim (cioè di tanti El), cioè di uno che si
chiama Elyon e lo conferma, che costui è il capo supremo degli Dei, in quanto
spiega che il Signore-Dio-Altissimo è padrone del cielo e della terra.
Nel passo successivo cioè
al capitolo 15, si ritorna a parlare di un semplice El-Elohim cioè il “Signore
“che parla con lui facendo le solite promesse di una innumerevole prole.
In questo passo, gli
esegeti biblici, hanno il timore di dimostrare un lato di questa divinità che
non si deve ancora sapere e guardate che contorsionismi letterali che adotta
per dire che questo El vuole delle libagioni di carne, Genesi 15, “Gli disse (parla
l’El) prendi una vitella di 3 anni, una capra di 3 anni, un montone di 3 anni,
una tortora e un piccione”, tutte le bestie furono prese e furono divise a metà
senza dividerli, ma in quel momento Abramo cadde in un sonno profondo.
Il narratore biblico non
vuole fare sapere al lettore che questo fu il primo olocausto di cui parlava la
Bibbia e non voleva che si comprendesse come si svolsero realmente le modalità
del sacrificio oppure se questo essere si era mangiato tutta quella carne.
In Genesi 16,7 un nuovo
personaggio “il messo dell’Elohim”, questa nuova figura, ma ecco che appare in
ebraico c’è scritto Malakim, oppure Angelo, egli è sempre un El, ma alle
dirette dipendenze dell’El più titolato che ha devoluto un compito da eseguire.
Diremmo noi ora, era un subordinato, se si pensa che questi Elohim erano
strutturati come i militari, con rispettive gerarchie.
Ma in Genesi 17,1 appare
finalmente l’El di Abramo e dice di essere “Iddio Onnipotente”, nella Bibbia
ebraica in originale questo termine è scritto come El Chadday e da loro e da
altri popoli veniva tradotto come Dio della Steppa, oppure Dio distruttore, in
quanto la sua funzione era quella di distruggere Sodoma e Gomorra.
Ciò che colpisce il
lettore, mentre legge la narrativa affascinante di questo libro è il continuo
movimento di queste divinità, esse sono presenti in carne ed ossa con i loro
interlocutori, mangiano, bevono, si fanno lavare i piedi, appaiono nei sogni
dando comandi ben precisi, chiedono atti di sudditanza, promettendo ai soggetti
a cui appaiono, qualche cosa come controprestazione, quasi sempre una
prosperità fisica nel perpetrarsi della loro specie, ed a tutti Abramo, moglie,
concubine, vi è la promessa di una grande discendenza.
Le continue apparizioni
proseguono, nel Genesi 19, il numero di Elohim cresce, El Chadday si presenta
con due Messi (Malakim-Angeli) deve distruggere dall’alto con fiamma che parte
dal cielo Sodoma e Gomorra e altre città.
L’apparizione di questi
esseri subordinati, chiamati Messi, Angeli, Malakim continuarono in un modo
semplice, ma continuo, Genesi 22,11 e mentre il biblista caparbiamente continua
ad usare indifferentemente i termini Signore-Dio-Onnipotente, ora si aggiunge
un nuovo termine, sempre in Genesi 22,14 “Adonai Irè, il Signore”.
Come denoterete, nella
lettura biblica le apparizioni ad Isacco sono molto diradate, se non del tutto
inesistenti, con lui in quei pochi passi a lui dedicati, gli Elohim sono quasi
totalmente inesistenti, ma nel prosieguo della narrazione vi spiegherò il
perché.
Con il continuo
pellegrinare di Giacobbe, la narrazione biblica riprende vigore e qui si inizia
ad intravedere una continua serie di soggetti straordinari.
Ma proseguiamo in ordine
di apparizione.
In Genesi 26,24 si dicono
le testuali parole: l’El (cioè il Signore) gli apparve in quella notte e gli
disse “io sono il Dio di tuo padre Abramo”, rammentando che al padre apparve El
Chadday, qui improvvisamente diventa senza alcun motivo JHWH, un El mai apparso
prima.
Il narratore biblico,
insinua nella terminologia teologica una divinità celandola, ma nel contempo la
fa apparire sotto false spoglie, in poche righe, c’è il Signore, che dice di
essere il Dio di Abramo e poi lo chiama Geova, di questa complicata
terminologia il lettore non può avvedersene, e mentre la lettura della Bibbia
scorre agevolmente, il narratore biblico immette nel discorso entità diverse,
senza che il lettore possa avere dei dubbi e rendersene conto, in quanto pensa
che sia sempre la stessa persona, mentre negli scritti originali ebraici, si sa
in quanto sono chiamati diversamente.
Quando il narratore
biblico è in una discreta difficoltà cerca nuovi termini per descrivere le
nuove apparizioni che si susseguono su eventi eccezionali e non spiegabili con
i termini esistenti nell’attimo in cui vengono narrati.
Nel Genesi 28,10-11 accade
l’incredibile, a Giacobbe appare realmente qualcosa di inspiegabile e la
difficoltà del cronista biblico qui è allo stremo della realtà e la fantasia.
Pertanto egli si inventa
la modalità tipica che si applica nei sogni. Giacobbe fece un sogno.
In questo sogno molto
particolareggiato pensando che stiamo narrando un evento di circa 3.700 anni fa:
“vidi una scala posata in terra, la cui cima arrivava al cielo e per essa degli
Angeli di Dio (scritto in ebraico dei Malakim di JHWH), salivano e scendevano.
Quante volte io ho percorso quelle scale che erano posate a terra, e salivano
verso il cielo in cui io con centinaia di altre persone mi recavo nei miei
viaggi”.
Non voglio usare dei
termini particolari, ma lascio il tutto alla vostra fantasia e alla cultura del
lettore per spiegarsi cosa fossero quelle scale che da terra andavano verso il
cielo e i Malakim-Elohim salivano e scendevano e che alla fine delle scale il
Dio che apparve a suo nonno Abramo stava in cima ad essa.
I teologi ed gli esegeti
biblici cercano disperatamente di occultare la pluralità di questi Elohim-Dei,
in certi passi li chiamarono idoli, statue, cambiano i nomi, poi devono
necessariamente arrendersi ed in modalità sommessa e quasi bisbigliata, come in
Genesi 31,53 vi è l’ammissione esplicita che “il Dio di Abramo e il Dio di
Nachor (suo fratello), gli Dei dei loro padri siano i giudici” ammettendo
esplicitamente che gli Elohim e i Malakim sono tanti e YAHWEH è uno di essi.
Inaspettatamente e senza
alcun preavviso, nel passo biblico (Genesi 32,1-2-3) viene raccontato
impercettibilmente quasi non dovesse né essere memorizzato dal lettore né
percepito nella sua smisurata importanza, non si parla di qualche El sporadico
che appare qui e là, ma al momento in cui Giacobbe riparte da una sosta, lo
stesso s’imbatte in un luogo in cui ci sono “dei messi di Dio”, quando
nell’incontro li percepisce sa di attraversare un luogo in cui vi sono degli
accampamenti di Elohim situati alle due sponde del fiume e tale luogo tradotto
come “questo è un campo di Dio, viene chiamato da Giacobbe Machanaim, ma questo
termine gli esegeti non lo traducono, pertanto per il lettore biblico è un nome
come un altro in realtà la traduzione letterale ha il significato di
accampamento, non si vuole dire che Giacobbe ha attraversato un accampamento
“duplice” cioè alle due sponde del fiume erano schierati due accampamenti di
schiere di Elohim avversi, cioè di due fazioni contrapposte che ognuno di
queste controllava il proprio territorio, dove il fiume segnalava il luogo di
frontiera per entrambe le schiere.
Genesi 32, 2-3
Ora, nel passo a seguire
il camuffamento si fa più artificioso, non sapevano come fare apparire la
figura che diverrà il fulcro dell’intero libro biblico in un modo rocambolesco fanno
in modo che Giacobbe resti solo ed ecco che dalla tenebra appare un nuovo El,
questo personaggio non viene riconosciuto da Giacobbe e non si sa per quale
motivo si metta a combattere con lui, la lotta sembra si svolga a mani nude, ma
ecco che questo “essere divino”, lo colpisce “all’estremità del femore” che
secondo il biblista “si slogò il femore” e dietro richiesta di Giacobbe nel
richiederle chi fosse, costui rispose “Sarai chiamato col nome di Jsh-Ra-El” cioè
sarai Israele per il futuro cioè colui che ha combattuto un El.
Pertanto sappiamo nel
modo certo e sicuro che costui Giacobbe non lo conosceva e di cui lo stesso non
volle dirle il suo nome.
Comunque si comprende con
certezza che non era l’El che apparve ad Abramo e non si comprende il perché questo
El lo “benedisse”. Genesi 32, 25-26-27-28-29-30-31
Dopo alcuni passi,
Giacobbe inciampa nella disgrazia di vedersi violentare l’unica figlia femmina
che appare nella Bibbia, Dina, a seguito di questa violenza subita, i figli di
Giacobbe sterminano un’intera famiglia, quella di Chamor e Scechem.
Fu lo stesso El Chadday
che disse a Giacobbe di trasferirsi in un’altra regione e di affidarsi nel
luogo dove venivano inviati ad un altro El, precisando che a questo nuovo El
non piacevano altri dei, pertanto dovevano fare opera “purificatrice” di loro
stessi assumendo nuove sembianze (cambiandosi gli abiti) abbandonando gli
“Elohim stranieri” i quali vennero consegnati a Giacobbe e tutti “vennero
seppelliti sotto una quercia”.
Nel Genesi 35 vi fu da
parte di El Chadday il passaggio di consegne a quell’ El che era apparso sulla
scena biblica da Abramo in poi e viene consegnato ad un El insieme agli averi e
gli uomini come se fosse un reale passaggio di proprietà.
Mi sovviene qui in questa
movimentazione di cose e di uomini, la stessa traslazione che si era vista nei
passi dove Abramo fa ereditare ad Isacco tutti i suoi averi e le “benedizioni” di
Isacco nei confronti di Giacobbe esautorando Esaù.
Qui avviene la medesima
traslazione di beni e persone da El Chadday a Jahweh, cambiando solo la
modalità.
Infatti il narratore
biblico, non può dire che un El passa la sua “protezione” di una famiglia ad un
altro El come si fa da padre a figlio, ma tutta questa manovra artificiosa
perché il lettore non possa comprendere la realtà degli eventi che vengono
narrati ci si inventa una storia molto ben circostanziata.
Il “vecchio El Chadday”
dice a Giacobbe in Genesi 35 “Levati, vai a Beth-El, fermati là e fa un altare
all’ Iddio che ti apparve”.
Pensate alle contraddizioni
che nascono da questo artificio letterale affinché colui che legge non si
avveda che vi è una sostituzione di persona.
È come se colui che ti
parlasse dicesse: “Vai in quel luogo dove io ti sono apparso ed erigimi un
altare e ricordati che sono io colui che ti è apparso, ma tale dicitura non può
essere presa nella giusta interpretazione, in quanto nella frase traspaiono le
seguenti parole: “Vai lì dove tu hai lottato con quell’El, che non sono io,
erigigli un altare e ricordati che per lui ti chiamerai Israele in quanto tu
hai lottato con un Dio-Elohim e cioè Jsh-Ra-El, in questo modo non si fa
intendere che vi è uno scambio di identità ma sembrano la stessa persona.
Ora che abbiamo fatto
chiarezza nel far denotare ai lettori e credendo che non sia importante l’abito
cucito addosso a questo nuovo El tramite la narrativa biblica, vediamo ora come
costui si muoveva e che cosa chiedeva alla tribù di Israele quale
controprestazione per la fuoriuscita dall’Egitto.
Abbiamo esordito in
questo capitolo dicendo la modalità di spostamento di questo El.
Abbiamo saputo durante
questo excursus che era un soggetto in carne ed ossa e che si muoveva tramite
una macchina che durante il giorno era nascosta in una nuvola, aveva una scala
che toccava il suolo ed andava sino al cielo dove erano situate le nuvole e in
cima a tale scala, c’era l’El e dalla stessa salivano e scendevano i Malakim.
Sono sempre stato
affascinato da questo libro, ma non avevo mai notato una così fervida fantasia
nel descrivere questo El, che sono sempre stato convinto fosse Dio, ora vengo a
scoprire, con una lettura più approfondita della Bibbia che questo essere si
spostava con una macchina volante nel 1.500-2.000 a. C. cioè 4.000 anni fa, ma
vediamo ora con quante sorprese ancora vuole stupirci colui che noi abbiamo
sempre pensato fosse Dio.
Capitolo
nono
Esodo 14 e segg. ti
L’El parlò a Mosè dicendo
così: “Di ai figli d’Israele che retrocedano per accamparsi a Pi-Hachiroth fra
Migdol e il mare, dirimpetto a Bà-al-Tsefon, di fronte a questa località si
mettano vicini alla riva del mare.
Allora il Faraone penserà
che i figli d’Israele siano disorientati e che il deserto abbia chiuso loro la
via. Io renderò indurito il cuore del Faraone cosicché li inseguirà e allora
dimostrerò la mia potenza sul Faraone e su tutto il suo esercito e così
riconosceranno gli Egiziani che io sono l’El”.
Ed essi ubbidirono. Fu
riportato al re d’Egitto che il popolo era fuggito e si cambiò la disposizione
d’animo del Faraone e dei suoi servi nei riguardi del popolo e dissero: “Quale
errore abbiamo commesso lasciando andare Israele dall’essere nostro schiavo”.
Fece quindi attaccare il
suo cocchio e fece venire con sé i suoi guerrieri. Prese 600 cocchi oltre tutti
gli altri cocchi dell’Egitto e comandanti sopra ogni carro.
E l’El rese ostinato il
cuore del Faraone, re d’Egitto, questi inseguì i figli di Israele, i quali
avanzavano trionfalmente. E gli Egiziani che li inseguivano, tutta la
cavalleria e i carri del Faraone e i suoi cavalieri, la sua armata, li
raggiunsero accampati presso il mare, nelle vicinanze di Pi-hachiroth dinanzi a
Baal Tsefon.
Quando il Faraone fu
vicino, i figli di Israele alzando gli occhi videro gli Egiziani che si
dirigevano verso di loro, presi da spavento esclamarono verso l’El. E
rivolgendosi a Mosè gli dissero: “Non c’erano abbastanza sepolcri in Egitto che
ci hai trascinati a morire nel deserto? Che cosa mai ci hai fatto con il farci
uscire dall’Egitto? E proprio quello che ti abbiamo detto in Egitto: Lasciaci
stare e serviremo l’Egitto perché era certamente per noi preferibile la
schiavitù egiziana alla morte nel deserto”.
Mosè rispose al popolo: “Non
temete, state a vedere la salvezza che l’El genera oggi per voi, poiché voi
avete visto gli Egiziani oggi, non li rivedrete più. L’El combatterà per voi
e voi rimanete in attesa fiduciosa.
E l’El disse a Mosè:
“Perché ti esclami a me? Ordina ai figli d’Israele di mettersi in cammino. E tu
alza la tua verga, stendi il tuo braccio verso il mare e fendilo, e i figli
d’Israele potranno attraversare il mare all’asciutto. Poi io renderò ostinato
il cuore degli Egiziani ed essi entreranno dietro di loro nel mare e allora io
dimostrerò la mia potenza sul Faraone, sul suo esercito, sui carri e sulla sua
cavalleria. Così riconosceranno gli Egiziani che io sono l’El, quando avrò
dimostrato la mia potenza sul Faraone, i suoi carri e la sua cavalleria.”
L’inviato del Signore che
marciava davanti all’accampamento di Israele, passò dietro di loro, cioè la Colonna
di nube cessò di essere alla loro testa e si collocò all’indietro. E si
venne a trovare fra l’accampamento di Israele e quello degli Egiziani, cosicché
si produsse densa oscurità per gli Egiziani mentre per gli Ebrei vi fu
piena luce l’intera notte mediante la colonna di fuoco e non si avvicinarono
l’uno all’altro i due accampamenti per tutta la notte.
Mosè stese il suo braccio
sul mare e il Signore fece muovere il mare per tutta la notte mediante un vento
orientale cosicché si ridusse il mare all’asciutto e le acque si divisero.
E i figli d’Israele
entrarono in mezzo al mare reso asciutto e le acque formarono come un muro alla
loro destra e alla sinistra. E agli Egiziani inseguendoli entrarono nel mare
tutti i cavalli del Faraone con i carri e i cavalieri.
Allo spuntare dell’alba
l’El guardò l’accampamento degli Egiziani e lo terrorizzò con colonne di fuoco
e dense nubi, cosicché si produsse un grave turbamento nel campo egiziano. E
distaccò le ruote dei carri e dovettero procedere con difficoltà.
Allora l’Egiziano gridò:
“Fuggiamo davanti ad Israele, poiché è evidente che l’El combatte per loro
contro l’Egitto”.
L’El disse a Mosè:
“Stendi il tuo braccio sul mare e le acque si riverseranno sugli Egiziani, sui
cocchi e sui cavalieri”.
Mosè stese il braccio sul
mare e sul far del mattino questo riprese il suo stato normale. Gli Egiziani fuggendo
andavano contro le onde e così sommerse gli Egiziani in mezzo al mare. E le
acque riprendendo il loro stato normale ricoprirono carri, cavalleria, tutto l’esercito
egiziano che era entrato nel mare. Non ne rimase neppure uno.
Quanto ai figli
d’Israele, essi camminavano all’asciutto in mezzo al mare e le acque fecero un
muro alla loro destra e alla sinistra.
L’El salvò in quel giorno
Israele dalla mano degli Egiziani e Israele vide gli Egiziani cadaveri sulla
riva del mare.
Riconobbe allora Israele
la mano potente che l’El aveva dispiegato sull’Egitto ed ebbe venerazione per
l’El e prestò piena fede all’El e a Mosè suo servo.
Credo sia arrivato il
momento opportuno per poter analizzare quelli che noi chiamiamo El-Neteru-Annunaki,
ma anche Dio, l’Altissimo, il Signore e in tanti modi.
Costoro in tutte le
civiltà erano i padroni supremi della terra e del cosmo.
Appaiono improvvisamente
nel panorama terrestre, in tutti i popoli si raccontano le gesta di questi
esseri diversi dagli uomini e che noi abbiamo chiamato Dei.
In tutti gli scritti che
narrano la loro vita, si dice che provengono dal cielo, che si muovono con
delle macchine volanti ed hanno dei poteri particolari che gli uomini non possiedono
e anche nella Bibbia raccontano le stesse cose.
Di costoro si afferma che
hanno modificato l’uomo da esseri già esistenti sulla Terra, loro non creano
dal nulla, modificano, plasmano, costruiscono un nuovo individuo avulso
completamente dalla terra in cui è stato posto, nel Genesi si dice chiaramente
che fu posto nel Gan-Eden, ma non fu costruito lì.
Non ha armi di difesa del
proprio essere, non è protetto da peluria che possa proteggerlo dal caldo e dal
freddo, non è assemblato nel globo terrestre con armi addosso che possa
permettergli di avere il predominio su altre razze, specie che vivono negli
ambienti terraquei che lo circondano. Ha una dentatura atta esclusivamente per
mangiare, ha una peluria sul capo che cresce giornalmente e che non ha alcun
significato logico e che possa servire in qualche forma di utilità, non è
provvisto di zanne e unghie atte a difendersi o offendere.
Ma ha una cosa che lo
contraddistingueva tutto il resto degli abitanti della Terra … il cervello, ed
è questa la sua unica arma potentissima che lo mette all’apice della scala
gerarchica nel contesto in cui vive.
Orbene, nei libri che parlano
della nascita della nascita dell’uomo, il denominatore comune è quello che è
stato “creato” da un’entità superiore alla nostra che ha voluto modificarci a
suo piacimento, ma percorrendo tratti della sua personalità ed in certi scritti
si dice ad “immagine e somiglianza”, altre civiltà ed altri scritti sono più
espliciti e affermano che le modifiche sono avvenute con il loro apporto spermatico
e/o comunque con il loro DNA-DRSNA.
In tutte le civiltà si
può denotare che “coloro che scesero dal cielo” avevano le nostre fattezze,
trovo pertanto credibile quando si dice che noi assomigliamo a loro.
I libri che narrano di
questi esseri che arrivarono sulla Terra da altri mondi, non parlano di loro
quali esseri che possedevano poteri particolari, né che avessero dono di
ubiquità, né forme di telepatia, quantomeno la possibilità di volare da soli,
se non con l’ausilio di mezzi atti al movimento aereo.
Sono stati effigiati e
riprodotti in statue che avevano ali, ma non perché le usavano per il volo, ma
perché realmente essi si spostavano con veicoli, macchine che si libravano in
volo e che si spostavano da una parte all’altra del nostro pianeta.
Erano altamente
tecnologici quando sono comparsi conoscevano tutte le branche di studio che noi
ancora adesso non possediamo.
Le loro nozioni
scientifiche superano di gran lunga quelle che noi abbiamo attualmente.
Non abbiamo nozione o
contezza quando realmente arrivarono sulla Terra e da quale parte del Cosmo
essi provenivano.
Ma l’impulso di vita e di
evoluzione come noi intendiamo arriva da loro.
Non si sa quanti fossero,
ma si comprende di certo che loro abbiano colonizzato il nostro pianeta.
Tracce della loro
permanenza sono ovunque e vedremo di analizzarle con dovizia di particolari, la
loro tecnologia e la scienza che loro avevano e che conoscevano, permise loro
di modificare la razza precedente alla nostra, quella che noi chiamiamo umana,
mentre quella già esistente al momento del loro arrivo è rimasta similare a
quando l’hanno incontrata.
Con una serie infinita di
prove, influendo su tutti gli organi del corpo a cui stavano dedicando le loro
attenzioni, modificarono prima la postura, poi il modo di alimentarsi,
costituito da bacche e cereali, ma capirono che tale alimentazione era errata
in quanto, l’essere così modificato passava tutta la giornata alla ricerca di
bacche e semi, era alla mercé dei predatori che lo circondavano, ma non vi era
alcun sviluppo particolare.
Attendendo che la natura
facesse il suo decorso, si avvidero che il tempo non creava alcuna modifica a
questo essere.
Decisero ogni tanto di
apporre sotto controllo questo ominide che si andava creando e modificando
tramite l’ambiente che lo circondava, ma ciò che ottenne la natura in centinaia
di migliaia di anni non era sufficiente ne corrispondente a ciò che loro
volevano ottenere.
Ogni tanto, calcolabile
per noi in migliaia e migliaia di anni venivano sulla terra quali esploratori e
davano un restauro all’essere che loro avevano modificato.
Si avvidero in un certo
momento di avere preso un indirizzo errato nell’evoluzione e nelle modifiche
che stavano prestando a questo essere, compresero con l’osservazione che
l’organo titolato per una modifica di questo essere era il cervello.
Questa osservazione era
mirata verso certi carnivori mammiferi che grazie alla loro alimentazione
creavano nella loro struttura mentale, gli stimoli per una migliore caccia
verso le prede che a loro necessitavano quale apporto giornaliero per la loro
sopravvivenza e quello della loro prole.
Nella corsa
all’evoluzione scomparivano e soccombevano le razze che se anche erano
similari, non avevano il ciclo riproduttivo del mammifero.
Nella gestazione si
veniva a riprodurre un essere che avesse un breve periodo di incubazione nel
ventre materno, poteva essere espulso dal proprio corpo con la nascita, aveva
un breve periodo di apprendimento poi dopo qualche mese o qualche anno al
massimo era pronto per la competizione nella vita come lo era chi lo aveva
partorito e generato.
Queste osservazioni fatte
da coloro che “scesero dal cielo” e riferite alle scimmie evolute, fecero
prendere la decisione di modificarle e assemblarle in un modo diverso.
Non doveva più cibarsi di
sole bacche o semi e radici, occorreva dare un nuovo alimento che non lo
impegnasse tutto il giorno con la sua ricerca e raccolta, doveva essere un
alimento che dava un grosso apporto calorico e contemporaneamente non lo
impegnasse ore per il suo approvvigionamento.
Il nuovo essere, nato in
laboratorio, in qualche luogo nel Mondo, fu posto in qualche parte del Globo, a
questo punto erano di due sessi diversi, venne deposto in un luogo recintato
per il suo stesso bene, perché non fosse preda degli altri esseri che stavano
al di là di questo recinto e che potesse essere controllato e protetto dagli
stessi da noi chiamati dei che si servivano di “Keruvin” cioè macchine volanti.
Dopo infinite prove di
laboratorio, con fallimenti e successi, venne assemblato un nuovo essere che
corrispondeva agli individui che siamo noi attualmente.
La domanda è: per quale
motivo questi esseri volevano costruire sulla Terra una tale creatura? Ma forse
la domanda è mal posta perché queste entità avevano bisogno dell’uomo così come
modificato da quella bestia iniziale che era la scimmia.
Le risposte, possono
essere varie, e occorre dare una plausibile motivazione del perché del loro
comportamento.
Appena costoro arrivarono
sulla Terra trovarono un pianeta colmo di acqua, vegetazione, terreni aridi con
tante zone desertificate. Vi erano fiumi in cui il liquido che in essi
scorreva, a contatto di vari minerali, per effetto della corrosione, li
trascinava verso bacini più grandi chiamati mari e oceani, che avevano una
concentrazione salina considerevole.
Questa salinità permise
che in tali acque prosperassero miriadi di esseri che prolificavano in modo
smisurato.
Ritornando all’essere
modificato in laboratorio e prodotto in tutte le parti del Mondo, esso era la
copia similare di questi esseri venuti dal “cielo”, che dopo appena qualche millennio
vollero ancora modificarlo, in quanto erano stati compiuti errori di
progettazione.
Uno dei principali errori
fu quello che si riproduceva in modo esponenziale e viveva troppo a lungo
facendo un enorme concorrenza al suo programmatore.
Ciò che venne fatto dal
produttore-modificatore era quello di istruirlo, condizionarlo con una serie di
nozioni, addomesticarlo come si fa con qualunque animale, creargli un recinto
dove crescere e riprodursi.
Ma come in qualunque
programma vi è sempre una falla nel sistema, gli errori di programmazione misero
in evidenza che questa nuova razza aveva appreso e apprendeva con facilità
tutte quelle nozioni già in possesso di questi esseri che avevano costruito questi
prototipi, essi vennero reputati un pericolo per i programmatori e decisero di
distruggerli tutti e ricrearne altri similari, ma con diverse progettazioni.
Avvedendosi che la loro
vita durava troppo a lungo decisero di accorciarla, facendola durare non più di
125 anni e non come avveniva prima che vivevano sino a 1.000 anni.
Con uno stratagemma
uguale in tutti i racconti crearono con l’addomesticamento del tempo a
carattere meteorologico, uccidendo l’intera compagine di coloro che avevano già
prodotto.
Ma prima di mettere in
atto questo evento, costruirono un ulteriore prototipo con le nuove
caratteristiche, in ogni civiltà che loro avevano creato c’era uno che si
chiamava Noè e insieme a lui vi era un “diluvio “che loro avevano cagionato.
Questo prototipo, aveva
una durata di vita più corto e tutte le sue capacità e prerogative non erano
mutate.
Ma da parte di questi
esseri fu fatto un ulteriore errore sull’uomo così come lo avevano modificato,
esso piacque a loro, con la sua folta capigliatura, l’arte di fare l’amore,
anzi più esattamente il sesso e con la dicitura presero uomini e donne “quanti
ne vollero”.
Dal quadro che viene
delineato da questa modalità di pensiero, ci si chiede immediatamente: ma come
vivevano questi esseri?
Si comprende subito chi
erano, cosa fossero, come si comportavano, come vivevano e cosa volevano, in
base a tutti quegli aspetti caratteriali che hanno traslato all’uomo e in base
al suo comportamento si può risalire a come loro intendevano la vita, dato che
tutti questi elementi non sono contenuti negli altri esseri viventi in natura.
L’uomo si discosta da
tutti gli altri animali della terra per una serie infinita di sue personali
prerogative.
La prima, in assoluto, è
quella riferita al sesso. L’uomo non si accoppia per la sola procreazione, ma
l’atto riferito alla procreazione viene espletato per entrambi i sessi più per
provare piacere che come strumento per riprodursi, ciò che in natura non
accade, anzi è motivo di grandi problematiche se il maschio vuole giacere con
un simile della sua specie e la femmina non è in “calore”, la stessa rifiuta
l’accoppiamento.
Tale modalità creata da
questi esseri per trovare e provare una sorta di trastullo, piacque moltissimo
alle divinità e fu uno dei motivi per lo sterminio della prima razza umana
chiamata “sapiens” per distinguerla dalla seconda stirpe chiamata “sapiens
sapiens”.
Un altro elemento
caratteriale dovuto all’addomesticamento, è quello che loro ci hanno impresso
nel DNA e di cui erano i fautori, in quanto dovevano sottostare alla gerarchia,
perché erano strutturati in modo piramidale con un capo e dei sottoposti.
Secondo gli scritti in
cui sono narrate le gesta di questi personaggi, vi era un capo supremo su tutti
coloro che arrivarono sulla Terra.
Tale capo supremo venne
chiamato nelle varie lingue Anu-Elyon.
Quest’ultimo aveva avuto
da tre femmine diverse, tre figli chiamati rispettivamente Enlil, Enki e
Ninursag, il padre nella sua traslazione del potere istituì 3 gradi di potere
ai suoi tre figli, concedendo a Enlil il potere sul cielo, in quanto costoro si
muovevano con mezzi che volavano, diede al secondo Enki il potere sulla terra e
su tutti gli esseri viventi ed altrettanto fece per la sorella Ninursag, fra di
loro erano quindi tutti fratellastri.
Il capo della compagine
di Elohim-divinità scese sulla terra, nella Bibbia viene chiamato l’Altissimo e
nel suo nome originale Elyon.
Dato che l’organizzazione
che lui comandava era strutturata a livello piramidale, al momento
dell’occupazione della Terra, decise, sua sponte di affidare il comando di
tutto ciò che si trovava nel cielo, pertanto in aria e fuori dalla Terra, anche
gli altri pianeti, al suo primo figlio chiamato Eulil.
Affidò il dominio della terra
all’altro figlio maschio chiamato En-Ki e che venne tradotto con la parola
“terra” e fu lui che organizzò e mise in opera la modifica dell’uomo allora
esistente, in quello attuale, insieme alla sorella, chiamata Ninursag, che
prese nome quale Isthar oppure Hathor e anche in altre lingue e regioni venne
chiamata la dea-madre e che diede origine all’uomo.
Il fratello En-Ki, che fu
il promotore dell’assemblaggio, la produzione e la modifica dell’uomo sulla
terra, per gli Egiziani fu Ptah, mentre nella Bibbia appare come il “serpente”
tentatore della prima donna Eva.
Avevano una gerarchia
impostata in modo militare che noi abbiamo mutuato da loro ricalcando tutte le
cose che loro attuavano con le stesse modalità.
Il piacere che loro
traevano dall’accoppiarsi con gli esseri che loro avevano costruito produsse
una falla nel loro sistema.
Nel prendere le donne e
gli uomini a loro piacimento, crearono una razza ibrida e non la razza pura che
avevano progettato. Ciò che nasceva dal loro rapporto sessuale era un
personaggio diverso che era simile a quello che nasceva tra gli uomini sulla
terra, erano simili anche alla loro razza, ma avevano delle prerogative di vita
molto diverse da entrambe le razze, vivevano molto a lungo, quasi mille anni.
Essi avevano sia le doti
umane che quelle della loro specie, quindi una durata di vita più lunga, più
intraprendente, avevano lo sprezzo del pericolo, un’intelligenza più agile,
facilità nell’apprendere nozioni sconosciute per gli uomini, ma non per questi
esseri loro padri e madri.
A loro piaceva
combattere, farsi e fare la guerra, amavano i piaceri della carne in tutti i
sensi, amavano i piaceri che dava la terra, i suoi frutti, gradivano gli
alcolici, le droghe, ma ciò che colpisce di più, amavano la sofferenza degli
uomini, le urla di disperazione, amavano infliggere punizioni e per ultimo
amavano dare la morte.
Credo che questi esseri
che noi chiamiamo divinità non avessero l’introspezione mentale, né esami di
coscienza, non sentivano nella loro mente quel senso di pentimento
nell’arrecare dolore, morte e sofferenza.
L’essere umano era
diverso, al di sopra degli stessi esseri che l’avevano prodotto, costruito ed
assemblato con le modalità a loro conosciute e possedute dalla loro
intelligenza.
Noi, sino dalle origini
dell’uomo abbiamo mutuato da questi Elohim tutte le loro caratterialità, doti e
difetti, ma diversamente da loro riuscivamo a discernere la differenza negativa
e/o positiva che mettevamo in essere.
Dal momento che il primo
uomo e donna è stato assemblato, con il loro tipo di educazione e di
ammaestramento, ci hanno subito inculcato dei principi negativi che questi “creatori”
avevano nel loro DNA.
La prima cosa che viene
messa in rilievo è l’uso della donna per i piaceri della carne da parte del
creatore che mettendo le vesti di un “serpente”, quale simbolo della falsità,
ambiguità e istigazione a commettere un crimine.
Loro hanno detto agli
uomini che l’evento del primo accoppiamento era visto quale evento malvagio e
la colpa dell’evento che il creatore aveva posto in essere fu un crimine
commesso a danno dell’intera umanità, marchiando l’uomo e la donna come impuri
e scacciandoli da un luogo dove questo o questi creatori l’avevano depositato.
Un altro marchio eterno è
la costruzione di un’ulteriore crimine, il peggiore, quello di cagionare la
morte di un fratello.
Nel prosieguo di tutta la
storia riferita ad una presunta “creazione” dal nulla, scientificamente impossibile,
si afferma che queste entità che noi abbiamo voluto chiamare Dio o Dei, imputava
alla razza che lui-loro avevano creato, affermando che a causa di una presunta
malvagità intrinseca dell’uomo appena costruito, dovevano ucciderlo in quanto
non corrispondeva alla loro aspettativa e lo sostituivano con uno nuovo modificato
secondo loro in meglio, Genesi 6, 5-6-7.
La teologia e la
filosofia non hanno mai voluto ammettere che il giocattolo che gli Dei si erano
costruiti non corrispondeva più alle loro aspettative e dovevano pertanto
mutarlo per seguire dei crismi a loro più confacenti.
Orbene avvenuto ciò
proprio nell’arca cioè la barchetta contenente milioni di razze, in parità di
maschio e femmina, avvenne che la donna di Noè, Ziusudra Utnapistim, giacque
con suo figlio, dall’incesto nacque un figlio e fu anche il primo tradimento
del nuovo genere di uomo che avevano sostituito affermando che quello
precedente era malvagio e così dimostrano che anche il secondo, appena
costruito con la limitazione nei confronti di quello precedente nella durata
della vita, aveva la stessa impronta malvagia appartenuta a quello appena
distrutto.
Durante lo scorrere della
variegata narrazione dei libri che parlano di questi esseri che sono i Veda,
gli Avesta-Enuma Elish-Atatrasis, l’Epopea di Gilgamesh da cui è tratta quasi
integralmente la Bibbia e l’Odissea, si parla di questi esseri che avrebbero
“modificato” esseri già esistenti in quello che noi poi abbiamo chiamato
“uomo”.
Questi esseri venuti dal
cielo sulla Terra sono stati adorati quali divinità in quanto come erano
riusciti a dare la vita all’uomo, essi riuscivano anche a levarla, pertanto
l’incontro con uno di questi era quasi sempre mortale se eri di sesso maschile,
se invece era femmina l’avrebbero usata sessualmente.
Seguendo il loro piano
che ancora ora non si riesce a comprendere per la molteplicità dei personaggi
che arrivarono sulla Terra, costoro potevano essere degli esseri buoni oppure
cattivi.
Certo è, che
strutturarono la Terra impartendo le modalità personali di ognuno di loro.
Decisero anzi, il loro
capo supremo Anu-Elyon, chiamato in tanti modi diversi, ma pur sempre appariva
come il “creatore”, decise di spartire la Terra assegnando porzioni di spazio
ad ognuno di questi, precisando loro che essi avevano si una lunga vita, ma
morivano come i terrestri, così nel Salmo 82.
Questa frase fu detta dal
capo supremo Anu-Elyon ai suoi Dei-Elohim, a lui subordinati, dopo che era
stata scatenata la guerra fra loro e vennero distrutte 4 città, Sodoma, Gomorra,
Harrappa e Moenjodaro, dove gli stessi Dei rischiarono di morire dopo avere per
la prima volta nella terra, usato delle armi micidiali superiori alle nostre
bombe nucleari.
Essi si muovevano nello
spazio del cielo terrestre con le loro macchine volanti, ampiamente descritte
nei vari libri indiani, ma minuziosamente narrati anche nella Bibbia a più
riprese.
Ed è proprio ciò che
voglio descrivere, i mezzi usati da questo nuovo creatore che viene immerso a
forza in questo libro da parte di un altro Elohim, probabilmente suo padre El
Chadday che senza colpo ferire sostituisce se stesso con questa novità che
viene presentato prima a Giacobbe che proprio da questo El JHWH verrà chiamato in
seguito Israele e poi incontra il suo bis-pronipote Mosè.
Tutte queste divinità si
proponevano in modalità diverse fra loro, c’era chi amava il sesso, chi amava
la carne arrostita, chi la birra, chi gli effetti allucinogeni di certi funghi,
chi amava i bambini, chi voleva che venissero sacrificati bambini, uomini,
bestie, chi invece adorava gli animali, pensate che però tutti avevano il
denominatore comune volendo pressappoco tutti la carne arrostita che fosse di
persone o animali era indifferente per loro, in particolare amavano ricevere
parti del corpo che venisse bruciate e dagli odori che queste emanavano
facevano degli “fumenti” aspergendo con gli odori il luogo e saturando le loro
narici, creando un potere lenitivo ovvero eccitante da cui loro traevano
beneficio.
Queste divinità amavano
sentire l’odore della carne ed in particolare di quella arrostita, a noi umani,
che loro avevano costruito, ci vedevano come un enorme barbecue.
Capitolo
decimo
Esodo 15 e segg. ti
Allora cantò Mosè con i
figli d’Israele, questo inno in onore dell’El esprimendosi così: “Canterò
all’El che si dimostrò straordinariamente eccelso. Cavallo e cavaliere
precipitò nel mare. Egli è la mia forza e la mia gloria, a lui devo la
salvezza. Egli e il mio Jahweh e lo glorificherò, è l’El dei miei antenati e lo
esalterò. L’El è l’arbitro della guerra. Adonai è il suo nome. I cocchi del
Faraone e l’intero esercito lanciò nel mare e i più scelti suoi condottieri
annegarono nel Mar Rosso. Le acque dell’abisso li ricoprirono, essi calarono
nella voragine del mare come pietra. La tua destra o El, è insigne per la
potenza, la tua destra o El stritola il nemico. E con l’irresistibile Tua
forza, afferri i tuoi avversari, scagli la tua ira e questa li divora come
paglia consumata dal fuoco. Con il soffio delle tue narici si ammonticchiarono
le acque, si drizzarono come diga in seno al mare. Pensava il nemico: lo
inseguirò, tosto lo raggiungerò, dividerò il bottino, la mia brama sarà
appagata, sguainerò la spada, li sterminerò. Ma tu facesti soffiare il vento e
il mare li sommerse, s’inabissarono come piombo in acque potenti. Chi è uguale
a te fra le divinità dei popoli? Chi è uguale a te, cinto di santità,
inaccessibile alla lode, autore di cose meravigliose? Tu stendesti la tua
destra, la terra li inghiottì. Tu guidi questo popolo che hai liberato con la
tua misericordia, lo dirigi con la tua potenza verso la dimora a te Sacra.
A tali notizie i popoli
saranno atterriti, tremito coglierà gli abitanti della Filistea.
Alla loro volta i capi
dell’Idumea sbigottiscono, i prodi di Moav sono presi da terrore, si
distruggono gli abitanti di Canaan.
Siano colpiti di timore e
spavento, la maestà del tuo braccio li renda immobili come pietre, finché o El,
il tuo popolo abbia attraversato il Giordano, finché lo abbia passato questo
popolo che è un tuo acquisto. Guidali, piantali sul tuo monte che è tuo
retaggio, residenza che tu ti sei riservato il santuario cioè, o El che hanno
preparato le tue mani.
L’El regna in eterno.
Poiché i cavalli del
Faraone con i cocchi e i cavalieri si erano avanzati nel mare, l’El fece
riversare su di loro le acque marine, mentre i figli d’Israele camminavano
all’asciutto in mezzo al mare.
Miriam, la profetessa,
sorella di Aron, prese in mano il cembalo e la seguirono tutte le altre donne
con cembali e strumenti di danza. E Miriam faceva ripetere: “Cantate all’El
perché si dimostrò eccelso, cavallo e cavaliere lancia nel mare”.
Mosè fece partire Israele
dalla riva del Mar Rosso ed essi si portarono al deserto di Sciur, percorsero
il cammino nel deserto per tre giorni e non trovarono acqua. Giunsero a Marà e
non poterono bere le acque di Marà perché erano tanto amare, appunto per questo
questa località prese il nome di Marà.
Il popolo mormorò contro
Mosè dicendogli: “Che cosa possiamo bere? “
Ed egli implorò l’El il
quale gli diede a conoscenza di un legno che quando lo ebbe gettato nelle
acque, queste divennero dolci. Fu in tale occasione che l’El impose a Israele
statuti e norme e qui lo sperimentò.
E disse l’El: “Se tu
ascolterai attentamente la parola dell’El JAHWEH tuo e farai ciò che è retto ai
suoi occhi e sarai obbediente ai suoi precetti e fedele ai suoi statuti, alcune
di quelle piaghe con le quali ho colpito l’Egitto non ti toccheranno poiché io
l’El, sono colui che ti darò salute”.
E giunsero a Elim, la
trovarono dodici fonti d‘acqua e settanta palmizi e vi si accamparono presso le
acque.
Nella ricerca della
comprensione di come si svolsero i fatti raccontati nella Bibbia e il suo
riscontro nella realtà, si denotano una serie di imprecisioni narrate dagli
stessi esegeti biblici.
Ripetono continuamente
come un evento eccezionale, come la separazione delle acque, possa essere effettuato
dalla loro divinità come un prodigio che la natura non potesse compiere, solo
allora potremmo evidenziare e catalogare un certo accadimento come prodigio e/o
miracoloso.
La realtà era un’altra,
la famosa separazione delle acque, era un evento naturale che accadeva
addirittura 2 o 3 volte al mese, in base alla forza del vento.
Come al solito, si vuole,
con errori di traduzione del testo ebraico e poi in lingua italiana, mutare la
notizia, infatti non si tratta del Mar Rosso, ma di una palude di giunchi
chiamata Mar dei Canneti, in egiziano Pa-zufy, mentre in ebraico era Yam-Suph,
questo acquitrino creato in contemporanea dal mare, dalle acque del fiume e dai
sedimenti che le stesse trasportavano con il limo.
Queste acque erano
soggette, come tutte le leggi della fisica alle maree cagionate dalla Luna e
dal vento.
Vediamo con un’accurata
analisi la scaletta degli avvenimenti che nulla hanno di prodigioso, ma riconducibile
con una certa semplicità ad accadimenti atmosferici e semplicemente naturali.
Per prima cosa in Esodo
14,21 si dice che per tutta la notte il mare fu mosso da un potentissimo vento
orientale che ridusse il mare all’asciutto.
Nel corso delle 24 ore,
il mare è sottoposto a continue oscillazioni, queste oscillazioni si estendono
anche alle acque fluviali, come nel nostro caso riferito al Nilo.
L’ allineamento del Sole
e della Luna accentuano sia l’alta che la bassa marea, ma vi è un’ulteriore
effetto che non viene mai preso nella dovuta considerazione, lo scorrimento
dell’acqua a causa orizzontale origina un effetto chiamato “corrente di
marcia”.
Il predetto effetto di
scorrimento dell’acqua nei canali e nelle paludi è molto elevato e può
raggiungere anche qualche nodo sino a 5-6 di velocità.
Sommando i vari effetti
narrati nella Bibbia, dal potentissimo vento alla marea naturale creata
dall’allineamento del nostro satellite con il Sole, si crearono dei naturali
camminamenti in quanto dopo qualche ora che la sabbia mista a fango (trattasi
di palude e non mare aperto) si asciugava e si solidificava rendendo agevole il
cammino di persone e animali per qualche ora.
Sempre seguendo la
narrativa biblica, il popolo di Israele si era accampato nelle vicinanze di Pi-hachiroth,
dinanzi a Pooal-Tsefon.
Questo luogo si è cercato
disperatamente in Egitto e gli archeologi decisero di ammettere che questa
città era inesistente.
Anche io concordo che sia
una città mai esistita in quanto lo stesso era un Tempio in onore del popolo
Abiru, quello dei Filistei ed era un cippo confinario messo lì per delimitare
il confine di tutti coloro che andavano verso le città sulla costa che
avrebbero dovuto sapere che in quel territorio vigeva la legge dell’El chiamato
Baal.
Questo El era la divinità
associata alle tempeste, infatti Baal vuol dire “Signore”, costui entra in auge
del Pantheon delle divinità intorno al 18 secolo a. c. e fu adorato dal popolo
Ugaritico e nella città fenicia di Tiro, mentre in Egitto con l’invasione degli
Hyksos venne equiparato alla deità Amon.
Appare nell’Esodo, in
quanto Mosè tramite il loro El menziona questo luogo, nel tentativo strategico
di tendere una trappola al Faraone invogliandolo a seguirli in quel luogo che
secondo loro sarebbero stati uccisi col ritirarsi delle acque sempre con la
solita dicitura detta da Mosè di “indurire il cuore “del monarca.
Ma vediamo ora cosa
avvenne secondo le cronache israeliane, il Faraone col cuore indurito, lui
personalmente prese 600 cocchi, sempre scelti da lui, con i comandanti sopra
ogni carro e si diresse verso il loro accampamento di Pi-hachiroth.
Senza alcuna menzione su
eventi precedenti fa la sua apparizione un personaggio nuovo, diverso e
speciale, Esodo 14, 19 “l’inviato dell’El, che marciava davanti
all’accampamento d’Israele, passò dietro di loro, cioè la colonna di nube cessò
di essere alla loro testa e si collocò all’indietro”.
Sinora siamo stati inerti
nel sentire continui messaggi su El-Elohim, Messi, Angeli, Malakim. Ci vengono
sistematicamente propinati soggetti come sopra descritti, i quali si comprende
subito che sono fatti della stessa farina, pasta e lievitazione degli altri.
Cioè essi sono sempre della stessa specie di “coloro che scesero dal cielo”,
sono dei loro subordinati che obbedivano ad un’entità a loro stessi superiore,
in quanto erano loro stessi ad avere una subordinazione in scala gerarchica
militare.
Pertanto prima o poi
mentre leggi la Bibbia ti viene da chiedere chi erano i “Messi”, gli “Angeli”,
i “Malakim”, erano dei mezzi meccanici, cioè robot oppure erano in carne ed
ossa?
Si comprende che essi
erano in carne ed ossa e che quindi appartenevano alla stessa razza e specie
degli Elohim, ma a causa della loro gerarchia prendevano ordini dai loro
superiori in grado cioè quegli Elohim vengono divinizzati e chiamati per nome.
Nel passo 13, 21 si
comprende benissimo che Jahweh era coordinato con altri Elohim a lui
subordinati che tramite un mezzo meccanico si nascondeva nelle nuvole durante
il giorno e durante la notte dalla sua macchina uscivano colonne di fuoco che
permettevano al popolo d’Israele di procedere al buio.
Si comprende altresì,
benissimo che in Esodo 14,19 “l’inviato dell’El era un suo subordinato e che
improvvisamente mentre marciava davanti all’accampamento d’Israele passò dietro
di loro”, dicevamo che questo “inviato” è un subordinato cioè uno che eseguiva
i comandi di Jahweh, che si trasferisce col suo mezzo da una parte all’altra
dell’accampamento dove sostavano da una parte gli Israeliani e dall’altra le
truppe del Faraone.
Ma diciamolo una volta
per tutte, questi Elohim non erano terrestri, essi avevano una tecnologia
inspiegabile a quel tempo, ma spiegabilissima ora nel III ° millennio.
E poi perché continuare a
dire che Jahweh era l’unico Dio, non è più semplice dire al Mondo che loro
credevano a quell’El che si era a loro rivelato e che sempre loro avevano
deciso di adottarlo come unico loro El protettore decidendo tramite i loro capi
che avevano fatto “patti” con lui dicendo di seguirlo e non tradirlo, come anche
lui fece.
Perché non dire che ogni
tribù, ogni popolo vissuto in ogni periodo in cui vissero tutte le popolazioni
che si sono succedute in Egitto, nella Mezzaluna fertile, in tutto l’Oriente e
nel Medio Oriente, era dominato da un’El che si era visto assegnato dal Capo
supremo chiamato come si vuole, in base alla lingua parlata con Anu-Elyon-Zeus-Crisna-Trimurti-Viracochia-Quetzalcoalt
e così via.
Perché non voler
ammettere che questi erano tutti degli Alieni, totalmente estranei della Terra,
che avevano modificato a loro piacimento il genere umano, ricavando un essere
totalmente avulso dal contesto in cui vivevano gli altri esseri.
Non si sono mai visti
leoni, tigri, elefanti, scimmie, radunarsi in schiere e combattere fra loro per
la conquista di cose reali.
Non si sono viste
famiglie, tribù, mandrie, farsi guerra, uccidere altri esseri, di razze uguali
e diverse per appropriarsi dei beni detenuti da altri.
Uccidere i loro figli,
appropriarsi dei territori dove loro abitavano, dove ricavavano il loro sostentamento.
Appropriarsi del denaro,
oro, argento, pozzi d’acqua, mandrie e greggi.
Qualunque essere in
natura non uccide per divertimento, ma solo per uso alimentare e per il proprio
fabbisogno giornaliero.
Questa razza, chiamata da
noi Elohim-Neteru-Anunnaki-Theoi e in tanti altri modi, sono degli Alieni,
venuti da altri Mondi, ci hanno manipolati, indottrinati, educati, dandoci dei
canoni in cui poter sviluppare le loro richieste.
Noi, sino dal primo
essere che loro hanno modificato, siamo stati istruiti ad ottemperare ai loro
ordini, esaudire i loro desideri, siamo sempre stati gli esecutori materiali
dei loro bisogni e desideri.
Volevano una donna o un
uomo e se lo prendevano senza chiedere il permesso e se non fossero stati
consenzienti, li uccidevano, erano un loro giocattolo.
Loro volevano farsi la
guerra tra Elohim, creavano a loro piacimento gli eserciti contrapposti e se ne
fregavano delle morti che subivano gli eserciti, l’uomo era un giocattolo nelle
loro mani, avevano il potere di farti vivere e ucciderti a loro piacimento.
Vi consiglio di leggere
un libro molto più esaustivo di questo attuale che stiamo commentando,
l’Odissea, dove tutti gli accadimenti sono molto più espliciti e veritieri e da
cui potrete denotare la mutevolezza di questi Elohim-Theoi, i quali si
divertono ad usare come giocattoli gli esseri umani su cui loro posavano gli
occhi e la loro poco “benedetta” attenzione, che quasi sempre era malevola.
Ritornando alla narrazione
biblica, non possono dire gli esegeti biblici che il popolo che avrebbe dovuto
uscire dalla sfera protettiva e di padronanza “del Faraone” era determinato da
una normalissima linea, che ora sarebbe chiamata di “frontiera” e che era delimitata
da un Tempio, di un altro El ed esattamente quello di Bà-Al-Tsefon.
Orbene questa divinità
aveva fatto erigere un Tempio affinché gli Egiziani sapessero che da quel
momento, cessava il “protettorato” del loro Elohim Amon-Ra cioè Marduk e
iniziava il territorio assegnato dal Capo in persona Elyon ad un altro El.
Tale confine non poteva
essere superato neppure da Jahweh, perché il territorio a lui assegnato non era
nella direzione del terreno Ugaritico-Fenicio-Filisteo, infatti questo passo
viene ripreso dagli stessi biblisti, facendo finta che fosse una strategia
militare che così non era in quanto lo stesso Mosè disse che non si poteva
andare contro i Filistei, in quanto Jahweh non poteva far scendere in guerra la
sua tribù contro un popolo già formato e agguerrito che tanti problemi dava e
avrebbe dato agli Egiziani nel tempo.
Questo El cioè Jahweh,
sapeva benissimo che non avrebbe mai potuto muovere guerra sia agli Elohim
egiziani, quantomeno a questo altro El di nome Baal che aveva già il suo
territorio, sapendo tutto ciò il grande stratega Mosè-Jahweh decisero di fare dietrofront
e andare verso il deserto sino alla punta estrema del Sinai del monte Horeb, il
suolo dove dimorava questo El trovato da Mosè, lo stesso luogo dove dimoravano
i Madianiti del suocero Jthro.
Analizzando tutti i passi
sinora letti, trovo molto difficile comprendere e scindere gli eventi
straordinari e stupefacenti, messi in atto da questo El, a parte l’unico che
lui insieme al suo “inviato” volassero con un mezzo che si nascondeva in una
nuvola e la sera emetteva una luce di “fuoco”.
Non c’ è una sola piaga,
che ora nel 3 millennio non possa essere spiegata, si può anche per la
separazione del Mar Rosso, dare una sua naturale spiegazione, non si parla del
Mar Rosso, ma l’esatta traduzione è Mar di canne, situato a centinaia di km.
Dal Mare da cui si vuole ricondurre l’evento narrato ed è logico che uno
sprovveduto Faraone (ciò che non credo) avesse con i suoi 600 cocchi e i suoi
conduttori del carro, fossero morti in una palude che dopo il passaggio di
Israele sprofondò nuovamente nell’acqua fangosa della palude e i cocchi e gli
animali si impantanarono.
Anche qui l’intervento dell’El Jahweh fu
vitale, egli Esodo 14,24 “terrorizzò con colonne di fuoco e dense nubi”, cioè
le stesse che il suo veicolo emetteva, provocando un grave turbamento nel campo
egiziano.
Ma ciò che crea un grande
senso di sbigottimento è che per 3.500 anni si è voluto far passare questi
eventi come prodigiosi.
Ma vediamo quello messo a
supporto dell’impantanamento dei carri del Faraone, quando non si sa con quale
tipo di intervento Jahweh “distaccò le ruote dei carri”, questo evento fu
definito “miracoloso”, messo in atto dal prodigioso El.
Credo che si possa con
serenità e tranquillità dire che se l’Esodo è avvenuto, anche se viene
disconosciuto da tutti gli scienziati e archeologi smentiscono per totale
mancanza di prove e per stessa ammissione dei cronisti biblici che smentendo
con il loro scritto affermando che l’Esodo è messo in atto da un pronipote di
Levi cioè Mosè e Aronne, nel periodo di una menzogna di presunta schiavitù,
quando si vuole nel Genesi incensare Giuseppe, figlio di Giacobbe, Israele che
fece vivere nel lusso la sua famiglia per tutta la vita durata sino a 110 anni.
In questo scritto si
vuole evidenziare che non vi è alcun Esodo della famiglia di Giacobbe nel
periodo in cui la Bibbia vorrebbe collocarlo, in quanto 4 generazioni di una
famiglia di 12 componenti non avrebbe mai potuto prolificare 600.000 “maschi”
oltre alle donne e bambini per una somma di oltre 2 milioni di persone,
pensando che nel periodo del Faraone Dudimose, la popolazione egiziana arrivava
a circa 1.500.000 persone.
Nella Bibbia si dice che
l’intera famiglia di Giacobbe-Israele contava 70 persone, sarà quindi il
lettore a dedurre se dopo 4 generazioni, Mosè avrebbe potuto portare nel 1.400-1.450
circa più di 2 milioni di persone fuori dall’Egitto e circa il doppio di
animali.
Dai detrattori di questo
scritto, si dirà che colui che scrive, è un asino non ebreo e che non crede nel
loro El.
Ma lo scrittore di queste
righe vuole invece solo far denotare che un popolo su delle evidenti menzogne
ha creato una religione che ha vessato ed imposto quel credo, uccidendo milioni
di persone, che da quella religione è nato un credo, una filosofia ancora più
crudele che appropriandosi con un furto vergognoso del loro El, chiamandolo a
loro volta Dio, mutandogli la veste da assassino stragista in un Dio
misericordioso, leggendo solo le prime righe dei loro Salmi, continuando a fare
cantare nei loro riti, chiamate “Messe”, lodando un Dio che come facevano gli
Egiziani lo chiamano “Allelu-jah e pretendono affermare ed imporre la loro idea
assassina tessendo lodi di una benevolenza inesistente.
Tessendo lodi e canti ad
un soggetto che avrebbe ucciso “l’intero esercito “nel mare facendolo annegare.
Ciò che è impressionante
in tutti gli scritti è l’inneggiamento a questo El chiamandolo “arbitro delle
guerre”.
Non può non colpirvi un
passo in cui sembra di vedere il film “Guerre Stellari”, questo El usa il
soffio delle sue narici per uccidere, non l’avete mai notato nella tiara, il
copricapo dei Faraoni che vi è un serpente, ebbene sicuramente avrete sempre
pensato che esso era un simbolo, in realtà faceva parte del corredo originale
di quei El che per primi regnarono il popolo d’Egitto e coloro che osavano
contraddire il Faraone veniva da esso incenerito con questo serpente che loro
chiamavano “Uraeus”, logicamente per sminuire il suo potere di emettere un
fuoco, vi vengono a dire che esso fu un simbolo della prima divinità egiziana.
Nella realtà era una manifestazione
dell’El Ra-Marduk, il quale proteggeva il soggetto sputando fuoco contro i suoi
nemici, era chiamato Ureo in quanto stava in mezzo agli occhi dell’El e del
Faraone, ecco perché il nome ureo, tante divinità lo avevano cioè “l’occhio di
Horus”, “l’occhio di Hator”, “l’occhio di Ra”, di Seth.
Ecco che anche la famiglia d’Israele, indica
che il loro El aveva l’Ureo, ma senza essere un serpente, in quanto sarebbe
diventato un idolo, dall’occhio scende di qualche centimetro per diventare
“narici”.
Capitolo
undicesimo
Preliminarmente prima di
leggere con voi il nuovo capitolo della Bibbia, vorrei soffermarmi un attimo
sul verso precedente.
A prima vista sembra
essere tutta una lode all’El, chiamandolo in tutti i modi, ma ciò che colpisce
è una tecnica che viene continuamente usata dagli esegeti biblici ed è quella
di usare un frasario molto rimbombante, preannunciando i passi che seguono, con
la funzione tipica dell’indurre in errore il lettore, ma che lo stesso non
debba avere nozione di essere raggirato letteralmente con dei vocaboli che sono
scritti affinché non si comprenda che loro vogliono dire una cosa, ma che tu ne
intenda un’altra, detto questo scriverò il capitolo dell’Esodo n. 16 e poi
faremo la nostra delucidazione in merito.
Esodo 16 e segg. ti
Poi partirono da Elim e
tutta la comunità dei figli di Israele giunse al deserto di Sin, situato fra
Elim e il Sinai. Era il quindicesimo giorno del secondo mese dopo la loro
uscita dall’Egitto. Tutta la comunità dei figli di Israele mormorò contro Mosè
ed Aronne nel deserto.
Dissero loro i figli
d’Israele: “Fossimo pur morti per mano dell’El, in Egitto assisi presso le
marmitte contenenti carne e dove si mangiava pane in abbondanza, mentre ci
avete condotti in questo deserto per far morire di fame tutto questo popolo”.
E l’El disse a Mosè:
“Ecco io farò piovere per voi nutrimento dal cielo, il popolo andrà a
raccoglierne giorno per giorno quanto gli è necessario, in tal modo io potrò
sperimentare se si vuole obbedire alla mia legge o no”.
“Ma nel giorno sesto
della settimana, quando prepareranno ciò che avranno portato nel campo, si
troverà doppia razione del raccolto giornaliero.”
Mosè ed Aronne dissero a
tutti i figli d’Israele: “Questa sera voi avrete nuova prova che è l’El che vi
ha fatto uscire dall’Egitto. E domattina voi sarete testimoni del gavod dell’El
(nella traduzione è scritto-della Gloria del Signore), quando dimostrerà di
avere accolto la vostra richiesta, d’altra parte noi che cosa possiamo fare per
mormorare contro di voi?” E aggiunse Mosè: “Si, voi vedrete quando l’El a sera
vi darà la carne per mangiare e al mattino pane a sazietà, che l’El ascoltò le
mormorazioni che avete a lui rivolto: ma noi che colpa abbiamo? Non contro di
noi sono le vostre mormorazioni, ma contro l’El. Avvicinatevi dinanzi all’El,
poiché ha ascoltato le vostre mormorazioni”.
Ora mentre Aronne parlava
alla congrega dei figli d’Israele, questi rivolgendosi verso il deserto videro apparire
la Maestà Divina attraverso la nube.
L’El parlò a Mosè così:
“Io ho ascoltato le mormorazioni dei figli d’Israele. Parla loro in questi
termini: verso sera mangerete carne e al mattino seguente vi sazierete di pane
e così riconoscerete che io sono l’El Jahweh vostro”.
Effettivamente alla sera
arrivarono in volo le quaglie e ricoprirono l’accampamento e al mattino uno
strato di rugiada si stendeva attorno al campo. Evaporato lo strato di rugiada,
apparì sulla superficie del deserto qualcosa di minuto, di granuloso, fine come
brina gelata in terra. A tal vista i figli d’Israele si chiesero l’un l’altro:
“Che cos’è questo?”, perché non sapevano che cosa fosse. E Mosè disse loro:
“Questo è il pane che l’El vi ha mandato per cibo. Ecco ciò che ha prescritto
in proposito l’El: ne raccolga ognuno secondo le proprie necessità, un “omer” a
testa altrettanto ciascuno secondo il numero delle persone coabitanti nella
tenda stessa così ne prenderete”.
Così fecero i figli
d’Israele e ne raccolsero di più, di meno: misurarono poi con un recipiente del
contenuto di un omer, ora colui che ne aveva molto non ne ebbe di superfluo e
colui che ne aveva raccolto una quantità minima non ne ebbe penuria, ciascuno
insomma aveva raccolto in proporzione delle proprie necessità.
E disse loro Mosè:
“Nessuno ne lasci avanzare fino al giorno dopo”. Ma non dando retta a Mosè,
alcuni ne fecero avanzare fino al mattino seguente: si produssero vermi e
puzza. E Mosè si irritò con loro.
Da allora raccolsero
mattina per mattina, ciascuno a secondo delle proprie necessità, nella prima
ora, perché via via che il sole si faceva caldo si fondeva. Ora avvenne nel
sesto giorno essi raccolsero doppia razione cioè due omer per ognuno e allora
tutti i capi tribù vennero ad annunciarlo a Mosè. Ed egli rispose: “Ciò
precisamente è quello che ha detto l’El, domani solenne giorno di riposo e, è
il sabato consacrato all’El, tutto quanto volete cuocere, cuocetelo oggi e
altrettanto dicasi per quello che volete cucinare. Tutto quanto avanza tenetelo
in riserva fino a domani”.
Essi infatti, ne
lasciarono fino a domani, secondo il comando di Mosè e non puzzò ne si
produssero vermi. Mosè disse poi nel settimo giorno “Mangiateli oggi poiché
oggi è sabato consacrato all’El, oggi ne troverete all’aperto. Per sei giorni
consecutivi andrete a raccoglierlo, ma nel settimo giorno che è sabato non ve
ne sarà”. Ora nel settimo giorno qualcuno del popolo andò a raccoglierne, ma
non ne trovò.
L’El disse allora a Mosè:
“Fino a quando voi rifiuterete di osservare i miei precetti e i miei insegnamenti?
Considerate che l’El vi ha dato il sabato, perciò Egli vi ha concesso una
doppia razione di manna nel sesto giorno. Ognuno rimanga dove si trova, né
alcuno esca dalla propria abitazione nel giorno settimo.”
E il popolo quindi riposò
nel settimo giorno.
La casa d’Israele dette a
questa sostanza il nome di “manna”. Ed essa assomigliava a granelli di
coriandolo bianco e aveva sapore di una frittella cotta al miele.
Mosè disse: “Ecco ciò che
ordina l’El: la manna nel quantitativo di un omer rimanga in deposito per le
vostre generazioni, affinché esse conoscano il pane di cui vi ho nutrito nel
deserto quando vi feci uscire dalla terra d’Egitto”.
E Mosè disse ad Aronne:
“Prendi un’urna, riempila di un quantitativo di un omer di manna e mettila
dinanzi all’El, cioè dinanzi all’arca di Testimonianza come ricordo per
le vostre generazioni”.
Come l’El aveva comandato
a Mosè, Aronne depositò l’urna dinanzi all’Arca della Testimonianza per essere
conservata.
Ora i figli d’Israele
mangiarono per 40 anni, fino al loro arrivo in terra abitata, cioè ne
mangiarono finché giunsero ai confini di Canaan. L’omer era la decima parte
dell’efà.
Ricapitoliamo con parole
nostre questo capitolo scoprendo tante nuove verità, si dice inizialmente il
mormorio contro Mosè e Jahweh perché il popolo aveva fame, del seguente preciso
tenore, Esodo 16,3 “Dissero loro i figli d’Israele: fossimo pur morti per mano
dell’El in Egitto, assisi presso le marmitte contenenti carne e dove si
mangiava pane in abbondanza”.
È la stessa Bibbia che
riferisce che il popolo non aveva nessuna sofferenza in quanto mangiavano sia
carne che pane, mentre ora mancavano entrambi.
Questa affermazione
stride pensando che una moltitudine di vari milioni di persone, sempre
confidando nella genuinità delle cronache bibliche, nell’arco di appena 45 giorni
dalla partenza da Goscen, il popolo di Israele aveva terminato le sue scorte,
sia le granaglie che la carne.
Ma ecco che avviene
improvvisamente quello ciò che vi avevo preannunciato all’inizio, l’El Jahweh
si presenta al popolo di Israele in tutta la sua gloria, peccato che non sia la
gloria che intendiamo noi, ammantando la personalità del soggetto e santificando
la sua potenza, no, cari lettori, la Gloria che intende lo scrittore biblico è
il mezzo con cui questa divinità si muoveva, essa è solo tradotta con il nome
di gloria, in realtà tutte le volte che vedremo scritto gloria nel testo
biblico, c’è scritto cavod, ecco perché vi dicevo di tutti gli artifici
letterali che gli Ebrei pongono in essere per non fare capire che la loro
divinità è un Alieno e si muove con dei mezzi-veicoli allora impensabili che
solcavano i cieli e che i biblisti chiamavano realmente Cavod, ma per non fare
comprendere che esso era un mezzo di trasporto, lo chiamarono gloria.
Pensate solamente quando
voi leggete il termine di Gloria del Signore, non andate a pensare che essa sia
un veicolo che vola nel cielo, ma pensate al termine gloria come la potenza, la
magnificenza di questo Elohim, mentre egli non è quello che vogliono farci
intendere, cioè uno che è evanescente, si trova in ogni luogo e appare ovunque
perché lui non è materia, ma è il nulla e il tutto, ed è questo che loro
vogliono e hanno sempre voluto farci intendere e noi continuiamo a fingere di
crederci.
E Mosè con Aronne
iniziano a placare il popolo che rumoreggia con una serie di patetiche
menzogne, iniziando con la carne di quaglia alla sera, mentre al mattino questo
El gli avrebbe dato il pane con la manna.
Credo che a questo punto
occorra comprendere cosa fosse la manna e la carne, chiunque legga questo libro
e il suo contenuto nella narrativa esplicata può pensare che solamente uno
sprovveduto può mettersi in marcia con milioni di persone andando via da un luogo
fertile, com’era il delta del Nilo, per incamminarsi senza avere scorte necessarie
per qualche anno, non 40 anni com’erano realmente trascorsi rischiando di fare
morire un’intera etnia senza avere programmato nei dettagli gli
approvvigionamenti di acqua e alimentari.
Questo sprovveduto, sia
deità che capo fisico, si basa sull’opportunità meteorologica di un fattore
prettamente naturale e poi si alimenta tramite la migrazione delle “quaglie”,
un comandante simile sarebbe stato da esautorare subito, sempre che l’esodo sia
veramente avvenuto oppure è una farsa finemente narrata.
Insomma della manna non
si sa nulla e in tanti pensano ad un’invenzione, comunque l’El disse
chiaramente che questi 2 milioni di persone perseguitate dal Faraone, sarebbero
dovute stare nel deserto per 40 anni sfamandosi di un prodotto inventato e
inesistente in quel luogo, se non in pochissimi mesi dell’anno.
Ma quello che incute
sbigottimento è il senso altamente ecologico che per 40 anni questa miriade di
persone si sarebbe dovuta sfamare di un piccolo animale come le quaglie che
appaiono al massimo un mese all’anno quando effettuano la migrazione in Africa
in andata e ritorno dall’Europa e mi stupisco che tale specie sia ancora in
vita e non estinta dopo avere nutrito milioni di persone per 40 anni.
Oltre che immorale devo
aggiungere che questo libro ha un contenuto menzognero e senza alcun riferimento
alla realtà senza limiti e senza freni inibitori nel contenere le menzogne.
Colpiscono nella
narrazione biblica, le doglianze fatte da questa divinità riferendosi a Mosè
nel dire in Esodo 16,28 “Fino a quando voi rifiuterete di osservare i miei
precetti e i miei insegnamenti?”, in altre parole: perché non obbedite ai miei
ordini?
Ma quali sarebbero stati
i suoi precetti: quelli di morire di fame o di sete a milioni, mangiando un
pane inesistente e la carne una volta l’anno?
Poi vi sono degli
anacronismi, come se il narratore biblico sia avulso dal contesto in cui fa
vivere questo popolo, viene a dire al popolo Abiru “Ognuno rimanga dove si
trova, ne alcuno esca dalla propria abitazione nel settimo giorno”.
Non è comprensibile che
in pochi giorni non avessero costruito proprio un bel niente e loro vivessero
in tende, ci si chiede come potessero vivere in tende milioni di persone che
almeno una volta al giorno sarebbero dovute andare a defecare o a mingere, a
meno che l’El non avesse proibito queste funzioni nel giorno dedicato all’El e
a se stessi per il dovuto riposo per le fatiche del lavoro settimanale.
Per la tranquillità del
lettore, vedrete che gli esegeti, teologi biblici fra poco affermeranno che la
loro divinità li aveva dispensati anche dal defecare.
Ma ciò che è importante è
la menzogna più rilevante che si vuole passare in sordina.
Dopo appena 45 giorni
dall’uscita di questa immensità di uomini dall’Egitto compare un elemento che
non si sa cosa sia, ma viene chiamata “l’Arca della Testimonianza”.
Sinceramente sono basito
nel denotare il perpetrare delle mistificazioni propinandole al lettore come
eventi che cadono dall’alto e/o appaiono in una divulgazione, pensando davvero
che il lettore sia un asino e che debba accettare pedestremente tutto ciò che
viene propinato e scritto come una qualsiasi cosa che deve sorbire perché
scritto in un libro che loro dicono di essere sacro.
Ma questa “arca” a cui si
riferisce Mosè nell’Esodo 16,34, quando l’avrebbero costruita? Oppure si sono portati
dall’Egitto questo manufatto?
Comunque continuiamo a
fingere di credere ciò che ci viene proposto, che più che essere soprannaturale
è semplicemente inverosimile.
Capitolo
dodicesimo
Esodo 17 e segg. ti
Tutta la comunità dei
figli d’Israele partirono dal deserto del Sin passando per varie stazioni, per
comando dell’El si accamparono in Refidim, ove mancava l’acqua per dissetare il
popolo.
E il popolo insorse
contro Mosè esclamando: “Dateci dell’acqua da bere”.
Mosè rispose loro:
“Perché vi rivoltate contro di me? Perché volete sperimentare l’El?”
Il popolo assetato di
acqua mormorò contro Mosè dicendogli: “Perché ci hai fatto uscire dall’Egitto,
per fare morire di sete me, i miei figli e il mio bestiame?”
E Mosè si rivolse in
preghiera all’El dicendo: “Che cosa posso fare a questo popolo? Poco ci manca che
mi lapidino”.
E l’El disse a Mosè
“Avanzati alla testa del popolo accompagnato da alcuno fra gli anziani di
Israele e quella verga, con la quale hai percosso il fiume in Egitto, prendila
con te e va’. Ecco io ti precederò, là presso una rupe del monte Chorev e tu
batterai con la verga sul sasso dal quale uscirà acqua e il popolo ne berrà”.
Così fece Mosè alla
presenza degli anziani d’Israele e perché avevano tentato l’El dicendo:
“Vedremo se l’El è con noi o no”.
Quindi venne Amalec e
attaccò Israele in Refidim. Mosè disse a Giosuè: “Scegliti alcuni bravi
guerrieri e va a combattere Amalec, domani, io mi metterò alla sommità della
collina e terrò in mano la verga dell’El”.
Giosuè eseguì il comando
di Mosè iniziando la battaglia contro Amalec e nello stesso tempo Mosè-Aronne e
Chur salirono in cima alla collina.
Ora fintantoché Mosè
teneva alzate le mani, vinceva Israele, quando le abbassava vinceva Amalec. Ma
le braccia di Mosè erano pesanti, allora presero una pietra, gliela misero
sotto, egli vi si assise sopra e Aronne e Chur sostenevano le braccia l’uno da
una parte e l’altro dall’altra cosicché le sue braccia poterono sostenersi sino
al tramonto del sole.
E Giosuè sconfisse Amalec
e la sua gente a fil di spada.
L’El disse a Mosè:
“Scrivi in un libro il ricordo di questo grande avvenimento e trasmettilo
oralmente a Giosuè che io ho stabilito di cancellare la memoria di Amalec di
sotto il cielo.
Mosè fabbricò un altare
che nominò “Jahweh è la mia bandiera”.
E disse l’El “pone la
mano sul suo trono, guerra ad Amalec di generazione in generazione”.
Cerchiamo di comprendere
ciò che avvenne dopo le lamentazioni del pane e la carne, furono mosse
rimostranze direttamente a Mosè che sistematicamente volgeva al suo protettore
Jahweh.
Mentre questa massa
enorme di bocche da sfamare e da far bere, mentre fiancheggiavano il Mar Rosso,
diretti verso il Sinai meridionale, dopo ogni “stazione” come viene chiamata
nella Bibbia, ogni luogo dove essi si fermavano per le soste di abbeveraggio e
per trovare i luoghi dove furono uccisi “milioni” di uccelli migratori e per
raccogliere la fantomatica “trabutina mannipara” (manna), arrivarono presso
l’oasi di Feiran.
Credo che chi di voi ha avuto
la fortuna di recarsi nella penisola del Sinai o in un qualunque deserto,
sappia quanto è importante il controllo delle oasi e dell’acqua, orbene quell’oasi
era occupata e controllata dalla tribù degli Amaleciti, ma è mai possibile che
l’El Jahweh dall’alto della sua “Gloria del Signore” non si fosse avveduto che
l’oasi pullulava di uomini della tribù Amalechita?
Come mai questa divinità
non si avvide che il percorso del popolo israelita era sbarrato da una tribù di
un discendente del fratello gemello d’Israele cioè Esaù?
Amalec era il nipote di
Esaù e figlio di Elifaz, il suo popolo dopo il litigio con Giacobbe per la
primogenitura, si trasferì nel deserto del Negev dove in quel momento era
arrivato Mosè con la sua moltitudine di persone che chiedevano “acqua” e si sa
che chi occupa e controlla un’oasi non è molto propenso a darla o dividerla con
altri.
Ciò avvenne anche in quel
caso, gli Amalechiti si disposero in ordine di combattimento e sbarrarono il
passo alla famiglia di Israele, composta da 600.000 maschi, quindi perché avere
paura di una piccola tribù?
Qui appaiono due nuove
figure, quella di Giosuè e Chur, uno di questi due sarà il fulcro combattente
di questo popolo errante e non si sa con quali armi, forse solo coltelli ed
aste di legno?
Ora si scopre che in
circa 45 giorni, Mosè riuscì a crearsi un esercito e per un intero giorno vi
furono combattimenti sino a quando gli Israeliti dissero di avere vinto e gli
Amalechiti si sarebbero ritirati dal controllo dell’oasi, ma non si comprende il
perché vi sia stato il rito del battere la verga, mentre era un’oasi con
fuoriuscita spontanea dell’acqua e per poi riposare una sola notte presso i
palmizi e fare provviste e l’indomani si spostarono in un’altra oasi, quella di
Feiran, qualcosa non è veritiero oppure era solo per dire che sono stati osteggiati
nell’attingere l’acqua?
Poi l’El disse a Mosè di
scrivere in un libro ciò che era accaduto in quel giorno.
Ci si domanda, ma in che
lingua e quale alfabeto Mosè avrebbe potuto scrivere un libro? In Egiziano? E
poi che lingua parlavano gli Abiru?
Questi proto ebrei
sapevano leggere e scrivere?
Ma ciò che appare
inquietante è, con quanta scaltrezza gli esegeti biblici raccontano le
menzogne, nel capitolo precedente, cioè in Esodo 16,34 dicono di avere depositato
un’urna piena di un omer di manna dinanzi all’Arca della Testimonianza, cioè un
manufatto inesistente che dovrà essere costruito successivamente.
Ora invece, in questo
verso dicono di scontrarsi con una tribù di pastori Amaleciti e dicono testuali
parole “Scegliti alcuni bravi guerrieri e va a combattere Amalec”, vediamo di
chiarire, le tribù degli Amaleciti si trovavano nelle loro oasi ed erano i
proprietari dell’acqua che volevano gli Israeliti, perché dovevano
impossessarsi dell’acqua quando la nuova fonte l’aveva fatta sgorgare Mosè con
la sua verga?
La realtà degli eventi si
comprende immediatamente, Mosè non fece bere alcun Israelita battendo il suo
bastone nel sasso indicato da Jahweh, ma si impadronì delle pozze di proprietà
di Amalec e dato che loro non erano d’accordo li uccise tutti a fil di spada.
Un’altra incongruenza e
mistificazione creata dagli esegeti biblici, è quella riferita all’ordine dato
da Jahweh a Mosè di “Scriverai in un libro il ricordo di questo grande
avvenimento e trasmettilo oralmente a Giosuè”.
La discrepanza e la non
conformità dell’ordine dato a Mosè di scrivere un “libro orale” mi riesce
incomprensibile sia nella dizione che nel significato.
Sappiamo per certo che fu
proprio nel Sinai il ritrovamento delle dieci lettere a cui si fa nascere la
scrittura proto-sinaitica detta anche Fenicia e/o idiomatica, ma che in quel
periodo gli Abiru di Israele avessero una loro scrittura mi riesce difficile da
comprendere ed accettare.
In quel momento Jahweh
giura guerra ad Amalec di “generazione in generazione” e, diventa il primo
antisemita della storia, votando allo sterminio il nipote di Esaù, gemello di
Giacobbe-Israele anche lui a suo tempo circonciso da Isacco, padre dei fratelli
gemelli.
Capitolo
tredicesimo
JTHRO
Esodo 18 e segg. ti
Jthro, sacerdote di
Midian, suocero di Mosè, ebbe notizia di ciò che aveva operato l’El per Mosè e
per Israele suo popolo, specialmente per avere fatto uscire Israele
dall’Egitto.
Allora Jthro, suocero di
Mosè, ricondusse a lui Tsippara, sua moglie dopo che egli l’aveva rimandata. E
menò pure con lui i suoi due figli, l’uno chiamato Gheresciom, poiché il padre
alla nascita del figlio aveva pensato: “Forestiero io sono in terra straniera”.
E l’altro si chiamava Eliezer poiché il padre disse “l’El di mio padre mi è
venuto in aiuto e mi ha salvato dalla spada del Faraone”.
E Jthro, suocero di Mosè,
arrivò con i figli e la moglie per trovare Mosè nel deserto ove questi era
accampato vicino al Monte dell’El.
E fece dire a Mosè: “Io
tuo suocero Jthro sono qui presso di te accompagnato da tua moglie insieme ai
due figlioli”.
Mosè si recò ad
incontrare suo suocero, gli si prostrò e lo baciò e si salutarono
scambievolmente e poi si ritirarono nella tenda di Mosè.
E Mosè raccontò al
suocero tutto quanto l’El aveva operato contro il Faraone d’Egitto a causa di
Israele e tutte le peripezie che avevano subito durante il viaggio e come l’El
li aveva salvati.
E si rallegrò Jthro per
tutto il bene che l’El aveva fatto ad Israele salvandolo dalle mani degli
Egiziani e del Faraone e che ha sottratto questo popolo dal dominio
dell’Egitto.
Ora lo riconosco che l’El
è più grande di qualsiasi divinità, poiché nella maniera che gli egiziani
insolentirono contro di essi furono puniti.
E Jthro, suocero di Mosè,
offrì olocausti e sacrifici in onore dell’El.
E Aronne e tutti gli
anziani di Israele vennero a partecipare al banchetto con il suocero di Mosè
dinanzi all’El.
Il giorno dopo Mosè si
assise per rendere giustizia al popolo e questi stava in piedi presso di lui da
mattino a sera.
Allora il suocero di
Mosè, vedendo come egli procedeva nei riguardi del popolo, gli disse: “Che
cos’è mai quello che fai al popolo? Perché tu solo stai seduto e tutto il
popolo ti sta intorno da mattino a sera?” E rispose Mosè a suo suocero: “Il
popolo viene da me per consultare l’El. Quando essi hanno qualche questione mi
viene sottomessa in giudizio e allora pronuncio sentenze fra le parti facendo
conoscere i decreti dell’El e i suoi insegnamenti”.
Ma il suocero di Mosè
replicò: “Il procedimento che tu segui non è buono. Finirai per stancarti tu e
il popolo che ti sta attorno perché il peso è troppo grave per te e non potrai
sopportarlo da solo. Or dunque ascoltami, io voglio consigliarti e l’El sia con
te: rappresenta tu solo il popolo davanti a Jahweh. Fa presente a loro gli
statuti e la dottrina istruendoli sulla via che devono seguire e la condotta
che essi debbono tenere. Scegliti fra tutto il popolo persone ragguardevoli,
tementi dell’El, uomini di provata lealtà, nemici del lucro e mettili sopra di
loro quali capi di migliaia, di centinaia, di cinquantine, di decine. Essi
giudicheranno il popolo in permanenza, ogni questione di grande importanza la
sottoporranno al tuo giudizio ed essi risolveranno le questioni più lievi, così
il tuo peso sarà meno grave, perché essi lo sopporteranno insieme a te”.
“Se tu adotterai questo
mio consiglio e l’El te lo consentirà, potrai sopportare il peso e il popolo si
recherà dal giudice che più speditamente risolverà le questioni”.
Mosè ascoltò il consiglio
del suocero e fece tutto quanto gli aveva suggerito. E scelse uomini di merito
fra tutto Israele e li creò magistrati del popolo, capigruppo di mille, cento,
cinquanta, dieci persone. Ed essi avevano il mandato di giudicare il popolo in permanenza,
i casi più difficili li presentavano a Mosè mentre le questioni ordinarie le
decidevano essi stessi.
Dopo di che Mosè congedò
suo suocero il quale fece ritorno al suo paese in Midian.
Questo passo inizia con Jthro,
il suocero di Mosè, sicuramente ultra centenario dato che Mosè doveva avere
superato abbondantemente gli ottant’anni, saputo la notizia, non si sa da chi
che suo genero era ritornato là dove aveva incontrato l’El la prima volta e gli
andò incontro, così narra la Bibbia, con la figlia Tsipporà e i suoi due figli e
chiese al seguito di Mosè di essere annunciato.
Il passo di cui all’Esodo
18 e segg. ti deve essere sfuggito di mano agli esegeti biblici, oppure come
loro diranno è stato aggiunto in altre epoche.
Rimane il fatto che il
cronista biblico, dimentica che nell’Esodo 4,24 viene narrato “Durante il
viaggio egli sostò in un ricovero (il viaggio come ben ricordate era il
commiato di Mosè da Jthro per raggiungere Aronne nel monte dell’El). In tale frangente
mentre erano in tenda Tsipporà, tagliò il prepuzio al figlio cinquantenne ed
esclamò “tu mi sei sposo acquistato col sangue”.
Vi era pertanto la
certezza che nel viaggio per andare a parlare al Faraone, Mosè venne
accompagnato dalla moglie e dai due figli.
Ma ecco il solito colpo
di scena in Esodo 18 e segg. ti, tutto ciò che era stato narrato in Esodo 4,
veniva dimenticato per prospettare un evento totalmente diverso che stravolge
la credibilità di quegli eventi narrati.
In altre parole se la
moglie di Mosè e i suoi figli erano con lui, come mai Jthro si presenta dal
genero con la figlia e i nipoti quando gli stessi avrebbero dovuto essere con
Mosè?
Ma ciò che il cronista
biblico continua a perseverare è lo scrivere “figlioli” quando questi avevano
abbondantemente superato i cinquant’anni, deducete voi ciò che reputate sia
giusto.
Può un biblista
continuare ad inventarsi delle fiabe solo per riempire una pagina in bianco?
Vi accorgerete di un
altro vuoto narrativo, in quanto come forma di rispetto verso suo suocero Jthro,
Mosè si prostra davanti a lui, si salutano scambievolmente, ma non esiste alcun
cenno di un saluto verso la moglie Tsipporà, quantomeno ai suoi figlioli Gherescion
e Eliezer.
Come mai gli esegeti
biblici non pongono nessuna attenzione alla famiglia di Mosè?
Perché vi è un muro di
silenzio verso la moglie e i suoi figli?
Come mai non si parla né
della figlia di Jthro, né dei figli? Perché questo occultamento? Vediamo se nel
seguito usciranno nuovi dati che ci permetteranno di fare luce su questo evento
misterioso.
Si può denotare in questo
capitolo che Mosè si comporta come uno statista, un vero capo, dirime le
diatribe che si generano in qualunque popolo così numeroso.
Lo si vede insignito
delle vesti di un magistrato che emette sentenze su problemi che sorgono
giornalmente.
Jthro assiste ad una di
queste sedute nel sentire le doglianze del popolo. Non le trova giuste, lo
riprende, consigliandoli di adottare un altro comportamento.
Infatti non può sentire
tutte le lamentele che gli vengono sottoposte, gli consiglia di demandare a
terzi, dividendo il potere con una scala gerarchica in modo che lui si arroghi
i casi veramente degni della sua attenzione.
Il passo che stiamo
analizzando ci fa comprendere che Mosè stava iniziando a dare un assetto
amministrativo, burocratico alla gente che secondo i biblisti, aveva fatto
uscire dall’Egitto, egli aveva ormai assunto la carica del capo supremo secondo
solo al suo El e lo dice apertamente al suocero affermando “che il popolo viene
da me per consultare l’El”.
Mosè in questo passo
inizia a gettare le basi della futura organizzazione sociale e religiosa del
popolo d’Israele e dare un assetto politico alla sua tribù insignendo tutti i
membri della sua famiglia nei punti più importanti, Aronne come governatore
cioè Sacerdote e Giosuè capo delle sue milizie.
Capitolo
quattordicesimo
Esodo 19 e segg. ti
Nel terzo mese
dell’uscita dei figli d’Israele dalla terra d’Egitto, il giorno stesso della
“neomenia” (novilunio), giunsero nel deserto di Sinai.
Partiti da Refidim,
entrarono nel deserto di Sinai, ivi si accamparono, Israele si arrestò di
fronte al monte. E Mosè salì incontro all’El e questi chiamandolo dall’alto
della montagna gli disse: “Indirizza questo messaggio alla casa di Giacobbe e
questa dichiarazione ai figli d’Israele: Voi avete visto con i vostri occhi ciò
che io feci agli Egiziani, vi portai come su ali di aquila e vi feci giungere
presso di me. Or dunque se voi ubbidirete alla mia voce e manterrete il mio
patto, sarete per me quale tesoro fra tutti i popoli, poiché a me appartiene
tutta la terra. E voi sarete per me un reame di sacerdoti, una nazione
consacrata. Sono queste le parole che dirai ai figli d’Israele”.
Mosè di ritorno, convocò
gli anziani esponendo loro tutte queste parole come l’El gli aveva comandato.
Il popolo con voce
unanime rispose: “Tutto ciò che ha detto l’El, noi lo eseguiremo”.
E Mosè riportò le parole
del popolo. L’El disse a Mosè: “Ecco io ti apparirò attraverso una densa nube affinché
il popolo oda mentre ti parlo e in tal modo avranno piena fiducia in te anche
per l’avvenire”, e Mosè riferì all’El le parole del popolo. E l’El disse a
Mosè:” Recati presso il popolo, purificali oggi e domani e si lavino i loro
vestiti. Così siano pronti per il terzo giorno, poiché in tale giorno scenderà
l’El alla presenza del popolo sul monte Sinai. E metterai un segnale di confino
intorno al monte avvertendoli: State attenti a non salire sul monte né di
toccarlo all’estremità perché chiunque lo toccasse ne morrebbe. Nessuna mano lo
tocchi, poiché chi lo toccasse sarebbe lapidato o ucciso a colpi di frecce, sia
bestia o uomo, non sopravvivrebbe: quando verrà il corno a lungo essi potranno
salire sul monte”.
Mosè discese dal monte
verso il popolo, comandò loro di essere in stato di purità e si lavarono gli
indumenti. E aggiunse:” Tenetevi pronti per il terzo giorno e non vi avvicinate
a qualsiasi donna”, (l’impurità era forse determinata dal mestruo?).
Al terzo giorno, sul far
del mattino vi furono tuoni, lampi e una bruma opaca sul monte, suonò molto
forte il corno e tutto il popolo che era nell’accampamento fu preso da grande
spavento.
Mosè fece uscire
dall’accampamento il popolo perché si avanzasse verso l’El, il popolo si fermò ai
piedi del monte. E il monte era tutto fumante perché l’El vi era disceso in
mezzo al fuoco, e il fumo si elevava come quello di una fornace la montagna si
scuoteva violentemente.
Il suono dello “sciofar” (corno) andava sempre
più rafforzandosi, Mosè parlava all’El e gli rispondeva con voce fragorosa. Essendo
disceso l’El sul monte Sinai, chiamò Mosè in cima al monte e questo salì. E
l’El disse a Mosè: “Scendi per ammonire il popolo che non si azzardino ad avvicinarsi
verso l’El per contemplare il suo cavod, nel qual caso molti di loro
perirebbero. Anche i sacerdoti che vogliono accostarsi all’El osservino i
comandi di mantenersi puri e di non oltrepassare i confini imposti al popolo
affinché l’El non li debba colpire”.
E Mosè rispose all’El:
“Il popolo non potrà salire sul monte Sinai, poiché già tu hai avvertito
dicendo: Metti i confini attorno al monte e dichiaralo Sacro” (separalo).
L’El gli disse: “Và e
discendi e poi risalirai accompagnato da Aronne, ma i sacerdoti e il popolo non
tentino di salire verso l’El, perché potrebbero essere colpiti.”
Mosè discese verso il popolo
per riferire ciò che a lui era stato comandato.
Il monte chiamato Oreb, in
poche pagine, per colpa di un narratore biblico un po’ distratto e senza alcun
motivo plausibile, cambia nome diventando Sinai.
Dicevamo, in questo monte
qualche anno prima, il pastore chiamato Mosè incontrò un essere che gli parlava
in … non si sa quale lingua, sotto forma di un “roveto” che ardeva senza consumarsi.
Questo essere dietro domanda di questo pastore nel sapere chi fosse, l’essere
rispose di chiamarsi Eyah-Asher-Eyah.
Gli esegeti biblici si
sono sbizzarriti nelle più disparate traduzioni, ma quella che preferisco è
“Sono colui che sono”, perché è la tipica risposta di uno che ti dice
chiaramente “che t’importa di chi sono io”, tu devi solo obbedire ei miei
ordini.
Ma chi è questo essere,
lui non ha bisogno di presentazioni, in quanto Mosè sa benissimo di trovarsi di
fronte un soggetto che non è umano, egli sa bene che costui ha una tecnologia,
un modo di esprimersi che non sono alla portata degli esseri terreni, ecco
perché lui lo chiama El-Elohim, tradotto sempre come “Signore”.
Entra in confidenza con
lui, parlano, si raccontano, questo essere dice di essere già apparso ai suoi
avi ed esattamente al suo bis-bisnonno Abramo, Isacco, Giacobbe, pertanto sa
bene tutte le peripezie che la sua famiglia avevano vissuto.
L’El gli dice apertamente
di avere avuto in assegnazione dal suo capo supremo Elyon, una famiglia, quindi
non un popolo, ma la famiglia di Giacobbe un suo trisnonno.
L’El Eyah-Asher-Eyah
convince Mosè a tornare in Egitto e di convincere la sua famiglia ad uscire
dall’Egitto.
Sapendo che il Faraone in
pectore non sarebbe stato d’accordo nel rinunciare a tante mani produttive per
il territorio da lui amministrato, l’El informa Mosè che il monarca avrebbe
fatto di tutto affinché questa forza manuale non uscisse dal suo regno.
Allora fa sapere a Mosè
di essere in grado di piegare la forza della natura a suo favore e con queste
sue prerogative, convince il suo delegato a tornare in Egitto e mettere in
pratica il piano concordato per la fuoriuscita dall’Egitto di questa famiglia
di cui lui era un discendente, egli era infatti il pronipote di 4° generazione.
Mosè confortato nel
vedere che questo El era equipaggiato di un veicolo che si muoveva in ogni
dove, chiamato cavod, ma tradotto in Gloria del Signore, per non destare
sospetti e non si capisse che egli era un Alieno.
In quel periodo tutti i popoli
erano attorniati e condotti da questi esseri che loro stessi dicevano di
scendere dal cielo e di avere riprodotto con modifiche il genere umano.
Tutti sapevano di loro
era facile alzare gli occhi al cielo e vederli passare con i loro mezzi,
chiamati nei modi più disparati, cavod, vimana, ruak, cheruvin, carri celesti,
era usuale incontrarli nel proprio cammino, anche se non era consigliato in
quanto, quasi sempre significava andare incontro alla morte.
Nella cultura ultra-millenaria
Egiziana ne troviamo tantissimi ed erano sempre gli stessi nelle varie civiltà
che in quel momento si stavano evolvendo.
In ogni luogo creavano i
loro intermediari chiamati sacerdoti e pretendevano che gli uomini li
servissero, si facevano costruire Templi, ove venivano allevati degli animali,
in quanto loro si cibavano di carne e di granaglie che dovevano essere cucinati
nella modalità insegnata da loro.
Non solo nei templi vi
erano gli Harem cioè dove venivano messe delle donne per il loro uso e consumo.
Erano sempre loro che
decidevano le sorti di un popolo, prima lo aggregavano, davano regole e
pretendevano che esse fossero rispettate in particolare quelle che riguardavano
la loro vita.
Volevano continui
sacrifici umani e una abnegazione disumana, avevano creato l’essere umano per
essere serviti, riveriti, onorati e in caso di trasgressione la morte era
certa.
Mosè ritorna in Egitto,
fomenta la sua famiglia, ma non solo, si aggiungono al gruppo anche tutti quei
pastori erranti chiamati Abiru-Cananei-Amorriti-Hyksos, tutti avevano una
provenienza incerta e distinta, l’unico elemento di coesione era dato dal
bestiame e la pastorizia.
La situazione politica
dell’Egitto era mutata, dopo la cacciata degli Abiru-Hyksos e la ripresa del potere
da parte degli autoctoni Egiziani.
Gli Elohim avevano ridato
il potere ai Faraoni Egiziani, scacciando gli Elohim stranieri, cioè quelli che
proteggevano altri popoli.
Poi vi fu anche
un’ulteriore problema, tutti questi Elohim-Dei-Anunnaki-Neteru-Theoi avevano
prolificato nuove generazioni di loro figli che avevano invaso la terra e
pretendevano di avere dei nuovi popoli ed essendo già stati assegnati si
accontentavano anche di tribù, oppure si dividevano la famiglia, così come era
avvenuto per Esaù e Giacobbe e poi con tutti i loro figli che a loro volta
avevano generato “nazioni” così come definite dalla Bibbia.
E questo, non solo dalla
razza derivata da Noè, ma in tutta la terra la necessità di ogni popolo era
sempre quella di essere seguita e protetta da una o più di queste divinità.
Le prime divinità che
arrivarono ebbero il privilegio di avere popoli che hanno scritto la storia
come i Sumeri-Assiri-Mitanni-Hittiti-Elleni, sempre per stare in questa
porzione di territorio denominato Mesopotamia, Oriente, Africa, Penisola Arabica,
ma la terra non terminava lì, ci hanno sempre voluto insegnare una cultura
limitata al bacino del Mediterraneo, ma in realtà questi esseri erano in tutta
la terra e fiorirono le civiltà in ogni dove, in Cina, in tutta l’Asia,
Giappone e tutte le isole, in India nel Golfo Persico sino all’Oceano Pacifico,
a macchia d’olio, dove arrivavano loro di colpo fioriva una nuova civiltà, in
base alla conoscenza delle divinità ed in base alla sua personalità, le quali
venivano traslate al popolo che avrebbero protetto.
Come avete potuto
denotare nel periodo di Abramo e Isacco vennero presi in custodia da una
divinità, la quale essa stessa disse ad Abramo di chiamarsi El Chadday, poi
improvvisamente, con una modalità molto delicata, ma pur sempre non
cristallina, questo Dio decise di passare lo scettro del potere ad un altro,
anzi ad altri tre, chiamati rispettivamente Milkom-Kemosh-Jahweh, i quali si
impossessarono di altrettante famiglie imparentate fra loro, come vedremo in
seguito.
Ma ritornando a Mosè,
vediamo che riesce a convincere la sua famiglia di Giacobbe, chiamata poi
Israele e degli infiltrati Abiru, dopo la cacciata dall’Egitto dal Faraone
ritornato al potere dopo il dominio dei precedenti Faraoni-pastori-Hyksos.
Come avrete notato dai
capitoli precedenti, tutta questa manovra viene portata in modo occulto, di
nascosto da Mosè e l’El Jahweh, appare solo nelle parole del racconto biblico,
ma nella realtà, la divinità non è mai partecipe.
Appare così il suo
veicolo, nel tempio-confinario di Baal-Tsefon, quello era il limite
invalicabile dell’El.
Se fosse stato violato.
L’El correva il rischio di morte, vi era la regola ferrea gerarchica di non
invadere territori altrui, pena la relativa guerra fra le opposte fazioni con
le divinità schierate nella propria schiera di difesa-attacco.
Non vi era possibilità di vincita contro i
potenti Elohim Egiziani.
Nell’euforia narrativa,
gli esegeti biblici, rompono i loro freni inibitori, determinati da una realtà
che sarebbe stata dalla storia totalmente smentita parlando di un Esodo
inesistente.
Si parla di un esodo
dall’Egitto di milioni di persone, nella realtà degli eventi e dato per quasi-certo
che un numero così impressionante di persone non sarebbe potuto esistere per
una logistica territoriale, alimentare, mancanza di approvvigionamenti, ma in
particolare l’acqua, l’elemento più prezioso ed indispensabile.
Rettificando per eccesso
si potrebbe parlare di una moltitudine di 5-6 mila persone e già questo diventa
poco gestibile, ma in questo racconto occorre fingere moltissimo.
Giunti ai piedi del monte
Oreb, il popolo d’Israele decise di concedersi una pausa e finalmente riposare
loro, le greggi ed il loro bestiame, ma ciò che sembrava più importante era
festeggiare questo loro protettore, il monte non viene più chiamato Oreb, ma
esso verrà chiamato Sinai.
Erano già trascorsi tre
mesi da quando questa moltitudine di persone, che non si sa quanti fossero, che
lingua parlassero, anche se credo che la lingua fosse quella egiziana, quando
giunsero nel deserto del Sinai, nella stessa montagna in cui Mosè ebbe il primo
incontro con questo El e la prima cosa che fece, fu quella di incontrare il suo
protettore, e questo essere dall’alto della montagna chiese di riferire un
messaggio alla tribù di Israele, di lavarsi e di purificarsi, per il lavarsi mi
sembra un’eccessività, visto che si trovavano in un deserto, per il
purificarsi, trovo una richiesta stravagante in quanto non si capisce il perché
costoro non dovevano congiungersi carnalmente con le loro donne, quando questo
El sarebbe sceso fra di loro.
Vi sono dei versi e
relativi episodi narrati che trovano in me una forte perplessità.
Cerchiamo di analizzare
con una certa severità i passi scritti.
L’El Jahweh si sarebbe
presentato e fatto vedere attraverso una densa nube e avrebbe parlato a Mosè e
il popolo avrebbe avuto fiducia in lui anche per l’avvenire.
In altre parole l’El
stava dicendo che Mosè avrebbe avuto la nomina di Capo da lui e il popolo ne
avrebbe preso atto per il futuro.
Dato che era stato lo
stesso Mosè a richiedere all’El una dimostrazione del veicolo con cui si
muoveva la divinità, tale dimostrazione non serviva a lui per dimostrare che
questo El era in carne e ossa come lui, ma facendo vedere a tutti quali erano
le armi in suo possesso in particolare quelle armi “pesanti”, l’El promise di
farsi vedere ponendo delle condizioni e cioè disse di non andare “incontro”
alla “Gloria del Signore”, cioè al Cavod che viene tradotto in “pesante”, ma di
stare alle pendici del monte e di non toccarlo perché altrimenti chiunque
l’avesse toccato sarebbe morto.
C’è una riflessione da
fare: come mai lui che era Dio non avrebbe potuto trovare qualche accorgimento
in modo che la gente non morisse?
Ed ecco che al terzo giorno,
al mattino, vi furono tuoni, fulmini, le nubi dense e nere, ma non pioveva, un
forte vento precedeva l’arrivo di questo velivolo ed era anticipato da un fortissimo
suono di tromba (sciofar), che in realtà era il rumore prodotto dai motori di
chissà quale tipo di propulsione, Mosè parlava verso il cavod e dal velivolo
l’El rispondeva con l’altoparlante che aveva una “voce fragorosa”.
Dopo che il cavod passò,
l’El Jahweh chiamò a rapporto Mosè “di non azzardarsi e di avvicinarsi verso la
divinità per contemplare il cavod, perché in tale caso tutti morirebbero, dopo
aver ammonito lui e il popolo di non andare a vederlo, le intimò di andare
presso di lui accompagnato da Aronne.
Ciò che colpisce di
questo verso è che questo El avesse un macchinario che volasse, condotto
personalmente da Jahweh, che produceva un rumore assordante come di trombe, che
dove passasse in volo lui faceva vibrare la montagna ed aveva in moto delle
emissioni che procuravano bruciature e uccideva chi stava davanti a lui nel
raggio di parecchie centinaia di metri.
Capitolo
quindicesimo
Esodo 20 e segg. ti
L’El pronunciò tutte
queste parole, dicendo così: “Io sono l’El JAHWEH tuo, che ti feci uscire dalla
terra d’Egitto, dalla casa degli schiavi.”
“Non avrai altri El al
mio cospetto”.
“Non ti farai alcuna
scultura né immagine qualsiasi di tutto quanto esiste in cielo al di sopra o in
terra al di sotto e nell’acqua al di sotto della terra”.
“Non ti prostrare loro e
non adorarli poiché io l’El tuo Jahweh sono un El geloso che punisce il peccato
dei padri sui figli fino alla terza e quarta generazione per coloro che mi
odiano. E che uso bontà fino alla millesima generazione, per coloro che mi
amano e osservano i miei precetti”.
“Non pronunciare il nome
dell’El Jahweh, tuo invano. Poiché l’El non lascerà impunito chi avrà
pronunciato il suo nome invano.”
“Ricordati il giorno del
Sabato per santificarlo”.
“Durante sei giorni
lavorerai e farai ogni tua opera, ma il settimo giorno sarà giornata di
cessazione del lavoro dedicata all’El Jahweh tuo, non farai alcun lavoro né tu,
né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo
bestiame, né il forestiero che si trova nel la tua città. Poiché in sei giorni
l’El creò il cielo e la terra, il mare e tutto quanto essi contengono, riposò
nel giorno settimo, per questo l’El ha benedetto il giorno del sabato e lo ha
santificato.”
“Onora tuo padre e tua
madre affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che l’El Jahweh tuo ti
dà”.
“Non
uccidere”.
“Non
commettere adulterio”.
“Non rubare”.
“Non fare falsa
testimonianza contro il tuo prossimo”.
“Non
desiderare la casa del tuo prossimo, non desiderare la moglie di lui né il suo
schiavo e la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa
appartenga al tuo prossimo”.
Tutto il popolo fu
testimone di questi tuoni, dei lampi, dello strepitoso suono dello sciofar, del
monte fumante.
A tale spettacolo il
popolo tremò e si tenne ad una certa distanza.
E dissero a Mosè: “Sii tu
a parlarci e noi potremo ascoltare, ma che l’El non ci parli che potremmo
morire”.
E Mosè rispose al popolo:
“Non temete affatto, è soltanto per mettervi alla prova che l’El è venuto a voi
e affinché il timore di lui vi sia sempre presente in modo che non abbiate a
peccare”.
E il popolo rimase lontano
dal monte mentre si avvicinò al denso della nube ove era l’El.
E l’El disse a Mosè: “Parla
così ai figli di Israele: Voi foste testimoni che dall’alto del cielo io vi ho
parlato. Non associate a me nessuna divinità né d’Argento né d’oro, nessuno ne
farete per vostro uso. Farai per me un altare di terra sul quale offrirai i
tuoi olocausti, i tuoi “scelamin”, il tuo bestiame minuto e grosso in qualunque
luogo permetterà che sia ricordato il mio nome, verrò a te per benedirti. E
quando vorrai erigermi un altare di pietra non costruirlo di pietre
scalpellate, perché maneggiando il ferro sulla pietra per scalpellarla tu la
renderesti profana. Non monterai sul mio altare mediante scalini, in modo che
la tua nudità non venga a scoprirsi”.
Nell’analisi della
formazione di un popolo grazie a Mosè, si può notare che esso nasce e si evolve
fra civiltà già consolidate come quella Sumera, Accadica ed Egiziana.
La prima cosa che fecero
gli Elohim-Anunna-Neteru-Theoi verso il popolo che loro avevano scelto per
l’indottrinamento era quello di dargli innanzitutto un territorio da vivere e
non era un semplice luogo dove evolversi, esso doveva rispondere a certe
condizioni tassative.
L’elemento essenziale era
l’acqua, in quanto da essa prendeva vita tutta una catena di elementi, in
particolare la vegetazione, l’abbeverarsi di animali e uomini e la creazione di
quell’infinita catena alimentare che ha dato origine a tutte le civiltà,
l’acqua è il motore propulsivo di tutto ciò che vive.
In tutta la terra la
nascita di un popolo è avvenuta in riva ad un fiume, nell’India, in Cina, in
Medio Oriente, in Egitto, Italia, Francia.
Dopo aver scelto il
luogo, le divinità istruivano l’uomo dandogli tutte quelle nozioni riferite all’alimentazione,
alla pulizia, alla costruzione e poi via via all’agricoltura, l’industria e ciò
che a loro premeva di più, il loro asservimento e come dovevano comportarsi nei
loro confronti.
Sempre loro davano un
assetto sociale-economico-politico-amministrativo, in modo che l’aggregazione
fosse di una coesistenza di gruppo assoggettato a regole ben precise, con
relative sanzioni e risarcimenti danni quando il torto fatto e/o subito dava
adito ad un’eventuale responsabilità.
Nacquero quindi delle
civiltà millenarie tutte strutturate verosimilmente uguali, con una divinità
che indicava chi doveva essere il capo-monarca, persona che dovevano essere
comunque assoggettate e subordinate alla divinità, che aveva il potere di vita
e di morte insignita dal potere, concesso dalla divinità in persona.
La prima civiltà di cui
abbiamo dati certi, quella nata in tutta la penisola Indiana, nacque sulle rive
di grandi fiumi come l’Indo e il Gange, la Sumera tra il Tigri e l’Eufrate,
mentre quella Egiziana nacque alla foce e attorno al Nilo.
Le divinità che diedero
impulso e la nascita di tutta questa civiltà erano tutte degli esseri
provenienti da altri luoghi dell’Universo ed arrivarono dal cielo con dei
veicoli chiamati in tutte le lingue in modo diverso, come carri-volanti, cavod,
vimana, erano dunque macchine atte al volo con cui questi soggetti si
spostavano.
Queste divinità
insegnarono, indottrinarono, acculturarono l’uomo che loro stessi avevano
modificato da esseri già esistenti, immettendo il loro DNA in quello di certi
tipi antropomorfi chiamate successivamente scimmie.
A questi esseri così
modificati richiesero sin da subito il totale asservimento.
Questi esseri “vedendo
che gli uomini e le donne della terra erano piacenti e ne presero per loro
quanti e quante ne volevano”, da questi accoppiamenti nacquero degli esseri
ibridi, i quali in tutte le culture vennero chiamati nei modi più disparati,
nella nostra cultura occidentale furono denominati Eroi-Semidei, così nella
Bibbia, nell’Euma Elish, Atatrasis, Veda, Avesta e in quella che tutti nel
Mondo conoscono come l’Odissea, il libro secondo in lettura solo dopo la Bibbia
di cui le assomiglia moltissimo, ma il capolavoro è quello inconfondibile
dell’Epopea di Gilgamesh.
La nostra cultura che non
si è mai voluta allontanare dai poemi Omerici, non ci ha permesso di prendere
nella dovuta considerazione che in tutti i luoghi sulla Terra sono apparse
queste divinità che sono state chiamate in modi e termini diversi, ma erano in
realtà sempre le stesse persone.
Esse hanno dato l’impulso
della nascita di tutte le civiltà della Terra, con modalità diverse, ma con il
principio comune di proteggere e fare evolvere quella determinata schiera di
persone che avevano deciso di proteggere e mantenere, asservire sotto il loro
dominio e potere.
Tale modalità era
evidente in quanto erano loro stessi a combattere per il potere e
l’asservimento di queste tribù, popoli, città e territori.
Agli albori della civiltà
si denota che gli Elohim prima si combattono tra di loro, con le loro armi
molto potenti.
Ma scoprirono che era
facile morire tramite le loro stesse armi, essi erano in un numero molto
limitato, decisero quindi di non combattere più tra loro, pertanto benedirono-armarono
l’uomo e sotto il loro controllo facevano lo stesso la guerra, scendendo in
battaglia uno contro l’altro, ma con eserciti contrapposti con l’uomo burattino
e loro quali burattinai, come noterete sia nella narrazione di questo libro,
che in tutti gli altri, ogni fazione aveva una divinità protettrice a capo dei
rispettivi eserciti e tante volte quando uno dei loro capi era in cattive
acque, loro con i loro mezzi meccanici arrivavano in mezzo alla battaglia e se
lo portavano via.
Tutti i libri e racconti
antecedentemente enunciati ed in tutti i geroglifici narranti in stele le gesta
dei Faraoni e altri monarchi, Mitanni, Assiri, Babilonesi, Romani e tantissimi
altri narrano sempre delle divinità che arrivano con i loro mezzi dopo la
chiamata del malcapitato che stava per soccombere alla parte avversa in un
combattimento, arrivava la divinità a toglierlo dagli impicci e dalla eventuale
morte cagionata dalla parte avversaria, e, ripeto in tutte le narrazioni
enunciate, compresa la Bibbia e questo lo possiamo iniziare a denotare anche in
questi due ultimi capitoli appena narrati.
Dopo il bagno di folla
richiesto da Mosè e da Jahweh, con la relativa presentazione al popolo da lui
protetto, la divinità mostra le armi in suo possesso, rammentando a tutti che
quel macchinario chiamato Cavod dal narratore biblico, ma volutamente tradotto
in Gloria del Signore, per non fare comprendere che colui che lo conduceva, era
una semplice divinità come lo erano tutte le altre che proteggevano altri,
tribù, popoli o nazioni, per il loro semplice interesse nel portare avanti
l’unicità, di questo essere proposto come una divinità evanescente creatrice
del tutto ciò che esisteva nella terra e l’universo, mentre gli altri erano
solo idoli di metallo o terracotta, portando avanti nei secoli e millenni
l’esistenza solo di Jahweh, mentre gli altri diventarono miti.
La creazione di un essere
simile è stato effettuato nei secoli da questo popolo che si reputava l’unico
detentore della verità teologica cui è succeduto un ulteriore potere da
un’altra religione, quella Cristiana che si sovrappone alla precedente Giudaico-Semita
denominata anche Ebraica, orbene questa nuova religione creata a tavolino da un
certo Paolo di Tarso, ruba materialmente tutta la storia ebraica, si impossessa
dell’El-Jahweh, ponendolo come Dio unico nel Pantheon delle divinità romane
dove lui nasce, distrugge tutta quella creazione di dei a loro volta traslati
dalla cultura Greco-Ellenica, imponendo con la forza per circa 1.700 anni,
quando appare all’orizzonte un personaggio straordinario che distrugge il
potere secolare creato dal Clero Cattolico, portando quasi in tutto il Mondo la
laicità dello stato, slegando i popoli dal servaggio civile dei popoli,
relegando il potere religioso all’utilità della fede personale dei soggetti non
più obbligati a rispettare delle regole inappropriate e non più al passo con i
tempi.
Come dicevamo
precedentemente, dopo aver mostrato i muscoli, la divinità impone
l’asservimento del popolo.
Per prima cosa nomina
Mosè come capo del popolo che Jahweh sta organizzando e creando a livello
amministrativo, dopo Mosè vengono nominati i delegati con funzione di giudici
per dirimere tutte le diatribe già in corso nell’arco di questi pochi mesi nel
deserto e come si può denotare il potere e a carattere piramidale con in cima l’El,
successivamente vi è Mosè e poi delega il potere di emettere sentenze a questi
“giudici” chiamati fra migliaia, centinaia e decine cioè dei tribunali veri e
propri in base all’importanza della causa.
Ma come si fa a dirimere
le diatribe senza che vi siano le leggi ed ecco che dall’altoparlante del cavod
Jahweh con lampi, tuoni e rombo di sciofar vengono promulgate le prime dieci
leggi, appena detto le “prime” in quanto non come crede l’opinione pubblica e
tutti coloro che per millenni sono stati imboniti dai religiosi che hanno
propinato al Mondo intero che vi erano 10 Comandamenti da rispettare perché
dettati da Dio in persona.
Orbene come al solito le
mistificazioni, anzi direi proprio menzogne, vengono a galla, non erano 10
regole, ma erano 613, un vero e proprio corpus
juris di leggi e regolamenti civili, penali e amministrativi che fra poco
analizzeremo.
Abbiamo sempre preso come
capolavoro di raccolta di leggi, la Bibbia, pensando che fosse una serie di
leggi più vecchia apparsa sulla Terra, ma così non è, intorno agli anni 2.100 a.
C. si parla di un Codice redatto da Ur-Nammu, ma il più vecchio in assoluto è
un Codice Sumero, risalente al 3.000 a. C.
Quello che è definito
come il più completo fu quello redatto da Hammurabi, intorno al 1.800 a. C.,
che è composto da 282 disposizioni di legge scolpite in carattere cuneiforme in
una stele dove il re viene raffigurato in piedi che riceve queste raccolte di
norme all’El Samas, il dio del sole, seduto in un trono in atto di consegna del
Codice.
Questo atto ha il
significato di considerare il Codice di origine sacra, in quanto dettato
direttamente al monarca della divinità.
Le predette leggi che
abbracciavano la vita e le attività allora prestate, erano pertinenti alla vita
famigliare, sociale, commerciale, della giustizia amministrativa ed economica
del popolo Assiro-Babilonese.
Questo Codice aveva delle
peculiarità mai adottate prima, ma copiate successivamente a piene mani dai
governanti di vari popoli.
Ma cosa aveva di speciale
questo Codice: il popolo aveva l’opportunità di controllare e verificare le
proprie azioni e vedere se la sua condotta seguiva i dettami di ciò che il
sovrano avesse permesso o vietato.
Se il comportamento era
vietato, il soggetto che aveva infranto quelle regole era sanzionabile con
eventuali pene e risarcimento danni.
Era anche chiamata “la
Legge del taglione”, in quanto veniva applicata la pena equivalente, se non
identica al torto provocato, in altre parole “occhio per occhio, dente per
dente”.
Nella Bibbia non troviamo
l’El che consegna un codice agli uomini per dirimere le controversie che
possono nascere fra loro e pertanto trovare una soluzione che aggrada entrambi
con una pena che possa essere ristoratrice del bene che veniva perso, aveva
quindi carattere risarcitorio.
La situazione creata dal
legislatore Jahweh e improntata sul rapporto che doveva intercorrere tra gli
uomini e la divinità e quasi sempre avendo torto gli uomini venivano puniti con
la pena estrema della morte.
Analizzando le prime
dieci leggi esse non sono norme dirimenti, sono imposizioni, comandi, ecco
perché si chiamavano “comandamenti”, non sono consigli, ma come la stessa
divinità dice che sono precetti, intimazioni ad adempiere.
Per prima cosa riferisce,
di rammentare che lui “è quell’EL che li fece uscire dall’Egitto, dove erano
schiavi”, quindi per prima cosa dice “non avrai altro El al di fuori di me “ed
è molto diverso da ciò che per millenni è stata proposta prima dai teologi
Ebraici e poi dal Clero Cristiano, nel dire “non esiste altro Dio all’infuori
di me”, appare evidente che Jahweh ribadisce al suo popolo di non buttarsi in
braccio ad altri Elohim, ne prostrarsi, ne adorarli in quanto lui, Jahweh è il
loro Dio e che mai sarebbe accaduto che adorassero altri dei, lui li avrebbe
puniti sino alla terza e quarta generazione.
Sicuramente nella mente
di qualunque lettore nei tempi passati pensò che con questa frase si
comprendeva che questo essere vivesse in eterno perché lui continuava a vedere
la nascita e la morte di tante generazioni.
Per contro afferma sempre
lui che la sua bontà sarà sino alla millesima generazione per coloro che
eseguiranno i suoi precetti, cioè i suoi ordini.
Attenti l’El usa a
riguardo il termine voluto, sino alla millesima generazione, non in “eterno”,
perché sa bene anche lui che il periodo della sua vita non è eterno, ma molto
lungo e comunque anche lui deve morire.
Ma a parte questo vediamo
ora come sono intercalati i dieci comandi che vengono dati al popolo d’Israele.
I 10 comandamenti sono la
base di partenza per costruire le fondamenta di uno stato etnico e avevano una
primaria importanza nell’istituire una religione creando un ruolo livellatore
ed equilibratore sociale.
Queste 10 regole sono il
trampolino di lancio che permetteranno a questa famiglia di cui Mosè è un degno
esecutore di poter dare un assetto sociale-politico-economico aggregante e
stabilizzante.
Occorre sempre mantenere
un certo distacco nell’analisi di ciò che si sta narrando.
Quando queste norme sono
state messe a conoscenza dei componenti della famiglia d’Israele non avevano il
presupposto di avere un’importanza universale.
Esse erano indirizzate e
regolarizzate indirizzandole solo a quella specifica tribù a quel nucleo di
persone avendo quale presupposto aggregante e non divisorio.
Rammentiamo che in quel
momento statico questa tribù non aveva contatti con il Mondo esterno, esso si
era fermato ai piedi della montagna Oreb-Sinai e a quanto pare vi erano già
delle controversie che portarono lo stesso suocero di Mosè, Jethro a
consigliare il genero a non erigersi ad arbitro nelle contese che si stavano
venendo a creare ed è per questo che consigliò a Mosè a demandare ad altri
l’emissione di sentenze sulle controversie che si stavano generando già da
pochi giorni.
Ma qualunque tipo di
saggezza diventa vana se non si è antecedentemente codificato e previsto i tipi
di controversia e relativa sanzione.
Per contro diventano vane
tutte queste manovre di codificare le leggi, se a monte non si crea una forza
che debba far rispettare queste norme, che necessariamente devono prevedere una
sanzione afflittiva personale o pecuniaria ciò che diremo ora le norme di
attuazione.
Si doveva creare una
forza con impronta militare affinché imponesse il rispetto della norma emanata
ed applicativa della relativa sanzione prevista ed imposta.
Mosè incaricò pertanto
Giosuè-Osea, per la formazione di un corpo militare per l’applicazione ed il
rispetto delle norme, ma nel contempo occorreva anche addestrare questo corpo
para-militare per la protezione del popolo da eventuali attacchi dall’esterno,
cioè da altre tribù o addirittura pronte ad entrare in azione per la conquista
di nuovi territori.
Questa modalità permetteva
con la scusa della protezione interna ed esterna creare un corpo scelto di
guerrieri para-militare in quanto con la scusa della protezione esterna si
sarebbe anche potuto attaccare le altre tribù che minacciavano Israele.
Con il pretesto del
controllo dell’ordine esterno ed interno, nasceva una forza di controllo al
servizio dell’El e della nuova classe dirigente che stava venendo alla luce.
Abbiamo subito visto
dalla 1° legge, dove vi è il totale asservimento del popolo nei confronti della
divinità, che mette le basi del presupposto evidente ed inequivocabile “o con
me o contro di me” e se sarai contrario ti ucciderò.
Passando poi alle norme
successive, esse non sono dettate a carattere generalizzato, ma sono
specifiche, per es. la legge che dice “non ammazzare”, non ha il significato
che si vuole dare alle norme attuali nelle quali si afferma, con una generalità
disarmante “chiunque uccida un’altra persona sarà perseguito e verrà condannato
ad una certa pena”.
La loro norma non aveva
il significato che non bisogna uccidere un altro soggetto, gli stessi esegeti
biblici fanno un “distinguo”, non uccidere non aveva il significato di non
ammazzare altra gente, ma intendeva “non puoi e non devi ammazzare il tuo
vicino di tenda “cioè il prossimo tuo, ma poi se ammazzi “qualcuno” che non sia
della tua tribù o del tuo accampamento, non sei sanzionabile e Jahweh non ti
punisce in quanto non infrangi la legge data dal tuo El.
Anzi la situazione era
capovolta, quelli della tua tribù per l’effetto di coesione che si voleva
ottenere non potevi toccarli, ma gli altri di tribù vicine “devono e possono
essere sterminati e massacrati tutti, compresi donne, bambini, vecchi e i loro
animali”.
Quindi il dogma “non
uccidere “significava “non uccidere il vostro vicino”, che poi dalla religione
ebraica e cristiana è diventato il “tuo prossimo”, cioè gli altri, ma ciò non
corrispondeva ai dettami legislativi ed il reale contenuto della norma di
Jahweh.
Ciò che sto per scrivere
lo trovo non consono al mio pensiero, ma così si è evoluta la società di tanti
popoli in cui la donna aveva il prezzo di mercato appena superiore di poco al
valore di una pecora, quando poi vieni a leggere “non desiderare la donna
d’altri”, pensi subito ad una svolta epocale che questa nascente religione voleva
dare alla figura femminile.
Ma non era così, per non
creare tensioni nell’accampamento, Mosè pensò bene di dire alla sua tribù
israelita di “non porre gli occhi sulla donna della tenda del tuo vicino”,
perché altrimenti essendo la femmina di proprietà di un altro, costui
avvedendosene ti sgozza e ti uccide, quindi la norma era limitata all’interno
del campo e della propria etnia, ma delle donne di altri accampamenti o di
altre tribù fanne ciò che vuoi, mentre quelle del prossimo tuo, cioè vicino di
tenda non “devi toccarla”.
Ricordiamoci sempre che
non erano state chiamate “leggi”, ma “comandi”, anzi comandamenti, in quanto
erano ordini tassativi sempre tutti improntati con la dicitura creata
successivamente da teologi con il termine “prossimo tuo”, intendendo il vicino
di tenda e non gli altri, pertanto il termine non “rubare” non significava agli
altri, ma sempre inteso verso il tuo vicino di tenda.
Ciò che anticipava di
millenni, era il rapporto che il giovane doveva avere nei confronti della sua
parentela di anziani, come il padre e la madre con il termine “onora”, che non
aveva il significato che c’è stato dato successivamente dalle gerarchie
religiose, l’unico significato serio e valido era quello di dire “tuo padre e
tua madre”, tu figlio devi gestirtelo come ti pare, ma esso non deve nel modo
più assoluto pesare sulla società.
Da quel momento si creò
una spinta caritatevole nei confronti dei progenitori, sino a quel momento i
vecchi si lasciavano morire nel deserto di stenti abbandonati al loro destino.
Da quel momento nacque un
senso di riconoscimento virtuale nei confronti dei propri anziani, diventando
un obbligo giuridico e non più una facoltà determinata dalla tua coscienza,
essi non dovevano costituire una problematica per la collettività, ma doveva
essere un obbligo personale nascente dal proprio DNA.
Tutte le norme avevano
carattere dirimente di eventuali problemi nascenti dalla convivialità che
creava il convivere fra loro.
La convivenza di tante
persone, la commistione di tribù, imparentate fra loro oppure proveniente dallo
stesso luogo di origine e nati tutti in Egitto, avevano ricevuto l’opportunità
di essere aggregati fra loro con una lingua e tradizioni similari, ma non
avendo un’origine aggregante comune, il tribalismo creava tanti conflitti.
Nella Bibbia, si insiste
nel chiamare quest’ insieme di persone “il popolo ebraico”, ma che ebraico non
era, si ribadisce, costoro erano dei pastori dalla provenienza più disparata,
dei due fiumi Tigri ed Eufrate, del Sud dell’Asia, Siria e delle coste del
Mediterraneo sino ad arrivare al delta del Nilo.
Essi avevano svariate lingue, tradizioni e
divinità, in base alla necessità di pascolo passavano indifferentemente dal
Tigri sino al Nilo, passando nella terra che loro avevano denominato Canaan, che
aveva il fiume Giordano come limite.
Si aggregarono per circa
300 anni decorrenti dal 1.700 a. C. arrivando al 1.400, quando secondo il
racconto che stiamo narrando, uscirono dall’Egitto, da loro chiamato Esodo, ma
che in realtà non fu un’affrancazione da una presunta schiavitù, ma furono
scacciati dai Faraoni Egiziani.
Questi pastori
raggiunsero l’apice del potere quando, a causa della loro prolificazione
riuscirono a sovrastare gli Egiziani, ma solo nel territorio del delta del Nilo
in quel periodo venne chiamato “periodo di dominazione Hyksos”, ma fu una
dominazione parziale, in quanto nel Sud dell’Egitto continuarono a regnare i
Faraoni Egiziani i quali non avevano la possibilità di imporsi a causa del
numero dei guerrieri e della mancanza di patrimonio in oro, persone e animali.
Appena riuscirono a darsi
un ridimensionamento numerico, scacciarono i re pastori, il loro bestiame,
ripristinando le loro tradizioni e i loro Neteru-Elohim.
Nel contempo quel piccolo
numero che era fuoriuscito dall’Egitto, si radunarono nel deserto ai piedi del
Monte Sinai-Oreb, dandosi un assetto politico-amministrativo e legislativo, con
carattere divino-religioso.
Come farebbe qualunque
giurista nell’analizzare i primi 10 comandi della Bibbia, si può notare che è
diviso in due parti ben precise.
La prima è la
codificazione del rapporto tra l’Elohim e la famiglia d’Israele, la seconda
prende in considerazione il rapporto intercorrente fra la gente del popolo.
Si dice chiaramente “non
uccidere”, “non rubare”, “non commettere adulterio”, “non desiderare la casa,
la donna, né lo schiavo, né il bue o l’asino”, il tutto è stato detto del
vicino di tenda, è stato aggiunto dopo il termine del “tuo prossimo”, con quest’aggettivo
hanno falsato volutamente tutti i precetti.
Non è la stessa cosa dire
“il vicino di tenda e il tuo prossimo”, perché l’ultimo termine deve
necessariamente a tutti, cioè “gli altri”.
Ma così non era in quanto
come vedremo in seguito, gli Israeliti uccidevano, e come se uccidevano, essi
massacravano ed usavano le stragi etniche, facendo scomparire dalla faccia
della terra interi popoli.
Pertanto se si fosse
voluto applicare il precetto “non uccidere”, “non rubare”, “non desiderare la
casa, la moglie, la schiava, lo schiavo, il bue e l’asino”, le regole non erano
mai state ottemperate, quindi giusta era l’interpretazione “quello della tenda
affianco” e non “il prossimo”.
Capitolo
sedicesimo
MISHPATI
Esodo 21 e segg. ti
Ecco ancora gli statuti
che esporrai a loro.
Se tu acquisti uno
schiavo ebreo, per sei anni resterà schiavo e al settimo darà rimesso in
libertà, senza pagare riscatto.
Se egli è venuto solo,
solo uscirà, se aveva moglie anch’essa andrà in libertà con lui.
Se invece il padrone gli
avesse dato una donna, la quale avesse procreato figli o figlie, la donna coi
bambini suoi apparterrà al padrone ed egli solo andrà in libertà.
Ma se lo schiavo dice:
“Io amo il mio padrone, la mia donna, i miei figli, non voglio andare in
libertà”.
Il padrone allora lo
condurrà in Tribunale e lo metterà vicino alla porta o allo stipite, il padrone
gli forerà l’orecchio con la lesina ed egli così lo servirà per sempre.
Se un uomo vende la
propria figlia quale schiava, essa non dovrà uscire dal possesso del padrone, alla
maniera degli altri schiavi.
Se il padrone non
facesse, in modo che egli non la destini a se stesso, egli ha l’obbligo di
affrancarla senza esigere alcun risarcimento, egli non avrà diritto di venderla
ad una famiglia estranea come fosse una sua proprietà, poiché questo
rappresenterebbe un inganno nei confronti di lei.
Se egli l’avrà destinata
in sposa a suo figlio, essa godrà di tutti i diritti di moglie legittima.
Se egli sposerà un’altra
donna, non dovrà farle mancare il nutrimento, gli indumenti e la coabitazione.
Se egli poi non procede
nei riguardi di lei secondo uno di queste condizioni, essa uscirà libera senza
nulla pagare.
Chi percuote un uomo in
modo da ucciderlo, sarà condannato a morte.
Quando non ci sia
intenzione e solo l’El glielo avrà fatto capitare sotto mano, gli denigrerà un
luogo dove possa rifugiarsi.
Ma se alcuno agisse con
premeditazione contro il suo simile per ucciderlo con inganno, tu punirai di morte
l’omicida, si trattasse anche di arrestarlo presso il mio altare.
Chi abbia percosso padre
e madre sarà fatto morire.
Colui che avrà rapito un
uomo e l’abbia venduto, se era stato trovato nel suo possesso, sarà messo a
morte.
Colui che maledice suo
padre o sua madre, sarà messo a morte.
Se due uomini contendono
fra di loro e uno percuote l’altro con un colpo di pietra o con il pugno e il
colpito non muore subito, ma è costretto a mettersi a letto, se si rialza dal
letto e può camminare appoggiato al bastone, il percuotitore sia assolto,
tuttavia pagherà i danni per la sua degenza e le spese per le cure mediche.
Se uno percuote con il
bastone il proprio schiavo o la propria schiava producendogli la morte, questi
dovrà essere vendicato. Però se lo schiavo percosso sopravvivesse almeno un
giorno o due, non sarà vendicato perché si considererà proprietà del padrone.
Se alcuni uomini
venissero a rissa e l’uno di loro urtasse una donna incinta in modo da farla
abortire senz’altro danno, egli sarà condannato a pagare quell’ammenda che il
marito della donna colpita avrà richiesto e i giudici avranno approvato.
Se invece la moglie
morrà, farai pagare “corpo per corpo”, “occhio per occhio”, dente per dente”,
“mano per mano”, piede per piede”, “bruciatura per bruciatura”, “piaga per
piaga”, “contusione per contusione”.
Qualora qualcuno percuota
il suo schiavo o la sua schiava in un occhio in modo che non possa più
servirsene, lo manderà in libertà in compenso dell’occhio.
Se una percossa causasse
la caduta di un dente di un suo schiavo o di una sua schiava, renderà loro la
libertà in compenso del dente.
Se un toro cozza un uomo
o una donna in modo da produrre loro la morte, il toro deve essere lapidato con
proibizione di mangiarne la carne e il proprietario della bestia sarà esentato
da pena. Se si tratta però di un toro che avesse l’abitudine di cozzare per
l’addietro e il padrone, avvertito, non l’avesse sorvegliato, se la bestia
avesse prodotto la morte di un uomo o una donna, il toro sarà lapidato e pure
il padrone sarà fatto morire.
Quando gli verrà imposto
il riscatto, il colpevole pagherà il riscatto della sua vita secondo quanto gli
verrà imposto.
Se un toro cozzerà un
giovanetto o una giovane ragazza verrà applicata la stessa legge.
Se la bestia cozzasse uno
schiavo o una schiava cananei si pagherà al loro padrone una somma di trenta
sicli e il bue sarà lapidato.
Se qualcuno aprisse una
fossa o scavasse una fossa e poi non la ricoprisse, nel caso che un toro o un
asino vi cadano dentro, il proprietario della fossa deve pagare, deve
rimborsare cioè il valore del danno e l’animale morto rimarrà a lui.
Quando il toro
appartenente ad un uomo cozzi quello di un altro e lo uccida, si venderà il bue
vivo, si spartiranno il ricavato fra loro e altrettanto faranno per il toro
morto.
Ma se notoriamente il
toro avesse già cozzato altre volte e il padrone non l’avesse sorvegliato,
questi dovrà restituire toro per toro e la carogna resterà a lui.
Se qualcuno ruba un toro
o un agnello, poi lo macella e lo vende, pagherà cinque capi di bestiame grosso
a compenso del toro e quattro capi di bestiame minuto per l’agnello.
Voglio porre alla vostra
attenzione, quelle regole che vengono proposte come novità legislative, ma che
novità non sono, in quanto integralmente prese in prestito da due civiltà
antecedenti a quella che si stava formando dietro le direttive di Mosè e
Jahweh.
Questi novelli
legislatori attinsero integralmente dal Codice di Hammurabi, inerenti alle
norme di pacifica convivenza fra i componenti delle tribù che si stava cercando
di amalgamare.
Altra modalità di
attingere a piene mani fu quella di prendere come spunto la disciplina in atto
già da qualche millennio in Egitto di formare il rapporto fra le divinità e gli
umani, anzi gli Egiziani avevano disciplinato il rapporto tra il defunto e il
Neteru, nell’emulare le lamentazioni proferite in nome e per conto del defunto
per poter accedere alla pesatura dell’anima e relativo accesso nanti alla
divinità per poter proferire la sua dichiarazione di innocenza negativa per
essere ammesso nell’altra vita.
Il defunto doveva
effettuare una serie di negazioni davanti al tribunale degli Dei, in
particolare di Osiride.
-Non ho commesso iniquità
contro gli uomini.
-Non ho maltrattato i
miei sottoposti.
-Non ho bestemmiato il
mio El.
-Non ho rubato.
-Non ho calunniato uno
schiavo preso il padrone.
-Non ho affamato nessuno.
-Non ho fatto piangere
nessuno.
-Non ho ucciso.
-Non ho commesso atti
impuri.
-Non ho fornicato con
donna maritata.
-Non ho diminuito le
offerte nei Templi.
-Non ho barato sui
terreni.
-Non ho alterato il peso
della bilancia.
-Non ho tolto il latte
dalla bocca dei bambini.
Come potete denotare Mosè
non fece altro che fare diventare positiva la dichiarazione del defunto per
essere ammesso nella dimensione dei morti.
Questa modalità venne da
Mosè traslata con i relativi comandamenti di base, cioè i 10 prospettati e
creati ad hoc per fare la coesione del popolo che si cercava di amministrare,
Le regole diventarono “non
avrai altro dio all’infuori di me”, “non uccidere”, “non rubare al tuo vicino
di tenda”, ecc.
Con un’analisi meno superficiale,
si denota subito, che tantissime regole sono state emanate tanti secoli dopo a
quegli riferiti al presunto Esodo sulla scorta delle seguenti considerazioni.
V i sono subito nell’esposizione del passo 21
delle affermazioni che non possono e non potevano essere riferite al periodo
che si vuole narrare.
La dicitura Esodo 21,1-2,
non è possibile che sia stata promulgata nel periodo in cui si vuole che dette
norme siano state promulgate.
Credo, con nozione di
causa che dopo qualche mese dall’uscita dall’Egitto questo popolo Abiru di
pastori nomadi che si vuole chiamare come la tribù di Israele, non potesse
avere degli schiavi, in quanto è una realtà storica anacronistica asserire “se
tu acquisti uno schiavo ebreo”, prima di tutto dove lo avresti acquistato e da
chi? E poi, il termine “ebreo” non poteva essere ancora proferito dato che gli
Abiru che la tribù di Israele non poteva ancora professarsi ebrea, in quanto il
termine verrà coniato 500 anni dopo, in concomitanza alla conquista di certi
territori, che avverrà successivamente intorno agli anni 1.000-900 a. c..
Un’altra considerazione
da analizzare oltre a quelle già precedentemente enunciate si riferisce al passo
21,6 “Il padrone lo condurrà in Tribunale”, ma quale tribunale se siamo nel
periodo in cui si stanno promulgando norme, ma esse non ci sono ancora, ma ciò
che appare più anacronistico è il punto 21,19 “Il percuotitore sia assolto,
tuttavia pagherà i danni per la sua degenza e le spese per cure mediche”, come
se già ci fossero, oltre ai Tribunali anche gli Ospedali.
Capitolo
diciassettesimo
Esodo 22 e segg. ti
Se un ladro è preso
nell’atto di compiere un furto con sasso e il proprietario lo percuote a morte,
non si considera omicidio da parte del proprietario.
Se però il fatto è
avvenuto dopo lo spuntare del sole, il proprietario è passibile di pena.
Il ladro dovrà fare
restituzione della roba rubata e, se non ha mezzi sufficienti, sarà venduto
come schiavo per il furto commesso.
Se la refurtiva si
trovava in sua mano, si tratti di toro, di asino o agnello, restituirà il
doppio.
Se alcuno produce danni
al campo o alla vigna del compagno facendo pasturare le proprie bestie su terre
non sue, egli pagherà con la parte migliore del suo campo o della sua vigna.
Se un incendio
estendendosi raggiunge dei pruni e vengano distrutti dei covoni o del grano non
ancora mietuto o un campo, l’autore dell’incendio sarà obbligato a pagare.
Se qualcuno da in
custodia ad altri argento ed oggetti d’uso e spariscono dalla casa del
depositario, se si scopre il ladro questi pagherà il doppio, se invece non
viene trovato il ladro, il custode degli oggetti verrà a giurare dinnanzi ai
giudici che egli non ha approfittato della roba altrui.
In qualunque caso di
colpa, si tratti di toro, asino, agnello o vestimento, di qualunque cosa perduta
che il depositante dichiari essere roba sua, la contestazione delle due parti
sarà differita al tribunale e il condannato pagherà il doppio al compagno.
Se qualcuno da in
custodia al compagno un asino, un toro, un agnello o una bestia qualsiasi e
questa muore o si è rotto qualche suo membro o è stata presa con violenza senza
alcun altro abbia visto, interverrà tra le parti un giuramento nel nome dell’El
che il custode non si è approfittato della roba altrui e il padrone accetterà
tale giuramento e l’altro sarà esente dal pagamento.
Ma se la bestia gli fu
rubata indennizzerà il proprietario. Se la bestia fu sbranata egli ne produce
le prove e allora non pagherà per la bestia sbranata.
Se uno prende a prestito
dal compagno un animale e questo si storpia o muore, se il possessore è assente,
l’altro è tenuto a pagare. Se invece il padrone della bestia era presente al
momento dell’accidente allora non pagherà affatto, se la bestia è stata presa a
nolo il proprietario ha avuto il prezzo del nolo.
Se qualcuno seduce una
vergine non ancora fidanzata e coabiti con lei sarà obbligato a sposarla,
pagando la dote fissata.
Nel caso che il padre si
rifiutasse di accordargliela egli dovrà pagare la dote fissata per la dote
della vergine.
La strega non lascerai in
vita.
Chiunque abbia commercio
sessuale con una bestia verrà messo a morte.
Colui che sacrifica a
divinità qualsiasi all’infuori dell’El sarà votato alla morte.
Non ingannare ne
angustiare lo straniero poiché stranieri foste in terra d’Egitto.
Non opprimete la vedova e
l’orfano. Che se tu li opprimerai sappi che quando il loro grido si elevasse
verso di me, io ascolterò tale lamento.
E allora si accenderebbe
la mia ira e vi farei morire con la spada, cosicché anche le vostre donne
rimarrebbero vedove e i vostri figli orfani.
Quando presterai denaro a
qualcuno del mio popolo, al povero che è presso di te, non comportarti con lui
come un vessatore e non esigere da lui alcun interesse.
Se poi ti prendi in pegno
l’indumento del tuo prossimo, al calare della notte dovrai restituirglielo.
Poiché in questo consiste
la sua copertura unica, è il vestito del tuo corpo con che cosa si coricherebbe?
Quindi se egli esclamasse a me, io lo ascolterei poiché io sono misericordioso.
Non maledire la divinità,
né maledire i capi del tuo popolo.
Non differire le offerte
delle tue derrate solide e liquide e i “primogeniti dei tuoi figli darai a me”.
Altrettanto farai per il
tuo bestiame grosso e minuto: il primogenito resterà sette giorni con la madre
e l’ottavo giorno l’offrirai a me.
Uomini santi sarete
dinanzi a me, non mangerete carne di animale sbranato nella campagna, gettatelo
in pasto ai cani.
In questo passo vi sono
delle novità riferite in particolare ai rapporti che dovranno per il futuro
intercorrere fra le divinità ed i suoi sudditi.
Si può denotare che l’El
non vuole che si faccia sacrifici ad altri Elohim, se non lui, e chi avrà
l’ardire di farlo è come se si suicidasse, in quanto dovrà considerarsi morto e
calca la mano dicendo che lui non gradisce che le divinità vengano maledette.
Ciò che è inquietante è
la dicitura Esodo 22.28: “Non differire le offerte delle tue derrate solide e
liquide e i primogeniti dei tuoi figli
darai a me. Altrettanto farai per il tuo bestiame grosso e minuto, il
primogenito resterà sette giorni con la madre e l’ottavo giorno l’offrirai me”.
Credo che nessuno dei
lettori biblici riesca a comprendere la portata di questa norma in quanto la frase
così come scritta e proferita in ognuna delle nostre menti è fuorviante e si
pensa ad un errore di stampa in quanto viene usata la parola “offerta”,
“l’offrirai”, parlando di tutti i primogeniti.
Quindi nella nostra mente
il termine offrire sta ad indicare un dono, una possibilità e anche una
probabile rinuncia se non “voglio offrire”.
Ma non è così, la frase
“i primogeniti dei tuoi figli darai a me”, sta a significare che tutti i
primogeniti di uomo o di bestia devono essere consegnati e sacrificati a lui.
Per contro i teologi
biblici ci verranno a dire che tutto ciò è figurativo, in quanto è una consegna
formale e virtuale verso la divinità in quanto si ha la facoltà di effettuare
il riscatto del figlio, dato che esso dalla nascita diventa di proprietà del
Tempio e per poterlo avere tutto per te occorre pagare al “Tempio” e sarà tuo
per sempre.
Ma nel momento in cui
viene dettata la legge e per ulteriore 1.000 anni occorreva obbligatoriamente,
consegnare il primogenito a Jahweh e costui ne faceva ciò che gli pareva, il
bambino maschio o la bestia maschile, veniva arrostito, oppure bruciato in
quanto la divinità voleva tale sacrifici anzi bisognava macellarlo con una
certa tecnica e bruciare solamente certe parti degli organi del bambino perché
quello che veniva chiamato Dio si deliziasse con i fumi che detto organo e
parti di esso sprigionavano, avendo un effetto calmante per la divinità.
La prassi del riscatto
venne svariati secoli dopo, quando realmente venne edificato il “Tempio” in suo
onore e dove continuavano a farsi i sacrifici, però al chiuso.
Nel momento statico in
cui Jahweh sta dettando le leggi, non è stato ancora istituito il sacerdozio
nella persona di Aronne. pertanto la divinità sta dando solamente le istruzioni
di ciò che sarebbe dovuto avvenire successivamente.
La tecnica fuorviante
usata dai teologi nell’occultare sapientemente la norma, viene denotato solo
con un’accorta analisi, in quanto, come scoprirete, questi precetti sono
scritti con nozione di causa, frammisti ad altre norme che nulla faceva pensare
che la divinità chiedesse un peso così grave come l’uccidere il primogenito
maschio.
Ciò che non è stato posto
in rilievo è che il nascituro primogenito, doveva stare con la madre sette
giorni e poi gli doveva essere consegnato per il sacrificio a Jahweh, in quanto
l’ottavo giorno avrebbe dovuto essere circonciso, pertanto Jahweh voleva il
bambino integro per il sacrificio.
Capitolo
DICIOTTESIMO
Esodo 23 e segg. ti
Non proferire notizie
false, non essere complice di un malvagio prestandoti ad essere teste iniquo.
Non seguire la
maggioranza per fare il male, né far testimonianza in una causa appoggiandoti
alla maggioranza che secondo te pronunzia giudizio ingiusto, in modo da torcere
il diritto.
Non essere parziale a
favore del povero nella sua causa.
Se tu trovi il toro del
tuo nemico o il suo asino smarrito, abbi cura di ricondurglielo.
Se tu trovi l’asino del
tuo nemico soccombente sotto il proprio peso guardati bene dall’abbandonarlo,
al contrario lo aiuterai a scaricarlo.
Non torcere il diritto
del tuo compagno indigente, se egli ha un processo.
Fuggi la parola di
menzogna e non condannare a morte un’innocente e giusto, poiché io non
assolverò il malvagio.
Non accettare dono
corruttivo poiché questo turba la vista anche ai chiaroveggenti e falsa le
parole degli uomini giusti.
Non angustiare lo
straniero, voi ben conoscete l’animo dello straniero, poiché stranieri siete
stati in terra d’Egitto.
Per la durata di sei anni
seminerai il tuo terreno e raccoglierai il prodotto. Il settimo anno tu gli
darai riposo e abbandonerai i frutti sicché ne godano gli indigenti del tuo
popolo e quello che avanza venga mangiato dagli animali della campagna.
Altrettanto farai per la
vigna e per i tuoi olivi.
Sei giorni ti occuperai
di ogni tuo lavoro e nel settimo cesserai affinché riposi con te il tuo toro e
il tuo asino e possano avere respiro il figlio della tua schiava e lo
straniero.
State bene attenti a
tutto ciò che vi ho prescritto, non menzionate mai il nome di divinità
straniere, né mai si senta pronunciare dalla tua bocca.
Tre volte all’anno
celebrerai festività in mio onore. La festa degli azzimi osserverai, durante
sette giorni mangerai pani azzimi secondo quanto ti ho comandato all’epoca del
mese di Aviv perché è allora che tu sei uscito dall’Egitto, né si comparirà a
me a mani vuote.
Poi la festa della
mietitura, quella delle primizie dei lavori agricoli che avrai seminato nel
campo, infine la festa del raccolto sul finire dell’anno quando cioè
raccoglierai il frutto delle tue fatiche del campo.
Tre volte all’anno ogni
tuo maschio comparirà al cospetto del Sovrano, l’El.
Non verserai presso il
pane lievitato il sangue del mio sacrificio. E il grasso del sacrificio festivo
non rimarrà fino al mattino senza essere stato offerto.
Le nuove primizie della
tua terra recherai al Santuario dell’El Jahweh tuo.
Non cuocere il capretto
nel latte della madre.
Ecco, io mando dinanzi a
te un messo incaricato di vegliare sul tuo cammino e per condurti alla meta che
io ho disposto, cioè alla terra di Canaan.
Sii circospetto a suo
riguardo, ascolta la sua voce, non ribellarti a lui poiché egli non perdonerà i
vostri trascorsi, infatti il mio nome è in lui. Ma invece ascolta la sua voce
ed eseguisci le mie parole ed io avverserò i tuoi nemici e combatterò i tuoi
avversari.
Quando il mio messo
guidando i tuoi passi, ti avrà condotto alla terra degli Amorrei, Chittei,
Perizei, Cananei, Chivvei, Jevusei e li avrà sterminati, guardati bene di non
prostrarti alle loro divinità e di non prestare loro culto od imitare i loro
riti, al contrario tu dovrai distruggerli e spezzare le loro stele.
Servirete unicamente l’El
Jahweh vostro ed egli benedirà il tuo cibo e la tua acqua ed io allontanerò
ogni infermità di mezzo a te.
Nessuna donna abortirà né
vi sarà donna sterile nella tua terra e farò che il numero dei tuoi giorni sia
completo.
E farò si che il terrore
di me ti preceda, metterò in scompiglio ogni popolo presso il quale tu
penetrerai e farò si che i tuoi nemici ti volgano la cervice.
Ti farò precedere dal
calabrone e saranno cacciati via dinanzi a te Chivvei, Cananei e Chittei.
Non li caccerò dinanzi a
te in un solo tempo perché il paese diverrebbe deserto e le bestie selvagge si
moltiplicherebbero a tuo danno.
A poco a poco io li
caccerò, finché tu sia divenuto numeroso e così potrai occupare il paese.
Fisserò dal Mar Rosso fino al Mare dei Filistei, dal deserto fino al fiume, poiché
io consegnerò in vostre mani gli abitanti di questa contrada e tu li caccerai
dal tuo cospetto.
Non stabilirai patto
alcuno con loro, né con le loro divinità.
Non lascerai che esse
rimangano nella tua terra poiché essi ti farebbero prevaricare contro di me,
poiché se adorassi le loro divinità esse ti sarebbero d’inciampo.
Jahweh sta dando le
ultime linee guida di come lui vuole essere adorato, seguito, si comporta come
un sovrano nei confronti dei propri sudditi, dà la regola del Sabato come
festività, ribadendo che in quel giorno deve essere osservato il precetto che
non bisogna fare assolutamente nulla, pena la lapidazione, ma obbliga la tribù
d’Israele ad effettuare tre ulteriori festività durante l’anno interamente
dedicato a lui.
Ma ecco che questo El svela
la sua reale natura, egli è un “uomo” di guerra e preannuncia che invia presso
di loro un altro Elohim, che avrà il compito di addestrare un corpo scelto di
guerrieri per poter andare in guerra, dice chiaramente che il suo messo
addestratore deve essere rispettato, di non ribellarsi a lui, perché è stato
inviato per controllare l’insegnamento dell’arte della guerra e che anche
quell’El esegua i suoi ordini e sarà per la tribù colui che guiderà i loro
passi, conducendoli nella terra degli Emorei, Chittei, Perizei, Cananei,
Chivvei e Jevusei, per sterminarli tutti.
Fa però presente a loro
che non potranno abbracciare altre divinità, né adorarle e prostrarsi a
prendere i loro riti.
La frase Esodo 23,25 “Servirete
unicamente l’El Jahweh ed egli benedirà il tuo cibo e la tua acqua”, non ha il
significato che il lettore pensa, che vi è da parte della divinità la solita
pacca sulla spalla, dicendo al suo popolo “va tranquillo, ci sono io che ti
darò il cibo e da bere”, Il vero significato che come al solito viene
volutamente celato è quello “io ora ti addestro e ti darò tutti quegli elementi
che ti possano servire per andare in guerra, come cibo, bevande, armi”.
“Ti fornirò anche di
mezzi e macchine affinché il tuo nemico dopo che si è sparso il terrore nelle
fila nemiche, esso ti volgerà le spalle per fuggire”, il mio messo, a me
sottoposto vi precederà con un mezzo meccanico che dal narratore biblico viene
chiamato “calabrone”, ma non ha nulla a che vedere con l’insetto velenoso che
intendono proporre.
Più avanti, vedremo tutte
le armi che questo guerriero alieno fornirà e userà nelle battaglie contro i
popoli prima esposti.
Fa presente
nell’esposizione delle prossime stragi e guerre che intende portare contro gli
abitanti delle terre che vanno dal Mare Mediterraneo sino al Mar Rosso, che
essi non saranno scacciati subito, ma sarà fatto ad ondate successive, in
quanto se lo facesse subito, i luoghi così conquistati sarebbero subito
diventati un deserto e sarebbe dominato da bestie selvatiche.
Dobbiamo con serenità
ammettere che tutte le profezie da lui promesse non si sono mai avverate, in
quanto a distanza di 3.500 anni, gli Israeliti hanno ottenuto, solo grazie ad
un espediente risarcitorio, dopo la II ° guerra mondiale dal 1.900 d. C.,
vivono in un territorio lungo 240 km. E largo 80, molto lontano da quello
promesso da questo El-Elohim.
Mi sto chiedendo che tipo
di messaggio viene indirizzato al lettore della Bibbia?
Questo essere, Dio-Elohim
vuole a tutti i costi avere un popolo come sudditi e lui esserne il sovrano.
Dà le direttive come si
devono comportare, vuole ricevere giornalmente razioni alimentari, di
granaglie, pane azzimo, abbeveraggi, pretende il sacrificio dei primogeniti,
sia bambini che animali.
Promette di dare a questo
popolo che si sta formando quel territorio che gli è stato assegnato dal suo
capo Elyon, ma questo territorio appartiene ad altri che lo occupano.
Lui decide, sua sponte,
di uccidere tutti i popoli che occupano da sempre quei territori per poi
consegnarlo al popolo da lui protetto.
Per tale motivo manda dei
suoi delegati ad istruire alla guerra i guerrieri che lui sta formando, dicendo
che massacrerà i popoli che abitano i luoghi che lui si vuole appropriare.
Ma il Dio che abbiamo
sempre creduto che parlasse la Bibbia, dov’è quello che ama il “prossimo tuo”?
Questo Dio per proteggere
il popolo ebraico, deve sterminare altri popoli, altre persone? Ma a noi, a
voi, a chi interessa un Dio così? Ma il detto “fate l’amore, non fate la
guerra”, dov’è finito, quando nacque?
In questo passo si
consuma una narrazione di eventi, di nozioni, senza uguali per crudeltà,
cinismo.
Questo El, chiamato da
miliardi di persone Dio, mostra al mondo il suo viso peggiore.
Esorta al sacrificio dei
propri figli per dedicarli a lui, in modo che debbano essere sacrificati e
bruciati in modo che questo essere abbia dei benefici lenitivi-tranquillanti
nella sua persona, dai fumi che mentre cuoce la carne si sprigionano e lui
vuole inalare.
Esorta il popolo ad
entrare in guerra per uccidere altre persone e spogliarle del loro territorio.
Promette di assegnare
queste terre ad un popolo che fino a poco tempo prima facevano i pastori e poi
non riesce a mantenere alcuna delle sue promesse, ma che Dio sarebbe?
O forse non era Dio, ma
era uno che si divertiva a giocare alla guerra.
Esodo 24 e segg. ti
A Mosè disse: “Sali verso
l’El insieme ad Aronne, Nadau, Avihu e settanta anziani d’Israele. E vi
prostrerete da lontano”.
Poi Mosè si avanzò solo
verso l’El ed essi non lo seguirono e il popolo non salì con lui.
Mosè sceso dal monte
trasmise al popolo tutte le parole dell’El e tutti gli statuti, e il popolo con
voce unanime gridò: “Tutto quanto ha detto l’El noi lo eseguiremo”.
Mosè scrisse tutte le
parole dell’El, il giorno dopo di buon mattino eresse un altare ai piedi del
monte e innalzò dodici monumenti secondo le tribù d’Israele. Incaricò poi i
giovani d’Israele di offrire olocausti ed essi immolarono tori quali sacrifici
di ringraziamento, detti “scelamin” in onore dell’El.
Mosè prese metà del
sangue, lo mise in alcuni bacili e l’altra metà spruzzò sull’altare. Prese il
libro del Patto, lo lesse alla presenza del popolo, il quale disse: “Tutto ciò
che ha pronunciato l’El eseguiremo e obbediremo”.
Mosè prese il sangue dai
bacili, ne asperse il popolo e disse: “Questo è il sangue dell’alleanza dell’El
conclude con voi riguardante tutte queste parole scritte nel libro del Patto”.
Mosè ed Aronne risalirono
sul monte accompagnati da Nadau, Abihu e dai settanta anziani d’Israele e sotto
i suoi piedi, si vedeva qualcosa in chiarore della bianchezza dello zaffiro e
per limpidezza quale sostanza del cielo. E gli eletti dei figli d’Israele che
meritarono tale visione, l’El non li colpì e dopo avere goduto della visione
divina mangiarono e bevvero.
E l’El disse a Mosè:
“Sali verso di me sul monte e rimani là e io ti darò le tavole di pietra, la
legge e i precetti che io ti ho scritto per istruirli”.
E Mosè si mosse con
Giosuè, suo ministro e Mosè proseguì la salita verso il monte dell’El. E agli
anziani disse: “Rimanete qui fino al nostro ritorno, Aronne e Chur restano con
voi, chi abbia quesiti da sottoporre si rivolga a loro”.
Mosè salì al monte e
questo fu avviluppato dalla nube. La maestà divina si fissò sul Monte Sinai che
fu avvolto dalla nube per sei giorni e il settimo giorno l’El chiamò Mosè dal
denso della nube. La maestà divina appariva come fuoco divorante alla sommità
del monte alla presenza dei figli di Israele.
Mosè penetrò nel denso
della nube, salì sul monte restando quaranta giorni e quaranta notti.
In questo libro il
contenuto della sua narrazione diventa ogni attimo più carico di suspense e di
elementi nuovi che fanno denotare che ci troviamo in un racconto che narra le
gesta di un essere alieno, per niente umano che ha preso in mano la conduzione
di una tribù, quella Israelita, gli sta dando un assetto politico, religioso,
amministrativo.
Sta dettando delle leggi e crea un esercito
per suoi esclusivi fini di potere.
Emerge dalla narrazione
che Jahweh si serve di macchine volanti di cui gli astanti non sanno
minimamente descrivere, pertanto usano termini che in quel momento decantano la
magnificenza divina, ma in un altro libro, secoli dopo, viene narrato in
dettaglio ogni pezzo del mezzo che usa per combattere e per spostarsi
(Ezechiele 10 e segg. ti).
Gli effetti che questo
veicolo produce ci permettono però di affermare che esso aveva una propulsione
che causava ed emanava un grandissimo rumore e una nebbia molto densa.
Sicuramente aveva due tipi
di propulsione, un motore al plasma e uno ad idrogeno.
Il primo si comportava
come un forno a microonde e nuoceva a tutte le persone che si trovavano in un
certo raggio d’azione del mezzo, l’altro ad idrogeno produceva un’enorme
condensazione che riusciva a rendersi invisibile con la nebulizzazione
dell’umidità che fuoriusciva dai suoi tubi di scarico.
Quando Mosè salì insieme
ad Aronne, Nadau, Avihu e i 70 anziani, il mezzo si trovava a motore spento,
pertanto non poteva nuocere agli osservatori, era fermo, stazionando sul suo
supporto e le persone che guardavano vedevano i riflessi d’argento della
cromatura, il colore dello zaffiro quindi era blu, aveva la limpidezza del
cielo, Esodo 24,11 “E gli eletti di Israele che meritarono tale visione, l’El
non li colpì”, significa che stazionava a motore spento.
Dopo la chiamata dell’‘El,
Mosè scompari all’interno della nube, quindi significa che entrò dentro il
cavod, cioè la “Gloria di Jahweh”.
Capitolo
diciannovesimo
Esodo 25 e segg. ti
TERUMÀ
L’El parlò a Mosè così: “Parla
ai figli d’Israele per invitarli a destinare a me un’offerta, da parte di
chiunque sarà spinto dal suo cuore, riceverete la mia offerta. Ed ecco
l’offerta che prenderete: oro, argento, rame, lana azzurra, porpora e
scarlatto., lino e pelo di capra, pelli di montone tinte di rosso, pelli di
tacash e legno d’acacia, olio per illuminazione, aromi per l’olio d’unzione e
per l’incenso composto di vari specie, pietre d’onice, pietre da incastonare
per il dorsale e il pettorale.”
“Ed essi mi costruiranno
un Santuario e io risiederò in mezzo a loro. Secondo il modello che ti farò
vedere del Tabernacolo e di tutti i suoi arredi, voi eseguirete così”.
“Si farà un’arca di legno
d’acacia, la lunghezza sarà di due cubiti e mezzo, la lunghezza di un cubito e
mezzo e l’altezza, pure di un cubito e mezzo, la ricoprirai d’oro puro
internamente ed esternamente, sormontandola d’una cornice d’oro all’intorno.
Fonderai per l’arca quattro anelli d’oro che metterai ai quattro angoli, due
anelli da uno dei lati e altri due al lato opposto. Farai delle stanghe di
legno d’acacia, le rivestirai d’oro. introdurrai queste stanghe negli anelli
lungo i lati dell’arca, perché servono per trasportarla. Le stanghe infilale
negli anelli, non dovranno mai essere tolte. Depositerai nell’arca la
testimonianza che io ti consegnerò. Farai un coperchio d’oro puro di due cubiti
e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza.”
“Farai due keruvin
(cherubini) d’oro, li fabbricherai tutti di un pezzo alle due estremità del
coperchio: un cherubino all’estremità di una parte e l’altro dal lato opposto
del coperchio stesso: farete i cherubini alle due estremità. Tali cherubini
avranno spiegate le ali verso l’alto, dominando con le loro ali il coperchio,
saranno in faccia l’uno all’altro, i volti dei cherubini saranno diretti verso
il coperchio.”
“Metterai il coperchio al
di sopra dell’Arca dopo avere depositato nell’Arca la Testimonianza che io ti
darò.”
“Là io mi manifesterò a
te, parlerò con te al disopra del coperchio fra i due cherubini posti sull’Arca
della Testimonianza, là io ti comunicherò tutti i miei comandi per i figli
d’Israele. “
“Farai una tavola di
legno d’acacia della lunghezza di due cubiti, di un cubito di larghezza e di un
cubito e mezzo di altezza. La ricoprirai d’oro puro e le farai una bordatura
d’oro intorno. Farai un’intelaiatura attorno della larghezza di una spanna e
circonderai questa intelaiatura di una bordura d’oro.”
“Farai quattro anelli
d’oro e metterai gli anelli ai quattro angoli ai piedi della tavola. Di fronte
all’intelaiatura si metteranno gli anelli e serviranno ad introdurvi le stanghe
per trasportare la tavola. Farai le stanghe di legno d’acacia, le ricoprirai
d’oro e per loro mezzo si trasporterà la tavola. Farai i vassoi, le ciotole, i
calici, le coppe per le libagioni, d’oro puro le confezionerai. E metterai
sopra la tavola pane di presentazione che si troverà dinanzi a me
continuamente”.
“Farai un candelabro
d’oro puro fatto tutto d’un pezzo: il piedistallo e il fusto, i suoi calici, i
suoi boccioli e i suoi fiori formeranno un solo corpo con esso. Sei rami
usciranno dai suoi lati, tre rami dal candelabro da una parte e gli altri tre
dall’altra. Sull’uno dei rami ci saranno tre calici a figura di fiore di
mandorlo con il bocciolo e un fiore, e tre calici a figura di fiore di mandorlo
con un bocciolo e il fiore all’altro braccio, così per tutti i rami che escono
dal candelabro. Il fusto poi avrà quattro calici a figura di fiore di mandorlo
con i suoi boccioli e i fiori. Cioè un bocciolo sotto due rami e un altro sotto
due altri e finalmente un altro sotto i due ultimi rami. Così per i sei rami
che escono dal candelabro. I boccioli e i rami formeranno un solo corpo: il
tutto sarà una sola massa d’oro puro. Farai i suoi lumi in numero di sette e
questi lumi dovranno dirigere la luce a lato della sua faccia. Le sue pinzette
e gli smoccolatoi d’oro puro. Un kiccar d’oro puro impiegherai per il
candelabro e i suoi accessori. Abbi cura di fare secondo i modelli che ti
furono indicati sul monte.”
In questi ultimi due
passi dell’Esodo dopo l’incontro di questo essere alieno e divino con il popolo
d’Israele e dopo la presentazione all’intera tribù di migliaia di persone della
sua navicella aliena con le sue attribuzioni e doti, compreso quella di fare
tremare la terra, produrre suoni tremendi e potenti come tante trombe (sciofar-altoparlante-amplificatore)
e poi ritornò a nascondersi nella nube.
l’El Jahweh, voleva
consegnare le tavole della legge personalmente a Mosè, ripetendo ciò che era
avvenuto 400 anni prima ad Hammurabi, quando anche lui ricevette la tavola
della legge dal suo El nella stessa modalità che stava avvenendo ora nel monte
Sinai.
Ecco il perché della
consegna delle Tavole della Testimonianza davanti ai settanta anziani della
tribù d’Israele, in quanto questo avvenimento doveva rimanere scolpito nella
mente del popolo sottolineando la consegna come un effetto mediatico da
rimanere nei tempi.
Permise solo a Mosè di
avvicinarsi per il ritiro delle tavole mentre non fu permesso ai settanta
privilegiati, se si fossero avvicinati troppo potevano essere colpiti, essi
erano solamente i testimoni oculari dell’evento che si sarebbe dovuto tramandare
e narrare nei tempi.
Dato che le due tavole
della legge erano già state scritte da Jahweh in persona il periodo di
intrattenimento nel monte servì all’El ad insegnare a Mosè come costruire il
“Mishkan”, la dimora, il Tabernacolo che avrebbe dovuto ospitare l’Arca della Alleanza
ove sarebbero state riposte le tavolette.
Siamo ormai da vent’anni
entrati nel 3 ° millennio e sono già trascorsi 3.500 anni dal momento che Jahweh
era atterrato col suo cavod (kabod) in quello sperone di roccia che ardeva.
L’intera umanità in tutto
questo periodo è possibile che non si sia mai avveduta che da quel velivolo era
disceso un alieno, un essere che non era terrestre e che aveva una tecnologia
impensabile per il periodo che si manifestò al popolo d’Israele?
Quando scese da quella
macchina non proferì una frase che chiunque vorrebbe sentirsi dire: “Sono
venuto a portare la pace, la vita”, no, egli disse “non avvicinatevi al mio
velivolo perché io non posso controllare gli effetti che esso provoca su di voi,
pertanto se vi avvicinate troppo altrimenti morirete”.
Come seconda cosa pretende
che gli vengano sacrificati in olocausto i primogeniti di uomo e animale.
Detta le leggi per asservire l’intero popolo
ai suoi comandi, dicendo apertamente di essere venuto a portare la guerra e
voleva istruire il popolo ad uccidere altri uomini a suo nome.
Per poterlo fare manda
dei suoi dipendenti subordinati, chiamati emissari, messi, ma in lingua
originale ebraica costoro sono Malakhim, i quali erano uomini in carne ed ossa,
ma pur sempre degli Elohim e, da non confondere con i Cheruvin, i quali erano
macchine.
E questo El cosa fa per
prima cosa? Chiede come “offerta” al popolo d’Israele di costruire un’arma spacciandola
quale cassa-contenitore che dovrà custodire le Tavole della legge.
Dà a Mosè tutte le
coordinate e il piano di lavoro di questa cassa di legno completamente foderata
in oro quantificandone sia la misura e la qualità d’oro che dovrà essere
impiegato.
Non si è mai saputo cosa
realmente fosse l’Arca, si comporta in due modalità, la prima funzione era
quella che portava davanti allo schieramento nemico e sterminava i guerrieri
avversari, dopo che i protetti di Jahweh si fossero allontanati.
L’altra funzione era
quella di radio ricevente-trasmittente con la voce che usciva tra i due
cheruvin, dando le istruzioni a Mosè, oppure ad Aronne.
Nei documenti Egiziani si
parla di altre Arche, con una in particolare che sarebbe stata contenuta in
quel sarcofago che si dice appartenuta al Faraone Keophe e si dice fosse stata costruita
da Thot.
In questa Arca si dice
fosse contenuta un’ulteriore arma, l’Ureo che veniva indossato dal Faraone, esso
era il serpente che stava davanti alla sua tiara con il simbolo del serpente
che aveva la funzione di incenerire gli avversari ostili al Faraone e vedremo
più avanti che questa modalità di uccidere venne usata anche da Jahweh.
Cerchiamo ora di mettere
a fuoco una serie di modalità che non traspaiono nella narrazione biblica, ma
hanno un’importanza fondamentale per comprendere la veridicità o meno del
contenuto del racconto biblico.
Ciò che balza subito all’attenzione del lettore
nel passo in cui si chiede di costruire l’Arca dell’Alleanza in legno d’acacia.
Sono ormai trascorsi
circa due anni dall’uscita della tribù di Israele dall’Egitto, questa
moltitudine di persone si trova ora alle pendici del monte Sinai, in attesa che
Mosè riceva gli ordini di cosa fare sulle istruzioni ricevute di come
occorresse costruire questo manufatto.
Vi ricordate quando
nell’Esodo 12,35 si diceva “al comando di Mosè richiesero agli Egiziani vasi
d’argento, d’oro ed indumenti”, io vi dissi che il popolo d’Israele era un
popolo di ladri, perché non furono gli Egiziani a dare spontaneamente questi
beni, essi furono rubati e nella Bibbia si conferma che “fu svuotato l’Egitto”.
Ora si comprende perché
rubarono gli indumenti, l’oro e l’argento.
Tutto era premeditato
antecedentemente con nozione di causa.
Il manufatto doveva
essere completamente rivestito d’oro su un telaio di legno d’acacia e poi
occorreva costruire una tavola, le stanghe per il suo trasporto e poi vassoi,
ciotole e i calici per le libagioni, tutto doveva essere fatto in oro puro ed
il tutto doveva essere messo sulla tavola insieme al pane della presentazione
che doveva trovarsi davanti a Jahweh continuamente.
Capitolo
ventesimo
Esodo 26 e segg. ti
“Farai il tabernacolo
composto di dieci cortine di lino ritorto mescolato con fili di azzurro, di
porpora e scarlatto, a forma artistica di cherubini. La lunghezza di ciascuna
cortina sia di ventotto cubiti e la larghezza di quattro per ogni cortina,
uguale dimensione per tutte le cortine. Cinque cortine saranno attaccate l’una
all’altra e le altre cinque cortine unite nello stesso modo. Farai occhielli di
lana azzurra al bordo della cortina che è all’estremità di una serie e
altrettanto farai al bordo dell’ultima cortina dell’altra serie. Cinquanta
occhielli farai ad una cortina e altri cinquanta al bordo della cortina con cui
termina la seconda serie, in modo che gli occhielli corrisponderanno l’uno
all’altro. Farai cinquanta fermagli d’oro a mezzo dei quali unirai le cortine
l’una all’altra cosicché il tabernacolo formerà un tutt’uno. Farai delle
cortine di pelo di capra che serviranno da tenda per il tabernacolo, le farai
in numero di undici. La lunghezza di una cortina sarà di trenta cubiti e la
larghezza di quattro, medesima dimensione avranno le undici cortine. E unirai
le cinque cortine a parte e le sei a parte e ripiegherai la sesta cortina sul
davanti della tenda. Farai cinquanta occhielli sul bordo della cortina estrema
di una serie e cinquanta occhielli sul bordo dell’ultima cortina della seconda
serie. Farai cinquanta fermagli di rame e introdurrai i fermagli negli
occhielli e così riunirai la tenda in un solo corpo. “Quanto al prolungamento della parte eccedente della
copertura della tenda, la metà della copertura eccedente strascicherà sul retro
del tabernacolo. E quel cubito da una parte e dall’altra che risulterà in
eccesso nella lunghezza della copertura della tenda penzolerà ai lati del
tabernacolo da una parte e dall’altra per ricoprirlo. Farai inoltre per la
tenda una copertura di pelli di montone tinte di rosso e al di sopra una
coperta di pelli di tacash.”.
“Farai
il tabernacolo con assi di legno d’acacia in posizione eretta. La lunghezza di
ogni asse sarà di dieci cubiti e un cubito e mezzo sarà la larghezza. Ogni asse
avrà due caviglie, l’una dirimpetto all’altra, così farai per tutte le assi del
tabernacolo. Disporrai queste assi per il tabernacolo in questo modo: venti assi
dal lato del mezzogiorno. Quaranta basamenti in argento farai al disotto delle
venti assi, due basamenti sotto un’asse per ricevere le due sue caviglie e due
basamenti sotto un’altra per le sue caviglie. Per il lato del tabernacolo verso
settentrione, venti assi. Con i loro quaranta basamenti d’argento, due
basamenti sotto un’asse e altri due sotto l’asse seguente. E per il fondo del
tabernacolo ad occidente di fronte all’entrata che è ad oriente, costruirai sei
assi. Due assi preparerai per gli angoli posteriori del tabernacolo in fondo. E
le assi combaceranno al basso, in cima finiranno insieme in un anello, così
saranno le due assi che saranno agli angoli. “
“Vi saranno dunque otto
assi coi basamenti, sedici basamenti, due basamenti sotto una delle assi e
altre due sotto l’asse seguente. Farai poi delle sbarre di legno di acacia,
cinque per le assi di uno dei lati del tabernacolo. E altre cinque sbarre per
le assi del lato opposto del tabernacolo e ancora cinque sbarre per le assi del
lato di fondo ad occidente. E la barra di mezzo traverserà le assi nell’interno
da una estremità all’altra.”
“Le assi le ricoprirai
d’oro, farai pure d’oro gli anelli nei quali passeranno le sbarre, le quali
coprirai d’oro, farai pure d’oro gli anelli nei quali passeranno le sbarre, le
quali ricoprirai d’oro”.
“Erigerai così il
tabernacolo seconde le disposizioni che ti furono mostrate nel monte.”
“Farai una tenda di
stoffa azzurra, di porpora, di scarlatto, di lino ritorto, opera artistica, con
figure di cherubini. La sospenderai a quattro pilastri d’acacia ricoperti d’oro
con gli uncini d’oro sostenuti da quattro basamenti d’argento. Fisserai questa
tenda sotto i fermagli e introdurrai al di là della tenda l’Arca della
Testimonianza, così la tenda separerà per voi il Santuario del Luogo
Santissimo. Metterai il coperchio sull’Arca della Testimonianza nel Luogo
Santissimo”.
“Metterai la tavola al di
fuori della tenda, il candelabro in faccia alla tavola, al lato meridionale del
Tabernacolo e la tavola porrai verso la parte settentrionale.”
“Confezionerai una
cortina per l’entrata del Tabernacolo di stoffa azzurra, porpora, scarlatto,
filo ritorto artisticamente ricamato.”
“Farai per questa cortina
cinque colonne di legno d’acacia, le rivestirai d’oro con i loro uncini d’oro e
fonderai per esse cinque basamenti di rame”.
Come abbiamo notato in
questi ultimi passi Jahweh richiede alla tribù d’Israele di costruire per lui
dei manufatti e da le indicazioni precise di come dovevano essere fatti, erano
già state date a Mosè e successivamente sarebbero dovute essere riprodotti nei
minimi particolari dagli artigiani incaricati, ma in particolare uno che aveva
già effettuato dei lavori per il Faraone.
Ci hanno sempre detto che
questi manufatti ed in particolare il tabernacolo era un luogo dove si
sarebbero celebrati dei riti sacri, dove questo El si sarebbe manifestato.
Jahweh avrebbe dato tutte
le necessarie istruzioni affinché si potesse ottemperare a tutte le richieste
che l’El man mano richiedeva.
Preliminarmente non
dobbiamo pensare che qui si celebrassero cerimonie ed ordinanze sacre, come
hanno sempre voluto farci credere, esse erano “sacre” nel senso letterale della
parola, cioè cerimonie separate dal popolo e riservate esclusivamente al loro
nume protettore.
In realtà era il luogo
dove questo El si era “manifestato” cioè compariva quando a lui faceva comodo
per effettuare delle incombenze giornaliere, come quella del mangiare più volte
al giorno, secondo le modalità che vedremo in seguito.
Non è pertanto veritiero
quello che si vuole narrare e far credere nella Bibbia e successivamente nel
Nuovo Testamento, che gli uomini ricevevano le istruzioni per ottenere una
presunta vita eterna, le cose erano molto più semplici, questo essere chiedeva
di mangiare e bere e si doveva effettuare tutto con certe modalità e con un
preciso cerimoniale, ciò che stavano costruendo era letteralmente la “casa
dell’Elohim”, e non il luogo che si entrava in contatto spirituale con il
proprio Dio.
Vediamo come era composto
il tabernacolo, non era innanzitutto un luogo di ritrovo, ma assomigliava di
più ad un mattatoio. Vi era un cortile esterno tutto recintato ove era situata
un’ara sacrificale nella quale si bruciavano i bambini e le bestie, vi era un
po’ più spostato un bacile dove veniva versato il sangue degli animali.
Dentro la tenda, chiamata
del “convegno”, in cui convegni non vi erano, ma era il luogo in cui Jahweh
scendeva col suo cavod o cabod e che effettuava le libagioni dei sempre
presenti 12 pani azzimi, beveva nelle coppe d’oro il vino, vi era poi il
candelabro sempre acceso e l’altare dei profumi sempre in attività, in quanto
all’El piacevano i profumi.
Vediamo ora come entrambe
le religioni, sia l’Ebraica che quella Cattolica, hanno mutato a loro
piacimento i veri riti che erano dedicati esclusivamente alla sopravvivenza del
loro Dio protettore.
Questa tenda che
conteneva il tabernacolo, l’Arca della Testimonianza, il candelabro, la tavola
dove erano riposti i pani, le coppe e il vino e l’incensiere nel corso dei
tempi mutano diventando per gli Ebrei, il luogo che verrà denominato il
“Tempio”, costruito sulla falsa riga di questa tenda, in questa costruzione
sarebbe continuato a scendere dal suo cavod, Jahweh per le libagioni che gli
ebrei chiamavano olocausti.
All’entrata del cortile,
dove era situata la tenda contenente gli oggetti precedentemente citati, si
trovava l’altare dei sacrifici e la conca di rame.
In questo altare si
offrivano in olocausto i sacrifici all’El e significava il ringraziamento del
popolo d’Israele per l’uscita dall’Egitto, mentre per i cristiani gli olocausti
simboleggiavano Gesù, il Salvatore e quindi un sacrificio espiatorio.
Si sono inventati che per
l’israelita significava l’offerta al loro Dio rinunciando ai suoi peccati per
seguire il predetto Salvatore, così tramite il fuoco dell’altare si sarebbe
preparato con la sua vita e l’obbedienza a questa divinità.
Il bacile, che secondo i
teologi Ebrei conteneva il sangue delle bestie uccise, per i teologi Cristiani
conteneva acqua a rappresentarla purificazione tramite il lavaggio dell’anima
dal peccato.
Nell’entrata nella tenda,
divisa in tre parti di cui due adiacenti, erano contenuti gli arredi prima
esposti, sempre secondo i teologi ebraici, esso rappresenterebbe il luogo
terrestre che insegnava a Israele a vivere nel mondo, mentre il candelabro
illuminava questo luogo che loro chiamavano “Santo”, esso era mantenuto sempre
acceso in quanto simboleggiava lo “Spirito Santo” sottolineando il desiderio di
vivere nella luce dello “Spirito”.
Nella tavola essendoci il
pane e il vino, secondo i cristiani viene ricordato il sacrificio di Gesù il
Salvatore e come essere nutriti spiritualmente da Jahweh.
La cosa più stupefacente
è il ricondurre il bruciare l’incenso al simbolo delle preghiere, e che per gli
Ebrei, il bruciare l’incenso al mattino e alla sera avrebbe dovuto elevare al
Dio la sua preghiera.
Dato che il bruciatore dell’incenso
si trovava davanti all’entrata del luogo Santissimo, dove era situata l’Arca
dell’Alleanza, secondo i teologi significava un simbolo della preghiera e dato
che esso iniziava la giornata elevando la preghiera al suo unico El.
Sempre secondo questi
teologi il tabernacolo significava il vivere alla presenza di questo El nel
mondo e il contenuto dell’Arca dell’Alleanza significava che Israele doveva
seguire le leggi scritte nelle tavole contenute nell’Arca che erano il loro
patto stipulato per la liberazione dell’Egitto.
TETSAVVÈ
Tu poi ordinerai ai figli
d’Israele che ti rechino olio d’oliva puro vergine per l’illuminazione, cioè il
lume che deve ardere quotidianamente.
Nella tenda della
radunanza fuori della tenda che è dinnanzi alla Testimonianza, Aronne e i suoi
figli lo prepareranno in modo che arda dalla sera al mattino dinanzi all’El,
regola invariabile per le loro generazioni da osservare da parte dei figli di
Israele.
Esodo 28 e segg. ti
Tu poi avvicina a te
Aronne, tuo fratello insieme ai suoi figli di mezzo ai figli d’Israele, perché
esercitino il sacerdozio in Mio onore, Aronne, Nadau, Avihù, El’azar e Ithamar,
figli di Aronne.
Farai confezionare per
Aronne, tuo fratello, vestimenti sacri, segno di dignità e magnificenza.
Ti indirizzerai a tutti
gli artefici abili, ai quali ispirerai genio artistico, che confezioneranno gli
abiti di Aronne per consacrarlo al mio sacerdozio. Ed ecco gli abiti che essi
prepareranno: un pettorale, un dorsale, un manto, una tunica trapunta, un
turbante e una cintura e faranno così paramenti sacri per Aronne, tuo fratello
e per i suoi figli per esercitare il mio sacerdozio.
Impiegheranno l’oro,
l’azzurro, la porpora, lo scarlatto e il lino.
Confezioneranno il dorsale
con oro, lana azzurra, porpora, scarlatto, lino ritorto artisticamente
lavorato. Alle due estremità avrà due spalline in modo che rimanga unito al
pettorale. E la fascia del dorsale che egli porta, sarà della stessa stoffa e
farà parte del tessuto, cioè sarà d’oro, azzurro, porpora, scarlatto e lino
ritorto.
Prenderai due pietre
d’onice e inciderai su di esse i nomi dei figli d’Israele. Sei dei loro nomi su
una pietra e i nomi degli altri sei sulla seconda pietra, secondo l’ordine
della loro nascita.
Inciderai sopra queste
due pietre i nomi dei figli d’Israele, incavatura su pietra come incisione di
sigillo e lo incastonerai in castoni d’oro. E adatterai queste due pietre sopra
le spalline nel dorsale come pietre di ricordo per i figli d’Israele, di cui
Aronne porterà i nomi in presenza dell’El sulle due spalle come ricordo. Farai
castoni d’oro. Due catenelle d’oro puro di filo attorcigliato come è fatto in
cordone e introdurrai le catenelle attorcigliate sui castoni.
Farai il pettorale del
giudizio artisticamente lavorato, fatto allo stesso modo del dorsale, oro,
azzurro, porpora, scarlatto, lino ritorto.
Sarà quadrato e ripiegato
in due, una spanna sarà la lunghezza e altrettanto la larghezza.
Lo guarnirai di pietre
incassate, che formeranno quattro ordini orizzontali, in un ordine vi sarà
sardonio, topazio, smeraldo, così sarà la prima fila. Seconda fila: rubino,
zaffiro e diamante. Terza fila: opale, agata e ametista. Quarta fila:
crisolito, onice, diaspro, tutte le pietre saranno incassate nei loro castoni
d’oro.
Queste pietre portano i
nomi dei figli d’Israele, saranno in numero di dodici, secondo il numero dei
loro nomi incisi come un sigillo, secondo ognuno il nome di una delle dodici
tribù.
Farai per il pettorale
catenelle di filo attorcigliato, com’è fatto un cordone, d’oro puro.
Farai ancora per il
pettorale, due anelli d’oro e li metterai ai lati del pettorale.
Fisserai i due cordoni
d’oro ai due anelli posti alle estremità del pettorale. E attaccherai le
estremità dei due cordoni sopra i due castoni, applicandoli alle spalline del
dorsale dal lato anteriore.
Farai ancora due anelli
d’oro che metterai alle due estremità del pettorale, sull’orlo che è rivolto
verso il dorsale all’interno.
Farai due altri anelli
d’oro che fisserai alle due spalline del dorsale verso la parte bassa sul
davanti vicino al punto della giuntura al di sopra della cintura del dorsale.
Si allaccerà il pettorale
congiungendo i suoi anelli del dorsale e questo per mezzo di un cordoncino di
lana azzurra di modo che resti fissato sulla cintura del dorsale e il pettorale
non si stacchi dal dorsale.
Aronne porterà sul suo
cuore, allorquando entrerà nel Santuario i nomi dei figli d’Israele iscritti
sul pettorale del Giudizio quale ricordo perpetuo dinanzi all’El.
E metterai nel pettorale
del giudizio gli Urim e i Tummin che saranno così sul petto di Aronne
allorquando si presenterà dinanzi all’El.
Egli recherà
costantemente sul suo cuore il giudizio dei figli d’Israele dinanzi all’El.
Farai il manto che porta
il dorsale completamente di lana azzurra. Esso avrà un’apertura superiore ripiegata
al di dentro, tale apertura sarà guarnita tutt’intorno di una orlatura tessuta
come una specie di corazza affinché non si abbia a strappare.
E farai ai suoi lembi
ornamenti a forma di melograno, di lana azzurra, porpora, scarlatto,
tutt’intorno del bordo e fra una melagrana, poi un campanello d’oro e una melagrana
in basso al manto all’intorno.
Aronne l’indosserà per
officiare, cosicché col movimento si sentirà il suono quando entrerà nel luogo
santo dinanzi all’El e quando ne uscirà, in modo che egli non morrà.
Farai una lamina d’oro
puro sulla quale inciderai come sopra un sigillo consacrato all’El. E
l’assicurerai mediante un cordoncino di lana azzurra in maniera di fissarlo sul
turbante, cioè si metterà sul davanti del turbante.
La lamina sarà sulla
fronte di Aronne che si caricherà così dei peccati relativi alle cose sacre che
avranno causato i figli d’Israele, peccati commessi in occasione delle loro
offerte consacrate.
E si troverà sulla fronte
di Aronne in occasione delle offerte consacrate. E si troverà sulla fronte di
Aronne continuamente per ottenere grazia per il popolo dinanzi all’El.
Farai una tunica di bisso
trapunta, così pure il turbante di bisso e una cintura di ricamo intorno alla
tunica sotto il manto.
Per i figli di Aronne
farai tuniche e cinture, inoltre dei copri capi quale segno di onore e dignità.
Farai rivestire di questi
indumenti Aronne, tuo fratello e i suoi figli, li ungerai, li inizierai e li
consacrerai al mio Sacerdozio.
Farai per loro inoltre
calzoni di lino per ricoprire la loro nudità, essi andranno dai lombi alle
cosce e i suoi figli porteranno tali indumenti quando entreranno nella tenda
della Radunanza o quando si avvicineranno all’altare per officiare nel luogo
santo, in modo che non incorrere in colpa e quindi morire, statuto perpetuo per
lui e per la sua discendenza dopo di lui.
Questo passo mette in
evidenza la formazione del potere temporale presso il popolo d’Israele.
Non dobbiamo farci
traviare dai termini usati nella Bibbia, la figura del Sacerdote non
corrisponde nella narrativa biblica in ciò che a noi ci hanno fatto credere
duemila anni di accettazione-sottomissione alla teoria cristiana ed alle sue imposizioni
teologiche.
Il Sacerdote ebraico non
aveva nulla a che fare col Sacerdote cristiano-cattolico se non che il soggetto
doveva fare da tramite tra la divinità e la gente.
La figura del Sacerdote
ebraico era molto più complessa di quella che noi pensiamo. Era la figura più
importante dell’intero popolo israelita, eseguiva tutti gli ordini che gli
venivano impartiti da Jahweh in persona, era colui che eseguiva senza fiatare
gli ordini del suo capo supremo senza possibilità di ribellione, pena la morte.
Preliminarmente occorre
dire che associava nella sua figura il capo “spirituale” e quello politico
della tribù d’Israele.
Vengono descritti nei
particolari i suoi “paramenti” che doveva indossare per officiare i riti a cui era
preposto e che vedremo nei più reconditi particolari e nel dettaglio.
Come prima cosa che viene
in mente nel sapere e denotare quel vestiario, previsto nel cerimoniale per
recarsi a trovare la divinità, uno pensa immediatamente a dei vestiti da parata
per dare una grande importanza al soggetto che li indossa, non per niente
chiamandoli “vestimenti sacri”, la pomposità data dall’oro, dalle pietre
preziose, vogliono mettere in evidenza l’importanza del soggetto verso il
popolo che osserva la sua magnificenza e di riflesso quello della divinità.
Nella realtà la richiesta
fatta da Jahweh a Mosè per confezionare tutto l’occorrente necessario per la
vestizione del sacerdote, aveva tutt’altra funzione, vediamo di mettere in
risalto una realtà che nessuno ha mai detto, in quanto dovrebbero dare
spiegazioni sulla natura reale di questo El, ciò che ci fa comprendere la paura
che Jahweh aveva nel prendere una serie di accorgimenti, che vengono narrati in
questi passi biblici, era il pericolo che persone con cui lui aveva contatti
potessero infettarlo e contaminarlo con batteri e virus.
Per il predetto motivo
l’El pensò bene di non correre dei rischi, prescrivendo ad Aronne, fratello di
Mosè e i suoi figli di mantenere un ferreo protocollo nell’espletare i riti e
le cerimonie che dovevano essere svolte a suo favore.
Nell’Antico Testamento,
la divinità sceglie Aronne e i suoi figli, quali suoi Sacerdoti in perpetuo.
Questo soggetto insieme alla sua famiglia
doveva stazionare stabilmente con la la sua abitazione presso la tenda della
Radunanza.
Come ho spiegato
anteriormente la funzione sacerdotale non era quella di mettere in contatto il
popolo d’Israele e la divinità, egli non esplicava la funzione sacerdotale nel
termine che ora viene inteso.
Aronne era in realtà il
governatore politico del popolo d’Israele, ma la sua attività prevalente era
quella di attendere ai bisogni fisici dell’El-Elohim.
Doveva insieme ai suoi
figli portare i pani azzimi, il vino e l’acqua e doveva macellare con la
modalità dettate da Jahweh, ben due agnelli al giorno uccisi e “bruciati”, cioè
abbrustoliti al fuoco ogni giorno, ma non solo, doveva sempre tenere accesa la
fiamma del candelabro, pertanto giornalmente doveva essere ripieno d’olio
d’oliva spremuto a mano. Mettere nel bruciatore l’incenso che tanto piaceva alla
divinità alimentandolo due volte al giorno.
Il cortile della tenda
della Radunanza era tutt’intorno recintato e occultato agli occhi di tutti
tranne che a Mosè e a suo fratello Aronne e ai suoi figli.
Jahweh aveva dato ordini
precisi come dovevano essere costruiti e piantati i pali di acacia tutti
ricoperti di rame, questo per il cortile del tabernacolo, dove era stata
costruita anche l’Ara sacrificale tutta in rame compresi gli attrezzi e
utensili in rame.
Per il tabernacolo, si
può vedere che esso è stato costruito con le modalità isolanti, come una vera e
propria gabbia di Faraday.
Ritorniamo ora al rito
della vestizione del sacerdote come abbiamo antecedentemente annunciato, il
rito richiesto da Jahweh per i suoi sacerdoti aveva lo scopo primario di non
venire mai a contatto tra le persone e la divinità.
Per prima cosa il
sacerdote si presentava nudo nel cortile del tabernacolo, accostato sul lato
dell’altare, vi era una conca di rame, affinché il sacerdote si lavasse
interamente.
Dopo questa sanificazione
corporea con pulizia effettuata con l’acqua, successivamente a questo accurato
lavaggio, il soggetto doveva essere interamente ricoperto d’olio, la cosiddetta
“unzione”. Essa aveva lo scopo di non permettere che eventuali scaglie di pelle
dovute alla desquamazione, potessero staccarsi dal corpo e rischiare la
contaminazione dell’El, pertanto aveva la funzione di contenere l’epidermide
che non si squamasse.
Avvenuta l’unzione, il
sacerdote avrebbe dovuto indossare dei calzoni di lino che andavano dai lombi
alle cosce, l’equivalente delle nostre mutande, a contatto con la pelle ci sarà
una tunica di bisso e sopra di essa il pettorale del giudizio, comunemente
chiamato “efod”, fatto in lino e intessuto in fili d’oro.
È interessante analizzare
la composizione del vestiario, in quanto tutti gli elementi con cui vengono
intessuti hanno una grande importanza, che solo Jahweh in quel momento poteva
sapere.
Credo che tantissimi
lettori della Bibbia non sappiano esattamente che cosa sia il bisso e che esso
sia un filamento, una fibra tessile di origine animale che viene prodotta dalla
secrezione di una specie marina, chiamata “pinna nobilis”, molto comune nel Mar
Mediterraneo anche se molto difficile e complicato alla tessitura, quasi
totalmente assente in altri luoghi, ed ora viene prodotto in quantità
limitatissima solo in un paese della Sardegna ed esattamente a Sant’Antioco.
Ciò che l’El Jahweh,
essendo Dio sapeva benissimo erano le sue importanti proprietà terapeutiche
quale emostatico, infatti i pescatori lo sapevano e lo usavano per medicare le
ferite, Jahweh aveva preteso che i suoi sacerdoti ricoprissero la loro pelle
col bisso per non correre rischi di infezioni nell’espletamento delle loro funzioni
rituali.
Ciò che fa rimanere
perplessi è che Jahweh pretese da Mosè che Aronne e i suoi figli avessero delle
tuniche e i copri capi di bisso, dopo appena due anni dalla partenza
dall’Egitto e mentre si trovavano sul Monte Oreb-Sinai distante qualche
migliaia di km. Dal Mar Mediterraneo, quindi non si comprende come avrebbero
potuto procacciarsi una quantità così elevata di questa pregiata, ma scarsa
fibra tessile, comunque sarà sempre il lettore ad emettere il suo parere,
rammentando che il suo commercio risale a circa il III-IV secolo a. C., mentre
la narrativa biblica racconta di eventi risalenti intorno al 14°-13° secolo a.
C.
Vediamo ora altri due
particolari riguardanti il vestiario di Aronne e i suoi figli. Il manto e l’efod.
Nel manto Jahweh, aveva
preteso che fosse fatto di lino con i suoi lembi che dovevano essere appesi
degli ornamenti in oro a forma di melograno e dei campanelli, sempre in oro, i
quali urtandosi fra loro producevano i suoni che confermavano che loro erano
ancora in vita e nel contempo annunciavano sia a Jahweh che a chi era all’esterno
che chi indossava quei paramenti si muoveva.
Tale accorgimento, cioè
l’indossare sia quel tipo di vestiario che i campanelli avevano la funzione di
proteggere Aronne e i suoi figli quando essi si portavano verso l’Arca
dell’Alleanza, che sicuramente era mortale per chi trafficava al suo interno,
quindi quel tipo di vestiario fungeva da isolante e nel contempo permetteva
all’El di comprendere che essi erano all’interno della tenda, ecco perché lo
stesso Jahweh asseriva in Esodo 28,35 “Aronne l’indosserà per officiare,
cosicché con il movimento si sentirà il suono quando entrerà nel luogo santo
dinanzi all’El e quando ne uscirà, in modo che egli non morrà”. Un’altra frase
che hanno voluto inculcarci, indottrinandoci, facendoci capire un’altra cosa da
quello che doveva realmente intendersi, Esodo 28,38 “la lamina sarà sulla
fronte di Aronne che si caricherà così dei peccati relativi alle cose sacre che
avranno consacrato i figli d’Israele, peccati commessi in occasione delle loro
offerte consacrate”.
Il sostantivo “peccati”
induce volutamente in errore, infatti il lettore pensa subito di avere infranto
qualche precetto imposto dalle deità, mentre Jahweh, voleva intendere che se
Aronne mentre officiava i vari riti richiesti, fosse incorso in qualche errore,
il bisso del tubante più la lamina in oro l’avrebbero preservato dalla morte
causata dall’elettricità statica che si formava vicino all’Arca mentre il lino
si comportava da isolante, ed i campanelli erano invece suoni che preavvisavano
che vi era Aronne che si muoveva e quindi non veniva ucciso da Jahweh.
Ciò che fa sorridere, è
la tesi dei teologi cristiani che il tintinnio dei campanelli “allontanava i
demoni”, mentre la lamina d’oro serviva quale simbolo di espiazione.
In riferimento al
pettorale del giudizio, chiamato comunemente in ebraico “efod”, occorre dilungarci
un po’ più lungamente in quanto questo elemento altamente tecnologico è
semplicemente stupefacente ed è secondo in ordine d’importanza solo dopo il
“cavod” o “Gloria del Signore”.
Come potete denotare
dalla descrizione fatta nella Bibbia, l’efod era stato assemblato secondo le
direttive date da Jahweh a Mosè.
Era a prima vista un
semplice ornamento, veniva proposto dagli esegeti biblici come un capo di
vestiario di cui Aronne porterà i nomi delle tribù d’Israele in presenza
dell’El sulle sue spalle come ricordo.
Ciò che vi dico ora, solo
qualche decennio fa era impensabile anche solo pensarlo, visto come galoppa la
scienza nella sua eterna evoluzione.
L’efod ha la forma di un
moderno telefono-smartphone, con le
sue applicazioni tutte colorate e con le loro relative funzioni, così era il
“pettorale del giudizio”, cioè l’efod con ogni pietra che rappresentava il nome
delle dodici tribù create sui figli di Giacobbe-Israele cioè quando si schiacciava
il pulsante corrispondente a una delle dodici famiglie, avrebbe allertato
Jahweh.
Il fascino che sprigiona
questo pettorale è determinato nello scoprire che esso era un macchinario atto
alla ricezione-trasmissione degli ordini dell’El Jahweh e tale scambio di dati
veniva tramite l’intreccio dei fili d’oro attorcigliati “sarà quadrato e
ripiegato in due come una borsa, sarà lungo e largo una spanna”.
Fu così inventato il
primo circuito stampato della storia, ben 3.500 anni fa e finalmente si capisce
cosa fossero gli urim e i tommin contemplati in Esodo 28,30, e lo stesso
narratore biblico dice su questo marchingegno, in quanto questa ” borsa”
esistevano due risposte, una positiva e una negativa che esprimevano la volontà
divina, cioè ciò che noi solo oggi possiamo dire “on-off” ovvero “acceso-spento”,
confermando quindi senza ombra di dubbio che si trattava di una radio dalla
quale partivano e si ricevevano gli ordini di Jahweh.
Con questa spiegazione
interpretativa di elementi che in quel momento storico non sarebbero dovuti
esistere perché se si accetta o si nega questa interpretazione, sorgono
spontanee delle domande su questi Elohim alieni con una tecnologia posseduta da
loro e che noi abbiamo ottenuto solamente nel terzo millennio.
La domanda è quella
riferita all’El Jahweh, ma era realmente quel dio che hanno voluto proporci per
quattromila anni, oppure era un alieno che nulla aveva ed ha a che fare con un
essere che noi pensiamo sia deità?
Se fosse realmente stato
quello che noi diciamo e pensiamo sia Dio, che motivo aveva nel trasmettere con
quella modalità gli ordini ad Aronne ed al popolo d’Israele?
Il dio elaborato dagli
Ebrei e poi dai Cristiani è totalmente diverso da quello che viene descritto
nei passi biblici, questo Jahweh non ha nulla da spartire con quello creato e
generato nella mente dei proseliti Ebrei e Cristiani.
Si è voluto coartare
totalmente la figura che traspare nella Bibbia.
Quell’El era un
guerriero, chiedeva l’omicidio giornaliero di poveri animali indifesi che
dovevano essere sacrificati in eterno, solo per soddisfare i suoi strani
comportamenti, al contrario di quello che per migliaia di anni hanno voluto
inculcarci nella mente i cristiani che successivamente hanno defraudato questa
figura agli Ebrei, tramutandolo in un dio spirituale, protettore della vita di
tutti gli esseri del creato, quindi anche di quelle povere bestiole che
giornalmente questo El rispondente al tetragramma JHWH chiedeva al suo popolo
che proteggeva corrispondente alla tribù d’Israele.
Pensate solo che ogni
anno Jahweh chiedeva che per lui venissero sacrificati più di 1.500 capi di
bestiame e fra poco vedremo anche le centinaia di migliaia di esseri umani che
venivano sterminati per collocare il popolo d’Israele nel paese di latte e
miele, la famosa “terra promessa”.
Capitolo
ventunesimo
Esodo 29 e segg. ti
Ecco come dovrai
procedere a loro riguardo per consacrarli a mio servizio quali sacerdoti,
prendi un giovane toro e due montoni senza difetti, inoltre pani azzimi,
focacce azzime intrise nell’olio, gallette azzime intinte nell’olio dopo la
cottura: tutto sarà confezionato con la più pura farina di frumento. Li
metterai in una cesta e li presenterai in tal modo insieme con il giovane toro
e i due montoni.
Farai avanzare Aronne e i
suoi figli all’entrata della tenda della radunanza e li laverai con l’acqua. Prenderai
i sacri indumenti e ne rivestirai Aronne, cioè la tonaca, il manto dorsale e il
pettorale aggiustandoli con la fascia dorsale.
Poi metterai il turbante
sulla sua testa e porrai sul turbante il sacro diadema. Prenderai poi l’olio
dell’unzione e lo spargerai sulla sua testa e così lo ungerai.
Farai avanzare i suoi
figli e li rivestirai con le tonache. Metterai la cintura ad Aronne e ai suoi
figli, porrai sulla loro testa il copricapo e il sacerdozio apparterrà a loro
come istituzione definitiva e così inizierai Aronne e i suoi figli.
Farai avanzare il toro
dinanzi alla tenda della radunanza, dopodiché Aronne e i suoi figli imporranno
le mani sulla testa del toro.
Immolerai il toro dinanzi
all’El all’entrata della tenda della radunanza. Prenderai del suo sangue
applicandolo con il dito tuo sui corni dell’altare e tutto il resto del sangue
spargerai sullo zoccolo dell’altare.
Poi prenderai tutto il
grasso che copre gli intestini, la rete del fegato, i due reni con il loro
grasso e brucerai tutto sull’altare.
La carne del toro, la
pelle, gli escrementi brucerai nel fuoco al di fuori dell’accampamento. Questa
è Chattath.
Prenderai uno dei montoni
e Aronne con i suoi figli imporranno le mani sul capo della bestia.
Immolerai il montone,
raccoglierai il suo sangue con il quale aspergerai l’altare tutt’intorno.
E il montone lo dividerai
nei suoi quarti, laverai gli intestini e le sue gambe e le metterai presso i
suoi quarti e la testa. E brucerai tutto il montone sull’altare, esso è un
olocausto in onore all’El, odore propiziatorio, sacrificio da ardere in onore
dell’El.
Prenderai il secondo
montone e Aronne e i suoi figli imporranno le mani sulla sua testa. Immolerai
il montone, prenderai del suo sangue applicandolo sulla cartilagine
dell’orecchio destro di Aronne e dei suoi figlie sul pollice della loro mano
destra e sul pollice del loro piede destro e spargerai il resto del sangue
tutt’intorno all’altare.
Prenderai del sangue che
sarà sull’altare e dell’olio di unzione, facendone aspersione sopra Aronne,
sulle sue vesti, sui suoi figli e le loro vesti, così egli si troverà
consacrato con le sue vesti e i suoi figli con le loro vesti saranno come lui.
Estrarrai dal montone il
grasso, la coda e il grasso che ricopre gli intestini, le reti del fegato, i
due reni con il loro grasso, la gamba destra, poiché quello è il montone di
iniziazione.
Prenderai inoltre un pane
tondo, una focaccia di pane con l’olio, una galletta, tutto dalla cesta di azzime
posta dinanzi all’El.
Poserai il tutto sulle
mani di Aronne e su quelle dei suoi figli e farai divinazione dinanzi all’El,
poi tu li riprenderai dalla loro mano e li farai bruciare sull’altare oltre
l’olocausto quale odore propiziatorio dinanzi all’El, sacrificio arso in onore
dell’El.
Prenderai il petto del
montone d’iniziazione destinato ad Aronne, ne farai la dimenazione dinanzi
all’El e quindi diverrà tua porzione.
E consacrerai il petto
della dimenazione e la gamba dell’offerta e dimenata del montone d’iniziazione
destinato ad Aronne ed ai suoi figli. E apparterranno ad Aronne ed ai suoi
figli quale diritto perpetuo da esigere da parte dei figli di Israele, poiché
sono quale sacro tributo.
Questa sarà l’offerta che
i figli d’Israele dovranno prelevare sui loro celami, la loro offerta prelevata
in onore dell’El.
E gli indumenti sacri di
Aronne saranno destinati dopo di lui per i suoi figli, affinché essi ne siano
rivestiti quando si tratterrà di fare la loro unzione e la loro iniziazione.
Colui dei suoi figli che
gli succederà ed entrerà nella tenda della radunanza per ufficiare nel luogo
santissimo, porterà durante sette giorni questi sacri indumenti.
Poi prenderai il montone
d’iniziazione e farai cuocere la carne in luogo sacro. E Aronne e i suoi figli
mangeranno la carne del montone e il pane che è nel canestro, all’entrata della
tenda della radunanza, cioè all’ingresso del tabernacolo.
Ed essi mangeranno di ciò
che ha servito a fare la purificazione, per iniziarli e consacrarli e nessuno
estraneo potrà mangiare, poiché esse sono cose sacre.
Se avanza qualcosa della
carne d’iniziazione o del pane fino alla mattina successiva, questo resto sarà
bruciato nel fuoco, non si deve mangiare, poiché è cosa sacra.
È così che tu procederai
nei riguardi di Aronne e dei suoi figli precisamente come già ti ho prescritto
durante sette giorni farai la loro iniziazione.
In ogni giorno dei sette
offrirai un toro chattati oltre ai sacrifici di espiazione, così toglierai il
peccato dall’altare a mezzo di questa espiazione e poi tu farai l’unzione per
consacrarlo.
Durante i sette giorni
farai espiazione per l’altare consacrandolo così l’altare avrà la massima
santità tutto quanto toccherà l’altare sarà sacro.
Ed ecco ciò che tu
offrirai sull’altare: due agnelli dell’età di un anno per ogni giorno
continuamente. Uno degli agnelli offrirai al mattino e un secondo nel
pomeriggio.
Inoltre un decimo di fior
di farina intrisa in olio vergine con un quarto di hin di vino per questo primo
agnello.
Il secondo agnello lo
offrirai il pomeriggio accompagnandolo con offerta farinacea e libagione simile
a quella del mattino, odore propiziatorio, sacrificio arso in onore dell’El.
Tale olocausto quotidiano
che si offrirà dalle vostre generazioni all’entrata della tenda della radunanza
dinanzi all’El, in quel luogo ove io vi convocherò per parlarti.
Là io mi metterò in
rapporto con i figli d’Israele e questo luogo sarà consacrato al mio cavod.
Consacrerò la tenda di
convegno all’altare così pure Aronne e i suoi figli affinché esercitino il
sacro ministero a mio onore.
Risiederò in mezzo ai
figli d’Israele, sarò il loro Jahweh.
Essi riconosceranno che
io, l’Eterno sono il loro Jahweh che li ha tratti dalla terra d’Egitto per
risiedere in mezzo a loro.
Si sono io l’El loro
Jahweh.
Nella narrazione biblica
è necessario continuare a fingere di credere a ciò che viene narrato Ci si
accorge man mano che il racconto inizia a prendere una connotazione non più
reale, ma completamente estranea, al mondo che circonda questo romanzo, che lo
scrittore di questa storia non ha la se pur minima percezione della realtà
geografica e del momento storico in cui sta facendo evolvere questa novella.
Il lettore ha bisogno di
comprendere se è una storia reale quella che viene descritta nella Bibbia,
ovvero sia frutto di una fervida fantasia supportata esclusivamente dalla fede
del lettore, il quale deve obbligatoriamente credere a ciò che viene proposto
nei passi che scorrono nella lettura che tutto ha di fantastico e nulla ha di
attinenza alla realtà.
Siamo ad un punto della
lettura che colui che legge deve propendere affinché ciò che viene proposto
abbia un senso di realtà, di fantasia oppure un atto di fede.
Ci hanno addomesticato
facendoci credere per millenni che la Bibbia è un libro “rivelato”, cioè esso è
stato dettato personalmente dal dio Jahweh e ciò si vuole evincere
inequivocabilmente leggendo il libro sacro degli Ebrei, che si vuole fare
intendere che tutti i suoi dettami, precetti sono stati dettati a Mosè da lui
in persona.
Ma in questa dettatura
qualcosa stona, non vi è alcun precetto che abbia un senso logico.
Vediamo di analizzare una
serie non indifferente di storture non coerenti con la realtà in cui stavano
vivendo la tribù d’Israele.
Rammentiamo che stiamo
analizzando eventi avvenuti intorno al 16-15 secolo a. C.
Secondo la narrazione
biblica, il popolo proto-ebraico, cioè quello degli Abiru-Hyksos era
fuoriuscito dall’Egitto a seguito di una presunta schiavitù, che schiavitù non
era che sarebbe durata circa 430 anni, mentre realmente secondo l’analisi storica
dall’entrata di Giacobbe in Egitto con i suoi 12 figli fino all’uscita della
sua famiglia con Mosè, suo bis-pronipote, essendo egli della tribù di Levi, non
passano più di 130 anni dalla presentazione del suo bisnonno al Faraone e la
fuga dall’Egitto che sa di miracoloso attraversando una palude di canne.
Questa enorme massa di
gente, raccontata nei passi biblici di almeno 600.000 maschi adulti, i quali
comprendendo anche le donne ed i bambini, superavano ampiamente i due milioni
di individui e naturalmente senza prendere nella dovuta considerazione delle
provviste che essi trasportavano oltre a milioni di capi di bestiame composti
di greggi e mandrie.
Con le modalità appena
esposte, questa immensità scortata dai Cavod-Gloria dell’El-Elohim e dai suoi
Angeli-Messi-Malakim, si dirigono per migliaia di Km., nel deserto del Negev
per stanziarsi ai piedi del Monte Oreb-Sinai.
Tale luogo, ora come allora
era un sito di desolante desertificazione naturale, ove crescevano
spontaneamente solo una bassa vegetazione cespugliosa ed a tratti qualche
pianta di acacia.
La sua mancanza e/o
limitata precipitazione acquosa, permetteva la sopravvivenza solo a sporadiche
e limitati gruppi di persone, in quanto i pozzi per attingere l’acqua erano
controllati da tribù che occupavano tali risorse d’acqua, così come era
avvenuto per lo stesso suocero di Mosè, Jethro che lo aveva accolto e data in
moglie una delle sue figlie.
In tale luogo così
desolato, senza la seppur minima possibilità di coltivazione di cereali,
frutta, senza erba per i pascoli, avrebbero dovuto sopravvivere milioni di
persone e di capi di bestiame.
Ora cerchiamo di
analizzare i vari passaggi della narrativa biblica, ove questo El rispondente
al Dio protettore ebraico di nome Jahweh, chiedeva che il suo popolo protetto e
che si vantava di avere fatto uscire dall’Egitto, doveva volontariamente
offrire, e non come traspare nel libro così dettato, egli comandava di dargli.
La narrazione non aveva
nessuna corrispondenza alla realtà geografica, in cui questa tribù-popolo-nazione
stava vivendo.
Vediamo a livello
analitico gli elementi, le cose che queste divinità richiedevano agli
Israeliti.
Nell’Esodo, passo 23,16 “Poi
la festa della mietitura, quella delle primizie dei tuoi lavori agricoli che
del raccolto di fine anno.”
Esodo 24,8 “Mosè prese il
sangue dei bacilli”.
Esodo 25,3 “Ed ecco
l’offerta che prenderete: oro, argento, rame e legno d’acacia, olio per
l’illuminazione e per l’incenso composto di varie specie…17 Far un coperchio
d’oro puro … Farai due keruvin d’oro”.
Esodo 25,29 Farai i
vassoi, le ciotole, i calici, le coppe per le libagioni d’oro puro… Farai un
candelabro d’oro puro fatto tutto d’un pezzo.
Esodo 27,3 Farai i vasi
raccoglitori della cenere, le pale, i bacilli, le forchette, le palette … per
tutti questi utensili adopererai il rame … 10 “Esso avrà venti colonne con i
loro basamenti di rame, gli uncini delle colonne e con i loro fregi d’argento.”
Esodo 27,20 Tu poi
ordinerai ai figli d’Israele che ti rechino olio d’oliva puro vergine per l’illuminazione.
Esodo 29,2 “Inoltre pani
azzimi, focacce azzime intrise nell’olio, gallette azzime unte d’olio dopo la cottura:
tutto sarà confezionato con la più pura farina di frumento “… 23 Prenderai
inoltre un pane tondo, una focaccia di pane con l’olio, una galletta, tutto
nella cesta di azzime poste dinanzi all’El … 40 “Inoltre un decimo di fior di
farina intrisa in olio vergine con un quarto di hin di vino per questo primo
agnello “41 “Il secondo agnello lo offrirai nel pomeriggio accompagnandolo con
offerta farinacea”.
Dobbiamo necessariamente
prendere in esame tuti i punti sopra elencati e farli entrare in due categorie.
La prima è quella riferita
nel primo passo analizzato, cioè quello della coltivazione e mietitura di cui
all’Esodo 23.
Il cronista scrittore del
passo credo che non avesse preso nella dovuta considerazione, né il periodo
quantomeno il luogo in cui vennero dati gli ordini contenuti nella Bibbia.
I fatti risalgono e sono
riconducibili intorno al 1.400-1.500 a. c. e geograficamente si svolgono nel
deserto del Sinai, luogo che, a causa della sua eterna siccità, non ha mai
avuto una striscia di terreno coltivabile, pertanto credo che in tale luogo non
si potesse certo svolgere alcuna “festa della mietitura” e per contro non si
sarebbe potuto donare all’El i frutti e le primizie provenienti dai lavori
agricoli che in quel luogo non si sono mai effettuati.
Rimanendo sempre in tema
agricolo e relativa semina dei campi, sicuramente tali eventi dovevano essere
traslati nel tempo e in un altro luogo, sicuramente il tutto potrà essere
avvenuto circa 600-700 anni dopo nei luoghi che il popolo d’Israele avrebbe
occupato dopo le stragi dei soggetti che occupavano quelle terre.
Nei passi precedentemente
esposti vengono menzionati: “olio d’oliva”, la più pura farina di frumento,
“pani azzimi e le focacce”, tutti questi elementi presenti in modo naturale in
tutti i luoghi della terra, non sono presenti nella penisola del Sinai.
Per poter avere olio
d’oliva è necessario che nel luogo in cui si trovava la tribù d’Israele,
dovevano esserci allo stato naturale enormi quantitativi di ulivi, oserei
intere foreste di uliveti, affinché fossero passate al frantoio, oppure
spremute manualmente per soddisfare i bisogni di un popolo così numeroso.
Era necessario coltivare
miriadi di campi di frumento per ottenere dei raccolti e la più “pura farina di
frumento”, chiamata anche “fior di farina”, ma i lettori di questo libro non
trovano che vi siano contenuti una serie di irreali attestazioni?
Se non vi erano ulivi
nella penisola del Sinai, come si potevano schiacciare le olive e produrre
l’olio?
Se la tribù d’Israele non
aveva coltivato nessun campo di frumento, come avrebbe potuto avere la più pura
farina di frumento?
Ma se nella pianura del
Sinai non vi era vegetazione per mancanza d’acqua, come potevano abbeverarsi
gli animali, in particolare le mandrie di vacche-buoi-tori per offrire nei vari
sacrifici, dove andavano queste bestie a pascolare ed abbeverarsi per poi
essere offerte in olocausto a Jahweh?
Vediamo di analizzare la
parte industriale di questo popolo in riferimento alle opere di fusione e di
costruzione dei vari manufatti contemplati nella narrativa biblica.
I materiali richiesti da
Jahweh, sono la tessitura di certi indumenti, e fin qui nulla da eccepire, in
quanto sui filati, le specialiste femminili in tutto il mondo sono state
eccelse nell’assemblare tessuti, cucire e colorare stoffe e pelli.
Un’altra cosa era
l’estrazione, la preparazione e la fusione dei metalli.
Ora che tutto viene fatto
e manipolato a livello industriale si è persa la memoria di come realmente
venissero prodotti certi manufatti, quindi cerchiamo di comprendere come gli
Israeliti possano avere effettuato l’Arca dell’Alleanza e tutte le altre
suppellettili, in oro e in argento.
Sappiamo con certezza, in
quanto nella Bibbia si parla della “donazione” fraudolenta degli oggetti d’oro
e d’argento “rubati” agli Egiziani. Per l’altro elemento ed esattamente il
rame, la sua estrazione si fa un po’ più complessa, sempre rammentando che la
tribù d’Israele era nel comprensorio del Sinai da circa 2 anni, si dà per
scontato che questa tribù non si fosse portata dietro qualche tonnellata di
rame nel suo peregrinare dall’Egitto e sappiamo per certo che nelle montagne
del Sinai vi sono delle miniere per l’estrazione del rame e turchese, attive
sino dalla IV Dinastia, ed ancora si estraeva il rame dal duemila al mille a.
C., in quanto vi sono tracce di lavori sino alla XXI Dinastia, perciò attive
sino all’anno 1.000 a. C., ma di esclusiva pertinenza dei Faraoni Egiziani.
Nella penisola del Sinai
meridionale ed esattamente in località Serabit-Al-Khadim sino dai tempi predinastici
gli Egiziani alla ricerca di minerali trovarono in questo luogo dei giacimenti
di turchese e rame.
Nel 1.905 un archeologo
inglese, certo Flinders Petrie, scoprì nel sito prima citato, ad un’altezza di
circa 900 mt. di altitudine, una miniera dedicata alla dea Hathor, nella quale
si trovarono dei filoni di rame e turchese.
In tale luogo fu
costruito un Tempio con blocchi finemente intagliati, dedicato alla dea da
parte del Faraone della IV Dinastia Senefru, poi successivamente durante la XII
Dinastia, il Faraone Amenemhet III, diede un grande impulso all’estrazione sia
del rame che del turchese, dedicando sempre alla dea Hathor, una serie di steli
con iscrizioni geroglifiche e diversi dipinti, questo luogo molto suggestivo
era in piena attività proprio nel periodo in cui a pochi chilometri si trovava
l’insediamento di Mosè e della tribù d’Israele.
Questa miniera, parte a
cielo aperto e parte che si estendeva con gallerie nel ventre della montagna.
La Bibbia sembra farci
capire che in quei luoghi dove dimorarono per quarant’anni la tribù d’Israele
fosse un luogo poco frequentato, in realtà non era così, nel periodo oscillante
tra la XII e la XIX Dinastia, quindi proprio nel periodo di cui si sta
parlando, in tali centri minerari nei periodi tra Novembre ed Aprile, quando si
potevano effettuare le estrazioni minerarie, tali luoghi erano molto
frequentati, arrivando ad essere impiegati anche migliaia di minatori e
altrettanti per il controllo dei lavoratori ed il trasporto del rame che
avveniva sia per mare che terrestre.
Non bisogna pertanto
stupirsi che le zone ove stazionarono gli Israeliti, fossero luoghi percorsi da
carovane di persone che trasportavano il rame e il turchese in Egitto.
Diventa pertanto normale
che i manufatti richiesti in oro, argento, rame fossero stati lavorati in
questi siti adibiti all’estrazione dei relativi metalli.
Vi sono ancora due
ulteriori elementi da mettere in risalto. l’El-Neteru-Hathor prima menzionata,
veniva chiamata anche Ba-Alat, che è sinonimo di Signora al femminile, mentre
Jahweh veniva chiamato Ba-Al al maschile cioè Signore.
Trovo opportuno fare
queste precisazioni, in quanto fra pochi passi ritorneremo su questa divinità,
perché essa verrà menzionata nuovamente da Aronne fra qualche passo.
Per ultimo trovo giusto
spendere ancora due parole su dei ritrovamenti archeologici fatti da Flinders
Petrie, che scoprì dei geroglifici particolari di una scrittura che si era
evoluta in quel luogo e che lui denominò “proto sinaitica” e fu attribuita alla
gente che dimorò in tale luogo nel periodo oscillante tra il 15-14 secolo a. c.
del quale, sempre secondo lo scopritore si sarebbe sviluppata la scrittura
alfabetica denominata “proto-cananea” o anche l’antenata dell’attuale scrittura
Fenicia-Greca.
Capitolo
ventiduesimo
Esodo 30 e seg. ti
Farai un altare costruito
con legno d’acacia per ardere l’incenso. Un cubito avrà di lunghezza e altrettanto
di larghezza, sarà quadrato con l’altezza di due cubiti, i suoi corni faranno
corpo con esso.
Lo rivestirai d’oro puro,
cioè il piano superiore, le pareti tutt’intorno i suoi corni e lo guarnirai di
una cornice d’oro attorno. Due anelli d’oro si applicheranno al di sotto della
cornice alle due pareti di ambo le parti per farvi passare le sbarre per il
trasporto.
Farai le sbarre di legno
d’acacia e le ricoprirai d’oro.
Collocherai questo altare
dinanzi alla tenda che è presso l’Arca della Testimonianza in faccia a
coperchio che è sopra l’Arca stessa in quel luogo in cui io ti darò convegno.
Su questo altare Aronne
farà ardere l’incenso aromatico.
Ogni mattina quando
acconcerà le lampade lo farà ardere. Così pure la sera quando Aronne accenderà
i lumi. E questo incenso continuo che si farà dinanzi all’El per tutte le
vostre generazioni.
Non offrirete mai sopra
di esso profumo profano né alcun olocausto, né offerte farinacee, né vi farete
alcuna libagione. Aronne ne purificherà i corni una volta l’anno mediante il
sangue del sacrificio espiatorio detto Chattah, una sola volta l’anno si farà
solo tale espiazione per l’altare, di generazione in generazione.
Questo altare sarà cosa
santissima in onore dell’El.
KITHISSÀ
E parlò L’El a Mosè
dicendo così: “Quando farai il censimento dei figli d’Israele, cioè di quelli
che sono da passare in rassegna, ciascuno di loro pagherà l’El il riscatto
della propria persona quando ne verrà fatta l’enunciazione, e così si eviterà
che siano colpiti da qualche piaga quando verranno enumerati
Questo dovranno dare
tutti quelli compresi nell’enumerazione: un mezzo siclo calcolando il siclo
sacro che è di venti gherà. Mezzo siclo sarà il contributo da pagare all’El.”.
Chiunque farà parte delle
persone censite dall’età di vent’anni in poi, darà il contributo all’El. Il
ricco non offrirà di più, né il povero darà di meno di mezzo siclo, per pagare
il contributo dell’El quale riscatto delle vostre persone.
Riceverai dai figli di
Israele la somma di questo riscatto e l’impiegherai a servizio della tenda
della radunanza, ciò sarà per i figli d’Israele per loro ricordo dinanzi all’El
quale espiazione delle loro persone.
L’El parlò a Mosè dicendo
così: “Farai una conca di rame e il suo piedistallo pure di rame per le
abluzioni e la collocherai fra la tenda della Radunanza e l’altare e vi
metterai dell’acqua. Aronne e i suoi figli si laveranno qui le mani e i piedi.
Quando entreranno nella
tenda del Convegno dovranno lavarsi in quest’acqua così non morranno.
Nello stesso modo quando
si accosteranno al l’altare per officiare, per ardere qualche sacrificio in
onore all’El. Si laveranno mani e piedi per non incorrere nella pena di morte. Ciò
sarà per loro regola costante per lui e la sua posterità in tutte le loro
generazioni.”
L’El parlò a Mosè dicendo
così: “Prenditi degli aromi scelti, mirra vergine del peso di 500 sicli,
cinnamomo odoroso del peso di 250 sicli, calamo aromatico pure per peso di 250
sicli. Inoltre cassia del peso di 500 sicli, secondo il siclo sacro. Olio di
oliva un hin.
Ne farai un olio di
unzione sacro, un profumo composto di mistura aromatica secondo l’arte dei
profumieri, questo sarà l’olio dell’unzione sacra. Ne ungerai la tenda della
Radunanza e l’Arca della Testimonianza, la tavola con tutti i suoi arnesi, il
candelabro con i suoi utensili e l’altare dei profumi.
L’altare degli olocausti con
tutti i suoi accessori, la conca con il suo piedistallo.
Tu li consacrerai e così
diverranno cose santissime, tutto quanto li tocchi sarà sacro.”
Ungerai Aronne e i suoi
figli e li consacrerai al mio ministero sacerdotale. E ai figli d’Israele
parlerai dicendo così: “Questo sarà per me l’olio di unzione sacra per le
vostre generazioni. Non dovrà essere sparso sul corpo di un uomo comune, né voi
vi fabbricherete qualcosa di simile delle stesse composizioni, cosa sacra esso
è, tale sarà considerata da voi. Colui che componesse qualcosa di simile o che
ungesse un profano andrebbe estinto in mezzo ai suoi popoli”.
E disse l’El a Mosè: “Prenditi
degli aromi, resina, unghie odorante, galbano, altri aromi, incenso puro, tutto
a dosi uguali. Ne comporrai un profumo manipolato secondo l’arte dei
profumieri, salato, sarà cosa pura e sacra. Lo ridurrai in polvere finissima
dinanzi alla Testimonianza, nella tenda della Radunanza dove io mi incontrerò
con te, ciò sarà per voi cosa santissima.
Questo profumo che sarà
fabbricato, voi non ne potrete fare uso nella stessa composizione, ciò sarà per
te cosa sacra, riservata all’El.
Chiunque facesse qualcosa
di simile per aspirarne l’odore andrà estinto di mezzo ai suoi popoli”.
In questi due passi, oltre
che denotare gli ordini di Jahweh riferiti alle modalità di accendere gli aromi
e i profumi, appare all’orizzonte una modalità tipicamente amministrativa della
conta della forza lavoro, di quella tassuale e quella militare, determinata
dalla richiesta di un censimento.
Scartando l’ipotesi
finanziaria, perché in quel momento storico non avrebbe avuto senso in quanto
Israele non aveva un assetto politico-economico per cui avrebbe potuto battere
moneta, non aveva alcun senso logico richiedere del denaro nella misura di
mezzo siclo.
Avrebbe invece avuto un
senso logico contare quante braccia atte alla guerra e quindi impugnare la
spada e l’arco, ma ciò che è un controsenso illogico era quello riferito alla
richiesta da parte di Mosè ed Aronne di una controprestazione monetaria per il
riscatto di se stessi.
Ma non è solo il contributo
che occorreva dare a Jahweh, ciò che diventava strano era il ricatto lanciato
da Mosè, ma ricondotto all’El che chi non avesse ottemperato al pagamento
avrebbe corso il rischio di essere colpito da una “piaga”.
La predetta richiesta non
era riconducibile alla loro divinità protettrice, in quanto non si parlava né
di oro oppure d’argento, ma serviva sicuramente ad Aronne per poter acquistare
i vari aromi per la loro unzione profumata, ma a questo punto la domanda è
d’obbligo, come facevano gli israeliti, quindi Mosè ed Aronne a procacciarsi
gli aromi, oli e profumi? Da chi acquistavano i predetti prodotti?
Nel loro cammino vi erano
commercianti nomadi che vendevano ed intrattenevano rapporti commerciali con la
tribù d’Israele, pertanto questo popolo non era così isolato come si è voluto
far credere nella narrativa biblica.
Capitolo
ventitreesimo
Esodo 31 e segg. ti
L’El parlò a Mosè dicendo
così:” Vedi che io scelgo Betsael, figlio di Uri, figlio di Chur della tribù di
Giuda. L’ho ricolmato d’ispirazione divina per abilità, intuizione,
assennatezza, per ogni sorta di lavoro, per far progetti d’invenzione, per
lavorare oro, argento e rame, per incidere pietre da incastonare, per
intagliare sul legno ed eseguire ogni tipo di lavoro. Ecco io aggrego a lui
Aholiav, figlio di Achisamach della tribù di Dan e anche altri uomini d’ingegno
che ho dotato di abilità, essi eseguiranno tutto quanto io ti ho prescritto.”
La tenda della Radunanza,
il Tabernacolo della Testimonianza, il coperchio che sta sopra a tutti gli
annessi della tenda, la tavola con i suoi accessori, il candelabro d’oro puro
con tutti gli utensili, l’altare del profumo.
L’altare dell’olocausto
con tutti gli annessi, la conca e il piedistallo. Vesti particolari e
vestimenti sacri per Aronne il sacerdote e quelli che i suoi figli dovranno
indossare per il loro ministero.
L’olio dell’unzione,
l’incenso aromatico per il Santuario, essi si confermeranno in tutto ciò che io
ti ho ordinato.
L’El parlò a Mosè dicendo
così: “Parla ai figli d’Israele in questi termini: Badate bene di osservare i
miei sabati, perché il sabato è un segno fra me e voi di generazione in
generazione affinché voi sappiate che sono io l’El che vi santificò. Osserverete
dunque il Sabato poiché è cosa santa per voi, chi lo violerà sarà punito di
morte, poiché chiunque faccia un lavoro in questo giorno verrà estinta quella
persona in mezzo ai suoi popoli. Per sei giorni si farà ogni lavoro, ma il
settimo giorno sarà di completo riposo consacrato all’El. Chiunque faccia un
lavoro di questo giorno di riposo sarà passibile di morte.
I figli d’Israele dunque
osserveranno il sabato, celebrandolo di generazione in generazione come Patto
eterno. Fra me e i figli d’Israele è un segno perpetuo attestante che in sei
giorni l’El fece il cielo e la terra e che il settimo giorno cessò e si riposò.
Ora l’El dette a Mosè
quando ebbe terminato di intrattenersi con lui nel monte Sinai, le due tavole
della Testimonianza, tavole di pietra vergate per opera dell’El.
Esodo 32 e segg. ti
Il popolo vedendo che
Mosè ritardava a discendere dal monte, si radunò intorno ad Aronne e gli
dissero: “Orsù facci un dio che marci alla nostra testa perché di questo Mosè,
colui che ci fece uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa ne è
avvenuto”.
Aronne rispose loro:
“Staccate i pendenti d’oro che sono agli orecchi delle vostre donne, dei vostri
figli e delle vostre figlie e portatemeli”.
Tutto il popolo si
spogliò dei pendenti che aveva agli orecchi e li portarono ad Aronne.
Ricevuto quest’oro dalle
loro mani, lo avviluppò in uno stampo facendone un vitello di metallo fuso, ed
essi dissero “Questo è il tuo dio o Israele che ti fece uscire dalla terra
d’Egitto”.
Ciò vedendo Aronne eresse
un altare dinanzi al vitello e gridò: “Domani è festa solenne in onore dell’El”.
La mattina seguente per
tempo offrirono olocausti e recarono “scelamin” dopodiché il popolo si mise a
mangiare e bere e si dettero ai divertimenti.
L’El disse allora a Mosè: “Và, discendi poiché
si è corrotto il tuo popolo che hai tratto dall’Egitto. Si sono subito
allontanati dalla via che io avevo loro comandato, si sono costruiti un vitello
di metallo fuso, si prostrarono davanti a lui, gli offrirono sacrifici e
dissero: Questo è il tuo dio o Israele che ti ha tratto dalla terra d’Egitto”.
L’El soggiunse a Mosè:
“Ho constatato che questo popolo è di dura cervice. Or dunque lascia che la mia
ira si accenda contro di loro e che io li distrugga, mentre farò di te una
grande nazione”.
Allora Mosè supplicò l’El
suo Jahweh dicendo: “Perché si accederebbe la tua ira contro il tuo popolo che
tu facesti uscire dalla terra d’Egitto con si grande potenza e con mano forte? Perché
dovrebbero dire gli Egiziani: È per fare loro del male che li hai fatti uscire
dall’Egitto, per farli finire tra le montagne e annientarli dalla superficie della
terra? Trattieni dunque l’acceso tuo sdegno e revoca la condanna minacciata al
tuo popolo”.
“Ricordati di Abramo,
Isacco, Israele tra i tuoi servi ai quali tu augurasti per te stesso dicendo
loro: “Io renderò la vostra discendenza numerosa come le stelle del cielo e
tutto questo paese che ho promesso di darlo alla vostra posterità, essi lo
possederanno in perpetuo”.
L’El revocò la condanna
che aveva minacciato d’infliggere al popolo.
Mosè si dispose a
discendere dal monte, recando in mano le due tavole della Testimonianza, tavole
scritte dai due lati, sull’una e sull’altra faccia erano scritte.
Queste tavole erano opera
divina e i caratteri incisi sulle tavole erano caratteri divini. Giosuè,
sentendo il clamore del popolo schiamazzante intorno all’idolo, disse a Mosè:
“Grido di guerra io sento nell’accampamento”.
Mosè rispose: “Non è
questo un grido di canto di vittoria, né grido annunziante disfatta, ciò che io
sento sono voci di canto”. Ora, quando Mosè si avvicinò all’accampamento e vide
il vitello e le danze, si accese il suo sdegno, gettò dalle sue mani le tavole,
mandandole in pezzi ai piedi del monte. Poi prese il vitello che avevano
fabbricato, né bruciò la parte in legno, macinò la parte d’oro in modo da
ridurlo in polvere, la sparse nell’acqua del torrente che scendeva dal monte e
la fece bere ai figli d’Israele.
Poi Mosè disse ad Aronne:
“Che cosa ti ha fatto questo popolo che tu l’hai indotto ad una così grave
colpa?”
Aronne rispose: “Non si
accenda l’ira del mio El, tu stesso conosci come questo popolo sia incline al
male. Ora essi mi hanno detto: fabbricaci un dio che ci sia di guida, poiché di
Mosè, l’uomo che ci fece uscire dalla terra d’Egitto non sappiamo più che cosa
ne sia avvenuto”. Allora io risposi: “Chi ha dell’oro se ne spogli”. E me lo
consegnarono, l’ho gettato nel fuoco e ne è sortito fuori questo vitello.
Mosè constatò che il
popolo era senza freno avendo Aronne supportato tale condizione, si che esso
veniva esposto al disprezzo dei suoi nemici. Mosè allora si fermò sulla porta
dell’accampamento gridando: “Chi si è mantenuto fedele all’El venga presso di
me”.
E tutti i figli di Levi
si aggrupparono attorno a lui.
Egli disse loro: “Così ha
parlato l’El Jahweh d’Israele: “Ognuno di voi cinga la propria spada, passate e
ripassate attraverso l’accampamento di porta in porta e uccidete i peccatori,
si tratti anche del proprio fratello, del proprio amico o del proprio parente”.
I figli di Levi
eseguirono l’ordine di Mosè e caddero in quel giorno in mezzo al popolo circa
tremila uomini. E allora Mosè disse ai Leviti; “Consacratevi da quest’oggi
all’El, perché ciascuno di voi se ne reso degno, con la punizione inflitta
anche al proprio figlio o fratello e tale attaccamento all’El merita oggi la
benedizione divina.”
Il giorno dopo Mosè disse
al popolo: “Voi avete commesso un grave peccato, or dunque io salirò all’El
nella speranza che io possa espiare la vostra colpa”.
Mosè ritornò presso l’El
e disse: “Deh, o El, questo popolo è colpevole di grave peccato, si fabbricarono
una divinità d’oro, or dunque perdona la loro colpa o altrimenti cancellami dal
libro che tu hai scritto”.
L’El rispose a Mosè: “Colui
che ha peccato contro di me, quello cancellerò dal libro. Or dunque conduci
questo popolo ove io ho detto: ecco il mio inviato ti precederà. Poi quando
verrà il momento. Io chiederò conto ai colpevoli anche di questo peccato”.
L’El colpì il popolo
quale autore del vitello che Aronne aveva fatto.
In questi ultimi passi si
comprende subito che Mosè è andato a rapporto con l’El per ricevere gli ordini
su cosa e da chi sarebbero stati costruiti i manufatti che sarebbero serviti
per asservire totalmente nelle sue richieste la divinità nei suoi bisogni
primari e nel contempo sottostare alle richieste-offerte pretese dall’El.
Questa divinità si
contraddistingue per la prima volta nella storia e nella realtà lavorativa di
un intero popolo.
Veniva sancito per legge
che il popolo lavorasse ed ottemperasse ai bisogni propri per sei giorni, ma il
settimo giorno occorreva riposare.
Questa novità diventò una
delle più grandi conquiste sindacali di tutti i tempi, mai nessun umano avrebbe
potuto ottenere di meglio nel 15 ° secolo a. C., con una sanzione degna di chi
aveva emanato l’editto “chi non avesse ottemperato alla norma “sarebbe stato
messo a morte.
Dopo che Jahweh ebbe
consegnato le tavole della legge, congedò Mosè che si approssimò a scendere dal
monte per portarsi verso il suo popolo.
Nel contempo, essendo
Mosè mancato per intrattenersi con il suo El da circa 40 giorni, il popolo
d’Israele pensò bene di dedicarsi ad un’altra divinità, con Aronne che fuse un
idolo in oro.
Ma chi era Aronne?
Vediamo di analizzare questo personaggio che abbiamo visto affiancare Mosè
quando si recava dal Faraone.
Aronne appare per la
prima volta nella Bibbia quando si afferma che Mosè era affetto da balbuzie,
pertanto gli esegeti biblici, si accorsero che per dialogare con un sovrano
come il Faraone occorreva un soggetto che potesse dialogare con una certa
scioltezza, pertanto i narratori dissero che l’El Jahweh sapendo che Mosè aveva
un fratello più vecchio di qualche anno, decisero di affiancarglielo e glielo
fecero incontrare in un’oasi prima dell’arrivo di entrambi in Egitto.
Sappiamo quindi, che egli
secondo i biblisti fu prescelto dalla divinità per parlare in pubblico al posto
di Mosè, anche se di lui si parla raramente.
Aronne parlò con il
Faraone ed ebbe il grandissimo onore insieme a Mosè e i 70 saggi di Israele di
salire sul monte Sinai e vedere personalmente Jahweh.
Mentre la divinità dialogava
con Mosè della concessione dei poteri in capo ad Aronne quale Sommo Sacerdote,
cioè governatore del popolo d’Israele e di Osea-Giosuè quale Generale del
potere armato, accadde che il futuro sacerdote tradisse il suo capo ancora
prima di essere insignito dei poteri derivati dalla sua futura carica
sacerdotale.
Ma cos’è avvenuto
realmente mentre il popolo attendeva la discesa dal monte Sinai di Mosè? Dopo
quaranta giorni costui si attardava, la gente iniziò a rumoreggiare pensando di
avere perso il capo ed il suo protettore divino, pertanto si portò verso Aronne
chiedendogli di fargli un idolo per poterlo invocare e richiedere la relativa
protezione divina.
Questo passo è foriero di
una novità, una celata ammissione che esistevano altri Elohim e per di più di
sesso femminile, ma per non farlo denotare che cosa si inventano i biblisti? “Un
vitello d’oro”.
Abbiamo antecedentemente
parlato che nella “Adunanza degli Dei”, chiamata anche Adunanza dei Giudici,
nella Bibbia, Elyon in persona, cioè il capo supremo degli Elohim-Neteru-Annuna,
assegnò ad ogni El dei territori ben precisi.
Il luogo, la terra, il
posto dove si trovava ora la tribù Abiru d’Israele era stato assegnato alla Dea
Baalat-Hathor che era ritenuta in Egitto la Dea dell’amore, della gioia e della
maternità oltre che della bellezza, fu per la storia Egiziana una delle
divinità più importanti e venerate, era comunemente raffigurata come una vacca
con il disco solare tra le corna, provvista di un Ureo che spuntava dal sole.
Essa era anche la
protettrice delle miniere, nel corso dei millenni della storia egiziana era
considerata contemporaneamente madre, sposa e figlia di Ra-Amon, madre di
Horus.
Essa come dea madre dava
la luce a Ra cioè il sole ogni mattina, durante il giorno si congiungeva con
Ra, il sole e la notte diventando le tenebre, era la dea del Duat cioè
dell’aldilà.
Dovremmo per il futuro
abituarci, nell’esposizione biblica di una forma non indifferente di
esaltazione maschile a detrazione del sesso femminile in tutte le varie
manifestazioni narrate.
Diventa pertanto naturale che la dea Hathor
non venisse mai decantata nella sua manifestazione di vacca, ma la deità
diventa maschile quindi è un’immagine proposta come “vitello”, per sminuirne
l’importanza verso la divinità di Jahweh.
Ma perché si parla di
questa Dea? Diventa opportuno rammentare che il territorio dove la tribù
d’Israele sta bivaccando si trova a pochissimi chilometri da dove si trovano le
miniere che secondo il cronista biblico erano dedicate alla dea del Turchese
Hathor e dal luogo dove si estraeva il rame e l’oro.
La dea Hathor si trovava
nel suo territorio con migliaia di minatori che scavavano nelle varie miniere
di proprietà egiziana, qui l’unico intruso era Jahweh che non si trovava nel
posto giusto. In quest’ultimo passo viene messo in evidenza che il popolo
uscito dall’Egitto non era composto da una sola tribù, come si vuol far credere,
erano si degli Abiru, dei pastori nomadi, ma non tutti appartenevano alla
famiglia d’Israele, si comprende che questa moltitudine di persone, per niente
coese, adoravano altre divinità, in quanto non tutti si erano trasferiti in
Egitto, provenienti da Canaan, ma provenivano dalle terre abitate dai popoli
Amorrei, Hittita, Mitanni.
Si denota ciò quando Mosè
fa la chiamata del suo popolo, solo gli appartenenti alla famiglia di Levi
risponde, ma dove sono le altre undici tribù d’Israele quando devono passare a
fil di spada i tremila uomini.
Mi piacerebbe comprendere
se il narratore biblico nel momento in cui scrive sulla modalità in cui viene
dall’oro donato dalle donne israelite, viene effettuato lo stampo dell’idolo,
perché credo che chi ha rimaneggiato la Bibbia, non aveva neppure la minima
idea di come si fonde l’oro e si fanno le statue, ma ciò che rasenta il
ridicolo e l’ilarità è che Mosè successivamente avrebbe prima dato fuoco alla
parte in legno.
Ma poi dovrebbero
spiegare al mondo come lo stesso patriarca biblico “macinò” l’oro sino a
ridurlo in polvere e dopo averla sparsa in un torrente (perché nel Sinai è
pieno di torrenti), lo fece bere ai figli d’Israele.
In certi passi la Bibbia
non sembra un libro che parla di una divinità, ma un libro di narrativa
surreale.
Dicevamo prima che il
seguito di Mosè era fatto di un suo corpo di guardia personale composto
prevalentemente di egiziani, dopo aver letto questo passo dove si parla della
costruzione di un idolo raffigurante la dea Hathor, il pensiero corre subito
alle guardie del corpo del patriarca Mosè, ma poi occorre tralasciare di
seguire quel tipo di pensiero, in quanto non credo che essi si fossero fatti
trucidare in una quantità così grande da apparire un esercito, essendo loro
stessi guerrieri avvezzi alle battaglie e che nella famiglia dei Leviti non vi
sia stata neppure un caduto.
Vi è pertanto
un’ulteriore ipotesi, le persone trucidate da Leviti non appartenevano alla
famiglia d’Israele ed erano sicuramente dei pastori nomadi oppure degli schiavi
egiziani che si erano aggregati per uscire dall’Egitto, ma certamente non
avevano una grande fiducia in Jahweh.
Un’ulteriore
considerazione da esplicare, riguarda il rapporto che intercorreva fra la
divinità e Mosè.
Era un rapporto
paritario, con uno sbilanciamento in leggero favore di Mosè, infatti
quest’ultimo dice apertamente “Deh o El questo popolo ha errato nel fabbricare
una divinità d’oro, comunque perdonali altrimenti in difetto di una tua
clemenza ti cancellerò dal mio libro”, in altre parole, se tu non ritiri la
condanna a morte dell’intera mia tribù, cancelliamo il patto che noi abbiamo
appena preso.
Jahweh a questo punto
disse a Mosè che avrebbe cancellato dal patto solo quelle persone che avevano
commesso il peccato di rivolgersi ad un altro El-divinità.
A questo punto Jahweh
dice a Mosè che è arrivato il momento di condurre l’intero popolo d’Israele
verso i luoghi che aveva promesso prima della fuoriuscita dall’Egitto e che per
poter attuare il piano concordato avrebbe mandato presso Mosè un suo Malak-Messo
che li avrebbe preceduti, precisando che comunque ci sarebbe stato il momento
in cui la divinità gli avrebbe chiesto conto dei colpevoli di lesa maestà.
Poi nella chiusura di
questo passo, improvvisamente vi è un cambio di passo e si attesta che “poi
quando verrà il momento Io chiederò conto ai colpevoli anche di questo
peccato”.
L’El colpì il popolo
quale autore del vitello che Aronne aveva fatto.
Qui alla chiusura del
sipario, si stravolge tutto ciò che è stato detto antecedentemente, furono i
guerrieri Leviti ad uccidere i tremila uomini che richiesero ad Aronne la
fabbricazione del vitello-mucca Hathor oppure fu personalmente Jahweh ad
ucciderli?
La risposta ha una
valenza diversa, in quanto, se come si dice in un primo momento che la famiglia
Levi in persona del suo esponente Mosè, bisnipote del patriarca a dare l’ordine
di trucidarli, risalirebbe il tutto ad una faida tra famiglie per impossessarsi
del potere.
Mentre se la strage venne
effettuata da Jahweh in persona, l’evento assume una diversa connotazione.
Perché mai una divinità
che assume l’aspetto e l’atteggiamento misericordioso che nella Bibbia vogliono
veicolare, dovrebbe uccidere migliaia di persone, solo perché preferiscono un
dio ad un altro?
Tale tesi è
insostenibile, la divinità creatrice non ci ha messo al mondo con il libero
arbitrio di scegliere le cose che ci portino alla libertà, vedremo nel
prosieguo se questa divinità appartiene alla deità che hanno voluto farci
credere che egli sia.
Capitolo
ventiquattresimo
Esodo 33 e segg. ti
L’El disse a Mosè: “Va,
parti da qui con il popolo che hai condotto fuori dall’Egitto, verso il paese
che io ho promesso con giuramento ad Abramo, Isacco e Giacobbe, con le parole:
io lo donerò alla vostra discendenza. Invierò dinanzi a te un Malak-Messo-Angelo
e caccerò il Cananeo, l’Emorreo, il Chitteo, il Perizeo, il Chivveo e lo
Jevuseo.”
“Questo Malak-Messo-Angelo
vi condurrà in un paese stillante latte e miele, ma io non voglio accompagnarvi
con la mia presenza, poiché sei un popolo di dura cervice e che quindi potrei annientarti
durante il viaggio prima di giungere alla meta”.
Il popolo presa
conoscenza di tale funesta parola, fece cordoglio, né alcun indossò più i
propri ornamenti.
E l’El disse a Mosè: “Di
ai figli d’Israele: Voi siete il popolo della dura cervice, incline al peccato,
potrebbe darsi quindi che commettendo voi colpe, se vi accompagnassi in un solo
istante vi annienterei.”
“Dunque deponi i tuoi
ornamenti e io vedrò che cosa dovrò fare a tuo riguardo”.
E i figli d’Israele si
spogliarono degli ornamenti che avevano indossato nel monte Chorev.
Poi Mosè presa la sua
tenda della Radunanza cosicché chiunque doveva consultare l’El doveva recarsi
alla tenda della Radunanza situata fuori dall’accampamento.
Ogni volta dunque che
Mosè si ritirava verso la tenda, tutto il popolo si alzava in piedi fermandosi
alla soglia della propria tenda e seguiva Mosè nella tenda, la colonna di nube
discendeva arrestandosi all’entrata della tenda e l’El si intratteneva con
Mosè.
Tutto il popolo poi,
scorgendo la colonna di nube che si arrestava alla porta della tenda, si alzava
e si prostrava ciascuno dinanzi alla propria tenda.
E l’El parlava a Mosè
faccia a faccia come parla ognuno con il suo simile, poi Mosè tornava
all’accampamento e Giosuè, figlio di Nun suo servitore della giovinezza, non si
muova dall’interno della tenda.
Mosè disse all’El: “Ecco
tu mi dici di avanzare questo popolo senza farmi conoscere colui che invierai
in mio aiuto.
Tuttavia tu mi hai detto:”
Io ti ho distinto particolarmente e certo trovasti grazia ai miei occhi.
Ebbene, di grazia, se io trovai favore ai tuoi occhi, degnati di farmi
conoscere le tue vie affinché ti conosca e possa meritare ancora la tua
benevolenza. Considera infine che questa nazione è il tuo popolo”.
L’El gli disse: “Io
stesso vi guiderò e a te darò tranquillità”.
Mosè rispose: “Se non ci
guidi tu stesso, piuttosto non farci partire di qui. In quale altro modo dunque
si potrebbe riconoscere che io ho trovato grazia ai tuoi occhi insieme al tuo
popolo? Ciò avverrà soltanto se tu ci accompagnerai nel cammino e in tal modo
io e il tuo popolo saranno distinti da tutte le nazioni della terra”.
E l’El disse a Mosè:
“Anche quest’ultima tua richiesta io esaudirò, poiché trovasti favore in mia
presenza e ti ho particolarmente distinto”.
Allora Mosè riprese: “Fammi
vedere il tuo cavod-la tua Gloria”.
L’El rispose “Farò
passare dinanzi a te tutta la mia bontà-cavod, proclamerò dinanzi a te il nome
dell’El e accorderò grazia a chi vorrò accordarla ed eserciterò misericordia su
chi vorrò esercitarla”.
E soggiunse: “Non potrai
vedere la mia faccia perché nessun uomo può vedermi mentre è in vita”.
E poi l’El aggiunse: “C’è
un luogo presso di me, resta là sopra la roccia. Poi quando passerà il mio
cavod-la mia Gloria ti nasconderò nella cavità della roccia, ti ricoprirò con
la mia mano finché io sia passato. Poi ritirerò la mia mano e tu vedrai per
dietro, ma la mia faccia è invisibile”.
In questo passo l’El
Jahweh, denota che il popolo d’Israele se lasciato senza guida, si sarebbe
inevitabilmente gettato nelle braccia di un’altra divinità. Pertanto senza
indugiare oltre dice a Mosè che è arrivato il momento di cambiare il luogo che
da qualche tempo erano diventati stanziali. Per la prima volta, l’intimazione
verso Mosè è diversa, non è come il suo solito.
L’El non dice a Mosè va’ …
parti da qui con il mio popolo che ho fatto uscire dall’Egitto, ma proferisce
la frase “Parti da qui con il popolo che hai condotto fuori dall’Egitto”,
sembra che i rapporti qui stiano mutando, il popolo è sempre lo stesso, è di
esclusiva proprietà dell’El, ma la conduzione è mutata, esso non è stato
condotto fuori dal territorio da Jahweh, ma è stato effettuato “giustamente”
dal personaggio Mosè, il rapporto interno di stima, ammirazione, comando
improvvisamente viene traslato in capo a Mosè.
Vi è però una sottile
mistificazione, Jahweh dice al patriarca “Vai verso il paese che io ti ho
promesso con giuramento ad Abramo, Isacco e Giacobbe. Io lo donerò alla vostra
discendenza”.
Questa non è
“corrispondenza” dei fatti, mette in continua discussione tutti i passi della
Bibbia in continuazione e si comprende di continui rimaneggiamenti della
narrativa, tentando “confusione”, mettendo passi non veritieri, facendo credere
l’unicità della divinità, infatti antecedentemente si sottolinea varie volte che
fu El Chadday ad apparire ad Abramo, Isacco e Giacobbe e fu la stessa divinità
a dire a Giacobbe di erigere un tumulo di pietra “A quel dio che apparve e che combatté
con Giacobbe, il quale disse che da quel momento lui sarebbe stato chiamato Jsh-Ra-El,
in quanto combatté con un Elohim e rimase in vita”, orbene questo El era Jahweh
che apparve per la prima volta, con l’intenzione voluta dal narratore biblico,
di fonderlo con El Chadday-Jahweh, pertanto non è giusto che ogni tanto si
voglia rammentare al lettore che le due divinità siano la stessa cosa con
artifici letterali che non hanno corrispondenza reale e arrecano alla Bibbia un
alone di menzogna.
Ogni riga è una
mistificazione che induce volutamente il lettore a leggere delle verità non
esatte “invierò dinanzi un messo”, in realtà, nello scritto originale, la
parola usata non è “messo”, ma “Malak”, cioè sempre un’Elohim, ma di grado
inferiore e subordinato all’El suo comandante, e, non potrebbe essere
diversamente, come fa dio ad avere dei subordinati?
Quindi che cosa fanno al
momento del bisogno narrativo gli esegeti biblici, essendo al di sotto della
divinità, diventa Messo oppure Angelo e pertanto gli mettono le ali per volare,
anche se poi il volo era fatto con delle macchine che si libravano in aria.
Il dialogo tra Mosè e
Jahweh si fa scontro e vengono proferite parole che denotano la fermezza delle
rispettive posizioni.
Jahweh dice di non voler
più accompagnare il popolo d’Israele in quanto mortalmente offeso dagli
atteggiamenti tenuti nell’aver costruito un idolo alla dea Hathor, pertanto
dice a Mosè che lui nella sua ira potrebbe distruggere l’intera tribù o i suoi
accompagnatori Egiziani.
D’altro canto la
posizione di Mosè si fa intransigente e dica chiaramente a Jahweh che lui
pretende che sia la divinità personalmente a scortarli e accompagnarli nelle
future campagne guerresche e per tale motivo chiede al suo protettore di
mostrargli quali sono gli armamenti di cui dispone per intraprendere le future
battaglie e le conquiste che Jahweh vuole iniziare contro i popoli che sono
stanziati nei territori che la stessa deità vorrebbe acquisire.
Mosè pianta la tenda
della Radunanza che contiene l’Arca dell’Alleanza, il braciere, l’ara
sacrificale e Jahweh con il suo cavod, cioè la Gloria del Signore, scende
continuamente a rapporto con il patriarca e si accordano sulle modalità con cui
la divinità avrebbe mostrato le armi con cui il popolo d’Israele avrebbe sotto
il suo comando iniziato la conquista delle terre dove “stillava il latte e il
miele”, cioè quei territori già abitati da altre tribù che loro avrebbero
dovuto sterminare per occupare la terra che era dei loro padri e che a Jahweh
sarebbero state assegnate da Elyon in persona, cioè il suo Capo Supremo.
In Esodo 33,8 viene
descritto in modo inequivocabile l’atterraggio del cavod-Gloria del Signore
affermando “Ogni volta dunque che Mosè si ritirava verso la tenda, tutto il
popolo si alzava in piedi fermandosi alla soglia della propria tenda e seguiva
Mosè con lo sguardo finché non fosse entrato nella tenda.
Una volta entrato Mosè
nella tenda, la colonna di nube discendeva, arrestandosi all’entrata della
tenda e l’El allora si intratteneva con Mosè.
Non credo vi siano
interpretazioni diverse e queste non sono frasi da interpretare, ma solamente da
comprendere la reale portata delle parole che gli esegeti biblici volevano dire
e non vi è alcun significato diverso.
Mosè e Jahweh, come si
dice parlano faccia a faccia, come parla ognuno con il suo simile.
Vediamo il contorsionismo
letterario in cui gli esegeti biblici devono ricorrere affinché questi incontri
abbiano un effetto trascendentale e mistico per il lettore.
Dato che non si può
assolutamente dire e affermare che la divinità atterrava e/o scendeva al suolo,
perché si vuole fare credere al lettore e costui non era fatto di carne umana,
ma un essere che nulla aveva d’umano, doveva apparire in modo divino cioè in
una colonna di nube, quindi con queste modalità non si può ricondurre la
colonna di nube al cavod, cioè il mezzo con cui questo essere appariva, ma lui
era la stessa nube che per non poter comprendere il lettore viene denominata la
Gloria del Signore, cioè l’immagine di un essere impalpabile, evanescente,
etereo e non in carne ed ossa.
E che termini si usano
per fare comprendere al lettore biblico delle cose diverse da quelle che si
narra “la colonna di nube rappresentava la Maestà divina”, si cerca di spiegare
al lettore che Dio non parla attraverso visioni o estasi, ma si manifesta a
Mosè di persona senza alcun intermediario, ma “faccia a faccia”.
Ma improvvisamente accade
un fatto inaspettato e colui che legge si pone delle domande, cosa si voleva
dire con “Poi Mosè tornava all’accampamento e Giosuè, figlio di Nun suo
servitore dalla giovinezza, non si muoveva dall’interno della tenda”. Vediamo
di analizzare e comprendere cosa si voleva dire con questo passo. In un modo
inusuale anteriormente si vuole dire che Mosè è a rapporto con Jahweh ed il
dialogo fra loro è un colloquio squisitamente personale e diretto, ma poi si
dice che all’interno della tenda della Radunanza dove vi era l’arca dell’Alleanza,
vi era anche questo Giosuè, il quale non si ritira per andare verso la tenda
personale, ma egli rimane insieme alla divinità, per fare cosa?
Che tipo di dialogo
veniva intrattenuto tra loro senza Mosè e poi chi era questo soggetto che
inaspettatamente compare sulla soglia anzi all’interno della tenda senza mai
essere stato presentato al lettore? Vedremo nel prosieguo della narrativa chi è
costui e l’importanza che assurgerà nella storia biblica.
Continuiamo però nella
narrativa, Mosè insiste con Jahweh nelle sue richieste di essere guidati in
battaglia e negli spostamenti delle tribù direttamente dalla divinità e non da
suoi preposti, e vi è poi l’insistenza di Mosè nel richiedere “Fammi vedere le
tue armi”, rivolgendosi a Jahweh, se dobbiamo affrontare dei nemici, che anche
loro sono protetti dalle loro divinità, almeno saprò e dirò al mio popolo quali
armi possiede il mio El Jahweh e quindi potrò convincere Israele a scendere in
guerra contro quel popolo, con quali armi e con la divinità che ci guida, così
pensava Mosè.
Jahweh ricevendo e avendo
capito le ansie a cui Mosè veniva sottoposto, cedette alle sue richieste ed
ammise che sarebbe stato lui personalmente e non un suo Malak-Messo-Angelo, a
guidarli e dargli la tranquillità dei problemi che tutte le guerre causano alle
persone.
Ma a Mosè non bastava
sapere che Jahweh avrebbe condotto personalmente il popolo d’Israele, voleva
sapere con quali armi sarebbe andato in battaglia pertanto voleva vedere le
armi pesanti che la divinità possedeva, voleva quindi vedere la Gloria del
Signore cioè il suo veicolo chiamato da sempre cavod, ma tradotto con Gloria
affinché la gente non pensasse, perché mai Dio abbia bisogno di armi, e di un
mezzo per spostarsi pertanto agli esegeti biblici sembra e sembrava naturale
raccontare una pietosa menzogna a fin di bene, cioè usando la parola Gloria del
Signore, in tal modo il lettore pensa alla magnificenza della divinità e perde
di vista che cavod, è il termine realmente usato nella Bibbia ad indicare il
mezzo con cui appariva Jahweh e tutti gli altri Elohim ed era lo stesso mezzo con
cui tutte le divinità combattevano fra di loro.
Alla richiesta di Mosè di
vedere il suo cavod, Jahweh rispose consenziente dicendo “farò passare dinanzi
a te tutta la mia bontà”.
Anche qui vi è la solita
mistificazione letterale con dei contorsionismi assurdi che ora vi spiegherò. Gli
esegeti biblici propongono subito una frase che non ha il senso reale di ciò
che viene espresso letteralmente.
Per non pronunciare la
parola espressa da Mosè “fammi vedere il cavod”, Mosè intendeva dire “se devo
andare in guerra fammi vedere come equipaggerai i miei soldati ed il potere di
fuoco che esprime ed eroga il tuo mezzo e se tu ci accompagni e verrai in
battaglia con noi che possibilità abbiamo di vincere”.
Dato che gli esegeti
biblici non possono usare il termine “arma”, in quanto la divinità preposta non
può avere armi, perché Dio dovrebbe usare armi quando lui può tutto e può
distruggere i suoi nemici solo col pensiero, perché mai dovrebbe usare delle
armi per annientare gli avversari degli Israeliti e come fanno a camuffare
quindi i termini?
Il cavod diventa la
Gloria del Signore, mentre il narratore biblico, non può mettere in bocca a
Jahweh nel dialogo con Mosè, il termine “arma”, questo termine viene denominato
“tutta la mia bontà”.
Vediamo ora tutti gli
ulteriori camuffamenti con i tradimenti linguistici, sempre per non fare
comprendere i reali termini che hanno un diverso significato di quelli espressi
nella Bibbia
Esodo 33,20 E aggiunge:
“Non potrai vedere la mia faccia perché nessun uomo può vedermi mentre è in
vita”.
Con questa frase il
camaleonte biblico, cosa voleva dirci?
Il lettore non può che
pensare che alcun umano durante la propria vita possa vedere l’immagine, cioè
il viso di Dio.
In realtà il dialogo tra
Mosè e Jahweh ha tutt’altro significato in riferimento a ciò che è stato
scritto.
Ritornando indietro di
poche righe ed esattamente sempre in Esodo 33,11, si asserisce che Mosè e
Jahweh parlavano “faccia a faccia “quindi Mosè la faccia di Jahweh l’aveva e la
vedeva continuamente, pertanto la frase che viene proposta in quel punto, ha un
altro evidente significato.
Jahweh stava chiaramente
dicendo a Mosè: “Stai attento, quando mi vedrai passare nello sperone di roccia
dove ti ho dato appuntamento affinché tu possa vedere il mio cavod passare, non
devi starmi davanti, ma devi nasconderti al mio passaggio in quanto io non ho
il controllo del mio mezzo nella tua visione, quindi se tu mi stai osservando
standomi davanti-io ti ucciderò-, anzi il mio cavod ti ucciderà, pertanto
nasconditi dietro una roccia e così tu sarai salvo e mi potrai vedere solo dopo
che io sono passato e vedrai il mio cavod dalla prospettiva posteriore e-mi
vedrai per di dietro-e non davanti quindi non morirai”.
Vorrei farvi denotare che
gli esegeti biblici, quando parlano di Gloria del Signore, spiegano che si
tratta di eufemismo per indicare l’essere divino, mentre quando si parla di “tutta
la mia bontà”, si vuole intendere gli attributi di Jahweh di carità e di amore,
quando invece si afferma che “nessun uomo può vedermi mentre è in vita”, dagli
esegeti viene spiegato che testuali parole “nessun vivente può rendersi esatto
conto della mia essenza”, in altre parole dicono nulla, ma in modo
spiritualmente forbito, in altre parole vorrebbero dare spiegazioni su cose e
avvenimenti che basta leggere per comprendere di che cosa si tratti e non ciò
che loro vorrebbero eludere oppure fare intendere.
Si tratta in modo
evidente che un essere non terreno viaggia nell’aria e che emette qualcosa non
controllabile che se colpisse di fronte Mosè lo ucciderebbe, mentre se si
nasconde dietro una roccia gli effetti sarebbero nulli, ma ciò non si può dire
in quanto a Dio tutto è possibile, ma non si deve dire che lui viaggia su un
mezzo meccanico e che tale veicolo può uccidere le persone e non è
controllabile da Dio personalmente.
Questo pensiero sarebbe
una prova tangibile e reale che questo essere non è il Dio che vogliono e
volevano farci credere, in quanto non è possibile che costui non controlli gli
effetti che il suo mezzo meccanico, chiamato “cavod”, emetteva a causa della
propulsione.
Capitolo
venticinquesimo
Esodo 34 e segg. ti
L’ El disse a Mosè:
“Taglia due tavole di pietra uguali alle precedenti e Io scriverò su queste
tavole le parole che erano nelle precedenti che tu hai spezzato”.
“Sii pronto per
domattina, Sali di buonora sul monte Sinai e attendimi alla cima del monte. Nessuno
salirà con te, nessuno si mostrerà in alcuna parte della montagna, ne si lasci
pascolare intorno al monte bestiame minuto o grosso”.
Tagliate le due tavole di
pietra, uguali alle precedenti, Mosè la mattina presto salì sul monte Sinai
come gli aveva comandato l’El, con in mano le due tavole di pietra.
L’El discese nella nube,
si fermò presso di lui e proclamò il nome dell’El.
Passò la divinità davanti
a lui e proclamò queste parole: “L’El è l’El, misericordioso, longanime,
tardivo nella collera, pieno di bontà, verace nel mantenere le promesse. Conserva
il favore fino a mille generazioni e proclive al perdono della colpa, della
ribellione, del peccato, ma quanto ad assolvere, non assolve, esigendo conto
dei peccati dei padri da parte dei figli e dei nipoti fino alla terza e quarta
discendenza”.
Allora Mosè si affrettò
ad inchinarsi verso terra e si prostrò. E disse: “Se io trovai favore presso di
te, degnati di procedere per sempre in mezzo a noi, poiché questo popolo è di
dura cervice, ma tu perdonerai i nostri peccati e i nostri trascorsi e ci
considererai popolo dal tuo retaggio”.
L’ El rispose: “Ebbene io
concludo un’alleanza in presenza di tutto il tuo popolo, eseguirò cose
meravigliose che mai furono compiute in alcuna terra, ne presso alcuna nazione
e tutto il popolo che ti circonda vedrà quanto sia imponente l’opera dell’El
che io compio per te. Presta però attenzione a quanto io ti comando oggi. Ecco
vado a cacciare davanti a te l’Amorreo, il Cananeo, il Chitteo, il Perizeo, il
Chivveo e lo Jevuseo, guardati bene dunque di non contrarre alleanza con gli
abitanti del paese verso i quali ti dirigi, perché ciò costituirebbe per te
un’insidia. Al contrario voi otterrete i loro altari, spezzerete le loro stele
e abbatterete legni consacrati. Poiché tu non dovrai prostrarti dinanzi ad
altra divinità, poiché l’El si è nominato Jahweh, si è Jahweh geloso. Guardati
di non fare alleanza con gli abitanti di questo paese, i quali si
prostituiscono al culto delle loro divinità, offrendo loro sacrifici, essi ti
inviterebbero a prendere parte ai loro banchetti e tu ne godresti. In seguito
tu sceglieresti fra le sue figlie spose per i tuoi figli, praticando il culto
idolatra, spingerebbero i tuoi figli a seguirle nella loro idolatria. Divinità
di metallo fuso, non ti fabbricherai. Osserva la festa delle azzime, per sette
giorni mangerai azzime così come io ti ho prescritto nel mese di Aviv, poiché
in questo mese che tu sei uscito dall’Egitto. Ogni primo prodotto del seno
materno a me appartiene, così pure per tutto quanto nascerà maschio fra il tuo
bestiame, primo nato, sia toro o agnello. Ogni primo nato dell’asino lo
riscatterai con un agnello e non riscattandolo lo decollerai, ogni primogenito
dei tuoi figli lo riscatterai e non si comparirà al mio cospetto a mani vuote.
Lavorerai sei giorni, ma il settimo giorno riposerai, cesserai ogni lavoro di
aratura o mietitura. Celebrerai la festa delle settimane, per le primizie della
raccolta del frumento e la festa autunnale del termine dell’anno. Tre volte
all’anno comparirà ogni tuo maschio alla presenza del Sovrano, l’El Jahweh
d’Israele. Poiché io caccerò nazioni dal tuo cospetto, ti concederò largo
territorio e nessuno avrà desiderio del tuo paese quando comparirai dinanzi
all’El Jahweh tuo, tre volte all’anno. Non verserai in presenza del pane
lievitato il sangue del mio sacrificio e il grasso delle mie vittime pasquali
non rimarrà fino al mattino. Le nuove primizie della tua terra recherai al
Santuario dell’El Jahweh tuo: non cuocerai il capretto nel latte di sua madre”.
E l’El disse a Mosè: “Metti
in iscritto queste parole, perché precisamente a queste condizioni io concludo un’alleanza
con te e con tutto Israele”.
Ed egli trascorse là
quaranta giorni e quaranta notti, non mangiando né bevendo acqua e scrisse
sulle tavole le parole del patto “i dieci comandamenti”.
Ora quando Mosè scese dal
monte avendo in mano le due tavole della testimonianza, egli non sapeva che la
pelle del suo volto era diventata risplendente dopo che l’El gli aveva parlato.
Aronne e tutti i figli d’Israele riguardando Mosè videro che la pelle del suo
volto risplendeva e non osavano avvicinarsi a lui.
Mosè allora li chiamò, si
avvicinarono a lui Aronne e tutti i principi della congrega, ai quali Mosè
parlò. Dopodiché si fecero avanti tutti i figli d’Israele e trasmise loro tutti
gli ordini che l’El gli aveva dato sul monte Sinai. Mosè dopo aver terminato di
parlare con loro, si coprì la faccia con un velo.
Ora quando Mosè si
presentava all’El per parlare con lui, si toglieva il velo finché usciva fuori
dalla tenda della Radunanza e ripeteva ai figli d’Israele ciò che gli era stato
prescritto.
E i figli d’Israele
vedevano il volto di Mosè la cui faccia era raggiante, poi Mosè rimetteva il
velo sulla faccia finché rientrava a parlare con l’El.
Dopo avere nuovamente
intagliato due pietre a mo’ di tavole, uguali alle precedenti, l’El disse a
Mosè di voler riscrivere le medesime parole che erano già state scritte nelle
altre che Mosè aveva rotto quando scoprì che avevano fatto un idolo d’oro in
onore della dea Hathor, l’El che aveva avuto quel territorio da Elyon e che
Jahweh non poteva starci, pena lo scontro fisico con la divinità molto più
forte e potente fra gli Elohim.
Come rammenterete nei
passi precedenti Jahweh diede appuntamento all’indomani affinché Mosè potesse ispezionare
la potenza di fuoco e le armi che possedeva la Gloria dell’El cioè il suo mezzo
meccanico chiamato realmente cavod, ma mutato in Gloria del Signore in modo che
non si comprenda che sia un veicolo con il quale Jahweh e anche tutti gli altri
Elohim si spostavano da un posto all’altro.
Si comprende, nel passo
appena narrato se si seguono minuziosamente i movimenti che vengono compiuti
sia da Mosè che dall’El.
Infatti nell’Esodo 34,5
dice chiaramente che l’El “discese nella nube”, questo significa chiaramente
che Jahweh è entrato nel veicolo e Mosè lo vede che lo sta guidando. Il veicolo
si ferma per farsi vedere dal suo interlocutore che gli aveva chiesto di
mostrare il suo “Potere di fuoco” cioè le armi che l’El possedeva.
Il passo “proclamò il
nome dell’El” sta a significare esclusivamente che si rivelò a Mosè, infatti la
conferma della dinamica del mostrare e farsi vedere, viene confermata dalla
espressione usata dal narratore nel dire “Passò la divinità davanti a lui “e
non credo che abbia proferito proprio nulla se egli passava alla guida del suo
cavod e non come viene detto nella Bibbia.
“L’El è l’El cioè il
Signore è il Signore, “non ha alcun significato nel contesto narrativo. I due
personaggi erano profusi entrambi nella propria funzione, Mosè voleva vedere le
armi che l’El possedeva e Jahweh voleva mostrargliele affinché si convincesse
che la scelta offerta dall’El di proteggere il popolo d’Israele era una buona
scelta.
L’esegeta biblico
snocciola una serie infinita di lodi verso il suo dio, affermando che dopo il
passaggio della divinità davanti a Mosè pensò e disse che l’El era “misericordioso,
longanime, tardivo nella collera, pieno di bontà, verace nel mantenere le
promesse”.
Ma certo non poteva dire
ed esclamare queste affermazioni, non poteva certo dire al lettore biblico che
aveva appena mostrato a Mosè una macchina che lui conduceva, pilotava, che
sarebbe servita ad andare in guerra ed avrebbe ucciso tutti i loro nemici, si
sta facendo di tutto per distorcere la figura dell’El da guerriero, uomo d’armi
ad una deità buona e misericordiosa.
Ma il lettore può in cuor
suo scegliere fra le alternative proposte con un essere di pace o uno di
guerra.
Se fosse un essere che
ama la pace, non ha bisogno di armi, mentre se è un uomo di guerra è logico che
abbia bisogno di armi, uomini e artifici per andare a combattere.
Mosè aveva capito
benissimo chi fosse Jahweh e comprese subito, sin dai suoi primi dialoghi con
il presunto “roveto”, in quanto sin dal primo momento si è voluto distorcere la
figura dell’El, non si è mai voluto affermare che costui era un essere “venuto
dal cielo” come si afferma ancora adesso e si è fatto nei tempi sino ad oggi.
Continuiamo ugualmente
nella narrativa, credo ricordiate quando fu lo stesso El a dire a Mosè di non
apparirgli davanti quando lui sarebbe passato con la Gloria del Signore-cavod,
in quanto non avendo il controllo delle emissioni del suo mezzo, avrebbe potuto
ucciderlo, ciò non avvenne, ma il suo cavod lasciò la sua impronta sul volto di
Mosè, ustionandolo irrimediabilmente, obbligandolo a mettersi una benda per
ripararsi dal sole e non aggravare ulteriormente la pelle del viso dopo
l’ustione subita al momento del passaggio del cavod-Gloria, malgrado l’El lo
avesse avvertito di nascondersi dietro la roccia al suo passaggio, pena la
morte, invece Mosè pagò la curiosità con una semplice ustione.
Dopo aver soddisfatto la
sua curiosità ed avere avuto la conferma del tipo di armamento che Jahweh
possedeva, s’inchinò verso il suolo e si prostrò, chiedendo che l’El procedesse
con loro per il piano di invasione che avevano precedentemente organizzato.
Ma dopo questa esibizione
di forza con la parata del cavod-Gloria, fu il momento dell’El di formulare la
sua richiesta verso Mosè e il popolo d’Israele, dicendo: “Ebbene io concludo
un’alleanza in presenza di tutto il popolo” enunciando che avrebbe portato a
termine atti meravigliosi che mai alcuno aveva compiuto ed usa un termine
anomalo e improprio, ma che conferma che si tratta di un essere non terrestre,
in quanto dice che quelle cose che avrebbe compiuto non furono mai state fatte
in “alcuna terra”.
Usando questi termini
Jahweh fa comprendere tramite la Bibbia che lui era un alieno e che gli uomini
dicevano che fosse un dio, rammentando al suo interlocutore e il popolo
israelita avrebbe visto che opera imponente questo El avrebbe portato a
termine, ripetendo per l’ennesima volta che avrebbe scacciato da dove abitavano
i popoli Amorrei, Cananei, Chittei, Perizei, Chivvei e Jevusei.
Diffidò comunque Mosè e
il suo popolo di stringere alleanze con quei popoli e quando si sarebbero
insediati nei territori da loro occupati, non avrebbero dovuto maritare i loro
figli maschi e femmine, per non mischiare le tribù che mano a mano avrebbero
conquistato.
Dovevano necessariamente
non seguire altri Elohim, ma esclusivamente adorare lui e basta, con relativa
distruzione di idoli delle divinità e loro stessi avevano la proibizione
assoluta di fabbricarli anche loro.
Ora arrivano le richieste
che chiunque non vorrebbe mai sentirsi fare e si viene a confermare la natura
non terrestre ed aliena di quest’essere.
Esodo 34,13 “Ogni primo
prodotto del seno materno a me appartiene”.
Se uno vedesse o sentisse
proferire questa richiesta, nel senso spirituale del termine era e sarebbe
stato logico che ogni creatura che nasce appartiene a Dio, dato che secondo la
fede e la religione, tutti appartengono alla divinità in quanto fu lui ad avere
creato il genere umano.
Ma Jahweh non aveva la
minima intenzione di dare questo significato alla richiesta.
Egli voleva dire e
specificare che tutto quanto nasceva maschio, che fosse uomo o animale,
apparteneva a lui.
Si denota che non gradiva
la carne equina, in quanto intende precisare che nel caso che il primo nate
fosse un “asino” occorreva necessariamente cambiarlo con un agnello, carne
molto gradita, ma precisa che se non si intendeva riscattarlo, bisognava
ucciderlo staccandogli la testa dal corpo, decapitandolo, strano Dio per cui un
asino non aveva diritto alla vita al pari degli altri animali, solo perché
invalso alla divinità.
La natura di questo
essere non umano fa comprendere ed avere la certezza che non era e non è un
dio, come hanno voluto far credere per millenni, a miliardi di persone.
La divinità precisa
ancora che non si potrà mai comparire al suo cospetto “a mani vuote”, lui non
accettava le “offerte”, cioè cose date spontaneamente, le pretendeva come
diritto e vedremo mano amano che la narrazione si snoda, come dovevano essere
uccisi ed immolati sia i bambini appena nati e i capi di bestiame.
Poi per sancire questi “patti”,
che patti non erano, ma ordini che il popolo non poteva trasgredire, chiese a
Mosè di scrivere le condizioni con cui si concludeva “l’Alleanza” fra lui e il
suo popolo.
E dopo 40 giorni Mosè,
senza bere né mangiare, scrisse le parole del patto, “i dieci comandamenti”,
che guarda caso non corrispondono come numero, ma queste regole erano in realtà
613 e poi con quale alfabeto furono scritte e per quale motivo dal momento che
l’intera tribù era analfabeta?
Appena sceso dal monte
Sinai avendo fra le mani le tavole della Testimonianza, che cosa fa il
narratore biblico che non può dire che Mosè quando ha incontrato il cavod-Gloria,
quest’ultimo gli ha ustionato il volto, afferma che dopo avere parlato con l’El,
il volto di Mosè era diventato “risplendente”, eh certo, uno quando incontra
dio è felice di averlo visto, quindi assume un volto gioioso.
In realtà avvenne ciò che
sarebbe accaduto anche oggi quando incontri una persona col volto ustionato,
cerchi di non avvicinarti non sapendo la causa che ha cagionato la sua
scottatura.
La conferma che l’evento
appena dichiarato è una scottatura molto seria, sta nel mettersi, così come
fece Mosè, un velo per ripararsi dal sole sulla faccia “raggiante” che si
levava quando andava a rapporto con Jahweh.
Essa non era
un’abbronzatura determinata nello stare all’addiaccio per 40 giorni al sole, ma
una vera e propria scottatura determinata e causata quando la Gloria-cavod
passò presso di lui, ma è logico che ad ogni evento occorreva dare un certo
risalto per poi mistificarlo, così come realmente hanno fatto per millenni.
Capitolo
ventiseiesimo
VA-JAKHEL
Esodo 35 e segg. ti
Mosè convocò tutta la
congrega dei figli d’Israele e disse loro: “Ecco le cose che l’El ha comandato
di fare. Per sei giorni si lavorerà, ma il settimo giorno sarà per voi giorno
di riposo assoluto. Sabato consacrato all’El, chiunque faccia qualche lavoro in
questo giorno, sarà fatto morire.”
“Non accenderete fuoco in
tutte le vostre dimore nel giorno di sabato”.
Mosè parlò a tutta la
congrega dei figli d’Israele dicendo così: “Ecco ciò che l’El comanda di dirvi.
Prelevate da ciò che è vostro un’offerta in onore dell’El, ognuno di buona
volontà rechi quest’offerta all’El: oro, argento, rame, lana azzurra, porpora,
scarlatto, lino e pelo di capra, pelli di montone tinte di rosso, pelli di
tachash e legno d’acacia, olio d’illuminazione, aromi per l’olio di unzione e
l’incenso composto di varie specie, pietre d’onice, pietre da incastonare per
il dorsale e il pettorale. Tutti coloro nello spirito dei quali vi sia abilità,
si presentino ad eseguire ciò che l’El comanda. Il tabernacolo, il suo
padiglione, la sua copertura, i suoi fermagli, le sue assi, le sue sbarre, le
sue colonne e le sue basi. “
“L’Arca con le sue
stanghe, il coperchio, il il coperchio e la tenda di separazione, la tavola con
le sue stanghe e tutti gli utensili e i pani di presentazione, il candelabro
per l’illuminazione con i suoi annessi, i suoi lumi e l’olio per
l’illuminazione, l’altare dei profumi con le sue stanghe, l’olio per l’unzione,
l’incenso aromatico, la tenda di entrata all’ingresso del Tabernacolo, l’altare
per gli olocausti e la sua rete di rame, le stanghe e tutti i suoi arredi, la
conca e il suo piedistallo, le cortine del cortile, le sue colonne e le basi e
la tenda dell’ingresso del cortile. I chiodi del tabernacolo, quelli del
cortile e le loro corde, vesti da cerimonia per il servizio del santuario,
vestiti sacri per Aronne e il sacerdote e abiti per i suoi figli per esercitare
le funzioni sacerdotali”.
Tutta la congrega dei
figli d’Israele si partì dal cospetto di Mosè.
Tosto vennero tutti gli
uomini generosi e chiunque si sentisse spinto da sentimenti di liberalità
recando donazioni in onore dell’El, per l’opera della Tenda della Radunanza e
per ogni suo servizio come pure per gli indumenti sacri.
Uomini e donne vennero in
folla, tutti cioè coloro che erano ben disposti nell’animo, recarono fermagli,
pendenti, anelli, braccialetti, ogni ornamento d’oro ai quali si aggiunsero
quelli che offrirono in oro in onore dell’El.
E chiunque si trovava in
possesso di lana azzurra, porpora, scarlatto, lino o pelo di capra o pelli di
montone tinte di rosso o pelli di tachash, tutti li portarono.
Chiunque poteva,
prelevare offerte di argento o di rame, portò l’offerta all’El, così ognuno che
possedeva legname d’acacia adoperabile per qualsiasi servizio, lo portò.
Tutte le donne abili alla
lavorazione con le proprie mani filarono e recarono filati di lana azzurra,
porpora, scarlatto e lino.
Tutte le donne che si
distinguevano per abilità, filarono il pelo di capra.
I capi delle tribù
recarono pietre in onice, pietre da incastonare per il dorsale e il pettorale.
Gli aromi. L’olio per
l’illuminazione, l’olio per l’unzione, l’incenso composto di varie specie.
Tutti infine, uomini e
donne, che erano bendisposti nell’animo a contribuire a tutte le opere che l’El
aveva comandato di eseguire tramite Mosè, tutti i figli d’Israele, recarono
doni volontari in onore dell’El.
Mosè disse ai figli
d’Israele: “Vedete l’El designa Betsalel, figlio di Ur, figlio di Chur,
appartenente alla tribù di Giuda. E lo ha riempito d’ispirazione divina,
abilità, scienze, intelligenza per qualunque arte o industria, per concepire opere
artistiche, per lavorare oro, argento e rame, e per i lavori di pietra da
incastonare, per intagliare sul legno in modo da eseguire qualunque lavoro
artistico. Gli ha accordato l’attitudine d’insegnare ad altri nel medesimo modo
come Aholiav, figlio di Achisamach, della tribù di Dan. Egli li ha ampiamente
dotati di intelligenza per eseguire ogni sorta di lavori di artefice di arazzi,
di ricamatore e tessitore in lana azzurra, porpora, scarlatto e lino, per
portare qualunque lavoro o per concepire opere d’arte”.
Esodo 36 e segg.ti
Betsalel e Aholiav e
tutti gli uomini intelligenti ai quali l’El concesse scienza e discernimento
per concepire e compiere tutto il lavoro della sacra impresa, eseguiranno tutto
quello che l’El ha comandato.
Quindi Mosè chiamò Betsabel
e Aholiav e ogni altro fra gli uomini intelligenti ai quali l’El aveva concesso
del talento, tutti coloro che si sentivano in grado di mettersi all’opera per
eseguirla.
Essi presero dalla
presenza di Mosè ogni offerta che i figli d’Israele avevano portato per
compiere l’opera per il servizio del Santuario, mentre continuavano a portare
ogni mattino doni volontari.
Tutti gli artisti che
eseguivano l’opera del Santuario, dal luogo del loro lavoro vennero a dire a
Mosè: “Il popolo porta in sovrabbondanza al di là di ciò che necessita l’opera
che l’El ordinò di fare”.
Su ordine di Mosè si fece
un bando nel campo: “Nessuno uomo o donna rechi altre offerte per il Santuario”.
Quindi il popolo si astenne dal portare doni. E il materiale preparato era
sufficiente per l’esecuzione di tutta l’opera e fu persino esuberante.
I più abili fra gli
incaricati di eseguire l’opera costruirono il Tabernacolo composto di dieci
cortine di lino ritorto, lana azzurra, porpora, scarlatto e forma artistica di
cherubini. La lunghezza di ciascuna cortina era di ventotto cubiti, la
larghezza di quattro cubiti per ogni cortina, uguale dimensione ebbero tutte le
cortine. E si attaccarono cinque cortine l’una all’altra e le altre cinque
cortine unite nello stesso modo. Si fecero occhielli di lana azzurra, al bordo
della cortina che era all’estremità di una serie e lo stesso si fece al bordo
dell’ultima cortina dell’altra serie. Si fecero poi cinquanta occhielli ad una
cortina ed altri cinquanta al bordo della cortina con cui terminava la seconda
serie, cosicché gli occhielli si corrispondevano l’uno all’altro.
Fecero inoltre cinquanta
fermagli d’oro, a mezzo dei quali furono unite le cortine l’una all’altra in
modo che il Tabernacolo formò un tutto.
Si fecero cortine di pelo
di capra che servirono da tenda sopra il Tabernacolo, tali cortine furono in
numero di undici.
La lunghezza di una
cortina era di trenta cubiti e la larghezza di quattro, medesime dimensioni
ebbero le undici cortine. Si unirono le cinque cortine a parte e le sei a
parte. Si fecero cinquanta occhielli sul bordo della cortina estrema di una
serie e cinquanta occhielli sul bordo della cortina della seconda serie. Si
fecero cinquanta fermagli di rame destinati a riunire la tenda in un solo corpo.
Si fece inoltre per la tenda una copertura di pelli di montone tinto di rosso e
al di sopra una copertura di pelli di tachash.
Si fecero le assi per il
Tabernacolo, assi d’acacia in posizione eretta. La lunghezza di ogni asse era
di dieci cubiti, la larghezza di un cubito e mezzo.
Ciascun asse aveva due
caviglie, una dirimpetto all’altra e così fu fatto per tutte le assi del
Tabernacolo.
Si disposero le assi per
il Tabernacolo in questo modo: venti assi dal lato meridionale. Quaranta basi
d’argento furono destinate alle venti assi, due basi sotto un asse per le sue
caviglie e altrettante sotto l’altra asse.
E per il secondo lato del
Tabernacolo per la faccia settentrionale, si fecero venti assi. Quaranta basi
d’argento, due basi sotto ciascuna delle assi. Per il lato posteriore del
Tabernacolo cioè a occidente, si fecero sei assi. Due assi si fecero agli
angoli del Tabernacolo al fondo. Esse erano accoppiate alle basi e insieme si
accordavano in cima mediante un solo anello, così si fece per quelle due assi
ai due cantoni. Vi erano dunque otto assi con le loro basi d’argento, sedici
basi, due sotto ogni asse. Si fecero delle sbarre di legno d’acacia, cinque per
le assi da un lato del Tabernacolo. Inoltre cinque per le assi del lato
opposto, altre cinque sbarre per le assi del Tabernacolo in fondo ad occidente.
Si fece poi la sbarra di
mezzo destinata a percorrere la parte interiore delle assi da un’estremità
all’altra. Le assi si ricoprirono d’oro, così pure gli anelli, per passarvi le
sbarre, ricoprendo pure le sbarre d’oro.
Si fece la portiera per
separare il Santuario dal luogo santissimo di lana azzurra, porpora, scarlatto,
lino ritorto e fu costruita artisticamente con figure di cherubini.
Si fecero quattro colonne
di legno d’acacia, ricoperto d’oro con gli uncini d’oro e si fecero per esse di
getto quattro basi d’argento.
Si fece una portiera per
l’ingresso della tenda, lana azzurra, porpora, scarlatto, lino ritorto,
artisticamente ricamata.
Inoltre le cinque colonne
con i loro uncini, ricoprendo i capitelli e i fregi d’oro, mentre le cinque
basi erano di rame.
È la seconda volta che
appare nella Bibbia la narrazione della modalità di costruzione dell’Arca
dell’Alleanza, del Tabernacolo, del candelabro e di tutti gli annessi e
connessi al sacrificio dei bambini e degli animali che Jahweh pretendeva che
gli venissero “offerti” spontaneamente.
In questi ultimi due
capitoli vi è tutta la profusione “volontaria” nel portare ai soggetti proposti
alla costruzione di tutti quegli elementi che furono richiesti che il popolo
d’Israele concedesse spontaneamente a quegli artigiani nominati nominalmente da
Jahweh per la fabbricazione dei manufatti richiesti dalle divinità, in parte
per il suo sostentamento, gli altri erano vere e proprie armi che sarebbero
state impiegate nei campi di battaglia per dare e ricevere gli ordini che man
mano venivano impartiti da Jahweh.
Gli esegeti biblici
vogliono mettere nella dovuta evidenza tutta la buona volontà profusa dal
popolo israelita per portare agli artigiani quello che possedevano, in oro,
argento, rame, bronzo, tessuti con i colori più variegati, pelli di animali
anche con nomi incomprensibili come il tachash, che non si sa cosa fosse in
quanto viene tradotto come “delfino”, ma credo fosse difficile trovarlo nel
Sinai.
Tutto il popolo si
mobilitò spontaneamente arrivando al parossismo inverso di concedere troppo in
rapporto al richiesto e si dovette ricorrere ad un editto per fare cessare
questo enorme apporto di beni, non solo capiente, ma consegnato e ricevuto in
eccesso.
Il narratore biblico, fa
davvero degli errori grossolani, non rammentando e dimenticandosi il momento
storico in cui questa gente stava vivendo da circa due anni nel deserto.
Sempre fingendo di
credere alle narrazioni bibliche rammenta lo scrittore che erano milioni di
persone, che ogni giorno, mangiavano la manna del deserto, bevevano l’acqua
fatta sgorgare dalla verga di Aronne sempre lo stesso rivo d’acqua dove Mosè
aveva sciolto a fiumi, chissà con quale prodigio l’oro dell’idolo facendolo poi
bere al povero popolo d’Israele, ma con l’oro rimasto in quantità considerevoli,
neppure fosse stato estratto non si sa con quale modalità, si forgiava l’Arca
dell’Alleanza, le sue stanghe, i cherubini sul coperchio, il candelabro a sette
braccia, l’incensiere, l’ara sacrificale.
Tutta questa enormità di materiale minerale
veniva estratto dalla terra, separato con le mani tramite l’abbondante e
copiosa acqua che sgorgava dalla fonte aperta con la verga di Aronne-Mosè e poi
il tutto veniva fatto fondere tramite il bruciare del legno.
Credo che chiunque e
qualunque lettore comprenda che in questo libro non vi è narrata alcuna verità
che possa avere riscontro su ciò che in essa è contenuto.
Credendo anche che questa
moltitudine uscita dall’Egitto avesse “ricevuto” spontaneamente tonnellate di
oro ed argento dai poveri egiziani che non vedevano l’ora che questo popolo in
schiavitù uscisse dal loro territorio, in quanto portava sufficientemente
jella.
Ciò che diventa incomprensibile
e che gli esegeti biblici non si sono curati di spiegare né il luogo dove sono andati
a prendere il rame, il piombo e poi come sono riusciti a fondere i vari
metalli, ma in particolare dove si sono procacciati la legna per tramutarla in
carbone, nel deserto del Sinai.
Tralasciando queste
minuterie che assurgono a problemi marginali 3.500 anni fa, in quanto in quel
periodo questi eventi erano più facilmente risolvibili che adesso.
Ciò che trovo inveritiero
è il trovare l’olio per il candelabro e per l’illuminazione, vista la totale
mancanza di piante di ulivo in tutta la penisola del Sinai, oltre a quello per
l’unzione e i vari incensi da bruciare, in quanto si sa per certo che essi
arrivavano dall’attuale Etiopia, Eritrea, Somalia, terre con cui il popolo
d’Israele in quel momento storico non poteva avere rapporti a causa della loro
dislocazione geografica.
Capitolo
ventisettesimo
Esodo 37 e segg. ti
Costruì Betsalel l’Arca di
legno d’acacia, due cubiti e mezzo era la lunghezza, un cubito e mezzo la
larghezza e un cubito e mezzo l’altezza, la rivestì di oro puro internamente ed
esternamente e la sormontò di una cornice d’oro all’interno.
Fuse quattro anelli d’oro
ai quattro suoi angoli, due anelli da uno dei lati e altri due al lato opposto.
Fece stanghe di legno d’Acacia e le rivestì d’oro. E introdusse queste stanghe
negli anelli lungo i lati dell’Arca perché servissero a trasportarla. Fece un
coperchio d’oro puro di due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di
larghezza. Fece due cherubini d’oro, tutti d’un pezzo alle due estremità del
coperchio. Un cherubino all’estremità da una parte e l’altro dal lato opposto
del coperchio stesso, si fecero i cherubini alle due estremità. I cherubini
avevano le ali spiegate verso l’alto, dominavano con le loro ali il coperchi,
l’uno in faccia all’altro, verso il coperchio erano diretti i volti dei
cherubini.
Fece la tavola in legno
d’acacia, due cubiti di lunghezza, un cubito di larghezza e un cubito e mezzo
di altezza. La ricoprì d’oro puro e fece una bordura d’oro intorno.
Fece un’intelaiatura
intorno larga una spanna e la circondò di una bordura d’oro. Fece di getto
quattro anelli d’oro e li mise ai quattro angoli ai piedi della tavola. Di fronte
all’intelaiatura si trovavano gli anelli che servivano ad introdurvi le stanghe
per trasportare le tavola. Fece le stanghe di legno d’acacia e le ricoprì
d’oro, esse servivano a trasportare la tavola. Confezionò inoltre gli utensili
relativi alla tavola, i vassoi, le ciotole, le coppe, i calici per le libagioni,
tutti in oro puro.
Fece il candelabro d’oro
puro tutto di un pezzo: il piedistallo, il fusto, i suoi calici, i suoi
boccioli, i suoi fori, formavano un solo corpo con esso.
Sei rami uscivano dai
suoi lati, tre rami del candelabro da una parte e altri tre dall’altra. Sull’uno
dei rami vi erano tre calici a figura di fiore di mandorlo con il suo bocciolo e
un fiore e tre calici a figura di fiore di mandorlo con un bocciolo e il fiore
dall’altro braccio, così per tutti i sei rami che uscivano dal candelabro.
E il fusto aveva quattro
calici a figura di fiore di mandorlo con i suoi boccioli e i suoi fiori. Cioè
un bocciolo sotto due rami, un altro sotto due altri suoi rami. Così per sei
rami che uscivano dal candelabro. I boccioli e i rami facevano un solo corpo,
cosicché tutto il candelabro formava una sola massa d’oro puro. Si fabbricarono
inoltre i sette lumi con pinzette e smoccolatoi d’oro puro. Fu impiegato un
kiccar d’oro puro a confezione quello con tutti gli accessori. Si fece l’altare
del profumo di legno d’acacia, lungo e largo un cubito, quindi quadrato, due
cubiti di altezza con i corni che formavano corpo con esso.
Ricoprì d’oro puro la
parte superiore, le pareti tutt’intorno, i corni e si guarnì di una cornice d’oro
all’intorno. Due anelli d’oro fece al disotto della cornice ai suoi lati da una
parte e dall’altra per passarvi le stanghe destinate a trasportarlo. Fece le
stanghe di legno d’acacia e le ricoprì d’oro. Si fabbricò l’olio per l’unzione
santa, l’incenso aromatico puro ad arte di profumiere.
Esodo 38 e segg. ti
Si fece l’altare
dell’olocausto di legno d’acacia, cinque cubiti di lunghezza, altrettanto di
larghezza quindi quadrato e tre cubiti di altezza. Si fecero i suoi corni ai
quattro angoli ed essi facevano corpo con esso e li ricoprì di rame.
Si fabbricarono tutti gli
utensili dell’altare, le caldaie, le pale, i bacilli, le forchette, le palette,
si fecero tutti questi utensili di rame.
Si fece poi per l’altare
una graticola di rame, lavoro a guisa di rete di rame, si piazzò sotto il cornicione
dell’altare, nella parte inferiore, e questa rete si elevava fino alla metà
dell’altare. Si fecero di getto quattro anelli che furono posti ai quattro
angoli della graticola di rame per passarvi le stanghe. Queste stanghe erano di
legno d’acacia ricoperte di rame.
Si fecero passare negli
anelli le stanghe ai lati dell’altare per trasportarlo. Si costruì con tavole
vuote all’interno.
Si fece la conca di rame
e il piedistallo pure di rame, servendosi degli specchi delle donne che si
assembravano alla porta della tenda della Radunanza.
Si fece il cortile per il
lato meridionale con le cortine dell’atrio in lino ritorto, cento braccia,
venti colonne con le loro basi di rame, gli uncini e i fregi d’argento.
Per il lato
settentrionale, cento cubiti di cortine, venti colonne e altrettante basi tutte
in rame. Gli uncini delle colonne e i fregi in argento.
Per il lato occidentale
cinquanta braccia di cortine con dieci colonne e altrettanti basi, gli uncini
delle colonne e i loro fregi d’argento.
Per il lato orientale sul
davanti, cinquanta braccia. Quindici braccia di cortine da una parte con le
loro cortine da una parte con le loro tre colonne e altrettante basi.
E dall’altra parte, tanto
di qua che di là dell’ingresso del cortile, quindici cubiti di cortine con tre
colonne e tre basi.
Tutte le cortine formanti
il circuito del cortile erano in lino ritorto. Le basi destinate alle colonne
erano di rame, gli uncini delle colonne e i fregi d’argento, i capitelli pure
in argento, così tutte le colonne del cortile erano congiunte con i fregi
d’argento.
La portiera dell’ingresso
dell’atrio era lavoro di ricamo, lana azzurra, porpora, scarlatto, lino ritorto
di venti cubiti di lunghezza, cinque di altezza corrispondente alla larghezza
delle cortine del cortile. Le colonne erano quattro di rame, come pure le basi,
gli uncini erano d’argento, i capitelli e i loro fregi erano coperti d’argento.
Infine tutti i pioli del Tabernacolo e del recinto dell’atrio tutt’intorno
erano di rame.
PECUDÈ
Ecco il computo fatto per
ordine di Mosè del Tabernacolo che conteneva l’Arca della Testimonianza,
affidato alle cure dei Leviti sotto la direzione di Ithamar, figlio di Aronne,
sommo sacerdote. Betsabel, figlio di Uri, figlio di Chur, della tribù di Giuda,
eseguì tutto quanto l’El aveva ordinato a Mosè. Secondato da Aholiav, figlio di
Achisamach della tribù di Dan, scultore, inventore, ricamatore di stoffe in
lana azzurra, porpora, scarlatto e lino fine.
Tutto l’oro impiegato in
quest’opera nelle diverse parti della costruzione del Santuario, quest’oro
prodotto dalle offerte, ammontò a 29 kiccar e 730 sicli, calcolando il siclo
del Santuario. L’argento ricavato da quelli dell’assemblea di cui si fece il
censimento fu 100 kiccar e 1.775 sicli, secondo il siclo sacro. Un becoi a
testa, cioè mezzo siclo sacro per ogni uomo compreso nel censimento dall’età di
20 anni in poi, in tutto 603.550 (seicentotremila-cinquecentocinquanta
individui).
I seicento kiccar
d’argento servivano a fondere le basi del Santuario e le basi della portiera,
cento kiccar per le basi, un kiccar per ogni base. I mille-settecento-settanta-cinque
sicli furono adoperati per fare gli uncini alle colonne e si ricoprirono
d’argento i loro capitelli e si fecero dei fregi alle medesime. E il rame delle
offerte ammontò a settanta kiccar e duemila-quattrocento sicli.
Si fecero le basi per
l’ingresso della tenda della Radunanza, l’altare di rame con la sua graticola pure
di rame e tutti gli utensili di questo altare, le basi del cortile
tutt’intorno, le basi dell’ingresso del cortile, i pioli del Tabernacolo, tutti
i pioli dell’atrio tutt’intorno.
Questi ultimi passi
dell’Esodo, sono molto interessanti per le argomentazioni trattate, in
particolare 38,8 “Si fece la conca di rame e il piedistallo pure in rame,
servendosi degli specchi delle donne che si assembravano alla porta della tenda
della Radunanza”.
A prima vista l’argomento
così trattato, cioè per la fusione della conca di rame e del piedistallo,
venivano usati gli specchi delle donne che erano nella porta della Radunanza.
Cerchiamo di ragionare
con il metro e la dinamica degli eventi storici che gli esegeti biblici stanno
narrando sulla costruzione di tutti quei manufatti che Jahweh aveva richiesto a
Mosè di fabbricare.
Orbene non soffermiamoci
sulle modalità di costruzione, ma focalizziamo esclusivamente due elementi: il
primo si riferisce agli specchi che le donne usavano per vedere i loro
lineamenti e quindi imbellettarsi.
Ma la domanda è un’altra,
cioè è quella riferita al perché vi erano delle donne che “si assembrano alla
porta della Radunanza”? La risposta è inequivocabile, in quella tenda come poi
nei templi costruiti a dimora per Jahweh e gli altri Dei in altri popoli, si
praticava la “prostituzione sacra”, perché sacra e perché nella tenda e poi nel
tempio, si sarebbero praticati dei rapporti sessuali a pagamento?
Per poter rispondere alle
domande che sorgono nella lettura di questo brano, è necessario spiegare che
migliaia di anni prima degli eventi che vengono narrati, era uso comune questo
tipo di rituale sessuale di donne che si accoppiavano con gli Dei e con gli
uomini.
Abbiamo visto
antecedentemente nella cultura Sumero-Accadica poi Assiro-Babilonese e Ellenica
che in onore alle loro divinità venivano edificate delle costruzioni chiamate
Ziggurat, in cui la loro cima terminava con un piccolo spiazzo con un appartamento
dedicato alle divinità, quando queste scendevano con i loro mezzi dal cielo e
si soffermavano sopra questi edifici, andavano a consumare gli atti sessuali
all’interno dei luoghi a loro dedicati, tale consuetudine rimase poi agli
uomini.
Loro ricevevano le
prestazioni sessuali dalle donne che erano preposte per la congiunzione carnale
con queste divinità e per tale motivo venne anche chiamata “sessualità sacra”,
ma anche “prostituzione sacra”, in quanto questi luoghi erano separati dal
resto del mondo e la consumazione avveniva in un luogo dedicato alla divinità.
Dato che la situazione
che si veniva a creare per la donna che erogava queste prestazioni, diventava
una dipendente templare, ogni civiltà diede un termine riconducibile
all’attività che prestava.
Dato che nelle varie
civiltà queste donne effettuavano le prestazioni sessuali sia al Dio o per nome
di una divinità, prendevano il nome secondo la divinità che celebravano come
Jsthar, Afrodite (Mylitta), nei periodi più avanzati intorno al secondo
millennio a. C., se queste donne erano dedicate ad una divinità maschile esse
vivevano all’interno dei Templi d’adorazione a loro dedicati, chiamati harem,
che in tempi più recenti furono ereditati dai Faraoni, i quali oltre che
reputarsi figli di questi Elohim, talvolta lo erano realmente.
Ma come iniziò
l’accoppiamento sessuale e le controprestazioni in denaro? Avvenne nella
cultura Assiro-Babilonese intorno alla metà del II millennio che queste donne
andavano a congiungersi nei templi dedicati alla divinità, si sedevano sugli
scalini dei vari templi e coloro che passavano e richiedevano la relativa
prestazione sessuale, lanciavano delle monete sulle loro ginocchia e con questo
gesto avevano acquistato la prestazione, che non poteva più essere rifiutata.
Nel periodo in cui si sta
narrando nell’Esodo 38,8, queste donne effettuavano il servizio all’ingresso
della Radunanza e come viene spiegato in un altro passo ed esattamente nel
primo libro di Samuele, al passo 2,22 dice “Eli era molto vecchio e sentiva
quanto ai suoi figli facevano a tutto Israele e come essi giacevano con donne
che prestavano servizio all’ingresso della tenda del convegno”.
Questa dicitura conferma
senza ombra di dubbio che al passo dell’Esodo 38,8 si parla della prostituzione
sacra.
Vi è un’ulteriore
sfaccettatura di questo passo che occorre mettere nella dovuta evidenza.
Nella Bibbia vengono
usate varie espressioni nell’indicare la prostituta “zonah-kedesha”, la “zonah”
quando si parla di una donna “libera” che esplica l’attività del meretricio,
mentre “kedeshah” è la parola che indica la prostituta consacrata, usando
pertanto il termine come se fosse “separata dalle altre donne libere” cioè non
facendolo “privatamente” come per dire altresì che i proventi venivano
incamerati dai sacerdoti del tempio, in questo caso dalla Tenda.
Vorrei altresì
evidenziare che vi era un termine al maschile che era il “kadesh” o “qadesh”
per indicare i sacerdoti maschi che si impegnavano nella prostituzione sacra omosessuale.
Un altro punto che denota
la caparbietà degli esegeti biblici, nel mantenere costante le loro
enunciazioni sul numero dei soggetti che sarebbero usciti dall’Egitto.
Ora a distanza di circa
due anni dallo svincolarsi della tirannia del Faraone, essi affermano, in Esodo
38,26 “Nel censimento dall’età di vent’anni in poi, in tutto 603.550
individui”, cioè il popolo Abiru-Israelita era cresciuto di circa 3.550 unità,
cioè soggetti che avevano superato i vent’anni durante il viaggio che non erano
stati conteggiati e non presi in considerazione nel passo Esodo 12,37 “I figli
d’Israele partirono da Ra’Amses dirigendosi verso Succoth in numero di seicentomila
maschi adulti all’infuori dei bambini”.
Appare quindi in perfetta
aderenza con le asserzioni contenute in Esodo 38,26 dove si insiste
nell’affermare che avevano aderito al censimento 603.550, da parte del
narratore biblico, si vuole insistere nelle menzogne, continuando ad affermare
che l’Esodo era stato effettuato da milioni di persone e milioni di animali.
Tali asserzioni portano
sempre più il lettore a propendere per una insana e malevole narrazione di una
macroscopica mistificazione, che lo porteranno inevitabilmente a comprendere
che l’Esodo non è mai avvenuto.
Capitolo
ventottesimo
Esodo 39 e segg. ti
Con le stoffe di lana
azzurra, di porpora, di scarlatto si fecero paramenti per cerimonia per il
servizio del Santuario e si fecero pure i vestimenti sacri per Aronne, come
aveva comandato l’El a Mosè.
Si fece il dorsale in
oro, lana azzurra, porpora, scarlatto e lino ritorto artisticamente.
Si laminarono i lingotti
d’oro, si tagliarono queste lamine in fili che s’intrecciarono ai fili di lana
azzurra, di porpora, di scarlatto e di lino, lavoro in broccato.
Vi si adattarono spalline
in cima dell’una e l’altra spalla in modo che rimanesse unito al pettorale. La
fascia artistica che passava sul dorsale per fissarlo, era attaccata al dorsale
stesso al medesimo lavoro d’oro, lana azzurra, porpora, scarlatto, lino
ritorto, come aveva comandato l’El a Mosè.
Si misero in opera poi le
pietre d’onice inserite in castoni d’oro sulle quali si incisero, come in un
sigillo, i nomi dei figli d’Israele.
Furono aggiustate sulle
spalline del dorsale come pietre di ricordo per i figli d’Israele, come aveva
comandato l’El a Mosè.
Si confezionò il
pettorale in broccato simile al lavoro del dorsale in oro, lana azzurra,
porpora, scarlatto e lino ritorto.
Questo pettorale era
quadrato, piegato in due e così piegato aveva una spanna di lunghezza e una di
larghezza. E vi si incastonavano quattro file di pietre, una contenente
sardonio, topazio e smeraldo. Una seconda rubino, zaffiro e diamante. Nella
terza opale, agata, ametista. Nella quarta crisolito, onice, diaspro, quanto
alla loro legatura, erano incastrate nei loro castoni d’oro.
Queste pietre portanti i
nomi dei figli d’Israele erano dodici, secondo i nomi di quelli, incisi come sigilli,
ciascuno con il nome di una delle dodici tribù.
Si prepararono per il
pettorale catenelle d’oro puro attorcigliate come dei cordoni. Si fecero due
castoni d’oro e due anelli pure d’oro, mettendo questi due anelli alle due
estremità del pettorale. Si attaccarono gli altri due capi dei due cordoni ai
due castoni, applicandoli sulle spalline del dorsale anteriore.
Si fecero anche due
anelli d’oro che si fissarono alle due estremità inferiori del pettorale
inferiore verso il dorsale.
Si fecero due anelli
d’oro per mettere sulle due spalline del dorsale in basso alla parte esterna,
vicino al punto dove avveniva la giuntura della striscia al di sopra della
fascia artistica del dorsale.
Si fissò il pettorale
congiungendo i suoi anelli con quelli del dorsale, mediante un cordone di lana
azzurra, affinché il pettorale rimanesse al di sopra della fascia del dorsale
lavorato artisticamente, cosicché il pettorale non si distaccava dal dorsale,
come aveva comandato l’El a Mosè.
Si fece il mantello del
dorsale, lavoro di tessitura tutto di lana azzurra. A metà del mantello vi era
un’apertura come quella di una corazza, vi era poi all’apertura un orlo intorno
affinché non si lacerasse. Al bordo inferiore del mantello vi erano melagrane
di lana azzurra, porpora, scarlatto, lino ritorto.
Si fecero campanelli
d’oro puro introducendoli tra le melegrane. Campanello e melegrane al bordo del
mantello, tutto intorno per officiare, come aveva comandato l’El a Mosè. Si
confezionarono le tuniche di lino, lavoro tessuto per Aronne e i suoi figli. E
il turbante di lino e i copricapi di lino fino che servivano da ornamento e i
calzoni di lino ritorto.
La cintura di lino
ritorto, lana azzurra, porpora, scarlatto, lavoro di ricamo come aveva
comandato l’El a Mosè.
Si fece una lamina, sacra
corona d’oro puro e vi si tracciò questa iscrizione incisa come su un sigillo:
“consacrato all’El”.
Si fissò un cordone in
lana azzurra applicandolo sul turbante in alto, come aveva comandato l’El a
Mosè.
Così fu terminato tutto
il lavoro del Tabernacolo e della tenda della Radunanza e i figli d’Israele lo
compirono eseguendo completamente quanto l’El aveva ordinato a Mosè.
Recarono a Mosè il
Tabernacolo, la tenda con tutti i suoi utensili e fermagli, le assi, le sbarre,
le colonne e le basi, la coperta di pelli di montone tinte di rosso, la coperta
di pelli di tachach e la portiera divisoria.
L’Arca della
Testimonianza e le sue sbarre e il coperchio, la tavola con tutti i suoi arredi
e il pane di presentazione. Il candelabro d’oro puro, le sue lampade allineate
disposte sul candelabro, tutti i suoi arredi e l’olio per l’illuminazione,
l’altare d’oro, l’olio di unzione, il profumo d’incenso, la tenda all’ingresso
del padiglione, l’altare di rame con il suo graticolato pure di rame, le sbarre
e tutti i suoi arredi, la conca ed il piedistallo, con le cortine dell’atrio,
le colonne, le basi, la tenda all’ingresso dell’atrio, le corde e i pioli,
infine tutti gli utensili necessari al Tabernacolo della tenda della Radunanza,
le vesti da cerimonia per fare il servizio nel Santuario, i vestiti sacri per
Aronne il sacerdote e i vestiti sacerdotali per i suoi figli.
Esattamente come l’El
aveva comandato a Mosè, così i figli d’Israele eseguirono il lavoro. Mosè
esaminò tutto il lavoro e constatò che essi l’avevano eseguito precisamente
secondo quanto l’El aveva ordinato, quindi Mosè li benedisse.
Esodo 40
L’El parlò a Mosè dicendo
così: “Il primo giorno del mese erigerai il Tabernacolo della Tenda della
Radunanza. Vi depositerai l’Arca della Testimonianza e metterai dinanzi
all’Arca la portiera divisoria. Introdurrai la tavola e disporrai in ordine le
cose che ci sono sopra, recherai pure il candelabro e accenderai i suoi lumi.
Collocherai l’altare d’oro destinato ai profumi dinanzi all’Arca della
Testimonianza e metterai una tenda all’ingresso del Tabernacolo della tenda
della Radunanza. Metterai la conca tra la tenda della Radunanza e l’altare e la
riempirai d’acqua. Disporrai il cortile tutto intorno e collocherai la tenda
d’ingresso dal cortile. Prenderai l’olio di unzione per spargerne il
Tabernacolo e tutto quanto è in esso, così lo consacrerai con tutti i suoi
utensili e sarà cosa sacra. Ne ungerai inoltre l’altare degli olocausti e tutti
i suoi arredi, consacrerai l’altare, così diverrà cosa santissima. Ungerai la
conca ed il suo piedistallo e così la consacrerai. Farai avanzare Aronne e i
suoi figli all’ingresso della tenda della Radunanza e li laverai con l’acqua.
Rivestirai Aronne con gli abiti sacri, lo ungerai e lo consacrerai e lo
consacrerai in modo che egli eserciti il mio sacerdozio. Quindi farai
avvicinare i suoi figli e li rivestirai con le loro tuniche. Li ungerai come
già avrai unto il loro padre, affinché diventino i Miei Ministri e così sarà
loro conferito il privilegio di un sacerdozio perpetuo per tutte le loro
generazioni. E Mosè eseguì tutto conformandosi a quanto l’El gli aveva
comandato.
Nel primo mese dell’anno
secondo dall’uscita dall’Egitto nel primo giorno del mese fu eretto il
Tabernacolo. Che eresse Mosè, mettendone le basi, piantando le assi,
collocandole sbarre, drizzando le colonne. Stese poi la tenda sul Tabernacolo,
vi sovrappose la coperta del padiglione come l’El aveva comandato a Mosè.
Prese in seguito la
Testimonianza e la depositò nell’Arca applicando le stanghe all’Arca e
collocando il coperchio al di sopra dell’Arca stessa.
Introdusse l’Arca nel
Tabernacolo, pose la cortina divisoria coprendo così l’Arca della Testimonianza
così l’El aveva comandato a Mosè.
Collocò la mensa della
tenda della Radunanza, verso il fianco settentrionale del Tabernacolo al di
fuori della portiera. Dispose sopra in ordine i pani dinanzi all’El come l’El
aveva comandato a Mosè.
Mise il candelabro nella
tenda della Radunanza, in faccia alla tavola dal lato meridionale del
Tabernacolo. Accese i lumi davanti all’El, come aveva comandato l’El a Mosè.
Pose l’altare d’oro nella
tenda della Radunanza davanti alla portiera. Vi arse sopra il profumo aromatico
come aveva comandato l’El a Mosè.
Pose la tenda
dell’ingresso al Tabernacolo.
L’altare degli olocausti
mise all’ingresso del Tabernacolo della tenda della Radunanza, offrendo
l’olocausto e l’offerta farinacea come l’El aveva comandato a Mosè.
Fissò la conca fra la
tenda della Radunanza e l’altare e vi mise acqua per le abluzioni.
E da quella Mosè, Aronne
e i suoi figli si lavavano le mani e i piedi, ogni volta che entravano nella
tenda della Radunanza o quando si avvicinavano all’altare, dovevano fare queste
abluzioni come comandato dall’El a Mosè.
Dispose il cortile
attorno al Tabernacolo e l’altare, collocò la tenda d’ingresso all’atrio e così
Mosè terminò tutta l’opera.
Allora la nube avviluppò
la tenda della Radunanza e la Maestà divina riempì il Tabernacolo. Mosè non poté
penetrare nella tenda della Radunanza perché la nube posava su di essa e la
Maestà divina riempiva il Tabernacolo. Allorquando la nube si ritirava dal di
sopra al Tabernacolo, i figli d’Israele si spostavano da un luogo all’altro.
Ma quando la nube non si
ritirava, essi non si muovevano fino a che la nube si dipartisse. Poiché la
nube divina era sul Tabernacolo di giorno e durante la notte vi era in essa il
fuoco di tutta la casa d’Israele, durante tutti i loro viaggi.
Questi ultimi due
capitoli dell’Esodo mettono in risalto l’evoluzione delle richieste di Jahweh
inerenti la costruzione dell’Arca dell’Alleanza, del Tabernacolo e di tutto il
comprensorio che si sta terminando.
Vengono proposti tutti
questi manufatti quasi in contemporanea, ma in realtà hanno due funzioni molto
diverse.
Vi sono tutti questi
manufatti che vengono costruiti per dare una certa risonanza alla figura
sacerdotale di Aronne e dei suoi figli. Tale funzione viene travisata in quanto
nei tempi la figura sacerdotale ha assunto una diversa connotazione.
Questa figura ci è stata
proposta come colui che fa da tramite tra la divinità e gli umani.
Ma non era così per la
tribù d’Israele-Giacobbe e il suo gemello Esaù, i primi di cui si parla che
abbiano avuto rapporti con gli Elohim, anche se la letteratura riferita alla
divinità è molto variegata con libri, narrazioni e poemi che parlano ampiamente
degli Anunna-Theoi-Neteru-Veda ed Elohim.
La figura del sacerdote
proposto dalla Bibbia viene in risalto con Jethro, il suocero di Mosè che,
guarda caso, indirizza il genero nel monte in cui questa divinità stazionava
con il suo cavod.
Dopo avere raggiunto un
accordo con Jahweh Mosè avendogli fatto comprendere che lui avrebbe potuto
affidarle non solo la famiglia di Levi di cui lui era bis-nipote, ma anche di
tutti gli altri undici componenti. Entrambi stipularono il patto di condividere
l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto.
Infatti Jethro va’ ad
accogliere suo genero al ritorno di Mosè con questa moltitudine di persone che
stazionavano nei pressi del monte Sinai, lo stesso monte in cui Jahweh apparve
sotto forma di “roveto ardente”.
Appare evidente che la
funzione sacerdotale di Jethro viene in secondo piano quando Mosè si
sostituisce a lui e imponendo alla divinità la funzione sacerdotale del
fratello alla guida del popolo. Si, perché una delle varie attribuzioni di
Aronne era quella di governare l’intera tribù come Governatore.
I paramenti che vengono
confezionati appositamente per lui e per i suoi figli hanno la doppia funzione,
quella di dare una certa importanza con l’ostentazione di tanto oro, l’altra è
quella che dal pettorale, chiamato in lingua ebraica “efod”, serve per mettere
in comunicazione Aronne con Jahweh.
La Bibbia non fa
comprendere nel modo opportuno che l’insediamento di Aronne era principalmente
quello di accudire, come tutti i sacerdoti e/o ministri, Jahweh in persona.
E come veniva esplicata
questa funzione?
Aronne doveva farsi parte
diligente di procacciare all’El la sua porzione quotidiana di carne, con
l’abbattimento di due agnelli al giorno più un toro giovane, il tutto cotto
alla brace e con la cottura alla griglia di certe parti ben precisate da
Jahweh, specificando che quelle parti del corpo dovevano essere abbrustolite e
annusate dall’El e se per caso qualche altro si fosse procacciato e bruciato
quelle parti del corpo delle vittime sacrificali, sarebbe stato messo a morte.
Aronne e i suoi figli in
realtà erano dei macellai di alto rango, i quali dovevano fare con precisione
chirurgica l’omicidio della vittima da sacrificare (bambini, animali),
tagliarli, scuoiarli, dividerli con le modalità dettate da Jahweh e bruciate
alla griglia, che lui aveva fatto costruire appositamente dando a Mosè tutti i
particolari per la messa a punto del manufatto.
Prima di effettuare
queste manipolazioni, Aronne e i suoi figli dovevano, dietro la supervisione di
Mosè, sottoporsi a dei riti di sanificazione curata in maniera maniacale per la
paura di infezioni trasmissibili alla divinità.
Mosè, Aronne e i suoi
figli, entrati nel cortile dovevano preliminarmente lavarsi totalmente da nudi,
successivamente ungersi l’intero corpo di olio, passando poi alla vestizione
con la precisione specificata nei minimi particolari.
Tutto ciò serviva perché
i facenti-funzione di macellaio nel mattatoio situato nel cortile della tenda
della Radunanza, dovevano prima, ammazzare il bambino o la bestia, sempre con
le modalità descritte dalla divinità, e poi messe al fuoco nella graticola.
Dovevano anche essere
disinfettati e unti tutti gli strumenti ed arnesi che Jahweh aveva richiesto di
costruire dagli artigiani da lui nominati e immessi nei ruoli da parte di Mosè.
Vediamo ora la
costruzione di tutto il comprensorio del cortile e del Tabernacolo con le loro
relative funzioni.
Le tavole, i pilastri, le
cortine, le pelli avevano la funzione di non permettere al popolo di vedere
Aronne e i suoi figli mentre ammazzavano offrendo in olocausto i bambini e le
bestie.
Ma ciò che era più
importante non vedevano Jahweh che banchettava sulle carni bruciate delle
povere vittime e dopo il pasto, si beava dei fumi lenitivi, eccitanti e/o
calmanti.
Vediamo perché era il
luogo in cui la divinità si fermava a mangiare.
Analizziamo tutto ciò che
Jahweh aveva richiesto e Mosè con i suoi artigiani era riuscito a fare.
Nel cortile tutto
recintato, vi era l’ara sacrificale con il bacile per fare i lavaggi personali
e le unzioni, tutto il cortile era in realtà il mattatoio dove si abbattevano i
capi richiesti in olocausto da Jahweh e dove venivano abbrustoliti come carne
alla brace che piaceva tanto a tutti gli Elohim.
Proseguendo nel cortile
interno tutto recintato e occultato alla vista vi era un’ulteriore tenda divisa
in più parti, nella prima parte vi era il candelabro, l’incensiere e la tavola.
Vediamo il perché vi erano queste cose.
Il candelabro veniva
sempre acceso e nell’incensiere venivano bruciati tutti i profumi con la
modalità di miscuglio dettate personalmente da Jahweh il quale dispose sia la
quantità che il tipo di profumo.
Poi vi era la tavola
sempre imbandita con le pagnotte e i pani azzimi.
Cosa accadeva in realtà
in quel luogo?
Jahweh scendeva a
mangiare dal suo cavod avvolto sempre nella nube durante il giorno e illuminato
dal fuoco dei gas di scarico del suo cavod.
Pertanto i piatti per
mangiare e le coppe per bere, ciò che l’El aveva ordinato a Mosè ed Aronne e i
suoi figli in perpetuo, dovevano essere pronti e puliti per l’uso voluto dalla
divinità.
Quindi questo El-Elohim
mangiava al mattino e la sera a lume del candelabro sempre acceso, consumando
sia la carne che i pani e bevendo il vino che doveva avere per sempre servito
da Aronne quale suo maggiordomo e i suoi figli.
L’altra camera era
adibita a deposito dell’Arca dell’Alleanza.
L’Arca era un’arma e una
radio ricevente-trasmittente che veniva trasmessa dal cavod direttamente
all’Arca che agiva come polo negativo e ricevendo come un generatore di
corrente che proveniva dal cavod-Gloria del Signore che trasmetteva la corrente
e i segnali radio per impartire gli ordini che venivano ricevuti sia da Mosè
che da Aronne e i suoi figli.
Più tardi quando Aronne
morirà, questa modalità verrà traslata al sacerdote o ministro di turno che
aziona tutta la potenza distruttiva che emanava l’Arca.
Questa tenda da campo
permarrà fino a quando Salomone non edificherà, sotto le direttive di Jahweh,
una costruzione dove l’Arca dimorerà sino alla sua scomparsa definitiva, ma di
ciò ne parleremo in un altro libro.
Ora rammentiamo solo come
termine dell’Esodo di questo popolo che scappava dalla schiavitù.
L’ultimo paragrafo
dell’Esodo termina con “Allora la nube avviluppò la tenda della Radunanza e la
maestà divina riempi Tabernacolo.
Abbiamo notato, nella
nostra escursione narrativa che il mezzo con cui si muoveva Jahweh, non
permetteva che nessuno gli stesse davanti sia in movimento che quando stava
fermo.
Questo stava a
significare che la propulsione di questo veicolo era sicuramente composto di
due tipi di forze, una spinta era cagionata da un motore con un reattore
nucleare ad idrogeno, il quale produceva una grande condensazione umida, ecco
il perché della nube quando questo mezzo appariva e/o si fermava in qualche
luogo, le particelle nebulose erano determinate dal raffreddamento delle barre
nucleari che producevano l’energia per essere sospesa al suolo o per volare.
L’altro tipo di
propulsione era sicuramente al plasma, che generava l’energia sotto forma
similare al forno a microonde, ecco perché la scottatura sul viso di Mosè.
EPILOGO
Solo dopo avere letto
interamente una storia si può emettere la relativa conclusione su ciò che in
essa è stato narrato.
Questa è una storia che
ha influenzato con la sua narrativa, l’intera vita di milioni, se non miliardi
di persone, in quanto essa a prima vista appare come una storia irreale e
fantastica dato che parla di un essere che ci hanno proposto come il Creatore,
non solo del genere umano, ma dell’intero Universo e di tutto ciò che vi abita.
Sono nato in un meraviglioso
paese di una terra che dicono fra le prime emerse al Mondo. La Sardegna, quale terra
ed Arbus quale luogo è quello che il caso determinò che io nascessi.
Sin da piccolo crebbi e
fui istruito in una famiglia in cui i miei patriarchi erano molto longevi,
avendo avuto una nonna, che si chiamava Santina Sida, che superò
abbondantemente i 100 anni, un grande traguardo per gli uomini di quei tempi,
visto le insidie dell’ansia e dell’atmosfera che si sono formate a seguito
dell’indiscriminata emissione di gas nocivi.
Questa roccia di nonna
era molto timorata da Dio e dagli uomini, pertanto pretese dai miei genitori di
continuare la tradizione millenaria di credere ed ossequiare il Dio che nella
mia terra vigeva e veniva adorato.
Un sacerdote di questo
Dio ci raccontava, sin da piccoli, narrandola come una fiaba la storia di
Giuseppe, figlio di Giacobbe. Ero affascinato dalla storia di quel giovane, che
malgrado fosse stato venduto come schiavo dai suoi fratelli, fosse diventato
per sua volontà e caparbietà una persona forte nell’intelletto e potente verso
la collettività, diventando secondo solo al Faraone.
I miei studi e la mia
voglia immensa di viaggiare, mi portarono in giro per il mondo con tanta voglia
di comprendere tutto ciò che mi stava intorno.
Iniziai a capire che
quasi tutte le nozioni che mi venivano insegnate dal mondo esterno erano tutte
variegate e non corrispondevano alla realtà, in quanto per motivi, allora a me
sconosciuti, venivano o erano stati manipolati ad arte affiche la realtà degli
eventi non venisse mai alla luce perché non corrispondente ai valori di chi
voleva mostrare un’altra faccia della medaglia che in quel momento, io stesso
stavo vedendo.
L’interesse che provavo
nel sentirmi raccontare la favola della Bibbia e di Giuseppe, cresceva man mano
con la mia età.
Iniziai a leggere degli
scritti inerenti alla narrativa biblica come “La bibbia aveva ragione” di Werner,
poi scoprii dagli studi accademici che vi erano dei risvolti diversi in altri
libri, come l’Odissea di Omero.
La lettura, con il
passare degli anni fu sempre più forbita ed interessante perché scoprivo,
tramite i libri letti, una serie di evidenti discrepanze letterarie.
Mi ritrovavo a chiedermi,
nei miei pensieri, come mai tutte queste divinità avevano degli attributi sempre
similari, richiedevano a noi poveri mortali, sempre le stesse cose, volevano
essere serviti, riveriti e accuditi, con un eccesso di devozione, chiedendo
anche la nostra morte.
A questo punto, non
contento dei risultati che ottenevo tramite le risposte degli intermediari
delle divinità, chiamati sacerdoti, volli vedere e ricercare la verità sotto
altri punti di vista.
Scoprii nel tempo che una
delle prime manipolazioni, veniva creata nelle traduzioni dalle lingue
originali a quelle delle lingue interessate.
Tali traduzioni venivano
effettuate sempre a favore delle religioni precostruite sulle fondamenta della
lingua in cui veniva tradotta mutandone il significato.
E così i danni
diventavano incalcolabili, traducendo la lingua madre, per esempio dall’ebraico
antico al greco, per poi passare al latino e per ultimo all’italiano, in questa
miriade di interpretazioni letterarie si perdeva la realtà degli eventi e tutto
veniva coartato e alterato dalle varie traduzioni.
Ma non furono solo queste
le falsità che si creavano nelle varie manipolazioni, erano i nomi, le date, i
personaggi che rendevano un racconto differente da ciò che si voleva dire e
narrare.
Fui preso dal fervore di
conoscenza, in quanto volevo scoprire la verità sulla favola che mi avevano
raccontato sin da piccolo, volevo avere la certezza che la famiglia di
Giacobbe, poi chiamato Israele, era stata ridotta in schiavitù per 430 anni e
poi questa famiglia fu liberata dal giogo egiziano da Jahweh e resa libera con
l’ausilio di Mosè.
Iniziai pertanto a
cercare tutte quelle prove che potessero avvalorare la tesi sostenuta dagli
ebrei di essere stati portati all’esodo da Mosè.
Costui era un bis nipote
di Levi, uno dei dodici figli di Giacobbe entrato in Egitto dietro invito di
suo figlio Giuseppe che nel contempo era diventato Visir di un Faraone, di cui
non viene mai svelato il nome.
Mentre scorrevo nella
lettura questo libro, ho iniziato a denotare delle rilevanti discrepanze
storiche, avevo la netta impressione che certe notizie del racconto venivano volutamente
celate e a tratti, nella narrazione, vi era una sorta di voluto depistaggio del
lettore per indurlo volutamente all’errore.
Uno dei primi elementi
inducenti alla presunzione d’errore fu quello del luogo dove andò ad abitare
Giacobbe.
Israele dopo avere
ricevuto la casa in dono dal proprio figlio Giuseppe per autorizzazione del
Faraone nel luogo chiamato Goshen (Genesi 47,6), improvvisamente, poche righe
più innanzi, diventa “la terra d’Egitto nella parte più bella, nella terra di
Ramses”.
Questo nome inserito con
arte e perizia dagli esegeti biblici, inevitabilmente induce il lettore a
portarsi mentalmente nel periodo storico in cui appare questo nome.
Orbene il periodo storico
in cui appare per la prima volta il nome di un Faraone chiamato Ramses, è nella
XVIII dinastia e con l’avvento della XIX in cui i Ramessidi diedero la loro
impronta con i loro regni.
Per tale motivo ci si
chiede il perché viene lanciato nella Bibbia questo falso messaggio. La
risposta inevitabile è solo una, perché non corrisponde a verità, si vuole
inviare un messaggio falso affinché il lettore non lo percepisca e nel contempo
pensi di trovarsi realmente in quella dimensione storica, creando una perfetta
traslitterazione del periodo così da avvalorare l’intero racconto.
Il lettore viene
rasserenato dallo scorrere degli eventi e crede pertanto di vivere quegli
accadimenti imputando tutti gli eventi al Faraone Ramesse.
Ma la storia,
l’archeologia, i documenti lasciateci in eredità da questo ingombrante e fantastico
Regnante ci porta inevitabilmente ad escludere con certezza che alcuno degli
eventi narrati nella Bibbia siano riconducibili alla sua persona.
Questa modalità di
pensiero non può pertanto avvalorare i 430 anni di schiavitù lamentati dal
popolo israelita.
Cercavo in modo
compulsivo di trovare la verità in questo racconto, ma continuavo ad avere solo
riscontri negativi, nulla era a favore della narrativa biblica e non ero una persona
anti Ebraica o contro la Bibbia, non comprendevo perché narratori biblici
avevano mentito all’umanità.
Credo che questi
scrittori che hanno continuamente manipolato il testo, non si sono resi conto
che prima o poi la verità sarebbe emersa.
Negli ultimi 100 anni vi è
stata una tale evoluzione tecnica, scientifica, con nuovi mezzi di analisi dei
reperti storici, nuovi coraggiosi traduttori delle varie lingue classiche,
compresa quella ebraica, che hanno posto in evidenza una serie infinita di
volute traduzioni non conformi con la realtà del vocabolo che si voleva
camuffare con il suo significato.
Nel contempo sono state
colmate le lacune di periodi, nomi, luoghi riferiti a certi passi biblici che
assumevano altri significati.
Mettiamo in risalto tutti
quegli elementi che inequivocabilmente mi hanno portato a credere che un Esodo
così descritto nel testo biblico, non è mai avvenuto
Dal progenitore Levi sino
ad arrivare ad Aronne e Mosè vi è un intervallo di circa 70-80 anni, è quindi
inverosimile che la tribù di Israele e sia stata messa in schiavitù, in quanto
grazie alla pervenuta ricchezza e potere in capo a Giuseppe, figlio di Giacobbe
e il penultimo fratello di Levi.
In capo a quattro
generazioni conteggiando i componenti di questa famiglia nell’arco dei
successivi cento anni dall’arrivo in Egitto, in numero di settanta comprendendo
Israele e tutti gli altri famigliari al momento dell’uscita dall’Egitto, le
persone non avrebbero potuto superare il numero di 300-500 e anche abbondando
con una tribù molto prolifica, arriviamo al massimo a 1.000 persone.
Vediamo di intuire come
realmente potrebbero essere andate le cose fingendo che la parte narrativa
riferita a Mosè corrisponda anche in minima parte al racconto.
Pensando all’evento che
il neonato Mosè sia stato messo nell’acqua volutamente dalla sorella e sospinto
verso il luogo in cui si bagnava la figlia del Faraone, in modo che fosse da
questa salvato, ma poi affidato alla stessa bambina e anche alla madre che
fungeva da balia, che nella realtà era la vera madre.
Mosè venne poi dopo che
finito lo svezzamento, tenuto presso l’abitazione reale e istruito secondo i
canoni educativi di quel periodo che venivano impartiti alla famiglia del
monarca.
Sicuramente come in uso
presso i Faraoni, un figlio adottato aveva le stesse prerogative, velleità e
aspettative di un figlio naturale, pertanto Mosè fu avviato alla carriera
militare, egli era pertanto avvezzo alle armi.
Inevitabilmente il potere
lo condusse a sentirsi onnipotente e quando un soldato, suo subalterno, ebbe
una rissa con qualcuno della sua famiglia, lui reagì e lo uccise.
Siamo nel periodo di
dominazione Hyksos cioè dei pastori che diventarono Faraoni e imposero il giogo
del potere per circa 270 anni anche agli autoctoni soppiantando gli Egiziani, i
quali dominavano in Egitto da circa 1.500 anni.
La punizione del giovane
omicida fu quella dell’allontanamento dalla corte del monarca, ma nella sua
fuga si ritrovò nella regione montagnosa del Sinai ove erano situate le miniere
di oro, rame e turchese, dominate dalla divinità sacra agli Egiziani chiamata
la dea vacca, ma anche Hathor.
In questo luogo viveva un
popolo discendente da Abramo, il quale dopo la morte della sorella-moglie Sarai,
aveva generato un altro ramo famigliare che prese il nome di Madianiti, in
quanto discendenti da Madian, figlio del patriarca Abramo, quindi parenti di
sesta generazione anche di Mosè. Lo stesso incontra così una delle figlie di
Jethro, chiamata Tsipporà dalla quale ha due figli e pertanto il padre della
donna diventa suo suocero.
Quest’ultimo fa presente
al genero che nei luoghi dove loro sono insediati è presente una divinità, un
El-Elohim, di nome Yah, conosciuto dagli Egiziani come il dio della luna. Grazie
alle informazioni del suocero, Mosè entra in contatto con questa divinità, che gli
appare sotto forma di roveto ardente, e si mette d’accordo di intraprendere
un’avventura molto particolare, quella di portare fuori dall’Egitto questa
mastodontica moltitudine di forse 1.000 persone, che corrispondeva alla
famiglia di Israele-Giacobbe.
Qui iniziano una serie di
indefinite e non calcolabili fandonie. La prima in assoluto è quella che la
divinità appare sotto forma di roveto ardente, quando poi in tutta la storia
biblica, Jahweh appare centinaia di volte nelle sue reali fattezze quindi che
senso aveva apparire come un roveto ardente e poi dire che era un Messo-Malak-Angelo?
Altro punto inverosimile
è quello che Mosè e Jahweh concordano di portare questa enorme famiglia fuori
dall’Egitto.
La domanda che io mi posi
la prima volta che lessi questo passo fu: ma, se lui è dio, perché deve
ricorrere a questi inganni per liberare un popolo dalla presunta schiavitù? Mi
diedi una risposta evidente, perché lui non poteva, ma quali erano le
motivazioni portate a chiarimento di questa risposta?
Cerco di darvela con dei
semplicissimi ragionamenti che ognuno di noi può fare con estrema sincerità
solo se ammette di essere stati addomesticati-istruiti-plagiati sino dalla
nascita.
Pensateci bene, al
momento della nascita dall’utero di vostra madre, cercano di darvi un nome, ti
dicono ancora prima di respirare che tu sei di proprietà dello Stato dove sei
nato, ti danno una lingua, una religione dicendoti che sei fortunato ad averla,
cioè di avere quella, ti danno un drappo dicendoti che tu dovrai amarlo in
quanto grazie a quello dovrai sottostare alla sua legge e dovrai combattere per
difenderlo da altri che hanno un’altra bandiera e che occupano un’altra terra.
Ma qual è la differenza
con un animale altrettanto addomesticato, ti danno da mangiare, ti puliscono,
ti fanno ammansire mandandoti a scuola, ti dicono di avere un cortile dove ti
controllano fin dalla nascita, dicendoti che potrai andare in un altro cortile,
poi ad es. per la pecora ti dicono di avere paura del lupo che potrebbe
sbranarti, ma non ti dicono che sarà il tuo pastore a venderti, ucciderti e poi
a mangiarti.
Ditemi sinceramente: cosa
cambia? È così per tutti gli animali che in quel Gan Eden sono stati
addomesticati e poi poveretti, gli hanno detto che l’uomo aveva il potere su
loro, ma che poi sarebbe stato da lui ucciso e sbranato.
Qui il prototipo
dell’uomo aveva la stessa funzione, era stato immesso in un giardino terrestre
chiamandolo Paradiso Terrestre, così come per dirle che lì era un luogo felice,
solo perché nel Gan Eden erano gli Elohim a mantenerlo nella faziosità e noia,
ma vedendo che era infelice nel fare nulla decisero di fargli la femmina anche
perché gli Elohim erano stufi di vederlo che si accoppiava con gli animali.
Ma poi d’un tratto
decisero di liberarlo, ma ormai il condizionamento e l’indottrinamento aveva terminato
il suo percorso, gli Elohim non gli dissero che lo avevano costruito-assemblato-condizionato
e istruito per i loro strani giochi di guerra e che erano diventati il loro
cibo, la loro nutrizione.
Le divinità gioivano del
terrore che provocavano in questa razza da loro modificata.
Alcuni Elohim-Neteru-Theoi-Dei,
ma non tutti si cibavano della carne umana anche se si limitavano a chiedere
solo quella tenera dei primogeniti e che non avessero superato i sette giorni.
Mi ricordavo che quando
ero piccolo, in fase di apprendimento, mi insegnarono sempre che gli agnelli e
i maialetti occorreva ucciderli e mangiarli entro il settimo giorno dalla
nascita, venivano chiamati “al sangue” in quanto non avevano mangiato che il
latte materno. Era la stessa cosa in tutte le civiltà, le divinità lo chiedevano
agli umani che fossero uomini o bestie.
Noi eravamo la carica per
la loro energia vitale, non sapete quante volte mi sono chiesto se oltre la
nostra carne e quella delle bestie che volevano in olocausto, gli Elohim
captavano la nostra energia del dolore, delle nostre urla da feriti e prima
dell’arrivo della morte, se essi sentivano il nostro terrore tramutato in
adrenalina.
Non comprendevo il perché nella Bibbia veniva
narrata la storia di una tribù che non aveva un suo territorio, proveniente da
un luogo che non gli apparteneva, era dedito alla pastorizia, quindi errante
con il solo fine di pascolare il loro bestiame e le loro greggi.
Si racconta di Abramo-Isacco-Esaù-Giacobbe,
quest’ultimo dopo che lottò con l’El che lo chiamò Israele, venne chiamato dal
figlio Giuseppe per andare in Egitto e stare tutta la famiglia al gran
completo, a trasferite il proprio bestiame in Egitto per stare meglio dopo un
problema di siccità e carestia.
L’intera tribù-famiglia
di Israele si trasferì ad Avaris-Goshen e trascorsero una vita agiata, in
quanto parenti di Giuseppe, gran Visir d’Egitto, secondo come figura
carismatica solo del Faraone.
Vissero pertanto, tutto
questo nucleo famigliare composto da settanta persone, sicuramente in agiatezza
per tutta la vita di Giuseppe, che terminò alla veneranda età di 110 anni.
Ora cerchiamo di dare
ordine alle notizie che gli esegeti biblici vollero che noi sapessimo.
Giuseppe aveva 37 anni
quando il padre Israele arrivò in terra d’Egitto insieme ai suoi 11 figli,
nuore e nipoti.
Egli spirò dopo essere
stato 17 anni con Giuseppe e i suoi fratelli.
Vorrei rammentare ai
lettori che Giuseppe era il penultimo dei fratelli e Levi era il terzo figlio,
fra questo fratello e Giuseppe vi era una differenza di età di circa 30 anni.
Quando Israele arrivò in
Egitto, Levi aveva quasi settant’anni, i figli di Levi nati nella terra di
Canaan, erano Gherescion, Kent e Merari. Giacobbe racconta che Levi insieme a
suo fratello Simeone avevano la spada molto facile, come strumento di violenza
e che quando erano adirati uccidevano uomini e tagliavano i garretti ai buoi.
Un passo che ci fa
comprendere che Mosè e Aronne erano sicuramente coetanei dei bis nipoti di
Giuseppe è in Genesi 50,22-23 in cui si narra che “Giuseppe rimase in Egitto e
con lui la famiglia di suo padre (Giacobbe-Israele)”.
Giuseppe visse fino a 110
anni. Vide di Efrain, suo successore, i figli della terza generazione, anche i
figli di Machir, figlio di Manasse, nacquero sulle sue ginocchia.
È quindi naturale pensare
che Levi avendo circa 30 anni di più di Giuseppe avesse una generazione in più
del fratello, pertanto è possibile che Aronne e Mosè abbiano conosciuto sia il
loro pro zio e i suoi nipoti.
L’esposizione di questi
passi con relative prove che inchiodano i biblisti nelle loro menzogne, in
quanto appare certo-evidente e inequivocabile che la storia della schiavitù è
un’invenzione dei narratori biblici, una fandonia narrata solo per dare forma a
una motivazione reale ad un evento mai avvenuto, oppure avvenuto con altre modalità.
Con una immensa fantasia
si può arrivare al componimento di una famiglia che nella realtà non avranno
superato le 200, con un massimo di 800-1.000 persone di cui sarebbe stata
composta la tribù Israelita.
Decadendo la tesi della
schiavitù della famiglia d’Israele, perché è di questa che si parla, viene
anche a sparire la fuga dall’Egitto, decade l’intera impalcatura creata intorno
alla potenza di Jahweh nel cagionare quella serie di piaghe che lui aveva lanciato
contro quel popolo, in quanto non solo erano state causate da questa divinità
chiamata Eyah in ebraico, in babilonese Eya, mentre i popoli del deserto la
chiamavano semplicemente Yah e cioè con il nome in cui questa divinità lunare
disse chissà in quale lingua di chiamarsi Eyah cioè “io sono Eyah” e non colui
che sono, in quanto è solo un gioco di parole, Eyah-Asher-Eyah, come se avesse
ripetuto Eyah sono Eyah.
Decadendo la teoria della
schiavitù, scompare e sparisce la cosa più importante di tutta la Bibbia, cioè
la Pasqua.
Eh, si, se i passi della
Bibbia inerenti la formazione della Pasqua Ebraica non sono esistiti in quanto
falsi, ma descritti nei più dettagliati versi, in cui si fa menzione dell’uccisione
di “un giovane animale di bestiame minuto”, precisando che il detto animale
doveva essere maschio e senza difetti, di un anno, scegliendolo fra agnelli o
capretti, cosa accadrebbe?
La risposta al quesito
precedente è solo una, l’intera religione Ebraica decadrebbe nell’oblio della
menzogna per i seguenti motivi:
1) che bisogno aveva
Jahweh di “aspergere i due stipiti e l’architrave” col sangue della bestia
uccisa? Ma lui non era quel Dio onnisciente che tutto vedeva e sapeva? Che
bisogno c’era di dipingere col sangue l’entrata dell’abitazione della tribù di
Giacobbe-Israele? Jahweh non sapeva distinguere un Ebreo-Abiru da un Egiziano?
2) se l’intera famiglia
di Israele non contava più di 800-1.000 persone, quanti primogeniti avrà potuto
avere, non contando gli anziani e le donne? Sicuramente non erano più di 20 e
di questi si vuole forse affermare che Dio aveva bisogno di dipingere gli
stipiti di poche case per individuarli?
3) con questi reali
presupposti tutto il castello di favole che si è voluto costruire non avrebbe
alcun fondamento, la Bibbia ha raccontato una serie infinita di menzogne che le
fanno perdere la credibilità nei confronti dell’intera umanità.
Vediamo di mettere un po’
di ordine, l’intero Esodo pare dal presupposto che dalla morte di Giacobbe-Israele
decorrono in Egitto 430 anni di schiavitù.
Si vuole ricondurre il
predetto periodo durante il regno di Ramesse II, cioè quel Faraone che secondo
la Bibbia avrebbe subito questa infinità di “piaghe” che lo avrebbero afflitto
con l’incontro di Aronne e Mosè e che a seguito dei prodigi della verga donata
da Jahweh ai suoi emissari, questo Faraone sarebbe andato a morire nel Mar
Rosso tramite l’apertura delle acque insieme alla sua armata di 600 carri da
guerra.
La narrativa biblica
incorre in questo evento mai avvenuto, in una macroscopica menzogna, sempre
negata dagli archeologi in quanto Ramesse II non ha mai combattuto con gli
Ebrei e quantomeno con gli Hyksos e nessuno dei suoi figli e generali ha mai
inseguito nessun popolo attraverso la sua proprietà nella Penisola Sinaitica.
L’ulteriore dato che non
viene mai presa nella giusta considerazione è la figura di Mosè e Aronne.
Questi sono bis-nipoti di
Levi, fratello di Giuseppe, l’undicesimo figlio di Giacobbe-Israele, non si può
pertanto sottacere che dalla morte del predetto patriarca, padre dei dodici
figli e delle altrettante tribù che sono nate da loro, non trascorsero più di
100 anni dalla loro nascita, non è quindi possibile che siano trascorsi 430
anni di schiavitù, anzi con estrema certezza non sono trascorsi più di 20-30
anni di sottomissione al Faraone che sicuramente non era Ramesse II, ma
certamente un monarca Hyksos, che regnò tra il 16° e 15° secolo a. C.
Si può serenamente
concludere affermando che non vi fu alcuna schiavitù, non vi è stato alcun
Esodo, ma si può solo dire che la tribù di Israele con non più di 1.000 persone
tra maschi-femmine-bambini e vecchi, uscirono senza il permesso del Faraone
dall’Egitto.
Tale tesi inesorabilmente
demolisce tutto ciò che è stato scritto nella Bibbia.
Senza schiavitù non vi fu
l’Esodo, senza l’Esodo non aveva senso la Pasqua ebraica, senza la Pasqua non
vi fu alcun Elohim che trasse questo popolo dalle angherie del Faraone.
Nel deserto non potevano
vivere milioni di persone oltre a svariati milioni di animali.
Non potevano esserci
messi da trebbiare, né erba per i pascoli per una moltitudine di animali.
Non vi era acqua per
dissetare uomini e bestie e alcuno di questi poteva viere per 40 anni con la
manna concessa da Jahweh.
Non essendoci il
presupposto fondamentale messo alla base dell’esodo cioè la schiavitù, decade
totalmente tutta la narrazione biblica.
Si parte da una fiaba
raccontata da circa 800 anni a tutti i bambini egiziani dalla salvezza del
sovrano Accado, Sargon il grande, Miriam sorella di Mosè fa traslare la nascita
e il ritrovamento della cesta di papiro, con le stesse modalità della fiaba del
Re Sargon dandogli una parvenza divina.
Ma poi perché doveva
essere salvato Mosè in quanto secondo maschio e non Aronne?
Peccato che nella storia
originale, quella di Sargon, non viene detto che questo Re trovato anch’egli in
un cesto, dovette la sua fortuna che assomiglia stranamente più a Giuseppe,
figlio d’Israele, in quanto la sua fortuna di diventare Re, era dovuta
all’innamoramento della dea Elohim-Jshtar che lo incoronò monarca di Akkad.
L’unico evento che
accomunava Mosè a Sargon era la cesta del ritrovamento di entrambi, ma anche in
questa fiaba non viene in mente che non c’è mai stato uno schiavo che non
discenda da schiavi e che nessuno schiavo che non dica di discendere da un re,
così come afferma sia Sargon che Mosè con una lieve distorsione dicendo di
essere stato adottato.
Ma buon sangue non mente
e il potere ha sempre dato alla testa a tutti, anche Mosè sente la sua
personalità forte e potente, pertanto uccide un soldato del Faraone.
Il sangue della spada di
Levi scorreva violento nelle vene del nobile adottato, ma questo non lo esime
di scappare dall’ ira del Faraone e rifugiarsi nel monte Oreb dove scopre
Jahweh.
Mi immagino il reale
dialogo tra i due, Mosè racconta all’El-Signore, di essere uno dei pronipoti di
Giacobbe e il dio rispondeva “ma certo io so tutto”.
Mosè chiede lui chi fosse
e l’altro rispondeva di essere Eyah, quello che combatté con Giacobbe e lui lo
aveva definito Jsh-Ra-El, cioè “uomo che aveva combattuto con l’Elohim”.
L’El-Jahweh disse di
avere avuto da Elyon un territorio, ma non aveva alcun popolo da immettere in
quel luogo. Si mise d’accordo con Mosè di portare fuori dall’Egitto la sua
tribù.
Ma l’Elohim non poteva
farlo in prima persona in quanto altri Elohim avevano avuto il protettorato
dell’Egitto e lui era un giovane El non considerato dagli dei di 1° classe che
erano al comando di nazioni potenti, forti, che non si potevano sfidare
impunemente, rischiando per contro la morte.
Jahweh si mise d’accordo
con Mosè che lo avrebbe protetto fuori dal delta del Nilo e li avrebbe scortati
con i suoi Malak-Angeli chiamati in questi frangenti anche Messi del Signore
per non fare comprendere che questo essere era un Alieno, cioè uno venuto dal
cielo, dalle stelle.
I racconti delle piaghe
hanno funzionato sino a quando non si è venuto a scoprire che tutti gli eventi
biblici, non erano fatti risalenti alla potenza divina di un dio onnipotente
che poteva scatenare a suo piacimento tutte le forze della natura. Ora si può
dire con estrema sincerità che non un solo evento era riconducibile al soprannaturale,
ma tutto avvenne secondo precisi ordini fisici che la natura creava.
Realmente la divinità
appare in un cippo confinario, nel quale attestava che lì iniziava e terminava
il territorio di un El chiamato Baal e il luogo era sotto il suo potere e
protezione.
La storia di milioni di
persone non può che essere ridimensionata a qualche centinaio al massimo mille
anime stavano uscendo furtivamente dal territorio di sovranità di un Faraone e
di altri Elohim, che non si sarebbe certo scomodato ad inseguire una tribù di
così poche anime di poco superiore alle carovane che entravano ed uscivano
tutti i giorni per portare le loro mercanzie da barattare e vendere in terra
d’Egitto.
Non vi è di conseguenza
alcun inseguimento di carri Hyksos condotti da un Faraone che sarebbe annegato
nelle acque mai aperte e mai chiuse da Jahweh nel Mar Rosso, in quanto queste
persone conoscevano molto bene il territorio del delta del Nilo, sapendo
benissimo i trucchi per evadere e non finire nei luoghi di controllo
frontaliero effettuato dalle milizie Egiziane, quindi aggirando la palude di
canne portandosi nella dorsale del deserto del Sinai che si estendeva sino al Golfo
di Akab, ingannando le milizie frontaliere.
In quel preciso momento
appare Jahweh all’inizio della fila che con il suo cavod scortava questa coda
di due-trecento persone e con un suo Messo cioè un suo subordinato che in un
altro veicolo terminava la fila di uomini e animali.
Ma qualche capitolo prima
del racconto biblico, il narratore si affretta a dire che purché se ne fossero
andati dalla terra Egizia, il popolo pieno di rancore nei confronti di Israele,
riempì questi fuggiaschi prima schiavi, le loro bisacce di oro-argento-rame e
denaro a fiumi.
Questa esposizione
permetteva poi la tribù d’Israele di giustificare questo fiume di metalli vari
per poter fabbricare i suoi idoli e tutti i manufatti che la loro divinità
avrebbe ordinato di costruire.
Trovo così inveritiera
questa parte del racconto perché in quasi 4.000 anni di storia non si è mai
visto un popolo che viene mandato via da un luogo perché avrebbe ammazzati i
suoi migliori figli e che loro comandavano e che pur di scacciarli e mandarli
via dall’Egitto vengono riempiti di doni con quantità spropositata di oro,
argento.
Più andiamo avanti nella
narrazione biblica e il racconto si fa sempre più fantastico e irreale.
Questa tribù finisce nel
punto estremo della Penisola del Sinai, nel luogo protetto e dedicato ad una
dea, una certa Hathor, questo El giovane e inesperto non avrebbe potuto
nascondere ad un suo simile, milioni di persone, animali, pertanto essendo il
racconto sempre più fantasioso diventa inverosimile e non credibile.
Diventa quindi reale e
credibile che la tribù d’Israele fosse composta da poche centinaia di persone
che potrebbero essere sopravvissute alla fame ed alla sete del luogo dove
decisero di dimorare.
Rammentando che i cavod, i ruack che aveva
Jahweh li avevano anche gli altri Elohim e credo che una ricognizione dall’alto
avrebbe permesso di scoprire quella moltitudine di uomini e bestie decantate
nella Bibbia, mentre un pugno di uomini si sarebbero confusi facilmente nelle
oasi.
Poi non trascuriamo i
bisogni primari dell’uomo per la sua sopravvivenza, necessità di acqua,
proteine animali e prodotti farinacei, ciò che le tribù avevano sotto forma di
animali e scorte limitate portate dall’Egitto, ma non credo quantità tali da approvvigionare
animali e uomini, con una totale mancanza di frutta, verdura ed erba.
A conferma delle mie
asserzioni occorre denotare in Esodo 17,10 che vi è uno scontro tra le tribù
d’Israele e il popolo Amalek, dei loro lontani cugini, figli di Esaù, il gemello
di Giacobbe, i quali si confrontano per il diritto di usare le sorgenti di
acqua dell’Oasi, qui per la prima volta appare un nuovo personaggio, un certo
Giosuè, chiamato poi anche Osea, il quale combatte contro gli Amalechiti sotto
la direzione sopra il monte di Mosè.
C’è da chiedersi perché
la divinità non scendeva dal suo cavod e combatteva gli Amalechiti? La risposta
era che non poteva farlo in quanto anche gli Amalechiti avevano un loro Elohim
a proteggerli e quindi Jahweh non poteva scendere ad aiutare Israele in quanto
anche l’altro avrebbe fatto la stessa cosa, pertanto le divinità sarebbero
uscite allo scoperto.
Un altro motivo che non
viene mai messo nella dovuta evidenza era quello non riconosciuto e non voluto
narrare dagli esegeti biblici in quanto dovrebbero ammettere che il primo
antisemita della storia era proprio il loro dio, infatti cerchiamo di spiegare
e di recepire questo pensiero.
Giacobbe aveva un
fratello gemello, chiamato Esaù, quest’ultimo come abbiamo visto
antecedentemente generò Elifaz che generò Amalek.
Orbene secondo la
narrazione biblica, Isacco ebbe l’ordine dal suo El, chiamato El Chadday di
circoncidere tutti i loro figli maschi, affinché lui potesse sempre
riconoscerli.
Quindi se Giacobbe,
diventato Israele, era stato circonciso come suo fratello gemello, sia la tribù
di Giacobbe che quella del gemello erano entrambe circoncise, ma allora cosa
avvenne veramente?
Questo evento è
importante in quanto fa mutare in modo repentino il pensiero che tutti abbiamo
avuto, che esistesse un dio unico, in quanto così ci hanno insegnato. Ma così
non era quando Giacobbe con artifizi e raggiri rubò la primogenitura al
fratello, dovette fuggire da casa e rifugiarsi presso lo zio Labano, nel
contempo il gemello Esaù si affidò come protezione ad un altro El-Elohim,
comunque non Jahweh.
Questo metodo
interpretativo deve necessariamente essere adottato da tutti i lettori che non
sono stati sufficientemente plagiati dalla religione ebraica e quella
cristiana, in quanto se si interpreta sotto l’occhio investigativo si rileva
che tutta la Bibbia è farcita di continue falsità e interpretazioni errate,
mentre se si ha fede non si può denotare nulla.
Pensate solamente che
quando El Chadday, chiamato anche l’Iddio Onnipotente si fece giurare da Abramo-Isacco
e Giacobbe che tutta la loro progenie sarebbe stata circoncisa e così fecero,
anzi il Vecchio Testamento disse che Abramo ottemperò all’ordine della divinità
apparsegli, circoncidendo sia Ismaele e poi Isacco, ma guarda caso non dicono
più se tutti gli altri figli avuti da Ketura, anche essi legittimamente di
progenie Abramitica e cioè Zimran, Jokscion, Medau, Midian, Jshbaz e Sciuach e
successivamente tutti i loro figli e nipoti sarebbero dovuti essere stati
circoncisi.
Il rito del taglio del
prepuzio aveva un preciso significato, era il riconoscimento da parte dell’El
del popolo a lui sottomesso.
Orbene ognuno di questi
individui testé citati, avrebbero dato origine ad un popolo.
Così Ismaele fu il
progenitore degli Ismaeliti cioè gli Arabi, mentre man mano che da tutti i
figli di Abramo nascevano delle nazioni, le tribù crescevano diramandosi per il
Medio Oriente e vennero chiamati Israeliti ed Ebrei.
La circoncisione avrebbe
potuto far riconoscere la derivazione di tutto questo frazionamento delle
famiglie.
Nacquero pertanto da
Abramo e da suo nipote Lot dei popoli, come i Moabiti, gli Edomiti, Israeliti,
Madianiti, Amalechiti, Ammoniti.
Successivamente tutti
questi popoli vennero soppiantati dalla tribù di Israele e dai suoi figli, Dan,
Aser, Naftali, Jssacar, Manasse, Efraim, Gad, Beniamino, Ruben, Giuda e
Simeone.
Vi starete domandando il
perché metto in evidenza questi eventi biblici narrati nel libro sacro degli
Ebrei. Il motivo è semplice, è il libro che porta a delle interpretazioni
inverosimili.
Se gli incontri di questi
Elohim, ma in particolare di Jahweh, sono avvenuti con il capostipite di tutte
quelle tribù e ad Abramo fu promesso che avrebbe avuto tanti figli come i
granelli di sabbia ed a questi figli avrebbe dato le terre in cui sgorgava il
latte e il miele perché poi questi popoli, nazioni, Jahweh decide di
sterminarli? Che poi realmente li cancella dalla faccia della terra.
Essi sono comunque i
figli e i nipoti di colui che la divinità aveva fatto il patto.
La realtà è diversa, preliminarmente
con gli artifizi letterali si tenta e ci si riesce di confondere con
contorsionismi strani e camaleontici, di fondere nella stessa persona El
Chadday con Jahweh, questo non viene mai detto apertamente, ma si comprende in
quanto vengono fatti numerosi errori che al lettore attento non sfuggono, come
quello che El Chadday avrebbe detto a Giacobbe di costruire un altare a quel El
che gli sarebbe apparso mentre lottava e che poi gli avrebbe detto che per il
futuro sarebbe stato chiamato Israele, non riescono a raggirare il lettore
facendogli credere che è lo stesso El Chadday a dire a Giacobbe di erigere un
altare a se stesso mentre in realtà si fa finta di parlare con Jahweh.
Questo e tanti espedienti
fanno comprendere la miriade di Elohim che nel Vecchio Testamento compaiono,
mentre Israele effettua il disperato tentativo di proporne solo uno, cioè
quello che loro avevano scelto di seguire o che gli era stato imposto dallo
stesso essere.
Queste fantasie
letterarie con il continuo sforzo di fare apparire una realtà diversa da quella
raccontata, porta inevitabilmente il lettore a comprendere che è tutto una
mistificazione, una continua menzogna basata su fatti storici mai accaduti e
sicuramente mai avvenuti con le modalità che questo libro propone.
Ma la domanda più
importante è quella riferita a come può una storia inventata di sana pianta da
una serie infinita di falsità e menzogne essere credibile al mondo e
all’umanità?
Come si può a distanza di
millenni credere ancora alla favola di un dio e per di più unico, quando gli
stessi narratori biblici ne elencano almeno una cinquantina nel loro racconto,
ma vengono sapientemente occultati.
Come si può credere che
questi esseri provenienti dallo spazio esterno alla Terra, abbiano creato
l’Universo, il Mondo in cui viviamo?
Perché non ammettere che
questi erano degli Alieni, stranieri di questo Mondo, esseri diversi che hanno
colonizzato la Terra, modificato le razze già esistenti compreso noi.
Che noi essendo stati
modificati per qualche recondita loro ragione e fine, siamo stati la loro carne
energetica e spirituale, in altre parole i loro giocattoli, trastullo delle
loro lunghe giornate di vita.
Perché non ammettere che
siamo stati oggettivamente istruiti ad essere di loro esclusiva pertinenza e
dominio ed ancora attualmente plagiati e indottrinati.
Di avere avuto la loro
educazione mentale con tutte le nozioni che ne derivano essendo inizialmente
similari a loro, di esserci evoluti sotto la loro iniziativa, impulso e conoscenza
ed esserci, dopo la loro “presunta” scomparsa, avere percorso il tragitto che
loro ci hanno impartito comportandoci come facevano e come loro avrebbero e
hanno voluto che fosse il nostro comportamento.

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