"B.D.S.M."
“B.D.S.M.”
di Manuel Omar Triscari.
0) EPITOME.
Anno 3003. La popolazione di Euràpoli è ridotta in
schiavitù dal governo oligarchico di Pentagone. Un giorno scoppia una
ribellione tra gli schiavi che porta a una violenta repressione da parte del
governo e furono emanate leggi ancora più dure e vessatorie nei confronti degli
schiavi rivoltosi.
La dottoressa Sinc è la massima esperta nazionale in gestione
e trattamento degli schiavi. Sa che per tenere a bada una massa di ‘ominidi’ ottusi
e per questo potenzialmente riottosi è necessaria la punizione ma anche la
spiegazione alla punizione. Inoltre, ella avvia, accanto alla pratica del
commercio degli schiavi, l’industria della loro prostituzione. Vengono così
istituiti allevamenti di schiavi sessuali destinati alla prostituzione nei
numerosi sex hotel disseminati in
tutto il territorio dello stato. In pochi mesi il programma entra a pieno regime
e la catena di educazione funziona perfettamente. Dopo i corsi di femminizzazione,
ogni schiavo deve tutti i giorni passare almeno due ore a intrattenere un master ubbidendo a qualsiasi tipo di
ordine. Al termine dell’iniziazione sessuale, lo schiavo è subito destinato
allo sfruttamento sessuale nei sex hotel.
In quelle turpi camere oscene e sordide succede di tutto perchè
tutto è permesso: non esiste limite alla perversione quando non ci sono regole.
Gli schiavi e le schiave portano una polsiera che misura il numero dei battiti
cardiaci, la pressione, la velocità della respirazione e l’eventuale
sudorazione. I dati sono inviati direttamente al cervellone del computer che li elabora. Se viene rilevata
una scarsa partecipazione emotiva dello schiavo alla soddisfazione del cliente viene
subito inviata al malcapitato una scarica di elettricità e adrenalina
sufficiente a far schizzare il cuore fuori dalle orecchie a un cavallo.
Spicca per bellezza, tra gli schiavi sessuali, Kam, un giovane
d’incomparabile bellezza, acquistato giovanissimo da Sinc per il proprio
allevamento e poi rivenduto alla terribile Anka Mertel, che lo sottopone per
anni ad angherie d’indicibile cattiveria sadica e riti d’inenarrabile iniziazione
sessuale. Abusato, stuprato, picchiato, umiliato per anni, Kam subisce in
silenzio, secondo i principi della propria educazione servile.
Ma la vicinanza genera in Mertel un sentimento che via via
si approfondisce sempre di più sfociando in un benevolo affetto materno. Alla
propria morte, Mertel nomina Kam suo erede universale, rendendolo un uomo
libero, con il nome di Liborius Mertel.
Il giovane Liborius va allora, da uomo libero, alla ricerca
della sua prima aguzzina, la dottoressa Sinc. Questa, con il tempo, smetterà di
opporsi a un sentimento che da tempo covava e che andava al di là del semplice
affetto. Kam le propone a un certo punto di andare a convivere. Unica
condizione: che tra di loro si instauri nuovamente un rapporto di dominazione
schiavo-padrone, del tipo a cui è sempre stato abituato e che rappresentava lo
schema normale di interrelazione per tanta parte della sua vita. La natura di
Kam-Liborius è infatti compromessa per sempre: incapace di concepire i rapporti
interpersonali all’infuori dello schema schiavo-padrone (come confesserà nel
monologo finale), il rapporto uomo-donna o adulto-giovane non può che essere
concepiti in termini di comando e sottomissione.
Sinc è assalita dai dubbi. L’offerta di Kam, che sembra
sincera, potrebbe avere veramente un seguito? Riuscirebbe lei a trattare nuovamente
come uno schiavo quello che è un uomo libero? E Kam accetterà nuovamente di
buon grado gli ordini? La soluzione migliore sarebbe quella di una convivenza
paritaria con una sua compartecipazione nel ruolo di compagna o vecchia amante.
Alla fine Sinc si abbandona all’istinto (e agli istinti) e si convince. I due vanno
a convivere. Incapace di concepire i rapporti interpersonali all’infuori dello
schematismo schiavo-padrone (come confesserà nel monologo finale), si
sottomette volontariamente a Sinc tornando alla sua originaria condizione di
schiavo.
Per avere il controllo su una
persona
devi farla soffrire.
1.
Correva l’anno 3003. A quel tempo Euràpoli era soggetta al governo
oligarchico di Pentagone. Pentagone era una metropoli costituita da cinque
città: Cölnn,
Straszeburc, Bruolisela, Franconofurd e Lützelburg. Esse erano collocate
al centro di Pentàpoli, una macroregione collocata al centro di Euràpoli e
costituita da quattro cantoni: Assia, Prussia, Brussia, Brema e Renania.
Pentagone e i suoi re dominavano sull’intera popolazione di Pentapoli ed Euràpoli.
Gli abitanti di Euràpoli, ridotti in schiavitù per dodici anni, il tredicesimo
anno si erano però ribellati. La rivolta durò un anno. Il quattordicesimo anno i
re delle cinque città di Pentagone (i re Sòdoma, Gomorra, Adma, Zeboim e Zoar)
si coalizzarono con il re Assia di Sennacherib per sconfiggere i ribelli e
reprimere la rivolta. La coalizione così composta, unita sotto il nome di Lega
Teutonica, mosse guerra ai ribelli e invase le loro case. I re teutonici devastarono
e saccheggiarono i territori dei rivoltosi finchè non ne rimase alcuno. Non ci fu scampo. Molte tra le città di
Esperia ed Ichnusa, dove la rivolta era stata particolarmente virulenta e
massimamente violenta la repressione, furono rase al suolo. Poichè la ribellione
cruenta era divampata come un incendio impazzita e non si poteva stabilire con
certezza chi fossero i colpevoli, per ristabilire l’ordine si rese necessario
abbattere oltre cinquecentomila sudditi. Poichè le armi tradizionali non
bastarono, si ricorse a un’arma invisibile: fu liberato un nemico invisibile,
il virus Sars-Covd 19, che sparse morte e pestilenza ovunque per le plaghe e le
calli bagnate dal Mare di Triquetra. Fu raccapricciante. I morti salirono a un
milione. Vi erano stati anche caduti tra i civili, perchè numerosi schiavi
erano riusciti ad armarsi e a difendersi. Ora, le valli di Euràpoli erano
distrutte e semi-deserte e vi erano diversi problemi da risolvere.
Il principale era eliminare le carcasse dei corpi in disfacimento
prima che si potesse verificare un’epidemia. Sarebbero stati naturalmente
bruciati perchè era impensabile dare una vera e propria sepoltura a tutti
quegli esseri inferiori. Numerose fattorie e piccole imprese erano rimaste
senza mano d’opera e questo stava creando una vera e propria crisi produttiva. L’economia
si era, ormai da secoli, basata sulla mano d’opera che gli schiavi fornivano
gratuitamente ed ora i sopravvissuti non erano in numero sufficiente per svolgere
tutti i lavori a loro destinati. Anche se immediatamente il governo aveva
emanato una legge che costringeva gli schiavi a lavorare quattordici ore al
giorno invece delle abituali dodici, non c’era modo di ridurre il danno in
tempi relativamente brevi. Vi era un ulteriore problema che non aveva
precedenti. Le fattrici infatti venivano ingravidate per mettere alla luce i loro
figli nel periodo dell’anno in cui vi era meno necessità di mano d’opera
femminile. Per la prima volta anche le femmine avevano partecipato alla rivolta
ed almeno centomila di loro erano state abbattute. Migliaia di queste si erano
da poco sgravate ed adesso altrettanti piccoli esseri rischiavano di morire
senza il latte materno. Si cercò aiuto presso i paesi vicini ma l’unica risposta
avuta fu la disponibilità a comprare per pochi soldi i cuccioli rimasti senza
madre. I governanti di Pentagone erano disperati e non sapevano assolutamente quali
decisioni prendere.
Senza perdere tempo fu indetta una campagna per ingravidare
il maggior numero di fattrici. Fu raccolto tutto lo sperma possibile tra gli schiavi,
usando il metodo della mungitura mediante il massaggio prostatico, per l’inseminazione
delle fattrici disponibili. Per facilitare al massimo il raggiungimento del
risultato potevano partecipare anche uomini liberi purchè consapevoli, non
sposati, sani e maggiorenni. Naturalmente fu fatta una cernita tra le femmine.
Le più belle e giovani vennero riservate ai cittadini che si impegnavano ad
inseminarle per un periodo minimo di 15 giorni consecutivi. Questo per avere
una qualche sicurezza che la gravidanza andasse in porto. Per incrementare le adesioni
venne stabilito che quelli che si offrivano volontari acquisivano, oltre al
diritto di monta sulle donne, anche la loro piena proprietà. Furono requisiti
alcuni alberghi per consentire agli uomini, soprattutto agli scapoli, di
compiere il loro servizio in luoghi accoglienti.
Grandi roghi intanto erano alimentati giorno e notte per eliminare
i cadaveri. Situati lontani dalle città perchè la puzza della carne bruciata
non disturbasse la vita delle padrone e dei padroni. Sovvenzioni statali furono
distribuite a chi era rimasto privo di mano d’opera. Infine gli allevamenti
vennero autorizzati a vendere i piccoli da destinare al lavoro prima che
avessero compiuto i dodici anni abbassando l’età minima a dieci anni.
2.
La dottoressa Sinc era la massima esperta nazionale in gestione
e trattamento degli schiavi. Da brava psichiatra aveva studiato il loro
comportamento nei vari periodi della loro vita. Erano emerse reazioni diverse
tra quelli ridotti in schiavitù (ormai sempre meno) e quelli nati da una
schiava, tra quelli abituati a lavorare in gruppi, per esempio nei campi, e quelli
che erano schiavi domestici. Da tempo sosteneva che troppi di loro venissero
maltrattati in modo troppo violento dai loro padroni anche senza un motivo
particolare. Era vero che vi erano ricchi depravati che acquistavano schiavi
solo per il piacere di vederli soffrire torturandoli a volte sino alla morte,
ma era diffusa anche tra molti proprietari l’usanza di somministrare punizioni
molto dolorose non solo a chi o non ubbidiva agli ordini, o lavorava senza molto
applicarsi, ma anche a chi compiva disattenzioni o comunque mancanze veniali. Sinc
proponeva che fossero emanate leggi apposite perchè gli schiavi avessero
ovviamente le punizioni che meritavano, ma che queste avessero un fine educativo
e non vendicativo. Uno schiavo che subiva angherie tali da rendergli la vita insopportabile
non aveva nessuna remora a rischiare anche la morte pur di cercare di cambiare
la propria esistenza. Con quanto da lei proposto probabilmente le ribellioni
non sarebbero più avvenute o comunque sarebbero state limitate a fatti locali. La
dottoressa Sinc si interessava in modo particolare all’allevamento degli
schiavi sessuali che riteneva fossero quelli che potessero dare maggiori guadagni
ai loro padroni.
Sinc era ricchissima. Possedeva un allevamento con trecento
fattrici di una razza Ispanica, sane e molto resistenti alle fatiche. Alcune
anche molto belle. In maggioranza erano avviate a diventare fattrici già a quattordici
anni e potevano portare a termine due gravidanze ogni tre anni per almeno vent’anni.
Le femmine lavoravano nei mesi estivi nelle grandi estensioni coltivate a riso
e a frumento. Ad Aprile, prima di essere avviate ai campi, iniziava la procedura
per ingravidarle. Le schiave, era stato accertato, avrebbero potuto lavorare senza
problemi nei primi sei mesi di gravidanza senza danni al feto. Veniva organizzata
una grande festa orgiastica che durava una decina di giorni. Le schiave più
attraenti venivano legate a dei giacigli e offerte agli uomini liberi che
venivano invitati e che potevano divertirsi con loro nei modi ritenuti più
piacevoli. L’unico obbligo era che le schiave ricevessero almeno una volta al
giorno il seme nel posto giusto. Gli intervenuti per lo più erano abitanti
delle vicine campagne, uomini poveri che non potevano pagarsi altri piaceri. Quasi
tutti, comunque, erano sani e forti e si sperava avrebbero potuto trasferire la
loro buona condizione fisica ai nuovi nati. Le femmine che non ricevevano l’attenzione
degli invitati venivano sottoposte all’inseminazione artificiale. Da quando
vivevano nell’allevamento di Sinc tutte le femmine erano ligie ai regolamenti
imposti dalla padrona. Tra questi era preminente l’obbligo di dover soggiacere
ad ogni richiesta di un uomo che per qualsiasi motivo si trovasse a frequentare
l’allevamento. E gli uomini, ovviamente, ne approfittavano pretendendo le prestazioni
più strane e spesso più dolorose. I maschi schiavi sapevano invece che se
fossero stati sorpresi a fare sesso con una manza sarebbero stati castrati ed
avviati al lavoro nelle miniere.
Nell’allevamento avvenivano circa duecento parti all’anno. Il
problema era che si concentravano tutti nel giro di 30-40 giorni. Il
veterinario, ingaggiato da Sinc per la cura delle schiave, aveva istruito
alcune vecchie, non più fertili, a fare da levatrici. Si chiamava Vlad Seleski ed
era una vera sanguisuga, un torturatore sadico e pazzo. Lui interveniva solo
per i parti più difficili. Il record
era stato di 46 nascite in un solo giorno, la maggior parte delle quali, con
grande gioia della dottoressa, di maschi. I maschi avevano infatti maggior
richiesta sul mercato e quindi il loro valore era molto superiore a quello
delle femmine. Dopo un anno i cuccioli venivano tolti alle madri. Alcuni venivano
venduti ad altri allevamenti o all’estero, ma la maggior parte erano mandati,
per essere allevati come schiavi sessuali, in una specie di grande collegio,
sempre di proprietà di Sinc, tenuto da vecchie schiave che non avevano più la
forza necessaria per lavorare nei campi. I piccoli vivevano in promiscuità e
totalmente nudi. La dottoressa non era infatti disposta a spendere soldi per vestiti
che riteneva assolutamente superflui. Dormivano in grandi spazi disadorni su
stuoie puzzolenti. Le latrine erano sempre sovraffollate e numerosi erano quelli
che facevano i propri bisogni all’interno dei dormitori. La dottoressa sosteneva
che se i maiali crescono meglio in luoghi sporchi e puzzolenti anche gli altri
animali avrebbero potuto fare lo stesso. Da brava amministratrice aveva
stipulato contratti con una serie di ristoranti, club, mense scolastiche e collegi per ragazzi delle buone famiglie
della vicina città. Tutte le sere, faceva ritirare gli avanzi lasciati nei
piatti dai commensali o quelli delle cucine. Quanto ritirato veniva versato in
cinque grandi trogoli e mischiato a delle farine cotte in modo approssimativo e
messo a disposizione dei piccoli. Sinc visitava settimanalmente i due
allevamenti ad eccezione del periodo nel quale i cuccioli venivano separati dalle
madri perchè Sinc non sopportava le urla e i pianti delle schiave al momento
del forzato distacco.
3.
Sinc, in società con Ursula Borderline, una vecchia amica e
collega d’università, aveva iniziato creando due attività molto redditizie. Acquistati
due grandi immobili in disuso, con il contributo del governo, li aveva
innanzitutto ristrutturati. Uno era un palazzone a quattro piani ove era
ospitata la sede della Società, ma la maggior parte della struttura era adibita
ad esposizione permanente di schiavi e schiave in vendita. Questi erano tenuti
legati a pali in ferro o legno con le gambe e le braccia divaricate. Ciò
permetteva di evitare agli esposti qualsiasi movimento, ed agli eventuali
compratori la possibilità di poter ispezionare comodamente la merce. In cima al
palo un cartello riportava le eventuali qualità del soggetto ed una specie di
certificato di garanzia che parlava dello stato di salute, dell’età, e delle
precedenti occupazioni. Soprattutto per quanto riguardava le femmine l’acquirente
poteva quindi anche accertarsi, toccando e palpando, la solidità di un seno o
di un gluteo, ma anche quale fosse la reazione alla introduzione di un dito o
di un piccolo oggetto all’interno del sesso o dell’ano. Questo avveniva
talmente spesso, soprattutto da parte di giovani sfaccendati, che lo schiavo o
la schiava non ci facevano neppure più caso. L’esposizione durava sedici ore e
gli esposti venivano slegati due volte, nel corso della giornata, per essere portati
alle latrine e per essere nutriti. L’altra metà del primo piano era destinata
ad un vero e proprio bordello dove schiavi e schiave potevano essere usati in
ogni modo. Il tutto in sale comuni che avevano l’effetto di una orgia
permanente. Si pagava un biglietto d’ingresso della durata di trenta minuti. Inservienti
controllavano solo che gli schiavi non venissero danneggiati. Se qualcuno
compiva atti violenti intervenivano e accompagnavano l’interessato all’uscita. Gli
schiavi restavano all’interno del bordello per periodi di quattro ore
consecutive due volte al giorno. Recenti studi scientifici, condotti con la
massima perizia su campioni amplissimi d’acclarati esperti del settore,
appuravano infatti lo schiavo, per sua natura, non riesce a sopportare periodi
più lunghi. Se uno degli orifizi veniva usato e magari vi era stata eiaculazione,
chi l’aveva ricevuta doveva recarsi in una specie di gabinetto dove un addetto
provvedeva all’estrazione dello sperma con una cannula e quindi al lavaggio ed
alla disinfezione. I clienti erano sempre numerosi e più spesso erano donne di una
certa età, probabilmente vedove, che non possedendo schiavi sessuali ai loro
servizi venivano qui a farsi soddisfare.
4.
Al primo piano, oltre ad un’ala riservata alla direzione vi
era la scuola per schiavi sessuali. Abitualmente erano presenti circa una
trentina di “allievi”, più maschi che femmine. Infatti anche qui la richiesta
era rivolta più spesso ai maschi che, portati, per esempio, nell’ambito di una
famiglia potevano essere usati per soddisfare sia il padrone che la padrona di
casa e, volendo, anche figli e figlie. Maschi e femmine seguivano corsi
diversi. Erano più brevi e più facili quelli per le femmine che dovevano solo imparare
a soddisfare i loro padroni con la bocca o ricevendoli nei loro corpi sia
davanti che dietro, manifestando la più assoluta obbedienza e disponibilità. La
cosa più difficile per i maschi era imparare a muoversi con grazia e a
mostrarsi, se non affettuosi, almeno disponibili e grati verso i padroni dello
stesso sesso che li usavano contro la loro natura. Subire una donna, anche se
vecchia e brutta poteva essere sopportabile, ma baciare un uomo, leccarlo e, soprattutto,
doversi dedicare a fargli avere un orgasmo non era sopportabile per un maschio
sessualmente “normale”. Anche il fatto di ricevere il suo membro poteva essere accettabile
solo dopo un lungo lavoro di preparazione. Alcuni soggetti troppo riottosi
venivano castrati ma in questo caso il valore dello schiavo diminuiva notevolmente.
Si era a lungo discusso se fosse stato meglio per lo schiavo maschio avere come
istruttore un uomo o una donna. Si era optato poi per una donna perchè Sinc
aveva ritenuto che un maschio avrebbe accettato con meno difficoltà gli insegnamenti
di una persona dell’altro sesso che avrebbe fatto sembrare il tutto meno
avvilente. Dopo i corsi di femminizzazione ogni schiavo doveva tutti i giorni
passare almeno due ore a intrattenere un master
ubbidendo a qualsiasi tipo di ordine. Nel corso dei pomeriggi avvenivano i
primi rapporti sessuali passivi. Almeno tre, da persone diverse. Vi era una
procedura organizzativa non semplice. Lo schiavo da sodomizzare doveva essere a
digiuno da più di sei ore ed essere stato sottoposto ad almeno due clisteri consecutivi
per avere lo sfintere vuoto e pulito.
Il finto padrone destinato ai primi rapporti doveva avere
un membro di piccole dimensioni per non creare lacerazioni all’ano del
ricevente. Si sarebbe poi provveduto ad “usare” cazzi di sempre maggiori
dimensioni. Era indispensabile quindi avere a disposizione una serie di uomini
con tendenze omosessuali e con membri di proporzioni diverse. In pochi mesi il
programma entrò a pieno regime e la catena di educazione sembra funzionare
perfettamente. Si era anche riusciti a far comprendere ai froci ingaggiati che avrebbero
avuto tempo e modo per divertirsi se si fossero abituati a non eiaculare alla
prima penetrazione. Non sapendo a chi sarebbe stato destinato lo schiavo sessuale
si doveva abituarlo a soddisfare persone di sesso diverso ma anche di età
diversa, di diversa educazione, e di diversa prestanza fisica: trovarsi davanti
un uomo o una donna molto brutti, molto vecchi, con difetti fisici o malattie
deformanti, che potevano provocare repulsione, oppure poco puliti, era una cosa
che avveniva del tutto normalmente. Era quindi programmato, al piano superiore,
un allenamento per eliminare, con la pratica e la costante disciplina, questa situazione.
A quel piano erano ospitati uomini e donne che avevano fatto per anni le
controfigure dei futuri padroni per le esercitazioni degli allievi. Era gente
che aveva passato la vita a ricevere attenzioni anche molto gradevoli. Nei
primi anni per loro era stato molto piacevole vivere in un mondo dove ti erano
riservate tutte le attenzioni desiderate e si veniva anche pagati. Ma lentamente
il desiderio diminuiva e iniziava a farsi strada e insinuarsi un senso d’insopportabile
fastidio. Continuare diventava insopportabile e dopo anni di vita al di fuori
dalla realtà molti decidevano di smettere. Era, per lo più, gente che era
arrivata dalla campagna, appartenenti a famiglie non abbienti che pensavano di
aver così trovato il regno del Bengodi. Gli uomini, se non riuscivano a
resistere cercando di distrarsi durante le sollecitazioni che ricevevano, erano
distrutti dai troppi orgasmi. Le donne vivevano un vero e proprio continuo
tormento che le rendeva irascibili. Molti di quelli che erano arrivati da
giovani ora vivevano la loro vecchiaia senza un posto dove andare continuando a
non interessarsi alla cura del proprio corpo, che, per anni, era stata fatta
dagli schiavi che li circondavano. Alcune erano persone che addirittura non si
lavavano, orinavano o defecavano nella loro camera per comodità, certi che lo
schiavo di turno avrebbe provveduto a pulire padelle e pappagalli. I
responsabili dell’educazione degli schiavi vedevano di buon occhio tale
comportamento perchè i giovani allievi, quando erano destinati al loro
servizio, trovavano l’ambiente più duro da sopportare e questo aumentava il loro
spirito di sopportazione. Alcuni dei vecchi ospiti, continuavano ad accettare
le attenzioni; altri, invece, spesso reagivano con rabbia quasi a voler
castigare quegli esseri tanto più giovani di loro che venivano comunque ad
assisterli.
In una camera viveva la vecchia Irma, detta la “iena”. Difficilmente
veniva portato da lei un allievo se non quando dovesse subire una dura punizione.
La vecchia era stata abituata a subire la pulizia del proprio corpo e delle sue
parti intime solo ed esclusivamente con la lingua dello schiavo di turno. Conservava
tra le sue cose un guanto al quale, nella parte del palmo, erano state
applicate delle borchie appuntite. Lo usava spesso per sculacciare il
malcapitato di turno se non si riteneva soddisfatta dalle prestazioni ricevute.
Abitualmente colpiva i corpi in qualsiasi parte ma, spesso, compiva temutissime
strizzate al pene che creavano delle piccole ma dolorosissime ferite
sanguinanti. Alla fine della giornata, dopo un frugale pasto, che gli schiavi
dovevano consumare in ginocchio in forma di ringraziamento, vi era la lezione
di trucco.
Era importante e qualificante, per la scuola creata da Sinc,
che i suoi allievi fossero presentabili, e lo fossero nel modo più raffinato
possibile. Questo per non far sfigurare i loro futuri padroni qualora questi
avessero deciso di farsi accompagnare per compere o a casa di amici e magari
offrendoli loro per far provare le loro capacità. La perfezione doveva essere
quindi assicurata. La giornata finiva con la punizione dello schiavo che avveniva
sempre, indipendentemente da come si fosse comportato nel corso della giornata.
Sinc aveva fatto un’indagine su larga scala tra padroni di schiavi sessuali per
sapere quali fossero le punizioni che più spesso, magari per proprio
divertimento, infliggessero ai loro animali. Nessuno disponeva di grande
fantasia: i più li obbligavano a bere un misto di piscio, sputi e sperma. Altri
si facevano leccare i piedi sudati e maleolenti. Altri si divertivano a
lavorare gli ani con l’introduzione di plug
a volte ricoperti da protuberanze dure che facevano soffrire il sottoposto sia
nel corso della penetrazione che all’interno dello sfintere. Erano sofferenze
tanto banali che Sinc pensò di scrivere un libretto con vari consigli d’uso da
distribuire ai clienti, descrivendo pratiche raffinate e meno banali. Però se
quelle erano il parto delle fantasie degli acquirenti bisognava adattarsi. La
sopportazione dello schiavo a queste operazioni era di estrema importanza nel
completamento dell’educazione. Un rifiuto era inaccettabile. Ipotizzando la
cessione dello schiavo ad una famiglia era importante accertarsi come questo
reagisse, per esempio, nel dover soddisfare sia le voglie del padrone che
quelle della moglie magari contemporaneamente. Su regia della Dottoressa si
erano messe in scena delle sezioni nel corso delle quali allo schiavo era
richiesto di soddisfare diversi eventuali nuclei famigliari. Pochi di loro in
principio erano riusciti a gestire queste situazioni. Non era di certo facile
leccare il sesso della moglie mentre il sedere dello schiavo veniva penetrato
dal marito. Tutti gli allievi andavano poi in tilt se alla coppia di finti padroni si univa o una figlia o un
figlio dell’età dello schiavo che ne pretendesse l’uso. Ma le lezioni, frutto
della grande esperienza di Sinc, erano sempre più raffinate ed il risultato
sperato era quasi sempre raggiunto. Alcune volte l’eventuale acquirente e la
sua famiglia venivano coinvolti nella valutazione del nuovo sottomesso invitati
a provarlo per qualche ora prima dell’acquisto. A questi incontri partecipavano
solo gli acquirenti, in assenza di istruttori, come se già fossero a casa loro.
5.
L’altro palazzo acquistato era stato trasformato in un lussuoso
albergo a cinque stelle con venti camere: il Sex Hotel. Le camere venivano affittate ad ore e nel prezzo era compreso
l’uso di uno schiavo sessuale. Si apriva alle nove del mattino e la chiusura
avveniva all’una di notte. Sette giorni la settimana. La prenotazione della
camera e dello schiavo avveniva in internet
ove erano pubblicate le fotografie delle varie stanze e degli schiavi
disponibili. Di quest’ultimi erano anche descritto quale propensione particolare
avessero e che cosa fossero abituati a subire. Dallo schiavo si poteva
pretendere qualsiasi prestazione tranne quelle che avrebbero potuto creare o
danni fisici o comunque segni permanenti. Si garantiva che i disponibili erano
tutti ben istruiti, giovani, sani e capaci di servire i padroni in qualsiasi
loro desiderio. Per legge l’età minima degli schiavi addetti a prestazioni sessuali
era di sedici anni per i maschi e di 14 per le femmine ma, su richiesta dei
clienti più affezionati, potevano essere forniti, con estrema discrezione,
anche giovani di 10 o 12 anni. Questi però non potevano essere sottoposti a
penetrazioni anali o vaginali per non correre il rischio di rovinarli. I prezzi
variavano, a seconda dell’ora di utilizzo della camera e dello schiavo, tra i
cento ed i duecento dollari. Le ore più care erano quelle più richieste, cioè
durante la pausa pranzo o dalle diciotto sino a notte fonda. L’hotel aveva incontrato subito grande
successo e dopo poche settimane era diventato difficile trovare stanze disponibili
se non prenotate almeno una settimana prima. L’incasso era di circa
cinquantamila dollari al giorno che, contro spese di gestione limitate,
permettevano guadagni enormi. Gli unici che percepivano uno stipendio erano gli
impiegati che gestivano l’organizzazione. Erano comunque poche persone perchè
tutto era perfettamente computerizzato. Il programma rischiava di andare in tilt solo se a qualche schiava
arrivassero improvvisamente le mestruazioni in un periodo diverso da quello
stabilito con cure appropriate. Comunque se il cliente non intendeva divertirsi
con la sua vagina, cosa abbastanza frequente perchè considerata banale, veniva
riconosciuto un piccolo sconto e la manza, come venivano chiamate le giovani
schiave, veniva ugualmente mandata al lavoro. I 40 schiavi che venivano usati
influivano sulle spese, ovviamente, solo per il costo del cibo. Erano ospitati
nella zona una volta usata come magazzino, in piccole celle di 3 metri per 4 ove
erano sistemati otto letti a castello.
La vita nel dormitorio era di totale promiscuità ma non poteva
avvenire nessun accoppiamento perchè ai maschi, nelle ore di riposo diurno e
durante la notte, veniva applicata al pene la gabbietta di castità che non
permetteva la minima erezione se non al costo d’insopportabili lancinanti
dolori al ventre. La pulizia era un obbligo assoluto ed entrando nella zona dormitorio
si stentava a credere che potesse ospitare così tante persone senza che si
sentisse cattivo odore o qualche disordine nei bagni. Gli schiavi lavoravano in
4 turni di 3 ore consecutive con 60 minuti di riposo tra un turno e l’altro. Solo
alla fine della giornata le ore consecutive di lavoro, quelle di maggior
richiesta e le più redditizie, erano 4, dalle 20 alle 24. Gli schiavi venivano
consegnati ai clienti direttamente in stanza. I maschi arrivavano muniti di plug anale con il pene sistemato nella
gabbietta di castità chiusa da un lucchetto la chiave del quale era appesa al
collo del portatore. Le femmine recavano sia plug anale che vaginale che le costringevano a camminare in modo
goffo ed incerto. Se un cliente noleggiava un’ora in effetti poteva rimanere in
camera con lo schiavo non più di 50 minuti. Gli altri dieci servivano alle
addette alla pulizia per riordinare le stanze ed agli schiavi per una veloce
doccia tra un cliente e l’altro. Qualche frequentatore poteva tenere con sé uno
schiavo per tutta la notte e per questo si concordava una cifra ad hoc. Chi veniva adibito a questo
servizio supplementare, comunque, il giorno successivo doveva lavorare ugualmente
per le regolari tredici ore per non mettere in crisi la perfetta
organizzazione. In quelle camere succedeva di tutto perchè tutto era permesso:
non esiste limite alla perversione quando non ci sono regole.
Vi era anche una dotazione di attrezzi per la consumazione del
più raffinato bdsm. D’altra parte
i frequentatori dell’albergo erano soprattutto persone che, non avendo schiavi
propri sui quali sfogare i propri bassi istinti, cercavano in quei cinquanta minuti
di appagare tutti i propri desideri repressi. Gli schiavi e le schiave
portavano una polsiera che misurava il numero dei battiti cardiaci, la
pressione, la velocità della respirazione e l’eventuale sudorazione. I dati
erano inviati direttamente al cervellone del computer che li elaborava. Se veniva rilevata una scarsa
partecipazione emotiva dello schiavo alla soddisfazione del cliente, veniva subito
inviata al malcapitato una scarica di elettricità e adrenalina sufficiente a
far schizzare il cuore fuori dalle orecchie a un cavallo. Per punizione,
inoltre, allo schiavo era applicato, durante i turni di riposo e durante la
notte, un plug anale o vaginale, a
seconda del sesso, ricoperto da borchie di metallo. Questi plug provocavano dolori lancinanti ad ogni minimo movimento e
facevano mantenere a chi li portava, come era stato dimostrato da studi, una
continua tensione erotica. Gli schiavi erano addestrati a non eiaculare durante
il servizio a meno che questo non fosse espressamente richiesto dal cliente.
L’astinenza era stata programmata per quattro ragioni. Prima
di tutto perchè non era pensabile che uno schiavo sessuale potesse avere un
qualche tipo di godimento. Doveva lavorare solo per dare piacere e divertire il
padrone occasionale. La seconda perchè orgasmi numerosi potevano indebolire lo
schiavo diminuendone la resa. La terza era che potesse essere imbarazzante se
lo sperma di uno schiavo, ritenuto immondo, potesse sporcare il cliente o i
suoi abiti. L’ultima, ma forse la più importante per Sinc e la sua socia, aveva
uno scopo fortemente economico. La sacca scrotale dello schiavo, sempre
sollecitata senza eiaculazione, aveva necessità, ogni 3 o 4 giorni, di un intervento
per essere svuotata con la così detta mungitura. Quelli che dovevano subirla
venivano portati in un laboratorio ove, da schiave specializzate, veniva loro praticato
un massaggio prostatico che provocava la fuoriuscita dello sperma senza nessun
orgasmo ed a pene moscio. Lo sperma raccolto veniva confezionato e quindi
venduto ai vari allevamenti per l’ingravidamento delle fattrici.
L’hotel era molto
conosciuto anche al di fuori della città per un’attrazione unica e molto
apprezzata soprattutto da chi usava le schiave per i propri istinti depravati: tre
o quattro volte al mese venivano presentate delle giovani manze vergini di
quattordici anni. Veniva organizzata un’asta che consentiva al vincitore della schiava
esposta di passare con lei, nella migliore suite
dell’hotel, tre giorni e tre notti. In
quel periodo era concesso farle subire qualsiasi trattamento sempre che non
pregiudicasse il suo stato fisico. Le manze presentate compivano, a detta degli
organizzatori, proprio il giorno dell’asta il quattordicesimo compleanno, raggiungendo
quindi l’età per essere usate come schiave sessuali. L’asta si presentava col
motto “Facciamole la festa!”, un tetro riferimento alla ricorrenza del loro quattordicesimo
compleanno. Le giovani non solo erano vergini ma anche prive di qualsiasi
nozione sul sesso. Nei seguenti tre giorni avrebbero imparato sicuramente tutto
sull’argomento. E avrebbero anche appreso come sarebbe stata la loro esistenza
sino a quando il passare degli anni non avesse deturpato il fisico rendendole
non più desiderabili. Il fatto di essere vergini nel corpo e anche nella mente
era molto importante. Infatti non sapendo quanto potesse loro capitare, portate
sul palco ed esposte, venivano prese dal terrore e questo riscaldava
ulteriormente i desideri degli uomini. Ai partecipanti, prima dell’inizio delle
offerte, veniva permesso di valutare il possibile acquisto con ispezioni della
bocca, dell’ano (era importante che non solo la vagina fosse inviolata ma anche
l’orifizio posteriore non risultasse allargato da qualche penetrazione) e la
consistenza dei seni e dei glutei con palpeggi appropriati. Veniva concesso al
vincitore anche l’aiuto di un vecchio schiavo che avrebbe potuto intervenire,
nel corso dei tre giorni e delle tre notti, in caso di bisogno. Non era raro
infatti che le giovani manze si ribellassero ed una lezione a base di schiaffi
o sculacciate fosse necessaria. In tanti avevano cercato d’imitare il
prestigioso albergo di Sinc e di Ursula ma i servizi, la cura, la scelta, l’istruzione
e la bellezza degli schiavi che lavoravano al Sex Hotel vinceva ogni concorrenza. Le due amiche avevano in
programma di aprire, in tutti gli stati del continente che ammettevano la
schiavitù, una cinquantina di altri alberghi ed in tal senso avevano già iniziato
i contatti per ottenere le autorizzazioni.
6.
La dottoressa aveva meditato a lungo un progetto che riteneva
potesse essere una novità assoluta in materia d’impiego degli schiavi. Era
partita dal presupposto che in grandi civiltà del passato, in Grecia, a Roma,
in Egitto la schiavitù era ammessa e considerata cosa giusta e saggia. L’uso
dello schiavo era a totale discrezione del padrone e sempre, alla base dei
movimenti del sottoposto, agiva un ordine di quest’ultimo. Insomma la forza da
una parte e la sottomissione dall’altra legata quasi sempre alla paura. Proprio
come avveniva nel tempo e nello stato nel quale lei viveva, ma sicuramente
anche in tutti i territori nei quali era ammessa la schiavitù, in totale ventisette
se si esclude la Turhiya, che, per l’efferatezza delle proprie politiche di
repressione, era tuttavia prossima a essere ammessa nel novero dell’USA (Unione
Schiavistica Antioccidentale), della NASA (Notabile Associazione Africana
Antioccidentale) e della NATO (Notabile Associazione per la Tratta degli
Ominidi[1]).
Se si rapportava questa situazione al campo sessuale si poteva pensare che l’azione
dello schiavo fosse condizionata dalla coercizione e quindi con risultati non sempre
soddisfacenti, frettolosi e di non grande qualità, Ciò perchè il sottoposto,
con la paura di non riuscire a dimostrare di dare il meglio di sé stesso per
soddisfare il padrone, velocizzava al massimo la sua prestazione, saltando i
preamboli che a volte sono più godibili dello stesso risultato finale e riducendo
tutto a una pratica quasi meccanica. Studiando il comportamento dei cani nei
riguardi dei loro padroni si vedeva che quasi sempre le bestie erano contente se
creavano piacere a chi li accudiva e il loro apporto era apprezzato da chi ne
usufruisse e godesse. Se questo avveniva con un cane avrebbe potuto avvenire anche
con uno schiavo. La differenza tra un cane ed uno schiavo, dal punto di vista delle
pulsioni, poteva essere ritenuta simile, ma mentre il cane si limitava a vivere
per il padrone, anche se veniva da questo maltrattato, lo schiavo era
condizionato, nel suo comportamento, dai costumi della società nella quale viveva.
Se si fosse riusciti ad allevare schiavi con sistemi di vita paralleli ma
opposti a quelli dei padroni forse si sarebbe arrivati a far agire i
sottoposti, anche nei momenti di maltrattamento, se non con riconoscenza almeno
con lieta sopportazione. Sarebbe stato interessante riuscire ad istruire
schiavi che capissero di essere importanti per il padrone quando soddisfacevano
i suoi desideri e di sentirsi, quindi, capaci di dare qualcosa che il padrone
desiderava proprio da lui. Quindi non semplici oggetti ma dispensatori di
piacere. Sarebbe stato come creare tante belle e sorridenti sissy maid da animali senza scompensi
ormonali, lieti sempre di poter far godere i loro padroni, uomini o donne che
fossero, giovani o vecchi, belli o brutti.
Sinc era tutt’altro che una filosofa ma riteneva che ogni essere
vivente ricevesse un forte influsso, durante la sua formazione, dai sistemi di
vita che lo circondavano. Il bambino mangia più volentieri i cibi saporiti
perchè abituato a sapere che sono più buoni, beve bibite dolci perchè lo hanno
abituato a goderne il sapore. Ma un bambino, fatto crescere lontano dal mondo e
dai suoi condizionamenti, avrebbe potuto essere allenato a gradire maggiormente
i cibi sciapi e le bevande amare. E se questo fosse possibile sarebbe stato
anche pensabile insegnargli che il dolore che provoca piacere al padrone, cioè
a chi lo provoca, può rendere ugualmente soddisfatti. Un’altra cosa da
insinuare nella mente dello schiavo sarebbe stata che la sua, chiamiamola,
“specializzazione” aveva un valore. Poteva diventare lo schiavo un fornitore di
piacere ben addestrato nel darlo e quindi capace di rendere al padrone un
servizio raffinato. Si poteva forse rivalutare psichicamente il pensiero dello schiavo
insegnandogli che poteva diventare da oggetto sessuale a soggetto di piacere. Aveva
pensato all’inizio, che poteva essere solo un’utopia, ma uno scienziato, e Sinc
si riteneva (ed era) una scienziata, ha il dovere di verificare tutte le ipotesi.
Ora era al settimo cielo. Aveva dimostrato che era
possibile fare quello che aveva ipotizzato e discusso in vari convegni ove era
stata derisa. Aveva davanti a sé Kam, lo schiavo sessuale perfetto che aveva
allevato e istruito in molti anni. Il giusto premio a tanti sforzi.
7.
Era stata Sinc a scegliere personalmente il cucciolo ed a
chiamarlo Kam. Non si sapeva di quale schiava fosse figlio. L’unico segno di
riconoscimento era la data di nascita tatuata sul braccio. Era stato scelto,
quando aveva cinque anni, per i suoi capelli biondi e folti che incorniciavano
un volto dai lineamenti quasi femminei. Gli occhi, di un azzurro intenso,
spiccavano sulla pelle bianca e sembravano quasi irreali. Aveva un fisico
asciutto e alto per la sua età. Un bel cucciolo di ominide, insomma, generato
di sicuro non da uno degli stalloni affittati per la monta delle schiave ma da
un uomo che probabilmente si era divertito con una fattrice riuscendo a
metterla incinta.
Kam fu sistemato in un due stanze con bagno al primo piano
del grande palazzo. Sinc decise che sarebbe stato importante conservare il candore
della sua pelle evitando l’esposizione ai raggi solari. Le finestre dei tre
locali vennero oscurate ed il cucciolo visse praticamente tutto il periodo che
rimase nel palazzo senza mai vedere la luce del sole o uscire all’aperto. Una
vecchia schiava fu messa a vivere con lui ma il cucciolo passava quasi tutta la
giornata tra sé e sé avendo la schiava il divieto di rivolgergli la parola. La
donna aveva solo il compito di accarezzare lungamente il sesso del piccolo
schiavo in certe ore della giornata e di dormire con lui la notte tenendo il
suo pene tra le mani. Le camere erano totalmente spoglie per evitare che
potesse farsi male. Solo un materasso per lui ed uno per la vecchia, sistemati
per terra, ed i sanitari in bagno. Sinc aveva deciso che il piccolo passasse
almeno due anni in quasi totale solitudine perchè potesse affinare le qualità fisiche
ma soprattutto psichiche nella lotta per la sopravvivenza. Questo sarebbe
servito per il duro lavoro che lo aspettava negli anni a venire. Tre telecamere
erano state installate per filmare i comportamenti del cucciolo e per poter
intervenire in qualsiasi momento. Ogni tanto durante la giornata entrava nel bilocale
una maestra che teneva un po’ di compagnia al cucciolo insegnandogli a parlare
meglio di come avesse imparato all’allevamento. La donna, una vecchia dal cuore
duro che non si commuoveva per la triste vita che conduceva il suo scolaro, gli
parlava quasi esclusivamente di sesso, argomento del quale ovviamente il
cucciolo nulla capiva. Tutto questo era stato deciso dalla dottoressa che
riteneva, da psichiatra qual’era, che concentrare in continuazione il contenuto
dei discorsi su un solo argomento avrebbe condizionato chi lo ascoltava
facendogli credere che fosse una cosa importante. Infatti, secondo Sinc, il
sesso sarebbe stato per il piccolo schiavo la sola ragione della sua esistenza.
La dottoressa trovava sempre il tempo per far visita a Kam. Entrava nella
stanza con un ampio sorriso e trattava il piccolo con affetto. Lui la adorava
e, forse senza neppure rendersene conto, aspettava il suo arrivo come un grande
avvenimento. Kam riceveva così, giorno dopo giorno, la migliore educazione per
uno schiavo sessuale. Le varie prove di resistenza fisica e psicologica alle
quali era sottoposto erano precedute da una spiegazione del perchè fossero
praticate e del perchè vi fosse stato sottoposto e da un lavaggio del cervello
atto a conculcargli la convinzione che lui dovesse essere disponibile a subire qualsiasi
sofferenze.
Sinc aveva cominciato a spiegargli. “Io voglio parlarti dei
giochi che ognuno deve vivere durante la sua vita possibilmente nei modi
migliori. Ognuno ha un compito: il cane fa la guardia, la mucca da il latte, la
gallina le uova, lo schiavo dona il piacere sessuale al proprio padrone. Tu
diventerai uno schiavo sessuale e quindi il tuo ruolo sarà importante in questa
società. Forse tu non ti ricordi ma fuori nel mondo tutti gli uomini lavorano per
ricevere un piacere, o almeno una soddisfazione, se non un vero piacere.”. Vi
fu una breve pausa nel suo discorso. “Ti ricordi le piante?” chiese. Al segno
di assenso del piccolo riprese. “Bene una pianta esiste perchè un giorno un
uomo, o uno schiavo come te, hanno messo un seme sotto la terra. La pioggia l’ha
bagnato, il sole l’ha scaldato ed il seme si è trasformato in una piccola
pianta che poi è cresciuta sino a diventare un albero. Il gioco dell’uomo o
dello schiavo ha dato a loro la gioia di veder crescere la pianta. Lo stesso
uomo o lo stesso schiavo hanno gettato altri semi, li hanno ricoperti di terra
e sono cresciute le piante che danno, per esempio, le fragole, quelle che a te
piacciono tanto. E queste piante hanno dato gioia a chi le aveva fatte crescere.
Ma il contadino o lo schiavo avevano lavorato per farle nascere e per portarle
a dare frutti. Hanno sofferto sotto il sole che bruciava la loro pelle, hanno
faticato a portare acqua per bagnarle evitando che si seccassero. Al di fuori
di queste mura ci sono dottori che curano uomini e donne, e veterinari che
fanno altrettanto con gli schiavi. Sia chi cura sia chi riceve le cure si
diverte se le cure funzionano. Ma può capitare che chi cura prenda la malattia
del malato e quindi soffra. Fa parte del gioco. Quello che voglio farti capire
è che quasi sempre per dare gioia ed allegria agli altri, e quindi sentirsi
soddisfatti, si può soffrire qualche dolore. Hanno subito dolore e fatica il
contadino o lo schiavo di prima, il dottore o il veterinario che si sono
ammalati. Tu avrai la possibilità di dare tanto piacere a tutte le persone che
incontrerai ma dovrai abituarti a sopportare anche qualche dolore. Ma lo dovrai
accettare con gioia come lo accettano tutti quelli che vogliono dare aiuto agli
altri. Ricorda: tu sei un animale nato e allevato per donare piacere al corpo
con il tuo corpo. Questa sarà la più grande ricompensa nella tua vita da
schiavo.”. Il fine di Sinc era quello di ispirare nella mente di Kam il concetto
che lui in futuro sarebbe stato non parte passiva, come tutti gli altri
schiavi, ma parte attiva come dispensatore di piacere.
La Sinc aveva cercato di trascinare nella realizzazione di questo
progetto anche Kristine Regard, la sua miglior allieva. L’aveva portata con sé all’ultimo
incontro che aveva avuto con il giovane schiavo perchè si rendesse conto dal
vivo di quanto volesse mettere in pratica. Poi l’aveva incaricata di riflettere
su quello che aveva vissuto e di darle la sua disponibilità ed eventualmente
dei suggerimenti.
La dottoressa si era imposta di portare avanti con grande impegno
anche un altro progetto ambizioso che le stava molto a cuore. Voleva creare una
nuova razza di schiavi con particolari qualità alla quale dare il suo nome:
razza Sinc. Una volta venivano ricercati schiavi e schiave molto forti e resistenti
che sopportassero lavori duri e pesanti. Con le nuove tecnologie molte fatiche
erano loro risparmiate e si tendeva a privilegiare schiavi ubbidienti, belli e
rispettosi. Soprattutto era cambiata la richiesta nel settore delle schiave
famigliari. Queste, scelte dalle padrone, accudivano alla faccende domestiche
ma dovevano essere sempre sessualmente a disposizione del padrone quando lui lo
desiderasse. Le mogli erano state educate sin da bambine a dare figli ai mariti,
a gestire la casa, a ricevere ospiti, ad allevare ed educare i figli ma non a
dedicarsi a prestazioni sessuali per particolari godimenti del coniuge. Il
coito classico rivolto alla procreazione era spesso l’unico rapporto sessuale
che avveniva tra marito e moglie. Le schiave erano quindi destinate anche a
soddisfare i desideri dei padroni, anche i più strani e dolorosi. Per questo le
manze quando venivano acquistate venivano sterilizzate per evitare che
rimanessero gravide. Solo quelle che erano destinate oltre al piacere dei
padroni anche alla procreazione rimanevano intatte. In tutte le famiglie era
normale e risaputo che i padroni ed i loro figli maschi si sollazzassero con le
schiave ma una gravidanza sarebbe stata ritenuta comunque imbarazzante nei
riguardi delle mogli o delle madri. Tutti lo facevano ma nessuno lo ammetteva,
per una forma di ipocrisia ormai abituale nelle classi medie e tra i nuovi ricchi.
Spesso anche le figlie si avvalevano delle prestazioni delle schiave pretendendo
il loro diritto al godimento, godimento che quasi sempre cessava con il
matrimonio. Quindi, a lungo andare, le sottoposte diventavano bisessuali
costrette a lottare, con grandi sofferenze, contro la propria natura. Ma
ovviamente questo ai padroni non creava alcun imbarazzo. Le figlie, che
pretendevano atti meno violenti e che difficilmente punivano le schiave,
ritenevano di svolgere quasi un’opera meritevole verso di loro e pretendevano riconoscenza.
Gli uomini si facevano invece servire in tutto. Abitualmente i coniugi,
soprattutto quelli dell’alta borghesia, dormivano separati. Una schiava passava
sempre la notte ai piedi del letto del marito pronta a soddisfare ogni suo
desiderio che poteva andare dall’atto sessuale, al sottomettersi al suo
desidero di sfogare rabbia od insonnia punendola senza alcuna ragione, alle
prestazioni più banali come servire un bicchiere di acqua o sistemare un
contenitore sotto il suo pene perchè potesse orinare senza doversi scomodare ad
alzarsi dal letto. Ma più spesso il padrone pretendeva di orinare direttamente in
bocca alla schiava. Per rendere tutto più facile erano stati progettati, e fabbricati,
materassi con al centro un buco largo una trentina di centimetri, in
corrispondenza di un altro foro nel supporto del letto. Il buco era riempito da
un comodo cuscino che combaciava con la superfice del materasso dandone
continuità e non creando disturbo a chi vi era sdraiato sopra. Quando il
padrone aveva necessità di orinare il cuscino veniva rimosso e la schiava
infilava da sotto il materasso la testa ponendo la bocca alla giusta altezza
per ricevere il pene del padrone. Il problema rimaneva quando qualche anziano o
malato aveva bisogno di compiere diverse minzioni nel corso della notte. Non si
poteva pensare di continuare a togliere e mettere il cuscino liberando il buco
per poi riempirlo. Un giovane architetto aveva progettato e brevettato un letto
che permetteva alla schiava di passare la notte sdraiata sotto il materasso del
padrone con la testa tra le sue gambe. Alla sottomessa veniva fatto prendere il
pene in bocca con l’obbligo di tenerlo per tutta la notte. Quando il padrone doveva
pisciare svegliava la schiava con una sberla o con un calcio facendole capire
che stava per ricevere il liquido in bocca e che quindi si preparasse a deglutirlo.
La SBUSA (“Società per il Buon Utilizzo degli Schiavi Automatizzati”)
caldeggiava la somministrazione di urina. È infatti provato che questo liquido,
filtrato dai reni, è purissimo e che ha anche delle proprietà nutritive che possono
far solo bene al ricevente. Alla mattina le schiave si dedicavano alla pulizia
dei padroni che, seduti nudi su comodi sgabelli, si facevano insaponare,
sciacquare ed asciugare restando fermi senza degnarsi di partecipare alle
prestazioni, magari, addirittura, dedicandosi ad altre cose come leggere il
giornale. A volte il lavoro veniva sollecitato con dolorosi schiaffi o strizzate
di seni e glutei della schiava che doveva provvedere, soprattutto se giovane e
ben fatta, al servizio completamente nuda. Gli uomini stanchi di veder girar
per casa manze del tutto insignificanti, grandi e grosse ma non attraenti,
avevano preteso dalle mogli che fossero comprate femmine più appetibili e
sessualmente stimolanti. Nella nazione vicina veniva allevata la razza Graia, una
razza molto pregiata. I maschi avevano una corporatura non molto alta ma agile
e muscolosa. Olivastre in volto e negre nello sguardo, le femmine erano snelle
e procaci, dotate di grossi seni, grossi culi come piacciono agli uomini, e
profili greci mozzafiato a strapiombo su magnetici occhi scopadei come isole
lambite dall’onda languida del negro crine corvino. Si riusciva ad importarne
solo pochi esemplari dalla lontana terra d’origine e la maggior parte di questi
veniva avviata a lavorare nei postriboli. Oltre ad essere belle avevano anche
altre doti interessanti. Era molto apprezzato il fatto che fossero sempre
sorridenti e, nonostante la vita che conducevano, qualche volta anche allegre. Molto
resistenti potevano sopportare di lavorare nei postriboli sino a quindici ore
al giorno riuscendo a soddisfare anche trenta clienti nel corso della giornata
e consentendo quindi grossi guadagni ai tenutari. Erano le uniche che
accettassero, quando richiesto, di soddisfare due o addirittura tre clienti
contemporaneamente per aumentare il loro divertimento accettando, senza alcun fastidio,
l’uso dei tre orifizi dei quali la natura le aveva dotate. La durata delle
mestruazioni, con le ultime cure studiate, era brevissima. Si era riusciti ad
ottenere mestruazioni violente ma brevissime. A volte anche di un giorno o al
massimo di due. Questo permetteva che le manze, si assentassero dal lavoro per
un tempo molto limitato. Spesso i tenutari per non perdere soldi le davano, in
quei giorni, in uso, magari con un piccolo sconto, a chi privilegiava bocche ed
ani. Un’altra cosa gradita era che le Graie erano abituate a ringraziare i
clienti al termine delle prestazioni anche se erano state particolarmente
maltrattate. Per incrementare questa razza sarebbe stato necessario importare
degli stalloni ma non si era mai riusciti, stante il divieto assoluto del
governo del paese d’origine di permetterne l’esportazione. Sinc aveva ottenuto,
dichiarando che serviva ai suoi studi, il permesso da un paio di tenutari di
istallare delle telecamere nelle stanze dove le femmine di razza Graia
svolgevano le loro prestazioni. Aveva sostenuto che le servivano per studiare
nei minimi particolari il loro comportamento, cercando di capire da dove
potesse derivare tutta la disponibilità che le schiave dimostravano.
8.
Al suo arrivo in ufficio Sinc trovò ad aspettarla Kristine.
La cosa la meravigliò perchè il laboratorio ove la sua collaboratrice lavorava
era nell’altra ala del palazzo e Kristine non lo abbandonava mai.
“Dottoressa, vorrei parlarle di una cosa che mi sta molto a
cuore quando ha un momento se non le dispiace.”.
La richiesta del colloquio le suonò falsa e sospetta. Tuttavia,
la fece accomodare nell’ampia poltrona riservata agli ospiti e si sedette alla
scrivania.
“Un attimo solo che verifico la posta e sono subito da te.”.
Kristine non aveva un viso interessante ma aveva un sorriso
raro e bellissimo. Più volte nel vederlo Sinc aveva pensato come sarebbe stato bello
poter baciare quelle labbra spingendo la lingua all’interno a cercare quella
della sua allieva e giocarci. Non aveva mai tentato un approccio perchè non
riteneva onesto che una persona che detiene potere potesse tentare di portare a
letto una sua dipendente, mettendola in grave imbarazzo. Abbandonò il pensiero
dei suoi desideri e sorridendo le disse: “Eccomi, ci sono.”.
Kristine stava pensando a come affrontare l’argomento. La
presenza della professoressa, che aveva sempre ammirato, e la sua disponibilità
le avevano fatto perdere il coraggio e la voglia che aveva di esporre con
durezza i suoi pensieri. Il discorso preparato si era disperso e rimaneva solo
il senso, ma anche quello non le era neppure più molto chiaro. Comunque ormai
era lì e qualcosa doveva pur dire.
“Dottoressa, io le sono sempre stata grata per avermi coinvolta
nei suoi progetti ed esperimenti. Non voglio esagerare ma ho sempre considerato
un privilegio essere stata educata alla sua grande cultura e non smetterò mai
di ringraziarla a sufficienza. Volevo comunque parlarle di quanto successo
ieri. Io vorrei accettare il compito che mi vuole affidare ma non riesco a
rendermi conto come lei possa usare il suo prezioso tempo tentando di educare
la mente di uno schiavo in modo così raffinato. Anch’io voglio bene agli
animali e non mi andrebbe di prenderli a calci o a frustate, ma tra sopportarli
e rispettarli ce ne corre. La mia educazione mi impedisce di pensare che gli
schiavi possano essere considerati differenti da qualsiasi altro animale. Volevo
che lei lo sapesse e volevo anche pregarla di non mettermi più in simili
condizioni.”.
Kristine conduceva due vite diverse. Una era quella
pubblica ove era sempre composta ed educata. Una ricercatrice brillante con un’ottima
cultura ed attitudine al lavoro di gruppo. Ma quando alla sera ritornava nella
villetta di sua proprietà si trasformava. Possedeva una coppia di giovani
schiavi che aveva acquistato col preciso intento di divertirsi con loro somministrando
le più dolorose punizioni. Era sempre stata una sadica. Lo avevano scoperto lei
e la sua famiglia quando per il suo ottavo compleanno la nonna, che possedeva
un grande allevamento di schiavi, le aveva regalato una cucciola di quattro
anni per farsi servire e, volendo, per trattarla come una bambola. I suoi
genitori erano dovuti intervenire diverse volte perchè Kristine aveva inflitto
delle punizioni dolorosissime alla cucciola rovinando anche la piccola vagina
ed il sedere introducendovi i più svariati oggetti. La cuoca di casa, aveva un
debole per Kristine da quando aveva assistito alla sua nascita aiutando la
levatrice. Non essendo destinata alla riproduzione sapeva che non avrebbe mai
potuto conoscere la gioia della maternità ma, sapendo anche che poi il figlio
le sarebbe stato sottratto, non ne sentiva alcun desiderio. Il suo amore lo
aveva riservato ad Kristine. La viziava preparandole sempre ottimi dolci e la
faceva giocare chiamandola a partecipare alla produzione di biscotti e torte. Un
giorno, allarmata dalle urla della cucciola era stata costretta ad intervenire
per togliere dalle mani della padroncina una pinza con la quale la bambina
stava cercando di estrarre i denti alla cucciola legata ad una sedia senza
avere la possibilità di compiere qualsiasi gesto di difesa. I genitori, che
pure non avevano problemi a maltrattare i loro schiavi, davanti a tanta cattiveria
decisero di sottrarre alla figlia la piccola rimandandola all’allevamento della
nonna. Kristine si era profondamente risentita per la decisione dei genitori e
per sfogare la propria rabbia aveva accusato la cuoca di averle mancato di
rispetto e di aver agito violentemente contro di lei. Chiese ai genitori che la
schiava venisse sottoposta per punizione a dieci scosse elettriche posizionando
gli elettrodi alle mammelle ed alla vagina. Per maggior soddisfazione la
punizione volle essere lei a somministrarla.
Tempo prima, aveva dato la disponibilità ad entrare in un gruppo
di studio che si occupava di ricerca sugli analgesici. Secondo lei il capo del
gruppo, un professore della locale università, non era altri che un povero
ignorante che compiva le ricerche ancora con metodi antiquati. Si procuravano i
dolori più forti alle cavie, ratti da laboratorio, criceti o cani, e poi si
somministravano i nuovi preparati per controllare se avessero effetti curativi.
Kristine aveva proposto di usare per la ricerca, invece di altri animali, gli
schiavi che, avendo il dono della parola potevano commentare più facilmente sia
l’entità dei dolori che i benefici delle cure. Tanto animali erano comunque ed
avevano solo il privilegio di avere corpi simili a quelli dell’uomo. Nessuno aveva
accolto la sua proposta ed allora Kristine aveva abbandonato la collaborazione
ed aveva iniziato a portare avanti un suo programma di ricerca servendosi degli
schiavi di sua proprietà. Se scoperta, con le nuove leggi che cercavano di
migliorare le condizioni di vita di “questa specie di animali” (come si diceva
nel testo), sarebbe stata sanzionata con una costosa ammenda. Era comunque
improbabile che venisse scoperta sia perchè la sua villetta era isolata, sia
perchè le stanze nelle quali teneva gli schiavi e dove effettuava gli
esperimenti, erano insonorizzate. Durante la sua assenza i malcapitati venivano
accuditi da un vecchio sadico che fungeva da guardiano e che era remunerato con
la concessione dell’uso incondizionato della femmina.
“Vedi,” aveva risposto Sinc dopo aver meditato sul contenuto
delle frasi di Kristine “io sto studiando una cosa che potrebbe rivoluzionare,
ovviamente in positivo, l’uso degli schiavi sessuali e il loro modo di servire
i padroni con rese qualitative molto più elevate. Io parto dal presupposto che
gli schiavi vadano puniti quando non assecondando i desideri dei loro padroni o
lo fanno svogliatamente con insoddisfacenti risultati. Farli, però, soffrire
solo per puro divertimento, o quale dimostrazione di potere, mi sembra un
comportamento irresponsabili da persona deviata.”.
A queste parole Kristine aveva compiuto come un gesto di stizza
ed era diventata verde di rabbia. Sinc, che era sempre attenta alle reazioni
delle persone alle quali manifestava le proprie convinzioni, si era accorta di aver
detto qualcosa che aveva disturbato la sua interlocutrice. Ma a questo si era
ripromessa di pensarci più tardi.
“Uno schiavo sessuale abitualmente deve svolgere le sue mansioni
nel minor tempo possibile e nel modo più efficace. Quindi agisce in una
situazione di stress e non di totale partecipazione.
Se io gli tolgo le paure che creano lo stress
e faccio sembrare il tutto un gioco i risultati potrebbero cambiare. Non lo
faccio per risparmiare sofferenza allo schiavo, ma per concedere maggior
godimento al padrone. E una cosa sottile ma, se accertata, di basilare
importanza perchè si potrebbero allevare schiavi che diano un rendimento
superiore a quello che si ottiene oggi. Spero di essere stata chiara. A te ora
la decisione di decidere se partecipare alla ricerca. Sia chiaro che qualsiasi
decisione prenderai non modificherà i nostri rapporti.”.
Kristine ringraziò per la disponibilità e si accomiatò promettendo
di pensarci e di dare una risposta entro 48 ore.
9.
L’incontro con la collaboratrice l’aveva terribilmente innervosita
e aveva perso ogni voglia di lavorare. Era sicura che non avrebbe avuto la
concentrazione necessaria per combinare qualcosa quel giorno. Decise di fare
una improvvisata a Kam andando a trovarlo in un orario inconsueto.
Quando aprì la porta il cucciolo la guardò meravigliato e poi
le corse incontro con un urlo di gioia. Aveva ormai più di quindici anni ed era
completamente sviluppato. Rimanendo in ginocchio le abbracciò le gambe
tenendola stretta stretta e poi con un luminoso sorriso le disse: “Giochiamo io
e tu oggi?”. Poi senza attendere una risposta l’aveva presa per mano conducendola
in bagno, sino al water. Le aveva
tolto le mutandine e iniziato a leccarla. “È diventato veramente bravo.” pensò
Sinc. Per la prima volta un maschio la stava eccitando. Da quanto tempo non
faceva sesso?
La sua schiava sessuale, che non aveva nome ma che lei
chiamava Moana per la bravura a ingoiare senza soffocare falli di proporzioni
gigantesche, l’aveva comprata anni prima con i soldi che il padre le aveva
regalato per la laurea. Moana era un bellissimo esemplare di razza Graia, quindicenne
all’epoca in cui Sinc si era riuscita ad assicurarsela riscattandola dal
proprietario di un grande postribolo per donne. Le era costata una fortuna, per
una cifra sconsiderata, enorme, anche in virtù della tenera età della giovane
manza. Aveva avuto da lei grandi soddisfazioni sia negli amplessi personali,
che un tempo erano frequenti, sia quando l’aveva prestata ad amiche ed amici
che si erano complimentati con lei ammettendo di invidiarla. Era decisamente
bisessuale e questo le permetteva di accontentare i desideri di tutti quelli
che potevano fruire dei suoi servizi. Aveva un paio di seni che incantavano,
con grossi capezzoli che non aspettavano altro che di essere succhiati. Sapeva
usare la lingua, morbida e calda, adattandola a tutte le superfici. Ultimamente
era spesso triste perchè le altre due schiave al servizio di Sinc la schivavano
e la sua padrona non la usava da tempo. Temeva che la dottoressa si fosse
stancata di lei e stesse per venderla a qualcuno he non l’avrebbe più trattata
così bene.
Intanto Kam stava continuando a leccarla concentrandosi
lungamente sul clitoride. Lo faceva ora lentamente, ora con velocità crescente
ma sempre con costanza. Improvvisamente ebbe un orgasmo. Prese la testa dello schiavo
e la strinse a sé perchè la lingua potesse lavorare più in profondità. Subito
però si controllò, gli carezzò il capo e si dondolò a destra e sinistra quasi a
cullare quella testa che le aveva dato tanto piacere. Kam si staccò un attimo e
lei ne sentì subito la mancanza. Ma cosa le stava succedendo? Non aveva più
avuto un orgasmo con un maschio da quando aveva quindici anni ed un giovane
compagno di scuola l’aveva quasi violentata. Allora aveva provato schifo per lo
sperma con il quale il partner l’aveva
sporcata sia dentro che fuori la vagina. Ricordava ancora quella macchia
biancastra sui peli pubici che non riusciva a togliersi dalla mente. Ma questa
volta non c’era stato sperma, solo l’umido della bocca del piccolo. Senza nulla
dire Kam ricominciò a leccarla e lei lo lasciò fare.
Quando venne per la seconda volta urlò di piacere quasi spaventando
la schiava che viveva con Kam, che nel frattempo era rientrata. Era stato più
eccitante di quanto mai fosse stato con Moana. E Moana era considerata, da chi
l’aveva provata, il meglio del meglio. Kam, se avesse continuato su quella
strada, avrebbe potuto avere veramente un grande avvenire nel campo della
prostituzione servile.
10.
Era uscita dal palazzo imbestialita. Come era possibile che
si fosse lasciata coinvolgere sino ad arrivare a quel punto? Quello stallone, era
pur sempre un animale, da animale doveva essere trattato. Che avesse ragione la
sua collaboratrice? Se si fossero verificate situazioni analoghe tutto il programma
che aveva studiato avrebbe potuto diventare irrealizzabile. Chiamò un taxi lasciando la sua vettura nel
sotterraneo e si fece portare a casa.
Non voleva essere distratta dalla guida continuando a ragionare
freneticamente per convincersi nel profondo che quello che era avvenuto non
doveva più verificarsi. “Domani lo porto dalla vecchia Brunetta e continuiamo
ad agire secondo i piani. Ed appena compie sedici anni lo porto all’hotel.” concluse alla fine.
Brunetta era un nanerottola non più alta di un metro, soprannominata
così per l’intenso colore olivastro della pelle e per la contenuta estensione
della sua superficie corporea, capitata per caso nella sua vita ma che era
diventata un personaggio per lei molto importante. Subito dopo il parto sua
mamma, a causa di una grave infezione, aveva perso il latte. Erano stati
provati quelli di varie possibili balie ma la neonata non riusciva a digerirli.
Il veterinario dell’allevamento della nonna Sinc, saputo di quanto era
accaduto, si era fatto avanti con una proposta. Aveva fatto partorire da
qualche giorno una Brunetta, di età non accertabile, e ne aveva curato il
figlio deforme nato con gravi problemi respiratori sperando di salvarlo. Non
era riuscito nell’intento e forse era stato meglio così. Sarebbe stato un altro
animale che avrebbe passato la propria vita nel dolore e nell’umiliazione o che
sarebbe stato abbattuto. Brunetta aveva mammelle normali rispetto al resto del
corpo e una quantità di latte incredibile. Il veterinario lo aveva fatto
esaminare e sembrava che fosse molto ricco di minerali e proteine e facilmente digeribile.
Con molta circospezione (lui sapeva di trattare un argomento che poteva
sembrare immondo) aveva proposto di utilizzare Brunetta come balia. I genitori,
che assistevano impotenti al deperimento della figlia, accettarono subito la
proposta. Non potevano permettersi di non fare tutti i tentativi possibili. La
piccola Sinc parve gradire il sapore del latte che si mise a succhiare avidamente.
La digestione fu ottima e quindi la schiava, alla quale tutti furono concordi
nell’assegnare il nome di Brunetta, fu custodita in uno sgabuzzino dal quale
veniva prelevata agli orari delle poppate.
Passavano i mesi e la piccola Sinc continuava a volersi
nutrire solo con quell’alimento che effettivamente doveva essere molto nutriente
perchè la bimba cresceva forte e sana. L’aspetto della schiava e la sua deforme
bruttezza non sembravano darle fastidio. Passava il tempo e la piccola Sinc non
voleva staccarsi da Nanna. Aveva cominciato a divertirsi giocando con lei. La
bambina disegnava sempre nuovi vestitini per le sue bambole e Brunetta, che
aveva una grande abilità nell’usare ago e filo, li realizzava con grande
soddisfazione di tutte e due. Insomma Brunetta era diventata veramente la
compagna di vita della piccola Sinc. Anche la schiava era attaccatissima alla sua
padroncina godendo dell’affetto che le dimostrava e dalla vita serena che le
consentiva di fare, che una come lei, mai avrebbe potuto immaginare. La piccola
Sinc fu completamente svezzata solo dopo due anni dalla nascita. Una sera, dopo
che la piccola Sinc era andata a letto, Brunetta, divenuta secondo i genitori
ormai inutile ed ingombrante, era stata rispedita all’allevamento. Quando alla
mattina la piccola andò nello sgabuzzino dove la schiava passava la notte e lo
trovò vuoto, si mise a cercarla dappertutto. Vedendola disperata la mamma le
comunicò che era stata rimessa all’allevamento perchè non era più necessario e possibile
tenere la schiava con loro. La piccola Sinc rimase traumatizzata ed addolorata
e, pur non manifestando il suo grande dolore, smise di parlare e di cibarsi. Furono
fatti tutti i tentativi possibili per restituirle la serenità. La bambina
ricevette regali meravigliosi con i quali svagarsi, ma la situazione non
cambiò. Continuava a non parlare e a deperire e dopo una settimana, i genitori,
preoccupati per la sua salute, mandarono a riprendere la schiava trasportandola
in una cassa per toglierla agli sguardi indiscreti dei vicini. Gli anni erano
passati e Brunetta era sempre più trascurata anche se Sinc, divenuta ora donna,
ogni tanto si intratteneva con lei. Nella casa dei genitori le venivano
affidate dei piccoli lavori per farla sentire utile, un rammendo occasionale, attaccare
un bottone, un orlo ad una gonna... Pian piano si era lasciata andare. Dormiva
quasi sempre e dovevano ordinarle di lavarsi perchè da sola non lo faceva. Quando
Sinc si laureò e se ne andò dalla casa dei genitori bisognava trovare una
soluzione al problema. Qualsiasi padrone normale, per quel tipo di società,
avrebbe provveduto a farla abbattere come spesso si faceva con gli schiavi che
non erano più in grado di lavorare ed erano diventati solo un costo per i
padroni. La dottoressa si oppose a qualsiasi decisione a danno di Brunetta. In
fin dei conti le doveva la vita. Sistemò quindi la vecchia schiava in un
monolocale adiacente al suo primo appartamento. Inizialmente la schiava veniva
seguita da una di quelle ditte che provvedevano alle pulizie. Un’incaricata
passava tutte le mattine al monolocale, la lavava e le portava da mangiare per
tutto il giorno. Quando la dottoressa acquistò la villa dove abitava, pensò di
inserire la schiava nel corso di educazione degli schiavi sessuali. Questi
infatti avrebbero potuto incontrare clienti saltuari o padroni definitivi di qualsiasi
età, fisico, e, magari, con ogni tipo di deformazione. Brunetta avrebbe potuto
ricevere le attenzioni giornaliere da schiavi che avrebbero provveduto a
tenerla pulita ed a servirla completando, nello stesso tempo, la loro educazione.
Avrebbe avuto compagnia e lei, avendola vicina al suo ufficio, sarebbe andata a
salutarla tutte le volte che le fosse stato possibile. E così fece.
Fu arredata una bella stanza con bagno ed ordinato che le
fossero forniti sempre buoni pasti. Tutti gli schiavi quando la vedevano per la
prima volta rimanevano sgomenti e dovevano superare il loro schifo nei riguardi
di quel quel mostriciattolo spesso puzzolente. L’alternativa però sarebbe stata
una settimana a servire in tutto e per tutto la vecchia Metsy, detta “la iena”.
Per un paio d’anni Brunetta sembrò compiacersi della nuova situazione
nella quale si era trovata coinvolta. Le sembrava impossibile essere servita
come una grande padrona con schiavi che accorrevano ad ogni suo bisogno. Poi un
giorno scattò qualcosa di oscuro in Brunetta perchè smise improvvisamente di
accettare le attenzioni degli schiavi e delle schiave, reagendo con violenza. Questo
non dispiacque inizialmente agli istruttori perchè la violenza aiutava la buona
istruzione degli schiavi. Poi però questi non riuscivano, nonostante gli stimoli
più brutali degli istruttori, a compiere quello che dovevano fare perchè la
mostriciattola non voleva essere avvicinata, Sinc fu avvisata di quanto si era
verificato. Cercò di parlare alla vecchia nutrice ma questa sembrava non
ascoltarla. Forse era ora di lasciarla in pace ospitandola in una stanza del
terzo piano con l’assistenza di una schiava, almeno per quanto riguardava il
cibo, ad attendere la sua morte. E così fu fatto. E la dottoressa ritenne, in
questo modo, di aver pagato il proprio debito di riconoscenza. E questa è la
fine della storia della nana Brunetta.
11.
Arrivata a casa urlò con tono tirannico e perentorio alla
schiava che le aveva aperto la porta “Mandami in camera la troia, subito!”. Poi
si era diretta alla sua camera, si era tolta le scarpe e si era seduta sul
letto. Dopo due minuti era arrivata Moana portando con sé la borsa con i pochi
attrezzi bdsm che Sinc usava
raramente. “Brutta troia!” aveva urlato la dottoressa. “È questo il modo di far
aspettare la tua padrona. In ginocchio vacca. Con le gambe ben larghe!”.
Preso un frustino di duro cuoio, che teneva sempre sul comodino,
aveva iniziato a frustare con la maggior forza possibile prima i grossi seni
della schiava, poi il ventre e le cosce. “Adesso a sedere! Gambe sempre ben
aperte!”. Appena la schiava aveva raggiunto la posizione richiesta aveva
iniziato a frustarla sulle grandi labbra provocando guaiti di sofferenza. Dopo
una ventina di frustate si era alzata e, toltosi il vestito si era sdraiata sul
letto urlando ancora: “E adesso brutta troia fammi godere.”. La schiava si era
messa subito in ginocchio prendendo in mano i piedi della padrona e cominciando
a massaggiarli. “Ma sei scema? Devi leccare. O devo riprendere in mano la
frusta e romperti quella inutile figa?”. Moana era impressionata. Mai aveva
visto Sinc in quelle condizioni e non riusciva a pensare che cosa potesse esserle
successo. Aveva sofferto sotto le frustate della padrona ma era anche contenta
di essere, dopo tanto tempo, nuovamente usata. Si diede da fare con il massimo
impegno ma non riusciva a trovare né il ritmo giusto per far godere la padrona
né i punti più sensibili. Anche Sinc non trovava la concentrazione necessaria a
godere a pieno i servigi di Moana. Aveva sempre nella mente il corpo di Kam e
quegli occhi azzurri che le sorridevano. Moana impiegò un tempo infinito per
far raggiungere l’orgasmo alla padrona che, dopo, sembrò finalmente calmarsi. Anche
la schiava si prese un attimo di riposo ma fu richiamata da Sinc che le diede
un violento calcio ai seni urlando: “Ancora, ancora, non smettere fino a quando
te lo dico io. Muoviti, puttana!”. Solo dopo il terzo orgasmo la dottoressa placò
le proprie ire e, girandosi su un fianco, con un tono di voce normale disse: “Accarezzami
adesso. Come sai fare tu. Con la lingua. Con calma. Dappertutto. Senza smettere
mai. Parti dal buco del culo.”. Dopo pochi minuti si era addormentata. Moana
non smise di accarezzarla. Aveva un sacco di tempo da recuperare.
12.
La fatidica data era arrivata. Quella sera Kam, dopo la
visita del responsabile della “Associazione Consumatori di Schiavi e Affini”, sarebbe
entrato in hotel e la mattina
successiva avrebbe iniziato a lavorare. La dottoressa aveva controllato la
lista di quelli che avevano prenotato Kam: alle otto una giovane sconosciuta,
alle nove il rampollo di una famiglia ben nota in città, alle dieci la figlia
del sindaco della città, alle tredici la terribile Anka.
Anka era una donna anziana, piccola e grassa che era un po’
il terrore degli schiavi sessuali. Veramente cattiva pretendeva dai poveretti,
maschi o femmine che fossero (Anka era infatti dichiaratamente bisessuale),
cose dolorose e difficili da sopportare. Ed era difficile, al chiuso, starle
vicino senza provare un certo disgusto per il cattivo odore che mandava. Ricchissima,
con un pessimo carattere, viveva sola, servita da una decina di schiavi che sostituiva
regolarmente perchè spesso morivano per le torture alle quali li sottoponeva. Anka
era inoltre molto amica di Kristine, la ex collaboratrice di Sinc, e sicuramente
sarebbe stata lieta di verificare la riuscita delle teorie della dottoressa per
poi riferire all’amica. Anka aveva prenotato per due ore, sicuramente avrebbe voluto
andare a fondo costringendo Kam ad una sessione molto complicata. La assalirono
molti dubbi. La sua teoria sarebbe stata distrutta dalle pretese di quell’arpia
già al primo giorno di attività del giovane schiavo? Kam era veramente
preparato a tutto? Forse lei, per puro affetto non lo aveva mai portato all’estremo.
Era troppo tardi per verificarlo? Le venne in mente Brunetta. Avrebbe portato
lo schiavo da lei per una prova che si poteva ritenere estrema. Erano le due
del pomeriggio e l’appuntamento con il responsabile dell’Associazione era fissato
per le 18. Un paio di ore da Brunetta sarebbero state sufficienti per un test importante.
Suonò il campanello ed una giovane manza apparve sulla porta,
inginocchiandosi immediatamente, come da protocollo, in attesa di ordini. Era
una ragazza veramente attraente con seni ben fatti ed sedere stupendo. Era una Graia
che sorrideva sempre più che con la bocca con quegli occhi verdi, che erano una
delle caratteristiche di quella razza. Più di una volta Sinc era stata tentata
di portarsela a casa per un fine settimana per vedere come si comportasse a letto
e come sopportasse qualche giochetto doloroso. “Vai a prendere Kam. Cinque
minuti, se non vuoi essere frustata!”. La ragazza si rialzò e sparì di corsa.
Dopo dieci minuti, tutta tremante, ritornava. Sapeva di non
essere riuscita a compiere il tragitto in cinque minuti ma anche Sinc sapeva
che non le sarebbe stato possibile. “Fuori!” le intimò la dottoressa che poi si
rivolse a Kam che si era precipitato ai suoi piedi adorante: “Adesso andiamo a trovare
una mia amica e tu sarai gentile con lei. Vieni.”. Salirono al terzo piano ed
entrarono nella stanza di Brunetta. Nella camera vi era un odore di piscio e di
chiuso che Sinc cercò di sopportare. La vecchia donna era sdraiata sul letto
coperta da un lenzuolo e sembrava sonnecchiare. “Ciao Brunetta, come va?”
chiese Sinc. Lei si girò verso la voce e sorrise alla dottoressa facendo capire
che l’aveva riconosciuta. Dalla bocca, priva di denti, scese un rivolo di bava.
“Piedi!” ordinò Sinc mettendosi a sedere in una vecchia poltroncina semi
sfondata. Kam si mise prontamente in ginocchio. Scostò leggermente il lenzuolo
e prese in mano i piedi e cominciò ad accarezzarli. Poi guardò la padrona e,
rispondendo ad un suo gesto impercettibile, incominciò a leccarli. Intanto la
dottoressa si era rivolta alla vecchia: “Brunetta, ho bisogno di un piacere. Tu
hai accumulato una grande esperienza con gli schiavi sessuali. Vorrei, se non
ti dispiace, che tu mi provassi questo e mi dicessi come lo trovi. Mi faresti
il favore?”. Brunetta guardò Kam e poi gli disse, quasi allegramente: “Bello
stallone, vieni da Brunetta, sdraiati vicino a me.” e sorrise. Quando lo
schiavo tolse il lenzuolo rimase perplesso nel vedere quello sgorbio di corpo
che avrebbe dovuto accontentare. Ma subito si riprese e si sdraiò, supino, di
fianco a lei che, con qualche fatica, gli salì sopra e cominciò a baciarlo in bocca.
Improvvisamente la vecchia sollevò la testa e la girò verso Sinc: “Ma questo
bacia, mi ha baciato con la lingua. Non è come gli altri che ho conosciuto. Lui
bacia!” e riposò la bocca sopra quella del giovane. Brunetta sembrava
scatenata. Continuava a baciarlo perdendo saliva che il bravo schiavo
deglutiva. Poi si mise in piedi sul letto e quindi si sedette sul viso di Kam
porgendogli la vagina da leccare. Era talmente eccitata che la dottoressa pensò
stesse per avere un orgasmo. Dopo parecchi minuti si rialzò e disse: “Vai, mi
hai riappacificato col sesso.”. Poi rivolta a Sinc: “Ma dove lo hai trovato una
schiavo così? Complimenti.”. Kam sorrise soddisfatto.
13.
Mezz’ora prima dell’appuntamento lasciarono l’ufficio e si diressero
all’uscita.
Prima di uscire, la dottoressa si fermò pensierosa sulla
soglia e ristette. Kam non usciva dal palazzo da undici anni e non sapeva cosa
avvenisse al di fuori di quelle mura. Poteva rimanere traumatizzato dalla tanta
gente che camminava lungo le strade o dal traffico delle auto in quell’ora di
punta? Era meglio non correre rischi anche in considerazione del fatto che tra
poche ore sarebbe rientrato in un altro palazzo dove sarebbe rimasto chiuso per
almeno altrettanto tempo. Si tolse quindi con una mossa unica e decisa il foulard e con questo bendò gli occhi dello
schiavo. Kam non capiva che cosa stesse avvenendo ma se quel gesto lo aveva
fatto Sinc doveva essere una cosa buona e la accettò.
L’autista li stava attendendo e si diressero velocemente verso
l’Associazione Consumatori di Schiavi per la visita di controllo.
La dottoressa era molto critica nei riguardi di quella associazione
che, secondo lei, era assolutamente inutile. Nello Stato vi era l’“Associazione
per la Protezione degli Animali” perchè contro di loro non venissero usati
maltrattamenti. Per quanto riguardava gli schiavi sessuali vi era addirittura l’associazione
contraria. Non a tutela dei maltrattati ma a tutela di quelli che li avrebbero
maltrattati. Una cosa veramente inaudita. Era la prima volta che si recava alla
sede dell’associazione anche perchè odiava il responsabile, un certo dottor Marteen
Schultz, che era un noto pedofilo che si circondava, sia a casa sua che in
ufficio, di bambini divertendosi a farsi servire da loro in tutti i modi ed a
torturarli con sistemi molto dolorosi godendo dei loro tormenti.
Quando arrivarono il dottore non c’era ancora: la
segretaria disse che aveva appena telefonato scusandosi e assicurando che sarebbe
arrivato antro pochi minuti. Ed infatti entrò nell’ufficio quasi subito dopo
seguito da due cuccioli di non più di cinque anni. Mentre i piccoli si sedevano
in una specie di sgabello situato nell’angolo dello studio, Schultz si avvicinò
a Sinc porgendole la mano come a fingere di non sapere chi fosse. “Gentile
Signora,” disse dopo aver preso posto nella grande poltrona dietro la
scrivania, “lei sa che uno schiavo sessuale potrebbe essere pericoloso per chi
lo usa e il nostro compito è quello di evitare che l’uso appunto non abbia conseguenze.
Per farlo dobbiamo effettuare alcuni accertamenti che riguardano più che altro
delle misurazioni e la verifica dello stato di alcuni orifizi. Adesso noi effettueremo
delle prove per misurare che il suo membro non si sia più lungo e più largo di
quanto consentito. Una misura superiore a quella standard potrebbe infatti essere
pericolosa per chi desiderasse farsi penetrare o non ricevendo il giusto
godimento, o il rischio di subire qualche lacerazione. Al contrario dobbiamo
accertare che larghezza abbia il buco del sedere della bestia perchè l’introduzione
del pene di chi lo vuole usare sia facile e che il membro penetrante non subisca
abrasioni o irritazioni alla pelle delicata ed al prepuzio. Verificheremo poi
la condizione della dentatura dell’animale perchè ci sia sicurezza che i denti
abbiano una superfice liscia e levigata da non offendere peni introdotti per il
piacere di chi usa quella bocca. Studieremo infine la superfice della lingua
per stabilire quale sia il grado di sofficità, se così si può chiamare, e quindi
la compatibilità con l’uso che se ne farà se e quando una padrona vorrà farsi
leccare vagina o sedere.”. Così disse, e poi si fermò un attimo, per guardare
compiaciuto Sinc, sperando di averla colpita con le spiegazioni che aveva
formulato.
Poi fece un breve cenno ai due cuccioli che lo guardavano attentissimi,
i quali si precipitarono sotto la scrivania, sbottonarono i pantaloni del loro
padrone e gli tirarono fuori il membro. Poi uno cominciò a succhiarlo mentre l’altro
gli leccava i testicoli. Sinc volse la testa verso la porta, schifata, cercando
di non vedere quello che stava succedendo sotto la scrivania. Quell’essere
stava compiendo un reato usando schiavi di quell’età per il suo godimento
sessuale e meritava una denuncia. Schultz, indifferente alla reazione di Sinc,
premette un pulsante ed immediatamente entrarono due schiave, una giovanissima
e l’altra molto avanti negli anni che si inginocchiarono davanti alla scrivania
in attesa di ordini. Il medico si rivolse a Sinc: “Per favore, ordini alla sua
bestia di mettersi al centro della stanza a gambe larghe.”. Quando Kam fu in
posizione, l’avvenente manza gli si avvicinò a quattro zampe e prese a mungerlo,
intanto mangiandogli con la bocca le palle e il buco del culo. Immediatamente
ottenne il risultato desiderato ed allora Schultz fece cenno all’altra schiava,
che si avvicinò a Kam con uno strano apparecchio dentro il quale il fallo
scomparve. La vecchia trafficò un po’ ed alla fine porse l’apparecchio al
dottore. Questi controllò e quindi rivolgendosi a Sinc le disse: “Bene complimenti.
Appena sotto il massimo accettabile.”. A questo punto la manza più vecchia
prese una scatola che conteneva diversi falli di gomma. Si portò, insieme alla
compagna, alle spalle di Kam e, dopo avergli fatto allargare di più le gambe,
iniziò ad introdurre, uno dopo l’altro, i falli nell’ano dello schiavo. Erano
di gomma morbida, di varie misure con una parte rigida all’interno. Quando il
fallo cominciò ad avere qualche difficoltà di penetrazione terminarono la prova
comunicando a Schultz il risultato. “Un po’ strettino.” egli sentenziò.
“Controlleremo comunque se il tessuto sia sufficientemente elastico.”.
Si alzò dalla poltrona dando un calcio ai due cuccioli che ancora
avevano in bocca il suo pene ed i suoi testicoli. Si girò di spalle, si chiuse
la patta dei pantaloni, prese un paio di guanti di gomma ed aggirò Kam. Introdusse
contemporaneamente gli indici delle due mani nell’ano dello schiavo e tirò con
forza lateralmente. Kam si irrigidì per il dolore ma non fiatò. “Sì, c’è
spazio.” disse alla fine “Bisognava usare plug
più grossi. Non bisogna avere pietà con queste bestie. Non avete ancora capito
che sono qui solo per farci piacere. Soffrire è quello che spetta loro e,
secondo me, molti godono anche a subire i maltrattamenti.”. Con gli stessi
guanti che aveva usato per l’ispezione anale aprì la bocca a Kam e, introducendo
le stesse dita, andò a controllare che tutti i denti non avessero imperfezioni.
Quindi strizzò più volte la lingua dello schiavo dicendosi soddisfatto per la
sua morbidezza. “Due ultime cose per avere il mio beneplacito. Dobbiamo misurare
il tempo che impiega a far avere un orgasmo alla vacca (e mostrò la schiava
vecchia) e quanto tempo resiste al pompino della manza. Avanti, datevi da
fare.”.
E detto questo si rimise a sedere alla scrivania dove due piccole
bocche stavano aspettando il suo pene e i suoi coglioni. Quella che Schultz
aveva chiamato la vacca uscì ritornando con una specie di lettino ginecologico.
Vi si sedette, sollevò la veste sotto la quale era nuda, allargò le gambe e
fece cenno a Kam di cominciare. Schultz, tutto eccitato per il lavoro dei due
cuccioli, il trattamento di Kam alla vagina della vacca e poi il pompino che la
manza aveva fatto con grand’impegno ma senza ottenere nessuna eiaculazione,
sembrava vivere in un altro mondo. Firmò le carte di convalida, le diede a
Sinc, rimanendo in poltrona a godere del lavoro dei due cuccioli, e chiuse gli occhi
beato.
14.
L’ultima volta che Sinc era entrata al Sex Hotel era stata per l’inaugurazione
della nuova ala del fabbricato destinata ai giochi sessuali. Nel visitarla la
dottoressa si era resa conto della grande fantasia che la sua socia aveva profuso
nella progettazione. Il palazzo, alto due piani, era stato diviso in quattro
settori, ognuno fruibile dietro pagamento di una quota. Ovviamente quelli più
raffinati erano i più cari ed avevano una clientela di sole persone agiate. Tanto
si paga tanto si ha. È una delle leggi universale del mondo. Più vero che mai
per gli schiavi: come diceva il filosofo Hobbes, il valore di un uomo è, come
per tutte le altre cose, il suo prezzo, cioè quanto si darebbe per il suo uso.
Il primo settore, chiamato “L’Orgasmo”, era il meno caro. Metteva
a disposizione del visitatore due percorsi con due diverse possibilità di
divertimento. Una decina di schiavi e schiave erano adagiati in una serie di
cunicoli. Da una parte il visitatore trovava a sua disposizione la parte bassa
del corpo esposto, che veniva presentato con le gambe appese a dei ganci
lasciando libero l’uso degli orifizi dei maschi e delle femmine e dei peni e testicoli
dei maschi. Un visitatore poteva effettuare le penetrazione degli orifizi solo
se munito di preservativo. Il pene dei maschi poteva servire poi per giocarci
con la bocca o per molestarlo ma sempre senza mai provocarne la eiaculazione. Nell’altro
percorso i visitatori trovavano a loro disposizione la bocca degli stessi
schiavi e potevano servirsene in qualsiasi modo. Era un po’ la copia del
recinto del palazzo degli uffici della società di Sinc ma qui l’ambiente era
molto più raffinato e gli schiavi più giovani e più belli. Chi voleva poteva
anche divertirsi a palpeggiare delle belle manze che erano legate ad un palo in
attesa di dare il cambio a quelle in attività nei cunicoli. Le manze erano
state tutte istruite ad accontentare le bocche di quanti volessero baciarle,
uomini o donne che fossero.
Il secondo locale, quello più frequentato, era il grande bar chiamato “Playbar”. Un ampio locale al quale si accedeva pagando un tassa d’ingresso
che comprendeva anche il consumo gratuito di qualsiasi bevanda offerta ed in qualsiasi
quantità. I veri guadagni derivavano infatti dai giochi che coinvolgevano buona
parte dei frequentatori. Le donne erano in maggioranza e nel locale si poteva trovare
sempre un gruppo di sessanta-settantenni che proveniva dal vicino residence “La
Miglior Età” ove una trentina di vedove occupavano dei lussuosi bilocali. Erano
tutte persone della media borghesia che campavano grazie a un buon reddito da
immobili o pensioni consistenti. Nel bar
i giochi si svolgevano su palchi laterali.
Sul primo erano esposte delle manze, non giovani ma comunque
di presenza attraente, e dei maschi ben dotati. Gli schiavi avevano una catena
che partiva dal collare e che terminava in un anello trattenuto da un gancio
che pendeva dal soffitto. Chi voleva giocare noleggiava una pertica lunga circa
quattro metri, che terminava, anche lei, con un gancio. Se nel tempo consentito
di 15 minuti si riusciva a togliere l’anello dal gancio che lo tratteneva si
poteva godere della manza o dal maschio per un quarto d’ora portandolo in un piccolo
locale munito di un lettino. Le manze, indifferentemente usate da uomini (ma con
preservativo) o da donne, dopo il quarto d’ora concesso, venivano riportate
subito al loro posto. Quelle che invece subivano la penetrazione senza nessuna protezione,
ed erano piene di sperma, prima di ritornare in offerta, venivano penetrate da
una specie di pistola ad acqua che lavava l’interno della vagina con un sapone
liquido.
Sul secondo palco erano esposte sei manze delle quali tre
di faccia e tre di spalle. Le prime avevano l’aureola dei capezzoli ed il
clitoride, che veniva evidenziato tra i peli pubici, tinti di rosso. Quelle che
mostravano ai clienti spalle e sederi avevano disegnato su ogni natica e su
ogni spalla tre cerchi concentrici. I clienti potevano acquistare delle
freccette e tirarle contro quei corpi nudi: se riuscivano a conficcarle o nei
seni, o nella zona intorno al clitoride o dentro l’area segnata sulle natiche o
sulle spalle potevano passare un’ora di sesso con la manza colpita. Quelli più
bravi che riuscivano a centrare un capezzolo, o il clitoride o la parte
centrale dei cerchi disegnati, l’uso della manza si protraeva sino a dodici
ore! Lo stesso avveniva per i sei maschi esposti nel palco vicino, solo che qui
il primo premio veniva concesso a chi centrava o i capezzoli o il pene. I
giocatori erano posti ad una distanza di otto metri e le freccette erano
leggere. Era veramente difficile fare centro e la maggior parte delle frecce si
andava a conficcare fuori dalle zone che procuravano premi provocando comunque
lancinanti dolori. Ventri, pance, cosce, schiene colpite diventavano presto ricoperte
di sangue. Un incaricato ogni dieci minuti passava ed estraeva dai corpi le
freccette rimaste conficcate nella carne. Quando il sanguinamento diventava
importante per non turbare la suscettibilità dei presenti lo schiavo veniva
girato presentando la parte integra del corpo. Il trattamento al quale erano
sottoposti era stato studiato da inviati della “Associazione Protezione Animali”,
non esistendo, come già detto, una “Associazione per la Protezione degli Schiavi”.
Il governo, al quale era stata inviata una richiesta di intervento, aveva
nominato degli ispettori scegliendoli però tra gli abitanti della città nella
quale sorgeva l’hotel. Questi erano
stati, prima delle ispezioni, discretamente avvicinati e omaggiati di buoni che
permettevano loro, in caso chiudessero gli occhi davanti agli abusi, di fruire dell’utilizzo
gratuito di schiavi e camere dell’albergo per decine di ore. La loro relazione
aveva fatto archiviare il caso e tutto era stato dimenticato. I più assidui
frequentatori del bar, come detto,
erano le donne e tra loro le ospiti del vicino residence. Per la costanza della loro presenza e per il fatto che
acquistavano un numero notevole di freccette, avevano ottenuto dalla direzione
dell’albergo, in caso di vincita del premio più importante, di poter portare la
manza o il maschio vinto, al residence
perchè tutte quelle che lo abitavano potessero a turno usarli per gli scopi
preferiti. Quando rientravano dopo la notte passata tra quelle sadiche, erano
talmente distrutti che veniva loro consentito tutto il giorno e la notte
seguente di riposo. Pur procedendo all’uso di cicatrizzanti per curare le
piccole ferite procurate dalle freccette la pelle aveva bisogno, per rimarginarsi,
di un paio di giorni. Per “aiutarli a passare il tempo” (così recitava una
circolare della direzione) mentre si rimettevano dalle ferite gli schiavi e le
schiave venivano portate alla zona denominata “L’orgasmo” ove “potevano
riposare sdraiati comodamente e servire i clienti senza sforzi fisici mettendo
solo a disposizione dei richiedenti gli orifizi e, i maschi, il pene.”. Vi era
un sistema computerizzato che programmava l’uso quotidiano degli chiavi perchè
ogni giorno fossero tenuti occupati e quindi producessero reddito.
Al secondo piano vi erano due settori: “Solo Per Donne” e “Donne
Inventive”. Nel primo vi erano una decina di giovani stalloni che si occupavano
di soddisfare i desideri delle clienti. Erano Tutti superdotati, addestrati a
procrastinare l’orgasmo, riuscivano a compiere numerose monte senza eiaculare. Ed
erano veramente monte, nel senso volgare della parola, perchè le donne che
frequentavano il posto erano alla ricerca del proibito e del diverso e godevano
dei maltrattamenti che venivano loro riservati quasi fossero loro le schiave o
le puttane. “Donne Inventive” era invece un settore particolarmente raffinato. Una
ventina tra giovanissime manze ed altrettanto giovani stalloni, il più delle
volte totalmente privi di esperienza, venivano messi a disposizione delle
padrone che inventavano tutte le più strane e perverse situazioni erotiche
sadiche. Tre uomini e tre donne, di costituzione particolarmente robusta,
vigilavano perchè gli schiavi compissero tutto quello che veniva loro richiesto
pronti ad intervenire in caso di reazione dei sottomessi. Alle padrone veniva
all’ingresso chiesta una carta di credito perchè se loro, seguendo le loro
fantasie, avessero danneggiato, come qualche volta avveniva, in modo permanente
la manza o lo stallone a loro disposizione, avrebbero pagato l’importo pari
alla perdita di valore dello schiavo. I vigilanti, che erano persone di una
certa età e di situazioni forti ne avevano viste (e magari subite) parecchie,
quando uscivano per il turno di riposo, erano stravolti per quello a cui
avevano assistito. Si pensi solo che si era resa necessaria la insonorizzazione
del settore affinchè le urla, che provenivano da quel luogo, non disturbassero
i visitatori degli altri settori.
15.
Quando arrivarono al “Sex
Hotel” Sinc decise di non condurre Schultz
all’interno. Questi avrebbe infatti potuto provocare una pessima reazione
cattiva da parte degli schiavi che, pur mantenendo intatta la loro condizione
servile, avevano ottenuto la fiducia del direttore dell’hotel e qualche incarico a volte anche di una certa rilevanza. La
gestione e la responsabilità del mantenimento della buona condizione fisica
degli schiavi era a loro affidata. Molti, per vantarsi degli incarichi ricevuti
e per dimostrare la loro importanza, che in effetti era scarsa, tenevano un atteggiamento
altamente punitivo nei riguardi dei loro simili. Oltre a pretendere la massima
obbedienza, per qualsiasi, anche immaginaria mancanza di rispetto, infliggevano
pene non previste nel regolamento dell’albergo. Ovviamente gli schiavi sessuali
non avevano contatti con i dirigenti dell’hotel
e, comunque, non sarebbero stati mai da loro ascoltati e quindi dovevano subire
tutto senza potersi lamentare.
L’arrivo di un nuovo schiavo comportava una vera e propria procedura
a cui gli altri schiavi si dedicavano con grande piacere. Se femmina veniva
verificato se avesse tendenze più omosessuali che eterosessuali facendola
giacere ad accontentare prima una vecchia schiava e quindi un maschio della
stessa età. Si accertava, così, quali fossero le reazioni della nuova venuta e
con chi dei due sembrasse ricevere maggior piacere. La cosa era abbastanza
inutile perchè quasi sempre la manza non dimostrava alcun piacere né con uno né
con l’altro essere vecchio e puzzolente. Lo stesso avveniva con gli schiavi
maschi ma questi dovevano lavorare con la bocca sia la vecchia che il suo compagno
e poi ricevere da lui il suo membro. Si passava quindi a delle vere e proprie
torture. La Direzione aveva infatti deciso che la prima sera e la notte
seguente, il nuovo o la nuova venuta dovessero subire azioni al limite della
sopportazione. Non erano indicate quali, ben sapendo che i loro aiutanti schiavi
non avrebbero avuto bisogno di consigli ed avrebbero compiuto le azioni più
crudeli. Alla base di simile comportamento vi era il presupposto che, superato
il ‘benvenuto’ d’arrivo, tutto quello che sarebbe avvenuto dopo sarebbe
sembrato allo schiavo molto meno pesante. Dopo la prova con i due vecchi
schiavi, Kam fu posto su un lettino, completamente nudo. Prima gli fu infilato
nel culo uno di quei terribili plug
con le borchie che venivano usati solo per le punizioni più gravi. Poi i suoi
torturatori, tenendoli fermi con del nastro isolante, posero una serie di ricci
di castagne sotto i testicoli e tra le natiche. Alla fine, quella che sembrava
la capa, e che sicuramente era la più sadica, aprì una scatola contenente del peperoncino
in polvere. Ne prese una piccola manciata e con quella iniziò a massaggiare il
pene del nuovo arrivato. Samuel stava per svenire per il terribile dolore ma
riuscì a trattenere le urla. Grosse lacrime, però, gli correvano lungo le
tempie andando a bagnare la superfice del lettino. La cosa peggiore, alla quale
ritenne di non resistere, avvenne quando fu fatto camminare sino alla cella ove
avrebbe passato la notte: gli aghi dei ricci gli bucavano la pelle dei
testicoli e quella delle natiche. Il grosso plug
gli stava lacerando la carne interna allo sfintere ed il pene gli bruciava come
se fosse stato posto su una graticola.
16.
Quando alle sei suonò la sveglia nel dormitorio, Kam non si
mosse. Aveva lottato tutta la notte con il plug
che gli martoriava la carne e sapeva che se avesse fatto la pur minima mossa i dolori
lancinanti sarebbero ripresi. Improvvisamente si materializzò vicino al suo
letto un negro, grande e grosso, che non ricordava di aver visto la sera
precedente. Con le mani che sembravano racchette da tennis tanto erano grandi, gli sollevò il pene e con insperata
delicatezza tolse il nastro che tratteneva i ricci sotto i testicoli, poi con una
mossa veloce lo rigirò e con la stessa cura gli tolse quelli che aveva tra i
glutei. Infine rimosse il plug. L’ultima
operazione strappò un piccolo urlo di dolore a Kam perchè probabilmente nel
rimuoverlo il nero doveva aver aperto nuove ferite. Infine, il negro provvide
con grande perizia e somma delicatezza a rimuovere gli aculei rimasti confitti
nell’alvo anale del malcapitato. Kam potè finalmente muove le gambe e camminare
in modo normale e fu felice.
Scese dal letto e uscito dalla cella si incamminò dietro
agli altri schiavi. Non sapeva cosa sarebbe successo ma pensò che nulla avrebbe
potuto essere peggio di quello che aveva subito la sera precedente. In un
stanzone vide i suoi colleghi disposti contro un muro, a gambe larghe e
leggermente piegati in avanti. Poi vide una cosa che mai avrebbe potuto
immaginare. Il grande nero che era venuto a svegliarlo era arrivato da una porta
laterale con in mano una specie di pistola attaccata ad un lungo tubo. Era
seguito da un vecchio schiavo con un cesto che conteneva degli aggeggi scuri. Il
nero si era avvicinato al primo schiavo, gli aveva introdotto la pistola nell’ano,
l’aveva lasciata all’interno per qualche secondo e poi l’aveva estratta. Subito
dopo l’estrazione il suo aiutante aveva prelevato dal cesto un plug di medie dimensioni e lo aveva
spinto nell’ano. Allora capì. Stavano facendo dei clisteri per svuotare il retto
agli schiavi. Probabilmente poco dopo avrebbero tolto il plug che faceva da tappo per lasciare uscire l’acqua e quello che
aveva rimosso. E così infatti avvenne. Spruzzi di acqua misti a feci uscivano
dagli sfinteri degli schiavi riempiendo il pavimento di liquame e l’aria di una
puzza vomitevole.
Quando tutti finirono di essere svuotati, vennero spostati
in una altra sala. All’operazione dello svuotamento seguì quella della
disinfettazione. Le docce, poste sul soffitto e così violente che gli spruzzi
provocavano sulla pelle come delle punture di spillo, ripulirono i corpi. Poi,
uno ad uno, passarono in una zona dove potentissimi ventilatori provvedevano ad
asciugare gli schiavi. Al termine di queste operazioni fu messo a tutti un
collare con un guinzaglio. Come accompagnatrice Kam si trovò di fianco la
vecchia sadica che lo aveva maltrattato la sera prima. Questa gli introdusse un
plug di medie dimensioni, quindi sopportabile,
e lo guidò sino al terzo piano nella stanza dove lo schiavo avrebbe svolto il
suo lavoro. Entrati la vecchia chiuse la porta, tirò il guinzaglio a sé e incollò
la sua bocca a quella di Kam in un bacio lascivo che sembrava non aver mai fine
e che Kam, come gli era stato insegnato, ricambiò con (finto) trasporto e
(finta) passione (ma finti benissimo). Poi lo fece inginocchiare e si diresse
alla porta. Prima di uscire si girò vero di lui e disse “Sei molto carino. Mi
piaci e baci bene. Penso che ci vedremo spesso tu e io. Ma per te non sarà
proprio un piacere.” e così detto maledettamente ridendo se ne andò.
17.
Dopo qualche minuto la porta si aprì ed entrò una giovane donna
a capo chino. Non si capiva se fosse particolarmente timida o se timorosa per
quello che le sarebbe avvenuto. Probabilmente era la prima volta che si
concedeva uno svago simile e non sapeva come comportarsi. Si sedette in una
poltroncina e finalmente disse: “In piedi!”. Le parole volevano essere un
ordine perentorio ma la voce che tremava le fecero apparire piuttosto una
esortazione amicale. Kam si alzò immediatamente ed assunse la posizione classica
da schiavo che gli era stata insegnata. Gambe aperte, mani dietro la nuca,
gomiti in fuori. La giovane si alzò ed iniziò a girare intorno a Kam. Giunta alle
sue spalle si fermò. Con mano malferma sfiorò la parte esterna del plug e domandò “Che cosa è questo?”. Kam
non sapeva come comportarsi. Gli era stato insegnato che non poteva permettersi
di parlare in presenza di un padrone. Ma ora gli era stata posta una domanda
precisa e gli sembrava più scorretto non rispondere. Rispose:
“Un plug,
padrona.”
“E cos’è un plug?”
“Un dilatatore anale, padrona.”
“Perchè te lo hanno messo?”
“Per tenere largo il buco e favorire la penetrazione,
padrona”
“Fa male?”
“Abbastanza, padrona.”
“Io il buco non ho intenzione di usarlo. Se vuoi toglilo.”
“Non posso, padrona. Mi è vietato. Se lo facessi potrei essere
punito duramente, padrona.”
“E allora come facciamo?”
“Potrebbe toglierlo lei, padrona.”
Sa sentì il plug
muoversi dentro di lui ma sembrava che la donna non avesse la forza necessaria
ad estrarlo. Poi sentì una mano aperta appoggiarsi alla sua spalla ed una pressione.
“Sta spingendo e tirando. Mi sembra. Speriamo che ci riesca perchè mi sta
facendo male.” Poi si sentì uno strano rumore e il plug cadde a terra. “Grazie, padrona.” disse Kam. Lei ritornò a
sedersi. Sembrava sconvolta per quello che aveva fatto. Si rimise a guardare il
pavimento in silenzio e così rimase per qualche minuto.
“Sta distruggendo tutto quello che mi è stato insegnato.” pensò.
“Non dovrei assolutamente prendere l’iniziativa. Mai!” Eppure si mise in
ginocchio e si avvicinò alla donna. Allungò le braccia e lei si ritrasse.
Avanzò ancora un poco e cominciò a slacciarle con grande dolcezza i bottoni
della camicetta. Gliela tolse e fece altrettanto con il reggiseno. Aveva
mammelle piccole e sode. Kam incominciò a leccarle ed i capezzoli diventarono
duri come sassi. Poi cominciò ad alternare l’uso della lingua alle carezze. Il
ritmo del respiro della padrona era cambiato. Si era fatto affannoso come
quello di chi sta godendo. Slacciò la cintura della gonna e cercò di
abbassarla. Lei al momento non si mosse ma poi si alzò in piedi per favorire l’operazione.
Lui le tolse gonna e mutandine. Quando lei riprese la posizione seduta ritornò
ad occuparsi dei suoi seni cercando di usare tutta la dolcezza di cui fosse capace.
Poi cominciò a scendere leccando stomaco e pancia. Superò i peli pubici e si
trovò in bocca le grandi labbra. Lei ebbe uno scatto, forse un ripensamento, ma
poi si abbandonò totalmente allo schiavo lasciandolo fare. Dopo tre orgasmi si
rivestì sempre senza dire una parola. Si avvicinò alla porta e poi guardò Kam
con un sorriso. “Grazie.” mormorò e sparì nel corridoio.
18.
Quando rientrò in camera dopo la doccia il cliente era già arrivato.
Era un giovane molto elegante e quasi fuori luogo in quel posto. Chissà quanti
schiavi possedeva la sua famiglia e non aveva, sicuramente, bisogno di cercare
una prestazione in quell’albergo. Ma questi non erano fatti che lo riguardassero.
Lui era lì per far godere qualsiasi persona lo desiderasse e solo per quello.
Si portò al centro della stanza e si mise in ginocchio in attesa
di ordini. Gli dava leggermente fastidio dover servire uno che grosso modo
poteva avere la sua stessa età, ma questa era la sua vita. Purtroppo non poteva
farci nulla. Il padrone si era seduto nella poltroncina e sembrava indeciso sul
da farsi.
“Piedi!” ordinò a un certo punto, bruscamente, il giovane. Lo
schiavo si precipitò verso di lui. Gli tolse le scarpe e le calze e cominciò a
massaggiare i piedi. “Allora?” chiese il cliente con aria scocciata. Kam capì che
cosa volesse dire e cominciò a leccare quei piedi in segno di rispetto. “In
piedi.” ordinò poco dopo il cliente-padrone. Kam si alzò e lo fece anche il giovane.
Poi gli si avvicinò, gli prese bruscamente i coglioni stringendoli con forza. Poi
cominciò a baciarlo in bocca. Più stringeva i testicoli e più sembrava
impegnato nei baci. Continuò così per tutto il tempo che aveva a disposizione. Quindi
si rimise le scarpe ed uscì precipitosamente.
Non era ancora suonata la campana dei cinquanta minuti. “Tu
sei Kam, vero?” chiese entrando una giovane donna che si tirava dietro un
cucciolo di una decina di anni ed una vecchia. Lo schiavo annuì. “Ascoltami
bene. Io adesso ti racconto una cosa che deve rimanere tra te e me. Se venissi
a sapere che hai detto qualche cosa a qualcuno ti faccio castrare ed inviare a
lavorare nelle miniere. Mio padre è il sindaco della città e se gli chiedo di
farlo mi ascolterà certamente. Avvisato! Non te lo ripeterò più. Allora, io
sono amica di Sinc e lei mi ha detto di noleggiare te perchè sei molto bravo. Ho
un problema da risolvere. Un grosso problema. Mia madre ha settant’anni. E’
sempre stata una donna sottomessa a mio padre. Non ha mai chiesto nulla per sé.
Gentile e mite. Una vera buona moglie. Ha accettato di ricevere quei brevi e
saltuari incontri che mio padre le concedeva. Per il proprio divertimento
infatti lui ha sempre preferito le giovani manze che abbiamo in casa, perchè
con loro fa quello che vuole. Da qualche tempo, ed improvvisamente, mia mamma
ha dato di testa. Gli sono venuti dei desideri sessuali violenti che mai avrebbe
immaginato e che mio padre non ha alcuna intenzione di soddisfare. Dice che lo
stato fisico di mia madre non gli ispira alcun desiderio e, di conseguenza,
nessuna erezione. Purtroppo non abbiamo in casa schiavi maschi. L’altro ieri al
mercato abbiamo visto questo cucciolo, perchè a dieci anni uno schiavo può
essere chiamato cucciolo, con sua madre in vendita. Mia madre si è innamorata
di lui e si è messa in testa che lo voleva acquistare, era sicura che sarebbe
stato in grado di soddisfare i suoi desideri, o, per meglio dire, le sue
necessità. Quando la madre, venduta, fu portata via lui rimase solo e riportato
alle stalle per essere affidato a qualche allevamento in attesa di avere l’età
per essere venduto ed usato. Mia madre ha piantato un casino. Voleva
assolutamente questo animale. Sembrava proprio non potesse farne a meno. Siccome
conosco bene il direttore del mercato, che tra l’altro ha avuto il posto da mio
padre e quindi gli è molto grato, gli ho chiesto di chiudere tutti e due gli
occhi e mi ha mandato a casa, sistemato in una cassa, questo cucciolo. Mia
madre però è rimasta molto delusa perchè questa bestia non ha ricevuto nessun
insegnamento e non sa farla godere, anzi non sa fare nulla che le piaccia. Un
cane ben trattato, e questo è stato subito ben trattato, almeno lecca la mano
al padrone. Questa bestia nemmeno quello. Ovviamente non ha ancora sviluppato
un pene di qualche dimensione e quindi può al momento lavorare solo con la
lingua. Sinc dice che tu potresti insegnargli qualcosa. Ho portato Isaura, la
vecchia schiava di mia mamma, perchè possiate fare le prove su di lei. Ha pochi
anni più della sua padrona e la conosce perfettamente. Le è stata regalata
quando ha compiuto otto anni. Da allora, tranne che per un mese, è stata sempre
giorno e notte al suo fianco e, seppur con le buone, ha esercitato su lei
sempre un potere assoluto. Nessuno ha mai potuto usarla veramente o darle
qualche ordine. Quando dico giorno e notte è veramente così. Ha sempre dormito
per terra di fianco al suo letto. Anche quando mio padre andava a trovarla (in
verità sempre più raramente e svogliatamente) Isaura assisteva all’amplesso e,
unica concessione fatta dalla sua padrona era che, dopo il rapporto, mio padre
si faceva pulire il pene dalla sua bocca. Diceva anche, vero Isaura?, che avevi
una lingua morbida e che era un peccato non usarla. Era l’unica cosa sulla
quale i miei genitori erano d’accordo. Quando aveva finito con mio padre
ripuliva la vagina della mamma. Probabilmente mia mamma le faceva pena perchè,
come al solito, non aveva ricevuto dal marito nessun piacere. Per tutta la vita
mamma è stata lavata da Isaura, vestita da lei, accompagnata in bagno e in ogni
altra occasione pratica. Ma questa è un’altra storia. Ritornando ad oggi, senza
perdere tempo, Isaura sostiene che i punti sensibili di mia madre sono la bocca
e la vagina: affronterai solo quelli. Tu baci Isaura facendo vedere a questo
cucciolo come si fa e poi prova lui. Magari domani proviamo qualcosa di diverso.
Avanti, schiavo, alzati e datti da fare!”
Kam si alzò e si diresse verso la schiava pensando “Sarà dura
per il piccolo, non addestrato, a superare lo schifo di una bocca come questa.”
Mentre la vecchia teneva la bocca chiusa lo schiavo cominciò a passarle
dolcemente la lingua sulle labbra sino a quando queste si dischiusero e lui penetrò
in quella bocca graveolente esplorandola con la lingua. Dopo un paio di minuti
si allontanò per vedere se avesse suscitato qualche effetto e poi ripetè l’azione.
Prese quindi per mano il cucciolo e lo portò davanti alla vecchia. Lui la
guardò, la annusò e poi fece per andarsene. Kam fu costretto a bloccarlo e ad
avvicinare le labbra del piccolo a quelle della schiava. Ma il cucciolo non
estrasse la lingua né raggiunse con le sue labbra quelle che gli creavano
repulsione. Kam non sapeva che cosa fare. Poi si decise ad alzare un braccio che
è il segnale che uno schiavo fa per chiedere il permesso di parlare. “Parla.”
Acconsentì la donna. Kam si rimise in ginocchio davanti a lei, poi disse:
“Grazie padrona. Volevo solo permettermi di dare qualche consiglio al cucciolo,
se posso.” Ad un cenno di assenso riprese: “Io sono uno schiavo come te e
quello che ti dico lo devi credere. Se non mi spiego bene dimmelo. La nostra
vita di schiavi è quella di ubbidire ai nostri padroni. Non abbiamo altre
possibilità se non vogliamo essere abbattuti. Anzi, se non facciamo quello che
ci ordinano può succedere qualcosa di molto più brutto della morte. Possiamo
essere maltrattati, molto maltrattati. I nostri padroni hanno tutti i diritti
possibili su di noi. Possiamo essere frustati, marchiati con ferri roventi, costretti
a mangiare i loro escrementi, torturati in modo così doloroso come neppure puoi
immaginare. Questa è e sarà per sempre la nostra vita. La mia e la tua. Può
farti impressione pensarlo ma è la pura realtà. Ci sono schiavi che finiscono in
mano a padroni molto cattivi, altri che finiscono a fare lavori molto duri e
faticosi, lavori che sono affidati agli schiavi solo perchè gli uomini non li
vogliono più fare. I più fortunati, invece, vengono acquistati da padroni che hanno
un animo buono e, pur sfruttandoli, non li fanno soffrire più del necessario. Mi
pare di capire che tu sia finito nelle mani di una padrona che non ti vuole
maltrattare ma che pretende da te cose che a te non fanno piacere. Ma il
piacere per gli schiavi non esiste, nessuno dei padroni te lo regala perchè noi
siamo degli oggetti da usare e non è pensabile che gli oggetti possano godere
di qualcosa. Servire i padroni può essere più o meno pesante, anche se sempre è
una sofferenza. Lo schiavo intelligente cerca che questa sofferenza sia più leggera
possibile, e per renderla più leggera è necessario ubbidire subito. Infatti se
un padrone decide di farti fare una cosa te la farà fare o con le buone o con
le cattive. Pensaci.” E poi rivolto alla donna: “Grazie padrona, te ne sono
grato per lui.”
La donna, mentre lui parlava, lo guardava con un misto di curiosità
e ammirazione. Disse: “Bravo, aveva ragione Sinc, sei un animale raro. Animale
sei, ma intelligente e dici cose sensate che non mi sarei mai aspettata sentire
da uno come te. Il contenuto del tuo ragionamento mi ha fatto ricordare mio padre.
Come ho detto prima, Isaura è sempre stata vicina a mia mamma tranne per il
periodo di un mese. Fu trovata a fare sesso con uno schiavo che lavorava presso
di noi come autista. Sapevano tutti e due che non potevano farlo, ma vollero decidere
di testa loro. Il maschio fu castrato e poi venduto e mandato a lavorare nelle
miniere. Isaura fu inviata per un mese in uno di quei centri di rieducazione
dove la vita è tutt’altro che facile. Quando è ritornata, visibilmente
dimagrita con il corpo martoriato dai segni delle frustate e delle torture, da
allora si è sempre comportata a dovere e a modo. Mio padre ci spiegò il perchè
della sua decisione. Era convinto, ed anch’io lo sono, che gli schiavi, come
animali non devono essere maltrattati per principio o perchè esseri inferiori.
Ma il piacere non è destinato a loro. Non è giusto che loro lo conoscano e ne
godano. Che vivano la vita che è loro riservata e non chiedano altro. Mio padre
diceva anche che bisognava stare molto attenti. Non è un compito facile tenere
lontani gli schiavi dal piacere e bisogna vigilare costantemente. Ricordo che una
domandai ‘Ma come si può fare?’ e lui disse: ‘Ti faccio un esempio. Quando tu
ti porti in camera quella manza che ti piace tanto, e vi chiudete dentro, tu da
lei ti farai ben fare qualcosa. Non dirmi che cosa perchè non mi interessa.
Quelle sono cose da femmine.’. La manza che mi piaceva tanto, come diceva mio
padre, era Bàuci una schiava di una trentina di anni, molto formosa e molto
ubbidiente. Io mi divertivo, appena possibile, giocando con le sue grosse
mammelle, che stringevo con tutta la forza che avevo morsicandone i grossi
capezzoli. Sapevo di provocarle dolore ma mi piaceva e così lo facevo comunque.
A volte mi divertivo ad introdurre la mia piccola mano dentro la sua vagina.
Ero attirata da quel luogo caldo ed umido. La introducevo e la giravo e
rigiravo. Alle parole di mio padre mi ricordai che in quei momenti il respiro
della manza cambiava ritmo. Poteva essere la dimostrazione di un godimento? Non
chiesi nulla. Non ne ebbi il coraggio. Riuscivo a farlo facilmente perchè, come
venni a sapere poi, mio padre con alcuni amici si dedicavano spesso ad allargare
quell’orifizio in vari modi tutti dolorosi per ottenere non so quale risultato.
Ma forse era solo per divertirsi vedendola soffrire. Poi ‘Dicevo’ riprese mio
padre ‘che qualcosa di piacevole ti farai fare. Magari leccare il tuo buchino o
il fiorellino che hai davanti. Lei potrebbe trovarne piacere, magari perchè
apprezza l’odore del tuo fisico, oppure il profumo che ti metti, o magari le
secrezioni che il tuo corpo produce. Tu quindi quando la usi devi trovare il
modo di conciliare il tuo piacere con il suo dolore. Se la usi facendola stare in
ginocchio preoccupati che sotto le ginocchia abbia del riso o, meglio, delle
lenticchie. Se lo fa stando in altre posizioni provvedi, prima di iniziare, ad
inserirle nell’ano uno di quegli attrezzi che tengo in studio e che tu chiami
le trottole per la loro forma. Meglio di tutto sarebbe se usassi quelle
racchette con le punte, che pure tengo nel mio ufficio, picchiandole sulle spalle
o sul sedere mentre ti lecca. Con quel trattamento saresti sicura di provocarle
un dolore molto superiore ad un eventuale piacere.’ e poi concludeva sempre,
rivolto a me: ‘Dolcezza, non dimenticarti mai che gli schiavi sono esseri
inferiori e che noi abbiamo non solo il diritto ma anche il dovere di sfruttarli.
E se questo comprende anche la necessità di farli soffrire è giusto farlo. Non
come tua madre che tratta la sua manza quasi fosse una sorella senza mai
veramente punirla.’. Credetti alle parole di mio padre e ancora ci credo ma,
non avendo il coraggio di praticarle con Bàuci, cessai i nostri incontri. E lo
feci con grande dispiacere.”
Il cucciolo aveva ascoltato Kam a testa bassa e guardando
il pavimento. Alle parole della figlia della sua padrona parve riscuotersi. Guardò
la vecchia e poi le si avvicinò. Estrasse la giovane lingua e cominciò a
leccarle le labbra sino a quando queste si aprirono. Allora spinse la lingua all’interno
e, con una smorfia che diceva tutto il suo schifo, cominciò a baciarla. Kam gli
fece ripetere tutto una decina di volte. Poi con un gesto fece sdraiare la
schiava sul lettino. Le sollevò la veste ed espose il suo sesso. Chiamò vicino
il cucciolo perchè vedesse. Una zaffata di odore di piscio colpì le sue narici.
Doveva cominciare per primo per dimostrare al cucciolo come fare. E il primo
contatto, ovviamente, sarebbe stato il più duro ma non doveva farlo capire al
suo allievo. Passò la lingua sul sesso chiuso. Poi con le dita aprì delicatamente
le grandi labbra e cominciò a leccare l’interno della vagina spingendo la
lingua in profondità. Continuò così per circa cinque minuti. Oltre a far vedere
come si faceva aveva anche deciso di pulire il meglio possibile quell’orifizio
per mitigare la repulsione che il cucciolo avrebbe sicuramente provato. Poi si
fece di lato e fece cenno allo schiavetto di sostituirlo. Dopo un momento di
riflessione il cucciolo iniziò il suo lavoro. Kam si sedette vicino a lui per
osservarlo quando la padrona gli disse: “Non capisco. Io ho pagato per il tuo
uso. Visto che lì hai finito vieni qui e mettiti al lavoro.” Alzatasi dalla
poltroncina, tolse gonna e mutandine e, mettendosi a gambe larghe per riceverlo,
si preparò a riceverlo.
19.
Un vecchio schiavo passò di porta in porta a prelevare quelli
che avevano finito il loro turno. Kam ritenne di essere stato fortunato. Chi
aveva segni di frustate, chi sanguinava da un labbro, chi una guancia gonfia di
schiaffi, un altro camminava malamente perchè gli avevano lavorato la pianta
dei piedi con aghi, un paio di schiave respiravano a fatica lamentandosi per le
botte che avevano ricevuto. Una perdeva sangue dal retto. Arrivarono al
dormitorio. Lo stesso schiavo che li aveva guidati mise ai maschi la gabbietta
di castità e li portò nelle loro celle. Senza che nessuno si accorgesse tenne
per sé la schiava che perdeva sangue dal retto. Il sangue lo eccitava e quel
sedere sanguinante sarebbe stato il giusto ricettacolo per il suo grosso pene. Se
avesse aumentato la lacerazione la manza sarebbe stata comunque medicata dal
veterinario che tutte le mattine passava in hotel.
Sapeva che, per paura, nessuno schiavo o schiava si sarebbe mai lamentato se
qualche inserviente li avesse molestati. Kam era da solo chiuso nella cella al
buio. I suo compagni di stanza erano tutti al lavoro. Non aveva dovuto
stancarsi troppo quella mattina con quegli strani clienti e quindi non aveva
bisogno di riposo. Ma aveva passato la notte praticamente sveglio per i dolori che
gli avevano causato il plug anale e
gli aghi dei ricci ed un breve sonno lo avrebbe rinfrancato. La giornata che
aveva davanti era ancora molto lunga.
Improvvisamente la porta fu spalancata ed entrò, insieme ad
una amica, l’inserviente che sembrava godesse a molestarlo. “Te la sei passata
alla grande, stamattina. Una fighetta accontentatasi di quattro leccate ed un
frocio che si è limitato a quattro baci. E poi quel bambino che se si sapesse in
alto chissà che guai avresti. Ti ho visto dalla telecamera. Signorino, qui il
pane ce lo si deve guadagnare. O si soffre in camera o si soffre quaggiù. Sai
lo faccio per il tuo bene. Perchè ti ci devi abituare. Alzati dal letto che lì
ci si distende la mia amica. Sai, lei poveretta ha una grave malattia. Sarebbe
una donna pulitissima ma non può usare acqua e sapone perchè è allergica. Allora
ho pensato che tu, con quella stupenda lingua che ti ritrovi, avresti potuto
darle una pulita. Dai, giù dal letto e vediamo di sbrigarci.” Concludendo il
discorso aveva preso il pene di Kam con la mano destra che era munita di un
guanto con borchie. La pelle del sesso di Kam, ancora irritata dal massaggio subito
la sera prima con il peperoncino, stretta da quel terribile guanto, scatenò un
dolore tale che, alzandosi, allo schiavo girò la testa. L’amica della Iena
intanto si era distesa sul letto chiudendo gli occhi soddisfatta.
“Allora cominci a lavorarti questa giovane manza o vuoi qualche
sculacciata con questo guantino? Iniziamo dai piedi e poi veniamo su. Mezzo
corpo lo pulisci questa mattina l’altra parte la teniamo per la prossima
occasione.” Kam capì che non aveva via di scampo. Temeva di non riuscire a fare
quanto richiesto anche perchè lo stress
per quanto gli era stato richiesto gli aveva bloccato la salivazione. Iniziò
mettendosi in bocca le dita di un piede, poi cominciò a leccarne la pianta ma
la lingua secca non scorreva. L’inserviente se ne accorse e si mise a ridere. “Come
fai a lavorare di saliva se hai la bocca secca. Ho capito, ti devo aiutare io.
Apri la bocca.” Lo schiavo ubbidì. Lei raccolse tutta la saliva che aveva in bocca
e poi la sputò in quella di Kam. “Non deglutirla, stronzo. Mica posso lavorare
per te all’infinito.” Tutto durò più di mezz’ora, durante la quale la donna sputava
in bocca a Kam e questi procedeva al lavaggio di quella che la sua torturatrice
aveva chiamato la giovane manza. Fu duro pulirla all’esterno ma fu peggio entrare
con la lingua all’interno della vagina. Puzzava in tale modo che Kam ebbe un
paio di urti di vomito. Inoltre, la donna, sollecitata dall’azione della sua
lingua aveva iniziato ad avere piccole perdite di urina che aumentarono il
ribrezzo di Kam. “Bene, vedi che quando ti ci metti lo scopo lo raggiungi? Ringraziala
adesso con un bel bacio in bocca. Uno fatto bene come quello di stamattina.
Però aspetta un attimo. Prima ritorna sul letto: lei ti trasferirà in bocca un
bel po’ della sua bava così non avrai sete per un qualche tempo.” e si mise sonoramente
a ridere. L’amica si chinò su di lui e cominciò a baciarlo con grande voluttà. Non
smetteva più e Kam per non soffocare doveva deglutire in continuazione tutta la
saliva che la donna gli vomitava in bocca. La sua torturatrice rimise il
collare a Kam e si precipitarono al terzo piano.
Giunsero in tempo, per fortuna, perchè se uno schiavo
arrivava in ritardo al suo posto di lavoro veniva punito molto severamente. La
donna ebbe il tempo di chiudersi la porta alle spalle e di prendere la bocca
del poveretto con la sua lingua. Poi uscì velocemente.
Kam si era appena inginocchiato al centro della stanza quando
entrò una donna piccola e grassa. Gli si avvicinò e lasciò andare un calcio che
lo colpì al centro del petto. “Brutto stronzo, non saluti la tua padrona? Non
hai imparato le buone maniere? Oh, voi schiavi siete tutti uguali. Non ti hanno
insegnato che per deferenza devi metterti con la faccia a terra se non ti
vengono offerti piedi da baciare?” Aveva scarpe pesanti ed il colpo gli provocò
molto dolore. “Alzati e spogliami, deficiente. Sbrigati!” ordinò prendendo in
mano i testicoli di Kam e stringendoli con violenza.
Il giovane manzo le tolse il golf e lo appoggiò alla spalliera della poltrona, sbottonò la
camicetta e con grande delicatezza la posò sopra il golf. “Ma sei scemo? Così la sciupi. Le camicie si appendono. Ma da
dove vieni? Dalla campagna?” e così dicendo gli diede una ginocchiata tra le
gambe. Kam rimase per un attimo senza fiato ma poi riprese a spogliarla. Le
tolse una maglia leggera e si accingeva a fare altrettanto con il reggiseno
quando la donna ruggì nuovamente: “Ma hai fretta di vedermi le tette? Stronzo,
prima i pantaloni.” Lo schiavo andò in confusione. Si stava rendendo conto che qualsiasi
cosa facesse la nuova padrona lo avrebbe punito. Le slacciò la cintura e stava
per abbassare i pantaloni quando una sberla lo colpì duramente. “Ma allora fai
apposta. Sei proprio un vero animale. Mi spieghi come puoi togliermi i
pantaloni se prima non mi hai levato le scarpe.” urlò. Poi dovette interrompere
perchè fu presa da una tosse profonda e catarrosa che la fece diventare tutta
rossa. Quando smise di tossire: “Bocca!” gridò. Kam, per non peggiorare le cose
fu lesto ad aprirla e lei gli scatarrò un bel dollaro verde in bocca. “Non ne
posso più di te. Alla prossima distrazione chiamo la direzione e presento un
reclamo. Lo sai che cosa vuol dire? Che ti porto sino al Tribunale degli Offesi
e ti faccio castrare e poi ti faccio mangiare quelle inutili palle.”.
Poi si sedette sul bordo del letto e lo schiavo si
precipitò in ginocchio a slacciarle le scarpe e quindi a toglierle. “Chissà da
quanto tempo non si lava i piedi?” pensò lo schiavo che cercava di allontanare
la paura che la donna gli faceva pensando ad altro. Alla fine la padrona rimase
in reggiseno e mutande. “Guardami, e dimmi se ti piaccio.” Era veramente brutta
e grassa: lo stomaco e la pancia erano invase dalla cellulite; i seni, che
erano grossi e flaccidi erano trattenuti a stento da un reggiseno molto
malridotto. Kam, pur non guardandola in viso, pensò che fosse giunto il momento
del primo sorriso e lo fece. La donna forse non vide il sorriso. Sperava in una
risposta che le avrebbe dato l’occasione per una nuova punizione. “Prendi
quella borsa e dammela. Stronzo.” disse. Kam lo fece con tutta la velocità
possibile. Lei la aprì e disse allo schiavo di girarsi. Sentì le mani che
trafficavano col plug che veniva
infine estratto e gettato in un angolo della stanza. Poi gliene fu introdotto
uno di minor dimensione e lui apprezzò. Forse i rapporti con la nuova padrona
stavano migliorando. Ma l’illusione durò solo un attimo. Sentì come un ronzio
ed il plug allargarsi all’interno del
suo corpo triplicando sicuramente la sua dimensione iniziale. “Bello vero,
finocchio che non sei altro. Stai godendo? Ma vedrai che non è ancora finita la
festa. Anka avrà mille attenzioni quest’oggi per te. Mi sa che ho fatto bene ad
affittarti per tre ore perchè avremo di che divertirci!”.
Le mani della donna stavano adesso trafficando con i suoi testicoli.
Gli sembrò che venissero stretti da una specie di cinturino che però doveva
avere i bordi in metallo. Aveva la sensazione che gli stesse lacerando la
pelle. “Adesso, bello bello, girati e vediamo se questo apparecchietto, che mi
hanno portato degli amici dall’estero, funziona. Sai? Da noi è vietato perchè
un uso continuato provoca un tale dolore che può fare impazzire gli animali
come te. Pronto? Uno, due, tre vai.” e premette il pulsante di un telecomando: la
scarica elettrica che se ne generò colpì con tale violenza Kam che non riuscì
ad impedirsi di emettere un gemito. La scarica elettrica si era dilata
invadendo tutto il corpo ma poi sembrava si fosse ricompattata per esprimere
tutta la sua violenza al cervello. Vedendo la faccia di Kam la donna scoppiò in
una sonora risata ed esclamò: “Evviva, funziona veramente bene. Con questa ci
si può divertire.” Poi si fece seria e disse: “Ascolta bene io sono venuta qui e
ho speso i soldi per avere un servizio accurato. Ho pagato per tre ore e per
tre ore voglio godere. Tu lavorerai con la lingua a tua scelta con il buco del
mio culo, con la vagina e con i piedi. Datti da fare e fammi godere. Se il tuo
lavoro avrà anche una minima interruzione te lo farò capire con un altro di
questi trattamenti. Tanto penso che tu, giovane come sei, una decina di scosse le
possa sopportare senza danni permanenti. Passami quel libro ed inizia a darti
da fare. Voglio leggere e godere subito.”.
Alla fine, un paio di brevi scosse lo raggiunsero, ma erano
state molto brevi e d’intensità contenuta, quasi avvertimenti, segnali della
donna perchè sapesse che era vigile. Kam era soddisfatto del suo lavoro. Aveva
messo tutta la sua esperienza e le sue capacità per accontentare la donna. Questa
si era dimostrata insaziabile anche se strana. Aveva avuto tre orgasmi ma due
di questi erano avvenuti mentre lui le stava trattando il retto con la lingua
ben introdotta.
“Basta così, vieni qua.” disse improvvisamente la donna. Prendi
i cuscini di quella poltrona e mettili in terra all’altezza della mia testa.
Poi sdraiati per terra a pancia in su. “Apri la bocca e non permetterti di
chiuderla se no ti becchi una bella scarica. Capito, stronzo?” Sistemò la sua bocca
all’altezza di quella aperta di Kam ed cominciò a sputarci dentro. Stava
masticando una gomma per procurarsi più saliva possibile e la quantità di sputo
era costante. Kam sopportava benissimo questa situazione. Aveva imparato a
staccare la sua bocca dal resto del corpo e ad ignorare cosa vi venisse
introdotto. Aveva ingerito tanta di quell’orina, aveva pulito tanti di quei culi,
aveva leccato tanti di quei piedi e di quelle vagine, più o meno pulite, che un
po’ saliva non gli faceva né caldo né freddo. Non riuscì mai a capire perchè lo
fece ma improvvisamente le sue mani si mossero senza un comando e andarono a sfiorare
prima i capezzoli e poi ad accarezzare i seni della donna. Questa fece un mezzo
salto sul letto come per distanziarsi da quelle mani e nel contempo fece
partire una scarica più prolungata del solito. Poi però riprese la posizione di
prima quasi ad incoraggiare lo schiavo. E Kam con l’esperienza che aveva lavorò
quei capezzoli avvizziti e quei seni flaccidi e cadenti sino a quando Anka non
ebbe un orgasmo.
“In ginocchio!” ordinò e prese la bocca di Kam con un lungo
bacio che allo schiavo parve appassionato. Poi, probabilmente vergognandosi di
essere stata coinvolta in qualcosa che non aveva gestito lei, cominciò a dare violenti
calci al ventre ed al sesso di Kam sino a quando lui non si accasciò dolorante.
Infine si rivestì da sola e, senza più degnare di uno sguardo lo schiavo,
velocemente se ne andò.
20.
Sinc si era ripromessa di cercare di avere qualche notizia
su quanto fosse successo a Kam nel suo primo giorno al Sex Hotel. Ma era una
giornata molto complicata quella che doveva affrontare e ben presto se ne
dimenticò.
La sua socia l’aveva incaricata della gestione di quello
che aveva chiamato “Il giorno delle Etere.” Aveva una immaginazione veramente
fervida, Ursula Borderline, e si dedicava a studiare qualsiasi possibilità di
impiego degli schiavi. Anni prima aveva raccolto notizie sulle Etere che ai
tempi dei Faraoni, e degli antichi romani, avevano spopolato tra i ricchi e
comunque tra tutti quelli che volevano, e potevano permettersi di avere al
proprio fianco una schiava di classe. Istruita, educata a comportarsi come una
signora, ma sempre una schiava che al primo cenno doveva correre a servire il
suo padrone, o chiunque da lui indicato, nei modi desiderati. Si era innamorata
di queste figure ed aveva cominciato a dedicarsi al crearne di attuali. Aveva
scelto quindici manze di 15 anni tra le più belle e le più sveglie che avesse
trovato nei loro allevamenti. Le aveva poi trasferite in una specie di collegio
dove donne libere si sarebbero interessate a seguirle e ad educarle per
renderle anche culturalmente piacevoli agli uomini. Nei quattro anni successivi
venivano trattate quasi provenissero dalla buona società. Solo se non si
applicavano in pieno venivano punite in modi più violenti di quelli che
potevano essere ammessi in altri collegi. Il risultato era che tutte subivano una
trasformazione incredibile. Da misere figlie di schiave divenivano infatti delle
splendide creature che sapevano intrattenere salotti. Alcune avevano coltivato
le capacità canore, altre si erano dedicate al ballo, ma tutte si presentavano
come delle piacevoli compagnie. In quattro anni avevano dimenticato, o meglio
rimosso, quello che avevano vissuto negli allevamenti, sicure di aver conquistato
nuovi impensabili diritti. Ed erano tutte diventate degli esseri sereni che,
purtroppo per loro, non avevano nessuna informazione su quello che sarebbe
accaduto.
Al “Giorno delle Etere” erano stati invitati una
cinquantina di uomini di mezz’età o di inizio senilità scelti tra le persone più
abbienti del paese. Tutti erano stati avvisati su cosa sarebbe avvenuto ed
erano stati ben lieti di partecipare. Sinc avrebbe dovuto riceverli ed essere a
loro disposizione per ulteriori chiarimenti. Insomma, una vera padrona di casa!
Quando tutti gli uomini ebbero preso il posto loro assegnatogli cominciò lo
spettacolo. Gli uomini avevano vicino alle comode poltrone su cui giacevano un
tavolino da thè ove trovarono un piccolo taccuino ed una matita nell’eventualità
di dover prendere appunti. Ad un colpo di mani di Sinc l’illuminazione si fece
più soffice e, direttamente dal palco sul quale erano state radunate,
cominciarono a scendere tra i tavolini le giovani manze. Erano tutte vestite
alla stessa maniera. Ampia camicetta bianca, minigonna nera, gambe nude e
ballerine nere. Ognuna per poter essere identificata portava sulla schiena un
numero da 1 a 15. Cominciarono a servire thè e caffè e liquori di sorta, sempre
con un affascinante sorriso per ciascuno degli ospiti. La cosa durò circa una
mezz’ora, dopodichè furono richiamate sul palco e scomparvero dietro le quinte.
La musica leggera che aveva resa romantica l’atmosfera cessò ed una virago
apparve sul palco trascinando tre manze che la seguivano smarrite legate ognuna
ad un collare. La donna appese i guinzagli a tre ganci che pendevano dal soffitto
e che furono tirati verso l’alto in modo che ognuna dovesse stare in punta di
piedi, impossibilitata a muoversi. A questo punto la donna cominciò a denudarle
strappando loro i vestiti ad eccezione delle mutandine. Le manze non riuscivano
a capire cosa stesse succedendo e, piangendo, si guardavano l’un l’altra in
cerca di conforto. La virago si rivolse agli uomini invitandoli sul palco per meglio
valutare la merce in vendita. Non tutti salirono ma quelli che lo fecero furono
molto esigenti. Le palpate alle tette ed ai glutei si susseguirono, il controllo
della dentatura non fu dimenticato. Qualcuna che sporcò le mani del proprio
esaminatore o con le lacrime o con il muco che scendeva dal loro naso, ricevette
violente sberle. Alla fine le tre furono portate via e ne furono presentate altre.
Così sino alla quindicesima in cinque gruppi da tre ciascuno. Fu servito, ma
questa volta da schiave-cameriere altro thè, caffè e liquore. Poi Sinc chiese l’attenzione
dei presenti. “Come avete potuto constatare le manze nulla sapevano di quello
che si è verificato. Quindi nulla sanno neppure della loro futura vita né dell’uso
che ognuno di voi vorrà farne. Da psicologa mi permetto di consigliare che il
passaggio dalla vita trascorsa durante la loro formazione a quella che inizierà
dopo l’acquisto sia la più traumatica possibile. Poichè voi tutti siete
sicuramente persone importanti e probabilmente non avete il tempo per dedicarvi
all’educazione degli schiavi, sappiate che noi siamo disponibili a farlo in
vostra vece. Nel prezzo che ognuno andrà a pagare per l’acquisto è compreso
anche il costo dell’addestramento. Le manze in vendita sono tutte vergini e non
hanno mai visto un membro maschile. L’unica cosa che non possiamo assicurare è
che nel corso della preparazione una, o più di loro, possa perdere il proprio
stato. Noi cerchiamo di stare più attenti possibili ma si sono verificati in
passato casi di rottura dell’imene.” Poi rivolta al palco “Inizi l’asta!”.
Già sulla prima schiava in vendita, completamente nuda ed
unta di olio per far risplendere le forme perfette, si scatenò la lotta per l’acquisto.
Sinc era piacevolmente sorpresa per le cifre astronomiche che quegli uomini
erano disposti a pagare. La sua socia aveva colpito ancora! Sei furono portate
via dai loro compratori. Le altre nove lasciate in balia di uomini che avevano
come piacere il dolore che avrebbero provocato loro.
La mattina seguente la solita terribile inserviente venne a
prelevarlo per primo, gli fece salire velocemente le scale, e quando arrivarono
in camera tirò lo schiavo sul letto, lo fece sdraiare e, dopo averlo lavorato
con la bocca, lo montò come una furia godendo a lungo. Poi, come gesto di
disprezzo e di possesso, prima di andarsene gli sputò in faccia. Kam fece solo
in tempo a raggiungere il bagno attiguo, pulirsi la faccia e lavarsi il pene
sporco del suo stesso seme e degli umori della sua torturatrice che si presentò
un nuovo cliente.
Appena si sistemò in ginocchio al centro della stanza entrò
un uomo grande e grosso. L’uomo, che poteva avere una cinquantina d’anni, non
lo degnò di uno sguardo. Si abbassò i pantaloni, scostò le mutande e mise in bocca
allo schiavo un pene che, seppur molle, dimostrava proporzioni insolite. Più Kam
lo leccava e più quello assumeva dimensioni mai viste. Quando divenne duro il
cliente sollevò con un braccio lo schiavo dalla posizione in cui si trovava e
messolo in piedi lo girò facendolo piegare in avanti per avere a completa
disposizione il suo deretano. Con pochi colpi gli fu dentro e continuò ad
andare e venire per una buona mezza ora. Poi lo spinse sino in fondo e con pochi
violenti colpi si svuotò. Quando lo estrasse Kam sospirò di sollievo. Non n’era
sicuro ma temeva che durante la penetrazione l’ano si fosse lacerato. Sentiva
un forte bruciore ma non gli sembrava di perdere sangue. L’uomo lo rigirò e con
una spinta lo fece rimettere in ginocchio. Per la prima volta parlò: “Ti do
cinque minuti per pulirmelo bene. Se non lo fai diventare nuovo ti spacco quel
culo da troia a pedate, stronzo”. Kam si diede da fare al massimo delle sue
possibilità. Aveva una grande esperienza ma la superfice da pulire era
veramente tanta e l’eiaculazione doveva essere stata certamente imponente. Sembrava
che il pene del padrone anche se non fosse più duro non avesse perso la
dimensione che aveva raggiunto prima dell’eiaculazione. L’uomo alla fine glielo
tolse di bocca. Lo guardò di sopra e di sotto e sembrò soddisfatto. “Rimettilo
in bocca tutto che ho bisogno di pisciare. Così gli diamo ancora una
risciacquatina.”. Il padrone doveva avere una certa esperienza perchè somministrò
i getti di urina ben distanziati e Kam riuscì a deglutire tutto il liquore senza
problemi. Quando finì di vuotarsi la vescica si rimise il pene nelle mutande,
chiuse i pantaloni e se ne andò senza dire nulla.
21.
All’inizio dell’ora seguente riapparve la figlia del sindaco
con vecchia schiava e cucciolo. “Allora,” iniziò subito. “l’altra volta sei
stato veramente utile. Abbiamo battezzato il cucciolo col nome di Marsilio. È
nato un bel rapporto tra lui e la mamma. È un cucciolo davvero intelligente e ha
capito il tuo discorso. Lui la bacia in continuazione e lei lo tratta quasi
fosse un nipotino. Dolci, carezze... Oggi, ho prenotato per due ore, per poter
ripassare la lezione di ieri e poi magari fargli imparare qualche altra cosa
che possa piacere alla mamma.”.
Poi, rivolta al cucciolo: “Vediamo di muoverci che due ore
passano in fretta. Tu comincia a baciare Isaura in bocca e poi... Sì, più
giù... Insomma, hai capito.” e, a Kam, “E tu intanto vieni qui. Sto pagando e devo
ricevere anch’io qualche attenzione.” Toltasi gonna e mutandine si sedette sulla
poltroncina a gambe aperte. “Di tua mamma non ti interessa nulla.” pensò Kam
“Tu sei venuta per te. Mi sa che sarai una cliente abituale.”.
Isaura e Marsilio ogni tanto si voltavano a vedere la
padrona che ad occhi chiusi continuava a farsi leccare. Nessuno dei due aveva
il coraggio di richiamarla alla realtà. Andò avanti così per il resto delle due
ore. L’unica variazione fu che la donna offrì ai baci anche i suoi seni e poi,
in un momento di grande esaltazione, l’ano. Mugolò di piacere quando Kam incominciò
a leccarlo ed andò in estasi quando lo schiavo forzò l’orifizio con la lingua. Si
muoveva scompostamente sulla poltroncina tanto che lo schiavo aveva qualche
difficoltà a (per)seguire l’obiettivo. La donna stava cercando piacere in tutta
quella zona, un piacere che sicuramente non aveva mai provato. Alla fine Marsilio
si stufò di baciare la schiava e, non ricevendo alcun ordine, insieme a lei si
girò verso la padrona a godersi lo spettacolo. Quando suonò la musichetta che
indicava la fine della seconda ora la donna parve svegliarsi come da un sogno. Si
mise mutandine e gonna e senza dire una parola uscì dalla stanza seguita da Isaura
e Marsilio.
22.
A mezzogiorno ritornò in stanza in attesa del prossimo cliente.
“Questa volta ti lascio stare, poverino. Sei prenotato per cinque ore di fila
da quella di ieri. Ormai la conosco bene e so che non è piacevole passare per
le sue mani. Cinque ore, poi, sono lunghe per tutti. Auguri!”.
All’orario previsto, e senza sgarrare di un minuto, Anka entrò
balenando come un fulmine. Non degnò neppure di uno sguardo lo schiavo. Si mise
in mezzo alla stanza e disse “Non farmi perdere tempo in chiacchere. Fai tutto
come ieri ma con più comodo: staremo insieme un bel po’ di ore e non dobbiamo
avere fretta. Ho speso un sacco di soldi per te e voglio uscire soddisfatta.” e
si pose in mezzo alla stanza in attesa di essere spogliata.
Kam le tolse il maglione, poi la camicetta che pose, questa
volta, nel posto giusto. Con calma cominciò ad accarezzarle le spalle nude che
la guepierre non ricopriva. Lei non
si mosse. Quando si abbassò a togliere le scarpe lei gli diede una ginocchiata
che per fortuna lo raggiunse solo alla fronte. Le tolse la gonna e le slacciò
le calze dalle giarrettiere e le fece scendere sino ai piedi. La padrona li
alzò benevolmente per permettere allo schiavo di completare l’operazione. La
padrona si mise poi a sedere sul letto e Kam la raggiunse sorridendole e
mettendosi poi davanti a lei di spalle. Gli venne tolto il plug che, come il giorno prima, fini in un angolo della stanza e
gli fu introdotto quello di proprietà di Anka. Furono legati alla parte esterna
dell’attrezzo il pene ed i testicoli. Finita l’operazione la padrona disse:
“Prova.” e partì la prima scarica della giornata. Probabilmente la sadica aveva
aumentato il voltaggio perchè il dolore fu stavolta immenso, di gran lunga
superiore a quello del giorno prima. Infatti, disse ridendo la donna: “Mi
avevano detto di non usarlo mai a questo voltaggio ma io sono curiosa. Mi piace
vedere sempre cosa succede. L’hai sopportato, bravo. Se ti comporti bene oggi
non lo uso più. Ma il dosaggio di ieri lo provi ancora. Dipende da te quante
volte meritarlo. Togli tutto e datti da fare.” Kam le tolse mutande e guepierre tutto contento. La donna si
era dimenticata di aumentare il volume del plug
come aveva fatto l’altra volta. Kam lo aveva sopportato con difficoltà anche se
più che dolore gli dava un fastidio notevole. Stava spostandosi verso i piedi
della padrona quando lei intervenne con: “Ah furbacchione. Non mi hai ricordato
di gonfiarlo. Adesso ne paghi le conseguenze. Lo facciamo diventare un po’ più
grande così impari a fare il furbo.” e cominciò a gonfiarlo sino a quando il plug non trovò più spazio per dilatarsi.
Oltre che fastidioso ora faceva anche male. Gli schiacciava la parte finale
dell’intestino e la vescica e lui era costretto a muoversi con difficoltà. Che la
donna non avesse provveduto ad alcun lavaggio dal giorno prima Kam lo capì
subito. Gli odori erano più forti e leccare le parti che doveva pulire gli dava
grande fastidio, ma quello era il suo compito. Per fortuna la padrona sembrava
soddisfatta del suo lavoro e dormicchiava girandosi supina o di fianco per
lasciare allo schiavo accesso o davanti o dietro. Durò un tempo infinito e Kam
si accorse che pian pianino l’odore diminuiva. Lo sporco maleodorante era stato
rimosso ed ora si trovava nel suo stomaco. Dopo un paio d’ore la donna
improvvisamente disse: “Alt, stop. Eccoti il segnale finale.” e, lasciando
partire una scarica elettrica, urlo demoniaca. Lo schiavo, dopo l’iniziale
dolore che gli stravolse il viso, riuscì a sorridere e si mise in ginocchio
davanti a lei in attesa di ordini. Lei lo guardò sorpresa ma non disse nulla. “Mettiti
a cavallino che io mi metto a cavalluccio” disse ancora ridendo. “Vediamo
quanto sei forte. E se sei capace di portarmi sino in bagno. Non vorrai mica
continuare a farmi stancare. Ho già faticato a lasciarti il mio corpo da leccare
ed ora non vorrai certo farmi andare a piedi in bagno.” Così dicendo si sedette
sulla schiena e con un frustino, che aveva preso da una grossa borsa, gli diede
una violenta frustata sulle natiche. Compatibilmente con il peso della padrona Kam
si mosse e riuscì a raggiungere il gabinetto senza ulteriori esortazioni. “Entra
nella doccia e accucciati!” ordinò la padrona. Lo guardò per un attimo
ghignando e poi disse. “Mi scappa di pisciare e visto che tu sei lì ne approfitto
per farti la doccia. Fermo e bocca aperta.” Lo spruzzo usciva violento dal
sesso della donna. In parte gli finiva in bocca e il resto su ogni parte del
corpo. Quando finì disse “Pulisci.” e gli porse la vagina da leccare. “Doccia e
asciugati, piscione.” Mentre lo schiavo ubbidiva si sedette sul water e cominciò a svuotarsi. Kam
intanto si era asciugato e si era messo in ginocchio davanti alla padrona con
un ampio sorriso. La donna apparve infastidita ma disse solo: “Dai ammettilo. Non
hai mai bevuto una piscia così buona. È marca Boneen, la migliore in commercio.
Dovresti trovare il modo per ringraziarmi. Ah ecco, guarda, ho trovato. Devo
pensare sempre a tutto io. Il regolamento dice che non si può far mangiare la
cacca agli schiavi perchè possono ammalarsi. Ma il regolamento non dice che i
padroni non possano farsi pulire dagli animali presi a noleggio.” Poi
alzandosi: “Dai, fallo in fretta. È una cosa che rimane tra noi. Non dirlo a
nessuno.” E gli porse il sedere da leccare. Ritornati in camera la padrona fece
mettere Kam nella stessa posizione del giorno prima. “Ieri abbiamo bevuto e ho
notato che ti è piaciuto. Oggi si migliora: bere e mangiare. Non so come farai
a dimostrare la tua gratitudine. Avere in regalo da bere e da mangiare non è da
tutti. Ma tu l’avrai già capito che io sono buona e generosa.” La donna prese
dal comodino un bicchiere e lo riempì della sua piscia; poi dalla borsa estrasse
un panino ripieno avvolto in un tovagliolo di carta, si distese sul letto e si
posizionò in modo che la sua bocca fosse proprio sopra quella di Kam. Diede un
grosso morso al panino e lo masticò per una decina di secondi. Quindi fece
cenno allo schiavo di aprire la bocca e glielo sputò dentro. “Fermo, non deglutire
subito. Masticalo con calma, gusta il sapore del panino e del mio sputo prima
di inghiottirlo. Bene, bravo così. Adesso un sorso di champagne. È più giallo del solito ma è anche più gustoso.” Continuò
per una mezz’ora a sputare e pisciargli in bocca. Kam quando non aveva la bocca
occupata le sorrideva. Aveva capito che la donna voleva umiliarlo in tutti i modi
perchè temeva di essere coinvolta dalla tenerezza e dalla gratitudine che lui
voleva mostrarle. Era spiazzata. Non riusciva a raggiungere i seni ed allora
allungò le mani ad accarezzare l’interno delle cosce della sua torturatrice. La
donna gli mandò una violenta, ma non prolungata, scarica ma non tolse le mani e
continuò a lasciarsi accarezzare. Anche dopo che aveva terminato di dar da mangiare
e da bere a Kam. Lo schiavo aveva ormai capito che la donna era abituata a ricevere
attenzioni violente dai suoi partner
e rimaneva spiazzata quando qualcuno la trattava con dolcezza. Dopo qualche
minuto Kam si permise di mettersi in ginocchio, allargò dolcemente le grosse
cosce della donna continuando ad accarezzarle. Quando il sesso fu esposto
iniziò a leccarlo lentamente, molto lentamente, quasi con passione. Poi allargò
le grandi labbra e continuò a muovere la lingua con lentezza all’interno. La
padrona cominciò a mugolare di piacere e smise solo quando il suo sesso rampollò
del liquido generato dal godimento. Continuò a lasciarsi leccare non smettendo
di emettere quel suono che sembrava un mantra. Ferma, mollemente abbandonata. Quando
Kam si impadronì del clitoride il suo respiro divenne profondo, come se volesse
trattenere all’interno del suo corpo tutto il piacere che provava. Poi lanciò
un urlo profondo e cavernoso come un latrato e infine ebbe un orgasmo che
sembrò non finire mai. Prese la testa dello schiavo e la portò all’altezza
della sua e baciò quella bocca che tanto piacere le aveva dato. Un bacio lunghissimo
di una dolcezza che forse la donna non aveva mai usato. Poi gli prese il viso
tra le mani. Lo guardò con odio e disse: “Tu pensi di potermi cambiare
sessualmente, ma sarò io che cambierò te. E per farlo ti farò soffrire così
tanto che tu non lo puoi neppure immaginare.” Infine disse: “Rivestimi senza
farmi affaticare che sono stanca...”. Quando fu pronta se ne andò dalla stanza
senza degnare Kam nemmeno di uno sguardo.
23.
Sinc era seduta, da sola, a un tavolo d’angolo del miglior ristorante
della città. Era appena rientrata da un giro di conferenze internazionali
intorno al tema dello schiavismo. Era stata ovunque applaudita e la sua teoria
sulla educazione degli schiavi sessuali, un tempo irrisa, era ora praticata
quasi ovunque. Lei portava naturalmente prove incontrovertibili dei risultati raggiunti
avendo venduto, a postriboli tra i più raffinati o a persone che desideravano solo
il meglio, oltre trecento tra manze adolescenti e giovani stalloni. E con piena
soddisfazione dei nuovi proprietari. Gli affari andavano talmente bene che lei
e la sua socia non sapevano più come investire gli enormi guadagni. I sex hotel
aperti nel continente erano ormai 28, tutti diretti da persone altamente
qualificate, veri manager che
riuscivano a sfruttare nel miglior modo possibile la mano d’opera loro
affidata. Aveva soldi, successo, riconoscimenti e premi. Ma, a 50 anni suonati,
era del tutto sola. Ormai i suoi genitori erano morti e altri parenti non ne aveva.
La stessa Brunetta, pochi giorni dopo l’ultima visita che le aveva fatto
portandole in prova Kam, se era andata. Già, Kam, il suo pupillo. Chissà che
fine aveva fatto? Magari una brutta fine. Se così fosse stato lei se ne sentiva
parzialmente colpevole. Averlo ceduto a quella sadica della Mertel forse era
stato un errore. Ma quello stallone espero, che cercava da anni e che le era stato
offerto in cambio, non poteva essere rifiutato. Era riuscita a creare anche una
nuova razza con il seme di quell’animale. Una razza bellissima, molto
sottomessa e devota che era richiestissima. Sul mercato gli esemplari potevano
essere venduti a prezzi del trenta per cento superiori a quello degli altri
schiavi. Le manze di quella razza non facevano in tempo a partorirli che i
cuccioli erano già venduti, prenotati mesi prima dello stesso concepimento.
Pagamento anticipato e costo aggiunto per il nutrimento prima della consegna. Data
la richiesta, il Grande Governo Centrale (o GGG), con sede in Pentagone, sempre
disposto a privilegiare gli affari dei propri cittadini a scapito di quelli del
resto di Euràpoli e della stessa Pentapoli, aveva autorizzato la vendita all’estero
dei cuccioli al compimento del quinto anno. Che ci pensassero gli altri a
stabilire se animali così giovani potessero essere utilizzati ed in quali
funzioni. La parola pedofilia non doveva essere pronunciata e tutti quelli
coinvolti in questo mercato sembravano difatti ignorarla.
Si era fatta servire le pietanze più squisite ma le aveva spezzettate
lasciandole poi quasi tutte nel piatto. L’unico programma che aveva era di
passare, dopo tutti quei giorni all’estero nei quali aveva vissuto in completa astinenza,
un buon dopo cena con la nuova manza che si era fatta recapitare a casa e che
ancora non aveva provato. Era stato un colpo di fulmine.
Quel giorno, uscita dal suo studio per recarsi in
amministrazione a firmare delle carte, aveva incrociato un gruppo di nuovi
allievi ed allieve che, appena compiuti i 14 anni i maschi e 12 le femmine, venivano
portati al secondo piano per iniziare la loro educazione. Tra questi, sin da
lontano, fu colpita dal viso bellissimo di una giovane, bionda, con un viso
dolcissimo e con lo sguardo degli occhi, di un azzurro intenso, ma che dimostravano
una tristezza infinita. Forse la giovane manza già sapeva quale sarebbe stato
il suo destino e che cosa avrebbe dovuto subire. Comandò all’accompagnatore di
fermarsi e quindi ad Anka, la semi-schiava che l’assisteva in ufficio, di andare
e prelevare la giovane. “Portala nel mio ufficio e legala” aveva ordinato. Poi rivolto
a quello che era il responsabile del gruppo che accompagnava si fece dare la
lista degli schiavi e sotto scrisse “Una manza prelevata da me. Dottoressa
Sinc”.
Nonostante la pratica non fosse consentita, era sicura che
nessuna avrebbe sollevato alcuna obiezione. Non contro di lei.
Quando ritornò in ufficio trovò la giovane legata mani e piedi
a quella che sembrava una croce di Sant’Andrea. Le si avvicinò, le aprì la
bocca e verificò lo stato della dentatura, palpò i piccoli seni schiacciando
leggermente i capezzoli che si indurirono immediatamente.
La ragazza la guardava terrorizzata e, quando Sinc passò a ispezionare
la giovane vagina per verificare che fosse realmente vergine, perse il
controllo della vescica e orinò per terra. La dottoressa non si scompose. Suonò
il campanello ed Isaura entrò immediatamente come se fosse dietro la porta in
attesa. Vide il bagnato per terra e riguadagnò la porta forse per andare a
cercare uno straccio. “Ferma. Non fare nulla. Slegala. Pulisce lei con la
lingua. Tieni questo.” aggiunse porgendole il frustino che teneva sempre sulla
scrivania. “Se non si decide a farlo subito aiutala con dei colpi violenti. Poi
la lavi e la riattacchi.”.
Prese il telefono e compose un numero iniziando una allegra
conversazione con un’amica. Non si degnò di verificare che cosa stava
succedendo nel suo ufficio. Sentì solo una volta il sibilo del frustino che
tagliava l’aria e un debole lamento. Quando terminò la telefonata la giovane
manza era stata già rimessa al suo posto. Si alzò e le si avvicinò, mentre la
piccola, spaventata, spingeva all’indietro il proprio corpo come se si volesse rifugiare
all’interno del muro. Le prese il mento per tenerle ferma la testa e quindi appoggiò
le labbra alle sue. Non trovando ostacoli ficcò la lingua in quella giovane bocca
e ci rimase per un paio di minuti. Quandò uscì, portò delicatamente la mano tra
le gambe della manza; questa non si ritrasse. Sinc ritornò pensierosa alla sua
scrivania. Non aveva mai baciato una piccola di 12 anni e non riusciva a capire
da dove arrivasse il turbamento che provava. Di aver infranto le regole, che
vietavano l’uso sessuale delle femmine inferiori ai 14 anni, non le importava
molto. Avevano, lei e la sua socia, infranto così tante volte la legge che
farlo ancora una volta non le creava alcun imbarazzo. Era dunque quel giovane
essere che le creava quello strano sconvolgimento. Dopo qualche tempo ritornò
dalla manza. Le accarezzò i capezzoli ed i piccoli seni. Poi la baciò appassionatamente.
Ritornò ai seni ed ancora alla bocca e questa volta il bacio venne ricambiato. Allora
le toccò l’interno delle grandi labbra: era tutto bagnato. “Le piace! È
lesbica!” pensò subito. “Bel colpo dottoressa Sinc.” Chiamò subito Mario Montes,
il funzionario che si occupava della vendita degli schiavi. “Ho bisogno che lei
si metta subito in moto. Deve mandare qualcuno a casa mia a prelevare la mia
schiava sessuale e la deve mettere subito in vendita. Se non riesce a venderla
oggi la faccia sparire in qualche modo. Non voglio rischiare di trovarmela tra
i piedi. Capito?”. “Certo Dottoressa,” rispose l’uomo “non deve preoccuparsi. Se
non la vendo me la porto a casa. Mia suocera oggi compie 75 anni ed ha sempre
desiderato avere in regalo una schiava sessuale. Sicuramente la manza
rimpiangerà il tempo che ha passato con lei, dottoressa. Mia suocera è
estremamente esigente.” Forse il funzionario aveva pensato che la schiava
avesse compiuto qualche mancanza nei riguardi della sua padrona e far sapere a
Sinc che sarebbe stata maltrattata le potesse far piacere. Ma la dottoressa
stava pensando già ad altro. La schiava della quale si stava liberando un po’
se lo meritava perchè, negli ultimi tempi, si era concessa delle libertà che
non avrebbe dovuto prendersi. Sì, lo aveva fatto per dare il miglior piacere
possibile alla sua padrona, ma non era lei che doveva dirigere gli incontri. L’aveva
sempre trattata troppo bene. Meritava di essere scartata.
Quella manzetta invece avrebbe ricevuto da lei una sana e dolorosa
educazione per ottenere il massimo delle prestazioni. Ma questo non era l’opposto
di quello che sostenevano la sua teoria ed i suoi studi decennali? “Si” disse
“ma anch’io qualche volta ho bisogno di sentirmi e di fare la cattiva. Me lo
merito.”. I programmi poi erano cambiati e lei non aveva più fatto in tempo ad
usarla prima di partire per il viaggio. “Meglio” pensò “Sarà la prima volta
stasera e ne ho proprio voglia e bisogno.”.
24.
Arrivata a casa disse alla schiava che le aveva aperto la porta,
una femmina di una quarantina d’anni che aveva con lei da qualche tempo e che
le era molto fedele: “Mandami in camera la troietta e prima guarda che sia
pulita. Se no le fai fare una doccia. Non voglio essere disturbata stasera. Ho
in programma di divertirmi a lungo...”.
Dopo poco arrivò la manzetta. Le sembrò ancora più bella di
come la ricordasse. Il corpo era di un candore abbagliante ed il viso di una
dolcezza incredibile. Notò anche questa volta che gli occhi, di un azzurro intenso,
avevano un’espressione di tristezza infinita. “A quell’età probabilmente non ha
ancora cominciato a soffrire, né avrà ancora capito a cosa sarà destinata la
sua vita futura.” pensò. Ma poi subito dopo: “Ehi Sinc, non farti prendere dai sentimentalismi.
Lei è una schiava e tu, come tutti noi, hai il potere di fare di lei quello che
vuoi senza dimenticare che tu sei un essere umano e lei una bestia.”. “Come ti chiami?” chiese alla piccola
bestiolina indifesa, “Vitalia.” rispose la bambina, “In fondo, conta poco se
hai un nome e che nome hai avuto fino a oggi. Da oggi inizi una nuova vita e sarai
solo la mia troia. Non avrai più nome né dignità. Sarai solo un pezzo di carne
da divorare.” disse la Sinc, e poi aggiunse “Non sarà una serata piacevole per
te. Io ti insegnerò molte cose che tu userai per darmi piacere sia che ti
facciano soffrire molto o poco, perchè comunque ti faranno soffrire. Sei qui
solo per il piacere che mi darai ed io devo cercare che questo avvenga nel
migliore dei modi ovviamente senza pensare se e quanto tu soffra. Anche perchè
non me ne importa nulla. Io generalmente non sono cattiva con voi schiavi,
cerco di usare il meno possibile la frusta ed altri maltrattamenti e se un
giorno non mi piacessi più e ti vendessi stai sicura che troveresti solo di
peggio. Cerca quindi di seguire i miei desideri e di mantenere il posto. E
questo è il primo insegnamento della serata che ti regalo. Secondo: io non ti
ho comprato perchè tu stessi lì imbambolata a guardarmi mentre parlo... Sono
due giorni che non fai niente se non mangiare e bere a spese mie. In mia
presenza non devi mai stare con le mani in mano. Avresti già da subito essere
in ginocchio davanti a me a massaggiarmi o a baciarmi i piedi. Ti spetterebbero
un paio di frustate per non averlo fatto ma per questa volta voglio scusarti.”.
A quelle parole la manzetta si era precipitata ai suoi
piedi, le aveva tolto le scarpe e si era infilata in bocca prima uno e poi l’altro
piede, leccandoli. Sinc si godette questo primo contatto. Era uno dei gesti più
godibili che uno schiavo potesse rivolgere al padrone ma la manza precedente
non lo praticava più come preambolo, dedicandosi immediatamente o al sesso o ai
seni della padrona. Sinc cominciava a rilassarsi ed a gustare il dolce far
niente coccolata dalle attenzioni alle sue estremità. Lei improvvisamente,
senza smettere di tenere in bocca i piedi della padrona, alzò un braccio. Era
il gesto con il quale uno schiavo chiedeva al proprio padrone il permesso di
parlare. “Dimmi.” la incoraggiò Sinc. “Padrona, io le sono e le sarò sempre
grata per tutto quello che vorrà insegnarmi. Non c’è bisogno che le dica che
sono pronta a sopportare tutto quello che vorrà farmi fare. So di essere una
schiava e quello è il mio compito e vedrò di lamentarmi il meno possibile. Se
mi permette, e con questo non voglio mancare di rispetto alla mia padrona,
prima di darmi gli insegnamenti per fare quello che lei desidera posso
permettermi di farle provare quello che già so fare?”. Sinc rimase perplessa a
quelle parole. Che cosa poteva saperne di sesso e dei giochi sessuali tra
adulti una manzetta, anzi una vitellina, di soli dodici anni. Ma le stava venendo
fuori la stanchezza accumulata nei giorni precedenti. In effetti non aveva
voglia di insegnare nulla perchè le sarebbe costata altra fatica. Il suo corpo,
ma più la sua mente, avevano bisogno di un trattamento rilassante e forse la
manzetta sarebbe stata, magari senza una tecnica vera e propria, capace di
darglielo. “Va bene, vediamo cosa sai fare.” ed alzatasi in piedi le comandò:
“Spogliami e poi datti da fare”. Nuda, si distese sul letto e chiuse gli occhi.
Vitalia le riprese i piedi e continuò a massaggiarli. Con la lingua si insinuò
tra un dito e l’altro, poi passò a leccare la parte superiore del piede e poi
sotto le dita. “Ci sa fare con la lingua!” pensò Sinc. “Ma aspettiamo di vedere
il resto prima di dare una valutazione.”.
La docile manzetta tolse una mano dai piedi e risalì lungo
la gamba. Si muoveva molto lentamente e con una tale delicatezza che Sinc
sbirciò la sua coscia per vedere se stesse usando una piuma. Poi anche l’altra
mano raggiunse la prima ed insieme continuarono a massaggiare l’interno delle
cosce di Sinc. Si spostarono poi intorno alla vagina, poi sulla pancia per riscendere
passando sopra il clitoride, le grandi labbia ed ancora le cosce. Sinc
apprezzava in modo particolare la lentezza dei movimenti che sembrava rendere
la cosa ancor più piacevole.
Vitalia era rimasta in ginocchio a lato del letto. Poi si
alzò e, senza interrompere il massaggio, si abbassò prendendo tra i denti, con
tutta la delicatezza necessaria per non fare male, le grandi labbra che poi
succhiò dentro la bocca, dove la lingua cominciò ad accarezzarle. Si insinuò in
mezzo a loro e quindi penetrò le piccole labbra spingendo a fondo la lingua in
tutta la sua lunghezza. Poi, sempre lentamente, si spostò sul clitoride
lavorandolo. Sinc improvvisamente vide come un lampo ed ebbe un orgasmo così
violento da spaventarla. Vitalia continuò nella sua opera quasi non si fosse
neppure accorta di quanto avvenuto. Spostò la lingua intorno alla vagina
andando a leccare l’estremità delle cosce all’attaccatura con i glutei. Poi
mise un braccio intorno alle spalle della padrona e la girò su un fianco. Con
la lingua e le punta delle dita le percorse la schiena sino a quando non la
sentì inarcarsi. Infine delicatamente spostò ancora il corpo mettendolo a pancia
in giù. Accarezzò le natiche e le strizzò con tenerezza quasi lo facesse ad un
bambino. Quindi le separò e si mise a lavorare, sempre con la lingua, la zona
intorno all’ano. Sinc si accorse di essere stata penetrata solo quando sentì, con
grande piacere, il dito della schiava muoversi all’interno dello sfintere. Presto
le dita diventarono due. Si muovevano sempre lentamente avanti e indietro senza
mai uscire e senza spingersi troppo in fondo. La schiava le estrasse questa
volta bruscamente ma prima che il buco riprendesse la sua naturale chiusura fu
raggiunto dalla lingua che si spinse all’interno della cavità esaltando il
lavoro fatto. Sinc cominciò a contorcersi per il piacere. Cercò di raggiungere
la nuca della schiava per spingerla verso il suo ano e quando ci riuscì ebbe il
secondo orgasmo. Poi si abbandonò sul materasso, allontanò Vitalia e le disse: “Basta,
ora vai a cuccia!”.
25.
La schiava di casa aprì senza far rumore la porta della stanza
di Sinc preoccupata dal fatto che la padrona, che era abituata ad alzarsi molto
presto alla mattina, alle undici fosse ancora addormentata.
Al risveglio le portò solo un bicchiere di succo di frutta.
Era ormai quasi l’ora di pranzo e la solita colazione le avrebbe tolto la gioia
di gustare appieno quelle favolose lasagne agli asparagi che la cuoca preparava
solo per lei, ovviamente, in modo unico. Sinc porse i piedi alla schiava,
inginocchiata al lato del letto, che le mise le pantofole. Raggiunse quindi con
calma la doccia, che di solito faceva da sola e velocemente perchè era sempre
in ritardo.
Quella mattina si fece insaponare, sciacquare ed asciugare
senza partecipare attivamente. “È così bello farsi servire, ma soprattutto
avere il tempo per farselo fare.” pensava fra sé e sé. Si asciugò i capelli con
calma e con calma si vestì. Era arrivato quasi mezzogiorno ed aveva tempo,
prima del pranzo, di mettere in pratica una decisione che aveva preso nel
dormiveglia. Ordinò alla schiava “Portami un mazzo di ortiche!”. È inutile
avvertire con che sguardo terrorizzato la guardò la manza.
Chi voleva torturare la padrona? Sperava non lei, che non ricordava
aver compiuto qualche mancanza. Ma allora se Sinc non voleva farlo per
divertimento (cosa che abitualmente non succedeva) l’unica alla quale si voleva
somministrare quel supplizio poteva essere la nuova giovane manza. La schiava
guardò la padrona con occhi supplichevoli tentando di dissuaderla, ma Sinc, con
tono di voce imperiosa le ordinò: “Muoviti se non vuoi che le usi anche con
te!”. Quando la schiava ritornò le disse di portare le ortiche nella sala delle
torture dove avrebbe anche pranzato. Poi aggiunse: “Prepara la manzetta, légala
alla croce greca, io ti raggiungo subito. E dì alla cuoca di servire le lasagne
tra mezz’ora.”.
Tornò quindi in bagno, si pettinò e si truccò con calma. Da
un sacco di anni non torturava nessuno schiavo, né a casa né al lavoro. Non
ricordava come fosse bello gustare la possibilità di trattare un corpo vivente
secondo i desideri che le venivano in mente. Il fatto di usare le ortiche era
stata un’idea geniale. Nel dormiveglia aveva ripassato quanto aveva ricevuto dalla
schiava la sera prima. Era stata meravigliosa e lei aveva goduto come da tempo non
ricordava. Ma qui era il problema. Aveva lasciato fare alla manzetta quello che
voleva senza guidarla. Aveva permesso che la schiava conducesse l’incontro ed
aveva anche avuto il sospetto che Vitalia avesse avuto una sorta di godimento quando
i due corpi erano stati a lungo a contatto. Tutto questo non era tollerabile.
Se non avesse reagito con intransigenza avrebbe potuto rischiare di cedere,
magari inconsapevolmente, alle iniziative di Vitalia e diventare da attiva a
passiva. Una punizione esemplare avrebbe rimesso le cose a posto.
Ricordava che suo padre le aveva insegnato che agli schiavi,
quando doveva essere somministrata una punizione, questa per essere ricordata
doveva provocare dolore almeno per 12 ore. Il trattamento con le ortiche avrebbe
raggiunto lo scopo.
Vitalia era legata strettamente polsi e caviglie alla croce
quando lei entrò nella sala delle torture. “Ieri ti ho dato i primi due
insegnamenti. Oggi ti dò il terzo. Farò in modo di fartelo ricordare. Sarà per
il tuo bene perchè tu non riceva altre punizioni in futuro. Comprendi?”. Allungò
la mano destra alla schiava di casa perchè le mettesse un guanto mentre
continuava: “Tu ieri sera sei stata brava. Non eccezionale ma brava. Hai però
commesso due errori. Il primo perchè hai tratto piacere nel contatto tra i
nostri corpi. Non negare perchè l’ho percepito nettamente. Ti devo ricordare
che a te non è consentito avere alcun piacere. Non solo quando operi da schiava
sessuale. Proprio mai. Uno schiavo può solo darlo il piacere ma non può riceverlo
e non procurarselo, ma solo procurarlo. Questo lo devi tenere sempre presente. Secondo
errore ti sei permessa di fare cose senza che ne avessi avuto il permesso. Cioè
hai pensato, se si può usare questo verbo parlando di un animale, di testa tua
e hai preso certe decisioni. La cosa non è permessa ad uno schiavo. La sua vita
è dedicata esclusivamente ad ubbidire al padrone, ubbidire con devozione e
rispetto massimi e totali. Lo schiavo non è ritenuto un animale pensante. Può
parlare, ovviamente se gli viene permesso, ma non può decidere. E tu lo hai
fatto. Ora io ti punirò. Ti farò a lungo soffrire perchè devo assolvere a
quello che mi è concesso dalla mia posizione di padrona. E tu è giusto che lo
riceva perchè sei una schiava e bisogna che tu impari queste cose.”. Poi, alla
schiava domestica: “Mettile un plug,
numero 5, e dammi una ball gag.
Vorrei evitare che le sue urla non mi lasciassero gustare appieno le mie
lasagne. La schiava le porse la pallina da introdurre in bocca a Vitalia, prese
il plug e senza farsi vedere dalla
padrona lo cosparse abbondantemente del lubrificante che permettesse una meno
traumatica penetrazione. Poichè non poteva portarsi alle spalle di Vitalia
cercò il suo buco con qualche difficoltà, tentando varie penetrazioni. Ci
riuscì solo al quinto tentativo quando già le aveva procurato grandi dolori. L’ano
della manzetta non aveva mai subito allargamenti ed il plug, che aveva un diametro di 5 centimetri, le procurò una piccola
lacerazione ma molto dolorosa. Quando tutto fu pronto, Sinc prese il mazzo di
ortiche e si avvicinò a Vitalia. Probabilmente lei non aveva mai visto ortiche
e non sapeva quali dolori le avrebbero provocato, il suo sguardo non era infatti
spaventato. Al primo passaggio delle foglie sui seni la manzetta rimase un
attimo in silenzio ma poi cercò di urlare, cosa che la ball gag non le permetteva. Sinc si fermò ad aspettare la prima
reazione e poi, sicura che la punizione stesse avendo effetto passò le ortiche
su tutto il corpo soffermandosi in modo particolare ancora sui seni e poi sulla
vagina. Vitalia si divincolava tentando di urlare, grosse lacrime le uscivano
dagli occhi sbarrati e si mischiavano al muco che le usciva dal naso. Nel
tentativo di liberarsi la schiava tirava i nastri che le legavano i polsi e le
caviglie e lo sfregamento con questi cominciò a tagliarle la carne.
Finalmente Sinc sembrò soddisfatta e si fermò. Posò il
mazzo di ortiche e stava per togliere il guanto che aveva protetto la mano con la
quale aveva punito Vitalia quando ci ripensò. Prese il rametto più ricco di
foglie, lo piegò in 4, si riavvicinò alla schiava, con la mano libera le aprì
le grandi labbra e al loro interno pose l’ultimo dono. La manzetta a questo
punto lanciò come un grugnito e poi svenne. Sinc con calma si voltò verso il
tavolino apparecchiato per il suo pranzo, riempì un bicchiere d’acqua e lo
vuotò sopra la testa della svenuta che si riprese. Quindi si sedette ed
immediatamente le furono servite le sue lasagne. Mangiò con calma. Ogni tanto
guardava il corpo della sua schiava che si stava riempiendo di bolle biancastre
mentre lei continuava a piangere ed a tentare di urlare. Le aveva salvato solo
il viso. Dopo le lasagne gradì un frutto e quindi il dessert. Solo dopo aver bevuto il caffè si alzò lentamente. Riempì
nuovamente un bicchiere di acqua e si avvicinò alla schiava. Le tolse la ball gag dalla bocca e le accostò il bicchiere
d’acqua per dissetarla.
Dopo il primo sorso però ebbe un nuovo ripensamento. Rimise
il bicchiere sul tavolo, si abbassò le mutande e riempì il bicchiere del suo
piscio. Vi sputò dentro abbondantemente e lo porse nuovamente a Vitalia che comunque
lo bevve avidamente. “Non scioglierla sino a stasera alle dieci.” ordinò alla schiava
di casa. “Niente bere e niente mangiare. Assolutamente!” e se ne andò. Dopo una
lunga siesta cominciò a riordinare i suoi appunti di viaggio. Cenò solo con un toast ed un bicchiere di autentica birra
tedesca, fece un paio di telefonate, poi suonò per chiamare la schiava di casa.
Mancavano cinque minuti alle dieci. La punizione era finita. “Slegala, lavale
la faccia ed i capelli se sono sporchi, toglile il plug e guarda se ha fatto danni. Se c’è stata lacerazione domani
chiami il veterinario e la fai vedere. Che non che le venga un’infezione. Quando
è pulita portamela. Tu puoi andare a letto. Vitalia invece passa la notte con
me.”. Quando la schiava arrivò aveva il corpo devastato da bolle bianche. Sinc
le pose una mano sulla spalla e la manza fece un salto all’indietro perchè il
contatto aggiungeva dolore al dolore. La padrona fu soddisfatta: la schiava,
mani e labbra a parte, avrebbe evitato ogni contatto. Lo sfregamento con la stuoia
sulla quale avrebbe dormito sarebbe stato insopportabile e Vitalia non avrebbe
riposato molto bene. Sinc andò in bagno mentre la schiava rimaneva in attesa,
in piedi. Al ritorno Sinc si sdraiò sul letto ed ordinò alla schiava: “Adesso
rifai tutto quello che hai fatto ieri sera. Se dimentichi qualcosa domani ti do
una ripassata. Quando hai finito ti sdrai per terra vicino al letto. E adesso
datti da fare che io mi sono già stufata di aspettare.” e chiuse gli occhi in
attesa di godere.
26.
Aveva chiesto un caffè americano ed un croissant. Non era andata al ristorante perchè non sapeva più
nemmeno se potesse permetterselo. Non capiva bene cosa volesse dire essere
poveri perchè nella sua vita non era mai stata a corto di denaro. L’unica cosa
che la distraeva dai suoi lugubri pensieri erano i due splendidi ragazzi, che
sedevano al tavolino vicino. Avevano iniziato a scambiarsi delle tenerezze e
questo la infastidiva sia perchè le ricordavano tempi migliori, dal punto di
vista sentimentale, e anche perchè aumentavano il disagio per la propria
solitudine. Finito il caffè fece per prendere il portafoglio con la carta di credito
per pagare il conto quando vide con la coda dell’occhio il ragazzo che, dopo
aver sussurrato qualcosa all’orecchio di quella che presumibilmente era la sua compagna,
si alzava e si avvicinava al suo tavolo. “Scusi se mi permetto.” disse il
giovane con un ampio sorriso.
“Lei è la dottoressa Sinc, vero?” Lei ebbe un moto di
fastidio. Pensò che fosse uno allievo che aveva studiato le sue teorie e si
voleva complimentare o un giornalista che desiderava strapparle un’intervista. Non
era la sera giusta e rispose sgarbatamente: “Sì, ma mi deve scusare. Ho molta
fretta. Magari potrò ascoltarla la prossima volta che ci incontreremo.” e si
alzò pensando di pagare direttamente alla cassa. “Non mi riconosce,
dottoressa?” disse ancora il ragazzo e, poco dopo: “Sono Kam. Mi ha davvero
dimenticato?”, chiese il ragazzo. “Kam! Certo. Certo ti riconosco e mi fa
piacere vederti. Ma usciamo a parlare. Tu qui non puoi stare. È vietato l’ingresso
agli schiavi e se ti scoprono potresti avere delle gravi conseguenze...”. “No
dottoressa, non si preoccupi. Io ero Kam ma ora sono Liborius Mertel, il figlio
adottivo di Anka Mertel. Sono stato riscattato, capisce?”. La dottoressa non poteva
crederci. Sapeva che Anka Mertel era morta per una grave malattia ma non si
era, dopo tanti anni, mai posta il problema di dove fosse finito il suo schiavo
prediletto. “Ora, ovviamente non posso raccontarle tutto. Non in presenza della
mia fidanzata che nulla sa del mio passato. Ma se vuole la vengo a trovare in ufficio.
Chissà che impressione potrà farmi rientrare in quel palazzo da uomo libero? Mi
permetta, però, prima di accomiatarci, di presentarle Luisa.” e fece segno alla
ragazza di avvicinarsi. “Luisa, questa è la grande dottoressa Sinc. Una grande amica.
Se mi permette di chiamarla così.” finì la frase girandosi verso la dottoressa
che rispose con un sorriso. “Una grande cara amica dalla quale ho avuto, in un
passato così lontano da sembrare un’altra vita, tanto affetto e tanta attenzione.
Attenta Luisa. Io ero innamorato pazzo di lei e questo incontro potrebbe
resuscitare il vecchio sentimento. Ti conviene tenermi stretto.”. Sinc diede la
mano alla ragazza e poi abbracciò con grande affetto Kam e gli sussurrò:
“Vieni, domani mattina, sono curiosa di sapere tutto. Grazie anche a te per
esserci stato, nella mia vita.” e se ne andò commossa.
27.
La storia andò così.
Otto giorni dopo aver consegnato Kam al Sex Hotel,
Sinc aveva ricevuto una telefonata dalla signora Mertel che la invitava a visitare
la sua fattoria perchè voleva mostrarle qualcosa che sicuramente le sarebbe
interessato. Sinc non aveva simpatia per quella donna che conosceva per averla
incontrata qualche volta da amici. La ricordava sciatta, sempre musona, e di
non facile compagnia, anche perchè il suo corpo mandava cattivo odore,
probabilmente per la scarsa pulizia. Ma non poteva far a meno di tenersela
buona però perchè aveva grossi intrallazzi con il Governo ed a volte, per
concludere affari, bisognava passare da lei. Aveva da sempre investito nell’agricoltura
ed era proprietaria di enormi estensioni di terreno tutti coltivati in modo intensivo
con una produzione di grande qualità. Non si sapeva quanti schiavi possedesse,
tanti erano. Si sapeva invece dei maltrattamenti ai quali li sottoponeva. I più
colpiti erano gli schiavi di casa che avevano da fare tutti i giorni con lei. Aveva
acquistato qualche schiavo sessuale che però dopo qualche tempo spariva. Non si
sapeva se perchè venduto ai proprietari di miniera o se andati direttamente a
concimare qualche angolo nascosto nei suoi possedimenti.
Sinc, curiosa com’era, aveva accettato l’invito ed il
giorno successivo, allora del thè aveva raggiunto la vecchia villa alla
periferia della città. Lei e Anka si sedettero sotto il portico che guardava verso
il bosco da una parte e dall’altra verso quello che la padrona aveva chiamato l’orto.
Parlarono del più e del meno. Poi Kam-Liborius disse “Desideravo parlarle per
esporle due argomenti che spero le interessino. Ho seguito da sempre i suoi
studi sugli schiavi sessuali ma devo dirle che condivido parzialmente la sua tesi.
Ho anche provato ad applicare le sue teorie nella mia attività. Prima affidavo
agli schiavi le varie culture senza un programma particolare. Come tutti gli schiavi
anche i miei lavoravano svogliatamente e dovevo pagare un guardiano che li
stimolasse a frustate. Poi un giorno, illuminata dalla sua teoria ho deciso di affidare
ad ogni gruppo di bestie un pezzo di terreno lasciando che coltivassero a loro
scelta, tra i vari ortaggi, quello che più piaceva loro. Non ci crederà, ma ho
smesso di pagare il guardiano e la produzione è aumentata del trenta per cento.
Però sono rimasta sempre contraria a quanto lei consiglia nel trattamento degli
schiavi sessuali. La paura che si vede nei loro occhi mentre li si usa crea nel
padrone un piacere che non ha eguali. Mi creda, ho una grande esperienza. Ma
penso a lei poco interessi il parere di una campagnola priva di cultura.” e
così detto allungò il piatto con i biscotti a Sinc e finì di bere il suo thè. Ed
ora le farò vedere una cosa.” e rivolta alla schiava che era ferma dietro la
sua poltrona in attesa di ordini disse: “Chiama Mariusz Drako e digli di
portare le manze.”.
Dopo poco da una stalla uscì un giovane uomo che portava al
guinzaglio dodici giovanissime manze tutte incinte. “Le guardi,” riprese la
padrona di casa. “Sono bellissime. Tocchi la pelle. Sembra di velluto. Drako,
avvicinale alla dottoressa. Senta che glutei.” e così dicendo si era alzata e
si era avvicinata al gruppo di schiave. Aveva cominciato a palparle davanti e
di dietro. “Sono di razza Esperia, come ben vede. Tutte incinte di uno stallone
della loro razza. Tutte di sei mesi. Guardi che dentatura!” concluse aprendo la
bocca di una di quelle e tirandole la testa verso il basso affinchè Sinc
potesse vedere dentro la bocca senza scomodarsi. “Sono bestie uniche, che
possono dare nei prossimi vent’anni almeno 15 cuccioli ognuna. Ma forse anche
di più perchè quattro di loro sono gemelle e potrebbero metterne al mondo due
per volta a loro volta.”. Aveva ripreso a palpare sederi, e seni quasi a voler valorizzare
il prodotto. Poi disse, rivolta allo schiavo-maggiordomo, “Drako, riportale in
stalla e stasera lavale che non hanno un buon odore. Ma la pressione della
pompa tienila bassa soprattutto quando la dirigi sul ventre ed anche all’interno
della vagina. Vedi di non combinare guai. Quando rientra mio nipote gliene
porti in camera un paio e gli dici che la zia vuole che non le tratti troppo
male altrimenti, poi, io tratto male lui.”. Sinc era rimasta veramente colpita.
Erano degli ottimi esemplari. Seni forti, non grandi ma comunque da latte. Fianchi
non larghi ma da fattrici. Belle manze, insomma.
“Signora Mertel,” disse “mi ha fatto piacere vedere quegli animali.
La razza Miona è sempre stata la mia preferita. Ma non riesco a capire perchè
me le abbia mostrate.”, “E io glielo spiego.” rispose prontamente la padrona di
casa, e aggiunse: “Ho visto al Sex Hotel un bello stallone. È appena
arrivato e ho chiesto di comprarlo. Mi hanno detto che è di sua proprietà personale
e che per l’acquisto bisognava parlare con lei. Ed eccomi a farlo: sono
disposta a pagarlo con quelle dodici manze. Mi pare di proporle un buon
affare.”.
Sinc era impreparata ad una proposta del genere. Era interessante
ma riteneva che Kam non avesse prezzo e poi metterlo nelle mani di quella
sadica le sembrava un po’ un tradimento. “Grazie, la proposta è molto generosa
ma lo schiavo di cui lei mi parla non è in vendita. Mi spiace.” disse Sinc. “Ma
io lo voglio, assolutamente!” urlò quasi la Mertel, per poi alzarsi e mettersi
a passeggiare nervosamente sotto il portico. “Mi spiace, signora. Ripeto, la
sua offerta è generosa e la ringrazio.” disse Sinc accomodante “Ma lo schiavo
non è in vendita.”. Mertel rivolse allora alla dottoressa uno sguardo di vero e
proprio odio e, poi, con un sorriso, continuò: “Voglio raramente qualche cosa
per me. Ma quando succede la ottengo sempre. La prego, venga con me.” e si
diresse verso una casupola in pietra al limitare del bosco.
Le due donne raggiunsero la costruzione seguite dalla giovanissima
schiava (probabilmente la preferita di Anka). Aveva un paio di lividi sul viso
e sul collo e segni di frustate sulle braccia e sul seno. “Poveretta” aveva pensato
Sinc “chissà se riuscirà a sopravvivere...”.
Davanti alla porta vigilava un guardiano grande e grosso, che,
a un ordine della padrona, aprì la porta. Anka le cedette il passo e la
dottoressa entrò e rimase senza fiato. Su uno sgabello, legato con catene,
sedeva quello che per lunghi anni era stato il suo sogno proibito. Uno stallone
Moana! Disse al guardiano di farlo alzare e cominciò a girargli intorno. Lo
palpò a lungo, prese in mano i suo testicoli ed il pene per verificare che
tutto fosse in ordine. Poi prese per un braccio la giovane schiava, la piegò in
avanti perchè fosse disponibile alla penetrazione. Era in estasi. Tutta
eccitata. Si rivolse allo schiavo. “Mi capisci?” chiede. Ebbe un cenno di riposta
col capo. “Montala ma non venire, altrimenti ti faccio frustare.”. Lo stallone
fece quanto richiesto, poi con lo sguardo segnalò a Sinc che stava per
eiaculare. La dottoressa spinse via la schiava e vi si sostituì facendosi
svuotare dallo schiavo da monta nel palmo della mano. Col pollice e l’indice
della destra ne tastò la densità e parve molto soddisfatta. Poi portò la mano
al naso per sentirne l’odore. Era talmente felice che se non fosse stata
presente la Mertel l’avrebbe anche assaggiato per verificare anche il sapore. Sorrise
con complicità a Anka e poi si rivolse alla schiava allungando la mano sinistra
e dicendo “Puliscila per bene, con la lingua, naturalmente”.
Quando un’ora dopo lasciò la fattoria aveva firmato il contratto.
Un ottimo affare. Cedendo Kam riceveva in cambio dodici bellissime manze quasi
pronte a sgravarsi e quello splendido stallone che sarebbe stato importante per
i nuovi allevamenti. Nelle carte che riguardavano l’animale vi era la certificazione
che aveva 26 anni, che negli ultimi otto anni aveva eseguito 1600 monte e che l’82
per cento di queste avevano ingravidato le manze impiegate.
Non voleva perdere tempo. Andò all’allevamento, chiamò l’autotrasportatore
che abitualmente provvedeva allo spostamento degli schiavi, e lo incaricò di
andare subito alla fattoria di Anka a prelevare le dodici manze e lo stallone e
di portarli al suo allevamento. Telefonò anche al veterinario e lo pregò di raggiungerla.
Aveva bisogno della sua esperienza per cercare una ventina di fattrici in
calore per farle montare dal nuovo stallone.
Il veterinario aveva escogitato un infallibile metodo del
tutto personale per stabilire il periodo di fertilità delle manze. Quando il
dottore arrivò Sinc era nell’ampia stalla dove le schiave passavano la notte,
ciascuna con una catena al collo fissata al muro. Questo trattamento si era
reso necessario dopo che un certo numero di loro si era allontanato di notte
dalla stalla forse di propria volontà ma molto più probabilmente perchè rubate.
Il dottore era munito di un paio di termometri vaginali con la punta rotonda
del diametro di circa 3 centimetri. Introduceva contemporaneamente i due
termometri nella vagina e nell’ano verificando le due temperature. Quando
queste si differenziavano di oltre quattro gradi il veterinario riteneva che la
manza fosse in calore e quindi fertile. Come sperato una ventina di loro
presentava questa particolare condizione e venne portate nella sala da monta in
attesa dell’arrivo dello stallone. Per lui fu preparato, sempre dal
veterinario, un intruglio fatto di sangue, prelevato con un piccolo taglio al
braccio di una schiava, olio, farina di ceci più un altro misterioso ingrediente
segreto. Una bomba di energia che gli consentiva una serie di almeno otto monte
in quattro ore.
Finalmente l’autotrasportatore arrivò. Le manze gravide furono
ospitate in un reparto a loro riservato mentre il maschio veniva portato nella
sala da monta. Gli fu ordinato di mangiare quanto preparato mentre una manza
già aveva iniziato a solleticarlo leccandogli il pene e i coglioni. Dopo pochi
minuti avvenne la monta. La fattrice non ebbe il tempo di godere dell’introduzione
del pene che questo le inondò la vagina di sperma. Sinc era ancora tutta
eccitata un po’ per lo spettacolo che vedeva, ed al quale non era abituata, un
po’ perchè si stava coronando uno dei suoi sogni. La settima e l’ottava monta
furono alquanto difficoltose. Lo stallone era stremato e le manze non gli
sembrarono più molto attraenti. L’erezione era parziale e forse lo sperma era finito.
Poi il veterinario, soprattutto per accontentare Sinc che si lamentava che la
teoria non avesse avuto un riscontro nella pratica (cosa che una scienziata non
poteva tollerare), pensò di sollecitare il maschio con un massaggio prostatico.
Mentre due manze leccavano una il pene e l’altra i testicoli lui, con una
specie di calzascarpe, era entrato nell’ano del maschio ed aveva provveduto al
massaggio. Alla fine tutte le otto manze erano state montate e adesso bisognava
solo attendere per accertarsi quali e quante di loro fossero anche state
effettivamente inseminate. L’indomani comunque lo stallone sarebbe stato
prelevato dal proprio box, ove era
stato rinchiuso, ed avrebbe ricominciato a lavorare.
Immediatamente dopo che Sinc se ne era andata, Anka aveva
chiamato la direzione del Sex Hotel ed aveva comunicato di aver
acquistato Kam e che sarebbe andata a prelevarlo la mattina successiva. “Non me
ne frega nulla se è già stato prenotato per domani. Io sono la proprietaria e
faccio quello che voglio. Troverete il modo per sostituirlo.” e aveva
riattaccato. Alle otto si era presentata in accettazione e, dopo aver mostrato
l’atto d’acquisto al direttore dell’hotel,
aveva preteso di ritirare immediatamente Kam. Purchè se ne andasse al più
presto tutti avevano cercato di velocizzare al massimo la procedura di consegna.
Quando Kam arrivò alla reception non
riusciva a capire cosa stesse succedendo. Dapprima aveva pensato che i clienti
potessero noleggiare schiavi e portarseli a casa. Ma fu la Mertel a chiarire
subito che lo aveva comprato e che lei sarebbe stata d’ora in avanti l’unica ad
usarlo. La nuova situazione sconvolse lo schiavo. Pensò subito che la sua vita
sarebbe cambiata solo in peggio. All’hotel
aveva spazi per il riposo e qualche compagno con il quale poter parlare. Ora
sarebbe stato a disposizione ventiquattro ore al giorno della stessa padrona
obbligato a soddisfare i desideri di quella vecchia schifosa e fetente in qualsiasi
momento. Arrivati alla villa Anka lo aveva rinchiuso in una piccola stanza che
sembrava una cella di un carcere. Un letto, un lavandino ed un cesso. Voleva
che si riposasse per essere pronto alla festa che si sarebbe tenuta la sera
stessa. La Mertel infatti voleva presentarlo come un trofeo e trattarlo nel
modo più violento e lascivo davanti alle sue amiche per sentirsi invidiata.
Prelevato dal box
e bendato Kam fu portato da un suo coscritto nella grande sala da pranzo della
villa. Dal suono delle differenti voci si rese conto che le donne presenti dovevano
essere, oltre alla sua padrona, quattro. Dopo un prolungato “oh” seguito da
qualche risatina Anka chiese il silenzio e cominciò: “Amiche care, questo
schiavo si chiama Kam. L’ho appena acquistato perchè ho potuto accertarmi che
ha qualità tali da essere ritenuto il miglior schiavo sessuale in commercio. Ha
solo un problema. Sa di essere il meglio e lo fa pesare a chi lo usa. Ma io non
accetto un simile atteggiamento. Ho allora pensato di coinvolgere le mie
migliori amiche per ridurlo alla ragione. Perchè si renda conto che ad una
bestia non può essere permesso di ragionare come noi, di prendere iniziative
che prevaricano le scelte delle cose che noi, giustamente, possiamo pretendere
da lui e che lui deve espletare nel migliore dei modi per non essere punito. La
mia offerta (e insieme richiesta) è: che voi veniate a stare ospiti qui, a casa
mia per un mese, durante il quale vivrete come vorrete con l’unico impegno di
occuparvi per tre ore al giorno dello schiavo in qualsiasi modo riteniate
opportuno a procurare lui la maggior quantità di dolore possibile. Ovviamente
non dovrete usare sistemi che possano danneggiare permanentemente il suo stato fisico.
E, chiaramente, per farlo soffrire non dovrete rinunciare a farvi servire per
il vostro totale godimento. Vi assicuro, ma questa sera qualcuna di voi avrà la
possibilità di accertarlo, che è bravo di lingua, anzi bravissimo, ha una bocca
disponibile a ricevere di tutto, ha chiappe sode che sembrano fatte apposta per
affondarci aghi, un buco posteriore capace di ricevere e contenere anche
oggetti di una certa dimensione. Ha buone erezioni disponibili per ogni orifizio
sia maschile che femminile. Insomma un bell’animale! Da subito non voglio
vedere in giro carta igienica e saponi per intimo. La sua lingua basterà per
tenervi pulite davanti e dietro. Ho notato, voi sapete quanto io sia attenta ai
particolari, che la bestia ha scarsa salivazione e quindi, alcune volte e per fargli
compiere particolari pulizie, bisognerà aiutarlo con qualche sputo direttamente
nella sua bocca. Un’altra cosa che voglio che sia scrupolosamente fatta: da questa
sera il nostro giocattolo non riceverà più alcun cibo che non siano i nostri
avanzi, magari masticati ma comunque sempre conditi con qualche sputo. Come
bevanda solo la nostra urina. Non occorrono vasi. Potete elargirgliela direttamente
dalla fonte, da cui sarà felice di attingere, e lo farà sempre con il sorriso.
E sa riceverla benissimo. L’unica cosa che suggerisco è che siano somministrati
brevi fiotti alternanti a pause, affinchè sia data alla bestia la possibilità
di deglutire il nostro nettare senza versamenti e di conseguenza senza sprechi.
Ed ora, care amiche, mentre io preparo un gioco per estrarre a sorte la prima
che si potrà godere lo schiavetto, se volete potete andare a fare la sua
conoscenza. È già permesso che facciate quello che volete, ma solo per un quarto
d’ora perchè la cena sta per essere servita.
Quando fu tolta la benda a Kam questi si trovò circondato da
quattro donne scatenate che lo toccavano da tutte le parti accanendosi, soprattutto,
sul pene, che martoriarono in ogni modo possibile, con strizzate e schiaffi. Tre
erano anziane, magre magre con espressioni arcigne ed antipatiche. La quarta,
una donna molto grossa, mora, dal grande seno e con un enorme culo, si mise
davanti a Kam e cominciò a somministrargli delle violente sberle. Per fortuna
fu presto interrotta da un amica che voleva la bocca di Kam. Nello stesso tempo
un altra gli aveva introdotto tre dita nello sfintere e, facendole andare
avanti e indietro, cercava anche di introdurvi il pollice. L’attacco durò poco
perchè Anka fece ritornare le amiche a tavola ove stava per essere servita la
cena. Aveva preparato quattro grissini di varie lunghezze ed aveva annunciato
che chi avesse scelto il più lungo avrebbe goduto dell’utilizzo dello schiavo
per tutta la sera. Lo scelse Margaret Vestagher, una delle magre, che tutta
rossa disse alle altre che avrebbe usato lo schiavo per essere leccata tra le
cosce, ma che avrebbe intervallato quella prestazione mettendosi in piedi e
facendosi leccare il buco del culo. Era infatti la zona che le dava il massimo
godimento ed era ansiosa di provare le prestazioni della lingua del nuovo giocattolo.
“Ottima, vedrai, ottima.” le aveva assicurato Mertel. Poi, con falsa tristezza,
comunicò alle amiche che soffriva di grossi problemi di digestione che le
provocavano delle fastidiose scariche di dissenteria. Non avendo avuto a casa
uno schiavo che provvedesse a lavarla con la lingua, si era dovuta
accontentare, ogni volta, per pulirsi, della carta igienica, che l’aveva irritata
non poco, avendo una pelle delicatissima. Adesso che aveva una vera lingua
umana a disposizione si sentiva decisamente risollevata. Questo annuncio
suscitò tra le amiche grasse risate e commenti lascivi. Raccontò poi che il
medico le aveva suggerito anche di mangiare pochissimo, soprattutto alla sera.
Ma lei era molto golosa e aveva deciso di continuare a mettersi in bocca tutti i
cibi preferiti dei quali godeva. Passava poi il cibo masticato al cane di casa.
Ora sapeva che lo avrebbe donato allo schiavo. Quindi si tolse le vecchie
mutande che portava e riprese posto a tavola sistemando, tra le sue magrissime cosce
il viso di Kam. Finito il primo piatto si alzò, si girò e porse il sedere allo schiavo.
Dopo qualche minuto dichiarò, tra le risate di tutte, “È così bello che mi sa
finirò la cena in piedi!”.
Dopo cena si trasferirono tutte in salotto trascinando lo
schiavo al quale avevano messo collare e guinzaglio. A distanza erano seguite
dalle cinque schiave personali delle ospiti che durante tutta la cena erano
rimaste accovacciate in ginocchio in un angolo della sala con il viso rivolto
verso il muro. L’unica a restare vicino alla padrona era Moana, la schiava
personale di Anka, sempre pronta a ricevere e soddisfare gli ordini della
padrona. Margaret era completamente in trance,
in estasi proprio. Non aveva ancora avuto alcun orgasmo ma si sentiva comunque
stanchissima. Così, passò Kam a Greta, che l’aveva guardata durante tutta la cena
con invidia. Così Kam si trovò a pulire prima e ad accontentare poi un altro
sesso. Greta Thunder, ex attivista per i diritti umani e attuale presidentessa
nonché membro fondatore dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per dello
Sfruttamento Sessuale degli Schiavi, gli teneva la bocca schiacciata contro la
vagina e, nonostante anche lei fosse discretamente magra, lo schiavo aveva
difficoltà a respirare col naso. Dopo una decina di minuti gridò “Scusateee!”
ed ebbe un violento orgasmo. “Per dimostrare allo schiavo la mia riconoscenza”
disse quando si riprese “gli riserverò un premio speciale.” E così dicendo
estrasse dalla sua borsa un set per
la cura delle unghie e, con i pezzi più acuminati, cominciò a trattare la schiena
di Kam. Intanto, con un bicchiere di liquore in mano, le altre donne ripresero
a discutere su come programmare le giornate dello schiavo. Ognuna diceva la
sua, le voci si accavallavano, le proposte erano tutte differenti. Per mettere
ordine intervenne Anka che, da buona manager,
riteneva di poter dare qualche consiglio alle amiche. “Attente, per favore.
Questo essere passa la notte in camera mia. Se ci faccio qualcosa o se lo
lascio dormire sono affari miei. Non ci sarà una regola, probabilmente improvviserò
di sera in sera. Io mi alzo tutte le mattine alle sei ed esco di casa alle
sette. Rientro, dopo il pranzo con i collaboratori, verso la una. Poi vado a
riposare sino alle tre. Quindi dalle sette alle quindici potete fare della
bestia quello che volete. Dopo quell’ora voglio partecipare a qualsiasi
programma abbiate per intrattenerlo. Voi alzatevi all’ora che volete e usatelo
come preferite. Penso che al risveglio ognuna ne abbia bisogno almeno come
pisciatoio. Il resto della mattina, il pranzo e le prime ore del pomeriggio passatele
come volete. Gradirei non vedere troppo in giro le vostre schiave personali.
Finirebbero con confondere le mie e potrebbero passare le ore a chiacchierare.
Se volete che dormano con voi mi va benissimo, ma domani mattina, se non avete
più bisogno di loro, le affiderete a Moana che le chiude nella gabbia che
teniamo sotto il portico. E che stiano zitte perchè se sento un rumore, anche
se sono di vostra proprietà, le frusto personalmente a sangue.”. E poi rivolta
a Lena (Lena Ekk, membro della Conferenza Schiavistica Internazionale) “Mettiti
nuda e fai vedere alle altre bestie come frusto bene e che bei disegni so fare
sulla pelle.”. Lena ubbidì prontamente mostrando le striature violacee sui
seni, sulla schiena, intorno alla vagina e all’interno delle cosce. “Ed ora,
signore, per me è giunta l’ora di andare a letto. Kam vieni qui, subito. Fate
come se foste a casa vostra e ci vediamo domani.” E poi rivolto allo schiavo
che si era accucciato ai suoi piedi “Ti sei divertito a leccare le mie amiche
ed a farle godere! Ma chi ti aveva dato il permesso?”. Fece un gesto a Moana.
La schiava corse a prendere un scudiscio che Anka usò più volte colpendo Kam al
collo. “Avete visto, amiche. Si possono trovare sempre punizioni perchè non ci
sono regole. Questo è il bello del poter avere schiavi a propria disposizione.
Buona notte.”.
Per il giovane schiavo fu un vero incubo.
28.
Stranamente non provava alcuna sensazione particolare tornando
nel palazzo nel quale aveva passato più di dieci anni della sua esistenza come
apprendista schiavo. Cercò di evitare di vedere l’esposizione degli schiavi in vendita
e si recò dritto allo studio di Sinc. La schiava che si trovava fuori della
porta gli chiese che cosa desiderasse e quindi lo annunciò alla dottoressa.
“Vieni, vieni. Ti stavo aspettando.” disse Sinc che gli
andò incontro e lo abbracciò. Ora poteva farlo! Nonostante l’affettuoso
sorriso, l’espressione della dottoressa era triste. Kam notò che le tremavano leggermente
le mani e continuava a sfregarle compulsivamente l’una contro l’altra.
Lo studio era completamente in disordine. In terra
scatoloni semi pieni di carte e libri. Le finestre senza tende e nella stanza
non c’erano più le poltroncine azzurre. Lei era invecchiata molto da come la
ricordava. Aveva quale filo bianco tra i capelli ed il collo pieno di rughe. Si
sorrisero a lungo. Prima di cominciare a raccontare che cosa gli fosse successo
Kam, il signor Mertel, confermò alla sua vecchia protettrice il suo affetto e
la sua riconoscenza. “I primi tempi furono duri. Anka era molto esigente e mi
maltrattava giorno e notte. Appena arrivato aveva organizzato con delle sue
amiche un programma mirato a demolirmi fisicamente e psicologicamente per
ottenere il massimo dominio su di me. Mi faceva usare dalle sue amiche e
voleva, appena era possibile, essere presente agli incontri. Se a me capitava
di essere involontariamente molto gentile e disponibile verso chi mi stava
usando per il proprio piacere diventava subito gelosa e appena poteva si
vendicava dell’‘affronto’ maltrattandomi in maniera molto dolorosa. Dopo le
punizioni poi, però sempre più spesso, mi teneva abbracciato a lei per ore ed
ore. Io l’accarezzavo, senza che lei nulla mi chiedesse, nei punti che sapevo
più sensibili. Qualche volta le provocavo un orgasmo anche se sapevo che non lo
avrei dovuto fare se non a sua richiesta. Ma lei sembrava non curarsene più. Poi
da un giorno all’altro tutto cambiò. Mi ero accorto da tempo che stava
dimagrendo, che non mangiava più con l’appetito che le conoscevo, che era
sempre più triste. Abitualmente mi faceva dormire su una stuoia a fianco al suo
letto per tenermi vicino a sé. Una mattina mi chiuse nella cella che mi aveva
ospitato al mio arrivo. Ci rimasi tre giorni. Non capivo. Poi la vecchia
schiava di casa mi disse che Anka era stata ricoverata in ospedale. Quando
tornò era pallida e respirava con difficoltà. Si mise a letto e volle che io
restassi al suo fianco, abbracciato a lei. Sembrava non stancarsi mai delle mie
carezze. A volte sentivo il suo corpo che vibrava come se avesse dei brividi.
Poi cominciava a scottare. Per tutto il periodo che durava la febbre era lei
che mi accarezzava ed a tratti parlava. In principio non capivo. Era un sussurro.
Mi diceva: ‘Caro il mio bel bambino. Che mi vuole bene e che io amo’ e lo
ripeteva per delle ore, quasi fosse un mantra. Si alzava, facendosi aiutare,
solo quando arrivava alla villa il suo notaio che da quando lei stava male
amministrava tutte le sue proprietà. Stavano chiusi delle ore nello studio
parlando sottovoce perchè nessuno li sentisse. Continuava a peggiorare e perse
anche il controllo della vescica e dello sfintere. Si sporcava spesso ed a
volte sporcava anche me che la tenevo abbracciata. Non voleva essere pulita da
nessuno. Solo io la potevo toccare e, a volte, mentre lo facevo, le sue labbra
secche e screpolate, si aprivano in un sorriso. Un giorno, poi, all’improvviso,
mi resi subito conto che qualcosa di grave era avvenuto. Il suo corpo era
diventato freddo. Da ore, probabilmente, era morta. La vecchia schiava chiamò
il notaio che arrivò dopo circa un’ora con un medico. Io nel frattempo l’avevo
ripulita e rivestita. Il medico la visitò ed infine rilasciò al notaio un
certificato di morte. Entrambi se ne andarono. Tutti noi non sapevamo che cosa
fare e come comportarci. Il nipote di Anka se ne era andato da qualche giorno dopo
una violenta lite con la zia e non si sapeva dove fosse finito. La villa e
tutta la fattoria erano nel caos. Finalmente
verso sera il notaio ritornò accompagnato da tre uomini. Appena entrato mi vide
e disse: ‘Signor Mertel, la prego di venire con me in ufficio. I signori ci
faranno il piacere di aspettare.’. Io mi voltai per vedere se fosse ritornato e
fosse alle mie spalle il nipote di Anka. Ma non c’era nessuno. Il notaio notò
il mio imbarazzo e mi disse ancora: ‘Dico a lei, signor Mertel, mi segua per
piacere.’. Fu molto sintetico nel darmi la notizia. Forse altrettanto seccato,
quasi gli spiacesse. Anka, pagando una cifra incredibile al Governo e muovendo
tutte le sue conoscenze, aveva riscattato il mio stato di schiavo. ‘Non solo.’
concluse il notaio, ‘Lei è stato anche adottato dalla signora Mertel. Ora lei è
il signor Mertel. Liborius Mertel. Tutte le immense proprietà di sua mamma sono
passate a lei. Dovremo a lungo discutere per prendere le giuste decisioni, se
lei vorrà mantenermi come consulente. Ora è urgente affidare la gestione di
questa fattoria a degli esperti. Se lei è d’accordo potremmo nominare i signori
che sono arrivati con me. Sono dei periti agrari e penso siano ben preparati
per gestire tutte queste coltivazioni.’ A me girava violentemente la testa e
non riuscivo a rendermi conto di tutto quanto stesse avvenendo. Non so dove
trovai la forza e le capacità per rispondere. ‘Certo, sono d’accordo.” Era la
prima decisione che prendevo nella mia vita.’.
Sinc aveva seguito tutta la storia senza mai intervenire.
Si sentiva in colpa per tutto il dolore che aveva provocato a Kam cedendolo a Anka.
Ma ora era così preoccupata per quello che le stava accadendo da non riuscire
ad unire dolore a dolore. Alla fine del racconto entrambi rimasero a lungo in
silenzio ricordando momenti del passato vissuto insieme ormai tanto tempo rima.
Poi fu Kam, cambiando volutamente discorso, a chiedere a Sinc se stesse
preparandosi a cambiare ufficio. “Più che altro a cambiare vita.” le rispose
con un sorriso triste la dottoressa. “Anche lei?” domandò Kam. “Sì, ma mentre
tu l’hai cambiata assolutamente in meglio per me è il contrario!” disse Sinc. “Posso
sapere?” chiese premuroso Kam. Forse per sfogarsi o forse per analizzare un’altra
volta quello che era successo Sinc cominciò a raccontare.
Lei e la sua socia avevano quasi raggiunto quello che si erano
prefissate. Erano riuscite ad aprire dodici sex
hotel nei paesi ove esisteva lo
schiavismo. Questo fatto aveva trasformato sostanzialmente il settore della
prostituzione creando gravi danni economici ai governi periferici di Pentapoli.
Questo avveniva sia negli stati schiavisti che negli altri perchè in questi
ultimi venivano organizzati viaggi che comprendevano volo ed ingresso ai sex hotel
stranieri. Erano state contattate da avvocati e commercialisti ricevendo
offerte per la vendita degli alberghi. Come poi capirono, i candidati
compratori erano uomini legati ai governi delle altre città di Pentapoli. Avendo
rifiutato iniziarono a giungere le prime minacce, seguite poi da vessazioni più
gravi e violente. Tutti gli schiavi sessuali di uno degli hotel vennero infettati col batterio Tripomena Pallidum, responsabile della sifilide. Gli schiavi infettarono a loro volta centinaia di
clienti che intentarono una class-action
ed ottennero risarcimenti milionari che andarono ad aggiungersi alla perdita
degli schiavi che dovettero essere abbattuti. Una notte si svilupparono inoltre
violentissimi incendi in quattro hotel
con morti sia tra gli schiavi che tra i clienti. Gli incendi furono ritenuti
dolosi e quindi le assicurazioni si rifiutarono di pagare i danni. Anche in
questo caso il risarcimento fu pagato da Sinc e dalla sua socia. La Banca
Centrale Europea, che aveva largamente finanziato gli investimenti con il
sostegno della Nato, spaventati da quanto accadeva e sollecitate dalla Mafia
avevano chiesto il rientro immediato dei capitali prestati. Sinc e Ursula, da
ricchissime che erano, si trovavano in pochi giorni sul lastrico. Anche la casa
e l’ufficio della dottoressa erano stati pignorati ed il giorno seguente Sinc
avrebbe dovuto lasciarlo. Ma il problema maggiore era che, senza più neppure la
carta di credito, non sapeva assolutamente dove andare e neppure dove
ricoverare i preziosi incartamenti, riguardanti le ricerche compiute negli
ultimi vent’anni, con i quali aveva riempito gli scatoloni. Kam si dimostrò
molto addolorato e cercò di consolare la dottoressa ma non riusciva a trovare
le parole adatte. Pensando di disturbare i preparativi lasciò un biglietto con il
suo numero di telefono pregando Sinc di fargli avere sue notizie e dove avrebbe
ancora ootuto rintracciarla. Fu un abbraccio veramente affettuoso quello che i due
si scambiarono prima che Kam se ne andasse.
29.
Dopo circa un’ora il telefono della dottoressa cominciò a squillare.
Quando alzò il ricevitore senti la voce affannata di Kam che diceva: “Per
fortuna è ancora lì. Mi aspetti! Devo parlarle. Arrivo tra un quarto d’ora.”.
Entrò senza essere annunciato e senza chiedere permesso. Si
mise a sedere sulla sedia dove si era accomodato prima e disse: “Quello che
devo dirle è molto difficile. Vede, io per la legge non sono più uno schiavo. Sono
legalmente libero. Un uomo libero. Ma dentro, rimarrò sempre uno schiavo. Lei
ha modificato la mia natura. Io non posso provare amore che per una padrona
cattiva che mi maltratta e mi danneggia. Sa, la signora Mertel, la mia seconda
madre possiamo dire, possedeva una isola. Non so se è a conoscenza di questo
dettaglio. Ad ogni modo, non era niente di cui vantarsi: si poteva girare in
un’ora. Ma è comunque un paradiso. Un’estate che vi andammo scoprimmo che era
completamente infestata di topi. Erano arrivati con un peschereccio e si erano
letteralmente rimpinzati di topi. E come si cacciano i topi da una isola? Me lo
insegnò la mia cara madre Mertel. Interrammo un barile con una molla nel
coperchio e poi come esca collegammo il cocco al coperchio: i topi golosi si
avvicinavano e cadevano a uno a uno nel barile. Dopo un mese avevamo
intrappolato tutti i topi. Ma dopo che ci fai? Butti il barile nell’oceano? No.
Lo bruci? Nemmeno. Sai che fai? Lo lasci lì dove si trova. I topi iniziano ad
avere fame. E poi, uno a uno, iniziano a divorarsi tra loro. Finchè non ne
rimangono soltanto due: i sopravvissuti. E poi che fai? Li uccidi? No. Li lasci
liberi sugli alberi. Ma non mangiano più le noci di cocco ormai. Ora mangiano
solo topi. Ecco che cosa siamo noi: due sopravvissuti. Io dico che non può,
dunque, esserci vera promozione della dignità dell'uomo se non nel rispetto
dell'ordine essenziale della sua natura. Certo, nella storia della civiltà,
molte condizioni concrete ed esigenze della vita umana sono mutate e muteranno
ancora; ma ogni evoluzione dei costumi e ogni genere di vita devono essere
contenuti nei limiti imposti dai principi immutabili, fondati sugli elementi
costitutivi e le relazioni essenziali di ogni persona umana: elementi e
relazioni che trascendono le contingenze storiche. Questi principi
fondamentali, che la ragione può cogliere, sono contenuti nella legge divina,
eterna, oggettiva e universale, per mezzo della quale Dio, nel suo disegno di
sapienza e di amore, ordina, dirige e governa l'universo e le vie della società
umana. Dio rende partecipe l’uomo di questa sua legge, cosicché l'uomo, sotto
la sua guida soavemente provvida, possa sempre meglio conoscere l'immutabile
verità. Questa legge è accessibile alla nostra conoscenza tramite il nostro corpo.
Dunque non mi lamento: sono stato uno schiavo fortunato. Attraverso il dolore
ho raggiunto la conoscenza. E questo è merito principalmente tuo. E poi di
mamma Mertel. Ho avuto due persone che mi hanno voluto bene, forse amato. In
due modi diversi, ma sempre con lo stesso sentimento. Anka mi ha concesso il
suo amore ma dopo avermi inflitto tante sofferenze. Non voleva darmelo, perchè
uno schiavo non si può amare. Lo fece quando non poteva far più nulla per
resistere al suo sentimento. Lei, dottoressa, invece, ha cominciato ad amarmi
quando ero bambino, da subito. Spontaneamente, ed io l’ho capito
immediatamente. Non conoscevo quel sentimento ma mi ha ugualmente riempito il
cuore. Anche se non ha cambiato la mia condizione di schiavo quello che lei ha
fatto per me è stato importante. Mi ha dato un po’ di quella dignità che non è
cosa per gli schiavi. Mi ha aiutato immensamente a vivere meno peggio possibile
la mia vita. Anka mi ha regalato la libertà. Quella cosa immensa che uno
schiavo non sa neppure che esista. La libertà, si, ma non la vita. Io vivo
soffrendo, non so se quanto prima, ma comunque soffrendo. Ho una bella casa, ho
tanti soldi per comprarmi quello che desidero ma sono ancora rimasto un
oggetto. Quando vado a fare acquisti tutti sono disposti a sorridermi, a
trattarmi gentilmente perchè do a loro soldi. Non perchè sono un cliente. Solo
perchè sono ricco. Non ho amici, non riesco ad avere una donna, un affetto. Amavo,
amo, la ragazza che era ieri con me. Qualcuno, però, le ha detto che ero uno
schiavo. Stamattina mi ha mandato un biglietto dicendomi che non mi vuole più
vedere. Io sono convinto che invece lei apprezzi l’amore che ho e che ho sempre
avuto nei suoi riguardi, e sono convinto che anche lei mi ami, nonostante il
mio passato. Dottoressa, io la desidero. Ormai, non posso stare con altra che
lei. Sarò per sempre il suo schiavo. Io l’unico schiavo per lei e lei l’unica
padrona per me. Lei amministrerà i miei averi e li userà per continuare a fare
la vita che si merita ed alla quale è abituata, a comprare i vestiti più belli,
a mangiare le cose più buone ma, soprattutto a continuare gli studi e i progetti
che ha iniziato e che deve completare perchè solo lei può farlo. Io so che le
piacciono le donne. Vedrà saprò regalarle così tanto piacere che le
dimenticherà.”.
30.
Nel taxi che la
stava portando a casa di Kam, la dottoressa si era un po’ ripresa. Stava
elaborando quello che era successo, tutto così improvvisamente. La proposta
ricevuta, il suo tacito assenso. Dopo giorni di grandi preoccupazioni l’improvviso
sereno l’aveva sconvolta. L’offerta di Kam, che sembrava sincera, avrebbe avuto
veramente un seguito? Sarebbe lei riuscita a trattare nuovamente come uno
schiavo quello che era un uomo libero? E Kam avrebbe accettato gli ordini? La
soluzione migliore sarebbe stata quella di una convivenza paritaria con una sua
compartecipazione nel ruolo di compagna o vecchia amante. Gli appariva tutto
molto nebuloso e non trovava le forze per ragionare con la freddezza
necessaria. Aveva bisogno di riposo. Avrebbe potuto sfruttare l’ospitalità di Kam
per rimettersi in forze con calma e raggiungere poi la decisione più saggia e
ponderata.
Quando arrivarono alla villa, Kam, aiutato dall’autista,
tolse le due grosse valige dal baule del taxi
e si avviò alla porta di ingresso. Dall’interno si precipitarono ad aiutarlo le
due schiave che lui possedeva e che lo adoravano perchè venivano trattate come
se fossero vere persone (e vere donne...). Lui spiegò brevemente la situazione
e Sinc fu accompagnata nella camera degli ospiti. Quando il contenuto delle sue
valige fu, con l’aiuto di una delle due schiave, sistemato nell’armadio che
teneva tutta una parete della stanza, Sinc fu accompagnata nel bagno che comunicava
con la camera. Fece una lunga doccia e poi, esausta, si sdraiò sul letto. Dopo
poco si era addormentata.
Fu svegliata dal massaggio ai piedi che Kam, in ginocchio vicino
al suo letto, le stava praticando. Era una cosa che adorava ricevere, soprattutto
se era il preludio ad un atto sessuale. Lo guardò a lungo e gli sorrise. Poi
allungò una mano ad accarezzargli la testa. Per Kam fu come un segnale di
gradimento ed una sollecitudine ad andare avanti. Le divaricò le cosce e
trasferì la sua azione su, su sino alle grandi labbra. Sinc sembrò ricevere
questi gesti con naturalezza, come se li avesse aspettati, come se fosse sicura
che sarebbero arrivati. Quando la bocca dello schiavo si posò sul clitoride lei
emise un breve sospiro ed un sorriso le aprì le labbra. Era bello sentirsi
desiderata, perchè era sicura che fosse così. Kam aveva detto di averla amata
da sempre ed ora lo stava dimostrando. Le baciò i seni insistendo sui
capezzoli, poi il collo. Poi ancora i seni, che Sinc aveva ancora sodi e abbondanti.
Poi la donna prese il suo pene e lo guidò dentro di lei. Per Kam fu il primo
gesto che gli diceva di essere stato accolto tra gli uomini. Era le carezze che
non aveva ricevuto da una madre che neppure ricordava, gli affetti di parenti e
amici che non aveva avuto, la gioia di un amore verso una ragazza che non aveva
mai frequentato e che, comunque, non gli sarebbe mai stato permesso. In quel
momento capì, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che l’amore per Sinc sarebbe
stato per sempre come la riconoscenza verso Anka che aveva permesso che tutto questo
avvenisse.
31.
Adesso, erano passati trent’anni dal ritorno della
dottoressa nella sua vita. Con grandissima gioia aveva continuato ad amarla e a
servirla in tutto. Alle due schiave di casa, accettate e ben trattate anche
dalla nuova padrona, non era permesso avere rapporti diretti con lei. Lui
provvedeva a tutto. La svegliava accarezzandola tutte le mattine all’ora che
Sinc aveva indicato. Spesso, per il suo piacere e per non farla scomodare, quando
Sinc non aveva impegni e desiderava godere ancora del tepore del letto,
riceveva direttamente in bocca l’urina della notte e poi provvedeva ad una
prima sommaria pulizia della sua vagina. L’uso della lingua era sempre stato
particolarmente gradito a Sinc. In qualche occasione, Kam continuava sino a provocare
un orgasmo. Le serviva quindi la colazione che la dottoressa, consumava a letto
leggendo il giornale che trovava sullo stesso vassoio. Poi l’accompagnava in
bagno e l’aiutava a fare la doccia, asciugandola con grande delicatezza. Tutto
il giorno e la notte era al suo servizio e lei lo usava perchè aveva piacere ma
anche perchè sentiva che Kam godeva di questa situazione. Lui la accompagnava ovunque.
A fare compere in città, a trovare le amiche ma anche quando andava a
presiedere le riunioni dell’“Associazione per la Tutela dello Schiavo” che
aveva creato, con i fondi di Kam, insieme a molte personalità del mondo
culturale. Grandi successi erano stati ottenuti. Ora la vita per gli schiavi rimasti
era diventata molto più vivibile. Erano vietate le torture e le punizioni
corporali elargite dai padroni senza una vera colpa dello schiavo. Un padrone
poteva, in qualsiasi momento, donare la libertà senza pagare le grosse cifre
che aveva dovuto sborsare Anka per la liberazione di Kam. Gli schiavi non
potevano più essere ereditati e diventavano liberi alla morte del padrone. Molti
di questi proprietari, però, avevano trovato un escamotage per ovviare a questa legge: venivano infatti costituite
ditte fittizie alle quali gli schiavi venivano venduti e poi ritornavano in uso
gratuito ai vecchi proprietari. Questo avveniva soprattutto tra i padroni delle
grandi aziende agricole, ove la mano d’opera schiavistica era di grande
importanza per il suo largo impiego a bassissimo costo. Le aziende veniva
cedute, per non perdere il loro capitale umano, a ditte costituite dagli stessi
proprietari. L’unico settore nel quale non si era riusciti ad intervenire era
quello dello sfruttamento sessuale che era in mano alle potenti organizzazioni governative
che in parte ricattavano i politici ed in parte compravano i mafiosi. Sinc era
molto fiera dei risultati raggiunti ma ormai, da tempo, aveva abbandonato ogni
attività. Aveva compiuto ottant’anni e si stancava facilmente per ogni cosa. Kam
aveva raddoppiato i suo servizi e non permetteva che, quella che continuava a
ritenere la sua padrona, dovesse compiere qualsiasi sforzo. Era ossessionato
dal fatto che alla sua morte si sarebbe ritrovato ancora una volta solo senza avere
più uno scopo nella vita ed anche lui, ormai, avanti negli anni. Non ci dormiva
di notte e non riusciva ad accettare quanto sarebbe avvenuto.
32.
Una giorno Kam avvisò le due schiave che lui e padrona Sinc
non volevano essere disturbati per nessuna ragione. Solo la mattina successiva
la schiava più anziana, non avendo, dopo l’ordine di Kam, sentito provenire
alcun rumore dalla camera di Sinc, andò a bussare alla porta. Non avendo ricevuto
alcuna risposta si prese la responsabilità di aprirla rischiando di essere
punita. Il corpo di Sinc era disteso su letto. Era stata vestita con quell’abito
azzurro che le stava tanto bene e che Kam le aveva regalato trent’anni prima il
giorno della sua venuta in quella casa. Lui era disteso a terra accanto al
letto. Era circondato da salviette di spugna impregnate del sangue che era
uscito dalle vene dei suoi polsi. La sua bocca era atteggiata a un dolce
sorriso. Sul foglio appoggiato sul cassettone vi era il testamento di Kam. Tutti
i suoi averi andavano alla “Associazione per la Tutela dello Schiavo” perchè
proseguisse l’opera che la dottoressa Sinc aveva iniziato.
<<La vita rende così
tremendamente difficile
credere nell’innocenza di
qualcuno.>>
(Thomas Mann).
Anno 2022
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
+39 329 42 57 212

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