"PEZZI DI BRAVURA"

 

Manuel Omar Triscari

 

 

 

PEZZI DI BRAVURA.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 LA MUSE MALADE.

 

Ma pauvre muse, hélas! qu’as-tu donc ce matin?

Tes yeux creux sont peuplés de visions nocturnes,

Et je vois tour à tour réfléchis sur ton teint

La folie et l’horreur, froides et taciturnes.

Le succube verdâtre et le rose lutin

T’ont-ils versé la peur et l’amour de leurs urnes?

Le cauchemar, d’un poing despotique et mutin

T’a-t-il noyée au fond d’un fabuleux Minturnes?

Je voudrais qu’exhalant l’odeur de la santé

Ton sein de pensers forts fût toujours fréquenté,

Et que ton sang chrétien coulât à flots rythmiques,

Comme les sons nombreux des syllabes antiques,

Où règnent tour à tour le père des chansons,

Phoebus, et le grand Pan, le seigneur des moissons.

 

Cosa ci fa Minturno citato in una poesia di Baudelaire, contenuta nella celebre raccolta Les fleures du mal? Il verso 8 di La muse malade recita: T’a-t-il noyée au fond d’un fabuleux Minturnes? 

Per una traduzione di questo verso, occorre partire dal verbo noyer, che non ha un corrispondente esatto in lingua italiana. La definizione data dal dizionario francese Larousse è “far perire”. La parola deriva dal latino necare, che, appunto, significa “uccidere”. In francese la parola ha assunto però un’accezione più precisa, quella di uccidere per immersione. In generale, qualcosa che ha a che fare con l’acqua, con l’immersione.

Il noyer della poesia è dunque traducibile con “annegare”. La parola Minturnes (scritta esattamente così, con la lettera maiuscola) non ha invece traduzione nei vocabolari francesi. È evidentemente un neologismo creato da Baudelaire, che funziona bene nella struttura ritmica della poesia.

La composizione ha un atmosfera piuttosto notturna, cupa, tipica rappresentazione dello spleen su cui l’autore ha fondato l’intera sua poetica. Il senso della poesia è quello della ricerca della musa ispiratrice, persa a causa degli abbattimenti dovuti allo spleen della notte. Da qui l’ampio uso, nella prima parte della poesia, della vocale u e il ripetersi delle sonorità cupe terminanti in –urnes. Nella seconda parte, invece, l’invocazione degli elementi ispiratori della poesia porta all’uso di sonorità più aperte. È nella prima parte che si inserisce Minturnes, ultima rima delle quattro terminanti in –urnes.

Una traduzione letteraria del verso non ha alcun senso: l’incubo notturno avrebbe annegato la musa in un favoloso (o fiabesco?) Minturno. È vero che Minturno è sulla costa laziale, ma si è ancor lontani dalla comprensione di come Baudelaire possa aver immaginato che la sua musa sia finita annegata nel mare minturnese.

Le traduzioni della poesia, sia in lingua italiana che inglese, offrono una molteplicità di significati, o accezioni. Si va dall’intendere Minturno come nome proprio (appunto di località) o nome comune (pur mantenendo la maiuscola iniziale). In quest’ultimo caso le accezioni vanno dal sinonimo di tristezza o di depressione evocato puramente dalla sonorità della parola. In pochi tuttavia hanno voluto approfondire il termine, proponendo interpretazioni più ampie. È il caso, ad esempio, del riferimento alla palude, presente in alcune poesie (in effetti nell’antica Minturnae era presente una zona paludosa tutt’intorno alla città, zona poi bonificata e tutt’ora chiamata dalla popolazione locale “Pantano”).

Lo stesso aggettivo fabuleux viene spesso tradotto con “mitico” (“fiabesco”) o addirittura weird (strano).

Con tutta probabilità, Baudelaire non era neanche a conoscenza dell’esistenza della piccola cittadina laziale. È possibile invece che abbia scelto questo nome perché la sonorità intrinseca della parola offre quel contenuto cupo che ben si prestava alle necessità fosche della poesia. L’interpretazione è dunque nel fabuleux del verso stesso: Minturnes è un luogo immagi­nario, senza senso materiale, ma solo come entità psichica che si fonda sulle profondità tenebrose dell’animo, dove, appunto, può finire annegato il benessere psichico, e quindi la musa ispiratrice.

Resta ora da chiedersi come Charles Baudelaire, poeta parigino, sia venuto a conoscenza di questa parola, che poi ha scelto per i motivi di cui sopra. Pur ammettendo che non fosse consapevole dell’esistenza della cittadina italiana, resta il nome, che l’autore deve pur aver incontrato in qualche modo.

Qui si apre un altro capitolo della presenza di Minturno nella letteratura francese. Nel 1791 il drammaturgo Antoine-Vincent Arnault ha rappresentato a Parigi la tragedia “Marius à Minturnes”. L’opera ha ottenuto un grandissimo successo in città, tanto da essere lodata da Napoleone Bonaparte. Si tratta della storia di Caio Mario, generale romano che ad un certo punto della sua vita venne dichiarato nemico pubblico da Silla, e quindi costretto a fuggire. Rifugiatosi tra le zone paludose intorno a Minturnae, venne poi catturato e condannato a morte. Ma lo schiavo cimbro incaricato dell’esecuzione fu mosso a compassione, o meglio, intimidito dall’autorità di Mario: <<Oseras-tu, Cimbre, egorger Marius?>>. Mario fu quindi liberato e imbarcato, con l’aiuto della popolazione minturnese, sulle navi dell’antico porto posto alla foce del Garigliano.

È la rappresentazione teatrale della cronaca raccontata da Plutarco, ripresa da Arnault in pieno periodo di rivisitazione neoclassica. Segue infatti lo stile di quella corrente culturale che nei decenni tra fine ‘700 e inizi ‘800 ha pervaso la Francia, dando vita poi al Romanticismo. Si tratta di una tragedia lunghissima, in tre atti, scritta in rime, dove l’enfasi è posta sul personaggio e le sue azioni eroiche così da suscitare l’ammirazione nel pubblico e negli altri personaggi.

La stessa domanda sul come Baudelaire sia venuto a conoscenza di Minturno può essere posta riguardo ad Arnault. Su dichiarazione del drammaturgo stesso, l’ispirazione gli è venuta guardando un quadro: “Marius prisonnier à Minturnes di Jean Germain Drouais. L’opera è stata realizzata a Roma tra il 1784 e il 1786, e rappresenta la scena culmine della storia raccontata da Plutarco, quando un robusto e coraggioso Caio Mario fa addirittura indietreggiare lo schiavo che doveva ucciderlo. Il quadro è tuttora considerato un capolavoro del neoclassicismo, opera principale di Drouais, oggi esposta nel museo del Louvres. È stata realizzata dall’autore durante un soggiorno a Roma, alla ricerca delle radici del classicismo.

Oggi forse la tragedia di Arnault risulta improponibile, legata ad un’epoca e uno stile difficile da essere apprezzati. Così come il quadro di Drouais potrebbe risultare fin troppo enfatico. Ma al di là delle qualità artistiche delle opere qui citate, resta il fatto che la città di Minturno abbia goduto fama in Francia, molto più che in Italia stessa. Conseguenza dell’importanza rivestita dalla città in epoca romana, tuttora testimoniata dai resti dell’antica Minturnae e dal teatro che ogni estate torna ad ospitare eventi culturali.

Non resta che sperare che qualche esponente culturale della zona voglia rispolverare questa fama, e magari rappresentare quelle scene dove sono effettivamente accadute.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

JOHN NASH

O DEL DIVINO FULGORE DELLA MENTE UMANA.

 

Una massima hollywoodiana vuole che certe vite sembrino ‘scritte’ per finire sul grande schermo. Perfino quella di un matematico, quindi presupposta noiosa ma rivelatasi poi quella di un genio capace di sensazionali intuizioni e altrettanto incredibili sregolatezze. Si tratta della storia di John Nash, Premio Nobel e protagonista di un bestseller e di un omonimo film, “a beautiful mind, capace di portarsi a casa l’ambito Premio Oscar.

John Forbes Nash Jr. nasce nel 1928 a Bluefield, in Virginia, figlio di un ingegnere elettronico che proprio nello studio aveva trovato il suo riscatto sociale. Il piccolo Nash rispetta tutti i cliché del giovane genio, ripercorrendo le tappe che tradizionalmente si attribuiscono anche a suoi illustri colleghi come Albert Einstein: a scuola non è brillante, e i brutti voti si uniscono a un’avversione congenita alla disciplina; non stabilisce relazioni e non riesce a creare interazioni con gli altri; Nash è dapprima un bambino annoiato e poi un adolescente tormentato; gli unici due compagni di classe che gli si avvicinano lo fanno quando installa un laboratorio per fabbricare esplosivi nel seminterrato.

A casa, con papà ingegnere e mamma insegnante di lingua inglese, il ragazzo viene nutrito a forza di libri di scienza e stimoli intellettuali di tutti i tipi. La sua è un’infanzia solitaria, introversa, che trova un minimo di libertà solo con l’arrivo della sorella, Martha.

Alla lunga, le sue straordinarie capacità vengono fuori. Nel 1945, mentre studia chimica, dimostra abilità eccezionali che si sublimano specialmente nel campo della matematica. Finisce sotto l’occhio di due delle università più prestigiose degli States, Harvard e Princeton, attratte dal giovane talento, che corteggiano. La scelta di Nash ricade su Princeton, dove hanno studiato giganti della scienza come Einstein, Robert Oppenheimer e John Von Neumann. Proprio quest’ultimo è un pioniere della Teoria dei giochi, campo che appassionerà tanto John Nash da portarlo a dedicarvisi profondamente e a influenzarne radicalmente i concetti, rendendolo uno dei più importanti contributors alla disciplina.

Nel 1949, ad appena 21 anni, Nash sviluppa infatti le considerazioni che quasi mezzo secolo più tardi gli varranno il Premio Nobel. Durante questo periodo il ragazzo mette per iscritto i principi matematici della sua Teoria dei giochi, ovvero una teoria che cerca di trasformare in modelli matematici i comportamenti degli esseri umani nei confronti di una possibile situazione di cooperazione o conflitto. Il dualismo tra conflitto e cooperazione riguarda una serie di campi che possono variare dall’economia a una partita di carte.

Forse proprio spinto dai suoi studi e dalle sue teorie, in questo periodo, Nash decide di aprirsi un po’ di più nei rapporti con gli altri. Sempre a modo suo, a volte in maniera perfino difficile da comprendere, tanto che una delle sue scelte più controverse gli costerà il rapporto con i genitori. Infatti, dopo essere diventato professore al MIT, Nash inizia una relazione con una donna, un’infermiera, che si chiama Eleanor Strier. Nel 1953 i due hanno un figlio, John David, che il professore si rifiuta di riconoscere negando anche un aiuto economico alla donna.

Nel 1957 incontra Alicia Lardé, che frequenta le sue lezioni. Si sposano pochi mesi più tardi, ma nemmeno il loro rapporto è destinato a durare. Due anni dopo a Nash viene diagnosticata una schizofrenia paranoide che lo allontana da tutto: famiglia, lavoro, insegnamento. Inizia un periodo estremamente duro, che lo costringe a uscire e entrare di continuo dagli ospedali psichiatrici. A questo punto Nash è protagonista di un altro dei suoi famosi colpi di testa. Dapprima dichiara in un’intervista di seguire la terapia solo quando viene messo alle strette, e poi, dal 1970 in poi, rifiuta ogni ricovero o medicinale.

I decenni successivi sono invece quelli delle grandi celebrazioni. Nel 1978 vince il John Von Neumann Theory Prize e, nei primi anni ’90, riceve ufficialmente il Premio Nobel per le scienze economiche in virtù della “analisi pionieristica degli equilibri nella teoria dei giochi non cooperativi”. Pochi anni più tardi conosce la fama presso il grande pubblico: nel 1998 viene pubblicato il libro “A beautiful mind”, scritto da Sylvia Nasar, e nel 2001 la trasposizione filmica di Ron Howard vince il Premio Oscar. A interpretare John Nash un indimenticabile Russel Crowe.

Dopo un divorzio durato quasi quarant’anni, John e Alicia si risposano nel 2001. La malattia di Nash negli ultimi anni sembra tormentarlo di meno e, tutto sommato, questo periodo rappresenta una piccola parentesi felice. Purtroppo nel 2015 i due coniugi restano vittime di un incidente stradale in New Jersey. Erano appena tornati dalla Norvegia dove Nash era stato insignito del prestigioso Abel Prize.

Come si diceva in apertura, certe vite sembrano scritte per finire sul grande schermo. Nelle loro grandi difficoltà, nei picchi di genialità, perfino nelle decisioni impopolari. Quella di John Nash non è solo l’ennesima storia di un genio che deve far fronte alle difficoltà che la vita, quasi come in una sorta di perversa legge del contrappasso, gli mette davanti. Per descriverla forse non esistono parole migliori di quelle che gli dedicò Felice Lieh Mak, presidentessa dell’Associazione Mondiale di Psichiatria nel 1996, secondo cui Nash era <<un simbolo di speranza, un esploratore di un universo senza limiti, quello della mente umana.>>.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

L’ULTIMO MISTERO DI EDGAR ALLAN POE.

 

Senza ombra di dubbio è lo scrittore del mistero per eccellenza. Edgar Allan Poe scrisse alcune delle pagine più significative e intriganti della letteratura gotica e thriller, e poi quasi per una nerissima ironia, diventò egli stesso protagonista di un mistero. Se la sua esistenza è stata circondata da ombre fitte, infatti, è proprio la sua scomparsa, ancora del tutto (o quasi) inspiegata, a rappresentare il capitolo conclusivo che non avrebbe sfigurato in uno dei suoi racconti.

Sono passati alla storia due Edgar Allan Poe. Il primo è il personaggio storico realmente vissuto, che dobbiamo rassegnarci a non poter conoscere perché inesorabilmente sovrastato, nascosto e nel migliore dei casi mistificato dal secondo Poe. Quest’ultimo risponde al ritratto di “maledetto” tramandato dai contemporanei, da Baudelaire a Rimbaud, che egli stesso ha contribuito con grande determinazione, a costruire e avvalorare, arrivando al punto di falsificare molti dati della sua vita.

Giunto alla fama, lo si vedeva in giro nei salotti americani vestito come il suo “corvo”. Recitava la sua parte di “maledetto”, anzi del più maledetto dei maledetti. E lo faceva veramente bene, impressionando gli ascoltatori e impedendo loro di venire a contatto con quell’Edgar che pure aveva un bisogno estremo di essere ascoltato e compreso.

E forse la chiave del suo ultimo e più grande mistero sta proprio nascosta lì, in quell’Edgar Allan Poe che pochi conoscevano. Nel 1849, Poe godeva già di una buona fama (anche se quella grandissima sarebbe arrivata solo dopo la sua morte). Era rimasto vedovo e versava in condizioni economiche disastrose. Aveva cercato di allacciare rapporti con altre donne ma con scarso successo, del resto non era certamente quello che si dice un “buon partito”. Aveva rincontrato una vecchia fiamma, il suo amore di gioventù, Sarah Elmira Royster, anch’ella vedova. Le cose tra loro andavano bene e pare che si fossero accordati per convolare a nozze.

Il 27 settembre 1849 Poe si trovava a Filadelfia, per concludere degli affari. Il 3 ottobre, un certo Joseph Walker, tipografo di un giornale locale, lo ritrovò sdraiato a terra, in prossimità della sede del Partito Repubblicano di Baltimora. Indossava abiti sporchi e laceri, non suoi, e si trovava in evidente stato di confusione mentale. Pronunciò più volte il nome di Joseph Snodgrass, un editore suo amico. Walker riuscì a contattare l’editore, a cui disse di aver trovato <<un gentiluomo vestito piuttosto male, che va sotto il nome di Edgar Allan Poe, e che pare in grande difficoltà. Lui dice di conoscerla, e io le assicuro che ha bisogno di assistenza immediata.>>. Queste furono le sue parole.

Snodgrass arrivò subito dopo, in compagnia di uno zio dello scrittore. Poe era irriconoscibile: i suoi lineamenti erano stravolti, era confuso, allucinato, delirava, non si riusciva a farlo ragionare. Lo ricoverarono d’urgenza al Washington College Hospital. Invocava spesso il nome di un certo Reynold ma nessuno tra parenti e amici sapeva a chi si riferisse. Un mistero che non fu mai svelato. La mattina del 7 ottobre 1849, Poe morì: aveva appena 40 anni. Sulle prime i medici pensarono ad un abuso di alcol.

Ma quello era solo l’inizio di un mistero che non è mai stato risolto del tutto. Che ci faceva Poe a Baltimora? Perché indossava abiti non suoi? Che fece in quei sei giorni trascorsi tra Richmond e Baltimora? Chi era questo Reynold che aveva più volte invocato? Qualcuno scrisse che più che la cronaca dei fatti accaduti, la notizia pareva proprio uno dei racconti del signor Poe. E in effetti non ci era andato poi così lontano. Solo che a differenza dei racconti, questo era destinato a un finale che probabilmente non avrebbe soddisfatto nessuno. Furono fatte molte congetture.

La più semplice tra le spiegazioni fu attribuire la scomparsa a una “misteriosa malattia”, una soluzione che non accontentava chi nella tragedia cercava una storia avvincente.

Qualcuno ipotizzò un caso estremo di cooping: una pratica fraudolenta in voga all’epoca che consisteva nel costringere i malcapitati a votare per un particolare candidato in un’elezione politica. Le vittime designate venivano fatte ubriacare e poi costrette a esprimere il proprio voto. Questo spiegherebbe anche il mistero degli abiti, difatti il malcapitato veniva vestito con abiti sempre diversi per permettergli di votare più volte. Poi veniva abbandonato per strada. Ad avvalorare la tesi, il fatto che proprio in quei giorni a Baltimora si stavano svolgendo elezioni politiche.

I più zelanti hanno ipotizzato che la scomparsa di Poe fosse da attribuire a un omicidio. Qualcuno ha ipotizzato perfino che i mandanti fossero i parenti della sua promessa sposa, che di certo non vedevano di buon occhio che Sarah Elmira Royster si legasse vita natural durante con un personaggio discusso e a suo modo trasgressivo come Poe.

Nel 1996 i medici del Centro Medico dell’Università del Maryland hanno dichiarato che i sintomi di Poe corrispondono a quelli di un’infezione di rabbia. Questa diagnosi (molto) postuma è in larga parte basata sui racconti dell’epoca che riguardano gli sbalzi d’umore di Poe, il delirio, le allucinazioni visive e le ampie variazioni della frequenza cardiaca dello scrittore. Ovviamente, senza alcuna prova scientifica a sostegno, è ormai impossibile mettere la parola fine alla diatriba.

La soluzione dell’enigma? Rimarrà per sempre avvolta nel mistero, come la figura del suo protagonista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

IL “MACGUFFIN”

O DELL’IMPORTANZA DELL’INSIGNIFICANTE.

 

<<Cos’è quel bagaglio dalla forma strana sopra la sua testa?>> chiede un uomo al passeggero di fronte, su un treno inglese diretto in Scozia, <<Quello è un MacGuffin.>> risponde il passeggero, <<E cos’è un MacGuffin?>> chiede allora ancora più incuriosito, <<È un apparecchio per catturare leoni sulle Adirondack>> risponde l’altro, <<Ma non ci sono leoni sulle Adirondack!>> ribatte l’uomo, <<Bene, allora non è un MacGuffin>> conclude il passeggero. 

È con questo breve racconto che Alfred Hitchcock amava rispondere a chi gli chiedesse che cosa fosse un “MacGuffin”, come ha riportato François Truffaut nei dialoghi raccolti nel libro “Il cinema secondo Hitchcock.

In forma meno surreale e, forse, più concreta, si può descrivere il MacGuffin come un espediente che, con la sua semplice presenza, permette alla narrazione di un film o di un romanzo di prendere avvio. Non si tratta di un elemento dal valore centrale per lo svolgimento della trama e il perseguimento della storia, ma di un intrigo pretestuoso intorno al quale prende forma la scena.

Parliamo di una delle invenzioni più geniali e folli della storia del cinema. Un particolare talmente insignificante da avere un’eco sconcertante e inaspettata. Un motore in grado di mandare avanti la storia e avere un grande significato per i personaggi, ma nessuna importanza per la pellicola e per il pubblico, sebbene attorno a questo si svolge l’azione e si crea l’enfasi. 

<<Tutto o niente.>>, insomma, come spiegava il celebre registra quando gli veniva chiesto cos’è il MacGuffin. <<Qualcosa di cui si preoccupano i personaggi e non il pubblico. Siano essi i progetti del motore di un aereo o della bomba atomica.>>, come provava a spiegare lo stesso Hitchcock.

Il MacGuffin più celebre è la busta con i 40mila dollari che compare all’inizio di “Psycho”. La pellicola inizia con una ragazza che ruba una quantità di soldi e li porta via con sé per poi nasconderli in una busta da lettere, che viene ripetutamente e insistentemente inquadrata come fosse il centro della storia. D’altra parte le regole dell’audiovisivo hanno abituato il pubblico che se una pistola viene inquadrata essa prima o poi dovrà sparare. Eppure la busta con i 40mila dollari è solamente un espediente narrativo, utilizzato per raccontare la vera storia e poi sparire silenziosamente dalla trama e dalla scena.

Per il regista doveva essere un elemento quasi invisibile e di cui il pubblico non si doveva interessare. In “pulp Fiction”, per esempio, nell’episodio che vede protagonisti Samuel L. Jackson e John Travolta, Quentin Tarantino pone appositamente l’attenzione degli spettatori sulla famosa valigetta, riuscendo a stuzzicare la curiosità del pubblico. Ma nessuno conosce il contenuto della valigetta.

Un MacGuffin può essere tutto, anche un personaggio. In “salvate il soldato Ryan”, per esempio, la storia si sviluppa attraverso l’operazione di salvataggio dell’omonimo soldato; o ancora, in “una notte da leoni”, Doug, il futuro sposo, è assente nella maggior parte degli eventi, eppure il suo addio al celibato ha dato avvio alla narrazione.

Sono quindi moltissimi i film che contengono un MacGuffin, sia esso un oggetto inanimato come il Cuore dell’Oceano, il ciondolo da cui parte il flashback nel “Titanic”, o un robot, come R2-D2 (o C1-P8) in “star wars”.

Un espediente che ha attraversato la storia del cinema, arrivando alla serialità contemporanea, come nella puntata “la storia dell’ananas” della fortunata sitcom “come ho incontrato tua madre”.

Ma non lasciamoci ingannare dai falsi MacGuffin, ovvero quegli elementi che in realtà hanno una loro funzionalità e un ruolo nella storia. Un esempio su tutti: la favolosa lampada di Aladino, nell’omonimo film della Walt Disney, dal momento che essa ha un ruolo marginale ma è di per sé centrale nello svolgimento delle vicende che coinvolgono i protagonisti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

ESSERE FINALMENTE SOLO:

breve ritratto emozionale di Kimi Raikkonen.

 

Kimi Raikkonen alla fine si è ritirato. Ha lasciato la Formula Uno. In una carriera lunga vent’anni ha vinto un mondiale (nel 2007, con la Ferrari), è arrivato primo al traguardo in 21 occasioni, ed è finito sul podio 103 volte. Quest’ultimo numero, 103, gli ha permesso l’ingresso in uno dei club più esclusivi della storia della Formula Uno, quello dei piloti che possono dire di aver messo i piedi sul podio almeno 100 volte in carriera. È un club composto da cinque membri soltanto: oltre a Raikkonen (103), ci sono Alain Prost (106), Sebastian Vettel (122), Michael Schumacher (155) e Lewis Hamilton (174). Ma Raikkonen detiene anche un altro record, in questo caso assoluto: non c’è infatti un pilota nella storia della Formula Uno che abbia completato più gare di lui (271). Parafrasando, non c’è un pilota nella storia della Formula Uno che abbia guidato più di lui. Raikkonen, per come me lo immagino io, ha a cuore solo questo. Inoltre, detiene anche un ulteriore primato: il primato della maggior distanza temporale tra la prima (Malesia 2003) e l’ultima vittoria in Formula Uno (Stati Uniti 2018): 15 anni, sei mesi e 28 giorni. Ma di tutto questo non credo che gliene freghi granché. <<La gente pensa che il numero uno sia l’unico che conta, anche se nei team tutti sanno che, per esempio, un quarto posto può essere una gran cosa in determinate circostanze. Ma non ha senso spiegare queste cose se alla gente importa solo chi c’è sul podio. Il risultato finale è l’unica cosa che vedono. Ho splendidi ricordi di gare che non ho finito perché tutto andava alla grande e poi all’improvviso il motore è scoppiato. Chi guarda non può capire.>>. Raikkonen è un pilota speciale proprio per questo: perché l’unica cosa che gli interessa, che gli piace, è guidare. Della Formula Uno odia tutto quello che sta fuori dall’abitacolo, attorno alla pista: certamente i giornalisti, ma anche un ambiente mutato lentamente ma inesorabilmente verso lo star system. <<Un ritorno ai piloti degli anni ‘70 come James Hunt.>>, ha scritto di lui Will Buxton in Formula1.com. Persino la vittoria sembra un accessorio, una distrazione, a sentir parlare Raikkonen: <<Sei bravo solo se arrivi primo. La gara può essere stata di una noia mortale, ma se arrivi primo, i giornalisti allora pensano che tu abbia fatto una gran prestazione. Puoi anche ammettere che la gara è stata una noia, una merda, perché gli altri hanno avuto un sacco di problemi e tu, soltanto grazie a un’assurda botta di culo, sei quello che è arrivato primo e comunque loro ti diranno che sei stato proprio bravo.>>.

Essendo Raikkonen uno che in vent’anni ha concesso meno interviste di quelle che la “divin fighetta” Lewis Hamilton concede in tre settimane, è impossibile verificare la veridicità di una cosa che di lui si dice ormai da anni: la sua gara preferita, la corsa che considera il suo lascito allo sport, è una in cui ha tagliato il traguardo per sesto. La gara è il Gran Premio di Australia del 2001: l’esordio di Raikkonen in Formula Uno. Aveva 22 anni e soltanto 23 gare in Formula Renault alle spalle. Peter Sauber fu costretto a metterci la buona parola con un titubante Max Mosley, allora presidente della F.A., affinché al giovanissimo finlandese fosse concessa una super-patente provvisoria: quattro gare “di prova” prima della decisione definitiva fu l’accordo tra Sauber e Mosley. Sauber non pensò nemmeno per un attimo che le cose potessero andare diversamente da come poi sono andate: era lì al Mugello a seguire la prima volta su una macchina da Formula Uno di Raikkonen e fu lui a decidere che quel ragazzino era talmente forte da meritare un nome in codice come le armi segrete nei film di spionaggio. Prima di Iceman venne Eskimo, la copertura che doveva proteggere il team Sauber dagli agenti in rosso e da quelli in argento: guai se i top team si fossero accorti che questo ragazzino girava già mezzo secondo più veloce del veterano Pedro Diniz. Tornando al Gran Premio di Melbourne 2001: Eskimo arrivò al sesto posto, come detto. Un punto nella classifica piloti. Oggi il sesto posto vale otto punti nella classifica piloti. Ma, oggi, non è possibile per nessuno, in nessun modo, gareggiare in F1 con così poche gare in una serie “Formula”.

Mark Slade, race engineer di Raikkonen alla Mercedes McLaren e alla Lotus, uno dei pochi nel paddock che può dirsi amico del finlandese, nel 2006 disse che <<In Spagna e in Germania, Kimi ha corso probabilmente le due migliori gare che vedremo nelle nostre vite. Basta guardarlo mentre esce dall’abitacolo per capire lo sforzo che ha fatto. Ha dato tutto e probabilmente non lo ha notato nessuno se non quelli che gli stavano vicini. Guidava solo per andare a punti e per la maggior parte della gara ha guidato contro se stesso. È stato sensazionale.>>. Slade raccontò anche un aneddoto: durante la guerra tra Bridgestone e Michelin, quest’ultima insisteva per testare le gomme sempre e solo con Raikkonen. La ragione stava in un questionario che i piloti dovevano completare dopo aver provato le gomme, tentando di indovinare le specifiche degli pneumatici che avevano appena usato. La maggior parte di piloti azzeccava abbastanza risposte. Raikkonen era l’unico che le azzeccava tutte, sempre.

Slade disse anche di non aver mai incontrato un altro pilota capace di raggiungere la stessa affinità che Raikkonen aveva con la macchina: uno straordinario livello di sensibilità che gli permetteva di percepire problemi nel controllo trazione così infinitesimali che non venivano rilevati neanche dai trackside data esaminati dagli ingegneri. Un’eredità familiare: Kimi aveva iniziato e abbandonato la scuola per diventare meccanico, suo fratello è un meccanico, suo padre era un meccanico. È convinto, Raikkonen, che non esista il grande pilota privo delle necessarie competenze da meccanico. Convinzione che lo porta alla riprovazione per una generazione di <<teste di cazzo con i padri milionari che arrivano in elicottero quando è tutto già pronto, e non fanno nulla.>>. Parla dei giovanissimi kartisti di oggi, con il disprezzo di chi il kart se lo pagava, costruiva, riparava, lavava, trasportava da solo. La sua, d’altronde, era una famiglia proletaria che investì tutto in uno sport che brucia i soldi più in fretta della gomma.

All’età di tre anni Kimi-Matias Raikkonen non aveva ancora pronunciato una sola parola. I suoi genitori lo portarono dal pediatra, preoccupati che il bambino soffrisse di un disturbo dello sviluppo. Il pediatra esaminò il piccolo e la sua diagnosi fu: <<È tutto a posto. Non ha niente che non va. Semplicemente non gli va di parlare.>>. A 22, a 32, a 42 anni, Raikkonen è rimasto il bambino che non aveva voglia di parlare: un’identità che nella vita adulta, nel mestiere di pilota si è fatta brand nonostante per lui tutto fosse tranne che una posa assunta a favore di telecamera, a beneficio dello sponsorIceman esiste anche nei luoghi e nei momenti dai quali Raikkonen, se potesse, scapperebbe: pagine dei giornali, conferenze stampa, interviste one-on-one. L’autenticità, la sincerità di Raikkonen sta nella memoria muscolare di un braccio che si muove da solo, di una mano che in autonomia si allunga verso il collo, di dita che senza prurito da lenire si muovono avanti e indietro a grattare la pelle del collo. Ogni volta che un giornalista gli fa una domanda scema, Raikkonen si gratta il collo e risponde con due parole al massimo. È un tic che non si può fingere né evitare, così come Raikkonen non può né fingere né evitare di essere se stesso.

Un giornalista, Terruzzi, racconta di quella volta che gli chiese qual è la parte più noiosa di un fine settimana di Formula Uno e la risposta di Raikkonen fu <<Questa.>>. Quando parla del suo rapporto con i giornalisti e in generale con quel pezzo del suo mestiere che prevede interazione-comunicazione col prossimo, Raikkonen spiega che non è colpa di nessuno: <<Forse non ci sono poi tante domande da fare su questo sport. I giornalisti potrebbero semplicemente riutilizzare le risposte, sarebbe molto più semplice per tutti.>>. Il problema per lui non sono i giornalisti né le domande: è la ritualistica. È aspettarsi da lui ciò che è normale aspettarsi da un moderno pilota di Formula Uno. Ma lui è quello che dormiva fino a mezz’ora prima del suo esordio al volante della Sauber. Quando Nicole Kidman fu invitata a fare un giro nel box Ferrari prima del Gran Premio di Australia nel 2017, l’indifferenza di Iceman al fascino holly­woodiano dell’attrice divenne la barzelletta del paddock intero. Per settimane. Mesi. Anni. Su Youtube si trova una testimonianza dell’incontro intitolata “Kimi Raikkonen meets Nicole Kidman!”: vi sfido a guardarlo senza scoppiare a ridere. <<Perché dovrei parlare con qualcuno solo perché è famoso?>>, spiegherà poi Raikkonen. E quando il giornalista Martin Brundle gli chiese come mai lui fosse l’unico pilota assente alla cerimonia di addio alle corse di Michael Schumacher (c’era pure Pelè!) tenutasi prima della partenza del Gran Premio di Brasile del 2006, Raikkonen rispose <<Stavo cagando.>>. La risposta di Brundle fu <<Allora avrai una macchina bella leggera in pista.>>. Persino Iceman quel giorno si mise a ridere. O meglio: sorrise. In realtà: ghignò. Fosse stato un altro tipo d’uomo, Raikkonen ne avrebbe approfittato per garantirsi una carriera parallela come caricatura di se stesso. Ma lui non ne approfittò mai per farsi personaggio. Semplicemente perché era personaggio, e non poteva fregargliene nulla di sembrarlo.

Tutte le stranezze di Raikkonen si spiegano con una frase. È la prima frase registrata dal dittafono del giornalista finlandese Kari Hotakainen, autore della biografia intitolata “The Unknown Kimi Räikkönen”. La frase è questa, rivolta dal pilota in risposta a una domanda del giornalista: <<Sarebbe bellissimo guidare in Formula Uno, però in incognito.>>. Incuriosito, Hotakainen chiede a Raikkonen perché mai vorrebbe arrivare e rimanere dentro l’abitacolo di una monoposto senza che nessuno si accorga di lui. La risposta, semplicemente, fu: <<Perché poi lì dentro sei finalmente da solo.>>. Immortale!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

COME SI ASCOLTA UN PEZZO DI MUSICA DODECAFONICA?

considerazioni sulla Sesta sinfonia di Gustav Mahler.

 

Come si ascolta un pezzo di musica dodecafonica? La musica cosiddetta dodecafonica (l’inventore del metodo, Arnold Schönberg, non gradiva l’espressione) è costruita su una serie di dodici note, tutte diverse (il cosiddetto “totale cromatico”). Tentare di seguire o intendere un pezzo di musica dodecafonica rintracciando la serie nelle sue varie esposizioni e modificazioni è impresa disperata non solo per il dilettante, ma spesso anche per l’ascoltatore tecnicamente istruito. Dunque, si lasci perdere questo tipo di ascolto. Nella mia esperienza, il miglior modo di ascoltare un pezzo di musica dodecafonica è l’abbandono completo, senza la minima resistenza, come si stesse ascoltando un pezzo di Steve Roach. L’ascoltatore dovrà fare affidamento solo sui bisogni della sua anima, la quale, come diceva Schönberg, non esiste, ma se vi si crede intensamente, si manifesterà. Perciò una relativa dimenticanza del proprio corpo, e una sospensione della volontà, saranno di grande giovamento. Con l’abbandono completo e l’abbassamento di tutte le difese, il “rito” e la “mistica” della musica dodecafonica, così impenetrabili per il profano, perderanno progressivamente la loro vaghezza, il loro odore di incenso esoterico, e lentamente il cervello comincerà a rapportarsi esclusivamente alle note, una per una, creatura per creatura, proprio come intendeva Schönberg. Da ciò, sorgeranno associazioni e immagini impreviste, pensieri disabitati. A importare, non saranno più i rapporti tonali, le armonie, dunque il meccanismo di attesa e ricompensa proprio di quella sostanza stupefacente che è la musica pop (dove la modulazione alla dominante crea il craving, e la risoluzione sulla tonica la distensione) ma soltanto il filiforme disegno delle note, per quanto indecifrabile nel suo insieme. La vecchia totalità (la totalità tonale) è distrutta in nome di un’altra che preferisce nascondersi o manifestarsi per rapide epifanie. La differenza tra melodia e armonia si fa indistinguibile, l’ascolto sembra svolgersi nel vuoto, in uno spazio sonoro dotato di infinite possibilità, tutte egualmente legittime. Visualizzare la musica dodecafonica, anziché comprenderla, è il miglior modo di affrontarla, per chi vi si accosti la prima volta. Più l’ascolto sarà puro, scevro di preconcetti, più si potrà sperare di arrivare fino in fondo. Concludo con un breve elenco di composizioni dodecafoniche con le quali si potrà sperimentare questa via di ascolto. Parlando in generale, la più accessibile è l’opera di Berg, la più ostica quella di Schönberg, in particolare la “op. 26”. La composizione di Dallapiccola, posteriore alle altre e rappresentativa del modo in cui la tecnica dodecafonica è stata assorbita nel nostro paese, ha esercitato un’influenza decisiva su tutta la musica d’avanguardia italiana della seconda metà del Novecento.

Veniamo adesso al fulcro del nostro discorso: Mahler. Prima o poi qualunque dilettante di musica, intendendo con dilettante uno che, come me, non ha compiuto studi formali di musica (non possiamo certo considerare tali le lezioni di educazione musicale alle medie), non ha frequentato nemmeno per un giorno un Conservatorio, ed è dunque solo un appassionato (e proprio come semplice appassionato diventa il facile bersaglio di chi, avendo compiuto studi musicali regolari o avendo addirittura intrapreso un mestiere musicale, ritiene che ogni altro meno preparato debba tacere su questioni musicali, perché non si può ammettere una critica impressionistica, una critica basata su opinioni, ricordi, associazioni di idee, dolori d’infanzia, percezioni psichiche o comunicazioni dall’aldilà, che non siano da un lato fondati su una rocciosa conoscenza tecnica e, dall’altro, connessi da una stringente consequenzialità che solo l’aver speso buona parte della propria vita nella musica, per la musica, e nel modo più severamente professionistico, può determinare), prima o poi qualunque dilettante di musica di questo genere, che è anche il mio genere, dicevo, sentirà il bisogno di scrivere qualche riga su Gustav Mahler.

Io non ricordo esattamente perché acquistai i due cd con la “sesta sinfonia in la minore” di Gustav Mahler. In un senso abbastanza generico, posso dire che, allora, intorno ai miei diciotto anni, stavo esplorando. Oggi, che di anni ne ho trenta e tre, non credo di atteggiarmi troppo a blasé, a cinico, se dico che non mi resta più molto da esplorare. Non molta letteratura, non molta musica, non molti luoghi, non molta umanità. In realtà, per citare Alberto Savinio, vado sempre più implicandomi in me stesso, o perlomeno mi pare di tendere a ciò. Il mondo esterno, che non ho mai seriamente amato, né compreso (ed è evidente che i due fatti si possono ritenere collegati) oggi mi ripugna o mi lascia indifferente, e non mi commuove più, non mi incuriosisce più. Ho provato, anche, a interessarmi della questione della massa nelle particelle elementari che compongono la materia, donde derivi, e perché, di ciascuna di tali particelle (mi riferisco ai fermioni), ne esistano tre copie (tre generazioni, nel lessico scientifico), ciascuna copia con massa differente secondo un intervallo ben preciso, un intervallo che fa pensare a una qualche misteriosa regolarità, a una legge fondamentale della materia tuttora ignota. Ma poi, dopo qualche impotente considerazione del problema, che intendo comunque seguire e studiare col mio connaturato, sperimentato dilettantismo (è una copia di quello musicale - esistono copie ovvero generazioni anche degli atteggiamenti mentali, dei comportamenti, dei sentimenti, e chissà di quante altre cose, tutti divisi secondo scaglioni maggiormente o minormente massicci), mi sono disinteressato della faccenda della massa nella materia, e solo per nostalgia, o addirittura impotente disperazione, sono ricaduto agli antichi amori, agli inizi, alle esplorazioni di quando ero un ragazzo curioso. Per questo, ho sentito il bisogno di tornare a Gustav Mahler, e devo anche dire che da allora, da quel primo ascolto della Sesta, a differenza di uno scienziato (e ciò dice molto della mia natura non scientifica) non ho fatto alcun progresso, e se oggi riascolto la Sesta ho esattamente le stesse specifiche sensazioni di trentuno anni fa, le stesse impressioni (le tanto odiate impressioni, così avversate dagli specialisti, dai tecnici che stigmatizzano la critica impressionistica come fosse l’equivalente del caos - e, a mio giudizio, non lo è). Il mio ascolto non è diacronico. Il mio ascolto, il mio orecchio, è stupidamente antievolutivo, o meglio, si è evoluto finché ho raggiunto i diciotto anni, età in cui sono diventato, o meglio, il mio orecchio è diventato capace di ascoltare da cima a fondo, senza interruzioni, una sinfonia complessa e lunga come la Sesta di Gustav Mahler, ma, dopo questo successo, l’evoluzione si è arrestata. La mia intelligenza musicale è ferma ai miei diciotto anni e, di conseguenza, una gran parte di me, devo dire, è ferma ai miei diciotto anni. E la Sesta di Mahler mi ricorda dunque sia il momento in cui sono diventato adulto, sia il momento in cui sono diventato eterno, e dunque anche il momento in cui, cessando di evolvere, sono, si può dire, morto, e non era un caso che quell'ascolto sia avvenuto d’estate (e mentre si giocava a pallone io pensavo comicamente a Mahler, al ritmo di marcia militare che trapana da una parte all'altra la sinfonia, al gioco della triade che da maggiore passa a minore come un uomo che cada da un ottavo piano) cioè la stagione in cui sono nato (ho un po’ la superstizione della ciclicità cosmica). È vero, l’evoluzione, fin tanto che c’è stata, è stata abbastanza travolgente, e adesso, come del resto anche già trent’anni fa, riesco a ascoltare e a trarre persino un piacere (che ha struggimenti e venature di trascendenza, ma è una trascendenza edonistica) dal “quintetto per fiati op. 26” di Schönberg, un pezzo “semplicemente inascoltabile” nell’icastico quanto autorevole giudizio di Fedele D’Amico, il quale certo, diversamente da me, non ascoltava in modo impressionistico o forse dovrei dire ciclico, cioè non evolutivo (e qui accenno soltanto a un’idea: che il senso estetico non si accresca nel senso di uno sviluppo rettilineo ma, appunto, proceda con un moto circolare, e dunque a un certo punto si arresti nella ripetizione), e attraverso una comprensione della musica dovuta a un’alfabetizzazione incomparabilmente superiore alla mia; eppure io il Quintetto non solo lo trovo ascoltabile e lo ascolto, ma la stessa prospettiva di ascoltarlo mi fa sentire bene, la stessa cosa che per D’Amico era una tremenda minaccia e poi una noia atroce per me è un’anticipazione di beatitudine e una effettiva esperienza estatica.

Ora, bisogna per un attimo accantonare il grave problema teorico che si pone considerando che per Fedele D’Amico, che conosceva la musica, la sua storia, il suo linguaggio, la sua prassi esecutiva assai meglio di me, tutta la cosiddetta nuova musica, e in modo particolare la musica cosiddetta dodecafonica di Schönberg, era un salto nel vuoto, un gesto eversivo, irrazionale e, in definitiva, un’operazione di distruzione del linguaggio musicale, mentre per me, forse perché ho un’assai minore conoscenza di quello stesso linguaggio, la cosiddetta dodecafonia ovvero la composizione con dodici note ciascuna diversa dall’altra e ciascuna in rapporto solo a ogni altra, è soltanto una pratica misteriosa, un rito (e in questo riprendo la stessa terminologia di D’Amico, che però gli dava un’accezione, o forse parlando di musica potrei dire accentuazione, negativa) oppure una “illusione di logica” (Glenn Gould) che serve come punto d’appoggio per una fuoriuscita, un balzo dalle vecchie tradizioni e consuetudini musicali, e che, in definitiva, è stata in grado di produrre, sia pure, lo concedo volentieri, per eterogenesi dei fini, bellissima musica. Musica che, con tutta la sua irrazionale, eversiva, morbosa antilinguisticità, al mio orecchio piace, al punto da farmi rammaricare che non venga eseguita più spesso, anche in contesti d’intrattenimento, come feste, club, spiagge, ascensori, aeroporti, attese telefoniche, suonerie di cellulari, film, serie televisive (Webern, allievo eccelso di Schönberg, è stato effettivamente usato in una puntata di una serie di moda alcuni anni fa) fischiettii, rave, raduni, manifestazioni, perché io credo che se il mio orecchio è capace di apprezzare quel salto nel vuoto, allora molti altri orecchi lo potranno, visto che gli organi di senso, in generale, e le facoltà più basilari che ne decodificano gli stimoli, non possono essere poi tanto diversi di individuo in individuo. Io non sono un genio della musica, non sono un eletto in quel campo non avendo un cervello particolarmente sviluppato nel senso dell’intellezione o della fantasia musicale: sono un uomo medio non un compositore, un ascoltatore medio non un musicista, da ciò concludo che moltissimi, davvero moltissimi altri potrebbero mettersi a letto, al buio, con un qualunque dispositivo che diffonde o nella stanza o direttamente nelle loro orecchie l’inascoltabile (D’Amico dixit) “quintetto per fiati” di Schönberg che, a dirla tutta, oggi mi sembra musica persino elementare, pacificata, acquietata, e vorrei tanto che il mondo partorisse con inaudito scalpore (o, come all’apparizione di Schönberg, con una noncomprensione e un interrogarsi perplesso) un nuovo eversore, un nuovo distruttore del linguaggio, un nuovo incrollabile, fanatico profeta di un rito, di una mistica musicale, ma, temo, non c’è da sperarci, vista la qualità della musica che si produce e si ascolta attualmente, che tutto è fuorché eversione, è tutto fuorché fanatismo (il fanatismo essendosi spostato integralmente sul piano sociale, il piano del nulla) è tutto fuorché mistica, intendendo con “eversione” e “mistica” ciò che intendeva D’Amico, cioè una disperata distruzione di quel linguaggio musicale (o dei linguaggi musicali, tutti però agevolmente riducibili a pochi denominatori comuni, anche i più pretenziosamente alternativi), ahimè fin troppo in salute, con cui oggi i musicisti si parlano e si pretendono artisti. Ma un inattuale, inaspettatamente, in qualunque campo, nasce e, cosa ancor più rara, comprende di esserlo e comprende tutta la fatale portata della sua missione di cesura a dispetto di ogni schiacciante determinismo sociale, di ogni moda, di ogni spirito del tempo, di ogni tediosa variazione del già noto, ed è solo grazie a lui che la ruota dell’arte gira, e non resta impantanata nel fondo, fitto fango di pretesi maestri che sono, nel migliore dei casi, buoni allievi. Valga quanto ho scritto fin qui da preludio, nell’accezione prettamente musicale del termine, a quanto prima o poi finirò per scrivere circa la “sesta sinfonia in la minore” di Gustav Mahler.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

NON SI MUORE PER AMORE:

considerazioni su Cesare Pavese.

 

Parliamo un po’ di Pavese. Cesare Pavese è l'autore che ha sempre visto il ritorno come la macerazione, la raccolta dei miti, dei simboli, e un po' lo è sempre stata la mia vita, il continuo ritorno fin da quando ero bambino e vivevo in collegio, e in quel collegio sono ancora, ho anche vissuto un anno a Velletri in collegio.

Pavese aveva fatto otto mesi di confino ma non per questioni politiche, semplicemente perché lui aveva custodito la lettera della donna rauca, la donna che l'ha ossessionato per tutta la vita, per la quale appunto ha fatto otto mesi di confino, e nel frattempo (il giorno prima del suo ritorno) lei si era sposata con un altro. Come gli uomini erano machisti, in quegli anni lo erano anche le donne, o forse le donne che lui ha incontrato, la donna dalla voce rauca, per finire alla Constance Dowling, per la quale ha scritto “verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, erano donne che non sopportavano il tipo d'uomo come Pavese.

Non ci si uccide per un amore, ma perché un amore ti mette a confronto con la tua nudità, la tua miseria. Che cosa accade allora quando si arriva a compiere un atto così atroce contro sé stessi? Non è lo stesso per tutti, non ci si uccide tutti per la stessa cosa, ma forse un fondo di verità comune va ricercato nell’idea di fallimento, di vuoto. Non il vuoto morale, ma il vuoto che conduce alla morte è un vuoto più ampio, slabbrato, incolmabile.

Certo, non possiamo considerare Cesare Pavese un uomo che ha fallito, né una persona con un vuoto morale, ma il vuoto che conduce alla morte è un vuoto più ampio, slabbrato, incolmabile. Voglio un attimo fermarmi e parlare del vuoto, del baratro, del suicidio, di un senso intimo di fallimento che non può essere annientato da nessuna carriera, da nessun amore, da nessun premio. Il vuoto primigenio che grava su alcuni (molti, di questi tempi sempre di più) e che viene per lo più sbeffeggiato, ignorato, annientato in frasi fatte. Pensa a chi sta peggio... Di che ti lamenti... In fondo non stai così male... Non esisti solo tu... E dirvi che quel vuoto, l’oblio di sé che si traduce in autocommiserazione e autodistruttività non va punito o giudicato, e neppure represso (come si usa spesso) con le parole delle malelingue, l’esclusione e l’irrisione. Lo stesso vuoto può appartenere a un genio come Pavese, e a un signor nessuno, ammesso che esista davvero qualcuno degno di meritare l’appellativo di nessuno.

Ho letto di recente “la conquista dell’identità” di Giovanni Jervis, ci sono aspetti importanti che la stragrande maggioranza delle persone ignora: ciò che ai più può apparire come antipatia, eccentricità, rancore o aggressività è in realtà indice di una profonda sofferenza che consiste nella mancata individuazione di sé, nella insicurezza ontologica circa la propria esistenza. Questa sofferenza non deve essere stigmatizzata, non bisogna farlo, perché altrimenti si riapre la strada per le istituzioni totali. Questa sofferenza, insicurezza, diversità, eccentricità va compresa e accettata così come si accetta che esistano esseri umani con diversi tratti somatici allo stesso modo bisogna accettare esseri umani con un’anima più fragile.

In tempi bui come quelli che stiamo vivendo c’è un tale sconforto! Lo sento nell’aria, pesantissimo. Stiamo vivendo nella morte. Siamo tutti sotto stress, sotto farmaci, disperati e pazzi d’illusione che in fondo proprio noi ce la faremo. Ma se ce la fa uno non serve. Non può più essere questo il modo di stare al mondo. Siamo alla resa dei conti definitiva con la nostra umanità-mostruosità.

Solo l’amore può colmare il vuoto (e neanche per intero). Solo un immenso, sconfinato amore che dona senza nulla chiedere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LA FRAGILE ESISTENZA DELLE COSE:

ritratto di Luigi Bartolini.

 

L’autore di Ladri di biciclette è Luigi Bartolini. Molti però ne attribuiscono la paternità a Vittorio De Sica, regista di quel grandissimo film di cui curò, almeno in parte, anche la sceneggiatura. I più preparati lo ascrivono invece, quasi sempre, a Cesare Zavattini che invece ne realizzò l’adattamento, originalissimo, e contribuì fortemente anche alla sceneggiatura. Ma Ladri di biciclette l’ha scritto Luigi Bartolini. 

Insieme a tante altre bellissime opere di narrativa, di poesia, a scritti polemici, sull’arte, su tutto. “passeggiata con la ragazza”, “il ritorno sul Carso”, “vita di Anna Stickler”, “credo d’artista”, “le acque del Basento”, “la vita dei morti”, “il mazzetto”, solo per un elenco del tutto incompleto. Scrittore quindi, e poeta e polemista. Ma pittore, e incisore soprattutto. 

Bartolini è stato presenza atipica nel panorama italiano del novecento, difficilmente incasellabile. Soprattutto sul Bartolini incisore moltissimo è stato detto e scritto, sebbene la sua notorietà sia stata sempre condizionata dal tipo umano, da un carattere obiettivamente non facile e da una critica e un mercato che non gli hanno mai reso giustizia. Ancora oggi però esiste (e resiste!) uno zoccolo duro di collezionisti, di poeti, di scrittori e di artisti, di studiosi, di semplici amatori: una sorta di confraternita, un’associazione segreta, quasi una conventicola se non proprio una setta, di appassionati bartoliniani (o bartolinisti?) innamorati pazzi della sua opera grafica, delle sue acqueforti di cui gli adepti conoscono a memoria i titoli, i soggetti, le storie che le originarono, le tirature improbabili, gli stati, le maniere e i generi (lineare, biondo nero), le mitologie legate ad alcune opere tanto famose quanto rare e follemente desiderate, una per tutte la celeberrima “storia del Martin Pescatore. E questo proprio perché Bartolini rappresenta davvero un unicum nella storia dell’arte italiana del ventesimo secolo. Perché nell’opera sua, l’incisore l’uomo e il poeta coincidono in maniera straordinaria e perfetta. Perché le sue lastre sono le pagine del diario di una vita, della vita, con la sua confusione bellissima e disperata, il subbuglio incomprensibile. I suoi segni sono le tracce mnestiche della poesia dell’universo delle cose, della loro delicatezza e caducità, della loro fragile e immensa bellezza attraversata da luci e ombre. Quelle stampe che sono nate dallo stupore per i minimi, sontuosi spettacoli dell’esistenza, dalla calma e dalla concitata passione per le cose avute, godute, perdute, che giacciono in un tempo forse, adesso, pacificato, e che, in quei segni, si sono ritrovate. “le dolorose feste del cuore” ci soccorre, a dire l’indicibile, Attilio Bertolucci. 

I paesaggi marchigiani, le vedute romane, gli interni, una gabbietta, la luce del sole, i fiori in un bicchiere, il Passirio, le fonti, gli uccelli impagliati, lo splendore che fugge dalle penne turchine del martino appena ucciso e già diventato opaco e grottesco nella sua piccola fine. Gli scarabei lucenti, il grillo del focolare sotto la campana di vetro (“eppoi si muore” ), i feti in formalina (“potrebbero anche essere i miei sogni, potrebbe anche essere nostro figlio), le conchiglie sonore di un mare antico e lontano, la lisca di un pesce, una stella marina, una pianta grassa: tutto esiste, in una sorta di travagliata sospensione, su quella soglia dove il contrasto del chiaroscuro dà corpo e anima, sostanza e spessore a quei segreti eventi, su quel confine dove i segni sulla lastra illuminano le cose (debole fiammella ma fuoco, comunque) con la fosforescenza di una precaria eternità: là dove vita e morte hanno una sosta

In Bartolini non c’è mai descrizione bensì sofferta e entusiastica partecipazione, una “simpatia” per le cose, che le cose, di rimando, proiettano sul suo carattere ombroso, vitalistico, straordinario. Ed ecco quindi la rinuncia ad ogni poetica del “finito”. Niente è mai del tutto concluso nella vita di chi sa soffrire e gioire, di chi è vivo insomma. Un’ebbrezza amorosa che brucia, si consuma e nonostante tutto si rinnova in un altro segno aggiunto sulla lastra. O in uno ancora da aggiungere. Uno stato d’animo, un fuoco difficile da fermare, impossibile da congelare.

Non dimenticando mai, però, la sapienza, il mestiere. Distantissimo dall’ordine, dalla gelida volontà classificatoria delle acqueforti del genio Morandi. Bartolini è lontano anni luce da quella coerenza stringente, da quell’omogeneità di ispirazione, da quel pensiero unico, sublime comunque, dell’oggetto, del ritmo, dell’armonia costantemente ribadita dal “solitario di via Fondazza”. No, il vero Bartolini non è certo nell’isolamento monacale, e maniacale, dello studio: Bartolini si alza alle cinque del mattino ed è subito fuori, sulla riva del fiume, a caccia sulle colline, in bicicletta tra i campi, seduto ad ammirare le lavandaie alla fonte, a sbocconcellare una mela rubata, o dietro un cespuglio, con Anna. Ecco allora il gesto, la rapidità d’esecuzione che tenta di fermare un’emozione, il mistero della vita. 

Eppure nelle sue lastre risplendono tecniche raffinatissime, la sua passione per il disegno, l’esperienza e l’amore per gli antichi, per Rembrandt, per Fattori. Un’interpretazione espressionista delle forme (che a volte si fa impressionista, quando lavora en plein air) di cui mai trascura però la tensione e la fondamentale architettonicità. Risolvendole sempre, alla fine, in un tormentato atto d’amore per le cose della natura, del mondo. E per la lastra di rame, per il bulino, per la carta e l’inchiostro. Sempre partecipe. Sempre emozionante. Basti pensare allo splendente foglio del già citato Martin Pescatore e allo scritto a lui dedicato. Segni e parole che danno al povero martino morto il senso e il valore di una parabola. Quelle lastre che hanno sempre un soggetto segreto e (in)visibile: il tempo che passa. Sulla delicata maestosità di una fragile conchiglia, sul transitorio splendore di un mazzetto di violette, sulla fuggevole bellezza di un corpo di donna.

Bartolini, lo abbiamo detto, è stato anche poeta. Qui però non si parla delle poesie che ha scritto sulle pagine bianche ma di quelle che ha inciso sulle lastre di rame. A lui non chiediamo parole ma indizi, segni, segnali da cui la poesia sgorga silenziosa, rischiosa, e sorprende l’osservatore lasciandolo stupito e disarmato di fronte a una sottile, acuta e inaspettata commozione. 

E per concludere è possibile anzi, è certamente auspicabile ricorrere alle parole, ancora, di un altro poeta. Una lirica brevissima, che forse a Bartolini sarebbe piaciuta, anche se, probabilmente, non l’avrebbe mai ammesso.

 

<<I tuoi calmi spettacoli. La vita.

L’amore che li lega. Sole sul colle.

E più tardi la luna. Aiuto, aiuto!>>

 

                                Sandro Penna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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