"IL CUORE DELLA TERRA"

 

Manuel Omar Triscari

 

 

 

IL CUORE DELLA TERRA:

 

introduzione alla geo-politica.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Dedicato a mio padre Filippo,

per tutto l’amore che ho,

con tutto l’amore che posso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LO SPAZIO RIEMPITO DI COSE TERRESTI

la (ri)scoperta della geo-politica

 

UNA CONCEZIONE NUOVA E GLOBALE DELLA GEO-POLITICA

Termine coniato dallo svedese R. Kjellén per indicare dall’un lato il particolare studio delle influenze che la collocazione geografica di un popolo, di una nazione, di uno stato ha sulla sua storia politica e all’opposto quel complesso di problemi politici che traggono origine da fatti d’ordine territoriale, specie quando si consideri lo stato come un organismo che nasce, si sviluppa e decade, e che, al pari degli esseri viventi, ha bisogno di uno spazio vitale. Il termine ebbe larga fortuna tra le due guerre mondiali, nella geografia politica tedesca, da cui si sviluppò una scuola di geo-politica guidata da K. Haushofer e raccolta attorno alla rivista “Zeitschrift für Geopolitik”. Tale scuola, dopo aver enunciato alcune apprezzabili proposizioni teoriche, subì un’involuzione verso forme esasperate di determinismo e verso un’azione di legittimazione della politica espansionista e razziale del nazismo. Considerata generalmente come una derivazione illegittima della geografia politica, elaborata in Germania alla fine del sec. 19°, e assunta a giustificazione dell’espansionismo imperia­listico tardo ottocentesco, la geo-politica finì infatti per affermare che le nazioni, sviluppandosi come organismi viventi nel proprio ambiente fisico-geografico (lo “spazio vitale”), sarebbero da questo influenzate e fondamentalmente determinate nelle loro manifestazioni culturali, tecniche, economiche, così da rendere giustificata qualsiasi loro espansione a danno di altre nazioni. Ciò gettò un largo discredito sulla geo-politica (durato assai a lungo) e un ristagno degli studi geo-politici. Dagli anni ‘70 si è assistito a una ripresa della geo-politica, soprattutto in forma di studi delle relazioni internazionali, fondate su rapporti di forza, per il controllo dello spazio e delle risorse.

Per decenni siamo stati abituati a un certo modo di vedere il mondo, più classico e più radicato, che privilegia l’economia in quanto scienza. Coloro che vi aderiscono, siano essi adepti del liberalismo o di tendenza marxista, assicurano che tutti i problemi della società, comprese le rivalità politiche, derivano da rivalità economiche, sia che si tratti di concorrenza fra le imprese o di contraddizioni fra le classi sociali. Eppure, mentre gli economisti spiegano, non senza ragione, che la mondializzazione dell’economia avanza e che anzi essa è stata completata in seguito alla fine della guerra fredda, come è possibile che i conflitti geo-politici diventino sempre più numerosi (e certo questa non è una illusione mediatica)? Così in Europa, dopo la caduta della cortina di ferro, nel 1989, sono spuntati una dozzina di nuovi Stati, portatori di rivendicazioni territoriali, e metà di questi in guerra tra di loro. Ora, le cause di questi conflitti derivano in maniera solo molto indiretta dall’economia: gli avversari non combattono per il possesso di ricchezze ma soprattutto per delle ragioni nazionali, ciascuno essendo impegnato a liberare il suo “territorio storico”, mentre una parte dei suoi cittadini si trova a vivere in terre annesse da nazioni rivali.

Non vogliamo negare l’importanza dei problemi economici, né pretendere che la geo-politica, questo nuovo modo di vedere il mondo, risponda a ogni domanda. Si tratta solo di formulare i problemi in modo differente e complementare. Ma noi non siamo ancora abituati alla complessità e alla diversità dei problemi geo-politici. Si è a lungo pensato, in effetti, che cause molto generali (rivalità economiche, relazioni di produzione e di scambio tra gli uomini) condizionassero i comportamenti politici, la volontà di potenza dei dirigenti e persino, indirettamente, il patriottismo dei cittadini. Oggi che la mondializzazione dell’economia è, a quanto pare, acquisita, si è costretti a constatare che l’atteggiamento degli Stati può essere guidato da altri fattori, al di là della ricerca del profitto o della conquista di terre fertili. Se c’è sempre la tentazione di cercare di impadronirsi di grandi giacimenti di petrolio come quelli del Kuwait, pure questo esempio spettacolare di rivalità economica come fattore di guerra è abbastanza eccezionale. Nella maggior parte dei casi, oggi, le nazioni combattono o si preparano a combattere per altri valori. Certo, per alcuni decenni, si affrontarono due ideologie, due concezioni della società, che mascheravano a fatica le loro rivalità economiche; il capitalismo, che diceva di essere il mondo libero, e il comunismo, epressione dell’eguaglianza. In quel caso si trattava ancora di cause molto generali, su scala planetaria. Non appena questa rivalità si è spenta, ecco sorgere in Europa (e in altre parti del mondo) una serie di conflitti nei quali la posta in gioco non è più la terra, come poteva essere un tempo, e nemmeno una morale per l’umanità, come ancora poco fa, ma parti di territorio molto precise, rivendicate per ragioni intricatissime: territori storici, territori-simbolo disputati fra nazioni rivali. Analoghe rivalità cominciano ad apparire, in modo meno drammatico, in seno a grandi Stati nazionali europei. È di questo che si tratta quando si parla di problemi geo-politici. La funzione di questo saggio è appunto di analizzarli, di cercare una chiave per rispondere a domande così nuove.

Per capire un problema geo-politico, sia pure a grandi linee, non basta più evocare delle cause generali, il conflitto Est-Ovest, come prima: occorrono un certo numero di informazioni relativamente precise e obiettive. Ecco che ci si scontra con nuove difficoltà: più che l’insufficienza della documentazione disponibile, sono la cattiva conoscenza delle concezioni antagoniste, i timori reciproci inconfessati e soprattutto l’ignoranza di coloro che, certi del loro buon diritto, non sanno o non ammettono che possa esistere un’opinione contraria alla loro, anch’essa in buona fede.

Bisogna certo condannare i fanatismi d’ogni genere, le cui conseguenze risultano essere, prima o poi, catastrofiche. Ma non occorre forse considerare che tutti questi antagonismi di idee e di argomenti sono, ahimé, normali, quando si tratta di geo-politica? Terribile interrogativo filosofico, quando questi antagonismi sono esasperati al massimo, giacché insorge allora il problema della guerra e quello delle frontiere. La geo-politica è una serie di drammi (senso primo del termine: azione) e persino di tragedie – non bisogna mai dimenticarlo. Ma se è vero, come sosteneva il generale de Gaulle, che <<Le cose stanno come stanno, essendo il mondo come è.>>, bisogna ben accettare che questi antagonismi sono la norma. Ciò non significa che oggi le guerre siano normali e che non possano essere evitate. È d’altronde la pacificazione uno dei compiti dell’analisi geo-politica.

Nei molteplici casi in cui oggi si usa il termine geo-politica, si tratta in effetti di rivalità di potere su certi territori e sugli uomini che vi abitano. In questi scontri tra forze politiche, ognuna di esse usa mezzi diversi, e in particolare argomenti che dimostrino le ragioni per cui l’una parte o l’altra vuole conquistare o conservare il tal territorio, e anche dunque, all’inverso, che le pretese dei rivali sono illegittime.

Ancora: le vicende della geo-politica hanno complicato il dibattito sulla sua collocazione nei campi del sapere. Alcuni hanno di fatto identificato la geo-politica con la geografia politica; altri hanno assegnato alla geo-politica lo studio delle tendenze espansive di Stati e nazioni, lasciando alla geografia politica la descrizione esplicativa delle situazioni in atto; altri ancora ritengono che la differenza consista nella diversità dei ruoli (applicativo quello della geo-politica, speculativo quello della geografia politica). L’accennata ripresa d’interesse per la geo-politica muove da una riconsiderazione, soprattutto in Francia, negli USA e nell’allora Unione Sovietica, dei rapporti internazionali in chiave geografica. In tal senso, benché la geo-politica odierna abbia perduto gran parte del corredo deterministico che ne caratterizzò la nascita e il primo sviluppo, il ritorno dell’interesse non ha comportato la rottura con la tradizione, ma piuttosto la rivalutazione di taluni elementi (quelli legati alle posizioni reciproche tra Stati e all’accessibilità alle comunicazioni, alle risorse, e ai mercati) che le analisi di politica internazionale avevano trascurato. Il risveglio della geo-politica si è poi trasformato in moda culturale, con una fioritura di iniziative in campo editoriale (per l’Italia, è da segnalare la nascita, nel 1993, della rivista “limes”). Il campo di applicazione delle analisi geo-politiche si è indubbiamente ampliato: accanto al tradizionale ambito delle relazioni interstatali e sovrastatali tra le nazioni, per il quale il riferimento obbligato continua a essere lo stato, sono apparsi i seguenti ulteriori ambiti di ricerca e d’indagine: i problemi dei gruppi etnico-linguistici; i temi demografici e dello sviluppo umano, con speciale riguardo ai flussi migratori di popolazione e alla diffusione del benessere; le questioni relative all’allocazione delle risorse; la gestione delle forme di regionalizzazione amministrativa ed economica; l’esame dei flussi di materie prime, capitali, informazioni; lo studio della competizione per le risorse naturali; le politiche ambientali. Se il campo concettuale si è così ampliato, l’ipotesi che continua a sostenere la geo-politica come attività di analisi della realtà contemporanea è sostanzialmente quella tradizio­nale: che dalla disposizione dei fenomeni nello spazio derivi almeno una parte dei comportamenti politici e che, perciò, in base all’analisi di quella disposizione sia possibile interpretare gli eventi verificatisi e prefigurare scenari futuri. Quest’ultima presunta capacità, molto enfatizzata a livello di divulgazione, ha accresciuto la popolarità della geo-politica e la frequenza di argomentazioni geo-politiche, soprattutto nella stampa d’informazione, confermando altresì la validità di quell’opi­nione che vuole che la geo-politica si occupi, in definitiva, dei contesti spaziali delle opzioni politiche e, pertanto, si configuri come un’attività di analisi delle forme del potere piuttosto che di studio delle componenti geografiche nell’ambito delle quali il potere si esercita.

La pubblicazione, sul finire degli anni Settanta, dei documenti custoditi dal postguerra negli archivi tedeschi ha consentito di far miglior luce sulle origini e la natura della geopolitik permettendo di tracciare un bilancio doppiamente negativo della sua prima e più specifica forma sia come programma di ricerca che come progetto relativo al rapporto tra sapere geografico e potere politico. L’unica originalità, sul piano scientifico, del programma della geopolitik consisteva nella teoria, avanzata da K. Haushofer, degli spazi vitali come fattori decisivi e originari e come campi di forza costitutivi delle ideologie. In altri termini: sarebbero state le fattezze dello spazio a determinare la maniera di concepire e controllare il mondo e non, viceversa, la maniera di concepire il mondo a determinare la nostra concezione dello spazio terrestre.

Ma, come già nel 1941 riconosceva K. Wowinckel, l’editore della “Zeitschrift für Geopolitik, la geopolitik come scienza non esiste. E ciò per lo stesso motivo, già espresso nel 1929 da K. Wittfogel, secondo il quale il “difetto costituzionale” delle teorie geo-politiche consisteva nel non tener appunto conto del fatto che gli elementi geografici non operano direttamente sulla sfera della vita politica, bensì attraverso articolazioni mediane (o intermedie che dir si voglia), vale a dire intervenendo come condizioni materiali o forze produttive nei procedimenti storici. In sede di bilancio storiografico, inoltre, appare ormai assodata la pressoché assoluta irrilevanza della geopolitik nei confronti delle scelte politiche del regime nazista. Mai Haushofer e i suoi seguaci esercitarono effettiva influenza sui meccanismi di decisione della politica estera tedesca. A partire dalla fine del 1938, anzi, i dirigenti del Partito nazional-socialista si comportarono proprio contro tutte le loro teorie, che sul piano pratico si traducevano nel consiglio di un’intelligente altalena tra una politica continentale e una oceanica, secondo la distinzione enucleata all’inizio del Novecento da H. Mackinder.

Ma se lo spazio non agisce da sé, come in fondo tutti i critici della geopolitik fecero notare, non è men vero che esso concorre, sia pure in maniera mediata ma ineliminabile, nel determinare ogni fenomeno politico, a partire da quelli che regolano le relazioni internazionali. Per questo motivo la fine della geopolitik, che coincide con il crollo del regime hitleriano, segna la nascita, particolarmente nei paesi anglosassoni, della geo-politica contemporanea: nei suoi più recenti esiti non più intesa secondo la vecchia concezione di Haushofer quale dottrina relativa all’influenza della configurazione geografica sui processi politici, ma, all’opposto, come il sapere relativo ai rapporti tra decisioni politiche e dimensione spaziale (o dimensioni spaziali) dei processi politici stessi. La distinzione è triplice, e riguarda a un tempo l’oggetto e il soggetto della geo-politica, oltre che la natura della relazione tra realtà politica e spazio.

All’interno delle nuove concezioni tale rapporto non soltanto viene rovesciato rispetto alle formulazioni originarie, ma non viene più nemmeno rigidamente interpretato, come prima accadeva, in chiave deterministica, bensì secondo la più feconda e realistica nozione di possibilità d’azione. A tale ribaltamento si accompagna, ed è decisiva, la dematerializzazione dell’oggetto del sapere geo-politico: che non è più soltanto lo “spazio riempito di cose terrestri” o la visibile “faccia della terra” (come si diceva nel 19° secolo) ma anche il complesso di quell’invisibile rete di reti telematiche da cui sempre più la comunicazione (e perciò il comando e il controllo del mondo) oggi dipendono. Segno di tale cruciale mutazione è la crisi del concetto topografico di distanza, fattore sempre meno significativo e sempre più significante nella politica internazionale, sebbene il grado d’influenza delle grandi potenze nei confronti degli altri stati ancora sembri, in qualche misura, dipenderne. E proprio il modello del mondo attuale come “rete di reti di relazioni” in gran parte immateriali introduce alla terza differenza tra vecchia geopolitik e nuova geo-politica, che consiste appunto nell’inedita odierna molteplicità e pluralità dei soggetti (degli attori come si dice nel gergo economico) dello scenario storico: non più soltanto le formazioni statali o i loro raggruppamenti, ma anche tutti gli enti pubblici e privati (politici, militari, religiosi, economici, finanziari) in grado di funzionare da nodo delle maglie, e di produrre conoscenza immediatamente finalizzata alle proprie, e reciprocamente conflittuali, strategie di dominio.

Quale che sia la sua estensione territoriale (planetaria, continentale, statale, regionale, locale) e la complessità dei da ti geografici (rilievo, clima, vegetazione, ripartizione della popolazione e delle attività, etc.), una situazione geo-politica si definisce, a un dato momento di una particolare evoluzione storica, attraverso delle rivalità di potere di maggiore o minor momento, e attraverso dei rapporti tra forze che occupano parti diverse del territorio in questione. Le rivalità di potere sono anzitutto quelle tra Stati, grandi e piccoli, che si disputano il possesso o il controllo di certi territori. Si tratta di individuarne la localizzazione precisa e le ragioni che ciascuno invoca per giustificare il conflitto, spesso legate alle risorse (appropriazione di un giacimento minerario o di una zona sottomarina non ancora esplorata, eccetera), ma talvolta anche a cause di più difficile discernimento, e che occorre nondimeno cercare di definire. Rivalità di potere, ufficiali e ufficiose, si sviluppano anche all’interno di numerosi Stati i cui popoli, più o meno minoritari, rivendicano la propria autonomia o indipendenza. Emergono poi i problemi dell’immigrazione, che in molti paesi sono divenuti geo-politici. Infine, in seno a una stessa nazione, esistono rivalità geo-politiche tra i principali partiti politici, che cercano di estendere la propria influenza nella tal regione o nel tale agglomerato, e di conquistare o conservare delle circoscrizioni elettorali. Per mostrare la ripartizione di queste forze diverse, anche negli spazi relativamente ristretti, occorrono delle carte chiare e suggestive, e in particolare delle carte storiche, che permettano di capire l’evoluzione della situazione (attraverso i successivi tracciati delle frontiere), come pure di accampare “diritti storici” su un determinato territorio, di cui si dotano contraddittoriamente diversi Stati.

Per capire un conflitto o una rivalità geo-politica, non basta precisare e cartografare le poste in gioco, bisogna anche cercare, lo si è visto (soprattutto quando le cause sono complesse) di comprendere le ragioni, le idee dei suoi principali attori: capi di stato, leader di movimenti regionalisti, autonomisti o indipendentisti, eccetera. Ciascuno di essi esprime e influenza a un tempo lo stato d’animo della parte di opinione pubblica che rappresenta. Il ruolo delle idee (anche se sbagliate) è capitale in geo-politica. Sono esse a spiegare i progetti e a determinare la scelta delle strategie, certo insieme ai dati materiali. Queste idee geo-politiche le chiamiamo rappresentazioni. Se questo termine sarà qui impiegato a profusione è perché a causa dei suoi significati originari e della sua ricchezza di senso, corrisponde molto bene a due caratteristiche fondamentali delle idee geo-politiche. Da un lato, rappresentare (rendere presente), mostrare in modo concreto, è anzitutto disegnare. Ora, le idee geo-politiche si riferiscono a dei territori, cioè alle carte che ne sono le rappresentazioni, allo stesso modo in cui un quadro rappresenta un personaggio. D’altro lato, la rappresentazione è l’atto teatrale per eccellenza, l’atto che rende simbolicamente presenti personaggi e situazioni drammatiche, ciò che è anche proprio delle idee geo-politiche. Può essere che questo senso di “tenere il posto di qualcuno” e di “agire in suo nome”, sia all’origine dell’uso diplomatico e politico della “teoria della rappresentazione”, secondo cui la sovranità di una nazione si esprime attraverso i suoi rappresentanti.

In fondo, questo senso oggi non è il più importante nelle rappresentazioni geo-politiche. È spesso il senso cartografico a dominare. Ma non per questo bisogna minimizzare la rappresentazione in senso teatrale, giacché la maggior parte dei conflitti geo-politici sono pensati in termini di dramma. Ciascuna delle nazioni implicate assume simbolicamente i tratti di un personaggio. La rappresentazione storica dei loro rapporti, il modo di raccontare le cause dei loro conflitti assumono i contorni della tragedia. Ecco perché il termine di rappresenta­zione è, nelle analisi geo-politiche particolarmente utile in ciò che possiede di ambiguo e di semanticamente ricco.

Per giustificare le proprie rivendicazioni e i propri diritti sui territori, o per concepire le proprie strategie, i protagonisti (i capi di stato e i loro consiglieri), tenuto conto delle loro rappresentazioni geo-politiche personali e collettive, si riferiscono a diversi tipi di argomentazione o di ragionamenti che appartengono all’arsenale delle teorie geo-politiche.
Ci sono in effetti diversi modi di concepire la geo-politica, e lo stesso termine è stato oggetto di accentuazioni alquanto differenti. Non è nello spirito di questo libro (né in quello del suo autore) lo scopo di escludere idee che oggi appaiono superate o pericolose, giacché alcuni continuano a riferirvisi. È invece necessario di inventariarle, spiegarle a rischio di criticarle, e discernere le loro origini storiche e il loro ruolo nelle lotte e nelle controversie attualmente in corso nel mondo. Per trattare di tutto ciò in modo razionale e metodico, occorre una concezione d’insieme come pure un approccio scientifico, che aiuti a meglio capire gli avvenimenti attuali e quelli che si annunciano.

Ciò che abbiamo appena affermato, all’inizio di questo preambolo, è già molto diverso rispetto ai differenti modi più o meno parziali e di parte in cui abitualmente si tratta di geo-politica. Ma bisogna spingersi più avanti ed esporre i fondamenti di una concezione nuova e globale della geo-politica.
Questa concezione non deriva unicamente da una evoluzione personale, essa è il compimento di un’evoluzione storica complessa e relativamente lunga delle società europee occidentali. È in particolare la conseguenza dei nuovi fattori politici e culturali del nostro tempo: progresso della libertà di stampa e della libertà di espressione in una notevole parte del mondo d’oggi. In effetti, questa concezione nuova e operativa della geo-politica prende in considerazione il ruolo sempre più importante dei media, che diventano dei fattori geo-politici in tanto in quanto, influenzando l’opinione pubblica, modificano i punti di vista e le decisioni dei dirigenti.

Opponendosi in questo alle diverse concezioni che esamineremo in seguito, questa idea della geo-politica non procede da una definizione generale a priori. Al contrario, essa è stata definita dopo aver analizzato e distinto le caratteristiche comuni alle differenti qualità di fenomeni e di problemi che sono oggi considerati come geo-politici. È il risultato di decenni di ricerche condotte giorno dopo giorno, talvolta sul campo, alla ricerca delle cause di molteplici tensioni e conflitti, come pure delle ragioni alla loro base e delle reazioni dell’opinione pubblica nazionale e internazionale. Queste ricerche hanno anche progressivamente permesso di capire perché il termine “geo-politica”, apparso all’inizio del XX secolo, non è più stato utilizzato dopo la fine della seconda guerra mondiale, e perché è così diffuso oggi.

La comparsa in Europa, dopo la fine della guerra fredda, di un gran numero di conflitti geo-politici gravi, e il fatto che da una decina d’anni il termine geo-politica sia sempre più utilizzato per designare delle tensioni finora latenti e che oggi si aggravano o suscitano, grazie alla stampa, l’interesse e l’emozione dell’opinione pubblica, inducono a pensare che stia accadendo qualcosa di nuovo. Quanto meno, si accentuano oggi dei fenomeni che erano meno chiaramente percepiti nel passato, o che non potevano manifestarsi in modo così evidente fino a pochi anni fa. Sicché per aprire il gioco potremmo affermare (poi lo dovremo dimostrare) che il termine “geo-politica” non è tanto un nuovo modo di definire delle rivalità territoriali come ne esistono da secoli, ma che l’apparizione e l’allargamento degli usi di questo termine significano che, da qualche tempo, dei nuovi fattori moltiplicano i differenti generi di rivalità tra poteri relativi ai territori, e che esse si svolgono in modo diverso dal passato, non fosse che per il ruolo crescente dell’opinione pubblica. È ciò che noi verificheremo paragonando al passato il modo in cui appaiono e si sviluppano gli attuali conflitti.
Seconda affermazione, che scaturisce dalla prima: i fenomeni specificamente geo-politici non corrispondono a non si sa quali rivalità tra poteri per il controllo di territori ma (ed ecco la novità) a delle rivalità le cui rappresentazioni più o meno antagonistiche sono ormai largamente diffuse dai media. Ciò suscita discussioni fra i cittadini, certo alla condizione che vi sia libertà d’espressione nei paesi interessati. Così caratterizzati, si tratta dunque di fenomeni di un tipo storico nuovo, le cui conseguenze modificano sensibilmente le relazioni internazio­nali e l’esercizio dell’autorità dello stato in vari paesi.

La dimostrazione di questa duplice affermazione necessiterà di percorrere un certo numero di tappe di osservazione e di ragionamento. In effetti, le cose sono tutt’altro che semplici, e bisognerà tener conto e risolvere un certo numero di contraddizioni per costruire progressivamente la definizione di un concetto di geo-politica, e per misurarne il significato storico, culturale e politico.

Per capire bene a che cosa corrisponda ciò che oggi chiamiamo geo-politica, è dunque necessario (ma non sufficiente) spiegare come e perché questo modo di vedere il mondo sia prima apparso e poi scomparso per essere in seguito addirittura occultato e riapparire recentemente, dotato di una portata e di un’ampiezza nuove e tanto maggiori quanto più i problemi detti geo-politici si moltiplicano ormai sulla superficie del globo. È per capire questo fenomeno che noi riflettiamo sul senso che dobbiamo dare alla geo-politica affinché essa non sia solo una parola alla moda per definire certi problemi, ma uno strumento per avviare un’indagine scientifica efficace.

Se anche occorre fare la storia, in verità abbastanza sorprendente, della parola “geo-politica”, dei suoi usi trascorsi o della maniera in cui è stata passata sotto silenzio, tuttavia noi partiremo dal presente. Tracceremo un quadro rapido dei diversi modi in cui questo termine è oggi adoperato, delle differenti qualità di problemi che oggi esso contribuisce a designare. In seguito, risaliremo al passato per meglio capire la situazione attuale. In ciò noi seguiremo l’approccio geo-politico che ci è proprio. Il termine “geo-politica”, a partire dagli anni Ottanta, e soprattutto dopo la fine della guerra fredda, conosce un crescente successo, praticamente in tutti i paesi. E soprattutto nei media, quando i giornalisti cercano di spiegare questa o quella rivalità territoriale (rivalità che vanno moltiplicandosi, specialmente in Europa) e di rendere conto delle reazioni dell’opinione pubblica nel mondo. Compito più difficile di quanto non appaia, almeno se lo si vuole affrontare seriamente (malgrado i tempi stretti di cui dispongono i giornalisti), analizzando onestamente gli argomenti e le rappresentazioni contraddittorie delle diverse forze politiche in contrasto, si tratti di Stati o di popoli, o che si manifestano in seno a una stessa nazione. Compito sempre più difficile, in ragione di un’attualità sempre più appesantita dal fatto abbastanza sorprendente per cui, malgrado la fine dell’antagonismo fra le maggiori potenze, numerose questioni, fino a ieri latenti o minime o di cui non si parlava affatto, si sono bruscamente aggravate negli ultimi anni (e ciò in contrade europee relativamente vicine al nostro paese).

Ma la geo-politica non è solo affare dei giornalisti. Giacché la maggior parte delle rappresentazioni geo-politiche è associata in modo più o meno evidente a delle idee e a dei principi, un gran numero di intellettuali, specialmente brillanti filosofi, se ne preoccupano. Essi dissertano sul ruolo e sui valori dell’Europa e si indignano a giusto titolo a causa del dramma che si svolge nei Balcani, problema a tal punto geo-politico che certi pensatori arrivano quasi a darne la colpa alla geo-politica, come se si trattasse di una qualche divinità malefica.

Essendo questo termine nuovo, mal definito e molto utilizzato dai giornalisti, negli ambienti universitari e in particolare in quello delle scienze sociali, non lo si adopera ancora che con cautela. Invece, per un certo numero di specialisti di relazioni internazionali, per degli storici e soprattutto per certi geografi la geo-politica designa un nuovo campo di ricerca, in cui oggi c’è molto da fare, e un approccio scientifico nuovo.

Tuttavia, la difficoltà per questi ricercatori è che il termine geo-politica non è chiaramente definito ed è interpretato secondo accezioni molto diverse. Da un lato, questa è una conseguenza del suo successo, ma ciò deriva anche dalla diversità dei casi che oggi si ritiene utile definire geo-politici, meno per una moda che perché questo riferimento è ritenuto illuminante, pur essendo oggetto di giudizi di valore estremamente contraddittori. Il recente successo di questo termine è tanto più da sottolineare in quanto alla fine della seconda guerra mondiale esso è stato quasi proscritto in un gran numero di paesi (la maggior parte dei paesi occidentali e soprattutto quelli comunitari), con il pretesto che si trattava di un concetto hitleriano. Eppure, dopo il 1945, i problemi e i rivolgimenti che oggi chiameremo senza dubbio geo-politici non sono mancati, a cominciare dagli accordi di Jalta. Ma la quasi totalità di coloro che, nella maggior parte dei paesi, parlano oggi di geo-politica, non hanno certo nulla a che vedere con l’ideologia nazista, e anzi spesso ignorano le origini di questo termine e il fatto che esso sia stato oggetto di una sorta di tabù. Ciò spiega le controversie a proposito di questa parola. Per alcuni (d’altra parte sempre meno numerosi) la geo-politica è una pseudoscienza e persino un approccio intellettuale criminale, giacché (dicono costoro) essa è indissociabile dall’imperialismo e financo dalle avventure più spaventose dei regimi totalitari. Per altri, al contrario, si tratta di una scienza nuova, oppure almeno di un modo nuovo di vedere il mondo e di porre i problemi che fino ad ora erano stati occultati dallo schermo delle ideologie. Tra questi due atteggiamenti estremi, le accezioni o le definizioni della geo-politica coprono una gamma più o meno larga di problemi che sono legati a diverse categorie di fenomeni politici come a porzioni più o meno vaste di spazio terrestre.

La storia di questo termine non è dunque semplice, non più della sua sfera semantica, che tende ad allargarsi; oggi si parla di geo-politica a proposito della moltiplicazione di problemi tanto diversi quanto la comparsa di nuovi Stati, il tracciato delle loro frontiere, i loro conflitti territoriali, l’espansione di certe ideologie politiche e religiose come l’islamismo (questa sì indegna e criminale), o le rivendicazioni dei popoli che vogliono essere indipendenti, Ma si parla anche di geo-politica, e sempre più da qualche anno, a proposito di problemi politici interni a un medesimo stato, delle rivendicazioni regionalistiche, della geografia dei risultati elettorali, del ritagliare o raggruppare le circoscrizioni amministrative, o delle questioni di gestione del territorio. Si è tentati di considerare che si tratti di un fenomeno alla moda. Nondimeno, resta che le rivendicazioni di autonomia o di indipendenza formulate da modesti gruppi etnici o da piccole minoranze culturali pongono oggi, in numerosi Stati, delicati problemi politici, quando ancora qualche anno fa esse sarebbero state soffocate, se non regolate, con la forza.

 

QUESTIONI TEORICHE E SEMANTICHE

È ora necessario affrontare alcuni problemi teorici che sono, in verità, molto importanti, anche se il più delle volte ad essi non si presta attenzione: si riferiscono ai rapporti abbastanza sorprendenti tra questo significante (geo-politica) e tutta una gamma di significati. Nelle diversissime accezioni già evocate, si tratta pur sempre di rivalità tra differenti tipi di poteri su territori più o meno vasti. Constatare questa territorialità della “geo-politica” conferma il riferimento alla geografia, ciò che l’abbreviazione iniziale indica in modo quasi evidente.
Ora, tali conflitti territoriali fra gli Stati esistono da secoli e da altrettanto tempo le frontiere sono state tracciate e poi modificate; tutto ciò veniva riferito alla storia e non si parlava di geo-politica né di un termine equivalente. Perché si è dovuto attendere l’inizio del XX secolo affinché questo termine apparisse, ed essenzialmente, a quel tempo, in un solo stato, la Germania? E perché dobbiamo attendere la fine del secolo perché improvvisamente l’uso di questa parola si generalizzi e diventi un’idea-forza? Che cosa porta essa di nuovo in rapporto alla storia, cioè a quello che scrivono gli storici?

Finiremo per definire retrospettivamente “geo-politici” tutti i conflitti territoriali di una volta, come fa qualcuno? Il problema è meno semplice di quanto non appaia, non fosse che per la proscrizione del termine “geo-politica” dopo la seconda guerra mondiale. Per quasi quarant’anni questa parola non è stata più usata (nemmeno come aggettivo), né nei media né nelle università, quando tutta una serie di fenomeni (la divisione dell’Europa e del mondo in due blocchi e le rivalità delle due superpotenze) si riferivano palesemente a quella che noi oggi definiamo correntemente geo-politica. Il rapporto signficante-significato non è dunque affatto semplice, non più di quanto sono chiare le cause di questo tabù, né le ragioni per cui esso è stato progressivamente superato nel corso degli anni Ottanta.
Per definire a posteriori alcuni tipi di problemi è sufficiente notare che il termine “geo-politica” è relativamente recente e impiegarlo semplicemente come una novità o come una comodità linguistica? Gli specialisti che hanno riferimento hanno un modo nuovo di inquadrare e di spiegare le rivalità territoriali di un tempo e quelle di oggi? La sua apparizione all’inizio del secolo e la sua riapparizione (inizialmente timida, verso il 1980, e poi clamorosa dopo la frantumazione dei regimi comunisti e dell’Unione Sovietica) sono solo il riflesso dell’evoluzione delle idee negli ambienti intellettuali o universitari? O non anche la conseguenza di cambiamenti politici importanti nell’ambito di numerosi Stati? Tutto dipende da che cosa si intende con geo-politica.

Il termine, nelle sue molteplici accezioni attuali, è usato il più delle volte come aggettivo. Curiosamente, i dizionari nemmeno lo citano in quanto aggettivo e lo prendono in considerazione solo come sostantivo, ma senza indicare i tre significati differenti di questa parola. Il primo significato è quello dato dai grandi dizionari, il Larousse e il Robert, dove il termine non figura d’altronde che in modo furtivo: la geo-politica vi è considerata solo come una scienza o una particolare materia di studio. Il secondo, sempre più frequente per quanto assente nei dizionari potrebbe essere, trasponendo la definizione che il Robert dà in secondo luogo della geografia, ovvero “la realtà oggetto di questa scienza.”. Sarebbe d’altra parte preferibile dire “le realtà che sono considerate essere oggetto di questa scienza” e che è dunque, per conseguenza, legittimo definire geo-politiche.
Ora, che si tratti dei media o di ricerche degli specialisti queste “realtà” sono prese in considerazione sia in quadri spaziali più o meno vasti (per esempio, geo-politica dell’Africa, geo-politica di Beirut), sia in funzione di certi attori politici che conducono o si ritiene conducano un certo tipo di azioni che si definiscono anch’esse geo-politiche. Siccome questi attori sono spesso assimilati a Stati, si parlava per esempio correntemente, almeno fino al 1991, di geo-politica dell’Unione Sovietica; in un tale caso, c’è confusione tra i dati i problemi geo-politici considerati nel quadro di questo stato, e le azioni e i progetti attuati dai suoi dirigenti dentro o fuori le frontiere statuali. Sicché si parla oggi correntemente della geo-politica americana in questa o quella parte del mondo.

L’idea che la geo-politica è anche e soprattutto strategia è ancora più evidente quando si evoca, per esempio, la geo-politica di Reagan o quella di Gorbacev, cioè i differenti tipi di azione condotti, o più precisamente decisi da questo o quell’attore politico per modificare una situazione definita geo-politica. Siamo così arrivati al terzo senso del termine geo-politica.
Negli scritti dei giornalisti come nei lavori di diversi specialisti è chiaro che la geo-politica non è oggi considerata tanto come scienza o conoscenza (non fosse che per le difficoltà di definirla) quanto come azione, progetto e strategia. E questa evoluzione, lungi dall’essere una deriva mediatica (checché ne pensi qualcuno), è assolutamente fondata, perché in questo campo le analisi concrete si fondano su rivalità territoriali tra poteri i cui attori e soprattutto i cui capi hanno logicamente dei progetti e delle strategie. Questi dirigenti si servono d’altronde delle informazioni geo-politiche fornite da diversi specialisti per stabilire e modificare questi progetti e queste strategie. Eppure, nei dizionari la geo-politica non è assolutamente considerata come azione e strategia, ma definita solo come scienza o disciplina di un genere particolare. Le definizioni dei dizionari sono di fatto dello stesso tipo di quelle che essi danno della geografia.

Questo sostantivo ha anch’esso due significati troppo spesso confusi. Secondo il Robert, è 1) la scienza che ha per oggetto lo studio dei fenomeni fisici biologici umani localizzati sulla superficie del globo terrestre nonchè 2) la realtà fisica, biologica, umana che è oggetto di studio della scienza geografica. Ora, se il termine stesso di “geografia” fa esplicito riferimento a una tecnica scientifica (la geografia, che ha il compito di disegnare e rappresentare la Terra, cioè anzitutto costruire mappe, fisiche e di conseguenza mentali, del mondo), non è questo il caso del termine geo-politica giacché, in primo luogo, la politica non è definita nel Robert come scienza ma come 1) ciò che è relativo alla città, al governo dello stato e 2) arte e pratica del governo delle società umane. Il terzo senso di “geo-politica” quale azione, progetto, strategia di governo è dunque semanticamente legittimo. Queste considerazioni permettono di prendere coscienza di un certo numero di ambiguità semantiche, ma non per questo definiscono che cosa è la geo-politica. Coloro che, procedendo in modo inverso rispetto al nostro, vogliono partire dai principi e non dalla realtà, così come essa è percepibile, diranno che sono geo-politici i fenomeni che si riferiscono alla geo-politica.

Ma come l’hanno definita, fino ad oggi, la geo-politica? Per il Robert del 1965, la geo-politica è lo studio dei rapporti tra i dati naturali della geografia e la politica degli Stati. Il Grand Larousse Universel del 1962 è ancora più esplicito, giacché per esso la geo-politica è lo studio dei rapporti che uniscono gli Stati le loro politiche e le leggi di natura, queste ultime determinando le altre. È abbastanza curioso che questo genere di definizioni che non si trovano solo nei dizionari ometta ogni riferimento alla storia, per quanto l’invocazione dei presunti diritti storici sia uno dei maggiori argomenti in geo-politica. Ad ogni modo, simili definizioni avrebbero dovuto essere respinte per la loro evidente illogicità, che rasenta l’assurdità (ma certi geo-politici vi si riferiscono senza vergogna, per le necessità della causa che essi sostengono). In effetti se le leggi di natura determinano la politica degli Stati, come spiegare che essi possano operare cambiamenti spettacolari e durevoli della loro politica, ciò che la storia permette di constatare, e non solo durante le rivolu­zioni? I dati naturali della geografia purtuttavia non cambiano affatto, e le leggi di natura sono comunque eterne. Queste defi­nizioni quanto meno sommarie (due righe ciascuna) sono ante­riori al successo attuale della geo-politica, ma si continua spesso a farvi riferimento, specialmente negli ambienti universitari. Queste definizioni classiche, che si limitano a indicare l’esistenza di rapporti tra la geo-politica e la geografia, ma senza specificare di quali rapporti si tratti comportano inoltre il grande inconveniente di ridurre quest’ultima ai soli fenomeni naturali (concezione del resto assai diffusa nell’opinione comune, ma che non ha alcuna giustificazione epistemologica). Perché queste pretese definizioni della geo-politica non fanno menzione dei rapporti tra la politica degli Stati e i dati purtuttavia fondamentali della geografia umana, non fosse che, per esempio, l’importanza della densità di popolazione in rapporto alla superficie utilizzabile di uno stato? Mistero, o forse questo rischierebbe di richiamare la questione dello spazio vitale che Hitler ha sviluppato nel “mein kampf?

Il Grand Larousse Universel del 1989 definisce la geo-politica come una scienza che: studia i rapporti tra la geografia degli Stati e la loro politica, ed esprime la volontà di guidare l’azione dei governi in funzione delle lezioni della geografia. Si potrebbe credere che questo proposito rifletta le ambizioni dei maestri della geografia accademica. Uno dei più celebri in questo campo non fu forse il britannico sir Halford Mackinder (1861-1947) che acquisì dopo il 1900 una grande notorietà nei circoli dirigenti anglosassoni? Egli è spesso considerato uno dei più celebri geo-politici. Eppure, non ha mai fatto esplicito riferimento alla geo-politica nei suoi scritti, e il più celebre tra essi intorno a questo tema (“il perno geografico della storia”) si inquadra piuttosto in quella che sarà poi definita geo-storia.

La corporazione dei geografi accademici in senso generale ma in modo peculiare in Francia e oggi anche in Germania, è tuttavia, paradossalmente, quella che, assai più delle altre, tuttora respinge la geo-politica in nome della scienza e con il pretesto che si tratterebbe di un residuo o di una rinascita del nazismo. Questa corporazione disapprova coloro tra i suoi membri che se ne occupano e promuove invece la pratica della geografia politica.

Ma questo settore della geografia accademica, malgrado l’importanza riconosciuta al volume “geografia politica” nell’opera del grande geografo tedesco Friedrich Ratzel (1844-1904), negli ultimi decenni era stato completamente abbandonato, a parte un certo risveglio in questi ultimi anni nell’intento di far concorrenza alla geo-politica. Al punto che la geografia politica è dimenticata nel dizionario di geografia diretto da Pierre George (1979), che indica come <<la geo-politica sia lo studio dei rapporti tra i fattori geografici e le azioni o le situazioni politiche>> prima di menzionare che essa è stata <<uno degli strumenti di propaganda politica dei teorici dei Terzo Reich.>>.

Il più celebre di questi teorici, l’animatore della prima corrente di idee che facesse riferimento alla geo-politica per metterla in pratica, il geografo e generale tedesco Karl Haushofer (1869-1946), dichiarava verso il 1920, in modo alquanto lirico: <<La geo-politica sarà e deve essere la coscienza geografica dello stato. Il suo oggetto è lo studio delle grandi connessioni vitali dell’uomo d’oggi nello spazio d’oggi *** e la sua finalità *** è il coordinamento dei fenomeni che legano lo stato allo spazio.>>. In effetti, l’oggetto principale di questa corrente geo-politica erano le relazioni territoriali degli Stati tra loro, il tracciato delle loro frontiere, e in particolare quelle della Germania che, in conseguenza del Trattato di Versailles (1919), aveva appena perso importanti territori.

Gli specialisti di relazioni internazionali inquadrano la geo-politica ancor più in funzione delle loro preoccupazioni. Dopo il 1945, quando questo termine era completamente proscritto in Europa, all’Ovest come all’Est, certi specialisti americani vi facevano talvolta riferimento in lavori abbastanza riservati destinati a fornire ai dirigenti americani una base teorica alla politica che gli Stati Uniti, a causa della guerra fredda e della loro potenza, dovevano condurre su scala mondiale. <<L’essenza della geo-politica è di studiare la relazione che esiste tra la politica internazionale di potenza e le caratteristiche corrispondenti della geografia (e specialmente) quelle su cui si sviluppano le fonti della potenza.>> scrive nel 1963 Saul Cohen in “geografia e politica in un mondo diviso”. Per R. E. Harkavy in “great power competition for overseas bases: geo-politics of access diplomacy” (1983) la geo-politica è la rappresentazione cartografica delle relazioni tra le potenze principali in contrapposizione fra loro. Secondo la Encyclopedia Britannica la geo-politica è l’utilizzazione della geografia da parte dei governi che praticano una politica di potenza, mentre William T. Fox, in un colloquio organizzato a Bruxelles dalla Nato nel 1983, sostiene che in generale la geo-politica è l’applicazione delle conoscenze geografiche agli affari mondiali. Identica la concezione del generale Pierre Gallois, autore di un’opera intitolata “géopolitique: les voies de la puissance (del 1990): <<La geo-politica è lo studio delle relazioni che esistono tra la condotta di una politica di potenza sviluppata sul piano internazionale e il quadro geografico in cui essa si esercita.>>.

Ma queste concezioni più o meno prossime, secondo cui la geo-politica è essenzialmente analisi di tipo geografico delle relazioni interstatuali sul piano planetario o su quello dei grandi spazi non tengono conto del fatto che analisi geo-politiche dei rapporti di forza sono oggi condotte riguardo a territori di dimensioni assai minori che si tratti di Beirut o dei quartieri centrali di Los Angeles o di quelli periferici di Torino o ancora del piccolo borgo situato sui monti Nebrodi, ad esempio.

Alcuni specialisti di scienze sociali considerano che la geo-politica tenga anche in conto numerosi problemi politici interni agli Stati compresi quelli la cui unità nazionale è forte. Queste ricerche di geo-politica interna, anch’esse orientate sullo studio delle rivalità territoriali tra poteri (in particolare quelle tra i notabili della politica) hanno mostrato la loro efficacia in materia di analisi dei fenomeni elettorali e delle operazioni digestione del territorio. Già da molti decenni in America Latina i gruppi dirigenti e soprattutto i militari brasiliani argentini e cileni si riferiscono alla geo-politica per condurre delle operazioni di gestione dei loro territori o di organizzazione dello spazio.
Molto più complessa e recente è la proposta di definizione che Michel Foucher, nel suo libro “fronts et frontières (del 1991), dà della geo-politica: essa è, secondo lui un metodo globale di analisi geografica di situazioni sociopolitiche concrete prese in esame in tanto in quanto esse sono localizzate, e delle rappresentazioni abituali che le descrivono. Ciò ha il vantaggio di potersi applicare a situazioni di ogni dimensione, compreso il quadro di Stati di dimensioni relativamente piccole, e di non ridurre la geo-politica ai rapporti tra Stati o alle rivalità planetarie, come fa qualcuno. Ma l’espressione “situazioni sociopolitiche concrete”, se applicata ad altre questioni oltre a quelle concernenti le frontiere, non indica che i fenomeni geo-politici sono essenzialmente rivalità di potere riferite al territorio; ciò risulta ancor più mascherato dal fatto che questa definizione fa stato delle “rappresentazioni abituali” quando si tratta, in tutte le situazioni geo-politiche, a fortiori nei problemi di frontiere, di rappresentazioni contraddittorie.

Malgrado le loro differenze, tutti questi modi di inquadrare la geo-politica, compreso l’ultimo, hanno in comune la caratteristica di non rendere conto delle sue singolarità storiche: né spiegano l’apparizione molto tardiva di questo termine all’inizio dei XX secolo, la sua eclisse trentacinquennale, e soprattutto, da una decina d’anni la sua utilizzazione sempre più frequente sulla stampa e da parte di diversi specialisti meno per effetto di una moda che in ragione di un fenomeno obiettivo: la moltiplicazione recente dei problemi dei conflitti gravi o minori che vengono chiamati geo-politici. Insomma, nel mondo accade qualcosa di nuovo.

Era successo qualcosa del genere quando per la prima volta, in un paese, una corrente di opinione si è preoccupata della geo-politica?

 

L’APPARIZIONE DELLA GEO-POLITICA

Perché è solo all’inizio dei XX secolo, nei 1918-1919, in Germania, che la geo-politica appare come una novità intellettuale e politica e suscita in quel paese una poderosa corrente intellettuale, quando i conflitti territoriali fra Stati esistevano da secoli? Non bisogna mettere da parte questo problema, che oggi può apparire ben superato. Ma cercare di capire le cause di questa apparizione, così come quelle della proscrizione del termine dopo il 1945, poi del suo riapparire dopo dieci anni (cioè cercare di capire le grandi tappe della storia della geo-politica) permette di afferrare meglio alcune delle caratteristiche fondamentali della geo-politica e di avanzare nella costruzione della sua definizione.

Non basta segnalare, come si fa la maggior parte delle volte, che la parola “geo-politica” è comparsa, d’altronde in modo alquanto furtivo, per la prima volta nel 1904, per la penna di un geografo svedese, Rudolph Kjellen (1864-1922), fortemente influenzato dall’opera di Friedrich Ratzel e legatissimo agli ambienti culturali tedeschi. Per lui la geo-politica, allo stesso modo della ecopolitica e della demopolitica da lui proposte, era uno dei percorsi di ricerca di cui sottolineava l’importanza. Egli riprenderà questi termini nel suo libro del 1916 Lo stato come organismo vivente. Ma è solo dopo il 1918 e soprattutto in tutt’altro contesto politico che debutterà, con Haushofer; quello che si può definire il primo movimento di idee geo-politiche.
Per un gran numero di autori che tratteranno più tardi di geo-politica, questa appare, nel migliore dei casi come una delle forme più caratteristiche della “ragion di stato”, o di una realpolitik: il sovrano e i suoi fidi non prendendo in considerazione nell’interesse dello stato che dati materiali considerati come oggettivi e in primissimo luogo i dati geografici, e così mettendo tra parentesi determinati principi politici o morali. Si ripete a volontà la frase di Napoleone I <<La politica degli Stati è nella loro geografia.>>, dimenticando che era lui che sceglieva i dati geografici in funzione dei quali prendeva le sue decisioni per riorganizzare la Germania e l’Europa. Nel caso peggiore, si pensa spesso, la geo-politica copre con argomenti speciosi le annessioni più ciniche e brutali.
Ora, la prima apparizione della corrente di idee geo-politiche (in Germania) si situa al contrario in un momento in cui l’autorità dello stato è singolarmente indebolita, nel 1918-’19: dopo che il Reich ha dovuto chiedere l’armistizio, a causa dello scoraggiamento di una grande parte dell’esercito per la comparsa in Europa di un nuovo avversario, l’esercito americano, ma anche a causa delle rivolte comuniste, in particolare a Berlino. Dopo l’armistizio, si avvia un grande dibattito nei quale cittadini di diverse tendenze politiche si domandano se conviene accettare o rifiutare (salvo riprendere la guerra) le clausole territoriali dei trattato di pace che la coalizione vittoriosa vuole imporre. Coloro che sperano che il trattato potrà essere rivisto ulteriormente si oppongono a coloro che vogliono resistere ad ogni costo: che cosa bisogna accettare, a rigore? Quali sono i territori che bisogna accettare di abbandonare e quali sono quelli cui aggrapparsi? Di lasciare la Prussia Orientale non si discute nemmeno insomma!

Fino ad allora, solo i sovrani e i capi di stato decidevano, con i loro consiglieri più vicini su questo genere di problemi e non ci si sognava affatto di riferirne al popolo. Ma nella Germania dei dopo-sconfitta si ingaggiò fra cittadini di differenti tendenze politiche un vero dibattito democratico (per quanto segnato da molte violenze) sul problema del territorio della nazione e delle sue frontiere. Allora era un fatto assolutamente eccezionale. Certo, negli Stati democratici c’erano già molti dibattiti politici (sull’attribuzione del diritto di voto ai poveri o alle donne, sul ruolo della Chiesa, sul sistema di governo eccetera) ma non c’erano mai stati dei dibattiti geo-politici cioè imperniati sul problema delle frontiere e sulla definizione stessa del territorio dello stato e della nazione.

In questo primo dibattito geo-politico e patriottico, i professori di storia e di geografia dei licei e specialmente i giovani che tornavano dal fronte, hanno giocato un ruolo importante. Alcuni tra loro si sono resi conto che i corsi di geografia politica ispirati dall’opera di Friedrich Ratzel e che essi avevano seguito quando erano all’università non servivano a un bel nulla quando si trattava di provare l’ingiustizia e l’assurdità delle frontiere che i vincitori pretendevano di imporre alla Germania. Le ‘leggi scientifiche’ (ma sempre, comunque, razionalistiche) della geografia politica che Ratzel invocava in un insegnamento molto teorico e molto accademico (che egli aveva voluto al quanto differenziare rispetto agli articoli che scriveva in quanto presidente della lega pangermanista) non permettevano di comprendere i rapporti di forza in Europa né, in modo concreto, la situazione politica in cui la Germania si trovava dopo la sconfitta.
Inoltre, contrariamente a coloro che affermano che Ratzel è in qualche modo il fondatore della geo-politica, pare evidente che è semmai proprio contro l’accademismo della geografia politica ratzeliana che si è lanciata quella corrente di idee che avrebbe introdotto un nuovo termine, quello di “geo-politica”. La maggior parte dei geografi accademici tedeschi inizialmente non fu ad essa favorevole, ed è questa la ragione per cui i professori di liceo trovarono il sostegno di Haushofer messo ai margini dell’università a causa dei suoi incarichi militari e della sua carriera diplomatica (in Giappone, prima della guerra). Ed è per rivolgersi all’insieme dei cittadini che il movimento geo-politico lanciò una pubblicazione semplicissima, illustrata da carte schematiche, molto suggestive: “Zeitschrift fur Geopolitik”. Se Haushofer non disdegnò di riprendervi alcune leggi e alcuni principi della geografia politica, egli tuttavia proclamò che la geo-politica era una scienza nuova: era un mezzo di imporre le sue tesi con un’operazione apertamente politica, apertamente differente dal discorso accademico tenuto da Ratzel.

In seguito, per ottenere la revisione dei Trattato di Versailles o l’Anschluss con l’Austria (ciò che chiedevano anche i partiti di sinistra tedeschi e austriaci), il movimento geo-politico sviluppò la sua azione sul piano internazionale, grazie alla collaborazione di geografi o di diplomatici di diversi Stati europei Unione Sovietica compresa, i quali non accettavano affatto le frontiere imposte dopo il 1918, anche coloro che erano stati avvantaggiati volevano ancor di più.

Il partito nazista non cominciò ad acquistare importanza che dieci anni dopo l’esordio di questa scuola geo-politica che non è, contrariamente a quanto spesso si afferma, una creazione del nazismo. I francesi avrebbero d’altronde potuto lanciare la loro propria scuola di geo-politica ma, all’università, i maestri di quella che si chiamava la geografia francese o la scuola geografica francese vi si opposero in nome della scienza e della geografia, pur senza esprimere ragioni epistemologiche più precise.
In Germania, se Hitler recuperò a proprio uso e consumo gli argomenti patriottici della geo-politica tedesca e la notorietà di Haushofer, i nazisti (che ebbero le loro riviste di geo-politica) soffocarono poi ogni dibattito intorno ai problemi dello stato e della nazione nei rapporti di forza europei. Haushofer era un personaggio complesso giacché sua moglie, che ebbe fino all’ultimo un ruolo importante al suo fianco, era di origine ebraica ed egli era amico personale di Rudolf Hess il quale volò in Inghilterra nel maggio 1941. È proprio dell’estate 1941 la rottura tra il Fuhrer e Haushofer; che allora era al vertice del suo prestigio, giacché egli aveva fama di essere la mente del patto germano-sovietico dell’agosto 1939 (in nome delle tesi planetarie di Mackinder). Ma Haushofer manifestò il suo disaccordo quando, nel giugno 1941, Hitler lanciò improvvisamente l’attacco all’Unione Sovietica. La rivista “Zeitschrift fur Geopolitik” cessò le pubblicazioni poco dopo, e Haushofer fu da allora in poi malvisto dai dirigenti nazisti giacché Rudolf Hess non poteva più servirgli da garante. Haushofer fu persino arrestato quando suo figlio, egli stesso geo-politico e diplomatico, fu implicato nei complotto contro Hitler e assassinato dalla Gestapo. I rapporti tra la scuola geo-politica tedesca e il nazismo sotto dunque molto più complicati di quanto abitualmente non si dica. Karl Haushofer, che alcuni avrebbero voluto vedere tradotto davanti al tribunale di Norimberga, dove erano giudicati i dirigenti nazisti, fu invece risparmiato dagli americani che cominciavano a interessarsi molto di geo-politica (salvo poi suicidarsi, nel 1946, insieme alla moglie).

Si tratta ora di capire perché il termine geo-politica sia stato proscritto per così lungo tempo, dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando sarebbe stato assolutamente possibile contrapporre alla geo-politica dei nazisti una geo-politica dei loro avversari. Perché questo termine è stato oggetto di un simile tabù (salvo che per l’uso interno degli ambienti vicini alla Casa Bianca, al Pentagono o al Cremlino) e ciò per trentacinque anni, malgrado diverse spettacolari decisioni prese sia all’Est che all’Ovest avrebbero meritato la qualifica di “geo-politiche”? Quando la guerra fredda era al culmine, gli americani avrebbero potuto appropriarsi di una geo-politica del mondo libero e accusare i sovietici di praticare una geo-politica oppressiva. Questi ultimi avrebbero potuto impossessarsi di una geo-politica anti-imperialista e socialista. Alcuni scritti sovietici accusavano il pentagono di riappropriarsi della geo-politica hitleriana, ma, fatto curioso, i comunisti non insistettero. In effetti, Stalin aveva fatto proibire in Unione Sovietica e in tutti gli Stati diretti dai partiti comunisti ogni riferimento alla geo-politica (e persino alla geografia umana, sospetta di connivenza), se non per denunciarla come consustanziale al nazismo, ma senza troppa convinzione. Sembra che Stalin volesse far dimenticare assolutamente quella grande operazione geo-politica che era stato il Patto germano-sovietico, nel quale si era fatto intrappolare, non prevedendo che l’attacco tedesco sarebbe venuto meno di due anni dopo. In quella operazione egli sarebbe stato sedotto dalle pretese leggi geo-politiche di Haushofer-Mackinder; che intendevano dimostrare la necessità di un’Eurasia unificata, dall’Atlantico al Pacifico, e ciò tanto più in quanto al centro dell’Unione Sovietica era situato lo Heartland che, per Mackinder, era il futuro “centro del mondo”. D’altra parte, dopo lo scatenamento della guerra fredda, a partire dal 1947, la costituzione di due blocchi contrapposti in Europa, schierati lungo la linea di confine fissata dagli accordi di Jalta nel 1945, spinse i leader dei due schieramenti a proscrivere ogni idea, ogni rappresentazione che non rafforzasse quella dello scontro planetario delle due concezioni del mondo: il “mondo libero” che i suoi avversari definivano imperialista o capitalista, e il “mondo socialista”, chiamato più semplicemente mondo comunista. Questa rappresentazione (la divisione del mondo in due coalizioni con le loro zone di influenza) era peraltro di tipo perfettamente geo-politico (e basato su rivalità di poteri su territori) ma, per i dirigenti dell’una o dell’altra superpotenza, non era auspicabile impiegare un termine che non poteva mancare di ricordare i recenti conflitti nazionali, né di ricordare a ciascuna nazione quanto aveva lottato per difendere o riconquistare il suo territorio. Le nazioni appartenevano ormai all’uno o all’altro blocco, ed era importante che nulla ne indebolisse la coesione. Nel “campo socialista” gli Stati erano considerati fratelli grazie al socialismo, e la geo-politica andava dunque vietata, poiché era così strettamente legata ai conflitti territoriali che li avevano opposti gli uni agli altri solo poco tempo prima. I conflitti sul territorio dovevano essere per principio dimenticati una volta per tutte. In Occidente non era più considerato opportuno evocare la geo-politica né i litigi territoriali (per esempio, l’Alsazia-Lorena) che avevano portato a combattersi così duramente tra loro delle nazioni che oramai facevano parte dell’Alleanza atlantica. In ciascuno dei due campi, i problemi delle nazioni e dei loro territori dovevano apparire secondari e sorpassati tenendo conto della contrapposizione planetaria di due ideologie, di due sistemi, di due mondi dai valori radicalmente diversi. Non tutte le rivalità fra poteri sul territorio sono necessariamente geo-politiche. Ai tempi della guerra fredda, certo erano in gioco interessi e valori geo-politici, giacché la posta in gioco era l’estensione delle zone di influenza dell’una o dell’altra superpotenza sulla maggior parte del globo, ma la parola “geo-politica” era proscritta, e i grandi dibattiti politici che pure c’erano (ed erano vivissimi) erano fondati sui valori ideologici (il Bene socialista contro il Male capitalista, e viceversa) e sulle ragioni economiche della concorrenza fra le superpotenze. Ma non c’erano affatto discussioni sulle rappresentazioni propriamente territoriali di questa competizione. La teoria detta del domino, formulata a partire dal 1954 dai dirigenti americani a riguardo della pressione comunista nel Sud-Est asiatico, era abbastanza rudimentale a causa del suo aspetto meccanico, e d’altronde non suscitò un grande dibattito.

È particolarmente significativo che il termine geo-politica abbia ricominciato ad apparire sui media occidentali non gia in occasione della guerra di Corea, né durante la guerra di Indocina, quando il più lungo e più forte scontro militare fra Est e Ovest era al suo culmine, ma solo dopo la fine di questo scontro: e precisamente nei 1978-1979 al tempo del conflitto fra Cambogia e Vietnam. Riapparizione dapprima timida, per la penna di certi giornalisti. Benché si trattasse di paesi molto lontani dall’Europa, il tabù in un primo tempo fu rispettato, nella misura in cui la geo-politica fu ancora una volta presentata come la peggiore e la più stupida delle maledizioni che possano abbattersi sui popoli: appena terminata una così lunga guerra, in cui i loro dirigenti erano stati alleati contro l’imperialismo, ora questi arrivavano a battersi per delle dispute di confine e in nome dei diritti storici su determinati territori.

In un momento in cui l’opinione pubblica mondiale, grazie ai media, seguiva con passione ciò che avveniva in Indocina (gli americani si erano massicciamente impegnati contro il comunismo, prima di mollare la presa), questo nuovo avvenimento mostrava in modo spettacolare che, persino in seno al blocco comunista, le rivalità territoriali tra due nazioni erano talmente gravi da poterle condurre alla guerra. Certo, dopo la rottura fra Cina e Unione Sovietica nel 1958, questo blocco era diviso, ma si pensava che degli Stati comunisti, malgrado le loro rivalità, non potessero arrivare alla guerra aperta. Quella che scoppiò tra i khmer rossi e i comunisti vietnamiti per il controllo di una parte del delta del Mekong ebbe dunque un eco fortissima nel mondo e contribuì al riapparire della parola “geo-politica” per designare degli antagonismi molto meno ideologici che territoriali. Ciò diede luogo a diversi dibattiti nel mondo occidentale, e non solamente tra i marxisti, sconcertati e dilacerati da quella che consideravano come una lotta fratricida.

Il modo di porre i problemi in termini economici e politici o di rapporti di classe era messo per la prima volta spettacolarmente in causa da un’altra rappresentazione, che dava importanza ai territori e alle poste in gioco di tipo economico, strategico e soprattutto simbolico che essi costituivano per degli Stati o dei popoli. È sintomatico che queste discussioni, non limitate agli specialisti, ma che riguardavano correttamente, sul piano internazionale, un gran numero di cittadini, fossero sempre più associate alla riapparizione del termine “geo-politica” nei media occidentali. In seguito a questo conflitto cambogiano, altre ambizioni territoriali fondate su diritti storici hanno provocato altre guerre di grande rilievo, da quella che oppose Iraq e Iran dal 1980 al 1988, fino all’invasione e all’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990, da cui nacque la guerra del Golfo (del 1991), preceduta quest’ultima da grandi discussioni geo-politiche in tutto il mondo. In questi due casi, Saddam Hussein pretendeva di liberare dei territori a detta sua storicamente parte della nazione irachena, caso evidente di rappresentazione geo-politica radicalmente opposta a quella dei suoi avversari. Tuttavia, nel Vicino Oriente, il conflitto tra Israele e Palestina curiosamente non è stato considerato geo-politico, benché sia uno dei conflitti geo-politici più complessi. Invece, quello dell’Afghanistan ha largamente contribuito, a causa delle reazioni suscitate, alla diffusione dei ragionamenti geo-politici.


IL TRIONFO DELL’AUTODETERMINISMO

È soprattutto dopo il 1985 che l’uso del termine geo-politica ha conosciuto il suo maggiore sviluppo. Intanto in quanto sono apparse, in Europa orientale e sul piano mondiale, tutte le notevoli conseguenze della perestrojka, e in special modo la glasnost (cioè l’esortazione ai giornalisti di usare di una nuova libertà di stampa) si è venuti in un numero crescente di paesi a considerare la geo-politica come un nuovo modo di vedere il mondo. Infatti, il crollo dei regimi comunisti ha disvelato la molteplicità di rivendicazioni di indipendenza nazionale e le loro contraddizioni territoriali nella maggior parte d’Europa, in Europa centrale, nei Balcani e nella ex URSS. In seno a ciascuna nazione, compresa la Russia, la recente libertà di espressione ha provocato dei dibattiti paragonabili in qualche misura a quelli che i tedeschi avevano conosciuto quando apparve il movimento geo-politico. La domanda più ricorrente era: <<Bisogna staccarsi dall’Unione Sovietica?>>. Se i baltici hanno risposto in massa di sì, la risposta era, invero, molto meno evidente nelle altre repubbliche, se non inversa, prima del tentativo di putsch dell’agosto 1991: <<Dobbiamo accontentarci del territorio della nostra repubblica così come è attualmente delimitato o non dobbiamo profittare invece delle condizioni attuali per rivendicare da subito i nostri territori “storici”, dove si trova una parte dei nostri compatrioti?>>. Si tratta evidentemente di dibattiti fondamentalmente geo-politici e che d’altro canto hanno scavalcato in importanza quelli propriamente politici. I problemi posti sembrano di soluzione alquanto ardua a causa delle aspirazioni territoriali contraddittorie della maggior parte delle nazioni dell’ex URSS e del fatto che in certe regioni siano in casto nate diverse minoranze nazionali.

Se la scomparsa dell’URSS non ha provocato finora grosse perdite umane, salvo che nei conflitti caucasici o in Tagikistan, i rischi di frammentazione della Repubblica federativa di Russia a causa delle rivendicazioni di diversi popoli appartenenti alle repubbliche autonome e soprattutto il destino dei 25 milioni di russi che vivono fuori della Russia, pongono problemi geo-politici tanto più gravi in quanto cominciano a essere sfruttati da alcuni leader politici. Inoltre le strutture della Csi appaiono fragilissime. Se la dimensione della Cecoslovacchia si è fatta nella calma, dopo serie e intensissime discussioni geo-politiche, la disgregazione della Federazione Jugoslava, dopo le proclamazioni di indipendenza delle repubbliche federate, ha provocato combattimenti terribili, in Croazia e soprattutto in Bosnia: il fatto che le diverse nazionalità si trovarono frammiste sul territorio provocò timori reciproci, eredità di una storia dolorosa e complicata, causa di una immane tragedia. Ma questa avrebbe potuto indubbiamente essere scongiurata se i diplomatici europei, prima di riconoscere l’indipendenza di queste repubbliche, avessero misurato i rischi connessi all’incastratura delle nazionalità sul terreno e se i leader slavi, per far dimenticare il loro recente passato comunista prevalere sui rivali, non avessero fomentato la crisi e l’esasperazione delle rappresentazioni geo-politiche antagoniste.

L’accentuazione e la moltiplicazione delle preoccupazioni geo-politiche riguardano anche Stati dell’Europa occidentale, a causa dello sviluppo di ciò che viene definito democrazia e del rispetto della libertà di espressione. L’emergere di poteri regionali, il riconoscimento dei particolarismi culturali persino nel quadro di un vecchio stato nazionale a forte tradizione centralista come la Francia, pone nuovi problemi geo-politici: per apparire democratico, il governo, seguendo la maggioranza dell’opinione pubblica, discute, per esempio, con i nazionalisti còrsi presunti responsabili di diversi attentati che, appena vent’anni fa, sarebbero stati giudicati e incarcerati da tempo. La Francia aveva già conosciuto più di un dibattito politico anche molto violento ma è in realtà la prima volta che in tempo di pace alcuni cittadini pongono un problema geo-politico che fino ad allora non era mai stato possibile discutere apertamente: quello della separazione di una parte del territorio nazionale, destinato a diventare territorio di un altro popolo e di un’altra nazione. Occorre che la libertà di espressione sia divenuta ben grande perché simili rappresentazioni separatiste possano esprimersi liberamente e perché i dibattiti politici vertano su problemi geo-politici di tale gravità.

In Europa occidentale, a parte il caso della riunificazione della Germania, è in Spagna che le trasformazioni geo-politiche (sempre più considerevoli dopo la morte di Franco, che aveva vietato l’espressione dei particolarismi culturali basco e catalano) hanno portato lo stato a ‘disgregarsi’ in comunità autonome cioè in governi autonomi corrispondenti alle vecchie province, favorendo così il consolidamento delle nazioni basca e catalana.

In Canada come in Australia piccolissimi gruppi di persone (che si tratti di indiani, di inuit o di aborigeni australiani) consigliati da abili avvocati e con l’appoggio dei media, arrivano a rivendicare i loro diritti su spazi vastissimi: essi esigono, ad esempio, il versamento di diritti di sfruttamento economico delle risorse minerarie o idrauliche dei loro territori. Simili pretese geo-politiche non possono esprimersi e non possono ottenere soddisfazione che in società molto attaccate ai valori democratici e alla libertà di stampa, al punto che esse lasciano sviluppare fino alle estreme conseguenze il diritto dei popoli a disporre di se stessi, aiutando persino dei gruppi di qualche migliaio di persone a costituire dei micro-pseudo-stati, come quegli arcipelaghi del Pacifico riconosciuti dalle istituzioni internazionali. Anche in quei casi si tratta di geo-politica, così come geo-politici sono i problemi posti, nelle grandi città di numerosi paesi, dalle minoranze di immigrati. Anch’esse rivendicano il loro diritto alla differenza e all’autonomia.
Sicché l’esame degli svariati problemi geo-politici dello stesso tipo recentemente emersi in Europa, e l’ascolto dei dibattiti non meno geo-politici che essi provocano sia nelle nazioni che fra di esse, confermano essenzialmente l’affermazione fatta precedentemente. E cioè che sono specificamente geo-politiche le rivalità territoriali oggetto di rappresentazioni contraddittorie oggi largamente diffuse dai media, e che suscitano dibattiti politici fra i cittadini, a condizione che vi sia una certa libertà di espressione.

Da alcuni decenni si stanno moltiplicando e sviluppando fenomeni specificamente geo-politici, cioè le polemiche tra cittadini riguardo a problemi di poteri-territorio sul piano nazionale e internazionale. Nella maggior parte dei paesi, in particolare in tutta una parte d’Europa, la nazione è ancora oggi la rappresentazione geo-politica per eccellenza, non fosse che per i valori particolarmente forti di cui è caricata, soprattutto quando le lotte per l’indipendenza sono recenti come nell’ex Unione Sovietica, o sono ancora in svolgimento, come nell’ex Jugoslavia.
Tuttavia (ed è un fenomeno relativamente nuovo) in un certo numero di paesi, in Europa occidentale ma anche nel mondo musulmano e in Africa, lo stato nazionale non è più la sola rappresentazione geo-politica e si trova in concorrenza con rappresentazioni molto più vaste e più vaghe o al contrario più ristrette e più precise, anch’esse però cariche di valori. La diffusione di queste rappresentazioni rivali della nazione è opera di movimenti politici in cui gli intellettuali giocano un ruolo importante.

È il caso dei movimenti islamisti che lottano non solo per l’applicazione della sola legge coranica, la sharia, nel mondo musulmano, ma anche per l’unità politica di questo enorme insieme. Essi mettono in atto una strategia veramente geo-politica per realizzare, sotto il loro controllo, l’unità non solo religiosa ma anche politica della umma, la comunità musulmana: un miliardo di uomini in un’area che si estende dall’Atlantico al Pacifico, dagli Urali all’Indonesia o al Golfo di Guinea, ma divisa in una quarantina di Stati. Per superare i contrasti politici e culturali, e in particolare la diversità delle lingue in seno all’umma (dove l’arabo, la lingua del Corano, non è parlata che da un quinto dei musulmani), gli islamisti indicano a tutti i musulmani un avversario comune: quella grande astrazione geo-politica che è (almeno nei connotati affibbiatile dagli islamisti) l’Occidente. Essi li chiamano a lottare contro l’Occidente anzitutto abolendo quelle frontiere che essi sostengono essere state tracciate in seno alla comunità musulmana per trarre profitto dalle sue divisioni e dal petrolio. Denunciando la tirannia e le turpitudini dei dirigenti di questi Stati, giudicati illegittimi in quanto rifiutano di fondersi nella umma, e promettendo di instaurare una società perfetta ispirata ai comandamenti di Dio, l’internazionale islamista spera di stabilire su gran parte dell’umanità un potere più duraturo di quello dell’Internazionale comunista. Ma i combattimenti verificatisi (e alcuni ancora in corso) in tutto il Medioriente fra i diversi gruppi islamisti dopo la loro vittoria sul regime comunista provano che invocare l’unità della umma non impedisce loro di speculare sui particolarismi tribali o sulle rivalità etniche, sollecitando l’appoggio di Stati islamici e pur tuttavia rivali come Iran, Arabia e Pakistan.

In Europa occidentale, nell’ambito di alcuni vecchi Stati nazionali, l’idea stessa di nazione tende a stemperarsi. I valori che vi erano associati sembrano oggi sorpassati. Furono in grande misura le guerre che le opposero le une alle altre a forgiare queste nazioni. Ora, l’oblio che ci si è sforzati di gettare sui drammi della seconda guerra mondiale, poi la costruzione della Comunità europea, l’abolizione progressista delle frontiere, la fine delle minacce esteriori che si scrutavano al di là della cortina di ferro, tutto ciò ha indebolito l’idea di nazione, o almeno la rende molto meno esclusiva di un tempo. Di conseguenza cresce il peso di altre rappresentazioni geo-politiche, come quella di Europa e soprattutto quella di regione, a causa delle politiche di decentramento condotte dalla maggior parte dei governi, e dall’esempio dato dai Lander di uno stato potente come la Repubblica federale Germania. Certo, queste regioni sono dotate di ‘personalità’ più o meno spiccate. In certi casi, la celebrazione dell’identità regionale si avvicina al discorso sulla nazione e le idee separatiste conquistano una parte della popolazione, tanto più facilmente a causa della maggiore libertà di espressione. Questo tipo di stato, lo stato nazionale, compimento di una lunga storia, non è forse così irreversibile come lo si credeva qualche tempo fa. Perché si possa veramente parlare di stato nazionale occorre che una grande parte della popolazione si senta effettivamente toccata dall’idea di nazione, della sua unità e della sua indipendenza, e la consideri il quadro fondamentale della vita politica. Tra qualche decennio non sarà forse più questo il caso per un certo numero di paesi europei, le cui prerogative inoltre si saranno diluite a causa dello sviluppo dei poteri delle istituzioni sovrannazionali europee e della mondializzazione dell’economia sotto la direzione delle grandi imprese sovrastatali.

 

LA GEO-POLITICA COME APPROCCIO SCIENTIFICO

Occorre sottolineare ancora una volta che tutte le opinioni geo-politiche che si affrontano o si confrontano, in quanto riferite a rivalità di poteri (ufficiali o ufficiosi, attuali o potenziali) su dei territori e sugli uomini che vi abitano, sono delle rappresentazioni caricate di valori, più o meno parziali e più o meno consapevolmente di parte, relativi a situazioni reali le cui caratteristiche obiettive sono di difficile definizione.

Per squalificare i rivali, alcune tesi geo-politiche si proclamano scientifiche e si riferiscono a ‘leggi’ della storia, della natura o della geografia del tipo di quelle che Ratzel aveva preteso stabilire fondandosi sui atti della geografia fisica, in particolare le forme dei rilievi e il contorno delle terre e dei mari, poichè esse sembrano ‘eterne’ e in grado di sfidare i secoli. Questo genere di discorso non deriva affatto dalla razionalità, né a maggior ragione dalla scienza, quando pretende di fondare un giudizio su un preteso rapporto diretto di casualità fra assiomi generali e una situazione particolare in cui si affrontano dei poteri nel quadro di una complessa evoluzione storica. Tuttavia, tali discorsi sedicenti scientifici, come pure le tesi storiche grossolanamente articolate, non sono da prendere alla leggera, perché hanno un potere di mobilitazione considerevole.

La sola maniera scientifica di affrontare qualsiasi problema geo-politico è di porre subito in chiaro, come principio fondamentale, che esso è espresso da rappresentazioni divergenti, contraddittorie e più o meno antagoniste. Bisogna anche tener conto del fatto che ciascuna di queste rappresenta­zioni non è unicamente fondata su dati spaziali e sulla situazione presente. Ciascuna si riferisce alle situazioni e ai conflitti precedenti, che rimontano più o meno indietro nel tempo. Queste memorie selettive sono evidentemente cariche di giudizi di valore. Ciascuna si fonda sulla sua versione della storia, su antichi tracciati di frontiera, su configurazioni spaziali di cui si conserva o meno la memoria, secondo le necessità della causa. È il problema dei tante volte menzionati diritti storici che si riferiscono a tale o talaltra carta o a tale o talaltra descrizione di geografia storica. Una certa rappresentazione, ad esempio, riposa sui “tempi lunghi” per fondare i suoi diritti su un lontano passato. Al contrario, i suoi avversari giocheranno sui “tempi brevi” se sono loro più favorevoli. Tale rappresentazione ‘salta’ tutto un periodo del passato, quello che invece valorizza il discorso avverso. Rari sono i ragionamenti geo-politici che non fanno alcun riferimento alla storia e in cui gli argomenti appaiono come unicamente spaziali. È dunque tanto più necessario esaminare le ragioni storiche che inducono gli autori di certe rappresentazioni a tacere o a sottolineare determinati periodi.
Occorre infine sottolineare che, come i discorsi, così le rappresentazioni geo-politiche non appartengono inizialmente a uno stato o a un popolo, ma a personaggi o a piccoli gruppi che le hanno formulate o inventate. Anche se in seguito esse sono largamente propagate e adottate dalla grande maggioranza di una nazione, esse sono anzitutto legate a uomini politici (o a loro consiglieri), ma anche ad intellettuali (spesso geografi o storici) che esprimono, oltre agli interessi dello stato o del gruppo intellettuale che servono, la loro maniera personale di vedere le cose.
Ci sono anche i discorsi dei rivali o di coloro che sono all’opposizione (perlomeno quella del momento) che, senza per altro accedere alle tesi dell’avversario straniero, tengono a rimarcare la propria diversità rispetto al regime al potere. L’analisi pseudo-oggettiva di osservatori stranieri non implica che essi siano necessariamente neutrali. Essi sono particolar­mente sollecitati, e bisogna tener conto di certe relazioni sentimentali, delle affinità ideologiche e delle somiglianze che possono esistere tra problemi di Stati diversi.

Certo, bisogna cercare di rendere conto nel miglior modo possibile della complessità delle interazioni tra le molteplici rappresentazioni geo-politiche più o meno soggettive e di taglia variabile, dalla locale alla planetaria. Ma non si può concepire la geo-politica come approccio scientifico se non si pone come principio fondamentale che si tratta di analizzare delle rivalità territoriali fra differenti tipi di poteri, essendo ogni territorio disputato sia una posta in gioco in quanto tale, per ragioni strategiche, economiche o simboliche, sia solamente un terreno su cui si affrontano influenze rivali.

Principio corollario: poiché si tratta di analizzare delle rivalità tra un certo numero di forze, le rappresentazioni che ciascuna di esse dà di se stessa e della situazione sono parziali, faziose e antagoniste, così come le loro strategie sono divergenti o antagoniste. Ma occorre cercare di renderne conto in modo oggettivo, se non imparziale.

Come si è potuto parlare di scienza politica a partire dall’epoca in cui una pluralità di attori, di movimenti, di partiti concorrenti è stata presa in considerazione con l’intenzione di spiegare obiettivamente le loro rivalità, la geo-politica può essere considerata come metodo scientifico (“scienza” sarebbe infatti ancora presuntuoso in un campo così carico di contraddizioni) dal momento in cui l’una e l’altra tesi rivale sono presentate in buona fede e si cerca di comprenderle entrambe in profondità.
La ragion d’essere di un simile approccio non è solamente un desiderio di obiettività, è anche l’efficacia. È un modo di capire o di meglio intendere ciò che accade e forse ciò che può accadere. Se è già intellettualmente gratificante osservare il normale svolgimento delle rivalità politiche sulla carta elettorale di uno stato, di una grande città o di una regione, diventa assolutamente necessario essere in grado di analizzare degli scontri i cui effetti sono molto più gravi e in cui le poste in gioco sono molto più importanti, sia per agevolare una soluzione di compromesso, sia per contribuire alla vittoria della propria causa. Ma perché l’approccio geo-politico funzioni, occorre un metodo di analisi.

 

INTERSEZIONI DI LIVELLI SPAZIALI E DIFFERENTI LIVELLI DI ANALISI SPAZIALE

Per capire in che cosa i metodi e i ragionamenti geografici sono indispensabili a qualsiasi analisi geo-politica, bisogna sottoli­neare che, contrariamente a un’opinione assai diffusa, i feno­meni detti fisici non sono che una parte delle molteplici categorie di fenomeni presi in considerazione dalla geografia. Certo, ciascuna di queste categorie è oggetto di una scienza particolare (come la geologia o la demografia). Quanto alla geografia, essa tiene conto delle raffigurazioni spaziali di tutti questi fenomeni.

Ogni fenomeno cartografabile deriva dalla geografia, che si tratti di dati geologici e della localizzazione di giacimenti petroliferi, del tracciato dei corsi d’acqua e dei rilievi, ma anche della ripartizione della popolazione, di una determinata opinione politica, o della localizzazione delle attività economiche, o delle frontiere in questa o quell’epoca eccetera. Ora, le differenti tesi geo-politiche che si affrontano utilizzano ciascuna tale o talaltro dato geografico per provare il loro buon diritto, ed è dunque utile avere una visione di insieme e una visione precisa di ciascuno di questi dati. Così, la rivendicazione o la difesa delle frontiere naturali, tesi geo-politica classica, si fonda sulla presentazione delle forme del rilievo; ma ciascuna delle forze in campo sceglie come linea legittima, fra i tracciati dei corsi d’acqua e gli spartiacque, quello che è posto più avanti, in modo da estendere il proprio territorio.

Lo studio delle differenti rappresentazioni e dei diversi argomenti geo-politici deve prendere in considerazione carte attuali e carte storiche che rappresentino, per una stessa porzione di spazio terrestre, la ripartizione di queste diverse categorie di fenomeni. Presa in considerazione attenta e critica, giacché queste carte hanno origini e significati politici. Inoltre, in materia di geo-politica, l’uso delle carte è oggetto di trucchi che sfuggono ai non iniziati: ciascuna delle rappresentazioni geo-politiche che si confrontano per il controllo dello stesso territorio fonda i suoi argomenti sulla carta che meglio le conviene, mentre la tesi rivale sceglie, senza dirlo, un’altra carta che rappresenta altri fenomeni e che pare confortare le sue rivendicazioni.

Queste tattiche cartografiche contraddittorie sono rese possibili dal fatto (generalmente disconosciuto) che ciascuno dei fenomeni che isoliamo nel pensiero ha la sua particolare configurazione spaziale su una stessa porzione di territorio. Così la maggior parte dei differenti insiemi spaziali che si possono tracciare su una stessa carta (o su dei calchi) per rappresentare le diverse caratteristiche di uno stesso territorio (risorse geologiche, forme del rilievo, insiemi di vegetazione, distribuzione della popolazione, ripartizione delle lingue, delle religioni eccetera) ha dei limiti che non coincidono con quelli di altri insiemi spaziali. Questi insiemi spaziali formano una serie di intersezioni.

Ciò riveste una grande importanza in materia di ragionamenti geo-politici, soprattutto quando si tratta di frontiere. La maggior parte delle frontiere traversano le intersezioni che formano i limiti dei diversi insiemi spaziali. Ne sono risultati gravi conflitti geo-politici. Basti citare quello tra Francia e Germania, provocato in particolare dalla questione dell’Alsazia-Lorena, cioè dalla non coincidenza del tracciato attuale della frontiera franco-tedesca con il limite verso ovest delle lingue germaniche. E il fatto che la frontiera Iran-Iraq, di antica data, non coincida con l’estensione delle lingue arabe verso est, né con l’estensione della religione islamica sciita verso ovest, è una delle cause della guerra degli anni 1980-1988 e può esserlo anche di un futuro conflitto fra questi due Stati. Ecco perché bisogna essere molto attenti a queste intersezioni di insiemi.

L’analisi delle intersezioni degli insiemi è molto difficile quando tali insiemi spaziali appartengono a ordini di grandezza molto differenti. Conviene allora per comodità chiamare insiemi del primo ordine quelli che si misurano in decine di migliaia di chilometri; del secondo ordine, quelli che si misurano in centinaia di chilometri, e così via fino alle decine di chilometri, ai chilometri etc.

Importa notare che nella maggior parte dei casi, a eccezione dei deserti, più questi insiemi sono grandi, più la loro popolazione è numerosa, e più essi sonno concepiti, formati, a un forte grado di astrazione; è particolarmente il caso dell’insieme planetario definito Terzo mondo, che conta più di 4 miliardi di individui.
Non è facile articolare scientificamente una rappresentazione formata a un forte grado di astrazione, e un insieme di dimensioni ben minori è perciò molto più concreto. Le rappresentazioni geo-politiche che mescolano tutti questi insiemi in modo più o meno vago. Così, durante le polemiche suscitate dalla guerra del Golfo, la causa dell’Iraq è stata spesso presentata, a torto o a ragione, come quella del Terzo mondo vittima dell’attacco occidentale: siamo al livello di insiemi di dimensioni planetarie, dai vaghi contorni, difficilmente definibili, ma carichi di valori particolarmente forti. Ora, se la posta in gioco più immediata del conflitto, il territorio del Kuwait, è dell’ordine delle centinaia di chilometri, a medio termine la posta in gioco più vasta è l’insieme dei giacimenti petroliferi del Golfo arabo-persico, che si estende per un migliaio di chilometri circa.

Per vederci più chiaro, il metodo è di classificare per ordine di grandezza i molteplici insiemi di qualsiasi taglia che bisogna prendere in considerazione (che siano geologici o religiosi) e di rappresentare questi diversi ordini (dal locale al planetario) come una serie di piani sovrapposti, con per ciascuno di essi la carta che mostri le intersezioni degli insiemi di dimensioni simili cartografati alla stessa scala. È combinando i dati che appaiono su ciascuno dei piani di un tale schema, che alcuni definiscono diatopico o multiscalare, che si potrà condurre il ragionamento ai diversi livelli di analisi spaziale. Un tale approccio costituisce, con lo studio delle intersezioni degli insiemi, la forma più operativa, più strategica del ragionamento sui territori, cioè il ragionamento geografico nella sua definizione epistemologica più efficace.

Così si possono avere rappresentazioni più complete e più oggettive di quelle delle parti in causa. In effetti la geo-politica, in quanto approccio scientifico, non si limita all’esame delle rappresentazioni contraddittorie. Essa deve sforzarsi di costruire una rappresentazione più globale e molto più obiettiva delle situazioni, per proporre soluzioni agli scontri in atto ma anche per cercare di prevedere gli scenari futuri.

Insomma, nell’evoluzione delle situazioni geo-politiche occorre distinguere tra “tempi lunghi” e “tempi brevi”, riprendendo e precisando l’approccio di Fernand Braudel. Alla stregua dei diversi piani sovrapposti secondo gli ordini di grandezza dell’analisi spaziale, è possibile differenziare le categorie dei fenomeni geologici, demografici, economici eccetera, in funzione delle durate e dei ritmi temporali alquanto differenti secondo i quali essi evolvono. Essi si distinguono nella lunga durata, si accavallano e interferiscono, ma devono essere tutti presi in considerazione nei tempi brevi più vicini al presente. Importa poi distinguere con maggior precisione di Fernand Braudel la categoria dei tempi brevi, e distinguere ciò che si misura in mesi da ciò che si misura in giorni e anche da ciò che si svolge nell’arco delle ore, giacché i tempi brevissimi possono avere una notevole importanza nello svolgimento dei conflitti attuali. I tempi lunghi sono misurati in anni o decenni; quanto ai tempi lunghissimi, si contano in secoli.

Così, nelle rappresentazioni geo-politiche dei popoli dell’Asia sud-orientale, in particolare dei vietnamiti, ma oggi anche degli indonesiani, un movimento abbozzato già più di duemila anni fa è una delle maggiori preoccupazioni: la spinta secolare degli Han dal Nord della Cina verso quello che si può chiamare il Mediterraneo asiatico.

 

GEO-POLITICA E CITTADINI

Lo sviluppo della libertà di stampa e della libertà di espressione in un sempre maggior numero di paesi provoca la moltiplicazione delle rivendicazioni geo-politiche di dimensione locale, regionale e nazionale.

Contrariamente a coloro che proclamano che il mondo è oggetto di un processo di “degeo-politicizzazione”, conseguenza della fine della guerra fredda, si può pensare che il mondo entri progressivamente nell’època della geo-politica. E si tratta di fenomeni geo-politici sempre più complessi e interdipendenti. La scomparsa dell’Unione Sovietica come superpotenza non significa la fine del confronto fra grandi potenze: di fonte agli Stati Uniti si parano oggi il Giappone e la Germania. Le lotte per l’indipendenza, dopo essersi concentrate nei paesi africani e asiatici alla metà del XX secolo, interessano nuovamente un gran numero di nazioni europee. Sicché l’approccio geo-politico è sempre più necessario a tutti i cittadini.

Da qualche anno, un certo numero di associazioni simpatizzanti per le cause umanitarie da esse difese, hanno assunto come slogan l’espressione “senza frontiere”. La prima è stata “Médecins Sans Frontières”, che svolge un ruolo notevole in tante tragedie. Da allora, lo slogan “senza frontiere” è di moda. Checché se ne dica, le frontiere esistono e, se esse tendono a impallidire in Europa occidentale, il diritto dei popoli a disporre di se stessi le moltiplica dolorosamente in tutto l’Est europeo. Gli animatori della maggior parte di questi movimenti senza frontiere sanno bene che le frontiere esistono, visto che cercano di superarle per fare il loro lavoro. Ora, la funzione del ragionamento geo-politico è anche quella di un ponte che permetta di superare l’ostacolo. Facendo capire quali sono le idee e gli antagonismi da una parte e dall’altra delle frontiere, la geo-politica aiuta a scavalcarle e, forse, a contribuire a formare una disposizione d’animo che aiuti a cercare la soluzione pacifica di alcuni conflitti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

GEOGRAFIA DEL POTERE

storia, metodologia e teorie della geo-politica

 

I CONTENUTI DELLA GEO-POLITICA

Non esiste una definizione universalmente accettata di geo-politica, anche se, come dice lo stesso nome, si tratta di una disciplina che studia l’influsso che i fattori geografici hanno sulla politica degli Stati e delle nazioni e in particolare sulla politica estera (ma non solo su quella) e quindi sulla storia delle varie entità politiche e dell’insieme dell’umanità.

Questa disciplina di contatto fra la geografia e le scienze politiche, assurta a grande sviluppo dopo la guerra mondiale specialmente in Germania, è stata definita da uno studioso tedesco, il Maull, con espressione mal traducibile, come <<die Lehre von der Erdgebundenheit der politischen Vorgänge>>, ossia, in sostanza, come lo studio delle condizioni spaziali nelle quali si verificano i fatti politici, lo studio delle necessità spaziali della vita e dello sviluppo degli stati. Tuttavia, come già abbiamo avuto modo di sottolineare, il nome “geo-politica” fu creato dal sociologo svedese R. Kjellén con un significato più ristretto. Egli, infatti, nella sua dottrina generale dello stato considerato come un organismo vivente, chiamava geo-politica lo studio dello stato nei suoi elementi spaziali o territoriali, mentre dava il nome di demo-politica ed etno-politica allo studio degli elementi demografici ed etnici; quelli di eco-politica e socio-politica allo studio delle condizioni della sua vita economica, sociale e culturale; di crato-politica allo studio dei regimi e delle manifestazioni della potenza nonché della energia espansiva degli stati. Le opere del Kjellén (“fondamenti di un sistema di politica”, “lo stato come forma di vita”, le grandi potenze attuali”“problemi politici della guerra mondiale”) ebbero grande diffusione in Germania, le prime tre già alla vigilia della guerra mondiale e poi insieme con la quarta durante e dopo di essa; talune idee fondamentali, che si riallacciavano a dottrine esposte da F. Ratzel nella sua “geografia politica”, trovarono perciò un terreno favorevole; e tutta una scuola di studiosi venne a poco a poco costruendo su esse l’edificio di una scienza empirica, che considera insomma lo stato come un organismo, superiore ai comuni organismi viventi, così nel tempo come nello spazio. Lo stato può pertanto nascere con caratteri di maggiore o minore vitalità: se vitale, cresce e si sviluppa seguendo norme o tendenze che possono essere diagnosticate e anche, fino ad un certo punto, prognosticate e indirizzate; è soggetto a processi di malattia, di risanamento, di deperimento, di irrobustimento, può andare incontro a perdita o indebolimento di organi, più o meno vitali, ad espansioni talora irregolari e nocive, tal’altra dovute a sani processi di sviluppo. La perdita di organi vitali può condurre lo stato al dissolvimento. Lo studio di tutti questi fenomeni, in relazione alle condizioni naturali ed umane, costituisce, secondo gli attuali concetti prevalenti in Germania, il campo di studio della geo-politica, la quale, in tal modo concepita, può essere naturalmente soprattutto utile guida agli uomini di governo, ai capi di stato, etc.

Il caposcuola dei geo-politologi tedeschi, K. Haushofer, ha, col concorso di molti collaboratori, rielaborato e ampliato l’opera del Kjellén, “le grandi potenze attuali”, trasformandola in un trattato in tre volumi intitolato “macht und erde (1935-36). Da quel momento, le pubblicazioni di geo-politologia si sono moltiplicate: un’apposita rivista, la “Zeitschrift für Geopolitik, fondata nel 1924, espone e discute soprattutto i problemi geo-politici di attualità; ad essa si affianca, dal 1936, una serie di monografie divulgative che ha pure il titolo di “Macht und Erde (Hefte zum Weltgeschehen).

Incerte sono le differenze fra la geo-politica e la geografia politica applicata da un lato e fra la geo-politica e la geo-strategia dall’altro. Tali termini, infatti, vengono frequentemente impiegati come sinonimi di geo-politica. Esistono, inoltre, una concezione ‘allargata’ e una concezione ‘ristretta’ di geo-politica. Nell’accezione allargata la geo-politica è sinonimo di geografia politica applicata e studia i condizionamenti e le influenze esercitati dai fattori geografici sulla politica soprattutto estera degli Stati. L’accezione ristretta si riferisce essenzialmente alla Scuola tedesca di Monaco di Baviera degli anni 1920-1945, che ha inteso la geo-politica come una vera e propria scienza che studia il condizionamento deterministico esercitato dai fattori geografici, in particolare da quelli spaziali, sulla politica. Questa concezione era collegata a particolari dottrine politiche (quali quelle della ‘politica di potenza’) dello stato come organismo vivente, dell’autarchia e della nazione come entità naturale indipendente dallo stato, di natura sostanzialmente astorica. La geo-politica si proponeva di fornire allo stato una “coscienza geografica”, che può essere considerata quale ‘geologia’ della politica, e pretendeva di individuare gli interessi nazionali e le direttrici ‘naturali’ di espansione, fornendo in tal modo alla politica obiettivi e strategie. Di fatto si rivelò strumento di giustificazione e di propaganda di un determinato progetto politico, quello cioè della rivincita tedesca dopo la sconfitta subita nella prima guerra mondiale. Per questo la geo-politica di Haushofer, essa è fortemente ideologica. Non è eccessivo dire che, nonostante il suo intento scientifico, avesse la tendenza a trasformarsi addirittura in una metafisica. La geo-politica diveniva così nomotetica, cercando di conferire un fondamento naturalistico alla politica sulla base di un determinismo ambientale.

La distinzione fra le due accezioni non è però netta. Anche la scuola geo-politica di Monaco di Baviera degli anni venti-trenta, che ha dato l’interpretazione più deterministica della geo-politica, ponendola al servizio dei progetti di rivincita tedesca prima e del nazismo poi, è stata estremamente ambigua al riguardo. Il suo principale esponente, Karl Haushofer, ha sostenuto infatti che la geo-politica interviene con una propria individualità solo dopo che è stata assunta un’idea politica. La definizione proposta dalla commissione costituita dalla redazione della rivista “Zeitschrift für Geopolitik”: <<La geo-politica è la scienza che studia i fatti politici rispetto alla loro dipendenza dall’ambiente geografico.>> (riportata nel “dizionario di politica” curato dal Partito Nazionale Fascista, [Roma, 1940; vol 2°: p. 250]), e quella data da Haushofer: <<La geo-politica è il fondamento scientifico intorno all’arte dell’attività politica nella lotta per l’esistenza che conducono gli Stati rispetto alla superficie che è loro necessaria.>> (ivi) differiscono fra di loro per semplici sfumature: mentre nella prima fra geografia e politica viene tracciata una relazione di quasi causalità, nella seconda viene indicata una relazione più sfumata e al tempo stesso più complessa, in cui la geo-politica diventa una ‘geografia dell’uomo di stato’.

A parte le due definizioni estreme su cui ci siamo finora soffermati, ne esistono innumerevoli altre, tra cui ricordiamo: quella di Ernesto Massi, condirettore della rivista “Geo-politica”, pubblicata a Milano tra il 1939 e il 1942: <<La geo-politica è la scienza che studia i fatti politici nella loro dipendenza dall’ambiente geografico.>>; quella del generale Jordis von Lohausen : <<La geo-politica è la disciplina che studia i rapporti fra gli spazi geografici e la potenza politica e militare.>>; e infine quella dell’Oxford dictionary: <<La geo-politica è lo studio dell’influenza della geografia sul carattere politico degli Stati, sulla loro storia, sulle istituzioni e soprattutto sulle relazioni con gli altri Stati.>>. Altre definizioni che possono contribuire a una maggiore comprensione del termine sono: quella elaborata dal “gruppo di ricerca sulla geo-strategia” della “Fondation pour les Études de Défense Nationale”, secondo cui <<la geo-politica studia le zone di influenza, mentre la geo-strategia ha come oggetto principale lo studio delle zone cuscinetto che proteggono le zone di influenza>> (in “Stratégique”, 1991, n. 50: p. 88); e quella di Yves Lacoste che, riprendendo per certi versi le concezioni di Carl Schmitt sul senso dello spazio, ha proposto di riferire la definizione di geo-politica al dibattito interno ai vari Stati sulla rispettiva politica estera, e quella di geo-strategia ai rapporti fra gli Stati, soprattutto alle loro relazioni competitive nel campo della politica estera e di sicurezza.

La geo-politica non si riferisce solo alla politica estera, ma anche a quella interna: tra di esse esistono strette relazioni e spesso rapporti di subordinazione della prima rispetto alla seconda. Geo-politica interna è la disciplina che studia il modo in cui gli Stati esercitano il dominio sul loro territorio e l’organizzano.
Il significato e la natura della geo-politica dipendono dalle relazioni che si presuppongono esistere fra uomo e ambiente. Esse possono essere di cinque tipi: il determinismo, il possibilismo ambientale, il probabilismo ambientale, il comportamentismo cognitivo, e l’ambientalismo di libera volontà. Vediamoli più nel dettaglio. 1) Nel determinismo ambientale l’uomo non ha scelta: la storia e la politica sono determinate dalla geografia, dal clima, etc. 2) Secondo il possibilismo ambientale, l’ambiente è una specie di matrice che limita i risultati operativi delle azioni. Dice più quello che non si può fare che quanto si può fare. Tali limitazioni sono però modificabili con la tecnologia. 3) Il probabilismo ambientale associa un valore di probabilità a ciascuna delle possibilità offerte dall’ambiente. Si tratta di una probabilità soggettiva, calcolata sulla base della generalizzazione delle esperienze passate e del sistema di valori di chi la formula. 4) Il comportamentismo cognitivo afferma che una persona reagisce all’ambiente nel modo dettatole dalla sua cultura e dalla sua esperienza. Quello che influisce sulla decisione non è l’ambiente, ma il modo in cui s’immagina e si concettualizza l’ambiente. Il ‘senso dello spazio’ di Carl Schmitt costituisce un’applicazione di questa interpretazione delle relazioni anche indirette esistenti fra l’ambiente e l’azione umana. 5) Secondo l’ambientalismo di libera volontà, infine, l’ambiente offre una gamma di possibilità alternative d’azione, tra cui chi deve decidere sceglie liberamente la soluzione che ritiene preferibile.
Mentre la prima interpretazione dei rapporti fra ambiente e uomo corrisponde alla definizione ‘ristretta’ di geo-politica, le altre sono coerenti con la definizione ‘allargata’ del termine e sono compatibili, se non addirittura complementari, fra loro. Ad esempio, nell’individuazione delle opzioni decisionali possibili predomina sicuramente quel tipo di approccio denominato “possibilismo ambientale”. Nella scelta della linea d’azione da seguire si utilizzano invece, almeno implicitamente, criteri stocastici, così come prevede il probabilismo ambientale. Sulla definizione delle probabilità soggettive, nonché sulla valutazione degli effetti di ciascuna opzione alternativa, influiscono la cultura e l’esperienza (non solo storica) di chi decide, oltre alla geografia e al suo impatto sull’individuo. Ciò è in linea con gli assunti del comportamentismo ambientale.
In ogni caso, la trasformazione del dato geografico in un dato politico, ad esempio ai fini dell’individuazione delle possibili capacità, richiede sempre un momento progettuale. È infatti senza significato parlare di capacità in astratto. Le capacità sono sempre capacità di fare qualcosa e quindi possono essere valutate solo in relazione a fini politici ben precisi, la cui definizione è sicuramente influenzata dalle percezioni derivate dalla cultura, dalla storia e dalla geografia. La concet­tualizzazione dello spazio è politica, non geografica.
Taluni ritengono che sarebbe corretto limitare l’utilizzazione del termine geo-politica ai lavori della scuola tedesca di Monaco e di quelle che vi si ispirano, soprattutto in Italia e in Giappone. Ciò è peraltro reso impraticabile dal successo che il termine geo-politica ha avuto negli ultimi anni nel linguaggio comune, per indicare gli aspetti geografici della politica, cioè le influenze e i condizionamenti dell’ambiente naturale e umano sulle scelte politiche. Va quindi ritenuta l’accezione allargata della geo-politica e, quindi, la relativa indeterminatezza del termine.

Il termine ‘geo-politica’ è tornato di moda e si è rapidamente diffuso nel linguaggio dei media dopo la fine del mondo bipolare e delle sue ideologie globali. Evidentemente il suo ritorno non è casuale, ma dipende dalle trasformazioni subite dal sistema internazionale. Al centro del dibattito non viene più posta la ‘statica’ dell’ordine mondiale, ma la ‘dinamica’ della competizione per il potere fra i vari attori geo-politici (siano essi ‘poli’ sovraregionali, Stati o entità substatali) che cercano di affermare i propri interessi nonchè la propria identità e autonomia. Peraltro, talune teorie geo-politiche attuali tendono a studiare le condizioni per pervenire alla stabilità a livello mondiale e presuppongono che i rapporti internazionali possano essere basati sulla interdipendenza e sulla cooperazione per fronteggiare sfide globali, come quelle ecologiche e del sottosviluppo. Nell’ambito della geo-politica ‘globalista’, diversamente che nella geo-politica ‘classica’, cade ogni distinzione fra ‘interno’ ed ‘esterno’ dei vari attori geo-politici: il mondo viene trattato nella sua globalità, come unico autentico soggetto della geo-politica.

Il termine geo-politica (in genere utilizzato pragmaticamente, senza pretese epistemologiche o scientifiche) indica e comprende i vari apporti provenienti da settori disciplinari diversi che, a vario titolo, influiscono sulle decisioni particolari e sulle politiche generali riguardanti tanto gli affari interni quanto le relazioni esterne.

La geo-politica generalmente riflette una visione realistica, conflittuale e talvolta deterministica della politica, specie internazionale: in alcuni casi si tratta di una semplice concettualizzazione ex post di decisioni già prese, finalizzata all’acquisizione del consenso interno ed esterno, alla manipolazione e alla propaganda; in altri, i suoi approcci, metodi e tecniche sono utilizzati in modo sistematico per elaborare scenari e per migliorare la qualità delle decisioni riguardanti la definizione di interessi e di obiettivi, di politiche e di strategie. In modo soggettivo e mai neutrale, nella geo-politica vengono utilizzati apporti che vanno dalla geografia politica alla storiografia, alla politologia, all’economia internazionale, alla psicologia collettiva, alla demografia, alla strategia militare, e così via. Vengono poi impiegate le tecniche di rappresentazione cartografica, per far confluire in un dato spazio le varie valutazioni.
La geo-politica non è né una scienza, né una disciplina ben definibile. Sull’incertezza della sua natura influisce l’inflazione semantica di cui essa è oggetto e che a sua volta deriva dall’incertezza e imprevedibilità della turbolenta fase di transizione che il mondo sta attraversando, dalle nuove gerarchie di potenza, dalle modifiche che sta subendo la divisione internazionale del lavoro e della ricchezza, nonché dall’incessante, rapida evoluzione delle tecnologie militari e di quelle per la produzione di ricchezza.

La geo-politica classica, che si conforma in genere alle posizioni assunte dallo stato di appartenenza, in particolare relativamente al suo destino rispetto al mondo, assume nella maggior parte dei casi una posizione centrata sullo stato. Più che di geo-politica, si dovrebbe quindi parlare di geo-politiche proprie di ciascun paese e di ciascuna epoca. Tutte le teorie geo-politiche vanno pertanto esaminate relativizzandole, ossia ricollocandole nell’ambito dello specifico contesto storico in cui sono state formulate e degli interessi che le hanno motivate. Anche la geo-politica ‘globalista’ presenta tale caratteristica di soggettività.
La critica di una dottrina geo-politica comporta sempre l’affermazione di una scienza contraria e opposta alla geo-politica: all’inizio della seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti, alla ‘cattiva geo-politica nazista’ fu contrapposta la ‘buona geografia politica americana’, che si pretendeva ispirata dai valori propri dell’idealismo internazionalistico wilsoniano.

La terza rivoluzione industriale, quella dell’informazione, e la riduzione dei costi dei trasporti e delle telecomunicazioni hanno modificato i paradigmi di base della geo-politica classica e il significato politico dello spazio e del tempo, nonché il ruolo della forza militare nella politica internazionale e nella determinazione della gerarchia degli Stati. La globalizzazione e l’interdipendenza richiedono un nuovo ordine geo-politico. La trasformazione dei territori degli Stati da aree sostanzialmente esclusive della sovranità statale in luoghi di concentrazione di reti, di comunicazioni e di flussi costringe a ripensare i concetti e gli approcci della precedente geo-politica ‘territoriale’. Inoltre, è aumentato il peso dei fattori non militari della sicurezza (immigrazioni, criminalità organizzata, droga e così via). La perdita di importanza della forza militare come paradigma per determinare la gerarchia fra gli Stati, su cui si erano fondati in ultima analisi gli ordini e gli equilibri precedenti, ha reso turbolenta l’attuale fase di transizione degli assetti mondiali.
Ma la geo-politica attuale differisce da quella del passato anche per altri motivi. In primo luogo, alla geo-politica degli spazi territoriali si è sovrapposta quella dei flussi immateriali, che non conoscono confini. In secondo luogo, si sono moltiplicati, sia quantitativamente sia qualitativamente, gli attori della politica. Non solo è aumentato il numero degli Stati, ma, anche se questi continuano a costituire gli elementi centrali del sistema internazionale, sono comparsi altri attori geo-politici. L’importanza e l’autonomia degli Stati sono erose dall’alto (dalle istituzioni sovranazionali a livello globale o regionale), dal basso (dai tribalismi, localismi e regionalismi) e dai lati (dalle imprese multinazionali, finanza, religioni, criminalità organizzata, etc.).

La potenza e la ricchezza si sono smaterializzate e deterritorializzate, creando dissimmetrie con l’organizzazione politica e giuridica degli Stati, rimasta invece territoriale e delimitata da frontiere ben precise; nell’epoca agricola e in quella industriale, infatti, le frontiere separavano l’interno dall’esterno anche dal punto di vista economico, mentre la loro permeabilità nell’epoca postindustriale ha molto attenuato tale separazione. Ormai, l’interno e l’esterno vanno considerati un tutto unico. Avere una politica estera attiva non è più una scelta, ma una necessità. Oltre alle frontiere fisiche esistono altre frontiere, come quelle economiche, culturali, etc., che sono in continuo movimento; esse definiscono sfere di influenza e di dominio in cui operano i vari soggetti geo-politici, che si espandono o ripiegano o comunque interagiscono, determinando la politica e, quindi, il benessere e la sicurezza dei vari attori geo-politici.
La centralità dei fattori fisici (posizione, dimensioni, distanze, risorse naturali, etc.), tipica della geo-politica del passato, si è ridotta, anche se non è scomparsa del tutto; è invece aumentata quella dei fattori umani e immateriali, come demografia, tecnologia, produttività, informazione e mezzi informativi e tecnologici, nonché quella delle culture, delle religioni e della storia, che in passato erano compresse dal dominio di ideologie globalizzanti e dai meccanismi del confronto bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Durante la guerra fredda, il termine geo-politica venne colpito da una specie di ostracismo ideologico, sia perché esso venne associato indebitamente con l’assalto al potere mondiale da parte della Germania nazista, sia perché l’approccio geo-politico, necessariamente collegato con una visione incentrata sullo stato e realistica delle relazioni internazionali, contrastava con le ideologie dominanti nelle due superpotenze, e cioè con l’idealismo wilsoniano e con il marxismo-leninismo, che ne legittimavano il predominio sul rispettivo blocco. Il ritorno del termine geo-politica è quindi strettamente connesso da un lato con il passaggio dall’ordine di Jalta al disordine delle nazioni e, dall’altro, con le tendenze alla globalizzazione, alla regionalizzazione e alla frammentazione, che coesistono e si contrappongono nel mondo postbipolare.

Beninteso, anche la contrapposizione fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si ispirava a particolari visioni geo-politiche, dato che teneva conto dei rapporti fra potenza e spazio. Basti pensare alla dottrina del containment, a quella del ‘domino’, alla divisione dell’Europa in aree d’influenza, alle conferenze di Teheran, di Jalta e di Potsdam, ai contrasti anche territoriali fra l’Unione Sovietica e la Cina, e così via. La geo-politica non era scomparsa: era semplicemente stata accantonata come termine, per motivi del tutto contingenti e legati agli interessi politico-strategici del tempo.

Ciascuna epoca e ciascuno stato hanno sempre avuto una propria geo-politica. Quest’ultima infatti rispecchia il particolare rapporto che le singole entità socio-politiche hanno con il proprio spazio, non solo fisico, ma anche economico, tecnologico e psicologico-identitario, cioè con il particolare ‘senso dello spazio’ che corrisponde alla loro cultura ed esperienza storica, e che rappresenta un ponte tra fattori geografici e scelte politiche. In questo senso, la geo-politica è sempre stata anche geo-storia. Le grandi teorie geo-politiche della prima parte del Novecento hanno sempre presupposto, implicitamente o esplicitamente, una visione globale del processo storico, volta a reinterpretare la storia passata per anticipare quella futura. Talvolta, traendo stimolo dall’allarme per la decadenza della propria civiltà o della potenza del proprio stato, esse hanno sostenuto programmi di riarmo psicologico, militare o economico. Tipiche, a tale riguardo, le teoria sostenute da H. J. Mackinder o quelle sulla decadenza dell’Europa, tornate oggi d’attualità anche a causa delle preoccupazioni per lo spostamento del centro dell’economia mondiale dall’Atlantico al Pacifico.

Il significato e i contenuti della geo-politica variano dunque notevolmente nelle varie accezioni che sono state date al termine. Se tutti sono d’accordo nel ritenere che la geo-politica esprima i rapporti tra fattori geografici e politica, è il differente giudizio sulla natura di tali rapporti a originare la diversità delle definizioni di geo-politica.

Per taluni, anche con le cautele prima descritte in riferimento al significato del determinismo in politica, la geo-politica è la disciplina che studia i fatti politici rispetto alla loro dipendenza dall’ambiente geografico. In quest’ottica, pertanto, la geo-politica assume valore normativo: indica alla politica, di cui in certo senso costituisce il fondamento naturalistico, ciò che deve fare. Inoltre, essa ha un oggetto specifico e quindi un campo disciplinare proprio, diverso da quello delle scienze geografiche. È questa la teoria attribuita da molti alla scuola geo-politica tedesca degli anni venti-trenta, ma non solo a essa: si sarebbe trattato quindi di una ‘geo-politica metafisica’, di un vero e proprio ‘ascetismo’ dello spazio. Una simile geo-politica per inciso caratterizza tutti i conflitti identitari ed etnici emersi nel periodo postbipolare, allorché sono entrate in una crisi irreversibile le ideologie globalizzanti che semplificavano il mondo della guerra fredda.

In una seconda accezione, i rapporti fra fattori geografici e politici vengono visti in una prospettiva non deterministica. Soggetto della geo-politica non è l’ambiente, ma l’uomo. La geografia, pur restando un fattore importante della politica e della storia, non può dare indicazioni, ma offrire solo opportunità e imporre condizionamenti che devono essere tenuti presenti da chi effettua le scelte. In questo senso la geo-politica è la ‘geografia del principe’: essa appartiene più al campo delle scienze politiche che di quelle geografiche, in quanto per ogni ragionamento geo-politico sono determinanti i valori, i principî, gli interessi e la cultura che influenzano le valutazioni. Anche se indica una gamma di possibilità, la geo-politica presuppone l’esistenza, almeno implicita, di un progetto politico.
Secondo una terza accezione, nella geo-politica assume un ruolo determinante il ‘senso dello spazio’: in questa prospettiva l’influsso della geografia e della storia sulla cultura ‘determina’ la lettura dello spazio (o, meglio, degli spazi) in cui si vive e si agisce. La geo-politica riguarderebbe in primo luogo le ‘rappresentazioni’ che influenzano il comportamento politico: determinante sarebbe, più che l’ambiente, il modo in cui lo si immagina e lo si concettualizza ai fini delle decisioni politiche, cioè la Weltanschauung che ispira un ragionamento geo-politico. La geo-politica sarebbe quindi il derivato diretto di una metapolitica.
Una seconda classificazione della geo-politica si basa sulla differenza del punto di vista da cui ci si pone e della natura dei problemi che si intendono affrontare. Ponendo lo stato come elemento centrale del sistema politico, sia interno che internazionale, si può distinguere una geo-politica esterna da una interna; qualora, invece, ci si riferisca a soggetti geo-politici diversi dallo stato, si può distinguere una geo-politica globale, una statale, una regionale (nel senso delle macro-regioni) e una substatale, che può variare da quella localistica alla geo-politica delle imprese.

La differenza fra la geo-politica interna e quella esterna appare evidente dagli stessi termini impiegati: la prima si riferisce ai rapporti di potere all’interno (quali, ad esempio, la ripartizione del territorio di uno stato in regioni amministrative o la distribuzione territoriale delle varie forze politiche) e si sviluppa anche a seguito dell’affermarsi del concetto di frontiera naturale, che racchiude in sé quello di confine lineare; si tende a spostare ogni tensione sulle frontiere esterne, per eliminare quelle esistenti all’interno e per omogeneizzare il territorio. La geo-politica esterna si riferisce invece ai rapporti esterni di ciascun soggetto geo-politico.

Per la geo-politica globalista l’unico vero soggetto della politica sarebbe il mondo: si tratta di un approccio per molti versi simile all’attuale geo-politica ‘critica’, che taluni hanno denominato ‘geo-politica della pace’ o ‘ecologia delle potenze’ data la globalizzazione delle culture, dell’ecologia, dell’economia e dell’informazione, l’interdipendenza fra gli Stati e l’affermarsi di istituzioni e di un diritto internazionali. L’interesse della geo-politica globale non dovrebbe essere rivolto ai rapporti di potere, ma alla stabilità e alla pace intese come fini in sé, non come fattori che riflettono i rapporti di potenza e mirano a perpetuarli o a modificarli (che sarebbe poi la preoccupazione principale della geo-politica classica). Temi come quelli dei rapporti tra Settentrione e Meridione e dei grandi problemi ecologici globali (buco dell’ozono, variazioni climatiche, etc.) dovrebbero costituire le preoccupazioni centrali della ‘nuova’ innovativa geo-politica.
Un filone particolare di questa tendenza come abbiamo già accennato è rappresentato dalla cosiddetta geo-politica ‘critica’, che mira soprattutto a smascherare la funzione strumentale, sostanzialmente di manipolazione delle percezioni e di propaganda, di tutte le teorie geo-politiche ‘classiche’.
La geo-politica localistica e quella delle imprese hanno preoccupazioni più limitate, circoscritte a un’area o a un oggetto d’interesse particolare. La prima è caratteristica dei gruppi politici substatali; la seconda cerca di individuare, ai fini delle decisioni di carattere imprenditoriale, il rischio politico degli investimenti, l’affidabilità dei sistemi-paese e le opportunità che questi ultimi presentano ai fini degli interessi delle imprese.
Esistono poi geo-politiche specializzate o settoriali, come quelle delle religioni, dell’energia, dell’acqua, della droga e così via.

Ma, come detto, non esiste una definizione univoca della geo-politica, anche se, come dice la stessa etimologia del termine, si tratta di una disciplina che studia i rapporti, le influenze, i condizionamenti e le limitazioni dei fattori geografici, fisici e umani sulla politica, vale a dire su comportamenti, decisioni, percezioni e azioni dei vari attori geo-politici, siano essi gli Stati, le entità sovranazionali o subnazionali, o anche le grandi imprese industriali e commerciali. Gli approcci e i metodi propri della geo-politica vengono infatti utilizzati anche nelle valutazioni imprenditoriali dei rischi e delle opportunità dei vari sistemi-paese. La geo-politica non esiste in natura, ma solo in letteratura. Va perciò studiata soprattutto anche se non esclusivamente in relazione alla storia del pensiero geografico e storico-politico, includendovi anche le metodologie di analisi, di valutazione, di sintesi e di rappresentazione via via utilizzate in queste due differenti discipline. L’imprecisione del significato di geo-politica è connessa anche con la discussa natura della geografia, specie di quella umana, di cui quella politica costituisce una branca. Alcuni attribuiscono alla geografia un significato solo descrittivo e rappresentativo; altri la ritengono una scienza sociale, con contenuti anche predittivi e normativi. Come disciplina sociale, la geografia sarebbe capace di spiegare la storia delle varie entità politiche e dell’insieme dell’umanità, contribuendo, in un certo senso, a individuare le soluzioni più efficaci ai loro problemi.

Generalmente gli studiosi di geo-politica sono fautori della prima visione, quella ‘ristretta’, che considera la geografia scienza dei luoghi e degli uomini, ma di questi ultimi soprattutto in quanto elementi dell’ambiente e del paesaggio. L’utilizzo della geografia da parte della politica (ad esempio nel settore delle relazioni internazionali, come d’altronde in quello della politica interna, della strategia militare e dell’economia) non apparterrebbe al campo delle scienze geografiche, ma a quello delle scienze politiche, in quanto implicherebbe la costante utilizzazione di giudizi di valore e di approcci soggettivi che riflettono gli interessi contingenti di chi li adotta.

Questa seconda accezione della geografia rispecchia maggiormente la realtà del pensiero geo-politico, i cui principali esponenti, del resto, non erano geografi; e comunque le teorie che hanno sostenuto erano politiche, non geografiche.
La geo-politica non è quindi una scienza, ma essenzialmente un metodo di ragionamento, un modo con cui un attore geo-politico pensa a se stesso in rapporto allo spazio, agli altri e al mondo. Ciò spiega la ricca varietà del pensiero e delle dottrine geo-politiche e la necessità, come si è detto, di relativizzarle rispetto al contesto in cui sono state formulate.

Tentazione costante di tutti i geo-politologi è stata (ed è ancora) quella di attribuire alle proprie conclusioni un valore oggettivo e necessario, facendo perciò della geo-politica una scienza nomotetica e descrivendola come una “geologia della politica”. È una tendenza, questa, non limitata al campo della geo-politica. Chi definisce interessi, obiettivi e politiche tende a conferire un valore assoluto e scientifico alle soluzioni che propone. Lo stesso si verifica anche per taluni teorici della strategia militare, che, costantemente sottoposti alla tentazione di attribuire natura di scienza alla propria disciplina, affermano l’esistenza di principî aventi validità generale e normativa, dal cui rispetto o meno dipenderebbero successi o sconfitte. La realtà, invece, ci insegna che spesso la vittoria deriva proprio dalla violazione di tali principî, cioè dalla capacità di sorprendere l’avversario con stratagemmi, colpendo i punti più vulnerabili del suo dispositivo.
Per altri studiosi la geo-politica non indicherebbe che cosa fare, ma offrirebbe una gamma di possibilità, di limiti e di condizionamenti che si ripercuoterebbero direttamente sulle decisioni e sulle azioni. Per altri ancora, l’ambiente geografico condizionerebbe le decisioni politiche solo indirettamente, attraverso il ‘senso dello spazio’ proprio di ogni popolo e di ogni epoca e derivante dalla sua storia e dalla sua cultura.

 

PREISTORIA DEL PENSIERO GEO-POLITICO

Le origini della geo-politica, nella sua accezione allargata, risalgono agli albori della storia, cioè alle origini della politica e della geografia. La politica, come la strategia e l’economia, non possono prescindere dai loro rapporti con l’ambiente geografico, politico, strategico ed economico, siano essi tanto fisici o naturali quanto antropici.

Storicamente, l’influsso dei fattori geografici è sempre stato considerato importante, implicitamente o esplicitamente. I geografi, come gli esploratori, hanno sempre fornito notizie utili ai politici, agli strateghi e ai mercanti. I condizionamenti e le opportunità che offre la geografia hanno rappresentato, sin dagli albori della storia, tematiche di interesse fondamentale: l’influsso del clima, della morfologia e della collocazione geografica sugli interessi e sulle caratteristiche dei popoli e degli Stati, la contrapposizione fra terra e mare, popoli nomadi e sedentari, città e campagne, montagne e pianure. In tal senso il pensiero geo-politico può esser fatto risalire alla Bibbia, a Strabone, a Erodoto, ad Aristotele. Geo-politiche sono le teorie sull’evoluzione ciclica della storia, da Iben Khaldùn a Vico, o sull’influsso del clima sulla cultura, l’organizzazione sociale e le strutture politiche, da Aristotele a Bodin e a Montesquieu. Geo-politiche sono la concezione romana che ha presieduto alla costruzione delle grandi strade per unificare l’Impero, l’urbanistica di Cosimo de’ Medici o la geografia ‘volontaria’ di Vauban, mirante a correggere le vulnerabilità naturali della Francia e a rafforzarne le difese.

Geo-politiche sono anche le dottrine mercantilistiche, da E. J. Hamilton a F. List, e in particolare i progetti di quest’ultimo per la costruzione di una rete ferroviaria sia fra la Germania orientale e occidentale, per garantire l’unificazione della nazione e permettere un’agevole manovra per linee interne delle sue forze militari, sia in direzione Nord-Sud (ad es. con la ferrovia Berlino-Bagdad), per favorire la penetrazione economica tedesca verso Sud, in modo non intercettabile dalla marina britannica.
Geo-politici sono stati il cosiddetto great game, svoltosi nel secolo scorso fra gli Imperi britannico e zarista in Caucaso e in Asia centrale, come pure l’affermazione della frontiera naturale francese sul Reno, anticipata da Richelieu ma affermatasi con specifiche connotazioni naturalistiche, sotto l’influenza dell’illuminismo, durante la Rivoluzione francese. Geo-politiche sono state le decisioni di introdurre l’insegnamento della geografia nelle scuole e università, dapprima in Prussia, dopo il Congresso di Vienna, e successivamente in Francia, dopo la sconfitta del 1870-1871 e la perdita dell’Alsazia e della Lorena. In particolare, le decisioni prese a questo riguardo dal governo prussiano, sollecitato dai geografi K. Ritter e A. von Humboldt, sono state ispirate dalla volontà di acquisire il consenso del popolo tedesco all’unificazione, dimostrandone la necessità ‘naturale’ attraverso sapienti rappresentazioni cartografiche.

Le origini della geo-politica moderna, in particolare della Scuola tedesca, vanno invece fatte risalire alla fine del secolo scorso, con lo sviluppo della geografia umana e di quella politica, e con l’introduzione di concetti quali quelli di stato-potenza, di stato come organismo vivente, di mobilità delle frontiere, di spazio vitale e di autarchia. Tali teorie, sempre collegate col pensiero politico realistico, si contrapposero dapprima all’internaziona­lismo del libero mercato e della supremazia economica dell’Impero britannico, e successivamente all’idealismo wilsoniano. È da tale punto che si prenderanno le mosse per analizzare anche l’influsso che tali teorie hanno avuto durante la guerra fredda e che ancora hanno sul pensiero geo-politico postbipolare.

Tutti gli storici, i geografi, i sociologi, i politologi, e simili hanno sempre considerato, implicitamente o esplicitamente, l’influsso dei fattori geografici, sia naturali che umani, sulla politica e sulla storia, sulla distribuzione dei popoli e degli imperi e sulla loro organizzazione politica, sociale, economica e militare.
Le tematiche principali sono state quelle dell’opposizione fra mare e terra, fra popoli nomadi e sedentari, fra popoli montani e marittimi, e quelle relative all’influsso del clima sulle caratteristiche e sugli interessi politici degli Stati. In tal senso, il pensiero geo-politico può essere fatto risalire agli albori della civiltà, alla Bibbia, a Strabone, ad Aristotile, a Erodoto. Esso si sviluppò poi nel 16° e nel 17° secolo, in particolare con Jean Bodin, con Montesquieu e le sue teorie sull’importanza del clima, e con il cardinale Richelieu, che anticipa con il concetto di ‘frontiera naturale’ quello di ‘spazio vitale’ (in realtà il concetto di frontiera naturale corrisponde a un obiettivo di autarchia strategica, mentre quello di spazio vitale Lebensraum dei geo-politologi tedeschi si riferisce a un’autarchia economica).

Geo-politici sono anche i dettagliati rapporti degli ambasciatori veneti, nonché le concezioni dei grandi uomini degli Stati moderni, che concepiscono l’organizzazione degli spazi geografici come strumento di dominio e di potere interno ed esterno. Basti pensare all’urbanistica di Cosimo de’ Medici o alla ‘geografia volontaria’ del Vauban o alle proposte di Friedrich List di costruzione della rete ferroviaria tedesca per consentire alla Germania un’agevole manovra delle forze per linee interne fra Ovest ed Est, trasformandola in una fortezza, e per estendere la sua influenza all’esterno con linee ferroviarie di penetrazione, prima fra tutte quella fra Berlino e Baghdad.
Geo-politiche sono state anche le teorie mercantiliste, a cui, pur con tonalità e orientamenti diversi, fecero riferimento economisti come Adam Smith, Alexander Hamilton e soprattutto Friedrich List, fautori di uno sviluppo industriale la cui premessa (per gli ultimi due almeno) era costituita da misure protezionistiche che consentissero di raggiungere una competitività e un’autarchia di base. Geo-politica è anche la teoria “del fato manifesto” degli Stati Uniti, destinati per influsso e volontà naturali o divini a dominare il continente posto fra l’Atlantico e il Pacifico. Teoria che tanta popolarità ebbe a Washington, soprattutto fra il 1830 e il 1860, e che è poi riecheggiata negli appelli, tanto comuni nella storia americana, alla ‘nuova frontiera’.

Tutte queste considerazioni hanno un significato storico, ma non rivestono un interesse attuale, se non del tutto marginale. Infatti, la straordinaria trasformazione dei rapporti fra uomo e natura, derivata dal progresso tecnologico nei settori della produzione, dei trasporti, delle telecomunicazioni e dei sistemi militari, ha modificato non tanto gli aspetti fisici dello spazio, anche se questi ultimi sono stati trasformati, con una rapidità e in una misura sconosciute nel passato, dall’azione dell’uomo, cioè dal sovrapporsi alla geografia naturale di una geografia volontaria: basti pensare al canale Reno-Danubio e a quelli progettati Danubio-Oder e Adriatico-Bratislava, quanto l’importanza del loro impatto sulla politica estera e di sicurezza, sull’economia, etc. Ad esempio, il passaggio dall’agricoltura estensiva a quella intensiva e l’importanza delle dimensioni ‘verticali’ della produttività, del know-how tecnologico e del mercato rispetto alle dimensioni ‘orizzontali’ dell’agricoltura e delle materie prime hanno rivoluzionato il panorama della potenza e della ricchezza mondiali. Parimenti, il progresso tecnologico dei mezzi bellici ha ‘deterritorializzato’ la strategia sia a livello mondiale, con i missili intercontinentali e le armi nucleari, sia a livello di operazioni regionali. Attualmente le ‘armi intelligenti’ e i sistemi satellitari e aero-portati di sorveglianza e di acquisizione obiettivi consentono di distruggere un avversario a grande distanza, senza giungere a suo diretto contatto fisico e senza occupare materialmente il territorio su cui è schierato. Alle dimensioni tradizionali del mare e della terra si sono aggiunte quelle aerospaziali, talché taluni studiosi hanno sostenuto che la geo-politica militare (o geo-strategia) moderna dovrebbe essere incentrata non sul binomio ‘terra-mare’, come quella tradizionale, ma sul quadrinomio ‘terra, acqua, aria e fuoco’, già considerato dai filosofi presocratici, dove il fuoco indica le dimensioni temporali, tecnologiche, in altre parole, dinamiche delle relazioni tra ambiente e tecnologia e politica. Altri ancora sostengono che le nuove condizioni consigliano di adottare anche in campo geo-politico una griglia interpretativa di tipo newtoniano: spazio, tempo, energia e massa. Nella politica, come nella strategia militare, dovrebbero essere considerate le coppie spazio-tempo ed energia-massa.

A parte i precursori più remoti del pensiero geo-politico, di maggiore interesse per comprendere i problemi attuali sono le teorie globali (che più che geo-politiche sono geo-strategiche) formulate nel secolo scorso e nella prima parte di questo secolo da classici come Mahan, MacKinder e Spykman. Alfred Thayer Mahan prende le mosse da una riflessione storica sulle guerre puniche per sostenere l’importanza della potenza marittima per gli Stati Uniti, non tanto come misura di difesa contro la supremazia navale britannica, quanto come strumento di sostegno dell’espansione economica statunitense, sia nell’Atlantico che nel Pacifico. In un certo senso le teorie di Mahan, che spesso riecheggiano in opere di studiosi più moderni e che costituiscono un riferimento (anche corporativo) della potente lobby della US Navy, e in generale di tutte le marine del mondo (anche di quella sovietica dell’ammiraglio Sergej Gorskov), trasformarono la dottrina Monroe da difensiva e isolazionista in espansionista, interventista e imperialista. Alle teorie di Mahan fece sicuramente riferimento (se non trasse addirittura ispirazione) Ratzel nella sua campagna a sostegno del riarmo navale tedesco promossa dall’ammiraglio Tirpitz a cavallo del secolo.

Il geografo britannico Halford MacKinder si basò su una premessa differente: il declino dell’assoluta superiorità dell’Inghilterra, che aveva permesso la pax britannica del 19° secolo, di fronte allo sviluppo della potenza della Germania e della Russia, incrementata dall’avvento delle ferrovie che consentiva la mobilità delle energie latenti delle potenze continentali. Aumentando la mobilità strategica in terra e diminuendo il costo dei trasporti, tale sviluppo costituiva una sfida diretta alla superiorità dei trasporti marittimi, fondamento della potenza britannica. MacKinder espresse queste sue preoccupazioni contingenti e le sue proposte sul come frenare e possibilmente arrestare il declino della potenza britannica, elaborando una sintesi storico-universale, a cui le successive schematizzazioni cartografiche attribuirono un carattere di determinismo e di assolutismo verosimilmente molto più radicali delle idee dello stesso autore. L’“asse della storia” è costituito dalla “terra centrale” (o “cuore della terra”) rappresentata dall’“isola del mondo”, cioè dalla massa continentale euroasiatica. L’unione della massa continentale, conseguente all’alleanza dei popoli germanici e di quelli slavi, ovvero all’espansione della Germania verso Est o della Russia verso Ovest, consentirebbe loro di dominare il mondo. Alla potenza della terra centrale si contrappongono due archi di isole e di penisole: uno interno (“inner marginal crescent”), costituito dalle isole e dalle penisole che circondano il continente euroasiatico, il secondo esterno (“outer o insular crescent”), formato dalle Americhe, dall’Africa subsahariana e dall’Oceania. Le teorie di MacKinder influirono sulla definizione degli assetti territoriali dell’Europa centrale e orientale stabiliti nei Trattati di Versailles e del Trianon, dando vita a una fascia di Stati cuscinetto per separare la Germania dall’Unione Sovietica, la cui sopravvivenza sarebbe stata garantita dai paesi costituenti l’inner crescent. Sicuramente le teorie di MacKinder influirono sulla definizione della dottrina trumaniana di contenimento dell’espansione sovietica dopo il secondo conflitto mondiale, e anche sull’affermazione dell’interesse statunitense (del tutto funzionale al confronto globale tr Stati Uniti e Unione Sovietica) alla ripresa economica e al rafforzamento e all’integrazione dell’Europa occidentale.
Karl Haushofer e la Scuola geo-politica di Monaco presero le mosse dalle teorie di MacKinder, ribaltandone le conclusioni e fondando il programma di ripresa della Germania sull’alleanza con l’Unione Sovietica, per dividersi la fascia cuscinetto e spezzare l’accerchiamento delle potenze occidentali dell’inner crescent. In sostanza Haushofer collocò la “terra centrale”, che è anche il “fulcro della storia” o “perno del mondo”, non nell’Asia centrale, come aveva fatto MacKinder, ma nella Germania. Tale politica sembrò riuscire con gli accordi di Monaco prima e con il Patto Molotov-Ribbentrop dopo, ma soprattutto per il fatto che le potenze occidentali, in particolare la Francia, non si erano dotate di un esercito con capacità offensive di invasione della Germania, in grado di garantire la sopravvivenza della fascia degli Stati cuscinetto creati a Versailles per dividere i popoli germanici dalla Russia.
L’americano Nicholas John Spykman si è confrontato con una situazione diversa. La seconda guerra mondiale, così come la prima e, precedentemente ancora, le guerre napoleoniche, aveva dimostrato che la zona di origine delle perturbazioni politiche mondiali era costituita dalla fascia peninsulare dell’Europa occidentale. Anche il dominio giapponese nel Sudest asiatico costituirebbe una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti, che sono quindi portati ‘naturalmente’ a un’alleanza con la Russia e a una politica di presenza, divisione ed equilibrio in tali zone, per evitare l’emergere di una potenza egemone. Questa visione geo-politica, propria della grande strategia americana nel corso del secondo conflitto mondiale, sta riacquistando importanza con la fine della guerra fredda e con il collasso dell’Impero sovietico e della stessa URSS. Le valutazioni iniziali di Spykman furono interpretate in modo distorto nell’immediato Dopoguerra, facendo ritenere che esse (invece delle teorie di MacKinder) fossero alla base della dottrina “del containment”, nonché delle altre dottrine (come quelle del domino, del coupling, del linkage, della continental strategy, dell’horizontal escalation, della maritime strategy, etc.) che tanto influsso hanno avuto sulla formulazione della politica statunitense nel Dopoguerra, più per la loro capacità propagandistica e di penetrazione nei mass-media che per il loro contributo sostanziale.
Tra i geo-politologi del secondo dopoguerra, anche se spesso non si sono detti e non si sono considerati tali, va ricordato in particolare Saul Cohen, che ha rappresentato la distribuzione spaziale della politica mondiale in termini di nuclei e di fasce discontinue. In questo ha ripreso le teoria di James Fairgrieve, che incentra la sua attenzione sulle “zone di frattura” o “punti di rottura” interposte fra le potenze egemoniche regionali e fra il blocco marittimo e quello continentale; si è così contrapposto agli studiosi più strutturalisti, che ponendo in rilievo la stretta interdipendenza funzionale di tutte le regioni del mondo, specie di quelle poste in corrispondenza della linea del containment, ne hanno sostenuto la continuità. Sostenitori di questo approccio furono i fautori della teoria del domino, come Walt Rostow e Maxwell Taylor, i quali si schierarono a favore dell’intervento americano nel Vietnam. Saul Cohen propose invece una metodologia multidimensionale (storica, morfologica, funzionale, comportamentale, sistemica e dell’analisi di potenza) per affrontare i problemi geo-politici, convinto appunto che la stessa geo-politica non avesse un’identità specifica propria, ma fosse un centro di attrazione e di catalizzazione di discipline diverse.

Fra gli autori e le idee di questi ultimi decenni vanno inoltre ricordati Colin Gray, che riprende sostanzialmente le teorie di MacKinder, di Spykman e in parte di Mahan; le teorie di Lin Biao sulla contrapposizione fra città e campagna, che tanto influsso ebbero sulle strategie delle guerre rivoluzionarie e che, sotto forme e in contesti del tutto diversi, sembrano essere riprese dalla Chiesa cattolica nella sua politica di evangelizzazione del Terzo Mondo a Est e a Sud, a premessa della riconquista dell’Occidente materialista, consumista e capitalista; le considerazioni di Zbigniew Brzezinski sull’“arco della crisi”, esteso dal Marocco all’Asia centrale, che sembrano trascurare le peculiarità regionali e nazionali; infine, le teorie della sovraestensione imperiale, che riprendono e sviluppano quelle di Arnold Toynbee, la cui più nota formulazione è contenuta nello studio di Paul Kennedy. Esse prendono in considerazione il collasso del mondo bipolare e l’emergere di uno multipolare e di un’incontrollabile diffusione di potenza.

A tali visioni della multipolarità e della frammentazione del sistema globale sono per molti versi connesse la distinzione che spesso viene fatta fra ‘centro’ e ‘periferia’ e l’utilizzazione di ‘cerchi’ concentrici per illustrare le zone di influenza o quelle di interesse politico, economico o strategico dei vari Stati, a livello locale, regionale o globale. Le dimensioni di tali zone dipendono dall’entità della potenza di cui ciascuno stato dispone e si fondano sull’assunto di un’attenuazione progressiva sia degli interessi che del potere, a mano a mano che ci si allontana dal centro e si va verso la periferia. Il pensiero marxista-leninista ha sistematicamente trascurato l’influsso e i condizionamenti non solo dell’ambiente naturale, ma anche degli altri fattori geografici, fatta eccezione per quelli economici. Infatti, fautore di un altro tipo di determinismo, esso poneva l’economia e non la politica al centro delle relazioni internazionali. Questo è successo, beninteso, più nella teoria che nella prassi politico-strategica di Mosca. Basti pensare alle reazioni all’accerchiamento geografico, proprio dell’esperienza storica russa, o alla tendenza a sviluppare il potere marittimo come mezzo per trasformare l’URSS da potenza regionale a potenza mondiale, sviluppando tematiche molto simili, oltre che a quelle di Mahan, anche a quelle che Ratzel adduceva a sostegno del programma di riarmo navale tedesco di fine Ottocento. D’altronde, la metodologia denominata ‘della correlazione delle forze’, utilizzata dal vertice politico-strategico sovietico per determinare possibilità e condizionamenti all’azione dell’URSS nel mondo, attribuisce grande importanza all’impatto dei fattori geografici sulle decisioni relative alla definizione degli obiettivi da perseguire nonché alle modalità strategiche con cui conseguirli. In un campo del tutto differente va ricordato che le motivazioni di base dell’istituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio furono di natura squisitamente geo-politica. Per evitare nuovi conflitti tra Francia e Germania si pensò infatti di porre sotto il controllo di un’autorità sovranazionale il carbone e l’acciaio, considerati allora i fondamenti della potenza militare.

Da questa breve rassegna, tutt’altro che esaustiva, delle varie teorie geo-politiche elaborate nel secondo Dopoguerra risulta che tutte hanno avuto (come era peraltro naturale) la tendenza a trasformarsi, da analitiche e descrittive, in dottrine normative, di guida e di giustificazione delle decisioni politiche. Risulta inoltre evidente la stretta relazione fra tali elaborazioni concettuali e i problemi contingenti con cui i loro autori hanno dovuto di volta in volta confrontarsi, nonché il carattere quasi sempre giustificativo di progetti politici preconfezionati e talvolta subordinati a finalità di lotta politica interna ai singoli Stati.
Questo costituisce il problema cruciale per una geo-politica che si proponga veramente di contribuire in modo originale alla definizione degli interessi e degli obiettivi politici degli Stati, anziché essere solo meramente giustificativa, cioè strumento di propaganda di decisioni assunte per tutt’altri motivi e in ambiti diversi, che manipolano le opinioni pubbliche al fine di acquisirne il consenso. Tale deformazione è facilitata dalla semplificazione propria delle rappresentazioni cartografiche e dalla loro intrinseca forza persuasiva, simile a quella degli slogan.
La ‘nuova’ geo-politica ha mutuato vari aspetti da quella precedente, in particolare dalla Scuola tedesca di Haushofer, di cui peraltro, almeno in linea di principio rifiuta il dogmatismo e il determinismo geografico: l’importanza di approcci globali e sintetici, conseguenti anche al fatto che i parametri considerati trovano una comune base spaziale; l’affermazione della rilevanza della conoscenza dei dati geografici per la politica; le modalità di rappresentazione geo-politica (direzioni, frecce, cerchi, sfumature di colore per inserire sulla carta i dati statistici ritenuti rilevanti), che erano state grandemente perfezionate nell’ambito della Scuola tedesca e che consistono, in pratica, nella sovrapposizione di segni geo-politici alle carte geografiche.

 

LA NASCITA DELLA GEO-POLITICA MODERNA: RATZEL E KJELLÉN

Friedrich Ratzel (1844-1904) è il fondatore della geografia politica. Egli svolse un ruolo attivo in politica: si considerava infatti un patriota al servizio della Germania ed era fautore delle conquiste coloniali a Sud, della costruzione di una grande flotta oceanica per proteggere le colonie dalla Marina britannica, e dell’espansione culturale ed economica, prima ancora che territoriale, verso Est. Ratzel aveva una visione darwiniana e biologica dello spazio e dello stato, e concepiva uomo e natura come componenti di un unico processo teleologico, in cui entrambi svolgono un ruolo essenziale; non era determinista, né fautore di una politica necessariamente aggressiva; sosteneva l’importanza sia del senso dello spazio proprio di ciascun popolo, sia della volontà politica di realizzare un’armonica unità fra territorio e nazione, conseguibile solo allorché una nazione si sia estesa sull’intero spazio vitale che le è proprio.
Rudolph Kjellén (1864-1922), politologo e uomo politico svedese, impiegò per primo, nel 1899, il termine ‘geo-politica’ in un articolo sui confini della Svezia, riprendendo e sviluppando in seguito tale concetto nella sua opera fondamentale “lo stato come organismo vivente” del 1916. Kjellén considerava la geo-politica una delle cinque categorie necessarie per l’analisi politica degli Stati, della loro struttura e delle loro relazioni, in cui interagiscono popolazione, territorio, società, economia e ordinamento giuridico e istituzionale; le altre quattro categorie erano rappresentate da demo-politica, socio-politica, eco-politica e crato-politica. Secondo Kjellén la geo-politica non è solo un contenitore spaziale delle altre quattro categorie, che essa unifica su un determinato territorio, ma influisce anche direttamente sulle caratteristiche dello stato e quindi sulla sua politica e sulla sua storia. Essa va esaminata sotto tre aspetti: la topo-politica, che riguarda la posizione di uno stato rispetto agli altri; la morfo-politica, che analizza gli effetti della forma del territorio; la fisio-politica, relativa alle caratteristiche fisiche, in primo luogo alle dimensioni dello stato. In sostanza, Kjellén riteneva, a differenza di Haushofer, che la geo-politica non assorbisse tutto l’influsso dei fattori geografici sulla politica; alcuni fattori geografici venivano infatti considerati dalle altre quattro categorie di analisi dello stato (le risorse naturali dall’eco-politica, l’entità della popolazione dalla demo-politica, etc.).

Kjellén pertanto combinava la geografia con la scienza della politica e considerava lo stato un organismo vivente territoriale, la cui essenza era costituita dalla potenza. Egli era influenzato dal darwinismo sociale, dalla filosofia idealistica tedesca e dalla scuola della politica di potenza, e riprendeva teoria sostenute da von Ranke, da von Treitschke e da Ratzel.

Protedesco, auspicava la vittoria della Germania nella prima guerra mondiale, in quanto solo con la germanizzazione dell’Europa la civiltà europea avrebbe potuto sopravvivere, espandendosi verso Sud fino al Golfo Persico e creando una zona d’influenza a Est, per poter competere con le altre due grandi ‘panregioni’: quella americana, dominata dagli Stati Uniti, e quella dell’Asia Orientale, a egemonia giapponese. Kjellén costituisce un tramite fra Ratzel e la scuola geo-politica tedesca sul potere continentale, sviluppatasi nel primo Dopoguerra a Monaco di Baviera.

 

STORIA DEL PENSIERO GEO-POLITICO FINO ALLA FINE DEL MONDO BIPOLARE

Qualsiasi discorso sulle origini e sullo sviluppo della geo-politica è condizionato dall’accezione che viene data al termine. Nella definizione allargata, di geografia politica applicata, è evidente che le origini della geo-politica sono le stesse della politica e della geografia. Risalgono cioè agli albori della storia. La politica, come la strategia o come l’economia, non può prescindere dalla collocazione nello spazio dei fenomeni politici, o strategici ed economici né dalle opportunità o dai condizionamenti posti alle valutazioni e alle scelte dai fattori geografici, sia naturali che antropici. In questo senso, insomma, la storia della geo-politica si identifica praticamente con quella della scienza politica e soprattutto delle relazioni internazionali da un lato, e della geografia politica applicata dall’altro.
Più precise, invece, sono le origini della geo-politica in senso stretto. L’origine immediata della geo-politica va infatti collegata anche con il grande sviluppo che ebbero le scienze geografiche nel 19° secolo, con le teorie politiche che si affermarono soprattutto in Germania (in particolare quella dello ‘stato-potenza’) e col successo delle teorie darwiniane sull’evoluzione delle specie viventi, che furono estese per analogia agli aggregati sociali e politici. La geo-politica ha voluto costituire una sorta di dottrina naturale della politica, tentando di dare a quest’ultima una base empirica fondata sulla geografia, con la dichiarata aspirazione a trasformarsi in scienza politica globale. Con ciò si è contrapposta all’hegelismo, allo storicismo e all’economicismo, giudicati insufficienti a spiegare le ragioni profonde delle preferenze e delle scelte politiche, in particolare i motivi della definizione degli interessi nazionali e delle ‘grandi strategie’ per conseguirli. Il termine geo-politica fu introdotto da un sociologo e uomo politico svedese, Rudolf Kjellen, che sostenne una concezione biologica dello stato fondata sull’evoluzione, sintesi di cinque componenti coordinate una delle quali era appunto la ‘geo-politica’. Le altre erano la ‘economo-politica’, la ‘demo-politica’, la ‘socio-politica’ e la ‘crato-politica’. Kjellen rivestì con i panni delle scienze naturali la concezione organica dello stato, propria dei politologi tedeschi dell’inizio del 19° secolo, fondendola con la visione di Ratzel sulla natura evolutiva dell’universo e sullo stato come organismo vivente. Mentre Ratzel aveva precisato che quando paragonava lo stato a un organismo intendeva impiegare solo una metafora, Kjellen invece sostenne che lo stato è un vero e proprio organismo dotato di qualità biologiche, come la nascita, lo sviluppo, la vecchiaia e la morte, la cui evoluzione risulta dall’interazione interna e da quella con l’ambiente esterno delle cinque componenti sopra ricordate. Per quanto riguarda più specificamente il contenuto programmatico e propositivo delle sue argomentazioni, Kjellen sostenne la centralità della Germania nell’avvenire del mondo. Infatti egli notava che essa era posta al centro delle grandi aree di crisi e di competizione mondiale: con la Francia a Ovest, con la Russia a Est, con l’Inghilterra per il dominio dei mercati mondiali.

Per gli esiti della prima guerra mondiale la Germania fu notevolmente ridimensionata sotto il profilo territoriale. Diversi milioni di Tedeschi, per ragioni geo-strategiche e in palese contraddizione con il conclamato diritto di autodeterminazione dei popoli, furono incorporati in altri Stati. Le teorie geo-politiche furono considerate (soprattutto dal generale Karl Haushofer [1869-1946], divenuto, con la costituzione dell’istituto di geo-politica di Monaco di Baviera, il vero caposcuola se non l’incarnazione stessa del pensiero geo-politico tedesco) come un mezzo per ispirare e stimolare la rivincita della Germania e per guidarla a un nuovo ‘assalto’ al potere mondiale. Haushofer, pur rifacendosi direttamente a Kjellen, ridusse le sue cinque componenti dell’organismo statale alla sola geo-politica, assorbendo sostanzialmente in essa il contenuto delle altre quattro. Egli esaltò l’importanza degli aspetti spaziali e soprattutto del concetto di ‘spazio vitale’, a suo tempo introdotto da Ratzel e da tutti gli economisti che sostenevano la necessità di un’economia autarchica.

Le teorie di Haushofer ebbero particolare successo perché erano funzionali al programma di ricostituzione della potenza tedesca. Influirono, anche se verosimilmente in modo non diretto, sulla formulazione degli interessi nazionali tedeschi e sulla pianificazione della politica di espansione del Terzo Reich. Furono però anche contraddette dalla politica hitleriana. Ad esempio, uno degli assunti fondamentali della scuola di Haushofer, quello della necessità che la Germania mantenesse rapporti pacifici con l’Unione Sovietica, fu del tutto ignorato dall’attacco hitleriano del giugno 1941. Le teorie di Haushofer vennero utilizzate per l’azione di propaganda e di educazione della gioventù tedesca e furono integrate nel sistema scolastico-educativo della Germania nazista, divenendo un poderoso strumento di coesione interna e di acquisizione del consenso delle masse. Su Haushofer influirono anche altre concezioni, quale quella geo-strategica elaborata dal geografo britannico Halford MacKinder.

Come si è detto, la geo-politica ebbe con Haushofer la pretesa di trasformarsi in una vera e propria scienza normativa delle scelte politiche. In realtà, come ampiamente dimostrato, si trattò di una pseudoscienza, uno strumento di propaganda che si avvaleva del potere persuasivo e della possibilità di manipolazione delle rappresentazioni cartografiche, e della strumentalizzazione di dati statistici opportunamente selezionati, attribuendo oggettività e necessità alle conclusioni a cui perveniva. È questa una tentazione costante di qualsiasi uomo di azione che, per propagandare o per giustificare le proprie scelte, tende sempre ad attribuire a esse il carattere di obbligatorietà o di necessità, naturale o divina.

La concettualizzazione dello spazio, le sue delimitazioni, le scale cartografiche e i fattori geografici naturali e umani da prendere in considerazione, insomma tutti gli elementi necessari per pensare lo spazio, non possono essere definiti oggettivamente, al di fuori degli interessi, dei progetti e del sistema di valori che ispirano lo studioso, soprattutto quando questi elementi vengono utilizzati per l’elaborazione di scelte politiche, strategiche e anche economiche.

L’impostazione della Scuola geo-politica di Haushofer ebbe successo soprattutto in Giappone e in Italia. Il suo determinismo e assolutismo furono oggetto di numerose critiche nella stessa Germania, ma soprattutto in Francia e anche in Italia.

Con la sconfitta del nazismo, il termine geo-politica cadde in disuso. Il tentativo di riprendere la pubblicazione della rivista in Germania, nel 1951, si arenò immediatamente. L’attuale utilizzazione del termine geo-politica prescinde dall’afferma­zione di ogni determinismo ambientale.

 

IL DETERMINISMO AMBIENTALE

Nessuno studioso di geo-politica ha mai sostenuto l’esistenza di un determinismo ambientale assoluto. Anche le accuse di determinismo rivolte al generale Karl Haushofer (principale esponente della scuola geo-politica di Monaco di Baviera degli anni venti e trenta nonchè editore della rivista “Zeitschrift für Geopolitik”) sono in gran parte ingiustificate. Lo stesso Haushofer affermò che <<solo il 25% della storia può essere spiegato in termini di condizionamenti geografici>>. Tralasciando l’infelice percentualizzazione, si deve quindi riconoscere che anche lo studioso di geo-politica considerato più determinista non metteva in discussione la dipendenza ultima della storia dalla libertà dell’uomo e non pensava affatto che si potesse attribuire un fondamento naturalistico alla politica sulla base di un determinismo ambientale, interpretato appunto dalla geo-politica.
Haushofer riconosceva poi che la geo-politica interveniva con una propria individualità solo dopo che fosse stata assunta un’idea politica, quando cioè esistesse già una teoria politica: ed era appunto una teoria politica (la volontà di rivincita della Germania dopo i ‘torti’ subiti nella pace di Versailles) quella che ispirava le riflessioni di Haushofer. In un certo senso, quindi, come è stato maliziosamente notato, ogni geo-politica è sempre una ‘ego-politica’, ha un valore soggettivo e può essere compresa solo relativizzandola al contesto in cui è stata formulata.
In politica come in strategia ed economia la linea che separa il determinismo dal semplice condizionamento è sempre labile e incerta. Gli approcci dogmatici sono comunque smentiti non solo dall’esperienza storica, ma anche dalla complessità, incertezza e indeterminazione dei fattori che influiscono sulle scelte reali. Ad esempio, Ebrei e Fenici, pur vivendo in territori contigui, hanno avuto esperienze storiche del tutto diverse. Inoltre, sullo stesso territorio possono convivere geo-politiche del tutto diverse. In Israele ne convivono almeno tre: la prima, tipo Masada, che considera Israele come una ‘fortezza’; la seconda, che vede Israele come terra promessa da riconquistare per volere divino; e la terza, infine, che considera Israele uno stato come un altro ed è disponibile a cedere territori per raggiungere la pace. Qualcosa di analogo accade in Italia, dove il dibattito geo-politico è animato da tendenze atlantiste, europeiste, mediterraneiste e terzomondiste.

Ciò non toglie che taluni geo-politologi siano più deterministi di altri. Lo sono ad esempio coloro che hanno sostenuto il condizionamento del clima sulla storia e sulla natura delle società, da Aristotele a Bodin, da Montesquieu sino a Ellsworth Huntington. Deterministi sono coloro che affermano l’esistenza di ‘spazi vitali’, come hanno fatto i geo-politologi tedeschi del primo Novecento, o di ‘frontiere naturali’, come è avvenuto durante la Rivoluzione francese, nonché tutti coloro che fondano la politica su una presunta volontà divina, su ‘diritti storici’, su un fato manifestato, e così via. Deterministiche sono infine tutte le dottrine geo-politiche, nel momento in cui pretendono di essere scientifiche e oggettive, e quindi normative e non semplicemente probabilistiche ed euristiche.

Bisognerebbe, in realtà, distinguere in geo-politica il determinismo vero o metodologico da quello strumentale. Quest’ultimo trasforma le proposte geo-politiche in slogan che sfruttano la potenza semplificatrice della rappresentazione cartografica e che vengono propagandati come verità al servizio di una causa.

Sicuramente il periodo di più spiccato determinismo geo-politico è quello che si colloca tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio del secondo conflitto mondiale. Il determinismo si fondò allora su un complesso di presupposti teorici coerenti con la cultura dell’epoca, non solo tedesca, derivati dalla dottrina dello ‘stato-potenza’ e, più in generale, dal darwinismo sociale, che concepiva lo stato come un organismo vivente. Esso giustificava il colonialismo e l’imperialismo non solo di tutti gli Stati europei, ma anche degli Stati Uniti di Theodore Roosevelt. Le critiche rivolte al determinismo della geo-politica dell’epoca dovrebbero quindi essere indirizzate più propriamente agli assunti di base che le ispiravano, piuttosto che alle teorie geo-politiche in sé.

Va inoltre rilevato come talvolta il determinismo di tali teorie sia solo apparente. La geo-politica, come si è detto, è anche geo-storia. D’altra parte, la geografia è la storia nello spazio, come la storia è la geografia nel tempo. Adottando una lettura diacronica per far emergere le tendenze ‘forti’, influenzate dalla geografia fisica, che è il fattore più stabile nella storia, si dà l’impressione di voler pervenire a conclusioni permanenti e immodificabili. In realtà non è così, perché obiettivo costante dei geo-politici è proprio modificare tali condizioni.

La tentazione del determinismo è alimentata in geo-politica dall’enorme valore propagandistico della carta geografica e dalla naturale tendenza a utilizzarlo per convincere delle proprie teoria chi deve decidere, oppure per ottenere il consenso dell’opinione pubblica. La scelta del centro della carta, della scala e del tipo di rappresentazione, l’accentuazione di taluni particolari anziché di altri possono prestarsi a vere e proprie manipolazioni.

Con la sua capacità di semplificazione e la sua apparente evidenza, la rappresentazione geo-politica costituisce un poderoso strumento di manipolazione psicologica. Affinata grandemente dalla geo-politica tedesca del primo Dopoguerra, essa viene sistematicamente utilizzata da tutti coloro che propongono un programma politico: come cercano di arruolare ‘Dio’ e ‘l’Idea’ sotto le loro bandiere, così essi tendono a fare altrettanto con la geografia, la storia, la giustizia e così via. Far discendere le proposte politiche da una necessità naturale o divina presenta infatti il grande vantaggio di non doverne esplicitare le reali motivazioni.

Solo una ‘cultura geo-politica’ può tutelare i popoli dalle manipolazioni delle rappresentazioni cartografiche. Pertanto, la reintroduzione della geo-politica nel dibattito politico consente di riportare sotto il controllo democratico le grandi decisioni di politica estera, che tendono spesso a essere sottratte ai cittadini, se non altro per mancanza di informazioni e di conoscenze specifiche.

 

IL PENSIERO GEO-POLITICO CONTINENTALISTA

Halford John Mackinder (1861-1947) è il più conosciuto sostenitore della teoria del potere continentale. Il punto centrale delle sue teoria è che esiste un’area, che denomina prima “pivot area” nel 1904) e successivamente “heartland” (a partire dal 1919), il cui controllo garantirebbe alla massa continentale euroasiatica (“isola del mondo”) il dominio mondiale. Dal cuore dell’Eurasia mossero nel passato le grandi invasioni verso la ‘mezzaluna interna’ (Europa, Medio Oriente, India e Cina). Solo con la scoperta dell’America e la sua conquista, l’Europa acquisì la superiorità sulla massa continentale euroasiatica, estendendo il suo dominio su altre parti della mezzaluna interna, oltre che sulla mezzaluna esterna (Americhe, Africa, Australia). All’inizio del Novecento, però, due fattori stavano nuovamente modificando la situazione: la costruzione delle ferrovie russe, che consentivano una manovra per linee interne, e l’espansione industriale tedesca, che metteva in pericolo la superiorità britannica. Di qui l’esigenza per la Gran Bretagna di cambiare politica, rompendo l’alleanza con la Germania e alleandosi con la Francia, gli Stati Uniti e il Giappone.

La teoria dell’esistenza di un centro da cui si irradiava la potenza continentale era ben spendibile, dal punto di vista propagandi­stico, per sostenere la politica che Mackinder proponeva per la Gran Bretagna, una politica che fu rivista più volte dallo stesso Mackinder per adattarla alle circostanze. Prima della sconfitta della Russia a opera del Giappone, lo heartland era collocato nell’Asia Centrale e nella Siberia, da dove la Russia zarista poteva minacciare l’India, cuore dell’Impero britannico. Dopo la prima guerra mondiale venne spostato a Ovest, includendo i bacini del Baltico e del Mar Nero, fino alla linea Elba-Adriatico; infatti, il nemico principale era in questo caso la Germania, dato che la Russia era stata neutralizzata dalla Rivoluzione. L’obiettivo principale delle potenze marittime era impedire che le capacità organizzative e industriali tedesche si potessero giovare delle risorse della massa continentale; per raggiungerlo, esse dovevano quindi creare e mantenere il controllo su una fascia cuscinetto che separasse la Germania e l’Unione Sovietica. In sostanza, Mackinder polemizzava con l’applicazione pro-tedesca dei quattordici punti di Wilson sull’autodeterminazione dei popoli e razionalizzava la politica francese e britannica al congresso di Versailles, opponendo le ragioni del realismo geo-politico a quelle degli ‘ideali democratici’ wilsoniani. Al volgere della seconda guerra mondiale, il “cuore della Terra” venne spostato nuovamente, questa volta verso Est, e venne individuato un secondo “cuore marittimo” nell’Oceano Atlantico, ponte fra gli Stati Uniti e l’Europa occidentale. I due fulcri dell’emisfero Nord avrebbero dovuto allearsi per bilanciare il crescente peso della Cina e dell’India.
La scuola geo-politica tedesca degli anni venti e trenta, che fa capo al generale Karl Haushofer (1869-1946), trae spunto polemico dal concetto di heartland di Mackinder per denunciare le basi imperialistiche della politica britannica nella pace di Versailles e, nel contempo, per sostenere la causa della rivincita tedesca contro le ingiustizie subite e promuovere un nuovo assetto del potere mondiale basato sull’intesa della Germania con l’Unione Sovietica e con il Giappone, abbattendo il monopolio marittimo e coloniale delle potenze anglosassoni. Secondo Haushofer, il mondo andava ristrutturato in ‘panregioni’ estese nel senso dei meridiani e caratterizzate, per la diversità delle loro parti, da un equilibrio interno. Le panregioni avrebbero dovuto essere quattro: la Pan-Europa, comprendente anche il Mediterraneo, l’Africa e il Medio Oriente fino al Golfo Persico; la Pan-America; la Pan-Russia, estesa fino all’India, ma non più menzionata a partire dal 1941; e la Pan-Pacifica, a egemonia giapponese, comprendente la Cina, l’Indonesia e l’Australia. Il sistema Mediterraneo avrebbe avuto una sua autonomia nell’ambito della Pan-Europa e sarebbe stato dominato dall’Italia.

Contrariamente a quanto affermato dai geografi americani negli anni quaranta, la geo-politica di Haushofer si ispirava alla tradizione del nazionalismo tedesco, e quindi era del tutto opposta a quello che fu il programma nazista, che prevedeva un’espansione illimitata a Est e il mantenimento della pace a Ovest sulla base di una concezione razzista sconosciuta, fino ad allora, alla geo-politica tedesca. Per Hausofer, il nemico era costituito dalla Gran Bretagna e dalle potenze marittime, non dalla Russia. In geo-politica, in realtà, tra il concetto di razza e quello di spazio esiste una contraddizione sostanziale.


LE TEORIE DEI POTERI MARITTIMO E AEROSPAZIALE

Le teorie del potere marittimo (i cui principali esponenti sono l’americano Mahan e il britannico Corbett) sono vere e proprie teorie geo-politiche, che vanno separate dal pensiero strategico navale. La potenza navale è considerata unitariamente con quella economica e finanziaria.

Alfred Thayer Mahan (1840-1914) visse nell’epoca in cui, raggiunto il Pacifico, gli Stati Uniti dovevano espandersi sui due oceani - anche per controllare gli accessi al canale di Panama, fulcro strategico della sicurezza e dell’unitarietà geo-strategica fra le coste orientali e quelle occidentali degli Stati Uniti, occupando le Hawaii, le Filippine e Cuba. Le visioni geo-politiche di Mahan furono fatte proprie dal presidente Theodore Roosevelt, di cui Mahan era consigliere, e ispirarono il nuovo imperialismo americano, che diede della dottrina Monroe un’interpretazione dinamica, se non aggressiva. Come stratego navale, Mahan è considerato il principale esponente delle cosiddette ‘scuole navaliste’, che attribuiscono grande importanza agli aspetti geografici del potere navale, come le basi, e che, in caso di conflitto, sostengono la priorità dell’acquisizione del dominio sul mare mediante la distruzione delle flotte nemiche, con una grande battaglia navale volta a consentire il dominio del mare e la libera utilizzazione delle vie di comunicazione marittime. Come Ratzel e von Tirpitz nella Germania guglielmina e, in tempi successivi, come l’ammiraglio S. G. Gorshkov, creatore della grande marina sovietica del secondo Dopoguerra, Mahan venne condizionato da concezioni mercantilistiche, come quelle dell’importanza del commercio estero e del possesso, se non di colonie, almeno di basi per esercitare un dominio mondiale.

L’inglese Julian Corbett (1854-1922) aveva una visione ‘anfibia’ del potere navale e incentrava la sua attenzione sull’influenza che esso esercitava sulle operazioni terrestri. Egli riteneva che, pur facilitando la vittoria, il dominio del mare, da solo, non permettesse di vincere un conflitto, e che a tal fine occorresse un esercito reso mobile dal trasporto navale. Le teoria di Corbett riflettono la ‘grande strategia’ della pax britannica del secolo scorso e, dalla fine della guerra fredda, sono in corso di rivalutazione in Occidente, dove tutte le marine stanno passando da una strategia ‘navalista’ a una ‘marittima’.

Per molti versi analoghe alle teorie del potere marittimo sono quelle del potere aerospaziale. Esse rappresentano in realtà teorie geo-strategiche, fondate sullo sviluppo del potere aereo e dell’impiego militare dello spazio; i loro esponenti principali sono stati l’italiano Giulio Douhet, che in realtà era un teorico esclusivamente strategico, e il russo-americano Alexander de Seversky, che sviluppò anche argomentazioni di tipo geo-strategico e, parzialmente, geo-politico. Tali teorie rispecchiano il fatto che lo sviluppo della dimensione aerea e delle armi nucleari ha attenuato la contrapposizione terra-mare, divenuta subordinata alla competizione per il dominio dell’aria. Il centro del potere mondiale si sarebbe spostato nell’Oceano Artico, come risulterebbe evidente dalle rappresentazioni cartografiche centrate sul polo Nord. Tali teorie (superate peraltro dalla gittata dei missili intercontinentali lanciati sia da terra che da sottomarini, nonché dalla conquista dello spazio) attribuiscono prevalente importanza ai fattori tecnologici e si ripercuotono sulle nuove teorie della ‘guerra delle informazioni’; quest’ultima starebbe provocando una ‘rivoluzione negli affari militari’ che permetterebbe agli Stati Uniti di esercitare il dominio mondiale senza ricorrere allo schieramento permanente di forze in Europa occidentale e in Asia orientale. Si tratta però di teoria che si ispirano a una visione esclusivamente tecnologica, la quale riduce la politica alla strategia e quest’ultima alla tecnologia degli armamenti: per quanto esse abbiano ispirato le teorie della dissuasione nucleare, predominanti nel corso della guerra fredda, appaiono ora superate sia dal fatto che la dissuasione nucleare reciproca si è tradotta in auto-dissuasione e sia dalla diffusione di potenza e dalla frammentazione del mondo postbipolare che hanno portato a rivalutare il ruolo delle forze convenzionali.


LE TEORIE DEL POTERE PENINSULARE

Nicholas J. Spykman (1893-1943), uno degli esponenti più importanti della scuola americana del realismo politico, concepiva la geo-politica come un filone particolare di quest’ultimo, come componente essenziale degli arcana imperii, polemizzando aspramente sia con l’idealismo cosmopolita di derivazione wilsoniana, sia con l’isolazionismo miope di coloro che avrebbero voluto estraniare gli Stati Uniti dagli affari del mondo. Secondo Spykman, la conservazione della ricchezza e della potenza degli Stati Uniti imponevano loro, invece, d’intervenire nel secondo conflitto mondiale e di farsi promotori, alla sua fine, di un ordine mondiale coerente con i loro interessi, definiti beninteso anche in relazione ai loro principî e valori di fondo.

Il centro propulsore della conflittualità mondiale sarebbe costituito dalla fascia peninsulare e insulare dell’Europa occidentale e dell’Asia orientale (denominata rimland), da cui sono sempre (storicamente) partiti gli assalti al potere mondiale. La sua unificazione sarebbe stata disastrosa per gli interessi degli Stati Uniti, che, infatti, erano circondati dal rimland, come risultava evidente esaminando una carta del mondo incentrata sugli Stati Uniti, e non lo circondavano, come invece si sarebbe potuto concludere da una carta incentrata sull’Europa.
Gli Stati Uniti sarebbero stati gli alleati naturali della Russia, con cui condividevano l’interesse a evitare l’unificazione del rimland, e che pertanto avrebbe dovuto essere favorevole alla presenza statunitense sia in Europa che in Estremo Oriente. Tale alleanza presentava, però, un limite: qualora fosse stata Mosca a cercare di esercitare la propria egemonia sul rimland, gli Stati Uniti avrebbero dovuto intervenire per impedirlo. Quelle di Spykman sono teoria ricorrenti nelle relazioni fra Washington e Mosca. Sia la politica roosveltiana, sia la politica del containment della guerra fredda, sia quella attuale nota come ‘Russia first’ (fondamento dell’idea di un nuovo ordine mondiale basato su un ‘duopolio imperiale’ americano-russo legittimato dall’ONU, quale sembrò affermarsi con la guerra del Golfo) sono sicuramente ispirate a questa visione geo-politica. Taluni, però, fanno discendere la grande strategia americana del periodo della guerra fredda dalle teoria di Mackinder piuttosto che da quelle di Spykman.

Di tutte le teorie elaborate dalla geo-politica classica, quelle di Spykman sono ancora quelle che verosimilmente più influiscono sull’attuale pensiero geo-politico.


LE CONCEZIONI REGIONALI E MULTIPOLARI

A differenza delle teorie globaliste, quelle multipolari ritengono che il nuovo assetto geo-politico mondiale sia basato sul consolidamento di blocchi regionali, con rapporti sia cooperativi sia competitivi o, al limite, conflittuali fra di loro.
Di fatto, si assiste al riemergere di panregioni, che si sviluppano nel senso dei meridiani, analogamente a quanto sostenuto dalle teoria della scuola di Haushofer. La costituzione del NAFTA e la ripresa del concetto di Eurafrica nel programma del cosiddetto partenariato euro-mediterraneo, affermato nella Conferenza di Barcellona del 1995, ne sono dimostrazioni. Tali teoria riecheggiano anche nelle teorie eurasiste, che propongono un programma di cooperazione della Russia con Iran e India da un lato, e con Germania e Cina dall’altro, nell’ambito di una contrapposizione ‘binaria’ fra Eurasia e potenze oceaniche anglosassoni. Prosegue anche l’integrazione nel senso dei paralleli, come avviene nell’Unione Europea, nell’ASEAN (“Association of South-East Asia Nations”), nell’APEC (“Asia-Pacific Economic Cooperation”) e, in un certo senso, con i più stretti rapporti fra Unione Europea e MERCOSUR (“Mercado Común del Sur).

Sembra prodursi un sistema pentapolare, simile a quello previsto da Henry Kissinger, in cui il mondo sarebbe basato su Stati Uniti, Europa, Russia, Cina e Giappone, a cui si potrebbero aggiungere l’India e forse, in futuro, i paesi del MERCOSUR. Il concetto di panregione serve comunque spesso a giustificare in termini geo-politici, come peraltro già avveniva in passato, le ambizioni egemoniche degli ‘Stati catalizzatori’.

Non è ancora chiaro se il panregionalismo tenda a essere ‘aperto’, cioè collaborativo a livello globale, oppure ‘chiuso’ e potenzialmente conflittuale. Un ‘polo’ che sembra corrispondere alle caratteristiche di quest’ultimo tipo è la Cina, che costituisce l’unico soggetto geo-politico potenzialmente in grado di sfidare la supremazia degli Stati Uniti, almeno in Asia orientale e Sud-orientale. La Russia e il Giappone stanno attraversando un periodo di regressione, forse traitoria, mentre la potenza dell’India sembra svilupparsi con molta rapidità, nonostante le incertezze che esistono circa la sua stabilità interna.

Saul B. Cohen nel 1963 criticò tutte le concezioni geo-politiche precedenti per il loro eccessivo schematismo, che avrebbe comportato una visione rigida e globalistica del containment, da cui era derivata la cosiddetta dottrina del domino (alla base dell’intervento americano in Vietnam). Secondo Cohen, ogni elemento geo-politico della fascia del containment dell’Unione Sovietica era dotato di una propria individualità; pertanto, la conquista di uno di essi non avrebbe provocato il collasso (per l’‘effetto domino’ appunto) dell’intero sistema. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto puntare a una maggiore autonomia regionale, diminuendo il loro impegno continentale sul rimland e creando poderose forze mobili, che avrebbero costituito un elemento equilibratore da impiegare solo in caso di aggressione a parti vitali del sistema antisovietico.

La prevalenza della dimensione strategica nella guerra fredda portò Cohen a dividere il mondo in due grandi regioni geo-strategiche (il mondo commerciale marittimo e quello continentale euro-asiatico) a loro volta suddivise in regioni geo-politiche, destinate a integrarsi attorno a uno stato catalizzatore regionale, come la Germania per l’Europa.

Tali concezioni regionali o multipolari, che non ebbero modo di svilupparsi durante la guerra fredda data la rigidità della struttura del mondo bipolare, si stanno affermando dopo che quest’ultimo è venuto meno e si riflettono anche nelle concezioni geo-politiche del ‘nuovo disordine’ o dell’‘anarchia internazionale’.

 

L’IDEALISMO GEO-POLITICO

Tale orientamento si ispira a una visione idealistica o wilsoniana delle relazioni internazionali, in cui i rapporti di potenza sarebbero superati dall’esigenza di una pace positiva, basata sulla cooperazione e sulla solidarietà fra i popoli: ciò consentirebbe, fra l’altro, di non disperdere energie nella contrapposizione fra gli Stati, ma, al contrario, di concentrarle per la risoluzione dei grandi problemi comuni a tutta l’umanità, quali il sottosviluppo e il degrado ecologico.

Il tentativo più globale in questo senso fu compiuto da Immanuel Wallerstein, autore di un modello di sviluppo politico-economico mondiale, che avrebbe dovuto superare le disuguaglianze fra centro e periferia.

In Italia tali teorie sono state riprese e sviluppate, in particolare da Raimondo Strassoldo, il quale ha teorizzato una ‘geo-politica costruttiva’ della pace e della ricostruzione sociale, cioè una ‘eco-politica’ largamente decentrata da un lato e mondializzata dall’altro, contrapposta alla geo-politica classica, incentrata sullo stato e fondata sulla competizione per la ricchezza e per il potere.

Molte di queste teoria sono state riprese dalla moderna geo-politica ‘critica’, i cui assunti sembrano però smentiti dal pessimismo geo-politico ora dominante, in un mondo in cui a fenomeni di globalizzazione e anche di integrazione regionale ‘aperta’ sembrano contrapporsi da un lato la realtà del conflitto fra poli politico-economici, e dall’altro, soprattutto, le tendenze alla frammentazione, se non all’anarchia, del sistema internazionale.

 

LE TEORIE GLOBALISTE

La fine della guerra fredda ha provocato anche la scomparsa della separazione del mondo in tre raggruppamenti di Stati (i due blocchi già noti e il Terzo Mondo) e ha in tal modo avviato una nuova dinamica. Lo sviluppo tecnologico ha portato alla globalizzazione dell’economia, della finanza e dell’informa­zione; ciò ha a sua volta determinato interdipendenze che andrebbero valorizzate a vantaggio di tutti. Il ‘gioco’ politico-strategico-economico non è più “a somma zero”: è divenuto “a somma diversa da zero”. La stessa contrapposizione economica fra gli Stati e fra i ‘poli’ regionali dovrebbe essere assoggettata a regole, basi di un nuovo ordine economico mondiale, in cui il Nord sarebbe portato a sviluppare il Sud e a risolvere i grandi problemi comuni, come quelli ecologici, quelli demografici e quelli dovuti a forze ‘devianti’ internazionali, come la criminalità internazionale. Gli Stati-nazione sarebbero in via di estinzione, perché erosi dalle forze sovranazionali, internazionali e substatali. La democrazia e il libero mercato avrebbero vinto. Si sarebbe determinata la ‘fine della storia’ e si sarebbero poste le basi per un ‘villaggio globale’, in cui la politica di potenza sarebbe sostituita dal diritto e da un ordine mondiale facente capo alle grandi istituzioni internazionali, dall’ONU a quelle economiche (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio). L’unica superpotenza rimasta - gli Stati Uniti - dovrebbe svolgere il ruolo di ‘gendarme del mondo’, regolatore e garante degli equilibri, della stabilità e della pace mondiali, in nome della democrazia, dei diritti umani e del libero mercato.
Il punto culminante del successo di tali teorie è stata la guerra del Golfo, in cui gli Stati Uniti, alleati di fatto con l’Unione Sovietica in una specie di ‘duopolio imperiale’, hanno ripristinato il diritto internazionale violato dall’aggressione irachena al Quwait.

L’euforia globalista si è ora notevolmente attenuata, anche se non è completamente scomparsa, e si è modificata con l’affermazione di un ‘regionalismo aperto’, fondato sulla cooperazione anziché sulla competizione fra i poli politico-economici che stanno sorgendo nel mondo, anch’essi peraltro sottoposti a tensioni interne fra le forze dell’integrazione e quelle della frammentazione.

Il collasso interno ha trasformato l’ex Unione Sovietica da fattore di ordine in causa di disordine anche al di fuori del suo spazio imperiale: infatti, la scomparsa della sua potenza militare, con le pressioni che questa esercitava anche a Nord della Cina, consente a quest’ultima una politica, se non espansionistica, quanto meno di pressione in Asia orientale e meridionale.
Ma gli Stati Uniti, concentrati sui loro problemi interni e sull’esigenza di fronteggiare la competizione economica con l’Europa e con il Giappone, sono sempre più restii ad assumersi l’onere di guardiani dell’ordine mondiale.

La crescita vertiginosa dell’Asia, non solo economica ma anche militare, e il progressivo slittamento del centro dell’economia mondiale dall’Atlantico al Pacifico creano nuove tensioni e pongono a rischio la prosperità dei paesi più ricchi e la loro capacità di competere economicamente con paesi che hanno costi della manodopera estremamente ridotti. L’Africa subsahariana è in completo collasso: la disintegrazione dovuta alla conflittualità sorta negli Stati postcoloniali e in quelli postcomunisti non sembra arginabile. I fallimenti dell’ONU in Somalia, Ruanda e Bosnia hanno fatto diminuire la fiducia nella sua capacità di realizzare un nuovo ordine. Il commercio mondiale, anziché essere regolato dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, vede il sorgere di una rete di accordi interregionali e interstatali, spesso in contrasto con le sue regole globali.

LE TEORIE BINARIE

Le principali teorie binarie sono quella dello ‘scontro fra civiltà’, quella eurasista di Thom, e quella geo-economica di Luttwak.

La prima è per certi versi anche multipolare poiché considera otto civiltà differenti e sostiene che l’identità religiosa condiziona le civiltà, le quali, a loro volta, influenzano le tendenze alla cooperazione o al conflitto fra i popoli. La comunanza di civiltà è quindi un fattore molto influente nelle relazioni internazionali, anche perché viene strumentalizzata dalle classi politiche per legittimare sia il loro potere, sia le loro alleanze internazionali. Huntington prevede che il prossimo conflitto mondiale mobiliterà contro l’Occidente un’alleanza confuciano-islamica, che minaccerà prima la Russia, poi l’Europa e infine gli Stati Uniti; questi ultimi tre dovrebbero pertanto allearsi. Su scala regionale, tale teoria è ripresa da coloro che sostengono in Europa l’esistenza di una minaccia islamica e che non considerano il Mediterraneo il centro di una regione geo-politica unitaria, ma ne auspicano la trasformazione in una barriera fra Nord e Sud.

La scuola eurasista, sviluppatasi grandemente in Russia, riprende le teoria della contrapposizione fra terra e mare proprie della geo-politica classica e coerentemente formulate in teoria da Thom nel 1994. Essa sostiene l’esigenza per la Russia di un’alleanza con la Germania a Ovest, con la Cina a Sud-Est e con l’Iran e l’India a Sud, per opporsi alla supremazia talassocratica degli Stati Uniti. I principali avversari di tale progetto sarebbero gli Stati europei occidentali e gli Stati islamici alleati degli Stati Uniti, primo fra tutti la Turchia, che costituiscono strumenti della penetrazione statunitense nell’Eurasia.

Quanto alle teorie geo-economiche di Luttwak, esse possono in un certo senso essere assimilate alle teorie binarie, pur risentendo grandemente anche delle teorie dell’anarchia internazionale; in tale impostazione è centrale la distinzione tra un mondo industrializzato, dominato dalla geo-economia e dall’assenza di conflitti militari, e un mondo ancora geo-politico, teatro di conflitti territoriali.


LE TEORIE ANARCHICHE

Ricade sotto l’etichetta di “anarchiche” una ricca gamma di posizioni, da quelle della rinazionalizzazione e frammentazione del sistema internazionale, a quelle del disordine mondiale dovuto all’implosione degli Stati sotto la pressione degli etno-nazionalismi, a quella sostenuta da Immanuel Wallerstein della fine del capitalismo, a quelle della cosiddetta geo-politica critica e della geo-politica ‘morbida’. Quest’ultima, che attribuisce grande importanza alle culture, all’economia, alle religioni e alle istituzioni sociali e politiche, si contrappone alla geo-politica ‘dura’, basata su fattori geografici fisici e sulla tecnologia militare.
Alle teorie del disordine si è già accennato precedentemente, parlando della crisi delle teorie globaliste.

Wallerstein sostiene che la fine dell’escatologia marxista comporterà anche la fine di quella liberista, giacché entrambe sono portatrici di una concezione del progresso di derivazione illuministica, imperniata sull’idea di un processo lineare dell’umanità verso un ordine sempre maggiore; ciò lascerà spazio a una fase storica imprevedibile, complessa e incerta, in cui si modificheranno profondamente le strutture del mondo. Teoria analoghe sono state sostenute da altri studiosi, come Alain Minc, che prevede un nuovo Medioevo senza impero e senza papato.

La geo-politica critica sostiene che, per comprendere le dinamiche del mondo postmoderno, occorre una nuova geo-politica. Lo spazio va concepito come prodotto sociale, quindi eterogeneo; vanno inoltre valorizzate le differenze e l’indeterminatezza e rifiutata ogni egemonia e ogni gerarchia. La geo-politica può essere solo globale, dato che la separazione fra gli Stati non ha più senso; a differenza delle teorie globaliste, la geo-politica critica auspica l’avvento di un ordine non gerarchico ma orizzontale, di natura funzionale.

 

GEO-POLITICA DEI SISTEMI COMPLESSI

Principio generale della teoria della Complessità è la riunificazione delle scienze esatte con le scienze umane, così com’era nell’antichità.

La geo-politica è quindi una scienza che, in parte, realizza questo principio; infatti, riunisce la geografia, scienza esatta, con la politica, essenzialmente umana, e quindi inesatta. Un’altra scienza inesatta, la storia, potrebbe aumentare la complessità della geo-politica. La storia, a sua volta, dovrebbe coniugarsi con altre scienze umane, come la sociologia, l’antropologia culturale e anche l’etologia umana. Ma, l’elemento che la storia dovrebbe assimilare dalla scienza della complessità è il principio di “causa minima”, ovvero il rifiuto del paradigma classico della “causa efficiente”, e, cioè, l’esaltazione dell’avvenimento “necessario e sufficiente” a provocare la storia successiva.

Un’altra considerazione potrebbe rendere ancora più complessa la geo-politica: l’importanza per le società umane della religione, che è il mito fondante di ogni raggruppamento umano. La guerra di dissolvimento della Jugoslavia è stata anche una guerra tra religioni: i croati cattolici, i serbi ortodossi, i bosniaci musulmani. Oltre ai piccoli conflitti religiosi fa cattolici e presbiteriani nell’Irlanda del Nord, tra ebrei e islamici in Israele, è in corso anche un grande conflitto tra occidente cristiano e il terrorismo islamico. Sappiamo che esistono delle ragioni economiche alla base dei conflitti, ma sarebbe stato vano creare una mobilitazione morale per appropriarsi dei territori petroliferi o per impedire l’accesso di altri ad altri territori. Così come sappiamo che le guerre moderne hanno alle spalle grandi “complessi militar-industriali”, ma lo spirito combattivo delle truppe deriva da impulsi irrazionali, che vanno dallo sprezzo del pericolo, all’autodistruzione.

Secondo la teoria della complessità, la mente umana è l’organismo più complesso esistente (il numero delle sinapsi possibili è simile al numero degli elettroni nell’universo), e, proprio per questo, è illusorio pensare che possa controllare tutti i suoi impulsi e muoversi “razionalmente”. Anzi, le scienze cognitive hanno studiato e dimostrato che esiste la tendenza all’errore, innata nel nostro cervello, soprattutto quando si tratta di prendere decisioni improvvise, noi siamo portati a fare la scelta sbagliata.

Più in generale, è sbagliato continuare a pensare che vi sia “un cammino umano”, diretto a mete “giuste e progressive” e che ci sia un unico metodo per raggiungerle: la democrazia industriale. La scienza della complessità ha escluso che le innovazioni abbiano una “direzione” e che il cambiamento possa essere indefinito. Ervin Laszlo, parlando dei sistemi sociali e della loro evoluzione dice che alla fine essi raggiungono un optimum, oltre il quale i nuovi, eventuali incrementi di complessità non potranno più essere di aiuto all’efficienza dinamica, oltre questa soglia, l’evoluzione può produrre soltanto una deriva non selettiva. La stessa evoluzione è stata descritta come un procedere attraverso mutazioni casuali, cioè errori di replicazione del codice genetico. Che da un cumulo di errori possa derivare un progresso è del tutto illusorio. Così il biologo inglese Brian Goodwin sostiene che per descrivere l’evoluzione propongo l’immagine di una danza priva di un fine: come dice Stepen Jaygould, l’evoluzione non ha scopo, progresso o direzione.

Dunque, la pretesa dell’occidente di esportare, con o senza armi, il proprio modello sociale è del tutto immotivata, anche perché non tiene conto dei limiti dello spazio disponibile sul nostro pianeta e ignora che la crescita della popolazione terrestre lo rende ulteriormente ristretto. William C. Clarck, ricercatore Americano, analizzando la distribuzione delle luci notturne riprese dallo spazio, scrive che la distribuzione delle luci notturne prodotte dalla nostra civiltà si configurano non molto diversamente dalla crescita esuberante, osservabile in una capsula di Petri, ricca di sostanze nutritive, poco dopo che in essa siano stati introdotti dei batteri. Nel mondo limitato della capsula di Petri questa crescita non è sostenibile. Prima o poi, via via che le popolazioni batteriche consumano le risorse disponibili e sono sommerse dai propri rifiuti, al rigoglio iniziale succede una stasi e quindi l’estinzione.

La geo-politica dovrebbe dunque aumentare la propria complessità sussumendo anche un’altra scienza, l’ecologia, e ricercare, con essa, i limiti dei territori e l’optimum della loro utilizzabilità. Quanto alla politica, non si dovrebbe limitare all’analisi critica delle scelte degli stati e delle istituzioni internazionali, ma diventare essa stessa portatrice di valori che servano alla conservazione delle specie.

 

GEO-POLITICA E GEO-STRATEGIA

Spesso i termini ‘geo-politica’ e ‘geo-strategia’ sono impiegati come sinonimi. In realtà ciò accade anche per i termini ‘politica’ e ‘strategia’, soprattutto quando si parla di strategia globale o di ‘grande strategia’, intendendo in tal modo l’insieme dei principî ai quali si ispira la politica di sicurezza e degli obiettivi che essa si pone.

Sembra però opportuno fare una distinzione tra i due termini. La geo-strategia si interessa della dimensione militare, e dovrebbe essere quindi una ‘geo-politica militare’, una sorta di ‘sorella minore’ della geo-politica.

Nella storia, i due termini sono stati e vengono tuttora utilizzati nelle accezioni più varie. Giacomo Durando ha utilizzato il termine geo-strategia come sinonimo di geo-politica, individuando il punto ‘prestrategico’ che avrebbe dovuto permettere l’unificazione della Padania o Eridania con l’Italia peninsulare. Il gruppo di geo-strategia della “Fondation pour les Études de Défense Nationale” ha sostenuto che il concetto centrale della geo-politica è quello di ‘zona di influenza’, mentre per la geo-strategia è quello di ‘zona cuscinetto’. Tale distinzione appare discutibile, in quanto le zone cuscinetto, per essere tali, devono essere anche zone di influenza, e comunque si trasformano in teatri operativi nel corso dei conflitti. Il geografo e geo-politico americano Saul Bernard Cohen ha dato alla geo-strategia un’accezione più ampia rispetto alla geo-politica. Egli infatti teneva conto dei due blocchi esistenti all’epoca della guerra fredda, che definiva “regioni geo-strategiche”; esse comprendevano al loro interno regioni geo-politiche differenti, che tendevano però a esser più omogenee e più integrate economicamente, culturalmente e anche politicamente. Tale Suddivisione, che riflette le condizioni specifiche della guerra fredda, risulta tuttavia ‘datata’, in quanto corrisponde a un periodo in cui le esigenze di sicurezza venivano considerate prioritarie rispetto a qualsiasi altro aspetto. Inoltre, essa corrisponde anche a una concezione della strategia molto più ampia di quella tradizionale e che si riferisce alla cosiddetta ‘strategia globale’ messa a punto del generale francese Beaufre e poi largamente impiegata dagli Stati Uniti. Nel linguaggio politico e militare, il termine ‘geo-strategico’ tendeva infatti a sostituire ‘geo-politico’, proprio per l’ostracismo contro la geo-politica, considerata scienza ‘malvagia’ e sostanzialmente nazista.
Altra distinzione interessante è quella recentemente proposta da Yves Lacoste, secondo il quale non vi sarebbero differenze sostanziali tra geo-politica e geo-strategia per la fondamentale identità dei loro contenuti: la geo-politica, però, si riferirebbe al dibattito interno sulla politica estera, che è influenzato dalla ‘rappresentazione’ che ogni gruppo politico ha del proprio spazio; la geo-strategia riguarderebbe invece i rapporti, sia conflittuali che cooperativi, fra i vari soggetti geo-politici. Anche tale distinzione, tuttavia, non sembra accettabile, sia perché ove non esistesse dibattito democratico non vi sarebbe neppure geo-politica, sia per l’accezione troppo estesa del termine strategia, che coprirebbe di fatto tutta la politica estera.
Appare in sostanza preferibile riferire i due termini a campi specifici: a quello della politica apparterrebbe la geo-politica, intesa come definizione dei fini, degli obiettivi e delle grandi scelte circa i mezzi (diplomatici, economici, militari, etc.) disponibili ai vari soggetti geo-politici per conseguirli. Il termine geo-strategia si dovrebbe invece riferire al campo specificamente militare, subordinato e strumentale alla politica, estendendolo, beninteso, a tutti i fattori con esso strutturalmente collegati e subordinati, come l’impiego di sanzioni economiche, blocchi, embarghi, o come la preparazione degli strumenti militari, che prima di essere fatto tecnico, implica decisioni politico-sociali.


GEO-POLITICA E GEO-ECONOMIA

La geo-politica va inoltre distinta dalla geo-economia. Quest’ultimo termine è entrato nell’uso corrente a seguito dei lavori di Edward N. Luttwak, il quale afferma che la geo-economia ha sostituito la geo-politica nel mondo industrializzato. La gerarchia delle potenze e la cooperazione-competizione fra gli Stati avanzati sarebbero ormai unicamente di natura economica. Geo-politici nel senso tradizionale del termine rimarrebbero invece il Terzo Mondo e gli Stati collocati alla periferia dei nascenti blocchi o poli regionali.
I temi fondamentali della geo-economia riguardano la preparazione degli Stati per la competizione geo-economica; l’analisi dei rapporti fra globalizzazione, regionalizzazione e localizzazione dell’economia; la competizione fra i vari sistemi economici, e così via.

Alla visione di Luttwak si contrappongono coloro come Paul Krugman i quali affermano che l’economia internazionale non obbedisce a regole di competitività dei ‘sistemi-paese’, ma a logiche del tutto diverse da quelle della politica.
A nostro parere, la geo-economia non può avere in nessun caso una natura separata dalla politica, anche se, nella costante dialettica fra stato e mercato, quest’ultimo ha assunto una maggior importanza che nel passato, soprattutto perché dalla situazione premoderna, in cui esistevano più mercati che Stati, e da quella moderna, in cui i mercati coincidevano essenzialmente con il territorio degli Stati, siamo attualmente passati a una situazione in cui esistono più Stati che mercati; questi ultimi, inoltre, per l’indipendenza e la globalizzazione economica, tendono a unificarsi in un mercato globale. La geo-economia non si contrappone pertanto alla geo-politica, ma è una specie di geo-politica economica, come la geo-strategia è una geo-politica militare, entrambe subordinate e strumentali alla geo-politica nel senso proprio del termine.


GEO-STORIA 

Filone di studi che esamina i temi e i problemi della geografia in prospettiva storica e che, nelle sue manifestazioni più convinte, tende a sviluppare modelli di analisi in grado di assumere e restituire insieme elementi spaziali e temporali.

Tradizionalmente approfonditi, e recentemente inno-vati, sono gli studi di storia della cartografia e del pensiero geografico, di geografia storica, e di storia delle esplorazioni, con le conseguenti relazioni di viaggio: con indagini che mirano a ricostruire le radici del presente con finalità pratiche, sia nell’esame della comunicazione del sapere, sia nell’analizzare la gestione del territorio avvenuta in passato, sia nel rintracciare le origini di tradizioni culturali e materiali del mondo attuale. In tutto questo, sembrano ormai superate le tradizionali polemiche di matrice nazionalistica attorno a improbabili ‘primati’ di specifiche scuole cartografiche o di singole persone impegnate nelle scoperte: il punto di svolta può essere indicato nelle celebrazioni del cinquecentesimo anno dalla scoperta dell’America.

Le nuove tecniche di riproduzione digitale dell’immagine hanno permesso una vera e propria rinascita dell’interesse verso le carte geografiche realizzate in passato, considerate non soltanto come meri strumenti, ma anche come apparato simbolico di una percezione complessiva: l’interesse del pubblico è confermato dal successo delle grandi mostre degli ultimi anni, e da libri che sono diventati veri e propri best-seller. La possibilità di riprodurre mappe tematiche con nuovi strumenti digitali ha permesso anche in questo ambito che i documenti fossero a disposizione di una platea di utenti sempre più ampia. Negli ultimi dieci anni è poi aumentata enormemente la quantità di database e di scansioni della cartografia storica accessibili, facilitando il reperimento di fonti idonee alla ricostruzione delle identità geografiche locali a vari livelli trascalari: dal rione o quartiere, alle aree di produzione tipica, anche in ambito agroalimentare, fino alle proposte delle cosiddette regioni alternative.

Recentemente, la geo-storia ha acquistato nuova rilevanza anche nelle vertenze geo-politiche attuali. Per esempio, i diplomatici cinesi tendono ad attribuire molta importanza ai documenti cartografici del passato e alle eredità delle esplorazioni: così, nelle controversie sul possesso delle isole nel Mar Giallo Meridionale, le parti spesso invocano come ‘prova’ l’attribuzione di possesso riferita dalla cartografia antica; per altro verso, i diplomatici cinesi ritengono molto importante presentare la Cina odierna come erede delle esplorazioni medievali dell’ammiraglio Zheng He, secondo un’interpreta­zione storiografica che vorrebbe differenziare il ruolo cinese rispetto alle scoperte e alle colonizzazioni occidentali, in quanto queste ultime sarebbero state effettuate dalle potenze imperialiste europee solo per aggressiva avidità. Questo tipo di ricostruzione geostorica è funzionale alla propaganda del cosiddetto “Beijing consensus”.

 

GEO-POLITICA E GEOGRAFIA POLITICA

I due termini sono spesso impiegati come sinonimi, soprattutto nei paesi anglosassoni. Entrambi sono recenti, essendo stato il primo introdotto nel 1899 dallo svedese Rudolph Kjellén come abbiamo più volte ripetuto e il secondo nel 1897 dal tedesco Friedrich Ratzel.

Le incertezze e le ambiguità sulle differenze fra i termini geo-politica e geografia politica derivano anche da quelle sulla natura di quest’ultima. Come la storia, la geografia non ha un oggetto specificamente proprio, bensì costituisce la base spaziale di discipline diverse e comprende lo studio, oltre che la rappresentazione, della distribuzione spaziale dei vari aspetti geografici, fisici e umani, le loro classificazioni statistiche, il loro raggruppamento in insiemi omogenei e la previsione delle loro variazioni nel tempo.

Sin dall’inizio della storia, l’attività dei geografi ebbe rilevanza sul piano politico, militare, economico, etc. Gli esploratori furono anche agenti segreti e operatori commerciali. Fino al 20° secolo l’attenzione prevalente fu rivolta agli aspetti fisici e naturali; solo con Ratzel gli aspetti umani divennero centrali, anche perché la tecnologia affrancava rapidamente l’uomo dai condizionamenti dell’ambiente naturale, ma non da quelli dell’ambiente umano.

Fra la geografia politica e la geo-politica esistono comunque strette correlazioni. Per alcuni, specie per la scuola anglosassone, che considera la geografia anche una scienza sociale e non distingue fra geografia pura e applicata, non esiste alcuna differenza: anche se viene impiegato l’aggettivo geo-political, non viene utilizzato il termine geo-politics. Per altri, la geografia politica studia la politica avvenuta, cioè la distribuzione spaziale dei fenomeni politici e la loro influenza sui fattori geografici. La geo-politica studia, invece, l’influenza dei fattori geografici sulle scelte politiche, tenendo anche conto delle possibili scelte e delle azioni/reazioni degli altri soggetti geo-politici che operano sul medesimo territorio.
La geografia politica è una scienza, in quanto studia i dati di fatto; la geo-politica non lo è, perché relativizza e soggettivizza tali dati, interpretandoli e fondendoli con fattori che non sono geografici, come i principî e i sistemi di valore. A livello di teoria, la geo-politica è quindi una geografia combinata con altre dimensioni metateoriche quali la meta-storia. Come campo disciplinare, essa è indipendente dalla geografia politica ed è dotata di una propria individualità, diversa da quella di una semplice geografia politica applicata.

 

CONSIDERAZIONI SULLA GEO-POLITICA DEL NOVECENTO

La geo-politica classica deriva dalla fusione di apporti storici e geografici ed è profondamente influenzata sia dall’evoluzione della tecnologia, sia dall’idea, tutta illuministica, di un progresso continuo verso un equilibrio corrispondente agli interessi dello stato, al particolare periodo storico e all’ottica specifica in cui ci si colloca. Essa è fondata, in particolare, sulle correlazioni geografiche e su quelle della storia, intesa, quest’ultima, come processo razionale, interpretabile scientificamente e quindi tale da fornire indicazioni per la politica degli Stati. La geo-politica classica, peraltro, non essendo mai neutrale né scientifica, assolve spesso una funzione ideologica e propagan­distica, e rispecchia il sistema di valori e gli interessi di chi ne ha formulato le diverse teorie. Tale aspetto è particolarmente evidente nei ripetuti spostamenti dell’heartland di Mackinder.

Ciò non toglie che tali teorie costituiscano interessante materia di studio, perché taluni loro assunti, quali quello delle macroregioni (i Grossräume di Ratzel e Haushofer, ripresi da Carl Schmitt) sono stati ripresi sia dai sostenitori del NAFTA (“North America Free Trade Agreement”), sia dai seguaci del cosiddetto partenariato euro-mediterraneo, sia dai federalisti europei o dagli eurasisti russi, spesso ma non necessariamente in antitesi con dottrine globaliste o internazionaliste. Queste ultime appaiono talvolta finalizzate esclusivamente a perpetuare, legittimandola, la superiorità degli Stati Uniti nell’epoca successiva alla guerra fredda e l’utilizzo da parte di questi ultimi delle grandi istituzioni internazionali, come l’ONU, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizza­zione Mondiale del Commercio, nei cui confronti peraltro (quando sono in gioco gli interessi americani) gli Stati Uniti assumono un approccio marcatamente unilaterale.
Un altro motivo di interesse è dovuto al fatto che, con la frammentazione del mondo postbipolare e lo scoppio di conflitti identitari, etnici e regionali, le percezioni e le rappresentazioni geo-politiche tradizionali, cioè il senso dello spazio proprio di ciascun gruppo socio-politico, stanno riemergendo e si prestano a essere strumentalizzate dai leader politici per assumere o consolidare il loro potere, acquisendo il consenso delle masse su programmi nazionalistici che vengono giustificati facendo appello alla geografia e alla storia.

 

la geo-politica francese

La geo-politica francese si contrappone costantemente a quella tedesca. La Francia del 19° secolo non aveva ambizioni territoriali, se non quelle di recuperare i territori perduti dopo la sconfitta del 1870-1871. La scuola geo-politica francese si contrappose costantemente a quella tedesca, che tendeva ad arruolare la geografia sotto le bandiere dell’espansionismo (come avvenne nella Germania guglielmina prima e in quella hitleriana poi).

Il fondatore della geo-politica francese è considerato Paul Vidal de la Blache (1845-1918). Pur riconoscendo l’influenza della geografia sulla politica e sulla storia, egli affermava l’influenza determinante dell’uomo e della sua volontà, ridimensionando quindi quella dell’ambiente naturale e sostenendo una visione possibilista e anti-deterministica dell’impatto dei fattori naturali. Egli sottolineava la preminenza dei fattori culturali e della libera scelta dei cittadini, proprio per affermare la ‘francesità’ dell’Alsazia e della Lorena.

La sua impostazione venne ripresa da Jacques Ancel, che adottò l’approccio metodologico della scuola di Haushofer, francesizzando quindi la geo-politica tedesca proprio per confutarne le teoria e per porne in luce le finalità di mistificazione e di manipolazione.

L’intera geo-politica francese riflette quindi le concezioni francesi di nazione e di cittadinanza, contrapposte a quelle etniche e linguistiche proprie del pensiero tedesco.

la geo-politica sudamericana

Negli anni cinquanta e sessanta si sviluppò, principalmente negli ambienti militari brasiliani, argentini e cileni, una geo-politica soprattutto interna, riferita alle esigenze di sistemazione, valorizzazione e organizzazione del territorio, anche in vista del miglioramento della sicurezza nazionale.

In particolare, il generale brasiliano Galbery do Conto e Silva applicò al Brasile il concetto di heartland, che situò nell’area compresa fra Brasilia, San Paolo e Rio de Janeiro. Tale zona sarebbe stata il centro di un arcipelago, dal quale si sarebbe dovuto procedere per integrare l’‘isola amazzonica’ e le penisole periferiche del Nord-Est (Recife), del Sud (Rio Grande do Sul) e del centro-Ovest nei pressi della frontiera con la Bolivia e il Paraguay. Da tale visione discesero lo spostamento della capitale a Brasilia e la decisione di costruire grandi vie di comunicazione strategiche per consolidare l’autorità del centro sulle regioni periferiche (per inciso, la recente decisione del Kazakistan di spostare la capitale da Almaty ad Aqmola risponde a criteri almeno in parte analoghi).

Anche in Argentina e in Cile si diffusero teorie geo-politiche tendenti sempre a giustificare l’integrazione del territorio sotto il controllo dell’autorità centrale, completando la colonizzazione delle regioni scarsamente popolate e prevedendo anche il trasferimento, se necessario coatto, delle popolazioni.

 

la geo-politica italiana

Come negli altri paesi, in Italia la storia della geografia politica applicata è strettamente collegata da un lato con lo sviluppo delle scienze geografiche, dall’altro con quello delle scienze storiche e politiche. La geo-politica, intesa nell’accezione allargata del termine, cioè come geografia politica applicata alla politica estera, al dominio e alla conseguente organizzazione del territorio, e anche come individuazione delle ragioni geografiche degli eventi storici, ha avuto eminenti studiosi: da Giambattista Vico a Melchiorre Gioia, da Domenico Romagnosi a Carlo Cattaneo.
Anche in campo militare vi sono state non banali elaborazioni, non solo per quanto riguarda le tecniche cartografiche, ma anche per la concettualizzazione della geografia strategica, cioè della geografia applicata, che assieme alla storia e alla tecnologia è parte del cosiddetto ‘trivio’ della scienza militare. Ricordiamo, in particolare, l’opera del colonnello Giovanni Sironi, il quale suddivise la geografia in due parti, una descrittiva e una ragionata: quest’ultima, collegando il dato geografico con la decisione, era in grado di illustrare le capacità di analisi e di previsione delle condizioni di vulnerabilità e dei fattori di potenza. Giova ricordare anche le teorie dell’allora colonnello, poi generale, Carlo Porro, sulla spazialità differenziale, che anticipano quelle elaborate recentemente, soprattutto in Francia, sulla correlazione fra la scelta della scala di rappresentazione e gli interessi contingenti degli utilizzatori.

Con la fondazione della Reale Società Geografica Italiana a Firenze nel 1866 (spostata a Roma nel 1872) ebbero notevole impulso non solo gli studi geografici, ma anche l’approfondimento del loro impatto politico. Ad esempio, Cesare Correnti, presidente della Società, invitava nel 1873 <<a rispondere con la carta geografica a chi voleva addormentare l’Italia>>. Gli studi e le spedizioni archeologiche e geografiche in Medio Oriente e soprattutto in Africa aprirono la strada alla penetrazione economica e all’espansione coloniale italiana. Studi di geografia politica e di antropogeografia furono prodotti anche a sostegno sia delle teoria irredentiste (si ricordino gli scritti di Cesare Battisti), sia della riattivazione dei tradizionali collegamenti italiani con l’Europa balcanico-danubiana.
Concetti come quelli di ‘Eurafrica’, di ‘mare nostrum’, di ‘frontiere naturali’ e di ‘spazi vitali’ divennero molto popolari, soprattutto nel primo Dopoguerra, sia per influsso della geo-politica tedesca sia per naturale sviluppo del pensiero geografico e di quello politico italiano.

Negli anni venti si affermò con Almagià il concetto di ‘geografia politica dinamica’, impiegato come sinonimo di geografia politica applicata, che, unitamente all’elaborazione delle ‘leggi tendenziali’ del comportamento degli Stati, sottolineò il valore predittivo e indicativo della geografia rispetto all’azione politica.
Di fatto, l’aggettivo ‘dinamica’ suscita notevoli perplessità, perché l’estrapolazione delle serie storiche da dati statistico-geografici (ad esempio di quelli demografici) non costituisce di per se stessa un’applicazione politica delle scienze geografiche, ma rimane limitata al loro ambito analitico-descrittivo. Perché possa esservi un ragionamento geo-politico, ad esempio ai fini della pianificazione della politica estera, il dato non può essere né neutro, né innocente, ma deve essere concettualizzato e finalizzato a un progetto politico per sua natura autoreferenziale. Solo se s’inseriscono nella logica di un calcolo politico, i dati geografici acquistano un valore geo-politico. In particolare, tra il 1939 e il 1942 fu pubblicata a Milano una rivista di geo-politica per iniziativa di un gruppo di geografi soprattutto triestini e giuliani, facenti capo a Giorgio Roletto e a Ernesto Massi. Essi si differenziarono dagli assunti della geo-politica tedesca di Karl Haushofer per una metodologia più decisamente geografica e per una maggior importanza attribuita al fattore ‘volontà umana’ rispetto a quello deterministico dell’ambiente naturale. Ne condivisero invece la ricerca per l’individuazione di un proprio ‘spazio vitale’, coerentemente con la politica di affermazione e di espansione nazionale dell’Italia. Il concetto di ‘spazio vitale’ fu raccordato sempre dalla geo-politica italiana all’importanza crescente dei fattori economici, e in special modo all’autarchia. Questa la definizione datane dal comitato di redazione della rivista: <<L’optimum delle aree nell’ambito delle quali ambiente geografico, tradizioni storiche, necessità di vita presente e futura si concordano per dare benessere al popolo che ha le possibilità spirituali e quindi la tendenza geo-politica ad occuparlo e a valorizzarlo.>> (in “Geopolitica”, 1940, n. 8-9: p. 321-322). Per la sua impostazione anti-deterministica, la geo-politica italiana si avvicina alla geografia ‘umanistica’ francese di Vidal de la Blache.

Nel secondo Dopoguerra la geografia politica applicata conobbe in Italia un periodo di vera e propria eclisse, non solo per la ‘renazionalizzazione’ subita dal paese e per l’erosione dello stato, sia dal basso ad opera dei vari regionalismi e particolarismi, sia dall’alto per l’adozione spesso del tutto acritica di ideologie ecumeniche, internazionalistiche ed etero-referenziali, ma anche per il predominio della cultura marxista, tendenzialmente contraria a riconoscere l’influsso dell’ambiente naturale sulla politica e l’esistenza di interessi nazionali anche come base della partecipazione italiana agli organismi e alle istituzioni internazionali o sovranazionali. L’impegno riposto in discussioni circa il superamento di una ‘geografia di destra’ per sostituirla con una di ‘sinistra’ è una chiara indicazione delle futilità di cui si dilettava l’accademia italiana di quel periodo, del suo allontanamento dai problemi nazionali concreti e del suo arretramento culturale rispetto agli altri paesi avanzati.
Con il crollo del mondo bipolare, con il collasso dell’ideologia marxista, con la frantumazione e la disgregazione politica all’Est (e, per effetto indotto, anche all’Ovest), con l’unificazione della Germania, con il risorgere delle specificità nazionali ed etniche, con la rimessa in discussione dei confini di Yalta da un lato e di quelli della colonizzazione dall’altro, con il moltiplicarsi degli attori che agiscono sulla scena internazionale (di natura non più solo statale, ma anche subnazionale, multinazionale e internazionale), la geografia politica applicata e con essa la geo-politica sono riemerse anche in Italia, semplicemente perché è rinata la lotta per lo spazio, prima bloccata dai rigidi meccanismi e dalle strette regole del mondo bipolare. Spazio che ha evidentemente un significato del tutto differente da quello del passato, nel senso che è uno spazio più ‘reterritorializzato’, più geo-economico che geo-strategico. Di questa tendenza si sono fatti interpreti nel nostro paese diversi studiosi e riviste, pur con ottiche e finalità differenti, quali “micromega” e la rivista “limes”, collegata con quella francese “Hérodote”, che sta conoscendo dal 1993 un grandissimo successo editoriale).

Le origini della geo-politica italiana possono esser fatte risalire al Medioevo, allorché non solo le Repubbliche marinare e il Regno di Napoli, ma anche Roma, Firenze e Milano erano veri e propri Stati, con una propria politica economica, se non globale, estesa almeno dal Mediterraneo all’Europa settentrionale e con rapporti internazionali molto intensi anche sotto il profilo culturale. È inoltre opportuno ricordare le teoria di Vico sui cicli storici e sui rapporti reciproci fra le civiltà dei monti, dei fiumi e delle pianure.

La geo-politica si sviluppò però nel Risorgimento, sia al fine di razionalizzare le motivazioni dell’unificazione nazionale anche a scopi propagandistici, sia per affrontare problemi di fondo, come quelli relativi a un’iniziativa puramente nazionale o all’inserimento del movimento unitario nel gioco degli equilibri delle grandi potenze, quello della struttura centralizzata o federativa del nuovo stato, quello dei suoi interessi e del suo ruolo una volta che, dopo l’unificazione, esso fosse entrato a far parte del novero delle grandi potenze europee.
Molti dei temi dibattuti allora sono ancora vivi. Federalisti furono Cattaneo, Gioberti e Balbo, anche se con motivazioni diverse: il federalismo di Cattaneo era soprattutto anti-piemontese; quello di Gioberti teneva conto del peso del papato al centro della penisola e della necessità di acquisirne il sostegno al movimento di unificazione nazionale o, quanto meno, di non provocarne l’ostilità; Balbo riteneva invece che una struttura federale risultasse più accettabile da parte delle potenze europee di quanto potesse esserlo uno stato centralizzato, sia perché uno stato federale, assorbito dal problema di mantenere gli equilibri interni, non avrebbe potuto svolgere una politica di potenza, alterando in modo imprevedibile i rapporti di forza in Europa, sia perché esso avrebbe potuto meglio conservare gli assetti socio-economici esistenti, senza riflessi negativi sulla stabilità interna degli altri Stati. Per questo Balbo criticava l’idea giobertiana del “primato morale e civile” degli Italiani e voleva collocare il movimento unitario italiano nell’ambito di un vasto e pacifico assestamento geo-politico dell’intera Europa. L’unificazione italiana sarebbe stata compensata da un’espansione dell’Austria nei Balcani e nell’Europa Sud-orientale fino agli stretti turchi, della Germania verso Est, per dar sfogo al suo incremento demografico, e della Russia in Asia, per civilizzarla e cristianizzarla. Balbo prevedeva inoltre una “lega germano-italica”, dal Baltico all’Adriatico, diaframma moderatore fra Oriente e Occidente.

Il movimento rivoluzionario risorgimentale fu invece decisamente unitario: esso propugnava la cacciata dell’Austria dall’Italia attraverso la mobilitazione popolare e la così detta “guerra di popolo”. I suoi esponenti principali furono Carlo Pisacane (antesignano di quel socialismo nazionale, dotato di notevole carica irredentista e interventista, che diventerà una componente fondamentale della nostra storia) e Giuseppe Mazzini (che auspicava una repubblica centralizzata sul modello rivoluzionario francese e il raggiungimento dei confini naturali delle Alpi, con l’incorporazione quindi delle popolazioni alloglotte dell’Alto Adige e della Venezia Giulia). Mazzini sosteneva anche la teoria che l’Italia unificata avrebbe dovuto mettersi a capo di una ‘lega’ degli Stati minori europei, da quelli scandinavi alla Grecia, che avrebbe dovuto ottenere l’appoggio esterno dell’Inghilterra e allearsi con i popoli slavi per concorrere all’equilibrio europeo, opponendosi alle tendenze egemoniche russa, tedesca e francese. Mazzini era favorevole, infine, a una maggiore influenza italiana nel Mediterraneo e in Africa. In sostanza, nel suo pensiero erano presenti molte delle tendenze geo-politiche che successivamente influenzarono la politica estera dell’Italia unificata.

Il pensatore geo-politico più originale del Risorgimento fu il generale pontificio Giacomo Durando, che per primo introdusse il termine geo-strategia, attribuendogli il significato che avrebbe assunto nel Novecento, ossia quello di geo-politica. Egli sosteneva che fossero i rilievi montani a determinare sia le strutture degli Stati e le caratteristiche delle nazionalità, sia le loro potenzialità strategiche. Secondo tale prospettiva, l’Italia sarebbe costituita da due subregioni, divise dall’Appennino tosco-emiliano: a Nord l’Eridania, basata sul sistema idrografico del Po; a Sud la regione peninsulare, basata sugli Appennini. Il ‘punto strategico’, situato fra le sorgenti del Santerno e il Monte Falterona, avrebbe costituito lo spartiacque fra i due sistemi geo-strategici italiani, e pertanto il suo possesso avrebbe avuto un effetto catalitico per la loro unificazione.

Il Regno d’Italia fu caratterizzato dal sovrapporsi di varie tendenze geo-politiche incoerenti fra di loro. La nuova classe dirigente, rimasta prigioniera dei miti di grandezza nazionale propagandati nel Risorgimento, tese a strumentalizzare la politica estera a scopi interni, sforzandosi di occupare un ruolo che collocasse l’Italia nel novero delle grandi potenze europee. Ne derivò la cosiddetta politica del ‘peso determinante’, di cui un riflesso attuale è il presenzialismo, vale a dire la costante ricerca di un ruolo di mediazione nonostante la ridotta capacità propositiva, le cui ragioni vanno ricercate anche nel fatto che, in assenza di una cultura geo-politica delle classi dirigenti, non è possibile individuare interessi nazionali né elaborare una coerente politica estera, e si determina invece la tendenza a sostituire gli interessi con un ‘ruolo’. È da questa situazione che sono nate le ambiguità, i cambiamenti di alleanza e la tendenza a inserirsi in ogni combinazione e a trarne vantaggi. Ciò spiega inoltre l’intercambiabilità dell’irredentismo italiano (diretto talora contro la Francia, talaltra contro l’Austria) e la conversione di Crispi e di Mancini dall’anticolonialismo a una disastrosa politica di espansione in Africa, con grande sperpero di sforzi e risorse che avrebbero potuto essere più efficacemente impiegati per lo sviluppo del Mezzogiorno.

Le uniche costanti della politica italiana dell’epoca furono l’amicizia con la Gran Bretagna, che dominava il Mediterraneo e che seguiva tradizionalmente in Europa una politica anti-egemonica, e il tentativo di evitare confronti armati, in cui l’Italia sarebbe stata marginalizzata e avrebbe rivelato tutte le sue debolezze strutturali.

La costituzione, nel 1867, della Reale Società Geografica Italiana (alla quale diede un grosso impulso Cesare Correnti, con il dichiarato scopo di far sorgere in Italia uno spirito geografico per unificare culturalmente il paese e costituire uno stimolo per la sua politica estera) e quella, nel 1879, della Società Milanese di Geografia Commerciale (finanziata da industriali e volta inizialmente a reperire fonti di materie prime e mercati) trovarono scarsa eco negli ambienti accademici geografici, legati a una visione strettamente scientifica, se non arcadica, della loro attività, e interessati alla politica soprattutto per trarne sostegni finanziari.

Fece eccezione un’iniziativa editoriale di Cesare Battisti e del geografo Renato Biasutti, i quali fondarono nel 1899 a Trento la rivista “Cultura Geografica”, che ebbe però vita assai breve: essa si proponeva di porre il problema di rapporti fra geografia e politica su basi nuove, più attente ai problemi reali della società, contrapponendosi agli orientamenti più governativi e conservatori della Società Geografica.

Nemmeno la politica estera del fascismo, seppure caratterizzata da un grande attivismo (anche se in gran parte di semplice facciata e a uso interno), fu sostenuta da un solido pensiero geo-politico. Negli anni trenta la politica estera italiana divenne destabilizzante, contestatrice degli assetti di Versailles e quindi alleata naturale, anche se inizialmente riluttante, del revanscismo tedesco; fu decisamente aggressiva sia nei Balcani che nel Mediterraneo, e tese a sfruttare il peso italiano, utile a Francia e Gran Bretagna in Europa, per ottenere compensazioni coloniali.

I problemi più delicati non riguardavano tanto lo ‘spazio vitale’ mediterraneo, quanto i Balcani, in cui l’Italia si trovava a fronteggiare la Germania; anche in questo caso l’incoerenza politica italiana è dimostrata dall’appoggio dato al croato Ante Pavelić, poi abbandonato nelle mani dei Tedeschi, per sostenere nel corso dell’occupazione più le milizie cetniche che quelle ustasce.

La corporazione dei geografi italiani sostenne i progetti di espansione nazionale ma, anziché dare un apporto culturale di spessore, si fascistizzò, beninteso con le dovute eccezioni, per ottenere riconoscimenti e prebende dal regime.
Il pensiero geo-politico non ebbe grande sviluppo. Vanno comunque segnalati i lavori di Roberto Almagià, che introdusse l’espressione ‘geografia politica dinamica’, utilizzata come sinonimo di geografia politica applicata, e di Luigi De Marchi, che sottolineò il valore indicativo e predittivo della geografia rispetto alla politica e affermò l’esistenza di ‘leggi tendenziali’ nel comportamento degli Stati.

Una vera e propria scuola geo-politica italiana si affermò a Trieste. Qui fu fondata nel 1939, e continuò le sue pubblicazioni fino al 1942, la rivista “Geo-politica - Rassegna di geografia economica, politica, sociale e coloniale”, diretta da Giorgio Roletto, professore di geografia economica all’Università di Trieste, e dal suo allievo Ernesto Massi, docente di geografia all’Università di Pavia e all’Università Cattolica. La rivista fu influenzata dalla tedesca “Zeitschrift für Geopolitik”, ma se ne differenziò grandemente non solo per impostazione, negando ogni determinismo e affermando l’importanza centrale dell’uomo, ma anche per una maggiore ‘geograficità’, dato che i suoi collaboratori erano in prevalenza geografi. La sua teoria centrale era quella dello ‘spazio vitale’, inteso come spazio da organizzare più che da conquistare. Alla rivista non interessavano tanto le impostazioni teoriche; essa aveva l’ambizione di divenire la ‘coscienza geografica’ del regime e di sostenerne la politica estera, sia culturalmente, sia come mezzo di propaganda. Di fatto, il suo impatto reale rimase ridotto e la sua tiratura limitata, mentre la geografia accademica italiana la ignorò completamente, forse per il sospetto che l’autonomia della geo-politica dalla geografia fosse finalizzata ad ambizioni accademiche dei suoi sostenitori. La geo-politica italiana subì, in sostanza, una sorte analoga a quella della geo-politica tedesca. L’improvvisazione del regime, solitamente gabellata per pragmatismo, non voleva sicuramente farsi imbrigliare da elaborazioni che, per la loro stessa esistenza, l’avrebbero costretta a confrontarsi con l’esigenza di una maggiore coerenza e sistematicità.

Le grandi ‘scelte di campo’ effettuate dall’Italia nell’immediato Dopoguerra furono ispirate a una precisa visione geo-politica, chiaramente rintracciabile nel discorso di Luigi Einaudi a favore della firma del Trattato di pace, che mirava al reinserimento dell’Italia nell’Occidente e nell’economia internazionale. Non mancò neppure una politica di espansione economica nel Mediterraneo e nel mondo arabo, subordinata alle scelte atlantica ed europea, e una Ostpolitik in miniatura, ispirata non solo da interessi commerciali, ma anche di politica interna.
L’Italia perseguì in modo organico gli interessi nazionali entro tre cerchi: quello atlantico, quello europeo e quello mediterraneo, a cui se ne aggiunse successivamente un quarto, comprendente l’Est europeo e l’Unione Sovietica. Il primo, che era preminente, garantì la sicurezza esterna e costituì anche un fattore di stabilità interna; il secondo stimolò la modernizzazione e lo sviluppo economico italiano; il terzo e il quarto costituirono l’apporto più originale dell’Italia alla politica occidentale e consentirono inoltre la creazione di interessanti sbocchi commerciali e, soprattutto, di raggiungere l’indipendenza energetica, ma ebbero anche un non trascurabile effetto politico interno, in quanto attenuarono l’opposizione delle forze della sinistra cattolica e comuniste all’atlantismo e all’europeismo.
Il pensiero geo-politico teorico ebbe scarso spazio. Vanno comunque ricordati la rivista “Hérodote-Italia”, diretta da Massimo Quaini fra gli anni settanta e ottanta e ispirata alla omonima rivista francese, e numerosi articoli, specie di Ernesto Massi e di Paola Pagnini, pubblicati sulla “rivista geografica italiana”. Più legati a visioni globaliste, ecologiste e pacifiste sono i già citati lavori di Strassoldo degli anni settanta e ottanta sulla ‘geo-politica della pace’, sulla ‘ecologia delle potenze’ e sul significato delle frontiere, che dovrebbero essere i limiti permeabili di sistemi aperti portati alla collaborazione, anziché di sistemi chiusi e conflittuali, volti all’affermazione egoistica di propri specifici interessi.

 

la geo-politica italiana del ‘terzo’ postguerra

Se nel periodo della guerra fredda il riferimento principale della politica italiana era costituito dagli Stati Uniti, nel ‘terzo’ Dopoguerra esso si è spostato sull’Europa, che l’unificazione tedesca ha trasformato da un sistema di equilibri in uno almeno parzialmente gerarchico. L’importanza del rapporto con gli Stati Uniti per l’Italia rimane però determinante, anche perché la presenza americana garantisce uno stretto legame fra il Mediterraneo e l’Europa centrale e mantiene un maggior equilibrio interno europeo, il che costituisce la premessa per la continuazione di quel processo d’integrazione europea che rappresenta, per il nostro paese, un interesse vitale.

Mutata è anche la dimensione del Mediterraneo. In passato esso era diviso in senso Est-Ovest dal confronto bipolare, ma era unificato dalla presenza della Sesta Flotta; oggi, invece, esiste una separazione nel senso dei paralleli, fra Nord e Sud. Inoltre, mentre nel periodo della guerra fredda la politica interna italiana era caratterizzata da una divisione ideologica verticale fra governo e opposizione, ora predominano le tensioni che contrappongono le zone settentrionali (e soprattutto quelle Nordorientali) del paese a quelle centrali e meridionali. Infine, la caduta delle rigide strutture della guerra fredda ha fatto riscoprire talune dimensioni geo-politiche proprie degli Stati preunitari italiani, soprattutto, ma non solo, sotto il profilo economico.

È ripresa in Italia la riflessione geo-politica, volta a superare la visione eccessivamente ideologizzata di molte delle forze politiche e culturali italiane; essa pone al centro del dibattito la definizione degli interessi nazionali italiani. Il successo di “limes - rivista italiana di geo-politica” dimostra come nella cultura nazionale esistessero sia un vuoto al riguardo, sia la percezione dell’esigenza che tale vuoto andasse colmato.

 

GLI ATTUALI SPAZI GEO-POLITICI

Fra gli anni Ottanta e Novanta del 20° sec. la produzione geo-politica è stata condizionata in modo determinante da due fattori. In primo luogo, l’eredità della ancora persistente condanna della geo-politica classica della scuola tedesca, in particolar modo della “Zeitschrift für Geopolitik di K. Hausofer; in secondo, ma non meno importante, l’uso indiscriminato del termine attraverso i media a partire dal 1991, con la conseguente progressiva adozione dello stesso in ogni ambito delle ‘relazioni internazionali’. La fine della guerra fredda e il collasso dell’Unione Sovietica costituiscono in larga misura gli eventi-chiave in funzione dei quali la geo-politica. È tornata ad acquisire un ruolo determinante, anche in ambito accademico, a partire dalla fine degli anni Ottanta. In Italia le tradizionali resistenze dei geografi hanno favorito lo sviluppo degli studi di geo-politica perlopiù al di fuori del tradizionale ambito degli studi geografici. È stato quindi il nuovo contesto degli studi in materia di ‘relazioni internazionali’ ad accogliere la geo-politica come nuova quanto ancora incerta disciplina.

La mancanza di una univoca e universalmente accettabile definizione della geo-politica, infatti, ha sostanzialmente determinato l’impossibilità di una collocazione più precisa e stabile all’interno dell’alveo della geografia o, alternativamente, della scienza politica. È interessante notare come V.D. Mamadouh (1998), prendendo in esame in larga parte la produzione dei geografi, cerchi di tracciare l’evoluzione della geo-politica dagli anni Settanta agli anni Novanta attraverso una classificazione di quattro scuole: geo-politica neoclassica, geo-politica sovversiva, non-geo-politica e geo-politica critica, ponendole in diretta relazione con la geo-politica classica.

Nella geo-politica neoclassica il valore strategico di specifici attributi del territorio gioca il ruolo dominante. È questo l’ambito in cui prende forma la geostrategia, con una forte caratterizzazione strategica e militare intimamente connessa alle necessità e alle impellenze degli studi in materia nel corso di gran parte della guerra fredda. È la decolonizzazione peraltro, con la creazione dell’asse dei Paesi non-allineati, a determinare il peso di una concezione neoclassica della geo-politica. Il territorio, le sue peculiarità nonché gli effetti che questi determinano sulla politica degli Stati divennero così il perno della geo-politica. La geo-politica neoclassica si distingue dalla geo-politica classica essenzialmente nel non riconoscere più lo stato come un organismo vitale e nel considerare i confini come elemento stabile e immutabile. La politica estera dello stato si articola attraverso azioni e strategie atte non più a espandere lo spazio, ma piuttosto a perseguire la protezione e l’incremento di una nuova quanto non meglio classificabile gamma di interessi: l’interesse strategico, quello nazionale, quello economico. e così via. La politica di potenza non viene meno, cambia lo strumento, trasformandosi in deterrenza. È nell’ambito della geo-politica neoclassica che trova forma, accanto alla geostrategia, la geoeconomia. L’analisi dello sviluppo, la collocazione e lo sfruttamento delle risorse, le reti di trasporto e le dinamiche dell’economia mondiale - sebbene non ancora ‘globalizzata’ - divengono conseguentemente uno strumento accessorio della geo-politica.

La geo-politica sovversiva è da porsi in relazione all’ascesa in Francia, negli anni Settanta, di una nuova corrente di geografi di forte ispirazione maoista. L’antimperialismo, il postcolonialismo e una più generale opposizione alla guerra fredda in quanto espressione del potere delle superpotenze, portò la gran parte dei geografi francesi ad auspicare una più incisiva attività della geografia politica, in contrapposizione alla geografia applicata. È in questo alveo che il geografo francese Y. Lacoste, uno dei più celebri autori della scuola francese, fondò nel 1976 la rivista “Hérodote”, che dal 1982 aggiunse il sottotitolo di “Revue de géographie et de géopolitique”. Secondo Lacoste il concetto di geo-politica viene ad assumere la connotazione plurale di ‘geo-politiche’, in quanto vi sono tanti punti di vista quanti sono i protagonisti. Lo stato viene così a perdere il monopolio sulla geo-politica, in funzione del ruolo di attori terzi, quali le società multinazionali e i gruppi economici in genere, gli enti locali o regionali, i gruppi etnici o religiosi ecc., ognuno dei quali ha interessi su aree o ambiti specifici particolari. Si determina quindi una rappresentazione della geo-politica basata sui conflitti territoriali, e non già tra Stati, dove assume importanza fondamentale la dimensione interna ed esterna delle attività dello stato. Sempre secondo lo studioso francese, i conflitti possono essere anche interni allo stato, e relativi al suo diretto territorio, escludendo la necessità di una dimensione internazionale o interstatuale.

La non-geo-politica, secondo la classificazione proposta da Mamadouh, corrisponderebbe al rifiuto della geo-politica classica da parte di molti geografi europei. Soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, infatti, un gran numero di geografi criticava l’abuso di nozioni geografiche in seno alla geo-politica, chiedendo al tempo stesso un ritorno alla geografia classica o, in alternativa, alla geografia delle relazioni internazionali. Si trattava, in sostanza, del tentativo di ristabilire il primato della geografia politica assimilando la geo-politica, e soprattutto attraverso il riconoscimento del carattere scientifico esclusivamente alla prima. Questi stessi geografi, poi, identificarono la geo-politica come un tentativo dello stato - sebbene non meglio specificato - e soprattutto delle forze armate, di acquisire una disciplina per plasmarla a uso della strategia. La geo-politica, quindi, doveva tornare a occuparsi dello studio della distribuzione dello spazio tra gli Stati, soprattutto tra le due superpotenze o gli attori sopranazionali come le Nazioni Unite e la NATO. Non già una disciplina a sé stante ma, al contrario, una specifica metodologia delle relazioni internazionali. Anche in questo caso la pubblicazione di una rivista scientifica, la Political geography quarterly, rappresentò lo strumento prioritario di divulgazione a livello internazionale di tale corrente di pensiero.

La geo-politica critica, infine, si sviluppò negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni Ottanta. Partendo dall’analisi della ‘dialettica’, e quindi anche attraverso l’analisi del modo in cui comunicano tra loro i grandi sistemi politici, essa si orientò progressivamente in direzione della valutazione complessiva delle grandi dinamiche spaziali, politiche e sociali. G.Ó Tuathail, uno dei più autorevoli autori nel campo, distingue tre dimensioni della geo-politica critica: il disassemblamento delle tradizioni geo-politiche e della dialettica contemporanea, e l’esplorazione del significato dei concetti di spazio quali ‘luogo’ e ‘politica’. Egli identifica successivamente le tre tipologie della geo-politica popolare (essenzialmente connessa ai media), della geo-politica pratica (la politica dello stato) e della geo-politica formale (la produzione scientifica dell’accademia e della ricerca in genere). A margine di tale partizione, sempre secondo Ó Tuathail, dovrebbe essere riconosciuta una ‘geo-politica dell’immaginazione’, dove poter includere tutte le visioni o le aggregazioni spaziali e politiche slegate da reali elementi territoriali, etnici o ideologici. Traspare chiaramente in quest’ultima classificazione la peculiare visione di Ó Tuathail (1996) con riferimento alla concezione britannica dell’Irlanda del Nord.

Con la geo-politica critica, quindi, la critica delle teorie universalistiche porta nuovamente alla ricerca del primato della geografia sulla geo-politica. Lo spazio lascia il posto al luogo. Si tratta di una distinzione rilevante nella quale l’identità, la cultura, il localismo ecc. acquisiscono un nuovo e più profondo significato rispetto al mero concetto di uomo. Come affermano D. Gregory e J. Urry (1985), i luoghi sono considerati ormai non già - e non solo - come un’arena dove si svolge la vita sociale, ma un mezzo attraverso il quale le relazioni sociali si producono e riproducono. Con la geo-politica critica acquista peraltro particolare importanza lo studio dei nuovi campi, ossia dell’ecologia politica e dei conflitti per le risorse, dei conflitti territoriali e di confine, della globalizzazione e delle nuove relazioni internazionali, e infine dei conflitti regionali e dei nuovi movimenti sociali. Nuovi orizzonti, geografici la maggior parte delle volte, atti a suggellare una trasformazione e un’impronta orientata più alla dimensione sociale, e di conseguenza complessiva, piuttosto che meramente espressione del potere politico.

Ciò che ha determinato una profonda modificazione della geo-politica, quindi, oltre al venir meno dell’interesse per il determinismo storico e geografico e alle profonde modificazioni degli assetti politici del pianeta, è da attribuirsi sostanzialmente all’evoluzione dell’importanza che è stata progressivamente riconosciuta al ruolo dell’uomo e alla sua capacità, contrariamente a quanto postulato in passato, di influire sulla natura e sull’ambiente, interagendo con essi in modo autonomo e non subordinato. Non è più plausibile, quindi, considerare i popoli e le nazioni come degli attori in balia dell’ambiente entro il quale si trovano a dover sviluppare la loro azione e, soprattutto, come automi inanimati, soggetti passivi delle scelte politiche imposte dai rispettivi governi. Il ruolo umano, inteso soprattutto come fattore sociale, costituisce ormai la reale chiave interpretativa del pensiero geo-politico. Una chiave capace di per sé di fornire una vasta gamma interpretativa e di modelli comportamentali tali da poter essere combinati con i tradizionali fattori endogeni caratteristici degli studi geo-politici.

Sempre più quindi, come sostiene P. Claval, la geo-politica fornisce l’insieme delle informazioni che chiariscono le decisioni prese da attori immersi nell’avvenimento e indica a chi si inserisce in una evoluzione politica complessa quali siano gli interessi, le ambizioni e le rappresentazioni in gioco. Per tale ragione la geo-politica tende a distinguersi dalla scienza politica, che si concentra sugli equilibri di forza del settore politico e sulla loro capacità di modificare l’ambiente. L’attenzione verso gli aspetti prettamente umani nella scienza politica è attenuata, anche se pur sempre rilevante, rispetto alla geo-politica, che, di contro, su essi basa gran parte della propria struttura.

 

FATTORI E METODI DELLA NUOVA GEO-POLITICA

I principali fattori geo-politici permanenti, o sufficientemente stabili per essere considerati tali, sono: lo spazio, la posizione, la natura continentale o insulare, la morfologia, la dimensione, il clima, le risorse naturali e la cultura di un popolo, quest’ultima intesa come quel complesso di valori e di principî che gli derivano dalla sua storia, religione, etc., e che determinano la sua percezione, o ‘senso dello spazio’, il quale a sua volta si materializza in una particolare rappresentazione.

I fattori fisici dominarono la geo-politica fino al secondo conflitto mondiale, anche se quelli umani assunsero crescente importanza con lo sviluppo sia di una visione darwinista (e quindi dinamica) dei rapporti sociali, sia di una concezione ispirata all’antropologia e alla geografia politica. Si postulava, infatti, tanto la costanza di taluni meccanismi di fondo dei rapporti internazionali, quanto l’impatto diretto dei condizionamenti e delle opportunità geografiche sulla dinamica delle potenze. Il pensiero geo-politico serviva quindi all’elaborazione di una serie di principî e regole aventi validità generale e tendenzialmente normativa, soprattutto quando da tali principî furono sviluppate teorie coerenti, con l’ambizione di trasformare la geo-politica in scienza o di dimostrare la necessità e l’oggettività delle proposte via via formulate.

Lo sviluppo della tecnologia ha diminuito l’importanza delle dimensioni naturali e soprattutto di quelle spaziali, anche se il territorio rimane determinante, come risulta evidente dall’importanza delle autorappresentazioni geo-politiche dei gruppi in lotta nei conflitti etnici e identitari. Si è modificato anche il valore della distanza: più che di distanza geografica, bisogna parlare di dimensioni spazio-temporali o di costo e tempo dei trasporti (l’impatto di questi ultimi è peraltro diminuito, per il fatto che una parte crescente del commercio mondiale si riferisce ai servizi e quindi a beni immateriali, veicolabili sulle ‘autostrade dell’informazione’). La ‘geografia volontaria’ (tunnel, canali, ponti, etc.) e l’avvento dei trasporti aerei e delle telecomunicazioni via satellite hanno modificato profondamente la geografia naturale. Con l’avvento dei mezzi aerospaziali, la contrapposizione fra terra e mare non è più netta come in passato.

L’importanza delle risorse naturali si è modificata, sia per la moltiplicazione delle loro fonti, sia per la loro ampia sostituzione con materiali artificiali, quali la plastica al posto dell’acciaio, l’energia nucleare al posto del petrolio, etc.
In passato, il valore geo-politico del territorio era collegato soprattutto con il gettito fiscale (prevalentemente agricolo) e con la leva militare: per questo le dimensioni erano considerate tanto importanti, da originare teorie come quelle dello ‘spazio vitale’. Oggi le dimensioni possono rivelarsi, invece, un handicap per l’economia: lo stato-nazione è al tempo stesso troppo piccolo e troppo ampio. Si è passati da una situazione in cui i mercati erano in numero maggiore degli Stati a una in cui esiste, almeno per molti settori, un unico mercato mondiale.

In passato dominavano le dimensioni territoriali e orizzontali della geo-politica, oggi invece sono preminenti i flussi, rispetto agli spazi. La potenza e la ricchezza di uno stato dipendono sempre più dall’essere inserito efficacemente nei flussi globali; la geo-politica si è così trasformata da prevalentemente statica in dinamica, anche se il principale soggetto geo-politico - lo stato - è rimasto territoriale e deve quindi conciliare la sua territorialità con un efficace inserimento nella rete dei flussi finanziari, informativi, dei servizi avanzati, tecnologici, etc. A tale proposito va rilevato che, mentre nel passato la coesione dello stato veniva mantenuta soprattutto opponendosi alla rivolta dei poveri e proteggendo le industrie con barriere tariffarie, la situazione ora è notevolmente cambiata: non sono più i poveri a rivoltarsi contro lo stato, ma i ceti e le regioni più ricche, che tendono a internazionalizzarsi sempre più, trasferendo capacità produttive, conoscenze tecnologiche, capitali e attività negli Stati o insiemi subnazionali che offrono loro migliori condizioni dal punto di vista fiscale, di costo e qualità di manodopera, di servizi e di infrastrutture. Non è più lo stato a tassare le imprese, bensì queste ultime a scegliere lo stato da cui farsi tassare. Il significato territoriale della base economica nazionale, fondamentale nella geo-politica del passato, che cercava, appunto con lo ‘spazio vitale’, di realizzare l’‘autarchia’, si è grandemente modificato.

Al modello territoriale imperiale si è sostituito quello mondiale economico, più vantaggioso perché non comporta i costi burocratici del mantenimento dell’ordine dell’impero, pur consentendo di trarne gli stessi vantaggi con i mezzi della geo-economia e dell’informazione. La sconfitta dell’Unione Sovietica nella guerra fredda è sicuramente dovuta anche alla maggiore efficienza dei sistemi economici mondiali dell’Occidente rispetto al modello imperiale territoriale che caratterizzava il blocco sovietico.

L’importanza e il significato diretto dei fattori geografici e fisici sulla geo-politica non sono peraltro scomparsi. La posizione, gli stretti marittimi, la disponibilità d’acqua e di prodotti petroliferi, etc., sono rimasti fattori essenziali anche nella geo-politica contemporanea.

I fattori geo-politici variabili sono la popolazione, l’economia, la finanza, le istituzioni politiche interne e internazionali e la tecnologia, sia militare che dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell’informazione.

Per quanto riguarda la demografia, il fattore di maggior rilievo è l’accelerazione della crescita demografica e soprattutto il diverso tasso che essa fa registrare nei paesi in via di sviluppo e in quelli industrializzati. Altri fattori importanti sono rappresentati dall’urbanizzazione, spesso selvaggia, del Terzo Mondo, dalla tendenza delle sue popolazioni ad ammassarsi lungo le coste, dove esistono migliori condizioni di integrazione nell’economia mondiale, e infine dall’invecchiamento della popolazione dei paesi industrializzati, che influisce sui costi sociali e quindi sulla competitività globale degli Stati occidentali.

Particolarmente critica è la situazione dell’area del Mediterraneo: le differenze fra i livelli di crescita economica, anche nell’ambito dei medesimi Stati, stanno acquistando notevole importanza geo-politica, per le tendenze alla frammentazione che esse comportano. Lo dimostrano le situazioni italiana e britannica; lo dimostra anche, in un contesto diverso, il caso della Cina, dove, per la prima volta nella storia di quel paese, le regioni marittime stanno divenendo più importanti di quelle centrali, rimaste però sedi del potere politico e militare.

Se l’economia, l’informazione, etc., si globalizzano, sorgono come reazione da un lato movimenti etnici e localistici, se non tribali, mentre, dall’altro, crescono le tendenze alla macro-regionalizzazione sovranazionale. La crisi dello stato, o meglio l’esigenza dell’adeguamento dell’organizzazione economica e strategica alle nuove condizioni, sta determinando una dinamica geo-politica particolarmente accentuata, in cui esiste una presenza competitiva, se non conflittuale, delle forze tese all’integrazione e di quelle che portano alla frammentazione e alla disintegrazione. Determinanti in geo-politica sono divenute le grandi reti globali, i flussi che vi circolano e la capacità degli Stati di accedervi; la geo-politica risente della rivoluzione dell’informazione, che influisce in modo molto rilevante sulla potenza militare e sulla ricchezza, e che obbliga a ripensare le funzioni e le stesse strutture organizzative degli Stati-nazione.

I mutamenti attuali impongono una revisione dei fondamenti epistemologici e metodologici della geo-politica classica, che, come si è più volte detto, era essenzialmente territoriale. Agli spazi prevalentemente fisici se ne sono sovrapposti altri di maggiore rilevanza: economici, demografici, strategici, istituzionali, psicologici, culturali, etc.

Gli attori sono divenuti qualitativamente differenti: non si tratta più solo degli Stati, ma anche delle istituzioni sovranazionali, delle organizzazioni substatali e delle forze internazionali. Ciò nonostante, molti tendono a ricollocare al centro dell’interesse della geo-politica gli Stati, considerati gli elementi fondamentali del sistema internazionale, i luoghi in cui gli uomini sono collegati a un territorio e a un ordinamento giuridico, gli aggregati sociali capaci di definire anche impositivamente valori, interessi e politiche e in cui sia possibile realizzare un equilibrio fra solidarietà e libertà, e, infine, le entità il cui valore di riferimento simbolico non va trascurato.

Insomma, la ‘nuova’ geo-politica rimane soprattutto incentrata sullo stato, anche se è molto più multidirezionale e multidiscipli­nare che in passato. Ogni fattore e ogni attore ha un suo spazio specifico, che si incrocia con quello degli altri sul medesimo territorio: non si tratta di spazi reali né tantomeno naturali, ma di spazi risultanti da una concettualizzazione, basati sia sugli interessi, sia sulle capacità necessarie per conseguirli e che sono sempre più immateriali. La geografia che interessa non è tanto quella fisica, quanto quella umana. Mentre la geo-politica classica considerava soprattutto le dimensioni spaziali (diversamente dalla filosofia, che dava preminenza a quelle temporali) la nuova geo-politica attribuisce importanza a entrambe le dimensioni e ai fattori immateriali. Per pensare lo spazio, al fine di poter agire efficacemente, possono essere seguiti vari approcci: storico, morfologico o geografico in senso proprio, funzionalista, dell’analisi di potenza, comportamentale e sistemico. L’approccio storico prende in considerazione soprattutto le ‘rappresentazioni geo-politiche’, cioè il ‘senso dello spazio’ dei vari attori; quello morfologico-geografico analizza i fattori geo-politici permanenti e variabili con le metodologie proprie delle scienze geografiche, mettendo in correlazione i vari fattori, valutandoli e ponderandoli secondo la logica dei loro meccanismi interni, beninteso in relazione agli interessi che ne hanno motivato la rilevazione e che influiscono anche sulle valutazioni; l’approccio funzionale si incentra sulla valutazione del funzionamento e del significato di una particolare regione, considerata come un’entità politica, economica, strategica, etc.; quello dell’analisi di potenza tende a dare rilievo alle interrelazioni esistenti in una determinata area fra i vari soggetti che vi agiscono e si basa sull’individuazione di convergenze e conflittualità e sulla correlazione delle forze presenti nell’area; l’approccio comportamentale è fondato sull’individuazione delle presumibili intenzioni dei vari attori, su cui influiscono le strutture e i meccanismi decisionali, politici e burocratici; l’approccio sistemico, infine, è una combinazione dei precedenti, soprattutto di quello dell’analisi di potenza e di quello comportamentale, e attribuisce eguale importanza alle possibilità e alle intenzioni.

Qualsiasi metodologia di valutazione geo-politica comporta tre aspetti: 1) la definizione degli spazi, e quindi degli attori interni ed esterni, da considerare; 2) i fattori da valutare; 3) le interconnessioni fra attori e fattori. A monte di ogni analisi deve beninteso esistere una meta-geo-politica, cioè un insieme di valori che influiscono sulle preferenze soggettive circa gli interessi generali da perseguire e che costituiscono elemento di riferimento indispensabile sia per le delimitazioni che per le successive valutazioni.

La delimitazione dello spazio, o degli spazi, dipende dalla natura degli interessi che si intende perseguire e dal livello di potenza disponibile, che peraltro può variare nel tempo; con essa vengono anche definiti gli attori da prendere in considerazione. Esistono zone di interesse, d’influenza e d’azione, che sono di solito rappresentate con cerchi concentrici, ma che nella realtà si distribuiscono a ‘chiazze di leopardo’ - in modo diverso, ad esempio, per gli interessi economici e per quelli relativi alla sicurezza. Lo stesso avviene per la potenza disponibile, che subisce un fenomeno di attenuazione differenziata con l’aumentare della distanza, in modo comunque dipendente dalla tecnologia disponibile.

I fattori da considerare non vanno valutati in modo assoluto bensì relativo, tenendo conto delle interrelazioni fra di loro e fra i vari attori geo-politici che agiscono nello spazio prima delimitato. Si tratterà sempre di effettuare analisi e valutazioni in campi disciplinari differenti, ciascuno con propri spazi e orizzonti. Solo l’esistenza di un progetto, anche se di larga massima, permette valutazioni coerenti: occorre ragionare prima di misurare. La sintesi progettuale precede l’analisi e questa retroagisce sulla prima, affinandola e perfezionandola.
La valutazione delle interazioni fra i vari attori e fattori mira infine a precisare gli interessi e a definire le politiche e le strategie per conseguirli. La tecnica impiegata è sostanzialmente quella dell’‘impatto incrociato’, molto più flessibile e meglio in grado di tener conto degli aspetti qualitativi, e non solo quantitativi, rispetto a tecniche più rigide, quali quelle ispirate alla ‘teoria dei giochi’. Quest’ultimo ‘passo’ metodologico è quello più creativo ed è quindi caratterizzato da un elevato tasso di soggettività, soprattutto allorquando si tratta di definire interessi e obiettivi. Nell’azione concreta, volta a raggiungere tali obiettivi, i condizionamenti e le opportunità dell’ambiente hanno invece un influsso più diretto.

La nuova geo-politica tiene quindi conto degli spazi e dei flussi e si traduce nella capacità di ‘pensare lo spazio’. La fine del mondo bipolare, rimettendo in gioco gli assetti precedenti di potere, la divisione internazionale del lavoro e la gerarchia delle potenze, ha dato il via a una nuova competizione per il dominio dello spazio e per la sua organizzazione, di cui si deve tenere conto per essere attori e non solo spettatori della storia e dei destini propri e del mondo.

 

IL FUTURO DELLA GEO-POLITICA: SPUNTI OPERATIVI, EPISTEMOLOGICI E METODOLOGICI

La disgregazione dell’ordine bipolare, il collasso del principio della inviolabilità delle frontiere, il risorgere di conflitti etnici e nazionali, il processo ora solamente iniziato della riaggregazione del mondo intorno a poli costituiti da potenze egemoni su scala regionale, i conflitti potenziali o già in corso per definire i confini delle nuove regioni geo-politiche e, all’interno di ciascuna di esse, le zone d’influenza e il peso relativo di ciascuno stato che ne fa parte hanno determinato l’inizio di un nuovo periodo d’incertezza e di conflittualità. L’ipotetico ‘nuovo ordine mondiale’, propagandato dal presidente americano Bush dopo il ‘crollo del muro’ e durante la crisi del Golfo, non vedrà verosimilmente mai la luce. Infatti lo spostamento della competizione mondiale dal campo strategico a quello economico rende impossibile all’unica superpotenza rimasta, cioè agli Stati Uniti, garantire da sola, cioè in modo egemone, l’ordine del mondo. Si sta pertanto riaccendendo la lotta per le zone d’influenza e per il dominio dello spazio.
Lo spazio ha però assunto significato e dimensioni diversi da quelli del passato per una serie di motivi. Primo, perché i mezzi economici, finanziari e tecnologici hanno sostituito in larga misura quelli militari come strumento per conseguire obiettivi politici. Questo complica notevolmente il problema della governabilità dell’assetto internazionale, poiché mentre gli strumenti militari sono a direzione centralizzata e monopolizzati dagli Stati, quelli economici sono governati da un sistema decisionale diffuso.

Secondo, perché la ricchezza non dipende, come nel passato, da dimensioni ‘orizzontali’, quali l’estensione del territorio o il possesso di risorse naturali, ma dalla dimensione ‘verticale’ della produttività e della tecnologia.

Terzo, perché sono aumentate la globalizzazione dei problemi e la conseguente interdipendenza fra i vari fattori che agiscono sulla scena politica internazionale. Cosa che non è solo fattore di collaborazione, ma anche di competizione, data la maggiore sovrapposizione degli interessi degli attori in gioco. Risulta pertanto accentuata l’importanza del pensiero globale, nel senso sostenuto da Wallerstein per le scienze sociali e da Humboldt e da Ritter in campo geografico.

Quarto, per la maggiore autonomia decisionale e per l’aumento del numero dei soggetti che operano in campo internazionale, in conseguenza della frantumazione degli Stati multinazionali. A fianco degli Stati agiscono delle forze subnazionali, delle istituzioni e organizzazioni internazionali e degli attori internazionali, non solo in campo industriale e finanziario, ma anche religioso. La loro azione s’intreccia e spesso si sovrappone o si contrappone a quella degli Stati. La coesione e l’unità di questi ultimi sono poi erose dalle stesse tendenze integrative sovranazionali che, anche se non necessariamente, rappresentano fattori di disgregazione all’interno dei singoli Stati.
Quinto e ultimo motivo, perché le regole e i meccanismi di funzionamento del precedente sistema interstatale si sono allentati o, in taluni casi, sono scomparsi. Basti pensare alle utilizzazioni disinvolte che nella crisi iugoslava sono state fatte dei principî di inviolabilità delle frontiere, di non ingerenza e di autodeterminazione dei popoli. Basti anche pensare alla fine dello jus publicum europaeum, per quanto riguarda lo jus ad bellum, e il riaffiorare in condizioni e in contesti del tutto differenti da quelli del passato delle dottrine della ‘guerra giusta’. La caduta delle regole di comportamento interstatale (definite impropriamente ‘diritto internazionale’) toglie consistenza agli approcci giuridici che pretendono di spiegare le motivazioni e gli interessi che sono alla base della definizione della politica di ciascuno stato. È proprio questo venir meno delle basi giuridiche che spiega l’attuale popolarità della geo-politica, la quale, sin dal suo sorgere, si è appunto contrapposta alle visioni propriamente giuridiche.

Questa situazione implica un ripensamento integrale degli stessi fondamenti epistemologici e metodologici della geo-politica, intesa come disciplina che studia le premesse e i condizionamenti geografici dell’azione politica. Essa deve evitare di far riferimento a delimitazioni dello spazio del tutto anacronistiche e quindi irrilevanti per i problemi concreti che si debbono affrontare in campo politico, strategico, economico, etc.

Tale esplicitazione delle proprie basi concettuali e metodolo­giche costituisce il presupposto indispensabile per ridare alla disciplina la rilevanza che ha avuto un tempo per la definizione degli obiettivi e delle politiche anche delle medie potenze regionali. Questi obiettivi e politiche, per esser tali, devono essere commisurati al livello di potenza posseduto da ciascun attore ed essere elaborati tenendo conto dei condizionamenti naturali, del comportamento dei possibili competitori, nonché delle convergenze e alleanze con altri attori che abbiano i medesimi interessi. Ciascuno di essi ha evidentemente un proprio specifico ‘senso dello spazio’, in relazione alla propria storia, cultura, percezioni e interessi anche di politica interna. Mai come nel mondo postbipolare i rapporti sia conflittuali che cooperativi sono diversi dalla ‘somma zero’, dato che, fra l’altro, ciascun attore possiede una propria spazialità, differente da quella degli altri.

Da quanto precede, la geo-politica può essere allora definita come la teoria dell’azione governale nello spazio politico, dove per spazio politico s’intende la sovrapposizione e la combinazione di diversi spazi (economico, demografico, strategico, giuridico, ideologico, etc.), in cui opera una pluralità di attori che perseguono ciascuno finalità proprie, in presenza o in assenza di regole del gioco comuni (ad esempio: diritto del mare, accordi GATT, etc.) e quindi secondo relazioni di forza più che di diritto. La nuova geo-politica è caratterizzata da una spiccata multidisciplinarità. Lo spazio, o meglio, gli spazi (anche non territoriali) costituiscono il quadro di riferimento e rappresentano l’ambiente, il teatro e la posta in gioco dell’azione politica. Non si tratta quindi né di una scienza, né di una disciplina ben caratterizzata. Si tratta piuttosto, come nel caso della politica e della strategia, di un centro di attrazione e di catalizzazione di campi disciplinari diversi, aventi tutti un proprio spazio, più o meno ampio a seconda della loro natura; questi si sovrappongono e si compongono nello spazio considerato d’interesse per l’azione politica: lo spazio demografico non coincide, ad esempio, con quello economico, né questo con quello militare.

Gli spazi a cui si fa riferimento non sono né spazi reali, né tanto meno spazi naturali, ma spazi di concettualizzazione, la cui dimensione è determinata dagli interessi e quindi dal livello di potenza posseduto, cioè dalla capacità di esercitare un dominio e d’influire sulla realtà. Gli spazi della Germania sono ad esempio differenti da quelli dell’Italia, anche se in parte gli uni sono sovrapposti agli altri. Talvolta possono comportare una coincidenza di interessi, come nel settore della sicurezza; talaltra, una loro competizione, specie nel settore economico. La geografia che interessa non è tanto quella fisica, come scienza dei luoghi, quanto quella umana: non però la “geografia dell’uomo abitore, propria del passato, quando predominavano l’agricoltura e il possesso delle materie prime, quanto quella “dell’uomo-politico” e “dell’uomo-produttore”, propria della società industriale avanzata. La tecnologia ha liberato in gran parte l’attività umana dai condizionamenti della natura, in modo evidentemente differenziato a seconda del settore considerato: meno per quanto riguarda la politica e anche la sicurezza, in misura maggiore per quanto concerne l’economia, la tecnologia o l’informazione.

Con la fine del mondo bipolare e con l’impraticabilità di un ‘ordine’ imperiale unipolare, hanno perso di significato rappresentazioni di tipo planetario, come quelle di MacKinder o Spykman. Il globalismo sta acquistando significato in altri settori, come quello economico o quello della contrapposizione fra sviluppo e sottosviluppo - che ha spostato la competizione mondiale dai paralleli ai meridiani - o, ancora, come quello dei problemi ecologici globali. Le dimensioni aerospaziali o quelle dell’informazione si sovrappongono e hanno diminuito l’importanza della tradizionale contrapposizione fra terra e mare.

Mentre la geografia ha concentrato sempre la sua attenzione sullo spazio, trascurando il tempo, e la filosofia ha fatto il contrario (anche nel caso di filosofi come Kant, che era originariamente un geografo), la nuova geo-politica deve considerare entrambe le dimensioni, spaziali e temporali.
Ma spazi e tempi sono ‘politici’. Non sono neutri o oggettivi. In sostanza, il cuore del problema epistemologico di una geo-politica che voglia costituire veramente un supporto per le decisioni politiche rimane quello che implicitamente era alla base in tutte le utilizzazioni della geografia politica del passato, deterministiche e non l’ideologia, che costituisce la matrice concettuale degli strumenti analitici impiegati (prima fra essi, la definizione degli spazi e la natura dei fattori da esaminare).

Tratteggiati gli aspetti epistemologici della geo-politica, i principali problemi metodologici da affrontare sembrano essere tre. Primo: gli spazi e quindi gli attori interni ed esterni da considerare. Secondo: i fattori da prendere in considerazione. Terzo: le interconnessioni fra i vari fattori e attori, in modo da pervenire a elaborazioni sintetiche, che riguardino la definizione degli interessi e delle politiche, comprese le possibili alleanze da attivare o le resistenze (minacce) da superare. Con questo metodo appare possibile una concettualizzazione operativa dello spazio e dei dati statistici a esso collegati. Questi, per quanto detto in precedenza, possono essere integrati in una visione d’insieme solo per il tramite di teorie e di modelli da cui scaturiscono a loro volta le opzioni politiche, in termini di definizione d’interessi, di obiettivi e di strategie per conseguirli, nonché la loro valutazione comparativa.

Per quanto riguarda il primo punto, cioè la delimitazione, sono da considerarsi superate le dottrine basate prevalentemente su dati naturali, come avveniva in passato nella definizione delle regioni geografiche. Esse conservano solo un valore classificatorio ai fini della raccolta ordinata dei dati statistici. Non solo la geografia ‘volontaria’ e la tecnologia hanno modificato profondamente l’impatto della natura sull’azione umana, ma anche, e soprattutto, molti degli attuali fattori di potenza e condizioni di vulnerabilità (ad esempio, nel campo finanziario o delle informazioni) prescindono completamente da ogni condizionamento naturale. Questo non significa che vada necessariamente e sempre considerato lo spazio globale, anche se, considerando spazi più ristretti, occorrerà generalmente valutare l’influsso che essi ricevono dall’ambiente esterno. La regione geo-politicamente rilevante è quella su cui si può influire, cioè esercitare un’azione: quindi, un potere e un dominio.

Quando si parla di zone d’interesse, d’influenza e d’azione di una media potenza regionale, si fa riferimento a questa realtà. Spesso vengono considerati tre spazi d’interesse: uno locale, a dominio prevalente, se non esclusivo, di tale media potenza; uno regionale, in cui l’intensità dei suoi interessi e del suo livello di potenza rimane elevata per la breve distanza, a cui corrisponde di solito, ma non necessariamente, una maggiore densità e importanza d’interessi, di rapporti e di possibilità d’azione; uno mondiale, in cui le capacità di dominio e la stessa libertà d’azione della media potenza possono limitarsi al compito di evitare che i suoi interessi vengano lesi in modo grave dall’azione delle superpotenze o di altre potenze regionali (di regioni diverse), ovvero in cui la sua influenza e azione possono esercitarsi nell’ambito di istituzioni e organizzazioni multinazionali o internazionali a cui essa partecipa. Le delimitazioni regionali variano poi a seconda del settore considerato (sicurezza: NATO e CSCE; economia: CEE, etc.).

Nella nuova situazione mondiale i confini fra le varie regioni sono in corso di definizione per l’instabilità interna dei singoli Stati e per l’indeterminatezza dei rapporti di potenza. Quando queste due cause perturbatrici troveranno un loro equilibrio, allora i confini si stabilizzeranno. Nella fase di transizione, nelle incerte fasce confinarie di tali nuove aree geo-politiche emergenti si manifestano i più accentuati fenomeni d’instabilità e di conflittualità. Questi affliggeranno in particolare gli Stati che appartengono a più di una regione geo-politica, come la Turchia, ponte fra l’Europa, il Medio Oriente e l’Asia centrale.
Per quanto riguarda il secondo punto (cioè i fattori da considerare) essi dipendono dagli obiettivi che ci si propone. Anche in questo caso è evidente che un approccio globale sarebbe sempre preferibile, date le interferenze, le connessioni e le interdipendenze esistenti e, almeno in certi casi, in relazione alla fungibilità fra le possibili politiche svolte nei vari settori, ad esempio nel settore degli aiuti allo sviluppo, e in quello delle politiche d’immigrazione, etc., e data l’alternativa di seguire in entrambi approcci bilaterali o multilaterali. Ma nella realtà non è possibile esaminare contemporaneamente tutti i settori e le tendenze di tutti gli attori in un quadro globale. Risulta necessaria una selezione che prenda in considerazione solo i settori e gli attori rilevanti e si concentri sulle preoccupazioni contingenti, salvo una verifica dell’influenza degli aspetti non considerati sulle conclusioni a cui si è pervenuti. Si tratterà comunque sempre di effettuare un’analisi di campi disciplinari differenti, ciascuno con propri spazi e propri orizzonti, con proprie classificazioni particolari, spesso del tutto artificiali, data l’interdipendenza sostanziale dei fattori e l’impossibilità di valutarli nella loro realtà senza considerarli in un contesto unitario. Solo una visione d’insieme, un’ipotesi progettuale a priori e un’ideologia permettono misurazioni efficaci. Occorre ragionare prima di misurare e non il contrario. In ogni problema è la sintesi autoreferenziale che deve precedere l’analisi. Quest’ultima, con un processo metodologico di tipo cibernetico, cioè retroattivo, potrà poi affinare la sintesi, perfezionando per cicli successivi la valutazione delle opzioni possibili e la loro classificazione secondo una scala di preferenza. Dalla raccolta più completa dei dati e dalla loro proiezione statistica nel futuro non può invece derivare la scelta, a meno che, beninteso, non si ammetta che la decisione politica venga determinata dalla natura e non dalla libera scelta dei responsabili politici. Libera scelta che è sempre però vincolata poiché deve tener conto dei condizionamenti, delle opportunità e delle limitazioni ambientali.

La considerazione delle interazioni fra i vari settori in vista di una sintesi operativa costituisce la terza e ultima parte del processo metodologico qui tratteggiato (ad esempio, l’elaborazione di una politica globale di sicurezza militare, economica, energetica, etc.). Essa consiste nell’individuazione e nella valutazione delle decisioni possibili e nella scelta fra esse di quella considerata preferibile. È la parte più creativa e richiede la formulazione di teorie e modelli che consentano anzitutto di concettualizzare i dati disponibili ai fini della definizione della politica in esame, e poi di valutare le interferenze, di effettuare analisi di sensitività, d’individuare le opzioni possibili e di valutarle in senso assoluto e relativo, nelle loro prevedibili conseguenze e nella loro maggiore o minore rispondenza alle diverse finalità. Le tecniche metodologiche che sembrano più idonee a tale scopo sono quelle dell’impatto incrociato’. Esse consentono di superare i singoli orizzonti disciplinari, di gerarchizzare i fattori considerati e di rendere trasparenti le sintesi, che saranno sempre caratterizzate da un alto grado di soggettività e di creatività. Solo con queste premesse epistemologiche e metodologiche la geo-politica, nelle nuove realtà del sistema internazionale, può costituire un ponte fra le scienze geografiche e le loro applicazioni politiche, strategiche ed economiche. Nelle nuove condizioni del mondo è indispensabile che i responsabili dello stato acquisiscano una ragionevole consapevolezza geografica e la capacità di ‘pensare lo spazio’ tenendo conto delle nuove condizioni determinate dal progresso tecnologico e dalla destrutturazione del sistema bipolare. Rimettendo in discussione i confini e il rango dei vari attori che agiscono in campo internazionale si è anche rimessa in moto la competizione per il dominio dello spazio e per la sua organizzazione. Comincia così una nuova era per la geo-politica (di cui parleremo nel capitolo “geografia dell’intangibile”).

 

LA GEO-POLITICA NON ESISTE

In questo breve paragrafetto conclusivo, meramente speculativo, avanzerò la piccola proposta di ridefinizione teorica della disciplina, partendo dal presupposto che la “geografia politica” (o “geo-politica”) non esiste. Almeno, non esiste in natura, ma solo in letteratura, all’interno della quale essa non costituisce una scienza autonoma ma semplicemente un approccio metodolo­gico. Ne consegue che essa ha un valore solo in relazione alla storia del pensiero storico-politico e geografico, includendovi anche le metodo­logie di analisi, di valutazione, di sintesi e di rappresentazione via via utilizzate in queste due discipline. Per questo, e per altri motivi che chiarirò più avanti, tendo a concepire la disciplina in ottica puramente storica. Parlerei pertanto (e, a mio avviso, più correttamente) di storia e storiografia “politica interstatale” o “transnazionale” o “diplomatica” o “delle relazioni internazio­nali” per distinguere la storiografia che si occupa del rapporto tra gli stati o nazioni da una storiografia “politica nazionale” che, evenemenzialmente, si occupa degli eventi interni a un singolo stato.

Come già nel 1941 riconosceva K. Wowinckel, l’editore della “Zeitschrift für Geopolitik, la geopolitik come scienza non esiste. E ciò per lo stesso motivo, già espresso nel 1929 da K. Wittfogel, secondo il quale il difetto costituzionale delle teorie geo-politiche consisteva nel non tener appunto conto del fatto che gli elementi geografici non operano direttamente sulla sfera della vita politica, bensì attraverso articolazioni mediane (o intermedie che dir si voglia), vale a dire intervenendo come condizioni materiali o forze produttive nei procedimenti storici.

Sull’incertezza della sua natura influisce l’inflazione semantica di cui essa è oggetto e che a sua volta deriva dall’incertezza e imprevedibilità della turbolenta fase di transizione che il mondo sta attraversando, dalle nuove gerarchie di potenza, dalle modifiche che sta subendo la divisione internazionale del lavoro e della ricchezza, nonché dall’incessante, rapida evoluzione delle tecnologie militari e di quelle per la produzione di ricchezza.

Il significato e la natura della geo-politica dipendono dalle relazioni che si presuppongono esistere fra uomo e ambiente. Esse possono essere di cinque tipi: il determinismo, il possibilismo ambientale, il probabilismo ambientale, il comportamentismo cognitivo, e l’ambientalismo di libera volontà. Vediamoli più nel dettaglio. 1) Nel determinismo ambientale l’uomo non ha scelta: la storia e la politica sono determinate dalla geografia, dal clima, etc. 2) Secondo il possibilismo ambientale, l’ambiente è una specie di matrice che limita i risultati operativi delle azioni. Dice più quello che non si può fare che quanto si può fare. Tali limitazioni sono però modificabili con la tecnologia. 3) Il probabilismo ambientale associa un valore di probabilità a ciascuna delle possibilità offerte dall’ambiente. Si tratta di una probabilità soggettiva, calcolata sulla base della generalizzazione delle esperienze passate e del sistema di valori di chi la formula. 4) Il comportamentismo cognitivo afferma che una persona reagisce all’ambiente nel modo dettatole dalla sua cultura e dalla sua esperienza. Quello che influisce sulla decisione non è l’ambiente, ma il modo in cui s’immagina e si concettualizza l’ambiente. Il ‘senso dello spazio’ di Carl Schmitt costituisce un’applicazione di questa interpretazione delle relazioni anche indirette esistenti fra l’ambiente e l’azione umana. 5) Secondo l’ambientalismo di libera volontà, infine, l’ambiente offre una gamma di possibilità alternative d’azione, tra cui chi deve decidere sceglie liberamente la soluzione che ritiene preferibile.
Mentre la prima interpretazione dei rapporti fra ambiente e uomo corrisponde alla definizione ‘ristretta’ di geo-politica, le altre sono coerenti con la definizione ‘allargata’ del termine e sono compatibili, se non addirittura complementari, fra loro. Ad esempio, nell’individuazione delle opzioni decisionali possibili predomina sicuramente quel tipo di approccio denominato “possibilismo ambientale”. Nella scelta della linea d’azione da seguire si utilizzano invece, almeno implicitamente, criteri stocastici, così come prevede il probabilismo ambientale. Sulla definizione delle probabilità soggettive, nonché sulla valutazione degli effetti di ciascuna opzione alternativa, influiscono la cultura e l’esperienza (non solo storica) di chi decide, oltre alla geografia e al suo impatto sull’individuo. Ciò è in linea con gli assunti del comportamentismo ambientale.
In ogni caso, la trasformazione del dato geografico in un dato politico, ad esempio ai fini dell’individuazione delle possibili capacità, richiede sempre un momento progettuale. È infatti senza significato parlare di capacità in astratto. Le capacità sono sempre capacità di fare qualcosa e quindi possono essere valutate solo in relazione a fini politici ben precisi, la cui definizione è sicuramente influenzata dalle percezioni derivate dalla cultura, dalla storia e dalla geografia. La concet­tualizzazione dello spazio è politica, non geografica. (Taluni ritengono infatti che sarebbe corretto limitare l’utilizzazione del termine geo-politica ai lavori della scuola tedesca di Monaco e di quelle che vi si ispirano, soprattutto in Italia e in Giappone.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

GEO(GRAFIA)POLITICA

la geo-politica tra geografia e politica

 

POLITICA, CITTADINANZA E RAPPRESENTANZA

 

cittadinanza ed elezioni

Il concetto moderno di cittadinanza si sviluppa parallelamente alla creazione dello Stato. Secondo Marshall (1950), il concetto moderno di cittadinanza è composto da tre aspetti, ognuno dei quali implica forme differenti di diritti: civili, politici e sociali. Storicamente, lo sviluppo di queste diverse forme di diritti segue l’evoluzione dello Stato inglese, dalla forma liberale, passando per quella liberaldemocratica, fino ad arrivare al welfare state socialdemocratico. Tuttavia, sarebbe un errore dare per scontato che la nascita dello Stato moderno implichi l’attribuzione ai residenti sul suo territorio dei pieni diritti di cittadinanza in maniera uniforme. La dimensione dei diritti civili è connessa alla dottrina liberale della protezione della libertà individuale. Per il liberalismo, lo Stato dovrebbe avere poteri abbastanza limitati da non restringere in alcun modo le libertà individuali, ma abbastanza efficaci da garantire queste libertà e proteggerle da altre minacce. La dimensione dei diritti politici, riguarda il diritto di prendere parte al governo della società, sia direttamente, che indirettamente (elezione dei rappresentati). La dimensione dei diritti sociali implica il riconoscimento, da parte dello Stato, del diritto dei cittadini ad un certo livello di benessere economico e sociale (istituzione di vari servizi all’interno del welfare state).

È importante considerare questi aspetti della cittadinanza come oggetto di conflitti e di strategie politiche e sociali e chiarirne gli obiettivi. L’estensione della cittadinanza nelle varie fasi non è stata garantita dallo Stato senza un’esplicita pressione per l’ampliamento dei diritti espressa dai diversi gruppi sociali, e senza che si verificassero degli scontri per ottenerlo; del resto, una volta istituite determinate forme di cittadinanza, queste potevano essere utilizzate come risorse con le quali lottare per ottenerne altre. Inoltre, c’è un “discorso” sulla cittadinanza, che viene utilizzato e prodotto dai partecipanti alle battaglie politiche. Lo Stato cerca di definire in modo discorsi chi è un cittadino e chi non lo è, insistendo sul fatto che, per chi lo è, la cittadinanza è universale. Per contrasto, chi si batte per questi diritti usa lo stesso discorso sulla cittadinanza, lamentando però il fatto che, in realtà, alcuni gruppi vengono esclusi dai suoi benefici. Sia il significato, che le pratiche della cittadinanza sono mutevoli e discutibili.

 

gli spazi della cittadinanza

I geografi sono stati i più attivi nel tentativo di contestualizzare le diverse concezioni della cittadinanza, con lo scopo di concentrarsi sui meccanismi attraverso i quali alcuni individui vengono esclusi dall’ottenere o dall’esercitare la propria cittadinanza. Il loro lavoro ha messo in evidenza il fatto che, il concetto di cittadinanza implica un continuo processo di separazione tra cittadini e non cittadini. Per concettualizzare quest’idea, si può parlare di limiti formali e limiti informali alla cittadinanza. I limiti formali si riferiscono all’estensione legale della cittadinanza, secondo quanto viene definito in una costituzione. Nello stesso tempo, però, ci sono pratiche e meccanismi informali, che servono ad escludere determinati individui o gruppi dall’esercizio dei propri diritti di cittadini. Analogamente, possiamo distinguere tra cittadinanza de jure (secondo la legge) e cittadinanza de facto (in pratica). Questa condizione evidenzia il fatto che, anche se un individuo viene riconosciuto come cittadino secondo dei parametri legali, ci possono essere delle barriere sociali, che impediscono a questa persona di prendere parte attivamente alla vita civile; tuttavia, può avvenire anche l’opposto. Queste definizioni non sono fisse nel tempo o nello spazio, ma rappresentano strumenti attraverso i quali le rivendicazioni di cittadinanza dei singoli soggetti possono venire interpretate in casi specifici.

L’assegnazione di una cittadinanza di de jure o de facto non è politicamente neutrale. L’esclusione di alcuni individui dall’esercizio dei propri diritti e delle proprie responsabilità come cittadini viene determinata da caratteristiche come il genere, la classe sociale, le origini etniche, il credo religioso, l’età, la disabilità, la sessualità ed il luogo di nascita. Analizzare il significato di tratti identitari così connotati e mutevoli ha richiesto un paziente sforzo intellettuale. In prima linea in questo tipo di studi, le autrici femministe hanno criticato l’esclusione delle donne dalla cittadinanza, sia de facto, che de jure. Questi studi hanno quindi suggerito che il cittadino viene definito in quanto maschio. Al posto di questa concezione, le studiose femministe hanno dato voce a teorizzazioni più connotate e parziali delle dinamiche tra cittadinanza e genere. Di qui si è evidenziata la natura patriarcale della società capitalista occidentale, una struttura che discrimina le donne attraverso l’esclusione dalle posizioni di potere, la disuguaglianza dei salari e lo scarso interessi verso le tematiche femminili nella definizione delle politiche. Tuttavia, tra le studiose femministe c’è poco accordo su come provare a cambiare questo dato di fatto.

A partite dagli anni Ottanta, un certo numero di geografe femministe si sono spostate dall’interesse specifico per le relazioni di genere, verso una considerazione più ampia delle esclusioni sociali di quanti deviano dalla visione teorica dominante di cittadinanza. L’esempio dell’esclusione delle persone sorde evidenzia la complessità delle geografie della cittadinanza. Da un lato, l’esclusione de facto dei non udenti dalla cittadinanza britannica, sulla base del fatto che le loro carenze uditive impediscono l’impegno nei dibattiti pubblici. Dall’altro, la loro cultura linguistica condivisa (BSL) contribuisce a creare nuovi spazi di cittadinanza, che operano sua su scala locale, che globale. Questo riporta alle osservazioni di Isin, secondo il quale l’atto di esclusione non è una semplice negazione, ma potrebbe diventare costitutivo di nuove forme di cittadinanza, che agiscono in spazi pubblici alternativi.

Può essere vero, però, anche il contrario. Ovvero che degli individui, o dei gruppi, svolgano un ruolo attivo nella vita politica e civile, senza che ad essi vengano riconosciuti i benefici legali e le protezioni dovute alla cittadinanza. I lavoratori immigrati vengono spesso citati come esempio fondamentale di questo tipo di esclusione, nel momento in cui il loro lavoro rappresenta un elemento di grande valore per il funzionamento efficiente dello Stato, senza che ad essi vengano estesi i pieni diritti di cittadinanza. Ci sono due aspetti fondamentali da affrontare. Il primo è che i mezzi di comunicazione e la politica parlano spesso di queste esclusioni in termini economici, descrivendo le restrizioni nei confronti dei migranti come necessarie a difendere gli interessi economici dello Stato. Gli studi geografici politici e culturali hanno però sottolineato come queste esclusioni siano in realtà strettamente connesse alla difesa della mitica omogeneità culturale di ciascuno Stato; sono i confini dello Stato ad operare come strumenti che definiscono l’esclusione, chi è nato all’interno dei confini di un territorio, viene garantita la cittadinanza de jure, mentre chi proviene da fuori è spesso soggetto ad un’esclusione dai diritti di cittadinanza. Il secondo aspetto, è che la cittadinanza degli immigrati genera tensioni nella nostra visione della cittadinanza come inclusione, o esclusione, da un certo Stato. I lavoratori migranti spesso mantengono legami sociali e politici con i propri paesi d’origine, creando istituzioni politiche che travalicano i confini degli stati. Non si sta suggerendo che i legami transazionali rappresentino un’alternativa adeguata all’estensione dei diritti dei lavoratori migranti in un paese ospite, ma che le migrazioni creano nuove reti spaziali di responsabilità e appartenenza, che vanno al di là del binomio Stato–cittadino.

 

cittadinanza insorgente

Un’azione radicale di cittadinanza è la “cittadinanza insorgente”. Si tratta di una forma di cittadinanza che agisce con un’opposizione violenta all’autorità costituita e che cerca di ostacolare l’azione dello Stato. Questo no vuole significare che gli obiettivi di queste forme di azione politica siano necessariamente in contrapposizione a quelli sanciti dalla costituzione di ogni singolo Stato, ma piuttosto che essi nascono da uno scetticismo radicale nei confronti della capacità dello Stato di assolvere questi doveri. La cittadinanza insorgente, quindi si fonda sull’azione diretta, come mezzo per reclamare i diritti di cittadinanza, in un contesto in cui la distinzione tra legalità e illegalità viene sospesa e sostituita da discorsi di diritti umani e giustizia sociale. Bisogna però fare molta attenzione nel giudicare gli spazi e le posizioni di chi partecipa alle cittadinanze insorgenti. I mezzi di comunicazione principali descrivono spesso questi movimenti come indicativi di un’azione civile “non autentica”, in contrasto con quella “autentica” che si sviluppa attraverso i canali formali della politica. La realtà empirica, però, non sostiene una distinzione così rigida. Gli attivisti cercano di utilizzare i canali formali per dare voce alle proprie preoccupazioni, ma questi sono stati percepiti come inefficaci. Per capire la relazione tra la cittadinanza insorgente e la massa, bisogna rivedere le nostre concezioni di trasformazione politica. In particolare, è necessario guardare al di là dell’idea di riforme fondata sullo Stato o dei modelli tradizionali di democrazia liberale.

Chatterton si occupa di come si possano creare visioni del cambiamento politico condivise tra i gruppi di protesta e gli individui coinvolti direttamente dalle loro azioni. Lui evidenzia la perdita di fiducia nei confronti dei canali formali e la conseguente necessità di inventare nuovi spazi per la partecipazione politica informale. Alla base delle conclusioni di Chatterton emerge l’ansia dovuta al fatto che la posizione dei manifestanti e quella della gente comune appaiono in rigida contrapposizione. Chatterton suggerisce che il dualismo tra attivisti e non attivisti può essere superato, mettendo in evidenza la natura ibrida e negoziata socialmente delle due posizioni; questo processo si concentra su nuove scale nuovi luoghi dell’azione politica. Egli sottolinea il fertile terreno comune che si può sviluppare per mezzo della micro-politica della vita quotidiana e delle relazioni sociali. Questa visione del cambiamento democratico è evidentemente diversa dalle concezioni convenzionali della governance democratica pluralistica, per le quali i cambiamenti di direzione delle politiche dello Stato avvengono per mezzo della competizione tra partiti che si contendono il voto popolare. In questo caso, Chatterton si rifà alla concezione di democrazia più radicale, definita “pluralismo antagonista”, basata su un invocato concetto di società civile globale, azione collettiva e messa in discussione dello Stato e del potere corporativo.

Questa discussione sulla “cittadinanza emergente” scompiglia per due motivi la nostra concezione di cittadinanza come relazione tra un individuo e lo Stato. In primo luogo, si auspica lo sviluppo di una concezione di etica collettiva che non si fonda su una riforma dello Stato. Secondo, le lotte contro questioni globali richiedono nuove forme di solidarietà, che si estendono al di là dei confini dello Stato.

 

la governance

La governance indica una tipologia di governo fluida ed inclusiva, che tiene conto delle istante provenienti dal basso e che mobilità contemporaneamente diversi attori. Essi possono essere pubblici, si parla di governance multi-livello, per indicare la presenza di istituzioni di diversa scala territoriale nella gestione di alcuni settori, oppure privati, in accordo con il principio di sussidiarietà e la promozione di approcci dal basso e di partenariato pubblico-privato nella definizione e nell’applicazione delle politiche pubbliche. Rhodes individua sei modi diversi di intendere la governance: 1) minimal state: una ridefinizione della presenza dello Stato nell’erogazione di servizi e nella vita dei cittadini; 2) corporate governance: in generale, il sistema che gestisce e controlla le istituzioni, pubbliche e private; 3) new public management: un modo nuovo di concepire il settore pubblico, avvicinandolo alle regole del mercato e del settore privato; 4) good governance: come buon sistema di governo, secondo parametri indicati dalle grandi organizzazioni internazionali; 5) sistema socio-cibernetico: un sistema socio–politico risultante dalll’intervento integrato di tutti gli attori che partecipano al sistema stesso; 6) Rete auto-organizzata di istituzioni e di soggetti pubblici e privati che, a diversi livelli, prendono parte al governo di un territorio e di una società.

I cinque principi che stanno alla base della buona governance sono: apertura, partecipazione, responsabilità, efficacia, coerenza.

 

la cittadinanza cosmopolita

La cittadinanza viene spesso definita come appartenenza ad una comunità politica e lo Stato è considerato da sempre la forma principale di comunità politica. Questa concezione è ora messa in discussione.

Il criticismo si concentra su un problema che viene percepito come centrale nella governance internazionale contemporanea. Mentre la cittadinanza ha una scala statale, molti dei temi politici più rilevanti oggi trascendono i confini nazionali. Si pensa che la democrazia stia fallendo a causa del suo essere fondata sullo Stato. Definita “deficit democratico”, questa critica si basa sul fallimento del sistema degli stati nel permettere ai cittadini di essere attivi politicamente su scala internazionale.

La cittadinanza transazionale si può analizzare mettendo in evidenza due concetti, attraverso i quali si potrebbe agire per ridurre il deficit democratico: una società civile globale ed una democrazia cosmopolita. Entrambi i concetti si fondano su pratiche politiche ed istituzioni già esistenti, al fine di indagare meccanismi alternativi di partecipazione nella sfera internazionale.

Il concetto di società civile indica dei raggruppamenti sociali che non agiscono né all’interno dello Stato (processo formale di governo), né del mercato (per il profitto). Ma il concetto di società civile è soggetto a numerose contestazioni. Da un punto di vista storico, la definizione è nata dal vocabolario dei filosofi politici, quando si sono occupati di come le persone possano soddisfare bisogni individuali raggiungendo, nello stesso tempo, obiettivi comuni. Il rinnovato interesse politico ed accademico per la società civile negli anni Novanta, può essere ricondotto alla caduta del comunismo nell’Europa centrale e orientale, nel 1989. La capacità di gruppi pro - democrazia, nel definire le istituzioni degli stati dell’Europa centrale e orientale, è stata dipinta come una vittoria della “società civile”. La crescita dell’interesse nei confronti del concetto di società civile ha portato anche ad un profondo ripensamento della sua stessa definizione. Alcuni autori hanno cominciato ad analizzare cosa significhi parlare di società civile in un epoca di interconnessioni crescenti e flussi transazionali, con i relativi dubbi sulla supremazia dello Stato.

Definito per primi da autori come Kaldor e Keane, il concetto di società civile globale si focalizza sull’istituzione e la difesa di norme e diritti comuni a tutta l’umanità. L’idea di società civile, quindi, concentra l’attenzione sulla comparsa di una coscienza globale comune, in un’epoca di presunta globalizzazione. I miglioramenti nella tecnologia e nei trasporti hanno permesso ad organizzazioni e movimenti molto distanti di unirsi, su tematiche comuni (proteste ambientaliste, movimenti pacifisti). Nel giudicare in modo critico l’azione della società civile globale, bisogna riportare nella nostra analisi la geografia, individuando tre aree di analisi spaziale.

Primo, le azioni dei movimenti di protesta globale sono dirette verso le politiche di determinati Stati (movimento per la liberazione del Tibet). Secondo, le azioni di resistenza sono disomogenee nello spazio: chi possiede tempo sufficiente e risorse tecnologiche si trova nella posizione migliore per essere coinvolto e stabilire le priorità. I movimenti globali sono radicati in determinate geografie che spesso rispecchiano le geografie del potere (gli uffici di Amnesty International sono localizzati in prossimità dei centri di potere).

In contrasto con la nozione di società civile globale, i teorici della cittadinanza cosmopolitica ricercano un modello più formale di partecipazione politica, strutturato intorno al concetto di cittadinanza globale. I teorici della democrazia cosmopolitica sostengono che l’aumento del numero degli stati democratici nel mondo abbia poca importanza per la democratizzazione dell’ordine mondiale. L’importanza crescente, alla scala globale, delle preoccupazione per l’ambiente, l’economia e i diritti umani, ha portato a richiede che si dia voce alla cittadinanza globale, nella definizione delle pratiche delle organizzazioni internazionali. Tuttavia, ci sono motivi sia logici che geografici per i quali un ordine democratico globale sarebbe molto difficile da istituire. In termini logistici, la prospettiva di una singola istituzione, che abbia la capacità di organizzare delle elezioni globali, solleva molti dubbi. In termini geografici, l’idea di istituire un governo liberaldemocratico che agisca al di sopra del livello dello Stato, richiederebbe il consenso del sistema di stati esistente. L’ordine internazionale attuale è costituito in favore degli stati più potenti. Non si può creare dal nulla un ordine politico cosmopolita, c’è bisogno di lavorare al sistema attuale, fondato su un potere distribuito in modo diseguale, e di superarlo. Possiamo, tuttavia, osservare alcuni esempi di democrazia cosmopolita. Ad esempio, l’Ue è pensata come un forma di organizzazione politica democratica, al di sopra del livello degli stati nazionali. L’europeizzazione progressiva ha portato nuove forme democratiche, con alcuni aspetti della sovranità statale ceduti al livello di governo europeo, mentre lo Stato rimane il luogo centrale del potere politico. Questo ha portato i geografi politici ad evidenziare la nascita, in Europa, di una cittadinanza multilivello, con i cittadini sottoposti a diversi livelli di autorità politica contemporaneamente.

 

geografie elettorali

La geografia elettorale è una sotto-disciplina della geografia politica, che analizza la pratica e l’organizzazione delle competizioni elettorali. In genere, tutte le elezioni prevedono un voto popolare, nel quale una parte della cittadinanza esprime la propria preferenza riguardo alla rappresentazione politica (governance democratica pluralista).

Le elezioni politiche in uno Stato offrono agli studiosi la possibilità di osservare e tracciare gli orientamenti politici di una certa popolazione. Il fatto ancora più importante è che il sistema di voto è di solito costruito su unità territoriali, la cui distribuzione e struttura può giocare un ruolo significativo nei risultati delle elezioni.

Ecco alcune ricerche che si occupano degli aspetti spaziali delle elezioni. Per il geografo francese Siegfried, la geografia fisica, economica e culturale dei distretti è vista come un’importante cornice strutturale, in grado di definire le priorità politiche degli elettori. Gli sono state mosse alcune critiche, innanzitutto i critici dubitano che lo spettro degli orientamenti politici si possa ridurre al semplice dualismo tra destra e sinistra. Spesso gli individui possono avere punti di vista apparentemente contraddittori su diversi temi politici e il modello di Siegfried non prende in considerazione quest’ipotesi. La seconda critica riguarda il fatto che le sue conclusioni sembrano sostenere un determinismo ambientale, ovvero il fatto che sia l’ambiente di vita a condizionare le attitudini politiche.

Dopo le ricerche di Siegfried, la geografia politica del XX secolo ha seguito lo stesso percorso di tutta la geografia, che possiamo suddividere in due tendenze. Nella prima, c’è stato un passaggio dalla ricerca di grandi spiegazioni generali delle tendenze di voto verso un approccio più empirico e basato sulla ricerca sul campo, che cercava di misurare il comportamento degli elettori. I geografici della seconda tendenza hanno invece spostato la propria attenzione sull’analisi delle geografie della rappresentanza, analizzando il modo in cui l’organizzazione spaziale delle elezioni può servire a influenzarne i risultati.

 

Il comportamento degli elettori

Un primo tentativo di teorizzare in termini quantitativi le tendenze di voto venne fatta con “l’effetto vicinato” una cornice esplicativa del comportamento degli elettori. I critici dell’approccio positivista della geografia elettorale ritengono che ad essa manchi un collegamento con la teoria sociale e, di conseguenza, sia incapace di contribuire alla comprensione delle dinamiche politiche spaziali delle elezioni (contro l’empirismo rampante).

Negli ultimi anni gli studi sul comportamento di voto hanno diversificato i propri fondamenti teorici, utilizzando una gamma variegata di metodologie qualitative. Essi hanno contribuito a migliorare la comprensione dell’interazione tra le dinamiche spaziali ed i comportamenti di voto, collegando, in modo più sottile, i concetti di territorio e human agency. Molta attenzione è stata per esempio posta sul territorio, visto come costruito socialmente, concentrandosi quindi sul ruolo svolto dagli attori (human agents) nel continuo processo di produzione di territorio. Il lavoro del geografo politico Agnew ha avuto un’importante influenza nello sviluppo di concetti teorici più sofisticati, relativi ai comportamenti di voto. Agnew sostiene che il contesto sia importante soprattutto nel momento in cui il territorio, a diverse scale geografiche, viene utilizzato come strategia retorica, da parte dei partiti, come culla per i processi di influenza dei comportamenti e come elemento della geografia politica delle scelte elettorali. Quest’analisi sui comportamenti di voto è quindi servita ad arricchire la nostra capacità di comprendere la specificità storica dei modelli di voto, mettendo in relazione le variazioni nel sostegno ai partiti con le trasformazioni economiche e sociali che avvengono a diverse scale geografiche. Alcune critiche a questo approccio possono essere fatte in relazione al fatto che esso rispecchia un residuo attaccamento ai dati dei modelli statistici, necessariamente discontinui, ma non riesce ad essere coerente con l’insieme degli studi socio-culturali, che hanno messo in luce l’interrelazione e la costruzione sociale di etichette identitarie. L’interpretazione degli specifici contesti storici può contribuire ad animare le interrelazioni tra le diverse posizioni riguardo a quest’argomento, ma per capire i loro effetti politici più in dettaglio, è necessario un approccio maggiormente qualitativo nei confronti degli attori coinvolti. In questo caso, la geografia politica può avviare un rapporto produttivo con l’antropologia politica. L’approccio etnografico permette di sottolineare l’importanza delle testimonianze, individuali e collettive, nel far emergere i molteplici fattori economici, sociali e culturali che determinano l’appartenenza politica.

 

geografie della rappresentanza

Gli aspetti spaziali delle elezioni hanno rappresentato un interesse di primaria importanza per i geografi. Ogni sistema elettorali uninominale del mondo divide il proprio elettorato in collegi definiti su base territoriale. I collegi vengono costituiti nel tempo e continuamente soggetti a revisioni. Esattamente come la scelta del sistema elettorale può favorire certi partiti rispetto ad altri, così anche il disegno dei collegi elettorali può influenzare il risultato delle elezioni. Il disegno dei confini dei collegi elettorali rappresenta quindi un tema di grande interesse per la geografia elettorale. Le potenzialità in questo processo nell’influenzare l’esito delle elezioni, vengono ben descritte dagli esempi del malapportioning (suddivisione del territorio in collegi non equa) e del gerrymanderingeo-politica Il primo si riferisce ad una disuguaglianza nella rappresentanza, dovuta alle differenze nelle dimensioni dei collegi, ed è di particolare importanza quando i partiti dominanti sono due (Usa). Johnston sostiene che il malapportionment si può verificare per mezzo di volontà intenzionale, se un partito controlla il processo di suddivisione in collegi, creando collegi più grandi dove il partito oppositore è forte, oppure di un malapportionment strisciante, quando i cambiamenti, intervenuti nel corso del tempo, nella suddivisione in distretti fanno sì che ci siano collegi più piccoli, dove un partito è più forte. Il gerrymandering si riferisce invece alla pratica di ridefinire l’estensione, o la popolazione di un collegio, con il proposito di ottenere un vantaggio elettorale. Questo espediente prende il nome da un Governatore americano del XIX secolo, Gerry, che stabilì la ridefinizione dei confini delle contee per ottenere un maggiore sostegno elettorale. Tuttavia, anche se il gerrymandering è diventato un tema centrale per i geografici elettorali, dobbiamo suggerire cautela. All’interno della geografia politica c’è una chiara tendenza a ridurre le attitudini di voto alla preferenze espresse nel giorno delle elezioni. Anche se questi sono dati che possono venire registrati, non possiamo mai assumere che l’espressione del voto sia rappresentativa della visione politica, sottile e spesso contraddittoria, degli individui. Viene utilizzato il termine “fluidità partigiana” per richiamare l’attenzione sulla natura mutevole della fedeltà degli elettori, sia nel tempo, sia in presenza di una ridefinizione dei confini dei collegi elettorali. Questi processi, infatti, possono a loro volta alterare le preferenze degli elettori, per il fatto che questi possono perdere fiducia nei confronti dei partiti al potere, proprio a causa dei loro tentativi di manipolare le geografie elettorali. Le preferenze politiche individuali non sono fisse e immutabili, ma piuttosto espressione di un processo fluido di identificazione, che si forma per mezzo di molteplici fattori sociali e geografici.

 

la geografia elettorale in Italia

 Per tutta la Prima Repubblica, appare evidente la presenza di due aree più o meno omogenee dal punto di vista delle preferenze politiche, dominate dai due partiti principali dell’epoca: il Nordest “bianco”, caratterizzato da una netta maggioranza della Dc, ed il Centro “rosso”, roccaforte del Pci.

Si tratta delle zone caratterizzate da un fitto tessuto di piccole medie imprese e da una rete di piccole città che fungono da cardini dello sviluppo economico territoriale, nelle quali svolgono un ruolo fondamentale le realtà associative che fanno riferimento alla Chiesa, nel primo caso, ed al movimento operaio ed alla sinistra, nel secondo. Il resto d’Italia vede invece una tendenza elettorale molto più variegata, legata alle contingenze temporali e alle specificità di ciascun territorio.

In seguito allo scandalo di Tangentopoli e alla fine della Prima Repubblica, la geografia politica italiana si trova di fronte alla “conquista” da parte della Lega Nord delle province nelle quali un tempo dominava la Dc e alla nascita di Fi, movimento politico dalla struttura aziendale, legato ai mezzi di comunicazione nazionali e con legami apparentemente molto meno stretti con il territorio. Fi trova una propria “zona azzurra”, paragonata ad un arcipelago, costituito da “isole” di concentrazione del voto (Campania, Sicilia e alcune province del Nordovest).

Negli ultimi anni la geografia elettorale italiana si è trovata a fronteggiare alcune evoluzioni politiche inedite. La prima è la nascita di due partiti a vocazione maggioritaria (Pd e Pdl), che appaiono sempre meno legati al contesto territoriale, anche se sembrano ricalcare la geografia elettorale dei propri predecessori. La seconda è la progressiva avanzata del fronte leghista nelle ex regioni “rosse”, con particolare evidenza nelle province più settentrionali dell’Emilia Romagna e della Toscana. A questo si possono aggiungere le concentrazioni geografiche delle presenze di alcuni partiti minori, legate più alla presenza di leader locali, che a specifiche caratteristiche territoriali.

 

conclusione

Si è imparato ad analizzare gli spazi della cittadinanza, della democrazia e delle elezioni e mostrare il ruolo delle teorie socio-culturali nell’aiutarci a comprendere meglio questi concetti. È stato fatto ripercorrendo la natura delle teorie sulla cittadinanza e gli aspetti spaziali delle elezioni. Il percorso ha dimostrato che è impossibile pensare alla pratica politica al di fuori del contesto sociale e culturale. La politica viene vissuta e, di conseguenza, esiste nello spazio.

 

POLITICA, GEOGRAFIA E CITTÀ

 

politiche urbane

Il tipo di città che si è sviluppato nell’Europa medievale influenza maggiormente la nostra immagine di come dovrebbe essere una città. Nel Medioevo la città svolgeva un ruolo di centro amministrativo, politico ed economico per il suo retroterra rurale. I prodotti agricoli confluivano verso i mercati cittadini dalle campagne circostanti, dove veniva prodotto più cibo di quanto ne servisse per nutrire le famiglie di contadini, generando un surplus che poteva venire utilizzato per sostenere la popolazione urbana non agricola. La nascita delle città, quindi, è il prodotto di un cambiamento nella geografia della produzione e del consumo.

Oggi quasi tutte le città sono collegate, dal punto di vista economico, non al territorio che le circonda, ma a reti più ampie di commerci, investimenti e flussi di lavoratori, che si estendono su spazi molto vasti, all’interno e all’esterno dei confini nazionali. Le città fanno parte di un’articolata gerarchia, politica e amministrativa, con gli stati nazionali che esercitano una forte influenza, sia sulle politiche della città, che sigli aspetti più minimi della vita urbana. Piuttosto che presentarsi come un sistema compatto, con una comunità integrata ed organica, come nel Medioevo, oggi le città sono enormi, tentacolari, sempre più frammentate (sia dal punto di vista spaziale, che da quello sociale) diffuse sul territorio e variegate, tanto dal punto di vista sociale, che culturale (urbanesimo diffuso). Nei paesi industrializzati, la distinzione fra urbano e rurale sembra essere sempre più confusa e arbitraria. Tutto ciò rende decisamente complicato definire le politiche urbane. Di conseguenza, non bisogna considerare come politiche urbane tutte quelle che hanno luogo in città. Le politiche urbane sono riferite alle politiche che riguardano tematiche urbane e bisogna distinguerle da quello che è il governo della città.

Un metodo per avvicinarsi alla ricerca di una definizione potrebbe essere quello di considerare le relazioni tra le funzioni urbane e la forma della città. Il geografo Harvey cerca di fissare delle basi concettuali rigorose per definire la specificità delle politiche urbane. Lui stabilisce che l’urbanizzazione dovrebbe venire vista come un processo, non come un oggetto, e, come tale, necessariamente non ha limiti spaziali fissi, anche se si manifesta spesso all’interno di un determinato territorio. Il punto di partenza della sua analisi è il mercato del lavoro urbano, definito in termini di estensione dei movimenti giornalieri dei pendolari. La diffusione dei mezzi di trasporto motorizzati ha fatto sì che oggi sia possibile raggiungere quotidianamente il luogo di lavoro da un’area che si estende ben al di là del centro cittadino. Harvey sostiene che i datori di lavoro debbano adattarsi alla disponibilità di forza lavoro all’interno dei limiti di ogni regione urbana. Nel lungo periodo questi limiti non sono insormontabili grazie, ad esempio, lo spostamento della produzione in un altro Stato. A breve termine, però, gli imprenditori devono lavorare con la forza lavoro che hanno a portata di mano, la cui qualità diventa quindi determinante. Formare i dipendenti costa, e quindi, nel breve periodo, l’insieme delle qualifiche e capacità della forza lavoro urbana rappresenta una limitazione. I lavoratori altamente qualificati possono avere il potere di richiedere salari più alti, mentre i sindacati possono riuscire ad aumentare le paghe di quelli meno qualificati, attraverso l’azione collettiva. Il risultato, secondo Harvey, è un complesso insieme di lotte ed alleanze tra gli imprenditori, caste urbane, i lavoratori e le loro famiglie. Inoltre, la gran parte dei guadagni dei lavoratori viene spesa a livello locale. Ciascun mercato del lavoro urbano, quindi, sostiene una specifica serie di pratiche di consumo, che vengono determinate dalla distribuzione dei guadagni tra i diversi gruppi sociali.

 I limiti geografici, soprattutto alla scala urbana, influenzano sia il lavoro, che il capitale, con due risultati. Il primo è quello che Harvey definisce la tendenza alla “coerenza strutturata” delle regioni urbane, che riflette il modello dell’insieme di guadagni e consumi, rafforzato dalle infrastrutture fisiche e sociali della città (fisiche: buoni trasporti pubblici; sociali: buoni asili d’infanzia). Il secondo risultato è lo sviluppo di coalizioni di interessi sociali ed economici, che nascono dai conflitti e dai compromessi sui salati, le pratiche di consumo, la salvaguardia dei vantaggi competitivi e l’offerta di infrastrutture fisiche e sociali. Nel modello della pure competizione non ci sarebbe la necessità di alleanze politiche ma, nel mondo reale, influenzato dalle condizioni geografiche, le politiche urbane sono inevitabili.

Questi processi non implicano il fatto che la città sia un attore politico unico: le classi sociali e le altre alleanze mutano in continuazione e l’insieme di limiti ed opportunità esistenti possono generare pressioni contrastanti. L’effetto principale, però, è la creazione di una regione urbana come spazio all’interno del quale possano emergere delle politiche urbane relativamente autonome. Da un lato, questo significa che le città sviluppano le proprie tradizioni politiche distintive ed interessi politici localizzati. D’altra parte, però, il contenuto delle politiche della città non può essere derivato direttamente da logiche economiche, ci sono aspetti che sono al di fuori della logica dell’accumulazione.

Alcuni geografi politici, compreso Harvey, continuano il discorso, cercando di capire come le differenze nelle pratiche politiche urbane siano collegate ai processi di accumulazione del capitale. Altri, cercano invece di approfondire la portata e gli obiettivi di quelle politiche urbane relativamente autonome dalle dinamiche economiche.

 

urbanizzazione contemporanea

Le agglomerazioni come San Paolo, Tokyo, Città del Messico, assomigliano alle regioni urbane funzionali descritte da Harvey e rappresentano anche una prova del passaggio dalle città come luoghi ben distinti ad una più generale urbanizzazione.

L’ammontare della popolazione non è il solo parametro di misura dell’importanza delle singole aree urbane. Taylor attribuisce più importanza alle funzioni delle città e ai collegamenti tra esse. Secondo lui, le città sono state plasmate nel tempo dai cambiamenti nel loro ruolo nel contesto internazionale. In questo tipo di approccio, i processi di globalizzazione sono fondamentali in ogni tentativo di comprendere le città e le loro politiche. Nello specifico, l’approccio di Taylor tiene conto della “capacità globale” delle città, definita dai servizi offerti al suo interno, in particolare quelli del settore economico e finanziario. La graduatoria rispecchia la concentrazione di imprese che offrono questi servizi in ciascuna delle città considerate. Quest’approccio è utile a mettere il luce le funzioni e il ruolo globale delle città. È importante riconoscere però che, anche se le mega-città esercitano una grande influenza economica, politica e culturale ed inglobano ingenti flussi di denaro, persone, beni e informazioni, la maggior parte degli abitanti delle città vive in realtà urbane più piccole e ordinarie. Nel mondo sono circa cinquanta le città che superano i cinque milioni di abitanti e ospitano complessivamente cinquecento milioni di persone, cioè solo il 15 % della popolazione mondiale. Considerando solo le mega-città simboliche rischiamo di perdere di vista gran parte della realtà. È inoltre evidente che non esiste un unico modello di crescita e sviluppo urbano. Realtà urbane compatte affrontano sfide diverse da quelle di una metropoli diffusa.

La geografa Robinson sostiene che si dovrebbe dedicare più attenzione alle città ordinarie e all’ordinarietà della vita urbana e che anzi sarebbe utile considerare tutte le città come se fossero “ordinarie”. Le politiche urbane riguardano i conflitti e le controversie di tutti i giorni, tanto quanto l’indirizzo della crescita economica della città. E le politiche che sostengono quest’ultima spesso sono a loro volta ordinarie, poiché hanno effetto sulle nostre attività quotidiane e riguardano le attività più banali della vita urbana, tanto quanto azioni di livello più elevato.

 

le infrastrutture urbane

Una crescente consapevolezza dell’importanza delle strutture materiali, che costituiscono l’ossatura di una città, ha portato lo studio delle infrastrutture urbane a distaccarsi dalle diramazioni meno note della geografia dei trasporti o della pianificazione urbana, per ritagliarsi un posto di rilievo nell’ambito della geografia urbana. Quest’evoluzione ha molte ragioni. Da un certo punto di vista, la repentina crescita urbana di molte città ha caricato di un peso sempre maggiore le reti materiali dalle quali dipende la loro vita quotidiana. In secondo luogo, queste reti sono sempre più interdipendenti. Le infrastrutture sono importanti dal punto di vista tecnico (lo si nota durante i grandi blackout), ma sono anche strettamente correlate alle pratiche sociali e politiche. Nell’ambito degli studi urbani e geografici, c’è una lunga tradizione di lavori che si occupano delle politiche della fornitura dei servizi collettivi. Negli anni Settanta e Ottanta, il noto sociologo urbano Castells ha affermato che i conflitti politici sul “consumo collettivo” costituiscono il vero nucleo centrale delle politiche urbane (Mumbai: chi vive nei quartieri informali, slums, ha come principale difficoltà quella dell’accesso a risorse fondamentali come l’acqua, i servizi igienici, l’elettricità, le scuole). Oggi i concetti di partnership e partecipazione (della comunità) sono diventati una sorta di mantra, quando ci si riferisce a nuove forme di realizzazione di servizi ed infrastrutture locali, in tutto il mondo. Questo discorso evidenzia alcune caratteristiche fondamentali delle politiche urbane contemporanee. In primo luogo, si mette particolarmente in risalto il ruolo dello Stato come “facilitatore”, piuttosto che come fornitore di servizi e attrezzature pubbliche (appaltare a società esterne la fornitura di molti servizi urbani). Secondo, l’esigenza di organizzare partnership tra enti pubblici, organizzazioni non governative ed il settore privato è stata una caratteristica dominante della realizzazione di nuove forme di governance urbana in molte realtà. Terzo, anche l’interesse per la partecipazione della comunità è diventato una caratteristica tipica dei tentativi di riforma delle modalità di offerta dei servizi, in molte città del mondo. La “partecipazione della comunità” viene anche evocata come componente essenziale in molti altri settori, tra i quali la pianificazione, la sicurezza, l’istruzione, la protezione dell’ambiente e le politiche abitative. Infine, la ricerca su Mumbai attira l’attenzione sui conflitti nell’accesso alla città e alle sue risorse, ponendo il problema del “valore” dei poveri all’interno della città.

 

gentrification

Inizialmente il termine gentrification veniva utilizzato prevalentemente nel settore immobiliare, riferendosi all’acquisto di case da parte della classe media in zone della città che fino a poco tempo prima erano occupate da quartieri operai o da aree industriali.

 In molte città europee e nordamericane, verso la metà del XX secolo, si è assistito a massicci processi di sub urbanizzazione, grazie all’aumento della diffusione di automobili che rendevano possibile per molti trasferirsi fuori dal centro città. Lo stile di vita suburbano sembrò diventare l’alternativa migliore alle città, sporche e sovraffollate. Questo processo rese le abitazioni del centro città relativamente più economiche e accessibili per i gruppi sociali più poveri, creando delle nette divisioni sociali tra le aree urbane interne, più povere, e i quartieri suburbani benestanti. A partire dagli anni Sessanta, però, cominciò a delinearsi una controtendenza. Anche se la sub urbanizzazione continuava, i quartieri centrali, iniziarono a vedere il ritorno delle classi medie, dando il via a quel processo che prese poi il nome di gentrification. Questo fenomeno si presentava solitamente in due modi: in alcuni casi, erano gli agenti immobiliari ad acquistare abitazioni o magazzini nelle aree più povere della città o in zone industriali, ristrutturandoli e rivendendoli a prezzi molto più alti; altre volte, invece, erano delle singole persone a comprare delle proprietà, che ristrutturavano per andarci a vivere, generando la swear equità (partecipazione del sudore), ovvero l’aumento del valore di una proprietà dovuto al sudore della fronte del suo stesso proprietario. In entrambi i casi, il valore di mercato delle proprietà aumentava, trasformando di conseguenza la composizione sociale di questi quartieri. Nelle case in affitto, gli inquilini più poveri venivano costretti a trasferirsi, per mezzo dell’aumento degli affitti o di sfratti. I proprietari meno facoltosi approfittavano della nuova domanda di abitazioni della classe media, vendendo le proprie case. Quando l’offerta di appartamenti ed edifici da ristrutturare cominciò a scarseggiare, gli immobiliaristi cominciarono a costruirne di nuovi.

Smith, un geografo, sottolinea come la gentrification sia guidata principalmente da logiche economiche. Essa avrà luogo solo quanto i guadagni conseguenti allo sfruttamento delle differenze di rendita saranno superiori ai costi necessari per rinnovare le abitazioni. Altri autori hanno proposto visioni differenti, suggerendo che la forza motrice della gentrification vada rintracciata nel cambiamento dei gusti e delle aspirazioni dei consumatori.

Si è discusso i modo acceso nell’ambito della geografia, riguardo ai diversi modi di considerare la gentrification, sia dal lato dell’offerta (economia urbana, immobiliaristi, mercato fondiario), che dal lato della domanda (correnti culturali, gusti e preferenze dei consumatori). Di recente, molti ricercatori hanno riconosciuto l’importanza di entrambi questi elementi, quello che è chiaro, comunque, è che la gentrification ha delle profonde ripercussioni sulle politiche urbane.

Dal punto di vista degli urbanisti, degli amministratori cittadini, la gentrification viene solitamente vista molto positivamente, come “rinascimento urbano”. Spesso, per aggiungere lustro a questi cambiamenti del paesaggio urbano, vengono chiamati architetti di grido. In alcuni casi, a fornire l’occasione per ripianificare in solo colpo vaste porzioni di città, sono i mega-eventi. La gentrification parrebbe quindi generare un processo virtuoso di investimenti, miglioramenti dell’ambiente costruito, arrivo di nuovi residenti, aumento della qualità di vita media e una prospettiva diffusa che, si spera, possa incoraggiare nuovi ulteriori investimenti. Ora che il fenomeno si è consolidato gli effetti della gentrification hanno coinvolto molti aspetti della vita cittadina, oltre che il mercato immobiliare. In ogni caso, la gentrification non è un fenomeno esclusivamente positivo: per permettere alla nuova classe media di spostarsi all’interno della città, i gruppi sociali più poveri ne vengono espulsi (sfratti, demolizioni).

 Secondo Smith, la gentrification e gli spostamenti di abitanti non possono essere considerati separatamente da una serie di conflitti per gli spazi urbani, come il controllo intensivo dei comportamenti pubblici, le azioni di allontanamento nei confronti degli homeless e le discriminazioni nei confronti degli immigrati per quanto riguarda l’offerta dei servizi pubblici. Questa commistione di cambiamenti sociali, trasformazioni economiche e regolazione pubblica ha generato secondo la prospettiva di Smith, la città “revanscista”. Secondo Smith, la gentrification sarebbe proprio una vendetta della classe media, potente e in crescita, che si riprenderebbe la città che era stata occupata dai lavoratori, dai poveri e dai gruppi marginali.

Quello dell’appartenenza di classe non è l’unico fattore di divisione sociale che si collega alla gentrification. Anche il genere è importante e, in molti casi, la razza.

Il fenomeno della gentrification ci permette di far emergere molti aspetti chiave delle politiche urbane contemporanee. Dimostra che le politiche urbane non sono solo quelle che si determinano all’interno delle istituzioni formali dell’amministrazione cittadina. La gentrification ci rivela anche il passaggio da un approccio pubblico ad uno privato e orientato al mercato nei confronti dello sviluppo urbano. I fautori di questo cambiamento mettono l’accento sulla grande quantità di capitale che ora viene investito in zone prima fatiscenti e ritengono che i benefici potranno diffondersi ad altri quartieri svantaggiati. I critici puntano invece il dito contro le crescenti disuguaglianze che derivano dall’eccessiva fiducia nei confronti delle soluzioni del mercato e sostengono che ci siano ben poche prove della reale diffusione di effetti positivi in altri quartieri. Tutti sono d’accordo sul fatto che la gentrification sembra destinata a continuare, aumentando la propria portata e la propria estensione territoriale.

 

public cities e city publics

È necessaria qualche riflessione sull’idea di pubblico e sulla sua relazione con gli spazi urbani. Molti hanno associato i cambiamenti collegati alla gentrification con uno spostamento dal pubblico al privato. Gli spazi pubblici continuano ad esistere, ma sono sottoposti a regolamentazioni sempre più stringenti. Il significato di pubblico e privato viene dato per scontato, ma in realtà sono più complessi. Il pubblico viene fatto corrispondere a qualcosa di aperto a tutti, oppure di proprietà pubblica, mentre il privato viene associato a restrizioni nell’accesso o alla gestione di un individuo o di un’impresa.

Il geografo Iveson ha analizzato in dettaglio questa problematica, a partire da un’importante distinzione tra approcci “topografici” e “procedurali” agli spazi pubblici. La definizione più comune di spazio pubblico urbano è topografica: si riferisce a determinati luoghi della città che sono aperti a tutte le componenti della popolazione urbana; tutti gli spazi pubblici collocabili su una mappa. Questo approccio presenta però due problemi. Il primo è che molte delle tesi in favore di un migliore accesso agli spazi pubblici vengono formulata in termini di perdita e rivendicazione. L’accesso agli spazi pubblici è sempre stato limitato e fonte di conflitti, spesso tra diverse componenti della stessa popolazione urbana. Il secondo problema dell’approccio topografico è che si tende a far coincidere il pubblico con lo stare in uno spazio pubblico. Iveson sintetizza queste problematiche suggerendo che l’approccio topografico combini insieme tre diversi aspetti del pubblico: il contesto dell’azione (spazio pubblico), il tipo di azione (orientamento pubblico) e un attore collettivo (il pubblico, la popolazione). Di qui l’idea che non esista una distinzione netta e rigida tra pubblico e privato. Una persona può svolgere delle attività pubbliche in uno spazio privato. Al contrario, in uno spazio pubblico, ci si può occupare di questioni private.

L’altro approccio, quello procedurale, definisce come spazio pubblico qualunque luogo nel quale si realizzino alcune azioni di orientamento o di tipo pubblico. Con quest’espressione si possono intendere, per esempio, la comunicazione con un pubblico, attraverso testi scritti, discorsi, immagini o rappresentazioni (tenere un discorso in tv, rappresentazione teatrale in piazza). In questo caso siamo di fronte ad un paradosso: un’azione pubblica diventa tale solo perché si sta effettuando in pubblico. Il problema dell’approccio procedurale, però, è che minimizza l’importanza degli aspetti materiali degli spazi pubblici. Iveson sottolinea come qualunque spazio può diventare pubblico, senza difficoltà e senza differenze, semplicemente perché viene usato a questo scopo. Il suo lavoro dimostra invece come diverse tipologie di luoghi materiali possono diventare pubbliche in vario modo, a seconda dei gruppi di persone da cui vengono utilizzate e del modo in cui viene messo in atto.

 

conclusione

Le politiche urbane si occupano prevalentemente di cosa è pubblico e di cui sono i fornitori, nell’ambito di visioni contrastanti. Iveson ritiene che non ci sia una relazione diretta tra attività e tipologie specifiche di spazzi pubblici urbani. Esiste una relazione dinamica tra le azioni associate al pubblico e i diversi tipi di luoghi e spazi della città. La città, secondo Iveson, non è un palcoscenico, sul quale si reciti l’essere pubblico. Piuttosto, la città pubblica deve essere prodotta attraverso elaborazioni politiche, che cercano di creare ciò che è pubblico.

 

POLITICHE DELL’IDENTITÀ E MOVIMENTI SOCIALI

 

prologo

Si è sempre guardato con molto interesse alle nozioni di identità condivisa o identità collettiva, per quanto riguarda l’appartenenza a gruppi definiti in base a caratteristiche sociali o culturali, come il genere, la razza, l’etnia, la religione o la provenienza. L’identità complessiva di un individuo può venir vista come il risultato del suo genere della sua classe, delle sue origini etniche e di altri elementi identitari, diversi da persona a persona.

Possiamo parlare di politiche dell’identità, quando la diversità identitaria di un gruppo è fonte di conflitti o diventa l’oggetto intorno al quale ruotano azioni finalizzate a portare ad un cambiamento sociale (disabili che si organizzano intorno ad un’identità comune). Le politiche dell’identità costituiscono un’importante base per molti movimenti sociali.

I movimenti sociali sono uno degli strumenti più importanti che le persone hanno per riuscire a “scrivere la propria storia” e ciò che interessa è come “fare la storia” dipenda da delle geografie e le determini.

 

i movimenti sociali

Con la definizione movimenti sociali ci si riferisce a gruppi di persone che perseguono obiettivi condivisi, richiedendo un cambiamento sociale o politico . ovviamente è diversa la portata del cambiamento al quale ambiscono e le parti della società che ritengono interessate. Un movimento rivoluzionario può ricercare il completo rovesciamento dell’ordine sociale esistente. I movimenti sociali sono anche d’opposizione o contenziosi, ossia si oppongono ad uno o più elementi dell’ordine politico e sociale esistente. Questo significa che sono in conflitto con altri gruppi o istituzioni della società, che vorrebbero invece preservare lo status quo. Alcuni movimenti sociali si occupano di un’unica tematica. Concentrandosi su un unico asse di conflitto all’interno della società. Per questo motivo, i partiti politici vengono distinti dai movimenti sociali, poiché cercano di ottenere un vasto consenso su temi molto diversi tra loro. Ad ogni modo non c’è una separazione netta tra i due concetti: i movimenti possono diventare partiti e i partiti possono appoggiare alcuni specifici gruppi d’interesse.

L’azione politica implica sempre la messa in campo di strategie e questo è vero per i movimenti sociali, quando cercano di ottenere il cambiamento che vorrebbero nella società. Secondo il sociologo Giddens, ogni aspetto della vita sociale necessita di un monitoraggio riflessivo dell’azione: chi appartiene ad un movimento sociale vuole portare determinati cambiamenti nella società nel suo insieme è questo implica tentativi espliciti di direzionare le attività del movimento, alla luce dei suoi successi e dei suoi fallimenti passati.

Secondo Nicholls, i movimenti sociali posseggono altre due caratteristiche. Primo, sono reti di individui ed organizzazioni, piuttosto che singole istituzioni. Significa che le loro geografie possono essere più diffuse di quelle delle organizzazioni formali, che agiscono in contesti territoriali fissi. Secondo, i movimenti sociali utilizzano strumenti non convenzionali (proteste, boicottaggi, manifestazioni) al posto della tradizionale politica elettorale. La realtà dei movimenti sociali supera, quindi, la distinzione tra politica formale delle istituzioni ufficiali e quella informale della vita di tutti i giorni, trasferendo alcuni temi dall’arena informale all’agenda politica formale. Questo processo determina anche una partecipazione diretta, attiva, della gente comune alla vita politica.

Molti studiosi ritengono che i cambiamenti sociali siano il risultato di battaglie all’interno della società. Occupandoci dei movimenti sociali, possiamo capire più in concreto come sono avvenute queste battaglie e come hanno influenzato la geografia.

Dagli anni Settanta, i geografi che studiavano i movimenti sociali hanno dedicato molta attenzione al concetto di “movimenti sociali urbani”, sviluppato da Castells, il quale sostiene che la città può venire identificata con l’arena nella quale avviene la riproduzione sociale della forza lavoro. Con lo sviluppo del capitalismo, gli strumenti della riproduzione sociale (abitazioni, servizio sanitario) sono stati sempre più spesso forniti dallo Stato e la città è diventata il luogo di battaglie e conflitti per questi servizi, con le amministrazioni cittadine che diventano il bersaglio delle lotte dei movimenti sociali urbani per ottenerne un loro miglioramento. Nei suoi lavori più recenti, Castells allarga l’oggetto del proprio interesse, ai numerosi nuovi movimenti sociali (new social movements). Questa definizione si riferisce a qui movimenti che hanno assunto una particolare importanza negli anni Sessanta e Settanta (femminismo, ambientalismo, diritti civili), che hanno preso piede in risposta al crollo delle comunità tradizionali conseguente allo sviluppo delle grandi città, alla rapida diffusione del progresso tecnologico ed alle sue crescenti minacce sugli equilibri ambientali e militari e all’incapacità degli stati di risolvere le contraddizioni tra la crescita economica ed i suoi effetti sociali, culturali ed ambientali.

 

approcci “oggettivi” e “soggettivi” ai movimenti sociali

Esistono due diversi approcci all’interpretazione dei movimento sociali: quelli che mettono l’accento sulle condizioni “oggettive” che portano alla loro nascita e quelli che si concentrano invece sulle esperienze “soggettive”, che spingono le persone a prendere parte ai movimenti. Spesso sono le disuguaglianze oggettive a portare alla mobilitazione sociale.

Entrambe queste prospettive hanno degli aspetti condivisibili. Chiaramente è probabile che le condizioni economiche e sociali nelle quali si sviluppano ed agiscono i movimenti influenzino in modo determinate le loro strategie ed il loro successo. Allo stesso modo, la politica dei movimenti sociali deve essere vista anche come il risultato delle visioni, delle emozioni e delle percezioni delle persone che ne fanno parte. Presi separatamente, però, entrambi questi approcci hanno dei limiti. Se si enfatizzano le condizioni oggettive, diventa difficile spiegare perché i movimenti sociali nascano in alcune situazioni e non in altre con condizioni “oggettive” apparentemente simili. Al contrario, è difficile rendere conto dello sviluppo di movimenti dalle caratteristiche analoghe in circostanza molto diverse tra loro. Attribuire maggiore importanza all’esperienza soggettiva sembra offrire, ad un primo sguardo, la soluzione a questo enigma. Forse, circostanze simili generano risultati diversi perché sono diverse le persone che partecipano agli eventi, così come le loro idee e le loro percezioni, che portano a leggere in modo diverso le situazioni. Quest’interpretazione, però, non spiega come queste idee e queste percezioni si siano formate inizialmente e poiché è probabile che queste siano fortemente influenzate dalle circostanze nelle quali si sviluppano, eccoci al punto di partenza. Può essere utile, dunque, combinar gli spunti di entrambi gli approcci: certamente le circostanze economiche e sociali sono importanti, ma se da un lato influenzano lo sviluppo della coscienza civile, dall’altro essere vengono anche interpretate, con risultati diversi da questa stessa coincidenza.

Qui, ci si concentra su come e perché determinati sentimenti umani, come l’appartenenza ad un gruppo, vengono messi in campo in una mobilitazione “politica” e come i contesti nei quali nascono questi movimenti sociali vengono utilizzati da questi per lo sviluppo di strategie politiche.

 

politiche dell’identità e differenze sociali

Molti movimenti sociali sono strettamente associati alle identità individuali di chi ne fa parte ed alla politicizzazione di queste identità. Il femminismo implica la politicizzazione delle identità delle donne in quanto donne. In casi come questi, il legame tra il movimento e le identità personali è molto importante. Altre realtà (movimento ambientalista), al contrario, cercano di fare appello ad un sentimento condiviso di appartenenza al genere umano ed ambiscono ad essere universali. La tensione tra universalismo, da un lato, e l’enfasi sulle differenze d’identità, dall’altro, viene discussa in dettaglio negli studi della politologa Young, la quale descrive due approcci contrastanti, con i quali vengono affrontati i problemi delle disuguaglianze e dell’oppressione sociale. Questi due “paradigmi di liberazione in competizione” sono “l’ideale dell’assimilazione” e “l’ideale della libertà”. Secondo l’ideale dell’assimilazione, la liberazione dall’oppressione verrà raggiunta quando le differenze sociali cesseranno di avere un’importanza politica. L’ideale assimilazione agisce per una società nella quale tutte le differenze tra i gruppi sociali smettono di avere qualsiasi tipo di importanza. La Young sostiene il fatto che l’ideale dell’assimilazione sia stato molto importante in politica, sottolineando, il pari valore morale di tutte le persone e quindi il diritto di ognuno di partecipare e di non essere escluso da tutte le istituzioni e le posizioni di potere. Tuttavia, la Young preferisce l’alternativa “dell’ideale della diversità”, sottolineando che, anche se la posizione assimilazioni sta ha il suo fascino, rimane un’utopia e che, nella situazione attuale, i gruppi sociali considerano gli aspetti distintivi delle proprie identità come una forza. L’ideale della diversità predica il rispetto delle differenze, piuttosto che il loro annullamento, insistendo anche sul fatto che le differenze tra alcune componenti della società debbano portare a trattamenti differenziati.

Secondo Young, l’importanza dell’enfasi sulle differenze sociali nasce sia dalla continua oppressione di alcuni gruppi su altri, sia dalla forza politica e culturale che proviene dalle identità di gruppo. La diversità diventa quindi un aspetto positivo della società e non deve essere la base di discriminazioni sistematiche. Altri autori sostengono che accordare eccessiva importanza alle differenze sociali rischi invece di portare “all’essenzialismo”, ovvero a concepire le differenze di identità come caratteristiche intrinseche e permanenti della società. L’essenzialismo potrebbe costringere ad una scomoda scelta tra l’oppressione permanente e la separazione.

Young sostiene che dare importanza alle differenze non significa adottare una nozione essenziali sta di identità, definendo la differenza in termini di relazioni tra gruppi, piuttosto che di caratteristiche essenziali di questi. La formazione di gruppi non è un processo rigido ed oggettivo, nel quale gli individui possono venire assegnati ad un gruppo sulla base di identità fisse e permanenti, ma, al contrario, i movimenti sociali basati sulle identità collettive sono porosi e non esclusivi. La concezione che lei propone delle differenze e dell’identità conferma che l’identità di ciascuno di noi proviene da diverse fonti. Ciascun individuo è al centro di una rete di potenziali identità multiple. Però solo alcune identità costituiscono la base dei movimenti politici, e questo perché le diverse identità sono politicizzate in modo diverso, in diversi periodi e in diversi luoghi.

 

spazi e scale dei movimenti sociali in Italia

Anche in Italia, a partire dagli anni Sessanta, i movimenti sociali hanno assunto un ruolo fondamentale nel processo democratico. Questi movimenti hanno riunito le persone in base a obiettivi comuni che, tuttavia, molto spesso non sono stati, e non sono, perseguibili su una stessa scala geografica. È stato nel rapporto con lo spazio geografico che i dibattiti locali hanno assunto importanza nazionale e dibattiti internazionali sono stati portati sulla scala nazionale. In sostanza, lo spazio è stato veicolo di transcalarità attraverso cui i movimenti sociali si sono solidificati, talvolta arrivando al punto di trasformarsi in partiti politici (Lega Nord e Movimento 5 Stelle, inizialmente erano movimenti).

I centri sociali, strettamente legati al territorio, sono stati, più volte simbolo di un passaggio di scala dal locale al nazionale e all’internazionale. Sulla scala locale hanno coinvolto movimenti urbani (riqualificazione delle periferie), su quella nazionale hanno portato avanti campagne politiche comuni (come quella contro il nucleare), su quella internazionale hanno rappresentato il modo in cui alcuni movimenti si sono radicati al territorio (quello pacifista). In definitiva i centri sociali si configurano come organizzatori locali che collegano movimenti locali e tessono reti globali, permettendo così connessioni tra più scale.

 

identità socio–culturali: discorsi e risorse

È possibile capire perché solo alcune identità socio-culturali vengano politicizzate considerando le relazioni tra i discorsi e le risorse. L’evoluzione di un gruppo sociale in un movimento necessita della costruzione discorsiva degli elementi che differenziano quel gruppo dagli altri, elevandoli ad oggetto di rilevanza politica. La capacità di un movimento sociale di capitalizzare questa politicizzazione dipende però anche dalla combinazione di risorse che è in grado di mettere in campo. Le costruzioni discorsive che si realizzano in un movimento sociale possono svilupparsi in diversi modi. Spesso è un evento simbolico a far partire la scintilla che incendia un movimento. Dopo uno slancio iniziale, un movimento deve venire sostenuto attraverso un’ulteriore evoluzione discorsiva. I movimenti sviluppano delle narrazioni riguardo alla propria storia, ai propri grandi pensatori, ad attivisti particolarmente importanti, a sconfitte tragiche e vittorie gloriose. Solitamente il movimento viene rappresentato come una lotta contro l’oppressione o la discriminazione. Oltre le idee e le storie, per il successo o il fallimento di un movimento sono determinanti le risorse alle quali esso può attingere per promuovere le proprie idee. La teoria della mobilitazione delle risorse punta a spiegare il successo dei movimenti sociali in termini di disponibilità di risorse. Esistono diverse tipologie di risorse: materiali (denaro) e simboliche (capacità organizzativa, storie). La teoria della mobilitazione delle risorse si fonda sulla teoria della scelta razionale, secondo la quale le persone agiscono sulla base di calcoli razionali relativi ai costi, ai benefici e alle probabili conseguenze di tutti i propri comportamenti possibili. I critici riabbattono che il comportamento umano, in realtà, può essere spesso impulsivo, abitudinario o influenzato dalle emozioni e che in ogni caso noi siamo in possesso di informazioni troppo scarse per calcolare con precisione in anticipo tutti i costi e i benefici di un’azione, quindi le nostre azioni possono essere non intenzionali o impreviste. Quindi è probabile che l’accesso a risorse materiali e simboliche sia fondamentale per spiegare il successo o il fallimento dei movimenti sociali, anche se il loro utilizzo potrebbe non essere stato pianificato razionalmente in anticipo. Tarrow sostiene che anche le opportunità politiche sono determinanti per la crescita o il declino di un movimento (movimenti che agiscono in ambiente politico favorevole cresceranno più facilmente).

 

spazi, luoghi e scale dei movimenti sociali

Ogni movimento sociale ha una propria geografia. Ciascuno di essi agisce ad una determinata scala geografica o ad una combinazione di scale, ed è probabile che abbia più o meno forza oppure maggiore successo in alcuni luoghi piuttosto che in altri. I movimenti sociali sono inoltre strutturati su base geografica, in almeno tre modi. In primo luogo, ogni movimento sociale si sviluppa in uno specifico contesto geografico, che fornisce le risorse e le opportunità del suo sviluppo. Il contesto non è necessariamente ristretto e molte risorse ed opportunità possono essere disponibili in un’area vasta, ma nessuna è del tutto ubiquitaria (distribuzione delle possibilità di accesso alla pubblicità è disuguale ed alcuni movimenti sociali vi avranno più facilmente accesso). Secondo, i movimenti sociali hanno delle caratteristiche molto diverse nelle varie regioni del mondo. Infine, le recenti ricerche condotte in geografia hanno cominciato ad analizzare come i movimenti sociali utilizzino la geografia per raggiungere i propri obiettivi. Questo può implicare sforzi espliciti di aumentare la propria scala d’azione, di mettersi in rete con attivisti di altri territori o di radicare la propria attività in un contesto locale, concentrandosi su temi specifici del luogo.

 

la scala

 La scala spaziale è un termine usato in riferimento allo spazio ed alla sua estensione. In geografia ci si riferisce ad essa, intesa come livello geografico di analisi di un fenomeno o della sua rappresentazione. Levy distingue tra scala cartografica e scala geografica. La scale cartografica definisce il rapporto tra la realtà e la sua rappresentazione sulla carta. A seconda del livello di dettaglio con il quale si vuole rappresentare o studiare un fenomeno territoriale si utilizzerà una carta a grande scala, che descrive un territorio fin nei più piccoli dettagli, oppure una carta a scala più piccola, che permette di visualizzare porzioni maggiori di territorio. La scala geografica riguarda invece le soglie spaziali di ogni azione, individuale o collettiva, dalla scala minima, quella dell’individuo e dei suoi immediati dintorni, fino alla scala globale.

Sheppard e MacMaster individuano cinque tipi diversi di scala: cartografica, osservazionale (l’estensione spaziale dell’area di studio di un determinato fenomeno), di misura (risoluzione, la dimensione delle più piccole parti distinguibili di un oggetto), operazionale (l’estensione dell’ambito spaziale entro cui un soggetto o un processo agiscono), prodotta (scala costruita nell’azione sociale, come taglia, livello gerarchico o in relazione con le altre scale.

Uno degli apporti principali della geografia nello studio della realtà è l’utilizzo di un approccio multi scalare e transcalare. Il primo termine si riferisce ad uno sguardo analitico che tenga conto contemporaneamente delle diverse scale alle quali avviene un fenomeno, mentre il secondo pone l’accento in particolare sulla relazione tra le diverse scale di riferimento.

 

le geografie dei movimenti sociali: classe, identità e sindacalismo

 I sindacati sono dei movimenti del lavoro, organizzazioni collettive di lavoratori che operano insieme per far valere i propri interessi. La loro funzione principale è quella di negoziare con gli imprenditori, per quanto riguarda gli stipendi e le condizioni di lavoro. In Occidente, i sindacati moderni stanno diventando come altre associazioni e società, che offrono dei servizi in cambio di un’iscrizione, anche se le loro origini vanno cercate nei movimenti sociali creati dagli stessi lavoratori.

I movimento sindacali si fondano su identità costruite a partire dal lavoro e dalla classe sociale. Come tutte le altre, anche le identità di classe emergono dalla relazione tra le diverse classi sociali e sono, in parte, il prodotto di costruzioni discorsive. Molti lavoratori dipendenti sentono fortemente la propria identità professionale. Affinché ci sia partecipazione ai movimenti sindacali deve esistere almeno un minimo di sentimento d’identità professionale che può essere legata ad un’identità di classe già presente, oppure, è la stessa identità di classe a svilupparsi in seguito alla partecipazione alle attività sindacali. In entrambi i casi, ciò che sta alla base dei movimenti dei lavoratori è anche prodotto da una costruzione discorsiva (discorsi retorici, propri eroi, proprie vittorie e sconfitte).

 

spazi, luoghi e movimenti sociali

La nascita dei movimenti sindacali è parte del cambiamento nella produzione industriale e della formazione delle economie capitalistiche avvenuto nel XVIII secolo, in relazione al nuovo carattere assunto dagli stati, che hanno cercato di controllare lo sviluppo dei sindacati limitando la loro azione alle questioni economiche, senza permettere loro di sfidare l’ordine politico. Gli stati hanno spesso cercato un compromesso con i sindacati, che ha portato, alla nascita del welfare state.

Il sindacalismo ha una geografia complessa, che è diventata un interessante argomenti di ricerca per i geografi, all’interno del campo della geografia del lavoro. Oggi siamo abituati a parlare dei movimenti sindacali in termini nazionali. Nelle fasi iniziali, però, i sindacati si occupavano di questioni molto più locali. Nel UK le unioni artigianali agivano spesso solo in determinate città, dove veniva praticato un certo tipo di artigianato. Il XX secolo ha visto la nascita in molti paesi di grandi sindacati generali, che rappresentavano i lavoratori non solo provenienti da diversi rami e professioni, ma anche da diversi settori. Si è verificato anche un grande aumento delle dimensioni del settore pubblico di molti paesi e della percentuale di forza lavoro al suo interno appartenente ad un sindacato. Entrambe queste tendenze hanno contribuito all’istituzione dei grandi sindacati nazionali. Sono evidenti, del resto, anche i tentativi di segno opposto di molti governi ed imprenditori, che puntano ad introdurre una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, incoraggiando o costringendo i sindacati e i lavoratori a negoziare le condizioni dell’impiego a livello di azienda, stabilimento, gruppo di lavoro o a livello individuale, anziché su scala nazionale o di settore.

Una ricerca di Painter sui sindacati nel settore pubblico britannico ha evidenziato come le risposte dei sindacati alla minaccia della privatizzazione siano state molto diverse nelle varie parti del paese; e non dipendenti, solamente, dalle differenze socio-economiche delle regioni. Queste differenze sono in parte il risultato di modelli di privatizzazione diversificati, ma sono anche state fortemente influenzate dalla locale disponibilità di risorse, tra le quali il tempo messo a disposizione dagli attivisti dei sindacati e dei loro funzionari, le risorse finanziarie, le infrastrutture organizzative, le tradizioni di attivismo sindacale e la cultura del lavoro locale.

Questi risultati confermano la tesi esposta da Herod, ovvero che i movimenti sociali di lavoratori sono coinvolti attivamente nella produzione dei paesaggi del capitalismo, ma con modalità geografiche disomogenee.

 

le geografie del femminismo e dei movimenti femminili: il femminismo in geografia

A partire dagli anni Sessanta c’è stato un forte aumento delle attività a sostegno dei diritti delle donne, contro il continuare delle discriminazioni e delle disuguaglianze di genere.

I geografi hanno portato un importante contributo alle idee ed alle pratiche femministe. Inizialmente, la preoccupazione era quella di “rende visibili” le donne nella ricerca. La geografia, infatti si era preoccupata soprattutto della spazialità e dei luoghi degli uomini, ignorando la diversità sistematica delle esperienze geografiche dell’altra metà dell’umanità.

La geografia ha anche indagato come le relazioni spaziali, le caratteristiche dei luoghi ed i paesaggi geografici esprimano, e nello stesso tempo costituiscano, disuguaglianze di genere. Questo significa che queste disuguaglianze tra uomini e donne si manifestano nella geografia del mondo (simboli dominanti dei paesaggi), ma sono anche a loro volta influenzate dalle geografia.

Un filone della geografia femminista considera anche come le stesse conoscenze geografiche abbiano delle connotazioni di genere. Il pensiero geografico si fonda su una visione tipicamente maschile di cosa significhi “conoscere il mondo” per un geografo.

Se si sono fatte molte ricerche sulle geografie di genere e sulle connotazioni di genere della geografia, molta meno attenzione è stata dedicata alle geografie del femminismo e dei movimenti femminili. Questo si è verificato per ragioni comprensibili. Molte geografe femministe, infatti, si sono preoccupate di partecipare ai movimenti delle donne, piuttosto che scrivere di essi. Uno studio della geografia dei movimenti sociali, deve senza dubbio includere i movimenti femminili, che hanno rappresentato uno dei movimenti sociali più influenti del 20° secolo.

 

geografia, differenze e politiche femministe

Anche i movimenti femministi si sono sviluppati in modo disomogeneo.

Un ambito di studio della geografia riguarda le differenze del ruolo e delle esperienze delle donne nei diversi sistemi sociali e culturali del mondo, in particolare per quanto riguarda la famiglia, la cura dei figli, il rapporto tra le donne ed il mondo del lavoro e la visione del genere femminile da parte delle tradizioni religiose. Queste diversità hanno portato alla varietà dei percorsi di sviluppo dei movimenti femminili nel mondo.

Le differenze nell’esperienza delle donne nelle diverse società sono state indagate a fondo soprattutto negli anni Ottanta e Novanta. Ad esempio, le femministe nere sostenevano che il pensiero femminista fino ad allora non aveva dato abbastanza peso alle diversità dell’essere donna nelle differenti comunità etniche, religiose e culturali. Questa presa di coscienza delle differenze tra donne ha sollevato diversi interrogativi. La politologa Fraser ha collegato questi cambiamenti nell’attivismo politico femminista a mutamenti più generali e di scala maggiore. Essa individua tre fasi dello sviluppo del femminismo, a partire dagli anni Settanta. La prima è quella dei “nuovi movimenti sociali”, che determina una critica radicale della ridefinizione delle strutture della socialdemocrazia dopo la Seconda Guerra mondiale. La seconda fase si focalizza soprattutto sulle politiche identitarie, mentre la terza fase, quella attuale, coinvolge forme di politica transazionali. A ciascuna di queste fasi, corrisponde una geografia specifica: la prima fase comprende i movimenti nordamericani e dell’Europa Occidentale; la seconda fase ha trovato espressione negli Usa; e la terza fase si è sviluppata negli spazi politici transazionali associati “all’Europa”. Secondo Fraser il passaggio da una fase all’altra non deve essere visto solo come il frutto di cambiamenti interni al femminismo, ma come l’effetto di trasformazioni politiche ed economiche più ampie. In particolare, il passaggio alla terza fase, riflette, da un lato, le nuove possibilità di alleanze transazionali dovute all’integrazione degli stati europei, dall’altro il clima ostile che le femministe hanno dovuto affrontare negli Usa dopo l’11 settembre. L’analisi di Fraser sembra sottovalutare, però, l’importanza dei contributi al movimento femminista provenienti da altre aree, sottolineando comunque, l’importanza del rapporto tra le caratteristiche di un movimento sociale ed il suo contesto. Questo contesto può anche essere considerato alla scala locale, tanto che le attività dei movimenti femministi si manifestano con delle notevoli differenze, anche all’interno dello stesso Stato. Quindi l’attivismo femminile può anche essere associato a contesti locali molto specifici (movimento femminista che ha grande risonanza solo in certe parti di uno Stato è facilitato dalla specifica composizione politica che si ha in quel luogo).

Uno degli effetti politici più importanti dei movimenti femminili è stato quello di estendere la concezione della politica, fino ad includere la sfera del persona e del privato, considerata tradizionalmente “femminile”, a differenza di quella pubblica, vista come “maschile”.Tutto ciò comincia a rivelarci qualcosa delle complesse geografie dei movimenti femminili: i cambiamenti storici nel loro baricentro geografico, il loro sviluppo disuguale all’interno dello stesso sistema politico nazionale, la loro trasgressione delle norme sociali associate a determinati luoghi ed il rimescolamento che hanno effettuato della tradizionale divisione tra sfera pubblica e privata.

 

trasformazione da movimenti sociali alla politica DIY (Do It Self)

Ci sono partiti politici, gruppi di pressione e molte associazioni di volontariato e non governative che sono nate come parte di un movimento sociale.

Per chi è interessato a promuovere un cambiamento politico, questo passaggio ha i suoi pro e i suoi contro. Per chi vuole lavorare all’interno del sistema politico dominante, istituire delle organizzazioni formali può portare ad una maggiore legittimazione ed aumentare l’accesso alle risorse e ai processi decisionali. Altri potrebbero invece temere che questo accesso abbia un costo, mettendo a repentaglio le reali finalità, gli obiettivi e i principi del movimento. Gli stati liberaldemocratici spesso sono abili nel soddisfare alcune richieste dei movimenti di protesta, ottenendo in cambio la loro disponibilità ad agire all’interno del sistema esistente.

Da quanto i movimenti sociali sono maturati o si sono fossilizzati, sono nate nuove forme di mobilitazione politica, ai margini della politica formale o, a volte, completamente al di fuori del sistema (eco-guerrieri, organizzatori di disobbedienza civile).

Le geografie dei movimenti militanti dicono molto delle loro tattiche politiche (Esercito dei Clown). Le organizzazioni politiche più formali tendono ad agire all’interno di territori ben definiti e con le loro rappresentanze territoriali che operano all’interno di una struttura gerarchica. Le organizzazioni di attivisti di base, invece, spesso agiscono nell’ambito di reti orizzontali e cercano esplicitamente un collegamento tra il locale ed il globale. Di conseguenza, la definizione “movimenti antiglobalizzazione” è impropria, dal momento che, di fatto, molti movimenti di base per la giustizia cercano di diffondere una forma alternativa di globalizzazione. Questo ha anche delle implicazioni sul modo in cui vengono viste le geografie del potere. Il geografo Allen ha scritto molto riguardo alla localizzazione del potere, affermando che diversi tipi di potere portano diverse geografie. Un potere come l’autorità, ad esempio, può essere esercitato con maggiore incisività da vicino, mentre uno più debole, come la seduzione, agisce meglio da lontano (potere seduttivo della pubblicità). Questi diversi tipi di potere e le loro diverse geografie sono soggetti a diverse forme di resistenza. Secondo Allen, una delle forme di resistenza all’autorità più efficaci è proprio il riso: i Clown ci hanno visto giusto!

 

nazionalismo e regionalismo

 Il nazionalismo è una delle forze politiche più potenti ed ambigue del mondo contemporaneo. Il duplice volto del nazionalismo è collegato ai suoi elementi allo stesso tempo emancipatori e repressivi. Se da un lato, infatti, esso ha rappresentato il riferimento ideologico delle battaglie di liberazione dall’oppressione coloniale, dall’altro è stato causa di episodi di odio estremo, culminati perfino in genocidi.

Oltre a queste differenze politiche, ci sono anche delle importanti variazioni geografiche nei movimenti e nei conflitti nazionalisti.

 

nazioni e identità nazionale

Una delle prime definizioni di identità nazionale è del filosofo Renan: una nazione è un’anima, un principio spirituale, costituita veramente da due sole cose, una appartenente al passato e una al presente. La prima è un ricco patrimonio di memorie condivise, mentre l’altra è il consenso presente, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare ad attribuire valore ad un’eredità comune. Le nazioni sono quindi raggruppamenti creati su base culturale, pratiche culturali condivise dai membri di una comunità umana. Nonostante ci sia un generale accordo sui principi di base di questa definizione, c’è stato un grande dibattito tra gli studiosi riguardo alle origini storiche e geografiche delle nazioni. Queste discussioni hanno portato ad un numero infinito di classificazioni dell’identità nazionale, ognuna delle quali mette in risalto diversi aspetti politici, culturali, demografici e sociali dell’identità nazionale. Bisogna capire quando sono nate le prime nazioni per orientarsi in queste innumerevoli categorizzazioni dell’identità nazionale.

 

la prospettiva primordialista

Alcuni studiosi hanno affermato che le nazioni sono intrinseche alle stessa natura dell’uomo: essere uomini significa anche appartenere ad una nazione. Si fa spesso riferimento a questa tesi con il termine di primordialismo, in quanto sostiene che le nazioni siano esistite fin dal principio dell’umanità. In questa visione, l’identità nazionale viene spesso rappresentata come un tratto biologico, un modo d’essere determinato dalla genetica. In questa visione l’identità nazionale non è una costruzione teorica, ma un fenomeno reale e tangibile che divide la popolazione umana in gruppi.

Questa prospettiva è stata rifiutata da quasi tutti gli studiosi. Uno dei principali limiti di questa prospettiva è quello di non riuscire a spiegare le marcate differenze che si possono riscontrare nel sentimento nazionale e nell’attivismo nazionalista (se il nazionalismo è biologico come mai qualcuno lo sente di più e qualcun altro di meno?). Per sostituire le teorie primordialiste, alcuni studiosi hanno individuato le radici dell’origine del nazionalismo nella nascita dello Stato moderno. Anziché considerare le nazioni come una parte inevitabile dell’esistenza umana, l’identità nazionale viene dunque vista come una conseguenza di specifici percorsi di sviluppo sociale, culturale ed economico. Questo non significa che il nazionalismo debba essere considerato semplicemente un fenomeno moderno. All’interno di questa posizione, possiamo individuare due prospettive concettuali: etno-simbolismo e modernista.

 

la prospettiva etno–simbolista

L’approccio etno-simbolista è trattato nei lavori del sociologo Smith, secondo il quale la maggior parte delle nazioni, comprese quelle di origine più antica, sono state fondate su legami e sentimenti etnici e su tradizioni popolari, che hanno fornito le risorse culturali per la successiva formazione della nazione. L’utilizzo del termine “etnico” implica un riferimento a legami di sangue ed origini genetiche comuni. Queste connotazioni sono molto importanti per gli aspetti discorsivi dell’identità nazionale ed è importante mettere bene in evidenza come questa possa essere considerata il frutto di costruzioni discorsive. Proponendo un approccio etno-simbolista, Smith non rifiuta completamente l’idea che alcuni aspetti dell’identità nazionale esistano da prima della nascita dello Stato moderno, anche se non accetta che ci si possa riferire con il termine di nazione. Piuttosto, egli sostiene che le identità nazionali si siano sviluppate a partire da identità etniche, in seguito a determinati cambiamenti sociali, economici e politici. In particolare suggerisce che, affinché un gruppo etnico possa diventare una nazione, deve essere presente una connessione forte, materiale ed immediata tra questo gruppo ed il “suo” territorio. Inoltre, mentre un gruppo etnico può esibire alcuni “indicatori culturali comuni, una nazione deve possedere una vera e propria cultura condivisa. Ecco, secondo Smith, gli indicatori culturali comuni di etnia:

-          Un nome proprio collettivo;

-          Una mitologia legata alle origini comuni;

-          Una memoria storica condivisa;

-          Uno o più elementi culturali comuni che le differenzino dalle altre;

-          L’associazione con una “madrepatria” ben determinata;

-          Un senso di solidarietà tra la popolazione.

Nel suo lavoro Smith riporta molti esempi di etnie del passato che oggi sono diventate nazioni, o che sarebbero legittimate a farlo. Il sociologo inglese fa spesso riferimento ad un passato mitico, sulla quale sono fondate ed alla quale attingono le identità nazionali contemporanee. Passato mitologico che, in alcuni, casi è un artificio culturale sul quale si possono basare le moderne aspirazioni all’indipendenza nazionale (nazione finlandese). Anche se lontane dagli approcci modernisti, alcuni geografi politici hanno trovato le idee di Smith adatte a spiegare le rivendicazioni di indipendenza nazionale contemporanee. Smith, a questo proposito, utilizza una metafora economica, parlando di un fondo di miti, simboli e valori culturali al quale attingono le identità nazionali.

L’approccio etno simbolista è abbastanza flessibile e può venire applicato a diversi esempi empirici di identità nazionali. Il ricorso ad “un’età dell’oro” della nazione è un aspetto praticamente onnipresente delle rivendicazioni di autonomia nazionale.

La concezione etno–simbolista del nazionalismo è chiaramente differente dalle concezioni primordialiste. L’etno-simbolismo mette in discussione la pretesa che l’identità nazionale sia una parte intrinseca dell’esistenza umana. Piuttosto, come suggerisce Smith, il nazionalismo è un fenomeno moderno e le nazioni sono nate nell’era moderna con i loro peculiari modi di dominazione, produzione e comunicazione. Il punto focale della nostra analisi sono le strategie e le tecniche attraverso le quali le nazioni creano collegamenti con gruppi di persone, costruzioni culturali ed eventi pre-moderni. Secondo Smith, è difficile pensare che una nazione moderna possa mantenere una propria identità specifica senza tali mitologie, simbolismi e culture. Il sociologo inglese, inoltre, vuole concentrare l’attenzione sulla costruzione discorsiva dell’identità nazionale, in base alla quale determinati concetti e idee conducono il potere politico a modificare le percezioni, le attitudini e l’identificazione collettiva (importante per chi si occupa delle geografie immaginarie delle “patrie”).

 

la prospettiva modernista

I modernisti ritengono che le nazioni non esistessero prima della nascita degli stati moderni. La prospettiva modernista vede la nascita delle nazioni come successiva all’affermazione della sovranità statale. Questa posizione identifica le nazioni come il prodotto di una specifica epoca dello sviluppo storico dell’umanità, associata alla modernità. La relazione tra identità nazionale e modernità fa emergere la dimensione spaziale e le scale alle quali viene prodotta l’identità nazionale.

Secondo Gellner, sarebbe necessario studiare le nazioni a partire dalle condizioni nelle quali si sono sviluppate, ovvero il loro contesto sociale ed economico. Per lui, la differenziazione fondamentale da prendere in considerazione è quella tra società agrarie e società industriali. All’interno delle prime, la maggior parte della popolazione apparteneva a gruppi culturali localizzati, mentre le caste dominanti agivano ad un livello superiore, estraneo a queste affiliazioni locali. Organizzazioni localizzate di questo tipo, strutturate su due diversi livelli, operavano contro la formazione di un’entità nazionale coerente. Al contrario, Gellner vede nell’affermazione della società industriale l’inizio della diffusione di occupazione e norme tecniche che hanno incrementato il senso di identità nazionale. Questa tesi mette in discussione l’importanza che gli approcci etno-simbolisti attribuivano alle formazioni alla costruzioni pre-moderne. Gellner individua nello sviluppo dell’istruzione di massa un momento fondamentale della creazione delle identità nazionali nell’era industriale. Il linguaggio di un sistema educativo produce una comunità umana uniforme: la nazione. Sviluppando un particolare linguaggio nazionale, gli individui diventano inclini a lavorare e costruirsi una vita all’interno di un determinato contesto nazionale, poiché il passaggio in un’altra area linguistica non è semplice. L’approccio modernista di Gellner indirizza la nostra attenzione sulla nascita delle nazioni a partire da necessità pratiche facendo riferimento alla necessità della società industriale di un’educazione di massa della popolazione. A dare sostegno alle tesi di Gellner ci pensa Hobsbawm, affermando che l’identità nazionale è una forma di “falsa coscienza”, che serve a mascherare le vere relazioni sociali: quelle di classe.

Un’autorevole applicazione delle idee moderniste si può trovare nel saggio di Anderson, il quale utilizza una prospettiva modernista per sostenere che le nazioni siano “comunità immaginate”, poiché gli appartenenti ad una nazione non conosceranno mai la maggior parte dei propri connazionali; eppure nelle menti di ognuno è ben presente l’idea della loro unità. Non viene utilizzato il termine “immagine” per affermare che le nazioni esistano solo sul piano puramente immaginario e che non portino degli effetti anche sul piano concreto. Anderson critica l’idea che le nazioni siano una costruzione fondata su reali comunità umane e suggerisce che le comunità umane (al di fuori della famiglia) non dovrebbero venire distinte in base allo loro falsità o genuinità, ma piuttosto allo “stile in cui sono immaginate”. Il politologo britannico concentra l’attenzione su pratiche culturali ripetute, necessarie per produrre e riprodurre l’importanza delle identità nazionali: dal momento che le nazioni non pre-esistevano alla loro identificazione, è necessario ri - immaginarle continuamente e la nascita dei mezzi di comunicazione a stampa ha avuto un’influenza determinate nel comunicare le identità nazionali collettive. Anderson pone la sua attenzione suoi luoghi e gli spazi nei quali e attraverso i quali viene celebrata e rappresentata l’identità nazionale (musei, mappe, censimenti).

Riprendendo questi temi Billing esplora i meccanismi attraverso i quali la nazione viene comunicata alla cittadinanza, in un processo che definisce flaggingeo-politica Attraverso le attività quotidiane, la nazione viene costellata di simboli (flags) e linguaggi (pagare con banconote su cui è stampata la faccia di un rappresentate della nazione). Billing è interessato ad identificare le complesse abitudini di pensiero che rendono naturale il “nostro” nazionalismo, trascurandolo, mentre si proietta solo sugli altri la visione del nazionalismo come un’entità irrazionale (movimenti separatisti violenti).

Nell’articolare diverse spiegazioni per la nascita delle nazioni, le prospettive moderniste spostano la nostra attenzione sulla connessione casuale tra l’affermazione della sovranità statale e l’identità nazionale. Questa posizione implica chiaramente che le nazioni non esistono di per sé, ma vengono create ed è necessario indagare le dinamiche politiche coinvolte in questo processo di produzione.

 Associando le nazioni alla modernità, però, questo approccio lascia spazio alla prospettiva di un’epoca nella quale le nazioni potrebbero non rappresentare più un elemento importante dell’identità individuale, data la crisi delle unità territoriali statali (anche della cultura unica nazionale) ed al riconoscimento delle differenze culturali locali e regionali (post-modernisti). In merito a queste tesi, relative al riconoscimento delle identità e delle collettività sub - nazionali, è utile sottolineare soprattutto due elementi. In primo luogo, questo approccio non dovrebbe essere considerato un netto punto di rottura con la visione del mondo degli autori modernisti. Le prospettive utilizzate da questi ultimi si basavano sulla creazione e la rappresentazione di specifiche identità e questo interesse per la produzione della nazione ha il proprio punto di partenza nell’idea che nessuna identità è completa, indiscutibile e omogenea. Featherstone ha invece masso in evidenza un altro aspetto fondamentale, ovvero che le identità sono sottoposte ad un costante processo di ripensamento e riproduzione, attraverso le azioni dei singoli individui e delle istituzioni. Ogni tentativo di studiare questi processi dimostrerebbe che l’identità nazionale è diversa nel tempo e nello spazio e dovrebbe venire collegata al contesto specifico del suo oggetto di studio. In secondo luogo, la prospettiva postmoderna mette in luce la natura plurale dell’identità, cioè il fatto che gli individui possiedono delle identità locali che si affiancano o sostituiscono quelle nazionali. Questo aspetto è fondamentale: le identità territoriali sono fluide e contestabili. L’osservazione della pluralità di identità evidenzia inoltre che l’identità nazionale è solo una delle molte possibili identità sociali che ciascuno di noi possiede.

In conclusione, l’identità nazionale si fonda sulla formazione di un gruppo sociale (la nazione), che si differenzia da altri gruppi sociali (le altre nazioni) e dalle fonti di altri tipi di identità.

 

il nazionalismo come movimento sociale

La visione più comune considera, come obiettivo del nazionalismo, quello di ottenere l’autonomia politica della nazione, attraverso l’istituzione di una comunità politica (Stato), il cui territorio coincida con quello della nazione stessa. A partire da questa affermazione si individuano due categorie distinte di nazionalismo: quello etnico e quello civico. Il nazionalismo civico è quello che fa riferimento a pratiche di costruzione della nazione messe in atto dallo Stato, rimandando a forme di patriottismo o cittadinanza che celebrano l’esistenza di uno Stato. Al contrario, il nazionali etnico, in quanto movimento sociale, determina il passaggio dalla convinzione dell’esistenza di un determinato gruppo, nazionale ed etnico, ad una vera attività politica, esercita in relazione ad esso. Questo può condurre alla nascita di movimenti separatisti, laddove una minoranza interna ad uno Stato ambisca all’indipendenza. Il nazionalismo etnico si definisce irredentista quando la stessa nazione è suddivisa in minoranze etniche interne a stati confinanti, le quali cercano di universi per ottenere uno Stato autonomo (Baschi divisi tra Spagna e Francia).

È necessario usare questo schematismo con cautela per due motivi. Innanzitutto perché la distinzione tra nazionalismo civico ed etnico viene spesso rappresentata dai mezzi di comunicazione e dall’opinione pubblica come associata alla divisione tra Nord e Sud del mondo, identificando il patriottismo ed il senso della cittadinanza (civico) con i paesi più ricchi e un’identità politica primordiale (etnico) con i paesi in via di sviluppo. In secondo luogo, i movimenti nazionali attivi al di fuori dello Stato vengono considerati etnici, mentre quelli supportati dalla burocrazie statali vengono legittimati e definiti civici. Queste definizioni servono come indicatori del potere relativo dei diversi movimenti nazionalisti.

In questa sede si considerano tutti i movimenti nazionalisti come costruiti socialmente, con il fine di raggiungere determinati obiettivi politici. Il nazionalismo necessita di discorsi che facciano riferimento all’antichità, a reti familiari ed appartenenze culturali di lungo corso. Infatti, Hobsbawm e Ranger sostengono che le nazioni vengono costruite attraverso tradizioni intentare: pratiche governate da regole accettate apertamente o tatticamente, di natura rituale o simbolica, che mirano ad inculcare determinati valori e norme di comportamento attraverso la loro ripetizione, che automaticamente implica una continuità con il passato.

Molto autori hanno posto l’accento sulle condizioni sociali ed economiche che possono favorire lo sviluppo di movimenti nazionalisti, soggetti a consistenti variazioni su base geografica nel proprio sviluppo, nella propria portata e nel proprio successo. I geografi hanno cercato spesso di spiegare queste variazioni facendo riferimento alla diffusione disomogenea di certi processi sociali ed economici. In molti casi, il nazionalismo di sviluppa in regioni che rimangono periferiche rispetto alla crescita economica, lontane dalle fonti del potere statale. Anche se alcune precondizioni sono importanti, tuttavia, non esiste una regola universale che dica quali problematiche, economiche, sociali o politiche generino delle reazioni nazionaliste, né esistono tendenze osservabili che consentono di stabilire se il nazionalismo si sviluppi più facilmente in aree ricche o povere. Ad esempio, le rivendicazioni d’indipendenza avanzate dalla Croazia e della Slovenia sono state in parte la conseguenza delle disparità economiche tra le sei repubbliche jugoslave. Questo esempio, mette in evidenza tre importanti fattori dell’affermazione dei movimenti politici nazionalisti. Primo, il contesto economico può giocare un ruolo molto importante nel far nascere i movimenti nazionalisti, comunque da situare nel loro contesto storico. Secondo, i programmi politici dei partiti nazionalisti croati e sloveni non venivano costruiti a partire da valutazioni oggettive della situazione economica, ma sfruttavano i fattori economici come evidenze tangibili della dominazione culturale serba. Terzo, la soluzione proposta dai nazionalisti era la creazione di due stati sovrani indipendenti; essi sostenevano che l’identità nazionale ed il territorio politico dovessero essere fatti coincidere, con la creazione di stati-nazione costituiti su base etnica.

Quindi, si può dire che, diverse circostante possono alimentare la miccia del nazionalismo, ma è impossibile prevedere sulla base di quali specifiche circostanze questo accadrà. Probabilmente è più corretto pensare al nazionalismo come ad una strategia politica, focalizzandosi quindi sull’ambito politico. Una volta definito il nazionalismo come un progetto politico, che viene portato avanti da alcuni individui e gruppi sociali interni alla nazione, sulla base delle risorse che questi sono in grado di utilizzare, si possono iniziare a spiegare la sua nascita e le sue geografie.

Uno dei possibili percorsi di ragionamento mette l’accento sul ruolo che le caste etniche svolgono in questo processo. Le caste etniche sono spesso ben istruite, dotate di capacità retorica e possiedono una certa familiarità con le fonti dell’identità culturale, a partire dalle quali vengono costruite discorsivamente la collettività etnica e la nazione. Esse hanno uno specifico interesse nel cercare l’indipendenza della nazione, poiché è probabile che saranno i loro membri a costituire il nuovo apparato dello Stato ed a beneficiare più di altri delle nuove fonti di crescita economica.

 

il regionalismo

Esistono un insieme sempre più consistente di lavori, in geografia politica che si occupano della formazione dell’identità e dei processi politici ad una scala diversa di analisi: quella regionale. Non bisogna pensare alle regioni semplicemente in termini spaziali, ma considerarle come configurazioni territoriali costituite in relazione al potere di governo ed alla formazione di identità esistenti a livello statale.

Le regioni sembrano poter rappresentare un’unità territoriale flessibile, da utilizzare per analizzare i cambiamenti politici, sociali ed economici, qualora lo Stato si dimostrasse non più adatto per questo scopo. Alcuni studiosi hanno visto in questo nuovo ruolo delle regioni una naturale reazione al venir meno del senso di analisi su scala statale, in un epoca in cui i flussi globali di capitale generano marcate differenze regionali ed accentuano l’importanza dei processi di scala sub-statale. Secondo l’economista Omhae una soluzione a quest’inadeguatezza dello Stato nel rappresentare le dinamiche del mondo moderno, potrebbe essere quella di prendere in considerazione, al suo posto, le regioni. Il concetto di regione è abbastanza duttile da consentire territorializzazioni multiple, costruite in base a criteri economici, politici o culturali. Omhae individua tra i principali aspetti positivi del ragionare su base regionale il fatto che i confini della regione non sono stabiliti in modo definitivo dagli interessi politici, ma vengono tracciati dai mercati globali di beni e servizi.

Le regioni possono, però, essere anche pensate in termini culturali, per esempio attraverso la delimitazione della diffusione territoriale di un certo gruppo linguistico (regioni linguistiche sub statali: Vallonia e Fiandre in Belgio). Le regioni non sono solo delle collettività economiche e culturali che si sono costituite naturalmente, ma in molti paesi esse sono anche dei territori definiti politicamente, attraverso i quali il governo esercita il proprio potere. Spesso queste suddivisioni evidenti dei territori statali vengono scelte come punto di partenza per molti studi, ma è necessario adottare una grande cautela nel considerarle come divisioni dello Stato naturali e fondate su elementi pre-esistenti (organizzazioni del territorio decise dal basso o dall’altro?).

La varietà di approcci nello studio delle regioni porta ad un altrettanto differenziato panorama di prospettive all’interno della geografia regionale. Dal punto di vista della geografia politica, è necessario indagare come le regioni vengono prodotte, in seguito a quali mobilitazioni, quali sono le suddivisioni territoriali predominanti e perché lo sono. Questo porta ad essere particolarmente attenti al ruolo del potere nel definire specifiche configurazioni regionali. Per rendere chiaro questo processo, il geografo Paasi ha identificato tre modi di concepire le regioni, prevalenti nell’ambito delle discipline geografiche: prospettive pre-scientifiche; prospettive disciplinari; prospettive critiche.

L’approccio pre-scientifico vede pragmaticamente le regioni come un’unità territoriale data, necessaria per raccogliere e rappresentare i dati statistici, ma alla quale non viene attribuito nessun ulteriore ruolo concettuale. Questa prospettiva è diffusa negli studi regionali empirici realizzati in supporto alle politiche, nei quali le realtà delle diverse regioni vengono messe a confronto per cercare di ridurre le disuguaglianze regionali.

Le prospettive disciplinari considerano le regioni come l’oggetto o il risultato di un processo di ricerca, piuttosto che come fenomeni naturali o pre-esistenti. Questo approccio vede inoltre le regioni come il risultato di dibattiti accademici e di relazioni di potere/conoscenza, quando queste vengono determinate in seguito a degli studi, grazie alla capacità di alcune discipline di far emergere le dinamiche geografiche e territoriali. Viene quindi suggerito che è la ricerca a creare le regioni, che diventano suddivisioni riconoscibili di uno Stato. Attraverso questi processi vengono immaginati nuovi territori, che hanno il potere di modificare la realtà politica (testi scolastici modificano l’immaginario geografico di una popolazione parlando di connessioni naturali tra identità e territori).

Il regionalismo critico sostiene che le regioni siano delle costruzioni sociali. Come evidenzia Paasi, le regioni, i loro confini, i loro simboli e le loro istituzioni non sono il risultato di processi evolutivi autonomi, ma l’espressione di una continua lotta relativa ai significati che vengono attribuiti al territorio, alla rappresentatività, alla democrazie e al welfare. L’attenzione nei confronti delle lotte ci porta a considerare la complessità di rappresentazioni, istituzioni e idee che sostengono determinate configurazioni regionali a discapito di altre. La prospettiva critica del regionalismo ci spinge a considerare i processi e le posizioni che sostengono la riproduzione di quelli definibili come “territori immaginati” (Anderson, “comunità immaginate). Le classificazioni regionali, ovvero la definizione di cosa siano le regioni e la regionalizzazione, sono orientate alla produzione di effetti sociali e sono intrise di potere. Beck sostiene (analizzando le differenze nella formazione dell’identità e nei comportamenti politici nella regione basca spagnola ed in quella francese) che la formazione dell’identità regionale è il prodotto della relazione tra le regioni e lo Stato.

Riguardo alla discussione generale sulle regioni il lavoro di Beck illustra alcuni punti molto importanti. Primo: bisogna studiare le regioni all’interno del loro contesto geografico e storico. Questo vuole essere un tentativo di sottolineare la natura dinamica, mutevole ed incompleta della formazione delle regioni e delle identità. Secondo: bisogna essere molto cauti nel mettere a confronto le pratiche politiche dei diversi contesti regionali, il ragionamento necessita di essere inquadrato nei termini del contesto degli stati e delle relazioni tra regioni e stato. Terzo: il caso studio del Paese Basco mette in evidenza la persistenza temporale dell’importanza della costruzione discorsiva delle geografie regionali. La rappresentazione delle tradizioni e la creazione di specifiche costruzioni culturali ha fatto sì che la regione basca sia un territorio politico individuabile, nonostante questa sia in contraddizione con i confini statali esistenti.

Bisogna considerare le regioni come sistemi sociali parziali, collegati da un punto di vista funzionale agli altri livelli territoriali, piuttosto che come società globali, che racchiudono in sé tutte le relazioni sociali, alle quali aspirano tradizionalmente gli stati nazionali.

 

conclusione

Bisogna usare le tesi degli autori modernisti, studiando le nazioni come prodotto degli stati moderni e in particolare delle nuove forme di tecnologia e produzione della conoscenza, associate all’affermazione del capitalismo nel XIX secolo. Si è utilizzata la stessa prospettiva critica per analizzare il concetto di nazionalismo. I movimenti nazionalisti sono stati creati per raggiungere determinati scopi politici: anche se i nazionalisti sottolineano la natura autentica ed arcaica delle loro battaglie, è nostro compito contestualizzare ogni movimento all’interno della propria realtà politica. Infine, si è esaminato le nuove geografie del regionalismo, cercando di descrivere la produzione di geografie regionali a diverse scale territoriali. Per ultimo, vorremmo suggerire una prospettiva che studi le regioni considerandole luoghi vissuti ed esplori la loro produzione di territori regionali e delle identità ad essi collegate.

 

IMPERIALISMO E POSTCOLONIALISMO

 

preambolo

L’esportazione del sistema statuale europeo, attraverso il colonialismo e la successiva decolonizzazione, non può essere consegnata alla storia, come un fatto del passato. Ancora oggi si possono vedere gli effetti di pratiche coloniali ingiuste, messe in atto secoli fa. Oltretutto il colonialismo è stato è un processo segnato da relazioni squilibrate di potere tra colonizzatori e colonizzati. La colonizzazione non agisce semplicemente attraverso lo sfruttamento materiale, come il rifiuto di concedere diritti territoriali o l’appropriazione delle risorse naturali. Sono fondamentali anche pratiche di rappresentazione messe in atto dai colonizzatori, attraverso le quali le loro idee e le loro pratiche vengono accettare e legittimate. La capacità di produrre conoscenza era strettamente collegata alla capacità di colonizzare territori: i colonizzatori europei sfruttavano il prestigio delle nuove discipline scientifiche emergenti, come la geografia, per attribuire legittimità alla loro avventure coloniali.

Ci si occuperà dello stretto legame tra la produzione di conoscenza geografica e le pratiche dell’imperialismo e del colonialismo.

 

l’espansione dell’Europa: l’incontro con gli altri popoli

È chiaro che la superiorità geo-politica europea non era un fatto assoluto. Dovunque siano andati, gli Europei hanno incontrato altri popoli, che spesso vivevano in società complesse, con alti livelli di tecnologia, di organizzazione politica di sviluppo culturale. Quindi, il fatto che questi altri popoli non siano riusciti a governare e dominare il resto del mondo non deriva da una loro presunta condizione primitiva o da strutture sociali degradate, ma riflette piuttosto combinazioni molto diverse di circostanze storiche, politiche e culturali, di priorità economiche e di valori.

Anche se non si può capire il mondo moderno al di fuori del contesto dell’imperialismo occidentale, soprattutto per quanto riguarda le relazioni tra i paesi industrializzati e ricchi del Nord e quelli poveri del Sud del mondo, sarebbe un errore pensare che il controllo europeo sia stato diffuso ovunque, in modo totale o omogeneo. Alcune parti del mondo sono scampate del tutto al dominio formale dei paesi europei, mentre altre, che formalmente facevano parte di un impero coloniale, non sono mai state davvero sottomesse. In primo luogo, c’era il problema logistico di governare porzioni di territorio e popolazioni che erano più grandi degli stati europei e spesso molto distanti. Quindi, il dominio imperiale si è affermato tramite compromessi tra le strategie e le istituzioni dei dominatori e quelle dei dominati, anche se si è trattato di compromessi iniqui e ingiusti. In secondo luogo, c’è sempre stata resistenza all’imperialismo. Dovunque siano andati, i colonizzatori europei hanno sperimentato la resistenza dei popoli ai loro tentativi di governarli.

 

le cause dell’espansione

Nessuno studio sull’imperialismo può ignorare il ruolo del commercio. Il capitalismo mercantile rappresentava il modo di organizzazione economica prevalente nelle città europee del Medioevo e si basa sul principio di comprare a basso costo e rivendere ad un prezzo più alto. Molti beni erano prodotti direttamente sul territorio europeo, utilizzando materie prime locali. Con la crescita delle città medievali, ed il conseguente sviluppo di un mercato di beni di lusso, si registrò però la crescita della domanda di materie prime e beni che non potevano essere prodotti localmente o dei quali l’offerta era troppo scarsa. Gli europei sapevano già da secoli, nel 1400, che in Asia era possibile rifornirsi di molti beni di lusso ma, i percorsi via terra erano insicuri e chi li percorreva era soggetto a possibili ritardi, perdite di materiale ed all’autorità di chi governava quei territori da attraversare.

Grazie alle esplorazioni marittime del XV secolo, i mercanti dell’Europa Occidentale potevano commerciare con i territori asiatici, senza i rischi dei difficoltosi percorsi via terra che attraversavano il Medio Oriente.

L’espansione oltremare dei paesi europei ebbe anche motivazioni religiose. Le prime esplorazioni, condotte da Spagna e Portogallo, furono infatti motivate in parte anche dalle presunte minacce nei confronti del Cristianesimo cattolico, che provenivano dall’Islam e dalla Riforma protestante. Nel XVII secolo, furono i Protestantesimo a cercare la salvezza oltreoceano, con l’insediamento dei Puritani sulle coste orientai del Nord America.

 

La penisola iberica si espande oltre oceano

Le nuove rotte commerciali marittime verso l’Oriente erano inizialmente controllate dal Portogallo, i cui esploratori fondarono numerose stazioni commerciali lungo le coste dell’Africa, dell’Asia meridionale e dell’Estremo Oriente. L’importanza che essi attribuivano al commercio fece sì che il loro impero fosse costituito da piccoli possedimenti, mentre non venivano messi in pratica tentavi di estensioni di territorio dell’entroterra alle spalle delle stazioni commerciali. Quando i tempi furono maturi, i primi imperi europei di una certa estensione furono quelli istituiti nel Nuovo Mondo da Spagna e Portogallo. L’espansione dei due paesi della penisola iberica portò grande ricchezza alle due monarchie, proveniente soprattutto dai metalli preziosi.

 

l’ascesa dell’impero britannico

Solo pochi decenni dopo la sua affermazione, il dominio della Spagna e del Portogallo si trovò a fronteggiare una seria minaccia. Fin dalla seconda metà del XVI secolo, infatti, ebbero inizio le esplorazioni del continente nordamericano da parte di Francia e Gran Bretagna e, sulla costa atlantica, vennero fondato varie colonie britanniche, francesi e olandesi. I rapporti tra l’Europa e l’Oriente, nel corso del XVII secolo, furono prevalentemente commerciali.

Il processo di costruzione dell’impero, inoltre, fu lungo e lento e, per completarlo, fu necessario più di un secolo di conflitti militari, economici e culturali con le popolazioni e le istituzioni locali. Con il passare del tempo, l’importanza attribuita al commercio lasciò gradualmente il posto alla necessità di stabilire un governo politico-militare, delegando attività commerciali ai privati. Questo processo culminò nella Rivoluzione Indiana del 1857, con il trasferimento del potere dalla Compagnia delle Indie alla Corona.

Il tramonto dell’espansione imperialista era ancora molto al di là da venire: l’Africa rappresentava infatti un collegamento vitale e sanguinoso, nel commercio triangolare che portava gli africani ad essere venduti come schiavi in Sud America, per lavorare nelle piantagioni e le materie prime di queste venivano poi importate in Europa e trasformate in beni finiti, da riesportare a loro volta nelle colonie. Lungo le coste di tutta l’Africa, gli europei fondarono piccole città e porti commerciali, mentre, all’inizio del XVIII secolo, il resto del continente era ancora del tutto inesplorato. Fu nei trentacinque anni che intercorsero tra il 1880 ed il primo conflitto mondiale, che tutto il continente africano, comprese la sua popolazione e le sue risorse, venne spartito tra le grandi potenze europee.

Infine, nel 1801, il continente australiano venne circumnavigato, scoprendo così che si trattava di un’isola e dopo la scoperta delle miniere d’oro divenne la destinazione di immigrazione, trasformandosi in uno dei principali esportatori di prodotti agricoli.

 

guerra d’indipendenza americana

La guerra d’indipendenza american (1775-1783), seguita dalla formazione degli Usa, è stato certamente uno degli avvenimenti cruciali che hanno segnato la nascita del mondo contemporaneo. In questo periodo vi fu infatti la prima origine dell’impetuoso sviluppo che doveva fare di questa nuova nazione la potenza dominante del globo; ma soprattutto il primo riferimento agli ideali di libertà e uguaglianza contenuti nella Dichiarazione di Indipendenza; tale documento rappresentò un modello per tutti qui cittadini europei di ampie vedute che desideravano liberarsi dal gioco dei sovrani d’antico regime.

 

le radici imperialiste della geografia: il ruolo dell’imperialismo nella conoscenza geografica

Nel processo di espansione imperialista e di colonizzazione dei territori d’oltremare un ruolo di vitale importanza è stato svolto dalla conoscenza. Se da un lato l’espansione delle potenze europee ha prodotto nuovi saperi, dall’altro era a sua volta dipendente da quelle stesse conoscenze, perché lo sviluppo dei possedimenti d’oltreoceano richiedeva specifiche informazioni e capacità in molti campi diversi. Lo sviluppo dell’imperialismo è stato determinato anche dal modo con cui si guardava agli altri popoli ed ai loro territori: per rendere accettabili i comportamenti crudeli del colonialismo, era necessario che gli europei si sentissero superori rispetto a tutti gli altri. La crudeltà del colonialismo si fondava, quindi, su una serie di convinzioni, rappresentazioni e discorsi relativi ai diritti degli europei nei confronti del resto del mondo.

La geografia moderna è stata un prodotto dell’imperialismo. In primo luogo, perché la conoscenza delle caratteristiche della superficie terrestre, dei suoi continenti e dei suoi oceani, delle sue piante dei suoi animali, dei suoi popoli e dei loro modi di vita ha vissuto un enorme incremento in seguito all’espansione degli stati europei, diventando il principale argomento di studio della nuova geografia. Secondo, perché questa disciplina aveva tra i suoi argomenti privilegiati di studio molte delle conoscenze pratiche e teoriche che furono messe in atto durante le esplorazioni e la costruzione dei nuovi insediamenti (cartografia, pianificazione territoriale). Terzo, la geografia utilizzava modalità specifiche di conoscenza del mondo che resero possibile e nello stesso tempo legittimarono la pratica dell’imperialismo.

 

la questione del clima

Mettere in relazione il clima con l’evoluzione dell’uomo rappresenta uno dei primi tentativi di sviluppare un sistema teorico, nell’ambito della geografia umana, relativamente alla superficie terrestre. Secondo questo sistema di pensiero, le caratteristiche climatiche dell’ambiente potevano determinare la storia e la geografia dello sviluppo umano e delle differenze socio-culturali (determinismo ambientale). All’epoca era comune ritenere che il clima e la morfologia di un territorio potessero influenzare in maniera uniforme tutta la popolazione che ci viveva e questo condusse i geografi a discutere delle caratteristiche razziali dei diversi popoli.

Livingston ritiene molto importante soffermarsi sul rapporto tra le interpretazioni che i geografi davano del clima e delle zone climatiche e i discorsi sull’inferiorità e la superiorità razziale, che svolgevano un ruolo importante nei progetti imperialisti. Secondo Livingstone, gli studi che i geografi svolgevano sul clima erano molto distanti da quella validità scientifica che pretendevano gli venisse attribuita, essendo al contrario molto legati ai giudizi morali, religiosi e politici allora diffusi. Veniva attribuita una grande importanza all’impatto delle variazioni climatiche sull’uomo, ritenendo che esso condizionasse anche i modi di vita e l’apparenza biologica delle persone. Quella che Livingstone chiama “l’economia morale” del clima e che metteva in relazione le variazioni climatiche con la presunta suddivisione della specie umana in diverse razze.

Oggi, gli scienziati sociali sono molto più scettici riguardo al concetto di razza come distinzione biologica, sostenendo che non esistono assolutamente fondamenti biologici soddisfacenti per dividere le persone in base alla loro razza e che senza dubbio non ci sono delle differenze nel potenziale fisico, mentale ed emozionale degli appartenenti a queste presunte razze. Per molti decenni, comunque, si è utilizzata una suddivisione del genere umano in gruppi separati, differenziati su base biologica. In questo contesto, lo studio dei climi era importante, poiché era diffusa la convinzione che le differenze razziali fossero legate alla varietà climatica, sia perché la causa delle prime era da ricercarsi nelle stesse differenze climatiche, sia perché le razze erano distribuite da Dio ciascuna nella zona climatica ad essa più appropriata.

Non è possibile ridurre facilmente queste tesi al frutto barbaro e razzista di una scienza immatura e non ancora sviluppata, se si considera l’importanza che essere ebbero in tutto il mondo. Non solo il discorso dell’economia morale dei climi fornì la giustificazione ed il fondamento teorico a quelle che divennero pratiche consuete nell’imperialismo del XIX secolo (schiavitù), ma esso ha anche esercitato un’influenza sorprendentemente duratura sulla geografia come disciplina accademica.

 

mappare e dominare

La geografia come disciplina era coinvolta nei progetti imperialisti anche per finalità estremamente pratiche. Controllare e governare terra e popolazioni lontane richiedeva un alto grado di conoscenza, sia dei territori che dei popoli e, nelle strategie dei paesi europei nei propri imperi d’oltreoceano svolsero un ruolo fondamentale la cartografia e la raccolta di dati. Le carte rendevano questi territori sconosciuti più comprensibili, secondo il modo di pensare europeo, e consentivano di imporre l’ordine e la razionalità occidentali a paesaggi umani creati da visioni del mondo molto differenti.

Il colonialismo europeo cercava di prendere possesso dei nuovi territori, attribuendo alle loro parti nomi e definizioni, che potevano essere familiari, quando si utilizzavano termini della propria lingua, oppure volutamente esotiche, quando si preferiva il linguaggio delle popolazioni locai. In entrambi i casi, l’azione di denominare i luoghi, di disegnare delle carte geografiche e di conseguenza di rappresentare linguisticamente il nuovo territorio, era un’altra strategia, attraverso la quale le nuove terre potevano essere conosciute e possedute.

I geografi contemporanei si sono concentrati prevalentemente sull’imperialismo come modo di considerare il mondo, di costruire identità di se stessi e degli altri e di cercare di controllare non solo il destino economico e politico di altri popoli e territori, ma anche la loro evoluzione culturale.

È necessario considerare lo sviluppo dell’imperialismo esaminando le sue pratiche spaziali.

 

la teoria del sistema mondo

Fornire delle interpretazione e delle spiegazioni dell’espansione su vasta scale dell’Europa nel resto del mondo è complicato ed è stato al centro di un acceso dibattito accademico. Una delle possibili cornici esplicative è quella dell’analisi del sistema mondo, che è stata sviluppata nel corso di molti anni da Wallerstein.

Secondo Wallerstein, che condivide l’interesse di Braudel per i cambiamenti di lungo periodo nelle relazioni sociali ed economiche, le tre forme di scambio individuate da Polanyi (reciprocità di lignaggio, redistributiva-tributaria, scambio di mercato) corrispondono a tre tipologie differenti di sistemi sociali, i soli tre sistemi socio-economici che sono esistiti nella storia: i mini sistemi, nei quali gli scambi sono reciproci; gli imperi mondiali, dove lo scambio è redistributivo; l’economia-mondo capitalista, nella quale è il mercato a dominare. I mini sistemi sono stati finora i più numerosi, anche se nel mondo contemporaneo sono del tutto scomparsi (Indiani d’America). Wallerstein identifica anche numerosi imperi mondiali, nei quali era presente una vasta base di produttori agricoli, che fornivano sia i prodotti per la sopravvivenza alla popolazione, sia i beni di lusso per un piccolo gruppo elitario (impero romano, sistema feudale). Secondo la sua analisi tutti i mini sistemi e gli imperi mondiali sono stati eliminati o assorbiti dall’economia-mondo capitalista. Dal XVI secolo in poi, il mondo è stato gradualmente dominato dell’economia-mondo capitalista europea che è diventata però davvero globale solo nel ‘900.

Possiamo identificare nel pensiero di Wallerstein due importanti idee, che distinguono l’approccio del sistema-mondo dalle concezioni tradizionali dei cambiamenti economici globali. La prima è l’idea di una società unica: tradizionalmente le scienze sociali consideravano il mondo diviso in tante società. L’integrazione delle attività economiche nel sistema-mondo comporterebbe infatti che oggi esista una sola società globale. Quest’intuizione è collegata alla seconda, l’errore dello sviluppismo: lo sviluppo è stato tradizionalmente visto come un percorso lungo il quale le diverse società passavano da bassi livelli di attività economica a sistemi più ricchi e complessi. Però, dal momento che oggi esiste una sola economia, di scala mondiale, le sue singole parti non possono percorrere automaticamente la scala dello sviluppo: le attività economiche che hanno luogo in ciascun paese del mondo sono strettamente connesse a quelle che accadono in tutti gli altri. La capacità di alcuni stati di produrre grandi redditi e di sostenere alti livelli di standard di vita dipende dall’esistenza di altri paesi, le cui economie rimango sottosviluppate a causa delle dinamiche dell’economia-mondo, per sostenere la ricchezza della minoranza più ricca della popolazione mondiale.

L’approccio di Wallerstein offre anche una cornice di pensiero più ampia, all’interno della quale è possibile comprendere l’espansione degli stati europei. È evidente il parallelismo con l’importanza che abbiamo attribuito al processo storico di nascita e sviluppo degli imperi d’oltremare. La teoria del sistema-mondo ha trovato ne mondo accademico ferventi sostenitori e accesi critici, portando una grande contributo nell’ambito della geografia politica. L’attenzione che queste teoria pone sulla struttura spaziale dell’economia-mondo, che secondo Wallerstein si divide in un centro, una semi-periferia ed una periferia, è molto vicina all’approccio geografico.

 

le critiche alla teoria del sistema–mondo

Giddens suggerisce che l’approccio del sistema–mondo abbia soprattutto due difetti principali. Innanzitutto, sostiene, sarebbe caratterizzato da una sorta di riduzionismo economico, non nel senso che prende in considerazione solo i processi economici, ma che, anche quando affronta questioni culturali e politiche, tende a spiegarle in termini economici. Nella visione di Giddens, le dinamiche dell’economia-mondo sono fondamentali per spiegare i cambiamenti globali, ma questi sono anche un prodotto dello sviluppo di un sistema internazionale di stati, che non può venire preso in considerazione solo dal punto di vista economico. Questo implica anche che si debba riconsiderare l’idea di società unica: potrà pur esistere un’unica economia-mondo capitalistica, ma le varie società continuano ad avere una grande importanza. In sostanza, l’idea di società unica ha senso quando la società viene considerata come un sistema di integrazione economica, mentre non funziona altrettanto bene quando si tiene conto delle relazioni politiche o culturali.

La seconda falla che Giddens riscontra nelle idee di Wallerstein riguarda gli elementi funzionalisti presenti al loro interno. Con funzionalismo Giddens intende la tendenza a spiegare qualcosa a partire dai suoi effetti (tipico delle scienze biologiche). Lui ritrova il pensiero funzionalista nell’idea di regioni semi-periferiche, la cui esistenza viene spiegata facendo riferimento alle necessità del sistema-mondo. Può anche essere vero che l’esistenza di una fascia di stati semi-periferici, intermedia tra i paesi ricchi e la periferia povera, può contribuire a stabilizzare l’economia-mondo, ma questa funzione stabilizzatrice non è sufficiente a spiegare la nascita iniziale di questa semiperiferia, né il fatto che essa continui ad esistere.

 

le strategie di dominazione coloniale

Nello studiare l’espansione imperialista è necessario considerare sia le strategie dei colonizzatori, che quelle dei colonizzati, in un determinato contesto. Questo significa anche che l’integrazione dei territori extra-europei nell’economia-mondo è decisamente meno completa e onnicomprensiva di quanto suggerirebbero gli scritti di Wallerstein. Il nostro approccio evita di farci cadere nel riduzionismo economico, sottolineando il fatto che le strategie politiche, e le risorse dalle quali dipende il potere politico, non sono solo economiche, ma anche culturali, militari, patriarcali, razziste. In altre parole, l’imperialismo era più legato alle strategie di dominazione culturale del resto del mondo che a quelle di sfruttamento e controllo economico.

 

la dimensione culturale e quella economica

Generalmente l’annessione di nuovi territori e l’applicazione del potere imperiale nelle colonie europee d’oltreoceano venivano condotte con mezzi e strategie di tipo militare, molto diverse dalle varie potenze imperiali.

Secondo Fieldhouse è evidente che l’Europa abbia ottenuto numerosi profitti economici nelle prime fasi dell’espansione imperialista ma, successivamente (nel XIX secolo e all’inizio del XX secolo) le colonie d’oltreoceano non sarebbero più state soggette allo sfruttamento economico da parte delle potenze imperialiste. È vero che quello che sostiene Fieldhouse quando afferma che le colonie stabilite in Asia e in Africa tropicale nelle ultime fasi dell’imperialismo non nacquero con l’intenzione di ottenere dei profitti economici. Le singole colonie potevano essere considerate fonti di guadagno, ma nessun impero ha avuto una funzione ben precisa, né economica, né di altro tipo. Gli imperi hanno solo rappresentato una fase particolare delle relazioni, sempre mutevoli, tra l’Europa ed il resto del mondo e sarebbe fuorviante ricercare delle analogie con il sistema capitalistico.

Nonostante le sue perplessità riguardo allo sfruttamento messo in atto dall’imperialismo dell’ultimo periodo, Fieldhouse identifica sei modalità con le quali questo può portare dei vantaggi economici, esprimendo le diverse strategie economiche ad essi sottese: 1) saccheggio delle ricchezze presenti in un territorio occupato; 2) trasferimento in madrepatria dei profitti prodotti nelle colonie; 3) trasferimento di denaro verso le potenze imperiali; 4) imposizione di regole inique negli scambi commerciali con le colonie; 5) sfruttamento delle risorse naturali, senza un’adeguata compensazione; 6) tassi di ritorno degli investimenti più alti nelle colonie che in patria.

Secondo Fieldhouse, le prove dell’esistenza o meno di questo tipo di relazioni economiche sono ambigue. È chiaro che nella prima fase dell’imperialismo, tra il XVI secolo ed il XVIII secolo, gli aspetti economici abbiano ricoperto un ruolo molto più importante di quanto avvenuto nel periodo successivo (XIX e XX secolo), ma anche laddove siano stati evidenti i profitti provenienti dalle colonie, è difficile dire se questi abbiano avuto luogo grazie ai governi imperialisti, oppure nonostante la loro presenza. Parlando di strategie politiche, è invece evidente come gli imperi d’oltreoceano siano stati sostenuti in patria da esponenti del mondo politico e industriale, che prevedevano di ricavarne possibili ritorni economici. L’imperialismo formale raggiunse comunque il proprio apice all’inizio del XX secolo quando il mantenimento delle complesse strutture di governo, amministrazioni e forze di sicurezza coloniali in Africa e in Asia già si stava trasformando in un vortice che risucchiava le finanze delle potenze europee. Questo significa che l’ulteriore espansione del XX secolo era mossa da strategie diverse da quelle puramente legate al profitto economico.

 

la dimensione culturale e discorsiva

Le strategie discorsive sono importanti perché incarnano alcune visioni del ruolo e della natura degli europei e dei popoli che sono stati colonizzati, che hanno rappresentato le precondizioni necessarie per lo sfruttamento militare ed economico.

Le strategie discorsive dell’imperialismo dipendevano infatti dalla costruzione del “resto del mondo” non solo come inferiore all’Occidente, ma come intrinsecamente diverso dal punto di vista qualitativo, ad esempio dipingendolo come esotico, in contrapposizione all’Europa. Questo spesso implicava un esotismo di stampo erotico, con l’Oriente che viene spesso rappresentato come degenerato sessualmente o come lo scenario di possibili incontri erotici eccitanti ed esotici. In queste pratiche retoriche, gli uomini occidentali vengono presentati come l’incarnazione della virilità e del vigore. Per contrasto, il mondo al di fuori dell’Europa veniva spesso rappresentato con sembianze femminili. Per l’Occidente, orgoglioso della propria razionalità maschile, illuminista, questo simbolismo non solo serviva a rappresentare il Nuovo Mondo come inferiore, socialmente e culturalmente, ma anche per enfatizzare l’esotismo, la fertilità e l’ignoto dei quali erano pieni i racconti che si facevano in Europa del mondo coloniale.

Attraverso questi elementi discorsivi delle strategie imperialiste, venivano giustificate e legittimate le stesse pratiche imperialiste, venivano giustificate e legittimate le stesse pratiche imperialiste, sia nei confronti dei colonizzatori, che degli stessi popoli colonizzati. Queste strategie non furono comunque univoche e l’imperialismo trovò ovunque una strenua resistenza

 

le strategie anti–coloniali e la fine degli imperi formali

L’imperialismo occidentale è stato quindi il prodotto di diverse strategie, alcune militari, alcune economiche, alcune altre discorsive ed è stato contrastato e sfidato da un altrettanto vario assortimento di strategie e tattiche messe in atto dai popoli colonizzati. Queste azioni erano condotte da gruppi ed individui che occupavano, per definizione, posizioni subordinate nella gerarchia sociale e che non sempre avevano la necessità o la volontà di documentare le proprie attività, per cui la nostra conoscenza delle forme di opposizione al governo coloniale è meno approfondita, rispetto a quella delle strategie imperialiste.

La maggior parte dei materiali a disposizione, quindi, racconta la storia dal punto di vista del potere coloniale e, anche quanto questi riguardano i processi e le pratiche della resistenza anti-colonialista, gli episodi che vengono riportati sono inevitabilmente quelli che hanno preoccupato maggiormente gli occupanti europei, per esempio per un livello di violenza elevato. Pur non sottovalutando l’importanza delle rivolte armate dato che sono state spesso determinanti nel porre fine al potere coloniale, il fatto che esse siano così presenti nei libri di storia oscura altri eventi quotidiani e ordinari, che spesso rappresentavano potenti forme di resistenza al potere imperialista.

La Francia perse la maggior parte dei propri possedimento d’oltremare in seguito a delle guerre che ebbero luogo negli anni Cinquanta e Sessanta. Le colonie portoghesi furono invece quelle dalla vita più lunga in Africa, difese con forza dal governo di Lisbona, che dovette comunque abbandonare l’Africa intorno alla metà degli anni Settanta. Con il termine del predominio della minoranza bianca in Sudafrica, nei primi anni Novanta, si sancì la fine di cinque secoli di dominazione bianca in Africa. Secondo Fieldhouse l’elemento più interessante della storia degli imperi coloniali moderni è la rapidità con la quale si dissolsero. Nel 1939 raggiungevano la loro massima estensione, mentre solo nel 1981 avevano cessato di esistere.

 

il post-colonialismo

La fine del controllo politico formale è solo una parte del quadro più complesso: alcuni autori hanno messo in evidenza l’esistenza di un colonialismo informale, nel quale i vantaggi economici continuano ad essere diretti verso le ex potenze coloniali, anche in assenza di un controllo diretto del territorio.

Si consideri lo sviluppo del postcolonialismo, come posizione politica ed intellettuale.

Una delle differenze maggiori nel tentativo di identificare le strategie anti-colonialiste è che queste tendono a far rientrare forzatamente le storie e le geografie dei popoli colonizzati nella storia raccontata dal punto di vista occidentale. Il filosofo Chatterjee sostiene che in una situazione di dominio imperialista, perfino le pratiche discorsive di resistenza ed il dissenso nazionalista assumono quella stessa visione occidentale del mondo che cercano di ripudiare.

 

il post-colonialismo e la geografia

Uno degli aspetti centrali del postcolonialismo è una difficile e complessa relazione tra i modi d’essere, di pensare, di agire e di parlare occidentali e quelli dei popoli delle ex colonie europee. Gli autori che si occupano del postcolonialismo ritengono che la decolonizzazione formale non corrisponda ad una completa decolonizzazione effettiva: l’imperialismo era molto di più del formale controllo politico e militare ed il predominio europeo su gran parte del mondo era anche un predominio di modi di pensare e concepire quello stesso mondo. Alla fine dell’occupazione formale non ha fatto immediatamente seguito il ritiro delle categorie colonialiste, delle tecnologie e delle procedure di dominazione, né l’Europa ha cessato di essere il soggetto principale al quale fanno riferimento molte storie e geografie postcoloniali.

Crush suggerisce che, nei tentativi contemporanei di scrivere la geografia da un punto di vista postcoloniale, possono essere individuati quattro elementi principali: l’ammissione della complicità della geografia nel dominio coloniale sui territori; la descrizione delle caratteristiche della rappresentazione geografica nei discorsi coloniali; la separazione delle geografie locali dalle teorie dominanti e dai loro sistemi di rappresentazione totalizzanti; la riappropriazione dei territori occupati, e l’attribuzione a questi nuovi significati da parte delle popolazioni locali, che rappresentavano gli strati più bassi della società coloniale.

La volontà di esaminare la complicità della geografia nel dominio coloniale sui territori significa che i geografi dovrebbero prendere in considerazione in modo critico le modalità con le quali la conoscenza e le competenze della geografia sono state sfruttate per radicare il colonialismo e l’imperialismo. Mostrare la rappresentazione geografica nei discorsi coloniali porta alla dimostrazione di come le pratiche discorsive colonialiste abbiano implicato l’utilizzo di un certo modo di vedere la geografia e di specifiche rappresentazioni di luoghi e regioni. I binomi coloniali, come “noi e loro “, o “civiltà e barbarie”, non sono specchi del mondo, ma atti performativi, che modificano il mondo attraverso una serie di rappresentazioni. La separazione delle geografie locali dalle teorie dominanti e dai loro sistemi di rappresentazione totalizzanti, è la proposta di mettere in discussione il modo in cui la stessa geografia ha subito le conseguenze del colonialismo. I geografi di tutto il mondo utilizzano prospettive, teorie interpretative occidentali, mentre, secondo i principi del postcolonialismo, la conoscenza geografica che si sviluppa in contesti locali differenti non dovrebbe basarsi sul presupposto che gli approcci occidentali siano gli unici, o i migliori modi di descrivere e comprendere il mondo. La quarta componente della geografia postcoloniale è la riappropriazione dei territori occupati, e l’attribuzione a questi di nuovi significati da parte delle popolazioni locali, che rappresentavano gli strati più bassi della società coloniale, ovvero il tentativo di scrivere una nuova geografia, che attribuisca la giusta importanza all’esperienza di chi ha subito il colonialismo e ai luoghi nei quali queste persone vivono o lavorano.

 

conclusione

Si è cercato di identificare le importanti eredità e le continuità attuali delle relazioni, delle conoscenze e delle pratiche di governo coloniali. Sottolineando in particolare due elementi, che emergono dai recenti studi sul colonialismo. Primo, il colonialismo non è solo una forma di dominazione territoriale. La colonizzazione implicava, oltre che una dominazione attraverso gli apparati statali degli imperi, anche una dominazione delle forme di produzione della conoscenza: la geografia è stata scritta dal punto di vista dei colonizzatori, non dei colonizzati. Gli autori del postcolonialismo hanno cercato di mettere in luce i meccanismi, le regole e i taciti presupposti che hanno avuto la funzione di riprodurre queste forme di dominazione coloniale fin ad oggi. La sfida nei confronti delle forme di produzione della conoscenza occidentali è la decolonizzazione della mente. Il secondo lascito del passato coloniale, strettamente legato al primo, è la continuità delle pratiche imperialiste di potenti attori statali, fino ai giorni nostri.

 

GEO-POLITICA E ANTI-GEOPOLITICA

 

preambolo

Le idee rappresentano le precondizioni dell’azione politica e spesso sono i cittadini a stabilire se si tratta di buone o cattive idee. Bisogna però essere cauti di fronte a questi giudizi, apparentemente universali, sulla qualità delle idee: non esistono punti di vista neutrali, con i quali giudicare, né criteri naturali che stabiliscano cosa rende un’idea buona o cattiva. È necessario tenere in grande conto le disparità nel potere di produrre idee. Le idee provengono da persone ed istituzioni diverse, rispondono ai loro interessi ed è la posizione che questi occupano nelle gerarchie di potere, la loro persuasività, la loro capacità di convincere gli altri e la loro vicinanza al sentire comune a far sì che alcune idee abbiano successo e possano cambiare il mondo, mentre altre siano destinate ad essere dimenticate.

Nell’ultimo secolo il termine geo-politica è stato utilizzato spesso per indicare quelle idee che riguardano la suddivisione della superficie terrestre e le relazioni tra le sue singole parti. Anche se in alcuni casi la geo-politica enfatizza soprattutto i risvolti pratici di queste relazioni, come l’invasione di un paese, queste azioni possono essere spiegate ed interpretate solo attraverso delle “idee” geo-politiche. Tutti sono costantemente a contatto con la geo-politica: con varie terminologie (terzo mondo) si da un ordine al mondo, attribuendo ad esso un significato, attraverso un’opera di denominazione e comunicazione. Considerando lo Stato come unità territoriale principale dello spazio politico, questo processo di categorizzazione e creazione di un ordine ha spesso determinato l’importanza della competizione tra stati e della dimensione geografica del potere.

Le idee geo-politiche implicano l’utilizzo di numerose metafore riguardanti lo spazio. È compito degli studiosi di Geografia Politica analizzare il processo di produzione di queste idee e il modo in cui queste rispecchiano le strutture di potere dominanti. Nel rifiutare di dare per scontate le etichette della geo-politica si utilizza l’approccio della geo-politica critica (Agnew, O’Tuathail e Dalby). La geo-politica critica, vede la geo-politica come una pratica discorsiva attraverso la quale politici ed intellettuali attribuiscono una dimensione spaziale alle relazioni politiche internazionali, presentandole come un mondo caratterizzato da determinate tipologie di luoghi, persone ed eventi. Analizzando a fondo i discorsi della geo-politica, gli appartenenti a questa corrente si sono soffermati molto sulle rappresentazioni, esaminando criticamente le pratiche e le immagini attraverso le quali singoli individui o gruppi veicolano le proprie visioni del mondo.

Anche la geo-politica possiede una propria storia ed una propria geografia che è strettamente intrecciata al contesto politico nel quale si è sviluppata.

 

le radici tradizionali

Il termine geo-politica ha fatto il proprio ingresso nel lessico accademico nel 1899, grazie allo scienziato politico svedese Kjellen, secondo il quale i due termini, geografia e politica, nella parola geo-politica, poteva essere utile per indicare le radici geografiche dello Stato e, in particolare, la sua dotazione di vantaggi e risorse naturali, ovvero la sua geografia fisica, che nel pensiero di Kjellen rispecchiava la sua forza potenziale. Le sue idee attingevano dal lavoro del geografo politico tedesco Ratzel che aveva applicato le teorie evoluzionistiche di Lamarck e Darwin al comportamento degli stati (Lamarck sottolineava l’influenza diretta dell’ambiente naturale nel determinare il processo evolutivo). Ratzel descrive lo Stato come un organismo vivente, che lotta con gli altri per crescere e svilupparsi. Nel fare ciò, il geografo tedesco si sofferma sulla necessità per ogni Stato di avere un proprio spazio vitale, sostenendo che gli stati più forti dovrebbero espandersi nei territori di altri stati, le cui popolazioni non sfruttano con la dovuta efficienza le risorse presenti.

Tre aspetti fondamentali di questa fase iniziale della geo-politica. Primo, i primi studiosi di geo-politica erano interessati soprattutto alle minacce ed alle opportunità che uno Stato si trovava ad affrontare, attribuendo quindi ad esso un’importanza fondamentale, come unità territoriale primaria della politica, alla fine del XIX secolo. Quest’attenzione per le minacce e le opportunità degli stati possono essere viste come una specifica reazione alle preoccupazioni delle potenze occidentali di fronte al venir meno della possibilità di espandere il proprio territorio, attraverso l’occupazione di nuove colonie. Secondo, è importante il collegamento che la geo-politica individua tra l’ambiente naturale ed il potenziale politico: le possibilità future di uno Stato sono strettamente connesse alle sue risorse, al suo clima ed allo spazio che ha a disposizione per espandersi. Questo rapporto tra clima e sviluppo umano è stato sviluppato a fondo nelle opere dei deterministi ambientali, i quali sostenevano che il clima ed i fattori ambientali siano elementi determinanti per la storia e la geografia dell’uomo. Terzo, bisogna soffermarsi sull’ambizione dei testi geo-politici di proporre spiegazioni e conclusioni su scala globale, nonostante si occupassero prevalentemente della natura degli stati. Queste prime opere dichiarano di distaccarsi da visioni particolari e soggettive, con l’ambizione di sviluppare una vera e propria scienza delle relazioni internazionali. Questo rispecchia due aspetti, tra loro legati, del periodo storico in cui si sono sviluppati i primi concetti della geo-politica. Innanzitutto, si trattava di un momento di grande espansione della geografia nelle università e della sua istituzionalizzazione come disciplina accademica. In secondo luogo, gli ultimi anni del XIX secolo rappresentarono il culmine della modernità, intesa come un’epoca che celebrava il trionfo dell’intelletto umano sul caos della natura. Le teorie moderniste si incentravano sull’universalità e sulla sintesi, sulla capacità dello scienziato sociale di osservare la porzione più ampia possibile della realtà con il proprio sguardo esperto e di trarne delle conclusioni. È stata probabilmente questa autostima tecnologica ed epistemologica a permettere alla geo-politica di affermarsi come campo autonomo di produzione della conoscenza.

 

sir Halford Mackinder

sir Halford Mackinder ha svolto un ruolo chiave nel processo di istituzionalizzazione della geografia nel UK ed è stato una figura fondamentale nella storia della geo-politica. Le sue pubblicazioni riguardano prevalentemente l’analisi geografica delle opportunità e delle minacce che la Gran Bretagna si trovava ad affrontare dopo la fine della scoperta e della conquista di territori oltreoceano. Mackinder vedeva nelle conoscenze geografiche uno strumento determinante per il mantenimento del ruolo dominante del UK nel mondo in questo nuovo contesto storico.

Nella sua teoria dell’Heartland, Mackinder, sosteneva che il mondo può essere diviso in tre regioni, in base alle differenze di forza potenziale tra i territori: un’area centrale (pivot area o area perno, successivamente heartland), una mezzaluna interna ed una mezzaluna esterna, o insulare. Identificò il “centro geografico” con il continente eurasiatico, un territorio inaccessibile alla potenza navale del UK e che, quindi, rappresentava una minaccia per il suo dominio. Il potenziale dell’heartland andava individuato nelle sue risorse e Mackinder avvertiva che, quando si fosse estesa la rete ferroviaria, questa regione avrebbe potuto esercitare un potere militare ed economico senza pari. Questa previsione lanciava un serio allarme alle potenze statali ed imperiali del XX secolo.

 È necessario contestualizzare il pensiero di Mackinder. Egli era un acceso sostenitore del potere imperiale britannico e le sue idee vanno di conseguenza viste come tentativi di semplificare la complessità della competizione tra stati, evidenziando quella che riteneva essere la minaccia principale: un’alleanza strategica tra Germania e Russia. Le su etesi quindi prendevano direttamente spunto dal concreto pericolo di un’espansione della Germania (si parla di prima del 1914) e di un aumento del potere russo, minacce contro le quali propose la creazione di una serie di stati-cuscinetto tra la Germania e la Russia. Le sue tesi sull’Heartland riflettono molti aspetti della geo-politica di Kjellen, fondate come sono sull’interesse per la competizione fra stati, le potenzialità ambientali di ciascuno di essi ed il desiderio di creare una grande narrazione del potenziale umano in base ai fattori geografici. Il lavoro di Mackinder ha avuto grande importanza per la geografia come disciplina, grazie alla convinzione di offrire modelli di relazioni tra stati che possano avere validità su scala globale.

 

Karl Haushofer

L’opera dello studioso tedesco Haushofer prese spunto dalle idee di Mackinder, con l’obiettivo di creare un insieme omogeneo di contributi, a cui diede il nome di Geopolitik.

Il trattato di Versailles aveva ridotto notevolmente il territorio tedesco e Haushofer fece proprie le idee di Ratzel, per spiegare la necessità della Germania di ottenere un maggiore spazio vitale, giustificando così l’espansione tedesca nei territori degli stati più piccoli che la circondavano. La Geopolitik di Haushofer racchiude quindi al proprio interno le teorie ratzeliane dello Sato come organismo vivente e le idee di Mackinder relative alle strategie territoriali degli stati.

La Geopolitik di Haushofer sarebbe rimasta uno sconosciuto sforzo accademico se non fosse stato per due aspetti. Il primo è che ha contribuito a diffondere nell’immaginario collettivo tedesco l’idea delle perdite territoriali da parte della Germania, che veniva rappresentato come un organismo ferito, stimolando i sentimenti nazionali popolari. Il secondo è che Hess, futuro vice di Hitler, fu un allievo di Haushofer. Grazie a questo collegamento le idee di Haushofer entrarono a far parte della strategia nazista. Questa connessione tra le geo-politica e l’espansionismo tedesco ha generato svariate interpretazioni isteriche e paranoiche dell’influenza di Haushofer sulla politica estera della Germania nazista. È necessario fare attenzione a non sopravvalutare il ruolo di Haushofer nell’origine dei violenti crimini messi in atto dal regime nazista, né è possibile associare con superficialità la Geopolitik alla pericolosa combinazione di antisemitismo e di idee di purezza della razza che il partito nazista utilizzava come pretesto per azioni violente nei confronti di alcune categorie di persone. Quello che si può analizzare con serenità è l’effetto che il coinvolgimento della geografia nelle violenze della filosofia nazista ha avuto sulla disciplina dopo la Seconda Guerra Mondiale: l’allontanamento da teorizzazioni normative, sostituite da approcci più razionali e scientifici.

 

Isaiah Bowman

È altrettanto importante, comunque, essere cauti nel tracciare queste separazioni nette tra approcci normativi e approcci scientifico-razionali. A questo proposito, ci può essere di grande aiuto il lavoro di Isaiah Bowman, una figura chiave nel processo di istituzionalizzazione delle geografia negli Usa, nella prima parte del XX secolo.

Bowman studiò geomorfologia e le sue prime indagini sul capo, in Sud America, riguardarono la mappatura dell’erosione fluviale. Grazie a queste esperienze Bowman si interessò allo sviluppo umano ed in particolare al ruolo delle relazioni economiche con gli Usa nel determinare lo sviluppo degli stati sudamericani. Contrariamente ai suo comportamenti, Bowman prese le distanze dal determinismo ambientale, per avvicinarsi ad un approccio più empirico e verificabile. Influenzato da Ratzel, Bowman sosteneva l’importanza di uno spazio vitale economico per gli Usa, riferendosi alla necessità di superare le forme precedenti di colonialismo, fondate su un’espansione territoriale, e di concentrarsi piuttosto sullo sviluppo di relazioni economiche favorevoli agli interessi americani. Bowman spingeva per la creazione di stati forti nell’Europa centrale ed orientale, alle negoziazioni di Versailles. Era infatti preoccupato che la nascita di piccoli stati, con poco spazio per espandersi, avrebbe incrementato rivalità di stampo imperialista. Il geografo americano raccontò la propria esperienza a Versailles, che descrive l’inizio dell’era dell’internazionalismo americano, sviluppando la strategia diplomatica e geografica che Wilson aveva introdotto nelle negoziazioni, e offrendo uno sguardo generale sulla natura della geografia politica, economica e sociale del mondo.

A causa dell’associazioni di questa prospettiva con l’espansioni della Germania nazista, Bowman evitò accuratamente di usare il termine geo-politica per definire i propri lavori e descrisse i propri contributi opponendoli apertamente a ricerche simili condotte in Germania.

Per Bowman, la geo-politica contiene al suo interno un principio auto-distruttivo: quello secondo cui, quando gli interessi internazionali sono in conflitto, solo la forza può determinare la loro soluzione. Egli costruisce una rigida contrapposizione tra la propria geografia scientifica, fondata su studi empirici, ed u più generale umanesimo, con riferimento alla natura imperialista, militarista e ricca di pregiudizi della Geopolitik tedesca. Ad un’analisi più approfondita, però, questa contrapposizione così netta presenta alcune crepe: gli studi e l’attività diplomatica di Bowman erano indissolubilmente legati agli interessi degli Usa, nonostante la dichiarata pretesa di apportare un contributo universale, grazie alla presunta scientificità dell’approccio utilizzato.

Bowman dichiarava l’oggettività della propria visione del mondo, criticando la parzialità di quelle proposte dagli altri. Tuttavia, proprio come quello degli altri, anche il suo punto di vista forniva una lettura della realtà parziale e schierata, influenzata dagli interessi individuali e collettivi del contesto in cui era situato.

Quanto detto sui tre autori cita fin ora può essere riassunto in tra punti fondamentali. Innanzitutto, sia Mackinder che Haushofer e Bowman, svilupparono le tesi di Ratzel, in particolare per quanto riguarda la sua concezione biologica delle pratiche dello Stato, visto come organismo costretto a prendere parte alla lotta per la sopravvivenza, in forza delle proprie caratteristiche ambientali e fisiche. In secondo luogo, queste prime teorie geo-politiche cercavano di offrire spiegazioni razionali al comportamento degli stati ed ognuna di essa accusava le altre di essere parziali o poco scientifiche, proponendo il proprio approccio come oggettivo e razionale. Terzo, si sottolinea il legame tra geo-politica e gli interessi degli stati. Il legame tra quegli studi accademici ed il contesto storico politico nel quale sono nati è tanto stretto da rende difficile prenderli in considerazione separatamente. È difficile comprendere la distanza tra gli studiosi e gli stati, per i legami istituzionali e personali che essi avevano con coloro che erano al potere.

 

la geo-politica critica

I limiti dei lavori dei primi esponenti della geo-politica sono tanto evidenti da rende comprensibile un rifiuto di questo modo di osservare la realtà e la conseguente scelta di altri approcci intellettuali. Questa è stata la reazione dei geografi politici dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i presunti legami tra le idee della geo-politica e l’espansionismo tedesco portarono ad un allontanamento della teorizzazione di prospettive politiche, sostituite da un numero crescente di lavori quantitativi e tecnici. La geo-politica aveva sostituito la geografia politica nel cuore delle politiche imperiali e questo, anche se permise di ottenere più facilmente finanziamenti e riconoscimenti, portò ad una messa in discussione della natura indipendente della stessa geografia politica e determinò un’associazione tra le geografia e le pratica militariste e anti-democratiche che si erano viste in quei decenni.

A partire dagli anni Ottanta si è assistito ad un rinnovato interesse nei confronti della geo-politica, anche se da una prospettiva decisamente diversa da quella dei primi teorici di questa sotto-disciplina. Questo nuovo approccio ha preso il nome di geo-politica critica, poiché rifiutava e metteva in discussione le tesi tradizione, che si rifacevano ai fondatori della geo-politica, riportando la questione del potere all’interno dello studio dei testi geo-politici. La geo-politica non era un esercizio naturale, ma piuttosto il rifletto del potere dei geo-politici di descrivere e suddividere il mondo in un certo modo.

Alla base della geo-politica critica c’è il rifiuto della geografia come semplice atto descrittivo di un mondo esterno, che esiste indipendentemente dall’attività del ricercatore. Al contrario, gli esponenti di questa corrente credono che la geografia non si una descrizione del mondo, ma una scrittura del mondo. Questo approccio prende spunto dal filosofo francese Foucault, il quale riteneva che potere e conoscenza siano indissolubilmente collegati, sostenendo che nessuna relazione di potere esiste senza la creazione di un campo di conoscenza corrispondente, né ci può essere conoscenza che non presupponga e costituisca allo stesso tempo relazioni di potere. Si può quindi affermare che la prospettiva critica affronta la geo-politica come se fosse un discorso, una serie di rappresentazioni che svolgono la funzione di organizzare la conoscenza e dare forma alle azioni. Da questo punto di vista, non si può quindi considerare le idee della geo-politica come rappresentazioni neutrali del mondo, ma piuttosto come pratiche discorsive legate a strutture di potere e privilegi esistenti.

O’Tuathail mette in evidenza un aspetto ironico della geo-politica, ovvero il fatto che essa per affermarsi abbia eliminato la geografia e la politica. A questo fine, egli si concentra in particolare su de elementi della geo-politica stessa. Primo la geo-politica implica la sistematica cancellazione della geografia: nelle teoria geo-politiche i luoghi non sono evocati attraverso le loro storie e geografie eterogenee, ma vengo etichettati e categorizzati all’interno di un mondo omogeneo fatto di oggetti, attributi e modelli; interi continenti vengono ridefiniti solo in base alle proprie relazioni con i centri di potere, anziché sulla base dei conflitti, delle contestazioni e della visione del mondo dei loro abitanti. La geo-politica semplifica la superficie terrestre, riorganizzandola in modo essenziale in poche aree, identità e prospettive differenti. Questo processo di classificazione, in base alle forme di conoscenza occidentali, eleva il geo-politico ad unico individuo in possesso dell’autorità per descrivere la complessità di un mondo diviso e pericoloso. Il secondo fattore è la depoliticizzazione dei processi politici che la geo-politica mette in atto, presentando la conflittualità tra gli stati come un processo naturale, inevitabile ed eterno; questo è evidente nell’utilizzo del linguaggio neo-lamarckiano e della descrizione dei conflitti non come il risultato di processi economici e sociali complessi, ma come una conseguenza naturale, inevitabile, dell’ambiente fisico degli stati. In questo modo, la geo-politica sottrae la facoltà di scelta e la volontarietà delle azioni al conflitto sociale e preferisce fare affidamento su grandi narrazioni retoriche relative alla lotta degli stati per la sopravvivenza.

La geo-politica critica ci fornisce una serie di strumenti utili per analizzare alcune pratiche della geo-politica tradizionale, mettendo in luce come queste dunque abbiano cancellato la geografia e siano servite a depoliticizzare i conflitti. Per fare ciò, gli autori di questa corrente hanno guardato oltre i contributi dei fondatori della geo-politica classica, ricercando diversi ambiti di produzione della geo-politica ed individuandone tre: la geo-politica formale; la geo-politica pratica; la geo-politica popolare.

 

la geo-politica formale

Questa definizione si riferisce a quelle teorie che finora sono state descritte come appartenenti alla geo-politica classica, ovvero quelle prodotte da autori che definivano se stessi geo-politici. La geografa politica Mamadouh attribuisce ad esempi di geo-politica formale recenti la definizione di geo-politica classica, distinta da quella classica poiché si distacca dalla visione dello Stato come organismo vivente in movimento, dal momento che i suoi confini oggi sono molto più rigidi. Nonostante questa differenza, l’approccio neoclassico continua a utilizzare termini come “interesse nazionale”, come se lo Stato fosse un individuo, facendo corrispondere a questa visione proposte conseguenti di strategia politica.

 

la geo-politica pratica

Appartengono a questa categoria quelle idee geo-politiche utilizzate dai politici per l’attività di governo e per la politica estera. Possiamo ritrovarne degli esempi ovunque, nei discorsi dei leader politici, nelle dichiarazioni ufficiali dei governi, nelle interviste ai capi di partito. La messa in pratica della geo-politica, comunque, non è sempre così evidente o categorica e la forza della geo-politica pratica risiede proprio nella sua ordinarietà. Le idee geo-politiche sono spesso così semplici da essere invisibili, ma il loro ripetuto utilizzo nella pratica politica serve a rendere naturali certe categorizzazioni del mondo (binomio noi/loro, sviluppo/sottosviluppato). Queste frasi possono sembrare innocue, ma in realtà traducono specifiche prospettive politiche e legittimano importanti decisioni di politica estera.

 

la geo-politica popolare

Con questa definizione ci si riferisce alla comunicazione delle idee della geo-politica per mezzo della cultura popolare dello Stato: cinema, libri, riviste. Attraverso questi mezzi, la geo-politica cessa di essere riservata alle caste politiche o intellettuali, e vien riformulata e trasmessa ad un pubblico più ampio, attraverso la pratica quotidiana. Per sottolineare l’importanza della geo-politica popolare, molti autori si sono ispirati agli scritti di Gramsci e, in particolare, al suo concetto di egemonia. Secondo Gramsci l’egemonia rappresenta il fondamento di un governo forte ed indica la sua capacità di governare la popolazione grazie al consenso, senza ricorrere alla coercizione. La geografa Sharp ha descritto il ruolo della cultura popolare nella produzione del consenso: l’egemonia non si costruisce solo per mezzo delle ideologie politiche, ma anche, in modo più immediato, attraverso la scrittura di un copione dettagliato delle semplici attività quotidiane di ciascuno. Il concetto di egemonia espresso da Gramsci attribuisce un ruolo di grande importanza alla cultura popolare, per la comprensione del funzionamento della società, grazie all’apparente banalità e alla scarsa conflittualità di queste produzioni culturali.

Esattamente come le grandi teorie ed i discorsi politici, anche gli strumenti della cultura popolare possono contribuire a costruire le idee dell’opinione pubblica sulla geografia della politica mondiale.

 

esempi pratici di geo-politica critica

Fin ora si sono utilizzati gli strumenti della geo-politica critica per attirare l’attenzione sul ruolo della geo-politica nell’annullare le differenze geografiche e depoliticizzare i conflitti e sull’influenza che questo ha avuto nella definizione delle politiche. Però, bisogna sottolineare che non si deve dare per scontato che i discorsi geo-politici causino determinate reazioni nella politica sul piano concreto. Piuttosto, la geo-politica influenza il dibattito politico, in modo da far sì che alcune politiche sembrino sensate e realizzabili, mentre altre vengono marginalizzate, dipingendole come irrealizzabili e poco plausibili.

 

la geo-politica della guerra fredda

Il termine guerra fredda viene utilizzato per indicare il lungo periodo di contrapposizione diplomatica tra gli Usa e l’Urss durato dal 1947 al 1991. L’immagine dello scontro tra l’ideologia democratica, votata al libero mercato, degli Usa e l’autoritarismo comunista sovietico è diventata lo sfondo di gran parte delle politiche globali della seconda metà del ventesimo secolo. Non dobbiamo però pensare che l’onnipresenza della guerra fredda nei discorsi corrispondesse alla sua diffusione reale o all’inevitabilità di questa situazione. Molti dei conflitti che hanno avuto luogo nel mondo in quel periodo sono stati interpretati alla luce di questa astratta e semplicistica contrapposizione.

Il geografo Agnew ha identificato tre concetti geo-politici, che hanno svolto un ruolo fondamentale nella retorica americana della guerra fredda: il contenimento, l’effetto domino e la stabilità egemonica. La dottrina del contenimento si sviluppa a partire dal rischio che l’influenza dell’Urss, entità dalle evidenti mire espansionistiche, potesse infettare gli stati contigui con l’ideologia comunista. L’Urss era descritta come seduttrice e potenziale stupratrice, i cui istinti repressi potevano esplodere in qualsiasi punto dei propri confini, se non si fosse esercitata una costante pressione di contenimento. Il secondo concetto geo-politico individuato da Agnew, strettamente collegato al primo, è la teoria dell’effetto domino, secondo la quale ogni minaccia all’ordine mondiale, rappresentata dall’affermazione in uno Stato di un governo comunista, avrebbe potuto diffondersi ad uno Stato vicino, e così, uno dopo l’altro come le tessere del domino, tutti gli stati di una determinata area sarebbero potuti cadere sotto l’influenza (questo servì a giustificare l’intervento Usa in Vietnam). Il terzo concetto, è l’idea che gli Usa fossero i portatori di un’egemonia buona. Si descriveva il buon funzionamento del sistema economico e politico globale come necessariamente dipendente dal predominio degli Usa.

 

la dissoluzione della jugoslavia

La dissoluzione della Jugoslavia generò aspri conflitti politici, soprattutto nella repubblica di Bosnia ed Erzegovina, caratterizzata da una popolazione eterogenea, composta da una mescolanza di Bosniaci musulmani, Croati e Serbi. Gli appartenenti ai primi due gruppi temevano ora di trovarsi in una condizione di inferiorità, in una Jugoslavia a maggioranza serba e, di conseguenza la Bosnia Erzegovina rivendicò la propria indipendenza. Questo mise in agitazione la minoranza serba in Bosnia, che cercò di istituire un territorio autonomo serbo in Bosnia, innescando violenti conflitti che durarono quasi quattro anni.

Gli autori delle correnti critiche hanno studiato il modo in cui la guerra in Bosnia, è stata interpretata e rappresentata nei discorsi e nei resoconti delle caste politiche occidentali, dimostrando come alcune posizioni politiche siano state giustificate da questa geo-politica pratica, mentre altre furono screditate. La visione dominante, tra i leader politici occidentali, era quella per cui il conflitto in Bosnia era la conseguenza di antichi odi etnici; il fatto che questa spiegazione a noi possa sembrare quasi plausibile per giustificare quelle violenze dimostra il potere della geo-politica nel rendere naturali alcuni espedienti retorici interpretativi. I geo-politici critici sostengono la necessità di approfondire i presupposti teorici alla base di questa spiegazione del conflitto e le sue implicazioni per quanto riguarda l’atteggiamento politico internazionale nei confronti della guerra in Bosnia. La retorica degli antichi odi etnici depoliticizza il conflitto e annulla le sue specificità geografiche.

Primo, attribuendo la causa della guerra agli antichi odi etnici, sembra che si suggerisca che la violenza è intrinseca nella popolazione bosniaca e che si manifesta per ragioni irrazionali e inspiegabili. Anziché far emergere la natura dei programmi politici nazionalisti, fatti di slogan opportunistici fondati su concrete preoccupazioni economiche e sociali della popolazione bosniaca, questa visione sembra assecondare il messaggio di questi slogan: una democrazia pluralista è impossibile in Bosnia, a causa della presenza di identità politiche antagoniste incompatibili. Questa rappresentazione sembra assumere che siano tutti i cittadini bosniaci ad essere nello stesso tempo vittime e carnefici. Ispirato a quest’immagine, l’intervento internazionale in Bosnia è stato attuato più in termini di soccorso umanitario, che di assistenza militare degli obiettivi politici di ciascun gruppo.

Il secondo elemento che si vuole mettere in risalto è il fatto che l’idea degli antichi odi etnici ha contribuito alla cancellazione dei luoghi della Bosnia. La ricca storia sociale del paese è stata ridotta alla rappresentazione di un torbido passato di continui conflitti e aggressioni. Molti autori hanno evidenziato la creazione di una dicotomia noi/altri all’interno di queste narrazioni geo-politiche, con la contrapposizione tra un’Europa razionale e pacifica ed una Bosnia irrazionale e perversa (rappresentazione definita come balcanismo). Svariati studi hanno considerato criticamente questa dicotomia, esaminando le rappresentazioni dei Balcani nelle geografie immaginarie di viaggiato, scrittori, studiosi e politici dell’Europa occidentale. Certi immaginari letterari vengono spesso ritenuti irrilevanti dalla politica concreta degli affari internazionali, ma si vuole considerare invece come possano essere importanti, in due modi. In primo luogo, essi riflettono la geo-politica popolare, in quanto rappresentazioni culturali che ottengono il consenso del pubblico grazie a specifiche geografie ed identità inventate. Quando queste idee vengono arruolate al servizio della politica estera, troviamo più facile accettarle come vere. In secondo luogo, ci sono dei collegamenti diretti tra la geo-politica pratica e quella popolare (si dice che Clinton sia stato influenzato da un libro di Kaplan, che offre una lettura balcanista della storia della Jugoslavia, nella definizione delle sue politiche nei confronti dei Balcani).

 

l’antigeopolitica

La ricerca nel campo della geo-politica critica ha esaminato a fondo l’importanza delle relazioni di potere all’interno delle quali viene prodotta la conoscenza geo-politica, sottolineando in particolare come l’affermazione di una certa visione territoriale della realtà non sia tanto legata alla veridicità, quanto piuttosto al potere economico, politico o culturale delle idee del suo autore. Questa prospettiva, che ha portato l’attenzione sulla natura spaziale delle idee geo-politiche, rimane però comunque concentrata sulle pratiche e le tesi delle caste statali. Negli ultimi anni ha fatto invece la propria apparizione una nuova corrente, che prende spunto dalle teorie femministe per costruire l’antigeo-politica.

La prospettiva antigeo-politica mette in luce numero omissioni, presenti sia nella geo-politica classica, che in quella critica. La prima è l’assenza di resistenza alle traduzioni concrete della geo-politica. Secondo questi studiosi, la geo-politica critica offre una chiara decostruzione del discorso politico dominante, ma in essa raramente è presente la sensazione che esistano delle alternative. Il secondo limite della geo-politica è che essa è stata un’attività esclusivamente maschile, che ha annullato il ruolo delle donne, sia nella produzione delle proprie tesi, sia nelle pratiche di resistenza.

 

la resistenza

I recenti studi nel campo dell’antigeo-politica si concentrano sulle pratiche di quegli individui e quelle istituzioni che hanno cercato di resistere alle narrazioni geo-politiche egemoniche create all’interno degli apparati statali. Il geografo Routledge ha suggerito che il termine antigeo-politica faccia riferimento ad una forza culturale e politica ambigua, che appartiene alla società civile. Il riferimento alla società civile evidenzia il fatto che la conoscenza dell’antigeo-politica viene prodotta da realtà esterne allo Stato ed agli interessi corporativi. Si tratta di visioni alternative della storia, che sfidano lo status quo e che vengono poste in due modi. In primo luogo, l’antigeo-politica sfida il potere geo-politico materiale degli stati o delle organizzazioni globali, resistendo al modello dominante di produzione capitalista. Inoltre, l’antigeo-politica resiste alle rappresenta­zioni geo-politiche imposte dalle caste, create e riprodotte per servire i loro interessi. L’antigeo-politica può dunque essere vista come un campo alternativo di produzione della conoscenza, che unisce una grande varietà di gruppi che combattono contro le idee geo-politiche dominanti dello Stato.

Il conflitto in Bosnia veniva dipinto dai leader occidentali come la conseguenza di antichi odi etnici, descrivendo la Bosnia lontana, al di fuori delle preoccupazione e della morale delle popolazioni occidentali. Grazie agli articoli, che parlavano della cruda realtà in cui erano immersi quei luoghi, provenienti dal campo della giornalista O’Kane si è potuto squarciare il velo nella quale era stata avvolta la Bosnia, portando il conflitto bosniaco di fronte alla responsabilità morale di chi legge. È importante sottolineare come queste corrispondenze, provenienti direttamente dai luoghi dei quali si parla, mettano in luce l’importanza della ricerca etnografica nel campo della geo-politica, un lavoro che prende seriamente in considerazione versioni legate ai luoghi delle narrazioni territoriali dominanti.

 

una geo-politica di genere

Recentemente, alcune geografe politiche femministe hanno provato, in due modi, ad analizzare la geo-politica dal punto di vista delle sue connotazioni di genere. In primo luogo è stata messa in luce la grave assenza delle donne tra le figure di spicco, sia della geo-politica classica, che di quella critica. La pretesa di oggettività della geo-politica ha mascherato anche la sua ineguale connotazione di genere, intrinseca ai suoi concetti e alle sue teorie. In secondo luogo, gli approcci femministi hanno offerto visioni geo-politiche alternative, che andavano ben al di là delle tradizionali preoccupazioni per la sicurezza degli stati.

Sia nella geo-politica classica, che in quella critica, è evidente la quasi totale assenza di donne. Per quanto riguarda la tradizione classica può essere facilmente spiegato tenendo conto della natura patriarcale della produzione di conoscenza geografica degli imperi della fine del XIX secolo. Ma basta uno sguardo ai testi della geo-politica formale e pratica degli ultimi dieci anni, ancora dominata dagli uomini, per capire che non è possibile considerare le disuguaglianze di genere solo come un fenomeno del secolo scorso. L’attenzione della geo-politica per le politiche formali delle relazioni internazionali ha quindi escluso le arene informali delle partecipazione politica, nelle quali le donne svolgono invece un ruolo attivo e fondamentale (migranti lavoratrici). Secondo le autrici femministe, i geo-politici critici dovrebbero essere più attenti alla natura parziale della loro stessa produzione di conoscenza, che avviene all’interno di un ambiente accademico occidentale, a predominanza maschile.

I contributi femministi non si limitano ad un’osservazione critica delle discriminazioni di genere, ma offrono anche visioni geo-politiche alternative, a partire dalla messa in discussione dei luoghi in cui nasce la geo-politica, rovesciando l’idea diffusa che questa si svolga solo all’interno delle istituzioni formali, legate alla politica estera degli stati. Nello specifico, le geografe politiche femministe hanno spostato l’attenzione sulla natura geo-politica della vita di tutti i giorni, evidenziando il ruolo di pratiche e identità localizzate nel sostenere o contestare i discorsi geografici. Le prospettive femministe offrono quindi una visione alternativa della vita politica, che rifiuta le logiche scalari della retorica dominante, offrendo al loro posto una serie di racconti esplicitamente parziali, che rendono evidente la molteplicità di scale e di luoghi della produzione della conoscenza geo-politica.

 

conclusione

La geo-politica si occupa di visioni del mondo. Come tutte le idee, però, queste visioni del mondo sono condizionate dalla propria origine, sono descrizioni parziali, che descrivono il mondo in un modo utile a chi le esprime. La geo-politica critica, una prospettiva nata negli anni Ottanta, ha cercato di utilizzare diverse teorie sociali e culturali per esaminare e descrivere le relazioni tra potere e conoscenza, dalle quali deriva la produzione di idee geo-politiche. Alcuni studi recenti, però, soprattutto quelli legati alla tradizione teorica del pensiero femminista, hanno criticato la geo-politica critica in due modi: primo, ci si è chiesto se gli stessi autori della geo-politica critica si siano sufficientemente interrogati sulla propria posizione privilegiata e sui propri pregiudizi; secondo, alcune recenti riflessioni metodologiche hanno notato come spesso i geo-politici critici si siano concentrati soprattutto su testi e discorsi, tralasciando la realtà concreta. A partire da queste domande, è in corso un lavoro di correzione e ripensamento in questo campo, grazie anche all’utilizzo, da parte dei geografi politici, delle metodologie etnografiche, utili a comprendere la riproduzione e la contestazione quotidiana dei concetti della geo-politica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

GEOGRAFIA DELL’INTANGIBILE

nuovi metodi e avanzamenti teorici della geo-politica

 

NUOVI ASPETTI TEORICI, METODICI E OPERATIVI

Le discipline geografiche hanno conosciuto negli ultimi decenni, e sempre più intensamente, un distacco pressoché completo tra lo studio degli aspetti naturalistici, ormai appannaggio di settori di ricerca altamente specializzati, e lo studio degli aspetti antropici. Si tratta di due grandi ambiti (ampiamente segmentati anche al loro interno) che utilizzano metodi completamente differenti e che si pongono obiettivi conoscitivi altrettanto divaricati, benché da più parti si lamenti il risultato negativo di una perdita di visione unitaria nello studio del sistema Terra, che non dovrebbe essere considerato se non in maniera unitaria. Le discipline che compongono il versante antropico della geografia si vanno collocando in maniera vieppiù decisa tra le scienze umane e sociali, con ampie intersezioni con la riflessione epistemologica, sociologica, economica, storiografica, linguistica, storico-letteraria, estetica, psicologica e via dicendo, per non considerare le implicazioni operative che hanno portato la geografia a contribuire alla gestione e alla pianificazione territoriale, urbanistica e politico-economica. Caratteristico degli ultimi anni è lo sviluppo impetuoso, benché talvolta effimero, di specifici ambiti di studio, come la geografia visuale o la geografia emozionale, seguiti massicciamente dalla comunità geografica internazionale.

Nell’ultimo decennio del 20° secolo si è allentata la tensione epistemologica e, per riflesso, ideologica che aveva caratterizzato il dibattito geografico a partire dagli anni Settanta, nel contesto disciplinare italiano e internazionale. Ruolo non secondario, in ciò, ha avuto la rivoluzione geo-politica che, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, ha visto l’implosione del sistema regionale ed economico di influenza sovietica, avvalorando, da un lato, le proiezioni teoriche in materia di entropia dei sistemi chiusi e ridimensionando, dall’altro, la contrapposizione frontale tra geografia neopositivista e geografia marxista o radicale. Le posizioni di quest’ultima sono state in parte raccolte dalla corrente definita come “postmodernismo”. In generale, la disciplina ha rivalutato la propria unità, avvalorata da posizioni di pensiero inclini a rivisitarne l’evoluzione e a sottolinearne i caratteri di prassi.

In tale direzione ha spinto anche il processo di globalizzazione, sostenuto dallo sviluppo delle reti, soprattutto immateriali, e degli strumenti connessi. In particolare i GIS (Geographical Information Systems) hanno accresciuto la domanda di informazione geograficamente referenziata, ossia riferita ai luoghi e trasferibile in banche dati di formato vettoriale. Il fatto che, almeno in un primo momento, proprio i geografi ne siano rimasti quasi paradossalmente estranei ha confermato l’esigenza di abbandonare posizioni autoreferenziali, che tendevano a estraniare la disciplina dagli interessi del mondo reale.

L’idea, peraltro, che i nuovi sistemi di comunicazione potessero annullare le distanze geografiche si è rivelata ben presto illusoria, restituendo importanti valenze alla geografia descrittiva; mentre le sempre più frequenti anomalie climatiche, unite a calamità di inusitata violenza (per esempio, il maremoto che ha colpito l’Asia meridionale nel dicembre 2004), pongono in evidenza la necessità di una visione complessiva dei fenomeni fisici e antropici che una specializzazione disciplinare troppo spinta rischierebbe di vanificare. La geografia dei contrasti e dei rischi naturali costituisce, pertanto, un campo di ricerca sempre più rilevante, nella misura in cui l’uso intensivo dello spazio rende maggiormente pesanti le conseguenze, anche economiche, di tali eventi. Altrettanto accade nell’ambito dell’organizzazione e pianificazione dello spazio geografico, dove la capacità di sintesi e la posizione di incrocio della geografia trovano apprezzamento da parte degli enti territoriali che, anche in Italia (come da tempo accade in Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Russia), affidano sempre più di frequente a geografi il coordinamento dei gruppi di lavoro per la pianificazione di area vasta, nella quale l’ampio spettro delle competenze geografiche gioca un ruolo strategico.

Dunque, non si pone in discussione l’individualità scientifica della geografia, proprio alla luce di quel percorso che, passando per una sempre più vasta interdisciplinarità e fino all’approccio tradisciplinario ai grandi problemi contemporanei, l’ha portata a consolidare una posizione di intersezione fra gli insiemi delle scienze naturali, delle scienze sociali e delle scienze logico-matematiche. Si ripropone, semmai, il problema della specificità di contenuti e metodi, che tuttavia il principio di sintesi geografica appare in grado di sostenere; e vale, a conferma, riproporne la classica definizione ripresa da un caposaldo della letteratura geografica italiana: <<Le scienze geografiche studiano i fenomeni empirici - distribuiti sulla superficie terrestre e interconnessi - negli insiemi spaziali da loro posti in essere.>> (U. Toschi: “geografia economica” [Milano, 1967]: p. 8). Essa coniuga, da un lato, l’osservazione diretta (metodo induttivo) delle interrelazioni fra ambiente naturale e società umane, dall’altro, l’analisi e definizione, a partire da teorie generali e modelli (metodo deduttivo), degli insiemi identificabili nello spazio regionale. La constatazione che la geografia deve privilegiare il profilo fattuale rispetto a quello teorico non induce, pertanto, ad abbandonare la costruzione di modelli derivanti dalla generalizzazione delle osservazioni empiriche. La descrizione conoscitiva e la classificazione dei fenomeni, infatti, comportano schemi di riferimento attraverso i quali l’approccio descrittivo sale di rango e coinvolge relazioni sempre più articolate. La formalizzazione di queste ultime continua a fare ricorso alle metodologie quantitative, divenute tuttavia maggiormente consapevoli della necessità di verifiche sul campo.

Oggetto di rivalutazione è anche il principio di causalità, il quale, lungi dal configurarsi come mero determinismo, porta ad analizzare catene coinvolgenti fenomeni fisici e antropici in processi di complessità crescente e nella diversificazione tra aree: base, a sua volta, di un auspicabile e in parte già attuale recupero della geografia comparata. Sviluppando il concetto di processo, si perviene (come detto) all’analisi sistemica, che rappresenta la saldatura teorica con il contesto interdisciplinare e di cui la fenomenologia geografica è campo di applicazione per eccellenza.

Per contro, appare eccessiva l’enfasi attribuita alla ’svolta culturalista’ in geografia, che occupa una parte cospicua della letteratura disciplinare nell’ultimo decennio del 20° secolo, prefigurando degli orizzonti di rinnovamento speculari all’abbandono dello scientismo positivista e funzionalista. Per la verità, concetti come luogo, simbolo, cultura appartengono alla geografia umana classica, dove già ai primi del Novecento trovavano piena espressione nel genere di vita e nella regione umanizzata di matrice possibilista. È altrettanto ovvio che tali concetti vadano reinterpretati alla luce del cambiamento geo-politico ed economico di fine secolo: per fare un solo esempio, l’intensificazione delle correnti migratorie comporta nuovi e spesso critici rapporti interetnici, religiosi, ma anche relazionali e produttivi, coinvolgendo sistemi urbani e rurali, centrali e periferici, globali e locali.

L’approccio culturale offre strumenti utili a tale reinterpretazione: tutte le forme di costruzione sociopolitica derivano dalla socializzazione di percezioni individuali che lo sviluppo economico ha fatto convergere nell’uso delle risorse e nella gerarchizzazione dei luoghi, alla ricerca di una mediazione che è mirata, da un lato, alla sopravvivenza delle popolazioni e, dall’altro lato, alla risoluzione dei conflitti. La modernità, intesa come paradigma urbano-industriale nell’ottica funzionalista, ha comportato l’omologazione dei generi di vita e il consolidamento di rapporti territoriali asimmetrici. All’inizio del 21° secolo, l’ormai avvenuta presa di coscienza dei limiti di tale modello di sviluppo porta a concetti di sostenibilità che trovano nella geografia culturale un forte punto di attacco per la valorizzazione dei localismi, nell’ottica di una più equilibrata utilizzazione del territorio. Quando, però, si arriva a negare l’oggettività dei luoghi, indulgendo a interpretazioni simboliche del tutto soggettive e presumendo che ne possa derivare la liberazione dai meccanismi di produzione del potere, si rievocano posizioni obsolete di radicalismo ideologico con le quali la geografia si è già confrontata in passato, senza pervenire a risultati effettivi: dunque, non si propone alcuna innovazione teorica.

Appare questo il limite fondamentale del postmodernismo geografico, oggetto anch’esso (secondo la corrente che vi si richiama) di una svolta che segnerebbe il nuovo approdo della geografia. Il rapporto tra spazio e tempo viene sostanzialmente ribaltato: la dimensione temporale dei processi che hanno generato trame, strutture e reti di fenomeni, centrati in vario modo sui luoghi, tende a essere sottovalutata rispetto alla dimensione simbolica, e sincronica, dei luoghi stessi. Lo spazio finirebbe così per prevalere sul tempo, e ciò darebbe maggiore risalto alla funzione della geografia, sottraendola a una sorta di dipendenza dalla storia. Stridente è il contrasto con posizioni mature di geografi che hanno attraversato l’intero percorso della evoluzione teorica della geografia nella seconda metà del 20° secolo: fra gli altri, P. Claval sottolinea come la dimensione simbolica della vita umana sia integrata nei processi sociali come pure nelle realtà spaziali, estendendosi dalle eredità culturali del passato al contesto geografico del presente e proiettandosi, di conseguenza, nelle scelte per il futuro. Altro limite dell’approccio postmoderno è l’impossibilità di organizzare il territorio nella misura in cui quest’ultimo può essere oggetto di un disegno ma non di un piano, il quale presupporrebbe una connessione razionale fra i significati simbolici. Si finisce, dunque, per rievocare i limiti di quella regione umanizzata proposta dalla geografia del primo Novecento, tanto armoniosa, unica, irripetibile e dunque immodificabile da dover essere abbandonata non solo dalla ricerca, ma dalla stessa realtà geografica, causandone il ribaltamento nell’isotropia funzionalista e la conseguente, altrettanto eccessiva, perdita di identità.

Fra i temi riemergenti nella ricerca geografica dell’ultimo decennio del secolo scorso è anche il paesaggio, le cui trasformazioni esprimono appieno il carattere complesso e interdipendente dei fenomeni geografici, rappresentando non soltanto la stratificazione ma in special modo l’organizzazione degli elementi territoriali e identificando pertanto, lungo una traiettoria processuale, lo stato puntuale del sistema regionale a un tempo dato.

Torna a proporsi, dunque, l’unità della geografia al di fuori di schemi e di correnti che finirebbero con il riprodurre i dualismi presenti nel passato (determinismo contro possibilismo, geografia ortodossa contro nuova geografia, approccio descrittivo contro approccio interpretativo) senza possederne i fondamenti epistemologici. L’apparato concettuale rivendicato dalla geografia culturale e, in generale, dal postmodernismo non solo non può definirsi originale, ma ancor meno può imporre la cancellazione dei paradigmi geografici stratificatisi nel tempo. Dunque, posizioni razionaliste e relativiste devono convivere e confrontarsi sui problemi reali del rapporto fra ambiente e società umane, il classico campo della scienza geografica. Si può dunque ben ragionare di rappresentazioni soggettive conservando un basamento di impianto positivista.

In questi termini, la base teorica e pragmatica della geografia si attaglia in pieno alla domanda di conoscenza che, più o meno consapevolmente, pervade l’intera società. Semmai, l’errore è stato abbandonarla, quasi rinnegandone la scientificità; o, per converso, limitare all’eccesso i riferimenti teorici, nella preoccupazione che essi potessero condizionare la libertà di osservazione del geografo. In quest’ultimo senso può intendersi quella sorta di isolazionismo che la geografia (ancora una volta, non solo italiana) ha avvertito, ed essa stessa alimentato, nei confronti di un quadro interdisciplinare sempre più diviso e addirittura dispersivo: nel tentativo di affermare la propria indipendenza, i geografi hanno forse trascurato di mantenere una visione della scienza come corpo unico, finendo con il frammentare la propria disciplina in componenti solo apparentemente specialistiche che sono aggregate di volta in volta, con pericolosi atteggiamenti di subordinazione, a campi disciplinari estranei.

Per tutti questi motivi, la domanda di conoscenza geografica poteva apparire latente nel momento in cui posizioni quantomeno discutibili adombravano, nel sistema scolastico italiano, la surrogazione della geografia da parte di una ‘sommatoria’ fra scienze della terra, sociologia ed economia (posizioni controbattute nel contributo “perché insegnare la geografia in una rinnovata scuola moderna e interdisciplinare” edito nel 1998 a cura del Centro studi del TCI). Al contrario, tale domanda ha trovato continui riscontri nel campo della divulgazione geografica, le cui opere non hanno mai cessato di riscuotere successo presso il grande pubblico. A ulteriore conferma, nella riforma dell’ordinamento universitario del 2001 la classe di laurea in scienze geografiche ha mantenuto piena autonomia, consentendo di formare geografi professionali in una decina di atenei.

In conclusione, tornano attuali parole scritte alla vigilia della crisi di fine secolo scorso: <<La geografia ha forse oggi capito i suoi confini e superato la sua crisi di crescenza, proponendosi come disciplina che si differenzia al variare dei suoi specifici e concreti oggetti territoriali ma si mantiene unitaria nel porre, a scale diverse, identici sfondi all’interno dei quali essi sono considerati". E ancora: "tra le varie discipline, la geografia è forse quella che identifica più abitualmente il proprio linguaggio scientifico con il parlare comune. Per un geografo, mare è mare, monte è monte: non ci sono fraintendimenti. È quindi una disciplina molto leggibile, con un linguaggio a volte pericolosamente semplice. A fronte di discipline mascherate da codici di comunicazione per addetti ai lavori, sembra talvolta una sorella povera. Ma uno dei suoi punti di forza sta proprio nella semplicità ed appropriatezza del linguaggio e nella conseguente possibilità di controllo che essa offre.>> (G. Corna Pellegrini: “perché la geografia oggi” in “aspetti e problemi della geografia” [Milano, 1987]: vol. 1: p. 5).

Il processo di globalizzazione ha conferito una rinnovata centralità alla dimensione territoriale dell’agire sociale e all’analisi dei fattori di territorializzazione delle stesse pratiche sociali. La ricerca geografica ha posto, nel corso degli ultimi quindici anni almeno, una sempre maggiore attenzione verso lo ‘spazio dei flussi’ e dunque verso l’osservazione e l’analisi critica di sistemi reticolari e dei connessi fenomeni di mobilità che attraversano la società e che si traducono in processi di tipo trascalario: dai movimenti di persone, merci e informazioni, alla circolazione di modelli di sviluppo e pratiche di governo. Sono questi forse tra i motivi principali che hanno permesso alla geografia umana di collocarsi al centro dei molteplici cambiamenti paradigmatici che hanno interessato le scienze sociali negli ultimi trent’anni: dalla svolta culturale a quella umanistica, da quella linguistica a quella iconografica si sono effettuate riflessioni costanti e trasversali ai diversi campi di ricerca sui concetti di territorio e territorialità. Tra le numerose questioni affrontate, alcune possono essere considerate centrali. La prima riguarda il grado di integrazione nella geografia umana delle ‘svolte’ nate in altri contesti disciplinari, la seconda attiene all’individuazione degli ambiti della geografia umana che, più di altri, sono stati coinvolti nei processi di cambiamento paradigmatico, la terza ha a che fare con la consapevolezza epistemologica di un’ontologia peculiare che l’essere umano sulla Terra fonda in ragione di un agire territoriale stimolato da bisogni, tecniche, sentimenti, visioni, istituzioni.

Nel corso di questi anni molte idee nate nei contesti della teoria sociale e della filosofia contemporanea sono dunque approdate in ambito geografico, così come diverse elaborazioni concettuali nate in senso alla geografia sono state riprese in ambiti disciplinari diversi. Questo intreccio di conoscenze e metodi della ricerca ha attivato e alimentato feconde linee di ricerca e nuovi campi teorici circa il ruolo delle pratiche spaziali, conferendo centralità nuova ai rapporti tra soggetto, attore e individuo. L’importanza del soggetto quale parte fondante degli studi geografici ha permesso, in effetti, avanzamenti teorici rilevanti nella geografia sociale e in quella economica, come testimoniano indagini e proposte teoriche attorno allo sviluppo locale, agli attori territorializzati, alla geografia della vita quotidiana, ai processi di governance. Nella stessa direzione possono essere interpretati gli impulsi generati dalla svolta linguistica, da quella iconografica, culturale, biografica, narrativa, interpretativa che notevoli ripercussioni hanno avuto nella geografia tramite l’attivarsi di riflessioni teoriche sulla geografia visuale, sul rapporto tra territorio e memoria, sull’etica dell’agire territoriale, sulle relazioni tra legalità e legittimità, sull’ordine giurisdizionale dei territori, sul controllo simbolico, materiale e organizzativo. La tradizionale geografia storica sembra aver assunto la necessità di costruire una narrazione geografica all’intersezione tra individuo, luogo e società, non solo come costruttori e protagonisti dell’agire storico, ma anche quali ‘soggetti’ attivi e imprescindibili delle continue trasformazioni del territorio, del paesaggio e del luogo. La geografia urbana, dal canto suo, ha operato un processo di ricostruzione degli approcci metodologici con l’intento di fornire risposte alla complessità delle trasformazioni urbane contemporanee e alla rinnovata centralità della città e della vita urbana. Una geografia urbana del soggetto abitante è quella proposta da alcune linee di ricerca recenti, che mettono in evidenza l’importanza in termini di conflittualità sociale, di pratiche dal basso, di movimenti politici e sociali. Uno degli apporti più rilevanti di questo approccio risiede nell’idea che al centro della riflessione debbano esserci le esperienze spaziali delle diverse soggettività sociali, con l’integrazione nel discorso del concetto di ‘abitare’ di matrice heideggeriana. In sostanza, si è sviluppata una proposta teorico-metodologica che vede il soggetto, la soggettività, i linguaggi, le immagini, i segni, le conflittualità, la costruzione di pratiche dal basso come parte integrante del contesto urbano.

Non si possono tralasciare, infine, gli avanzamenti teorico-metodologici, specificatamente di matrice geografica, avvenuti negli studi su ambiente e paesaggio, nel quadro delle più ampie teorizzazione sui diritti fondamentali e i beni comuni. In questa direzione, l’ambiente esprime la geograficità di una natura che non può essere ridotta alle sole funzionalità ecologiche; essa rappresenta l’insieme delle pratiche, delle visioni, delle aspettative, dei diritti e degli obblighi che le società umane assumono nei confronti della natura. Il paesaggio, dal canto suo, si rivela consapevolezza di un’armonia che regge l’organizzazione del territorio, conquista culturale delle popolazioni insediate e di quelle che lo fruiscono: un bene di certo non monetizzabile o commerciabile.

Nella moderna cultura geografica anglosassone, il dibattito sul postmoderno domina da ormai due decenni, con particolare rilevanza nella geografia umana e politica. Il postmoderno, più che essere un paradigma, riunisce una molteplicità di posizioni critiche caratterizzate dalla sfiducia nel pensiero moderno, che costringe il libero fluire della vita all’interno di presunte categorie universali. Per la geografia postmoderna non è più possibile spiegare la realtà con un unico paradigma; perciò essa si propone di decostruire le rappresentazioni dominanti, metterne in luce i non detti e dare spazio alla pluralità del reale. Il postmoderno attacca ogni pretesa di oggettività, verità e neutralità del processo conoscitivo, ne riconosce la natura parziale e soggettiva, che si impone come oggettiva solo per mantenere la propria posizione egemonica. Nell’ambito delle scienze sociali questa impostazione ha comportato la rivalutazione della dimensione spaziale, quindi della geografia, come analisi delle relazioni contingenti tra gli enti che occupano uno stesso luogo e che generano una situazione irripetibile grazie alle interazioni reciproche. I geografi di tradizione marxista, come Richard Peet e David Harvey, hanno contestato al postmodernismo la mancanza di progettualità politica, esito inevitabile della critica radicale di ogni sapere come forma di potere che include ed esclude allo stesso tempo. Claudio Minca, tra gli altri, ha risposto alle critiche, sottolineando come il principale obiettivo del postmodernismo sia la consapevolezza che ogni relazione comporta potere, ma non che sia impossibile eliminarlo. Il progetto è realizzabile a partire dall’esplicitazione della nostra posizione e di quella dei nostri interlocutori, in altre parole chiarendo il modo in cui il potere è spazialmente e socialmente determinato. Il dibattito sul postmoderno domina la cultura geografica anglosassone da ormai due decenni, con particolare rilevanza nella geografia umana e politica. Il filone nasce dall’incontro tra il postmoderno statunitense e il poststrutturalismo francese, rifacendosi agli studi di Michel Foucault, Roland Barthes, Jacques Derrida e Jean-François Lyotard. Alcuni degli autori principali di questo filone, spesso provenienti da una formazione marxista, sono Edward Soja, Brian Harley, Claudio Minca, Michael Dear e Gearóid Ó Tuathail per la geografia politica. Il postmoderno, più che essere un paradigma, riunisce una molteplicità di posizioni critiche caratterizzate dalla sfiducia nelle possibilità del pensiero moderno, accusato di costringere silenziosamente il libero fluire della vita all’interno di categorie presuntivamente universali. Per la geografia p. non è più possibile spiegare la realtà all’interno di un unico paradigma e per questo si propone di decostruire le rappresentazioni dominanti, metterne in luce il non detto e dare spazio alla pluralità del reale. Il postmoderno critica ogni pretesa di oggettività, verità e neutralità del processo conoscitivo; ne riconosce la natura parziale e soggettiva, che si impone come oggettiva per mantenere la propria posizione dominante. Caduta ogni pretesa di oggettività del sapere, ogni gesto umano cade sotto la lente del punto di vista e diventa politico, in quanto espressione di una soggettività. Nell’ambito delle scienze sociali questo ha comportato la rivalutazione della dimensione spaziale, quindi della geografia, come analisi delle relazioni contingenti tra gli enti che occupano uno stesso luogo e che generano una situazione irripetibile grazie alle interazioni reciproche. I geografi di tradizione marxista come Richard Peet e David Harvey hanno contestato al postmodernismo la mancanza di progettualità politica, esito inevitabile della critica radicale a ogni sapere come forma di potere che include ed esclude allo stesso tempo, secondo quel processo proprio al pensiero occidentale che Derrida ha definito di identità e differenza, dove l’identità stabilisce un campo semantico dal quale escludere l’altro, cioè il differente. In definitiva, il postmodernismo critica l’autorità denunciando il sapere che la legittima come forma di potere del dominante sul dominato, così connotando l’autorità come autoreferenziale e priva di fondamento. Minca, tra gli altri, ha risposto alle critiche sottolineando come il principale obiettivo del postmodernismo sia la consapevolezza che ogni relazione implica un potere. Il progetto è possibile a partire dall’esplicitazione della nostra posizione e di quella dei nostri interlocutori, in altre parole chiarendo il modo in cui un potere è spazialmente e socialmente determinato.

 

CYBER-GEOGRAPHY E CYBER-SPAZIO

La cyber-geography studia le reti spaziali costruite dalle comunicazioni digitali, innanzitutto Internet, che creano quello che viene definito cyber-spazio. I flussi elettronici e telematici che caratterizzano il mondo contemporaneo portano i geografi a interessarsi delle geografia dei nuovi territori elettronici. Secondo uno dei pionieri della cyber-geography, Martin Dodge, esistono diverse geografie del cyber-spazio, che si occupano dell’impatto delle tecnologie digitali sullo spazio reale, ma anche dello studio delle infrastrutture fisiche, dei flussi di traffico, dei caratteri demografici delle comunità che nascono nel cyber-spazio, fino alla percezione degli spazi digitali. Per esempio, è possibile studiare la rete cartografando la diversa connettività a livello globale, il traffico di dati e le sue diverse tipologie di uso. Il tentativo di cartografare i nuovi cyber-spazi con cyber-mappe ci aiuta a comprendere i nuovi paesaggi informatici e a navigare al loro interno. I flussi elettronici evidenziano che esiste uno spazio alternativo a quello fisico, invisibile, che tende a ricomporre in unità frammenti di spazio fisico, secondo logiche differenti. La rivoluzione informatica ha permesso la nascita di nuove articolazioni spaziali delle relazioni di potere, in cui i luoghi si connettono tra loro senza avere necessariamente contiguità fisica. Si passa così dagli Stati nazione alle città globali, ossia a una rete di città appartenenti a Stati diversi, ma unite da funzioni simili. L’interazione sociale si smaterializza e si separa da ogni ubicazione fissa, al pari del consumo e della produzione. La cyber-geografia porta a guardare lo spazio con occhi diversi da quelli della tradizione cartesiana, in quanto il cyber-spazio è privo di un centro e di una forma fisica. I paesaggi virtuali influenzano e obbligano a vivere in modo diverso quelli fisici, in una coalescenza di visibile e invisibile che comporta una profonda revisione di ogni elemento della vita umana, dal sociale, al politico, all’economico.

 

GEOGRAFIA DI GENERE (GENDER GEOGRAPHY)

La “geografia di genere” è un filone di studi che propone un diverso approccio teorico e metodologico, legato alla nozione di genere come categoria sociale e come espressione di relazioni di potere, posto alla base di ogni costruzione e gestione dello spazio. Gli studi di genere in geografia hanno preso origine da interrogativi assai concreti: perché alcuni mestieri sono prettamente svolti da donne? Perché i ruoli di responsabilità sono soprattutto ricoperti da uomini? Perché gli utenti dei mezzi pubblici sono in maggioranza donne? Perché alcuni spazi pubblici di notte diventano appannaggio esclusivo degli uomini?

L’idea era di mettere in evidenza, come scriveva Simone de Beauvoir in apertura di “le deuxième sexe (1949), che <<non si nasce donna [o uomo]: lo si diventa.>> e che le differenze tra uomini e donne sono il risultato di una costruzione sociale. Alla fine degli anni Sessanta del 20° secolo il concetto di genere si fa strada nel campo della psicoanalisi e della sociologia, soprattutto negli Stati Uniti, ove le femministe rivendicano la presenza delle ‘donne’ come soggetto e oggetto di ricerca scientifica, che fino allora si declinava esclusivamente al maschile neutro. L’odierna accezione di gender è stata poi puntualizzata da una sociologa anglosassone, Ann Oakley (in “sex, gender and society” del 1972) e, alla fine del secolo scorso, gli studi di genere in Europa hanno attaccato l’ideologia naturalista della differenza tra sessi, in base alla quale alla sfera maschile è in qualche modo assegnato un valore superiore rispetto a quella femminile.

Oggi sono ormai tutte le scienze umane e sociali a occuparsi di problematiche di genere, non più necessariamente legate alla sola dimensione femminile, poiché l’orizzonte di ricerca si è allargato alla costruzione sociale delle differenze di comportamento e di relazione legate al sesso e all’identità sessuale. Fin dalle prime fasi di socializzazione di bambine e bambini, tale costruzione delle differenze si evidenzia in tutte le declinazioni spaziali (usi, percezioni, rappresentazioni, fruizioni differenziate, discriminanti o addirittura esclusive di certi tipi di luoghi) dell’insieme delle attività sociali (lavoro professionale e domestico, spostamento, formazione, tempo libero ecc.). Il genere non è dunque più inteso come un attributo duale, bensì come un nuovo paradigma, un sistema dinamico che può fungere da chiave per individuare, entro lo spazio di relazione, le relazioni di potere, così come le classi, le etnie, l’età e così via.

 

GEOGRAFIA VISUALE 

Varie sono le sfumature assunte dalla geografia visuale, ma due sono le principali accezioni del termine. Da una parte, si parla di geografia visuale quando si fa particolare uso dei supporti visivi nell’ambito della ricerca geografica, della descrizione e interpretazione, ma soprattutto nella divulgazione delle informazioni (i supporti visivi in questione comprendono immagini fisse, quali disegni, fotografie o qualsiasi elaborato grafico, così come immagini in movimento, quali quelle da filmi, da serie televisive, da caroselli pubblicitari). Dall’altra, la geografia visuale è per alcuni una sorta di nuovo filone della geografia, che integra completamente la dimensione visuale, in tutte le sue espressioni, nella costruzione dei suoi oggetti di ricerca. Documenti visuali hanno da sempre affiancato gli studi geografici, caratterizzati da una perenne oscillazione tra scrittura e rappresentazione grafica del mondo. Le primissime immagini geografiche sono state le carte, ma non va dimenticata la pittura (rappresentazioni di paesaggi rurali, urbani, industriali, litorali, reali o inventati). Nel corso del 18° secolo si è diffuso l’utilizzo delle immagini in rilievo sulle carte (uso del tratteggio ombreggiato) e nel 19° secolo si sono affermate prima l’incisione e in seguito la fotografia, passando dalla cartografia tematica a colori a quella in tre dimensioni, per giungere alla fine del 20° secolo all’immagine animata, interattiva o puramente virtuale. Ai giorni nostri i geografi, a prescindere dal livello di adesione alla geografia visuale, si devono confrontare con l’aumento esponenziale dell’uso che la società fa delle immagini e con la varietà dei loro supporti e provenienze. Tale profusione di stimoli visivi ha offerto nuove opportunità scientifiche per osservare, interagire e, soprattutto, per comprendere la realtà.

Secondo l’impostazione metodologica scelta da chi pratica la geografia visuale, si ricorre regolarmente ai supporti audiovisivi come importante strumento di analisi geografica, in particolare nelle ricerche sulla costruzione territoriale e la relativa organizzazione sociale. In altri casi si studia invece quanto la sfera visuale stessa partecipi alla costruzione della realtà geografica, ovvero si studia la dimensione per-formativa delle immagini (per esempio, come un film o un manifesto pubblicitario inducono in determinati territori una frequentazione turistica, che comporta poi un cambiamento e una riorganizzazione di quegli stessi luoghi).

 

GEOGRAFIA EMOZIONALE 

Orientamento che studia territori e paesaggi sulla base non degli elementi fisici o sociali oggettivi, ma della percezione soggettiva ed emotiva che di essi hanno gli individui e le collettività che ne fruiscono stabilmente (residenti) o temporaneamente (viaggiatori). L’interesse è posto sulle emozioni che possono essere definite geografiche, che cioè sorgono più o meno direttamente in dipendenza da motivazioni territoriali, o geograficamente rilevanti, provocando interventi preventivi o attuativi sul territorio. Un territorio emotivo è lo spazio geografico che ha generato e rimane in grado di suscitare emozioni consistenti, e ciò in virtù di due componenti: quella naturale, cioè gli elementi fisici, biologici, astronomici più caratteristici del luogo, e quella umana, con il suo corredo storico-culturale e artistico. La geografia emozionale, che si suole far risalire all’“atlante delle emozioni” di Giuliana Bruno pubblicato nel 2002, prende le mosse dal mutamento di prospettiva indotto dalla geografia della percezione sulla spinta dell’epistemologia filosofico-psicologica, che ha spostato l’attenzione sulla soggettività dell’esperienza e della conoscenza quale componente di pari importanza rispetto alla tradizionale scienza positivista e razionalista. La geografia emozionale intende caratterizzarsi come disciplina a partire dal presupposto che il ‘sentire’ sprigionato dai luoghi rappresenti un aspetto caratterizzante del territorio, da comprendere e studiare onde restituire un’immagine di esso il più possibile completa. E questo poiché le emozioni, oltrepassando l’individuo, vanno a sedimentarsi nella coscienza collettiva, divengono patrimonio culturale e fattori di identità, assumendo un ruolo profondamente sociale, dato che sono in grado, agendo sugli individui, di agire anche sui luoghi. Dai presupposti della geografia emozionale scaturiscono esperienze innovative di cartografia, come il biomapping, modello cartografico di descrizione dei luoghi basato sulle reazioni emotive da essi suscitate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

GEO-POLITICA DELLA BIO-DIVERSITÀ

 

PROLOGO

Per parlare delle relazioni fra biodiversità e geo-politica è necessario tracciare un profilo storico dei rapporti fra l’uomo e la natura, spingendosi in una certa misura nella preistoria recente (inizio dell’Olocene), al fine di individuare un punto di partenza. Una volta individuato questo punto, è possibile descrivere il quadro delle trasformazioni prodotte sia dalla natura locale sulla cultura umana, allora nascente, sia dalle attività umane sempre più complesse e impattanti sulla natura stessa.

Ovviamente, in base alle definizioni suggerite da diversi autori, dagli inizi del Novecento agli ultimi saggi di Lacoste, il concetto di geo-politica è legato all’esistenza di stati e di contese territoriali con mire espansive ed egemoniche. Tuttavia, ripercorrendo l’evoluzione culturale dell’uomo, troviamo a livello embrionale le origini di questo concetto anche nelle società più semplici, purché caratterizzate da un’organizzazione gerarchica che funga da guida per la sopravvivenza quotidiana. In queste società semplici di cui ancora oggi troviamo nuclei superstiti in tutti i continenti extraeuropei, esplodevano periodiche dispute fra bande di cacciatori-raccoglitori per la difesa dei propri territori e delle relative risorse o per l’invasione di territori vicini in caso di carestia. Tali dispute potevano culminare con scene ritualizzate di guerra, spesso incruente o con poche vittime, oppure risolversi con accordi di pace sigillati da matrimoni e sacrifici. Tutto ciò rappresenta la fase embrionale della geo-politica e l’iniziale, lenta trasformazione della natura da parte dell’uomo che ancora dipendeva direttamente dalla biodiversità degli ecosistemi. In questa fase, ogni popolazione umana era spesso legata a un solo tipo di ecosistema all’interno del quale la diversificazione degli habitat era piuttosto ridotta. In tale contesto, ciascuna popolazione ha sviluppato una cultura locale basata sul nomadismo di piccoli gruppi (detti bande) e caratterizzata da modalità di sfruttamento, che potremo oggi chiamare sostenibile, delle risorse naturali locali. Le variazioni demografiche subite da queste popolazioni dipendevano dalla ‘bontà’ del loro territorio (espressione ancora ricorrente nelle lingue dei popoli cacciatori-raccoglitori sopravvissuti) che in alcuni periodi era ‘buono’ nei loro confronti perché concedeva risorse abbondanti mentre in altri periodi diventava ‘malvagio’. Ogni qual volta le risorse (selvaggina e piante commestibili) diminuivano, la banda doveva spostarsi in un altro territorio, rischiando possibili incontri/scontri con altri gruppi simili. Questo scenario preistorico porta a diverse considerazioni: 1) periodicamente le risorse di un territorio si abbassavano al di sotto della capacità portante e ciò rappresenta gli albori dell’impatto ambientale; 2) l’uomo cacciatore-raccoglitore non era in grado di regolare le risorse alimentari ai propri bisogni mentre queste regolavano la sua demografia e i suoi spostamenti; 3) la densità demografica umana diminuiva periodicamente durante i periodi di scarsità alimentare (malattie da indebolimento, incidenti durante gli spostamenti, vittime di scontri, comportamento che diveniva incauto durante la caccia ad animali più pericolosi che di regola venivano evitati, ecc.); 4) con il legame fra popolazione e tipo di ecosistema, attraverso lo sviluppo di culture tradizionali specializzate nello sfruttamento di determinate risorse, iniziarono a delinearsi i gruppi etnici, attraverso la selezione di tratti somatici, abilità specifiche, tipologia di strumenti e lingue contenenti termini speciali per indicare tutte le specie animali e vegetali viventi nel proprio territorio (etnobiologia).

Nel corso dei 200.000 anni dell’evoluzione biologica di Homo sapiens, il legame fra popolazione e tipo di ecosistema nei diversi continenti, favorito da eventi di isolamento geografico e di fusione fra gruppi, ha prodotto una sorprendente diversità fisica e culturale nella specie (nonostante la diversità genetica fosse molto bassa) ancora oggi riscontrabile nonostante la globalizzazione in corso dei costumi e il sempre maggiore incrocio tra individui di popolazioni diverse. Tuttora si distinguono tratti somatici e modelli culturali di popolazioni che appartengono o che in tempi più o meno remoti appartenevano a diversi tipi di habitat, dalle foreste tropicali alle savane, dai boschi temperati alle praterie, dalle steppe ai deserti, dalla tundra alla taiga, dalla macchia mediterranea alle cime delle montagne, dalle paludi alle isole del Pacifico. Tutto questo perché l’uomo, iniziando il proprio avventuroso viaggio dall’Africa, riuscì a colonizzare progressivamente tutti i biomi terrestri grazie alla sua capacità elevata di adattarsi alle diverse condizioni ambientali, modificando il proprio corpo e le proprie modalità di sfruttamento delle risorse naturali. Si delinearono così popoli cacciatori di grandi mammiferi nel Nordamerica, in Eurasia e in Africa, cacciatori di marsupiali in Australia, cacciatori di uccelli in Nuova Guinea, pescatori di molluschi, crostacei, pesci o mammiferi acquatici in tutte le aree marine costiere, laghi, paludi e grandi fiumi.

In un periodo compreso fra 15.000 e 11.000 anni fa, variabile a seconda delle condizioni geografiche, climatiche e biocenotiche, l’evoluzione delle conoscenze umane ha portato l’uomo di fronte a un bivio fra due nuove strategie di sussistenza: la pastorizia e l’agricoltura. Entrambe queste strategie, che poi divennero mondi separati fra loro, si svilupparono indipendentemente, per convergenza adattativa di tipo culturale, in tutti i contesti ecologici in cui esistevano risorse animali o vegetali adatte. Le riflessioni di Jarred Diamond sulla nascita dell’agricoltura e della pastorizia in diverse parti del mondo, sul perché queste due modalità di sviluppo non sono riuscite a realizzarsi in tutti i tipi di ecosistemi e in tutti i continenti, e sull’incompatibilità che si manifestò fra pastori e agricoltori, rappresentano le basi per ogni riflessione moderna sulle molteplici forme della cultura umana, sui rapporti fra geo-politica e biodiversità, razzismo e solidarietà, guerra e pace.

L’impatto dei popoli agricoltori e pastori sulla biodiversità fu sicuramente molto maggiore rispetto a quello dei popoli cacciatori-raccoglitori. Il motivo principale di ciò è che nell’economia di caccia-raccolta, quando le risorse trofiche naturali (selvaggina, piante commestibili e funghi) subiscono un declino, la popolazione umana diminuisce automaticamente per i motivi già detti, ma anche a causa di un aumento di aborti spontanei causati da sottoalimentazione e/o stress. Invece, le risorse agricole e pastorali dell’economia di sussistenza aumentano in maniera direttamente proporzionale alla popolazione umana: maggiore è la forza lavoro, maggiore è la produzione, almeno fino a una certa soglia, determinata dalla capacità portante dei pascoli e dalla disponibilità di terreni fertili. Durante la fase della caccia-raccolta, le popolazioni di animali selvatici si rarefacevano fino al punto in cui gli uomini, avendo difficoltà a trovare le specie preferite o abituali, rivolgevano le loro attenzioni ad altre, oppure si spostavano temporaneamente alla ricerca di territori migliori per poi tornare a quelli già sfruttati in precedenza, in una sorta di rotazione delle aree disponibili. In questo modo, le popolazioni di animali e piante commestibili avevano il tempo di recuperare la propria densità ottimale e ritornavano a essere sfruttabili dopo un certo periodo più o meno lungo. Invece, durante le fasi dell’agricoltura e della pastorizia in cui la densità umana diventa molto elevata, vengono a scomparire proprio l’habitat e le risorse vitali per le piante e gli animali, che fra l’altro continuano comunque ad essere sfruttati dai coltivatori poiché gli uomini mantengono sempre un’attività di caccia-raccolta in parallelo con quella agro-pastorale. Come si può osservare nelle popolazioni che ancora oggi praticano l’agricoltura di sussistenza nelle foreste tropicali, la vegetazione naturale viene tagliata continuamente per fare spazio a coltivazioni la cui durata è limitata nel tempo a causa della progressiva perdita di fertilità del suolo, e la perdita di habitat può raggiungere proporzioni enormi, anche in questa fase primitiva di crescita demografica e di impatto ambientale. Inoltre, le coltivazioni esercitano un potere attrattivo verso molti animali selvatici sia per la concentrazione elevata di piante commestibili sia perché ai sensi degli animali esse rappresentano un mosaico di radure, spazi ecotonali dove spesso si concentra l’attività delle specie che vivono nella foresta. I vegetali coltivati attirano uccelli frugivoro-granivori e mammiferi erbivoro-onnivori e la presenza di questi costituisce fonte di attrazione per i carnivori predatori. Tutto ciò non sfugge all’occhio degli agricoltori di sussistenza che reagiscono con un’attività venatoria ‘casalinga’ verso animali dannosi alla vegetazione ma anche commestibili, escogitando complessi sistemi di trappole. In pratica l’attrazione per le coltivazioni di sussistenza può trasformarsi in un sink (pozzo che determina un calo di biodiversità) a causa della forte mortalità di animali soprattutto giovani alla ricerca di un territorio individuale.

Anche la pastorizia di sussistenza può esercitare un grande impatto nelle aree in cui l’aumento della popolazione umana determina una crescita proporzionale di bestiame che causa la distruzione della vegetazione e ne ostacola la ricrescita attraverso l’erosione del suolo dovuta al calpestio delle mandrie. Oltre a questo effetto diretto del pascolamento sulla biodiversità locale, i pastori hanno sempre portato avanti una lotta agli animali consideati nocivi alla loro attività: da una parte ci sono i predatori (lupo, orso, leone, iena, tigre eccetera), dall’altra gli erbivori selvatici che consumano le stesse risorse del loro bestiame. Sistemi di trappole e abbattimento, iniziati con archi e frecce e poi sviluppatisi con l’avvento delle armi da fuoco, hanno prodotto una forte diminuzione di molti mammiferi e di uccelli, in particolare rapaci. Inoltre, nelle zone aride, l’impatto più grave sugli animali è rappresentato dall’occupazione delle aree di abbeveraggio. Molte specie di mammiferi di savane aride e deserti, fra cui equini selvatici, gazzelle e antilopi, si sono estinte in gran parte del loro areale sia in Africa sia in Asia, proprio a causa della nascita di insediamenti di pastori intorno a pozzi, oasi e sorgenti. Tale fenomeno, iniziato in tempi protostorici, si è successivamente aggravato nel Ventesimo secolo in seguito a interventi (praticati anche da agenzie per lo sviluppo) che hanno trasformato i punti d’acqua originari in pozzi cementificati e chiusi, utilizzabili soltanto dall’uomo e dal suo bestiame.

Quando l’agricoltura e la pastorizia tradizionali sono praticate da un grande numero di persone, anche se prive dei mezzi caratteristici di quella intensiva (mezzi meccanici, stabulazione ecc.), possono causare la conversione di un bioma in un altro, per esempio dalla foresta alla savana (si vedano le trasformazioni antiche e recenti del paesaggio in Africa, nel Sud-Est asiatico e in Sudamerica), compromettendo sia la biodiversità sia la fertilità del suolo.

Nelle odierne pratiche di agricoltura intensiva destinata al consumo nazionale o internazionale, pilotate da regole geo-politiche impartite dalle grandi potenze e dalle imprese multinazionali, l’impatto sugli ecosistemi è molto differente da quello delle pratiche agroforestali tradizionali, perché prevede l’uso di foraggi, concimi, pesticidi e presidî sanitari veterinari e potenti mezzi meccanici. Tutto ciò produce profonde alterazioni del suolo e della vegetazione che determinano non soltanto la scomparsa dell’habitat ma anche il suo inquinamento chimico e biologico, che culmina con un impoverimento ancora più notevole della biodiversità. Basta pensare allo scarico dei liquami che dalle stalle sono riversati nei vicini corsi d’acqua e il taglio dell’erba per la produzione del fieno che è effettuato in un’unica soluzione interrompendo i cicli biologici di molte specie di insetti e distruggendo i nidi degli uccelli che nidificano sul suolo. Un esempio delle modalità odierne di sfruttamento delle foreste tropicali, in cui appare evidente il ruolo dei paesi ricchi sul dissesto ambientale di quelli poveri è dato dai tagli commerciali di legno pregiato che comportano profonde ferite all’interno delle foreste stesse. Ogni gigante della foresta che è abbattuto e che cade trascinando con sé numerosi altri alberi strettamente intrecciati, produce una vasta radura e richiede una strada per essere trasportato, formando nuove vie di penetrazione nella foresta, nuovi insediamenti agricoli, nuovi villaggi, nuove aree di caccia di sussistenza e di bracconaggio, nonché piste per l’esplorazione mineraria. La penetrazione del vento e l’azione del sole attraverso gli spazi così creati, in un ecosistema che normalmente si protegge da questi eventi atmosferici con la propria volta fogliare, provocano la continua caduta di altri alberi, al margine delle radure e delle strade, e il progressivo inaridimento del sottobosco. In questo modo, il prelievo di pochi alberi dal legno pregiato causa la perdita di numerosi chilometri quadrati di foresta nel giro di pochi anni. Inoltre, la conseguente attività di sfruttamento delle vene d’oro e di altri minerali preziosi, anche questa manipolata dalle potenze occidentali, diviene fonte di grave inquinamento (mercurio e altre sostanze utilizzate) oltre che di smantellamento del tessuto sociale tradizionale, abituando i giovani (sia uomini sia donne) a grossi guadagni in tempi brevi.

Parallelamente al prelievo di risorse naturali a uso alimentare, la biodiversità subisce forti impatti dall’uso delle risorse energetiche fin da tempi antichissimi. L’uso del fuoco è sempre stato presente nelle culture preistoriche dell’uomo, come pure di altre specie del genere Homo vissute già 1,8 milioni di anni fa in Africa. L’uso del fuoco nella caccia per stanare i piccoli animali o far cadere quelli grandi in burroni ha sicuramente avuto un enorme impatto sugli ecosistemi, come rilevato anche durante l’osservazione in epoca recente delle tecniche di caccia degli aborigeni australiani. Anche i popoli pastori hanno fatto (e fanno ancora) uso del fuoco per stimolare la ricrescita dell’erba nei pascoli, producendo un progressivo impoverimento della loro biodiversità. Infine i popoli agricoltori, soprattutto nei paesi tropicali, hanno sviluppato la tecnica di deforestazione continua detta ‘taglia e brucia’, associata alla rotazione quasi annuale di numerose parcelle di terreno (agricoltura itinerante), per compensare la rapida perdita di fertilità del suolo. Il risultato di questa pratica è la produzione di vastissime aree di foresta secondaria con la perdita di biodiversità per quanto riguarda le specie della foresta primaria. A livello globale, negli ultimi millenni, l’uso del legno come combustibile largamente usato da tutte le popolazioni umane anche per la produzione commerciale del carbone ha portato alla scomparsa di vaste aree boschive e alla conversione di ecosistemi da foreste temperate a praterie e da foreste tropicali a savane. Dal Ventesimo secolo, l’uso di altre risorse energetiche come petrolio, gas, uranio e plutonio ha avuto effetti diversi sulla biodiversità a seconda delle scelte geo-politiche di sfruttamento e commercializzazione delle risorse stesse. L’impatto di queste fonti di energia sulla biodiversità e sulle stesse condizioni di vita sul pianeta è ben noto e riguarda le emissioni di anidride carbonica con l’effetto serra ed i relativi cambiamenti climatici, il possibile innalzamento del livello del mare, la riduzione dell’ozono stratosferico soprattutto a livello delle regioni polari, l’inquinamento marino da petrolio durante le estrazioni off-shore e il trasporto navale, e l’accumulo di scorie radioattive in paesi in via di sviluppo. Un punto su cui conviene soffermarsi, perché meno pubblicizzato dai mass media, e ancorché più limitato rispetto alle enormi conseguenze dell’effetto serra, è l’impatto che anche le fonti energetiche alternative, cosiddette ‘sostenibili’, possono avere sulla biodiversità: ci riferiamo all’impatto sull’avifauna delle pale eoliche e dei pannelli solari. Studi condotti negli ultimi venti anni hanno dimostrato l’elevatissima mortalità di uccelli, soprattutto di specie rare come gli avvoltoi e rapaci, prodotta dalle turbine degli impianti eolici. Altri studi hanno dimostrato che impianti fotovoltaici molto estesi, che coprono vaste superfici di terreno, uccidono gli uccelli in volo sopra gli impianti stessi, provocando la combustione del loro corpo in tempi rapidi prima che essi riescano a passarli. A causa di questi fenomeni, imprevisti durante la programmazione degli impianti, alcuni produttori di energia eolica e solare, in alcuni stati europei e nordamericani in cui la sensibilità ambientale è molto forte, stanno pensando a correzioni da apportare agli impianti per ridurre tali impatti; altri, stanno programmando di sviluppare gli investimenti in paesi esteri in cui la coscienza ambientalistica non è ancora sviluppata.

Per concludere questa analisi introduttiva sull’impatto delle attività umane sulla biodiversità, dal contesto preistorico a quello geo-politico attuale, si può dedurre che ogni tipo di economia e di utilizzazione delle risorse produce un certo livello e una certa tipologia di impatto e che questo è proporzionale alla densità demografica. L’incremento della popolazione e dei consumi rappresenta il più drammatico problema che l’umanità dovrà fronteggiare nel prossimo futuro, come apparirà evidente dai casi studio che documenteremo nei prossimi paragrafi.

 

incompatibilità fra pastori e agricoltori e trasformazione degli ecosistemi

Le caratteristiche dei biomi occupati dalle popolazioni umane nella fascia tropicale hanno orientato automaticamente la selezione culturale verso il modello pastorale o verso quello agricolo. Infatti, la pastorizia si è evoluta quasi sempre in ambienti aperti (savane, praterie, steppe e tundra), mentre l’agricoltura ha trovato le sue iniziali espressioni soprattutto in ambienti chiusi (foreste e mosaico foreste-radure). A questo punto, l’antico modello dei popoli cacciatori-raccoglitori, fondato sull’organizzazione in piccole bande nomadiche, sulla risoluzione pacifica dei contrasti e su un modello più o meno monogamico, si trasformò radicalmente. I popoli pastori, avendo imparato a difendere i propri animali dai grandi carnivori predatori, svilupparono abilità nel combattimento che molto spesso li trasformarono in tribù di guerrieri, razziatori di bestiame altrui e dei beni degli agricoltori che vivevano ai margini dei loro territori. L’eccedenza di beni di sussistenza e la necessità di giovani guerrieri favorirono il passaggio delle società pastorali verso la poligamia mentre l’alternanza di periodi secchi e piovosi li indusse a compiere periodici spostamenti di molte miglia ogni anno, dando origine a fenomeni simili alla transumanza dei pastori mediterranei. Invece, i popoli agricoltori divennero sedentari, orientandosi verso modelli di oligogamia in cui il numero di mogli era favorito dalla necessità di manodopera in famiglia, ma frenato dalla disponibilità di terreno fertile e dall’eccessivo lavoro (maschile) di abbattimento degli alberi.

Le razzie dei pastori e i danni che il loro bestiame provocava nei campi coltivati durante il passaggio da un pascolo a un altro, spinse gli agricoltori verso l’acquisizione di tecniche di difesa e verso pratiche magico-religiose finalizzate al proprio incoraggiamento e alla dissuasione dei nemici. Tuttavia, i pastori sono sempre stati dominanti sugli agricoltori per una serie di motivi che a seconda dei gruppi etnici potevano riguardare l’abilità nell’uso dell’arco e della lancia, la capacità di gestire animali imponenti come i grandi bovini, la maggiore altezza fisica, la più complessa cerimoniosità nei costumi e nelle danze. Inoltre, sono sempre stati favoriti nei rapporti pacifici di scambio dei beni, carne contro ortaggi, sempre a netto beneficio della prima che comportava un più elevato potere d’acquisto.

Il deterioramento dei rapporti fra popoli pastori e agricoltori trova riscontro, non soltanto nella fascia tropicale ma anche in zone temperate steppiche, in tutti i continenti tranne che in Australia (dove la caccia-raccolta era l’attività preponderante) e nel Nuovo Mondo (dove la pastorizia non si è sviluppata per mancanza di animali adatti, tranne sulle Ande). I rapporti fra mongoli e cinesi, esplosi alla fine del secolo Dodicesimo e nei primi trent’anni del Tredicesimo, sono un esempio di come tale deterioramento emerga dalla preistoria e segni pagine drammatiche di conflitto geo-politico nella storia dell’Estremo Oriente. Pressati dal proprio incremento demografico, tipico dei pastori di successo, i mongoli invasero la Cina nel giro di un ventennio alla ricerca di nuovi pascoli e la trovarono occupata da enormi campi coltivati. Subito dopo, l’aristocrazia di Gengis Khan dichiarò di voler trasformare i campi coltivati dell’impero in pascoli per le loro mandrie di cavalli, pecore e cammelli, catalizzando il processo di fuga di molti Cinesi verso sud e la loro invasione dell’Indocina. Non esistono testimonianze precise sull’impatto che questo programma di conversione ha prodotto nella Cina settentrionale, anche perché sembra essersi arrestato dopo pochi anni, a causa di un ripensamento dei notabili mongoli stessi che incominciarono ad apprezzare i prodotti agricoli. Un evento geo-politico di questo tipo avrebbe potuto trasformare severamente il paesaggio, la biodiversità e la storia successiva della Cina se i mongoli avessero deciso di portare a compimento le loro intenzioni di bonificare le paludi dove veniva coltivato il riso e deviare le acque che irrigavano i campi. La contrapposizione fra pecore e riso, come risorse alimentari, è stata il primo simbolo del conflitto pastori/agricoltori in Asia, dettato dalla geo-politica delle antiche dinastie.

Numerosi esempi di conflitto fra pastori e agricoltori sono stati descritti in Africa dopo la nascita della pastorizia in questo continente, in seguito all’importazione dei bovini lungo la valle del Nilo, da parte di popoli cosiddetti ‘nilotici’ e ben riconoscibili per l’altezza e i tratti somatici longilinei. Tale importazione dei bovini è piuttosto recente e sembra risalire a circa 7000 anni fa, quindi nel periodo pre-dinastico, quando non solo la valle del Nilo ma gran parte dell’Egitto erano occupati da ecosistemi di savana ricchi di fauna selvatica. Uno dei capitoli più tragici della storia moderna ha avuto luogo proprio in Africa, precisamente intorno alle ‘sorgenti del Nilo’ in un’area geografica caratterizzata da un’elevata diversità biologica, attualmente compresa fra gli stati del Ruanda e del Burundi. Quest’area, complessivamente chiamata ‘paesi delle mille colline’, era originariamente occupata da pigmei cacciatori-raccoglitori (chiamati twa) e ricoperta da una foresta di montagna molto ricca di piante e animali endemici, fra cui i famosi gorilla di montagna. L’arrivo degli hutu (agricoltori) dovrebbe essere avvenuto fra 1000 e 3000 anni fa e portò al declino dei pigmei, man mano che le foreste erano tagliate per fare spazio alle coltivazioni. Il clima salubre, con bassa densità di malaria, la fertilità del suolo e l’alto tasso di natalità degli agricoltori rispetto a quello dei cacciatori-raccoglitori portarono a un rapido incremento demografico degli hutu a spese dei twa che videro scomparire i loro territori di caccia e si ridussero a braccianti e costruttori di vasi nelle piccole piantagioni degli hutu. Secondo indizi archeologici e linguistici, l’arrivo dei tutsi (pastori) nei ‘paesi delle mille colline’, a partire dalla valle del Nilo, sembrerebbe risalire fra il Quattordicesimo e il Sedicesimo secolo, parallelamente alle immigrazioni dei popoli nilotici propriamente detti (masai, dinka, nuer, turkana) che oggi vivono nell’Africa orientale, e potrebbe essere stato determinato dal progressivo inaridimento delle savane nella fascia sahelo-sudanese. Arrivati con le loro mandrie nel paese delle mille colline, i tutsi si infiltrarono nelle savane secondarie create dalla deforestazione già prodotta dagli agricoltori ed entrarono a contatto con questi, iniziando scambi commerciali con loro. Si presume che in questo periodo essi abbandonarono progressivamente la loro lingua nilotica originaria e acquisirono la lingua bantu parlata dagli hutu. Con l’incremento demografico delle due etnie (anche se i tutsi mantennero sempre un tasso di natalità più basso) nacquero i primi contrasti di cui non abbiamo testimonianze storiche precise ma che sicuramente ci furono, visto che alla fine dell’Ottocento, quando giunsero nella regione i coloni tedeschi, gli hutu erano governati da dinastie locali rette da famiglie tutsi. Il tradizionale conflitto fra tutsi (pastori) e hutu (agricoltori) è stata la miccia su cui le potenze europee colonialiste, prima la Germania e poi il Belgio, hanno soffiato per governarli (divide et impera) tra la fine dell’Ottocento e l’inizio degli anni Sessanta del Novecento (periodo, quest’ultimo, coincidente con l’indipendenza), dando luogo a un’ostilità crescente fra le due etnie nella colonia belga allora denominata Ruanda-Urundi. Tale ostilità è poi sfociata nelle terribili violenze documentate dai mass media negli anni 1963, 1972 e 1994, nei due stati ormai indipendenti (Ruanda e Burundi), coinvolgendo anche le province orientali dell’attuale Repubblica Democratica del Congo e dell’Uganda meridionale.

L’attuale situazione della biodiversità in Ruanda e Burundi, paesi che esistono per motivi esclusivamente politici, poiché sono abitati dagli stessi gruppi etnici che parlano le stesse lingue e sono supportati da economie simili, è drammatica e riflette lo stato di povertà della popolazione. Il loro territorio è quasi completamente coltivato per soddisfare le esigenze di una popolazione numerosissima e gli unici alberi che si vedono nel paesaggio sono eucalitti australiani e altre specie provenienti da altri continenti, importati dalle multinazionali per la produzione di legname dopo la distruzione delle risorse forestali autoctone. Infatti, nonostante i genocidi che hanno portato alla morte di almeno un milione di persone dagli anni Sessanta, la densità di popolazione è di 435 ab./km² in Ruanda e 354 ab./km² in Burundi (fonte Un). Tali valori di densità sono i più alti di tutto il continente africano e sono maggiori di quelli della gran parte dei paesi europei. I pochi parchi nazionali che esistono sono soprattutto frammenti di foresta di montagna, continuamente erosi ai loro confini dall’attività di agricoltori e bracconieri, dove talvolta trovano rifugio nuclei di ribelli armati che vivono di selvaggina e la cui presenza scoraggia fortemente lo sviluppo del turismo. Questa catena di eventi dalla preistoria a oggi permette di fare almeno quattro considerazioni. Innanzitutto, laddove esistono convivenze fra pastori e agricoltori, o gruppi etnici che svolgono altre attività potenzialmente in conflitto tra loro, le scelte geo-politiche devono essere portate avanti con estrema cautela e rispetto dei diritti di queste categorie. In secondo luogo, i paesi in cui l’economia è basata sulla vita rurale (agricola o pastorale) non possono raggiungere densità demografiche troppo elevate perché l’impatto ambientale genera impoverimento e guerre civili; allo stesso tempo, lo sviluppo non può interessare soltanto il settore agricolo e pastorale ma deve indirizzarsi anche su altre vie, in base alle risorse e ai costumi dei popoli. Infine, la perdita di biodiversità provocata da società agro-pastorali sovraffollate può essere comparabile a quella causata dalle società industriali.

La sopravvivenza dei gorilla di montagna e di tutti i grandi mammiferi forestali è stata possibile grazie alla politica dei parchi transfrontalieri (una strategia, questa, considerata oggi vincente dalla conservation biology), cioè l’individuazione di aree protette il cui territorio si estende a cavallo fra i confini di due o tre stati vicini. Nel caso dei gorilla di montagna, le ‘foreste dei vulcani’ si trovano comprese fra il Ruanda nord-occidentale, l’Uganda sud-occidentale e il Kivu (provincia orientale della Repubblica Democratica del Congo). Ciò ha permesso agli animali di compiere spostamenti attraverso i confini a seconda dei conflitti, cercando sempre le aree più tranquille del momento, non troppo vicine alle zone dove vanno periodicamente a rifugiarsi le truppe ribelli. Inoltre, nonostante che la regione sia un centro di endemismo, né il Ruanda né il Burundi possiedono specie endemiche di vertebrati perché queste sono in comune fra entrambi i paesi oppure con l’Uganda meridionale o con il Kivu. La categoria di specie endemiche dell’area transfrontaliera in questione viene chiamata Albertine Rift Endemics (endemiti Ar) dal nome del ramo occidentale della grande fossa tettonica africana. La presenza di queste specie in più nazioni confinanti tiene accesa la speranza che, in base alle politiche di gestione della fauna dei quattro paesi coinvolti, tutte le specie endemiche riescano a conservarsi almeno in uno di essi. Il quadro della situazione dell’avifauna in Ruanda è stato aggiornato recentemente da Samuel Kanyamibwa. In questo paese esistono 666 specie di uccelli tra cui figura il 77% (27 su 35) degli endemiti Ar, come Glaucidium albertinum, Indicator pumilio, Malaconotus lagdeni, Zoothera piaggiae tanganjicae, Kupeornis rufocinctus, Apalis argentea, Bradypterus graueri Cryptospiza shelleyi. Tuttavia, esistono almeno otto specie di uccelli la cui presenza in Ruanda non è stata più confermata e che potrebbero essere considerate estinte a livello nazionale a causa della distruzione del loro habitatPhyllastrephus scandens, Cossypha cyanocampter, Camaroptera chloronota, Trachyphonus purpuratus, Stiphrornis erythrothorax, Muscicapa cassini, Hyliota flavigaster Anthreptes orientalis. La Foresta di Nyungwe è considerata la più importante area protetta del Ruanda sia per la conservazione degli uccelli sia per quella dei primati (a parte il gorilla di montagna che si trova soltanto nel Parco nazionale dei Vulcani).

 

il Congo: quando un fiume diventa un confine politico

In tutte le aree geografiche del pianeta, la presenza di grandi fiumi e gli ecosistemi che essi attraversano sono sempre stati una grande risorsa per le popolazioni umane, rappresentando una sede di aggregazione e di unione fra i popoli. L’abbondanza di fauna acquatica e la fertilità dei terreni su entrambe le sponde hanno consentito la formazione di culture omogenee, adattate a sfruttare le stesse risorse, segnando spesso la nascita di grandi civiltà. Basti pensare al Nilo, culla delle civiltà egizia e nubiana, al Fiume Giallo, luogo d’origine della cultura cinese, al Gange, intorno al quale si sviluppò l’induismo. Nelle valli di questi fiumi, sono state diffuse le conoscenze del tempo sull’agricoltura e sull’allevamento, spesso integrandosi fra loro e superando il consueto conflitto fra le due attività, formando un’economia di sussistenza unica, più ricca di risorse e di strategie. Ciò ha dato origine a una maggiore stabilità sociale e ha permesso la nascita di importanti lingue, consolidatesi nella fusione di tanti idiomi locali, e delle identità nazionali.

Anche in Africa, nelle valli dei grandi fiumi, sorsero civiltà ricche di tradizioni orali e musicali, che però non lasciarono grandi testimonianze archeologiche a causa della deperibilità dei materiali usati, che poi erano quelli esistenti a livello locale. Alcuni etnologi le hanno chiamate ‘civiltà del legno e delle foglie’ poiché il contesto geografico ed ecologico in cui sono sorte ha reso impossibile e peraltro non necessario l’utilizzo di materiale più durevole. Esempi di tali civiltà li troviamo nell’Africa Centrale, alle foci del Congo, e nell’Africa Occidentale, tra quelle del Volta e del Niger. In queste aree geografiche del continente fiorirono due interessanti civiltà: il Regno del Congo e il Regno del Benin, entrambe sviluppatesi tra i secoli Quattordicesimo e Sedicesimo. Queste civiltà hanno lasciato bellissime opere di legno intagliato, presenti nei grandi musei europei, e immaginosi racconti raccolti da missionari ed esploratori, dove il confine tra uomini e animali parlanti si perde nella fantasia e nelle arti magiche. Le testimonianze dirette più importanti sul Regno del Congo ci vengono dall’opera di un missionario italiano, Giovanni Antonio Cavazzi da Montecuccoli, intitolata Istorica Descrittione de’ tre regni Congo, Matamba et Angola, in cui descrive i costumi dei popoli africani da lui visitati, fra le foci del Congo e le coste dell’Angola, negli anni Cinquanta e Sessanta del Diciassettesimo secolo. In realtà quando si diceva ‘Congo’ nelle cronache di quel tempo si intendeva una lunga striscia costiera a nord e a sud delle foci, dove oggi si trovano la città di Matadi (porto commerciale dell’attuale Repubblica Democratica del Congo) e Cabinda (zona portuale extraterritoriale dell’Angola): nessuno sapeva quanto fosse esteso all’interno il bacino di quel grande fiume che attraversa gran parte dell’Africa Centrale percorrendo circa 4.700 km. L’economia di sussistenza di questi congolesi costieri era fondata sull’agricoltura, sulla pesca e sui prodotti della caccia-raccolta che pervenivano dai villaggi disseminati nella foresta ma presumibilmente non più lontani di 50 km. Le grandi quantità di oro, argento e avorio che arrivavano dall’interno, insieme alla carne affumicata di antilopi e scimmie, attrassero molto i colonizzatori europei: i portoghesi occuparono la zona delle foci e tutta la costa angolana mentre i francesi si appropriarono del tratto costiero a nord del fiume, dove attualmente si estende la costa atlantica della Repubblica del Congo e del Gabon. Nel 1878, Leopoldo II, re del Belgio, ingaggiò il famoso esploratore Henry Morton Stanley per formare una colonia nel Congo che venne istituita ufficialmente nel 1885, durante la Conferenza di Berlino in cui le potenze europee effettuarono la cosiddetta ‘spartizione dell’Africa’. Da allora il destino del Congo venne segnato dal corso del fiume Congo e più a monte dal suo maggiore affluente, l’Ubangi: ciò che prima univa i popoli divenne quindi la barriera fra di essi, separando il Congo francese (poi divenuto Repubblica del Congo, Rc) e il Congo belga (oggi chiamato Repubblica Democratica del Congo, Rdc). Quando ancora oggi si attraversa il ponte che congiunge le due capitali (Brazzaville e Kinshasa) si ha la sensazione di spostarsi da un quartiere all’altro di una grande metropoli in cui gli abitanti ci salutano nelle stesse lingue, hanno gli stessi costumi, gli stessi visi e la stessa origine etnica, provenendo da villaggi sorti negli stessi ecosistemi.

La flora e la fauna della Rdc sono molto più ricche e diversificate rispetto a quella della Rc perché comprende un maggior numero di centri di endemismo e un territorio più vasto ed eterogeneo dove le foreste di pianura dell’ovest si trasformano in foreste di montagna nell’est del paese. Qui, gli ecosistemi sono molto più simili a quelli del Ruanda, del Burundi e dell’Uganda meridionale, rispetto a quelli occidentali dello stesso bacino. Il numero esatto di specie che vivono in questo straordinario hotspot di biodiversità regionale è ancora incerto, a causa delle difficoltà di accesso e di circolazione per gli studiosi. Secondo alcuni inventari preliminari, sarebbero presenti circa 6000 specie di piante, 400 di mammiferi (fra cui l’80% dei Primati africani), 1000 di uccelli, 280 di rettili, 220 di anfibi e un numero ancora incalcolabile di insetti (fra cui 900 farfalle che rappresentano il 60% delle specie africane). Le specie endemiche più note fra i vertebrati sono l’okapi (Okapia johnstoni), il bonobo o scimpanzè pigmeo (Pan paniscus), il cercopiteco lesula (Cercopithechus lomamiensis) descritto nel 2007, il pavone del Congo (Afropavo congensis), oltre a un numero elevato di scoiattoli, piccoli roditori, lucertole, serpenti, raganelle e pesci d’acqua dolce. Altre specie, anche se non sono endemiche, trovano nel bacino del Congo uno dei rifugi maggiori, dove ancora vivono le loro popolazioni più consistenti: per esempio si calcola che la metà degli elefanti sopravvissuti in Africa si trovino proprio nelle foreste congolesi. Purtroppo molte di queste specie sono fortemente minacciate dalla deforestazione ordinata dal mercato internazionale del legno pregiato, dall’inquinamento di mercurio usato durante l’estrazione dell’oro in foresta, e dal bracconaggio incontrollabile e capillare, favorito dalla presenza di molti fucili in circolazione a causa delle guerre interne in corso dal 1996.

 

la biodiversità delle isole: dai Caraibi alla Nuova Guinea

Le pagine più drammatiche sul declino della biodiversità sono state scritte parlando delle isole. Perché la flora e la fauna delle isole sono così diverse da quelle dei continenti? E perché l’arrivo dell’uomo in questi paradisi circondati dal mare produce immediati e catastrofici eventi di estinzione? La storia delle isole si diversifica da quella dei continenti per due motivi: il primo è l’isolamento geografico che conduce a fenomeni di speciazione; il secondo è che esse diventano custodi di animali e piante arcaici che altrove si estinguono a causa della competizione con prodotti più recenti dell’evoluzione. Mentre un’area continentale che subisce estinzioni locali può sperare di essere colonizzata di nuovo dalle stesse forme di vita in un tempo più o meno lungo, per un’isola questo evento è molto più difficile e spesso impossibile. Antille, Galapagos, Madagascar, Nuova Guinea, Nuova Zelanda e la stessa Australia, il più isolato e il più piccolo dei continenti, sono musei naturali pieni di fossili viventi, o meglio, così erano, perché i loro arcaici ospiti stanno scomparendo uno dopo l’altro sotto l’impatto dei colonizzatori umani e delle loro scelte geo-politiche.

Nel Mar dei Caraibi troviamo un complesso arcipelago formato da circa 700 isole, chiamate Antille o Isole Caraibiche. Le più grandi di queste isole sono, in ordine decrescente, Cuba, Hispaniola, Giamaica e Portorico, nel loro insieme chiamate Grandi Antille in contrapposizione a tutte le altre, le Piccole Antille, la cui superficie generalmente si mantiene molto al di sotto di 5000 km2. Grazie a numerosi fattori geografici come l’antichità dell’isolamento dai continenti, il clima tropicale e la posizione geografica intermedia fra le due Americhe, le isole caraibiche rappresentano uno degli hot spot della biodiversità globale, essendo ricche di specie animali e vegetali endemiche, sia per quanto riguarda la fauna terrestre sia per quella marina. Si calcola che fra le 13.000 specie di piante native delle Antille, circa 6500 siano endemiche o per lo meno originarie di queste isole. Un esempio è fornito dalle strane e bellissime cactacee del genere Pereskia, uniche cactacee provviste di foglie persistenti e non-succulente con fiori simili alle rose: nella flora caraibica questo genere annovera tre specie endemiche a Hispaniola e una a Cuba. Per quanto riguarda la fauna, il valore percentuale di specie endemiche può essere ancora più elevato: per esempio, fra le specie native di anfibi (circa 170) e di rettili (circa 500), quelle endemiche rappresentano rispettivamente il 100% e il 94%, spesso distribuite solo in singole isole o addirittura estinte. Fra le specie più minacciate ricordiamo le piccolissime rane del genere Eleutherodactylus (lunghe fra 8 e 20 mm), che comprende 171 specie sicuramente originarie delle isole caraibiche. Invece, fra i rettili endemici più minacciati e ben conosciuti figurano le iguane rinoceronte (genere Cyclura) e quasi tutti i serpenti boa del genere Epicrates. Anche per animali con maggiori capacità di dispersione, come gli uccelli, le percentuali di endemismo sono sempre relativamente alte: 163 specie endemiche su 600 native (27%). Il numero di specie endemiche è più elevato nelle tre isole maggiori (Cuba, Hispaniola e Giamaica), ciascuna delle quali ospita una trentina di queste. Gli uccelli più interessanti delle Antille sono sicuramente i Todidi, una famiglia che comprende 5 specie di uccellini insettivori dal becco allungato e stretto, vivacemente colorati e imparentati con i tucani, il cui peso raggiunge al massimo 7 grammi. Le presenze più interessanti di mammiferi riguardano due famiglie molto primitive, i Solenodontidi (di cui sopravvivono due specie a Cuba e a Hispaniola) e i Nesofontidi (le cui ultime tracce risalgono al Diciottesimo secolo), che somigliano a dei giganteschi toporagni. Un altro importante gruppo di mammiferi caraibici sono i roditori giganti della famiglia Capromidi (Capromys e generi affini) che ha prodotto una ventina di specie dette ‘hutias’, sparse nelle isole caraibiche ma soprattutto nelle Grandi Antille. Un altro mammifero di grande interesse ma estinto intorno agli anni Cinquanta era la foca monaca dei Caraibi (Monachus tropicalis), adattata a vivere nei mari caldi e strettamente imparentata con la foca monaca del Mediterraneo e quella delle Hawaii.

Come in tutte le aree del mondo in cui la biodiversità elevata e la bellezza del paesaggio si coniugano con l’incremento demografico delle popolazioni umane, le Antille sono state e continuano ad essere un teatro di estinzioni e di scempi ambientali. L’impatto antropico sulla fauna caraibica non è però stato uniforme su tutti i gruppi di animali. Per quanto riguarda gli uccelli, diverse specie di pappagalli caraibici sono state portate all’estinzione in tempi più o meno recenti a causa della distruzione delle foreste che ricoprivano le isole e attraverso il continuo prelievo di esemplari per il commercio internazionale degli animali ornamentali e da compagnia (Amazona martinica, Amazona violacea, Ara tricolor, Ara autochtones, Psittacara labati), mentre altre si trovano attualmente sull’orlo dell’estinzione (Amazona imperialis, Amazona vittata) o figurano nella lista delle specie minacciate (Amazona collaria, A. ventralis, A. barbadensis, A. versicolor, A. arausiaca, A. guildingii). In una prospettiva a lungo termine, caratterizzata da un ulteriore incremento demografico delle popolazioni umane e dall’estendersi delle coltivazioni intensive, i modelli di rischio prevedono l’estinzione in natura di tutti i vertebrati endemici e di gran parte delle specie native delle Antille. Secondo Birdlife International, nella sola isola di Cuba almeno 29 specie di uccelli sono in pericolo di estinzione. Per quanto riguarda i mammiferi, i due solenodonti sopravvivono con popolazioni ridotte e vengono considerati nella categoria ‘critically endangered’. Invece, per quanto riguarda i capromidi, alcune specie sono ancora abbondanti ma la maggior parte di esse sono divenute assai rare; sette si sono estinte in seguito all’arrivo dell’uomo e dei suoi cani. Si possono distinguere tre fasi nell’estinzione di questi arcaici mammiferi e di altri animali: la prima fase, avvenuta in tempi preistorici, consiste nell’arrivo delle popolazioni pre-colombiane di etnia taíno che avevano portato con se i cani dall’Asia; la seconda fase, fra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo, vede l’immigrazione forzata di migliaia di schiavi africani importati dagli spagnoli per lavorare nell’agricoltura e nella costruzione delle case coloniali; la terza fase è quella posteriore all’indipendenza delle diverse isole, a partire dal 1804 con la rivolta di Haiti, ed è seguita da incremento demografico ancora maggiore, con deforestazione crescente e diffusione dell’agricoltura intensiva fino ai nostri giorni. Durante la prima fase avvenne il lento declino dei nesofonti, dei selenodonti e di alcuni capromidi, soprattutto a causa della predazione da parte dei cani introdotti dagli amerindi. La seconda fase portò alla rarefazione o all’estinzione di alcune specie, soprattutto di roditori, che gli immigrati africani iniziarono presto a usare come cibo. La terza fase, con l’odierna alterazione e distruzione degli habitat, sta conducendo all’estinzione la maggior parte delle specie animali e vegetali delle Antille, anche a causa dell’introduzione delle manguste dall’India, avvenuta nel 1872. L’importazione di manguste, finalizzata a contenere i danni da ratti nelle coltivazioni di canna da zucchero e a controllare il numero di serpenti, si è dimostrata un vero fallimento: ha importato la rabbia nelle isole caraibiche, ha provocato seri danni alla produzione avicola e ha messo a rischio la sopravvivenza di molti animali endemici come i suddetti mammiferi, le iguane e molti uccelli che nidificano o si alimentano sul terreno. Sempre durante la terza fase, la fauna caraibica ha subito un pesante impatto dovuto anche al crescente traffico internazionale di animali selvatici. Gli Usa e l’Europa importano ancora oggi un numero elevatissimo di anfibi, rettili e uccelli neotropicali destinati al mercato ‘amatoriale’. Il boa di Haiti (Epicrates striatus), il boa di Cuba (E. angulifer), le iguane rinoceronte e molte specie di rane sono molto richiesti da questo mercato. I dati a nostra disposizione sono insufficienti a descrivere il numero di specie endemiche di insetti e soprattutto a indicare il grado di minaccia che incombe su di essi; nel caso degli invertebrati, l’impatto maggiore è quello diretto alla distruzione degli habitat, in particolare la deforestazione e l’agricoltura intensiva, anche attraverso l’uso di pesticidi e prodotti vegetali Ogm. Hispaniola è stata la prima colonia europea nel Nuovo Mondo, fondata da Cristoforo Colombo nei suoi viaggi del 1492 e 1493. Si tratta di una grande isola (oltre 76.400 km2), che in termini di superficie rappresenta la seconda isola caraibica dopo Cuba. Politicamente, essa è divisa in due parti da una linea estesa da nord a sud: la parte occidentale (36% del territorio) è occupata da Haiti, la parte orientale (64%) dalla Repubblica Dominicana. Le vicissitudini storiche e politiche di queste due porzioni dell’isola hanno avuto un’evoluzione assai diversa che ha portato a differenti modalità di sviluppo economico e di sfruttamento delle risorse alimentari. Fra le due, la Repubblica Dominicana è stata la più ‘fortunata’ mentre Haiti si è trovata in un vortice di sventure originate dalla sua precoce indipendenza che l’ha resa vittima di profondo isolamento e ostilità da parte delle potenze europee. Non a caso, poiché la conservazione della biodiversità è vista come un lusso per nazioni benestanti, la Repubblica Dominicana ha istituito una decina di parchi nazionali mediamente grandi e in grado di coprire complessivamente oltre 3000 km2. Ciò è stato possibile grazie all’influenza politica ed economica degli Stati Uniti sui governi che hanno assunto il potere dopo la fine dell’occupazione Usa, fatto che ha portato le autorità ad accettare le proposte di ecologi statunitensi a favore dell’istituzione dei parchi, grazie anche all’emergenza di un’élite locale sensibile alla conservazione della natura. Invece, la situazione nella parte occidentale dell’isola, in seguito all’indipendenza ottenuta con la cacciata dei francesi nel 1804, è rimasta sempre in preda a disordini civili intermittenti dove la popolazione si trova in uno stato di povertà estrema, poiché Haiti è forse il paese più povero del mondo. Tale situazione, che comprende come ultimo atto la rivolta del 2004 con la deposizione del presidente in carica, è stata resa ancora più drammatica dal terribile terremoto del 2010, seguito da un’epidemia di colera (in tutto più di 222.000 morti). Tutto ciò non ha ancora permesso al paese di rispondere positivamente ai progetti di pianificazione del territorio e conservazione della biodiversità. Delle sei aree da proteggere che erano state proposte da una commissione di esperti stranieri e che riguardavano una superficie di 132,5 km2, solo due parchi nazionali sono stati istituiti: il Parc National de la Visite (30 km2) e il Parc National de Macaya (20 km2), entrambi situati nella parte meridionale dell’isola, dove la deforestazione e gli incendi continuano nonostante la sorveglianza locale. L’isola, divisa com’è in due parti diversamente gestite, sta conoscendo le due facce dell’impatto antropico: quella povera e quella ricca. A ovest, il saccheggio disordinato e irrazionale delle risorse per la sopravvivenza, l’erosione continua delle foreste per ricavare legno da ardere, telai di capanne per sorreggere tetti di lamiera ondulata, e innumerevoli campicelli dove coltivare manioca e banane; a est, l’assalto dei costruttori per creare strutture alberghiere a pochi passi dal mare, grattacieli e strade asfaltate litoranee per inneggiare a uno sviluppo senza limiti.

Dalla parte opposta del mondo, una grande isola tropicale di 786.000 km2 si estende a nord dell’Australia. Si chiama Nuova Guinea ed è la seconda isola più grande al mondo come superficie dopo la Groenlandia. Grazie alla sua orografia tormentata, con montagne che arrivano a 5000 m sul livello del mare e alla densa foresta tropicale che la rendono difficilmente accessibile, la Nuova Guinea ospita numerosissimi gruppi etnici arcaici che parlano più di mille lingue e possiedono costumi sorprendentemente diversi. Queste popolazioni umane sono il risultato di altrettante ondate di emigrazione dall’Asia meridionale causate dall’arrivo di gruppi etnici più moderni che le hanno spodestate dalle loro terre, migliaia di anni fa: una storia simile a quella degli aborigeni australiani che probabilmente ha avuto inizio ancora prima. Già per metà agricoltori e allevatori di maiali ma ancora legati alla caccia di sussistenza, questi popoli hanno dovuto adattarsi alle risorse di una terra nuova, sicuramente meno pericolosa per l’assenza dei grandi mammiferi asiatici ma proprio per questo motivo anche meno ricca di animali da cacciare. Questi popoli osservarono che la maggior parte dei vertebrati viveva sugli alberi (uccelli del paradiso e uccelli giardinieri, canguri arboricoli, cuschi e varani) e quindi divennero molto abili nel tiro con l’arco. Quando il giovane evoluzionista e ornitologo Ernst Mayer, durante la Seconda guerra mondiale, si presentò a loro come ospite e come allievo di storia naturale chiedendo di aiutarlo, essi gli insegnarono i nomi delle specie di uccelli presenti nel loro territorio di caccia. Mayr poté così costatare che gli indigeni riconoscevano lo stesso numero di specie, tranne una, che gli ornitologi erano in grado di distinguere con i metodi scientifici della tassonomia. La Nuova Guinea ha subito una suddivisione politica analoga a quella di Hispaniola nei Caraibi. Attualmente è divisa in due parti da una linea verticale estesa da nord a sud: quella occidentale, chiamata Western New Guinea (Wng) oppure West Papua o Irian Jaya (termini che nascondono diverse implicazioni politiche), appartiene all’Indonesia, mentre quella orientale si chiama Papua Nuova Guinea (Png) ed è uno stato indipendente dal 1975, facente parte del Commonwealth inglese. Il tenore di vita delle popolazioni è sicuramente più alto nella parte orientale come anche il rispetto per le loro culture tradizionali e il riconoscimento dei diritti umani. Per questi motivi, molti indigeni passano il confine per vivere in Png che adesso ne ospita oltre sette milioni (densità 15/km2) rispetto ai 3,6 milioni che sono ancora rimasti in Wngeo-politica Ciò comporta un aumento dei consumi di terra e di selvaggina in Png che con il tempo potrebbe diventare problematico. Per aumentare il fabbisogno di selvaggina sono stati introdotti cervi indonesiani (Cervus timorensis) ed è stata anche favorita la formazione di popolazioni selvatiche di maiali.

La biodiversità della Nuova Guinea è caratterizzata da un elevato numero di specie endemiche e rappresenta un ponte biogeografico fra l’Australia e l’Asia meridionale. L’inventario della flora è ancora incerto: il numero di piante vascolari (conifere e angiosperme) è stimato in oltre 16.000 specie. Anche per quanto riguarda la fauna, i numeri stimati sono assai imprecisi a causa delle differenze riscontrate nei diversi inventari. Secondo un controllo effettuato nel 2006, la fauna dei vertebrati finora nota dovrebbe comprendere circa 280 specie di anfibi anuri (60% endemiche), 300 rettili (30% endemiche), 730 uccelli nidificanti (40% endemiche) e 200 mammiferi autoctoni (80% endemiche). I dati sugli artropodi sono quasi inesistenti. I mammiferi appartengono soprattutto a roditori e pipistrelli, ma sono presenti anche due specie di monotremi (echidne) e circa settanta marsupiali (cuschi, petauri, possum e canguri arboricoli).

Poiché lo stato di conservazione degli habitat è ancora relativamente buono nonostante l’attività di taglio delle foreste per il commercio del legno, le prospettive per la sopravvivenza della fauna sono migliori di quelle presenti in altre aree tropicali. La differente gestione delle risorse naturali nelle due metà dell’isola fa prevedere una maggiore perdita di habitat nella Wng per via del modello di sfruttamento di stampo colonialista seguito dal governo indonesiano, rispetto al modello più attento alla conservazione e al futuro delle risorse nella Pngeo-politica Tuttavia, la sorte della biodiversità nell’isola dipenderà soprattutto dal futuro andamento demografico della popolazione umana che, come abbiamo visto, rappresenta il maggior fattore di minaccia in tutto il pianeta.

 

il linguaggio della biodiversità nel contesto geo-politico odierno

Il linguaggio tecnico della biodiversità, pur essendo relativamente semplice, richiede un minimo di attenzione, soprattutto perché al suo interno vengono impiegate parole di uso comune che nella biologia evoluzionistica e nell’ecologia hanno acquisito un significato particolare e inequivocabile. Forniamo qui una sintesi dei termini usati nel presente capitolo per consentire al lettore una corretta comprensione.

Abbondanza: numero di individui di una popolazione, cioè numero di individui della stessa specie presenti in un’area geografica ben delimitata o in una comunità. Quando l’abbondanza di una specie è bassa si dice che la specie è rara.

Areale: area di distribuzione di un taxon.

Comunità: insieme di specie che vivono in un habitat o in un ecosistema.

Diversità: varietà di caratteristiche biologiche e abiologiche riscontrate negli organismi, negli ambienti e nelle aree geografiche. La diversità si può rilevare: all’interno di una specie, dove coincide con la variabilità genetica a livello individuale, di popolazione e geografico; all’interno di una comunità, dove coincide con la ricchezza di specie; o all’interno di un ecosistema, dove si deduce dalla varietà di habitat, di specie e di comunità in esso riscontrabili.

Ecosistema: insieme di habitat e delle comunità che ci vivono, strettamente correlate fra loro e attraversate da un flusso di energia che passa dai produttori primari (piante e alghe) ai consumatori di vario livello (erbivori e carnivori) e da questi ai decompositori (detritivori).

Endemico: aggettivo che si riferisce a un endemita, ciò un organismo esclusivo di una ristretta area geografica. Esempi: specie endemica, genere endemico, famiglia endemica. Il concetto si applica a tutti i livelli gerarchici della tassonomia (sottospecie, specie, genere, famiglia, ordine ecc.) e a diversa scala geografica (provincia, regione, nazione, continente).

Filogenesi: storia evolutiva di un taxon, studiata dalla sistematica, scienza che analizza ed evidenzia le relazioni genealogiche fra gli organismi.

Genere: categoria sistematica che raggruppa specie affini tra loro, quindi aventi un’origine filogenetica in comune.

Habitat: ambiente in cui vive una specie o una comunità, dove sussistono e sono evidenziati particolari fattori abiotici (substrato, temperatura, umidità, pH ecc.).

Hot spot: area geografica che possiede un’elevata ricchezza di specie e un’alta concentrazione di taxa endemici, dove conviene concentrare gli sforzi e i capitali destinati alla conservazione della natura. Queste due componenti sono entrambi importanti perché un’area geografica può contenere molte specie ma pochi taxa endemici e pertanto il suo valore per la conservazione è minore.

Popolazione: insieme di organismi appartenenti alla stessa specie che vivono in una determinata area dove hanno un’elevata probabilità di incontrarsi tra loro riproducendosi.

Ricchezza: numero di specie presenti in un’area geografica o in una comunità.

Sottospecie/ Razze geografiche: popolazioni o gruppi di popolazioni morfologicamente differenziate rispetto ad altre della stessa specie ma con bassi valori di distanza genetica, che occupano porzioni disgiunte e talvolta confinanti dell’areale. In seguito a eventi naturali o antropogenici, due sottospecie possono venire a contatto e sovrapporsi, rimescolando il proprio patrimonio genetico.

Specie: insieme di organismi fra loro interfecondi, cioè capaci di generare prole fertile, che condividono un patrimonio genetico (genoma), occupano un’area di distribuzione geografica (areale), hanno le stesse esigenze ecologiche (nicchia ecologica), e mostrano una serie di caratteristiche morfologiche in comune (aspetto) che le distinguono da altre specie simili. Esempi: leone, tigre e leopardo sono specie diverse appartenenti dello stesso genere.

Tassonomia: disciplina che descrive e ordina gli organismi viventi predisponendo lo studio della loro filogenesi.

Taxon (plurale: taxa): qualunque categoria tassonomica a qualsiasi livello della classificazione. Esempi di taxaHomo sapiens (specie), Elephas (genere), Canidae (famiglia), Lepidoptera (ordine), Amphibia (classe), Metazoa (Regno). Solo specie e genere vanno scritti in corsivo

 

il traffico internazionale degli animali selvatici e la convenzione di Washington

Uno degli aspetti geo-politici più importanti nella gestione della biodiversità consiste negli accordi che vengono presi a livello internazionale per pianificare lo sfruttamento sostenibile delle risorse naturali, in particolare animali, piante, alghe e funghi. Per sfruttamento sostenibile si intende uno sfruttamento permanente di una risorsa rinnovabile, come sono gli organismi viventi, basato sul prelievo in natura di individui o di prodotti ottenuti da una specie (per esempio l’avorio) senza portarla all’estinzione. Lo sfruttamento delle piante selvatiche può consistere nell’uso del legname, nella coltivazione delle piante da giardino o da appartamento, e nella trasformazione industriale di piante, alghe e funghi per uso tessile, medicinale o alimentare. Per quanto riguarda invece gli animali, si va dal commercio di specie ornamentali e da affezione (pesci e invertebrati per acquari, anfibi e rettili per terrari, pappagalli, uccelli da voliera, mammiferi, insetti e altri invertebrati da collezione) al mercato delle pellicce (volpi, visoni, felidi) e a quello alimentare (caviale, pesce, crostacei, molluschi). Si tratta di un mercato immenso in cui la domanda viene soprattutto da paesi ricchi (Nord America, Europa, Giappone ecc.) mentre l’offerta maggiore riguarda i paesi poveri del Sudamerica, Africa e Asia. Tale divisione geo-politica si è andata complicando negli ultimi anni, poiché in diversi paesi africani e asiatici sono sorte aziende (spesso con l’appoggio finanziario straniero) che dichiarano di vendere piante coltivate e animali nati in cattività. Inoltre, sempre negli ultimi anni è fortemente aumentata la domanda di animali dalla Cina dove una moltitudine di specie viene consumata per la farmacopea tradizionale. Per controllare il traffico, imporre delle regole e impedire le frodi, esiste la Cites, Convention for the International Trade of Endangered Species (convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione), comunemente detta Convenzione di Washington, dove è stata sottoscritta nel 1973. Le specie d’interesse Cites sono state classificate in tre Appendici:

Appendice Iinclude specie gravemente minacciate di estinzione per le quali è rigorosamente vietato il commercio.

Appendice II: include specie il cui commercio è regolamentato per evitare uno sfruttamento incompatibile con la loro sopravvivenza.

Appendice IIIinclude specie protette da singoli stati per regolamentare le esportazioni dai loro territori.

Attualmente alla convenzione hanno aderito 180 paesi (ultimo ad aderire è stato l’Iraq, il 5 febbraio 2014), ciascuno dei quali provvede a istituire organi di gestione con funzioni di controllo a livello doganale presso le aziende che vendono animali e piante e presso le abitazioni private di chi li detiene illegalmente. I paesi che non aderiscono non possono importare né esportare organismi viventi o morti con i paesi membri.

 

LA BIO-GEOGRAFIA

La biogeografia è la disciplina che studia la distribuzione geografica degli organismi e degli ecosistemi, cercando di spiegarne cause e meccanismi.

La distribuzione della vita nella biosfera è in continuo cambiamento, cause e meccanismi diversi operano nel tempo a diverse scale. Possiamo distinguere una scala evolutiva, dove gli stessi organismi cambiano nel tempo, e una scala ecologica dove, in tempi relativamente brevi, cambia la composizione specifica degli organismi nelle comunità e negli ecosistemi anche in assenza di un riconoscibile cambiamento evolutivo delle specie.

La biogeografia è una scienza di integrazione multidisciplinare che utilizza gli strumenti analitici della biologia evoluzionistica, dell’ecologia, della filogenesi molecolare, della geologia, della geografia, della climatologia e della paleontologia e che, ovviamente, non può prescindere dalla conoscenza sistematica biologica degli organismi.

La biogeografia si avvale, infatti, di una solida base sistematico-descrittiva nella zoogeografia, che trova il suo più illustre interprete in Alfred Russell Wallace. In ambito botanico Alexander von Humboldt è considerato il padre della fitogeografia, la disciplina che studia la distribuzione della flora e delle comunità vegetali. La biogeografia è anche una scienza sperimentale ove sono elaborate teorie o sviluppati modelli predittivi potenzialmente sottoponibili a verifica.

Tornando alla scala dei tempi, si riconoscono due approcci: la biogeografia storica, che tende a spiegare la distribuzione degli organismi come il prevalente risultato di processi geologici e paleoclimatici che hanno modificato gli areali di distribuzione delle specie, e la biogeografia ecologica, che si focalizza sui processi di dispersione, colonizzazione ed estinzione. Modelli matematici sono stati sviluppati con riferimento a entrambi gli approcci. In ambito ecologico è celebre la teoria dell’equilibrio insulare elaborata da Wilson e Mac Arthur per spiegare le differenze nel numero di specie presenti su un’isola in dipendenza di poche e semplici variabili fisico-geografiche, come la superficie dell’isola e la sua distanza dal continente o da vicini arcipelaghi. In ambito storico i modelli oggi maggiormente utilizzati fanno riferimento alla filogeografia molecolare, cioè alla storia filogenetica e demografica di una determinata specie, studiata attraverso sequenze di Dna e analizzata con sofisticati metodi statistici bayesiani applicati alla teoria genetica della coalescenza.

L’utilizzo dei principi e metodi della biogeografia, associati alla possibilità di rappresentare qualsiasi variabile misurabile su scala geografica tramite georeferenziamento e inserimento in sistemi di informazione geografica (Gis, Geographic Information Systems), trova un impiego particolarmente efficace nella pianificazione della gestione delle risorse naturali e nella conservazione della biodiversità.

Tra i molti ambiti di impiego di questi strumenti si può segnalare, a titolo di esempio, la possibilità di valutare, in maniera non soggettiva, la dipendenza di una determinata specie animale o vegetale dalla struttura e fisionomia dell’habitat, o studiare il cambiamento demografico di una specie in funzione dei cambiamenti dell’habitat o del paesaggio attuati dall’uomo o provocati dal cambiamento climatico.

È possibile simulare, attraverso l’uso di varie tipologie di modelli che fanno riferimento alla nicchia ecologica, la distribuzione potenziale di una specie nel presente, nel passato o nel futuro, laddove siano già disponibili strati in Gis informativi sul clima.

È inoltre possibile andare a verificare la capacità di un parco o di un’area protetta nella tutela di una determinata specie vulnerabile sotto diversi scenari di cambiamento climatico.

Nella biologia applicata alla conservazione la teoria dell’equilibrio insulare è stata largamente impiegata in vari contesti e soprattutto nella formulazione e progettazione dei corridoi e delle reti ecologiche.

Anche la dinamica della colonizzazione di una specie aliena invasiva può essere simulata in modelli che combinano metodi filogeografici con modelli di occorrenza basati sulla nicchia ecologica.

È chiaro però che l’efficacia e l’attendibilità di questi modelli dipende in maniera basilare dalla qualità e quantità di dati di biodiversità ricavabili da dataset o da banche dati digitalizzate. È particolarmente necessario poter disporre di dati puntualmente georiferiti e crono-riferiti per analizzare i cambiamenti nella distribuzione della biodiversità, ed è su questa linea che molte iniziative e progetti si stanno muovendo, privilegiando il ruolo dei musei naturalistici come depositari di dati storici sulla distribuzione di animali e piante, e della ‘citizen science’ che, attraverso il coinvolgimento dei cittadini, aspira a raccogliere ed archiviare grandi quantità di dati attuali, digitalizzati sulla biodiversità.

 

la sfida della biodiversità marina

Secondo lo sviluppo socioeconomico di una determinata area, inquinamento e prelievo di risorse hanno un impatto rilevante sulla biodiversità marina, agendo direttamente sulla dinamica delle popolazioni e sulla struttura delle comunità. A queste problematiche si è recentemente aggiunto il riscaldamento globale, i cui effetti sono ancora tutti da valutare.

Oggi l’uomo preleva dal mare circa ottanta milioni di tonnellate di pesci, crostacei e molluschi, di cui oltre il 70% è dovuto all’attività dei paesi asiatici: solo nel 2010 in Cina il consumo di pesce procapite è stato di 35 kg, mentre il resto del mondo ne ha consumati mediamente 15,5 kgeo-politica Inoltre una percentuale sempre più importante di risorse marine proviene dalla maricoltura ovvero dall’allevamento in mare di specie d’interesse economico. Da una parte questo consente una minore pressione sulla fauna selvatica, dall’altro ha determinato un cambiamento radicale delle caratteristiche ambientali di ampi tratti di costa, soprattutto nelle aree tropicali, dove i mangrovieti sono stati distrutti per lasciar spazio all’acquacultura estensiva.

La cattiva gestione delle risorse ha provocato, negli anni, una costante riduzione delle popolazioni interessate, con pesanti ricadute sul funzionamento delle catene trofiche. Un caso famoso è quello del merluzzo di Terranova, le cui popolazioni sono oggi al collasso in seguito a una gestione totalmente sbagliata, in particolare nella seconda metà del secolo scorso. Un altro caso particolarmente noto riguarda il tonno rosso. La richiesta crescente da parte del mercato giapponese ha determinato, negli anni Ottanta, un cambiamento radicale delle tecniche di pesca, con l’abbandono delle tonnare fisse e l’impiego di grandi reti a circuizione (le tonnare volanti). L’aumento dello sforzo di pesca ha però portato le popolazioni di questa specie a livelli preoccupanti che oggi, grazie all’introduzione di quote di pesca, sono in parziale recupero. Anche gli squali sono seriamente minacciati a causa dell’interesse commerciale delle loro pinne: oggi larga parte delle specie è tutelata da leggi internazionali, anche se la pesca di frodo è molto diffusa.

Oltre al danno alla biodiversità causato dalla distruzione degli stock delle specie target deve considerarsi l’impatto che alcune tecniche di pesca hanno su specie di scarso o nullo valore commerciale (il cosiddetto by-catch). Gli effetti più gravi, da questo punto di vista, sono provocati dalla pesca a strascico il cui by-catch, composto da molte specie di pesci e da numerosissimi invertebrati, può superare di molto la biomassa della specie target. Il problema della distruzione degli habitat è inoltre particolarmente importante per le comunità a coralli profondi, spesso insediate sulle sommità dei sea mounts oceanici.

A livello mondiale è purtroppo diffusa la pesca con mezzi illegali: gli esplosivi sono molto usati nell’area indo-pacifica, ma talvolta anche nel Mediterraneo. Questo tipo di pesca è particolarmente dannoso per gli edifici corallini che sono frantumati dalle esplosioni. Altrettanto devastante è, ovviamente, l’uso di sali di cianuro per catturare pesci d’interesse acquariologico.

Anche diverse specie d’invertebrati sono oggetto di pesca. Il corallo rosso, un’importante risorsa per le popolazioni mediterranee, è da circa un secolo pescato anche nelle acque circostanti il Giappone. Tradizionalmente la pesca avveniva tramite un attrezzo a strascico, l’ingegno, uno strumento particolarmente distruttivo. Oggi il suo uso è vietato in tutto il Mediterraneo mentre in alcune aree meridionali dell’arcipelago giapponese è ancora legalmente utilizzato.

Un altro tipo di strumento di pesca che ha un impatto notevole sulle comunità bentoniche è la draga idraulica per la pesca dei bivalvi nei fondi sabbiosi. Quest’attività, che continuamente sconvolge l’integrità dei fondali fino a diversi centimetri di profondità, ha cambiato sostanzialmente la composizione e la struttura delle comunità costiere dell’intero Adriatico nord-occidentale.

Le politiche di conservazione hanno comunque ottenuto anche alcuni successi. Sono nate, in tutto il mondo, aree marine protette che svolgono un ruolo fondamentale nella tutela della biodiversità e inoltre molte specie sono ormai tutelate, in particolare i cetacei, la cui caccia è vietata dal 1986. Ciò nonostante alcune nazioni, in particolare Giappone, Islanda e Norvegia, continuano la caccia uccidendo circa 500 esemplari ogni anno.

In un mondo dove più di 800 milioni d’individui continuano a soffrire di malnutrizione cronica e dove si prevede che la popolazione sfiorerà 10 miliardi di persone entro il 2050, la principale sfida è quella del fabbisogno nutritivo, salvaguardando nel contempo le risorse naturali per le generazioni future. Da questo punto di vista gli alimenti di origine marina forniscono un apporto proteico fondamentale: 150 g di pesce forniscono circa il 50-60% del fabbisogno proteico giornaliero di un adulto. Oggi il consumo mondiale di pesce pro capite sfiora i 20 kg e rappresenta il 17% delle proteine animali consumate e il 6,5% delle proteine totali. La sfida del prossimo futuro è continuare a prelevare risorse marine conservando gli ambienti e tutelando la loro ricchezza specifica. Difficile, ma non impossibile.

 

i biomi terrestri

I principali tipi di ecosistemi del pianeta vengono denominati biomi e sono raggruppati soprattutto in funzione della fisionomia della vegetazione dominante. La validità di questo concetto risiede nel fatto che permette di organizzare l’enorme variabilità della vegetazione in categorie più semplici. Le attività umane hanno spesso modificato le caratteristiche naturali di molti biomi, dando origine a fenomeni di degrado spesso irreversibile, con una significativa perdita della diversità biologica. Forniamo una sintetica trattazione dei principali biomi e delle loro caratteristiche.

Foreste tropicali. Ecosistemi dominati da latifoglie sempreverdi o semi-decidue, legati a temperature elevate e piogge molto abbondanti. Esempi: Amazzonia, bacino del Fiume Congo, Indonesia e Nuova Guinea. Queste foreste ospitano un elevatissimo numero di specie, rappresentando il bioma terrestre con maggiore biodiversità e produttività, ma anche il più fragile. La loro distruzione, in paesi poco sviluppati economicamente, è considerata uno dei motivi principali della perdita di biodiversità a scala globale e rientra tra le cause dell’aumento della concentrazione atmosferica di COosservata negli ultimi decenni.

Savane. Ecosistemi caratterizzati da alberi sparsi su uno strato di vegetazione erbacea più o meno continuo. Si trovano in regioni tropicali relativamente aride, specialmente in Africa centrale e australe, dove ospitano grandi popolazioni di mammiferi erbivori e dei loro predatori. Sono sottoposte a un forte rischio di desertificazione, processo influenzato dal pascolo eccessivo e dagli incendi provocati dall’uomo, in ambiti economicamente disagiati.

Deserti. Ecosistemi caratterizzati da precipitazioni molto scarse e da bassa copertura vegetale, in aree tropicali o temperate di diversi continenti (Americhe, Africa, Asia e Australia). La bassa produttività della vegetazione corrisponde a una bassa diversità di animali e piante. Il pascolo eccessivo e lo sfruttamento di risorse energetiche e minerarie minacciano i delicati equilibri di questi ecosistemi.

Foreste e macchie mediterranee. Mosaico di foreste e macchie sempreverdi situato a latitudini medie in diversi continenti (paesi del Mediterraneo, California, Cile, Sudafrica e Australia meridionale) dove gli inverni miti e umidi si alternano con estati calde e aride. I disturbi di origine antropica (incendio, pascolo e deforestazione) trasformano la foresta sempreverde in una macchia sempre più degradata fino alla gariga, con fenomeni di irreversibilità.

Foreste temperate caducifoglie. Ecosistemi forestali diffusi in Europa, Asia orientale e America settentrionale. In risposta alle variazioni stagionali della temperatura, queste foreste presentano cicli di attività con temporanea caduta e ricrescita delle foglie. Trovandosi in aree con elevata densità di popolazione, sono state spesso sostituite da praterie secondarie pascolate o da coltivazioni intensive. Nell’emisfero meridionale (ossia in Sudamerica, Australia e Nuova Zelanda), si osservano foreste temperate sempreverdi, in regioni con piogge intense e clima oceanico.

Praterie e steppe. Ecosistemi dominati da vegetazione erbacea, diffusi dall’Europa orientale all’Asia centrale, nelle Americhe e in Australia. Rispetto alle praterie, le steppe presentano una copertura erbacea più sparsa, sviluppandosi in regioni con minori precipitazioni. Molte piante sono perenni, permettendo in alcuni casi la presenza di importanti popolazioni di erbivori. Il fuoco ha avuto un’importante influenza nel mantenimento di questi ecosistemi, anche se la distribuzione attuale delle praterie è oggi molto ridotta, poiché queste sono state in gran parte rimpiazzate da coltivazioni cerealicole.

Foreste boreali. Ecosistemi costituiti da foresta di aghifoglie sempreverdi (taiga) che si alterna a zone umide più aperte, dove spesso prevalgono betulle e ontani. Si estendono nell’emisfero boreale lungo un’ampia fascia al di sopra dei 50- 60° di latitudine con clima continentale freddo. All’interno di questo bioma vengono incluse anche le foreste alpine di abeti, pini e larici. Attualmente esistono ampie estensioni di taiga in Siberia e Canada, relativamente ben conservate nonostante i danni prodotti dalle piogge acide prodotte dall’inquinamento.

Tundre. Ecosistemi costituiti da piante erbacee di piccole dimensioni, licheni e muschi che entrano in attività durante il breve periodo favorevole. Le poche specie legnose sono arbusti nani e prostrati. La tundra si trova nelle regioni artiche, con clima nivale e suolo permanentemente congelato in profondità (permafrost). Esistono anche le tundre alpine che occupano le montagne sopra il limite degli alberi. Si tratta di ambienti molto fragili, su cui le attività antropiche possono avere un impatto notevole.

La distribuzione dei biomi sul nostro pianeta è il risultato di una lunga e complessa storia evolutiva attraverso le ere geologiche ed è stata determinata prevalentemente dall’alternanza di periodi glaciali ed interglaciali negli ultimi due milioni di anni. Eventuali trasformazioni operate dall’uomo e i cambiamenti climatici avrebbero un effetto significativo sulla loro distribuzione attuale e sul loro supporto alle attività economiche.

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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