"CARMI AMOROSI"
"CARMI AMOROSI."
di Manuel Omar Triscari.
INDICE
1) Scampoli
2) Polvere di
diamante
3) Sottovoce, mano
nella mano
<<Ecco a voi una florida bellezza,
il cui seno è cosparso di cipria di abìr.
Ha guance vellutate di voluttà e occhi
dolci e [languidi.
Sorridendo, ti mostra fiori di
camomilla,
al cui confronto impallidisce lo
splendore del sole.
Le sue trecce sembrano serpi che
nuotano in uno [stagno.
Mai vino fu mesciuto per la bevuta
del mattino,
con muschio forte e miele fresco
purissimo,
migliore della saliva della sua
bocca.
Si schiude la rosa della guancia sul
ramo della sua [persona
e ivi fiorisce la camomilla del suo
sorriso.
Ascoltare la sua parola è gradevole
diletto,
come il vino o un canto improvvisato.
Quando le Pleiadi adornano il sommo
della notte
offrendo nelle mani
dell’alba un mucchietto di stelle
trovo le sue
labbra dolci come infuse di vino e mirto.
Giardino di fiori ornato non esiste
che sia più profumato delle rosse sue
labbra...>>
Iben Andìs.[1]
SCÀMPOLI
<<Voglio un carico di vino di
rubino, e un libro di [versi.
M’occorre appena lo stretto
necessario, e un mezzo [pane.
Poi io e te seduti in un luogo
deserto...
Questa è una vita superiore al potere
di ogni [sultano.>>
Omar Caiàm.[2]
*
<<Se si può avere un pane di
puro frumento,
un otre di vino, una coscia di
montone,
ed io e tu seduti insieme in un luogo
deserto,
è questa una vita fuor dei confini
d’ogni sultano.>>
Omar Caiàm.[3]
moroso nei confronti della vita,
doloso nei confronti dell’amore,
in debito nei confronti della gioia,
indebitamente vivo
scampoli di felicità,
bellezza a sprazzi.
tu non sai la morte
che il mio cuore ogni giorno vive
ma sappi questo
che oggi sono qui per te
certo che verrai
a raccogliere margherite
e inseguire farfalle
con me.
e i gatti passeggiano sul mio tetto
addolcendo questa notte
questa notte dura come un muro
cattiva come il mare
quando il mare è cattivo
feroce come il tempo
che è sempre feroce
incerta come un tuffo al cuore
indolente e testarda come un mulo
questa notte senza voce e
senza colpe.
camminando in mari notturni
mi ritrovo in arcipelaghi insonni
a me fraterni:
trafitto da un raggio di luna
tremo come un mare di grano
percosso dagli zoccoli del vento
calpitante.
cammino
sempre cammino
ma a mete conclusive
mai arrivo.
sempre cammino
con passo straniero e amico
nei deserti della notte puttana
senza nessun conforto,
senza nessuna meta,
senza nessun reale obbietto,
senza nessun reale desiderio,
senza nessun dovere,
senza nessun limite
se non la notte e il giorno.
credimi
quelli che sembrano non combinare nulla
fanno cose più importanti
come due amanti che si amano
dietro le nere membrane della notte
bocca nella bocca,
sangue nel sangue,
carne nella carne.
tramonta
e all’ultimo lume
sorride il vespro
e gli occhi china mesto.
in gola
soffoca
ogni pensiero.
luna
nuda luna
nuda luminosa luna
capezzolo del cielo
parte visibile del nulla.
piove
nulla da fare
sempre la stessa monotonia
un giorno sopravanza un altro
e nulla cambia
nulla cambia nulla
la pioggia batte contro i vetri
e il suo ticchettio di telescrivente
è un colpo di pistola
alla mia indolenza.
al limitare del sonno
quando il sole affretta l’agonia della
notte
e i suoi colori turgidi veste il giorno
quando l’orina preme nella vescica
spaventoso e ossessionante mi viene
incontro
il sesso e ridesta
nuove erezioni.
meriggio
cielo di porpora
sole screziato di
nubi
caligine
qualche libro
un po’ di vino
e una donna
che ti faccia godere
con cui ridere
di qualche stupidaggine:
a volte basta davvero
poco
per essere felici,
niente di complicato
arguto
o eterno.
chi ama i piaceri
deve amare anche i dolori:
l’allegria non va d’accordo
con l’anestesia.
non crogiolandoti nel dolore
sappi che senza dolore
non v’è piacere.
e la stessa allegria di avere un corpo
diventerà anch’essa dolore
un giorno.
oh, dolce ragazza,
giacchè il destino ci contrista
e un giorno la pura anima
si dipartirà dal corpo
siedi sul prato e baciami
prima che l’erba verde sbocci
dalla nostra polvere.
cogliamo questo tempo d’un attimo
giacchè non siamo quell’erba fresca
che falcidiata torna a spuntare.
cogliamo ogni fiore del nostro desiderio
poiché già il giorno muore
e la notte trascorre in fretta
e del domani non sappiamo il destino.
ma c’è un campo poco più in la
nascosto alla vista
al sicuro dagli sguardi
pieno di vita e fiori.
su, corri scapigliata
a cogliere margherite
inseguendo il sole
con me.
desidera poco e vivi contenta
sciogliendo ogni vincolo col bene e col
male
prendi in mano questa sabbia
e le mie mani che ti amano
poiché presto questi giorni svaniranno.
non lasciare che l’angoscia ti tenga in
pugno
e il cruccio di ciò che è assurdo sperare
occupi il tuo tempo.
siedi sul margine del fiume
o sulla ripa del mare
e godi di questa calda estate
con me.
teoria e pratica hanno trasceso
ogni mia capacità
e ogni arduo problema
lo risolve la tua bocca.
da eterni esili eternamente ritorno
fatto duro fatto oscuro
e con i giorni e con le notti mi confondo
divelto cuore affondato tra erbe e prati
a silenzi confidati e ai tuoi occhi di
stella
come a lune e mari d’ottobre
mi volgo.
al limitare del giorno
allorchè la notte fa senza pudore
del mio corpo un fiore discosto
in assurdi spazi claustrofobici
trasvolo e sudo.
ora che con me più non sei
per eccitarmi ancora
in eterei suicidi di sudici amori
indugio a disdicevoli torture
e solo mi rimane d’ignoti corpi
il dolce maledetto tormento.
il passato è quello che ho perduto
il presente solo quello che ho vinto
il futuro l’ho già vissuto
nei sogni e nelle ambizioni
nei tuoi sogni e nelle tue ambizioni:
questa è la sorte che io affronto
poichè vengo dall’inferno.
anche il più sordido orrore
possiede il proprio incanto.
la vita è rischio oppure astinenza,
esiste un solo luogo
per Vivere:
l’impossibile,
questo
è il luogo.
quando ti ebbi
fu per caso
quasi per gioco
come per scherzo
e ora sei distesa sul mio letto
come luna in mare
e come luna in mare
la tua pelle trema
con sapore d’amaranto
e con voce d’amarena
mi chiama la tua bocca
e io non voglio altro
che perdermi nel buio della tua pelle
dissolvermi nel silenzio
dei tuoi occhi.
io
uomo meridiano contemplante notturni
paralleli
e inferne geometrie regalarti non posso
altro fuorchè sorrisi e scherzi
e sogni gorgoglianti
dal profondo cuore.
quando sciogli i capelli
il sole scema e la notte lucida effonde
e ammaliante trascorre dai tuoi occhi
alla terra come un mare di tenebra.
io sono lago e tu sole
quando ti rispecchi nelle mie acque
acquisto fulgore e bellezza.
le tue palpebre sono scrigni
serbanti l’impronta dei miei baci,
la tua pelle è timida come la luce
delle tempestose terre del nord.
quando abbandono il mio capo al tuo ventre
quando grava il mio desiderio il tuo
grembo
quando appoggio il mio volto al tuo volto
e a occhi chiusi ti bacio
sento oltre le tue palpebre
i miei sogni palpitare.
sei così bella
che metti di malumore.
ti guardo ridere
dolcemente armonica e amica
e in petto muore il cuore
impietra la lingua
brucia la pelle
gli occhi più non vedono
made la fronte
in cerebro è buio
e nembato il cuore più non ragiona
e scalpita il sesso
e sbanda la ragione.
tagliente come coltello
piomba il tuo ricordo
piomba nella mia testa
precipita nel mio cuore
pesante come lampo-tuono
violento come la notte
quando la notte è
violenta
violento come il mare
quando il mare è violento
violento come l’amore
quando
l’amore è.
miriadi di parole
non possono dire
la (micro-)eternità
del tuo bacio
quando mi baci
chiudendo gli occhi,
stringendo i pugni.
come per miracolo il sole gira
come per miracolo gli uccelli volano
come per miracolo il mare ruggisce
come per miracolo la pioggia cade
come per miracolo la sigaretta brucia
come per miracolo il giorno splende
e splendi anche tu.
come in un sogno
ora vivo con occhi che non dirigo
e ti guardano anche quando non voglio
con un cuore che non comando
e ti ama anche quando non ti amo
e gli impongo di non amarti.
ogni mattina l’alba riappare
e caccia dai tuoi occhi il trucco delle
tenebre
sorprendendomi con la bocca nella tua
bocca
olida di frutta matura e dolcissima
con le mani intrappolato
nella rete dei tuoi capelli.
come lampo incendia la notte
così il buio della
nostra stanza tu
sorridendo candisci.
il tuo sorriso è una falce d’argento
che miete i miei sogni
e falcidia le mie paure.
collana di perle
ferita della notte
falce d’argento
il tuo sorriso esplode
candendo l’oscurità.
il tuo corpo è una notte luminosa
i tuoi occhi due splendide stelle
e il tuo sorriso una luna
che illumina la mia pelle
con sapore d’amaranto.
quando sorridi
la tua pelle trema
come mare notturno
dappertutto effondendo
soave sapore di ciliege
e amaranto.
la tua pelle reca la notte
e negli occhi hai il giorno,
al tuo cospetto l’avorio e l’alba
affoscano
e pure l’ostro oscura e l’ebano perde.
sembri una notte stellata
ornata con i monili del cielo
e il tuo sorriso è un drappo di stelle
come se gli astri
stupiti dalla tua bellezza
avessero deciso di abbandonare il cielo
per cadere nella tua bocca.
il tuo volto è la mia luna
il tuo corpo è la mia notte
il tuo sorriso le mie stelle.
tu sei la mia rabbia:
finchè vivi e vivo
non esiste pena più grande
fuorchè sapere che tu esisti
e possa soffrire:
tu sei per me la rabbia.
passione il mare e la pioggia battente
passione il mare e le uova sode
passione la curva arrogante dei tuoi fianchi
passione le tue linee aerodinamiche
passione la tua pura forma d’acciaio
passione le mie labbra sul tuo corpo
passione la mia mano sul tuo sesso
passione la mia mano sul tuo sesso
(soprattutto la mia mano sul tuo sesso).
l’amore come
un vecchio bastardo
con sguardo furbesco e sigaretta
tra le labbra sogghignanti
mi guarda spavaldo.
certo un giorno lo ucciderò
e fumerò la sua
sigaretta.
come l’alba scioglie il
trucco della notte
come la notte cancella
gli affanni del giorno
come il giorno cancella
le paure della notte
così tu spazzi le mie
paure i miei affanni
e dissolvi le mie
imposture.
come la notte si perde
nel giorno
come il giorno scema nel
tramonto
come il tramonto si
consuma nella notte
come la notte si dissolve
nel giorno
e nel giorno scioglie i
propri nodi
così io mi perdo in te.
la mia poesia vive solo nello spazio da me
a te
per il breve istante d’eternità apparente
d’un bacio
come il fulmine vive solo nella sua luce
per la breve distanza che lo separa
dall’albero.
quando dormi
sei il mio piacere vero e immaginato
tangibile e inafferrabile
fuggente e impalpabile
erratico ed errante
per metà ipotetico e per metà concreto
recalcitrante nel mio cervello.
tu mi guardi
e il tuo viso è un cielo
autunnale
rannuvolato un momento
e subito dopo sereno.
lunatica,
sul tuo volto di luna
sorrisi e cipigli si
rincorrono
come il sole e l’ombra
s’una rada battuta dal
vento.
lunatica,
sul tuo volto di luna
sorrisi e cipigli si
rincorrono
come l’ombra segue il sole
s’una rada battuta dal
vento.
amore, come un innesto
col tuo cuore dentro il mio cuore
formeremo un giardino:
i tuoi baci il sole
la mia bocca il fiore
che al mattino la luce dischiude.
se non è matrigna e crudele vita,
se non è tormentosa angheria,
allora i tuoi capelli nero-corvini
divenire argentei vedere mi conceda.
amore:
non dico questa parola invano,
amore,
non dico il tuo nome invano:
solo
a te cede il mio orgoglio
solo
a te cede il mio sesso
solo
a te cede il mio cuore.
come lucertola fuggisti
lasciandomi la coda tra le dita:
volli serbarti solo per me
ma troppo forte ti strinsi
soffocandoti
e ora non ci sei più
e non sei più qui.
parole parole parole
mi chiedi che non conosco
e anche una sillaba ti basterebbe
ma già pietra è l’alma
e solo il tuo inganno in mente rimbomba
in vena gorgogliando.
amore mio,
ora che la sera lenta si annera
basterebbe che mi toccassi il cuore
perché la notte ardesse tra le fiamme
e il giorno esplodesse la sua melodia
d’acciaio.
finita è la nostra notte
e tu come luna in cielo
intangibile e lontana
adesso sei.
era un luogo in cui io e tu eravamo
previsti e amanti
così di notte mi sveglio
e provo a immaginare
che cosa di noi sarebbe stato
se tanta disperanza dentro
non m’avesse divorato.
ora che non ci sei è il buio
e la tua pelle non illumina più le mie
notti,
i tuoi fianchi bruni non illuminano più
le mie notti, e il tuo grembo
non culla più i miei sogni.
sterile figlio della notte infeconda
il rimorso vaga nei labirinti
della mia insonnia appeso
ai filamenti di latte coagulato del
ricordo
come un ragno alle ragnatele del rimpianto
teso come una “spada di Damocle”
sul mio sonno.
è un albatro che canta le sue orribili
odiose nenie
tra le nere coltri della notte
il tuo ricordo.
estati e inverni interi ti ho attesa
e giorni e notti a non finire,
in tua vigile paziente attesa
ho visto le stagioni nascere e morire
e rinascere e i giorni accorciarsi
preannunciando l’autunno.
¿perchè hai tardato così tanto?
ma ora finalmente sei qui
e mi preparo a riceverti.
la mia porta spalancata ti aspetta
sul tavolo acqua e pane
e miele e noci.
finalmente posi lo sguardo
sulla mia vita
e le paure divengono uccelli,
nubi dorate gli incubi.
finalmente posi il piede
nella mia casa
e le mura divengono alberi
e prato il cemento del suolo.
benvenuta, donna mia,
benvenuta, anima mia,
benvenuta bella come una libertà
calda come una notte di Luglio
dolce come un vento estivo.
io
posso amarti
solo con baci e poesie
con una notturna voce
che dispiega grida disperate
con soffocati singhiozzi
e stanca voluttà.
già scende la notte
in compagnia dell’amica luna
ma, tu, caccia dagli occhi il sonno
e con me aspetta
che il giorno sopravanzi la notte
e stenda la propria luce alburna.
lascia da parte impegni e affari
e sul prato stenditi con me
e giunta l’aurora non andare
ma rimani ancora
finchè una nuova notte
stenderà il suo drappo di stelle
su di noi.
resta con me, ora, qui,
tra queste stelle che nulla significano
in questo prato che nulla significa
in questa notte bellissima
che nulla significa e
inutile come il vento
a nulla ci porta
dal nulla avanzando.
stesa sul mio letto come luna in mare
come luna in mare adesso tremi
e la tua pelle effonde dappertutto
sapore di zucchero e cannella.
il candido lume del giorno brunisce
e si trasforma in sangue coagulato
e lontana la sera lenta s’annera.
finalmente le appartate membrane
della notte ci accolgono
sudario ai nostri corpi madidi e affannosi.
non indugiare
ma spogliati
ché la carne reclama
il proprio piacere,
sali e ingoia i ritegni,
cavalca questa notte
ché la notte non dura
che un soffio.
finalmente a te sono giunto
dolce - soave - leggiadra creatura
finalmente a te sono giunto
ansante - affannato – affamato.
per te ho attraversato rupi di spine
e montagne d’insidie - per te
ho scavalcato alte mura.
senza parole come il fuoco sei
come una fiamma solo colore e calore
e ti saltano dallo sguardo scintille
e faville a dieci - a cento - a mille!
pallida e scarmigliata
il tuo aguzzo scorpione aculeato
a trafiggermi il petto,
il tuo sesso scabroso ancor rigonfio
dischiuso per il recente amplesso,
e nella bocca il mio freddo
inerte seme.
sigaretta post-amplesso
sonno post-amplesso
tu discinta e nuda
sesso ancor dischiuso
per il recente orgasmo
e stillante la sua lacrima di piacere
e io alla ricerca di
una vecchia maglia logora
per andare al mare
e finalmente annegare
la cospirazione
del desiderio.
i
tuoi seni sono due calici
di
vino forte:
li
succhio e m’inebrio
del piacere riservato
ai maestri del piacere,
ai campioni del piacere.
ninfa dal marmoreo corpo
ancora ti sogno
in sfrenate corse lungo albe sublunari
screziate da nimbate caligini lattiginose
mentre i tuoi capelli si sciolgono alla
brezza.
come un Luglio caldo
più caldi di un Luglio
più caldi del vento di Luglio
i tuoi capelli mi solleticano
quando leggeri il mio volto
toccano con dita di margherita delicate.
il
tuo sguardo è calma accesa
come
una finestra illuminata
nel
cuore della notte.
la
calma del tuo sguardo
un
nimbo di pace
quando
un’ora serena cerco.
mi spaura il tuo sguardo
poiché quanto prima non esisteva
rende visibile ai miei occhi bui
e al mio cieco cuore.
spaventato di perderti
e perdutamente felice di averti
nei tuoi occhi silenziosi
chiedo solo di perdermi
e non finire mai.
baciarti è come addentare la polpa
di un dolce frutto estivo,
come respirare l’aria
trafitta di azzurro dell’estate,
come scivolare nella fodera di seta
della notte incostante.
sei la mia luna:
come luna in cielo
mi segui a ogni passo.
cammino e tu con me cammini,
ti guardo e mi guardi,
mi fermo e ti fermi.
vino mi è la tua saliva,
quando ti bacio e mi baci
la mia anima si ubriaca
e vola leggera
ancorchè ebbra.
pelle di pantera e chioma di scorpione,
nella
pelle rechi la notte
e
negli occhi hai il giorno.
è odore di sole sulla pelle
odore di sale sulla pelle
l’odore che sale dalla tua pelle.
mi piacciono i letti stretti
dove io e te giacciamo in un solo respiro,
così stretti che posso quasi
sentire i tuoi sogni scoppiettare
come scintille nel mare,
e i tuoi occhi luccicare
come scaglie nel sale.
la tua fronte è un’isola
lambita dall’onda dei tuoi capelli.
la tua chioma
è una fresca fronda ombrosa
e sono ellebori
le tue affusolate mani
dai petali morbidi
soavi di tepore.
sulla
furtiva linea del tuo corpo
corpo ideale del piacere
è
scritto il canto dell’amore
tremulo
come brivido
sulla
pelle.
piove,
la sera è la veste di velluto che tu
indossi,
le stelle sono i denti di madreperla della
tua bocca,
nel cuore della sera una piaga rosso-viola
languida languente.
in questo istante tu mi ami
come non hai mai amato
nessun altro,
amore mio,
e in questo istante
anche io ti amo,
amore mio,
io che non ho mai
amato.
finisce la notte dove cominci tu
effondendo dalle tue nere membra
come se in te tutta
dormisse tutta vivesse.
quando a sera sciogli i tuoi capelli neri
il sole scema e la notte lucida effonde
e ammaliante trascorre dai tuoi occhi
alla terra come un mare di tenebra.
il tuo sudore è vino forte
pieno di fermento invisibile,
la tua bocca un calice
da cui io bevo la vita,
la tua saliva un’acqua limpida e pura
che lenisce il mio ardore.
tu dormi
io insonne ti guardo dormire
il tuo corpo disteso s’un fianco
è una pura forma di acciaio
tutte le notti piango:
tu dormi, io piango,
tu sogni, io piango,
tu sorridi, io piango,
perchè non so
se mi stai sognando.
come alga dolcemente accarezzata dal vento
nel mare del tuo letto ti agiti sognando,
nei tuoi occhi due onde per affogarmi.
amore mio,
finchè gireranno gli astri e le stelle
e sorgeranno i giorni e le notti
allora anche tu esisterai
e la mia ragione e la mia rabbia sarai
mia magnetica visione
mio sesso e castità
mio impeto e mio chiodo fisso,
mio elabro in mutande.
amore mio, finchè tu esisterai
esisteranno paura e angoscia
poiché non è altra pena
fuorchè sapere che tu vivi
e possa soffrire.
e allora nessun tormento mi sarà estraneo
poichè su te dovrò vegliare
e ogni possibile male annientare.
ma, amore mio,
quando tu più non sarai
allora per me sarà il buio
poiché non è altra luce
se non quella che tu irradi
quando mi guardi
e dolcemente sorridi.
sei la mia schiavitù di saperti viva
sei la mia ossessione di saperti tangibile
sei la mia nostalgia di saperti
inaccessibile
nel momento stesso in cui ti afferro
ombra
fuggitiva di piacere.
piove stanotte
e l’acqua buia trafigge i tetti
e inonda la nostra camera
bagnando le nostre fragili esistenze
mentre il sangue continua a scorrere
nelle nostre vuote teste.
non credere silenzio il mio silenzio:
quando muto mi sorprendi
io taciturno
in silenzio mi preparo a viverti.
tu rete da pesca
io mare che la rete taglia
ma non imbriglia.
nera
eppure per me
sei l’alba
sei l’aurora
e i tuoi occhi sono due soli.
vieni
ti bacerò sulle labbra e sui seni,
i tuoi dolci seni
più dolci del vino.
vieni
nei prati e nei boschi
della mia anima debole-lurida
là - sotto - dentro
giù - nel profondo
a impaludare i miei sogni
nel pozzo senza fondo
fili - fiati - unghie
chele - schegge - muschi
vischi scompaginati
sparsi sparpagliati
arpionati.
non fu amore prima di te:
come calore e chiarore di fuoco
nascono insieme dalla stessa fiamma
così amore sorse in me al tuo apparire.
io qui sulla soglia come sempre
come sempre ti aspetto
ti aspetto senza pretese
e sempre ripenso al tuo sguardo
al tuo sguardo che non ha paese.
breve
troppo breve è la vita
per stare a riflettere:
non possiamo fare altro
che vivere.
e viverci...
gioia
ed essenza della vita
il
ricordo delle ore
che
trovai ed ebbi il piacere
come
lo volli.
gioia
ed essenza
della
mia vita il nostro rifuggire
da
ogni ordinario amore.
POLVERE DI DIAMANTE
<<Sorgi, e da’ qui il vino; è
tempo forse di parole?
Stanotte la tua piccola bocca è il
mio pane quotidiano.
Versaci il vino color di rosa come la
tua guancia,
che questa mia penitenza è piena di
sinuose insidie
come i tuoi riccioli.>>
Omar Caiàm.[4]
quando t’incontrai
esaltasti la bellezza dei tuoi occhi
tingendoli di kohl
e fu avvelenato lo strale d’Amore
che mi sferzasti micidiale.
tu non sai chi io sia né chi fui
né quale sole in volto mi arse
né quale amore bruciò le mie palpebre
né quali donne spartirono con me il
giaciglio
nelle mie notti senza alba
né quali mani mi scossero dal torpore
o quali baci mi addormentarono.
cammino
sempre cammino
per strade povere e sterri
disgraziato e folle
figlio delle stelle e fratello dei cani
andando con i miei piedi
laddove desidero andare.
l’acqua fresca mormora tra i rami
effondendo profonda quiete.
il vento stormisce tra le foglie
spargendo il malvaceo odore della sera.
in valli e vette non voce risuona
e ultimo si ode il flessibile fruscio
della serpe che rintana
e da terre luce fugge fluendo in un cieco
fiume senza fine
e i miei incubi cinguettano scemenze.
la violacea violenta luce del tramonto
offusca il giorno
e il tramonto è screziato di ostro e
avorio
e la mia ombra mi scivola accanto in una
pozza d’inchiostro
e il tramonto è trafitto dal fulmine rosso
sole
e il vento tormenta mari e monti
e ci ulula addosso dal nulla furioso
avanzando al nulla.
le verdi chiome degli alberi
sono battute dagli zoccoli del vento
galoppante
e le acque gonfiano nubi e fiumi
e i nembi incombono
e impetuose tempeste rombano
e le bufere cupamente procellano
piovendo su tetti e alvi
e crodando alberi e case.
il grido dell’uccello annunziante il verno
cupo percuote il cuore e il bronzeo occaso
percorso da lame taglienti
brandenti il cielo che frastaglia
e scaglia a scaglia lento si annera
nella sera crepitando e vomitando
una nera nera tromba attorta
di schiume morte
quale oscura ghiera
nera nera.
io
fatto parole
dissolto in milioni di parole
non so più parlare.
sera estiva
scaglie di vetro iridescenti
occaso striato da filamenti di luce
coagulata
agonizzante sanguinoso crepuscolo
vespro cruente come cruda carne
stelle opaline come lampade nel cielo
pecioso
roco lamento di fronde morte
pallenti nella mota di prati morienti
pluviosi smeraldi stillanti
su arborei scheletri opalescenti
trilli di grilli scoppiettanti
rugghio di noiose cicale
schiocco di serpi
fruscio di sterpi
ronzio di vespe
e silenzio di bambagia che soffoca
la violacea fiamma vespertina
in un grigiore di bracia.
in uno spastico vespro opalescenti
quali su arborei scheletri smeraldi
stillano pluviali gocce.
su arborei scheletri opalescenti
gocce e gocce stilla pioggia
su arborei scheletri
opalescenti smeraldi
stilla la piova la ploia la pluvia
che schianta, che croscia,
che stianta e che striscia.
ora che tu più non sei
un antico e greve gelo
preme alle pareti del mio cuore
e io solo e solingo
solitudine cerco e solitudine trovo
nel casalingo silenzio dove la mia
angoscia nutro
e le mie fragili meningi dai perigliosi
pensieri proteggo
una voce o un segno modulando per saggiare
che anche gli altri non siano già morti
e che anche io non sia già morto
senza saperlo.
di notte mi sveglio di soprassalto
madido nell’alvo dei miei errori
e dei miei sogni confusionari e patetici
con in bocca un sapore di veleno che non
uccide
solo confuso e smarrito nei tuoi grandi
occhi neri
che mi fissano dal soffitto e mi guardano
non vivere
appeso alla ragnatela dei miei pensieri
ambigui
intrappolato nella rete dei miei piaceri
sordidi
soffocando nell’aria che non posso
respirare
di desideri insani.
mattino
e la mano splendida dell’aurora
dissolve i nodi delle tenebre
l’occaso trafitto da cuspidi argentee
l’orto ha già in bocca l’oro
il sole come mare in tempesta
scalpicciante sotto gli zoccoli del vento
e nel lembo ultimo della notte
come brillanti scudi
in groppa a negri corsieri in fuga
le stelle.
pomeriggio
strada
sole
odore di incenso,
di nuovo solo
di una furiosa solitudine rodente,
morte in agguato
follia latente
disperanza incombente
caligine densa di buio.
tramonto
e il giorno declina in un placido
splendore
il cielo unica immensa pura forma di
benigna luce
solo una leggera bruma a screziare il sole
e l’occaso radioso sembra un tessuto
calante da ignote alture
ad ammantare case palazzi persone nelle sue
diafane pieghe.
a sera
nella sua impercettibile curva
il sole si china a baciare la terra
e il suo candido sfolgorio muta in un
rosso smorto
come sangue rappreso
e sembra un negro accoltellato che perda
sangue.
infine
il cielo diviene del colore del fumo
e il giorno finisce in una serenità
immobile.
il mio ozio di passeggero indolente
il mio isolamento di marinaro in un mare
oleoso e languido
l’uniforme cupezza di una costa in
lontananza
e la mia ignavia inerte
sembrano escludermi dalla verità delle
cose
lasciandomi languire nell’angoscia
di una assurda allucinazione.
dormi, supina e bellissima
un braccio piegato sotto la guancia di
pesca
e l’altro che discendendo lungo il lombo
sinistro
sparisce all’altezza del ventre in prossimità
del pube:
irripetibile.
l’aria sempre più carica
del profumo inebriante dell’estate
argentee le strade
lunari, la notte scandalosa,
dietro le frasche una
coppia di drogati si buca
e poco più in là un
camionista piscia ai muri della notte
mentre le macchine
borbottano sottovoce
e un cane randagio si
perde nella foschia.
so che è imbarazzante
ammetterlo
e confessarlo ad alta
voce
ma indubbiamente al mondo
esistono
quelli nati per comandare
quelli nati per obbedire
e i primi comandano
e i secondi obbediscono:
triste ma funziona così.
e poi ci sono io
che non voglio comandare
e non posso obbedire
a nessuno
nemmeno a me stesso.
adoro gli amori fugaci
gli amori fugaci sono
deliziosi
poichè non hanno passato
né futuro
e non creano aspettative.
io ho sempre vissuto
tutto d’un fiato
fino all’ultimo respiro
senza respiro.
come l’acqua nel fiume
come il vento nella pianura
passano i giorni della nostra vita.
non preoccupiamoci di quello che passato
non tornerà
né di quello venturo poiché non esiste
ma godiamo di questa notte
amore mio,
e questo silenzio che ci unisce
e questo buio che ci stringe
fermiamolo e intrappoliamolo
nella rete dei nostri baci
e del domani non diamoci pensiero
poichè la vita è oggi
e il domani non esiste.
allegra poiché non sai da dove vieni
stai allegra poiché non sai dove vai.
¿perchè tutto questo affannarsi per il
denaro
e tormentarsi per questo mondo?
¿hai mai visto qualcuno che sia vissuto in
eterno?
questi uno o due soffi di vita
che sono nel tuo corpo
sono un prestito:
ricevuta una cosa in prestito
quale prestito vivila.
coloro che sono prigionieri della morale e
del buonsenso
e si struggono nell’affanno dell’essere e
del non essere
costoro hanno mille occhi e mille orecchi
e contano i nostri baci per schernirci
con invidia.
ma c’è un campo poco più in la
nascosto alla vista e al sicuro dagli
sguardi
pieno di vita e fiori,
e noi lì saremo
amanti imprevisti,
amanti e imprevisti,
a correre scapigliati
inseguendo farfalle.
sappi che in questo mondo vive un uomo
che pensa che la sua vita sia perfetta
se ci sei tu e vorrebbe solo
sedere innanzi al tuo volto di paradiso
e perdersi nel calore del tuo sguardo,
nell’interrogativo delle tue labbra
dischiuse,
nell’ansito affannoso del tuo respiro,
e accarezzare la tua guancia di elleboro.
ogni penitenza fatta è stata disattesa,
la porta della (buona) reputazione
me la sono richiusa addosso,
e ho ripreso il costume della dissolutezza.
corri dunque a me
e godiamoci questo tramonto
ché nient’altro mi resta
ché nient’altro conta
ché nient’atro ho da offrirti.
al limitare del sonno,
quando il sole affretta l’agonia della
notte,
e l’urina preme nella vescica,
e i suoi colori turgidi veste il giorno
che fa del tuo corpo un fiore discosto,
spaventoso e ossessionante,
mi viene incontro il sesso
e ridesta nuove erezioni.
di notte mi sveglio di soprassalto
madido nell’alvo dei miei errori
e dei miei sogni confusionari e patetici
con in bocca un sapore di veleno che non
uccide
solo confuso e smarrito nei tuoi grandi
occhi neri
che mi fissano dal soffitto e mi guardano
non vivere
appeso alla ragnatela dei miei pensieri
ambigui
intrappolato nella rete dei miei sordidi
piaceri
soffocando nell’aria che non posso
respirare
di desideri insani.
sempre cammino
con passo straniero e amico
nei deserti della notte puttana
senza nessun conforto
senza nessuna meta
senza nessun reale obbietto
senza nessun reale desiderio
senza nessun dovere
senza nessun limite
se non la notte e il giorno.
già scende la notte
ma tu, nuda come luna,
siedi con me su questo prato
e aspetta la prima stella della sera
scherzando e ridendo dolcemente
e poi resta ancora
quando il sole avrà sciolto il trucco
della notte
finchè non vedremo l’ala bianca del
mattino
annunciare il sole
e poi continuiamo
finchè le nostre notti si confonderanno
con i nostri giorni
e giorno e notte non saranno altro
che parole.
e i tuoi occhi profumati sbocciano
come due fiori umidi di rugiada e amaranto
e la curva solenne dei tuoi fianchi
riprende vita
e un nuovo tuo giorno penetra in me e mi
sorprende
nell’olido aroma di frutta matura della
tua bocca,
allora il sole sorge nel mio letto, e il
tempo si ferma,
e i demoni siedono all’angolo e aspettano
gli dei sorridono e anche la Signora appare
più bella,
anche se solo per un momento.
la tua pelle è un tamburo forsennato
che si confonde con la notte
e con la notte si confonde pure
il tuo negro crine corvino
e fulgide stelle mostrano le dischiuse tue
labbra
come se la notte puttana amante
stanca d’inseguire il suo sposo passeggero
nel tuo alvo discesa abbia discinto il
manto
a coprire le tue membra
dimenticando nella tua bocca
i propri monili.
come il tuffatore si
getta nel fiume
come il fiume si getta
nel mare
come il mare rigetta
trombe di schiume attorte
come le schiume del mare
si rigettano sulla terra
come la terra accoglie
l’occaso di rame
come l’occaso di rame si
scioglie nella sera d’amarena
come la sera si fonde col
mare d’amaranto
risucchiando nel suo
imbuto il sole
così io mi abbandono in
te.
quando t’incontrai
fu per caso
forse per scherzo
quasi per gioco
e ora sei distesa sul mio letto
come luna in mare
e come luna in mare
la tua pelle trema
con sapore d’amaranto
e con voce d’amarena
mi chiama la tua bocca
e io non voglio altro
che perdermi
nel buio della tua pelle,
dissolvermi nel silenzio
dei tuoi occhi.
io
posso amare
solo tra attorte onde avvolgenti
tra torrenti e selvatiche acque fiumali
con questo mio cuore scordato
con questo mio corpo affondato
con questa mia mente annebbiata
con questa mia vita distrutta
con questa coscienza putrida
con queste mani neghittose
con questi occhi stanchi
con questa anima inerte.
siedi accanto a me
ad aspettare la prima stella della sera
scherzando e ridendo dolcemente
e poi resta ancora quando il sole avrà
sciolto
il trucco della notte
finchè non vedremo la prima stella
mattutina
dall’ala bianca annunciare il sole
e poi continuiamo
finchè le nostre notti si confonderanno
con i nostri giorni
e giorno e notte non saranno altro
che parole.
nella casa dell’amore
oltre la sala grande
ove ordinatamente si celebrano
gli ordinari amori
sono oscure camere segrete
che si ha vergogna solo di nominare:
su quei letti osceni io ti aspetterò
disteso e supino
il corpo trepidante di voluttà
il sesso scandaloso a reclamare il proprio
piacere
per festeggiare il nostro oscuro amore
avaro.
tu puoi con gli occhi bruciare
tutto il mondo, tutto il mondo
e sembra che ti abbia creato il sole
ché solo a guardarti brucio
e mi sento correre un brivido per le vene
e sottopelle godo e mi ravvivo
quando avido guardo la tua fiamma
e sento salirmi una vampa alla testa
come se bruciasse il mio cervello.
l’atroce bellezza delle tue gambe
è strazio ai miei sogni agitati
l’inerte voluttà delle tue gambe
è strazio al mio amore malsano
la pura forma-peso delle tue gambe
è strazio alla mia abietta lasciva
libidine
la dolce curva delle tue gambe
ripete all’infinito l’assioma del mio
turpe desiderio.
quando al mattino apri gli occhi e mi
guardi
un nuovo tuo giorno penetra in me
effondendo la sua luce azzurrina.
il tuo sorriso è una falce d’argento
che miete i miei sogni,
falcidia le mie paure.
il tuo sorriso
è il ferro perduto dal nero corsiero della
notte in fuga
come se il nero destriero della notte
fuggendo
avesse perduto un ferro degli zoccoli.
occhi di solitudine e di abbandono
occhi di tenebrosa e offesa bellezza
i tuoi occhi sono un vago tumulto
un vago fluttuare di lampi tra nebbia
vago sogno nell’illusione della vita
vago guizzare di pesci nel piombo
dell’oceano
nell’oceano di piombo
occhi di fossile compattezza angolare e
monomania
occhi di onice, occhi di poesia
occhi senza riparo, occhi senza scampo
occhi senza ritorno a cui tutto torna
rattratto attorto sillogismo e polvere da
sparo
gloria in
excelsis e concerto in busillis
infernale be-bop frondeggiante proteiforme
non-voluto involuto devoluto come il cielo
dei fossi
grondante nel cielo dei fessi.
baciarti è come addentare la polpa
e mentre ti bacio io entro in te
ed entro nei tuoi occhi come in un luogo
sconosciuto
entro nella tua carne come in un giardino
pieno di sole e ciliege
entro nella tua anima come in un bosco
fresco e silente
entro in te come in un sogno.
¿di che cosa odora la tua pelle?
¿un frutto, una spezia, un aroma, un
fiore?
odora di rosa e di sambuco
di zucchero e garofano
di zagara e cannella
di porpora e amarena
di frutta matura e dolcissima
del mormorio del mare al mattino
la tua pelle.
in tutta la sua furiosa estensione
è una coltellata di gelsomino
una pugnalata di zagara
una revolverata d’incenso
un’impetuosa zaffata di garofano
un’onda di seta purissima
la tua pelle.
mi eccita durante
l’amplesso
leccare il sudore dal tuo
negro corpo selvaggio
cosparso le olide tracce
sull’ansimante petto
rigato di sudore che cola
in mille madidi rivoli
che intridono di sesso e
tingono la pelle
già umida di molle
voluttà.
mi piace leccare il tuo
sudore
bere il tuo sudore.
sesso liquido, sesso
odoroso.
a volte basta davvero
poco
per essere felici.
sei il mio piacere vero e immaginato
tangibile e inafferrabile
fuggente e impalpabile
per metà concreto e
per metà ipotetico
errante ed erratico
ma sempre ossessivamente
vagante e martellante
nella mia testa
finchè non ti desti
e quella muta selvaggia immensa
paura di perderti
scivola e scompare
nell’imbuto del tuo sorriso.
la tua voce risuona fulgida
più di speranze e sogni
e in questo nulla volere
e nulla avere
ti cerco
ultimo appiglio.
bellezza profonda nella tua fronte
come una notte fonda di ombre
bellezza d’isola lambita dal mare
nell’onda dei tuoi capelli fronduti
bellezza di ladro torbida nel tuo viso
dura bellezza di pietra nelle tue mani
candore sincero di ragazzo
e bruno passo di bambina.
in te ascondo i miei pensieri
che non posso rivelare
e le mie follie che non posso urlare
in te le mie paure occulto
che non posso confessare
in te i miei sogni celo
che più rivelano me stesso
più di ogni poema
più del più bel verso
più della metafisica dei libri
e delle opere dei dotti.
il
tuo corpo è un eco muto che sale da morte stagioni
un
colpo di pistola nel vacuo silenzio del bosco
un
deserto di nuvole trafitto da un tenue raggio di sole
una
pura linea di acciaio fuso
che
il tuo sorriso improvviso illumina
come
il lampo di notte
che
rivela contorni aguzzi di roccia.
soave
linea di baci fuggitivi
il
tuo corpo è una pura linea d’acciaio
aguzza
che il tuo sorriso
improvvido
e improvviso
illumina
come lampo di notte
rivelando
contorni aguzzi di roccia
e
cocci aguzzi di bottiglia
come
diamanti in cima
alla
scalcinata muraglia.
a te
e al tuo viso
e alle tue labbra
e al tuo sudore stillante nella notte
afosa
e al tuo sapore che si riversa nelle mie
vene
e al tuo sussurro che desta il mio torpore
e al tuo desiderio clamante nel notturno
silore
e agli indecisi angoli della tua bocca
e all’oscura linea del tuo corpo
e alla solenne curva dei tuoi fianchi
e alla setosa fodera della tua vagina
e alla mia mano sul tuo seno
e alla mia mano sul tuo sesso
e alla mia mano sul tuo corpo
e al tuo corpo sul mio corpo.
soprattutto, al tuo corpo sul mio corpo.
alla silente enfasi della vita
e alla silente enfasi della rosa
e al rumore del vento crosciante
contro le nere membra della notte
e alla calida curva della luna
alla luminosa infinitiva luna
alla luna che illumina
alla luna sorridente
alla luna imbronciata
e a te, delle mie notti nuda negra luna,
occhio della notte,
capezzolo del cielo
e parte visibile del nulla.
già sa il sole in cielo
già sa l’acqua del mare
già sa il sale nella ferita
già sa la rugiada sull’asfalto
e il rosso delle mele
già sanno anche le rondini
in ginocchio sulla riva
e i pesci fulgenti nelle loro scaglie
già sanno questo nostro oscuro amore.
piove
e trema la fatua umida sera
e tremula pure tu
faccia
zig-zag
anatomico
oscura luna appena al soffitto
profondata tra le coltri del letto
candida riga nell’azzurro-cielo
persi voli
presaghi disvoli.
ho guardato
con i miei occhi
e con le mie labbra
con la mia testa
con il mio cuore
con amore
con terrore
nel pozzo infinito
infinitamente buio
dei tuoi segreti
delle tue paure
dei tuoi sogni
curvandomi
sullo specchio della tua anima
come un secchio vuoto
che la carrucola discende
nel cerchio di un pozzo nero.
tremola un ricordo in superficie
un volto incerto e pensoso
mi fissa che si deforma
si fa vecchio.
è il tuo volto
che fissa il mio volto
come un eco che stride
da lontano
e lancia il grido
delle nostre sporche vite.
il mio volto, il tuo volto
due volti che si uniscono
mentre una distanza li divide
che impercettibile
perduta perdura
come un eco
più dentro, più dentro.
in quella distanza infinita
nelle onde dei tuoi segreti
nel buio dei tuoi silenzi
in quel pozzo il mio cervello
come una zattera
affonda affonda affonda
spezzate le vele
divelte le vele
le vele...
in questo istante
le tue parole, le tue parole
come vele, come vele, come vele
riempiono il tramonto di vane sequele
le tue parole allegre
le tue parole amare
le tue parole euforiche
le tue parole malinconiche
le tue parole eterne come il mare e la
materia
pesanti come un pugno ben centrato
vuote come la mia testa
dure come il mio cuore
e la mia tristezza è solo un logora
camicia di tela
e tutto è tumulto e strepito e sfolgorio.
in questo attimo mi parli
e il mio cuore libero di menzogne
si libra ardito e sorridente
su questo prato verdicante.
in questo istante, proprio in questo istante
e mai più
i tuoi occhi sono due laghi di metallo
fuso,
un tramonto di fine settembre,
uno sbadiglio di bambino infreddolito,
i tuoi occhi immensamente grandi
e rotondi sono d’autunno le grandi foreste,
i tuoi occhi sono inaccessibili e duri
come le fredde terre del nord.
in questo momento
sei sdraiata al mio fianco
e il mondo non conta più nulla.
in questa notte di Luglio
che il fiume scorre placido e inerte
e i prati sono molli di umidore
e i muri si appoggiano stanchi
al chiarore lunare
e l’oscuro fiume della notte
ci trasporta in assurdi spazi
claustrofobici
e le finestre dormono ritte in piedi
e tu ti stringi a me e ti afferri
serrandoti di gioia e stupore
e ripeti le due parole
le più trite e ritrite.
in questa notte di pietra
il mio cuore giace inerme-inerte
dondolando impiccato sospeso
al ramo del tuo amore.
in questa notte di Luglio
in questa notte di tiglio
in questa notte di pietra
in questa notte di seta
in questa notte di sale.
in questa notte io ti amo
e scoppio di felicità
che fischietterei pure
una stupida canzonetta
d’amore trita e ritrita
come quelle due parole
le più trite e ritrite
da noi mai dette
mai pronunciate.
anche d’estate amami
con la vastità delle tue gambe
con la misura del tuo vacillamento
con il fiume del tuo respiro
con il trepidante tesoro del tuo ventre
arnia e alvo del mio
desiderio
con tutto l’oro che ti cresce in bocca
e ne trabocca.
amami d’autunno
con il tuo vestito scuro
del colore dell’ostro e dell’amaranto
con la secca precisione dei tuoi gesti
e la gelida tangente del tuo sguardo.
amami d’inverno
con tutta la tempesta che serbi in petto,
con il sogno e l’acqua che tremano nel
calice del tuo grembo,
con tutti i tuoi fantasmi che sciamano di
notte sul tuo letto,
con i tuoi stolidi pensieri che non sono
pensieri
e fanno il paio con i miei stupidi
pensieri,
con l’artiglio minerale della miseria,
con le accigliate angosce delle tue
cicatrici,
con gli scabrosi angoli perfetti delle tue
gambe
e del tuo cuore spigoloso
e le invalicabili barriere della tua anima.
amami in primavera
nei suoi giorni d’oceano, fatti di nebbia
e turchese,
con le tue palpebre che recano l’impronta
dei miei baci,
con la tua fronte che reca l’impronta dei
miei sogni,
con i tuoi ricci neri neri,
incalzati dai venti veloci come negri
corsieri,
con la tua bellezza dura di pietra,
con un fiore notturno profumato del tuo
aroma.
amami,
anche senza amore,
amami anche senza la mia mano sul tuo seno,
anche senza il tuo fiato sul mio corpo,
anche senza la tregua della tua presenza,
anche senza la gioia del tuo volto di rosa,
anche senza il piacere delle tue labbra
ideali
modellate per donare piacere,
purchè mi ami.
io marinaio e tu acqua viva
tu acqua viva, io acqua morta
tu incudine, io martello
tu sabbia, io clessidra
tu diamante, io minatore
tu piacere, io dolore,
ma tra i due il solo vero amore
per quanto demente e schizofrenico
era il mio.
chissà se le sarà mancato il mio abbraccio
chissà se mi avrà sognato stanotte
chissà se mi avrà pensato
stanotte
chissà
chi
sa
¿
?
senz’alcuna ragione
qualcosa si rompe in me
e mi soffoca in gola i pensieri,
stasera nell’ora che lenta s’annera
e volge al desio e cruda e fiera
annera la mia anima che dispera.
il lago riflette i raggi della luna
lo specchio accoglie la tua bellezza
il medaglione che hai al collo la serba
con cura nel cuore del proprio quarzo
e gli occhi riflettono l’immagine del
mondo
ma il riflesso più abbagliante
il barbaglio più reale
l’immagine più vera
è il tuo riflesso nei miei occhi.
nulla accade due volte
nulla si ripete due volte
nulla si ripete due volte:
non giorno che ritorni uguale,
non la stessa notte che si ripresenti,
non due baci somiglianti,
né due parole dette nello stesso modo
o due sguardi tali e quali;
non lo stesso sole ci riscalderà domani,
né lo stesso fiume ci bagnerà,
non la stessa aria ci arrufferà i capelli,
non la stessa vita vivremo di oggi;
e come due gemelli omozigoti o due gocce
d’acqua
anche noi identici eppur diversi.
il tuo nome inciso oggi sulla mia pelle
con lettere minute
come sulla scabrosa scorza di un albero
domani ritroverai marchiato a fuoco
sul mio cuore.
SOTTOVOCE, MANO NELLA MANO
<<Guai a quel cuore in cui non
è ardore di passione,
che non è pazzo per l’amore d’una
bella persona.
Un giorno che tu abbia trascorso
senza amore,
non v’è per te altro giorno più
perduto di quello.>>
Omar Caiàm.[5]
dormivo
credevo
che anche tu dormissi
ti
abbracciavo
per
fare calore al mio corpo col tuo corpo
mi
abbracciavi
avevi
gli occhi serrati
e
i pugni anch’essi serrati
poi
d’un
tratto
mi
soffiasti bisbigliando
un
“ti amo” tra i denti
quasi
un sussurro:
le
grandi cose si dicono
sottovoce.
odi i raggi della luna
picchiare contro i vetri della notte
che tra rossastre foglie si merge e
asconde
quale sotto grigia cenere rovente brace
ferma e silente scrutando
la nostra solitudine in abbandono
le nostre solitudini in precipizio
e i nostri bisbigli ascoltando
e sussurri e gemiti
sommessi.
oh, rorida malvacea luna
sepolcro ai nostri amori segreto
alle nostre baccanali follie testo.
soave sei bella tra le belle
quale luna ridente tra le stelle
e la tua luce le altre caccia e impaura
come sole la luna oscura.
alle altre donne la tua luce risplende
come il sole la luna sospende.
quando ti desti sei la mia alba:
al tuo cospetto pure il sole scialba.
la tua bellezza come una scure
falcidia le mie imposture
e pure le perle rende insicure.
quando abbandono il mio capo al tuo ventre
sento il mio desiderio gravare il tuo
grembo
quando appoggio il mio volto al tuo
e a occhi chiusi ti bacio
sento oltre le tue palpebre
i miei sogni palpitare.
sono come luna e come luna
so brillare solo di luce altrui
so vivere solo di vita altrui.
così mi muovo lentamente sul tuo corpo
attento a non svegliarti
pregando che non ti desti.
addormentato giaccio
nella tua ombra
che fissa il mio destino
respirando il tuo profumo
selvatico di pioggia.
sveglio mi desto nell’aroma di frutta
dolcissima e un po’ stantia della tua
bocca
nella tua essenza d’aurora
che un nuovo giorno accende in me
dolce di zucchero e cannella.
anche vicina mi sei lontana
ed è come se tu non ci fossi
e mi sfuggi
anche se sento battere il tuo cuore
sotto la mia mano
ma non so se batte per me
non lo so e questo mi fa soffrire
mentre tu sogni e io ti guardo dormire
e questo mi fa impazzire.
questo solo so:
che se tu smettessi di amarmi
vorrei che il tuo cuore
smettesse di battere.
quando mi guardasti per la prima volta
comprasti la mia nuda proprietà
e come per miracolo
come in un sogno
ora vivo in un corpo che non è mio
in compagnia di una mente che non ragiona
e ti pensa anche quando non voglio
vivo con occhi che non dirigo
e ti guardano anche quando non voglio
con un cuore che non comando
e ti ama anche quando non ti amo
e gli ordino di non amarti.
vivo per te
vivo per te
vivo per te
e per te mi aggiro e mi raggiro
senza dubbio fuori luogo
fuori dal mondo e fuori di chiave
tra vivide distese d’aprile
e vani prati d’amore febbrile.
e vivo per te ma non vivo
e amo e sono infelice
più ti amo più sono infelice
più non ti amo più sono infelice
più sono infelice più non vivo
più non vivo più ti amo
poichè come luna so vivere solo di luce
altrui:
come luna io brillo solo dei tuoi sogni e
desideri
che esplodono nella notte uniforme
uguali a fuochi d’artificio colorati.
là nel cielo
là nel terrore
mutati sono i contorni
i confini del mondo
ora che la tua luce si affievolisce
e s’offusca la parola
e la mente sfolla
e l’anima crolla.
ossessione il tuo nome
come oscuro rivo di sangue
nelle mie vene gorgoglia
oscuro cemento rappreso
in povere sillabe tessute di enigmi
grumo di tumori nel mio deluso
disilluso ottuso cerebro leso.
verrà il giorno in cui sarò arso
nella frode che ogni cosa corrode
e più significato non avranno gl’impegni e
le coincidenze
gli orari e gli appuntamenti
gl’inganni e i tradimenti
e allora potrò lasciarmi cogliere
dall’amore
e abbandonarmi senza freni ai piaceri
per metà reali e per metà erratici
ma sempre ossessivamente martellanti
nel mio cervello.
e infine saremo lì:
lì tra i reietti e i rinnegati, tra gli
emarginati,
certamente non voluti e non graditi,
tra quelli che non sanno come comportarsi,
tra quelli che non sanno che cosa si debba
dire
e che cosa non si debba dire,
tra quelli che hanno troppo da dire per
poterlo dire,
saremo lì, noi due, io e te,
certamente non voluti
certamente non desiderati
certamente disperati
soli
io
e
te.
soli
io
e
te
su questa strada
viziosa
oscena
sordida
drogata
scandalosa
vergognosa
saremo insieme
su non battute strade
su non percorsi sentieri
senza soldi senza mete senza ideali
e senza veri
desideri.
soli e
lontani
da questo dispietato
mondo allucinante
e da questa perfida gente
che ci fraintende
che ci aborre
ci disprezza
ci maldice
ci esclude
e ci vuole rinnegati ed
espunti.
noi saremo lì
rinnegati
espunti e
cancellati
soli
e felici
della nostra assenza
della nostra reciproca
presenza
della nostra sola essenza
ambendo solo a vivere
a vivere malgrado tutto
nonostante tutto
mentre la notte brucia
tra le fiamme
e il nostro amore corre
come un cane
con il cuore in bocca e
un ghigno tra i denti.
davanti a me
stendi a fuoco la meravigliosa vita
distraendo i maligni malvagi demoni
e gemma arida e pura rendi la morte.
sei la verità che si posa sul mio fronte
e tocca e arde e insegue e fruga
ogni ruga, ogni ruga.
gemma del deserto sei
anzi fiore del deserto
e come fiore effondi soave sapore
di mare-amarena-amaranto
quando muovi i tuoi agili fianchi bruni
brunendo il giorno e incendiando la notte.
mirifico occhio di mosca sei
selva ondosa ondulata di verde-frescura
labbre vibratili di moscerino
radiante sole dentato dentellato
plurimo proliferare di steli-foglie nei
tuoi raggi
arnia porosa di dolcissimo miele
offuscato labirinto di rugiade
cicaleggio di mille splendidi soli
e perpetue sillabe-fame
stupro dell’occhio incapace di guardarti
puro raggio-miraggio-destino
energia che si dissangua e mi dissangua
egro barbaglio-spiraglio nel cielo
nuvoloso
respiro senza sospiro
sospiro senza sogno
fresca pienezza di frutto maturo
frutto di te stessa nella linfata sera
nel meriggio icosaedrico
allorchè il giorno guerreggia alle tenebre
e ombre di morte si stendono sulla pelle
e pensieri volano come ali senza ombra
e risuona l’ultimo rimasuglio dell’estate
affollata di brezza marese
e ogni azione diviene fioca paralisi
ogni volontà aberrante frana rovina
ogni saluto una esiliata lontananza
arcaica prosaica demoniaca all’occaso oblioso.
pioverà forse tutta la notte
e noi dormiremo trafitti
dall’acqua buia che rimbomba sulla nostra
pelle
e sulle nostre vecchie ferite
e anche sulle nuove
quest’acqua che non lenisce le nostre pene
ma come una macchina per scrivere
batte contro le finestre inesorabilmente
il suo ticchettio di telescrivente
e insistente ci ricorda
quello che non siamo,
quello che non fummo,
quello che non saremo.
come è triste
alle 2,34 della notte
pensare a quello che saresti potuto essere
senza avere saputo mai che cosa sei
mentre l’acqua gronda e lava le nostre
sporche coscienze
e ci ricorda che siamo qui
nonostante tutto.
dolcezza fummo
violenta
armonia di contrari - di opposti - di
antipodi
come due tropici - come due emisferi
austro e bora
chimico incontro e labile psichismo
fummo mare d’inverno e papavero raggiante
tu la rabbia che l’amore esaspera
io il coltello che la rabbia affila
la lancia che la rabbia scocca
la pistola che la rabbia esplode.
amore senza fine inerte fummo
sangue senza corpo
forza senza sfogo
luce senza spiraglio
acqua-fiume senza sbocco
livellato compromesso
composito coacervo colloidale
di occhiute iridi gemmate.
ma
più di tutto
tu fosti per me
febbricitante fabbro di orgasmi
singultoso afflato di morte
insufflato in soffi di buio-freddo
agghiacciato da tardive nevi primaverili
su sabbie su spiagge
di conchiglie e miraggi
tu fosti per me.
basterà un tuo sospiro
e come fiore al sole esploderò
dischiudendo i miei petali
al richiamo della tua voce
basterà un tuo sussurro
e sarà torma che turba e disorienta
e agguati di tentacolari piaceri
sarà grido e strepito ed eccesso di accesi
sessi
e cascame fronzuto di stelle
e sanguinante crepuscolo vorace
sanguinante coagulo di forme madide
liquidi proteiformi palinsesti
dove ogni giorno ci rincontreremo
rinascendo ogni giorno
conoscendoci-scoprendoci ogni giorno
nuovamente.
piove
e uno stillicidio di pioggia
a goccia a goccia
come un immenso invisibile esercito
marcia sui tetti.
improvviso il cielo chiude gli occhi e
rugge
e dura una pioggia rovescia e offusca case
e pietre
e la luce galoppante percuote notte e
cielo
con il suo sulfureo lampo-tuono-gong.
candidi fulmini folgori
come scintillanti sciabole fiedono il
volto alla notte
e insultano alla luna saettando rabbia e
ira
e il vento rauco cupido guerriero
fischia urla e ulula sconvolgendo ombre e
arbori
con strepito furente e crepitando alle
porte
esplodendo i suoi secchi colpi di pistola
contro le membrane del cielo.
tempesta
e il mare ribolle schiumando
in eburnee braci e plumbee onde
e metallici flutti e digrigna i propri
ferrei denti voraci
e mordendo le rive orrido e terribile si
leva
come una torre
e croda e risorge in continuazione
senza sosta e senza pace
mostrando le mandibole
nello spasimo delle sue abissali volute
e come brividi scivolano sul dorso del
mare
alghe e rottami
e l’oceano ringhia rugge rugghia romba
e croscia squassa palpita e sciaborda
mostrando tra deliranti diademi
le voraci fauci alle foci della notte.
in precipiti lontananze capovolte
in specchi verberanti immagini rubate
io e tu unico affanno
unico oblio.
dove il fiume diveniva mare
e il mare giocava con il vento
facendo onde-spume e cavalloni
e le schiume lambivano i tuoi piedi
lì sulla sabbia vergine-lattice
con te giacevo
preso nella rete dei tuoi capelli
perso nel buio silenzio dei tuoi occhi
mentre l’aurea vampa-fosforo del sole
si adagiava stanca sulla riva.
con te io ERO
e pura energia divenivo
statura - mole - alma - frizione
degna di misurarsi con gli dei
lì, nelle notti di resina e di latte
profumo bevevo alle tue coppe
e i tuoi occhi adoravo
mentre scorreva il mare-notte
senza nulla ferire
e senza colpo ferire
ruggiva il mare
mentre io bevevo alle tue coppe.
sei nodo alla gola
che mi lega e avvince
ed eccita e sconvolge
ogni mattino,
pattern
non decifrabile,
sei linfa senza fiele,
linpha
senza phiala,
linfa senza fine,
fine senza lieto-fine,
ma credi con tutta te stessa
nel tuo inesistente
tutto.
più ti perdo, più mi perdo
più mi perdo e più ti perdo
più ti allontani, più mi sei simile
con tutta la tua non-violenza
con la tua mozza armonia
con i tuoi grumi infantili d’odio
con i tuoi pensieri pronti all’anancasmo
con il tuo fremito che corre
dal còccige all’occìpite.
superstite uguale a me
superstite uguale a te
a fondali eternizzati in pellicole
trasparenti
a celesti altori di non-finito infinito
a ignei orizzonti sublimizzati
e aizzati oltre nubi polverizzate
pulviscolari
oltre il firmamento degli inverni
oltre in firmamento degl’inferni
oltre il firmamento degl’infermi.
senza te quanto minacciosi sembrano i
cirri all’occaso,
senza te quanto tenebrosi i nomi dei mesi,
e lugubre e insopportabile la parola
Inverno,
senza te quanto penosa la vita, inutile
il tempo, insignificante
il sole.
oggi succede che vorrei solo
intrecciare la mia lingua alla tua lingua
fondere la mia pelle alla tua pelle
unire i tuoi respiri ai miei ansiti
e così fare un viluppo di gemiti
in continua progressiva
geminazione-germinazione
col cuore nel cuore in gola.
angoscia è ripensare allo sfolgorio delle
tue gambe
distese e ferme come dure acque di
ruscello eppur vivide
angoscia è pensare al sole che brucia nei
tuoi occhi
e che troppo distante non mi riscalda.
angoscia è pensare al sangue che ti scorre
nelle vene
anche se non sei con me.
angoscia il tuo impercettibile respiro
quando dormi
e io posso quasi sentirti nelle lunghe
notti senz’alba.
angoscia immaginarti versare nel buio
il tuo miele ostinato.
angoscia il tuo sesso che piange lente
lacrime sporche
appese come piccoli ragni a un filo
metallico
o biancheria ad asciugare.
ora che con me più non sei
insopportabile è la notte
e così passo tutto il mio tempo nei bar
e mi svilisco nei bordelli mi avvilisco
a capofitto nel vizio abbietto vivo
e così passo le notti intere
mentre sulla mia pelle aumentano cicatrici
e tatuaggi
e intanto i soli seguono le lune e
monotonamente aggiorna
e in un mare di errori mi ritrovano l’alba
e l’aurora
e suadenti profumi non possiede più il mio
giardino
solo erba secca e schiocchi di serpi.
di te più mi mancano
quelle cose piccole e insignificanti
come rimanere nel letto abbracciati e
parlare ancora un po’
o addormentarsi mano nella mano
pelle nella pelle
bocca nella bocca
fiato nel fiato.
sono queste le cose che mi mancano
cose un po’ sdolcinate
cose gentili
affettuose
cose così.
quando parlo non parlo io
ma è la tua voce che in me parla,
quando rido non io rido
ma in me ride il tuo sorriso,
quando piango non sono io a piangere
ma i tuoi rimpianti e i tuoi rimorsi.
e la mia solitudine è solo la tua assenza.
la tua assenza
mi spia ogni attimo
la tua assenza m’insegue
ogni giorno
ogni ora
ogni
minuto,
io scappo e corro via
ma lei mi raggiunge
non posso scappare
e quando provo a sfuggirle
lei mi piega le gambe
e cado con la faccia a terra.
la tua assenza dondola nell’aria come
un’ape,
è un ponte indistruttibile tra noi
che più sottile di un capello
più affilato di un coltello
taglia il filo dei miei pensieri
e mi lascia stordito.
amore mio, ora che la sera lenta s’annera
basterebbe che mi toccassi il cuore
perché la notte ardesse tra le fiamme
tra fiamme lambenti le stelle e il cielo
e il giorno esplodesse la sua melodia d’acciaio.
amore mio, basterebbe una tua carezza
perchè il mio sangue risillabasse desideri
e sogni
nelle vene da tempo occluse
e questo cervello di stagno risuonasse
di cicale crocidanti e crepiti di sole
di nuovo e la mia alma inaridita gorgogliasse
di nuovo amore.
amore mio, basterebbe solo un tuo soffio
perchè questo mio cuore scordato
questo polveroso mio cuore
questo mio crudele avaro cuore amaro
si ridestasse acerbo e intatto
con stridente strepitante clangore di
feroce torrente
nell’echeggiante foresta.
ti cerco e non ti trovo
ti cerco e mi perdo come pelo nell’uovo
ti cerco nel fioco del fuoco e nel
ghiaccio
ti cerco all’addiaccio e non ce la faccio.
vieni amore mio amaro,
vieni amica mia cara,
slanciata in sottili raggi d’aurora,
vieni, ti bacerò sulle labbra e sui seni
i tuoi dolci seni più dolci del vino,
vieni, affinchè possa baciare la tua
pulviscolare
fluida reticolare vegetale
natura verticale.
amore mio, se a me più bella e leggiadra
domani venissi
uguale a oggi io ti vorrei,
e quella stessa bocca bacerei.
vieni, vieni così come sei
bella o brutta che sei
vieni né bella né brutta
vieni anche con occhi ciechi
pur pallida e disfatta,
pur sporca e negletta
ma vieni
affinchè io non creda
che tu più non sei.
se stasera tu a me venissi
sull’orlo del mio letto ti farei sedere,
e accosterei la mia coperta alle tue
spalle,
e con la mia pelle di serpente
farei scudo alla tua pelle di pantera,
e con le mani farei un cuscino per il tuo
viso,
e con le braccia un arco per cullare il
tuo sonno,
e monili con le mie lacrime per il tuo
collo.
vieni a me
e come si affonda nell’acqua
immergiti nel sonno accanto a me,
abbandonandoti nell’arco delle mie braccia
ma nel tuo sogno non dimenticarti di me.
era un luogo in cui io e tu eravamo
previsti e amanti.
così di notte mi sveglio e provo a
immaginare
che cosa di noi sarebbe stato
se tanta disperanza dentro non m’avesse
divorato.
sterile figlio della notte infeconda il
rimorso
vaga nei labirinti della mia insonnia
appeso ai filamenti di latte coagulato del
ricordo
come un ragno appeso alle aragne del
rimpianto
teso come una spada di Damocle sul mio
sonno.
è un albatro che canta le sue orribili
odiose nenie
tra le nere coltri della notte
e spavaldo e protervo mi conduce a
sperduti liti
dove t’incontro di nuovo, perduto amore,
e la tua stellata fronte rivedo
e i tuoi occhi scolorati bacio.
tu ed io un unico fiume
che attraversa una landa desolata
circolare e infinita.
tu e io
un unico grido
che si perde nel vacuo silenzio
della notte incostante.
seni d’ambra, denti di giglio e viso pure
di giglio
tu, mio giglio in mutande
magnetica visione sei
redenzione e condanna
salvazione e pazzia
canzone e veleno
vigilia e sonno
terrore e miracolo
pericolo ed estasi
ogni volta che s’inizia la notte.
bruni fianchi incombenti come neri cirri
profumo ridente di membra innocenti
elettro-magnetico fulgore di capelli
e brucianti rivelazioni di splendidi
sorrisi
i tuoi occhi d’aurora mi abbacinano e
stupiscono.
sei la quiete e lo scandalo
l’incontro e la fuga
candore e colpa
infinto e informe
memoria e specchio
sconfitta e risata
impeto e vergogna
divario e quotidiano
sei la ragione per l’insolito
quando la vita stanca si annoia e sbanda.
sei la più unanime perdizione e il più
perpetuo silenzio
quando sotto il tuo crudo amore mi sento
morire,
il tuo sguardo è per me l’ultima fragranza
di un remoto rossore,
ultima fiamma che si dissolve e scema,
lieve saluto di vagabondo,
sguardo fraterno di condannato,
calda complicità di maledizione,
fragile caparbietà di speranza
e patria infinita dell’apolide.
dal tuo amore nasce la mia angoscia
nel tuo abbraccio la mia solitudine
nel tuo clamore il mio silenzio
nel tuo valore la mia povertà:
ho insaziabile fame d’amore
che sazio con corpi senza anima.
il tuo amore mi rende schiavo,
è la mia schiavitù e la mia desolazione,
mia schiavitù e mia desolazione,
e ora che tu più non sei un antico e greve
gelo
preme alle pareti del mio cuore
e io solo e solingo solitudine cerco e
solitudine trovo
nel casalingo silenzio dove la mia
angoscia nutro
e mi domando
quale terrore o disperanza senza tempo
adesso mi spinge
dopo tutto a evocarti in questa poesia
immobile al bivio d’infiniti spaventi.
annotta
e i miei incubi iniziano a cinguettare
scemenze.
ma tra poco arriverai.
così poggio l’orecchio alla porta
in attesa dei tuoi passi
ma sento solo il rumore delle scale
battute dal mio cuore rotto
e i suoi passi corrosi
dalla speranza.
è buio pesto
e ancora non arrivi
e ora che la tua voce
ha il tono impalpabile dell’eco (e del
rimorso)
e con stento sento la sua lesa cadenza,
ora che la luna scaccia il giorno
mi accorgo di quanto sei lontana:
più della luna intangibile
lontana sei.
con rumore di ala spezzata cade il giorno
all’occaso
e la luna riporta quanto disperde l’aurora
riporta gli armenti dal pasco
riporta la barca in porto
riporta il contadino dai campi
ma a me non riporta il tuo amore.
oh
luna di acciaio, luna di Febbraio,
luna di Luglio, luna di maglio,
pozza di latte coagulato,
occhio della notte,
capezzolo del cielo,
parte visibile del nulla,
puro peso e pura forma,
luna oscura come la sua pelle di pantera
luna silenziosa come i suoi occhi
luna imbronciata,
oh luna,
riporta al cuore di chi non va
l’amore di chi non torna.
finita è la nostra notte
e tu come luna in cielo
intangibile e lontana
adesso sei.
eppure
ancora ti sogno,
ninfa dal marmoreo corpo,
in sfrenate corse lungo albe sublunari
screziate da umide caligini lattiginose,
mentre i tuoi capelli si sciolgono alla
brezza.
amo i foschi meandri dei
tuoi occhi atroci
l’alburna linea di luna
del tuo sorriso eburneo
l’opalescente riflesso
della tua pelle di tenebra
il negro arco del tuo
ventre di velluto
la furente curva dei
fianchi plumbei
lo svelto passo di
bambagia dei tuoi piedi
il rettilineo rettifilo
delle tue gambe
il buio tunnel della tua vagina di ostro
il carnoso grido del tuo
sesso d’amaranto.
eppure sarebbe senza dubbio splendido
passeggiare ancora con te in un luogo
azzurro
o fumare un’altra sigaretta insieme
seduti in terra
guardando il cielo correre e il tempo
trascorrere
io pensando con egoismo al mio lavoro e al
tramonto che passa
e tu che dalle pieghe del collo e dai
globi degli occhi
esali un’antica armonica ed emani una
soave nostalgia
che si aggruma nella ferita del tuo
sorriso
inutile sigillo di frustrazione e
desiderio.
sarebbe senza dubbio splendido
svegliarmi al mattino e vedere il tuo sole
impregnare di stupore le mie dita
stare ad ascoltare con te la notte che
scende
e ci risucchia nel suo imbuto
mentre i diamanti della tua bocca
imperlano la mia pelle
per poi addormentarci insieme
mentre tu mi guardi con il tuo sguardo che
mi disintegra
e io aspetto in silenzio e invano, nella
stanza del mio cuore
che tu riesca a scavalcare gli spessi muri
che lo circondano
e venga a scaldarmi.
è freddo fuori
e c’è la nebbia.
c’è la nebbia
e tutte le cose sono offuscate
da uno enigma-stupore che non riesco a
decifrare
e nella nebbiosa atmosfera del ricordo ti
confondi
ti perdo e mi perdo
e mi perdo e ti perdo
e ti perdo.
rotola
goccia a goccia come pioggia spezzata,
a
goccia a goccia cade come denti rotti,
come
dense viscose gocce di marmellata,
cade
sordo come uno scroscio di meduse,
muto
come un’onda di gelatina
il
mio liquido seminale:
è
solo un soffio,
un
movimento impercettibile e acuto,
flutto
senza mare,
fiotto
senza amore,
è
midollo inerte,
freddo-niente,
rumore
rosso di ossa,
rumore
denso di masso, di sasso,
l’acqua sessuale
che rivola dalle mie gambe
ai piedi del tuo innocuo, sterile mistero.
la gioia è amare una donna che ti ama
l’euforia è amare cinque donne che ti
amano
la magia è essere amato da cinque donne
non amandone nessuna
l’estasi è amarle tutte
a più riprese
tutte le notti.
il miracolo è avere ancora gambe e mani,
e testa e cuore e polmoni,
anche se i muscoli non sono più così sodi
e la pelle meno lustra d’un tempo.
il massimo è avere una donna
che condivida le tue notti senz’alba,
che ami far nulla con te,
che esiga che tu le dica che l’ami
e che l’ami sul serio,
è avere braccia che cullino i suoi sogni
quando dorme
e labbra che ti destino quando è giorno.
e questo, detto inter nos, è il vero miracolo,
la vera gioia,
la vera pace.
scoperto l’errore che ci ha dissanguati
e sommato il meglio di questa insulsa vita,
nebuloso e tremulo dal rimpianto
che sorge sul ciglio il nostro sguardo
diviene,
terribile ricompare lo spettro del
suicidio,
irriducibile sul muro che inalbera,
ombrato dal rimorso, dal rancore percorso.
il problema sta nella paura:
la gente ha paura di sognare
o non riesce a tenere duro
o non abbastanza.
è una battaglia
spietata con se stessi e con i demoni
e alla fine solo pochi sopravvivono:
gli audaci e i vigliacchi.
solo i campioni e i vigliacchi
sopravvivono,
ma solo gli audaci ottengono la vittoria,
solo i campioni vivranno per sempre,
circondati da settantadue adorabili vergini
puttane...
il
sole bacia i puri,
la fortuna sorride ai coraggiosi,
le donne baciano gli audaci.
la luna mezza
alta in cielo
splende nell’oscurità
come il riflesso sulla pelle
di un sorriso di negra
e la mia vita scivola
lentamente verso il
freddo nulla.
ho mal di stomaco
e le emorroidi ricominciano a dolermi,
pneumatici motori e marmitte percuotono la
pioggia,
la pioggia percuote e flagella il manto
stradale,
e io mi accorgo che tutto quel che si
attende verrà
e anche quel che non si attende verrà
in un’ora inattesa
improvviso
senza un fiato.
la vita è una cosa seria
non è uno scherzo
dunque va presa sul serio
come fa lo scoiattolo
come fa il gabbiano
come fa il pesce
che vivono non ambendo ad altro che a
vivere
così sul serio che anche la morte
non è altro che un’esperienza
tra le altre.
oh capitano, mio capitano,
sono molto stanco:
non mi attendere.
mio capitano,
gli ippocastani il mare le tegole
sono ormai distanti e inafferrabili:
non mi attendere.
mio capitano,
sono troppo stanco,
non mi abbandonare.
ma non risponde
il capitano:
è fuori a pranzo.
solo nel cuore dell’oscura notte
io trafitto da un raggio di luna
solitudine sento
come un brivido sottopelle
come se fredde mani
con glaciali dita percorressero
gli interstiziali spazi del mio corpo.
percorro
albe trame strade
su treni carri e scafi
ma luoghi dolci non trovo
solo rimorsi rimpianti e regretti
amanti notturne come angeli
e nel cervello la stessa
lesa cadenza
d’idiota.
sempre parto
e sempre cammino
ma mai arrivo
e per eccitarmi ancora
in eterei e sucidi amori suicidi indugio
a disdicevoli torture amore sacrificando
a inganno amare disperando
e solo mi rimane d’ignoti corpi
il dolce maledetto tormento.
disciolto in miriadi di sillabe
prole fuggitiva - prole
abortiva - prole abortita
senza nulla da dire
scrivo questa poesia
che non ha nulla da dire
e nulla dice.
nessun tempo è mai passato
ogni tempo
unicamente
verrà.
nulla in più da attendere
da nessuna memoria né renitenza.
lì giace l’idea-consistenza.
il cielo è limpido, così limpido
da essere invisibile,
intangibile,
e tutto è intossicato dal sole
in un perpetuo brusire-cicaleggio d’induzioni
di ragionamenti,
di un alitante sopravanzare di
entificazioni astratte,
dalla violenza di un freddo-gelo foriero
di venti di solitudine
e riverberi di stasi
più o meno
del previsto-pena.
vorrei che il nostro ultimo giorno
fosse una notte
così da rimanere per sempre
abbracciati.
non
è triste la vita se mi sei accanto
né
oscura la mia notte
poichè
sei il mio sole
e
la mia gioia.
non è amore il nostro amore
ma un destino
come l’amore,
come la morte,
come il sole
che sotto coltri pesanti di vischio e
oscuro muschio
tranquillo aspetta sognando
certo che l’Estate arriverà
e con essa il giorno in cui egli risorgerà.
<<A te, lontana dagli uomini, viene
la mia gioia:
sei tu, malgrado la sorte, il fine
della mia poesia.
E nulla ha occupato il mio animo,
tranne,
per il ricordo di te, voglia di
vivere e gioia.
La mia vita per te: ti aspetto
paziente
come, assetato, aspetto l’acqua
limpida.
Ho una speranza, il cui albero (se
tacessero
i malevoli) offrirebbe il frutto del
successo,
e mi meraviglierei di come prevalesse
su di me un nemico
contro il quale la tua soddisfazione è
l’arma più efficace.
Quando ti facesse apparire
all’improvviso la sorte,
nel tempo per me stabilito, vedrei
sorgere il sole dietro il velo
e il salice d’Egitto pavoneggiarsi
dei suoi colori...
Se potessi, volerei da te con
desiderio:
ma come può volare chi ha le ali
recise?
Che ci incontriamo o ci evitiamo,
ci avviciniamo l’un l’altro o ci
allontaniamo,
mi basterebbe che le mie speranze ti
apparissero
nelle tue lontane regioni, a sera o
al mattino,
(ché il cuore non è libero da
tristezza per te,
l’animo non si è ripreso dall’ebbrezza
del tuo amore)
e che mi mandi il saluto di tanto in
tanto,
seppure su sparsi aliti di
vento.>>
Iben Zaidùn:
“mi basta che
tu sia contenta”. [6]
[1]
Ibn Hamdīs: “La polvere di diamante” a
cura di Andrea Borruso (Salerno, Roma, 1994).
[2] Omar Khayyàm: “Quartine (rubaiyyàt)” a cura di
Francesco Gabrieli (Newton & Compton, Roma, 1991).
[3] Omar Khayyàm: “Quartine (rubaiyyàt)” a cura di
Francesco Gabrieli (Newton & Compton, Roma, 1991).
[4] Omar Khayyàm: “Quartine (rubaiyyàt)” a cura di
Francesco Gabrieli (Newton & Compton, Roma, 1991).
[5] Omar Khayyàm: “Quartine (rubaiyyàt)” a cura di
Francesco Gabrieli (Newton & Compton, Roma, 1991).
[6] In Giulio Lancioni: “Liriche arabe di Spagna” (Salerno, Roma,
1993).
