"LA GINNASTICA DEL SESSO"

 

“LA GINNASTICA DEL SESSO:

 

requiem per Pasolini.”

 

 

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 




Per Pier Paolo Pasolini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONTRO PASOLINI (PROLOGO).

 

Da qualche tempo mi accede sempre più spesso di rileggere le prose teoretiche di Pier Paolo Pasolini con una sorta di devozionale raccapriccio: non oserò dire che scrive male (soprattutto considerando la media dei tempi) ma che scrive all’incirca come un sociologo che dopo passionali e discontinui studi giuridici abbia scoperto e incautamente amato una letteratura costituita d’autori non indiscriminatamente consigliabili quali (tanto per fare un esempio) Giovanni Papini, Luigi Russo e l’ultimo Pier Paolo Pasolini. Mi rendo conto di essere caduto in un errore di logica, ma di un genere così squisitamente pasoliniano che non trovo il coraggio per emendarlo! Quello che primamente salta all’occhio in questi ultimi scritti è una tale quantità di superiorità morale nei confronti dell’uni­verso difficilmente condivisibile e accettabile da chiunque sia dotato di un minimo buonsenso e senso critico. Soprattutto in due ambiti della riflessione pasoliniana quali quello del divorzio e dell’aborto in cui il lettore ha l’impressione di tentare l’autostop durante gli ultimi tre giri di pista di una gara di Formula Uno: estremamente frustrante. Non sono assolutamente certo di aver capito tutto, ma quello che ho capito ha provocato in me una varietà di emozioni così disparati per cui ho bisogno di fare chiarezza.

Il problema dell’aborto, intanto, pone in primo luogo il problema delle madri: Pasolini afferma di vivere nei sogni e nel comportamento quotidiano la sua vita prenatale, quella che egli chiama <<la mia felice immersione nelle acque materne>>. Sarà, ma la mia memoria amniotica è piuttosto corta: non mi ricordo della mia immersione nelle acque materne, né tantomeno se essa fosse felice o meno. Ma sono certo di una cosa: che se invece di essere stato partorito fossi stato abortito non me ne sarei avuto a male, non me ne sarei accorto proprio. Pasolini argomenta che la maggioranza coeva vuole l’aborto perchè la coppia eterosessuale ha scoperto il coito consumistico che vive come dovere sociale della propria figura di consumatore. È insomma del tutto evidente che Pasolini considera l’aborto come un’attività psicologicamente mera­mente distensiva. Ma non finisce qua, poichè dopo Pasolini scopre il coito politico, frutto del cambiamento della società: oggi il coito è diverso, scrive Pasolini, perchè il contesto politico di oggi è quello della tolleranza. E questo, a mio avviso, si chiama generalizzare e massificare. Cosa che, tra l’altro, neanche la statistica riesce a fare in modo così vilipendiosamente elementare. Ma, ancora, i giochi non sono finiti, e Pasolini recupera e riporta in auge una proposta di compromesso suggerendo d’includere l’aborto nel reato di eutanasia ma <<privilegiandolo di una serie di attenuanti di carattere ecologico>>. Ma che vuol dire? Questo non è un glissando: è uno slalom. Pasolini procede, nell’argomentazione, a furore di dribbling!
Ma passiamo alla famiglia. Personalmente, non ho alcun motivo per amare, venerare, rispettare la famiglia. Questa famiglia è una curiosa sopravvivenza della tribù patriarcale che esisteva ancora 100 anni fa: non era un granchè nemmeno quella ma almeno c’era più traffico di zii, nonni, cugini e nipoti a scioglierne il nucleo faticoso e amaro. La scheggia domestica che è sopravvissuta è invece un luogo del tutto cupo, oneroso e difficile: il colloquio tra i nonni e i nipoti, l’unico colloquio non sospetto né ambiguo, è stato reciso; la famiglia di tre persone è un luogo mentale e sociale, nel cui ambito si svolgono caute e diffidenti trattative; i mutati costumi colmano l’aria di maldomati rancori. Un po’ di generazioni fa, Orwell scrisse a proposito del matrimonio: <<Quando si trova un coniuge ammazzato, la prima persona inquisita è l’altro coniuge: questo la dice lunga su quello che la gente pensa del matrimonio.>>. I (mali) tempi corrono, certo, e oggi la situazione è più complessa: tra gl’inquisiti non c’è più solamente l’altro coniuge, ma anche i figli. Non invento nulla, e poi non ho neanche fantasia: non l’ho forgiata io al diletto dei miei lettori la madre uccisa dal figlio per riscuoterne la pensione, né il disabile ammazzato a bastonate in una famiglia numerosa i giornali. Coloro che hanno commesso il delitto non erano delinquenti: vivevano una vita misera (per ristrettezze economiche o altri problemi), e sarebbero stati onesti se non avessero avuto una famiglia. Ma si capisce che in casa un disabile è, come un vecchio, un grosso problema, soprattutto se le risorse umane ed economiche scarseggiano. Si possono sospettare le ragioni di tale occulta conflittualità: in primo luogo la innaturale convivenza indefinita, misurata a lustri e decenni, di poche persone in un troppo breve spazio. Ma penso anche ad altra ragione più radicale: il nostro tempo feroce e fatuo ci ha imposto una scoperta terribile e stupenda: la solitudine. Difficile è la solitudine, ma affascinante il colloquio segreto, l’ininterrotto dialogo celato e il lento esercizio con un se stesso più oscuro e misterioso. Purtuttavia, oggi non occorre essere eremiti poichè c’è solitudine per tutti: oggi, io posso vivere la solitudine in una città e in una folla, ma non la posso trovare in una famiglia, dove altre persone (almeno due genitori) si toccano, si scorgono, si guardano, s’indagano e, soprattutto, si giudicano; dove la minuta collezionistica insistenza dell’amore continuo e incombente può divenire asfissiante ed è sempre inquietante; inoltre, chi ama difficilmente rinuncia a capire, e questo può essere intollerabile. Nella famiglia di oggi, la solitudine è così sostituita dall’isola­mento: un’anomala concentrazione fa sì che sia necessario difendersi, schermarsi, e nasce nel fondo del nostro cervello una sorta di mormorio continuato, un monologo con le ombre; si diventa astuti e reticenti; nascono i compatti silenzi e le conversazioni tese e vane. Io non dispongo di una famiglia, e ne sento la mancanza: mi mancano per esempio, una moglie indifesa da percuotere e insultare per motivi di minestra e bambini da terrorizzare con i mirabili malumori cosmici dei miei molteplici stati d’animo che sono molti e cambiano d’umore continuamente. I terrori sono educativi. Come anche il senso di colpa e l’imposizione autoritaria di una disciplina eterogenea che non ti appartiene. Nella mia infanzia io ho posseduto una famiglia (o, meglio, ne sono stato posseduto) che m’imponeva gusti e idiosincrasie. Non ho mai vissuto, fino ai miei 17 anni, un momento mio: tutto era determinato dalla famiglia e ordinato in funzione di essa. Era uno stillicidio di entusiasmi continua­mente, ininterrottamente, inesorabilmente smorzati. E mi dicono che una maggioranza di coloro che sono in stato di cattività familiare ritiene che la famiglia sia fondata sull’amore. D’accordo, se non ci fosse amore non si proverebbe alcun piacere a e far venire gli incubi ai minorenni tenendoli svegli a suon di urla e botte da orbi né a percuotere la sposa inducendovi vagheggiamenti vedovili. L’amore familiare consiste in un complicato ordigno che mescola possesso, diritti, aspettative, consuetudine, distrazioni, prevaricazioni, taciturni e lenti affrontamenti, e bracci di ferro che durano una vita. Nella famiglia nessuno fa né ha) ciò che vorrebbe e ciò (che sarebbe dovuto all’amore) inevitabilmente comporta una sorta di vapore di frustrazione, tra profumo e tanfo, che pervade i locali e le anime. Ne deriva un rancore sempre neghittoso e taciturno e un parlare d’altro come tecnica di elusione. A mio avviso l’amore domestico assomiglia a un voluminoso e greve animale che conserva una speciale opaca razionalità e una funzionalità tetra e ostinata che si evolve in una specifica tenera languida benevola generosa ferocia da cui con il trascorrere degli anni germoglia la demenza e l’odio. Per poter funzionare la famiglia ha bisogno di questa sorta di amore, che è fondata s’una serie di astensioni da se stessi. Inevitabilmente, questa situazione genera o un ignaro furore o una sorta di allucinazione collettiva, in cui coniugi e figli vivono come se fossero una famiglia. Ma non lo sono. La famiglia si fonda sul sadismo e il sadismo si fonda sull’amore ma l’amore si fonda sul sadismo.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<Φύσις κρύπτεσθαι φιλε>>

 

<<L’intima natura delle cose ama nascondersi>>

 

(Eraclito).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Il sabato pomeriggio si dilegua con lentezza fulminea. É di per sé, un ossimoro, in questa sua lentezza febbrile; questa sua spontanea fulmineità. Guardi il cielo e sembra un coperchio di nebbia che copre le stelle.
É un Maggio piovoso, ventoso. Dolcissimo. Le strade traversate da ragazzi con le cotenne da mohicani; in gruppetti di tre o quattro, traversano le vie del parco con spocchia innocente. Le loro pelli maculate da tatuaggi quasi improvvisati. I giubbotti scuri come corazze di guerra, le montagne della forza. Le foglie tremano al loro passo. É un gioco di specchi, cui si prestano con incoerenza e durezza. Hanno zigomi taglienti come lame di acciaio. Le loro nuche sono abbecedari di eventi leggendari.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Se solo ci si potesse incontrare nei sogni... Dicevo che l’ora più raggelante e terribile del giorno è il mattino. L’ho scritto, decrittato.
Ma mi sbagliavo. Qui, il mattino si veste di bianco e l’alba ha un rumore silenzioso che investe il cielo, lo punisce, getta nello sconforto persone, cose viventi. É il rumore tipico di queste strade. Questa Roma malavitosa, ma potrebbe essere Catania, Palermo, Milano o Shangai, una qualsiasi metropoli corrotta e decomposta con periferie venefiche, campi spelati, dove la vita si consuma in un soffio e le ali dei gabbiani sono spade nella carne, ogni volo una condanna, ogni cielo un inferno. Qui dove si contrabbanda solo droga mentale e sesso invertebrato, in un mondo che sa solo tendere carni decomposte, trafiggere il cammino dei danzanti l’ora più raggelante è l’ora dei dormienti. Io m’affacciavo al balcone e chiamavo i ragazzi, a salire su da me, anche in due, in tre, mille centinaia di occhi, braccia come morse che rompono ossa, flettono le costole nell’amplesso, accartocciando i pensieri.
Nella mia casa ai Pettinari, quanti ne vedevo passare diretti al centro di Trastevere, verso Ponte Sisto, traversandolo per scontare peccati mai commessi o tentati; perché il tentatore ero io, io, io, io, io, io, solo io, incapace di resistere alla tentazione dei loro occhi fulminei e fulminanti; delle loro bocche graffianti, labbra screpolate dal freddo, dall’astinenza delle droghe: ma il vero astinente ero io, solo io, io, io, io, io, io angelo e vomito, confusione e baratro, estasi e tormento, fuoco e pioggia, ma la pioggia cosa sa della luce? La mia poesia è ridotta a un cumulo di tizzoni ardenti perduto nel gelo dei giorni che mi ustiona l’anima; le ricorrenze... le odio! A che cosa serve ricordare commemorare i giorni perduti, le amicizie perdute, le donne, i fanti, gli eroi, i perdenti?
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
L’inverno ha un passo leggero. Dura sempre troppo poco. É una carezza strana, giacché la città è pressoché al sicuro da catastrofi meteorologiche; solo le piogge buie e oscure giocano sull’asfalto dei marciapiedi come carezze inappropriate.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Sembra che il cielo si spalanchi, all’arrivo. Dal mare che pensavi stesse per avere la meglio, nella sua spietata meraviglia. Quel mare da cui eri fuggito per ritrovare queste case bianche, azzurre, luminescenti. Il tempo torna indietro sui suoi passi, è convito che sia bene. Ma il giusto bene sarebbe ammanettarsi al presente. Un giorno, questi dolori saranno ali. Quando guardo il tuo viso, mi illabirintisco. Senza una direzione verso cui pulsare, ogni cuore è destinato a ammutolirsi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La notte è una civetta sopra il ramo del sonno. Ore in cui mi sforzo di rimanere sveglio, sebbene le mie palpebre cadano pesanti, per assaporare al meglio il lento sfiorire d’ogni facoltà di pensiero e del cuore.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Quante energie sprecate, quanti atti inutili, quante laceranti attese, quante felicità transitorie che mi sembrava potessero risolvere per sempre la mia vita. Perché ci abbandoniamo all’amore, quasi fosse il nostro nido, la consolazione, la risposta...?
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
A che cosa serve morire? Stringere i pugni per conservare solo polvere e sabbia tra le dita martirizzate del mio poeta amico e maestro, ridotto a un cumulo di ossicine e sangue benedetto sparso invano nel vano castigo? Quanti lo uccisero? Io pensai e ripensai, ora, domani, ieri all’attitudine al sacrificio come un salvacondotto, un salvifico evento di scelleratezza e santità. Ma a cosa serve morire? Chi salì su quel corpo sormontandolo con i pneumatici? Chi lo colpì in testa? non si saprà mai, questo è certo.
Il mondo non sarà salvato né condannato a morte atomica, ma sia meglio morire in un bagno a testa in giù mentre ti radi appena uscito dalla doccia, o è meglio sacrificarsi alla normalità come sola alternativa a una morte desiderante, sprezzante da vivere vivendo e corrompendo se stessi a un mondo calamitoso privo ormai di energie necessarie alla buona vita? Il mondo non sarà più condannato come volevi romanticamente tu, mio poeta delle primule e delle marane.
Il mondo è dannato per sempre a vivere, girare intorno a se stesso e al puro nulla che lo tiene in piedi in un universo orrendo. Ma a che serve morire?
Oggi sentivo parlare tra loro due ragazzetti, malandrini e beati. Si raccontavano dei loro scippi e di femminette anch’esse beate strette strette di fianchi e di pensieri; si contavano stracci irripetibili, le loro lingue veloci a esultare più delle loro stesse braccia; e quanta delicatezza in quei puri versi, in quella virtù oracolo!
Quel parlottare fitto fitto come un fiotto di vita o di sperma spruzzante e gaio nelle bocche delle loro fidanzatine. o tra le dita di chi sa quale compratore delle loro superbie...
Oggi sentivo il cielo tutto, un cielo di polvere e gesso, piegarsi su di loro pazientemente come un frullo d’ali, un corteo bizantino ed eretico che li portasse in spalla verso la luce dell’avvenire! Ma, ormai, oggi, non vi è più avvenire, perché nessuno cambia l’assetto di un epoca destinata a perire in un fuoco fragile, un facile sacrificio che non monda: se tanto mi dà il respiro rapito e fatuo su quelle bocche incarnate di virtù e se il resto è solo pietrificata, ossidata abitudine a cagare sul fondo d’oro, e se la carne registra solo infimi battiti, la bestia che è in me e latra, sarà dividere il buio dal tepore, la luce di una fanale notturno dal vizio potente della luce lunare.
Tu, amavi così tanto la luce della notte in cui ti addentravi, poeta della primule e dei fanali. Amavi così quelle erbe sozze, così come io amavo i pontili, le sbarre, le catene di porpora, i banchi vecchi di Campo de’ Fiori dove la gioventù si sforzava a vendere carciofi e alici sotto un sole sulfureo e bieco.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ognuno sta solo, seduto nell’alveo di un bar, angusto e sordido. Assorbe il fresco, lo immagazzina. I giorni feriali si susseguono, lenti, madidi dei loro sudori. E di quello degli abitanti che slittano sulle strade, si confondono come ombre.
E così, l’ora del tramonto si inoltra nel suo blu elettrico, trasognato, pregno di silenzi. É proprio il silenzio la cifra del mutamento; della metamorfosi del cielo, che in quel preciso istante sembra aprire gli occhi al cerchio d’acque.
Seduto a un tavolino, anche io, a spiare il mare; a udirne le vocali aperte, ripetute monotonamente, come la nenia del raccontatore nelle tragedie greche.  Un lamento di prefica.
Seduto ad ascoltare il mare che si specchia nel cielo colore breve del tramonto, e aver bisogno solo di questo: un tavolino, limonata fresca e veritiera, e una vecchia sedia di vimini che accoglie la tua spina dorsale.
Sciogliersi in questo blu che contiene e dipana. E tu sei onda libera in latitudine sterminata.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Lì, a Campo, il tuo funerale. E Alberto gridava che il tuo corpo massacrato era sacro, sacro, sacro, sacro.
Poeti ne nascono pochi, anzi pochissimi sopravvivono, o spezzano l’incauto incantamento delle voci stridule che non sanno farsi voci del mondo. Inventando le prime ore del nascente astro, in parole esorcizzanti, strida d’uccelli sulla radura di Ostia.  Si compì la mia morte con la tua. Io restai e morii alla tua stessa età; vecchi e giovanissimi essendo nelle nostre albe di pietra, in un mondo inemendabile, la pigrizia di vivere non ti aveva reso più moderno dei moderni, perché sola tua coerenza era la forza di un passato falso, che ti rese l’inganno in formulazione di abiura.
Non era un errore, ma follia conteggiata, calcolata coi metodi dell’istinto vitalistico, nel miracolo delle cose. E il miracolo erano anche un paio di occhi, una tinta di pelle, il sole e la luna, la primavera che simula l’inverno. La realtà è quella che ci hanno costruito come un mosaico, ci hanno cucito addosso e intorno, da cui sfuggire: è un gioco, un soffio d’impurità maculato da infime dolcezze.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Le sere d’estate utili al dormiveglia; i pensieri imbalsamati ma vigile il cuore, la pelle freme al venticello importuno che entra dalla finestra semiaperta. Un pianto di civetta dal ramo vicino. Ed il sonno combattuto, che prende piede con fatica.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Un poliziesco in tivù. D’estate, il deserto è da cavalcare col coraggio di una belva assetata, silenziosa. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Due angeli scesi in terra discutono tra loro, fittamente e a bassa voce. Le gente che passa gli lancia occhiate distratte: sembra siano abituati a vedere due angeli nella periferia di un meridione assoluto e silenziosamente fragoroso, in un Agosto crudele e gelato, che parlano tra loro guardandosi negli occhi, abbozzando ogni tanto un sorriso inesplicabile...
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La tenerezza graffia con la potenza del gergo che lascia il campo solo all’identico sacrificio. Ci sono giorni come sere, e sere che luccicano negli occhi mattutini dei ragazzi scappati di casa, o pieni di incubi da risolvere in violenza, in cumuli di sfaceli.
In uno di quei giorni, in una sera adombrata dal buio della atomica stagione, mi trovai solo con la mia stufetta a graffiare la pelle di un girovago, chiuso con me nel letto finché non giunse alla pace sperata e si addormentò di schiena raccolto tra le mie braccia.
Non m’importava molto che fosse martoriato, né malato o pieno di seme venefico; la sua schiena si piegava ad arco appoggiata al mio petto, e lui dormiva il sonno dei giusti. Non m’importava cosa fosse nato da questa incuria del destino, quel singolo giorno che lo trovai dietro un bidone dell’immondizia a Termini Stazione, o davanti al cinema Farnese, non ricordo ora.
Oggi aspetto Giovanni a casa mia. Lui non è infetto dal vizio della sostanza. Nelle vene non ha l’asfittico pudore dei malati. Vive da solo con le sue malattie mentali. Viene da me solo per rifarsi di cibo mentale. Danzerà per me i sette veli. É un delinquente senza remore, ma mi sta a genio, come dire. Non so sopravvivere indenne alle delusioni, alle defezioni.
Già presentivo il suo corpo dorato, quel petto rasato col pelo ricresciuto, spinoso e lanuginoso, il suo abbandono vellutante della sua schiena sul mio petto, del suo costato sul mio, gelido, rovente, lugubre come un verso di Genet, o un film di Pasolini, dove i corpi smarrivano una sostanza destinata a perire: così i miei amori destinati alla fine delle fini. Il lutto non è plagio, servilismo, bullismo o riduzione a schiavitù; è pesante il vizio della solitudine, è pesante il vizio di restare soli come cani sul selciato autunnale.
La febbre dei tuoi teneri polsi è una rugiada incalcolabile; mentre dall’altra parte della strada urlano quei poveretti pieni di seme sterile. Io solo so l’idillio del tuo viso chiaro. Io solo conosco le fosse della non appartenenza in cui divagavi, preso dalle tue frenesie di drogato. Quel segno incoercibile che lasciavi sulla fronte, sulla pelle, sulle bocche, ogni volta che ci univamo. Una stagione come una manciata di gloria. Manca la tua derelitta ragione, la tua camminata bislacca, adulta, luminosa; quel giornalaio che ti vendeva la droga ora è padre di famiglia, mentre tu resti un appestato dalla tua stessa vanagloria.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Vorrei evadere da questo recinto familiare, ma, al contempo, fuori da qui mi sentirei un verme smarrito in un prato troppo ampio per capirmi, per consolarmi, per credermi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Un libro generoso in cui tuffarsi. Il vero mare è un gioco interno, il filo del rasoio dell’equilibrista, il poco di cui è fatta la vita, un mondo intorno, lucente, formidabile proprio nella sua pochezza.
Indovinare, in quei sorrisi, le tue rotte. In quel certo modo di pronunciare le cose. Le vocali che scivolano nella bocca del riposo. La poesia è un sonno lieve da masticare con lentezza.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Una madre è colei che sa piangere e sorridere con una capacità di scambio che è tutta la sua vita, a cui s’aggrappa con l’energia e la sapienza delle donne figlie del vento e della terra.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La natura delle valutazioni si sfalda e sciorina la sua nebbia in ogni porzione della mia quotidianità, ogni volta che penso all’amore come lo paventavo a sedici anni.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Un uomo sui 45 anni, seduto sulla panca di una qualsiasi sala d’aspetto di una qualsiasi stazione ferroviaria, d’inverno, a metà pomeriggio, guarda fuori dall’unica, grande finestra. È solo, all’interno. Silenzio di ogni cosa intorno. Vede un giovane, sui vent’anni, camminare cogitabondo tra un binario e l’altro; ma sembra cammini a piedi scalzi su di un prato. L’uomo lo riconosce, o gli sembra di riconoscerlo. Allora, piomba in una tristezza assoluta, muta, insondabile. La porta della sala d’aspetto è spalancata, in realtà il ragazzo dista solo pochi metri dall’uomo; che potrebbe raggiungerlo ma resta immobile, inchiodato alla panca. A tratti sembra che il ragazzo ricambi, sebbene di sfuggita, i suoi sguardi. Ma è solo un’impressione, quasi un miraggio, del quarantenne che rimane muto e come appeso a un filo di saliva, alla sua stessa attesa che adesso si è come ammantata della contemplazione del giovane straniero dalle fattezze però così familiari. Il ragazzo, quindi, fa per allontanarsi tra i binari (sul prato). L’uomo rimane seduto, dentro la sala d’aspetto, Ma i suoi pensieri, adesso, e forse per sempre, per quanto gli resterà da vivere, sono cambiati, sono altri da prima che incrociasse la figura di quel giovane sui binari...
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
É di un rosa bagnato di sale il colore di pelle del ragazzo che ha deciso di guadare la notte in un suo specolo buio.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Spalanco la cigolante porta-finestra per lasciar entrare in camera il fresco di questa sera di Luglio, mentre un misto di dolore, noia amore incagliato in un gesto morbido, accennato allaga l’anima e si trastulla di quanto scavo possa farvi dentro.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Lui è arrivato adesso. Non ha proprio idea di che cosa l’aspetti. Nel silenzio. Si toglie il cappotto, la giacca, tutto, perché sa che solo così non s’infrangerà quel muro opaco di complicità, tra loro due. D’altronde, è rimasto a guardarlo a lungo, prima di entrare nella stanza. Dal corridoio, lo osservava armeggiare con i suoi fogli, le sue matite. E poi, con certi stracci che tiene di canto, sempre nella camera da letto, dove passa la maggior parte delle sue stanche giornate.
Poco per volta, tutto sarà normalizzato, come deve essere. Le carezze stimoleranno altre carezze. Il buio sarà complice di tepori sublimi, ma anche di paure, vicinanze e allontanamenti, tracce di odori subito persi nella fretta delle carezze progressivamente più ardite e urticanti.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
L’estate muove uno sguardo nudo e attento sulle cose. Nel contempo, però, offusca le dimensioni dei sentimenti insufflando nel cuore un misto di sensazioni strane, perniciose.
Napoli è sempre un sortilegio, per chi arriva con mille speranze in tasca e pensa, magari, di trovare una sponda accogliente in cui versarli.
A Napoli non tornerò più, mi farebbe troppo male rivedere quei luoghi, specie la riviera di Chiaia, col giardinetto di fronte al quale c’era la casa in cui entrai una sola volta, ma vi lasciai una gran parte della mia anima. Quegli abbracci, stretti come tenaglie. Quei sospiri lunghi come la notte che trascorrevamo solo appesi ai nostri reciproci sguardi: ci bastava guardarci per aver paura del futuro e detestare il presente, troppo angusto e ingrato per noi. Ricostruire certe notti è veramente dannoso, ma chissà perché non cerchiamo altro. Troppo facile chiamarlo masochismo: è qualcosa di più e qualcosa di meno, più sottile e al contempo greve, insopportabile. Non voglio ricordare eppure ricordo. Sarebbe giusto e pietoso, qualora il ricordo fosse un muscolo dipendente dalla nostra volontà; una porta che si apre e chiude a comando. Ma anche così, ne riterremmo necessario berne tutta la sofferenza capricciosa di cui è fatta la memoria. Dovremmo solo pensare allo squallore dell’oggi, piuttosto che ai fasti di ieri.
Mi ricordo di una passeggiata sotto il sole di Maggio già cocente. Il mare era un tappeto di zaffiro, una scala mobile per gli sguardi. Fuso con il cielo, si stendeva come un mantello mosso dal vento, un velluto di polvere azzurra mischiata al verde delle basse profondità. Camminavamo mano nella mano, come una stupida coppietta. Gli abbracci li riservavamo per la sera, gli sguardi per la notte. La nudità era il comprensorio d’una passione malata, come tutte le passioni non omologate, forse.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Scesi alla Stazione di Palermo in tarda serata. Già si muovevano strane figure, di quelle che normalmente popolano le stazioni e i dintorni di esse, specie nelle ore serali e notturne. Aspettavo il driver, insomma l’addetto al trasporto degli ospiti della serata di gala. Odiavo far parte di quel gioco di finzioni, ma era l’unico modo per fare una settimana a Palermo totalmente finanziato dall’organizzazione dell’evento. Il mio autista ritardava: uscii quindi dall’ingresso laterale della stazione, l’aria era calda e appiccicosa, Luglio già stava lasciando il posto ad un Agosto torrido e crudele. L’estate, per me, è stata sempre foriera di solitudini cittadine; la città, specie se trattasi di una metropoli meridionale, acquista un valore umano in virtù delle molte facce che l’affollano nelle vie principali, nei quartieri popolari o anche nelle strade più chic, dove si riversano sciami di ragazzi urlanti e pieni di seme da sciorinare metaforicamente nel mondo, di donne vestite bene per il sabato pomeriggio, di uomini di mezza età in cerca di un’altra occasione. Come me.
Dal portale laterale, girai a sinistra e mi trovai davanti all’ingresso principale della Stazione. Le panchine erano occupate già da barboni: giacigli di ferro approntati per il riposo ubriaco e notturno. L’intera città pareva sudasse, i muri stessi della stazione sembravano unti, le panchine, i marciapiedi, le facce delle persone, dei disperati in giro per la grande piazza antistante.
Trovai una panchina libera e mi sedetti, aspettando il tipo con la macchina; in realtà, non aspettavo niente, mi sentivo come disciolto, completamente assuefatto, a quel teatro di solitudine e di quieta disperazione: come un cuore frenetico ma silenzioso, un enorme cuore che conglobava tutte quelle vite al margine della società dei beni comuni. Guardavo davanti a me la statua equestre al centro della piazza, che mi voltava la spalle. Il sedere del cavallo con la grande coda, il cavaliere rivolto al Viale principale che dalla piazza ha inizio. I quartieri delle stazioni italiane hanno caratteristiche comuni. Il cosiddetto degrado urbano, ma ancor più un certo scadimento umano. D’estate, poi, sembra che tutto si acutizzi, che i borghesi, la cosiddetta gente perbene, decida in massa di lasciare la città col pretesto delle vacanze, per lasciar posto, si direbbe consapevolmente, in una sorta di accordo mai stipulato ma sempre osservato, al popolo della plebe, dei barboni, dei prostituti rumeni e albanesi, dei drogati, degli accattoni. Di certo, non è uno spettacolo edificante, ma per converso la città acquista più realtà, sembra quasi più viva, essa stessa vivente, come un corpo unico, un cuore solo (appunto) palpitante e fibrillante di esistenze al margine, destinate a vivere sempre al limite della stessa sopravvivenza.
Mentre facevo queste riflessioni, mi appisolai sulla panchina. Mi risvegliò, di lì a poco, la voce di un ragazzo che mi chiedeva degli spiccioli <<per mangiare>> : ebbi un sussulto, nel buio gli occhi del ragazzo erano accesi, avevano un lucore quasi infetto, pericoloso, abbracciante. Rimasi a fissarlo, mentre con la dita freneticamente cercavo nella tasca interna della giacca i pochi spiccioli che, trovati,, gli deposi nella mano aperta. Lui ringraziò e si allontanò, muto ed evanescente come era apparso, inghiottito dalla notte, ombra appartenente alle altre ombre.
L’autista ritardava. Provai a chiamare l’organizzatore, ma il suo cellulare suonava a vuoto. Decisi allora d’incamminarmi per il Viale semideserto. Mano a mano che mi allontanavo dalla Stazione, gli individui che scivolavano lungo il marciapiede del viale cominciavano ad avere, via via, facce più comuni e rassicuranti. Quell’aria delinquenziale e disperante, lasciava il posto alle espressioni bolse e quasi inespressive. Suonai al citofono di una pensione, dei tanti che vi sono nei dintorni della stazioni ferroviarie. Una voce impastata di sonno e di noia mi rispose che erano al completo. Citofonai ad un altro, ed un altro ancora: spessa risposta. Poco male. Di certo quelli dell’organizzazione mi avevano prenotato, quantomeno, una camera in un albergo decente. Il punto era, però, che stava facendosi strada nella mia testa l’intenzione di mandare tutto a monte e restare solo con me stesso.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ferragosto tristissimo, nella sera sudata della piazza della Stazione, in attesa di chi sarebbe dovuto giungere a salvarmi; per poi abbandonarmi ancora ai piedi di un pullman qualunque, semivuoto, in un mattino gelido colore dello zinco. Da lì ho imparai, una volta per tutte, cos’è la tristezza; da lì, la voglia di solitudine è entrata dentro me ed è divenuta cosa mia, per sempre.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Mi aggiro per Trastevere come in una febbre. Attraverso Ponte Sisto, con la segreta speranza di ottenere chissà quali indulgenze. Mi sono alzato tardi, stamattina, dopo poche ore di sonno e peraltro agitato, popolato da fantasmi di oggi e di ieri. La monogamia non fa per me, ma nemmeno la promiscuità troppo spinta, esagerata. Tuttavia, spesso ciò che mi è contro, ciò che sento distante da me, lo vado ricercando per farmi il giusto male; ciò è adatto a chi non vuole pensare, riflettere, crogiolarsi nel senso di colpa. Un posto dove vivere non ce l’ho, nel senso che non mi sento presente e accolto in alcun nido di fortuna o casa borghese. La notte sono preda di un’insonnia cattiva e malata, che partorisce mostri dal bel sorriso di ragazzo. Ero fuggito dal legame ossessivo con Davide, bellissimo e pericoloso ventenne, associato già al campo della delinquenza. Lui amava girare per la città in bicicletta, e girando contare le vittime del suo sorriso da sfinge, dei suoi occhi neri come la sua anima. So di sembrare barocco e decadente, e forse anche ingiusto o spietato, ma quale approccio diverso, più distaccato e razionale, potrebbe adattarsi a una materia verminosa e stupenda, notturna e luminosa, come questa mia storia con il giovane malandrino. Cosa ammiravo, allora, in un delinquente fondamentalmente asociale, come Davide? Non so, la purezza, forse, anche nel male, anche nella crudeltà. Se vogliamo, un po’ alla Genet. Ricordo una corsa in moto, io e lui, una notte d’estate, verso la libertà, fuori dalle grinfie della sua famiglia borghese che lo reclamava, chissà cosa voleva da lui, odiandolo e possedendolo al contempo. Una serata a ballare in riva al mare, con tutti gli occhi addosso, lui che si nascondeva il viso nel cappuccio della felpa, e rideva rideva rideva. Un Luglio sfolgorante di lucente crudeltà, lanciando lumini verso il cielo, con la fionda dei suoi sguardi primordiali. Le bugie di Davide, ai tempi, non erano bugie crudeli, non erano menzogne per recusare l’esistenza di una realtà che (allora) non pesava affatto. Era ancora in sintonia con l’anima di noi viventi, non sopravvissuti. Ed io cerco ancora nelle vie di Roma un’ombra, un cenno, un residuo, un riflesso di qualcosa che mi ricordi Davide. Lo cercavo allora e lo cerco ancora, nei luoghi che lui amava frequentare (gli stessi luoghi in cui abitava e di cui scriveva un mio amico poeta). Così, frequento ancora Campo de’ Fiori, la mattina, con le sue bancarelle di fiori, carni, carciofi e frutti del peccato. Ma ormai è un mondo di iene muscolari, sciacalli dai visi d’angeli e il cuore cementificato da questa corsa affannosa verso chissà che cosa. É come un transfert per me, dalla concupiscenza che alberga nel mio animo problematico, pieno di contraddizioni, ad un luogo dell’anima, appunto. Vorrei vivere sempre all’aperto, un tetto sulla testa mi fa orrore. Sono il carnefice di me stesso, lo so. Ma la mia arte esige lo sdoppiamento in tutti i sensi. Ma restiamo al passo coi tempi, questi tempi, assurdi, volgari e derelitti, trionfo della borghesia più suicidale e omicida, giorni di trionfo del più bieco qualunquismo che polverizza ogni residuale umanità nei ragazzi mal cresciuti, ormai dediti all’arrivismo più bieco, di facciata e senza moralità: la moralità di saper dire no prima di tutto a sé stessi e alle proprie pulsioni mortuarie senza frutto, inadempienti al governo delle coscienze intorpidite. Non leggo più poesia contemporanea, non vale quasi niente.
Ma riprendiamo il filo del cosiddetto racconto.
Sono a Ponte Sisto, lo attraverso, arrivo nella piazzetta, e vicino al giornalaio lo vedo.  Torniamo un po’ indietro, sull’onda del tempo falso (la cronologia non si addice alla memoria ancora non cicatrizzata del disamore). Il rapporto con Davide si era manifestato da subito contraddittorio, per rivelarsi poi violento e masochistico. La sua timidezza nascondeva l’indole di un sadico disadattato e bipolare. Crudelissimo e innocente fino al disarmo, in tutte le moine e le imprudenze che, piuttosto, erano autoinganni della mente e del cuore; il cuore inganna i sensi e i sensi si fanno gioco dei ragionamenti, della razionalità. Davide faceva rapine, borseggiava, scippava. Era stato in carcere minorile, ma questo lo seppi dopo, quando ormai era troppo tardi. Venirne a conoscenza, però, non mi sconvolse più di tanto; anzi, rese quella febbre una malattia totalizzante, tremenda.  Lo seguivo nelle sue malefatte e ne godevo. Tutto ciò ha qualcosa di femminile e virile assieme, come affondare il coltello in una ferita purulenta.
Poi, Davide si è imborghesito, falsamente ripulito. Lavorava in una galleria d’arte, era l’amante del proprietario, continuava a farsi, però. Occorre essere lungimiranti, lo diceva anche Marco, amico stretto di Davide e suo sodale di scorribande nel regno del crimine, quando entrambi avevano dai 15 ai 17 anni. La lungimiranza di Davide era accumulare più denari di refurtive possibile. Tutti e due più amorali che immorali, direi. O probabilmente era solo un alibi che concedevo loro, e più a me stesso. Lo capisco ora.
Vedo Marco vicino al giornalaio di Trastevere (nella zona in cui abitava una poetessa suicida). Come mai Marco qui a Roma, a Trastevere? Lui siciliano, fuggito da casa. Sapevo che viveva in Marocco, poi in Francia, poi era ritornato a Catania. Starà architettando di sicuro qualche piano di rapina, o magari è passato nel campo più remunerativo dei sequestri di persona? Roma in questo ormai offre tanto. La Roma di Pasolini degli anni Cinquanta oggi è la Roma di mafia Capitale: un termine coniato dai mass media, che minimizzano la realtà, perché Roma è molto di più di quel che raccontano, e al contempo molto di meno. I gatti di Roma sono stati tutti schiacciati dalle automobili in corsa. Davide e Marco sono due residui vomitati dal disadattamento. Roma è città che non perdona, che uccide i poeti come Pasolini, schiacciato da più automobili in un campetto periferico dell’Idroscalo di Ostia, picchiato e poi massacrato da un gruppo di fanatici fascisti sadomasochisti, mandati dal Potere Politico. Era un tempo in cui Roma cominciava a declinare, come fu lento ma inarrestabile il declino di tutto il Paese. La corazza che si indossa, oggi, del perbenismo più vomitevole, non rende meno difficile da ingoiare questo nodo all’anima.
Marco mi vede, dall’angolo del giornalaio, e abbozza un sorriso. Si avvicina, mi dà da parlare. Mi racconta delle sue peripezie in giro per l’Europa, divenuto sodale di un famoso industriale, poi fuggito a Barcellona, dietro una riccona russa di vent’anni più grande di lui, innamorata del suo corpo armonico e seducente e del suo sorriso sornione, sinistro; quindi a Londra, a riempirsi di cocaina e sesso. Ma i soldi dell’amante russa stavano per finire, mi dice, quindi è tornato a Roma per rifarsi un po’ le tasche. Ecco tutto. Gli chiedo di Davide. Davide non c’è più, mi confessa. É morto durante una conflitto a fuoco con una banda rivale. Non lo sapevo, ma intuivo che avrebbe fatto quella fine, prima o poi, anche se speravo si salvasse. Aleggiava intorno a lui, alle sue azioni, alle sue idee storte, persino intorno alla sua timidezza, un sentore di sopravvivenza sempre più incerta, di precarietà del vivere in un mondo luridamente ingrato. Sapevo che sarebbe finita così, ma cercavo di scongiurare questa idea.
Un giorno scriverò, forse, la storia di Davide e di Marco.
Roma è una strada, un vicolo, un ponte. Roma è un luogo dove si muore in silenzio, nell’indifferenza. Roma Caput Mundi. Roma che non perdona, non concede remissioni o indulgenze. I sampietrini macchiati del sangue di Davide serberanno un minimo ricordo di lui? Matrigna e senza memoria, asfittica e crudele, Roma è anche un ragazzo morto perché disadattato, morto per istinto all’autodistruzione, perché questa città fagocita chi non si adatta in un modo, e chi si adatta in un altro. La sopravvivenza di chi si conforma, è una morte dell’anima, mentre c’è chi invece è libero di volare con le sue ali nere, fino a declinare, precipitando nella fine che si è scritta volontariamente.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ogni incontro, era la speranza che qualcosa cambiasse, ma non mutava granché. Pieno di te e, al contempo, vuoto di slanci veri, si incanagliva la mia vita ad un amore fatto solo di rinunce. Vederti vicino a lui, immaginare le notti con lui: il tuo corpo liscio come marmo abbracciato al suo scheletrico e assolutamente privo di qualsiasi estetica virile. Sapere che lui, proprio lui gode dei tuoi favori, dei tuoi sensi, delle tue labbra: alfabeto che còmputa tutti i sensi e li sciorina sul suo corpo indegno... Quel tuo ritrarti, rispondere a malapena ai miei messaggi, ed io che medito propositi vendicativi contro di te; salvo poi a rituffarmi nel sentore munifico e sensuale che i tuoi occhi mi infondono, imponendosi alla mia mente come un sacrifico, un sortilegio.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Sembra che il cielo si spalanchi, all’arrivo. Dal mare che, pensavi, stesse per inghiottirti nella sua spietata meraviglia. Quel mare da cui eri fuggito per ritrovare queste case bianche, azzurre, fatiscenti.
E così, l’ora del tramonto si inoltra nel suo blu elettrico, trasognato, pregno di silenzi. É proprio il silenzio la cifra del mutamento, direi della metamorfosi del cielo. Seduto a un tavolino a spiare il mare, a udirne le vocali aperte, ripetute monotonamente, come la nenia del raccontatore nelle tragedie greche. Un lamento di prefica. Aver bisogno solo di questo; un tavolino, limonata fresca e verace, sedia di vimini che accoglie la spina dorsale.  Sciogliersi in questo blu che contiene e dipana: onda libera in questa latitudine sterminata.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Le sere d’estate utili al dormiveglia; i pensieri imbalsamati, ma vigile il cuore, la pelle freme al venticello importuno che entra dalla finestra semiaperta. Un pianto di civetta dal ramo vicino. Ed il sonno combattuto prende piede.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Sembra che il cielo si spalanchi, all’arrivo. Dal mare che, pensavi, stesse per avere la meglio, inghiottirti nella sua spietata meraviglia. Quel mare da cui eri fuggito, per ritrovare queste case bianche, azzurre, fatiscenti. E questi orti di pomodori rossi, verdi. Le strade. Bruciate di sole, al mattino; al pomeriggio si fanno culle liete, scorre qualche voce umana. Di ragazzi. Sembra che quelle sere siano un gioco a parte. Ognuno siede in un bar. Prende il fresco, lo immagazzina. I giorni feriali si susseguono, lenti, madidi dei loro sudori. E di quello degli abitanti che slittano sulle strade, si confondono ai turisti. Raggiungiamo i nostri alloggi. Le camere sono spartane. Le lenzuola pulite, morbide. Le docce aperte, senza il box. Tutto intonato all’azzurro. Quella terrazza solleva ricordi, li sfalda, galleggia con essi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
É già qui. Non ha proprio idea di cosa l’aspetti. Nel silenzio. Si toglie le mutandine, perché sa che solo così non s’infrangerà quel muro opaco di complicità tra loro due. D’altronde, è rimasto a guardarlo a lungo, prima di entrare nella stanza. Dal corridoio, lo spiava armeggiare con i suoi fogli, le sue matite. E poi, con certi stracci che tiene di canto, sempre nella camera da letto dove passa la maggior parte delle sue stanche giornate. Poco per volta, tutto tornerà normale, o normalizzato. Le carezze stimoleranno altre carezze. Il buio sarà complice di tepori sublimi, ma anche di paure, vicinanze e allontanamenti, tracce di odori subito persi nella fretta delle carezze progressivamente più ardite e urticanti.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Non ricordo mai giorni di pioggia come quei giorni, come nell’inverno di due anni fa, quando chiusi in quella stanza d’albergo, abbastanza comoda e ben riscaldata, ormai senza sonno, distrattamente chiedendomi con lo sguardo di rivestirmi e uscire per andare a prendere le pizze. Il cielo era caduto, letteralmente, riversando un pianto a dirotto nelle strade, divenute fiumi trascinanti; deserto cittadino in cui, nel pomeriggio, io e te sfidanti del maltempo eravamo, comunque, andati a far compere, per la tua febbre indomabile di “cose belle”; disposto quasi a tutto per quella poco roba, quei quattro stracci, la notorietà, volevi di tutto, odiavi tuo padre, succube di quella stronza di sorella di quattr’anni più grande di te, gelosa pure dell’aria che respiravi. Divorate quelle pizze sulle lenzuola, macchiandole di sugo – ormai solo quando dormivi sopportavi il contatto del mio corpo col tuo. Così finiva quel nostro fine settimana, anzi tutti i nostri fine settimana, quelle poche ore che concedevi ai nostri incontri.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
M’interessa seguire il tuo stato malato, forse solo per ritrovare una salute che ricordo a mala pena di aver avuto.
Di poche cose sono certo. E di queste poche, pochissime riescono a darmi ancora una consolazione. Di sicuro, so che il tempo non torna indietro e non fa passi avanti; ma resta come imprigionato, quasi fosse altro da sé, in una sorta di presente asfittico e immobile, senza alcuna misericordia per ciò che non vorresti si incenerisse prima del suo arco vitale concessogli dal trascorrere ovvio e sterile di ogni appeso frangente. Un tempo, tutto sembrava più facile, meno duro da vivere, da decifrare. O meglio, ci bastava interpretare ciò che si offriva alla nostra intelligenza o sensibilità come il giusto concorrere e concatenarsi di eventi a media distanza l’uno dall’altro; in modo da costituire la trama di un romanzo esistenziale che riusciva (ancora) a prendere spunto da un passato recente, a cullarci in questa idea che comunque qualcosa sarebbe sopravvissuto, non tutto fosse destinato a perdersi come sabbia tra le stupide dita. Anche vivendo di quel poco che c’era dato a disposizione, la semplicità del vissuto ci sembrava un prodigio della sorte, un sublime traguardo dei sentimenti: il giusto incanalarsi delle passioni nella trama delle nostre pigre esistenze.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Certe domeniche, in cui l’estate incombe come una minaccia, spietata, in questi giorni di Maggio, si rimpiangono i tepori artificiali degli inverni casalinghi. In questi giorni, particolarmente mi accade di pensarti, mio furtivo amore di un’estate, mia ansia, mio derelitto amore, che credevi la vita fosse una scommessa al migliore offerente, e sei rimasto vittima della tua stolta ambizione. Era una follia lucidamente vissuta, nelle ore diurne (che per te iniziavano sempre nel primo pomeriggio: avevi scambiato notte e giorno, il sole con la luce artificiale delle notti in cui invece di dormire, armeggiavi col tuo sesso sfaccettato di bugie sottilissime, crudelissime), mentre giocavi al gatto e il topo, sempre, anche quando non ve n’era bisogno.
Ma questo è un discorso un po’ fuori da queste pagine ‘diaristiche’, che mi accingo a scrivere per marcare questi luoghi di distanza, tra me e te, proprio come un cane marca orinando il suo territorio. Il mio territorio è la salvaguardia della mia esistenza fuori dalla portata dolcissima e mortale delle tue mani. Il tuo territorio, invece, era la bugia.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ho imparato a conoscerti troppo tardi, per non perderti. Abbastanza presto per non morirci dentro. Una passione ardente e complessa, è sempre mortale. Ed io rischiavo di far la fine del grande poeta e scrittore, solo che il mio carcere (questo malato amore) stringesse ancor più le sue sbarre, le sue maglie, la sua tela di ragno.
Mi chiedo se tu avessi mai avuto un progetto per noi due. Forse sì, ma non lo saprò mai di sicuro.
Di certo, quella sera in macchina, anzi era di notte pesta, estate fuggevole e maledetta, quella sera in cui provocasti la mia reazione, il mio cuore già ballerino e innamorato dei tuoi tratti spigolosi del volto, del tuo corpo cesellato e marchiato, quella sera sarà indimenticabile per me, per quanti sforzi io faccia per distogliere il tuo ricordo da me. Ma è inutile anche sperarlo.
Pensare che questa sia una confessione, un lavacro, in tono minore e silenzioso, è follia. Chi leggerà ormai queste righe sconclusionate? Se mai riuscirò a portare a termine questo racconto di una catabasi, la discesa classica agli inferi che ogni amore comporta, di cui si nutre ogni passione insana, bruciante.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
C’è stato un tempo ingenuo in cui le stelle si potevano ancora toccare con un dito. Non direi, almeno non lo direi per me e te, per noi due. Me lo dimostrasti quella volta che accettasti di fare sesso in tre, col mio amico di una vita. Fu per me il capriccio di mettere alla prova la tua ambiguità e nel contempo di saggiare l’ambizione della tua carne da pagare col soldo della riconoscenza (oltre che con banconote sonanti). Sì, perché ciò che di te affascina e maledice, è questa tua ansia di autodistruzione mascherata da salvaguardia dei tuoi interessi. Ah, l’indecifrabilità della tua ambizione smodata. Uso forse troppi aggettivi. Ma l’aggettivazione degli accadimenti, in questa confessione un po’ malandata e zoppicante, è la metafora stessa di un incenerimento.
Eri una macchina da sesso, questo è indubbio. E non solo perché avevi vent’anni. Non era solo foga giovanile. Era la cifra in cui mi perdevo, affascinato e perplesso. E non per sete di sesso, ma per lo spettacolo inafferrabile della tua ansia autodistruttiva, che rendeva la tua anima solo cenere, incendiando le tue membra tese alla ginnastica del sesso.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
E poi, quella tua assurda letargia. Quel tuo dimenticarti del mondo, in nome delle ore diurne in cui pretendevi che il sonno fosse la panacèa di tutto, e che al tuo risveglio, il mondo sostasse ai bordi della tua lucida e spietata follia, solo in virtù della tua sorridente nudità. La tua, era poesia malata, condita di esibizionismo. Negavi sempre le labbra al bacio: le tue splendide, incredibili, labbra... o ci sputavi sopra, sul sapore di saliva che, invece, amavi che bagnasse la tua pelle unta di sudore estivo, di sudore mal dormito. L’argomento unico dell’attrazione dei corpi: questa è la cifra, questo l’argomento del disquisire; ma non se ne verrebbe comunque a capo, com’io non son mai riuscito a venire a capo dell’attrazione che provavo (provo) per te, che non ha finito di consumarmi. Anche oggi, che sparli con i nostri falsi amici in comune, e mi hai messo la vergogna in giro, ma poco importa.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Hai imparato bene il linguaggio delle stagioni, a un passo dal corpo e dai sensi; come l’abbraccio dell’estate che stritola crudele, o il cullare dell’inverno, così carezzevole e consolante. Hai imparato come osservare per essere osservati; saltare da un’occhiata all’altra per convogliarle tutte in un sono cerchio. L’abitudine a farsi concupire nel silenzio dei giochi casuali. É tutto ciò che più colpisce, e conta, intimorisce, grida vendetta e poi tace le virtù della carne.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La notte mi riporta una musica interna, una melodia nell’aria; specie le notti d’estate: dense, morbide, cullanti.
Le finestre spalancate alimentano la percezione dei brividi notturni.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Si è ripresentato Autunno, prima del suo tempo. O del tempo che, qui da noi, gli è assegnato dalla continuità della spietata estate. Sembra che tutta la solitudine sofferta dalle strade, le foglie, i vicoli, i marciapiedi; tutta la potenza con cui l’estate si è abbattuta sulla città dilaniata, disertata per fuga e voglia di evasione, si un lontano ricordo stemperato dal rumore carezzevole delle gocce, le prime piogge di Settembre.
Tutto ciò, a dirlo, sembra qualcosa di usuale, quasi banale. Ma è un evento interiore, come lo sono le stagioni, il vento, il calore, le piogge, ognuno un alfabeto da decifrare nei giusti silenzi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Riprendere le strade di un anno fa, come in un dormiveglia. É un lento rinsavire; un calmo risveglio.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ho imparato a conoscerti troppo tardi, per non perderti. Abbastanza presto per non morirci dentro. Una passione ardente e complessa, è sempre mortale.
Lo scriveva Oscar Wilde, in tempi non sospetti: ognuno uccide ciò che ama. Ed io rischiavo di far la fine del grande poeta e scrittore, solo che il mio carcere (questo malato amore) stringesse ancor più le sue sbarre, le sue maglie, la sua tela di ragno. Mi chiedo se tu avessi mai avuto un progetto, per noi due. Forse sì, ma non lo saprò mai di sicuro. Di certo, quella sera in macchina, anzi era di notte pesta, estate fuggevole e maledetta: quella sera in cui provocasti la mia reazione, il mio cuore già ballerino e innamorato dei tratti spigolosi del tuo volto, del tuo corpo cesellato e marchiato dalle sofferenze del carcere, quella sera sarà indimenticabile per me, per quanti sforzi io faccia per distogliere il ricordo da me. Ma è inutile anche sperarlo. Pensare che questa sia una confessione, un lavacro, in tono minore e silenzioso, è follia. Chi leggerà ormai queste righe sconclusionate? Se mai riuscirò a portare a termine questo racconto di una catabasi, la discesa classica agli inferi che ogni amore comporta, di cui si nutre ogni passione insana, bruciante.  C’è stato un tempo ingenuo in cui le stelle si potevano contare. Non direi, almeno non lo direi per me e te, per noi due. Me lo dimostrasti quella volta che accettasti di fare sesso in tre, con la mia amica di una vita. Fu per me il capriccio di mettere alla prova la tua ambiguità e, al contempo, di saggiare l’ambizione della tua carne da pagare col soldo della riconoscenza (oltre che con banconote sonanti). Sì, perché ciò che di te affascina e maledice, insieme, è questo tuo esser disposto a tutto: ovverossia, questa tua ansia di autodistruzione mascherata da salvaguardia dei tuoi “interessi”. Uso due virgolettati, apposta per sottolineare l’indecifrabilità della tua ambizione smodata. E forse troppi aggettivi. Ma l’aggettivazione degli accadimenti, in questa confessione un po’ malandata e zoppicante, è la metafora stessa di un incenerimento di ogni mia referenza verso me stesso. Eri una macchina da sesso, questo è indubbio. E non solo perché avevi vent’anni. Non era solo foga giovanile (ne ho conosciuto altri, tuoi coetanei, non così caldi, maniacalmente votati all’ardore della carne). Questa era la cifra in cui mi perdevo, affascinato e perplesso. E non per sete di sesso, in quanto tale, ma per lo spettacolo così inafferrabile della tua ansia autodistruttiva, che rendeva la tua anima solo cenere, incendiando.
E poi, quella tua assurda letargia. Quel tuo dimenticarti del mondo, in nome delle ore diurne in cui pretendevi che il sonno fosse la panacèa di tutto e che al tuo risveglio, il mondo sostasse ai bordi della tua lucida e spietata follia, sono in virtù della tua sorridente nudità.
La tua, era una poesia malata, condita di esibizionismo. Negavi sempre le labbra al bacio: o ci sputavi sopra, sul sapore di saliva che, invece, amavi bagnasse la tua pelle unta di sudore estivo, di sudore mal dormito. Vaghezza corporale, è la passione smodata per il “ragazzo”, in questo mi sento supportato da pagine infinite di letteratura.
In fondo, caro poeta delle primule, mio dolcissimo maestro, cosa resterà di noi per le future età, cosa per i ricordi, per i cuori i giovani sapranno farne uso altrettanto scorretto della ripugnanza, della tua stessa fine come del tuo messaggio involuto, inconsapevole del suo peso?
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Che cosa resterà di noi per le età
da trascorrere, suicidali e futili,
questa mano che trema
per aver investigato universi
paralleli e inversi;
cosa rimane del tuo messaggio
diretto a questo universo sepolcrale.
Tu che sapesti farti anima del mondo,
nei tuoi appunti sul vivere moderno:
lo sviluppo odiato, confuso per progresso.
Il gesto alato di una carezza
su una nuca nivea, rasata,
su un ciuffo ricciolino di ragazzo
ai primi amori.
Uso una lingua morta, lo so.
Chi capirà questo monologo,
questo dialogo a solo col mondo muto,
questo nudo evento di vita caduta,
in libera discesa verso l’abisso.
Restano poche, mille pagine
scritte in furia e coscienza,
il tuo Petrolio,
la Mimesis.
La nuova gioventù
non capirà, non saprà,
non potrà mai capire.
La genuinità del prodigio,
poesia che ti abitava nelle vene
dai giorni rurali della Delizia.
Anch’io, ho intitolato un mio libro
semplicemente Libro di poesia:
nacque così, il titolo, spontaneamente.
Non avevo ancora dato un nome alla raccolta
che tanto piacque, poi, a Moravia.
Era un titolo provvisorio.
Poi lo conservai, per sfizio
e capriccio, ma soprattutto
per il suo significato apocalittico:
in un modo derelitto e spoetizzato,
spoetizzante e squilibrato,
la “cosa” detta Poesia,
questo oggetto così poco identificabile
e assolutamente non divorabile,
assimilabile al mal di stomaco
di questi anni onnivori,
compresenti alla disfatta
della completa disumanizzazione.
Androgino. Disillusione ed entusiasmo.
Ossimoro che travolge,
combina la mia vita tra angoscia e diletto,
come in un poesia di Sandro Penna.
Eri tu a determinarne il flusso, il sale
e l’amaro, come il dolce effimero
celato in uno sguardo,
una carezza. Sotto il tuo incantesimo,
vivevo. Mi illudevo di progredire, restando
fermo in una stanza deserta: l’anima.
La tortura eri tu,
come limone su ferite timorose pure di definirsi,
di svelare il volto del torturatore, me
stesso, appunto. Ogni incontro era la speranza.
 

 

 

 

 

 

 

 



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