"B.D.S.M."

 

“B.D.S.M.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

0) EPITOME.

 

Anno 3003. La popolazione di Euràpoli è ridotta in schiavitù dal governo oligarchico di Pentagone. Un giorno scoppia una ribellione tra gli schiavi che porta a una violenta repressione da parte del governo e furono emanate leggi ancora più dure e vessatorie nei confronti degli schiavi rivoltosi.

La dottoressa Sinc è la massima esperta nazionale in gestione e trattamento degli schiavi. Sa che per tenere a bada una massa di ‘ominidi’ ottusi e per questo potenzialmente riottosi è necessaria la punizione ma anche la spiegazione alla punizione. Inoltre, ella avvia, accanto alla pratica del commercio degli schiavi, l’industria della loro prostituzione. Vengono così istituiti allevamenti di schiavi sessuali destinati alla prostituzione nei numerosi sex hotel disseminati in tutto il territorio dello stato. In pochi mesi il programma entra a pieno regime e la catena di educazione funziona perfettamente. Dopo i corsi di femminizzazione, ogni schiavo deve tutti i giorni passare almeno due ore a intrattenere un master ubbidendo a qualsiasi tipo di ordine. Al termine dell’iniziazione sessuale, lo schiavo è subito destinato allo sfruttamento sessuale nei sex hotel.

In quelle turpi camere oscene e sordide succede di tutto perchè tutto è permesso: non esiste limite alla perversione quando non ci sono regole. Gli schiavi e le schiave portano una polsiera che misura il numero dei battiti cardiaci, la pressione, la velocità della respirazione e l’eventuale sudorazione. I dati sono inviati direttamente al cervellone del computer che li elabora. Se viene rilevata una scarsa partecipazione emotiva dello schiavo alla soddisfazione del cliente viene subito inviata al malcapitato una scarica di elettricità e adrenalina sufficiente a far schizzare il cuore fuori dalle orecchie a un cavallo.

Spicca per bellezza, tra gli schiavi sessuali, Kam, un giovane d’incomparabile bellezza, acquistato giovanissimo da Sinc per il proprio allevamento e poi rivenduto alla terribile Anka Mertel, che lo sottopone per anni ad angherie d’indicibile cattiveria sadica e riti d’inenarrabile iniziazione sessuale. Abusato, stuprato, picchiato, umiliato per anni, Kam subisce in silenzio, secondo i principi della propria educazione servile.

Ma la vicinanza genera in Mertel un sentimento che via via si approfondisce sempre di più sfociando in un benevolo affetto materno. Alla propria morte, Mertel nomina Kam suo erede universale, rendendolo un uomo libero, con il nome di Liborius Mertel.

Il giovane Liborius va allora, da uomo libero, alla ricerca della sua prima aguzzina, la dottoressa Sinc. Questa, con il tempo, smetterà di opporsi a un sentimento che da tempo covava e che andava al di là del semplice affetto. Kam le propone a un certo punto di andare a convivere. Unica condizione: che tra di loro si instauri nuovamente un rapporto di dominazione schiavo-padrone, del tipo a cui è sempre stato abituato e che rappresentava lo schema normale di interrelazione per tanta parte della sua vita. La natura di Kam-Liborius è infatti compromessa per sempre: incapace di concepire i rapporti interpersonali all’infuori dello schema schiavo-padrone (come confesserà nel monologo finale), il rapporto uomo-donna o adulto-giovane non può che essere concepiti in termini di comando e sottomissione.

Sinc è assalita dai dubbi. L’offerta di Kam, che sembra sincera, potrebbe avere veramente un seguito? Riuscirebbe lei a trattare nuovamente come uno schiavo quello che è un uomo libero? E Kam accetterà nuovamente di buon grado gli ordini? La soluzione migliore sarebbe quella di una convivenza paritaria con una sua compartecipazione nel ruolo di compagna o vecchia amante. Alla fine Sinc si abbandona all’istinto (e agli istinti) e si convince. I due vanno a convivere. Incapace di concepire i rapporti interpersonali all’infuori dello schematismo schiavo-padrone (come confesserà nel monologo finale), si sottomette volontariamente a Sinc tornando alla sua originaria condizione di schiavo.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per avere il controllo su una persona

devi farla soffrire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.

 

Correva l’anno 3003. A quel tempo Euràpoli era soggetta al governo oligarchico di Pentagone. Pentagone era una metropoli costituita da cinque città: Cölnn, Straszeburc, Bruolisela, Franconofurd e Lützelburg. Esse erano collocate al centro di Pentàpoli, una macroregione collocata al centro di Euràpoli e costituita da quattro cantoni: Assia, Prussia, Brussia, Brema e Renania. Pentagone e i suoi re dominavano sull’intera popolazione di Pentapoli ed Euràpoli. Gli abitanti di Euràpoli, ridotti in schiavitù per dodici anni, il tredicesimo anno si erano però ribellati. La rivolta durò un anno. Il quattordicesimo anno i re delle cinque città di Pentagone (i re Sòdoma, Gomorra, Adma, Zeboim e Zoar) si coalizzarono con il re Assia di Sennacherib per sconfiggere i ribelli e reprimere la rivolta. La coalizione così composta, unita sotto il nome di Lega Teutonica, mosse guerra ai ribelli e invase le loro case. I re teutonici devastarono e saccheggiarono i territori dei rivoltosi finchè non ne rimase alcuno.  Non ci fu scampo. Molte tra le città di Esperia ed Ichnusa, dove la rivolta era stata particolarmente virulenta e massimamente violenta la repressione, furono rase al suolo. Poichè la ribellione cruenta era divampata come un incendio impazzita e non si poteva stabilire con certezza chi fossero i colpevoli, per ristabilire l’ordine si rese necessario abbattere oltre cinquecentomila sudditi. Poichè le armi tradizionali non bastarono, si ricorse a un’arma invisibile: fu liberato un nemico invisibile, il virus Sars-Covd 19, che sparse morte e pestilenza ovunque per le plaghe e le calli bagnate dal Mare di Triquetra. Fu raccapricciante. I morti salirono a un milione. Vi erano stati anche caduti tra i civili, perchè numerosi schiavi erano riusciti ad armarsi e a difendersi. Ora, le valli di Euràpoli erano distrutte e semi-deserte e vi erano diversi problemi da risolvere.

Il principale era eliminare le carcasse dei corpi in disfacimento prima che si potesse verificare un’epidemia. Sarebbero stati naturalmente bruciati perchè era impensabile dare una vera e propria sepoltura a tutti quegli esseri inferiori. Numerose fattorie e piccole imprese erano rimaste senza mano d’opera e questo stava creando una vera e propria crisi produttiva. L’economia si era, ormai da secoli, basata sulla mano d’opera che gli schiavi fornivano gratuitamente ed ora i sopravvissuti non erano in numero sufficiente per svolgere tutti i lavori a loro destinati. Anche se immediatamente il governo aveva emanato una legge che costringeva gli schiavi a lavorare quattordici ore al giorno invece delle abituali dodici, non c’era modo di ridurre il danno in tempi relativamente brevi. Vi era un ulteriore problema che non aveva precedenti. Le fattrici infatti venivano ingravidate per mettere alla luce i loro figli nel periodo dell’anno in cui vi era meno necessità di mano d’opera femminile. Per la prima volta anche le femmine avevano partecipato alla rivolta ed almeno centomila di loro erano state abbattute. Migliaia di queste si erano da poco sgravate ed adesso altrettanti piccoli esseri rischiavano di morire senza il latte materno. Si cercò aiuto presso i paesi vicini ma l’unica risposta avuta fu la disponibilità a comprare per pochi soldi i cuccioli rimasti senza madre. I governanti di Pentagone erano disperati e non sapevano assolutamente quali decisioni prendere.

Senza perdere tempo fu indetta una campagna per ingravidare il maggior numero di fattrici. Fu raccolto tutto lo sperma possibile tra gli schiavi, usando il metodo della mungitura mediante il massaggio prostatico, per l’inseminazione delle fattrici disponibili. Per facilitare al massimo il raggiungimento del risultato potevano partecipare anche uomini liberi purchè consapevoli, non sposati, sani e maggiorenni. Naturalmente fu fatta una cernita tra le femmine. Le più belle e giovani vennero riservate ai cittadini che si impegnavano ad inseminarle per un periodo minimo di 15 giorni consecutivi. Questo per avere una qualche sicurezza che la gravidanza andasse in porto. Per incrementare le adesioni venne stabilito che quelli che si offrivano volontari acquisivano, oltre al diritto di monta sulle donne, anche la loro piena proprietà. Furono requisiti alcuni alberghi per consentire agli uomini, soprattutto agli scapoli, di compiere il loro servizio in luoghi accoglienti.

Grandi roghi intanto erano alimentati giorno e notte per eliminare i cadaveri. Situati lontani dalle città perchè la puzza della carne bruciata non disturbasse la vita delle padrone e dei padroni. Sovvenzioni statali furono distribuite a chi era rimasto privo di mano d’opera. Infine gli allevamenti vennero autorizzati a vendere i piccoli da destinare al lavoro prima che avessero compiuto i dodici anni abbassando l’età minima a dieci anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.

 

La dottoressa Sinc era la massima esperta nazionale in gestione e trattamento degli schiavi. Da brava psichiatra aveva studiato il loro comportamento nei vari periodi della loro vita. Erano emerse reazioni diverse tra quelli ridotti in schiavitù (ormai sempre meno) e quelli nati da una schiava, tra quelli abituati a lavorare in gruppi, per esempio nei campi, e quelli che erano schiavi domestici. Da tempo sosteneva che troppi di loro venissero maltrattati in modo troppo violento dai loro padroni anche senza un motivo particolare. Era vero che vi erano ricchi depravati che acquistavano schiavi solo per il piacere di vederli soffrire torturandoli a volte sino alla morte, ma era diffusa anche tra molti proprietari l’usanza di somministrare punizioni molto dolorose non solo a chi o non ubbidiva agli ordini, o lavorava senza molto applicarsi, ma anche a chi compiva disattenzioni o comunque mancanze veniali. Sinc proponeva che fossero emanate leggi apposite perchè gli schiavi avessero ovviamente le punizioni che meritavano, ma che queste avessero un fine educativo e non vendicativo. Uno schiavo che subiva angherie tali da rendergli la vita insopportabile non aveva nessuna remora a rischiare anche la morte pur di cercare di cambiare la propria esistenza. Con quanto da lei proposto probabilmente le ribellioni non sarebbero più avvenute o comunque sarebbero state limitate a fatti locali. La dottoressa Sinc si interessava in modo particolare all’allevamento degli schiavi sessuali che riteneva fossero quelli che potessero dare maggiori guadagni ai loro padroni.

Sinc era ricchissima. Possedeva un allevamento con trecento fattrici di una razza Ispanica, sane e molto resistenti alle fatiche. Alcune anche molto belle. In maggioranza erano avviate a diventare fattrici già a quattordici anni e potevano portare a termine due gravidanze ogni tre anni per almeno vent’anni. Le femmine lavoravano nei mesi estivi nelle grandi estensioni coltivate a riso e a frumento. Ad Aprile, prima di essere avviate ai campi, iniziava la procedura per ingravidarle. Le schiave, era stato accertato, avrebbero potuto lavorare senza problemi nei primi sei mesi di gravidanza senza danni al feto. Veniva organizzata una grande festa orgiastica che durava una decina di giorni. Le schiave più attraenti venivano legate a dei giacigli e offerte agli uomini liberi che venivano invitati e che potevano divertirsi con loro nei modi ritenuti più piacevoli. L’unico obbligo era che le schiave ricevessero almeno una volta al giorno il seme nel posto giusto. Gli intervenuti per lo più erano abitanti delle vicine campagne, uomini poveri che non potevano pagarsi altri piaceri. Quasi tutti, comunque, erano sani e forti e si sperava avrebbero potuto trasferire la loro buona condizione fisica ai nuovi nati. Le femmine che non ricevevano l’attenzione degli invitati venivano sottoposte all’inseminazione artificiale. Da quando vivevano nell’allevamento di Sinc tutte le femmine erano ligie ai regolamenti imposti dalla padrona. Tra questi era preminente l’obbligo di dover soggiacere ad ogni richiesta di un uomo che per qualsiasi motivo si trovasse a frequentare l’allevamento. E gli uomini, ovviamente, ne approfittavano pretendendo le prestazioni più strane e spesso più dolorose. I maschi schiavi sapevano invece che se fossero stati sorpresi a fare sesso con una manza sarebbero stati castrati ed avviati al lavoro nelle miniere.

Nell’allevamento avvenivano circa duecento parti all’anno. Il problema era che si concentravano tutti nel giro di 30-40 giorni. Il veterinario, ingaggiato da Sinc per la cura delle schiave, aveva istruito alcune vecchie, non più fertili, a fare da levatrici. Si chiamava Vlad Seleski ed era una vera sanguisuga, un torturatore sadico e pazzo. Lui interveniva solo per i parti più difficili. Il record era stato di 46 nascite in un solo giorno, la maggior parte delle quali, con grande gioia della dottoressa, di maschi. I maschi avevano infatti maggior richiesta sul mercato e quindi il loro valore era molto superiore a quello delle femmine. Dopo un anno i cuccioli venivano tolti alle madri. Alcuni venivano venduti ad altri allevamenti o all’estero, ma la maggior parte erano mandati, per essere allevati come schiavi sessuali, in una specie di grande collegio, sempre di proprietà di Sinc, tenuto da vecchie schiave che non avevano più la forza necessaria per lavorare nei campi. I piccoli vivevano in promiscuità e totalmente nudi. La dottoressa non era infatti disposta a spendere soldi per vestiti che riteneva assolutamente superflui. Dormivano in grandi spazi disadorni su stuoie puzzolenti. Le latrine erano sempre sovraffollate e numerosi erano quelli che facevano i propri bisogni all’interno dei dormitori. La dottoressa sosteneva che se i maiali crescono meglio in luoghi sporchi e puzzolenti anche gli altri animali avrebbero potuto fare lo stesso. Da brava amministratrice aveva stipulato contratti con una serie di ristoranti, club, mense scolastiche e collegi per ragazzi delle buone famiglie della vicina città. Tutte le sere, faceva ritirare gli avanzi lasciati nei piatti dai commensali o quelli delle cucine. Quanto ritirato veniva versato in cinque grandi trogoli e mischiato a delle farine cotte in modo approssimativo e messo a disposizione dei piccoli. Sinc visitava settimanalmente i due allevamenti ad eccezione del periodo nel quale i cuccioli venivano separati dalle madri perchè Sinc non sopportava le urla e i pianti delle schiave al momento del forzato distacco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3.

 

Sinc, in società con Ursula Borderline, una vecchia amica e collega d’università, aveva iniziato creando due attività molto redditizie. Acquistati due grandi immobili in disuso, con il contributo del governo, li aveva innanzitutto ristrutturati. Uno era un palazzone a quattro piani ove era ospitata la sede della Società, ma la maggior parte della struttura era adibita ad esposizione permanente di schiavi e schiave in vendita. Questi erano tenuti legati a pali in ferro o legno con le gambe e le braccia divaricate. Ciò permetteva di evitare agli esposti qualsiasi movimento, ed agli eventuali compratori la possibilità di poter ispezionare comodamente la merce. In cima al palo un cartello riportava le eventuali qualità del soggetto ed una specie di certificato di garanzia che parlava dello stato di salute, dell’età, e delle precedenti occupazioni. Soprattutto per quanto riguardava le femmine l’acquirente poteva quindi anche accertarsi, toccando e palpando, la solidità di un seno o di un gluteo, ma anche quale fosse la reazione alla introduzione di un dito o di un piccolo oggetto all’interno del sesso o dell’ano. Questo avveniva talmente spesso, soprattutto da parte di giovani sfaccendati, che lo schiavo o la schiava non ci facevano neppure più caso. L’esposizione durava sedici ore e gli esposti venivano slegati due volte, nel corso della giornata, per essere portati alle latrine e per essere nutriti. L’altra metà del primo piano era destinata ad un vero e proprio bordello dove schiavi e schiave potevano essere usati in ogni modo. Il tutto in sale comuni che avevano l’effetto di una orgia permanente. Si pagava un biglietto d’ingresso della durata di trenta minuti. Inservienti controllavano solo che gli schiavi non venissero danneggiati. Se qualcuno compiva atti violenti intervenivano e accompagnavano l’interessato all’uscita. Gli schiavi restavano all’interno del bordello per periodi di quattro ore consecutive due volte al giorno. Recenti studi scientifici, condotti con la massima perizia su campioni amplissimi d’acclarati esperti del settore, appuravano infatti lo schiavo, per sua natura, non riesce a sopportare periodi più lunghi. Se uno degli orifizi veniva usato e magari vi era stata eiaculazione, chi l’aveva ricevuta doveva recarsi in una specie di gabinetto dove un addetto provvedeva all’estrazione dello sperma con una cannula e quindi al lavaggio ed alla disinfezione. I clienti erano sempre numerosi e più spesso erano donne di una certa età, probabilmente vedove, che non possedendo schiavi sessuali ai loro servizi venivano qui a farsi soddisfare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4.

 

Al primo piano, oltre ad un’ala riservata alla direzione vi era la scuola per schiavi sessuali. Abitualmente erano presenti circa una trentina di “allievi”, più maschi che femmine. Infatti anche qui la richiesta era rivolta più spesso ai maschi che, portati, per esempio, nell’ambito di una famiglia potevano essere usati per soddisfare sia il padrone che la padrona di casa e, volendo, anche figli e figlie. Maschi e femmine seguivano corsi diversi. Erano più brevi e più facili quelli per le femmine che dovevano solo imparare a soddisfare i loro padroni con la bocca o ricevendoli nei loro corpi sia davanti che dietro, manifestando la più assoluta obbedienza e disponibilità. La cosa più difficile per i maschi era imparare a muoversi con grazia e a mostrarsi, se non affettuosi, almeno disponibili e grati verso i padroni dello stesso sesso che li usavano contro la loro natura. Subire una donna, anche se vecchia e brutta poteva essere sopportabile, ma baciare un uomo, leccarlo e, soprattutto, doversi dedicare a fargli avere un orgasmo non era sopportabile per un maschio sessualmente “normale”. Anche il fatto di ricevere il suo membro poteva essere accettabile solo dopo un lungo lavoro di preparazione. Alcuni soggetti troppo riottosi venivano castrati ma in questo caso il valore dello schiavo diminuiva notevolmente. Si era a lungo discusso se fosse stato meglio per lo schiavo maschio avere come istruttore un uomo o una donna. Si era optato poi per una donna perchè Sinc aveva ritenuto che un maschio avrebbe accettato con meno difficoltà gli insegnamenti di una persona dell’altro sesso che avrebbe fatto sembrare il tutto meno avvilente. Dopo i corsi di femminizzazione ogni schiavo doveva tutti i giorni passare almeno due ore a intrattenere un master ubbidendo a qualsiasi tipo di ordine. Nel corso dei pomeriggi avvenivano i primi rapporti sessuali passivi. Almeno tre, da persone diverse. Vi era una procedura organizzativa non semplice. Lo schiavo da sodomizzare doveva essere a digiuno da più di sei ore ed essere stato sottoposto ad almeno due clisteri consecutivi per avere lo sfintere vuoto e pulito.

Il finto padrone destinato ai primi rapporti doveva avere un membro di piccole dimensioni per non creare lacerazioni all’ano del ricevente. Si sarebbe poi provveduto ad “usare” cazzi di sempre maggiori dimensioni. Era indispensabile quindi avere a disposizione una serie di uomini con tendenze omosessuali e con membri di proporzioni diverse. In pochi mesi il programma entrò a pieno regime e la catena di educazione sembra funzionare perfettamente. Si era anche riusciti a far comprendere ai froci ingaggiati che avrebbero avuto tempo e modo per divertirsi se si fossero abituati a non eiaculare alla prima penetrazione. Non sapendo a chi sarebbe stato destinato lo schiavo sessuale si doveva abituarlo a soddisfare persone di sesso diverso ma anche di età diversa, di diversa educazione, e di diversa prestanza fisica: trovarsi davanti un uomo o una donna molto brutti, molto vecchi, con difetti fisici o malattie deformanti, che potevano provocare repulsione, oppure poco puliti, era una cosa che avveniva del tutto normalmente. Era quindi programmato, al piano superiore, un allenamento per eliminare, con la pratica e la costante disciplina, questa situazione. A quel piano erano ospitati uomini e donne che avevano fatto per anni le controfigure dei futuri padroni per le esercitazioni degli allievi. Era gente che aveva passato la vita a ricevere attenzioni anche molto gradevoli. Nei primi anni per loro era stato molto piacevole vivere in un mondo dove ti erano riservate tutte le attenzioni desiderate e si veniva anche pagati. Ma lentamente il desiderio diminuiva e iniziava a farsi strada e insinuarsi un senso d’insopportabile fastidio. Continuare diventava insopportabile e dopo anni di vita al di fuori dalla realtà molti decidevano di smettere. Era, per lo più, gente che era arrivata dalla campagna, appartenenti a famiglie non abbienti che pensavano di aver così trovato il regno del Bengodi. Gli uomini, se non riuscivano a resistere cercando di distrarsi durante le sollecitazioni che ricevevano, erano distrutti dai troppi orgasmi. Le donne vivevano un vero e proprio continuo tormento che le rendeva irascibili. Molti di quelli che erano arrivati da giovani ora vivevano la loro vecchiaia senza un posto dove andare continuando a non interessarsi alla cura del proprio corpo, che, per anni, era stata fatta dagli schiavi che li circondavano. Alcune erano persone che addirittura non si lavavano, orinavano o defecavano nella loro camera per comodità, certi che lo schiavo di turno avrebbe provveduto a pulire padelle e pappagalli. I responsabili dell’educazione degli schiavi vedevano di buon occhio tale comportamento perchè i giovani allievi, quando erano destinati al loro servizio, trovavano l’ambiente più duro da sopportare e questo aumentava il loro spirito di sopportazione. Alcuni dei vecchi ospiti, continuavano ad accettare le attenzioni; altri, invece, spesso reagivano con rabbia quasi a voler castigare quegli esseri tanto più giovani di loro che venivano comunque ad assisterli.

In una camera viveva la vecchia Irma, detta la “iena”. Difficilmente veniva portato da lei un allievo se non quando dovesse subire una dura punizione. La vecchia era stata abituata a subire la pulizia del proprio corpo e delle sue parti intime solo ed esclusivamente con la lingua dello schiavo di turno. Conservava tra le sue cose un guanto al quale, nella parte del palmo, erano state applicate delle borchie appuntite. Lo usava spesso per sculacciare il malcapitato di turno se non si riteneva soddisfatta dalle prestazioni ricevute. Abitualmente colpiva i corpi in qualsiasi parte ma, spesso, compiva temutissime strizzate al pene che creavano delle piccole ma dolorosissime ferite sanguinanti. Alla fine della giornata, dopo un frugale pasto, che gli schiavi dovevano consumare in ginocchio in forma di ringraziamento, vi era la lezione di trucco.

Era importante e qualificante, per la scuola creata da Sinc, che i suoi allievi fossero presentabili, e lo fossero nel modo più raffinato possibile. Questo per non far sfigurare i loro futuri padroni qualora questi avessero deciso di farsi accompagnare per compere o a casa di amici e magari offrendoli loro per far provare le loro capacità. La perfezione doveva essere quindi assicurata. La giornata finiva con la punizione dello schiavo che avveniva sempre, indipendentemente da come si fosse comportato nel corso della giornata. Sinc aveva fatto un’indagine su larga scala tra padroni di schiavi sessuali per sapere quali fossero le punizioni che più spesso, magari per proprio divertimento, infliggessero ai loro animali. Nessuno disponeva di grande fantasia: i più li obbligavano a bere un misto di piscio, sputi e sperma. Altri si facevano leccare i piedi sudati e maleolenti. Altri si divertivano a lavorare gli ani con l’introduzione di plug a volte ricoperti da protuberanze dure che facevano soffrire il sottoposto sia nel corso della penetrazione che all’interno dello sfintere. Erano sofferenze tanto banali che Sinc pensò di scrivere un libretto con vari consigli d’uso da distribuire ai clienti, descrivendo pratiche raffinate e meno banali. Però se quelle erano il parto delle fantasie degli acquirenti bisognava adattarsi. La sopportazione dello schiavo a queste operazioni era di estrema importanza nel completamento dell’educazione. Un rifiuto era inaccettabile. Ipotizzando la cessione dello schiavo ad una famiglia era importante accertarsi come questo reagisse, per esempio, nel dover soddisfare sia le voglie del padrone che quelle della moglie magari contemporaneamente. Su regia della Dottoressa si erano messe in scena delle sezioni nel corso delle quali allo schiavo era richiesto di soddisfare diversi eventuali nuclei famigliari. Pochi di loro in principio erano riusciti a gestire queste situazioni. Non era di certo facile leccare il sesso della moglie mentre il sedere dello schiavo veniva penetrato dal marito. Tutti gli allievi andavano poi in tilt se alla coppia di finti padroni si univa o una figlia o un figlio dell’età dello schiavo che ne pretendesse l’uso. Ma le lezioni, frutto della grande esperienza di Sinc, erano sempre più raffinate ed il risultato sperato era quasi sempre raggiunto. Alcune volte l’eventuale acquirente e la sua famiglia venivano coinvolti nella valutazione del nuovo sottomesso invitati a provarlo per qualche ora prima dell’acquisto. A questi incontri partecipavano solo gli acquirenti, in assenza di istruttori, come se già fossero a casa loro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5.

 

L’altro palazzo acquistato era stato trasformato in un lussuoso albergo a cinque stelle con venti camere: il Sex Hotel. Le camere venivano affittate ad ore e nel prezzo era compreso l’uso di uno schiavo sessuale. Si apriva alle nove del mattino e la chiusura avveniva all’una di notte. Sette giorni la settimana. La prenotazione della camera e dello schiavo avveniva in internet ove erano pubblicate le fotografie delle varie stanze e degli schiavi disponibili. Di quest’ultimi erano anche descritto quale propensione particolare avessero e che cosa fossero abituati a subire. Dallo schiavo si poteva pretendere qualsiasi prestazione tranne quelle che avrebbero potuto creare o danni fisici o comunque segni permanenti. Si garantiva che i disponibili erano tutti ben istruiti, giovani, sani e capaci di servire i padroni in qualsiasi loro desiderio. Per legge l’età minima degli schiavi addetti a prestazioni sessuali era di sedici anni per i maschi e di 14 per le femmine ma, su richiesta dei clienti più affezionati, potevano essere forniti, con estrema discrezione, anche giovani di 10 o 12 anni. Questi però non potevano essere sottoposti a penetrazioni anali o vaginali per non correre il rischio di rovinarli. I prezzi variavano, a seconda dell’ora di utilizzo della camera e dello schiavo, tra i cento ed i duecento dollari. Le ore più care erano quelle più richieste, cioè durante la pausa pranzo o dalle diciotto sino a notte fonda. L’hotel aveva incontrato subito grande successo e dopo poche settimane era diventato difficile trovare stanze disponibili se non prenotate almeno una settimana prima. L’incasso era di circa cinquantamila dollari al giorno che, contro spese di gestione limitate, permettevano guadagni enormi. Gli unici che percepivano uno stipendio erano gli impiegati che gestivano l’organizzazione. Erano comunque poche persone perchè tutto era perfettamente computerizzato. Il programma rischiava di andare in tilt solo se a qualche schiava arrivassero improvvisamente le mestruazioni in un periodo diverso da quello stabilito con cure appropriate. Comunque se il cliente non intendeva divertirsi con la sua vagina, cosa abbastanza frequente perchè considerata banale, veniva riconosciuto un piccolo sconto e la manza, come venivano chiamate le giovani schiave, veniva ugualmente mandata al lavoro. I 40 schiavi che venivano usati influivano sulle spese, ovviamente, solo per il costo del cibo. Erano ospitati nella zona una volta usata come magazzino, in piccole celle di 3 metri per 4 ove erano sistemati otto letti a castello.

La vita nel dormitorio era di totale promiscuità ma non poteva avvenire nessun accoppiamento perchè ai maschi, nelle ore di riposo diurno e durante la notte, veniva applicata al pene la gabbietta di castità che non permetteva la minima erezione se non al costo d’insopportabili lancinanti dolori al ventre. La pulizia era un obbligo assoluto ed entrando nella zona dormitorio si stentava a credere che potesse ospitare così tante persone senza che si sentisse cattivo odore o qualche disordine nei bagni. Gli schiavi lavoravano in 4 turni di 3 ore consecutive con 60 minuti di riposo tra un turno e l’altro. Solo alla fine della giornata le ore consecutive di lavoro, quelle di maggior richiesta e le più redditizie, erano 4, dalle 20 alle 24. Gli schiavi venivano consegnati ai clienti direttamente in stanza. I maschi arrivavano muniti di plug anale con il pene sistemato nella gabbietta di castità chiusa da un lucchetto la chiave del quale era appesa al collo del portatore. Le femmine recavano sia plug anale che vaginale che le costringevano a camminare in modo goffo ed incerto. Se un cliente noleggiava un’ora in effetti poteva rimanere in camera con lo schiavo non più di 50 minuti. Gli altri dieci servivano alle addette alla pulizia per riordinare le stanze ed agli schiavi per una veloce doccia tra un cliente e l’altro. Qualche frequentatore poteva tenere con sé uno schiavo per tutta la notte e per questo si concordava una cifra ad hoc. Chi veniva adibito a questo servizio supplementare, comunque, il giorno successivo doveva lavorare ugualmente per le regolari tredici ore per non mettere in crisi la perfetta organizzazione. In quelle camere succedeva di tutto perchè tutto era permesso: non esiste limite alla perversione quando non ci sono regole.

Vi era anche una dotazione di attrezzi per la consumazione del più raffinato bdsm. D’altra parte i frequentatori dell’albergo erano soprattutto persone che, non avendo schiavi propri sui quali sfogare i propri bassi istinti, cercavano in quei cinquanta minuti di appagare tutti i propri desideri repressi. Gli schiavi e le schiave portavano una polsiera che misurava il numero dei battiti cardiaci, la pressione, la velocità della respirazione e l’eventuale sudorazione. I dati erano inviati direttamente al cervellone del computer che li elaborava. Se veniva rilevata una scarsa partecipazione emotiva dello schiavo alla soddisfazione del cliente, veniva subito inviata al malcapitato una scarica di elettricità e adrenalina sufficiente a far schizzare il cuore fuori dalle orecchie a un cavallo. Per punizione, inoltre, allo schiavo era applicato, durante i turni di riposo e durante la notte, un plug anale o vaginale, a seconda del sesso, ricoperto da borchie di metallo. Questi plug provocavano dolori lancinanti ad ogni minimo movimento e facevano mantenere a chi li portava, come era stato dimostrato da studi, una continua tensione erotica. Gli schiavi erano addestrati a non eiaculare durante il servizio a meno che questo non fosse espressamente richiesto dal cliente.

L’astinenza era stata programmata per quattro ragioni. Prima di tutto perchè non era pensabile che uno schiavo sessuale potesse avere un qualche tipo di godimento. Doveva lavorare solo per dare piacere e divertire il padrone occasionale. La seconda perchè orgasmi numerosi potevano indebolire lo schiavo diminuendone la resa. La terza era che potesse essere imbarazzante se lo sperma di uno schiavo, ritenuto immondo, potesse sporcare il cliente o i suoi abiti. L’ultima, ma forse la più importante per Sinc e la sua socia, aveva uno scopo fortemente economico. La sacca scrotale dello schiavo, sempre sollecitata senza eiaculazione, aveva necessità, ogni 3 o 4 giorni, di un intervento per essere svuotata con la così detta mungitura. Quelli che dovevano subirla venivano portati in un laboratorio ove, da schiave specializzate, veniva loro praticato un massaggio prostatico che provocava la fuoriuscita dello sperma senza nessun orgasmo ed a pene moscio. Lo sperma raccolto veniva confezionato e quindi venduto ai vari allevamenti per l’ingravidamento delle fattrici.

L’hotel era molto conosciuto anche al di fuori della città per un’attrazione unica e molto apprezzata soprattutto da chi usava le schiave per i propri istinti depravati: tre o quattro volte al mese venivano presentate delle giovani manze vergini di quattordici anni. Veniva organizzata un’asta che consentiva al vincitore della schiava esposta di passare con lei, nella migliore suite dell’hotel, tre giorni e tre notti. In quel periodo era concesso farle subire qualsiasi trattamento sempre che non pregiudicasse il suo stato fisico. Le manze presentate compivano, a detta degli organizzatori, proprio il giorno dell’asta il quattordicesimo compleanno, raggiungendo quindi l’età per essere usate come schiave sessuali. L’asta si presentava col motto “Facciamole la festa!”, un tetro riferimento alla ricorrenza del loro quattordicesimo compleanno. Le giovani non solo erano vergini ma anche prive di qualsiasi nozione sul sesso. Nei seguenti tre giorni avrebbero imparato sicuramente tutto sull’argomento. E avrebbero anche appreso come sarebbe stata la loro esistenza sino a quando il passare degli anni non avesse deturpato il fisico rendendole non più desiderabili. Il fatto di essere vergini nel corpo e anche nella mente era molto importante. Infatti non sapendo quanto potesse loro capitare, portate sul palco ed esposte, venivano prese dal terrore e questo riscaldava ulteriormente i desideri degli uomini. Ai partecipanti, prima dell’inizio delle offerte, veniva permesso di valutare il possibile acquisto con ispezioni della bocca, dell’ano (era importante che non solo la vagina fosse inviolata ma anche l’orifizio posteriore non risultasse allargato da qualche penetrazione) e la consistenza dei seni e dei glutei con palpeggi appropriati. Veniva concesso al vincitore anche l’aiuto di un vecchio schiavo che avrebbe potuto intervenire, nel corso dei tre giorni e delle tre notti, in caso di bisogno. Non era raro infatti che le giovani manze si ribellassero ed una lezione a base di schiaffi o sculacciate fosse necessaria. In tanti avevano cercato d’imitare il prestigioso albergo di Sinc e di Ursula ma i servizi, la cura, la scelta, l’istruzione e la bellezza degli schiavi che lavoravano al Sex Hotel vinceva ogni concorrenza. Le due amiche avevano in programma di aprire, in tutti gli stati del continente che ammettevano la schiavitù, una cinquantina di altri alberghi ed in tal senso avevano già iniziato i contatti per ottenere le autorizzazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6.

 

La dottoressa aveva meditato a lungo un progetto che riteneva potesse essere una novità assoluta in materia d’impiego degli schiavi. Era partita dal presupposto che in grandi civiltà del passato, in Grecia, a Roma, in Egitto la schiavitù era ammessa e considerata cosa giusta e saggia. L’uso dello schiavo era a totale discrezione del padrone e sempre, alla base dei movimenti del sottoposto, agiva un ordine di quest’ultimo. Insomma la forza da una parte e la sottomissione dall’altra legata quasi sempre alla paura. Proprio come avveniva nel tempo e nello stato nel quale lei viveva, ma sicuramente anche in tutti i territori nei quali era ammessa la schiavitù, in totale ventisette se si esclude la Turhiya, che, per l’efferatezza delle proprie politiche di repressione, era tuttavia prossima a essere ammessa nel novero dell’USA (Unione Schiavistica Antioccidentale), della NASA (Notabile Associazione Africana Antioccidentale) e della NATO (Notabile Associazione per la Tratta degli Ominidi[1]). Se si rapportava questa situazione al campo sessuale si poteva pensare che l’azione dello schiavo fosse condizionata dalla coercizione e quindi con risultati non sempre soddisfacenti, frettolosi e di non grande qualità, Ciò perchè il sottoposto, con la paura di non riuscire a dimostrare di dare il meglio di sé stesso per soddisfare il padrone, velocizzava al massimo la sua prestazione, saltando i preamboli che a volte sono più godibili dello stesso risultato finale e riducendo tutto a una pratica quasi meccanica. Studiando il comportamento dei cani nei riguardi dei loro padroni si vedeva che quasi sempre le bestie erano contente se creavano piacere a chi li accudiva e il loro apporto era apprezzato da chi ne usufruisse e godesse. Se questo avveniva con un cane avrebbe potuto avvenire anche con uno schiavo. La differenza tra un cane ed uno schiavo, dal punto di vista delle pulsioni, poteva essere ritenuta simile, ma mentre il cane si limitava a vivere per il padrone, anche se veniva da questo maltrattato, lo schiavo era condizionato, nel suo comportamento, dai costumi della società nella quale viveva. Se si fosse riusciti ad allevare schiavi con sistemi di vita paralleli ma opposti a quelli dei padroni forse si sarebbe arrivati a far agire i sottoposti, anche nei momenti di maltrattamento, se non con riconoscenza almeno con lieta sopportazione. Sarebbe stato interessante riuscire ad istruire schiavi che capissero di essere importanti per il padrone quando soddisfacevano i suoi desideri e di sentirsi, quindi, capaci di dare qualcosa che il padrone desiderava proprio da lui. Quindi non semplici oggetti ma dispensatori di piacere. Sarebbe stato come creare tante belle e sorridenti sissy maid da animali senza scompensi ormonali, lieti sempre di poter far godere i loro padroni, uomini o donne che fossero, giovani o vecchi, belli o brutti.

Sinc era tutt’altro che una filosofa ma riteneva che ogni essere vivente ricevesse un forte influsso, durante la sua formazione, dai sistemi di vita che lo circondavano. Il bambino mangia più volentieri i cibi saporiti perchè abituato a sapere che sono più buoni, beve bibite dolci perchè lo hanno abituato a goderne il sapore. Ma un bambino, fatto crescere lontano dal mondo e dai suoi condizionamenti, avrebbe potuto essere allenato a gradire maggiormente i cibi sciapi e le bevande amare. E se questo fosse possibile sarebbe stato anche pensabile insegnargli che il dolore che provoca piacere al padrone, cioè a chi lo provoca, può rendere ugualmente soddisfatti. Un’altra cosa da insinuare nella mente dello schiavo sarebbe stata che la sua, chiamiamola, “specializzazione” aveva un valore. Poteva diventare lo schiavo un fornitore di piacere ben addestrato nel darlo e quindi capace di rendere al padrone un servizio raffinato. Si poteva forse rivalutare psichicamente il pensiero dello schiavo insegnandogli che poteva diventare da oggetto sessuale a soggetto di piacere. Aveva pensato all’inizio, che poteva essere solo un’utopia, ma uno scienziato, e Sinc si riteneva (ed era) una scienziata, ha il dovere di verificare tutte le ipotesi.

Ora era al settimo cielo. Aveva dimostrato che era possibile fare quello che aveva ipotizzato e discusso in vari convegni ove era stata derisa. Aveva davanti a sé Kam, lo schiavo sessuale perfetto che aveva allevato e istruito in molti anni. Il giusto premio a tanti sforzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7.

 

Era stata Sinc a scegliere personalmente il cucciolo ed a chiamarlo Kam. Non si sapeva di quale schiava fosse figlio. L’unico segno di riconoscimento era la data di nascita tatuata sul braccio. Era stato scelto, quando aveva cinque anni, per i suoi capelli biondi e folti che incorniciavano un volto dai lineamenti quasi femminei. Gli occhi, di un azzurro intenso, spiccavano sulla pelle bianca e sembravano quasi irreali. Aveva un fisico asciutto e alto per la sua età. Un bel cucciolo di ominide, insomma, generato di sicuro non da uno degli stalloni affittati per la monta delle schiave ma da un uomo che probabilmente si era divertito con una fattrice riuscendo a metterla incinta.

Kam fu sistemato in un due stanze con bagno al primo piano del grande palazzo. Sinc decise che sarebbe stato importante conservare il candore della sua pelle evitando l’esposizione ai raggi solari. Le finestre dei tre locali vennero oscurate ed il cucciolo visse praticamente tutto il periodo che rimase nel palazzo senza mai vedere la luce del sole o uscire all’aperto. Una vecchia schiava fu messa a vivere con lui ma il cucciolo passava quasi tutta la giornata tra sé e sé avendo la schiava il divieto di rivolgergli la parola. La donna aveva solo il compito di accarezzare lungamente il sesso del piccolo schiavo in certe ore della giornata e di dormire con lui la notte tenendo il suo pene tra le mani. Le camere erano totalmente spoglie per evitare che potesse farsi male. Solo un materasso per lui ed uno per la vecchia, sistemati per terra, ed i sanitari in bagno. Sinc aveva deciso che il piccolo passasse almeno due anni in quasi totale solitudine perchè potesse affinare le qualità fisiche ma soprattutto psichiche nella lotta per la sopravvivenza. Questo sarebbe servito per il duro lavoro che lo aspettava negli anni a venire. Tre telecamere erano state installate per filmare i comportamenti del cucciolo e per poter intervenire in qualsiasi momento. Ogni tanto durante la giornata entrava nel bilocale una maestra che teneva un po’ di compagnia al cucciolo insegnandogli a parlare meglio di come avesse imparato all’allevamento. La donna, una vecchia dal cuore duro che non si commuoveva per la triste vita che conduceva il suo scolaro, gli parlava quasi esclusivamente di sesso, argomento del quale ovviamente il cucciolo nulla capiva. Tutto questo era stato deciso dalla dottoressa che riteneva, da psichiatra qual’era, che concentrare in continuazione il contenuto dei discorsi su un solo argomento avrebbe condizionato chi lo ascoltava facendogli credere che fosse una cosa importante. Infatti, secondo Sinc, il sesso sarebbe stato per il piccolo schiavo la sola ragione della sua esistenza. La dottoressa trovava sempre il tempo per far visita a Kam. Entrava nella stanza con un ampio sorriso e trattava il piccolo con affetto. Lui la adorava e, forse senza neppure rendersene conto, aspettava il suo arrivo come un grande avvenimento. Kam riceveva così, giorno dopo giorno, la migliore educazione per uno schiavo sessuale. Le varie prove di resistenza fisica e psicologica alle quali era sottoposto erano precedute da una spiegazione del perchè fossero praticate e del perchè vi fosse stato sottoposto e da un lavaggio del cervello atto a conculcargli la convinzione che lui dovesse essere disponibile a subire qualsiasi sofferenze.

Sinc aveva cominciato a spiegargli. “Io voglio parlarti dei giochi che ognuno deve vivere durante la sua vita possibilmente nei modi migliori. Ognuno ha un compito: il cane fa la guardia, la mucca da il latte, la gallina le uova, lo schiavo dona il piacere sessuale al proprio padrone. Tu diventerai uno schiavo sessuale e quindi il tuo ruolo sarà importante in questa società. Forse tu non ti ricordi ma fuori nel mondo tutti gli uomini lavorano per ricevere un piacere, o almeno una soddisfazione, se non un vero piacere.”. Vi fu una breve pausa nel suo discorso. “Ti ricordi le piante?” chiese. Al segno di assenso del piccolo riprese. “Bene una pianta esiste perchè un giorno un uomo, o uno schiavo come te, hanno messo un seme sotto la terra. La pioggia l’ha bagnato, il sole l’ha scaldato ed il seme si è trasformato in una piccola pianta che poi è cresciuta sino a diventare un albero. Il gioco dell’uomo o dello schiavo ha dato a loro la gioia di veder crescere la pianta. Lo stesso uomo o lo stesso schiavo hanno gettato altri semi, li hanno ricoperti di terra e sono cresciute le piante che danno, per esempio, le fragole, quelle che a te piacciono tanto. E queste piante hanno dato gioia a chi le aveva fatte crescere. Ma il contadino o lo schiavo avevano lavorato per farle nascere e per portarle a dare frutti. Hanno sofferto sotto il sole che bruciava la loro pelle, hanno faticato a portare acqua per bagnarle evitando che si seccassero. Al di fuori di queste mura ci sono dottori che curano uomini e donne, e veterinari che fanno altrettanto con gli schiavi. Sia chi cura sia chi riceve le cure si diverte se le cure funzionano. Ma può capitare che chi cura prenda la malattia del malato e quindi soffra. Fa parte del gioco. Quello che voglio farti capire è che quasi sempre per dare gioia ed allegria agli altri, e quindi sentirsi soddisfatti, si può soffrire qualche dolore. Hanno subito dolore e fatica il contadino o lo schiavo di prima, il dottore o il veterinario che si sono ammalati. Tu avrai la possibilità di dare tanto piacere a tutte le persone che incontrerai ma dovrai abituarti a sopportare anche qualche dolore. Ma lo dovrai accettare con gioia come lo accettano tutti quelli che vogliono dare aiuto agli altri. Ricorda: tu sei un animale nato e allevato per donare piacere al corpo con il tuo corpo. Questa sarà la più grande ricompensa nella tua vita da schiavo.”. Il fine di Sinc era quello di ispirare nella mente di Kam il concetto che lui in futuro sarebbe stato non parte passiva, come tutti gli altri schiavi, ma parte attiva come dispensatore di piacere.

La Sinc aveva cercato di trascinare nella realizzazione di questo progetto anche Kristine Regard, la sua miglior allieva. L’aveva portata con sé all’ultimo incontro che aveva avuto con il giovane schiavo perchè si rendesse conto dal vivo di quanto volesse mettere in pratica. Poi l’aveva incaricata di riflettere su quello che aveva vissuto e di darle la sua disponibilità ed eventualmente dei suggerimenti.

La dottoressa si era imposta di portare avanti con grande impegno anche un altro progetto ambizioso che le stava molto a cuore. Voleva creare una nuova razza di schiavi con particolari qualità alla quale dare il suo nome: razza Sinc. Una volta venivano ricercati schiavi e schiave molto forti e resistenti che sopportassero lavori duri e pesanti. Con le nuove tecnologie molte fatiche erano loro risparmiate e si tendeva a privilegiare schiavi ubbidienti, belli e rispettosi. Soprattutto era cambiata la richiesta nel settore delle schiave famigliari. Queste, scelte dalle padrone, accudivano alla faccende domestiche ma dovevano essere sempre sessualmente a disposizione del padrone quando lui lo desiderasse. Le mogli erano state educate sin da bambine a dare figli ai mariti, a gestire la casa, a ricevere ospiti, ad allevare ed educare i figli ma non a dedicarsi a prestazioni sessuali per particolari godimenti del coniuge. Il coito classico rivolto alla procreazione era spesso l’unico rapporto sessuale che avveniva tra marito e moglie. Le schiave erano quindi destinate anche a soddisfare i desideri dei padroni, anche i più strani e dolorosi. Per questo le manze quando venivano acquistate venivano sterilizzate per evitare che rimanessero gravide. Solo quelle che erano destinate oltre al piacere dei padroni anche alla procreazione rimanevano intatte. In tutte le famiglie era normale e risaputo che i padroni ed i loro figli maschi si sollazzassero con le schiave ma una gravidanza sarebbe stata ritenuta comunque imbarazzante nei riguardi delle mogli o delle madri. Tutti lo facevano ma nessuno lo ammetteva, per una forma di ipocrisia ormai abituale nelle classi medie e tra i nuovi ricchi. Spesso anche le figlie si avvalevano delle prestazioni delle schiave pretendendo il loro diritto al godimento, godimento che quasi sempre cessava con il matrimonio. Quindi, a lungo andare, le sottoposte diventavano bisessuali costrette a lottare, con grandi sofferenze, contro la propria natura. Ma ovviamente questo ai padroni non creava alcun imbarazzo. Le figlie, che pretendevano atti meno violenti e che difficilmente punivano le schiave, ritenevano di svolgere quasi un’opera meritevole verso di loro e pretendevano riconoscenza. Gli uomini si facevano invece servire in tutto. Abitualmente i coniugi, soprattutto quelli dell’alta borghesia, dormivano separati. Una schiava passava sempre la notte ai piedi del letto del marito pronta a soddisfare ogni suo desiderio che poteva andare dall’atto sessuale, al sottomettersi al suo desidero di sfogare rabbia od insonnia punendola senza alcuna ragione, alle prestazioni più banali come servire un bicchiere di acqua o sistemare un contenitore sotto il suo pene perchè potesse orinare senza doversi scomodare ad alzarsi dal letto. Ma più spesso il padrone pretendeva di orinare direttamente in bocca alla schiava. Per rendere tutto più facile erano stati progettati, e fabbricati, materassi con al centro un buco largo una trentina di centimetri, in corrispondenza di un altro foro nel supporto del letto. Il buco era riempito da un comodo cuscino che combaciava con la superfice del materasso dandone continuità e non creando disturbo a chi vi era sdraiato sopra. Quando il padrone aveva necessità di orinare il cuscino veniva rimosso e la schiava infilava da sotto il materasso la testa ponendo la bocca alla giusta altezza per ricevere il pene del padrone. Il problema rimaneva quando qualche anziano o malato aveva bisogno di compiere diverse minzioni nel corso della notte. Non si poteva pensare di continuare a togliere e mettere il cuscino liberando il buco per poi riempirlo. Un giovane architetto aveva progettato e brevettato un letto che permetteva alla schiava di passare la notte sdraiata sotto il materasso del padrone con la testa tra le sue gambe. Alla sottomessa veniva fatto prendere il pene in bocca con l’obbligo di tenerlo per tutta la notte. Quando il padrone doveva pisciare svegliava la schiava con una sberla o con un calcio facendole capire che stava per ricevere il liquido in bocca e che quindi si preparasse a deglutirlo. La SBUSA (“Società per il Buon Utilizzo degli Schiavi Automatizzati”) caldeggiava la somministrazione di urina. È infatti provato che questo liquido, filtrato dai reni, è purissimo e che ha anche delle proprietà nutritive che possono far solo bene al ricevente. Alla mattina le schiave si dedicavano alla pulizia dei padroni che, seduti nudi su comodi sgabelli, si facevano insaponare, sciacquare ed asciugare restando fermi senza degnarsi di partecipare alle prestazioni, magari, addirittura, dedicandosi ad altre cose come leggere il giornale. A volte il lavoro veniva sollecitato con dolorosi schiaffi o strizzate di seni e glutei della schiava che doveva provvedere, soprattutto se giovane e ben fatta, al servizio completamente nuda. Gli uomini stanchi di veder girar per casa manze del tutto insignificanti, grandi e grosse ma non attraenti, avevano preteso dalle mogli che fossero comprate femmine più appetibili e sessualmente stimolanti. Nella nazione vicina veniva allevata la razza Graia, una razza molto pregiata. I maschi avevano una corporatura non molto alta ma agile e muscolosa. Olivastre in volto e negre nello sguardo, le femmine erano snelle e procaci, dotate di grossi seni, grossi culi come piacciono agli uomini, e profili greci mozzafiato a strapiombo su magnetici occhi scopadei come isole lambite dall’onda languida del negro crine corvino. Si riusciva ad importarne solo pochi esemplari dalla lontana terra d’origine e la maggior parte di questi veniva avviata a lavorare nei postriboli. Oltre ad essere belle avevano anche altre doti interessanti. Era molto apprezzato il fatto che fossero sempre sorridenti e, nonostante la vita che conducevano, qualche volta anche allegre. Molto resistenti potevano sopportare di lavorare nei postriboli sino a quindici ore al giorno riuscendo a soddisfare anche trenta clienti nel corso della giornata e consentendo quindi grossi guadagni ai tenutari. Erano le uniche che accettassero, quando richiesto, di soddisfare due o addirittura tre clienti contemporaneamente per aumentare il loro divertimento accettando, senza alcun fastidio, l’uso dei tre orifizi dei quali la natura le aveva dotate. La durata delle mestruazioni, con le ultime cure studiate, era brevissima. Si era riusciti ad ottenere mestruazioni violente ma brevissime. A volte anche di un giorno o al massimo di due. Questo permetteva che le manze, si assentassero dal lavoro per un tempo molto limitato. Spesso i tenutari per non perdere soldi le davano, in quei giorni, in uso, magari con un piccolo sconto, a chi privilegiava bocche ed ani. Un’altra cosa gradita era che le Graie erano abituate a ringraziare i clienti al termine delle prestazioni anche se erano state particolarmente maltrattate. Per incrementare questa razza sarebbe stato necessario importare degli stalloni ma non si era mai riusciti, stante il divieto assoluto del governo del paese d’origine di permetterne l’esportazione. Sinc aveva ottenuto, dichiarando che serviva ai suoi studi, il permesso da un paio di tenutari di istallare delle telecamere nelle stanze dove le femmine di razza Graia svolgevano le loro prestazioni. Aveva sostenuto che le servivano per studiare nei minimi particolari il loro comportamento, cercando di capire da dove potesse derivare tutta la disponibilità che le schiave dimostravano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8.

 

Al suo arrivo in ufficio Sinc trovò ad aspettarla Kristine. La cosa la meravigliò perchè il laboratorio ove la sua collaboratrice lavorava era nell’altra ala del palazzo e Kristine non lo abbandonava mai.

“Dottoressa, vorrei parlarle di una cosa che mi sta molto a cuore quando ha un momento se non le dispiace.”.

La richiesta del colloquio le suonò falsa e sospetta. Tuttavia, la fece accomodare nell’ampia poltrona riservata agli ospiti e si sedette alla scrivania.

“Un attimo solo che verifico la posta e sono subito da te.”.

Kristine non aveva un viso interessante ma aveva un sorriso raro e bellissimo. Più volte nel vederlo Sinc aveva pensato come sarebbe stato bello poter baciare quelle labbra spingendo la lingua all’interno a cercare quella della sua allieva e giocarci. Non aveva mai tentato un approccio perchè non riteneva onesto che una persona che detiene potere potesse tentare di portare a letto una sua dipendente, mettendola in grave imbarazzo. Abbandonò il pensiero dei suoi desideri e sorridendo le disse: “Eccomi, ci sono.”.

Kristine stava pensando a come affrontare l’argomento. La presenza della professoressa, che aveva sempre ammirato, e la sua disponibilità le avevano fatto perdere il coraggio e la voglia che aveva di esporre con durezza i suoi pensieri. Il discorso preparato si era disperso e rimaneva solo il senso, ma anche quello non le era neppure più molto chiaro. Comunque ormai era lì e qualcosa doveva pur dire.

“Dottoressa, io le sono sempre stata grata per avermi coinvolta nei suoi progetti ed esperimenti. Non voglio esagerare ma ho sempre considerato un privilegio essere stata educata alla sua grande cultura e non smetterò mai di ringraziarla a sufficienza. Volevo comunque parlarle di quanto successo ieri. Io vorrei accettare il compito che mi vuole affidare ma non riesco a rendermi conto come lei possa usare il suo prezioso tempo tentando di educare la mente di uno schiavo in modo così raffinato. Anch’io voglio bene agli animali e non mi andrebbe di prenderli a calci o a frustate, ma tra sopportarli e rispettarli ce ne corre. La mia educazione mi impedisce di pensare che gli schiavi possano essere considerati differenti da qualsiasi altro animale. Volevo che lei lo sapesse e volevo anche pregarla di non mettermi più in simili condizioni.”.

Kristine conduceva due vite diverse. Una era quella pubblica ove era sempre composta ed educata. Una ricercatrice brillante con un’ottima cultura ed attitudine al lavoro di gruppo. Ma quando alla sera ritornava nella villetta di sua proprietà si trasformava. Possedeva una coppia di giovani schiavi che aveva acquistato col preciso intento di divertirsi con loro somministrando le più dolorose punizioni. Era sempre stata una sadica. Lo avevano scoperto lei e la sua famiglia quando per il suo ottavo compleanno la nonna, che possedeva un grande allevamento di schiavi, le aveva regalato una cucciola di quattro anni per farsi servire e, volendo, per trattarla come una bambola. I suoi genitori erano dovuti intervenire diverse volte perchè Kristine aveva inflitto delle punizioni dolorosissime alla cucciola rovinando anche la piccola vagina ed il sedere introducendovi i più svariati oggetti. La cuoca di casa, aveva un debole per Kristine da quando aveva assistito alla sua nascita aiutando la levatrice. Non essendo destinata alla riproduzione sapeva che non avrebbe mai potuto conoscere la gioia della maternità ma, sapendo anche che poi il figlio le sarebbe stato sottratto, non ne sentiva alcun desiderio. Il suo amore lo aveva riservato ad Kristine. La viziava preparandole sempre ottimi dolci e la faceva giocare chiamandola a partecipare alla produzione di biscotti e torte. Un giorno, allarmata dalle urla della cucciola era stata costretta ad intervenire per togliere dalle mani della padroncina una pinza con la quale la bambina stava cercando di estrarre i denti alla cucciola legata ad una sedia senza avere la possibilità di compiere qualsiasi gesto di difesa. I genitori, che pure non avevano problemi a maltrattare i loro schiavi, davanti a tanta cattiveria decisero di sottrarre alla figlia la piccola rimandandola all’allevamento della nonna. Kristine si era profondamente risentita per la decisione dei genitori e per sfogare la propria rabbia aveva accusato la cuoca di averle mancato di rispetto e di aver agito violentemente contro di lei. Chiese ai genitori che la schiava venisse sottoposta per punizione a dieci scosse elettriche posizionando gli elettrodi alle mammelle ed alla vagina. Per maggior soddisfazione la punizione volle essere lei a somministrarla.

Tempo prima, aveva dato la disponibilità ad entrare in un gruppo di studio che si occupava di ricerca sugli analgesici. Secondo lei il capo del gruppo, un professore della locale università, non era altri che un povero ignorante che compiva le ricerche ancora con metodi antiquati. Si procuravano i dolori più forti alle cavie, ratti da laboratorio, criceti o cani, e poi si somministravano i nuovi preparati per controllare se avessero effetti curativi. Kristine aveva proposto di usare per la ricerca, invece di altri animali, gli schiavi che, avendo il dono della parola potevano commentare più facilmente sia l’entità dei dolori che i benefici delle cure. Tanto animali erano comunque ed avevano solo il privilegio di avere corpi simili a quelli dell’uomo. Nessuno aveva accolto la sua proposta ed allora Kristine aveva abbandonato la collaborazione ed aveva iniziato a portare avanti un suo programma di ricerca servendosi degli schiavi di sua proprietà. Se scoperta, con le nuove leggi che cercavano di migliorare le condizioni di vita di “questa specie di animali” (come si diceva nel testo), sarebbe stata sanzionata con una costosa ammenda. Era comunque improbabile che venisse scoperta sia perchè la sua villetta era isolata, sia perchè le stanze nelle quali teneva gli schiavi e dove effettuava gli esperimenti, erano insonorizzate. Durante la sua assenza i malcapitati venivano accuditi da un vecchio sadico che fungeva da guardiano e che era remunerato con la concessione dell’uso incondizionato della femmina.

“Vedi,” aveva risposto Sinc dopo aver meditato sul contenuto delle frasi di Kristine “io sto studiando una cosa che potrebbe rivoluzionare, ovviamente in positivo, l’uso degli schiavi sessuali e il loro modo di servire i padroni con rese qualitative molto più elevate. Io parto dal presupposto che gli schiavi vadano puniti quando non assecondando i desideri dei loro padroni o lo fanno svogliatamente con insoddisfacenti risultati. Farli, però, soffrire solo per puro divertimento, o quale dimostrazione di potere, mi sembra un comportamento irresponsabili da persona deviata.”.

A queste parole Kristine aveva compiuto come un gesto di stizza ed era diventata verde di rabbia. Sinc, che era sempre attenta alle reazioni delle persone alle quali manifestava le proprie convinzioni, si era accorta di aver detto qualcosa che aveva disturbato la sua interlocutrice. Ma a questo si era ripromessa di pensarci più tardi.

“Uno schiavo sessuale abitualmente deve svolgere le sue mansioni nel minor tempo possibile e nel modo più efficace. Quindi agisce in una situazione di stress e non di totale partecipazione. Se io gli tolgo le paure che creano lo stress e faccio sembrare il tutto un gioco i risultati potrebbero cambiare. Non lo faccio per risparmiare sofferenza allo schiavo, ma per concedere maggior godimento al padrone. E una cosa sottile ma, se accertata, di basilare importanza perchè si potrebbero allevare schiavi che diano un rendimento superiore a quello che si ottiene oggi. Spero di essere stata chiara. A te ora la decisione di decidere se partecipare alla ricerca. Sia chiaro che qualsiasi decisione prenderai non modificherà i nostri rapporti.”.

Kristine ringraziò per la disponibilità e si accomiatò promettendo di pensarci e di dare una risposta entro 48 ore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9.

 

L’incontro con la collaboratrice l’aveva terribilmente innervosita e aveva perso ogni voglia di lavorare. Era sicura che non avrebbe avuto la concentrazione necessaria per combinare qualcosa quel giorno. Decise di fare una improvvisata a Kam andando a trovarlo in un orario inconsueto.

Quando aprì la porta il cucciolo la guardò meravigliato e poi le corse incontro con un urlo di gioia. Aveva ormai più di quindici anni ed era completamente sviluppato. Rimanendo in ginocchio le abbracciò le gambe tenendola stretta stretta e poi con un luminoso sorriso le disse: “Giochiamo io e tu oggi?”. Poi senza attendere una risposta l’aveva presa per mano conducendola in bagno, sino al water. Le aveva tolto le mutandine e iniziato a leccarla. “È diventato veramente bravo.” pensò Sinc. Per la prima volta un maschio la stava eccitando. Da quanto tempo non faceva sesso?

La sua schiava sessuale, che non aveva nome ma che lei chiamava Moana per la bravura a ingoiare senza soffocare falli di proporzioni gigantesche, l’aveva comprata anni prima con i soldi che il padre le aveva regalato per la laurea. Moana era un bellissimo esemplare di razza Graia, quindicenne all’epoca in cui Sinc si era riuscita ad assicurarsela riscattandola dal proprietario di un grande postribolo per donne. Le era costata una fortuna, per una cifra sconsiderata, enorme, anche in virtù della tenera età della giovane manza. Aveva avuto da lei grandi soddisfazioni sia negli amplessi personali, che un tempo erano frequenti, sia quando l’aveva prestata ad amiche ed amici che si erano complimentati con lei ammettendo di invidiarla. Era decisamente bisessuale e questo le permetteva di accontentare i desideri di tutti quelli che potevano fruire dei suoi servizi. Aveva un paio di seni che incantavano, con grossi capezzoli che non aspettavano altro che di essere succhiati. Sapeva usare la lingua, morbida e calda, adattandola a tutte le superfici. Ultimamente era spesso triste perchè le altre due schiave al servizio di Sinc la schivavano e la sua padrona non la usava da tempo. Temeva che la dottoressa si fosse stancata di lei e stesse per venderla a qualcuno he non l’avrebbe più trattata così bene.

Intanto Kam stava continuando a leccarla concentrandosi lungamente sul clitoride. Lo faceva ora lentamente, ora con velocità crescente ma sempre con costanza. Improvvisamente ebbe un orgasmo. Prese la testa dello schiavo e la strinse a sé perchè la lingua potesse lavorare più in profondità. Subito però si controllò, gli carezzò il capo e si dondolò a destra e sinistra quasi a cullare quella testa che le aveva dato tanto piacere. Kam si staccò un attimo e lei ne sentì subito la mancanza. Ma cosa le stava succedendo? Non aveva più avuto un orgasmo con un maschio da quando aveva quindici anni ed un giovane compagno di scuola l’aveva quasi violentata. Allora aveva provato schifo per lo sperma con il quale il partner l’aveva sporcata sia dentro che fuori la vagina. Ricordava ancora quella macchia biancastra sui peli pubici che non riusciva a togliersi dalla mente. Ma questa volta non c’era stato sperma, solo l’umido della bocca del piccolo. Senza nulla dire Kam ricominciò a leccarla e lei lo lasciò fare.

Quando venne per la seconda volta urlò di piacere quasi spaventando la schiava che viveva con Kam, che nel frattempo era rientrata. Era stato più eccitante di quanto mai fosse stato con Moana. E Moana era considerata, da chi l’aveva provata, il meglio del meglio. Kam, se avesse continuato su quella strada, avrebbe potuto avere veramente un grande avvenire nel campo della prostituzione servile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10.

 

Era uscita dal palazzo imbestialita. Come era possibile che si fosse lasciata coinvolgere sino ad arrivare a quel punto? Quello stallone, era pur sempre un animale, da animale doveva essere trattato. Che avesse ragione la sua collaboratrice? Se si fossero verificate situazioni analoghe tutto il programma che aveva studiato avrebbe potuto diventare irrealizzabile. Chiamò un taxi lasciando la sua vettura nel sotterraneo e si fece portare a casa.

Non voleva essere distratta dalla guida continuando a ragionare freneticamente per convincersi nel profondo che quello che era avvenuto non doveva più verificarsi. “Domani lo porto dalla vecchia Brunetta e continuiamo ad agire secondo i piani. Ed appena compie sedici anni lo porto all’hotel.” concluse alla fine.

Brunetta era un nanerottola non più alta di un metro, soprannominata così per l’intenso colore olivastro della pelle e per la contenuta estensione della sua superficie corporea, capitata per caso nella sua vita ma che era diventata un personaggio per lei molto importante. Subito dopo il parto sua mamma, a causa di una grave infezione, aveva perso il latte. Erano stati provati quelli di varie possibili balie ma la neonata non riusciva a digerirli. Il veterinario dell’allevamento della nonna Sinc, saputo di quanto era accaduto, si era fatto avanti con una proposta. Aveva fatto partorire da qualche giorno una Brunetta, di età non accertabile, e ne aveva curato il figlio deforme nato con gravi problemi respiratori sperando di salvarlo. Non era riuscito nell’intento e forse era stato meglio così. Sarebbe stato un altro animale che avrebbe passato la propria vita nel dolore e nell’umiliazione o che sarebbe stato abbattuto. Brunetta aveva mammelle normali rispetto al resto del corpo e una quantità di latte incredibile. Il veterinario lo aveva fatto esaminare e sembrava che fosse molto ricco di minerali e proteine e facilmente digeribile. Con molta circospezione (lui sapeva di trattare un argomento che poteva sembrare immondo) aveva proposto di utilizzare Brunetta come balia. I genitori, che assistevano impotenti al deperimento della figlia, accettarono subito la proposta. Non potevano permettersi di non fare tutti i tentativi possibili. La piccola Sinc parve gradire il sapore del latte che si mise a succhiare avidamente. La digestione fu ottima e quindi la schiava, alla quale tutti furono concordi nell’assegnare il nome di Brunetta, fu custodita in uno sgabuzzino dal quale veniva prelevata agli orari delle poppate.

Passavano i mesi e la piccola Sinc continuava a volersi nutrire solo con quell’alimento che effettivamente doveva essere molto nutriente perchè la bimba cresceva forte e sana. L’aspetto della schiava e la sua deforme bruttezza non sembravano darle fastidio. Passava il tempo e la piccola Sinc non voleva staccarsi da Nanna. Aveva cominciato a divertirsi giocando con lei. La bambina disegnava sempre nuovi vestitini per le sue bambole e Brunetta, che aveva una grande abilità nell’usare ago e filo, li realizzava con grande soddisfazione di tutte e due. Insomma Brunetta era diventata veramente la compagna di vita della piccola Sinc. Anche la schiava era attaccatissima alla sua padroncina godendo dell’affetto che le dimostrava e dalla vita serena che le consentiva di fare, che una come lei, mai avrebbe potuto immaginare. La piccola Sinc fu completamente svezzata solo dopo due anni dalla nascita. Una sera, dopo che la piccola Sinc era andata a letto, Brunetta, divenuta secondo i genitori ormai inutile ed ingombrante, era stata rispedita all’allevamento. Quando alla mattina la piccola andò nello sgabuzzino dove la schiava passava la notte e lo trovò vuoto, si mise a cercarla dappertutto. Vedendola disperata la mamma le comunicò che era stata rimessa all’allevamento perchè non era più necessario e possibile tenere la schiava con loro. La piccola Sinc rimase traumatizzata ed addolorata e, pur non manifestando il suo grande dolore, smise di parlare e di cibarsi. Furono fatti tutti i tentativi possibili per restituirle la serenità. La bambina ricevette regali meravigliosi con i quali svagarsi, ma la situazione non cambiò. Continuava a non parlare e a deperire e dopo una settimana, i genitori, preoccupati per la sua salute, mandarono a riprendere la schiava trasportandola in una cassa per toglierla agli sguardi indiscreti dei vicini. Gli anni erano passati e Brunetta era sempre più trascurata anche se Sinc, divenuta ora donna, ogni tanto si intratteneva con lei. Nella casa dei genitori le venivano affidate dei piccoli lavori per farla sentire utile, un rammendo occasionale, attaccare un bottone, un orlo ad una gonna... Pian piano si era lasciata andare. Dormiva quasi sempre e dovevano ordinarle di lavarsi perchè da sola non lo faceva. Quando Sinc si laureò e se ne andò dalla casa dei genitori bisognava trovare una soluzione al problema. Qualsiasi padrone normale, per quel tipo di società, avrebbe provveduto a farla abbattere come spesso si faceva con gli schiavi che non erano più in grado di lavorare ed erano diventati solo un costo per i padroni. La dottoressa si oppose a qualsiasi decisione a danno di Brunetta. In fin dei conti le doveva la vita. Sistemò quindi la vecchia schiava in un monolocale adiacente al suo primo appartamento. Inizialmente la schiava veniva seguita da una di quelle ditte che provvedevano alle pulizie. Un’incaricata passava tutte le mattine al monolocale, la lavava e le portava da mangiare per tutto il giorno. Quando la dottoressa acquistò la villa dove abitava, pensò di inserire la schiava nel corso di educazione degli schiavi sessuali. Questi infatti avrebbero potuto incontrare clienti saltuari o padroni definitivi di qualsiasi età, fisico, e, magari, con ogni tipo di deformazione. Brunetta avrebbe potuto ricevere le attenzioni giornaliere da schiavi che avrebbero provveduto a tenerla pulita ed a servirla completando, nello stesso tempo, la loro educazione. Avrebbe avuto compagnia e lei, avendola vicina al suo ufficio, sarebbe andata a salutarla tutte le volte che le fosse stato possibile. E così fece.

Fu arredata una bella stanza con bagno ed ordinato che le fossero forniti sempre buoni pasti. Tutti gli schiavi quando la vedevano per la prima volta rimanevano sgomenti e dovevano superare il loro schifo nei riguardi di quel quel mostriciattolo spesso puzzolente. L’alternativa però sarebbe stata una settimana a servire in tutto e per tutto la vecchia Metsy, detta “la iena”.

Per un paio d’anni Brunetta sembrò compiacersi della nuova situazione nella quale si era trovata coinvolta. Le sembrava impossibile essere servita come una grande padrona con schiavi che accorrevano ad ogni suo bisogno. Poi un giorno scattò qualcosa di oscuro in Brunetta perchè smise improvvisamente di accettare le attenzioni degli schiavi e delle schiave, reagendo con violenza. Questo non dispiacque inizialmente agli istruttori perchè la violenza aiutava la buona istruzione degli schiavi. Poi però questi non riuscivano, nonostante gli stimoli più brutali degli istruttori, a compiere quello che dovevano fare perchè la mostriciattola non voleva essere avvicinata, Sinc fu avvisata di quanto si era verificato. Cercò di parlare alla vecchia nutrice ma questa sembrava non ascoltarla. Forse era ora di lasciarla in pace ospitandola in una stanza del terzo piano con l’assistenza di una schiava, almeno per quanto riguardava il cibo, ad attendere la sua morte. E così fu fatto. E la dottoressa ritenne, in questo modo, di aver pagato il proprio debito di riconoscenza. E questa è la fine della storia della nana Brunetta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11.

 

Arrivata a casa urlò con tono tirannico e perentorio alla schiava che le aveva aperto la porta “Mandami in camera la troia, subito!”. Poi si era diretta alla sua camera, si era tolta le scarpe e si era seduta sul letto. Dopo due minuti era arrivata Moana portando con sé la borsa con i pochi attrezzi bdsm che Sinc usava raramente. “Brutta troia!” aveva urlato la dottoressa. “È questo il modo di far aspettare la tua padrona. In ginocchio vacca. Con le gambe ben larghe!”.

Preso un frustino di duro cuoio, che teneva sempre sul comodino, aveva iniziato a frustare con la maggior forza possibile prima i grossi seni della schiava, poi il ventre e le cosce. “Adesso a sedere! Gambe sempre ben aperte!”. Appena la schiava aveva raggiunto la posizione richiesta aveva iniziato a frustarla sulle grandi labbra provocando guaiti di sofferenza. Dopo una ventina di frustate si era alzata e, toltosi il vestito si era sdraiata sul letto urlando ancora: “E adesso brutta troia fammi godere.”. La schiava si era messa subito in ginocchio prendendo in mano i piedi della padrona e cominciando a massaggiarli. “Ma sei scema? Devi leccare. O devo riprendere in mano la frusta e romperti quella inutile figa?”. Moana era impressionata. Mai aveva visto Sinc in quelle condizioni e non riusciva a pensare che cosa potesse esserle successo. Aveva sofferto sotto le frustate della padrona ma era anche contenta di essere, dopo tanto tempo, nuovamente usata. Si diede da fare con il massimo impegno ma non riusciva a trovare né il ritmo giusto per far godere la padrona né i punti più sensibili. Anche Sinc non trovava la concentrazione necessaria a godere a pieno i servigi di Moana. Aveva sempre nella mente il corpo di Kam e quegli occhi azzurri che le sorridevano. Moana impiegò un tempo infinito per far raggiungere l’orgasmo alla padrona che, dopo, sembrò finalmente calmarsi. Anche la schiava si prese un attimo di riposo ma fu richiamata da Sinc che le diede un violento calcio ai seni urlando: “Ancora, ancora, non smettere fino a quando te lo dico io. Muoviti, puttana!”. Solo dopo il terzo orgasmo la dottoressa placò le proprie ire e, girandosi su un fianco, con un tono di voce normale disse: “Accarezzami adesso. Come sai fare tu. Con la lingua. Con calma. Dappertutto. Senza smettere mai. Parti dal buco del culo.”. Dopo pochi minuti si era addormentata. Moana non smise di accarezzarla. Aveva un sacco di tempo da recuperare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

12.

 

La fatidica data era arrivata. Quella sera Kam, dopo la visita del responsabile della “Associazione Consumatori di Schiavi e Affini”, sarebbe entrato in hotel e la mattina successiva avrebbe iniziato a lavorare. La dottoressa aveva controllato la lista di quelli che avevano prenotato Kam: alle otto una giovane sconosciuta, alle nove il rampollo di una famiglia ben nota in città, alle dieci la figlia del sindaco della città, alle tredici la terribile Anka.

Anka era una donna anziana, piccola e grassa che era un po’ il terrore degli schiavi sessuali. Veramente cattiva pretendeva dai poveretti, maschi o femmine che fossero (Anka era infatti dichiaratamente bisessuale), cose dolorose e difficili da sopportare. Ed era difficile, al chiuso, starle vicino senza provare un certo disgusto per il cattivo odore che mandava. Ricchissima, con un pessimo carattere, viveva sola, servita da una decina di schiavi che sostituiva regolarmente perchè spesso morivano per le torture alle quali li sottoponeva. Anka era inoltre molto amica di Kristine, la ex collaboratrice di Sinc, e sicuramente sarebbe stata lieta di verificare la riuscita delle teorie della dottoressa per poi riferire all’amica. Anka aveva prenotato per due ore, sicuramente avrebbe voluto andare a fondo costringendo Kam ad una sessione molto complicata. La assalirono molti dubbi. La sua teoria sarebbe stata distrutta dalle pretese di quell’arpia già al primo giorno di attività del giovane schiavo? Kam era veramente preparato a tutto? Forse lei, per puro affetto non lo aveva mai portato all’estremo. Era troppo tardi per verificarlo? Le venne in mente Brunetta. Avrebbe portato lo schiavo da lei per una prova che si poteva ritenere estrema. Erano le due del pomeriggio e l’appuntamento con il responsabile dell’Associazione era fissato per le 18. Un paio di ore da Brunetta sarebbero state sufficienti per un test importante.

Suonò il campanello ed una giovane manza apparve sulla porta, inginocchiandosi immediatamente, come da protocollo, in attesa di ordini. Era una ragazza veramente attraente con seni ben fatti ed sedere stupendo. Era una Graia che sorrideva sempre più che con la bocca con quegli occhi verdi, che erano una delle caratteristiche di quella razza. Più di una volta Sinc era stata tentata di portarsela a casa per un fine settimana per vedere come si comportasse a letto e come sopportasse qualche giochetto doloroso. “Vai a prendere Kam. Cinque minuti, se non vuoi essere frustata!”. La ragazza si rialzò e sparì di corsa.

Dopo dieci minuti, tutta tremante, ritornava. Sapeva di non essere riuscita a compiere il tragitto in cinque minuti ma anche Sinc sapeva che non le sarebbe stato possibile. “Fuori!” le intimò la dottoressa che poi si rivolse a Kam che si era precipitato ai suoi piedi adorante: “Adesso andiamo a trovare una mia amica e tu sarai gentile con lei. Vieni.”. Salirono al terzo piano ed entrarono nella stanza di Brunetta. Nella camera vi era un odore di piscio e di chiuso che Sinc cercò di sopportare. La vecchia donna era sdraiata sul letto coperta da un lenzuolo e sembrava sonnecchiare. “Ciao Brunetta, come va?” chiese Sinc. Lei si girò verso la voce e sorrise alla dottoressa facendo capire che l’aveva riconosciuta. Dalla bocca, priva di denti, scese un rivolo di bava. “Piedi!” ordinò Sinc mettendosi a sedere in una vecchia poltroncina semi sfondata. Kam si mise prontamente in ginocchio. Scostò leggermente il lenzuolo e prese in mano i piedi e cominciò ad accarezzarli. Poi guardò la padrona e, rispondendo ad un suo gesto impercettibile, incominciò a leccarli. Intanto la dottoressa si era rivolta alla vecchia: “Brunetta, ho bisogno di un piacere. Tu hai accumulato una grande esperienza con gli schiavi sessuali. Vorrei, se non ti dispiace, che tu mi provassi questo e mi dicessi come lo trovi. Mi faresti il favore?”. Brunetta guardò Kam e poi gli disse, quasi allegramente: “Bello stallone, vieni da Brunetta, sdraiati vicino a me.” e sorrise. Quando lo schiavo tolse il lenzuolo rimase perplesso nel vedere quello sgorbio di corpo che avrebbe dovuto accontentare. Ma subito si riprese e si sdraiò, supino, di fianco a lei che, con qualche fatica, gli salì sopra e cominciò a baciarlo in bocca. Improvvisamente la vecchia sollevò la testa e la girò verso Sinc: “Ma questo bacia, mi ha baciato con la lingua. Non è come gli altri che ho conosciuto. Lui bacia!” e riposò la bocca sopra quella del giovane. Brunetta sembrava scatenata. Continuava a baciarlo perdendo saliva che il bravo schiavo deglutiva. Poi si mise in piedi sul letto e quindi si sedette sul viso di Kam porgendogli la vagina da leccare. Era talmente eccitata che la dottoressa pensò stesse per avere un orgasmo. Dopo parecchi minuti si rialzò e disse: “Vai, mi hai riappacificato col sesso.”. Poi rivolta a Sinc: “Ma dove lo hai trovato una schiavo così? Complimenti.”. Kam sorrise soddisfatto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13.

 

Mezz’ora prima dell’appuntamento lasciarono l’ufficio e si diressero all’uscita.

Prima di uscire, la dottoressa si fermò pensierosa sulla soglia e ristette. Kam non usciva dal palazzo da undici anni e non sapeva cosa avvenisse al di fuori di quelle mura. Poteva rimanere traumatizzato dalla tanta gente che camminava lungo le strade o dal traffico delle auto in quell’ora di punta? Era meglio non correre rischi anche in considerazione del fatto che tra poche ore sarebbe rientrato in un altro palazzo dove sarebbe rimasto chiuso per almeno altrettanto tempo. Si tolse quindi con una mossa unica e decisa il foulard e con questo bendò gli occhi dello schiavo. Kam non capiva che cosa stesse avvenendo ma se quel gesto lo aveva fatto Sinc doveva essere una cosa buona e la accettò.

L’autista li stava attendendo e si diressero velocemente verso l’Associazione Consumatori di Schiavi per la visita di controllo.

La dottoressa era molto critica nei riguardi di quella associazione che, secondo lei, era assolutamente inutile. Nello Stato vi era l’“Associazione per la Protezione degli Animali” perchè contro di loro non venissero usati maltrattamenti. Per quanto riguardava gli schiavi sessuali vi era addirittura l’associazione contraria. Non a tutela dei maltrattati ma a tutela di quelli che li avrebbero maltrattati. Una cosa veramente inaudita. Era la prima volta che si recava alla sede dell’associazione anche perchè odiava il responsabile, un certo dottor Marteen Schultz, che era un noto pedofilo che si circondava, sia a casa sua che in ufficio, di bambini divertendosi a farsi servire da loro in tutti i modi ed a torturarli con sistemi molto dolorosi godendo dei loro tormenti.

Quando arrivarono il dottore non c’era ancora: la segretaria disse che aveva appena telefonato scusandosi e assicurando che sarebbe arrivato antro pochi minuti. Ed infatti entrò nell’ufficio quasi subito dopo seguito da due cuccioli di non più di cinque anni. Mentre i piccoli si sedevano in una specie di sgabello situato nell’angolo dello studio, Schultz si avvicinò a Sinc porgendole la mano come a fingere di non sapere chi fosse. “Gentile Signora,” disse dopo aver preso posto nella grande poltrona dietro la scrivania, “lei sa che uno schiavo sessuale potrebbe essere pericoloso per chi lo usa e il nostro compito è quello di evitare che l’uso appunto non abbia conseguenze. Per farlo dobbiamo effettuare alcuni accertamenti che riguardano più che altro delle misurazioni e la verifica dello stato di alcuni orifizi. Adesso noi effettueremo delle prove per misurare che il suo membro non si sia più lungo e più largo di quanto consentito. Una misura superiore a quella standard potrebbe infatti essere pericolosa per chi desiderasse farsi penetrare o non ricevendo il giusto godimento, o il rischio di subire qualche lacerazione. Al contrario dobbiamo accertare che larghezza abbia il buco del sedere della bestia perchè l’introduzione del pene di chi lo vuole usare sia facile e che il membro penetrante non subisca abrasioni o irritazioni alla pelle delicata ed al prepuzio. Verificheremo poi la condizione della dentatura dell’animale perchè ci sia sicurezza che i denti abbiano una superfice liscia e levigata da non offendere peni introdotti per il piacere di chi usa quella bocca. Studieremo infine la superfice della lingua per stabilire quale sia il grado di sofficità, se così si può chiamare, e quindi la compatibilità con l’uso che se ne farà se e quando una padrona vorrà farsi leccare vagina o sedere.”. Così disse, e poi si fermò un attimo, per guardare compiaciuto Sinc, sperando di averla colpita con le spiegazioni che aveva formulato.

Poi fece un breve cenno ai due cuccioli che lo guardavano attentissimi, i quali si precipitarono sotto la scrivania, sbottonarono i pantaloni del loro padrone e gli tirarono fuori il membro. Poi uno cominciò a succhiarlo mentre l’altro gli leccava i testicoli. Sinc volse la testa verso la porta, schifata, cercando di non vedere quello che stava succedendo sotto la scrivania. Quell’essere stava compiendo un reato usando schiavi di quell’età per il suo godimento sessuale e meritava una denuncia. Schultz, indifferente alla reazione di Sinc, premette un pulsante ed immediatamente entrarono due schiave, una giovanissima e l’altra molto avanti negli anni che si inginocchiarono davanti alla scrivania in attesa di ordini. Il medico si rivolse a Sinc: “Per favore, ordini alla sua bestia di mettersi al centro della stanza a gambe larghe.”. Quando Kam fu in posizione, l’avvenente manza gli si avvicinò a quattro zampe e prese a mungerlo, intanto mangiandogli con la bocca le palle e il buco del culo. Immediatamente ottenne il risultato desiderato ed allora Schultz fece cenno all’altra schiava, che si avvicinò a Kam con uno strano apparecchio dentro il quale il fallo scomparve. La vecchia trafficò un po’ ed alla fine porse l’apparecchio al dottore. Questi controllò e quindi rivolgendosi a Sinc le disse: “Bene complimenti. Appena sotto il massimo accettabile.”. A questo punto la manza più vecchia prese una scatola che conteneva diversi falli di gomma. Si portò, insieme alla compagna, alle spalle di Kam e, dopo avergli fatto allargare di più le gambe, iniziò ad introdurre, uno dopo l’altro, i falli nell’ano dello schiavo. Erano di gomma morbida, di varie misure con una parte rigida all’interno. Quando il fallo cominciò ad avere qualche difficoltà di penetrazione terminarono la prova comunicando a Schultz il risultato. “Un po’ strettino.” egli sentenziò. “Controlleremo comunque se il tessuto sia sufficientemente elastico.”.

Si alzò dalla poltrona dando un calcio ai due cuccioli che ancora avevano in bocca il suo pene ed i suoi testicoli. Si girò di spalle, si chiuse la patta dei pantaloni, prese un paio di guanti di gomma ed aggirò Kam. Introdusse contemporaneamente gli indici delle due mani nell’ano dello schiavo e tirò con forza lateralmente. Kam si irrigidì per il dolore ma non fiatò. “Sì, c’è spazio.” disse alla fine “Bisognava usare plug più grossi. Non bisogna avere pietà con queste bestie. Non avete ancora capito che sono qui solo per farci piacere. Soffrire è quello che spetta loro e, secondo me, molti godono anche a subire i maltrattamenti.”. Con gli stessi guanti che aveva usato per l’ispezione anale aprì la bocca a Kam e, introducendo le stesse dita, andò a controllare che tutti i denti non avessero imperfezioni. Quindi strizzò più volte la lingua dello schiavo dicendosi soddisfatto per la sua morbidezza. “Due ultime cose per avere il mio beneplacito. Dobbiamo misurare il tempo che impiega a far avere un orgasmo alla vacca (e mostrò la schiava vecchia) e quanto tempo resiste al pompino della manza. Avanti, datevi da fare.”.

E detto questo si rimise a sedere alla scrivania dove due piccole bocche stavano aspettando il suo pene e i suoi coglioni. Quella che Schultz aveva chiamato la vacca uscì ritornando con una specie di lettino ginecologico. Vi si sedette, sollevò la veste sotto la quale era nuda, allargò le gambe e fece cenno a Kam di cominciare. Schultz, tutto eccitato per il lavoro dei due cuccioli, il trattamento di Kam alla vagina della vacca e poi il pompino che la manza aveva fatto con grand’impegno ma senza ottenere nessuna eiaculazione, sembrava vivere in un altro mondo. Firmò le carte di convalida, le diede a Sinc, rimanendo in poltrona a godere del lavoro dei due cuccioli, e chiuse gli occhi beato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

14.

 

L’ultima volta che Sinc era entrata al Sex Hotel era stata per l’inaugurazione della nuova ala del fabbricato destinata ai giochi sessuali. Nel visitarla la dottoressa si era resa conto della grande fantasia che la sua socia aveva profuso nella progettazione. Il palazzo, alto due piani, era stato diviso in quattro settori, ognuno fruibile dietro pagamento di una quota. Ovviamente quelli più raffinati erano i più cari ed avevano una clientela di sole persone agiate. Tanto si paga tanto si ha. È una delle leggi universale del mondo. Più vero che mai per gli schiavi: come diceva il filosofo Hobbes, il valore di un uomo è, come per tutte le altre cose, il suo prezzo, cioè quanto si darebbe per il suo uso.

Il primo settore, chiamato “L’Orgasmo”, era il meno caro. Metteva a disposizione del visitatore due percorsi con due diverse possibilità di divertimento. Una decina di schiavi e schiave erano adagiati in una serie di cunicoli. Da una parte il visitatore trovava a sua disposizione la parte bassa del corpo esposto, che veniva presentato con le gambe appese a dei ganci lasciando libero l’uso degli orifizi dei maschi e delle femmine e dei peni e testicoli dei maschi. Un visitatore poteva effettuare le penetrazione degli orifizi solo se munito di preservativo. Il pene dei maschi poteva servire poi per giocarci con la bocca o per molestarlo ma sempre senza mai provocarne la eiaculazione. Nell’altro percorso i visitatori trovavano a loro disposizione la bocca degli stessi schiavi e potevano servirsene in qualsiasi modo. Era un po’ la copia del recinto del palazzo degli uffici della società di Sinc ma qui l’ambiente era molto più raffinato e gli schiavi più giovani e più belli. Chi voleva poteva anche divertirsi a palpeggiare delle belle manze che erano legate ad un palo in attesa di dare il cambio a quelle in attività nei cunicoli. Le manze erano state tutte istruite ad accontentare le bocche di quanti volessero baciarle, uomini o donne che fossero.

Il secondo locale, quello più frequentato, era il grande bar chiamato “Playbar”. Un ampio locale al quale si accedeva pagando un tassa d’ingresso che comprendeva anche il consumo gratuito di qualsiasi bevanda offerta ed in qualsiasi quantità. I veri guadagni derivavano infatti dai giochi che coinvolgevano buona parte dei frequentatori. Le donne erano in maggioranza e nel locale si poteva trovare sempre un gruppo di sessanta-settantenni che proveniva dal vicino residence “La Miglior Età” ove una trentina di vedove occupavano dei lussuosi bilocali. Erano tutte persone della media borghesia che campavano grazie a un buon reddito da immobili o pensioni consistenti. Nel bar i giochi si svolgevano su palchi laterali.

Sul primo erano esposte delle manze, non giovani ma comunque di presenza attraente, e dei maschi ben dotati. Gli schiavi avevano una catena che partiva dal collare e che terminava in un anello trattenuto da un gancio che pendeva dal soffitto. Chi voleva giocare noleggiava una pertica lunga circa quattro metri, che terminava, anche lei, con un gancio. Se nel tempo consentito di 15 minuti si riusciva a togliere l’anello dal gancio che lo tratteneva si poteva godere della manza o dal maschio per un quarto d’ora portandolo in un piccolo locale munito di un lettino. Le manze, indifferentemente usate da uomini (ma con preservativo) o da donne, dopo il quarto d’ora concesso, venivano riportate subito al loro posto. Quelle che invece subivano la penetrazione senza nessuna protezione, ed erano piene di sperma, prima di ritornare in offerta, venivano penetrate da una specie di pistola ad acqua che lavava l’interno della vagina con un sapone liquido.

Sul secondo palco erano esposte sei manze delle quali tre di faccia e tre di spalle. Le prime avevano l’aureola dei capezzoli ed il clitoride, che veniva evidenziato tra i peli pubici, tinti di rosso. Quelle che mostravano ai clienti spalle e sederi avevano disegnato su ogni natica e su ogni spalla tre cerchi concentrici. I clienti potevano acquistare delle freccette e tirarle contro quei corpi nudi: se riuscivano a conficcarle o nei seni, o nella zona intorno al clitoride o dentro l’area segnata sulle natiche o sulle spalle potevano passare un’ora di sesso con la manza colpita. Quelli più bravi che riuscivano a centrare un capezzolo, o il clitoride o la parte centrale dei cerchi disegnati, l’uso della manza si protraeva sino a dodici ore! Lo stesso avveniva per i sei maschi esposti nel palco vicino, solo che qui il primo premio veniva concesso a chi centrava o i capezzoli o il pene. I giocatori erano posti ad una distanza di otto metri e le freccette erano leggere. Era veramente difficile fare centro e la maggior parte delle frecce si andava a conficcare fuori dalle zone che procuravano premi provocando comunque lancinanti dolori. Ventri, pance, cosce, schiene colpite diventavano presto ricoperte di sangue. Un incaricato ogni dieci minuti passava ed estraeva dai corpi le freccette rimaste conficcate nella carne. Quando il sanguinamento diventava importante per non turbare la suscettibilità dei presenti lo schiavo veniva girato presentando la parte integra del corpo. Il trattamento al quale erano sottoposti era stato studiato da inviati della “Associazione Protezione Animali”, non esistendo, come già detto, una “Associazione per la Protezione degli Schiavi”. Il governo, al quale era stata inviata una richiesta di intervento, aveva nominato degli ispettori scegliendoli però tra gli abitanti della città nella quale sorgeva l’hotel. Questi erano stati, prima delle ispezioni, discretamente avvicinati e omaggiati di buoni che permettevano loro, in caso chiudessero gli occhi davanti agli abusi, di fruire dell’utilizzo gratuito di schiavi e camere dell’albergo per decine di ore. La loro relazione aveva fatto archiviare il caso e tutto era stato dimenticato. I più assidui frequentatori del bar, come detto, erano le donne e tra loro le ospiti del vicino residence. Per la costanza della loro presenza e per il fatto che acquistavano un numero notevole di freccette, avevano ottenuto dalla direzione dell’albergo, in caso di vincita del premio più importante, di poter portare la manza o il maschio vinto, al residence perchè tutte quelle che lo abitavano potessero a turno usarli per gli scopi preferiti. Quando rientravano dopo la notte passata tra quelle sadiche, erano talmente distrutti che veniva loro consentito tutto il giorno e la notte seguente di riposo. Pur procedendo all’uso di cicatrizzanti per curare le piccole ferite procurate dalle freccette la pelle aveva bisogno, per rimarginarsi, di un paio di giorni. Per “aiutarli a passare il tempo” (così recitava una circolare della direzione) mentre si rimettevano dalle ferite gli schiavi e le schiave venivano portate alla zona denominata “L’orgasmo” ove “potevano riposare sdraiati comodamente e servire i clienti senza sforzi fisici mettendo solo a disposizione dei richiedenti gli orifizi e, i maschi, il pene.”. Vi era un sistema computerizzato che programmava l’uso quotidiano degli chiavi perchè ogni giorno fossero tenuti occupati e quindi producessero reddito.

Al secondo piano vi erano due settori: “Solo Per Donne” e “Donne Inventive”. Nel primo vi erano una decina di giovani stalloni che si occupavano di soddisfare i desideri delle clienti. Erano Tutti superdotati, addestrati a procrastinare l’orgasmo, riuscivano a compiere numerose monte senza eiaculare. Ed erano veramente monte, nel senso volgare della parola, perchè le donne che frequentavano il posto erano alla ricerca del proibito e del diverso e godevano dei maltrattamenti che venivano loro riservati quasi fossero loro le schiave o le puttane. “Donne Inventive” era invece un settore particolarmente raffinato. Una ventina tra giovanissime manze ed altrettanto giovani stalloni, il più delle volte totalmente privi di esperienza, venivano messi a disposizione delle padrone che inventavano tutte le più strane e perverse situazioni erotiche sadiche. Tre uomini e tre donne, di costituzione particolarmente robusta, vigilavano perchè gli schiavi compissero tutto quello che veniva loro richiesto pronti ad intervenire in caso di reazione dei sottomessi. Alle padrone veniva all’ingresso chiesta una carta di credito perchè se loro, seguendo le loro fantasie, avessero danneggiato, come qualche volta avveniva, in modo permanente la manza o lo stallone a loro disposizione, avrebbero pagato l’importo pari alla perdita di valore dello schiavo. I vigilanti, che erano persone di una certa età e di situazioni forti ne avevano viste (e magari subite) parecchie, quando uscivano per il turno di riposo, erano stravolti per quello a cui avevano assistito. Si pensi solo che si era resa necessaria la insonorizzazione del settore affinchè le urla, che provenivano da quel luogo, non disturbassero i visitatori degli altri settori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

15.

 

Quando arrivarono al “Sex Hotel” Sinc decise di non condurre Schultz all’interno. Questi avrebbe infatti potuto provocare una pessima reazione cattiva da parte degli schiavi che, pur mantenendo intatta la loro condizione servile, avevano ottenuto la fiducia del direttore dell’hotel e qualche incarico a volte anche di una certa rilevanza. La gestione e la responsabilità del mantenimento della buona condizione fisica degli schiavi era a loro affidata. Molti, per vantarsi degli incarichi ricevuti e per dimostrare la loro importanza, che in effetti era scarsa, tenevano un atteggiamento altamente punitivo nei riguardi dei loro simili. Oltre a pretendere la massima obbedienza, per qualsiasi, anche immaginaria mancanza di rispetto, infliggevano pene non previste nel regolamento dell’albergo. Ovviamente gli schiavi sessuali non avevano contatti con i dirigenti dell’hotel e, comunque, non sarebbero stati mai da loro ascoltati e quindi dovevano subire tutto senza potersi lamentare.

L’arrivo di un nuovo schiavo comportava una vera e propria procedura a cui gli altri schiavi si dedicavano con grande piacere. Se femmina veniva verificato se avesse tendenze più omosessuali che eterosessuali facendola giacere ad accontentare prima una vecchia schiava e quindi un maschio della stessa età. Si accertava, così, quali fossero le reazioni della nuova venuta e con chi dei due sembrasse ricevere maggior piacere. La cosa era abbastanza inutile perchè quasi sempre la manza non dimostrava alcun piacere né con uno né con l’altro essere vecchio e puzzolente. Lo stesso avveniva con gli schiavi maschi ma questi dovevano lavorare con la bocca sia la vecchia che il suo compagno e poi ricevere da lui il suo membro. Si passava quindi a delle vere e proprie torture. La Direzione aveva infatti deciso che la prima sera e la notte seguente, il nuovo o la nuova venuta dovessero subire azioni al limite della sopportazione. Non erano indicate quali, ben sapendo che i loro aiutanti schiavi non avrebbero avuto bisogno di consigli ed avrebbero compiuto le azioni più crudeli. Alla base di simile comportamento vi era il presupposto che, superato il ‘benvenuto’ d’arrivo, tutto quello che sarebbe avvenuto dopo sarebbe sembrato allo schiavo molto meno pesante. Dopo la prova con i due vecchi schiavi, Kam fu posto su un lettino, completamente nudo. Prima gli fu infilato nel culo uno di quei terribili plug con le borchie che venivano usati solo per le punizioni più gravi. Poi i suoi torturatori, tenendoli fermi con del nastro isolante, posero una serie di ricci di castagne sotto i testicoli e tra le natiche. Alla fine, quella che sembrava la capa, e che sicuramente era la più sadica, aprì una scatola contenente del peperoncino in polvere. Ne prese una piccola manciata e con quella iniziò a massaggiare il pene del nuovo arrivato. Samuel stava per svenire per il terribile dolore ma riuscì a trattenere le urla. Grosse lacrime, però, gli correvano lungo le tempie andando a bagnare la superfice del lettino. La cosa peggiore, alla quale ritenne di non resistere, avvenne quando fu fatto camminare sino alla cella ove avrebbe passato la notte: gli aghi dei ricci gli bucavano la pelle dei testicoli e quella delle natiche. Il grosso plug gli stava lacerando la carne interna allo sfintere ed il pene gli bruciava come se fosse stato posto su una graticola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

16.

 

Quando alle sei suonò la sveglia nel dormitorio, Kam non si mosse. Aveva lottato tutta la notte con il plug che gli martoriava la carne e sapeva che se avesse fatto la pur minima mossa i dolori lancinanti sarebbero ripresi. Improvvisamente si materializzò vicino al suo letto un negro, grande e grosso, che non ricordava di aver visto la sera precedente. Con le mani che sembravano racchette da tennis tanto erano grandi, gli sollevò il pene e con insperata delicatezza tolse il nastro che tratteneva i ricci sotto i testicoli, poi con una mossa veloce lo rigirò e con la stessa cura gli tolse quelli che aveva tra i glutei. Infine rimosse il plug. L’ultima operazione strappò un piccolo urlo di dolore a Kam perchè probabilmente nel rimuoverlo il nero doveva aver aperto nuove ferite. Infine, il negro provvide con grande perizia e somma delicatezza a rimuovere gli aculei rimasti confitti nell’alvo anale del malcapitato. Kam potè finalmente muove le gambe e camminare in modo normale e fu felice.

Scese dal letto e uscito dalla cella si incamminò dietro agli altri schiavi. Non sapeva cosa sarebbe successo ma pensò che nulla avrebbe potuto essere peggio di quello che aveva subito la sera precedente. In un stanzone vide i suoi colleghi disposti contro un muro, a gambe larghe e leggermente piegati in avanti. Poi vide una cosa che mai avrebbe potuto immaginare. Il grande nero che era venuto a svegliarlo era arrivato da una porta laterale con in mano una specie di pistola attaccata ad un lungo tubo. Era seguito da un vecchio schiavo con un cesto che conteneva degli aggeggi scuri. Il nero si era avvicinato al primo schiavo, gli aveva introdotto la pistola nell’ano, l’aveva lasciata all’interno per qualche secondo e poi l’aveva estratta. Subito dopo l’estrazione il suo aiutante aveva prelevato dal cesto un plug di medie dimensioni e lo aveva spinto nell’ano. Allora capì. Stavano facendo dei clisteri per svuotare il retto agli schiavi. Probabilmente poco dopo avrebbero tolto il plug che faceva da tappo per lasciare uscire l’acqua e quello che aveva rimosso. E così infatti avvenne. Spruzzi di acqua misti a feci uscivano dagli sfinteri degli schiavi riempiendo il pavimento di liquame e l’aria di una puzza vomitevole.

Quando tutti finirono di essere svuotati, vennero spostati in una altra sala. All’operazione dello svuotamento seguì quella della disinfettazione. Le docce, poste sul soffitto e così violente che gli spruzzi provocavano sulla pelle come delle punture di spillo, ripulirono i corpi. Poi, uno ad uno, passarono in una zona dove potentissimi ventilatori provvedevano ad asciugare gli schiavi. Al termine di queste operazioni fu messo a tutti un collare con un guinzaglio. Come accompagnatrice Kam si trovò di fianco la vecchia sadica che lo aveva maltrattato la sera prima. Questa gli introdusse un plug di medie dimensioni, quindi sopportabile, e lo guidò sino al terzo piano nella stanza dove lo schiavo avrebbe svolto il suo lavoro. Entrati la vecchia chiuse la porta, tirò il guinzaglio a sé e incollò la sua bocca a quella di Kam in un bacio lascivo che sembrava non aver mai fine e che Kam, come gli era stato insegnato, ricambiò con (finto) trasporto e (finta) passione (ma finti benissimo). Poi lo fece inginocchiare e si diresse alla porta. Prima di uscire si girò vero di lui e disse “Sei molto carino. Mi piaci e baci bene. Penso che ci vedremo spesso tu e io. Ma per te non sarà proprio un piacere.” e così detto maledettamente ridendo se ne andò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

17.

 

Dopo qualche minuto la porta si aprì ed entrò una giovane donna a capo chino. Non si capiva se fosse particolarmente timida o se timorosa per quello che le sarebbe avvenuto. Probabilmente era la prima volta che si concedeva uno svago simile e non sapeva come comportarsi. Si sedette in una poltroncina e finalmente disse: “In piedi!”. Le parole volevano essere un ordine perentorio ma la voce che tremava le fecero apparire piuttosto una esortazione amicale. Kam si alzò immediatamente ed assunse la posizione classica da schiavo che gli era stata insegnata. Gambe aperte, mani dietro la nuca, gomiti in fuori. La giovane si alzò ed iniziò a girare intorno a Kam. Giunta alle sue spalle si fermò. Con mano malferma sfiorò la parte esterna del plug e domandò “Che cosa è questo?”. Kam non sapeva come comportarsi. Gli era stato insegnato che non poteva permettersi di parlare in presenza di un padrone. Ma ora gli era stata posta una domanda precisa e gli sembrava più scorretto non rispondere. Rispose:

“Un plug, padrona.”

“E cos’è un plug?”

“Un dilatatore anale, padrona.”

“Perchè te lo hanno messo?”

“Per tenere largo il buco e favorire la penetrazione, padrona”

“Fa male?”

“Abbastanza, padrona.”

“Io il buco non ho intenzione di usarlo. Se vuoi toglilo.”

“Non posso, padrona. Mi è vietato. Se lo facessi potrei essere punito duramente, padrona.”

“E allora come facciamo?”

“Potrebbe toglierlo lei, padrona.”

Sa sentì il plug muoversi dentro di lui ma sembrava che la donna non avesse la forza necessaria ad estrarlo. Poi sentì una mano aperta appoggiarsi alla sua spalla ed una pressione. “Sta spingendo e tirando. Mi sembra. Speriamo che ci riesca perchè mi sta facendo male.” Poi si sentì uno strano rumore e il plug cadde a terra. “Grazie, padrona.” disse Kam. Lei ritornò a sedersi. Sembrava sconvolta per quello che aveva fatto. Si rimise a guardare il pavimento in silenzio e così rimase per qualche minuto.

“Sta distruggendo tutto quello che mi è stato insegnato.” pensò. “Non dovrei assolutamente prendere l’iniziativa. Mai!” Eppure si mise in ginocchio e si avvicinò alla donna. Allungò le braccia e lei si ritrasse. Avanzò ancora un poco e cominciò a slacciarle con grande dolcezza i bottoni della camicetta. Gliela tolse e fece altrettanto con il reggiseno. Aveva mammelle piccole e sode. Kam incominciò a leccarle ed i capezzoli diventarono duri come sassi. Poi cominciò ad alternare l’uso della lingua alle carezze. Il ritmo del respiro della padrona era cambiato. Si era fatto affannoso come quello di chi sta godendo. Slacciò la cintura della gonna e cercò di abbassarla. Lei al momento non si mosse ma poi si alzò in piedi per favorire l’operazione. Lui le tolse gonna e mutandine. Quando lei riprese la posizione seduta ritornò ad occuparsi dei suoi seni cercando di usare tutta la dolcezza di cui fosse capace. Poi cominciò a scendere leccando stomaco e pancia. Superò i peli pubici e si trovò in bocca le grandi labbra. Lei ebbe uno scatto, forse un ripensamento, ma poi si abbandonò totalmente allo schiavo lasciandolo fare. Dopo tre orgasmi si rivestì sempre senza dire una parola. Si avvicinò alla porta e poi guardò Kam con un sorriso. “Grazie.” mormorò e sparì nel corridoio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

18.

 

Quando rientrò in camera dopo la doccia il cliente era già arrivato. Era un giovane molto elegante e quasi fuori luogo in quel posto. Chissà quanti schiavi possedeva la sua famiglia e non aveva, sicuramente, bisogno di cercare una prestazione in quell’albergo. Ma questi non erano fatti che lo riguardassero. Lui era lì per far godere qualsiasi persona lo desiderasse e solo per quello.

Si portò al centro della stanza e si mise in ginocchio in attesa di ordini. Gli dava leggermente fastidio dover servire uno che grosso modo poteva avere la sua stessa età, ma questa era la sua vita. Purtroppo non poteva farci nulla. Il padrone si era seduto nella poltroncina e sembrava indeciso sul da farsi.

“Piedi!” ordinò a un certo punto, bruscamente, il giovane. Lo schiavo si precipitò verso di lui. Gli tolse le scarpe e le calze e cominciò a massaggiare i piedi. “Allora?” chiese il cliente con aria scocciata. Kam capì che cosa volesse dire e cominciò a leccare quei piedi in segno di rispetto. “In piedi.” ordinò poco dopo il cliente-padrone. Kam si alzò e lo fece anche il giovane. Poi gli si avvicinò, gli prese bruscamente i coglioni stringendoli con forza. Poi cominciò a baciarlo in bocca. Più stringeva i testicoli e più sembrava impegnato nei baci. Continuò così per tutto il tempo che aveva a disposizione. Quindi si rimise le scarpe ed uscì precipitosamente.

Non era ancora suonata la campana dei cinquanta minuti. “Tu sei Kam, vero?” chiese entrando una giovane donna che si tirava dietro un cucciolo di una decina di anni ed una vecchia. Lo schiavo annuì. “Ascoltami bene. Io adesso ti racconto una cosa che deve rimanere tra te e me. Se venissi a sapere che hai detto qualche cosa a qualcuno ti faccio castrare ed inviare a lavorare nelle miniere. Mio padre è il sindaco della città e se gli chiedo di farlo mi ascolterà certamente. Avvisato! Non te lo ripeterò più. Allora, io sono amica di Sinc e lei mi ha detto di noleggiare te perchè sei molto bravo. Ho un problema da risolvere. Un grosso problema. Mia madre ha settant’anni. E’ sempre stata una donna sottomessa a mio padre. Non ha mai chiesto nulla per sé. Gentile e mite. Una vera buona moglie. Ha accettato di ricevere quei brevi e saltuari incontri che mio padre le concedeva. Per il proprio divertimento infatti lui ha sempre preferito le giovani manze che abbiamo in casa, perchè con loro fa quello che vuole. Da qualche tempo, ed improvvisamente, mia mamma ha dato di testa. Gli sono venuti dei desideri sessuali violenti che mai avrebbe immaginato e che mio padre non ha alcuna intenzione di soddisfare. Dice che lo stato fisico di mia madre non gli ispira alcun desiderio e, di conseguenza, nessuna erezione. Purtroppo non abbiamo in casa schiavi maschi. L’altro ieri al mercato abbiamo visto questo cucciolo, perchè a dieci anni uno schiavo può essere chiamato cucciolo, con sua madre in vendita. Mia madre si è innamorata di lui e si è messa in testa che lo voleva acquistare, era sicura che sarebbe stato in grado di soddisfare i suoi desideri, o, per meglio dire, le sue necessità. Quando la madre, venduta, fu portata via lui rimase solo e riportato alle stalle per essere affidato a qualche allevamento in attesa di avere l’età per essere venduto ed usato. Mia madre ha piantato un casino. Voleva assolutamente questo animale. Sembrava proprio non potesse farne a meno. Siccome conosco bene il direttore del mercato, che tra l’altro ha avuto il posto da mio padre e quindi gli è molto grato, gli ho chiesto di chiudere tutti e due gli occhi e mi ha mandato a casa, sistemato in una cassa, questo cucciolo. Mia madre però è rimasta molto delusa perchè questa bestia non ha ricevuto nessun insegnamento e non sa farla godere, anzi non sa fare nulla che le piaccia. Un cane ben trattato, e questo è stato subito ben trattato, almeno lecca la mano al padrone. Questa bestia nemmeno quello. Ovviamente non ha ancora sviluppato un pene di qualche dimensione e quindi può al momento lavorare solo con la lingua. Sinc dice che tu potresti insegnargli qualcosa. Ho portato Isaura, la vecchia schiava di mia mamma, perchè possiate fare le prove su di lei. Ha pochi anni più della sua padrona e la conosce perfettamente. Le è stata regalata quando ha compiuto otto anni. Da allora, tranne che per un mese, è stata sempre giorno e notte al suo fianco e, seppur con le buone, ha esercitato su lei sempre un potere assoluto. Nessuno ha mai potuto usarla veramente o darle qualche ordine. Quando dico giorno e notte è veramente così. Ha sempre dormito per terra di fianco al suo letto. Anche quando mio padre andava a trovarla (in verità sempre più raramente e svogliatamente) Isaura assisteva all’amplesso e, unica concessione fatta dalla sua padrona era che, dopo il rapporto, mio padre si faceva pulire il pene dalla sua bocca. Diceva anche, vero Isaura?, che avevi una lingua morbida e che era un peccato non usarla. Era l’unica cosa sulla quale i miei genitori erano d’accordo. Quando aveva finito con mio padre ripuliva la vagina della mamma. Probabilmente mia mamma le faceva pena perchè, come al solito, non aveva ricevuto dal marito nessun piacere. Per tutta la vita mamma è stata lavata da Isaura, vestita da lei, accompagnata in bagno e in ogni altra occasione pratica. Ma questa è un’altra storia. Ritornando ad oggi, senza perdere tempo, Isaura sostiene che i punti sensibili di mia madre sono la bocca e la vagina: affronterai solo quelli. Tu baci Isaura facendo vedere a questo cucciolo come si fa e poi prova lui. Magari domani proviamo qualcosa di diverso. Avanti, schiavo, alzati e datti da fare!”

Kam si alzò e si diresse verso la schiava pensando “Sarà dura per il piccolo, non addestrato, a superare lo schifo di una bocca come questa.” Mentre la vecchia teneva la bocca chiusa lo schiavo cominciò a passarle dolcemente la lingua sulle labbra sino a quando queste si dischiusero e lui penetrò in quella bocca graveolente esplorandola con la lingua. Dopo un paio di minuti si allontanò per vedere se avesse suscitato qualche effetto e poi ripetè l’azione. Prese quindi per mano il cucciolo e lo portò davanti alla vecchia. Lui la guardò, la annusò e poi fece per andarsene. Kam fu costretto a bloccarlo e ad avvicinare le labbra del piccolo a quelle della schiava. Ma il cucciolo non estrasse la lingua né raggiunse con le sue labbra quelle che gli creavano repulsione. Kam non sapeva che cosa fare. Poi si decise ad alzare un braccio che è il segnale che uno schiavo fa per chiedere il permesso di parlare. “Parla.” Acconsentì la donna. Kam si rimise in ginocchio davanti a lei, poi disse: “Grazie padrona. Volevo solo permettermi di dare qualche consiglio al cucciolo, se posso.” Ad un cenno di assenso riprese: “Io sono uno schiavo come te e quello che ti dico lo devi credere. Se non mi spiego bene dimmelo. La nostra vita di schiavi è quella di ubbidire ai nostri padroni. Non abbiamo altre possibilità se non vogliamo essere abbattuti. Anzi, se non facciamo quello che ci ordinano può succedere qualcosa di molto più brutto della morte. Possiamo essere maltrattati, molto maltrattati. I nostri padroni hanno tutti i diritti possibili su di noi. Possiamo essere frustati, marchiati con ferri roventi, costretti a mangiare i loro escrementi, torturati in modo così doloroso come neppure puoi immaginare. Questa è e sarà per sempre la nostra vita. La mia e la tua. Può farti impressione pensarlo ma è la pura realtà. Ci sono schiavi che finiscono in mano a padroni molto cattivi, altri che finiscono a fare lavori molto duri e faticosi, lavori che sono affidati agli schiavi solo perchè gli uomini non li vogliono più fare. I più fortunati, invece, vengono acquistati da padroni che hanno un animo buono e, pur sfruttandoli, non li fanno soffrire più del necessario. Mi pare di capire che tu sia finito nelle mani di una padrona che non ti vuole maltrattare ma che pretende da te cose che a te non fanno piacere. Ma il piacere per gli schiavi non esiste, nessuno dei padroni te lo regala perchè noi siamo degli oggetti da usare e non è pensabile che gli oggetti possano godere di qualcosa. Servire i padroni può essere più o meno pesante, anche se sempre è una sofferenza. Lo schiavo intelligente cerca che questa sofferenza sia più leggera possibile, e per renderla più leggera è necessario ubbidire subito. Infatti se un padrone decide di farti fare una cosa te la farà fare o con le buone o con le cattive. Pensaci.” E poi rivolto alla donna: “Grazie padrona, te ne sono grato per lui.”

La donna, mentre lui parlava, lo guardava con un misto di curiosità e ammirazione. Disse: “Bravo, aveva ragione Sinc, sei un animale raro. Animale sei, ma intelligente e dici cose sensate che non mi sarei mai aspettata sentire da uno come te. Il contenuto del tuo ragionamento mi ha fatto ricordare mio padre. Come ho detto prima, Isaura è sempre stata vicina a mia mamma tranne per il periodo di un mese. Fu trovata a fare sesso con uno schiavo che lavorava presso di noi come autista. Sapevano tutti e due che non potevano farlo, ma vollero decidere di testa loro. Il maschio fu castrato e poi venduto e mandato a lavorare nelle miniere. Isaura fu inviata per un mese in uno di quei centri di rieducazione dove la vita è tutt’altro che facile. Quando è ritornata, visibilmente dimagrita con il corpo martoriato dai segni delle frustate e delle torture, da allora si è sempre comportata a dovere e a modo. Mio padre ci spiegò il perchè della sua decisione. Era convinto, ed anch’io lo sono, che gli schiavi, come animali non devono essere maltrattati per principio o perchè esseri inferiori. Ma il piacere non è destinato a loro. Non è giusto che loro lo conoscano e ne godano. Che vivano la vita che è loro riservata e non chiedano altro. Mio padre diceva anche che bisognava stare molto attenti. Non è un compito facile tenere lontani gli schiavi dal piacere e bisogna vigilare costantemente. Ricordo che una domandai ‘Ma come si può fare?’ e lui disse: ‘Ti faccio un esempio. Quando tu ti porti in camera quella manza che ti piace tanto, e vi chiudete dentro, tu da lei ti farai ben fare qualcosa. Non dirmi che cosa perchè non mi interessa. Quelle sono cose da femmine.’. La manza che mi piaceva tanto, come diceva mio padre, era Bàuci una schiava di una trentina di anni, molto formosa e molto ubbidiente. Io mi divertivo, appena possibile, giocando con le sue grosse mammelle, che stringevo con tutta la forza che avevo morsicandone i grossi capezzoli. Sapevo di provocarle dolore ma mi piaceva e così lo facevo comunque. A volte mi divertivo ad introdurre la mia piccola mano dentro la sua vagina. Ero attirata da quel luogo caldo ed umido. La introducevo e la giravo e rigiravo. Alle parole di mio padre mi ricordai che in quei momenti il respiro della manza cambiava ritmo. Poteva essere la dimostrazione di un godimento? Non chiesi nulla. Non ne ebbi il coraggio. Riuscivo a farlo facilmente perchè, come venni a sapere poi, mio padre con alcuni amici si dedicavano spesso ad allargare quell’orifizio in vari modi tutti dolorosi per ottenere non so quale risultato. Ma forse era solo per divertirsi vedendola soffrire. Poi ‘Dicevo’ riprese mio padre ‘che qualcosa di piacevole ti farai fare. Magari leccare il tuo buchino o il fiorellino che hai davanti. Lei potrebbe trovarne piacere, magari perchè apprezza l’odore del tuo fisico, oppure il profumo che ti metti, o magari le secrezioni che il tuo corpo produce. Tu quindi quando la usi devi trovare il modo di conciliare il tuo piacere con il suo dolore. Se la usi facendola stare in ginocchio preoccupati che sotto le ginocchia abbia del riso o, meglio, delle lenticchie. Se lo fa stando in altre posizioni provvedi, prima di iniziare, ad inserirle nell’ano uno di quegli attrezzi che tengo in studio e che tu chiami le trottole per la loro forma. Meglio di tutto sarebbe se usassi quelle racchette con le punte, che pure tengo nel mio ufficio, picchiandole sulle spalle o sul sedere mentre ti lecca. Con quel trattamento saresti sicura di provocarle un dolore molto superiore ad un eventuale piacere.’ e poi concludeva sempre, rivolto a me: ‘Dolcezza, non dimenticarti mai che gli schiavi sono esseri inferiori e che noi abbiamo non solo il diritto ma anche il dovere di sfruttarli. E se questo comprende anche la necessità di farli soffrire è giusto farlo. Non come tua madre che tratta la sua manza quasi fosse una sorella senza mai veramente punirla.’. Credetti alle parole di mio padre e ancora ci credo ma, non avendo il coraggio di praticarle con Bàuci, cessai i nostri incontri. E lo feci con grande dispiacere.”

Il cucciolo aveva ascoltato Kam a testa bassa e guardando il pavimento. Alle parole della figlia della sua padrona parve riscuotersi. Guardò la vecchia e poi le si avvicinò. Estrasse la giovane lingua e cominciò a leccarle le labbra sino a quando queste si aprirono. Allora spinse la lingua all’interno e, con una smorfia che diceva tutto il suo schifo, cominciò a baciarla. Kam gli fece ripetere tutto una decina di volte. Poi con un gesto fece sdraiare la schiava sul lettino. Le sollevò la veste ed espose il suo sesso. Chiamò vicino il cucciolo perchè vedesse. Una zaffata di odore di piscio colpì le sue narici. Doveva cominciare per primo per dimostrare al cucciolo come fare. E il primo contatto, ovviamente, sarebbe stato il più duro ma non doveva farlo capire al suo allievo. Passò la lingua sul sesso chiuso. Poi con le dita aprì delicatamente le grandi labbra e cominciò a leccare l’interno della vagina spingendo la lingua in profondità. Continuò così per circa cinque minuti. Oltre a far vedere come si faceva aveva anche deciso di pulire il meglio possibile quell’orifizio per mitigare la repulsione che il cucciolo avrebbe sicuramente provato. Poi si fece di lato e fece cenno allo schiavetto di sostituirlo. Dopo un momento di riflessione il cucciolo iniziò il suo lavoro. Kam si sedette vicino a lui per osservarlo quando la padrona gli disse: “Non capisco. Io ho pagato per il tuo uso. Visto che lì hai finito vieni qui e mettiti al lavoro.” Alzatasi dalla poltroncina, tolse gonna e mutandine e, mettendosi a gambe larghe per riceverlo, si preparò a riceverlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

19.

 

Un vecchio schiavo passò di porta in porta a prelevare quelli che avevano finito il loro turno. Kam ritenne di essere stato fortunato. Chi aveva segni di frustate, chi sanguinava da un labbro, chi una guancia gonfia di schiaffi, un altro camminava malamente perchè gli avevano lavorato la pianta dei piedi con aghi, un paio di schiave respiravano a fatica lamentandosi per le botte che avevano ricevuto. Una perdeva sangue dal retto. Arrivarono al dormitorio. Lo stesso schiavo che li aveva guidati mise ai maschi la gabbietta di castità e li portò nelle loro celle. Senza che nessuno si accorgesse tenne per sé la schiava che perdeva sangue dal retto. Il sangue lo eccitava e quel sedere sanguinante sarebbe stato il giusto ricettacolo per il suo grosso pene. Se avesse aumentato la lacerazione la manza sarebbe stata comunque medicata dal veterinario che tutte le mattine passava in hotel. Sapeva che, per paura, nessuno schiavo o schiava si sarebbe mai lamentato se qualche inserviente li avesse molestati. Kam era da solo chiuso nella cella al buio. I suo compagni di stanza erano tutti al lavoro. Non aveva dovuto stancarsi troppo quella mattina con quegli strani clienti e quindi non aveva bisogno di riposo. Ma aveva passato la notte praticamente sveglio per i dolori che gli avevano causato il plug anale e gli aghi dei ricci ed un breve sonno lo avrebbe rinfrancato. La giornata che aveva davanti era ancora molto lunga.

Improvvisamente la porta fu spalancata ed entrò, insieme ad una amica, l’inserviente che sembrava godesse a molestarlo. “Te la sei passata alla grande, stamattina. Una fighetta accontentatasi di quattro leccate ed un frocio che si è limitato a quattro baci. E poi quel bambino che se si sapesse in alto chissà che guai avresti. Ti ho visto dalla telecamera. Signorino, qui il pane ce lo si deve guadagnare. O si soffre in camera o si soffre quaggiù. Sai lo faccio per il tuo bene. Perchè ti ci devi abituare. Alzati dal letto che lì ci si distende la mia amica. Sai, lei poveretta ha una grave malattia. Sarebbe una donna pulitissima ma non può usare acqua e sapone perchè è allergica. Allora ho pensato che tu, con quella stupenda lingua che ti ritrovi, avresti potuto darle una pulita. Dai, giù dal letto e vediamo di sbrigarci.” Concludendo il discorso aveva preso il pene di Kam con la mano destra che era munita di un guanto con borchie. La pelle del sesso di Kam, ancora irritata dal massaggio subito la sera prima con il peperoncino, stretta da quel terribile guanto, scatenò un dolore tale che, alzandosi, allo schiavo girò la testa. L’amica della Iena intanto si era distesa sul letto chiudendo gli occhi soddisfatta.

“Allora cominci a lavorarti questa giovane manza o vuoi qualche sculacciata con questo guantino? Iniziamo dai piedi e poi veniamo su. Mezzo corpo lo pulisci questa mattina l’altra parte la teniamo per la prossima occasione.” Kam capì che non aveva via di scampo. Temeva di non riuscire a fare quanto richiesto anche perchè lo stress per quanto gli era stato richiesto gli aveva bloccato la salivazione. Iniziò mettendosi in bocca le dita di un piede, poi cominciò a leccarne la pianta ma la lingua secca non scorreva. L’inserviente se ne accorse e si mise a ridere. “Come fai a lavorare di saliva se hai la bocca secca. Ho capito, ti devo aiutare io. Apri la bocca.” Lo schiavo ubbidì. Lei raccolse tutta la saliva che aveva in bocca e poi la sputò in quella di Kam. “Non deglutirla, stronzo. Mica posso lavorare per te all’infinito.” Tutto durò più di mezz’ora, durante la quale la donna sputava in bocca a Kam e questi procedeva al lavaggio di quella che la sua torturatrice aveva chiamato la giovane manza. Fu duro pulirla all’esterno ma fu peggio entrare con la lingua all’interno della vagina. Puzzava in tale modo che Kam ebbe un paio di urti di vomito. Inoltre, la donna, sollecitata dall’azione della sua lingua aveva iniziato ad avere piccole perdite di urina che aumentarono il ribrezzo di Kam. “Bene, vedi che quando ti ci metti lo scopo lo raggiungi? Ringraziala adesso con un bel bacio in bocca. Uno fatto bene come quello di stamattina. Però aspetta un attimo. Prima ritorna sul letto: lei ti trasferirà in bocca un bel po’ della sua bava così non avrai sete per un qualche tempo.” e si mise sonoramente a ridere. L’amica si chinò su di lui e cominciò a baciarlo con grande voluttà. Non smetteva più e Kam per non soffocare doveva deglutire in continuazione tutta la saliva che la donna gli vomitava in bocca. La sua torturatrice rimise il collare a Kam e si precipitarono al terzo piano.

Giunsero in tempo, per fortuna, perchè se uno schiavo arrivava in ritardo al suo posto di lavoro veniva punito molto severamente. La donna ebbe il tempo di chiudersi la porta alle spalle e di prendere la bocca del poveretto con la sua lingua. Poi uscì velocemente.

Kam si era appena inginocchiato al centro della stanza quando entrò una donna piccola e grassa. Gli si avvicinò e lasciò andare un calcio che lo colpì al centro del petto. “Brutto stronzo, non saluti la tua padrona? Non hai imparato le buone maniere? Oh, voi schiavi siete tutti uguali. Non ti hanno insegnato che per deferenza devi metterti con la faccia a terra se non ti vengono offerti piedi da baciare?” Aveva scarpe pesanti ed il colpo gli provocò molto dolore. “Alzati e spogliami, deficiente. Sbrigati!” ordinò prendendo in mano i testicoli di Kam e stringendoli con violenza.

Il giovane manzo le tolse il golf e lo appoggiò alla spalliera della poltrona, sbottonò la camicetta e con grande delicatezza la posò sopra il golf. “Ma sei scemo? Così la sciupi. Le camicie si appendono. Ma da dove vieni? Dalla campagna?” e così dicendo gli diede una ginocchiata tra le gambe. Kam rimase per un attimo senza fiato ma poi riprese a spogliarla. Le tolse una maglia leggera e si accingeva a fare altrettanto con il reggiseno quando la donna ruggì nuovamente: “Ma hai fretta di vedermi le tette? Stronzo, prima i pantaloni.” Lo schiavo andò in confusione. Si stava rendendo conto che qualsiasi cosa facesse la nuova padrona lo avrebbe punito. Le slacciò la cintura e stava per abbassare i pantaloni quando una sberla lo colpì duramente. “Ma allora fai apposta. Sei proprio un vero animale. Mi spieghi come puoi togliermi i pantaloni se prima non mi hai levato le scarpe.” urlò. Poi dovette interrompere perchè fu presa da una tosse profonda e catarrosa che la fece diventare tutta rossa. Quando smise di tossire: “Bocca!” gridò. Kam, per non peggiorare le cose fu lesto ad aprirla e lei gli scatarrò un bel dollaro verde in bocca. “Non ne posso più di te. Alla prossima distrazione chiamo la direzione e presento un reclamo. Lo sai che cosa vuol dire? Che ti porto sino al Tribunale degli Offesi e ti faccio castrare e poi ti faccio mangiare quelle inutili palle.”.

Poi si sedette sul bordo del letto e lo schiavo si precipitò in ginocchio a slacciarle le scarpe e quindi a toglierle. “Chissà da quanto tempo non si lava i piedi?” pensò lo schiavo che cercava di allontanare la paura che la donna gli faceva pensando ad altro. Alla fine la padrona rimase in reggiseno e mutande. “Guardami, e dimmi se ti piaccio.” Era veramente brutta e grassa: lo stomaco e la pancia erano invase dalla cellulite; i seni, che erano grossi e flaccidi erano trattenuti a stento da un reggiseno molto malridotto. Kam, pur non guardandola in viso, pensò che fosse giunto il momento del primo sorriso e lo fece. La donna forse non vide il sorriso. Sperava in una risposta che le avrebbe dato l’occasione per una nuova punizione. “Prendi quella borsa e dammela. Stronzo.” disse. Kam lo fece con tutta la velocità possibile. Lei la aprì e disse allo schiavo di girarsi. Sentì le mani che trafficavano col plug che veniva infine estratto e gettato in un angolo della stanza. Poi gliene fu introdotto uno di minor dimensione e lui apprezzò. Forse i rapporti con la nuova padrona stavano migliorando. Ma l’illusione durò solo un attimo. Sentì come un ronzio ed il plug allargarsi all’interno del suo corpo triplicando sicuramente la sua dimensione iniziale. “Bello vero, finocchio che non sei altro. Stai godendo? Ma vedrai che non è ancora finita la festa. Anka avrà mille attenzioni quest’oggi per te. Mi sa che ho fatto bene ad affittarti per tre ore perchè avremo di che divertirci!”.

Le mani della donna stavano adesso trafficando con i suoi testicoli. Gli sembrò che venissero stretti da una specie di cinturino che però doveva avere i bordi in metallo. Aveva la sensazione che gli stesse lacerando la pelle. “Adesso, bello bello, girati e vediamo se questo apparecchietto, che mi hanno portato degli amici dall’estero, funziona. Sai? Da noi è vietato perchè un uso continuato provoca un tale dolore che può fare impazzire gli animali come te. Pronto? Uno, due, tre vai.” e premette il pulsante di un telecomando: la scarica elettrica che se ne generò colpì con tale violenza Kam che non riuscì ad impedirsi di emettere un gemito. La scarica elettrica si era dilata invadendo tutto il corpo ma poi sembrava si fosse ricompattata per esprimere tutta la sua violenza al cervello. Vedendo la faccia di Kam la donna scoppiò in una sonora risata ed esclamò: “Evviva, funziona veramente bene. Con questa ci si può divertire.” Poi si fece seria e disse: “Ascolta bene io sono venuta qui e ho speso i soldi per avere un servizio accurato. Ho pagato per tre ore e per tre ore voglio godere. Tu lavorerai con la lingua a tua scelta con il buco del mio culo, con la vagina e con i piedi. Datti da fare e fammi godere. Se il tuo lavoro avrà anche una minima interruzione te lo farò capire con un altro di questi trattamenti. Tanto penso che tu, giovane come sei, una decina di scosse le possa sopportare senza danni permanenti. Passami quel libro ed inizia a darti da fare. Voglio leggere e godere subito.”.

Alla fine, un paio di brevi scosse lo raggiunsero, ma erano state molto brevi e d’intensità contenuta, quasi avvertimenti, segnali della donna perchè sapesse che era vigile. Kam era soddisfatto del suo lavoro. Aveva messo tutta la sua esperienza e le sue capacità per accontentare la donna. Questa si era dimostrata insaziabile anche se strana. Aveva avuto tre orgasmi ma due di questi erano avvenuti mentre lui le stava trattando il retto con la lingua ben introdotta.

“Basta così, vieni qua.” disse improvvisamente la donna. Prendi i cuscini di quella poltrona e mettili in terra all’altezza della mia testa. Poi sdraiati per terra a pancia in su. “Apri la bocca e non permetterti di chiuderla se no ti becchi una bella scarica. Capito, stronzo?” Sistemò la sua bocca all’altezza di quella aperta di Kam ed cominciò a sputarci dentro. Stava masticando una gomma per procurarsi più saliva possibile e la quantità di sputo era costante. Kam sopportava benissimo questa situazione. Aveva imparato a staccare la sua bocca dal resto del corpo e ad ignorare cosa vi venisse introdotto. Aveva ingerito tanta di quell’orina, aveva pulito tanti di quei culi, aveva leccato tanti di quei piedi e di quelle vagine, più o meno pulite, che un po’ saliva non gli faceva né caldo né freddo. Non riuscì mai a capire perchè lo fece ma improvvisamente le sue mani si mossero senza un comando e andarono a sfiorare prima i capezzoli e poi ad accarezzare i seni della donna. Questa fece un mezzo salto sul letto come per distanziarsi da quelle mani e nel contempo fece partire una scarica più prolungata del solito. Poi però riprese la posizione di prima quasi ad incoraggiare lo schiavo. E Kam con l’esperienza che aveva lavorò quei capezzoli avvizziti e quei seni flaccidi e cadenti sino a quando Anka non ebbe un orgasmo.

“In ginocchio!” ordinò e prese la bocca di Kam con un lungo bacio che allo schiavo parve appassionato. Poi, probabilmente vergognandosi di essere stata coinvolta in qualcosa che non aveva gestito lei, cominciò a dare violenti calci al ventre ed al sesso di Kam sino a quando lui non si accasciò dolorante. Infine si rivestì da sola e, senza più degnare di uno sguardo lo schiavo, velocemente se ne andò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

20.

 

Sinc si era ripromessa di cercare di avere qualche notizia su quanto fosse successo a Kam nel suo primo giorno al Sex Hotel. Ma era una giornata molto complicata quella che doveva affrontare e ben presto se ne dimenticò.

La sua socia l’aveva incaricata della gestione di quello che aveva chiamato “Il giorno delle Etere.” Aveva una immaginazione veramente fervida, Ursula Borderline, e si dedicava a studiare qualsiasi possibilità di impiego degli schiavi. Anni prima aveva raccolto notizie sulle Etere che ai tempi dei Faraoni, e degli antichi romani, avevano spopolato tra i ricchi e comunque tra tutti quelli che volevano, e potevano permettersi di avere al proprio fianco una schiava di classe. Istruita, educata a comportarsi come una signora, ma sempre una schiava che al primo cenno doveva correre a servire il suo padrone, o chiunque da lui indicato, nei modi desiderati. Si era innamorata di queste figure ed aveva cominciato a dedicarsi al crearne di attuali. Aveva scelto quindici manze di 15 anni tra le più belle e le più sveglie che avesse trovato nei loro allevamenti. Le aveva poi trasferite in una specie di collegio dove donne libere si sarebbero interessate a seguirle e ad educarle per renderle anche culturalmente piacevoli agli uomini. Nei quattro anni successivi venivano trattate quasi provenissero dalla buona società. Solo se non si applicavano in pieno venivano punite in modi più violenti di quelli che potevano essere ammessi in altri collegi. Il risultato era che tutte subivano una trasformazione incredibile. Da misere figlie di schiave divenivano infatti delle splendide creature che sapevano intrattenere salotti. Alcune avevano coltivato le capacità canore, altre si erano dedicate al ballo, ma tutte si presentavano come delle piacevoli compagnie. In quattro anni avevano dimenticato, o meglio rimosso, quello che avevano vissuto negli allevamenti, sicure di aver conquistato nuovi impensabili diritti. Ed erano tutte diventate degli esseri sereni che, purtroppo per loro, non avevano nessuna informazione su quello che sarebbe accaduto.

Al “Giorno delle Etere” erano stati invitati una cinquantina di uomini di mezz’età o di inizio senilità scelti tra le persone più abbienti del paese. Tutti erano stati avvisati su cosa sarebbe avvenuto ed erano stati ben lieti di partecipare. Sinc avrebbe dovuto riceverli ed essere a loro disposizione per ulteriori chiarimenti. Insomma, una vera padrona di casa! Quando tutti gli uomini ebbero preso il posto loro assegnatogli cominciò lo spettacolo. Gli uomini avevano vicino alle comode poltrone su cui giacevano un tavolino da thè ove trovarono un piccolo taccuino ed una matita nell’eventualità di dover prendere appunti. Ad un colpo di mani di Sinc l’illuminazione si fece più soffice e, direttamente dal palco sul quale erano state radunate, cominciarono a scendere tra i tavolini le giovani manze. Erano tutte vestite alla stessa maniera. Ampia camicetta bianca, minigonna nera, gambe nude e ballerine nere. Ognuna per poter essere identificata portava sulla schiena un numero da 1 a 15. Cominciarono a servire thè e caffè e liquori di sorta, sempre con un affascinante sorriso per ciascuno degli ospiti. La cosa durò circa una mezz’ora, dopodichè furono richiamate sul palco e scomparvero dietro le quinte. La musica leggera che aveva resa romantica l’atmosfera cessò ed una virago apparve sul palco trascinando tre manze che la seguivano smarrite legate ognuna ad un collare. La donna appese i guinzagli a tre ganci che pendevano dal soffitto e che furono tirati verso l’alto in modo che ognuna dovesse stare in punta di piedi, impossibilitata a muoversi. A questo punto la donna cominciò a denudarle strappando loro i vestiti ad eccezione delle mutandine. Le manze non riuscivano a capire cosa stesse succedendo e, piangendo, si guardavano l’un l’altra in cerca di conforto. La virago si rivolse agli uomini invitandoli sul palco per meglio valutare la merce in vendita. Non tutti salirono ma quelli che lo fecero furono molto esigenti. Le palpate alle tette ed ai glutei si susseguirono, il controllo della dentatura non fu dimenticato. Qualcuna che sporcò le mani del proprio esaminatore o con le lacrime o con il muco che scendeva dal loro naso, ricevette violente sberle. Alla fine le tre furono portate via e ne furono presentate altre. Così sino alla quindicesima in cinque gruppi da tre ciascuno. Fu servito, ma questa volta da schiave-cameriere altro thè, caffè e liquore. Poi Sinc chiese l’attenzione dei presenti. “Come avete potuto constatare le manze nulla sapevano di quello che si è verificato. Quindi nulla sanno neppure della loro futura vita né dell’uso che ognuno di voi vorrà farne. Da psicologa mi permetto di consigliare che il passaggio dalla vita trascorsa durante la loro formazione a quella che inizierà dopo l’acquisto sia la più traumatica possibile. Poichè voi tutti siete sicuramente persone importanti e probabilmente non avete il tempo per dedicarvi all’educazione degli schiavi, sappiate che noi siamo disponibili a farlo in vostra vece. Nel prezzo che ognuno andrà a pagare per l’acquisto è compreso anche il costo dell’addestramento. Le manze in vendita sono tutte vergini e non hanno mai visto un membro maschile. L’unica cosa che non possiamo assicurare è che nel corso della preparazione una, o più di loro, possa perdere il proprio stato. Noi cerchiamo di stare più attenti possibili ma si sono verificati in passato casi di rottura dell’imene.” Poi rivolta al palco “Inizi l’asta!”.

Già sulla prima schiava in vendita, completamente nuda ed unta di olio per far risplendere le forme perfette, si scatenò la lotta per l’acquisto. Sinc era piacevolmente sorpresa per le cifre astronomiche che quegli uomini erano disposti a pagare. La sua socia aveva colpito ancora! Sei furono portate via dai loro compratori. Le altre nove lasciate in balia di uomini che avevano come piacere il dolore che avrebbero provocato loro.

La mattina seguente la solita terribile inserviente venne a prelevarlo per primo, gli fece salire velocemente le scale, e quando arrivarono in camera tirò lo schiavo sul letto, lo fece sdraiare e, dopo averlo lavorato con la bocca, lo montò come una furia godendo a lungo. Poi, come gesto di disprezzo e di possesso, prima di andarsene gli sputò in faccia. Kam fece solo in tempo a raggiungere il bagno attiguo, pulirsi la faccia e lavarsi il pene sporco del suo stesso seme e degli umori della sua torturatrice che si presentò un nuovo cliente.

Appena si sistemò in ginocchio al centro della stanza entrò un uomo grande e grosso. L’uomo, che poteva avere una cinquantina d’anni, non lo degnò di uno sguardo. Si abbassò i pantaloni, scostò le mutande e mise in bocca allo schiavo un pene che, seppur molle, dimostrava proporzioni insolite. Più Kam lo leccava e più quello assumeva dimensioni mai viste. Quando divenne duro il cliente sollevò con un braccio lo schiavo dalla posizione in cui si trovava e messolo in piedi lo girò facendolo piegare in avanti per avere a completa disposizione il suo deretano. Con pochi colpi gli fu dentro e continuò ad andare e venire per una buona mezza ora. Poi lo spinse sino in fondo e con pochi violenti colpi si svuotò. Quando lo estrasse Kam sospirò di sollievo. Non n’era sicuro ma temeva che durante la penetrazione l’ano si fosse lacerato. Sentiva un forte bruciore ma non gli sembrava di perdere sangue. L’uomo lo rigirò e con una spinta lo fece rimettere in ginocchio. Per la prima volta parlò: “Ti do cinque minuti per pulirmelo bene. Se non lo fai diventare nuovo ti spacco quel culo da troia a pedate, stronzo”. Kam si diede da fare al massimo delle sue possibilità. Aveva una grande esperienza ma la superfice da pulire era veramente tanta e l’eiaculazione doveva essere stata certamente imponente. Sembrava che il pene del padrone anche se non fosse più duro non avesse perso la dimensione che aveva raggiunto prima dell’eiaculazione. L’uomo alla fine glielo tolse di bocca. Lo guardò di sopra e di sotto e sembrò soddisfatto. “Rimettilo in bocca tutto che ho bisogno di pisciare. Così gli diamo ancora una risciacquatina.”. Il padrone doveva avere una certa esperienza perchè somministrò i getti di urina ben distanziati e Kam riuscì a deglutire tutto il liquore senza problemi. Quando finì di vuotarsi la vescica si rimise il pene nelle mutande, chiuse i pantaloni e se ne andò senza dire nulla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

21.

 

All’inizio dell’ora seguente riapparve la figlia del sindaco con vecchia schiava e cucciolo. “Allora,” iniziò subito. “l’altra volta sei stato veramente utile. Abbiamo battezzato il cucciolo col nome di Marsilio. È nato un bel rapporto tra lui e la mamma. È un cucciolo davvero intelligente e ha capito il tuo discorso. Lui la bacia in continuazione e lei lo tratta quasi fosse un nipotino. Dolci, carezze... Oggi, ho prenotato per due ore, per poter ripassare la lezione di ieri e poi magari fargli imparare qualche altra cosa che possa piacere alla mamma.”.

Poi, rivolta al cucciolo: “Vediamo di muoverci che due ore passano in fretta. Tu comincia a baciare Isaura in bocca e poi... Sì, più giù... Insomma, hai capito.” e, a Kam, “E tu intanto vieni qui. Sto pagando e devo ricevere anch’io qualche attenzione.” Toltasi gonna e mutandine si sedette sulla poltroncina a gambe aperte. “Di tua mamma non ti interessa nulla.” pensò Kam “Tu sei venuta per te. Mi sa che sarai una cliente abituale.”.

Isaura e Marsilio ogni tanto si voltavano a vedere la padrona che ad occhi chiusi continuava a farsi leccare. Nessuno dei due aveva il coraggio di richiamarla alla realtà. Andò avanti così per il resto delle due ore. L’unica variazione fu che la donna offrì ai baci anche i suoi seni e poi, in un momento di grande esaltazione, l’ano. Mugolò di piacere quando Kam incominciò a leccarlo ed andò in estasi quando lo schiavo forzò l’orifizio con la lingua. Si muoveva scompostamente sulla poltroncina tanto che lo schiavo aveva qualche difficoltà a (per)seguire l’obiettivo. La donna stava cercando piacere in tutta quella zona, un piacere che sicuramente non aveva mai provato. Alla fine Marsilio si stufò di baciare la schiava e, non ricevendo alcun ordine, insieme a lei si girò verso la padrona a godersi lo spettacolo. Quando suonò la musichetta che indicava la fine della seconda ora la donna parve svegliarsi come da un sogno. Si mise mutandine e gonna e senza dire una parola uscì dalla stanza seguita da Isaura e Marsilio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22.

 

A mezzogiorno ritornò in stanza in attesa del prossimo cliente. “Questa volta ti lascio stare, poverino. Sei prenotato per cinque ore di fila da quella di ieri. Ormai la conosco bene e so che non è piacevole passare per le sue mani. Cinque ore, poi, sono lunghe per tutti. Auguri!”.

All’orario previsto, e senza sgarrare di un minuto, Anka entrò balenando come un fulmine. Non degnò neppure di uno sguardo lo schiavo. Si mise in mezzo alla stanza e disse “Non farmi perdere tempo in chiacchere. Fai tutto come ieri ma con più comodo: staremo insieme un bel po’ di ore e non dobbiamo avere fretta. Ho speso un sacco di soldi per te e voglio uscire soddisfatta.” e si pose in mezzo alla stanza in attesa di essere spogliata.

Kam le tolse il maglione, poi la camicetta che pose, questa volta, nel posto giusto. Con calma cominciò ad accarezzarle le spalle nude che la guepierre non ricopriva. Lei non si mosse. Quando si abbassò a togliere le scarpe lei gli diede una ginocchiata che per fortuna lo raggiunse solo alla fronte. Le tolse la gonna e le slacciò le calze dalle giarrettiere e le fece scendere sino ai piedi. La padrona li alzò benevolmente per permettere allo schiavo di completare l’operazione. La padrona si mise poi a sedere sul letto e Kam la raggiunse sorridendole e mettendosi poi davanti a lei di spalle. Gli venne tolto il plug che, come il giorno prima, fini in un angolo della stanza e gli fu introdotto quello di proprietà di Anka. Furono legati alla parte esterna dell’attrezzo il pene ed i testicoli. Finita l’operazione la padrona disse: “Prova.” e partì la prima scarica della giornata. Probabilmente la sadica aveva aumentato il voltaggio perchè il dolore fu stavolta immenso, di gran lunga superiore a quello del giorno prima. Infatti, disse ridendo la donna: “Mi avevano detto di non usarlo mai a questo voltaggio ma io sono curiosa. Mi piace vedere sempre cosa succede. L’hai sopportato, bravo. Se ti comporti bene oggi non lo uso più. Ma il dosaggio di ieri lo provi ancora. Dipende da te quante volte meritarlo. Togli tutto e datti da fare.” Kam le tolse mutande e guepierre tutto contento. La donna si era dimenticata di aumentare il volume del plug come aveva fatto l’altra volta. Kam lo aveva sopportato con difficoltà anche se più che dolore gli dava un fastidio notevole. Stava spostandosi verso i piedi della padrona quando lei intervenne con: “Ah furbacchione. Non mi hai ricordato di gonfiarlo. Adesso ne paghi le conseguenze. Lo facciamo diventare un po’ più grande così impari a fare il furbo.” e cominciò a gonfiarlo sino a quando il plug non trovò più spazio per dilatarsi. Oltre che fastidioso ora faceva anche male. Gli schiacciava la parte finale dell’intestino e la vescica e lui era costretto a muoversi con difficoltà. Che la donna non avesse provveduto ad alcun lavaggio dal giorno prima Kam lo capì subito. Gli odori erano più forti e leccare le parti che doveva pulire gli dava grande fastidio, ma quello era il suo compito. Per fortuna la padrona sembrava soddisfatta del suo lavoro e dormicchiava girandosi supina o di fianco per lasciare allo schiavo accesso o davanti o dietro. Durò un tempo infinito e Kam si accorse che pian pianino l’odore diminuiva. Lo sporco maleodorante era stato rimosso ed ora si trovava nel suo stomaco. Dopo un paio d’ore la donna improvvisamente disse: “Alt, stop. Eccoti il segnale finale.” e, lasciando partire una scarica elettrica, urlo demoniaca. Lo schiavo, dopo l’iniziale dolore che gli stravolse il viso, riuscì a sorridere e si mise in ginocchio davanti a lei in attesa di ordini. Lei lo guardò sorpresa ma non disse nulla. “Mettiti a cavallino che io mi metto a cavalluccio” disse ancora ridendo. “Vediamo quanto sei forte. E se sei capace di portarmi sino in bagno. Non vorrai mica continuare a farmi stancare. Ho già faticato a lasciarti il mio corpo da leccare ed ora non vorrai certo farmi andare a piedi in bagno.” Così dicendo si sedette sulla schiena e con un frustino, che aveva preso da una grossa borsa, gli diede una violenta frustata sulle natiche. Compatibilmente con il peso della padrona Kam si mosse e riuscì a raggiungere il gabinetto senza ulteriori esortazioni. “Entra nella doccia e accucciati!” ordinò la padrona. Lo guardò per un attimo ghignando e poi disse. “Mi scappa di pisciare e visto che tu sei lì ne approfitto per farti la doccia. Fermo e bocca aperta.” Lo spruzzo usciva violento dal sesso della donna. In parte gli finiva in bocca e il resto su ogni parte del corpo. Quando finì disse “Pulisci.” e gli porse la vagina da leccare. “Doccia e asciugati, piscione.” Mentre lo schiavo ubbidiva si sedette sul water e cominciò a svuotarsi. Kam intanto si era asciugato e si era messo in ginocchio davanti alla padrona con un ampio sorriso. La donna apparve infastidita ma disse solo: “Dai ammettilo. Non hai mai bevuto una piscia così buona. È marca Boneen, la migliore in commercio. Dovresti trovare il modo per ringraziarmi. Ah ecco, guarda, ho trovato. Devo pensare sempre a tutto io. Il regolamento dice che non si può far mangiare la cacca agli schiavi perchè possono ammalarsi. Ma il regolamento non dice che i padroni non possano farsi pulire dagli animali presi a noleggio.” Poi alzandosi: “Dai, fallo in fretta. È una cosa che rimane tra noi. Non dirlo a nessuno.” E gli porse il sedere da leccare. Ritornati in camera la padrona fece mettere Kam nella stessa posizione del giorno prima. “Ieri abbiamo bevuto e ho notato che ti è piaciuto. Oggi si migliora: bere e mangiare. Non so come farai a dimostrare la tua gratitudine. Avere in regalo da bere e da mangiare non è da tutti. Ma tu l’avrai già capito che io sono buona e generosa.” La donna prese dal comodino un bicchiere e lo riempì della sua piscia; poi dalla borsa estrasse un panino ripieno avvolto in un tovagliolo di carta, si distese sul letto e si posizionò in modo che la sua bocca fosse proprio sopra quella di Kam. Diede un grosso morso al panino e lo masticò per una decina di secondi. Quindi fece cenno allo schiavo di aprire la bocca e glielo sputò dentro. “Fermo, non deglutire subito. Masticalo con calma, gusta il sapore del panino e del mio sputo prima di inghiottirlo. Bene, bravo così. Adesso un sorso di champagne. È più giallo del solito ma è anche più gustoso.” Continuò per una mezz’ora a sputare e pisciargli in bocca. Kam quando non aveva la bocca occupata le sorrideva. Aveva capito che la donna voleva umiliarlo in tutti i modi perchè temeva di essere coinvolta dalla tenerezza e dalla gratitudine che lui voleva mostrarle. Era spiazzata. Non riusciva a raggiungere i seni ed allora allungò le mani ad accarezzare l’interno delle cosce della sua torturatrice. La donna gli mandò una violenta, ma non prolungata, scarica ma non tolse le mani e continuò a lasciarsi accarezzare. Anche dopo che aveva terminato di dar da mangiare e da bere a Kam. Lo schiavo aveva ormai capito che la donna era abituata a ricevere attenzioni violente dai suoi partner e rimaneva spiazzata quando qualcuno la trattava con dolcezza. Dopo qualche minuto Kam si permise di mettersi in ginocchio, allargò dolcemente le grosse cosce della donna continuando ad accarezzarle. Quando il sesso fu esposto iniziò a leccarlo lentamente, molto lentamente, quasi con passione. Poi allargò le grandi labbra e continuò a muovere la lingua con lentezza all’interno. La padrona cominciò a mugolare di piacere e smise solo quando il suo sesso rampollò del liquido generato dal godimento. Continuò a lasciarsi leccare non smettendo di emettere quel suono che sembrava un mantra. Ferma, mollemente abbandonata. Quando Kam si impadronì del clitoride il suo respiro divenne profondo, come se volesse trattenere all’interno del suo corpo tutto il piacere che provava. Poi lanciò un urlo profondo e cavernoso come un latrato e infine ebbe un orgasmo che sembrò non finire mai. Prese la testa dello schiavo e la portò all’altezza della sua e baciò quella bocca che tanto piacere le aveva dato. Un bacio lunghissimo di una dolcezza che forse la donna non aveva mai usato. Poi gli prese il viso tra le mani. Lo guardò con odio e disse: “Tu pensi di potermi cambiare sessualmente, ma sarò io che cambierò te. E per farlo ti farò soffrire così tanto che tu non lo puoi neppure immaginare.” Infine disse: “Rivestimi senza farmi affaticare che sono stanca...”. Quando fu pronta se ne andò dalla stanza senza degnare Kam nemmeno di uno sguardo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

23.

 

Sinc era seduta, da sola, a un tavolo d’angolo del miglior ristorante della città. Era appena rientrata da un giro di conferenze internazionali intorno al tema dello schiavismo. Era stata ovunque applaudita e la sua teoria sulla educazione degli schiavi sessuali, un tempo irrisa, era ora praticata quasi ovunque. Lei portava naturalmente prove incontrovertibili dei risultati raggiunti avendo venduto, a postriboli tra i più raffinati o a persone che desideravano solo il meglio, oltre trecento tra manze adolescenti e giovani stalloni. E con piena soddisfazione dei nuovi proprietari. Gli affari andavano talmente bene che lei e la sua socia non sapevano più come investire gli enormi guadagni. I sex hotel aperti nel continente erano ormai 28, tutti diretti da persone altamente qualificate, veri manager che riuscivano a sfruttare nel miglior modo possibile la mano d’opera loro affidata. Aveva soldi, successo, riconoscimenti e premi. Ma, a 50 anni suonati, era del tutto sola. Ormai i suoi genitori erano morti e altri parenti non ne aveva. La stessa Brunetta, pochi giorni dopo l’ultima visita che le aveva fatto portandole in prova Kam, se era andata. Già, Kam, il suo pupillo. Chissà che fine aveva fatto? Magari una brutta fine. Se così fosse stato lei se ne sentiva parzialmente colpevole. Averlo ceduto a quella sadica della Mertel forse era stato un errore. Ma quello stallone espero, che cercava da anni e che le era stato offerto in cambio, non poteva essere rifiutato. Era riuscita a creare anche una nuova razza con il seme di quell’animale. Una razza bellissima, molto sottomessa e devota che era richiestissima. Sul mercato gli esemplari potevano essere venduti a prezzi del trenta per cento superiori a quello degli altri schiavi. Le manze di quella razza non facevano in tempo a partorirli che i cuccioli erano già venduti, prenotati mesi prima dello stesso concepimento. Pagamento anticipato e costo aggiunto per il nutrimento prima della consegna. Data la richiesta, il Grande Governo Centrale (o GGG), con sede in Pentagone, sempre disposto a privilegiare gli affari dei propri cittadini a scapito di quelli del resto di Euràpoli e della stessa Pentapoli, aveva autorizzato la vendita all’estero dei cuccioli al compimento del quinto anno. Che ci pensassero gli altri a stabilire se animali così giovani potessero essere utilizzati ed in quali funzioni. La parola pedofilia non doveva essere pronunciata e tutti quelli coinvolti in questo mercato sembravano difatti ignorarla.

Si era fatta servire le pietanze più squisite ma le aveva spezzettate lasciandole poi quasi tutte nel piatto. L’unico programma che aveva era di passare, dopo tutti quei giorni all’estero nei quali aveva vissuto in completa astinenza, un buon dopo cena con la nuova manza che si era fatta recapitare a casa e che ancora non aveva provato. Era stato un colpo di fulmine.

Quel giorno, uscita dal suo studio per recarsi in amministrazione a firmare delle carte, aveva incrociato un gruppo di nuovi allievi ed allieve che, appena compiuti i 14 anni i maschi e 12 le femmine, venivano portati al secondo piano per iniziare la loro educazione. Tra questi, sin da lontano, fu colpita dal viso bellissimo di una giovane, bionda, con un viso dolcissimo e con lo sguardo degli occhi, di un azzurro intenso, ma che dimostravano una tristezza infinita. Forse la giovane manza già sapeva quale sarebbe stato il suo destino e che cosa avrebbe dovuto subire. Comandò all’accompagnatore di fermarsi e quindi ad Anka, la semi-schiava che l’assisteva in ufficio, di andare e prelevare la giovane. “Portala nel mio ufficio e legala” aveva ordinato. Poi rivolto a quello che era il responsabile del gruppo che accompagnava si fece dare la lista degli schiavi e sotto scrisse “Una manza prelevata da me. Dottoressa Sinc”.

Nonostante la pratica non fosse consentita, era sicura che nessuna avrebbe sollevato alcuna obiezione. Non contro di lei.

Quando ritornò in ufficio trovò la giovane legata mani e piedi a quella che sembrava una croce di Sant’Andrea. Le si avvicinò, le aprì la bocca e verificò lo stato della dentatura, palpò i piccoli seni schiacciando leggermente i capezzoli che si indurirono immediatamente.

La ragazza la guardava terrorizzata e, quando Sinc passò a ispezionare la giovane vagina per verificare che fosse realmente vergine, perse il controllo della vescica e orinò per terra. La dottoressa non si scompose. Suonò il campanello ed Isaura entrò immediatamente come se fosse dietro la porta in attesa. Vide il bagnato per terra e riguadagnò la porta forse per andare a cercare uno straccio. “Ferma. Non fare nulla. Slegala. Pulisce lei con la lingua. Tieni questo.” aggiunse porgendole il frustino che teneva sempre sulla scrivania. “Se non si decide a farlo subito aiutala con dei colpi violenti. Poi la lavi e la riattacchi.”.

Prese il telefono e compose un numero iniziando una allegra conversazione con un’amica. Non si degnò di verificare che cosa stava succedendo nel suo ufficio. Sentì solo una volta il sibilo del frustino che tagliava l’aria e un debole lamento. Quando terminò la telefonata la giovane manza era stata già rimessa al suo posto. Si alzò e le si avvicinò, mentre la piccola, spaventata, spingeva all’indietro il proprio corpo come se si volesse rifugiare all’interno del muro. Le prese il mento per tenerle ferma la testa e quindi appoggiò le labbra alle sue. Non trovando ostacoli ficcò la lingua in quella giovane bocca e ci rimase per un paio di minuti. Quandò uscì, portò delicatamente la mano tra le gambe della manza; questa non si ritrasse. Sinc ritornò pensierosa alla sua scrivania. Non aveva mai baciato una piccola di 12 anni e non riusciva a capire da dove arrivasse il turbamento che provava. Di aver infranto le regole, che vietavano l’uso sessuale delle femmine inferiori ai 14 anni, non le importava molto. Avevano, lei e la sua socia, infranto così tante volte la legge che farlo ancora una volta non le creava alcun imbarazzo. Era dunque quel giovane essere che le creava quello strano sconvolgimento. Dopo qualche tempo ritornò dalla manza. Le accarezzò i capezzoli ed i piccoli seni. Poi la baciò appassionatamente. Ritornò ai seni ed ancora alla bocca e questa volta il bacio venne ricambiato. Allora le toccò l’interno delle grandi labbra: era tutto bagnato. “Le piace! È lesbica!” pensò subito. “Bel colpo dottoressa Sinc.” Chiamò subito Mario Montes, il funzionario che si occupava della vendita degli schiavi. “Ho bisogno che lei si metta subito in moto. Deve mandare qualcuno a casa mia a prelevare la mia schiava sessuale e la deve mettere subito in vendita. Se non riesce a venderla oggi la faccia sparire in qualche modo. Non voglio rischiare di trovarmela tra i piedi. Capito?”. “Certo Dottoressa,” rispose l’uomo “non deve preoccuparsi. Se non la vendo me la porto a casa. Mia suocera oggi compie 75 anni ed ha sempre desiderato avere in regalo una schiava sessuale. Sicuramente la manza rimpiangerà il tempo che ha passato con lei, dottoressa. Mia suocera è estremamente esigente.” Forse il funzionario aveva pensato che la schiava avesse compiuto qualche mancanza nei riguardi della sua padrona e far sapere a Sinc che sarebbe stata maltrattata le potesse far piacere. Ma la dottoressa stava pensando già ad altro. La schiava della quale si stava liberando un po’ se lo meritava perchè, negli ultimi tempi, si era concessa delle libertà che non avrebbe dovuto prendersi. Sì, lo aveva fatto per dare il miglior piacere possibile alla sua padrona, ma non era lei che doveva dirigere gli incontri. L’aveva sempre trattata troppo bene. Meritava di essere scartata.

Quella manzetta invece avrebbe ricevuto da lei una sana e dolorosa educazione per ottenere il massimo delle prestazioni. Ma questo non era l’opposto di quello che sostenevano la sua teoria ed i suoi studi decennali? “Si” disse “ma anch’io qualche volta ho bisogno di sentirmi e di fare la cattiva. Me lo merito.”. I programmi poi erano cambiati e lei non aveva più fatto in tempo ad usarla prima di partire per il viaggio. “Meglio” pensò “Sarà la prima volta stasera e ne ho proprio voglia e bisogno.”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

24.

 

Arrivata a casa disse alla schiava che le aveva aperto la porta, una femmina di una quarantina d’anni che aveva con lei da qualche tempo e che le era molto fedele: “Mandami in camera la troietta e prima guarda che sia pulita. Se no le fai fare una doccia. Non voglio essere disturbata stasera. Ho in programma di divertirmi a lungo...”.

Dopo poco arrivò la manzetta. Le sembrò ancora più bella di come la ricordasse. Il corpo era di un candore abbagliante ed il viso di una dolcezza incredibile. Notò anche questa volta che gli occhi, di un azzurro intenso, avevano un’espressione di tristezza infinita. “A quell’età probabilmente non ha ancora cominciato a soffrire, né avrà ancora capito a cosa sarà destinata la sua vita futura.” pensò. Ma poi subito dopo: “Ehi Sinc, non farti prendere dai sentimentalismi. Lei è una schiava e tu, come tutti noi, hai il potere di fare di lei quello che vuoi senza dimenticare che tu sei un essere umano e lei una bestia.”.  “Come ti chiami?” chiese alla piccola bestiolina indifesa, “Vitalia.” rispose la bambina, “In fondo, conta poco se hai un nome e che nome hai avuto fino a oggi. Da oggi inizi una nuova vita e sarai solo la mia troia. Non avrai più nome né dignità. Sarai solo un pezzo di carne da divorare.” disse la Sinc, e poi aggiunse “Non sarà una serata piacevole per te. Io ti insegnerò molte cose che tu userai per darmi piacere sia che ti facciano soffrire molto o poco, perchè comunque ti faranno soffrire. Sei qui solo per il piacere che mi darai ed io devo cercare che questo avvenga nel migliore dei modi ovviamente senza pensare se e quanto tu soffra. Anche perchè non me ne importa nulla. Io generalmente non sono cattiva con voi schiavi, cerco di usare il meno possibile la frusta ed altri maltrattamenti e se un giorno non mi piacessi più e ti vendessi stai sicura che troveresti solo di peggio. Cerca quindi di seguire i miei desideri e di mantenere il posto. E questo è il primo insegnamento della serata che ti regalo. Secondo: io non ti ho comprato perchè tu stessi lì imbambolata a guardarmi mentre parlo... Sono due giorni che non fai niente se non mangiare e bere a spese mie. In mia presenza non devi mai stare con le mani in mano. Avresti già da subito essere in ginocchio davanti a me a massaggiarmi o a baciarmi i piedi. Ti spetterebbero un paio di frustate per non averlo fatto ma per questa volta voglio scusarti.”.

A quelle parole la manzetta si era precipitata ai suoi piedi, le aveva tolto le scarpe e si era infilata in bocca prima uno e poi l’altro piede, leccandoli. Sinc si godette questo primo contatto. Era uno dei gesti più godibili che uno schiavo potesse rivolgere al padrone ma la manza precedente non lo praticava più come preambolo, dedicandosi immediatamente o al sesso o ai seni della padrona. Sinc cominciava a rilassarsi ed a gustare il dolce far niente coccolata dalle attenzioni alle sue estremità. Lei improvvisamente, senza smettere di tenere in bocca i piedi della padrona, alzò un braccio. Era il gesto con il quale uno schiavo chiedeva al proprio padrone il permesso di parlare. “Dimmi.” la incoraggiò Sinc. “Padrona, io le sono e le sarò sempre grata per tutto quello che vorrà insegnarmi. Non c’è bisogno che le dica che sono pronta a sopportare tutto quello che vorrà farmi fare. So di essere una schiava e quello è il mio compito e vedrò di lamentarmi il meno possibile. Se mi permette, e con questo non voglio mancare di rispetto alla mia padrona, prima di darmi gli insegnamenti per fare quello che lei desidera posso permettermi di farle provare quello che già so fare?”. Sinc rimase perplessa a quelle parole. Che cosa poteva saperne di sesso e dei giochi sessuali tra adulti una manzetta, anzi una vitellina, di soli dodici anni. Ma le stava venendo fuori la stanchezza accumulata nei giorni precedenti. In effetti non aveva voglia di insegnare nulla perchè le sarebbe costata altra fatica. Il suo corpo, ma più la sua mente, avevano bisogno di un trattamento rilassante e forse la manzetta sarebbe stata, magari senza una tecnica vera e propria, capace di darglielo. “Va bene, vediamo cosa sai fare.” ed alzatasi in piedi le comandò: “Spogliami e poi datti da fare”. Nuda, si distese sul letto e chiuse gli occhi. Vitalia le riprese i piedi e continuò a massaggiarli. Con la lingua si insinuò tra un dito e l’altro, poi passò a leccare la parte superiore del piede e poi sotto le dita. “Ci sa fare con la lingua!” pensò Sinc. “Ma aspettiamo di vedere il resto prima di dare una valutazione.”.

La docile manzetta tolse una mano dai piedi e risalì lungo la gamba. Si muoveva molto lentamente e con una tale delicatezza che Sinc sbirciò la sua coscia per vedere se stesse usando una piuma. Poi anche l’altra mano raggiunse la prima ed insieme continuarono a massaggiare l’interno delle cosce di Sinc. Si spostarono poi intorno alla vagina, poi sulla pancia per riscendere passando sopra il clitoride, le grandi labbia ed ancora le cosce. Sinc apprezzava in modo particolare la lentezza dei movimenti che sembrava rendere la cosa ancor più piacevole.

Vitalia era rimasta in ginocchio a lato del letto. Poi si alzò e, senza interrompere il massaggio, si abbassò prendendo tra i denti, con tutta la delicatezza necessaria per non fare male, le grandi labbra che poi succhiò dentro la bocca, dove la lingua cominciò ad accarezzarle. Si insinuò in mezzo a loro e quindi penetrò le piccole labbra spingendo a fondo la lingua in tutta la sua lunghezza. Poi, sempre lentamente, si spostò sul clitoride lavorandolo. Sinc improvvisamente vide come un lampo ed ebbe un orgasmo così violento da spaventarla. Vitalia continuò nella sua opera quasi non si fosse neppure accorta di quanto avvenuto. Spostò la lingua intorno alla vagina andando a leccare l’estremità delle cosce all’attaccatura con i glutei. Poi mise un braccio intorno alle spalle della padrona e la girò su un fianco. Con la lingua e le punta delle dita le percorse la schiena sino a quando non la sentì inarcarsi. Infine delicatamente spostò ancora il corpo mettendolo a pancia in giù. Accarezzò le natiche e le strizzò con tenerezza quasi lo facesse ad un bambino. Quindi le separò e si mise a lavorare, sempre con la lingua, la zona intorno all’ano. Sinc si accorse di essere stata penetrata solo quando sentì, con grande piacere, il dito della schiava muoversi all’interno dello sfintere. Presto le dita diventarono due. Si muovevano sempre lentamente avanti e indietro senza mai uscire e senza spingersi troppo in fondo. La schiava le estrasse questa volta bruscamente ma prima che il buco riprendesse la sua naturale chiusura fu raggiunto dalla lingua che si spinse all’interno della cavità esaltando il lavoro fatto. Sinc cominciò a contorcersi per il piacere. Cercò di raggiungere la nuca della schiava per spingerla verso il suo ano e quando ci riuscì ebbe il secondo orgasmo. Poi si abbandonò sul materasso, allontanò Vitalia e le disse: “Basta, ora vai a cuccia!”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

25.

 

La schiava di casa aprì senza far rumore la porta della stanza di Sinc preoccupata dal fatto che la padrona, che era abituata ad alzarsi molto presto alla mattina, alle undici fosse ancora addormentata.

Al risveglio le portò solo un bicchiere di succo di frutta. Era ormai quasi l’ora di pranzo e la solita colazione le avrebbe tolto la gioia di gustare appieno quelle favolose lasagne agli asparagi che la cuoca preparava solo per lei, ovviamente, in modo unico. Sinc porse i piedi alla schiava, inginocchiata al lato del letto, che le mise le pantofole. Raggiunse quindi con calma la doccia, che di solito faceva da sola e velocemente perchè era sempre in ritardo.

Quella mattina si fece insaponare, sciacquare ed asciugare senza partecipare attivamente. “È così bello farsi servire, ma soprattutto avere il tempo per farselo fare.” pensava fra sé e sé. Si asciugò i capelli con calma e con calma si vestì. Era arrivato quasi mezzogiorno ed aveva tempo, prima del pranzo, di mettere in pratica una decisione che aveva preso nel dormiveglia. Ordinò alla schiava “Portami un mazzo di ortiche!”. È inutile avvertire con che sguardo terrorizzato la guardò la manza.

Chi voleva torturare la padrona? Sperava non lei, che non ricordava aver compiuto qualche mancanza. Ma allora se Sinc non voleva farlo per divertimento (cosa che abitualmente non succedeva) l’unica alla quale si voleva somministrare quel supplizio poteva essere la nuova giovane manza. La schiava guardò la padrona con occhi supplichevoli tentando di dissuaderla, ma Sinc, con tono di voce imperiosa le ordinò: “Muoviti se non vuoi che le usi anche con te!”. Quando la schiava ritornò le disse di portare le ortiche nella sala delle torture dove avrebbe anche pranzato. Poi aggiunse: “Prepara la manzetta, légala alla croce greca, io ti raggiungo subito. E dì alla cuoca di servire le lasagne tra mezz’ora.”.

Tornò quindi in bagno, si pettinò e si truccò con calma. Da un sacco di anni non torturava nessuno schiavo, né a casa né al lavoro. Non ricordava come fosse bello gustare la possibilità di trattare un corpo vivente secondo i desideri che le venivano in mente. Il fatto di usare le ortiche era stata un’idea geniale. Nel dormiveglia aveva ripassato quanto aveva ricevuto dalla schiava la sera prima. Era stata meravigliosa e lei aveva goduto come da tempo non ricordava. Ma qui era il problema. Aveva lasciato fare alla manzetta quello che voleva senza guidarla. Aveva permesso che la schiava conducesse l’incontro ed aveva anche avuto il sospetto che Vitalia avesse avuto una sorta di godimento quando i due corpi erano stati a lungo a contatto. Tutto questo non era tollerabile. Se non avesse reagito con intransigenza avrebbe potuto rischiare di cedere, magari inconsapevolmente, alle iniziative di Vitalia e diventare da attiva a passiva. Una punizione esemplare avrebbe rimesso le cose a posto.

Ricordava che suo padre le aveva insegnato che agli schiavi, quando doveva essere somministrata una punizione, questa per essere ricordata doveva provocare dolore almeno per 12 ore. Il trattamento con le ortiche avrebbe raggiunto lo scopo.

Vitalia era legata strettamente polsi e caviglie alla croce quando lei entrò nella sala delle torture. “Ieri ti ho dato i primi due insegnamenti. Oggi ti dò il terzo. Farò in modo di fartelo ricordare. Sarà per il tuo bene perchè tu non riceva altre punizioni in futuro. Comprendi?”. Allungò la mano destra alla schiava di casa perchè le mettesse un guanto mentre continuava: “Tu ieri sera sei stata brava. Non eccezionale ma brava. Hai però commesso due errori. Il primo perchè hai tratto piacere nel contatto tra i nostri corpi. Non negare perchè l’ho percepito nettamente. Ti devo ricordare che a te non è consentito avere alcun piacere. Non solo quando operi da schiava sessuale. Proprio mai. Uno schiavo può solo darlo il piacere ma non può riceverlo e non procurarselo, ma solo procurarlo. Questo lo devi tenere sempre presente. Secondo errore ti sei permessa di fare cose senza che ne avessi avuto il permesso. Cioè hai pensato, se si può usare questo verbo parlando di un animale, di testa tua e hai preso certe decisioni. La cosa non è permessa ad uno schiavo. La sua vita è dedicata esclusivamente ad ubbidire al padrone, ubbidire con devozione e rispetto massimi e totali. Lo schiavo non è ritenuto un animale pensante. Può parlare, ovviamente se gli viene permesso, ma non può decidere. E tu lo hai fatto. Ora io ti punirò. Ti farò a lungo soffrire perchè devo assolvere a quello che mi è concesso dalla mia posizione di padrona. E tu è giusto che lo riceva perchè sei una schiava e bisogna che tu impari queste cose.”. Poi, alla schiava domestica: “Mettile un plug, numero 5, e dammi una ball gag. Vorrei evitare che le sue urla non mi lasciassero gustare appieno le mie lasagne. La schiava le porse la pallina da introdurre in bocca a Vitalia, prese il plug e senza farsi vedere dalla padrona lo cosparse abbondantemente del lubrificante che permettesse una meno traumatica penetrazione. Poichè non poteva portarsi alle spalle di Vitalia cercò il suo buco con qualche difficoltà, tentando varie penetrazioni. Ci riuscì solo al quinto tentativo quando già le aveva procurato grandi dolori. L’ano della manzetta non aveva mai subito allargamenti ed il plug, che aveva un diametro di 5 centimetri, le procurò una piccola lacerazione ma molto dolorosa. Quando tutto fu pronto, Sinc prese il mazzo di ortiche e si avvicinò a Vitalia. Probabilmente lei non aveva mai visto ortiche e non sapeva quali dolori le avrebbero provocato, il suo sguardo non era infatti spaventato. Al primo passaggio delle foglie sui seni la manzetta rimase un attimo in silenzio ma poi cercò di urlare, cosa che la ball gag non le permetteva. Sinc si fermò ad aspettare la prima reazione e poi, sicura che la punizione stesse avendo effetto passò le ortiche su tutto il corpo soffermandosi in modo particolare ancora sui seni e poi sulla vagina. Vitalia si divincolava tentando di urlare, grosse lacrime le uscivano dagli occhi sbarrati e si mischiavano al muco che le usciva dal naso. Nel tentativo di liberarsi la schiava tirava i nastri che le legavano i polsi e le caviglie e lo sfregamento con questi cominciò a tagliarle la carne.

Finalmente Sinc sembrò soddisfatta e si fermò. Posò il mazzo di ortiche e stava per togliere il guanto che aveva protetto la mano con la quale aveva punito Vitalia quando ci ripensò. Prese il rametto più ricco di foglie, lo piegò in 4, si riavvicinò alla schiava, con la mano libera le aprì le grandi labbra e al loro interno pose l’ultimo dono. La manzetta a questo punto lanciò come un grugnito e poi svenne. Sinc con calma si voltò verso il tavolino apparecchiato per il suo pranzo, riempì un bicchiere d’acqua e lo vuotò sopra la testa della svenuta che si riprese. Quindi si sedette ed immediatamente le furono servite le sue lasagne. Mangiò con calma. Ogni tanto guardava il corpo della sua schiava che si stava riempiendo di bolle biancastre mentre lei continuava a piangere ed a tentare di urlare. Le aveva salvato solo il viso. Dopo le lasagne gradì un frutto e quindi il dessert. Solo dopo aver bevuto il caffè si alzò lentamente. Riempì nuovamente un bicchiere di acqua e si avvicinò alla schiava. Le tolse la ball gag dalla bocca e le accostò il bicchiere d’acqua per dissetarla.

Dopo il primo sorso però ebbe un nuovo ripensamento. Rimise il bicchiere sul tavolo, si abbassò le mutande e riempì il bicchiere del suo piscio. Vi sputò dentro abbondantemente e lo porse nuovamente a Vitalia che comunque lo bevve avidamente. “Non scioglierla sino a stasera alle dieci.” ordinò alla schiava di casa. “Niente bere e niente mangiare. Assolutamente!” e se ne andò. Dopo una lunga siesta cominciò a riordinare i suoi appunti di viaggio. Cenò solo con un toast ed un bicchiere di autentica birra tedesca, fece un paio di telefonate, poi suonò per chiamare la schiava di casa. Mancavano cinque minuti alle dieci. La punizione era finita. “Slegala, lavale la faccia ed i capelli se sono sporchi, toglile il plug e guarda se ha fatto danni. Se c’è stata lacerazione domani chiami il veterinario e la fai vedere. Che non che le venga un’infezione. Quando è pulita portamela. Tu puoi andare a letto. Vitalia invece passa la notte con me.”. Quando la schiava arrivò aveva il corpo devastato da bolle bianche. Sinc le pose una mano sulla spalla e la manza fece un salto all’indietro perchè il contatto aggiungeva dolore al dolore. La padrona fu soddisfatta: la schiava, mani e labbra a parte, avrebbe evitato ogni contatto. Lo sfregamento con la stuoia sulla quale avrebbe dormito sarebbe stato insopportabile e Vitalia non avrebbe riposato molto bene. Sinc andò in bagno mentre la schiava rimaneva in attesa, in piedi. Al ritorno Sinc si sdraiò sul letto ed ordinò alla schiava: “Adesso rifai tutto quello che hai fatto ieri sera. Se dimentichi qualcosa domani ti do una ripassata. Quando hai finito ti sdrai per terra vicino al letto. E adesso datti da fare che io mi sono già stufata di aspettare.” e chiuse gli occhi in attesa di godere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

26.

 

Aveva chiesto un caffè americano ed un croissant. Non era andata al ristorante perchè non sapeva più nemmeno se potesse permetterselo. Non capiva bene cosa volesse dire essere poveri perchè nella sua vita non era mai stata a corto di denaro. L’unica cosa che la distraeva dai suoi lugubri pensieri erano i due splendidi ragazzi, che sedevano al tavolino vicino. Avevano iniziato a scambiarsi delle tenerezze e questo la infastidiva sia perchè le ricordavano tempi migliori, dal punto di vista sentimentale, e anche perchè aumentavano il disagio per la propria solitudine. Finito il caffè fece per prendere il portafoglio con la carta di credito per pagare il conto quando vide con la coda dell’occhio il ragazzo che, dopo aver sussurrato qualcosa all’orecchio di quella che presumibilmente era la sua compagna, si alzava e si avvicinava al suo tavolo. “Scusi se mi permetto.” disse il giovane con un ampio sorriso.

“Lei è la dottoressa Sinc, vero?” Lei ebbe un moto di fastidio. Pensò che fosse uno allievo che aveva studiato le sue teorie e si voleva complimentare o un giornalista che desiderava strapparle un’intervista. Non era la sera giusta e rispose sgarbatamente: “Sì, ma mi deve scusare. Ho molta fretta. Magari potrò ascoltarla la prossima volta che ci incontreremo.” e si alzò pensando di pagare direttamente alla cassa. “Non mi riconosce, dottoressa?” disse ancora il ragazzo e, poco dopo: “Sono Kam. Mi ha davvero dimenticato?”, chiese il ragazzo. “Kam! Certo. Certo ti riconosco e mi fa piacere vederti. Ma usciamo a parlare. Tu qui non puoi stare. È vietato l’ingresso agli schiavi e se ti scoprono potresti avere delle gravi conseguenze...”. “No dottoressa, non si preoccupi. Io ero Kam ma ora sono Liborius Mertel, il figlio adottivo di Anka Mertel. Sono stato riscattato, capisce?”. La dottoressa non poteva crederci. Sapeva che Anka Mertel era morta per una grave malattia ma non si era, dopo tanti anni, mai posta il problema di dove fosse finito il suo schiavo prediletto. “Ora, ovviamente non posso raccontarle tutto. Non in presenza della mia fidanzata che nulla sa del mio passato. Ma se vuole la vengo a trovare in ufficio. Chissà che impressione potrà farmi rientrare in quel palazzo da uomo libero? Mi permetta, però, prima di accomiatarci, di presentarle Luisa.” e fece segno alla ragazza di avvicinarsi. “Luisa, questa è la grande dottoressa Sinc. Una grande amica. Se mi permette di chiamarla così.” finì la frase girandosi verso la dottoressa che rispose con un sorriso. “Una grande cara amica dalla quale ho avuto, in un passato così lontano da sembrare un’altra vita, tanto affetto e tanta attenzione. Attenta Luisa. Io ero innamorato pazzo di lei e questo incontro potrebbe resuscitare il vecchio sentimento. Ti conviene tenermi stretto.”. Sinc diede la mano alla ragazza e poi abbracciò con grande affetto Kam e gli sussurrò: “Vieni, domani mattina, sono curiosa di sapere tutto. Grazie anche a te per esserci stato, nella mia vita.” e se ne andò commossa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

27.

 

La storia andò così.

Otto giorni dopo aver consegnato Kam al Sex Hotel, Sinc aveva ricevuto una telefonata dalla signora Mertel che la invitava a visitare la sua fattoria perchè voleva mostrarle qualcosa che sicuramente le sarebbe interessato. Sinc non aveva simpatia per quella donna che conosceva per averla incontrata qualche volta da amici. La ricordava sciatta, sempre musona, e di non facile compagnia, anche perchè il suo corpo mandava cattivo odore, probabilmente per la scarsa pulizia. Ma non poteva far a meno di tenersela buona però perchè aveva grossi intrallazzi con il Governo ed a volte, per concludere affari, bisognava passare da lei. Aveva da sempre investito nell’agricoltura ed era proprietaria di enormi estensioni di terreno tutti coltivati in modo intensivo con una produzione di grande qualità. Non si sapeva quanti schiavi possedesse, tanti erano. Si sapeva invece dei maltrattamenti ai quali li sottoponeva. I più colpiti erano gli schiavi di casa che avevano da fare tutti i giorni con lei. Aveva acquistato qualche schiavo sessuale che però dopo qualche tempo spariva. Non si sapeva se perchè venduto ai proprietari di miniera o se andati direttamente a concimare qualche angolo nascosto nei suoi possedimenti.

Sinc, curiosa com’era, aveva accettato l’invito ed il giorno successivo, allora del thè aveva raggiunto la vecchia villa alla periferia della città. Lei e Anka si sedettero sotto il portico che guardava verso il bosco da una parte e dall’altra verso quello che la padrona aveva chiamato l’orto. Parlarono del più e del meno. Poi Kam-Liborius disse “Desideravo parlarle per esporle due argomenti che spero le interessino. Ho seguito da sempre i suoi studi sugli schiavi sessuali ma devo dirle che condivido parzialmente la sua tesi. Ho anche provato ad applicare le sue teorie nella mia attività. Prima affidavo agli schiavi le varie culture senza un programma particolare. Come tutti gli schiavi anche i miei lavoravano svogliatamente e dovevo pagare un guardiano che li stimolasse a frustate. Poi un giorno, illuminata dalla sua teoria ho deciso di affidare ad ogni gruppo di bestie un pezzo di terreno lasciando che coltivassero a loro scelta, tra i vari ortaggi, quello che più piaceva loro. Non ci crederà, ma ho smesso di pagare il guardiano e la produzione è aumentata del trenta per cento. Però sono rimasta sempre contraria a quanto lei consiglia nel trattamento degli schiavi sessuali. La paura che si vede nei loro occhi mentre li si usa crea nel padrone un piacere che non ha eguali. Mi creda, ho una grande esperienza. Ma penso a lei poco interessi il parere di una campagnola priva di cultura.” e così detto allungò il piatto con i biscotti a Sinc e finì di bere il suo thè. Ed ora le farò vedere una cosa.” e rivolta alla schiava che era ferma dietro la sua poltrona in attesa di ordini disse: “Chiama Mariusz Drako e digli di portare le manze.”.

Dopo poco da una stalla uscì un giovane uomo che portava al guinzaglio dodici giovanissime manze tutte incinte. “Le guardi,” riprese la padrona di casa. “Sono bellissime. Tocchi la pelle. Sembra di velluto. Drako, avvicinale alla dottoressa. Senta che glutei.” e così dicendo si era alzata e si era avvicinata al gruppo di schiave. Aveva cominciato a palparle davanti e di dietro. “Sono di razza Esperia, come ben vede. Tutte incinte di uno stallone della loro razza. Tutte di sei mesi. Guardi che dentatura!” concluse aprendo la bocca di una di quelle e tirandole la testa verso il basso affinchè Sinc potesse vedere dentro la bocca senza scomodarsi. “Sono bestie uniche, che possono dare nei prossimi vent’anni almeno 15 cuccioli ognuna. Ma forse anche di più perchè quattro di loro sono gemelle e potrebbero metterne al mondo due per volta a loro volta.”. Aveva ripreso a palpare sederi, e seni quasi a voler valorizzare il prodotto. Poi disse, rivolta allo schiavo-maggiordomo, “Drako, riportale in stalla e stasera lavale che non hanno un buon odore. Ma la pressione della pompa tienila bassa soprattutto quando la dirigi sul ventre ed anche all’interno della vagina. Vedi di non combinare guai. Quando rientra mio nipote gliene porti in camera un paio e gli dici che la zia vuole che non le tratti troppo male altrimenti, poi, io tratto male lui.”. Sinc era rimasta veramente colpita. Erano degli ottimi esemplari. Seni forti, non grandi ma comunque da latte. Fianchi non larghi ma da fattrici. Belle manze, insomma.

“Signora Mertel,” disse “mi ha fatto piacere vedere quegli animali. La razza Miona è sempre stata la mia preferita. Ma non riesco a capire perchè me le abbia mostrate.”, “E io glielo spiego.” rispose prontamente la padrona di casa, e aggiunse: “Ho visto al Sex Hotel un bello stallone. È appena arrivato e ho chiesto di comprarlo. Mi hanno detto che è di sua proprietà personale e che per l’acquisto bisognava parlare con lei. Ed eccomi a farlo: sono disposta a pagarlo con quelle dodici manze. Mi pare di proporle un buon affare.”.

Sinc era impreparata ad una proposta del genere. Era interessante ma riteneva che Kam non avesse prezzo e poi metterlo nelle mani di quella sadica le sembrava un po’ un tradimento. “Grazie, la proposta è molto generosa ma lo schiavo di cui lei mi parla non è in vendita. Mi spiace.” disse Sinc. “Ma io lo voglio, assolutamente!” urlò quasi la Mertel, per poi alzarsi e mettersi a passeggiare nervosamente sotto il portico. “Mi spiace, signora. Ripeto, la sua offerta è generosa e la ringrazio.” disse Sinc accomodante “Ma lo schiavo non è in vendita.”. Mertel rivolse allora alla dottoressa uno sguardo di vero e proprio odio e, poi, con un sorriso, continuò: “Voglio raramente qualche cosa per me. Ma quando succede la ottengo sempre. La prego, venga con me.” e si diresse verso una casupola in pietra al limitare del bosco.

Le due donne raggiunsero la costruzione seguite dalla giovanissima schiava (probabilmente la preferita di Anka). Aveva un paio di lividi sul viso e sul collo e segni di frustate sulle braccia e sul seno. “Poveretta” aveva pensato Sinc “chissà se riuscirà a sopravvivere...”.

Davanti alla porta vigilava un guardiano grande e grosso, che, a un ordine della padrona, aprì la porta. Anka le cedette il passo e la dottoressa entrò e rimase senza fiato. Su uno sgabello, legato con catene, sedeva quello che per lunghi anni era stato il suo sogno proibito. Uno stallone Moana! Disse al guardiano di farlo alzare e cominciò a girargli intorno. Lo palpò a lungo, prese in mano i suo testicoli ed il pene per verificare che tutto fosse in ordine. Poi prese per un braccio la giovane schiava, la piegò in avanti perchè fosse disponibile alla penetrazione. Era in estasi. Tutta eccitata. Si rivolse allo schiavo. “Mi capisci?” chiede. Ebbe un cenno di riposta col capo. “Montala ma non venire, altrimenti ti faccio frustare.”. Lo stallone fece quanto richiesto, poi con lo sguardo segnalò a Sinc che stava per eiaculare. La dottoressa spinse via la schiava e vi si sostituì facendosi svuotare dallo schiavo da monta nel palmo della mano. Col pollice e l’indice della destra ne tastò la densità e parve molto soddisfatta. Poi portò la mano al naso per sentirne l’odore. Era talmente felice che se non fosse stata presente la Mertel l’avrebbe anche assaggiato per verificare anche il sapore. Sorrise con complicità a Anka e poi si rivolse alla schiava allungando la mano sinistra e dicendo “Puliscila per bene, con la lingua, naturalmente”.

Quando un’ora dopo lasciò la fattoria aveva firmato il contratto. Un ottimo affare. Cedendo Kam riceveva in cambio dodici bellissime manze quasi pronte a sgravarsi e quello splendido stallone che sarebbe stato importante per i nuovi allevamenti. Nelle carte che riguardavano l’animale vi era la certificazione che aveva 26 anni, che negli ultimi otto anni aveva eseguito 1600 monte e che l’82 per cento di queste avevano ingravidato le manze impiegate.

Non voleva perdere tempo. Andò all’allevamento, chiamò l’autotrasportatore che abitualmente provvedeva allo spostamento degli schiavi, e lo incaricò di andare subito alla fattoria di Anka a prelevare le dodici manze e lo stallone e di portarli al suo allevamento. Telefonò anche al veterinario e lo pregò di raggiungerla. Aveva bisogno della sua esperienza per cercare una ventina di fattrici in calore per farle montare dal nuovo stallone.

Il veterinario aveva escogitato un infallibile metodo del tutto personale per stabilire il periodo di fertilità delle manze. Quando il dottore arrivò Sinc era nell’ampia stalla dove le schiave passavano la notte, ciascuna con una catena al collo fissata al muro. Questo trattamento si era reso necessario dopo che un certo numero di loro si era allontanato di notte dalla stalla forse di propria volontà ma molto più probabilmente perchè rubate. Il dottore era munito di un paio di termometri vaginali con la punta rotonda del diametro di circa 3 centimetri. Introduceva contemporaneamente i due termometri nella vagina e nell’ano verificando le due temperature. Quando queste si differenziavano di oltre quattro gradi il veterinario riteneva che la manza fosse in calore e quindi fertile. Come sperato una ventina di loro presentava questa particolare condizione e venne portate nella sala da monta in attesa dell’arrivo dello stallone. Per lui fu preparato, sempre dal veterinario, un intruglio fatto di sangue, prelevato con un piccolo taglio al braccio di una schiava, olio, farina di ceci più un altro misterioso ingrediente segreto. Una bomba di energia che gli consentiva una serie di almeno otto monte in quattro ore.

Finalmente l’autotrasportatore arrivò. Le manze gravide furono ospitate in un reparto a loro riservato mentre il maschio veniva portato nella sala da monta. Gli fu ordinato di mangiare quanto preparato mentre una manza già aveva iniziato a solleticarlo leccandogli il pene e i coglioni. Dopo pochi minuti avvenne la monta. La fattrice non ebbe il tempo di godere dell’introduzione del pene che questo le inondò la vagina di sperma. Sinc era ancora tutta eccitata un po’ per lo spettacolo che vedeva, ed al quale non era abituata, un po’ perchè si stava coronando uno dei suoi sogni. La settima e l’ottava monta furono alquanto difficoltose. Lo stallone era stremato e le manze non gli sembrarono più molto attraenti. L’erezione era parziale e forse lo sperma era finito. Poi il veterinario, soprattutto per accontentare Sinc che si lamentava che la teoria non avesse avuto un riscontro nella pratica (cosa che una scienziata non poteva tollerare), pensò di sollecitare il maschio con un massaggio prostatico. Mentre due manze leccavano una il pene e l’altra i testicoli lui, con una specie di calzascarpe, era entrato nell’ano del maschio ed aveva provveduto al massaggio. Alla fine tutte le otto manze erano state montate e adesso bisognava solo attendere per accertarsi quali e quante di loro fossero anche state effettivamente inseminate. L’indomani comunque lo stallone sarebbe stato prelevato dal proprio box, ove era stato rinchiuso, ed avrebbe ricominciato a lavorare.

Immediatamente dopo che Sinc se ne era andata, Anka aveva chiamato la direzione del Sex Hotel ed aveva comunicato di aver acquistato Kam e che sarebbe andata a prelevarlo la mattina successiva. “Non me ne frega nulla se è già stato prenotato per domani. Io sono la proprietaria e faccio quello che voglio. Troverete il modo per sostituirlo.” e aveva riattaccato. Alle otto si era presentata in accettazione e, dopo aver mostrato l’atto d’acquisto al direttore dell’hotel, aveva preteso di ritirare immediatamente Kam. Purchè se ne andasse al più presto tutti avevano cercato di velocizzare al massimo la procedura di consegna. Quando Kam arrivò alla reception non riusciva a capire cosa stesse succedendo. Dapprima aveva pensato che i clienti potessero noleggiare schiavi e portarseli a casa. Ma fu la Mertel a chiarire subito che lo aveva comprato e che lei sarebbe stata d’ora in avanti l’unica ad usarlo. La nuova situazione sconvolse lo schiavo. Pensò subito che la sua vita sarebbe cambiata solo in peggio. All’hotel aveva spazi per il riposo e qualche compagno con il quale poter parlare. Ora sarebbe stato a disposizione ventiquattro ore al giorno della stessa padrona obbligato a soddisfare i desideri di quella vecchia schifosa e fetente in qualsiasi momento. Arrivati alla villa Anka lo aveva rinchiuso in una piccola stanza che sembrava una cella di un carcere. Un letto, un lavandino ed un cesso. Voleva che si riposasse per essere pronto alla festa che si sarebbe tenuta la sera stessa. La Mertel infatti voleva presentarlo come un trofeo e trattarlo nel modo più violento e lascivo davanti alle sue amiche per sentirsi invidiata.

Prelevato dal box e bendato Kam fu portato da un suo coscritto nella grande sala da pranzo della villa. Dal suono delle differenti voci si rese conto che le donne presenti dovevano essere, oltre alla sua padrona, quattro. Dopo un prolungato “oh” seguito da qualche risatina Anka chiese il silenzio e cominciò: “Amiche care, questo schiavo si chiama Kam. L’ho appena acquistato perchè ho potuto accertarmi che ha qualità tali da essere ritenuto il miglior schiavo sessuale in commercio. Ha solo un problema. Sa di essere il meglio e lo fa pesare a chi lo usa. Ma io non accetto un simile atteggiamento. Ho allora pensato di coinvolgere le mie migliori amiche per ridurlo alla ragione. Perchè si renda conto che ad una bestia non può essere permesso di ragionare come noi, di prendere iniziative che prevaricano le scelte delle cose che noi, giustamente, possiamo pretendere da lui e che lui deve espletare nel migliore dei modi per non essere punito. La mia offerta (e insieme richiesta) è: che voi veniate a stare ospiti qui, a casa mia per un mese, durante il quale vivrete come vorrete con l’unico impegno di occuparvi per tre ore al giorno dello schiavo in qualsiasi modo riteniate opportuno a procurare lui la maggior quantità di dolore possibile. Ovviamente non dovrete usare sistemi che possano danneggiare permanentemente il suo stato fisico. E, chiaramente, per farlo soffrire non dovrete rinunciare a farvi servire per il vostro totale godimento. Vi assicuro, ma questa sera qualcuna di voi avrà la possibilità di accertarlo, che è bravo di lingua, anzi bravissimo, ha una bocca disponibile a ricevere di tutto, ha chiappe sode che sembrano fatte apposta per affondarci aghi, un buco posteriore capace di ricevere e contenere anche oggetti di una certa dimensione. Ha buone erezioni disponibili per ogni orifizio sia maschile che femminile. Insomma un bell’animale! Da subito non voglio vedere in giro carta igienica e saponi per intimo. La sua lingua basterà per tenervi pulite davanti e dietro. Ho notato, voi sapete quanto io sia attenta ai particolari, che la bestia ha scarsa salivazione e quindi, alcune volte e per fargli compiere particolari pulizie, bisognerà aiutarlo con qualche sputo direttamente nella sua bocca. Un’altra cosa che voglio che sia scrupolosamente fatta: da questa sera il nostro giocattolo non riceverà più alcun cibo che non siano i nostri avanzi, magari masticati ma comunque sempre conditi con qualche sputo. Come bevanda solo la nostra urina. Non occorrono vasi. Potete elargirgliela direttamente dalla fonte, da cui sarà felice di attingere, e lo farà sempre con il sorriso. E sa riceverla benissimo. L’unica cosa che suggerisco è che siano somministrati brevi fiotti alternanti a pause, affinchè sia data alla bestia la possibilità di deglutire il nostro nettare senza versamenti e di conseguenza senza sprechi. Ed ora, care amiche, mentre io preparo un gioco per estrarre a sorte la prima che si potrà godere lo schiavetto, se volete potete andare a fare la sua conoscenza. È già permesso che facciate quello che volete, ma solo per un quarto d’ora perchè la cena sta per essere servita.

Quando fu tolta la benda a Kam questi si trovò circondato da quattro donne scatenate che lo toccavano da tutte le parti accanendosi, soprattutto, sul pene, che martoriarono in ogni modo possibile, con strizzate e schiaffi. Tre erano anziane, magre magre con espressioni arcigne ed antipatiche. La quarta, una donna molto grossa, mora, dal grande seno e con un enorme culo, si mise davanti a Kam e cominciò a somministrargli delle violente sberle. Per fortuna fu presto interrotta da un amica che voleva la bocca di Kam. Nello stesso tempo un altra gli aveva introdotto tre dita nello sfintere e, facendole andare avanti e indietro, cercava anche di introdurvi il pollice. L’attacco durò poco perchè Anka fece ritornare le amiche a tavola ove stava per essere servita la cena. Aveva preparato quattro grissini di varie lunghezze ed aveva annunciato che chi avesse scelto il più lungo avrebbe goduto dell’utilizzo dello schiavo per tutta la sera. Lo scelse Margaret Vestagher, una delle magre, che tutta rossa disse alle altre che avrebbe usato lo schiavo per essere leccata tra le cosce, ma che avrebbe intervallato quella prestazione mettendosi in piedi e facendosi leccare il buco del culo. Era infatti la zona che le dava il massimo godimento ed era ansiosa di provare le prestazioni della lingua del nuovo giocattolo. “Ottima, vedrai, ottima.” le aveva assicurato Mertel. Poi, con falsa tristezza, comunicò alle amiche che soffriva di grossi problemi di digestione che le provocavano delle fastidiose scariche di dissenteria. Non avendo avuto a casa uno schiavo che provvedesse a lavarla con la lingua, si era dovuta accontentare, ogni volta, per pulirsi, della carta igienica, che l’aveva irritata non poco, avendo una pelle delicatissima. Adesso che aveva una vera lingua umana a disposizione si sentiva decisamente risollevata. Questo annuncio suscitò tra le amiche grasse risate e commenti lascivi. Raccontò poi che il medico le aveva suggerito anche di mangiare pochissimo, soprattutto alla sera. Ma lei era molto golosa e aveva deciso di continuare a mettersi in bocca tutti i cibi preferiti dei quali godeva. Passava poi il cibo masticato al cane di casa. Ora sapeva che lo avrebbe donato allo schiavo. Quindi si tolse le vecchie mutande che portava e riprese posto a tavola sistemando, tra le sue magrissime cosce il viso di Kam. Finito il primo piatto si alzò, si girò e porse il sedere allo schiavo. Dopo qualche minuto dichiarò, tra le risate di tutte, “È così bello che mi sa finirò la cena in piedi!”.

Dopo cena si trasferirono tutte in salotto trascinando lo schiavo al quale avevano messo collare e guinzaglio. A distanza erano seguite dalle cinque schiave personali delle ospiti che durante tutta la cena erano rimaste accovacciate in ginocchio in un angolo della sala con il viso rivolto verso il muro. L’unica a restare vicino alla padrona era Moana, la schiava personale di Anka, sempre pronta a ricevere e soddisfare gli ordini della padrona. Margaret era completamente in trance, in estasi proprio. Non aveva ancora avuto alcun orgasmo ma si sentiva comunque stanchissima. Così, passò Kam a Greta, che l’aveva guardata durante tutta la cena con invidia. Così Kam si trovò a pulire prima e ad accontentare poi un altro sesso. Greta Thunder, ex attivista per i diritti umani e attuale presidentessa nonché membro fondatore dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per dello Sfruttamento Sessuale degli Schiavi, gli teneva la bocca schiacciata contro la vagina e, nonostante anche lei fosse discretamente magra, lo schiavo aveva difficoltà a respirare col naso. Dopo una decina di minuti gridò “Scusateee!” ed ebbe un violento orgasmo. “Per dimostrare allo schiavo la mia riconoscenza” disse quando si riprese “gli riserverò un premio speciale.” E così dicendo estrasse dalla sua borsa un set per la cura delle unghie e, con i pezzi più acuminati, cominciò a trattare la schiena di Kam. Intanto, con un bicchiere di liquore in mano, le altre donne ripresero a discutere su come programmare le giornate dello schiavo. Ognuna diceva la sua, le voci si accavallavano, le proposte erano tutte differenti. Per mettere ordine intervenne Anka che, da buona manager, riteneva di poter dare qualche consiglio alle amiche. “Attente, per favore. Questo essere passa la notte in camera mia. Se ci faccio qualcosa o se lo lascio dormire sono affari miei. Non ci sarà una regola, probabilmente improvviserò di sera in sera. Io mi alzo tutte le mattine alle sei ed esco di casa alle sette. Rientro, dopo il pranzo con i collaboratori, verso la una. Poi vado a riposare sino alle tre. Quindi dalle sette alle quindici potete fare della bestia quello che volete. Dopo quell’ora voglio partecipare a qualsiasi programma abbiate per intrattenerlo. Voi alzatevi all’ora che volete e usatelo come preferite. Penso che al risveglio ognuna ne abbia bisogno almeno come pisciatoio. Il resto della mattina, il pranzo e le prime ore del pomeriggio passatele come volete. Gradirei non vedere troppo in giro le vostre schiave personali. Finirebbero con confondere le mie e potrebbero passare le ore a chiacchierare. Se volete che dormano con voi mi va benissimo, ma domani mattina, se non avete più bisogno di loro, le affiderete a Moana che le chiude nella gabbia che teniamo sotto il portico. E che stiano zitte perchè se sento un rumore, anche se sono di vostra proprietà, le frusto personalmente a sangue.”. E poi rivolta a Lena (Lena Ekk, membro della Conferenza Schiavistica Internazionale) “Mettiti nuda e fai vedere alle altre bestie come frusto bene e che bei disegni so fare sulla pelle.”. Lena ubbidì prontamente mostrando le striature violacee sui seni, sulla schiena, intorno alla vagina e all’interno delle cosce. “Ed ora, signore, per me è giunta l’ora di andare a letto. Kam vieni qui, subito. Fate come se foste a casa vostra e ci vediamo domani.” E poi rivolto allo schiavo che si era accucciato ai suoi piedi “Ti sei divertito a leccare le mie amiche ed a farle godere! Ma chi ti aveva dato il permesso?”. Fece un gesto a Moana. La schiava corse a prendere un scudiscio che Anka usò più volte colpendo Kam al collo. “Avete visto, amiche. Si possono trovare sempre punizioni perchè non ci sono regole. Questo è il bello del poter avere schiavi a propria disposizione. Buona notte.”.

Per il giovane schiavo fu un vero incubo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

28.

 

Stranamente non provava alcuna sensazione particolare tornando nel palazzo nel quale aveva passato più di dieci anni della sua esistenza come apprendista schiavo. Cercò di evitare di vedere l’esposizione degli schiavi in vendita e si recò dritto allo studio di Sinc. La schiava che si trovava fuori della porta gli chiese che cosa desiderasse e quindi lo annunciò alla dottoressa.

“Vieni, vieni. Ti stavo aspettando.” disse Sinc che gli andò incontro e lo abbracciò. Ora poteva farlo! Nonostante l’affettuoso sorriso, l’espressione della dottoressa era triste. Kam notò che le tremavano leggermente le mani e continuava a sfregarle compulsivamente l’una contro l’altra.

Lo studio era completamente in disordine. In terra scatoloni semi pieni di carte e libri. Le finestre senza tende e nella stanza non c’erano più le poltroncine azzurre. Lei era invecchiata molto da come la ricordava. Aveva quale filo bianco tra i capelli ed il collo pieno di rughe. Si sorrisero a lungo. Prima di cominciare a raccontare che cosa gli fosse successo Kam, il signor Mertel, confermò alla sua vecchia protettrice il suo affetto e la sua riconoscenza. “I primi tempi furono duri. Anka era molto esigente e mi maltrattava giorno e notte. Appena arrivato aveva organizzato con delle sue amiche un programma mirato a demolirmi fisicamente e psicologicamente per ottenere il massimo dominio su di me. Mi faceva usare dalle sue amiche e voleva, appena era possibile, essere presente agli incontri. Se a me capitava di essere involontariamente molto gentile e disponibile verso chi mi stava usando per il proprio piacere diventava subito gelosa e appena poteva si vendicava dell’‘affronto’ maltrattandomi in maniera molto dolorosa. Dopo le punizioni poi, però sempre più spesso, mi teneva abbracciato a lei per ore ed ore. Io l’accarezzavo, senza che lei nulla mi chiedesse, nei punti che sapevo più sensibili. Qualche volta le provocavo un orgasmo anche se sapevo che non lo avrei dovuto fare se non a sua richiesta. Ma lei sembrava non curarsene più. Poi da un giorno all’altro tutto cambiò. Mi ero accorto da tempo che stava dimagrendo, che non mangiava più con l’appetito che le conoscevo, che era sempre più triste. Abitualmente mi faceva dormire su una stuoia a fianco al suo letto per tenermi vicino a sé. Una mattina mi chiuse nella cella che mi aveva ospitato al mio arrivo. Ci rimasi tre giorni. Non capivo. Poi la vecchia schiava di casa mi disse che Anka era stata ricoverata in ospedale. Quando tornò era pallida e respirava con difficoltà. Si mise a letto e volle che io restassi al suo fianco, abbracciato a lei. Sembrava non stancarsi mai delle mie carezze. A volte sentivo il suo corpo che vibrava come se avesse dei brividi. Poi cominciava a scottare. Per tutto il periodo che durava la febbre era lei che mi accarezzava ed a tratti parlava. In principio non capivo. Era un sussurro. Mi diceva: ‘Caro il mio bel bambino. Che mi vuole bene e che io amo’ e lo ripeteva per delle ore, quasi fosse un mantra. Si alzava, facendosi aiutare, solo quando arrivava alla villa il suo notaio che da quando lei stava male amministrava tutte le sue proprietà. Stavano chiusi delle ore nello studio parlando sottovoce perchè nessuno li sentisse. Continuava a peggiorare e perse anche il controllo della vescica e dello sfintere. Si sporcava spesso ed a volte sporcava anche me che la tenevo abbracciata. Non voleva essere pulita da nessuno. Solo io la potevo toccare e, a volte, mentre lo facevo, le sue labbra secche e screpolate, si aprivano in un sorriso. Un giorno, poi, all’improvviso, mi resi subito conto che qualcosa di grave era avvenuto. Il suo corpo era diventato freddo. Da ore, probabilmente, era morta. La vecchia schiava chiamò il notaio che arrivò dopo circa un’ora con un medico. Io nel frattempo l’avevo ripulita e rivestita. Il medico la visitò ed infine rilasciò al notaio un certificato di morte. Entrambi se ne andarono. Tutti noi non sapevamo che cosa fare e come comportarci. Il nipote di Anka se ne era andato da qualche giorno dopo una violenta lite con la zia e non si sapeva dove fosse finito. La villa e tutta la fattoria erano nel caos. Finalmente verso sera il notaio ritornò accompagnato da tre uomini. Appena entrato mi vide e disse: ‘Signor Mertel, la prego di venire con me in ufficio. I signori ci faranno il piacere di aspettare.’. Io mi voltai per vedere se fosse ritornato e fosse alle mie spalle il nipote di Anka. Ma non c’era nessuno. Il notaio notò il mio imbarazzo e mi disse ancora: ‘Dico a lei, signor Mertel, mi segua per piacere.’. Fu molto sintetico nel darmi la notizia. Forse altrettanto seccato, quasi gli spiacesse. Anka, pagando una cifra incredibile al Governo e muovendo tutte le sue conoscenze, aveva riscattato il mio stato di schiavo. ‘Non solo.’ concluse il notaio, ‘Lei è stato anche adottato dalla signora Mertel. Ora lei è il signor Mertel. Liborius Mertel. Tutte le immense proprietà di sua mamma sono passate a lei. Dovremo a lungo discutere per prendere le giuste decisioni, se lei vorrà mantenermi come consulente. Ora è urgente affidare la gestione di questa fattoria a degli esperti. Se lei è d’accordo potremmo nominare i signori che sono arrivati con me. Sono dei periti agrari e penso siano ben preparati per gestire tutte queste coltivazioni.’ A me girava violentemente la testa e non riuscivo a rendermi conto di tutto quanto stesse avvenendo. Non so dove trovai la forza e le capacità per rispondere. ‘Certo, sono d’accordo.” Era la prima decisione che prendevo nella mia vita.’.

Sinc aveva seguito tutta la storia senza mai intervenire. Si sentiva in colpa per tutto il dolore che aveva provocato a Kam cedendolo a Anka. Ma ora era così preoccupata per quello che le stava accadendo da non riuscire ad unire dolore a dolore. Alla fine del racconto entrambi rimasero a lungo in silenzio ricordando momenti del passato vissuto insieme ormai tanto tempo rima. Poi fu Kam, cambiando volutamente discorso, a chiedere a Sinc se stesse preparandosi a cambiare ufficio. “Più che altro a cambiare vita.” le rispose con un sorriso triste la dottoressa. “Anche lei?” domandò Kam. “Sì, ma mentre tu l’hai cambiata assolutamente in meglio per me è il contrario!” disse Sinc. “Posso sapere?” chiese premuroso Kam. Forse per sfogarsi o forse per analizzare un’altra volta quello che era successo Sinc cominciò a raccontare.

Lei e la sua socia avevano quasi raggiunto quello che si erano prefissate. Erano riuscite ad aprire dodici sex hotel nei paesi ove esisteva lo schiavismo. Questo fatto aveva trasformato sostanzialmente il settore della prostituzione creando gravi danni economici ai governi periferici di Pentapoli. Questo avveniva sia negli stati schiavisti che negli altri perchè in questi ultimi venivano organizzati viaggi che comprendevano volo ed ingresso ai sex hotel stranieri. Erano state contattate da avvocati e commercialisti ricevendo offerte per la vendita degli alberghi. Come poi capirono, i candidati compratori erano uomini legati ai governi delle altre città di Pentapoli. Avendo rifiutato iniziarono a giungere le prime minacce, seguite poi da vessazioni più gravi e violente. Tutti gli schiavi sessuali di uno degli hotel vennero infettati col batterio Tripomena Pallidum, responsabile della sifilide. Gli schiavi infettarono a loro volta centinaia di clienti che intentarono una class-action ed ottennero risarcimenti milionari che andarono ad aggiungersi alla perdita degli schiavi che dovettero essere abbattuti. Una notte si svilupparono inoltre violentissimi incendi in quattro hotel con morti sia tra gli schiavi che tra i clienti. Gli incendi furono ritenuti dolosi e quindi le assicurazioni si rifiutarono di pagare i danni. Anche in questo caso il risarcimento fu pagato da Sinc e dalla sua socia. La Banca Centrale Europea, che aveva largamente finanziato gli investimenti con il sostegno della Nato, spaventati da quanto accadeva e sollecitate dalla Mafia avevano chiesto il rientro immediato dei capitali prestati. Sinc e Ursula, da ricchissime che erano, si trovavano in pochi giorni sul lastrico. Anche la casa e l’ufficio della dottoressa erano stati pignorati ed il giorno seguente Sinc avrebbe dovuto lasciarlo. Ma il problema maggiore era che, senza più neppure la carta di credito, non sapeva assolutamente dove andare e neppure dove ricoverare i preziosi incartamenti, riguardanti le ricerche compiute negli ultimi vent’anni, con i quali aveva riempito gli scatoloni. Kam si dimostrò molto addolorato e cercò di consolare la dottoressa ma non riusciva a trovare le parole adatte. Pensando di disturbare i preparativi lasciò un biglietto con il suo numero di telefono pregando Sinc di fargli avere sue notizie e dove avrebbe ancora ootuto rintracciarla. Fu un abbraccio veramente affettuoso quello che i due si scambiarono prima che Kam se ne andasse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

29.

 

Dopo circa un’ora il telefono della dottoressa cominciò a squillare. Quando alzò il ricevitore senti la voce affannata di Kam che diceva: “Per fortuna è ancora lì. Mi aspetti! Devo parlarle. Arrivo tra un quarto d’ora.”.

Entrò senza essere annunciato e senza chiedere permesso. Si mise a sedere sulla sedia dove si era accomodato prima e disse: “Quello che devo dirle è molto difficile. Vede, io per la legge non sono più uno schiavo. Sono legalmente libero. Un uomo libero. Ma dentro, rimarrò sempre uno schiavo. Lei ha modificato la mia natura. Io non posso provare amore che per una padrona cattiva che mi maltratta e mi danneggia. Sa, la signora Mertel, la mia seconda madre possiamo dire, possedeva una isola. Non so se è a conoscenza di questo dettaglio. Ad ogni modo, non era niente di cui vantarsi: si poteva girare in un’ora. Ma è comunque un paradiso. Un’estate che vi andammo scoprimmo che era completamente infestata di topi. Erano arrivati con un peschereccio e si erano letteralmente rimpinzati di topi. E come si cacciano i topi da una isola? Me lo insegnò la mia cara madre Mertel. Interrammo un barile con una molla nel coperchio e poi come esca collegammo il cocco al coperchio: i topi golosi si avvicinavano e cadevano a uno a uno nel barile. Dopo un mese avevamo intrappolato tutti i topi. Ma dopo che ci fai? Butti il barile nell’oceano? No. Lo bruci? Nemmeno. Sai che fai? Lo lasci lì dove si trova. I topi iniziano ad avere fame. E poi, uno a uno, iniziano a divorarsi tra loro. Finchè non ne rimangono soltanto due: i sopravvissuti. E poi che fai? Li uccidi? No. Li lasci liberi sugli alberi. Ma non mangiano più le noci di cocco ormai. Ora mangiano solo topi. Ecco che cosa siamo noi: due sopravvissuti. Io dico che non può, dunque, esserci vera promozione della dignità dell'uomo se non nel rispetto dell'ordine essenziale della sua natura. Certo, nella storia della civiltà, molte condizioni concrete ed esigenze della vita umana sono mutate e muteranno ancora; ma ogni evoluzione dei costumi e ogni genere di vita devono essere contenuti nei limiti imposti dai principi immutabili, fondati sugli elementi costitutivi e le relazioni essenziali di ogni persona umana: elementi e relazioni che trascendono le contingenze storiche. Questi principi fondamentali, che la ragione può cogliere, sono contenuti nella legge divina, eterna, oggettiva e universale, per mezzo della quale Dio, nel suo disegno di sapienza e di amore, ordina, dirige e governa l'universo e le vie della società umana. Dio rende partecipe l’uomo di questa sua legge, cosicché l'uomo, sotto la sua guida soavemente provvida, possa sempre meglio conoscere l'immutabile verità. Questa legge è accessibile alla nostra conoscenza tramite il nostro corpo. Dunque non mi lamento: sono stato uno schiavo fortunato. Attraverso il dolore ho raggiunto la conoscenza. E questo è merito principalmente tuo. E poi di mamma Mertel. Ho avuto due persone che mi hanno voluto bene, forse amato. In due modi diversi, ma sempre con lo stesso sentimento. Anka mi ha concesso il suo amore ma dopo avermi inflitto tante sofferenze. Non voleva darmelo, perchè uno schiavo non si può amare. Lo fece quando non poteva far più nulla per resistere al suo sentimento. Lei, dottoressa, invece, ha cominciato ad amarmi quando ero bambino, da subito. Spontaneamente, ed io l’ho capito immediatamente. Non conoscevo quel sentimento ma mi ha ugualmente riempito il cuore. Anche se non ha cambiato la mia condizione di schiavo quello che lei ha fatto per me è stato importante. Mi ha dato un po’ di quella dignità che non è cosa per gli schiavi. Mi ha aiutato immensamente a vivere meno peggio possibile la mia vita. Anka mi ha regalato la libertà. Quella cosa immensa che uno schiavo non sa neppure che esista. La libertà, si, ma non la vita. Io vivo soffrendo, non so se quanto prima, ma comunque soffrendo. Ho una bella casa, ho tanti soldi per comprarmi quello che desidero ma sono ancora rimasto un oggetto. Quando vado a fare acquisti tutti sono disposti a sorridermi, a trattarmi gentilmente perchè do a loro soldi. Non perchè sono un cliente. Solo perchè sono ricco. Non ho amici, non riesco ad avere una donna, un affetto. Amavo, amo, la ragazza che era ieri con me. Qualcuno, però, le ha detto che ero uno schiavo. Stamattina mi ha mandato un biglietto dicendomi che non mi vuole più vedere. Io sono convinto che invece lei apprezzi l’amore che ho e che ho sempre avuto nei suoi riguardi, e sono convinto che anche lei mi ami, nonostante il mio passato. Dottoressa, io la desidero. Ormai, non posso stare con altra che lei. Sarò per sempre il suo schiavo. Io l’unico schiavo per lei e lei l’unica padrona per me. Lei amministrerà i miei averi e li userà per continuare a fare la vita che si merita ed alla quale è abituata, a comprare i vestiti più belli, a mangiare le cose più buone ma, soprattutto a continuare gli studi e i progetti che ha iniziato e che deve completare perchè solo lei può farlo. Io so che le piacciono le donne. Vedrà saprò regalarle così tanto piacere che le dimenticherà.”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

30.

 

Nel taxi che la stava portando a casa di Kam, la dottoressa si era un po’ ripresa. Stava elaborando quello che era successo, tutto così improvvisamente. La proposta ricevuta, il suo tacito assenso. Dopo giorni di grandi preoccupazioni l’improvviso sereno l’aveva sconvolta. L’offerta di Kam, che sembrava sincera, avrebbe avuto veramente un seguito? Sarebbe lei riuscita a trattare nuovamente come uno schiavo quello che era un uomo libero? E Kam avrebbe accettato gli ordini? La soluzione migliore sarebbe stata quella di una convivenza paritaria con una sua compartecipazione nel ruolo di compagna o vecchia amante. Gli appariva tutto molto nebuloso e non trovava le forze per ragionare con la freddezza necessaria. Aveva bisogno di riposo. Avrebbe potuto sfruttare l’ospitalità di Kam per rimettersi in forze con calma e raggiungere poi la decisione più saggia e ponderata.

Quando arrivarono alla villa, Kam, aiutato dall’autista, tolse le due grosse valige dal baule del taxi e si avviò alla porta di ingresso. Dall’interno si precipitarono ad aiutarlo le due schiave che lui possedeva e che lo adoravano perchè venivano trattate come se fossero vere persone (e vere donne...). Lui spiegò brevemente la situazione e Sinc fu accompagnata nella camera degli ospiti. Quando il contenuto delle sue valige fu, con l’aiuto di una delle due schiave, sistemato nell’armadio che teneva tutta una parete della stanza, Sinc fu accompagnata nel bagno che comunicava con la camera. Fece una lunga doccia e poi, esausta, si sdraiò sul letto. Dopo poco si era addormentata.

Fu svegliata dal massaggio ai piedi che Kam, in ginocchio vicino al suo letto, le stava praticando. Era una cosa che adorava ricevere, soprattutto se era il preludio ad un atto sessuale. Lo guardò a lungo e gli sorrise. Poi allungò una mano ad accarezzargli la testa. Per Kam fu come un segnale di gradimento ed una sollecitudine ad andare avanti. Le divaricò le cosce e trasferì la sua azione su, su sino alle grandi labbra. Sinc sembrò ricevere questi gesti con naturalezza, come se li avesse aspettati, come se fosse sicura che sarebbero arrivati. Quando la bocca dello schiavo si posò sul clitoride lei emise un breve sospiro ed un sorriso le aprì le labbra. Era bello sentirsi desiderata, perchè era sicura che fosse così. Kam aveva detto di averla amata da sempre ed ora lo stava dimostrando. Le baciò i seni insistendo sui capezzoli, poi il collo. Poi ancora i seni, che Sinc aveva ancora sodi e abbondanti. Poi la donna prese il suo pene e lo guidò dentro di lei. Per Kam fu il primo gesto che gli diceva di essere stato accolto tra gli uomini. Era le carezze che non aveva ricevuto da una madre che neppure ricordava, gli affetti di parenti e amici che non aveva avuto, la gioia di un amore verso una ragazza che non aveva mai frequentato e che, comunque, non gli sarebbe mai stato permesso. In quel momento capì, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che l’amore per Sinc sarebbe stato per sempre come la riconoscenza verso Anka che aveva permesso che tutto questo avvenisse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

31.

 

Adesso, erano passati trent’anni dal ritorno della dottoressa nella sua vita. Con grandissima gioia aveva continuato ad amarla e a servirla in tutto. Alle due schiave di casa, accettate e ben trattate anche dalla nuova padrona, non era permesso avere rapporti diretti con lei. Lui provvedeva a tutto. La svegliava accarezzandola tutte le mattine all’ora che Sinc aveva indicato. Spesso, per il suo piacere e per non farla scomodare, quando Sinc non aveva impegni e desiderava godere ancora del tepore del letto, riceveva direttamente in bocca l’urina della notte e poi provvedeva ad una prima sommaria pulizia della sua vagina. L’uso della lingua era sempre stato particolarmente gradito a Sinc. In qualche occasione, Kam continuava sino a provocare un orgasmo. Le serviva quindi la colazione che la dottoressa, consumava a letto leggendo il giornale che trovava sullo stesso vassoio. Poi l’accompagnava in bagno e l’aiutava a fare la doccia, asciugandola con grande delicatezza. Tutto il giorno e la notte era al suo servizio e lei lo usava perchè aveva piacere ma anche perchè sentiva che Kam godeva di questa situazione. Lui la accompagnava ovunque. A fare compere in città, a trovare le amiche ma anche quando andava a presiedere le riunioni dell’“Associazione per la Tutela dello Schiavo” che aveva creato, con i fondi di Kam, insieme a molte personalità del mondo culturale. Grandi successi erano stati ottenuti. Ora la vita per gli schiavi rimasti era diventata molto più vivibile. Erano vietate le torture e le punizioni corporali elargite dai padroni senza una vera colpa dello schiavo. Un padrone poteva, in qualsiasi momento, donare la libertà senza pagare le grosse cifre che aveva dovuto sborsare Anka per la liberazione di Kam. Gli schiavi non potevano più essere ereditati e diventavano liberi alla morte del padrone. Molti di questi proprietari, però, avevano trovato un escamotage per ovviare a questa legge: venivano infatti costituite ditte fittizie alle quali gli schiavi venivano venduti e poi ritornavano in uso gratuito ai vecchi proprietari. Questo avveniva soprattutto tra i padroni delle grandi aziende agricole, ove la mano d’opera schiavistica era di grande importanza per il suo largo impiego a bassissimo costo. Le aziende veniva cedute, per non perdere il loro capitale umano, a ditte costituite dagli stessi proprietari. L’unico settore nel quale non si era riusciti ad intervenire era quello dello sfruttamento sessuale che era in mano alle potenti organizzazioni governative che in parte ricattavano i politici ed in parte compravano i mafiosi. Sinc era molto fiera dei risultati raggiunti ma ormai, da tempo, aveva abbandonato ogni attività. Aveva compiuto ottant’anni e si stancava facilmente per ogni cosa. Kam aveva raddoppiato i suo servizi e non permetteva che, quella che continuava a ritenere la sua padrona, dovesse compiere qualsiasi sforzo. Era ossessionato dal fatto che alla sua morte si sarebbe ritrovato ancora una volta solo senza avere più uno scopo nella vita ed anche lui, ormai, avanti negli anni. Non ci dormiva di notte e non riusciva ad accettare quanto sarebbe avvenuto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

32.

 

Una giorno Kam avvisò le due schiave che lui e padrona Sinc non volevano essere disturbati per nessuna ragione. Solo la mattina successiva la schiava più anziana, non avendo, dopo l’ordine di Kam, sentito provenire alcun rumore dalla camera di Sinc, andò a bussare alla porta. Non avendo ricevuto alcuna risposta si prese la responsabilità di aprirla rischiando di essere punita. Il corpo di Sinc era disteso su letto. Era stata vestita con quell’abito azzurro che le stava tanto bene e che Kam le aveva regalato trent’anni prima il giorno della sua venuta in quella casa. Lui era disteso a terra accanto al letto. Era circondato da salviette di spugna impregnate del sangue che era uscito dalle vene dei suoi polsi. La sua bocca era atteggiata a un dolce sorriso. Sul foglio appoggiato sul cassettone vi era il testamento di Kam. Tutti i suoi averi andavano alla “Associazione per la Tutela dello Schiavo” perchè proseguisse l’opera che la dottoressa Sinc aveva iniziato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<La vita rende così tremendamente difficile

credere nell’innocenza di qualcuno.>>

 

(Thomas Mann).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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[1] Denominazione ufficiale, nel gergo diplomatico e giuridico ufficiale, degli schiavi.












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