"LA GINNASTICA DEL SESSO"
“LA GINNASTICA DEL SESSO:
requiem per Pasolini.”
di Manuel Omar Triscari.
Per
Pier Paolo Pasolini.
CONTRO PASOLINI (PROLOGO).
Da qualche tempo mi accede sempre più spesso di rileggere le prose teoretiche di Pier Paolo Pasolini con una sorta di devozionale raccapriccio: non oserò dire che scrive male (soprattutto considerando la media dei tempi) ma che scrive all’incirca come un sociologo che dopo passionali e discontinui studi giuridici abbia scoperto e incautamente amato una letteratura costituita d’autori non indiscriminatamente consigliabili quali (tanto per fare un esempio) Giovanni Papini, Luigi Russo e l’ultimo Pier Paolo Pasolini. Mi rendo conto di essere caduto in un errore di logica, ma di un genere così squisitamente pasoliniano che non trovo il coraggio per emendarlo! Quello che primamente salta all’occhio in questi ultimi scritti è una tale quantità di superiorità morale nei confronti dell’universo difficilmente condivisibile e accettabile da chiunque sia dotato di un minimo buonsenso e senso critico. Soprattutto in due ambiti della riflessione pasoliniana quali quello del divorzio e dell’aborto in cui il lettore ha l’impressione di tentare l’autostop durante gli ultimi tre giri di pista di una gara di Formula Uno: estremamente frustrante. Non sono assolutamente certo di aver capito tutto, ma quello che ho capito ha provocato in me una varietà di emozioni così disparati per cui ho bisogno di fare chiarezza.
Il problema dell’aborto, intanto, pone in primo luogo il
problema delle madri: Pasolini afferma di vivere nei sogni e nel comportamento
quotidiano la sua vita prenatale, quella che egli chiama <<la mia felice
immersione nelle acque materne>>. Sarà, ma la mia memoria amniotica è
piuttosto corta: non mi ricordo della mia immersione nelle acque materne, né
tantomeno se essa fosse felice o meno. Ma sono certo di una cosa: che se invece
di essere stato partorito fossi stato abortito non me ne sarei avuto a male,
non me ne sarei accorto proprio. Pasolini argomenta che la maggioranza coeva
vuole l’aborto perchè la coppia eterosessuale ha scoperto il coito consumistico
che vive come dovere sociale della propria figura di consumatore. È insomma del
tutto evidente che Pasolini considera l’aborto come un’attività
psicologicamente meramente distensiva. Ma non finisce qua, poichè dopo
Pasolini scopre il coito politico, frutto del cambiamento della società: oggi
il coito è diverso, scrive Pasolini, perchè il contesto politico di oggi è
quello della tolleranza. E questo, a mio avviso, si chiama generalizzare e
massificare. Cosa che, tra l’altro, neanche la statistica riesce a fare in modo
così vilipendiosamente elementare. Ma, ancora, i giochi non sono finiti, e
Pasolini recupera e riporta in auge una proposta di compromesso suggerendo
d’includere l’aborto nel reato di eutanasia ma <<privilegiandolo di una
serie di attenuanti di carattere ecologico>>. Ma che vuol dire? Questo
non è un glissando: è uno slalom.
Pasolini procede, nell’argomentazione, a furore di dribbling!
Ma passiamo alla famiglia. Personalmente, non ho alcun
motivo per amare, venerare, rispettare la famiglia. Questa famiglia è una
curiosa sopravvivenza della tribù patriarcale che esisteva ancora 100 anni fa:
non era un granchè nemmeno quella ma almeno c’era più traffico di zii, nonni,
cugini e nipoti a scioglierne il nucleo faticoso e amaro. La scheggia domestica
che è sopravvissuta è invece un luogo del tutto cupo, oneroso e difficile: il
colloquio tra i nonni e i nipoti, l’unico colloquio non sospetto né ambiguo, è
stato reciso; la famiglia di tre persone è un luogo mentale e sociale, nel cui
ambito si svolgono caute e diffidenti trattative; i mutati costumi colmano l’aria
di maldomati rancori. Un po’ di generazioni fa, Orwell scrisse a proposito del
matrimonio: <<Quando si trova un coniuge ammazzato, la prima persona
inquisita è l’altro coniuge: questo la dice lunga su quello che la gente pensa
del matrimonio.>>. I (mali) tempi corrono, certo, e oggi la situazione è
più complessa: tra gl’inquisiti non c’è più solamente l’altro coniuge, ma anche
i figli. Non invento nulla, e poi non ho neanche fantasia: non l’ho forgiata io
al diletto dei miei lettori la madre uccisa dal figlio per riscuoterne la
pensione, né il disabile ammazzato a bastonate in una famiglia numerosa i
giornali. Coloro che hanno commesso il delitto non erano delinquenti: vivevano
una vita misera (per ristrettezze economiche o altri problemi), e sarebbero stati
onesti se non avessero avuto una famiglia. Ma si capisce che in casa un
disabile è, come un vecchio, un grosso problema, soprattutto se le risorse
umane ed economiche scarseggiano. Si possono sospettare le ragioni di tale
occulta conflittualità: in primo luogo la innaturale convivenza indefinita,
misurata a lustri e decenni, di poche persone in un troppo breve spazio. Ma
penso anche ad altra ragione più radicale: il nostro tempo feroce e fatuo ci ha
imposto una scoperta terribile e stupenda: la solitudine. Difficile è la
solitudine, ma affascinante il colloquio segreto, l’ininterrotto dialogo celato
e il lento esercizio con un se stesso più oscuro e misterioso. Purtuttavia,
oggi non occorre essere eremiti poichè c’è solitudine per tutti: oggi, io posso
vivere la solitudine in una città e in una folla, ma non la posso trovare in
una famiglia, dove altre persone (almeno due genitori) si toccano, si scorgono,
si guardano, s’indagano e, soprattutto, si giudicano; dove la minuta
collezionistica insistenza dell’amore continuo e incombente può divenire
asfissiante ed è sempre inquietante; inoltre, chi ama difficilmente rinuncia a
capire, e questo può essere intollerabile. Nella famiglia di oggi, la
solitudine è così sostituita dall’isolamento: un’anomala concentrazione fa sì
che sia necessario difendersi, schermarsi, e nasce nel fondo del nostro
cervello una sorta di mormorio continuato, un monologo con le ombre; si diventa
astuti e reticenti; nascono i compatti silenzi e le conversazioni tese e vane.
Io non dispongo di una famiglia, e ne sento la mancanza: mi mancano per
esempio, una moglie indifesa da percuotere e insultare per motivi di minestra e
bambini da terrorizzare con i mirabili malumori cosmici dei miei molteplici
stati d’animo che sono molti e cambiano d’umore continuamente. I terrori sono
educativi. Come anche il senso di colpa e l’imposizione autoritaria di una
disciplina eterogenea che non ti appartiene. Nella mia infanzia io ho posseduto
una famiglia (o, meglio, ne sono stato posseduto) che m’imponeva gusti e
idiosincrasie. Non ho mai vissuto, fino ai miei 17 anni, un momento mio: tutto
era determinato dalla famiglia e ordinato in funzione di essa. Era uno
stillicidio di entusiasmi continuamente, ininterrottamente, inesorabilmente
smorzati. E mi dicono che una maggioranza di coloro che sono in stato di
cattività familiare ritiene che la famiglia sia fondata sull’amore. D’accordo,
se non ci fosse amore non si proverebbe alcun piacere a e far venire gli incubi
ai minorenni tenendoli svegli a suon di urla e botte da orbi né a percuotere la
sposa inducendovi vagheggiamenti vedovili. L’amore familiare consiste in un
complicato ordigno che mescola possesso, diritti, aspettative, consuetudine,
distrazioni, prevaricazioni, taciturni e lenti affrontamenti, e bracci di ferro
che durano una vita. Nella famiglia nessuno fa né ha) ciò che vorrebbe e ciò
(che sarebbe dovuto all’amore) inevitabilmente comporta una sorta di vapore di
frustrazione, tra profumo e tanfo, che pervade i locali e le anime. Ne deriva
un rancore sempre neghittoso e taciturno e un parlare d’altro come tecnica di
elusione. A mio avviso l’amore domestico assomiglia a un voluminoso e greve
animale che conserva una speciale opaca razionalità e una funzionalità tetra e
ostinata che si evolve in una specifica tenera languida benevola generosa
ferocia da cui con il trascorrere degli anni germoglia la demenza e l’odio. Per
poter funzionare la famiglia ha bisogno di questa sorta di amore, che è fondata
s’una serie di astensioni da se stessi. Inevitabilmente, questa situazione
genera o un ignaro furore o una sorta di allucinazione collettiva, in cui
coniugi e figli vivono come se fossero una famiglia. Ma non lo sono. La
famiglia si fonda sul sadismo e il sadismo si fonda sull’amore ma l’amore si
fonda sul sadismo.
<<Φύσις
κρύπτεσθαι φιλεῖ>>
<<L’intima
natura delle cose ama nascondersi>>
(Eraclito).
Il
sabato pomeriggio si dilegua con lentezza fulminea. É di per sé, un ossimoro,
in questa sua lentezza febbrile; questa sua spontanea fulmineità. Guardi il
cielo e sembra un coperchio di nebbia che copre le stelle.
É
un Maggio piovoso, ventoso. Dolcissimo. Le strade traversate da ragazzi con le
cotenne da mohicani; in gruppetti di tre o quattro, traversano le vie del parco
con spocchia innocente. Le loro pelli maculate da tatuaggi quasi improvvisati.
I giubbotti scuri come corazze di guerra, le montagne della forza. Le foglie
tremano al loro passo. É un gioco di specchi, cui si prestano con incoerenza e
durezza. Hanno zigomi taglienti come lame di acciaio. Le loro nuche sono
abbecedari di eventi leggendari.
Se solo ci si potesse
incontrare nei sogni... Dicevo che l’ora più raggelante e terribile del giorno
è il mattino. L’ho scritto, decrittato.
Ma mi sbagliavo. Qui, il
mattino si veste di bianco e l’alba ha un rumore silenzioso che investe il
cielo, lo punisce, getta nello sconforto persone, cose viventi. É il rumore
tipico di queste strade. Questa Roma malavitosa, ma potrebbe essere Catania,
Palermo, Milano o Shangai, una qualsiasi metropoli corrotta e decomposta con
periferie venefiche, campi spelati, dove la vita si consuma in un soffio e le
ali dei gabbiani sono spade nella carne, ogni volo una condanna, ogni cielo un
inferno. Qui dove si contrabbanda solo droga mentale e sesso invertebrato, in
un mondo che sa solo tendere carni decomposte, trafiggere il cammino dei
danzanti l’ora più raggelante è l’ora dei dormienti. Io m’affacciavo al balcone
e chiamavo i ragazzi, a salire su da me, anche in due, in tre, mille centinaia
di occhi, braccia come morse che rompono ossa, flettono le costole nell’amplesso,
accartocciando i pensieri.
Nella mia casa ai Pettinari,
quanti ne vedevo passare diretti al centro di Trastevere, verso Ponte Sisto, traversandolo
per scontare peccati mai commessi o tentati; perché il tentatore ero io, io,
io, io, io, io, solo io, incapace di resistere alla tentazione dei loro occhi
fulminei e fulminanti; delle loro bocche graffianti, labbra screpolate dal
freddo, dall’astinenza delle droghe: ma il vero astinente ero io, solo io, io,
io, io, io, io angelo e vomito, confusione e baratro, estasi e tormento, fuoco
e pioggia, ma la pioggia cosa sa della luce? La mia poesia è ridotta a un cumulo
di tizzoni ardenti perduto nel gelo dei giorni che mi ustiona l’anima; le
ricorrenze... le odio! A che cosa serve ricordare commemorare i giorni perduti,
le amicizie perdute, le donne, i fanti, gli eroi, i perdenti?
L’inverno
ha un passo leggero. Dura sempre troppo poco. É una carezza strana, giacché la
città è pressoché al sicuro da catastrofi meteorologiche; solo le piogge buie e
oscure giocano sull’asfalto dei marciapiedi come carezze inappropriate.
Sembra
che il cielo si spalanchi, all’arrivo. Dal mare che pensavi stesse per avere la
meglio, nella sua spietata meraviglia. Quel mare da cui eri fuggito per
ritrovare queste case bianche, azzurre, luminescenti. Il tempo torna indietro
sui suoi passi, è convito che sia bene. Ma il giusto bene sarebbe ammanettarsi
al presente. Un giorno, questi dolori saranno ali. Quando guardo il tuo viso,
mi illabirintisco. Senza una direzione verso cui pulsare, ogni cuore è
destinato a ammutolirsi.
La
notte è una civetta sopra il ramo del sonno. Ore in cui mi sforzo di rimanere
sveglio, sebbene le mie palpebre cadano pesanti, per assaporare al meglio il
lento sfiorire d’ogni facoltà di pensiero e del cuore.
Quante
energie sprecate, quanti atti inutili, quante laceranti attese, quante felicità
transitorie che mi sembrava potessero risolvere per sempre la mia vita. Perché
ci abbandoniamo all’amore, quasi fosse il nostro nido, la consolazione, la
risposta...?
A che cosa serve morire? Stringere
i pugni per conservare solo polvere e sabbia tra le dita martirizzate del mio
poeta amico e maestro, ridotto a un cumulo di ossicine e sangue benedetto
sparso invano
nel vano castigo? Quanti lo uccisero?
Io pensai e ripensai, ora, domani, ieri all’attitudine al sacrificio come un
salvacondotto, un salvifico evento di
scelleratezza e santità. Ma a cosa serve morire? Chi salì su quel corpo sormontandolo con i pneumatici? Chi lo colpì in
testa? non si saprà mai, questo è certo.
Il mondo non sarà salvato né
condannato a morte atomica, ma sia meglio morire in un bagno a testa in giù
mentre ti radi appena uscito dalla doccia, o è meglio sacrificarsi alla
normalità come sola alternativa a una morte desiderante, sprezzante da vivere
vivendo e corrompendo se stessi a un mondo calamitoso privo ormai di energie
necessarie alla buona vita? Il mondo non sarà più condannato come volevi
romanticamente tu, mio poeta delle primule e delle marane.
Il mondo è dannato per sempre
a vivere, girare intorno a se stesso e al puro nulla che lo tiene in piedi in
un universo orrendo. Ma a che serve morire?
Oggi sentivo parlare tra loro
due ragazzetti, malandrini e beati. Si raccontavano dei loro scippi e di
femminette anch’esse beate strette strette di fianchi e di pensieri; si
contavano stracci irripetibili, le loro lingue veloci a esultare più delle loro
stesse braccia; e quanta delicatezza in quei puri versi, in quella virtù
oracolo!
Quel parlottare fitto fitto
come un fiotto di vita o di sperma spruzzante e gaio nelle bocche delle loro
fidanzatine. o tra le dita di chi sa quale compratore delle loro superbie...
Oggi sentivo il cielo tutto,
un cielo di polvere e gesso, piegarsi su di loro pazientemente come un frullo d’ali,
un corteo bizantino ed eretico che li portasse in spalla verso la luce dell’avvenire!
Ma, ormai, oggi, non vi è più avvenire, perché nessuno cambia l’assetto di un
epoca destinata a perire in un fuoco fragile, un facile sacrificio che non
monda: se tanto mi dà il respiro rapito e fatuo su quelle bocche incarnate di
virtù e se il resto è solo pietrificata, ossidata abitudine a cagare sul fondo
d’oro, e se la carne registra solo infimi battiti, la bestia che è in me e
latra, sarà dividere il buio dal tepore, la luce di una fanale notturno dal
vizio potente della luce lunare.
Tu, amavi così tanto la luce
della notte in cui ti addentravi, poeta della primule e dei fanali. Amavi così
quelle erbe sozze, così come io amavo i pontili, le sbarre, le catene di
porpora, i banchi vecchi di Campo de’ Fiori dove la gioventù si sforzava a
vendere carciofi e alici sotto un sole sulfureo e bieco.
Ognuno
sta solo, seduto nell’alveo di un bar,
angusto e sordido. Assorbe il fresco, lo immagazzina. I giorni feriali si
susseguono, lenti, madidi dei loro sudori. E di quello degli abitanti che
slittano sulle strade, si confondono come ombre.
E
così, l’ora del tramonto si inoltra nel suo blu elettrico, trasognato, pregno
di silenzi. É proprio il silenzio la cifra del mutamento; della metamorfosi del
cielo, che in quel preciso istante sembra aprire gli occhi al cerchio d’acque.
Seduto
a un tavolino, anche io, a spiare il mare; a udirne le vocali aperte, ripetute
monotonamente, come la nenia del raccontatore nelle tragedie greche. Un lamento di prefica.
Seduto
ad ascoltare il mare che si specchia nel cielo colore breve del tramonto, e aver
bisogno solo di questo: un tavolino, limonata fresca e veritiera, e una vecchia
sedia di vimini che accoglie la tua spina dorsale.
Sciogliersi
in questo blu che contiene e dipana. E tu sei onda libera in latitudine
sterminata.
Lì, a Campo, il tuo funerale.
E Alberto gridava che il tuo corpo massacrato era sacro, sacro, sacro, sacro.
Poeti ne nascono pochi, anzi
pochissimi sopravvivono, o spezzano l’incauto incantamento delle voci stridule
che non sanno farsi voci del mondo. Inventando le prime ore del nascente astro,
in parole esorcizzanti, strida d’uccelli sulla radura di Ostia. Si compì la mia morte con la tua. Io restai e
morii alla tua stessa età; vecchi e giovanissimi essendo nelle nostre albe di
pietra, in un mondo inemendabile, la pigrizia di vivere non ti aveva reso più
moderno dei moderni, perché sola tua coerenza era la forza di un passato falso,
che ti rese l’inganno in formulazione di abiura.
Non era un errore, ma follia
conteggiata, calcolata coi metodi dell’istinto vitalistico, nel miracolo delle
cose. E il miracolo erano anche un paio di occhi, una tinta di pelle, il sole e
la luna, la primavera che simula l’inverno. La realtà è quella che ci hanno
costruito come un mosaico, ci hanno cucito addosso e intorno, da cui sfuggire:
è un gioco, un soffio d’impurità maculato da infime dolcezze.
Le
sere d’estate utili al dormiveglia; i pensieri imbalsamati ma vigile il cuore,
la pelle freme al venticello importuno che entra dalla finestra semiaperta. Un
pianto di civetta dal ramo vicino. Ed il sonno combattuto, che prende piede con
fatica.
Un
poliziesco in tivù. D’estate, il deserto è da cavalcare col coraggio di una
belva assetata, silenziosa.
Due
angeli scesi in terra discutono tra loro, fittamente e a bassa voce. Le gente
che passa gli lancia occhiate distratte: sembra siano abituati a vedere due
angeli nella periferia di un meridione assoluto e silenziosamente fragoroso, in
un Agosto crudele e gelato, che parlano tra loro guardandosi negli occhi,
abbozzando ogni tanto un sorriso inesplicabile...
La tenerezza graffia con la
potenza del gergo che lascia il campo solo all’identico sacrificio. Ci sono
giorni come sere, e sere che luccicano negli occhi mattutini dei ragazzi
scappati di casa, o pieni di incubi da risolvere in violenza, in cumuli di
sfaceli.
In uno di quei giorni, in una
sera adombrata dal buio della atomica stagione, mi trovai solo con la mia
stufetta a graffiare la pelle di un girovago, chiuso con me nel letto finché
non giunse alla pace sperata e si addormentò di schiena raccolto tra le mie
braccia.
Non m’importava molto che
fosse martoriato, né malato o pieno di seme venefico; la sua schiena si piegava
ad arco appoggiata al mio petto, e lui dormiva il sonno dei giusti. Non m’importava
cosa fosse nato da questa incuria del destino, quel singolo giorno che lo
trovai dietro un bidone dell’immondizia a Termini Stazione, o davanti al cinema
Farnese, non ricordo ora.
Oggi aspetto Giovanni a casa
mia. Lui non è infetto dal vizio della sostanza. Nelle vene non ha l’asfittico
pudore dei malati. Vive da solo con le sue malattie mentali. Viene da me solo
per rifarsi di cibo mentale. Danzerà per me i sette veli. É un delinquente
senza remore, ma mi sta a genio, come dire. Non so sopravvivere indenne alle
delusioni, alle defezioni.
Già presentivo il suo corpo
dorato, quel petto rasato col pelo ricresciuto, spinoso e lanuginoso, il suo
abbandono vellutante della sua schiena sul mio petto, del suo costato sul mio,
gelido, rovente, lugubre come un verso di Genet, o un film di Pasolini, dove i
corpi smarrivano una sostanza destinata a perire: così i miei amori destinati
alla fine delle fini. Il lutto non è plagio, servilismo, bullismo o riduzione a
schiavitù; è pesante il vizio della solitudine, è pesante il vizio di restare soli
come cani sul selciato autunnale.
La febbre dei tuoi teneri
polsi è una rugiada incalcolabile; mentre dall’altra parte della strada urlano
quei poveretti pieni di seme sterile. Io solo so l’idillio del tuo viso chiaro.
Io solo conosco le fosse della non appartenenza in cui divagavi, preso dalle
tue frenesie di drogato. Quel segno incoercibile che lasciavi sulla fronte, sulla
pelle, sulle bocche, ogni volta che ci univamo. Una stagione come una manciata
di gloria. Manca la tua derelitta ragione, la tua camminata bislacca, adulta,
luminosa; quel giornalaio che ti vendeva la droga ora è padre di famiglia,
mentre tu resti un appestato dalla tua stessa vanagloria.
Vorrei
evadere da questo recinto familiare, ma, al contempo, fuori da qui mi sentirei
un verme smarrito in un prato troppo ampio per capirmi, per consolarmi, per
credermi.
Un
libro generoso in cui tuffarsi. Il vero mare è un gioco interno, il filo del
rasoio dell’equilibrista, il poco di cui è fatta la vita, un mondo intorno,
lucente, formidabile proprio nella sua pochezza.
Indovinare,
in quei sorrisi, le tue rotte. In quel certo modo di pronunciare le cose. Le
vocali che scivolano nella bocca del riposo. La poesia è un sonno lieve da
masticare con lentezza.
Una
madre è colei che sa piangere e sorridere con una capacità di scambio che è
tutta la sua vita, a cui s’aggrappa con l’energia e la sapienza delle donne
figlie del vento e della terra.
La
natura delle valutazioni si sfalda e sciorina la sua nebbia in ogni porzione
della mia quotidianità, ogni volta che penso all’amore come lo paventavo a
sedici anni.
Un
uomo sui 45 anni, seduto sulla panca di una qualsiasi sala d’aspetto di una
qualsiasi stazione ferroviaria, d’inverno, a metà pomeriggio, guarda fuori dall’unica,
grande finestra. È solo, all’interno. Silenzio di ogni cosa intorno. Vede un
giovane, sui vent’anni, camminare cogitabondo tra un binario e l’altro; ma
sembra cammini a piedi scalzi su di un prato. L’uomo lo riconosce, o gli sembra
di riconoscerlo. Allora, piomba in una tristezza assoluta, muta, insondabile.
La porta della sala d’aspetto è spalancata, in realtà il ragazzo dista solo
pochi metri dall’uomo; che potrebbe raggiungerlo ma resta immobile, inchiodato
alla panca. A tratti sembra che il ragazzo ricambi, sebbene di sfuggita, i suoi
sguardi. Ma è solo un’impressione, quasi un miraggio, del quarantenne che
rimane muto e come appeso a un filo di saliva, alla sua stessa attesa che
adesso si è come ammantata della contemplazione del giovane straniero dalle
fattezze però così familiari. Il ragazzo, quindi, fa per allontanarsi tra i
binari (sul prato). L’uomo rimane seduto, dentro la sala d’aspetto, Ma i suoi
pensieri, adesso, e forse per sempre, per quanto gli resterà da vivere, sono
cambiati, sono altri da prima che incrociasse la figura di quel giovane sui
binari...
É
di un rosa bagnato di sale il colore di pelle del ragazzo che ha deciso di
guadare la notte in un suo specolo buio.
Spalanco
la cigolante porta-finestra per lasciar entrare in camera il fresco di questa
sera di Luglio, mentre un misto di dolore, noia amore incagliato in un gesto
morbido, accennato allaga l’anima e si trastulla di quanto scavo possa farvi
dentro.
Lui
è arrivato adesso. Non ha proprio idea di che cosa l’aspetti. Nel silenzio. Si
toglie il cappotto, la giacca, tutto, perché sa che solo così non s’infrangerà
quel muro opaco di complicità, tra loro due. D’altronde, è rimasto a guardarlo
a lungo, prima di entrare nella stanza. Dal corridoio, lo osservava armeggiare
con i suoi fogli, le sue matite. E poi, con certi stracci che tiene di canto,
sempre nella camera da letto, dove passa la maggior parte delle sue stanche
giornate.
Poco
per volta, tutto sarà normalizzato, come deve essere. Le carezze stimoleranno
altre carezze. Il buio sarà complice di tepori sublimi, ma anche di paure,
vicinanze e allontanamenti, tracce di odori subito persi nella fretta delle
carezze progressivamente più ardite e urticanti.
L’estate
muove uno sguardo nudo e attento sulle cose. Nel contempo, però, offusca le
dimensioni dei sentimenti insufflando nel cuore un misto di sensazioni strane,
perniciose.
Napoli
è sempre un sortilegio, per chi arriva con mille speranze in tasca e pensa,
magari, di trovare una sponda accogliente in cui versarli.
A
Napoli non tornerò più, mi farebbe troppo male rivedere quei luoghi, specie la
riviera di Chiaia, col giardinetto di fronte al quale c’era la casa in cui
entrai una sola volta, ma vi lasciai una gran parte della mia anima. Quegli
abbracci, stretti come tenaglie. Quei sospiri lunghi come la notte che
trascorrevamo solo appesi ai nostri reciproci sguardi: ci bastava guardarci per
aver paura del futuro e detestare il presente, troppo angusto e ingrato per
noi. Ricostruire certe notti è veramente dannoso, ma chissà perché non
cerchiamo altro. Troppo facile chiamarlo masochismo: è qualcosa di più e
qualcosa di meno, più sottile e al contempo greve, insopportabile. Non voglio
ricordare eppure ricordo. Sarebbe giusto e pietoso, qualora il ricordo fosse un
muscolo dipendente dalla nostra volontà; una porta che si apre e chiude a
comando. Ma anche così, ne riterremmo necessario berne tutta la sofferenza
capricciosa di cui è fatta la memoria. Dovremmo solo pensare allo squallore
dell’oggi, piuttosto che ai fasti di ieri.
Mi
ricordo di una passeggiata sotto il sole di Maggio già cocente. Il mare era un
tappeto di zaffiro, una scala mobile per gli sguardi. Fuso con il cielo, si
stendeva come un mantello mosso dal vento, un velluto di polvere azzurra
mischiata al verde delle basse profondità. Camminavamo mano nella mano, come una
stupida coppietta. Gli abbracci li riservavamo per la sera, gli sguardi per la
notte. La nudità era il comprensorio d’una passione malata, come tutte le
passioni non omologate, forse.
Scesi
alla Stazione di Palermo in tarda serata. Già si muovevano strane figure, di
quelle che normalmente popolano le stazioni e i dintorni di esse, specie nelle
ore serali e notturne. Aspettavo il driver,
insomma l’addetto al trasporto degli ospiti della serata di gala. Odiavo far
parte di quel gioco di finzioni, ma era l’unico modo per fare una settimana a
Palermo totalmente finanziato dall’organizzazione dell’evento. Il mio autista
ritardava: uscii quindi dall’ingresso laterale della stazione, l’aria era calda
e appiccicosa, Luglio già stava lasciando il posto ad un Agosto torrido e
crudele. L’estate, per me, è stata sempre foriera di solitudini cittadine; la
città, specie se trattasi di una metropoli meridionale, acquista un valore
umano in virtù delle molte facce che l’affollano nelle vie principali, nei
quartieri popolari o anche nelle strade più chic, dove si riversano sciami di
ragazzi urlanti e pieni di seme da sciorinare metaforicamente nel mondo, di
donne vestite bene per il sabato pomeriggio, di uomini di mezza età in cerca di
un’altra occasione. Come me.
Dal
portale laterale, girai a sinistra e mi trovai davanti all’ingresso principale
della Stazione. Le panchine erano occupate già da barboni: giacigli di ferro
approntati per il riposo ubriaco e notturno. L’intera città pareva sudasse, i
muri stessi della stazione sembravano unti, le panchine, i marciapiedi, le
facce delle persone, dei disperati in giro per la grande piazza antistante.
Trovai
una panchina libera e mi sedetti, aspettando il tipo con la macchina; in
realtà, non aspettavo niente, mi sentivo come disciolto, completamente
assuefatto, a quel teatro di solitudine e di quieta disperazione: come un cuore
frenetico ma silenzioso, un enorme cuore che conglobava tutte quelle vite al
margine della società dei beni comuni. Guardavo davanti a me la statua equestre
al centro della piazza, che mi voltava la spalle. Il sedere del cavallo con la
grande coda, il cavaliere rivolto al Viale principale che dalla piazza ha
inizio. I quartieri delle stazioni italiane hanno caratteristiche comuni. Il
cosiddetto degrado urbano, ma ancor più un certo scadimento umano. D’estate,
poi, sembra che tutto si acutizzi, che i borghesi, la cosiddetta gente perbene,
decida in massa di lasciare la città col pretesto delle vacanze, per lasciar
posto, si direbbe consapevolmente, in una sorta di accordo mai stipulato ma
sempre osservato, al popolo della plebe, dei barboni, dei prostituti rumeni e
albanesi, dei drogati, degli accattoni. Di certo, non è uno spettacolo
edificante, ma per converso la città acquista più realtà, sembra quasi più
viva, essa stessa vivente, come un corpo unico, un cuore solo (appunto)
palpitante e fibrillante di esistenze al margine, destinate a vivere sempre al
limite della stessa sopravvivenza.
Mentre
facevo queste riflessioni, mi appisolai sulla panchina. Mi risvegliò, di lì a
poco, la voce di un ragazzo che mi chiedeva degli spiccioli <<per
mangiare>> : ebbi un sussulto, nel buio gli occhi del ragazzo erano
accesi, avevano un lucore quasi infetto, pericoloso, abbracciante. Rimasi a
fissarlo, mentre con la dita freneticamente cercavo nella tasca interna della
giacca i pochi spiccioli che, trovati,, gli deposi nella mano aperta. Lui
ringraziò e si allontanò, muto ed evanescente come era apparso, inghiottito
dalla notte, ombra appartenente alle altre ombre.
L’autista
ritardava. Provai a chiamare l’organizzatore, ma il suo cellulare suonava a
vuoto. Decisi allora d’incamminarmi per il Viale semideserto. Mano a mano che
mi allontanavo dalla Stazione, gli individui che scivolavano lungo il
marciapiede del viale cominciavano ad avere, via via, facce più comuni e
rassicuranti. Quell’aria delinquenziale e disperante, lasciava il posto alle
espressioni bolse e quasi inespressive. Suonai al citofono di una pensione, dei
tanti che vi sono nei dintorni della stazioni ferroviarie. Una voce impastata
di sonno e di noia mi rispose che erano al completo. Citofonai ad un altro, ed
un altro ancora: spessa risposta. Poco male. Di certo quelli dell’organizzazione
mi avevano prenotato, quantomeno, una camera in un albergo decente. Il punto
era, però, che stava facendosi strada nella mia testa l’intenzione di mandare
tutto a monte e restare solo con me stesso.
Ferragosto
tristissimo, nella sera sudata della piazza della Stazione, in attesa di chi
sarebbe dovuto giungere a salvarmi; per poi abbandonarmi ancora ai piedi di un
pullman qualunque, semivuoto, in un mattino gelido colore dello zinco. Da lì ho
imparai, una volta per tutte, cos’è la tristezza; da lì, la voglia di
solitudine è entrata dentro me ed è divenuta cosa mia, per sempre.
Mi
aggiro per Trastevere come in una febbre. Attraverso Ponte Sisto, con la
segreta speranza di ottenere chissà quali indulgenze. Mi sono alzato tardi,
stamattina, dopo poche ore di sonno e peraltro agitato, popolato da fantasmi di
oggi e di ieri. La monogamia non fa per me, ma nemmeno la promiscuità troppo
spinta, esagerata. Tuttavia, spesso ciò che mi è contro, ciò che sento distante
da me, lo vado ricercando per farmi il giusto male; ciò è adatto a chi non
vuole pensare, riflettere, crogiolarsi nel senso di colpa. Un posto dove vivere
non ce l’ho, nel senso che non mi sento presente e accolto in alcun nido di
fortuna o casa borghese. La notte sono preda di un’insonnia cattiva e malata,
che partorisce mostri dal bel sorriso di ragazzo. Ero fuggito dal legame
ossessivo con Davide, bellissimo e pericoloso ventenne, associato già al campo
della delinquenza. Lui amava girare per la città in bicicletta, e girando
contare le vittime del suo sorriso da sfinge, dei suoi occhi neri come la sua
anima. So di sembrare barocco e decadente, e forse anche ingiusto o spietato,
ma quale approccio diverso, più distaccato e razionale, potrebbe adattarsi a
una materia verminosa e stupenda, notturna e luminosa, come questa mia storia
con il giovane malandrino. Cosa ammiravo, allora, in un delinquente
fondamentalmente asociale, come Davide? Non so, la purezza, forse, anche nel
male, anche nella crudeltà. Se vogliamo, un po’ alla Genet. Ricordo una corsa
in moto, io e lui, una notte d’estate, verso la libertà, fuori dalle grinfie
della sua famiglia borghese che lo reclamava, chissà cosa voleva da lui,
odiandolo e possedendolo al contempo. Una serata a ballare in riva al mare, con
tutti gli occhi addosso, lui che si nascondeva il viso nel cappuccio della
felpa, e rideva rideva rideva. Un Luglio sfolgorante di lucente crudeltà,
lanciando lumini verso il cielo, con la fionda dei suoi sguardi primordiali. Le
bugie di Davide, ai tempi, non erano bugie crudeli, non erano menzogne per recusare
l’esistenza di una realtà che (allora) non pesava affatto. Era ancora in
sintonia con l’anima di noi viventi, non sopravvissuti. Ed io cerco ancora
nelle vie di Roma un’ombra, un cenno, un residuo, un riflesso di qualcosa che
mi ricordi Davide. Lo cercavo allora e lo cerco ancora, nei luoghi che lui
amava frequentare (gli stessi luoghi in cui abitava e di cui scriveva un mio
amico poeta). Così, frequento ancora Campo de’ Fiori, la mattina, con le sue
bancarelle di fiori, carni, carciofi e frutti del peccato. Ma ormai è un mondo
di iene muscolari, sciacalli dai visi d’angeli e il cuore cementificato da
questa corsa affannosa verso chissà che cosa. É come un transfert per me, dalla concupiscenza che alberga nel mio animo
problematico, pieno di contraddizioni, ad un luogo dell’anima, appunto. Vorrei
vivere sempre all’aperto, un tetto sulla testa mi fa orrore. Sono il carnefice
di me stesso, lo so. Ma la mia arte esige lo sdoppiamento in tutti i sensi. Ma
restiamo al passo coi tempi, questi tempi, assurdi, volgari e derelitti,
trionfo della borghesia più suicidale e omicida, giorni di trionfo del più
bieco qualunquismo che polverizza ogni residuale umanità nei ragazzi mal
cresciuti, ormai dediti all’arrivismo più bieco, di facciata e senza moralità: la
moralità di saper dire no prima di tutto a sé stessi e alle proprie pulsioni
mortuarie senza frutto, inadempienti al governo delle coscienze intorpidite.
Non leggo più poesia contemporanea, non vale quasi niente.
Ma
riprendiamo il filo del cosiddetto racconto.
Sono
a Ponte Sisto, lo attraverso, arrivo nella piazzetta, e vicino al giornalaio lo
vedo. Torniamo un po’ indietro, sull’onda
del tempo falso (la cronologia non si addice alla memoria ancora non
cicatrizzata del disamore). Il rapporto con Davide si era manifestato da subito
contraddittorio, per rivelarsi poi violento e masochistico. La sua timidezza
nascondeva l’indole di un sadico disadattato e bipolare. Crudelissimo e
innocente fino al disarmo, in tutte le moine e le imprudenze che, piuttosto,
erano autoinganni della mente e del cuore; il cuore inganna i sensi e i sensi
si fanno gioco dei ragionamenti, della razionalità. Davide faceva rapine,
borseggiava, scippava. Era stato in carcere minorile, ma questo lo seppi dopo,
quando ormai era troppo tardi. Venirne a conoscenza, però, non mi sconvolse più
di tanto; anzi, rese quella febbre una malattia totalizzante, tremenda. Lo seguivo nelle sue malefatte e ne godevo.
Tutto ciò ha qualcosa di femminile e virile assieme, come affondare il coltello
in una ferita purulenta.
Poi,
Davide si è imborghesito, falsamente ripulito. Lavorava in una galleria d’arte,
era l’amante del proprietario, continuava a farsi, però. Occorre essere
lungimiranti, lo diceva anche Marco, amico stretto di Davide e suo sodale di
scorribande nel regno del crimine, quando entrambi avevano dai 15 ai 17 anni.
La lungimiranza di Davide era accumulare più denari di refurtive possibile.
Tutti e due più amorali che immorali, direi. O probabilmente era solo un alibi
che concedevo loro, e più a me stesso. Lo capisco ora.
Vedo
Marco vicino al giornalaio di Trastevere (nella zona in cui abitava una
poetessa suicida). Come mai Marco qui a Roma, a Trastevere? Lui siciliano,
fuggito da casa. Sapevo che viveva in Marocco, poi in Francia, poi era
ritornato a Catania. Starà architettando di sicuro qualche piano di rapina, o
magari è passato nel campo più remunerativo dei sequestri di persona? Roma in
questo ormai offre tanto. La Roma di Pasolini degli anni Cinquanta oggi è la
Roma di mafia Capitale: un termine coniato dai mass media, che minimizzano la
realtà, perché Roma è molto di più di quel che raccontano, e al contempo molto
di meno. I gatti di Roma sono stati tutti schiacciati dalle automobili in
corsa. Davide e Marco sono due residui vomitati dal disadattamento. Roma è
città che non perdona, che uccide i poeti come Pasolini, schiacciato da più
automobili in un campetto periferico dell’Idroscalo di Ostia, picchiato e poi
massacrato da un gruppo di fanatici fascisti sadomasochisti, mandati dal Potere
Politico. Era un tempo in cui Roma cominciava a declinare, come fu lento ma
inarrestabile il declino di tutto il Paese. La corazza che si indossa, oggi,
del perbenismo più vomitevole, non rende meno difficile da ingoiare questo nodo
all’anima.
Marco
mi vede, dall’angolo del giornalaio, e abbozza un sorriso. Si avvicina, mi dà
da parlare. Mi racconta delle sue peripezie in giro per l’Europa, divenuto
sodale di un famoso industriale, poi fuggito a Barcellona, dietro una riccona
russa di vent’anni più grande di lui, innamorata del suo corpo armonico e
seducente e del suo sorriso sornione, sinistro; quindi a Londra, a riempirsi di
cocaina e sesso. Ma i soldi dell’amante russa stavano per finire, mi dice,
quindi è tornato a Roma per rifarsi un po’ le tasche. Ecco tutto. Gli chiedo di
Davide. Davide non c’è più, mi confessa. É morto durante una conflitto a fuoco
con una banda rivale. Non lo sapevo, ma intuivo che avrebbe fatto quella fine,
prima o poi, anche se speravo si salvasse. Aleggiava intorno a lui, alle sue
azioni, alle sue idee storte, persino intorno alla sua timidezza, un sentore di
sopravvivenza sempre più incerta, di precarietà del vivere in un mondo
luridamente ingrato. Sapevo che sarebbe finita così, ma cercavo di scongiurare
questa idea.
Un
giorno scriverò, forse, la storia di Davide e di Marco.
Roma
è una strada, un vicolo, un ponte. Roma è un luogo dove si muore in silenzio,
nell’indifferenza. Roma Caput Mundi.
Roma che non perdona, non concede remissioni o indulgenze. I sampietrini
macchiati del sangue di Davide serberanno un minimo ricordo di lui? Matrigna e
senza memoria, asfittica e crudele, Roma è anche un ragazzo morto perché
disadattato, morto per istinto all’autodistruzione, perché questa città
fagocita chi non si adatta in un modo, e chi si adatta in un altro. La
sopravvivenza di chi si conforma, è una morte dell’anima, mentre c’è chi invece
è libero di volare con le sue ali nere, fino a declinare, precipitando nella
fine che si è scritta volontariamente.
Ogni
incontro, era la speranza che qualcosa cambiasse, ma non mutava granché. Pieno
di te e, al contempo, vuoto di slanci veri, si incanagliva la mia vita ad un
amore fatto solo di rinunce. Vederti vicino a lui, immaginare le notti con lui:
il tuo corpo liscio come marmo abbracciato al suo scheletrico e assolutamente
privo di qualsiasi estetica virile. Sapere che lui, proprio lui gode dei tuoi
favori, dei tuoi sensi, delle tue labbra: alfabeto che còmputa tutti i sensi e
li sciorina sul suo corpo indegno... Quel tuo ritrarti, rispondere a malapena
ai miei messaggi, ed io che medito propositi vendicativi contro di te; salvo
poi a rituffarmi nel sentore munifico e sensuale che i tuoi occhi mi infondono,
imponendosi alla mia mente come un sacrifico, un sortilegio.
Sembra
che il cielo si spalanchi, all’arrivo. Dal mare che, pensavi, stesse per
inghiottirti nella sua spietata meraviglia. Quel mare da cui eri fuggito per
ritrovare queste case bianche, azzurre, fatiscenti.
E
così, l’ora del tramonto si inoltra nel suo blu elettrico, trasognato, pregno
di silenzi. É proprio il silenzio la cifra del mutamento, direi della
metamorfosi del cielo. Seduto a un tavolino a spiare il mare, a udirne le
vocali aperte, ripetute monotonamente, come la nenia del raccontatore nelle
tragedie greche. Un lamento di prefica. Aver bisogno solo di questo; un
tavolino, limonata fresca e verace, sedia di vimini che accoglie la spina
dorsale. Sciogliersi in questo blu che
contiene e dipana: onda libera in questa latitudine sterminata.
Le
sere d’estate utili al dormiveglia; i pensieri imbalsamati, ma vigile il cuore,
la pelle freme al venticello importuno che entra dalla finestra semiaperta. Un
pianto di civetta dal ramo vicino. Ed il sonno combattuto prende piede.
Sembra
che il cielo si spalanchi, all’arrivo. Dal mare che, pensavi, stesse per avere
la meglio, inghiottirti nella sua spietata meraviglia. Quel mare da cui eri
fuggito, per ritrovare queste case bianche, azzurre, fatiscenti. E questi orti
di pomodori rossi, verdi. Le strade. Bruciate di sole, al mattino; al
pomeriggio si fanno culle liete, scorre qualche voce umana. Di ragazzi. Sembra
che quelle sere siano un gioco a parte. Ognuno siede in un bar. Prende il
fresco, lo immagazzina. I giorni feriali si susseguono, lenti, madidi dei loro
sudori. E di quello degli abitanti che slittano sulle strade, si confondono ai
turisti. Raggiungiamo i nostri alloggi. Le camere sono spartane. Le lenzuola
pulite, morbide. Le docce aperte, senza il box.
Tutto intonato all’azzurro. Quella terrazza solleva ricordi, li sfalda,
galleggia con essi.
É
già qui. Non ha proprio idea di cosa l’aspetti. Nel silenzio. Si toglie le
mutandine, perché sa che solo così non s’infrangerà quel muro opaco di
complicità tra loro due. D’altronde, è rimasto a guardarlo a lungo, prima di
entrare nella stanza. Dal corridoio, lo spiava armeggiare con i suoi fogli, le
sue matite. E poi, con certi stracci che tiene di canto, sempre nella camera da
letto dove passa la maggior parte delle sue stanche giornate. Poco per volta,
tutto tornerà normale, o normalizzato. Le carezze stimoleranno altre carezze.
Il buio sarà complice di tepori sublimi, ma anche di paure, vicinanze e
allontanamenti, tracce di odori subito persi nella fretta delle carezze
progressivamente più ardite e urticanti.
Non
ricordo mai giorni di pioggia come quei
giorni, come nell’inverno di due anni fa, quando chiusi in quella stanza d’albergo,
abbastanza comoda e ben riscaldata, ormai senza sonno, distrattamente
chiedendomi con lo sguardo di rivestirmi e uscire per andare a prendere le
pizze. Il cielo era caduto, letteralmente, riversando un pianto a dirotto nelle
strade, divenute fiumi trascinanti; deserto cittadino in cui, nel pomeriggio,
io e te sfidanti del maltempo eravamo, comunque, andati a far compere, per la
tua febbre indomabile di “cose belle”; disposto quasi a tutto per quella poco
roba, quei quattro stracci, la notorietà, volevi di tutto, odiavi tuo padre,
succube di quella stronza di sorella di quattr’anni più grande di te, gelosa
pure dell’aria che respiravi. Divorate quelle pizze sulle lenzuola,
macchiandole di sugo – ormai solo quando dormivi sopportavi il contatto del mio
corpo col tuo. Così finiva quel nostro fine settimana, anzi tutti i nostri fine
settimana, quelle poche ore che concedevi ai nostri incontri.
M’interessa
seguire il tuo stato malato, forse solo per ritrovare una salute che ricordo a
mala pena di aver avuto.
Di
poche cose sono certo. E di queste poche, pochissime riescono a darmi ancora
una consolazione. Di sicuro, so che il tempo non torna indietro e non fa passi
avanti; ma resta come imprigionato, quasi fosse altro da sé, in una sorta di
presente asfittico e immobile, senza alcuna misericordia per ciò che non
vorresti si incenerisse prima del suo arco vitale concessogli dal trascorrere
ovvio e sterile di ogni appeso frangente. Un tempo, tutto sembrava più facile,
meno duro da vivere, da decifrare. O meglio, ci bastava interpretare ciò che si
offriva alla nostra intelligenza o sensibilità come il giusto concorrere e
concatenarsi di eventi a media distanza l’uno dall’altro; in modo da costituire
la trama di un romanzo esistenziale che riusciva (ancora) a prendere spunto da
un passato recente, a cullarci in questa idea che comunque qualcosa sarebbe
sopravvissuto, non tutto fosse destinato a perdersi come sabbia tra le stupide
dita. Anche vivendo di quel poco che c’era dato a disposizione, la semplicità
del vissuto ci sembrava un prodigio della sorte, un sublime traguardo dei
sentimenti: il giusto incanalarsi delle passioni nella trama delle nostre pigre
esistenze.
Certe
domeniche, in cui l’estate incombe come una minaccia, spietata, in questi
giorni di Maggio, si rimpiangono i tepori artificiali degli inverni casalinghi.
In questi giorni, particolarmente mi accade di pensarti, mio furtivo amore di
un’estate, mia ansia, mio derelitto amore, che credevi la vita fosse una
scommessa al migliore offerente, e sei rimasto vittima della tua stolta
ambizione. Era una follia lucidamente vissuta, nelle ore diurne (che per te
iniziavano sempre nel primo pomeriggio: avevi scambiato notte e giorno, il sole
con la luce artificiale delle notti in cui invece di dormire, armeggiavi col
tuo sesso sfaccettato di bugie sottilissime, crudelissime), mentre giocavi al
gatto e il topo, sempre, anche quando non ve n’era bisogno.
Ma
questo è un discorso un po’ fuori da queste pagine ‘diaristiche’, che mi
accingo a scrivere per marcare questi luoghi di distanza, tra me e te, proprio
come un cane marca orinando il suo territorio. Il mio territorio è la
salvaguardia della mia esistenza fuori dalla portata dolcissima e mortale delle
tue mani. Il tuo territorio, invece, era la bugia.
Ho
imparato a conoscerti troppo tardi, per non perderti. Abbastanza presto per non
morirci dentro. Una passione ardente e complessa, è sempre mortale. Ed io
rischiavo di far la fine del grande poeta e scrittore, solo che il mio carcere
(questo malato amore) stringesse ancor più le sue sbarre, le sue maglie, la sua
tela di ragno.
Mi
chiedo se tu avessi mai avuto un progetto per noi due. Forse sì, ma non lo
saprò mai di sicuro.
Di
certo, quella sera in macchina, anzi era di notte pesta, estate fuggevole e
maledetta, quella sera in cui provocasti la mia reazione, il mio cuore già
ballerino e innamorato dei tuoi tratti spigolosi del volto, del tuo corpo
cesellato e marchiato, quella sera sarà indimenticabile per me, per quanti
sforzi io faccia per distogliere il tuo ricordo da me. Ma è inutile anche
sperarlo.
Pensare
che questa sia una confessione, un lavacro, in tono minore e silenzioso, è
follia. Chi leggerà ormai queste righe sconclusionate? Se mai riuscirò a
portare a termine questo racconto di una catabasi,
la discesa classica agli inferi che ogni amore comporta, di cui si nutre ogni
passione insana, bruciante.
C’è
stato un tempo ingenuo in cui le stelle si potevano ancora toccare con un dito.
Non direi, almeno non lo direi per me e te, per noi due. Me lo dimostrasti
quella volta che accettasti di fare sesso in tre, col mio amico di una vita. Fu
per me il capriccio di mettere alla prova la tua ambiguità e nel contempo di
saggiare l’ambizione della tua carne da pagare col soldo della riconoscenza
(oltre che con banconote sonanti). Sì, perché ciò che di te affascina e
maledice, è questa tua ansia di autodistruzione mascherata da salvaguardia dei
tuoi interessi. Ah, l’indecifrabilità della tua ambizione smodata. Uso forse
troppi aggettivi. Ma l’aggettivazione degli accadimenti, in questa confessione
un po’ malandata e zoppicante, è la metafora stessa di un incenerimento.
Eri
una macchina da sesso, questo è indubbio. E non solo perché avevi vent’anni.
Non era solo foga giovanile. Era la cifra in cui mi perdevo, affascinato e
perplesso. E non per sete di sesso, ma per lo spettacolo inafferrabile della
tua ansia autodistruttiva, che rendeva la tua anima solo cenere, incendiando le
tue membra tese alla ginnastica del sesso.
E
poi, quella tua assurda letargia. Quel tuo dimenticarti del mondo, in nome
delle ore diurne in cui pretendevi che il sonno fosse la panacèa di tutto, e
che al tuo risveglio, il mondo sostasse ai bordi della tua lucida e spietata
follia, solo in virtù della tua sorridente nudità. La tua, era poesia malata,
condita di esibizionismo. Negavi sempre le labbra al bacio: le tue splendide, incredibili,
labbra... o ci sputavi sopra, sul sapore di saliva che, invece, amavi che bagnasse
la tua pelle unta di sudore estivo, di sudore mal dormito. L’argomento unico
dell’attrazione dei corpi: questa è la cifra, questo l’argomento del
disquisire; ma non se ne verrebbe comunque a capo, com’io non son mai riuscito
a venire a capo dell’attrazione che provavo (provo) per te, che non ha finito
di consumarmi. Anche oggi, che sparli con i nostri falsi amici in comune, e mi
hai messo la vergogna in giro, ma poco importa.
Hai
imparato bene il linguaggio delle stagioni, a un passo dal corpo e dai sensi;
come l’abbraccio dell’estate che stritola crudele, o il cullare dell’inverno,
così carezzevole e consolante. Hai imparato come osservare per essere
osservati; saltare da un’occhiata all’altra per convogliarle tutte in un sono
cerchio. L’abitudine a farsi concupire nel silenzio dei giochi casuali. É tutto
ciò che più colpisce, e conta, intimorisce, grida vendetta e poi tace le virtù
della carne.
La
notte mi riporta una musica interna, una melodia nell’aria; specie le notti d’estate:
dense, morbide, cullanti.
Le
finestre spalancate alimentano la percezione dei brividi notturni.
Si
è ripresentato Autunno, prima del suo tempo. O del tempo che, qui da noi, gli è
assegnato dalla continuità della spietata estate. Sembra che tutta la
solitudine sofferta dalle strade, le foglie, i vicoli, i marciapiedi; tutta la
potenza con cui l’estate si è abbattuta sulla città dilaniata, disertata per
fuga e voglia di evasione, si un lontano ricordo stemperato dal rumore
carezzevole delle gocce, le prime piogge di Settembre.
Tutto
ciò, a dirlo, sembra qualcosa di usuale, quasi banale. Ma è un evento
interiore, come lo sono le stagioni, il vento, il calore, le piogge, ognuno un
alfabeto da decifrare nei giusti silenzi.
Riprendere
le strade di un anno fa, come in un dormiveglia. É un lento rinsavire; un calmo
risveglio.
Ho imparato a conoscerti
troppo tardi, per non perderti. Abbastanza presto per non morirci dentro. Una
passione ardente e complessa, è sempre mortale.
Lo scriveva Oscar Wilde, in
tempi non sospetti: ognuno uccide ciò che ama. Ed io rischiavo di far la fine
del grande poeta e scrittore, solo che il mio carcere (questo malato amore)
stringesse ancor più le sue sbarre, le sue maglie, la sua tela di ragno. Mi
chiedo se tu avessi mai avuto un progetto, per noi due. Forse sì, ma non lo
saprò mai di sicuro. Di certo, quella sera in macchina, anzi era di notte
pesta, estate fuggevole e maledetta: quella sera in cui provocasti la mia
reazione, il mio cuore già ballerino e innamorato dei tratti spigolosi del tuo volto,
del tuo corpo cesellato e marchiato dalle sofferenze del carcere, quella sera
sarà indimenticabile per me, per quanti sforzi io faccia per distogliere il
ricordo da me. Ma è inutile anche sperarlo. Pensare che questa sia una
confessione, un lavacro, in tono minore e silenzioso, è follia. Chi leggerà
ormai queste righe sconclusionate? Se mai riuscirò a portare a termine questo
racconto di una catabasi, la discesa classica agli inferi che ogni amore comporta, di cui si
nutre ogni passione insana, bruciante. C’è
stato un tempo ingenuo in cui le stelle si potevano contare. Non direi, almeno
non lo direi per me e te, per noi due. Me lo dimostrasti quella volta che
accettasti di fare sesso in tre, con la mia amica di una vita. Fu per me il
capriccio di mettere alla prova la tua ambiguità e, al contempo, di saggiare l’ambizione
della tua carne da pagare col soldo della riconoscenza (oltre che con banconote
sonanti). Sì, perché ciò che di te affascina e maledice, insieme, è questo tuo
esser disposto a tutto: ovverossia, questa tua ansia di autodistruzione
mascherata da salvaguardia dei tuoi “interessi”. Uso due virgolettati, apposta
per sottolineare l’indecifrabilità della tua ambizione smodata. E forse troppi
aggettivi. Ma l’aggettivazione degli accadimenti, in questa confessione un po’
malandata e zoppicante, è la metafora stessa di un incenerimento di ogni mia
referenza verso me stesso. Eri una macchina da sesso, questo è indubbio. E non
solo perché avevi vent’anni. Non era solo foga giovanile (ne ho conosciuto
altri, tuoi coetanei, non così caldi, maniacalmente votati all’ardore della
carne). Questa era la cifra in cui mi perdevo, affascinato e perplesso. E non
per sete di sesso, in quanto tale, ma per lo spettacolo così inafferrabile
della tua ansia autodistruttiva, che rendeva la tua anima solo cenere,
incendiando.
E poi, quella tua assurda
letargia. Quel tuo dimenticarti del mondo, in nome delle ore diurne in cui
pretendevi che il sonno fosse la panacèa di tutto e che al tuo risveglio, il
mondo sostasse ai bordi della tua lucida e spietata follia, sono in virtù della
tua sorridente nudità.
La tua, era una poesia malata,
condita di esibizionismo. Negavi sempre le labbra al bacio: o ci sputavi sopra,
sul sapore di saliva che, invece, amavi bagnasse la tua pelle unta di sudore
estivo, di sudore mal dormito. Vaghezza corporale, è la passione smodata per il
“ragazzo”, in questo mi sento supportato da pagine infinite di letteratura.
In fondo, caro poeta delle
primule, mio dolcissimo maestro, cosa resterà di noi per le future età, cosa
per i ricordi, per i cuori i giovani sapranno farne uso altrettanto scorretto
della ripugnanza, della tua stessa fine come del tuo messaggio involuto,
inconsapevole del suo peso?
Che cosa resterà di noi per le
età
da trascorrere, suicidali e futili,
questa mano che trema
per aver investigato universi
paralleli e inversi;
cosa rimane del tuo messaggio
diretto a questo universo
sepolcrale.
Tu che sapesti farti anima del
mondo,
nei tuoi appunti sul vivere
moderno:
lo sviluppo odiato, confuso
per progresso.
Il gesto alato di una carezza
su una nuca nivea, rasata,
su un ciuffo ricciolino di
ragazzo
ai primi amori.
Uso una lingua morta, lo so.
Chi capirà questo monologo,
questo dialogo a solo col
mondo muto,
questo nudo evento di vita
caduta,
in libera discesa verso l’abisso.
Restano poche, mille pagine
scritte in furia e coscienza,
il tuo Petrolio,
la Mimesis.
La nuova gioventù
non capirà, non saprà,
non potrà mai capire.
La genuinità del prodigio,
poesia che ti abitava nelle
vene
dai giorni rurali della
Delizia.
Anch’io, ho intitolato un mio
libro
semplicemente Libro di poesia:
nacque così, il titolo,
spontaneamente.
Non avevo ancora dato un nome
alla raccolta
che tanto piacque, poi, a
Moravia.
Era un titolo provvisorio.
Poi lo conservai, per sfizio
e capriccio, ma soprattutto
per il suo significato
apocalittico:
in un modo derelitto e
spoetizzato,
spoetizzante e squilibrato,
la “cosa” detta Poesia,
questo oggetto così poco
identificabile
e assolutamente non
divorabile,
assimilabile al mal di stomaco
di questi anni onnivori,
compresenti alla disfatta
della completa
disumanizzazione.
Androgino. Disillusione ed
entusiasmo.
Ossimoro che travolge,
combina la mia vita tra
angoscia e diletto,
come in un poesia di Sandro
Penna.
Eri tu a determinarne il
flusso, il sale
e l’amaro, come il dolce
effimero
celato in uno sguardo,
una carezza. Sotto il tuo
incantesimo,
vivevo. Mi illudevo di
progredire, restando
fermo in una stanza deserta: l’anima.
La tortura eri tu,
come limone su ferite timorose
pure di definirsi,
di svelare il volto del
torturatore, me
stesso, appunto. Ogni incontro
era la speranza.
Anno 2021
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
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