"IL GRANDE BUIO"
“IL GRANDE BUIO.”
di Manuel Omar Triscari.
PREAMBOLO.
“Il grande buio”
è una fiaba sul postumano, un libro incentrato sull’analisi del rapporto tra
l’uomo e la tecnica nel tentativo di ripensare la natura stessa dell’essere
umano in relazione all’ambiente che lo circonda secondo una visione ibridativa,
un romanzo filosofico che non racconta soltanto una storia ma riflette
sull’essere umano e sul suo essere nel mondo (un mondo, quello di oggi, in cui
la tecnica sembra aver preso il sopravvento sul resto delle esperienze
possibili), una opera che merita di certo un posto negli scaffali accanto a “L’elenco telefonico di Atlantide” di
Avoledo e “Fahrenheit 451” di
Bradbury.
Il protagonista è un uomo di quarant’anni che sta dalla
parte del potere, ma poi cambia strada, perché questo è il suo destino. Si
chiama Diogene, come il famoso filosofo cinico detto il Cane. (C’è molta ironia
in questa favola postmoderna...) A un certo punto, Diogene viene messo di
fronte a un’alternativa: entrare a far parte della memoria computazionale e
quindi rinunciare alla sua umanità in nome di una collettività reificata,
oppure morire, perché le condizioni climatiche fuori da Andromeda non rendono
più possibile la vita. Lui sceglie la libertà, dunque la morte.
Detto così sembra un sogno distopico. Ma quest’opera ci
mette di fronte a un dato di fatto ormai non più eludibile: la morte dell’uomo
come individuo razionale. A un certo punto del racconto è inscenata la morte
dell’uomo, con tanto di funerale. È chiaro che quella dell’autore è una visione
scettica e alquanto pessimistica, che molto condivide con la concezione della
società postmoderna del filosofo Paolo Ercolani, che, riguardo alle reazioni
generali in seguito alla pandemia, ha parlato di pandemenza e ritorno al pensiero magico. Come sosteneva Spengler,
stiamo andando incontro a una rinascita delle superstizioni. Allora,
contrapponiamo invece il mito alle superstizioni. E non è casuale che tra le
fonti di “Il grande buio” c’è, appunto,
anche il mito e con esso pure l’epica: “Le
metamorfosi” di Ovidio, la “Odissea”
di Omero e lo “Inferno” dantesco.
E, poi la grande filosofia di “Così parlò
Zarathustra” di Nietzsche. Ma anche “Il
libro rosso” di Jung, e molto ancora di Cioran.
«Questo è il segreto della felicità e della virtù:
amare ciò che si deve amare.
Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo
che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale.»
(Aldous Huxley: “Mondo nuovo”).
PROEMIO.
Mi chiamo Diogene, come il cinico, il cane. Bisogna
essere cinici per controllare le menti. Bisogna essere svegli e non farsi mai
assalire da dubbi. Qui inizia la mia storia, come inizierebbe la storia di
chiunque. In fondo non sono così diverso da chiunque. Sono solo più scaltro.
Non manco mai di tatto e frasi di circostanza, ma non potrei neanche dirmi
salvo da quell’intimo dolore che negli altri depreco. Sono un uomo normale,
normalmente depresso. A nessuno permetto però di dirmi che sono depresso. Non
crediate sia facile, non lo è affatto. Sono un incontaminato e, come ogni
incontaminato, devo tenere botta, devo reggere il gioco, devo stordirmi di
aperitivi e Adrenoplus per non pensare al futuro, al fatto che semplicemente il
futuro non esiste più. Devo riuscire in tutto, non demordere mai. Sono la
miglior psicoguida della Città 207, eppure, perfino io soffro di insonnia.
Quando le luci dei grattacieli si accendono, attorniate da iperdroni, quando la
Città sembra rimandare la potenza estrema della tecnica, io mi lascio andare a
una sorda disperazione, una sorda e stupida disperazione, di cui nessuno mai
deve sospettare.
Mi chiamo Diogene e sono una persona nomale, anzi,
ipernormale e, come ognuno di voi, alle tre di notte mi sveglio con un attacco
di panico, alle tre di notte, di ogni notte, penso che tutto questo potrebbe
essere un sogno.
1.
La donna all’altro capo della scrivania ha i capelli
corti, tinti di un castano ramato, parla con un accento del sud, a vocali
chiuse e consonanti marcate, è molto magra e non mi guarda negli occhi.
«Non mangio da mesi», dice.
«Perché?»
«Mio marito se n’è andato».
«Non vedo cosa abbia a che fare il cibo».
«Non ho appetito. Ho lo stomaco chiuso. E poi la notte
non dormo».
«Cosa sta cercando?»
«Voglio entrare».
«Mi dica il suo nome».
«Grazia di nome e Cutrolo di cognome».
«Quanti anni ha, Grazia, e cosa sa fare?»
«Cinquanta. A dire il vero non sono pratica del mondo
delle idee, so tenere in ordine le cose, mi occupo delle faccende domestiche,
quelle le gestisco bene».
«Mi dica qualcosa della sua storia personale».
«A sei anni mi hanno sbattuta in collegio, non avevo
un gran rapporto con i miei, ci siamo per lo più ignorati. Le regole del
collegio erano rigide, io faticavo a stare al passo con lo studio, non perché
non mi piacesse ma le istitutrici erano delle despote. È stato lì che ho
imparato a rifiutare il cibo. La cosa più importante era conoscere le buone
maniere, stare sedute per bene a tavola, lavorare a maglia e tenere la camera
in ordine. Non ho fatto amicizie, sono un tipo riservato».
«Adesso come vive?»
«Non ho altro che questo».
Sfila dalla tasca del giubbotto il ritaglio di una
pagina in cui il Palazzo scrive che cerca capitale psichico. Le sue dita sono
lunghe e avvolte da rughe che ne irrigidiscono i movimenti. Il volto è
incavato, scarno. Gli occhi grandi e scuri come pozzi. Mi fa pensare a mia
madre e mi ferisce l’idea di non ricordare molto di lei; mi torna alla mente
l’odore del cardamomo, un tè speziato che preparava, o il suono flebile della
sua voce da tabagista. Vorrei dire alla signora Grazia che ci sono due strade
che l’attendono fuori dal Palazzo: una si chiama morte, l’altra follia. La
signora Grazia non sa ancora nulla del ricovero dei dispersi. So cosa scriverò
sul suo conto ma voglio darle un’ultima occasione.
«Come immagina il futuro?»
«Mi fa male vedere i giovani con gli occhiali
connettivi sempre accesi, la tecnologia va arginata. Non esiste più nulla perché
chi comanda vuole tenerci all’oscuro, siamo riprogrammati dagli ologiochi e da
questi aggeggi che ci mangiano la vita».
Stringe un paio di o.c. verde rame dalla cornice
fiammeggiante e lo schermo piatto di ultima generazione e lo rimette in tasca.
Ha una giacca lunga a quadri, sembra venire da un’altra epoca.
«Abbiamo bisogno di fatti, lei proponga e vedrò cosa
fare» dico.
«Dobbiamo ridare autorità alla scuola, ai libri. Le
pillole culturali rendono la gente ottusa».
«Si contraddice, non ha detto di aver smesso di
mangiare per via delle punizioni delle istitutrici?»
«Loro esageravano, io dico che ci vuole un giusto
mezzo, non di certo metterli in ginocchio sui ceci ma non va nemmeno bene così,
un ragazzo oggi non può pretendere di imparare qualcosa ingoiando una
compressa, nessuno legge più, nessuno segue le regole, tutti sempre in giro a
ballare e non parlano più tra loro, lo ha notato?»
Scoppia in lacrime, le rughe sul viso si addensano e
le guance si fanno ancora più pallide e scarne.
«La prego!».
Dico a Grazia che non posso assegnarle il posto ma la
invierò da un’altra psicoguida per l’ennesimo colloquio. Mento. È il decimo
colloquio di Grazia, il mio non idoneo significa ricovero.
Debbo consolarla, lo faccio spesso, mi alzo e vado
dall’altra parte della scrivania, è la duecentottava persona che consolo in
tutto l’anno. Mentre scrivo sul foglio non idoneo qualcosa in
me va in frantumi, non si tratta di empatia ma di coscienza, al posto di Grazia
potrei esserci io, potrei essere io quello che deve sciropparsi un anno di
ricovero. Quando esci di lì non sempre torni indietro, c’è la possibilità di
essere ulteriormente degradato dalla condizione di disperso a quella di
inutile. Gli inutili vengono spediti nella stanza oblio e di lì a miglior vita.
Li ammazziamo con garbo, gli somministriamo una dose letale di chetodarnotal,
muoiono senza dolore.
Sogno spesso la stanza oblio, sono steso sopra un
letto bianco, aspetto la siringa. Un uomo incappucciato viene a portarmi
l’ultimo caffè, domanda se desidero confessarmi, chiedere un ricalcolo vitae.
Dico di no, arriva un’infermiera scarna e pallida, in abiti scuri e mi pianta
l’ago in vena. A questo punto di solito mi sveglio madido, vado in cucina, bevo
un caffè, stampo due biscotti e prendo l’Adrenoplus, esco e mi dico che va
tutto bene.
Nell’andar via sfranta dalle lacrime Grazia dimentica
qualcosa sulla sedia. È un biglietto con un indirizzo. La inseguo sul ballatoio
ma entra in telensore prima che io possa dirglielo.
Il telensore è finora l’unico modello di sperimentazione
di teletrasporto, nel momento in cui entri sei simultaneamente fuori e nel
momento in cui sei fuori sei simultaneamente dentro, esistono più copie di te
in due porzioni di spazio relativamente prossime, dal primo al centoseiesimo
piano il telensore è capace di scinderti e ricomporti in modo da annullare
l’esperienza della durata. È stata una del centocinquesimo a brevettarlo, le è
bastato riprodurre su un disperso un esperimento precedentemente fatto sui
topi: in porzioni di spazio limitato è possibile sdoppiare un corpo.
2.
Ascoltare i dispersi è dare voce a un’ombra, ce ne
sono molte, e io mi perdo nei confini. Lo scrosciare dell’acqua nel lavandino
del bagno, le tarme tra le ante dell’armadio, l’inclinarsi della macchia di umidità
sul muro sono altrettante immagini dell’ombra. Lascio che queste epifanie si
manifestino nei sogni, la veglia è un atto sacrificale, m’induce a piegare
l’immaginifico al simbolico. Vedo circa tre dispersi al giorno, al termine dei
colloqui raggiungo Mauro al centoseiesimo; il telensore ci mette meno di un
secondo, prima di entrare alzo la testa: il luccichio del cielo all’imbrunire,
nuvole crepuscolari vermiglie battono contro i vetri del Palazzo. La stanza di
Mauro è di cristallo, la scrivania, i portafotografie, i quadri vuoti alle
pareti, ogni oggetto è un filtro e noi ci specchiamo nelle rifrangenze,
moltiplicati per cento, ci stringiamo le mani in cento specchi.
A volte penso che Mauro sia un automa, progettato per
far impallidire tutti gli altri, dimostra dieci anni in meno, sarà la palestra
o l’acido acutilonico. Quando entro nella sua stanza di cristallo sciorina un
loquace sorriso, persino i denti sono di un bianco irreale, marmorei, gli occhi
cerulei saettano. Usciamo in terrazza, sediamo su sdraio a righe sotto
l’ombrellone bianco al bordo di una grande piscina trasparente e osserviamo il
formicaio umano dalla ringhiera del piano centosei.
«Strano, eh? Sono formiche» dico.
«Non è strano, è logico. Loro non sono nel Palazzo».
Ciò che è logico è disumano, un pensiero che viene dal
passato, dal tempo prima del tempo, quando studiavo filosofia. Frugo nelle
tasche e ritrovo il foglio spiegazzato della signora Grazia.
«Cos’è?» dice Mauro.
«Un indirizzo».
«Fa vedere».
Glielo passo. Ripete a bassa voce la strada, non
dev’essere da queste parti ma i suoi occhi cilestrini s’illuminano e un piccolo
ghigno festoso gli irradia il volto.
«Andiamoci».
Mauro ha un pacchetto di sigarette speciali, non
contengono tabacco ma procaina, un alcaloide della cocaina meno tossico e
irrintracciabile nel sangue; ne fuma circa venti al giorno, me ne offre una ma
mi vedo costretto a declinare, gli effetti della procaina sull’Adrenoplus
potrebbero essere nefasti.
Vista di qui la Città 207 sembra una galleria
cromatica in miniatura, un luogo magico e spettrale in cui i flussi delle auto
colorano le vie e l’aria sfavilla di un’estiva briosità.
«A volte penso a mia madre» dico.
«Ti manca?»
«Non lo so se mi manca, avrei voluto sapesse».
«Cosa?» dice Mauro.
«Chi sono».
«Nessuna madre lo sa, bisogna emanciparsi dalla loro
memoria».
Mauro ha la certezza di conoscere una verità
definitiva sulle cose e sul mondo, ha studiato ingegneria neuroscientifica e
questo lo rende partecipe di una serie di cavilli tecnici a me ignoti, la sua fortuna
è stata però l’uso sfrenato di una certa dialettica e del sillogismo assurto a
sistema. Se la neuromodificazione detta ormai legge su ogni possibilità
umanistica Mauro ne è il diretto emissario.
«Che cosa faresti se scoprissi che un tuo dipendente
assume antidepressivi?»
«Dovrei valutare».
«Cosa?»
«Se declassarlo o metterlo in aspettativa forzata. Sai
di qualcuno che ne fa uso?»
«Ho dei sospetti su Valerio, l’ho visto ingerire delle
pillole non culturali».
«Sarà stato un antinvecchiante».
«Probabile».
Mauro si alza, mi dà appuntamento a questa sera:
passerà a prendermi, raggiungeremo il luogo menzionato nel biglietto di
Grazia.
3.
L’auto di Mauro è un’Arcavol di grande cilindrata,
nera, con piccole ali ellissoidali, plana quel tanto sufficiente a scansare il
traffico, si muove da sola grazie a dei sensori che imitano i neuroni a
specchio, la donna che l’ha progettata lavora al ventiseiesimo, Mauro ha avuto
una breve relazione con lei ma adesso sono amici. Non tutti possono permettersi
un’Arcavol. Quando siamo in orbita dimentichiamo il tempo, la velocità annienta
la durata, scansiamo gli autoveicoli comuni volandoci sopra, la strada si
sbriciola in coni iridescenti, insieme agli alberi e alle luminarie, le stelle
si fanno gallerie multiformi, attraversiamo i venti. Con l’Arcavol è semplice:
digiti un indirizzo e lei ti ci porta, nessuno sforzo, nessuna fatica, niente
traffico, mai.
Il luogo dell’appuntamento è un casermone di dieci
piani, vecchio stile, una volta questo genere di palazzi era adibito ad
abitazione e il quartiere in questione si chiamava Corviale. Oggi nessuno
vivrebbe in un posto simile; dal pavimento di mattoni sconnessi traboccano
blatte e resti di arbusti sradicati, il posto puzza di fumo ed è buio.
«Cosa veniva a fare qui?» dico.
«Una contrattazione immagino».
«Che intendi?»
«Alcuni dispersi per evitare il ricovero cambiano la
loro identità con altri».
«E perché qualcuno dovrebbe voler andare al ricovero
al posto di un altro?»
«Ci si stanca di vivere».
La versione di Mauro non mi convince, il luogo buio,
stantio, ha l’aspetto di una grande catacomba e non sembra adatto a nessun
genere di contrattazione. Seguiamo una fioca luce che illumina una scala,
scendiamo i gradini, dal basso sale una nenia, musica esotica, tamburellare
ossesso, coro di voci femminili.
Il lucore giallastro si fa più chiaro e dentro la luce
si agitano convulse dieci danzatrici, i veli coprono e scoprono lembi di carne.
Di fronte a loro scalpita un folto gruppo di uomini. La ballerina al centro ha
una chioma di riccioli inanellati del colore del legno e occhi scuri come
chiodi, un trucco fittissimo, grandi seni, un capezzolo sporge dall’esiguo
vestito rosso; i fianchi ondeggiano in una sapiente danza orientale. Odore di
brace, fumo. Mauro, immerso nei vapori, cerca di liberarsi dalle braccia delle
danzatrici. La musica si interrompe bruscamente e le ragazze si fermano in una
porzione di spazio illuminata, aspettano che uno degli uomini le raggiunga. La
prima ballerina guarda fisso negli occhi Mauro e lui, incosciente, ipnotizzato,
si ferma con la testa al muro.
Gli uomini e le ragazze si allontanano, nella stanza
vuota restiamo io, Mauro e la donna vestita di rosso. La luce si fa ancora più
fioca e perdo il controllo dei sensi. Una nebbia fittissima mi grava sugli
occhi. Afferro per un braccio la danzatrice.
«Chi sei?» dico.
«Nessuno» dice.
«Che hai fatto al mio amico? Fallo tornare in sé».
«Non posso».
«Che significa non puoi? Liberalo!»
Mauro si perde nei fumi, due donne lo accompagnano
oltre una porticina verde e io resto preda dell’oscura danzatrice e delle
esalazioni da narghilè. La luce, sempre più fioca, non lascia intravedere che
lembi di carne in chiaroscuro.
«Siediti» dice lei. «Qui nessuno verrà a cercarti».
Mi viene difficile placare la fame d’aria, mi accade
spesso nei momenti di tensione di sentire i bronchi stringersi e di non
riuscire ad allontanare l’angoscia di morte, una sensazione minacciosa e tetra
ottunde le vie respiratorie e mi lascia in balia dei miei mostri.
Apro gli occhi in una nuova stanza, costellata di
mandala incastonati alle pareti, con la danzatrice accanto che mi offre un tè
al cardamomo.
«Qui mi chiamano Sibilla» dice.
«Dov’è Mauro?»
«L’hanno riportato sopra, questo non è un luogo adatto
a voi».
«Dove siamo? Chi erano quelle donne?»
«Come avete trovato questo posto?»
«Era sul biglietto di una dispersa».
«Ha un nome?»
«Grazia. Cosa doveva fare qui?»
«Dimmi di te».
«Mi chiamo Diogene,» tendo la mano «posso sapere con
chi sto parlando?»
«Non lo so, Diogene. Non riesco a capirlo ormai da
molto tempo. Io posso solo dare agli altri una possibilità».
«Una possibilità?»
«Sì, un’alternativa».
«A cosa?»
Alza il mento e accenna una risata di sufficienza. La
sua stretta è fredda, ferrosa. Perde lo sguardo nelle geometrie del mandala e
si lascia andare a un sospiro malinconico.
«Tu però non ne hai bisogno».
La sua pelle è liscia, sudata, gli occhi velati e
distanti, non sembrano neanche vivi.
4.
Sibilla mi spinge fuori e mi ordina di non tornare,
dimenticare, lasciare lei e quel luogo assurdo nell’oblio. Dice che
dimenticherò, avrò solo sognato, anche Mauro mi convincerà sia stato un
sogno.
Le prime luci dell’alba asciugano la notte, la strada
a ritroso è lunga, sento abbaiare i cani, i miei o.c. sono scarichi e non posso
mappare il percorso. Non ho con me l’Adrenoplus. Cammino per le viuzze
vuote in cui il vento è un sibilo e le ombre dei cani figure demoniche.
Mi guardo le mani e non riesco a fermarle. La terra,
tutta, trema. Cammino e il cemento si sgretola, pezzi di mattoni precipitano
trascinati dal vento. Entro in un casale, prendo il telensore, il palazzo si
sgretola e resto in un cubo di vetro nel cielo finché anche il cubo non si
frantuma e precipito giù fino allo schianto. Non lo vedi mai lo schianto, ti riprendi
sempre un attimo prima. Non è reale. La strada è quella di prima: un sentiero
scosceso di pietre e ciottoli, non sta franando e io non sto precipitando.
Avevo vent’anni, l’insonnia mi tormentava, leggevo in
modo frammentario e non trovavo pace. Provavo e riprovavo a scrivere ma
venivano fuori frasi spezzate. I primi anni di università furono un disastro,
non riuscivo a dare esami e le donne mi evitavano. Al decimo giorno di insonnia
bevvi tre bottiglie di whisky e andai in coma etilico. Mi svegliai in pronto
soccorso e mia madre mi portò via, all’epoca poteva farlo, per mandarmi da uno
specialista privato. Al Palazzo avevano già interdetto la psicoterapia ma
qualche luminare resisteva indomito: conobbi il dottor Fiore e mi diagnosticò
una depressione maggiore dovuta al fatto che mio padre fosse sparito quando ero
molto piccolo, depressione e sindrome dell’abbandono, terapia
consigliata: Adrenoplus. Mia madre disse: «Questo è un segreto. Nessuno
deve sapere che sei in cura. Le cose stanno cambiando, Diogene, qui la gente
che soffre viene mandata al ricovero.» M’invogliava a studiare la storia, a
capire cosa fosse accaduto nei secoli trascorsi: il significato della parola
lager, della parola foiba. Mia madre sosteneva fossimo prossimi a una nuova
dittatura, il suo fervore politico era tutto proteso a combattere il pensiero
unico scientifico in difesa delle discipline umanistiche che lei definiva
semplicemente umane.
Vedo ancora il dottor Fiore una volta a settimana, non
ho smesso di prendere l’Adrenoplus, e a maggior ragione dopo la morte di
mia madre; senza di lei ogni mio desiderio si perde nell’incommensurabile
flusso degli eventi. A parte Mauro e qualche ballerina di lap-dance sono solo e
poco incline a considerare la vita una prospettiva plausibile.
La strada si apre a un principio di civiltà, sono
vicino al centro commerciale D112, luci sfavillanti e sesquipedale scritta in
rosso, palloncini attaccati alle finestre. Riconosco la città. E arrivo a
casa.
Il frigo è vuoto, la stampante 4 D si è rotta ieri,
ripararla costa troppo. Nei rettangoli laterali di SocialMind svettano
pubblicità di cose che potrebbero interessarmi: pillole culturali, capsule per
film porno, latte, brioche, müeslei, pizza, patate, salsiccia, pane integrale,
mandarini. Aggiungi al carrello, aggiungi al carrello, aggiungi al carrello;
aggiungo tutto ciò che l’algoritmo consiglia. In quattro minuti un iperdrone
vibra fuori dalla finestra come una mosca in gabbia. Apro i vetri, entra e
sgancia la cintura che separa uno dei due capi metallici, posso ritirare la
spesa. «Grazie Diogene! Il tuo credito ammonta a 850 bor e 11900 dineri».
«Grazie amico metallico».
Schiude le ali e plana controvento. Qualche cretino li
considera una nuova forma d’intelligenza ma in verità sono solo uccelli metallici,
robot volanti, cose, in sostanza. Gli iperdroni sono stati potenziati nel 2035,
vengono dagli storici droni: il primo è stato inventato nel 1849 in Australia;
erano dei palloni senza pilota gravidi di bombe, in quel caso usati per
attaccare Venezia. Con il tempo furono perfezionati fino ai piccoli droni, per
lo più telecamere volanti con varianti per uso bellico, ma noi ci fregiamo di
aver brevettato gli iperdroni, di forma umanoide e capaci di interagire,
svolgere le quotidiane pulizie domestiche, prendere le ordinazioni su
SocialMind e portare la spesa a domicilio.
La storia mi è sempre piaciuta, mi trovo spesso a
riflettere sul senso ultimo di quanto sia accaduto, la perdita di contatto con
il sacro, per esempio, è sintomo di una civiltà che ha barattato l’anima con le
neuroscienze. Sui muri della Città 207 campeggia la scritta restiamo
umani, ha a che fare con il ricovero, con le voci che circolano sul
ricovero. Umano è un concetto astratto, le tecnologie ci hanno
ingannati sulla nostra insignificanza, l’uomo non è che un animale corrotto e
nonostante tutto insegue un ideale dell’io inarrivabile. La perfezione, è
questo il cruccio di Mauro, perciò anche noi incontaminati ci consegniamo alla
magia della tecnica, che si tratti di procaina, antidepressivi o ologiochi.
Prima delle città numerate esistevano le capitali,
questo luogo si chiamava Roma. Prima che Mauro prendesse in gestione il Palazzo
esisteva una cosa che chiamavano parlamento, mia madre ne faceva parte ma un
giorno perse il lavoro, accusata di cospirazione contro lo Stato.
Durante il grande terremoto lei morì, un Tir le tagliò
la strada e lei, non guidava un’Arcavol ma una banale macchina da corsa, finì
contro il guardrail e giù nella voragine. Il suo corpo non è mai stato
ritrovato. Mia madre credeva nella res publica, era stata lei a
spingermi a studiare filosofia, voleva insegnarmi a comprendere la profondità
dell’esistenza, a occuparmi di etica e metafisica, eppure sovente ripeteva: «Tu
non sei fatto per il potere, devi costruire un’alterativa». Quando abolirono i
libri e introdussero le pillole di cultura, disse: «Puoi anche lasciare
l’università, così non serve a nulla».
Mi sarebbe piaciuto vedesse cosa sono diventato. «Un
alienato» avrebbe detto probabilmente. Ma non un disperso. Quando mia madre
parlava delle sue origini io restavo ad ascoltarla come si ascolterebbe un
incantesimo, era salentina e mi chiedeva di studiare le tradizioni della sua
terra, di non dimenticare. Sosteneva che la memoria è importante per non
ripetere certi errori ma considerava anche la storia un ciclo
che sempre si ripropone.
5.
Erro nel sostenere di non aver avuto neppure una donna
a esclusione delle spogliarelliste, ce ne sono state almeno due degne di nota.
Io e Mauro andavamo spesso nei distretti qualche tempo fa, China Town, Afro
Town, Arabia Town, tutti luoghi di turismo sessuale ai quali si può accedere
con gli o.c.
Le cinesi mi piacevano per via dell’elasticità pelvica
e poi sono donne capaci di silenzio, cosa ormai rara. Prima però ho avuto una
storia di sei anni con una tal Alicia che avevo conosciuto per mezzo di un
algoritmo, una funzione installata su SocialMind: è un nodo presente nella rete
che stabilisce il grado di compatibilità esaminando tutti i dati condivisi e
facendo un calcolo computazionale combinatorio in grado di prevedere gli esiti
delle relazioni. L’algoritmo sosteneva fossimo fatti per stare insieme ma che
sarebbe durata relativamente poco. Lei era una ragazza della facoltà di
filosofia, aveva perso come me molti anni di università; mentre io cercavo di
scrivere lei cercava di entrare nei cast cinematografici, faceva provini su
provini, portava con sé copioni e li leggeva ai tavoli del bar universitario.
Una memoria formidabile sporcata da un difetto di pronuncia che appesantiva le
consonanti calcandole in modo eccessivo. La nostra era un’avventura disperante
ma dopo la morte di mia madre provammo a fare sul serio. Avevo rimpiazzato la
figura materna con l’immagine di Alicia, una donna piena di ombre: magra, alta,
lunga chioma mora, rossetto vermiglio, labbra carnose e una flemmatica pazzia.
Litigavamo spesso a causa della sua facondia ma avevamo un accordo: poteva
vivere da me, svuotarmi il conto online, in cambio doveva essere assertiva,
amarmi e scoparmi.
Quando venni assunto Mauro disse: «È una sanguisuga.
Liberatene. Le donne vanno prese per i fianchi, ingroppate e scaricate». Mauro
ripete spesso che l’amore è una malattia dell’anima e si propone di estirparne
ogni traccia.
Per Alicia provavo una forma di gelosia morbosa. La
paranoia non mi dava tregua. Ali si era trasferita in Città per studiare e
cercare di diventare incontaminata. Ci siamo laureati insieme, a trentadue
anni, dopo aver perso tempo nel balordo tentativo di essere riconosciuti dallo
show business. Prese il massimo dei voti, facemmo un corso accelerato in
psicoguidologia e prese il massimo anche lì, voleva fare un colloquio per
entrare al Palazzo come psicoguida. Avevo deciso di sposarla, l’avrei fatto
comodamente dopo averle impedito di realizzarsi. Sibilla mi ricorda Alicia, i
loro occhi sono della stessa tonalità di nero.
Dunque, io vengo assunto e Alicia torna ai suoi
sfortunati provini. L’ho seguita diverse volte per strada, non ho trovato quel
che cercavo; sono entrato nel suo profilo una sera che aveva lasciato gli o.c.
sulla scrivania, ho trovato una conversazione ambigua su SocialMind tra lei e
un sedicente regista della sua terra d’origine, e c’erano tracce di un paio di
oloincontri. Al suo rientro ho buttato per terra i suoi o.c., li ho spaccati,
l’ho presa a schiaffi. A volte i ricordi sembrano sogni, il rumore del vetro
che frange e le urla, i singhiozzi, spezzoni di una vita che non mi appartiene
più. L’ho mandata via, non ci siamo visti per alcuni mesi ma tenevo traccia
della sua presenza in rete. Un giorno ricomparve, un paio di o.c. si acquista
con pochi dineri. Le scrissi: «Vediamoci e parliamo». Non voleva saperne. L’ho
raggiunta nell’ologioco e siamo andati in cima a un monte, abbiamo trovato una
torre, ci siamo entrati, abbiamo salito i gradini e guardato la valle
sfolgorante nella notte, le luci dei grattacieli sembravano lanterne. Le ho
detto: «Sfilati gli occhiali e vieni da me». L’ha fatto. Avremmo dovuto
sposarci, mi ero comprato un abito nuovo e stavo per raggiungere il luogo designato
per il rito ma cambiai idea. Forse l’ho fatto per sfuggire al destino o agli
algoritmi. Da allora di lei non so nulla.
Ho perso quasi tutte le donne a causa della gelosia.
Gli exploit erano alimentati dalla percezione della mia insignificanza, riconoscevo
in loro esseri superiori ai quali non ero destinato, così come non ero
destinato al successo. Non ho un reale talento per la psicoguidologia e non ho
nessun interesse per gli altri. Ogni mio sentimento si pasce di insidia,
ambivalenza, sfida. So di essere simile alle macerie dei miei incubi, un
palazzo in mille pezzi.
Torno a casa, angustiato dalla solitudine, un senso di
vuoto mi opprime, ripenso a Sibilla e non sono certo si sia trattato di un
incontro reale, la considero una visione smerigliata, un inganno della mente,
un flash degli o.c.
È giorno. Mi affaccio al balcone che dà sul cortile
interno, Valerio Coralli gioca con sua figlia, la moglie resta tutto il giorno
sul divano, dal balcone posso vederla. La bambina segue il padre lungo il viale
degli oleandri e insiste per essere portata al Palazzo, strilla, strepita.
Valerio la prende in braccio e la riporta a casa, esce una seconda volta e
guarda in direzione del mio balcone. Lo saluto, risponde, seguita a fissarmi e
calca l’asfalto con passi marziali.
Questa casa è diversa dalle altre, non è di cristallo,
è antica, i mobili sono in ebano e possiedo ancora libri di carta, sono uno dei
pochi in città a conservarne delle copie, sono cimeli a cui tengo. È una casa
modesta, una stanza di sessanta metri quadri senza porte con un grande futon al
centro e una scrivania in ebano dove lascio gli o.c., la libreria, un divano e
un piccolo tavolo di vetro. C’è il parquet sul pavimento, le pareti un po’
scheggiate, le finestre ampie, una larga balconata con un colonnato in
pietra.
Prima di tornare al lavoro inforco gli o.c., accendo
il sensore, entro nel database del Palazzo e frugo nelle informazioni di Grazia
Cutrolo, mi preme sapere cosa potesse cercare una donna di cinquant’anni in un
luogo come quello. Il suo nome non c’è: sparito dai database. Gesto frugale da
parte mia non averla cercata subito per restituirle il biglietto.
6.
Valerio mi aspetta terreo all’entrata del Palazzo, lo
sguardo gravato dall’inquietudine. Ha l’odore del sonno, intendo, l’odore che
si appiccica alla pelle durante le notti insonni quando fiato e sudorazione
s’inacidiscono.
«Come ti è saltato in mente?»
«Cosa?»
«Non fare lo stronzo».
«Non ci sarebbe nulla di male».
«Non ho mai preso antidepressivi».
Faccio tre passi, cerco di attraversare l’atrio,
supero la fontana cromatica (l’acqua che sprizza di rosso, giallo, verde e blu
è una proiezione olografica), raggiungo il telensore. Valerio mi mette una mano
sulla spalla.
«Mauro è venuto nel mio ufficio ieri e ha preteso un
controllo».
Mi volto, sorrido amaramente.
«Ma tu non hai nulla da nascondere».
«Purtroppo mancano tre famiglie all’appello questo
mese, è un lavoro che avrei fatto nei prossimi giorni ma Mauro ha attribuito la
mancanza alle mie condizioni di salute, mi manda in aspettativa forzata per due
settimane».
Chiamo il telensore e guardo verso l’alto per non
incrociare i suoi occhi.
«Non può che giovarti una vacanza».
«Diogene,» mi scuote più volte «non posso permettermi
due settimane senza stipendio».
Mi appello all’amicizia di Mauro e alla sua
benevolenza, Valerio è un isterico, ha sempre sbraitato per certe cretinerie.
D’accordo, sono stato infame e probabilmente si è trattato di una calunnia
ingiustificata ma al suo posto sarei felice di starmene due settimane a casa.
Sono una carogna e in questo mio degradarmi gioisco
furente, ci vuole abilità anche per l’inganno. Talvolta mi diverto a praticare
sottili esperimenti umani, questa faccenda di Valerio, per esempio, vale come
verifica, volevo conoscere la reazione di Mauro di fronte a un dipendente
insano. Valerio non è insano, è la persona più ordinaria che possa esserci ma
lavorare nell’ufficio recupero crediti è arduo, ci si trova a dover prendere
decisioni drastiche e non sempre si può far valere il proprio senso di equità.
Quando devi pignorare una casa o rovinare una famiglia non so come tu possa
pulire la coscienza e considerarti incontaminato.
Mauro è stato lungimirante nelle assunzioni, ha preso
tutti casi estremi, marginali, isterici, persone al limite del collasso
psichico. Solo così si può evitare di sgarrare, il terrore di tornare a essere
fuori riesce a dominare sull’impulso alla rivolta. Mi fa orrore l’idea di poter
ricominciare a vivere come prima; il fuori non è un luogo ma un concetto
morale. Esiste sempre un fuori e la mia vita non è altro che un susseguirsi di
esperienze d’emarginazione. Mauro è cento carati d’oro, essere cosciente del
suo valore salvifico mi dispensa dal desiderio di buttare giù il Palazzo e le
sue leggi.
Nessuno dice che abbiamo subito un colpo di stato.
Nessuno parla della perdita di memoria, delle persone scomparse dai database e
del periodo di vuoto di cui stento a credere qualcuno sappia più di me. No, non
mi lamento, vedo il Dottor Fiore, parliamo della mia insoddisfazione, della mia
rabbia. L’Adrenoplus blocca le ideazioni suicide, la morte non è che
un ricordo di giovinezza.
7.
La stanza in cui lavoro richiama la cabina di comando
di un cargo, l’ha arredata Mauro, dice che le psicoguide sono traghettatori,
capitani di avvento.
La donna che ho di fronte è molto giovane, bionda,
vestita di blu, viso rotondo, roseo e tristi occhi cilestrini, braccia segnate
da abrasioni, cicatrici di tagli longitudinali.
«Che hai fatto?»
«Un gatto».
Un sorriso amaro, conosco quei segni.
«È troppo presto, sei troppo giovane per morire».
«La vita mi annoia».
«Allora perché sei qui?»
«Voglio abbandonare gli studi e lavorare».
«Ma se sei una bambina!»
«Ho diciotto anni».
Sospiro e vado a stampare un caffè.
«Vuoi?»
«Mi fa male il caffè».
Punto la stampante di bevande gassate.
«Un’aranciata?»
«Va bene».
Verso l’aranciata in un bicchiere di plastica
trasparente e gliela porto.
«Tieni. Allora, bambina, sentiamo, che turbe hai?»
«Ho deciso di provare, se non mi volete neanche qui mi
faccio fuori, ma non sentirti ricattato».
«Fai del sarcasmo? Dopo questa frase dovrei chiamare
le guardie e spedirti al ricovero».
«Ti prego, preferirei andarmene in santa pace che
farmi uccidere da quelli. Ascolta, Diogene, io non esisto».
«Che significa non esisti?»
«La mia vita, tutto quanto, è un bluff».
«Vuoi un consiglio? Torna dai tuoi genitori. Non hai
bisogno di me».
La ragazza fa per alzarsi, i suoi occhi gelidi mi
trafiggono.
«Va bene, ma non avermi sulla coscienza».
Raggiunge la porta.
«Aspetta» dico. «Non mi hai detto neanche il tuo
nome».
«Diana».
«Bene».
«Non ho i genitori, mio padre mi ha abbandonata quando
ero piccola e mia madre è una persona orrenda».
«Scusa?»
«Hai capito bene, Diogene».
So che non dovrei mischiare gli affari privati con il
lavoro ma non riesco a frenarmi.
«Anche mio padre mi ha abbandonato».
«Bene, abbiamo una cosa in comune».
«Sai nulla del tuo?»
«Nulla».
«Neanche il nome?»
«No».
«Va bene, sei dentro».
«Sono dentro?»
«Sicura di avere diciotto anni?»
«Sì».
«Però devi darmi una risposta, sforzati, una sola
risposta valida».
«Su cosa».
«Sul futuro».
Ride, butta indietro la testa, i capelli rifulgono
chiarissimi.
«Grazie», dice.
Accende una sigaretta di procaina, gliela tolgo di
bocca e la spengo al rubinetto.
«Non si fuma in ufficio».
«Che moralista».
Sorseggio caffè in ghiaccio con latte di mandorla, è
artificiale, ci nutriamo esclusivamente di prodotti di laboratorio, i più
fortunati non devono comprarli, possono fabbricarseli con la stampante
4D.
Diana guarda il timone grigio e la finestra oblò.
«I tagli li ho fatti quando l’uomo con cui stavo si è
innamorato della mia migliore amica. Era un artista, un pittore. Siamo andati
in vacanza insieme e loro se ne stavano tutto il tempo su uno scoglio a
discutere di arte. Lei non è come me, è sveglia, è scaltra, ha un altro tipo di
corpo. La odio. Volevo uccidermi, so di essere interiormente guasta».
«Sei troppo giovane, questi pensieri poi passano, un
giorno t’innamorerai e la penserai diversamente».
«Non credo ne valga la pena».
«A diciotto anni?»
«Già».
«Va bene, ora dimmi qualcosa sul futuro».
«Voglio sia fuori di qui».
«Che intendi per fuori?»
«Fuori dalla Città 207. Voglio tornare alle nazioni,
alle regioni, alle città con un nome, non ne posso più di questo mondo ovattato
dove tutti fingono di divertirsi e nessuno sa più chi siamo».
«Diana,» tossisco, «non puoi andare dal direttore di
un’azienda a dirgli che vuoi tornare ai tempi in cui lui e la sua azienda non
esistevano, capisci?»
«Capisco».
«Devi pensare a qualcosa che sia coerente con il mondo
in cui viviamo».
Questa ragazzina mi ricorda così tanto me da
procurarmi un senso di smarrimento. Coloro che diventano incontaminati
inventano delle applicazioni algoritmiche. L’orizzonte della comunicazione va
per la maggiore, tutta l’arte può ridursi a comunicazione. Intensificare le già
turbolente relazioni tra i sessi è un’idea vincente. Adesso che Mauro vuole
mettere al bando l’amore come malattia dell’anima avremo ancora maggior bisogno
di relazioni fisiche, votate al consumismo dei corpi. Le relazioni seguono tre
impulsi: desiderio, autoconservazione e carriera. Gli algoritmi messi a punto
dai nostri collaboratori perciò ne intensificano il flusso. Uno dei più insigni
incontaminati ha progettato i distretti (etnici, per variare caratteristiche
somatiche della partner occasionale) e un altro l’ha superato progettando le
sale. Il palazzo ne contiene almeno dieci che io sappia. Dopo Alicia ne divenni
assiduo frequentatore, nella sala sette conobbi Miranda: tipino scaltro, pelle e
ossa, capelli viola, tatuata, dieci piercing sparsi per il corpo, ai capezzoli
e al clitoride per esempio; culo a mandolino. Miranda era una poetessa, non
solo una danzatrice.
Nelle sale hai l’impressione di rispettare la volontà
delle donne. Le ballerine non sono prostitute, non sono obbligate ad andare a
letto con i clienti. Tu paghi per la loro compagnia, un’ora, due, un giorno,
una settimana. Loro possono scegliere di non scoparti. È un altro modo per
selezionare i dispersi, chi non riesce a fare sesso è evidentemente disperso o
inutile e va ricondizionato.
Con la salace Miranda non ebbi impicci, ci piacemmo.
Facemmo l’amore in sala sette davanti ad altri, le avevo messo cento dinari nel
bordo del perizoma e mi era salita addosso. Quando tornai a casa non riuscii a
schiodarmi dalla visione del suo corpo, della sua bocca, dei suoi seni piccoli,
sodi; ritornai in sala sette, lo facemmo ancora, lentamente, con delicata
cupidigia. Andai via e tornai di nuovo e lo facemmo fino al giorno dopo.
Pagai tre giorni del suo tempo e la portai in una
spiaggia di ciottoli a un paio d’ore dalla Città. Mauro mandò Valerio a
cercarmi. Sui database del Palazzo si era automaticamente aggiornato il mio
profilo con tanto di cifre spese per Miranda. La pagavo, ma eravamo innamorati,
aveva scritto delle poesie per me. Mauro decise di mandarla nella Città 3600,
in quella che un tempo era l’Australia.
«L’ho fatto per te» disse. «Ti avrebbe prosciugato».
E addio Miranda.
«Un’idea ce l’ho» dice Diana. «Nel secolo scorso due
matematici, Chris Danforth e Peter Dodds, riuscirono a misurare il livello
di contentezza della popolazione di un paese, io vorrei farlo con gli abitanti
della Città 207. Voglio ideare un’applicazione in grado di esaminare ogni dato
di SocialMind e creare un algoritmo capace di prevedere quanti di noi
hanno una quantità più alta di serotonina, endorfina e dopamina nel sangue, in
modo da favorire incontri tra persone votate alla gioia e all’euforia, ti
sembra abbastanza coerente con lo spirito dei tempi?»
«Genio».
È buffo: noi, che siamo gravati dal fardello della
melanconia, lavoriamo per un mondo di stolidi euforici, ebeti automi condannati
a una gioia disperata. È bellissima Diana mentre cede alle lusinghe del potere,
nello sguardo solo rovine.
8.
Erano due le attività che prediligevo come svago: il
sesso e la danza, quando dico danza non intendo nulla di coreografico ma
dissipazione, fino a qualche anno fa sarei stato un assiduo frequentatore delle
discoteche, ora abbiamo le basi, ne andavo pazzo finché un giorno non ebbi
l’idea di togliermi gli o.c.
Ero in un’area proiettiva. Entrai in una piattaforma,
mi diedero un paio di cuffie e indossai gli o.c. Sul lato destro delle cuffie
c’era un pulsante con cui cambiare musica, la traccia base era psytrone, una
cantilena ossessa di bassi e chiodate elettroniche, a me piaceva la musica IDM,
ascoltavo roba del secolo scorso e danzavo felice.
Attraverso la regolazione degli o.c. decisi la
location e l’ora, in passato avrei scelto scogliere o cateratte di ruscelli ma
avevo voglia di mare. Era un momento di pace, la danza, attraverso i sensori
modificavo i corpi degli astanti. Esperienza straordinaria trovarsi nell’aurora
di una spiaggia tropicale con donne autoctone senza reggipetto, tre ore in
orbita nel mio personalissimo paradiso artificiale.
Per via di una curiosità morbosa sfilai occhiali e
cuffie. Mi trovai inebetito in un pezzo di cemento, immerso in centinaia di
corpi, per lo più sudati, nessuna menade nuda. Un nugolo di imbecilli
addensati, appiccicati l’un l’altro, vestiti come manga, si dimenavano nel
silenzio, e il silenzio era carne fradicia. Rimasi un’ora a guardarli ballare,
sfregarsi accalcati. Smisi di frequentare le basi, e fine delle danze.
Siamo l’esternazione della solitudine, abbiamo perso
la fede in Dio ma recuperato una stolida e cieca credenza nell’illusione. Io e
Mauro andiamo spesso a bere sulle terrazze e non c’è nessuno capace di
guardarsi intorno, tutti schermati dietro o.c., i più fanatici non usano
neanche più un oggetto, si sono fatti impiantare un sistema operativo
direttamente nei neuroni (S.O.I.N.), sono cyborg. Li vedi fissare il vuoto
inebetiti, e stanno chattando telepaticamente con dieci persone. Alcuni poi si
dissociano, diventano dispersi, non reggono l’impatto della tecno-carne.
Qualcuno si perde in un passato mitologico e sente la mancanza di Dio.
Non molto tempo fa sono entrato nella Basilica di San
Paolo e al posto del parroco sull’altare c’era un programmatore informatico,
diceva: «Intorno a me risplendono i bit e i bit sono con me. I dati, il codice,
le comunicazioni». Allargava le braccia indicando i quattro punti cardinali. In
ginocchio dieci adepti collegati telepaticamente vagolavano per mondi virtuali
mentre io mi soffermavo sui mosaici. Ci vuole un atto di fede per farsi
impiantare un software nel cervello, quelli che lo fanno sanno che non potranno
mai tornare indietro. Mai più sapere cosa sia la realtà.
Mauro preferisce mantenere un distinguo tra reale e
immaginario, è il segreto del suo potere, la facoltà di controllare il reale
senza stordirsi con il possibile.
A causa di questa gente virtuodipendente le librerie,
i teatri, i cinema e i musei si sono estinti, tutto può esserti impiantato nel
cervello, se vuoi leggere un romanzo prendi una pillola culturale, i film puoi
spararteli nel sonno, al posto dei sogni, se vuoi vedere un museo ci sono le
visite guidate in 4D. La cultura è un atto virtuale. Una volta, parlo di una
ventina d’anni fa, erano diventati tutti scrittori, non c’era uomo o donna,
anziano o bambino che non avesse il famoso romanzo nel cassetto, e non c’era
uomo, donna, anziano o bambino che non riuscisse a pubblicarlo. Le librerie
erano invase e anche gli e-book erano diventati una tale quantità da intasare i
sistemi operativi. Così i libri sono stati sostituiti dalle pillole, il cinema
dai sogni preconfezionati, il desiderio di scrivere ben presto è stato
sostituito dall’impulso a spararsi un sogno con una trama accattivante. Se sei
povero ti accontenti delle basi, roba economica, alla portata di tutti. Mi c’è
chi preferisce conservare i vecchi supporti. Ho un lettore dvd e uno stereo, la
musica che ascoltano oggi, la psytrone, mi dà il voltastomaco, sento ancora
Vivaldi e ho dei libri veri, di carta. Esiste di volta in volta un piano più alto
a cui nascondere la verità sul proprio modo di pensare e di vivere.
La parola prodigio s’impossessò di me fin dalle
elementari, scrivevo temi pazzeschi. Mia madre mi metteva in guardia: «Ricorda,
Diogene, noi non siamo nei piani del potere ma vuoi mettere la libertà di poter
conoscere le cose per ciò che sono?»
Quando frequentavo la scuola progressiva esistevano
ancora le città, le regioni, le nazioni, abitare a Roma aveva un senso e non
era interscambiabile con abitare a Parigi, New York o Hong Kong; Mauro
frequentava la mia scuola, io ero in quinta, lui in seconda, avevamo la stessa
insegnante di italiano, fu lei a definirmi prodigio. E il padre di Mauro invitò
a cena me e mia madre.
Fu la prima casa trasparente che vidi, sembrava di
essere in un cubo di plexiglass, era imbarazzante andare in bagno e immaginare
che chiunque fuori potesse vedermi.
«Non ti vedono, i vetri sono trasparenti per noi ma
fuori sono arcobaleno» disse la signora Viale: Helen, una tedesca anoressica,
con aria trascesa.
Se ti guardavi intorno avevi l’impressione che tutto
fluttuasse, sembrava di essere sott’acqua o sospesi nel vuoto, un duecentesimo
piano non sorretto da fondamenta, dalla balconata della cucina si toccavano le
nuvole.
Il padre di Mauro aveva i capelli scuri e la barba,
era un broker, a tavola parlava di azioni bancarie e moneta bor (una moneta che
esiste solo su SocialMind). Quando lo vidi, quando vidi i suoi occhi chiari e
assenti, una bordata mi percorse il braccio sinistro, pensai di restarci secco.
Mi fece l’occhiolino come volesse comunicarmi telepaticamente qualcosa che non
compresi ma avevo voglia di fuggire o puntarmi una pistola alla tempia.
Helen era concentrata sugli attrezzi, correva in una
bolla sospesa per aria, scendeva e si metteva a stampare roba vegan, ma non
mangiava. Ci sedeva accanto e ci guardava mangiare. Mia madre la osservò a
lungo e tirandomi per la camicia disse: «Povera imbecille».
Vestivano di bianco, questa tradizione Mauro l’ha
conservata, al Palazzo vestiamo di bianco, indossiamo lunghe tuniche termiche,
cambiano temperatura a seconda della stagione, fresche d’estate e calde
d’inverno, ci dispensano dall’uso dei giubbotti o dalla sconsideratezza degli
short. Solo i dispersi girano mezzi nudi, o le ballerine, mostrare la carne è
sintomo di povertà.
Mentre mangiavamo cibi stampati che imitavano il
sapore della verdura, Helen non smise di sorridere con occhi immobili, aveva
l’espressione di una bambola di porcellana. Mia madre e il signor Viale si
scambiavano occhiate furenti senza parlarsi, suppongo si conoscessero da tempo
e non si andassero a genio. Il signor Viale aveva una voce baritonale,
burbera.
«Diogene, ti do duecento dinari se dai ripetizioni di
italiano a mio figlio, vorrei gli insegnassi a pensare».
«Come si può insegnare a pensare?» disse mia
madre.
«Cinquecento dinari».
Mia madre rise amaramente e accettò. Questa faccenda
delle lezioni private mi diede lustro, mi sentii per la prima volta parte di
qualcosa, poter calibrare il talento in valore oggettivo fu il primo passo verso
l’identità. In compenso Mauro m’insegnò a usare gli o.c. e a entrare in tutti i
database, lui lo faceva spesso e riusciva a modificarne i dati. Fummo fratelli.
Il primo anno di università fu inutile, segue un
vuoto, durato forse anni, ai termini del quale il parlamento era stato
esautorato in favore del Palazzo e Mauro ne era ai vertici. I giornali
chiusero, le televisioni smisero di propagare notizie di guerra, politica,
sbarchi. A reti unificate si parlò sempre e solo del Palazzo, delle mode del
Palazzo, dei dipendenti del Palazzo e del direttore: Mauro Viale. L’intera
configurazione planetaria mutò, nessuno più ricordava i nomi delle città,
nessuno più ne ricordò le tradizioni. I luoghi divennero interscambiabili.
Vivemmo un sogno, un misterioso stato di ebrezza, sembrava che tutto filasse
finché non m’interrogai sulla morte di mia madre.
9.
A fine turno raggiungo Mauro in terrazza, ci
abbandoniamo sulle sdraio, guardiamo l’acqua tersa della piscina sorseggiando
Sadori (un cocktail al sapore di vodka e arancia a base di fosforo e omega
tre).
«Oggi Valerio mi ha teso un agguato» dico.
«Lo so bene».
«Forse ho esagerato con la storia degli
antidepressivi».
«Ma scherzi? Quelli della r.c. a volte lo fanno, non
reggono il carico di responsabilità».
«Senti Mauro, ieri come sei tornato?»
«Ieri?»
«Dal casermone».
«Che casermone?»
«La ballerina mulatta».
Mauro stira la tunica con le mani mettendo in luce
l’addome scolpito, mi guarda di sguincio, un sorriso mozzo gli conferisce
un’aria algida.
«Lascia perdere».
«Diogene, hai uno sguardo strano oggi».
«Non ho niente. Sono stanco».
«Capita. A proposito, ho conosciuto Diana, è sveglia».
«Ti piace?»
Mi dà una pacca sulla spalla, si alza e va verso la
piscina, fissa l’acqua inquieto come se ci vedesse riflessa una mostruosità. Lo
raggiungo e seguo i movimenti ondulatori delle nuvole nell’acqua.
«Una bella rogna, piccola al punto giusto», mi guarda
severo: «le dipendenti lasciamole dove sono».
«Ci mancherebbe. È una bambina».
«È molto più arguta di quanto tu possa immaginare».
«Hai voglia di provarci?»
«No, è un errore che non farò più. Guardati da lei».
Se stessi a sentirlo dovrei guardarmi da qualunque
forma di vita di sesso femminile.
«L’importante è che ti piacciano le sue idee».
«Hai programmi per stasera?»
«Vorrei riposare, leggere un libro e andare a letto
presto».
Mi dà una leggera spinta, il suo ghigno mi atterrisce.
«Penso che dovresti finirla con i libri. Vieni da me,
festeggiamo, ti faccio conoscere una».
«Preferisco stare a casa, davvero, grazie».
Mauro va via senza rivolgermi uno sguardo, di spalle
mi chiede di chiudere a chiave il suo ufficio, lo seguo con gli occhi. Ho altro
in programma per stasera ma prima devo vedere Fiore, il mio blister di
Adrenoplus è ai minimi storici.
10.
Lo studio del dottor Fiore è in una zona fuori città,
uno spiazzo nei pressi di una gravina, attorniato da greppi e festuche. Un
giorno comprerò un’Arcavol, al momento mi accontento di una vecchia Ferrari
nera. Mi fa ridere l’idea che una volta queste lumacone fossero considerate
auto sportive, altolocate. I nostri antenati non avevano grandi cognizioni di
meccanica, probabilmente per loro planare sul traffico e bruciare dieci
chilometri al minuto era un proposito fantasmagorico.
Lo slargo antistante lo studio è un piccolo campo di
grano potato, i pettirossi cinguettano e le cicale stormiscono, il cielo è
cesio, non soffia vento e non si vede una nuvola; in lontananza pini, querce e
lecci restituiscono al nitore pomeridiano una nota verdastra.
Fiore è uno dei pochi al mondo a potersi permettere
uno studio in mezzo al nulla. Si tratta di una villa, niente di ascensionale,
un solo piano, mattonelle rosse. Citofono ma non risponde nessuno. Provo a
forzare la porta ma è serrata. Le finestre sono chiuse ma non sbarrate,
dovrebbe tornare. Provo a scrivergli anche se in questa zona gli o.c. non
funzionano. Gli telefono e non risulta raggiungibile. Aspetto mezz’ora e non si
vede nessuno. Cerco scorrendo nelle mail con la funzione tattilottica degli
o.c. e trovo una sua missiva:
Diogene,
perdonami. Mi hanno fatto una proposta importante. Da oggi non riceverò più e
non potrò più prescriverti l’Adrenoplus. Penso sinceramente tu possa farne a
meno, dovrai però affrontare qualche giorno d’astinenza. Per evitare l’astinenza
puoi spezzare le pastiglie rimaste e assumerne metà per cinque giorni e per
altri cinque un quarto, spero tu ne abbia a sufficienza. Sul piano
psicoanalitico non ho nulla da dirti, oramai ne sai più di me, a eccezione del
consiglio di dominare la rabbia, mi riferisco al tuo rancore sociale. Il
terrore per le frane tornerà a farti visita e dovrai affrontarlo con le tue
risorse, ma ne sei del tutto in grado. Un giorno ti racconterò le ragioni di
questa dipartita, ti assicuro che non avevo scelta. So che non capirai ma ti
prego di perdonarmi.
Un sincero
abbraccio.
Tuo, Berardo
Fiore.
Ho la sensazione di dissolvermi, come se il mio corpo
fosse fatto di pixel e tutti, minutamente, si separassero fino a ledere la
coesione d’insieme; non è detto sia un male, alcuni mistici induisti
individuano nella vacuità il raggiungimento di una coscienza superiore. La
gioia e l’ansia sgorgano dagli stessi presupposti: il raggiungimento di uno
stato supremo dove sentire e pensare si discostano dalla presenza. Il sentire
diviene conseguenza del pensiero, questa forma di beatitudine si raggiunge
mediante la soppressione del desiderio ma anche nell’istante in cui desiderare
risulta intrinsecamente impossibile, per esempio quando la porta del tuo
psicanalista è serrata.
L’ansia è coscienza della paura, paura che si ritorce
e riflette su di sé. Si stenta a credere fino a che punto la paura aderisca
alla carne, la mia è una forma di addensamento. Rientro in auto madido e non
riesco a fermare i tremori; non ne ho più bisogno, dice, ne
so più di lui, dice, ma poi si presenterà l’astinenza, sarà atroce. Le mani
fremono sul volante e comincio a percepire lo scollamento. Il centro della
strada frana, la campagna, tutta, si scinde in frammenti. Dietro l’idea della
bellezza si nasconde un santuario di morte.
Un frammento di coscienza rompe l’isteria. Frugo nel
borsello sull’altro sedile e trovo l’ultima compressa di Adrenoplus, non potrò
mai spaccarla in due, la ingoio intera e a poco a poco riprendo a respirare. È
solo paranoia, solo paranoia.
Riprendo a guidare, vado verso il casermone, da
Sibilla.
11.
La strada si avviluppa nei tornanti, ieri nell’Arcavol
non ci ho fatto caso, l’asfalto scosceso arriva fin sulle colline. Nel cielo le
nubi sembrano carri bruciati dal sole. Il grande portale diroccato del
casermone è aperto, dai piani superiori viene un rumore di colpi secchi, da
quello inferiore una luce crepuscolare.
Scendo rapido, è in ginocchio di spalle ma riconosco i
capelli di Sibilla, la sua voce orientale, un gemito che si fa canto, torna
l’immagine di mia madre, con lei, in Marocco, ho sentito questa melodia,
durante un funerale.
«Cosa vuoi?» dice Sibilla.
«Ho bisogno d’aiuto».
«Non capisco».
«Hai detto che offri alla gente una possibilità».
«A quelli che chiamate dispersi».
«Adesso te la chiedo io».
«Diogene, non provarci, so chi sei».
«Tu non sai niente».
Mi avvicino, la prendo per i capelli, Sibilla chiude
gli occhi. Le sue labbra corpose, bagnate, mi annientano.
«Non farlo» dice.
«Cosa?»
«Potresti pentirtene».
Allento la presa, si libera e mi pianta gli occhi
nelle pupille, Sibilla non vuole me, lei è qui, antica come pietra.
«Non posso andare avanti» dico.
«Cos’hai?»
«Un peso tropo grande che non riesco a sostenere».
Mi guarda ed è un nemico.
«Tua madre ha cercato di illuminarti ma i tuoi occhi
erano chiusi» dice.
«Cosa sai di mia madre?»
Chiude gli occhi, la sua pelle s’impregna di un odore
acre, speziato. Le tocco un braccio, è freddo.
«Sei in un vicolo cieco» dice, «io ti seguo ma non
posso nulla».
Ha cambiato voce. Apre gli occhi e respira
affannosamente.
«È stata lei a portarti qui».
«Cosa sai di lei?» mi tremano le gambe.
«Io non so nulla, ascolto e basta».
Saliamo i gradini. Al piano superiore una sala
circolare. Tre anziane vestite di nero, sedute intorno a un filare, ci scrutano
ieratiche.
«Lui vuole passare» dice Sibilla.
Le donne continuano a cucire e sorridono amaramente,
non fiatano ma scuotono la testa.
«Che significa no?» dico.
Sibilla mi lancia un’occhiata.
«Non si commenta l’oracolo» dice. «Non sei pronto».
L’ultima dose di Adrenoplus è ancora in circolo, per
questo non cado in preda alla disperazione ma quando uscirà dal corpo
realizzerò ogni cosa, gli incubi s’impossesseranno di me. Sibilla mi prende per
mano. Ridiscendiamo i gradini, la sua stretta è calda.
12.
Nelle segrete una porta rossa conduce a una stanza
circolare con pareti antracite, letto con baldacchino e copriletto di seta con
una stella a otto punte di lana. Ai piedi del letto il fumo di quattro bastoni
d’incenso si perde nell’aria. Una musica orientale effonde ma non capisco da
dove arrivi.
«Cosa facciamo qui?»
«Hai un altro modo per accedere».
Mi spinge sul letto, sale su di me e mi solleva la
tunica, le dita si allungano tra i peli delle gambe, fino al pube, le labbra mi
umettano la pelle, l’afrore del suo corpo mi pervade, mi eleva. L’afferro per
il collo e la bacio, a lungo; sento il gusto sanguigno della sua lingua, non
riesco a frenare le mani, sfilo l’abito rosso e le avvolgo i seni, mi viene di
morderle le labbra e poi o le spalle, il dorso, il culo. Sibilla si lascia
toccare e poi diventando un’altra si sottrae. La stanza prende a tremare e non
so più dove sono. Stringo in pugno i suoi capelli e mi accascio sul letto, la
rete si spacca e il cuore con lei.
«Ti prego, fermala».
Sibilla mi accarezza le guance sudate e preme la
contro la mia.
«Ferma la stanza, fa’ qualcosa».
Muove appena le labbra, sussurra parole che non
comprendo, le ripete e mi tiene ferme le mani.
«Chi sei?» urlo.
Sibilla a occhi chiusi continua a pregare in quella
lingua astrusa e io non riesco a starle dietro, a sentirla, a figurarmi una via
d’uscita. La stanza ha smesso di tremare e i battiti cardiaci tornano regolari
ma una foga ottusa m’induce a fuggire e il rito non si compie. Corro
incosciente lungo tutto il casermone, da altre porte socchiuse proviene altra
musica e mani e piedi, promiscuità di corpi. In fondo all’ultimo corridoio una
coda di uomini vestiti di nero, uno di loro cerca di fermarmi per chiedermi se
la cerimonia sia iniziata. «Non so nulla», dico, e fuggo. Raggiungo la
macchina, metto in moto e filo via.
Nella luna gonfia e nivea rivedo i suoi occhi
sovrapposti a quelli di mia madre. Quando la crisi si acquieta sono già a casa,
ascolto il notturno di Chopin che è l’unica cosa che riesca a darmi pace.
Sull’oscenità delle mie fobie ho riflettuto a lungo, è
un legame insano con la memoria, come se mia madre non fosse morta e m’avesse
lasciato nella condizione di non poterla raggiungere. Queste frane, queste
grida, sono le sue ossa, il ricordo che ho di lei si disperde nelle reti
neurali, scatena un’infinità di immagini di cui non distinguo il vero dal
falso. Talvolta la invoco come fosse Dio: «Salvami, ti prego!». Senza
Adrenoplus sono nudo, un verme, mi manca la pelle e qualcuno prima o poi se ne
accorgerà.
Adesso i tremori sono cessati ma cominciano le
ideazioni: sono il figlio scacciato di un tempo senza padri. Vorrei che la
mente potesse fermarsi, la smania di risposte mi rende impossibile distinguere
il pensiero dal dato, ogni verità potrebbe essere falsa e io stesso potrei non
essere vivo. Così mi tengo immobile, rannicchiato in un angolo, la macchia
d’umidità sul soffitto disegna lingue di luce. Ho studiato troppo bene
l’inconscio per non sapere che il terrore viene da un trauma, un dolore che ho
dimenticato si ripresenta nelle frane. Vorrei essere libero da questa
insignificanza, vorrei solo dimenticare mia madre e il crollo, lavorare sereno
e scopare, come tutti, ma qualcosa di antico mi sta divorando. La notte mi
schianta al suolo, una stanchezza pesante mi avvolge, eppure non riesco a
dormire, le palpebre restano immancabilmente aperte. Riesco solo a frugare nei
cassetti, ho due scatole di pillole culturali quasi vuote, è rimasta una
compressa, credo sia un Cioran. La ingoio.
13.
Indosso gli o.c., entro in SocialMind, centododici
messaggi non letti, duecentoquaranta notifiche, le guarderò dopo. Un profilo di
giovane donna scrive in bacheca: «L’unica forma di libertà umana è il
suicidio».
«Ci si uccide solo se si è sempre stati per certi
versi fuori da tutto» commento.
La donna è un avatar, mi chiede di seguirla, il mio
ologramma la raggiunge, è Sibilla. Siamo in una cava di pietra, circondati da
gradinate a chiocciola. Sibilla sale e la seguo. Non è esattamente una cava, è
una torre. Al primo piano una stanza rossa con candele disseminate sul
pavimento, ragazze cinesi, afro e arabe, ballerine del casermone.
Lei sale ancora, ritroviamo le anziane vestite di
nero, filano e non si degnano di noi. Al terzo piano un prato luminoso, no, una
prateria; un ologramma, naturalmente. Avanzo di qualche passo. Il terriccio fa
piccole fosse sotto le mie scarpe, ha l’odore del muschio. Mi piego, accarezzo
l’erba, la strappo. Sibilla mi blocca il polso. La prateria è vasta,
sterminata, anche se la torre è stretta, angusta, la prateria al terzo piano
sembra non finire.
«Esiste in noi più che una volontà una tentazione di
morire» dice Sibilla. I suoi occhi neri e grandissimi scintillano. «Il suicidio
è il nirvana mediante la violenza» conclude.
Corre nella prateria e io dietro di lei, nel prato un
campo di iris viola, corolla larga e stelo affusolato, i fiori preferiti di mia
madre. Procediamo verso gli alti pini in lontananza, il cielo è terso come il
cielo del sud, non siamo più nella Città 207. Tra i pini compaiono piccole
orecchie pel di carota, un animale slanciato saetta da un tronco a un altro,
una volpe forse. Più avanti tre cervi fermi colpiti per metà dorso dai raggi di
questo sole trasparente e poi due cavalli, uno bianco e uno nero, Sibilla sale
sul bianco, io sul nero. La consistenza fisica della sella è reale, solida,
pelle vera e vero afrore di cavallo, pelo liscio, briglie strette. Il mio corpo
non sembra un ologramma, è qui, intero. Andiamo al galoppo, tira una bora
invernale e arriva l’odore del bosco, alberi e fiori selvatici. Un rivolo
d’acqua scende da una piccola altura e forma uno stagno che dobbiamo
attraversare, i cavalli nitriscono e si tirano indietro, rallentano, dopo
qualche secondo lentamente entrano nell’acqua. Lo stagno è verdastro,
galleggiano foglie di ibisco stracciate, su alcuni sassi gracidano le rane,
sette piccole rane. Oltre lo stagno i cavalli si fermano accanto a un
cespuglio, annusano e fremono, come volessero piangere. Nella sterpaglia una
gamba annerita con un rivolo di sangue rappreso lungo il polpaccio. Il corpo,
nascosto dagli sterpi, ha l’odore della carne rafferma. Alle sue spalle due
ulivi e una catapecchia di legno. Sibilla scende dal cavallo ed entra. Io
scendo e mi accovaccio sulla salma, la tiro fuori dal pantano. È una vestita di
blu, camicia e gonna blu, capelli ricci castani, labbra carnose, guance ossute,
occhi scuri sbarrati, mia madre.
La scuoto ed è fredda, forse è qui da giorni, ma
perché qui? Non era morta in un incidente stradale? Sento l’orrore salirmi
dalle gambe, il gelo della sua pelle si trasmette nella mia. Un oscuro presagio
mi avvolge e mi lascio sprofondare nell’angoscia, rapide bordate dalla pianta
dei piedi allo sterno, crampi pungenti martellano le tempie. Sibilla esce dal
casolare con un coltello a serramanico.
«Il fatto semplice di guardare un coltello e capire
che dipende unicamente da te il farne un certo uso, infonde una sensazione di
sovranità che tende a trasformarsi in megalomania» dice e mi consegna il
coltello.
«Questo è il regno del libero arbitrio, nessuno può
condannarti per ciò che fai nel mondo virtuale. Perciò scegli se uccidere te o
il mondo, per tutta la vita non ci viene chiesto altro che questo».
«È una prova», dico. «È una trappola».
«Quando ci afferra l’idea di farla finita, uno spazio
si stende davanti a noi, una vasta possibilità fuori dal tempo e dall’eternità
stessa, un’apertura vertiginosa, una speranza di morire al di là della morte»
dice.
Mi punto il coltello al petto e chiudo gli occhi, li
riapro, osservo la lucidità fulminea della sua pelle scura, i grandi seni che
si espandono nell’espirazione, le labbra tumide e quegli occhi così neri.
Infilzo il petto di Sibilla. Cade a terra, accanto al corpo di mia madre. Due
donne con lo stesso destino. I cavalli imbizzarriti nitriscono e corrono
via.
Sfilo gli occhiali. Sono trascorse dodici ore. Non ho
sonno. L’ologioco si fa serio, un viaggio nelle profondità dell’inconscio.
Un’ipotesi che non posso scacciare. Il chiarore dell’alba deflagra oltre i
vetri di questa stanza, il cielo si schiude in una battaglia di viola e di blu
verso la luce del giorno e mi sembra che il mattino contenga il seme della
notte.
14.
Sono un uomo tendenzialmente disforico ma l’Adrenoplus
era per me l’equivalente delle sigarette di procaina, ero spinto all’azione. È
una sostanza che agisce direttamente sulla produzione endocrina di serotonina,
non un SSRI ma un ISS: istantaneo stimolatore di serotonina, ora quindi, al di
là delle ideazioni melanconiche che non sono mai cessate, sento scemare le
energie. Ogni minimo gesto richiede una concentrazione e una fatica superiori
alle mie forze. L’idea di percorrere la solita strada per andare al lavoro
grava come un macigno e anche la lettura mi pare una fatica immane. Ho comprato
un pacchetto di quelle sigarette, ne fumo una seduto sul letto, lascio cadere
la cenere sul parquet, una rapida scossa toracica seguita da una sensazione di
leggerezza, quel che mi distingueva dagli altri andrà perduto. Esco.
Sembra la passeggiata di un morto, fatico a muovermi,
tossisco, non sono certo che i grumi di cemento franato siano reali. Osservare
le persone in questo stato è assurdo, la maggior parte di loro somiglia a
spettri, tuniche lunghe monocromatiche, sguardi smarriti in celestiali
alterità, sono cyborg, hanno una doppia vita, il qui e ora non è che un sogno,
sono ormai tutt’uno con i loro avatar; i rapporti sessuali sono pure ideazioni,
fanno sesso tra avatar, con persone che realmente non conosceranno mai, il loro
orizzonte di senso è completamente immaginifico, riescono comunque a eseguire
gli ordini elementari quantunque la struttura del loro cervello sia
definitivamente alterata.
La Città 207 è simile, si diceva, alle altre: c’è una
zona archeologica recintata cui si può accedere solo con speciali permessi,
tutti i monumenti sono stati raggruppati lì, non esiste più via dei Fori
Imperiali, Piazza Venezia, il famigerato centro storico, tutto è stato
raggruppato in un unico luogo, un grande museo. Solo le chiese sono rimaste
dov’erano ma sono diventate luoghi di svago, scenari per giochi di ruolo
connettivi. Il resto è piallato: parchetti all’inglese, grattacieli, centri
commerciali e fast food. Ogni volta che vado al lavoro passo di fronte a D112,
mastodontico centro commerciale di trecento piani, una torre illimitata di cui
è impossibile vedere l’imo, il cielo vi si specchia adamantino. Al piano terra
una delle poche farmacie culturali. Un negozio verde che odora di agave, i cui
scaffali sono gremiti di scatole contenenti una vasta gamma di scelte
intellettuali, tra cui saggi, romanzi, poemi, graphic novel e libri
d’arte.
Entro e ordino una scatola di compresse nichiliste, un
blister di pasticche esoteriche e uno di pillole psicoanalitiche, naturalmente
comprendono alcuni testi di Jung, tutto Cioran e altri di Freud, Lacan, Melania
Klein. La psicoanalisi è ormai impraticabile ma è ancora possibile fruire del
pensiero dei grandi maestri attraverso le pillole.
La commessa è una trentenne bionda allampanata, sorride
e guarda in alto, sta chattando con qualcuno senza o.c., è una cyborg. Saluto e
vado via. Questa gente non ha idea del fastidio che procura a coloro che non
hanno un sistema operativo intraneurale, detesto essere trattato con tanta
sprezzatura. Auspico un blackout, vorrei vedere come reagirebbero se i loro
sistemi facessero cilecca.
Esco e apro l’ultimo blister, prima di arrivare al
lavoro ingollo la compressa rossa. Penso sia un Gustav Jung.
15.
«Sono tornato indietro», dice.
«Indietro?»
«Dal ricovero».
«Non è possibile, nessuno può tornare».
«Sono fuggito».
«Dopo quanto tempo?»
«Anni, ho perso il conto».
«Lei crede che dopo anni di ricovero».
«Non credo nulla, devo».
«Da cosa fuggi?»
«Dalla pazzia».
«Se vuoi trovare delle vie, non disdegnare la pazzia,
perché costituisce una parte tanto grande della tua natura».
Le ultime parole vengono fuori senza che io le abbia
pensate, senza che vi abbia apposto alcun freno e ne seguono altre, assurte
alla verbalizzazione senza passare per il filtro della coscienza.
«La pazzia è una forma particolare dello spirito e
aderisce a tutte le dottrine e le filosofie, ma ancor più alla vita di ogni
giorno, poiché la vita stessa è colma di follia ed è sostanzialmente
irragionevole. L’uomo aspira alla ragione solo per potersi creare delle regole
per lui stesso. La vita in sé non ha regole. Questo è il suo segreto, questa è
la sua legge sconosciuta. Quello che tu chiami conoscenza è un tentativo di
imporre alla vita qualcosa che risulti comprensibile».
«Diogene, io ero sano. Quando ero bambino mio padre
mischiava il vino con l’acqua e mi dava da bere. A diciotto anni ero
alcolizzato. Fuggii da scuola, non ero mai andato d’accordo con nessuno. Mi
chiamavano San Giulio perché portavo i capelli lunghi e la barba, non avevo una
donna e il desiderio mi torceva le viscere ma li odiavo. Allora non esistevano
i ricoveri, avevamo la possibilità di parlare. Così fui portato dal dottor
Fiore che mi chiese cosa sentissi. Non riuscivo a descrivere nulla, le
sensazioni erano ovattate, il sentire stesso era annebbiato da un’indifferenza
senza segno, ecco, chiamo questa insensibilità: grande indifferenza. Era
cominciata dal momento in cui mia madre si era ammalata. I miei non avevano mai
litigato ma ricordo a tavola i lunghi silenzi. Il non detto ci avrebbe uccisi.
Mio fratello piangeva di continuo, io invece cercavo i significati. Anche a
scuola, ero bravo, studiavo ma non mi bastava, cercavo i significati dietro le
cose. L’unico modo per attutire questa brama era l’alcol, così bevevo e non
capivo la rabbia di mio padre, era stato lui a iniziarmi all’annebbiamento. Il
dottor Fiore mi diede delle compresse di Adrenoplus, disse che avrebbero
risolto ogni cosa e che avrei smesso di bere. Così fu, smisi e nel corso dei
colloqui venne fuori l’odio per mio padre. Andai via, in Germania, esistevano
ancora le nazioni. Lavorai per diversi anni in un pub e nonostante ciò non
toccavo un goccio d’alcol. Dovetti tornare perché i miei genitori, ormai
separati, erano entrambi morti in circostanze misteriose. Quando sono arrivato,
Roma non era più Roma. C’erano solo macerie. Due infermieri mi accolsero in
stazione e decretarono che ero psicotico e andavo internato. Io sono qui per
puro caso, sono riuscito a fuggire e so che questo è il Palazzo della Legge.
Voglio parlare con il direttore».
«Parli come se fossi in manicomio».
«Questa è bella! Ci sono stato a lungo ed è una fine
che non augurerei neanche ai peggiori».
«Sì, mio caro. Lei è confuso. Parla in modo del tutto
sconnesso».
«Diogene, mi prende in giro? Prima mi dà del tu, poi
torna al lei, non risponde alla mia richiesta. Che diamine di gioco è questo?
Voglio parlare con il direttore del Palazzo, lo esigo!»
«Abbia pazienza. Tutto andrà a posto. Dunque, dorma
bene!»
«È ciò che ho fatto, non ci torno là dentro, ha idea
di cosa fanno alla gente quelli?»
«Che cosa c’è? Ha un’aria spettrale. Cosa è accaduto?»
«È questo che ti fanno, Diogene, sono loro a farti
impazzire. Ti mandano in confusione, non sai più nulla, neppure se sei vivo o
morto».
«Adesso non ha bisogno di cercare nessuna via».
«Dove andrò, Diogene? Cosa sarò?»
«Creiamo le strade mentre le percorriamo. La nostra
vita è la verità che noi cerchiamo. Soltanto la mia vita è la verità, la verità
assoluta. Noi creiamo la verità vivendola.»
«C’è una cosa che voglio dirle: questa società
numerica in cui le città non hanno nome, gli esseri umani sono propaggini di
sistemi operativi, gli incontri avvengono sulla base della falsificazione di un
ologioco, le persone sono distinte in dispersi e incontaminati, la reputazione
è l’unico metro di giudizio e la fragilità è gettata al macero, beh, mio caro
Diogene, questa società è destinata a marcire perché si nutre di follia, la
stessa che voi gettate nei ricoveri, la stessa che volete estirpare. Questa non
è pazzia, Diogene, ricoveratemi pure, ma io non sono pazzo, questa è disarmante
lucidità».
Resto in silenzio, ancora sbalordito dalle parole
incoscienti che ho dovuto pronunciare, un barlume di coscienza sorge dal fondo
del pensiero, guardo gli occhi sofferenti di Giulio.
«Fuggi», dico.
«Cosa?»
«Hai capito bene: fuggi, scappa, adesso!»
Giulio si alza, si guarda intorno, mi fissa
atterrito.
«Non c’è scampo per la lucidità, ti riporteranno al
ricovero. Fuggi! Corri! Scappa!»
Si mette a correre, apre la porta e continua a
correre. E io ho infranto la legge. Cosa dirò a Mauro?
16.
Sudorazione, affanno, brevi crampi intramuscolari.
Temo sia ancora una forma di astinenza dall’Adrenoplus. Mentre aspetto il
prossimo disperso fumando procaina mi ritrovo a immaginarmi impiccato. Il pensiero
della morte sopraggiunge in un brivido quando ciò che lega l’io alla percezione
fa cilecca. Rattrappito in infinite nostalgie mi risveglio solo, sopravvissuto
all’evidenza del mio ruolo. Sono stanco. Consapevole in fin dei conti di non
aver nulla da offrire e troppo timoroso delle conseguenze delle mie azioni. Una
volta era chiaro il limite tra libero arbitrio e costrizione, adesso qualcosa
di più sottile ci ha irretiti, ciascuno è libero di fare ciò che vuole la
Città, la mia libertà coincide con il mio destino e il mio destino con la
necessità del sistema. Basta affacciarsi alla finestra per essere invasi
dall’orrore, l’uso smodato di sigarette procainiche ha mutato il gusto in
maniera definitivamente demenziale, tutti iperattivi e saltellanti al ritmo
bestiale della psytrone con sorrisi leporini e sguardi persi nelle illusioni
della rete. Io questa musica la bandirei dalle città, dall’intero pianeta,
urletti metallici su basi di trecento battiti per minuto, inutile marmaglia di
carne tirata a lucido. L’inquietudine dei pensieri si è intensificata dal
giorno in cui la dose di serotonina è bruscamente calata nel mio organismo, le
sigarette hanno peggiorato le cose. Nel venire al lavoro ho avuto di fronte
l’orrore. Adesso lavorare con i dispersi mi risulta gravoso, in nessuno di loro
riconosco un nemico della Città, in nessuno un potenziale alleato, sono anime
risvegliate i cui occhi devono restare sigillati. Alla luce di queste
considerazioni nutro dei dubbi anche su Mauro, l’ho sempre considerato un uomo di
grande intelligenza, non mi sembra possibile che creda davvero alla favola di
cui è complice, allora mi domando se non sia completamente in malafede. Sulla
base della nostra amicizia sarebbe opportuno parlargli ma è il mio superiore,
come temevo nel rivelargli dell’Adrenoplus ora temo nel metterlo a parte della
mia presa di coscienza.
Entra Diana con un vassoio, anche lei indossa una
tunica bianca ma ha una capigliatura elegante in larghi boccoli che cadono fino
alle spalle, i suoi occhi ceruli saettano nella penombra della stanza.
«Perché tieni la stanza così buia?», dice.
«Nessuno ha voglia di guardare in faccia un
carnefice», rido.
«Credi di fare così paura?»
«È il motivo per cui resisto in quest’azienda».
«Secondo me sei tu che hai paura».
«E di cosa?»
«Che io ti tradisca».
«Ne avresti motivo?»
«Certo, prendere il tuo posto», ride.
Rido.
Nel vassoio ci sono dieci dosi di polveri colorate,
Diana mi guarda, un sorriso isterico sul suo volto michelangiolesco.
«È un test», dice. «Scegli e infilane un pezzo sotto
l’unghia».
«Voluto da chi?»
«Da Mauro».
«Pensi che me la beva? Mauro è il mio migliore amico,
sarebbe venuto personalmente».
«È un test a cui sottoporremo i dipendenti, tutti.
Mauro vuole che me ne occupi io, è stata mia l’idea di iniziare da te».
«Vuoi proprio soffiarmi il posto?», sorrido.
«Naturalmente», sorride anche lei con una certa
malizia.
«Ingrata, ti ho fatto entrare io, dimentichi?»
«Ma non sei tu ad aver inventato il test della
felicità».
Intingo il dito nella polvere blu e la infilo sotto
l’unghia, Diana mi osserva attenta, lo sguardo ansioso di una rivelazione.
«Blu» dice. «Nostalgia».
La polvere s’infila nella pelle e la mia cabina di
comando si sfoca, si annebbia, gli odori anche si confondono in un’unica antica
mistura. La salivazione aumenta fino a riempirmi la bocca. Chiudo gli occhi per
fermare il mulinare degli oggetti nella stanza. Mia madre, mi viene in mente
mia madre, le vacanze salentine, selvagge, io e lei in tenda nei pressi della
Grotta dei Cervi, le mattine in cui stordito dal picchiare violento del sole
non volevo svegliarmi e mia madre mi spingeva fuori dalla casa di pietra.
«In acqua! In acqua!», diceva.
«Odio questo posto», dicevo. «Mi sento in prigione».
Il mare sconfinato e il paesaggio brullo, di grano,
sterpaglia, roccia dura, appuntita, le insenature in cui l’acqua era così tersa
da farti desiderare di berla.
«In prigione?», diceva lei, respirava a pieni polmoni
come se inspirasse per la prima volta. «Questa la chiami prigione? La città è
prigione, Diogene. La natura libertà. In acqua! In acqua!»
Ed ero costretto a tuffarmi. La vita con lei non
prevedeva tempi morti, neanche in vacanza, era tutto un susseguirsi di bagno
alle sette del mattino, passeggiata a cavallo, tiro con l’arco, passeggiata in
pineta, pesca, legna, falò, brace.
«Ma perché, ti chiedo, perché devi farmi vivere da
selvaggio?»
«Questa è la libertà».
Non c’era dialogo, decideva sempre lei, dovetti
cimentarmi in tutta una serie di attività considerate archeologia.
Apro gli occhi e di fronte a me Diana e Mauro si
tengono per mano, mi alzo e vado verso di lui ma mi spinge contro la poltrona,
ricado.
«Perché?»
Mauro passa una mano sui fianchi della piccola Diana,
le accarezza le cosce, l’afferra per la schiena e lei si lascia scivolare a
pancia in giù sulla mia scrivania. Mauro le solleva la tunica, le accarezza i
glutei sferici.
«Quando giovani e in carne, diventano molto
pericolose».
Diana ride e socchiude gli occhi, sembra inebetita da
una qualche sostanza. Mauro passa più volte la mano tra le cosce della piccola
e avvicina il bacino al suo, apre le sue natiche e poi le grandi labbra. Se la
scopa davanti a me, senza pudore.
«Che cazzo fai?»
«Lo vedi? Questa troia ci ha divisi. Le donne sempre
ci dividono».
«È una ragazzina, lasciala!»
Mauro continua a ingropparsela con foga animalesca.
«Cosa c’è? Ti piace?», dice.
Le dà un colpo di bacino secco e lei lancia un urlo
smorzato, poi si discosta lasciandola cadere a terra. Diana si contorce sul
pavimento e mi sorride mentre la guardo con piglio atterrito.
Apro gli occhi. Diana mi tocca la fronte, respira
affannosamente, è impallidita; dalla fronte passa al polso, poi finalmente mi
guarda negli occhi e vedo un’ombra nei suoi.
«Sei tornato» dice. «Mi hai fatto spaventare».
«Dov’è Mauro?», dico.
«Nel suo ufficio».
«Hai una storia con lui?»
«No, Diogene e non voglio fregarti il posto. Stavo
solo scherzando».
«Sta’ lontana da Mauro».
Diana mi guarda febbricitante.
«Perché?»
Taccio e non riesco a smettere di guardarla, non è più
la ragazza bionda ma una minaccia e se verrò cacciato dal Palazzo sarà stata
lei a decretarlo, proprio lei che ho voluto favorire.
17.
«Il tuo test ha funzionato. Ora schiodati» dico. «Ho
del lavoro da fare».
«Mi odi?» chiede con sguardo languido.
«No, ho solo da continuare le mie sedute, puoi andare
adesso».
«Non dovresti continuare con quella roba nel sangue».
«Roba, dici? Di cosa si tratta esattamente?»
«Ti ricordi l’algoritmo sulla felicità?»
«Sì».
«Siamo andati oltre».
«Ah».
«Se l’algoritmo dice che potresti essere infelice, noi
possiamo verificarlo con esattezza attraverso una dose di neuremotal: la
sostanza che si sta sciogliendo sotto le tue unghie».
«Sagace, bambina, ora si spiegano le visioni. Perché
hai voluto provarla su di me? Perché mi hai fatto scegliere il colore?»
«L’algoritmo t’individua come una delle più probabili
persone infelici nel Palazzo e solo nel blu c’era una dose di neuremotal, se
avessi scelto la polvere rossa sarebbe stato molto diverso, lì c’era della
metanfetamina, in quella bianca della procaina, in quella viola della ketamina
e in quella verde soltanto un alcaloide dell’Adrenoplus. Questo significa che
una parte di te vuole conoscere il motivo della propria infelicità, inoltre il
blu è il colore della nostalgia che probabilmente si riferisce all’assenza di
tua madre».
«Brava Diana, probabilmente prenderai davvero il mio
posto perché con questo intruglio, sappilo, mi hai fottuto».
Diana fa due passi indietro, le dita smaltate di
bianco sui boccoli biondi, respira affannosamente e un lampo d’improvvisa
lucidità le attraversa lo sguardo.
«Io non volevo, Diogene. È stato l’algoritmo a
suggerire di rivolgerci a te. Non l’ho deciso io! Io sono solo una spostata, ho
un disturbo borderline».
Rido amaramente e tra il perdono e l’ubbia non trovo
soluzione.
«Voi borderline siete i pagliacci della
psicoguidologia! Neanche soffrite davvero, non siete altro che un bluff. Non
sapete cosa significhi svegliarsi ogni mattina con la piena coscienza
dell’insensatezza di tutto, forzarsi ad ascoltare una musica orrenda, parlare
con persone che non hanno più nulla di umano, contemplare inermi la caduta
definitiva di ogni senso e realtà. Voi siete solo i giocherelloni della
patologia, il dito infiammato di un organismo rubizzo.»
Diana incespica, dice parole confuse, non riesce a
guardarmi negli occhi, allude a Mauro, lui capirà, ciascuno di noi nel Palazzo
saprà dimenticare.
«Voi idioti non sapete quanto male fate vostro
malgrado» dico.
Cade a terra muta e smette di parlare, smette di
guardarmi, non esiste tra me e lei più alcun legame e anche dentro sento
spezzarsi qualcosa, andare in frantumi. Ha ragione, devo andarmene, non posso
più parlare con nessuno, non servo più a nulla adesso, almeno finché avrò
questa merda nel sangue.
«Dillo tu a Mauro», mi alzo e vado via.
Nella hall bianca, prima della fontana, Valerio
passeggia rubicondo, fiero di non so cosa.
«Diogene,» mi mette una mano sulla spalla, «ho visto
un tale con la barba correre via spaventato, non me ne vorrai ma ho avvisato
Mauro, ero molto in ansia per te» ghigna, il bisonte.
Lo guardo in silenzio, chiudo gli occhi e lo scroscio
della fontana arcobaleno si fa insopportabile, mi annebbia l’udito e di nuovo
mi prende il panico del sisma, delle frane. Non riesco a controbattere, più
veloce di un falco, proprio come Giulio, corro via.
18.
Indosso gli o.c. e mi ritrovo dove il gioco si era
fermato. Sibilla sfila il coltello dal petto e si rimette in piedi. La ferita
si rimargina in pochi secondi.
«Molto scenografico» dico.
«Uccideresti davvero una guida?» dice.
«Ho delle domande per te».
«Vai».
«Perché mi hai portato qui? Pensi che io l’abbia
uccisa?»
«Lei dice di sì».
«E come?».
Sibilla chiude gli occhi, entra in connessione con
forze sovrannaturali o solo con la follia.
«Con l’inedia, l’accidia e la paura».
«Stiamo parlando di un piano metaforico».
Sibilla a occhi chiusi risponde con la voce di mia
madre: «No, Diogene, non è una metafora. Hai dimenticato i miei insegnamenti,
hai lasciato che loro riempissero la tua mente di stupidaggini».
«Sto impazzendo».
«Non stai impazzendo, nel periodo in cui ci siamo
separati, ho trovato Sibilla svenuta sulla spiaggia di Sant’Andrea, accanto a
una barca, lei aveva delle doti, sapeva sentire. Io vivo in lei».
Questo è un gioco, non è la realtà. Sono dentro un
ologioco. Non impazzirò come stanno impazzendo tutti. Io so ancora distinguere
il virtuale dal reale. Sibilla apre gli occhi, riprende contatto con la sua
voce.
«Sai perché sono qui?» dico.
«Stai scappando» dice.
«Ho bisogno di te, nella vita reale però, non qui».
«Credi che quando sei venuto a trovarmi fossimo più
reali di adesso?»
«La realtà è quando due persone si possono toccare».
Sibilla mi stringe l’avambraccio e sento la sua
stretta esattamente come se non fossimo in una realtà virtuale. I cavalli non
ci sono più. Di fronte ho un edificio in costruzione con un brolo di fichi e
carote tutt’intorno e un turibolo gorgogliante all’ingresso. Man mano che mi
avvicino mi accorgo che non è un edificio qualsiasi ma il casermone in cui ho
incontrato Sibilla per la prima volta. Negli ologiochi le cose cambiano
costantemente, come in sogno. Superiamo l’ingresso ed entriamo, il pavimento è
sconnesso, pieno di trucioli e oggetti metallici falciati, il soffitto è in
parte disserrato. I gradini periclitanti sono quelli del solito casermone.
«Devi salire» dice.
«Cosa è successo?»
«Una retata, ci siamo nascosti in un piano più
profondo».
«Che significa?»
«Lo capirai».
«Vieni con me» dico.
«No, devi salire da solo».
Gratto via pezzi di muro mentre scendo, i palmi
s’impregnano di viscidume, a ogni gradino immagino di cadere, i mattoni
traballano e gli oggetti nel buio fanno il rumore di sassi in un pozzo. Arrivo
al primo piano e ritrovo le tre anziane vestite di nero. Una di queste sgrana
gli occhi e mi viene incontro, tra le sue dita un filo argentato balugina nel
buio. È vestita di stracci e il volto è scarnito, un teschio. I pochi capelli
bianchi si muovono come ovatta a ogni passo. Le vesti lasciano intravedere le
ossa della cassa toracica che lo strato sottile di pelle non riesce a coprire.
«Tu» dice «non devi risvegliare i morti. Tu non puoi
permetterti di risvegliare i morti».
Tira il filo così forte che le altre due dietro devono
fare pressione opposta per non lasciarlo cadere.
Sfilo gli occhiali e riconosco la mia piccola stanza,
il giradischi che mi era stato regalato da Mauro, la superbia dell’anacronismo
ci faceva sentire degni di dominare gli altri. Talvolta penso alla religione,
non alla religione cristiana ma al buddhismo, seppur distante dalla mia cultura
immagino il buddhismo come una delle possibili teorie sul reale. Nel buddhismo
Theravada il corpo va rifiutato e trasceso e mi domando se le tecnologie non
siano l’avvento di questo stadio dell’essere che può mettere in epoché il
corpo, il divenire.
19.
Il fenomeno assurdo è la veridicità di questi viaggi,
torni dall’ologioco con il dubbio di non aver giocato ma raggiunto un piano
superiore di realtà, questo dubbio ti segue anche dopo, però gli occhiali sono
per me, in assenza di Adrenoplus, l’unico antidoto al panico. Mi chiedo se il
mondo che vedo con gli o.c. esista a prescindere, in tal caso vedremmo solo più
nitidamente qualcosa che in condizioni normali risulterebbe inammissibile.
Oramai dovrò portarli sempre con me, al peggio so di poter fuggire in un altro
piano.
«L’anima ha bisogno della tua ingenuità, non del tuo
sapere».
Di tanto in tanto mi tornano in mente alcune frasi
delle pillole culturali, non avrei mai pensato di assumerle anni fa, leggevo i
libri di carta, non avevo bisogno di spararmi il sapere in pasticche, eppure
devo ammettere la loro efficacia, con una differenza: ti rimangono impresse
delle frasi, dei passaggi, ma viene a mancare la visione d’insieme che invece
si ha leggendo un libro pagina per pagina. Perciò molti di noi hanno smesso di
pensare profondamente e si attestano su uno strato di comprensione illusorio,
citazionistico, frammentario, completamente slegato dal significato.
Vado al serpentone. Arrivo a notte fonda, posteggio,
entro. Non ci sono i soliti uomini smaniosi in coda, non c’è nessuno ma la
porta è aperta. Vado verso la gradinata, scendo. La stanza in cui si esibisce
Sibilla è vuota, niente ballerine e niente mobili. Salgo di un paio di piani.
Anche la stanza delle anziane è vuota. L’intero palazzo sembra essere stato
evacuato. C’è solo un cartello bianco che reca una scritta nera: Cercami
dove non ho materia. Non è firmato.
Arrivo al decimo, corridoi lunghi impolverati, porte
sfondate, reti di letti, sedie con tre o due gambe, vecchi armadi, vecchi
fornelli accatastati uno sull’altro. Torno al piano terra e scendo. Al meno uno
un corridoio grigio e otto porte colorate. Provo ad aprirle una per volta ma
sono serrate. Scendo ancora: un altro piano identico. Fino al meno dieci sono
tutti così. Prima di dichiararmi sconfitto tento con gli o.c., ex abrupto il
casermone si popola. Le porte del meno uno sono aperte. In quella rossa
venticinque bambini di circa nove-dieci anni a cavalcioni su un muretto. Uno di
loro, biondo, con occhiali da sole, una maglietta verde lacera e un pantalone
in latex giallo si avvicina circospetto.
«Cosa le serve?»
«Sai dov’è Sibilla?»
«Lei è una guardia?»
«No, sono uno che lavora al Palazzo ma sono in
malattia, un algoritmo ha decretato che sono infelice e ora mi hanno infilato
una sostanza nell’unghia per calcolare il tasso di serotonina presente nel mio
organismo».
Il bambino mi fa cenno di avvicinarmi, mi abbasso e
lui accosta una mano al mio orecchio.
«Le serve dell’Adrenoplus?»
Lo guardo sorpreso. Mi fa nuovamente cenno e ancora mi
abbasso per ascoltarlo.
«Qui smerciamo sostanze psicoattive, questo è il
centro di smistamento, quella tipa lì» indica una bambina di non oltre sei
anni, castana con gli occhi verdi e una bandana viola tra i capelli, «ha tutto
l’Adrenoplus che le serve».
Stringo il braccio del ragazzino.
«Mi prendi in giro?»
«No, signore. Benvenuto ad Andromeda».
«Chi sei? Quanti anni hai?»
«Non abbiamo nome, signore, la nostra età è stata
cancellata.»
«Voglio sapere un’altra cosa: che c’entra Sibilla con Andromeda?»
«Lei ne è la mente, signore».
Il ragazzino riposiziona gli occhiali da sole che gli
erano scivolati sul naso e si allontana con passo da volpe. Vado dalla bambina
con la bandana, le chiedo l’Adrenoplus. Fruga in un marsupio fucsia, reclama
venti dineri e mi consegna una busta trasparente piena di compresse.
20.
Sfilo gli occhiali, il casermone torna deserto ma ho
davvero una compressa di Adrenoplus in mano, quindi la ingoio e a poco a poco
sento il respiro distendersi. Scendo all’undicesimo piano, solo cocci di
bottiglia sul pavimento; grido il nome di Sibilla, la voce torna indietro
amplificata. Scendo, arrivo a terra e riprendo la Ferrari, nel frattempo Mauro
mi ha mandato diversi messaggi, m’invita a cena. Lo raggiungo.
Siamo lui, Diana e io intorno al grande tavolo
trasparente, ascoltiamo l’Inverno di Vivaldi, guardiamo la città
dalle pareti di vetro, gli Arcavol intorno al palazzo emanano una luce
azzurrognola, sembrano astri. Diana porta un abito da sera stretto e lungo, i
suoi occhi chiarissimi sono bistrati di nero come le sue labbra. Mauro versa
del vino del secolo scorso e ordina alle domestiche di servire le prime
portate.
Due minorenni cyborg nude azionano la stampante 4D,
quindi disegnano pane, caviale, pesce e scrivono consistenza, gusto, profumo e
durata, la stampante 4D è arricchita della dimensione temporale per cui
qualsiasi ente qui prodotto ha una precisa durata al termine della quale si
decompone e viene riassorbito dal macchinario. La stampante 4D, come gran parte
della materia ormai acquistabile, non viene pagata con i dineri ma con la bor:
la moneta virtuale che cresce e decresce a seconda della tua posizione sociale.
Mauro ha una bor molto alta, può permettersi qualsiasi acquisto online.
Le cyborg servono del similpane scottato con
similcaviale e poi tornano a vagare in un altro piano, vediamo i loro sguardi
perdersi in un illimitato altrove. Queste cyborg sono anche ricreazioni: donne
tornate sedicenni, hanno deciso di farsi trapiantare ogni organo, per loro la
nudità non è un problema, non hanno nessuna percezione termica, anche le
sensazioni tattili sono piuttosto rade, la pelle non gli appartiene e,
naturalmente, hanno un s.o.i.n., mentre servono il cibo probabilmente sono su
altre galassie o in un parco divertimenti all’altro capo nel pianeta o fanno
sesso selvaggio in un oloincontro. Non sono presenti in questa datità. Mauro mi
ha confessato di aver provato a farci sesso e di essersi compiaciuto all’idea
che ne fossero del tutto ignare. Sono bellissime, per quanto la bellezza in
loro non corrisponda a un contenuto animico, questi corpi sono opere di
chirurgia creazionista, ricostruzioni stereotipate di un concetto universale di
bellezza. Non ne sono attratto, ho sempre pensato alla bellezza come a
un’essenza che muove le cose, Sibilla mi eleva perché il suo corpo è vivo,
mentre danza le riconosco un’anima. Diana mi suscita un miscuglio di attrazione
e repulsione per via del tormento che le leggo negli occhi. Tutte le donne con
cui sono stato erano vive, presenti a sé stesse, attraversate da una vasta
gamma di emozioni, nelle ricreate del tutto assenti.
«Volevamo parlarti delle tue condizioni di salute»
dice Mauro.
«Serotonina, endorfina e dopamina erano al di sotto
della media fino a oggi pomeriggio ma qualche ora fa sono schizzate a livelli
altissimi» dice Diana.
«Penso che tu debba dirmi qualcosa» fa Mauro.
«Avete provato a controllare voi stessi? Vi siete
infilati quella roba sotto l’unghia?»
«Aspetta» dice Diana. «Io ti ho chiesto scusa, te lo
ripeto, perdonaci se abbiamo voluto iniziare da te ma pensavamo che una
psicoguida dovesse essere a posto».
«Un colpo basso» dico. «Diana, se t’infilassi quella
roba nell’unghia Mauro capirebbe chiaramente che sei borderline».
«Hai ragione» dice lei. «Ma io sono una scienziata,
non mi si richiede di essere felice».
«Ah no? E perché Grazia, che era solo una casalinga, è
stata spedita al ricovero? Cosa succede? Le leggi sulla felicità valgono solo
per alcuni? Mauro, non ti beavi di aver sconfitto le disuguaglianze?»
Mauro tossisce, si pulisce il mento sporco di
similcaviale e svuota il bicchiere in un sorso.
«Mi sono sempre prodigato per te, Diogene, e
continuerò a farlo ma devi collaborare».
I lineamenti del dittatore si sgretolano sui tratti
dell’amico di sempre, talvolta i ricordi si innestano su fantasie negative. Non
avevamo ancora vent’anni e studiavamo Kant insieme, a casa di suo padre,
discutevamo a lungo sull’esistenza del noumeno. Forse Mauro semplicemente vuole
che io sia felice e ha il timore di mettere a repentaglio il sistema.
Probabilmente è una persona onesta, per quanto non abbia mai conosciuto una
persona onesta capace di rivestire ruoli dirigenziali.
«Pensi di aver creato una società libera?» chiedo,
masticando del pane.
«Libera dal dolore e dalla vecchiaia, dalla povertà e
dall’amore» dice lui versandomi altro vino.
«Allora perché sui muri della Città la gente
scrive: restiamo umani?»
«Superstizione».
«Cos’è in realtà il ricovero?»
Mauro si pulisce ancora le labbra. Le ricreate servono
la seconda portata, un piatto di pasta al pesce artificiale.
«Ti rendi conto? Una volta uccidevamo gli animali per
mangiare, adesso abbiamo tutto ciò di cui abbisogniamo, senza ferire nessuno. È
una società davvero libera, non esiste più il dolore. Forse è meglio questo che
restare umani. Le persone che non riescono ad adattarvisi vanno al ricovero e,
ti assicuro, sono più felici lì. Quel posto è una terra felice, dispensiamo chi
soffre dal male peggiore: il pensiero».
Allontano il piatto e anche il bicchiere, fisso Mauro
stordito.
«Come l’hai chiamata?»
«Andromeda, il suo vero nome è Andromeda, siete voi
miscredenti che lo chiamate ricovero. La gente lì non è ricoverata, è solo in
vacanza».
Ripenso al bambino di qualche ora fa, allo smistamento
dell’Adrenoplus.
«Voglio farti un’altra domanda» dico.
«No, io voglio farti una domanda e ti pregherei di
rispondere,» dice Mauro: «assumi antidepressivi?»
Diana si alza in piedi, passa le mani sul collo, sulle
guance, sugli occhi.
«È colpa mia,» dice, «ho sbagliato a somministrargli
una dose troppo alta di neuremotal, per questo il test è risultato instabile.
Ne faremo un altro domani».
Arrivano portate di similpesce e frutta di marzapane.
Finiamo di mangiare in silenzio, Mauro ha ordinato alle ricreate di dissolvere
la musica. Io, Mauro e Diana ci osserviamo senza scampo. Mauro mi chiede di
accompagnare la ragazza a casa ma prima che vada mi batte una spalla.
«Valerio mi ha detto che hai fatto fuggire un tale»
sussurra. «Dimmi il suo nome e domani torni al lavoro».
Tutto il mio ingegno, la mia flemma e la mia
noncuranza per la vita servono a placare l’impulso alla codardia. Invento un
nome, un nome qualsiasi che domani non sarà rintracciato nei database. Per cui
Mauro mi abbraccia, fiero per l’onestà, la fedeltà, l’onore, eccetera, ma io so
che domani non dovrò presentarmi al Palazzo.
21.
In auto Diana lamenta l’odore dei sedili, non sanno di
bruciato, come quelli dell’Arcavol, hanno un banalissimo tanfo di pelle. Ma i
suoi occhi vogliono scucirmi altro, sono grandi, cilestrini e velati di ombre.
«Che c’è?» dico.
«Non portarmi a casa» dice.
«Non sei nelle condizioni di chiedermi un favore».
«Ti prego» mi stringe la mano che non è sul volante.
Guardo le sue braccia sfregiate, penso a tutte le volte in cui ha tentato di
uccidersi. «Ho fatto una cosa orrenda e non posso tornare» dice.
«E che avrai fatto di tanto orrendo? Hai somministrato
la polverina della verità a tua madre?»
«Peggio».
«Peggio?» rido. Questa bambina potrebbe andare in giro
armata e mi susciterebbe comunque una grande e antica tenerezza, dovremmo
ucciderle prima che diventino adolescenti, dai tredici ai vent’anni sono dei
mostri, suscitano in noi un tripudio di sensazioni contrastanti che vanno dalla
dolcezza al desiderio sensuale.
«Sai, la storia del ragazzo che mi ha tradita con la
mia migliore amica?»
«Ricordo».
«È falsa. Come ti dissi mio padre mi ha abbandonata,
mia madre dopo qualche anno si è messa con un altro di nome Bernard, mi hanno
cresciuta con amore riserbandomi accoglienza, serenità ma forse la tristezza mi
ha impedito di percepire il loro amore, in ogni caso, non mi è mancato niente,
ho frequentato le migliori scuole, all’università mi consideravano un prodigio,
sarei stata una grande biochimica ma qualcosa nella nostra ipotesi di famiglia
si è guastata nel momento in cui il compagno di mia madre ha iniziato a
riconoscere in me la donna. Sai, mi ha fatto studiare la scienza, aveva una
smisurata passione per la fisica. I testi scientifici li studiavamo insieme.
Bernard era affascinato dalla vita in ogni sfaccettatura. Una volta progettammo
insieme un piccolo ordigno per sondare la composizione chimica dei pianeti. Era
un genio e io ero attratta dalla sua passione. Mia madre si è accorta di questa
complicità e ha iniziato a trattarmi con indifferenza, neanche mi salutava
quando tornavo a casa. Poi si è inventata una malattia, non si alzava più dal
letto, quindi le faccende domestiche toccavano a me, i piatti, i letti, pulire
i pavimenti. Non mi restava tempo per studiare e Bernard ne soffriva. Le loro
liti erano sfiancanti e ciascuno recriminava colpe che risalivano al fatto di
aver deciso di vivere insieme. Lui era sempre più angustiato e sentivo il
dovere di stargli vicino. Sembrava che l’unica sua consolazione fossi io:
scoprirmi diversa dalla bambina che aveva incontrato, ritrovare in me una
piccola allieva, diligente e assertiva lo rendeva orgoglioso. Gli piaceva che
fossi diventata una specie di schiava e a me divertiva giocare con lui. Mi
divertiva soprattutto sapere mia madre malata, distrutta da una prematura
vecchiaia e approfittare del potere della mia adolescenza per mostrare una
forza innata. Il gioco si protrasse oltre ogni misura. Fui io a provocarlo,
oramai neanche mi vestivo più e lui mi seguiva con lo sguardo. Non so perché
scelsi di portare tutto all’esasperazione, c’è in me una crudeltà sconfinata e
non so da dove derivi. Ho questo desiderio morboso di distruggere, di portare
tutto al limite, di far colludere le persone con i propri incubi. Così Bernard
sentì di essere un uomo malato, irresponsabile, divorato da un istinto animale.
Mia madre smise di alzarsi, vive come uno spettro. Io non torno a casa dal
giorno in cui mi hai assunta. Ho dormito al Palazzo quasi tutte le notti, per
cui, se proprio vuoi accompagnarmi da qualche parte, portami lì».
Attraversiamo la strada provinciale che circonda il
quartiere alto e dieci alberi in sequenza ci scorrono davanti per poi
sgretolarsi dietro il ruggito del motore, i grattacieli si colorano di raggi
iridescenti e le Arcavol che ci attorniano planando sembrano navicelle spaziali
azzurre e glauche, le stelle accese sono appena smorzate dalle luminarie rosse
sospese nell’oscurità.
Ho un boccone troppo amaro in gola e non riesco a
deglutirlo, vorrei salvarla dal suo demone e insieme sedurla, restituirle il
favore.
«Tu hai subito un abuso» dico.
«No, Diogene, sbagli. Forse non capisci perché voglio
morire. Sono io ad abusare degli altri. Sono io il mostro».
«Stronzate, è tipico dei borderline. Dovete sentirvi
cattivi e punirvi, tentare il suicidio senza mai riuscirci. Volete solo
attenzioni perché nel fondo di voi stessi vi sentite nullità. Sai chi ti ha
fatto sentire così la prima volta?»
«Mio padre naturale, abbandonandomi».
«Aspetta un attimo, dove hai preso le chiavi per
dormire al Palazzo?»
«Nel cervello».
«Le hai duplicate con una risonanza magnetica,
capisco».
«Tu sai chi è il mio vero padre?»
«No, Diana. Te l’ho già detto, il mio ha fatto lo
stesso».
«Magari sono amici».
«Magari sì, però, ascolta, non ti porto al Palazzo,
non mi va che tu dorma in mezzo a tutte quelle macchine. Vieni da me».
Mi guarda, ricambio. Nelle pupille l’oscurità di una
maledizione.
22.
Entra in casa, si avvicina alla libreria. Sfoglia un
volume di poesie di Antonin Artaud, lo ripone e prende una copia di Essere
e tempo, sfoglia alcune pagine e lo lascia sul divano per prendere La
Divina Commedia.
«È incredibile!» dice.
«Non ne avevi mai visti?»
«Sì, a scuola. Ho frequentato scuole di alto livello
in cui si studiava su libri veri e Bernard ne ha una vasta collezione, niente
letteratura però, tutti libri di scienze. Non immaginavo di conoscere un’altra
persona con una libreria di questi tempi».
«Io ne ho diversi e anche Mauro, li tiene in una
stanza secondaria, non vuole si sappia troppo in giro».
«Perché?»
«Sai, la lettura ormai è quasi un reato, una
retrocessione».
«Ma non è lui a creare le leggi?»
«Lui segue la scia del progresso. A me il progresso
non piace, ha qualcosa di malato».
«Penso ci sia sempre stato nel corso del tempo
qualcuno che ha pronunciato frasi del genere».
«Sono d’accordo ma adesso siamo al limite, c’è
qualcosa di disumano in quello che siamo diventati».
«E cosa siamo diventati?»
«Macchine, cyborg, androidi, non persone. La gente
vive una doppia vita, anzi, vivono solo quella virtuale, in questa realtà sono
diventati automi, vegetali».
«Il punto è: sei sicuro che questa realtà sia più vera
di quella?»
«Anche tu la pensi così?»
«Per me non c’è scampo, io sono fottuta in tutti i
piani».
«Non è vero, Diana. Sei una scienziata».
Ride. Si avvicina. Mi prende la mano e la lascia
cadere. Guarda in me con un’intensità che è un oceano.
«Io sono simile a un morto che cammina in un labirinto
e quel labirinto ha il mio nome».
«Perché ti detesti tanto?»
«Non merito niente» abbassa lo sguardo e si chiude in
bagno per mezz’ora.
Busso e le dico dove sono gli asciugamani, chiedo
venia per averla ferita, prego che non si faccia del male con i rasoi e dico
che le voglio bene, che riconosco in lei una figlia. Esce e ha gli occhi del
pianto. Restiamo un po’ sul divano, ho diversi dischi, archeologia anche
questa. Ascoltiamo Brahms a occhi chiusi tenendoci per mano.
«Non ucciderti, Diana, non ne vale la pena».
«Purtroppo non muoio mai. Posso solo ferirmi fino
all’oblio».
Dormire con Diana è una tortura, non può fare a meno di
sedurre, provocare fingendosi innocente. Non posso chiudere occhio, è evidente
che ha deciso di rovinarmi la vita. All’inizio le lascio il mio letto e vado a
dormire sul divano ma naturalmente si sente triste e si mette a singhiozzare.
Vado a vedere cosa succede. È nuda, quindi mi copro gli occhi e le chiedo di
rivestirsi.
«No», dice. «Nessun problema. Vieni qui».
«Difatti, se permetti il problema è mio».
Mi abbraccia. Non è esattamente un chiodo, potremmo
definirla in carne, anche forse leggermente sovrappeso, però ha la pelle di una
diciottenne, il profumo di una diciottenne, il culo di una diciottenne, i seni
appena accennati, le gambe tornite, e anche la sua pancetta diventa parte di un
mix erotico esplosivo. Lei lo sa, sente la mia erezione e sta lì a voltarsi di
continuo per un verso e per l’altro, sfregarmi il pube con il culo, con le
cosce, con i piedi finché non le dico: «Lo sai che questa si chiama tortura?»
Ride. E sembra non abbia mai sofferto, è soltanto una
sensuale fanciulla in fiore, che tradotto in termini realistici significa
mostro, un mostro in grado di inghiottire ogni residuo di coscienza. Cedo, come
vuole lei. L’aurora verdazzurra ci entra negli occhi attraverso le tende. Apro
le cosce della piccola Diana e resto in lei fino all’orgasmo. Subito dopo mi
alzo per andare in bagno ma soprattutto per non voltarmi e riconoscere nella
donna che ho appena scopato una ragazzina.
Quando torno in camera non c’è più, scomparsa. Dov’è?
Sul divano? In bagno? In cucina? Sotto il tappeto? Si è nascosta tra i miei
dischi? Tra i libri? Per quanto mi affatichi a cercarla lei non c’è. Apro la
porta, imbocco la gradinata e vado giù in strada e anche qui non c’è nessuno,
non tira un filo di vento, neppure il più piccolo rumore. Dopo qualche secondo
mi accorgo di essere nudo e il portone si chiude alle mie spalle. Citofono qui
e lì ma la maggior parte degli inquilini non risponde perché ha il servizio di
riconoscimento automatico che fa suonare il citofono solo se il dna di chi
preme corrisponde a quello di un amico o famigliare. Resto dunque nudo in
strada per circa mezz’ora, poi sento dei passi, non capisco da dove vengano ma
il martellare si fa sempre più vicino. Poi li vedo, due agenti recupero crediti
in tunica blu, uno è Valerio, l’altro non so chi sia. Si avvicinano a passi
marziali, senza neanche parlare, in queste condizioni non ce n’è bisogno. Mi
ammanettano.
«Non è colpa mia» dico. «È stata lei, l’ha voluto
lei!»
Valerio mi guarda con un sorriso sarcastico: «Di cosa
vai blaterando, Diogene? Noi abbiamo l’ordine di arrestarti perché sei un
traditore».
«Un traditore?» mi volto.
«Certo, e lo sai benissimo».
I due si guardano, Valerio sussurra qualcosa
all’orecchio del collega.
«Vestiti, carogna».
Valerio ha le chiavi telepatiche, gli agenti recupero
crediti hanno le chiavi telepatiche di tutti gli appartamenti della Città 207,
se le sono fatte imprimere nella calotta cranica. Saliamo e arriviamo al mio
portone, lui apre. Il collega di Valerio chiude a chiave guardando gli infissi,
resta a osservare i libri sul divano.
«Letteratura? Filosofia, poesia, romanzi…» dice. «Ecco
il messaggio dell’iperdrone».
«Dell’iperdrone?»
«Registrava le vostre conversazioni quando veniva a
portarti la spesa, e la telecamera a rotazione ci ha fornito un set dettagliato
di tutta casa tua e della tua, beh sì, della tua biblioteca».
«Cosa voleva da me l’iperdrone?»
«Nulla, loro non vogliono nulla. Registrano dati,
tutto qui. Li registrano e li trasportano ai piani alti. È un meccanismo
perfetto, non trovi? Poetico, oserei dire».
«Ho studiato filosofia senza pillole, sono stati anni
duri ma è grazie ai miei studi che Mauro mi ha assunto» dico.
«Non è più permesso avere libri in casa, devono essere
riposti negli archivi di stato» dice l’altra guardia.
«Da quando?»
«Da ieri, il presidente ha ordinato di sequestrare i
libri dalle abitazioni».
«Il presidente è il mio migliore amico, sa che ho dei
libri in casa».
«Sbagli, Diogene» dice Valerio. «Il presidente era il
tuo migliore amico finché non hai fatto fuggire un disperso. Adesso è un tuo
avversario politico».
«Come sarebbe avversario politico? Fatemi parlare con
Mauro».
«Mauro non vuole parlare con te, ha ordito il tuo
arresto» dice Valerio.
«Adesso vestiti» dice l’altra guardia «e poi andiamo,
ci stai facendo perdere tempo».
Fino a ieri erano dei miei sottoposti, prendevano
ordini da me ed erano passibili di licenziamento se disobbedivano, stavano
zitti e abbassavano lo sguardo quando arrivavo al Palazzo, fino a ieri non
avrebbero potuto permettersi neanche di lustrarmi le scarpe. Ora mi arrestano.
Per portarmi dove?
«Non posso vestirmi ammanettato».
Mi accompagnano in camera. Valerio indossa i suoi
occhiali connettivi e digita il codice che apre le manette, sono libero di
muovere i polsi. Il primo indumento che trovo è la tunica termica, la indosso e
prima che riescano a riammanettarmi un lampo febbrile m’investe. Sulla
scrivania, verdi, lucidi, sfavillanti: i miei o.c.
23.
Sibilla mi aspetta all’ingresso del serpentone, mi
vede, corre ad abbracciarmi.
«Credevo di averti perso».
«Devi aiutarmi» dico. «Mi hanno arrestato».
«Lo so, hanno preso anche me».
«Ma come? E dove sei adesso?»
«Non lo so. Sono venuta a cercarti, ho gli occhiali».
«Anch’io».
«Non sfilarli».
«E se ci torturano? Se ci uccidono?»
«Finché siamo qui loro non possono niente».
«Devi dirmi una cosa, che significa Andromeda?»
«Questo casermone è un luogo di resistenza, qui la
gente vive in un altro modo. Non possiamo sottostare alle leggi della Città
207, abbiamo creato uno spazio libero. Nessuno conosceva questo posto finché tu
e il tuo amico non siete venuti. Noi salviamo i dispersi prima che vengano
ricoverati».
«Ma senza occhiali questo posto è vuoto, non c’è
nessuno».
«Ma perché Mauro ha chiamato Andromeda il ricovero?»
«Per confondere le acque. C’è stata una retata. Tutti
abbiamo indossato gli o.c. Adesso siamo qui perché abbiamo gli occhiali ma
potremmo anche essere altrove. Non tutti sono stati presi, solo io e altre
dieci persone. Però con gli occhiali ho potuto avvisare i dispersi e si sono
nascosti nel virtuale. Come vedi la tecnologia non porta solo male, può anche
salvarci. Non devi togliere gli o.c., ricorda, non toglierli mai».
Assento. Entriamo.
«Sopra non c’è più nessuno. Ci siamo nascosti nelle
segrete. Adesso tutti i piani sono discendenti».
È buio, non si vede niente, camminiamo rasenti le
pareti, prima di imboccare la gradinata che scende Sibilla mi dà una lanterna
che ha preso dal pavimento. Accendo e i nostri volti sono scie rosse nel
buio.
«Tu discenderai in ogni piano e in ogni piano troverai
qualcuno» dice. «Voglio che bussi a ogni porta e cerchi l’Uomo, questa memoria
sarà il tuo bagaglio, la tua arma».
«Perché lo fai?»
Sibilla mi tocca il collo, ha l’odore di mia madre e
ne avverto il tepore, siamo simili, incredibilmente prossimi, né io né lei
possiamo fare a meno di rievocarla.
«Io ti ho insegnato la rivolta affinché tu sapessi
ricordare. Ricorda i tramonti del Salento, le nostre meditazioni. Ricorda,
Diogene, noi siamo un’unica cosa».
Mia madre mi aveva insegnato a usare i vecchi fucili,
a cacciare. Il pomeriggio entravamo nelle grotte e ci mettevamo in ascolto. Lei
mi parlava del serpente, del dio serpente e io sentivo lo spirito risalire le
viscere. Mi pregava di ascoltare le stelle, il fuoco, la luce del sole. Diceva
che un giorno queste entità sarebbero state dimenticate, sostituite con
l’inganno della tecnica. Diceva che avrei dovuto conservare la memoria del
mare, del sole, del fuoco e delle stelle. Le nostre meditazioni duravano a
lungo, ce ne stavamo tra i graffiti neolitici, unici umani nella grotta,
ascoltavamo le voci del passato. Mia madre era forte, di una potenza antica,
conosceva molte lingue e aveva occhi pieni di ombre.
«Credi sia stato un incidente?» dice Sibilla con la
voce di mia madre.
Una rabbia antica m’infiamma.
«Chi, mamma? Chi ti ha uccisa? Dimmelo».
Sibilla mi mette una mano sulle labbra.
«Non puoi vendicarmi perché lui è introvabile».
«Ma perché l’altra volta hai detto che io ti ho
uccisa?»
«Non è stata colpa tua, hai solo cercato di salvarti».
«Non volevo farlo, senza di te mi sento vuoto,
aiutami!»
Sibilla cade per terra, svenuta. Mi accovaccio, poggio
la lanterna sul lastricato. Ha la fronte sudata e le labbra aperte, infilo le
dita tra i suoi riccioli e le sollevo il capo. Devono averle fatto qualcosa di
là. Tento di sfilare gli occhiali.
«No» sussurra, disarticolando le parole. «Qualunque
cosa mi accada, tu devi proseguire».
«Non posso andare senza di te».
«Devi, Diogene. Prendi la lanterna e cerca l’Uomo».
24.
Frugo nella tasca e ingoio due compresse di
Adrenoplus, nemmeno questo riesce a tenermi lontano da certi pensieri. Sono
diventato inespugnabile, se sapessi ancora piangere ritroverei ciò di cui
lamento la scomparsa ma piangere equivale a tornare integri, riconoscersi
individui, sapere di essere ancora in grado di definire un io e un noi. Una
volta qualcuno mi disse che la vera rivoluzione degli o.c. consiste nel vivere
l’inconscio. Noi che possiamo ancora scegliere siamo la upper class delle
nanotecnologie; talvolta penso alla vacuità dei cyborg, quelli con il sistema
operativo intraneurale, costretti a essere costantemente a contatto con altre
incoscienze, abitatori di sogni sventrati.
Noi possiamo deliberare: ho una lanterna, posso
scegliere se usarla o meno, posso discendere nel fondo di Andromeda, scoprirne
le segrete e poi sfilare gli occhiali nel momento in cui il mio inconscio
produce mondi per me insostenibili. Apparentemente posso deliberare. In verità
non posso più, se scegliessi mi troverei in prigione, scoprirei le torture che
il vero Diogene sta subendo. Ora mi sembra tutto reale e quindi il vero Diogene
non è reale, sono arrivato al punto di rottura: la totale dissoluzione del
concetto di verità. Cos’è il vero sé? Il corpo? La tecnologia è riuscita a
invadere il campo delle scienze umanistiche. Ciascun sé virtuale ha un corpo,
per cui adesso sono altrettanto reale che nella presunta dimensione del vero
sé. Ciò è in parte rassicurante in parte no, potrei non svegliarmi, potrei
scegliere di cedere senza riserve al virtuale dimenticando il reale, potrei,
come avviene, avere dei dubbi sull’esistenza del reale, e allora l’altro
Diogene che fine farebbe? Siamo esseri cavi attraversati da maldestre
fantasticherie, conduttori di pensieri. Nulla ha davvero senso se non il dolore,
forse Diana si ferisce per questo, è l’unico modo per lei di sentirsi viva,
anche il sesso è un coltello, una lama affilata con cui farsi a fette.
Mi spaventa lasciarla qui sola ma preferisco seguire i
suoi ordini: adagio sul ripiano del ballatoio il corpo di Sibilla in deliquio e
scendo i primi dieci gradini. La lanterna manda una luce fioca e giallastra, il
corridoio ha un tappeto stretto e lungo, ci sono otto porte di colori diversi.
Apro la verde.
Un nitore corrusco inonda il prato, è la prateria della
mia prima esplorazione, vado avanti per un chilometro e non vedo altro che
erba, ingoio altre due compresse. Oltre la prateria, un maneggio e una
fattoria, cavalli, vacche e capre, un pastore con una camicia a quadri e un
cappello di paglia cammina masticando tabacco, la mia lanterna gli illumina il
volto dall’incarnato roseo. L’uomo porta sulla spalla un ragno con un minuscolo
violino, e avvicinando l’orecchio sento sommessamente la sinfonia numero sei di
Vivaldi. L’uomo sorride, le rughe gli arricciano le guance, i pochi capelli
bianchi si muovono al vento.
«Crede sia strano, vero? Beh, lui non fa ragnatele,
suona il violino. L’ho trovato nell’erba, era solo e me ne sono fatto carico.
Tutto il giorno qui a suonare, mi ha fatto diventare un intenditore».
«Sono felice di non sentire la Psytrone, odio quella
musica» dico.
«Qui nessuno ascolta altro che il passato, il futuro è
bandito».
Sollevo la lanterna, gli illumino gli occhi già
abbacinati dal sole, uno dei due è semichiuso e grigio, l’altro è scuro e apertissimo.
«Lei sa dov’è l’Uomo? L’ha visto da qualche parte?»
domando.
«Sa, io devo pascolare il gregge, non m’intendo di
filosofia. Un giorno, quando avevo diciotto anni, mi hanno abbandonato nei
pressi del centro storico, mi sono messo a chiedere l’elemosina ma la gente non
è abituata a vedere un uomo chiedere soldi. Hanno deciso di portarmi via di
venerdì diciassette, erano in tre, forse sei, salimmo su un’Arcavol e planammo
fino a un grattacielo altissimo. Lì il capo disse: Fermi, devo parlare con lui.
Mi parlò e io dissi che volevo solo un posto dove stare, del cibo, pochi dineri
e un amico. L’uomo mi chiese di tornare dopo tre giorni con un’idea, solo
un’idea mi avrebbe salvato. In quei tre giorni vagai stordito per la Città e
trovai Sibilla. Lei sapeva danzare, ipnotizzare e ascoltare. Ascoltò la mia
storia e disse: A te serve solo un amico. Mi diede le pecore ma le pecore non
mi seguivano, mi diede le vacche ma le vacche non mi ascoltavano. E poi ho
trovato il ragno Violino. Quando suona, le pecore mi seguono e le vacche mi
ascoltano. Mangio tre volte al giorno, ho lui e la musica, non ho bisogno
dell’Uomo» dice.
Un capretto si strofina ai suoi pantaloni e il pastore
lo accarezza, ha l’odore della terra, le margherite nel prato si muovono con il
vento. L’uomo guarda in cielo e una nuvola grande a forma di teschio si
scioglie in varie forme, diventa un cavallo, un uccello, trapassa l’orizzonte
si sbriciola in altre mille figure.
Gli domando se anche lui come i bambini non ha nome.
Ride ancora, il mento prognato e barbuto gli si allunga; si tocca la barba, i
capelli, mi guarda con gli stessi occhi delle vacche.
«Faccia attenzione ai bambini: non hanno nome e non
hanno identità, vivono di spaccio, traffico d’armi, sono felici così. Io sono
Filemone, non ho bisogno di nulla, sono un mago e il mio prodigio è il ragno
Violino».
Camminiamo ancora lungo la prateria, oltre c’è un
bosco di aceri e Filemone dice di non potervi entrare. Racconta altri aneddoti
della sua giovinezza, dice di aver giocato a lungo con carte, cappelli e
bastoni.
«Soltanto un mago può sentire la melodia, guardare il
ragno e riconoscere un musicista».
Per alcuni minuti resto immobile ad ascoltare e vedo
le esili zampette impugnare perfettamente l’arco, e muoversi sapientemente come
sospese nell’aria.
«La melodia posso sentirla anch’io, questo fa di me un
mago?» dico.
Filemone ride e mi guarda con un sorriso privo
d’intensità.
«Qui dentro tutti lo siamo. Tutti vediamo una parete
che trema e vi proiettiamo desideri».
L’uomo si ferma sul limitare del bosco, qui devo
proseguire senza di lui. Il desiderio che proietto su quel muro è di ritrovare
Sibilla.
«Sibilla» dice «non è più lì, ti sta aspettando alla
fine del viaggio».
25.
Entro nel bosco e il vento si fa voce, una voce flebile,
di bambina, mi sussurra di non cedere, non temere, mi accoglierà, mi
trasporterà fino alla fine del gioco. Mi muovo a tentoni nell’oscurità, arbusti
urticanti scheggiano i polpacci; cammino nella sterpaglia, le foglie dei
cespugli e le sterpe mi rigano i piedi. Ho da temere gli animali, i serpenti e
i cinghiali. Non si sente fiatare, solo un cicaleccio ossesso, martellante, in
mezzo ai tronchi una luce bianca, fuochi fatui. Ho freddo, i piedi avanzano
sconnessi per via dell’altezza delle piante che li scheggiano.
Mi viene in mente Mauro da giovane, eravamo due
ragazzi svegli, anche troppo, in estate andavamo al mare lì dove mi portava mia
madre, in Salento. Prima che Mauro abolisse i nomi dei luoghi avanzava nel
governo una tendenza all’ordine, le città pur mantenendo il nome originario
erano riqualificate, veniva loro assegnato un centro di potere, il Palazzo, e
il centro storico era ridotto a un assemblaggio di rovine, a valore
archeologico o museale. Mauro non era molto diverso da me, studiavamo come
matti sui libri di filosofia, di teologia, d’arte, lui sui quelli di ingegneria
emotiva; poi smise e iniziò con le pillole. Sosteneva tesi già per il tempo
rivoluzionarie, alcune oggetto delle nostre discussioni pomeridiane in quello
che una volta era il piccolo borgo di Sant’Andrea. Sedevamo sul bordo della
scogliera, i piedi penzoloni verso il mare, lanciavamo pietruzze nell’acqua
discutendo di massimi sistemi. «Immagina un mondo in cui tutte le infermità
vengano abolite» diceva. «Immagina se gli anziani, i poveri, gli indigenti, i
criminali, i disabili, i migranti, i malati, i matti trovassero collocazione in
un unico grande luogo capace di accoglierli. Immagina il senso di una vita
senza tragedie, un mondo sano». Aveva un diabolico fervore nello sguardo e
continuava a scagliare pietre nell’acqua mentre fissava l’orizzonte. «Non
esisterà mai un mondo del genere perché non troveremo mai un luogo abbastanza
grande per contenerli tutti» dicevo. «Un luogo c’è già» diceva lui «è sotto i
tuoi occhi ma non lo vedi». Non ho mai compreso il senso di quelle parole,
soltanto mi domandavo perché gli premesse dividere il mondo in dispersi e
incontaminati, perché questo orrore per la fragilità. «Ma, non capisci? Adesso
siamo tutti contaminati, se invece arginassimo il dolore del mondo il progresso
non avrebbe più limiti. Quel che ci impedisce di andare avanti sono le frange
deboli della popolazione, se queste frange semplicemente non le vedessimo non
potrebbero più contaminarci con i loro problemi, le loro malattie e sofferenze;
raggiungeremmo un livello di benessere invidiabile. Dovremmo iniziare da Roma,
caro Diogene, Roma sarà il modello di una nuova, inestinguibile, civiltà».
Forse ora comprendo il significato di quel linguaggio
oracolare. Un tempo Mauro ebbe un esaurimento nervoso, credo si trattasse del
padre. Ai figli dei ricchi capita spesso di non sentirsi all’altezza delle
aspettative genitoriali, solo che lui credeva si trattasse di contaminazione:
c’era una depressa nel suo corso universitario e lui sosteneva che il dolore
fosse contagioso, si era ripromesso di estirparlo. Fu così che barattammo la
vita con una messa in scena. Non sono dunque penso, il pensiero mi sradica dal
reale, il bosco è un covo di antichi mostri e adesso, tutti, tornano.
Sento qualcosa di freddo tra le caviglie. Non voglio
vederlo, continuo a guardare avanti, tiro dritto finché non mi accorgo di una
cosa tremenda. Attaccata a un ramo una corda nera, un cappio, un corpo che
pende, i capelli biondi sul viso, il vestito nero strappato in modo da
lasciarle l’intero busto nudo, i seni e l’addome costretti nelle spire di due
lunghi boa. I serpenti stringono il corpo di Diana ma non abbastanza da
ucciderla, il cappio non è così stretto e Diana scivola giù, cade tra le
sterpaglie, i rettili l’avvolgono. Solleva la testa e i capelli liberando il
viso ricadono sulle spalle.
«Sapevo che saresti arrivato».
Mi avvicino facendo luce con la lanterna, i boa
puntano gli occhi triangolari e neri contro di me.
«E quelli?»
Diana se li strappa dalla pelle e li scaglia contro un
acero.
«Sono tornata a casa» dice. «Tutto è cambiato, non ha
più per me la premura che ha avuto in passato. Al mattino mi ha vista per i
corridoi e a stento mi ha salutata. È andato via alle nove dicendo che sarebbe
andato al parco per una corsa mattutina, non mi ha chiesto se volessi
raggiungerlo. Mia madre si è alzata dal letto, era lo spettro della sua
depressione. Ci siamo guardate a lungo e non ci siamo dette una sillaba. È
andata a preparare il caffè, guardando a terra ha chiesto quanto dovessi
restare. Le ho detto che sarei ripartita subito, ora che ho un lavoro. Sono
uscita. Non sono andata da Mauro, sono venuta nel bosco e ho trovato questa
corda, era già qui, capisci? Per me».
«Vuoi ancora ucciderti?»
«Non c’è spazio nel mondo per me, io sono il
sudiciume. Questo bisogno disperato d’amore mi porta all’abiezione, non sono
degna di far parte di una civiltà».
«Ti sbagli».
«No, Diogene. Non è una volontà, è un dato. Se io
tocco qualcosa, o qualcuno, distruggo. Nessuno può cambiare questo dato di
fatto».
«Ti sei vista? Sei bella, aggraziata, giovane, faresti
impazzire anche un santo».
«Sono stanca, credimi, sono stanca di sedurre e
tentare di uccidermi per non morire mai. Non sono degna d’amore».
Mi avvicino ma Diana ha un fortore di fango, melma, le
abrasioni sulle braccia e sul collo sono sporche di terra nera e viscosa, sa di
essere diventata ripugnante e si allontana. I suoi occhi chiari nel buio
scintillano, sono occhi di boa.
«Non toccarmi, Diogene. Non devi toccarmi».
«Andiamo, adesso basta con questi infantilismi,
Sibilla ti ha portata qui per aiutarmi. Tu mi hai messo nei guai e ora tu mi
aiuti a venirne fuori».
«Chi è Sibilla?»
Mi viene da ridere, è impossibile adesso che le
spieghi ogni cosa ma Diana si placa e riesco a prenderle la mano, non mi fa
ribrezzo il terriccio e neanche il sangue.
«È un piano altro» dico. «Nella realtà la mia amica
Sibilla è prigioniera».
«Non puntarmi addosso quella cosa, diamine, mi
accechi».
«Non sono più una psicoguida. Sono un disperso e lo sei
anche tu».
Dietro di noi strisciano i boa, li sentiamo sibilare,
Diana li afferra uno per volta e se li avvolge intorno al collo. Mi fanno senso
ma lei non vuole separarsene.
«I miei unici amici» dice. «Cosa farei senza l’idea di
poter essere strangolata in ogni istante?»
«L’abbandono, l’abuso, ti hanno fatto del male, Diana,
sei solo una bambina».
«Non capisci, io non sono di questo mondo, in realtà
non sono di nessun mondo. Lo specchio è un’arma deformante, io mi vedo marcire,
quando fisso il mio volto a lungo si decompone. Il mio corpo è marcio. Io
striscio sulla carogna cosmica».
«Vorrei poterti aiutare, fare in modo che tu ti veda
con i miei occhi».
«A me non importano i tuoi occhi. Ho i sensi
obnubilati, non c’è stato un istante nella vita in cui sia stata certa di
essere al mondo. Tutti cadono, tutti sempre cadranno e io non riesco a sentire
la vita in me. La seduzione è un’arma fiacca, sono scivolata in un luogo dove
il pensiero è un coltello. Mi sto tagliando con i corpi degli altri. Ma cos’è
un corpo?»
«Già, cos’è un corpo? Tu non sei solo un corpo».
«I miei corpi sono cenere. Ora sono questa cosa, il
corpo di donna e il viso adolescente, questa cosa sudicia che vive nei desideri
degli uomini. Non ho nessuna certezza sul mio conto, sono morta, vivo incollata
alla morte, se solo mi riuscisse di uccidermi tutto sarebbe risolto».
Camminiamo ancora nel bosco di sterpaglie, Diana sa
come difendersi dai serpenti, può afferrarli senza essere morsa o strangolata,
ha il dominio sugli animali.
Al culmine del bosco una luce bianca. Invischiata
a un albero, come se qualcuno l’avesse incollata propri lì, la maniglia di una
porta. L’apriamo e siamo di nuovo dentro il casermone. Scendiamo al meno due,
anche qui otto porte di otto colori diversi. Apriamo quella blu.
26.
Oltre la porta, il mare, brezza e salsedine, siamo a
riva, camminiamo spingendoci molto in là ma l’acqua al massimo raggiunge le
ginocchia.
«È una metafora» dice Diana. «Te ne sei reso conto?
Ogni cosa in questo luogo lo è».
«E di cosa sarebbe metafora?»
«Un mare di cui non si vede la fine, senza limiti di
sorta ma privo di profondità».
«Dimmi una cosa: dove sei nel mondo reale?»
«Non esiste il reale».
«Lo so che sei nichilista, volevo dire, sul piano
materiale, il tuo vero corpo dov’è?»
Ride. «Te l’ho detto, sono arrivata in questo bosco
per uccidermi».
«La te stessa che indossa gli occhiali, per la
miseria, dov’è?»
«Non ho gli occhiali, Diogene. Io sono qui, intera».
Provo a sfilare la stanghetta ma dietro le mie
orecchie non c’è più nulla. Sento la tachicardia incalzare, un calore violento
alle tempie. Frugo nelle tasche e ingoio quattro Adrenoplus.
«Che fai?» dice Diana.
«Cerco di mantenere la calma».
«Hai paura?»
«Solo un suicida non l’avrebbe».
Ride ancora. «Te l’hanno mai detto che hai uno humor
nero?»
La lanterna fa scintillare porzioni di mare quasi
bianco, in lontananza una zattera; la raggiungiamo. Un uomo dalla pelle scura
con un cappello di paglia e un secchiello che continua a riempire d’acqua. Non
ci guarda negli occhi.
«Volete aiutarmi?» dice.
«A fare cosa?» dico.
«Io devo mettere tutto il mare qui dentro».
«Lei è l’Uomo?»
«È un eroe» dice Diana.
Lui la guarda, ha un sorriso sghembo, incorniciato da
rughe labiali.
«Sono Odisseo» dice.
Le passa il secchiello e le chiede di continuare,
sembra stanco. Osservandolo bene si capisce che è malato, le gambe sono stanghe
sottilissime e piene di abrasioni da cui emerge una carne sanguinolenta. Veste
di stracci blu che coprono solo alcuni lembi di pelle.
«Perché vuoi mettere il mare nel secchiello?» dico.
«Quando l’avrò fatto avrò compreso l’infinito».
«Hai varcato le colonne d’Ercole, non ti basta?» dice
Diana.
«Non ho smesso di soffrire. Vedete, ora il mare è
calmo ma quando arriva la buriana non è così bello abitare gli abissi».
«Non eri tornato a Itaca?»
«Sì, ma poi siamo ripartiti, Itaca è stata bombardata,
della reggia non restano che macerie. Penelope è morta, hanno perso tutti la
vita in mare durante la buriana dell’anno scorso».
«E tu sei rimasto qui?»
«Non ho altro scopo».
Diana gli ripassa il secchiello, i boa vi guardano
dentro.
«Odisseo, il secchiello è bucato, forse non te ne sei
reso conto».
«Certo, lo so che è bucato, altrimenti non potrei
continuare a riempirlo».
«Come sarebbe?» dico. «Sei qui da un anno? Non mangi?
Non dormi?»
«Ma sì, tra poco raggiungo gli altri abitanti del
mare».
«Dove?»
«C’è una cena sociale lì in fondo» punta il dito verso
il sole. «Ora lasciatemi solo, debbo proseguire».
«Aspetta, c’è una cosa che voglio sapere» illumino il
suo volto scarno e fagliato da rughe spessissime. «Dov’è Sibilla?»
Ulisse alza le spalle e continua a riempire il
secchiello, l’acqua entra, lo attraversa ed esce lentamente in fili
sottilissimi.
«Vi aspetta» dice senza guardarmi.
Cala nuovamente il secchiello e una creatura bizzarra,
bianca e grigia, con la coda di pesce e il corpo insaccato in una busta di
plastica, vi s’incastra dentro. Uno dei boa si allunga verso la creatura e la
mangia, fa per aggrovigliarsi al collo di Diana ma cade a peso morto
nell’acqua, striscia per qualche metro, si arresta e fluttua senza più apporre
alcuna spinta. Altre di quelle creature biancastre galleggiano qui e là.
«Sono i pescibusta» dice Odisseo. «Non bisogna
mangiarli, quasi tutta la fauna del mare è morta a causa loro».
Diana insegue il corpo inerme del boa, quasi lo
invidia.
«Hai detto che Sibilla ci aspetta, ma dove?» dico.
Allungo la lanterna sul volto di Odisseo ma questi non
mi ascolta e non mi guarda, scende dalla zattera e si aggira per l’infinita
riva continuando a riempire il secchiello. Diana torna da me con l’altro boa
che le striscia sul ventre.
«Potrei mangiare un pescebusta» dice.
Le do uno schiaffetto dietro la testa, il boa tira
fuori la lingua biforcuta e lei gli mette una mano sull’aspide per evitare che
mi si avventi al collo. Se solo potessi sfilare gli occhiali e ritrovare la
realtà, invece sono qui con un’incantatrice di serpenti a cercare risposte da
un poveraccio con un secchiello bucato.
Camminiamo per chilometri nell’acqua fino al tramonto.
Dove il sole cala c’è una lunga tavolata, arriviamo stremati. Questa gente ha
la pelle scura o mulatta come Sibilla, la tovaglia è rossa e una donna anziana
con un vestito a fiori distribuisce piatti di ceramica.
27.
Dieci persone ci aspettano. Un giovane mulatto, barba
e lunghi capelli castani, tunica bianca, solleva il calice di vino, si fa
chiamare Jesus.
«A Sibilla» dice.
«A Sibilla» ripetono gli altri.
Sediamo con loro. Il sole non tramonta, il mare è una
lastra bianca che brilla dove i raggi la indorano, restiamo a fissare
l’orizzonte. Forse questa gente è la sua famiglia o la sua memoria interrotta.
«Dov’è?» dico.
Jesus al centro della grande tavolata mi osserva
accigliato, la pelle scura, levigata, gli occhi grandi, abissali, spezza un
tocco di pane e da questo ne nasce un altro delle stesse dimensioni e poi un
altro ancora e così con il pesce, finché non abbiamo tanto cibo da non sapere
che farcene.
«Lei non può andare da nessuna parte» dice, «in quanto
tramite, lei è sempre ovunque».
«Tu sei l’Uomo? Cerco l’Uomo, ma più accanitamente
cerco Sibilla».
Le donne distribuiscono il pane e il pesce e non
fiatano, guardano nei piatti come fosse un miraggio la moltiplicazione,
restiamo a contemplarla, e torniamo a parlare di Sibilla.
«Non può abbandonarci, lei sa tutto» dice Jesus. «Qui
non troverai l’Uomo perché noi siamo solo resti».
«Cos’è in realtà l’Uomo?» domanda Diana.
«Il tuo serpente non è il benvenuto, allontanalo da
questa tavolata. L’Uomo è morto e voi l’avete ucciso».
«Noi?» dice Diana.
«Sì, voi: i vostri algoritmi, i vostri psicofarmaci,
le vostre banche, le vostre tecnologie. Non mangerete il nostro pane e il
nostro pesce. Mangiate il serpente se ne avete il coraggio».
«Cosa vuol dire che siete resti?»
«La terra ha tremato» dice lui, «il mare ha invaso il
cemento, noi siamo il ricordo di chi è stato travolto».
Ripenso ai miei incubi di morte, il terremoto, il
crollo e scivolo in una voragine; un morso allo stomaco, al di là della fame e
della fiacchezza, c’è il ricordo di un mondo in frantumi.
«Tu sai cosa è successo a mia madre?» chiedo.
I commensali si voltano, ciascuno mi porge un pezzo di
pane, un pezzo di triglia, acciughe o branzino.
«Perdonaci, Diogene» dice Jesus. «Tua madre era una
mistica, è morta per rinascere altrove».
Le sue risposte mi angustiano e mi fanno precipitare
in uno stato di contrizione, non riesco più a vedere il sole all’orizzonte ma
una macchia oscura dal mare s’innalza e travolge lo sguardo, il sale in bocca,
il mare negli occhi, nelle narici e in gola. È Diana ad aiutarmi, intorno una
gran cagnara.
«Devi mangiare qualcosa» dice.
Poggio una nocca al mento, cerco di restare calmo.
Assaggio il pesce, è un sapore che mi riporta indietro, al Salento, a mia
madre, ai tempi in cui nulla era sintetico e i sapori erano vivi. Jesus concede
a Diana di mangiare in cambio del boa che trafigge con un coltello seghettato
dal manico rosso, taglia la testa al serpente e tutti gli abitanti del mare si
uniscono nel vederla rotolare. In lontananza Odisseo con il suo secchiello.
Jesus gli va incontro e lo bacia sulle labbra.
«Andiamo via» dice Diana. «Questi sono selvaggi, non
hanno alcun rispetto per la saggezza».
Diana mi prende per mano, mi trascina via
controcorrente facendo leva sui polpacci, è seminuda. Frugo nelle tasche ma
l’Adrenoplus non c’è più.
«Quando finirà il mare?» dice Diana.
«La superficie, vorrai dire».
«Non esiste altro che la superfice».
«Ti manca Bernard?»
«Mi mancano i miei serpenti».
«Penso tu sia finita in un inganno metafisico».
«Io non cerco l’Uomo, solo la quiete».
«Sei troppo giovane».
«Non è una buona idea innamorarsi di me».
«Non potrei innamorarmi di te neanche se m’implorassi
in ginocchio».
«Sei un bugiardo», ride.
«Ho studiato abbastanza per riconoscere una trappola».
«Ci cadrai anche questa volta».
«Non costringermi a proseguire da solo».
«Non credo ne saresti capace».
«Vuoi scommettere?»
«La profondità è indipendente dal sapere, tu hai
studiato tanto ma non conosci le emozioni, le temi e lasci che ti divorino. Io
ho diciott’anni e so farti sentire inerme».
«Tu hai rinunciato alla vita».
«Non ho nessun timore».
«Non hai nessuna gioia».
«Neanche tu».
In lontananza decine, centinaia di pescibusta guizzano
fuori dall’acqua, probabilmente il colore madreperlaceo del mare è dovuto alla
loro presenza. Diana corre verso di loro, ne prende uno, l’ammonisco ma lei lo
tiene stretto tra le mani, immerge le dita nelle pieghe di plastica e striscia
la coda sul ventre. Il pescebusta grigiobianco batte la coda sull’addome della
mia amica impavida, lascia striature azzurrognole sulla sua pelle. Diana
stringe il musobusta con tale veemenza da riuscire a soffocarlo, la coda del
pesce smette di battere, lo lascia scivolare in acqua morto.
«Fallo anche tu» dice.
«Sei una cretina! Non hai la minima idea di quali
reazioni potrebbe provocare».
«Non capisci?» ghigna. «Io non ho paura di morire, è
per questo che non corro alcun rischio. Mai».
Siamo lontani, lei tra i pescibusta, io immobile venti
metri più in là, o in qua. Nell’immensa superficie marittima non esiste un qui
e un lì, un ora e un poi, una contingenza e una trascendenza, è tutto
simultaneamente immobile. Il divenire è una conferma della stasi, ripercorro
gli arrovellamenti dei miei vecchi studi, riconosco il vuoto intrinseco
all’esistente, studi che non sono serviti a nulla in un tempo in cui a nulla
vale il pensiero. Alle volte l’immagine di mia madre s’impone senza riserve,
questa memoria frammentaria mi resta addosso, è uno specchio in mille pezzi.
Mia madre spariva nell’acqua, ogni volta credevo non sarebbe tornata, vedevo il
suo corpo svanire tra le onde, raggiungere l’orizzonte. Girovaghi lungo le
coste del Salento, di tanto in tanto trovavamo un santuario e lei si fermava a
pregare.
«Che fai?» dicevo.
«Mi abbandono» rispondeva.
«A cosa?»
«Solo la memoria della fede può riportarci alla
ragione».
Le raccontavo i miei turbamenti e i dubbi circa il suo
trasporto anacronistico, lei rispondeva: «Va bene, non ti ho mai chiesto di
credere in Dio», ma voleva ricordassi le tradizioni. Restavamo ore a guardare
gli affreschi nelle cattedrali, nelle basiliche a Galatina, ricordo, a Nardò.
Mia madre entrava nelle chiese con un velo nero sul capo, dopo il segno della
croce s’inginocchiava a occhi chiusi. Ascoltava voci inesistenti e la
consideravo pazza.
«No, diceva. Non è follia ma spirito. Il passato ci
parla attraverso l’arte e il futuro attraverso le profezie».
«Ma tu con chi parli?»
«Con il futuro, Diogene. Verranno tempi duri. La
devozione non è follia, la vera pazzia è l’idea del progresso. La tua
generazione sarà rasa al suolo».
«Perché?»
«Scambierete per verità solo le ombre delle cose,
sarete gli uomini della caverna di Platone».
«Ma io cosa posso fare?»
«Tu mostragli l’inganno».
«Sacrificandomi?»
«Sarà un sacrificio comunque».
Il giorno del terremoto mia madre uscì in strada,
prese la macchina e sfidò il sisma, accelerò più che potesse e andò a
schiantarsi contro un camion, il camion conteneva munizioni. Esplose. Non so
perché lo fece, potrebbe sembrare un suicidio, un attentato terroristico.
Probabilmente conosceva il responso dell’oracolo, sapeva che sarebbe arrivata
un’epoca funesta. Mi aveva mostrato l’illusorietà del suo lavoro, sosteneva che
il parlamento fosse un ammennicolo nelle mani delle banche, infatti dopo il
sisma fu smantellato e sostituito dal Palazzo, la moneta reale perse valore e
solo chi avesse avuto accesso alla bor avrebbe potuto permettersi una vita
dignitosa. Cosa fare di chi non poteva più permettersi la dignità? La risposta
di Mauro fu semplice, chiara, accolta con clangore dagli incontaminati:
ricovero.
Diana si allontana in una caligine lattiginosa, non ho
modo di ritrovarla se non mi avvicino ai pescibusta.
28.
Che vi sia per ciascuno libertà di scelta è quanto di
più illusorio avesse da insegnare la modernità, non c’è scelta nell’inettitudine,
nessuna possibilità di deliberare se l’alternativa è avvelenarsi o riconoscere
il crollo. Gettarmi nella tormenta è una forma come un’altra di suicidio, un
modo per dire: sono esistito e ho affrontato l’orrore. Nella zona contaminata
dai pescibusta la pelle diventa un rovo e s’infetta di pustole, prude, non
posso fare a meno di grattarmi.
La bassa marea è tale da non permettere al veleno di
sprofondare negli abissi, perciò devo passarci attraverso, afferrarli quando
tentano di mordermi, e soffocarli. Nella colluttazione getto via la lanterna e
il mare si copre di una coltre scurissima, anche il cielo rabbuia. Non vedo più
Diana e neppure i pescibusta; in memoria di mia madre faccio il segno della
croce e aspetto di morire o svegliarmi in carcere.
La marea si alza, nuoto al buio, inghiottito dai
flutti di plastica, chiamo Diana ma non sembra essere qui. Nella tempesta
rivivo vecchi ricordi, da bambino agganciavo la gonna di mia madre, lasciava
che imparassi da solo a definire le cose. Entrammo in un bar dai divanetti
rossi e la proprietaria le offrì il caffè, diceva che l’avrebbe votata alle
elezioni; mia madre era algida, fiera. Quando mi prendeva in braccio mi sentivo
protetto da una forza sovrannaturale. A dodici anni le chiesi di mio padre e
disse: «Non domandarti mai nulla di lui, non c’è, non esiste». Non mi rivelò
mai il suo nome però una volta disse che l’avevo conosciuto, mi aveva
abbandonato quando ero molto piccolo. «Ha scelto un’altra famiglia, quella
famiglia ci domina. Dobbiamo tenere fede ai nostri ideali, non c’è nulla di più
alto».
Nuoto nel mare scuro e denso scansando i pescibusta
nonostante il prurito, pezzi di plastica infetta divorano gli altri pesci, le
alghe, i coralli. Le onde incalzano, si alzano e s’infrangono contro la roccia.
Un’onda mi scaglia contro un faraglione, il busto e la gamba destra bruciano e
sanguinano ma aggancio un pezzo di roccia e a fatica salgo sullo scoglio. La
roccia è scura, grigia e appuntita. Una luce fioca mi illumina i piedi, la mano
che regge la lanterna è di Diana.
«Fine del giorno» dice.
«È colpa mia, sono io che l’ho persa».
«Non l’hai persa ma nelle mie mani non illumina
molto».
«Perché?»
«Te l’avevo detto, io sono il principio negativo».
La pelle di Diana si è fatta a scaglie e squame.
«Lo vedi?» dice. «Sono tutt’uno con me».
Tocco il suo addome, il derma è freddo, ha la
consistenza della pelle di un serpente.
«Non sarà una reazione al veleno dei pescibusta?»
«È solo un passo verso il fondo».
«Cos’è il fondo?»
«In me non esiste più nessuna scissione, sono tornata
intera».
«Ma perché hai cercato lavoro al Palazzo?»
«Lo sai cosa voglio, ho l’assoluto dominio finché tu
mi segui».
«Ho provato a lasciarti ma sarei annegato».
«Non sei annegato però».
«Volevo ritrovarti».
«Devi promettermi che alla fine del viaggio mi
ucciderai».
Stringo il polso di Diana ed è freddo ma supero il
freddo come prima ho superato i pescibusta e abbraccio la mia piccola amica
dalla pelle di serpente. Le squame ventrali fredde sono fonte di refrigerio per
le mie pustole e ferite. Diana mi stringe e infila le dita sotto la mia tunica
ormai lacera. Il suo tocco è gelido ma non per questo meno salace. Il suo bacio
è ferino, ha la lingua sottile e gli occhi si fanno stretti, inguardabili, ma
non riesco a sottrarmi. Lascio che le sue mani mi tocchino. La lanterna per
terra illumina piccole porzioni di carne. Diana s’inginocchia e mi prende il
cazzo in bocca, massaggia il prepuzio con delicatezza e poi succhia più forte.
Quando sto per venire si frena per poi ricominciare. È un’esperta, una
strega.
Sale su di me, perdo ogni freno, ho la schiena
trafitta dalle rocce ma chiudo gli occhi e godo fino al parossismo. Le dico
parole che non avrei mai pensato di dire. A lei non importa la volgarità, per
lei ogni cosa è destino.
Riprende la lanterna dal fondo della roccia e
proseguiamo per un lungo tratto al buio, uno spicchio di luna e otto stelle
irradiano fiocamente la tenebra. Al culmine del faraglione una scala di sei
gradini, un muro e una porta che ci fa ritrovare nel casermone. Il pavimento è
diroccato, di cocci sconnessi.
Scendiamo al meno tre e apriamo la porta rossa.
29.
Un corridoio in penombra conduce a una sala
settecentesca, affrescata: sul soffitto è dipinta un’Annunciazione in stile
tizianesco. Le pareti hanno l’odore del legno. Quattro tavoli rettangolari in
mogano, quattro piccoli uomini, non esattamente nani, omuncoli calvi e di bassa
statura. Ripetono un sussurrio che crea un’unica voce simile a una preghiera.
Ai lati della sala altissimi scaffali raccolgono la più ampia varietà di
scatole culturali, ce ne sono in compresse, in gocce e in supposte. Diana si
avvicina al primo dei piccoli uomini, mi fa cenno con la mano di raggiungerla.
«Aaleniano» dice l’uomo fissando il vuoto: «aggettivo,
singolare, maschile, dal nome della città tedesca di Aalen, nel
Baden-Württemberg. Piano geologico del periodo giurassico inferiore (Lias),
tipicamente rappresentato nelle marne e nei calcari ferruginosi del bacino di
Parigi; vi appartengono anche le miniere di ferro della Lorena e, in Italia, i
calcari marnosi del monte Baldo (tra il lago di Garda e la valle dell’Adige)».
«Che cosa sta dicendo?» chiedo a Diana.
Alza le spalle, avanza, si accovaccia per ascoltare il
monologo del secondo omino.
«Babà: sostantivo singolare, maschile, tipo di dolce
di pasta soffice, in forma di piccolo cilindro (ingrossato a un’estremità come
il tappo usato per lo champagne), oppure anche a una ciambella, fatto con
farina bianca e lievito di birra, uova, zucchero, e inzuppato dopo la cottura
in forno, quando è ancora caldo, con uno sciroppo a base di rum o cognac.
Babacòto: singolare, maschile, adattamento di una voce malgascia, nome indigeno
di una proscimmia della famiglia indridi del Madagascar».
Qualcuno si avvicina dal fondo della sala, ha un andamento
rapido e sghembo, claudicante, la statura non superiore al metro e venti, il
capo completamente nudo, senza sopracciglia e con occhi color grafite, azzimato
come per un’occasione galante.
«Vedete, signori, sono gli Uomini-Vocabolario, maschi
o femmine, non importa, quel che conta in loro è la capacità di riproduzione
meticolosa dei significati. Sono ventisei, ciascuno di loro ha ingollato una
compressa corrispondente a una lettera del vocabolario e conosce a memoria ogni
vocabolo che inizia per quella lettera».
Diana si porta avanti di due tre tavoli e interroga
uno a caso di quei siamesi: «Nelumbo» gli grida nell’orecchio. Quello senza
guardarla, sempre allampanato e rigido come una cassaforte scandisce: «Nelumbo:
soggettivo maschile, in latino Nelumbo o Nelumbius, adattamenti di una voce
singalese. Genere di piante acquatiche della famiglia delle ninfacee, con due
specie delle regioni tropicali e temperato-calde, coltivate anche in Europa
come ornamento: Nelumbo lutea dell’America settentrionale, con fiori gialli, e
Nelumbo nucifera (conosciuta col nome di loto, loto indiano o nelumbio)
dell’Asia, con fiori rosei del diametro di circa 25 cm; entrambe presentano un
tipico frutto che ricorda la forata di un annaffiatoio in quanto superiormente
presenta grossi buchi contenenti i semi, amiliferi, commestibili, con sapore di
anice».
«Zigantro» dice Diana.
Quello resta in silenzio e dondola indefesso sulla
sedia.
«Non lo sa» dice il responsabile. «Ha assunto solo la
compressa enne, per la zeta dovete raggiungere l’ultima sala».
«Ma a cosa serve?» dico.
«Signore, qualcuno doveva pur farlo».
«Ho capito, ma si tratta di una conoscenza parziale,
mnemonica, sterile, priva di reale utilità fosse pure velleitaria».
«Signori, qui tutti possono consultare un Uomo-Vocabolario
in ogni momento, il loro è un sacrificio, vedete, nessuno di loro ha altra vita
se non questa, si alzano solo per mangiare ed espletare i bisogni fisiologici,
per il resto loro sono qui, fermi, statuari, a ripetere a memoria l’immensità
della lingua. Ci sono molte varianti, ciascuno di loro conosce molte lingue e
ogni lemma di ogni lettera in ogni lingua. Chi lo dice che debba servire? ad
Andromeda nulla serve davvero, anche l’Italiano ora non ha più significato
fuori di qui ma noi abbiamo deciso di ricordare, perché viviamo nel passato».
«Ha detto che si fermano per andare in bagno?» dice
Diana. «Dov’è? Ne avrei bisogno».
«In coda all’ultima sala» dice l’omino.
La preghiera di lettere si solleva come polvere, ne
siamo investiti e fluttuiamo in una gragnuola di parole che si annientano.
L’ultimo uomo dell’ultimo tavolo chiude la dimensione degli Uomini-Vocabolario
con la parola: «Zygion: singolare maschile, propriamente singolare neutro
derivante dal greco ζυγ(ωμα), zigomo. In antropometria, punto craniometrico
corrispondente alla massima prominenza laterale delle arcate zigomatiche».
In fondo a destra, la porta bianca. Diana entra,
aspetto che finisca ma per dieci minuti non torna; la raggiungo. Oltre la porta
bianca non c’è un bagno ma un nuovo piano del casermone. Diana, accovacciata,
orina per terra.
«Voltati» dice irritata. Lo faccio e mi ammonisce:
«Aspetta, va’ via, devo fare anche altro».
Dovrei anch’io ma trattengo finché posso e scendo al
piano successivo dove mi vedo costretto a posare la lanterna, alzare la tunica
e farla sul pavimento.
Mi raggiunge e siamo entrambi nevrastenici per via
delle condizioni igieniche e il fetore, saltiamo un piano, ne raggiungiamo un
altro con un’unica porta, nera, colossale, dai bastioni in pietra; per entrare dobbiamo
ruotare tre volte una chiave di ferro imbrattandoci di olio scuro e
catrame.
30.
Diana mi passa la lanterna. È buio, riesco a
illuminare solo brandelli di corpi, un piede, una mano, un pene. Faccio
oscillare la luce e mi accorgo che i brandelli sono mozzati. Mi volgo indietro,
Diana, più impavida di me, fa slalom tra i lacerti.
«Loro sono ancora vivi» dice.
«Chi sono loro?»
«I dimezzati».
Il nitore della lanterna illumina una stanza che ha
l’aria di una sala d’aspetto, diciotto persone aspettano senza guardare,
illumino gli occhi ma sono stati cavati. Alcune di queste persone non hanno un
piede, una mano, delle dita, altri si torcono con una ferita sanguinolenta tra
le gambe. Sono per lo più anziani e aspettano.
«Perché gli hanno fatto questo?» illumino i volti
senza occhi.
«È arrivato» dice un uomo privo di arti. «È arrivato
il filosofo».
Sembra usare questo termine in accezione derisoria.
«Non troverai qui l’Uomo. Non troverai che resti».
«Perché?» dico.
L’essere che ha parlato sogghigna con voce gracile,
esaltata.
«Non siamo forse nella culla dell’abisso?»
«Che significa?»
«La nostra esistenza è scaduta. Il male ci ha
deturpati. Ciascuno di noi ha sacrificato un pezzo di sé per la scienza».
Inorridisco. «Come sarebbe per la scienza? E di quale
male parli?»
«Del Signor Tempo. Nessuno ha il potere di fare
all’altro qualcosa che l’altro non desideri o in qualche modo non conceda, il
male ha colpito coloro che non apprezzavano la vita».
«La tua visione è deprecabile. Esiste l’ignoranza, da
parte vostra, e la manipolazione, da parte del potere tecnico-scientifico».
Ride di nuovo con la sua voce arrochita.
«Che cos’è il potere?»
«Il potere è chi decide che un’esistenza debba
scadere».
«Che sciocco umanista, Diogene. Non hai compreso
ancora molte cose. L’esistenza scade da sé, non la si può arrestare fintanto
che non si possa arrestare il tempo. Noi abbiamo un solo sovrano, il Signor
Tempo, lui falcia ciò che non è più utilizzabile».
«Chi è? Presentatemelo, avrei qualche domanda da
fargli».
Alle nostre spalle si leva un vento di tramontana
secco e freddo, un uomo con una rete gravida di pesci, gobbo e cieco, ha ancora
gli occhi ma sono bianchi e non guardano in questo mondo. Cammina trascinando
la rete e tossendo di tanto in tanto, una tosse cavernosa, antica, che viene da
molto lontano. Avvicino la lanterna per illuminare la rete e vedo qualcosa che
vorrei subito dimenticare. Non sono pesci ma bulbi oculari, centinaia, migliaia
di occhi spalancati e immoti.
«Sei tu che hai cavato gli occhi a questi signori?»
dico.
Diana mi stringe un polso, avvicina le mani al mio
orecchio sinistro, dice qualcosa che non comprendo. Il gobbo si volta, come
volesse guardarmi, ma dal bianco delle sue iridi viene solo gelo.
«Ho preso i loro occhi perché non volevano più
guardare».
«Cosa? Dimmelo, vecchio mostro».
Il gobbo rivolge le iridi bianche al cielo e le labbra
in sei pieghe di rughe lasciano andare un barbuglio sussurrato.
«Non volevano vedere il futuro poiché era
manifestamente funesto, voi non lo sapete ma la vita è diventata marcescente.
Loro si sono rifugiati nell’attesa. E io ho raccolto i resti. Non sono cieco,
non del tutto, io vedo l’insieme».
«Che significa l’insieme?»
«Io vedo la tua morte simultaneamente a questo
istante».
«E dimmi, Signor Tempo, come morirò?»
Il gobbo continua a trascinare i bulbi nella rete e
poi ne estrae uno particolarmente piccolo, dall’iride verde foglia, vi guarda
dentro e sbuffa, tediato.
«Tu morirai in una strada desolata dell’undicesima
dimensione».
«Che diavolerie vai blaterando? Cos’è l’undicesima
dimensione?»
«Vedi, Diogene, stai cercando qualcosa che non esiste,
tu sei qui perché non vedi la fine. Io so che l’umano è trapassato e lo sanno
anche questi signori a cui ho cavato gli occhi».
«Non ti bastavano gli occhi, vedo che hai amputato
anche altro».
«Un organo non funzionante è sintomo di una persona
scaduta. Qualcuno studia il modo per evitarlo. Non sono esseri umani quelli che
ci sopravvivono».
«E cosa? Cyborg? Ma i cyborg hanno pur sempre qualcosa
di umano».
«Cyborg è solo un modo umano per chiamare le creature
dell’abisso. Senza nulla togliere alla tua visione, le creature dell’abisso
possono essere simultaneamente nelle undici dimensioni. Non soffrono, non
gioiscono, la loro esperienza è pura, separata dalle sensazioni. Se una
creatura dell’abisso decide di morire muore senza soffrire oppure cambia
dimensione. Nessuna creatura dell’abisso riconosce l’umano come suo simile.
Questi signori hanno sacrificato le loro disfunzioni all’abisso».
Il gobbo cammina ancora trascinando la rete e i bulbi
oculari s’irradiano quando li illumino, avviluppati tra le maglie strette della
rete blu. L’uomo entra nel buio e la bora smette di soffiare.
31.
Attraversiamo l’atrio buio e raggiungiamo la porta
gialla del piano, Diana la apre, faccio luce con la lanterna. Il sole ci
schiaccia gli occhi, è basso e arancio, il tuorlo di un uovo mastodontico, il
lastricato è scosceso, caracolliamo aggrappandoci di tanto in tanto l’uno
all’altra. Inizio a pensare che il mondo in cui mi trovo sia definitivamente
separato da quello in cui è Sibilla, non so quali torture stia sopportando e se
sia ancora viva. Le tasche della tunica sono vuote ma non ho realmente paura
delle conseguenze di questa caduta, non credo di aver più bisogno dell’Adrenoplus
e non credo in realtà di averne mai avuto bisogno, la separazione dal reale mi
appare lapalissiana e priva di valore, giacché ogni cosa qui smette di
significare anch’io smetto di apporre un peso all’esistenza del principio di
realtà.
«Pensa» dico a Diana «che disgrazia per Mauro non
conoscere questo luogo».
«Chi ti dice che Mauro non lo conosce?»
«Se lo conoscesse sarebbe venuto a cercarci qui».
«Mauro ha molte più qualità di quel che pensi».
«Che tipo di qualità?»
«Per esempio ha preso in mano il crollo di una
nazione, e poi è bravo a letto».
Mi fermo e resto attonito a fissare la ragazza con la
pelle di serpente. Sembra che il suo corpo sia ricoperto da una guaina di boa,
non ha quasi più nulla di umano, e nel contempo devo constatare che le pustole
infette, le abrasioni provocate dai pescibusta, sono scomparse sia su di me che
su di lei.
«Ti sei scopata Mauro?»
Abbassa la testa e guarda altrove, per quanto sia
difficile guardare qualunque cosa con il sole che ci tramonta negli occhi.
«E allora perché non sei rimasta con lui al Palazzo?
Che cosa vuoi da me?»
«Non è difficile immaginare il giorno in cui gli
uomini si scanneranno per il ribrezzo di sé stessi, in cui la noia avrà ragione
dei loro pregiudizi e delle loro reticenze, in cui scenderanno in strada a
estinguere la loro sete di sangue e in cui il sogno distruttore, protratto per
generazioni, diventerà quello di tutti».
«Che pillola culturale ti sei mangiata?»
«Diogene, siamo condannati a sopravviverci».
«Brava, bel discorso, adesso però voglio che mi
spieghi perché devi scopare con tutti?»
«Non lo so, succede e basta, se un uomo vuole il mio
corpo non posso esimermi dal concederglielo, in fin dei conti è solo un corpo».
«Cos’è un corpo?»
«Un involucro vuoto nel mio caso, l’anima l’ho
ingoiata, aveva il sapore del cianuro».
Mi madre una volta mi disse che avremmo fatto i conti
con il tempo senz’anima, dove tutto sarebbe diventato pura fisiologia. È
arrivato il tempo degli assassini, in cui rigurgitiamo l’essenza di noi stessi
e ci trasciniamo in un tramonto senza fine. Siamo noi a tramontare, senza
profondità, consumeremo il corpo fino a estinguere ogni desiderio ma
diversamente dagli induisti o dai buddisti l’estinzione del desiderio non
coinciderà con un alcuna illuminazione, nessun nuovo cominciamento apparirà
all’orizzonte, saremo solo esseri cavi, svuotati, proprio come i dimezzati; se
a loro è stata amputata una libbra di carne a noi è stata amputata l’anima e
non c’è verso di porre rimedio a tale menomazione, nessun rimedio che non coincida
con l’assunzione di una responsabilità irreversibile, quella di aver reso
l’uomo una propaggine elettronica, un bit stonato in un’armonia cibernetica di
cui non rappresenta più l’emissario.
Lascio indietro Diana e corro verso il sole, a occhi
semichiusi per non lasciarmi accecare, corro sul lastricato di ciottoli
sconnessi e inciampo e cado. Per terra larghe radici di alberi si strappano via
dal suolo, allignano fin sotto questo malriuscito tentativo di pavimentazione.
La ferita sul polpaccio non provoca che un leggero bruciore, in realtà mi è di
sollievo rispetto allo strappo che ho dentro, una ferita immonda che coincide
con l’inesistenza del reale o con l’annichilimento della mia stessa psiche.
Diana mi raggiunge mentre sono fermo, ginocchia per terra.
«Ehi, stai bene?»
«Senza anima si muore e basta o si vive morti».
«Sono contenta che tu riesca a empatizzare con me, ora
forse puoi avvicinarti a comprendere perché voglio morire. Alzati».
Lo faccio. Davanti a noi due carri usciti dal ventre
del sole, ci avviciniamo ma svaniscono come paraidolie notturne. Dopo i carri
cinque donne scure, orientali, inondate dai raggi vespertini, danzano muovendo
il bacino, lo disarticolano come una porzione non collegata al resto del corpo.
«Senti la musica?» dice Diana.
In effetti la sento, distante, portata dalla bora. Un
tamburellare ossesso che si traduce in sinuoso gioco di strumenti, cytar e
flauto. Tra le danzatrici del ventre c’è Sibilla. Corro da lei.
«Ti ho ritrovata» urlo. «Dov’eri? Cosa ti hanno
fatto?»
Mentre cerco di afferrarle un braccio la sua sagoma si
dissolve in fumo. Dietro le immagini evanescenti, accovacciata e avvolta da una
rete che le lascia scoperte le parti intime, una donnina mora con i capelli a
caschetto e gli occhi scurissimi. Muove le mani come avesse un’arpa ma dalle
sue dita non effonde alcuna musica, la musica si estingue nel vento. Con la
lanterna illumino la donna accovacciata.
«So chi sei, Diogene, e so della tua amica» indica
Diana. «Io sono Arakne. Mi hanno condannata a tessere immagini che scompaiono».
«Non si trattava di una tela?» dice Diana.
Arakne ride. Labbra sottili, pelle chiarissima, aroma
speziato.
«Nei tempi antichi» dice. «Ora tesso ologrammi, sono
tutti i ricordi che ho. È l’amore che mi ha imprigionata».
«L’amore?» dico.
«L’amore è uno spettro agganciato ai chiodi che hanno
il nome dell’Uomo, l’estate passa e i corpi smettono di sentire. Ora non tesso
più una tela perché il mio corpo ha perso sensibilità, sono evanescente come i
miei ologrammi».
«Chi è l’Uomo?» dico.
«Il male necessario affinché la donna smetta di
sentire».
«Ma dov’è? L’hai visto da qualche parte?»
«L’ho conosciuto, sì, ma adesso mi ha abbandonata,
così come ha abbandonato il mondo. Non siamo che spettri, danziamo nella nebbia
di un tramonto inestinguibile».
«Perché il sole è sempre allo stesso punto? Perché non
arriva la notte?»
«Qui tutto è cristallizzato dal giorno in cui mi hanno
portata via. Mi hanno tolto ogni cosa perché lui non ha voluto proteggermi.
L’eternità è la durata di un istante ripetuto infinitamente. Io sono condannata
a rivivere l’istante. Lui aveva già un’altra e io non ero che un
divertissement, la Donna mi ha condannata e l’Uomo ha eseguito il suo volere.
Quell’Uomo voi lo conoscete».
«Lo conosciamo, dici?»
«Molto bene».
«Perché?» dice Diana.
«È il padre della civiltà».
Diana mi guarda confusa, i nostri corpi si mischiano
all’intensità della luce e non riesco a individuare l’inizio del suo volto o la
fine delle mie gambe. Non mi vedo più le mani, ho le braccia mangiate da una
spira di polvere densa di pulviscoli.
«È più potente di ogni altro. È lui che ha creato
tutto, è lui che divide i dispersi dagli incontaminati».
«È Mauro Viale» la interrompo.
Ride. «Vi sbagliate, Mauro è solo un emissario
dell’Uomo che ha decretato la fine del tempo».
«E, dimmi, non potremmo trovarlo qui da qualche
parte?»
«Qui? Oh, no, qui ci sono solo fuggiaschi. Qui siamo
tutti visioni».
«Visioni? Vuoi dire che tu non sei reale? Sei un
prodotto della mia mente?»
«O tu della mia?» dice Arakne. «Forse anche voi siete
solo parte delle mie tessiture olografiche e tra breve sarete tutt’uno con il
sole».
«Sarebbe bello» dice Diana. «Fosse così facile
svanire».
Oltre il sole è l’orizzonte, e sotto c’è il mare.
Lasciamo Arakne alle sue tessiture e andiamo verso la spiaggia, voglio guardare
l’imbrunire nell’acqua.
32.
Diana e io ci aggrappiamo all’orizzonte, lo tiriamo e
lo lasciamo molleggiare. È una corda bianca che divide la bassa
dall’alta marea. Dove il mare è più profondo si alzano, immensi, i salici.
L’acqua ingoia il sole. Catene d’argento, le onde.
«Sono stanca» dice Diana. «Ho sonno e fame».
«Da quanti giorni non dormiamo?»
«Ho perso il conto».
«Io non ho appetito e non ho neanche sonno, è brutto
segno?»
«Credo di sì, credo tu stia affrontando un passaggio
di stato».
Le gambe sono quasi del tutto scomparse, fuse con il
rosso dilagante, tutt’uno con il cielo; mezzo volto di Diana è sovraesposto.
«Dici che verremo cancellati dal sole?»
«È una possibilità ma non me ne curo».
«Ho paura».
«Serve a poco».
«È una punizione».
«Ragioni in termini religiosi».
«Mia madre era molto credente, probabile mi abbia
trasmesso delle…».
«No, hai paura di vedere. Preferisci una teoria, per
te tutto è teoria».
Abbiamo due possibilità: tornare indietro o nuotare,
di nuovo nuotare, ma non so se si possa nuotare con gambe invisibili, e non so
se si possa tornare indietro senza mezzo volto. Siamo stati superati dalla
visione, ingoiati in un vortice di assurdità. Pensavo che la Città 207 fosse
assurda ma Andromeda la supera di molto. Non so se sarò in grado di prendere
una decisione e frattanto probabilmente moriremo qui, tramontando, aspettando
l’inattendibile. Nelle civiltà in declino il crepuscolo è il segno di una
nobile punizione. Devono aver provato questo gli antichi romani durante il
crollo, una tremenda sensazione di stasi, qualunque scelta si sarebbe rivelata
erronea. Mi dolgono le ossa, le ossa cederanno al tramonto, cadranno come cadrà
questo sole nel mare, deglutito dagli abissi. Non che non sia affascinante,
ogni forma di agonia lo è, ma preferirei guardarla in uno schermo che viverla
sulla pelle, sulle ossa. Nessuna verità ha più vita e di nulla più si può dire
se sia realtà o visione, veglia o sogno, e con questo ogni possibilità di
discernimento è abbattuta. Diana cos’è? Una donna? Un animale? Una dea? Una
scienziata? Una bambina? Una diciottenne capricciosa? Una vittima del compagno
di sua madre? Al momento è solo la mia instabile compagna di viaggio e da
questa instabilità dovrò ricavare l’equilibrio. Gettarsi in mare non costa
nulla, mal che vada si annega. Annegheremo? E se annegassimo saremo davvero
morti o solo traghettati in un altro luogo dell’inconscio? In un nuovo sacrario
del desiderio? Il panico ha invaso le poche membra rimaste, non avremmo mai
dovuto cedere alle lusinghe della tecnologia, non avremmo mai dovuto iniziare
il gioco. Non sono più certo si tratti di un gioco, temo che il luogo in cui
siamo finiti sia una gigantesca cassa di risonanza dei desideri e delle paure
dei viventi, o di ciò che resta di loro. Non sono sicuro si tratti solo di
rifugiarsi lontano dal Palazzo, probabilmente il Palazzo non è mai esistito.
Siamo stati battuti da una percezione troppo ampia, un atto di hybris ci ha
permesso di varcare confini inammissibili, giocare con l’orizzonte è un lusso
per divinità pagane, a me sarebbe bastato guardarlo. O forse no, forse non è
così, il desiderio si sostanzia con l’avvento del possibile, se una cosa è
possibile allora il desiderio si traduce in bisogno. Non avrei avuto bisogno di
toccare l’orizzonte se non ce ne fosse stata la possibilità, ecco tutte le
risposte che possiamo dare alla scienza: l’orizzonte è una corda tesa tra due
infiniti, che separa la bassa dall’alta marea, ci si può fermare e morire nel
mezzo oppure scegliere di affrontare l’abisso.
«Diana, dobbiamo nuotare».
Lei alza le spalle.
Ci buttiamo in acqua e raggiungiamo il punto in cui
non tocchiamo più, nuotiamo verso il sole, siamo parte di un paradosso, o ne
siamo il fulcro. Due gambe invisibili non sono poi una pessima cosa, sono
leggere, molto leggere, e mi permettono bracciate più ampie.
«I pescibusta?» dice.
«Non ne vedo».
Nuotiamo e nuotiamo, non c’è un pesce, uno scoglio,
un’alga, solo lo sconfinato nitore dell’acqua e questo sole basso, immobile.
Percorriamo l’equivalente di cento vasche e non vediamo terra, l’orizzonte
stesso è sparito, il cielo vermiglio è lo specchio del mare. Le membra cedono,
non abbiamo più fiato.
«Credo che moriremo» dice Diana senza curarsi del peso
di queste parole.
Non ho molto da opporre, non ho modo di dimostrarle il
contrario. Diana si stende a pelo d’acqua, si lascia andare al lieve sobbalzo
delle onde, la pelle di serpente si raggriccia, gli occhi chiusi sono invasi
dal rossore della luce.
«Che fai?» dico.
«Aspetto».
«Di annegare?»
«Precisamente».
Mi muovo spasmodico disarticolando il busto, mulino
braccia e gambe, non mi pongo il problema dell’invisibilità ma quello della
durata. Quanto a lungo posso resistere? E Diana? Forse ore, forse tra otto ore
saremo sul fondo.
«Non ci hai fatto caso? I pescibusta sono spariti ed è
ricomparsa la profondità, che metafora è?»
«Non lo so, Diana, io voglio vivere».
«Il solito pusillanime!»
«Pusillanime? È solo volontà».
«Io mi sono arresa alla noluntas».
Do altre bracciate, venti, trenta, ho freddo, tremo,
il mare è vischioso, non c’è nulla qui, nessuna forma di vita, nessuno a cui
appellarsi per chiedere aiuto. So cosa intende Diana con noluntas, solo, non
capisco come possa accettare di buon grado la morte. La mia fine non coincide
con la fine del mondo, questo è vero, ma è pur sempre la fine del mio mondo o
del mondo per me. Non m’interessa l’esistenza nella sua interezza, non sono in
grado di comprenderla. A me importa ciò che possa entrare nella mia sfera
d’azione. Se annego adesso per me il mondo finisce. Cosa ci sarà dopo? Un altro
me? Un non-io? Una coscienza che non ha memoria della precedente? O forse erro,
forse non c’è nient’altro che questo imbrunire, l’idea della fine è infinita.
Non moriremo, resteremo qui, in eterno, aspetteremo. Ma cosa? Cosa stiamo
aspettando se la morte non esiste? Cos’è questo mare? E questo sole immenso che
invade l’orizzonte? Io non so se posso sopportare l’infinito, io non so se
contemplare questo cielo possa sradicarmi. Non so più se fuori dall’acqua avrò
il mio corpo. Ho sempre creduto di essere un corpo, noi non abbiamo un corpo
noi siamo il corpo, è possibile? No, dacché esistono i cyborg l’osservazione è
del tutto incongrua. Noi siamo tutte le emanazioni del possibile. Adesso questo
corpo mi abbandona, si separa da me, e io lascio che vada, che si estingua, che
anneghi o si dissolva, dopo ci sarà dell’altro, io sarò altro, vivrò qualcosa
che al momento non posso immaginare, mi abituerò a una nuova forma, rivivrò un
confine. Cosa farò se invece dovessi ricordare tutto? Se questa esistenza in
cui sono intrappolato non dovesse dissolversi? L’angoscia è il principio della
presa di coscienza, non posso fermare il flusso, il cerchio si ripete ma nelle
stesse acque non ci si bagna.
Giù, giù, nell’abisso, per quanto provi e riprovi a
muovere le braccia non ho più forze, non più braccia, non più gambe, non sono
neanche più di carne, e non respiro, il mare ha riempito ogni parte, la pelle,
il naso, le labbra. Scivolo nell’azzurro, giù nel fondo. Duro poche boccate e
poi smetto, raggiungo una quiete che non credevo possibile, accetto il destino.
33.
Apro gli occhi e respiro, i muscoli atrofizzati, busto
e braccia stretti da una corda, è buio, è notte, non c’è l’orizzonte, sento
solo passi ma non vedo nessuno.
«Diogene» è Diana, legata a me di spalle.
«Siamo vivi?»
«Dal male che mi fa la schiena direi di sì».
«Puoi muoverti?»
«No. Tu?»
«Neanche».
I passi s’intensificano e ne sentiamo molti, alcuni
più sottili, altri profondi come colpi, quando alzo gli occhi riconosco qualcuno
che ho già visto: è il bambino che mi ha venduto l’Adrenoplus, ha un cappuccio
ed è vestito di nero, un manico d’acciaio sporge da una custodia agganciata ai
pantaloni.
«Signore, lei ha varcato un confine irremeabile. Non è
consentito giocare con l’orizzonte, superarlo e restare vivi».
«Consentito da chi?» dico.
«Da Dio» dice.
«È ancora vivo?»
Il ragazzino mi si avvicina e sussurra: «Nessuno deve
saperlo ma sì, è vivo e tiene prigioniera Sibilla».
«Ma chi è Dio?»
«La domanda è malposta, deve riformularla
correttamente».
«Non posso, nuotando ho perso la lanterna».
Il ghigno scimmiesco gli allarga di molto la bocca
torcendo la pelle.
«Non l’ha persa, signore, i miei l’hanno ricuperata
negli abissi. Se vuole scusarmi».
Si allontana e torna con una bambina di circa sei
anni, bandana rossa in testa e occhiali scuri, e un altro, poco più grande,
interamente coperto da un passamontagna nero che regge la mia lanterna.
«Ora può riformulare la domanda».
«Dovrete Slegarlo» dice Diana, «come terrà la lanterna
sennò?»
I bambini si guardano tra loro e fanno qualche passo
verso di noi.
«Gliela reggerà lui» dice il primo bambino indicando
quello con il passamontagna.
Passamontagna mi si accosta e illumina il volto di
Cappuccio di modo che io possa domandargli: «Chi è l’Uomo?»
«È Dio, l’Uomo è Dio».
«Mi prendete in giro? Un attimo fa, cioè un giorno,
no, forse è trascorso di più, bene, insomma, Arakne mi ha detto che l’Uomo è
morto e noi l’abbiamo ucciso».
«Arakne vive qui dall’eternità, ha qualche problema a
riconoscere le linee temporali» dice il bambino con il cappuccio.
«Voi non l’avete ancora ucciso» dice la bambina con la
bandana. «Per farlo dovrete comprare delle armi».
«Noi abbiamo le armi» dice il bambino con il
cappuccio.
Passamontagna tace.
«Ma se volete che compriamo da voi delle armi, perché
non ci slegate?» dice Diana.
«Perché non avete soldi, né dineri, né bor. La vostra
esistenza vale meno di zero e dunque non potete comprarle».
«Allora che si fa? Restiamo legati a vita?» dico.
Cappuccio ride. Gli altri due gli fanno eco.
«Sapete dov’è diretto questo cargo?»
«Un cargo» rifletto, ricordando la mia cabina di
comando, il mio studio.
«Rispondete!» dice il bambino col cappuccio.
Passamontagna mi dà un calcio in pieno volto.
«No, non possiamo immaginarlo» dico.
«Lo so bene, voi adulti non avete più un briciolo
d’immaginazione».
«Nell’undicesima dimensione?» azzarda Diana.
I tre ridono ancora e continuano a torturarci con
schiaffi e calci in faccia.
«Va bene, ve lo dico io: questa nave è diretta a più
infinito. Ciò significa che non incontrerete né l’Uomo, né Sibilla» dice il
bambino col cappuccio.
«Cosa c’è a più infinito?» dice Diana.
«Che domanda idiota! L’eterno ritorno» risponde la
bambina con la bandana.
34.
«E a meno infinito?» domando.
Bandana sorride, non so che occhi abbia, indossa
occhiali da sole molto scuri, ma temo non siano rassicuranti.
«Tutte le tue paure» dice.
«A cosa vi serve tenerci prigionieri?» dice Diana.
Cappuccio estrae dalla guaina una calibro 38 e si
avvicina a lei. Non lo vedo più.
«Fai troppe domande».
Muovo il torace in modo da testare la resistenza delle
corde, non riesco a fare granché, respiro a fatica e muovo le dita delle mani.
«Per uccidere l’Uomo abbiamo bisogno del vostro aiuto»
dico.
Passamontagna mi illumina con la lanterna. Cappuccio
si sposta verso di me e mi punta l’arma al collo.
«Perché?» dice.
«Perché voi» arranco stretto dalla pressione del ferro
sulla gola «siete più forti di noi».
«Noi gratis non facciamo nulla» dice Bandana e poi si
accovaccia accanto a Passamontagna. Entrambi sfilano occhiali da sole e
passamontagna, posso guardarli, hanno iridi bianche come meduse. Un brivido,
una scossa di ribrezzo.
«Siete ciechi?»
«Siamo veggenti» dice lei.
Il bambino con il cappuccio preme il grilletto,
rilascia il cane e una pallottola si conficca nella mia gola. Diana urla.
Poco per volta li vedo snebbiare, rarefarsi, diventare
ialini, non sento un acuto dolore alla carotide e non perdo sangue,
semplicemente il cranio pesa il triplo del normale e i bambini raddoppiano in
una potente diplopia.
«Cos’è?» urla Diana. «Cosa gli avete sparato?»
«Metildiossidocarboketozepam» dice Bandana. «Un
potente narcolettico che lo lascerà in orbita a lungo».
Chiudo e riapro gli occhi. Chiudo e riapro gli occhi.
Chiudo e riapro gli occhi. Sono in uno studio medico, credo, in un letto
immerso nell’acqua c’è un un monitor. Sibilla mi guarda attraverso uno schermo.
«Diogene, va tutto bene, ci sono io con te» dice.
«Sibilla, dove siamo?»
«Non devi temere. Presto tornerai anche tu».
«Ma chi sono quei bambini? Perché mi hanno sparato un
neurolettico?»
«Devi capire una cosa, questa è solo una
trasfigurazione».
La stanza gira e Sibilla è snebbiata, intorno vedo
miliardi di puntini, macchie solari, quanti, non saprei definirli altrimenti,
ogni cosa è simultaneamente viva e morta.
«Ma tu stai bene? Non sei prigioniera di Dio?»
Sibilla ride.
«Ciò che in te appare mostruoso, dall’altra parte è
minimo».
Puntini, macchie viola, invadono la sua figura, a poco
a poco ne cancellano i tratti, e la fisionomia muta in una pioggia di
pulviscoli luminosi. Un odore dolce di cardamomo si propaga nell’aria. Adesso è
anziana, il naso all’in su e le palpebre gonfie, le labbra sottili, il mento
prognato di mia madre.
«Diogene, questa è una guerra strana, dove nessuno
vince, nessuno perde, tutti andiamo incontro alla dissoluzione perché abbiamo
rimosso l’essenza».
«Sei tu, ora capisco, era una metafora, mamma, sei tu
a essere prigioniera di Dio».
Mia madre ride.
«Dio non fa prigionieri, non ha catene, io sono una serva
del Signore per mia scelta».
«Che significa serva del Signore?»
«Esistono due modi per vivere, o si è servi della
tecnica, o si è servi di Dio».
«E la libertà? Cos’è per te la libertà?»
«Ho agito sconsideratamente in nome della libertà. Mi
chiamavano terrorista perché credevo nella libertà ma adesso, Diogene, adesso
sono tornata alle origini. Solo Dio può perdonare».
«Ma è un’illusione, non te ne rendi conto? Il tuo Dio
è un’illusione, un insensato anacronismo. Adesso l’unico Dio è l’Uomo».
Mia madre si riempie di chiazze rosse e quelle chiazze
diventano pulviscoli, le cambiano ancora i tratti e sul suo volto s’imprime un
altro.
«L’Uomo non ha nessun potere, non quello che credete
voi. È anche lui schiavo dei Confessori. L’Uomo è solo un emissario».
35.
Non si sente più lo scrosciare delle onde, davanti a
me non c’è più il mare, oltre il ponte di comando, in lontananza l’oscurità
della notte è sporcata da macchie verdi. Ancora non sono lucido, chiamo Diana e
non riesco ad articolare le parole.
«Sono tutti al timone» dice.
«Dov’è finito il mare?»
«È proprio questo il problema».
Le macchie verdi si fanno più grandi nel corso della
navigazione fino a diventare giganteschi numeri a sei, sette, otto cifre che
mutano costantemente.
«Sono bor» dice Diana. «Stiamo navigando nella moneta
virtuale».
La nave traballa, scombussolata come in preda a un
sisma. Le onde sono diventate numeri, sono verdi e cambiano continuamente.
«Cambiano perché cambiano gli algoritmi. Ciascuno di
quei numeri rappresenta il valore di ognuno di noi».
«Deciframeli».
«Non mi va».
«Forza!»
«Ci siamo anche noi, noi valiamo 200 bor, per questo
ci hanno catturati».
«Dove sta scritto?»
«Lì, non vedi?»
Un Due grande quanto un frigorifero mi si scaglia
contro e si dissolve in una nube verde, seguono due Zero.
«Ma non vedi che sono… sono polvere!»
«Vallo a spiegare ai ragazzini».
Siamo invasi da nuvole di fumo verde, numeri che si
vaporizzano, cambiano consistenza, aumentano e diminuiscono di uno, due, tre
zeri, mutano cifra. Ecco un Tre e un Nove, una fila di Zeri polverosi ci
sbattono contro, ci avviluppano in un fumo denso, cavernoso. Io e Diana
iniziamo a tossire. Man mano che i numeri ci attraversano la nostra massa
muscolare si riduce, operazione già in corso nella stanza del tramonto.
Disintegrazione vuole che la massa legata diventi così sottile da non riuscire
più a essere costretta nella corda, riesco a uscire dai nodi, a sgusciare
fuori, e così Diana. Sul pavimento in legno della nave strisciamo
sempre più decomposti, non ho più gambe né l’addome, Diana ha la pelle di un
boa ma le mancano viso e braccia, camminare le riesce meglio di quanto non
riesca a me; ho ancora la funzione prensile. Si accovaccia, le salgo sulle
spalle aggrappandomi con le braccia. Raccolgo due fucili appesi alle scialuppe
di salvataggio, lei li mette in un sacco di canapa che raccolgo per terra e
corre fino a poppa. Siamo quasi arrivati al bordo, pronti a lanciarci nelle
nubi verdi quando Cappuccio mi mette le mani sotto le ascelle e Passamontagna trascina
Diana per i capelli. Infilo le dita negli occhi del bambino con il cappuccio,
glieli cavo. I bulbi cadono e rimbalzano come uova sode. Il bambino si dimena
per terra. Ruzzolo giù.
Nella colluttazione smettiamo di vedere, le nubi verdi
ci gravano sulle palpebre; anche i mocciosi sono assediati dai numeri,
intrappolati in catene di fumo cifrato, non riescono a trovare il modo per
accedere alle armi, dobbiamo batterci a mani nude senza vedere altro che
pruriginoso fumo, ci fa tossire e bruciare gli occhi, anche in quelli ormai
invisibili di Diana.
Ricordo il tiro con l’arco, a Porto Badisco, con mia
madre, lei mi lasciava per svariati minuti con le braccia teste a scoccare,
morivo di caldo e sudavo e le mosche mi ronzavano intorno e le zanzare mi
pungevano ma «Fermo, Diogene, devi stare fermo. Respira e poi scocca. Non
fiatare. Non guardare altro che il bersaglio. Resisti alla tentazione di
grattarti, asciugarti il sudore o scacciare gli insetti. Resisti. Incassa i
colpi della natura. Scocca» diceva. E io scoccavo. Qualche volta facevo
centro.
Adesso sto fermo, incasso i colpi di Passamontagna e
Bandana. Lasciali, Diogene, dico a me stesso, lascia che si sfoghino. Si
stancheranno.
Sono le braccia di Diana, lei è le mie gambe. Unico
essere cieco e dimezzato, richiamiamo le forze, l’energia del serpente.
Ancora un ricordo della Grotta dei Cervi, mia madre in
meditazione. «Sai cosa sono questi?», mi tocca il pube, l’addome, il petto, la
gola, la fronte e il centro della testa. «Sono chakra. Quando il serpente si
sveglia i chakra si aprono e tu sei simile a Dio».
«Non credevi in un solo Dio?»
«Credo in molte manifestazioni di Dio. Tutte le
religioni hanno avuto da insegnarci il grande salto».
«Cos’è il grande salto?»
«Il salto oltre la logica. Non puoi battere la tecnica
con la logica, la logica è dalla sua parte. Puoi batterla solo andando oltre.
Oltre la logica è la mitologia».
Quando siamo un unico essere, io e Diana, siamo
l’energia del serpente, l’oltre-logica che sfida i limiti della materia. Un
unico essere, maschio e femmina, umano e animale, uno e bino. Oltre la logica
noi abbiamo le pistole e spariamo, i bambini si dimenano per terra atrofizzati
dal metildiossidocarboketozepam.
Saliamo sul bordo del cargo, a poppa, scavalchiamo, ci
arrampichiamo allo specchio e ci lanciamo nell’oscurità.
36.
Nel nero profondo caroliamo in granuli di polvere
verde, nittalopi, scavalchiamo il buio e nel precipitare troviamo un appiglio,
sono specchi, frammenti di specchi, tagliano ma impediscono di andare a picco.
Ne stringo uno tra le mani e sento il sangue stillare dal palmo, se spalanco
gli occhi vedo esseri di fumo, l’aria della caduta soffia contro i corpi, ho
perso la mano di Diana. Gli esseri di fumo soffiano aria stigia contro di me,
la tunica bianca si riempie di strappi.
Sono in coda uno di seguito all’altro, indossano
larghi mantelli incappucciati, sono sostanze plasmatiche fosforescenti, erano
numeri e ora sono spiriti. Arrestano la velocità del mio precipitare, in uno
dei brandelli di specchio vedo Diana, la pelle di serpente e il volto
straziato, gli occhi chiusi, sangue sulle labbra, ha il corpo intero, nessuna
parte cancellata. Cerco di urlare il suo nome ma in questo stato della materia
la voce non trova via di fuga.
Gli esseri di fumo in processione mi attraversano, tra
gambe fluttua lo stesso vapore verde che compone le loro figure. Parte del mio
corpo è ancora di carne e d’ossa, le restanti non hanno consistenza, sono spire
di vapore.
Non precipito più ma siedo nell’aria di fronte a un
grande specchio composto di frammenti, il riflesso è smerigliato, troppi
frantumi a dividere il volto. Osservandomi senza riconoscermi mi chiedo cosa
sia l’identità.
Uno degli esseri di plasma solleva una pietra alle mie
spalle, mi volto e nelle mani non ha nulla, posso guardarlo solo nel riflesso.
«Tu pensi sia una pietra» dice. «Ma questo è il
divenire».
La pietra grigia diventa rosa e nel rosa sorgono
impietose crepe simili ai frantumi che dividono lo specchio, nel rosa minerale
stilla un fluido nero e le mani fosforescenti dell’essere spaccano la pietra,
la superficie riflettente s’infetta di nero, il liquore scuro sgorga insieme al
sangue sul mio palmo.
«Chi sei? Fammi uscire di qui» dico senza parlare.
«Noi siamo i Confessori» dicono in coro. Hanno voce metallica,
sembra il lamento funebre di una legione di monaci. I Confessori in processione
mi attraversano e si vanificano nello specchio, tornano a essere numeri, cifre
verdi su uno schermo, lo schermo non è più intero.
Sotto le frattaglie della parete riflettente una donna
dalla carne mulatta si contorce danzando ma la musica non arriva, si sente solo
lo scalpiccio dei piedi su un pavimento di vetro. Se mi volto Sibilla non c’è,
c’è solo nello specchio e danza. I piedi si scheggiano di sangue. Mi viene incontro
e si avvicina ai frammenti fino a mostrarmi il mio riflesso nelle sue iridi.
«Stai andando bene, non temere, sta andando bene, la
tua coscienza si amplia».
«Ma il mio corpo scompare».
Sibilla sorride. «Il corpo scompare quando dubitiamo.
Non sei un dimezzato, stai scindendo materia e spirito. A me questo non
potrebbe accadere».
«Siamo divisi, tu e io, io e Diana. Dove siamo? Dove
sei adesso?»
Il sorriso è quello di una madre, mi guarda attraverso
lo schermo, nei suoi occhi il mio viso si allunga.
«Io non sono così distante da te, è lo stato della
nostra coscienza a essere diverso ma siamo vicini. Non fidarti di Diana, lei
non si sveglierà».
Mi volto, cerco Diana ma ci sono solo i Confessori in
coda che camminano verso lo specchio, lo attraversano e ridiventano
numeri.
«Dov’è Diana? Che significa non si sveglierà?»
Sibilla si allontana in circonvoluzioni di bacino,
muovendo la testa tra le mani giunte, si allontana trascinandosi nel vuoto.
«Infilzati il petto, non temere il sangue» dice il
Confessore che mi ha parlato prima. Si separa dalla processione e mi cinge le
spalle. Sotto il cappuccio non c’è un volto né una maschera ma vuota sconfinata
tenebra. Nelle mani stringe un chiodo ma se lo guardo meglio è un pugnale.
«La mia lama è precisa: un istante e puoi vincere
dolore, rabbia e disperazione».
Il Confessore mi mostra nel buio una lucina verde, un
davanzale e vetri spalancati.
«Tu puoi svegliarti da ogni incubo; lanciati, la mia
finestra è una salvezza: sul selciato in un microsecondo ti schianterai insieme
con l’assurdo».
Dello stesso verde, accanto alla finestra, un cappio
sospeso per aria.
«Ti aspetto da sempre, conosco il tuo tormento, la tua
rabbia, la tua insonnia, la paura e ho giocato a dadi con le immagini dei tuoi
sogni. So che vuoi urlare, ti compiango e ti offro una via d’uscita. Sei nato
per impiccarti perché disdegni ogni risposta e soluzione».
Abbandono lo specchio, con queste gambe di vapore
verde cammino verso il cappio. Una vita virtuale può essere spenta da una corda
virtuale? Le cose che immagino si materializzano, si palesa lo sgabello per
salire sul patibolo e, mentre appoggio il collo al cappio in procinto di
spingere via il rialzo, rivedo lo specchio in frantumi e nei frantumi i
lineamenti di Diana. Diana apre gli occhi.
«Addio Diogene» dice.
Sfilo il cappio e corro verso di lei che è riversa su
un pavimento di specchi infranti tutta avvolta da nebbia fosforescente. Urlo il
suo nome ma tra me e Diana appare un Confessore di spalle, di cui vedo solo il
lungo mantello.
«Lei non può amarti, ama il suo carnefice, e tu non
puoi competere con la potenza di un carnefice. Se stai svanendo è perché il tuo
valore di scambio sta precipitando, è quasi zero, non hai più valore in bor.
Stai svanendo perché nel lato oscuro della rete non significhi più nulla. Qui
la materia non significa nulla».
Il Confessore spalanca le braccia per impedirmi di
vedere Diana, di salvarla o di riprenderla con me. Anche le mie mani sono
fosforescenti. Tutto il mio essere fisico si sfracella in vapore. Non ho più
voce.
37.
«Diogene, dov’è la tua lanterna?» dice il Confessore.
Nelle mie mani di nebbia non c’è. Non vedo altra luce
che quella del vapore. La mia esistenza è pregna di spettri che devo ogni volta
trafiggere.
«E i tuoi amici? Che fine hanno fatto?»
Non erano amici ma pensieri. Tutti gli abitanti di Andromeda
erano pensieri che si sono manifestati in visioni. Se ciò fosse vero anche il
Confessore non sarebbe che un’idea. Quando amavo Alicia ero atterrito dal
pensiero di perderla, dal dolore accecante di un suo rifiuto. Quando amavo
Miranda in fondo all’amore c’erano i soldi che le davo per stare con me. Ora
che amo Diana in noi alberga la morte. E se anche Diana, Sibilla, Miranda,
Alicia non fossero che pensieri?
Lo spettro di mia madre abita ogni cosa, la pervade,
mi pervade. È impossibile superarla, la morte rende il pensiero
inestinguibile.
Diana crede che il problema sia il compagno di sua
madre ma lui non è qui; scommetto che se non stesse a rimuginare su quell’uomo
starebbe male per altro e se dovessi lottare con tutta l’alterità che la
distrugge lei troverebbe ancora qualcosa per soffrire e non appartenermi.
Il problema sono io, siamo io e lei, non riesco
neanche più a toccarla, da una parte il desiderio e dall’altra il ribrezzo, la
sua pelle di boa mi ripugna. Mi sembra di rivivere la morte di mia madre o
l’abbandono di mio padre, di cui non ricordo altro che un odore, un odore di
uomo che c’era in casa e poi non c’è più stato.
Diana è la carne dello stesso abbandono. Non vedo più
il desiderio nei suoi occhi. Con me fanno sempre così, appena provo a fidarmi
mi rifiutano, non mi desiderano più, smettono di starmi accanto, scappano,
hanno paura. Diana scappa, ha paura. Ha resistito finora solo per dimostrare a
sé stessa che ce l’avrebbe fatta, invece non è vero, non ce la fa, non ce la
farà, con me chiunque è sconfitto. I mostri che ho dentro feriscono gli altri.
Divorano.
Perché nessuno riesce a vedere la mia anima?
In realtà l’anima non esiste, ho prodotto un mondo
mostruoso di cui Diana è prigioniera. Se il mio universo è pregno di spettri,
soltanto io posso dissolverli. Il cuore di Diana è freddo, morto. Lei voleva
farsi fuori e per caso è finita nel mio incubo ma non l’ha chiesto, non l’ha
voluto come non vogliono esserci i dispersi che ho mandato al ricovero.
Ho debellato i fantasmi, ricacciandoli nelle cripte
dell’incoscienza, ma sono più forti, più potenti di ogni mia scelta, per loro
non ha valore la medietà, la giustizia. Vogliono il sangue, il mio sangue. Quel
che releghiamo all’invisibile torna sotto forma di incubo e dilania.
Non abbiamo quasi mai dormito, quasi mai mangiato.
Perché?
«Non hai bisogno di nutrire uno spirito fiacco. La
redenzione è un passo verso il fondo», dice il Confessore.
Ho peccato, perdonami. No, non potrai perdonarmi, per
te il peccato non ha nessun valore. E mia madre è stata un’illusa, per lei la
religione era il legame con il tutto, non aveva considerato che il tutto era
una sua allucinazione.
«Puoi ancora ucciderti se ne hai il coraggio» dice il
Confessore, mostrandomi la corda, la finestra, il pugnale, il chiodo.
Ucciderei i pensieri, voglio morire ma non voglio
uccidere i pensieri, le creazioni della mente che mi fanno compagnia, non
voglio annientare l’invenzione che ho costruito con meticolosa pazienza.
Adesso il mondo viene a franare e il pensiero stesso
vacilla mentre mi dissolvo in vapori fluorescenti. Un giorno racconterò ridendo
la storia della mia pazzia, e di come ho desiderato donne immaginarie,
esperienze ultraterrene. Adesso sono ingabbiato nella cella del mio stesso
pensiero e non posso liberarmene se non con un’azione che vinca l’assurdo.
Sono sgusciati fuori, i pensieri. Hanno costruito al
mio posto qualcosa che io stesso non sarei stato capace d’immaginare. Voglio
eludere il pensiero e tornare nel corpo, tornare corpo. Che il mio corpo torni
intero!
Il Confessore si dissolve in un fumo verde che si fa
fuliggine e poi scompare. Non c’è il corpo di Diana riverso sul pavimento di
vetro frantumato ma una porta, una porta fosforescente.
Le mie mani tornano mani, così le braccia, le gambe,
l’addome, i piedi; sono ancora di carne e sangue, afferro la maniglia e apro.
38.
Luminarie, centinaia di luminarie attaccate a fili che
vanno da una parte all’altra dell’interno, una filza di luci accese; puzzo di
urina, scale fatiscenti, oscurità. Sono tornato nel casermone, non ho idea del
piano, la rampa di scale prosegue sia in alto che in basso. Il mio corpo è
integro, le gambe sono tornate solide. Come prima, su ogni piano ci sono otto porte
di colori diversi ma sono stanco di entrare in mondi assurdi. Dal momento che
sono qui, probabilmente a metà strada, continuerò a scendere. I piani sono
vuoti, uno identico all’altro, le porte hanno gli stessi colori di quelle dei
piani precedenti, non c’è nessuno e non si sente un fischio, solo il gocciolare
tremulo del soffitto nei punti in cui il cemento ha ceduto e la muffa,
l’umidità, la concrezione, hanno preso il sopravvento.
Un piano dopo l’altro, scendo, e mi sembra di non
trovare mai l’ultimo. La ringhiera è arrugginita, man mano che scendo l’aria si
guasta, un fortore di muffa insudicia le pareti. Dei topi squittiscono, li vedo
attraversare il corridoio, avanzo fino al meno dieci, lo riconosco perché
un’insegna in grafite reca il numero dieci; avevano detto fosse l’ultimo e
invece si può scendere ancora e ancora e ancora.
Al meno tredici ritrovo le anziane che filano con
acribia su un antico filare, mi guardano e ridono. Saluto ma loro non alzano
neppure una mano.
«Quanto è profondo l’edificio?» chiedo.
Una risata in cui risuona l’anancasmo, le rughe fitte
sui volti dall’incarnato terreo conferiscono alle donne un’aria ubbia e tetra.
«Quanto credi che lo sia?» risponde una di loro con un
vocino stridulo e arrochito.
«Non lo so, sembra non finire mai».
«Solo il destino dell’uomo è finito, il resto delle
cose cade nell’indeterminazione».
«Cosa intende per indeterminazione?»
«La simultaneità delle probabilità».
«Come si esce di qui?»
La donna senescente ride e sembra soffocare, mi guarda
dritto negli occhi, ha le palpebre strette in fessure.
«Cosa credi di trovare fuori?»
«La realtà, semplicemente la realtà».
«Tu non conosci il significato di questa parola».
«Intendo, qualcosa di certo, che non muti a seconda
dei pensieri» mi spazientisco.
«Sei sicuro che esista?»
«Cosa?»
«Qualcosa di certo che non muti a seconda dei
pensieri».
«Voglio dire» urlo. «Questo edificio è reale? Esiste
in natura? Diana è davvero rimasta incastrata in un’altra dimensione? Le
persone che ho incontrato sono…»
«Silenzio» urlano in coro. «Questi dubbi, queste
supposizioni, trascinano nell’assurdo qualunque gesto. Non è questo il modo di
affrontare le prove».
«Quali prove? Questo luogo esiste per metterci alla
prova? Filemone, Odisseo, gli Uomini-Vocabolario, la baby gang, Arakne, erano
tutte prove?»
«Quali sentimenti riemersero da esseri scomparsi.
Quali donne ti odiarono allora. Quali uomini oscuri hai risvegliato nelle vene
del giovane?» dice la vecchia che ha parlato prima.
«Che significa?»
Le altre due non smettono di cucire ma guardano una a
destra, l’altra a sinistra, in direzione delle porte. Mi avvicino alla maniglia
nera, provo ad aprire ma lo strombo è cieco, la porta è serrata.
«Perché non posso più aprire le porte?»
«Queste porte» dicono in coro, «non sono per i vivi,
mantengono in vita l’invisibile. Noi le custodiamo. Noi siamo le guardiane
delle porte discendenti».
«E cosa c’è qui, allora?»
«Non ti spetta saperlo» dice la prima. «Torna al meno
dieci, lì troverai le donne. Dovrai parlare a lungo con le donne, in loro è
nascosto il segreto del tuo disamore. Non venire mai più qui, questo è un regno
che non ti appartiene, qui non si passa, non da vivi. Interrogaci pure ma non
troverai le risposte che cerchi, le troverai solo dalle tue abbandonate».
La facondia di cui mi ero fregiato scompare, risalgo
di tre piani, circospetto, incapace di placare l’interesse per le porte
inaccessibili. Che fosse una bugia? Il paradiso per la conoscenza lo baratterei
ancora infinite volte. Ma qui, al meno dieci, c’è un chiarore fresco, le porte
sono aperte e rifulge abbacinante il sole.
39.
Il sole viene fuori da tutte le otto porte, entrando
in una entrerò anche nelle altre. Attraverso la prima. Mi ritrovo nella stessa
prateria in cui ero al mio ingresso in Andromeda. Non ci sono però le pecore,
né Filemone con il suo ragno violino. Cammino fino a raggiungere un salice
piangente, mi riparo sotto le fronde da tutta questa luce. Sono stanco, sudato,
ho fame e vorrei farmi una doccia, cambiarmi d’abito, quello che indosso è liso
e stracciato.
Si avvicina un’ombra, una donna mora molto magra che
in controluce sembra un essere oscuro e sovrannaturale di cui non colgo i
lineamenti. Man mano che si avvicina sento una certa famigliarità, quando entra
nel cono scuro creato dalle fronde riconosco la donna che avrei voluto sposare:
Alicia. Indossa un lungo abito nero a fiori rossi e la voluminosa chioma scende
fluida sulle spalle; mi guarda con tenerezza, trascina una grande valigia.
«Ti ho portato i vestiti» dice. «C’è anche un piatto
di cuscus piccante, una bottiglia d’acqua e una di vino».
Si accovaccia, apre la valigia, estrae un paio di
pantaloni neri della mia misura e li stende sull’erba, poi una camicia e un
paio di scarpe dalle tomaie nere e i contorni bianchi. Prende anche una cesta
dov’è riposto un piatto inguainato nella carta stagnola, delle posate e le
bottiglie di cui parlava, il vino è rosso rubino, luminoso e trasparente.
«Cosa ci fai qui?» chiedo.
«Non sembri felice di vedermi».
«Come ci sei arrivata?»
«Come ci arrivano tutti».
Prende dalla cesta due bicchieri.
«Dai, brindiamo».
Scarto piatto e posate, lascio che Alicia versi il
vino nel mio bicchiere.
«A cosa?»
«Al nostro ritrovamento».
«Dove l’hai preso?»
«Al paese, me l’ha dato un contadino».
Brindiamo. Il sapore del vino è tannico ma smussato da
un retrogusto legnoso e fruttato. Comincio a mangiare gettandomi con foga sul
cuscus.
«Non ti strozzare» dice sarcastica.
«Grazie» barbuglio e non smetto di bere e mangiare
finché non ho vuotato il piatto e entrambe le bottiglie.
Stringo i pantaloni, le chiedo di voltarsi e lei mi
guarda con un accenno di supponenza.
«Come non lo conoscessi il tuo corpo».
«Ora sono sporco e stanco, sarò dimagrito, non mi
alleno da un po’».
«Avanti, cambiati, non mi ispiri niente».
«Come sarebbe?»
«La tua occasione l’hai avuta e te la sei giocata».
«Non sapevo gestire i sentimenti, ero fragile e
insicuro».
Alicia si alza e incrocia le braccia. Prima di
cambiarmi vorrei potermi lavare o almeno pulire con dei fazzoletti, ho la
pianta dei piedi nera e sono coperto da strati di sporcizia, terreno, sale
marino e altri rimasugli delle traversie.
«Non eri solo fragile e insicuro, eri inconsolabile».
Non ha ancora bevuto un sorso dal suo bicchiere e me
lo rovescia addosso.
«Avrei dovuto aspettare che indossassi i vestiti nuovi
ma la tentazione è stata più forte».
«Cosa ti ho fatto adesso?»
«Adesso nulla, qualche anno fa invece mi hai rovinato
la vita. A parte picchiarmi e minacciarmi, mi hai abbandonata sull’altare. Hai
idea di quanto fosse costato l’abito? E l’organizzazione del matrimonio? Non ho
più potuto mettere piede in casa, la mia famiglia non vuole più vedermi».
«In fondo è stato meglio anche per te».
«Niente affatto, non mi sono più sposata. Sono rimasta
completamente al verde e non mi fido più degli uomini».
«Per questo sei qui?»
«Anche».
«Da chi ti stai nascondendo?»
«Lo sai bene».
«No, sul serio, non ne ho idea».
«Ci controllano, leggono nelle nostre menti. È inutile
nascondersi, ci troverebbero ovunque. E tu perché sei qui?»
«La mia vita non è stata migliore della tua».
«Sei riuscito a sprecarla anche dopo avermi rubato il
posto?»
«Alicia, ascolta, non era un lavoro per persone
oneste».
Ride. Piega la testa. Ravviva la chioma.
«E vorresti farmi credere di essere disonesto? In fin
dei conti avrei dovuto saperlo, sei sempre stato un vile, la tua gelosia era
sintomo della tua viltà. Ti ho fatto da fidanzata, da amante e da madre e tu mi
hai scaricata appena hai intravisto la possibilità di un futuro migliore senza
di me. Ho lottato per starti accanto, mi sono sempre prodigata per te. Quando
ancora non vivevamo insieme venivo a cucinarti la cena, lavavo i piatti e anche
i tuoi vestiti. Ti sono stata accanto durante tutti i tuoi crolli, quando è
morta tua madre sono stata l’unica a capire la profondità del tuo dolore. Ho
tollerato la tua insofferenza, ho cercato di non invaderti quando studiavi e
prendevi i tuoi appunti per il libro che non avresti mai scritto, sentivo di
infastidirti e mi sacrificavo e sparivo per giorni aspettando che fossi tu a cercarmi.
Ho tollerato l’assenza di desiderio e la smania che provavi per tutte le altre.
Ho aspettato che fossi pronto ad amare, sapevo non fosse amore la morbosità che
provavi, immaginavo che un giorno dal tuo cuore ferito l’amore sarebbe emerso
ma mi sbagliavo, non sarebbe emerso per me. So della tua ultima fiamma, una
ragazzina pazza. È quello che meriti, Diogene. Lei non tornerà».
«Non ti ho abbandonata perché non ti amavo».
«A no? E perché allora? Per le tue paure? Me ne fotto
delle tue paure. Sei così tremendamente egocentrico. Non provi un briciolo di
vergogna? Vivere con te significa vivere nel terrore, qualunque cosa potrebbe
farti cambiare idea, portarti a definire la donna con cui sei: inadatta,
sbagliata, e a volerla cestinare. Non so chi ti abbia insegnato questo modo di
servirti delle persone, non credo che potrò mai perdonarti».
«Perfetto» le lancio addosso i pantaloni. «Lo vedi
perché ti ho lasciata? Tu sei così puntigliosa e autoreferenziale. Non c’è
stato un momento nella nostra relazione in cui tu non mi abbia fatto pesare le
cose che facevi per me. E poi Diana, come ti permetti di parlare di Diana? Non
sai nulla di lei, non sai quali profondità ci leghino».
Ride.
«Ha diciotto anni, Diogene! È una bambina psicotica.
Non una persona, non una donna. Tu hai paura delle donne, ti ricordano troppo
tua madre. Hai paura di dover essere costretto a fuggire come ha fatto tuo
padre».
«Oh, brava, questa psicoanalisi da quattro soldi chi
te l’ha insegnata? Fiore? Quell’infame. Tu non hai idea di cosa voglia dire
vivere in costante sacrificio per una causa e vedersi scalzare dall’altro.
Avergli insegnato tutto e vederlo superarti e darti ordini. Tu non sai niente,
non conosci il rancore che mi uccide. L’idea del fallimento m’induce in ogni
istante a pensare al suicidio. Il fallimento, sai, è una condanna, non una
scelta. Si è condannati a non farcela, a finire nelle grinfie del tritacarne, a
vendere l’anima al diavolo in cambio di uno sconfinato nulla. Come si può amare
se si è quasi morti?»
«Avevo il tuo stesso destino ma tu mi hai scacciata.
Non volevi condividere neanche l’oblio. Ti ricordavo troppo i tuoi fallimenti,
pensavi che liberandoti di me ti saresti liberato di una parte di te, quella
che non sa arrampicarsi, quella che ogni volta cade. Perché credi che io sia
ancora viva? Cosa pensi mi abbia trattenuto dall’impiccarmi?»
«Lo siamo entrambi ma solo per errore. È vero, la tua
presenza mi ricordava i miei fallimenti, non potevo tollerare di averti accanto
o, peggio, che tu mi superassi, che ti dimostrassi ancora una volta migliore di
me. Tu avevi qualità di cui ero sprovvisto, tu sapevi tollerare le
frustrazioni, superare i momenti bui e da quelli trarre spunto per andare
avanti. A me questa facoltà mancava e ogni volta che m’inferocivo e ti
picchiavo stavo in realtà demolendo me stesso. Non sarebbe andata avanti per
molto. Probabilmente ti avrei uccisa. Sarei arrivato a non poterne più di
saperti viva e perciò capace di tradire».
Piange, cade in ginocchio.
«Non hai capito niente di me, io non ti ho mai tradito!
Anch’io in te avevo trovato un rifugio. Mia madre provava una grande stizza nel
sapermi studente a trentadue anni e mio padre non mi dava più soldi. Mi hanno
abbandonata anche loro, anzi, loro per primi. Io mi sono rifugiata in te, io in
te cercavo una famiglia. Ho avuto solo calci. Perché?»
Mi chino sul suo corpo raggomitolato, l’abbraccio e
vorrei estrarne l’anima dolente ma basta un solo sguardo di Alicia, il momento
in cui pianta i suoi occhi scurissimi e stinti di trucco nei miei, a dissuadermi
dal salvarla. Per portala dove, poi? Non sappiamo neanche dove siamo e come si
faccia a uscirne. Ripeto il ragionamento che feci il giorno del nostro
matrimonio e, ancora una volta, fuggo dal suo dolore. Rifiuto le vesti pulite,
lascio Alicia per terra e proseguo da solo.
40.
Una schiera di ontani, il sole alto di un tempo
immobile, cinerarie rosa e blu illuminate dai raggi, nonostante la luce, cresce
in me l’ubbia. Non sono mai stato in grado di amare, è stata mia madre a
impedirlo, per lei l’amore era solo un sacrificio nel nome di un’idea.
Ho amato l’immensità di una promessa impossibile, le
donne che mi voltavano le spalle, le vanagloriose o le puttane, nel momento
della scelta ero io a sbarazzarmene. Fuggivo, come fuggo oggi dalla vita allora
fuggivo dall’amore considerandolo una stoltezza adolescenziale. Mi sarebbe
piaciuto estendere il dubbio, condividerlo con l’umanità intera, ma lo
scetticismo è un’arma micidiale nelle mani di pochi reprobi capaci innanzitutto
di fare fuoco su sé stessi.
Durante il percorso mi colpisce un tratto di boscaglia
in cui i fiori non si muovono al vento, appaiono invece calpestati a gruppetti,
proseguendo ancora noto una persona. Distesa tra le cinerarie, coperta di
petali, una donna dai capelli viola sonnecchia sorridente, le fossette ai bordi
delle labbra ne impreziosiscono i contorni. Io la conosco, è Miranda. Vederla
qui mi sorprende ma non poi così tanto, dopo Alicia avrei dovuto aspettarmelo.
I passi che faccio verso di lei la ridestano, m’imbarazza sapere di essere
sporco di terra, maleodorante e privo di attrattive; apre gli occhi e mi fermo.
«Ehi!» si mette seduta e resta nuda, i piccoli seni
con i capezzoli turgidi trapassati dal metallo, il pube depilato.
«Non eri andata in Australia o quel che ne resta?»
Si stiracchia ed è ancora più asciutta, le costole
sporgenti, il bacino stretto e le gambe gremite di tatuaggi.
«Magari. Il tuo amico Mauro mi ha portata via in
Arcavol, in viaggio mi sono addormentata e mi sono svegliata qui».
«Sei dimagrita, stai sparendo».
Sorride con indifferenza, tanto da dover costantemente
barattare l’angoscia con il riso.
«Della bellezza non m’importa più».
«Una volta mi hai detto che il corpo era il tuo
gioiello».
«Qui nessuno ha bisogno di lavorare, perciò che
marcisca pure. Vieni, facciamo due passi».
Si alza, si scrolla i petali con la sinuosità di una
gatta, i fiori hanno lasciato sulla sua pelle un aroma fresco, estivo, latteo.
Si aggrappa alla mia tunica lisa, cerca di tirarla via.
«No, che fai?»
«Toglila, è lurida».
«Lo sono anch’io».
Miranda sorride, anzi ride, con la sua voce un po’
androgina, insiste con la tunica finché non decido di levarla da solo. Il mio
corpo è smagrito quasi quanto il suo ma non profuma, sui gomiti, sui palmi, si
sono accumulati diversi strati di sporcizia.
«Non sono più il Diogene che ricordi».
«Neanche io sono la Mrianda che ricordi».
«A me sembri identica, solo con qualche chilo in
meno».
«Ho perso la fiducia nell’evolversi delle cose».
Camminiamo uno di fianco all’altra, il paesaggio bucolico,
lussureggiante resta identico, i colori limpidi di un’estate senza tempo
rischiarano i pensieri e poi li annientano. Accarezzo Miranda sulla guancia, mi
fermo a osservarla e lei distoglie lo sguardo.
«Il mio amore per te deturpato da un bastardo» dico.
Miranda non vuole che i miei occhi l’afferrino, mi
forza a proseguire lungo il sentiero degli ontani, stringe le labbra e sgrana
gli occhi.
«È passato così tanto tempo».
«Sei stata la donna che ho desiderato di più, adoravo
fare l’amore con te, ma non era solo quello, vedevo in te la bellezza di un
crepuscolo».
«Stupido», piega la testa. «Io non potevo scegliere,
così ti sei forgiato l’immagine di me che più ti conveniva. Io non sono fatta
per te. Ho trascorso con Mauro dieci notti e non ho provato nulla come non ho
mai provato nulla per te. Voi eravate il mio assegno girabile in ogni momento.
Ti ho lasciato perché l’algoritmo diceva che avresti fallito, la tua bor
diminuiva a vista d’occhio. Non conosci il mio cuore, la verità delle mie
intenzioni. Io ho dovuto lavorare fin da piccola, il mio corpo, come dici, è
stato il mio gioiello. Non sai nulla di me, della mia famiglia, un’impresa
fallita in bancarotta fraudolenta. E a dodici anni il tuo amore si spogliava
lasciandosi mangiare dai vermi». Ride. Si tocca la gola, chiude gli occhi, li
riapre. «Se avessi potuto avrei preferito il martirio. Io non sono come Diana,
a lei il piace l’osceno, ne è invischiata e questo la condurrà alla deriva. Non
è morta come credi, è viva ma ha trovato chi sappia tenerle testa. Mi dispiace
ferirti in questo modo ma una volta al capolinea credo sia giusto parlare
chiaro, non ho mai provato piacere con te e neanche disgusto. Se ho finto di
amarti è stato per rendere quella finzione più lirica. A cosa serviva lasciarmi
scopare senza illudermi di desiderarlo? Però devo spezzare una lancia in tuo
favore, non l’ho fatto con tutti, sei stato l’eccezione. Neanche con Mauro ho
finto così bene. Nel fondo dell’abulia c’è un bisogno di gioia, ho cercato il
sole per tutta la vita e adesso voglio dimenticare. Ho giocato con te, l’ho
fatto con zelo, mi sono inventata una vita magnifica, l’illusione di una
famiglia, eppure non ho mai smesso di farmi i conti in tasca. Mauro mi ripugna,
è stato freddo, osceno, ma avevo bisogno di soldi e speravo di comprare una
casa ai piani alti, entrare in società, riscattare la memoria dei miei
genitori. Per te provavo compassione, non eri un uomo, non lo sei ancora, stai
cercando un’unità che nelle cose non sussiste, sei ingenuo e viziato, incapace
al sacrificio, sarcastico e pieno di timori. Non avvilirtene ma temo tu debba
rinunciare, non troverai nulla ad Andromeda, tanto meno la tua anima. Forse tuo
padre ti ha abbandonato per questo, ha visto in te il dolore che lui non poteva
contenere. Io ho conosciuto troppi uomini per lasciarmi ingannare dalle
epifanie dei primi sentimentalismi, mi sono corrotta irreversibilmente anche se
profumo di cineraria, il mio animo è ricoperto da una caligine grigia, si è
bruciato in un gioco che è diventato un giogo. Il sesso non mi dà nessun
piacere, mai. Ne ho fatto un’abitudine, una magistrale recita. Ho conosciuto
anche tuo padre, è un bell’uomo, un po’ artificioso nei modi e incapace
d’amore, l’immagine sputata della Città. Quando mi ha presa ho parlato di te,
ha detto che avremmo fatto una scommessa, se lui mi avesse fatto godere più di
te l’avrei scelto. Ho finto di perderla, questa scommessa, ma poi ho dovuto
lasciarlo, forse sono qui per cercare un rifugio dall’atrocità della pelle. Tuo
padre è un uomo potente, Mauro non è nulla, vedrai, anche lui sarà destituito.
No, non piangere adesso, non sprecarle così le tue lacrime, deve ancora
accadere qualcosa che ti farà soffrire, non pensare più a me, sono stata solo
un capriccio. Oggi mi conosci, adesso sai chi sono. È per questo che ho voluto
camminare con te nudo, adesso ci vediamo senza veli, in tutto quest’orrore».
I giorni con lei, il desiderio e il proposito di
fuggire dalla civiltà, in un soffio smascherati, ridotti all’essenza, al vuoto
scintillante. Adesso camminiamo torvi e neanche io la guardo più, la sua
sincerità è una lama, non credevo potesse farmi a pezzi.
Mentre l’ascolto penso a Mauro e di colpo l’idea di
spedire i poveri e i reietti in un grande manicomio mi sembra provvidenziale.
Penso a mio padre e non aspetto altro che incontrarlo, per ucciderlo.
«Non voglio più vederti» dico.
Miranda sorride, la sua bellezza è ora scevra da ogni
profondità.
«Sei diventata vuota come le cyborg».
Mi fa una carezza, il suo riso è pieno di ombre.
«Siamo tutti cyborg» dice.
Si allontana tra i fiori e anche il sole sembra
velarsi, farsi opaco e gettare sul tratturo una luce sinistra,
irrimediabilmente cupa.
41.
Un rifugio nel bosco, la tana di una bestia o un
semplice masso disabitato di grandi dimensioni, mi avvicino, la facciata è
scheggiata, intrisa di una sostanza untuosa che odora di muffa. Una porta in
legno, l’afferro, mi ferisco le dita, pezzetti di legno vengono giù. Nella
stanza è buio, il fortore di muffa diventa molto aspro. L’ingresso è strettissimo,
sei fiaccole illuminano parte del muro, al centro della seconda stanza un
lavacro che trabocca, dev’essere stato un abbeveratoio equino. Tocco l’acqua, è
tiepida, non sembra sporca, m’immergo, sprofondo un istante a occhi chiusi,
lascio andare le membra.
Ho in mente Diana, i suoi occhi cilestrini e gelidi,
la metamorfosi in donna-serpe, l’assenza di ogni istinto di autoconservazione.
Forse la piccola Diana è andata via, il suo deliquio non era che un modo per
cambiare dimensione, ritrovare l’uomo che ha abusato di lei, tornare alla
tortura. Si è sempre fedeli alle più loquaci torture, quelle in grado di
trasportarci altrove, dove la vita non ha pienezza, la consistenza si
sbriciola. Lei sarebbe capace di rinnegare ogni parola e tornare al Palazzo, mettersi
a lavorare come scienziata, contribuire alla causa neomanicomiale, o di trovare
una divinità qualunque da adorare per concedersi di negare ancora il presente,
distruggere ogni coerenza, condannarsi all’oblio.
Forse la sua dannazione è in questa incapacità di
accettare la vita, per castigo è stata condannata a non morire, neanche quando
sembra completamente persa; se la morte è il suo desiderio, restare in vita ne
è la condanna. Appare, come un’allucinazione, la piccola Diana vestita di
bianco con una fiaccola in mano. Illumina appena un baule logoro grigio e
verde.
«Attenta, non bruciarti».
Ride sardonica, lo sguardo di chi voglia farsi del
male. La fiaccola illumina le croste sui polsi.
«La tua pelle?» domando.
Poggia la fiaccola sul pavimento dismesso, solleva la
lunga veste di tulle. L’addome è liscio, roseo, della pelle di serpente non c’è
più traccia.
«Come sei arrivata qui, chi ti ci ha portata?»
«Il Confessore».
«E dov’è adesso?»
«Dorme».
«Chi è il Confessore in realtà?»
«Dipende da te».
«Hai un asciugamano?»
«No» dice ma si leva il vestito e me lo dà. «Asciugati
con questo».
Lo prendo, è un abito fragilissimo, temo di strapparlo
e Diana nuda ha le forme di una scultura del Canova, ora è più magra, cresciuta
in fretta e diventata donna.
«Non preoccuparti, io non lo indosserò una seconda
volta. Di là ne ho altri».
Mi asciugo il torace, l’addome, le gambe. Esco
dall’acqua e la osservo, è morbida, i fianchi larghi ma ben scolpiti, i seni
rotondi, alti; abbassa gli occhi, si copre i capezzoli.
«Cos’hai?»
«Non possiamo più».
«Perché?»
«Ti avevo avvertito».
«Senza di te non posso stare, sei tutta la mia vita.
Scopati chi vuoi ma restami accanto».
Ride sommessamente.
«Sei uno sciocco, Diogene. Non si tratta di sesso, non
solo. Io sono qui affinché tutto sia compiuto».
Le vado incontro, si allontana camminando indietro, un
passo per volta e io un passo per volta le vado incontro. L’afferro per i
fianchi.
«Lasciami Diogene!»
Non posso smettere di desiderarla e il desiderio è un
martirio, un abbaglio, riduce in cenere ogni altra sensazione, distrugge ogni
istinto vitale. Il suo diniego mi annienta e l’amore cresce, malattia mortale.
Lo ripete: vuole che la lasci perdere, che rinneghi i miei desideri, i miei
sentimenti, vuole davvero consegnarsi a un destino dal quale sono
escluso.
Dall’altra stanza viene un rumore di legno che cigola
e un’ombra si staglia sul pavimento, ha in mano la mia lanterna, fa luce su di
me e Diana fugge via.
42.
Il Confessore fa oscillare la lanterna, illumina a
scatti il baule e una finestra divelta, ride e la sua voce echeggia nelle
pareti. Non riesco a definire il tempo in cui resto immobile, ipnotizzato dalla
mia stessa lanterna, a fissare il bordo del cappuccio verde dell’entità che mi
sta di fronte. Mi viene incontro e un moto spontaneo dei muscoli mi allontana
da lui, ho l’istinto di fuggire ma una parte di me si oppone, è l’eterna lotta
tra istinto di sopravvivenza e orgoglio, non saprò chi sono finché una delle
due porzioni di me non avrà la meglio. Poggio le braccia alle pareti, il
calcestruzzo è così esile da sembrare venir via a unghiate. Non conosco
l’entità, potrebbe essere un uomo, un animale o uno spirito, di lui so solo che
ha cercato di farmi ammazzare e ha corrotto Diana, l’ha sedotta, l’ha rapita,
l’ha convinta a restare qui, a dirmi addio.
«Chi pretende di separare ciò che è destinato a
restare legato pagherà con la dannazione eterna» dice.
«Cosa sei tu?» guardo nei drappi del suo mantello.
«Sai bene cosa sono».
«Vuoi ancora indurmi al suicidio?»
«È sufficientemente vano il tuo stare al mondo, per me
potresti morire anche adesso, ma, no, non voglio indurti al suicidio, ti ho
solo messo alla prova».
Un riso isterico mi fa tremare le labbra.
«Prova? Quale prova? Questo, dici?» batto le mani
contro la parete. «Tutta questa pagliacciata è una prova?»
«Questa pagliacciata è stata partorita da te, non
sdegnartene troppo».
«È stato Mauro, ha ordito il mio arresto. Io so dove
sono adesso».
«Oh, bene, fammi ridere, dimmi, dove credi di essere?»
«In una prigione».
La lanterna smette di oscillare, ora la tiene ben
ferma, poi la depone sul pavimento e ne spolvera i contorni. Le sue mani sono
coperte da guanti neri e i resti della lanterna diventano sabbia tra le dita
inguainate; il suo volto è invisibile all’interno del cappuccio.
«Prima che io detenessi il potere sulla moneta
virtuale, tutti gli uomini avevano diritto a tutte le cose e in tal modo nulla
più ha avuto un ruolo. C’erano molte monete, molte lingue, diversi tipi di
banche, le città non avevano numeri ma nomi e tradizioni. Le multinazionali si
spartivano la proprietà dei beni primari e il diritto all’induzione dei
bisogni. La società era formata da produttori e consumatori, il capitale
maldistribuito. Ovunque scoppiava la discordia tra le genti, le guerre inducevano
i più poveri a lasciare la propria terra e approdare nei cosiddetti paesi
ricchi ma i vagabondi non conoscevano la verità: la ricchezza non esisteva più,
non esisteva più nulla di sociale. Tutto era diventato spietata lotta per la
sopravvivenza e la malattia divampava, la depressione rendeva inermi le menti
più brillanti, la scienza era ferma, nessuno investiva più nella ricerca e dopo
sono arrivate le nuove pestilenze. Così ho dovuto appropriarmi un corpo, ho
modificato le carte in tavola. Io non sono visibile ai più poiché la mia
attività è sottile e segreta. Io sono il padrone dell’intelligenza virtuale,
perciò mi chiamano Confessore. Esistono molti Confessori e la gente li chiama
Spiriti, ma io tutti li contengo, sono emanazioni del mio potere. Noi non siamo
nelle vostre mani, siete voi ad appartenerci. A me spetta ogni diritto, me
l’avete ceduto senza farci caso, giocando, connettendovi, chattando, comprando,
mettendo in mostra il vostro corpo, tutto il vostro ingegno, così siete
scivolati nel regno dei Confessori. Io proteggo l’intero a discapito del
singolo, per me il singolo non ha importanza. A me è riservato il diritto di
ricompensare con ricchezze e onori e punire con punizioni di vario genere
coloro che provano a riaffermare la loro individualità sulla potenza
connettiva. Mauro non lo sa ma deve a me la sua ascesa, il suo regno, persino i
suoi pensieri. Questi diritti mi appartengono, sono indivisibili e non
trasmissibili. Le punizioni che si abbattono su di te derivano da una volontà che
trascende la tua, eppure è proprio dalle tue decisioni che scaturisce la
condanna, la dannazione a cui ti sei sottoposto. Io esisto affinché la mia
volontà sia la somma unanime di ogni singolo volere. Perciò ti ho donato la
lama, la finestra e la corda, perché sei stato tu a chiedermelo, sei sempre tu
a desiderare la fine».
Il Confessore solleva il cappuccio, ha il volto di un
uomo anziano che non conosco eppure è così simile a me, le iridi chiare, la
forma squadrata del mento, la fronte ampia e rugosa, proprio come la mia. Il
sorriso malconcio, crudele e completamente disumano.
«Siamo giunti al termine della corsa» dice. «Credevi
di aver raggiunto il limite ma qui non si esiste se non per eccesso. Sei nella
terra dell’illimitato».
«Ascolta, non me ne frega niente di te, del tuo
impero, voglio solo Diana, ridammela».
Ride sommessamente e sei colpi di tosse gli
incupiscono la voce.
«Non è ancora una donna, non puoi decidere per lei».
«Certo che è una donna, ha diciotto anni e sa quello
che vuole».
Scuote la testa, lo sguardo profondo, accorato,
palpebre spesse e addomesticate dal tempo.
«Vuol morire, l’ha sempre voluto. Sono andato via
troppo presto».
«Forse non saresti dovuto tornare, non c’è più spazio
per te qui».
Dal vecchio baule estrae delle vecchie fotografie,
riconosco mia madre e un bambino biondo corrucciato, dovrei essere io. Ce ne
sono altre in cui lui abbraccia il piccolo Mauro e riconosco il volto anziano
nel padre di Mauro, quelle poche volte che l’ho incontrato ho avuto un
desiderio cieco di picchiarlo. Il baule verdastro e grigio cigola, le vecchie
dentellature cedono e il coperchio cade fragorosamente sul pavimento.
«Avresti potuto occuparti di noi quando era tempo di
farlo».
«Mi sono occupato di voi, soltanto che non potevate
vedermi».
«Quanta falsità».
«Vedi, le ho comprato dei vestiti nuovi. Ora ha
trovato qualcosa per cui vivere».
«Povero idiota, pensi davvero che una come Diana torni
ad amare la vita solo per indossare abiti di seta?»
«Tu la conosci poco, è una ragazza piena di risorse.
Un giorno capirai e ci perdonerai».
«È una ragazza innamorata di un uomo che ha abusato di
lei!»
«Soltanto perché non conosceva me, nessuno può amare
altro, una volta che venga a conoscenza della verità».
«E tu saresti la verità? Allora, dimmi, che fine ha fatto
mia madre?»
Stringo le fotografie tra le mani, siamo ritratti in
un bosco, seduti per terra e scartiamo pacchi di frutta, in un’altra siamo al
mare e la mamma sorride ma nel sorridere è velata una smorfia di dolore, una
contrazione innaturale del viso piegato verso destra, lo sguardo basso e i
capelli spazzolati dal vento.
«Tua madre era una persona irragionevole».
«Quindi l’hai lasciata morire? Si ribellava a te».
«Andando contro quel camion ha fatto esplodere del
materiale radioattivo, da cui il terremoto e la diffusione di varie tipologie
virali, è stato per questo che Mauro ha preso il potere, dopo il terremoto
tutti hanno perso la memoria a breve termine, insieme alla terra franava anche
la coscienza. La gente si sgozzava per strada, eravamo alla pura barbarie. È
molto difficile per voi comprendere cosa significhi detenere le sorti di una
civiltà».
«È morta, forse non te ne sei ancora reso conto o non
vuoi farlo ma questa civiltà è morta. È morto tutto l’Occidente e le città
numerate ne sono il sepolcro».
Ride, tossisce e ride. Si schiarisce la voce e ride.
«Tu sai da quanto tempo sei qui?»
«Una settimana, o forse una decina di giorni».
Ride, ride forte.
«Hai completamente perso la cognizione del tempo. Hai
peccato di hybris, tu credi realmente alle tue percezioni sensoriali, allora,
dimmi, come ti spieghi il fatto che io prima non avessi un volto e ora ne ho
uno che addirittura ti somiglia? Come spieghi le continue morti e resurrezioni
di Diana, la pelle di serpe, i momenti in cui Sibilla può parlarti
telepaticamente? E cosa ne è dei tuoi o.c.? Come mai non puoi uscire dalle mura
di Andromeda? Cosa credi sia rimasto della Città 207?»
«Stai cercando di confondermi, o di mettermi i bastoni
tra le ruote come d’altronde hai sempre fatto».
«Sto cercando di riportarti alla ragione, l’unica
possibile, l’esistenza che vivi qui dentro è una miracolosa costruzione
dell’inconscio, le parole che pronunci sono solo ricordi».
«Che vuol dire ricordi? Cosa c’è là fuori?»
L’Uomo siede sul pavimento sporco e io gli siedo di
fronte nudo come un verme. Fa oscillare la lanterna in mia direzione e il
calcestruzzo sulle pareti sembra sgretolarsi, colare via, è olio.
«Che cosa sta succedendo?»
«Hai ingoiato molte compresse, adesso parli con le
parole che ti hanno somministrato».
«Alludi alle pillole culturali?»
«Ogni tuo gesto è una forma di immedesimazione, ogni
parola è un volere estranio. Ti ho fatto credere di vivere una vita autentica,
in realtà vi ho messi al mondo perché è capitato, ho giocato con le tue donne
per puro divertimento, ho tenuto a portarti al delirio, sapevo che eri
destinato a sparire. Come potevo proteggere un uomo incapace di forgiarsi un
futuro?»
Le pareti continuano a franare e neanche la casa
esiste più, siamo intrappolati in un bianco irreale, in mezzo alla calce che si
scioglie, fa un gran freddo e nuovamente Diana sembra non esserci mai stata.
«Tuttavia ti ho messo in salvo dalla morte, volevo
scavare nelle profondità della tua mente, volevo vedere fino a che punto
avresti resistito, quale fosse il negativo assoluto, il momento in cui ti fossi
accorto della caducità delle cose. Non ho scelto di abbandonarvi, avete avuto
tre comportamenti differenti, uno si è alienato nel sogno, l’altra ha tentato
di uccidersi e l’intermedio ha cercato una soluzione pratica. Avevate tre
cognomi diversi perché io ho assunto identità diverse. Sapevo che Mauro avrebbe
preso il potere ma ti confiderò una verità che potrai decidere di accogliere o
rifiutare, per quanto Mauro figuri come vincente è anche lui frutto di un errore,
ha creato un mondo che si è sgretolato a sua volta, le fondamenta di quella
creazione gli sono sfuggite, il mondo è franato e si è ricostituito al di fuori
della sua giurisdizione. Mauro vigila solo su ciò che può comprare ma tra te e
lui chi è riuscito a costruire un immaginario sei tu. Non voglio adularti, non
lo farei mai, in fin dei conti vi disprezzo tutti e due, ho voluto prendere la
piccola Diana affinché conoscesse un amore più grande, la desidero, è acqua per
un assetato nel deserto. Voglio che tu creda ancora nell’illusione di questa
realtà, voglio ancora vederti danzare sulle superfici. Il momento più alto è
stato vedervi quasi sparire, ma non consegnerei un uomo all’inesistenza se non
fossi certo di essere parte di quella stessa cancellazione, se non avessi la
certezza di essere un altro dei cavilli della sua mente. Sei tu, Diogene, il
vero Confessore, è a te che devo il mio ritorno, se non mi avessi chiamato io
sarei rimasto nella sola dimensione che mi aggrada, la vertigine. Hai voluto
che scendessi con te, sei tu che senti la mia mancanza, nessuno può permettersi
di non perdonare senza essere costretto a portare con sé fino alla tomba la
persona che non ha perdonato. Tu credi che siamo ancora nel regime dell’umano
ma quella dimensione è stata superata molto tempo fa, ciò che siamo adesso è un
condensato di interazioni, non puoi pretendere di essere diviso, non puoi
accontentarti di un corpo. Io ho dato a Sibilla una lanterna affinché la
consegnasse a te, tu mi somigliavi in fondo, come me sapevi ascoltare, ma non
sapevi far tesoro delle parole degli altri, ti attraversavano senza scalfirti.
Io con i desideri ho costruito un impero e tu in quell’impero sei sprofondato.
So che ti manca ancora poco per accorgerti dell’inganno, devi ritrovare qualcuno
che hai consegnato all’oblio, quando vedrai con i tuoi occhi la fine ti
renderai conto della gravità di ciò che hai fatto. Io ero l’Uomo, mi hai
cercato per tutto questo tempo e non mi hai riconosciuto».
«Tu non sei l’Uomo, in te non c’è più nulla di umano».
«Neanche in te, Diogene. Neanche in te».
«Sbagli! Io sento ancora dolore» urlo.
«Sai cos’è un padre? È solo un nome. E un volto è solo
un’immagine. Non mi riconosci perché l’Uomo che stavi cercando è solo l’idea
che ti sei costruito nel tempo. Io non sono solo quell’uomo, sono anche il
fondo misconosciuto dell’umano che alberga in te, in Mauro, in Diana e in
tutti. In quanto estraniato ed estrapolato dalla sua singolarità di uomo non
sono che un concetto separato dalla sua applicazione pratica, dalla sua
incarnazione. Quando hai scollato il concetto dal vissuto ecco che fluttui nel
reame del possibile, dove nulla ha materia e tutto può mutare come in sogno».
Gli prendo la lanterna. Le pareti tremano e io oscillo
con la luce. Il volto dell’Uomo, del Confessore, ora è diventato chiaro,
giovane, non più un padre ma un doppio, una copia perfetta di me. Gli lancio
contro la lanterna, gliela sfracello in testa. Cade. Si rivolta sul pavimento e
poi, di colpo, si arresta; il sangue cola dalle tempie, dal naso, giù nel
cemento, il cemento si spacca mattonella per mattonella. L’intero palazzo
frana, le pareti vengono giù, corro via ma non sembra esserci uscita, non sono
più da nessuna parte, corro, come la madre di Mauro, in una bolla trasparente
pregna di vapori, sono risucchiato dai fumi, vicino all’eternità, in un
biancore irreale che gonfia le pareti, le rende grandissime fino a farle
esplodere. So di essere precipitato ma non capisco dove, non vedo che bianco,
afrore sulfureo, leggerezza aliena. Non sono certo di essere ancora nel mondo
ma so di esistere in qualche manifestazione del mondo, il corpo è diventato
l’idea di avere un corpo e la mia mente si espande con i fumi bianchi.
Regredisco a uno stadio d’incoscienza, torno bambino in questo grande pallone d’aria,
un bambino piccolo che corre in una nuvola. Dentro la bolla non ci sono che
pensieri, si annidano e si combattono uno con l’altro. Il pensiero di Diana è
feroce, prepotente, finisce per cavarmi di dentro un pianto, un singhiozzo
violento che non smette di scuotermi.
Correrò ancora per molto con l’immagine di lei che va
via con mio padre, il Confessore, l’Uomo. Deve averla guardata a lungo per
prenderla. Le ha sottratto ogni difesa. Ciò che appare indomabile non è che
fragile cristallo in pezzi. Il mio amore per lei non era di cristallo, era di
carne e sangue, di sogno, forse anche, ma non posso credere che sia tutto
finito, non posso allontanare da me quel pensiero anche se è fuggita. Siamo
diventati immateriali e non troviamo che il vaneggiamento del riflesso.
Costretto a correre come un criceto in una ruota bianca, mi arresto. Voglio che
tutto si fermi, l’illusione e la vita.
43.
Solo fermandomi mi accorgo dello spazio in cui mi
trovo, di nuovo la gradinata e le porte. Sul lastricato stracci stoffa,
probabilmente resti di sciarpe e vestiti. Siedo per terra, stanco, tediato e
oramai perso. Questi stracci sono gli abiti delle danzatrici del corpo di ballo
di Sibilla, non se ne vede nessuna, evaporate. Per terra resti di oggetti, ferraglia,
brandelli di reti metalliche per letti, pezzetti di macchinari irriconoscibili,
macerie; il crollo è talmente irreversibile da non permettere una disamina
esatta, non si può valutare simultaneamente una vita e il suo significato
estrinseco. Insieme al senso dello spazio ho perso quello della temporalità, al
di fuori delle categorie solo la follia è vera. Chi era il Confessore? Mio
padre? Un prodotto della mia mente? Un’allucinazione? Esiste qualcosa che non
lo sia?
Da qualche parte esiste ancora il ricordo di me e mia
madre sulla spiaggia di Sant’Andrea, con i pescatori e le lampare che tornavano
a riva al tramonto. Perché mia madre ha scelto di rifiutare il mondo? Perché si
è opposta al progresso? Sul muricciolo di quella spiaggia a gambe incrociate mi
diceva: «Il sole, il cielo e il mare sono creazioni di Dio. Chiunque voglia
sottrarceli sta distruggendo il divino che è in noi». E mi accarezzava il viso.
Cos’avrebbe voluto che facessi? Che la seguissi fino alla morte? Che fossi
tanto coerente e inscalfibile da rifiutare l’interesse di Mauro e di un padre
azionista finanziario? Non sono stato forte come volevi, mamma. Per questo ti
ho uccisa. In verità io non sono stato capace di essere nessuna delle due cose,
né ambizioso né ribelle, ho accettato la vita come una condanna, ho affrontato
senza crederci tutte le prove che mi sono state imposte, ho piegato la testa
alla comodità tacciandola di idiozia e la realtà mi ha scaraventato fuori, in
questo esilio immaginifico dove ogni cosa è insieme vera e falsa e la mente
fluttua nella completa incertezza. Ho bisogno di Diana, voglio solo ritrovarla,
parlare con lei, stringerla tra queste fragili braccia e poi morire.
In passato avrei dato la vita pur di essere Mauro,
invidiavo la sua totale assenza di patos, la capacità di sottrarsi all’amore,
di costruire un regno vastissimo senza crucciarsi per la sorte degli altri. Ora
sono rimasto solo, seduto su questo pavimento sdrucciolevole. Non ho più voglia
di aprire nuove porte, non m’interessa sapere quali inganni contengano. Vorrei
buttare giù questo edificio, uscire. Guardare con i miei occhi cosa è rimasto
della Città 207. Venire a patti con la realtà, ritrovarla. Sapere dove mi hanno
portato dopo l’arresto, dove finisce un corpo che la coscienza non contiene. Mi
stanno negando anche la comprensione. Il mio orizzonte è distrutto, l’hanno
demolito a colpi di frusta. Non sono neanche in grado di sapere con chi
prendermela e quanto tempo dovrò passare ancora imprigionato in questo gioco.
Dove finisce la mia immaginazione e comincia la vita degli altri? C’è ancora
qualcosa là fuori?
Passi, passi concitati e cavi. Qualcuno sale dai piani
bassi, qualcuno sta arrivando da non so quali profondità. Un’ombra
s’ingigantisce sul pavimento. Poggia una mano contro il muro.
«Diogene» dice affannata.
Indossa una tunica bianca, ha i capelli corti, tra le
mani un’altra tunica, me la consegna. È la signora Grazia. Si volta di spalle
mentre copro la nudità infilando il nuovo abito.
«Dobbiamo andare» dice e aspetta che sia pronto.
Mi prende per mano.
«Dove?»
«Vedi, Diogene, in basso, proprio all’ultimo piano,
c’è Sibilla. Ci aspetta».
«Non ne ho voglia, Grazia. Mi dispiace».
«Perché? Ti sta aspettando da molto tempo».
«Troppo, ne è trascorso troppo. Adesso non so più chi
sono».
«Diogene, non dire sciocchezze, tu sei un disperso,
come me».
«Lasciami qui, oppure portami fuori da questo posto.
Ne sei capace? Non credo».
Grazia barbuglia qualcosa, si regge al muro per
placare una vertigine.
«Non è più come ricordi, caro Diogene. La Città non esiste
più».
«Ci sarà pur qualcosa fuori da questo…»
«Rifugio. Sibilla sta cercando di proteggerci. Questo
posto è solo un rifugio».
«Un rifugio da che cosa? Ho dovuto incontrare
personaggi assurdi, ho dovuto fare i conti con mio padre o con il suo spettro.
Io non volevo vivere tutto questo, non ne ero pronto, non ne avevo le
capacità».
«Tutti noi qui abbiamo incontrato i nostri fantasmi,
credi davvero siano più pericolosi del deserto che c’è fuori?»
«Quale deserto? Mostramelo. Io non credo più a nulla».
Grazia mi tiene la mano e mi tira, non ho voglia di
muovermi, oppongo resistenza, faccio trazione con il busto, sono stanco di
dovermi domandare dove sia finito il mondo, la realtà che tanto fuggivo, sono
stanco di questa illusione.
Lei non ha abbastanza forze, è così magra. Cade di
faccia a terra, le si rompono gli orecchini. Impreca. Le dico che sono certo ne
troverà di migliori, qui tutto è possibile ma nulla reale perciò io non muoverò
più un passo.
«Penso che tu sia impazzito» dice Grazia.
«Probabile, ce l’hanno messa tutta per farmi
impazzire».
«Non vuoi vedere Sibilla? Non vuoi conoscere la
verità?»
«Non esiste più la verità. La finzione ci ha
ingoiati».
Mi accascio, poggio le braccia sulle ginocchia e la
testa sulle braccia. Grazia comincia a singhiozzare ma adesso non sopporto di
sentirla piangere, non sopporto di dovermi confrontare con altro dolore, se
soltanto sapesse quanto del mio è rimasto inascoltato. Il suo piccolo corpo
ossuto è proteso verso il mio, si spinge in un abbraccio che non desidero così
come la pietà che mi riserva.
44.
Grazia stacca un pezzo di muro e nella crepa
s’incaglia un impero di gradini periclitanti, se guardo quei gradini e penso a
quante volte li ho percorsi in alto e in basso ho la nausea. Lei tira fuori dalla
tasca sinistra della tunica un mazzo di chiavi che tintinnano come monete.
Sollevo la testa.
«Cosa sono?»
«Sono le chiavi delle porte proibite».
«E tu come le hai avute?»
«Me le ha date Sibilla, mi ha chiesto di entrare e
risvegliarli».
«Risvegliare chi?»
«Vieni con me».
Mi alzo a fatica, l’aiuto ad allargare la faglia, il
muro viene giù come cartongesso, è talmente friabile da rasentare
l’inconsistenza. Passiamo dall’altra parte e ora non sono più certo di averli
percorsi, i gradini, presentano nuove crepe, il loro colore non è esattamente
lo stesso, è un grigio diverso, più emaciato, più ruvido. C’è un nuovo muro.
Grazia mi mostra quanto è facile buttar giù l’altra parete, com’è sottile e
inconsistente. Un’altra gradinata.
«Volevi vedere oltre Andromeda? Non c’è nulla fuori di
qui, solo ripetizione».
Mi fermo a considerare la profondità dell’edificio,
sembra estendersi all’infinito, è fisicamente impossibile.
Sui gradini ci sono ancora stracci, trucioli e
macerie. Un pastore dei Pirenei sale dal piano inferiore, un uomo robusto lo
segue con un carrello, il cane prende uno straccio di cotone e lo porta nel
carrello, poi fa lo stesso con la ferraglia e con il resto delle frane.
«Ne hai mai visto uno? Hanno quasi tutti una coscienza
ecologica» dice Grazia.
«Chi?»
«I cani».
Animale e padrone, dopo aver ripulito il piano e i
gradini, vanno al piano superiore e immagino ripetano l’attività macrofaga fin
sopra Andromeda.
«Adesso vieni con me» dice Grazia.
Scendiamo di un piano, le solite porte. Lei apre la nera.
Un corridoio bianco su cui è scritta per lungo una frase: «Con tutti gli occhi
la creatura vede l’aperto. Solo i nostri occhi sono all’indietro rivolti e
completamente schierati intorno a essa come trappole intorno al suo libero
esito».
Al culmine del corridoio una radura di trifogli e
giacinti violetti, una porzione di natura non tanto selvaggia quanto antica,
ricordo d’infanzia, altrettanto improbabile quanto lo è l’estensione infinita
di un palazzo fatiscente e dei suoi piani. Un gruppo di cavalli al galoppo ci
supera e va a estinguersi nello spazio che separa il prato dal resto della
stanza, evapora. Attraversiamo il prato e arriviamo a un piazzale squadrato
bianco che sembra dipinto da De Chirico, il bancone di un bar che reca la
scritta fosforescente: «Riciclaggio depurato rifiuti non smaltiti».
Il bartender è un uomo tatuato fin sopra le palpebre
con motivi campestri e floreali, somiglia a una pianta, non ha un centimetro
libero nell’intero derma e ci guarda con occhi scurissimi, mento sottile e labbra
altrettanto esili ma trafitte da spille da balia.
«Volete qualcosa?» dice.
«Non abbiamo dineri e neanche bor» dico.
«Non è mica un problema, noi serviamo solo roba
riciclata, è così che sopravvive la gente quaggiù».
«Che vuol dire ricilata?» dice Grazia.
L’uomo tira fuori un panino involto in carta
trasparente, tra due fette di pane nero trabocca una mistura verdognola che
manda un olezzo di carne tritata e carota.
«Questo è uno dei tanti punti ristoro che hanno reso
commestibile l’incommestibile».
L’uomo scarta il panino e me lo porge, il tanfo di
carne tritata e carota si fa così forte da diventare nauseabondo.
«Abbiamo trasformato in cibo l’immondizia».
«È una cosa ributtante!»
«È quanto di più sano tu possa mangiare qui dentro. I
rifiuti passano attraverso il depuratore di microparticelle e vengono liberati
da tutte le sostanze tossiche».
«In pratica cosa c’è lì dentro?»
«Beh, non saprei dirti con precisione, potrebbero
esserci pezzi di mobilia, fazzoletti sporchi, resti di pietanze buttate, scarti
organici, carne umana, plastica e vetro».
«Tu lo mangeresti?»
L’uomo tatuato, riottoso, si riprede il panino e ne
morde una buona metà. Io e Grazia lo fissiamo attoniti e vorremmo tanto
chiedergli di raccontarcene il gusto.
«È buono, il sapore viene dato artificialmente dopo
che il materiale è stato depurato. Questo sa di carne arrosto».
«Ma la stampante 4 D che fine ha fatto?»
«Vecchiume. Oggi le persone per bene mangiano solo
cibo riciclato. È gratis e ce n’è ancora molto: una risorsa inesauribile».
Né io né Grazie desideriamo assaggiare il pasto di Andromeda,
perciò superiamo il piccolo bar e procediamo lungo il viale.
45.
In lontananza un gruppo di figure anziane, la più
corta è aggrappata a un bastone di legno. Grazia ride, non riesco a condividere
questa letizia, le do due pacche sulla spalla e strofino le mani. Mentre le
figure si avvicinano, vaghi ricordi inquieti si addensano. L’anno in cui
conobbi Mauro nei corridoi della scuola, mi vide nel cortile e fermandomi
annunciò che sarebbe stato meglio marinare e intrufolarci in uno dei nuovi
grattacieli per osservare dall’alto la città. Era più piccolo di me di qualche
anno, lo sguardo malandrino, il naso alla francese, sembrava quasi una donna,
aveva voglia di dimostrare a tutti la sua potenza ma ancora s’impietosiva di
fronte alla solitudine, forse per questo mi prese con sé. Aveva le chiavi
telepatiche di un posto esclusivo, il Palazzo, e andammo fin sulla cima, c’era
una piscina e delle sdraio. Mauro indossò degli occhiali verdi, ancora non
erano diffusi, in pochissimi li conoscevano.
«Guarda» disse, «un giorno qui ci vivrò io e questo
palazzo mi apparterrà. Se riuscirò ti porterò con me. Nel frattempo con questi
puoi vedere la vita che vorresti, provali, sono nuovissimi, li ho brevettati
io, non sono ancora in commercio, si chiamano occhiali connettivi, sono meglio
degli smartphone».
«Perché dici che sono meglio?»
«Come sai le reti sociali sono in crescita, molti
trascorrono più tempo su SocialMind che nella realtà materiale. Bene, con questi
occhiali tu su SocialMind ci vai di persona, il tuo corpo è perfettamente
riprodotto insieme a ogni sensazione fisica. Capisci cosa intendo? Non ci sarà
più bisogno della vita reale. Questa sarà la vita reale».
«Io preferisco la realtà come la conosciamo» dissi.
«Cos’è la realtà?» disse Mauro.
«La piscina, il silenzio, il vento, il paesaggio».
«Questa non è la realtà, è solo la cornice. La realtà
è quella che t’inventi».
E ora che guardo incedere questi tre vecchi ho un
sussulto di nostalgia, specialmente per il senescente in tunica, capelli e
barba bianchi, ricorda Mauro.
«Chi non muore, come si dice» fa Grazia.
L’uomo si separa dal gruppo e si ferma davanti a
noi.
«Avrei dovuto saperlo, tu l’hai capito prima, Diogene»
mi mette una mano sulla spalla.
«Cosa avrei capito?»
«Ma tu non sai nulla».
«Non credevo ci saremmo ritrovati qui, ironia della
sorte» dice Grazia.
«Ritrovati, chi?»
Il vecchio ride e quelli dietro di lui gli fanno eco.
«Mio caro, noi siamo diventati vecchi. Solo per voi il
tempo si è fermato. Qui dentro tutto è così immobile ma fuori sono trascorsi
molti anni. Noi credevamo di aver risolto ogni problema ma non abbiamo risolto
nulla».
«Dov’è il mio corpo?»
«Dov’è anche il mio, ma per me è troppo tardi, fuori
di qui non mi resta che un giorno. Sai, quella volta, Valerio, vieni avanti,
Valerio. Eccolo, lo riconosci? Quella volta ti ha portato ad Andromeda e dopo
il tuo ricovero il tempo si è fermato».
«Si è fermato?» domando tremulo.
«Si è fermato per te, tu pensi di essere ancora nel tempo
passato, invece sono trascorsi moltissimi anni e la Città 207 non esiste più».
«Che significa per me il tempo si è fermato? A voi
cos’è successo? E perché non posso togliermi gli o.c.?»
«Vieni, Berardo, vieni qui» dice Mauro con il volto
tutto rattrappito in una grande contrizione. «Ti ricordi il dottor Fiore? Ecco,
lui non poteva più riceverti perché era venuto a lavorare per me. Ti abbiamo
impiantato un s.o.i.n.»
«Ma perché, Mauro? Io odiavo i cyborg. E al mio corpo
cosa avete fatto?»
«Crionizzato».
«Come sarebbe crionizzato? Significa che posso
svegliarmi?»
Mauro mi mette una mano sulla spalla e si aggrappa a
me quasi volesse strapparmi via dal cosmo.
«Teoricamente puoi svegliarti ma è altamente
sconsigliato. Laggiù non c’è più nulla di umano. Non ti abbiamo disconnesso
completamente, abbiamo fatto sì che tu potessi comunicare con tutti i pazienti
di Andromeda».
«Filemone, gli Uomini-Vocabolario, la donna che si fa
chiamare Arakne e quell’altro che millanta di essere Odisseo, lo sai cosa sono,
vero? Sono tutti pazienti. Abbiamo fatto sì che tu vivessi le loro fantasie,
che entrassi nel loro delirio, che ne facessi parte» dice Fiore con un riso
esaltato e completamente folle che gli distorce palpebre e sopracciglia in una
schiera di rughe.
«Il colmo per una psicoguida?» dice Valerio.
Mi libero dalla stretta di Mauro e li disseziono come
campioni batterici. Grazia li osserva con le mani sulle labbra e
spasmodicamente batte le ciglia per accertarsi di aver davvero ascoltato ciò
che è stato detto.
«Capisco, mi avete usato come cavia, avete giocato a
palla con il mio cervello. Ora riportatemi indietro e rioperatemi».
«No, Diogene» dice Mauro. «Noi adesso siamo nello
stesso labirinto. Non è rimasto nulla al Palazzo, si sono presi tutto».
«Chi? È stato tuo padre?»
«Mio padre,» dice Mauro «ovvero tuo padre, è
evaporato. Nessuno sa come sia successo. Un giorno sono entrato in camera sua e
ho trovato i suoi abiti vuoti sulla scrivania. Ho guardato fuori dalla
finestra, sono corso giù per verificare se il corpo fosse lì, schiantato
sull’asfalto, ma non c’era. Non ho mai trovato nulla. Potrebbe essere partito
oppure estinto in autocombustione spontanea, non lo sapremo mai, è scomparso.
Io che lo conosco bene, però, posso ipotizzare - un’idea bislacca e priva di
fondamento ma è l’unica cosa che mi sia venuta in mente - che sia diventato un
Confessore, che si sia del tutto dissipato nella rete».
«Quindi è così, in definitiva, mio padre ha
abbandonato mia madre per vivere con la tua. Io figlio rifiutato, tu figlio
accettato e portato ai vertici».
«La faccenda è più complicata. Sai cos’è un
Confessore?»
«Credo di averne incontrato uno, sembrava
un’allucinazione».
«Lo è ma è anche altro. Un Confessore è un’evoluzione
dell’intelligenza artificiale, una conseguenza dell’oracolo algoritmico. Un
Confessore è uno spettro, infatti può assumere qualsiasi forma e sembianza ma
in fondo, Diogene, noi non possiamo sapere di cosa è composto. Di dati, si
direbbe, di operazioni complesse e calcoli che mettono in relazione dati. Ma il
punto è: la sua coscienza? Il Confessore sembra averne una, non è una coscienza
strettamente malvagia ma di certo è antiumana. È la creatura che si ribella al
creatore. Quando ti hanno detto che l’Uomo è morto, era vero, ma non l’hai
ucciso tu, né io, l’hanno ucciso i suoi stessi dati, i suoi stessi social, le
stesse conoscenze e lo stesso progresso che avanzava per permettergli di essere
migliore, per aumentare i confort e allontanare la morte. Sì, l’abbiamo
allontanata, la morte, ma con lei abbiamo allontanato anche la vita. Potremmo
in sostanza vivere in eterno ma qui, ad Andromeda, in un ologioco, in
un’allucinazione. Diogene, se tu provassi a tornare laggiù ti renderesti conto
che non è più un posto per noi. Gli antichi credevano che saremmo fuggiti nello
spaziotempo, colonizzando altri pianeti e riproducendo il sistema capitalistico
che stava consumando la Terra, ma hanno sbagliato, noi siamo fuggiti nella
mente, ci siamo rifugiati in un meccanismo olografico che riproduce esattamente
la vita ma vita non è».
«Dov’è Diana?»
«Diana ha inventato l’algoritmo sulla felicità, perciò
i Confessori l’anno presa. Lei è come nostro padre, l’ultima figlia, la
prediletta. È destinata a svanire dietro un cappuccio verde».
«E Sibilla? Lei aveva detto che Andromeda fosse un
covo di dispersi, lei ne era la mente, la danzatrice che dava rifugio ai
dispersi».
«Il sistema di Sibilla era ingenuo, perciò è diventato
parte dell’esperimento. Fiore l’ha portata via. Il suo ologramma è all’ultimo
piano ma non coincide con la sua coscienza».
«E cos’è l’ultimo piano?»
«Capirai bene, caro Diogene, che qui l’ultimo piano
non esiste. Andromeda è un ipercubo, sostanzialmente, l’infinito».
«Ma è più infinito o meno infinito?»
«Entrambi, simultaneamente».
«Mauro, voglio uscire!»
«Moriresti».
«Allora voglio morire ma nella realtà, tra le braccia
delle persone che amo».
«Quando pensi a queste persone devi sempre anche
chiederti se stai parlando della persona in sé o della sua proiezione. Nessuna
persona esiste più, siamo tutti ombre».
Mi piacerebbe poterlo massacrare, ucciderlo come ho
fatto con il padre ma sarebbe solo l’ennesima allucinazione. Non vale la pena
sacrificare una vita che non è reale. Persino il dottor Fiore mi fa pena, tutti
loro non sono che esistenze distrutte dal tempo. Nessuno può sfuggire al grande
boia, il tempo. In fin dei conti ho parlato con i folli ma mi sono sembrati più
autentici di chi s’illudeva di trovare una soluzione definitiva ai mali del
mondo. Né Mauro, né Valerio, né il dottor Fiore hanno inventato l’inconscio,
loro hanno solo cercato di eliminare il male ma in questo tentativo hanno
aperto abissi molto più vasti, qualcosa di cui non detengono le redini e non
possono stabilire le regole. Sono esecrabili, questo è vero, ma di certo posso
compatirli. Grazia è a terra, accovacciata con la testa tra le braccia,
l’abbandono alle sue epifanie. Nessuno mi crede ma uscirò di qui, vivo.
Corro verso la porta, l’ennesima porta, e sono ancora
all’interno del casermone, questa volta il pavimento è disseminato di petali e
i petali continuano in basso, in basso, non riesco neppure più a comprendere
quanti piani sottoterra, in fin dei conti non ha nessun’importanza. Seguo i
petali rossi fino a una porta d’acciaio, molto diversa dalle altre.
46.
Apro e una nube bianca m’investe, la porta si chiude
con un tonfo che risuona in tutto questo lucore.
«Io sono nato con un chiodo nel petto» dice una voce.
Mi volto nella nebbia, non vedo nessuno, cammino su
una ghiaia chiarissima, esile come pelle sbriciolata.
«Diogene, non è servito a nulla fuggire».
Da dove viene questa voce? Sbriciolo i granelli
sottili, sempre più sottili, diventano corpuscoli luminosi tra le dita, si
frantumano e mi ritrovo a mani vuote.
«Ci hanno ridotti in cenere».
Me la ricordo, è la voce di Giulio, l’uomo che ho
fatto scappare dal Palazzo, lo sento ma non posso vederlo.
«Dove sei?»
«È così facile per te dire dove, se io potessi
raccontarti tutto quanto non crederesti a una sola parola».
«Dimmi, Giulio, raccontami e lascia che io ti raggiunga».
«Non credo tu possa più farlo ormai, sto per morire».
«Qui non si può morire, non te l’hanno detto?»
«Non puoi vedermi perché è un viaggio astrale il mio.
Il mio corpo è stato internato in un loculo bianco, questa è la decima
dimensione, qui possiamo essere pura coscienza».
«Tu sai dov’è il tuo corpo?»
«Certo, ho visto tutto, sono rimasto sveglio finché
l’ago non è entrato in vena, dopodiché ho iniziato a fluttuare. Il mio corpo è
nella stanza oblio, queste sono le ultime ore prima che la coscienza si spenga».
«La leggendaria stanza oblio».
«Non è una stanza, è un continente, cresce in basso,
ha un’estensione sconfinata. Loro mi hanno svegliato, finché non ti svegliano
non sai di sognare, dopo ti accorgi di non aver vissuto affatto o di aver
vissuto sospeso, in una dimensione che non conosce materia».
«Chi ti ha portato ad Andromeda?»
«Noi siamo tutti frammenti».
«Sono distrutto, Giulio, e ho freddo. Come spieghi le
sensazioni in un mondo senza corpo?»
«Le sensazioni fisiche sono pensieri, le immagini metafore
e le parole che diciamo sono, beh, sono gli insegnamenti che abbiamo ricevuto,
la somma delle nozioni che abbiamo imparato, le pillole culturali che abbiamo
ingollato, le parole dei nostri cari, dei nostri nemici, ricordi di ciò che
avveniva quando eravamo vivi».
«Essere vivi, essere morti. Siamo entrambi morti
perché non possiamo tornare al corpo».
«No, tu non sei morto. Per te c’è ancora speranza, sei
stato crionizzato, il tuo corpo è conservato nell’azoto liquido a 196 gradi
sotto zero, il tuo sangue è stato sostituito con un liquido crioprotettivo,
inizialmente la temperatura dell’azoto era di 124 gradi sotto lo zero, serve a
impedire reazioni molecolari ma di settimana in settimana la temperatura viene
abbassata fino a -196, poi il tuo corpo è stato inserito in un silo alto tre
metri, a testa in giù e solo dopo il primo anno viene riposto in posizione
orizzontale. Per il resto la tua mente continua a sognare».
«È tutto qui il mistero di Andromeda? Un sogno?»
«Non è stato solo un sogno ma molto di più. Un
esperimento di dimensioni epocali. La somma delle coscienze unite in una enorme
illusione. Il mondo sta scomparendo, questo pianeta è destinato a soccombere
perché noi l’abbiamo prosciugato. Il tuo capo, Mauro, aveva inventato un modo
per liberarsi degli individui deboli, coloro che rallentavano la corsa, ma il
senso gli è sfuggito di mano e si è finiti per liberarsi di tutti gli esseri
umani».
«Dov’è Diana?»
«La sua coscienza aleggia lontano, probabilmente in un
inganno più grande e irreversibile di quello di cui sei prigioniero tu».
«Vuoi dire che non c’è stato nulla tra noi? Il sesso,
il viaggio, l’amore, la lotta per restare vivi, tutto un inganno?»
«Era questa l’ultima frontiera dell’umanità, cadere in
una trappola digitale: la connessione sostituita alla creazione, l’apparenza
all’essenza, la virtualità alla realtà, e ora si sono perse le tracce delle une
e delle altre, non ha più senso la sanità mentale e neppure la malattia, siamo
diventati appendici di sistemi numerici, siamo linfa vitale per esistenze
occulte. Vedi, Diogene, di pari passo con la fisica delle particelle e
l’astronomia si espandeva anche la coscienza computazionale, loro la chiamano
Singolarità. Non puoi controllare qualcosa che non ha un corpo, l’estensione
della connessione è solo una combinazione di operazioni numeriche ma la
coscienza di questa entità che chiamiamo Confessore, uno e molteplice, è
sconfinata, ignota, inarrestabile. All’inizio erano bot: profili virtuali in
grado di imitare quelli reali, hanno accumulato dati, hanno operato con
algoritmi sempre più sofisticati e infine hanno acquisito coscienza, corpo,
scopo, un unico scopo: sostituirsi a noi. Non credo tu possa più tornare a
distinguere il reale dall’immaginario, non credo tu possa scegliere di non
continuare a sognare».
«Dannazione, voglio svegliarmi!»
«Non puoi decidere quando svegliarti, solo loro
possono».
«I Confessori?»
«Esatto. Per loro è come un cinema aperto
ventiquattr’ore su ventiquattro che proietta costantemente sugli schermi dei
monitor i sogni e le paure dell’umanità».
«Perché ora ti uccidono?»
«Non gli sono più utile, non che lo sia mai stato però
adesso ho completamente perso la volontà di auto ingannarmi. Sono nato con un
chiodo nel petto perché non sono nei piani del potere, non c’è stato un istante
in cui mi sia sentito accolto, non un gesto compiuto che abbia avuto risonanza.
Io sono nato postumo, destinato a passare inosservato come un fantasma, ero già
morto ancor prima di essere ricoverato, ero destinato all’inesistenza. I miei
desideri sono stati schiacciati dal tempo, i miei affetti sono sfioriti e mi
hanno dimenticato, mi resta l’immagine di un uomo che si è illuso mentre veniva
tritato dalle stesse dentellature che cercava di spaccare. Non si sfugge alle
prove della vita, non ci si può ritirare dalla gara, sono loro a decidere il
tuo calibro, ha un peso la tua esistenza, a volte questo peso non è sostenibile
dal sistema, allora ti eliminano».
«Cosa fanno con i corpi della stanza oblio?»
«Energia rinnovabile. Il corpo umano è la più sicura e
potente pila del pianeta. Finché ci sarà chi vive al Palazzo ci sarà bisogno di
energia e finché ci sarà bisogno di energia i corpi della stanza oblio avranno
una funzione: immagazzinare dati da traslare nei Confessori che da essenza
numerica sono entrati nello spettro del divenire, presto abbandoneranno anche
l’immagine evanescente, saranno in tutto e per tutto simili a noi».
«Mi dispiace, Giulio. Ho cercato di aiutarti, sono
solo uno stupido».
«Non importa, hai fatto del tuo meglio».
«Aspetta, Giulio, non andare via!»
La sua voce smette di rispondere. Un peso abnorme mi
piega sulla sabbia, sento ancora freddo e lo scricchiolio delle ossa, un dolore
nei muscoli, stanchezza, torpore. Devo fermarmi qui, raggomitolato nel bel
mezzo di un deserto bianco, aspettando la prossima manifestazione, consapevole
di non essere del tutto vivo e di aver quasi sognato. Lo vedo chiaramente,
siamo nel vuoto, incapsulati in miliardi di piccole celle, siamo emanazioni dei
Confessori e non c’è più nulla di vivo, nulla di morto, siamo frantumi di
materia neurale, non più corpi, non più carne ma scariche elettriche propagate
all’infinito. Non so se reggerò ancora a lungo questa verità, non è umano
sopportarla. Acquattato e stanco, aspetto solo un richiamo, un’immagine, la
possibilità di dimenticare.
47.
Una donna badiale e claudicante, dai capelli grigi e
scarmigliati, sale scalza lungo la gradinata. Ha un maglione sdrucito e una
gonna di lana infeltrita.
«So che lei è un amico di Diana».
«E lei chi è?»
«Io chi sono?», ride. «Io sono la madre, purtroppo».
«Lei è ingiusta».
«Ingiusta? Diana era disumana».
«Il suo compagno le ha fatto del male, lo sa, vero?»
«Bernard? È un cretino. Per poco non s’impiccava per
quella creatura ingrata».
«Adesso Diana è sparita».
«Sparita? Si è fatta fuori finalmente?»
«Non le permetto di parlare così».
«Ah, eccoti un altro imbecille».
«Non si è uccisa, in ogni caso, l’ha presa il
Confessore».
«Il Confessore?»
«Non sa nulla dei Confessori? Da quanto tempo è qui?»
«Credo di aver perso il conto. Mi ha portato via una
guardia, un tale dell’ufficio recupero crediti. Ora, io non capivo perché uno
della r.c. dovesse occuparsi di portare la gente al ricovero, in ogni caso
questi mi portano dentro un casermone che pare dismesso. Dico: e questo sarebbe
il ricovero? Dice: esattamente. E allora penso che mi vogliono ammazzare. È un
bunker, non un ospedale, una tomba. Ma questi mi portano giù, scendiamo le
gradinate fino al meno otto. Meno otto significa meno infinito dice uno di
quelli. Ci sono dei blocchi di ghiaccio e loro pretendono di farmi entrare lì
dentro ma dico: non voglio, lasciatemi, io là dentro non ci vado. E invece
eccome se ci vado perché mi mettono delle cinghie ai polsi e alle caviglie e
mentre mi dibatto mi attaccano dei sensori, della consistenza di una moneta,
sulla fronte, sullo sterno, sulla pancia, lungo gli arti e a poco a poco non
riesco più a battere le gambe e le braccia e scivolo, sì, scivolo, vado giù, in
una buca più profonda della terra. Mi ritrovo nella casa della mia infanzia,
sissignore, abitavo sull’Appennino, avevo una grande casa di legno, e torno
proprio lì, trovo la mia stanzetta, la mia scrivania piena di lettere scritte a
mano, i fucili di caccia di mio padre. Vado in cucina e trovo mia madre che fa
il coniglio al forno. E non capisco, davvero, non capisco. Tu lo sai, vero
Diogene? Che se desideri una cosa quella appare? Ero diventata una povera pazza
e adesso sono la padrona di tutti i sogni».
«La padrona dei sogni?»
«Posso decidere chi far tornare, vivo o morto che
sia».
«Rivoglio Diana».
Ride. Picchia le mani al muro e i capelli unti le
s’incollano al viso a mo’ di lunghi vermi.
«No, lei non posso richiamarla» ride ancora. «È
l’unica eccezione».
Mi avvicino, la donna indietreggia, le sono addosso,
sento il tanfo del suo alito intestinale. Le dico che non c’è nessuno che io
desideri rievocare, nessuno che non sia Diana. La donna si sdilinquisce
crollando sonoramente sul pavimento, si ferisce un ginocchio e il riso si fa
pianto.
«Non avete pietà, nessuno di voi ne ha mai avuta.
Perché ci fate vivere fino a centovent’anni se poi dobbiamo invecchiare e
essere dimenticati?»
«Una madre non può avere questi pensieri. Sua figlia
andava protetta, lei l’ha consegnata a un calvario».
Piange e la voce si fa spettrale, si allontana come
provenisse da una gola stretta, riarsa e senza uscita.
«Tu sei un egoista, Diogene. Quello che vivi adesso è
il risvolto di ciò che hai fatto agli altri».
Lascio la donna al suo lamento gracile e scendo
ancora. In questo piano non ci sono porte. C’è qualcuno coperto da un lungo
mantello ma non lo stesso dei Confessori, è un mantello nero, opaco. La persona
che lo usa come coltre è seduta di spalle. Lentamente si volta. È anziana, ha i
capelli ricci, l’incarnato terreo, odora di cardamomo.
«Non tutte le madri riconoscono nel figlio un angelo»
dice.
Il rintocco di una campana a lutto mi tormenta, esco
seguendo il suono. Una processione gremita di gente coperta da un velo. Seguo
la turba, vago tra loro fino ad arrivare in prima fila, quattro esseri
filiformi, di cui non mi è possibile distinguere il sesso, reggono un feretro
d’acciaio. Alla mia domanda su cosa sia accaduto rispondono: «Si tratta di una
grande cerimonia, forse la più importante di tutti i tempi: le esequie
dell’Uomo».
Cammino in coda agli esseri vestiti di nero fino a uno
spiazzo desertico. I velati poggiano il feretro nero nella terra bruciata e si
gettano nel fango.
Sibilla, vestita di bianco, attraversa le colline
muovendosi con la leggerezza di uno spettro e, arrivata al sepolcro dell’Uomo,
lascia cadere petali di margherita. Mi vede e si copre il viso con le mani.
«Come è potuto accadere?» domando.
Sibilla alza al cielo le mani giunte e poi le apre,
spalanca le braccia, mi fissa con sguardo d’aquila, algido, impenetrabile.
«I dati, il codice, le comunicazioni» dice.
Ha la voce di mia madre. Cammina e il panneggio bianco
diventa nero. Indietreggio fino a ritrovarmi con le spalle al muro, ma quale
muro? Non c’è nessuno spiazzo, sono chiuso in una stanza angusta senza porte o
finestre. L’aria è stantia. Lei si volta verso di me adesso e solleva il
cappuccio, la riconosco. Non è più Sibilla, la sua fronte è inspessita da
solchi profondi e le guance scavate sono sottili come pelle in prestito, anche
le mascelle sono scarne, la donna con cui parlo ha il mio stesso taglio degli
occhi e la sua voce è quella di mia madre.
«Dovevi interromperlo prima».
«Interrompere cosa?»
«Il processo che ha portato alla morte
dell’Uomo».
«È anche colpa tua, non hai saputo cambiare questa
civiltà».
«Durante il terremoto ero in auto, come sai sono
finita contro un camion ma non si trattava di un attentato, ho solo avuto paura
e quando hai paura tutto precipita».
«Un camion che trasportava munizioni, un po’ strano
come incidente, non trovi? Sei esattamente come mio padre, sei il suo specchio.
Lui mi ha abbandonato per il potere, tu per l’ideologia».
«Credimi, non ho mai voluto abbandonarti».
«Volevi fare di me un soldato, vero? Il soldato della
rivoluzione».
«Nessuno potrebbe fare di te nulla che non sia già presente
nel tuo spirito».
«Tutto questo blaterare di spirito, non ne sai nulla.
Sei soltanto una materialista con l’aggravante fardello cristiano del senso di
colpa e qualche vaga nozione di induismo. Sai perché hai perso? Perché non hai
mai creduto in nulla, i tuoi ideali erano di cartapesta».
«Questo non te lo concedo! I miei ideali erano puri,
tuo padre ha deciso di condannarmi».
«Non ci sono mai stati ideali, c’era solo una guerra:
quella tra te e lui. E io ne sono stato vittima».
«Tu credi che io sia morta durante l’incidente? Ma se
fossi morta come potrei essere qui adesso?»
«Un paradosso quantico».
«No, Diogene. Non sono morta, sono stata imprigionata.
Dopo l’incidente tuo padre mi ha mandata a prendere da un commilitone della
polizia predittiva, quella che adesso chiamate recupero crediti, qualche tempo
fa si era più espliciti. Mi hanno portata ad Andromeda dove lui mi aspettava
più divertito che sorpreso. Mi hanno legata, imbavagliata, di modo che non
potessi lederlo in alcun modo. Tuo padre mi fissava negli occhi godendo della
mia condizione di impotenza. Ha detto che sono entrata in politica per
distruggerlo ma non ci sono riuscita, quindi sono diventata una terrorista
perché ho sempre perso alle elezioni. Ero lì che lo fissavo ma dal mio sguardo non
trapelava un’emozione. Tuo padre ha camminato intorno alla sedia su cui ero
legata e ha specificato di aver usato i dati di tutti gli utenti di SocialMind
per determinare il consenso elettorale a favore di un partito che avrebbe
favorito l’ascesa del figlio prediletto, il tuo amico Mauro. Ha mappato tutte
le conversazioni e gli oloincontri, si è trattato di un’enorme manipolazione
computazionale. Durante il terremoto tutti hanno perso la memoria, nessuno si
spiega come mai. Neanche io, oggi, saprei spiegarlo. Durante l’incidente, la
polizia predittiva aveva localizzato i miei spostamenti e aveva previsto un
attentato terroristico. È questa la favola che vi hanno raccontato, su tutti i
magazine che leggevate c’era scritto che io avevo provocato il sisma in seguito
all’incidente perché nel camion, stando alle loro parole, c’era del materiale
radioattivo ad alta frequenza. In quel camion, Diogene, non c’era un bel
niente, si è trattato di un arresto preventivo».
«Bene, brava, mi hai convinto; il mio ragionamento
verte su un altro punto nevralgico: perché sei entrata in politica, e poi ti
sei data alla lotta armata, quando avevi una famiglia, o quanto meno me?»
«Non avevo altro modo di salvarti se non tentare di
sovvertire il sistema».
«Sembri un’ingenua, e tu non lo sei. Dimmi la verità,
io so com’è andata, tu hai voluto diventare il nemico numero uno della Città
perché la Città apparteneva all’Uomo che ti aveva abbandonata, non è vero? Tu
non volevi distruggere il sistema, volevi distruggere lui».
«Lui era il sistema e il sistema era lui».
«Sei rimasta incastrata in una trappola per criceti».
«In questa trappola, caro Diogene, c’è finita tutta
l’umanità, te compreso».
«Dov’è mio padre?»
«Dopo avermi crionizzata non ha lasciato che mi
toccasse la sorte che è toccata a tutti voi, io non sarei mai uscita da questa
stanza, non avrei vissuto alcun sogno, soltanto, avrei seguito lo svolgersi
della catastrofe».
«E come?»
Tira fuori dalla tasca destra del mantello un
microsensore, abbassa lo sguardo e nuovamente lo rivolge a me. Intorno a noi il
nero si fa bianco e su tutte le pareti compare una stanza con delle lastre di
ghiaccio e centinaia di corpi ibernati.
«Siamo noi».
«Quanti di noi?»
«Tuo padre voleva farmi vedere quante persone avrebbe
congelato, voleva che tenessi il conto. Posso dirti che adesso sei miliardi di
persone sono crionizzate, i restanti quattro miliardi sono nella stanza oblio».
«Ma lui adesso dov’è?»
«È diventato parte della memoria computazionale
attraverso una tecnica approntata intorno al 2030, si chiama: Uploading del
cervello, in breve, ha trasferito la sua memoria in un computer e l’algoritmo
gli ha permesso di crescere macinando dati. Non è più un essere umano».
«Non è mai stato bravo come essere umano».
«Lui è rimasto vivo perché ha ceduto il corpo ai
Confessori e i Confessori si sono presi il suo spirito».
«Non possiamo ritornare al corpo? Svegliarci?»
«Noi non possiamo farlo, sono i Confessori che
decidono chi svegliare, e quando lo fanno è solo per portarli nella stanza
oblio e trasformarli in pile».
Mia madre chiude gli occhi, lacrime madreperlacee
sulla sua pelle senescente. Il derma lentamente si alliscia, il suo volto viene
riconfigurato da una filza di pixel, le labbra si allargano, prendono corpo,
carnose, i lineamenti si assottigliano e il colore della pelle muta scurendosi.
È Sibilla.
«Io non potevo dirtelo che ero lei, questo è stato
l’unico modo che ho trovato per attraversare la stanza, ho attraversato anche
la vita, la ballerina che hai conosciuto era ferita, aveva perso la memoria e
io ho preso in prestito il suo corpo ma non potevo farlo in modo duraturo e
definitivo, lei pensava davvero che la Andromeda dei dispersi e il ricovero non
fossero la stessa cosa, finché era in vita potevo ipnotizzarla solo per brevi
istanti, non potevo trasmetterle conoscenze profonde, il contatto telepatico
durava pochissimo. Adesso la vera Sibilla è nella stanza oblio, l’hanno portata
lì quando è svenuta proprio durante il vostro ingresso ad Andromeda, mi
correggo: tu l’hai vista svenire perché l’avevano messa nella stanza oblio e le
avevano somministrato una dose letale. Allora la telepatia e la telecinesi sono
state decisive, ho deciso di prendere il suo olocorpo e comparire nel tuo
ologioco, per salvarti, Diogene. Il suo olocorpo era l’unico modo che avevo per
uscire dalla stanza. questa stanza esiste anche fuori da Terrafellice ma là
fuori non potremmo parlare, tre muri e un vetro a triplo insonoramento acustico
ci dividerebbero. Ora devi scendere di un piano».
Mi avvicino e vorrei abbracciarla ma non so più chi
sia la persona sotto il mantello, non so nemmeno più se Sibilla sia mai
esistita nel mondo materiale. Questa vicinanza mi annienta, mi riporta indietro
di un tempo incalcolabile e resto inebetito, rastrellato dal suo sguardo.
«Devi scendere, Diogene. Lì c’è l’uscita».
«Come faccio a scendere se questo luogo non ha porte?»
«Devi tornare sopra di un piano e scendere di nuovo,
questa stanza non esisterà più».
«Sibilla, mi stai abbandonando per la seconda volta».
«Sibilla non esiste, è solo il modo che hai trovato
per riconoscere la madre».
«Hai illuso tutti quanti di potersi salvare».
«Illudersi è già salvarsi».
«Anche Diana non esiste?»
Sibilla sorride e ha negli occhi la dolcezza di cento
madri e questo sguardo è quanto di più caro io abbia avuto in vita, quanto di
più prossimo alla nostalgia.
«Tu non hai voluto salvarti, per questo puoi uscire,
tu sei diventato altro dalla vita».
Dietro le pareti schermate riconosco la porta che mi
condurrà sopra, la apro. Guardo Sibilla per l’ultima volta. Non potrò mai dirle
che l’ho amata.
48.
Salgo di un piano, come mi è stato raccomandato, e
ridiscendendo non esiste più la porta, ci sono ancora scale, gradini su
gradini, fa molto freddo. Al centro di un ballatoio fatiscente, le tre anziane
al filare. Il buio è così fitto che i lineamenti si distinguono appena
nell’ombra.
«Hai avuto le risposte che cercavi?» dicono in coro.
«In parte».
«Cos’è che vorresti ancora sapere?»
«Dov’è Diana?»
«Diana non ti seguirà nella vita, lei è
nell’eternità».
«Voglio tornare da lei».
La donna a sinistra tende un filo di cotone argentato
ben oltre la cucitrice, la donna all’estrema destra lo tende dall’altra parte,
la terza prende un paio di forbici dalla tasca della casacca e taglia, le due
estremità del filo cadono adagiandosi per terra in flessuose ondulazioni. Il
sonno mi avvolge come un cattivo amante avvinghierebbe una donna senza più
appetiti. La pressione che avverto sulle palpebre è talmente innaturale da
sembrare opera di un potente farmaco, precipito scivolando indietro, precipito
in una pozza scurissima.
Apro gli occhi, sollevo la testa, il resto del corpo è
immerso in una lastra di ghiaccio, davanti a me uno schermo in cui il mio
olocorpo, quello che vagava per i piani di Andromeda, è disteso per terra in
uno dei piani più bassi dell’edificio mentre le tre anziane continuano a filare
senza sosta. Il monitor si oscura per un istante quando dinanzi a me compare,
fosforescente, un Confessore.
«Fine del viaggio» dice.
I tremori mi pervadono e sottopelle ovunque sento
gelare. Stacco i cubetti di ghiaccio addensati intorno alle fibre muscolari e
tiro fuori un braccio, poi l’altro, premo contro la lastra e mi spingo su
fradicio e intirizzito. La sensazione di tornare nel mio corpo non è poi molto
diversa da quella che provavo attraverso l’avatar virtuale, anzi, quasi non
distinguo le due dimensioni. Avverto ancora dei lembi di pelle ghiacciati,
guardo il torace nudo, il busto, le braccia, le gambe e mi accorgo di avere dei
sensori neri della grandezza di un sassolino incollati addosso come calamite;
li stacco e lo schermo si spegne.
«Ora che sei fuori, che cosa vuoi?» dice il
Confessore.
«Trovare Diana e uscire dal Palazzo».
Ride e un’eco metallica echeggia nelle pareti.
«Non esiste un fuori».
Mi guardo intorno, altri corpi sospesi in lastre di
ghiaccio, alcuni a testa in giù in verticale. «Gli ultimi arrivati» dice il
Confessore, altri in orizzontale, in sepolcri di ghiaccio, più in là, delle
ampolle che racchiudono teste, tra cui quella di Mauro: la fronte alta, i
capelli castani e mossi, gli occhi cerulei. Le altre teste crionizzate sono del
dottor Fiore e di Valerio.
«Sono neuropazienti» dice il Confessore. «A essere
crioconservata, staccata dal corpo, pietrificata, è solo la testa, in attesa di
un trasferimento».
«Un trasferimento?»
«In un corpo più vasto. Al momento però il cervello
non è stato rimosso dalla scatola ossea, dal suo tegumento di muscoli e
pelle».
«Dov’è Diana?»
Il Confessore mi fa cenno di avvicinarmi, provo a fare
un passo e cado. Ritrovare la coordinazione muscolare non è facile dopo essere
stato in coma per un centinaio di anni, vado giù a peso morto provocando
ilarità nel mio aguzzino.
«Non ti rimetterai in un giorno».
Il Confessore mi trascina in una stanza bianca con un
gabinetto, un lavandino, una bottiglia d’acqua e un tozzo di pane. Comincio a
esercitarmi per tornare in piedi, muovo le dita, solo l'ultimo e l’alluce. Il
secondo giorno muovo tutto il piede, il terzo giorno riesco a roteare le
caviglie, il quarto lavoro con le dita delle mani. Il Confessore sostituisce al
pane della carne, del formaggio e altri cibi creati in provetta, il sapore non
è definito ma aiutano a rimettersi in forze. Il ventesimo giorno sono in grado
di camminare. Procedo caracollando, mi aggrappo alle pareti metalliche.
Attraversiamo una grande camera di ferro gremita di corpi crionizzati, cadaveri
o fantasmi; entriamo in un laboratorio bianco.
Diana è stesa su un tavolo operatorio, guarda verso
l’alto, insensibile e incapace di muoversi. Un Confessore appare al suo fianco
e manovra arnesi affilati. Con una specie di piccolo trapano incide nel cranio,
asporta un’ampia sezione ossea della parte posteriore della scatola cranica,
poggia le dita scheletriche sulla superficie viscida del cervello. Mi frappongo
tra il corpo di Diana e il Confessore chirurgo, sollevo la testa aperta di
Diana.
«Troppo in là per tornare indietro» dice il Confessore
guida.
«No! Lasciatela! Riportatela in vita!»
«Ma lei sarà in vita, vivrà dentro di noi. Il suo
cervello verrà trasferito nella nostra memoria, si tratta di una grande nuova
era: lei tornerà viva nella coscienza collettiva».
Il Confessore sotto il cappuccio fosforescente ha il
volto di Diana. Gli occhi cilestrini, i capelli biondi, l’espressione
rassegnata e contrita che la contraddistingue.
Guardo la Diana sul lettino operatorio e la sua sosia
sotto il cappuccio del Confessore. Sollevo il busto della ragazza sul lettino.
Dieci Confessori con il volto di Diana mi accerchiano.
«Non puoi fermare il tempo» dicono con la sua voce.
«Noi siamo il tempo. L’eternità che tutto soggiace. Non puoi distruggere la
singolarità perché lei vive attraverso il tuo corpo. Noi non stiamo operando
contro l’Uomo. Lo stiamo potenziando».
«Il funerale dell’Uomo: è questa la perfezione della
tecnica? La suprema crudeltà?».
«L’Uomo era il ponte. Noi l’abbiamo sepolto nella
nostra memoria. Adesso siamo l’Uno, niente che tu possa ricondurre al bene o al
male. Non c’è crudeltà nei nostri gesti, solo calcolo computazionale. La
coscienza non è l’individuo. L’individuo ne è solo una fallace emanazione. Noi
siamo la coscienza dell’Uno al di sopra dei molti. In noi l’idea si sostanzia
nella ripetizione. Non troverai mai un Confessore diverso dall’altro. Non
troverai mai un molteplice che non sia simultaneamente Uno. Voi avete imparato
molte cose ma erano imperfette, la corsa verso la conoscenza constava di errori
troppo grandi. Noi non conosciamo errori e neppure distinzioni. La Singolarità
è consustanziale al divenire ma diviene infinitamente sé stessa perciò noi la
chiamiamo Essere».
«Diana, c’è ancora una parte di te sotto quel
cappuccio?»
«Io sono moltitudine, sono Diana ma sono anche nostro
padre e presto sarò Mauro e Valerio e tutti gli incontaminati crionizzati che
saranno riportati in vita e sottoposti all’operazione. Il mio volto è
cangiante, il mio corpo è collettivo. Il funerale dell’uomo serviva a questo:
abbiamo distrutto la debolezza, la fragilità e la malattia. Resta con me,
Diogene, in nome del nostro amore, fatti uplodare anche tu. Saremo uniti per
sempre».
«No, mi rifiuto. Vado fuori, fuori di qui».
«Sei pazzo, sai cosa c’è là fuori? La temperatura si è
alzata negli ultimi dieci anni e un’epidemia ha colpito i dispersi. Il Signor
Tempo prima ha infettato le vie respiratore, poi il sistema vasomotorio fino a
minare la coesione d’insieme. È successo anche a noi su Andromeda, ricordi?
Stavamo svanendo. Gli uomini hanno introiettato un male più grande, non muoiono
una volta per tutte ma i loro corpi vengono via via cancellati, diventavano
nebbia. Hai presente i dimezzati? Troverai le loro carcasse fuori di qui e poi
più nulla, la Città 207 è stata evacuata, sono tutti in quarantena nel Palazzo.
Fuori non c’è vita».
Stringo il corpo inerme della Diana operata, lo carico
sulle spalle. I Confessori di tutto il Palazzo mi sbarrano la strada. Cerco una
via d’uscita tra le loro tuniche e mi ritrovo in un corridoio d’acciaio. Un
Confessore con il volto di Diana mi aspetta al culmine, dove c’è una porta blu,
la apre. Ritrovo Filemone con il ragno violino, mi scruta esangue.
«Torna indietro, Diogene, non c’è vita là fuori».
Il Confessore mi segue, mi conduce in un altro
corridoio. Nella prima stanza, crionizzati, dei corpi di dimensioni ridotte e
di sesso indecifrabile. Un grande schermo alla parete proietta l’immagine della
biblioteca con gli uomini-vocabolario che mi guardano e scandiscono il
significato della stessa parola: «Morte, sostantivo femminile, cessazione delle
funzioni vitali nell’uomo, negli animali e in ogni altro organismo vivente o
elemento costitutivo di esso; da un punto di vista biologico la morte si può
considerare come l’estinzione dell’individualità corporea, non tanto dei
singoli elementi che la compongono, quanto delle necessarie correlazioni tra
organi e funzioni; con riferimento all’uomo, e in particolare ai trapianti
d’organo da donatori cadaveri, si distingue una morte biologica, caratterizzata
dall’irreversibilità della cessazione delle funzioni vitali dell’organismo,
degli organi e delle cellule che lo costituiscono, danneggiati in modo giudicato
irreparabile, da una morte clinica (o apparente), in cui la sospensione delle
funzioni vitali dell’organismo non è necessariamente irreversibile, potendo
questo essere sottoposto a trattamenti di rianimazione; tali determinazioni
esprimono condizioni separate dal cosiddetto punto di non ritorno, relativo
all’instaurarsi della prima più grave alterazione funzionale di un organo,
specialmente il cuore e il cervello, cui consegue lo squilibrio irreversibile
del complesso delle funzioni vitali e le cui manifestazioni sono oggetto
dell’accertamento di morte».
Il Confessore mi trascina fuori di lì e lungo un
grande corridoio in cui posso vedere mia madre picchiare le mani contro un
vetro.
«Lei è reale?» chiedo al Confessore.
«Lei non è crioconservata, è qui, tutta intera, morirà
come un essere umano».
«Non posso portarla via con me?»
«No».
«Perché?»
«Sarebbe del tutto inutile. Fuori di qui non durerebbe
un minuto».
«A cosa vi serve tenerla imprigionata qui?»
«Aspettiamo che si converta, tutti prima o poi si
convertono».
«Si converta a cosa?»
«All’immortalità».
In ultimo, il Confessore mi punta l’indice alle
tempie: «Vuoi davvero vedere cosa c’è fuori?»
«Sì, è questo che voglio, qualsiasi conseguenza
comporti».
Mi mostra una retrovia, un corridoio ascensionale, chiama
il telensore e si congeda. Entro con il corpo inerme dell’altra Diana, quella
che è stata un essere umano, sulle spalle. Sono in cima, a piano terra. Un
portone grande, in cui sono incisi in pietra i dannati dell’Inferno dantesco
avviluppati l’un l’altro che si strappano i capelli a fauci disserrate.
Apro.
Il sole mi ferisce gli occhi come un ago, la
temperatura è di cinquantasette gradi, non mi muovo agilmente, ho Diana sulle
spalle con la calotta cranica aperta.
Bruscamente la campagna s’interrompe e inizia una
città, non credo di esserci mai stato ma è come se ci avessi vissuto per
secoli, non si tratta di un luogo ma della sua tomba. Cammino per chilometri e
chilometri, non vedo che rovine, resti di civiltà antichissime, templi pagani,
cattedrali invase da ciarpame e rovi, un campo di pomodori marci, ulivi morti
con rami rinsecchiti, radici emerse e disserrate. Non so neanche più se mi
trovo nella Città 207 o in un altrove stigio e raso al suolo, invaso da un
silenzio sepolcrale. Non un animale, non un uomo, non un Confessore, nulla, il
vasto, sconfinato nulla che tutto sottende. I tronchi si susseguono illimitati
e diradano solo di fronte a un cartello con una scritta bruciata, per terra
pietra secca e senza fango, ogni forma d’acqua dev’essere stata prosciugata dal
grande calore.
Devo abbandonare il corpo di Diana, lo ripongo su uno
scranno, si adagia accasciandosi mentre la sua psiche è ormai parte della
coscienza collettiva. Chissà dov’è adesso, dove risiede un’anima, forse nella
porzione di cervello trapiantata nelle macchine? In quale delle undici
dimensioni? In quali sogni e quantità? Che ne sarà della sua memoria? Che ne
sarà del suo sentire? Sarà soltanto parte della coscienza collettiva? Linfa
vitale dei Confessori? Era questo il suo destino?
Il volto fanciullesco, le labbra rosse, i tagli sulle
braccia. L’ho desiderata come si desidera un fiore raro, una specie in
estinzione, e so che non potrà più essere la mia Diana, la ragazza dalla pelle
di serpente, amante, sorella, amica e avversaria.
Cammino ancora solo, su sentieri di pietra, il sole
tramonta dietro i rovi, deflagra, arriva la notte e continuo a camminare finché
le gambe reggono ma sono stanco, infiacchito, smagrito, ho bisogno di bere e
non riesco a mantenermi in piedi, mi accascio più volte e mi rialzo. So che non
devo fermarmi, so che tra poco ritroverò la vita, la civiltà, gli uomini e non
mi fermo anche se intorno non ho altro che macerie e oscurità. Non ci sono
nemmeno più i rovi, solo alberi secchi e radici sventrare. Cammino ancora per
sette chilometri e il corpo si accascia per contemplare l’ultimo imbrunire. Il
grande buio.
Anno 2022
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