"SINGOLARE FEMMINILE"

 
“SINGOLARE FEMMINILE.”
 
di Manuel Omar Triscari.
 
 

 


 

 

 

 

 

 

 

VENERE INTERROTTA.
 
È durata poco ma non esisteva fame, e non era un tentativo estetico, non hai mai avuto freni, ma in quel periodo non avevi fame.
Eri stata brutalmente ingannata, usata come un animale e poi gettata una volta consunta, e ti sentivi inchiodata all’assenza, non importava davvero di chi.
Non avevi fame.
Le viscere risucchiate.
Come una Venere spezzata. Come una Venere interrotta.
Ti alzavi per inerzia. Vagavi per un quartiere residenziale. Senza trovare pace.
Non avevi fame.
Non avevi sonno.
Non avevi altro che mancanza.
Ti eri specchiata in una pozzanghera nera e il corpo spariva, ti sembrava bello che lo facesse, avevi sempre avuto il problema opposto: il tarlo della carne, troppa.
E della fame, troppa.
Ora invece non c’era più: dissolta.
Ogni istinto vitale dissolto.
Ti sentivi invulnerabile nel fondo dell’assenza: una cosa che non ha bisogno di niente, un ordigno fuori perfetto e dentro strappato, rattrappito, pieno di fili sconnessi e tagliati.
Ma finché restava perfetto fuori andava bene.
Ti sembrava che la corda spezzata, i brandelli, le viscere cave fossero ben nascoste dalla freddezza dello sguardo e dalle ossa.
Nelle ossa eri forte.
Uno scheletro di cartapesta.
Il fantasma che veniva a farti visita da bambina era diventato te, sovrannaturale, metafisica, incapace di legarti, avevi costruito la maschera aurea.
Se qualcuno aveva osato abbandonarti, adesso ti eri nascosta nella parte oscura dello specchio: nessuno può distruggere un meccanismo guasto, saresti stata sempre tu da un lato e dall’altro.
Fuggire, più d’ogni cosa, amare sì, ma solo per gioco.
Ingannare fino a non poterne più.
L’involucro era pieno e il contenuto cavo ma sparivi prima che qualcuno potesse riconoscerlo.
E poi, le maschere ti si sono sfasciate addosso: l’inverno.
In ogni solco, in ogni libbra di carne recuperata ti si legge il vuoto.
Raggeli. Cosa è rimasto?
Una donna, non una dea, piena di strappi, saldature malferme, suture slabbrate.
In questo perdere e slabbrare è entrato uno spiraglio.
Amare, perdere, piangere.
Non sei la vacca o il maiale, sei una donna, nessuno di speciale, ti chiamano signora e allo specchio non ti riconosci quasi più, ma riconosci un altro in te, è più potente del muro che avevi costruito intorno alle frane.
Il muro è in pezzi ma lui ne raccoglie i cocci e attraverso la sua pelle sopperisci alla mancanza (della tua).
 
(Dedicato a tutte le donne vittime di disturbi alimentari.)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
L’UMANA CONDIZIONE.
 
Una mattina, mi pare fosse il 2 di Maggio, mi sono svegliata con una depressione così confortevole che Mario ha dovuto tirarmi fuori dal letto per i capelli, gridandomi addosso che ero una larva putrida. In effetti non passa sonno dal quale non mi risvegli deformata, ci impiego ore a farmi rientrare lo sterno. Lui ha riso e se n’è andato in quel suo studio in cui ci sono solo ragazze che la mattina hanno il risveglio premeditato, e che magari tengono pure conto del tempo che si impiega a stare davanti allo specchio per dissolvere l’impressione di aver dormito in un letto sempre sfatto. L’ho raggiunto perché aveva dimenticato di portarsi il pranzo e sono rimasta chiusa in ascensore con una tipa che aveva i capelli raccolti stretti e indossava una lunga gonna a fiori, io avevo un top nero dal quale si potevano intravedere le mie tette da mestruazioni imminenti e questa mi fissava come fossi uno straccio che le appestava l’ambiente. Quello sguardo... mi è successo pure in un altro ascensore, due giorni dopo, con un’altra, questa però era una signora più avanzata nel tempo e aveva delle buste della spesa, io indossavo un vestito viola che avevo pagato troppo perché mi avevano detto fosse seta e invece era misto viscosa, mi sentivo infatti parecchio economica e mi ero messa una lente a contatto secca che mi faceva perdere lacrime e pure un liquido viscoso dal naso che più volte avevo raccolto tra indice e pollice per controllare se fosse sangue. Delle volte, in assenza di luce e privata del controllo visivo, lo avevo annusato e leccato. Ho avuto una specie di attacco di panico perché ero accidentalmente riuscita a sentirmi il cuore pulsare dentro un polpastrello scheggiato, forse pure perché qualcuno, prima che cercassi riparo in uno spazio che si eleva o che può almeno condurti dove riesci a fissare parecchio più in basso di te, mi aveva gridato addosso una serie di compromessi. Avevo sentito la pelle rompersi e lasciar disperdere un poco di identità che sentivo dovesse restarmi attaccata, o comunque non abbandonarmi proprio all’improvviso. Ho sempre avuto problemi con l’agonia che si manifesta immediata, mi trovo invece a mio agio negli stati preagonici (li passo chiusa in casa a leggere dei manuali sull’autoproduzione dei saponi, o a guardare video di persone riemergere da acque profonde con brandelli di carne là dove dovrebbero esserci arti sani) o nel dolore trascinato, quello che ti permette di curare degli struggimenti che sanno di prezioso e danno nuova linfa al tuo grado di codardia. Mi sono guardata da lontano, o all’indietro. Non ci penso bene, quando accade, a come spiegarmelo con le parole, perché non mi riconosco neanche in un nome proprio. Accanto all’occhio sinistro ho una cicatrice sottile e lunga in verticale, me la feci nel bagno rosa di mia zia Anna mentre cercavo di odorare un profumo che era riposto sulla mensola di vetro più in alto. Allertati dalle mie grida, corsero a recuperarmi e mi tamponarono il sangue con la carta igienica, e anche quella era rosa, ma di una tonalità diversa dalle pareti, e zia Anna disse ad alta voce che non avrei mai più dovuto essere lasciata sola, manco per sbaglio, manco in un prato di erbacce, perché avrei saputo come intrecciarle per strangolarmici. Per placarmi, mi raccontò di dove si era procurata la carta igienica rosa ed elencò tutti gli altri colori che le sarebbe piaciuto poter acquistare se non si fosse sentita in qualche modo costretta a sceglierla sempre e solo di quel colore. La cicatrice col tempo si è ridotta e un dermatologo che me l’ha guardata sollevandomi il viso al sole mi disse che era tardi ormai per rimediarla, l’ha definita depressa, ma questo non è accaduto l’anno in cui me la sono procurata e neanche nei cinque anni in cui sono rimasta bloccata nell’ascensore a contare e ricontare i miei respiri finché non smisero di appartenermi. Dovevo essermi espressa con la faccia da cicatrice, perché la signora dell’ascensore, appena le porte si sono sbloccate, è scappata trascinando via le buste coi surgelati che perdevano acqua. Le ho detto che mi dispiaceva. Mi scuso spesso con le persone che mi vedono essere viva. Erano i giorni in cui stavo andando in giro a elemosinare un lavoro e c’erano delle grasse mosche nero lucido che avevano invaso la città e si posavano ovunque come se ci fossero stati gli occhi sbarrati e succosi di vacche allo stato brado. Mi ci sono messa d’impegno, per il lavoro, pur sapendo che a Napoli accade spesso che le cose si blocchino quando ci hai riposto credenza, e ho camminato dalla mattina alla sera per via dei Tribunali e poi per via Duomo e poi sono rientrata in via San Biagio dei Librai e ancora per San Gregorio Armeno, ho pensato che fosse il caso di cercare un lavoro il più vicino possibile al luogo in cui mi spengo e mangio gli Unicorn Froot Loops. Sono entrata ovunque e ho chiesto se avessero bisogno di me, avevo un tono lacrimevole, perché entravo in questi posti e spiegavo a queste genti chine sulla rassegnazione che non sapevo fare niente di niente. Sono entrata in alcune botteghe in cui costruivano i presepi e dei ragazzi con le braccia e le gambe tatuate mi indicavano dei vecchi seduti, che io avevo creduto zoppi, che si sollevavano per venirmi incontro scuotendo il capo, perché non avevo mai toccato della ceramica cruda e perché non avevo mai pianto un morto che fosse stato anche un loro morto. Delle mancanze assolute. Quando andavo via neanche ci vedevo dall’angoscia e mi ferivo le cosce con gli spigoli dei tetti delle case in miniatura in cui vivevano pastori anch’essi in miniatura. Trovai i peggio disperati che mi dissero che se lo avessi voluto avrei potuto camminare otto-dodici ore su e giù per una scala ripida, accettai e mi mostrarono un cortiletto per la spazzatura in cui tutti quelli che salivano la scala insieme a me andavano a fumare del crack o a mostrarsi le foto di alcune ragazze nude che speravano di riuscire a penetrare. Le chiamavano vrenzole o caramelline (per dire caramellina però emettevano un suono ripetuto, tipo ciuciù, che sembrava uno sputo intenso, e avevo dovuto chiedere che me lo spiegassero), a seconda di quanto fossero svestite, o di quanto fossero morbide, o di come si comportassero in presenza di un tramonto sul lungomare di Mergellina. Qualche volta stavo seduta a osservarli e capivo esattamente quando e quanto fossero eccitati perché la luce degli schermi illuminava i loro occhi viscidi e le loro fronti sudate. Se proprio non si contenevano, si alzavano di scatto per sbracciare via la frustrazione. Sedevamo su secchi rovesciati che iniziavano a roteare forsennatamente, e quelli seduti attorno ridevano e chiedevano di poter guardare pure loro. Non mi mostravano mai nulla, chat o foto, ma parlavano e riportavano fedelmente, e volevano che io sentissi, volevano che il mio sguardo restituisse un imbarazzo e un pudore che li avrebbe fatti sentire ancora più eccitati, lo schifo che pensavano di suscitarmi era la prova che stessero esercitando a pieno la loro mascolinità. Trovavo quasi struggente il modo in cui si alteravano nell’ombra del fetore stagnante. L’unico che si asteneva da questi rituali era un ragazzo tanto sottile che dalle mie parti sarebbe stato definito rimangiato da Cristo e che indossava solo pantaloni che gli calavano via dai fianchi e che lui, per automatismo, aveva imparato a recuperare prima che gli altri lo offendessero per le dimensioni del cazzo. Una volta lo incrociai sulla scala e aveva la faccia graffiata, indagai tra gli altri e mi dissero che era innamorato. Diventammo quasi amici perché qualche sera a settimana rubavo una birra e gliela nascondevo nella ghiacciaia. Mi raccontò che gli sarebbe piaciuto poter rilevare l’autolavaggio di suo zio, ma che sarebbero dovuti finire in carcere altri suoi due cugini affinché questo potesse accadere e aveva il sorriso di chi si sente stupido perché indugia in una fantasia minuziosa. Mi mostrò la foto di una tartarughina, piccola che riuscivi a tenerla in una vaschetta da bucato senza che si sentisse confinata, mi disse che l’aveva scelta perché suo figlio (nel dire figlio aveva detto devastazione) voleva un animaletto e le tartarughe campano anche cento anni senza troppa manutenzione, ma quando l’aveva portata a casa questo suo figlio piccolo e con pochissimi denti se l’era messa in bocca e l’aveva schiacciata fino a spezzarle il guscio tenero e ucciderla. Non riuscendo a deglutirla, aveva pianto e si era procurato una febbre portentosa. La moglie allora aveva proposto che prendessero un pitbull e lui si era messo alla ricerca di un qualche allevamento che ne avesse uno un po’ fallato e che glielo potesse cedere senza farglielo pagare quanto tre mesi di affitto. Disse che stava ucciso e in effetti aveva ventitré anni ma pareva che stesse lì lì.
Uscivo che era sempre notte cupa ed ero distrutta, Mario mi aspettava appoggiato al portone di un palazzo e quando mi vedeva arrivare tirava fuori dei pezzi di pane dalle tasche del suo cappotto verde militare e me li offriva insieme a delle storie in cui era vissuto senza di me, e mi faceva imbestialire perché le parole che iniziava a manovrare stavano al di fuori dei sensi che sapevo riconoscere. Parecchie notti la sua voce aveva il suono di un ricordo in cui ero bambina e non riuscivo più a indossare un guanto da neve perché la mia mano ormai ci stava stretta, o di quando mi mettevano a dormire nella stanza dei cappotti lasciando che mi raggiungessero da lontano le risate di chi poteva stare ancora sveglio. Riuscivo a ritrovarmi solo in alcune foto che scattava al mio corpo intirizzito, al mattino, ed erano solo scatti in cui davo la schiena all’obbiettivo ed ero incosciente. Avevo nei nervi tutti i requisiti per le tragedie e quando non li trattenevo finivo per tragedire in qualche vicolo che puzzava di piscio e spazzatura calda, in cui dei ragazzini poco lucidi mi chiedevano di seguirli per unirmi a una partita di beer-pong o per inspirare del fumo che erano entusiasti di poter definire 100% naturale. Tornavo a casa percorrendo sempre strade troppo lunghe che i miei occhi non ricordavano e quelle poche amiche che avevo mi messaggiavano la mattina dopo, o la notte proprio, per dirmi che in quelle strade da cui ero uscita illesa c’erano dei noti eroinomani e io chiedevo loro se non fossero per caso quegli uomini e quelle donne senza scarpe che sedevano in piccoli teatrini usando i toni da caffè di piazze neorealiste. Loro dicevano proprio quelli. I volti che di solito incrociavo in centro, per Bellini e ancora sotto, erano diretti altrove, non ho mai conosciuto qualcuno che stesse lì perché fosse un posto prescelto, era un posto in cui ti ritrovi e in cui da bere costa molto poco, così ti ci accomodi e lasci che qualche americano ti convinca a scopare nel suo air-b’n’b perché ti ripete insistentemente che non dovrai vederlo mai più in tutta la tua vita.
Al lavoro mi chiesero di occuparmi di residui, passai una settimana a fare pause in cui mi chiudevo in bagno a piangere e ne uscivo solo quando qualche bellissima turista svedese bussava e chiedeva di poter prendere il mio posto. Nei giorni in cui non lavoravo, uscivo e andavo a vagare da sola per le librerie a Port’Alba nonostante i polpacci non mi dessero tregua e mi sentissi sempre affranta, mi piaceva guardare i librai che prima di leggere il titolo di un libro dovevano soffiarci sopra e pregare che il tempo non se lo fosse mangiato. Davo loro i nomi di autori morti per suicidio e mi rallegravo che si complimentassero per quello che cercavo di inculcarmi o rivelarmi. Passavo molto tempo nelle sezioni di psicologia e medicina, mi ero messa in testa di tirar su una collezione decente di titoli che parlassero di malattie degenerative del fegato, volevo che fossero volumi abbandonati o recuperati e prediligevo quelli rilegati in pelle ormai arsa, quasi squamata, scritti da stramboidi con l’avversione per i cattolici. Se erano costosi e non potevo permettermeli, mi mettevo a fotografarli e i librai, che prima con gentilezza avevano contato le mie monetine, ora mi si aizzavano contro e iniziavano a sgridarmi perché gli stavo sciupando la merce, avevano una voce dura perché erano sicuri di dover salvaguardare del materiale prezioso e desiderabile, anche se spesso era roba appartenuta a uomini ormai cadaveri di cui nessuno aveva voluto conservare l’accumulo culturale, dei deceduti che rinnovavano la certezza della nostra mortalità come terribile sollievo per gli spazi altrui. A casa sostavo davanti al mio scaffale prediletto e scorrevo i titoli: “malattie del fegato nei vecchi” del professor Vincenzo Giordano, che avevo carpito dalle manine secche di una specie di megera che per intenerirmi disse di essere stata educanda nel manicomio di Herisau. Oppure, un amatissimo “l’occhio del fegato nei monologhi flusso di coscienza” di Franz-Josef Murau, con una prefazione in tedesco dello stesso autore che professava granitiche convinzioni a proposito di trasmigrazione delle anime infette nei corpi di maldestre giovinette libidinose. E ancora Poteva essere il nostro fegato quello sbranato al buio dai cani, un romanzetto sconcio di un autore ungherese giunto a Napoli perché innamorato dei tavoli di marmo e delle vedove schienadritta che vi si accomodavano. Non li avrei più liberati, nella supposizione che a loro facesse piacere sorvegliarmi e infondermi, a bisogno, moti di rinuncia.
A Giugno arrivò un caldo che non avevo mai sentito prima, non sembrava provenire dal sole ma direttamente dalla strada, e che salisse dal nucleo stesso per ingoiare i corpi dei cittadini estivi, quelli che non potevano fuggire in una seconda casa a Ischia con del personale di servizio che potesse garantire loro una totale astensione dalla fatica. Non credo che i corpi abbiano memoria delle percezioni, e delle intensità vissute, quando il corpo è in uno stato di allarme lo ritiene definitivo e, nel caso del corpo che trascino, si aggiunge anche lo stato d’irrimediabilità di qualsiasi condizione si riconduca per vie anche solo traverse a una fine. Il mio dolore è autosufficiente e abietto, per questo mi ha indotto a nutrire vaghe aspirazioni poetiche e mi illude che vi sia una qualche unicità nei pensieri che riproduco per malsentito dire. Fu allora che cominciai ad assumere un aspetto tranquillo, e quindi demoniaco, l’aspetto di chi non si consente l’imprevisto e funziona col rigore dello spasmo che si acquieta nell’Inevitabile, persino anticipandone i modi. Dissimulavo con la respirazione affannata in cima alle salite ripide, o con qualche vezzo nella pantomima del quotidiano: cedevo il posto in metro ai signori anziani che indossavano dei begli orologi e i calzini con l’elastico floscio, ma soprattutto concludevo le atmosfere coi miei capricci irrisolti (lamentavo un’assenza di verde vivo che, giuravo, mi avrebbe costretto ad arrotondare i concetti che raggiungevo per vie di fuga). Cementavo l’individualismo e lo difendevo online col nome di Amanda Ice Cream, come foto profilo usavo Anais Pingot, una ragazzina grassa che indugia in fantasie di stupro accanto ai corpi dilaniati della madre e della sorella. Ci sarebbe voluta una pioggia densa. Non volevo appartenere. Povera a te, mi ripetevo, mi ripetevano, perché a furia di soffrirmi avevo sviluppato una distorsione della mascella.
Mi odiavo e volevo diventare bruttissima. Mi scavavo la faccia col nervosismo mentre le situazioni umane mi strisciavano nel cervello. Iniziai a smontare il paesaggio attorno a me, detestavo il modo in cui aderiva, quasi geometrico, ai miei fallimenti spontanei, eppure in strada trovavo di tutto e me ne appropriavo senza darmi colpe. Mario mi ripeteva che non era il luogo il problema e io gli chiedevo se il problema non fosse per caso che esisteva qualcun’altro ma lui diceva no, sei solo tu il problema. Che esistevo non lo diceva. Li avevo cercati quei luoghi, credevo che un rinnovo nell’estetica di cui facevo esperienza avrebbe deviato anche la materia malvagia e invece riemergeva lì appena rimestavo casualmente in un significato. Non avevo ancora visto il mare, ne avevo solo percepito il suono, che però era una patina sulla pelle e nei capelli, durante una notte frenetica in cui rimanemmo bloccati nel traffico e Mario mi convinse a camminare fino al letto attraversando delle giostrine spente e dei chioschi che vendevano taralli e bibite con le bollicine. Un ragazzo al lavoro disse che mi avrebbe accompagnato lui, ma la sua fidanzata, una mangiafuoco, glielo negò, e lui non insistette. Gli chiesi che odore avesse la sua ragazza e lui mi descrisse quello che io capii essere l’odore di feste per bambini. Non ci parlai più e se lo incrociavo sulla scala smettevo di respirare, mi aveva fatto provare ribrezzo persino per procura. Venivo funestata dall’idea di un infantile vivere pirotecnico. L’unica deriva che riuscissi a concepire era di quieta colpevolezza.
Ottobre. Riconosco una particolare deficienza, parlavo per impedirmi di capire. Da allora ci sono stati svenimenti e malesseri psicomotori. Ho deciso di volermi vedere in una natura che mi ignora e ho fatto ritorno nel luogo in cui ho emesso il vagito primo e i primordi di altri lamenti essenziali, lì posso trovare l’inselvatichimento e l’imbestiamento adatti. Il periodo è quello in cui si nutrono i lupi. Ho visto un padre camminare spedito per una strada fatta di soli sassi instabili portandosi dietro una creaturina bionda che gli stava attaccata alla schiena. Stavo leggendo un racconto di Lydia Davis in cui una madre vuole scattare una foto al figlio, ma non riesce ad allontanarsi perché quello non collabora e teme che nel tempo impiegato a recuperare la macchina fotografica il momento sarà terminato, quindi se ne sta divisa tra il bisogno di cronicizzare e quello di stare in presenza di quei pochi istanti che l’hanno commossa e che se ne vengono fagocitati dal tempo. A parità di facce e azioni, qualsiasi foto scattata in Abruzzo è sensibilmente più triste che altrove, lo so perché le poche memorie fisiche che mi sono state tramandate, le riproduzioni statiche dei volti del sangue che ha preceduto il mio, fanno pensare a una disperazione catastrofica, una vita ingrata e malefica. Le ha scattate tutte un antenato noto col nome di Cocciastorpia, un ragazzo, credo fratello più giovane di mia nonna, che vinse un concorso cinematografico filmando delle pecore che rientravano di corsa in un recinto mentre degli uomini sbraitavano sollevando al cielo i bastoni. Di lui so anche ch’è morto scavalcando un cancello, le punte di ferro gli si sono conficcate nella pancia ed era con alcuni amici che non se la sono sentita di spiccicarlo, dicono volesse dimostrare le sue capacità di arrampicatore. Ho una foto di famiglia in cui noi bambini abbiamo le teste rasate a causa dei pidocchi, indossiamo delle canottiere bianche piene di macchie di amarene che avevamo mangiato allungando il collo nei cespugli. Abbiamo l’aspetto dei fucilati in quei secondi che impiegano per tastarsi e capire di essere stati colpiti.
Mi sono seduta su una roccia a riposare, il numero di pause che mi prendo dal percorso è incalcolabile, la mia destinazione è una pausa, ho bisogno di sapere che posso stare ferma quanto voglio prima di riprendere a muovermi verso un’altra pausa. La creaturina bionda mi ha guardato e ha detto libro, ce lo avevo tra le mani e mi ha accorpato. Io l’ho guardato di rimando e ho pensato a uno spreco di visione. Sono caduta e mi sono sbucciata un ginocchio, ho perso sangue da diverse fessure e alcuni uomini si fermavano per accostarmisi, abbastanza da farmi vedere quanto fossero sudati, per dire che mi avevano visto cadere da lontano. Una signora mi ha suggerito di camminare carponi, un’altra ha aperto la sua borsa, c’erano un flacone e un’ascia, e mi ha porto il flacone, un liquido per ferite da cute integra, praticamente uno psicofarmaco. Ne ho bevuto quanto riuscivo a tenerne in corpo senza prender fuoco, abbastanza però da diventare traslucida al sole. Mi sono trascinata fino a un rifugio dove c’era un masso sul quale mi sono seduta a piangere, quando ho smesso ero ricoperta da generazioni di ragnetti con la testa tonda e verde, infinite bocche mi morsicavano per nutrirsi del sangue che mi rimaneva. Svegliandomi ho sentito voci umane meravigliarsi di quanto fosse ben visibile l’autostrada da un’altitudine di 2500 metri. In sottofondo una radio sintonizzata sui successi estivi decaduti. Ho intravisto una grotta raggiungibile per una via ferrata e l’ho risalita, nella grotta c’erano il buio umido e dei panni stesi, una casa abbastanza alta da poter stare distesa o con la testa sollevata o girata su un fianco. Rimedierò all’ansia con la postura. Una buona irrigazione. Fuori possono essercene a milioni, uno più sudicio dell’altro, ma qui nessuna società, niente esagerazioni o sorprese in panoramica. Possibilità di accedere alla totalità dell’ossessione, del sottoesposto, del controluce. Splenda su di me l’ombra perpetua. Il che sembra avere un senso. La distanza è tale ora che le grida più acute non riuscirebbero a coprirla senza inciampare in qualcuno di deperibile o pienamente in senno, ma io ho rinunciato al grido prima di nascere.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Diana.
 
Stamattina papà mi ha svegliata all’ora delle galline, anche se è festa rossa. Ieri sera, a tavola, diceva a mamma che non se ne parlava nemmeno di portarmi con lui nel bosco, ma io li ho messi in croce tutto il tempo e alla fine lei ha sbuffato e lui ha detto di sì. Si sono scambiati un’occhiata di volata. Lui, con la faccia da no secco, voleva protestare, ma lei con un’alzata di spalle ha chiuso il discorso.
Quando ho aperto gli occhi la camera sembrava il fondo cieco di una conca dentro un monte.
<<Sveglia Emma, è l’ora, bisogna andare. Ma fai piano, sennò mamma si sveglia e dai berci incrina il mondo.>>
Allora non ho neanche acceso la luce e mi sono mossa invisibile verso il gabinetto, con le braccia stese in avanti a mosca cieca. Un po’ di volte le dita si sono impuntate sulla faccia ruvida del muro, ma è bastato spostarmi di un pelo più a sinistra per infilare il varco dell’uscio. Il vantaggio di avere il nero intorno è che nessuno ti vede e tu puoi far finta di essere andato via, anche se ci sei; lo svantaggio è che anche tu non vedi nessuno, col risultato che al buio siamo tutti orbi.
Papà è andato nel cucinotto. Il neon si è acceso con dei singhiozzi di luce, fino a che la stanza è ingiallita e i mobili sono diventati come le figure geometriche che si studiano in scuola. Dal gabinetto, riuscivo a vedere il frigorifero bianco, un moncone di tavolo, una sedia di profilo e la finestra con sotto le ciotole di Diana.
Ho sentito papà versare la tisana nel thermos, che di solito porta al lavoro, e poi tagliare le fette di pane dal filo e metterci in mezzo il salame e la mortadella. I ciccioli di grasso mi fanno dare colpi di stomaco, così anche a ricreazione devo aprire il panino e levarli uno a uno. Il ripieno diventa una sfoglia di gruviera, ma almeno le budella non mi risalgono a bussare in gola. Ho sentito il ticchettio delle unghie di Diana sulle mattonelle del pavimento e poi rumore di acqua smossa e succhiata. Papà ha aperto il frigo e ha versato nella scodella di Diana gli avanzi: la pasta col burro e la carne in scatola che avevo lasciato ieri sera nel piatto. Lei si è accoccolata per mangiare, io vedevo solo la sua groppa e la coda che prima si è mossa di contentezza e poi è ristata.
La 127 color verde oliva è parcheggiata sotto casa, all’incrocio fra via fratelli cervi e via Ugo Bassi. Papà fa entrare Diana nel portabagagli, a cui papà ha tolto il pannello di plastica e stoffa nera da quando lei è arrivata a casa nostra. Lei inizia a mugolare perché vorrebbe stare sui sedili di dietro. Quando papà glielo permette, le lascia aperto uno spiraglio del finestrino e lei ci infila il naso e respira fuori. In Estate il vetro è tutto abbassato e lei chiude gli occhi per proteggerli dall’aria che preme, le orecchie si stirano all’indietro e ballano, e io rido.
La macchina non si accende al primo giro di chiave, la batteria emette alcuni colpi di tosse, i miei dicono che deve arrivare almeno fino al natale prossimo, ma secondo me ci molla a piedi prima. Io lo spero. Quando mi accompagnano a scuola le bollature della vernice sul cofano mi fanno sentire come se avessi la pelle scorticata, così chiedo di lasciarmi un po’ prima, ché ormai sono in seconda media. Allora papà mette la freccia e accosta alla fermata della corriera (che poi nemmeno si potrebbe), allunga il braccio per aprire la portiera dalla mia parte, e così mi porto a scuola il suo odore. Poi mi dà un bacio dei suoi, con un graffio, per via della barba matta, e <<Dai...>> io gli dico, mentre controllo che non stia passando qualche compagno di scuola.
Appena saliti in macchina, papà mette una cassetta nel mangianastri. A lui piacciono le canzoni, ma a me danno il magone in gola e il vuoto nello stomaco di quando si diventa tristi, che sei indeciso tra lo sprofondare nel sonno o il metterti a piangere per bene. Spero ogni volta che il nastro si annodi, si allunghi fuori dalle rotelle e rifiuti di rientrarci. Una volta è anche successo: <<Cerca la penna nel cruscotto.>> mi disse lui allora. <<Non c’è.>> ho risposto io facendo finta di cercare per davvero. <<Guarda bene.>> ha insistito, così ho affondato la mano e ho sentito la bacchetta a prisma. Era senza il tappo e aveva la punta sporca di inchiostro secco. Papà ha premuto il tasto e la musicassetta è spuntata fuori dal cruscotto come una linguaccia. L’ho tirata in avanti e, non so che mi è preso, ho stretto il nastro tra pollice e indice, poi l’ho avvolto tra le altre dita ed è diventato sottile che sembrava potesse tagliarmi. Che ti salta in mente, mi ha detto lui. Me l’ha levata di mano e mi ha proibito di toccarle ancora. Il fatto è che vorrei per miracolo trovare nel cruscotto una musicassetta con le sigle dei cartoni, o anche le canzoni di Renato Zero, quelle che canta con le piume di struzzo al collo, invece niente.
Papà fa partire il lato b della cassetta e fa scorrere veloce il nastro in avanti, poi un pochino indietro, perché non riesce ad azzeccare subito il punto in cui inizia la canzone che sta cercando. Ma tanto io lo so già qual’è, e la conosco a memoria: racconta di un padre che si vergogna di essere stato licenziato, sarà la centesima volta che la ascoltiamo. Lui la canta sempre concentrato, e mi pare che la voce si stringa come in una pressa quando il testo dice <<povera gente>>, <<operaio>> e <<padrone>>. Io non avevo capito perché, fino a che, l’anno scorso, mamma mi ha portata dal dentista a chiedere quanto sarebbe costato l’apparecchio per raddrizzarmi i denti di sotto ma poi non l’abbiamo comprato. <<Due mesi di paga, ti rendi conto? Alla povera gente dovrebbe passarlo la mutua!>>, ho sentito che diceva alla mamma. Poi è venuto in camera mia, mi ha detto che gli dispiaceva e mi ha chiesto anche scusa con gli occhi lustri, ma lo so che dovrei chiederglielo io, scusa, che mi sono fatta crescere i denti storti. Comunque, ho pensato che essere la povera gente non è poi così male, se puoi evitare di farti mettere quei ferri in bocca, che quando ridi sembra che hai messo il sorriso in gabbia. La mia compagna di banco dice che da grande avrò i denti brutti e lei no. Io le rispondo che non so neanche se ci diventerò, grande, e a quel punto lei mi pianta in asso, come se avessi detto chissà che. Intanto, a me i denti storti fanno compagnia, quando non so che fare ripasso con la punta della lingua tutti gli scalini tra canini, incisivi e così via, e ormai ce li ho a memoria come fosse una strada coi lastroni smossi che mi riporta a casa. Certe volte mi immagino anche di sentire tutta una linea curva senza scosse, come un arcobaleno bianco, ma capita solo quando sono arrabbiata con mamma.
Papà parcheggia nello spiazzo che costeggia il bosco, dove inizia il sentiero segnato, che sale dritto fino al prato della piana. Il giorno si è accomodato tra gli alberi e in cielo, piano piano, senza che me ne accorgessi. Diana scende di corsa e scodinzola che pare ammattita, poi inizia a tirare e soffiare il terriccio col naso, tanto che fa qualche starnuto. Si infila nel fitto ma rispunta subito, si accuccia ai nostri piedi e si rovescia da sotto in su. Papà stamani non le massaggia la pancia come fa quando torna alle sei del pomeriggio dalla fabbrica. Credo che sia ancora arrabbiato perché, ieri, è entrata in bagno e ha grattato il rotolo della carta igienica e l’ha fatto tutto a strisce e coriandoli e mamma ha detto <<Ora basta, ci mancavi solo tu.>>.
Papà mi dà il paniere per i funghi e si mette a tracolla la borsa di plastica con dentro i panini e l’acqua liscia. Quella con le bolle la beviamo solo a cena, la faccio io. Prendo la bustina di carta lucida e la agito tenendola per un lato, poi la strappo nell’angolo, verso il contenuto nella bocca della bottiglia e l’acqua da trasparente diventa bianca e sembra che voglia essere latte. Io sto attenta a non far scivolare fuori dal buco la polvere, immaginando che sia la sabbia che scende in una clessidra, sennò anche il tempo andrebbe perso, e il tempo è la più grande ricchezza dice sempre papà. Ci impiego dieci secondi, se voglio farlo senza sbagli, li ho contati. Quando la bustina è vuota faccio ruotare il tappo sulle braccia di fil di ferro e chiudo con forza, stando attenta che il disco di gomma sia dritto. Allora afferro la bottiglia con tutte e due le mani, la agito, e le bolle diventano a migliaia che credo nessuno potrebbe contarle, nemmeno la professoressa di matematica. Quando ero più piccola capitò che la aprissi troppo presto e uscì una schiuma che scoppiettava e l’acqua sembrava moltiplicata come in un miracolo di Gesù. Ci risi tanto, mamma invece no, ma tanto lei non ride nemmeno se le fai il solletico vero sotto le braccia.
Diana è sparita tra gli alberi. Papà prende dal portabagagli una corda sfilacciata ai capi e se la mette a cavallo delle spalle. Poi chiude a chiave tutti gli sportelli e ci incamminiamo per il sentiero. Lui davanti, io dietro di qualche passo. Il bosco è di faggi secchi e lunghi. Papà conosce tutto di questi giganti fronzosi, mi fa vedere anche le piantine appena nate. Sono così striminzite che, se non ti dicessero che saranno alberi, potresti pensare che siano erbacce da tirare via e buttare. I nostri passi sono croccanti. Io guardo poco verso l’alto, perché ho paura di inciampare nelle radici bitorzolute che spuntano qua e là, o di scivolare sulle foglie lisce e umide, a meno che papà non mi indichi qualcosa, tipo il volo improvviso di una ghiandaia, o il tronco con incise delle croci e il numero 1896, che ancora ci chiediamo che cosa voglia dire. <<Lo vedi il colore della corteccia quando la luce ci passa sopra? È verde salvia.>> mi ha detto una volta. Papà mi fa sempre notare i colori delle cose, come anche le sfumature e i miscugli. Penso che senza di lui, forse avrei visto solo un mondo di grigi.
Diana ancora non si vede e nemmeno si sente. Chiedo a papà di andare a cercarla. Lui dice che non serve, che gli animali sanno fare tutto da soli, partorire, trovare da mangiare e tornare, se vogliono. Infatti Diana rispunta e ha delle foglie attaccate sul pelo ispido del dorso e delle orecchie, si vede che si è rotolata a fare festa sul tappeto di sottobosco. Allora papà le dice <<Vai, vai!>> e la spinge per il didietro: lei guaisce, fa qualche passo con la testa che guarda verso di noi. Vai Diana, vai, continua a dirle papà. Lei sembra impuntarsi ma poi riprende a correre in avanti, e io penso che se i cani potessero essere felici diresti che oggi Diana lo sia.
Noi continuiamo a camminare per un altro po’ di tempo, che senza orologio non so misurare, e poi ci fermiamo perché mi è venuta fame. Papà tira fuori un panino e me lo dà. È con salame e grasselli. Stende a terra la stuoia e mi dice tu resta qui, non ti muovere sennò ti perdi, intesi? Io gli faccio cenno di sì con la testa e non mi par vero che si allontani così posso ripulire la fetta di salame dai grasselli e mangiare il resto, senza che lui mi rimproveri. Lui non prende per il sentiero e lo vedo che a ogni passo che fa è costretto ad alzare le gambe col ginocchio piegato, per domare gli sterpi e andare avanti, finché scompare. Sento che schiocca la lingua sul palato come fa quando vuol richiamare l’attenzione di Diana e farla andare da lui.
Tolgo la carta stagnola e appoggio una delle fette di pane sulle ginocchia. Levo i dischetti bianchi dal salame, uno a uno, e li metto in fila sulla stuoia perché mi immagino che, quando papà e Diana torneranno, lei se li mangerà in un boccone veloce e poi mi avvicinerà il naso umido al collo per dirmi grazie. Quando papà si allontana senza di me è per raggiungere una fungaia infrattata che conosce solo lui, oppure per fare la pipì, anche se non me lo dice. Fa sempre presto e mentre è via grida <<uhu!>>, e il patto è che io devo rispondergli <<aha!>>, così lui è sicuro che io ci sono e io che lui c’è. Potrebbe essermi sfuggito un <<uhu>>! Per via dei grasselli che stavolta sono tanti e tanto grossi, fatto sta che papà non lo sento, e la voce degli alberi e degli uccelli mi arriva avvolta nell’ovatta per via dell’aria che ha riempito lo spazio dentro le orecchie. Trattengo il respiro ma la voce di papà non arriva, così inizio a chiamarlo, e chiamo anche Diana che di solito si scapicolla per venirmi incontro. Quando sento rumore di frasche smosse mi prende il terrore che sia un cinghiale o un cane selvatico. Allora mi metto i palmi delle mani sugli occhi e le lacrime rimangono schiacciate. Invece è papà che ritorna, senza funghi e con una faccia diversa che non saprei definire. Io faccio finta che non è successo niente. <<Papà hai perso la corda.>> gli dico soltanto, e lui mi risponde che va bene così.
Nel viaggio di ritorno in macchina, papà non mi parla. Ora che ci penso, aveva la stessa faccia quella volta che un suo compagno a lavoro si era portato via tre dita alla catena di montaggio. Alle undici e mezza arriviamo a casa. Fino all’ultimo ho sperato che tornassimo indietro, invece niente. Papà ha detto che ci farà un salto lui, subito dopo mangiato.
Mamma ci apre la porta, e gli dice piano <<Fatto?>>, lui oscilla la testa come per dire tante volte sì, continuando a guardarsi la punta delle scarpe sporche di terriccio. Poi lei intima di usare le ché ha dato la cera. Di solito metto le pattine e scivolo fino al tavolo rotondo che sta in mezzo al salotto, continuo fino alla finestra di cucina, facendo attenzione alle ciotole di Diana, ma oggi mi sembra tutto diverso. Controllo se mamma mi stia guardando, per farle cenno che sta succedendo qualcosa che non so, invece lei niente: <<Fila a lavarti le mani, si mangia.>> dice solo, seria e contrita.
Papà ha appoggiato le pupille sul piatto e non le alza mai, nemmeno quando mamma gli chiede se ne vuole ancora. Il televisore è spento, eppure è l’ora sacra del telegiornale. Si sente soltanto il ticchettìo della sveglia che sta sulla madìa e i rintocchi delle forchette sulle stoviglie. Lascio nel piatto i bordi della fetta di carne, tutto il grasso e anche un po’ di magro. A Diana piace quando glieli riduco a dadini e li mescolo insieme a una fetta di pane che inzuppo nell’acqua. Inizio, come sempre, a tagliare, ma mamma mi tira via il piatto, butta gli scarti nel secchio della spazzatura e mi dice <<Vai a fare la lezione, che fra poco dobbiamo uscire tutti a fare la spesa.>>. Guardo papà, aspetto che dica qualcosa, ma rimane in silenzio. Io continuo a masticare l’ultimo boccone senza riuscire a ingoiarlo (proprio non ci riesco) così lo lascio cadere a piombo sulla tovaglia di plastica con le fragole e i buchetti qua e là. Mamma fa per avvicinarsi col braccio già caricato in aria, urla <<Che diamine ti prende?>>, e la voce le esce come un cigolio che incrina i timpani, ma papà la ferma, non mi guarda nemmeno, e dice <<Vai di là.>>.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
VERTIGINI.
 
Nei suoi occhi ho visto me stessa quando disorientata vago alla ricerca di risposte. Succede spesso che non ce ne siano e allora guardo il vuoto. Lui guardava il vuoto con me. Il calore del suo corpo, vicino al mio. Era come se dentro di noi tutto fosse morto. Certezze in frantumi, birra sgasata e sole a picco.
Mi guardava, ma era come se mi stesse facendo un ritratto con quegli occhi, accarezzava con lo sguardo le forme del mio corpo, poi guardava altrove quasi come se non gli fosse consentito guardarmi ulteriormente, quasi intimorito di violare un patto segreto. Si passò una mano tra i capelli poi mi guardò di nuovo negli occhi.
<<Ci credi più nell’amore?>> mi chiese. Un brivido lungo la schiena. Amore? No, grazie basta. Ho già dato.
<<No.>> risposi decisa.
<<Neanche io. Birra sgasata sempre meglio di niente. voglio dire, amore, amicizia è sempre tutto per interesse, bisogna credere solo in noi stessi.>> disse. Ma io pensai che forse anche no.
<<Non so, forse ci credo ancora un po’.>> dissi, mentre lui voltava lo sguardo altrove. Fece spallucce. Non era convinto. <<Penso che l’amore sia condivisione,>> proseguii (mi batteva forte il cuore ma non capivo perché...) <<è compromesso, comprensione e non arrendersi mai ai problemi, ascoltare, parlare, perdonare, non darsi mai per vinti.>>.
Lui si voltò. Sembrava non sapere che cosa aggiungere. Così, si limitò ad annuire e poi borbottò: <<Già, è quello... Ma la gente non lo capisce...>>.
Mi avvicinai a lui, avevo bisogno di calore umano. Aveva bisogno di sentirmi vicina. Si avvicinò sempre di più col viso. Mi diede un bacio sulla guancia. Cuore in gola. Non me lo aspettavo. Mi cinse la vita col braccio e rimanemmo in silenzio sulla nostra panchina a guardare la gente passare. Cuore in gola. Di nuovo. Vuoto d’aria.
L’amore ci frega tutti e ci rende piccoli e indifesi in balia del mondo. Ci rende uguali. Opposti. In guerra. E ogni volta che l’amore ci delude è come se venissimo al mondo completamente soli, senza l’uso della parola, piangendo per respirare.
Lui appoggiò la testa sulla mia spalla. Aveva un sacco di capelli che mi finirono in bocca, negli occhi. Sorrisi. Era da tanto tempo che non mi veniva un sorriso così spontaneo, disteso. Assenza di emozioni totale, per mesi. Nulla mi aveva più smosso.
Poi alzò la testa e si scostò da me. Il sole stava scendendo. Avevamo quasi esaurito il giorno insieme. Non me n’ero accorta.
<<È tardissimo.>> disse guardando l’ora. Non se n’era accorto. Il tempo scivola via così in fretta da fare male. Si alzò dalla panchina e si sgranchì le gambe. Aveva sempre la stessa espressione incolore. <<Mi aspettano.>> disse.
Annuii. <<Non te ne andare...>> pensai per un attimo. Un pensiero veloce, quasi impercettibile. Lui mi abbracciò forte forte. Sentii il suo corpo sul mio. C’era qualcosa di erotico nel modo in cui mi stringeva. Vuoto d’aria nello stomaco. Mi schioccò un bacio sulla guancia destra e uno subito su quella sinistra, si scostò da me poi mi riabbracciò subito. <<Resta.>> pensai <<Per favore.>>
Poi si voltò e se ne andò. Lo aspettavano, lo sapevo già, ma mentre andava via non mi ero mai sentita così sola. Il sole scendeva oltre le montagne e il mondo era rosa, giallo e arancione. Le ombre si allungavano e lui non era mai stato così bello mentre si allontanava. Non mi ero mai accorta dei suoi occhi, delle sue mani, delle sue gambe. Non mi ero mai del tutto accorta di molte cose. Vuoto d’aria nello stomaco mentre la sua sagoma scomparve dietro l’angolo. Mille vite ho vissuto mentre lui andava via. In piedi su una fune guardavo il vuoto sotto di me. Vertigini. Raccolsi le emozioni e con attenzione le conservai lontane il più possibile, per paura che potessero affiorare. Non è questo il tempo. Non è questo il modo. Ancora Vertigini. I colori dell’autunno nei suoi capelli. Mille vite ho vissuto mentre lui andava via.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
IL COLORE DELL’ACQUA.
 
Lo so che non dovrei neanche scriverti, che sono passati degli anni e che ormai siamo altre persone. Il tempo ci ha consumato. il tempo ci ha resi alieni. Le braccia si sono allungate e sono diventate sottili, e le gambe si accorciano e le ginocchia quasi toccano i piedi. Ma tu ti ricordi quando siamo andati al mare? Non ti ho trovata sui social per una vita; non so se ti è mai successo di cercare qualcuno e niente, neanche una traccia. È spaventoso, ho provato anche con i soprannomi che ti avevo dato e che quell’altro ti dava quando io già non c’ero. Comunque anche adesso non c’è nemmeno una foto, e allora mi chiedo se sia il tuo vero profilo. Ti mando le nostre, di foto, quelle scattate in Liguria, a Noli. Sono tutte mosse, ma va bene lo stesso: neanche in una fotografia riuscivamo a stare comodi.
Come stai? Io sto, le cose mi si disfano addosso: tipo i vestiti, il fumo, i pensieri. E poi ho questa sensazione che soffiandomi il naso possa soffiarmi via tutti i denti, non so se succede anche a te, se è una cosa della nostra generazione, se dipende dal fatto che ho iniziato con le sigarette a quattordici anni o se invece è qualcos’altro, qualcosa che mi definisce al di là di quello che faccio. Ti ricordi quando dicevamo che avremmo fatto dei figli insieme? E poi le cose di cui parlavamo, mi raccontavi che nel tuo villaggio in Africa girava questa storia del piscio d’asino. Le donne impazzite per il piscio d’asino, che sembrava birra e andava assaggiato mettendoci un dito. Dovrei scriverla questa storia, se ancora adesso è una storia.
Mi piace arrivare presto in ufficio; perché adesso ho un ufficio, te lo immagini? Parto presto e arrivo per primo, e se qualcuno è già arrivato allora il giorno dopo parto ancora più presto. Tra le altre cose che faccio o che ho fatto, ho iniziato a bere (ma solo birra, perchè il sapore dell’alcole continua a non piacermi) gioco a poker online, conto i fiori stando attento che non siano mai in numero pari; i fiori in numero pari sono per i morti e a me non piacciono i morti ma solo i fiori. Poi mi sono sposato e il matrimonio è rotondo come un luogo comune, però è ok, anche il poker online adesso è più o meno lo stesso. Non ho bambini ma sono certo che se anche ne avessi, tutto sarebbe più o meno lo stesso. Tu cuccioli ne hai? Cani, gatti, figli, conigli?
Penso spesso a quel libro, quello che a te piaceva chiamare il tuo romanzo di transizione. Ricordo solo questo, neanche il titolo o chi lo ha scritto. Ma era bello quanto ti piacesse, era come se fosse l’ultimo libro che valesse la pena leggere. A volte regalo dizionari, altre sento voci di gattini. E insomma, ti ricordi quando siamo andati al mare in Liguria, a Noli e poi abbiamo litigato? Avevamo le mani timbrate di nero e non avremmo voluto lavarcele più anche se poi lo abbiamo fatto subito, la mattina. E la musica elettronica suonava mentre parlavamo del colore dell’acqua. Poi ci sei andata a vivere a Roma?
C’era quella cosa delle giraffe e degli ippopotami, te la ricordi? Io non del tutto, ma ricordo che c’era. Forse tu eri la giraffa e io l’ippopotamo? E volevamo un ippopotamo (cucciolo) che restasse per sempre piccolo, e avevamo già scelto il nome: Don DeLillo. Ma perché poi Don DeLillo? Non avevamo letto niente di suo, ma eravamo convinti che il suo nome suonasse benissimo per un ippopotamo (cucciolo). Lo pensi ancora? Io credo di sì. Per quattro mesi ho smesso di dire quasi, forse, credo e cose così. Me lo sono imposto perché in fondo sono facili vie di fuga, ma poi a un certo punto ho ricominciato. Non sono mai stato un tipo sicuro, sono a mio agio con la confusione. E tu? Vorrei tanto incontrarti e scoprire come sei diventata, se adesso ti prendi sul serio o se galleggi ancora come un materassino.
Pensavo di vederti in qualche reality show, e invece no. Ma è normale scrivere così tanto? L’esistenza non ha un limite di caratteri? Litigavamo sull’arte contemporanea, quando l’arte che vedevamo era ancora contemporanea. Entravi e uscivi dalle gallerie a velocità supersonica. Solo “i sette palazzi celesti” di Kiefer ci mettevano sempre d’accordo. Io là in mezzo mi sentivo Kenshiro, anzi una comparsa, un passante, nell’universo di Kenshiro. Tu non so cosa ti sentivi, ma dicevi che avresti potuto camminare lì tutti i giorni. Non andavamo spesso in giro, comunque, e tu me lo rinfacciavi: ti piaceva molto uscire. A me no. Non mi piace la gente. Il mio motto è sempre stato: <<Umanità mi sta sul cazzo!>>. Uno dei miei rimpianti è non averti mai portato in Sicilia a conoscere i miei parenti, forse avresti cambiato idea e non avremmo più litigato.
Adesso ricordo da dove è uscito, quel discorso del colore dell’acqua. Andavi sempre in giro con la macchina fotografica, e quante foto facevi nei posti in cui i turisti passano le giornate. Io ti chiedevo perché, mi sembrava piccolo fare foto dove tutti ne fanno, e sempre nei soliti posti poi, sempre lì. Poi dopo un po’ l’ho capito perché: ti piaceva cercare di vedere quello che nessuno vedeva nei soliti posti. Il bambino grasso con gli occhiali 3D, o una signora con lacrime glitter e denti color oceano. Ma nelle tue foto, per quanto cercassi di concentrarmi sul resto, io vedevo soltanto il colore dell’acqua. E perché l’acqua abbia quel colore io ancora non lo so; mi ricordo che abbiamo parlato e formulato teorie e sono certo che ci sia una ragione banale e che il colore dell’acqua non sia così raro e che sia lo stesso colore dell’acqua di chissà quanti altri luoghi o chissà quante altre fontane. Il marmo, la malta osmotica, la combinazione di queste cose. Comunque è bella, di giorno e di notte. A te piaceva tanto di notte. Mi rispondi, non mi rispondi? A me va bene lo stesso, perché in fondo sono felice di averti scritto.
Mi dicevi sempre che non esistono foto mosse. Da quando non parliamo, non mi è più successo di stare tanto al telefono. Non mi era successo neanche prima di conoscerti, non sono bravo a stare al telefono. Poi tu non mi hai più cercato. Forse è per quello che ti dicevo, che avrei potuto vivere in un mondo di soli uomini e tu. Che neanche so se era vero, cioè lo dicevo ma boh. Non so cosa mi fosse preso, mi ero fatto un gran film. Ma ci credevo davvero, per questo insistevo. Poi a un certo punto ho pensato che forse se avessi smesso, allora lo avresti capito che un po’ ti mancavo, ma no. C’era ancora qualcosa che ci teneva in contatto, ma diventava ogni giorno leggero, si sfilacciava, non resisteva. A un certo punto non l’ho più sentito, e anche tu eri andata lontano, invisibile, esplosa. Come una supernova. E come luna intangibile e lontana sei diventata. Era pieno di luce dove eri passata, ma tu eri sparita. Ho provato a cercarti ovunque: a casa, a scuola, alla nostra panchina, alla fermata del bus, a Noli, a Roma, a Torino, poi ho iniziato sui social. Hai un nome comune, ma è un casino trovarti su Google.
Come si dice in questi casi? Ho tante cose da dire e non so da dove cominciare, volevo chiederti un milione di cose e adesso non ho più parole. Si dice così, ma invece adesso è diverso. Spero davvero che questo sia il tuo profilo, perché c’è ancora qualcosa, ne sono sicuro, abbiamo tanto da dire, da fare. E se proprio non trovassimo niente di meglio, potremmo sempre continuare a parlare del colore dell’acqua, magari nuotare o soltanto starcene fermi lì per un po’ a galleggiare.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
VOGLIA DI CAZZO.
 
Mai avrei potuto immaginare di non poter vivere senza un uomo. Mi sembrava di averne troppi intorno, mi sembravano superflui. Non ne potevo più e così me ne sono sbarazzata, di mio marito come di tutti i miei amanti. Mi sono sentita giovane, forte, bellissima vedendoli così disperati. L’esultanza è durata poco.
Pensavo che ritrovarmi sola sarebbe bastato per liberare la mia creatività, e ho comperato tela e pennelli, poi della terra per modellare; ho comprato una chitarra e alla fine una macchina da cucire e poi una macchina da scrivere. Niente di niente!
 Mi sono accorta allora che non riuscivo a riempire il vuoto che mi avevano lasciato. Ho dovuto ammettere che la sola cosa per la quale sono veramente dotata è riscaldare le lenzuola, e pensare che avevo buttato via tutto per orgoglio.
Il problema con gli uomini è che quando ne hai uno, gli altri ti girano intorno, quando ne hai diversi ce ne sono ancora di più che si domandano che cosa avrai mai, e vogliono provarci anche loro.
È una ronda che si autoalimenta e che si arresta bruscamente quando, per una ragione o un’altra, rimani sola. Allora cominciano a trovarti invecchiata, inacidita e noiosa. I capricci che prima li mandavano in solluchero, adesso li trovano irritanti.
Credono che tu sia stata abbandonata e puoi affermare il contrario quanto vuoi, e questo contrario può anche essere la pura verità, inutilmente. Una donna è sola perché nessuno la vuole e dunque deve per forza esserci una ragione.
Così diventi minacciosa, la piovra che spia l’ingenuo che avanza nel suo territorio, per accalappiarlo e succhiargli il sangue. Gli atteggiamenti che prima sembravano sensuali adesso sono considerati volgari.
Esitano a invitarti per non dare adito a situazioni imbarazzanti con le altre donne che hanno un uomo, loro, e preferiscono tenerselo. Ogni volta che ne avvicini uno, di qualsiasi tipo e di qualsiasi età, si immaginano che tu voglia sedurlo, e non è sempre vero.
In effetti appena mi sono resa conto che il mio telefono non suonava più, e che i sabati e le domeniche erano ormai riempite dai concerti e dalle mostre, che le giornate un tempo dedicate ai preparativi per la sera erano adesso tutte per me, cioè vuote, e che tutti gli sforzi fatti per interessarmi a qualcosa di diverso dalla seduzione non erano serviti, allora ho cercato di ripristinare la situazione precedente.
Ma nulla ritorna mai come prima.
I miei antichi amanti avevano ormai altri interessi e soprattutto erano sorpresi che li chiamassi io per prima, mentre di solito dovevano insistere diverse volte prima che mi degnassi di rispondere.
L’aura magnetica che attirava gli uomini senza sforzo si era dissolta.
Allora ho cercato di adattarmi alla nuova situazione. Bisogna pur vivere.
Qualche incontro interessante tramite internet, con gente che non era del mio ceto sociale, con cui mi sarei vergognata a uscire a cena. Ciò mi ha almeno quietato i sensi, e non è poco. Ne ho tenuto un paio sottomano per i periodi di crisi, ma ho avuto paura di lasciarmi irretire da qualche gigolò, cosa che, per una donna della mia età e della mia bellezza, sarebbe il massimo dell’umiliazione.
La cosa più fruttuosa è stata il ballo, mi sono impuntata di imparare il tango e lì ho avuto molto successo. Il telefono ha ricominciato a suonare come ai vecchi tempi, che importa se erano tipi un po’ grossolani, avevo l’impressione di vivere di nuovo, mi sono comperata delle scarpe rosse e ho cambiato profumo; sfortunatamente sono capitata su un giovane piuttosto bello, che mi ha di nuovo obbligato a lasciar perdere tutti gli altri. Indebolita dall’amore ho obbedito, e quando l’ultimo spasimante se ne è andato, mi ha lasciato anche lui. Avevo davvero perso la mano. Non ce la facevo più a riprendermi.
Ho passato delle giornate intere chiusa in camera, con le tende tirate e la luce spenta, per non vedere le mie guance sgonfie nello specchio.
Fissavo la scatola di medicine accanto al letto e una volta le ho sgranate ad una ad una sul palmo della mano. Brillavano scivolose, sembravano vive, tremavano come perle. Le ho messe tutte insieme in bocca, lo zucchero che le avvolgeva cominciava già a fondere, e stavo quasi per inghiottire, quando un’idea magnifica mi ha attraversato la testa all’improvviso, sono corsa a sputare tutto nel gabinetto e ho deciso di farmi un lifting.
Ero sorpresa che una soluzione così semplice ai miei problemi non mi fosse venuta in mente prima. Avevo la felicità a portata di mano e non la vedevo. Mentre prendevo appuntamento mi sentivo già più giovane e più sicura di me. Mi guardavo allo specchio con occhio disincantato ed era evidente che, dopo il viso, con altre due o tre piccole operazioni alle cosce, al ventre e al seno avrei riacquisito il mio aspetto normale.
La vita aveva ancora tante buone cose da offrirmi.
Tutto è andato come volevo: il viso non è stato affatto doloroso, ed è un successo, nessuno ha notato niente di strano, mi dicono solo che ho l’aria davvero in forma.
Per la pancia invece è stato più difficile e le cicatrici si vedono ancora, ma la silhouette è ridiventata perfetta e indosso le gonne strette di quando ero ragazza. Non smetto mai di guardarmi allo specchio e di comperarmi vestiti nuovi. Stranamente gli uomini sono diventati secondari in questa storia, il fatto di vedermi bella mi basta.
Devo perfezionare il tutto con la liposuzione, per togliere le ultime tracce di cellulite e poi si vedrà.
Una serenità mai provata mi pervade, ho l’impressione adesso, di appartenermi davvero, di essermi presa in mano per la prima volta nella mia vita. Finalmente amo il mio corpo per quello che è e non come uno strumento di potere sugli altri. Mi ungo di creme per il piacere dell’odorato, mi masturbo senza pensare a niente, come un’alga che galleggia sulle onde della dolcezza.
Cammino per la strada senza più preoccuparmi degli sguardi degli altri, sono solo assorbita da me stessa. Ho l’impressione di essere speciale. Questa sensazione è sempre esistita, ma prima era legata al riconoscimento degli uomini, adesso è solo mia.
Qualcuno ha ricominciato a invitarmi a cena, e sono già andata a letto con un paio di loro con il mio nuovo corpo, con un certo successo. Ma non mi interessa più, qualcosa di assolutamente imprevedibile è accaduto dopo le operazioni. Forse le cure delle infermiere in clinica hanno contribuito al fenomeno, o allora ciò covava dentro di me da molto tempo.
L’altro giorno sono andata a riprendere i vestiti in lavanderia e mentre l’impiegata li imballava nella plastica, ho notato che sotto al suo viso piuttosto comune aveva dei seni di una bellezza eccezionale. E infatti li esibiva con uno scollo al limite della decenza. Mi ha turbato a tal punto che al momento di pagare mi sono sbagliata, ho fatto cadere tutto in terra e lei mi ha aiutata a raccattare chinandosi in modo che i suoi capezzoli rosa sono diventati perfettamente visibili. L’ha fatto apposta? Ha l’abitudine di suscitare il desiderio?
Da allora ci ritorno spesso, per fortuna è primavera e non c’è niente di strano se porto a lavare le tende, i tappeti, i cappotti. Poi un giorno l’ho aspettata dopo l’ora di chiusura seduta al caffè di fronte, e appena mi ha visto si è seduta accanto a me. Come se non avesse sperato altro. Me la sono portata a casa e questa volta ho davvero perso la testa. Non mi era mai successo con gli uomini, non è passione, è uno stato di benessere intenso che perdura. Lei è sposata, ha dei figli, ma ha già avuto delle esperienze di questo tipo. Non ha mai goduto con un uomo, mi ha detto, mentre con me basta poco. E per me è lo stesso. Viene da altrove, è diffuso in tutto il corpo, è così intenso, mi ricorda i brividi che sentivo da bambina quando il cane mi mordicchiava i piedi.
Le do un po’ di soldi, ma non è un rapporto commerciale, so che ne ha bisogno e lo faccio volentieri. È una donna davvero gentile, che trova la nostra relazione naturale, mi domando perché aver aspettato tanto.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
ARGINI.
 
Al mattino vado a correre. In realtà vado a camminare! Al mattino, quasi ogni giorno, mi sveglio, mi preparo, imbocco via dei Cappellari, raggiungo Piazza Farnese, il lungotevere dei Tebaldi, attraverso Ponte Sisto e scendo sulla rive gauche del Tevere, l’altra sponda è occupata da tende di senzatetto, cani randagi, coperte e zaini. 
Qualche volta vado verso il Gasometro, di solito ci vado la mattina presto, se invece mi sveglio tardi e riesco a uscire di casa non prima delle undici, undici e mezzo, vado sulla rive gauche, cercando di raggiungere Ponte Milvio, non ci sono mai riuscita. 
I due tratti di strada più semplici sono, a seconda che si vada verso il Gasometro o verso Ponte Milvio, rispettivamente: da Piazza Trilussa a Ponte Rotto, oppure, nell’altro senso, da Piazza Trilussa a Castel Sant’Angelo. Andando verso sud, dopo Ponte Rotto, una volta, tra i cespugli degli argini tiberini, ho visto due cervoni neri, mi hanno fatto senso e non ho voluto proseguire; memore dell’infausto incontro, ammetto che anche in senso inverso sono stata obbligata a fermarmi molto prima della meta. All’altezza di Prati circa, dopo un barcone abbandonato, la strada si fa stretta, strettissima, passano solo i ciclisti, il cemento scompare mangiato dalle agavi, alte, molto alte, vi si nascondono serpenti. Ho visto due cervoni e sono corsa via, se mi capitasse d’incrociare una vipera non so come reagirei. 
Ho scoperto che oltre Ponte Rotto e Prati, sugli argini, ci si perde in realtà sovrapposte, distanti da noi. Quando ho provato a superare queste “colonne d’ercole” tiberine ho incrociato personaggi bislacchi. Fin lì tutto bene, ciclisti, gente in monopattino, a piedi, corridori, ragazze sui pattini, sportivi che si piegano in impeccabili squat, qualcuno in mascherina qualcuno senza, comitive di adolescenti e gruppi di quarantenni sovrappeso, gente che sfiata come se stesse facendo il tour de france; ma dopo, beh, dopo ci sono i pescatori, che nel Tevere che cosa pescheranno mai non l’ho mai capito. 
Proseguendo, un vecchio senza maglietta con il petto arrossato e un cane, un assemblaggio di scatolette di sardine poggiate per terra, e le mani nascoste chissà dove. 
Dopo la barca abbandonata e il grano si arriva a Ponte Milvio attraversando un campo di sedie rotte, che al tramonto si riempie di pipistrelli, e i pipistrelli hanno una voce che ha assorbito le voci di tutti coloro che sono passati di lì senza mai tornare indietro. Dopo il grano e le sedie, il Tevere si trasforma in prato, le anatre e i gabbiani sono statue di pietra e i platani cadono nel mare, qualche volta da quelle parti ho sentito l’odore della palude e ho guardato nelle fauci di un coccodrillo di alghe e rifiuti. 
Gli scarichi del Tevere, le alghe e la schiuma prendono solidità, dunque ci si rapporta a esseri mimetici, ibridi, metà animali, metà inorganici. Fra loro, torreggiano le case d’acqua: grandi, enormi, illusioni create dal riflesso, nascono da tutto ciò che si è specchiato nel fiume e man mano s’innalzano, non sono visibili a tutti. Si entra aprendo una maniglia al centro della propria immagine nel prato, è un prato di alghe, non bisogna dimenticarlo, l’immagine sembra un’ombra ma se ci si avvicina si può mettere a fuoco una copia perfetta di sé con una maniglia sull’addome. La prima casa d’acqua è un appartamento verdastro simile a un’abitazione campestre abbando­nata, detriti, tronchi, alghe, anatre e gabbiani pietrificati sono altrettante forme di arredamento. 
Si possono distinguere nettamente tre stanze, nella prima ritroviamo il vecchio con il cane e sei bambine in tutù da ballerine classiche, avranno tra i sette e gli undici anni, sono piuttosto pallide e gli danzano intorno in cerchio, azzardando una coreografia goffa; due di loro caracollano tra una piroetta e un plié. Sui body sono rimaste incollate alghe, buste di plastica, calze strappate, un mucchio di foglie secche. Una delle ballerine è molto piccola, esile e dall’aria malandata, l’incarnato cinereo e gli occhi bianchi, senza iridi e senza pupille. 
Se si prosegue si può accedere alla seconda stanza, le cui pareti sono serpi nere e verdi, (alcuni cervoni, altre vipere) ma non bisogna temerle, sono pareti mobili, striscianti, e difficilmente si separano l’una dall’altra. Al centro troviamo i pescatori che dividono il pescato buono dai rifiuti: calzini, una scarpa da ginnastica, zaini e poi, finalmente, un uomo intero. L’uomo non sembra muoversi, ha il collo e le braccia segnati da cerchi bianchi lasciati da qualcosa che gli si è avvinghiato addosso fino a togliergli il fiato. 
La terza stanza è completamente vuota, le mura sono di pietra e la pietra è piena di ombre ma cercando l’origine dell’ombra non si trova che vuoto. Il rumore dell’acqua è forte, incessante, mi piace questo suono, allontana i pensieri, resto a lungo nella terza stanza, fin dentro al suono, e cerco tra le ombre quella che mi appartiene. Quando riesco, torno indietro.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
GLI OCCHI DEL DIAVOLO.
 
Il grano, covoni, la grana vermiglia, la terra sottile, il pietrisco, i colli. La luce che entra nel grano è ocra, fa un solco nelle spighe, le seziona, le indora. I vigneti rischiarati dalla luce autunnale. Gli uliveti si estendono da Canosa fino alla foce dell’Ofanto.
Piazza San Sabino, lo struscio, donne con passeggini, vecchi bruciati dal sole sulla panchina o alla fontana, le mani a giumella.
La Chiesa di San Sabino, bianchissima, a croce latina, dove vengo battezzata da Don Claudio. Le diciotto colonne, le sei arcatelle non perfettamente perpendicolari, la muratura della cupola in tufelli con trentatré cerchi concentrici, il monogramma del vescovo Sabino e al centro una croce greca in pietra lavica, immersi in un forte odore di cera.
Il battesimo l’ha voluto nonna, papà è ateo e mamma non si è mai pronunciata.
Mi hanno messa al mondo e mia madre non si sveglia. Un mioma, dicono i medici, una forma pretumorale.
A otto mesi scalcio fortissimo durante uno spettacolo di Carmelo Bene tra le rovine di Canne della Battaglia, come lui appare alla Madonna io appaio a mia madre. Si rompono le acque e lo spettacolo non lo vede più.
Mi infilano una tutina verde e mamma dorme avviluppata nel lenzuolo. La sedano dopo il cesareo, mi poggiano al suo petto. Svegliandosi dice: Un grillo, un piccolo grillo che non sa respirare.
Non respiro bene, non so piangere e non vedo che ombre confuse in un cubo di bianchi. 
Zia Gloria fuma Multifilter, mi dà uno schiaffo sulla schiena e insieme allo schiaffo arriva l’afflato di nicotina. Così respiro.
Mio padre dal vetro mi sente strillare.
Mi mancava solo di essere padre!
Nonna in chiesa si asciuga le lacrime, accarezza le rughe che scavano il volto in sei solchi. Mia madre le sta accanto e non sopporta l’odore di stoffe consunte, si assicura che il suo cappotto di velluto non sfiori il maglione infeltrito della suocera.
Nella chiesa di San Sabino entra zia Lilith vestita di nero, un abito lucido con i teschi di paillette. Il parroco si arresta e tutti si voltano.
Zia Lilith è scarnita, le guance scavate, e ha una chioma di leone, ciocche ribelli avvolte nella cera. Porta anfibi alti fino alle ginocchia e in paese si vocifera della sua stramberia.
Dopo la cerimonia torniamo a Via Alghero, una piccola strada costeggiata da uliveti. Uno steccato e un muro di cinta franto la dividono dalla campagna. In strada nelle ore pomeridiane i bambini disegnano con gessetti la campana. Saltano sui numeri e strillano festosi. Un camion si ferma di fronte al cancello della quinta villa. Un uomo dai denti giallastri, i capelli brizzolati e tagliati in modo irregolare vende whisky. Una donna badiale con una neonata in braccio apre il cancello e dice: Ti scaldo la pasta?
Sono le quattro del pomeriggio. Mia madre mi tiene sulla pancia in un marsupio viola, rivolge alla donna uno sguardo di sufficienza. La donna a gran voce saluta e dice: La tua come si chiama?
Giuliana, dice mamma.
La mia Cristina, dice la donna.
Mio padre saluta circospetto e prende la sorella dalle braccia, la trascina come un cane verso la nostra villa.
Zia Lilith si libera. Va dal venditore e gli sventola in faccia ventimila lire. 
Un Jack, dice.
Afferra la bottiglia dal collo e nonna si fa il segno della croce.
È grande il giardino, sembra un bosco quando sono così piccola. La nostra è la seconda villa a partire dal muricciolo che divide il viale dai campi. Si sentono i grilli, il frinire delle cicale.
Nel giardino un tappeto di margherite fa brillare l’erba, due ulivi come grandi serpenti, l’ombra si allunga nell’atrio fino al vetro del portone e nel vetro il sole alto s’incide e ci taglia in porzioni sconnesse.
Zia Lilith entra in casa, apre il whisky e si attacca alla bottiglia. Mia madre stringe il marsupio, stringe fortissimo e di nuovo mi sembra di non respirare.
I quadri alle pareti raffigurano gli avi di mia madre.
Zia Lilith, mentre beve, la prende in giro. La marchesa!
Mamma apre le fibbie del marsupio e mi lascia in una rete variopinta: una prigione; guardo dalla graticola le sagome.
Mio padre supera l’arcata dell’ingresso, sceglie tra i vinili un preludio wagneriano. La musica sale lentamente, dilaga, è una promessa. Rivivo l’attimo in cui sono nata e la luce si staglia sulla mostruosità della mia gabbia.
Perché questo lutto?, dice mamma mentre la nonna mi strizza il naso. 
Vuoi bene alla nonna?
Non ha neanche un mese, come fa a volerti bene?, dice papà.
E tutti guardano zia Lilith che beve e beve e i teschi di paillette le brillano addosso. 
Sul volto di mia madre avanza un’ombra, le annerisce i capelli. Si dibatte nella lotta tra le cose che si pensano e quelle che si possono dire.
Zia Lilith chiude la porta del bagno. La nonna smette di strofinarmi il naso e sale i gradini con il rosario in mano.
Devi fare qualcosa, dice mamma.
E cambia vinile: “La follia” di Vivaldi.
Dov’è andata?, dice mamma.
Chi?, dice papà.
Sento i violini salire, colmare lo spazio della mia gabbia di gomma.
L’hanno vista in piazza, l’hanno vista.
Non è necessario che l’uomo sia peccatore ma che si senta peccatore, dice papà.
L’hanno vista i vecchi, dice mamma. L’hanno vista i preti, dice ancora. E l’hanno vista pure gli infermieri.
È completamente indifferente che una cosa sia vera o no, ma è importante solo che sia creduta, dice papà.
E l’hanno vista le donne, e l’hanno vista i bambini, e l’hanno vista i padri e l’hanno vista le madri. E noi non possiamo più nasconderci, dice mamma.
Sparisco nella rete di gomma e il respiro si ferma. La luce si rattrappisce in un coro di tenebra e la musica mi getta nel fondo di un pozzo.
Mamma se ne accorge. Mi viene incontro e il volto mi è diventato viola come viola sono i mostri della graticola di gomma.
Non respira, dice mamma. Di nuovo non respira.
Mi prende per il busto, mi solleva, mi stringe forte al petto ma ancora non respiro. Arriva mio padre e lo vedo solo di sbieco, una sagoma scura con la fronte grandissima e due strette feritoie da cui nasce una luce. 
È per il trambusto che la nonna scende di corsa i gradini. Ci raggiunge. È la terza sagoma oscura che mi balena di fronte. Gli sguardi ostili tra lei e mia madre restano sottintesi senza prendere corpo.
La nonna si fa il segno della croce. Padre mio, che sei nei cieli.
Piantala mamma, dice papà. È asma, mica possessione.
Mi rigira tre volte e premendomi fortissimo la pancia riporta a posto il gioco dell’aria. Così respiro e li vedo.
Dov’è andata?, dice mamma.
A farsi una doccia, dice nonna.
Con me in braccio, mamma sale i venticinque gradini. Nell’ingresso del piano superiore un dipinto la ritrae nuda sopra un letto di piume. 
La porta del bagno non è chiusa, si vedono solo le mattonelle, odore di limone. Mia madre apre un poco di più la porta e non c’è nessuno. La bottiglia di whisky accanto al gabinetto, e l’ago scintillante di una siringa.
La sera alle otto, siamo intorno al tavolo bianco a fiori blu. Mamma mi sistema in un seggiolino azzurro. Nonna stringe la catena di un rosario e guarda nella minestra come in una sfera di cristallo. Vede le sciagure successive. Le ripete in mente.
Papà succhia lunghe cucchiaiate di brodo. Mamma lo inchioda con lo sguardo. Lui alza gli occhi e lei dice: Deve sparire. 
Sentiamo citofonare. Nonna si alza e si alza pure mamma.
Zia Lilith entra trasfigurata in una fuliggine di trucco. Lascia cadere a terra una sacca fatta a maglia. 
Mi servono centomila lire per tornare a Berlino, dice.
La tua bocca non corra, il tuo cuore non abbia fretta di sproloquiare davanti a Dio. Perché nel cielo è Dio e tu sulla terra, dice nonna.
Matta, dice zia Lilith alla nonna, sei una mistica matta. E noi discendiamo da una matta. 
E si avventa sulla nonna.
Mamma corre su per le scale. Papà divide la madre dalla figlia. Io mi sento invasa. Litigano e smetto di esistere. Di nuovo torno nel pozzo. Rimango al buio e piango.
Mamma torna con un borsellino viola. Fa gruzzoli di dieci volte diecimila lire e glieli butta addosso.
Lontana da mia figlia devi stare, dice.
Mio padre accende la televisione e si arrotola nella grande poltrona di pelle. La nonna ripete: Va’ dietro all’illusione dei tuoi occhi, e getta via il tormento dal tuo cuore, strappati dalla carne il dolore.
Piango e continuo a piangere finché non mi accorgo, nel pozzo, di stare in braccio a zia Lilith che in un lamento dice: Non conoscerai mai un essere peggiore, forse non ci vedremo più, forse mi dimenticherai, ma io ti voglio bene.
Mamma mi strappa dalle sue braccia, mi porta su, nella camera da letto con le pareti a fiori. Mi mette nella culla. Mi strizza il naso proprio come faceva nonna. 
Il giorno seguente non c’è più nonna, non c’è più zia Lilith. Dalla finestra della camera da letto spicca l’ulivo e nelle foglie vedo gli occhi dell’essere peggiore. Piantati su di me.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
INTERNAMENTO.
 
Eccomi. È l’ombra, la prima cosa che vedo. Nel buio dell’alba lontana sulla parete a fianco del letto la luce da una finestra fa ombre. La luce c’è sempre, come l’ombra, di notte. L’ombra che dico io è quella che non è delle sbarre. Le sbarre fanno quadri di luce. L’ombra che dico io no, è una testa di uccello, perché ha un becco appuntito. Mi giro verso la finestra e verso di lei, per sicurezza, dicono che non ci vedo tanto, ma le cose le vedo ancora. Una testa di uccello con un’aureola arancione sta lì, e mi fissa. Dev’essere di tre quarti, perché il becco è ombra sulla parete, ma è corto, non è di profilo. Mi giro. L’occhio che vedo è lucido e nero, ha riflessi di perla, lo so, mi regalò una collana, di perle. Hai voglia a dire che sono mezza cieca, che sono mezza pazza, certe cose le noto, e c’è una testa di uccello che mi fissa dalla finestra. Mi spia. Adesso fingo di dormire, gli occhi socchiusi ma pronti, diretti verso quella testa con l’aureola. Ma il suo corpo, dov’è. È così grande, un corpo umano che sta sotto. È così piccolo da non essere visto. Dov’è il suo corpo. È una testa che vaga alla ricerca del suo corpo. Forse vuole che sia io, il suo corpo. Ma io non lo sono. Ci sono le sbarre alla finestra. Non entrerà. A casa però la nostra camera non ha sbarre alle finestre. Ci sono due finestre; qui ce n’è solo una. Due finestre senza sbarre; qui una con le sbarre. Non sono a casa. Dove sono. A casa mi dicono che dormo tutto il giorno. Quando non dormo è la notte. Ora è notte. Dovrei dormire, così domani sarei sveglia e i miei figli non direbbero che dormo tutto il giorno. Cucinerei per loro come ho sempre fatto. Cucinerei per loro, e loro cacherebbero tutto fuori. Come sempre. Sono due o è uno solo. Una vita passata a cucinare leccornie che altri hanno cacato, e questa testa di uccello che di notte mi fissa. Ogni notte mi fissa, mi spia, lo so. Nessuno mi vuole più. Alberto. Dov’è Alberto. Chi è. Dove sono io. Questo letto scomodo mi fa male agli ossi, questo cuscino mi tormenta la cervicale, come posso dormire. Dormi tu con una testa di uccello che ogni notte ti spia. È tutto finto, dicono. Quegli occhi piccoli e duri, di perla, l’aureola arancione. Nella mia testa, dicono. La colomba del Signore che non vola più. È qui a dirmi che sono dalla parte giusta, e mio marito, mio figlio, no. La colomba è un piccione, e io i piccioni li ho mangiati. Caconi anche loro. Babbo ce li portava: bum lo sparo o intrappolati, come gli storni, e mamma li puliva e noi guardavamo tutte quelle penne e quelle piume e quel sangue e quella cacca d’uccello e poi dopo che erano spennati e puliti ben bene mamma li cucinava e a noi ci facevano schifo a pensare a tutta quella cacca, ma poi ci piacevano perché mamma era bravissima a cucinare, come me. Cibo e cacca sempre insieme. Anche quando allattavo, attaccati al capezzolo spesso la facevano nel pannolino, quel che entra da una parte esce dall’altra sempre. Sono due allora. Quando non esce più qualcosa si muore. È così. Casa nostra era bella, questa invece ha le sbarre. Ha le sbarre per non uscire, o le sbarre per non entrare. Dov’è la porta. Non la vedo. Dovrei alzarmi, ma se mi alzo quella testa d’uccello cosa farà. È immobile da prima, fissa. È una scultura messa lì dal più piccolo, per farmi uno scherzo. Domani lo dirò e la toglierà. È di mio marito, dov’è mio marito. Mi faceva sempre scherzi che non capivo. Lo odio. Lo faceva apposta, mi nascondeva le cose. Poi mi diceva che ero malata. Anche mio figlio, tutti uguali gli uomini. Se non cucini per loro sei malata e ti mandano via, in questa stanza con le sbarre alla finestra e una testa di uccello con l’aureola che ti fissa ogni notte e poi ti riprendono se dormi durante il giorno perché le persone dormono di notte e non di giorno; è facile per loro che non hanno teste di uccello spia alla finestra ogni volta che si stendono sul letto per dormire e non hanno un materasso che fa male agli ossi e un cuscino che tormenta il collo, mentre a casa il montascale e il letto che si piegava per non farmi sforzare troppo e qui nulla. Qui è tutto faticoso. Si è mossa. La testa si è mossa. Ha alzato il becco. A cosa serve alzare il becco, tanto io sono sempre qui. Tanto è tutto qui, nella mia testa. Dicono. Forse pensa di colpire il vetro, ha il becco lungo e può colpire il vetro anche se ci sono le sbarre, ma ci sono le sbarre e di certo non entra e allora perché rompere il vetro, è inutile. Tutto è inutile qui. Dove sono stata oggi. Perché non ricordo cosa ho mangiato a cena, se ora è notte. Da quanto tempo sono qui. Mi dicono che sono acida e cattiva, perché penso sempre agli scherzi che mi fanno, perché non mi vogliono più. Piegano la verità. Lo so. Perché io ricordo il primo bacio, il primo cinema, il primo ballo con Alberto. Albus Alberto, tanto era pallido. Me l’ha insegnato lui, albus latino, la prima alba con lui. Non mi faceva gli scherzi, all’inizio. Io cucinavo per lui, e lui era felice e anch’io. Ma i piccioni non li ho mai cucinati, perché lui non li cacciava come babbo. Lui non cacciava nulla, comprava tutto. Da lui erano ricchi che non avevano bisogno del fucile e delle trappole. Visto che mi ricordo. Mamma me lo diceva sempre, dov’è mamma. I ricchi son ricchi, e te non sei ricca. Ma io non ci pensavo quando si faceva all’amore. Ora ci pensano tutti. Prima ci si pensava meno, e chi ci pensava faceva finta di non pensarci, perché a pensare ci si fa il sangue cattivo. Una è felice, e il sangue cattivo lo lascia fare a chi non ha altro da fare che pensare. Ora però casa nostra dov’è, Alberto dov’è, mio marito si chiama Alberto, mio figlio no, non si chiama Alberto – è uno solo – e ha figli che non si chiamano Alberto, ma io non ho mai cucinato per i nipoti. Li tirano su tutti perfettini, gli fanno mangiare cosa non so, ma non sanno il sapore dei piccioni, soprattutto non sanno com’è ammazzarli, perché siamo tutti ricchi e nessuno ammazza più nulla per mangiare. I coniglioli, l’odore dei coniglioli era buono, invece, nella stalla. Le galline per gli ovi e vecchie per il brodo, brutte che erano. Come me che sono vecchia e brutta. E cattiva, me lo dice Alessandro, mamma non essere così cattiva. Nessuno ti fa gli scherzi, mamma. Non è vero che non ti si vuole. Però a casa nostra le sbarre non c’erano, le finestre erano due, e non c’era neanche la testa di uccello a fissarmi tutte le notti, con gli occhi piccoli e duri e il naso che ora è un po’ in alto, fermo, cosa aspetta, cosa guarda. È tutto lento. Non passa mai niente, non passa mai nessuno. Dio dei piccioni perdonaci, era la fame. Domani non verrà, se mi perdona. Verrà il dio dei coniglioli, forse. Con le orecchie lunghe e i denti che rodono carote. C’è un unico dio, lo so. Siete voi che non lo sapete. Che pensate di sapere tutto. Io non so niente. Dove sono. Non lo so. Mio marito, Alberto, Alberto, non urlare o ti sente. I miei figli, Alessandro e quello più piccolo. Dove sono. I maschi sono più facili a tirarli su, le donne sono più difficili e quando smetti di cucinare nessuno ti vuole più. Alessandro e? L’altro non c’è. Dov’è. Non lo hai voluto, se n’è andato. Dove. Come me. Sei cattiva. Sei cattiva, mamma. È tutto finto. Ti rinchiudono qui tutte le notti, con un letto che ti rompe gli ossi e un cuscino che ti tormenta il collo e una testa d’uccello che ti fissa. Ora cosa fa, ora cosa fa. Quella testa li vede, i miei occhi non sono chiusi. Mi vuole prendere di sorpresa. Rompe il vetro e entra, le sbarre strette si piegano, entra, mi prende e mi becca all’improvviso, quando chiudo gli occhi e non vedo, ma io gli occhi non li chiudo del tutto, faccio finta e guardo la sua aureola come un tramonto sulle colline da casa nostra, quando ci si voleva bene e si faceva all’amore senza pensare e senza il sangue cattivo e facevo da mangiare e si cacava tutti belli sani le cose che si compravano perché si era più ricchi di quand’ero bambina e bisognava ammazzare i piccioni per la fame, e i coniglioli? Pure quelli, e le galline quando erano vecchie per il brodo, vecchie come me, e forse vuole fare un brodo di me e poi mangiarmi, sono dura e flaccida senza muscoli, con gli ossi rotti da questo letto e il collo che questo cuscino mi spezza ogni notte, ogni notte è solo una fatica, come posso stare sveglia di giorno. Mamma e babbo non dormivano mai, per forza, noi si chiamavano e loro si svegliavano e c’era sempre da fare; a me invece mi alzano sì ma dopo non c’è niente, proprio niente da fare, una chiacchiera o l’uncinetto, nulla, qui non c’è nessuno mai, per forza dormo il giorno e quando vengono – da dove vengono, dove sono – mi dicono che dormo sempre, bel ringraziamento per quello che ho fatto. È morto, ecco dov’è, nella morte, sì, non si svegliò una mattina era freddo nel nostro letto, se ti sembra il modo di scherzare, brutto vecchio. Non c’era la testa di uccello a spiarlo a tenerlo sveglio tutte le notti. Dio dei piccioni che non mi fai morire, sei la mia maledizione, mi tieni chiusa qui, tra le sbarre e quattro muri che non conosco, tutte le notti perché ho mangiato troppi piccioni, ho visto troppa morte e la devo scontare, perché la morte non si divide come fosse un bene, la morte è solo nostra e non si allevia. Mi metto sui gomiti, non fingo più, guardami, le nostre ombre sono una dietro di me, lo so, brutta testa di uccellaccio che mi tormenti. Perché benedetta testolina maledetta testona che non sei. Ma è qui, è finta come dicono, è solo qui. Lasciami. Invece no, continui, lì col tuo occhio nero e duro di perla, mi spii, non mi fai morire, il tuo becco mi solleva le palpebre quando mi cadono, e di giorno dormo per non godermi il sole degli anni passati. I tuoi nipoti, ma chi sono, chi li ha mai visti, dove, non è neppure casa mia, questa, non esiste più niente dopo casa nostra, il letto freddo. Avete ragione sì, avete ragione, alla fine, voi che non uccidete per mangiare, cresciuti non si sa come senza il sangue e la cacca e l’amore di chi toglie la vita, ne sa il valore, o no, povero babbo come sorrideva stanco con l’odore del verde bagnato, mamma di piume selvatiche, e che ho fatto io, che ho fatto, era così bello non potevo dire no. Basta, mi butto giù, mi giro, mi giro verso il muro, più quella testa, più più, se entra e mi prende entra da sola o ha un corpo o sono io il suo corpo o mi mangia mi fa brodo per i suoi uccellini – gli uccellini non mangiano brodo, solo insetti e vermi, fa vermi di me – o se ne va, se ne va via per sempre e io dormo la notte e non di giorno e Ale è felice – solo uno, solo uno, sì – e gioco coi miei nipoti e ricordo i nomi, i nomi e le cose e torno a casa con le due finestre e il nostro letto e tu ci sei nell’alba e io allora mi giro, ora. Eccoti.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
MANUEL.
 
Diciamo pure che mi ero abituata a stare nel mucchio, stare nel mucchio significava essere estratta da un gruppo. Si mangiavano patate fritte in olio di mais, si mangiava in modo sconsiderato. Stare nel mucchio significava estrarre dalla frittura un capello e ricordare Samuel, un capello di Samuel, un capello che solo Manuel avrebbe potuto avere perché Manuel aveva proprio quel genere di capelli che finisce in un cestello di patatine fritte mangiate da un mucchio di ragazze che hanno fatto bolla a scuola; bolla, noi diciamo bolla, Manuel diceva sega perché era più vecchio. 
Quando Manuel e io facevamo bolla andavamo al giardino bianco, restavamo tra i frassini, non mangiavamo niente, ci scrutavamo le mani, le leggevamo anche, e Manuel diceva: - Sai, hai proprio delle belle mani, cioè mani con linee curve lunghe, quando i segmenti si spezzano significa che succederà qualcosa. - Di Manuel non sapevo altro: i suoi palmi non avevano linee, sembravano di cera, mani senza muscolatura, disepitelizzate, mani da malato terminale, ma Manuel non era malato. 
Quando si stava nel mucchio Manuel veniva chiamato Alieno Scintillante. Può darsi che prendesse la cosa come un insulto ma il mucchio intendeva altro, Manuel non lo capiva. Manuel non capiva mai niente, aveva gli occhi troppo chiari per capire, viveva con un topo sulla spalla, bianco, come il giardino bianco. Quando eravamo tra i frassini Manuel evitava di baciarmi per non farmi salire il topo sulle spalle, per impedire che s’invischiasse ai capelli. Non avevo capelli neri lunghi come quelli di Samuel, chi ci vedeva insieme confondeva le identità: lui era incredibilmente donna, con quelle cinture e pantaloni di pelle e camicie trasparenti, il corpo striminzito da malato terminale; ma Manuel non era malato.
L’unica volta in cui provai a baciarlo, al giardino bianco, il topolino gli cadde dalla spalla, giù nel dirupo, nella gravina. Pensai al rumore che fa un corpo quando cade in una gravina. Sentimmo un sibilo, una deviazione di vento. Manuel non disse mai nulla di quell’episodio. Lo ritrovai nel cortile di scuola che strappava articoli di giornale e foto di modelle vestite alla Vivienne Westwood. - Si vede che possono permetterselo, beate loro. - diceva, e non muoveva mai gli occhi.
Nel mucchio diciamo sempre che Manuel si è gettato dalla gravina ma nessuno ha trovato il corpo, così come non hanno ritrovato quello del topo. 
Abbiamo pensato di andare al giardino bianco e gettarci per ritrovare l’Alieno Scintillante giù nel dirupo, ma dopo le patatine nessuna ha più voglia di muoversi. Il cortile della scuola vuoto ricorda l’ingresso di un cimitero, altre volte ci è sembrato un supermercato. 
Nel mucchio dicono sempre che Manuel e io abbiamo un segreto infantile e vigliacco, un segreto irrispettoso e bastardo, un segreto che non permette al mucchio di capire cosa sia davvero successo al giardino bianco.
Al giardino, vedo Manuel sul muretto: steso, immobile, ricoperto di bianco, odora di capelli bagnati ma i suoi capelli non ci sono più, assediati dai peli bianchi. Più mi avvicino e più appare inverosimile: Manuel è ricoperto da una muta di topi bianchi, li sento squittire come sirene d’ambulanza; è immobile, i topi brulicano dentro i suoi occhi, nella bocca, popolano ogni foro. Se mi avvicino ancora posso svegliarlo, dirgli che i topi non esistono e quel giorno nella gravina non è caduto un bel niente, ma resto ammutolita dallo stridio dei topi - stridono non squittiscono, è come se urlassero - dal loro muoversi in muta, precisi, in frattali. 
Me ne vado.
Nel mucchio dicono che Manuel si è ucciso per me, che sono stata io a incitarlo a lanciarsi, dicono che non mangerò più dal loro cestello di patatine, mi guardano e ridono ma ridono da topi. 
Nel mucchio all’ingresso di scuola c’è Manuel con una pelliccia bianca e tutte le ragazze e tutti gli insegnanti, di colpo l’ingresso è gremito, affollato come un centro commerciale. 
Resto in disparte, sul muro. Tra le mani ho il topolino bianco.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
MADRI.
 
Per prima cosa, lasciati alle spalle i pregiudizi. L’aria ne è satura già alla soglia. E il timore. E le preoccupazioni. I “se”. Dimentica ogni cosa, chiudi gli occhi e avanza. Non chiederti se riuscirai nell’intento. Se sarai in grado di aiutarle. Se penserai di ferirle con parole sbagliate. Se riuscirai a relazionarti, a stabilire un contatto, a trasmettere fiducia, a conquistarla. Non è una gara, non ci sono premi. Non ci sono eroi. Il percorso è lento, la terra può crollare da un momento all’altro sotto i tuoi piedi. E se cadi in quel baratro, rischi di trascinarci anche loro. Non cercano pietà, non vogliono sguardi di compassione o di paura. Sono lì perché il destino ha tracciato una mappa diversa dalla tua. Sei una delle tante persone che incroceranno nella vita. Non stavano attendendo nessuno, non hanno aspettative su di te, per cui abbandona l’ansia, cacciala via dal tuo corpo: non sei sotto giudizio. E non pensare nemmeno per un momento che apparteniate a due mondi diversi. Siete parte dello stesso universo. Quella linea, sottilissima, tracciata su un terreno invisibile esiste solo per ricordarti che se vuoi andare dall’altra parte, se davvero lo desideri, allora fallo con delicatezza. Come una piuma. Avvicinati, e guardale negli occhi solo se sei in grado di metterti in equilibrio sullo stesso filo. Varca la soglia, come se stessi andando a casa di un’amica. Di tua sorella. Di tua madre. Sii gentile, rispettosa. Vesti i panni dell’altro. Indossali per un giorno, due, tre. Fin quando l’esperienza te lo potrà permettere. 
La prima volta che entri, superi gli sguardi dei poliziotti. Sorrisi, ghigni. Odore di caffè. Puzza di fumo sulle divise. Ti guardano e si chiedono chi te l’ha fatto fare. Cosa ci fai lì. A cosa servi. È il tuo primo approccio a questo mondo, nemmeno speravi fosse possibile oltrepassare il confine. I più non credono nella rieducazione in carcere. E questa cosa ti sconforta ancora prima di cominciare. Non conosci nessuno, fai parte di una équipe ben selezionata. Sei l’unica educatrice, e istintivamente percepisci un ambiguo e pericoloso senso di responsabilità. Ogni tua azione avrà una conseguenza, devi ponderare con cura i passi. Ti presenti, senti le voci attorno a te, ma tu guardi altrove. Ti perdi in un cielo grigio e invernale, fa freddo e ti stringi nella sciarpa. In un attimo, superati i controlli, ti ritrovi all’ingresso principale. Da una parte la sezione maschile, dall’altra quella femminile. Giri là, dove sai che un gruppo di donne è tenuto sotto stretta sorveglianza, insieme ad altri piccoli esseri viventi: bambini. Sì, perché sono madri. Sono tutte madri e con loro ci sono i figli, figli in pancia, appena nati o pronti ad andare a scuola.
Secondo la legge, una madre detenuta può decidere di tenere i propri figli con sé durante il periodo di pena fino al compimento del sesto anno del bambino. Dopodiché, il procedimento è estremamente delicato. C’è chi può essere accolto fuori da un nonno, una zia, un parente qualsiasi. E chi non ha nessuno. E allora, si attivano altre procedure, altri percorsi, altre scelte. Il più delle volte non sai cosa accadrà. Resti fermo a guardare, e speri con tutto il cuore nella migliore soluzione. Ma esiste davvero qualcosa di meglio? O è semplicemente scegliere tra due cose peggiori? Si è troppo piccoli per prendere una decisione. Troppo piccoli per maturare così in fretta. Eppure devi riuscirci, la vita ti spinge a farlo. E allora cresci, cresci adesso e rispondi. Con la mamma o senza? Dentro, o fuori? Abbandonare la madre. Il calore. Abbandonare il pugno, la violenza. Abbandonare il mondo. Abbandonare te stesso, in balia del vento.
Le madri ci studiano con occhi taglienti: il sospetto divora i loro visi. Sono appoggiate al muro, fumano una sigaretta, si nascondono nelle celle. Altre vagano, puliscono i corridoi. Altre ancora fanno colazione con i bambini. C’è una grande sala, con una televisione e dei vecchi giocattoli in una stanza. Se osservi con attenzione, tutto è ridotto a spazi che dovrebbero ‘somigliare’ a una normale abitazione. Una comunità. Un luogo di accoglienza. Una casa. Ma non c’è nulla di rassicurante. Nulla che trasmetta calore. Le pareti sono fredde, i suoni delle sbarre tintinnano, terribilmente scoordinati con i peluche parlanti tra le mani dei bambini. C’è un discreto via vai di operatori, poliziotti, assistenti. E poi ci siamo noi. Ci sono io. Quelle donne sono dentro per un motivo. Non ci è dato sapere la correlazione tra persona-reato. La motivazione principale è la privacy. Nella mia testa è trascendere il pregiudizio. Siamo tutte tavole vuote, pallide e bianche, ancora da incidere. Non siamo esaminatori. Non siamo nessuno per giudicare le vite altrui. Non darà alcun colore al nostro percorso, sapere chi abbiamo di fronte. Ed è giusto così. L’unica cosa che ci è permessa sapere è la loro storia. E devono esser loro, a raccontartela, solo se lo sentiranno opportuno. Scontano diversi reati, dal piccolo furto alla rapina a mano armata, al tentato omicidio. Questo è ciò che sappiamo a grandi linee. Ci vengono elencate tutta una serie di regole su come comportarci e cosa fare. Dopodiché, sondiamo il territorio. Stabilire una minima relazione è più complesso del previsto. Lascio che l’altra persona mi studi, mi osservi per decidere se fare un passo o meno. Trasmetto messaggi col corpo, una delicata comunicazione non verbale: sguardi, cenni con la testa, sorrisi. Una parola soffiata. Deve sentirsi al sicuro. Io sono lì ad attenderla, ogni qualvolta lo desidera. Quando capisco che la strada è libera, avanzo piano. Se avverto un campanello d’allarme allora mi fermo e resto al mio posto. Indietreggio appena, per far sì che la persona di fronte a me intuisca che non voglio nella maniera più assoluta ledere al suo animo. Le ferite si rimarginano col tempo. Ma a volte, non basta nemmeno quello.
Il progetto si districa in due parti essenziali: una è creare relazione e confronto con l’adulto. L’altra è far frequentare la scuola ai bambini, divenendo figure temporaneamente affidatarie. Come tutrice, è mio compito accompagnarli, passare la mattina insieme a loro in sezione, per poi riportarli dalle loro mamme. I primi giorni sono difficili. Nessuno di loro ha mai frequentato luoghi diversi dall’istituto penitenziario. La maggior parte è nata all’interno delle mura; altri conducevano fuori una vita all’insegna della fame e della delinquenza. Molti provengono da famiglie rom. Questo imprime su di loro un terribile marchio, perché non appena varchi la soglia e ti avventuri nel mondo là fuori, non appena sali sui mezzi e superi l’ingresso della scuola, li senti additare come “zingari” o “quelli che rubano”, da molti dei bambini presenti, cosa che mi lascia impressionata. Qualche adulto non fa nemmeno lo sforzo di tacere al nostro passaggio. L’inizio è complesso. Le dinamiche sono rapide e dolorose.
Io mi occupo di D. e di S. D. ha quattro anni, è sveglia e intelligente, sa come ottenere le cose, ma fatica ad affezionarsi. Quel che comprendo di lei col tempo è che ha una forte sensibilità e ha paura di perdere le persone che le stanno accanto. Per questo mette un muro tra lei e il resto del mondo. C’è la mancanza di un attaccamento sicuro. Vive di ambivalenza, sfumatura che viene a galla osservando il rapporto con la madre. D. esprime tutte le sue emozioni attraverso il disegno. Dipinge con un senso, anche se piccola. Dipinge e una mattina senza guardarmi, mi sussurra poche parole. - Guarda, Arianna. Questa sei tu. E questa sono io. Stiamo prendendo un gelato. - Le dico quanto è bello, non importa che il foglio sia mezzo bucato e quasi tutto tracciato di nero. Lei è felice, e sorride. Quel sorriso mi disarma. Poi, afferra il foglio tra le dita. Prima di strapparlo, guarda le sue mani e con una convinzione assoluta la sento dire “Un giorno sarò una grande pittrice. Avrò tanti soldi. Così mamma non deve più rubare per me. Mamma non è cattiva, è buona. Mamma è cattiva perché mi ha tenuta lì con lei”. S. invece ha cinque anni, anche lui proviene da una famiglia rom, e ha discendenze spagnole. S. è bello come il sole, ricorda i tramonti in riva al mare. Ha un carattere difficile, odia il mondo intero. Non sopporta di esser ripreso e si sente sempre sotto giudizio. La madre ha una lunga pena da scontare e lui è in carcere già da due anni. A scuola sfugge, si isola e cerca di starsene da solo. Una mattina, qualcuno lo offende senza ragione - e il razzismo si sa, ha radici secolari. Le bocche dei bambini sono il frutto di ciò che li ha partoriti. Lo vedo lanciarsi con le mani al suo collo. Non appena provo a separarli, S. mi dà un pugno nello stomaco. E un altro, un altro ancora. Ha una forza incredibile. Grida ”perché”. Lo grida in continuazione. Dice di odiare tutti. Tutto fa schifo. Ti odio, mi dice. Lo sussurra. E si calma, mentre lo stringo contro di me. Mi abbasso, mi fa male il punto in cui ripetutamente ha fatto forza con le nocche. Mi chino alla sua altezza, lo contengo e non smetto di baciarlo sulla testa. Non dico una parola. Nel silenzio si addormenta stanco tra le mie braccia.
Il ritmo prosegue costante. È inverno, le temperature sono sotto lo zero. Bus, controlli, carcere, madri, figli, vestiti, esci, vai a scuola, sopravvivi, dona forza, fatti forza, libertà, poi rientri tra le mura, fai laboratori, vivi di relazioni. Ti fai odiare, ti fai amare. È un grafico asimmetrico. La curva registrata è come un’altalena: su e giù, su e giù. Ci sono giorni che filano lisci e sereni, ti senti in grado di affrontare l’universo. Altri in cui ti senti una nullità, in cui realizzi qualcosa, e tutto diventa nero. Le madri cominciano a fidarsi. Qualcuna si spinge in un paio di battute, una risata. Alcune ammettono di essersi tenute i figli dentro per ottenere una riduzione o una pena ‘ammorbidita’, e qualche privilegio in più, come comprarsi le sigarette o cibo spazzatura. Altre ancora si avvicinano spontaneamente e ti raccontano la loro storia. Chi fugge da un altro Paese. Chi ha subito violenze. Chi sa che una volta uscita tornerà a rifare la vita di sempre, perché nessuno farebbe mai lavorare una come lei, così si definisce dinnanzi ai miei occhi. Come lei. Mai parole furono più dure da sentire. Perché davvero gli occhi del mondo ti puntano come se fossi diverso. Ma diverso da chi, da cosa? Cosa sarebbe questa diversità? Lei sostiene che non avrà mai una vita degna. Non tanto per quel che ha commesso. Ma per la sua provenienza. Per le sue origini. Come se quelle ti condannassero per l’eternità e i secoli a venire. Il progetto non ha lunga durata. Generalmente, non va oltre l’anno. E di progetti simili ce ne sono pochi, sono molto rari, come le perle nel mare. Quel mare bisognerebbe navigarlo ogni giorno, ogni istante. Non andrebbe mai abbandonato, mai lasciato in balia degli eventi. Necessita di esser chetato, osservato. Compreso. Sento giungere la fine del mio lavoro all’interno delle mura e vengo investita da un senso di abbandono: è loro che non voglio lasciare, o mi sento io, abbandonata? Come faranno, come farò? Mi chiedo se per loro sia cambiato qualcosa. Se ho potuto fare nel mio piccolo e umile angolo, la differenza. Se passato qualche giorno dalla conclusione di questa rete complicatissima, si scorderanno di me. Mentre ci raggruppiamo nel giorno del saluto, quello definitivo, le immagini mi scorrono davanti come un vecchio film. I controlli, l’ingresso, le prime impressioni, le pareti vuote, gli sguardi diffidenti, le urla, i litigi, i pianti, i primi abbracci. La realizzazione di ciò che siamo, di ciò che sono. Il bus, la campanella della scuola, la rabbia, la ricerca di sé. Le paure. Resto ferma, circondata da queste donne che ora si rendono conto che è finita. Alcune sorridono, augurano buona fortuna (a me, per davvero?). Altre cercano la stretta di mano, altre ancora tornano alla solita routine. Poi ce n’è una, in particolare, che ricordo sin dal primo giorno aver mantenuto le distanze. Mi fissa con quegli occhi azzurri, di ghiaccio e sembra arrabbiata. Ci ha sempre ritenuto delle truffatrici, ero una perdita di tempo per lei. Non ha mai sopportato l’idea che qualcuno fosse lì per aiutarle. Per lei non esisteva supporto, per lei la nostra, la mia presenza, era sinonimo di giudizio. L’ho salutata con la mano e lei si è voltata dall’altra parte. 
I saluti diventano rapidi, parliamo ancora con alcuni operatori, intanto i bambini si avvicinano salutandoci con entusiasmo. È lì, che accadono due episodi incredibili. Qualcosa su cui riflettere per il resto della vita. Il primo è legato al mio bambino, S. il sole splendente. La madre di S. lo chiama all’improvviso, in disparte. Tutto si fa meno rumoroso, le voci si abbassano come se fosse stata percepita una certa solennità nell’aria. Tensione. Sta accadendo qualcosa di importante. La donna guarda il bambino e con voce ferma gli dice che deve scegliere. Ha la possibilità di stare con lei lì dentro, oppure di uscire. I nonni hanno deciso di farsi carico di lui fino a quando lei non uscirà. E per lei uscire significa attendere ancora diciotto anni. Nello sguardo si legge la speranza, la certezza della risposta. Non gli dà il tempo di rispondere che lo stringe per mano e sussurra - Con mamma, sì?. –Improvvisamente, S. si volta verso di me. Si stacca dalla mamma e mi stringe una gamba - non si è scordato che sto per andarmene. In quell’istante divento una priorità e la cosa mi fa male al cuore. Piange e mi dice - non è vero che ti odio. E poi ancora che sono bellissima. E che un giorno molto lontano mi avrebbe sposata. Poi torna dalla mamma e le dà un bacio. - Mamma, io ti voglio bene. Ma questa non è vita. Io non voglio più stare qui. Io voglio uscire. Voglio vedere cosa c’è fuori. Per cui scusami mamma, ma io non posso stare con te, e tu devi lasciarmi andare. - La sua decisione crea un silenzio pesante. Si fatica a respirare. Le guardie sono vicino a noi, gli assistenti, la nostra équipe. Ricordo la madre di S. che sconvolta inizia a correre via al piano di sopra, nella sua stanza. Non è più scesa. L’altro episodio riguarda la mia bambina, D. Lei, che tanto fatica ad affezionarsi, che sogna di fare la pittrice. Mi abbasso per abbracciarla, le dico che devo andare. Lei si avvicina, gioca coi miei capelli, mi osserva con quegli occhi nocciola meravigliosi. Non ha mai sorriso, nemmeno per un istante. Prima di correre a nascondersi dietro la scatola dei giochi, mi spinge via, mi ferma con la mano. E mi sussurra queste parole. - No, Arianna. Non salutarmi. Non mi salutare come se non ti vedessi più. Salutami come se ci vedessimo domani. A domani, Arianna. -
Sto voltando le spalle a quella che probabilmente è stata l’esperienza migliore che abbia fatto, che tutti dovrebbero toccare con mano. Capire quanto sia importante ed essenziale un intervento simile. Credere nel valore di un’opportunità, per dare una svolta al mondo. Umanamente difficile, complessa, distruttiva, ma colma di speranza. Ed è proprio lì sulla soglia, che quella mamma, proprio lei, che mi ha odiata sin dal primo giorno, mi afferra per un braccio. Subito scatta il panico negli altri, la sicurezza è pronta a intervenire. Io resto ferma, e la lascio fare. E mi sento bene, sono serena. L’imprevedibile è dietro l’angolo. Ma io so cosa sta per fare. La mamma mi volta verso di lei e mi abbraccia. Mi stringe così forte che mi manca il respiro. - Se tu adesso te ne vai, cosa ne sarà di noi?
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
TRADIMENTO.
 
Quando neanche il sesso t’importa più allora sei davvero morto, disse. Era stato un periodo duro, un periodo molto duro, un anno espanso. Avevamo deciso di firmare separatamente, e così facemmo. Ci separammo senza guardarci negli occhi. Dall’avvocato compresi che il mio ex giocava, sceneggiava, fingeva una pace che non aveva luogo. Con me cercava invece di tergiversare, lo faceva in ogni modo. Mi mandava una poesia, rispondevo e lui spariva. Aveva iniziato quando gli avevo rivelato di averlo tradito. Aveva iniziato dicendomi che questa cosa avrebbe lavorato in silenzio nella sua mente, scavato un fiume fatto di rancore, di odio e di morte. Glielo dissi solo per cercare un po’ di attenzioni ma evidentemente sbagliai, non bisogna mai confessare un torto, tanto più che non era stato necessario compierlo. Ci saremmo chiesti a lungo perché avessi deciso di rivelarmi, se fosse per - come si dice oggi? - narcisismo, o semplicemente perché non sentivo più nulla, e io ero avida di sensazioni, sentivo morire le cose, anche le piante morivano in casa nostra, i fiori, le rose, tutto moriva a contatto con la nostra insonnia, i nostri dialoghi privi di pathos, i nostri patetici tentativi di scopare, tentativi che includevano sempre più persone in maniera totalmente ininfluente. Allora decisi, lo tradisco. Farò qualcosa che sia fuori contesto, non un’orgia, non un uomo da portare dentro, ma una pugnalata, una pugnalata in pieno petto in modo da risvegliare in lui qualunque sentimento, qualunque, davvero, fosse pure la voglia di uccidermi. Non c’era una persona reale, non m’importava niente delle persone reali, non avevo una persona reale con cui tradirlo, ovvero, ne avevo molte, ma nessuna figurava come un reale antagonista perché nella morte - in quella morte così perfetta, sublime oserei dire - che avevamo raggiunto, eravamo perfettamente uniti, perfettamente identici. Lui era il mio specchio e io il suo, una forma d’amore ci legava ma non era accompagnata da nessun desiderio vitale, era un anelito vago di oltrepassare la vita. Si era sentito ingannato quando si era reso conto che proprio io - la sua pupilla, il suo prodigio, la giovane studiosa bella come uno stupido dipinto bohémienne - non avevo alcuna fede nella vita, camminavo guardando in alto, mi interessavano le chiese, i dipinti vertiginosi, le storie dei santi. All’inizio ci mordevamo continuamente, sulla metro, gli mordevo le labbra, lui mi lasciava segni profondi sul collo. Poi, smettemmo. Non so quando accadde. Eravamo a Centocelle credo, in un bar con i divani tappezzati male, di quei locali che riutilizzano l’antiquariato di seconda mano, riqualificano l’inqualificabile. Eravamo seduti uno di fronte all’altra quando mi disse: Non sento il sapore del vino, o meglio, lo sento ma non mi piace più. Bevvi anch’io al mio calice e mi accorsi che quel vino era acidulo, decisamente sgradevole. Non ha un buon sapore, dissi. Fu solo l’inizio, dal vino passammo alla carne, ai colori delle pareti di casa, agli spazi ampissimi del centro in cui camminavamo. Non sento il rumore dell’acqua, disse una delle volte in cui ci mettevamo a sentir scrosciare le fontane tanto per illuderci di un’esistenza felliniana. Mi hai fregato, disse a un certo punto, Mi hai fregato, tu sei morta. Ho solo prestato il corpo a qualcun altro, scherzai. Non c’è niente da scherzare, disse. Tu sei morta e vuoi trascinare là dentro anche me. Dove? Là dentro, dove? In questa morte dove ti sei infilata, da quanto tempo ci prendi per il culo? Sorrisi. Mi piaceva sorridere, mi piaceva farlo con il rossetto bordeaux perché sapevo che mi conferiva un’aria di superiorità. Ma che dici? Toccami le mani, dissi. Lo fece. Sei fredda, disse. Aveva ragione, in inverno mi si gelavano le mani, le dita soprattutto, insieme a quelle dei piedi. Ma non è vero, stai entrando in un delirio, io sono qui, ho solo freddo. Sei soltanto una trappola, una trappola per criceti, stai lì, come un criceto a rifare questo gioco, quante volte l’hai fatto? Abbiamo camminato un po’, come sempre, poi saremmo andati a dormire - che in realtà significava non dormire - camminato sul lungotevere tra i platani a cui ero allergica; ero allergica alla polvere, ai platani, alle uova e al pelo di qualunque animale, ma non al sesso. Il sesso mi piaceva da impazzire. Ero capace di venire sette volte di seguito, di non fermarmi mai, era lui che mi fermava, mi bloccava dicendomi: Non ce la faccio, non riesco a starti dietro. Com’era quella frase di Trier? Ho sempre preteso di più dal tramonto, colori più spettacolari quando il sole arriva all’orizzonte, qualcosa del genere. Avevamo coinvolto delle amiche, delle mie amiche, lo divertiva molto mostrarmi come si eccitasse con loro - con una qualunque di loro - con tutte tranne che con me. Quindi quando l’ho tradito ho evitato di scegliere uno a caso degli uomini che mi ronzavano intorno. Ho fatto come la protagonista del film, ho tirato i dadi. Ho scelto sette giorni per sette uomini diversi. Li ho portati in sette posti diversi. In sette case diverse. Erano case di persone che mi dovevano qualcosa, e a cui concedevo di guardare dal buco della serratura. L’ultimo aveva venticinque anni, somigliava al migliore Grignani, quello degli anni Novanta, per intenderci. L’ho tenuto legato per due ore prima di concedergli una penetrazione completa, tanto che appena l’ha fatto è venuto, mi è venuto un po’ dentro. Sono tornata a casa con il suo odore. Ho chiesto a mio marito di toccarmi. L’ha capito da solo, si è allontanato, ha dato un pugno al muro. Non ha detto quella parola, tutto tranne quella parola. Ho sentito l’odore di umidità allagarsi nei muri, li ho visti creparsi nel vaneggiamento di un sisma. Stai lontana da me, ha detto. Hai ucciso tutto ciò che poteva fiorire. Vattene. Dopo l’ultimo amante ho smesso di sentire, ho avuto svariate occasioni di accoppiarmi - mi piace questa parola barbarica - accoppiarmi come fanno gli animali, ma le ho rifiutate tutte. La domestica mi ha sussurrato che durante tutta la nostra storia mio marito sentisse una tale per telefono, ogni giorno, almeno due volte al giorno, la informava del suo lavoro, del suo maledetto lavoro che era anche il mio. Dipingevano insieme quadri monocromatici, dipinti a olio creati ad arte di modo che il colore prendesse corpo sul colore e divenisse una scultura, poi li esponeva a nome suo ma ci lavoravamo insieme, facevamo tutto insieme, anche non dormire e vedere i fantasmi in casa, era una faccenda che condividevamo. La notte partiva l’assalto e lui mi chiedeva di descrivergli lo spettro. Ne vedevo uno sempre identico, una donna con un vestito lungo e un cappello con i lacci a serrare la gola. Dallo stipite della porta della camera da letto mi fissava. Mio marito mi indicava come liberarcene, lui non poteva vederlo ma ne intuiva la presenza. Devi chiudere il gas, diceva. Ma è chiuso, dicevo io. Devi farlo per dieci volte, apri e chiudi, apri e chiudi, eccetera, per dieci volte. Io come una stupida mi alzavo e chiudevo quel cavolo di gas per dieci volte vestita come il fantasma che veniva a farci visita, ma senza cappello, e quando tornavo lui russava, se entravo nel letto si svegliava. 
Insomma ti ho tradito, l’ho fatto molte volte, una notte con un tale non volevo più smettere. Era un luminare dell’Università, o forse millantava di esserlo. Non riuscivo a smettere, era diventata una smania, volevo farlo sempre un’altra volta, e lui ci stava. 
Vattene o ti ammazzo, disse proprio così, Vattene o ti ammazzo. Prima di andarmene feci scorrere l’acqua nel rubinetto, bevvi. Aveva ragione, il sapore delle cose era cambiato, calcico, acidulo, indigeribile. Spaccai il bicchiere, lui guardò i vetri come se non avessi fatto niente. Sei felice?, disse. Ti porta bene questo scompiglio? Ti porta a raggiungere il tuo Dio? No, dissi, Al contrario, mi porta malissimo, mi separa dalle cose, da tutto, e non ho nessun Dio, ho solo te. 
Quella sera me ne andai a dormire in albergo, anzi, in una pensione penosa. Faceva un gran freddo e arrivava il rumore delle auto, per tutta la notte non c’è stato altro che quel rumore. Da allora quando vado nei posti, sia pure per leggere delle poesiole, presentare dei lavori cui magari ho dedicato mesi, anni, non accade niente, è come se io non ci fossi, sono diventata invisibile, di quello che scrivo non arriva nulla. Sono il fantasma che vedevo sulla soglia. Era solo questione di tempo, lei era me e mi avvisava ma io non la capivo. Non avevo che brividi. Ora so cosa voleva dire, l’ultima volta a una mostra ho trovato anche il cappello, l’ho indossato. La mia pelle si è riempita di chiazze bianche, credo si tratti di muffa o di qualche fungo: sono ovunque, soprattutto tra le gambe, e non passano, peggiorano di giorno in giorno. La notte mi guarda appesa al soffitto, non mi lascia dormire.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
ALLE CINQUE.
 
<<E tutti gli uccelli gridavano con un’unica voce
la voce di quelli che non hanno voce
la voce degli invisibili del mondo
la voce dei diseredati del mondo
dei fellaheen della terra.>>
 
(Lawrence Ferlinghetti).
 
Mi hanno cosparso le zampe con qualcosa che ha un odore insopportabile e brucia. Non riesco a stare fermo, da ore ormai.
Hanno spalmato un unguento sui miei occhi, la vista è annebbiata. Il caldo è insopportabile e respiro a fatica.
Sento i muggiti lontani dei fratelli, richieste di aiuto, e io sono bloccato qui - Ah, se potessi correre.
Ecco, mi liberano! Arrivo, fratelli!
Percorro un corridoio angusto, sconosciuto. Faccio più in fretta che posso, intravedo sagome di uomini che dall’alto mi colpiscono e gridano. Galoppo per sfuggire ai loro bastoni e arrivo a un’altra porta. Mi giungono rumori e odori, annuso forte l’aria attraverso la fessura di questa porta, per capire.
Finalmente si apre e mi getto fuori.
Non ci sono i miei fratelli, di loro resta l’odore. Il mio stesso odore, quello del nostro fiato, del nostro pelo. E c’è anche l’odore della paura, che forse è solo mio. E un odore di morte, che mio non è e sale da questa terra battuta che non è uniformemente bianca.
Alzo la testa, espiro forte dal naso e sbuffo e cerco di liberarmi le narici da questi odori più forti di qualsiasi cosa abbia sentito.
C’è un clamore di suoni e colori. Non vedo bene, ma certo molti uomini si sono riuniti qui e producono suoni. Colori ovunque, quanti non ne ho visti mai. All’allevamento c’era il verde lucido dell’erba e il giallo delle praterie e i verdi teneri dei bordi spinosi di cactus dove arrivavo saltando con i fratelli. I fiori dei cactus erano gialli, alcuni rosa: noi cercavamo di brucarli. C’era Miguel, anche, e lo lasciavo avvicinare e accarezzarmi il dorso. Si prendeva cura di me. Altri mandriani si prendevano cura dei fratelli.
Qualche volta ci raggiungevano delle femmine, nella prateria: giovenche dai corpi forti - ondeggiavano sui prati lasciando strisce di profumo irresistibile. L’odore era forte e smaniavo. Quando c’erano, Miguel lasciava che mi unissi a loro.
Anche questo odore è forte, questo odore di morte e di sudore. Di eccitazione. Anche i colori tutt’intorno ondeggiano, si muovono e c’è come una scarica elettrica che percorre tutto, molto più forte di quella che dava il filo, la recinzione della prateria.
Tutto intorno è rosso e giallo, i colori del sole. Sole che picchia su questa terra battuta e su di me e sull’oro che ho intorno. Manda riflessi accecanti.
Nelle narici entra sanguigno e brucia.
Voglio tornare nella prateria, sentire il fresco dell’erba, voglio uno scroscio di pioggia, e rumori di tuono. Vento della pianura perché non soffi? Uragani e tempeste accorrete a spengere questa pioggia di fuoco!
Ma che succede ora. Entrano uomini a cavallo, mi circondano. Gli occhi dei cavalli sono bendati, ma dall’odore so che sono sbarrati dalla paura. Li conosco, i cavalli, ce n’erano parecchi nell’allevamento. Ci assomigliamo, solo che loro si lasciano montare dall’uomo, noi no.
Gli uomini spingono in avanti i cavalli usando gli speroni e quando mi sono vicini mi colpiscono con punte acuminate. Non sento dolore, ma una rabbia salire dagli zoccoli imbevuti di veleno e arrivare alle corna, muoverle in avanti alla cieca, con questi occhi che vedono poco. Devo allontanare gli uomini e le loro armi. Sento le corna penetrare nella pancia del cavallo, fino in fondo, sento che frugano nella carne viva.
Il cavallo ha disarcionato il cavaliere e ora si allontana, disperato cerca la porta da cui era uscito sull’arena.
I cavalli pascolavano vicini a noi, all’allevamento. Correvano sulle praterie, scuotevano le criniere bellissime nel vento. Ora questo fugge calpestando nella corsa le proprie budella. Mi lancio sul cavaliere, ma un altro cavaliere e un altro ancora si avvicinano con le loro cavalcature e insieme mi colpiscono. Ancora.
Il primo cavaliere si è rialzato. Gli viene riportato il cavallo atterrito, morente, e l’uomo di nuovo monta in sella. Adesso ci vedo un po’ meglio: la folla è in piedi, le grida aumentano, le mani battono a migliaia. È dunque questo quello che vogliono da me?
Sì, dev’essere questo.
Allora va bene, faccio quello che vogliono: mi slancio ancora sui cavalli, il mio sangue gocciola sulle interiora che essi perdono sull’arena, mentre risuonano sempre più alte le grida intorno.
Altri uomini arrivano, piantano bandiere sul mio dorso. Bandiere ce n’erano anche all’allevamento: sui pilastri d’angolo della recinzione sbatacchiavano al vento.
Carico, cerco di spaventarli. Perché mi perseguitano, mi tormentano?
Nella prateria c’erano molti uccelli. Seguivano i nostri passi, si appoggiavano sulle nostre schiene a mangiarci le zecche. Poi volavano via. Avessi le ali. Ci sono animali che nascono liberi. I cavalli no, l’ho capito subito. I tori nemmeno, e io che credevo di esserlo.
Ah, Miguel! Cosa è accaduto della tua mano che mi toccava la groppa? Non vedi cosa mi stanno facendo? Grido e muggisco con la forza che mi rimane:
- Da questa parte! Di qua, Miguel! Non mi vedi? I fratelli sono morti, l’odore del sangue è ovunque. Ho ucciso i cavalli, era questo che volevi? L’ho fatto. Ma ora vieni, accorri in mio aiuto! -
Poi, improvvisamente, tutto tace. Sento le gambe deboli, ma resto ben piantato al centro, col mio decoro di bandierine e una nuvola di mosche a tormentarmi le ferite. Con me solo due cavalli che si dibattono nell’agonia, le zampe verso il cielo.
Tan Tan Tan. Un suono lento e triste si diffonde nel silenzio. Entra un uomo piccolo, riccamente vestito. Nella mano sinistra regge una spada che crede nascosta sotto a una stoffa rossa, ma io la vedo.
Taratatan. Tan tan. Taratatan.
L’uomo avanza mostrandomi il suo drappo rosso. Mi lancio verso di lui, più volte. Sa evitarmi, è scaltro.
So che mi ucciderà, e non so perché.
Gli vado incontro per l’ultima volta, a testa bassa. Sento la lama attraversarmi il corpo. Il sangue m’invade il respiro e arrossa la schiuma che esce dalla bocca, dalle narici. Mi piego sulle ginocchia. La folla grida e applaude, lancia fiori. Era questo che volevi, Miguel? Questi inni di gioia?
Il dovere è la morte, ora ho capito.
La testa mi cade nella polvere.
Non sento più caldo, finalmente. Anzi, brividi mi percorrono la groppa, come quando si avvicina un temporale. Forse pioverà.
Sono spariti tutti, il mio corpo si abbandona a questa nuova pace: la terra la penombra il fresco accolgono il peso del mio corpo. È un momento magnifico, vedo di nuovo il verde splendente dei fili d’erba. E quanti fiori, tutti intorno. L’odore di una giovenca mi raggiunge, è il profumo più buono che io conosca. I fratelli sono intorno a me, insieme leviamo alti vittoriosi muggiti. Mentre si fa sera.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
RITRATTO DI DONNA.
 
Quando ti ho conosciuto avevi vergogna di te. Ti vergognavi poco prima di una sera fuori, oppure davanti allo specchio di un negozio nel tentativo di misurarti una gonna, un vestito a colori o un bikini. La pelle chiara si mostrava intera dal tuo corpo puntellato di nei che hai odiato da sempre, né troppo magro né troppo grosso. Niente di tutto ciò che ti riguardasse sembrava rientrare nel cerchio di un’accettazione anche solo apparente. Ti rinnegavi, in lotta con un riflesso pronto ad avvicinarti a una crescita innocente, mentre tu insistevi per levartela di dosso, quell’evoluzione, bramando altre linee, altre fisicità, altre biologie. Anche le mie?
Ebbene, persino oggi si torna a parlare di te, senza che io sappia più cosa dire. Si torna a parlare di te con chi altrettanto ti ha conosciuto, ma mai come ti ho conosciuta io (presunzione interiore che mi ostino a concedermi). L’altra notte sei ricomparsa in sogno, nella stessa veste e con lo stesso sorriso, quei denti larghi pronti a raccontare un imbarazzo o un’allegria tutta istantanea. Un disegno di bocca che oggi (ne sono certa, perché non dovrei?) non ti stampa più il contorno di quelle labbra né troppo sottili né troppo grosse.
Tutto questo non fa però comprendere l’incrocio dei nostri vuoti, in ascolto l’uno dell’altro finché si è potuto, finché si è voluto: la gita al ginnasio, la tristezza nei tuoi occhi troppo piccoli per contenerla e che, durante una di quelle notti, si rivela per chiedere aiuto. La prima volta che hai detto “guardatemi” e io ti ho vista, attanagliata da una supplica fino a quel momento inascoltata. Rinnegavi te stessa prima ancora di rinnegare la vita. A quindici anni è possibile, come è possibile perdersi su un banco di scuola nel buio della propria mente e restare lì, soltanto lì, mentre le voci intorno sfumano in un rumore atono e senza forma. Tu questo l’hai sempre saputo, esperta soltanto di te.
Poi, una fotografia. Quella che abbiamo scattato dalla nave con le facce sfatte da un sonno bruscamente interrotto, poco prima di rientrare alla nostra terra. Negli anni a venire l’avremmo odiata con tutte noi stesse, ridendo di quell’apparire così adolescenziale, tra capelli fuori posto, apparecchio ai denti e corpi indesiderabili. La foto, indizio irripetibile dei nostri esordi, è ancora nascosta dentro il raccoglitore beige con i disegni di un mappamondo antico, quel mondo che solo fino a un certo momento si può stringere in mano. Puntualmente mi trovo a ricacciarla insieme allo stesso identico presagio di rancore che non ho più le forze di ascoltare.
Dei pomeriggi a casa tua o in spiaggia, solo il sapore di una nostalgia tangibile sulle nostre primordiali differenze: tu bianca, io scura; tu riccia, io liscia; entrambe con il vizio della riflessione e dei buoni principi senza nessun principe vicino, di fronte a una vita che sfotte le nostre inutili insicurezze, quei beceri disagi di chi vorrebbe solo riuscire a vivere fregandosene dei pensieri. Due incapaci che brillano sorridenti delle loro fantasie.
Una volta mi hai azzardato un complimento. Camminavamo sotto il portico affollato di un centro di provincia, tra voci e fischi di uomo dietro i nostri passi distratti. Di quelle parole ricordo solo una veste in superficie a coprire ben più grandi profondità, che senza accorgermene sei sempre riuscita a mascherare un po’. Mi chiedo quanto fossi abile ad ingraziare tenerezze confondendo la gentilezza con l’ammirazione spietata, i tuoi vuoti con i pieni degli altri. Anche i miei.
E poi? Sembri fatta di “poi” che non so più delineare. Sommersa da un oggi polveroso, scrivo di te come fossi un ricordo alla rinfusa. Con i tuoi modi ed il tuo essere sei riuscita a farti trattenere anche a una distanza lontanissima. Incolpo te e così nego di essere io a trattenere ogni cosa, persino quello che non serve, in bilico tra ciò che si voleva e non si sa più. Intermittente.
Il vento dei vent’anni ci ha avvolte come una camicia di forza, stringendoci al richiamo di un’interiorità che muta e non vuole. Ti guardavo negli occhi, quegli occhi piccoli, e mi pareva di sentire tutto l’odore di un’unione possibile. Ti donavi in slanci di abbracci stretti e improvvisi, mi riservavi un affetto che alla fine era solo il riflesso di quello che volevi per te e per te soltanto, spargevi lealtà sui miei giorni di sole e nuvole. Sorreggere il peso dei tuoi malesseri era il mio unico modo di ricambiarti, di trattenerti.
Ho perso il conto delle notti a raccontarci le nostre immaginazioni, con le gambe sollevate verso il muro illuminato dalla fievole luce dell’abat jour, ora ridendo ora più serie nella leggerezza di un pigiama estivo; o mentre ti tengo tra le braccia e raccolgo le tue lacrime, nell’insano scopo di cancellare una volta per tutte i tratti delle ferite che continui a mostrare e gridare.
Volevo essere il tuo pieno e non era necessario. Lo sapevi tu, oggi lo so io. Quanto si può essere stronzi a capire certe cose solo dopo?
La camicia s’è strappata spedendoci nell’imprevisto di un altrove diviso. Forse lo sapevamo, forse ce lo siamo dette con quelle voglie che hanno smesso di essere entusiasmo, ascolto, discorsi, abbandonate da una forza sempre più debole, senza capire dove siamo giunte e perché ogni volta, là in fondo, debba esserci scritta una fine. Forse lo sapevamo ma nessuno l’aveva accennato. Che guaio il sapore della fregatura.
Oggi che compio trent’anni fisso l’unica sedia vuota lungo questa tavolata di festeggiamenti. Penso: potevi esserci tu. Mi sembra di vederti, la testa appoggiata a una mano, la pelle chiara e gli occhi piccoli ma attenti – la stessa posa che porti dentro l’immagine del tuo profilo – mentre guardi e ascolti la me che non conoscerai.
Invece posso solo immaginarti come potresti essere davvero, mentre cammini contornata di quella felicità oggetto delle tue aspirazioni recondite, sotto il portico affollato di un capoluogo, chissà, mano nella mano con il lui che sposerai e con cui già vivi la vita che volevi – i tuoi vuoti sono ancora vuoti? – piena di quella pienezza che non prevede assenza. È così che ti vedo e non sento, non provo, come quando mi capita una tua vecchia foto tra le mani e si interrompe tutto ciò che è in potere del prima.
Ma è alla luce di una distanza sempre più vasta di luoghi, tempi e corpi che posso rivederti com’eri; allora riesci a mancare, persino oggi, persino adesso. Poi arrivi in sogno e colmi assenze, le mie. Come fare a dirti che solo nei sogni tutto ritorna com’era? Le parole, i gesti, le espressioni di un sentire condiviso che pareva nostro e invece poteva essere di chiunque.
Ora sono io a vergognarmi: del divario tra me e ciò che i fatti affermano a gran voce, come una bocca spalancata di pescecane pronta a zittirti e risucchiarti; del bisogno di fermare il tempo che ci sovrasta irreversibile sull’unica direzione che mai più ritroviamo.
Di tutto quel crescere, dei giuramenti solo apparentemente certi, resta una sfumatura, forse, una luce di tramonto intermittente che evapora per non tornare.
Quando ti ho conosciuto è ancora qui, e se provo a parlare di te, non mi resta niente da dire. Ma dentro, solo dentro, sì.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
RITRATTO DI MADRE.
 
Non bastava strappare dalla placenta un corpo, sfiancato dal presagio del vagito finale. Bisognava sparare in bocca un silenzio definitivo all’infante, stroncare il desiderio di infinito, fracassargli le ossa nello stillicidio di giorni identici nel dolore. Trepidante attesa per la Scena Madre di quest’opera inconclusa.
Nel sonno caddi dall’albero e squarciai il ventre di mia madre: vi infilai biglie trasparenti, monetine d’oro, petali di ranuncolo. Mi ficcai dentro, ricucii tutto sperando di rinascere pura, preziosa, profumata. E che fosse felice dell’albero come del frutto. Pensavo che sarebbe rinata insieme a me invece più io crescevo più lei sfioriva. Ricordai che dentro il ventre di mia madre ero un limone: piangevo, le mie lacrime cadevano sulle sue ferite. Non capirò mai perché quando si nasce ci si sente subito soli. Le ferite ci separano invece che unirci. Il nostro amore è in putrefazione.
- Facciamo un gioco: prendi una cosa che ami. – disse mia Madre.
Sul letto sfatto c’era il Coccolino di pezza, il mio preferito. Lo presi.
- Staccagli il braccio. - disse mia Madre.
- Non voglio fargli male. - risposi.
- Se impari a distruggere tu stessa la cosa che ami nessun altro potrà farlo, nessun altro avrà questo potere. - disse mia Madre.
Chiusi gli occhi, abbracciai il Coccolino. Aprii gli occhi, li ficcai in quelli di mia Madre. Feroci. Il cuore, quel pomeriggio, l’ho preso a morsi e buttato nel cesso, insieme al vomito e alle piume, e ho tirato lo sciacquone. Il Coccolino restava a terra, inservibile. Non raccolsi i suoi pezzi, e nemmeno quelli di mia Madre.
Madre spezzata dalle proprie pene, bramosa del suo dolore, la attende sull’uscio con ali spiegate, le gambe accavallate, i lustrini della festa, il ventre vizzo, i seni riarsi, la seduce e – Vieni. - dice. La persuade a tornare al conforto di ogni cosa saputa. Madre non si dialoga, si subisce. Figlia ritorna, diventa Madre e si spezza continuamente. E, spezzandosi, continua. L’unico atto idoneo alla vita è il silenzio. O un grido di disperazione. Per uscire dal bianco di questo inferno basterebbe un grido feroce, o un battito d’ali. Vessata dall’esecrabile balbuzie di un’attesa inutile, questa piccola donna sdraiata immota ha barattato sottili labbra dorate con un paio d’ali bucate. Ebbra di stanchezza, sfianca troppa bellezza, s’addormenta accanto al mozzicone acceso, un’ala si brucia e batte il capo sul sasso scagliato da un dio borioso. Apre gli occhi come chi muore senza aver mai saputo il volo nessuno al capezzale. Non chiama l’infermiera, si sfila le ali, le butta dal balcone. Lancia un ultimo sguardo alla luce bianca butterata dal dolore di chi resta, sonnecchiando in attesa del prossimo morire. Non ci si abitua all’umiliazione di morire, o di guardare chi muore. Bacio le labbra estinte di qualcuno che ho amato, senza toccarlo accolgo il rumore rappreso di sangue stinto. Posso solo guardare. Mi ferisce troppo amore la sera di chi resta solo. Mi ferisce sapere. Non poterlo (potermi) salvare.
Se si spezza la Parola sul binario non voltarti. Io sono di quelli che non avanzano, lo scarto, lo sputo raggrumato sul mozzicone spento. Io resto, do not go beyond the yellow line, il braccio sempre teso oltre la linea di confine, brandelli di cuore appesi alla banchina. Alle 9.35 consumo l’ultimo fischio d’Addio, sul mio labbro sbreccato nessuno si siede. Se mi cerchi, sono la Cosa che giace al binario 2. Il silenzio è tempesta di buio che pesa, non so (non oso) parlare, non oso (non so) la Parola (perduta) per dire la Cosa. Deraglia, sbiadisce, perde peso. Il buio, ciondolando, spezza il collo alla sillaba iniziale. Nessuno intima - Fermate l’esecuzione! - All’alba la parola resta sola sotto la lama, senza più suono, senza nessuno che la dica, perdura spezzata.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
ACQUA SPORCA.
 
Quando mi hai aperto la porta, ci hai messo qualche istante a riconoscermi. Non c’è da stupirsene, sono passati tanti anni. Mi hai guardata senza curiosità e mi hai chiesto se volevo entrare. Ho fatto segno di sì con la testa e ti ho seguita. L’appartamento non è cambiato, e mentre mi siedo sulla poltrona a fiori del salotto osservando il quadro appeso alla parete di fronte a me, mentre aspetto che tu mi prepari un tè che non ti ho chiesto, penso che non mi sarebbe difficile immaginare di tornare indietro di vent’anni. Basterebbe un battere di ciglia per ripiombare in pieno in uno di quei pomeriggi di fine ottobre, con la luce forte che filtra prepotente dalle finestre, i mandarini nella fruttiera, le noci nella cesta e una scatola di gianduiotti semivuota in mezzo al tavolo.
Con un altro battere di ciglia torno nel presente, di fronte al tè bollente, al bricco del latte, alla fetta di limone. Quello che sono venuta a raccontarti devi averlo già saputo dai giornali o dalla polizia. E allora faccio prima: non te lo racconto. I tuoi occhi mi dicono che sono diventata brutta, ma in carcere chi non lo diventa. Sono la mancanza di cura e di sonno, il rimorso, la stanchezza, la noia a ridurci così. Non sai cosa dire. Ogni tanto mi guardi. Di sicuro ti stai chiedendo cosa sono venuta a fare. Sono qui per parlare, eppure le parole non escono, neppure adesso. Si formano nella testa ma restano scollegate, non si trasformano in frasi, in discorsi.
– Vuoi un cioccolatino?
Mi porgi una scatola di gianduiotti e io sorrido perché mi viene da pensare che sia quella di diciotto anni fa.
– Grazie.
Il passato oggi ritorna più violento del solito. Rivedo una mosca che ronza sul vetro poco pulito di casa mia, dove un’unica stanza fa da soggiorno, da cucina, da studio e da sala da pranzo, sento di nuovo i miei piedi bagnati sul pavimento ghiacciato, sento ancora il rubinetto della vasca che non smette di gocciolare. Il bambino è addormentato. Se ne sta disteso sul divano e la sua espressione è dolce, rilassata. Ha smesso di urlare, di chiedere, di dire di no. Ma questa pace non durerà che per poche ore. Fuori, il mondo affoga sotto il diluvio universale, i fulmini schiariscono a tratti una striscia di cielo viola, i tuoni la squassano.
Sono venuta con un pacchetto di Natale; non lo scarti neppure e fai bene, tanto dentro c’è il solito foulard. Sono venuta a dirti che quella notte con me c’eri tu, a bisbigliarmi all’orecchio che la disfatta era l’unica soluzione possibile.
Dimentica tutto. Tanto non ho ancora detto una parola. Sono venuta a dirti che ciò che hai letto sui giornali non è la verità. Mi guardo intorno e mi accorgo che hai tolto dalla libreria la mia fotografia nella cornice d’argento, quella del giorno della laurea, e anche le poche foto che avevi scattato al bambino quando era ancora piccolo, prima che iniziasse a urlare, prima della diagnosi e di tutto il resto.
No, sui giornali non hanno scritto la verità. Hanno detto che sono stata io a spingere il bambino dalla terrazza e io non ho fatto niente per smentirli. Ho lasciato, fin dall’inizio, che tutti credessero a una versione falsata. Ma quella notte pioveva a dirotto, avevo deciso di smettere di vivere quindi mi era indifferente. Hanno detto che l’ho lanciato dal quarto piano ma le cose sono andate diversamente. Te lo racconto a bassa voce. Sono io che volevo buttarmi, lasciare il bambino a te e a quelli come te. Ma il bambino aveva troppa paura di restare solo, o forse mi voleva semplicemente troppo bene. Fatto sta che ha cercato di trattenermi. Quando ha capito che non ci sarebbe riuscito, si è giocato l’ultima carta. Si è buttato al posto mio. Forse credeva di essere immortale. Forse non gli importava di morire, forse pensava di salvarmi. Alla polizia ho raccontato la storia più facile che mi è venuta in mente perché non speravo di averne una migliore.
Rimango zitta, a fissarti. Tu mi guardi e non dici nulla. Non sai dove mettere le mani, le sposti impacciata dalla tazza con dentro il tè che non hai bevuto, ormai freddo, alle vecchie riviste posate sul tavolo del soggiorno. Probabilmente non apri il mio pacchetto perché poi saresti costretta a dire - Grazie, che bel foulard. - e non ne hai voglia. Oppure te ne sei solo dimenticata.
Con la mano piena di anelli cacci via un insetto inesistente. Mi chiedo perché tu non abbia toccato il tuo tè. Mi chiedo a cosa stai pensando. La verità mi rimane incagliata tra i denti e la lingua. Eppure vorrei, sai, vorrei raccontarti di quella notte. Del cielo viola, del lampione bianco e dell’acqua che ci inondava senza pietà. Una cosa del genere non poteva succedere che sotto un nubifragio. Ricordo quella strana lotta sul balcone, il bambino magro, le sue ossa tra le mie mani. Mi grida “Mamma, no”. Si mette tra me e la ringhiera e continua a urlare. Ricordo il suo sguardo terrorizzato e fisso verso il vuoto. Ho appena il tempo di chiedermi quanto è lontano il suo orizzonte, fin dove arriva. All’inizio non capisco, e quando capisco è tardi: il bambino si è già lanciato nel nulla, sta già volando verso una forma diversa. Ricordo il rumore sordo del suo corpo contro l’asfalto. Non riesco nemmeno a dirgli addio, a chiedergli scusa, ad augurargli buon viaggio. Forse doveva essere lui ad augurare buon viaggio a me, perché il viaggio che iniziava per me quel giorno era duro, faticoso e non mi avrebbe portato da nessuna parte. La pioggia ci inondava e ci sovrastava. Il mio mondo finiva.
Ricordo l’ambulanza che arriva a sirene spiegate, gli inutili tentativi di rianimare il bambino, ancora sotto una pioggia scrosciante. Io penso: mio figlio è morto, e non provo né gioia né dolore, solo stupore. Poi per un attimo alzo la testa verso il cielo, e la pioggia mi cade negli occhi e in bocca. Mi guardo intorno e riconosco facce note. Sono usciti di casa i vicini, sono venuti a vedere lo spettacolo, e lo spettacolo non è bello perché dal corpo inerte e fradicio del bambino escono sangue e un liquido rosa.
Ti guardo, e a un tratto mi accorgo che non ci sei. Fissi le mie mani, poi la tua tazza di tè. Dopo, il tuo sguardo si perde nel riflesso che la lampada da tavolo proietta sul pavimento di legno. I tuoi occhi, che un tempo mi facevano tanta paura, all’improvviso mi fanno solo pena. Non vedono più nulla oltre le cose, non comprendono, non sanno. Forse hanno smesso persino di giudicare. Ne sono certa, il tuo orizzonte non va oltre il divano di pelle bianca, la poltrona, i cuscini morbidi e rassicuranti, il parquet, così come il mio un giorno si è fermato per sempre contro un cielo viola senza stelle né luna. E nessuno ha pianto per me.
Ora che ho trovato la forza di affrontarti per davvero, mi accorgo che non è più possibile. Poco dopo che mi hai aperto la porta, ho avuto la sensazione che tu mi avessi riconosciuta ma dev’essere stato solo per un attimo, una scintilla nel buio e nulla più. Non sai chi sono, mi hai dimenticata e il tè lo hai offerto a un’estranea.
Mi domando cosa ti abbia ridotta così. Forse non hai retto il peso di ciò che è successo. Forse invece è stata la solitudine. Forse è stata solo la vecchiaia, o una qualche malattia degenerativa. Rabbrividisco al pensiero che tu sia malata, che i tuoi, i nostri ricordi siano spariti dalla tua mente. Ho aspettato questo momento per diciassette anni, ho aspettato per diciassette anni di trovare il coraggio di venire a raccontarti tutto e, ora che finalmente il giorno è arrivato, tu mi colpisci ancora una volta alle spalle scivolando via, abbandonandomi a me stessa. Addio mamma, forse ho ucciso anche te. Mi alzo e mi dirigo verso la porta. Tu mi chiedi se voglio ancora del tè. Non avrebbe avuto senso parlare e mi sento una stupida per averci anche solo pensato. La mia storia la porterò con me, e magari un giorno avrò anch’io la fortuna di dimenticarla.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
BRAVA RAGAZZA!
 
Sono seduta a terra, la schiena contro un muretto di sassi arroventato. Me ne sto così, con in grembo la testa di un uomo agonizzante, che respira a fatica, non so ancora per quanto. La testa si muove appena, il corpo no. È sporco di feci, urine e vomito, l’ordine è partito dal cervello, ma era un cortocircuito, forse un ictus.
Le mosche sono arrivate per il loro banchetto, non posso cacciarle, devo tenergli la testa sollevata, potrebbe morire soffocato dal suo vomito, è un manichino col collo spezzato. 38 °C, l’estate più calda del secolo più caldo, su una strada sterrata. Lo stomaco si contrae, sto per vomitare, salgono spasmi violenti, ritmici: il caffellatte del mattino e mezzo litro di acido spalmato sulle rose, sulle rose del mio bellissimo vestito. A malapena sono riuscita a evitare la sua testa, lui non può muoversi, o forse non vuole. Due lucertole, una scivola sulle mie spalle, con un movimento brusco tento di allontanarla, sangue freddo il loro, sangue freddo il mio: non provo niente.
L’uomo è Roberto, un tempo il mio compagno di vita, adesso niente. Ma sono un medico, resto, se lascio la testa lui muore.
Dovevamo vederci per il pranzo, volevi parlarmi.
- È una cosa importante. -
- Di che si tratta? -
- Poi ti spiego. -
Invece non lo saprò mai, stai morendo, provi ad aprire gli occhi, la luce è accecante, non ci sono lacrime a proteggere le tue pupille grigie, grigio acciaio, opache, blindate, e del resto io lacrime non te ne ho mai viste, neanche quando è morta tua madre, non ne avevi la necessità. Non c’è più acqua nel tuo corpo, la pelle è carta ingiallita, il sangue pulsa fiacco nella giugulare, lo sento sotto i polpastrelli, sei l’agonia di un insetto contro un vetro. Vorresti dire qualcosa, ma le labbra sembrano rami secchi, intrecciati nella piega sprezzante di sempre. Mi chiami amore.
Lo dici prima di ripiombare nel tuo inferno di sete e paura. Penso che è un pezzo ormai che ho smesso di essere il tuo amore, è solo che hai una paura fottuta, che sei pieno di merda e che, se ti lascio la testa, il collo ti si spezza del tutto. Lo sai che stai morendo? Che cos’è, che cos’è che dovevi dirmi di talmente importante da tenermi inchiodata qui con la speranza di riuscire a dirlo prima di crepare, in quest’inferno di sole, polvere, sudore, cicale impazzite. Stavolta non ce la faccio a salvarti la vita e sto qua coperta di sudore, una bambola di pezza col suo manichino, però adesso ti lascio, sarò pure un medico, ma tu stai morendo e io voglio vivere.
Finalmente, una macchina viene verso di noi. Ma non rallenta, prosegue, non ci ha nemmeno visti, com’è possibile? Scopro che è possibile, invece: aria condizionata, musica a tutto volume, sono come fortezze viaggianti, vagoni senza locomotiva, dirette verso il nulla, perché non c’è nulla dopo le nostre case, presto dovrà tornare indietro e s’accorgerà forse, mi dico, ecco guarda sta tornando. Prosegue, non ci ha visto neanche ora: com’è che siamo diventati invisibili? E quando?
E intanto non ce la faccio ad andarmene e la tua testa pesa, grava sul mio ventre scavato e rovente, una maternità di morte, una deposizione, e la tua testa, la tua bellissima testa piena di Nasdaq e Down Jones, e titoli a decidere del tuo umore, grafici a intossicarci la vita e il turismo delle tue piazze finanziarie nelle quali mi annoiavo a morte. Non ti sei mai accorto che ero altrove?
Rumore di imposte che si aprono: la sagoma di un uomo riempie il vano di una finestra, una sagoma enorme, rigonfia, una pesante catena dorata che fa il periplo di un collo taurino e che il sole fa brillare. Sta parlando al telefono, ad altissima voce, si prende tutto lo spazio sonoro, ride sguaiatamente e qua si muore in silenzio, zitti, come capita agli invisibili. Però da quella posizione dovrebbe vederci, potrebbe, almeno io lo vedo: - Ehi, mi senti? -
Qualcuno si tuffa in una piscina, non riesco a gridare, ché il cancro ci ha provato anche con me e mi ha fottuto almeno due ottave, qui si muore a pochi metri da tutto e da niente, accanto a te che non vuoi morire da solo, e io respiro polvere mentre continui a muovere inutilmente le labbra, e non dirai niente, niente che io possa ricordare, le tue parole chiuse in cassaforte per non farmele trovare, e il sole picchia così forte, presto saremo due corpi all’obitorio stesi l’uno accanto all’altro, invisibili l’uno all’altro, come ai bei tempi. Quando è stata l’ultima volta che ci siamo guardati? E voglio andarmene ma, se mi alzo, muori e qualche volta l’ho pure desiderato, ma adesso non ce la faccio a lasciarti, arriva qualcuno fischiettando, un fischio stupido in crescendo, lo conosco è Peppino, lo scemo del paese, ecco penso, un altro invisibile, e in quanto invisibile ci vede, fra invisibili è normale, smette di fischiare e - Sta morto? – chiede. - No, idiota, che non è morto, che ci starei a fare a terra con un morto in braccio? Chiama un’ambulanza, piuttosto. - e, invece, mi guarda stupito, non si muove, non sa come si fa, agitato va al cancello poco distante e comincia a urlare, arriva qualcuno, è il rinoceronte apparso alla finestra. Che cazzo, vai a vedere che abbiamo smesso di essere invisibili proprio adesso che sto per morire, che sto per morire per insolazione.
Finalmente la sirena dell’ambulanza. Non ci vuoi salire, non smetti di essere stronzo neanche in punto di morte.
- Signora, lo mettiamo in un sacco. -, mi dicono, e tirano fuori un sacco nero della spazzatura, ah, ecco una fine degna per un campione della finanza! - No decido io, non ti mando via chiuso in un sacco. - piuttosto chiedo acqua, molta acqua, forbici, sapone, un lenzuolo, ti lamenti, non ti ho avvertito, il getto d’acqua è violento, ti taglio calzoni e camicia, ora sei nudo, quanto tempo è che non ti vedevo nudo? Quando abbiamo smesso? Dio come sei invecchiato, ancora acqua e acqua ancora sul tuo corpo di uomo steso su una strada sterrata, una pozzanghera marrone che si allarga sotto, stai tremando, mi lasci fare senza reagire, ti avvolgo in un telo, il tuo sudario, a chiudere quindici anni della mia vita.
Arriva la barella, apri gli occhi, cerchi la mia mano: - Non lasciarmi, amore mio. - hai paura come tutte le altre volte, nell’aria l’odore del bagnoschiuma che impasta la polvere, la benzina della mia macchina e poi tutto il resto, nella tua mano stretta a pugno trovo un ramo di lauro, deve essere stata la tua ultima presa.
Qui al pronto soccorso vogliono sapere, dico che non so che dell’attimo in cui ti ho trovato, e in fondo è così. Sorridi, e dici - Mamma, che ci fai qua? -
Sei allucinato, per chi mi hai preso, sono sporca, sudata, non sono io, è la quarta volta che ti salvo la vita, brutto figlio di puttana. Aspetto fuori, - Mamma non andartene! -
Nella sala la solita gente da pronto soccorso, uguale in tutti i pronto soccorso del mondo, nessuno è a posto, tutti sorpresi mentre stavano facendo qualche altra cosa. Io pure, stavo andando a pranzo con il mio bellissimo vestito Max Mara nuovo di zecca che adesso devo buttare, non fosse altro per non ricordare. Cerco dell’acqua, lavo il possibile, mi attacco al rubinetto e resto un tempo lungo non so a guardare l’acqua che scivola sulle mie braccia: hanno resistito le mie braccia, come sempre, - Hai braccia esili e potenti. - dicevi un tempo ammirandole.
Un parente, con l’altoparlante chiamano un parente di Roberto. Mi presento.
- Signora, lei è la figlia? -
- No, non sono la figlia -
- E allora non possiamo darle informazioni. -
- E allora tenetevele e andatevene a fanculo. - dico con cattiveria e con un senso di sollievo, tanto lo so che ti sei salvato. A proposito, perché volevi vedermi, cosa avevi di così importante e urgente da dirmi? Francamente me ne infischio, riesco perfino a sorridere mentre mi allontano frastornata e sfinita, sorpresa della mia tenuta emotiva e fisica. Torno visibile, tu forse no, ma che importa? Tranquilla Manu, sei stata grande.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
NEL MEZZO.
 
Mi è sembrato di non essere nel luogo giusto, ovvero, di non essere esattamente in un luogo da cui sarei potuta fuggire. La cucina con tutti gli orpelli, le pentole agganciate, le chincaglierie, l’orologio a pendolo, le stanze zeppe di libri, le librerie su ogni parete. Lui leggeva prevalentemente testi sacri, ultimamente il corpus ermetico e i cabalisti. D’inverno sembrava russo, intabarrato nel cappotto gotico, le orecchie coperte dal colbacco. Non cale dove ci troviamo perché potremmo trovarci a Pietroburgo, a Mosca, o in altri luoghi nordici, o al limite arabi: i piatti di Marrakech e il narghilè fanno pensare al Marocco, alla Turchia. Gli chiedo di mettere un disco di Bach, ha un giradischi antico e impolverato, che sembra sgusciare fuori dagli anni cinquanta, cimelio di un tempo anteriore. Quando l’ho conosciuto, mi ha portata a San Clemente, mi ha illustrato la storia del mosaico, non ne ricordo che frammenti, ma poi siamo scesi al Mitreo. Anche qui, come a casa sua, ogni stanza è un piano discendente. Nella statua di Iside ha ritrovato qualcosa che mi apparteneva e che avevo perduto. La sua casa è in un luogo che non ha luogo, e nonostante il pendolo si ostini a segnare l’ora esatta, tutto è bloccato in un divenire senza scampo. Ha tirato fuori due carte che avevano a che fare con il mio nome: la morte e il folle. Come se non lo sapessi, non avrei avuto altro da suggerire. Tu sei nella morte da ventidue anni, ha detto, Non ti sei stancata? Sì, ho detto, Sono stanca, anzi, stanchissima. E mi è venuta voglia di restare, di fermarmi nella casa al confine tra i mondi, di bloccare gli eventi e rinunciare all’esterno. Lui prepara da mangiare, cose toste, non c’è che dire, dall’amatriciana alla pajata. Se arrivasse un serial killer per ucciderlo lui direbbe: Siediti, mangia, bevi un bicchiere di vino e poi vediamo. Se arrivasse la Morte farebbe lo stesso, come in un film dei Monty Python. Qui, dice, Sono passate molte cose, alcune antiche e altre giovani. Delle antiche c’è sempre da temere perché conoscono la natura dei mondi, per le giovani te la cavi con un esorcismo. E il folle?, dico. Il folle è la tua esuberanza, la tua difficoltà a lasciare andare, l’iniziativa presa senza calcolare le conseguenze, l’invidia smisurata, l’ambizione che ti corrode da parte a parte. L’ho guardato come lo guardai la scorsa estate, quando ero stata risucchiata dalle reti fosforescenti in cui mettevo le cose da buttare, le fissavo e dicevo: Come ha potuto trattarmi in quel modo? Lui, impassibile, non faceva che ricordarmi: Tutto è accaduto perché l’hai permesso, riprendi le parti smarrite, rivendicale sotto il tuo dominio. Ma loro vivranno, dissi, Vivranno tutti oltre me, superandomi, osteggiandomi. Allora hanno già vinto, diceva, Sei tu che li fai vincere.
Quali spiriti sono entrati da questa porta? Quali sono usciti dalla finestra sul cortile? Tutti, dice. Tutti escono all’aperto, nell’aperto ritrovano il passaggio. La luce corrusca della camera da letto sbocca in una finestra bianca, poi ci sono i pini, che lui per errore definisce cedri. No, sono proprio dei pini, hanno aghi e pigne. Sono cedri del Libano, dice. Quando ti affacci vedi solo il bosco, e non sai mai cosa puoi trovare oltre. La terra è fradicia di nevischio. Ti viene voglia, dico, Di non uscire mai, come se questo fosse l’unico posto caldo tra il deserto e la neve. Lo è, dice lui, Ma uscire bisogna uscire, ti metti un cappello e una giacca, vai a fare la legna, prendi ciò che devi, torni, accendi il camino e una candela, la guardi, sciogli i pensieri.
Trascorrono i giorni, non c’è campo, non c’è rete, qualcuno mi cerca e mi dà per dispersa. Ho fronteggiato tutto quell’orrore, dico. Lui sa a cosa alludo, sa che devo fermarmi, anche se tutti mi daranno per dispersa. Devi fermarti, dice, Tanto non puoi invecchiare, e poi qui dentro il tempo è completamente immobile, se ci fai caso il pendolo suona quando vuole lui. Non esistono le ore, e neanche i minuti, lo spazio è la distanza tra un libro di Bruno e uno di Lévinas. Non ci sono buchi alle pareti, nonostante i dipinti, la dea Kalì mi guarda incorniciata accanto allo specchio. Se anche decidessi di andare dovresti scegliere tra il deserto e la neve, come tra morte e follia, dice. Io so perché sono qui, sembrerà futile ai più ma io ho sempre saputo di questo luogo, aspettavo di conoscere la strada.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
EUTANASIA.
 
- Chi è questa bambina che sorride? - chiedo, mentre me ne sto seduta a terra a gambe incrociate sotto al pesante album di foto in cuoio purpureo. Mia madre non risponde, si sta preparando per una serata a teatro.
- Chi è questa bambina? - insisto, mentre lei infila il piccolo binocolo e un fazzoletto ricamato nella pochette.
- È la nonna - risponde con aria assente.
- La nonna? -
- Si, la nonna quando era incinta e aspettava tuo padre. -
- Ma a me sembra una bambina zingara, era mascherata da zingara? -
Mia madre infila di corsa le scarpe – quelle di pelle lucida nera, quelle coi tacchi sottili come calici di bicchieri, quelle che desidero più di ogni altra cosa al mondo – aggancia l’orecchino destro, il sinistro, ripassa il rossetto, contrae le labbra, fa una smorfia.
- Dove sono i miei guanti? -
Ah, i guanti di pizzo nero... Non ho il coraggio di dirle che l’ultima volta che li ho visti erano in bocca ad Andrè Breton, il nostro cane.
- No, non era mascherata, tua nonna era proprio una zingara. -
Vola via avvolta da una nuvola di colonia 4711. Io resto seduta a terra, senza riuscire a mettere insieme le due cose: la bambina terribilmente zingara e la signora terribilmente elegante appena uscita dalla stanza. Cerco nell’album altre tracce della vita di mia nonna Virginia, ma non c’è niente.
L’avrei incontrata qualche anno più tardi: il corpo aveva perso la grazia della fotografia, i folti capelli neri erano ridotti a una capigliatura rada e opaca, l’andatura s’era fatta lenta e disarmonica. Una donna sciatta, distante, altrove, che sembrava avesse lasciato un manichino al suo posto per gestire il minimo indispensabile delle formalità. E nessuna emozione a trapelare da quel viso dalla bellezza irregolare e consumata.
Noi bambini restavamo in silenzio a guardarla. Lei, posata a terra la valigia, chiese i nostri nomi e, prima che potessimo rispondere, si era diretta nella sua stanza richiudendo la porta alle spalle. Niente male come inizio, pensai.
Oltre a dare l’impressione di non voler mai entrare in contatto con gli altri, la nonna, strana, lo era già nell’aspetto: lo sguardo laterale, protetto da folte ciglia, somigliava a quello di certi cani da caccia e le palpebre pesanti, fortunatamente, mettevano gli altri al riparo dal nero altrimenti insopportabile dei suoi occhi.
- Perché la nonna è così strana? - chiesi a mia madre mentre con la matassa di lana intorno ai polsi, ancheggiavo da destra a sinistra per facilitarla nell’avvolgimento di un gomitolo.
- Ha avuto una vita molto difficile, penso che sia sempre stata pazza, ma con gli anni è peggiorata. -
Prima che nascesse mio padre, la nonna aveva già perso un bambino a causa di una vita di stenti: cacciata dalla sua famiglia quando la gravidanza era apparsa evidente, era sopravvissuta a un esorcismo e a un decotto di prezzemolo che avrebbe dovuto aiutarla ad abortire. Una volta scacciato il demonio, aveva poi incontrato mio nonno, appena un anno più grande di lei, di professione manovale nei cantieri. In seguito, mia nonna perse altri due figli, e non ha mai saputo dire perché né voluto rivelare dove fossero seppelliti. Girava tutto il giorno per la città con l’unico figlio rimastole spendendo in cose futili i pochi soldi che entravano.
La rividi al funerale di mio nonno: i grandi piangevano in silenzio la perdita di un uomo profondamente buono; noi bambini, al primo appuntamento con la morte, aspettavamo un cenno per rompere le righe e tornare a giocare. Lei sembrava, invece, capitata lì per caso. Senza tristezza, sembrava piuttosto seccata perché, con almeno una dozzina dei presenti, aveva litigato e con un paio era venuta anche alle mani.
- Un’attaccabrighe, manesca e pure bugiarda - mi spiegò mia madre mentre impastavo acqua e farina accanto a lei, nel vano tentativo di imparare a essere una brava donna di casa. - Trova sempre un pretesto per provocare e litigare e non c’è’ verso di farla ragionare. -
Accidenti, pensai, per fortuna all’epoca ignoravo Mendel, la genetica, il DNA e tutto il resto, però quando qualcuno fuori dalla cerchia familiare mi diceva: - Più diventi grande e più somigli alla nonna. - io correvo trafelata davanti allo specchio, a farmi tranquillizzare dal mio prognatismo da piccola femmina di Cro-magnon. E si sbagliavano, ché io ero proprio uguale alla mamma.
Strana, in effetti, la nonna lo era: c’era qualcosa in lei che autorizzava, se non proprio un sospetto, quanto meno uno stato d’allerta, e non somigliava né ai matti del manicomio né a quelli di fuori, essendo un po’ tutte e due le cose. Con il passare degli anni divenne sempre più bizzarra e imprevedibile, bastava una occhiata di troppo o una parola travisata per far scatenare reazioni che la facevano sembrare un vulcano nel momento di una potente eruzione. Da quel corpo minuto emanava una nube tossica che offuscava qualsiasi cosa le si parasse davanti, alienandole ogni possibilità di coltivare amicizie che non fossero quelle di persone strambe almeno quanto lei. Una piccola corte dei miracoli che condivideva con lei il rifiuto per ogni aspetto normativo dell’esistenza, il nomadismo da miseria, l’assenza del benché minimo progetto di vita, un vivere alla giornata. Come se lo scopo dell’esistenza si limitasse a reperire del cibo e un posto per dormire.
Questo, almeno, corrispondeva ai ricordi che mio padre mi confidava, mentre in macchina ci stavamo dirigendo verso l’ennesima casa di riposo dalla quale la nonna era stata espulsa per “cattiva condotta”. Fu là che facemmo conoscenza con alcune sue amiche fra l’imbarazzo e l’incredulità dei miei genitori, un giorno che le invitò: sembrava che un circo sgangherato di periferia si fosse trasferito a casa nostra, e, se devo dire la verità, a noi bambini quelle persone così insolite piacquero moltissimo. Mia madre passò il resto della serata a inondare la casa di disinfettanti e insetticidi che, all’epoca, venivano erogati con una specie di pistola semiautomatica. E comunque, il famigerato DDT, restava sicuramente più pericoloso delle bestioline che abitavano, forse, gli indumenti e il corpo dei nostri ospiti. Insomma, accadde che, quando un giorno la nonna ci raccontò che l’epidemia di Spagnola aveva sterminato la sua famiglia, noi tutti ci sentissimo autorizzati a pensare che questa Spagnola fosse una sua amica un po’ su di giri, tipo quelle che ci aveva presentato, e con la quale doveva aver avuto un regolamento di conti.
La vita tornò ad azzannarla nuovamente con la deportazione del nonno in un campo di lavoro in Germania: finiti i pochi risparmi, fu un susseguirsi di sfratti, allontanamenti forzati ai quali a volte provava a fare resistenza, altre no, lasciandosi trascinare via come un peso morto. Fatti tutti molto veloci, rasoiate a quella quotidianità fatta di vestiti tenuti su con le spille, niente da portare via, a parte la chitarra del nonno e un odio crescente nei confronti del mondo.
- Ho trascorso l’infanzia senza mai sapere dove avremmo dormito il giorno dopo - ci disse papà quel giorno che, insieme alla mamma, stavamo andando a riprenderla all’ospedale, dove si era fatta ricoverare in ragione di una terribile malattia inventata. Scoperta, i medici l’avevano prontamente dimessa, ma durante il ritorno a casa non fece altro che lamentarsi, maledicendo tutta la classe medica, mio padre e, sottovoce, anche mia madre.
Del magma gelido che, come una medicazione tossica, andava riparando tutte le ferite di mia nonna, noi tutti sperimentammo il potenziale distruttivo. Quando veniva a stare da noi, la sua presenza, muta e sospettosa, creava disagio e fastidio, mia madre diventava nervosa e litigava con mio padre il quale si arrabbiava con mia nonna la quale accusava noi bambini di qualsiasi cosa sparisse dal frigorifero o, più in generale, dalla casa. Tutto il giorno senza fare nulla, non sapeva cucinare, cucire, pulire la casa, stirare, niente di niente, un imballaggio vuoto, sembrando una di quelle zucchine che mia madre svuotava dalla polpa o un brutto manichino da spostare quando era d’ingombro e, comunque, da tenere fuori dalla vetrina di famiglia.
Finiva sempre nello stesso modo, andandosene sbattendo la porta e senza salutare. A nessuno di noi dispiaceva, credo che nessuno abbia mai sentito nostalgia o dispiacere per la sua assenza.
- Hija del diablo! - le diceva Zio Faustino tornato dall’Argentina con una bella fisarmonica argento e amaranto che non ha mai saputo suonare. E, a volte, nelle sue sfuriate, sembrava appena risalita dall’inferno a gettare scompiglio sulla terra. Credo, però, che nessuno abbia mai capito quanto fosse malata: nella difficile battaglia per sopravvivere a se stessa era sempre lei a perdere.
Non ricevette mai una lettera, una cartolina, una telefonata. - Nonnaaaa, è per teeee! - Personalmente non ricordo una carezza, un sorriso un gesto gentile, niente che potesse creare un legame con lei.
Arrivai appena in tempo. Il prete, una delle categorie umane da lei più odiate, con voce metallica e monotona le stava chiedendo di pentirsi dei suoi peccanti. Pentirsi? E di cosa doveva mai pentirsi la nonna? Sentii una rabbia montarmi dentro e mi rivolsi bruscamente al prete. - Se Cristo potesse scendere dalla croce verrebbe a chiederle scusa. - dissi spingendolo delicatamente fuori dalla porta. Vidi la nonna sorridere. Toh, la nonna sapeva sorridere! Per un attimo rividi in lei la bambina della fotografia. E quando rimanemmo sole avvertii con precisione un’intimità nuova, mai provata prima.
- Non credere che non ci abbia provato. - mi disse, già con un filo di voce. Poi volse lo sguardo e i suoi insostenibili occhi neri verso il respiratore. Fu un attimo: non mi sono mai pentita di quello che forse resta l’unico gesto d’amore che abbia mai ricevuto in tutta la sua vita.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
BUON COMPLEANNO.
 
Ti si sono incendiati i capelli, il fuoco sembrava la coda di un cervello artificiale che ti possedeva, settava il tuo mondo, scheletriva il poster alla parete, faceva di più del tuo parrucchiere, Ignazio, che ti pregava di non dire a nessuno che i capelli li sistemavi da lui. Hai fatto vergognare Ignazio della sua passione, tu lottavi per quella ciocca rossa dietro la nuca, ti pungeva il culo per quanto era lunga, tu non la vedevi, ma faceva impressione. Sembravi perdere sangue, sgorgare dolore, un pendolo quando camminavi, mettevi le mani a conca dietro la schiena, le piegavi come a ricevere un’ostia, ti preparavi all’alluvione, al laghetto di sangue, lo avresti bevuto pur di non perdere niente. Il dolore deruba più del tempo anche se il tempo ce la fa sempre sotto il naso, o ci ruba le cose o ce le rovina, ma tu lo vedevi in volto, dicevi avesse un viso buono coperto da un passamontagna e che approfittasse dei tuoi compleanni per prenderti, ogni volta, qualcosa che pensavi se ne andasse da sola. L’infanzia.
Hai tenuto quella ciocca a lungo, per commemorazione, perché non ti piacciono i cimiteri. Diventare adulta è stato il tuo primo lutto, non eri ancora nata quando Rinetto è morto. Rinetto, il nostro gatto, un persiano, viveva qui con sufficienza, preferiva persone migliori. Ti sei ripresa solo quando hai capito di essere ridicola con quella ciocca, noi non eravamo autorizzati a dirlo. Adesso sembri così per bene. Nessuno direbbe che hai vissuto un lutto in quel modo fibroso, tu non hai mai pianto, non hai guance sgretolate, adesso ti si vedono le scapole nude anche se indossi maglioni, sembrano tonsille di una cattedrale gotica inquietata dal suono buio dei tuoi passi. Leghi i capelli in un fiocco, hai una coda di cavallo, solo la domenica li sciogli, diventi un leone, ti piacciono gli animali tanto che ci vuoi assomigliare. Oggi è domenica ed è il tuo compleanno, mamma ti ha fatto una torta, si è stancata, ci viene da chiamarla nonna, ci accorgiamo che è vecchia solo quando prepara qualcosa con le sue mani. Vecchiaia è non poter più fare qualcosa per gli altri, il corpo si rammarica riempendosi di rughe, la pelle diventa una cesta intrecciata che dentro nasconde un cobra, energia troppo velenosa per il tessuto muscolare. La buona volontà di nostra madre la sta contemporaneamente avvelenando, il bene per sua figlia è veleno mortale.
Oggi di anni ne fai trentasette, hai detto che è l’ultima volta che festeggi e, mentre sistemavi i capelli da un lato, hanno iniziato a bruciare. Il fuoco sembrava darti coscienza. Tu non ringrazi il tempo, non ascolti gli anni, non li senti che ti chiedono il permesso, li hai impauriti, sono scappati, non esiste un’età che dimostri. Io ho l’età di un masso levigato, la pietra invecchia con l’acqua, con la sua violenza, diventa liscia che torna bambina, è un modo d’invecchiare anomalo, una repulsione, infantilismo. Tu sei come la pietra, non hai cellule che lavorano nel corpo, nessun operaio in fabbrica che confeziona il tuo viso, nessuno sciopero, sei tu che non hai dato lavoro. Appiattisci dolore e gioia, il tuo naso bilancia impassibile, li fai sembrare la stessa cosa, con lo stesso peso. Gemelli omozigoti, tu non hai né sesso né gameti, sei la riproduzione umana di una latta di biscotti. La candela sulla torta ti bruciava i capelli non sapendo come tirarteli, nessuno ti può toccare, la tua morbidezza ha assassinato la tua durezza, l’ha sventrata, è legittima difesa perché ciò che è soffice è innocente invece, ciò che è duro, può soffrire. Sotto di te ogni anno c’era una torta nuova, ti si prostrava, dal pan di spagna spuntavano ginocchia, si alzavano così tu soffiavi senza abbassarti: nessuno vuole farti un torto, stancarti. Sempre quando avevi quella ciocca rossa, scrivevi un quadernetto che hai riempito per anni, le pagine finivano e ricominciavano. Tu sei immortale come quelle pagine, scrivevi a matita e poi le cancellavi, toglievi loro il sangue, hai tenuto quel quaderno dieci anni. Forse tu non hai sangue, hai grafite. Dio ti ha fatta a matita e ogni tanto, di notte, ti cancella e ridisegna così tu né muori né invecchi. Sei inespressiva, risenti di tutte quelle calcature, hai un muscolo di carta appallottolato nello sterno, se respiri si accartoccia, si ritrae come una chiocciola se le tocchi le antenne. Menomale io muoio prima, prima di vedere che esplodi. Tu, bomba di carta, esploderai se non mostri niente, se non hai reazioni, se continui solo a cambiare i capelli, a imitare gli animali. Riconosciti prima che muoio, vieni a dirmi perché non cambi, quale ricordo ti è rimasto di quel lutto, perché ogni tuo compleanno ti pietrifica. Le candeline sembrano prendere più fuoco, i riccioli di crema sembrano una prole terrorizzata dalla guerra, quella che tu stai facendo al giorno cinque del mese di dicembre, che detto così sembra un indirizzo, la via della morte, il tuo soffio come Caronte, traghetta l’età nel tuo aspetto da oltretomba, le tue spalle sono una lapide, sei più ossuta, morbido marmo. Non capisco come reagiresti alla morte di una persona, credo inizieresti a colorarla a matita per capire se vive di nuovo. Io penso che la morte sia un uomo che soffia forte sulla testa e ci spegne, come fai tu con le candele. Tempo e morte, uno col passamontagna e l’altro con grossi polmoni, una coppia di criminali. A ogni tuo compleanno non si può non pensare a cose brutte, è colpa tua, sei tu che ci fai avere brutti pensieri, non sappiamo più come assisterti, come sorvegliarti, esco a comprarti un’altra torta, quella di nostra madre ha ceduto perché l’ha preparata con vecchiaia.
Cerco un negozio di dolci ma è domenica, sono tutti chiusi e tu non mi hai detto niente. Mi hai fatto uscire ugualmente, t’immagino a fissare la torta sciolta, è come te, insolubile ma già sciolta, piena di scorie, impura. Devo fare qualcosa per te, vuoi che faccio qualcosa, ecco perché non mi hai ricordato che i negozi sono chiusi. Le saracinesche sembrano palpebre truccate di grigio, lamiere che fanno bei sogni e io, un fratello che s’immola per la tua brutta faccia dove ogni cosa sembra assente: gli occhi, la bocca. Cammino col freddo che mi spinge, mi punge, sembra la tua fretta, quella che hai di avere un’altra torta e di tagliarla subito. Trovo solo una vending machine, ha le luci fulminate e merendine alla crema. Le prendo tutte, se le dispongo una affianco all’altra su un vassoio diventano una torta quadrata.
Torno a casa e siete tutti sommersi, hai aperto i rubinetti in cucina per spegnere il fuoco, sei serenamente sconfitta, hai un dito sporco di mascarpone. I nostri ospiti sono annegati, i tuoi capelli diventati cenere che galleggia a grumi nell’acqua. Se non l’avessi tagliata, la ciocca rossa si staccherebbe dalla tua testa, prenderebbe vita, nuoterebbe tra le stanze, tra gli stipiti delle porte. Mi guardi, le tue iridi scalpitano, vorrebbero chiudermi gli occhi, non farmi vedere cos’hai combinato. Ma io ti conosco, non ti giudico, non nuoto. E ti auguro solo buon compleanno.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
LA FABBRICA.
 
Sono ancora lì fuori: quattro uomini e quattro donne seduti a gambe incrociate, le braccia abbandonate sulla terra nera. Li osserviamo dall’alto, in silenzio, tenendo le dita ben ancorate ai profili metallici dei vetri a nastro - non un granché come finestre, ma di notte incorniciano le stelle.
Ci alziamo sempre a giorno fatto, e ci arrampichiamo fin quassù: restare sospesi, osservare il mondo fuori senza che i piedi tocchino terra, amplia le nostre percezioni e confonde le possibilità.
È così che li abbiamo visti, stamattina: accucciati in attesa.
Sui loro crani ciocche di capelli lunghe fino al torace lasciano scoperte ampie piazzole di pelle diafana, come una mappa geografica su carta lucida.
Noi cinque siamo glabri in ogni parte del corpo, ci siamo rasati il giorno in cui i peli hanno iniziato a cadere. Qua abbiamo a disposizione forbici e lame di varie dimensioni. Ci sono torri colorate, anche, enormi rocchetti di fili da cucito impilati uno sull’altro: quelli di nylon li usiamo per costruire le reti con cui catturiamo gli animali. I ratti puoi cuocerli ore, conservano sempre il sapore di carne marcia - un sapore adeguato, è giusto che sia così.
È scesa la sera, decidiamo di lasciare entrare questa gente. Carlo e Gualtiero hanno impugnato i bastoni di ferro e azionato il generatore. Con rumore di ferraglia la saracinesca inizia la sua salita.
È insopportabile la lentezza di questa saracinesca. Una decina di giorni fa, per l’eccitazione, io e la Lucia non riuscivamo più a trattenerci e ci siamo passate sotto prima che fosse completamente aperta: dalle finestre avevamo visto delle creature appollaiate sui rami secchi degli alberi, e per quanto ci sembrasse incredibile non c’era dubbio che si trattasse di sei piccole scimmie. Carlo aveva sentenziato che erano babbuini: spelacchiati, quasi glabri, esibivano sul colmo della testa alcuni ciuffi brillanti di colori, innaturali contro il cielo grigio.
Non assomigliavano ai babbuini che ricordavo dai documentari, ma Carlo aveva detto subito che dovevano essere scappati da qualche laboratorio di ricerca, che chissà cosa gli era capitato. Avevano pochi denti, piccolissimi e appuntiti. Erano abbastanza simili tra loro, si differenziavano solo per quei ciuffi iridescenti e per la taglia. Quello che sembrava il capo aveva una fascetta rossa legata a un polso: era compatibile con la teoria di Carlo - probabilmente un segno di riconoscimento per il laboratorio, a indicare chissà quale caratteristica. Uno doveva essere un cucciolo, era molto più piccolo degli altri. Tutti avevano occhi color ambra.
Due giorni dopo hanno iniziato ad avvicinarsi per afferrare brandelli di ratto, che noi tiravamo sempre più vicini. A quel punto già li indicavamo tra noi con un nome, in base al ciuffo colorato: il Rosso, che era il più grande, il Verdolino, e poi Giallo, Violetta, Azzurro e Fucsia - quattro maschi e due femmine. Il terzo giorno Ugo ha tenuto un ratto stretto tra le dita: è stato il più piccolo, Giallo, il primo ad avvicinarsi per strappargli il cibo dalle mani, ma lui lo ha trattenuto, ha voluto accarezzarlo.
Dio solo sa perché eravamo affascinati dall’idea di poterli addomesticare. Giallo ha addentato la mano di Ugo, e non la lasciava. E gli altri a urlare, tutti insieme a incitare, pure noi. Carlo è corso a prendere i bastoni di ferro per cacciarli. All’inizio non volevamo ucciderli, l’idea era di spaventarli, ma quelli avevano uno sguardo che non so definire, comunque intollerabile. Ho sentito il rumore del primo cranio che si frantumava - rumore di rami secchi. Abbiamo abbattuto i bastoni sulle loro zampe magre, che si sgretolavano con un rumore più lieve, come se camminassimo sugli scarafaggi. È stato semplice ucciderli, ma abbiamo continuato il lavoro - fatto poltiglia dei loro musi, spezzati i piccoli denti, fracassate le dita delle mani - senza smettere di urlare finché non hanno avuto più occhi per guardarci a quel modo.
Abbiamo trascinato dentro quel che restava dei loro corpi, e li abbiamo cucinati. Il sapore era buono, appena dolce. Di certo erano molto più gustosi dei ratti. La saracinesca finalmente si è aperta, usciamo nella luce fioca della sera. Stavolta io e Lucia siamo state pazienti, abbiamo aspettato insieme agli altri che il sipario fosse completamente alzato: ci mostriamo in fila davanti a questa gente, come dei ex machina delle loro povere vite. Come giganti. Gli otto si alzano in piedi. Ci squadriamo senza parlare, poi io alzo una mano e dico il mio nome. Anna.
Lucia, Gualtiero, Aldo e Carlo mi imitano. Prima ci sarebbe stato anche Ugo a presentarsi, anzi sarebbe stato il primo - tra noi, era il più socievole. È morto da qualche giorno ormai, per le ferite dei morsi.
Gli estranei si dichiarano, viene fuori che sono italiani anche loro, arrivano da Messina. Qui più o meno siamo dalle parti di Taranto - ne hanno fatta di strada. Ci chiedono ospitalità per una notte o due, poi riprenderanno il cammino.
Non mi piacciono, se avessero la coda la terrebbero tra le gambe. Hanno un’espressione vile nello sguardo.
- Una sola notte - dico.
Il magazzino è grandissimo, di quelli che una volta gli impiegati giravano in bicicletta. Ci sono migliaia di rotoli di stoffa di tutti i tipi. Poi c’è una parte adibita a laboratorio, con grandi tavoli e macchine per tagliare e cucire e tutto il resto. Nel C5 ci sono le stoffe più pesanti. Le abbiamo usate a strati per costruire i materassi. Sopra ci mettiamo tessuti leggeri, a mo’ di lenzuolo; quando sono sporchi li bruciamo. È stato facile imparare a usare le macchine, Gualtiero è il migliore in questo.
La cosa più ridicola sono i bagni differenziati per uomini e donne. Quando io o la Lucia avevamo ancora le mestruazioni, ci facevamo delle pezze con una stoffa del C5 che sembra cotone compresso. È durata poco: nel giro di pochi mesi le nostre gonadi hanno smesso di funzionare, le immagino in forma di piccole prugne secche, come quelle degli uomini.
I Siciliani ci raccontano che sono amici da sempre, abitavano nello stesso paese, vicini di casa. Che la loro regione è stata raggiunta dal vento radioattivo, e hanno dovuto abbandonare tutto e bla bla bla. Sono noiosi, ripetitivi. Mentre accendiamo il fuoco e infilziamo i ratti su un ferro, diciamo loro che possono andare a lavarsi. Sembra che i nostri inviti siano ordini: si allontanano in direzione dei bagni, trascinando le scarpe coperte di polvere nera, ogni tanto uno di loro si gira indietro a coprirsi le spalle. Ci guardano come i babbuini prima che li colpissimo, quando l’ambra dei loro occhi si era offuscata di paura, o di odio, come se si fosse riempita di fumo.
Tornano dai bagni a dorso nudo, i fianchi scheletrici coperti con tagli di stoffa del corridoio B4, tessuti di maglina, annodati alla meglio. La loro pelle è più liscia della nostra, segno di una alimentazione più variata, ma è verdastra, perfino poco credibile: a vederli nudi non sembrano umani. Noi siamo diversi, la pelle è squamosa - secondo Carlo è pellagra e già si manifestano i primi sintomi neurologici.
Abbiamo appena finito di cenare.
- Dove state andando? - chiedo a una donna, mi sembra che si chiami Maria.
Si guardano tra loro, hanno occhi folli.
- E voi, invece? - mormora uno - Da quanto state qui?
- Da un anno e mezzo, più o meno. -
- Come fate a vivere qui dentro? - continua - Non potete stare sempre chiusi qui. –
- Abbiamo le nostre regole. - dice Gualtiero - Per esempio, tra noi usiamo il turpiloquio. Qualsiasi parola o frase possa essere espressa con una parola corretta, noi la sporchiamo. Usiamo il gergo più truce che tu possa immaginare. E bestemmiamo forte, il nostro Dio, e anche quelli degli altri. È una cosa che aiuta.
- Siete parenti? Siete soli qui, non c’è nessun altro? - chiedono quasi tutti insieme, e c’è una domanda che rimane sospesa, la sento appiccicarsi alla mia pelle.
- Ci siamo incontrati per caso, in cammino. - dice Aldo - Abbiamo deciso di fermarci qui. Restare. –
- Molto sesso. - gli parla sopra Lucia - Facciamo sesso tra di noi, con chi vogliamo. È così… naturale. Voi invece siete sposati, siete delle coppie, vero? –
Siamo camminanti - mormora uno di loro.
- Che cosa cercate? - chiedo.
I Siciliani si guardano le mani scavate dalla fame e dalle diarree, verdi di globuli rossi scomparsi.
- Il nord Europa sembra sia poco contaminato - fa uno - pare che molti siano andati là. Dovreste spostarvi anche voi. -
- Siamo già morti - dice Carlo - non lo vedete? E non vi vedete, in che stato siete? -
Non capiscono, e non c’è più niente da dire. Andiamo verso i letti. Noi abbiamo le nostre camere personali. All’inizio no, i materassi erano tutti vicini, io stavo sveglia e ascoltavo i respiri; poi li abbiamo allontanati, ciascuno diviso dagli altri con grandi tende che pendono dalle barre di stabilizzazione. Una ventina di metri di stoffa, per ogni tenda. È un’idea di autonomia. Ma non un’illusione, è piuttosto la voglia di infrangerlo, il principio di autonomia: le tende non sono pareti, e ogni notte si spostano e volteggiano.
Mi spoglio, e già vedo che il mio letto non è vuoto: scheletriche nudità, spettri d’amore, mi aspettano. Braccia mi accolgono, quasi trasparenti contro il chiarore della luna che ora si posa bianca sui visi di Carlo e di Lucia. Mi infilo tra loro, siamo corpi intrecciati e labbra vicine a sussurrare giuramenti privi della parola sempre. Come avrei potuto spiegare ai siciliani, al loro linguaggio schietto, basico, come spiegherei il mio (il nostro) desiderio di non vedere mai più alberi verdi, se pure da qualche parte esistono ancora, o la bellezza sconvolgente del mare? Come potrebbero capire che abbiamo sposato l’inevitabile, abbiamo fornicato per partorire il figlio dell’inevitabile, e ora lo culliamo tra le nostre braccia squamose, finalmente senza forze?
È mattino presto quando si alzano dai loro giacigli d’emergenza, si preparano a partire. Li ho ascoltati piangere tutta la notte - singhiozzi, ma anche gemiti lunghi come cantilene. Piangevano, loro, e noi qui a rincorrere le nostre dita esili, a formare figure trasparenti contro la luce della luna.
Sono felice che se ne vadano, potrei lasciarli andare così, senza una parola. E invece chiedo a Maria perché di notte soffrano tanto.
- Siamo persone orribili - piagnucola lei - siamo mostri. Abbiamo perso i nostri figli, sei bambini in tutto, sei angeli. Ci dicevamo che erano agili e ci precedevano, che correvano più forte di noi. E abbiamo continuato a correre e a raccontarci che li avremmo trovati, più avanti, più avanti. Il nostro è il più grande, sette anni; la loro bimba la più piccina, ha solo quattro anni. Bambini belli, vivaci. Il nostro Franco ha un braccialetto rosso che gli ho intrecciato io, con delle striscioline di pelle: non se ne stacca mai, dice che con quello si capisce che è lui il capo. - Voi non li avete visti, vero? Nessun bambino è passato di qua?
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

Anno 2022

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