"IL CUORE DELLA TERRA"
Manuel Omar Triscari
IL CUORE DELLA TERRA:
introduzione alla
geo-politica.
Dedicato a mio padre
Filippo,
per tutto l’amore che
ho,
con tutto l’amore che
posso.
LO SPAZIO RIEMPITO DI COSE TERRESTI
la (ri)scoperta della geo-politica
UNA CONCEZIONE NUOVA E GLOBALE DELLA GEO-POLITICA
Termine coniato dallo svedese R. Kjellén per
indicare dall’un lato il particolare studio delle influenze che la collocazione
geografica di un popolo, di una nazione, di uno stato ha sulla sua storia
politica e all’opposto quel complesso
di problemi politici che traggono origine da fatti d’ordine territoriale,
specie quando si consideri lo stato come un organismo che nasce, si sviluppa e
decade, e che, al pari degli esseri viventi, ha bisogno di uno spazio vitale.
Il termine ebbe larga fortuna tra le due guerre mondiali, nella geografia
politica tedesca, da cui si sviluppò una scuola di geo-politica guidata
da K. Haushofer e raccolta attorno alla rivista “Zeitschrift
für Geopolitik”. Tale scuola, dopo aver enunciato alcune apprezzabili
proposizioni teoriche, subì un’involuzione verso forme esasperate di
determinismo e verso un’azione di legittimazione della politica espansionista e
razziale del nazismo. Considerata generalmente come una derivazione illegittima
della geografia politica, elaborata in Germania alla fine del sec.
19°, e assunta a giustificazione dell’espansionismo imperialistico tardo
ottocentesco, la geo-politica finì infatti per affermare che le nazioni,
sviluppandosi come organismi viventi nel proprio ambiente fisico-geografico (lo “spazio vitale”), sarebbero da questo
influenzate e fondamentalmente determinate nelle loro manifestazioni culturali,
tecniche, economiche, così da rendere giustificata qualsiasi loro espansione a
danno di altre nazioni. Ciò gettò un largo discredito sulla geo-politica (durato
assai a lungo) e un ristagno degli studi geo-politici. Dagli anni ‘70 si è
assistito a una ripresa della geo-politica, soprattutto in forma di studi delle
relazioni internazionali, fondate su rapporti di forza, per il controllo dello
spazio e delle risorse.
Per decenni siamo stati abituati a un certo modo di vedere
il mondo, più classico e più radicato, che privilegia l’economia in quanto
scienza. Coloro che vi aderiscono, siano essi adepti del liberalismo o di
tendenza marxista, assicurano che tutti i problemi della società, comprese le
rivalità politiche, derivano da rivalità economiche, sia che si tratti di
concorrenza fra le imprese o di contraddizioni fra le classi sociali. Eppure,
mentre gli economisti spiegano, non senza ragione, che la mondializzazione dell’economia
avanza e che anzi essa è stata completata in seguito alla fine della guerra
fredda, come è possibile che i conflitti geo-politici diventino sempre più
numerosi (e certo questa non è una illusione mediatica)? Così in Europa, dopo
la caduta della cortina di ferro, nel 1989, sono spuntati una dozzina di nuovi
Stati, portatori di rivendicazioni territoriali, e metà di questi in guerra tra
di loro. Ora, le cause di questi conflitti derivano in maniera solo molto
indiretta dall’economia: gli avversari non combattono per il possesso di
ricchezze ma soprattutto per delle ragioni nazionali, ciascuno essendo impegnato
a liberare il suo “territorio storico”, mentre una parte dei suoi cittadini si
trova a vivere in terre annesse da nazioni rivali.
Non vogliamo negare l’importanza dei problemi economici, né
pretendere che la geo-politica, questo nuovo modo di vedere il mondo, risponda
a ogni domanda. Si tratta solo di formulare i problemi in modo differente e
complementare. Ma noi non siamo ancora abituati alla complessità e alla
diversità dei problemi geo-politici. Si è a lungo pensato, in effetti, che
cause molto generali (rivalità economiche, relazioni di produzione e di scambio
tra gli uomini) condizionassero i comportamenti politici, la volontà di potenza
dei dirigenti e persino, indirettamente, il patriottismo dei cittadini. Oggi
che la mondializzazione dell’economia è, a quanto pare, acquisita, si è
costretti a constatare che l’atteggiamento degli Stati può essere guidato da
altri fattori, al di là della ricerca del profitto o della conquista di terre
fertili. Se c’è sempre la tentazione di cercare di impadronirsi di grandi
giacimenti di petrolio come quelli del Kuwait, pure questo esempio spettacolare
di rivalità economica come fattore di guerra è abbastanza eccezionale. Nella
maggior parte dei casi, oggi, le nazioni combattono o si preparano a combattere
per altri valori. Certo, per alcuni decenni, si affrontarono due ideologie, due
concezioni della società, che mascheravano a fatica le loro rivalità
economiche; il capitalismo, che diceva di essere il mondo libero, e il
comunismo, epressione dell’eguaglianza. In quel caso si trattava ancora di
cause molto generali, su scala planetaria. Non appena questa rivalità si è
spenta, ecco sorgere in Europa (e in altre parti del mondo) una serie di
conflitti nei quali la posta in gioco non è più la terra, come poteva essere un
tempo, e nemmeno una morale per l’umanità, come ancora poco fa, ma parti di
territorio molto precise, rivendicate per ragioni intricatissime: territori
storici, territori-simbolo disputati fra nazioni rivali. Analoghe rivalità
cominciano ad apparire, in modo meno drammatico, in seno a grandi Stati
nazionali europei. È di questo che si tratta quando si parla di problemi geo-politici.
La funzione di questo saggio è appunto di analizzarli, di cercare una chiave
per rispondere a domande così nuove.
Per capire un problema geo-politico, sia pure a grandi
linee, non basta più evocare delle cause generali, il conflitto Est-Ovest,
come prima: occorrono un certo numero di informazioni relativamente precise e
obiettive. Ecco che ci si scontra con nuove difficoltà: più che l’insufficienza
della documentazione disponibile, sono la cattiva conoscenza delle concezioni antagoniste,
i timori reciproci inconfessati e soprattutto l’ignoranza di coloro che, certi
del loro buon diritto, non sanno o non ammettono che possa esistere un’opinione
contraria alla loro, anch’essa in buona fede.
Bisogna certo condannare i fanatismi d’ogni genere, le cui
conseguenze risultano essere, prima o poi, catastrofiche. Ma non occorre forse
considerare che tutti questi antagonismi di idee e di argomenti sono, ahimé,
normali, quando si tratta di geo-politica? Terribile interrogativo filosofico,
quando questi antagonismi sono esasperati al massimo, giacché insorge allora il
problema della guerra e quello delle frontiere. La geo-politica è una serie di
drammi (senso primo del termine: azione) e persino di tragedie – non bisogna
mai dimenticarlo. Ma se è vero, come sosteneva il generale de Gaulle, che
<<Le cose stanno come stanno, essendo il mondo come è.>>, bisogna
ben accettare che questi antagonismi sono la norma. Ciò non significa che oggi
le guerre siano normali e che non possano essere evitate. È d’altronde la
pacificazione uno dei compiti dell’analisi geo-politica.
Nei molteplici casi in cui oggi si usa il termine geo-politica,
si tratta in effetti di rivalità di potere su certi territori e sugli uomini
che vi abitano. In questi scontri tra forze politiche, ognuna di esse usa mezzi
diversi, e in particolare argomenti che dimostrino le ragioni per cui l’una
parte o l’altra vuole conquistare o conservare il tal territorio, e anche
dunque, all’inverso, che le pretese dei rivali sono illegittime.
Ancora: le vicende della geo-politica hanno complicato il
dibattito sulla sua collocazione nei campi del sapere. Alcuni hanno di fatto
identificato la geo-politica con la geografia politica; altri hanno assegnato
alla geo-politica lo studio delle tendenze espansive di Stati e nazioni,
lasciando alla geografia politica la descrizione esplicativa delle situazioni
in atto; altri ancora ritengono che la differenza consista nella diversità dei
ruoli (applicativo quello della geo-politica, speculativo quello della geografia
politica). L’accennata ripresa d’interesse per la geo-politica muove da una
riconsiderazione, soprattutto in Francia, negli USA e nell’allora
Unione Sovietica, dei rapporti internazionali in chiave geografica. In tal
senso, benché la geo-politica odierna abbia perduto gran parte del corredo
deterministico che ne caratterizzò la nascita e il primo sviluppo, il ritorno
dell’interesse non ha comportato la rottura con la tradizione, ma piuttosto la
rivalutazione di taluni elementi (quelli legati alle posizioni reciproche tra
Stati e all’accessibilità alle comunicazioni, alle risorse, e ai mercati) che
le analisi di politica internazionale avevano trascurato. Il risveglio della geo-politica
si è poi trasformato in moda culturale, con una fioritura di iniziative in
campo editoriale (per l’Italia, è da segnalare la nascita, nel 1993, della
rivista “limes”). Il campo di
applicazione delle analisi geo-politiche si è indubbiamente ampliato: accanto
al tradizionale ambito delle relazioni interstatali e sovrastatali tra le
nazioni, per il quale il riferimento obbligato continua a essere lo stato, sono
apparsi i seguenti ulteriori ambiti di ricerca e d’indagine: i problemi dei
gruppi etnico-linguistici; i temi demografici e dello sviluppo umano, con
speciale riguardo ai flussi migratori di popolazione e alla diffusione del
benessere; le questioni relative all’allocazione delle risorse; la gestione
delle forme di regionalizzazione amministrativa ed economica; l’esame dei
flussi di materie prime, capitali, informazioni; lo studio della competizione
per le risorse naturali; le politiche ambientali. Se il campo concettuale si è
così ampliato, l’ipotesi che continua a sostenere la geo-politica come attività
di analisi della realtà contemporanea è sostanzialmente quella tradizionale:
che dalla disposizione dei fenomeni nello spazio derivi almeno una parte dei
comportamenti politici e che, perciò, in base all’analisi di quella
disposizione sia possibile interpretare gli eventi verificatisi e prefigurare
scenari futuri. Quest’ultima presunta capacità, molto enfatizzata a livello di
divulgazione, ha accresciuto la popolarità della geo-politica e la frequenza di
argomentazioni geo-politiche, soprattutto nella stampa d’informazione,
confermando altresì la validità di quell’opinione che vuole che la geo-politica
si occupi, in definitiva, dei contesti spaziali delle opzioni politiche e,
pertanto, si configuri come un’attività di analisi delle forme del potere
piuttosto che di studio delle componenti geografiche nell’ambito delle quali il
potere si esercita.
La pubblicazione, sul finire degli anni Settanta, dei
documenti custoditi dal postguerra negli archivi tedeschi ha consentito di far
miglior luce sulle origini e la natura della geopolitik permettendo di tracciare un bilancio doppiamente
negativo della sua prima e più specifica forma sia come programma di ricerca
che come progetto relativo al rapporto tra sapere geografico e potere politico.
L’unica originalità, sul piano scientifico, del programma della geopolitik consisteva nella teoria,
avanzata da K. Haushofer, degli spazi vitali come fattori decisivi e originari
e come campi di forza costitutivi delle ideologie. In altri termini: sarebbero
state le fattezze dello spazio a determinare la maniera di concepire e
controllare il mondo e non, viceversa, la maniera di concepire il mondo a
determinare la nostra concezione dello spazio terrestre.
Ma, come già nel 1941 riconosceva K. Wowinckel, l’editore
della “Zeitschrift für Geopolitik”, la geopolitik come
scienza non esiste. E ciò per lo stesso motivo, già espresso nel 1929 da K. Wittfogel,
secondo il quale il “difetto costituzionale” delle teorie geo-politiche
consisteva nel non tener appunto conto del fatto che gli elementi geografici
non operano direttamente sulla sfera della vita politica, bensì attraverso
articolazioni mediane (o intermedie che dir si voglia), vale a dire
intervenendo come condizioni materiali o forze produttive nei procedimenti storici.
In sede di bilancio storiografico, inoltre, appare ormai assodata la pressoché
assoluta irrilevanza della geopolitik nei confronti delle
scelte politiche del regime nazista. Mai Haushofer e i suoi seguaci
esercitarono effettiva influenza sui meccanismi di decisione della politica
estera tedesca. A partire dalla fine del 1938, anzi, i dirigenti del Partito
nazional-socialista si comportarono proprio contro tutte le loro teorie, che
sul piano pratico si traducevano nel consiglio di un’intelligente altalena tra
una politica continentale e una oceanica, secondo la distinzione enucleata all’inizio
del Novecento da H. Mackinder.
Ma se lo spazio non agisce da sé, come in fondo tutti i
critici della geopolitik fecero notare, non è men vero che
esso concorre, sia pure in maniera mediata ma ineliminabile, nel determinare
ogni fenomeno politico, a partire da quelli che regolano le relazioni internazionali.
Per questo motivo la fine della geopolitik, che coincide con il
crollo del regime hitleriano, segna la nascita, particolarmente nei paesi
anglosassoni, della geo-politica contemporanea: nei suoi più recenti esiti non
più intesa secondo la vecchia concezione di Haushofer quale dottrina relativa
all’influenza della configurazione geografica sui processi politici, ma, all’opposto,
come il sapere relativo ai rapporti tra decisioni politiche e dimensione
spaziale (o dimensioni spaziali) dei processi politici stessi. La distinzione è
triplice, e riguarda a un tempo l’oggetto e il soggetto della geo-politica,
oltre che la natura della relazione tra realtà politica e spazio.
All’interno delle nuove concezioni tale rapporto non
soltanto viene rovesciato rispetto alle formulazioni originarie, ma non viene
più nemmeno rigidamente interpretato, come prima accadeva, in chiave
deterministica, bensì secondo la più feconda e realistica nozione di
possibilità d’azione. A tale ribaltamento si accompagna, ed è decisiva, la
dematerializzazione dell’oggetto del sapere geo-politico: che non è più
soltanto lo “spazio riempito di cose terrestri” o la visibile “faccia della
terra” (come si diceva nel 19° secolo) ma anche il complesso di quell’invisibile
rete di reti telematiche da cui sempre più la comunicazione (e perciò il
comando e il controllo del mondo) oggi dipendono. Segno di tale cruciale
mutazione è la crisi del concetto topografico di distanza, fattore sempre meno
significativo e sempre più significante nella politica internazionale, sebbene
il grado d’influenza delle grandi potenze nei confronti degli altri stati
ancora sembri, in qualche misura, dipenderne. E proprio il modello del mondo
attuale come “rete di reti di relazioni” in gran parte immateriali introduce
alla terza differenza tra vecchia geopolitik e nuova geo-politica,
che consiste appunto nell’inedita odierna molteplicità e pluralità dei soggetti
(degli attori come si dice nel gergo economico) dello scenario storico: non più
soltanto le formazioni statali o i loro raggruppamenti, ma anche tutti gli enti
pubblici e privati (politici, militari, religiosi, economici, finanziari) in
grado di funzionare da nodo delle maglie, e di produrre conoscenza
immediatamente finalizzata alle proprie, e reciprocamente conflittuali,
strategie di dominio.
Quale che sia la sua estensione territoriale (planetaria,
continentale, statale, regionale, locale) e la complessità dei da ti geografici
(rilievo, clima, vegetazione, ripartizione della popolazione e delle attività, etc.), una situazione geo-politica si
definisce, a un dato momento di una particolare evoluzione storica, attraverso
delle rivalità di potere di maggiore o minor momento, e attraverso dei rapporti
tra forze che occupano parti diverse del territorio in questione. Le rivalità
di potere sono anzitutto quelle tra Stati, grandi e piccoli, che si disputano
il possesso o il controllo di certi territori. Si tratta di individuarne la
localizzazione precisa e le ragioni che ciascuno invoca per giustificare il
conflitto, spesso legate alle risorse (appropriazione di un giacimento
minerario o di una zona sottomarina non ancora esplorata, eccetera), ma
talvolta anche a cause di più difficile discernimento, e che occorre nondimeno
cercare di definire. Rivalità di potere, ufficiali e ufficiose, si sviluppano
anche all’interno di numerosi Stati i cui popoli, più o meno minoritari,
rivendicano la propria autonomia o indipendenza. Emergono poi i problemi dell’immigrazione,
che in molti paesi sono divenuti geo-politici. Infine, in seno a una stessa
nazione, esistono rivalità geo-politiche tra i principali partiti politici, che
cercano di estendere la propria influenza nella tal regione o nel tale
agglomerato, e di conquistare o conservare delle circoscrizioni elettorali. Per
mostrare la ripartizione di queste forze diverse, anche negli spazi
relativamente ristretti, occorrono delle carte chiare e suggestive, e in
particolare delle carte storiche, che permettano di capire l’evoluzione della
situazione (attraverso i successivi tracciati delle frontiere), come pure di
accampare “diritti storici” su un determinato territorio, di cui si dotano
contraddittoriamente diversi Stati.
Per capire un conflitto o una rivalità geo-politica, non
basta precisare e cartografare le poste in gioco, bisogna anche cercare, lo si
è visto (soprattutto quando le cause sono complesse) di comprendere le ragioni,
le idee dei suoi principali attori: capi di stato, leader di movimenti regionalisti, autonomisti o indipendentisti,
eccetera. Ciascuno di essi esprime e influenza a un tempo lo stato d’animo della
parte di opinione pubblica che rappresenta. Il ruolo delle idee (anche se
sbagliate) è capitale in geo-politica. Sono esse a spiegare i progetti e a
determinare la scelta delle strategie, certo insieme ai dati materiali. Queste
idee geo-politiche le chiamiamo rappresentazioni. Se questo termine sarà qui
impiegato a profusione è perché a causa dei suoi significati originari e della
sua ricchezza di senso, corrisponde molto bene a due caratteristiche fondamentali
delle idee geo-politiche. Da un lato, rappresentare (rendere presente), mostrare
in modo concreto, è anzitutto disegnare. Ora, le idee geo-politiche si
riferiscono a dei territori, cioè alle carte che ne sono le rappresentazioni,
allo stesso modo in cui un quadro rappresenta un personaggio. D’altro lato, la
rappresentazione è l’atto teatrale per eccellenza, l’atto che rende
simbolicamente presenti personaggi e situazioni drammatiche, ciò che è anche
proprio delle idee geo-politiche. Può essere che questo senso di “tenere il
posto di qualcuno” e di “agire in suo nome”, sia all’origine dell’uso diplomatico
e politico della “teoria della rappresentazione”, secondo cui la sovranità di
una nazione si esprime attraverso i suoi rappresentanti.
In fondo, questo senso oggi non è il più importante nelle
rappresentazioni geo-politiche. È spesso il senso cartografico a dominare. Ma
non per questo bisogna minimizzare la rappresentazione in senso teatrale,
giacché la maggior parte dei conflitti geo-politici sono pensati in termini di
dramma. Ciascuna delle nazioni implicate assume simbolicamente i tratti di un
personaggio. La rappresentazione storica dei loro rapporti, il modo di
raccontare le cause dei loro conflitti assumono i contorni della tragedia. Ecco
perché il termine di rappresentazione è, nelle analisi geo-politiche
particolarmente utile in ciò che possiede di ambiguo e di semanticamente ricco.
Opponendosi in questo alle diverse concezioni che
esamineremo in seguito, questa idea della geo-politica non procede da una
definizione generale a priori. Al contrario, essa è stata definita dopo aver
analizzato e distinto le caratteristiche comuni alle differenti qualità di
fenomeni e di problemi che sono oggi considerati come geo-politici. È il
risultato di decenni di ricerche condotte giorno dopo giorno, talvolta sul
campo, alla ricerca delle cause di molteplici tensioni e conflitti, come pure delle
ragioni alla loro base e delle reazioni dell’opinione pubblica nazionale e
internazionale. Queste ricerche hanno anche progressivamente permesso di capire
perché il termine “geo-politica”, apparso all’inizio del XX secolo, non è più
stato utilizzato dopo la fine della seconda guerra mondiale, e perché è così
diffuso oggi.
La dimostrazione di questa duplice affermazione necessiterà
di percorrere un certo numero di tappe di osservazione e di ragionamento. In
effetti, le cose sono tutt’altro che semplici, e bisognerà tener conto e
risolvere un certo numero di contraddizioni per costruire progressivamente la
definizione di un concetto di geo-politica, e per misurarne il significato
storico, culturale e politico.
Per capire bene a che cosa corrisponda ciò che oggi
chiamiamo geo-politica, è dunque necessario (ma non sufficiente) spiegare come
e perché questo modo di vedere il mondo sia prima apparso e poi scomparso per
essere in seguito addirittura occultato e riapparire recentemente, dotato di
una portata e di un’ampiezza nuove e tanto maggiori quanto più i problemi detti
geo-politici si moltiplicano ormai sulla superficie del globo. È per capire
questo fenomeno che noi riflettiamo sul senso che dobbiamo dare alla geo-politica
affinché essa non sia solo una parola alla moda per definire certi problemi, ma
uno strumento per avviare un’indagine scientifica efficace.
Se anche occorre fare la storia, in verità abbastanza
sorprendente, della parola “geo-politica”, dei suoi usi trascorsi o della
maniera in cui è stata passata sotto silenzio, tuttavia noi partiremo dal
presente. Tracceremo un quadro rapido dei diversi modi in cui questo termine è
oggi adoperato, delle differenti qualità di problemi che oggi esso contribuisce
a designare. In seguito, risaliremo al passato per meglio capire la situazione
attuale. In ciò noi seguiremo l’approccio geo-politico che ci è proprio. Il
termine “geo-politica”, a partire dagli anni Ottanta, e soprattutto dopo la
fine della guerra fredda, conosce un crescente successo, praticamente in tutti
i paesi. E soprattutto nei media, quando i giornalisti cercano di spiegare
questa o quella rivalità territoriale (rivalità che vanno moltiplicandosi,
specialmente in Europa) e di rendere conto delle reazioni dell’opinione
pubblica nel mondo. Compito più difficile di quanto non appaia, almeno se lo si
vuole affrontare seriamente (malgrado i tempi stretti di cui dispongono i
giornalisti), analizzando onestamente gli argomenti e le rappresentazioni
contraddittorie delle diverse forze politiche in contrasto, si tratti di Stati
o di popoli, o che si manifestano in seno a una stessa nazione. Compito sempre
più difficile, in ragione di un’attualità sempre più appesantita dal fatto
abbastanza sorprendente per cui, malgrado la fine dell’antagonismo fra le
maggiori potenze, numerose questioni, fino a ieri latenti o minime o di cui non
si parlava affatto, si sono bruscamente aggravate negli ultimi anni (e ciò in
contrade europee relativamente vicine al nostro paese).
Ma la geo-politica non è solo affare dei giornalisti.
Giacché la maggior parte delle rappresentazioni geo-politiche è associata in
modo più o meno evidente a delle idee e a dei principi, un gran numero di
intellettuali, specialmente brillanti filosofi, se ne preoccupano. Essi
dissertano sul ruolo e sui valori dell’Europa e si indignano a giusto titolo a
causa del dramma che si svolge nei Balcani, problema a tal punto geo-politico
che certi pensatori arrivano quasi a darne la colpa alla geo-politica, come se
si trattasse di una qualche divinità malefica.
Essendo questo termine nuovo, mal definito e molto
utilizzato dai giornalisti, negli ambienti universitari e in particolare in
quello delle scienze sociali, non lo si adopera ancora che con cautela. Invece,
per un certo numero di specialisti di relazioni internazionali, per degli
storici e soprattutto per certi geografi la geo-politica designa un nuovo campo
di ricerca, in cui oggi c’è molto da fare, e un approccio scientifico nuovo.
Tuttavia, la difficoltà per questi ricercatori è che il
termine geo-politica non è chiaramente definito ed è interpretato secondo
accezioni molto diverse. Da un lato, questa è una conseguenza del suo successo,
ma ciò deriva anche dalla diversità dei casi che oggi si ritiene utile definire
geo-politici, meno per una moda che perché questo riferimento è ritenuto
illuminante, pur essendo oggetto di giudizi di valore estremamente
contraddittori. Il recente successo di questo termine è tanto più da
sottolineare in quanto alla fine della seconda guerra mondiale esso è stato
quasi proscritto in un gran numero di paesi (la maggior parte dei paesi
occidentali e soprattutto quelli comunitari), con il pretesto che si trattava
di un concetto hitleriano. Eppure, dopo il 1945, i problemi e i rivolgimenti
che oggi chiameremo senza dubbio geo-politici non sono mancati, a cominciare
dagli accordi di Jalta. Ma la quasi totalità di coloro che, nella maggior parte
dei paesi, parlano oggi di geo-politica, non hanno certo nulla a che vedere con
l’ideologia nazista, e anzi spesso ignorano le origini di questo termine e il
fatto che esso sia stato oggetto di una sorta di tabù. Ciò spiega le
controversie a proposito di questa parola. Per alcuni (d’altra parte sempre
meno numerosi) la geo-politica è una pseudoscienza e persino un approccio intellettuale
criminale, giacché (dicono costoro) essa è indissociabile dall’imperialismo e
financo dalle avventure più spaventose dei regimi totalitari. Per altri, al
contrario, si tratta di una scienza nuova, oppure almeno di un modo nuovo di
vedere il mondo e di porre i problemi che fino ad ora erano stati occultati
dallo schermo delle ideologie. Tra questi due atteggiamenti estremi, le
accezioni o le definizioni della geo-politica coprono una gamma più o meno
larga di problemi che sono legati a diverse categorie di fenomeni politici come
a porzioni più o meno vaste di spazio terrestre.
La storia di questo termine non è dunque semplice, non più
della sua sfera semantica, che tende ad allargarsi; oggi si parla di geo-politica
a proposito della moltiplicazione di problemi tanto diversi quanto la comparsa
di nuovi Stati, il tracciato delle loro frontiere, i loro conflitti
territoriali, l’espansione di certe ideologie politiche e religiose come l’islamismo
(questa sì indegna e criminale), o le rivendicazioni dei popoli che vogliono
essere indipendenti, Ma si parla anche di geo-politica, e sempre più da qualche
anno, a proposito di problemi politici interni a un medesimo stato, delle
rivendicazioni regionalistiche, della geografia dei risultati elettorali, del
ritagliare o raggruppare le circoscrizioni amministrative, o delle questioni di
gestione del territorio. Si è tentati di considerare che si tratti di un
fenomeno alla moda. Nondimeno, resta che le rivendicazioni di autonomia o di
indipendenza formulate da modesti gruppi etnici o da piccole minoranze
culturali pongono oggi, in numerosi Stati, delicati problemi politici, quando
ancora qualche anno fa esse sarebbero state soffocate, se non regolate, con la
forza.
QUESTIONI TEORICHE E
SEMANTICHE
Questo sostantivo ha anch’esso due significati troppo spesso
confusi. Secondo il Robert, è 1) la scienza che ha per oggetto lo studio dei
fenomeni fisici biologici umani localizzati sulla superficie del globo
terrestre nonchè 2) la realtà fisica, biologica, umana che è oggetto di studio
della scienza geografica. Ora, se il termine stesso di “geografia” fa esplicito
riferimento a una tecnica scientifica (la geografia, che ha il compito di
disegnare e rappresentare la Terra, cioè anzitutto costruire mappe, fisiche e
di conseguenza mentali, del mondo), non è questo il caso del termine geo-politica
giacché, in primo luogo, la politica non è definita nel Robert come scienza ma
come 1) ciò che è relativo alla città, al governo dello stato e 2) arte e
pratica del governo delle società umane. Il terzo senso di “geo-politica” quale
azione, progetto, strategia di governo è dunque semanticamente legittimo.
Queste considerazioni permettono di prendere coscienza di un certo numero di
ambiguità semantiche, ma non per questo definiscono che cosa è la geo-politica.
Coloro che, procedendo in modo inverso rispetto al nostro, vogliono partire dai
principi e non dalla realtà, così come essa è percepibile, diranno che sono geo-politici
i fenomeni che si riferiscono alla geo-politica.
Ma come l’hanno definita, fino ad oggi, la geo-politica? Per il Robert del 1965, la geo-politica
è lo studio dei rapporti tra i dati naturali della geografia e la politica
degli Stati. Il Grand Larousse Universel del 1962 è ancora più esplicito, giacché
per esso la geo-politica è lo studio dei rapporti che uniscono gli Stati le
loro politiche e le leggi di natura, queste ultime determinando le altre. È
abbastanza curioso che questo genere di definizioni che non si trovano solo nei
dizionari ometta ogni riferimento alla storia, per quanto l’invocazione dei
presunti diritti storici sia uno dei maggiori argomenti in geo-politica. Ad
ogni modo, simili definizioni avrebbero dovuto essere respinte per la loro
evidente illogicità, che rasenta l’assurdità (ma certi geo-politici vi si
riferiscono senza vergogna, per le necessità della causa che essi sostengono).
In effetti se le leggi di natura determinano la politica degli Stati, come
spiegare che essi possano operare cambiamenti spettacolari e durevoli della
loro politica, ciò che la storia permette di constatare, e non solo durante le
rivoluzioni? I dati naturali della geografia purtuttavia non cambiano affatto,
e le leggi di natura sono comunque eterne. Queste definizioni quanto meno
sommarie (due righe ciascuna) sono anteriori al successo attuale della geo-politica,
ma si continua spesso a farvi riferimento, specialmente negli ambienti
universitari. Queste definizioni classiche, che si limitano a indicare l’esistenza
di rapporti tra la geo-politica e la geografia, ma senza specificare di quali
rapporti si tratti comportano inoltre il grande inconveniente di ridurre quest’ultima
ai soli fenomeni naturali (concezione del resto assai diffusa nell’opinione
comune, ma che non ha alcuna giustificazione epistemologica). Perché queste
pretese definizioni della geo-politica non fanno menzione dei rapporti tra la
politica degli Stati e i dati purtuttavia fondamentali della geografia umana,
non fosse che, per esempio, l’importanza della densità di popolazione in
rapporto alla superficie utilizzabile di uno stato? Mistero, o forse questo
rischierebbe di richiamare la questione dello spazio vitale che Hitler ha
sviluppato nel “mein kampf”?
Il Grand Larousse Universel del 1989 definisce la geo-politica
come una scienza che: studia i rapporti tra la geografia degli Stati e la loro
politica, ed esprime la volontà di guidare l’azione dei governi in funzione
delle lezioni della geografia. Si potrebbe credere che questo proposito
rifletta le ambizioni dei maestri della geografia accademica. Uno dei più
celebri in questo campo non fu forse il britannico sir Halford Mackinder
(1861-1947) che acquisì dopo il 1900 una grande notorietà nei circoli dirigenti
anglosassoni? Egli è spesso considerato uno dei più celebri geo-politici.
Eppure, non ha mai fatto esplicito riferimento alla geo-politica nei suoi
scritti, e il più celebre tra essi intorno a questo tema (“il perno geografico della storia”) si
inquadra piuttosto in quella che sarà poi definita geo-storia.
La corporazione dei geografi accademici in senso generale ma
in modo peculiare in Francia e oggi anche in Germania, è tuttavia,
paradossalmente, quella che, assai più delle altre, tuttora respinge la geo-politica
in nome della scienza e con il pretesto che si tratterebbe di un residuo o di
una rinascita del nazismo. Questa corporazione disapprova coloro tra i suoi
membri che se ne occupano e promuove invece la pratica della geografia
politica.
Ma questo settore della geografia accademica, malgrado l’importanza
riconosciuta al volume “geografia
politica” nell’opera del grande geografo tedesco Friedrich Ratzel
(1844-1904), negli ultimi decenni era stato completamente abbandonato, a parte
un certo risveglio in questi ultimi anni nell’intento di far concorrenza alla geo-politica.
Al punto che la geografia politica è dimenticata nel dizionario di geografia diretto
da Pierre George (1979), che indica come <<la geo-politica sia lo studio
dei rapporti tra i fattori geografici e le azioni o le situazioni
politiche>> prima di menzionare che essa è stata <<uno degli
strumenti di propaganda politica dei teorici dei Terzo Reich.>>.
Il più celebre di questi teorici, l’animatore della prima
corrente di idee che facesse riferimento alla geo-politica per metterla in
pratica, il geografo e generale tedesco Karl Haushofer (1869-1946), dichiarava
verso il 1920, in modo alquanto lirico: <<La geo-politica sarà e deve
essere la coscienza geografica dello stato. Il suo oggetto è lo studio delle
grandi connessioni vitali dell’uomo d’oggi nello spazio d’oggi *** e la sua
finalità *** è il coordinamento dei fenomeni che legano lo stato allo
spazio.>>. In effetti, l’oggetto principale di questa corrente geo-politica
erano le relazioni territoriali degli Stati tra loro, il tracciato delle loro
frontiere, e in particolare quelle della Germania che, in conseguenza del
Trattato di Versailles (1919), aveva appena perso importanti territori.
Gli specialisti di relazioni internazionali inquadrano la geo-politica
ancor più in funzione delle loro preoccupazioni. Dopo il 1945, quando questo
termine era completamente proscritto in Europa, all’Ovest come all’Est, certi
specialisti americani vi facevano talvolta riferimento in lavori abbastanza
riservati destinati a fornire ai dirigenti americani una base teorica alla
politica che gli Stati Uniti, a causa della guerra fredda e della loro potenza,
dovevano condurre su scala mondiale. <<L’essenza della geo-politica è di
studiare la relazione che esiste tra la politica internazionale di potenza e le
caratteristiche corrispondenti della geografia (e specialmente) quelle su cui
si sviluppano le fonti della potenza.>> scrive nel 1963 Saul Cohen in “geografia e politica in un mondo diviso”.
Per R. E. Harkavy in “great power
competition for overseas bases: geo-politics of access diplomacy” (1983)
la geo-politica è la rappresentazione cartografica delle relazioni tra le
potenze principali in contrapposizione fra loro. Secondo la Encyclopedia
Britannica la geo-politica è l’utilizzazione della geografia da parte dei
governi che praticano una politica di potenza, mentre William T. Fox, in un
colloquio organizzato a Bruxelles dalla Nato nel 1983, sostiene che in generale
la geo-politica è l’applicazione delle conoscenze geografiche agli affari
mondiali. Identica la concezione del generale Pierre Gallois, autore di un’opera
intitolata “géopolitique: les voies de la puissance” (del 1990): <<La geo-politica è
lo studio delle relazioni che esistono tra la condotta di una politica di
potenza sviluppata sul piano internazionale e il quadro geografico in cui essa
si esercita.>>.
Ma queste concezioni più o meno prossime, secondo cui la geo-politica
è essenzialmente analisi di tipo geografico delle relazioni interstatuali sul
piano planetario o su quello dei grandi spazi non tengono conto del fatto che
analisi geo-politiche dei rapporti di forza sono oggi condotte riguardo a
territori di dimensioni assai minori che si tratti di Beirut o dei quartieri
centrali di Los Angeles o di quelli periferici di Torino o ancora del piccolo
borgo situato sui monti Nebrodi, ad esempio.
Malgrado le loro differenze, tutti questi modi di inquadrare
la geo-politica, compreso l’ultimo, hanno in comune la caratteristica di non
rendere conto delle sue singolarità storiche: né spiegano l’apparizione molto
tardiva di questo termine all’inizio dei XX secolo, la sua eclisse
trentacinquennale, e soprattutto, da una decina d’anni la sua utilizzazione
sempre più frequente sulla stampa e da parte di diversi specialisti meno per
effetto di una moda che in ragione di un fenomeno obiettivo: la moltiplicazione
recente dei problemi dei conflitti gravi o minori che vengono chiamati geo-politici.
Insomma, nel mondo accade qualcosa di nuovo.
Era successo qualcosa del genere quando per la prima volta,
in un paese, una corrente di opinione si è preoccupata della geo-politica?
L’APPARIZIONE DELLA GEO-POLITICA
Perché è solo all’inizio dei XX secolo, nei 1918-1919, in
Germania, che la geo-politica appare come una novità intellettuale e politica e
suscita in quel paese una poderosa corrente intellettuale, quando i conflitti
territoriali fra Stati esistevano da secoli? Non bisogna mettere da parte
questo problema, che oggi può apparire ben superato. Ma cercare di capire le
cause di questa apparizione, così come quelle della proscrizione del termine
dopo il 1945, poi del suo riapparire dopo dieci anni (cioè cercare di capire le
grandi tappe della storia della geo-politica) permette di afferrare meglio
alcune delle caratteristiche fondamentali della geo-politica e di avanzare
nella costruzione della sua definizione.
Fino ad allora, solo i sovrani e i capi di stato decidevano,
con i loro consiglieri più vicini su questo genere di problemi e non ci si
sognava affatto di riferirne al popolo. Ma nella Germania dei dopo-sconfitta si
ingaggiò fra cittadini di differenti tendenze politiche un vero dibattito
democratico (per quanto segnato da molte violenze) sul problema del territorio
della nazione e delle sue frontiere. Allora era un fatto assolutamente
eccezionale. Certo, negli Stati democratici c’erano già molti dibattiti
politici (sull’attribuzione del diritto di voto ai poveri o alle donne, sul
ruolo della Chiesa, sul sistema di governo eccetera) ma non c’erano mai stati
dei dibattiti geo-politici cioè imperniati sul problema delle frontiere e sulla
definizione stessa del territorio dello stato e della nazione.
In seguito, per ottenere la revisione dei Trattato di
Versailles o l’Anschluss con l’Austria
(ciò che chiedevano anche i partiti di sinistra tedeschi e austriaci), il
movimento geo-politico sviluppò la sua azione sul piano internazionale, grazie
alla collaborazione di geografi o di diplomatici di diversi Stati europei
Unione Sovietica compresa, i quali non accettavano affatto le frontiere imposte
dopo il 1918, anche coloro che erano stati avvantaggiati volevano ancor di più.
Si tratta ora di capire perché il termine geo-politica sia
stato proscritto per così lungo tempo, dopo la fine della seconda guerra
mondiale, quando sarebbe stato assolutamente possibile contrapporre alla geo-politica
dei nazisti una geo-politica dei loro avversari. Perché questo termine è stato
oggetto di un simile tabù (salvo che per l’uso interno degli ambienti vicini
alla Casa Bianca, al Pentagono o al Cremlino) e ciò per trentacinque anni,
malgrado diverse spettacolari decisioni prese sia all’Est che all’Ovest
avrebbero meritato la qualifica di “geo-politiche”? Quando la guerra fredda era
al culmine, gli americani avrebbero potuto appropriarsi di una geo-politica del
mondo libero e accusare i sovietici di praticare una geo-politica oppressiva.
Questi ultimi avrebbero potuto impossessarsi di una geo-politica
anti-imperialista e socialista. Alcuni scritti sovietici accusavano il
pentagono di riappropriarsi della geo-politica hitleriana, ma, fatto curioso, i
comunisti non insistettero. In effetti, Stalin aveva fatto proibire in Unione
Sovietica e in tutti gli Stati diretti dai partiti comunisti ogni riferimento
alla geo-politica (e persino alla geografia umana, sospetta di connivenza), se
non per denunciarla come consustanziale al nazismo, ma senza troppa
convinzione. Sembra che Stalin volesse far dimenticare assolutamente quella
grande operazione geo-politica che era stato il Patto germano-sovietico, nel
quale si era fatto intrappolare, non prevedendo che l’attacco tedesco sarebbe
venuto meno di due anni dopo. In quella operazione egli sarebbe stato sedotto
dalle pretese leggi geo-politiche di Haushofer-Mackinder; che intendevano
dimostrare la necessità di un’Eurasia unificata, dall’Atlantico al Pacifico, e
ciò tanto più in quanto al centro dell’Unione Sovietica era situato lo Heartland che, per Mackinder, era il
futuro “centro del mondo”. D’altra parte, dopo lo scatenamento della guerra
fredda, a partire dal 1947, la costituzione di due blocchi contrapposti in
Europa, schierati lungo la linea di confine fissata dagli accordi di Jalta nel
1945, spinse i leader dei due
schieramenti a proscrivere ogni idea, ogni rappresentazione che non rafforzasse
quella dello scontro planetario delle due concezioni del mondo: il “mondo
libero” che i suoi avversari definivano imperialista o capitalista, e il “mondo
socialista”, chiamato più semplicemente mondo comunista. Questa
rappresentazione (la divisione del mondo in due coalizioni con le loro zone di
influenza) era peraltro di tipo perfettamente geo-politico (e basato su rivalità
di poteri su territori) ma, per i dirigenti dell’una o dell’altra superpotenza,
non era auspicabile impiegare un termine che non poteva mancare di ricordare i
recenti conflitti nazionali, né di ricordare a ciascuna nazione quanto aveva
lottato per difendere o riconquistare il suo territorio. Le nazioni
appartenevano ormai all’uno o all’altro blocco, ed era importante che nulla ne
indebolisse la coesione. Nel “campo socialista” gli Stati erano considerati
fratelli grazie al socialismo, e la geo-politica andava dunque vietata, poiché
era così strettamente legata ai conflitti territoriali che li avevano opposti
gli uni agli altri solo poco tempo prima. I conflitti sul territorio dovevano
essere per principio dimenticati una volta per tutte. In Occidente non era più
considerato opportuno evocare la geo-politica né i litigi territoriali (per
esempio, l’Alsazia-Lorena) che avevano portato a combattersi così duramente tra
loro delle nazioni che oramai facevano parte dell’Alleanza atlantica. In
ciascuno dei due campi, i problemi delle nazioni e dei loro territori dovevano
apparire secondari e sorpassati tenendo conto della contrapposizione planetaria
di due ideologie, di due sistemi, di due mondi dai valori radicalmente diversi.
Non tutte le rivalità fra poteri sul territorio sono necessariamente geo-politiche.
Ai tempi della guerra fredda, certo erano in gioco interessi e valori
geo-politici, giacché la posta in gioco era l’estensione delle zone di
influenza dell’una o dell’altra superpotenza sulla maggior parte del globo, ma
la parola “geo-politica” era proscritta, e i grandi dibattiti politici che pure
c’erano (ed erano vivissimi) erano fondati sui valori ideologici (il Bene
socialista contro il Male capitalista, e viceversa) e sulle ragioni economiche
della concorrenza fra le superpotenze. Ma non c’erano affatto discussioni sulle
rappresentazioni propriamente territoriali di questa competizione. La teoria
detta del domino, formulata a partire dal 1954 dai dirigenti americani a
riguardo della pressione comunista nel Sud-Est asiatico, era abbastanza rudimentale
a causa del suo aspetto meccanico, e d’altronde non suscitò un grande
dibattito.
È particolarmente significativo che il termine geo-politica
abbia ricominciato ad apparire sui media occidentali non gia in occasione della
guerra di Corea, né durante la guerra di Indocina, quando il più lungo e più
forte scontro militare fra Est e Ovest era al suo culmine, ma solo dopo
la fine di questo scontro: e precisamente nei 1978-1979 al tempo del conflitto
fra Cambogia e Vietnam. Riapparizione dapprima timida, per la penna di certi
giornalisti. Benché si trattasse di paesi molto lontani dall’Europa, il tabù in
un primo tempo fu rispettato, nella misura in cui la geo-politica fu ancora una
volta presentata come la peggiore e la più stupida delle maledizioni che
possano abbattersi sui popoli: appena terminata una così lunga guerra, in cui i
loro dirigenti erano stati alleati contro l’imperialismo, ora questi arrivavano
a battersi per delle dispute di confine e in nome dei diritti storici su
determinati territori.
In un momento in cui l’opinione pubblica mondiale, grazie ai
media, seguiva con passione ciò che avveniva in Indocina (gli americani si
erano massicciamente impegnati contro il comunismo, prima di mollare la presa),
questo nuovo avvenimento mostrava in modo spettacolare che, persino in seno al
blocco comunista, le rivalità territoriali tra due nazioni erano talmente gravi
da poterle condurre alla guerra. Certo, dopo la rottura fra Cina e Unione
Sovietica nel 1958, questo blocco era diviso, ma si pensava che degli Stati
comunisti, malgrado le loro rivalità, non potessero arrivare alla guerra
aperta. Quella che scoppiò tra i khmer
rossi e i comunisti vietnamiti per il controllo di una parte del delta del
Mekong ebbe dunque un eco fortissima nel mondo e contribuì al riapparire della
parola “geo-politica” per designare degli antagonismi molto meno ideologici che
territoriali. Ciò diede luogo a diversi dibattiti nel mondo occidentale, e non
solamente tra i marxisti, sconcertati e dilacerati da quella che consideravano
come una lotta fratricida.
Il modo di porre i problemi in termini economici e politici
o di rapporti di classe era messo per la prima volta spettacolarmente in causa
da un’altra rappresentazione, che dava importanza ai territori e alle poste in
gioco di tipo economico, strategico e soprattutto simbolico che essi
costituivano per degli Stati o dei popoli. È sintomatico che queste
discussioni, non limitate agli specialisti, ma che riguardavano correttamente,
sul piano internazionale, un gran numero di cittadini, fossero sempre più
associate alla riapparizione del termine “geo-politica” nei media occidentali. In
seguito a questo conflitto cambogiano, altre ambizioni territoriali fondate su diritti
storici hanno provocato altre guerre di grande rilievo, da quella che oppose
Iraq e Iran dal 1980 al 1988, fino all’invasione e all’annessione del Kuwait da
parte dell’Iraq nel 1990, da cui nacque la guerra del Golfo (del 1991),
preceduta quest’ultima da grandi discussioni geo-politiche in tutto il mondo.
In questi due casi, Saddam Hussein pretendeva di liberare dei territori a detta
sua storicamente parte della nazione irachena, caso evidente di
rappresentazione geo-politica radicalmente opposta a quella dei suoi avversari.
Tuttavia, nel Vicino Oriente, il conflitto tra Israele e Palestina curiosamente
non è stato considerato geo-politico, benché sia uno dei conflitti geo-politici
più complessi. Invece, quello dell’Afghanistan ha largamente contribuito, a
causa delle reazioni suscitate, alla diffusione dei ragionamenti geo-politici.
È soprattutto dopo il 1985 che l’uso del termine geo-politica
ha conosciuto il suo maggiore sviluppo. Intanto in quanto sono apparse, in
Europa orientale e sul piano mondiale, tutte le notevoli conseguenze della perestrojka, e in special modo la glasnost (cioè l’esortazione ai
giornalisti di usare di una nuova libertà di stampa) si è venuti in un numero
crescente di paesi a considerare la geo-politica come un nuovo modo di vedere
il mondo. Infatti, il crollo dei regimi comunisti ha disvelato la molteplicità
di rivendicazioni di indipendenza nazionale e le loro contraddizioni
territoriali nella maggior parte d’Europa, in Europa centrale, nei Balcani e
nella ex URSS. In seno a ciascuna nazione, compresa la Russia, la recente
libertà di espressione ha provocato dei dibattiti paragonabili in qualche
misura a quelli che i tedeschi avevano conosciuto quando apparve il movimento geo-politico.
La domanda più ricorrente era: <<Bisogna staccarsi dall’Unione
Sovietica?>>. Se i baltici hanno risposto in massa di sì, la risposta
era, invero, molto meno evidente nelle altre repubbliche, se non inversa, prima
del tentativo di putsch dell’agosto
1991: <<Dobbiamo accontentarci del territorio della nostra repubblica
così come è attualmente delimitato o non dobbiamo profittare invece delle
condizioni attuali per rivendicare da subito i nostri territori “storici”, dove
si trova una parte dei nostri compatrioti?>>. Si tratta evidentemente di
dibattiti fondamentalmente geo-politici e che d’altro canto hanno scavalcato in
importanza quelli propriamente politici. I problemi posti sembrano di soluzione
alquanto ardua a causa delle aspirazioni territoriali contraddittorie della
maggior parte delle nazioni dell’ex URSS e del fatto che in certe regioni siano
in casto nate diverse minoranze nazionali.
Se la scomparsa dell’URSS non ha provocato finora grosse
perdite umane, salvo che nei conflitti caucasici o in Tagikistan, i rischi di
frammentazione della Repubblica federativa di Russia a causa delle
rivendicazioni di diversi popoli appartenenti alle repubbliche autonome e
soprattutto il destino dei 25 milioni di russi che vivono fuori della Russia,
pongono problemi geo-politici tanto più gravi in quanto cominciano a essere
sfruttati da alcuni leader politici.
Inoltre le strutture della Csi appaiono fragilissime. Se la dimensione della
Cecoslovacchia si è fatta nella calma, dopo serie e intensissime discussioni geo-politiche,
la disgregazione della Federazione Jugoslava, dopo le proclamazioni di
indipendenza delle repubbliche federate, ha provocato combattimenti terribili,
in Croazia e soprattutto in Bosnia: il fatto che le diverse nazionalità si
trovarono frammiste sul territorio provocò timori reciproci, eredità di una
storia dolorosa e complicata, causa di una immane tragedia. Ma questa avrebbe
potuto indubbiamente essere scongiurata se i diplomatici europei, prima di
riconoscere l’indipendenza di queste repubbliche, avessero misurato i rischi
connessi all’incastratura delle nazionalità sul terreno e se i leader slavi, per far dimenticare il
loro recente passato comunista prevalere sui rivali, non avessero fomentato la
crisi e l’esasperazione delle rappresentazioni geo-politiche antagoniste.
L’accentuazione e la moltiplicazione delle preoccupazioni geo-politiche
riguardano anche Stati dell’Europa occidentale, a causa dello sviluppo di ciò
che viene definito democrazia e del rispetto della libertà di espressione. L’emergere
di poteri regionali, il riconoscimento dei particolarismi culturali persino nel
quadro di un vecchio stato nazionale a forte tradizione centralista come la
Francia, pone nuovi problemi geo-politici: per apparire democratico, il
governo, seguendo la maggioranza dell’opinione pubblica, discute, per esempio,
con i nazionalisti còrsi presunti responsabili di diversi attentati che, appena
vent’anni fa, sarebbero stati giudicati e incarcerati da tempo. La Francia
aveva già conosciuto più di un dibattito politico anche molto violento ma è in
realtà la prima volta che in tempo di pace alcuni cittadini pongono un problema
geo-politico che fino ad allora non era mai stato possibile discutere
apertamente: quello della separazione di una parte del territorio nazionale,
destinato a diventare territorio di un altro popolo e di un’altra nazione.
Occorre che la libertà di espressione sia divenuta ben grande perché simili rappresentazioni
separatiste possano esprimersi liberamente e perché i dibattiti politici
vertano su problemi geo-politici di tale gravità.
In Europa occidentale, a parte il caso della riunificazione
della Germania, è in Spagna che le trasformazioni geo-politiche (sempre più considerevoli
dopo la morte di Franco, che aveva vietato l’espressione dei particolarismi
culturali basco e catalano) hanno portato lo stato a ‘disgregarsi’ in comunità
autonome cioè in governi autonomi corrispondenti alle vecchie province,
favorendo così il consolidamento delle nazioni basca e catalana.
È il caso dei movimenti islamisti che lottano non solo per l’applicazione
della sola legge coranica, la sharia, nel mondo musulmano, ma anche per l’unità
politica di questo enorme insieme. Essi mettono in atto una strategia veramente
geo-politica per realizzare, sotto il loro controllo, l’unità non solo
religiosa ma anche politica della umma, la comunità musulmana: un miliardo di
uomini in un’area che si estende dall’Atlantico al Pacifico, dagli Urali all’Indonesia
o al Golfo di Guinea, ma divisa in una quarantina di Stati. Per superare i
contrasti politici e culturali, e in particolare la diversità delle lingue in
seno all’umma (dove l’arabo, la lingua del Corano, non è parlata che da un
quinto dei musulmani), gli islamisti indicano a tutti i musulmani un avversario
comune: quella grande astrazione geo-politica che è (almeno nei connotati
affibbiatile dagli islamisti) l’Occidente. Essi li chiamano a lottare contro l’Occidente
anzitutto abolendo quelle frontiere che essi sostengono essere state tracciate
in seno alla comunità musulmana per trarre profitto dalle sue divisioni e dal petrolio.
Denunciando la tirannia e le turpitudini dei dirigenti di questi Stati,
giudicati illegittimi in quanto rifiutano di fondersi nella umma, e promettendo
di instaurare una società perfetta ispirata ai comandamenti di Dio, l’internazionale
islamista spera di stabilire su gran parte dell’umanità un potere più duraturo
di quello dell’Internazionale comunista. Ma i combattimenti verificatisi (e
alcuni ancora in corso) in tutto il Medioriente fra i diversi gruppi islamisti
dopo la loro vittoria sul regime comunista provano che invocare l’unità della
umma non impedisce loro di speculare sui particolarismi tribali o sulle
rivalità etniche, sollecitando l’appoggio di Stati islamici e pur tuttavia
rivali come Iran, Arabia e Pakistan.
In Europa occidentale, nell’ambito di alcuni vecchi Stati
nazionali, l’idea stessa di nazione tende a stemperarsi. I valori che vi erano
associati sembrano oggi sorpassati. Furono in grande misura le guerre che le
opposero le une alle altre a forgiare queste nazioni. Ora, l’oblio che ci si è
sforzati di gettare sui drammi della seconda guerra mondiale, poi la
costruzione della Comunità europea, l’abolizione progressista delle frontiere,
la fine delle minacce esteriori che si scrutavano al di là della cortina di
ferro, tutto ciò ha indebolito l’idea di nazione, o almeno la rende molto meno
esclusiva di un tempo. Di conseguenza cresce il peso di altre rappresentazioni geo-politiche,
come quella di Europa e soprattutto quella di regione, a causa delle politiche
di decentramento condotte dalla maggior parte dei governi, e dall’esempio dato
dai Lander di uno stato potente come la Repubblica federale Germania. Certo,
queste regioni sono dotate di ‘personalità’ più o meno spiccate. In certi casi,
la celebrazione dell’identità regionale si avvicina al discorso sulla nazione e
le idee separatiste conquistano una parte della popolazione, tanto più
facilmente a causa della maggiore libertà di espressione. Questo tipo di stato,
lo stato nazionale, compimento di una lunga storia, non è forse così
irreversibile come lo si credeva qualche tempo fa. Perché si possa veramente
parlare di stato nazionale occorre che una grande parte della popolazione si
senta effettivamente toccata dall’idea di nazione, della sua unità e della sua
indipendenza, e la consideri il quadro fondamentale della vita politica. Tra
qualche decennio non sarà forse più questo il caso per un certo numero di paesi
europei, le cui prerogative inoltre si saranno diluite a causa dello sviluppo
dei poteri delle istituzioni sovrannazionali europee e della mondializzazione
dell’economia sotto la direzione delle grandi imprese sovrastatali.
LA GEO-POLITICA COME
APPROCCIO SCIENTIFICO
Occorre sottolineare ancora una volta che tutte le opinioni geo-politiche
che si affrontano o si confrontano, in quanto riferite a rivalità di poteri
(ufficiali o ufficiosi, attuali o potenziali) su dei territori e sugli uomini
che vi abitano, sono delle rappresentazioni caricate di valori, più o meno
parziali e più o meno consapevolmente di parte, relativi a situazioni reali le
cui caratteristiche obiettive sono di difficile definizione.
Per squalificare i rivali, alcune tesi geo-politiche si
proclamano scientifiche e si riferiscono a ‘leggi’ della storia, della natura o
della geografia del tipo di quelle che Ratzel aveva preteso stabilire
fondandosi sui atti della geografia fisica, in particolare le forme dei rilievi
e il contorno delle terre e dei mari, poichè esse sembrano ‘eterne’ e in grado
di sfidare i secoli. Questo genere di discorso non deriva affatto dalla
razionalità, né a maggior ragione dalla scienza, quando pretende di fondare un
giudizio su un preteso rapporto diretto di casualità fra assiomi generali e una
situazione particolare in cui si affrontano dei poteri nel quadro di una
complessa evoluzione storica. Tuttavia, tali discorsi sedicenti scientifici,
come pure le tesi storiche grossolanamente articolate, non sono da prendere
alla leggera, perché hanno un potere di mobilitazione considerevole.
Certo, bisogna cercare di rendere conto nel miglior modo
possibile della complessità delle interazioni tra le molteplici
rappresentazioni geo-politiche più o meno soggettive e di taglia variabile,
dalla locale alla planetaria. Ma non si può concepire la geo-politica come
approccio scientifico se non si pone come principio fondamentale che si tratta
di analizzare delle rivalità territoriali fra differenti tipi di poteri,
essendo ogni territorio disputato sia una posta in gioco in quanto tale, per
ragioni strategiche, economiche o simboliche, sia solamente un terreno su cui
si affrontano influenze rivali.
Principio corollario: poiché si tratta di analizzare delle
rivalità tra un certo numero di forze, le rappresentazioni che ciascuna di esse
dà di se stessa e della situazione sono parziali, faziose e antagoniste, così
come le loro strategie sono divergenti o antagoniste. Ma occorre cercare di
renderne conto in modo oggettivo, se non imparziale.
INTERSEZIONI DI
LIVELLI SPAZIALI E DIFFERENTI LIVELLI DI ANALISI SPAZIALE
Per capire in che cosa i metodi e i ragionamenti geografici
sono indispensabili a qualsiasi analisi geo-politica, bisogna sottolineare
che, contrariamente a un’opinione assai diffusa, i fenomeni detti fisici non
sono che una parte delle molteplici categorie di fenomeni presi in
considerazione dalla geografia. Certo, ciascuna di queste categorie è oggetto
di una scienza particolare (come la geologia o la demografia). Quanto alla
geografia, essa tiene conto delle raffigurazioni spaziali di tutti questi
fenomeni.
Ogni fenomeno cartografabile deriva dalla geografia, che si
tratti di dati geologici e della localizzazione di giacimenti petroliferi, del
tracciato dei corsi d’acqua e dei rilievi, ma anche della ripartizione della
popolazione, di una determinata opinione politica, o della localizzazione delle
attività economiche, o delle frontiere in questa o quell’epoca eccetera. Ora,
le differenti tesi geo-politiche che si affrontano utilizzano ciascuna tale o
talaltro dato geografico per provare il loro buon diritto, ed è dunque utile
avere una visione di insieme e una visione precisa di ciascuno di questi dati.
Così, la rivendicazione o la difesa delle frontiere naturali, tesi geo-politica
classica, si fonda sulla presentazione delle forme del rilievo; ma ciascuna
delle forze in campo sceglie come linea legittima, fra i tracciati dei corsi d’acqua
e gli spartiacque, quello che è posto più avanti, in modo da estendere il
proprio territorio.
Lo studio delle differenti rappresentazioni e dei diversi
argomenti geo-politici deve prendere in considerazione carte attuali e carte
storiche che rappresentino, per una stessa porzione di spazio terrestre, la
ripartizione di queste diverse categorie di fenomeni. Presa in considerazione
attenta e critica, giacché queste carte hanno origini e significati politici.
Inoltre, in materia di geo-politica, l’uso delle carte è oggetto di trucchi che
sfuggono ai non iniziati: ciascuna delle rappresentazioni geo-politiche che si
confrontano per il controllo dello stesso territorio fonda i suoi argomenti
sulla carta che meglio le conviene, mentre la tesi rivale sceglie, senza dirlo,
un’altra carta che rappresenta altri fenomeni e che pare confortare le sue
rivendicazioni.
Queste tattiche cartografiche contraddittorie sono rese
possibili dal fatto (generalmente disconosciuto) che ciascuno dei fenomeni che
isoliamo nel pensiero ha la sua particolare configurazione spaziale su una stessa
porzione di territorio. Così la maggior parte dei differenti insiemi spaziali
che si possono tracciare su una stessa carta (o su dei calchi) per
rappresentare le diverse caratteristiche di uno stesso territorio (risorse
geologiche, forme del rilievo, insiemi di vegetazione, distribuzione della
popolazione, ripartizione delle lingue, delle religioni eccetera) ha dei limiti
che non coincidono con quelli di altri insiemi spaziali. Questi insiemi
spaziali formano una serie di intersezioni.
Ciò riveste una grande importanza in materia di ragionamenti
geo-politici, soprattutto quando si tratta di frontiere. La maggior parte delle
frontiere traversano le intersezioni che formano i limiti dei diversi insiemi
spaziali. Ne sono risultati gravi conflitti geo-politici. Basti citare quello
tra Francia e Germania, provocato in particolare dalla questione dell’Alsazia-Lorena,
cioè dalla non coincidenza del tracciato attuale della frontiera franco-tedesca
con il limite verso ovest delle
lingue germaniche. E il fatto che la frontiera Iran-Iraq, di antica data, non
coincida con l’estensione delle lingue arabe verso est, né con l’estensione della religione islamica sciita verso ovest, è una delle cause della guerra
degli anni 1980-1988 e può esserlo anche di un futuro conflitto fra questi due
Stati. Ecco perché bisogna essere molto attenti a queste intersezioni di
insiemi.
L’analisi delle intersezioni degli insiemi è molto difficile
quando tali insiemi spaziali appartengono a ordini di grandezza molto
differenti. Conviene allora per comodità chiamare insiemi del primo ordine
quelli che si misurano in decine di migliaia di chilometri; del secondo ordine,
quelli che si misurano in centinaia di chilometri, e così via fino alle decine
di chilometri, ai chilometri etc.
Per vederci più chiaro, il metodo è di classificare per
ordine di grandezza i molteplici insiemi di qualsiasi taglia che bisogna
prendere in considerazione (che siano geologici o religiosi) e di rappresentare
questi diversi ordini (dal locale al planetario) come una serie di piani
sovrapposti, con per ciascuno di essi la carta che mostri le intersezioni degli
insiemi di dimensioni simili cartografati alla stessa scala. È combinando i
dati che appaiono su ciascuno dei piani di un tale schema, che alcuni definiscono
diatopico o multiscalare, che si potrà condurre il ragionamento ai diversi
livelli di analisi spaziale. Un tale approccio costituisce, con lo studio delle
intersezioni degli insiemi, la forma più operativa, più strategica del
ragionamento sui territori, cioè il ragionamento geografico nella sua
definizione epistemologica più efficace.
Così si possono avere rappresentazioni più complete e più
oggettive di quelle delle parti in causa. In effetti la geo-politica, in quanto
approccio scientifico, non si limita all’esame delle rappresentazioni
contraddittorie. Essa deve sforzarsi di costruire una rappresentazione più
globale e molto più obiettiva delle situazioni, per proporre soluzioni agli
scontri in atto ma anche per cercare di prevedere gli scenari futuri.
Insomma, nell’evoluzione delle situazioni geo-politiche
occorre distinguere tra “tempi lunghi” e “tempi brevi”, riprendendo e
precisando l’approccio di Fernand Braudel. Alla stregua dei diversi piani
sovrapposti secondo gli ordini di grandezza dell’analisi spaziale, è possibile
differenziare le categorie dei fenomeni geologici, demografici, economici
eccetera, in funzione delle durate e dei ritmi temporali alquanto differenti
secondo i quali essi evolvono. Essi si distinguono nella lunga durata, si accavallano
e interferiscono, ma devono essere tutti presi in considerazione nei tempi
brevi più vicini al presente. Importa poi distinguere con maggior precisione di
Fernand Braudel la categoria dei tempi brevi, e distinguere ciò che si misura
in mesi da ciò che si misura in giorni e anche da ciò che si svolge nell’arco
delle ore, giacché i tempi brevissimi possono avere una notevole importanza
nello svolgimento dei conflitti attuali. I tempi lunghi sono misurati in anni o
decenni; quanto ai tempi lunghissimi, si contano in secoli.
Così, nelle rappresentazioni geo-politiche dei popoli dell’Asia
sud-orientale, in particolare dei
vietnamiti, ma oggi anche degli indonesiani, un movimento abbozzato già più di
duemila anni fa è una delle maggiori preoccupazioni: la spinta secolare degli
Han dal Nord della Cina verso quello
che si può chiamare il Mediterraneo asiatico.
GEO-POLITICA E
CITTADINI
Lo sviluppo della libertà di stampa e della libertà di
espressione in un sempre maggior numero di paesi provoca la moltiplicazione
delle rivendicazioni geo-politiche di dimensione locale, regionale e nazionale.
Contrariamente a coloro che proclamano che il mondo è
oggetto di un processo di “degeo-politicizzazione”, conseguenza della fine
della guerra fredda, si può pensare che il mondo entri progressivamente nell’època
della geo-politica. E si tratta di fenomeni geo-politici sempre più complessi e
interdipendenti. La scomparsa dell’Unione Sovietica come superpotenza non
significa la fine del confronto fra grandi potenze: di fonte agli Stati Uniti
si parano oggi il Giappone e la Germania. Le lotte per l’indipendenza, dopo
essersi concentrate nei paesi africani e asiatici alla metà del XX secolo,
interessano nuovamente un gran numero di nazioni europee. Sicché l’approccio geo-politico
è sempre più necessario a tutti i cittadini.
Da qualche anno, un certo numero di associazioni
simpatizzanti per le cause umanitarie da esse difese, hanno assunto come slogan l’espressione “senza frontiere”.
La prima è stata “Médecins Sans Frontières”,
che svolge un ruolo notevole in tante tragedie. Da allora, lo slogan “senza frontiere” è di moda.
Checché se ne dica, le frontiere esistono e, se esse tendono a impallidire in
Europa occidentale, il diritto dei popoli a disporre di se stessi le moltiplica
dolorosamente in tutto l’Est europeo.
Gli animatori della maggior parte di questi movimenti senza frontiere sanno
bene che le frontiere esistono, visto che cercano di superarle per fare il loro
lavoro. Ora, la funzione del ragionamento geo-politico è anche quella di un
ponte che permetta di superare l’ostacolo. Facendo capire quali sono le idee e
gli antagonismi da una parte e dall’altra delle frontiere, la geo-politica
aiuta a scavalcarle e, forse, a contribuire a formare una disposizione d’animo
che aiuti a cercare la soluzione pacifica di alcuni conflitti.
GEOGRAFIA DEL POTERE
storia, metodologia e
teorie della geo-politica
I CONTENUTI DELLA GEO-POLITICA
Non esiste una definizione universalmente accettata di geo-politica,
anche se, come dice lo stesso nome, si tratta di una disciplina che studia l’influsso
che i fattori geografici hanno sulla politica degli Stati e delle nazioni e in
particolare sulla politica estera (ma non solo su quella) e quindi sulla storia
delle varie entità politiche e dell’insieme dell’umanità.
Questa disciplina di contatto fra la geografia e le scienze
politiche, assurta a grande sviluppo dopo la guerra mondiale specialmente in
Germania, è stata definita da uno studioso tedesco, il Maull, con espressione
mal traducibile, come <<die Lehre
von der Erdgebundenheit der politischen Vorgänge>>, ossia, in
sostanza, come lo studio delle condizioni spaziali nelle quali si verificano i
fatti politici, lo studio delle necessità spaziali della vita e dello sviluppo
degli stati. Tuttavia, come già abbiamo avuto modo di sottolineare, il nome “geo-politica”
fu creato dal sociologo svedese R. Kjellén con un significato più ristretto.
Egli, infatti, nella sua dottrina generale dello stato considerato come un
organismo vivente, chiamava geo-politica lo studio dello stato nei suoi
elementi spaziali o territoriali, mentre dava il nome di demo-politica ed etno-politica
allo studio degli elementi demografici ed etnici; quelli di eco-politica e
socio-politica allo studio delle condizioni della sua vita economica, sociale e
culturale; di crato-politica allo studio dei regimi e delle manifestazioni
della potenza nonché della energia espansiva degli stati. Le opere del Kjellén
(“fondamenti
di un sistema di politica”, “lo stato come forma di vita”, le grandi potenze attuali”, “problemi politici della guerra mondiale”)
ebbero grande diffusione in Germania, le prime tre già alla vigilia della
guerra mondiale e poi insieme con la quarta durante e dopo di essa; talune idee
fondamentali, che si riallacciavano a dottrine esposte da F. Ratzel nella sua “geografia politica”, trovarono perciò un
terreno favorevole; e tutta una scuola di studiosi venne a poco a poco
costruendo su esse l’edificio di una scienza empirica, che considera insomma lo
stato come un organismo, superiore ai comuni organismi viventi, così nel tempo
come nello spazio. Lo stato può pertanto nascere con caratteri di maggiore o
minore vitalità: se vitale, cresce e si sviluppa seguendo norme o tendenze che
possono essere diagnosticate e anche, fino ad un certo punto, prognosticate e
indirizzate; è soggetto a processi di malattia, di risanamento, di deperimento,
di irrobustimento, può andare incontro a perdita o indebolimento di organi, più
o meno vitali, ad espansioni talora irregolari e nocive, tal’altra dovute a
sani processi di sviluppo. La perdita di organi vitali può condurre lo stato al
dissolvimento. Lo studio di tutti questi fenomeni, in relazione alle condizioni
naturali ed umane, costituisce, secondo gli attuali concetti prevalenti in Germania,
il campo di studio della geo-politica, la quale, in tal modo concepita, può
essere naturalmente soprattutto utile guida agli uomini di governo, ai capi di
stato, etc.
Il caposcuola dei geo-politologi tedeschi, K. Haushofer, ha,
col concorso di molti collaboratori, rielaborato e ampliato l’opera del
Kjellén, “le
grandi potenze attuali”, trasformandola in un trattato in tre volumi
intitolato “macht und erde” (1935-36).
Da quel momento, le pubblicazioni di geo-politologia si sono moltiplicate: un’apposita
rivista, la “Zeitschrift für
Geopolitik”, fondata
nel 1924, espone e discute soprattutto i problemi geo-politici di attualità; ad
essa si affianca, dal 1936, una serie di monografie divulgative che ha pure il
titolo di “Macht und Erde (Hefte zum Weltgeschehen)”.
Incerte sono le differenze fra la geo-politica e la
geografia politica applicata da un lato e fra la geo-politica e la geo-strategia
dall’altro. Tali termini, infatti, vengono frequentemente impiegati come
sinonimi di geo-politica. Esistono, inoltre, una concezione ‘allargata’ e una
concezione ‘ristretta’ di geo-politica. Nell’accezione allargata la geo-politica
è sinonimo di geografia politica applicata e studia i condizionamenti e le
influenze esercitati dai fattori geografici sulla politica soprattutto estera
degli Stati. L’accezione ristretta si riferisce essenzialmente alla Scuola
tedesca di Monaco di Baviera degli anni 1920-1945, che ha inteso la geo-politica
come una vera e propria scienza che studia il condizionamento deterministico esercitato
dai fattori geografici, in particolare da quelli spaziali, sulla politica.
Questa concezione era collegata a particolari dottrine politiche (quali quelle
della ‘politica di potenza’) dello stato come organismo vivente, dell’autarchia
e della nazione come entità naturale indipendente dallo stato, di natura
sostanzialmente astorica. La geo-politica si proponeva di fornire allo stato
una “coscienza geografica”, che può essere considerata quale ‘geologia’ della
politica, e pretendeva di individuare gli interessi nazionali e le direttrici ‘naturali’
di espansione, fornendo in tal modo alla politica obiettivi e strategie. Di
fatto si rivelò strumento di giustificazione e di propaganda di un determinato
progetto politico, quello cioè della rivincita tedesca dopo la sconfitta subita
nella prima guerra mondiale. Per questo la geo-politica di Haushofer, essa
è fortemente ideologica. Non è eccessivo dire che, nonostante il suo intento
scientifico, avesse la tendenza a trasformarsi addirittura in una metafisica.
La geo-politica diveniva così nomotetica, cercando di conferire un fondamento
naturalistico alla politica sulla base di un determinismo ambientale.
La distinzione fra le due accezioni non è però netta.
Anche la scuola geo-politica di Monaco di Baviera degli anni
venti-trenta, che ha dato l’interpretazione più deterministica della geo-politica,
ponendola al servizio dei progetti di rivincita tedesca prima e del nazismo
poi, è stata estremamente ambigua al riguardo. Il suo principale esponente, Karl
Haushofer, ha sostenuto infatti che la geo-politica interviene con una propria
individualità solo dopo che è stata assunta un’idea politica. La definizione
proposta dalla commissione costituita dalla redazione della rivista “Zeitschrift
für Geopolitik”: <<La geo-politica è la scienza che studia i
fatti politici rispetto alla loro dipendenza dall’ambiente geografico.>>
(riportata nel “dizionario di politica”
curato dal Partito Nazionale Fascista, [Roma, 1940; vol 2°: p. 250]), e
quella data da Haushofer: <<La geo-politica è il fondamento scientifico
intorno all’arte dell’attività politica nella lotta per l’esistenza che
conducono gli Stati rispetto alla superficie che è loro necessaria.>> (ivi)
differiscono fra di loro per semplici sfumature: mentre nella prima fra
geografia e politica viene tracciata una relazione di quasi causalità, nella
seconda viene indicata una relazione più sfumata e al tempo stesso più
complessa, in cui la geo-politica diventa una ‘geografia dell’uomo di stato’.
A parte le due definizioni estreme su cui ci siamo finora
soffermati, ne esistono innumerevoli altre, tra cui ricordiamo: quella di
Ernesto Massi, condirettore della rivista “Geo-politica”,
pubblicata a Milano tra il 1939 e il 1942: <<La geo-politica è
la scienza che studia i fatti politici nella loro dipendenza dall’ambiente
geografico.>>; quella del generale Jordis von Lohausen : <<La geo-politica
è la disciplina che studia i rapporti fra gli spazi geografici e la potenza
politica e militare.>>; e infine quella dell’Oxford dictionary: <<La
geo-politica è lo studio dell’influenza della geografia sul carattere politico
degli Stati, sulla loro storia, sulle istituzioni e soprattutto sulle relazioni
con gli altri Stati.>>. Altre definizioni che possono contribuire a una
maggiore comprensione del termine sono: quella elaborata dal “gruppo di ricerca
sulla geo-strategia” della “Fondation
pour les Études de Défense Nationale”, secondo cui <<la geo-politica
studia le zone di influenza, mentre la geo-strategia ha come oggetto principale
lo studio delle zone cuscinetto che proteggono le zone di influenza>> (in
“Stratégique”, 1991, n. 50: p. 88); e
quella di Yves Lacoste che, riprendendo per certi versi le concezioni
di Carl Schmitt sul senso dello spazio, ha proposto di riferire la
definizione di geo-politica al dibattito interno ai vari Stati sulla rispettiva
politica estera, e quella di geo-strategia ai rapporti fra gli Stati,
soprattutto alle loro relazioni competitive nel campo della politica estera e
di sicurezza.
Il termine ‘geo-politica’ è tornato di moda e si è
rapidamente diffuso nel linguaggio dei media dopo la fine del
mondo bipolare e delle sue ideologie globali. Evidentemente il suo ritorno non
è casuale, ma dipende dalle trasformazioni subite dal sistema internazionale. Al
centro del dibattito non viene più posta la ‘statica’ dell’ordine mondiale, ma
la ‘dinamica’ della competizione per il potere fra i vari attori geo-politici (siano
essi ‘poli’ sovraregionali, Stati o entità substatali) che cercano di affermare
i propri interessi nonchè la propria identità e autonomia. Peraltro, talune
teorie geo-politiche attuali tendono a studiare le condizioni per pervenire
alla stabilità a livello mondiale e presuppongono che i rapporti internazionali
possano essere basati sulla interdipendenza e sulla cooperazione per
fronteggiare sfide globali, come quelle ecologiche e del sottosviluppo. Nell’ambito
della geo-politica ‘globalista’, diversamente che nella geo-politica ‘classica’,
cade ogni distinzione fra ‘interno’ ed ‘esterno’ dei vari attori geo-politici: il
mondo viene trattato nella sua globalità, come unico autentico soggetto
della geo-politica.
Il termine geo-politica (in genere utilizzato
pragmaticamente, senza pretese epistemologiche o scientifiche) indica e
comprende i vari apporti provenienti da settori disciplinari diversi che, a
vario titolo, influiscono sulle decisioni particolari e sulle politiche
generali riguardanti tanto gli affari interni quanto le relazioni esterne.
Durante la guerra fredda, il termine geo-politica venne
colpito da una specie di ostracismo ideologico, sia perché esso venne associato
indebitamente con l’assalto al potere mondiale da parte della Germania nazista,
sia perché l’approccio geo-politico, necessariamente collegato con una visione incentrata
sullo stato e realistica delle relazioni internazionali, contrastava con le
ideologie dominanti nelle due superpotenze, e cioè con l’idealismo wilsoniano e
con il marxismo-leninismo, che ne legittimavano il predominio sul rispettivo
blocco. Il ritorno del termine geo-politica è quindi strettamente connesso da
un lato con il passaggio dall’ordine di Jalta al disordine delle
nazioni e, dall’altro, con le tendenze alla globalizzazione, alla
regionalizzazione e alla frammentazione, che coesistono e si contrappongono nel
mondo postbipolare.
Beninteso, anche la contrapposizione fra gli Stati Uniti e l’Unione
Sovietica si ispirava a particolari visioni geo-politiche, dato che teneva
conto dei rapporti fra potenza e spazio. Basti pensare alla dottrina del containment,
a quella del ‘domino’, alla divisione dell’Europa in aree d’influenza,
alle conferenze di Teheran, di Jalta e di Potsdam, ai contrasti anche
territoriali fra l’Unione Sovietica e la Cina, e così via. La geo-politica non
era scomparsa: era semplicemente stata accantonata come termine, per motivi del
tutto contingenti e legati agli interessi politico-strategici del tempo.
Ciascuna epoca e ciascuno stato hanno sempre avuto una
propria geo-politica. Quest’ultima infatti rispecchia il particolare rapporto
che le singole entità socio-politiche hanno con il proprio spazio, non solo
fisico, ma anche economico, tecnologico e psicologico-identitario, cioè con il
particolare ‘senso dello spazio’ che corrisponde alla loro cultura ed
esperienza storica, e che rappresenta un ponte tra fattori geografici e scelte
politiche. In questo senso, la geo-politica è sempre stata anche geo-storia. Le
grandi teorie geo-politiche della prima parte del Novecento hanno sempre
presupposto, implicitamente o esplicitamente, una visione globale del processo storico,
volta a reinterpretare la storia passata per anticipare quella futura.
Talvolta, traendo stimolo dall’allarme per la decadenza della propria civiltà o
della potenza del proprio stato, esse hanno sostenuto programmi di riarmo
psicologico, militare o economico. Tipiche, a tale riguardo, le teoria
sostenute da H. J. Mackinder o quelle sulla decadenza dell’Europa, tornate oggi
d’attualità anche a causa delle preoccupazioni per lo spostamento del centro
dell’economia mondiale dall’Atlantico al Pacifico.
Il significato e i contenuti della geo-politica variano dunque
notevolmente nelle varie accezioni che sono state date al termine. Se tutti
sono d’accordo nel ritenere che la geo-politica esprima i rapporti tra fattori
geografici e politica, è il differente giudizio sulla natura di tali rapporti a
originare la diversità delle definizioni di geo-politica.
Per taluni, anche con le cautele prima descritte in
riferimento al significato del determinismo in politica, la geo-politica è la
disciplina che studia i fatti politici rispetto alla loro dipendenza dall’ambiente
geografico. In quest’ottica, pertanto, la geo-politica assume valore normativo:
indica alla politica, di cui in certo senso costituisce il fondamento
naturalistico, ciò che deve fare. Inoltre, essa ha un oggetto specifico e
quindi un campo disciplinare proprio, diverso da quello delle scienze
geografiche. È questa la teoria attribuita da molti alla scuola geo-politica
tedesca degli anni venti-trenta, ma non solo a essa: si sarebbe trattato quindi
di una ‘geo-politica metafisica’, di un vero e proprio ‘ascetismo’ dello
spazio. Una simile geo-politica per inciso caratterizza tutti i conflitti
identitari ed etnici emersi nel periodo postbipolare, allorché sono entrate in
una crisi irreversibile le ideologie globalizzanti che semplificavano il mondo
della guerra fredda.
La differenza fra la geo-politica interna e quella esterna
appare evidente dagli stessi termini impiegati: la prima si riferisce ai
rapporti di potere all’interno (quali, ad esempio, la ripartizione del
territorio di uno stato in regioni amministrative o la distribuzione territoriale
delle varie forze politiche) e si sviluppa anche a seguito dell’affermarsi del
concetto di frontiera naturale, che racchiude in sé quello di confine lineare;
si tende a spostare ogni tensione sulle frontiere esterne, per eliminare quelle
esistenti all’interno e per omogeneizzare il territorio. La geo-politica
esterna si riferisce invece ai rapporti esterni di ciascun soggetto geo-politico.
Ma, come detto, non esiste una definizione univoca della geo-politica,
anche se, come dice la stessa etimologia del termine, si tratta di una
disciplina che studia i rapporti, le influenze, i condizionamenti e le limitazioni
dei fattori geografici, fisici e umani sulla politica, vale a dire su
comportamenti, decisioni, percezioni e azioni dei vari attori geo-politici,
siano essi gli Stati, le entità sovranazionali o subnazionali, o anche le
grandi imprese industriali e commerciali. Gli approcci e i metodi propri della geo-politica
vengono infatti utilizzati anche nelle valutazioni imprenditoriali dei rischi e
delle opportunità dei vari sistemi-paese. La geo-politica non esiste in natura,
ma solo in letteratura. Va perciò studiata soprattutto anche se non
esclusivamente in relazione alla storia del pensiero geografico e
storico-politico, includendovi anche le metodologie di analisi, di valutazione,
di sintesi e di rappresentazione via via utilizzate in queste due differenti
discipline. L’imprecisione del significato di geo-politica è connessa anche con
la discussa natura della geografia, specie di quella umana, di cui quella
politica costituisce una branca. Alcuni attribuiscono alla geografia un
significato solo descrittivo e rappresentativo; altri la ritengono una scienza
sociale, con contenuti anche predittivi e normativi. Come disciplina sociale,
la geografia sarebbe capace di spiegare la storia delle varie entità politiche
e dell’insieme dell’umanità, contribuendo, in un certo senso, a individuare le
soluzioni più efficaci ai loro problemi.
Generalmente gli studiosi di geo-politica sono fautori della
prima visione, quella ‘ristretta’, che considera la geografia scienza dei luoghi
e degli uomini, ma di questi ultimi soprattutto in quanto elementi dell’ambiente
e del paesaggio. L’utilizzo della geografia da parte della politica (ad esempio
nel settore delle relazioni internazionali, come d’altronde in quello della
politica interna, della strategia militare e dell’economia) non apparterrebbe
al campo delle scienze geografiche, ma a quello delle scienze politiche, in
quanto implicherebbe la costante utilizzazione di giudizi di valore e di
approcci soggettivi che riflettono gli interessi contingenti di chi li adotta.
PREISTORIA DEL
PENSIERO GEO-POLITICO
Le origini della geo-politica, nella sua accezione
allargata, risalgono agli albori della storia, cioè alle origini della politica
e della geografia. La politica, come la strategia e l’economia, non possono
prescindere dai loro rapporti con l’ambiente geografico, politico, strategico
ed economico, siano essi tanto fisici o naturali quanto antropici.
Storicamente, l’influsso dei fattori geografici è sempre
stato considerato importante, implicitamente o esplicitamente. I geografi, come
gli esploratori, hanno sempre fornito notizie utili ai politici, agli strateghi
e ai mercanti. I condizionamenti e le opportunità che offre la geografia hanno
rappresentato, sin dagli albori della storia, tematiche di interesse
fondamentale: l’influsso del clima, della morfologia e della collocazione
geografica sugli interessi e sulle caratteristiche dei popoli e degli Stati, la
contrapposizione fra terra e mare, popoli nomadi e sedentari, città e campagne,
montagne e pianure. In tal senso il pensiero geo-politico può esser fatto
risalire alla Bibbia, a Strabone, a Erodoto, ad Aristotele. Geo-politiche
sono le teorie sull’evoluzione ciclica della storia, da Iben Khaldùn a Vico, o
sull’influsso del clima sulla cultura, l’organizzazione sociale e le strutture
politiche, da Aristotele a Bodin e a Montesquieu. Geo-politiche sono la
concezione romana che ha presieduto alla costruzione delle grandi strade per
unificare l’Impero, l’urbanistica di Cosimo de’ Medici o la geografia ‘volontaria’
di Vauban, mirante a correggere le vulnerabilità naturali
della Francia e a rafforzarne le difese.
Le origini della geo-politica moderna, in particolare della
Scuola tedesca, vanno invece fatte risalire alla fine del secolo scorso, con lo
sviluppo della geografia umana e di quella politica, e con l’introduzione di
concetti quali quelli di stato-potenza, di stato come organismo vivente, di
mobilità delle frontiere, di spazio vitale e di autarchia. Tali teorie, sempre
collegate col pensiero politico realistico, si contrapposero dapprima all’internazionalismo
del libero mercato e della supremazia economica dell’Impero britannico, e
successivamente all’idealismo wilsoniano. È da tale punto che si prenderanno le
mosse per analizzare anche l’influsso che tali teorie hanno avuto durante la
guerra fredda e che ancora hanno sul pensiero geo-politico postbipolare.
Tutte queste considerazioni hanno un significato storico, ma
non rivestono un interesse attuale, se non del tutto marginale. Infatti, la
straordinaria trasformazione dei rapporti fra uomo e natura, derivata dal
progresso tecnologico nei settori della produzione, dei trasporti, delle
telecomunicazioni e dei sistemi militari, ha modificato non tanto gli aspetti
fisici dello spazio, anche se questi ultimi sono stati trasformati, con una
rapidità e in una misura sconosciute nel passato, dall’azione dell’uomo,
cioè dal sovrapporsi alla geografia naturale di una geografia volontaria: basti
pensare al canale Reno-Danubio e a quelli progettati Danubio-Oder e
Adriatico-Bratislava, quanto l’importanza del loro impatto sulla politica
estera e di sicurezza, sull’economia, etc.
Ad esempio, il passaggio dall’agricoltura estensiva a quella intensiva e l’importanza
delle dimensioni ‘verticali’ della produttività, del know-how tecnologico e del mercato rispetto alle dimensioni ‘orizzontali’
dell’agricoltura e delle materie prime hanno rivoluzionato il panorama della
potenza e della ricchezza mondiali. Parimenti, il progresso tecnologico dei
mezzi bellici ha ‘deterritorializzato’ la strategia sia a livello mondiale, con
i missili intercontinentali e le armi nucleari, sia a livello di operazioni
regionali. Attualmente le ‘armi intelligenti’ e i sistemi satellitari e aero-portati
di sorveglianza e di acquisizione obiettivi consentono di distruggere un
avversario a grande distanza, senza giungere a suo diretto contatto fisico e
senza occupare materialmente il territorio su cui è schierato. Alle dimensioni
tradizionali del mare e della terra si sono aggiunte quelle aerospaziali,
talché taluni studiosi hanno sostenuto che la geo-politica militare (o geo-strategia)
moderna dovrebbe essere incentrata non sul binomio ‘terra-mare’, come quella
tradizionale, ma sul quadrinomio ‘terra, acqua, aria e fuoco’, già considerato
dai filosofi presocratici, dove il fuoco indica le dimensioni temporali,
tecnologiche, in altre parole, dinamiche delle relazioni tra ambiente e
tecnologia e politica. Altri ancora sostengono che le nuove condizioni
consigliano di adottare anche in campo geo-politico una griglia interpretativa
di tipo newtoniano: spazio, tempo, energia e massa. Nella politica, come nella
strategia militare, dovrebbero essere considerate le coppie spazio-tempo ed
energia-massa.
A parte i precursori più remoti del pensiero geo-politico,
di maggiore interesse per comprendere i problemi attuali sono le teorie globali
(che più che geo-politiche sono geo-strategiche) formulate nel secolo scorso e
nella prima parte di questo secolo da classici come Mahan, MacKinder e
Spykman. Alfred Thayer Mahan prende le mosse da una riflessione storica
sulle guerre puniche per sostenere l’importanza della potenza marittima per gli
Stati Uniti, non tanto come misura di difesa contro la supremazia navale
britannica, quanto come strumento di sostegno dell’espansione economica
statunitense, sia nell’Atlantico che nel Pacifico. In un certo senso le teorie
di Mahan, che spesso riecheggiano in opere di studiosi più moderni e che
costituiscono un riferimento (anche corporativo) della potente lobby della US Navy, e in generale di
tutte le marine del mondo (anche di quella sovietica dell’ammiraglio Sergej
Gorskov), trasformarono la dottrina Monroe da difensiva e isolazionista in
espansionista, interventista e imperialista. Alle teorie di Mahan fece
sicuramente riferimento (se non trasse addirittura ispirazione) Ratzel nella
sua campagna a sostegno del riarmo navale tedesco promossa dall’ammiraglio
Tirpitz a cavallo del secolo.
Fra gli autori e le idee di questi ultimi decenni vanno
inoltre ricordati Colin Gray, che riprende sostanzialmente le teorie
di MacKinder, di Spykman e in parte di Mahan; le teorie di Lin
Biao sulla contrapposizione fra città e campagna, che tanto influsso
ebbero sulle strategie delle guerre rivoluzionarie e che, sotto forme e in
contesti del tutto diversi, sembrano essere riprese dalla Chiesa cattolica
nella sua politica di evangelizzazione del Terzo Mondo a Est e a Sud, a premessa della riconquista dell’Occidente materialista,
consumista e capitalista; le considerazioni di Zbigniew
Brzezinski sull’“arco della crisi”, esteso dal Marocco all’Asia
centrale, che sembrano trascurare le peculiarità regionali e nazionali; infine,
le teorie della sovraestensione imperiale, che riprendono e sviluppano quelle
di Arnold Toynbee, la cui più nota formulazione è contenuta nello studio
di Paul Kennedy. Esse prendono in considerazione il collasso del mondo bipolare
e l’emergere di uno multipolare e di un’incontrollabile diffusione di potenza.
A tali visioni della multipolarità e della frammentazione
del sistema globale sono per molti versi connesse la distinzione che spesso
viene fatta fra ‘centro’ e ‘periferia’ e l’utilizzazione di ‘cerchi’
concentrici per illustrare le zone di influenza o quelle di interesse politico,
economico o strategico dei vari Stati, a livello locale, regionale o globale.
Le dimensioni di tali zone dipendono dall’entità della potenza di cui ciascuno stato
dispone e si fondano sull’assunto di un’attenuazione progressiva sia degli
interessi che del potere, a mano a mano che ci si allontana dal centro e si va
verso la periferia. Il pensiero marxista-leninista ha sistematicamente
trascurato l’influsso e i condizionamenti non solo dell’ambiente naturale, ma
anche degli altri fattori geografici, fatta eccezione per quelli economici.
Infatti, fautore di un altro tipo di determinismo, esso poneva l’economia e non
la politica al centro delle relazioni internazionali. Questo è successo,
beninteso, più nella teoria che nella prassi politico-strategica di Mosca.
Basti pensare alle reazioni all’accerchiamento geografico, proprio dell’esperienza
storica russa, o alla tendenza a sviluppare il potere marittimo come mezzo per
trasformare l’URSS da potenza regionale a potenza mondiale, sviluppando
tematiche molto simili, oltre che a quelle di Mahan, anche a quelle che Ratzel
adduceva a sostegno del programma di riarmo navale tedesco di fine Ottocento. D’altronde,
la metodologia denominata ‘della correlazione delle forze’, utilizzata dal
vertice politico-strategico sovietico per determinare possibilità e
condizionamenti all’azione dell’URSS nel mondo, attribuisce grande importanza
all’impatto dei fattori geografici sulle decisioni relative alla definizione
degli obiettivi da perseguire nonché alle modalità strategiche con cui
conseguirli. In un campo del tutto differente va ricordato che le motivazioni
di base dell’istituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio
furono di natura squisitamente geo-politica. Per evitare nuovi conflitti tra
Francia e Germania si pensò infatti di porre sotto il controllo di un’autorità sovranazionale
il carbone e l’acciaio, considerati allora i fondamenti della potenza militare.
LA NASCITA DELLA GEO-POLITICA MODERNA: RATZEL E KJELLÉN
Kjellén pertanto combinava la geografia con la scienza della
politica e considerava lo stato un organismo vivente territoriale, la cui
essenza era costituita dalla potenza. Egli era influenzato dal darwinismo
sociale, dalla filosofia idealistica tedesca e dalla scuola della politica di
potenza, e riprendeva teoria sostenute da von Ranke, da von Treitschke e da
Ratzel.
Protedesco, auspicava la vittoria della Germania
nella prima guerra mondiale, in quanto solo con la germanizzazione dell’Europa
la civiltà europea avrebbe potuto sopravvivere, espandendosi verso Sud fino al Golfo Persico e
creando una zona d’influenza a Est,
per poter competere con le altre due grandi ‘panregioni’: quella americana,
dominata dagli Stati Uniti, e quella dell’Asia Orientale, a egemonia
giapponese. Kjellén costituisce un tramite fra Ratzel e la scuola geo-politica
tedesca sul potere continentale, sviluppatasi nel primo Dopoguerra a Monaco di
Baviera.
STORIA DEL PENSIERO
GEO-POLITICO FINO ALLA FINE DEL MONDO BIPOLARE
Per gli esiti della prima guerra mondiale la Germania fu
notevolmente ridimensionata sotto il profilo territoriale. Diversi milioni di
Tedeschi, per ragioni geo-strategiche e in palese contraddizione con il
conclamato diritto di autodeterminazione dei popoli, furono incorporati in
altri Stati. Le teorie geo-politiche furono considerate (soprattutto dal generale
Karl Haushofer [1869-1946], divenuto, con la costituzione dell’istituto di geo-politica
di Monaco di Baviera, il vero caposcuola se non l’incarnazione stessa del
pensiero geo-politico tedesco) come un mezzo per ispirare e stimolare la
rivincita della Germania e per guidarla a un nuovo ‘assalto’ al potere
mondiale. Haushofer, pur rifacendosi direttamente a Kjellen, ridusse le sue
cinque componenti dell’organismo statale alla sola geo-politica, assorbendo
sostanzialmente in essa il contenuto delle altre quattro. Egli esaltò l’importanza
degli aspetti spaziali e soprattutto del concetto di ‘spazio vitale’, a suo
tempo introdotto da Ratzel e da tutti gli economisti che sostenevano la
necessità di un’economia autarchica.
Le teorie di Haushofer ebbero particolare successo perché
erano funzionali al programma di ricostituzione della potenza tedesca.
Influirono, anche se verosimilmente in modo non diretto, sulla formulazione
degli interessi nazionali tedeschi e sulla pianificazione della politica di
espansione del Terzo Reich. Furono
però anche contraddette dalla politica hitleriana. Ad esempio, uno degli
assunti fondamentali della scuola di Haushofer, quello della necessità che la
Germania mantenesse rapporti pacifici con l’Unione Sovietica, fu del tutto
ignorato dall’attacco hitleriano del giugno 1941. Le teorie di Haushofer
vennero utilizzate per l’azione di propaganda e di educazione della gioventù
tedesca e furono integrate nel sistema scolastico-educativo della Germania
nazista, divenendo un poderoso strumento di coesione interna e di acquisizione
del consenso delle masse. Su Haushofer influirono anche altre concezioni, quale
quella geo-strategica elaborata dal geografo britannico Halford MacKinder.
Come si è detto, la geo-politica ebbe con Haushofer la
pretesa di trasformarsi in una vera e propria scienza normativa delle scelte
politiche. In realtà, come ampiamente dimostrato, si trattò di una
pseudoscienza, uno strumento di propaganda che si avvaleva del potere
persuasivo e della possibilità di manipolazione delle rappresentazioni
cartografiche, e della strumentalizzazione di dati statistici opportunamente
selezionati, attribuendo oggettività e necessità alle conclusioni a cui
perveniva. È questa una tentazione costante di qualsiasi uomo di azione che,
per propagandare o per giustificare le proprie scelte, tende sempre ad
attribuire a esse il carattere di obbligatorietà o di necessità, naturale o
divina.
La concettualizzazione dello spazio, le sue delimitazioni,
le scale cartografiche e i fattori geografici naturali e umani da prendere in
considerazione, insomma tutti gli elementi necessari per pensare lo spazio, non
possono essere definiti oggettivamente, al di fuori degli interessi, dei
progetti e del sistema di valori che ispirano lo studioso, soprattutto quando
questi elementi vengono utilizzati per l’elaborazione di scelte politiche,
strategiche e anche economiche.
L’impostazione della Scuola geo-politica di Haushofer ebbe
successo soprattutto in Giappone e in Italia. Il suo determinismo e assolutismo
furono oggetto di numerose critiche nella stessa Germania, ma soprattutto in
Francia e anche in Italia.
Con la sconfitta del nazismo, il termine geo-politica cadde
in disuso. Il tentativo di riprendere la pubblicazione della rivista in
Germania, nel 1951, si arenò immediatamente. L’attuale utilizzazione del
termine geo-politica prescinde dall’affermazione di ogni determinismo
ambientale.
IL DETERMINISMO AMBIENTALE
Ciò non toglie che taluni geo-politologi siano più
deterministi di altri. Lo sono ad esempio coloro che hanno sostenuto il
condizionamento del clima sulla storia e sulla natura delle società, da
Aristotele a Bodin, da Montesquieu sino a Ellsworth Huntington.
Deterministi sono coloro che affermano l’esistenza di ‘spazi vitali’, come
hanno fatto i geo-politologi tedeschi del primo Novecento, o di ‘frontiere
naturali’, come è avvenuto durante la Rivoluzione francese, nonché tutti coloro
che fondano la politica su una presunta volontà divina, su ‘diritti storici’,
su un fato manifestato, e
così via. Deterministiche sono infine tutte le dottrine geo-politiche, nel
momento in cui pretendono di essere scientifiche e oggettive, e quindi
normative e non semplicemente probabilistiche ed euristiche.
Bisognerebbe, in realtà, distinguere in geo-politica il
determinismo vero o metodologico da quello strumentale. Quest’ultimo trasforma
le proposte geo-politiche in slogan
che sfruttano la potenza semplificatrice della rappresentazione cartografica e
che vengono propagandati come verità al servizio di una causa.
Sicuramente il periodo di più spiccato determinismo geo-politico
è quello che si colloca tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio del secondo
conflitto mondiale. Il determinismo si fondò allora su un complesso di
presupposti teorici coerenti con la cultura dell’epoca, non solo
tedesca, derivati dalla dottrina dello ‘stato-potenza’ e, più in generale, dal
darwinismo sociale, che concepiva lo stato come un organismo vivente. Esso
giustificava il colonialismo e l’imperialismo non solo di tutti gli Stati
europei, ma anche degli Stati Uniti di Theodore Roosevelt. Le critiche
rivolte al determinismo della geo-politica dell’epoca dovrebbero quindi essere
indirizzate più propriamente agli assunti di base che le ispiravano, piuttosto
che alle teorie geo-politiche in sé.
Va inoltre rilevato come talvolta il determinismo di tali
teorie sia solo apparente. La geo-politica, come si è detto, è anche geo-storia.
D’altra parte, la geografia è la storia nello spazio, come la storia è la
geografia nel tempo. Adottando una lettura diacronica per far emergere le
tendenze ‘forti’, influenzate dalla geografia fisica, che è il fattore più
stabile nella storia, si dà l’impressione di voler pervenire a conclusioni
permanenti e immodificabili. In realtà non è così, perché obiettivo costante
dei geo-politici è proprio modificare tali condizioni.
La tentazione del determinismo è alimentata in geo-politica
dall’enorme valore propagandistico della carta geografica e dalla naturale
tendenza a utilizzarlo per convincere delle proprie teoria chi deve decidere,
oppure per ottenere il consenso dell’opinione pubblica. La scelta del centro
della carta, della scala e del tipo di rappresentazione, l’accentuazione di
taluni particolari anziché di altri possono prestarsi a vere e proprie
manipolazioni.
Con la sua capacità di semplificazione e la sua apparente evidenza,
la rappresentazione geo-politica costituisce un poderoso strumento di
manipolazione psicologica. Affinata grandemente dalla geo-politica tedesca del
primo Dopoguerra, essa viene sistematicamente utilizzata da tutti coloro che
propongono un programma politico: come cercano di arruolare ‘Dio’ e ‘l’Idea’
sotto le loro bandiere, così essi tendono a fare altrettanto con la geografia,
la storia, la giustizia e così via. Far discendere le proposte politiche da una
necessità naturale o divina presenta infatti il grande vantaggio di non doverne
esplicitare le reali motivazioni.
Solo una ‘cultura geo-politica’ può tutelare i popoli dalle
manipolazioni delle rappresentazioni cartografiche. Pertanto, la reintroduzione
della geo-politica nel dibattito politico consente di riportare sotto il
controllo democratico le grandi decisioni di politica estera, che tendono
spesso a essere sottratte ai cittadini, se non altro per mancanza di
informazioni e di conoscenze specifiche.
IL PENSIERO GEO-POLITICO CONTINENTALISTA
Halford John Mackinder (1861-1947) è il più conosciuto
sostenitore della teoria del potere continentale. Il punto centrale delle sue teoria
è che esiste un’area, che denomina prima “pivot area” nel 1904) e
successivamente “heartland” (a partire dal 1919), il cui controllo
garantirebbe alla massa continentale euroasiatica (“isola del mondo”) il
dominio mondiale. Dal cuore dell’Eurasia mossero nel passato le grandi
invasioni verso la ‘mezzaluna interna’ (Europa, Medio Oriente, India e
Cina). Solo con la scoperta dell’America e la sua conquista, l’Europa acquisì
la superiorità sulla massa continentale euroasiatica, estendendo il suo dominio
su altre parti della mezzaluna interna, oltre che sulla mezzaluna esterna
(Americhe, Africa, Australia). All’inizio del Novecento, però, due fattori
stavano nuovamente modificando la situazione: la costruzione delle ferrovie
russe, che consentivano una manovra per linee interne, e l’espansione
industriale tedesca, che metteva in pericolo la superiorità britannica. Di qui
l’esigenza per la Gran Bretagna di cambiare politica, rompendo l’alleanza con
la Germania e alleandosi con la Francia, gli Stati Uniti e il Giappone.
Contrariamente a quanto affermato dai geografi americani
negli anni quaranta, la geo-politica di Haushofer si ispirava alla tradizione
del nazionalismo tedesco, e quindi era del tutto opposta a quello che fu il programma
nazista, che prevedeva un’espansione illimitata a Est e il mantenimento della pace a Ovest sulla base di una concezione razzista sconosciuta, fino ad
allora, alla geo-politica tedesca. Per Hausofer, il nemico era costituito dalla
Gran Bretagna e dalle potenze marittime, non dalla Russia. In geo-politica, in
realtà, tra il concetto di razza e quello di spazio esiste una contraddizione
sostanziale.
Le teorie del potere marittimo (i cui principali esponenti
sono l’americano Mahan e il britannico Corbett) sono vere e proprie teorie geo-politiche,
che vanno separate dal pensiero strategico navale. La potenza navale è
considerata unitariamente con quella economica e finanziaria.
Alfred Thayer Mahan (1840-1914) visse nell’epoca in
cui, raggiunto il Pacifico, gli Stati Uniti dovevano espandersi sui due oceani
- anche per controllare gli accessi al canale di Panama, fulcro strategico
della sicurezza e dell’unitarietà geo-strategica fra le coste orientali e
quelle occidentali degli Stati Uniti, occupando le Hawaii, le Filippine e
Cuba. Le visioni geo-politiche di Mahan furono fatte proprie dal presidente
Theodore Roosevelt, di cui Mahan era consigliere, e ispirarono il nuovo imperialismo
americano, che diede della dottrina Monroe un’interpretazione dinamica, se non
aggressiva. Come stratego navale, Mahan è considerato il principale esponente
delle cosiddette ‘scuole navaliste’, che attribuiscono grande importanza agli
aspetti geografici del potere navale, come le basi, e che, in caso di
conflitto, sostengono la priorità dell’acquisizione del dominio sul mare
mediante la distruzione delle flotte nemiche, con una grande battaglia navale
volta a consentire il dominio del mare e la libera utilizzazione delle vie di
comunicazione marittime. Come Ratzel e von Tirpitz nella Germania guglielmina
e, in tempi successivi, come l’ammiraglio S. G. Gorshkov, creatore della grande
marina sovietica del secondo Dopoguerra, Mahan venne condizionato da concezioni
mercantilistiche, come quelle dell’importanza del commercio estero e del
possesso, se non di colonie, almeno di basi per esercitare un dominio mondiale.
L’inglese Julian Corbett (1854-1922) aveva una visione ‘anfibia’
del potere navale e incentrava la sua attenzione sull’influenza che esso
esercitava sulle operazioni terrestri. Egli riteneva che, pur facilitando la
vittoria, il dominio del mare, da solo, non permettesse di vincere un
conflitto, e che a tal fine occorresse un esercito reso mobile dal trasporto
navale. Le teoria di Corbett riflettono la ‘grande strategia’ della pax
britannica del secolo scorso e, dalla fine della guerra fredda, sono
in corso di rivalutazione in Occidente, dove tutte le marine stanno passando da
una strategia ‘navalista’ a una ‘marittima’.
Per molti versi analoghe alle teorie del potere marittimo
sono quelle del potere aerospaziale. Esse rappresentano in realtà teorie geo-strategiche,
fondate sullo sviluppo del potere aereo e dell’impiego militare dello spazio; i
loro esponenti principali sono stati l’italiano Giulio Douhet, che in
realtà era un teorico esclusivamente strategico, e il russo-americano Alexander
de Seversky, che sviluppò anche argomentazioni di tipo geo-strategico e,
parzialmente, geo-politico. Tali teorie rispecchiano il fatto che lo sviluppo
della dimensione aerea e delle armi nucleari ha attenuato la contrapposizione
terra-mare, divenuta subordinata alla competizione per il dominio dell’aria. Il
centro del potere mondiale si sarebbe spostato nell’Oceano Artico, come
risulterebbe evidente dalle rappresentazioni cartografiche centrate sul polo Nord. Tali teorie (superate peraltro
dalla gittata dei missili intercontinentali lanciati sia da terra che da
sottomarini, nonché dalla conquista dello spazio) attribuiscono prevalente
importanza ai fattori tecnologici e si ripercuotono sulle nuove teorie della ‘guerra
delle informazioni’; quest’ultima starebbe provocando una ‘rivoluzione negli
affari militari’ che permetterebbe agli Stati Uniti di esercitare il dominio
mondiale senza ricorrere allo schieramento permanente di forze in Europa
occidentale e in Asia orientale. Si tratta però di teoria che si ispirano a una
visione esclusivamente tecnologica, la quale riduce la politica alla strategia
e quest’ultima alla tecnologia degli armamenti: per quanto esse abbiano
ispirato le teorie della dissuasione nucleare, predominanti nel corso della
guerra fredda, appaiono ora superate sia dal fatto che la dissuasione nucleare
reciproca si è tradotta in auto-dissuasione e sia dalla diffusione di potenza e
dalla frammentazione del mondo postbipolare che hanno portato a rivalutare il
ruolo delle forze convenzionali.
Nicholas J. Spykman (1893-1943), uno degli esponenti più
importanti della scuola americana del realismo politico, concepiva la geo-politica
come un filone particolare di quest’ultimo, come componente essenziale
degli arcana imperii, polemizzando aspramente sia con l’idealismo
cosmopolita di derivazione wilsoniana, sia con l’isolazionismo miope di coloro
che avrebbero voluto estraniare gli Stati Uniti dagli affari del mondo. Secondo
Spykman, la conservazione della ricchezza e della potenza degli Stati Uniti imponevano
loro, invece, d’intervenire nel secondo conflitto mondiale e di farsi
promotori, alla sua fine, di un ordine mondiale coerente con i loro interessi,
definiti beninteso anche in relazione ai loro principî e valori di fondo.
Di tutte le teorie elaborate dalla geo-politica classica,
quelle di Spykman sono ancora quelle che verosimilmente più influiscono sull’attuale
pensiero geo-politico.
Sembra prodursi un sistema pentapolare, simile a quello
previsto da Henry Kissinger, in cui il mondo sarebbe basato su Stati Uniti,
Europa, Russia, Cina e Giappone, a cui si potrebbero aggiungere l’India e
forse, in futuro, i paesi del MERCOSUR. Il concetto di panregione serve
comunque spesso a giustificare in termini geo-politici, come peraltro già
avveniva in passato, le ambizioni egemoniche degli ‘Stati catalizzatori’.
Non è ancora chiaro se il panregionalismo tenda a essere ‘aperto’,
cioè collaborativo a livello globale, oppure ‘chiuso’ e potenzialmente
conflittuale. Un ‘polo’ che sembra corrispondere alle caratteristiche di quest’ultimo
tipo è la Cina, che costituisce l’unico soggetto geo-politico potenzialmente in
grado di sfidare la supremazia degli Stati Uniti, almeno in Asia orientale e Sud-orientale. La Russia e il Giappone
stanno attraversando un periodo di regressione, forse traitoria, mentre la
potenza dell’India sembra svilupparsi con molta rapidità, nonostante le
incertezze che esistono circa la sua stabilità interna.
Saul B. Cohen nel 1963 criticò tutte le concezioni geo-politiche
precedenti per il loro eccessivo schematismo, che avrebbe comportato una
visione rigida e globalistica del containment, da cui era derivata
la cosiddetta dottrina del domino (alla base dell’intervento americano
in Vietnam). Secondo Cohen, ogni elemento geo-politico della fascia
del containment dell’Unione Sovietica era dotato di una
propria individualità; pertanto, la conquista di uno di essi non avrebbe
provocato il collasso (per l’‘effetto domino’ appunto) dell’intero sistema. Gli
Stati Uniti avrebbero dovuto puntare a una maggiore autonomia regionale,
diminuendo il loro impegno continentale sul rimland e creando
poderose forze mobili, che avrebbero costituito un elemento equilibratore da
impiegare solo in caso di aggressione a parti vitali del sistema antisovietico.
La prevalenza della dimensione strategica nella guerra
fredda portò Cohen a dividere il mondo in due grandi regioni geo-strategiche (il
mondo commerciale marittimo e quello continentale euro-asiatico) a loro volta suddivise
in regioni geo-politiche, destinate a integrarsi attorno a uno stato
catalizzatore regionale, come la Germania per l’Europa.
Tali concezioni regionali o multipolari, che non ebbero modo
di svilupparsi durante la guerra fredda data la rigidità della struttura del
mondo bipolare, si stanno affermando dopo che quest’ultimo è venuto meno e si
riflettono anche nelle concezioni geo-politiche del ‘nuovo disordine’ o dell’‘anarchia
internazionale’.
L’IDEALISMO GEO-POLITICO
Tale orientamento si ispira a una visione idealistica o
wilsoniana delle relazioni internazionali, in cui i rapporti di potenza
sarebbero superati dall’esigenza di una pace positiva, basata sulla
cooperazione e sulla solidarietà fra i popoli: ciò consentirebbe, fra l’altro,
di non disperdere energie nella contrapposizione fra gli Stati, ma, al
contrario, di concentrarle per la risoluzione dei grandi problemi comuni a
tutta l’umanità, quali il sottosviluppo e il degrado ecologico.
Il tentativo più globale in questo senso fu compiuto da
Immanuel Wallerstein, autore di un modello di sviluppo politico-economico
mondiale, che avrebbe dovuto superare le disuguaglianze fra centro e periferia.
In Italia tali teorie sono state riprese e sviluppate, in
particolare da Raimondo Strassoldo, il quale ha teorizzato una ‘geo-politica
costruttiva’ della pace e della ricostruzione sociale, cioè una ‘eco-politica’
largamente decentrata da un lato e mondializzata dall’altro, contrapposta alla geo-politica
classica, incentrata sullo stato e fondata sulla competizione per la ricchezza
e per il potere.
Molte di queste teoria sono state riprese dalla moderna geo-politica
‘critica’, i cui assunti sembrano però smentiti dal pessimismo geo-politico ora
dominante, in un mondo in cui a fenomeni di globalizzazione e anche di
integrazione regionale ‘aperta’ sembrano contrapporsi da un lato la realtà del
conflitto fra poli politico-economici, e dall’altro, soprattutto, le tendenze
alla frammentazione, se non all’anarchia, del sistema internazionale.
LE TEORIE
GLOBALISTE
L’euforia globalista si è ora notevolmente attenuata, anche
se non è completamente scomparsa, e si è modificata con l’affermazione di un ‘regionalismo
aperto’, fondato sulla cooperazione anziché sulla competizione fra i poli
politico-economici che stanno sorgendo nel mondo, anch’essi peraltro sottoposti
a tensioni interne fra le forze dell’integrazione e quelle della
frammentazione.
LE TEORIE BINARIE
Le principali teorie binarie sono quella dello ‘scontro fra
civiltà’, quella eurasista di Thom, e quella geo-economica di Luttwak.
La prima è per certi versi anche multipolare poiché
considera otto civiltà differenti e sostiene che l’identità religiosa
condiziona le civiltà, le quali, a loro volta, influenzano le tendenze alla
cooperazione o al conflitto fra i popoli. La comunanza di civiltà è quindi un
fattore molto influente nelle relazioni internazionali, anche perché viene strumentalizzata
dalle classi politiche per legittimare sia il loro potere, sia le loro alleanze
internazionali. Huntington prevede che il prossimo conflitto mondiale
mobiliterà contro l’Occidente un’alleanza confuciano-islamica, che minaccerà
prima la Russia, poi l’Europa e infine gli Stati Uniti; questi ultimi tre
dovrebbero pertanto allearsi. Su scala regionale, tale teoria è ripresa da
coloro che sostengono in Europa l’esistenza di una minaccia islamica e che non
considerano il Mediterraneo il centro di una regione geo-politica unitaria, ma
ne auspicano la trasformazione in una barriera fra Nord e Sud.
La scuola eurasista, sviluppatasi grandemente in Russia,
riprende le teoria della contrapposizione fra terra e mare proprie della geo-politica
classica e coerentemente formulate in teoria da Thom nel 1994. Essa sostiene l’esigenza
per la Russia di un’alleanza con la Germania a Ovest, con la Cina a Sud-Est e con l’Iran e l’India a Sud, per opporsi alla supremazia
talassocratica degli Stati Uniti. I principali avversari di tale progetto
sarebbero gli Stati europei occidentali e gli Stati islamici alleati degli
Stati Uniti, primo fra tutti la Turchia, che costituiscono strumenti della
penetrazione statunitense nell’Eurasia.
Quanto alle teorie geo-economiche di Luttwak, esse possono
in un certo senso essere assimilate alle teorie binarie, pur risentendo
grandemente anche delle teorie dell’anarchia internazionale; in tale
impostazione è centrale la distinzione tra un mondo industrializzato, dominato
dalla geo-economia e dall’assenza di conflitti militari, e un mondo ancora geo-politico,
teatro di conflitti territoriali.
Wallerstein sostiene che la fine dell’escatologia marxista
comporterà anche la fine di quella liberista, giacché entrambe sono portatrici
di una concezione del progresso di derivazione illuministica, imperniata sull’idea
di un processo lineare dell’umanità verso un ordine sempre maggiore; ciò
lascerà spazio a una fase storica imprevedibile, complessa e incerta, in cui si
modificheranno profondamente le strutture del mondo. Teoria analoghe sono state
sostenute da altri studiosi, come Alain Minc, che prevede un nuovo Medioevo
senza impero e senza papato.
La geo-politica critica sostiene che, per comprendere le
dinamiche del mondo postmoderno, occorre una nuova geo-politica. Lo spazio va
concepito come prodotto sociale, quindi eterogeneo; vanno inoltre valorizzate
le differenze e l’indeterminatezza e rifiutata ogni egemonia e ogni gerarchia.
La geo-politica può essere solo globale, dato che la separazione fra gli Stati
non ha più senso; a differenza delle teorie globaliste, la geo-politica critica
auspica l’avvento di un ordine non gerarchico ma orizzontale, di natura
funzionale.
GEO-POLITICA DEI SISTEMI COMPLESSI
Principio generale della teoria della Complessità è la
riunificazione delle scienze esatte con le scienze umane, così com’era nell’antichità.
La geo-politica è quindi una scienza che, in parte, realizza
questo principio; infatti, riunisce la geografia, scienza esatta, con la
politica, essenzialmente umana, e quindi inesatta. Un’altra scienza inesatta,
la storia, potrebbe aumentare la complessità della geo-politica. La storia, a
sua volta, dovrebbe coniugarsi con altre scienze umane, come la sociologia, l’antropologia
culturale e anche l’etologia umana. Ma, l’elemento che la storia dovrebbe
assimilare dalla scienza della complessità è il principio di “causa minima”,
ovvero il rifiuto del paradigma classico della “causa efficiente”, e, cioè, l’esaltazione
dell’avvenimento “necessario e sufficiente” a provocare la storia successiva.
Un’altra considerazione potrebbe rendere ancora più
complessa la geo-politica: l’importanza per le società umane della religione,
che è il mito fondante di ogni raggruppamento umano. La guerra di dissolvimento
della Jugoslavia è stata anche una guerra tra religioni: i croati cattolici, i
serbi ortodossi, i bosniaci musulmani. Oltre ai piccoli conflitti religiosi fa
cattolici e presbiteriani nell’Irlanda del Nord,
tra ebrei e islamici in Israele, è in corso anche un grande conflitto tra
occidente cristiano e il terrorismo islamico. Sappiamo che esistono delle
ragioni economiche alla base dei conflitti, ma sarebbe stato vano creare una
mobilitazione morale per appropriarsi dei territori petroliferi o per impedire
l’accesso di altri ad altri territori. Così come sappiamo che le guerre moderne
hanno alle spalle grandi “complessi militar-industriali”, ma lo spirito
combattivo delle truppe deriva da impulsi irrazionali, che vanno dallo sprezzo
del pericolo, all’autodistruzione.
Secondo la teoria della complessità, la mente umana è l’organismo
più complesso esistente (il numero delle sinapsi possibili è simile al numero
degli elettroni nell’universo), e, proprio per questo, è illusorio pensare che
possa controllare tutti i suoi impulsi e muoversi “razionalmente”. Anzi, le
scienze cognitive hanno studiato e dimostrato che esiste la tendenza all’errore,
innata nel nostro cervello, soprattutto quando si tratta di prendere decisioni
improvvise, noi siamo portati a fare la scelta sbagliata.
Più in generale, è sbagliato continuare a pensare che vi sia
“un cammino umano”, diretto a mete “giuste e progressive” e che ci sia un unico
metodo per raggiungerle: la democrazia industriale. La scienza della
complessità ha escluso che le innovazioni abbiano una “direzione” e che il
cambiamento possa essere indefinito. Ervin Laszlo, parlando dei sistemi sociali
e della loro evoluzione dice che alla
fine essi raggiungono un optimum, oltre il quale i nuovi, eventuali
incrementi di complessità non potranno più essere di aiuto all’efficienza
dinamica, oltre questa soglia, l’evoluzione può produrre soltanto una deriva
non selettiva. La stessa evoluzione è stata descritta come un procedere
attraverso mutazioni casuali, cioè errori di replicazione del codice genetico.
Che da un cumulo di errori possa derivare un progresso è del tutto illusorio. Così
il biologo inglese Brian Goodwin sostiene che per descrivere l’evoluzione propongo l’immagine di una danza priva di
un fine: come dice Stepen Jaygould, l’evoluzione non ha scopo, progresso o
direzione.
Dunque, la pretesa dell’occidente di esportare, con o senza
armi, il proprio modello sociale è del tutto immotivata, anche perché non tiene
conto dei limiti dello spazio disponibile sul nostro pianeta e ignora che la
crescita della popolazione terrestre lo rende ulteriormente ristretto. William
C. Clarck, ricercatore Americano, analizzando la distribuzione delle luci
notturne riprese dallo spazio, scrive che la distribuzione delle luci notturne prodotte dalla nostra civiltà si
configurano non molto diversamente dalla crescita esuberante, osservabile in
una capsula di Petri, ricca di sostanze nutritive, poco dopo che in essa siano stati
introdotti dei batteri. Nel mondo limitato della capsula di Petri questa
crescita non è sostenibile. Prima o poi, via via che le popolazioni batteriche
consumano le risorse disponibili e sono sommerse dai propri rifiuti, al
rigoglio iniziale succede una stasi e quindi l’estinzione.
La geo-politica dovrebbe dunque aumentare la propria
complessità sussumendo anche un’altra scienza, l’ecologia, e ricercare, con
essa, i limiti dei territori e l’optimum della loro utilizzabilità. Quanto alla
politica, non si dovrebbe limitare all’analisi critica delle scelte degli stati
e delle istituzioni internazionali, ma diventare essa stessa portatrice di
valori che servano alla conservazione delle specie.
GEO-POLITICA E GEO-STRATEGIA
Spesso i termini ‘geo-politica’ e ‘geo-strategia’ sono
impiegati come sinonimi. In realtà ciò accade anche per i termini ‘politica’ e ‘strategia’,
soprattutto quando si parla di strategia globale o di ‘grande strategia’,
intendendo in tal modo l’insieme dei principî ai quali si ispira la politica di
sicurezza e degli obiettivi che essa si pone.
Sembra però opportuno fare una distinzione tra i due
termini. La geo-strategia si interessa della dimensione militare, e dovrebbe
essere quindi una ‘geo-politica militare’, una sorta di ‘sorella minore’ della geo-politica.
Filone di studi che
esamina i temi e i problemi della geografia in prospettiva storica e che, nelle
sue manifestazioni più convinte, tende a sviluppare modelli di analisi in grado
di assumere e restituire insieme elementi spaziali e temporali.
Tradizionalmente
approfonditi, e recentemente inno-vati, sono gli studi di storia della
cartografia e del pensiero geografico, di geografia storica, e di storia delle
esplorazioni, con le conseguenti relazioni di viaggio: con indagini che mirano
a ricostruire le radici del presente con finalità pratiche, sia nell’esame
della comunicazione del sapere, sia nell’analizzare la gestione del territorio
avvenuta in passato, sia nel rintracciare le origini di tradizioni culturali e
materiali del mondo attuale. In tutto questo, sembrano ormai superate le
tradizionali polemiche di matrice nazionalistica attorno a improbabili ‘primati’
di specifiche scuole cartografiche o di singole persone impegnate nelle
scoperte: il punto di svolta può essere indicato nelle celebrazioni del cinquecentesimo
anno dalla scoperta dell’America.
Le nuove tecniche di
riproduzione digitale dell’immagine hanno permesso una vera e propria rinascita
dell’interesse verso le carte geografiche realizzate in passato, considerate
non soltanto come meri strumenti, ma anche come apparato simbolico di una
percezione complessiva: l’interesse del pubblico è confermato dal successo
delle grandi mostre degli ultimi anni, e da libri che sono diventati veri e
propri best-seller. La possibilità di
riprodurre mappe tematiche con nuovi strumenti digitali ha permesso anche in
questo ambito che i documenti fossero a disposizione di una platea di utenti
sempre più ampia. Negli ultimi dieci anni è poi aumentata enormemente la
quantità di database e di scansioni della cartografia storica accessibili,
facilitando il reperimento di fonti idonee alla ricostruzione delle identità
geografiche locali a vari livelli trascalari: dal rione o quartiere, alle aree
di produzione tipica, anche in ambito agroalimentare, fino alle proposte delle
cosiddette regioni alternative.
Recentemente, la geo-storia
ha acquistato nuova rilevanza anche nelle vertenze geo-politiche attuali. Per
esempio, i diplomatici cinesi tendono ad attribuire molta importanza ai
documenti cartografici del passato e alle eredità delle esplorazioni: così,
nelle controversie sul possesso delle isole nel Mar Giallo Meridionale, le
parti spesso invocano come ‘prova’ l’attribuzione di possesso riferita dalla
cartografia antica; per altro verso, i diplomatici cinesi ritengono molto
importante presentare la Cina odierna come erede delle esplorazioni medievali
dell’ammiraglio Zheng He, secondo un’interpretazione storiografica che
vorrebbe differenziare il ruolo cinese rispetto alle scoperte e alle
colonizzazioni occidentali, in quanto queste ultime sarebbero state effettuate
dalle potenze imperialiste europee solo per aggressiva avidità. Questo tipo di
ricostruzione geostorica è funzionale alla propaganda del cosiddetto “Beijing
consensus”.
GEO-POLITICA E GEOGRAFIA POLITICA
I due termini sono spesso impiegati come sinonimi,
soprattutto nei paesi anglosassoni. Entrambi sono recenti, essendo stato il
primo introdotto nel 1899 dallo svedese Rudolph Kjellén come abbiamo più volte
ripetuto e il secondo nel 1897 dal tedesco Friedrich Ratzel.
Le incertezze e le ambiguità sulle differenze fra i termini geo-politica
e geografia politica derivano anche da quelle sulla natura di quest’ultima.
Come la storia, la geografia non ha un oggetto specificamente proprio, bensì
costituisce la base spaziale di discipline diverse e comprende lo studio, oltre
che la rappresentazione, della distribuzione spaziale dei vari aspetti
geografici, fisici e umani, le loro classificazioni statistiche, il loro
raggruppamento in insiemi omogenei e la previsione delle loro variazioni nel
tempo.
Sin dall’inizio della storia, l’attività dei geografi ebbe
rilevanza sul piano politico, militare, economico, etc. Gli esploratori furono anche agenti segreti e operatori
commerciali. Fino al 20° secolo l’attenzione prevalente fu rivolta agli aspetti
fisici e naturali; solo con Ratzel gli aspetti umani divennero centrali, anche
perché la tecnologia affrancava rapidamente l’uomo dai condizionamenti dell’ambiente
naturale, ma non da quelli dell’ambiente umano.
CONSIDERAZIONI SULLA GEO-POLITICA DEL NOVECENTO
La geo-politica classica deriva dalla fusione di apporti storici
e geografici ed è profondamente influenzata sia dall’evoluzione della
tecnologia, sia dall’idea, tutta illuministica, di un progresso continuo verso
un equilibrio corrispondente agli interessi dello stato, al particolare periodo
storico e all’ottica specifica in cui ci si colloca. Essa è fondata, in
particolare, sulle correlazioni geografiche e su quelle della storia, intesa,
quest’ultima, come processo razionale, interpretabile scientificamente e quindi
tale da fornire indicazioni per la politica degli Stati. La geo-politica
classica, peraltro, non essendo mai neutrale né scientifica, assolve spesso una
funzione ideologica e propagandistica, e rispecchia il sistema di valori e gli
interessi di chi ne ha formulato le diverse teorie. Tale aspetto è
particolarmente evidente nei ripetuti spostamenti dell’heartland di
Mackinder.
la geo-politica francese
La geo-politica francese si contrappone costantemente a
quella tedesca. La Francia del 19° secolo non aveva ambizioni territoriali, se
non quelle di recuperare i territori perduti dopo la sconfitta del 1870-1871.
La scuola geo-politica francese si contrappose costantemente a quella tedesca,
che tendeva ad arruolare la geografia sotto le bandiere dell’espansionismo
(come avvenne nella Germania guglielmina prima e in quella hitleriana poi).
Il fondatore della geo-politica francese è considerato Paul
Vidal de la Blache (1845-1918). Pur riconoscendo l’influenza della geografia
sulla politica e sulla storia, egli affermava l’influenza determinante dell’uomo
e della sua volontà, ridimensionando quindi quella dell’ambiente naturale e
sostenendo una visione possibilista e anti-deterministica dell’impatto dei
fattori naturali. Egli sottolineava la preminenza dei fattori culturali e della
libera scelta dei cittadini, proprio per affermare la ‘francesità’ dell’Alsazia
e della Lorena.
La sua impostazione venne ripresa da Jacques Ancel, che
adottò l’approccio metodologico della scuola di Haushofer, francesizzando
quindi la geo-politica tedesca proprio per confutarne le teoria e per porne in
luce le finalità di mistificazione e di manipolazione.
la geo-politica sudamericana
Negli anni cinquanta e sessanta si sviluppò, principalmente
negli ambienti militari brasiliani, argentini e cileni, una geo-politica
soprattutto interna, riferita alle esigenze di sistemazione, valorizzazione e
organizzazione del territorio, anche in vista del miglioramento della sicurezza
nazionale.
In particolare, il generale brasiliano Galbery do Conto e
Silva applicò al Brasile il concetto di heartland, che situò nell’area
compresa fra Brasilia, San Paolo e Rio de Janeiro. Tale
zona sarebbe stata il centro di un arcipelago, dal quale si sarebbe dovuto
procedere per integrare l’‘isola amazzonica’ e le penisole periferiche del Nord-Est
(Recife), del Sud (Rio Grande do Sul)
e del centro-Ovest nei pressi della
frontiera con la Bolivia e il Paraguay. Da tale visione
discesero lo spostamento della capitale a Brasilia e la decisione di costruire
grandi vie di comunicazione strategiche per consolidare l’autorità del centro
sulle regioni periferiche (per inciso, la recente decisione del Kazakistan di
spostare la capitale da Almaty ad Aqmola risponde a criteri almeno in parte
analoghi).
Anche in Argentina e in Cile si diffusero teorie geo-politiche
tendenti sempre a giustificare l’integrazione del territorio sotto il controllo
dell’autorità centrale, completando la colonizzazione delle regioni scarsamente
popolate e prevedendo anche il trasferimento, se necessario coatto, delle
popolazioni.
la geo-politica
italiana
Le origini della geo-politica italiana possono esser fatte
risalire al Medioevo, allorché non solo le Repubbliche marinare e il Regno di
Napoli, ma anche Roma, Firenze e Milano erano veri e
propri Stati, con una propria politica economica, se non globale, estesa almeno
dal Mediterraneo all’Europa settentrionale e con rapporti internazionali molto
intensi anche sotto il profilo culturale. È inoltre opportuno ricordare le teoria
di Vico sui cicli storici e sui rapporti reciproci fra le civiltà dei monti,
dei fiumi e delle pianure.
Il movimento rivoluzionario risorgimentale fu invece
decisamente unitario: esso propugnava la cacciata dell’Austria dall’Italia
attraverso la mobilitazione popolare e la così detta “guerra di popolo”. I suoi
esponenti principali furono Carlo Pisacane (antesignano di quel
socialismo nazionale, dotato di notevole carica irredentista e interventista,
che diventerà una componente fondamentale della nostra storia) e Giuseppe Mazzini
(che auspicava una repubblica centralizzata sul modello rivoluzionario francese
e il raggiungimento dei confini naturali delle Alpi, con l’incorporazione
quindi delle popolazioni alloglotte dell’Alto Adige e
della Venezia Giulia). Mazzini sosteneva anche la teoria che l’Italia
unificata avrebbe dovuto mettersi a capo di una ‘lega’ degli Stati minori
europei, da quelli scandinavi alla Grecia, che avrebbe dovuto ottenere l’appoggio
esterno dell’Inghilterra e allearsi con i popoli slavi per concorrere all’equilibrio
europeo, opponendosi alle tendenze egemoniche russa, tedesca e francese.
Mazzini era favorevole, infine, a una maggiore influenza italiana nel
Mediterraneo e in Africa. In sostanza, nel suo pensiero erano presenti molte
delle tendenze geo-politiche che successivamente influenzarono la politica
estera dell’Italia unificata.
Il pensatore geo-politico più originale del Risorgimento fu
il generale pontificio Giacomo Durando, che per primo introdusse il termine geo-strategia,
attribuendogli il significato che avrebbe assunto nel Novecento, ossia quello
di geo-politica. Egli sosteneva che fossero i rilievi montani a determinare sia
le strutture degli Stati e le caratteristiche delle nazionalità, sia le loro
potenzialità strategiche. Secondo tale prospettiva, l’Italia sarebbe costituita
da due subregioni, divise dall’Appennino tosco-emiliano: a Nord l’Eridania, basata sul sistema idrografico del Po; a Sud la regione peninsulare, basata sugli
Appennini. Il ‘punto strategico’, situato fra le sorgenti del Santerno e
il Monte Falterona, avrebbe costituito lo spartiacque fra i due sistemi geo-strategici
italiani, e pertanto il suo possesso avrebbe avuto un effetto catalitico per la
loro unificazione.
Il Regno d’Italia fu caratterizzato dal sovrapporsi di varie
tendenze geo-politiche incoerenti fra di loro. La nuova classe dirigente,
rimasta prigioniera dei miti di grandezza nazionale propagandati nel
Risorgimento, tese a strumentalizzare la politica estera a scopi interni,
sforzandosi di occupare un ruolo che collocasse l’Italia nel novero delle
grandi potenze europee. Ne derivò la cosiddetta politica del ‘peso determinante’,
di cui un riflesso attuale è il presenzialismo, vale a dire la costante ricerca
di un ruolo di mediazione nonostante la ridotta capacità propositiva, le cui
ragioni vanno ricercate anche nel fatto che, in assenza di una cultura geo-politica
delle classi dirigenti, non è possibile individuare interessi nazionali né
elaborare una coerente politica estera, e si determina invece la tendenza a
sostituire gli interessi con un ‘ruolo’. È da questa situazione che sono nate
le ambiguità, i cambiamenti di alleanza e la tendenza a inserirsi in ogni
combinazione e a trarne vantaggi. Ciò spiega inoltre l’intercambiabilità dell’irredentismo
italiano (diretto talora contro la Francia, talaltra contro l’Austria) e la
conversione di Crispi e di Mancini dall’anticolonialismo a una disastrosa
politica di espansione in Africa, con grande sperpero di sforzi e risorse che
avrebbero potuto essere più efficacemente impiegati per lo sviluppo del
Mezzogiorno.
Le uniche costanti della politica italiana dell’epoca furono
l’amicizia con la Gran Bretagna, che dominava il Mediterraneo e che seguiva
tradizionalmente in Europa una politica anti-egemonica, e il tentativo di evitare
confronti armati, in cui l’Italia sarebbe stata marginalizzata e avrebbe
rivelato tutte le sue debolezze strutturali.
La costituzione, nel 1867, della Reale Società Geografica Italiana
(alla quale diede un grosso impulso Cesare Correnti, con il dichiarato
scopo di far sorgere in Italia uno spirito geografico per unificare
culturalmente il paese e costituire uno stimolo per la sua politica
estera) e quella, nel 1879, della Società Milanese di Geografia Commerciale (finanziata
da industriali e volta inizialmente a reperire fonti di materie prime e
mercati) trovarono scarsa eco negli ambienti accademici geografici, legati a
una visione strettamente scientifica, se non arcadica, della loro attività, e
interessati alla politica soprattutto per trarne sostegni finanziari.
Fece eccezione un’iniziativa editoriale di Cesare
Battisti e del geografo Renato Biasutti, i quali fondarono nel 1899
a Trento la rivista “Cultura
Geografica”, che ebbe però vita assai breve: essa si proponeva di porre
il problema di rapporti fra geografia e politica su basi nuove, più attente ai
problemi reali della società, contrapponendosi agli orientamenti più
governativi e conservatori della Società Geografica.
Nemmeno la politica estera del fascismo, seppure caratterizzata
da un grande attivismo (anche se in gran parte di semplice facciata e a uso
interno), fu sostenuta da un solido pensiero geo-politico. Negli anni trenta la
politica estera italiana divenne destabilizzante, contestatrice degli assetti
di Versailles e quindi alleata naturale, anche se inizialmente riluttante, del
revanscismo tedesco; fu decisamente aggressiva sia nei Balcani che nel
Mediterraneo, e tese a sfruttare il peso italiano, utile a Francia e Gran
Bretagna in Europa, per ottenere compensazioni coloniali.
I problemi più delicati non riguardavano tanto lo ‘spazio
vitale’ mediterraneo, quanto i Balcani, in cui l’Italia si trovava a
fronteggiare la Germania; anche in questo caso l’incoerenza politica italiana è
dimostrata dall’appoggio dato al croato Ante Pavelić, poi abbandonato
nelle mani dei Tedeschi, per sostenere nel corso dell’occupazione più le milizie
cetniche che quelle ustasce.
Una vera e propria scuola geo-politica italiana si affermò
a Trieste. Qui fu fondata nel 1939, e continuò le sue pubblicazioni fino
al 1942, la rivista “Geo-politica - Rassegna di geografia economica, politica,
sociale e coloniale”, diretta da Giorgio Roletto, professore di geografia
economica all’Università di Trieste, e dal suo allievo Ernesto Massi, docente
di geografia all’Università di Pavia e all’Università Cattolica. La
rivista fu influenzata dalla tedesca “Zeitschrift für Geopolitik”, ma se
ne differenziò grandemente non solo per impostazione, negando ogni determinismo
e affermando l’importanza centrale dell’uomo, ma anche per una maggiore ‘geograficità’,
dato che i suoi collaboratori erano in prevalenza geografi. La sua teoria
centrale era quella dello ‘spazio vitale’, inteso come spazio da organizzare
più che da conquistare. Alla rivista non interessavano tanto le impostazioni
teoriche; essa aveva l’ambizione di divenire la ‘coscienza geografica’ del
regime e di sostenerne la politica estera, sia culturalmente, sia come mezzo di
propaganda. Di fatto, il suo impatto reale rimase ridotto e la sua tiratura
limitata, mentre la geografia accademica italiana la ignorò completamente,
forse per il sospetto che l’autonomia della geo-politica dalla geografia fosse
finalizzata ad ambizioni accademiche dei suoi sostenitori. La geo-politica
italiana subì, in sostanza, una sorte analoga a quella della geo-politica
tedesca. L’improvvisazione del regime, solitamente gabellata per pragmatismo, non
voleva sicuramente farsi imbrigliare da elaborazioni che, per la loro stessa
esistenza, l’avrebbero costretta a confrontarsi con l’esigenza di una maggiore
coerenza e sistematicità.
la geo-politica italiana del ‘terzo’ postguerra
Se nel periodo della guerra fredda il riferimento principale
della politica italiana era costituito dagli Stati Uniti, nel ‘terzo’ Dopoguerra
esso si è spostato sull’Europa, che l’unificazione tedesca ha trasformato da un
sistema di equilibri in uno almeno parzialmente gerarchico. L’importanza del
rapporto con gli Stati Uniti per l’Italia rimane però determinante, anche
perché la presenza americana garantisce uno stretto legame fra il Mediterraneo
e l’Europa centrale e mantiene un maggior equilibrio interno europeo, il che
costituisce la premessa per la continuazione di quel processo d’integrazione
europea che rappresenta, per il nostro paese, un interesse vitale.
Mutata è anche la dimensione del Mediterraneo. In passato
esso era diviso in senso Est-Ovest dal confronto bipolare, ma era
unificato dalla presenza della Sesta Flotta; oggi, invece, esiste una
separazione nel senso dei paralleli, fra Nord
e Sud. Inoltre, mentre nel periodo
della guerra fredda la politica interna italiana era caratterizzata da una
divisione ideologica verticale fra governo e opposizione, ora predominano le
tensioni che contrappongono le zone settentrionali (e soprattutto quelle Nordorientali)
del paese a quelle centrali e meridionali. Infine, la caduta delle rigide
strutture della guerra fredda ha fatto riscoprire talune dimensioni geo-politiche
proprie degli Stati preunitari italiani, soprattutto, ma non solo, sotto il
profilo economico.
È ripresa in Italia la riflessione geo-politica, volta a
superare la visione eccessivamente ideologizzata di molte delle forze politiche
e culturali italiane; essa pone al centro del dibattito la definizione degli
interessi nazionali italiani. Il successo di “limes
- rivista italiana di geo-politica”
dimostra come nella cultura nazionale esistessero sia un vuoto al riguardo, sia
la percezione dell’esigenza che tale vuoto andasse colmato.
GLI ATTUALI SPAZI GEO-POLITICI
Fra gli anni
Ottanta e Novanta del 20° sec. la produzione geo-politica è stata condizionata
in modo determinante da due fattori. In primo luogo, l’eredità della ancora
persistente condanna della geo-politica classica della scuola tedesca, in
particolar modo della “Zeitschrift
für Geopolitik” di
K. Hausofer; in secondo, ma non meno importante, l’uso indiscriminato del
termine attraverso i media a partire dal 1991, con la
conseguente progressiva adozione dello stesso in ogni ambito delle ‘relazioni
internazionali’. La fine della guerra fredda e il collasso dell’Unione
Sovietica costituiscono in larga misura gli eventi-chiave in funzione dei quali
la geo-politica. È tornata ad acquisire un ruolo determinante, anche in ambito
accademico, a partire dalla fine degli anni Ottanta. In Italia le tradizionali
resistenze dei geografi hanno favorito lo sviluppo degli studi di geo-politica
perlopiù al di fuori del tradizionale ambito degli studi geografici. È stato
quindi il nuovo contesto degli studi in materia di ‘relazioni internazionali’
ad accogliere la geo-politica come nuova quanto ancora incerta disciplina.
La mancanza di una
univoca e universalmente accettabile definizione della geo-politica, infatti,
ha sostanzialmente determinato l’impossibilità di una collocazione più precisa
e stabile all’interno dell’alveo della geografia o, alternativamente, della
scienza politica. È interessante notare come V.D. Mamadouh (1998), prendendo in
esame in larga parte la produzione dei geografi, cerchi di tracciare l’evoluzione
della geo-politica dagli anni Settanta agli anni Novanta attraverso una
classificazione di quattro scuole: geo-politica neoclassica, geo-politica
sovversiva, non-geo-politica e geo-politica critica, ponendole in diretta
relazione con la geo-politica classica.
Nella geo-politica
neoclassica il valore strategico di specifici attributi del territorio
gioca il ruolo dominante. È questo l’ambito in cui prende forma la
geostrategia, con una forte caratterizzazione strategica e militare intimamente
connessa alle necessità e alle impellenze degli studi in materia nel corso di
gran parte della guerra fredda. È la decolonizzazione peraltro, con la
creazione dell’asse dei Paesi non-allineati, a determinare il peso di una
concezione neoclassica della geo-politica. Il territorio, le sue peculiarità
nonché gli effetti che questi determinano sulla politica degli Stati divennero
così il perno della geo-politica. La geo-politica neoclassica si distingue
dalla geo-politica classica essenzialmente nel non riconoscere più lo stato
come un organismo vitale e nel considerare i confini come elemento stabile e
immutabile. La politica estera dello stato si articola attraverso azioni e
strategie atte non più a espandere lo spazio, ma piuttosto a perseguire la
protezione e l’incremento di una nuova quanto non meglio classificabile gamma
di interessi: l’interesse strategico, quello nazionale, quello economico. e
così via. La politica di potenza non viene meno, cambia lo strumento,
trasformandosi in deterrenza. È nell’ambito della geo-politica neoclassica che
trova forma, accanto alla geostrategia, la geoeconomia. L’analisi dello
sviluppo, la collocazione e lo sfruttamento delle risorse, le reti di trasporto
e le dinamiche dell’economia mondiale - sebbene non ancora ‘globalizzata’ -
divengono conseguentemente uno strumento accessorio della geo-politica.
La geo-politica
sovversiva è da porsi in relazione all’ascesa in Francia, negli anni
Settanta, di una nuova corrente di geografi di forte ispirazione maoista. L’antimperialismo,
il postcolonialismo e una più generale opposizione alla guerra fredda in quanto
espressione del potere delle superpotenze, portò la gran parte dei geografi
francesi ad auspicare una più incisiva attività della geografia politica, in
contrapposizione alla geografia applicata. È in questo alveo che il geografo
francese Y. Lacoste, uno dei più celebri autori della scuola francese, fondò
nel 1976 la rivista “Hérodote”,
che dal 1982 aggiunse il sottotitolo di “Revue de géographie et de géopolitique”.
Secondo Lacoste il concetto di geo-politica viene ad assumere la connotazione
plurale di ‘geo-politiche’, in quanto vi sono tanti punti di vista quanti sono
i protagonisti. Lo stato viene così a perdere il monopolio sulla geo-politica,
in funzione del ruolo di attori terzi, quali le società multinazionali e i
gruppi economici in genere, gli enti locali o regionali, i gruppi etnici o
religiosi ecc., ognuno dei quali ha interessi su aree o ambiti specifici
particolari. Si determina quindi una rappresentazione della geo-politica basata
sui conflitti territoriali, e non già tra Stati, dove assume importanza
fondamentale la dimensione interna ed esterna delle attività dello stato.
Sempre secondo lo studioso francese, i conflitti possono essere anche interni
allo stato, e relativi al suo diretto territorio, escludendo la necessità di
una dimensione internazionale o interstatuale.
La non-geo-politica,
secondo la classificazione proposta da Mamadouh, corrisponderebbe al rifiuto
della geo-politica classica da parte di molti geografi europei. Soprattutto tra
gli anni Settanta e Ottanta, infatti, un gran numero di geografi criticava l’abuso
di nozioni geografiche in seno alla geo-politica, chiedendo al tempo stesso un
ritorno alla geografia classica o, in alternativa, alla geografia delle relazioni
internazionali. Si trattava, in sostanza, del tentativo di ristabilire il
primato della geografia politica assimilando la geo-politica, e soprattutto
attraverso il riconoscimento del carattere scientifico esclusivamente alla
prima. Questi stessi geografi, poi, identificarono la geo-politica come un
tentativo dello stato - sebbene non meglio specificato - e soprattutto delle
forze armate, di acquisire una disciplina per plasmarla a uso della strategia.
La geo-politica, quindi, doveva tornare a occuparsi dello studio della
distribuzione dello spazio tra gli Stati, soprattutto tra le due superpotenze o
gli attori sopranazionali come le Nazioni Unite e la NATO. Non già una
disciplina a sé stante ma, al contrario, una specifica metodologia delle
relazioni internazionali. Anche in questo caso la pubblicazione di una rivista
scientifica, la Political geography quarterly, rappresentò lo
strumento prioritario di divulgazione a livello internazionale di tale corrente
di pensiero.
La geo-politica
critica, infine, si sviluppò negli Stati Uniti nella seconda metà degli
anni Ottanta. Partendo dall’analisi della ‘dialettica’, e quindi anche
attraverso l’analisi del modo in cui comunicano tra loro i grandi sistemi
politici, essa si orientò progressivamente in direzione della valutazione
complessiva delle grandi dinamiche spaziali, politiche e sociali. G.Ó Tuathail,
uno dei più autorevoli autori nel campo, distingue tre dimensioni della geo-politica
critica: il disassemblamento delle tradizioni geo-politiche e della dialettica
contemporanea, e l’esplorazione del significato dei concetti di spazio quali ‘luogo’
e ‘politica’. Egli identifica successivamente le tre tipologie della geo-politica
popolare (essenzialmente connessa ai media), della geo-politica
pratica (la politica dello stato) e della geo-politica formale (la produzione
scientifica dell’accademia e della ricerca in genere). A margine di tale
partizione, sempre secondo Ó Tuathail, dovrebbe essere riconosciuta una ‘geo-politica
dell’immaginazione’, dove poter includere tutte le visioni o le aggregazioni
spaziali e politiche slegate da reali elementi territoriali, etnici o
ideologici. Traspare chiaramente in quest’ultima classificazione la peculiare
visione di Ó Tuathail (1996) con riferimento alla concezione britannica dell’Irlanda
del Nord.
Con la geo-politica
critica, quindi, la critica delle teorie universalistiche porta nuovamente alla
ricerca del primato della geografia sulla geo-politica. Lo spazio lascia
il posto al luogo. Si tratta di una distinzione rilevante nella
quale l’identità, la cultura, il localismo ecc. acquisiscono un nuovo e più
profondo significato rispetto al mero concetto di uomo. Come
affermano D. Gregory e J. Urry (1985), i luoghi sono considerati ormai non già
- e non solo - come un’arena dove si svolge la vita sociale, ma un mezzo
attraverso il quale le relazioni sociali si producono e riproducono. Con la geo-politica
critica acquista peraltro particolare importanza lo studio dei nuovi campi,
ossia dell’ecologia politica e dei conflitti per le risorse,
dei conflitti territoriali e di confine, della globalizzazione e
delle nuove relazioni internazionali, e infine dei conflitti
regionali e dei nuovi movimenti sociali. Nuovi orizzonti,
geografici la maggior parte delle volte, atti a suggellare una trasformazione e
un’impronta orientata più alla dimensione sociale, e di conseguenza
complessiva, piuttosto che meramente espressione del potere politico.
Ciò che ha
determinato una profonda modificazione della geo-politica, quindi, oltre al
venir meno dell’interesse per il determinismo storico e geografico e alle
profonde modificazioni degli assetti politici del pianeta, è da attribuirsi
sostanzialmente all’evoluzione dell’importanza che è stata progressivamente
riconosciuta al ruolo dell’uomo e alla sua capacità, contrariamente a quanto
postulato in passato, di influire sulla natura e sull’ambiente, interagendo con
essi in modo autonomo e non subordinato. Non è più plausibile, quindi,
considerare i popoli e le nazioni come degli attori in balia dell’ambiente
entro il quale si trovano a dover sviluppare la loro azione e, soprattutto,
come automi inanimati, soggetti passivi delle scelte politiche imposte dai
rispettivi governi. Il ruolo umano, inteso soprattutto come fattore sociale,
costituisce ormai la reale chiave interpretativa del pensiero geo-politico. Una
chiave capace di per sé di fornire una vasta gamma interpretativa e di modelli
comportamentali tali da poter essere combinati con i tradizionali fattori
endogeni caratteristici degli studi geo-politici.
Sempre più quindi,
come sostiene P. Claval, la geo-politica fornisce l’insieme delle informazioni
che chiariscono le decisioni prese da attori immersi nell’avvenimento e indica
a chi si inserisce in una evoluzione politica complessa quali siano gli interessi,
le ambizioni e le rappresentazioni in gioco. Per tale ragione la geo-politica
tende a distinguersi dalla scienza politica, che si concentra sugli equilibri
di forza del settore politico e sulla loro capacità di modificare l’ambiente. L’attenzione
verso gli aspetti prettamente umani nella scienza politica è attenuata, anche
se pur sempre rilevante, rispetto alla geo-politica, che, di contro, su essi
basa gran parte della propria struttura.
FATTORI E METODI DELLA NUOVA GEO-POLITICA
I principali fattori geo-politici permanenti, o
sufficientemente stabili per essere considerati tali, sono: lo spazio, la
posizione, la natura continentale o insulare, la morfologia, la dimensione, il
clima, le risorse naturali e la cultura di un popolo, quest’ultima intesa come
quel complesso di valori e di principî che gli derivano dalla sua storia,
religione, etc., e che determinano la
sua percezione, o ‘senso dello spazio’, il quale a sua volta si materializza in
una particolare rappresentazione.
I fattori fisici dominarono la geo-politica fino al secondo
conflitto mondiale, anche se quelli umani assunsero crescente importanza con lo
sviluppo sia di una visione darwinista (e quindi dinamica) dei rapporti
sociali, sia di una concezione ispirata all’antropologia e alla geografia
politica. Si postulava, infatti, tanto la costanza di taluni meccanismi di
fondo dei rapporti internazionali, quanto l’impatto diretto dei condizionamenti
e delle opportunità geografiche sulla dinamica delle potenze. Il pensiero geo-politico
serviva quindi all’elaborazione di una serie di principî e regole aventi
validità generale e tendenzialmente normativa, soprattutto quando da tali
principî furono sviluppate teorie coerenti, con l’ambizione di trasformare la geo-politica
in scienza o di dimostrare la necessità e l’oggettività delle proposte via via
formulate.
Lo sviluppo della tecnologia ha diminuito l’importanza delle
dimensioni naturali e soprattutto di quelle spaziali, anche se il territorio
rimane determinante, come risulta evidente dall’importanza delle
autorappresentazioni geo-politiche dei gruppi in lotta nei conflitti etnici e
identitari. Si è modificato anche il valore della distanza: più che di distanza
geografica, bisogna parlare di dimensioni spazio-temporali o di costo e tempo
dei trasporti (l’impatto di questi ultimi è peraltro diminuito, per il fatto
che una parte crescente del commercio mondiale si riferisce ai servizi e quindi
a beni immateriali, veicolabili sulle ‘autostrade dell’informazione’). La ‘geografia
volontaria’ (tunnel, canali, ponti, etc.) e l’avvento dei trasporti aerei e
delle telecomunicazioni via satellite hanno modificato profondamente la
geografia naturale. Con l’avvento dei mezzi aerospaziali, la contrapposizione
fra terra e mare non è più netta come in passato.
In passato dominavano le dimensioni territoriali e
orizzontali della geo-politica, oggi invece sono preminenti i flussi, rispetto
agli spazi. La potenza e la ricchezza di uno stato dipendono sempre più dall’essere
inserito efficacemente nei flussi globali; la geo-politica si è così
trasformata da prevalentemente statica in dinamica, anche se il principale
soggetto geo-politico - lo stato - è rimasto territoriale e deve quindi
conciliare la sua territorialità con un efficace inserimento nella rete dei
flussi finanziari, informativi, dei servizi avanzati, tecnologici, etc. A tale proposito va rilevato che,
mentre nel passato la coesione dello stato veniva mantenuta soprattutto
opponendosi alla rivolta dei poveri e proteggendo le industrie con barriere
tariffarie, la situazione ora è notevolmente cambiata: non sono più i poveri a
rivoltarsi contro lo stato, ma i ceti e le regioni più ricche, che tendono a internazionalizzarsi
sempre più, trasferendo capacità produttive, conoscenze tecnologiche, capitali
e attività negli Stati o insiemi subnazionali che offrono loro migliori
condizioni dal punto di vista fiscale, di costo e qualità di manodopera, di servizi
e di infrastrutture. Non è più lo stato a tassare le imprese, bensì queste
ultime a scegliere lo stato da cui farsi tassare. Il significato territoriale
della base economica nazionale, fondamentale nella geo-politica del passato,
che cercava, appunto con lo ‘spazio vitale’, di realizzare l’‘autarchia’, si è
grandemente modificato.
Al modello territoriale imperiale si è sostituito quello mondiale
economico, più vantaggioso perché non comporta i costi burocratici del
mantenimento dell’ordine dell’impero, pur consentendo di trarne gli stessi
vantaggi con i mezzi della geo-economia e dell’informazione. La sconfitta dell’Unione
Sovietica nella guerra fredda è sicuramente dovuta anche alla maggiore
efficienza dei sistemi economici mondiali dell’Occidente rispetto al modello imperiale
territoriale che caratterizzava il blocco sovietico.
L’importanza e il significato diretto dei fattori geografici
e fisici sulla geo-politica non sono peraltro scomparsi. La posizione, gli
stretti marittimi, la disponibilità d’acqua e di prodotti petroliferi, etc., sono rimasti fattori essenziali
anche nella geo-politica contemporanea.
I fattori geo-politici variabili sono la popolazione, l’economia,
la finanza, le istituzioni politiche interne e internazionali e la tecnologia,
sia militare che dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell’informazione.
Per quanto riguarda la demografia, il fattore di maggior
rilievo è l’accelerazione della crescita demografica e soprattutto il diverso
tasso che essa fa registrare nei paesi in via di sviluppo e in quelli
industrializzati. Altri fattori importanti sono rappresentati dall’urbanizzazione,
spesso selvaggia, del Terzo Mondo, dalla tendenza delle sue popolazioni ad
ammassarsi lungo le coste, dove esistono migliori condizioni di integrazione
nell’economia mondiale, e infine dall’invecchiamento della popolazione dei
paesi industrializzati, che influisce sui costi sociali e quindi sulla
competitività globale degli Stati occidentali.
Particolarmente critica è la situazione dell’area del Mediterraneo:
le differenze fra i livelli di crescita economica, anche nell’ambito dei
medesimi Stati, stanno acquistando notevole importanza geo-politica, per le
tendenze alla frammentazione che esse comportano. Lo dimostrano le situazioni
italiana e britannica; lo dimostra anche, in un contesto diverso, il caso della
Cina, dove, per la prima volta nella storia di quel paese, le regioni marittime
stanno divenendo più importanti di quelle centrali, rimaste però sedi del
potere politico e militare.
Se l’economia, l’informazione, etc., si globalizzano, sorgono come reazione da un lato movimenti
etnici e localistici, se non tribali, mentre, dall’altro, crescono le tendenze
alla macro-regionalizzazione sovranazionale. La crisi dello stato, o meglio l’esigenza
dell’adeguamento dell’organizzazione economica e strategica alle nuove
condizioni, sta determinando una dinamica geo-politica particolarmente
accentuata, in cui esiste una presenza competitiva, se non conflittuale, delle
forze tese all’integrazione e di quelle che portano alla frammentazione e alla
disintegrazione. Determinanti in geo-politica sono divenute le grandi reti
globali, i flussi che vi circolano e la capacità degli Stati di accedervi; la geo-politica
risente della rivoluzione dell’informazione, che influisce in modo molto
rilevante sulla potenza militare e sulla ricchezza, e che obbliga a ripensare
le funzioni e le stesse strutture organizzative degli Stati-nazione.
I mutamenti attuali impongono una revisione dei fondamenti
epistemologici e metodologici della geo-politica classica, che, come si è più
volte detto, era essenzialmente territoriale. Agli spazi prevalentemente fisici
se ne sono sovrapposti altri di maggiore rilevanza: economici, demografici,
strategici, istituzionali, psicologici, culturali, etc.
Gli attori sono divenuti qualitativamente differenti: non si
tratta più solo degli Stati, ma anche delle istituzioni sovranazionali, delle
organizzazioni substatali e delle forze internazionali. Ciò nonostante, molti
tendono a ricollocare al centro dell’interesse della geo-politica gli Stati,
considerati gli elementi fondamentali del sistema internazionale, i luoghi in
cui gli uomini sono collegati a un territorio e a un ordinamento giuridico, gli
aggregati sociali capaci di definire anche impositivamente valori, interessi e
politiche e in cui sia possibile realizzare un equilibrio fra solidarietà e
libertà, e, infine, le entità il cui valore di riferimento simbolico non va
trascurato.
Insomma, la ‘nuova’ geo-politica rimane soprattutto incentrata
sullo stato, anche se è molto più multidirezionale e multidisciplinare che in
passato. Ogni fattore e ogni attore ha un suo spazio specifico, che si incrocia
con quello degli altri sul medesimo territorio: non si tratta di spazi reali né
tantomeno naturali, ma di spazi risultanti da una concettualizzazione, basati
sia sugli interessi, sia sulle capacità necessarie per conseguirli e che sono
sempre più immateriali. La geografia che interessa non è tanto quella fisica,
quanto quella umana. Mentre la geo-politica classica considerava soprattutto le
dimensioni spaziali (diversamente dalla filosofia, che dava preminenza a quelle
temporali) la nuova geo-politica attribuisce importanza a entrambe le
dimensioni e ai fattori immateriali. Per pensare lo spazio, al fine di poter
agire efficacemente, possono essere seguiti vari approcci: storico, morfologico
o geografico in senso proprio, funzionalista, dell’analisi di potenza,
comportamentale e sistemico. L’approccio storico prende in considerazione
soprattutto le ‘rappresentazioni geo-politiche’, cioè il ‘senso dello spazio’
dei vari attori; quello morfologico-geografico analizza i fattori geo-politici
permanenti e variabili con le metodologie proprie delle scienze geografiche,
mettendo in correlazione i vari fattori, valutandoli e ponderandoli secondo la
logica dei loro meccanismi interni, beninteso in relazione agli interessi che
ne hanno motivato la rilevazione e che influiscono anche sulle valutazioni; l’approccio
funzionale si incentra sulla valutazione del funzionamento e del significato di
una particolare regione, considerata come un’entità politica, economica,
strategica, etc.; quello dell’analisi
di potenza tende a dare rilievo alle interrelazioni esistenti in una
determinata area fra i vari soggetti che vi agiscono e si basa sull’individuazione
di convergenze e conflittualità e sulla correlazione delle forze presenti nell’area;
l’approccio comportamentale è fondato sull’individuazione delle presumibili
intenzioni dei vari attori, su cui influiscono le strutture e i meccanismi
decisionali, politici e burocratici; l’approccio sistemico, infine, è una
combinazione dei precedenti, soprattutto di quello dell’analisi di potenza e di
quello comportamentale, e attribuisce eguale importanza alle possibilità e alle
intenzioni.
Qualsiasi metodologia di valutazione geo-politica comporta
tre aspetti: 1) la definizione degli spazi, e quindi degli attori interni ed
esterni, da considerare; 2) i fattori da valutare; 3) le interconnessioni fra
attori e fattori. A monte di ogni analisi deve beninteso esistere una meta-geo-politica,
cioè un insieme di valori che influiscono sulle preferenze soggettive circa gli
interessi generali da perseguire e che costituiscono elemento di riferimento
indispensabile sia per le delimitazioni che per le successive valutazioni.
La delimitazione dello spazio, o degli spazi, dipende dalla
natura degli interessi che si intende perseguire e dal livello di potenza
disponibile, che peraltro può variare nel tempo; con essa vengono anche
definiti gli attori da prendere in considerazione. Esistono zone di interesse,
d’influenza e d’azione, che sono di solito rappresentate con cerchi
concentrici, ma che nella realtà si distribuiscono a ‘chiazze di leopardo’ - in
modo diverso, ad esempio, per gli interessi economici e per quelli relativi
alla sicurezza. Lo stesso avviene per la potenza disponibile, che subisce un
fenomeno di attenuazione differenziata con l’aumentare della distanza, in modo
comunque dipendente dalla tecnologia disponibile.
La nuova geo-politica tiene quindi conto degli spazi e dei
flussi e si traduce nella capacità di ‘pensare lo spazio’. La fine del mondo
bipolare, rimettendo in gioco gli assetti precedenti di potere, la divisione internazionale
del lavoro e la gerarchia delle potenze, ha dato il via a una nuova
competizione per il dominio dello spazio e per la sua organizzazione, di cui si
deve tenere conto per essere attori e non solo spettatori della storia e dei
destini propri e del mondo.
IL FUTURO DELLA GEO-POLITICA: SPUNTI OPERATIVI,
EPISTEMOLOGICI E METODOLOGICI
Secondo, perché la ricchezza non dipende, come nel passato,
da dimensioni ‘orizzontali’, quali l’estensione del territorio o il possesso di
risorse naturali, ma dalla dimensione ‘verticale’ della produttività e della
tecnologia.
Terzo, perché sono aumentate la globalizzazione dei problemi
e la conseguente interdipendenza fra i vari fattori che agiscono sulla scena
politica internazionale. Cosa che non è solo fattore di collaborazione, ma
anche di competizione, data la maggiore sovrapposizione degli interessi degli
attori in gioco. Risulta pertanto accentuata l’importanza del pensiero globale,
nel senso sostenuto da Wallerstein per le scienze sociali e da Humboldt e da
Ritter in campo geografico.
Questa situazione implica un ripensamento integrale degli
stessi fondamenti epistemologici e metodologici della geo-politica, intesa come
disciplina che studia le premesse e i condizionamenti geografici dell’azione
politica. Essa deve evitare di far riferimento a delimitazioni dello spazio del
tutto anacronistiche e quindi irrilevanti per i problemi concreti che si
debbono affrontare in campo politico, strategico, economico, etc.
Tale esplicitazione delle proprie basi concettuali e
metodologiche costituisce il presupposto indispensabile per ridare alla
disciplina la rilevanza che ha avuto un tempo per la definizione degli
obiettivi e delle politiche anche delle medie potenze regionali. Questi
obiettivi e politiche, per esser tali, devono essere commisurati al livello di
potenza posseduto da ciascun attore ed essere elaborati tenendo conto dei
condizionamenti naturali, del comportamento dei possibili competitori, nonché
delle convergenze e alleanze con altri attori che abbiano i medesimi interessi.
Ciascuno di essi ha evidentemente un proprio specifico ‘senso dello spazio’, in
relazione alla propria storia, cultura, percezioni e interessi anche di
politica interna. Mai come nel mondo postbipolare i rapporti sia conflittuali
che cooperativi sono diversi dalla ‘somma zero’, dato che, fra l’altro, ciascun
attore possiede una propria spazialità, differente da quella degli altri.
Da quanto precede, la geo-politica può essere allora
definita come la teoria dell’azione governale nello spazio politico, dove per
spazio politico s’intende la sovrapposizione e la combinazione di diversi spazi
(economico, demografico, strategico, giuridico, ideologico, etc.), in cui opera una pluralità di
attori che perseguono ciascuno finalità proprie, in presenza o in assenza di
regole del gioco comuni (ad esempio: diritto del mare, accordi GATT, etc.) e quindi secondo relazioni di
forza più che di diritto. La nuova geo-politica è caratterizzata da una
spiccata multidisciplinarità. Lo spazio, o meglio, gli spazi (anche non territoriali)
costituiscono il quadro di riferimento e rappresentano l’ambiente, il teatro e
la posta in gioco dell’azione politica. Non si tratta quindi né di una scienza,
né di una disciplina ben caratterizzata. Si tratta piuttosto, come nel caso
della politica e della strategia, di un centro di attrazione e di
catalizzazione di campi disciplinari diversi, aventi tutti un proprio spazio,
più o meno ampio a seconda della loro natura; questi si sovrappongono e si
compongono nello spazio considerato d’interesse per l’azione politica: lo
spazio demografico non coincide, ad esempio, con quello economico, né questo
con quello militare.
Gli spazi a cui si fa riferimento non sono né spazi reali,
né tanto meno spazi naturali, ma spazi di concettualizzazione, la cui dimensione
è determinata dagli interessi e quindi dal livello di potenza posseduto, cioè
dalla capacità di esercitare un dominio e d’influire sulla realtà. Gli spazi
della Germania sono ad esempio differenti da quelli dell’Italia, anche se in
parte gli uni sono sovrapposti agli altri. Talvolta possono comportare una
coincidenza di interessi, come nel settore della sicurezza; talaltra, una loro
competizione, specie nel settore economico. La geografia che interessa non è
tanto quella fisica, come scienza dei luoghi, quanto quella umana: non però la “geografia
dell’uomo abitore, propria del passato, quando predominavano l’agricoltura e il
possesso delle materie prime, quanto quella “dell’uomo-politico” e “dell’uomo-produttore”,
propria della società industriale avanzata. La tecnologia ha liberato in gran
parte l’attività umana dai condizionamenti della natura, in modo evidentemente
differenziato a seconda del settore considerato: meno per quanto riguarda la
politica e anche la sicurezza, in misura maggiore per quanto concerne l’economia,
la tecnologia o l’informazione.
Con la fine del mondo bipolare e con l’impraticabilità di un
‘ordine’ imperiale unipolare, hanno perso di significato rappresentazioni di
tipo planetario, come quelle di MacKinder o Spykman. Il globalismo sta
acquistando significato in altri settori, come quello economico o quello della
contrapposizione fra sviluppo e sottosviluppo - che ha spostato la competizione
mondiale dai paralleli ai meridiani - o, ancora, come quello dei problemi
ecologici globali. Le dimensioni aerospaziali o quelle dell’informazione si sovrappongono
e hanno diminuito l’importanza della tradizionale contrapposizione fra terra e
mare.
Tratteggiati gli aspetti epistemologici della geo-politica,
i principali problemi metodologici da affrontare sembrano essere tre. Primo:
gli spazi e quindi gli attori interni ed esterni da considerare. Secondo: i
fattori da prendere in considerazione. Terzo: le interconnessioni fra i vari
fattori e attori, in modo da pervenire a elaborazioni sintetiche, che
riguardino la definizione degli interessi e delle politiche, comprese le
possibili alleanze da attivare o le resistenze (minacce) da superare. Con
questo metodo appare possibile una concettualizzazione operativa dello spazio e
dei dati statistici a esso collegati. Questi, per quanto detto in precedenza,
possono essere integrati in una visione d’insieme solo per il tramite di teorie
e di modelli da cui scaturiscono a loro volta le opzioni politiche, in termini di
definizione d’interessi, di obiettivi e di strategie per conseguirli, nonché la
loro valutazione comparativa.
Per quanto riguarda il primo punto, cioè la delimitazione,
sono da considerarsi superate le dottrine basate prevalentemente su dati
naturali, come avveniva in passato nella definizione delle regioni geografiche.
Esse conservano solo un valore classificatorio ai fini della raccolta ordinata
dei dati statistici. Non solo la geografia ‘volontaria’ e la tecnologia hanno
modificato profondamente l’impatto della natura sull’azione umana, ma anche, e
soprattutto, molti degli attuali fattori di potenza e condizioni di
vulnerabilità (ad esempio, nel campo finanziario o delle informazioni)
prescindono completamente da ogni condizionamento naturale. Questo non
significa che vada necessariamente e sempre considerato lo spazio globale,
anche se, considerando spazi più ristretti, occorrerà generalmente valutare l’influsso
che essi ricevono dall’ambiente esterno. La regione geo-politicamente rilevante
è quella su cui si può influire, cioè esercitare un’azione: quindi, un potere e
un dominio.
Quando si parla di zone d’interesse, d’influenza e d’azione
di una media potenza regionale, si fa riferimento a questa realtà. Spesso
vengono considerati tre spazi d’interesse: uno locale, a dominio prevalente, se
non esclusivo, di tale media potenza; uno regionale, in cui l’intensità dei
suoi interessi e del suo livello di potenza rimane elevata per la breve
distanza, a cui corrisponde di solito, ma non necessariamente, una maggiore
densità e importanza d’interessi, di rapporti e di possibilità d’azione; uno
mondiale, in cui le capacità di dominio e la stessa libertà d’azione della
media potenza possono limitarsi al compito di evitare che i suoi interessi
vengano lesi in modo grave dall’azione delle superpotenze o di altre potenze
regionali (di regioni diverse), ovvero in cui la sua influenza e azione possono
esercitarsi nell’ambito di istituzioni e organizzazioni multinazionali o internazionali
a cui essa partecipa. Le delimitazioni regionali variano poi a seconda del
settore considerato (sicurezza: NATO e CSCE; economia: CEE, etc.).
La considerazione delle interazioni fra i vari settori in
vista di una sintesi operativa costituisce la terza e ultima parte del processo
metodologico qui tratteggiato (ad esempio, l’elaborazione di una politica
globale di sicurezza militare, economica, energetica, etc.). Essa consiste nell’individuazione e nella valutazione delle
decisioni possibili e nella scelta fra esse di quella considerata preferibile.
È la parte più creativa e richiede la formulazione di teorie e modelli che
consentano anzitutto di concettualizzare i dati disponibili ai fini della
definizione della politica in esame, e poi di valutare le interferenze, di
effettuare analisi di sensitività, d’individuare le opzioni possibili e di
valutarle in senso assoluto e relativo, nelle loro prevedibili conseguenze e
nella loro maggiore o minore rispondenza alle diverse finalità. Le tecniche
metodologiche che sembrano più idonee a tale scopo sono quelle dell’impatto
incrociato’. Esse consentono di superare i singoli orizzonti disciplinari, di
gerarchizzare i fattori considerati e di rendere trasparenti le sintesi, che
saranno sempre caratterizzate da un alto grado di soggettività e di creatività.
Solo con queste premesse epistemologiche e metodologiche la geo-politica, nelle
nuove realtà del sistema internazionale, può costituire un ponte fra le scienze
geografiche e le loro applicazioni politiche, strategiche ed economiche. Nelle
nuove condizioni del mondo è indispensabile che i responsabili dello stato
acquisiscano una ragionevole consapevolezza geografica e la capacità di ‘pensare
lo spazio’ tenendo conto delle nuove condizioni determinate dal progresso
tecnologico e dalla destrutturazione del sistema bipolare. Rimettendo in
discussione i confini e il rango dei vari attori che agiscono in campo internazionale
si è anche rimessa in moto la competizione per il dominio dello spazio e per la
sua organizzazione. Comincia così una nuova era per la geo-politica (di cui
parleremo nel capitolo “geografia dell’intangibile”).
LA GEO-POLITICA NON
ESISTE
In questo breve paragrafetto conclusivo, meramente
speculativo, avanzerò la piccola proposta di ridefinizione teorica della
disciplina, partendo dal presupposto che la “geografia politica” (o
“geo-politica”) non esiste. Almeno, non esiste in natura, ma solo in
letteratura, all’interno della quale essa non costituisce una scienza autonoma
ma semplicemente un approccio metodologico. Ne consegue che essa ha un valore
solo in relazione alla storia del pensiero storico-politico e geografico,
includendovi anche le metodologie di analisi, di valutazione, di sintesi e di
rappresentazione via via utilizzate in queste due discipline. Per questo, e per
altri motivi che chiarirò più avanti, tendo a concepire la disciplina in ottica
puramente storica. Parlerei pertanto (e, a mio avviso, più correttamente) di
storia e storiografia “politica interstatale” o “transnazionale” o
“diplomatica” o “delle relazioni internazionali” per distinguere la
storiografia che si occupa del rapporto tra gli stati o nazioni da una
storiografia “politica nazionale” che, evenemenzialmente, si occupa degli
eventi interni a un singolo stato.
Come già nel 1941 riconosceva K. Wowinckel, l’editore
della “Zeitschrift für Geopolitik”, la geopolitik come
scienza non esiste. E ciò per lo stesso motivo, già espresso nel 1929 da K. Wittfogel,
secondo il quale il difetto costituzionale delle teorie geo-politiche
consisteva nel non tener appunto conto del fatto che gli elementi geografici
non operano direttamente sulla sfera della vita politica, bensì attraverso
articolazioni mediane (o intermedie che dir si voglia), vale a dire
intervenendo come condizioni materiali o forze produttive nei procedimenti storici.
Sull’incertezza della sua natura influisce l’inflazione
semantica di cui essa è oggetto e che a sua volta deriva dall’incertezza e
imprevedibilità della turbolenta fase di transizione che il mondo sta
attraversando, dalle nuove gerarchie di potenza, dalle modifiche che sta
subendo la divisione internazionale del lavoro e della ricchezza, nonché dall’incessante,
rapida evoluzione delle tecnologie militari e di quelle per la produzione di
ricchezza.
GEO(GRAFIA)POLITICA
la geo-politica tra geografia e politica
POLITICA, CITTADINANZA E RAPPRESENTANZA
cittadinanza ed
elezioni
Il concetto moderno di cittadinanza si sviluppa
parallelamente alla creazione dello Stato. Secondo Marshall (1950), il concetto
moderno di cittadinanza è composto da tre aspetti, ognuno dei quali implica
forme differenti di diritti: civili, politici e sociali. Storicamente, lo
sviluppo di queste diverse forme di diritti segue l’evoluzione dello Stato
inglese, dalla forma liberale, passando per quella liberaldemocratica, fino ad
arrivare al welfare state
socialdemocratico. Tuttavia, sarebbe un errore dare per scontato che la nascita
dello Stato moderno implichi l’attribuzione ai residenti sul suo territorio dei
pieni diritti di cittadinanza in maniera uniforme. La dimensione dei diritti
civili è connessa alla dottrina liberale della protezione della libertà
individuale. Per il liberalismo, lo Stato dovrebbe avere poteri abbastanza
limitati da non restringere in alcun modo le libertà individuali, ma abbastanza
efficaci da garantire queste libertà e proteggerle da altre minacce. La
dimensione dei diritti politici, riguarda il diritto di prendere parte al
governo della società, sia direttamente, che indirettamente (elezione dei
rappresentati). La dimensione dei diritti sociali implica il riconoscimento, da
parte dello Stato, del diritto dei cittadini ad un certo livello di benessere
economico e sociale (istituzione di vari servizi all’interno del welfare state).
È importante considerare questi aspetti della cittadinanza
come oggetto di conflitti e di strategie politiche e sociali e chiarirne gli
obiettivi. L’estensione della cittadinanza nelle varie fasi non è stata
garantita dallo Stato senza un’esplicita pressione per l’ampliamento dei
diritti espressa dai diversi gruppi sociali, e senza che si verificassero degli
scontri per ottenerlo; del resto, una volta istituite determinate forme di
cittadinanza, queste potevano essere utilizzate come risorse con le quali
lottare per ottenerne altre. Inoltre, c’è un “discorso” sulla cittadinanza, che
viene utilizzato e prodotto dai partecipanti alle battaglie politiche. Lo Stato
cerca di definire in modo discorsi chi è un cittadino e chi non lo è,
insistendo sul fatto che, per chi lo è, la cittadinanza è universale. Per
contrasto, chi si batte per questi diritti usa lo stesso discorso sulla
cittadinanza, lamentando però il fatto che, in realtà, alcuni gruppi vengono
esclusi dai suoi benefici. Sia il significato, che le pratiche della
cittadinanza sono mutevoli e discutibili.
gli spazi della
cittadinanza
I geografi sono stati i più attivi nel tentativo di
contestualizzare le diverse concezioni della cittadinanza, con lo scopo di
concentrarsi sui meccanismi attraverso i quali alcuni individui vengono esclusi
dall’ottenere o dall’esercitare la propria cittadinanza. Il loro lavoro ha
messo in evidenza il fatto che, il concetto di cittadinanza implica un continuo
processo di separazione tra cittadini e non cittadini. Per concettualizzare
quest’idea, si può parlare di limiti formali e limiti informali alla
cittadinanza. I limiti formali si riferiscono all’estensione legale della
cittadinanza, secondo quanto viene definito in una costituzione. Nello stesso
tempo, però, ci sono pratiche e meccanismi informali, che servono ad escludere
determinati individui o gruppi dall’esercizio dei propri diritti di cittadini.
Analogamente, possiamo distinguere tra cittadinanza de jure (secondo la legge)
e cittadinanza de facto (in pratica). Questa condizione evidenzia il fatto che,
anche se un individuo viene riconosciuto come cittadino secondo dei parametri
legali, ci possono essere delle barriere sociali, che impediscono a questa
persona di prendere parte attivamente alla vita civile; tuttavia, può avvenire
anche l’opposto. Queste definizioni non sono fisse nel tempo o nello spazio, ma
rappresentano strumenti attraverso i quali le rivendicazioni di cittadinanza
dei singoli soggetti possono venire interpretate in casi specifici.
L’assegnazione di una cittadinanza di de jure o de facto non
è politicamente neutrale. L’esclusione di alcuni individui dall’esercizio dei
propri diritti e delle proprie responsabilità come cittadini viene determinata
da caratteristiche come il genere, la classe sociale, le origini etniche, il
credo religioso, l’età, la disabilità, la sessualità ed il luogo di nascita.
Analizzare il significato di tratti identitari così connotati e mutevoli ha
richiesto un paziente sforzo intellettuale. In prima linea in questo tipo di
studi, le autrici femministe hanno criticato l’esclusione delle donne dalla
cittadinanza, sia de facto, che de jure. Questi studi hanno quindi suggerito
che il cittadino viene definito in quanto maschio. Al posto di questa
concezione, le studiose femministe hanno dato voce a teorizzazioni più
connotate e parziali delle dinamiche tra cittadinanza e genere. Di qui si è
evidenziata la natura patriarcale della società capitalista occidentale, una
struttura che discrimina le donne attraverso l’esclusione dalle posizioni di
potere, la disuguaglianza dei salari e lo scarso interessi verso le tematiche
femminili nella definizione delle politiche. Tuttavia, tra le studiose
femministe c’è poco accordo su come provare a cambiare questo dato di fatto.
A partite dagli anni Ottanta, un certo numero di geografe
femministe si sono spostate dall’interesse specifico per le relazioni di
genere, verso una considerazione più ampia delle esclusioni sociali di quanti
deviano dalla visione teorica dominante di cittadinanza. L’esempio dell’esclusione
delle persone sorde evidenzia la complessità delle geografie della
cittadinanza. Da un lato, l’esclusione de facto dei non udenti dalla
cittadinanza britannica, sulla base del fatto che le loro carenze uditive
impediscono l’impegno nei dibattiti pubblici. Dall’altro, la loro cultura
linguistica condivisa (BSL) contribuisce a creare nuovi spazi di cittadinanza,
che operano sua su scala locale, che globale. Questo riporta alle osservazioni
di Isin, secondo il quale l’atto di esclusione non è una semplice negazione, ma
potrebbe diventare costitutivo di nuove forme di cittadinanza, che agiscono in
spazi pubblici alternativi.
Può essere vero, però, anche il contrario. Ovvero che degli
individui, o dei gruppi, svolgano un ruolo attivo nella vita politica e civile,
senza che ad essi vengano riconosciuti i benefici legali e le protezioni dovute
alla cittadinanza. I lavoratori immigrati vengono spesso citati come esempio
fondamentale di questo tipo di esclusione, nel momento in cui il loro lavoro
rappresenta un elemento di grande valore per il funzionamento efficiente dello
Stato, senza che ad essi vengano estesi i pieni diritti di cittadinanza. Ci
sono due aspetti fondamentali da affrontare. Il primo è che i mezzi di
comunicazione e la politica parlano spesso di queste esclusioni in termini
economici, descrivendo le restrizioni nei confronti dei migranti come
necessarie a difendere gli interessi economici dello Stato. Gli studi
geografici politici e culturali hanno però sottolineato come queste esclusioni
siano in realtà strettamente connesse alla difesa della mitica omogeneità
culturale di ciascuno Stato; sono i confini dello Stato ad operare come
strumenti che definiscono l’esclusione, chi è nato all’interno dei confini di
un territorio, viene garantita la cittadinanza de jure, mentre chi proviene da
fuori è spesso soggetto ad un’esclusione dai diritti di cittadinanza. Il
secondo aspetto, è che la cittadinanza degli immigrati genera tensioni nella
nostra visione della cittadinanza come inclusione, o esclusione, da un certo
Stato. I lavoratori migranti spesso mantengono legami sociali e politici con i
propri paesi d’origine, creando istituzioni politiche che travalicano i confini
degli stati. Non si sta suggerendo che i legami transazionali rappresentino un’alternativa
adeguata all’estensione dei diritti dei lavoratori migranti in un paese ospite,
ma che le migrazioni creano nuove reti spaziali di responsabilità e appartenenza,
che vanno al di là del binomio Stato–cittadino.
cittadinanza
insorgente
Un’azione radicale di cittadinanza è la “cittadinanza
insorgente”. Si tratta di una forma di cittadinanza che agisce con un’opposizione
violenta all’autorità costituita e che cerca di ostacolare l’azione dello
Stato. Questo no vuole significare che gli obiettivi di queste forme di azione
politica siano necessariamente in contrapposizione a quelli sanciti dalla
costituzione di ogni singolo Stato, ma piuttosto che essi nascono da uno
scetticismo radicale nei confronti della capacità dello Stato di assolvere
questi doveri. La cittadinanza insorgente, quindi si fonda sull’azione diretta,
come mezzo per reclamare i diritti di cittadinanza, in un contesto in cui la
distinzione tra legalità e illegalità viene sospesa e sostituita da discorsi di
diritti umani e giustizia sociale. Bisogna però fare molta attenzione nel
giudicare gli spazi e le posizioni di chi partecipa alle cittadinanze
insorgenti. I mezzi di comunicazione principali descrivono spesso questi
movimenti come indicativi di un’azione civile “non autentica”, in contrasto con
quella “autentica” che si sviluppa attraverso i canali formali della politica.
La realtà empirica, però, non sostiene una distinzione così rigida. Gli attivisti
cercano di utilizzare i canali formali per dare voce alle proprie
preoccupazioni, ma questi sono stati percepiti come inefficaci. Per capire la
relazione tra la cittadinanza insorgente e la massa, bisogna rivedere le nostre
concezioni di trasformazione politica. In particolare, è necessario guardare al
di là dell’idea di riforme fondata sullo Stato o dei modelli tradizionali di
democrazia liberale.
Chatterton si occupa di come si possano creare visioni del
cambiamento politico condivise tra i gruppi di protesta e gli individui
coinvolti direttamente dalle loro azioni. Lui evidenzia la perdita di fiducia
nei confronti dei canali formali e la conseguente necessità di inventare nuovi
spazi per la partecipazione politica informale. Alla base delle conclusioni di
Chatterton emerge l’ansia dovuta al fatto che la posizione dei manifestanti e
quella della gente comune appaiono in rigida contrapposizione. Chatterton
suggerisce che il dualismo tra attivisti e non attivisti può essere superato,
mettendo in evidenza la natura ibrida e negoziata socialmente delle due
posizioni; questo processo si concentra su nuove scale nuovi luoghi dell’azione
politica. Egli sottolinea il fertile terreno comune che si può sviluppare per
mezzo della micro-politica della vita quotidiana e delle relazioni sociali.
Questa visione del cambiamento democratico è evidentemente diversa dalle
concezioni convenzionali della governance
democratica pluralistica, per le quali i cambiamenti di direzione delle
politiche dello Stato avvengono per mezzo della competizione tra partiti che si
contendono il voto popolare. In questo caso, Chatterton si rifà alla concezione
di democrazia più radicale, definita “pluralismo antagonista”, basata su un
invocato concetto di società civile globale, azione collettiva e messa in
discussione dello Stato e del potere corporativo.
Questa discussione sulla “cittadinanza emergente” scompiglia
per due motivi la nostra concezione di cittadinanza come relazione tra un
individuo e lo Stato. In primo luogo, si auspica lo sviluppo di una concezione
di etica collettiva che non si fonda su una riforma dello Stato. Secondo, le
lotte contro questioni globali richiedono nuove forme di solidarietà, che si
estendono al di là dei confini dello Stato.
la governance
La governance indica
una tipologia di governo fluida ed inclusiva, che tiene conto delle istante
provenienti dal basso e che mobilità contemporaneamente diversi attori. Essi
possono essere pubblici, si parla di governance
multi-livello, per indicare la presenza di istituzioni di diversa scala
territoriale nella gestione di alcuni settori, oppure privati, in accordo con
il principio di sussidiarietà e la promozione di approcci dal basso e di
partenariato pubblico-privato nella definizione e nell’applicazione delle
politiche pubbliche. Rhodes individua sei modi diversi di intendere la governance: 1) minimal state: una ridefinizione della presenza dello Stato nell’erogazione
di servizi e nella vita dei cittadini; 2) corporate
governance: in generale, il sistema che gestisce e controlla le
istituzioni, pubbliche e private; 3) new
public management: un modo nuovo di concepire il settore pubblico,
avvicinandolo alle regole del mercato e del settore privato; 4) good governance: come buon sistema di
governo, secondo parametri indicati dalle grandi organizzazioni internazionali;
5) sistema socio-cibernetico: un sistema socio–politico risultante dalll’intervento
integrato di tutti gli attori che partecipano al sistema stesso; 6) Rete auto-organizzata
di istituzioni e di soggetti pubblici e privati che, a diversi livelli,
prendono parte al governo di un territorio e di una società.
I cinque principi che stanno alla base della buona governance sono: apertura,
partecipazione, responsabilità, efficacia, coerenza.
la cittadinanza
cosmopolita
La cittadinanza viene spesso definita come appartenenza ad
una comunità politica e lo Stato è considerato da sempre la forma principale di
comunità politica. Questa concezione è ora messa in discussione.
Il criticismo si concentra su un problema che viene
percepito come centrale nella governance
internazionale contemporanea. Mentre la cittadinanza ha una scala statale,
molti dei temi politici più rilevanti oggi trascendono i confini nazionali. Si
pensa che la democrazia stia fallendo a causa del suo essere fondata sullo
Stato. Definita “deficit democratico”, questa critica si basa sul fallimento
del sistema degli stati nel permettere ai cittadini di essere attivi
politicamente su scala internazionale.
La cittadinanza transazionale si può analizzare mettendo in
evidenza due concetti, attraverso i quali si potrebbe agire per ridurre il
deficit democratico: una società civile globale ed una democrazia cosmopolita.
Entrambi i concetti si fondano su pratiche politiche ed istituzioni già
esistenti, al fine di indagare meccanismi alternativi di partecipazione nella
sfera internazionale.
Il concetto di società civile indica dei raggruppamenti
sociali che non agiscono né all’interno dello Stato (processo formale di
governo), né del mercato (per il profitto). Ma il concetto di società civile è
soggetto a numerose contestazioni. Da un punto di vista storico, la definizione
è nata dal vocabolario dei filosofi politici, quando si sono occupati di come
le persone possano soddisfare bisogni individuali raggiungendo, nello stesso
tempo, obiettivi comuni. Il rinnovato interesse politico ed accademico per la
società civile negli anni Novanta, può essere ricondotto alla caduta del
comunismo nell’Europa centrale e orientale, nel 1989. La capacità di gruppi pro
- democrazia, nel definire le istituzioni degli stati dell’Europa centrale e
orientale, è stata dipinta come una vittoria della “società civile”. La
crescita dell’interesse nei confronti del concetto di società civile ha portato
anche ad un profondo ripensamento della sua stessa definizione. Alcuni autori
hanno cominciato ad analizzare cosa significhi parlare di società civile in un
epoca di interconnessioni crescenti e flussi transazionali, con i relativi
dubbi sulla supremazia dello Stato.
Definito per primi da autori come Kaldor e Keane, il
concetto di società civile globale si focalizza sull’istituzione e la difesa di
norme e diritti comuni a tutta l’umanità. L’idea di società civile, quindi,
concentra l’attenzione sulla comparsa di una coscienza globale comune, in un’epoca
di presunta globalizzazione. I miglioramenti nella tecnologia e nei trasporti
hanno permesso ad organizzazioni e movimenti molto distanti di unirsi, su
tematiche comuni (proteste ambientaliste, movimenti pacifisti). Nel giudicare
in modo critico l’azione della società civile globale, bisogna riportare nella
nostra analisi la geografia, individuando tre aree di analisi spaziale.
Primo, le azioni dei movimenti di protesta globale sono
dirette verso le politiche di determinati Stati (movimento per la liberazione
del Tibet). Secondo, le azioni di resistenza sono disomogenee nello spazio: chi
possiede tempo sufficiente e risorse tecnologiche si trova nella posizione
migliore per essere coinvolto e stabilire le priorità. I movimenti globali sono
radicati in determinate geografie che spesso rispecchiano le geografie del
potere (gli uffici di Amnesty International sono localizzati in prossimità dei
centri di potere).
In contrasto con la nozione di società civile globale, i
teorici della cittadinanza cosmopolitica ricercano un modello più formale di
partecipazione politica, strutturato intorno al concetto di cittadinanza
globale. I teorici della democrazia cosmopolitica sostengono che l’aumento del
numero degli stati democratici nel mondo abbia poca importanza per la
democratizzazione dell’ordine mondiale. L’importanza crescente, alla scala
globale, delle preoccupazione per l’ambiente, l’economia e i diritti umani, ha
portato a richiede che si dia voce alla cittadinanza globale, nella definizione
delle pratiche delle organizzazioni internazionali. Tuttavia, ci sono motivi
sia logici che geografici per i quali un ordine democratico globale sarebbe
molto difficile da istituire. In termini logistici, la prospettiva di una
singola istituzione, che abbia la capacità di organizzare delle elezioni
globali, solleva molti dubbi. In termini geografici, l’idea di istituire un
governo liberaldemocratico che agisca al di sopra del livello dello Stato,
richiederebbe il consenso del sistema di stati esistente. L’ordine
internazionale attuale è costituito in favore degli stati più potenti. Non si
può creare dal nulla un ordine politico cosmopolita, c’è bisogno di lavorare al
sistema attuale, fondato su un potere distribuito in modo diseguale, e di
superarlo. Possiamo, tuttavia, osservare alcuni esempi di democrazia
cosmopolita. Ad esempio, l’Ue è pensata come un forma di organizzazione
politica democratica, al di sopra del livello degli stati nazionali. L’europeizzazione
progressiva ha portato nuove forme democratiche, con alcuni aspetti della
sovranità statale ceduti al livello di governo europeo, mentre lo Stato rimane
il luogo centrale del potere politico. Questo ha portato i geografi politici ad
evidenziare la nascita, in Europa, di una cittadinanza multilivello, con i
cittadini sottoposti a diversi livelli di autorità politica contemporaneamente.
geografie elettorali
La geografia elettorale è una sotto-disciplina della
geografia politica, che analizza la pratica e l’organizzazione delle
competizioni elettorali. In genere, tutte le elezioni prevedono un voto
popolare, nel quale una parte della cittadinanza esprime la propria preferenza
riguardo alla rappresentazione politica (governance
democratica pluralista).
Le elezioni politiche in uno Stato offrono agli studiosi la
possibilità di osservare e tracciare gli orientamenti politici di una certa
popolazione. Il fatto ancora più importante è che il sistema di voto è di
solito costruito su unità territoriali, la cui distribuzione e struttura può
giocare un ruolo significativo nei risultati delle elezioni.
Ecco alcune ricerche che si occupano degli aspetti spaziali
delle elezioni. Per il geografo francese Siegfried, la geografia fisica,
economica e culturale dei distretti è vista come un’importante cornice
strutturale, in grado di definire le priorità politiche degli elettori. Gli
sono state mosse alcune critiche, innanzitutto i critici dubitano che lo
spettro degli orientamenti politici si possa ridurre al semplice dualismo tra
destra e sinistra. Spesso gli individui possono avere punti di vista
apparentemente contraddittori su diversi temi politici e il modello di
Siegfried non prende in considerazione quest’ipotesi. La seconda critica
riguarda il fatto che le sue conclusioni sembrano sostenere un determinismo
ambientale, ovvero il fatto che sia l’ambiente di vita a condizionare le
attitudini politiche.
Dopo le ricerche di Siegfried, la geografia politica del XX
secolo ha seguito lo stesso percorso di tutta la geografia, che possiamo
suddividere in due tendenze. Nella prima, c’è stato un passaggio dalla ricerca
di grandi spiegazioni generali delle tendenze di voto verso un approccio più
empirico e basato sulla ricerca sul campo, che cercava di misurare il
comportamento degli elettori. I geografici della seconda tendenza hanno invece
spostato la propria attenzione sull’analisi delle geografie della
rappresentanza, analizzando il modo in cui l’organizzazione spaziale delle
elezioni può servire a influenzarne i risultati.
Il comportamento degli
elettori
Un primo tentativo di teorizzare in termini quantitativi le
tendenze di voto venne fatta con “l’effetto vicinato” una cornice esplicativa
del comportamento degli elettori. I critici dell’approccio positivista della
geografia elettorale ritengono che ad essa manchi un collegamento con la teoria
sociale e, di conseguenza, sia incapace di contribuire alla comprensione delle
dinamiche politiche spaziali delle elezioni (contro l’empirismo rampante).
Negli ultimi anni gli studi sul comportamento di voto hanno
diversificato i propri fondamenti teorici, utilizzando una gamma variegata di
metodologie qualitative. Essi hanno contribuito a migliorare la comprensione
dell’interazione tra le dinamiche spaziali ed i comportamenti di voto,
collegando, in modo più sottile, i concetti di territorio e human agency. Molta
attenzione è stata per esempio posta sul territorio, visto come costruito
socialmente, concentrandosi quindi sul ruolo svolto dagli attori (human agents)
nel continuo processo di produzione di territorio. Il lavoro del geografo
politico Agnew ha avuto un’importante influenza nello sviluppo di concetti
teorici più sofisticati, relativi ai comportamenti di voto. Agnew sostiene che
il contesto sia importante soprattutto nel momento in cui il territorio, a
diverse scale geografiche, viene utilizzato come strategia retorica, da parte
dei partiti, come culla per i processi di influenza dei comportamenti e come
elemento della geografia politica delle scelte elettorali. Quest’analisi sui
comportamenti di voto è quindi servita ad arricchire la nostra capacità di
comprendere la specificità storica dei modelli di voto, mettendo in relazione
le variazioni nel sostegno ai partiti con le trasformazioni economiche e
sociali che avvengono a diverse scale geografiche. Alcune critiche a questo
approccio possono essere fatte in relazione al fatto che esso rispecchia un
residuo attaccamento ai dati dei modelli statistici, necessariamente
discontinui, ma non riesce ad essere coerente con l’insieme degli studi socio-culturali,
che hanno messo in luce l’interrelazione e la costruzione sociale di etichette
identitarie. L’interpretazione degli specifici contesti storici può contribuire
ad animare le interrelazioni tra le diverse posizioni riguardo a quest’argomento,
ma per capire i loro effetti politici più in dettaglio, è necessario un
approccio maggiormente qualitativo nei confronti degli attori coinvolti. In
questo caso, la geografia politica può avviare un rapporto produttivo con l’antropologia
politica. L’approccio etnografico permette di sottolineare l’importanza delle testimonianze,
individuali e collettive, nel far emergere i molteplici fattori economici,
sociali e culturali che determinano l’appartenenza politica.
geografie della
rappresentanza
Gli aspetti spaziali delle elezioni hanno rappresentato un
interesse di primaria importanza per i geografi. Ogni sistema elettorali
uninominale del mondo divide il proprio elettorato in collegi definiti su base
territoriale. I collegi vengono costituiti nel tempo e continuamente soggetti a
revisioni. Esattamente come la scelta del sistema elettorale può favorire certi
partiti rispetto ad altri, così anche il disegno dei collegi elettorali può
influenzare il risultato delle elezioni. Il disegno dei confini dei collegi
elettorali rappresenta quindi un tema di grande interesse per la geografia
elettorale. Le potenzialità in questo processo nell’influenzare l’esito delle
elezioni, vengono ben descritte dagli esempi del malapportioning (suddivisione
del territorio in collegi non equa) e del gerrymanderingeo-politica Il primo si
riferisce ad una disuguaglianza nella rappresentanza, dovuta alle differenze
nelle dimensioni dei collegi, ed è di particolare importanza quando i partiti
dominanti sono due (Usa). Johnston sostiene che il malapportionment si può
verificare per mezzo di volontà intenzionale, se un partito controlla il
processo di suddivisione in collegi, creando collegi più grandi dove il partito
oppositore è forte, oppure di un malapportionment strisciante, quando i
cambiamenti, intervenuti nel corso del tempo, nella suddivisione in distretti
fanno sì che ci siano collegi più piccoli, dove un partito è più forte. Il
gerrymandering si riferisce invece alla pratica di ridefinire l’estensione, o
la popolazione di un collegio, con il proposito di ottenere un vantaggio
elettorale. Questo espediente prende il nome da un Governatore americano del
XIX secolo, Gerry, che stabilì la ridefinizione dei confini delle contee per
ottenere un maggiore sostegno elettorale. Tuttavia, anche se il gerrymandering
è diventato un tema centrale per i geografici elettorali, dobbiamo suggerire
cautela. All’interno della geografia politica c’è una chiara tendenza a ridurre
le attitudini di voto alla preferenze espresse nel giorno delle elezioni. Anche
se questi sono dati che possono venire registrati, non possiamo mai assumere
che l’espressione del voto sia rappresentativa della visione politica, sottile
e spesso contraddittoria, degli individui. Viene utilizzato il termine
“fluidità partigiana” per richiamare l’attenzione sulla natura mutevole della
fedeltà degli elettori, sia nel tempo, sia in presenza di una ridefinizione dei
confini dei collegi elettorali. Questi processi, infatti, possono a loro volta
alterare le preferenze degli elettori, per il fatto che questi possono perdere
fiducia nei confronti dei partiti al potere, proprio a causa dei loro tentativi
di manipolare le geografie elettorali. Le preferenze politiche individuali non
sono fisse e immutabili, ma piuttosto espressione di un processo fluido di
identificazione, che si forma per mezzo di molteplici fattori sociali e
geografici.
la geografia
elettorale in Italia
Per tutta la Prima
Repubblica, appare evidente la presenza di due aree più o meno omogenee dal
punto di vista delle preferenze politiche, dominate dai due partiti principali
dell’epoca: il Nordest “bianco”,
caratterizzato da una netta maggioranza della Dc, ed il Centro “rosso”,
roccaforte del Pci.
Si tratta delle zone caratterizzate da un fitto tessuto di
piccole medie imprese e da una rete di piccole città che fungono da cardini dello
sviluppo economico territoriale, nelle quali svolgono un ruolo fondamentale le
realtà associative che fanno riferimento alla Chiesa, nel primo caso, ed al
movimento operaio ed alla sinistra, nel secondo. Il resto d’Italia vede invece
una tendenza elettorale molto più variegata, legata alle contingenze temporali
e alle specificità di ciascun territorio.
In seguito allo scandalo di Tangentopoli e alla fine della
Prima Repubblica, la geografia politica italiana si trova di fronte alla
“conquista” da parte della Lega Nord delle province nelle quali un tempo
dominava la Dc e alla nascita di Fi, movimento politico dalla struttura
aziendale, legato ai mezzi di comunicazione nazionali e con legami
apparentemente molto meno stretti con il territorio. Fi trova una propria “zona
azzurra”, paragonata ad un arcipelago, costituito da “isole” di concentrazione
del voto (Campania, Sicilia e alcune province del Nordovest).
Negli ultimi anni la geografia elettorale italiana si è
trovata a fronteggiare alcune evoluzioni politiche inedite. La prima è la
nascita di due partiti a vocazione maggioritaria (Pd e Pdl), che appaiono
sempre meno legati al contesto territoriale, anche se sembrano ricalcare la
geografia elettorale dei propri predecessori. La seconda è la progressiva avanzata
del fronte leghista nelle ex regioni “rosse”, con particolare evidenza nelle
province più settentrionali dell’Emilia Romagna e della Toscana. A questo si
possono aggiungere le concentrazioni geografiche delle presenze di alcuni
partiti minori, legate più alla presenza di leader locali, che a specifiche
caratteristiche territoriali.
conclusione
Si è imparato ad analizzare gli spazi della cittadinanza,
della democrazia e delle elezioni e mostrare il ruolo delle teorie socio-culturali
nell’aiutarci a comprendere meglio questi concetti. È stato fatto ripercorrendo
la natura delle teorie sulla cittadinanza e gli aspetti spaziali delle
elezioni. Il percorso ha dimostrato che è impossibile pensare alla pratica
politica al di fuori del contesto sociale e culturale. La politica viene
vissuta e, di conseguenza, esiste nello spazio.
POLITICA, GEOGRAFIA E CITTÀ
politiche urbane
Il tipo di città che si è sviluppato nell’Europa medievale
influenza maggiormente la nostra immagine di come dovrebbe essere una città.
Nel Medioevo la città svolgeva un ruolo di centro amministrativo, politico ed
economico per il suo retroterra rurale. I prodotti agricoli confluivano verso i
mercati cittadini dalle campagne circostanti, dove veniva prodotto più cibo di
quanto ne servisse per nutrire le famiglie di contadini, generando un surplus
che poteva venire utilizzato per sostenere la popolazione urbana non agricola.
La nascita delle città, quindi, è il prodotto di un cambiamento nella geografia
della produzione e del consumo.
Oggi quasi tutte le città sono collegate, dal punto di vista
economico, non al territorio che le circonda, ma a reti più ampie di commerci,
investimenti e flussi di lavoratori, che si estendono su spazi molto vasti, all’interno
e all’esterno dei confini nazionali. Le città fanno parte di un’articolata
gerarchia, politica e amministrativa, con gli stati nazionali che esercitano
una forte influenza, sia sulle politiche della città, che sigli aspetti più
minimi della vita urbana. Piuttosto che presentarsi come un sistema compatto,
con una comunità integrata ed organica, come nel Medioevo, oggi le città sono
enormi, tentacolari, sempre più frammentate (sia dal punto di vista spaziale,
che da quello sociale) diffuse sul territorio e variegate, tanto dal punto di vista
sociale, che culturale (urbanesimo diffuso). Nei paesi industrializzati, la
distinzione fra urbano e rurale sembra essere sempre più confusa e arbitraria.
Tutto ciò rende decisamente complicato definire le politiche urbane. Di
conseguenza, non bisogna considerare come politiche urbane tutte quelle che
hanno luogo in città. Le politiche urbane sono riferite alle politiche che
riguardano tematiche urbane e bisogna distinguerle da quello che è il governo
della città.
Un metodo per avvicinarsi alla ricerca di una definizione
potrebbe essere quello di considerare le relazioni tra le funzioni urbane e la
forma della città. Il geografo Harvey cerca di fissare delle basi concettuali
rigorose per definire la specificità delle politiche urbane. Lui stabilisce che
l’urbanizzazione dovrebbe venire vista come un processo, non come un oggetto,
e, come tale, necessariamente non ha limiti spaziali fissi, anche se si
manifesta spesso all’interno di un determinato territorio. Il punto di partenza
della sua analisi è il mercato del lavoro urbano, definito in termini di
estensione dei movimenti giornalieri dei pendolari. La diffusione dei mezzi di
trasporto motorizzati ha fatto sì che oggi sia possibile raggiungere
quotidianamente il luogo di lavoro da un’area che si estende ben al di là del
centro cittadino. Harvey sostiene che i datori di lavoro debbano adattarsi alla
disponibilità di forza lavoro all’interno dei limiti di ogni regione urbana.
Nel lungo periodo questi limiti non sono insormontabili grazie, ad esempio, lo
spostamento della produzione in un altro Stato. A breve termine, però, gli
imprenditori devono lavorare con la forza lavoro che hanno a portata di mano,
la cui qualità diventa quindi determinante. Formare i dipendenti costa, e
quindi, nel breve periodo, l’insieme delle qualifiche e capacità della forza
lavoro urbana rappresenta una limitazione. I lavoratori altamente qualificati
possono avere il potere di richiedere salari più alti, mentre i sindacati
possono riuscire ad aumentare le paghe di quelli meno qualificati, attraverso l’azione
collettiva. Il risultato, secondo Harvey, è un complesso insieme di lotte ed
alleanze tra gli imprenditori, caste urbane, i lavoratori e le loro famiglie.
Inoltre, la gran parte dei guadagni dei lavoratori viene spesa a livello locale.
Ciascun mercato del lavoro urbano, quindi, sostiene una specifica serie di
pratiche di consumo, che vengono determinate dalla distribuzione dei guadagni
tra i diversi gruppi sociali.
I limiti geografici,
soprattutto alla scala urbana, influenzano sia il lavoro, che il capitale, con
due risultati. Il primo è quello che Harvey definisce la tendenza alla
“coerenza strutturata” delle regioni urbane, che riflette il modello dell’insieme
di guadagni e consumi, rafforzato dalle infrastrutture fisiche e sociali della
città (fisiche: buoni trasporti pubblici; sociali: buoni asili d’infanzia). Il
secondo risultato è lo sviluppo di coalizioni di interessi sociali ed
economici, che nascono dai conflitti e dai compromessi sui salati, le pratiche
di consumo, la salvaguardia dei vantaggi competitivi e l’offerta di
infrastrutture fisiche e sociali. Nel modello della pure competizione non ci
sarebbe la necessità di alleanze politiche ma, nel mondo reale, influenzato
dalle condizioni geografiche, le politiche urbane sono inevitabili.
Questi processi non implicano il fatto che la città sia un
attore politico unico: le classi sociali e le altre alleanze mutano in
continuazione e l’insieme di limiti ed opportunità esistenti possono generare
pressioni contrastanti. L’effetto principale, però, è la creazione di una
regione urbana come spazio all’interno del quale possano emergere delle
politiche urbane relativamente autonome. Da un lato, questo significa che le
città sviluppano le proprie tradizioni politiche distintive ed interessi
politici localizzati. D’altra parte, però, il contenuto delle politiche della
città non può essere derivato direttamente da logiche economiche, ci sono
aspetti che sono al di fuori della logica dell’accumulazione.
Alcuni geografi politici, compreso Harvey, continuano il
discorso, cercando di capire come le differenze nelle pratiche politiche urbane
siano collegate ai processi di accumulazione del capitale. Altri, cercano
invece di approfondire la portata e gli obiettivi di quelle politiche urbane relativamente
autonome dalle dinamiche economiche.
urbanizzazione
contemporanea
Le agglomerazioni come San Paolo, Tokyo, Città del Messico,
assomigliano alle regioni urbane funzionali descritte da Harvey e rappresentano
anche una prova del passaggio dalle città come luoghi ben distinti ad una più
generale urbanizzazione.
L’ammontare della popolazione non è il solo parametro di
misura dell’importanza delle singole aree urbane. Taylor attribuisce più
importanza alle funzioni delle città e ai collegamenti tra esse. Secondo lui,
le città sono state plasmate nel tempo dai cambiamenti nel loro ruolo nel
contesto internazionale. In questo tipo di approccio, i processi di
globalizzazione sono fondamentali in ogni tentativo di comprendere le città e
le loro politiche. Nello specifico, l’approccio di Taylor tiene conto della
“capacità globale” delle città, definita dai servizi offerti al suo interno, in
particolare quelli del settore economico e finanziario. La graduatoria
rispecchia la concentrazione di imprese che offrono questi servizi in ciascuna
delle città considerate. Quest’approccio è utile a mettere il luce le funzioni
e il ruolo globale delle città. È importante riconoscere però che, anche se le
mega-città esercitano una grande influenza economica, politica e culturale ed
inglobano ingenti flussi di denaro, persone, beni e informazioni, la maggior
parte degli abitanti delle città vive in realtà urbane più piccole e ordinarie.
Nel mondo sono circa cinquanta le città che superano i cinque milioni di
abitanti e ospitano complessivamente cinquecento milioni di persone, cioè solo
il 15 % della popolazione mondiale. Considerando solo le mega-città simboliche
rischiamo di perdere di vista gran parte della realtà. È inoltre evidente che
non esiste un unico modello di crescita e sviluppo urbano. Realtà urbane
compatte affrontano sfide diverse da quelle di una metropoli diffusa.
La geografa Robinson sostiene che si dovrebbe dedicare più
attenzione alle città ordinarie e all’ordinarietà della vita urbana e che anzi
sarebbe utile considerare tutte le città come se fossero “ordinarie”. Le
politiche urbane riguardano i conflitti e le controversie di tutti i giorni,
tanto quanto l’indirizzo della crescita economica della città. E le politiche
che sostengono quest’ultima spesso sono a loro volta ordinarie, poiché hanno
effetto sulle nostre attività quotidiane e riguardano le attività più banali
della vita urbana, tanto quanto azioni di livello più elevato.
le infrastrutture
urbane
Una crescente consapevolezza dell’importanza delle strutture
materiali, che costituiscono l’ossatura di una città, ha portato lo studio
delle infrastrutture urbane a distaccarsi dalle diramazioni meno note della
geografia dei trasporti o della pianificazione urbana, per ritagliarsi un posto
di rilievo nell’ambito della geografia urbana. Quest’evoluzione ha molte
ragioni. Da un certo punto di vista, la repentina crescita urbana di molte città
ha caricato di un peso sempre maggiore le reti materiali dalle quali dipende la
loro vita quotidiana. In secondo luogo, queste reti sono sempre più
interdipendenti. Le infrastrutture sono importanti dal punto di vista tecnico
(lo si nota durante i grandi blackout), ma sono anche strettamente correlate
alle pratiche sociali e politiche. Nell’ambito degli studi urbani e geografici,
c’è una lunga tradizione di lavori che si occupano delle politiche della
fornitura dei servizi collettivi. Negli anni Settanta e Ottanta, il noto
sociologo urbano Castells ha affermato che i conflitti politici sul “consumo
collettivo” costituiscono il vero nucleo centrale delle politiche urbane
(Mumbai: chi vive nei quartieri informali, slums, ha come principale difficoltà
quella dell’accesso a risorse fondamentali come l’acqua, i servizi igienici, l’elettricità,
le scuole). Oggi i concetti di partnership e partecipazione (della comunità)
sono diventati una sorta di mantra, quando ci si riferisce a nuove forme di
realizzazione di servizi ed infrastrutture locali, in tutto il mondo. Questo
discorso evidenzia alcune caratteristiche fondamentali delle politiche urbane
contemporanee. In primo luogo, si mette particolarmente in risalto il ruolo
dello Stato come “facilitatore”, piuttosto che come fornitore di servizi e
attrezzature pubbliche (appaltare a società esterne la fornitura di molti
servizi urbani). Secondo, l’esigenza di organizzare partnership tra enti
pubblici, organizzazioni non governative ed il settore privato è stata una
caratteristica dominante della realizzazione di nuove forme di governance urbana in molte realtà.
Terzo, anche l’interesse per la partecipazione della comunità è diventato una
caratteristica tipica dei tentativi di riforma delle modalità di offerta dei servizi,
in molte città del mondo. La “partecipazione della comunità” viene anche
evocata come componente essenziale in molti altri settori, tra i quali la
pianificazione, la sicurezza, l’istruzione, la protezione dell’ambiente e le
politiche abitative. Infine, la ricerca su Mumbai attira l’attenzione sui
conflitti nell’accesso alla città e alle sue risorse, ponendo il problema del
“valore” dei poveri all’interno della città.
gentrification
Inizialmente il termine gentrification veniva utilizzato
prevalentemente nel settore immobiliare, riferendosi all’acquisto di case da
parte della classe media in zone della città che fino a poco tempo prima erano
occupate da quartieri operai o da aree industriali.
In molte città
europee e nordamericane, verso la metà del XX secolo, si è assistito a massicci
processi di sub urbanizzazione, grazie all’aumento della diffusione di
automobili che rendevano possibile per molti trasferirsi fuori dal centro
città. Lo stile di vita suburbano sembrò diventare l’alternativa migliore alle
città, sporche e sovraffollate. Questo processo rese le abitazioni del centro
città relativamente più economiche e accessibili per i gruppi sociali più
poveri, creando delle nette divisioni sociali tra le aree urbane interne, più
povere, e i quartieri suburbani benestanti. A partire dagli anni Sessanta,
però, cominciò a delinearsi una controtendenza. Anche se la sub urbanizzazione
continuava, i quartieri centrali, iniziarono a vedere il ritorno delle classi
medie, dando il via a quel processo che prese poi il nome di gentrification.
Questo fenomeno si presentava solitamente in due modi: in alcuni casi, erano
gli agenti immobiliari ad acquistare abitazioni o magazzini nelle aree più
povere della città o in zone industriali, ristrutturandoli e rivendendoli a
prezzi molto più alti; altre volte, invece, erano delle singole persone a
comprare delle proprietà, che ristrutturavano per andarci a vivere, generando
la swear equità (partecipazione del sudore), ovvero l’aumento del valore di una
proprietà dovuto al sudore della fronte del suo stesso proprietario. In
entrambi i casi, il valore di mercato delle proprietà aumentava, trasformando
di conseguenza la composizione sociale di questi quartieri. Nelle case in
affitto, gli inquilini più poveri venivano costretti a trasferirsi, per mezzo
dell’aumento degli affitti o di sfratti. I proprietari meno facoltosi
approfittavano della nuova domanda di abitazioni della classe media, vendendo
le proprie case. Quando l’offerta di appartamenti ed edifici da ristrutturare
cominciò a scarseggiare, gli immobiliaristi cominciarono a costruirne di nuovi.
Smith, un geografo, sottolinea come la gentrification sia
guidata principalmente da logiche economiche. Essa avrà luogo solo quanto i
guadagni conseguenti allo sfruttamento delle differenze di rendita saranno
superiori ai costi necessari per rinnovare le abitazioni. Altri autori hanno
proposto visioni differenti, suggerendo che la forza motrice della
gentrification vada rintracciata nel cambiamento dei gusti e delle aspirazioni
dei consumatori.
Si è discusso i modo acceso nell’ambito della geografia,
riguardo ai diversi modi di considerare la gentrification, sia dal lato dell’offerta
(economia urbana, immobiliaristi, mercato fondiario), che dal lato della
domanda (correnti culturali, gusti e preferenze dei consumatori). Di recente,
molti ricercatori hanno riconosciuto l’importanza di entrambi questi elementi,
quello che è chiaro, comunque, è che la gentrification ha delle profonde
ripercussioni sulle politiche urbane.
Dal punto di vista degli urbanisti, degli amministratori
cittadini, la gentrification viene solitamente vista molto positivamente, come
“rinascimento urbano”. Spesso, per aggiungere lustro a questi cambiamenti del
paesaggio urbano, vengono chiamati architetti di grido. In alcuni casi, a
fornire l’occasione per ripianificare in solo colpo vaste porzioni di città,
sono i mega-eventi. La gentrification parrebbe quindi generare un processo
virtuoso di investimenti, miglioramenti dell’ambiente costruito, arrivo di
nuovi residenti, aumento della qualità di vita media e una prospettiva diffusa
che, si spera, possa incoraggiare nuovi ulteriori investimenti. Ora che il
fenomeno si è consolidato gli effetti della gentrification hanno coinvolto
molti aspetti della vita cittadina, oltre che il mercato immobiliare. In ogni
caso, la gentrification non è un fenomeno esclusivamente positivo: per
permettere alla nuova classe media di spostarsi all’interno della città, i
gruppi sociali più poveri ne vengono espulsi (sfratti, demolizioni).
Secondo Smith, la
gentrification e gli spostamenti di abitanti non possono essere considerati
separatamente da una serie di conflitti per gli spazi urbani, come il controllo
intensivo dei comportamenti pubblici, le azioni di allontanamento nei confronti
degli homeless e le discriminazioni nei confronti degli immigrati per quanto
riguarda l’offerta dei servizi pubblici. Questa commistione di cambiamenti
sociali, trasformazioni economiche e regolazione pubblica ha generato secondo
la prospettiva di Smith, la città “revanscista”. Secondo Smith, la
gentrification sarebbe proprio una vendetta della classe media, potente e in
crescita, che si riprenderebbe la città che era stata occupata dai lavoratori,
dai poveri e dai gruppi marginali.
Quello dell’appartenenza di classe non è l’unico fattore di
divisione sociale che si collega alla gentrification. Anche il genere è
importante e, in molti casi, la razza.
Il fenomeno della gentrification ci permette di far emergere
molti aspetti chiave delle politiche urbane contemporanee. Dimostra che le
politiche urbane non sono solo quelle che si determinano all’interno delle
istituzioni formali dell’amministrazione cittadina. La gentrification ci rivela
anche il passaggio da un approccio pubblico ad uno privato e orientato al
mercato nei confronti dello sviluppo urbano. I fautori di questo cambiamento
mettono l’accento sulla grande quantità di capitale che ora viene investito in
zone prima fatiscenti e ritengono che i benefici potranno diffondersi ad altri
quartieri svantaggiati. I critici puntano invece il dito contro le crescenti
disuguaglianze che derivano dall’eccessiva fiducia nei confronti delle
soluzioni del mercato e sostengono che ci siano ben poche prove della reale
diffusione di effetti positivi in altri quartieri. Tutti sono d’accordo sul
fatto che la gentrification sembra destinata a continuare, aumentando la
propria portata e la propria estensione territoriale.
public cities e city
publics
È necessaria qualche riflessione sull’idea di pubblico e
sulla sua relazione con gli spazi urbani. Molti hanno associato i cambiamenti
collegati alla gentrification con uno spostamento dal pubblico al privato. Gli
spazi pubblici continuano ad esistere, ma sono sottoposti a regolamentazioni
sempre più stringenti. Il significato di pubblico e privato viene dato per
scontato, ma in realtà sono più complessi. Il pubblico viene fatto
corrispondere a qualcosa di aperto a tutti, oppure di proprietà pubblica,
mentre il privato viene associato a restrizioni nell’accesso o alla gestione di
un individuo o di un’impresa.
Il geografo Iveson ha analizzato in dettaglio questa
problematica, a partire da un’importante distinzione tra approcci “topografici”
e “procedurali” agli spazi pubblici. La definizione più comune di spazio
pubblico urbano è topografica: si riferisce a determinati luoghi della città
che sono aperti a tutte le componenti della popolazione urbana; tutti gli spazi
pubblici collocabili su una mappa. Questo approccio presenta però due problemi.
Il primo è che molte delle tesi in favore di un migliore accesso agli spazi
pubblici vengono formulata in termini di perdita e rivendicazione. L’accesso
agli spazi pubblici è sempre stato limitato e fonte di conflitti, spesso tra
diverse componenti della stessa popolazione urbana. Il secondo problema dell’approccio
topografico è che si tende a far coincidere il pubblico con lo stare in uno
spazio pubblico. Iveson sintetizza queste problematiche suggerendo che l’approccio
topografico combini insieme tre diversi aspetti del pubblico: il contesto dell’azione
(spazio pubblico), il tipo di azione (orientamento pubblico) e un attore
collettivo (il pubblico, la popolazione). Di qui l’idea che non esista una
distinzione netta e rigida tra pubblico e privato. Una persona può svolgere
delle attività pubbliche in uno spazio privato. Al contrario, in uno spazio
pubblico, ci si può occupare di questioni private.
L’altro approccio, quello procedurale, definisce come spazio
pubblico qualunque luogo nel quale si realizzino alcune azioni di orientamento
o di tipo pubblico. Con quest’espressione si possono intendere, per esempio, la
comunicazione con un pubblico, attraverso testi scritti, discorsi, immagini o
rappresentazioni (tenere un discorso in tv, rappresentazione teatrale in
piazza). In questo caso siamo di fronte ad un paradosso: un’azione pubblica
diventa tale solo perché si sta effettuando in pubblico. Il problema dell’approccio
procedurale, però, è che minimizza l’importanza degli aspetti materiali degli
spazi pubblici. Iveson sottolinea come qualunque spazio può diventare pubblico,
senza difficoltà e senza differenze, semplicemente perché viene usato a questo
scopo. Il suo lavoro dimostra invece come diverse tipologie di luoghi materiali
possono diventare pubbliche in vario modo, a seconda dei gruppi di persone da
cui vengono utilizzate e del modo in cui viene messo in atto.
conclusione
Le politiche urbane si occupano prevalentemente di cosa è
pubblico e di cui sono i fornitori, nell’ambito di visioni contrastanti. Iveson
ritiene che non ci sia una relazione diretta tra attività e tipologie
specifiche di spazzi pubblici urbani. Esiste una relazione dinamica tra le
azioni associate al pubblico e i diversi tipi di luoghi e spazi della città. La
città, secondo Iveson, non è un palcoscenico, sul quale si reciti l’essere
pubblico. Piuttosto, la città pubblica deve essere prodotta attraverso
elaborazioni politiche, che cercano di creare ciò che è pubblico.
POLITICHE DELL’IDENTITÀ E MOVIMENTI SOCIALI
prologo
Si è sempre guardato con molto interesse alle nozioni di
identità condivisa o identità collettiva, per quanto riguarda l’appartenenza a
gruppi definiti in base a caratteristiche sociali o culturali, come il genere,
la razza, l’etnia, la religione o la provenienza. L’identità complessiva di un
individuo può venir vista come il risultato del suo genere della sua classe,
delle sue origini etniche e di altri elementi identitari, diversi da persona a
persona.
Possiamo parlare di politiche dell’identità, quando la
diversità identitaria di un gruppo è fonte di conflitti o diventa l’oggetto
intorno al quale ruotano azioni finalizzate a portare ad un cambiamento sociale
(disabili che si organizzano intorno ad un’identità comune). Le politiche dell’identità
costituiscono un’importante base per molti movimenti sociali.
I movimenti sociali sono uno degli strumenti più importanti
che le persone hanno per riuscire a “scrivere la propria storia” e ciò che
interessa è come “fare la storia” dipenda da delle geografie e le determini.
i movimenti sociali
Con la definizione movimenti sociali ci si riferisce a
gruppi di persone che perseguono obiettivi condivisi, richiedendo un
cambiamento sociale o politico . ovviamente è diversa la portata del
cambiamento al quale ambiscono e le parti della società che ritengono
interessate. Un movimento rivoluzionario può ricercare il completo
rovesciamento dell’ordine sociale esistente. I movimenti sociali sono anche d’opposizione
o contenziosi, ossia si oppongono ad uno o più elementi dell’ordine politico e
sociale esistente. Questo significa che sono in conflitto con altri gruppi o
istituzioni della società, che vorrebbero invece preservare lo status quo.
Alcuni movimenti sociali si occupano di un’unica tematica. Concentrandosi su un
unico asse di conflitto all’interno della società. Per questo motivo, i partiti
politici vengono distinti dai movimenti sociali, poiché cercano di ottenere un
vasto consenso su temi molto diversi tra loro. Ad ogni modo non c’è una
separazione netta tra i due concetti: i movimenti possono diventare partiti e i
partiti possono appoggiare alcuni specifici gruppi d’interesse.
L’azione politica implica sempre la messa in campo di
strategie e questo è vero per i movimenti sociali, quando cercano di ottenere
il cambiamento che vorrebbero nella società. Secondo il sociologo Giddens, ogni
aspetto della vita sociale necessita di un monitoraggio riflessivo dell’azione:
chi appartiene ad un movimento sociale vuole portare determinati cambiamenti
nella società nel suo insieme è questo implica tentativi espliciti di
direzionare le attività del movimento, alla luce dei suoi successi e dei suoi
fallimenti passati.
Secondo Nicholls, i movimenti sociali posseggono altre due
caratteristiche. Primo, sono reti di individui ed organizzazioni, piuttosto che
singole istituzioni. Significa che le loro geografie possono essere più diffuse
di quelle delle organizzazioni formali, che agiscono in contesti territoriali
fissi. Secondo, i movimenti sociali utilizzano strumenti non convenzionali
(proteste, boicottaggi, manifestazioni) al posto della tradizionale politica
elettorale. La realtà dei movimenti sociali supera, quindi, la distinzione tra
politica formale delle istituzioni ufficiali e quella informale della vita di
tutti i giorni, trasferendo alcuni temi dall’arena informale all’agenda
politica formale. Questo processo determina anche una partecipazione diretta,
attiva, della gente comune alla vita politica.
Molti studiosi ritengono che i cambiamenti sociali siano il
risultato di battaglie all’interno della società. Occupandoci dei movimenti
sociali, possiamo capire più in concreto come sono avvenute queste battaglie e
come hanno influenzato la geografia.
Dagli anni Settanta, i geografi che studiavano i movimenti
sociali hanno dedicato molta attenzione al concetto di “movimenti sociali
urbani”, sviluppato da Castells, il quale sostiene che la città può venire
identificata con l’arena nella quale avviene la riproduzione sociale della
forza lavoro. Con lo sviluppo del capitalismo, gli strumenti della riproduzione
sociale (abitazioni, servizio sanitario) sono stati sempre più spesso forniti
dallo Stato e la città è diventata il luogo di battaglie e conflitti per questi
servizi, con le amministrazioni cittadine che diventano il bersaglio delle
lotte dei movimenti sociali urbani per ottenerne un loro miglioramento. Nei
suoi lavori più recenti, Castells allarga l’oggetto del proprio interesse, ai
numerosi nuovi movimenti sociali (new social movements). Questa definizione si
riferisce a qui movimenti che hanno assunto una particolare importanza negli
anni Sessanta e Settanta (femminismo, ambientalismo, diritti civili), che hanno
preso piede in risposta al crollo delle comunità tradizionali conseguente allo
sviluppo delle grandi città, alla rapida diffusione del progresso tecnologico
ed alle sue crescenti minacce sugli equilibri ambientali e militari e all’incapacità
degli stati di risolvere le contraddizioni tra la crescita economica ed i suoi
effetti sociali, culturali ed ambientali.
approcci “oggettivi” e
“soggettivi” ai movimenti sociali
Esistono due diversi approcci all’interpretazione dei
movimento sociali: quelli che mettono l’accento sulle condizioni “oggettive”
che portano alla loro nascita e quelli che si concentrano invece sulle
esperienze “soggettive”, che spingono le persone a prendere parte ai movimenti.
Spesso sono le disuguaglianze oggettive a portare alla mobilitazione sociale.
Entrambe queste prospettive hanno degli aspetti
condivisibili. Chiaramente è probabile che le condizioni economiche e sociali
nelle quali si sviluppano ed agiscono i movimenti influenzino in modo
determinate le loro strategie ed il loro successo. Allo stesso modo, la
politica dei movimenti sociali deve essere vista anche come il risultato delle
visioni, delle emozioni e delle percezioni delle persone che ne fanno parte.
Presi separatamente, però, entrambi questi approcci hanno dei limiti. Se si
enfatizzano le condizioni oggettive, diventa difficile spiegare perché i
movimenti sociali nascano in alcune situazioni e non in altre con condizioni
“oggettive” apparentemente simili. Al contrario, è difficile rendere conto
dello sviluppo di movimenti dalle caratteristiche analoghe in circostanza molto
diverse tra loro. Attribuire maggiore importanza all’esperienza soggettiva
sembra offrire, ad un primo sguardo, la soluzione a questo enigma. Forse,
circostanze simili generano risultati diversi perché sono diverse le persone
che partecipano agli eventi, così come le loro idee e le loro percezioni, che
portano a leggere in modo diverso le situazioni. Quest’interpretazione, però,
non spiega come queste idee e queste percezioni si siano formate inizialmente e
poiché è probabile che queste siano fortemente influenzate dalle circostanze
nelle quali si sviluppano, eccoci al punto di partenza. Può essere utile, dunque,
combinar gli spunti di entrambi gli approcci: certamente le circostanze
economiche e sociali sono importanti, ma se da un lato influenzano lo sviluppo
della coscienza civile, dall’altro essere vengono anche interpretate, con
risultati diversi da questa stessa coincidenza.
Qui, ci si concentra su come e perché determinati sentimenti
umani, come l’appartenenza ad un gruppo, vengono messi in campo in una
mobilitazione “politica” e come i contesti nei quali nascono questi movimenti
sociali vengono utilizzati da questi per lo sviluppo di strategie politiche.
politiche dell’identità
e differenze sociali
Molti movimenti sociali sono strettamente associati alle
identità individuali di chi ne fa parte ed alla politicizzazione di queste
identità. Il femminismo implica la politicizzazione delle identità delle donne
in quanto donne. In casi come questi, il legame tra il movimento e le identità
personali è molto importante. Altre realtà (movimento ambientalista), al
contrario, cercano di fare appello ad un sentimento condiviso di appartenenza
al genere umano ed ambiscono ad essere universali. La tensione tra
universalismo, da un lato, e l’enfasi sulle differenze d’identità, dall’altro,
viene discussa in dettaglio negli studi della politologa Young, la quale
descrive due approcci contrastanti, con i quali vengono affrontati i problemi
delle disuguaglianze e dell’oppressione sociale. Questi due “paradigmi di
liberazione in competizione” sono “l’ideale dell’assimilazione” e “l’ideale
della libertà”. Secondo l’ideale dell’assimilazione, la liberazione dall’oppressione
verrà raggiunta quando le differenze sociali cesseranno di avere un’importanza
politica. L’ideale assimilazione agisce per una società nella quale tutte le
differenze tra i gruppi sociali smettono di avere qualsiasi tipo di importanza.
La Young sostiene il fatto che l’ideale dell’assimilazione sia stato molto
importante in politica, sottolineando, il pari valore morale di tutte le
persone e quindi il diritto di ognuno di partecipare e di non essere escluso da
tutte le istituzioni e le posizioni di potere. Tuttavia, la Young preferisce l’alternativa
“dell’ideale della diversità”, sottolineando che, anche se la posizione
assimilazioni sta ha il suo fascino, rimane un’utopia e che, nella situazione
attuale, i gruppi sociali considerano gli aspetti distintivi delle proprie
identità come una forza. L’ideale della diversità predica il rispetto delle
differenze, piuttosto che il loro annullamento, insistendo anche sul fatto che
le differenze tra alcune componenti della società debbano portare a trattamenti
differenziati.
Secondo Young, l’importanza dell’enfasi sulle differenze
sociali nasce sia dalla continua oppressione di alcuni gruppi su altri, sia
dalla forza politica e culturale che proviene dalle identità di gruppo. La
diversità diventa quindi un aspetto positivo della società e non deve essere la
base di discriminazioni sistematiche. Altri autori sostengono che accordare
eccessiva importanza alle differenze sociali rischi invece di portare “all’essenzialismo”,
ovvero a concepire le differenze di identità come caratteristiche intrinseche e
permanenti della società. L’essenzialismo potrebbe costringere ad una scomoda
scelta tra l’oppressione permanente e la separazione.
Young sostiene che dare importanza alle differenze non
significa adottare una nozione essenziali sta di identità, definendo la
differenza in termini di relazioni tra gruppi, piuttosto che di caratteristiche
essenziali di questi. La formazione di gruppi non è un processo rigido ed
oggettivo, nel quale gli individui possono venire assegnati ad un gruppo sulla
base di identità fisse e permanenti, ma, al contrario, i movimenti sociali
basati sulle identità collettive sono porosi e non esclusivi. La concezione che
lei propone delle differenze e dell’identità conferma che l’identità di
ciascuno di noi proviene da diverse fonti. Ciascun individuo è al centro di una
rete di potenziali identità multiple. Però solo alcune identità costituiscono
la base dei movimenti politici, e questo perché le diverse identità sono
politicizzate in modo diverso, in diversi periodi e in diversi luoghi.
spazi e scale dei
movimenti sociali in Italia
Anche in Italia, a partire dagli anni Sessanta, i movimenti
sociali hanno assunto un ruolo fondamentale nel processo democratico. Questi
movimenti hanno riunito le persone in base a obiettivi comuni che, tuttavia,
molto spesso non sono stati, e non sono, perseguibili su una stessa scala
geografica. È stato nel rapporto con lo spazio geografico che i dibattiti
locali hanno assunto importanza nazionale e dibattiti internazionali sono stati
portati sulla scala nazionale. In sostanza, lo spazio è stato veicolo di
transcalarità attraverso cui i movimenti sociali si sono solidificati, talvolta
arrivando al punto di trasformarsi in partiti politici (Lega Nord e Movimento 5
Stelle, inizialmente erano movimenti).
I centri sociali, strettamente legati al territorio, sono
stati, più volte simbolo di un passaggio di scala dal locale al nazionale e all’internazionale.
Sulla scala locale hanno coinvolto movimenti urbani (riqualificazione delle
periferie), su quella nazionale hanno portato avanti campagne politiche comuni
(come quella contro il nucleare), su quella internazionale hanno rappresentato
il modo in cui alcuni movimenti si sono radicati al territorio (quello
pacifista). In definitiva i centri sociali si configurano come organizzatori
locali che collegano movimenti locali e tessono reti globali, permettendo così
connessioni tra più scale.
identità socio–culturali:
discorsi e risorse
È possibile capire perché solo alcune identità socio-culturali
vengano politicizzate considerando le relazioni tra i discorsi e le risorse. L’evoluzione
di un gruppo sociale in un movimento necessita della costruzione discorsiva
degli elementi che differenziano quel gruppo dagli altri, elevandoli ad oggetto
di rilevanza politica. La capacità di un movimento sociale di capitalizzare
questa politicizzazione dipende però anche dalla combinazione di risorse che è
in grado di mettere in campo. Le costruzioni discorsive che si realizzano in un
movimento sociale possono svilupparsi in diversi modi. Spesso è un evento
simbolico a far partire la scintilla che incendia un movimento. Dopo uno
slancio iniziale, un movimento deve venire sostenuto attraverso un’ulteriore
evoluzione discorsiva. I movimenti sviluppano delle narrazioni riguardo alla
propria storia, ai propri grandi pensatori, ad attivisti particolarmente
importanti, a sconfitte tragiche e vittorie gloriose. Solitamente il movimento
viene rappresentato come una lotta contro l’oppressione o la discriminazione.
Oltre le idee e le storie, per il successo o il fallimento di un movimento sono
determinanti le risorse alle quali esso può attingere per promuovere le proprie
idee. La teoria della mobilitazione delle risorse punta a spiegare il successo
dei movimenti sociali in termini di disponibilità di risorse. Esistono diverse
tipologie di risorse: materiali (denaro) e simboliche (capacità organizzativa,
storie). La teoria della mobilitazione delle risorse si fonda sulla teoria della
scelta razionale, secondo la quale le persone agiscono sulla base di calcoli
razionali relativi ai costi, ai benefici e alle probabili conseguenze di tutti
i propri comportamenti possibili. I critici riabbattono che il comportamento
umano, in realtà, può essere spesso impulsivo, abitudinario o influenzato dalle
emozioni e che in ogni caso noi siamo in possesso di informazioni troppo scarse
per calcolare con precisione in anticipo tutti i costi e i benefici di un’azione,
quindi le nostre azioni possono essere non intenzionali o impreviste. Quindi è
probabile che l’accesso a risorse materiali e simboliche sia fondamentale per
spiegare il successo o il fallimento dei movimenti sociali, anche se il loro
utilizzo potrebbe non essere stato pianificato razionalmente in anticipo.
Tarrow sostiene che anche le opportunità politiche sono determinanti per la
crescita o il declino di un movimento (movimenti che agiscono in ambiente
politico favorevole cresceranno più facilmente).
spazi, luoghi e scale
dei movimenti sociali
Ogni movimento sociale ha una propria geografia. Ciascuno di
essi agisce ad una determinata scala geografica o ad una combinazione di scale,
ed è probabile che abbia più o meno forza oppure maggiore successo in alcuni
luoghi piuttosto che in altri. I movimenti sociali sono inoltre strutturati su
base geografica, in almeno tre modi. In primo luogo, ogni movimento sociale si
sviluppa in uno specifico contesto geografico, che fornisce le risorse e le
opportunità del suo sviluppo. Il contesto non è necessariamente ristretto e
molte risorse ed opportunità possono essere disponibili in un’area vasta, ma
nessuna è del tutto ubiquitaria (distribuzione delle possibilità di accesso
alla pubblicità è disuguale ed alcuni movimenti sociali vi avranno più
facilmente accesso). Secondo, i movimenti sociali hanno delle caratteristiche
molto diverse nelle varie regioni del mondo. Infine, le recenti ricerche
condotte in geografia hanno cominciato ad analizzare come i movimenti sociali
utilizzino la geografia per raggiungere i propri obiettivi. Questo può
implicare sforzi espliciti di aumentare la propria scala d’azione, di mettersi
in rete con attivisti di altri territori o di radicare la propria attività in
un contesto locale, concentrandosi su temi specifici del luogo.
la scala
La scala spaziale è
un termine usato in riferimento allo spazio ed alla sua estensione. In
geografia ci si riferisce ad essa, intesa come livello geografico di analisi di
un fenomeno o della sua rappresentazione. Levy distingue tra scala cartografica
e scala geografica. La scale cartografica definisce il rapporto tra la realtà e
la sua rappresentazione sulla carta. A seconda del livello di dettaglio con il
quale si vuole rappresentare o studiare un fenomeno territoriale si utilizzerà
una carta a grande scala, che descrive un territorio fin nei più piccoli
dettagli, oppure una carta a scala più piccola, che permette di visualizzare
porzioni maggiori di territorio. La scala geografica riguarda invece le soglie
spaziali di ogni azione, individuale o collettiva, dalla scala minima, quella
dell’individuo e dei suoi immediati dintorni, fino alla scala globale.
Sheppard e MacMaster individuano cinque tipi diversi di
scala: cartografica, osservazionale (l’estensione spaziale dell’area di studio
di un determinato fenomeno), di misura (risoluzione, la dimensione delle più
piccole parti distinguibili di un oggetto), operazionale (l’estensione dell’ambito
spaziale entro cui un soggetto o un processo agiscono), prodotta (scala
costruita nell’azione sociale, come taglia, livello gerarchico o in relazione
con le altre scale.
Uno degli apporti principali della geografia nello studio
della realtà è l’utilizzo di un approccio multi scalare e transcalare. Il primo
termine si riferisce ad uno sguardo analitico che tenga conto
contemporaneamente delle diverse scale alle quali avviene un fenomeno, mentre
il secondo pone l’accento in particolare sulla relazione tra le diverse scale
di riferimento.
le geografie dei
movimenti sociali: classe, identità e sindacalismo
I sindacati sono dei
movimenti del lavoro, organizzazioni collettive di lavoratori che operano
insieme per far valere i propri interessi. La loro funzione principale è quella
di negoziare con gli imprenditori, per quanto riguarda gli stipendi e le
condizioni di lavoro. In Occidente, i sindacati moderni stanno diventando come
altre associazioni e società, che offrono dei servizi in cambio di un’iscrizione,
anche se le loro origini vanno cercate nei movimenti sociali creati dagli
stessi lavoratori.
I movimento sindacali si fondano su identità costruite a
partire dal lavoro e dalla classe sociale. Come tutte le altre, anche le
identità di classe emergono dalla relazione tra le diverse classi sociali e
sono, in parte, il prodotto di costruzioni discorsive. Molti lavoratori
dipendenti sentono fortemente la propria identità professionale. Affinché ci
sia partecipazione ai movimenti sindacali deve esistere almeno un minimo di
sentimento d’identità professionale che può essere legata ad un’identità di
classe già presente, oppure, è la stessa identità di classe a svilupparsi in
seguito alla partecipazione alle attività sindacali. In entrambi i casi, ciò
che sta alla base dei movimenti dei lavoratori è anche prodotto da una
costruzione discorsiva (discorsi retorici, propri eroi, proprie vittorie e
sconfitte).
spazi, luoghi e
movimenti sociali
La nascita dei movimenti sindacali è parte del cambiamento
nella produzione industriale e della formazione delle economie capitalistiche
avvenuto nel XVIII secolo, in relazione al nuovo carattere assunto dagli stati,
che hanno cercato di controllare lo sviluppo dei sindacati limitando la loro
azione alle questioni economiche, senza permettere loro di sfidare l’ordine
politico. Gli stati hanno spesso cercato un compromesso con i sindacati, che ha
portato, alla nascita del welfare state.
Il sindacalismo ha una geografia complessa, che è diventata
un interessante argomenti di ricerca per i geografi, all’interno del campo
della geografia del lavoro. Oggi siamo abituati a parlare dei movimenti
sindacali in termini nazionali. Nelle fasi iniziali, però, i sindacati si
occupavano di questioni molto più locali. Nel UK le unioni artigianali agivano
spesso solo in determinate città, dove veniva praticato un certo tipo di
artigianato. Il XX secolo ha visto la nascita in molti paesi di grandi
sindacati generali, che rappresentavano i lavoratori non solo provenienti da
diversi rami e professioni, ma anche da diversi settori. Si è verificato anche
un grande aumento delle dimensioni del settore pubblico di molti paesi e della
percentuale di forza lavoro al suo interno appartenente ad un sindacato.
Entrambe queste tendenze hanno contribuito all’istituzione dei grandi sindacati
nazionali. Sono evidenti, del resto, anche i tentativi di segno opposto di molti
governi ed imprenditori, che puntano ad introdurre una maggiore flessibilità
nel mercato del lavoro, incoraggiando o costringendo i sindacati e i lavoratori
a negoziare le condizioni dell’impiego a livello di azienda, stabilimento,
gruppo di lavoro o a livello individuale, anziché su scala nazionale o di
settore.
Una ricerca di Painter sui sindacati nel settore pubblico
britannico ha evidenziato come le risposte dei sindacati alla minaccia della
privatizzazione siano state molto diverse nelle varie parti del paese; e non
dipendenti, solamente, dalle differenze socio-economiche delle regioni. Queste
differenze sono in parte il risultato di modelli di privatizzazione
diversificati, ma sono anche state fortemente influenzate dalla locale
disponibilità di risorse, tra le quali il tempo messo a disposizione dagli
attivisti dei sindacati e dei loro funzionari, le risorse finanziarie, le
infrastrutture organizzative, le tradizioni di attivismo sindacale e la cultura
del lavoro locale.
Questi risultati confermano la tesi esposta da Herod, ovvero
che i movimenti sociali di lavoratori sono coinvolti attivamente nella
produzione dei paesaggi del capitalismo, ma con modalità geografiche
disomogenee.
le geografie del
femminismo e dei movimenti femminili: il femminismo in geografia
A partire dagli anni Sessanta c’è stato un forte aumento
delle attività a sostegno dei diritti delle donne, contro il continuare delle
discriminazioni e delle disuguaglianze di genere.
I geografi hanno portato un importante contributo alle idee
ed alle pratiche femministe. Inizialmente, la preoccupazione era quella di
“rende visibili” le donne nella ricerca. La geografia, infatti si era
preoccupata soprattutto della spazialità e dei luoghi degli uomini, ignorando
la diversità sistematica delle esperienze geografiche dell’altra metà dell’umanità.
La geografia ha anche indagato come le relazioni spaziali,
le caratteristiche dei luoghi ed i paesaggi geografici esprimano, e nello
stesso tempo costituiscano, disuguaglianze di genere. Questo significa che
queste disuguaglianze tra uomini e donne si manifestano nella geografia del
mondo (simboli dominanti dei paesaggi), ma sono anche a loro volta influenzate
dalle geografia.
Un filone della geografia femminista considera anche come le
stesse conoscenze geografiche abbiano delle connotazioni di genere. Il pensiero
geografico si fonda su una visione tipicamente maschile di cosa significhi
“conoscere il mondo” per un geografo.
Se si sono fatte molte ricerche sulle geografie di genere e
sulle connotazioni di genere della geografia, molta meno attenzione è stata
dedicata alle geografie del femminismo e dei movimenti femminili. Questo si è
verificato per ragioni comprensibili. Molte geografe femministe, infatti, si
sono preoccupate di partecipare ai movimenti delle donne, piuttosto che
scrivere di essi. Uno studio della geografia dei movimenti sociali, deve senza
dubbio includere i movimenti femminili, che hanno rappresentato uno dei
movimenti sociali più influenti del 20° secolo.
geografia, differenze
e politiche femministe
Anche i movimenti femministi si sono sviluppati in modo
disomogeneo.
Un ambito di studio della geografia riguarda le differenze
del ruolo e delle esperienze delle donne nei diversi sistemi sociali e
culturali del mondo, in particolare per quanto riguarda la famiglia, la cura
dei figli, il rapporto tra le donne ed il mondo del lavoro e la visione del
genere femminile da parte delle tradizioni religiose. Queste diversità hanno
portato alla varietà dei percorsi di sviluppo dei movimenti femminili nel
mondo.
Le differenze nell’esperienza delle donne nelle diverse
società sono state indagate a fondo soprattutto negli anni Ottanta e Novanta.
Ad esempio, le femministe nere sostenevano che il pensiero femminista fino ad
allora non aveva dato abbastanza peso alle diversità dell’essere donna nelle
differenti comunità etniche, religiose e culturali. Questa presa di coscienza
delle differenze tra donne ha sollevato diversi interrogativi. La politologa
Fraser ha collegato questi cambiamenti nell’attivismo politico femminista a
mutamenti più generali e di scala maggiore. Essa individua tre fasi dello
sviluppo del femminismo, a partire dagli anni Settanta. La prima è quella dei
“nuovi movimenti sociali”, che determina una critica radicale della
ridefinizione delle strutture della socialdemocrazia dopo la Seconda Guerra
mondiale. La seconda fase si focalizza soprattutto sulle politiche identitarie,
mentre la terza fase, quella attuale, coinvolge forme di politica
transazionali. A ciascuna di queste fasi, corrisponde una geografia specifica:
la prima fase comprende i movimenti nordamericani e dell’Europa Occidentale; la
seconda fase ha trovato espressione negli Usa; e la terza fase si è sviluppata
negli spazi politici transazionali associati “all’Europa”. Secondo Fraser il
passaggio da una fase all’altra non deve essere visto solo come il frutto di
cambiamenti interni al femminismo, ma come l’effetto di trasformazioni
politiche ed economiche più ampie. In particolare, il passaggio alla terza
fase, riflette, da un lato, le nuove possibilità di alleanze transazionali
dovute all’integrazione degli stati europei, dall’altro il clima ostile che le
femministe hanno dovuto affrontare negli Usa dopo l’11 settembre. L’analisi di
Fraser sembra sottovalutare, però, l’importanza dei contributi al movimento
femminista provenienti da altre aree, sottolineando comunque, l’importanza del
rapporto tra le caratteristiche di un movimento sociale ed il suo contesto.
Questo contesto può anche essere considerato alla scala locale, tanto che le
attività dei movimenti femministi si manifestano con delle notevoli differenze,
anche all’interno dello stesso Stato. Quindi l’attivismo femminile può anche
essere associato a contesti locali molto specifici (movimento femminista che ha
grande risonanza solo in certe parti di uno Stato è facilitato dalla specifica
composizione politica che si ha in quel luogo).
Uno degli effetti politici più importanti dei movimenti
femminili è stato quello di estendere la concezione della politica, fino ad
includere la sfera del persona e del privato, considerata tradizionalmente
“femminile”, a differenza di quella pubblica, vista come “maschile”.Tutto ciò
comincia a rivelarci qualcosa delle complesse geografie dei movimenti
femminili: i cambiamenti storici nel loro baricentro geografico, il loro
sviluppo disuguale all’interno dello stesso sistema politico nazionale, la loro
trasgressione delle norme sociali associate a determinati luoghi ed il
rimescolamento che hanno effettuato della tradizionale divisione tra sfera
pubblica e privata.
trasformazione da
movimenti sociali alla politica DIY (Do It Self)
Ci sono partiti politici, gruppi di pressione e molte
associazioni di volontariato e non governative che sono nate come parte di un
movimento sociale.
Per chi è interessato a promuovere un cambiamento politico,
questo passaggio ha i suoi pro e i suoi contro. Per chi vuole lavorare all’interno
del sistema politico dominante, istituire delle organizzazioni formali può
portare ad una maggiore legittimazione ed aumentare l’accesso alle risorse e ai
processi decisionali. Altri potrebbero invece temere che questo accesso abbia
un costo, mettendo a repentaglio le reali finalità, gli obiettivi e i principi
del movimento. Gli stati liberaldemocratici spesso sono abili nel soddisfare
alcune richieste dei movimenti di protesta, ottenendo in cambio la loro
disponibilità ad agire all’interno del sistema esistente.
Da quanto i movimenti sociali sono maturati o si sono
fossilizzati, sono nate nuove forme di mobilitazione politica, ai margini della
politica formale o, a volte, completamente al di fuori del sistema (eco-guerrieri,
organizzatori di disobbedienza civile).
Le geografie dei movimenti militanti dicono molto delle loro
tattiche politiche (Esercito dei Clown). Le organizzazioni politiche più
formali tendono ad agire all’interno di territori ben definiti e con le loro
rappresentanze territoriali che operano all’interno di una struttura
gerarchica. Le organizzazioni di attivisti di base, invece, spesso agiscono
nell’ambito di reti orizzontali e cercano esplicitamente un collegamento tra il
locale ed il globale. Di conseguenza, la definizione “movimenti
antiglobalizzazione” è impropria, dal momento che, di fatto, molti movimenti di
base per la giustizia cercano di diffondere una forma alternativa di
globalizzazione. Questo ha anche delle implicazioni sul modo in cui vengono
viste le geografie del potere. Il geografo Allen ha scritto molto riguardo alla
localizzazione del potere, affermando che diversi tipi di potere portano
diverse geografie. Un potere come l’autorità, ad esempio, può essere esercitato
con maggiore incisività da vicino, mentre uno più debole, come la seduzione,
agisce meglio da lontano (potere seduttivo della pubblicità). Questi diversi
tipi di potere e le loro diverse geografie sono soggetti a diverse forme di
resistenza. Secondo Allen, una delle forme di resistenza all’autorità più
efficaci è proprio il riso: i Clown ci hanno visto giusto!
nazionalismo e
regionalismo
Il nazionalismo è una
delle forze politiche più potenti ed ambigue del mondo contemporaneo. Il
duplice volto del nazionalismo è collegato ai suoi elementi allo stesso tempo
emancipatori e repressivi. Se da un lato, infatti, esso ha rappresentato il
riferimento ideologico delle battaglie di liberazione dall’oppressione
coloniale, dall’altro è stato causa di episodi di odio estremo, culminati
perfino in genocidi.
Oltre a queste differenze politiche, ci sono anche delle
importanti variazioni geografiche nei movimenti e nei conflitti nazionalisti.
nazioni e identità
nazionale
Una delle prime definizioni di identità nazionale è del
filosofo Renan: una nazione è un’anima, un principio spirituale, costituita
veramente da due sole cose, una appartenente al passato e una al presente. La
prima è un ricco patrimonio di memorie condivise, mentre l’altra è il consenso
presente, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare ad
attribuire valore ad un’eredità comune. Le nazioni sono quindi raggruppamenti
creati su base culturale, pratiche culturali condivise dai membri di una
comunità umana. Nonostante ci sia un generale accordo sui principi di base di
questa definizione, c’è stato un grande dibattito tra gli studiosi riguardo
alle origini storiche e geografiche delle nazioni. Queste discussioni hanno
portato ad un numero infinito di classificazioni dell’identità nazionale,
ognuna delle quali mette in risalto diversi aspetti politici, culturali,
demografici e sociali dell’identità nazionale. Bisogna capire quando sono nate
le prime nazioni per orientarsi in queste innumerevoli categorizzazioni dell’identità
nazionale.
la prospettiva
primordialista
Alcuni studiosi hanno affermato che le nazioni sono
intrinseche alle stessa natura dell’uomo: essere uomini significa anche
appartenere ad una nazione. Si fa spesso riferimento a questa tesi con il
termine di primordialismo, in quanto sostiene che le nazioni siano esistite fin
dal principio dell’umanità. In questa visione, l’identità nazionale viene
spesso rappresentata come un tratto biologico, un modo d’essere determinato
dalla genetica. In questa visione l’identità nazionale non è una costruzione
teorica, ma un fenomeno reale e tangibile che divide la popolazione umana in
gruppi.
Questa prospettiva è stata rifiutata da quasi tutti gli
studiosi. Uno dei principali limiti di questa prospettiva è quello di non
riuscire a spiegare le marcate differenze che si possono riscontrare nel
sentimento nazionale e nell’attivismo nazionalista (se il nazionalismo è
biologico come mai qualcuno lo sente di più e qualcun altro di meno?). Per
sostituire le teorie primordialiste, alcuni studiosi hanno individuato le
radici dell’origine del nazionalismo nella nascita dello Stato moderno. Anziché
considerare le nazioni come una parte inevitabile dell’esistenza umana, l’identità
nazionale viene dunque vista come una conseguenza di specifici percorsi di
sviluppo sociale, culturale ed economico. Questo non significa che il
nazionalismo debba essere considerato semplicemente un fenomeno moderno. All’interno
di questa posizione, possiamo individuare due prospettive concettuali: etno-simbolismo
e modernista.
la prospettiva etno–simbolista
L’approccio etno-simbolista è trattato nei lavori del
sociologo Smith, secondo il quale la maggior parte delle nazioni, comprese
quelle di origine più antica, sono state fondate su legami e sentimenti etnici
e su tradizioni popolari, che hanno fornito le risorse culturali per la
successiva formazione della nazione. L’utilizzo del termine “etnico” implica un
riferimento a legami di sangue ed origini genetiche comuni. Queste connotazioni
sono molto importanti per gli aspetti discorsivi dell’identità nazionale ed è
importante mettere bene in evidenza come questa possa essere considerata il
frutto di costruzioni discorsive. Proponendo un approccio etno-simbolista, Smith
non rifiuta completamente l’idea che alcuni aspetti dell’identità nazionale
esistano da prima della nascita dello Stato moderno, anche se non accetta che
ci si possa riferire con il termine di nazione. Piuttosto, egli sostiene che le
identità nazionali si siano sviluppate a partire da identità etniche, in
seguito a determinati cambiamenti sociali, economici e politici. In particolare
suggerisce che, affinché un gruppo etnico possa diventare una nazione, deve
essere presente una connessione forte, materiale ed immediata tra questo gruppo
ed il “suo” territorio. Inoltre, mentre un gruppo etnico può esibire alcuni
“indicatori culturali comuni, una nazione deve possedere una vera e propria
cultura condivisa. Ecco, secondo Smith, gli indicatori culturali comuni di
etnia:
-
Un nome proprio collettivo;
-
Una mitologia legata alle origini comuni;
-
Una memoria storica condivisa;
-
Uno o più elementi culturali comuni che le
differenzino dalle altre;
-
L’associazione con una “madrepatria” ben
determinata;
-
Un senso di solidarietà tra la
popolazione.
Nel suo lavoro Smith riporta molti esempi di etnie del
passato che oggi sono diventate nazioni, o che sarebbero legittimate a farlo.
Il sociologo inglese fa spesso riferimento ad un passato mitico, sulla quale
sono fondate ed alla quale attingono le identità nazionali contemporanee.
Passato mitologico che, in alcuni, casi è un artificio culturale sul quale si
possono basare le moderne aspirazioni all’indipendenza nazionale (nazione
finlandese). Anche se lontane dagli approcci modernisti, alcuni geografi
politici hanno trovato le idee di Smith adatte a spiegare le rivendicazioni di
indipendenza nazionale contemporanee. Smith, a questo proposito, utilizza una
metafora economica, parlando di un fondo di miti, simboli e valori culturali al
quale attingono le identità nazionali.
L’approccio etno simbolista è abbastanza flessibile e può
venire applicato a diversi esempi empirici di identità nazionali. Il ricorso ad
“un’età dell’oro” della nazione è un aspetto praticamente onnipresente delle
rivendicazioni di autonomia nazionale.
La concezione etno–simbolista del nazionalismo è chiaramente
differente dalle concezioni primordialiste. L’etno-simbolismo mette in
discussione la pretesa che l’identità nazionale sia una parte intrinseca dell’esistenza
umana. Piuttosto, come suggerisce Smith, il nazionalismo è un fenomeno moderno
e le nazioni sono nate nell’era moderna con i loro peculiari modi di
dominazione, produzione e comunicazione. Il punto focale della nostra analisi
sono le strategie e le tecniche attraverso le quali le nazioni creano
collegamenti con gruppi di persone, costruzioni culturali ed eventi pre-moderni.
Secondo Smith, è difficile pensare che una nazione moderna possa mantenere una
propria identità specifica senza tali mitologie, simbolismi e culture. Il
sociologo inglese, inoltre, vuole concentrare l’attenzione sulla costruzione
discorsiva dell’identità nazionale, in base alla quale determinati concetti e
idee conducono il potere politico a modificare le percezioni, le attitudini e l’identificazione
collettiva (importante per chi si occupa delle geografie immaginarie delle
“patrie”).
la prospettiva
modernista
I modernisti ritengono che le nazioni non esistessero prima
della nascita degli stati moderni. La prospettiva modernista vede la nascita
delle nazioni come successiva all’affermazione della sovranità statale. Questa
posizione identifica le nazioni come il prodotto di una specifica epoca dello
sviluppo storico dell’umanità, associata alla modernità. La relazione tra
identità nazionale e modernità fa emergere la dimensione spaziale e le scale
alle quali viene prodotta l’identità nazionale.
Secondo Gellner, sarebbe necessario studiare le nazioni a
partire dalle condizioni nelle quali si sono sviluppate, ovvero il loro
contesto sociale ed economico. Per lui, la differenziazione fondamentale da
prendere in considerazione è quella tra società agrarie e società industriali.
All’interno delle prime, la maggior parte della popolazione apparteneva a
gruppi culturali localizzati, mentre le caste dominanti agivano ad un livello
superiore, estraneo a queste affiliazioni locali. Organizzazioni localizzate di
questo tipo, strutturate su due diversi livelli, operavano contro la formazione
di un’entità nazionale coerente. Al contrario, Gellner vede nell’affermazione
della società industriale l’inizio della diffusione di occupazione e norme
tecniche che hanno incrementato il senso di identità nazionale. Questa tesi
mette in discussione l’importanza che gli approcci etno-simbolisti attribuivano
alle formazioni alla costruzioni pre-moderne. Gellner individua nello sviluppo
dell’istruzione di massa un momento fondamentale della creazione delle identità
nazionali nell’era industriale. Il linguaggio di un sistema educativo produce
una comunità umana uniforme: la nazione. Sviluppando un particolare linguaggio
nazionale, gli individui diventano inclini a lavorare e costruirsi una vita all’interno
di un determinato contesto nazionale, poiché il passaggio in un’altra area
linguistica non è semplice. L’approccio modernista di Gellner indirizza la
nostra attenzione sulla nascita delle nazioni a partire da necessità pratiche
facendo riferimento alla necessità della società industriale di un’educazione
di massa della popolazione. A dare sostegno alle tesi di Gellner ci pensa
Hobsbawm, affermando che l’identità nazionale è una forma di “falsa coscienza”,
che serve a mascherare le vere relazioni sociali: quelle di classe.
Un’autorevole applicazione delle idee moderniste si può
trovare nel saggio di Anderson, il quale utilizza una prospettiva modernista
per sostenere che le nazioni siano “comunità immaginate”, poiché gli
appartenenti ad una nazione non conosceranno mai la maggior parte dei propri
connazionali; eppure nelle menti di ognuno è ben presente l’idea della loro
unità. Non viene utilizzato il termine “immagine” per affermare che le nazioni
esistano solo sul piano puramente immaginario e che non portino degli effetti
anche sul piano concreto. Anderson critica l’idea che le nazioni siano una
costruzione fondata su reali comunità umane e suggerisce che le comunità umane
(al di fuori della famiglia) non dovrebbero venire distinte in base allo loro
falsità o genuinità, ma piuttosto allo “stile in cui sono immaginate”. Il
politologo britannico concentra l’attenzione su pratiche culturali ripetute,
necessarie per produrre e riprodurre l’importanza delle identità nazionali: dal
momento che le nazioni non pre-esistevano alla loro identificazione, è
necessario ri - immaginarle continuamente e la nascita dei mezzi di comunicazione
a stampa ha avuto un’influenza determinate nel comunicare le identità nazionali
collettive. Anderson pone la sua attenzione suoi luoghi e gli spazi nei quali e
attraverso i quali viene celebrata e rappresentata l’identità nazionale (musei,
mappe, censimenti).
Riprendendo questi temi Billing esplora i meccanismi
attraverso i quali la nazione viene comunicata alla cittadinanza, in un
processo che definisce flaggingeo-politica Attraverso le attività quotidiane,
la nazione viene costellata di simboli (flags) e linguaggi (pagare con
banconote su cui è stampata la faccia di un rappresentate della nazione).
Billing è interessato ad identificare le complesse abitudini di pensiero che
rendono naturale il “nostro” nazionalismo, trascurandolo, mentre si proietta
solo sugli altri la visione del nazionalismo come un’entità irrazionale
(movimenti separatisti violenti).
Nell’articolare diverse spiegazioni per la nascita delle
nazioni, le prospettive moderniste spostano la nostra attenzione sulla
connessione casuale tra l’affermazione della sovranità statale e l’identità
nazionale. Questa posizione implica chiaramente che le nazioni non esistono di
per sé, ma vengono create ed è necessario indagare le dinamiche politiche
coinvolte in questo processo di produzione.
Associando le nazioni
alla modernità, però, questo approccio lascia spazio alla prospettiva di un’epoca
nella quale le nazioni potrebbero non rappresentare più un elemento importante
dell’identità individuale, data la crisi delle unità territoriali statali
(anche della cultura unica nazionale) ed al riconoscimento delle differenze
culturali locali e regionali (post-modernisti). In merito a queste tesi,
relative al riconoscimento delle identità e delle collettività sub - nazionali,
è utile sottolineare soprattutto due elementi. In primo luogo, questo approccio
non dovrebbe essere considerato un netto punto di rottura con la visione del
mondo degli autori modernisti. Le prospettive utilizzate da questi ultimi si
basavano sulla creazione e la rappresentazione di specifiche identità e questo
interesse per la produzione della nazione ha il proprio punto di partenza nell’idea
che nessuna identità è completa, indiscutibile e omogenea. Featherstone ha
invece masso in evidenza un altro aspetto fondamentale, ovvero che le identità
sono sottoposte ad un costante processo di ripensamento e riproduzione,
attraverso le azioni dei singoli individui e delle istituzioni. Ogni tentativo
di studiare questi processi dimostrerebbe che l’identità nazionale è diversa
nel tempo e nello spazio e dovrebbe venire collegata al contesto specifico del
suo oggetto di studio. In secondo luogo, la prospettiva postmoderna mette in
luce la natura plurale dell’identità, cioè il fatto che gli individui
possiedono delle identità locali che si affiancano o sostituiscono quelle
nazionali. Questo aspetto è fondamentale: le identità territoriali sono fluide
e contestabili. L’osservazione della pluralità di identità evidenzia inoltre
che l’identità nazionale è solo una delle molte possibili identità sociali che
ciascuno di noi possiede.
In conclusione, l’identità nazionale si fonda sulla
formazione di un gruppo sociale (la nazione), che si differenzia da altri
gruppi sociali (le altre nazioni) e dalle fonti di altri tipi di identità.
il nazionalismo come
movimento sociale
La visione più comune considera, come obiettivo del
nazionalismo, quello di ottenere l’autonomia politica della nazione, attraverso
l’istituzione di una comunità politica (Stato), il cui territorio coincida con
quello della nazione stessa. A partire da questa affermazione si individuano
due categorie distinte di nazionalismo: quello etnico e quello civico. Il
nazionalismo civico è quello che fa riferimento a pratiche di costruzione della
nazione messe in atto dallo Stato, rimandando a forme di patriottismo o
cittadinanza che celebrano l’esistenza di uno Stato. Al contrario, il nazionali
etnico, in quanto movimento sociale, determina il passaggio dalla convinzione
dell’esistenza di un determinato gruppo, nazionale ed etnico, ad una vera
attività politica, esercita in relazione ad esso. Questo può condurre alla
nascita di movimenti separatisti, laddove una minoranza interna ad uno Stato
ambisca all’indipendenza. Il nazionalismo etnico si definisce irredentista
quando la stessa nazione è suddivisa in minoranze etniche interne a stati
confinanti, le quali cercano di universi per ottenere uno Stato autonomo
(Baschi divisi tra Spagna e Francia).
È necessario usare questo schematismo con cautela per due
motivi. Innanzitutto perché la distinzione tra nazionalismo civico ed etnico
viene spesso rappresentata dai mezzi di comunicazione e dall’opinione pubblica
come associata alla divisione tra Nord
e Sud del mondo, identificando il
patriottismo ed il senso della cittadinanza (civico) con i paesi più ricchi e
un’identità politica primordiale (etnico) con i paesi in via di sviluppo. In
secondo luogo, i movimenti nazionali attivi al di fuori dello Stato vengono
considerati etnici, mentre quelli supportati dalla burocrazie statali vengono
legittimati e definiti civici. Queste definizioni servono come indicatori del
potere relativo dei diversi movimenti nazionalisti.
In questa sede si considerano tutti i movimenti nazionalisti
come costruiti socialmente, con il fine di raggiungere determinati obiettivi politici.
Il nazionalismo necessita di discorsi che facciano riferimento all’antichità, a
reti familiari ed appartenenze culturali di lungo corso. Infatti, Hobsbawm e
Ranger sostengono che le nazioni vengono costruite attraverso tradizioni
intentare: pratiche governate da regole accettate apertamente o tatticamente,
di natura rituale o simbolica, che mirano ad inculcare determinati valori e
norme di comportamento attraverso la loro ripetizione, che automaticamente
implica una continuità con il passato.
Molto autori hanno posto l’accento sulle condizioni sociali
ed economiche che possono favorire lo sviluppo di movimenti nazionalisti,
soggetti a consistenti variazioni su base geografica nel proprio sviluppo,
nella propria portata e nel proprio successo. I geografi hanno cercato spesso
di spiegare queste variazioni facendo riferimento alla diffusione disomogenea
di certi processi sociali ed economici. In molti casi, il nazionalismo di
sviluppa in regioni che rimangono periferiche rispetto alla crescita economica,
lontane dalle fonti del potere statale. Anche se alcune precondizioni sono
importanti, tuttavia, non esiste una regola universale che dica quali
problematiche, economiche, sociali o politiche generino delle reazioni
nazionaliste, né esistono tendenze osservabili che consentono di stabilire se
il nazionalismo si sviluppi più facilmente in aree ricche o povere. Ad esempio,
le rivendicazioni d’indipendenza avanzate dalla Croazia e della Slovenia sono
state in parte la conseguenza delle disparità economiche tra le sei repubbliche
jugoslave. Questo esempio, mette in evidenza tre importanti fattori dell’affermazione
dei movimenti politici nazionalisti. Primo, il contesto economico può giocare
un ruolo molto importante nel far nascere i movimenti nazionalisti, comunque da
situare nel loro contesto storico. Secondo, i programmi politici dei partiti
nazionalisti croati e sloveni non venivano costruiti a partire da valutazioni
oggettive della situazione economica, ma sfruttavano i fattori economici come
evidenze tangibili della dominazione culturale serba. Terzo, la soluzione
proposta dai nazionalisti era la creazione di due stati sovrani indipendenti;
essi sostenevano che l’identità nazionale ed il territorio politico dovessero
essere fatti coincidere, con la creazione di stati-nazione costituiti su base
etnica.
Quindi, si può dire che, diverse circostante possono
alimentare la miccia del nazionalismo, ma è impossibile prevedere sulla base di
quali specifiche circostanze questo accadrà. Probabilmente è più corretto pensare
al nazionalismo come ad una strategia politica, focalizzandosi quindi sull’ambito
politico. Una volta definito il nazionalismo come un progetto politico, che
viene portato avanti da alcuni individui e gruppi sociali interni alla nazione,
sulla base delle risorse che questi sono in grado di utilizzare, si possono
iniziare a spiegare la sua nascita e le sue geografie.
Uno dei possibili percorsi di ragionamento mette l’accento
sul ruolo che le caste etniche svolgono in questo processo. Le caste etniche sono
spesso ben istruite, dotate di capacità retorica e possiedono una certa
familiarità con le fonti dell’identità culturale, a partire dalle quali vengono
costruite discorsivamente la collettività etnica e la nazione. Esse hanno uno
specifico interesse nel cercare l’indipendenza della nazione, poiché è
probabile che saranno i loro membri a costituire il nuovo apparato dello Stato
ed a beneficiare più di altri delle nuove fonti di crescita economica.
il regionalismo
Esistono un insieme sempre più consistente di lavori, in
geografia politica che si occupano della formazione dell’identità e dei
processi politici ad una scala diversa di analisi: quella regionale. Non
bisogna pensare alle regioni semplicemente in termini spaziali, ma considerarle
come configurazioni territoriali costituite in relazione al potere di governo
ed alla formazione di identità esistenti a livello statale.
Le regioni sembrano poter rappresentare un’unità
territoriale flessibile, da utilizzare per analizzare i cambiamenti politici,
sociali ed economici, qualora lo Stato si dimostrasse non più adatto per questo
scopo. Alcuni studiosi hanno visto in questo nuovo ruolo delle regioni una
naturale reazione al venir meno del senso di analisi su scala statale, in un
epoca in cui i flussi globali di capitale generano marcate differenze regionali
ed accentuano l’importanza dei processi di scala sub-statale. Secondo l’economista
Omhae una soluzione a quest’inadeguatezza dello Stato nel rappresentare le
dinamiche del mondo moderno, potrebbe essere quella di prendere in
considerazione, al suo posto, le regioni. Il concetto di regione è abbastanza
duttile da consentire territorializzazioni multiple, costruite in base a
criteri economici, politici o culturali. Omhae individua tra i principali
aspetti positivi del ragionare su base regionale il fatto che i confini della
regione non sono stabiliti in modo definitivo dagli interessi politici, ma
vengono tracciati dai mercati globali di beni e servizi.
Le regioni possono, però, essere anche pensate in termini culturali,
per esempio attraverso la delimitazione della diffusione territoriale di un
certo gruppo linguistico (regioni linguistiche sub statali: Vallonia e Fiandre
in Belgio). Le regioni non sono solo delle collettività economiche e culturali
che si sono costituite naturalmente, ma in molti paesi esse sono anche dei
territori definiti politicamente, attraverso i quali il governo esercita il
proprio potere. Spesso queste suddivisioni evidenti dei territori statali
vengono scelte come punto di partenza per molti studi, ma è necessario adottare
una grande cautela nel considerarle come divisioni dello Stato naturali e
fondate su elementi pre-esistenti (organizzazioni del territorio decise dal
basso o dall’altro?).
La varietà di approcci nello studio delle regioni porta ad
un altrettanto differenziato panorama di prospettive all’interno della
geografia regionale. Dal punto di vista della geografia politica, è necessario
indagare come le regioni vengono prodotte, in seguito a quali mobilitazioni,
quali sono le suddivisioni territoriali predominanti e perché lo sono. Questo
porta ad essere particolarmente attenti al ruolo del potere nel definire
specifiche configurazioni regionali. Per rendere chiaro questo processo, il
geografo Paasi ha identificato tre modi di concepire le regioni, prevalenti
nell’ambito delle discipline geografiche: prospettive pre-scientifiche;
prospettive disciplinari; prospettive critiche.
L’approccio pre-scientifico vede pragmaticamente le regioni
come un’unità territoriale data, necessaria per raccogliere e rappresentare i
dati statistici, ma alla quale non viene attribuito nessun ulteriore ruolo
concettuale. Questa prospettiva è diffusa negli studi regionali empirici
realizzati in supporto alle politiche, nei quali le realtà delle diverse regioni
vengono messe a confronto per cercare di ridurre le disuguaglianze regionali.
Le prospettive disciplinari considerano le regioni come l’oggetto
o il risultato di un processo di ricerca, piuttosto che come fenomeni naturali
o pre-esistenti. Questo approccio vede inoltre le regioni come il risultato di
dibattiti accademici e di relazioni di potere/conoscenza, quando queste vengono
determinate in seguito a degli studi, grazie alla capacità di alcune discipline
di far emergere le dinamiche geografiche e territoriali. Viene quindi suggerito
che è la ricerca a creare le regioni, che diventano suddivisioni riconoscibili
di uno Stato. Attraverso questi processi vengono immaginati nuovi territori,
che hanno il potere di modificare la realtà politica (testi scolastici
modificano l’immaginario geografico di una popolazione parlando di connessioni
naturali tra identità e territori).
Il regionalismo critico sostiene che le regioni siano delle
costruzioni sociali. Come evidenzia Paasi, le regioni, i loro confini, i loro
simboli e le loro istituzioni non sono il risultato di processi evolutivi
autonomi, ma l’espressione di una continua lotta relativa ai significati che
vengono attribuiti al territorio, alla rappresentatività, alla democrazie e al
welfare. L’attenzione nei confronti delle lotte ci porta a considerare la
complessità di rappresentazioni, istituzioni e idee che sostengono determinate
configurazioni regionali a discapito di altre. La prospettiva critica del
regionalismo ci spinge a considerare i processi e le posizioni che sostengono
la riproduzione di quelli definibili come “territori immaginati” (Anderson,
“comunità immaginate). Le classificazioni regionali, ovvero la definizione di
cosa siano le regioni e la regionalizzazione, sono orientate alla produzione di
effetti sociali e sono intrise di potere. Beck sostiene (analizzando le
differenze nella formazione dell’identità e nei comportamenti politici nella
regione basca spagnola ed in quella francese) che la formazione dell’identità
regionale è il prodotto della relazione tra le regioni e lo Stato.
Riguardo alla discussione generale sulle regioni il lavoro
di Beck illustra alcuni punti molto importanti. Primo: bisogna studiare le
regioni all’interno del loro contesto geografico e storico. Questo vuole essere
un tentativo di sottolineare la natura dinamica, mutevole ed incompleta della
formazione delle regioni e delle identità. Secondo: bisogna essere molto cauti
nel mettere a confronto le pratiche politiche dei diversi contesti regionali,
il ragionamento necessita di essere inquadrato nei termini del contesto degli
stati e delle relazioni tra regioni e stato. Terzo: il caso studio del Paese
Basco mette in evidenza la persistenza temporale dell’importanza della
costruzione discorsiva delle geografie regionali. La rappresentazione delle
tradizioni e la creazione di specifiche costruzioni culturali ha fatto sì che
la regione basca sia un territorio politico individuabile, nonostante questa
sia in contraddizione con i confini statali esistenti.
Bisogna considerare le regioni come sistemi sociali
parziali, collegati da un punto di vista funzionale agli altri livelli
territoriali, piuttosto che come società globali, che racchiudono in sé tutte
le relazioni sociali, alle quali aspirano tradizionalmente gli stati nazionali.
conclusione
Bisogna usare le tesi degli autori modernisti, studiando le
nazioni come prodotto degli stati moderni e in particolare delle nuove forme di
tecnologia e produzione della conoscenza, associate all’affermazione del
capitalismo nel XIX secolo. Si è utilizzata la stessa prospettiva critica per
analizzare il concetto di nazionalismo. I movimenti nazionalisti sono stati
creati per raggiungere determinati scopi politici: anche se i nazionalisti
sottolineano la natura autentica ed arcaica delle loro battaglie, è nostro
compito contestualizzare ogni movimento all’interno della propria realtà
politica. Infine, si è esaminato le nuove geografie del regionalismo, cercando
di descrivere la produzione di geografie regionali a diverse scale territoriali.
Per ultimo, vorremmo suggerire una prospettiva che studi le regioni
considerandole luoghi vissuti ed esplori la loro produzione di territori
regionali e delle identità ad essi collegate.
IMPERIALISMO E POSTCOLONIALISMO
preambolo
L’esportazione del sistema statuale europeo, attraverso il
colonialismo e la successiva decolonizzazione, non può essere consegnata alla
storia, come un fatto del passato. Ancora oggi si possono vedere gli effetti di
pratiche coloniali ingiuste, messe in atto secoli fa. Oltretutto il
colonialismo è stato è un processo segnato da relazioni squilibrate di potere
tra colonizzatori e colonizzati. La colonizzazione non agisce semplicemente
attraverso lo sfruttamento materiale, come il rifiuto di concedere diritti
territoriali o l’appropriazione delle risorse naturali. Sono fondamentali anche
pratiche di rappresentazione messe in atto dai colonizzatori, attraverso le
quali le loro idee e le loro pratiche vengono accettare e legittimate. La
capacità di produrre conoscenza era strettamente collegata alla capacità di
colonizzare territori: i colonizzatori europei sfruttavano il prestigio delle
nuove discipline scientifiche emergenti, come la geografia, per attribuire
legittimità alla loro avventure coloniali.
Ci si occuperà dello stretto legame tra la produzione di
conoscenza geografica e le pratiche dell’imperialismo e del colonialismo.
l’espansione dell’Europa:
l’incontro con gli altri popoli
È chiaro che la superiorità geo-politica europea non era un
fatto assoluto. Dovunque siano andati, gli Europei hanno incontrato altri
popoli, che spesso vivevano in società complesse, con alti livelli di
tecnologia, di organizzazione politica di sviluppo culturale. Quindi, il fatto
che questi altri popoli non siano riusciti a governare e dominare il resto del
mondo non deriva da una loro presunta condizione primitiva o da strutture
sociali degradate, ma riflette piuttosto combinazioni molto diverse di
circostanze storiche, politiche e culturali, di priorità economiche e di
valori.
Anche se non si può capire il mondo moderno al di fuori del
contesto dell’imperialismo occidentale, soprattutto per quanto riguarda le
relazioni tra i paesi industrializzati e ricchi del Nord e quelli poveri del Sud
del mondo, sarebbe un errore pensare che il controllo europeo sia stato diffuso
ovunque, in modo totale o omogeneo. Alcune parti del mondo sono scampate del
tutto al dominio formale dei paesi europei, mentre altre, che formalmente
facevano parte di un impero coloniale, non sono mai state davvero sottomesse.
In primo luogo, c’era il problema logistico di governare porzioni di territorio
e popolazioni che erano più grandi degli stati europei e spesso molto distanti.
Quindi, il dominio imperiale si è affermato tramite compromessi tra le
strategie e le istituzioni dei dominatori e quelle dei dominati, anche se si è
trattato di compromessi iniqui e ingiusti. In secondo luogo, c’è sempre stata
resistenza all’imperialismo. Dovunque siano andati, i colonizzatori europei
hanno sperimentato la resistenza dei popoli ai loro tentativi di governarli.
le cause dell’espansione
Nessuno studio sull’imperialismo può ignorare il ruolo del
commercio. Il capitalismo mercantile rappresentava il modo di organizzazione
economica prevalente nelle città europee del Medioevo e si basa sul principio
di comprare a basso costo e rivendere ad un prezzo più alto. Molti beni erano
prodotti direttamente sul territorio europeo, utilizzando materie prime locali.
Con la crescita delle città medievali, ed il conseguente sviluppo di un mercato
di beni di lusso, si registrò però la crescita della domanda di materie prime e
beni che non potevano essere prodotti localmente o dei quali l’offerta era
troppo scarsa. Gli europei sapevano già da secoli, nel 1400, che in Asia era
possibile rifornirsi di molti beni di lusso ma, i percorsi via terra erano
insicuri e chi li percorreva era soggetto a possibili ritardi, perdite di
materiale ed all’autorità di chi governava quei territori da attraversare.
Grazie alle esplorazioni marittime del XV secolo, i mercanti
dell’Europa Occidentale potevano commerciare con i territori asiatici, senza i
rischi dei difficoltosi percorsi via terra che attraversavano il Medio Oriente.
L’espansione oltremare dei paesi europei ebbe anche
motivazioni religiose. Le prime esplorazioni, condotte da Spagna e Portogallo,
furono infatti motivate in parte anche dalle presunte minacce nei confronti del
Cristianesimo cattolico, che provenivano dall’Islam e dalla Riforma
protestante. Nel XVII secolo, furono i Protestantesimo a cercare la salvezza oltreoceano,
con l’insediamento dei Puritani sulle coste orientai del Nord America.
La penisola iberica si
espande oltre oceano
Le nuove rotte commerciali marittime verso l’Oriente erano
inizialmente controllate dal Portogallo, i cui esploratori fondarono numerose
stazioni commerciali lungo le coste dell’Africa, dell’Asia meridionale e dell’Estremo
Oriente. L’importanza che essi attribuivano al commercio fece sì che il loro
impero fosse costituito da piccoli possedimenti, mentre non venivano messi in
pratica tentavi di estensioni di territorio dell’entroterra alle spalle delle
stazioni commerciali. Quando i tempi furono maturi, i primi imperi europei di
una certa estensione furono quelli istituiti nel Nuovo Mondo da Spagna e
Portogallo. L’espansione dei due paesi della penisola iberica portò grande
ricchezza alle due monarchie, proveniente soprattutto dai metalli preziosi.
l’ascesa dell’impero
britannico
Solo pochi decenni dopo la sua affermazione, il dominio
della Spagna e del Portogallo si trovò a fronteggiare una seria minaccia. Fin
dalla seconda metà del XVI secolo, infatti, ebbero inizio le esplorazioni del
continente nordamericano da parte di Francia e Gran Bretagna e, sulla costa
atlantica, vennero fondato varie colonie britanniche, francesi e olandesi. I
rapporti tra l’Europa e l’Oriente, nel corso del XVII secolo, furono
prevalentemente commerciali.
Il processo di costruzione dell’impero, inoltre, fu lungo e
lento e, per completarlo, fu necessario più di un secolo di conflitti militari,
economici e culturali con le popolazioni e le istituzioni locali. Con il
passare del tempo, l’importanza attribuita al commercio lasciò gradualmente il
posto alla necessità di stabilire un governo politico-militare, delegando
attività commerciali ai privati. Questo processo culminò nella Rivoluzione
Indiana del 1857, con il trasferimento del potere dalla Compagnia delle Indie
alla Corona.
Il tramonto dell’espansione imperialista era ancora molto al
di là da venire: l’Africa rappresentava infatti un collegamento vitale e
sanguinoso, nel commercio triangolare che portava gli africani ad essere
venduti come schiavi in Sud America,
per lavorare nelle piantagioni e le materie prime di queste venivano poi
importate in Europa e trasformate in beni finiti, da riesportare a loro volta
nelle colonie. Lungo le coste di tutta l’Africa, gli europei fondarono piccole
città e porti commerciali, mentre, all’inizio del XVIII secolo, il resto del
continente era ancora del tutto inesplorato. Fu nei trentacinque anni che
intercorsero tra il 1880 ed il primo conflitto mondiale, che tutto il
continente africano, comprese la sua popolazione e le sue risorse, venne
spartito tra le grandi potenze europee.
Infine, nel 1801, il continente australiano venne
circumnavigato, scoprendo così che si trattava di un’isola e dopo la scoperta
delle miniere d’oro divenne la destinazione di immigrazione, trasformandosi in
uno dei principali esportatori di prodotti agricoli.
guerra d’indipendenza
americana
La guerra d’indipendenza american (1775-1783), seguita dalla
formazione degli Usa, è stato certamente uno degli avvenimenti cruciali che
hanno segnato la nascita del mondo contemporaneo. In questo periodo vi fu
infatti la prima origine dell’impetuoso sviluppo che doveva fare di questa
nuova nazione la potenza dominante del globo; ma soprattutto il primo
riferimento agli ideali di libertà e uguaglianza contenuti nella Dichiarazione
di Indipendenza; tale documento rappresentò un modello per tutti qui cittadini
europei di ampie vedute che desideravano liberarsi dal gioco dei sovrani d’antico
regime.
le radici imperialiste
della geografia: il ruolo dell’imperialismo nella conoscenza geografica
Nel processo di espansione imperialista e di colonizzazione
dei territori d’oltremare un ruolo di vitale importanza è stato svolto dalla
conoscenza. Se da un lato l’espansione delle potenze europee ha prodotto nuovi
saperi, dall’altro era a sua volta dipendente da quelle stesse conoscenze,
perché lo sviluppo dei possedimenti d’oltreoceano richiedeva specifiche
informazioni e capacità in molti campi diversi. Lo sviluppo dell’imperialismo è
stato determinato anche dal modo con cui si guardava agli altri popoli ed ai
loro territori: per rendere accettabili i comportamenti crudeli del
colonialismo, era necessario che gli europei si sentissero superori rispetto a
tutti gli altri. La crudeltà del colonialismo si fondava, quindi, su una serie
di convinzioni, rappresentazioni e discorsi relativi ai diritti degli europei
nei confronti del resto del mondo.
La geografia moderna è stata un prodotto dell’imperialismo.
In primo luogo, perché la conoscenza delle caratteristiche della superficie
terrestre, dei suoi continenti e dei suoi oceani, delle sue piante dei suoi
animali, dei suoi popoli e dei loro modi di vita ha vissuto un enorme incremento
in seguito all’espansione degli stati europei, diventando il principale
argomento di studio della nuova geografia. Secondo, perché questa disciplina
aveva tra i suoi argomenti privilegiati di studio molte delle conoscenze
pratiche e teoriche che furono messe in atto durante le esplorazioni e la
costruzione dei nuovi insediamenti (cartografia, pianificazione territoriale).
Terzo, la geografia utilizzava modalità specifiche di conoscenza del mondo che
resero possibile e nello stesso tempo legittimarono la pratica dell’imperialismo.
la questione del clima
Mettere in relazione il clima con l’evoluzione dell’uomo
rappresenta uno dei primi tentativi di sviluppare un sistema teorico, nell’ambito
della geografia umana, relativamente alla superficie terrestre. Secondo questo
sistema di pensiero, le caratteristiche climatiche dell’ambiente potevano
determinare la storia e la geografia dello sviluppo umano e delle differenze
socio-culturali (determinismo ambientale). All’epoca era comune ritenere che il
clima e la morfologia di un territorio potessero influenzare in maniera
uniforme tutta la popolazione che ci viveva e questo condusse i geografi a
discutere delle caratteristiche razziali dei diversi popoli.
Livingston ritiene molto importante soffermarsi sul rapporto
tra le interpretazioni che i geografi davano del clima e delle zone climatiche
e i discorsi sull’inferiorità e la superiorità razziale, che svolgevano un
ruolo importante nei progetti imperialisti. Secondo Livingstone, gli studi che
i geografi svolgevano sul clima erano molto distanti da quella validità
scientifica che pretendevano gli venisse attribuita, essendo al contrario molto
legati ai giudizi morali, religiosi e politici allora diffusi. Veniva
attribuita una grande importanza all’impatto delle variazioni climatiche sull’uomo,
ritenendo che esso condizionasse anche i modi di vita e l’apparenza biologica
delle persone. Quella che Livingstone chiama “l’economia morale” del clima e
che metteva in relazione le variazioni climatiche con la presunta suddivisione
della specie umana in diverse razze.
Oggi, gli scienziati sociali sono molto più scettici
riguardo al concetto di razza come distinzione biologica, sostenendo che non
esistono assolutamente fondamenti biologici soddisfacenti per dividere le
persone in base alla loro razza e che senza dubbio non ci sono delle differenze
nel potenziale fisico, mentale ed emozionale degli appartenenti a queste
presunte razze. Per molti decenni, comunque, si è utilizzata una suddivisione
del genere umano in gruppi separati, differenziati su base biologica. In questo
contesto, lo studio dei climi era importante, poiché era diffusa la convinzione
che le differenze razziali fossero legate alla varietà climatica, sia perché la
causa delle prime era da ricercarsi nelle stesse differenze climatiche, sia
perché le razze erano distribuite da Dio ciascuna nella zona climatica ad essa
più appropriata.
Non è possibile ridurre facilmente queste tesi al frutto
barbaro e razzista di una scienza immatura e non ancora sviluppata, se si considera
l’importanza che essere ebbero in tutto il mondo. Non solo il discorso dell’economia
morale dei climi fornì la giustificazione ed il fondamento teorico a quelle che
divennero pratiche consuete nell’imperialismo del XIX secolo (schiavitù), ma
esso ha anche esercitato un’influenza sorprendentemente duratura sulla
geografia come disciplina accademica.
mappare e dominare
La geografia come disciplina era coinvolta nei progetti
imperialisti anche per finalità estremamente pratiche. Controllare e governare
terra e popolazioni lontane richiedeva un alto grado di conoscenza, sia dei
territori che dei popoli e, nelle strategie dei paesi europei nei propri imperi
d’oltreoceano svolsero un ruolo fondamentale la cartografia e la raccolta di
dati. Le carte rendevano questi territori sconosciuti più comprensibili,
secondo il modo di pensare europeo, e consentivano di imporre l’ordine e la
razionalità occidentali a paesaggi umani creati da visioni del mondo molto
differenti.
Il colonialismo europeo cercava di prendere possesso dei
nuovi territori, attribuendo alle loro parti nomi e definizioni, che potevano
essere familiari, quando si utilizzavano termini della propria lingua, oppure
volutamente esotiche, quando si preferiva il linguaggio delle popolazioni
locai. In entrambi i casi, l’azione di denominare i luoghi, di disegnare delle
carte geografiche e di conseguenza di rappresentare linguisticamente il nuovo
territorio, era un’altra strategia, attraverso la quale le nuove terre potevano
essere conosciute e possedute.
I geografi contemporanei si sono concentrati prevalentemente
sull’imperialismo come modo di considerare il mondo, di costruire identità di
se stessi e degli altri e di cercare di controllare non solo il destino
economico e politico di altri popoli e territori, ma anche la loro evoluzione
culturale.
È necessario considerare lo sviluppo dell’imperialismo
esaminando le sue pratiche spaziali.
la teoria del sistema
mondo
Fornire delle interpretazione e delle spiegazioni dell’espansione
su vasta scale dell’Europa nel resto del mondo è complicato ed è stato al
centro di un acceso dibattito accademico. Una delle possibili cornici
esplicative è quella dell’analisi del sistema mondo, che è stata sviluppata nel
corso di molti anni da Wallerstein.
Secondo Wallerstein, che condivide l’interesse di Braudel
per i cambiamenti di lungo periodo nelle relazioni sociali ed economiche, le
tre forme di scambio individuate da Polanyi (reciprocità di lignaggio,
redistributiva-tributaria, scambio di mercato) corrispondono a tre tipologie
differenti di sistemi sociali, i soli tre sistemi socio-economici che sono
esistiti nella storia: i mini sistemi, nei quali gli scambi sono reciproci; gli
imperi mondiali, dove lo scambio è redistributivo; l’economia-mondo
capitalista, nella quale è il mercato a dominare. I mini sistemi sono stati
finora i più numerosi, anche se nel mondo contemporaneo sono del tutto
scomparsi (Indiani d’America). Wallerstein identifica anche numerosi imperi
mondiali, nei quali era presente una vasta base di produttori agricoli, che
fornivano sia i prodotti per la sopravvivenza alla popolazione, sia i beni di
lusso per un piccolo gruppo elitario (impero romano, sistema feudale). Secondo
la sua analisi tutti i mini sistemi e gli imperi mondiali sono stati eliminati
o assorbiti dall’economia-mondo capitalista. Dal XVI secolo in poi, il mondo è
stato gradualmente dominato dell’economia-mondo capitalista europea che è
diventata però davvero globale solo nel ‘900.
Possiamo identificare nel pensiero di Wallerstein due importanti
idee, che distinguono l’approccio del sistema-mondo dalle concezioni
tradizionali dei cambiamenti economici globali. La prima è l’idea di una
società unica: tradizionalmente le scienze sociali consideravano il mondo
diviso in tante società. L’integrazione delle attività economiche nel sistema-mondo
comporterebbe infatti che oggi esista una sola società globale. Quest’intuizione
è collegata alla seconda, l’errore dello sviluppismo: lo sviluppo è stato
tradizionalmente visto come un percorso lungo il quale le diverse società
passavano da bassi livelli di attività economica a sistemi più ricchi e
complessi. Però, dal momento che oggi esiste una sola economia, di scala
mondiale, le sue singole parti non possono percorrere automaticamente la scala
dello sviluppo: le attività economiche che hanno luogo in ciascun paese del
mondo sono strettamente connesse a quelle che accadono in tutti gli altri. La
capacità di alcuni stati di produrre grandi redditi e di sostenere alti livelli
di standard di vita dipende dall’esistenza di altri paesi, le cui economie
rimango sottosviluppate a causa delle dinamiche dell’economia-mondo, per
sostenere la ricchezza della minoranza più ricca della popolazione mondiale.
L’approccio di Wallerstein offre anche una cornice di pensiero
più ampia, all’interno della quale è possibile comprendere l’espansione degli
stati europei. È evidente il parallelismo con l’importanza che abbiamo
attribuito al processo storico di nascita e sviluppo degli imperi d’oltremare.
La teoria del sistema-mondo ha trovato ne mondo accademico ferventi sostenitori
e accesi critici, portando una grande contributo nell’ambito della geografia
politica. L’attenzione che queste teoria pone sulla struttura spaziale dell’economia-mondo,
che secondo Wallerstein si divide in un centro, una semi-periferia ed una
periferia, è molto vicina all’approccio geografico.
le critiche alla
teoria del sistema–mondo
Giddens suggerisce che l’approccio del sistema–mondo abbia
soprattutto due difetti principali. Innanzitutto, sostiene, sarebbe
caratterizzato da una sorta di riduzionismo economico, non nel senso che prende
in considerazione solo i processi economici, ma che, anche quando affronta
questioni culturali e politiche, tende a spiegarle in termini economici. Nella
visione di Giddens, le dinamiche dell’economia-mondo sono fondamentali per
spiegare i cambiamenti globali, ma questi sono anche un prodotto dello sviluppo
di un sistema internazionale di stati, che non può venire preso in
considerazione solo dal punto di vista economico. Questo implica anche che si
debba riconsiderare l’idea di società unica: potrà pur esistere un’unica
economia-mondo capitalistica, ma le varie società continuano ad avere una
grande importanza. In sostanza, l’idea di società unica ha senso quando la società
viene considerata come un sistema di integrazione economica, mentre non
funziona altrettanto bene quando si tiene conto delle relazioni politiche o
culturali.
La seconda falla che Giddens riscontra nelle idee di
Wallerstein riguarda gli elementi funzionalisti presenti al loro interno. Con
funzionalismo Giddens intende la tendenza a spiegare qualcosa a partire dai
suoi effetti (tipico delle scienze biologiche). Lui ritrova il pensiero
funzionalista nell’idea di regioni semi-periferiche, la cui esistenza viene
spiegata facendo riferimento alle necessità del sistema-mondo. Può anche essere
vero che l’esistenza di una fascia di stati semi-periferici, intermedia tra i
paesi ricchi e la periferia povera, può contribuire a stabilizzare l’economia-mondo,
ma questa funzione stabilizzatrice non è sufficiente a spiegare la nascita
iniziale di questa semiperiferia, né il fatto che essa continui ad esistere.
le strategie di
dominazione coloniale
Nello studiare l’espansione imperialista è necessario
considerare sia le strategie dei colonizzatori, che quelle dei colonizzati, in
un determinato contesto. Questo significa anche che l’integrazione dei
territori extra-europei nell’economia-mondo è decisamente meno completa e
onnicomprensiva di quanto suggerirebbero gli scritti di Wallerstein. Il nostro
approccio evita di farci cadere nel riduzionismo economico, sottolineando il
fatto che le strategie politiche, e le risorse dalle quali dipende il potere
politico, non sono solo economiche, ma anche culturali, militari, patriarcali,
razziste. In altre parole, l’imperialismo era più legato alle strategie di
dominazione culturale del resto del mondo che a quelle di sfruttamento e
controllo economico.
la dimensione
culturale e quella economica
Generalmente l’annessione di nuovi territori e l’applicazione
del potere imperiale nelle colonie europee d’oltreoceano venivano condotte con
mezzi e strategie di tipo militare, molto diverse dalle varie potenze
imperiali.
Secondo Fieldhouse è evidente che l’Europa abbia ottenuto
numerosi profitti economici nelle prime fasi dell’espansione imperialista ma,
successivamente (nel XIX secolo e all’inizio del XX secolo) le colonie d’oltreoceano
non sarebbero più state soggette allo sfruttamento economico da parte delle
potenze imperialiste. È vero che quello che sostiene Fieldhouse quando afferma
che le colonie stabilite in Asia e in Africa tropicale nelle ultime fasi dell’imperialismo
non nacquero con l’intenzione di ottenere dei profitti economici. Le singole
colonie potevano essere considerate fonti di guadagno, ma nessun impero ha
avuto una funzione ben precisa, né economica, né di altro tipo. Gli imperi
hanno solo rappresentato una fase particolare delle relazioni, sempre mutevoli,
tra l’Europa ed il resto del mondo e sarebbe fuorviante ricercare delle
analogie con il sistema capitalistico.
Nonostante le sue perplessità riguardo allo sfruttamento
messo in atto dall’imperialismo dell’ultimo periodo, Fieldhouse identifica sei
modalità con le quali questo può portare dei vantaggi economici, esprimendo le
diverse strategie economiche ad essi sottese: 1) saccheggio delle ricchezze
presenti in un territorio occupato; 2) trasferimento in madrepatria dei profitti
prodotti nelle colonie; 3) trasferimento di denaro verso le potenze imperiali;
4) imposizione di regole inique negli scambi commerciali con le colonie; 5) sfruttamento
delle risorse naturali, senza un’adeguata compensazione; 6) tassi di ritorno
degli investimenti più alti nelle colonie che in patria.
Secondo Fieldhouse, le prove dell’esistenza o meno di questo
tipo di relazioni economiche sono ambigue. È chiaro che nella prima fase dell’imperialismo,
tra il XVI secolo ed il XVIII secolo, gli aspetti economici abbiano ricoperto
un ruolo molto più importante di quanto avvenuto nel periodo successivo (XIX e
XX secolo), ma anche laddove siano stati evidenti i profitti provenienti dalle
colonie, è difficile dire se questi abbiano avuto luogo grazie ai governi
imperialisti, oppure nonostante la loro presenza. Parlando di strategie
politiche, è invece evidente come gli imperi d’oltreoceano siano stati
sostenuti in patria da esponenti del mondo politico e industriale, che
prevedevano di ricavarne possibili ritorni economici. L’imperialismo formale
raggiunse comunque il proprio apice all’inizio del XX secolo quando il
mantenimento delle complesse strutture di governo, amministrazioni e forze di
sicurezza coloniali in Africa e in Asia già si stava trasformando in un vortice
che risucchiava le finanze delle potenze europee. Questo significa che l’ulteriore
espansione del XX secolo era mossa da strategie diverse da quelle puramente
legate al profitto economico.
la dimensione
culturale e discorsiva
Le strategie discorsive sono importanti perché incarnano
alcune visioni del ruolo e della natura degli europei e dei popoli che sono
stati colonizzati, che hanno rappresentato le precondizioni necessarie per lo
sfruttamento militare ed economico.
Le strategie discorsive dell’imperialismo dipendevano
infatti dalla costruzione del “resto del mondo” non solo come inferiore all’Occidente,
ma come intrinsecamente diverso dal punto di vista qualitativo, ad esempio
dipingendolo come esotico, in contrapposizione all’Europa. Questo spesso
implicava un esotismo di stampo erotico, con l’Oriente che viene spesso
rappresentato come degenerato sessualmente o come lo scenario di possibili
incontri erotici eccitanti ed esotici. In queste pratiche retoriche, gli uomini
occidentali vengono presentati come l’incarnazione della virilità e del vigore.
Per contrasto, il mondo al di fuori dell’Europa veniva spesso rappresentato con
sembianze femminili. Per l’Occidente, orgoglioso della propria razionalità
maschile, illuminista, questo simbolismo non solo serviva a rappresentare il
Nuovo Mondo come inferiore, socialmente e culturalmente, ma anche per
enfatizzare l’esotismo, la fertilità e l’ignoto dei quali erano pieni i
racconti che si facevano in Europa del mondo coloniale.
Attraverso questi elementi discorsivi delle strategie
imperialiste, venivano giustificate e legittimate le stesse pratiche
imperialiste, venivano giustificate e legittimate le stesse pratiche
imperialiste, sia nei confronti dei colonizzatori, che degli stessi popoli
colonizzati. Queste strategie non furono comunque univoche e l’imperialismo
trovò ovunque una strenua resistenza
le strategie anti–coloniali
e la fine degli imperi formali
L’imperialismo occidentale è stato quindi il prodotto di
diverse strategie, alcune militari, alcune economiche, alcune altre discorsive
ed è stato contrastato e sfidato da un altrettanto vario assortimento di
strategie e tattiche messe in atto dai popoli colonizzati. Queste azioni erano
condotte da gruppi ed individui che occupavano, per definizione, posizioni
subordinate nella gerarchia sociale e che non sempre avevano la necessità o la volontà
di documentare le proprie attività, per cui la nostra conoscenza delle forme di
opposizione al governo coloniale è meno approfondita, rispetto a quella delle
strategie imperialiste.
La maggior parte dei materiali a disposizione, quindi,
racconta la storia dal punto di vista del potere coloniale e, anche quanto
questi riguardano i processi e le pratiche della resistenza anti-colonialista,
gli episodi che vengono riportati sono inevitabilmente quelli che hanno
preoccupato maggiormente gli occupanti europei, per esempio per un livello di
violenza elevato. Pur non sottovalutando l’importanza delle rivolte armate dato
che sono state spesso determinanti nel porre fine al potere coloniale, il fatto
che esse siano così presenti nei libri di storia oscura altri eventi quotidiani
e ordinari, che spesso rappresentavano potenti forme di resistenza al potere
imperialista.
La Francia perse la maggior parte dei propri possedimento d’oltremare
in seguito a delle guerre che ebbero luogo negli anni Cinquanta e Sessanta. Le
colonie portoghesi furono invece quelle dalla vita più lunga in Africa, difese
con forza dal governo di Lisbona, che dovette comunque abbandonare l’Africa
intorno alla metà degli anni Settanta. Con il termine del predominio della
minoranza bianca in Sudafrica, nei primi anni Novanta, si sancì la fine di
cinque secoli di dominazione bianca in Africa. Secondo Fieldhouse l’elemento
più interessante della storia degli imperi coloniali moderni è la rapidità con
la quale si dissolsero. Nel 1939 raggiungevano la loro massima estensione,
mentre solo nel 1981 avevano cessato di esistere.
il post-colonialismo
La fine del controllo politico formale è solo una parte del
quadro più complesso: alcuni autori hanno messo in evidenza l’esistenza di un
colonialismo informale, nel quale i vantaggi economici continuano ad essere
diretti verso le ex potenze coloniali, anche in assenza di un controllo diretto
del territorio.
Si consideri lo sviluppo del postcolonialismo, come
posizione politica ed intellettuale.
Una delle differenze maggiori nel tentativo di identificare
le strategie anti-colonialiste è che queste tendono a far rientrare
forzatamente le storie e le geografie dei popoli colonizzati nella storia
raccontata dal punto di vista occidentale. Il filosofo Chatterjee sostiene che
in una situazione di dominio imperialista, perfino le pratiche discorsive di
resistenza ed il dissenso nazionalista assumono quella stessa visione
occidentale del mondo che cercano di ripudiare.
il post-colonialismo e
la geografia
Uno degli aspetti centrali del postcolonialismo è una
difficile e complessa relazione tra i modi d’essere, di pensare, di agire e di
parlare occidentali e quelli dei popoli delle ex colonie europee. Gli autori
che si occupano del postcolonialismo ritengono che la decolonizzazione formale
non corrisponda ad una completa decolonizzazione effettiva: l’imperialismo era
molto di più del formale controllo politico e militare ed il predominio europeo
su gran parte del mondo era anche un predominio di modi di pensare e concepire
quello stesso mondo. Alla fine dell’occupazione formale non ha fatto
immediatamente seguito il ritiro delle categorie colonialiste, delle tecnologie
e delle procedure di dominazione, né l’Europa ha cessato di essere il soggetto
principale al quale fanno riferimento molte storie e geografie postcoloniali.
Crush suggerisce che, nei tentativi contemporanei di
scrivere la geografia da un punto di vista postcoloniale, possono essere
individuati quattro elementi principali: l’ammissione della complicità della
geografia nel dominio coloniale sui territori; la descrizione delle
caratteristiche della rappresentazione geografica nei discorsi coloniali; la
separazione delle geografie locali dalle teorie dominanti e dai loro sistemi di
rappresentazione totalizzanti; la riappropriazione dei territori occupati, e l’attribuzione
a questi nuovi significati da parte delle popolazioni locali, che
rappresentavano gli strati più bassi della società coloniale.
La volontà di esaminare la complicità della geografia nel
dominio coloniale sui territori significa che i geografi dovrebbero prendere in
considerazione in modo critico le modalità con le quali la conoscenza e le
competenze della geografia sono state sfruttate per radicare il colonialismo e
l’imperialismo. Mostrare la rappresentazione geografica nei discorsi coloniali
porta alla dimostrazione di come le pratiche discorsive colonialiste abbiano
implicato l’utilizzo di un certo modo di vedere la geografia e di specifiche
rappresentazioni di luoghi e regioni. I binomi coloniali, come “noi e loro “, o
“civiltà e barbarie”, non sono specchi del mondo, ma atti performativi, che
modificano il mondo attraverso una serie di rappresentazioni. La separazione
delle geografie locali dalle teorie dominanti e dai loro sistemi di rappresentazione
totalizzanti, è la proposta di mettere in discussione il modo in cui la stessa
geografia ha subito le conseguenze del colonialismo. I geografi di tutto il
mondo utilizzano prospettive, teorie interpretative occidentali, mentre,
secondo i principi del postcolonialismo, la conoscenza geografica che si
sviluppa in contesti locali differenti non dovrebbe basarsi sul presupposto che
gli approcci occidentali siano gli unici, o i migliori modi di descrivere e
comprendere il mondo. La quarta componente della geografia postcoloniale è la
riappropriazione dei territori occupati, e l’attribuzione a questi di nuovi
significati da parte delle popolazioni locali, che rappresentavano gli strati
più bassi della società coloniale, ovvero il tentativo di scrivere una nuova
geografia, che attribuisca la giusta importanza all’esperienza di chi ha subito
il colonialismo e ai luoghi nei quali queste persone vivono o lavorano.
conclusione
Si è cercato di identificare le importanti eredità e le
continuità attuali delle relazioni, delle conoscenze e delle pratiche di
governo coloniali. Sottolineando in particolare due elementi, che emergono dai
recenti studi sul colonialismo. Primo, il colonialismo non è solo una forma di
dominazione territoriale. La colonizzazione implicava, oltre che una
dominazione attraverso gli apparati statali degli imperi, anche una dominazione
delle forme di produzione della conoscenza: la geografia è stata scritta dal
punto di vista dei colonizzatori, non dei colonizzati. Gli autori del
postcolonialismo hanno cercato di mettere in luce i meccanismi, le regole e i
taciti presupposti che hanno avuto la funzione di riprodurre queste forme di
dominazione coloniale fin ad oggi. La sfida nei confronti delle forme di
produzione della conoscenza occidentali è la decolonizzazione della mente. Il
secondo lascito del passato coloniale, strettamente legato al primo, è la
continuità delle pratiche imperialiste di potenti attori statali, fino ai
giorni nostri.
GEO-POLITICA E ANTI-GEOPOLITICA
preambolo
Le idee rappresentano le precondizioni dell’azione politica
e spesso sono i cittadini a stabilire se si tratta di buone o cattive idee.
Bisogna però essere cauti di fronte a questi giudizi, apparentemente
universali, sulla qualità delle idee: non esistono punti di vista neutrali, con
i quali giudicare, né criteri naturali che stabiliscano cosa rende un’idea
buona o cattiva. È necessario tenere in grande conto le disparità nel potere di
produrre idee. Le idee provengono da persone ed istituzioni diverse, rispondono
ai loro interessi ed è la posizione che questi occupano nelle gerarchie di
potere, la loro persuasività, la loro capacità di convincere gli altri e la
loro vicinanza al sentire comune a far sì che alcune idee abbiano successo e
possano cambiare il mondo, mentre altre siano destinate ad essere dimenticate.
Nell’ultimo secolo il termine geo-politica è stato
utilizzato spesso per indicare quelle idee che riguardano la suddivisione della
superficie terrestre e le relazioni tra le sue singole parti. Anche se in alcuni
casi la geo-politica enfatizza soprattutto i risvolti pratici di queste
relazioni, come l’invasione di un paese, queste azioni possono essere spiegate
ed interpretate solo attraverso delle “idee” geo-politiche. Tutti sono
costantemente a contatto con la geo-politica: con varie terminologie (terzo
mondo) si da un ordine al mondo, attribuendo ad esso un significato, attraverso
un’opera di denominazione e comunicazione. Considerando lo Stato come unità
territoriale principale dello spazio politico, questo processo di
categorizzazione e creazione di un ordine ha spesso determinato l’importanza
della competizione tra stati e della dimensione geografica del potere.
Le idee geo-politiche implicano l’utilizzo di numerose
metafore riguardanti lo spazio. È compito degli studiosi di Geografia Politica
analizzare il processo di produzione di queste idee e il modo in cui queste
rispecchiano le strutture di potere dominanti. Nel rifiutare di dare per
scontate le etichette della geo-politica si utilizza l’approccio della geo-politica
critica (Agnew, O’Tuathail e Dalby). La geo-politica critica, vede la geo-politica
come una pratica discorsiva attraverso la quale politici ed intellettuali
attribuiscono una dimensione spaziale alle relazioni politiche internazionali,
presentandole come un mondo caratterizzato da determinate tipologie di luoghi,
persone ed eventi. Analizzando a fondo i discorsi della geo-politica, gli
appartenenti a questa corrente si sono soffermati molto sulle rappresentazioni,
esaminando criticamente le pratiche e le immagini attraverso le quali singoli
individui o gruppi veicolano le proprie visioni del mondo.
Anche la geo-politica possiede una propria storia ed una
propria geografia che è strettamente intrecciata al contesto politico nel quale
si è sviluppata.
le radici tradizionali
Il termine geo-politica ha fatto il proprio ingresso nel
lessico accademico nel 1899, grazie allo scienziato politico svedese Kjellen,
secondo il quale i due termini, geografia e politica, nella parola geo-politica,
poteva essere utile per indicare le radici geografiche dello Stato e, in
particolare, la sua dotazione di vantaggi e risorse naturali, ovvero la sua
geografia fisica, che nel pensiero di Kjellen rispecchiava la sua forza
potenziale. Le sue idee attingevano dal lavoro del geografo politico tedesco
Ratzel che aveva applicato le teorie evoluzionistiche di Lamarck e Darwin al
comportamento degli stati (Lamarck sottolineava l’influenza diretta dell’ambiente
naturale nel determinare il processo evolutivo). Ratzel descrive lo Stato come
un organismo vivente, che lotta con gli altri per crescere e svilupparsi. Nel
fare ciò, il geografo tedesco si sofferma sulla necessità per ogni Stato di
avere un proprio spazio vitale, sostenendo che gli stati più forti dovrebbero
espandersi nei territori di altri stati, le cui popolazioni non sfruttano con
la dovuta efficienza le risorse presenti.
Tre aspetti fondamentali di questa fase iniziale della geo-politica.
Primo, i primi studiosi di geo-politica erano interessati soprattutto alle
minacce ed alle opportunità che uno Stato si trovava ad affrontare, attribuendo
quindi ad esso un’importanza fondamentale, come unità territoriale primaria
della politica, alla fine del XIX secolo. Quest’attenzione per le minacce e le
opportunità degli stati possono essere viste come una specifica reazione alle
preoccupazioni delle potenze occidentali di fronte al venir meno della
possibilità di espandere il proprio territorio, attraverso l’occupazione di
nuove colonie. Secondo, è importante il collegamento che la geo-politica
individua tra l’ambiente naturale ed il potenziale politico: le possibilità
future di uno Stato sono strettamente connesse alle sue risorse, al suo clima
ed allo spazio che ha a disposizione per espandersi. Questo rapporto tra clima
e sviluppo umano è stato sviluppato a fondo nelle opere dei deterministi
ambientali, i quali sostenevano che il clima ed i fattori ambientali siano
elementi determinanti per la storia e la geografia dell’uomo. Terzo, bisogna
soffermarsi sull’ambizione dei testi geo-politici di proporre spiegazioni e
conclusioni su scala globale, nonostante si occupassero prevalentemente della
natura degli stati. Queste prime opere dichiarano di distaccarsi da visioni
particolari e soggettive, con l’ambizione di sviluppare una vera e propria
scienza delle relazioni internazionali. Questo rispecchia due aspetti, tra loro
legati, del periodo storico in cui si sono sviluppati i primi concetti della geo-politica.
Innanzitutto, si trattava di un momento di grande espansione della geografia
nelle università e della sua istituzionalizzazione come disciplina accademica.
In secondo luogo, gli ultimi anni del XIX secolo rappresentarono il culmine
della modernità, intesa come un’epoca che celebrava il trionfo dell’intelletto
umano sul caos della natura. Le teorie moderniste si incentravano sull’universalità
e sulla sintesi, sulla capacità dello scienziato sociale di osservare la
porzione più ampia possibile della realtà con il proprio sguardo esperto e di
trarne delle conclusioni. È stata probabilmente questa autostima tecnologica ed
epistemologica a permettere alla geo-politica di affermarsi come campo autonomo
di produzione della conoscenza.
sir Halford Mackinder
sir Halford Mackinder ha svolto un ruolo chiave nel processo
di istituzionalizzazione della geografia nel UK ed è stato una figura
fondamentale nella storia della geo-politica. Le sue pubblicazioni riguardano
prevalentemente l’analisi geografica delle opportunità e delle minacce che la
Gran Bretagna si trovava ad affrontare dopo la fine della scoperta e della
conquista di territori oltreoceano. Mackinder vedeva nelle conoscenze
geografiche uno strumento determinante per il mantenimento del ruolo dominante
del UK nel mondo in questo nuovo contesto storico.
Nella sua teoria dell’Heartland, Mackinder, sosteneva che il
mondo può essere diviso in tre regioni, in base alle differenze di forza
potenziale tra i territori: un’area centrale (pivot area o area perno,
successivamente heartland), una mezzaluna interna ed una mezzaluna esterna, o
insulare. Identificò il “centro geografico” con il continente eurasiatico, un
territorio inaccessibile alla potenza navale del UK e che, quindi,
rappresentava una minaccia per il suo dominio. Il potenziale dell’heartland
andava individuato nelle sue risorse e Mackinder avvertiva che, quando si fosse
estesa la rete ferroviaria, questa regione avrebbe potuto esercitare un potere
militare ed economico senza pari. Questa previsione lanciava un serio allarme
alle potenze statali ed imperiali del XX secolo.
È necessario
contestualizzare il pensiero di Mackinder. Egli era un acceso sostenitore del
potere imperiale britannico e le sue idee vanno di conseguenza viste come
tentativi di semplificare la complessità della competizione tra stati,
evidenziando quella che riteneva essere la minaccia principale: un’alleanza
strategica tra Germania e Russia. Le su etesi quindi prendevano direttamente
spunto dal concreto pericolo di un’espansione della Germania (si parla di prima
del 1914) e di un aumento del potere russo, minacce contro le quali propose la
creazione di una serie di stati-cuscinetto tra la Germania e la Russia. Le sue
tesi sull’Heartland riflettono molti aspetti della geo-politica di Kjellen,
fondate come sono sull’interesse per la competizione fra stati, le potenzialità
ambientali di ciascuno di essi ed il desiderio di creare una grande narrazione
del potenziale umano in base ai fattori geografici. Il lavoro di Mackinder ha
avuto grande importanza per la geografia come disciplina, grazie alla
convinzione di offrire modelli di relazioni tra stati che possano avere
validità su scala globale.
Karl Haushofer
L’opera dello studioso tedesco Haushofer prese spunto dalle
idee di Mackinder, con l’obiettivo di creare un insieme omogeneo di contributi,
a cui diede il nome di Geopolitik.
Il trattato di Versailles aveva ridotto notevolmente il
territorio tedesco e Haushofer fece proprie le idee di Ratzel, per spiegare la
necessità della Germania di ottenere un maggiore spazio vitale, giustificando
così l’espansione tedesca nei territori degli stati più piccoli che la
circondavano. La Geopolitik di Haushofer racchiude quindi al proprio interno le
teorie ratzeliane dello Sato come organismo vivente e le idee di Mackinder
relative alle strategie territoriali degli stati.
La Geopolitik di Haushofer sarebbe rimasta uno sconosciuto
sforzo accademico se non fosse stato per due aspetti. Il primo è che ha
contribuito a diffondere nell’immaginario collettivo tedesco l’idea delle
perdite territoriali da parte della Germania, che veniva rappresentato come un
organismo ferito, stimolando i sentimenti nazionali popolari. Il secondo è che
Hess, futuro vice di Hitler, fu un allievo di Haushofer. Grazie a questo
collegamento le idee di Haushofer entrarono a far parte della strategia nazista.
Questa connessione tra le geo-politica e l’espansionismo tedesco ha generato
svariate interpretazioni isteriche e paranoiche dell’influenza di Haushofer
sulla politica estera della Germania nazista. È necessario fare attenzione a
non sopravvalutare il ruolo di Haushofer nell’origine dei violenti crimini
messi in atto dal regime nazista, né è possibile associare con superficialità
la Geopolitik alla pericolosa combinazione di antisemitismo e di idee di
purezza della razza che il partito nazista utilizzava come pretesto per azioni
violente nei confronti di alcune categorie di persone. Quello che si può
analizzare con serenità è l’effetto che il coinvolgimento della geografia nelle
violenze della filosofia nazista ha avuto sulla disciplina dopo la Seconda Guerra
Mondiale: l’allontanamento da teorizzazioni normative, sostituite da approcci
più razionali e scientifici.
Isaiah Bowman
È altrettanto importante, comunque, essere cauti nel
tracciare queste separazioni nette tra approcci normativi e approcci scientifico-razionali.
A questo proposito, ci può essere di grande aiuto il lavoro di Isaiah Bowman,
una figura chiave nel processo di istituzionalizzazione delle geografia negli
Usa, nella prima parte del XX secolo.
Bowman studiò geomorfologia e le sue prime indagini sul
capo, in Sud America, riguardarono la
mappatura dell’erosione fluviale. Grazie a queste esperienze Bowman si
interessò allo sviluppo umano ed in particolare al ruolo delle relazioni
economiche con gli Usa nel determinare lo sviluppo degli stati sudamericani.
Contrariamente ai suo comportamenti, Bowman prese le distanze dal determinismo
ambientale, per avvicinarsi ad un approccio più empirico e verificabile.
Influenzato da Ratzel, Bowman sosteneva l’importanza di uno spazio vitale
economico per gli Usa, riferendosi alla necessità di superare le forme
precedenti di colonialismo, fondate su un’espansione territoriale, e di
concentrarsi piuttosto sullo sviluppo di relazioni economiche favorevoli agli
interessi americani. Bowman spingeva per la creazione di stati forti nell’Europa
centrale ed orientale, alle negoziazioni di Versailles. Era infatti preoccupato
che la nascita di piccoli stati, con poco spazio per espandersi, avrebbe
incrementato rivalità di stampo imperialista. Il geografo americano raccontò la
propria esperienza a Versailles, che descrive l’inizio dell’era dell’internazionalismo
americano, sviluppando la strategia diplomatica e geografica che Wilson aveva
introdotto nelle negoziazioni, e offrendo uno sguardo generale sulla natura della
geografia politica, economica e sociale del mondo.
A causa dell’associazioni di questa prospettiva con l’espansioni
della Germania nazista, Bowman evitò accuratamente di usare il termine geo-politica
per definire i propri lavori e descrisse i propri contributi opponendoli
apertamente a ricerche simili condotte in Germania.
Per Bowman, la geo-politica contiene al suo interno un
principio auto-distruttivo: quello secondo cui, quando gli interessi
internazionali sono in conflitto, solo la forza può determinare la loro
soluzione. Egli costruisce una rigida contrapposizione tra la propria geografia
scientifica, fondata su studi empirici, ed u più generale umanesimo, con
riferimento alla natura imperialista, militarista e ricca di pregiudizi della
Geopolitik tedesca. Ad un’analisi più approfondita, però, questa
contrapposizione così netta presenta alcune crepe: gli studi e l’attività
diplomatica di Bowman erano indissolubilmente legati agli interessi degli Usa,
nonostante la dichiarata pretesa di apportare un contributo universale, grazie
alla presunta scientificità dell’approccio utilizzato.
Bowman dichiarava l’oggettività della propria visione del
mondo, criticando la parzialità di quelle proposte dagli altri. Tuttavia,
proprio come quello degli altri, anche il suo punto di vista forniva una
lettura della realtà parziale e schierata, influenzata dagli interessi
individuali e collettivi del contesto in cui era situato.
Quanto detto sui tre autori cita fin ora può essere
riassunto in tra punti fondamentali. Innanzitutto, sia Mackinder che Haushofer
e Bowman, svilupparono le tesi di Ratzel, in particolare per quanto riguarda la
sua concezione biologica delle pratiche dello Stato, visto come organismo
costretto a prendere parte alla lotta per la sopravvivenza, in forza delle
proprie caratteristiche ambientali e fisiche. In secondo luogo, queste prime
teorie geo-politiche cercavano di offrire spiegazioni razionali al
comportamento degli stati ed ognuna di essa accusava le altre di essere
parziali o poco scientifiche, proponendo il proprio approccio come oggettivo e
razionale. Terzo, si sottolinea il legame tra geo-politica e gli interessi
degli stati. Il legame tra quegli studi accademici ed il contesto storico
politico nel quale sono nati è tanto stretto da rende difficile prenderli in
considerazione separatamente. È difficile comprendere la distanza tra gli
studiosi e gli stati, per i legami istituzionali e personali che essi avevano
con coloro che erano al potere.
la geo-politica
critica
I limiti dei lavori dei primi esponenti della geo-politica
sono tanto evidenti da rende comprensibile un rifiuto di questo modo di
osservare la realtà e la conseguente scelta di altri approcci intellettuali.
Questa è stata la reazione dei geografi politici dopo la Seconda Guerra
Mondiale, quando i presunti legami tra le idee della geo-politica e l’espansionismo
tedesco portarono ad un allontanamento della teorizzazione di prospettive
politiche, sostituite da un numero crescente di lavori quantitativi e tecnici.
La geo-politica aveva sostituito la geografia politica nel cuore delle
politiche imperiali e questo, anche se permise di ottenere più facilmente
finanziamenti e riconoscimenti, portò ad una messa in discussione della natura
indipendente della stessa geografia politica e determinò un’associazione tra le
geografia e le pratica militariste e anti-democratiche che si erano viste in
quei decenni.
A partire dagli anni Ottanta si è assistito ad un rinnovato
interesse nei confronti della geo-politica, anche se da una prospettiva
decisamente diversa da quella dei primi teorici di questa sotto-disciplina.
Questo nuovo approccio ha preso il nome di geo-politica critica, poiché
rifiutava e metteva in discussione le tesi tradizione, che si rifacevano ai
fondatori della geo-politica, riportando la questione del potere all’interno
dello studio dei testi geo-politici. La geo-politica non era un esercizio
naturale, ma piuttosto il rifletto del potere dei geo-politici di descrivere e
suddividere il mondo in un certo modo.
Alla base della geo-politica critica c’è il rifiuto della
geografia come semplice atto descrittivo di un mondo esterno, che esiste
indipendentemente dall’attività del ricercatore. Al contrario, gli esponenti di
questa corrente credono che la geografia non si una descrizione del mondo, ma
una scrittura del mondo. Questo approccio prende spunto dal filosofo francese
Foucault, il quale riteneva che potere e conoscenza siano indissolubilmente
collegati, sostenendo che nessuna relazione di potere esiste senza la creazione
di un campo di conoscenza corrispondente, né ci può essere conoscenza che non
presupponga e costituisca allo stesso tempo relazioni di potere. Si può quindi
affermare che la prospettiva critica affronta la geo-politica come se fosse un
discorso, una serie di rappresentazioni che svolgono la funzione di organizzare
la conoscenza e dare forma alle azioni. Da questo punto di vista, non si può
quindi considerare le idee della geo-politica come rappresentazioni neutrali
del mondo, ma piuttosto come pratiche discorsive legate a strutture di potere e
privilegi esistenti.
O’Tuathail mette in evidenza un aspetto ironico della geo-politica,
ovvero il fatto che essa per affermarsi abbia eliminato la geografia e la
politica. A questo fine, egli si concentra in particolare su de elementi della geo-politica
stessa. Primo la geo-politica implica la sistematica cancellazione della
geografia: nelle teoria geo-politiche i luoghi non sono evocati attraverso le
loro storie e geografie eterogenee, ma vengo etichettati e categorizzati all’interno
di un mondo omogeneo fatto di oggetti, attributi e modelli; interi continenti
vengono ridefiniti solo in base alle proprie relazioni con i centri di potere,
anziché sulla base dei conflitti, delle contestazioni e della visione del mondo
dei loro abitanti. La geo-politica semplifica la superficie terrestre,
riorganizzandola in modo essenziale in poche aree, identità e prospettive differenti.
Questo processo di classificazione, in base alle forme di conoscenza
occidentali, eleva il geo-politico ad unico individuo in possesso dell’autorità
per descrivere la complessità di un mondo diviso e pericoloso. Il secondo
fattore è la depoliticizzazione dei processi politici che la geo-politica mette
in atto, presentando la conflittualità tra gli stati come un processo naturale,
inevitabile ed eterno; questo è evidente nell’utilizzo del linguaggio neo-lamarckiano
e della descrizione dei conflitti non come il risultato di processi economici e
sociali complessi, ma come una conseguenza naturale, inevitabile, dell’ambiente
fisico degli stati. In questo modo, la geo-politica sottrae la facoltà di
scelta e la volontarietà delle azioni al conflitto sociale e preferisce fare
affidamento su grandi narrazioni retoriche relative alla lotta degli stati per
la sopravvivenza.
La geo-politica critica ci fornisce una serie di strumenti
utili per analizzare alcune pratiche della geo-politica tradizionale, mettendo
in luce come queste dunque abbiano cancellato la geografia e siano servite a
depoliticizzare i conflitti. Per fare ciò, gli autori di questa corrente hanno
guardato oltre i contributi dei fondatori della geo-politica classica,
ricercando diversi ambiti di produzione della geo-politica ed individuandone
tre: la geo-politica formale; la geo-politica pratica; la geo-politica
popolare.
la geo-politica
formale
Questa definizione si riferisce a quelle teorie che finora
sono state descritte come appartenenti alla geo-politica classica, ovvero
quelle prodotte da autori che definivano se stessi geo-politici. La geografa
politica Mamadouh attribuisce ad esempi di geo-politica formale recenti la
definizione di geo-politica classica, distinta da quella classica poiché si
distacca dalla visione dello Stato come organismo vivente in movimento, dal
momento che i suoi confini oggi sono molto più rigidi. Nonostante questa
differenza, l’approccio neoclassico continua a utilizzare termini come
“interesse nazionale”, come se lo Stato fosse un individuo, facendo
corrispondere a questa visione proposte conseguenti di strategia politica.
la geo-politica
pratica
Appartengono a questa categoria quelle idee geo-politiche
utilizzate dai politici per l’attività di governo e per la politica estera.
Possiamo ritrovarne degli esempi ovunque, nei discorsi dei leader politici,
nelle dichiarazioni ufficiali dei governi, nelle interviste ai capi di partito.
La messa in pratica della geo-politica, comunque, non è sempre così evidente o
categorica e la forza della geo-politica pratica risiede proprio nella sua
ordinarietà. Le idee geo-politiche sono spesso così semplici da essere
invisibili, ma il loro ripetuto utilizzo nella pratica politica serve a rendere
naturali certe categorizzazioni del mondo (binomio noi/loro,
sviluppo/sottosviluppato). Queste frasi possono sembrare innocue, ma in realtà
traducono specifiche prospettive politiche e legittimano importanti decisioni
di politica estera.
la geo-politica
popolare
Con questa definizione ci si riferisce alla comunicazione
delle idee della geo-politica per mezzo della cultura popolare dello Stato:
cinema, libri, riviste. Attraverso questi mezzi, la geo-politica cessa di
essere riservata alle caste politiche o intellettuali, e vien riformulata e
trasmessa ad un pubblico più ampio, attraverso la pratica quotidiana. Per
sottolineare l’importanza della geo-politica popolare, molti autori si sono
ispirati agli scritti di Gramsci e, in particolare, al suo concetto di
egemonia. Secondo Gramsci l’egemonia rappresenta il fondamento di un governo
forte ed indica la sua capacità di governare la popolazione grazie al consenso,
senza ricorrere alla coercizione. La geografa Sharp ha descritto il ruolo della
cultura popolare nella produzione del consenso: l’egemonia non si costruisce
solo per mezzo delle ideologie politiche, ma anche, in modo più immediato,
attraverso la scrittura di un copione dettagliato delle semplici attività
quotidiane di ciascuno. Il concetto di egemonia espresso da Gramsci attribuisce
un ruolo di grande importanza alla cultura popolare, per la comprensione del
funzionamento della società, grazie all’apparente banalità e alla scarsa
conflittualità di queste produzioni culturali.
Esattamente come le grandi teorie ed i discorsi politici,
anche gli strumenti della cultura popolare possono contribuire a costruire le
idee dell’opinione pubblica sulla geografia della politica mondiale.
esempi pratici di geo-politica
critica
Fin ora si sono utilizzati gli strumenti della geo-politica
critica per attirare l’attenzione sul ruolo della geo-politica nell’annullare
le differenze geografiche e depoliticizzare i conflitti e sull’influenza che
questo ha avuto nella definizione delle politiche. Però, bisogna sottolineare
che non si deve dare per scontato che i discorsi geo-politici causino
determinate reazioni nella politica sul piano concreto. Piuttosto, la geo-politica
influenza il dibattito politico, in modo da far sì che alcune politiche
sembrino sensate e realizzabili, mentre altre vengono marginalizzate,
dipingendole come irrealizzabili e poco plausibili.
la geo-politica della
guerra fredda
Il termine guerra fredda viene utilizzato per indicare il
lungo periodo di contrapposizione diplomatica tra gli Usa e l’Urss durato dal
1947 al 1991. L’immagine dello scontro tra l’ideologia democratica, votata al
libero mercato, degli Usa e l’autoritarismo comunista sovietico è diventata lo
sfondo di gran parte delle politiche globali della seconda metà del ventesimo
secolo. Non dobbiamo però pensare che l’onnipresenza della guerra fredda nei
discorsi corrispondesse alla sua diffusione reale o all’inevitabilità di questa
situazione. Molti dei conflitti che hanno avuto luogo nel mondo in quel periodo
sono stati interpretati alla luce di questa astratta e semplicistica
contrapposizione.
Il geografo Agnew ha identificato tre concetti geo-politici,
che hanno svolto un ruolo fondamentale nella retorica americana della guerra
fredda: il contenimento, l’effetto domino e la stabilità egemonica. La dottrina
del contenimento si sviluppa a partire dal rischio che l’influenza dell’Urss,
entità dalle evidenti mire espansionistiche, potesse infettare gli stati
contigui con l’ideologia comunista. L’Urss era descritta come seduttrice e
potenziale stupratrice, i cui istinti repressi potevano esplodere in qualsiasi
punto dei propri confini, se non si fosse esercitata una costante pressione di
contenimento. Il secondo concetto geo-politico individuato da Agnew,
strettamente collegato al primo, è la teoria dell’effetto domino, secondo la quale
ogni minaccia all’ordine mondiale, rappresentata dall’affermazione in uno Stato
di un governo comunista, avrebbe potuto diffondersi ad uno Stato vicino, e
così, uno dopo l’altro come le tessere del domino, tutti gli stati di una
determinata area sarebbero potuti cadere sotto l’influenza (questo servì a
giustificare l’intervento Usa in Vietnam). Il terzo concetto, è l’idea che gli
Usa fossero i portatori di un’egemonia buona. Si descriveva il buon
funzionamento del sistema economico e politico globale come necessariamente
dipendente dal predominio degli Usa.
la dissoluzione della
jugoslavia
La dissoluzione della Jugoslavia generò aspri conflitti
politici, soprattutto nella repubblica di Bosnia ed Erzegovina, caratterizzata
da una popolazione eterogenea, composta da una mescolanza di Bosniaci
musulmani, Croati e Serbi. Gli appartenenti ai primi due gruppi temevano ora di
trovarsi in una condizione di inferiorità, in una Jugoslavia a maggioranza
serba e, di conseguenza la Bosnia Erzegovina rivendicò la propria indipendenza.
Questo mise in agitazione la minoranza serba in Bosnia, che cercò di istituire
un territorio autonomo serbo in Bosnia, innescando violenti conflitti che
durarono quasi quattro anni.
Gli autori delle correnti critiche hanno studiato il modo in
cui la guerra in Bosnia, è stata interpretata e rappresentata nei discorsi e
nei resoconti delle caste politiche occidentali, dimostrando come alcune
posizioni politiche siano state giustificate da questa geo-politica pratica,
mentre altre furono screditate. La visione dominante, tra i leader politici
occidentali, era quella per cui il conflitto in Bosnia era la conseguenza di
antichi odi etnici; il fatto che questa spiegazione a noi possa sembrare quasi
plausibile per giustificare quelle violenze dimostra il potere della geo-politica
nel rendere naturali alcuni espedienti retorici interpretativi. I geo-politici
critici sostengono la necessità di approfondire i presupposti teorici alla base
di questa spiegazione del conflitto e le sue implicazioni per quanto riguarda l’atteggiamento
politico internazionale nei confronti della guerra in Bosnia. La retorica degli
antichi odi etnici depoliticizza il conflitto e annulla le sue specificità
geografiche.
Primo, attribuendo la causa della guerra agli antichi odi
etnici, sembra che si suggerisca che la violenza è intrinseca nella popolazione
bosniaca e che si manifesta per ragioni irrazionali e inspiegabili. Anziché far
emergere la natura dei programmi politici nazionalisti, fatti di slogan
opportunistici fondati su concrete preoccupazioni economiche e sociali della
popolazione bosniaca, questa visione sembra assecondare il messaggio di questi
slogan: una democrazia pluralista è impossibile in Bosnia, a causa della
presenza di identità politiche antagoniste incompatibili. Questa
rappresentazione sembra assumere che siano tutti i cittadini bosniaci ad essere
nello stesso tempo vittime e carnefici. Ispirato a quest’immagine, l’intervento
internazionale in Bosnia è stato attuato più in termini di soccorso umanitario,
che di assistenza militare degli obiettivi politici di ciascun gruppo.
Il secondo elemento che si vuole mettere in risalto è il
fatto che l’idea degli antichi odi etnici ha contribuito alla cancellazione dei
luoghi della Bosnia. La ricca storia sociale del paese è stata ridotta alla
rappresentazione di un torbido passato di continui conflitti e aggressioni.
Molti autori hanno evidenziato la creazione di una dicotomia noi/altri all’interno
di queste narrazioni geo-politiche, con la contrapposizione tra un’Europa
razionale e pacifica ed una Bosnia irrazionale e perversa (rappresentazione
definita come balcanismo). Svariati studi hanno considerato criticamente questa
dicotomia, esaminando le rappresentazioni dei Balcani nelle geografie
immaginarie di viaggiato, scrittori, studiosi e politici dell’Europa
occidentale. Certi immaginari letterari vengono spesso ritenuti irrilevanti
dalla politica concreta degli affari internazionali, ma si vuole considerare
invece come possano essere importanti, in due modi. In primo luogo, essi
riflettono la geo-politica popolare, in quanto rappresentazioni culturali che
ottengono il consenso del pubblico grazie a specifiche geografie ed identità
inventate. Quando queste idee vengono arruolate al servizio della politica
estera, troviamo più facile accettarle come vere. In secondo luogo, ci sono dei
collegamenti diretti tra la geo-politica pratica e quella popolare (si dice che
Clinton sia stato influenzato da un libro di Kaplan, che offre una lettura
balcanista della storia della Jugoslavia, nella definizione delle sue politiche
nei confronti dei Balcani).
l’antigeopolitica
La ricerca nel campo della geo-politica critica ha esaminato
a fondo l’importanza delle relazioni di potere all’interno delle quali viene
prodotta la conoscenza geo-politica, sottolineando in particolare come l’affermazione
di una certa visione territoriale della realtà non sia tanto legata alla
veridicità, quanto piuttosto al potere economico, politico o culturale delle
idee del suo autore. Questa prospettiva, che ha portato l’attenzione sulla
natura spaziale delle idee geo-politiche, rimane però comunque concentrata
sulle pratiche e le tesi delle caste statali. Negli ultimi anni ha fatto invece
la propria apparizione una nuova corrente, che prende spunto dalle teorie
femministe per costruire l’antigeo-politica.
La prospettiva antigeo-politica mette in luce numero
omissioni, presenti sia nella geo-politica classica, che in quella critica. La
prima è l’assenza di resistenza alle traduzioni concrete della geo-politica.
Secondo questi studiosi, la geo-politica critica offre una chiara decostruzione
del discorso politico dominante, ma in essa raramente è presente la sensazione
che esistano delle alternative. Il secondo limite della geo-politica è che essa
è stata un’attività esclusivamente maschile, che ha annullato il ruolo delle
donne, sia nella produzione delle proprie tesi, sia nelle pratiche di
resistenza.
la resistenza
I recenti studi nel campo dell’antigeo-politica si
concentrano sulle pratiche di quegli individui e quelle istituzioni che hanno
cercato di resistere alle narrazioni geo-politiche egemoniche create all’interno
degli apparati statali. Il geografo Routledge ha suggerito che il termine antigeo-politica
faccia riferimento ad una forza culturale e politica ambigua, che appartiene
alla società civile. Il riferimento alla società civile evidenzia il fatto che
la conoscenza dell’antigeo-politica viene prodotta da realtà esterne allo Stato
ed agli interessi corporativi. Si tratta di visioni alternative della storia,
che sfidano lo status quo e che vengono poste in due modi. In primo luogo, l’antigeo-politica
sfida il potere geo-politico materiale degli stati o delle organizzazioni
globali, resistendo al modello dominante di produzione capitalista. Inoltre, l’antigeo-politica
resiste alle rappresentazioni geo-politiche imposte dalle caste, create e
riprodotte per servire i loro interessi. L’antigeo-politica può dunque essere
vista come un campo alternativo di produzione della conoscenza, che unisce una
grande varietà di gruppi che combattono contro le idee geo-politiche dominanti
dello Stato.
Il conflitto in Bosnia veniva dipinto dai leader occidentali
come la conseguenza di antichi odi etnici, descrivendo la Bosnia lontana, al di
fuori delle preoccupazione e della morale delle popolazioni occidentali. Grazie
agli articoli, che parlavano della cruda realtà in cui erano immersi quei
luoghi, provenienti dal campo della giornalista O’Kane si è potuto squarciare
il velo nella quale era stata avvolta la Bosnia, portando il conflitto bosniaco
di fronte alla responsabilità morale di chi legge. È importante sottolineare
come queste corrispondenze, provenienti direttamente dai luoghi dei quali si
parla, mettano in luce l’importanza della ricerca etnografica nel campo della geo-politica,
un lavoro che prende seriamente in considerazione versioni legate ai luoghi
delle narrazioni territoriali dominanti.
una geo-politica di
genere
Recentemente, alcune geografe politiche femministe hanno
provato, in due modi, ad analizzare la geo-politica dal punto di vista delle
sue connotazioni di genere. In primo luogo è stata messa in luce la grave
assenza delle donne tra le figure di spicco, sia della geo-politica classica,
che di quella critica. La pretesa di oggettività della geo-politica ha
mascherato anche la sua ineguale connotazione di genere, intrinseca ai suoi
concetti e alle sue teorie. In secondo luogo, gli approcci femministi hanno
offerto visioni geo-politiche alternative, che andavano ben al di là delle
tradizionali preoccupazioni per la sicurezza degli stati.
Sia nella geo-politica classica, che in quella critica, è
evidente la quasi totale assenza di donne. Per quanto riguarda la tradizione
classica può essere facilmente spiegato tenendo conto della natura patriarcale
della produzione di conoscenza geografica degli imperi della fine del XIX
secolo. Ma basta uno sguardo ai testi della geo-politica formale e pratica
degli ultimi dieci anni, ancora dominata dagli uomini, per capire che non è
possibile considerare le disuguaglianze di genere solo come un fenomeno del
secolo scorso. L’attenzione della geo-politica per le politiche formali delle
relazioni internazionali ha quindi escluso le arene informali delle partecipazione
politica, nelle quali le donne svolgono invece un ruolo attivo e fondamentale
(migranti lavoratrici). Secondo le autrici femministe, i geo-politici critici
dovrebbero essere più attenti alla natura parziale della loro stessa produzione
di conoscenza, che avviene all’interno di un ambiente accademico occidentale, a
predominanza maschile.
I contributi femministi non si limitano ad un’osservazione
critica delle discriminazioni di genere, ma offrono anche visioni geo-politiche
alternative, a partire dalla messa in discussione dei luoghi in cui nasce la geo-politica,
rovesciando l’idea diffusa che questa si svolga solo all’interno delle
istituzioni formali, legate alla politica estera degli stati. Nello specifico,
le geografe politiche femministe hanno spostato l’attenzione sulla natura geo-politica
della vita di tutti i giorni, evidenziando il ruolo di pratiche e identità
localizzate nel sostenere o contestare i discorsi geografici. Le prospettive
femministe offrono quindi una visione alternativa della vita politica, che
rifiuta le logiche scalari della retorica dominante, offrendo al loro posto una
serie di racconti esplicitamente parziali, che rendono evidente la molteplicità
di scale e di luoghi della produzione della conoscenza geo-politica.
conclusione
La geo-politica si occupa di visioni del mondo. Come tutte
le idee, però, queste visioni del mondo sono condizionate dalla propria
origine, sono descrizioni parziali, che descrivono il mondo in un modo utile a
chi le esprime. La geo-politica critica, una prospettiva nata negli anni
Ottanta, ha cercato di utilizzare diverse teorie sociali e culturali per
esaminare e descrivere le relazioni tra potere e conoscenza, dalle quali deriva
la produzione di idee geo-politiche. Alcuni studi recenti, però, soprattutto
quelli legati alla tradizione teorica del pensiero femminista, hanno criticato
la geo-politica critica in due modi: primo, ci si è chiesto se gli stessi
autori della geo-politica critica si siano sufficientemente interrogati sulla
propria posizione privilegiata e sui propri pregiudizi; secondo, alcune recenti
riflessioni metodologiche hanno notato come spesso i geo-politici critici si
siano concentrati soprattutto su testi e discorsi, tralasciando la realtà
concreta. A partire da queste domande, è in corso un lavoro di correzione e
ripensamento in questo campo, grazie anche all’utilizzo, da parte dei geografi
politici, delle metodologie etnografiche, utili a comprendere la riproduzione e
la contestazione quotidiana dei concetti della geo-politica.
GEOGRAFIA DELL’INTANGIBILE
nuovi metodi e avanzamenti teorici della
geo-politica
NUOVI ASPETTI TEORICI, METODICI E OPERATIVI
Le discipline
geografiche hanno conosciuto negli ultimi decenni, e sempre più intensamente,
un distacco pressoché completo tra lo studio degli aspetti naturalistici, ormai
appannaggio di settori di ricerca altamente specializzati, e lo studio degli
aspetti antropici. Si tratta di due grandi ambiti (ampiamente segmentati anche
al loro interno) che utilizzano metodi completamente differenti e che si
pongono obiettivi conoscitivi altrettanto divaricati, benché da più parti si
lamenti il risultato negativo di una perdita di visione unitaria nello studio
del sistema Terra, che non dovrebbe essere considerato se non in maniera
unitaria. Le discipline che compongono il versante antropico della geografia si
vanno collocando in maniera vieppiù decisa tra le scienze umane e sociali, con
ampie intersezioni con la riflessione epistemologica, sociologica, economica, storiografica,
linguistica, storico-letteraria, estetica, psicologica e via dicendo, per non
considerare le implicazioni operative che hanno portato la geografia a
contribuire alla gestione e alla pianificazione territoriale, urbanistica e
politico-economica. Caratteristico degli ultimi anni è lo sviluppo impetuoso,
benché talvolta effimero, di specifici ambiti di studio, come la geografia
visuale o la geografia emozionale, seguiti massicciamente dalla comunità
geografica internazionale.
Nell’ultimo decennio
del 20° secolo si è allentata la tensione epistemologica e, per riflesso,
ideologica che aveva caratterizzato il dibattito geografico a partire dagli
anni Settanta, nel contesto disciplinare italiano e internazionale. Ruolo non
secondario, in ciò, ha avuto la rivoluzione geo-politica che, a cavallo fra gli
anni Ottanta e Novanta, ha visto l’implosione del sistema regionale ed
economico di influenza sovietica, avvalorando, da un lato, le proiezioni
teoriche in materia di entropia dei sistemi chiusi e ridimensionando, dall’altro,
la contrapposizione frontale tra geografia neopositivista e geografia marxista
o radicale. Le posizioni di quest’ultima sono state in parte raccolte dalla
corrente definita come “postmodernismo”.
In generale, la disciplina ha rivalutato la propria unità, avvalorata da
posizioni di pensiero inclini a rivisitarne l’evoluzione e a sottolinearne i
caratteri di prassi.
In tale direzione ha
spinto anche il processo di globalizzazione, sostenuto dallo sviluppo delle
reti, soprattutto immateriali, e degli strumenti connessi. In particolare i GIS
(Geographical Information Systems) hanno accresciuto la domanda di
informazione geograficamente referenziata, ossia riferita ai luoghi e
trasferibile in banche dati di formato vettoriale. Il fatto che, almeno in un
primo momento, proprio i geografi ne siano rimasti quasi paradossalmente
estranei ha confermato l’esigenza di abbandonare posizioni autoreferenziali,
che tendevano a estraniare la disciplina dagli interessi del mondo reale.
L’idea, peraltro,
che i nuovi sistemi di comunicazione potessero annullare le distanze
geografiche si è rivelata ben presto illusoria, restituendo importanti valenze
alla geografia descrittiva; mentre le sempre più frequenti anomalie climatiche,
unite a calamità di inusitata violenza (per esempio, il maremoto che ha colpito
l’Asia meridionale nel dicembre 2004), pongono in evidenza la necessità di
una visione complessiva dei fenomeni fisici e antropici che una
specializzazione disciplinare troppo spinta rischierebbe di vanificare. La
geografia dei contrasti e dei rischi naturali costituisce, pertanto, un campo
di ricerca sempre più rilevante, nella misura in cui l’uso intensivo dello
spazio rende maggiormente pesanti le conseguenze, anche economiche, di tali
eventi. Altrettanto accade nell’ambito dell’organizzazione e pianificazione
dello spazio geografico, dove la capacità di sintesi e la posizione
di incrocio della geografia trovano apprezzamento da parte degli enti
territoriali che, anche in Italia (come da tempo accade in Francia, Regno
Unito, Paesi Bassi, Russia), affidano sempre più di frequente a geografi il
coordinamento dei gruppi di lavoro per la pianificazione di area vasta, nella
quale l’ampio spettro delle competenze geografiche gioca un ruolo strategico.
Dunque, non si pone
in discussione l’individualità scientifica della geografia, proprio alla luce
di quel percorso che, passando per una sempre più vasta interdisciplinarità e
fino all’approccio tradisciplinario ai grandi problemi contemporanei, l’ha
portata a consolidare una posizione di intersezione fra gli insiemi delle
scienze naturali, delle scienze sociali e delle scienze logico-matematiche. Si
ripropone, semmai, il problema della specificità di contenuti e metodi, che
tuttavia il principio di sintesi geografica appare in grado di sostenere; e
vale, a conferma, riproporne la classica definizione ripresa da un caposaldo
della letteratura geografica italiana: <<Le scienze geografiche studiano
i fenomeni empirici - distribuiti sulla superficie terrestre e interconnessi -
negli insiemi spaziali da loro posti in essere.>> (U. Toschi: “geografia economica”
[Milano, 1967]: p. 8). Essa coniuga, da un lato, l’osservazione diretta
(metodo induttivo) delle interrelazioni fra ambiente naturale e società umane,
dall’altro, l’analisi e definizione, a partire da teorie generali e modelli
(metodo deduttivo), degli insiemi identificabili nello spazio regionale. La
constatazione che la geografia deve privilegiare il profilo fattuale rispetto a
quello teorico non induce, pertanto, ad abbandonare la costruzione di modelli
derivanti dalla generalizzazione delle osservazioni empiriche. La descrizione
conoscitiva e la classificazione dei fenomeni, infatti, comportano schemi di
riferimento attraverso i quali l’approccio descrittivo sale di rango e
coinvolge relazioni sempre più articolate. La formalizzazione di queste ultime
continua a fare ricorso alle metodologie quantitative, divenute tuttavia
maggiormente consapevoli della necessità di verifiche sul campo.
Oggetto di
rivalutazione è anche il principio di causalità, il quale, lungi dal
configurarsi come mero determinismo, porta ad analizzare catene coinvolgenti
fenomeni fisici e antropici in processi di complessità crescente e nella
diversificazione tra aree: base, a sua volta, di un auspicabile e in parte già
attuale recupero della geografia comparata. Sviluppando il concetto di processo,
si perviene (come detto) all’analisi sistemica, che rappresenta la saldatura
teorica con il contesto interdisciplinare e di cui la fenomenologia geografica
è campo di applicazione per eccellenza.
Per contro, appare
eccessiva l’enfasi attribuita alla ’svolta
culturalista’ in geografia, che occupa una parte cospicua della
letteratura disciplinare nell’ultimo decennio del 20° secolo, prefigurando
degli orizzonti di rinnovamento speculari all’abbandono dello scientismo
positivista e funzionalista. Per la verità, concetti come luogo, simbolo,
cultura appartengono alla geografia umana classica, dove già ai primi del
Novecento trovavano piena espressione nel genere di vita e nella regione
umanizzata di matrice possibilista. È altrettanto ovvio che tali concetti
vadano reinterpretati alla luce del cambiamento geo-politico ed economico di
fine secolo: per fare un solo esempio, l’intensificazione delle correnti
migratorie comporta nuovi e spesso critici rapporti interetnici, religiosi, ma
anche relazionali e produttivi, coinvolgendo sistemi urbani e rurali, centrali
e periferici, globali e locali.
L’approccio
culturale offre strumenti utili a tale reinterpretazione: tutte le forme di
costruzione sociopolitica derivano dalla socializzazione di percezioni
individuali che lo sviluppo economico ha fatto convergere nell’uso delle
risorse e nella gerarchizzazione dei luoghi, alla ricerca di una mediazione che
è mirata, da un lato, alla sopravvivenza delle popolazioni e, dall’altro lato,
alla risoluzione dei conflitti. La modernità, intesa come paradigma
urbano-industriale nell’ottica funzionalista, ha comportato l’omologazione dei
generi di vita e il consolidamento di rapporti territoriali asimmetrici. All’inizio
del 21° secolo, l’ormai avvenuta presa di coscienza dei limiti di tale
modello di sviluppo porta a concetti di sostenibilità che trovano nella
geografia culturale un forte punto di attacco per la valorizzazione dei localismi,
nell’ottica di una più equilibrata utilizzazione del territorio. Quando, però,
si arriva a negare l’oggettività dei luoghi, indulgendo a interpretazioni
simboliche del tutto soggettive e presumendo che ne possa derivare la
liberazione dai meccanismi di produzione del potere, si rievocano posizioni
obsolete di radicalismo ideologico con le quali la geografia si è già
confrontata in passato, senza pervenire a risultati effettivi: dunque, non si
propone alcuna innovazione teorica.
Appare questo il
limite fondamentale del postmodernismo geografico, oggetto anch’esso (secondo
la corrente che vi si richiama) di una svolta che segnerebbe il nuovo approdo
della geografia. Il rapporto tra spazio e tempo viene sostanzialmente
ribaltato: la dimensione temporale dei processi che hanno generato trame,
strutture e reti di fenomeni, centrati in vario modo sui luoghi, tende a essere
sottovalutata rispetto alla dimensione simbolica, e sincronica, dei luoghi
stessi. Lo spazio finirebbe così per prevalere sul tempo, e ciò darebbe
maggiore risalto alla funzione della geografia, sottraendola a una sorta di
dipendenza dalla storia. Stridente è il contrasto con posizioni mature di
geografi che hanno attraversato l’intero percorso della evoluzione teorica
della geografia nella seconda metà del 20° secolo: fra gli altri, P.
Claval sottolinea come la dimensione simbolica della vita umana sia integrata
nei processi sociali come pure nelle realtà spaziali, estendendosi dalle
eredità culturali del passato al contesto geografico del presente e
proiettandosi, di conseguenza, nelle scelte per il futuro. Altro limite dell’approccio
postmoderno è l’impossibilità di organizzare il territorio nella misura in cui
quest’ultimo può essere oggetto di un disegno ma non di un piano, il quale presupporrebbe
una connessione razionale fra i significati simbolici. Si finisce, dunque, per
rievocare i limiti di quella regione umanizzata proposta dalla geografia del
primo Novecento, tanto armoniosa, unica, irripetibile e dunque immodificabile
da dover essere abbandonata non solo dalla ricerca, ma dalla stessa realtà
geografica, causandone il ribaltamento nell’isotropia funzionalista e la
conseguente, altrettanto eccessiva, perdita di identità.
Fra i temi
riemergenti nella ricerca geografica dell’ultimo decennio del secolo scorso è
anche il paesaggio, le cui trasformazioni esprimono appieno il carattere
complesso e interdipendente dei fenomeni geografici, rappresentando non
soltanto la stratificazione ma in special modo l’organizzazione degli elementi
territoriali e identificando pertanto, lungo una traiettoria processuale, lo
stato puntuale del sistema regionale a un tempo dato.
Torna a proporsi,
dunque, l’unità della geografia al di fuori di schemi e di correnti che
finirebbero con il riprodurre i dualismi presenti nel passato (determinismo
contro possibilismo, geografia ortodossa contro nuova geografia, approccio
descrittivo contro approccio interpretativo) senza possederne i fondamenti
epistemologici. L’apparato concettuale rivendicato dalla geografia culturale e,
in generale, dal postmodernismo non solo non può definirsi originale, ma ancor
meno può imporre la cancellazione dei paradigmi geografici stratificatisi nel
tempo. Dunque, posizioni razionaliste e relativiste devono convivere e
confrontarsi sui problemi reali del rapporto fra ambiente e società umane, il
classico campo della scienza geografica. Si può dunque ben ragionare di
rappresentazioni soggettive conservando un basamento di impianto positivista.
In questi termini,
la base teorica e pragmatica della geografia si attaglia in pieno alla domanda
di conoscenza che, più o meno consapevolmente, pervade l’intera società.
Semmai, l’errore è stato abbandonarla, quasi rinnegandone la scientificità; o,
per converso, limitare all’eccesso i riferimenti teorici, nella preoccupazione
che essi potessero condizionare la libertà di osservazione del geografo. In
quest’ultimo senso può intendersi quella sorta di isolazionismo che la
geografia (ancora una volta, non solo italiana) ha avvertito, ed essa stessa
alimentato, nei confronti di un quadro interdisciplinare sempre più diviso e
addirittura dispersivo: nel tentativo di affermare la propria indipendenza, i
geografi hanno forse trascurato di mantenere una visione della scienza come
corpo unico, finendo con il frammentare la propria disciplina in componenti solo
apparentemente specialistiche che sono aggregate di volta in volta, con
pericolosi atteggiamenti di subordinazione, a campi disciplinari estranei.
Per tutti questi
motivi, la domanda di conoscenza geografica poteva apparire latente nel momento
in cui posizioni quantomeno discutibili adombravano, nel sistema scolastico
italiano, la surrogazione della geografia da parte di una ‘sommatoria’ fra
scienze della terra, sociologia ed economia (posizioni controbattute nel
contributo “perché
insegnare la geografia in una rinnovata scuola moderna e interdisciplinare” edito nel 1998 a cura del Centro
studi del TCI). Al contrario, tale domanda ha trovato continui riscontri nel
campo della divulgazione geografica, le cui opere non hanno mai cessato di
riscuotere successo presso il grande pubblico. A ulteriore conferma, nella
riforma dell’ordinamento universitario del 2001 la classe di laurea in scienze
geografiche ha mantenuto piena autonomia, consentendo di formare geografi
professionali in una decina di atenei.
In conclusione,
tornano attuali parole scritte alla vigilia della crisi di fine secolo scorso:
<<La geografia ha forse oggi capito i suoi confini e superato la sua
crisi di crescenza, proponendosi come disciplina che si differenzia al variare
dei suoi specifici e concreti oggetti territoriali ma si mantiene unitaria nel
porre, a scale diverse, identici sfondi all’interno dei quali essi sono
considerati". E ancora: "tra le varie discipline, la geografia è
forse quella che identifica più abitualmente il proprio linguaggio scientifico
con il parlare comune. Per un geografo, mare è mare, monte è monte: non ci sono
fraintendimenti. È quindi una disciplina molto leggibile, con un linguaggio a
volte pericolosamente semplice. A fronte di discipline mascherate da codici di
comunicazione per addetti ai lavori, sembra talvolta una sorella povera. Ma uno
dei suoi punti di forza sta proprio nella semplicità ed appropriatezza del
linguaggio e nella conseguente possibilità di controllo che essa offre.>>
(G. Corna Pellegrini: “perché la geografia oggi” in “aspetti e problemi della geografia”
[Milano, 1987]: vol. 1: p. 5).
Il processo di
globalizzazione ha conferito una rinnovata centralità alla dimensione
territoriale dell’agire sociale e all’analisi dei fattori di
territorializzazione delle stesse pratiche sociali. La ricerca geografica ha
posto, nel corso degli ultimi quindici anni almeno, una sempre maggiore
attenzione verso lo ‘spazio dei flussi’ e dunque verso l’osservazione e l’analisi
critica di sistemi reticolari e dei connessi fenomeni di mobilità che
attraversano la società e che si traducono in processi di tipo trascalario: dai
movimenti di persone, merci e informazioni, alla circolazione di modelli di
sviluppo e pratiche di governo. Sono questi forse tra i motivi principali che
hanno permesso alla geografia umana di collocarsi al centro dei molteplici
cambiamenti paradigmatici che hanno interessato le scienze sociali negli ultimi
trent’anni: dalla svolta culturale a quella umanistica, da quella linguistica a
quella iconografica si sono effettuate riflessioni costanti e trasversali ai
diversi campi di ricerca sui concetti di territorio e territorialità. Tra le
numerose questioni affrontate, alcune possono essere considerate centrali. La
prima riguarda il grado di integrazione nella geografia umana delle ‘svolte’
nate in altri contesti disciplinari, la seconda attiene all’individuazione
degli ambiti della geografia umana che, più di altri, sono stati coinvolti nei
processi di cambiamento paradigmatico, la terza ha a che fare con la
consapevolezza epistemologica di un’ontologia peculiare che l’essere umano
sulla Terra fonda in ragione di un agire territoriale stimolato da bisogni,
tecniche, sentimenti, visioni, istituzioni.
Nel corso di questi
anni molte idee nate nei contesti della teoria sociale e della filosofia
contemporanea sono dunque approdate in ambito geografico, così come diverse
elaborazioni concettuali nate in senso alla geografia sono state riprese in
ambiti disciplinari diversi. Questo intreccio di conoscenze e metodi della
ricerca ha attivato e alimentato feconde linee di ricerca e nuovi campi teorici
circa il ruolo delle pratiche spaziali, conferendo centralità nuova ai rapporti
tra soggetto, attore e individuo. L’importanza del soggetto quale parte
fondante degli studi geografici ha permesso, in effetti, avanzamenti teorici
rilevanti nella geografia sociale e in quella economica, come testimoniano
indagini e proposte teoriche attorno allo sviluppo locale, agli attori
territorializzati, alla geografia della vita quotidiana, ai processi di governance.
Nella stessa direzione possono essere interpretati gli impulsi generati dalla
svolta linguistica, da quella iconografica, culturale, biografica, narrativa,
interpretativa che notevoli ripercussioni hanno avuto nella geografia tramite l’attivarsi
di riflessioni teoriche sulla geografia visuale, sul rapporto tra territorio e
memoria, sull’etica dell’agire territoriale, sulle relazioni tra legalità e
legittimità, sull’ordine giurisdizionale dei territori, sul controllo
simbolico, materiale e organizzativo. La tradizionale geografia storica sembra
aver assunto la necessità di costruire una narrazione geografica all’intersezione
tra individuo, luogo e società, non solo come costruttori e protagonisti dell’agire
storico, ma anche quali ‘soggetti’ attivi e imprescindibili delle continue
trasformazioni del territorio, del paesaggio e del luogo. La geografia urbana,
dal canto suo, ha operato un processo di ricostruzione degli approcci
metodologici con l’intento di fornire risposte alla complessità delle
trasformazioni urbane contemporanee e alla rinnovata centralità della città e
della vita urbana. Una geografia urbana del soggetto abitante è quella proposta
da alcune linee di ricerca recenti, che mettono in evidenza l’importanza in
termini di conflittualità sociale, di pratiche dal basso, di movimenti politici
e sociali. Uno degli apporti più rilevanti di questo approccio risiede nell’idea
che al centro della riflessione debbano esserci le esperienze spaziali delle
diverse soggettività sociali, con l’integrazione nel discorso del concetto di ‘abitare’
di matrice heideggeriana. In sostanza, si è sviluppata una proposta
teorico-metodologica che vede il soggetto, la soggettività, i linguaggi, le
immagini, i segni, le conflittualità, la costruzione di pratiche dal basso come
parte integrante del contesto urbano.
Non si possono
tralasciare, infine, gli avanzamenti teorico-metodologici, specificatamente di
matrice geografica, avvenuti negli studi su ambiente e paesaggio, nel quadro
delle più ampie teorizzazione sui diritti fondamentali e i beni comuni. In questa
direzione, l’ambiente esprime la geograficità di una natura che non può essere
ridotta alle sole funzionalità ecologiche; essa rappresenta l’insieme delle
pratiche, delle visioni, delle aspettative, dei diritti e degli obblighi che le
società umane assumono nei confronti della natura. Il paesaggio, dal canto suo,
si rivela consapevolezza di un’armonia che regge l’organizzazione del
territorio, conquista culturale delle popolazioni insediate e di quelle che lo
fruiscono: un bene di certo non monetizzabile o commerciabile.
Nella moderna
cultura geografica anglosassone, il dibattito sul postmoderno domina da ormai
due decenni, con particolare rilevanza nella geografia umana e politica. Il
postmoderno, più che essere un paradigma, riunisce una molteplicità di
posizioni critiche caratterizzate dalla sfiducia nel pensiero moderno, che
costringe il libero fluire della vita all’interno di presunte categorie
universali. Per la geografia postmoderna non è più possibile spiegare la realtà
con un unico paradigma; perciò essa si propone di decostruire le
rappresentazioni dominanti, metterne in luce i non detti e dare spazio alla
pluralità del reale. Il postmoderno attacca ogni pretesa di oggettività, verità
e neutralità del processo conoscitivo, ne riconosce la natura parziale e
soggettiva, che si impone come oggettiva solo per mantenere la propria
posizione egemonica. Nell’ambito delle scienze sociali questa impostazione ha
comportato la rivalutazione della dimensione spaziale, quindi della geografia,
come analisi delle relazioni contingenti tra gli enti che occupano uno stesso
luogo e che generano una situazione irripetibile grazie alle interazioni
reciproche. I geografi di tradizione marxista, come Richard Peet e David
Harvey, hanno contestato al postmodernismo la mancanza di progettualità
politica, esito inevitabile della critica radicale di ogni sapere come forma di
potere che include ed esclude allo stesso tempo. Claudio Minca, tra gli altri,
ha risposto alle critiche, sottolineando come il principale obiettivo del postmodernismo
sia la consapevolezza che ogni relazione comporta potere, ma non che sia
impossibile eliminarlo. Il progetto è realizzabile a partire dall’esplicitazione
della nostra posizione e di quella dei nostri interlocutori, in altre parole
chiarendo il modo in cui il potere è spazialmente e socialmente determinato. Il
dibattito sul postmoderno domina la cultura geografica anglosassone da ormai
due decenni, con particolare rilevanza nella geografia umana e politica. Il
filone nasce dall’incontro tra il postmoderno statunitense e il
poststrutturalismo francese, rifacendosi agli studi di Michel Foucault, Roland
Barthes, Jacques Derrida e Jean-François Lyotard. Alcuni degli autori
principali di questo filone, spesso provenienti da una formazione marxista, sono
Edward Soja, Brian Harley, Claudio Minca, Michael Dear e Gearóid Ó Tuathail per
la geografia politica. Il postmoderno, più che essere un paradigma, riunisce
una molteplicità di posizioni critiche caratterizzate dalla sfiducia nelle
possibilità del pensiero moderno, accusato di costringere silenziosamente il
libero fluire della vita all’interno di categorie presuntivamente universali.
Per la geografia p. non è più possibile spiegare la realtà all’interno di un
unico paradigma e per questo si propone di decostruire le rappresentazioni
dominanti, metterne in luce il non detto e dare spazio alla pluralità del
reale. Il postmoderno critica ogni pretesa di oggettività, verità e neutralità
del processo conoscitivo; ne riconosce la natura parziale e soggettiva, che si
impone come oggettiva per mantenere la propria posizione dominante. Caduta ogni
pretesa di oggettività del sapere, ogni gesto umano cade sotto la lente del
punto di vista e diventa politico, in quanto espressione di una soggettività.
Nell’ambito delle scienze sociali questo ha comportato la rivalutazione della
dimensione spaziale, quindi della geografia, come analisi delle relazioni
contingenti tra gli enti che occupano uno stesso luogo e che generano una
situazione irripetibile grazie alle interazioni reciproche. I geografi di
tradizione marxista come Richard Peet e David Harvey hanno contestato al
postmodernismo la mancanza di progettualità politica, esito inevitabile della
critica radicale a ogni sapere come forma di potere che include ed esclude allo
stesso tempo, secondo quel processo proprio al pensiero occidentale che Derrida
ha definito di identità e differenza, dove l’identità stabilisce un campo
semantico dal quale escludere l’altro, cioè il differente. In definitiva, il
postmodernismo critica l’autorità denunciando il sapere che la legittima come
forma di potere del dominante sul dominato, così connotando l’autorità come
autoreferenziale e priva di fondamento. Minca, tra gli altri, ha risposto alle
critiche sottolineando come il principale obiettivo del postmodernismo sia la
consapevolezza che ogni relazione implica un potere. Il progetto è possibile a
partire dall’esplicitazione della nostra posizione e di quella dei nostri
interlocutori, in altre parole chiarendo il modo in cui un potere è spazialmente
e socialmente determinato.
CYBER-GEOGRAPHY E CYBER-SPAZIO
La cyber-geography studia le reti spaziali
costruite dalle comunicazioni digitali, innanzitutto Internet, che creano
quello che viene definito cyber-spazio.
I flussi elettronici e telematici che caratterizzano il mondo contemporaneo
portano i geografi a interessarsi delle geografia dei nuovi territori
elettronici. Secondo uno dei pionieri della cyber-geography, Martin
Dodge, esistono diverse geografie del cyber-spazio,
che si occupano dell’impatto delle tecnologie digitali sullo spazio reale, ma
anche dello studio delle infrastrutture fisiche, dei flussi di traffico, dei
caratteri demografici delle comunità che nascono nel cyber-spazio, fino alla percezione degli spazi digitali. Per esempio,
è possibile studiare la rete cartografando la diversa connettività a livello
globale, il traffico di dati e le sue diverse tipologie di uso. Il tentativo di
cartografare i nuovi cyber-spazi con cyber-mappe ci aiuta a comprendere i
nuovi paesaggi informatici e a navigare al loro interno. I flussi elettronici
evidenziano che esiste uno spazio alternativo a quello fisico, invisibile, che
tende a ricomporre in unità frammenti di spazio fisico, secondo logiche
differenti. La rivoluzione informatica ha permesso la nascita di nuove
articolazioni spaziali delle relazioni di potere, in cui i luoghi si connettono
tra loro senza avere necessariamente contiguità fisica. Si passa così dagli
Stati nazione alle città globali, ossia a una rete di città appartenenti a Stati
diversi, ma unite da funzioni simili. L’interazione sociale si smaterializza e
si separa da ogni ubicazione fissa, al pari del consumo e della produzione. La cyber-geografia porta a guardare lo
spazio con occhi diversi da quelli della tradizione cartesiana, in quanto il cyber-spazio è privo di un centro e di
una forma fisica. I paesaggi virtuali influenzano e obbligano a vivere in modo
diverso quelli fisici, in una coalescenza di visibile e invisibile che comporta
una profonda revisione di ogni elemento della vita umana, dal sociale, al
politico, all’economico.
GEOGRAFIA DI GENERE (GENDER GEOGRAPHY)
La “geografia di
genere” è un filone di studi che propone un diverso approccio teorico e
metodologico, legato alla nozione di genere come categoria sociale e come
espressione di relazioni di potere, posto alla base di ogni costruzione e
gestione dello spazio. Gli studi di genere in geografia hanno preso origine da
interrogativi assai concreti: perché alcuni mestieri sono prettamente svolti da
donne? Perché i ruoli di responsabilità sono soprattutto ricoperti da uomini?
Perché gli utenti dei mezzi pubblici sono in maggioranza donne? Perché alcuni
spazi pubblici di notte diventano appannaggio esclusivo degli uomini?
L’idea era di
mettere in evidenza, come scriveva Simone de Beauvoir in apertura di “le deuxième sexe” (1949),
che <<non si nasce donna [o uomo]: lo si diventa.>> e che le
differenze tra uomini e donne sono il risultato di una costruzione sociale.
Alla fine degli anni Sessanta del 20° secolo il concetto di genere si fa strada
nel campo della psicoanalisi e della sociologia, soprattutto negli Stati Uniti,
ove le femministe rivendicano la presenza delle ‘donne’ come soggetto e oggetto
di ricerca scientifica, che fino allora si declinava esclusivamente al maschile
neutro. L’odierna accezione di gender
è stata poi puntualizzata da una sociologa anglosassone, Ann Oakley (in “sex, gender and society” del 1972)
e, alla fine del secolo scorso, gli studi di genere in Europa hanno attaccato l’ideologia
naturalista della differenza tra sessi, in base alla quale alla sfera maschile
è in qualche modo assegnato un valore superiore rispetto a quella femminile.
Oggi sono ormai
tutte le scienze umane e sociali a occuparsi di problematiche di genere, non
più necessariamente legate alla sola dimensione femminile, poiché l’orizzonte
di ricerca si è allargato alla costruzione sociale delle differenze di
comportamento e di relazione legate al sesso e all’identità sessuale. Fin dalle
prime fasi di socializzazione di bambine e bambini, tale costruzione delle
differenze si evidenzia in tutte le declinazioni spaziali (usi, percezioni,
rappresentazioni, fruizioni differenziate, discriminanti o addirittura
esclusive di certi tipi di luoghi) dell’insieme delle attività sociali (lavoro
professionale e domestico, spostamento, formazione, tempo libero ecc.). Il
genere non è dunque più inteso come un attributo duale, bensì come un nuovo
paradigma, un sistema dinamico che può fungere da chiave per individuare, entro
lo spazio di relazione, le relazioni di potere, così come le classi, le etnie,
l’età e così via.
GEOGRAFIA VISUALE
Varie sono le
sfumature assunte dalla geografia visuale, ma due sono le principali accezioni
del termine. Da una parte, si parla di geografia visuale quando si fa
particolare uso dei supporti visivi nell’ambito della ricerca geografica, della
descrizione e interpretazione, ma soprattutto nella divulgazione delle
informazioni (i supporti visivi in questione comprendono immagini fisse, quali
disegni, fotografie o qualsiasi elaborato grafico, così come immagini in
movimento, quali quelle da filmi, da serie televisive, da caroselli
pubblicitari). Dall’altra, la geografia visuale è per alcuni una sorta di nuovo
filone della geografia, che integra completamente la dimensione visuale, in
tutte le sue espressioni, nella costruzione dei suoi oggetti di ricerca.
Documenti visuali hanno da sempre affiancato gli studi geografici,
caratterizzati da una perenne oscillazione tra scrittura e rappresentazione
grafica del mondo. Le primissime immagini geografiche sono state le carte, ma
non va dimenticata la pittura (rappresentazioni di paesaggi rurali, urbani,
industriali, litorali, reali o inventati). Nel corso del 18° secolo si è
diffuso l’utilizzo delle immagini in rilievo sulle carte (uso del tratteggio
ombreggiato) e nel 19° secolo si sono affermate prima l’incisione e in seguito
la fotografia, passando dalla cartografia tematica a colori a quella in tre
dimensioni, per giungere alla fine del 20° secolo all’immagine animata,
interattiva o puramente virtuale. Ai giorni nostri i geografi, a prescindere
dal livello di adesione alla geografia visuale, si devono confrontare con l’aumento
esponenziale dell’uso che la società fa delle immagini e con la varietà dei
loro supporti e provenienze. Tale profusione di stimoli visivi ha offerto nuove
opportunità scientifiche per osservare, interagire e, soprattutto, per
comprendere la realtà.
Secondo l’impostazione
metodologica scelta da chi pratica la geografia visuale, si ricorre regolarmente
ai supporti audiovisivi come importante strumento di analisi geografica, in
particolare nelle ricerche sulla costruzione territoriale e la relativa
organizzazione sociale. In altri casi si studia invece quanto la sfera visuale
stessa partecipi alla costruzione della realtà geografica, ovvero si studia la
dimensione per-formativa delle immagini (per esempio, come un film o un
manifesto pubblicitario inducono in determinati territori una frequentazione
turistica, che comporta poi un cambiamento e una riorganizzazione di quegli
stessi luoghi).
GEOGRAFIA EMOZIONALE
Orientamento che
studia territori e paesaggi sulla base non degli elementi fisici o sociali
oggettivi, ma della percezione soggettiva ed emotiva che di essi hanno gli
individui e le collettività che ne fruiscono stabilmente (residenti) o
temporaneamente (viaggiatori). L’interesse è posto sulle emozioni che possono
essere definite geografiche, che cioè sorgono più o meno direttamente in
dipendenza da motivazioni territoriali, o geograficamente rilevanti, provocando
interventi preventivi o attuativi sul territorio. Un territorio emotivo è lo
spazio geografico che ha generato e rimane in grado di suscitare emozioni
consistenti, e ciò in virtù di due componenti: quella naturale, cioè gli elementi
fisici, biologici, astronomici più caratteristici del luogo, e quella umana,
con il suo corredo storico-culturale e artistico. La geografia emozionale, che
si suole far risalire all’“atlante delle emozioni” di Giuliana Bruno pubblicato nel 2002, prende
le mosse dal mutamento di prospettiva indotto dalla geografia della percezione
sulla spinta dell’epistemologia filosofico-psicologica, che ha spostato l’attenzione
sulla soggettività dell’esperienza e della conoscenza quale componente di pari
importanza rispetto alla tradizionale scienza positivista e razionalista. La
geografia emozionale intende caratterizzarsi come disciplina a partire dal
presupposto che il ‘sentire’ sprigionato dai luoghi rappresenti un aspetto
caratterizzante del territorio, da comprendere e studiare onde restituire un’immagine
di esso il più possibile completa. E questo poiché le emozioni, oltrepassando l’individuo,
vanno a sedimentarsi nella coscienza collettiva, divengono patrimonio culturale
e fattori di identità, assumendo un ruolo profondamente sociale, dato che sono
in grado, agendo sugli individui, di agire anche sui luoghi. Dai presupposti
della geografia emozionale scaturiscono esperienze innovative di cartografia,
come il biomapping, modello cartografico di descrizione dei luoghi
basato sulle reazioni emotive da essi suscitate.
GEO-POLITICA DELLA BIO-DIVERSITÀ
PROLOGO
Per parlare delle relazioni fra biodiversità e geo-politica
è necessario tracciare un profilo storico dei rapporti fra l’uomo e la natura,
spingendosi in una certa misura nella preistoria recente (inizio dell’Olocene),
al fine di individuare un punto di partenza. Una volta individuato questo
punto, è possibile descrivere il quadro delle trasformazioni prodotte sia dalla
natura locale sulla cultura umana, allora nascente, sia dalle attività umane
sempre più complesse e impattanti sulla natura stessa.
Ovviamente, in base alle definizioni suggerite da diversi
autori, dagli inizi del Novecento agli ultimi saggi di Lacoste, il concetto di geo-politica
è legato all’esistenza di stati e di contese territoriali con mire espansive ed
egemoniche. Tuttavia, ripercorrendo l’evoluzione culturale dell’uomo, troviamo
a livello embrionale le origini di questo concetto anche nelle società più
semplici, purché caratterizzate da un’organizzazione gerarchica che funga da
guida per la sopravvivenza quotidiana. In queste società semplici di cui ancora
oggi troviamo nuclei superstiti in tutti i continenti extraeuropei, esplodevano
periodiche dispute fra bande di cacciatori-raccoglitori per la difesa dei
propri territori e delle relative risorse o per l’invasione di territori vicini
in caso di carestia. Tali dispute potevano culminare con scene ritualizzate di
guerra, spesso incruente o con poche vittime, oppure risolversi con accordi di
pace sigillati da matrimoni e sacrifici. Tutto ciò rappresenta la fase
embrionale della geo-politica e l’iniziale, lenta trasformazione della natura
da parte dell’uomo che ancora dipendeva direttamente dalla biodiversità degli
ecosistemi. In questa fase, ogni popolazione umana era spesso legata a un solo
tipo di ecosistema all’interno del quale la diversificazione degli habitat era piuttosto ridotta. In tale
contesto, ciascuna popolazione ha sviluppato una cultura locale basata sul
nomadismo di piccoli gruppi (detti bande) e caratterizzata da modalità di
sfruttamento, che potremo oggi chiamare sostenibile, delle risorse naturali
locali. Le variazioni demografiche subite da queste popolazioni dipendevano
dalla ‘bontà’ del loro territorio (espressione ancora ricorrente nelle lingue
dei popoli cacciatori-raccoglitori sopravvissuti) che in alcuni periodi era ‘buono’
nei loro confronti perché concedeva risorse abbondanti mentre in altri periodi
diventava ‘malvagio’. Ogni qual volta le risorse (selvaggina e piante
commestibili) diminuivano, la banda doveva spostarsi in un altro territorio,
rischiando possibili incontri/scontri con altri gruppi simili. Questo scenario
preistorico porta a diverse considerazioni: 1) periodicamente le risorse di un
territorio si abbassavano al di sotto della capacità portante e ciò rappresenta
gli albori dell’impatto ambientale; 2) l’uomo cacciatore-raccoglitore non era
in grado di regolare le risorse alimentari ai propri bisogni mentre queste
regolavano la sua demografia e i suoi spostamenti; 3) la densità demografica
umana diminuiva periodicamente durante i periodi di scarsità alimentare
(malattie da indebolimento, incidenti durante gli spostamenti, vittime di
scontri, comportamento che diveniva incauto durante la caccia ad animali più
pericolosi che di regola venivano evitati, ecc.); 4) con il legame fra
popolazione e tipo di ecosistema, attraverso lo sviluppo di culture
tradizionali specializzate nello sfruttamento di determinate risorse,
iniziarono a delinearsi i gruppi etnici, attraverso la selezione di tratti
somatici, abilità specifiche, tipologia di strumenti e lingue contenenti
termini speciali per indicare tutte le specie animali e vegetali viventi nel
proprio territorio (etnobiologia).
Nel corso dei 200.000 anni dell’evoluzione biologica
di Homo sapiens, il legame fra popolazione e tipo di ecosistema nei
diversi continenti, favorito da eventi di isolamento geografico e di fusione
fra gruppi, ha prodotto una sorprendente diversità fisica e culturale nella
specie (nonostante la diversità genetica fosse molto bassa) ancora oggi
riscontrabile nonostante la globalizzazione in corso dei costumi e il sempre
maggiore incrocio tra individui di popolazioni diverse. Tuttora si distinguono
tratti somatici e modelli culturali di popolazioni che appartengono o che in
tempi più o meno remoti appartenevano a diversi tipi di habitat, dalle foreste tropicali alle savane, dai boschi temperati
alle praterie, dalle steppe ai deserti, dalla tundra alla taiga, dalla macchia
mediterranea alle cime delle montagne, dalle paludi alle isole del Pacifico.
Tutto questo perché l’uomo, iniziando il proprio avventuroso viaggio dall’Africa,
riuscì a colonizzare progressivamente tutti i biomi terrestri grazie alla sua
capacità elevata di adattarsi alle diverse condizioni ambientali, modificando
il proprio corpo e le proprie modalità di sfruttamento delle risorse naturali.
Si delinearono così popoli cacciatori di grandi mammiferi nel Nordamerica, in
Eurasia e in Africa, cacciatori di marsupiali in Australia, cacciatori di
uccelli in Nuova Guinea, pescatori di molluschi, crostacei, pesci o mammiferi
acquatici in tutte le aree marine costiere, laghi, paludi e grandi fiumi.
In un periodo compreso fra 15.000 e 11.000 anni fa,
variabile a seconda delle condizioni geografiche, climatiche e biocenotiche, l’evoluzione
delle conoscenze umane ha portato l’uomo di fronte a un bivio fra due nuove
strategie di sussistenza: la pastorizia e l’agricoltura. Entrambe queste
strategie, che poi divennero mondi separati fra loro, si svilupparono
indipendentemente, per convergenza adattativa di tipo culturale, in tutti i
contesti ecologici in cui esistevano risorse animali o vegetali adatte. Le
riflessioni di Jarred Diamond sulla nascita dell’agricoltura e della pastorizia
in diverse parti del mondo, sul perché queste due modalità di sviluppo non sono
riuscite a realizzarsi in tutti i tipi di ecosistemi e in tutti i continenti, e
sull’incompatibilità che si manifestò fra pastori e agricoltori, rappresentano
le basi per ogni riflessione moderna sulle molteplici forme della cultura
umana, sui rapporti fra geo-politica e biodiversità, razzismo e solidarietà,
guerra e pace.
L’impatto dei popoli agricoltori e pastori sulla
biodiversità fu sicuramente molto maggiore rispetto a quello dei popoli
cacciatori-raccoglitori. Il motivo principale di ciò è che nell’economia di
caccia-raccolta, quando le risorse trofiche naturali (selvaggina, piante
commestibili e funghi) subiscono un declino, la popolazione umana diminuisce
automaticamente per i motivi già detti, ma anche a causa di un aumento di
aborti spontanei causati da sottoalimentazione e/o stress. Invece, le risorse
agricole e pastorali dell’economia di sussistenza aumentano in maniera
direttamente proporzionale alla popolazione umana: maggiore è la forza lavoro,
maggiore è la produzione, almeno fino a una certa soglia, determinata dalla
capacità portante dei pascoli e dalla disponibilità di terreni fertili. Durante
la fase della caccia-raccolta, le popolazioni di animali selvatici si
rarefacevano fino al punto in cui gli uomini, avendo difficoltà a trovare le
specie preferite o abituali, rivolgevano le loro attenzioni ad altre, oppure si
spostavano temporaneamente alla ricerca di territori migliori per poi tornare a
quelli già sfruttati in precedenza, in una sorta di rotazione delle aree
disponibili. In questo modo, le popolazioni di animali e piante commestibili
avevano il tempo di recuperare la propria densità ottimale e ritornavano a
essere sfruttabili dopo un certo periodo più o meno lungo. Invece, durante le
fasi dell’agricoltura e della pastorizia in cui la densità umana diventa molto
elevata, vengono a scomparire proprio l’habitat
e le risorse vitali per le piante e gli animali, che fra l’altro continuano
comunque ad essere sfruttati dai coltivatori poiché gli uomini mantengono
sempre un’attività di caccia-raccolta in parallelo con quella agro-pastorale.
Come si può osservare nelle popolazioni che ancora oggi praticano l’agricoltura
di sussistenza nelle foreste tropicali, la vegetazione naturale viene tagliata
continuamente per fare spazio a coltivazioni la cui durata è limitata nel tempo
a causa della progressiva perdita di fertilità del suolo, e la perdita di habitat può raggiungere proporzioni
enormi, anche in questa fase primitiva di crescita demografica e di impatto ambientale. Inoltre, le
coltivazioni esercitano un potere attrattivo verso molti animali selvatici sia
per la concentrazione elevata di piante commestibili sia perché ai sensi degli
animali esse rappresentano un mosaico di radure, spazi ecotonali dove spesso si
concentra l’attività delle specie che vivono nella foresta. I vegetali
coltivati attirano uccelli frugivoro-granivori e mammiferi erbivoro-onnivori e
la presenza di questi costituisce fonte di attrazione per i carnivori predatori.
Tutto ciò non sfugge all’occhio degli agricoltori di sussistenza che reagiscono
con un’attività venatoria ‘casalinga’ verso animali dannosi alla vegetazione ma
anche commestibili, escogitando complessi sistemi di trappole. In pratica l’attrazione
per le coltivazioni di sussistenza può trasformarsi in un sink (pozzo
che determina un calo di biodiversità) a causa della forte mortalità di animali
soprattutto giovani alla ricerca di un territorio individuale.
Anche la pastorizia di sussistenza può esercitare un grande
impatto nelle aree in cui l’aumento della popolazione umana determina una
crescita proporzionale di bestiame che causa la distruzione della vegetazione e
ne ostacola la ricrescita attraverso l’erosione del suolo dovuta al calpestio
delle mandrie. Oltre a questo effetto diretto del pascolamento sulla
biodiversità locale, i pastori hanno sempre portato avanti una lotta agli
animali consideati nocivi alla loro attività: da una parte ci sono i predatori
(lupo, orso, leone, iena, tigre eccetera), dall’altra gli erbivori selvatici
che consumano le stesse risorse del loro bestiame. Sistemi di trappole e
abbattimento, iniziati con archi e frecce e poi sviluppatisi con l’avvento
delle armi da fuoco, hanno prodotto una forte diminuzione di molti mammiferi e
di uccelli, in particolare rapaci. Inoltre, nelle zone aride, l’impatto più
grave sugli animali è rappresentato dall’occupazione delle aree di
abbeveraggio. Molte specie di mammiferi di savane aride e deserti, fra cui
equini selvatici, gazzelle e antilopi, si sono estinte in gran parte del loro
areale sia in Africa sia in Asia, proprio a causa della nascita di insediamenti
di pastori intorno a pozzi, oasi e sorgenti. Tale fenomeno, iniziato in tempi
protostorici, si è successivamente aggravato nel Ventesimo secolo in seguito a
interventi (praticati anche da agenzie per lo sviluppo) che hanno trasformato i
punti d’acqua originari in pozzi cementificati e chiusi, utilizzabili soltanto
dall’uomo e dal suo bestiame.
Quando l’agricoltura e la pastorizia tradizionali sono
praticate da un grande numero di persone, anche se prive dei mezzi
caratteristici di quella intensiva (mezzi meccanici, stabulazione ecc.),
possono causare la conversione di un bioma in un altro, per esempio dalla
foresta alla savana (si vedano le trasformazioni antiche e recenti del
paesaggio in Africa, nel Sud-Est asiatico e in Sudamerica),
compromettendo sia la biodiversità sia la fertilità del suolo.
Nelle odierne pratiche di agricoltura intensiva destinata al
consumo nazionale o internazionale, pilotate da regole geo-politiche impartite
dalle grandi potenze e dalle imprese multinazionali, l’impatto sugli ecosistemi
è molto differente da quello delle pratiche agroforestali tradizionali, perché
prevede l’uso di foraggi, concimi, pesticidi e presidî sanitari veterinari e
potenti mezzi meccanici. Tutto ciò produce profonde alterazioni del suolo e
della vegetazione che determinano non soltanto la scomparsa dell’habitat ma anche il suo inquinamento
chimico e biologico, che culmina con un impoverimento ancora più notevole della
biodiversità. Basta pensare allo scarico dei liquami che dalle stalle sono
riversati nei vicini corsi d’acqua e il taglio dell’erba per la produzione del
fieno che è effettuato in un’unica soluzione interrompendo i cicli biologici di
molte specie di insetti e distruggendo i nidi degli uccelli che nidificano sul
suolo. Un esempio delle modalità odierne di sfruttamento delle foreste
tropicali, in cui appare evidente il ruolo dei paesi ricchi sul dissesto
ambientale di quelli poveri è dato dai tagli commerciali di legno pregiato che
comportano profonde ferite all’interno delle foreste stesse. Ogni gigante della
foresta che è abbattuto e che cade trascinando con sé numerosi altri alberi
strettamente intrecciati, produce una vasta radura e richiede una strada per
essere trasportato, formando nuove vie di penetrazione nella foresta, nuovi
insediamenti agricoli, nuovi villaggi, nuove aree di caccia di sussistenza e di
bracconaggio, nonché piste per l’esplorazione mineraria. La penetrazione del
vento e l’azione del sole attraverso gli spazi così creati, in un ecosistema
che normalmente si protegge da questi eventi atmosferici con la propria volta
fogliare, provocano la continua caduta di altri alberi, al margine delle radure
e delle strade, e il progressivo inaridimento del sottobosco. In questo modo,
il prelievo di pochi alberi dal legno pregiato causa la perdita di numerosi
chilometri quadrati di foresta nel giro di pochi anni. Inoltre, la conseguente
attività di sfruttamento delle vene d’oro e di altri minerali preziosi, anche
questa manipolata dalle potenze occidentali, diviene fonte di grave
inquinamento (mercurio e altre sostanze utilizzate) oltre che di smantellamento
del tessuto sociale tradizionale, abituando i giovani (sia uomini sia donne) a
grossi guadagni in tempi brevi.
Parallelamente al prelievo di risorse naturali a uso
alimentare, la biodiversità subisce forti impatti dall’uso delle risorse
energetiche fin da tempi antichissimi. L’uso del fuoco è sempre stato presente
nelle culture preistoriche dell’uomo, come pure di altre specie del
genere Homo vissute già 1,8 milioni di anni fa in Africa. L’uso
del fuoco nella caccia per stanare i piccoli animali o far cadere quelli grandi
in burroni ha sicuramente avuto un enorme impatto sugli ecosistemi, come
rilevato anche durante l’osservazione in epoca recente delle tecniche di caccia
degli aborigeni australiani. Anche i popoli pastori hanno fatto (e fanno
ancora) uso del fuoco per stimolare la ricrescita dell’erba nei pascoli,
producendo un progressivo impoverimento della loro biodiversità. Infine i
popoli agricoltori, soprattutto nei paesi tropicali, hanno sviluppato la
tecnica di deforestazione continua detta ‘taglia e brucia’, associata alla
rotazione quasi annuale di numerose parcelle di terreno (agricoltura
itinerante), per compensare la rapida perdita di fertilità del suolo. Il
risultato di questa pratica è la produzione di vastissime aree di foresta
secondaria con la perdita di biodiversità per quanto riguarda le specie della
foresta primaria. A livello globale, negli ultimi millenni, l’uso del legno
come combustibile largamente usato da tutte le popolazioni umane anche per la
produzione commerciale del carbone ha portato alla scomparsa di vaste aree
boschive e alla conversione di ecosistemi da foreste temperate a praterie e da
foreste tropicali a savane. Dal Ventesimo secolo, l’uso di altre risorse
energetiche come petrolio, gas, uranio e plutonio ha avuto effetti diversi
sulla biodiversità a seconda delle scelte geo-politiche di sfruttamento e
commercializzazione delle risorse stesse. L’impatto di queste fonti di energia
sulla biodiversità e sulle stesse condizioni di vita sul pianeta è ben noto e
riguarda le emissioni di anidride carbonica con l’effetto serra ed i relativi
cambiamenti climatici, il possibile innalzamento del livello del mare, la
riduzione dell’ozono stratosferico soprattutto a livello delle regioni polari,
l’inquinamento marino da petrolio durante le estrazioni off-shore e
il trasporto navale, e l’accumulo di scorie radioattive in paesi in via di
sviluppo. Un punto su cui conviene soffermarsi, perché meno pubblicizzato dai
mass media, e ancorché più limitato rispetto alle enormi conseguenze dell’effetto
serra, è l’impatto che anche le fonti energetiche alternative, cosiddette ‘sostenibili’,
possono avere sulla biodiversità: ci riferiamo all’impatto sull’avifauna delle
pale eoliche e dei pannelli solari. Studi condotti negli ultimi venti anni
hanno dimostrato l’elevatissima mortalità di uccelli, soprattutto di specie
rare come gli avvoltoi e rapaci, prodotta dalle turbine degli impianti eolici.
Altri studi hanno dimostrato che impianti fotovoltaici molto estesi, che
coprono vaste superfici di terreno, uccidono gli uccelli in volo sopra gli
impianti stessi, provocando la combustione del loro corpo in tempi rapidi prima
che essi riescano a passarli. A causa di questi fenomeni, imprevisti durante la
programmazione degli impianti, alcuni produttori di energia eolica e solare, in
alcuni stati europei e nordamericani in cui la sensibilità ambientale è molto
forte, stanno pensando a correzioni da apportare agli impianti per ridurre tali
impatti; altri, stanno programmando di sviluppare gli investimenti in paesi
esteri in cui la coscienza ambientalistica non è ancora sviluppata.
Per concludere questa analisi introduttiva sull’impatto
delle attività umane sulla biodiversità, dal contesto preistorico a quello geo-politico
attuale, si può dedurre che ogni tipo di economia e di utilizzazione delle
risorse produce un certo livello e una certa tipologia di impatto e che questo
è proporzionale alla densità demografica. L’incremento della popolazione e dei
consumi rappresenta il più drammatico problema che l’umanità dovrà fronteggiare
nel prossimo futuro, come apparirà evidente dai casi studio che documenteremo
nei prossimi paragrafi.
incompatibilità fra pastori e agricoltori e trasformazione degli
ecosistemi
Le caratteristiche dei biomi occupati dalle popolazioni
umane nella fascia tropicale hanno orientato automaticamente la selezione
culturale verso il modello pastorale o verso quello agricolo. Infatti, la
pastorizia si è evoluta quasi sempre in ambienti aperti (savane, praterie,
steppe e tundra), mentre l’agricoltura ha trovato le sue iniziali espressioni
soprattutto in ambienti chiusi (foreste e mosaico foreste-radure). A questo
punto, l’antico modello dei popoli cacciatori-raccoglitori, fondato sull’organizzazione
in piccole bande nomadiche, sulla risoluzione pacifica dei contrasti e su un
modello più o meno monogamico, si trasformò radicalmente. I popoli pastori,
avendo imparato a difendere i propri animali dai grandi carnivori predatori,
svilupparono abilità nel combattimento che molto spesso li trasformarono in
tribù di guerrieri, razziatori di bestiame altrui e dei beni degli agricoltori
che vivevano ai margini dei loro territori. L’eccedenza di beni di sussistenza
e la necessità di giovani guerrieri favorirono il passaggio delle società
pastorali verso la poligamia mentre l’alternanza di periodi secchi e piovosi li
indusse a compiere periodici spostamenti di molte miglia ogni anno, dando
origine a fenomeni simili alla transumanza dei pastori mediterranei. Invece, i
popoli agricoltori divennero sedentari, orientandosi verso modelli di
oligogamia in cui il numero di mogli era favorito dalla necessità di manodopera
in famiglia, ma frenato dalla disponibilità di terreno fertile e dall’eccessivo
lavoro (maschile) di abbattimento degli alberi.
Le razzie dei pastori e i danni che il loro bestiame
provocava nei campi coltivati durante il passaggio da un pascolo a un altro,
spinse gli agricoltori verso l’acquisizione di tecniche di difesa e verso
pratiche magico-religiose finalizzate al proprio incoraggiamento e alla
dissuasione dei nemici. Tuttavia, i pastori sono sempre stati dominanti sugli
agricoltori per una serie di motivi che a seconda dei gruppi etnici potevano
riguardare l’abilità nell’uso dell’arco e della lancia, la capacità di gestire
animali imponenti come i grandi bovini, la maggiore altezza fisica, la più
complessa cerimoniosità nei costumi e nelle danze. Inoltre, sono sempre stati
favoriti nei rapporti pacifici di scambio dei beni, carne contro ortaggi,
sempre a netto beneficio della prima che comportava un più elevato potere d’acquisto.
Il deterioramento dei rapporti fra popoli pastori e
agricoltori trova riscontro, non soltanto nella fascia tropicale ma anche in
zone temperate steppiche, in tutti i continenti tranne che in Australia (dove
la caccia-raccolta era l’attività preponderante) e nel Nuovo Mondo (dove la
pastorizia non si è sviluppata per mancanza di animali adatti, tranne sulle
Ande). I rapporti fra mongoli e cinesi, esplosi alla fine del secolo Dodicesimo
e nei primi trent’anni del Tredicesimo, sono un esempio di come tale
deterioramento emerga dalla preistoria e segni pagine drammatiche di conflitto geo-politico
nella storia dell’Estremo Oriente. Pressati dal proprio incremento demografico,
tipico dei pastori di successo, i mongoli invasero la Cina nel giro di un
ventennio alla ricerca di nuovi pascoli e la trovarono occupata da enormi campi
coltivati. Subito dopo, l’aristocrazia di Gengis Khan dichiarò di voler
trasformare i campi coltivati dell’impero in pascoli per le loro mandrie di
cavalli, pecore e cammelli, catalizzando il processo di fuga di molti Cinesi
verso sud e la loro invasione dell’Indocina.
Non esistono testimonianze precise sull’impatto che questo programma di
conversione ha prodotto nella Cina settentrionale, anche perché sembra essersi
arrestato dopo pochi anni, a causa di un ripensamento dei notabili mongoli
stessi che incominciarono ad apprezzare i prodotti agricoli. Un evento geo-politico
di questo tipo avrebbe potuto trasformare severamente il paesaggio, la
biodiversità e la storia successiva della Cina se i mongoli avessero deciso di
portare a compimento le loro intenzioni di bonificare le paludi dove veniva
coltivato il riso e deviare le acque che irrigavano i campi. La
contrapposizione fra pecore e riso, come risorse alimentari, è stata il primo
simbolo del conflitto pastori/agricoltori in Asia, dettato dalla geo-politica
delle antiche dinastie.
Numerosi esempi di conflitto fra pastori e agricoltori sono
stati descritti in Africa dopo la nascita della pastorizia in questo
continente, in seguito all’importazione dei bovini lungo la valle del Nilo, da
parte di popoli cosiddetti ‘nilotici’ e ben riconoscibili per l’altezza e i
tratti somatici longilinei. Tale importazione dei bovini è piuttosto recente e
sembra risalire a circa 7000 anni fa, quindi nel periodo pre-dinastico, quando
non solo la valle del Nilo ma gran parte dell’Egitto erano occupati da
ecosistemi di savana ricchi di fauna selvatica. Uno dei capitoli più tragici
della storia moderna ha avuto luogo proprio in Africa, precisamente intorno
alle ‘sorgenti del Nilo’ in un’area geografica caratterizzata da un’elevata
diversità biologica, attualmente compresa fra gli stati del Ruanda e del
Burundi. Quest’area, complessivamente chiamata ‘paesi delle mille colline’, era
originariamente occupata da pigmei cacciatori-raccoglitori (chiamati twa) e
ricoperta da una foresta di montagna molto ricca di piante e animali endemici,
fra cui i famosi gorilla di montagna. L’arrivo degli hutu (agricoltori)
dovrebbe essere avvenuto fra 1000 e 3000 anni fa e portò al declino dei pigmei,
man mano che le foreste erano tagliate per fare spazio alle coltivazioni. Il
clima salubre, con bassa densità di malaria, la fertilità del suolo e l’alto
tasso di natalità degli agricoltori rispetto a quello dei
cacciatori-raccoglitori portarono a un rapido incremento demografico degli hutu
a spese dei twa che videro scomparire i loro territori di caccia e si ridussero
a braccianti e costruttori di vasi nelle piccole piantagioni degli hutu.
Secondo indizi archeologici e linguistici, l’arrivo dei tutsi (pastori) nei ‘paesi
delle mille colline’, a partire dalla valle del Nilo, sembrerebbe risalire fra
il Quattordicesimo e il Sedicesimo secolo, parallelamente alle immigrazioni dei
popoli nilotici propriamente detti (masai, dinka, nuer, turkana) che oggi
vivono nell’Africa orientale, e potrebbe essere stato determinato dal
progressivo inaridimento delle savane nella fascia sahelo-sudanese. Arrivati
con le loro mandrie nel paese delle mille colline, i tutsi si infiltrarono
nelle savane secondarie create dalla deforestazione già prodotta dagli
agricoltori ed entrarono a contatto con questi, iniziando scambi commerciali
con loro. Si presume che in questo periodo essi abbandonarono progressivamente
la loro lingua nilotica originaria e acquisirono la lingua bantu parlata dagli
hutu. Con l’incremento demografico delle due etnie (anche se i tutsi mantennero
sempre un tasso di natalità più basso) nacquero i primi contrasti di cui non
abbiamo testimonianze storiche precise ma che sicuramente ci furono, visto che
alla fine dell’Ottocento, quando giunsero nella regione i coloni tedeschi, gli
hutu erano governati da dinastie locali rette da famiglie tutsi. Il
tradizionale conflitto fra tutsi (pastori) e hutu (agricoltori) è stata la
miccia su cui le potenze europee colonialiste, prima la Germania e poi il
Belgio, hanno soffiato per governarli (divide et impera) tra la fine
dell’Ottocento e l’inizio degli anni Sessanta del Novecento (periodo, quest’ultimo,
coincidente con l’indipendenza), dando luogo a un’ostilità crescente fra le due
etnie nella colonia belga allora denominata Ruanda-Urundi. Tale ostilità è poi
sfociata nelle terribili violenze documentate dai mass media negli anni 1963,
1972 e 1994, nei due stati ormai indipendenti (Ruanda e Burundi), coinvolgendo
anche le province orientali dell’attuale Repubblica Democratica del Congo e
dell’Uganda meridionale.
L’attuale situazione della biodiversità in Ruanda e Burundi,
paesi che esistono per motivi esclusivamente politici, poiché sono abitati
dagli stessi gruppi etnici che parlano le stesse lingue e sono supportati da
economie simili, è drammatica e riflette lo stato di povertà della popolazione.
Il loro territorio è quasi completamente coltivato per soddisfare le esigenze
di una popolazione numerosissima e gli unici alberi che si vedono nel paesaggio
sono eucalitti australiani e altre specie provenienti da altri continenti,
importati dalle multinazionali per la produzione di legname dopo la distruzione
delle risorse forestali autoctone. Infatti, nonostante i genocidi che hanno
portato alla morte di almeno un milione di persone dagli anni Sessanta, la
densità di popolazione è di 435 ab./km² in Ruanda e 354 ab./km² in Burundi
(fonte Un). Tali valori di densità sono i più alti di tutto il continente
africano e sono maggiori di quelli della gran parte dei paesi europei. I pochi
parchi nazionali che esistono sono soprattutto frammenti di foresta di
montagna, continuamente erosi ai loro confini dall’attività di agricoltori e
bracconieri, dove talvolta trovano rifugio nuclei di ribelli armati che vivono
di selvaggina e la cui presenza scoraggia fortemente lo sviluppo del turismo.
Questa catena di eventi dalla preistoria a oggi permette di fare almeno quattro
considerazioni. Innanzitutto, laddove esistono convivenze fra pastori e
agricoltori, o gruppi etnici che svolgono altre attività potenzialmente in
conflitto tra loro, le scelte geo-politiche devono essere portate avanti con
estrema cautela e rispetto dei diritti di queste categorie. In secondo luogo, i
paesi in cui l’economia è basata sulla vita rurale (agricola o pastorale) non
possono raggiungere densità demografiche troppo elevate perché l’impatto
ambientale genera impoverimento e guerre civili; allo stesso tempo, lo sviluppo
non può interessare soltanto il settore agricolo e pastorale ma deve indirizzarsi
anche su altre vie, in base alle risorse e ai costumi dei popoli. Infine, la
perdita di biodiversità provocata da società agro-pastorali sovraffollate può
essere comparabile a quella causata dalle società industriali.
La sopravvivenza dei gorilla di montagna e di tutti i grandi
mammiferi forestali è stata possibile grazie alla politica dei parchi
transfrontalieri (una strategia, questa, considerata oggi vincente dalla conservation
biology), cioè l’individuazione di aree protette il cui territorio si
estende a cavallo fra i confini di due o tre stati vicini. Nel caso dei gorilla
di montagna, le ‘foreste dei vulcani’ si trovano comprese fra il Ruanda nord-occidentale, l’Uganda sud-occidentale e il Kivu (provincia
orientale della Repubblica Democratica del Congo). Ciò ha permesso agli animali
di compiere spostamenti attraverso i confini a seconda dei conflitti, cercando sempre le aree più
tranquille del momento, non troppo vicine alle zone dove vanno periodicamente a
rifugiarsi le truppe ribelli. Inoltre, nonostante che la regione sia un centro
di endemismo, né il Ruanda né il Burundi possiedono specie endemiche di
vertebrati perché queste sono in comune fra entrambi i paesi oppure con l’Uganda
meridionale o con il Kivu. La categoria di specie endemiche dell’area
transfrontaliera in questione viene chiamata Albertine Rift Endemics (endemiti
Ar) dal nome del ramo occidentale della grande fossa tettonica africana. La
presenza di queste specie in più nazioni confinanti tiene accesa la speranza
che, in base alle politiche di gestione della fauna dei quattro paesi
coinvolti, tutte le specie endemiche riescano a conservarsi almeno in uno di
essi. Il quadro della situazione dell’avifauna in Ruanda è stato aggiornato
recentemente da Samuel Kanyamibwa. In questo paese esistono 666 specie di
uccelli tra cui figura il 77% (27 su 35) degli endemiti Ar, come Glaucidium
albertinum, Indicator pumilio, Malaconotus lagdeni, Zoothera piaggiae
tanganjicae, Kupeornis rufocinctus, Apalis argentea, Bradypterus graueri e Cryptospiza
shelleyi. Tuttavia, esistono almeno otto specie di uccelli la cui presenza
in Ruanda non è stata più confermata e che potrebbero essere considerate
estinte a livello nazionale a causa della distruzione del loro habitat: Phyllastrephus
scandens, Cossypha cyanocampter, Camaroptera chloronota, Trachyphonus
purpuratus, Stiphrornis erythrothorax, Muscicapa cassini, Hyliota
flavigaster e Anthreptes orientalis. La Foresta di
Nyungwe è considerata la più importante area protetta del Ruanda sia per la
conservazione degli uccelli sia per quella dei primati (a parte il gorilla di
montagna che si trova soltanto nel Parco nazionale dei Vulcani).
il Congo: quando un fiume diventa un confine politico
In tutte le aree geografiche del pianeta, la presenza di
grandi fiumi e gli ecosistemi che essi attraversano sono sempre stati una
grande risorsa per le popolazioni umane, rappresentando una sede di
aggregazione e di unione fra i popoli. L’abbondanza di fauna acquatica e la
fertilità dei terreni su entrambe le sponde hanno consentito la formazione di
culture omogenee, adattate a sfruttare le stesse risorse, segnando spesso la
nascita di grandi civiltà. Basti pensare al Nilo, culla delle civiltà egizia e nubiana, al Fiume Giallo, luogo
d’origine della cultura cinese, al Gange, intorno al quale si sviluppò l’induismo.
Nelle valli di questi fiumi, sono state diffuse le conoscenze del tempo sull’agricoltura
e sull’allevamento, spesso integrandosi fra loro e superando il consueto
conflitto fra le due attività, formando un’economia di sussistenza unica, più
ricca di risorse e di strategie. Ciò ha dato origine a una maggiore stabilità
sociale e ha permesso la nascita di importanti lingue, consolidatesi nella
fusione di tanti idiomi locali, e delle identità nazionali.
Anche in Africa, nelle valli dei grandi fiumi, sorsero
civiltà ricche di tradizioni orali e musicali, che però non lasciarono grandi
testimonianze archeologiche a causa della deperibilità dei materiali usati, che
poi erano quelli esistenti a livello locale. Alcuni etnologi le hanno chiamate ‘civiltà
del legno e delle foglie’ poiché il contesto geografico ed ecologico in cui
sono sorte ha reso impossibile e peraltro non necessario l’utilizzo di
materiale più durevole. Esempi di tali civiltà li troviamo nell’Africa
Centrale, alle foci del Congo, e nell’Africa Occidentale, tra quelle del Volta
e del Niger. In queste aree geografiche del continente fiorirono due
interessanti civiltà: il Regno del Congo e il Regno del Benin, entrambe
sviluppatesi tra i secoli Quattordicesimo e Sedicesimo. Queste civiltà hanno
lasciato bellissime opere di legno intagliato, presenti nei grandi musei
europei, e immaginosi racconti raccolti da missionari ed esploratori, dove il
confine tra uomini e animali parlanti si perde nella fantasia e nelle arti
magiche. Le testimonianze dirette più importanti sul Regno del Congo ci vengono
dall’opera di un missionario italiano, Giovanni Antonio Cavazzi da
Montecuccoli, intitolata Istorica Descrittione de’ tre regni Congo,
Matamba et Angola, in cui descrive i costumi dei popoli africani da lui
visitati, fra le foci del Congo e le coste dell’Angola, negli anni Cinquanta e
Sessanta del Diciassettesimo secolo. In realtà quando si diceva ‘Congo’ nelle
cronache di quel tempo si intendeva una lunga striscia costiera a nord e a sud delle foci, dove oggi si trovano la città di Matadi (porto
commerciale dell’attuale Repubblica Democratica del Congo) e Cabinda (zona
portuale extraterritoriale dell’Angola): nessuno sapeva quanto fosse esteso all’interno
il bacino di quel grande fiume che attraversa gran parte dell’Africa Centrale
percorrendo circa 4.700 km. L’economia di sussistenza di questi congolesi
costieri era fondata sull’agricoltura, sulla pesca e sui prodotti della
caccia-raccolta che pervenivano dai villaggi disseminati nella foresta ma
presumibilmente non più lontani di 50 km. Le grandi quantità di oro, argento e
avorio che arrivavano dall’interno, insieme alla carne affumicata di antilopi e
scimmie, attrassero molto i colonizzatori europei: i portoghesi occuparono la
zona delle foci e tutta la costa angolana mentre i francesi si appropriarono
del tratto costiero a nord del fiume,
dove attualmente si estende la costa atlantica della Repubblica del Congo e del
Gabon. Nel 1878, Leopoldo II, re del Belgio, ingaggiò il famoso esploratore
Henry Morton Stanley per formare una colonia nel Congo che venne istituita
ufficialmente nel 1885, durante la Conferenza di Berlino in cui le potenze
europee effettuarono la cosiddetta ‘spartizione dell’Africa’. Da allora il
destino del Congo venne segnato dal corso del fiume Congo e più a monte dal suo
maggiore affluente, l’Ubangi: ciò che prima univa i popoli divenne quindi la
barriera fra di essi, separando il Congo francese (poi divenuto Repubblica del
Congo, Rc) e il Congo belga (oggi chiamato Repubblica Democratica del Congo,
Rdc). Quando ancora oggi si attraversa il ponte che congiunge le due capitali
(Brazzaville e Kinshasa) si ha la sensazione di spostarsi da un quartiere all’altro
di una grande metropoli in cui gli abitanti ci salutano nelle stesse lingue,
hanno gli stessi costumi, gli stessi visi e la stessa origine etnica,
provenendo da villaggi sorti negli stessi ecosistemi.
La flora e la fauna della Rdc sono molto più ricche e
diversificate rispetto a quella della Rc perché comprende un maggior numero di
centri di endemismo e un territorio più vasto ed eterogeneo dove le foreste di
pianura dell’ovest si trasformano in
foreste di montagna nell’est del
paese. Qui, gli ecosistemi sono molto più simili a quelli del Ruanda, del
Burundi e dell’Uganda meridionale, rispetto a quelli occidentali dello stesso
bacino. Il numero esatto di specie che vivono in questo straordinario hotspot di
biodiversità regionale è ancora incerto, a causa delle difficoltà di accesso e
di circolazione per gli studiosi. Secondo alcuni inventari preliminari,
sarebbero presenti circa 6000 specie di piante, 400 di mammiferi (fra cui l’80%
dei Primati africani), 1000 di uccelli, 280 di rettili, 220 di anfibi e un numero ancora
incalcolabile di insetti (fra cui 900 farfalle che rappresentano il 60% delle
specie africane). Le specie endemiche più note fra i vertebrati sono l’okapi (Okapia
johnstoni), il bonobo o scimpanzè pigmeo (Pan paniscus), il
cercopiteco lesula (Cercopithechus lomamiensis) descritto nel 2007, il
pavone del Congo (Afropavo congensis), oltre a un numero elevato di
scoiattoli, piccoli roditori, lucertole, serpenti, raganelle e pesci d’acqua
dolce. Altre specie, anche se non sono endemiche, trovano nel bacino del Congo
uno dei rifugi maggiori, dove ancora vivono le loro popolazioni più
consistenti: per esempio si calcola che la metà degli elefanti sopravvissuti in
Africa si trovino proprio nelle foreste congolesi. Purtroppo molte di queste
specie sono fortemente minacciate dalla deforestazione ordinata dal mercato
internazionale del legno pregiato, dall’inquinamento di mercurio usato durante
l’estrazione dell’oro in foresta, e dal bracconaggio incontrollabile e
capillare, favorito dalla presenza di molti fucili in circolazione a causa
delle guerre interne in corso dal 1996.
la biodiversità delle isole: dai Caraibi alla Nuova Guinea
Le pagine più drammatiche sul declino della biodiversità
sono state scritte parlando delle isole. Perché la flora e la fauna delle isole
sono così diverse da quelle dei continenti? E perché l’arrivo dell’uomo in
questi paradisi circondati dal mare produce immediati e catastrofici eventi di
estinzione? La storia delle isole si diversifica da quella dei continenti per
due motivi: il primo è l’isolamento geografico che conduce a fenomeni di
speciazione; il secondo è che esse diventano custodi di animali e piante
arcaici che altrove si estinguono a causa della competizione con prodotti più
recenti dell’evoluzione. Mentre un’area continentale che subisce estinzioni
locali può sperare di essere colonizzata di nuovo dalle stesse forme di vita in
un tempo più o meno lungo, per un’isola questo evento è molto più difficile e
spesso impossibile. Antille, Galapagos, Madagascar, Nuova Guinea, Nuova Zelanda
e la stessa Australia, il più isolato e il più piccolo dei continenti, sono
musei naturali pieni di fossili viventi, o meglio, così erano, perché i loro
arcaici ospiti stanno scomparendo uno dopo l’altro sotto l’impatto dei
colonizzatori umani e delle loro scelte geo-politiche.
Nel Mar dei Caraibi troviamo un complesso arcipelago formato
da circa 700 isole, chiamate Antille o Isole Caraibiche. Le più grandi di
queste isole sono, in ordine decrescente, Cuba, Hispaniola, Giamaica e
Portorico, nel loro insieme chiamate Grandi Antille in contrapposizione a tutte
le altre, le Piccole Antille, la cui superficie generalmente si mantiene molto
al di sotto di 5000 km2. Grazie a numerosi fattori geografici come l’antichità
dell’isolamento dai continenti, il clima tropicale e la posizione geografica
intermedia fra le due Americhe, le isole caraibiche rappresentano uno
degli hot spot della biodiversità globale, essendo ricche di
specie animali e vegetali endemiche, sia per quanto riguarda la fauna terrestre
sia per quella marina. Si calcola che fra le 13.000 specie di piante native
delle Antille, circa 6500 siano endemiche o per lo meno originarie di queste
isole. Un esempio è fornito dalle strane e bellissime cactacee del genere Pereskia,
uniche cactacee provviste di foglie persistenti e non-succulente con fiori
simili alle rose: nella flora caraibica questo genere annovera tre specie
endemiche a Hispaniola e una a Cuba. Per quanto riguarda la fauna, il valore
percentuale di specie endemiche può essere ancora più elevato: per esempio, fra
le specie native di anfibi (circa 170) e di rettili (circa 500), quelle
endemiche rappresentano rispettivamente il 100% e il 94%, spesso distribuite
solo in singole isole o addirittura estinte. Fra le specie più minacciate
ricordiamo le piccolissime rane del genere Eleutherodactylus (lunghe
fra 8 e 20 mm), che comprende 171 specie sicuramente originarie delle isole
caraibiche. Invece, fra i rettili endemici più minacciati e ben conosciuti
figurano le iguane rinoceronte (genere Cyclura) e quasi tutti i serpenti
boa del genere Epicrates. Anche per animali con maggiori capacità di
dispersione, come gli uccelli, le percentuali di endemismo sono sempre
relativamente alte: 163 specie endemiche su 600 native (27%). Il numero di
specie endemiche è più elevato nelle tre isole maggiori (Cuba, Hispaniola e
Giamaica), ciascuna delle quali ospita una trentina di queste. Gli uccelli più
interessanti delle Antille sono sicuramente i Todidi, una famiglia che
comprende 5 specie di uccellini insettivori dal becco allungato e stretto,
vivacemente colorati e imparentati con i tucani, il cui peso raggiunge al
massimo 7 grammi. Le presenze più interessanti di mammiferi riguardano due
famiglie molto primitive, i Solenodontidi (di cui sopravvivono due specie a
Cuba e a Hispaniola) e i Nesofontidi (le cui ultime tracce risalgono al
Diciottesimo secolo), che somigliano a dei giganteschi toporagni. Un altro
importante gruppo di mammiferi caraibici sono i roditori giganti della famiglia
Capromidi (Capromys e generi affini) che ha prodotto una ventina di
specie dette ‘hutias’, sparse nelle isole caraibiche ma soprattutto
nelle Grandi Antille. Un altro mammifero di grande interesse ma estinto intorno
agli anni Cinquanta era la foca monaca dei Caraibi (Monachus tropicalis),
adattata a vivere nei mari caldi e strettamente imparentata con la foca monaca
del Mediterraneo e quella delle Hawaii.
Come in tutte le aree del mondo in cui la biodiversità
elevata e la bellezza del paesaggio si coniugano con l’incremento demografico
delle popolazioni umane, le Antille sono state e continuano ad essere un teatro
di estinzioni e di scempi ambientali. L’impatto antropico sulla fauna caraibica
non è però stato uniforme su tutti i gruppi di animali. Per quanto riguarda gli
uccelli, diverse specie di pappagalli caraibici sono state portate all’estinzione
in tempi più o meno recenti a causa della distruzione delle foreste che
ricoprivano le isole e attraverso il continuo prelievo di esemplari per il
commercio internazionale degli animali ornamentali e da compagnia (Amazona
martinica, Amazona violacea, Ara tricolor, Ara autochtones, Psittacara labati),
mentre altre si trovano attualmente sull’orlo dell’estinzione (Amazona
imperialis, Amazona vittata) o figurano nella lista delle specie minacciate
(Amazona collaria, A. ventralis, A. barbadensis, A. versicolor, A.
arausiaca, A. guildingii). In una prospettiva a lungo termine,
caratterizzata da un ulteriore incremento demografico delle popolazioni umane e
dall’estendersi delle coltivazioni intensive, i modelli di rischio prevedono l’estinzione
in natura di tutti i vertebrati endemici e di gran parte delle specie native
delle Antille. Secondo Birdlife International, nella sola isola di Cuba almeno
29 specie di uccelli sono in pericolo di estinzione. Per quanto riguarda i
mammiferi, i due solenodonti sopravvivono con popolazioni ridotte e vengono
considerati nella categoria ‘critically endangered’. Invece, per quanto
riguarda i capromidi, alcune specie sono ancora abbondanti ma la maggior parte
di esse sono divenute assai rare; sette si sono estinte in seguito all’arrivo
dell’uomo e dei suoi cani. Si possono distinguere tre fasi nell’estinzione di
questi arcaici mammiferi e di altri animali: la prima fase, avvenuta in tempi
preistorici, consiste nell’arrivo delle popolazioni pre-colombiane di etnia
taíno che avevano portato con se i cani dall’Asia; la seconda fase, fra il
Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo, vede l’immigrazione forzata di migliaia
di schiavi africani importati dagli spagnoli per lavorare nell’agricoltura e
nella costruzione delle case coloniali; la terza fase è quella posteriore all’indipendenza
delle diverse isole, a partire dal 1804 con la rivolta di Haiti, ed è seguita
da incremento demografico ancora maggiore, con deforestazione crescente e diffusione
dell’agricoltura intensiva fino ai nostri giorni. Durante la prima fase avvenne
il lento declino dei nesofonti, dei selenodonti e di alcuni capromidi,
soprattutto a causa della predazione da parte dei cani introdotti dagli
amerindi. La seconda fase portò alla rarefazione o all’estinzione di alcune
specie, soprattutto di roditori, che gli immigrati africani iniziarono presto a
usare come cibo. La terza fase, con l’odierna alterazione e distruzione degli habitat, sta conducendo all’estinzione
la maggior parte delle specie animali e vegetali delle Antille, anche a causa
dell’introduzione delle manguste dall’India, avvenuta nel 1872. L’importazione
di manguste, finalizzata a contenere i danni da ratti nelle coltivazioni di
canna da zucchero e a controllare il numero di serpenti, si è dimostrata un
vero fallimento: ha importato la rabbia nelle isole caraibiche, ha provocato
seri danni alla produzione avicola e ha messo a rischio la sopravvivenza di
molti animali endemici come i suddetti mammiferi, le iguane e molti uccelli che
nidificano o si alimentano sul terreno. Sempre durante la terza fase, la fauna
caraibica ha subito un pesante impatto dovuto anche al crescente traffico
internazionale di animali selvatici. Gli Usa e l’Europa importano ancora oggi
un numero elevatissimo di anfibi, rettili e uccelli neotropicali destinati al
mercato ‘amatoriale’. Il boa di Haiti (Epicrates striatus), il boa di
Cuba (E. angulifer), le iguane rinoceronte e molte specie di rane sono
molto richiesti da questo mercato. I dati a nostra disposizione sono
insufficienti a descrivere il numero di specie endemiche di insetti e
soprattutto a indicare il grado di minaccia che incombe su di essi; nel caso
degli invertebrati, l’impatto maggiore è quello diretto alla distruzione degli habitat, in particolare la
deforestazione e l’agricoltura intensiva, anche attraverso l’uso di pesticidi e
prodotti vegetali Ogm. Hispaniola è stata la prima colonia europea nel Nuovo
Mondo, fondata da Cristoforo Colombo nei suoi viaggi del 1492 e 1493. Si tratta
di una grande isola (oltre 76.400 km2), che in termini di superficie
rappresenta la seconda isola caraibica dopo Cuba. Politicamente, essa è divisa
in due parti da una linea estesa da nord
a sud: la parte occidentale (36% del
territorio) è occupata da Haiti, la parte orientale (64%) dalla Repubblica
Dominicana. Le vicissitudini storiche e politiche di queste due porzioni dell’isola
hanno avuto un’evoluzione assai diversa che ha portato a differenti modalità di
sviluppo economico e di sfruttamento delle risorse alimentari. Fra le due, la
Repubblica Dominicana è stata la più ‘fortunata’ mentre Haiti si è trovata in
un vortice di sventure originate dalla sua precoce indipendenza che l’ha resa
vittima di profondo isolamento e ostilità da parte delle potenze europee. Non a
caso, poiché la conservazione della biodiversità è vista come un lusso per
nazioni benestanti, la Repubblica Dominicana ha istituito una decina di parchi
nazionali mediamente grandi e in grado di coprire complessivamente oltre 3000 km2.
Ciò è stato possibile grazie all’influenza politica ed economica degli Stati
Uniti sui governi che hanno assunto il potere dopo la fine dell’occupazione
Usa, fatto che ha portato le autorità ad accettare le proposte di ecologi
statunitensi a favore dell’istituzione dei parchi, grazie anche all’emergenza
di un’élite locale sensibile alla conservazione della natura. Invece, la
situazione nella parte occidentale dell’isola, in seguito all’indipendenza
ottenuta con la cacciata dei francesi nel 1804, è rimasta sempre in preda a
disordini civili intermittenti dove la popolazione si trova in uno stato di
povertà estrema, poiché Haiti è forse il paese più povero del mondo. Tale
situazione, che comprende come ultimo atto la rivolta del 2004 con la
deposizione del presidente in carica, è stata resa ancora più drammatica dal
terribile terremoto del 2010, seguito da un’epidemia di colera (in tutto più di
222.000 morti). Tutto ciò non ha ancora permesso al paese di rispondere
positivamente ai progetti di pianificazione del territorio e conservazione
della biodiversità. Delle sei aree da proteggere che erano state proposte da
una commissione di esperti stranieri e che riguardavano una superficie di 132,5
km2, solo due parchi nazionali sono stati istituiti: il Parc National
de la Visite (30 km2) e il Parc National de Macaya (20 km2),
entrambi situati nella parte meridionale dell’isola, dove la deforestazione e
gli incendi continuano nonostante la sorveglianza locale. L’isola, divisa com’è
in due parti diversamente gestite, sta conoscendo le due facce dell’impatto
antropico: quella povera e quella ricca. A ovest,
il saccheggio disordinato e irrazionale delle risorse per la sopravvivenza, l’erosione
continua delle foreste per ricavare legno da ardere, telai di capanne per sorreggere
tetti di lamiera ondulata, e innumerevoli campicelli dove coltivare manioca e
banane; a est, l’assalto dei
costruttori per creare strutture alberghiere a pochi passi dal mare,
grattacieli e strade asfaltate litoranee per inneggiare a uno sviluppo senza
limiti.
Dalla parte opposta del mondo, una grande isola tropicale di
786.000 km2 si estende a nord
dell’Australia. Si chiama Nuova Guinea ed è la seconda isola più grande al
mondo come superficie dopo la Groenlandia. Grazie alla sua orografia tormentata,
con montagne che arrivano a 5000 m sul livello del mare e alla densa foresta
tropicale che la rendono difficilmente accessibile, la Nuova Guinea ospita
numerosissimi gruppi etnici arcaici che parlano più di mille lingue e
possiedono costumi sorprendentemente diversi. Queste popolazioni umane sono il
risultato di altrettante ondate di emigrazione dall’Asia meridionale causate
dall’arrivo di gruppi etnici più moderni che le hanno spodestate dalle loro
terre, migliaia di anni fa: una storia simile a quella degli aborigeni
australiani che probabilmente ha avuto inizio ancora prima. Già per metà
agricoltori e allevatori di maiali ma ancora legati alla caccia di sussistenza,
questi popoli hanno dovuto adattarsi alle risorse di una terra nuova,
sicuramente meno pericolosa per l’assenza dei grandi mammiferi asiatici ma
proprio per questo motivo anche meno ricca di animali da cacciare. Questi
popoli osservarono che la maggior parte dei vertebrati viveva sugli alberi
(uccelli del paradiso e uccelli giardinieri, canguri arboricoli, cuschi e
varani) e quindi divennero molto abili nel tiro con l’arco. Quando il giovane
evoluzionista e ornitologo Ernst Mayer, durante la Seconda guerra mondiale, si
presentò a loro come ospite e come allievo di storia naturale chiedendo di
aiutarlo, essi gli insegnarono i nomi delle specie di uccelli presenti nel loro
territorio di caccia. Mayr poté così costatare che gli indigeni riconoscevano
lo stesso numero di specie, tranne una, che gli ornitologi erano in grado di
distinguere con i metodi scientifici della tassonomia. La Nuova Guinea ha
subito una suddivisione politica analoga a quella di Hispaniola nei Caraibi.
Attualmente è divisa in due parti da una linea verticale estesa da nord a sud: quella occidentale, chiamata Western New Guinea (Wng) oppure
West Papua o Irian Jaya (termini che nascondono diverse implicazioni
politiche), appartiene all’Indonesia, mentre quella orientale si chiama Papua
Nuova Guinea (Png) ed è uno stato indipendente dal 1975, facente parte del
Commonwealth inglese. Il tenore di vita delle popolazioni è sicuramente più
alto nella parte orientale come anche il rispetto per le loro culture
tradizionali e il riconoscimento dei diritti umani. Per questi motivi, molti
indigeni passano il confine per vivere in Png che adesso ne ospita oltre sette
milioni (densità 15/km2) rispetto ai 3,6 milioni che sono ancora
rimasti in Wngeo-politica Ciò comporta un aumento dei consumi di terra e di
selvaggina in Png che con il tempo potrebbe diventare problematico. Per
aumentare il fabbisogno di selvaggina sono stati introdotti cervi indonesiani (Cervus
timorensis) ed è stata anche favorita la formazione di popolazioni
selvatiche di maiali.
La biodiversità della Nuova Guinea è caratterizzata da un
elevato numero di specie endemiche e rappresenta un ponte biogeografico fra l’Australia
e l’Asia meridionale. L’inventario della flora è ancora incerto: il numero di
piante vascolari (conifere e angiosperme) è stimato in oltre 16.000 specie.
Anche per quanto riguarda la fauna, i numeri stimati sono assai imprecisi a
causa delle differenze riscontrate nei diversi inventari. Secondo un controllo
effettuato nel 2006, la fauna dei vertebrati finora nota dovrebbe comprendere
circa 280 specie di anfibi anuri (60% endemiche), 300 rettili (30% endemiche),
730 uccelli nidificanti (40% endemiche) e 200 mammiferi autoctoni (80%
endemiche). I dati sugli artropodi sono quasi inesistenti. I mammiferi
appartengono soprattutto a roditori e pipistrelli, ma sono presenti anche due
specie di monotremi (echidne) e circa settanta marsupiali (cuschi, petauri,
possum e canguri arboricoli).
Poiché lo stato di conservazione degli habitat è ancora relativamente buono nonostante l’attività di
taglio delle foreste per il commercio del legno, le prospettive per la
sopravvivenza della fauna sono migliori di quelle presenti in altre aree
tropicali. La differente gestione delle risorse naturali nelle due metà dell’isola
fa prevedere una maggiore perdita di habitat
nella Wng per via del modello di sfruttamento di stampo colonialista seguito
dal governo indonesiano, rispetto al modello più attento alla conservazione e
al futuro delle risorse nella Pngeo-politica Tuttavia, la sorte della
biodiversità nell’isola dipenderà soprattutto dal futuro andamento demografico
della popolazione umana che, come abbiamo visto, rappresenta il maggior fattore
di minaccia in tutto il pianeta.
il linguaggio della biodiversità nel contesto geo-politico odierno
Il linguaggio tecnico della biodiversità, pur essendo
relativamente semplice, richiede un minimo di attenzione, soprattutto perché al
suo interno vengono impiegate parole di uso comune che nella biologia
evoluzionistica e nell’ecologia hanno acquisito un significato particolare e inequivocabile.
Forniamo qui una sintesi dei termini usati nel presente capitolo per consentire
al lettore una corretta comprensione.
Abbondanza: numero di individui di una popolazione,
cioè numero di individui della stessa specie presenti in un’area geografica ben
delimitata o in una comunità. Quando l’abbondanza di una specie è bassa si dice
che la specie è rara.
Areale: area di distribuzione di un taxon.
Comunità: insieme di specie che vivono in un habitat o in un ecosistema.
Diversità: varietà di caratteristiche biologiche
e abiologiche riscontrate negli organismi, negli ambienti e nelle aree
geografiche. La diversità si può rilevare: all’interno di una specie, dove
coincide con la variabilità genetica a livello individuale, di popolazione e
geografico; all’interno di una comunità, dove coincide con la ricchezza di
specie; o all’interno di un ecosistema, dove si deduce dalla varietà di habitat, di specie e di comunità in esso
riscontrabili.
Ecosistema: insieme di habitat e delle comunità che ci vivono, strettamente correlate fra
loro e attraversate da un flusso di energia che passa dai produttori primari
(piante e alghe) ai consumatori di vario livello (erbivori e carnivori) e da
questi ai decompositori (detritivori).
Endemico: aggettivo che si riferisce a un
endemita, ciò un organismo esclusivo di una ristretta area geografica. Esempi:
specie endemica, genere endemico, famiglia endemica. Il concetto si applica a
tutti i livelli gerarchici della tassonomia (sottospecie, specie, genere,
famiglia, ordine ecc.) e a diversa scala geografica (provincia, regione,
nazione, continente).
Filogenesi: storia evolutiva di un taxon, studiata
dalla sistematica, scienza che analizza ed evidenzia le relazioni genealogiche
fra gli organismi.
Genere: categoria sistematica che raggruppa
specie affini tra loro, quindi aventi un’origine filogenetica in comune.
Habitat: ambiente in cui vive una specie o una
comunità, dove sussistono e sono evidenziati particolari fattori abiotici
(substrato, temperatura, umidità, pH ecc.).
Hot spot: area geografica che possiede un’elevata
ricchezza di specie e un’alta concentrazione di taxa endemici,
dove conviene concentrare gli sforzi e i capitali destinati alla conservazione
della natura. Queste due componenti sono entrambi importanti perché un’area
geografica può contenere molte specie ma pochi taxa endemici e
pertanto il suo valore per la conservazione è minore.
Popolazione: insieme di organismi appartenenti
alla stessa specie che vivono in una determinata area dove hanno un’elevata
probabilità di incontrarsi tra loro riproducendosi.
Ricchezza: numero di specie presenti in un’area
geografica o in una comunità.
Sottospecie/ Razze geografiche: popolazioni o
gruppi di popolazioni morfologicamente differenziate rispetto ad altre della
stessa specie ma con bassi valori di distanza genetica, che occupano porzioni
disgiunte e talvolta confinanti dell’areale. In seguito a eventi naturali o
antropogenici, due sottospecie possono venire a contatto e sovrapporsi,
rimescolando il proprio patrimonio genetico.
Specie: insieme di organismi fra loro
interfecondi, cioè capaci di generare prole fertile, che condividono un
patrimonio genetico (genoma), occupano un’area di distribuzione geografica
(areale), hanno le stesse esigenze ecologiche (nicchia ecologica), e mostrano
una serie di caratteristiche morfologiche in comune (aspetto) che le
distinguono da altre specie simili. Esempi: leone, tigre e leopardo sono specie
diverse appartenenti dello stesso genere.
Tassonomia: disciplina che descrive e ordina gli
organismi viventi predisponendo lo studio della loro filogenesi.
Taxon (plurale: taxa): qualunque
categoria tassonomica a qualsiasi livello della classificazione. Esempi
di taxa: Homo sapiens (specie), Elephas (genere),
Canidae (famiglia), Lepidoptera (ordine), Amphibia (classe), Metazoa (Regno).
Solo specie e genere vanno scritti in corsivo
il traffico internazionale degli animali selvatici e la convenzione di
Washington
Uno degli aspetti geo-politici più importanti nella gestione
della biodiversità consiste negli accordi che vengono presi a livello
internazionale per pianificare lo sfruttamento sostenibile delle risorse
naturali, in particolare animali, piante, alghe e funghi. Per sfruttamento sostenibile
si intende uno sfruttamento permanente di una risorsa rinnovabile, come sono
gli organismi viventi, basato sul prelievo in natura di individui o di prodotti
ottenuti da una specie (per esempio l’avorio) senza portarla all’estinzione. Lo
sfruttamento delle piante selvatiche può consistere nell’uso del legname, nella
coltivazione delle piante da giardino o da appartamento, e nella trasformazione
industriale di piante, alghe e funghi per uso tessile, medicinale o alimentare.
Per quanto riguarda invece gli animali, si va dal commercio di specie
ornamentali e da affezione (pesci e invertebrati per acquari, anfibi e rettili
per terrari, pappagalli, uccelli da voliera, mammiferi, insetti e altri
invertebrati da collezione) al mercato delle pellicce (volpi, visoni, felidi) e
a quello alimentare (caviale, pesce, crostacei, molluschi). Si tratta di un
mercato immenso in cui la domanda viene soprattutto da paesi ricchi (Nord America, Europa, Giappone ecc.)
mentre l’offerta maggiore riguarda i paesi poveri del Sudamerica, Africa e
Asia. Tale divisione geo-politica si è andata complicando negli ultimi anni,
poiché in diversi paesi africani e asiatici sono sorte aziende (spesso con l’appoggio
finanziario straniero) che dichiarano di vendere piante coltivate e animali nati
in cattività. Inoltre, sempre negli ultimi anni è fortemente aumentata la
domanda di animali dalla Cina dove una moltitudine di specie viene consumata
per la farmacopea tradizionale. Per controllare il traffico, imporre delle
regole e impedire le frodi, esiste la Cites, Convention for the
International Trade of Endangered Species (convenzione sul commercio
internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione),
comunemente detta Convenzione di Washington, dove è stata sottoscritta nel 1973.
Le specie d’interesse Cites sono
state classificate in tre Appendici:
Appendice I: include
specie gravemente minacciate di estinzione per le quali è rigorosamente vietato
il commercio.
Appendice II: include specie il cui commercio è
regolamentato per evitare uno sfruttamento incompatibile con la loro
sopravvivenza.
Appendice III: include
specie protette da singoli stati per regolamentare le esportazioni dai loro
territori.
Attualmente alla convenzione hanno aderito 180 paesi (ultimo
ad aderire è stato l’Iraq, il 5 febbraio 2014), ciascuno dei quali provvede a
istituire organi di gestione con funzioni di controllo a livello doganale
presso le aziende che vendono animali e piante e presso le abitazioni private
di chi li detiene illegalmente. I paesi che non aderiscono non possono
importare né esportare organismi viventi o morti con i paesi membri.
LA BIO-GEOGRAFIA
La biogeografia è la disciplina che studia la distribuzione
geografica degli organismi e degli ecosistemi, cercando di spiegarne cause e meccanismi.
La distribuzione della vita nella biosfera è in continuo
cambiamento, cause e meccanismi diversi operano nel tempo a diverse scale.
Possiamo distinguere una scala evolutiva, dove gli stessi organismi cambiano
nel tempo, e una scala ecologica dove, in tempi relativamente brevi, cambia la
composizione specifica degli organismi nelle comunità e negli ecosistemi anche
in assenza di un riconoscibile cambiamento evolutivo delle specie.
La biogeografia è una scienza di integrazione
multidisciplinare che utilizza gli strumenti analitici della biologia
evoluzionistica, dell’ecologia, della filogenesi molecolare, della geologia,
della geografia, della climatologia e della paleontologia e che, ovviamente,
non può prescindere dalla conoscenza sistematica biologica degli organismi.
La biogeografia si avvale, infatti, di una solida base
sistematico-descrittiva nella zoogeografia, che trova il suo più illustre
interprete in Alfred Russell Wallace. In ambito botanico Alexander von Humboldt
è considerato il padre della fitogeografia, la disciplina che studia la
distribuzione della flora e delle comunità vegetali. La biogeografia è anche
una scienza sperimentale ove sono elaborate teorie o sviluppati modelli
predittivi potenzialmente sottoponibili a verifica.
Tornando alla scala dei tempi, si riconoscono due approcci:
la biogeografia storica, che tende a spiegare la distribuzione degli organismi
come il prevalente risultato di processi geologici e paleoclimatici che hanno
modificato gli areali di distribuzione delle specie, e la biogeografia
ecologica, che si focalizza sui processi di dispersione, colonizzazione ed
estinzione. Modelli matematici sono stati sviluppati con riferimento a entrambi
gli approcci. In ambito ecologico è celebre la teoria dell’equilibrio insulare
elaborata da Wilson e Mac Arthur per spiegare le differenze nel numero di
specie presenti su un’isola in dipendenza di poche e semplici variabili
fisico-geografiche, come la superficie dell’isola e la sua distanza dal
continente o da vicini arcipelaghi. In ambito storico i modelli oggi
maggiormente utilizzati fanno riferimento alla filogeografia molecolare, cioè
alla storia filogenetica e demografica di una determinata specie, studiata
attraverso sequenze di Dna e analizzata con sofisticati metodi statistici
bayesiani applicati alla teoria genetica della coalescenza.
L’utilizzo dei principi e metodi della biogeografia,
associati alla possibilità di rappresentare qualsiasi variabile misurabile su
scala geografica tramite georeferenziamento e inserimento in sistemi di
informazione geografica (Gis, Geographic Information Systems),
trova un impiego particolarmente efficace nella pianificazione della gestione
delle risorse naturali e nella conservazione della biodiversità.
Tra i molti ambiti di impiego di questi strumenti si può
segnalare, a titolo di esempio, la possibilità di valutare, in maniera non
soggettiva, la dipendenza di una determinata specie animale o vegetale dalla
struttura e fisionomia dell’habitat,
o studiare il cambiamento demografico di una specie in funzione dei cambiamenti
dell’habitat o del paesaggio attuati
dall’uomo o provocati dal cambiamento climatico.
È possibile simulare, attraverso l’uso di varie tipologie di
modelli che fanno riferimento alla nicchia ecologica, la distribuzione potenziale
di una specie nel presente, nel passato o nel futuro, laddove siano già
disponibili strati in Gis informativi sul clima.
È inoltre possibile andare a verificare la capacità di un
parco o di un’area protetta nella tutela di una determinata specie vulnerabile
sotto diversi scenari di cambiamento climatico.
Nella biologia applicata alla conservazione la teoria dell’equilibrio
insulare è stata largamente impiegata in vari contesti e soprattutto nella
formulazione e progettazione dei corridoi e delle reti ecologiche.
Anche la dinamica della colonizzazione di una specie aliena
invasiva può essere simulata in modelli che combinano metodi filogeografici con
modelli di occorrenza basati sulla nicchia ecologica.
È chiaro però che l’efficacia e l’attendibilità di questi
modelli dipende in maniera basilare dalla qualità e quantità di dati di
biodiversità ricavabili da dataset o da banche dati
digitalizzate. È particolarmente necessario poter disporre di dati puntualmente
georiferiti e crono-riferiti per analizzare i cambiamenti nella distribuzione
della biodiversità, ed è su questa linea che molte iniziative e progetti si
stanno muovendo, privilegiando il ruolo dei musei naturalistici come depositari
di dati storici sulla distribuzione di animali e piante, e della ‘citizen
science’ che, attraverso il coinvolgimento dei cittadini, aspira a
raccogliere ed archiviare grandi quantità di dati attuali, digitalizzati sulla
biodiversità.
la sfida della biodiversità marina
Secondo lo sviluppo socioeconomico di una determinata area,
inquinamento e prelievo di risorse hanno un impatto rilevante sulla
biodiversità marina, agendo direttamente sulla dinamica delle popolazioni e
sulla struttura delle comunità. A queste problematiche si è recentemente
aggiunto il riscaldamento globale, i cui effetti sono ancora tutti da valutare.
Oggi l’uomo preleva dal mare circa ottanta milioni di
tonnellate di pesci, crostacei e molluschi, di cui oltre il 70% è dovuto all’attività
dei paesi asiatici: solo nel 2010 in Cina il consumo di pesce procapite è stato
di 35 kg, mentre il resto del mondo ne ha consumati mediamente 15,5 kgeo-politica
Inoltre una percentuale sempre più importante di risorse marine proviene dalla
maricoltura ovvero dall’allevamento in mare di specie d’interesse economico. Da
una parte questo consente una minore pressione sulla fauna selvatica, dall’altro
ha determinato un cambiamento radicale delle caratteristiche ambientali di ampi
tratti di costa, soprattutto nelle aree tropicali, dove i mangrovieti sono
stati distrutti per lasciar spazio all’acquacultura estensiva.
La cattiva gestione delle risorse ha provocato, negli anni,
una costante riduzione delle popolazioni interessate, con pesanti ricadute sul
funzionamento delle catene trofiche. Un caso famoso è quello del merluzzo di
Terranova, le cui popolazioni sono oggi al collasso in seguito a una gestione
totalmente sbagliata, in particolare nella seconda metà del secolo scorso. Un
altro caso particolarmente noto riguarda il tonno rosso. La richiesta crescente
da parte del mercato giapponese ha determinato, negli anni Ottanta, un
cambiamento radicale delle tecniche di pesca, con l’abbandono delle tonnare
fisse e l’impiego di grandi reti a circuizione (le tonnare volanti). L’aumento
dello sforzo di pesca ha però portato le popolazioni di questa specie a livelli
preoccupanti che oggi, grazie all’introduzione di quote di pesca, sono in
parziale recupero. Anche gli squali sono seriamente minacciati a causa dell’interesse
commerciale delle loro pinne: oggi larga parte delle specie è tutelata da leggi
internazionali, anche se la pesca di frodo è molto diffusa.
Oltre al danno alla biodiversità causato dalla distruzione
degli stock delle specie target deve
considerarsi l’impatto che alcune tecniche di pesca hanno su specie di scarso o
nullo valore commerciale (il cosiddetto by-catch). Gli effetti più
gravi, da questo punto di vista, sono provocati dalla pesca a strascico il
cui by-catch, composto da molte specie di pesci e da numerosissimi
invertebrati, può superare di molto la biomassa della specie target.
Il problema della distruzione degli habitat
è inoltre particolarmente importante per le comunità a coralli profondi, spesso
insediate sulle sommità dei sea mounts oceanici.
A livello mondiale è purtroppo diffusa la pesca con mezzi
illegali: gli esplosivi sono molto usati nell’area indo-pacifica, ma talvolta
anche nel Mediterraneo. Questo tipo di pesca è particolarmente dannoso per gli
edifici corallini che sono frantumati dalle esplosioni. Altrettanto devastante
è, ovviamente, l’uso di sali di cianuro per catturare pesci d’interesse
acquariologico.
Anche diverse specie d’invertebrati sono oggetto di pesca.
Il corallo rosso, un’importante risorsa per le popolazioni mediterranee, è da
circa un secolo pescato anche nelle acque circostanti il Giappone.
Tradizionalmente la pesca avveniva tramite un attrezzo a strascico, l’ingegno,
uno strumento particolarmente distruttivo. Oggi il suo uso è vietato in tutto
il Mediterraneo mentre in alcune aree meridionali dell’arcipelago giapponese è
ancora legalmente utilizzato.
Un altro tipo di strumento di pesca che ha un impatto
notevole sulle comunità bentoniche è la draga idraulica per la pesca dei
bivalvi nei fondi sabbiosi. Quest’attività, che continuamente sconvolge l’integrità
dei fondali fino a diversi centimetri di profondità, ha cambiato
sostanzialmente la composizione e la struttura delle comunità costiere dell’intero
Adriatico nord-occidentale.
Le politiche di conservazione hanno comunque ottenuto anche
alcuni successi. Sono nate, in tutto il mondo, aree marine protette che
svolgono un ruolo fondamentale nella tutela della biodiversità e inoltre molte
specie sono ormai tutelate, in particolare i cetacei, la cui caccia è vietata
dal 1986. Ciò nonostante alcune nazioni, in particolare Giappone, Islanda e
Norvegia, continuano la caccia uccidendo circa 500 esemplari ogni anno.
In un mondo dove più di 800 milioni d’individui continuano a
soffrire di malnutrizione cronica e dove si prevede che la popolazione sfiorerà
10 miliardi di persone entro il 2050, la principale sfida è quella del
fabbisogno nutritivo, salvaguardando nel contempo le risorse naturali per le
generazioni future. Da questo punto di vista gli alimenti di origine marina
forniscono un apporto proteico fondamentale: 150 g di pesce forniscono circa il
50-60% del fabbisogno proteico giornaliero di un adulto. Oggi il consumo
mondiale di pesce pro capite sfiora i 20 kg e rappresenta il 17% delle proteine
animali consumate e il 6,5% delle proteine totali. La sfida del prossimo futuro
è continuare a prelevare risorse marine conservando gli ambienti e tutelando la
loro ricchezza specifica. Difficile, ma non impossibile.
i biomi terrestri
I principali tipi di ecosistemi del pianeta vengono
denominati biomi e sono raggruppati soprattutto in funzione della fisionomia
della vegetazione dominante. La validità di questo concetto risiede nel fatto
che permette di organizzare l’enorme variabilità della vegetazione in categorie
più semplici. Le attività umane hanno spesso modificato le caratteristiche
naturali di molti biomi, dando origine a fenomeni di degrado spesso
irreversibile, con una significativa perdita della diversità biologica.
Forniamo una sintetica trattazione dei principali biomi e delle loro
caratteristiche.
Foreste tropicali. Ecosistemi dominati da
latifoglie sempreverdi o semi-decidue, legati a temperature elevate e piogge
molto abbondanti. Esempi: Amazzonia, bacino del Fiume Congo, Indonesia e Nuova
Guinea. Queste foreste ospitano un elevatissimo numero di specie,
rappresentando il bioma terrestre con maggiore biodiversità e produttività, ma
anche il più fragile. La loro distruzione, in paesi poco sviluppati
economicamente, è considerata uno dei motivi principali della perdita di
biodiversità a scala globale e rientra tra le cause dell’aumento della
concentrazione atmosferica di CO2 osservata negli ultimi
decenni.
Savane. Ecosistemi caratterizzati da alberi
sparsi su uno strato di vegetazione erbacea più o meno continuo. Si trovano in
regioni tropicali relativamente aride, specialmente in Africa centrale e
australe, dove ospitano grandi popolazioni di mammiferi erbivori e dei loro
predatori. Sono sottoposte a un forte rischio di desertificazione, processo
influenzato dal pascolo eccessivo e dagli incendi provocati dall’uomo, in
ambiti economicamente disagiati.
Deserti. Ecosistemi caratterizzati da precipitazioni
molto scarse e da bassa copertura vegetale, in aree tropicali o temperate di
diversi continenti (Americhe, Africa, Asia e Australia). La bassa produttività
della vegetazione corrisponde a una bassa diversità di animali e piante. Il
pascolo eccessivo e lo sfruttamento di risorse energetiche e minerarie
minacciano i delicati equilibri di questi ecosistemi.
Foreste e macchie mediterranee. Mosaico di
foreste e macchie sempreverdi situato a latitudini medie in diversi continenti
(paesi del Mediterraneo, California, Cile, Sudafrica e Australia meridionale)
dove gli inverni miti e umidi si alternano con estati calde e aride. I disturbi
di origine antropica (incendio, pascolo e deforestazione) trasformano la
foresta sempreverde in una macchia sempre più degradata fino alla gariga, con
fenomeni di irreversibilità.
Foreste temperate caducifoglie. Ecosistemi
forestali diffusi in Europa, Asia orientale e America settentrionale. In
risposta alle variazioni stagionali della temperatura, queste foreste
presentano cicli di attività con temporanea caduta e ricrescita delle foglie.
Trovandosi in aree con elevata densità di popolazione, sono state spesso
sostituite da praterie secondarie pascolate o da coltivazioni intensive. Nell’emisfero
meridionale (ossia in Sudamerica, Australia e Nuova Zelanda), si osservano
foreste temperate sempreverdi, in regioni con piogge intense e clima oceanico.
Praterie e steppe. Ecosistemi dominati da
vegetazione erbacea, diffusi dall’Europa orientale all’Asia centrale, nelle
Americhe e in Australia. Rispetto alle praterie, le steppe presentano una
copertura erbacea più sparsa, sviluppandosi in regioni con minori
precipitazioni. Molte piante sono perenni, permettendo in alcuni casi la
presenza di importanti popolazioni di erbivori. Il fuoco ha avuto un’importante
influenza nel mantenimento di questi ecosistemi, anche se la distribuzione
attuale delle praterie è oggi molto ridotta, poiché queste sono state in gran
parte rimpiazzate da coltivazioni cerealicole.
Foreste boreali. Ecosistemi costituiti da
foresta di aghifoglie sempreverdi (taiga) che si alterna a zone umide più
aperte, dove spesso prevalgono betulle e ontani. Si estendono nell’emisfero
boreale lungo un’ampia fascia al di sopra dei 50- 60° di latitudine con clima
continentale freddo. All’interno di questo bioma vengono incluse anche le
foreste alpine di abeti, pini e larici. Attualmente esistono ampie estensioni
di taiga in Siberia e Canada, relativamente ben conservate nonostante i danni
prodotti dalle piogge acide prodotte dall’inquinamento.
Tundre. Ecosistemi costituiti da piante erbacee
di piccole dimensioni, licheni e muschi che entrano in attività durante il
breve periodo favorevole. Le poche specie legnose sono arbusti nani e
prostrati. La tundra si trova nelle regioni artiche, con clima nivale e suolo
permanentemente congelato in profondità (permafrost). Esistono anche le tundre
alpine che occupano le montagne sopra il limite degli alberi. Si tratta di
ambienti molto fragili, su cui le attività antropiche possono avere un impatto
notevole.
La distribuzione dei biomi sul nostro pianeta è il risultato
di una lunga e complessa storia evolutiva attraverso le ere geologiche ed è
stata determinata prevalentemente dall’alternanza di periodi glaciali ed
interglaciali negli ultimi due milioni di anni. Eventuali trasformazioni
operate dall’uomo e i cambiamenti climatici avrebbero un effetto significativo
sulla loro distribuzione attuale e sul loro supporto alle attività economiche.
BIBLIOGRAFIA
R. Almagià, La geografia, Roma 1922.
R. Almagià, La geografia politica: considerazioni
metodiche sul concetto e sul campo di studio di questa scienza, in L’universo, 1923, n. 10, pp. 751-768.
R. Almagià, Problemi e indirizzi attuali della
geografia, Società italiana per il Progresso delle Scienze, XVII Riunione,
1929.
M. Antonsich, Dalla Geopolitik alle geo-politics. Conversione ideologica di una
dottrina di potenza, in Quaderno
del dottorato di ricerca in geografia politica, Dipartimento di scienze
politiche dell’Università di Trieste e dell’Istituto geo-politico ‛F. Compagna’
di Napoli, 1994, pp. 19-53.
M. Antonsich, Itinerari di geo-politica contemporanea, in Quaderno del dottorato di ricerca in
geografia politica, Dipartimento di scienze politiche dell’Università di
Trieste e dell’Istituto geo-politico “F. Compagna” di Napoli, 1995, pp. 15-57.
M. Antonsich, La coscienza geografico-imperiale del
regime fascista. Geo-politica (1939-1942), Tesi di laurea in scienze
politiche, Università Cattolica, Milano 1991-1992.
R. Aron, Pace e guerra tra le nazioni, Milano
1970.
O. Baldacci, Il pensiero geografico, Brescia
1975.
P. Barozzi e R. Bernardi, Cercando il mondo,
Bologna 1986.
C. Battisti, Scritti geografici (a cura di
E. Bittanti Battisti), Firenze 1923.
C. Bertacchi, Introduzione metodologica e storica al
nuovo Dizionario di geografia universale, Torino 1912.
C. Bertacchi, Nuovo dizionario geografico universale,
Torino 1904-12.
R. Biasutti, Il paesaggio terrestre, Torino
1947.
E. Bignante, Geografia e ricerca visuale, Strumenti
e metodi, Roma 2011.
R. Borghi, A. Rondinone, Geografia di genere,
Milano 2009.
F. Botti, Il concetto di geostrategia e una sua
applicazione alla nazionalità italiana nelle teorie del generale Giacomo
Durando, in Informazioni della difesa,
1994, n. 3, pp. 51-62.
A. Brambilla, C. Capra, A. Scotti (a cura di), Istituzioni e cultura in età napoleonica,
Milano, 2008, pp. 322-338.
G. Bruno, Atlante di geografia emozionale. In
viaggio tra arte, architettura e cinema, Milano 2006.
C. Caldo, Geografia
umana, Palermo 1987.
A. Celant, P. Morelli, La geografia dei divari
territoriali in Italia, Firenze 1986.
A. Celant, A. Vallega, Il pensiero geografico in
Italia, Milano 1984.
C. Cerreti, Il moderno incompiuto, l’infausto
postmoderno, in Bollettino della Società geografica italiana, 2003, 4,
pp. 989-96.
P. Claval, L’evoluzione storica della geografia umana, Milano 1972.
G. Corna Pellegrini, Comunicazione
globale e nuova geografia dinamica, in G. Corna Pellegrini, M. Paradiso (a
cura di), Nuove comunicazioni globali e
nuove geografie, Milano, 2009, pp. 13-30.
G. Corna Pellegrini, M. Paradiso (a cura di), Nuove comunicazioni globali e nuove
geografie, Milano, 2009.
G. Corna Pellegrini, Dell’Agnese, Manuale di
geografia politica e di geo-politica, Roma 1995.
C. Copeta, Esistere e abitare. Prospettive
umanistiche nella geografia francofona, Milano 1986.
P. Coppola, Una introduzione alla geografia umana,
Napoli 1986.
B. Cori, Sguardo d’insieme al sistema insediativo
italiano, in Atti del XXIII Congresso Geografico Italiano,
1983, vol. ii, t. i, pp. 347-91.
P. Dagradi, Introduzione alla geografia umana,
Bologna 1979.
E. Dell’Agnese, Paesaggi ed eroi. Cinema, nazione e geo-politica,
Torino 2009.
G. Della Vedova, Il concetto scientifico e il
concetto popolare della geografia, Roma, 1882.
L. De Marchi, Fondamenti di geografia politica.
Basi geografiche della formazione e dello sviluppo degli Stati e dei problemi
politici attuali, Padova 1929, 1937.
L. De Marchi, Fondamenti di geografia economica,
Padova 1931 (terza edizione).
L. De Marchi, Lineamenti di geografia politica, Padova 1929.
G. Dematteis, La nascita dell’indirizzo marxista nella
ricerca geografica italiana, in La
ricerca geografica in Italia 1960-1980,
Milano 1980, pp. 781-792.
G. Dematteis, Le metafore della Terra, Milano
1985.
G. Dematteis, Rivoluzione quantitativa e nuova
geografia, Torino 1970.
A. Desio, L’Antartide, Torino 1983.
A. Desio, Le vie della sete, dei ghiacci, dell’oro,
Novara 1988.
G. De Vecchis, Imparando
a comprendere il mondo, Roma, 1999.
G. Durando, Della nazionalità italiana: saggio
politico-militare, Losanna 1846.
C. Errera, L’epoca delle grandi scoperte geografiche,
Milano, 1926.
F. Farinelli, Geografia. Un’introduzione ai modelli
del mondo, Torino 2003.
G. Ferro, Geografia e libertà, Bologna 1983.
G. Ferro, Fondamenti di geografia politica e geo-politica.
Politica del territorio e dell’ambiente, Milano 1993.
A. Flamigni, Rinascita della geo-politica, in Rivista militare, 1992, n. 4, pp. 48-60.
L. Gambi, Una geografia per la storia, Torino
1973.
I. P. Gerasimov, L’uomo, la società, l’ambiente,
Milano 1977.
P. Gribaudi, Geografia commerciale, I, Torino
1931.
R.. Hartshorne, Metodi
e prospettive della geografia, Milano, 1983.
L. Hugues: Storia della geografia, Torino,
1884-1891.
G. Iacoli, La percezione narrativa dello spazio,
Roma 2008.
L. Incisa di Camerana, I presupposti di
una nuova politica estera italiana, in Relazioni
internazionali, 1993, LVII, pp. 62-70.
P. Innocenti, La
geografia oggi, Roma, 2004.
Y. Lacoste, Crisi della geografia, geografia della
crisi, Parigi, 1976 - Milano, 1989.
Y. Lacoste, Geografia, in Storia della
filosofia, a cura di F. Châtelet, vol. VII, Milano 1975.
Y. Lacoste, Geografia del sottosviluppo,
Milano 1978.
P. Landini, La geografia 130 anni
dopo. Scienza, cultura, professione, in Bollettino della Società
geografica italiana, 2005, 1, pp. 161-69.
F. Lando, Il fatto e
la finzione: geografia e letteratura. Una rassegna critica in Il paesaggio tra attualità e finzione a
cura di M. Quaini, Bari, 1994, pp. 103-132.
U. Leone, Una geografia per l’ambiente, ivi
1987.
I. Luzzana Caraci, Storia
della geografia in Italia dal secolo scorso ad oggi in Aspetti e problemi della geografia, Settimo Milanese, 1987, pp.
45-94.
O. Marinelli, Del moderno sviluppo della geografia
fisica e della morfologia terrestre, in Boll. Soc. geogr. ital.,
1908.
G. Marinelli, La Terra, voll. 7, Milano
1882-1901.
E. Massi, Geo-politica: dalla teoria originaria ai
nuovi orientamenti, in Bollettino
della Società Geografica Italiana, 1986, s. XI, III, pp. 3-45.
E. Massi, Il contributo della geo-politica alla comprensione del mondo
moderno, in Partecipare, 1992, n.
s., XXII, pp. 128-145.
C. Minca (a cura di), Introduzione
alla geografia postmoderna, Verona, 2001.
C. Muscarà, La società sradicata, Milano
1976.
M. Muzi, Geografia una
nuova scienza sociale, Napoli, 1983.
G. Orombelli, La prima spedizione del programma
nazionale di ricerche in Antartide, in Rivista Geografica Italiana,
93 (1986), pp. 129-69.
O’Sullivan, P., Miller, J. W., Geografia della guerra,
Milano 1985.
Pagnini, M. P, Appendice. Introduzione alla storia della geografia
politica, in Manuale di geografia politica e di geo-politica (di G.
Corna Pellegrini ed E. Dell’Agnese), Roma 1995, pp. 229-264.
M. P. Pagnini, Geografia per il principe. Teoria e
misura dello spazio geografico, Milano 1985.
M. Pinna, La storia del clima, Roma 1984.
F. Porena, Le scoperte geografiche del secolo XIX,
Roma, 1901.
P. P. Portinaro, Nel tramonto dell’Occidente: la geo-politica,
in Comunità, 1982, XXXVI, 184, pp.
1-42.
M. Quaini, Marxismo e geografia, Firenze 1974.
C. Raffestin, Per una
geografia del potere, Milano, 1981.
F. Ratzel, Geografia dell’uomo, Torino 1914.
E. Reclus, Nuova geografia universale, Milano
1884-1900, voll. 16.
L. Ricci, Guida metodica per l’Atlante scolastico di
geografia moderna, Milano 1914.
G. Rocca, Introduzione
alla geografia umana, Genova, 2008.
L. Rombai, Geografia
storica dell’Italia, Firenze, 2002.
G. Rovereto, Forme della Terra, Milano 1923-24,
voll. 2.
S. Ruge, L’epoca delle grandi scoperte geografiche,
Berlino, 1881.
Sacco, G., La minaccia del Pacifico, in Politica internazionale, 1994, XXII, 4,
pp. 107-134.
C. M. Santoro, La politica estera di una media potenza. L’Italia dall’Unità
a oggi, Bologna 1991.
C. M. Santoro, La nuova geo-politica europea, in Relazioni internazionali, 1993, LVII,
pp. 4-15.
C. Sapper, L’esplorazione della crosta terrestre,
in H. Kraemer, Universo ed umanità, Milano s.a.
P. Savona, C. Jean (a cura di), Geoeconomia. Il
dominio dello spazio economico, Milano 1995.
C. Schmitt, Il nomos
della terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum,
Milano 1991).
A. Sestini, Cartografia generale, Bologna 1981.
A. Sestini, Introduzione allo studio dell’ambiente,
Milano 1983.
G. Sironi, Saggio di geografia strategica, Torino 1873.
R. Strassoldo, La guerra e lo spazio: un’analisi sociologica della geo-politica
e della strategia, in Il pensiero strategico (a cura di C.
Jean), Milano 1985, pp. 189-249.
R. Strassoldo, Temi di sociologia delle relazioni
internazionali. La società globale, ecologia delle potenze e teoria dei confini, Gorizia 1979.
C. Titi, La geografia applicata in Scritti
geografici in onore di Aldo Sestini, Firenze 1982, vol. II, pp.
1063-102.
R. Tomaselli, Tipologia ecologico-strutturale della vegetazione del
mondo in Atti dell’Istituto botanico
dell’università e Laboratorio crittogamico di Pavia, 1970, serie 6, t.
VI.
A. Turco, Classici
della geografia, quantitativismo e possibilità di riunificazione dei paradigmi
disciplinari, in Il pensiero
geografico in Italia, Milano, 1984, pp. 194-217.
V. Vagaggini, Le nuove geografie, Genova 1982.
A. Vallega, Geografia culturale: luoghi, spazi,
simboli, Torino 2003.
A. Vallega, Ricerca regionale sistemica: il problema
delle interfacce fra teoria e metodologia in Atti del Convegno di
Pescara dell’AIRO, 1984, vol. i, pp. 11-38.
P. Vidal de la Blache, Modelli di cultura,
Milano 1960.
R. Zorzi, Nella tana della storia, Padova 1990.
G. Jaja, Geografia economica-commerciale, I,
Livorno 1923. E.
C. Jean, Geoeconomia: strumenti, strategie e tattiche,
in Informazioni della Difesa, 1991,
n. 1, pp. 43-54.
C. Jean, Geo-politica, Roma-Bari 1995.
P. Krugman, Geografia e commercio internazionale,
Milano 1995).
C. Weule, L’esplorazione della superficie terrestre,
Milano s.a.

.jpg)
