"L’ANCELLA TRACICA"
Manuel
Omar Triscari
L’ANCELLA TRACICA:
saggi sull’immateriale.
<<Non
guarda nulla: trattiene dentro di sé il suo amore
e
la sua paura. Ecco, lo Sguardo è questo.>>
Roland
Barthes: “La camera chiara”.
PREFAZIONE.
(Di
Carlo Orsettigh.)
Buio...
Click... Una luciferina luce rossa
illumina una piccola stanza. Un leggero odore di aceto ed un lieve sentore di
uovo marcio nell’aria, odori chimici, sospesi. Un vecchio lavello, vaschette di
plastica, un vecchio ingranditore su un lato del tavolo da lavoro, pinze in
plastica e strumenti vari. Vari spaghi tesi tra una parete e l’altra, appesi
con mollette da bucato dei negativi e delle stampe messe ad asciugare. Una
vecchia credenza, sui ripiani scatole di cartone con la scritta Ilford, Agfa. È
qui che si compie la magia. Luce, alchimia, e passione. Questo era la mia
piccola camera oscura di tanti, tanti anni fa.
Ero
un ragazzino con una grande passione per la fotografia, oggi ancor più
consolidata. Fin da piccolo, guardando i libri fotografici che riposavano nelle
librerie di casa, mi era scattato qualcosa dentro. Poi mio padre mi regalò una
sua vecchia macchina fotografica a pozzetto, una Ricoh 6x6, me la ricordo
ancora benissimo. Abitavo a Firenze, rione di San Frediano, zona popolare,
botteghe di artigiani e restauratori. Lì ho cominciato a scattare le prime
foto, in giro per i vicoli. Ricordo ancora gli odori di colla, vernici e legno;
difficile dimenticare gli odori, si depositano nell’anima. E così ho cominciato
a sviluppare i miei negativi in bianco e nero e stamparli.
Quanti
errori le prime volte e che gioia quando riuscivo a stampare bene e vedere
quello che avevo fotografato. Poi la tecnica si è affinata e gli errori sono di
molto diminuiti. Ho cominciato con le sperimentazioni, a farmi gli sviluppi per
i negativi e le stampe; più contrasto, meno contrasto, morbidezza dei grigi,
neri saturi, dalla grana di stampa finissima alla grossa, che divertimento,
quanta esperienza. Altre macchine fotografiche mi sono passate fra le mani,
stessa passione.
Poi
è arrivato il digitale, ma questo è un altro fotografare: solo chi ha provato
l’analogico, chi si è macchiato le dita di sviluppo, chi ha respirato i vapori dell’acido
acetico del fissaggio, chi ha visto apparire l’immagine su un cartoncino bianco
può capire lo stupore e la bellezza della fotografia. L’occhio vede il soggetto
e lo scatto lo blocca sulla pellicola, poi i tuoi occhi e la tua mente devono
immaginare il positivo da una immagine negativa proiettata in rosso sulla
carta, non facile; ma è con lo sviluppo della stampa che arriva la meraviglia,
immagine prima evanescente poi solida, ed è allora che noti i particolari che
all’inizio l’occhio non aveva focalizzato. Magia, pura magia.
E,
come la stampa fotografica, per me è stata magia leggere questo libro di
Manuel. Il soggetto è la fotografia, e tutto intorno i particolari, le ricche e
documentate citazioni, l’analisi approfondita e variegata dell’arte fotografica
perché di arte si tratta, un approccio diretto e filosofico.
Si
parla dei grandi fotografi, tanti gli argomenti trattati dalla foto
giornalistica, al reportage di
guerra, alla foto artistica ecc. e tutte le sue forme e ramificazioni e sempre
in modo chiaro, approfondito ed esaustivo perché la fotografia non è un
semplice click ma è qualcosa di più
profondo, che bisogna saper leggere e interpretare.
Nella
foto non c’è solo l’immagine ma anche il pensiero e l’emozione che il fotografo
vuole trasmettere, il tutto in una infinitesima particella di tempo... Click.
La
fotografia è emozione. Ricordo ancora con un brivido, dopo anni, la mostra
fotografica al Forte di Bard dedicata a Bert Stern e alle sue foto di Marilyn
Monroe. Tra le altre, (Fu uno shooting
molto privato, con solo lui e lei in una camera di albergo. Dopo pochi mesi
Marilyn morì.), vi fu una fotografia che mi colpì come un treno in corsa: una
gigantografia in fondo al corridoio, a parete intera. Marilyn era fotografata a
mezzo busto, nuda e senza veli, un po’ arruffata con le prime rughe sul viso,
lo sguardo malinconico appannato dal troppo alcol, la pelle non più tonica ed
un sorriso triste appena accennato. Ecco, in questa foto ho visto la “bellezza”,
nuda e pura, crudele e adamantina. Una emozione incredibile. Uno scatto
incredibile.
Se
Stern voleva comunicare quel sentimento, con me ci è riuscito in pieno: sono
rimasto impietrito davanti a quella foto per dei minuti, e mi ha commosso.
È
quello che ho cercato, e trovato, in questo libro: una spiegazione alle
sensazioni che dà la fotografia.
(31 Ottobre 2020.)
PROLOGO.
Nata
non soltanto per comprenderne la natura tecnica o estetica, ma anzitutto per
cogliere alcuni snodi della relazione tra l’uomo e il suo ambiente sociale,
questa raccolta di articoli e riflessioni sulla fotografia vuole far luce s’un
aspetto che più di altri separa la modernità dal mondo antico: la
sopravvalutazione del sensibile sul senso. La società e la cultura postmoderne
si affrancano infatti dalla modernità sostituendo il mondo sensibile coi suoi
stessi simulacri, portando lentamente (almeno l’Occidente, che vuol dire la
civiltà) alla completa derealizzazione dei propri confini. Ma se si può
legittimamente parlare di una sovraesposizione simulacrale, non è perché la
realtà sia sparita (alla maniera di Baudrillard), ma perché è stata rimossa, ed
il rimosso è inevitabilmente votato a mostrarsi, sia pure sotto forma di
sintomo o patologia. Il simulacro non è pertanto qualcosa che stia al posto
della realtà ma la proiezione giunta a difenderla, cioè lo specchio sacrificato
alle masse per privarle della loro partecipazione sociale. Una riflessione sul
linguaggio fotografico che è dunque, anche, una riflessione sul nostro modo di
abitare il mondo. Del resto, la fotografia ha sempre messo in crisi le barriere
che separano l’arte dalle espressioni popolari, la scienza dalla magia, la
realtà dalla finzione, contribuendo a restituire complessità ai sistemi entro i
quali s’inserisce.
Torino,
Marzo 2021.
L’ANCELLA
TRACICA.
Se
c’è qualcosa che rende la fotografia non soltanto un’arte meravigliosa, ma,
anzitutto, l’occhio dell’Occidente (che vuol dire della civiltà tout court), ciò riguarda la sua brama
di verità. Rivolgendo il suo sguardo alla nascita della filosofia greca,
Emanuele Severino scrive che dalle ceneri del mito nasce un’idea nuova,
<<l’idea di un sapere che sia innegabile; e sia innegabile non perché le
società e gli individui abbiano fede in esso, o vivano senza dubitare di esso,
ma perché esso stesso è capace di respingere ogni suo avversario. L’idea di un
sapere che non può essere negato né da uomini, né da dèi, né da mutamenti dei
tempi e dei costumi. Un sapere assoluto, definitivo, incontrovertibile, necessario,
indubitabile.>> [Severino1996: 35]. I greci sognavano
forse la fotografia? Anche. Tuttavia è dai migliori sogni che nascono i
peggiori incubi, e nel lungo tragitto verso una conoscenza epistemologica
dell’universo ci si è spesso scontrati con demoni feroci. La verità può anche
uccidere. La fotografia, come tecnica della rappresentazione, nasce all’incrocio
di due opposte ambizioni: da un lato la volontà nominale (od, oserei dire,
nominalistica) di rendere realtà soltanto la somma delle sue parti, e
dall’altro la tensione reale (o realistica) a fare dello sguardo un prodotto
dell’universale. Mi spiego meglio. Da un certo punto di vista la fotografia
mostra una realtà incontrovertibile. Da un altro punto di vista, essa la
mostra soltanto a patto che lo sguardo già disponga delle dovute categorie per
operare il riconoscimento. In un momento, la realtà immediata di ciò che l’occhio vede; in un altro,
la realtà colta mediante le categorie necessarie allo sguardo per riconoscere
il suo oggetto. Perciò è vero che la fotografia trattiene in sé un pezzo di
realtà, ma è altrettanto vero che può farlo soltanto a patto che si sia già
stabilito che cosa sia la realtà. I greci sognavano forse la fotografia, ma in
nessun caso l’avrebbero accolta, né riconosciuta. Le cose mentono, i sensi
ingannano, la realtà è una grande illusione, e soltanto mediante il
ragionamento astratto l’uomo può liberarsi di un simile fardello. Da un certo
punto di vista, Platone non era un fotografo e non sarebbe mai potuto esserlo.
Ad un passo dal maturare un’idea geniale, guardando gli astri, Talete cade in
un pozzo provocando le risa di un’ancella tracica, magari un po’ rozza e
ignorante, ma di certo consapevole di quanto fosse importante guardare per
terra (stare, diciamo, con i piedi per terra!). La serva tracica era una
fotografa, e lo era perché riconosceva nell’esistenza non-mediata del pozzo
qualcosa che verosimilmente si sarebbe potuta chiamare realtà. La povera schiava
però non scrive, e se sappiamo qualcosa del cielo e della terra lo dobbiamo a
quanti sono via via caduti nel pozzo, anche sé, a dirla tutta, ci hanno
tramandato un sacco di sciocchezze. Nell’intento di dimostrarlo un navigatore
genovese scopre l’America, cioè invece di ipotizzare e far di conto s’imbarca e
prende il largo. Colombo era un fotografo. Tuttavia non era un grande
testimone, dacché risulta difficile fidarsi di un uomo che approdò in America
convinto di trovarsi nel cuore dell’Oriente, che non capì mai che Cuba era un’isola, e che
per il suo ritorno riempì le stive di comunissima pirite di ferro pensandola
oro, e di semplice corteccia che credeva cannella. Uomo simpatico e temerario
questo Colombo, ma non proprio un acuto osservatore. Intanto, l’anatomista Andrea Vesalio, contrario ai suoi colleghi, lamentava la comune
prassi di tenere separata la scienza medica dal sapere dei sezionatori. Pensiamo a un intervento chirurgico
dell’epoca: sostanzialmente, nella sala operatoria, c’erano un intellettuale
che non aveva mai toccato un organo che spiegava a un macellaio come operare.
Solitamente si moriva... e non ci stupisce affatto! Anche Andrea Vesalio era un
fotografo. Ma il cielo è grande e smisurato, e sarà soltanto dal 1609 che
cominceremo a ricavarne qualcosa. Quando Galileo Galilei inizia le sue
osservazioni astronomiche, rivoluzionando il firmamento così com’era stato
inteso per secoli dai filosofi, l’illustre collega Cesare Cremonini gli
rimprovera di essersi servito di uno strumento inaffidabile (il cannocchiale),
e di essersi fidato più degli occhi che della mente: Galileo era un
fotografo... Cremonini no. Poi un francese precede di poco un inglese rubando
le idee di un altro francese… e inventa la fotografia. Si chiama Louis-Jacques-Mandé
Daguerre, ed è a tutti gli effetti un fotografo. Insomma la fotografia nasce
così: dall’esigenza di guardare alla realtà per come essa si presenta, senza
preconcetti o (facili) generalizzazioni. Come fu per Galileo, molti presero a
guardare il cielo restando, come si suole dire, coi piedi per terra: Samuel
Morse fu il primo a fotografare la luna, Gustav Le Gray il sole, mentre è di José Árbol y Bonilla la prima fotografia di un Ufo.
Agli inizi del Novecento non c’è più anima viva che sia disposta a difendere le
idee di Platone riguardo l’antica separazione tra le arti meccaniche e quelle
liberali, e perciò siamo ad un passo dall’essere tutti fotografi. Mancano i
mezzi, benché già a partire dal 1888 George
Eastman avesse dato a ognuno la possibilità di scattare una foto con la sua
famosissima Kodak camera n. 1. È appunto nei laboratori della Kodak che nel
1975 Steven Sasson inventa la prima fotocamera digitale, ma se oggi c’è un
fotografo in ognuno di noi lo dobbiamo anche, e soprattutto, a un’intuizione di
Philippe Kahn, che nel 1997 inventa il primo, rudimentale, foto-cellulare: ora
sì che siamo tutti fotografi! Con buona pace di Platone le persone hanno capito
che la realtà è quella cosa che è lì davanti a noi, e hanno capito che è
qualcosa di meraviglioso. Fatto sta che l’altro ieri ho visto un ragazzo
camminare nel mio quartiere con la testa nascosta da uno smartphone (o smartofono, come mi diverte dire). Fotografava di
tutto. O stava filmando. Non so dirlo. Ma non ha sganciato i suoi occhi dallo
schermo un solo istante... Poi, è caduto in un tombino e la panettiera del
quartiere si è fatta una gran risata. La fotografia è anche questo, e se si
guarda al mondo senza mai uscirne alla fine ci si affoga. Buttarsi nella realtà
a 360 gradi è un po’ come ignorarla, per cui posso dire che l’altro ieri ho
rivisto Talete, piangere in un tombino, mentre resta da scoprire il vero nome
dell’ancella-panettiera, praticamente l’unica vera fotografa in un mondo di
fotografi!
PER UNA COLLOCAZIONE CULTURALE
DELLA FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA.
Inevitabilmente l’ambiente circostante cambia, mutano i punti
cardinali presso cui orientarsi, i modi, le ragioni, le forme dell’intervento e
del sentire umano.
Inevitabilmente il mondo cambia e cambiano le forme del suo
racconto. Che ruolo abbia la fotografia all’interno di questo cambiamento è
evidente, perché uno strumento che deve molto della sua mitologia alla presunta
capacità di registrare la realtà (fede che non ha ceduto neppure alla seduzione
digitale), deve necessariamente interrogarsi sul proprio funzionamento.
Ovviamente, un’analisi esaustiva che chiarisca i cambiamenti avvenuti eccede
le ragioni di questo intervento, ma è necessario aprire un breve dibattito.
Inevitabilmente l’ambiente circostante cambia, e il motore
principale di questo cambiamento, per quanto riguarda le riflessioni
sull’universo fotografico, è stato l’avvento delle soluzioni digitali, che in
pochi anni sono riuscite a convogliare su di sé, direi quasi in maniera
esclusiva, l’interesse della critica. Si è discusso in tutto il mondo sulle
conseguenze derivabili dalla trasformazione di una tecnologia analogica, basata
sul concetto di impronta, in una tecnologia digitale, basata invece sul
principio della codifica matematica, ma ogni discorso risuonava nelle menti
come un imbarazzante déjà-vu.
Vera o falsa? È stata questa la questione di fondo, ma una
questione assai antica, il cui peso era già stato sopportato persino dal
dagherrotipo. All’alba della cosiddetta rivoluzione digitale la fotografia
analogica, la cui mitica infallibilità era stata pesantemente minata, ritrovava
miracolosamente la sua automatica onestà, scaricando il senso del mendace sulla
neonata elaborazione digitale, e intanto che gli specialisti continuavano ad
interrogarsi sulle possibilità di oggettivazione del segno, analogico o
digitale, la stessa nozione di oggettività entrava pesantemente in crisi.
Se perciò non ha alcun senso interrogarsi su queste questioni (se
non altro perché le logiche di mercato, dei flussi economici, e delle ragioni
editoriali impegnate nell’istituzione di un vorace commercio degli sguardi,
hanno da tempo deciso per noi che anche una fotografia digitale è vera ed
immediata), lo ha invece comprendere in che modo una tecnologia innovativa
modifichi le logiche della circolazione delle notizie. Infatti non c’è affatto
bisogno di sapere se la digitalizzazione delle immagini fotografiche abbia
trasformato l’anima della fotografia, perché indubbiamente né ha allargato gli
orizzonti incrementandone la diffusione. È una questione di numeri, ed i numeri
non sono mai innocui.
Nulla di più scorretto che parlare dunque di postfotografia,
perché non è in discussione la sua fine, o il suo nuovo inizio, ma la
radicalizzazione del suo stesso concetto di fondo, dunque l’affermazione di uno
spazio non postfotografico, ma iperfotografico. Ipervisibilità del fotografico
non significa però fotocrazia o più genericamente iconocrazia, perché il
regime visuale ha il suo tallone d’Achille, come ogni altro orizzonte, non
nella sua negazione, ma nel suo coatto incremento.
Nessun evo ha prodotto tante immagini come l’ultimo cinquantennio,
ma in nessuna epoca esse sono state tanto inutili e docili. Macchine fotografiche
sono ovunque, apparecchi di video-sorveglianza affollano lo spazio urbano, e
satelliti senza sonno vigilano sull’intero pianeta. Periodicamente un
furgoncino marchiato Google passa nelle strade per registrare le vie e gli
spazi urbani, fornendo all’utenza un valido strumento per tenere d’occhio i
cambiamenti relativi alle città. Google-Maps
mi offre più soddisfazione di qualsiasi servizio fotografico che abbia la mira
di mostrarmi i mutamenti della dimensione abitativa e dello spazio pubblico,
così come gli archivi fotografici telematici (od on-line oche dir si voglia), appagano meglio di qualsiasi archivio
di vecchia generazione la mia sete di immagini, la mia sete di sapere. Il reportage soffre dello stesso male,
perché se persone comuni hanno per me registrato il crollo delle Torri Gemelle con
un’eleganza ingenua negata ai professionisti, e criminali in vestaglia e
turbante si sono glorificati della loro inumanità immortalandosi a fianco le
loro vittime, spesso e volentieri sgozzate e violentate, allora il ruolo
sociale del reporter va
necessariamente rivisto. Quale professionista avrebbe mai potuto scattare le
fotografie del carcere di Abu Ghraib o degli orrori di Herat e delle
impiccagioni dei 22 uomini barbaramente e sommariamente trucidati ed esposti in
piazza il 16 di Giugno del 2021?
È il caso di farsene una ragione, il panorama è notevolmente
cambiato; su ogni evento si affollano le macchine fotografiche, i cellulari, le
attrezzature e gli occhi di professionisti e amatori. L’informazione non è più
un materiale esclusivo, gli strumenti per documentare un evento li possiede
chiunque, e se i testimoni accreditati sono certamente più attenti, quelli
spontanei sono in vantaggio numerico. Gli eventi si auto-testimoniano, cioè
vengono registrati in continuazione secondo flussi iconici spontanei e
inevitabili, e per restare informati non si ha alcun bisogno (non più) dei fotoreporter. Tuttavia, concordo con chi
ancora ritiene che il loro servizio sia irrinunciabile, a patto però che ne
vengano mutati i presupposti, perché se non ho più bisogno di loro per vedere
(indirettamente) un evento, continuo ad averne per comprenderlo (direttamente).
Sono convinto che oggi non si possa più pretendere dai fotografi
ciò che invece si deve continuare a pretendere dalla fotografia. Le notizie, i
grandi racconti, i documenti essenziali, sono frutto del lavoro dei molti,
professionisti e non, e il grande affresco della modernità non può perciò
ridursi a una ricerca autoriale. Nessun fenomeno può essere degnamente raccontato
dall’occhio attento di un ricercatore visuale, in concorrenza ai mille occhi
aperti, magari meno istruiti, della massa di aspiranti e involontari reporter del nostro tempo.
È come se il mondo avesse preso a raccontarsi da solo, al di là di
qualsiasi dovere di cronaca, e in questo modo avesse liberato il fotografo dal
dogma della referenzialità. Volendo costruire una cornice valida da cui
osservare un dato di realtà, si potrebbe procedere per giustapposizione
d’immagini reperibili on-line, e si
potrebbe così dare corpo ad un’indagine ben più precisa di quelle a cui ci
siamo abituati. Il mondo si racconta da solo, arrogante, sfacciato e sfrontato
come chi non ha nulla da perdere.
Il fotografo non può più incarnare la figura mitica del testimone
oculare che ci restituisca il dato così com’è, nudo e crudo, e deve imparare a
farne un vanto della sua parzialità, del suo continuo e inevitabile
interpretare ciò che vede. In qualche modo non è mai stato altrimenti, ormai lo
sanno tutti, ma mi pare non sia emerso a sufficienza il rapporto di reciprocità
tra la digitalizzazione delle immagini e la crisi del pensiero ideologico. Il
meccanismo è complesso, e sintetizzarlo rischia d’essere fallimentare;
tuttavia farò uno sforzo.
Nessun fotografo, degno di questo nome, ha mai trattato la realtà
come un accumulo di cose che gli sia di fronte, e l’interpretazione è da sempre
parte integrante del vedere fotograficamente. Ciò nonostante, se non è
possibile elencare le infinite metodologie interpretative, lo è invece classificarle
in almeno due grandi filoni tra loro antitetici, e credo che la loro cesura
abbia persino una data. Con tutte le cautele sottese una tale sintesi, proverò
a fornire un esempio di quanto appena affermato.
Quando P. Strand e C. Zavattini pubblicano “Un paese”, da quelle pagine emerge un
racconto capace di centrare su carta l’Italia della gente comune senza
estetismi o virtuosismi di genere. Strand propone una fotografia essenziale,
precisa, attenta a non scadere nel pittoresco e nel romanticismo che
caratterizzavano la vecchia fotogenicità del nostro Paese. L’Italia di
provincia che viene raccontata è un’Italia vera, autentica, e l’intero lavoro
respira quell’aria di fiducia che solo all’epoca si poteva riservare allo
strumento ed alla cultura che era chiamata a direzionarlo. Non finiranno mai di
stupirmi quelle fotografie, e non finirà mai di stupirmi l’indagine sul
territorio americano promossa dalla Farm
Security Administration, ma tutto ciò continua a stupirmi come qualcosa di
arcaico, in parte irrintracciabile. Rigore estetico e indagine sociologica
hanno prodotto i nostri migliori documenti visivi, ma l’ambiente necessario
affinché questo connubio diventasse possibile è sparito nel vortice
dell’ipervisibilità, alla cui egemonia ha non poco contribuito la tecnologia
digitale.
Così pure la tensione realistica, che a vario titolo non solo ha
documentato, ma sostenuto il consolidarsi dei grandi progetti civili del ‘900,
credo abbia fatto il suo tempo. Perché si possa raccontare l’unicità di un fatto
storico, come di una data condizione sociale, è necessario che resista nella
coscienza del tempo il concetto stesso di unicità, progettualità, e dunque
infine di storia. Il comunismo, il capitalismo, e da noi la resistenza antifascista,
contribuirono a proteggere l’integrità di uno sguardo che aveva nella sua
direzione ideologica la ragione storica del suo realismo documentale. Siccome
la fotografia si è sviluppata all’interno di questo panorama, abbiamo confuso
le influenze contestuali con i caratteri endogeni del mezzo, contribuendo in
questo modo ad arricchire la confusione che regna intorno alla sua definizione.
Lo sguardo di P. Strand è ideologicamente (non politicamente)
schierato, ed io non posso fare a meno di chiedermi se sia possibile per i miei
occhi attrezzarsi della medesima fede. Del resto, mi pare che almeno dal 1989
(volendo di forza indicare una data) non sia più possibile affidarsi
all’unicità di un costrutto concettuale, quanto a quella di una strategia
visuale omogenea, poiché crollata, insieme al muro di Berlino che ne era
l’ultimo baluardo simbolico, l’intera fiducia nei sistemi chiusi che l’eminente
sociologo polacco Z. Bauman ben chiarisce quando annuncia la nascita di una
società “liquida”. Il
Muro di Berlino non è stato semplicemente un muro, ma la cinta in grado di
dividere in due l’intera umanità, cioè di schierarla l’una contro l’altra.
Dall’Est i cittadini del mondo
potevano sognare l’Ovest, ma,
crollato il muro, il sogno, realizzatosi, si è spezzato, cioè si mostrato per
ciò che era: appunto un sogno. L’Ovest
era null’altro che un’allucinazione. Pezzo dopo pezzo è crollato l’ultimo
residuo di realtà disponibile, cioè è crollato il senso stesso dello spazio e
del territorio, dunque ogni ragione della credenza ideologica. Dalla muraglia
cinese, alle mura di cinta medioevali, fino ai mille muri del nostro recente
passato, il territorio è stato lo spazio vitale delle istituzioni, perciò delle
ideologie chiamate a difenderle. Crollato lo spazio fisico che delimitava
un’alternativa dall’altra, un confine, una dogana, è crollato il prerequisito
fondamentale di ogni eventuale ideologia.
La crisi del pensiero ideologico va di pari passo con la crisi
dell’analogia e lo sviluppo incontrollato delle virtualità, poiché senza la
loro decadenza non sarebbe stato possibile alcun processo di globalizzazione.
Il “villaggio globale” esige
l’abbandono di ogni territorialità, politica (muri, frontiere, etc.) ed
iconica (supporti rigidi), poiché soltanto allora le informazioni, i capitali,
gli interessi, i costumi, possono circolare liberamente ed immediatamente per
l’intero pianeta.
Il mio interesse, nel licenziare queste considerazioni, nasce
dall’esigenza di chiarire i rapporti di reciprocità che intercorrono tra un
momento storico e le strategie narrativo-visuali che una cultura adotta per
consegnarlo alla memoria. In questo senso, qualsiasi documento lasciato ai
posteri, è sempre il frutto delle strategie di autorappresentazione adoperate
da uno specifico gruppo, ed è proprio da questa omoteticità che lega la realtà
storica alla verità del suo esporsi che si possono ricavare le informazioni più
interessanti perché emerga la specificità socioculturale di un accadimento.
Oggi, mi pare urgente l’esigenza di trovare una cifra coeva ed
efficace per raccontare il nostro tempo, rinunciando da un lato all’eroismo
neorealista inevitabilmente anacronistico, e dall’altro all’intimismo, di
stampo performativo piuttosto che documentale, caratteristico di certa
produzione contemporanea. Una solida cultura fotografica, che trovi finalmente
la sua legittimità nell’ambizione storica, piuttosto che museale, mi pare non
possa prescindere dalle considerazioni fin qui fatte. Onestamente ritengo ad
oggi impraticabile l’edificazione di uno sguardo critico-ideologico che abbia
la sua origine nel soggetto e la sua presa, dunque la sua ragione,
nell’ambiente circostante, poiché è emerso con tutta evidenza che
quest’edificazione, perché non fallisca ancora, debba prima riflettere su se
stessa, prendendo coscienza del proprio sguardo.
Non si tratta, come hanno creduto alcuni, di rifugiarsi
preliminarmente in un’onanistica ricerca delle tautologie, ma al contrario di
strutturare le ragioni critiche delle pratiche visive a partire da una prima e
necessaria comprensione della propria circostanzialità e dell’irriducibilità
dell’ambiente contemporaneo a sistema. Più l’ambiente sociale diventa “liquido”,
più si deterritorializza, più lo sguardo deve prendere atto della propria
località. Gli appunti di viaggio, il diario intimo, la libertà aprogettuale di
un occhio che ha rinunciato a descrivere i tipi, scoprendosi al di là delle
categorie, mi sembra possano fornire al nostro tempo la mappa più autentica perché
possa nascere in particolare una nuova riflessione sul ruolo della fotografia
contemporanea, e in generale sulle ragioni dello sguardo moderno. Perciò, in
risposta ad un’ipotetica domanda sulla possibilità di rifondare il paradigma
visuale su nuove basi critiche, dico di sì, sì a patto che lo si depuri delle
sue vecchie implicazioni positivistiche, che indubbiamente hanno contribuito
alla sua affermazione nell’intero panorama culturale occidentale, ma che infine
ne hanno minato alla base l’attendibilità. Dico di sì, per concludere, se
partiamo nuovamente da una base fenomenologica che dia come dato acquisito la
parzialità, implicita nel localismo del vedere, dell’intero dominio scopico.
ANALOGICO
VER DIGITALE.
È
passato molto tempo da quando la tecnologia digitale ha messo in crisi il
dibattito contemporaneo sullo statuto dell’immagine, in modo particolare quella
analogica, abbastanza perché non si riesca a parlar d’altro. Ovviamente la
critica è divisa tra sostenitori e avversi al nuovo mezzo, ma si ha spesso
l’impressione che al di là delle singole riflessioni maturate, si sia guardato
dalla parte sbagliata. Continuiamo a discutere sui processi produttivi del
segno, cioè sulle modalità tecniche con cui l’immagine prende forma,
dimenticando che la vera rivoluzione non riguarda il momento dello scatto,
l’istante senza codice ben descritto da R. Barthes, ma il momento prima e
quello successivo. Personalmente sono convinto che la tecnologia digitale
abbia cambiato il mondo della fotografia, ma lo ha cambiato profondamente
perché ne ha mutato la diffusione e perché suggerisce ad ogni operatore un
approccio al proprio strumento diverso dal tempo in cui l’immagine e il mondo
s’incontravano nell’analogia. Nonostante ciò, credo valga la pena continuare a
discuterne, a patto che si chiarisca in prima istanza il vocabolario che abbiamo
a disposizione per dibattere.
Le
parole non sono mai innocenti, e come avvertiva G. Orwell nel suo celebre 1984, se si vuol condizionare il
pensiero, e anzitutto necessario modificare la lingua, cioè il vocabolario a
disposizione dei singoli per poter esprimere il proprio punto di vista. Il
linguaggio non è semplicemente qualcosa di cui disponiamo, ma l’origine di ogni
nostro possibile disporre, poiché la parola non si limita ad indicare il
proprio referente, quanto piuttosto ad aprirlo alle logiche del pensiero. In “In
cammino verso il linguaggio” [Heidegger1959], M.
Heidegger lo definisce come <<la custodia della presenza, cioè
dell’essere delle cose come darsi nella presenza, il modo di accadere
dell’evento>> [Heidegger1959: 69],
ad indicare quanto ogni cosa non si dia all’uomo in quanto oggetto
semplicemente esterno, ma in quanto ente accolto dalla parola che nominandolo
lo rende accessibile. Dobbiamo quindi chiederci se le nostre riflessioni siano
condizionate dal vocabolario che adoperiamo per esternarle, e se la
costruzione di un certo vocabolario sia stata preventivamente condizionata
dall’ideologia del tempo in cui andava istituendosi. Del resto se la fotografia
analogica è nata durante lo sviluppo delle scienze positive, inserendosi in un
clima di ingenua fiducia nelle possibilità della tecnica, quella digitale si è
affermata in un momento storico in cui le virtualità (ivi compreso il concetto
di analogia) erano già state pesantemente condannate dalla critica. In altri
termini, la digitalizzazione delle immagini è venuta alla luce quando già
l’intero universo iconico cominciava a essere indagato con sospetto. Non
stupisce allora che la terminologia adoperata per l’immagine analogica
suggerisca metafore completamente diverse da quella impiegata per descrivere la
digitalità.
Per
fornire qualche spunto riflessivo, vorrei partire dal quadro dei campi
metaforici stilato da R. Ceserani nel suo splendido libro intitolato “L’occhio della medusa”. Vediamo dunque,
un passo alla volta, quali siano i termini del vocabolario fotografico e che
immagini ci suggeriscano di affiancarvi.
Per
quanto riguarda la fase di ripresa, troviamo voci come: “scattare una
fotografia”,, “sparare una fotografia” (poco usato e derivante dal termine
inglese shoot), “mirino”, “mirare”, “puntare
l’obiettivo”, “inquadrare”. È evidente che il campo metaforico aperto da una
simile terminologia rimandi ai territori della caccia, del possesso, al limite
dell’omicidio. S. Sontag ha più volte rimarcato il rapporto simbolico tra
macchina fotografica e fucile, e nel suo celebre saggio “On photography” scrive: <<Le armi da fuoco si sono trasformate in macchine
fotografiche, perché *** quando
abbiamo paura, noi spariamo. Ma quando siamo d’umore nostalgico, scattiamo
fotografie.>> [Sontag1973: 69].
Curiosamente,
nel 1874 l’astronomo Pierre-Jules-César Janssen utilizzò sul serio un fucile
fotografico (il “revolver astronomico”) per le sue ricerche astronomiche,
ottenendo diciassette fotografie del passaggio di Venere dinanzi al sole,
impresse su un disco rotante fotosensibile, che possono essere considerate la
prima sequenza crono-fotografica. In ben altro contesto storico, il grande Henri
Cartier-Bresson così descrive il suo incontro con la Leica: <<Vagavo
tutto il giorno per le strade, sentendomi molto teso e pronto a buttarmi,
deciso a prendere in trappola la vita, a fermare la vita nell’atto in cui
veniva vissuta.>> [Sontag1973: 93].
Fin
dal suo esordio, la fotografia è parsa al suo pubblico come una trappola per
doppi, un dispositivo affine agli strumenti di cattura, e la dimensione di
sequestro è ben visibile nella “teoria degli spettri” elaborata dal romanziere
Balzac, e qui sintetizzataci dal grande fotografo Nadar: <<Dunque, secondo Balzac, ogni corpo, in natura, è composto
da varie serie di spettri, in strati sovrapposti all’infinito, stratificati in
membrane infinitesimali, in tutti i sensi in cui si attua la percezione ottica.
Non essendo consentito all’uomo di creare, cioè dar concretezza a una cosa
solida a partire da un’apparizione e dall’impalpabile, ossia dal nulla fare una
cosa, ogni operazione daguerriana interveniva a rivelare, distaccava e
tratteneva, annettendoselo, uno degli strati del corpo fotografato. Ne deriva
per detto corpo, e a ogni operazione ripetuta, l’evidente perdita d’uno dei
suoi spettri, ossia di una parte fondamentale della sua essenza costitutiva.>>
[Nadar1861: 41].
Una
trasposizione letteraria di questa credenza la troviamo in “I sudari di Veronica” di M. Tournier,
dove si legge: <<Avete estirpato la mia immagine per ventiduemiladuecentotrentanove
volte. È chiaro che ho avuto il tempo di riflettere e ho capito molte cose. *** Avete fatto di me un altro uomo. Ma
mi avete anche strappato molte cose. Ventiduemiladuecentotrentanove volte
qualcosa di me mi è stato strappato per entrare nella trappola
acchiappa-immagini. *** Voi mi avete
spennato come una gallina, depilato come un coniglio d’angora. Sono dimagrito,
prosciugato e mi sono indurito, non per effetto di un qualunque regime
alimentare o ginnico, ma per via di quelle prese, di quei prelievi effettuati
ogni giorno sulla mia propria sostanza.>> [Tournier1978].
Queste
analogie semantiche, che fanno dei termini relativi alla ripresa un contenitore
di metafore, sono comuni sia alla tecnica analogica sia a quella digitale, ma
proprio il passo appena citato ci impone una questione spinosa, che ci
costringe a superare la fase dello scatto per indagare cosa avvenga appena
l’immagine (preda) sia stata catturata.
Che
fotografare significhi acciuffare, o far prigionieri, è evidente, ma di quale
cella stiamo parlando? E soprattutto, la gabbia analogica è riconducibile a
quella digitale? Se la fase di ripresa, nell’immaginario, è pressoché
equivalente in ambo le tecnologie, quella di registrazione è invece assai
diversa. Partiamo dal supporto: pellicola,
lastre, rullini, sensibilità, pellicola impressionata, pellicola vergine. Il supporto analogico ci ricorda i
territori del corpo, la pelle, una superficie sensibile, per natura, a
determinati stimoli, una corda che attende di essere tesa, un piano in cui il
mondo s’imprima, si stampi. L’universo simbolico che viene richiamato riporta
al contatto, alla sensibilità tattile. Gli spettri entrano in contatto col
supporto, all’interno di una scatola chiusa, e vi rimangono imprigionati. La
verginità della pellicola, prima di essere impressionata, ci dice la sua
purezza, dunque la sua onestà di supporto neutro. È chiaro che le intenzioni
del fotografo, riguardo la scelta del soggetto, l’inquadratura, la selezione
dei diaframmi e dei tempi (da cui derivano i valori cromatici dell’immagine,
tutt’altro che innocui), pregiudicano il senso dell’immagine, e che del resto
il vocabolario visivo dello spettatore, composto di stereotipi, ne determina a
sua volta le strategie di lettura, ma tutto ciò riguarda il momento prima e il
momento successivo lo scatto, ed è proprio questo istante inalienabile che R.
Barthes definisce “senza codice” [Barthes1982].
Per cui la fotografia è un’immagine significante perché s’inserisce in un
contesto semantico in cui i significati sono già stati precedentemente
negoziati, ed è un’immagine senza significato se invece la si osserva alla luce
del suo procedimento di cattura e impressione del dato reale. Lo sguardo non è
mai innocente, ma la pellicola è indubbiamente vergine, ed è proprio questo che
vuol chiarire L. Hine quando scrive: <<Le fotografie non sanno mentire,
ma i bugiardi sanno fotografare.>> [Hine1909].
Diverso
è il discorso sulla fotografia digitale, che alla pellicola, e al suo
immaginario simbolico, sostituisce il dispositivo CCD (Charge-Coupled Device), o CMOS (Complementary
Metal-Oxide Semiconductor), ed al fotogramma il relativo file raw (in inglese, “grezzo”). Chiaramente
questi termini non sono in grado di portare il nostro immaginario sulle rive organiche
della pelle sensibile, o tra i territori mistico-naturali della verginità, ed è
in modo particolare il termine Raw a porre la prima importante rottura tra
l’analogia e la digitalità. Infatti se parlo di file grezzi, cioè non
elaborati, mentre richiamo all’onestà della presa diretta, esorto anche a
supporre che l’elaborazione ne sia un passaggio implicito. Ciò emerge con
chiarezza appena si compie il passo successivo, mettendo a paragone la camera
oscura con il moderno computatore elettronico (Personal Computer) che appunto l’ha sostituita: camera oscura, sviluppo, rivelatore, fissaggio, immagine latente.
Sono
questi i termini relativi al momento in cui l’immagine, catturata dalla
sensibilità della pellicola, attende la sua forma definitiva. Anzitutto la
camera oscura, che vuole semplicemente indicare il luogo necessariamente buio
in cui le immagini si sviluppano, evoca in noi l’ambito della magia nera, del
terrore, del mistero: “oscura” sta per “buia”, ma anche per “arcana”, “segreta”,
“enigmatica”, “sconosciuta”. Remo Ceserani ci suggerisce un altro passo di M.
Tournier, tratto da “Il re degli ontani”
dove si legge: <<Nella rossa
notte del laboratorio il negativo s’impone regalmente. Ieri sera mi sono chiuso
nel mio sgabuzzino verso le sette. Come sempre, ho perduto subito la nozione
del tempo. Ne sono venuto fuori stravolto e tremante di fatica a metà della
notte. Eppure c’è qualcosa della messa nera nelle manipolazioni cui viene
sottoposta impunemente quest’emanazione tanto personale di qualcuno, la sua
immagine, allo stesso modo che l’ingranditore ha qualcosa del tabernacolo, la
luce sanguigna in cui si è immersi ha qualcosa dell’inferno e le vaschette
dello sviluppo, del bagno e fissaggio in cui si gettano successivamente le
copie stampate hanno qualcosa dell’alchimia. E persino gli odori di bisolfito,
di idrochione, di acido acetico e di iposolfito contribuiscono a caricare di
malefici l’aria chiusa.>> [Tournier1970:
45].
Luogo
sinistro e misterioso, dove il bianco e nero stanno a significare la lotta tra
il bene e il male, dove le forze antagoniste che governano la vita si
fronteggiano, il laboratorio del fotografo è anche la grotta inviolabile, fuori
dal tempo, in cui si esercita lo stregone. Tuttavia qual magia si consuma in
questo luogo, e quale arcano potrà mai essere sciolto sotto l’ingranditore?
Il
rapporto tra immagine latente e rivelazione, descrive chiaramente il processo
di sviluppo come momento in cui la verità si mostra. Il segno è nascosto,
appunto latente, in attesa di portarsi in superficie, e il bagno rivelatore è
il battesimo sacrale che dona voce e cittadinanza all’immagine. Rivelare non
significa conoscere, perché la rivelazione riguarda il mistero svelato, quindi
non l’indagine analitica, ma l’attesa mistica. Tutto ciò che ci è sconosciuto,
tutto quanto ci sia alle spalle, viene a mostrarsi, esce dal buio, dalla sua
latenza, dal suo nascondiglio, per stupirci della sua presenza. Ammutolito il
fotografo guarda il supporto, scruta l’immagine, e scopre con meraviglia un
universo di particolari, indizi, tracce, a cui non aveva minimamente prestato
attenzione durante la fase di ripresa.
L’aspetto
probatorio della fotografia, se è legittimo, lo è soltanto perché ci dice che
l’immagine mostra più di quanto il fotografo volesse trattenere, cioè mostra
tutto quanto sia rientrato nei limiti angusti ma infiniti dell’inquadratura.
Angusti perché incapaci di raccogliere nella cornice tutto quanto il mondo, ma
infiniti perché privi di fondo. Una fotografia non si guarda soltanto in
maniera piana, circoscrivendone con lo sguardo i limiti, ma anche penetrandone
la superficie, perché proprio come una finestra sul mondo, essa mostra una
parte, ma una parte inarrestabile in cui il punto di fuga segnala il limite del
nostro vedere, non quello del mostrarsi che in linea di principio giunge oltre
i confini del mondo, ben al di là dell’orizzonte, proprio fuori dalle
possibilità del nostro occhio, che affacciatosi alla finestra, scopre di non
poter vedere tutto quanto ella mostri.
A
raccontarci questa vicenda è M. Antonioni in “Blow
up”, quando ci presenta un fotografo professionista, frustrato del suo
lavoro, alle prese con una serie di scatti eseguiti al parco. Ulteriori
ingrandimenti dell’immagine mostrano le tracce di un presunto omicidio, in un
gioco di crescente tensione dove un’immagine mostra sempre più di quella
precedente. Ogni scatto è il risultato di una sua cosciente ripresa, ma
soltanto l’ingrandimento potrà mostrargli ciò che ad occhio nudo non poteva in
alcun modo cogliere. Ben più inquietante è il ruolo della fotografia nel filme
di Richard Donner “Omen: il presagio”,
dove le immagini scattate presentano strani segni che il tempo rivelerà essere
i modi della morte dei soggetti. In questi ritratti il fotografo Jennings ne
vede in anticipo le dinamiche del decesso, scoprendo con la fotografia non il
passato, ma al contrario il futuro. Ovviamente abbiamo sconfinato
nell’allucinazione, ma ad essere onesti, bisognerebbe concordare con M.
Giuffredi quando scrive: <<Sono convinto che
anche il più grande professionista non sia mai completamente in grado di
prevedere esattamente come sarà l’immagine finale ***. Il fotografo in grado di cogliere il momento giusto fa parte
della mitologia più che della realtà. Il momento veramente giusto si trova
semmai dopo aver sviluppato la fotografia, non mentre si fotografa. Ed è sempre
come se nell’immagine finale ci fosse qualcosa in più e qualcosa in meno
rispetto a quello che avremmo voluto fotografare.>> [Giuffredi2004].
Di
quest’idea è anche R. Barthes che per questo sente l’esigenza di dividere il
messaggio fotografico in due elementi discontinui: lo “studium” e il
“punctum”. Se il primo riguarda
appunto lo studio dell’immagine, ivi comprese le ragioni tecniche ed estetiche,
per cui riconoscerlo significa <<fatalmente coincidere con le intenzioni
del fotografo, entrare in armonia con esse, approvarle, disapprovarle, ma
sempre capirle, discuterle dentro di me, poiché la cultura (da cui deriva lo “studium”) è un contratto stipulato tra i
creatori e i consumatori>> [Barthes1980],
il secondo vuole indicare un particolare pungente, un imprevisto, una traccia
che deve molto del suo fascino all’automaticità del dispositivo (che cattura
più di quanto il fotografo voglia cogliere), e che ci ricorda il carattere
indessicale della fotografia, cioè la sua originaria mancanza di codice. Cosa
accade, dunque, nel passaggio terminologico dalla fotografia analogica a quella
digitale? Vediamo i termini: software,
programmi di fotoritocco, immagine raster.
Il
termine software (da soft = morbido, immateriale, e ware cioè merce, manufatto, oggetto),
coniato per contrapporsi ad hardware,
ricorda manufatti, costruzioni, oggetti privi di struttura materiale,
artificio, tecnica. Il termine ware rimanda
anche pericolosamente allo “stare in guardia”, “mantenere vigile l’attenzione”,
mentre la parola raster (trama,
reticolo, griglia) sta ad indicare le immagini composte di pixel, come appunto le fotografie. Per quanto riguarda il termine fotoritocco,
la familiarità con l’inganno credo sia più che evidente. Ogni parola ci ricorda
l’artificio, la trasformazione, l’anamorfosi, il pericolo incombente di una
trasfigurazione in cui non si può più aver fiducia. La camera oscura, come
luogo in cui verità inaspettate e arcane venivano a mostrarsi, viene sostituita
da un laboratorio tecnico in cui ogni cosa viene fabbricata, costruita, e per
tanto influenzata dall’intervento umano. Non vi è più alcuna immagine che parla
di sentieri nascosti, a prima vista invisibili, e restano soltanto i segni di
un’ingannevole tecnologia.
Questo
cambio di prospettiva, è particolarmente evidente nelle modalità di promozione
dei prodotti per professionisti e amatori, ragione per cui non ci stiamo
riferendo ad un universo immaginifico relativo alla cultura popolare, ma anche
a precise e coscienti prese di posizione nell’ambito specialistico. In una
pubblicità del 1978 di un ingranditore Durst si legge: <<Un prato è un
prato. Con l’ingranditore Durst scopri che è anche un fiore, una farfalla, una
vita.>>. Lo strumento in questione permetterebbe all’utente di vedere
oltre, di affinare il proprio sguardo, di scoprire realtà autentiche e
nascoste. Al contrario, sul sito della Adobe, il nuovo programma Photoshop CS6
viene così presentato: <<Ricomponete automaticamente un'immagine mentre
la ridimensionate, mantenendo intatte le aree più importanti e adattando allo
stesso tempo l'immagine alle nuove dimensioni. Ottenete l'immagine perfetta in
un unico passaggio senza dispendiose operazioni di ritaglio e ritocco. *** Riposizionate con precisione
qualsiasi elemento di un'immagine per creare una foto ancora più accattivante.
Ad esempio, è possibile raddrizzare con facilità un braccio piegato in modo
insolito. Basato sulla tecnologia Mercury Graphics Engine, lo strumento
Alterazione marionetta consente di eseguire modifiche con tempi di risposta
eccezionali. *** Selezionate più
punti focali e variate la sfocatura tra gli stessi con lo strumento Campo
Sfoca.>>
Evidentemente,
se la Durst voleva convincerci delle potenzialità dei suoi prodotti, perché la
realtà fosse indagata con maggior precisione e meraviglia, la Adobe tende a
sedurci mediante le incredibili possibilità di ritocco (cioè di falsificazione
del dato reale) che i suoi prodotti ci consentono.
È
chiaro che è difficile difendere la fotografia digitale con un simile
vocabolario a disposizione, ed è chiaro che questo vocabolario si è costruito
in contemporanea allo sviluppo critico dei discorsi sulla virtualità, motivo
per cui i termini proposti rimandano al mendace. In altre parole, non è
l’immagine digitale ad aver screditato l’universo iconico rendendolo
autoreferenziale, ma al contrario un lungo e profondo sospetto nei confronti
del segno, qualsiasi segno (anche analogico), ad aver diffamato l’immagine
digitale.
Ovviamente
questo intervento non vuole in alcun modo chiudere una questione (il dibattito
tra analogia e digitalità), ma soltanto sollecitare a riflettere sul proprio
vocabolario, in modo che la critica, prima ancora di esaminare il suo oggetto,
esamini sé stessa.
HIC ET NUNC.
Stando
al termine, è tutto molto semplice: il fotogiornalismo non è altro che una
forma di giornalismo ottenuta mediante l’utilizzo di fotografie. Nel linguaggio
comune (a dire il vero piuttosto grossolano), il giornalista e il fotogiornalista,
qualora producano lavori particolarmente approfonditi, vengono designati
entrambi come “reporter”: l’uno
scrive con la penna, l’altro, come dice la photo-editor
Chiara Corio, con la luce. Tuttavia le cose non stanno proprio così, per lo
meno se si vuol far bene il proprio mestiere. Scrive Kapuściński che <<Un
giornalista è sempre uno storico. Il suo lavoro consiste nel ricercare,
esplorare, descrivere la storia nel suo farsi. Le conoscenze e l’intuito dello
storico sono la qualità fondamentale di ogni giornalista. È facile riconoscere
il buon giornalismo da quello cattivo: nel buon giornalismo, oltre alla
descrizione di un evento viene data anche la spiegazione del motivo per cui è
accaduto; quello cattivo si limita semplicemente alla descrizione dei fatti,
senza collegarli al contesto storico. C’è il resoconto del fatto in sé, senza
che ne possiamo capire le cause e i precedenti.>> [Kapuściński2007: 12].
Una
simile affermazione pone un problema epistemologico per quanto riguarda il fotogiornalismo,
rendendo per lo meno inadeguata la sua comparazione al reportage letterario poiché nella migliore delle ipotesi l’immagine
non può comunque avere precedenti, o porre in alcun modo la questione delle
cause o degli effetti. Oltremodo, non è neppure il caso d’invocare il carattere
probatorio della fotografia per opporlo, in un’assurda corsa al riconoscimento,
all’umiltà testimoniale della parola, se non altro perché l’obiettività è un
carico troppo grande per l’uomo, scrittore o fotografo che sia. Ogni
testimonianza, lontano dal voler riportare semplicemente la realtà, ce ne
restituisce un distillato, ma è proprio attraverso l’epurazione del dato
immanente che il testimone diventa credibile. La realtà, nel suo insieme,
semplicemente è: non va cercata né
compresa perché l’essere è per sua natura vuoto, privo di senso, già oltre ogni
logica. La realtà è tale proprio nella misura in cui basta a sé stessa *** è a
noi, piuttosto, che non basta, e perciò siamo soliti riformarla attraverso
precise riformulazioni. Nel turbamento del presente il testimone mette in fila
i frammenti col rigore dell’archivista, con la minuzia di un bambino alle prese
con un insetto da torturare e perciò Pasolini poté scrivere, sul Corriere Della
Sera del 14 novembre 1974: <<Io
so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un
intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di
conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o
che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi
disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che
ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il
mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere.>> [Pasolini1975:
88]. Il buon giornalismo inizia con
la messa in prospettiva, secondo la propria interpretazione, dei fatti e
finisce con la valutazione soggettiva dei loro effetti. Nessuno ne parla, ma mi
pare evidente che questa metodologia non possa essere applicata al reportage fotografico, poiché il
carattere più evidente della fotografia, il suo noema direbbe R. Barthes, consiste nella serrata intesa con
l’attualità, con l’hic et nunc.
Secondo la giornalista inglese M. Roby <<La foto di un mutilato mostra
soltanto che si è fotografato un mutilato, non fornisce alcuna indicazione né
sul luogo né sulle circostanze del delitto e non prova nulla più del suo
contenuto.>> [Sorlin1997: xv]; proprio per questo, se mostra più di quanto possano
fare mille parole, infine non spiega un bel niente. Sintesi perfetta di un
realismo mai visto prima, l’evidenza inconfutabile della fotografia è un
costante invito <<alla deduzione, alla speculazione e alla fantasia>>
[Sontag1973: 22], ed è davvero
ironico che un eccesso di realtà possa indurre all’immaginazione. Dunque in che
modo, inabile ad intercettare le cause e gli effetti, può esistere un buon fotogiornalismo?
Credo
che nel rispondere sia necessario affrancare il reportage fotografico da quello letterario, senza tuttavia dover
interpretare questa distanza come un fallimento. È necessario capire cosa possa
aggiungere l’immagine al testo e se possa penetrare nei territori rimossi della
parola. Dopotutto, ciò che la linearità del discorso dissimula sono proprio i
momenti di rottura, le vertigini dell’unità narrativa, lo sgomento di una
realtà riflessa in sé stessa che all’opposto è il tema taciuto d’ogni fotografia.
La ricognizione storica esige pertanto quella evocazione figurale che soltanto
il dispositivo fotografico è in grado di richiamare con tanta efficacia. Oltre
l’ipoteca del senso agisce la seduzione del sensibile, e se ancora si fatica ad
avvalorare la superficie è soltanto perché una lunga tradizione metafisica,
nell’intento di convalidare le proprie sciocchezze, ci ha persuasi della sua
inutilità. Nietzsche ha ragione quando ricorda che <<anche dietro ogni
logica e l’apparente dispotismo dei suoi movimenti stanno giudizi di valore *** Per esempio, che il determinato
abbia più valore dell’indeterminato, che l’apparenza abbia meno valore della “verità”:
tali valutazioni, pur con tutta l’importanza normativa che hanno per noi,
potrebbero essere tuttavia soltanto valutazioni pregiudiziali, un determinato
tipo di niaiserie, quale può essere
appunto necessaria per la conservazione di esseri come noi>> [Nietzsche1886: 45], i quali si sentono
al sicuro soltanto nelle celle preordinate delle riflessioni sequenziali.
Meditazioni causali ordinano la vita sulle direttrici del desiderio,
tranquillizzano, placano l’angoscia e proteggono dal furore dell’inezia.
Nel
cedere all’inchiostro, il pensiero incontra la struttura, si vincola alla
coerenza e perciò cede qualcosa della sua innocenza. Sebbene plachi l’ansia,
scrivere è un gesto profondamente autoritario nel momento stesso in cui ordina
la vita mediante una sintassi di cui invece non dispone la fotografia. Se
agiscono nel sospendere il giudizio, le fotografie lo fanno non perché
insignificanti, ma perché eternamente risignificabili e libere di contraddirsi
uno scatto dopo l’altro. La grammatica di un racconto fotografico è gioco forza
discontinua, libera dalla tirannia della logica e del senso e nonostante ciò
ricca di riferimenti ad un “fuori” che chiede di essere indagato. L’immagine
non parla al posto della parola o come la parola, ma pronuncia ciò che la voce
o la scrittura tacciono. Fotografare non significa scrivere: un reportage fotografico non ha nulla a ché
vedere con un articolo di giornale. Piuttosto, simili agli aforismi, le
fotografie ci parlano dell’amore incondizionato per i frammenti. Ecco il loro
contributo alla comprensione della realtà.
¡UCCIDIAMO
I CHIARO-SCURI!
Gli
autocrati ci provano da tempo immemore, ma la pelle del fotogiornalismo è dura,
direi durissima. Certo la si può maltrattare, costringendola a portare i segni
degli abusi subiti per molto tempo, ma difficilmente la si potrà costringere
alla resa. I fotogiornalisti muoiono, finiscono in carcere, vengono esposti
alla gogna mediatica, ma le loro disgrazie non fanno altro che nutrire il mito
del fotogiornalismo come pratica professionale d’indubbia utilità sociale.
Eppure ci dev’essere un modo per farlo fuori una volta per tutte, una sorta di
omicidio perfetto che non lasci tracce riconducibili all’assassino e che
magari, dio volendo, faccia pensare a un suicidio. ¡Ecco, ci dev’essere un modo
per suicidare il fotogiornalismo!
A
pensarci bene c’è stato un momento in cui il fotogiornalismo ha temuto sul
serio di sparire, ed è stato a seguito della diffusione della tecnologia
digitale. Come difendersi dalle perfette falsificazioni di Photoshop? Che ne resta del valore documentale della fotografia? I
miei amici dittatori ci hanno sperato davvero… ma invano. Se solo si fossero
preventivamente interessati di fotografia, si sarebbero resi conto che già a
partire dai primi del ‘900 nessun uomo sano di mente nutriva più alcuna fiducia
nel valore testimoniale del mezzo: troppi falsi in giro, troppi ritocchi,
troppa perfezione formale, e si sarebbero così risparmiati l’inutile pena di
sperare invano. Purtroppo venuta la fotografia digitale (che ha permesso anche
all’ultimo degli imbecilli di ritoccare i propri scatti con perizia da maestri)
si è riacceso il dibattito, e la fotografia analogica si è ripresa la sua
perduta autorità. Ahimè, invece di uccidere il fotogiornalismo la tecnologia
digitale l’ha fatto risorgere. Chiaramente oggigiorno analogico o digitale non
è tanto il mezzo (tutti utilizzano fotocamere digitali) ma il modo in cui lo si
concepisce e i vincoli che ogni professionista si dà per ottenere un’immagine
che abbia valore testimoniale. Quando si coglie la realtà con le mani nel sacco
bisogna farlo con un certo rigore: ¿ricordate la vicenda di Giovanni Troilo, a
cui nel 2015 la giuria del World Press
Photo aveva ritirato il premio nella categoria “Contemporary Issues” perché il lavoro <<non è coerente con le
regole del concorso>>? Una delle foto era stata scattata a Molenbeek e
non a Charleroi, come invece affermato nei documenti compilati dall’autore per
l’iscrizione, e almeno uno degli scatti era frutto di una posa concordata con i
soggetti ritratti benché desse l’impressione di essere uno scatto rubato. ¿Malinteso?
Errore dovuto a una scorretta trascrizione delle didascalie? Quale che sia la
verità ne è nata una polemica, e le ragioni del dibattito erano piuttosto
serie. In un’intervista rilasciata a Franco Carlisi, Francesco Zizola ha
precisato che <<un reporter ha
un pubblico, e verso esso ha delle responsabilità. Nello specifico il pubblico
di un fotoreporter è quello dei mass-media. Ad esso deve offrire la sua
testimonianza; ad esso deve saper parlare. Deve quindi usare un linguaggio che
cerchi di rispettare le regole fondamentali nel giornalismo, quelle che nel
mondo anglosassone sono definite con le 5 W che da noi si declinano con Chi,
Cosa, Quando, Dove e Perché. In una fotografia giornalistica quanto più si
trasmette obbedendo alle 5 W, il primo grado, tanto più si sta comunicando al
grande pubblico. Il primo grado quindi è ancorato alla realtà testimoniata (e
qui si dovrebbe aprire una parentesi sulla funzione e l'importanza della
didascalia), ed è imprescindibile nel fotogiornalismo>> [Gente-di-Fotografia: n. 49]. Basti pensare che nel 2012 era
stato lo scatto dello svedese Paul Hansen a scaldare gli animi, accusato di
aver drammatizzato l’immagine attraverso un’eccessiva correzione del colore: va
bene lo stile, la ricerca formale, ma il fotogiornalismo svolge una funzione sociale
alla quale è doveroso sacrificare la propria personale volontà di stile. Dall’uscio
della porta si affacciano gli “story teller”,
ma in redazione c’è ancora chi ha il coraggio di guardarli in malo modo, e cari
dittatori, proprio voi dovete odiarli di un odio senza termine. Non ne abbiamo
bisogno: via le maschere, i veli, le aberrazioni che deformano la verità. ¡Vogliamo
fatti e non interpretazioni!
I
miei amici dittatori, che continuano ad esser digiuni di fotografia, pensano
che in qualche modo io cerchi di tradirli, e non riescono davvero a capire
quanto siano sincere le mie intenzioni e grande il contributo che cerco di dare
alla loro causa. Così provo a spiegarmi meglio: noi abbiamo imparato da
Nietzsche che senza le sue menzogne la verità è indigeribile, che senza le sue
maschere la realtà è impraticabile, che senza le sue deformazioni lo sguardo è
cieco, e per questa ragione, volendo uccidere il fotogiornalismo, non dobbiamo
farlo diffondendo immagini false, o lasciando liberamente circolare alcune
soluzioni diaristiche palesemente soggettive e perciò inaffidabili, ma
sostenendo l’iperrealismo di una data tecnologia.
Amici
dittatori di ogni terra, io vi consiglio dunque di mortificare i reporter in quanto sciatti paladini
della verità storica, regalandogli tutto ciò di cui hanno bisogno, in modo da
goderne poi la disperazione in tutta tranquillità. ¡Non fate gli sciocchi! Non
abusate del vostro potere, non macchiatevi le mani mettendoli in galera o
facendoli saltare per aria. La storia punisce sempre i colpevoli, e così vi
consiglio vivamente di farli suicidare. Per aiutarli in situazioni difficili,
dove raramente sono visti di buon occhio, equipaggiateli di fotocamere così
piccole da poter essere indossate come lenti a contatto: un rapido doppio battito-click
di ciglia attiverebbe l’otturatore, e lo scatto verrebbe subito caricato on-line secondo il pre-set da loro impostato (niente ritocchi). Siccome non dovreste
ignorare il loro senso del dovere, e l’umiltà con cui si sono sempre accomodati
in redazione, condite i loro scatti di metadati in grado di fornire
informazioni sulla geo-localizzazione dell’immagine, i parametri di tempo,
diaframma, sensibilità iso, etc.,
autore, data e ora, così da permettere agli utenti di setacciare on-line altre fotografie prodotte nel
medesimo luogo e nel medesimo istante da terze persone. Ne sarebbero felici,
perché deposta la maschera dell’autore tornerebbero a indossare i panni del
professionista votato al rischio per ragioni morali. La verità prima di tutto,
cari dittatori. Tuttavia, conoscendo la pigrizia del loro pubblico (¿E chi
meglio di voi conosce l’inoperosità del popolo?), consiglierei di dotare gli
scatti di un ulteriore algoritmo capace di interfacciare l’immagine ad
ulteriori contenuti testuali, video, statistiche, affinché se ne completi il
più possibile il quadro generale della rappresentazione.
Cari
dittatori, per far suicidare i vostri nemici dovete imparare ad amarli perché
credetemi, non c’è nulla che garantisca la tragedia quanto l’azione delle buone
intenzioni. Non fate l’errore di combattere i vostri nemici opponendovi alle
loro ambizioni: è l’iperbole la nostra arma, la figura retorica che ci
garantirà il successo. ¡Profittatene! Pensate un po’: vedi un’immagine on-line caricata in diretta e immediatamente
sai tutto sulle condizioni ambientali in cui è stata prodotta; zero fotoritocchi;
poi altre immagini prodotte nel medesimo istante e nel medesimo luogo così da
farsi un’idea generale, direi sinottica, di quanto sta accadendo; poi articoli
di approfondimento per capire le ragioni di ciò che si vede. Mica male!
Praticamente la verità in un solo colpo, diretta, immediata, in continua
crescita informazionale, polisemica, viva com’è viva la vita. Ecco! Viva com’è
viva la vita: avrete ucciso il fotogiornalismo e la cosa davvero interessante è
che nessuno ve ne darà la colpa.

COGITO ERGO SUM.
A seguire i dibattiti in corso riguardo il
giornalismo e il fotogiornalismo, si ha l’impressione che il loro stato di
salute (a dir la verità, oggi, in Italia, piuttosto cagionevole) dipenda in
maniera quasi esclusiva dall’esigenza di fornire informazioni obiettive e
precise. Ora è chiaro che non può esistere un buon giornalismo approssimativo
(credo però possa esistere un discreto giornalismo partigiano), e che
l’obiettività sia un valore inestimabile quando si tratti di fornire le
notizie. ¿Ma siamo davvero sicuri che sia tutta qui la sua funzione? ¿E ancora,
di quale forma di obiettività stiamo parlando?
Permettetemi di partire da lontano: cogito
ergo sum, scriveva
Cartesio, affinché anche i dubbi trovassero un posto in cui arenarsi. La
legittimità dello scetticismo trova il suo capolinea nel pensiero allorché
l’uomo non può dubitare di pensare (è pensiero anche questo), e allora la “res cogitans” è almeno una certezza,
forse minima, forse fragile, ma comunque qualcosa. “Penso dunque sono”
significa non poter negare l’esistenza di un soggetto pensante, mentre per
tutto il resto ci si dovrebbe arrendere all’ordine dei dubbi. C’è da dire che
la questione è assai più complessa, e il “caso Cartesio” una pagina di storia
del pensiero occidentale che converrebbe ripassare, ma non è di René Descartes
che stiamo parlando, quanto di quello “io penso” che i giornalisti hanno
deposto senza neppure versare una lacrima.
Chiaramente
a ognuno la libertà di disporre del mezzo come meglio crede, per puro diletto o
per professione, per amor del vero o dell’artificio, ma quando l’immagine è
immagine della realtà contemporanea, e quando il pubblico è un pubblico votato
a conoscere cosa accade nel mondo, allora non è più di libertà espressiva che
si dovrebbe parlare ma anzitutto di responsabilità.
Il
compito di chi fornisce le notizie dovrebbe essere quello di diffondere una più
attenta e corretta informazione, ma quando parliamo di corretta informazione
non ci possiamo limitare, come spesso accade, ad accennare ad un astratto
concetto di obiettività senza porre mai l’accento sul carattere intenzionale, e
perciò immediatamente ideologico, dell’informare, e pertanto non dovremmo
ridurre l’intera deontologia professionale al goffo tentativo di tener salda
l’immagine al dato reale come se non ci fosse alcuna mediazione. E se
mediazione deve esserci, che abbia una funzione!
È
chiaro, come ha avuto modo di sottolineare W. Achtner, che i fatti vadano
riportati <<in modo obiettivo,
in modo completo, con precisione, e in
modo imparziale. Ogni notizia va attribuita
ad una fonte, e una prassi corretta esige che le notizie siano
separate, in modo chiaro, dai commenti>>
[Achtner2006: 112], ma ad oggi
questa separazione si è realizzata piuttosto male, e non perché i fatti vengano
occultati, maltrattati, travisati, o perché vi sia carenza di commenti, ma
perché si sono separati a tal punto da non condividere più il medesimo oggetto.
O si espongono i fatti, nudi e crudi (cosa tra l’altro impossibile), o si
commenta a vanvera. ¿E dunque chi si preoccupa di commentare i fatti? Chi
scrive più <<io penso>>? ¡Nessuno! Se non altro perché lo “io”,
cioè l’individuo, ha perso la sua antica autorevolezza nell’intento di emulare
l’imparzialità delle macchine (e qui si potrebbe aprire una parentesi sul ruolo
giocato dalla fotografia come prodotto tecnologico). Tutt’al più si può
scrivere <<noi>>, <<noi pensiamo>>, o <<si pensa
che…>>, così da suggerire un’imparzialità ricavata dall’essere in tanti,
ma sarebbe preferibile restare sui fatti così come sono (e spesso
sfacciatamente falsificati), o dedicarsi apertamente a commenti che commentano
altri commenti (tale è ad esempio l’odierno dibattito politico), in un vortice
autoreferenziale che inabilita ogni possibile contatto con la realtà.
Capisco
che sia sconveniente ammetterlo, ma quando combattiamo affinché i fatti si
separino dalle opinioni, è un giornalismo più attento e rigoroso che stiamo
minacciando. Infatti, se oggi i giornali fanno un grande uso delle fotografie
non è perché ne hanno finalmente compreso la dignità documentale, ma soltanto
perché ben servono una certa idea di giornalismo, che sotto una pretenziosa e
ridicola obiettività nasconde una totale mancanza di prospettiva. Per cui tutto
è fuori, tutto al di là mentre il pensiero, quella piccola ancora di
salvataggio a cui Descartes aggrappò l’episteme resta vuoto. Essere obiettivi e
fornire informazioni verificate è necessario ma non è tutto, e bisognerebbe
anche mettere le virgolette alla parola “obiettività” per palesarne la natura
intenzionale. Essere obiettivi è un desiderio, non un fatto!
Oggi
suona strano ma non molti anni fa Pasolini scriveva proprio <<io penso>>,
e una volta persino <<io so>>, e non aveva neppure le prove. Pasolini,
senza uno straccio di prova, sapeva. E lo scriveva pure. E voleva che gli si
credesse (per la cronaca, egli scriveva che non aveva nemmeno indizi) perché
interpretava il giornalismo come qualcosa in grado di fornire molto più di un
semplice fatto. Lui sapeva che i fatti non significano nulla se non vengono
interpretati, né le interpretazioni quando prescindono dai fatti, e che
pertanto un testo giornalistico (scritto o fotografico che sia) è
immancabilmente un prodotto ermeneutico. Quando i discorsi non hanno più alcuna
attinenza coi fatti, o i fatti alcun rapporto con le interpretazioni, non c’è
più nulla da dire, non una responsabilità da assumersi né una posizione da
poter difendere, per cui credo che una corretta riflessione deontologica abbia
il compito di mediare tra queste due forme d’immaturità professionale piuttosto
che ingrassare le fila di quanti, seppur in buona fede, invocano un’impossibile
obiettività relegando il fotografo nell’angolo più buio del fotogramma. Ricordo che nel 2001, a seguito della morte di C. Giuliani avvenuta durante
i giorni del G8 di Genova, i telegiornali decisero di commentare i disordini usufruendo
del solo apporto video-fotografico. I teleschermi si riempirono di riprese
prive di voce, ed era questo un modo straordinario per garantire l’obbiettività
del documento e troncare sul nascere le polemiche intorno alla
strumentalizzazione politica dei media, di stato o privati che siano. <<Meno
male!>> si pensò: parlano le immagini al posto dei giornalisti. ¿Ma i
fotografi e gli operatori dove li mettiamo? Non fu ridicolo l’averci ritenuti
tutti idioti: giacché sapevamo che la sola selezione del materiale video, i
tagli delle inquadrature, l’omissione di determinati passaggi, definivano un
preciso racconto non privo di una sua semantica e di un parziale punto di
vista. Fu ridicolo ma non fu questo il problema. Assai più grave fu la volontà
d’inseguire un siffatto giornalismo. Se non si pregiudica l’immagine, allora
sarà libera di veicolare la verità, scavalcare la parzialità delle opinioni e
affermare l’universalità dei fatti. Questo era il motto implicito alla neonata
forma d’ipocrisia. Il problema era però a monte, perché se l’immagine non è
pregiudicata (qualora anche fosse possibile una simile illusione), allora non è
affatto giudicabile e fuori dalla circoscrizione del giudizio muore ogni forma
di partecipazione sociale e critica: muore l’intellettuale che c’è prima e dopo
lo scatto. Non appena l’immagine sale sul palco il fotografo ritorna in platea,
ed è esattamente così che lo si squalifica come intellettuale, cioè
qualificandone in maniera esagerata i prodotti. L’obiettività immediata,
tecnica, automatica, dei documenti fotografici, è il sepolcro sotto cui giace
il fotografo.
Personalmente
credo che un buon reporter debba
dirmi, oltre a ciò che accade nel mondo, in che modo guardare ciò che egli
mostra, cioè suggerire una via interpretativa che sia chiara, aperta, e mai
dogmatica. Soltanto in questo modo il giornalismo può contribuire a cambiare il
mondo senza limitarsi a doverlo raccontare da un’innocua distanza. Non di meno,
quando vi riesce spaventa, arma i fanatici svelandone l’indole, accende la
collera di quanti difendono il potere istituzionale e i silenzi ch’esso
pretende.
Ne
ho avuto (tragica) conferma proprio con il miserabile e vile assalto alla
redazione di Charlie Hebdo avvenuto il 7
gennaio 2015 ad opera di fondamentalisti (inutile dirlo, islamici). Comprendo
quanto sia sconveniente parlare di fotografia a partire da un simile lutto, ma
mi pare che ciò che è accaduto debba farci riflettere su tutti i fronti. Del
resto è da molto tempo che il mondo della satira, anche qui in Italia, è
bersaglio di svariate accuse, le quali hanno il solo scopo di imbavagliare la
libertà di stampa e d’espressione, e non posso non chiedermi come mai si
trovino così soli, i satiri, su quest’infame patibolo. ¿Chi si prende la briga
di assaltare la redazione di un quotidiano, con tutto il carico di redattori, photoeditor, collaboratori vari, e reporter (rigorosamente free-lance)? Nessuno per fortuna. Ma dobbiamo riflettere. Lungi
da me voler incitare i terroristi a colpire le redazioni dei quotidiani, credo
che il loro ‘disinteresse’ abbia radici in routine redazionali che di fatto
rendono innocui i nostri giornali, ed è di queste prassi che è sempre più
urgente discutere. ¿Che cosa vogliono infatti i terroristi? Vogliono il
tramonto di un pensiero lucido, attento, e soprattutto libero. La satira è riuscita
negli anni a far centro.
Sulle pagine di Wired Emiliano Pagani ha detto che <<ogni autore di satira dovrebbe
liberare il pensiero, usando qualsiasi mezzo, anche il più osceno, irrispettoso
e sfrontato. Noi che facciamo satira, ma chiunque abbia la possibilità, la
fortuna, di scrivere o parlare ad un pubblico che lo ascolta ha il dovere
morale di essere sincero, irriverente e coraggioso. Ha il dovere morale di fare
dei passi avanti, di suggerire nuove strade, nuovi punti di vista, o perlomeno
di provarci>>.
Vien da sé che ciò può dirsi del giornalismo, della fotografia, della
scrittura, o altra forma espressiva. Eppur si tace. Il punto è che i giornali,
affamati di fatti, quando non li inventano di sana pianta, o li travisano
meschinamente, se ne servono per difendere un giornalismo imparziale, onesto,
obiettivo, e al servizio della verità: tutte superstizioni da secondo ginnasio.
¿Verità? ¿Obiettività? ¿Di che cosa stiamo parlando? Ecco in che modo la satira
resta sola, dopo aver assistito al funerale di un giornalismo morto suicida. Ciò
che i terroristi temono non sono i fatti, e neppure la realtà dei fatti (se
pure ci accordassimo sul senso da attribuire al termine “realtà”), ma le idee
con le quali li interpretiamo. Ecco perché una vignetta ferisce, infastidisce,
e/o disturba più di una fotografia o di un resoconto preciso ed esatto, perché
ci dà qualcosa in più di un semplice fatto, perché ci fornisce una prospettiva,
un punto presso cui orientare la nostra intelligenza. Finché si scatteranno
fotografie e si scriveranno articoli con la pretesa d’essere al di sopra delle
parti non ci sarà nulla da temere. Ed è proprio questo il posto che ci viene
chiesto di occupare per essere innocui.
L’ULTIMO
TRENO:
lamento funebre per una fotografia inerme.
Non
serve essere un fotografo per rendersi conto e avvedersi che certi fotografi giocano
con la guerra o più in generale col dolore degli altri. Dobbiamo vedere da
vicino l’ingiustizia per poterla condannare e capita che ci si abitui. anche
involontariamente. Mestiere esecrabile, documentare l’atroce propensione
dell’uomo al sopruso significa accettare il carico di critiche pesantissime,
alle volte persino insopportabili. Qualcuno ha davvero gli occhi malati,
qualcun altro no, ma in ambo i casi fotografare è inevitabilmente un atto di
violenza. Se tuttavia si accoglie un compito così ingrato, è perché si è mossi
dalla profonda convinzione che alcune immagini possano cambiare il corso degli
eventi, e qualora riescano in questo arduo compito, ne vale bene l’ignominia. Si
è fotografi impegnati soltanto se si è profondamente belligeranti (dopodiché,
di avvoltoi è pieno ogni mestiere).
Shoot: lo scatto è uno sparo, ¿e chi di
noi non ha mai sentito parlare dell’affinità tra fotografare e sparare? C’è
stato un tempo in cui, temuti come i cecchini più abili, i fotografi godevano
del disprezzo dei tiranni: i loro negativi venivano frequentemente sequestrati,
bruciati, saccheggiati, mentre ai loro occhi restava in concessione l’orizzonte
aperto su uno sguardo in esilio. Era dura essere testimoni di un tempo da
dimenticare, ma era dolce il soffrire quando la gogna aderiva alla corona degli
uomini liberi, così come la vita, allorché difesa come un vizio, ad un tacito
trattato di pace tra il sopruso e l’accondiscendenza. In certe circostanze lo
sguardo non si arrischia se non si porta appresso la vita, e c’è chi ha molto
rischiato, sostenuto dall’infaticabile desiderio di renderci partecipi di un
profondo rammarico, di un grande disprezzo, perciò di un’inevitabile sommossa.
Dobbiamo loro qualcosa della nostra sazietà, qualcosa della nostra pur fragile
libertà. Occhio degli uomini in rivolta, l’obiettivo fotografico ci ha spesso
mostrato che dio non esiste, gli uomini sì! Ed è questa la croce che dobbiamo
portarci appresso.
Tanta
lealtà nei confronti del proprio mestiere derivava dalla rilevanza dei
documenti, i quali venivano sfogliati assieme alle vite che condannavano o
assolvevano. I capi di stato sapevano benissimo che un’immagine poteva ledere
profondamente la loro reputazione, sia quando accreditava i malumori in patria,
sia quando riportava agli occhi della gente le atrocità della guerra. Tuttavia
qualcosa è cambiato, e mentre i reporter
s’illudono di fornire un servizio alla democrazia informando i cittadini,
questi frequentano l’informazione come i bambini praticano le soffitte: lì il
mondo si trasforma, si ferma e accelera secondo stati d’animo vigorosi ma
protetti. Sono l’eterotopie di
Foucault, <<quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di
essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere,
neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano,
riflettono o rispecchiano>> [Foucault1966:
307]. Tutto il giornalismo, tutte le fotografie, tutti i canali in cui circola
l’informazione sono oggi eterotopie
in cui l’attualità si mette in scena per celebrare la propria sparizione. Beffa
di un dio che non ama mostrarsi, la storia non la si può vivere neppure per un
solo istante, tutt’al più la si avverte come un fantasma, una presenza
indeterminabile eppur capace di determinare il nostro destino.
Nessuno
s’informa più per poter poi cambiare le cose. Ci s’informa per restare
informati, e soltanto quando l’indignazione è essa stessa un fatto mediatico e
autoreferenziale un reporter può
morire per 98 centesimi a scatto. È capitato ad Andrea Rocchelli, il quale
viene oggi celebrato per la sua professionalità proprio dagli sciacalli che
fino all’ultimo ne hanno deprezzato il lavoro. Fondatore e membro del
collettivo di fotografi indipendenti Cesura, Andy non era un fotografo
improvvisato, nonostante alcuni ne abbiano messo in discussione l’esperienza e
la professionalità. Andy era semplicemente un free-lance, bravo, benché sottopagato dalle maggiori agenzie fotogiornalistiche.
¿E se pure fosse stato un semplice amatore, armato di coraggio e buone
intenzioni? Dopotutto non so chi mi sia più indigesto, se il fotografo della
domenica o quelli col giorno di riposo, e comunque il problema non è questo.
Andy era in Ucraina per documentare la vita dei civili intrappolati nel conflitto
del Donbass. Era lì per essere testimone, e a conti fatti questa testimonianza
era prezzata per meno di un euro a scatto. Allora non vale più la pena
rischiare, voler vedere da vicino per rendere partecipi i cittadini di ciò che
accade nel mondo, perché adesso si va al fronte con un’arma scarica (e
disarmato il fotografo non è più utile a nessuno). Non è una questione
economica. È una questione morale che diventa evidente nel suo progressivo
deprezzamento economico. Se le fotografie valgono poco è perché poco vale la
loro testimonianza. È così che funzionano le leggi di mercato. Anzi, valgono
poco perché la loro testimonianza è tutt’altro che rara. Perché c’è un
fotografo in ogni angolo del pianeta, in ogni piccolo villaggio, in ogni
buco-di-culo. Valgono poco perché ce ne sono troppe, e se questo è il punto,
allora significa che nessuno si è davvero accorto che è il fotografo a fare la
differenza. ¿Quante di queste immagini hanno la potenza narrativa necessaria
per raccontare opportunamente la realtà? ¡Chissenefrega! Un’immagine vale
l’altra e ognuna vale più di mille parole. Questo è il punto. Le immagini si
equivalgono sull’unità di misura determinata dal mondo dello spettacolo. ¿E
allora che senso ha la fotografia? ¿Cioè, qual’è la sua funzione sociale? ¿Resta
soltanto la fascinazione del male? Potremmo finalmente farne a meno, abbassare
gli obiettivi e tener chiuso l’otturatore perché altri non continuino a morire
inutilmente... Ma se è vero che la macchina fotografica è un mezzo, di cui sta
al fotografo disporne con coscienza, allora anche le fotografie sono un mezzo,
di cui lo spettatore può farne l’uso che vuole assumendosene perciò la
responsabilità.
Qualcosa
è certamente cambiato nei canali in cui circolano le immagini (e forse ci
vorrebbero altre armi, piuttosto che la fotografia, per rispondere di questa
metamorfosi) ma in parte non è mai stata una questione d’armamenti quanto
invece di cartucce. La macchina fotografica è un fucile di precisione, il
fotografo un vero e proprio cecchino, ma le pallottole le fornisce il pubblico
della fotografia. Una reflex la si
carica con l’odio di quanti attendono l’immagine per sollevarsi, con il rancore
dei popoli offesi, perciò è un’arma soltanto quando alle spalle del fotografo
esiste un esercito pronto alla sommossa. Se la fotografia ha ancora una
funzione sociale allora ognuno di noi è parte del processo fotografico, il
quale inizia con l’occhio testimone del fotografo e finisce col brando del suo
pubblico. Nessuno ha il diritto di vedere la sofferenza di un uomo mediante
l’immagine se non per riscattarne il dolore: quando l’occhio non tenta le mani
il suo è un vedere colpevole. Dobbiamo prendere atto del fatto che ingiusta non
è l’ingiustizia (che è invece una necessità della storia e un crudo atto
d’onestà della vita) ma l’abitudine all’ingiustizia, se non altro perché il
sonno dei buoni miete più vittime della veglia dei folli. Pertanto se
l’immagine è sempre più debole e patetica è perché tale è diventato il suo
pubblico: fin troppo facile vivere a rimorchio dei reporter. E che nessuno si dichiari innocente: la morte di Andy
riguarda tutti noi.
LA
FOTOGRAFIA, IL CORPO, LO SPETTACOLO.
Per
puro caso, risistemando la mia libreria, mi è capitato sotto gli occhi e tra le
mani il volume “Living With The Enemy” di Donna Ferrato [Ferrato2004].
È un lavoro che è valso all’autrice il
premio Eugene Smith, ed è un libro che ha venduto oltre 40.000 copie in tutto
il mondo consacrando la Ferrato come una delle più interessanti fotografe
contemporanee. “Living With The Enemy” ci mostra il lato oscuro della vita familiare, la
tragedia che si consuma silenziosa tra le mura di quel posto rassicurante che
chiamiamo casa, e sotto gli sguardi di quanti costituiscono i nostri affetti.
Una fotografia in particolare, che fin da quando è stata scattata non ha smesso
di far discutere, m’imbarazza e m’induce a riflettere. È uno scatto che davvero colpisce,
colpisce allo stomaco, e non soltanto perché ritrae un uomo che picchia una
donna, ma perché nello specchio vi si vede il riflesso della fotografa intenta
a fotografare. Porsi delle domande è inevitabile, benché riguardino sempre il
solito dilemma che affligge ogni reporter:
documentare o intervenire? Polemica su cui si è scritto molto, e dovremmo
continuare a farlo, ma per la quale rimando ai molti interventi che si possono
trovare in rete o nei testi come quelli della Sontag e della Linfield, soltanto
per citare i più noti. Lo conosco da tempo questo scatto, e personalmente non
ci trovo alcuna violazione dei principi etici che dovrebbero accompagnare il
fotografo nel suo lavoro. Del resto la Ferrato, da quel giorno, non ha più
smesso di documentare e denunciare i fenomeni di violenza domestica, e ciò, per
quel che mi riguarda, chiarisce la sua assoluta onestà intellettuale. Di quell’episodio
lei stessa scrive: <<Ho fotografato questa
coppia per un po’. Ero a casa loro, dormivo nel corridoio con la mia bambina
quando ho sentito la donna urlare. Erano circa le 2 del mattino e potevo
sentire oggetti cadere e rompersi nella camera da letto principale. Ho messo la
mia bimba nella sua culla e l’ho infilata nell’amardio perché sapevo che l’uomo
era in possesso di una pistola. Poi ho afferrato la mia di pistola, che è una
piccola Leica M4, e sono corsa giù dal corridoio. Come sono entrata nel bagno,
ho visto che lui si stava preparando a colpirla e ho fatto una foto. Ho
pensato, se non faccio questa foto, nessuno crederà mai a ciò che è successo.
La sua mano era sospesa nell’aria ed io ero bloccata dalla paura. Non l’avevo
mai visto fare così. Lo avevo visto essere molto rude con lei, magari scuoterla
un po’ la mattina presto, ma picchiarla mai. Quella era la prima volta che lo
vedevo commettere un atto di violenza, e il mio instinto fu quello di scattare
una foto.>> [Ferrato2004: 19].
Eppure l’immagine in qualche modo m’infastidisce, nonostante nutra una stima
profonda e sincera nei confronti di questa grande interprete del nostro tempo.
La Ferrato è lì, la si vede riflessa nello specchio. È lì e fotografa. È lì ed
è immobile a fotografare. Ma ciò che lo specchio in questo scatto palesa non è
che l’ovvia presenza del fotografo, per cui ¿perché mai stupirsi di
quest’immagine? Non c’è uno specchio che rimanda ai miei occhi la presenza del
fotografo in ogni altro scatto documenti una qualche violenza, ma anche senza
un simile artificio, di questa presenza, per ovvie ragioni, io ne sono sempre
consapevole. Ecco il punto: la fotografia, se non ha una vera e propria
grammatica, ha perlomeno una struttura che sovente passa inosservata, e
all’interno di questa struttura un ruolo rilevante lo gioca la presenza del
fotografo nel senso più banale e letterario del termine, cioè nel senso che le
fotografie, per farle, bisogna essere in presenza. Fondamentalmente lo sanno
tutti, ma mi domando quanti ne tengono davvero conto mentre guardano una
fotografia... ¿Chi di noi, infatti, presta davvero attenzione all’immagine
intendendola come il prodotto di una relazione concreta e fattuale tra il
fotografo e l’ambiente? Se guardo il volto sofferente di un soldato, deformato
dal dolore ma evidentemente anche dall’utilizzo di un grandangolo, allora
l’immagine mi dice che il fotografo è lì, a un palmo di naso dal soggetto, e
non è un bene e non è un male, è semplicemente così, e tenerlo a mente mi aiuta
a leggere l’immagine perché la riporta sul piano di realtà, sulla stessa
dimensione in cui due persone s’incontrano (il soggetto e il fotografo).
Provare a immaginare il fotografo nel momento stesso in cui cattura l’immagine
può forse aiutarci a interpretarla, o per lo meno a individuare il confine che
separa la testimonianza dal voyeurismo.
Non posso ancora farne un discorso accademicamente articolato, ma ho la
sensazione che si sia soliti guardare le fotografie con lo stesso sguardo che
rivolgiamo alle immagini cinematografiche, dove la presenza dell’operatore, per
godere della finzione filmica, deve essere accuratamente dimenticata. Il cameraman è una presenza invisibile (donde
il diktat imposto agli attori di non
guardare in macchina), e l’occhio della cinepresa non riporta alcuno sguardo
vero e proprio, né quello di un attore (ripresa in soggettiva), né il nostro.
Ovviamente il regista può decidere di girare il suo filme (per intero o in
parte) in soggettiva, o simulare un occhio-testimone che attraversi le sue
immagini, ma stiamo parlando di tecniche registiche e non della “conditio sine qua non” del fare cinema.
In un certo senso il filme è una realtà a sé stante che si mostra al mio
sguardo come oggetto conchiuso e perciò concluso, anche nel suo darsi come
significato, ed è forse seguendo le medesime direttrici che ci stiamo abituando
a guardare le fotografie. Tutto ciò che io so della fotografia, e tutto ciò in
cui credo, m’induce a combattere una simile equiparazione degli sguardi: la
fotografia non è il cinema, e in fotografia collocare il fotografo in presenza
è fondamentale (lo è anche nel documentario cinematografico), perché come
diceva il protagonista del racconto di H. Murakami Granai incendiati, <<essere morali significa esistere
simultaneamente>> [Murakami1993].
Questo è il mio pensiero… ma poi m’accorgo che lo scatto della Ferrato
m’imbarazza, mi colpisce, e mi ricorda che c’è voluta la presenza di uno
specchio nell’inquadratura per ricordare alla mia fiacca coscienza che il
fotografo, nel momento in cui congela la realtà, è lì, è lì in presenza, e non
soltanto nello scatto della Ferrato ma in ogni possibile fotografia. ¿E se
ponessi uno specchio dietro alcuni soggetti fotografati da Gilles Peress in
Rwanda, o dietro alcuni scatti di James Nachtwey? ¿E se alle spalle
dell’ufficiale Viet Cong
Nguyen Van Lem, fotografato da Eddie Adams nel
febbraio del 1968 un istante prima di venir giustiziato dall’allora capo della
polizia Nazionale della Repubblica del
Vietnam Nguyen Ngoc Loan, ci fosse stato uno specchio? ¿Che cosa
avrei pensato, oggi, di quest’icona del fotogiornalismo mondiale? Non ne faccio
una questione deontologica (su questi temi ho un’idea assai precisa) quanto
semiotica, ed è da questa preoccupazione semiotica che semmai faccio derivare
importanti questioni etiche. Parte dell’orrenda spettacolarizzazione del dolore
deriva proprio da questo primo fraintendimento, dallo spacciare l’immagine per
una realtà a sé stante senza mai riferire della presenza del fotografo, come se
l’occhio testimone fosse un occhio disincarnato, l’occhio del Grande Fratello,
l’occhio, appunto, dello spettacolo. Che
il termine “spettacolo” condivida la medesima radice etimica della parola “spettro”,
altro non significa che si dà spettacolo soltanto a condizione che si mostri. E,
nel mostrare, il corpo diventa immagine, l’immagine contenuto, e alla fine il
corpo, in quanto corpo presente, non c’è più. Al suo posto c’è il suo stesso
spettacolo. Dunque la prossima volta che guardiamo un reportage interroghiamoci sui fattori semiotici della fotografia e
i valori semantici dello scatto e chiediamoci: dove sia posizionato esattamente
il fotografo, a quale distanza, che cosa gli stesse accadendo intorno, perché
abbia deciso di scattare proprio in quel momento e, soprattutto, perché proprio
da quella posizione. Dopodiché ognuno di noi decreterà il proprio giudizio
morale, ma almeno avremo stabilito i canoni per una corretta lettura
semiotica.

FORME DI CONSUMO ITINERANTE.
Non
si può parlare di fotogiornalismo fingendo che quello delle notizie non sia un
mercato, e perciò non vi si può accennare senza ricordare che prima di un vago “diritto
di cronaca” è la necessità di fare soldi che muove l’intero meccanismo. Come
tutti i prodotti, anche le notizie raggiungono il pubblico (acquirente)
passando attraverso determinati canali, e sono questi, per lo più, che in
costante evoluzione reinventano le logiche della produzione. Ad essere più
esatti, dovremmo ammettere che lo sviluppo tecnologico ha modificato a tutti i
livelli (dalla produzione al consumo) il mercato in questione, per cui non si
può comprendere il fotogiornalismo contemporaneo senza tener conto di internet, dei social network, o delle fotocamere di ultima generazione, ma in
questa sede è sulla natura dei canali di diffusione che vorrei porre l’accento.
Dobbiamo
infatti considerare che le nuove tecnologie hanno enormemente influito sulla
circolazione delle notizie, ma dobbiamo anche ammettere che la crescente
diffusione delle news non ha reso i cittadini più partecipi alle problematiche
d’interesse comune. Le ragioni di questo stallo sono molteplici
(ipermediazione, scarso controllo, una superficiale regolamentazione giuridica,
la mancata razionalizzazione delle routine
redazionali, etc.), ed è impossibile trattarle tutte in questa sede, ed è per
questo che vorrei brevemente soffermarmi su uno degli aspetti che credo sia
maggiormente sottovalutato, e che riguarda nello specifico le dinamiche
prossemiche ed ergonomiche che legano il corpo ai media di cui dispone. Mi pare
infatti che si discuta ancora troppo poco della relazione tra il corpo e
l’immagine, col rischio di ridurre la seconda ad un soggetto eminentemente
astratto.
Del
resto quando fotografiamo dobbiamo usare una fotocamera, assumere una posa, in
certi casi esporci allo sguardo dell’altro, e il meccanismo che sincronizza
corpo-dispositivo-ambiente è determinante per la riuscita delle immagini.
Puntare verso qualcuno un videofonino, una reflex,
o anche una medio formato, non è affatto la stessa cosa perché condiziona la
posa che viene ad assumere il soggetto fotografato, e sinanche l’atteggiamento
del fotografo stesso. Ciò significa che la “forma” dell’immagine sposa quella
del dispositivo, e infatti senza le modeste dimensioni delle nuove fotocamere,
ormai parte integrante persino dei telefonini, non avremmo a disposizione molte
delle immagini che fanno notizia. Probabilmente anche l’enorme diffusione degli
obiettivi grandangolari deriva dal concorso degli smartofoni, dacché per primi
ci hanno costretti a familiarizzare con le accelerazioni prospettiche tipiche
di quest’ottica (un tempo apprezzata nella fotografia ‘artistica’ e assai meno
diffusa nel fotogiornalismo), ma come ho già detto in questa sede non è della
relazione tra il corpo e il produrre immagini che vorrei parlare, quanto di
quella tra il corpo e il consumare immagini, dacché mi pare pericolosamente
sottovalutata.
Purtroppo
siamo soliti interrogarci sui processi visivi presupponendo un occhio
disincarnato che di fatto è un soggetto meramente teorico e perciò inadeguato a
descrivere l’attività dello sguardo. In realtà non possiamo discernere il
vedere da tutta quella serie di attività che lo accompagnano (e che coinvolgono
tutto il corpo e tutti i cinque sensi), e a sua volta non possiamo esimerci
dall’osservare quanto gli ambienti, e gli strumenti tecnologici, modellino il
corpo-che-vede influenzandone le strategie di lettura. Le immagini entrano in
rapporto con determinati media che incontriamo in ambienti specifici, ed è
soltanto attraverso uno sguardo capace di intendere l’insieme che si può davvero
comprendere come le vediamo.
Se
prendiamo ad esempio il cinema come ambiente entro cui consumare le immagini, e
il grande schermo come canale che ce le fornisce, è facile notare quanto il
nostro modo di vedere sia enormemente vincolato alla struttura architettonica
della sala: oscura, e con una precisa disposizione delle poltrone.
Quest’ambiente reclama silenzio, concentrazione, e un certo rispetto per le
immagini proiettate. Tempo fa, noi andavamo a vedere i filmi in sale che erano
di fatto teatri, ed era quello un altro modo ancora di vedere (e, spesso,
finita la proiezione, il pubblico applaudiva come se di fronte ci fosse stata
davvero la truppa cinemica).
Quando vediamo un filme in tv, col
mutare dell’ambiente cambia anche il nostro atteggiamento, che diventa più
spontaneo, rilassato, e soprattutto intimo (si è in famiglia o tra amici, non
in uno spazio pubblico). Se invece guardiamo il filme sullo schermo di un computatore,
con tanto di auricolari, o su quello di uno smartofono, magari mentre stiamo
viaggiando in treno per raggiungere il posto di lavoro, allora ci troviamo di
fronte a un’altra mutazione del vedere perché assistiamo a una diversa
modulazione del corpo-che-vede. In altri termini, i rapporti prossemici tra il
corpo e il mezzo che trasmette l’immagine sono parte integrante del vedere.
Oggigiorno
lo sviluppo tecnologico tende a sollecitare un vedere itinerante proponendo
prodotti portatili (tablet, smartphone, netbook, consolle
portatili, etc.) e sempre più multifunzionali secondo la nota formula “all
in one”. La prima
conseguenza è che il mezzo tecnologico, svincolandosi da un ambiente specifico,
rende più facile e immediato l’accesso alle notizie o qualsiasi altro
materiale. Tuttavia, siccome questi prodotti ci accompagnano costantemente,
potendo soddisfare tutte le nostre esigenze (navigare on-line, ascoltare musica, vedere video e immagini, etc.), il
momento fruitivo, visivo o di altra natura, non è più un momento esclusivo,
così che finiamo col consumare prevalentemente nei momenti che intervallano
altre improrogabili attività. Mi pare che nella quotidiana esperienza di ognuno
esista sempre meno un momento dedicato esclusivamente al vedere un reportage, leggere un giornale, o
ascoltare un brano musicale, e che invece si stia affermando l’abitudine a
dedicarvisi in quelli che siamo soliti definire “momenti morti”, “vuoti”,
durante i quali il consumo è per definizione distratto o quanto meno
superficiale.
Lo
sviluppo di questo consumo itinerante (riguardi l’immagine, la musica, o altri
linguaggi) sta enormemente condizionando il nostro modo di approcciare ai
prodotti, e di lì, chiaramente, il modo di produrli, anche perché per
sopravvivere nel libero mercato è necessario adeguarsi ai continui cambiamenti
che la modernità registra, cavalcare l’onda, anticipare la concorrenza. Quando
il consumo si fa itinerante è sempre più urgente catturare lo spettatore, farlo
abboccare all’amo, impedirgli di distogliere lo sguardo, col risultato che
l’attenzione vien spostandosi sulle qualità immediatamente percepibili a
scapito di quelle che richiedono maggior preparazione, concentrazione, e tempo
di consumo. Soltanto l’imbecillità colpisce al primo sguardo: la seduzione del colpo
d’occhio non è che l’ultima castrazione di una mente vigile.
Lo
vediamo con la musica, ma anche con l’informazione, che non sono più prodotti
che presuppongono un apprendistato (o più semplicemente del tempo) per essere
consumati e compresi, e non lo sono perché di fatto ne usufruiamo tra un’attività
e un’altra, o durante il loro svolgimento.
Tra
le tante ragioni per le quali è lecito discutere di infotaintment, cioè
dell’informazione che si fa intrattenimento, vi è una sostanziale metamorfosi
delle modalità di consumo che va di pari passo con lo sviluppo delle nuove
tecnologie. ¿Quando e come guardiamo un reportage?
È questa la domanda che dovremmo urgentemente porci.
Se
ascolto il telegiornale mentre cucino, il modello di consumo a cui questo dovrà
adeguarsi lo proietta automaticamente presso una grammatica più vicina alla fiction che ad una rigorosa esposizione
dei fatti (l’unica preoccupazione del direttore è quella di farmi bruciare la
minestra catturando la mia fiacca attenzione). Se ascolto un brano musicale
mentre prendo l’autobus, dove ad un
certo punto dovrò mostrare il mio biglietto al controllore e stare attento alla
fermata alla quale devo scendere, la musica che così consumo dovrà rispondere a
uno schema ripetitivo, semplice, chiaro, dove se a sfuggirmi è un fraseggio,
piuttosto che una linea di testo, ciò non compromette la godibilità e la
comprensione del brano, e se viene meno una certa tipologia di pubblico viene
meno anche una certa tipologia di prodotto. Proprio perché anche quello delle
notizie è un mercato, il primo obiettivo è accontentare il pubblico (target), e quando il consumo diventa
itinerante i prodotti si trovano costretti (siano essi news, brani musicali o quant’altro) a competere tra loro sull’unico
piano dell’intrattenimento.
Per
limitarci soltanto all’immagine come campo di studio, se esiste una regressione
culturale riguardo le competenze visive che va di pari passo con lo sviluppo
della società dello spettacolo, è anche perché gli strumenti tecnologici
attraverso cui le immagini circolano producono uno spettatore completamente
diverso da quello che ci eravamo abituati a interrogare, e per accontentare
questo nuovo consumatore è necessario produrre altre forme visive. Oggi si
parla tanto (benché senza successo) di educazione visuale, ma ci si dimentica
spesso che ciò presuppone educare tutto il corpo a vedere, e non semplicemente
l’occhio. Così, se è necessario trasformare il consumatore perché sia possibile
produrre opere di chiaro interesse, cioè capaci di favorire concretamente lo
sviluppo dei rispettivi campi d’indagine, ciò potrà avvenire soltanto a seguito
di un’attenta revisione delle modalità di utilizzo dei dispositivi tecnologici
che lo accompagnano nella vita quotidiana.
¿Possiamo
davvero ignorare quali siano i luoghi in cui solitamente consumiamo le notizie?
¿Siamo sicuri che la grandezza di un schermo non influisca sul messaggio che
l’immagine veicola? ¿E se si diffonde una misura, se ad esempio gli smartofoni
diventano gli strumenti più diffusi per vedere e leggere i reportage, siamo sicuri che ciò non influenzerà le modalità con le
quali, a monte, essi verranno prodotti? Esaurire l’argomento va oltre le mie
possibilità, ma credo sia importante cominciare a suggerire alcuni spunti,
poiché col passaggio dalla carta stampata all’immagine elettronica si è persa
l’abitudine a discutere di supporti, formati, dimensioni e contesti ambientali,
quali caratteristiche che influenzando la gestualità che accompagna
l’osservazione intervengono a modificare la natura dell’immagine.
IL
RIMOSSO DELLA FOTOGRAFIA.
Tu
parli di fotografia e alla fine finisce che finisci col parlare dell’attimo,
dell’istantanea, della capacità di cogliere, in una frazione di secondo,
l’essenziale. Ci provi in tutti i modi a dire alla gente che esistono fotografi
come Diane Arbus, August Sander, Richard Avedon (la lista potrebbe continuare a
lungo), ma niente. Quella è fotografia da “messa in posa”, un’altra cosa. Certo
esiste anche quella, e capita che sia magnifica, ma è un’altra cosa. Per lo più,
fotografare significa cogliere la realtà quando meno se lo aspetta, freddarla,
pigliarla così, con le braghe calate. Tu lo sai che non è tutta qui la
fotografia ma non ti basta, e accetti il terreno di gioco così come ti viene
presentato: è il caso dell’istantanea (dopotutto,
è il contributo che Cartier-Bresson ha dato a questa disciplina): <<fotografare
è riconoscere nello stesso istante, e in una frazione di secondo, un evento e
il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e
significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi
e il cuore. È un modo di vivere>> [Cartier-Bresson2004:
47]. Convengo, ma di qui a parlare dell’attimo pregnante, di quel momento in
cui tutto trova il suo equilibrio per poi perderlo l’istante dopo... beh, ho
qualche dubbio.
¿Dunque
che ne è del significato latente nell’istante successivo? ¿Siamo davvero sicuri
che una buona fotografia sia l’immagine congelata di un momento che intercede
tra due istanti del tutto insignificanti? Una frazione di secondo prima ed è
tutto sbagliato. Una frazione di secondo dopo ed è materiale buono per il
macero. Rapporto di estrema seduzione tra un occhio vigile e una realtà che
gioco forza scorre, ¿la fotografia che vale il suo nome sarebbe quella in cui
entrambi i contendenti si consumano in un orgasmo simultaneo? Molto bello, ma
non è così che stanno le cose. Non del tutto.
Diciamolo
chiaramente: troppo facile, visto l’attimo appena congelato, dire che è proprio
l’istante giusto. Quello vero. Quello che in sé racchiude il senso di un intero
scorrere. ¿E l’istante dopo? ¿Non significa nulla? Magari coglie in sé,
portandoselo in grembo, un altro punto di vista, magari è veicolo di un diverso
modo di significare ciò che accade. Cogli l’attimo e lo sorprenderai sospeso,
come un angelo che vola su specchi di cielo, ma esita un solo momento e lo
vedrai precipitare, irrimediabilmente. Da un lato l’estasi, dall’altro la
tragedia. Due cose molto diverse, ma se non è sempre vero che un attimo vale
l’altro, è anche vero che è difficile dire quale valga di più... la realtà è
indifferente, siamo noi che ci ostiniamo a dotarla di una ragione nascosta.
E
poi questa storia del significato non mi ha mai convinto del tutto. ¿Ma quale
significato? L’immagine fotografica non significa nulla perché non è il frutto
di un progetto sul quale poter porre un veto assoluto, ma il bottino che il
fotografo si porta a casa dopo aver depredato un pezzo di mondo... e il mondo
non ha significato. Poi tu guardi lo scatto e ci ritrovi dentro mille storie, e
dici <<¡Caspita!>>. ¿In un solo momento tutta l’eternità? ¡Sì,
tutta l’eternità! Ma vi assicuro che c’è tutta l’eternità in tutta la serie di
attimi che un dispositivo fotografico riesce a congelare: basta che nei vostri
occhi ci sia abbastanza spazio.
Così
mi è venuta un’idea folle, al di sopra delle mie possibilità, ma credo sia una
bella sfida da lanciare a un editore coraggioso che non abbia perso la voglia
di azzardare. La spiego: di solito, per ogni situazione che il fotografo
s’ingegna a cogliere, per quanto possibile, egli scatta una piccola serie di
fotografie. Nel suo archivio c’è il fotogramma giusto, ma anche quello prima, e
quello dopo. Ora pensate a un libro in cui figurino i fotogrammi successivi (o
precedenti, è indifferente) delle foto più significative della storia, ad
esempio la piccola Kim Phuc un po’ più vicina all’obiettivo di Nick Ut mentre
corre, nuda, con la pelle bruciata dal Napalm, o la faccia beata del marinaio
di Times Square, nella foto simbolo della fine della seconda guerra mondiale
scattata da Alfred Eisenstaedt, dopo aver baciato l’infermiera, o ancora Albert
Einstein, ormai con la lingua al suo posto, nel fotogramma successivo a quello
celebre di Arthurs Sasse. ¿Lo immaginate? Dopotutto la fotografia non ci ha
semplicemente raccontato la storia, l’ha proprio costruita, o meglio ne ha
costruito il corpo, e così avremmo tra le mani la storia in differita, un’altra
storia, con altre icone, più sobrie (forse), più umili, inette, ma chissà se
non più autentiche... ¿Che storia sarebbe? Io la vorrei vedere la storia dei
fotogrammi rimossi, l’inconscio della storia fotografica del mondo, se non
altro perché sarebbe la prima storia che non viene scritta dai vincitori. Non
sarebbe per nulla male come inizio.
LA
PRIMAVERA DIGITALE.
Tra
le tante idee che A. Gilardi ci ha lasciato in consegna, ce n’è qualcuna che
troverà parole degne che continuino a nutrirle, altre che invece cadranno,
inevitabilmente, nel silenzio assoluto. Così è la fotografia, così è la vita.
Tuttavia, la perdita di questo materiale latente è un crimine contro la
fotografia; un crimine contro l’umanità. Dovremmo istituire un giorno della
memoria per non dimenticare le parole di chi forse è stato il più grande
maestro della fotografia contemporanea, ma non lo faremo, perché dimenticare è
l’ambizione di noi moderni: taciuta ma evidente.
Gilardi,
oltre che grande fotografo e cultore della fotografia, era anche un profeta (lo
sapeva bene e se ne faceva vanto di continuo) e a prendere sul serio le sue
anticipazioni ci si può giurare che non si arrivi poi così distanti dalla
realtà. Nonostante ciò, non ho mai digerito i profeti, e mi sono presto
convinto che s’agganci il futuro ogni qual volta si perda il presente e, così,
volendo parlare di A. Gilardi mi limiterò a discutere dello storico e del
critico piuttosto che del profeta, in attesa che discepoli più fedeli di me si
accorgano che il Gilardi profeta vale bene qualche riflessione.
Nella
sua brillante insolenza intellettuale egli sapeva che la digitalizzazione delle
immagini, che aveva cambiato il mondo, non lo aveva fatto alla maniera di
Baudrillard, cioè facendo sparire la realtà nei simulacri, ma al contrario
riportandola alla luce dopo oltre un secolo di oscurantismo. Dove questo
ritorno era più evidente era proprio nella metamorfosi delle pratiche sessuali
mediate oggi dalla fotografia digitale e i suoi derivati (video digitali),
troppo spesso scioccamente sottovalutate della critica accademica. Infatti
cambiare le abitudini sessuali di un popolo, diceva correttamente il maestro, significa
riconfigurare per intero la società e la cultura, che i più attenti sanno bene
(penso ad esempio a Foucault) originarsi dal disciplinamento delle funzioni
riproduttive e perciò dalla legittimità, più o meno organizzata, della
sessualità. Ora la rivoluzione digitale riguarda anzitutto la rivoluzione dei
supporti su cui si posano le immagini, che da cartacei diventano numerici e che
in questa nuova veste veicolano messaggi inediti perché inedita è la loro
disponibilità allo scambio, la loro velocità di circolazione, la loro facilità
d’esecuzione. mms, caricamenti da cellulare, e-mail, tablet, smartofoni,
computatori elettronici: qui circolano una quantità esorbitante di immagini
pornografiche che prima ancora di appagare i propri fruitori, distruggono il
potere commerciale di quella che è stata forse l’industria più fiorente della
modernità. Ecco la vera rivoluzione e l’autentica liberazione digitale: il
maggio della fotografia e dell’intero panorama visuale.
Invece
la critica si è divisa tra chi sostiene che la tecnologia digitale non abbia
affatto messo in discussione l’ontologia del mezzo, e chi afferma apertamente
il contrario, dove ambo gli schieramenti ignorano in che modo, e secondo quali
canali, questa tecnologia abbia influito sullo sviluppo storico, estetico e
sociale, dello strumento. <<L’immagine non dice più nulla, è copia senza
originale.>> urla il più radicale dei francesi; <<Poveri sciocchi,
un inutile e infruttuoso entusiasmo anima le riflessioni di chi crede che sia
mutato qualcosa.>> sentenzia il più mite e acuto dei critici italiani. E
mentre ci si schiera da una parte o dall’altra, ci sono adolescenti che si
danno la buona notte scambiandosi sugli smartofoni immagini pornografiche, dove
l’autoerotismo diventa condivisione e comunicazione: un autoerotismo a due che
serve anche a sentirsi vicini, una masturbazione concessa e dedicata all’altro
che rende ridicolo il dibattito accademico. <<¡La fotografia è morta!>>
dicono. <<¡La fotografia è più viva che mai!>> dico. Questi
adolescenti si salutano, si toccano, s’innamorano tramite la fotografia
rispondendo così alle domande di critici che purtroppo non ne ascoltano le
risposte.
Contemporaneamente,
i siti pornografici diventano le piattaforme informatiche più complesse ed
efficienti, se non altro perché devono gestire un enorme traffico 24 ore su 24.
Realtà come Meeting, Parship, Ashleymadison
(la lista è sterminata), consentono
agli utenti di conoscersi e selezionarsi senza secondi fini, unicamente ed
esplicitamente per costituire una coppia, anche solo per una notte. Poi ci sono
i siti per scambisti, masochisti, escort,
feticisti, sadomasochisti, persone sposate che reclamano discrezione, e chi più
ne ha più ne metta. Non si tratta di trasgressione, ambienti simili esistono da
sempre, è invece una questione di mezzi, di comunicazione, di mezzo, e il medium è il messaggio (è triste
constatare che McLuhan abbia scritto invano). I corpi iconici che circolano in
rete, su questi canali, sono corpi in cerca di un primo contatto, un incontro
ravvicinato del tipo che conosciamo che, quando è mendace, ha vita breve. On-line la reputazione è tutto, e la
regola vuole che non si espongano corpi irraggiungibili e fittizi ma
autentici, reali, poiché il fine della comunicazione (è chiaro per tutti) è quello
di realizzare un contatto reale, fisico e sensuale, sperimentare un rapimento
orgasmico e carnale, un incontro votato all’erotismo e alla libertà sessuale.
Ma
non cambiano soltanto gli usi e i costumi, cambiano anche le forme della
propria esposizione, che nell’industria self-made
tendono a oscurare le bambole di una volta, compresi i più noti superdotati di
un tempo, per sostituirli con bulli improvvisati, modelle di bassa lega, e
coppie che si esibiscono in acrobatiche (ma del tutto naturali) effusioni. Sono
corpi comuni, difettosi, o per meglio dire reali perché i loro difetti non sono
altro che lo scarto di ciò che l’estetica dell’analogia aveva sottoesposto. La
bellezza di allora rispondeva all’incanto dei prodotti industriali, e quando la
fotografia ha promesso all’uomo una pelle più sottile, facile da baciare con
labbra sintetiche e utile ad accompagnare gli oggetti di consumo, la naturalità
del corpo è presto divenuta deprecabile. Del make-up, anche iconico, le ragazze non credono di doversi vergognare
poiché si sono trasformate (per quanto lo consenta la materia prima delle loro
membra e dei loro volti) in cose, in oggetti di artigianato, in prodotti
finiti, poiché possono rinnegare la loro precedente vita organica; cioè quando
danno l’impressione di essere fabbricate. E inorganiche sono le superfici
ritratte dal dispositivo fotografico, fin dai tempi della fotografia argentica
e forse più allora che oggi. Già all’esposizione francese del 1855 si potevano
ammirare le fotografie ritoccate di Franz Hampfstängl (inventore del fotoritocco),
in cui venivano presentate coppie di scatti nella mitica formula prima/dopo.
Così se per alcuni (solitamente gli intellettuali) con la pratica del fotoritocco
la fotografia si stava presto avviando al suo decadimento, per altri parve
invece ritrovare un rinnovato sviluppo tra le pratiche sociali. Nell’immagine
l’uomo ha scoperto un altro “io”, un viso più abile a inserirsi tra le merci
che ci circondano, e quel viso lo ha presto preteso per sé oltre che per l’immagine:
la cosmetica è figlia del fotoritocco, e una volta abituatisi ad apparire senza
l’ombra di una sola ruga, è naturale che ci si rivolga all’estetista per non sembrare
il brutto anatroccolo. “Vergogna prometeica” la chiama il filosofo, ma una
vergogna che nel caso dell’immagine riguarda più il passato che il presente.
Oggi è in atto una protesta, la rivendicazione di un orgoglio, quello
d’esserci, d’essere di più che un oggetto, più che un dispositivo, più che un
prodotto tecnologico. Continuamente occultata dallo sviluppo industriale la
realtà insorge, e i popoli d’ogni terra ne sperimentano un agonizzante bisogno
che riverbera proprio nel regno della pornografia, dove lo sguardo non spoglia
più le igieniche pornodive di una volta ma carni spoglie d’artificio.
La
vecchia produzione pornografica era piena di soft focus, luci diffuse, pelli liscissime. Anche quando quel poco
di sceneggiatura presente suggeriva che si trattasse della donna della porta
accanto, bisogna ammettere che una simile vicina di casa non ha mai soggiornato
nei nostri condomini. Le nuove frontiere del porno ribaltano completamente il
piano appena esposto, mostrando al contrario corpi sempre più naturali, riprese
amatoriali (o finto-amatoriali), dettagli più incisivi. Sullo schermo rivedo
davvero la mia vicina di casa, potrebbe essere proprio lei, visto che le coppie
disposte a riprendersi mentre fanno sesso sono in vertiginoso aumento. È il
sogno inconfessato quello di riconoscere la propria vicina di casa, un collega
di lavoro, magari il proprio superiore, e a ben navigare si rischia persino di
realizzarlo. La realtà nuda e cruda ritorna a tutti i livelli, e se incontra la
pornografia è soltanto perché pornografica lo è per intero l’immagine digitale,
qualunque sia il suo soggetto, dal momento che è nella rivoluzione dei supporti
che si annida il senso dell’osceno. Pornografica è la furia del voler mostrare
tutto, la volontà di liberare l’interdetto, il nascosto, il latente,
consegnandolo all’evidenza ottusa di una superficie satura e priva di
profondità. La fotografia digitale è per sua natura pornografica, bulimica,
obesa, ed è da questo sovrappeso iconico che deriva non soltanto il suo
fascino, ma la sua vocazione rivoluzionaria. La varietà dei supporti e delle
apparecchiature fotografiche ha inevitabilmente accelerato il processo di
iconizzazione della realtà: abbiamo sempre tra le mani una fotocamera, e
possiamo in ogni istante trasmettere immagini. Cambia la sessualità, cambia la
guerra, cambia tutto. Pur senza riprendere la blasonata simmetria tra
pornografia e crudeltà, calcata a più riprese da Sade, Freud, Bataille e molti
altri, possiamo rintracciare nelle fotografie scattate dai soldati americani
nel carcere di Abu Ghraib il momento esatto in cui la fotografia digitale s’è
liberata dell’inutile diffidenza semiologica, rivelando un realismo sconosciuto
persino all’analogia: ¿chi può, da allora, credere seriamente che l’immagine
numerica non abbia alcun rapporto con la realtà?
Al
contrario, la realtà è più complice della fotografia digitale di quanto lo sia
mai stata dell’analogia, e forse nella sfera sessuale questa complicità diventa
semplicemente più evidente. La nuova oggettività fotografica non fa che
promuovere continuamente visibilità, e in virtù di ciò rende obsoleto il più
vecchio realismo analogico. L’analogia è seduttiva, materia rara che qualcosa
mostra e qualcosa occulta, verità subdola e misteriosa, realtà inevitabilmente
viperina che accorda l’estasi alla morte. L’ipervisibilità prodotta della
pornografia digitale, all’opposto, rappresenta un momento di livellamento,
un’occasione per equiparare gli essenti sull’unico livello dell’apparenza, ed è
proprio in questa operazione ch’essa realizza la più profonda rivoluzione
sociale. C’è una proverbiale trasparenza, e perciò piena moralità, nella
pornografia (massimamente diffusa, economica, immediata) dove invece non c’è
etica nei giochi erotici del seduttore.
Chiaramente
tutto ciò da quando la tecnologia digitale ha rotto gli argini della censura e
ridotto le problematiche tecniche, sollecitando in questo modo un ritorno di
realtà dirompente e per molti inaspettato. ¡Altro che finzione o ritocchi!
Simili artifici riguardano il rozzo primitivismo dell’analogia. Ciò per dire
che la bellezza digitale non riguarda il fascino delle superfici sterili,
incanto inorganico che semmai era tipico della fotografia argentica, ma al
contrario il ritorno di una realtà frustrata. Infatti nell’analogia ci si
sentiva al sicuro, non si doveva dimostrare nulla, si era gioco-forza veri e
perciò si mentiva spudoratamente (ed erano queste bugie a sedurre). Al
contrario sulle immagini digitali regna sovrano il sospetto, e di qui la
reazione immediata di un eccesso di realtà capace di soffocare il fuoco del
dubbio. <<¡Più finto! ¡Più finto! ¡Tanto sembrerà vero!>> pronunciava
l’analogia. <<¡Più vero! ¡Più vero! ¡Altrimenti sembrerà finto!>>
impone oggi il codice digitale.
Gilardi
aveva capito, in anticipo su tutti, che la fotografia digitale non avrebbe
affatto distrutto la realtà del mondo, ma solo quella dell’immagine analogica
perché potesse nuovamente somigliarvi. Siamo di fronte ad un vertiginoso
ritorno della realtà sotto forma d’iperbole, una iperrealtà che non ne è
affatto il contrario o la negazione, ma l’affermazione più irremovibile e radicale,
non la caricatura, ma il ritratto che l’Occidente non ha mai avuto la forza di
guardare. ¿Per cui la tecnologia digitale ha cambiato la fotografia? ¡Ha
cambiato il mondo! ¡Ha cambiato la politica! ¡Ha cambiato la sessualità!
Figuriamoci la fotografia.
Nel
mondo non c’è mai stato tanto realismo, ma ciò non significa deporne i fantasmi
ed il vero problema, alla fine, non è neppure la loro presenza, ingombrante o
discreta, ma la loro funzione. Vedo davvero la realtà on-line, ovunque, ma non la posso sfiorare perché se mi è concesso
vedere ogni cosa, anche la più segreta, anche la più indecente, mi è però
concesso toccare soltanto il mio corpo; intendo toccarlo con mano. Caro
Gilardi, so bene che cosa vorresti dire a questo punto e te lo concedo: siamo una
società di onanisti e a dispetto dei chierici ci vediamo piuttosto bene. Ma forse
è proprio questa l’ultima liberazione dei costumi, l’ultima rivoluzione
sociale.
LA FUNZIONE “AUTORE” NELLA FOTOGRAFIA.
Questione
nota a chi si occupa di fotografia in Italia è il riconoscimento dei crediti
riguardo le immagini presenti sui periodici, crediti da noi negati e tutt’al
più sostituiti dal nome dell’agenzia che fornisce le immagini in redazione.
Polemica arcinota, e mentre i fotografi chiedono di firmare i propri scatti, i
critici più sensibili ne difendono le posizioni facendo riferimento ad una
dignità professionale altrimenti negata, ma per quanto le ragioni in gioco
siano legittime, e gli argomenti trattati urgenti da risolvere, la querelle mi pare finisca con l’occultare
la reale portata del problema.
Il
diritto di firma, chiarendo la paternità dell’opera, corrisponde in parte a
un’assunzione di responsabilità che nelle routine
giornalistiche ha un certo peso, ed è inoltre un atto dovuto nei confronti di
qualsiasi professionista, ma in parte è anche molto di più, se non altro perché
l’autore, secondo il noto intervento di M. Foucault, non è semplicemente
l’individuo che produce l’opera ma anche un processo, cioè una funzione dei
discorsi che ha precise ripercussioni sulla loro leggibilità. Quando questi
s’interroga sulla dimensione aperta dalla firma ne conclude che <<una
lettera privata può benissimo avere un firmatario ma non ha un autore; un
contratto può benissimo avere un garante ma non ha un autore. Un testo anonimo
che si legge per strada su un muro avrà un suo redattore, ma non un suo autore.
La funzione-autore è quindi caratteristica di un modo di esistenza, di
circolazione e di funzionamento di certi discorsi all’interno di una
società>> [Foucault1969: 9],
ragione per cui se non la si considera ciò dipende dal funzionamento stesso del
testo all’interno dell’ordine dei discorsi a cui una data società aderisce.
Il
filosofo francese ci ricorda appunto che i testi non hanno sempre avuto un
autore, e quando l’hanno avuto è stato per precise esigenze di legittimazione.
Durante il Medioevo, ad esempio, era la vetustas
a garantire i testi letterari, la cui attribuzione non poneva in scacco la
validità dell’opera né comprometteva la sua circolazione all’interno della
società. In essi un’intera tradizione sopravviveva allo scorrere del tempo e il
contributo del soggetto affinché ciò avvenisse, benché fondamentale, non era
argomento di discussione. In compenso i testi scientifici, non essendovi
ancora un programma metodologico negoziabile, avevano valore di verità a
condizione d’essere segnati dal nome dell’autore: <<Come afferma
Ippocrate...>>; <<Come insegna Aristotele...>>; etc. Non erano
semplicemente le formule di una dichiarazione d’autorità ma le direttrici
secondo cui verificare l’attendibilità dei testi stessi. Intorno al XVII-XVIII
secolo la logica del discorso s’inverte, e mentre l’autore certifica i suoi
testi letterari diventa contemporaneamente il metodo a far da garante a quelli
scientifici.
L’autore
non è dunque semplicemente un soggetto designato da un nome, ma una funzione
che svolge un certo ufficio in rapporto ai discorsi, per cui la firma al fondo
di una fotografia d’attualità non ci dice soltanto chi ha scattato quella
fotografia, ma anzitutto c’induce specifiche strategie di lettura.
Proprio
perché la fotografia, in simili circuiti, induce a credere in sé stessa in
quanto prodotto tecnico, cioè come risultato che ha il suo fondamento di verità
in relazione all’applicazione automatica di un metodo riconosciuto valido, essa
può fare a meno della funzione-autore perché venga adeguatamente codificata.
L’autore sparisce perché emerga l’attendibilità dell’opera, la quale prescinde
dall’abilità, l’onestà, o la competenza dell’operatore. Del resto il successo
della fotografia come tecnologia della rappresentazione obiettiva, al di là
della natura mendace di una simile superstizione, dipende in larga parte dalla
capacità del mezzo di nascondere all’occhio l’intervento della ‘mano’
dell’uomo, del suo gesto, del suo orientamento.
Chiaramente
sappiamo tutti quanto l’attendibilità del messaggio fotografico sia fragile, e
quanto problematico sia stato, fin dal principio, confondere il segno con la
cosa rappresentata, e sappiamo anche quanto la sopravvivenza di questo
orientamento (che ha origine nel positivismo) sia stata ideologicamente
sostenuta, ma proprio per questo non possiamo ridurre il dibattito creatosi
attorno alla questione dei crediti ad un semplice problema di riconoscimento
professionale. Dopotutto non è in gioco soltanto la rispettabilità di un
mestiere, ma la forma dei messaggi che i testi veicolano, e se continuiamo a
discutere dell’autore-soggetto anziché dell’autore-funzione, ciò a cui
arriviamo è ad una non meno traumatica frustrazione della funzione-opera.
Sovraesposto
il soggetto, facendogli occupare l’intero campo della contesa, recuperiamo la
firma ogni qual volta disarmiamo l’opera riconfigurandone la lettura in
relazione all’autorialità come componente del fare espressivo. Di un Salgado
non c’interessano le ferite dell’Africa più di quanto ci seducano i suoi
chiaroscuri, così da ridurre il messaggio ad una piatta questione di stile. Ma
se l’opera procede in seno all’autore, se cioè è propriamente un’opera soltanto
nel momento in cui muore al suo significato, rinunciando alle sue funzioni, per
rinascere tra i confini di un linguaggio autoreferenziale qual è appunto la
parola votata allo stile, allora ci ritroviamo schiacciati tra un documento
anonimo e un’opera autoriale che abbia come proprio referente non più lo spazio
esterno dei discorsi quanto il proprio operatore. Non riflettendo abbastanza
sulle condizioni secondo cui un soggetto appare nell’economia dei discorsi, si
continua ad esaltarne la presenza, o condannarne l’assenza, attraverso
argomenti che hanno validità soltanto all’interno di un culto (troppo poco
esaminato) dell’individuo come soggetto fondante, cosicché esso ritorna
soltanto a scapito di un’opera costretta ad interrogarlo come unico testimone.
L’autore
che tutto trasforma in un suo prodotto rende ogni discorso un colloquio con sé
stesso, riportando in questo modo la funzione del linguaggio dentro l’orizzonte
soffocante delle tautologie. Dovremmo piuttosto considerare il soggetto come
una variabile dei testi, appunto una funzione che partecipi alle ragioni del
linguaggio senza diventarne né il soggetto né l’oggetto del desiderio,
dimodoché l’orizzonte dei discorsi riprenda a funzionare intorno al rapporto
tra i segni e la realtà piuttosto che sulle strade, battute dalle avanguardie,
dove i segni dialogano tra loro senza più alcun referente esterno. Ripensare la
funzione-autore equivale a rivedere il soggetto in rapporto alla sua opera non
più come colui che semplicemente la produce, ma come il prodotto di un meccanismo
che se ne serva quale strumento di semantizzazione, e significa pertanto
ridiscuterne la presenza andando ben oltre una faccenda di riconoscimento,
obbligato o meno che sia, per arrivare finalmente a comprendere che dietro la
firma non c’è soltanto un individuo ma anzitutto un modello di lettura.
Pertanto,
se è davvero importante il riconoscimento dei crediti, lo è anzitutto perché
interviene a ricollocare il messaggio fotografico all’interno del vasto
panorama delle testimonianze nelle quali, differentemente dalle prove, la
natura del testimone è assolutamente pertinente. C’è qualcosa di più sotto
questa omissione, qualcosa che non riguarda soltanto il rispetto professionale
quanto invece la natura stessa di segni che, proposti come prova, suggeriscono
di avere in sé stessi la loro attendibilità. Ecco perché dobbiamo oggi
considerare inaccettabile una simile prassi.
Infatti il documento, qualunque sia la sua
natura semantica, non concerne semplicemente la traccia di qualcosa, ma insieme
la sua diretta valutazione e pertanto la scala valutativa di chi il documento
lo produce. Ha perfettamente ragione P. Ricoeur quando chiarisce che la coppia
vero-falso può altresì essere sostituita con quella fiducia-sospetto. Il
documento è vuoto. Sempre. È la testimonianza che avvalora il segno, che è
operosa, e se i testimoni sono attendibili non è perché sul loro strumento
s’impressionano le immagini del mondo, perché cioè dispongono di un apparecchio
fotografico che possa garantire l’attendibilità della testimonianza, ma perché
loro stessi, ben prima di azionare l’otturatore, sono stati impressionati dalle immagini del mondo: qui è il
senso dell’impronta. Soltanto gli sciocchi credono ancora alle immagini
tecniche: i più attenti si fidano dello sguardo e dimenticare che vediamo il
mondo con gli occhi dei fotografi, o ignorare che col loro vedere costruiscono
cultura, significa dimettersi dal mondo contemporaneo per delegare ad altri il
proprio senso critico. Ma forse è qui che volevamo arrivare.

LA
PROFEZIA DI BAUDELAIRE.
Spesso
ci sfugge, ma quando collochiamo l’invenzione della fotografia sull’ipotetica
scia che parte dalla camera obscura
ed arriva fino alle ricerche di Daguerre, esercitiamo sulla istoria ‘naturale’
del mezzo una precisa pressione ideologica. Che il processo fotografico
discenda dal funzionamento della camera oscura, a parte le ovvie affinità
ottiche, significa che come questa i suoi prodotti dipendono in maniera
evidente dalla natura che, come dichiarò Daguerre nel discorso pronunciato in
occasione della presentazione del dagherrotipo all’Accademia delle Scienze di
Parigi, disegna se stessa. L’aspetto più interessante del procedimento
fotografico consiste proprio nel trattenere, e sintetizzare, le ambizioni di
un positivismo che già allora si avvicinava al capolinea. Non l’immagine ma la
verità, questo cercava il pubblico di Daguerre e perciò egli poté usufruire non
soltanto del sostegno di un uomo di scienza come F. Arago, ma anche di un
imprevedibile alleato come il ministro degli interni Duchatél, senza il cui
appoggio il gabinetto di Stato non avrebbe mai acconsentito all’acquisizione
del brevetto. (Arago si era spesso opposto alle decisioni dei membri del
consiglio dei ministri, e senza l’appoggio di Duchatél, interessato al
dagherrotipo per le sue possibili applicazioni giudiziarie, molto probabilmente
la commissione non si sarebbe mai convinta ad acquistare il brevetto per il
bene pubblico. Per una più completa ricostruzione della vicenda, si veda Gilardi2003). Per questo la fotografia,
come scriveva A. Gilardi, è <<brutalmente persuasiva. La sua forza
convincente non si esercita dall’esterno, come per la pittura o il disegno: la
fotografia non ha bisogno di essere garantita da qualcuno. La garanzia che
quello che mostra è vero è radicata nella nostra coscienza al punto da
confondersi con la propria libera volontà. Nella fotografia si crede di credere
liberamente: si afferma addirittura che non possiamo rifiutarci di credere ai
nostri occhi. Non ci rendiamo conto che con questa affermazione rinunciamo
proprio ai nostri occhi per guardare attraverso quelli della fotografia>>
[gilardi-bertelli2012 = 8].
La
vera immagine è tale non perché dice il vero, ma perché funziona al suo posto e
perché invece di ricalcarlo vi si sostituisce. Non soltanto, poiché a suo modo
anche l’immagine vede, ci osserva e ci trasforma in essa, ci fagocita e ci
rigetta tra gli spettri, al di là dello schermo, dentro lo spettacolo. Di qui
la scopofobia che ci ha sempre accompagnati, dal mondo ellenico a quello bizantino,
da Calvino a Baudrillard. Nonostante ciò, pericolosa non è mai la
rappresentazione (stupida convinzione dei censori) ma la perversione dello
sguardo ottuso, il fremito di un vedere accecato dal desiderio. Atteone viene
punito per aver visto Diana, vergine inviolabile; Narciso cede alla sua stessa
immagine; Orfeo perde la sua amata violando il patto del noli respicere; mentre nelle versioni di Pindaro e Ovidio,
l’immensa bellezza della Gorgone trasforma in pietra chi la guardi. Resta, in
queste ferite mai sanate, la paura di uno sguardo desiderante, non il timore
dell’immagine ma il pericolo della seduzione visuale che nel XIX sec. stava
inebriando, con inedita forza, i cuori della classe borghese.
Inutile
verificare se l’immagine corrisponda, e come, ad un ambiente reale, poiché la
sua efficacia sociale, e in ultima istanza la sua natura politica, dipendono
dal suo porsi come mondo a sé stante. Il potere delle fotografie è tutto qui,
nel fornire l’illusione che dove esse si presentino non vi sia più alcuna
ragione per intercettare (dal vivo) la realtà che mostrano. Dunque, a questo
punto, dobbiamo valutare quale statuto di realtà si produca a partire
dall’universo visuale che ogni società elabora per tracciare la propria mappa e
definire specifiche traiettorie relazionali. Se i movimenti iconoclasti hanno
fallito è perché pericoloso non è mai il segno ma lo sguardo, l’accecamento,
l’essere sedotti da un’immagine che sfugge al controllo investendo per intero
il nostro desiderare. ¿Ma cosa desideriamo? L’immagine, quando vince sul senso
critico occupando il cuore delle pratiche sociali, ci dice che desideriamo la
nostra stessa scomparsa, e questo annuncio non riguarda soltanto la
rappresentazione, ma l’intero ordine tecnologico e la dimensione della delega in
esso iscritta. Il dispiegamento tecnologico, dice Baudrillard, significherebbe
quindi che l’uomo ha smesso di credere nella sua esistenza e che ha deciso di
avere un’esistenza virtuale, un destino per delega. Tutti i nostri artefatti
diventano allora il luogo dell’inesistenza del soggetto, del suo desiderio
d’inesistenza. La finalità della tecnica consisterebbe, più che nella
trasformazione del mondo, in un mondo autonomo, pienamente realizzato, in cui
potremmo finalmente ritirarci.
La
ritirata colta dal filosofo francese non riguarda la fuga dell’uomo da sé
stesso o dall’ambiente, quanto al contrario l’inabissarsi dello “io” nei suoi
doppi attraverso un desiderio di natura fusionale tra sé e il mondo, e ciò non
è semplicemente un tratto caratteristico della nostra società, ma il cuore
stesso della modernità così come l’aveva pensata il XIX secolo. Ne era
consapevole C. Baudelaire, quando nel 1859 scriveva: <<Un Dio vendicatore
ha esaudito i voti di questa moltitudine. E Daguerre fu il suo messia. E allora
la folla disse a sé stessa <Giacché la fotografia ci dà tutte le garanzie
desiderabili di esattezza (credono proprio questo gli stolti!), l’arte è la
fotografia.>. Da allora, la società immonda si riversò, come un solo
Narciso, a contemplare la propria immagine volgare sulla lastra. Una frenesia,
uno straordinario fanatismo si impossessò di tutti questi nuovi adoratori del
sole. E si manifestarono strane abominazioni... E qualche tempo dopo, migliaia
di occhi avidi si chinavano sui fori dello stereoscopio come sui lucernai
dell’infinito. L’amore dell’osceno, che è tanto vivo nel cuore naturale
dell’uomo quanto l’amore di sé, non si lasciò sfuggire una così splendida
occasione per saziarsi.>> [Baudelaire1859].
Non
possiamo comprendere a pieno le sue parole senza recuperare la definizione che
C. Lasch fornisce del narcisismo: <<Come ci ricorda il mito greco, è
proprio la confusione tra “io” e “non-io”, e non l’egoismo, che contraddistingue
la condizione di Narciso. Lo “io” minimo o “io” narcisistico è anzitutto un “io”
incerto dei propri contorni, che aspira a riprodurre il mondo a sua immagine o
a fondersi con esso in felice comunione>> [Lasch1996: 10].
Trasformando
il mondo in immagine, la fotografia non sollecita che la felice comunione tra
uno sguardo che desidera ed una realtà accondiscendente. Spazi vastissimi
vengono coperti in un istante attraverso la mediazione delle immagini, e quando
tutto ciò che è lontano si avvicina in maniera asfittica è impossibile
tracciare i confini del proprio corpo, del proprio io... Tutto guardo, tutti mi
guardano, tutto mi riguarda e posso dunque essere tutto! Come Narciso non
sappiamo più dove finisca il nostro ambiente e inizi lo spazio sociale, dove
riposi il nostro corpo e dove invece sopravviva la nostra immagine, se siamo
noi la matrice delle nostre riproduzioni o viceversa il prodotto delle immagini
che proiettiamo.
Tuttavia
Narciso non è soltanto colui che si perde nel proprio riflesso, ma anche
l’attore di una narcosi che parte dallo sguardo per investire il corpo. Narciso
è la figura dello spettatore per antonomasia, il quale assiste alla caduta
delle immagini nelle loro stesse proiezioni e nello spazio in cui egli stesso
si colloca come immagine tra le altre.
Baudelaire
stava piangendo l’impossibile recupero degli spazi territoriali che si
percorrevano a piedi e i cui cocci distrutti si raccoglievano con le mani; la
scomparsa della realtà solida in cui i corpi, magari troppo velocemente, si
trasformavano in continuazione ma non mutavano (la mutazione è dei segni). Lo
spettatore è immobile, inoperante, inutile e perciò persuadibile mediante
fantasmi fatti di luce. Allora l’immagine è un narcotico, noi dei Narciso, e
nel mondo degli specchi che per primo Baudelaire ha descritto, l’anestetico ha
il solo obiettivo di renderci tutti spettatori non partecipi di un mondo che
gira su sé stesso e per sé stesso.
Infatti
ci bastano le fotografie per vedere il mondo (splendida strategia per
ucciderle), per restare informati e credere di prendervi parte. <<La
comunicazione ha preso il posto dell’azione. La comunicazione crea un prodotto
che occupa uno spazio intermedio tra il vero e il falso: definita come
immagine, spettacolo e simulacro, risulta comprensibile più attraverso le
categorie dell’arte, della psicanalisi e della religione che mediante quelle
della politica e dell’economia e della polemologia.>> [Perniola2009: 18]. Baudelaire, mediante
la sua invettiva, non anticipava altro che le parole di G. Debord quando
scriverà che <<lo spettacolo in generale, come inversione concreta della
vita, è il movimento del non-vivente>> [Debord1997:
53]. È così che Duchamp, profeta odioso ma indiscusso della post-modernità,
potrebbe risorgere ed esibirci in galleria come orinatoi che non sanno più
funzionare, denaturalizzati, decontestualizzati, defunzionalizzati. Soltanto la
violenta penna di Baudelaire s’era accorta che le immagini sono sorelle delle
gorgoni, che vedono e trasformano in pietra dura. L’immagine è l’artista e noi
tutti un ready made, oggetti
sottratti alla vita e riproposti nelle gallerie del mondo visuale. Immobili,
siamo anche noi delle immagini, semplici opere d’arte in attesa di un degno
compratore.
LA
LINEA ANALITICA.
Fino
a un certo momento ha avuto ragione Roland Barthes: davanti ad una fotografia,
<<ciò che noi vediamo non è lei>> [Barthes1980:
8], ma sempre qualcos’altro, cioè il suo soggetto, cioè la realtà che
trascina con sé (per quanto trasfigurata). Si possono vedere le fotografie ma
vedere la fotografia è impossibile. Lo sguardo arretra. Il soggetto s’inabissa.
Con l’astrattismo la pittura c’è riuscita, e divorando i suoi soggetti storici
s’è imposta quale protagonista pressoché esclusiva dell’arte moderna. Invece
l’astrattismo fotografico non esiste. Esistono fotografie astratte, dove non è
possibile riconoscere l’identità dell’oggetto ritratto, ma un oggetto c’è.
Irriconoscibile ma c’è. Dunque queste fotografie non sono astratte nel vero
senso del termine, non mettono in scacco l’immagine ma soltanto il nostro
sguardo, la sua ignoranza, la sua inalienabile ottusità. ¿Come negare che il
fascino di simili sperimentazioni, prima ancora che nella percezione delle
forme, ristagni nella ricerca ludica di un referente irriconoscibile?
La
pittura invece può riflettere sé stessa per rappresentare il proprio fondamento.
Più di chiunque altro Duchamp s’era accorto che a un certo punto era necessario
porre uno specchio innanzi alle tecniche perché vedendosi potessero continuare
a germogliare. Più di chiunque altro, e ben prima di Marshall McLuhan, egli
s’era accorto che, in fondo, il mezzo è il messaggio. S’è avviata così la
grande stagione “analitica” (che Filiberto Menna ha diligentemente descritto in Menna1975), la quale, messo da parte il
soggetto dell’arte perché se ne riscoprisse l’oggetto, ne ha reso infine trasparente
il concetto. La sostanza iconoclasta dell’arte moderna, come s’è accorto Jean
Baudrillard, non consiste più nel distruggere le immagini, ma nel fabbricarne
una moltitudine in cui non vi sia più nulla da vedere: <<Tutta l’arte
moderna è astratta nel senso che è attraversata dall’idea molto più che
dall’immaginazione delle forme e delle sostanze. Tutta l’arte moderna è
concettuale nel senso che, nell’opera, feticizza il concetto, lo stereotipo di
un modello cerebrale dell’arte>> [Baudrillard2013:
31]. Nondimeno il concetto non può essere estetico ma tutt’al più ‘anestetico’,
proprio nella misura in cui, come ogni definizione, ci difende dal terrore
dell’ignoranza e del nulla. Così anche i fotografi hanno cercato la fotografia
al di là delle fotografie, il concetto oltre l’immagine, l’essenza a
prescindere dalla funzione. ¿Che cosa vi hanno trovato? ¿Cos’è la fotografia?
Ferdinando
Scianna suggerisce due strade: o è scrittura della luce, e allora, puramente
automatica e immediata, non è un’arte ma un fenomeno naturale reso possibile da
un procedimento tecnico, o è scrittura con la luce, dunque un’arte nel pieno
delle sue facoltà culturali. Della coesistenza di ambo le versioni si nutre il
fascino indiscreto della fotografia, ma ciò ancora non ci dice nulla sul minimo
comun denominatore di ogni scatto, cioè ancora non chiarisce cosa sia la
fotografia al di là di ciò che rappresenta.
Cercò
di comprenderlo già Alfred Stieglitz nella sua serie di “Equivalenze” (una lunga serie di
fotografie raffiguranti il cielo), dove il soggetto non serviva ad altro che
alla luce, cuore della fotografia, per potersi manifestare. Del resto una
nuvola non è un oggetto in se stesso rappresentabile; è piuttosto un mediatore
di modulazione della luce che l’attraversa, una materia infinitesimale, al
limite dell’essere un corpo, un pulviscolo che non ha una sua propria identità
ma che si concede quale piano in cui la luce possa riposarsi e riposandosi
rendersi nota. Nelle “Equivalenze”
Stieglitz non cercava l’immensa varietà del cielo, né lo spazio aperto in cui
affogare uno sguardo che è già divenuto coscienza morale. Nelle “Equivalenze” Stieglitz cercava la
fotografia, la sua essenza originaria, la sua ontogenesi.
Ma
la nuvola, mentre ci mostra la luce, contemporaneamente la tradisce, la pone in
secondo piano, la rende indiretta, la descrive come qualcosa che non si vede e
che al contrario ci permette di vedere, pertanto la questione resta
inesorabilmente aperta: ¿che cos’è la fotografia al di là dei suoi soggetti?
A
quanto pare, dobbiamo il verbo fotografare a un certo Filoteo il Sinaita, un
asceta che si crede sia vissuto tra il IX e il XII secolo, ovviamente nei
pressi del monte Sinai. Come suggerisce il suo nome (phìlos = amico; theòs = dio),
egli non aveva altra ambizione che superare il suo corpo e farsi immagine di Dio,
così scrisse di mirare al <<silenzio della bocca>> e all’occhio
<<perpetuamente aperto>> [Filoteo1983:
399]. Fu così che un giorno, fissando a lungo il sole, si spinse ben
oltre Mosè: il suo corpo bruciava, lo sguardo si perdeva in se stesso ed era
proprio lì, pensò, che Dio s’imprimeva nella sua carne ormai trasfigurata, che
si fotografava (photeinographeìstai), che si faceva finalmente vedere.
È
necessario chiarire, come avverte Georges Didi-Huberman, <<che
l’esperienza fotografica, in questo senso, puntava solo a cacciare le immagini,
secondo l’espressione dello stesso Filoteo. Cacciare le immagini, cioè accedere
per spoliazione, per catarsi, all’unica condizione di possibilità di qualsiasi
immagine, quelle cattive e quelle meno cattive. Ora, questa condizione di
possibilità è anche la loro negazione: è la luce, la luce senza forma né figura
(àmorphos, aschemàtistos), la luce
che è per noi nube e incandescenza, che ci acceca, e davanti a cui normalmente
ci schermiamo il volto, come fece Mosè davanti al Roveto Ardente… insomma, una
luce al cui cospetto vedere equivarrebbe a non vedere più nulla. Dopotutto, è
possibile che il vecchio eremita abbia inventato il verbo fotografare proprio
nel momento in cui sentiva che le transverberazioni del sole di mezzogiorno lo
stavano accecando>> [Didi-Huberman2011:
58].
Stando
così le cose, non si tratta più della luce che scrive o di noi che scriviamo
con la luce, ma di una fonte che traccia se stessa e che è all’origine della
sua stessa non-rappresentazione. Ci
avviciniamo pertanto a una fotografia pura che vive al di là delle immagini,
precisamente dove queste affogano nella propria materia costituente ed è
esattamente di questa materia che si è occupato Ugo Mulas nella sua prima “Verifica” intitolata “Omaggio a Niépce”. Infatti non si tratta
unicamente di un rollino sviluppato e mai esposto, dunque di trentasei immagini
possibili a cui l’autore ha deliberatamente rinunciato (amava spesso ripetere
il motto di Robert Frank: <<L’aria è diventata infetta per la puzza di
fotografia.>>), ma anche del suo rovescio, di quel pezzo di pellicola
bruciato dalla luce dove al contrario l’immagine c’è, pura, l’immagine della
fotografia stessa, quella senza soggetto tanto anelata da Mario Costa.
¿Ma
cosa troviamo in questo sguardo assoluto, che rinunciato all’immagine trova
infine sé stesso? Semplicemente il solito brutto sogno della ragione
occidentale, il natale infetto, ma difficile da deporre, della nostra cultura.
Troviamo la logica binaria degli opposti, del bianco e del nero, la metafisica
del ribaltamento senza conflitto ma anche senza continuità. Troviamo Platone
senza Eraclito, ma soprattutto troviamo la vecchia iconofobia protocristiana,
la cui vittoria del verbo sulla carne ha portato persino a un’arte in cui la
parola precede la forma, il discorso l’opera, e che pertanto, come lamentava
Harold Rosenberg <<si percepisce con le orecchie>> [Rosenberg1975: 52].
Ciò
porta l’arte tra le rive di quello che potremmo definire come un inevitabile “nichilismo metafisico”, dove la
ricerca dell’essenza coincide con l’approdo al niente. Essenziale è ciò che non
cambia, la matrice che è comune a tutte le possibili trasformazioni. ¿Ma che
cos’è che non cambia? L’esperienza grida che tutto si trasforma, invecchia,
perisce. Soltanto Dio non cambia, solo la luce senza oggetto, solo il verbo,
l’essere senza alcun determinante. Ciò significa che l’unica cosa vera,
autentica, inalienabile e perfetta, è allo stesso tempo inviolabile,
irrappresentabile, non concettualizzabile; il resto, ne consegue, è nulla. Qui
si annida, fatalmente, l’implicito nichilismo d’ogni teologia come d’ogni
metafisica, la cui bramosa ricerca dell’essere finisce col cancellare ciò che
intorno a noi, di volta in volta, diviene. Ciò vale anche per l’arte, che
quando cerca se stessa non può che cancellare le sue declinazioni (le opere)
aprendoci perciò all’esperienza del nulla.
Chiaramente
le “Verifiche” di Mulas vanno collocate nel proprio panorama storico e culturale,
ma non si può non ammettere che quando le cose iniziano a parlare di se stesse
(siano esse persone, discipline o filosofie) scadono inevitabilmente nel
ridicolo. Cercare la natura della fotografia nel circolo delle tautologie
significa edificare la tomba d’ogni altra possibile interrogazione, e se l’arte
s’è presto affrettata al proprio funerale, non vedo la ragione per cui debba
farlo anche la fotografia. Soltanto i narcisisti preferiscono gli specchi alle
finestre, e l’autoreferenzialismo tanto amato nei salotti dei critici, non è
che l’ostentazione di un ottuso auto-erotismo dell’arte le cui eiaculazioni,
ammassate nelle biennali, nei musei o nelle gallerie, ci dicono che se non è
impotente è certamente sterile.
Ciò
di cui abbiamo bisogno non è un linguaggio che riveda se stesso, ma un codice
che ci aiuti a orientarci nel mondo per comprenderlo e poi per modificarlo. ¿Che
cos’è la fotografia? Domanda sciocca che alimenta una metafisica dell’Essere
che speravamo superata. ¿Che farsene? ¡Questa è la vera domanda! Qui la sfida
posta alla modernità, per cui bisogna dare ancora ragione a Roland Barthes:
davanti a una fotografia ciò che noi vediamo non è lei: posti davanti a una una
fotografia, noi vediamo noi medesimi.
IPERMEDIAZIONE E CRISI DELLA MEMORIA:
LA FOTOGRAFIA AI TEMPI DELLO SMARTOFONO.
Nell’attuale
panorama critico è diventato imbarazzante parlare di fotografia, giacché i New Media tenderebbero a rendere
obsoleta la distinzione tra scrittura, immagine, suono, che sempre più spesso
convergono nel realizzare quell’ibridazione semiotica che è un tratto
caratteristico della comunicazione contemporanea. Gli smartofoni rappresentano
ormai la tecnologia che ha maggiormente condizionato la nostra vita quotidiana,
e di conseguenza l’intera iconosfera che la fotografia aveva per prima
contribuito a definire. Le strade sono piene di fotografi, professionisti,
amatori, dilettanti, che contribuiscono concretamente all’incremento del flusso
iconico. Le riviste, così come i quotidiani, si avvalgono spesso del contributo
fornito loro da comuni cittadini, che per una ragione o per l’altra si sono
trovati al posto giusto nel momento giusto, e guarda caso, con in mano un
dispositivo fotografico. <<Fossimo almeno rimasti fermi alla
dagherrotipia classica, colle sue immagini incerte e fuggevoli, co’ suoi
procedimenti difficili e lunghi, che richiedevano un tirocinio penoso,
un’abilità eccezionale, e una spesa viva non accessibile a tutte le borse! *** Ma hanno siffattamente moltiplicato
le invenzioni, facilitato le operazioni, trasformato i materiali, centuplicato
le macchine, gli ordigni e i sistemi, abbreviato le manipolazioni, spiegato i
metodi, e abbassato i prezzi d’ogni cosa, che oggidì fra la statistica dei
fotografi e il censimento della popolazione ci deve correre poca differenza.>>
[Zannier2009: 67], lamentava P.
Coccoluto-Ferrigni durante una conferenza del 1889, sollecitando i presenti a
riflettere sulle conseguenze sociali derivabili dall’inflazione del mezzo
fotografico. Chiaramente, il suo allarme non aveva nulla a che vedere con la
difesa acritica di un intero settore professionale da un’esagerata concorrenza,
ma con la preoccupazione, del tutto legittima, che il tessuto sociale potesse
venir scosso da un eccesso di visibilità. Del resto, prima di rappresentare un’attività
commerciale, o un fenomeno artistico, la fotografia rappresenta una svolta
culturale che coinvolge da vicino le abitudini quotidiane, e quindi la
rappresentazione della vita sociale.
Oggi
è difficile pensare alla funzione archivistica prescindendo dal contributo
iconografico che la fotografia cede, ed è altrettanto laborioso ignorare la
funzione documentale della fotografia facendo del mezzo uno strumento
esclusivamente estetico. Le immagini tecniche non soltanto fanno parte della
nostra vista quotidiana, ma sempre più spesso la definiscono, circoscrivendo
per noi la soglia oltre cui la realtà affoga nel suo occultamento. È oltremodo
interessante notare che la rete informatica, a cui costantemente siamo
connessi, sollecita la compartecipazione, richiamando i soggetti a rinunciare
al proprio ruolo di spettatori. Ciò comporta un incremento esponenziale delle
fonti, e perciò dei percorsi storicamente praticabili, poiché è evidente che la
storia si costruisce in itinere, e che dunque l’eterogenea circolazione delle
notizie, degli accadimenti, dei fatti, amplia l’orizzonte di ciò che presto
diverrà la nostra coscienza storica. I poteri forti e centralizzati di un
tempo, non sarebbero perciò più in grado di direzionarne il flusso presso le
proprie precognizioni, ponendo fine per tanto all’idea che il ricordo debba
essere soltanto memoria dei vincitori. I professionisti sono oggi costantemente
supervisionati e sostenuti da un pubblico che non è più passivo, e che
contribuisce attivamente alla costruzione dell’informazione, perciò del sapere.
Nella Repubblica Elettronica vige una
forma politica che si fonda sulla “democrazia diretta”, pertanto è lecito
cominciare a chiedersi se quest’alleanza critica planetaria possa davvero
rappresentare, e in che misura, una svolta antropologica. In altri termini, se
diventiamo tutti reporter, avrà
ancora un ruolo sociale il reportage?
Chiaramente
la fotografia rappresentava un fenomeno di massa già alle soglie del ‘900, ma
nonostante ogni individuo fosse provvisto di un dispositivo fotografico, la
presenza di questa tecnologia era decisamente meno invasiva. Soltanto venti
anni fa, la macchina fotografica esordiva nella vita quotidiana affacciandosi
in ambienti preliminarmente definiti fotografabili, e ci accompagnava durante le
cerimonie, le vacanze, i compleanni, operando perciò all’interno di un’etica
visuale ben definita che era parte integrante delle strategie antropoietiche
messe in atto dalla comunità per definire se stessa. Ciò che se ne ricava non è
semplicemente il racconto visivo di una famiglia, o la testimonianza di un
avvenimento di pubblico interesse, ma il senso che un’intera comunità
attribuisce al proprio profilo d’umanità. Tra i primi ad accorgersi che
l’invenzione di Daguerre riguardava anzitutto la riconfigurazione del tessuto
sociale, è stato certamente il sociologo francese P. Bourdieu, che definendo la
fotografia un’arte media, affermò ch’essa <<fornisce il mezzo per
solennizzare quei momenti culminanti della vita sociale in cui il gruppo
riafferma solennemente la propria unità>> [Bourdieu1965].
Nelle
case, custodite in preziosi album, le fotografie favorivano l’unità parentale
svolgendo una funzione di custodia che si è rivelata importantissima per la
borghesia di allora, e similmente fuori dalle abitazioni, tra le pagine dei
quotidiani o dei settimanali, il flusso iconico s’imponeva anzitutto come
costruzione dell’espositività sociale. I redattori a cui era dato il compito
di gestire il materiale iconico, nonché scritturale, lavoravano non tanto alla
costruzione dei racconti visivi, ma (mediante loro) all’edificazione di un
vedere socialmente coordinato, senza cui la ricezione dei testi non poteva che
uscirne disorientata. In altri termini, l’iconosfera presupponeva uno
sbarramento, e molto del materiale visuale che era possibile raccogliere, non
riusciva a superare la soglia d’interesse che una simile occlusione difendeva.
L’immagine era un’insegna di cui non tutti potevano fregiarsi, ed esordiva
pertanto al suo pubblico quale ravvisata autorità.
Se
ad un certo punto abbiamo inteso lo strumento fotografico quale tecnologia
della memoria, è perché gli abbiamo attribuito il compito di sottrarre al tempo
ciò che si è creduto lecito consegnare ai postumi, e perché dunque lo si è
inserito preliminarmente nei meccanismi di storicizzazione adoperati da ogni
singola cultura per legittimare la propria identità. Chiaramente questo
processo non è affatto lineare, poiché la vita nel suo insieme non si dota di
una processualità determinata o solo determinabile, e se un’epoca può comunque
vantare una propria storia, è perché la frammentarietà dell’esistenza è stata
deliberatamente organizzata sui vettori forniti al tempo dalla cultura dei
vincitori. Per quanto possa suonare imbarazzante, l’uomo non ha sempre avuto
alle sue spalle una storia, nonostante il tempo lo abbia di certo preceduto, e
neppure la coscienza della storicità, o del concetto di storia, sono sempre
esistiti. Già Marx ed Engels parlavano di popoli “istorici” distinguendoli da
quelli “non istorici”, e nel corso di due secoli la filosofia della storia ha
più volte sostenuto, certamente con qualche rettifica, la tesi secondo cui la
storia, come insieme processuale, non è affatto un dato di realtà, quanto una
conquista del pensiero moderno. Il fatto che il tempo scorra (almeno nella
percezione soggettiva che ne ha l’uomo) non ha nulla a che vedere con la
storia, perché fintanto sia ciclico, o ideologicamente neutro, il materiale di
cui si riempie non costituisce un processo storico, ma semplicemente un
meccanismo di regolamentazione dell’azione sociale o individuale. La storia
non si fonda sul richiamo al passato (memoriae
rerum gestarum), ma sull’orientamento verso un futuro oggetto di speranza
che è notoriamente un prodotto del chiliasmo protocristiano.
Perché
ci sia storia è necessaria una linea retta su cui si proporzionino, e si
susseguano, eventi tra loro interconnessi secondo il noto principio di
causa-effetto, ed è necessario, perciò, che l’esistenza venga intesa quale
svolgimento di un progetto. Non soltanto, perché quanto detto presuppone che il
soggetto storico abbia la possibilità concreta d’intervenire sul progetto istorico,
una condizione che com’è noto non è concessa che alla classe dominante. Tutt’al
più, le classi dominate possono essere, nel migliore dei casi, soggetti “co-storici”,
in quanto partecipi di un processo evolutivo lineare, e la loro storicità non
si manifesta che attraverso la successione cronologica delle risposte date ai
soggetti “istorici”. Abbiamo detto nel migliore dei casi perché non tutti
quelli che partecipano agli accadimenti reali del proprio tempo hanno
propriamente una storia, e nel peggiore dei casi la loro esistenza ci ritorna
quale presenza sostanzialmente inutile e inutilizzabile. Nella seconda delle “Considerazioni inattuali” di
Nietzsche, a cui W. Benjamin si richiama esplicitamente nelle sue “Tesi di filosofia della storia” [Benjamin1940], il filologo tedesco
chiarisce che se in linea di principio <<è possibile vivere quasi senza
ricordare, anzi vivere felicemente, come mostra l’animale, è del tutto
impossibile vivere in generale senza dimenticare>> [Nietzsche1874: 71], per cui la realtà
storica, quale organizzazione significante delle esperienze umane, si ordina
mediante l’esclusione di una vasta gamma di valori, idee, possibilità, cedute
all’oblio della dimenticanza. Ciò vale anche per ogni possibile controcultura,
poiché non si può redimere il passato attraverso l’affermazione irremovibile di
un diritto all’esistenza generalizzato. Non tutto ciò che è accaduto può essere
riscattato, ma soltanto ciò che s’inserisce all’interno di una prospettiva di
ricostruzione alternativa, per cui tutto quanto si recuperi non può sottrarsi
dal rappresentare l’ennesima forma di pensiero dominante (pur rivoluzionario)
che impone se stesso attraverso violenti atti d’esclusione. È il caso
d’accettarlo: rintracciare un senso vuol dire escludere le alternative
chiudendo il cerchio delle possibilità. Non si raccoglie senza cedere qualcosa,
poiché ciò che si cede è proprio il carattere contraddittorio della realtà che
rischierebbe di sabotare dall’interno la coerenza narratologica del fluire del
tempo, la quale a sua volta si annichilisce quando non vi sia più un assoluto
su cui commisurare il resto. La memoria storica, alla cui legittimità concorre
anche l’armamentario fotografico, si realizza nella diffusione arbitraria e
dispotica del vocabolario dei vincitori, che a sua volta non ha alcuna
legittimità se non la forza della cultura che lo impone.
La
stessa preselezione prospettica svolge principalmente una funzione di ritaglio,
appiattendo la realtà su superfici maggiormente decodificabili. L’immagine di
un accadimento non è che il risultato di una scrematura. Essa è ciò che resta
dopo che tutte le altre possibili rappresentazioni siano state occultate, e
senza quest’occultamento la realtà, per via della sua complessità, non sarebbe
affatto leggibile. Se al contrario si riuscisse a rappresentare un fenomeno
nella sua tridimensionalità, riportando alla luce ogni precedente rimozione,
non si otterrebbe altro che una replica fedele di ciò che è accaduto, dunque un
insieme il cui eccesso informazionale renderebbe impossibile qualsiasi lettura.
Se
l’enorme diffusione del mezzo fotografico nasconde una terribile minaccia, è
infatti perché tenderebbe a reagire all’oblio iconico, tentando (con l’ausilio
delle reti informatiche) di riscattare il tempo, durante il suo fluire, nella
sua totale interezza. L’infinita varietà d’immagini che vengono caricate in
rete, la pluralizzazione dei punti di vista su ogni argomento, luogo, evento o
persona, non ha altro effetto che l’annientamento della loro unità, e perciò
del loro senso. Abbiamo sempre una macchina fotografica tra le mani, siamo
costantemente connessi alla rete, e nei social
network (veicoli indispensabili per la quotidiana condivisione delle
esperienze) l’immagine si fonde al suo commento ed al canale delle sue
condivisioni, rinunciando implicitamente alla sua antica funzione memoriale per
concedersi quale stimolo immediato ed aperto. Proprio per questo, oggi è sempre
più difficile individuare i territori del fotografabile, e sembra che tutto lo
sia perché ogni evento, traccia o persona, possono funzionare da input affinché si accenda una piccola,
forse persino effimera, discussione. Si postano fotografie su Facebook perché gli altri utenti possano
commentarle, perché si avvii una narrazione che grazie agli smartofoni viene costantemente costruita e seguita
in tempo reale. La possibilità di taggare
le immagini, commentarle, riconnetterle ad altri profili, trasforma lo
spettatore passivo di un tempo in un regista che da sé forma la propria
personale fruizione, e pertanto non si ha più la sensazione di essere al
cospetto di un’autorità, ma solamente innanzi ad uno stimolo. La funzione
informativa del testo iconico scavalca quella performativa delle antiche stampe
editoriali, ed al declino generalizzato dell’informazione partecipa infine
persino la scrittura.
Le
immagini dialogano sul web (ed il
concetto di rete è parte integrante del concetto di fotografia digitale) in
maniera del tutto diversa da come lo facevano su carta stampata, e persino
attraverso i teleschermi, perché piuttosto che costruire un discorso tessono
gli estremi di una trama. Sui siti internet,
su cui si sta lentamente spostando persino l’informazione giornalistica, e
dunque il più influente soggetto storicizzante, i visitatori sono incoraggiati
a partecipare al contenuto informazionale commentandolo, correggendolo,
criticandolo, tanto che il rapporto emittente-destinatario vede cedere la propria
linearità. Pur con tutt’altro entusiasmo, F. Ritchin si era già accorto che
<<mentre la lettura è sempre una conversazione tra lettore e autore, la
narrazione ipertestuale e non-lineare
è più simile alla tradizione orale. Chi partecipa alla conversazione riprende
idee diverse e le segue a seconda dei propri interessi e della loro presunta
adeguatezza>> [Ritchin2009: 79].
Tuttavia l’oralità richiama al confronto, alla compartecipazione,
all’istituzione di un organismo che si avvalga di tutti i partecipanti, e un
sistema in cui ogni parte funziona da soggetto istorico, non è che un insieme
inevitabilmente non-storico.
Nel
suo intervento al XXXVIII convegno AISS, U. Eco avverte che <<l’eccesso
di possibilità fotografica può ledere la nostra memoria, perché la nostra
memoria sopravvive quando, in termini fotografici, è grandangolare. Se invece
andiamo in giro col telefonino per fotografare tutto quello che pare
interessarci, diventa puntuale. Cioè del potenziale grandangolo che potevamo
ricordare abbiamo ricordato solo quello che abbiamo scelto in quel momento e ci
rimane solo quel momento lì.>> [Eco2011:
37]. Evidentemente, sollecitata dall’entusiasmo di un pubblico che ha
rinunciato alla propria passività, puntuali sono diventate anche le narrazioni
editoriali, e se da ciò deriva l’enorme proposta informazionale che
caratterizza il nostro tempo, deriva anche l’assoluta incapacità del far dei
dati un insieme coerente. Questa non è neutralità ma neutralizzazione dei
contenuti, dacché nulla ferisce la cultura visuale quanto il democratico
commercio degli sguardi. Ha perfettamente ragione M. Smargiassi quando suggerisce
di smettere d’immaginare <<i repertori di immagini disponibili in rete
come una versione ipertrofica del modello del museo o dell’archivio tradizionali.
Museo e archivio sono forme di deposito razionali e selettive, governate da gatekeeper consapevoli, che esercitano
sul materiale loro affidato un potente lavoro di scelta: si sa che il mestiere
vero dell’archivista è decidere cosa scartare (sempre molto di più di quel che
si sceglie di conservare).>> [Smargiassi2012].
L’attività
archivistica serve perciò ad uniformare la molteplicità degli sguardi
sull’unica matrice loro concessa, allo scopo di formare una coscienza di massa
che quotidianamente emerge quale facoltà del vedere insieme. Così un fatto storico è fondamentalmente un
accadimento sul quale le coscienze si siano accordate e necessita, perché si
realizzi, di un’unità narrativa e di una molteplicità spettatoriale. Oggigiorno
l’universo mediatico svolge una funzione diametralmente opposta, perché non
fornisce più alle masse un nucleo narrativo, ma al singolo un’infinità di
tematiche che a sua volta può liberamente selezionare, completare, ponendosi
come parte della narrazione e non più come spettatore. Ciò significa che
l’eccessiva democraticità dei nuovi media, che chiama gli spettatori sul palco
svuotando le platee, comporta un effetto atomizzante che rende di fatto
impossibile la costruzione di quel vedere
insieme senza di cui la storia non ha di che nutrirsi.
Oggi
più che mai abbiamo bisogno di soggetti consapevoli, scrupolosi, che
selezionino attentamente il materiale visivo per costruire un universo iconico
coerente e perciò significante. La pluralizzazione incontrastata dei punti di
vista ha distrutto la linearità del testo visivo, facendolo diventare un
insieme di stimoli privi di sfondo, cioè un costrutto semiotico dove la somma
dei significanti produce una totale insignificanza. In altri termini, tante
piccole verità che insieme non significano nulla, e che a ben vedere
costituiscono l’immagine più autentica di ciò che è falso, mendace, perché non
vi è nulla di più fittizio che l’equiparazione e l’appiattimento di ogni cosa
alla sua ragione espositiva. Quando tutto è equamente carico di senso allora è
il concetto stesso di senso a diventare superfluo. La sovraesposizione di tutti
gli aspetti dell’esistenza (che non discerne più neppure la sfera pubblica da
quella privata) pone fine all’ordine del visibile quale organizzazione scenica,
finché ad un certo punto non c’è più scena che si possa ricavare da un punto
cieco, da una non-scena, e dove essa
regni come tropo totale, dove tutto è messo in mostra e pretende di raccontare
qualcosa, di farsi in qualche modo vicenda, non si può che parlare di spazio
dell’osceno come rappresentante della fine d’ogni visibilità. È infatti il
sentimento dell’osceno che colpisce maggiormente, perché tale è anzitutto ciò
che è privo di un retroscena, di un nascondimento, di un’ombra. Oscena è la
volontà illusoria e delirante della trasparenza, della spontaneità assoluta,
del diritto di replica incondizionato. Il pluralismo, nella sua declinazione
mediatica, non ha portato ad altro che ad uno sterile sincretismo ideologico
che ha svuotato la realtà sociale, e storica, del proprio contenuto, perciò se
la tecnologia digitale ha infine minato la credibilità del testo fotografico,
non è perché abbia interrotto la continuità tra segno e referente, ma perché ha
contribuito in modo sostanziale alla pluralizzazione dei punti di vista
rendendo così discontinuo non tanto il segno, quanto i processi di
semantizzazione. Tutto è fotografabile, tutti sono fotografi, tutto è infine
fotografia, anche la realtà, ed al termine di questo vortice ciò che resta è la
frustrazione di chi la fotografia l’ha vissuta quale occasione per portare il
proprio tempo all’eredità dei posteri.
La
spinta ‘epistemofiliaca’ che muove le grandi masse a concorrere con i media
istituzionali, o più generalmente coi professionisti, benché contribuisca alla
circolazione delle informazioni, contiene un inquietante interrogativo, e per
quanto ciò possa risultare antipatico, sono convinto che se ne uscisse
dominante il pericolo di venir privati della propria storia diverrebbe
verosimile. Accecati dal desiderio di libertà (notevolmente sollecitato, nella
sua rielaborazione acritica, dai movimenti consumistici) abbiamo confuso
<<l’autoritarismo con l’autorevolezza, per cui risulta molto difficile
oggi far capire che occorre ristabilire un qualche rapporto tra sapere e
potere, tra il merito e il suo riconoscimento>> [Perniola2009: 127]. Se la massa, alleata con la tecnologia
informatica, diventerà in un futuro il soggetto istorico dominante, allora essa sarà l’ultimo soggetto istorico, la cui
escatologia realizzata sarà la fine stessa del concetto di storia. In un mondo
così ipermediato verrà frustrata ogni possibile mediazione, e la sovresposizione
dei contenuti, come un tempo accadeva per le matrici fotografiche, riporterà
tutto al bianco assoluto. Al nulla.

VENDERE CARA LA PELLE.
Non
sono un collezionista, e neppure un gallerista. In realtà non amo per nulla
l’intero circuito che ruota intorno alla vendita di opere le quali sono opere
d’arte solo poiché vendute. Metti un critico, uno spazio espositivo ben
accreditato, una moltitudine d’imprenditori col portafogli pieno e il cervello
in share con il critico di prima, e
avrai il team ideale per nutrire,
come se non bastasse, il mercato dell’arte contemporanea. Non lo dico io, che
pure non c’entro nulla in tutto ciò e sarei poco credibile: lo dice Jean Clair
nel suo libro “L’inverno della cultura”
(leggetelo e poi ne riparliamo).
Dicevo
che non c’entro nulla col mercato dell’arte, ma qualcosina la capisco pure io,
e vedendo quali sono le fotografie più costose della storia qualche dubbio mi
viene pure (viste le oscillazioni di mercato la classifica sarà già cambiata il
ché, per noi, non fa tanta differenza). Al primo posto troviamo “Rhein II” di Andreas Gursky, battuta per 4,3 milioni di dollari, poi un “Untitled” di Cindy Sherman per 3,9
milioni di dollari, poi un’opera di Gilbert & George, Jeff Wall, Richard
Prince, e ancora un paio di Gursky e riattacca la Sherman... Ah no: C’è Edward
Steichen all’ottavo posto!
L’immagine
che ne ricavo, dopo aver visionato l’intera lista, è che se esiste un mercato
della fotografia esso non è che un sottomercato dell’arte moderna e
contemporanea. Chiaramente esistono svariate collezioni, pubbliche e private,
dove la fotografia come moderna tecnologia della rappresentazione trova
agilmente la sua collocazione, ma ciò che si vende a caro prezzo non è mai la
fotografia... è l’opera d’arte. Io pensavo a Modotti, Weston, Strand,
Cartier-Bresson, Salgado, Capa, e invece? Invece poco importa. So che qualcuno
mi prenderà per pazzo ma vedo nomi e nomi e neppure una fotografia. Vedo opere,
talvolta banali, talvolta interessanti, e neppure una fotografia. Non so come
spiegarmi meglio, e so per certo che nutrirò profondi fraintendimenti, ma vedo
immagini, e sono fotografie, e le vedo come fossero quadri. ¿Mi capite? La
fotografia ci avrà pure insegnato qualcosa riguardo un vedere differente
eppure, a scorrere la classifica, non lo si nota affatto. ¡Questi qua comprano
opere, non fotografie!
Non
voglio dire che il fotografo non è un artista o che un artista non possa
usufruire del medium che meglio
crede, dico solo che la fotografia, che pure s’è inserita nel mondo dell’arte
con fatica (e non senza soddisfazione), lo ha fatto portando in prima linea una
prospettiva differente, inaugurando un modo del tutto nuovo di vedere. Contaminazioni
ce ne sono da sempre (e non penso soltanto al pittorialismo ma anche a certe
sperimentazioni alla Mulas), e non è facile, e forse neppure lecito, spartire i
fotografi diciamo puristi da un lato e i fotografi artisti dall’altro, ma ciò
non toglie che non si debba discutere di un linguaggio, quello fotografico, che
ha anche una certa autonomia (sia questa estetica, critica o politica). Se in
classifica ci fosse stato un Vaccari o un Fontcuberta, grandi maestri della
fotografia, il mio discorso non sarebbe cambiato. Anche ci fosse stato un
Mapplethorpe non sarebbe cambiato. E non perché io confonda la fotografia col fotogiornalismo,
ma perché mi rifiuto di pensare l’immagine fotografica secondo parametri
mutuati dalla critica d’arte. Una fotografia è qualcosa di più e qualcosa di
meno di un’opera d’arte. È anzitutto una fotografia, cioè un distillato di
realtà.
¿A
nessuno interessa quest’altro punto di vista? ¿Nessuno è interessato alla
fotografia e non soltanto all’opera di genio? ¿Quel signore laggiù? Bene... ¿chi
offre di più? Benone! Che piacevole sorpresa, in zona Cesarini (alla posizione
numero dieci) spunta un ferrotipo del 1880 che ritrae niente meno che Billy the
Kid. ¡Wow! ¡Che sollievo! Finalmente una fotografia. L’autore è sconosciuto
(meglio così), e forse vale in quanto documento istorico. Certo non è un’opera
d’arte (meglio così). ¿È una fotografia? Certamente lo è. È una fotografia
proprio nella misura in cui l’immagine precede l’autore, lo fagocita, lo
espropria. È una fotografia perché la si guarda come una fotografia e non come
un quadro, perché vi si incrocia lo sguardo del famigerato Billy e non quello
di un artista sfiancato dal suo pubblico. ¡Cavolo! ¡Al decimo posto c’è una
fotografia! ¿Non è meraviglioso? Arriva all’ultimo, quando meno te lo aspetti,
ma ciò che vedi è proprio una fotografia. Non è la migliore espressione del
mezzo ma è pur sempre qualcosa, se non altro perché mi costringe a quel “vedere
differentemente” di cui parlavo prima. Guardatela in mezzo ai vari Gursky,
Sherman, Prince, Wall: ¿non è splendidamente fuori luogo? Nel bel mezzo di un
galà prestigioso, questa si presenta con quattro stracci addosso, magari un po’
puzzolente, e nonostante tutto fiera del suo decimo posto. ¡Un altro colpo ben
piazzato Billy! Non ti avessero fatto la pelle, con quella mira e quella faccia
tosta saresti diventato un buon fotografo. ¡Pace all’anima tua, ragazzo! E se
la fotografia non è che l’anima moderna di una reliquia beh, che dire, hai
venduto cara la pelle: 2,3 milioni di dollari, per l’esattezza. ¡Altro che i
miseri 500$ che il buon Pat Garrett mise sulla tua testa!
SCHIZOTOPIA.
Schizotopia:
una parola che dovremmo aggiungere al DSM (Diagnostic
and Statistical Manual of Mental Disorders) quale patologia del vedere le
immagini tecniche entro i canali in cui circolano. Già nel 1985, I. Calvino comunicava,
nelle sue “Lezioni americane”, che i processi memoriali stavano
cambiando, perché se un tempo il materiale visivo di un individuo si limitava
al patrimonio delle sue esperienze dirette, o comunque ad un piccolo repertorio
d’immagini proposte dai media coevi, oggi siamo invasi da una tale quantità
d’immagini che è quasi impossibile distinguere tra esperienza diretta ed
esperienza mediata [Calvino1988].
Tuttavia, prima di lui se n’era accorto G. Anders già nel 1956, quando scriveva che
<<l’essere-nel-mondo
è strutturato proprio in modo tale che il mondo si scagliona intorno all’uomo
in cerchi concentrici più vicini e più lontani; e perché colui a cui tutto è
ugualmente vicino, che da tutto è interessato in ugual misura, o è un dio
indifferente, oppure un uomo completamente snaturato>> [Anders2003: 147].
Quando
il mondo ci viene incontro nei teleschermi, negli schermi, nei tablet o negli smartofoni, non è più
possibile misurare le distanze, e rotti gli argini dello spazio ciò che si
frantuma è il corpo esperiente, dunque il soggetto a cui è destinata la
comunicazione. Quando il lontano diventa vicino, chiamandomi in causa anche
quando non mi sia concessa la possibilità concreta di intervenire, si realizza
quella “schizotopia” anticipata da Anders che trasforma il mondo in un fantasma
senza dimensione. Eventi così distanti da non potermi affatto riguardare,
poiché gli effetti di cui sono causa non ricadono sulla mia esistenza,
riprodotti centinaia di volte, e fornitimi a domicilio, finiscono per occupare
il centro delle mie preoccupazioni apparendomi più vicini di ciò che realmente
mi è vicino, ma allo stesso tempo intoccabili, lontani quanto basta per non
poterli influenzare (così i problemi dell’Africa, la guerra in Iraq, il
conflitto israelo-palestinese, etc.). C’è una differenza tra informazione e
distrazione che riguarda proprio la distanza tra evento e spettatore. Difficile
parlare di comunicazione, giacché i due poli non sono messi affatto in
relazione tra loro, perciò mentre rettifichiamo il DSM correggiamo anche i
dizionari abolendo (o per lo meno risignificando) la parola prossimità, giacché
nulla è realmente prossimo se tutto è equamente vicino.
M.
McLuhan era solito ricordare che i media rappresentano un prolungamento del
corpo, ma non sono il nostro corpo, sono precisamente dei sostituti del nostro
corpo. Il problema è che queste protesi nascono prima dell’amputazione degli
arti: cioè prima si costruiscono le protesi e poi, per poterle utilizzare, si
amputano gli arti. Le piazze si svuotano perché si riempiono gli schermi, le
gambe si riposano perché sono gli occhi a camminare, ma quando si sia presa
l’abitudine a viaggiare restandosene a casa, si rinuncia alla partecipazione
attiva e ci si riduce a semplici spettatori. Ha perfettamente ragione McLuhan
nel vedere nei mass-media una carica
narcisistica [McLuhan1967],
perché anzitutto svolgono una funzione narcotizzante, capace di paralizzare
l’individuo allo stesso modo in cui riescono a fluidificare il mondo.
Ogni
cosa si trasforma nel suo doppio immaginifico e bidimensionale, e in un mondo
così vasto, che però richiede a gran voce la totale partecipazione di tutti,
risulta impensabile dover raggiungere concretamente, col proprio corpo, ogni
evento, luogo o persona con cui dobbiamo volente o meno confrontarci.
Globalizzazione vuol dire annientamento delle distanze e le distanze si
annientano soltanto mediante la loro medializzazione, per cui, ne consegue,
ogni cosa si trasforma in immagine e si carica delle sue qualità: si fa vedere,
riprodurre, analizzare, ma non si fa toccare e privati della dimensione del
contatto gli individui si trasformano in voyeur
che assistono ad un mondo che cambia senza la loro partecipazione.
Lo
smarrimento è una condizione inevitabile dell’esistenza, perché frutto della
dialettica tra un corpo troppo piccolo (lo sono tutti i corpi) e una coscienza
troppo smisurata (lo è ogni forma di coscienza). Tuttavia, le grandi idee
rappresentano il nostro schermo protettivo, lo sbarramento che ci separa
dall’abisso. E le grandi idee non le partorisce il pensiero: le secerne la
pelle. Hanno bisogno del contatto. Se ogni cosa ci è vicina è soltanto perché
ci siamo allontanati da tutto, e da questa distanza non possiamo che cadere, ma
come avverte L. Zoja, <<la nostra dannazione non è sfracellarci, ma
cadere all’infinito>> [Zoja2009:
43].
È
da molti anni che si parla di trasformazione del mondo in immagine, ed è da
molti anni che sappiamo quanto ogni cosa sia diventata tale, ma non coglieremo
mai il senso profondo di questa trasformazione senza prendere atto che se tutto
è immagine, significa che nulla ci è disponibile. Questa è soltanto una, ma non
la meno importante, delle tragedie che è costretto a vivere l’uomo ‘liquido’,
che ha occhi che funzionano come tele-obbiettivi, i quali vedono tanto lontano
quanto sono inadatti a mettere a fuoco le brevi distanze. Il prossimo è morto!
E in ogni evo, e in ogni società, guardare i morti provoca inevitabilmente
turbamento.
Ma
la schizotopia non è soltanto una malattia dei consumatori, perché colpisce in
modo particolare anche gli stessi produttori d’immagini, che nella distanza
coperta dallo sguardo cercano la luce che manca ai loro occhi. Un lungo viaggio
(andata e ritorno prestabilite) e si torna in redazione con dell’ottimo
materiale, e se il materiale è ottimo lo è perché mostra il dolore e
l’atrocità, e se il dolore e l’atrocità sono ottimi, è perché sottendono la
distanza, perché per dirlo con S. Sontag chiariscono alla nostra sete isterica “il
dolore degli altri” di cui parlava S. Sontag [Sontag2003].
Un’ecologia delle immagini è auspicabile quanto inverosimile (pare che si
superino i 380 miliardi di fotografie l’anno, e solo su Facebook se ne caricano circa 200 milioni al giorno), ma
bisognerebbe almeno tentare di tessere una relazione tra il grado di atrocità
presente in un’immagine e la distanza da questa coperta.
Si
dice che su internet si dedicano, in
media, quattro secondi ad ogni fotografia, un tempo troppo breve perché questa
possa in qualche modo significare qualcosa o veicolare informazioni. Ovviamente
la maggior parte di questi scatti sono opera di amatori, che fotografano
compulsivamente vacanze, figli, paesaggi, amici, se stessi, perciò essi nascono
ad uso e consumo dei privati, per il loro piacere estetico, per il loro unico
diletto. Questa sovrabbondanza è sostanzialmente innocua, mentre non lo è
affatto l’esubero visuale di cui è vittima anche e soprattutto il giornalismo.
<<Oggi il mondo è intasato di cineprese, e la società intasata di
informazioni. Una volta, la censura significava mancanza di informazioni, oggi
ne indica l’eccesso. La nostra immaginazione non è in grado di far fronte a un
simile esubero di fatti, a distinguere qualcosa nel caos delle notizie.>>
[Kapuściński2006: 105].
Vediamo
e vendiamo notizie, non la realtà, e la notizia presuppone lo shock, e lo shock presuppone (lo vuole la sua commerciabilità) una distanza
cautelare. Del resto la compassione è un bisogno che nasce dal senso di colpa
borghese, e per esercitarla abbiamo bisogno di sentirci al sicuro, altrimenti
diventa paura e la paura violenza (la violenza, quella diretta, quella fisica,
è poco borghese). Lo sappiamo bene, ci siamo abituati anche noi: il borghese si
sporca gli occhi, non le mani, per questo ha bisogno della fotografia, della
televisione, di internet. Guardare
lontano è una necessità, una difesa preventiva per ignorare quanti calpestiamo
ogni giorno per arrivare dove siamo, una strategia efficace per difendersi da
un cuore ancora poco liquido che potrebbe altrimenti soffrire questa verità.
L’orrore
è sempre esistito, e i fotografi lo hanno sempre cercato e riprodotto, per cui
ha perfettamente ragione G. D’Autilia quando scrive che <<l’ultima
criticità fotografica, di perenne attualità, è quella della violenza e della
morte, con le quali ogni epoca ha dovuto fare i conti: con i morti delle guerre
ottocentesche o con le esecuzioni on-line
del terrorismo islamico>> [D’autilia2012:
385]. Anche l’attento L. Longanesi lamentava una simile criticità,
riconducendola alle rive opposte del gusto pornografico. L’abitudine, maturata
sui quotidiani, di passare da un morto ammazzato ad una seducente modella in lingerie ci ha reso del tutto
insensibili alle altrui sofferenze, quindi la carne, concludeva allora,
<<morta o viva, in fotografia, è sempre carne a peso, macellata>>
[Longanesi1996: 56]. Il voyeur è lacerato dal bisogno rimosso di
essere prossimo a qualcuno, è cioè il prodotto dell’assenza dell’altro, solo
che incosciente del suo disagio, non può che soddisfare il proprio animo in
maniera perversa.
Tuttavia
non è vero che un simile costume sia inevitabile, perché il problema non
riguarda l’atrocità e la sua immagine, ma l’equiparazione generalizzata
dell’effetto shock, che talvolta
passa per l’erotismo, talvolta per il piacere tanatico, mortale ed escatologico.
La brama di immagini che mostrano l’orrore è forte quanto il desiderio di
consumare con gli occhi corpi lascivi, e per molti secoli, come ricorda S.
Sontag, nell’arte cristiana si è potuto gratificare entrambi i desideri [Sontag2003].
Quest’omologazione
dei valori, sull’unica scala misurabile dello straniamento, è strettamente
dipendete alle misurazioni spaziali, che nei territori erotici sono
irrilevanti, mentre in quelli etici e sociali assolutamente considerevoli. Lo
spazio che separa l’oggetto veduto dal soggetto vedente è anzitutto uno spazio
morale su cui è doveroso riflettere, e sulla cui misurazione è necessario
valutare i confini dell’informazione. Del resto abbiamo il diritto di guardare
in faccia la morte soltanto se c’è reciprocità, se allungando la sua falce ci
può prendere, se ci è vicina, prossima. Da lontano non è morte ma sua maschera,
e la fotografia, quella “autentica” direbbe P. Bertelli, è contraria alle
maschere e agli ingannevoli giochi da palcoscenico.
Il
mondo antico, sudicio e solido, richiedeva nomadi che fossero in grado di
percorrerlo in lungo e in largo per mostrarne i confini (non meno quelli
etici). Il mondo attuale, non meno sudicio ma liquido, circola da solo, come un
fiume infetto, nelle proprie infinite riproduzioni e richiede pertanto rocce,
radicate al suolo, che siano capaci di arginarlo. Il dolore degli altri, per
farsi pubblicità, non ha bisogno dei fotografi, gli bastano i dilettanti e i lacché. La fotografia è al contrario
fatta di grandi maestri e piccoli amatori: i primi perché hanno occhi senza
palpebre, lucidi e attenti, capaci di cogliere la distanza. I secondi perché
non avendo i mezzi per giungere lontano s’accontentano, non senza sforzo e
onestà intellettuale, di restituirci l’orrenda prossimità. Il dolore degli
altri è un dolore muto destinato a diventare il feticcio di sé stesso, perché
il vero problema, la vera crisi visuale e morale, riguarda il proprio dolore
(ché la vicinanza ne legittima persino l’oscenità) che se assopito ci trascina
nell’oblio che oggi stiamo vivendo (un’eclisse dovuta all’eccesso di immagini,
e un torpore dovuto all’eccesso di shock),
e privi di dolore, rabbia e paura, diventeremo presto un popolo che merita le proprie
sciagure.
La
comunicazione non è tutto, anzi, non è nulla se non sollecita l’azione, se non
accende alcuna risposta, se resta priva di feedback
(e i feedback sono razzi a corta
gittata). Perciò la comunicazione è tale soltanto se il messaggio sollecita la
partecipazione attiva del proprio uditorio, ed è chiaro che questa
partecipazione, nonostante i mezzi di telecomunicazione, la tecnologia, la rete
informatica, la liquidità del mondo, non può affatto pronunciarsi oltre certi
limiti territoriali.
R.
Deodato aveva ragione quando ammoniva la propria società di aver realizzato,
attraverso le immagini, un olocausto cannibalico, lurido e bigotto, votato al
silenzio atroce lasciato nell’aria dai cadaveri di cui si nutrono gli occhi dei
benpensanti. Siamo noi i veri cannibali, soltanto che consumiamo, anziché i
corpi, il loro doppio visuale. Sarò forse eretico, ma questa non è fotografia!
È un’immonda “fotofagia” che dobbiamo imparare a disprezzare con più evidenza.
Le immagini che si mangiano, si digeriscono, si divorano (anche con gli occhi),
sono immagini inevitabilmente indigeste.
La
guerra, le carestie, le tragedie, le rivolte, l’inumana potenza delle
catastrofi naturali, sono diventate geografie enormemente produttive nel
moderno panorama economico, e non soltanto perché sui morti si avventano
inevitabilmente gli sciacalli in cerca di lucro: i trafficanti d’armi, i finti
aiuti umanitari, le lobby
farmaceutiche o le malfunzionanti operazioni di ricostruzione e d’emergenza, ma
anche perché l’immagine che ogni trauma proietta nello spazio è materia che ha
sul nascere una degna quotazione. Chi s’interessa di fotografia lo può
verificare ogni anno durante le premiazioni del Word Press Photo, chi invece non è votato a questa disciplina, in
rete quanto in televisione. Mentre allontaniamo i nostri morti nelle stanze
fredde degli obitori, e i nostri cari, sull’orlo del trapasso, in ospizi dove
persone qualificate ci garantiscono la loro assenza, avviciniamo con le
immagini i cadaveri disseminati nel resto del mondo, che più somigliano a
carogne, più alimentano la nostra compassione. Siccome le immagini scadono
presto, non ci è difficile tornare ai nostri piccoli affanni quotidiani.
La
voce dei grandi reporter (che per
fortuna ancora esistono e combattono per la liberazione, anche, dell’immagine
dal suo imbarbarimento) affoga nel marasma generato da un assordante rumore di
fondo, e difficile da udire ci lascia intorno un vuoto che finirà col diventare
un serio problema sociale. Per il momento ci stiamo convincendo che proprio
adesso, oggi più che mai, è il tempo della libera informazione, l’era della
comunicazione, del contatto diretto (¿come diretta è la partecipazione politica
on-line?), ma è vero l’esatto
contrario, dacché nulla uccide un soggetto teorico quanto il suo eccesso.
Ciò
non vuol dire che dovremmo smettere di praticare le distanze, disinteressandoci
dei problemi dell’Africa, della Cina o del Brasile, ma piuttosto evitare di
eccederle attraverso l’orribile fascinazione del dolore. È una questione di reciprocità,
di scambio visivo, di rispetto per il soggetto ripreso e di cultura visuale,
perché chiunque abbia dimestichezza con i processi visivi sa benissimo che il
dolore degli altri è sempre una caricatura, e le caricature non sollecitano,
bensì assolvono. Il proprio dolore, cioè l’orrenda realtà che ci è prossima,
alimenta al contrario il nostro imbarazzo (infatti è scarsamente commerciabile)
e per questo ha tutte le ragioni di esporsi. Con i grandangoli si osserva la
miseria, che è sempre la propria miseria, che è sempre prossima. Con i tele-obbiettivi
si dovrebbe invece mirare l’orgoglio e la dignità, poiché virtù che
inevitabilmente ci distanziano.
Documentare
ciò che accade nel mondo è un dovere morale, ma ciò non riguarda semplicemente
lo scriverne o il fotografare, quanto l’impatto del proprio operato sulla
realtà. Un reportage non è un
resoconto, ma un agente in grado di sollecitare il presente; è un omaggio alla
memoria e una spinta all’intervento immediato che hanno a loro volta una
precisa collocazione spaziale [Connerton2010],
persino una topografia, definita anzitutto dalla propria collocazione in un
territorio fisico e psicologico.
Si
può e si deve fotografare l’orrore perché, per dirla con S. Linfield, ci aiuta
a <<vedere fino in fondo, quella che James Agee chiamava la luce crudele
della realtà>> [Linfield2013: 11],
ma non senza reciprocità, non senza condividere il disprezzo, l’odio e la
paura, per un’umanità che ha perso la propria fisionomia.
Ciò
perché a conti fatti la fotografia non esiste: esistono i fotografi e i loro
soggetti. Il resto è soltanto un pretesto per potersi riconoscere, e, se
soltanto fossimo in grado di rifletterci nell’immagine dell’altro con innata
autenticità, non avremmo affatto bisogno dei grandi fotografi giunti a educare
il nostro sguardo.

IL
COLORE DELLA FOTOGRAFIA.
Ogni
mattina, quando mi guardo allo specchio, inevitabilmente mi riconosco. Eppure,
a distanza di anni, il mio viso è notevolmente cambiato. Ci provo in tutti i
modi a vigilare, giorno per giorno, sui piccoli cambiamenti della mia
fisionomia ma è un gioco sostanzialmente infruttuoso. Ho la costante sensazione
che non cambi nulla, per poi scoprire, un bel giorno, che è cambiato tutto.
Sono diverso e non lo sapevo. Sono cambiato e non me ne sono accorto. Così mi
chiedo se non avvenga lo stesso per tante altre cose, oltre il mio viso, e in
modo particolare, visti i tristi tempi che stiamo vivendo, riguardo le notizie
che consumiamo ogni giorno. Dico “consumare” con cognizione di causa, perché le
notizie le si consuma, non le si legge. Ora le notizie sono un bene,
ovviamente, ma ¿un bene d’uso o, appunto, un bene di consumo? La differenza è
sostanziale. Uso un bene quando questo appaga un mio bisogno, quando il suo utilizzo
risolve un mio ‘problema’: uso un telefono per telefonare, un libro di ricette
per cucinare, o un articolo di giornale per decidere, coscientemente, a chi
dare il mio voto alle prossime elezioni. Il consumo, al contrario, non ha nulla
a che vedere con i miei bisogni concreti, non riguarda l’oggetto in sé o la
funzione primaria che svolge ma sempre e soltanto la natura dei segni.
Usufruire di un bene non significa consumarlo: abbiamo sempre comprato,
posseduto, utilizzato gli oggetti che ci circondano o che abbiamo prodotto, ma
non siamo sempre stati dei consumatori. Perché un bene diventi oggetto di
consumo deve prima diventare segno, cioè superare il suo naturale rapporto con
le cose concrete per interagire con tutto un insieme di altri segni. Diventare
segno significa, in poche parole, perdere di vista la realtà così com’è,
portarla un passo oltre ciò che è presentabile affinché anche l’impresentabile
diventi almeno rappresentabile. ¡Ecco il linguaggio, ecco il segno! Allora le
notizie, anziché chiamare in causa la realtà, chiamano altre notizie, in un
vortice in cui alla fine mi perdo pur conservando la sensazione di essermi
sempre ritrovato. Così come lo specchio mi riporta identico il mio volto, che
pure col tempo è cambiato, allo stesso modo la prima pagina mi restituisce ogni
giorno il medesimo, nonostante più nulla sia rimasto come prima. A Lampedusa è
arrivata l’ennesima barca, stracolma di migranti, ed è la stessa barca che
negli anni novanta portava in Puglia gli Albanesi. La solita immagine: una
massa disperata, estremamente determinata e perciò potenzialmente pericolosa.
È la stessa immagine ma non è la stessa cosa. È cambiato tutto e non ce ne
accorgiamo. Ammassati come sono, prima ancora che come persone le riconosco
come un’orda. È così che si crea (volontariamente) la paura. Però esistono
giornalisti impegnati a controbilanciare queste orribili semplificazioni.
Giornalisti che scavano fino in fondo, che toccano con mano, e che alla fine ci
trasportano in vicende più intime dove è sempre possibile spendere una lacrima.
Ho ancora viva in mente la fotografia del piccolo Alan Kurdi inerme sulle
sponde dell’isola di Bordum, un’immagine che commuovendo il mondo intero ci ha
fatto sperare in una presa di coscienza che invece non si è realizzata. Eppure
è cambiato tutto. È ancora una volta l’ennesimo stereotipo: o la massa informe
intenta ad invaderci, oppure il singolo, madre o bambino, che si cede alla
nostra compassione. Le stesse immagini di sempre. Eppure è cambiato tutto: le
ONG sono diventate, da organizzazioni mosse da principi umanitari, squallidi
trafficanti di uomini; i migranti, da gente disperata in cerca di
un’opportunità, dei semplici opportunisti; i governi, da attori sociali intenti
a fronteggiare una crisi, organismi atti a inasprirla pur di guadagnare consenso.
Le persone... Le persone sono cambiate e le immagini non bastano più. Forse,
alcune, continuano a commuovere, ma è una commozione a scadenza breve. È del
tutto naturale che le cose vadano così, perché come il mio viso cambia,
lentamente, senza che io ne prenda coscienza, così le immagini si depositano in
me, giorno dopo giorno, senza che io ne possa percepire la violenza. Lo diceva
tempo fa S. Sontag che il proliferarsi di fotografie scioccanti ci ha infine
assuefatti. L’atroce, giorno dopo giorno, diventa banale. Come per i migranti
la mia pietà non trova scogli cui aggrapparsi. Naufraga. Io sono innocente! Lo
sono per definizione, e alla fine non è rimasto più nessuno tanto onesto da
dichiararsi volontariamente colpevole. ¿E allora che fare? ¿Bisognerebbe
promuovere una certa ecologia visiva limitando il numero di immagini in
circolazione? ¿Smettere di raccontare l’orrore perché non diventi un’abitudine
consumarne le molte rappresentazioni? Io non credo che le fotografie ci abbiano
assuefatto più di quanto non lo abbiano fatto le parole. Anzi, credo che tutto
sommato siano i discorsi fatti sulle immagini ad averle depotenziate perché
noi, più che alle fotografie, crediamo alle parole che utilizziamo per
descriverle. Fino a quando non restituiremo complessità al nostro lessico, non
potremo rappresentare, con le immagini, la complessità del mondo circostante.
L’aver appiattito il dibattito sulla questione del numero di sbarchi, ad
esempio, trasformando la tragedia in statistica, non ha fatto altro che sostenere
le ragioni di quanti difendono i confini nazionali incuranti dei pericoli in
cui incombono i migranti. Basta ridurre il numero di sbarchi per collezionare
consensi, da destra a sinistra, anche a costo di far patti col diavolo. Il
nostro ministro degli interni, Matteo Salvini, è troppo connotato politicamente
per raccogliere il beneplacito di tutti, e nonostante il suo consenso stia
progressivamente crescendo non riesce ad ammutolire le voci di quanti ne
criticano l’azione politica. ¿Ma che dire del suo predecessore Marco Minniti,
da tutti celebrato come l’autore di una drastica diminuzione degli sbarchi?
Eppure è lo stesso Minniti che ha siglato gli accordi Italia-Libia per fronteggiare
il traffico di migranti (e sappiamo a quale prezzo); lo stesso Minniti ad aver
preteso un “codice di condotta” per le organizzazioni impegnate a salvare i
migranti nel Mediterraneo; lo stesso Minniti che ha tolto un grado di giudizio
ai migranti che vogliano ricorrere qualora gli venga negata la protezione
internazionale. Insomma quel Minniti là, dal momento che ha ridotto il numero
di sbarchi, viene celebrato come un ottimo ministro senza tener conto che oltre
al numero di sbarchi dovrebbero saltare all’orecchio parole e locuzioni come “traffico
di migranti”, “torture”, “annegamenti”, insomma le parole e le frasi mai
intaccate dal suo decreto. Ora con Salvini le parole “prima gli italiani”, che
dovremmo sapere dove portano, e se vogliamo andare in quella direzione dovremmo
almeno dircelo chiaramente. Prima gli italiani per il lavoro; prima gli
italiani per le liste delle case popolari; prima gli italiani per le
graduatorie degli asili; e perché mai non prima in coda alle poste, al
supermercato, o sui mezzi di trasporto? Come per le rughe del mio viso una
parola tira l’altra. Sembrano tutte normali, innocue. Anche oggi non sono
invecchiato. Anche oggi le stesse parole. Poi passano gli anni, e parola dopo
parola tutto è cambiato. Parole barbare a cui ci stiamo tristemente abituando.
Bruti, i discorsi della politica imbruttiscono anche gli animi più fini, lo
fanno giorno dopo giorno, lentamente, senza che nessuno se ne accorga, e
sdoganato un certo vocabolario diventa più facile legittimare ogni sorta di
barbarie. Se queste sono le nostre parole, ¿che cosa mai vogliamo pretendere dalle
immagini che dovrebbero descrivere? Con la mia macchina fotografica posso anche
ritrarre un uomo nero, ma è soltanto con la parola che posso trasformare
l’immagine nel ritratto di un negro. Perciò l’unica soluzione, tutt’altro che
immediata, mi pare quella d’incrementare il nostro vocabolario. Renderlo più
complesso. Faticare. Sì: faticare. E impegnarsi. Affinché le immagini non si
appiattiscano sulla loro superficie. Soltanto ciò che costa fatica forma il
carattere. Soltanto ciò che costa fatica forma un’opinione. In un mare che
altri vorrebbe oceano di guerra e morte, noi dobbiamo sforzarci per gettare i
ponti dell’interculturalità e della pace.
SULLA
BIENNALE DELLA FOTOGRAFIA.
Torino
è una città che nell’ultimo decennio si è riscoperta come parte di un polo
culturale di grande portata. E, visto il crescente interesse che ruota attorno
all’arte e più in particolare alla fotografia, ¿perché non ospitare la prima
(di fatto non lo è) biennale della fotografia italiana? Prevista in un primo
momento nel 2014, tra polemiche, difficoltà logistiche e amministrative,
l’evento è slittato al 2015. Nel suo primo intervento, il curatore Vittorio
Sgarbi non sembra nutrire grande interesse per l’attualità, tanto che scrive:
<<Qualche giorno fa, arrivata la notizia della morte di Henri
Cartier-Bresson, Domizia Carafoli de Il Giornale mi ha chiesto alcune
osservazioni estetiche sull’opera del grande fotografo.>>. Poco passa
perché si faccia notare, in giro per la rete, che H. Cartier-Bresson è morto
circa dieci anni prima. Sarà stata una semplice svista, il ritorno improvvisato
di un intervento datato, o semplicemente un refuso, in parte comprensibile date
le incertezze che investono questa manifestazione. Proprio per questo vorrei
porre l’accento su una questione di primaria importanza, che riguarda da vicino
il sincretismo tra arte e giornalismo così pericolosamente in voga.
Dopo
aver ricordato, mediante un comunicato, la sua quarantennale esperienza in
materia e il contributo fornito al Paese per una <<diversa consapevolezza
della fotografia>>, Sgarbi getta un ponte tra l’opera di Cartier-Bresson
e R. Capa per censire l’estetica del “momento decisivo”. Così si arriva al
celebre “Miliziano morente” che
tanto ha reso noto chi un tempo si firmava Endre Erno Friedmann, ed è qui che
si inizia a comprendere la prospettiva da cui si guarda oggi la fotografia, e
nello specifico anche il fotogiornalismo. <<Si è molto discusso>>
scrive, se questa foto <<fosse costruita, cercata. Conta poco. E in
quella fotografia che ha dato la gloria a Robert Capa c’è tutta la poetica di
Cartier-Bresson.>>. In un primo momento può sembrare semplicemente
un’affermazione un po’ cinica (costruita o meno significa anche miliziano morto
o vivo) sulla quale non avrei nulla da dire, se non ci fosse al fondo di quanto
affermato un difetto di conoscenza immemore delle implicazioni sociali della
fotografia, e in modo particolare per quel che concerne il reportage dove la veridicità dello scatto è davvero importante,
forse la cosa più importante, perché se la fotografia ha aggiunto qualcosa al
circuito dell’arte è proprio una nuova riflessione sul rapporto tra segno e
realtà.
Costruita
o meno conta poco: ¿ma come? È una fotografia, non un disegno. Francesco Cocco
restituì il premio “Internacional de Fotografía
Humanitaria Luis Valtueña” per molto meno, e per molto meno Narciso
Contreras è stato cacciato dall’Associated Press. Viene da sé che i miti non si
toccano, ma ¿fino a che punto può spingersi l’idolatria? Capa resterà sempre un
grande reporter (vasta è la sua
produzione), ma le ombre che calano su questa fotografia restano un fatto
problematico. Il punto è che Sgarbi parla da critico d’arte, da curatore, e
pare ignorare che l’immagine a cui si riferisce abiti altri orizzonti. Vera o
falsa non importa perché è una fotografia celebre: è questo che conta. Lo
ripete: <<È il celebre Miliziano Morente, scattato durante la guerra
civile spagnola, il soldato colpito che cade, nel momento in cui arretra, perde
le forze, ma non è ancora caduto. Il “momento decisivo”, appunto, né un attimo
prima, quando era ancora vivo, né un attimo dopo, quando era già morto. Il
momento in cui muore. Un perfetto tiro a segno, la cui forza emozionante è
proprio questo passaggio intermedio tra la vita e la morte. Capa ha centrato il
passaggio, come un cacciatore. La straordinaria popolarità di questa fotografia
non ha niente a che vedere con la storia e forse neppure con la naturale
repulsione per la guerra. Essa è un teorema estetico che indica lo specifico
della fotografia rispetto alla pittura e rispetto al cinema.>>. Molto
bene, e forse vale persino la pena morire non da ribelle, ma per l’istituzione
di un “teorema estetico”, ma un miliziano quale martire dell’arte a venire non
mi pare molto convincente. Invece credo esista una quotidianità offesa che i
fotografi più lucidi non si sono esonerati dal riprendere, consapevoli che più
del godimento estetico era la conoscenza dei fatti che andava promossa
nell’anima dei loro pubblici. La verità a tutti i costi! Altro che la bellezza...
E ciò non significa che debbano escludersi a vicenda.
Mentre
l’ennesimo morto di fame piange la sua miseria, i critici da salotto discutono
dei toni e dell’inquadratura, o misurano per lungo e per largo l’immagine
nell’intento di stabilire un prezziario preciso (del resto si sono dati un
prezzo anche loro e non riescono neppure ad immaginare che esista un’esistenza
al di là del lucro), perché nel mondo in cui sono professori nessuno ha il
diritto di farsi vedere se non è ben vestito: mio miliziano, muori pure, ma
fallo con stile! (non sorridiamo, poiché cascano in questo tranello non poche
giurie di prestigiosi premi dedicati al fotogiornalismo).
Forse
Sgarbi vede il soldato ben posizionato sulla diagonale del fotogramma e non un
uomo che offre se stesso in sacrificio per una libertà che è sempre in ritardo.
Forse vicino agli atelier ci si
dimentica che le fotografie non sono quadri, e che soprattutto il reportage non è pittura... neppure arte!
Lì c’è un reporter che per spingersi
sempre un passo oltre prima o poi ci lascia le penne (a Capa capitò nel 1954);
c’è il desiderio di far sapere cosa accade nel mondo perché qualcuno possa
porre rimedio all’infamia di cui l’uomo è solito fregiarsi; e c’è un pubblico
che mediante l’immagine si forma un’opinione: qui lo specifico della fotografia
rispetto alla pittura se non al cinema. Perciò non c’è tanto l’arte quanto
invece la politica, non soltanto lo stile ma anzitempo l’etica. Sebbene esista
una dimensione estetica anche nel fotogiornalismo, ed esista un’innegabile
fascinazione per le forme che prescinde dall’orrenda realtà che testimoniano,
continuare a parlare di reportage
come se si stesse parlando semplicemente di estro è un’operazione assai
imprudente. Cerchiamo di non dimenticare che o il reporter sposa la realtà o tradisce il suo mestiere, e se è vero
che l’immagine non potrà mai essere obiettiva, che almeno sia onesta. È chiaro
che una fotografia non è solamente ciò che mostra, e che anzi rettifica la
realtà dei fatti mostrandocene un distillato, ma è su ciò che si forma
l’opinione pubblica. L’arte avrà altri spazi per nutrire la propria vanità. Ahimè
sono proprio questi sguardi ad aver sedotto i reporter più affamati con la promessa indebita di una morte in
galleria, e ormai non si contano i reportage
prodotti per questo circuito (e in ciò sottratti all’orizzonte pubblico entro
cui dovrebbero circolare).
Per
quel che mi riguarda, il tempo m’ha convinto che se non c’è verità non c’è reportage, e siccome la verità è un
prodotto poco commerciabile, certuni non osano discuterne. Quarant’anni
d’esperienza per non riuscire a distinguere un dipinto da una fotografia? Mi
dispiace, forse il mio rammarico è partigiano, ma mi duole sapere che il
destino della fotografia (e della cultura) italiana possa dipendere anche da
queste persone.
L’INUTILE
VOCE DELLE VITTIME.
Anche
il conflitto israelo-palestinese, come tutti i conflitti moderni, è una guerra
dove armi sono anche le immagini, e in modo particolare la fotografia.
Ricordo
che ai microfoni di La Repubblica, durante un presidio pro-Israele, il
parlamentare di Forza Italia Renato Brunetta ha dichiarato di essere dalla
parte di Israele, che sarebbe l’unico stato democratico in Medio Oriente. Fin
qui una normale presa di posizione, ma di fronte ad un commento riguardo le
fotografie di bambini palestinesi morti sotto le bombe israeliane ha risposto: <<Ogni
volta che c’è un conflitto israelo-palestinese circolano delle immagini. Nella
gran parte dei casi sono immagini di propaganda dall’una parte e dall’altra parte.
Basare il proprio giudizio sulle immagini, o sul lavoro dei giornalisti, è
deviare il giudizio.>>.
Ora,
mettiamo da parte la questione politica e lo spirito ‘democratico’ dello stato
di Israele invocato da Brunetta (su cui personalmente ho più di un dubbio...),
e cerchiamo di analizzare la sua risposta da un’altra prospettiva, se non altro
perché tocca uno dei punti più dolenti della fotografia documentaria: ¿possiamo
liberarci delle immagini definendole semplicemente “propaganda”? ¿Dove sono dunque
quelle immagini che valgono più di mille parole? Ebbene non sono mai esistite,
per il semplice fatto che noi interpretiamo il mondo soprattutto mediante le
parole che utilizziamo per descrivere ciò che vediamo, per cui se dico
propaganda l’immagine è falsa, e se dico informazione allora sarà vera. Un
tempo, con la stessa cattiva fede di Brunetta, fu una giornalista inglese a
dirlo con chiarezza: <<Una foto di mutilato mostra soltanto che si è
fotografato un mutilato, non fornisce alcuna indicazione né sul luogo né sulle
circostanze del delitto e non prova nulla più del suo contenuto.>> [Sorlin1997: xiv-xv]. Perciò
l’immagine non prova nulla e non convince se prima non siamo disposti ad
accettarne, oltre il contenuto, il suo significato. È sempre stato così fin dai
tempi del dagherrotipo, perché anche la fotografia, per quanto affidabile, è
nient’altro che uno stimolo. Stimoli sono le immagini, gli articoli di
giornale, i romanzi, le canzoni, e ne abbiamo bisogno per fornire a due
interlocutori un piano comune su cui confrontarsi. Lo stimolo, per quanto ben
strutturato, resta null’altro che uno stimolo in attesa di accendere un
contenzioso che è il cuore stesso della democrazia. Non possiamo permetterci
risposte da social network del genere
“mi piace” o “non mi piace”, “ci
credo” o “non ci credo”, “like” o “dislike”, ed allo stesso tempo sperare
in una svolta culturale, sociale, o politica. Il significato delle fotografie
che circolano in rete a proposito di quanto accade sulla striscia di Gaza è
dato dalla somma dei discorsi che riescono a sollecitare, e se non si alimenta
il dialogo, se non si creano i presupposti per valutazioni approfondite, il
loro valore è nullo. Non si tratta di prendere per oro colato quanto dicono i
media, ma ci possiamo davvero permettere d’ignorare il lavoro dei giornalisti?
Posizioni
senza argomenti, coalizioni senza programmi, inchieste senza approfondimenti,
sono l’esatto contrario della democrazia. Immagine vera, immagine falsa,
propaganda o meno, ogni posizione dev’essere ben argomentata, altrimenti che ne
è del dibattito? Della democrazia? Nel suo blog,
Leonello Bertolucci ha scritto: <<Domande, domande e nessuna certezza
tranne una: dove le fotografie non suscitano domande è perché le fotografie non
esistono, e se in quel luogo non esistono è perché le domande sono vietate.>>.
Da noi le fotografie esistono, e vengono persino pubblicate, distribuite, e
ancora oggi ognuno è libero di fare domande. Le risposte, ahimè, se non sono
vietate sono quantomeno tabù se basta dire, come ripete Brunetta, <<La
sua è una domanda volgare.>>.

SLEEPING BEAUTY.
Recentemente, il fenomeno della
fotografia post mortem sembra godere
di un ritrovato interesse, ma nonostante tutti ne conoscano la diffusione tardo
ottocentesca, e si crede, il suo moderno declino, ancora permane
un’imbarazzante confusione istoriografica e analitica (e filme come “Departure”, “The
Others”, “The Haunting in Connecticut”,
“Survival of the Dead”, nei
loro differenti approcci, hanno sicuramente risollevato l’interesse del
pubblico per una pratica altrimenti dimenticata, ma non per questo ne hanno
promosso una più chiara comprensione). Il monito di G. Gorer, che nel 1955 in “The pornography of death” lamentava che
<<i processi naturali della corruzione e del decadimento del corpo sono
diventati disgustosi, tanto quanto lo erano un secolo fa i processi naturali della
nascita e della copulazione>> [GOrer1955
e Gorer1963: 206], è stato in
qualche modo ascoltato, e il ritorno della fotografia post mortem nel dibattito socio-antropologico va immediatamente
inserito nel più ampio recupero del tema della morte e del morire; a cui hanno
partecipato a vario titolo Ariès, Thomas, Vovelle, Remotti, Favole, Faeta,
Sozzi, Assmann, Morin, Fuchs, Jankélévitch, Kübler-Ross, solo per citarne
alcuni.
Tuttavia, nel caso specifico,
sembrerebbe non si riesca ad uscire dall’ordine dell’aneddotico o dalle maglie
di ristrette indagini etnografiche, nonostante il cerimoniale non possa
considerarsi una pratica rituale in disuso o un fenomeno folklorico
localizzabile. Sappiamo infatti che fu ampia la sua diffusione, quanto
l’interesse economico che fino ai primi del ‘900 fu in grado di attirare, e
sappiamo anche quanto resista al più ampio ed evidente abbandono delle forme
rituali. In “Secure the shadow”, l’antropologo J. Ruby [Ruby1995] ricorda l’enorme produzione
contemporanea di queste fotografie, testimoniata da Dian Rabson, della Colorado Historical Society di Boulder,
quando lavorava presso una delle divisioni della Kodak, oltre la menzione di specifici
progetti ospedalieri volti a fornire documenti fotografici alle famiglie cui il
figlio sia nato morto. In Italia, tesa in questa direzione, è l’associazione
Ciao Lapo Onlus, nella cui home del sito
la psicoterapeuta e fondatrice C. Rivaldi scrive: <<Molto spesso, quando
le vite dei bimbi sono così brevi, lo shock
è tale che i genitori e i parenti non riescono nemmeno a pensare di poter
scattare foto ricordo, né di bimbi che nascono comunque vivi, e muoiono in
terapia intensiva, né di bimbi nati morti. *** Un ricordo visivo può essere di
grande conforto, e spesso può contribuire a procedere nel percorso di lutto.
Ecco perché è importante poter disporre di una foto. Ecco perché stiamo
cercando di sensibilizzare i reparti di ostetricia affinché le foto dei bimbi
possano essere fatte il più tempestivamente possibile, e direttamente in
reparto, a bambini lavati, sistemati, coperti con cura.>>.
Nonostante ciò, la legittimità
sociale di questi scatti, garantita da un sistema di valori condiviso, si è
notevolmente ridotta e chi li possiede raramente è disposto a mostrarli o a
parlarne apertamente. La loro esistenza clandestina, a cui si devono gran parte
dei fraintendimenti istoriografici, è oltremodo sostenuta dai continui
mutamenti tecnologici del mezzo. Del resto, fin dai primi anni del Novecento la
Kodak ha restituito nelle mani della massa una tecnologia fino allora troppo
complessa per accompagnare le attività quotidiane, ed una pratica così
delicata, come quella della ritrattistica funeraria, sembrerebbe aver
approfittato di una simile opportunità ritirandosi in questo modo
dall’attenzione sociale. Scaduto il ruolo del fotografo professionista,
chiamato al capezzale per eseguire lo scatto, conseguentemente decresce la
circolazione delle immagini all’interno del tessuto sociale, e ciò spiega
perché le riviste specialistiche non pubblichino più, da molto tempo a questa
parte, articoli inerenti la tecnica di ripresa in simili circostanze, ritenendo
la funzione di queste fotografie di scarso interesse professionale. (Uno degli
ultimi articoli dedicati al tema che sono stato in grado di reperire risale al
1891, apparso nell’American Journal of
Photography. L’articolo metteva l’accento sul contributo tecnico fornito
dalla luce artificiale, cioè al flash,
per poter riprendere la salma in qualsiasi circostanza di luce con risultati
eccellenti). Proprio perché amatoriali, per il ricercatore è sempre più
complesso riuscire a reperire fotografie post
mortem contemporanee, e la conclusione a cui troppo spesso si giunge
riguarda la loro presunta collocazione tra le antiche usanze funebri o tra specifiche
realtà folkloriche.
Quando Gorer parla di “pornografia
della morte”, intende proprio riferirsi a quell’ambito dell’indicibile ch’essa
istituisce con la sua venuta, rendendo inadeguata l’espressione pubblica del
dolore e con essa la sua stessa socializzazione. Il fatto che la tanatologia,
come ramo di ricerca distinto e interdisciplinare, sia riuscita negli ultimi
anni ad affermarsi con crescente determinazione, non significa che il tema
della morte non venga tuttora obliato. Ha ragione M. Sozzi quando ricorda che
<<se condannare il tabù non aiuta a comprendere, discutibili risultano
anche le posizioni esageratamente ottimiste, che considerano risolto ogni
problema ricordando la quantità considerevole di libri, articoli, conferenze,
dibattiti sui temi della fine della vita. Le riflessioni sono molto importanti,
ma non modificano automaticamente la realtà, occorre tempo, ed è necessario
individuare un indirizzo di politica culturale consapevole e sufficientemente
condiviso>> [Sozzi2009: ix].
Dalle difficoltà che s’incontrano nel
conseguire vedute condivisibili, derivano le inesatte affermazioni come quella
di S. Ferrari che in “Psicologia del
ritratto nell’arte e nella letteratura” scrive: <<Si pensi all’usanza di ritrarre le sembianze del
morto prima della definitiva sepoltura, per conservare, attraverso l’immagine,
la memoria, secondo un rituale che, fatta eccezione per gli esempi di grandi
pittori o grandi fotografi nei confronti di grandi personaggi, reca un’inevitabile
senso di lugubre inutilità - un’usanza, comunque, pressoché scomparsa nella
nostra cultura.>> [Ferrari1996:
101].
Tracciare i confini per una teoria
generale della fotografia post mortem,
è pertanto un compito particolarmente delicato (dacché presuppone una serie di
approfondimenti interdisciplinari impensabili per un profano della mia risma),
che tuttavia può essere affrontato limitandosi all’attenta analisi della triade
corpo-immagine-mezzo. Questa triade è doppiamente pertinente, poiché sostanza
comune per una corretta definizione dell’immagine quanto della morte; a loro
volta notoriamente imprescindibili l’una dall’altra. La parentela tra i due
ambiti s’impone non soltanto per questioni etimologiche (La parola “immagine”
deriva dal latino imago, termine col
quale si volevano indicare i calchi in cera ottenuti dal viso dei defunti.
Antiche religioni fondate sul culto degli antenati volevano che questi
sopravvivessero nell’immagine, così lo jus
imaginum rappresentava il diritto riservato ai nobili di portare in
processione questi calchi come veri e propri doppi dell’avo. Tutti i
significati che può assumere la parola rivelano la sua matrice esoterica, Imagines erano i fantasmi, le
apparizioni, i riflessi, e imagines
majorum erano definite le statue modellate in cera che raffiguravano i
defunti. Similmente, il sostantivo simulacrum,
utilizzato per indicare i ritratti, era anche usato per definire le visioni, i
sogni o le manifestazioni spettrali. Lo stesso vale per il termine idolo, dal
greco eidolon che voleva riferirsi al
fantasma dei morti e solo successivamente ai più comuni ritratti), ma perché
fenomenologicamente la morte, come aveva ben intuito Epicuro, è un accadimento
soltanto immaginabile, e nell’impressione immaginifica si presenta alla nostra
esperienza anzitutto come immagine. Essa è sempre morte della presenza come il
segno ne è inevitabile attestazione. Parole come “andarsene”, “ci ha lasciato”,
“è venuto a mancare”, così diffuse per evitare il troppo secco “è morto”,
ricordano che il morire riguarda anzitutto il ritiro espositivo (giacché le
credenze religiose impongono la fede nel durare dell’anima), a cui il
superstite partecipa coprendosi di nero, o ritirandosi dal gruppo affinché
possa condividere col morto il governo dell’assenza.
Il segno invece resta, e restando
risarcisce l’originaria lontananza del morto dal suo gruppo, permettendogli in
questo modo di continuare ad esistere nel tessuto sociale della propria
comunità. Immagine infatti non significa soltanto proiezione di una superficie
iconica, ma immediatamente la sua incarnazione materiale, perciò il corpo
dell’immagine, quale materia che si sostituisce al proprio referente, va inteso
come soggetto di scambio tra il segno e la realtà, cioè come una possibilità
concreta di sottrarre all’assenza il proprio spazio. Così come l’azione
naturale della morte strappa lo “io” al suo ambiente, allo stesso modo l’azione
culturale del segno lo restituisce alla sua comunità.
In “Vita
e morte dell’immagine” R. Debray scrive che <<gli immortali non si
fotografano tra loro. Dio è luce, solamente l’uomo è fotografo. Poiché
solamente chi passa, e lo sa, vuole restare. *** così la nascita
dell’immagine è strettamente connessa alla morte. Ma se l’immagine arcaica
scaturisce dalle tombe, è per un rifiuto del nulla e per prolungare la vita>>
[Debray1995: 19], sollevando
perciò la questione della permanenza del morto attraverso la sua trasformazione
in icona. Tuttavia, l’aspetto che immediatamente emerge e colpisce di questi
scatti non riguarda la trasformazione del defunto in immagine, ma la sua
riapparizione come persona vivente, dal momento che i corpi esanimi vengono
rappresentati come se ancora possedessero un barlume di vita, magari colti in
un sonno profondo ma non eterno, o accolti in un letto che ristora senza
abbandonare l’individuo al suo termine. L’abilità dei professionisti consisteva
nel restituire la vita all’immagine, e per evitare l’eccessiva definizione
dagherrotipica, era consuetudine ritoccare gli scatti nell’intento di ridare
freschezza al volto, o magari luce ad occhi altrimenti vuoti. Riportiamo in
proposito i consigli di un professionista: <<Piazzate il vostro
apparecchio fotografico di fronte al corpo, ai piedi del salotto, preparate la
vostra lastra, e qui viene la parte più importante dell’operazione (l’apertura
degli occhi). Ciò può essere fatto adoperando il manico di un cucchiaino da tè;
mettete giù le palpebre superiori, staranno in posizione; girate le pupille al
giusto posto, e avrete il viso quasi naturale come in vita. Un ritocco
appropriato rimuoverà l’espressione vuota e la fissità degli occhi.>> [Ruby1995: 54].
La condizione dello sguardo sembra
essere un elemento nodale per la corretta riuscita degli scatti, se non altro
perché garante di un’espressione vivida o al contrario testimone di un
disatteso abbandono. Non stupisce che l’effetto sia particolarmente
convincente, poiché le lunghe pose pretese dalla dagherrotipia contribuivano a
privare lo sguardo della sua profondità persino nei più comuni ritratti,
cosicché l’intercessione pittorica, in uso anche nella comune ritrattistica,
interveniva a cancellare l’inevitabile astrazione di un volto costretto nella
posa. Ne consegue che il risultato estetico raggiunto nella ritrattistica funeraria,
sia straordinariamente vicino a quello ottenuto in un comune e generico
ritratto, rendendo così ancora più sottile la loro discriminazione. (E in internet vengono spesso presentate come
fotografie post mortem comuni
ritratti d’epoca. Lo scambio deriva spesso dalla scarsa conoscenza del
materiale fotografico presente nei primi atelier,
tra cui figurano terribili poggiatesta che servivano per mantenere fermo il
soggetto davanti a dispositivi fotografici che prevedevano tempi di posa ancora
troppo lunghi per realizzare ritratti istantanei). In un annuncio del 1858
apparso sul The Photographic And Fine Art
Journal si legge: <<Ci è stato mostrato un dagherrotipo di una
bambina... e non ha la minima espressione di sofferenza e niente di orribile o
rigido nel profilo o nei tratti, che di solito rendono le sembianze ritratte in
malattia o dopo la morte, così dolorosamente rivoltanti e che le rendono
decisamente non desiderabili. Invece, ha tutta la freschezza e la vivacità di
una fotografia di un originale vivente – una dolce compostezza – lo sguardo
sereno e felice dell’infanzia – anche gli occhi, per quanto incredibile possa
sembrare, non sono senza espressione, ma così naturali che nessuno potrebbe
pensare ad un ritratto eseguito post
mortem.>> [Burns-Burns2002: 19].
Simili risultati non dipendono
esclusivamente dall’abilità del fotografo, dalla sua capacità di gestire i
chiaroscuri, o dall’intervento in postproduzione di un pittore, ma in modo
particolare da un vero e proprio lavoro di manipolazione della salma. Una
testimonianza importante è data dall’inventore delle carte da visite Disdéri, che fu certamente il più famoso
fotografo-imprenditore dell’epoca: <<Ci raccomandammo che gli venissero
lasciati gli occhi aperti, lo ponemmo seduto vicino ad un tavolo e per operare
dovemmo attendere sette o otto ore. In questo modo potemmo cogliere il momento
in cui le contrazioni dell’agonia scomparvero, dandoci la possibilità di
riprodurre un’apparenza di vita. È il solo modo di ottenere un ritratto
soddisfacente che non ricordi alla persona a cui è caro quel momento così
doloroso che l’ha separata da chi amava.>> [Bolloch2002: 114].
Il distacco professionale che emerge
da queste testimonianze, dimostra il clima di ordinaria amministrazione che si
era creato attorno alla pratica della fotografia post mortem, una professionalità solitamente tipica di medici o funeral director e che invece era qui
territorio comune con i fotografi professionisti. Del resto l’importante
diffusione del cerimoniale rappresentava un’occasione commerciale non
sottovalutabile, ed anche se i fotografi più affermati cercavano di affrancarsi
da questi servizi, vista la loro implicita delicatezza, difficilmente potevano
rinunciarvi del tutto. Persino il grande Nadar, apertamente ostile a questa
declinazione della sua arte, non mancherà di esprimere il suo genio nella
realizzazione delle fotografie post
mortem di V. Hugo, M. Desbordes-Valmore, o E. Carrière. Soltanto il giro
d’affari che la pratica presupponeva può giustificare i consigli tecnici che a
più riprese sono stati pubblicati sulle riviste specialistiche di fine
Ottocento. A titolo esemplificativo, ne riportiamo uno del 1873: <<Quando
ho cominciato a fotografare, venti o trent’anni fa, dovevo realizzare foto di
persone decedute. *** Il modo in cui fotografavo, consisteva semplicemente nel
vestire i corpi stendendoli sul divano; li stendi giù come se stessero
dormendo. È stato questo il mio primo sforzo, con un ragazzo di circa dodici
anni. C’è voluto parecchio prima che me lo lasciassero fare, ma comunque mi
hanno permesso di farlo. Parlo di questo aspetto perché è molto importante che
tu possa fare ciò che desideri nel maneggiare i cadaveri. Li puoi piegare fino
a quando le articolazioni sono flessibili, e puoi fargli assumere una posizione
naturale e semplice. Se una persona è morta e gli amici temono che si potrà
avere un versamento di liquido dalla bocca, la puoi girare con accortezza come
se fosse sotto l’effetto di un emetico. Puoi fare questo in meno di un minuto e
verrà fuori ogni cosa, e potrai pulire la bocca o lavare il viso, e maneggiarla
come fosse una persona che stia bene. Poi sistemi la macchina fotografica e
scatti le tue fotografie come fosse in vita e stesse davanti a te.>> [Southworth1873: 279-280].
Queste procedure ricordano da vicino
le norme della tanato-prassi americana, e proprio per questo la fotografia post mortem è stata spesso bersaglio
delle medesime polemiche. L’intervento cosmetico, come specifica E. Fromm [Fromm1976], viene letto come un
tentativo di camuffamento della morte che ha come unica conseguenza la designificazione
patologica della sua innegabile esistenza. Inaccettabile, la morte viene dunque
smentita nella rappresentazione immobile e definitiva della vita: la vita di un
corpo che altrimenti rivendicherebbe la propria differenza. Nonostante ciò, non
è difficile comprendere perché si possa desiderare una simile immagine, se non
altro per conservare nella memoria una figura riconciliante dei propri cari. È
in proposito piuttosto eloquente una testimonianza riportata nel suo libro da
Ruby: <<Quando mia madre morì per un cancro ai polmoni cinque anni fa,
fui scioccato e imbarazzato di vedere mia nipote che la fotografava nella bara.
Ho pensato che fosse indelicato e irrispettoso, ma non dissi nulla. La settimana
seguente, mia nipote portò le foto a casa. ***
Avevo dimenticato quanto mia madre fosse bella. Quei mesi in ospedale erano
stati così colmi di dolore e sofferenza che i miei ultimi ricordi della cara
donna mi spezzavano il cuore. Queste foto furono di grande aiuto e conforto.
Sono così felice di averle.>> [Ruby1995:
161].
Si etichettano troppo frettolosamente
certe espressioni rituali, o manifestazioni di dolore, ignorando le esigenze
emotive dei superstiti, che con eccessiva semplicità vengono interpretate come
forme morbose di attaccamento. Il confine tra morboso e terapeutico, tra
desiderio e delirio, risulta così sottile soltanto perché viviamo un evo in cui
si sono persi i codici necessari per comprendere determinati atteggiamenti, più
che mai quelli relativi al lutto e alla morte. Sottolinea L. V. Thomas in “Morte e potere”: <<Per prima cosa,
una simile pratica si accorda con il rispetto e la carità nei confronti del
morto – essere umano e non ancora carogna – e nei confronti dei superstiti, a cui
si risparmia uno spettacolo desolante. Infatti i parenti, e soprattutto i
bambini, conservano della morte il ricordo del morto in presenza del quale si
trovano. *** L’ultima visione del
defunto sarà quella di un viso calmo, non alterato dalla sofferenza, non
deformato dalla disidratazione. Sarà il viso di sempre, e non la figura
spaventosa della morte. L’estetica mortuaria, grazie alla mediazione del “come
se”, sdrammatizza la situazione.>> [Thomas2006:
130].
Nondimeno la mediazione cosmetica non
interviene soltanto a ‘sdrammatizzare’ la situazione, ed anche se esiste
un’evidente copro-fobia nella moderna società di massa, ciò non autorizza
l’automatica rimozione d’ogni spazio simbolico. A suggerire una certa cautela è
lo stesso Thomas quando scrive: <<Lavare equivale, rispetto
all’immaginario, a eliminare la sporcizia della morte. I riti religiosi hanno
assorbito questa simbologia della purificazione e conferiscono alla toilette
funebre un valore sacro: essa condiziona il destino dell’anima del defunto.>>
[Thomas1986: 23-24].
Chiaramente l’intervento del simbolo
sulla carne, nella tanato-prassi contemporanea, è vincolato al tempo
d’esposizione della salma, pertanto se resiste intatto sul piano simbolico,
viene invece frustrato su quello sociale. In questi casi, lo strumento
fotografico agisce per estendere l’efficacia simbolica dell’intervento ampliandone
gli spazi di socialità, così da fornire alla memoria dei superstiti un corpo
iconico in cui far riposare il ricordo dell’estinto. Spesso la fotografia post mortem contemporanea è associata
all’esposizione della salma nelle funeral
homes per fermare ed estendere il valore simbolico e funzionale delle
operazioni di toilette; tuttavia, la
moderna iconografia rivela una distanza inalienabile dalle fotografie post mortem ottocentesche, rendendone di
fatto impossibile una lettura univoca.
Sembrerebbe che la tanato-prassi si
sia sviluppata, almeno in America, al tempo della guerra di secessione per
riportare a casa i corpi dei soldati nordisti caduti in battaglia [Laderman1799-1883]. Questa pratica
rispondeva inoltre alle questioni igieniche che alla fine del XIX sec. presero
ad interessare notevolmente gli accademici di molte discipline, oltre a
riportare alla memoria quella sacralità egizia che nella seconda metà dell’800
riscuoteva un notevole successo. Non è da escludere che una certa influenza,
sullo sviluppo della tanato-prassi, l’abbia esercitata anche la fotografia post mortem europea, importata nel nuovo
continente dai flussi migratori. Sebbene le questioni igieniche e cosmetiche
sostengano la legittimità dell’intervento, garantendo una degna esibizione
della salma, da sole non giustificano il lavoro di toilette, che rimane comunque una prassi primariamente simbolica
vieppiù evidente nel caso delle manipolazioni fotografiche. Se si fosse
semplicemente trattato di evitare l’esibizione di un cadavere troppo
<riconoscibile>, simulandone appunto la vita, allora non si spiegherebbe
perché, prima della tanato-prassi, la fotografia sia intervenuta nel rituale
funebre a mediare il rapporto tra la salma e il superstite piuttosto che tra
questo e l’immagine del defunto ancora in vita.
Nel rispondere a questa domanda, i
critici hanno spesso ricordato che nonostante la fotografia si sia diffusa
abbastanza velocemente, non tutte le famiglie erano dotate di un ritratto dei
propri componenti, per cui una fotografia post
mortem poteva spesso rappresentare l’unica occasione disponibile per
conservare un documento già allora investito di un’eccezionale affettività.
Questa teoria, largamente diffusa, spiegherebbe sia l’esigenza di ritrarre un
cadavere, compresa la più consueta iconografia, sia l’abbondanza di fotografie post mortem che abbiano per soggetto i
bambini, dal momento che la giovane età, e l’imprevedibilità della loro morte,
contribuivano al decrescere delle possibilità che ne preesistessero precedenti
documentazioni fotografiche.
Nonostante ciò, se l’ipotesi non è
scorretta è quantomeno incompleta, e sono ancora troppe le fotografie post mortem di personaggi famosi, o
piccoli e medio borghesi, di cui si conoscono una moltitudine di documenti
precedenti. Alcuni esemplari, giunti fino ai giorni nostri, propongono persino
una coppia di scatti, di cui il primo ritrae il defunto poco prima della sua
morte, e il secondo restituisce allo spettatore il suo profilo esanime.
Inoltre, nell’iconografia comune, l’intera scenografia è ricca di riferimenti
alla morte quali fiori, orologi, clessidre, libri, che immediatamente rendono
fittizia qualsiasi dissimulazione. ¿Perché dunque negare la morte e poi
affermarla in ogni piccola componente dell’immagine? ¿È possibile che si tratti
semplicemente di un diniego o questa pratica ha ragioni più profonde?
Il limite delle argomentazioni ad
oggi esposte, sta proprio nell’aver sottovalutato, quando non ignorato
completamente, il ruolo giocato dal cadavere all’interno dell’inquadratura,
perché se questo è il centro della rappresentazione è proprio dalla sua
definizione che dobbiamo partire per comprendere la fotografia post mortem. Il cadavere è un soggetto
ambivalente in cui confluiscono forze antitetiche, volte da un lato alla sua
conservazione, e dall’altro al suo occultamento. Come residuo organico di una
vita ormai concessa ad altri mondi, esso è testimone infausto, ma come residuo,
appunto, di un’anima ormai disincarnata, rimane come unico topos di socializzazione dell’estinto.
Lontano dal ridursi a semplice cosa,
o dal reificarsi come materiale biologico di cui disfarsi, la moderna scienza
medica non è riuscita a liberarci dal suo timore, né a spogliarlo della sua
natura profondamente metafisica. Parliamo certamente di un corpo organico,
innocuo se trattato da un’igienica distanza, ma parliamo anche di una soglia
aperta tra due varchi comunicanti: il mondo fenomenico e l’aldilà. Come afferma
a più riprese Morin <<malgrado certe razionalizzazioni e anzi *** addirittura all’interno di queste,
l’ambito della morte continuerà ad essere la zona d’ombra in cui magia e mito
trionfano in forma più convinta e duratura: così riti, usanze e credenze relative
alla morte continuano ad essere il settore più primitivo delle nostre civiltà>>
[Morin1970: 11£]. Per cui il
cadavere continua a spaventare, e <<fa paura perché i sintomi della
distruzione della carne rimandano all’immagine terrificante dell’annientamento
della persona e della disgregazione del gruppo>> [Thomas2006: 26].
Il naturale processo di tanatomorfosi
rimanda, nell’immaginario simbolico, all’imbarbarimento e alla corruzione
spirituale, ed è per questa ragione, descritta abilmente da Dostoevskij nel
celebre romanzo “I fratelli Karamazov”, che dei santi è diffusa la credenza
che la loro salma rimanga a lungo incorrotta.
La decomposizione indica un mutamento
che non riguarda semplicemente il corpo, ma con esso l’intero sistema di valori
che una data comunità gli iscrive sopra per definire la propria identità. Per
cui, come acutamente osserva F. Remotti, riprendendo il modello di R. Hertz,
<<la morte non si limita a mettere fine all’esistenza corporea, visibile
di una persona, ma ne distrugge l’essere sociale; la morte viene vissuta dalla
società come un sacrilegio, come un attentato, perché distrugge l’essere umano
che essa stessa, mettendo in gioco le proprie energie, aveva costruito e
costituito, e su cui aveva impresso il proprio marchio, il proprio modello di
umanità>> [Remotti2006: 4].
La decomposizione, come fenomeno naturale di disfacimento della carne, è
l’esatto contrario di quei processi antropoietici che ogni cultura mette in
atto per definire se stessa e i propri componenti, dunque licenziarla non è che
l’ennesima rivendicazione di autonomia dalle logiche non condivisibili della
natura.
Affrancarsi dai corpi privi di vita
senza praticargli alcun tipo di intervento, è un modo dis-umano di trattare i defunti che immediatamente riporta alla
violenza e all’emarginazione. Un aspetto interessante di questa rivolta è ben
evidenziabile nell’aikia greca,
oltraggio consistente nella sfigurazione del defunto al fine di disonorarlo e,
secondo alcuni, perché ne sia negata la sopravvivenza. Escluse dunque le
manifestazioni oltraggiose, volte e delegittimare il defunto privandolo della
sua collocazione sociale, un rapido sguardo alle pratiche che le società
riservano ai cadaveri permette di osservare che ogni cultura dispone di un
vocabolario simbolico adeguato alla loro custodia. Essi vengono lavati, oliati,
profumati, truccati, affinché conservino il più a lungo possibile una forma
socialmente definibile.
L’arcaica e mai deposta paura dei
morti, e del loro iracondo ritorno, promuove una serie interminabile di
pratiche, definibili culturalmente, che hanno la comune ambizione di restituire
alla salma una fisionomia disciplinata dal gruppo, trasformandola in questo
modo, in maniera simbolica e illusoria, in un corpo che torni a far parte della
società in cui si è sempre riconosciuto. Sono del resto varie le tradizioni
religiose che sostengono l’immagine della morte come quella di un viaggio in
una dimensione alternativa al mondo fenomenico, o in essa iscritta, e come ha
osservato Gian Paolo Gri, questo tema <<contiene e risolve un’ambiguità
sostanziale del rapporto delle culture con la morte e con i morti: attaccamento
e timore, affetto e paura, desiderio di continuità e bisogno di rottura. La
metafora del viaggio concilia due caratteristiche fondamentali: implica una
partenza, ma garantisce anche un carattere progressivo, processuale,
all’allontanamento; permette di sovrapporre in maniera coerente i tempi della
morte fisica e del processo di consumazione del corpo con i tempi psicologici e
mentali del lutto>> [Gri2000:
15].
La trasformazione del morto in
antenato è perciò processuale, e richiede una serie d’interventi che riescano a
ridare corpo ad un cadavere che è altrimenti soltanto materia. Esiste perciò un
sistema di controllo culturale della putrefazione prende forme differenti
secondo gli usi e costumi d’ogni singola civiltà, ma che a prescindere dalle
differenti manifestazioni, ha come proposito l’occultamento dei naturali
processi di tanato-morfosi. (A. Favole suddivide le pratiche in 5 categorie, secondo
i metodi utilizzati per evitare l’esperienza della putrefazione. Queste sono:
evitare, accelerare, dissimulare, rallentare, bloccare. Per un approfondimento
più esaustivo, si veda Favole2003).
Il corpo (soma) funziona come segno (sema)
che rimanda, differenziandosi, alla sua stessa immagine. M. Blanchot ha
sollevato da tempo la questione della sua iconicità, scrivendo che <<sì,
è proprio lui, il caro vivo, ma è anche di più di lui, è più bello, più
imponente, già monumentale e tanto assolutamente se stesso che è come
raddoppiato da sé, unito alla solenne impersonalità di sé dalla rassomiglianza
e dall’immagine. *** E se il cadavere
è così rassomigliante, il fatto è che esso è, ad un certo momento, la
rassomiglianza per eccellenza, completamente rassomiglianza, e che non è niente
di più. È il simile, simile ad un grado assoluto, sconvolgente e meraviglioso.
Ma a che cosa rassomiglia? A niente. È questa la ragione per cui ogni uomo vivo
è, in fondo, ancora privo di somiglianza>> [Blanchot1955: 225]. L’immagine del defunto non è perciò
un’anomalia nell’universo iconico, ma forse addirittura il suo stesso
paradigma.
Tuttavia, educati dal sapere
semiologico a valutare l’organizzazione interna dei sistemi segnici, e le loro
modalità di designazione, siamo spesso dimentichi del loro potere fattivo. Ciò
è quanto mai evidente proprio per le rappresentazioni visive, originatesi da
una distanza scopica che crediamo inviolabile e necessaria per la natura stessa
del segno. Tra la cosa rappresentata e la sua rappresentazione, non vi è alcun
legame se non di rimando, e perciò inerente le modalità, più o meno mimetiche,
del suo rappresentarsi. Invece l’inalienabile distanza scopica tra il segno e
la cosa rappresentata ha radici più profonde, che riguardano da vicino la volontà
di riprendere possesso dell’oggetto mancante attraverso la sua rievocazione
segnica.
Nell’ormai celebre “Ramo d’oro”, Frazer riordina sotto il termine di “magia simpatica” due aspetti
del magismo primitivo che nel nostro caso risultano piuttosto esplicativi. Il
primo di questi è detto omeopatico, e parte dal presupposto che <<il
simile genera il simile, vale a dire l’effetto somiglia alla causa>> [Frazer1915]. Il secondo è da Frazer
definito contagioso, e si fonda sull’assunto che le cose che sono venute una
volta in contatto reciproco continueranno a interagire a distanza, anche quando
il contatto fisico sia stato interrotto [Frazer1915].
Le moderne teorie della rappresentazione, che affondano le loro radici nella
declinazione platonica del concetto di mimesis,
evidenziano una conquista relativamente tardiva e neanche del tutto esercitata,
poiché nonostante si possa convenire che i segni non siano legati al proprio
referente, se non secondo più o meno strutturate associazioni, non c’è
rivoluzione che non registri l’abbattimento dei simboli avversi, la distruzione
della statua o l’effigie del dittatore sconfitto; o storie d’amore finite male
i cui ricordi, custoditi nelle fotografie, non vengano dati alle fiamme come
ultima e inconsapevole espressione di una volontà cancellatoria.
È necessario superare la nota formula
di E. B. Taylor [Taylor1994],
secondo la quale le logiche dell’arcaismo primitivo rappresentino il primo
stadio di una scala evolutiva che parte dalla magia e traguarda alla scienza, e
invece concepirle come strategie cognitive che si attivano, in modo
particolare, in situazioni di forte partecipazione emotiva: come ad esempio i
riti religiosi, le storie d’amore, o le grandi rivoluzioni. Non è difficile
notare quanto il presunto percorso che porta dalle concezioni animistiche al
sapere scientifico (passando per le metafisiche religiose), non sia affatto
lineare, e quanto queste differenti forme d’interazione con l’ambiente vengano
a sovrapporsi e coesistere all’interno delle medesime culture. Al cuore di
questa scala evolutiva, che intende la magia come una prima soluzione alle
questioni dell’ambiente, c’è l’idea ch’essa risponda ad un difetto di
conoscenza: siccome non era possibile spiegare i fenomeni naturali mediante
teorie fondate sull’analisi di dati oggettivi, o comunque utilizzabili
sperimentalmente, i primi uomini colmarono con la fantasia i vuoti della
ragione. In qualche modo, colmato questo vuoto con una risposta arbitraria,
l’ambiente poteva dirsi comunque sorretto da leggi verosimili, dunque in grado
di spiegarne il funzionamento. In quest’ottica, ovviamente, più cresce il
sapere, più decresce la credenza nei fenomeni soprannaturali e con loro il
dominio della magia.
Tuttavia, e se si sostituisce il
problema della conoscenza della natura con quello del timore dei suoi effetti,
e più in generale con l’angoscia che inevitabilmente accompagna la vita di un
animale cosciente e mortale, allora scienza e magia ritrovano il centro comune
attorno a cui ruotare. Non si tratterebbe più di comprendere l’ambiente,
teorizzando sull’origine dei suoi effetti, ma di riuscire a manipolarlo,
gestirlo, e renderlo funzionale ai propri scopi: quali la caccia, il raccolto,
la lotta contro le malattie o le avverse condizioni meteorologiche. Non a caso i
sortilegi, come del resto le applicazioni tecniche della scienza, mirano
all’incremento delle possibilità di successo in relazione a queste attività,
cioè alla sopravvivenza prima, e ad una più quieta espressione della propria
esistenza dopo.
Ciò
vuol dire che il valore funzionale di queste procedure consiste
nell’intervenire attivamente, e concretamente, nel proprio ambiente perché
deponga, almeno per il tempo necessario a soddisfare certi bisogni, la sua
implicita ostilità. Così come lo scienziato utilizza la tecnica per
riproporzionare le leggi della natura ai suoi scopi, così lo sciamano dispone
di un vocabolario simbolico per adeguarsi alle leggi del cosmo.
Come
ricorda A. Hauser nella sua celebre “Storia
sociale dell’arte”, le immagini erano, per l’uomo primitivo, <<la
trappola in cui la selvaggina doveva cadere, o piuttosto la trappola con
l’animale già catturato: perché l’immagine era insieme rappresentazione e cosa
rappresentata, desiderio e appagamento. Nell’immagine da lui dipinta il
cacciatore paleolitico credeva di possedere la cosa stessa, credeva,
riproducendolo, di acquistare un potere sull’oggetto, egli credeva che
l’animale vero subisse l’uccisione eseguita sull’animale dipinto>> [Hauser1951: 26].
L’effetto
di realtà, che per noi è un derivato della logica disgiuntiva degli opposti, è
qui al contrario il risultato della continua mobilità dell’uno nel suo
contrario, cioè dell’integrità assoluta di tutte le cose. La realtà della
natura, per come la conosciamo, procede da una prima esclusione dell’uomo dal
suo ambiente, dalla dialettica tra un corpo e un non-corpo, tra l’anima e le
cose, mentre nelle culture arcaiche il corpo non è mai se stesso, quanto semmai
la sua funzione, che nel circolo simbolico trova non tanto la sua identità,
quanto il suo spazio. In questo modo il molteplice, mediante continue
assonanze, è anche unità. L’omogeneità del corpo che agisce, precede di fatto
la sua unità organica.
Di
qui non esiste un corpo che di per sé si possa definire tale ed un mondo che a
sua volta lo distanzia, e l’uomo, la terra, le bestie, e in estremo la vita e
la morte, non sono condizioni implicite ma ruoli che via via vengono ad
allegarsi ad attori differenti. Una mano non è una mano, una mano è la caccia
quando brandisce la lancia, il raccolto se sottrae alla terra i suoi frutti,
oppure la morte se colpisce con violenza il nemico. Non si tratta
dell’istituzione di un sistema convenzionale di segni astratti, ma del concreto
desiderio di manipolare il proprio ambiente. Ci ricorda Mauss nella sua “Teoria generale della magia”: <<Gli
atti rituali sono per loro essenza in grado di produrre ben altra cosa che non
delle convenzioni; sono quanto mai efficaci; sono atti creatori; fanno. I riti
magici sono concepiti per l’appunto come tali; tanto che hanno spesso derivato
il proprio nome da questo carattere fattivo: in India, il termine che meglio corrisponde
alla parola rito è karman, atto; il
sortilegio è anche factum, krtyâ per eccellenza; il vocabolo
tedesco zauber ha lo stesso senso
etimologico; altre lingue ancora per designare la magia usano delle parole la
cui radice significa fare.>> [Mauss1902:
15].
Per
cui l’imitazione, l’azione, la manipolazione, sono tutte forme
d’identificazione totemica con l’ambiente circostante e le forze che lo
animano, e non funzioni di un meccanismo espositivo che le immagini arcaiche
ancora non conoscono. <<Di queste figurazioni, si può ammettere che il
fatto che esistano è più importante del fatto che vengano viste» [Benjamin1955: 27], poiché il prodigio
non si attiva nelle forme esposte, quanto invece nell’atto stesso del formarle.
Quanto
detto vale non soltanto per la concezione primitiva dell’immagine, ma anche per
alcune forme iconiche coeve, e in modo particolare per quelle relative alle
funzioni funebri. Certamente non tutta la forza delle immagini è uscita illesa
dalla speculazione scientifica, o filosofica, ma tra le forme iconiche più
resistenti al riduzionismo razionalista vi sono certamente le immagini
meccaniche, o automatiche, che ricordano da vicino le più note e potenti figure
acheropite.
Fin
dal suo esordio, la fotografia è parsa al suo pubblico come una trappola per
doppi, un dispositivo affine agli strumenti di cattura, e la dimensione di
sequestro è ben riconoscibile nella Teoria Degli Spettri elaborata dal
romanziere Balzac, e qui sintetizzata dal grande fotografo Nadar: <<Dunque,
secondo Balzac, ogni corpo, in natura, è composto da varie serie di spettri, in
strati sovrapposti all’infinito, stratificati in membrane infinitesimali, in
tutti i sensi in cui si attua la percezione ottica. Non essendo consentito
all’uomo di creare (cioè dar concretezza a una cosa solida a partire da
un’apparizione e dall’impalpabile, ossia dal nulla fare una cosa), ogni
operazione daguerriana interveniva a rivelare, distaccava e tratteneva,
annettendoselo, uno degli strati del corpo fotografato. Ne deriva per detto
corpo, e a ogni operazione ripetuta, l’evidente perdita d’uno dei suoi spettri,
ossia di una parte fondamentale della sua essenza costitutiva.>> [Nadar1861: 6].
La
lastra, tecnicamente definita vergine prima della sua impressione, non è che lo
spazio metafisico in cui l’altro mondo (o un mondo altro) può rendersi
disponibile. Lo stesso vale per il luogo arcano e segreto in cui gli scatti
vengono dal buio alla luce: la camera oscura. Oscura sta per buia, ma anche per arcana, segreta, enigmatica, sconosciuta. Remo
Ceserani [Ceserani2011], a cui si
deve un’interessante analisi dei campi metaforici occupati dal dispositivo
fotografico, suggerisce un passo di M. Tournier, tratto da “Il re degli ontani” dove si legge:
<<C’è qualcosa della messa nera nelle manipolazioni cui viene sottoposta
impunemente quest’emanazione tanto personale di qualcuno, la sua immagine, allo
stesso modo che l’ingranditore ha qualcosa del tabernacolo, la luce sanguigna
in cui si è immersi ha qualcosa dell’inferno e le vaschette dello sviluppo, del
bagno e fissaggio in cui si gettano successivamente le copie stampate hanno
qualcosa dell’alchimia. E persino gli odori di bisolfito, di idrochione, di
acido acetico e di iposolfito contribuiscono a caricare di malefici l’aria
chiusa.>> [Tournier1970: 127].
Il
successo ottocentesco della fotografia spiritica, a cui dedicò un piccolo ma
interessante studio anche C. Lombroso [Lombroso1909],
e a cui s’interessarono molteplici scienziati dell’epoca, dimostra quanto
l’antico potere iconico possa restare residuo in talune modalità di rappresentazione,
per cui ha perfettamente ragione G. Fiorentino quando scrive che <<crocevia
tra positivismo, spiritismo, visionarismo, teorie fisionomiche, visione
balzachiana degli spettri, ricerche sulla persistenza dell’immagine nella
retina, nuove teorie della visione, processi fisiologici e biochimici, la
fotografia fa crescere l’ambiente artificiale e il potere del soggetto,
determina la caduta dei confini tra spazio e tempo, tra soggetto e oggetto,
lascia emergere il potere dello sfondo>> [Fiorentino2007:
46].
La
progressiva affermazione scientifica in Europa, ha persuaso l’uomo della sua
inalienabile razionalità, escludendo in questo modo un vasto campo di ricerca
relativo ai suoi atteggiamenti quotidiani che solitamente vengono descritti
privi d’ogni metafisica. Nondimeno, quest’abitudine ha più l’aspetto di un
meccanismo di difesa che di un concreto sforzo analitico, e non può in alcun
modo nascondere la profonda irrazionalità sedimentatasi nell’inconscio.
Sappiamo
tutti, ad esempio, quanto sia penoso stracciare le fotografie dei propri cari,
se un sentimento sincero ci lega loro, o quanto sia forte l’istinto di darle
alle fiamme se ci sentiamo feriti dalla persona ritratta. Ovviamente nessuno
crede che il danno all’immagine si trasferisca al modello, eppure è proprio da
questo presupposto che dipendono i nostri atteggiamenti. <<Ciò trova un
concreto corrispettivo nel fastidio ***
che molta gente prova a essere fotografata, soprattutto di sorpresa: si ha
infatti come la sensazione di venire violati nella propria intimità, o meglio,
nella propria essenza individuale, nella propria identità, appunto come se ci
venisse davvero rubata l’anima>> [Ferrari1998:
125].
Pertanto
la fotografia, piuttosto che una novità tecnica, è anzitutto l’ultima
tecnologia delle forme simulacrali, che a partire dal brevetto di Daguerre si è
lentamente sostituita alle precedenti modalità di rappresentazione. Il supporto
fotosensibile, capace di catturare l’immagine del defunto attraverso la sua
diretta proiezione, estende il più antico potere della cera come materiale in
grado di replicare il modello dissimulandone l’intervento soggettivo del
modellatore. Come giustamente ha notato A. Violi, <<mentre la statua,
benché investita di un carattere perturbante, può comunque attraverso la mediazione
dell’artista essere istoriata, ossia portare un tempo, uno stile, un tratto
simbolico del soggetto, la cera doppia infatti il corpo per contatto,
aderendovi come una seconda pelle o una seconda carne: è, appunto, il suo calco
organico, anatomico, l’impronta materiale trasferitasi fisicamente sull’effige.
L’immagine risulta perciò, in questo caso, quasi generata dal corpo stesso,
accrescendo in maniera esponenziale il proprio ruolo (e la propria ambiguità)
di doppio originario, come conferma del resto il vasto repertorio di usi
antropologici che vedono coinvolto l’inimitabile valore sostitutivo della cera>>
[Violi2004: 7].
Troppo
spesso ci si dimentica della dimensione oggettuale dell’immagine, perché
ricollegata all’immaginario, o all’immaginazione, la si libera dal corpo entro
cui inevitabilmente s’incarna. Una storia dell’immagine è invece anzitutto una
storia delle sue tecnologie di reificazione, poiché il potere che fin
dall’antichità gli è stato concesso è strettamente dipendente dai materiali
impiegati e dalle tecniche utilizzate per fornirla di un corpo solido e
durevole. Del resto la durata e la qualità del supporto sono aspetti
fondamentali del suo potere, poiché sorella dei terreni della morte e del
lutto, dell’assenza e del nulla, essa è una risposta alla mortalità dello “io”,
un tentativo di riconciliazione tra l’uomo all’assoluto di cui si sente
privato. Infatti, prima dell’immagine come tecnologia della rappresentazione,
c’è sempre l’immagine dell’uomo, del suo corpo che deperibile trova in queste
tecnologie un nuovo modo per risocializzarsi. In questo senso essa non è
qualcosa che si crea ad immagine e somiglianza di qualcos’altro, ma un corpo
vicario in cui ogni cosa può sopravvivere, cioè un elemento di realtà in cui
l’energia possa perpetuarsi.
Tuttavia
nella struttura dell’immagine, secondo la nota formula di Husserl [Husserl1980], bisogna distinguere il Bildding, che è l’oggetto materiale, il
supporto fisico; il Bildobjekt, che è
ciò che appare sul supporto; e infine il Bildsujet
quale referente oggettivo da riprodurre. Se l’immagine (Bildobjekt) non fosse distinguibile dalla cosa rappresentata (Bildsujet), del resto, non sarebbe
affatto possibile parlarne come fenomeno semiotico, che da un lato si
dissolverebbe in un eccesso di somiglianza che farebbe coincidere la cosa con
la sua proiezione, e dall’altro in un eccesso di dissomiglianza che farebbe
passare l’immagine per una realtà nuova e autonoma. In altri termini il Bildobjekt, nel darsi come traccia, si
concede quale elemento assente che presentatoci sul supporto rammenta,
unitamente alla vicinanza fisica (persino tattile) della cosa rappresentata, la
perdita subita, la distanza invalicabile dal Bildsujet. Ma se solitamente le proprietà percettive e figurative
dell’immagine restano disgiunte, ciò non avviene, col medesimo convincimento,
quando il lutto segni l’ambiente entro cui valutarle. Nel parlare di corpo
iconico, ci si riferisce appunto alla sincronica efficienza delle proprietà
percettive e figurative, cioè ad un’immagine che si forma, nel vocabolario di
Frazer, quale contagio omeopatico in cui l’omologia che si fonda sulla congruenza
delle forme, si sovrappone all’analogia che implica invece un punto di
contatto, naturale o funzionale, tra la realtà e la sua rappresentazione.
Anche
se la sostituzione simbolica della salma avviene ad una dimensione aniconica,
la funzione mimetica favorisce e rinnova l’investimento emotivo, ed è proprio
mediante il riconoscimento che le fotografie diventano, come scrive Volkan,
<<oggetti che in genere vengono custoditi gelosamente dalle persone che
non sono in grado di affrontare e trovare una soluzione al loro dolore, sono
qualcosa che ci offre magicamente l’illusione di poter comunicare con il
defunto>> [Giusti-Proietti1995:
108].
Il
mimetismo dell’impronta sollecita fantasie sostitutive che trovano sostegno,
oltremodo, nel processo ontogenetico del segno; automatico, immediato, e che si
da non come ricalco ma per diretta filiazione. Chiaramente si tratta di
un’azione simbolica, ma la morte apre all’individuo una materia resistente alle
comuni razionalizzazioni le quali, semmai, confermano l’originaria fiducia nel
segno. Per cui ogni volta che si fa luce sul carattere documentale della
fotografia, sulla sua natura di indice, o sulla capacità metonimica di
sostituirsi alla realtà che inquadra, si rimettono in gioco le antiche
superstizioni che gravavano sull’immagine. Ha perfettamente ragione R. Castel
quando scrive che <<nei suoi usi più correnti, la fotografia sembra
ritrovare e riattivare ciò che costituiva il nodo delle condotte magiche più
arcaiche. L’immagine-talismano può avere la funzione di quei sostituti della
persona (oggetti famigliari, effigi) che captano il timore e il desiderio, e
sono i necessari supposti della coscienza di sé e della manipolazione degli
altri. *** Si potrebbero moltiplicare
gli esempi, attinti negli usi correnti della fotografia, di una
sopravvalutazione dell’immagine, che culmina nei casi limite, come nel rapporto
con l’amore e la morte. La fotografia sembra far funzionare ciò, che nel
vocabolario della magia, si definisce una appartenenza. Sarebbe infatti la
migliore appartenenza, perché fedele, completa, letterale. La natura
dell’oggetto fotografico lo renderebbe allora immediatamente atto a connotare
le aspirazioni misteriose dell’inconscio>> [Castel1965: 304].
Così,
nel culto dei morti l’immagine possiede un potere antichissimo e mai dimesso
che ha lo scopo di garantire al soggetto la sua immortalità. In essa, scrive H.
Belting, <<il defunto scambiava il proprio corpo, ormai perduto, con
un’immagine attraverso la quale poter restare accanto ai vivi. Solo
nell’immagine poteva aver luogo lo scambio con la presenza del defunto. Il
mezzo rappresentava il corpo del defunto così come esso era per i corpi dei
vivi che effettuavano lo scambio simbolico tra morte e immagine>> [Belting2002: 41]. Ogni fotografia post mortem, lontano dal rappresentare
una forma morbosa di attaccamento alla vita e diniego della morte, è un corpo
concesso al defunto per continuare ad esistere tra i vivi, un corpo che
necessita del cadavere come soggetto e della fotografia come medium per
l’incarnazione.
La
comune iconografia, che presenta il defunto come ancora vivente, non è altro
che un’imbalsamazione iconica che si accorda perfettamente al rispetto dei
morti ed ai culti che da tempi antichissimi ne auspicano l’incorruttibilità
delle spoglie. Il corpo naturale cede se stesso all’immagine, il ché vuol dire
che il corpo iconico funziona da agente sul corpo naturale che sostituisce. È
in questo modo che sulla triade corpo-immagine-mezzo, si fondano
contemporaneamente la natura della morte, e quella della figurazione.
Tuttavia,
restano ancora da chiarire le motivazioni che hanno portato la pratica al suo
oblio, perché se è vero che ancora oggi si eseguono questi scatti, come
dimostra l’ampia documentazione raccolta da J. Ruby, è altrettanto vero che la
loro esistenza pubblica è quanto mai minacciata. Sostituite dalle più comuni
foto ricordo, è necessario capire in che modo esse vi si trovino connesse, se
cioè ne rappresentino l’ovvio epilogo o al contrario l’inattesa antitesi.
<<Perché certe persone fotografano i loro morti, o i loro funerali, e
affiggono le immagini sulle pietre tombali?>> [Ruby1995: 174] si chiede in coda al suo libro “Secure
the shadow” l’antropologo
J. Ruby; per poi concludere: <<C’è qualche scopo o motivazione che
giustifichi tutte le fotografie funebri? Potrebbe non essere più complessa (la
giustificazione) che il fatto che le foto che fissano le memorie di una vita, o
commemorano la morte, ci forniscono un modo per ricordare quello che potremmo
dimenticare. C’è un comune legame tra il compiangere e le immagini
fotografiche. Preservare il ricordo era senza dubbio la motivazione
fondamentale all’invenzione della fotografia.>> [Ruby1995: 174].
È
evidentemente riduttivo porre sullo stesso piano le ragioni della fotografia post mortem e quelle delle più moderne
foto ricordo, se non altro perché evidenziano due modalità antitetiche di
affrontare il tema della morte e del lutto. Non vi è dubbio che vi sia un
legame indissolubile tra immagine fotografica e compianto, ma il soggetto del
nostro dolore è davvero il medesimo nelle due diverse forme di memoriale?
Un
rapido sguardo all’evoluzione iconografica della pratica rivela alcuni
interessanti spunti di riflessione: se nei primi esemplari di fotografie post mortem il defunto veniva ripreso
mediante importanti primi piani e, per quanto possibile, come fosse ancora
vivo, più tardi verrà deposto nella bara e ritratto assieme all’intero corredo
funebre. Il progressivo distanziamento della camera dal soggetto evidenzia il
graduale distacco dei superstiti dal morto, non in un senso affettivo, ma come
disunione tra la comunità dei vivi e la permanenza in essa dei morti. Se nel
primo piano, o al centro del ritratto di famiglia, il defunto entrava e restava
chiaramente nel gruppo, con la ripresa del suo funerale non se ne sottolinea
altro che la dipartita. Lentamente, la funzione rituale della fotografia post mortem lascia il posto (anche negli
esempi recenti) alla funzione documentale della foto ricordo.
Il
ritratto post mortem, oltre che
fornire un supporto stabile al rimpianto, funziona come agente di manipolazione
delle spoglie che ha il compito di trasformare il volto naturale del vivente,
nel quale s’imprime la propria individualità, nella maschera autentica del suo
decedere, in cui invece s’iscrive l’identità collettiva. Il cadavere non è
propriamente un volto, una persona, ma già la sua immagine, che pertanto
funziona come primo disciplinamento del corpo naturale. In altri termini, non è
propriamente l’individuo (identità egoica) ad essere ritratto, e perciò
commemorato, ma la sua proiezione sociale (identità animica) che trova, nella
figura dell’antenato, la propria ragione espositiva.
Le
moderne foto ricordo, richiamando la biografia dell’estinto, non fanno altro
che sottolinearne l’assenza nei confini dell’attualità. Dal memento mori, che concedeva alla morte
un valore fondamentale nell’organizzazione della vita e con questa nella
strutturazione del gruppo sociale, si è passati ad in memoria di, ponendo sempre più l’accento sull’individuo
scomparso e quindi, appunto, sul suo mancare.
Senza
l’esposizione del cadavere viene meno la possibilità di un dialogo che non si
riferisca alla persona estinta ma al suo attuale statuto di estinto; un dialogo
pertanto declinato al presente. Insomma il cadavere costringe ad assumere un
ruolo, nella conversazione, che non può prescindere da un’originaria e
innegabile alterità: mi restituisce, dal momento che mi guarda dalla soglia di
un corpo esanime, una differenza che nel normale rapporto con l’immagine di un
viso fresco di vita io non riesco a recuperare. Esasperata la funzione
documentale su quella monumentale, si finisce con l’avere l’impressione che le
moderne foto ricordo agiscano non sulla memoria dei morti, ma su quella dei
vivi, perché alla coscienza riportano l’immagine biografica di una vita che è
stata spezzata, e non viceversa la testimonianza di un durare dell’estinto
all’interno della comunità dei viventi. Abbandonare i morti significa infatti
privarli della loro originaria funzione, che è da sempre quella di legittimare
l’unità del gruppo difendendone la continuità storica. Insomma, <<Per
quanto possa essere il divario tra i loro rispettivi ordini, la natura e la
cultura hanno almeno una cosa in comune: entrambe sollecitano i vivi a fare gli
interessi dei non ancora nati. E tuttavia, quanto a strategia, differiscono per
un aspetto decisivo: la cultura si perpetua attraverso il potere dei morti,
mentre la natura, per quanto ne sappiamo, non utilizza questa risorsa se non in
un senso strettamente organico.>> [Harrison2003:
vii].
Se
la natura si difende dall’invecchiamento sacrificando il singolo in favore
della specie, la cultura, dal suo canto, preserva se stessa dal disfacimento
accumulando il contributo dei singoli in favore delle generazioni a venire. La
morte del singolo non solo permette un rinnovo
ma anche un ritrovo. Il morto non
chiama il nuovo nato; vi resta dentro. Esiste dunque un’eccedenza dei morti, un
senso del remoto dal cui recupero dipendono i processi di autorappresentazione
di una comunità. L’aggregazione tra individui, necessaria alla loro
sopravvivenza, è perciò un incontro tra vivi e morti, uno stare insieme che non
riguarda soltanto la contiguità fisica del presente, e dunque dei presenti, ma
anche i continui scambi generazionali a cui partecipa attivamente l’eredità dei
morti. Attraverso questa eredità, l’uomo trasforma la natura in cultura, la
presenza in significato, e non è un caso che la parola greca sèma indichi sia il segno che la tomba:
cioè il luogo della morte e lo strumento della cultura. Esiste, come rileva P.
Ariès [Ariès1996], un rapporto tra
il tasso d’inquadramento a cui una società sottopone il problema della morte, e
l’indice d’individualismo in essa presente. Più una società si organizza
orizzontalmente, sollecitando la cooperazione e l’unita, più la morte è
addomesticata e l’individualismo meno dominante. Al contrario, più si
sollecitano le biografie individuali, ponendo l’accento sull’intraprendenza
dei singoli, piuttosto che sulla libera collaborazione, più la morte sarà meno
inquadrata sia socialmente che culturalmente. Alla moderna tabuizzazione della
morte, si accorda perfettamente un memoriale che fonda se stesso sul ricordo
della vita, sul recupero delle biografie, piuttosto che sull’assimilazione
dell’ascendente che il defunto un tempo esercitava.
Del
resto, se è cambiato l’immaginario relativo alla morte è perché è notevolmente
mutata l’esperienza del morire, che al corteo funebre, per lo più vivo in un
ambiente familiare come lo era la camera del morente, ha sostituito
l’impersonale e smorta scenografia ospedaliera. Oggi si muore quasi di
nascosto, con vergogna, e l’ormai impopolare corteo di visita alla camera del
morente ha assunto i tratti di un ultimo saluto più meschino e interessato, che
non sinceramente partecipe al dolore mediante un circuito simbolico chiaro e
definibile. A questa morte clandestinamente vissuta non si può neppure opporre
la partecipazione commossa dei familiari, che sembrano aver perso la capacità
di accompagnare il loro caro attraverso i complessi meccanismi della malattia e
della morte. I. Heath, nella sua lunga carriera di medico, ha ampiamente
affrontato queste problematiche e infine concluso che <<la
professionalizzazione delle cure palliative e la conseguente medicalizzazione
della morte sembrano aver sottratto competenze a poteri alle famiglie e agli
amici, che non sono dunque più in grado di adattarsi all’angoscia di chi muore>>
[Heath2007: 52].
In
nome di una scienza che emancipandosi continuamente vanta il privilegio di
poterci sottrarre giorno per giorno dall’imminenza della morte, il malato è
diventato uno dei suoi oggetti di ricerca, deprivato così della sua condizione
di essere umano. Alla malattia segue il ricovero, al ricovero segue la
sottomissione all’ordine dei medici e a questa sottomissione segue, inevitabilmente,
il deprezzamento di qualsiasi forma rituale.
Questo
è senz’altro il grande cambiamento: ieri le credenze religiose incitavano a
collocare la morte nella vita, di cui essa non era che una tappa. Oggi, la morte
è l’anti-vita, principio assoluto che si apre sul vuoto, negazione totale
dell’esistenza. È importante quindi dimenticarla al più presto, nell’attesa che
la scienza, prima o poi, <<le faccia la pelle>> [Thomas2006: 76].
La
morte non è più vissuta come il termine naturale della vita, ma piuttosto come
l’evento terminale della malattia. È naturale che la burocrazia tecnica di una
tale istituzione scoraggi la libera iniziativa di un rituale che non avrebbe
più senso una volta sottratta all’individuo la sua morte. L’ospedale non è il
luogo adatto affinché il rito si esprima. Il medico non è la persona adatta
perché il moribondo si senta partecipe, anche in fin di vita, di una comunità
che lo ha accolto e continuerà a farlo. Quella forma di moralità professionale
che chiamiamo deontologia non è adatta a prescrivere i codici necessari al
morente per vivere la propria morte con dignità.
Poiché
oggi si muore meno, più tardi, e lontani dalla comunità, la morte cessa di
rappresentare un punto d’interesse sociale su cui costruire atteggiamenti e
strategie condivise. Questo non vuol dire che non spaventi, che sia in una
qualche misura dimenticata e addomesticata, poiché questo disinteresse non ha
avuto altra conseguenza che un aumento dell’angoscia individuale. È la comunità
che volta le spalle alla morte fingendo non esista, rendendo il superstite solo
innanzi al suo dolore. Dice ancora P. Ariès: <<Oggi si muore così, non
perché non si sappia, ma perché non si sa parlare. Il linguaggio del sentimento
è stato dimenticato. Viviamo in un universo che non ha più codici. Si vuole
essere sempre spontanei, ma la spontaneità non esiste o, quantomeno, non si può
esprimere. Non si può inventare un linguaggio tutte le volte che si ha qualcosa
da dire: si è dunque obbligati ad usare dei codici. L’uomo di una volta se ne
serviva. E allora gli si è cominciato a dire che in questo c’era
dell’ipocrisia, che usava stereotipi e banalità. Così i codici sono stati
soppressi, e con loro le capacità d’esprimersi.>> [Ariès1996: 103].
Tramontate
le strategie di supporto che ogni comunità aveva prescritto a sostegno del
dolore e del contenimento personale, vale a dire a vantaggio di un lutto
socialmente vissuto, si smarriscono progressivamente i codici negoziabili in
grado di rappresentare la morte e il morente. Non è un caso che ogni qual volta
una comunità, per via di una tragedia, o di una grande paura, o di un grande
dolore, ritrovi il suo senso d’appartenenza, riemergono alla luce riti antichi
e usanze che con la sola ragione pratica non potrebbero spiegarsi. L’11
settembre, i corpi delle vittime furono bersaglio di strategie rituali che si
erano credute abbandonate e incapaci a sostenere le moderne forme di dolore
luttuoso; le spoglie che non furono ritrovate vennero sostituite con simulacri:
vesti, oggetti, fotografie, furono sepolte al loro posto in modo da non
rinunciare all’esecuzione di un funerale che era reso d’obbligo al loro
sacrificio. In modalità contraria, ma alla luce del medesimo universo
simbolico, il corpo del dittatore italiano Benito Mussolini fu martoriato in
piazzale Loreto dall’ira della folla. Questa circostanza ricorda da vicino la
collera di Achille riportando alla nostra memoria il resistere di atteggiamenti
che hanno la loro ragione in antichissime credenze culturali che il tempo
trascorso suggerisce immutabili e che riemergono, non a caso, in quei momenti
in cui il senso sociale, vale a dire la consapevolezza di appartenere a un
gruppo e di potersi definire sulla linea del suo profilo, ritrova una nuova
vitalità.
L’insufficiente
attenzione istoriografica dedicata al fenomeno della fotografia post mortem, impedisce un
approfondimento metodico della sua copertura geografica, specialmente in epoca
contemporanea, ma dalle osservazioni di J. Ruby, e dalla consultazione delle
principali collezioni pubbliche e private (purtroppo non sempre ben
archiviate), emerge una frequenza maggiore tra le popolazioni asiatiche,
africane, sud americane ed est europee. Chiaramente questi risultati riguardano
indagini condotte, in modo particolare, sulle comunità di immigrati presenti
sul suolo americano, e non possono pertanto fornire, allo stato attuale, un
solido grafico di riferimento. In Italia, la fotografia post mortem si è diffusa, e continua a diffondersi, in modo
particolare nel meridione o dove si siano insediate minoranze etniche, perché
sembrerebbe nutrirsi di quel senso del collettivo che in queste condizioni trova
rigenerata la sua forza.
La
scarsa attenzione sociale che viene dedicata non soltanto alla fotografia post mortem, ma a tutte le forme di
ritualità (che non siano quelle consumistiche), non è che il primo campanello
d’allarme giunto ad avvertirci che con esse stiamo dimenticando non tanto il
sentimento religioso (a cui spesso si allegano questi cerimoniali e che perciò
crediamo in loro in modo implicito), ma il più ampio sentimento di
appartenenza.

SENSO
E SENSIBILE.
Se
c’è un aspetto che più di altri separa la modernità dal mondo antico, questo è
relativo alla sopravvalutazione del sensibile sul senso, come, alla stessa
maniera, la post-modernità si affranca dalla modernità sostituendo il mondo
sensibile coi suoi stessi simulacri, portando lentamente, almeno l’Occidente,
alla completa derealizzazione dei propri confini. Ma se si può legittimamente
parlare di una sovraesposizione simulacrale, non è perché la realtà sia sparita
(alla maniera di Baudrillard), ma perché è stata rimossa, ed il rimosso è
inevitabilmente votato a mostrarsi, sia pure sotto forma di sintomo o
patologia. Il simulacro non è pertanto qualcosa che stia al posto della realtà
ma la proiezione giunta a difenderla, cioè lo specchio sacrificato alle masse
per privarle della loro partecipazione sociale.
Una
delle caratteristiche fondamentali del nostro tempo, è l’enorme quantità
d’immagini analogiche in circolazione, e il flusso iconico che ne consegue è
parte integrante dei più ampi processi di globalizzazione. Difformi dai propri
modelli, queste immagini continuano a sembrarci attendibili, contribuendo in
misura tutt’altro che marginale a definire il nostro profilo d’umanità. Come
ricorda M. J. Mondzain, <<non solo le immagini sono innumerevoli, ma si
potrebbe anche aggiungere che nessuno vede ciò che vedono gli altri.
L’esperienza del vedere è irriducibilmente legata al vissuto di ciascuno. Disseminata
nel polimorfismo del visibile e nella molteplicità incalcolabile delle
esperienze soggettive, l’immagine non può che costituirsi se non nella
costruzione di un “vedere insieme”. Questa condivisione degli sguardi riguarda
tutte le figure dell’alterità, a partire dall’intimità di una relazione a due,
fino alla condivisione comunitaria più vasta. Nella condivisione del visibile è
in gioco qualcosa della nozione stessa di umanità>> [Mondzain2003].
Come
categoria del tutto particolare e per certi versi conturbante, l’immagine
analogica, che ha le proprie radici nell’invenzione della fotografia, suscita
in noi un’infinità di interrogativi che sono destinati, in parte o del tutto, a
restare fondamentalmente in sospeso. <<Qual è il contenuto del messaggio fotografico?
che cosa trasmette la fotografia? Per definizione la scena stessa, il reale
preso alla lettera. Dall’oggetto all’immagine vi è indubbiamente una riduzione:
di proporzione, di prospettiva e di colore. Ma questa riduzione non è mai una
trasformazione (nel senso matematico del termine); per passare dal reale alla
sua fotografia, non è affatto necessario scomporlo in unità e costituire queste
unità in segni che differiscono sostanzialmente dall’oggetto che essi offrono
in lettura; tra quest’oggetto e la sua immagine non è affatto necessario
disporre un collegamento, cioè un codice; senza dubbio l’immagine non è il
reale; ma ne è quantomeno l’analogon
perfetto, ed è precisamente questa perfezione analogica che, per il senso comune,
definisce la fotografia>> si chiede R. Barthes [Barthes1982].
Tuttavia
dobbiamo chiederci se questa perfezione analogica sia naturale o mediata da una
precisa educazione culturale, tenendo presente che se come giustamente ha avuto
modo di chiarire P. Spinicci, <<per vedere in un ritratto un volto
dipinto non vi è bisogno di nulla se non degli occhi>> [Spinicci2008], per ricavarne invece un
significato, un indizio o una prova, è necessaria una fiducia originaria nel
segno. Non è così scontato che la fotografia rappresenti una pura contingenza –
solo perché indiscutibilmente ne ricalchi l’impressione retinica –, giacché per
l’uomo, come sottolineano a più riprese gli studi di N. Goodman [Goodman1951 e Goodman1978], non lo è neppure il mondo esterno. Almeno a
partire dalla nascita della meccanica quantistica (L’inconsistenza e l’inafferrabilità
della realtà, e del suo funzionamento, era già chiara ai maggiori filosofi
dell’Ottocento), sappiamo che la realtà non è per noi che una funzione del
linguaggio che adoperiamo per descriverla, se come afferma W. Heisenberg
<<ciò che osserviamo non è la natura in se stessa, ma la natura esposta
ai nostri metodi d’indagine>> [Heisenberg1966],
per cui è importante comprendere come si sia riusciti, nel tempo, ad elaborarne
la concezione attuale, cioè a costruire quel <vedere insieme> che sembra
essere indispensabile all’uomo per organizzare le proprie esperienze.
Proprio
perché la realtà, per come siamo soliti immaginarla, presuppone un’originaria
distanza scopica tra soggetto e oggetto, e tra soggettività e oggettività, non
è azzardato percorrerla attraverso un’analisi preliminare della visualità. Con
forse maggior precisione è Merleau-Ponty che chiarisce l’interdipendenza tra
vedere e conoscere quando nel suo libro “Le visible et l’invisible” annota: <<Se si ricostruisce il
modo in cui le nostre esperienze dipendono le une dalle altre secondo il senso
più proprio, e se, per meglio mettere a nudo i rapporti essenziali di
dipendenza, si tenta di romperli in pensiero, ci si accorge che tutto ciò che
per noi si chiama pensiero esige quella distanza da sé, quella apertura
iniziale che per noi è rappresentata da un campo di visione.>> [Marleau-Ponty1964].
Del
resto vedere non vuol dire arrestarsi al veduto, ma mediante questo andare in
profondità alla ricerca delle sue ragioni espositive, cioè del senso che il
veduto inevitabilmente porta presso la mia coscienza. Se ciò non fosse vero,
non vi sarebbe alcuna lettura del testo visivo, né codifica dei segni iconici,
e di fronte a queste immagini il nostro pensiero arretrerebbe come innanzi ad
uno specchio vuoto. E invece la superficie sensibile delinea lo spazio in cui
la realtà si rende visibile e perciò pregnante, tanto che continuiamo a cercare
nell’evidenza retinica un meno apparente significato. Ciò perché non crediamo
soltanto che vi sia una relazione omotetica tra l’immagine fotografica e
l’immagine della cosa fotografata, ma perché ravvisiamo una simile
corrispondenza tra la cosa e la sua immagine. In altri termini, l’equivalenza
che registriamo non riguarda tanto la fedeltà dell’immagine alle qualità
estetiche del modello, quanto quella del modello alla sua immagine, che così si
riduce alla sua superficie apparente.
Le
immagini tecniche, non sono perciò soltanto contenitori affidabili, ma veicoli
di contenuti specifici e altamente preganti, perché se oggi si può
legittimamente parlare della presenza di una minaccia iconica, non è perché le
immagini duplicano la realtà, ma perché la significano, fino al punto che gli
eventi tendono sempre più a svilupparsi in ragione delle loro possibilità
mediali. Nondimeno, il significato di un evento è sempre più riconducibile alla
sua manifestazione sensibile, come a voler confermare l’esistenza di una
reciprocità inalienabile tra forma e contenuto. Ciò vuol dire che abbiamo
finito per fare dell’universo sensibile il solo spazio reale e perciò
significante. Tanto è vero che se oggigiorno è ingenuo credere a tutto quanto
si veda, è oltremodo superstizioso credere a ciò che al contrario non si vede.
Ciò
che voglio mettere in discussione non è l’immediato riconoscimento della cosa
fotografata come oggetto tangibile e reale ma l’istintivo atteggiamento a fare
di quest’immagine un documento capace di significare il proprio referente,
anche se, ben inteso, nessuno si arrischia a ridurre il mondo alla sua
fotografia (nonostante si sia già raccolta la realtà nella sua apparenza).
Sappiamo bene quanto sia intrattabile l’immagine analogica, quanti tranelli
tenda e quanto sia seducente, pericolosa, ma sappiamo anche quanto sia irrinunciabile
il suo servizio, e per una lunga tradizione culturale ci siamo anche abituati a
pensare che nell’analogia si mostri più verità di quanta se ne possa ricavare
da altre forme segniche. Così realismo e obbiettività si sovrappongono, e nel
sovrapporsi contraggono il senso d’ogni cosa nelle ragioni della sua
esposizione. Scrive P. Bourdieur: <<Se la fotografia è considerata una
registrazione perfettamente realistica e obiettiva del mondo visibile, è perché
(fin dall’origine) gli sono stati assegnati degli usi sociali ritenuti
realistici e obiettivi. E se essa si è proposta immediatamente con le apparenze
di un linguaggio senza codice né sintassi, in breve di un linguaggio naturale,
è innanzitutto perché la selezione che opera nel mondo visibile risulta
totalmente conforme nella sua logica alla rappresentazione del mondo che si è
imposta in Europa a partire dal Quattrocento.>> [Bourdieur1965].
A partire dal Quattrocento perché di
lì la sapienza antica, basata sulla noésis,
viene messa in crisi dal pensiero tecnico di artigiani specializzati, gli
stessi che scoperto il Nuovo Continente confuteranno con evidenza quanto detto
dai filosofi e dai teologi riguardo il mondo circostante (Per un
approfondimento del rapporto tra sapienza antica e rivoluzione tecnica, si
rimanda agli studi di P. Rossi, in particolare “La
nascita della scienza moderna in Europa” e “i filosofi e le macchine
1400-1700”). Proprio quando la tecnica diventa parte legittima del
metodo scientifico, l’immagine non fatta da mano d’uomo può vantare una densità
informazionale negata alle precedenti tecnologie iconiche (La fiducia nelle
immagini tecniche poggia sulla diffidenza resa a quelle artigianali, e pertanto
presuppone l’esistenza di quella che G. Anders ha definito “vergogna prometeica”
[Anders1956]). Non si tratterebbe
più di comprendere la realtà, ma di osservarla, e nell’osservazione è implicita
una necessaria distanza scopica che immediatamente pone l’osservatore quale
elemento estraneo. Se la tecnologia ci appare affidabile, non è perché sia più
precisa dell’attività umana, ma perché preserva la distanza tra sperimentatore
e soggetto sperimentale, per cui, come scrive J. Baudrillard, <<il
dispiegamento tecnologico indica che l’uomo ha smesso di credere nella sua
esistenza e che ha deciso di avere un’esistenza virtuale, un destino per
delega. Tutti i nostri artefatti diventano allora il luogo dell’inesistenza del
soggetto, del suo desiderio d’inesistenza. ***
la finalità della tecnica consisterebbe, più che nella trasformazione del mondo,
in un mondo autonomo, pienamente realizzato, da cui potremmo finalmente
ritirarci>> [Baudrillard1996].
Ovviamente
la tecnolatria occidentale, all’interno del quale si colloca il successo delle
immagini analogiche, implica un’educazione culturale che non possiamo fare a
meno di riassumere. Per meglio chiarire i presupposti proto-fotografici che
hanno determinato il successo dell’invenzione di Daguerre, vorrei partire
dall’analisi comparata di due opere assai note: il David di Michelangelo e
quello del Bernini, poiché lo spazio che separa le due concezioni estetiche è
il medesimo che slega la conoscenza tecnica dalla sapienza antica. Nel David di
Michelangelo, ciò che emerge quale centro narrativo dell’intera vicenda, non è
l’azione che ben cattura il Bernini nella sua scultura, ma il sopraggiungere di
un’intenzione originaria. Lo sforzo fisico del lancio lascia il posto ad un
David immobile, completamente immerso in una fatica che è tutta mentale e che
si raccoglie in uno sguardo attento e corrugato. Formatosi sulla metafisica
platonica, Michelangelo trascura di raccontare la lotta contro il gigante
filisteo, preferendo porre l’accento sul conflitto interiore del secondo re
d’Israele, che lungi dall’esaurirsi in un tropo
preciso e delineabile, diventa il prototipo essenziale dell’animo battagliero.
Nel Bernini si fa invece evidente il tono di Galilei, l’idea nascente di un
necessario primato dell’agire sulla speculazione, il ribaltamento e la
rivincita della meccanica sulle arti liberali e di conseguenza il predominio
della storia sulla filosofia. Il passaggio dal perché al come, dalle
cause agli effetti, implica che il vero oggetto non è più la natura
dell’universo o dell’uomo, ma i processi mediante cui si manifestano. La
corazza è stata appena riposta (perché troppo pesante), il corpo si avvita, la
fronte si corruga, le labbra rientrano, lo sguardo mira il bersaglio: non vi è
alcuna rappresentazione mentale del gesto ma l’esatta riproduzione del suo
compiersi. Il piacere estetico che ne deriva non ha più nulla a che vedere col
riconoscimento dell’invisibile nel visibile, ma con la diretta esperienza di un
vedere che non presupponendo un al di là del visibile si riassorbe
completamente in se stesso. Il logos
michelangiolesco lascia il posto al pathos
del Bernini.
Il
passaggio da una scultura all’altra risponde al conflitto tra una visione del
mondo ideale ed una materiale, tra Platone e Bacone, tra l’assoluto e il
relativo, tra l’eterno e il divenire, confermando ancora una volta che il
problema è relativo al modello di verità a cui una data cultura aderisce e su
cui si costruisce. Per il pensiero greco, portato avanti da Michelangelo sino
alle soglie più estreme del Rinascimento, essa era qualcosa di ben più
complesso che l’aggregazione del visibile e dell’esperibile, e riguardava
l’idea posta a fondamento dei fenomeni e in questi nascosta. Necessariamente
essente, la verità non si riduce all’esistere delle apparenze, che altresì sono
fonte d’inganno, ma all’affermarsi di principi immutabili (logoi) che certamente fanno da matrice
al fenomenico, ma che in ultima istanza non gli sono perfettamente conformi. La
corrispondenza tra idea e forma è pertanto imperfetta, e per quanto dialettici
il mondo e la sua idea percorrono due rive antitetiche: l’una rivolta al pensiero,
l’altra al corpo sensibile. Siccome l’esperienza quotidiana ci dimostra
continuamente quanto il mondo sia alterabile, instabile, mutevole, e perciò
riconducibile ai territori del molteplice, la verità, in quanto principio
unico, immobile ed eterno, non può abitare l’universo delle apparenze, ma uno
spazio superiore che sia libero dalla pressione del divenire e dalla gabbia del
corpo sensibile in cui il divenire trova appunto terreno d’espressione.
L’intelligibile sarebbe perciò in se stesso non-esperibile se non mediante
l’astrazione intellettuale. Di qui è chiaro che i sensi non possono in alcun
modo aiutarci a comprendere la verità, e che perciò l’immagine, come oggetto
accordato al vedere, non è che una trappola pericolosa. Il filosofo ben lo chiarisce
nel “Simposio”, quando avverte: Lo sguardo della mente comincia a scrutare in
modo penetrante quando quello degli occhi inizia il suo declino. [Platone2008].
Perché
l’immagine ritrovi la sua innocenza, bisognerà attendere la crisi della
metafisica, perché soltanto quando si sia ridotto il mondo alla somma dei suoi
elementi essa può ambire a descrivere gli oggetti che rappresenta. Accordarsi
alla molteplicità fenomenica significa anzitutto rinunciare alle gerarchie
valoriali implicite nella relazione verticale tra originale e copia, ricercando
così nell’esperienza sensibile il carattere irriducibile delle manifestazioni
estetiche. Scrive Sartre che <<Il pensiero moderno ha realizzato un
notevole progresso col ridurre l’esistente alla serie di apparizioni che lo
manifestano. Le apparizioni che manifestano l’esistente non sono né interiori
né esteriori: esse hanno tutte uno stesso valore, rinviano ad altre apparizioni
e nessuna di esse è privilegiata *** il dualismo essere-apparire non deve più
trovare diritto di cittadinanza in filosofia. L’apparenza rinvia alla serie
completa delle apparenze e non ad un reale nascosto che verrebbe ad assorbire
per sé tutto l’essere dell’esistente. Fino a che si è potuto credere alle
realtà noumeniche, si è presentata l’apparenza come pura negatività ***. Ma una
volta che ci siamo staccati da ciò che Nietzsche chiamava “l’illusione dei
mondi occulti” e non crediamo più all’essere-che-sta-dietro-all’apparenza,
questa diviene piena positività, la sua essenza è un sembrare che non si oppone
più all’essere, ma che, al contrario, ne è la misura.>> [Sartre1943].
Chiaramente
per superare l’avversa relazione tra essere e apparire, è necessario non
soltanto depurare la realtà della sua trascendenza, me anche la visione.
Infatti se gli strumenti ottici sono attendibili, lo sono soltanto perché privi
di ogni profondità, e lo spazio empirico che aprono non ha più nulla a che
vedere con l’universo delle sensazioni visive, ma soltanto con quello delle
registrazioni retiniche. Se non s’inserisce lo strumento fotografico
all’interno di un contesto storico che ha profondamente rivisto i propri
principi epistemologici, non si comprendono pienamente le ragioni del suo
successo e le motivazioni per cui sia apparso credibile alla sua epoca. Invece
la fotografia si è imposta all’Occidente inserendosi pienamente, e
coerentemente, all’interno di un processo di consolidamento dell’immanenza che
durante il corso del XIX secolo si è pienamente affermato. Quando Daguerre
brevetta la sua invenzione, l’Occidente ha già rinunciato a cogliere l’unità
del mondo e la natura profonda dell’essere (ciò che Sartre definisce il “reale
nascosto”), preferendo ripiegare sull’osservazione meticolosa delle sue
manifestazioni quale organismo coerente ma non preordinato (da Sartre indicato
come la “serie completa delle
apparenze”). La comune analogia tra l’universo e gli organismi tecnologici,
protende verso l’equivalenza delle parti di cui ogni insieme è composto,
ponendo fine all’antica concezione del mondo come piramide che abbia in basso
gli elementi meno nobili, e in alto quelli più vicini a Dio (o verità, o idea)
che ne sarebbe appunto il vertice. Nell’immagine di una vetta a cui subordinare
le infinite manifestazioni sensibili, è racchiusa l’idea che ogni molteplicità
affoghi la propria differenza nell’unità da cui deriva, ma la nuova autonomia
del mondo, e la sua ritrovata evidenza, riguardavano anzitutto il valore dei
suoi oggetti, ognuno per sé, certamente correlabili tra loro ma non per questo
riducibili ad uno schema preordinato che semmai poteva essere conseguente,
piuttosto che causale. La tecnologia fotografica risulta convincente soltanto
quando l’esistenza sia assunta come realtà frammentaria, giacché soltanto il
frammento può essere colto dalla sua automaticità, e la difesa di questa
distanza costituisce il centro dell’obiettività analogica, che se conserva un
carattere probatorio, è perché incapace di assoggettare il frammento (realtà)
ad una logica d’insieme (teoria). Il regime del visibile, all’interno del quale
soltanto la verità può esistere, diventa la metafora assoluta dell’esistenza,
ribaltando completamente le prospettive metafisiche che credevano l’essenziale
indisponibile ai sensi. Ogni cosa che esiste deve esistere sensibilmente, anche
l’anima, anche la mente, perciò non stupisce che un paladino del positivismo
del calibro di C. Lombroso, più famoso per le sue teorie criminologiche,
finisca per interessarsi dell’esistenza degli spiriti [Lombroso1909], o che Thomas Edison, Luis Darget, Hippolyte
Baraduc, Patrick O’Donnel, Ingles Rogers, René Bertin, si cimentino in
esperimenti volti a trattenere su lastre fotosensibili le immagini mentali [Chéroux2003].
Ciò
fa luce sul carattere bulimico del regime scopico, perché se esiste soltanto
ciò che si espone, allora ogni aspetto dell’esistenza è potenzialmente
percorribile dalle tecnologie della visione. È per questa ragione che il
termine fotografia sottintende il controllo, dacché rendere tutto visibile,
trasformando la realtà nella sua manifestazione, è il prerequisito fondamentale
del concetto stesso di analogia. Nel suo celebre intervento “Sulla fotografia”, S. Sontag si era
accorta che <<anche se si potrebbe dire che la fotografia ristabilisce il
più primitivo dei rapporti, ovvero l’identità parziale tra immagine e oggetto,
la potenza dell’immagine è oggi sentita in modo assai differente. Mentre la
concezione primitiva dell’efficacia delle immagini parte dal presupposto che
esse abbiano le qualità delle cose reali, la nostra tendenza è di attribuire
alle cose reali le qualità di un’immagine>> [Sontag1973]. Nell’ottica primitiva, infatti, ogni apparenza
affoga nell’essere, cioè ogni gesto, suono, disegno, è preliminarmente un
atto, un essente. Come ricorda Mauss nella sua “Teoria
generale della magia”, simili gesti <<hanno spesso derivato il
proprio nome da questo carattere fattivo: in India, il termine che meglio corrisponde
alla parola rito è karman, atto; il
sortilegio è anche factum, krtyâ per eccellenza; il vocabolo
tedesco zauber ha lo stesso senso
etimologico; altre lingue ancora per designare la magia usano delle parole la
cui radice significa fare>> [Mauss1902].
Il segno è perciò anzitempo un’azione, mentre al contrario oggigiorno sono
queste ad apparirci primariamente dei segni. Per cui nel nostro evo è tutto
l’essere che s’inabissa nella sua apparenza, alle cui spalle, ovviamente, non
resta che il nulla. Accordando visione e conoscenza, ci si arma contro
l’esistenza di un presunto campo cieco in cui la funzione sperimentale
risulterebbe inadeguata, e attraverso la metafora di un occhio conoscente, ci
si difenderebbe dall’angoscia provocata dall’invisibile quale immagine del
nulla (cioè non-immagine).
Tuttavia,
nel tentativo disperato di difenderci dal nulla, negandolo attraverso
l’ipervisibilità d’ogni possibile circostanza, ciò che infine realizziamo è la
sua stessa egemonia, perché presa l’abitudine ad avvicinare il proprio spazio
mediante le sue infinite proiezioni iconiche, ciò che si annichilisce è proprio
il senso che questo territorio può assumere per la mia coscienza. A suo tempo
lo aveva già intuito Sartre, quando scriveva che <<per quanto viva,
forte, emozionante sia un’immagine, essa dà il suo oggetto come non essente.
Questo non ci impedisce di reagire poi all’immagine come se il suo oggetto
fosse presente, di fronte a noi. ***
Ma lo stato ambiguo e falso al quale così arriviamo non fa che mettere meglio
in evidenza ciò che si è appena detto: cerchiamo inutilmente, con la nostra
condotta verso l’oggetto, di far nascere in noi la convinzione che esso esista
realmente. Potremmo mascherare per un secondo, ma non distruggere, la coscienza
immediata della sua nullità>> [Sartre1940].
Questa nullità è oggi tutto ciò che abbiamo, nel bene e nel male, che la si
combatta o meno, e se esistere è per l’uomo, anzitutto, assorbire il proprio
ambiente, allora questa nullità è tutto ciò che siamo.
Viviamo
dunque nelle immagini, conosciamo per immagini, e prendiamo le nostre decisioni
in relazione alle immagini di cui costantemente ci nutriamo. Come nella vicenda
di Pigmalione, raccontataci da Ovidio nelle “Metamorfosi”, l’immagine ha preso vita, diventando
col tempo la nostra unica realtà. Infatti non si tratta di un ricalco, perché
dovremmo quantomeno aver coscienza di cosa ricalchi, ma siccome il referente
non ci è quasi mai disponibile, essa diventa il prototipo, e se si nutrono
sospetti su ciò che mostra, solitamente la confrontiamo con altre immagini,
magari prodotte in contesti diversi o da fonti ritenute più affidabili. Sono
perciò le immagini che avvalorano o affossano l’autenticità di altre immagini,
e per questo l’universo figurale, come insieme delle immagini reali e
possibili, è per noi l’unico spazio verosimile, una sostanza simulacrale quale
copia senza originale.
Ciò
vuol dire che non abitiamo più il mondo ma gli stiamo di fronte quali
spettatori partecipati ma sostanzialmente distanti. Quando Debord scriveva che
<<lo spettacolo in generale, come inversione concreta della vita, è il
movimento del non-vivente>> [Debord1992],
voleva avvertirci degli effetti antisociali dell’universo mediale. L’immagine
riporta ai miei occhi il mondo nello stesso istante in cui lo difende dalle mie
mani, perciò, inevitabilmente, svolge una funzione implicitamente
narcotizzante, che come annota M. Perniola si manifesta dacché <<la
comunicazione ha preso il posto dell’azione. La comunicazione crea un prodotto
che occupa uno spazio intermedio tra il vero e il falso: definita come
immagine, spettacolo e simulacro, risulta comprensibile più attraverso le
categorie dell’arte, della psicanalisi e della religione che mediante quelle
della politica e dell’economia e della polemologia>> [Perniola2009]. La realtà è così per metà
presente e per metà assente, esattamente come un fantasma che si faccia vedere
senza poter essere acciuffato, e che trasforma l’uomo contemporaneo in un
incurabile voyeur che sieda innanzi
ad un ambiente privo di una propria geografia.
Ciò
non significa che il flusso iconico venga percepito quale spazio mendace,
poiché incredibilmente inclusivo sembrerebbe in grado di assorbire in sé ogni
possibile funzione dell’immanenza, invalidando in questo modo la possibilità di
controbilanciarne gli effetti. Confucio ci racconta del saggio Chuang-tzu che
sognò d’essere una farfalla in procinto di addormentarsi: al suo risveglio,
egli non sapeva più se era un uomo che aveva sognato d’essere una farfalla o se
invece era una farfalla che stava sognando di essere un uomo, esattamente come
noi non possiamo sapere se viviamo in un mondo reale o mediale. Per distinguere
un piano di realtà quale spazio esterno in cui definirsi da un piano illusorio
quale esternazione di una dimensione interiore è necessario muoversi
all’interno di una dimensione dialettica entro cui operare un confronto. Nella
lingua inglese la parola truth
(verità) ha la stessa radice di trust
(fiducia), perché la verità di un enunciato non si dimostra che all’interno
della dimensione pubblica del sapere, cioè tra le trame di un patto sociale, e
transgenerazionale, che difende la fiducia nella fluidità storica del pensiero.
Ciò che continuiamo a definire realtà, considerandola un ambiente autonomo, è
l’orizzonte entro cui si accordano coerentemente le riflessioni elaborate dalle
singole culture, una costruzione che, precisa Goodman, si origina dai vecchi
sistemi a <<cui restiamo ben inchiodati finché non abbiamo la
determinazione, e la capacità, di fabbricarne di nuovi. Non poco di quel che
sentiamo di granitico nei fatti è la stretta dell’abitudine: i nostri saldi
fondamenti non sono, in fondo, che imperturbabilità. Il fabbricare mondi inizia
con una versione e finisce con un’altra>> [Goodman1978]. Chiaramente le nostre versioni riguardano da
vicino l’esistenza di uno spazio visuale onnipresente ed entro cui ogni cosa
s’inabissa, perciò il flusso iconico ci viene contro quale unica possibilità
per circoscrivere un ipotetico piano di realtà.
Se
nel tentativo di superare la metafisica abbiamo rinunciato ad un reale
nascosto, trasformando l’essere nella sua apparenza, facendo di tutte le
apparenze un essere non abbiamo fatto altro che ritornare all’immagine di un
ambiente sostanzialmente semiotico. La modernità inizia quando la verità non
apparente a cui faceva riferimento la metafisica, s’incarna nella dimensione
prospettica dell’esperienza visiva, e finisce quando la proiezione immateriale
di quest’ultima si sostituisce all’antico universo quale spazio esterno e
autonomo.
Tuttavia
dovremmo concepire la de-realizzazione
come una presa di coscienza, e non come un effetto dell’universo mediale,
poiché chi accusa i mass-media di
aver derealizzato il mondo, in qualche modo dimentica che l’uomo ha da sempre
abitato uno spazio simbolico prima ancora che un contesto tautologico. Il
problema è infatti un altro, perché se l’esperienza umana è da sempre
codificata, ciò che bisogna comprendere sono piuttosto le mutazioni di questi
stessi meccanismi di codifica, oggi incredibilmente più inclusivi di allora.
Non ci si oppone all’ipervisibilità del mondo recuperando il sentimento
iconoclasta, ma approfondendo la propria conoscenza visuale. I simulacri hanno
una storia antichissima, ma nella loro declinazione moderna, perciò
tecnologica, sono diventati tanto più potenti quanto in grado di sostituirsi
alla realtà fino a licenziarla, per cui non si tratta più di un ricalco (che
presuppone sempre una matrice ricalcata) ma di una definitiva supplenza dei
modelli. Così non utilizziamo più i simboli per intervenire sulla realtà, o per
poterla abitare, ma al posto della realtà per poterla finalmente dimenticare.
Come il Don Chisciotte di Cervantes, l’uomo moderno combatte con la costante e
infinita relazione tra l’identico e il differente che alla fine viene
profondamente derisa. Tutto si trasforma in un mulino a vento perché nessun
segno è più lo stampo di ciò che designa, ma l’espressione di un processo di
designazione ormai fine a se stesso che inaugura la ricerca meticolosa
dell’identico a cui di fatto ci siamo abituati. Ogni mulino che crolla è un
feticcio in meno in ragione di una realtà rimossa che perciò resta intatta,
indisponibile e segreta. Gli infiniti scandali politici, le guerre, le carestie
che continuamente vediamo nei teleschermi o sulle pagine dei giornali, si
divorano a vicenda. Una guerra cancella l’altra e così l’assolve, in un riciclo
continuo della novità che ha il solo scopo di occultare la permanenza dei
fatti. L’esperienza mediatica satura presto, l’immagine, anche la più cruenta,
la più affascinante, la più indecente, dopo qualche tempo annoia, diventa
banale, e la sua banalità trascina nell’oblio il suo senso, la sua causa, il suo
intero racconto. Spettatori di un mondo a scadenza breve, tale ne risulta la
nostra partecipazione, che s’infrange sulla soglia di un segno che ha in sé il
suo contrario (è questa la libertà dei simulacri?), e che realizza la forma più
frustrante di annichilimento, il gene di un sentimento d’angoscia vuoto,
inoperante, terribile perché omeopatico, silenzioso, irrimediabile.
Tuttavia
le virtualità mediatiche possono occultare la realtà ma non cancellarla, per
cui parlare di simulacri ha senso soltanto quando si sia presa coscienza che
alle loro spalle, residuo, resta ancora qualcosa che risponde grosso modo alle
vecchie categorie del tempo e dello spazio. Noi italiani abbiamo sperimentato
di persona la funzione profilattica delle virtualità mediali attraverso la
carriera politica di S. Berlusconi, all’interno di cui ogni scandalo cancellava
quello precedente, lo rendeva obsoleto, inattuale, noioso, saturo, ed ogni
esposizione alla pubblica derisione, o al pubblico disgusto, contribuiva a
difenderlo da un concreto attacco politico. Questi idoli si possono distruggere
in eterno, li si può bruciare con regolarità impressionante, ma con questi
gesti non si otterrà mai nulla di concreto, cioè il destino del feticcio, dello
“io” mediatico, non è affatto assimilabile a quello del suo prototipo.
Immaginiamo il mondo e la sua immagine, la vita e la sua narrazione, e
immaginiamo di avere i piedi nel mondo, per terra, e la testa nella sua
immagine, in una sorta di mappa celeste. Il primo livello è lo spazio che occupo
col mio corpo, scarsamente medializzabile (poiché continua a somatizzare le
sue medializzazioni), ed il secondo l’ambiente in cui proietto la mia mente. ¿Dove
e come si combattono le guerre? I soldati muoiono al primo livello, sulla
terra, ma la guerra si combatte al secondo, nel cielo della medialità. ¿Dove e
come si esprime il dibattito politico? I politici governano al primo livello,
sulla terra, ma gli elettori li votano guardano il cielo della medialità.
Viviamo, certamente, ma un’esistenza per delega in un mondo che è sempre più
simile ad un’allucinazione collettiva.
Non
si tratta di un giudizio di merito, se non altro perché l’egemonia visuale non
può essere per noi un costrutto da combattere, o peggio ancora da abbattere, ma
soltanto una realtà immanente da dover ineluttabilmente comprendere. Il ritardo
culturale a più riprese registrato nel nostro Paese, deriva in parte dalla
scarsa volontà di formare negli individui una più critica cultura visuale, dal
cui partecipato riconoscimento istituzionale deriverebbero vantaggi non
soltanto a benessere delle arti, ma anche della partecipazione sociale, se come
è evidente persino la politica (ormai da molti anni) trova il suo profilo tra
le rive della visualità. Il pericolo in cui incorriamo è quello di non riuscire
più a distinguere la realtà dalla sua immagine, con conseguenze disastrose
sulla vita degli individui e sulla stabilità del tessuto collettivo.
Chiaramente
la realtà non può sparire, può altresì essere rimossa, e come ogni fenomeno
rimosso rischia di penetrare in noi aggirando le barriere della coscienza. Ciò
significa che posando la coscienza sulle immagini, in modalità quasi esclusiva,
finiamo per far della realtà una costruzione inconscia, e perciò un ambiente da
cui è sempre più difficile difendersi. Comprendere il potere e la funzione
coeva delle immagini, favorendo lo sviluppo di insegnamenti specifici, potrebbe
portare anche il pubblico di massa a sviluppare una coscienza critica capace di
difenderlo dal fascino indiscreto e perturbante dell’analogia, corazza
cognitiva senza cui, al giorno d’oggi, credo non possa svilupparsi neppure
un’onesta complicità democratica.

SULL’IMMATERIALE
DEBOLEZZA DEI SEGNI.
Okkei,
d’accordo, va bene: internet è una
figata, inutile negarlo, e il fatto che dentro vi si trovino immagini
straordinarie e reportage degni
d’ammirazione (tra l’altro sfuggiti allo sguardo esausto dell’editoria
tradizionale) dovrebbe davvero rincuorarci. Tuttavia c’è un prezzo da pagare
per ogni cosa, e benché le variabili da valutare siano tante, su una in particolare
mi preme soffermarmi: abbiamo disimparato a toccarci. Ecco tutto, e tra poco
ogni cosa materiale sarà antiquata. O per lo meno antigienica. Volendo
circoscrivere il campo ai nostri interessi, possiamo tranquillamente dire che
ciò riguarda da vicino anche le immagini, le quali fluttuano, sempre più
spesso, nel campo virtuale della rete. C’è stato un tempo in cui, come le
parole, esse erano carne (le si poteva toccare), e come tutte le cose preziose
venivano custodite con cura. Oggi gran parte della realtà è un semplice
riflesso delle reti informatiche che attraversiamo, e proprio per questo, gran
parte della realtà non ha più una sua presenza oggettuale. Vien da sé che il
mondo s’è sempre proiettato nelle sue virtualità ma queste, anziché cedere alla
vertigine del vuoto, erano corpi vicari concessi all’altrove per ‘presentificarsi’.
In un suo illuminante saggio [Belting2011]
H. Belting ci ricorda che l’immagine, ad esempio, non è mai stata altro che un
mezzo per l’ubiquità dei corpi affinché potessero meglio socializzarsi: così
per i nobili, che attraverso l’araldica moltiplicavano la loro presenza nel
mondo, così per gli déi, nelle cui rappresentazioni si estendeva la loro
grazia, così pure per i morti, che restavano tra i vivi mediante l’imago. Dunque la storia dell’immagine, o
per meglio dire del potere delle immagini, è sempre stata una faccenda di
supporti. Ecco perché c’è chi li distrugge secondo prescrizioni iconoclaste non
ancora in disuso (si pensi ad esempio all’abbattimento dei Buddha di Bamiyan, o
dell’effige di Saddam Hussein).
¿Ma
come diroccare oggi un’immagine che non ha più un supporto, che non esiste se
non come informazione libera di circolare, numero tra i numeri, nella vasta
rete informatica? Certo la si può bloccare ¿ma per quanto tempo? Araba fenice,
l’immagine digitale è destinata a risorgere dalle sue ceneri e non perché abbia
un corpo indistruttibile, ma perché non è ha alcuno. ¿Su cosa accanirsi allora
se non sulla sua visibilità? La libertà di pensiero non ha mai goduto d’un
margine tanto ampio, ¿ma a quale prezzo?
Abbiamo
frustrato il corpo tanto a lungo che oggi, del suo malore, ne siamo persino
dimentichi: <<fino a quando noi possediamo il corpo e la nostra anima
resta invischiata in un male siffatto, noi non raggiungeremo mai in modo
adeguato ciò che ardentemente desideriamo, vale a dire la verità>> [Platone: “Fedone”]. Si sono mai scritte
parole più imprudenti? Corpo come limite infausto a cui assoggettare ogni
ambizione; corpo come fardello posto a un’anima immeritevole ed esausta; corpo
come dramma di un’esistenza votata al dolore. Il grande Pan, dio della
fertilità carnale, è morto, e i Cristiani, rapaci per vocazione, ne hanno fatto
persino l’immagine del demonio (Pensiamo che nell’iconografia cristiana, i
tratti bestiali con cui si mostra il diavolo ripetono gli stilemi della
rappresentazione classica del dio Pan). Ma la follia del corpo non è altro che
il rammarico della sua deperibilità, il disagio dell’essere materia soggetta
alle leggi del tempo e del decadimento... Altra cosa è lo spirito, e come corpo
vicario anche l’immagine deve essere altrove. A furia di ripetere le solite
balle ci abbiamo creduto tutti, e posto Platone sul seggio più alto, portavoce
di un dio a cui non piace duplicarsi, il resto è conseguente. ¿Così come
lamentarsi poi delle nostre patologie? Tutta la metafisica è malata, senza
eccezione alcuna, e l’Occidente non può che pagargli il debito sfiorendo.
Quando il verbo si fa carne c’è ancora un banchetto presso cui nutrirsi, e magari
anche un dio da ingiuriare... Ma quando, come oggi, è la carne a farsi parola,
allora non c’è più un avvenire che ci salvi dal precipitare in noi stessi.
Proprio perché il mondo s’è presto trasformato in informazione esso non può
formare più nulla, e deformi ci aggiriamo nei canali entro cui passa la cultura
e dentro cui soffoca ogni fecondità. Poco male per quanti credono che il sapere
non liberi dall’ingiustizia e dalla barbarie, ma, ahimè, processo non poco
problematico, se non altro perché col corpo non si depone soltanto la propria
fertilità (persino culturale), ma prima ancora il senso del limite e perciò
l’orizzonte etico.
Corpo
non significa soltanto materia ma materia deperibile, perciò significa cura, la
cui espressione richiama immediatamente l’etica. La morale non è che la ragione
del corpo in gioco, gli è legata da un patto indissolubile perché sorella
dell’estrema soglia che è il corpo defunto (cioè la materia deposta). Meno
corpo vuol dire meno deperibilità ma anche meno cura, e mi chiedo fin dove ci
spinga questa mancanza di delicatezza.
¿Dov’è
l’altro se viene meno la dimensione della cura? ¿Crediamo davvero di poter
vivere stringendo riflessi? Quando il dispiegamento dei mezzi tecnologici
permette di salvare o uccidere qualcuno senza toccarlo, è sempre di morte che
stiamo parlando: la morte del prossimo! Perché il prossimo è sempre prossimo al
contatto... L’adiacenza è il solo diadema che indossi la morale. ¿Quando
riprenderemo a toccarci con mano? ¿Quando smetteremo di sostenere i nostri ideali
semplicemente cliccando “like”? ¿Quando
faremo dell’immagine, così come d’ogni segno, un semplice sollecito
all’esperienza diretta, vera, autentica? ¡Vedere per accarezzare o non voler
vedere affatto! Ecco una formula interessante (o forse un’altra utopia).
¿Che
farsene infatti di un pubblico tanto informato quanto inoperoso? ¿E non è forse
vero che l’immagine, mentre richiama la nostra attenzione, contemporaneamente
ci distrae dalla realtà ch’essa sostituisce? ¿Lo vogliamo capire che talvolta
non si tratta di rappresentare qualcosa ma di espropriarla? Il punto è che in
un evo dove i segni si disincarnano anche il mondo è costretto a
virtualizzarsi, e se è vero che l’immagine non ha più corpo, è anche vero che
il mondo stesso, nel tentativo di equipararla, ammutolisce il proprio fino al
suo completo isolamento. Così l’immagine rischia di perdere la sua matrice, il
suo proprio referente per mostrarsi quale informazione che è immediatamente al
di là della referenzialità poiché quando tutto diventa immagine non ha più
alcun senso rintracciare la realtà. Tutt’al più, se abbiamo dei dubbi riguardo
l’autenticità dell’immagine ne cerchiamo altre che possano confermarla, e non
ci passa neppure per la testa di gettare un occhio direttamente su ciò che
dovrebbero rappresentare (ecco appunto l’esproprio). È chiaro che ciò
richiederebbe uno sforzo pazzesco (non posso mica andare sulla striscia di Gaza
per vedere coi miei propri occhi), ma se il gioco non vale la candela, forse,
possiamo anche rinunciare a certe informazioni. Di fatto, basterebbe più
semplicemente che i redattori delle varie testate, anche on-line, fossero più attenti e rigorosi, almeno li si potrebbe
considerare utili opinion leader, e invece? Invece la rete pretende che
non si ponga alcun veto alla libera condivisione delle notizie, se non altro perché
venendo meno la dimensione oggettuale del testo, o dell’icona, vengono meno
anche i costi che si dovrebbero altrimenti sostenere... in altre parole, visto
che è gratis, che parlino tutti, così nessuno potrà davvero ascoltare. Ecco
come la smaterializzazione dell’immagine fa tutt’uno con l’ipermediazione e
questa con l’atrofia critica.
Si
badi bene che ancora una volta non è l’oggetto tecnologico in sé ad essere un
problema, ma il programma di educazione comportamentale che sollecita. Magari
possiamo sfruttare in altro modo le potenzialità della rete, e magari possiamo
giungere ad una qualche soluzione soddisfacente, ma in un modo o nell’altro
abbiamo bisogno di corpi, di toccare con mano, di nutrire gli occhi soltanto
perché educhino le mani a sporcarsi. Credo dunque che sia sempre più necessario
ritornare alla dimensione tattile dell’esperienza estetica per ritrovare un
accordo col proprio corpo e di lì con una ragione più solida e meno
autoreferenziale, anche per smettere di considerare il pensiero al netto della
dimensione organica del riflettere. Ogni ragionamento presuppone
un’affettività, un corpo vivo che senta ciò che pensa e lo subisca, persino lo
soffra, poiché ogni volta che l’uomo ha operato come soggetto disincarnato, ha
operato per la propria corruzione. È tutta qui la banalità del male, la
burocrazia del sopruso che interviene soltanto dove non giungono le mani...
potrebbero tremare. Soltanto i despoti si addestrano ad agire al di là del
proprio braccio, ed ogni volta che ritiriamo la mano per appagare la sete degli
occhi abbiamo già favorito l’avanzata di una società che merita le proprie
sciagure: la smaterializzazione dell’esperienza estetica è propedeutica
all’allevamento di tiranni. Il farmaco di domani sarà un cuscino stretto al
petto, una fotografia da stracciare, una rivista da leggere e non meno da
annusare (¿ricordate ancora l’odore della carta?), un viso da carezzare, un
altro da schiaffeggiare, e quando tutti avremo imparato ad uccidere con le
nostre mani, allora avremo anche imparato ad amare davvero.

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“Fotografare
è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono
davanti alla realtà che fugge: in quell'istante, la cattura dell'immagine si
rivela un grande piacere fisico e intellettuale. Fotografare è mettere sulla
stessa linea di mira la testa, l'occhio e il cuore. Per me fotografare è un modo
di capire che non differisce dalle altre forme di espressione visuale. È un
grido, una liberazione. Non si tratta di affermare la propria originalità; è un
modo di vivere.”
Henri
Cartier-Bresson:
>>l’immaginario dal vero>>.
RINGRAZIAMENTI
A
Carlo Orsettigh, per la squisita prefazione.
Alla
meravigliosa venere nera Stephany John, per la frenetica tensione creativa e l’insostituibile
fonte d’ispirazione che ha suscitato in me la sua bellezza.
Agli
amici Giacomo Bobbio, Nicola Maria Bramante, Luigi Bulgheroni, Lara D’Amelia, Alice
Fasano, Mimma Gianelli, Davide Lionetti, Leonidas Markidis, Martino Piano, Raffaella
Scudero, Tino Raffa, Nasos Vaghenas, Edith Jaomazava, per la piacevole compagnia.
A
tutti un grazie per la splendida e sincera amicizia!













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