"MUSICA GAGLIARDA PER ORGANI CALDI COME L'EQUATORE E CULI BOLLENTI COME L'INFERNO"

Manuel Omar Triscari

 

 

 

MUSICA GAGLIARDA PER ORGANI CALDI COME L'EQUATORE E CULI BOLLENTI COME L'INFERNO:

 

Sly Stone e la rivoluzione funky.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

FUN - FUCK - FUNK.

 

Funk come fun, ma anche come fuck. Musica gagliarda. Musica gagliarda per organi caldi. Musica gagliarda per organi caldi come l’equatore e culi bollenti come l’inferno!

In questo anomalo e stralunato pulp musicale, andremo alla scoperta della musica funky, cercando di penetrare nel cuore tenebroso della black music come fa un ago in vena, o un cazzo in una vagina. In un viaggio a zig-zag tra musica ed episodiche considerazioni sul destino, la vita e la morte, scoperemo l’anima stupefacente, scandalosa e lussuriosa, allucinante e allucinata, della musica nera come si fa con una figa calda e voluttuosa. Tireremo alla grande con i più grandi del funk, raccontando al contempo di un libertino attacca­mento alla vita e al divertimento sessuale. Dietro cui si riflette, però, la consapevo­lezza incom­bente dell’assoluta precarietà della vita.

Insieme, giocheremo con un vecchio stereotipo, e mischieremo il demone perenne del sesso, dell’alcol e della droga con il gusto per l’esagerato e l’eccessivo, per il bizzarro e lo stravagante, per la ricerca creativa e la sperimenta­zione sonora, per il divertimento a tutti i costi tipici della filosofia funky, che, come una potente linea di basso continuo, accompagnerà le nostre picaresche avventure e psichedeliche peripezie musicali.

Il tutto condito con la solita filosofia da lucidi beoni; il solito esistenzialismo da taverna, infarcito di cinismo e autocommise­razione; e un pizzico di cupa, autentica dispera­zione. Ma sempre trattando la musica secondo l’angolo d’incidenza della sua stessa essenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

A WHOLE NEW THING:

una cosa completamente nuova.

 

17 AGOSTO 1969: L’APOGEO E IL CANTO DEL CIGNO

Dal 15 al 18 agosto del 1969, nella proprietà terriera dell’allevatore Max Yasgur, in Berthel, nello stato di New York, si svolge il festival di Woodstock. La pubblicità dell’epoca recita in modo roboante: “Woodstock Music & Art Fair Presents an Aquarian Exposition 3 Days of Peace & Music”. In effetti, tra il “Monterey Pop Festival” del 1967 e l’“Isle of Wight Festival” del 1970, Woodstock rappresenta l’evento di maggior spessore della cultura hippie ma allo stesso tempo ne incarna il canto del cigno. Ricordato tanto per la presenza di artisti formidabili quanto per l’incredibile adunata di spettatori, rischia con il tempo di passare alla storia più dal punto di vista sociologico che musicale. Gli organizzatori Michael Lang, John P. Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld riescono a coinvolgere, tra gli altri: Tim Hardin e Joan Baez, Joe Cocker e Janis Joplin, Creedence Clearwater Revival e Band, Canned Heat e Paul Butterfield Blues Band, Grateful Dead e Jefferson Airplaine, Who e Ten Years After, Arlo Guthrie e Johnny Winter, Incredible String Band e Crosby, Stills, Nash & Young. Le centinaia di miglia di ragazzi assistono alle decine di spettacoli dividendosi tra assunzioni di stupefacenti e rapporti sessuali.

A prescindere dai problemi logistici e dalle questioni finanziarie, l’esibizione stralunata e acida di John Sebastian e l’incursione ironica e polemica di Country Joe McDonald rimangono nella memoria comune come i due episodi più antitetici e paradigmatici: la contro-cultura è infatti un miscuglio eterogeneo e contraddittorio di pulsioni individualistiche e ambizioni rivoluzionarie. A livello strettamente musicale, il festival si rivela molto vario e non si limita a ospitare esclusivamente il genere prediletto nella Summer of Love di due anni prima: blues e folk, country e soul, r’n’b e rock’n’roll sono di casa e si affiancano alla psichedelia. In qualche modo si dimostra la saldatura tra la pulsione alla sperimentazione e il ritorno alle radici. D’altra parte molti musicisti stanno per smettere i vestiti floreali per calcare sul capo il cappello da cowboy, in una sorta di riconciliazione con la cultura dei padri. Tra l’utopia della comune e il pragmatismo della fattoria, la linea di demarcazione è sottile e non è meno labile il confine ideale tra psichedelia e tradizione. Il filo rosso tra le due tendenze musicali è rappresentato, a Woodstock come altrove, dall’hard rock come ponte immaginario tra gli hippie e i redneck.

Durante il festival pochi sono i musicisti che sfuggono a facili catalogazioni: tra questi si possono ricordare il virtuoso sitarista indiano Ravi Shankar e lo scalcinato chitarrista afro-americano Richie Havens. L’eccentricità è dettata rispettivamente dalla remota cultura di appartenenza e dall’approccio anti-accademico allo strumento. Al netto della capacità di contaminare il rock con spunti jazz o umori latini, i Blood, Sweat & Tears e Santana non riescono a rivestire il ruolo di spartiacque tra il vecchio e il nuovo e lasciano a Jimi Hendrix e Sly Stone la funzione di artisti di rottura, dentro e fuori il festival. Hendrix ha dato vita all’hard rock, così in voga in quel momento, e Stone sta per anticipare la disco-music, così di successo entro qualche tempo. Se il primo rinuncia al piano e ai fiati per concentrarsi sulla chitarra, il secondo pone progressivamente in un angolo la chitarra, per ridare spazio a piano e fiati ma soprattutto alla sezione rimica. In questa sorta di ambivalente rapporto nei confronti della figura di Little Richard, Hendrix e Stone tracciano un percorso innovativo ben di altra portata rispetto al calligrafismo dei Mountain o al passatismo degli Sha Na Na, anch’essi presenti al festival.

Nell’immaginario collettivo la figura di Jimi Hendrix a Woodstock resta legata all’esecuzione dilaniata e distorta dell’inno nazionale americano. Manipolare il suono della chitarra elettrica con i pedali wah e fuzz è la sua personale rivoluzione ma allo strumento ha già dato fuoco, metaforicamente e fattivamente, a Monterey nel 1967. Solo due anni dopo sembra passata un’era geologica: il chitarrista, da dirompente e sensuale, è diventato tetro e spettrale. Nel frattempo, tra il 1967 e il 1969, i suoi dischi non ispirano soltanto una pletora infinita di gruppi hard ma anche due delle più grandi band di sempre: i Velvet Underground e gli Stooges. E così, attraverso la lezione di Lou Reed e Ron Asheton, anche il punk è figlio di Hendrix, per quanto illegittimo. Nonostante l’onda lunga della sua influenza, a Woodstock Hendrix, sotto la sigla effimera di Gypsy Sun & Rainbows, simula con la chitarra e i pedali i bombardamenti aerei e celebra, con amarezza, la fine di una epoca, di fronte a un pubblico ammutolito. Dopo tre capolavori discografici e una infinita serie di concerti, con l’evocazione del frastuono della guerra compie la sua ultima grande performance artistica, monito e memento per una intera generazione.

Nello stesso festival si esibisce un altro mostro della black music: Sly Stone. Impressionante il colpo d’occhio, immortalato per gli assenti e i posteri nel documentario sul festival diretto da Michael Wadleigh: costumi da “Era dell’Aquario”, acconciature afriche, vibrazione trance, coreografie stile “Broadway”. Sotto il palco: la folla esaltata dall’elettrizzante botta-e-risposta dello spiritual profano “i want to take you higher”. Sembrava tutto sbagliato, tutto fuori posto, ma tutto funzionava alla perfezione: <<Le donne suonavano, gli uomini cantavano, i neri facevano i freak e i bianchi ci davano dentro con il funk.>>, nelle parole dello storiografo Dave Marsh. Quella degli Sly & The Family Stone era una rivoluzione artistica che incarnava lo Zeitgeist: l’utopia degli hippie a braccetto con il Black Power, comunione simboleggiata dall’assetto multirazziale dell’organico (sei neri e due bianchi), al quale corrispondeva d’altra parte una pluralità di genere (cinque uomini e tre donne). L’epifania di una società libera dalle discriminazioni. E la musica, di conseguenza, aveva lessico da esperanto: le tradizioni gospel e doo-wop nell’intreccio delle voci, un impeto ritmico “alla James Brown”, melodie a presa rapida dal gusto “Motown” e arrangiamenti di scuola “Stax”, mentre il basso distorto dal fuzz ammiccava già al garage rock e il wah-wah della chitarra sapeva già di psichedelia. Insieme alla sua band, la Family Stone, mette in scena uno spettacolo totalmente diverso, di puro intrattenimento: aizza la folla e chiede ai ragazzi e alle ragazze di alzare le mani e ballare. La chitarra è presente sulla scena ma tornano alla ribalta i fiati e assume un’enorme rilevanza la sezione ritmica. Infine il leader della band, al centro del palco, canta a piena voce, suona le tastiere e travolge il pubblico. Solo a seguito dell’esibizione di Woodstock, con quattro meravigliosi album all’attivo, giunge anche per Stone il momento di prendere atto della fine del sogno collettivo e di mettere a segno la sua rivoluzione. Ad amplificare l’effetto del progressivo avanzamento della sezione ritmica nella sua proposta musicale, Stone inserisce nel suo equipaggiamento una drum machine e stabilisce così il vero scarto con la produzione precedente. Il ritmo è nuovamente protagonista ma questa volta aleggia una cupezza mortifera: si torna a dimenare i fianchi come negli anni ‘50 ma i passi sono quelli di una danza funebre. E sulla cenere dell’utopia si gettano le fondamenta di gran parte della futura musica elettronica da ballo.

Il festival di Woodstock, pubblicizzato come “Woodstock Music & Art Fair Presents, an Aquarian Exposition 3 Days of Peace & Music”, si svolge tra il 15 e il 18 agosto del 1969 a Berthel, nello stato di New York. Sly & the Family Stone si esibiscono nella notte tra il 16 e il 17, Jimi Hendrix (Gypsy Sun & Rainbows) si esibiscono la mattina del 18.

 

1943-1967: GLI ALBORI

Ma chi era Sly Stone? Quello che è certo e immediatamente evidente, è che Sly Stone non era quello che si potrebbe definire “un-tipo-qualunque-che-va-bene-per-tutti-i-giorni”. Già dai tempi della scuola e poi durante quelli della Autumn Records di Tom Donahue (il celebre Big Daddy, un grasso dee-jay che con la scusa della TOP 40 raccattava band e le scaraventava sul placo del Cow Palace di San Francisco assieme al suo partner Bobby Mitchel), Sly Stone era SPECIALE. Speciale quando produceva i Mojo Men o i Beau Brummels, speciale quando trasmetteva a KSOL con una mistura di musica nera e bianca che nessuno sapeva imitare. Già allora la sua idea era quella di “a whole new thing” e la sua band era “The Family”. Cantante, autore, produttore e polistrumentista, con il gruppo “Sly and The Family”, in attività dal 1967 al 1983, Stone diede un contributo fondamentale al genere “funk”. Composta principalmente da suoi parenti ed amici, la band fu anche uno dei primi gruppi americani ad avere una composizione multi-culturale.

Nato a Denton (Dallas), in Texas, il 15 marzo 1943, secondo di cinque figli in una famiglia devota alla Church of God in Christ, Sly Stone (all’anagrafe Sylvester Stewart) era cresciuto in un sobborgo di San Francisco chiamato Vallejo. Aveva qualità da enfant prodige: da bambino suonava le tastiere e cantava gospel insieme al fratello Freddie e alle sorelle Rose e Vaetta negli Stewart Four, artefici di un 78 giri nel 1952, dopodiché iniziò ad armeggiare con chitarra, basso e batteria, oltre a fare doo-wop nei Viscaynes e realizzare alcuni 45 giri da solista (con il nome di Danny Stewart) o in gruppo (con gli Stewart Brothers). Rese pubblico lo pseudonimo con cui diventò celebre nel 1962, facendo il dee-jay in radio su KSOL (a Frisco) e KDIA (a Oakland), dove alternava pezzi di rhythm’n’blues ad altri degli ‘invasori’ britannici Beatles e Rolling Stones. Fu reclutato poi dall’etichetta discografica Autumn, per conto della quale produsse dischi di Bobby Freeman, Mojo Men, Beau Brummels e Great Society (futuri Jefferson Airplane). Gli ingredienti erano in tavola: si trattava solo di amalgamarli per bene. I fratelli Sly Stone e il cantante-chitarrista Freddie Stone combinarono le loro band (gli “Sly & the Stoners” e i “Freddie & the Stone Souls”) nel 1964. Da qui ebbe inizio la storia. Nel giro di un paio d’anni, tra il 1964 e il 1966, variando intestazione da “Stoners” a “Stone Soul”, radunarono il nucleo di musicisti che lo avrebbe affiancato di lì in avanti: familiari (Freddie alla chitarra e Vaetta ai cori, raggiunti nel 1968 da Rose, voce e tastiere), partner (la trombettista Cynthia Robinson, cugina del bassista Larry Graham) e amici di pelle chiara (il sassofonista Jerry Martini e il batterista Greg Errico).

Sylvester Stewart dovette vedersela con le cose come stavano sin da ragazzo: che cosa significava veder animati i weekend del ghetto nero di Fillmore in San Francisco da band bianche? Perché la sua gente non reagiva? Forse perché la forza ispiratrice dei Sam & Dave, degli Otis Redding, dei Wilson Pickett e delle Aretha Franklin erano ormai tramutate in formule precise, macchine da soldi, locomotrici per le classifiche? O forse perché la fine è sconosciuta a tutti e sei mesi dopo Monterey l’osannato Otis Redding già non c’era più? Sly sentiva solo il bisogno di riempire il gap con una cosa completamente nuova. Lo si poteva fare, lo si doveva. fare. Lui, poi, lo voleva fermamente, in una ipotesi che vedeva tutti insieme bianchi e neri, senza limiti alla conoscenza del risultato.

Per cominciare scelse un paio di bar nei sobborghi, roba sporca, roba da spogliarelli, donnine e soldi loschi. Hayward e Redwood City gli sembrarono dei posti decentemente selvaggi e squallidi per provare. Chissà... Lì sapeva di trovare un pubblico incredibilmente preciso: bikers, ubriaconi, studenti di college non per ricchi, disordinati mentali e qualche figlio di buona donna agreste scampato alle campagne del Sud dopo la sbornia di un Ovest che solo Steinback aveva saputo rendere allettante. Forse qualcun altro, ma Sly non sapeva e non gliene importava molto. Ma era certo che se avrebbe colpito quel pubblico avrebbe steso chiunque altro.

Nella prefazione al proprio libro del 1998 intitolato “for the record: sly and the family stone. an oral history”, Joel Selvin fa il punto sull’importanza dell’influenza degli Sly and the Family Stone nella musica afro-americana affermando che <<ci sono due tipi di musica nera: la musica nera prima degli Sly Stone, e la musica nera dopo gli Sly Stone.>>. Eppure, durante gli anni settanta, la band passò a un sound funk più energetico, che influenzò l’industria musicale al pari dei loro precedenti lavori. La band iniziò la sua discesa proprio in questo periodo a causa di abusi di droga e conflitti personali fra i propri membri. Conseguentemente a ciò la fortuna e il successo del gruppo andarono deteriorandosi, fino alla loro dissoluzione nel 1975. Sly Stone continuò ad incidere album e ad andare in tour con una nuova line-up sotto il nome di “Sly & The Family Stone” dal 1975 al 1983. Nel 1987, Sly Stone fu arrestato e accusato di uso di cocaina, dopo di che si ritirò definitivamente. Ma andiamo per gradi.

 

1967-1975: L’ASCESA

Preceduto dal singolo “underdog”, l’album d’esordio di Sly and The Family Stone uscì nell’ottobre 1967 annunciato da un titolo programmatico: “a whole new thing” (= una cosa completamente nuova). Sly e Freddie Stone, la trombettista Cynthia Robinson, il batterista Gregg Errico, il sassofonista Jerry Martini, e il bassista-chitarrista Larry Graham costituivano, come detto, la formazione principale. La sorella di Sly e Freddie, la cantante e tastierista Rose Stone, si aggiunse dopo nemmeno un anno. Il gruppo così formato registrò cinque brani entrati nella Top 10 delle classifiche americane e quattro album sconvolgenti, che influenzarono enormemente il sound pop americano. Le sue capacità musicali così già ben definite, la conoscenza del lavoro e del business lo avevano tramutato in una specie di pazzo, lucido e sano. Un pazzo che sapeva che un qualsiasi rischio superato è superato per sempre. Lo si poteva vedere anche dallo stile di abiti che indossava, pazzia ed ottimismo tipici del tempo, che avevano però un non so che di culturale, di sgangheratamente buono per tutti. La capacità di comprendere quali erano le formule per le buone canzoni faceva il resto. Il giovane uomo era, insomma, in movimento. E verrebbe da pensare a Prince se non sapessimo che è emulo di Sly! Lo spirito di San Francisco stava per trovare qualcosa di nuovo e fresco, mentre l’estate dell’amore svaniva per sempre. Sly prendeva vantaggio dalle invenzioni ritmiche di chi lo aveva preceduto ma non tradiva lo stile puerile dei teenagers neri, diciamo alla “fingertips” del piccolo Stevie Wonder. Stewart, era, a conti fatti, poco più che uno di loro. Libertà, libertà, libertà. Una libertà armonicamente ricca e complessa, selvaggia e anarchica, disse qualcuno, ma affezionata, coerente. Era, e lo fu fin da subito, una celebrazione che affermava gli aspetti fin ora descritti. Una specie di cartone animato per gente reale, o, come diceva una canzone di quegli anni, “a different strokes for different people”. Quando sul finire degli anni sessanta la musica soul sembrava essere giunta a una fase di stallo e di perdita di creatività, apparve quasi dal nulla qualcosa di profondamente strano, che rase al suolo ogni preconcetto musicale esistente fino a quel momento. Se non era abbastanza essere incapaci di stabilire a quale genere appartenesse quella musica piombata nelle radio, che mescolava senza ritegno soul, funk, jazz, rock e psichedelia, scoprirne poi gli esecutori in una band multirazziale lasciava addirittura tramortiti. Sly and the Family Stone rispondeva al nome di quell’oggetto non identificato, che prese possesso della musica nera alla fine di quel decennio così difficile e pieno di aspettative sociali spesso tradite e la portò a un’ulteriore evoluzione. E, pensò Sly, l’aggressività di quell’impatto musicale e artistico non poteva destare più preoccupazione di quanto la destasse la marcia su Washington. Il gruppo vedeva nella audience mista quella indipendenza che cercava di proporre. Ad esempio di ciò vogliamo sottolineare l’approccio vocale del gruppo, tutti cantavano, affinché ognuno potesse dare qualcosa in più. Voce che oltre a fun, divertimento, era anche fuck, impulso vitale, attacco politico, violenza, addirittura, in alcuni casi, insulto. Ad una sola condizione: che tutto questo servisse per crescere. Sylvester Stewart era stato un dee-jay di San Francisco che conosceva la musica e la sua storia e non ignorava quante volte l’industria avesse sfruttato le idee degli artisti di colore a favore dei colleghi più pallidi. Da qui l’idea di prendere a sua volta in prestito gli stilemi cari al rock dei bianchi e tradurli nella linfa che avrebbe ridato forza all’originalità della musica nera. Sylvester mise insieme una band multietnica assieme a suo fratello Freddie e divenne Sly, leader di un gruppo che faceva della mescolanza di genere e cultura il suo punto forte e i cui i membri erano tutti coinvolti nella scrittura e nella composizione dei brani. Da sottolineare anche la novità assoluta che Sly introdusse, rendendo ancora più unica la sua compagine musicale: Stone fu il primo a volere che le donne fossero messe sullo stesso piano dei componenti maschili della band. Infatti Rose Stone, Cynthia Robinson e tutte le altre artiste che si susseguirono negli anni all’interno del gruppo non venivano limitate al ruolo di coriste, ma suonavano strumenti e partecipavano attivamente all’identità di Sly and the Family Stone. Il gruppo si affermò grazie alla sua capacità di saper passare abilmente da un’atmosfera all’altra e in breve tempo divenne uno dei punti di riferimento della scena musicale. Questa sorta di famiglia musicale, in cui uomini e donne erano tutti coinvolti, ambiva a raccogliere seguito sia nei ragazzi di colore che in quelli bianchi, riuscendo in qualcosa che raramente era avvenuto precedentemente e, allo stesso modo, avrebbe fatto fatica a ripetersi dopo. L’unicità di Sly, che si appoggiava su una creatività e libertà stilistiche difficilmente replicabili, emerse in tutta la sua forza con Dance to the Music, un vivace e scintillante brano che metteva in risalto tutta la potenzialità del suo genio polistrumentista e dei suoi fidati compagni di viaggio. La composita identità degli Sly and The Family Stone bazzicava in una zona intermedia fra i ghetti neri e le comuni di Haight-Ashbury. Nel 1970, dovendo localizzare il proprio linguaggio, il capobanda affermò: <<Non posso dire che sia rhythm’n’blues, non posso dire che sia rock, non posso dire che sia pop, perché nemmeno io so cosa sia.>>. Di sicuro una creatura meticcia, affine a ciò che in simultanea sperimentavano altri visionari di colore quali Jimi Hendrix, George Clinton e, con i Love, Arthur Lee. In quel modo Sly Stone divenne icona afro-americana nella stagione del Flower Power, il cui slancio idealistico riecheggiava nei titoli di alcune canzoni (“everyday people”, “you can make it if you try”, “everybody is a star”), essendo al tempo stesso contiguo all’attivismo radicale delle Black Panthers, che da un lato lo corteggiavano (riconoscendosi nella fierezza razziale di “don’t call me nigger, whitey”) e dall’altro lo minacciavano (a causa dei visi pallidi in formazione e del manager, David Kapralik, ebreo). L’influenza esercitata fu enorme: tanto fra i contemporanei (il suono della Motown cambiò per emulazione, così come il jazz attraverso Miles Davis) quanto in epoche successive (dal funk avveniristico di Prince all’hip-hop caleidoscopico degli OutKast). In poco tempo la sua rivoluzione evidenziò quante possibilità c’erano ancora da grattare dalla superficie della musica nera, che aveva ancora molto da dare e da esprimere. La consacrazione definitiva del suo genio arrivò nel 1969 con “stand”, album che conteneva più di una gemma del loro repertorio e che definì letteralmente un’era. Tra le canzoni del disco vi era una che spiccava più di altre, quella “everyday people”, in cui la band riuscì a catturare l’atmosfera di quel tempo così particolare, legando all’ottimismo tipicamente hippie una melodia originale e bozzetti di pace razziale. “everyday people” nascondeva dietro il vestito da semplice canzone per ballare un animo gospel e il desiderio di una maggiore tolleranza non solo razziale, ma che potesse comprendere anche le scelte di genere, stile e cultura. La canzone trascinò Sly and the Family Stone sulle vette delle classifiche, regalando loro una celebrità che sembrava inaccessibile solo pochi mesi prima. Sly and the Family Stone erano giunti finalmente in cima, acclamati come portatori del nuovo funk, incensati per gli strabilianti spettacoli dal vivo (tra cui la loro esibizione a Woodstock) e per la genialità del loro leader, ma l’apparente colosso musicale poggiava su gambe d’argilla. Crescere significava infatti per Sly raggiungere una autocoscienza globale, quella da lui profetizzata (<<Thank you fallettinme be mice elf agin.>>, <<Grazie per farmi ancora essere me stesso.>> cantava a un pubblico in visibilio): una autocoscienza che serviva per affrontare un grosso passo, quello dell’integrazione sociale, perché solo attraverso l’integrazione la lotta poteva essere paritaria. <<Poco male se qualcuno ti osserva:>> cantava Sly in “somebody’s watching you”, <<tu fatti osservare con orgoglio.>>. Scrive Greil Marcus nel suo bel libro “mistery train”: <<Sly era un vincente, anzi un vincitore. Per un attimo sembrò farcela, non solo con la gente della sua razza ma in tutti i campi (pareva, infatti ripetersi la storia di un altro teenager di successo, il produttore Phil Spector, autore di tante canzoni ‘adolescenziali’ per ragazzini brufolosi bianchi nei primi anni ‘50). Guidava le migliori macchine, indossava gli abiti più sensazionali, suonava la miglior musica, la sua, e tutto avveniva mentre gli avvenimenti intorno a lui sembravano disporsi ognuno al proprio posto. Eventi al passo con i tempi, per stile, per ambizione, per rapporti con i teenagers di quegli anni, per rapporti con i fratelli maggiori, anche con quelli bianchi.>>. Per alcuni anni le parole di “everyday’s people” (dal disco “stand”) sono assolutamente autobiografiche. Una mistura di sensazioni ed emozioni quotidiane con Sly (calcolato? involontario? volontario?) protagonista.

Per un attimo lungo quanta tutta la fine degli anni ‘60 l’Utopia sembrò non essere più Utopia. E, ci sentiamo di dire oggi, che se non ci fosse stato quell’ottimismo non ci sarebbe potuta essere tutta la potenza distruttiva, anche personale, che affondò Sly dalla metà del decennio successivo. Dopo aver raggiunto la vetta e indicato la via su cui la musica nera doveva e poteva dirigersi, Sly cadde nella spirale della droga, che lo inghiottì e distrusse la caleidoscopica creatura che amava chiamare “famiglia”. L’eroina e i dissapori spinsero via figure fondamentali nell’economia musicale dei Family Stone, come Larry Graham e Greg Errico, che portarono altrove i loro talenti, lasciando sempre più solo Sly con i suoi demoni. Nel 1975 la band, ormai pallida imitazione di quella di pochi anni prima, finì la sua corsa definitivamente, mentre il suo leader avrebbe provato negli anni successivi a ritornare alla ribalta senza però riuscire nell’intento. Paradossalmente negli anni settanta, proprio nel decennio che avrebbe portato alla completa maturazione e consacrazione la musica nera, la band più innovativa si era disintegrata, consumata dalla stessa energia in una manciata di album. Sly Stone non seppe più tornare a solcare le classifiche e si rinchiuse in se stesso, allontanandosi da tutto ciò che richiamava il suo passato di musicista. Nonostante la sua stella abbia brillato solo pochi anni è impossibile non riconoscere nella sua figura uno dei più grandi geni della musica nera: difficilmente classificabile in un unico genere, Sly Stone ha creato un nuovo sound e spinto i propri contemporanei a una maggiore coscienza sociale e razziale.

Prosegue Marcus: <<Nella musica pop di quegli anni c’era bisogno di un’áncora (ancora oggi ce n’è bisogno...) e Sly ripeteva la gioia dei Beatles e l’impatto dei primi Rolling Stones ma per il popolo nero; aveva avuto, cioè, la giusta intuizione che andava cantando nel brano “you can make it if you try” (= “ce la puoi fare se ci provi”). E, secondo un semplice ed elementare sistema che accomuna tutti i grandi, Sly and the Family Stone stavano solo suonando una musica che nessuno aveva mai suonato prima.

L’album del 1971, “there”s a riot going on” rimane impareggiato fino ad oggi, invece, non perché definì un muro di separazione con il passato della musica nera ma perché costruì il muro stesso. La sensibilità di Sylvester Stewart è sufficientemente profonda da fermare in un attimo, e fotografare, l’intera massa della musica popolare per bloccare l’ascoltatore, per scuoterlo con l’impatto della novità e per creare una sottile linea di demarcazione fra ciò che è stato e ciò che non è stato ancora raggiunto. Non è musica casuale e le domande che si pone non sono casuali, rinforza il ruolo dei musicisti di colore affinché questi reagiscano o vadano avanti, cercando nuove direzioni. Alcuni mesi dopo la pubblicazione (dalla seconda metà del 1972 alla prima dell’anno successivo) l’impulso di questo album emerse in altri artisti che raggiunsero la massa degli ascoltatori neri attraverso la radio. “there’s a riot going on” è la rappresentazione della split personality di Sly Stone in quegli anni: presentarsi o ritirarsi, ballare o far pensare? riconoscere nel pubblico quella forza che lo avrebbe anni dopo rovinato o allontanarsi da loro? Ecco allora un album con in copertina una bandiera americana. Al posto delle stelle, però, fiori. Sono passati tre anni da “stand”, dal grande successo, dal bagno di Woodstock. In quel periodo Sly, divenuto uomo troppo giovane, dà alle stampe solo un singolo (“everybody is a star”, nel 1970) e, in una intervista, parla del suo prossimo album come di un disco <<ottimista>>. A pensarci bene l’albumstand” lo presupporrebbe; ma i mesi passano e qualcosa si rompe. I concerti degenerano, fino ai disordini di Chicago, Sylvester rimane sconvolto dalla scomparsa di Hendrix (assieme al quale avrebbe dovuto fare una jam a Londra il 18 settembre 1970 prima di volare a Roma per cominciare la sua breve tournée italiana che lo avrebbe portato dal Piper di Roma allo Space Electronic di Firenze), la droga lo cattura, le famiglie più importanti dei gangster neri lo plagiano. E, quando nel tardo 1971 l’album viene pubblicato, la sorpresa è grande: un album oscuro, difficile da ascoltare con groove lenti, e del tutto anti-celebrativo. Se Robert Johnson fosse vissuto negli anni ‘70 avrebbe sicuramente apprezzato quei solchi, lo stesso dicasi per Hendrix, così come Miles Davis lo volle, addirittura, celebrare in un brano del doppio “get up with it”: “Sly”. “there’s a riot goin on” è un album di esplorazione sui cambiamenti della gente di colore, sulla loro politica. Le buone intenzioni degli anni ‘60 sono diventate boomerang, abbattendosi perversamente su chi le aveva espresse. Adesso c’è “there’s a riot going on”, c’è del male nell’aria, in quel 1971; quel che di buono resta è proprio aspettare un album, quello di Sly, ma il risultato non è un disco facile. L’album, un lavoro complesso, si apre con un brano, apparentemente il più facile, ritmato da una piccola scatola di ritmi elettronica, un giocattolo che avrebbe influenzato tanta musica negli anni a venire: “it’s a family affair” subito un successo. Le parole che Sly scrive per il disco sono alcune delle più ricche di fantasia e potenza di tutta la storia della musica rock’n’roll. Le immagini perfettamente sviluppate, le canzoni raggiungono un intenso balance. Ogni elemento della musica sembra spingersi oltre e possiede un proprio peso; non una visione, non una nota che si perda. Niente è gratuito. Sly vede il suo gruppo dei Family Stone con un preciso significato: ogni componente della band deve avere la propria voce; di quella stessa, lui, Sly, è punto di nascita e radice di una visione e di una emozione autentica che andava allora professando, più autentica in quanto condivisa dagli altri componenti del gruppo. Commenta il critico Greil Marcus: <<Questo accadeva perché qualunque fosse la visione di Sly, positiva o negativa poco importa, nel disco “there’s a riot going on” si rispetta sempre il tentativo, professato e affermato, del raggiungimento della liberazione. Nella propria autorità musicale si può riconoscere la libertà del cantante; la libertà ha bisogno di una dimora? Sly gliela costruisce incidendo un disco, quello in questione per l’appunto.>>. Le linee melodiche di Sylvester Stewart, infatti, fin dai dischi precedenti, sono sempre complesse, personali, imprevedibili, libere. Sly è precursore di quella ricerca amplificata negli stessi mesi da Marvin Gaye in “let’s get it on” o dai Temptations in “cloud nine” o ancora da Curtis Mayfield e, pochi anni dopo, dal poeta Gil Scott Heron, una musica fatta di composizioni fortemente individuali, che si esprime al meglio perché ogni volta compiuta. Una musica che rispetta la libertà che viene dalla strada, dal divenire, non dagli ordinamenti e dalle discipline religiose o moralistiche. Marcus riflette e intelligentemente spiega: <<La migliore musica popolare non riflette gli eventi quanto riesca ad assorbirli, il pessimismo di “there’s a riot going on” non è quella sorta di romanticismo che usualmente troviamo nel rock’n’roll. Quello è ottimistico più o meno per definizione, perché la cultura popolare punta sempre verso la-prossima-cosa, ed è convinta che valga la pena andarci dietro. Ciò accade perché il rock’n’roll è legato a quel senso gioioso del tempo e a quella falsa idea che i giovani hanno che la morte non arrivi mai. La cultura pop del pessimismo è, più o meno sempre, una cultura di auto-indulgenza, lasciando al pubblico e all’artista una via di scampo.>>. Questo “narcisismo rovesciato” è assente in Sly e nel suo album del 1971: un disco che fa paura, immobile, che butta giù qualsiasi altro album, perché il negativismo che esprime è sufficientemente duro per proporre soluzioni a fronte di commenti altrui che potevano suonare come triviali, alternativi, falsi, che potevano sembrare commenti da risolversi nella propria sfera del personale, o attraverso la politica. A tutto questo “there’s a riot going on” si scaglia contro.

La leggenda quotidiana comune ci dice che quel che importa è che il rock’n’roll porti del divertimento, che porti qualche cosa che non si sa, che non si conosce, che porti un’idea che il domani racchiuda un qualcosa in più. Ma tutto ciò è già accaduto in quel 1971. È a quel punto che si presenta Sly Stone con la sua famiglia: egli parla un verbo, una lingua, batte un tempo, ritma il suo popolo, proprio come aveva fatto, senza l’ausilio della musica, Malcom X. Questo, in sintesi, è il tema dell’albumfresh”, un 33 giri che propose ad un pubblico ansioso un altro, nuovo, e diverso, Sylvester Stewart. Fotografato da Richard Avedon, in una celebre e plastica posa funky (costo dello scatto, all’epoca: 3,000 dollari), Sly Stone presentava, in quell’anno pieno di capovolgimenti nel panorama musicale internazionale, un disco fuori da qualsiasi logica. “if you want me to stay” canta l’artista nel secondo brano dell’album quasi a voler sfidare il pubblico disorientato sin dalle prime battute; un brano equilibrato a fronte di un personaggio (Sly in persona) assolutamente squilibrato. Il punto più alto della creatività (“there’s a riot going on”) è passato, e, ora, del genio vediamo solo la squisita capacità di scrivere canzoni funky come forse mai nessuno prima era riuscito a fare. Genio che afferma la propria smoderata presunzione in “let me have it all” (<<fammi avere tutto per scegliere il meglio della vita senza alcun imbarazzo>>) ma che ha lasciato dietro sé quell’impegno per cui la gente del suo stesso colore lo aveva scelto. A tanti anni di distanza l’imbarazzo dell’ascoltatore attento non si è ancora sopito: Sly è prendere o lasciare, senza mezze misure. “fresh” è, da questo punto di vista, un album irritantemente riuscito. Sylvester Stewart gioca con la musica, con il suo portafogli, con il suo naso, con l’amore e con il pubblico. In una cosiddetta “zona a rischio” sposta il peso della musica, affronta territori che non sono delineati su alcuna mappa musicale di quel 1973. Passata l’epoca del suono stax e, ancor prima, la sbornia motown, etichetta in quegli anni impegnata a rimodellare se stessa attraverso il singolo artista, Sly Stone intuisce che se la spinta della sua musica lo aveva portato in alto nei tardi anni sessanta per poi incoronarlo con “there’s a riot going on”, sarebbe bastato spiazzare tutti per ottenere un ulteriore risultato positivo. Questo è ciò che accade con “fresh” nonostante ancora ci attanagli il dubbio che già molto avanzata fosse in quei mesi l’incapacità di intendere e di volere del leader dei Family Stone. <<Mia madre mi ha dato una canzone e mi ha detto <figlio mio, cantala e fai che sia una cosa graziosa perché la gente si ricordi dove ci troviamo ora. / Tu, rendi felice tuo padre e a tua madre tutto questo piacerà e tu saprai quale sarà la mia riconoscenza / sempre con il pensiero verso il Signore>.>> (“thankful and thoughtful”). Vita quotidiana, ringraziamento spirituale, coscienza della propria posizione all’interno della società urbana nera sono ancora i temi di Sly ma siamo, inequivocabilmente, sul versante incrinato: nella voce dell’artista c’è una smorfia, un disguise, e tutto pare così lontano e fuori fuoco. Sì, una parola può bastare! I dischi comunicano questo. Ma qualcosa non funziona più. Stone parla di pelle, della sua pelle (“skin I’m in”) per ritrovare il proprio posto fra i fratelli ma, un po’ per la genialità della proposta, un po’ per l’inibizione che il successo provoca, “fresh” resterà l’ultimo album della sua carriera a raccogliere vasti consensi e risultati un po’ ovunque. Canta Sly quasi a voler giustificare gli avvenimenti degli ultimi anni: <<Se potessi fare tutto nuovamente da capo mi ritroverei nella stessa pelle in cui mi trovo ora. Gli abiti che indosso, le cose che mi fanno fare per forza, i posti dove mi fanno andare, la gente che devo conoscere, le cose che io vorrei raggiungere.... Qualche volta mi accorgo che sta piovendo sopra di me e la pelle resta sempre questa e che ci sono alcune cose che non potrò mai ottenere né vincere.>> (“skin I’m in”). Verità o menzogna? giustificazione o riflessione su una vita vissuta sempre in corsia di sorpasso? Non c’è risposta ma qualunque sia il messaggio, colpisce ancora la compostezza della ricerca musicale che esplode in dinamiche inusitate, che fanno gridare al miracolo o, indistintamente, all’olocausto, in forme sonore e di scrittura che non hanno grandi, né tantomeno, famosi, precedenti. A voler ricordar bene tutto il disco non bisogna dimenticare che Sylvester Stewart sceglie un brano come ‘trailer’ del disco di “fresh”. È una famosa ballad del 1955: “que sera sera”. Che cosa c’entra questa canzone con Sly, si chiese all’epoca qualcuno? Ma la risposta è nel pianoforte sottilmente blues, nella cadenza nera, nei cori gospel contrappuntati dall’organo leggermente ‘pastorale’ del sottofondo. Così, d’incanto, il leader apre le porte alla sua Family Stone che mette in moto un lento e lascivo groove strumentale di 12 battute che pare non andare da nessuna parte, eppur si muove! È un piccolo miracolo questo “fresh”: lancia la strada a Prince per il decennio successivo e reinventa il funk, proprio quando la tentazione di deviare e diventare “disco” bussa forte alle porte. Un miracolo, germogliato dalla determinazione di voler infrangere qualsiasi barriera con spontaneità per un risultato che suona ancora oggi “fresh”.

Nel frattempo, i risultati dell’album avevano convinto lo establishment discografico che Sly era ancora un grande artista nonostante le sue bizzarrie. Il conflitto fra artista e casa discografica era, per tutto il 1972, cresciuto a dismisura e il disco del 1973 era giunto a calmare le acque in time, come recitava il titolo di lavorazione di “fresh”. Il recensore Richard Williams del settimanale britannico Melody Makers scrive: <<Se già riconoscete Sly come un innovatore non c’è motivo di raccomandarvi quest’album. In caso contrario affrettatevi!>>, mentre 10,000 anime si accalcavano ad applaudirlo nel vecchio stadio di White City per l’unico (e ultimo) concerto britannico. Da quel luglio 1973 al suo successivo album, “small talk” del luglio 1974, Sly fece letteralmente perdere le tracce se non fosse stato per un sontuoso matrimonio con Kathy Silva dinanzi a 20,000 persone paganti prima del concerto al Madison Square Garden il 5 giugno dello stesso anno. Il comportamento di Sly Stone cominciava a spiazzare molte persone; e il gruppo, che negli ultimi 18 mesi aveva incluso il bravo batterista di studio Andy Newark, era sulla strada dello scioglimento. Qualcuno cominciava ad accorgersi di quanto blanda stesse diventando negli anni la proposta musicale di Sylvester Stewart. Primo fra tutti, Nick Kent, una delle penne più taglienti del giornalismo d’oltremanica che scriveva: <<In “small talk” Sly non ha letteralmente niente da dire e pretende che agli ascoltatori sia sufficiente la sua presenza per giustificare la validità del disco.>>. Improvvisamente il mondo di denuncia, di onore, di presenza sociale e costanza veniva meno. La moglie Kathy Silva chiese il divorzio nel mese di ottobre; e nel novembre dello stesso anno Larry Graham, bassista dei primi anni e figura chiave degli originari Family Stone, si presentava con i suoi Central Station. Con i suoi ritmi dei primi due album avrebbe rimpiazzato e sostituito l’imprimatur musicale di Sly che nella tarda primavera del 1975 suscitò ben poco interesse nel pubblico newyorkese del Radio City Hall trovandosi, così, costretto a cancellare numerose serate presso il prestigioso teatro cittadino. L’albumhigh on you” dell’ottobre di quell’anno a malapena tenne testa a “release yourself” di Larry Graham e dei Central Station, secondo album del bassista su citato, mentre, dello stesso, il successivo “ain’t no ‘bout-a-doubt it” surclassò decisamente qualsiasi altra uscita di Sly Stone, ora senza la dicitura “and the Family Stone”.

 

1975-1983: IL DECLINO

Proprio nel momento del trionfo, la storia degli Sly Stone prese una brutta piega. <<La merda cominciò quando ci trasferimmo a Los Angeles nel 1969. Sly era un ragazzo ingenuo e Bel Air gli fece esplodere il cervello. Divenne quasi subito ostaggio di magnaccia, spacciatori di coca e trafficanti, gente che lo adulava dicendogli: <Che genio sei!>.>> raccontava Jerry Martini. Gli effetti collaterali furono evidenti: forfait ai concerti e conflitti con il pubblico, avendo sempre intorno una corte dei miracoli degna di un romanzo di James Ellroy, tra guardie del corpo armate con cani al guinzaglio, pusher e malavitosi. Una vita sospesa fra paranoia e megalomania. Arrivato un giorno del 1971 in extremis (con tanto di elicottero noleggiato a bella posta) a un talk show del network ABC, alla domanda del conduttore sul suo metodo creativo, rispose: <<Quando scrivo, mi guardo allo specchio.>>. Apogeo artistico e punto di non ritorno fu l’album di quell’anno: “there’s a riot goin’ on”. Opera cupa e distopica, che fotografava lo stato delle cose: le Black Panthers in dissoluzione e l’utopia hippie in frantumi. Il diario personale di una crisi collettiva. In copertina, beffardamente: la bandiera americana con fiori al posto delle stelle. Un capolavoro pari al disco di debutto dei Velvet Underground, positivo anch’esso a un eventuale controllo anti-doping.

Da lì in poi fu uno stillicidio: per primo se ne andò Errico, imitato ben presto da Graham, e la parabola imboccò la traiettoria discendente. Dopo il matrimonio con l’attrice Kathy Silva, celebrato sul palco del Madison Square Garden il 5 giugno 1974 di fronte a diecimila spettatori, seguito da un rapido divorzio, ad abbandonarlo furono i “familiari” Rose e Freddie. La bancarotta finanziaria era dietro l’angolo e i problemi con la legge dovuti al possesso di stupefacenti portarono a ripetuti arresti. Tra un’overdose in Florida e tentativi di disintossicazione, l’inizio degli anni Ottanta si tramutò in un calvario. Eppure, intervistato nel 1985 da Spin, dichiarò: <<Non recrimino nulla: mi è cresciuta addosso una crosta resistente come epidermide bionica.>>.

Non solo Sly era cambiato, ma qualcosa andava offuscandosi in lui e, soprattutto, l’avvento di artisti e progetti quali il P-Funk di George Clinton, portavano gli ascoltatori a considerare vecchi e obsoleti i messaggi di Sly. Nel gennaio 1976 Sly dichiarò bancarotta mentre i report del magazine “Jet” lo davano per ‘scomparso’. Un tentativo di riapparire, a ricordar bene, ci fu: con un disco dal titolo che la diceva lunga sulla propria situazione “heard ya missed me, well I’m back” e, nonostante alla Epic, sua etichetta di sempre, tentassero di riesumare il nome “and the Family Stone” del gruppo erano rimasti solo la sorella Rosie Stone e il trombettista Jerry Martini. A proposito dell’album, l’impressione che ancora se ne trae è quella di un disco composto con il pilota automatico (come nel brano “family again”) e la presenza del tecnico Roger Dollarhide (un “junkie”, lo descrive il trombettista Martini) non favorì le condizioni psichiche di Sylvester Stewart. In piena era “disco” Sly pareva un ciarlatano. Qualcuno, intanto, pensava lo fosse, a questo punto, veramente diventato! La Epic si decise a concludere un contratto che si trascinava oramai stancamente. Nick Kent, con tono elegiaco scriveva nel 1978: <<Era vicino come nessuno lo era stato al suono della strada, almeno quanto Bob Marley in “rastaman vibration”, ma si è fatto fottere dalle sue narcisistiche intuizioni ed ecco quel che resta.>>.

Sly riappare nell’ottobre 1979, su etichetta Warner Brothers con “on the right tracks”, un album anticipato da un grande battage pubblicitario. Ma l’album fallisce ancora miseramente. Dave Marsh, su Rolling Stone, ne parla con sensitività e intelligenza: <<Io continuerò ad ascoltare la musica di Sly, nella speranza che questo grande musicista possa ritrovarsi. C’è qualcosa di positivo in un musicista del suo calibro che va contro corrente e produce un album al di fuori di tutto quello che è record business. Ci trovo qualcosa di molto vivo.>>. Ma Sly, nonostante le parole di Marsh, sta combattendo, ormai, il proprio passato come in “the same thing (that makes you laugh makes you cry)” o “who’s to say”. Un passato pesante che riappare nella musica di altri come, ad esempio, in quella di George Clinton, con il quale collabora per l’album di quest’ultimo “the electric Spanking of war babies”, un album che non avrebbe visto la luce fino al 1981 per motivi contrattuali del “primo ministro del Funk” con la stessa Warner Bros. Clinton, di tre anni più anziano di Sly, non si poteva dire influenzato da Sly ma ne aveva, a pieno titolo, ereditato quella potenza sociale dell’“everyday people” che aveva dato credibilità a Sly presso il popolo della gente nera. E George stava tentando di aiutare Sly Stone come poteva ma, a causa del grande sforzo economico degli anni settanta con il progetto Parliament P-Funk, era, lui stesso, in difficoltà. Portò l’artista con sé in tour e Sly apparve in “urban dancefloor guerrilla” del 1983. Inoltre, nella collezione “George Clinton and family pt. 1” appare un provino dei due nel 1981 intitolato “who in the Funk do you think you rare”.

Intanto nello stesso anno (1981) Sly viene arrestato per possesso di cocaina (in seguito scagionato), mentre con lento incedere assieme al produttore Stewart Levine si appresta a terminare il suo ultimo album per la Warner bros: “ain’t but the one way”. Ricorda il produttore: <<L’album miscela il mio lavoro e il suo. Mi disse un giorno: <Io improvviso e tu devi tirare fuori il lavoro concluso.>.>>. Levine convocò tre membri del gruppo originale per terminare le idee di Sly che era, intanto, nuovamente scomparso.

Il 1983 e il 1984 furono anni di grande agonia per Sly: ancora guai con la legge per droga e armi. Affrontò un programma di riabilitazione in 16 parti. Partecipò a due dischi di Bobby Womack, che era a suo tempo, apparso in “there’s a riot going on”, “the Poet” e “the Poet II”. Ma un album dei due musicisti non si realizzò mai...

 

1983-OGGI: LA ROVINA

Un giornalista del mensile Spin raccontò il difficile momento di Sly nel numero di dicembre 1985 in un lungo articolo intitolato “heart of darkness”. L’articolo parlava anche di un probabile contratto con l’etichetta A+M. L’indicazione era giusta: nel dicembre 1985 Sly è ospite del chitarrista Jesse Johnson (già nel gruppo di Minneapolis The Time e valletto di Prince in più circostanze) in un brano intitolato “crazy”. Nel 1987 produce un singolo “eek-a-Bo-static” che non ha successo; e duetta con Martha Davis, ex cantante del gruppo californiano The Motels nel brano “Love and the affection” dalla colonna sonora del film “soul man”. Questa è, ad oggi, la sua ultima registrazione in studio. Nel 1987 Sly riunì il gruppo originario per uno speciale della televisione via cavo HBO girato nella vecchia sala Fillmore a San Francisco con Buddy Miles ospite speciale del gruppo. Il bassista Larry Graham decise all’ultimo momento di rifiutare l’invito del gruppo, che suonò “dance to the music”, “i want to take you higher” e “thank you (fallettinme be mice elf agin)”. Uno speciale televisivo definito da molti <<di grande valore musicale e di grande potenza funky.>>. Un annunciato album con George Clinton (se ne parla dal 1979) non vide mai la luce.

Il manager di Sly di quei giorni, Jerry Goldstein, presidente della defunta Avenue Records di Los Angeles, parlò di un disco <<in via di preparazione che sarà realizzato tutto dal vivo in studio come ai vecchi tempi.>>.

Poi, il silenzio. Fino all’edizione 2006 dei Grammy della musica alla Rock’n’roll Hall of Fame. A quell’occasione risale la notizia di un nuovo album con la ‘famiglia’, quella vera.

Lo storico trombettista Jerry Martini, una volta, disse che <<Sly è stato la persona che ha portato il colore viola nella musica, Prince ha copiato molto da Sly e molti sono quelli influenzati da lui: Rick James, Bootsy Collins, anche James Brown. Noi siamo stati il primo gruppo integrato d’America, abbiamo fatto il tutto esaurito al Madison Square Garden per 13 volte, abbiamo fondato il suono del pop nero di oggi. Riuscimmo prima di chiunque altro a fondere testi di un certo spessore con una musica solida, reale, veri ritmi di batteria e contrappunti di fiati. Dopo, per tutti gli altri ogni cosa è stata più semplice.>>.

Poi il nulla, il vuoto, il silenzio. Sly sparì definitivamente dalla circolazione, salvo riaffiorare in modo sporadico e spesso catastrofico durante i due decenni seguenti, tipo alla cerimonia dei Grammy Awards nel 2006 (moicano biondo, occhiali da sole scuri, cappotto argentato), a Montreux nel 2007, e al Coachella del 2010, a traino della Family. Per qualche tempo ha vissuto in un camper ricevendo sussidi sociali: siccome era in vertenza con il vecchio manager Jerry Goldstein, non percepiva alcun reddito dalle royalties. Ma nel 2011 ha pubblicato addirittura un disco, “i’m back! Family & friends” (tra gli ospiti: Jeff Beck e Ray Manzarek), facendo cover di se stesso. Ultimo avvistamento nel 2013, sulle colonne del Guardian, dove vagheggiava un improbabile progetto di band con musicisti albini.

Morale? Alla domanda di un intervistatore, rispose: <<Certo, ho dei rimpianti. Ma adesso non me ne viene in mente nessuno!>>. Immor(t)ale!

 

 

 

  

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