"LIBRO DI ODI"

 

“LIBRO DI ODI.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Muna, ancora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

0) PROLOGO (di Ilaria Lila Giovinazzo).

Il libro che avete tra le mani è una lunga dichiarazione d’amore a una donna, una donna che incarna pienamente il ruolo senza tempo di musa: Muna, centro e soggetto di ognuno di questi componimenti. La mole del volume non deve spaventare, le poesie si leggono con piacere. Leggerle significa fare un viaggio dentro una storia d’amore (È mai solo nostro l’amore? O riguarda in fondo tutti?), senza che l’autore lasci niente all’immaginazione, dalle sue gioie iniziali alla tenerezza del quotidiano, al tormento, alla gelosia, al confronto coi propri demoni e infine allo straziante addio.

Alla fine del volume l’autore ha inserito alcune lettere scritte alla sua donna dopo la fine della loro relazione. In queste lettere c’è il senso di tutto quello che segue e sono parte imprescindibile per afferrare completamente il significato dei componimenti che seguono. Cito: <<sappi che ti ho amato al massimo delle mie possibilità. E che ti avrei amata di più se i demoni me lo avessero concesso. Ti avrei amata con ogni cellula, ogni fibra e ogni atomo. Con tutto me stesso, con ogni gesto e ogni pensiero. Fino al sangue e al midollo, anzi oltre il sangue e il midollo. Ti avrei amata fino all’ultimo respiro, anzi senza respiro. E bada: amare alla follia non vuol dire amare in modo folle: per me, sarebbe stato il massimo amarti stando seduto a rollare una sigaretta mentre tu dormi distesa nel letto come una luna in mare, o, la notte, dormire accanto a te e sentire che ti svegli e vai in bagno a pisciare. Sarebbe stato il massimo riuscire ad amarti mentre mi odi, mentre mi ferisci. Sarebbe stato il massimo amarti mentre dormi e fuori piove, mentre ti vesti per andare a lavoro, mentre siamo in macchina e tu guardi fuori dal finestrino.>>.

Nelle poesie di Triscari c’è questo, la ricerca di una quotidianità pacifica dell’amore, di una sicurezza, di un ritorno a una fase di innocenza e sogno: <<è quello scambio di anime / come rimanere nel letto abbracciati / e parlare ancora un po' / o addormentarsi mano nella mano / pelle nella pelle / bocca nella bocca / fiato nel fiato / sono queste cose che ti mancano / cose un po' sdolcinate / cose gentili / affettuose / cose così>> che il poeta ricerca.

Si rimane stupiti di fronte alla dolcezza di certi passaggi, l’autore ci permette di avere accesso alla sua parte senza difese, alle sue fragilità, alla ingenua spontaneità dei sentimenti più puri dell’animo umano. Si rimane stupiti soprattutto pensando al Triscari personaggio, che si autodefinisce con queste parole: <<Classe 1989, megalomane, egocentrico, escatologico, lussurioso, donnaiolo, fastidioso (in Grecia, dove visse due anni, si guadagnò il soprannome di Tromeròs, “terribile”), scandaloso, rissoso, irascibile e amante del jazz. Precedenti penali: spaccio, violenza privata, lesioni personali, truffa informatica, molestie sessuali, estorsione.>>.

Ma non mente mai Triscari, non edulcora, è schietto, verace, teneramente scandaloso nell’amore per la sua donna. Ed è proprio questo che rimane addosso leggendo le sue poesie: la sensazione di amore totale e fusionale che scuote tanto da ferire, strappare la carne, piangere. Ma il pianto è un pianto di dolore per quanto si è perduto, un pianto di bellezza per le altezze a cui si è potuto elevare il cuore. Ma l’amore che ci racconta Triscari, come tutti gli amori reali, è composto anche di carne, sangue, materia. E la carne è sacra quanto l’anima, come recitava Whitman in “Io canto il corpo elettrico”: <<tutto scompare fuorché noi due, libri, arte, religione, tempo, la terra solida e visibile, e ciò che ci si aspettava dal cielo o si temeva dall’inferno, ora sono consumati, folli filamenti, ingovernabili germogli che ne promanano, altrettanto ingovernabile la reazione, capelli, petto, fianchi, gambe che si piegano, mani che cadono in negligente abbandono, come le mie, riflusso colpito dal flusso e flusso colpito dal riflusso, carne d’amore che inturgidisce e fa dolcemente male, getti d’amore senza limiti caldi ed enormi, tremante gelatina d’amore, biancofiorito, delirante succo, notte d’amore dello sposo che dura sicura e dolce sino all’alba prostrata che ondeggia sino al giorno compiacente e docile, perduta nella fessura del giorno che abbraccia ed ha tenera la carne.>>. 

Ed è, ad esempio, in questa sacra e mistica compartecipazione di cuore e carne che rientrano le “Odi anatomiche”: <<e io che con le mani sfioravo / gli interminabili spazi del tuo corpo / e con la bocca misuravo la distesa delle tue gambe / e con la lingua le profondità interstiziali della vulva / olente di frutta matura e un po’ stantia / e come fiore di agave mortale / turgido il clito / che si ergeva dalle ninfe carnose mentre godevi / tremando come luna nell’acqua / ah misteriosa rossa carnosa bocca / ninfea voluttuosa tra floride ninfe / fiore delle tue carni / fiore del mio desiderio / carne del mio desiderio>>.

Nelle poesie di questa raccolta non mancano le sperimentazioni, citazioni di altri autori-poeti riproposte creativamente qua e là lungo la strada, come àncore od omaggi, chiare a chi ha orecchio fine ma troviamo anche giochi di parole, accostamenti inconsueti di immagini e suoni, uso sapiente di figure retoriche in un susseguirsi vertiginoso di allitterazioni, assonanze, consonanze, anafore: <<in chiostri di ramificati sogni / in sogni di ramificati colli / in sonni di radificati sogni / fra riflussi di luna riflessa / fuori dai recinti dei venti polluenti / rampollano escrescenze di eventi polluti / e polluzioni di venti di verde-polline / polline di cielo e astrale sperma australe>> o ancora <<stella-favo stella-fumo stella-neve / stella in chiocciolio / stella in crocidio / ai margini della neve / dove folle gonfia il sogno / folle gonfia il sonno>>.

Concludendo, di una cosa si può essere certi: i versi di Triscari non possono lasciare indifferenti. Non accarezzano, non intrattengono piacevolmente il lettore, ma lo scuotono fin dentro le viscere, e nel leggerli mi sono chiesta: può esservi altro amore che questo?

Dunque concludo con una dedica questa mia introduzione: a Muna, che è stata capace di far nascere tanta bellezza (e tanto dolore nella sua mancanza), e a Manuel: come dice Rilke <<Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. / Si deve sempre andare, nessun ardire è mai troppo lontano.>>. Che tu possa vivere di nuovo bellezza e terrore quindi, ma stavolta, memore degli errori compiuti, riuscire a tenerla con te per vivere quel quotidiano sogno condiviso cui tanto aneli e di cui tanto necessiti, e di cui necessitiamo tutti.

<<Volevo solo una persona con cui condividere piccole cose / affettuose / come stare mano nella mano / a fumare una sigaretta in balcone / o fare una passeggiata al parco / senza parlare / o vedere un film in ciabatte e mutande / senza per questo sentirsi a disagio / una persona con cui non dovere dimostrare nulla / nemmeno di amarla / perché già lo sa.>>.

Buona lettura, dunque, di lacrime, sudore, sangue e sperma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<Difficilis facilis, iucundus acerbus es idem:

Nec tecum possum vivere, nec sine te.>>

 

<<A un tempo scontrosa e amica, aspra e cortese,

né con te né senza di te vivere posso.>>

 

(Marco Valerio Marziale: “Epigrammi”: 12: 45-46).

 

 

 

 

 

<<Odi et amo. quare id faciam fortasse requiris

nescio sed fieri sentio et excrucior.>>

 

<<Odio e amo. Forse ti chiederai come sia possibile:

non lo so ma è così e me ne cruccio.>>

 

(Gaio Valerio Catullo: “Carmi”: 85).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1) ODI ALLA MIA DONNA.

 

 

 

 

 

 

 

<<Se dell’eterne idee

l’una sei tu cui di sensibil forma

sdegni l’eterno senno esser vestita

e fra caduche spoglie

provar gli affanni di funerea vita;

o s’altra terra ne’ superni giri

fra’ mondi innumerabili t’accoglie

e più vaga del Sol prossima stella

t’irraggia e più benigno etere spiri;

di qua dove son gli anni infausti e brevi

questo d’ignoto amante inno ricevi.>>

(Giacomo Leopardi: “Canti”: “Alla sua donna”).

 

 

 

 

 

ALLA MIA DONNA.

 

E così succede che il tempo passa

e passa il tempo, passa

passa su terre e mari

passa su sonetti e poemi

canti e canzoni

odi e amori,

passa su pietre e fossi

su questa mia mente sbandata che non pensa

su questo mio cuore che affannato non perdona

su questo mio corpo che affamato non ragiona

e passa

e passa il tempo

passa su fanti rami e foglie

su nubi scioperi e feste

su tombe guerre e terremoti

su strade monti e poesie

e passa

passa su D’Annunzio Palazzeschi e sorelle

ma non passa su Saffo e Pollock

passa su cartelle esattoriali multe e tasse

passa sulla stampa e sul fatto quotidiano

passa sul passato del giornale e sull’avvenire della repubblica

passa sul detto e sul nondetto

ma non passa su questo dolore maledetto

passa su uomini cieli e paludi

sui pigmei satelliti della ragione

su cipressi malati teologi e poeti laureati

passa sulla Destra e pure sulla Sinistra

sui cimiteri e sulla pubblica opinione

passa sui giornalisti e gli opinion leader aureolati

passa sulla tua mancanza e sulla mia testa

passa sulle soglie delle foresta

e sulle foglie della minestra

su parole dette e non pensate

su arse salmastre tamerici

e su irti e scagliosi pini

sui mirti divini e sulle fulgide ginestre

sui rossi fiori e sui melograni in fiore

passa sugli olidi ginepri e sui rovi selvatici

sulle nostre mani e sui nostri vestimenti

leggeri e passa pure sui nostri pensieri

su piangenti cicale e su cicaleggianti professori

su questo cinereo cielo

sulla plumbea terra e sull’acciaio-mare

su secolari arbori e sul mio volto incartapecorito

sulle mie stolide mani

sul mio stolido pene

sul mio stolido cranio rasato

e sul mio stolido corpo disfatto

sulla mia ombra e sui miei cigli neri

sulla mia pelle macchiata e sulle mie palpebre

sui miei occhi che tra le palpebre sembrano polle tra le erbe

passa sul mio sesso distorto e perverso

sulle acerbe mandorle amare e sugli amori sbiaditi

passa sulle segrete celle del cuore

privo di vergogna e pudore

passa sui cortili e sui nostri occhi miopi

e passa sul cielo autunnale

sulla prole delle foreste e su arnie luci e venti

ma non passa sulla nostra prole sterile

e passa sul siderale sperma australe

su fratte anfratti antri e spelonche di montagna

passa sui teneri interstizi vaginali e sui cazzi croscianti

passa su questo sole

tremante vacillante fuggente

il tempo passa sulla mia testa ormai incanutita

e passa e passa

e più passa e più io non sento

donna dormire nuda al mio fianco

e così nel pensiero la fingo

viso di rosa

labbra di pesca

profumo di porpora

e mi sovviene il suo dolcissimo ambiguo sorriso

ferita della notte

collana di perle

falce di luna crescente

e il suo odore immaginato e immaginario effonde e sciama

suscitando oscuri viziosi pensieri

che invadono la mia notte

la notte che rimembra la sua pelle

la sua pelle che profuma

di frutta dolcissima

e un po’ matura.

 

Intanto

empio un altro bicchiere

e bevo e bevo

e salvezza mi è

naufragare

in questo

mare

di

vino.

 

 

 

 

 

BENVENUTA.

 

Estati e inverni interi ti ho attesa

e giorni e notti a non finire

e ho visto le stagioni nascere e morire

e rinascere e i giorni accorciarsi

preannunciando l’autunno:

¿perchè hai tardato così tanto?

 

Ma ora finalmente sei qui

e mi preparo a riceverti

la mia porta spalancata ti aspetta

sul tavolo acqua e pane

e miele e noci.

 

Benvenuta, dunque, ragazza mia:

finalmente posi lo sguardo sulla mia vita

e le paure divengono uccelli

e nubi dorate gli incubi;

finalmente posi il piede nella mia casa

e le mura divengono alberi

e prato il cemento del suolo.

 

Benvenuta, donna mia,

forse tu non sai chi io sia né chi fui

né quale sole in volto mi arse

né quale amore bruciò le mie palpebre

né quali donne spartirono con me il giaciglio

nelle mie notti senza alba

né quali mani mi scossero dal torpore

o quali baci mi addormentarono;

tu non sai la morte

che il mio cuore ogni giorno vive

ma sappi questo

che oggi sono qui per te

certo che verrai

a cogliere margherite

e inseguire farfalle

con me.

 

Benvenuta, anima mia,

benvenuta bella come una libertà

calda come una notte di Luglio

dolce come un vento estivo.

 

 

 

 

 

QUANDO T’INCONTRAI.

 

Fu per caso

forse per scherzo

quasi per gioco

e ora sei distesa

nuda sul mio letto

come luna in mare

e come luna in mare

la tua pelle trema

con sapore d’amaranto

e con voce d’amarena

mi chiama la tua bocca

e io non voglio altro

che perdermi e perdermi

nel buio della tua pelle

e dissolvermi nel silenzio

dei tuoi occhi.

 

 

 

 

 

POSSO AMARTI.

 

Io, uomo meridiano contemplante notturni paralleli

e inferne geometrie, regalarti non posso

altro fuorchè sorrisi e scherzi

e sogni gorgoglianti

dal profondo cuore.

 

Io

posso amare

solo tra attorte onde avvolgenti

tra torrenti e selvatiche acque fiumali

con questo mio cuore affondato

con questo mio corpo scoppiato

con questa mia mente annebbiata

con questa mia vita distrutta

con questa coscienza putrida

con queste mani neghittose

con questi occhi stanchi

con questa anima inerte.

 

Io

posso amarti

solo con baci e poesie

con una notturna voce

che dispiega grida disperate

con soffocati singhiozzi

e stanca voluttà.

 

Ma,

se ti basta,

allora

corri bianco-vestita

alla mia anima con la tua anima

e tieni il mio cuore

tra le tue dita

di rosa.

 

 

 

 

 

IN RIVA AL MARE.

 

Non mi ammalia più l’ora della partenza

né mi seducono più le soavi voci proibite

né le avventure proibite

di ambigui piaceri proibiti

in abbietti squallidi bar della periferia

né più attendo mirabili avventure.

 

Sulla riva del mare è bello stare muto

senza ambizioni e senza desideri

sentendo nel silore beltà e morte

lavorare su me.

 

Spero solo che presto tu

venga a tenermi compagnia

e far niente con me.

 

 

 

 

 

GIÀ SCENDE LA NOTTE.

 

Già scende la notte

in compagnia dell’amica luna

ma tu, Muna, nuda negra luna,

caccia dagli occhi il sonno

e con me aspetta

che il giorno sopravanzi la notte

e stenda la propria luce alburna.

 

Lascia da parte impegni e affari

e sul prato stenditi con me

e giunta l’aurora non andare

ma rimani ancora

finchè una nuova notte

stenderà il suo drappo di stelle

su di noi.

                                                                                                                                           

Resta con me, ora,

tra queste stelle che nulla significano

in questo prato che nulla significa

in questa notte bellissima che nulla significa

e inutile come il vento

a nulla ci porta

dal nulla avanzando.

 

 

 

 

 

MUNA LUNA.

 

Muna,

nuda

negra

luna,

vieni

vieni a me

vieni anche triste

vieni anche arrabbiata

vieni anche imbronciata

e amami

e stringimi

poichè breve è la vita

e fugge il tempo

(oh sì il tempo fugge,

fugge il tempo, fugge).

 

Siedi accanto a me

ad aspettare la prima stella della sera

scherzando e ridendo dolcemente

e poi resta ancora quando il sole avrà sciolto

il trucco della notte

finchè non vedremo la prima stella mattutina

dall’ala bianca annunciare il sole

e poi continuiamo

finchè le nostre notti si confonderanno

con i nostri giorni

e giorno e notte non saranno altro

che parole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2) ODI (IM)MORALI.

 

 

 

 

 

 

 

<<Lentamente muore

chi non si concede, almeno una volta

nella vita, di fuggire ai consigli sensati.>>

(Martha Medeiros: “Una morte lenta”).

 

 

 

 

 

1.

 

Chi ama i piaceri deve amare anche i dolori:

l’allegria non va d’accordo con l’anestesia.

 

Non crogiolandoti nel dolore

sappi che senza dolore non è piacere

non è amore.

 

Sappi che la stessa allegria di avere un corpo

diventerà anch’essa dolore un giorno.

 

 

 

 

 

2.

 

Come l’acqua nel fiume

come il vento nella pianura

passano i giorni della nostra vita:

non preoccupiamoci di quello che passato non tornerà

né di quello venturo poiché non esiste

ma godiamo di questa notte,

amore mio,

e questo silenzio che ci unisce

e questo buio che ci stringe

fermiamolo e intrappoliamolo

nella rete dei nostri baci

e del domani non diamoci pensiero.

 

Ricorda: la vita è oggi,

il domani non esiste.

 

 

 

 

 

3.

 

Allegra poiché non sai da dove vieni

stai allegra poiché non sai dove vai.

¿Perchè tutto questo affannarsi per il denaro

e tormentarsi per questo mondo?

¿Hai mai visto qualcuno che sia vissuto in eterno?

questi uno o due soffi di vita

che sono nel tuo corpo

sono un prestito:

ricevuta una cosa in prestito

quale prestito vivila.

 

 

 

 

 

4.

 

Oh cuore,

giacchè il destino ci contrista

e un giorno la pura anima

si dipartirà dal corpo

siedi sul prato e baciami

prima che l’erba verde sbocci

dalla nostra polvere.

 

Cogliamo questo tempo d’un attimo

giacchè non siamo quell’erba fresca

che falciata torna a crescere e spuntare.

 

Cogliamo ogni fiore

poiché già il giorno muore

e la notte trascorre in fretta

e il tempo fugge senza tregua.

 

 

 

 

 

5.

 

Coloro che sono prigionieri della morale

e del buonsenso e si struggono

nell’affanno dell’essere e del non essere

costoro hanno mille occhi e mille orecchi

e contano i nostri baci per schernirci

con invidia.

 

Ma c’è un campo poco più in là

nascosto alla vista e al sicuro dagli sguardi

pieno di vita e fiori

e noi lì saremo

imprevisti amanti

amanti e imprevisti

a correre scapigliati

inseguendo farfalle.

 

 

 

 

 

6.

 

Desidera poco e vivi contenta

sciogliendo ogni vincolo col bene e col male

prendi in mano questa sabbia

e le mie mani che ti amano

poiché presto questi giorni svaniranno.

 

Non lasciare che l'angoscia ti tenga in pugno

e il cruccio di ciò che è assurdo sperare

occupi il tuo tempo.

 

Siedi sul margine del fiume

o sulla ripa del mare

e godi di questa calida estate

con me.

 

Sappi che in questo mondo vive un uomo

che pensa che la sua vita sia perfetta se ci sei tu

e vorrebbe solo sedere innanzi al tuo volto di paradiso

e perdersi nel calore del tuo sguardo

nell’interrogativo delle tue labbra dischiuse

nell’ansito affannoso del tuo respiro

ad accarezzare la tua guancia di tulipano.

 

Come diceva Iben Andìs

poiché in ultima istanza sarai il nulla

reputa il non essere pari all'essere

e pensa di essere il nulla

e così vivi libera e felice.

 

 

 

 

 

7.

 

Il mio tempo infamatosi nelle strade

tra puttane drogatossessive

e matti alcolizzato-aggressivi

in ogni modo l’ho sperequato

dietro ogni avventura

a ogni angolo di ogni trivio

e quadrivio.

 

Ora il velo della del mio buon-nome

si è talmente lacerato e squarciato

che non si può più rammendare,

ogni penitenza fatta è stata disattesa di nuovo,

la porta della (buona) reputazione

me la sono richiusa addosso di nuovo,

e ho ripreso il costume della dissolutezza.

 

Corri dunque a me

e godiamoci questo tramonto

ché non altro mi resta

ché nient’altro conta

ché nient’atro ho da offrirti.

 

 

 

 

 

8.

 

¿Fino a quando continueranno a parlare

di esistenza, di dio, e di morale;

quanto ancora staranno a cianciare

di affanni e angosce, di affari e business;

perchè non si svegliano

e non trascorrono in letizia la propria vita?

 

Loro non sanno

ma io so

che nulla può sostituire i tuoi baci:

teoria e pratica hanno trasceso ogni mia capacità

e ogni arduo problema lo risolve la tua bocca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3) ODI SENSUALI.

 

 

 

 

 

 

 

<<Un boccone, e un bel volto,

e vino sulla proda del campo,

queste tre cose sono per me pronta moneta:

a te la cambiale del paradiso.>>

(Omar Caiàm).

 

 

 

 

 

LA CASA DELL’AMORE.

 

Nella casa dell’amore

oltre la sala grande

ove ordinatamente si celebrano

gli ordinari amori

sono oscure camere segrete

che si ha vergogna solo di nominare:

su quei letti osceni io ti aspetterò

disteso e supino

il corpo trepidante di voluttà

il sesso scandaloso a reclamare il proprio piacere

per festeggiare il nostro

sordido oscuro amore.

 

 

 

 

 

MI CHIAMA LA TUA BOCCA.

 

Stesa sul mio letto come luna in mare

come luna in mare adesso tremi

e la tua pelle effonde dappertutto

sapore di zucchero e cannella.

 

A te inesorabilmente mi chiama

con voce d’amarena

la tua bocca.

 

 

 

 

 

NOTTETEMPO.

 

Il candido lume del giorno brunisce

e si trasforma in sangue coagulato

e lontana la sera lenta s’annera.

 

Finalmente le appartate membrane

della notte ci accolgono

sudario ai nostri corpi madidi e ansimanti.

 

Non indugiare, dunque, ma spogliati

ché la carne reclama il proprio piacere

e la notte dura un soffio.

 

Sali,

cavalca

            questa notte,

e ingoia

            i ritegni.

 

 

 

 

 

FUOCO-COLORE-CALORE.

 

Finalmente a te sono giunto

dolce, soave, leggiadra creatura

finalmente a te sono giunto

ansante, affannato, affamato.

 

Per te ho attraversato rupi di spine

e montagne d’insidie, per te

ho scavalcato alte mura.

 

Ora finalmente ti guardo negli occhi

e guardandoti negli occhi

finalmente mi sento riscaldare.

 

Ora tu mi guardi

senza parlare,

tu non parli ma i tuoi occhi parlano

e dicono che gli uomini seri hanno paura del fuoco

e per questo inventano i pompieri

e vestono di grigio

che è nessun colore

ma tu sei senza parole come il fuoco

come una fiamma solo colore e calore

e ti saltano dallo sguardo scintille

e faville a dieci a cento a mille.

 

Tu puoi con gli occhi bruciare

tutto il mondo, tutto il mondo ustare

e sembra che ti abbia creato il sole

ché solo a guardarti m’incendio.

 

Il tuo calore mi da calore

il tuo colore mi da valore

e mi sento correre un brivido per le vene

e sotto-pelle godo e mi ravvivo

quando avido guardo la tua fiamma

e sento salirmi una vampa alla testa

come se bruciasse il mio cervello.

 

Oh, gli uomini che temono il fuoco:

poveri esseri di paglia...

 

 

 

 

 

ORGASMO.

 

Era sera

e già la luna stendeva un sottile strato d’argento

sulle fronde sull’erbe e sul fango

e i crini e le cime si agitavano ondeggiando e stormendo

e il nostro piacere era come un’enorme onda

tumultuosa turgida minacciosa

pronta a gettarsi su noi e mergerci

e la nostra stanza non era più una stanza

ma una muraglia verde

esuberante, lussuriosa, rigogliosa e intricata

di tronchi rami e foglie

di frasche tralci immobili nella luce lunare

e i nostri discorsi erano discorsi di sordidi bravacci

e il nostro letto una barca che ci conduceva verso le profondità

di un deserto

e i nostri sussurri erano bestemmie alla morte sempre in agguato

che si allunga in tremuli prolungati lamenti di lugubre terrore

e sconfinata disperazione e tristezza

extraterrestre estravagante extra-errante

e i nostri corpi sudati si penetravano si compenetravano

s’addentravano in quella immensità selvaggia

che si chiudeva dietro di noi come il mare

si richiude sul tuffatore

ed era come un viaggiare in avanti nel tempo a 300mila km orari

in un’aria calida pesante e torbida

verso cupe lontananze rocciose e limiti elusivi

che ci tagliavano fuori dalla logica e dalla ragione

relegandoci in una terra che non è più terrestre

dove fameliche iene intaccano i cadaveri

di un campo di battaglia

rosicchiando i resti delle armi e delle spade luccicanti

dei fucili e delle pistole defecando il bronzo esausto dei proiettili

in una putrida oscurità inerte dove scivoliamo

come fantasmi pieni di stupore

e segretamente sgomenti di fronte a quel tremido tumulto

come assistere a uno scoppio di frenesia dentro un manicomio

come procedere in una torbida acqua fluvio-fiumale

costipata da tronchi sommersi e bassure traditrici

dove le parole quanto il silenzio non hanno più senso

e le voci attentano ai nostri più agghiaccianti pensieri

e l’essenziale è invisibile agli occhi e sta oltre la nostra portata

oltre ogni possibilità d’intervento

e poi di colpo scese definitivamente la notte

e noi fummo ciechi andando tentoni

lungo una parete infinita e liscia

alla ricerca di un indizio

un’apertura

una fessura che ci illuminasse mondi a noi familiari

e ci conducesse a un sole

un sole che all’inizio era una forma confusa

tra nebbia salsa foschia calida e fubbia appiccicosa

e poi divenne accecante

ancor più accecante dell’oscurità

mentre le mani si contraevano

e i nervi erano tutti tesi

e le palpebre dimenticavano di battere

e i sessi fluttuavano nell’aria

e sembrava che stessero per dilacerarsi spaccarsi esplodere

in una sorda esplosione di onda franta contro gli scogli

in un bagno di scintille iridescenti

opalescenti

e fu come essere inghiottiti

come se il mare si chiudesse sopra le nostre teste

un mare infuocato d’acciaio e amaranto

che ci piombava addosso con mille aghi confitti nella pelle

implacabile poichè sfrenato

invincibile poichè crudele

inattaccabile poichè temerario

annegandoci nell’abisso dell’acqua corrente

nel baratro di pensieri-stagno

nell’acqua degli zampilli

nell’acqua degli specchi

nell’acqua dei laghi e nei laghi degli occhi

nell’acqua dei bacini e nell’acqua delle piogge torrenziali

nell’acqua delle chiuse delle dighe delle dune

nell’acqua delle terre ghiacciate e dei mari assolati

nell’acqua delle caldaie e nell’acqua del vapore

nell’acqua ruvida e in quella tumida

nell’acqua fantasiosa scabrosa vertiginosa

nell’acqua quieta e inquieta

nell’acqua degli acquazzi e degli acquazzoni

nell’acqua dei flussi e dei reflussi esofagei

nell’acqua dei corsi d’acqua e dei ricorsi storici

nell’acqua dei rubinetti e dei diamanti

nell’acqua delle caraffe e delle fontane e degli abbeveratoi

nell’acquolina in bocca e nell’acqua seminale

che rotola goccioloni in un eterno pozzo senza fondo

nell’acqua del pozzo che affoga la luna

nell’acqua di un oasi del deserto dove un cammello deserito

si abbevera rimpinguando l’acqua sommersa

della sua groppa allagata

che ne annega e trascina in superficie per la cruna di un ago

attraverso cui non passa nemmeno il crine di un dromedario

dalla groppa disseccata e asciutta

in una pozza di sangue coagulato

dove un pertentacolare mostro

perpendicolare e vorace ci divora

e sputa le nostre ossa sul greto del letto

riconsegnandoci a un nuovo silenzio che

scacciato dal nostro trapestio infoiato

rifluisce di nuovo dai recessi di un buio

che ci risucchia nel proprio imbuto

adagiandosi sulla nostra pelle

la mia pelle e la tua pelle di gelsomino

come la caligosa bruma notturna sulle foglie

consegnandoci a un quieto sonno

che è un sogno

che vibra la pelle

con sapore d’amaranto

e illumina la pelle

come la luna illumina il mare nero

un sogno che scuote la pelle

come una increspatura alla superficie di un enigma insondabile

un sogno-sonno a cui ci abbandoniamo senza resistenze

stanchi e sudati

in un fremito

esausto

esausti.

 

 

 

 

 

POSTAMPLESSO.

 

Pallida e scarmigliata

il tuo aguzzo scorpione aculeato a trafiggermi il petto

il tuo sesso scabroso ancor rigonfio

dischiuso per il recente amplesso

e nella tua bocca il mio freddo

inerte seme. 

 

 

 

 

 

LACRIMA DI PIACERE.

 

Sigaretta postamplesso

sonno postamplesso

tu discinta e nuda

sesso ancor dischiuso

per il recente orgasmo

e stillante la sua

lacrima di piacere

e io alla ricerca di

una vecchia maglia logora

per andare al mare

e finalmente annegare

la cospirazione

del desiderio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4) ODI ANATOMICHE.

 

 

 

 

 

 

 

<<Occhi di lei, vago tumulto.>>

(Vincenzo Cardarelli: “Poesie”: “Amore”).

 

 

 

 

 

AL FIORE DELLE TUE CARNI.

 

Ricordo quando ti ebbi per la prima volta

il vetro-albume dei tuoi occhi

affiorante dall’atroce viso

come l’aurora scialba

al termine della notte:

il segreto del tuo cuore rampollante

dagli occhi alburni come un’altra te

che brillante e lucente

si affaccia da un pozzo nero,

i tuoi fianchi arroganti

terminanti in una protuberanza

eccessiva e voluttuosa,

il fiore delle tue carni

selvaggio e violento

penzolante

come una goccia fresca di rosso sangue

dal ventre rigonfio e accogliente,

io che con le mani sfioravo

gli interminabili spazi del tuo corpo

e con la bocca misuravo la distesa delle tue gambe

e con la lingua le profondità interstiziali della vulva

olente di frutta matura e un po’ stantia,

e tu come fiore di agave mortale

turgido il clito

che si ergeva dalle ninfe carnose mentre godevi

tremando come luna nell’acqua.

 

Ah misteriosa rossa carnosa bocca,

ninfea voluttuosa tra floride ninfe,

fiore delle tue carni,

fiore del mio desiderio,

carne della mia carne,

carne del mio desiderio...

 

 

 

 

 

AL TUO CLITORIDE.

 

Fiore di agave mortale

il clito si erge turgido

dalle ninfe carnose

quando con le mani

sfioro gli interminabili spazi del tuo corpo

quando con la bocca misuro la distesa delle gambe

con la lingua le profondità interstiziali della vulva

olente di frutta matura e un po’ stantia

e tu godi

tremante come luna nell’acqua.

 

Oh ninfea voluttuosa tra floride ninfe

misteriosa rossa carnosa bocca

sboccata e spavalda nella poderosa pienezza della carne

voluttuoso fiore rampollante dai fianchi arroganti

penzolante come lingua di cane

come goccia fresca di rosso sangue

rosso sorgendo dal tuo monte

come l’aurora scialba sorge all’occaso

come una luna che brillante e lucente

si specchi in un nero pozzo.

 

 

 

 

 

ANCORA AL TUO CLITORIDE.

 

Con la lingua esploro la tua bocca e il tuo ventre

con le labbra sfioro i tuoi capelli e la tua pelle

che odora di frutta matura e dolcissima

misurando gli interminati spazi delle tue gambe

e con la lingua lecco l’acre umore del tuo sesso selvaggio

carnoso e arrogante come la violenta fioritura

mortale-esiziale dell’agave suicida.

 

 

 

 

 

ALLE TUE GAMBE.

 

All’atroce bellezza delle tue gambe

strazio ai miei sogni agitati

all’inerte voluttà delle tue gambe

strazio al mio amore malsano

alla pura forma-peso delle tue gambe

strazio alla mia abietta lasciva libidine

alla dolce curva delle tue gambe

che ripete all’infinito

l’assioma del mio turpe desiderio.

 

 

 

 

 

AI TUOI SENI.

 

I tuoi seni sono due calici

di vino forte:

li succhio e m’inebrio

del piacere riservato

ai maestri del piacere,

ai campioni del piacere.

 

 

 

 

 

AL TUO CULO.

 

Il tuo culo sforza il mio turgido sesso

e nell’alvo tuo languido affondo perplesso:

 

alma e palle mi svuota nel cesso

questo oscuro feroce amplesso.

 

 

 

 

 

AI TUOI CAPELLI.

 

Ninfa dal marmoreo corpo,

ti sogno in sfrenate corse

lungo albe sublunari

screziate da nimbate caligini lattiginose

mentre i tuoi capelli si sciolgono alla brezza.

 

 

 

 

 

ANCORA AI TUOI CAPELLI.

 

Come un Luglio calido

più calidi di un Luglio calido

i tuoi capelli mi solleticano

quando leggeri il mio volto toccano

con dita di margherita delicate.

 

 

 

 

 

AL TUO VOLTO.

 

Il tuo volto è la mia luna

il tuo corpo è la mia notte

il tuo sorriso le mie stelle

e tu... Tu sei il mio sole:

quando al mattino apri gli occhi e mi guardi

e una tua nuova alba penetra in me

allora per me s’inizia il giorno

effondendo la sua luce

cristallina.

 

 

 

 

 

AL TUO SORRISO.

 

Come lampo incendia la tenebra

così oscura e atroce notte tu

sorridendo candisci.

 

Il tuo sorriso è una falce d’argento

che miete i miei sogni

falcidia le mie paure.

 

Collana di perle

ferita della notte

falce di luna crescente

il tuo sorriso esplode l’oscurità.

 

Il tuo corpo è una notte luminosa

i tuoi occhi due splendide stelle

e il tuo sorriso una luna.

 

La falce del tuo sorriso

disegna una ferita sulla pelle

come la falce della luna illumina il cielo notturno

le ombre della notte falcidiando.

 

Il tuo sorriso è una ferita sulla tua pelle

come la luna è una ferita

nel volto della notte.

 

Il tuo sorriso è una ferita aperta nella pelle

come la luna in cielo

è una ferita aperta

nel volto della notte.

 

Il tuo sorriso illumina la tua pelle

come luna illumina la notte.

 

Oh Muna,

quando sorridi

la tua pelle trema

come notturno mare agitato dalla luna e rischiarato

dappertutto effondendo

dolce sapore di ciliege e amaranto.

 

 

 

 

 

ANCORA AL TUO SORRISO.

 

Il tuo sorriso è una falce d’argento

che miete i miei sogni

è il ferro perduto dal nero corsiero della notte in fuga

come se il nero destriero della notte fuggendo

avesse perduto un ferro degli zoccoli.

 

 

 

 

 

AI TUOI DENTI.

 

L’antro della tua bocca rivela

un claustro riposto e romito

solitario solingo e solinquo

come deserito e desertico ermo desolato

come deserto eremo e appartato

occluso da una chiostra di denti

come forti spranghe incrodabili

che captano la mia voluttà e la mia maschiezza

nei reconditi recessi del tuo chiostro boccale

a cui il mio desiderio e il mio piacere

cedono e cadono reclusi catti claustrofobici

aizzati dalla memoria che non sfolla e non molla

e come chiodo fisso

l’incastra in una clausura

di atro inchiostro da cui non recede

e come anacoreta contemplante non riede.

 

 

 

 

 

AI TUOI OCCHI.

 

Io

so tutto,

io so

tutto,

io

so

tutto:

so

la vita

la morte

le città

i mari

i sogni

gli incubi

le paure

ma non so

i tuoi occhi:

i tuoi occhi

rimangono per me

un mistero

un turgido enigma

un indecifrabile

punto interrogativo

un’umida domanda

e davanti ai tuoi occhi

la mia ragione sbanda.

 

Tu m’interroghi

senza domande

e io non so

rispondere,

tu domandi

e io non rispondo,

non rispondo

e d’improvviso mi sembra

che niente so e niente

so e posso dire.

 

Mi chiedi

perché il giorno

perché la notte

perché la vita e le stelle

la morte e il dolore

perchè i fiori e gli arbori

perché i poeti e gli assassini

perché le rose e le viole

e le mie parole

svaniscono

e non

so.

 

Il perchè e la ragione mi chiedi

e io ti rispondo che il perchè è la ragione,

ma poi non so argomentare

perché nulla so

fuorchè quello che

non vivo.

 

Io so tutto,

so la vita e la morte

la notte e i suoi arcipelaghi meridiani

la botanica e la farmacologia

il gineceo dei nostri peccati

il più e il meno della matematica

i pro e i contro della statistica

il guscio irreale ed eterno della noce

la bontà ignota e ignorata del coccodrillo

il lampo azzurro-cielo che precede la morte

so tutte queste cose e molte altre

ma ancora i tuoi occhi non so:

sul vertiginoso distacco

dei tuoi occhi la mia ragione slitta

e così solo la vertigine dei tuoi occhi so

la gloriosa spaventosa vertigine dei tuoi occhi

e mi sembra che le parole

le abbia stravolte mangiate rose

il tuo sguardo e i tuoi occhi

e soltanto questo ormai so:

viviamo solo se l’amore lacera le viscere

mentre gli dei sonnacchiosi stanno a guardare

e i demoni malvagi in silenzio aspettano

calpitando furiosi.

 

 

 

 

 

ANCORA AI TUOI OCCHI.

 

Occhi di solitudine e di abbandono

occhi di tenebrosa e offesa bellezza

i tuoi occhi sono un vago tumulto

un vago fluttuare di lampi tra nebbia

vago sogno nell’illusione della vita

vago guizzare di pesci nel piombo dell’oceano

nell’oceano di piombo

occhi di fossile compattezza angolare

occhi di monomania

occhi di vita, occhi di poesia

occhi di paura, occhi senza riparo

occhi senza ritorno a cui tutto torna

rattratto attorto sillogismo e polvere da sparo

gloria in excelsis e concerto in busillis

infernale be-bop frondeggiante proteiforme

non-voluto involuto devoluto come il cielo dei fessi

grondante nel cielo dei fossi.

 

 

 

 

 

AL TUO SGUARDO.

 

Diceva Ungaretti:

il tuo sguardo è calma accesa

come una finestra illuminata

nel cuore della notte.

 

E davvero

il tuo sguardo è calma accesa

come una finestra illuminata

nel cuore della notte.

 

E la calma del tuo sguardo

un nimbo di pace

quando un’ora serena cerco.

 

 

 

 

 

ANCORA AL TUO SGUARDO.

 

Mi spaura il tuo sguardo

poiché quanto prima non esisteva

rende visibile ai miei occhi bui

e al mio cieco cuore.

 

E io,

spaventato di perderti

e perdutamente felice di averti,

nei tuoi occhi silenziosi

chiedo solo di perdermi e non finire

mai più.

 

 

 

 

 

ANCORA E ANCORA AL TUO SGUARDO.

 

Ti guardo

e il tuo sguardo è un funambolo sul filo del rasoio

un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso

un sistema finanziario sul ciglio del baratro

un ubriaco che biascica parole inconsulte

un pazzo con un tamburo che urla sul tetto

una puttana che finge piacere per far piacere a un cliente

una treno che deraglia e si accartoccia come una foglia

un sole bruciato dal troppo calore

una rosa che ha roso il mio cuore e s’è mangiato

un pesce con l’ala spezzata

una rondine ingabbiata tra le quattro mura del mio cervello

una cavallo stramazzato a terra che gorgoglia

un cane che ulula alla morte

una volpe con una zampa tra i denti

e il cuore nello stomaco.

 

Tu mi guardi

e il tuo viso è come un cielo autunnale

rannuvolato un momento

e subito dopo sereno.

 

Tu mi guardi lunatica

e sul tuo volto di luna

sorrisi e cipigli si rincorrono

come il sole e l’ombra

su una rada battuta dal vento.

 

 

 

 

 

AL TUO BACIO.

 

Baciarti è come addentare la polpa

di un dolce frutto estivo

come respirare l’aria trafitta di azzurro dell’estate

come sprofondare nella fodera di seta della notte

incostante e seducente.

 

Baciarti è come addentare la polpa

e mentre ti bacio entro nei tuoi occhi

come un viaggiatore in un luogo sconosciuto,

entro nella tua carne

come in un giardino pieno di sole e ciliege,

entro nella tua anima

come in un bosco fresco e silente,

entro in te

come in un sogno.

 

Baciarti

e baciare le tue labbra

e baciare il tuo seno

e baciare il tuo sesso

e baciare la tua pelle

e baciare i tuoi piedi

e baciare le tue mani

e baciare la tua fronte

e baciare la tua schiena

e baciare le tue gambe

e baciare il tuo collo

e baciare il tuo bacio

è come addentare la polpa,

la polpa della vita.

 

 

 

 

 

ALLA TUA SALIVA.

 

Vino mi è la tua saliva:

quando ti bacio e mi baci

la mia anima vola leggera

ancorchè carica

ed ebbra.

 

 

 

 

 

ALLA TUA MANO.

 

E anche la tua mano-brezza,

la tua mano di latte-lanugine,

la tua mano levamen

sento posarsi

ora che scende la sera

dolce e tuttavia piena

sulla mia fronte

premendo

infinitamente digitata

sulla mia fronte

infinitamente

madida.

 

Sento la tua mano

e il mio infinito morto sudore

mentre squillanti jazz saettano e dardeggiano

frondeggiando nella camera buia

e tutto ciò a nulla giova

e pure io a nulla giovo

(lo so)

benchè io sempre mi provi con tutto me stesso

nell’inficiarmi-trasgredirmi del punirmi.

 

La tua mano mi abbraccia

mi affonda

mi assorbe

e annega

e io mi lascio andare

con paurosa trepidazione.

 

Nella camera buia vagola

brancola

si agita

senza posa

la tua mano che non si vede

e che si posa lieve

quando mi adagio a notte.

 

Enorme mano morbida e morbosa

che gira e rigira nella mia mente

fatalmente forzuta

fatalmente voluttuosa

incredibilmente affettuosa

ancorchè fortissima.

 

Mano che potrebbe stritolare

ora mi accarezza,

la mano che ieri poteva abbracciare

e invece preferiva stiacciare.

 

La tua mano mi liscia i capelli

mi solca la fronte e le tempie

mi socchiude le palpebre

e mi rintuzza i pensieri

mi tira indietro il collo

mi palpa la nuca

quasi a cercare

più forte, più forte

m’afferra stretta al collo

e io non vedo più

non ci vedo più

non sento più

e la mano mi trascina lontano

in una oscura oscura oscura via.

 

È buio fuori

e anche dentro

e le strade sono bagnate

e languidi i lampioni:

ora la mano mi molla

per un attimo

ma subito ricomincia

e mi affonda il muso nel fango

e mi sbatte la testa contro il muro

ed ecco che ora si trasforma

non è più la mano robusta che conoscevo

quell’unico bruno fascio di tendini e nervi che amavo

ma è divenuta flaccida e pigra e floscia

ma sempre mi ronza in testa

la tua mano, la tua mano, la tua mano...

 

La tua mano mi volita sulla testa

e io sto a guardare

con compostezza

poi d’improvviso si innervosisce

e mi getta per le scale

e mi corre dietro

sull’orlo del precipizio

e sul ciglio del baratro mi riprende

e io non reagisco

e mi lascio trasportare

mi pare di sentire il mare

l’onda dell’ombra

e la terribile agonia del buio.

 

Poi la mano ritorna

e penetrano le unghie acutissime

dentro i miei occhi

e io la lascio fare

non ho più la forza nemmeno di respirare

e le unghie penetrano

e aprono fessure e varchi spazio-temporali

che mai potevo immaginare

brandello dopo brandello

giungono all’estremo lembo del cervello

ed è un’esplosione

lampi di luce giallo-viola-azzurro

mi balenano nei bulbi oculari

e le tempie pulsano

e un enorme vuoto pneumatico davanti a me

spalanca la sua bocca e le sue fauci e mostra

un vortice immenso e rosso

come il sole

più dinamico del sole

un immenso vortice rosso

che mulinella davanti a me

e mi attrae a sé e mi risucchia

e mi è addosso e mi acceca

immenso e rosso

accecante

sfavillante.

 

 

 

 

 

ALLA TUA PELLE.

 

La tua pelle reca la notte

e negli occhi hai il giorno,

al tuo cospetto l’alba affosca

e pure l’ostro oscura e perde l’avorio:

sembri una notte stellata

ornata con i monili del cielo

e il tuo sorriso è un drappo di stelle

come se gli astri

stupiti dalla tua bellezza

avessero deciso di abbandonare il cielo

e illuminare la tua bocca.

 

 

 

 

 

ANCORA ALLA TUA PELLE.

 

Oh Muna,

oscura notte è la tua pelle

e luna il tuo sorriso:

se sorridi

il tuo volto brilla

come notturno mare

dalla luna illuminato.

 

I tuoi occhi sono un vago tumulto:

quando mi guardi

la mia anima trema

come luna nel mare.

 

I tuoi occhi sono

due splendide stelle:

se mi guardi

trema l’anima

come luna in mare.

 

Il tuo volto è oscura notte

e luna il tuo sorriso:

quando sorridi

la tua pelle brilla

con sapore d’amaranto.

 

Viluppo di sogni è il tuo crine:

quando sciogli i capelli

allora per me inizia la notte.

 

Oh Muna, sei la mia luna:

mentre passo tra i palazzi e le strade

mi segui ad ogni passo;

io cammino e tu con me cammini

ti guardo e mi guardi

mi fermo e ti fermi.

 

Oh mia Musa, il tuo sorriso è la mia luna,

i tuoi occhi sono le mie stelle

la tua pelle la mia notte:

quando l’alba mi sorprende

nell’aroma della tua pelle

che olisce di frutta matura e dolcissima

con la mia bocca nella tua bocca

preso nella rete dei tuoi capelli

allora per me s’inizia il giorno

e la vita effonde la sua luce

cristallina.

 

E quando tornando dal lavoro

ti abbandoni stanca al sonno

sciolti i capelli sulle spalle

allora per me s’inizia la notte

e dispiega il suo manto di stelle

cristallino.

 

Ragazza nera,

pelle di pantera e chioma di scorpione,

nella pelle rechi la notte

e negli occhi hai il giorno.

 

 

 

 

 

AL TUO ODORE.

 

¿Di che cosa odora la tua pelle?

¿un frutto o una spezia,

un aroma o un fiore?

 

Odora di rosa e di sambuco

di zucchero e garofano

di zagara e cannella

di porpora e amarena

di frutta matura e dolcissima

del mormorio del mare al mattino

la tua pelle.

 

Dai piedi fino ai capelli

dalle ginocchia fino alla nuca

dalla fodera della vulva alla bocca

emana sapore d’amaranto

la tua pelle.

 

In tutta la sua furiosa

feroce

selvaggia

erratica

estensione

è una coltellata di gelsomino

una pugnalata di zagara

una revolverata d’incenso

un’impetuosa zaffata di garofano

un’onda di seta purissima

la tua pelle.

 

È odore di sole sulla pelle

odore di sale sulla pelle

l’odore che sale dalla tua pelle.

 

 

 

 

 

AL TUO SUDORE.

 

Mi eccita durante l’amplesso

leccare il sudore dal tuo negro corpo selvaggio

cosparso le olide tracce sull’ansimante petto

rigato di sudore che cola in mille madidi rivoli

che intridono di sesso e tingono la pelle

già umida di molle voluttà.

 

Mi piace leccare il tuo sudore

bere il tuo sudore.

 

Sesso liquido, sesso odoroso:

a volte basta davvero poco

per essere felici.

 

 

 

 

 

ANCORA AL TUO SUDORE.

 

Mi piace quando di notte nel sonno

ti stringi a me nuda e madida

premendo il viso contro il mio petto.

 

Mi piace anche quando di notte

nella notte anch’essa nuda e rorida come te

ti abbandoni alla stanchezza

e tranquilla e placida russi

e un rigagnolo di saliva

ti rivola dall’angolo della bocca

e ti segna il volto

rigandoti la gota.

 

E mi piace quando tu dormi

svegliarmi prima di te e sorprendermi

nell’aroma di frutta matura e un po’ stantia

della tua bocca.

 

E mi piace anche, svegliandomi,

trovarmi con la mia bocca

dolcemente intrappolato

nella rete dei tuoi capelli

ascoltando la tua pelle

tremante di sogno e di aurora.

 

Ma più di tutto mi piacciono i letti stretti

dove io e te giacciamo avvinghiarti

legati senza respiro in un solo respiro

così vicini che posso quasi sentire

i tuoi sogni andare e venire

e i tuoi occhi nascosti luccicare

come scaglie nel mare.

 

Mi piace quando dormi

stringerti forte, più forte

per sentirti dentro, più dentro

fino al sangue e al midollo

oltre il sangue e il midollo

fino alle paure e agli incubi.

 

Mi piaci addormentata

perchè sei il mio piacere vero e immaginato

tangibile e inafferrabile

fuggente e impalpabile

per metà concreto e per metà ipotetico

errante ed erratico

ma sempre ossessivamente

vagante e martellante

nella mia testa

finchè non ti desti

e quella muta selvaggia immensa

paura di perderti

scivola e scompare

nell’imbuto del tuo sorriso.

 

Mi piaci addormentata

perchè sei il mio piacere

vero e immaginato;

sveglia sei reale

e di tutti.

 

 

 

 

 

ALLA TUA VOCE.

 

La tua voce risuona fulgida

più di speranze e sogni 

e in questo nulla volere

e nulla avere

ti cerco

ultimo appiglio.

 

 

 

 

 

ALLA TUA BELLEZZA.

 

Bellezza profonda nella tua fronte

come una notte fonda di ombre,

 

bellezza d’isola lambita dal mare

nell’onda dei tuoi capelli fronduti,

 

bellezza di ladro torbida nel tuo viso,

 

dura bellezza di pietra nelle tue mani,

 

candore sincero di ragazzo

 

e bruno passo di bambina.

 

 

 

 

 

ALLA TUA ANIMA.

 

In te ascondo i miei pensieri

che non posso rivelare

e le mie follie che non posso urlare

in te le mie paure occulto

che non posso confessare

in te i miei sogni celo

che più rivelano me stesso

più di ogni poema

più del più bel verso

più della metafisica dei libri

e delle opere dei dotti.

 

 

 

 

 

VARIAMENTI SUL TUO CORPO.

 

 

 

I tuoi seni sono due calici

di vino forte:

li suggo e m’inebrio

del piacere riservato

ai campioni del piacere.

 

*

 

Vino mi è la tua saliva:

baciandoti mi ubriaco

e la mia anima vola leggera

ancorchè ebbra.

 

*

 

I tuoi occhi sono occhi di solitudine

occhi di abbandono e silenzio

occhi di tenebrosa e offesa bellezza

i tuoi occhi sono un vago tumulto

vago scintillare di oasi nel deserto

vago guizzare di vita come tra nebbia lampi

o come pesci nel piombo dell’oceano

nell’oceano di piombo.

 

*

 

L’atroce bellezza delle tue gambe

è strazio ai miei giorni soli e ai miei sogni agitati

la sterile libidine delle tue gambe

è strazio al mio malsano amore malato

il trepidante odore delle tue gambe

è strazio alla mia inerte voluttà

gli interstiziali anfratti delle tue gambe

ripetono all’infinito

l’assioma del mio desiderio.

 

*

 

Come il vento calido di Luglio

più calidi del vento di Luglio

i tuoi capelli mi solleticano

quando leggeri il mio volto toccano

come dita di rosa

delicate.

 

*

 

Il tuo sguardo mi mette paura

poiché quanto prima non esisteva

rivela ai miei occhi bui

e al mio cieco cuore

e io

spaventato di perderti

e perdutamente felice di averti

nei tuoi occhi

chiedo solo

di smarrirmi.

 

*

 

La tua fronte reca bellezza d’isola

lambita dall’onda dei tuoi capelli

la tua chioma è una fresca fronda ombrosa,

e sono ellebori profumati

le tue dolci mani affusolate

dalle dita soffici come petali morbidi

soavi di tepore.

 

*

 

Il tuo corpo è un eco muto che sale da morte stagioni

un colpo di pistola nel vacuo nulla

un deserto di nuvole trafitto da un tenue raggio di sole

una pura linea di acciaio fuso

che il tuo sorriso improvviso

illumina come il lampo di notte

rivela contorni aguzzi

di roccia.

 

 

 

 

 

ANCORA AL TUO CORPO.

 

Soave linea di baci fuggitivi

il tuo corpo è una pura linea d’acciaio

aguzza che il tuo sorriso

improvviso illumina

come lampo di notte

rivelando contorni aguzzi di roccia

e cocci taglienti di bottiglia

come diamanti in cima

a una scalcinata muraglia.

 

Sulla furtiva linea del tuo corpo

(corpo ideale del piacere)

è scritto il canto dell’amore

vagulo come brivido

sulla pelle.

 

 

 

 

 

A TE.

 

A te

e al tuo viso

e al tuo sorriso,

al tuo sguardo,

ai tuoi capelli,

alle tue labbra,

alle tue gambe,

alla tua schiena,

alla tua pelle,

alla silente enfasi della tua vita,

alla silente enfasi dei tuoi occhi,

al tuo sapore che si riversa nelle mie vene

mentre il tuo corpo sul mio viene,

al mio torpore risvegliato dal tuo sussurro,

agli indecisi angoli della tua bocca,

all’oscura linea del tuo corpo,

alla solenne curva dei tuoi fianchi,

alla setosa fodera della tua vagina,

alla mia mano sul tuo seno,

alla mia mano sul tuo sesso,

alla mia mano sul tuo corpo,

al tuo corpo sul mio corpo.

 

(Soprattutto al tuo corpo sul mio corpo.)

 

 

 

 

 

ALLA LUNA.

 

Alla clamorosa enfasi della vita

e alla silente enfasi della rosa,

al rumore del vento crosciante

contro le nere membra della notte

e alla calida curva della luna,

orizzonte fisso d’eterno consiglio,

capezzolo del cielo,

parte visibile del nulla,

incidente probatorio dell’infinito.

 

E a te, Muna,

delle mie notti

nuda egra luna.

 

 

 

 

 

5) ODI AMOROSE.

 

 

 

 

 

 

 

<<poichè

la vita è tanto breve,

sogniamo, anima mia,

sogniamo ancora, ma sia

con attenzione e cautela,

perché dovremo svegliarci

nel momento più gioioso>>

(Pedro Calderon de la Barca: “La vita è sogno”).

 

 

 

 

 

NOTIZIARIO.

 

Ormai noto è il fatto,

di pubblico dominio la notizia:

le fronde degli alberi l’hanno diffusa

e il vento l’ha sparpagliata

agli angoli della città,

nei trivi e nei quadrivi

e nelle bassure.

 

Già sanno le foglie delle pareti

e le sedie e il tavolo e i tappeti

e le tende e lo scrittoio e i quadri

già sanno i bicchieri e i lumi e le finestre

e le porte gli ombrelli i guanti e i cappotti

e le strade e i palazzi e gli specchi e le valigie

e i moduli e i certificati e i permessi e i documenti

e gli occhiali da sole e le camicie da notte

e la terra e i fiori e i ruscelli del colore del miele

e ormai bisbigliano i prati e i campi

vociferano gli steli e le frutte

con insistenza, con arroganza, con invidia,

che io e te dormimmo

la nostra prima notte senz’alba.

 

Già sa il sole in cielo,

già sa l’acqua del mare,

già sa il sale nella ferita,

già sa la rugiada sull’asfalto

e il rosso delle mele,

già sanno anche le rondini

in ginocchio sulla riva

e i pesci fulgenti nelle loro scaglie.

 

Già sanno

questo nostro oscuro avaro

avido amore amaro.

 

 

 

 

 

SERA.

 

Piove

e l’acqua che cade a goccioloni in questa sera

l’acqua che goccia e goccia-a-goccia stria il mio volto

l’acqua che brontola e croscia,

cascame di aghi e pioggia di aculei,

spada scheggiata in mille stalattiti,

l’acqua che pioggia è stasera una voce sorda senza eco

che rimbomba il tuo nome nel ticchettio di mille telescriventi

impazzite che ripetono il tuo nome il tuo nome il tuo nome

nella tastiera del cielo, del cielo nero nero.

 

Piove

e la sera è la veste di velluto che tu indossi

le stelle sono i denti di madreperla della tua bocca

nel cuore della sera una piaga rosso-violacea

languida languente.

 

Piove

e trema la fatua umida sera

e tremula pure tu

faccia

zig-zag anatomico

oscura luna appesa al soffitto

profondata tra le coltri del letto

candida riga nell’azzurro-cielo

persi voli

presaghi disvoli.

 

 

 

 

 

MI ATTARDO.

 

Per spazi e gradini come pensili giardini

pencolanti ai miei piedi che vanno

nel diffuso torpore delle correnti vaganti nel mare dei venti

come foschie di sogni e foschi sonni nell’oceano degli eventi

un fiume immaginato

trasecolato

in perenne transito

in perenne dialogo

in perenne dialettica col greto amazonico

anfitrionico sale

e me viene leggero e caparbio

nell’ostinazione tremante della sua superficie

nell’esitazione intrepida del suo dorso

nella distrazione tragica del suo ristoro

e mi rapisce l’orizzonte

e gioie d’autunno si spargono sul mio capo

come effusioni di foglie catartiche treguali

o come tremore di ore disposte all’oblio

all’oblio.

 

Oh anima di brina, anima di rena, anima di arnia

sei un grappolo di dolore che attorno al cuore s’ingloba

e stordisce la mia gioia e scipa il mio vivere

e lasciarmi andare a decomposte onde ineroiche

eroico io vorrei ma non posso

sei primo elemento di una proposizione moritura

e imprecisa, persa in oscuri uteri di luce

sei lo stacco invischiato del volo mattutino delle rondini

sei soffio sugli occhi

brace / bracia / bragia, rischio, piega, piaga

che prega

e nel suo suppurare mostra elitre di mosca

superstiti in fine

sei torpido torbido scrigno di occhi-sguardi

confuso volitare di pensieri

che non sanno l’amore.

 

Eppure in questa natura ambigua e alchemica

che seppi essere solo menzogna

rabbioso e protervo

io mi attardo.

 

 

 

 

 

(MICRO-)ETERNITÀ.

 

Miriadi di parole

parole su parole

parole e ancora parole

non possono dire

quella (micro-)eternità

quando mi baci

chiudendo gli occhi,

stringendo i pugni.

 

 

 

 

 

TI GUARDO.

 

Ti guardo

dolcemente ridere

armonica e amica

e in petto muore il cuore

impietra la lingua

brucia la pelle

gli occhi più non vedono

made la fronte

in cerebro è buio

e nembato il cuore non ragiona

e scalpita il sesso

e sbanda la ragione.

 

Ti guardo

e fumo un’altra sigaretta.

 

 

 

 

 

TU MI GUARDI.

 

Tu mi guardi, e il tuo sguardo

è un funambolo sul filo del rasoio

un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso

un ubriaco che biascica parole inconsulte

un pazzo con un tamburo che urla sul tetto

una puttana che finge piacere per far piacere a un cliente

un treno che deraglia e si accartoccia come una foglia

una rosa che ha roso il mio cuore s’è mangiata

un pesce con l’ala spezzata

una rondine ingabbiata tra le mura del mio cervello

un cavallo stramazzato a terra che gorgoglia

un cane che ulula alla notte e ringhia alla morte

una volpe con la zampa tra i denti

e il cuore nello stomaco.

 

Tu mi guardi

e il tuo viso è un cielo autunnale

rannuvolato un momento

e subito dopo sereno.

 

Tu mi guardi

lunatica come un’America

e sul tuo volto di luna

sorrisi e cipigli si rincorrono

come il sole e l’ombra

s’una rada battuta dal vento.


 

 

 

 

 

HO GUARDATO.

 

Ho guardato

con i miei occhi

e con le mie labbra

con la mia testa

con il mio cuore

con amore

con terrore

nel pozzo infinito

infinitamente buio

dei tuoi segreti

delle tue paure

dei tuoi sogni

curvandomi

sullo specchio della tua anima

come un secchio vuoto

che la carrucola discende

nel cerchio del pozzo

nero.

 

Tremola un ricordo in superficie

un volto incerto e pensoso

mi fissa che si deforma

e si fa vecchio:

è il tuo volto

che fissa il mio volto

come un eco che stride da lontano

e lancia il grido

delle nostre coscienze sporche,

il mio volto e il tuo volto,

due volti che si uniscono

mentre una distanza li divide

che impercettibile perdura

come un eco

più dentro,

più dentro.

 

Lungo quella infinita distanza

come una zattera il mio cervello affonda

squarciate le vele

dall’onde dei tuoi segreti.

 

 

 

 

 

IN QUESTO ISTANTE.

 

In questo istante

molti uomini muoiono

molte donne partoriscono

e molti bambini nascono

e le ragazze si fanno belle per la sera

e le puttane scopano

(e qualche volta godono);

 

in questo istante

il freddo solitario e sincero è di un celeste-cielo

l’aria è una coppa di brina mattutina

una bria di vetro inciso nel diamante

e il mio orologio segna le 21,15

dunque tra 45 minuti arriverai

e vederti, semplicemente rivederti

come ogni sera sarà il solito

colpo di .45 al cuore;

 

in questo istante

il lampo-tuono suona il gong sulfureo della tempesta

i manichini dei grandi magazzini sono più tristi

e il giorno finisce per poi domani ritornare;

 

in questo istante

i gatti del quartiere rantolano

e il macellaio affetta la carne

i gelsi sono già ingialliti

e i fichi sono ancora verdi e acerbi

i malati guardano attraverso i vetri degli ospedali

i matti urlano e urlano e urlano nei mattatoi

gli sbirri passeggiano tronfi nella loro divisa

e il mio viso arrossisce di collera e vergogna

una collera con le mani e i piedi legati

e le viscere incatenate;

 

in questo istante

i vecchi ragazzi si stanno amando

nascosti dietro le nere membrane della notte,

e mia madre starà marcendo nel freddo della tomba

senza rivoltarsi senza dubbio

senza un fremito e senza incertezze

semplicemente ferma

perchè è così la morte:

di colpo la luce si spegne

e poi più nulla

solo la morte

il buio

solo il nulla

il niente

e il nihil impazzito;

 

in questo istante

la passione del traditore

l’ansia dello studente

il ghigno selvaggio del sicario

e il sussurro incatenato degli amanti

che nulla chiede

solo di non essere dimenticato;

 

in questo istante è l’alba,

s’illumina il mondo

e pure le tue gote

e il cielo inalbera le sue impurità

il giorno è trasparente e senza macchia

ed effonde odore di semi per le strade

il vento cala e poi se ne va

c’è un usignolo che canta

e ride la gazza nera

sugli aranci;

 

in questo istante

guardo in ginocchio la terra

e l’insetto

e il fiore

e il cielo

e i rami degli alberi che volano

e le rondini che sfrecciano nel cielo

il fuoco che divampa nella notte

la luna che salta da una nuvola all’altra

da un palazzo all’altro

e il cuore che batte tremendo;

 

in questo istante

io ti guardo e tu mi guardi

io guardo te e tu guardi me

e come luna mi segui

da un palazzo all’altro

da una nuvola all’altra;

 

in questo istante

i legumi cuociono nella pentola,

le sardine sfrigolano nell’olio

e le serrature si aprono-chiudono;

 

in questo istante

tu sei di fronte a me

nel chiarore indefinito del mattino d’aurora

le tue lacrime sono bionde gocce di pioggia

i tuoi sorrisi sono lunghi filamenti d’argento;

 

in questo istante

Garcia Lorca viene fucilato

e pure Dostoievski viene fucilato

Hikmet viene esiliato

Bukowski guida la sua bmw nera

Campana muore di fame

e Borroughs spara alla moglie

Prevert grida sui tetti di Parigi

ed Hemingway spreme il suo cervello nel succo d’arancia;

 

in questo istante

il sole è un barattolo di miele

e i tuoi occhi sono pieni di sole

e io non mi fermo a rimpiangere

il passato;

 

in questo istante

ti addormenterei con il suono della voce

ma quando ti vedo non ho parole,

in questo istante vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa,

in questo istante mi trasformerei in acqua pur dissetarti

ma il solo vederti mi secca la bocca in gola,

in questo istante farei delle mie braccia

un arco di lino per cullarti

ma le mie mani sono troppo ruvide

e piene di calli per la tua sottile pelle di pesca

che rischierei di lacerarti come una catena;

 

in questo istante

le tue parole le tue parole

come vele come vele come vele

riempiono il tramonto di vane sequele

le tue parole allegre

le tue parole amare

le tue parole euforiche

le tue parole malinconiche

le tue parole eterne come il mare e la materia

pesanti come un pugno ben centrato

vuote come la mia testa

dure come il mio cuore

e la mia tristezza è solo una logora camicia di tela

e tutto è un tumulto uno strepito uno sfolgorio;

 

in questo momento

sei sdraiata al mio fianco

e il mondo non conta più un cazzo,

in questo attimo mi parli

e il mio cuore libero di menzogne

si libra ardito e sorridente

su questo prato verdicante,

in questo secondo

proprio in questo secondo e mai più

i tuoi occhi sono due laghi di metallo fuso

un tramonto di fine settembre

uno sbadiglio di bambino infreddolito

i tuoi occhi immensamente grandi

e rotondi sono d’autunno le grandi foreste

i tuoi occhi sono inaccessibili e duri

come le fredde terre del settentrione,

e in questo istante

io non vorrei altro

che trascorrere la mia intera vita nel tuo sguardo

perdermi nel buio dei tuoi occhi

perdermi nel silenzio dei tuoi occhi

nei tuoi occhi;

 

in questo istante

la foglia sul ramo

il pesce nell’acqua

e nel mio cuore tu

come un innesto

col tuo cuore nel mio cuore;

 

in questo istante

tutto nasce e muore

nella profondità dei chilometri

nella dispersione dei chilometri

nella disperazione dei chilometri dei chilometri

con cruore con cruore con cruore

con speranza e saggezza

con un po’ di amarezza

ma senza scoppio e senza rumore

senza rugghio di motore

tutto nasce e poi muore

uomo donna bambino

stella albero rancore

aria sole terra e mare

bugia inganno e tradimento

gabbiano rimorso e rimpianto

bellezza e morte

gioia e dolore

gloria e dolore

sospiro e dolore

eccetera eccetera eccetera

e tu sei la mia schiavitù e la mia libertà

sei la mia ebbrezza e il mio oblio 

sei la mia solitudine e il mio abbandono

sei la mia pena e la mia rabbia

di saperti vulnerabile;

 

in questo istante

¿Dove sei?

¿Mi sogni?

¿Mi ami?

 

Oh sì, mi ami!

in questo istante tu mi ami

come non hai mai amato nessun altro,

amore mio.

 

E in questo istante

anche io ti amo

amore mio

io che non ho mai

amato.

 

 

 

 

 

IN QUESTA NOTTE.

 

In questa notte di Luglio

che il fiume scorre placido e inerte

sotto la candida candescente luna estiva

e le stelle a-mille-a-mille

sembrano una pioggia bionda e fine di faville

di lapilli di vulcano infuocati

e i lampioni illuminano le strade

e una putta bianco-vestita

sorride docile

dolcemente gentile.

 

In questa notte di tiglio

che i prati sono molli di umidore

e i muri si appoggiano stanchi

al chiarore lunare

e l’oscuro fiume della notte

ci trasporta in assurdi spazi claustrofobici

e le finestre dormono ritte in piedi

e tu ti stringi a me e ti afferri

serrandomi il cuore di gioia e stupore

e ripeti le due parole le più trite

le più ritrite

le più stolide

le più stupide.

 

In questa notte di pietra

il mio cuore giace inerme inerte

dondolando impiccato sospeso

al ramo del tuo amore.

 

In questa notte di Luglio

in questa notte di tiglio

in questa notte di pietra

in questa notte di seta

in questa notte di sale

io ti amo

e scoppio di felicità

che fischietterei pure

una stupida canzonetta

d’amore trita e ritrita

stupida stupida

come quelle due parole

da noi mai dette

mai pronunciate

mai.

 

 

 

 

 

LE STAGIONI.

 

Anche d’estate amami,

con la vastità delle tue gambe

con la misura del tuo vacillare

con il fiume del tuo respiro

con il trepidante tesoro del tuo ventre

arnia e alvo del mio desiderio

con tutto l’oro che ti cresce in bocca

e ne trabocca.

 

Amami d’autunno,

con il tuo vestito scuro

del colore dell’ostro e dell’amaranto

con la secca precisione dei tuoi gesti

e la gelida tangente del tuo sguardo.

 

Amami d’inverno,

con tutta la tempesta che serbi in petto

con il sogno e l’acqua

che tremano nel calice del tuo grembo

con tutti i tuoi fantasmi

che sciamano di notte sul tuo letto

con i tuoi stolidi pensieri che non sono pensieri

e fanno il paio con i miei stupidi pensieri

con l’artiglio minerale della miseria

con le accigliate angosce delle tue cicatrici

con gli scabrosi angoli perfetti delle tue gambe

e del tuo cuore spigoloso

e le invalicabili barriere della tua anima.

 

Amami in primavera,

nei suoi giorni d’oceano fatti di nebbia e turchese

con le tue palpebre che recano l’impronta dei miei baci

con la tua fronte che reca l’impronta dei miei sogni

con i tuoi ricci neri neri

incalzati dai venti veloci come negri corsieri

con la tua bellezza dura di pietra

con un fiore notturno profumato del tuo aroma.

 

Amami

anche senza amore

anche senza la mia mano sul tuo seno

anche senza il tuo fiato sul mio corpo

anche senza la tregua della tua presenza

anche senza la gioia del tuo volto di rosa

e anche senza il piacere delle tue labbra ideali

modellate per donare piacere al corpo.

 

 

 

 

 

IL CIELO.

 

Il cielo è grigio oggi e sonnolento

quasi timoroso

o forse solo annoiato e stanco

e nuvoloso pencola indeciso dai rami dell’albero

grondando umido dalle foglie

come una forma di liquida aria vibrante

e poi d’improvviso si spalanca

e illuminato di tutti i colori dell’iride balenante

s’impiglia ai rami degli alberi

tutto il cielo è nei rami di un albero

e di molti alberi

e scivola dalle foglie e permea la terra

effondendo dolce sopore di bosco

è in un chicco d’uva

in un granello di sabbia

in una mica di pane

nella tua bellezza scintillante

stillando azzurro-gioia nello specchio degli occhi

profondi di ombre minacciose

nella tua alma peregrina

nel tuo volto che muta colore trascinandosi il suo dolore

in tutto il dolore del tuo volto che muta colore

come il cielo

che adesso è buio e tempestoso

un lago capovolto di acciaio fuso.

 

Io marinaio, tu acqua viva,

tu acqua viva, io acqua morta,

tu incudine, io martello,

tu sabbia, io clessidra,

tu diamante, io minatore,

tu piacere, io dolore,

ma dei due

il solo vero amore

per quanto demente e schizofrenico

era il mio.

 

 

 

 

 

SEMPRE MI TORNI IN MENTE.

 

Anche quando non ci sei

anche quando non ci sono

e le tue membra in mente fingo

e il tuo passo alacre e svelto

e la dolcezza delle tue spalle

e le tue mani brancolanti

tra dubbi e domande

a cercare un equilibrio

un baricentro

un appiglio

nella tua alma confusa e fluida e

ancora a miei occhi torni

pur se non vuoi

pur se non voglio

con la curva solenne dei tuoi fianchi

e il tuo desiderio lì sospeso

che nulla chiede

solo di non finire

mai.

 

 

 

 

 

FRA CENT’ANNI.

 

Vorrei incontrarti fra cent’anni

ma non penserò al mondo fra cent’anni,

ripenserò solo ai tuoi occhi fieri

più bui e profondi dei miei pensieri

e al tuo ventre e alla tua bocca,

alle tue mani e alla tua pelle,

al tuo dolce sorriso di ieri

e ai tuoi capelli neri neri:

chissà come saranno cambiati:

saranno ormai imbiancati.

 

Vorrei incontrarti fra cent’anni

ma non penserò al mondo fra cent’anni,

ripenserò ai tuoi seni

come due pomi lunati

e ai tuoi piedi inarcati

quando mi amavi

e a me ti donavi

e a quello che mi dicevi...

 

Ripenserò a te fra cent’anni

e la mia solitudine sarà solo

la tua assenza.

 

¿Ma in fondo che sono cent’anni?

non poi un granchè,

solo un soffio,

quando l’ala della notte ci avvolgerà

in un sogno eterno.

 

Se dunque la vita non è maligna

i tuoi capelli rigogliosi come vigna

screziarsi come edera

vedere mi conceda.

 

 

 

 

 

FORSE CHE.

 

¿Ma dove va la notte quando se ne va

e dove si nasconde quando è giorno?

¿Dove finisce la notte, quando finisce?

¿Forse che per sfuggire al suo amante bramoso

il giorno si rifugi nella tua pelle

coagulando nella matrice del tuo corpo

come una metallica forma liquida

che rapprendendo fa di te

un acino di uva bruna e dolcissima

la notte che

quando ti addormenti

e con te si addormenta anche il sole

effonde dalla tua pelle

tremante di velluto

e odorosa?

 

Sì: finisce la notte dove cominci tu

effondendo dalle tue nere membra

come se in te tutta

dormisse tutta vivesse.

 

 

 

 

 

LA CASA.

 

Quando dormi

anche la casa dorme,

e le sedie dormono accanto al tavolo

e il tavolo addossato alla parete

e le scarpe dormono sdraiate sul pavimento,

lo specchio si rabbuia e non riflette più

e anche la balconata dorme e così pure le piante

con i loro lunghi colli pencolanti nel vuoto,

e anche i fiori più loquaci tacciono,

i pomodori e i loti sopiti,

aspettano gioiosi il domani

e il coltello con cui domani li taglierai,

e i vestiti pure dormono

in piedi come manichini senza vita

in tua attesa,

e anche i tetti dormono, e i gatti prendono una tregua

dal loro miagolio da piccole tigri in amore,

e il fiume smette le vanitose paillettes del giorno

e indossa un lungo vestito nero,

e le lampare come stelle cadute in mare spengono,

e le nubi dormono avvolgendo la luna

nelle loro spire di lieve bambagia.

 

Ma poi la luce del mattino si accende

e riversa i propri raggi dorati sui tuoi capelli

colando tra le mani e cingendoti i fianchi

fino ai piedi candidi d’incenso.

 

E così ti desti,

e allora anche la casa si desta

e apre gli occhi luminosi delle proprie finestre,

e le sedie carponi zampettano allegre,

e il tavolo bofonchia in attesa del pranzo,

e le scarpe fremono in attesa dei tuoi piedi

che presto le riscalderanno

con il loro profumo di vaniglia,

e il piombo dello specchio sprizza

la gioia sensuale del tuo incedere delicato

nella curva sinuosa dei bruni fianchi d’amaranto,

e pure il ballatoio distende le gambe,

e il fiume indossa la propria veste d’argento,

e le piante stiracchiano il loro collo salutando il sole,

le rondini caciarone hanno già ripreso a chiacchierare

e cinguettano alacri il tuo sorriso,

e il mio cuore pure cinguetta le sue solite

stolide scemenze:

¿chissà se mi avrà sognato stanotte?

¿chissà se mi avrà pensato stanotte?

¿chissà se le sarà mancato il mio abbraccio?

 

Chissà.

 

¿Chi lo sa?

 

 

 

 

 

SENZ’ALCUNA RAGIONE.

 

Senz’alcuna ragione cambiano le leggi e cambiano i governi

e passano le stagioni e vengono gli inverni

e gli alberi del viale (soprattutto gli ippocastani)

squamano a-foglia-a-foglia roridi stillando

e i rami bisbigliano frondosi

e solo il vento sa che cosa si dicano

e le foglie stormiscono nostalgia

soprattutto quando cadono al crepuscolo

soprattutto quando cadono sferzate dalla pioggia grigia

soprattutto quando cadono in tua assenza

soprattutto quando cadono sotto un cielo di piombo

il cuore fa male.

 

Senz’alcuna ragione

il sole batte in fronte e il cuore batte in petto;

senz’alcuna ragione un cane abbaia

e il pesciolino rosso galleggia nell’ampolla

e le stelle girano sulle nostre teste e stride il mare

e il sole si brunisce e spegne nell’imo cadendo

e le strade corrono veloci sotto le ruote

e il tempo scorre lento sulla strada

e il vento dondola l’altalena

e non c’è arcobaleno di notte né farfalla sulla neve

e lo specchio riflette le mie rughe nel suo lago di piombo

e le ore corrono di albero in albero

e di palo in frasca nel frutteto del tempo

e verrà il tramonto e scenderà la sera

e i tuoi occhi illumineranno

il mio sentiero al di là della notte

e oltre il confine.

 

Senz’alcuna ragione

il mio cervello ti pensa,

la mia pelle ti cerca,

il mio cuore ti aspetta

e io, beh, io ti amo

come sempre

in questo luogo

al di là del bene e del male

dove ci aspetta il sapore

di nuovi azzurri mari

e altri infiniti

altrovi.

 

Senz’alcuna ragione

qualcosa si rompe in me

e mi soffoca in gola i pensieri

stasera nell’ora che lenta annera

e fiera volgendo al desio

cruda in silenzio dispera.

 

 

 

 

 

RIFLESSI.

 

Il lago riflette i raggi della luna

lo specchio accoglie la tua bellezza

il medaglione che hai al collo la serba

con cura nel cuore del proprio quarzo

e gli occhi riflettono l’immagine del mondo

ma il riflesso più abbagliante

il barbaglio più reale

l’immagine più vera

è il tuo riflesso

sulla mia pelle,

nel mio sangue.

 

 

 

 

 

UNA TANTUM.

 

Ti sei svegliata presto stamattina

e di corsa sei uscita

per pagare la retta universitaria,

500 una tantum mi dicesti.

 

Beh, nulla accade due volte

nulla si ripete due volte

nulla si ripete due volte:

non giorno che ritorni uguale

non la stessa notte che si ripresenti

non due baci somiglianti

né due parole dette nello stesso modo

o due sguardi tali e quali;

non lo stesso sole ci riscalderà domani

né lo stesso fiume ci bagnerà

non la stessa aria ci arrufferà i capelli

non la stessa vita vivremo di oggi,

e come due gemelli omozigoti

o come due gocce d’acqua

anche noi identici

eppur diversi.

 

 

 

 

 

EPIGRAMMA.

 

Il tuo nome inciso oggi sulla mia pelle con lettere minute

come sulla scabrosa scorza di un albero

domani ritroverai marchiato a fuoco

sul mio cuore.

 

 

 

 

 

EPIGRAMMA SECONDO.

 

Amore in palpebre languido

con azzurri occhi di mare mi guarda

e con oscure dolcezze mi spinge

nella reti inestricabile dei tuoi capelli

conducendomi al mistero dei tuoi occhi

dove come in un aurora

il rosa e il viola del giorno

nascendo si fondono nell’oro.

 

 

 

 

 

¿ODI?

 

Non rumore, non passo, non strepito:

tutto tace, tranquillo e placido,

e dorme ancora il martello del muratore,

dorme ancora l’ansito dell’atleta

e sui secchi rami tacciono ancora le brune tortore,

e nel silenzio assoluto odi i raggi della luna

picchiare alle porte della notte.

 

Solo, tra rossastre foglie onde si merge e asconde

quale sotto bigia cinigia rovida bracia,

ferma e silente guatando i nostri gesti

e i nostri bisbigli e sussurri e gemiti ascoltando

la malvacea rorida luna,

ai nostri amori sepolcro manifesto,

fa alle nostre baccanali follie segreto testo.

 

 

 

 

 

SCHERZO.

 

Soave sei bella tra le belle

quale luna ridente tra le stelle

e la tua luce le altre caccia e impaura

come sole la luna oscura.

 

Alle altre donne la tua luce risplende

come sole la luna sospende

quando ti desti sei la mia alba

e al tuo cospetto pure il sole scialba.

 

La tua bellezza come una scure

falcidia le mie imposture

e pure le perle rende insicure.

 

 

 

 

 

OGNI NOTTE.

 

Sei così bella quando dormi che sembri eterna

e non riesco a credere alla morte

benchè io la tema e sappia che un giorno verrà

in cui non vedrò più i tuoi occhi

brillare al mio fianco di notte

(e questo mi secca).

 

Così, ogni notte, quando tu dormi io non dormo,

e ti guardo

per serbare un ricordo,

e ti accarezzo,

e accarezzo il tuo viso di pesca

che come una pesca

reca una tenue peluria intorno,

e strofino il tuo corpo nudo

sprofondato nella vasta notte

coperto solo di due sottili foglie di palpebre

sottili come l’alba impalpabile,

e accarezzo la tua pelle bruna

che si mischia alla notte

e in essa si perde

e confonde.

 

Di notte, quando dormi, io ti osservo

e ti miro e ti rimiro,

ti guardo e ti riguardo,

ti scruto senza riguardo,

ti guato e ti agguato,

e ti aspetto al guado

come se fosse un agguato,

oppure capita che mi stringa a te

per far calore al mio corpo col tuo corpo

e allora la stanza esplode di sogni

uguali a lapilli di vulcano incandescenti

e il mio cuore urla e batte

insieme con la stella più lontana e luminosa.

 

Poi finalmente mi addormento

ma anche quando dormo

sono certo che tu rimani bellissima 

come una stella che splende

magnifica e misteriosa

ancorchè i ciechi non possano vederla.

 

 

 

 

 

OGNI MATTINA.

 

Ogni mattina l’alba riappare

e caccia dai tuoi occhi il trucco delle tenebre

sorprendendomi con la bocca nella tua bocca

olida di frutta matura e dolcissima,

con le mani intrappolato

nella rete dei tuoi capelli.

 

Allora un nuovo tuo giorno penetra in me

e i demoni scompaiono (solo per un attimo)

e gli dei sorridono

e anche la signora Morte

sembra più bella.

 

 

 

 

 

QUANDO TI SVEGLI.

 

Quando ti svegli i tuoi occhi profumati sbocciano

come due fiori umidi di rugiada e amaranto

e la curva solenne dei tuoi fianchi riprende forma

e un nuovo giorno penetra in me e mi sorprende

nell’olido aroma di frutta matura della tua bocca

allora mi sembra che il sole sorga nel mio letto

e il tempo si ferma e gli dei sorridono benevoli

e i demoni siedono all’angolo e aspettano

e anche la Signora appare più bella

anche se solo per un attimo.

 

 

 

 

 

QUANDO SCIOGLI I CAPELLI.

 

Quando a sera sciogli i capelli

allora il sole scema e la notte lucida effonde

e ammaliante trascorre dai tuoi occhi

alla terra come un mare di tenebra.

 

Io sono lago e tu sole:

quando ti rispecchi nelle mie acque

acquisto fulgore e bellezza.

 

Quieta serbi tempesta in grembo

e vita riversi dai calici del tuo petto:

sei dolcezza e violenza

odio e amore

bellezza e terrore

distanza non colmabile

come un mare di tenebra

la cui sponda baci con il piede.

 

Il tuo sudore è vino forte

pieno di fermento invisibile,

la tua bocca un calice

da cui io bevo la vita,

la tua saliva un’acqua limpida e pura

che lenisce il mio ardore,

le tue palpebre sono scrigni

serbanti l’impronta dei miei baci,

la tua pelle è timida

come la luce delle tempestose terre dell’orto:

quando abbandono il mio capo al tuo ventre

sento il mio desiderio gravare il tuo grembo,

quando appoggio il mio volto al tuo

e a occhi chiusi ti bacio

sento oltre le tue palpebre

i miei sogni palpitare.

 

La tua rosa è protetta da un temibile scorpione

tra le belle spicchi come luna tra le stelle

e le altre oscurano e perdono

come astri al cospetto del sole

e con dolce mormorio la tua voce a me sale

risillabando come il reboante murmure del mare.

 

Ragazza, sei così bella

che metti di malumore.

 

 

 

 

 

QUANDO DORMI.

 

Mi piace quando di notte nel sonno ti stringi a me

nuda e fresca come una pesca

premendo il viso contro il mio cuore

schiacciando il naso contro il mio petto,

e mi piace anche, quando tu dormi,

svegliarmi prima di te e sorprendermi

con la bocca nella tua bocca

che sa di frutta matura e dolcissima,

e mi piace ancora di più svegliandomi

trovarmi con la bocca intrappolato nella rete dei tuoi capelli,

e mi piace anche quando dormi

ascoltare la tua pelle

tremante di sogno e aurora,

ma più di tutto mi piacciono i letti stretti

in cui io e te giacciamo stretti in un solo respiro

così stretti che quasi posso sentirti sognare

e sentire i tuoi occhi sotto le palpebre guizzare.

 

 

 

 

 

ADDORMENTATA.

 

Addormentata, sul tuo corpo non procedo

come assetato in ermo deserto,

acqua per sopravvivere sulle tue dune

le mie mani non cercano ma inganni,

una scure per falciare il freddo inganno della ragione

una pistola per freddare lo sporco ricatto dell’abitudine

una emozione che faccia svanire

la fredda equazione dell’esistenza.

 

Nei vasti spazi delle tue plaghe un tocco di brezza

come da un finestrino aperto di vettura in corsa

nella tua voce crepitio di fiamme

nelle tue vene un grido profondo di vita

nella tua bocca il canto vellutato della notte

nei tuoi occhi l’enfasi silenziosa dell’amplesso

come quando poco prima di un forte temporale

cadono i venti e l’aria diviene metallo denso-fuso

nei tuoi capelli i riflessi della luna ostro-purpurea

nell’acqua seminale del tuo sesso un sapore d’amarena

negli interstizi delle tue grandi labbra

(e anche delle piccole labbra)

la rossa pena della vita

nel tuo talento il mio talento di essere

senza talento senza portento senza contento

nel tuo sguardo un contrassegno del mio dolore

come il contrassegno apposto dal doganiere

a una valigia distrattamente frugata.

 

¿Vedi? Sono come la luna

e come luna brillo solo di luce altrui.

Come luna so vivere solo di vita altrui.

Così mi muovo lentamente sul tuo corpo

attento a non svegliarti

pregando che non ti desti.

 

Addormentato giaccio nella tua ombra

che fissa il mio destino

respirando il tuo profumo di pioggia.

                                                                          

Sveglio mi desto nell’aroma di frutta

dolcissima e un po’ stantia della tua bocca

nella tua essenza d’aurora

che un nuovo giorno accende in me

dolce di zucchero e cannella.

 

 

 

 

 

INSONNIA.

 

Tu dormi,

io insonne ti guardo dormire,

il tuo corpo disteso s’un fianco

è una pura forma di acciaio,

la tua pelle è un tamburo forsennato

che si confonde con la notte,

e con la notte si confonde pure

il tuo negro crine corvino,

e fulgide stelle mostrano le dischiuse tue labbra

come se la notte puttana amante

stanca d’inseguire il suo sposo passeggero

nel tuo alvo discesa abbia discinto il manto

a coprire le tue membra

dimenticando nella tua bocca

i propri monili.

 

Amore mio, tu sogni io non dormo,

e insonne ti guardo sognare:

¿quali mondi sogni?

¿in quale universo ora sei?

¿da quali pianeti è minacciata la tua luna?

¿forse sei in compagnia di un altro uomo

prendendoti gioco di me?

 

Amore mio, tu sorridi io impazzisco

e a te sorridente il mio guardo

rivolgo tremulo e nebuloso

per il pianto che mi sorge sul ciglio:

¿a quale uomo pensi e i tuoi sensi rivolgi?

¿o mi ami anche dormendo?

 

Non lo so

poiché anche vicina mi sei lontana

ed è come se tu non ci fossi

e mi sfuggi

anche se sento battere il tuo cuore

sotto la mia mano

poichè non so se batte per me:

non lo so e questo mi fa soffrire

mentre tu sogni e io ti guardo dormire

e questo mi fa impazzire.

 

Questo solo so; che se tu smettessi di amarmi

vorrei che il tuo cuore smettesse di battere.

 

Così io tutte le notti piango:

tu dormi e io piango

tu sogni e io piango

tu sorridi e io piango.

 

Adesso è l’alba che precede l’aurora:

come alga dolcemente accarezzata dal vento

nel mare del tuo letto ti agiti sognando

nei tuoi occhi due onde per affogarmi.

 

 

 

 

 

I PIACERI.

 

Il primo caffè del mattino,

i poemi di Cavafis e i racconti di Bukowski,

le passeggiate in bicicletta,

camminare nel torrido sole del meriggio,

il mare e la pioggia battente,

le sigarette e le uova sode,

il tuo abbraccio nel cuore della notte,

tu che dormendo ti stringi a me,

la tua tristezza e il tuo dolore,

il tuo sesso palpitante nel buio,

le tue labbra di piacere,

le tue gambe d’acciaio,

i tuoi piedi di flebile fruscio,

le tue mani di elabro,

il tuo sguardo di cerbiatto,

il tuo sorriso di luna,

le tue palpebre di foglia

i tuoi capelli di rame,

la tua pelle di pantera,

la curva arrogante dei tuoi fianchi,

le tue linee aerodinamiche,

la tua pura forma d’acciaio,

le mie labbra sulle tue labbra,

la mia mano sul tuo seno,

la mia mano sul tuo sesso,

la mia mano sul tuo corpo,

il tuo corpo sul mio corpo.

 

(Soprattutto, il tuo corpo sul mio corpo.)

 

 

 

 

 

L’AMORE.

 

Campana che sventola contro l’azzurro-cielo,

 

fruttuo fruttoso risveglio tutto fruttare-fratturare,

stritolamenti profondi

e baci in centrifuga fruttescenza.

 

Fluido fiume furioso delle chiome in cui mi strangolo

m’immillo m’immillanto mi ammollo mi ammalo

m’innamoro m’indoro

inodoro

nell’amore inodore

e orzo biondo-spento contro il lapillante papavero rosso

dilapidato.

 

Strapiombo da cui risalgo per ghiacci e guani,

 

parestesia-anestesia diffusa di semi-presenze/semi-assenze,

 

agnizioni in tralice e riapparizioni di straforo,

 

il momento d’oro e lo scilicet esplicativo

 

(male oscuro, male nervoso, male nevoso)

 

gioco di sbieco e intermittenza di paresi di cloni e di eoni

 

virginea tristezza quale erbetta da cena e verzura

 

pungenti venti settembrini e vini agretti

 

cane testardo che rotea fiuta adocchia

e alza la zampa al cippo del mio memento.

 

testa di cane mozzata che abbia morta,

l’amore mi perseguita

come un cane incimurrito

e in agguato dietro la siepe

mi attende per azzannarmi.

 

È un vecchio bastardo

con sguardo furbesco e sigaretta

tra le labbra sogghignanti

mi guarda spavaldo:

certo un giorno lo ucciderò

e fumerò la sua

sigaretta.

 

 

 

 

 

AMORE.

 

Amore: non dico questa parola invano;

amore, non dico il tuo nome invano:

solo a te cede il mio orgoglio

solo a te cede il mio sesso

solo a te cede il mio cuore.

 

Amore: non dico questa parola invano;

amore, non dico il tuo nome invano:

ogni volta che assoggetto il mio orgoglio al tuo volere

ogni volta che piange l’alma i tuoi inganni e tradimenti

ogni volta che sopporta stillicidio il cervello

ogni volta che distogli da me lo sguardo

il cuore urla la sua sentenza.

 

Amore: non dico questa parola invano;

amore, non dico il tuo nome invano:

quando sorge l’eburnea aurora

e ti ritrova al mio fianco

e in me penetra un tuo nuovo giorno

allora la mia pelle vibra

con sapore d’amaranto.

 

Amore: non dico questa parola invano;

amore, non dico il tuo nome invano:

quando al mattino ti ridesti

ogni giorno s’inizia per me

una nuova vita.

 

 

 

 

 

POESIA DEL COME.

 

Come l’alba scioglie il trucco della notte

come la notte cancella gli affanni del giorno

come il giorno cancella le paure della notte

così tu spazzi le mie paure i miei affanni

dissolvi i miei trucchi;

 

come la notte si perde nel giorno

come il giorno scema nel tramonto

come il tramonto si consuma nella notte

come la notte dissolve nel giorno

come il giorno scioglie i nodi della notte

così io mi annullo in te;

 

come il tuffatore si getta nel fiume

come il fiume si getta nel mare

come il mare rigetta trombe di schiume attorte

come le schiume del mare si rigettano sulla terra

come la terra accoglie l’occaso di rame

come l’occaso di rame si scioglie nella sera d’amarena

come la sera si fonde col mare d’amaranto

risucchiano nel suo imbuto l’occaso di rame

così mi abbandono a te.

 

 

 

 

 

COME UN INNESTO.

 

Amore, come un innesto

col tuo cuore dentro il mio cuore

formeremo un piccolo giardino:

 

i tuoi baci il sole,

la mia bocca il fiore

che al mattino i raggi di luce dischiudono.

 

 

 

 

 

COME TI AMO.

 

Come l’acqua con le bollicine

come il pane spruzzato di olio e sale

come una poesia di Saffo soave e leggera

come il tramonto estivo

come il latte

come il vino nella botte

come il vento nella notte

come dormire in riva al mare di notte

come il tempo che batte e chiede il conto

come il tempo che passa e non aspetta

come succhiare un grappolo d’uva

come essere svegliato da un raggio di sole sul viso

come una cavalcata in macchina a 200/h

come fumare una sigaretta alle 3,30 della notte

come una passeggiata in bicicletta

come la nuda terra che brucia nei giorni d’estate

come la nuda carne che brucia nelle notti d’estate

come la mia pelle:

così ti amo.

 

 

 

 

 

COME PER MIRACOLO.

 

Come per miracolo mi guardi

come per miracolo mi sorridi

come per miracolo mi abbracci

come per miracolo mi tocchi

come per miracolo mi baci

come per miracolo mi ami

come per miracolo il sole gira

come per miracolo uccelli volano

come per miracolo il mare ruggisce

come per miracolo la pioggia cade

come per miracolo la sigaretta brucia

come per miracolo il giorno splende

e come per miracolo splendi anche tu

e allora la mia vita si desta e corre.

 

Come per miracolo

quando mi guardasti per la prima volta

comprasti la mia nuda proprietà

e come per miracolo

come in un sogno

ora vivo in un corpo che non è mio

in compagnia di una mente che non ragiona

e ti pensa anche quando non voglio

vivo con occhi che non dirigo

e ti guardano anche quando non voglio

con un cuore che non comando

e ti ama anche quando non ti amo

e gli ordino di non amarti.

 

 

 

 

 

FUORI CHIAVE.

 

Da eterni esili eternamente ritorno

fatto duro fatto oscuro

e con i giorni e con le notti mi confondo

divelto cuore affondato tra erbe e prati

a silenzi confidati e ai tuoi occhi di stella

come a lune e mari d’Ottobre mi volgo.

 

Vivo per te, vivo per te, vivo per te,

e per te mi aggiro e mi raggiro

fuori dal mondo e fuori luogo,

fuori tempo massimo e fuori chiave,

tra vivide distese d’Aprile

e vani prati d’amore febbrile.

 

E vivo per te ma non vivo

e amo e sono infelice

poichè più ti amo più sono infelice

più non ti amo più sono infelice

più sono infelice più non vivo

più non vivo più ti amo

più ti amo più sono infelice:

come luna so vivere solo di luce altrui,

come luna brillo solo di luce riflessa.

 

Come luna io brillo solo dei tuoi sogni e desideri

che esplodono nella notte uniforme

uguali a fuochi d’artificio colorati.


Là nel cielo, là nel terrore

mutati sono i contorni

e i confini del mondo

ora che la tua luce si affievolisce

e s’offusca la parola

e la mente sfolla

e l’anima crolla.

 

Ossessione il tuo nome

come oscuro rivo di sangue

nelle mie vene gorgoglia

oscuro cemento rappreso

in povere sillabe tessute di enigmi

grumo di tumori nel mio deluso

disilluso ottuso cerebro leso.

 

 

 

 

 

LA MIA POESIA.

 

Fanciulla dalle lunghe ciglia come le ariste dell’orzo,

quando ti guardo divento pura forma corporea

senza ambizione e senza desideri e senza rimorsi

senza rimpianti e senza stimoli.

                                                                       

Ragazza, la mia poesia vive solo nello spazio da me a te

per il breve istante d’eternità apparente d’un bacio

come il fulmine vive solo nel breve lampo di luce

che lo separa dall’albero.

 

Donna, tutti ti bramano

ma tu sai che le tue labbra sono bagnate dai soli baci

degni della tua bocca selvaggia.

 

 

 

 

 

REGALO.

 

Se non è matrigna e crudele vita

se non è tormentosa angheria

allora i tuoi capelli nero-corvini

divenire argentei vedere mi conceda.

 

 

 

 

 

REIETTI E RINNEGATI.

 

E infine saremo lì,

lì tra i reietti e i rinnegati,

tra gli emarginati,

certamente non voluti e non graditi,

tra quelli che non sanno come comportarsi,

tra quelli che non sanno che cosa si debba dire

e che cosa non si debba dire,

tra quelli che hanno troppo da dire per poterlo dire,

noi due saremo lì

certamente non voluti

certamente non desiderati

certamente disperati

soli

io

e

te

su questa strada viziosa e oscena

e scandalosa e vergognosa

insieme io e te

su non battute strade

su non percorsi sentieri

senza soldi e senz’ambizioni,

senza mete e senza perdizioni,

senza ideali e senza agnizioni,

senza veri desideri e senza finti averi,

soli e lontani da questo dispietato mondo allucinante

e da questa perfida gente

che ci fraintende

che ci aborre

e ci disprezza

e ci maldice

e ci esclude

e ci vuole rinnegati ed espunti.

 

E noi, noi saremo lì

rinnegati

espunti e

cancellati

soli

e felici

della nostra assenza

della nostra reciproca presenza

della nostra sola essenza

ambendo solo a vivere    

a vivere malgrado tutto

nonostante tutto

mentre la notte brucia tra le fiamme

e il nostro amore corre come un cane

con il cuore in bocca

e un ghigno

tra i denti.

 

 

 

 

 

ALCHIMIA.

 

Davanti a me stendi a fuoco la meravigliosa vita

distraendo i maligni demoni malvagi

e gemma arida e pura rendi la morte:

sei la verità che si posa sul mio fronte

e tocca e arde e insegue e fruga

ogni ruga, ogni ruga.

 

Gemma del deserto sei

anzi fiore del deserto

e come fiore effondi soave sapore

di mare e amarena e amaranto

quando muovi i tuoi agili fianchi

brunendo il giorno e incendiando la notte.

 

Mirifico occhio di mosca sei

selva ondosa ondulata di verde-frescura

labbra vibratili di moscerino

radiante sole dentato dentellato

plurimo proliferare di steli-foglie nei tuoi raggi

arnia porosa di dolcissimo miele

offuscato labirinto di rugiade

cicaleggio di mille splendidi soli

e perpetue sillabe-fame

stupro dell’occhio incapace di guardarti

puro raggio-miraggio-destino

energia che si dissangua e mi dissangua

egro barbaglio-spiraglio nel cielo nuvoloso

respiro spirante in sospiro

sospiro spirante in sogno

fresca pienezza di frutto maturo

frutto di te stessa nella linfata sera

nel meriggio icosaedrico

allorchè il giorno guerreggia alle tenebre

e ombre di morte si stendono sulla pelle

e pensieri volano come ali senza ombra

e risuona l’ultimo rimasuglio dell’estate

affollata di brezza marese

e ogni azione diviene fioca paralisi

ogni volontà aberrante frana rovina

ogni saluto una esiliata lontananza

arcaica prosaica demoniaca all’occaso

obliviante obliante oblioso.

 

 

 

 

 

2,34 A. M.

 

Piove stanotte

e l’acqua buia trafigge i tetti

e inonda la nostra camera

bagnando il letto e le nostre fragili esistenze

mentre il sangue continua a scorrere

nelle nostre vuote teste di zucca.

 

Pioverà forse tutta la notte

e noi dormiremo trafitti

dall’acqua buia che rimbomba sulla nostra pelle

e sulle nostre vecchie ferite

(e anche sulle nuove)

quest’acqua che non lenisce le nostre pene

ma come una macchina per scrivere

batte contro le finestre inesorabilmente

il suo ticchettio di telescrivente

e insistente ci ricorda

quello che non siamo

quello che non fummo.

 

Come è triste

alle 2,34 della notte

pensare a quello che saresti potuto essere

senza avere saputo mai che cosa essere

mentre l’acqua gronda e lava le nostre sporche coscienze

e ci ricorda che siamo qui

qui

io

e

te

in questa stanza che odora

della tua pelle di vaniglia

e solo questo

stanotte

conta.

 

 

 

 

 

QUELLO CHE FUMMO, QUELLO CHE SAREMMO.

 

Dolcezza

fummo

violenta

melodia di contrari

e armonia di opposti

e accordo di antipodi

come due tropici

come due emisferi

austro e bora

chimico incontro e labile psichismo

fummo mare d’inverno e papavero raggiante

tu la rabbia che l’amore esaspera

e io il coltello che la rabbia affila

la lancia che la rabbia scocca

la pistola che la rabbia esplode.

 

Amore senza fine

inerte

fummo

sangue senza corpo

forza senza sfogo

luce senza spiraglio

acqua-fiume senza sbocco

livellato compromesso

composito coacervo colloidale

di occhiute iridi gemmate.

 

Ma

più di tutto

tu fosti per me

febbricitante fabbro di orgasmi

singultoso afflato di morte insufflato in soffi di buio-freddo

agghiacciato da tarde nevi primaverili

su sabbie su spiagge

di conchiglie e miraggi

tu fosti per me.

 

Non credere silenzio il mio silenzio

poichè quando mi sorprendi muto non sono in quiete

ma taciturno mi preparo a viverti:

basterà un tuo sospiro

e come fiore al sole esploderò

dischiudendo i miei petali

al richiamo della tua voce

basterà un tuo sussurro

e sarà torma che turba e disorienta

e agguati di tentacolari piaceri

sarà grido e strepito ed eccesso di accesi sessi

e cascame fronzuto di stelle

e sanguinante crepuscolo vorace

sanguinante coagulo di forme madide

liquidi proteiformi palinsesti

dove ogni giorno ci rincontreremo

rinascendo ogni giorno

conoscendoci-scoprendoci ogni giorno

nuovamente

tu rete da pesca

io mare che la rete non imbriglia

non impiglia e non artiglia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6) ODI ALL’AMOR PERDUTO.

 

 

 

 

 

 

 

<<Cos’è la vita? Delirio.

Cos’è la vita? Illusione,

appena chimera ed ombra,

e il massimo bene è un nulla,

ché tutta la vita è sogno,

e i sogni, sogni sono.>>

(Pedro Calderon de la Barca: “La vita è sogno”).

 

 

 

 

 

L’AMORE COME UN PAPPAGALLO.

 

L’amore come un pappagallo

ripete che io ti amo

e che tu mi ami

che io ti amo e che tu mi ami

che io ti amo e che tu mi ami,

che tu mi ami e che io ti amo:

ti amo, ti amo, ti amo...

mi ami, mi ami, mi ami...

E lo ripete ancora e ancora

e ancora

sempre la stessa fastidiosa nenia

sempre la stessa importuna cantilena

sempre la stessa opprimente melodia

sempre la stessa tediosa lastima

sempre la stessa uggiosa litania

sempre la stessa molesta solfa

sempre la stessa fastidievole tiritera

lentamente scemante nelle sabbie del ricordo

svanisce tra le nebbie del tempo:

l’uccello del perduto amore

un giorno di questi lo strozzerò.

 

 

 

 

 

PIOVE.

 

E uno stillicidio di gocce

a-goccia-a-goccia                       

come un immenso invisibile esercito

marcia sui tetti

e improvviso il cielo chiude gli occhi e rugge

e dura una pioggia rovescia e offusca case e pietre

e la luce galoppante percuote notte e cielo

con il suo sulfureo lampo-tuono-gong

e candidi fulmini folgori

come scintillanti sciabole fiedono il volto alla notte

e insultano alla luna saettando rabbia e ira

e il vento rauco cupido guerriero

fischia urla e ulula sconvolgendo ombre e arbori

con strepito furente e crepitando alle porte

esplodendo i suoi secchi colpi di pistola

contro le membrane del cielo

e il mare ribolle schiumando

in eburnee braci e plumbee onde

e metallici flutti e digrigna i propri ferrei denti voraci

e mordendo le rive orrido e terribile si leva come una torre

croda e risorge in continuazione

senza sosta e senza pace

mostrando le mandibole

nello spasmo delle sue abissali volute nere di pece

e come brividi scivolano sul dorso del mare

alghe e rottami

e l’oceano ringhia rugge rugghia romba

e croscia squassa palpita e sciaborda

mostrando tra deliranti diademi

le voraci fauci alle foci della notte.

 

Così

piomba il tuo ricordo

piomba nella mia testa

precipita nel mio cuore

pesante come lampo-tuono

abbagliante tagliente come coltello

violento come la notte

quando la notte è violenta

violento come il mare

quando il mare è violento

violento come l’amore

quando l’amore è.

 

 

 

 

 

LE VOCI.

 

Come quando è tempesta

e il cielo si fa di un biancore osseo

e il sole tramuta in rame

e le stelle stridono

all’occaso precipitando in mare

e poi un intervallo di profondo sordo silenzio

e infine il vento

che con tumulto dal nulla provenendo

al nulla avanza picchiando i suoi zoccoli

sul rugghiante mare e sul mio cupo cuore senza voce

come un eco che sale da morte stagioni

così dagli abissi della memoria

sale a me la tua voce

stasera

in quest’ora

che la notte trascorre e scema

e l’aurora di rosa scioglie i nodi della tenebra

e la luna tramonta lontana

e nitido e impalpabile a me giunge

il suono del murmure marino

e io vorrei che così la mia voce

a te giungesse che dormi tranquilla

più lontana della luna

e intangibile.

 

 

 

 

 

IO E TU.

 

In precipiti lontananze capovolte

in specchi verberanti rubate immagini

io e tu un unico affanno

un unico oblio.

 

Dove il fiume diveniva mare

e il mare giocava con il vento

facendo onde-spume e cavalloni

e le schiume lambivano i tuoi piedi

lì sulla sabbia vergine-lattice

con te giacevo

preso nella rete dei tuoi capelli

perso nel buio silenzio dei tuoi occhi

mentre l’aurea vampa-fosforo del sole

si adagiava stanca sulla riva.

 

Lì con te io ERO

e pura energia divenivo

statura, mole, motore, frizione

degna di misurarsi con gli dei;

lì nelle notti di resina e di latte

profumo bevevo alle tue coppe

e i tuoi occhi adoravo

mentre scorreva il mare della notte

senza nulla ferire e senza colpo ferire

ruggiva il mare.

 

Ruggiva il mare

mentre io bevevo alle tue coppe...

 

 

 

 

 

IO TU.

 

Io non sono oggetto e non sono soggetto,

non sono obbietto e non sono subbietto,

non sono glottico furore, non sono silore,

non sono quiete, non sono moto,

io sono e non sono,

io suono ma non sono suono,

sordo vacuo tamburo sono,

incapace di affondare gli occhi nella cruna dell’ago

non sono cammello capace di negarsi abbastanza,

io sono e non sono,

ma credo con forza e forma

in tutto il mio nulla.

 

Tu sei nodo alla gola

che mi lega e avvince

ed eccita e sconvolge

ogni mattino,

pattern non decifrabile,

sei linfa senza fiele,

linpha senza phiala,

linfa senza fine,

fine senza lieto-fine,

ma credi con tutta te stessa

nel tuo inesistente tutto.

 

Più ti perdo più mi perdo

più mi perdo più ti perdo

più ti allontani

più mi sei simile

con la tua non-volenza

con la tua mozza armonia

con i tuoi grumi infantili d’odio

con i tuoi pensieri pronti all’anancasmo

con il tuo fremito che corre

dal coccige all’occipite.

 

¿Superstite uguale a me

superstite uguale a te

incapaci di comandare

incapaci di obbedire

a fondali eternizzati in pellicole trasparenti

a celesti altori d’infinito non-finito

a ignei orizzonti sublimizzati

e aizzati oltre nubi polverizzate pulviscolari

oltre il firmamento degli inverni

oltre in firmamento degl’inferni

oltre il firmamento degl’infermi

morire per farci superstiti si può?

 

 

 

 

 

PAROLE.

 

Parole, parole, parole mi chiedi

che non conosco

e anche una sillaba ti basterebbe

ma già pietra è fatta l’alma

e solo il tuo inganno in mente rimbomba

in vena gorgogliando.

 

 

 

 

 

SENZA TE.

 

Senza te quanto minacciosi sembrano i cirri all’occaso,

senza te quanto tenebrosi i nomi dei mesi

e quanto lugubre e insopportabile la parola inverno,

senza te quanto penosa la vita

e inutile il tempo e insignificante

il sole.

 

Così succede che vorrei intrecciare la mia lingua alla tua lingua,

e fondere la mia pelle alla tua pelle,

unire i tuoi respiri ai miei ansiti,

e così fare un viluppo di gemiti

gemito con gemito su gemito

in continua progressiva geminazione-germinazione

come un innesto col cuore nel cuore in gola

a formare un giardino.

 

Angoscia è ripensare allo sfolgorio delle tue gambe

distese e ferme come dure acque di ruscello eppur vivide,

angoscia è pensare al sole che brucia nei tuoi occhi

e che troppo distante non mi riscalda,

angoscia è pensare al sangue che ti scorre nelle vene

anche se non sei con me,

angoscia il tuo impercettibile respiro quando dormi

e io posso quasi sentirti nelle lunghe notti senz’alba,

angoscia immaginarti versare nel buio il tuo miele ostinato,

angoscia il tuo sesso che piange lente lacrime sporche

appese come piccoli ragni a un filo metallico

o biancheria ad asciugare.

 

Vorrei che il mio silenzio fosse il tuo stesso silenzio

il mio sesso il tuo stesso sesso

il mio piacere il tuo piacere

la mia rabbia la tua rabbia

le mie paure le mie paure

vorrei che i miei sogni fossero

i tuoi sogni.

 

Anche se mi basterebbe

ad essere felice

infinitamente felice

indebitamente felice

che i tuoi sogni fossero

che i tuoi sogni fossero e basta

poichè irragionevolmente

i tuoi sogni

i tuoi sogni sono

sono i miei sogni.

 

I tuoi sogni sono i miei sogni.

 

 

 

 

 

ORA CHE NON CI SEI.

 

Nera

eppure per me eri l’alba, eri l’aurora

e i tuoi occhi erano due soli,

due raggi di luce a primavera:

quando ti destavi

un nuovo giorno penetrava in me

e l’anima tremava

come luna nel mare;

quando mi guardavi

e un nuovo tuo giorno penetrava in me

la pelle brillava

con sapore di cannella e amaranto.

 

Ora che non ci sei è il buio

poichè non è altra luce di quella che tu irradi

e la tua pelle non illumina più le mie notti

i tuoi fianchi bruni e il tuo grembo

non cullano più i miei sogni

non mi cullano più

i sogni.

 

 

 

 

 

INSOPPORTABILE È LA NOTTE.

 

Ora che con me più non sei

insopportabile è la notte

e così passo tutto il mio tempo nei bar

e mi svilisco nei bordelli mi avvilisco

a capofitto nel vizio vivo abbietto

e bevendo schifoso vino passo intere notti

e sulla mia pelle aumentano cicatrici e tatui

e bevendo aggiorna

e in un mare di errori mi ritrovano l’alba e l’aurora

e suadenti profumi non possiede più il mio giardino

solo erba secca e schiocchi di serpi.

 

Così finisce un giorno monotono e un altro monotono ne inizia

e alba e imbruna e aggiorna e annotta

e nel mio lurido letto sprofondo

con pensieri stagnanti

che non sono pensieri

e solo mi distrae, di tanto in tanto, il tuo ricordo-profumo

che si adagia sulla mia pelle come il buio sulle stelle

e mi rimembra la tua erotica forma

e il tuo giovane amato corpo d’amaranto

goduto in mille folli notti di ebbrezza

e così ti penso

e so che in qualche luogo

esiste un’afrodite dai seni lunati come pomi

che amò guardarmi e far nulla con me.

 

Ma so pure ch’esiste sentimento senza compimento

come esiste amore senza amplesso

e amplesso senza corpo.

 

 

 

 

 

FARSI UNA SEGA.

 

Quando sei con una donna che ti piace e che ti ama

e anche tu la ami

il sesso è diverso, è bello,

c’è qualcosa che succede

dietro l’atto in sé,

una specie di scambio di anime.

 

Farsi una sega dista un pelo dalla cosa vera:

eccoti lì che ti stai masturbando

e fantastichi sullo scoparti una donna da cima a fondo

e poi quell’orrendo coso viola con le vene in rilievo sborra

e tutto finisce così come è iniziato

e tu ti stendi e ti rilassi e pensi

<<beh non è stato poi tanto male...>>

ma manca qualcosa:

è quello scambio di anime

come rimanere nel letto abbracciati

e parlare ancora un po’

o addormentarsi mano nella mano,

pelle nella pelle,

bocca nella bocca,

fiato nel fiato.

 

Sono queste cose che ti mancano:

cose un po’ sdolcinate,

cose gentili,

affettuose,

cose così.

 

 

 

 

 

3,40 A. M.

 

3,40 del mattino:

ancora sveglio

occhi sbarrati

uccelli cinguettano all’alba incombente

primi chiarori del giorno

tutto normale

tutto come sempre,

i tetti e le case e le strade e le macchine,

vetture e vettori, veicoli e velivoli,

la mia Lancia del ‘91 lì come sempre

con un fianco ammaccato e un faro rotto

il mercato i lampioni le foglie che cadono,

la brezza mattutina

che scioglie il gravore notturno del mio cuore,

le putte e i putti e i cinedi e i travestiti e i drogati

che con la spada sguainata uccidono

questo mondo imperfetto che non possono viverlo,

la lampada che non illumina e mi rovina gli occhi,

le sigarette che bruciano e mi bruciano i bronchi,

i tasti del computatore che si consumano e mi consumano

l’alma,

i cani randagi che frugano nella spazzatura,

la solita vecchia musica

tutto uguale

sempre la stessa musica

e pure tu

sempre presente, sempre assente

che come lucertola fuggisti

lasciandomi la coda tra le dita:

volli serbarti solo per me

troppo forte ti strinsi

soffocandoti

e ora non ci sei più

e non sei più qui

eppur non

passi

mai.

 

Quando parlo non parlo io

ma è la tua voce che in me parla

quando rido non io rido

ma in me ride il tuo sorriso

quando piango non sono io a piangere

ma i tuoi rimpianti e i tuoi rimorsi.

 

La mia solitudine

è solo la tua

assenza

e la tua assenza

mi spia ogni attimo

la tua assenza m’insegue

ogni giorno

ogni ora

ogni

minuto

io scappo e corro via

ma lei mi raggiunge

non posso sfuggirle

e quando provo a sfuggire

lei mi piega le gambe

e cado.

 

La tua assenza dondola nell’aria come un’ape

è un ponte indistruttibile tra noi

che più sottile di un capello

più affilato di un coltello

taglia il filo dei miei pensieri

e mi lascia stordito.

 

La tua assenza come la luce del giorno

ogni giorno ogni mattino ogni ora

mi sveglia e si versa sui capelli

cola tra le mie mani

mi cinge la vita

e rivola fino ai miei piedi.

 

 

 

 

 

BASTEREBBE.

 

Amore mio, ora che la sera

tacita e lenta s’annera

basterebbe che mi toccassi il cuore

perché la notte ardesse

tra fiamme lambenti le stelle

e il giorno esplodesse la sua melodia d’acciaio.

 

Amore mio, basterebbe una tua carezza

perchè il mio sangue risillabasse desideri e sogni

nelle vene da tempo occluse

e questo cervello di stagno risuonasse

di cicale crocidanti e crepiti di sole

di nuovo e la mia alma inaridita rigorgogliasse

di nuovo amore.

 

Amore mio, basterebbe solo un tuo soffio

perchè questo mio cuore

questo mio scordato cuore dimenticato

questo polveroso mio cuore

questo mio cruento avaro cuore amaro

si ridestasse acerbo e intatto

con stridente strepitante clangore di feroce torrente

nell’echeggiante foresta.

 

E così risuonerebbe,

risuonerebbe questo mio cuore scordato,

questo mio cuore in avaria e dimenticato

risuonerebbe con scroscio di pioggia

con sciabordio di acque e crepitio di fuoco

risuonerebbe tra sogni reali e piaceri inafferrabili

erratici intangibili e vaganti nel mio cerebro

leso tra rami spezzati e pioggia scalpicciante

risuonerebbe questo polveroso mio cuore

forando il tempo e la mia mente drogata

risuonerebbe in questa sera

che lenta l’ora s’annera

e scialbando all’occaso

la chiaria dispera.

 

 

 

 

 

TI CERCO.

 

Ti cerco e non ti trovo,

ti cerco e mi perdo come pelo nell’uovo;

ti cerco nel fioco del fuoco e nel ghiaccio

ti cerco all’addiaccio e non ce la faccio.

 

Vieni, amore mio amaro

vieni, donna mia avara,

slanciata in raggi d’aurora,

vieni, ti bacerò sulle labbra e sui seni,

i tuoi dolci seni più dolci del vino,

vieni, bacerò la tua pulviscolare natura reticolare,

vieni nei prati e nei boschi della mia anima debole-lurida

là, sotto, dentro, giù, nel profondo

a impaludare i miei sogni

nel pozzo senza fondo di fili e fiati e unghie e schegge e muschi

nel pozzo profondo di vischi scompaginati

e sparsi arpioni sparpagliati.

 

 

 

 

 

VIENI.

 

Amore mio, se a me più bella e leggiadra domani venissi

uguale a oggi io ti vorrei

e quella stessa bocca bacerei,  

ma tu non vieni, né bella né brutta.

¿Perché dunque non vieni? 

¿Perchè non vieni?

¿Perché?

 

Più di morire non si può

ma tu non sei morta

(¿non è forse vero?)

¿e allora perché non vieni,

così come sei,

bella o brutta che sei,

o né bella né brutta?

 

Vieni, vieni così come sei,

bella o brutta che sei,

vieni né bella né brutta,

vieni anche con occhi ciechi,

pur pallida disfatta e negletta,

ma vieni, affinchè io non creda che tu più non sia.

 

 

 

 

 

SE TU VENISSI.

 

Se stasera tu venissi a me

sull’orlo del mio letto ti farei sedere,

e accosterei la mia coperta alle tue spalle,

e con la mia pelle di serpente

farei scudo alla tua chioma di scorpione,

e col mio cuore di ghiaccio farei giaciglio

alle tue membra di freddo-gelo,

con le mani un cuscino per il tuo viso

e con le mie braccia un arco per cullare il tuo sonno,

e monili con le mie lacrime per il tuo collo,

e poi rimarrei così a guardarti

mentre l’animo urla i suoi suicidi.

 

Dunque vieni a me,

e, come si affonda nell’acqua,

immergiti nel sonno accanto a me,

abbandona il capo nell’arco delle mie braccia

ma nel tuo sogno non dimenticarti di me.

 

 

 

 

 

DOMANI.

 

So che presto il fato mi sbatterà

lontano dal mio ramo

come il vento la povera foglia frale.

 

Or già il domani appressa

e nel breve giro di un giorno

su oscuro legno salperò          

nell’oscuro buio tremendo mare

e vagherò tra altra gente

per altre latitudini

in altri liti.

 

Ora che dunque il domani è giunto

e la sorte mi aspetta

e tutto sembra sbagliato errato falso

e minaccia e paura ricompaiono

e il rancore inalbera e gonfia

e sembra che i demoni stiano scommettendo sulla mia vita,

una domanda come scalpro assilla

e martella il mio cuore:

¿allorchè tutto sarà compiuto

e il rostro fenderà l’olida aurora

di disconosciute spiagge

in quale plaga sarò sbattuto domani,

in quale luogo sarò morso

e battuto da venti e flutti domani,

in quale mare sarò azzannato alle calcagna

da venti e flutti domani,

in quale mare

sarò roso da venti e flutti domani,

dovrò considerarmi un naufrago o un fuggiasco,

sarò un sopravvissuto un rinnegato o un esiliato,

troverò un altro amore che mi stringa la mano

quando difficile è vivere e fredda la notte,

che cosa sbagliai, dove errai, quando,

perché sono punito,

in quale momento e in quale luogo

peccai?

 

Oh, amore mio,

vorrei che ancora ti stringessi a me

poichè non so viverlo questo mondo

sbagliato e imperfetto.

 

Oh, amore mio,

vorrei che ancora mi stringessi

quando scenderà la sera e la tenebra

stenderà il suo buio manto.

 

Oh, amore mio,

vorrei che quella notte fossi ancora tu

vorrei che ancora mi tenessi la mano

quando questo cielo di stelle

mi trafiggerà come mille cuspidi di lancia

appuntiti e taglienti come i ricordi

o i rimpianti.

 

Oh, amore mio,  

tutto sembra sbagliato 

solo tu non lo eri

ma tu non sei più e forse mai fosti

forse fosti solo un’allucinazione

in questo mondo allucinante.

 

Eppure i gatti passeggiano sul mio tetto

addolcendo questa notte

questa notte dura come il diamante

dura come un muro

testarda come un mulo

che è più duro di un muro

cattiva come il mare

quando il mare è cattivo

feroce come il tempo

che è sempre feroce

incerta come un tuffo al cuore

indolente e testarda come un mulo

questa notte senza voce e

senza colpe.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7) ODI OSSESSIVE.

 

 

 

 

 

 

 

<<Io sono di quelli che amano restare fino a tardi al caffè.

Sono con tutti quelli che non vogliono andare a letto.

Con tutti quelli che hanno bisogno di una luce per la notte.>>

(Ernest Hemingway: “Quarantanove racconti”:

“un posto pulito, illuminato bene”).

 

 

 

 

 

OSSESSIONE.

 

Al limitare del giorno

allorchè la notte fa senza pudore

del mio corpo un fiore discosto

in assurdi spazi claustrofobici io trasvolo e sudo

in un fosco eremo deserto dove resto solo

trafitto da nuove perversioni

e il mio sesso si erge morboso

e mi spinge contro le calde spire della notte isterica

tra distese d’immondizia e panorami scheletrici,

sotto orizzonti imminenti d’imminente spavento,

lebbra imminente, delitti e crimini

imminenti.

 

Al limitare del sonno

quando il sole affretta l’agonia della notte

quando l’orina preme nella vescica

e i suoi colori turgidi veste il giorno

che fa del tuo corpo un fiore discosto

spaventoso e ossessionante

mi viene incontro il sesso e ridesta

nuove erezioni.

 

 

 

 

 

INSONNIA.

 

Di notte mi sveglio di soprassalto

madido nell’alvo dei miei errori

e dei miei sogni confusionari e patetici

con in bocca un sapore di veleno che non uccide.

 

Di notte mi sveglio di soprassalto

solo, confuso e smarrito nei tuoi grandi occhi neri

che mi fissano dal soffitto e mi guardano non vivere

appeso alla ragnatela dei miei pensieri ambigui

intrappolato nella rete dei miei sordidi piaceri

soffocando nell’aria che non posso respirare

di desideri insani.

 

Era un luogo in cui io e tu eravamo

previsti e amanti

così di notte mi sveglio e provo a immaginare

che cosa di noi sarebbe stato

se tanta disperanza dentro

non m’avesse divorato.

 

 

 

 

 

ISTERIA.

 

Sterile figlio della notte infeconda il rimorso

vaga nei labirinti della mia insonnia

appeso ai filamenti di latte coagulato del ricordo

come un ragno appeso alle aragne della mia isteria cosmica

teso come una “spada di Damocle” sul mio sonno.

 

È un albatro che canta le sue orribili odiose nenie

tra le nere coltri della notte

e le sue grandi ali

non frangono al muro della droga e del vino.

 

Spavaldo e protervo mi conduce a sperduti liti

dove t’incontro di nuovo, perduto amore,

e la tua stellata fronte rivedo

e i tuoi occhi scolorati bacio.

 

Lì mi chiama

con la sua voce maledetta

Amore.

 

 

 

 

 

SVILIMENTO.

 

Cammino

sempre cammino

per strade povere e sterri

disgraziato e folle

fratello dei cani

andando con i miei piedi

laddove desidero andare.

 

Sempre cammino

e cammino

ma a mete conclusive

mai arrivo.

 

Percorro

albe trame strade

su treni carri e scafi

ma luoghi dolci non trovo

solo rimorsi rimpianti e regretti

amasi notturni angeli

e in cerebro lesa cadenza

d’idiota.

 

Sempre cammino

con passo straniero e amico

nei deserti della notte puttana

senza nessun conforto

senza nessuna meta

senza nessun reale obbietto

senza nessun reale desiderio

senza nessun dovere

senza nessun limite

se non la notte e il giorno.

 

Sempre parto

e cammino

e mai arrivo

e per eccitarmi ancora

in eterei e sucidi amori suicidi indugio

a disdicevoli torture amore sacrificando

a inganno amare disperando

e solo mi rimane d’ignoti corpi

il dolce maledetto tormento.

 

 

 

 

 

TU SEI IL LUOGO.

 

Non fu amore prima di te

come calore e chiarore di fuoco

nascono insieme dalla stessa fiamma

così amore sorse in me al tuo apparire.

 

E ora che più non sei qui

la sera resto aspettando

frustragno la tua telefonata

e la mattina m’illudo svegliandomi

di ridestarmi accanto ai tuoi occhi

e non posso fare altro che ricordarti

e contemplarti senza poterti vedere

strana amante di cui solo in sogno posso toccare il viso

poichè tu ed io eravamo un unico fiume

che attraversa una landa desolata

circolare e infinita,

tu e io, un unico grido sordo.

 

Seni d’ambra

denti di giglio e viso pure di giglio

tu mio elabro in mutande

mia visione magnetica sei

mia redenzione e condanna

salvazione e pazzia

canzone e veleno

vigilia e sonno

terrore e miracolo

bellezza e terrore

pericolo ed estasi

ogni volta che s’inizia la notte.

 

Bruni fianchi incombenti come neri cirri

profumo ridente di membra innocenti

elettro-magnetico fulgore di capelli

e brucianti rivelazioni di splendidi sorrisi

i tuoi occhi d’aurora mi abbacinano e stupiscono

sei la quiete e lo scandalo

l’incontro e la fuga

candore e colpa

infinto e informe

memoria e specchio

sconfitta e risata

impeto e vergogna

divario e quotidiano

sei la ragione per l’insolito

quando la vita stanca si annoia e sbanda

sei la più unanime perdizione e il più perpetuo silenzio

quando sotto il tuo crudo amore mi sento morire

e il tuo sguardo è per me ultima fragranza di remoto rossore

ultima fiamma che dissolve e scema

lieve saluto di vagabondo

sguardo fraterno di condannato

calda complicità di maledizione

fragile caparbietà di speranza

patria infinita dell’apolide.

 

Dal tuo amore nasce la mia angoscia

nel tuo affetto la mia solitudine

ma io non voglio essere solo

ho insaziabile fame d’amore

e la sazio con corpi senza anima

e senza voce.

 

Il tuo amore mi rende schiavo

è la mia schiavitù e la mia desolazione

e ora che tu più non sei un antico e greve gelo

preme alle pareti del mio cuore

e io solo e solingo solitudine cerco e solitudine trovo

nel casalingo silenzio dove la mia angoscia nutro.

 

Quale terrore o disperanza senza tempo adesso mi spinge

dopo tutto a evocarti in questa poesia

immobile al bivio d’infiniti spaventi.

 

Il passato è quello che ho perduto

il presente solo quello che ho vinto

il futuro l’ho già vissuto nei sogni e nelle ambizioni.

 

Questa è la sorte che io affronto

poichè vengo dall’inferno.

 

Anche il più sordido orrore possiede il proprio incanto,

 

le grandi ambizioni sono solo grandi scemenze-demenze,

 

la vita è rischio oppure astinenza,

 

esiste un solo luogo per Vivere: l’impossibile,

 

questo è il luogo.

 

 

 

 

 

TRAMONTA.

 

E i miei incubi

iniziano a cinguettare scemenze

ma tra poco arriverai

e felice di rivedermi sarai.

 

Poggio l’orecchio alla porta

in attesa dei tuoi passi

ma sento solo il rumore delle scale

battute dal mio cuore rotto

e i suoi passi corrosi

dalla speranza.

 

Annotta e ancora non arrivi

e ora che la tua voce

ha il tono impalpabile dell’eco e del rimorso

e con stento sento la sua cadenza

ora che la luna discaccia il giorno

mi accorgo di quanto sei lontana.

 

Più della luna intangibile

lontana adesso sei.

 

Più della luna

intangibile e lontana

adesso sei.

 

Più della luna intangibile e lontana adesso sei.

 

Con rumore di ala spezzata cade il giorno all’occaso

e la notte riporta quanto disperde l’aurora:

riporta gli armenti dal pasco

riporta la barca in porto

riporta il contadino dai campi

ma a me non riporta

il tuo amore.

 

Oh, luna di acciaio

luna di febbraio

luna di luglio

luna di maglio

incudine e martello

luna di settembre

pozza di latte-piombo coagulato

occhio della notte

capezzolo del cielo

parte visibile del nulla

puro peso e pura forma

luna oscura come la sua pelle di pantera

luna silenziosa come i suoi occhi

luna imbronciata

luna bruna,

riporta al cuore di chi non va

l’amore di chi non torna.

 

 

 

 

 

VERRÀ IL GIORNO.

 

Verrà il giorno in cui sarò arso

nella frode che ogni cosa corrode

e più significato non avranno gl’impegni e le coincidenze

gli orari e gli appuntamenti

gl’inganni e i tradimenti

e allora potrò lasciarmi cogliere dall’amore

e abbandonarmi senza freni ai piaceri

per metà reali e per metà erratici

vagolanti nel mio cervello.

 

Verrà il giorno in cui non più varranno gl’inganni

di chi crede che la realtà sia quella che si vede

e allora avrò l’invenzione e il movimento e l’amore

e soprattutto avrò te.

 

Verrà poi il giorno che non conterà più l’amore

e allora ti guiderò nel sole di un luglio rovente

e lungo albe dorate ti sveglierà l’eco del mio nome.

 

Verrà il giorno che non conterà più nemmeno il sole

e allora conosceremo l’arte dell’esistere in questo mondo

non già quella di essere

mistero imperscrutabile

poichè tutto avremo conosciuto

maestramente.

 

Verrà ancora il giorno in cui non varrà la conoscenza

e allora cammineremo nel vuoto sempre più vacuo

di morte stagioni e infinitivi universi negativi

e sarà inutile dire e dirti e pensare

poichè tutto mi dirà di te.

 

Verrà infine il giorno in cui non più saremo

e quella sarà l’ora dei vacui fuochi

e delle vacue larve e dei fatui fati

ora di nigredo e di fimo plorante

e di mutacico liquame

ma sempre per me sarai la bambina

dalla faccia piccola e rotonda

che dai suoi grandi occhi rotondi

sempre lancia l’urlo della sua solitudine

l’urlo delle sue cicatrici

e della sua vita importuna

inopportuna.

 

E giunto che sarà quel giorno

tu splenderai come sempre

bellissima come una pesca matura

lanciando bagliori d’oro e amaranto:

alla tua estrema bellezza

per nulla lede

la condanna crudele.

 

 

 

 

 

VERRÀ LA NOTTE.

 

Verrà la notte e avrà il tuo odore,

quest’odore che m’inebria,

quest’odore che mi perseguita, da mane a sera,  

nascondendosi tra le coperte i vestiti le ore

impigliandosi ai miei capelli e alle mie dita,

quest’odore zucchero e cannella

che si incolla al palato come mica

e come brivido si muove sotto pelle.

 

Verrà la notte e avrà i tuoi occhi,

i tuoi umidi occhi,

questi occhi che mi spiano

anche quando non ci sei,  

e mi seguono da mane a sera

come l’ombra segue il sole.

 

Verrà la notte e sarà un momento (come la morte)

giusto il tempo per finire questi versi e dirti

che quando sciogli i capelli

allora per me s’inizia la notte

e dispiega il suo drappo di stelle.

 

 

 

 

 

VERRÀ LA MORTE.

 

Un giorno, presto o tardi,

mattina o sera, estate o inverno,

verrà la morte, amore mio,

e allora non sarò più in alcun luogo,

non potrò più partire né tornare

e non potrò più scriverti una poesia o una lettera,

non potrò più telefonarti o sentire

la tua dolce risata né ridere alla tua voce,

e non avrò più in me la tua solitudine

e tu non avrai più in te la mia solitudine.

 

Un giorno, presto o tardi,

mattina o sera, estate o inverno,

verrà la morte, amore mio,

e il tempo sarà come congelato

così rigido e immobile

che lo si potrà appendere a un chiodo

o tagliarlo con un coltello:

quel giorno io porterò sotterra

soltanto il rimpianto

del nostro canto spezzato.

 

Un giorno, presto o tardi,

mattina o sera, estate o inverno,

verrà la morte, amore mio,

e avrà i tuoi occhi,

i tuoi occhi più dolci

del miele.

 

 

 

 

 

VERRÀ OTTOBRE.

 

Verrà Ottobre e sarà una fragranza

di tempi lenti e buoni venti,

la cicala ancora canterà

mentre gli olivi carichi di antichità

riveleranno consapevoli verità.

 

Verrà Ottobre e avrà del canto l’eburneo manto,

foglie rosse del vino e gravida vitalità,

e la luce lieve le notti afose disperderà.

 

Verrà Ottobre e saprà di quiete e matura onesta requie

dopo rancorose canicole e immobili onuste stagioni

di accecante aridità,

e ritorneranno raccolti nuova intimità.

 

 

 

 

 

ALBA.

 

Finita è la nostra notte

e tu come luna in cielo

intangibile e lontana

adesso sei.

 

Eppure ancora ti sogno,

ninfa dal marmoreo corpo,

in sfrenate corse lungo albe sublunari

screziate da nimbate caligini lattiginose,

mentre i tuoi capelli si sciolgono alla brezza.

 

È già l’alba:

sulla soglia io qui come sempre

come sempre ti aspetto

ti aspetto senza pretese

e sempre ripenso al tuo sguardo

al tuo sguardo che non ha paese.

 

 

 

 

 

SENZA DUBBIO.

 

Sarebbe senza dubbio splendido

passeggiare ancora con te in un luogo azzurro

o fumare un’altra sigaretta insieme

seduti in terra

guardando il cielo correre e il tempo trascorrere

io pensando con egoismo al mio lavoro e al tramonto che passa

e tu che dalle pieghe del collo e dai globi degli occhi

esali un’antica armonica ed emani una soave nostalgia

che si aggruma nella ferita del tuo sorriso

inutile sigillo di frustrazione e desiderio.

 

Sarebbe senza dubbio splendido

poter fare ancora una colazione lauta e fastosa insieme

o al mattino svegliarci pelle nella pelle e bocca nella bocca

mentre tu apri gli occhi e mi sorridi e io ti guardo

preoccupato per la mia anima

nel momento in cui tu non sarai più con me

(già sapevo che sarebbe arrivato quel momento).

 

Sarebbe senza dubbio splendido

svegliarmi al mattino e vedere il tuo sole

impregnare le mie dita di stupore,

stare ad ascoltare con te la notte che scende

e ci risucchia nel suo imbuto

mentre i diamanti della tua bocca imperlano il buio,

e infine addormentarci insieme

mentre tu mi guardi con il tuo sguardo che mi disintegra

e io aspetto in silenzio e invano

nella stanza del mio cuore

che tu riesca a scavalcare gli spessi muri che lo circondano

e venga a riscaldarmi.

 

È freddo fuori e c’è la nebbia,

c’è la nebbia e tutte le cose sono offuscate

da uno enigma-stupore che non riesco a decifrare,

e nella nebbiosa atmosfera del ricordo ti confondi

scompari e riappari, ti dilegui e mi dileguo,

ti perdi e ti perdo, impossibilmente mia Euridice,

e mi perdo, impossibilmente tuo Orfeo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8) ODI DISPERATE.

 

 

 

 

 

 

 

<<Quando ti facesse apparire all’improvviso

la sorte, nel tempo per me stabilito,

vedrei sorgere il sole dietro il velo

e il salice d’Egitto

pavoneggiarsi dei suoi colori.

Se potessi volerei a te con il desiderio.>>

(Iben Zaidùn: “Mi basta che tu sia contenta”).

 

 

 

 

 

SE LO SAPEVO PRIMA.

 

Se lo sapevo prima io manco m’innamoravo.

Se lo sapevo prima non ti perdevo

quando continuavi a dirmi di crederci pure io

che ne ero capace pure io

che non mi sarebbe capitato di perderti

se solo lo avessi voluto un po’ di più

proprio mentre tu mi venivi a cercare

e io che non sapevo fare altro ti sfuggivo.

 

Ora che lo so che mi sono perso

ti cerco tra la gente più diversa

ma oramai si è fatto tardi

ti guardo e non capisco più niente

forse sei davvero andata via

per questo non mi sento più del tutto adeguato

più o meno come ho sempre affermato

e tu che mi avvertivi di smettere di guardarmi intorno

che è già tutto lì anzi qui

mentre io rincorrevo l’orizzonte

senza mai poterlo raggiungere

ora che il tempo si assottiglia

e l’orizzonte mi restituisce ciò che non volevo

e invece di continuare a vivere

mi rimangono solo (queste) parole.

 

 

 

 

 

DOVE SEI.

 

Non so ancora se sei vera,

ma questo tuo sorriso splende come uno zampillo di luce

sgorgante da un eterno pozzo senza fondo capovolto

che tutto promette e tutto inghiotte,

mentre sul fondo dei tuoi occhi

si svela l’altra inquietudine di un’inquieta ulteriorità

che seduce e agita, che attrae e strega

sinuosi e striscianti desideri aizzati come cavalli impazziti

sul punto del prossimo volo

caduchi in rovinoso precipitare sulle proprie illusioni

reali come ferite, più reali del sale sulla piaga,

ultimo segno di vittoria

che è pur sempre un ottimo modo per morire

feroce e destro sul ciglio della mia tomba atto di disperazione

stagliato sul profilo inquietante dell'imminente uragano

gioioso e beffardo, teso e disinvoltamente flessuoso

con quella consapevolezza di finitudine che non mi basta

mai

e non mi frena e non mi arresta

non mi attribuisce nient’altro

che quell’indistinto frammento di tempo e di luogo

da cui traggo, per amore o fortuna, tutta la mia esistenza

sullo scenario scemo di uno spettacolo di valle o di periferia

di piedi danzanti e fremiti inarrestabili

mentre sogno di incontrarti sull’umile selciato di un angolo

dove un suonatore di strada intona una lieve melodia

e io, nel coglierti come un fiore, t’invito a una danza

senza luogo, senza regole, senza limiti

senza pudore e senza vergogna.

 

¿Dove sei, amore mio?

che anche se ti avessi mai incontrato

così abbagliato di vita

per stoltezza o fierezza

non ho saputo riconoscerti.

 

 

 

 

 

ENTRA.

 

Vieni a trovarmi:

attraversa la sottile soglia

che divide il dentro e il fuori,

sali le scale

gradino per gradino

uno per volta

osservando e riconoscendo ogni singola piega

e ogni singolo segreto,

in fondo troverai una grande finestra

aperta sul cielo

da cui giungono raggi di sole e gocce di pioggia

e infinite stelle tante quante ce ne sono in tutto il mare,

ma tu non aver paura di raggiungere quelle vette

che dopo l’ultima è sempre una dolce discesa,

e se riuscirai ad incontrarmi, tenendomi per mano,

sfiorandomi appena come si fa con le dita nell’acqua,

potrai provare la meraviglia di scoprirti totalmente

immersa senza temere di morire

lasciandoti scivolare in un inarrestabile flusso

di vita che si compie e si rincorre

senza quiete e senza affanno.

 

 

 

 

 

SENZA SFORZO.

 

Senz’alcuno sforzo

di fantasia

le opportunità si rinnovano in eterno

con i soliti grandi progetti

generosamente forieri di ottime promesse

a cui necessariamente crediamo

finchè non sorge il sole,

finchè non si levano le nuvole,

ed è giusto così

(è appena giusto così).

 

Chi lo sa s’inebria di dolci alterazioni di nettare e fuoco

e aspira la fervida disinibizione di secchi vapori,

tanto a mescolare la sabbia con l’umidità ci pensa la vita.

 

Lo scorrere della vanità umana

esattamente conforme con il divenire del tutto

in un adattamento esperito

con apparente eterogeneità

fino a mescolarsi con precisa coerenza

mentre il bolo universale si congiunge e si disgiunge

fino alla prossima deiezione naturale e necessaria

che troppo ha avuto e troppo ha preso e troppo ho dato

troppo ho chiesto e troppo ho tolto

senza alcuna sufficiente giustificazione

fino a conseguire l’inutilità di un attaccamento

forse all’hic (se non al nunc)

finchè resta uno, uno solo dall’inizio alla fine.

 

Intanto si procede

s’avanza contratti e dispiegati

mentre tutt’intorno scivolano esseri in volo

strisciano genti di antica provenienza

ignari o consapevoli / liberi o corrotti

tanto e quanto possono

(e l’andare non è mai vano).

 

La linea d’orizzonte si sfalda e duplica

collimando tra obnubilazioni ed estasi

al giogo dell’esistere

nella stolta ilarità generale dell’infinito resistere

altrimenti incomprensibile.

 

Si offrono buoni motivi per l’ennesimo sacrificio

monito d’accatto di cui, a ben guardare,

non restano che meri residui e chi-se-ne-fotte.

 

Sotto la coltre di un tale proscenio

si rivela un macabro rituale

esorcizzato dallo stridulo ridere di qualche guitto

appena capace di emanciparsi

evitando alcuna pretesa

di diritto o di spada o di parole

di taglio o di cucchiaio.

 

Fare l’amore sui marciapiedi del mondo

inspirando ed espirando forte anzi fortissimo

così forte fino ad emettere un sibilo sottile

perfettamente in armonia con il mantice.

 

Sullo sfondo si odono maschi di metallo e femmine di onice

specchi di fuoco in un crepitare contemporaneamente

inquietante e rassicurante.

 

D’improvviso un urlo di luce,

un moto di suono

come un rombo di tuono

che sbraita e risveglia

e allora tutto si ferma.

 

 

 

 

 

CON LE SPALLE AL MURO.

 

Sorpresa
d’incanto
con le braccia aperte e la bocca spalancata

dove io infilo

con assoluta intenzione

un succulento gelato di bollente cioccolato

esondante e generoso

come ogni buona promessa

soprattutto quando del tutto inattesa viene mantenuta

al termine di questa suggestione

di cui tu ancora ti lecchi le labbra

pensando che non è niente male

e rientrata dall’estasi abbassi gli occhi

con lo sguardo disarmato di desiderio

nuovamente recuperata alla meschina condizione umana

e alla fredda inerte equazione della normalità

ti sciogli da qualsiasi ambiguità

chiedendo alla locandiera

il giusto prezzo per il servizio offerto:

ora sei giovane

ma un giorno mi ringrazierai

quando le fantasie ti serviranno

per imbonire il prossimo sprovveduto

e per chi ancora si affanna

finchè ce n’è di buon appetito

lascia che sia al prossimo banchetto.

 

Né sazio né affamato resto a guardare

l’immemore spettacolo dell’umana ignavia

dopo qualche flebile tentativo di rinnovare

al prezzo di averla resa ancora più spietata

con il buon augurio della maggioranza.

 

Dì lì a poco il solo silenzio di un camposanto

restituirà dignità e valore a chiunque

anche al peggiore malfattore

il quale, senza meriti sul campo,

si è guadagnato la tua stessa santità.

 

 

 

 

 

I PASSI.

 

Passano i minuti sulla via che corre e scorre via

troppo veloce per concedere le appena giuste indulgenze

s’uno sfiorato “ti voglio bene” innocuo nelle intenzioni

ma gravido e pregno e carico nell’essenza.

 

Intanto che le parole si sciolgono come nodi alla gola

forse perchè troppo piene fino a provarne pudore

al solo pensiero dello scandalo causato da riverberi

intorpiditi da facili alterazioni,

penso che un buon silenzio è pur sempre meglio

di troppe parole sciolte in un frammento di debolezza

inchiodate sulle labbra di chi le ha pronunciate

croscianti come gocce di pioggia

in un vecchio mattino imbellettato di Novembre.

 

Ma adesso siamo in Maggio

e i fiori non sono ancora stati consegnati

i profumi di pesche e di trasparenze

si vanno mescolando nella calura

nella luce

inarrestabile e spietata

tra umori di tarda notte

unico momento di respiro

prima del nuovo giorno.

 

Tra poco

all’improvviso

ci sveglieremo con il buio

con altri passaggi di minuti

con ulteriori percorsi

che vanno via

via per sempre

ed io che

del tutto stolto

vorrei solo fermarmi

per qualche istante

eterno.

 

 

 

 

 

I FANTASMI.

 

È solo un po’ di inquietudine che un minimo mi assale

per quella mia solita solitudine

per quel mio debito d’amore

come se ne avessi avuto in dono anche troppo

e io non sia stato così incapace di riconoscerlo

l’ho sprecato scambiandolo con un po’ di sesso

dall’inequivocabile e ovviamente prevedibile esito

esaurito al prossimo orgasmo

che è pur sempre meglio di niente.

 

Ma era tutto lì

ed era niente

nulla di cui mi sia rimasta traccia

solo amanti passeggere

eravamo amanti passeggeri

come quel film che abbiamo visto insieme

mentre tu ti addormentavi con la testa poggiata sul mio ventre

e io mi nutrivo del tuo odore

ed era il miglior preliminare che avessi mai goduto.

 

Al risveglio del mattino o del prossimo crepuscolo

si levano le solite vele di vento e di annunciata bora

mentre si batte il sentiero della migliore illusione

dove si cercano ancora altre vittime

di qualcosa che sa sempre più di nausea

per quella immanente natura corruttibile

che resta sempre la nostra.

 

Ora che i tempi si abbreviano,

che lo scorrere di vita si fa più faticosamente inarrestabile,

che tra le dita e tra i capelli non rimane che quel nulla,

ora i miei progetti si affannano

come la fretta di un mancato appuntamento

mentre si sa che saranno sempre più rari

ecco che il respiro si ingrossa

ma ciò che più si agita è quel solito stordito ansioso cuore.

 

Mi guardo intorno e sono circondato

da una schiera infinita di fantasmi

anche se del tutto ignari della loro condizione

che scambiano qualche breve commento sui sogni di gioventù

annacquati nel prossimo bicchiere di vino scadente  

per una certa indigente finitezza

margine entro la quale restano pochi spazi

nemmeno per i nuovi sogni di altra carne

o altr’anima.

 

Ora che ho trovato questo ennesimo espediente che sopisce

(almeno in parte) certe inquietudini

mi riaddormento e mi congedo

fino al prossimo ridestare del desiderio

forse anche di una certa residua sognante necessità

di un eventuale amore

che resta ciò che non ho ancora del tutto esaurito

come se fosse possibile esaurirne uno.

 

 

 

 

 

L’ESTATE.

 

La stagione estiva va terminando,

ogni industria e ogni attività riprende

il ritmo residuo d’inaggirabile necessità

e il sole sta ancora lì a scaldare la pelle

di qualche estensione di libertà

e allora che accada pure ciò che deve

senz’affanno e senza attrito

ma, di tanto in tanto, la maschera di cera si offre

ad una qualche eterogeneità

consentendo qualche spiraglio di dolcezza

d’imprevedibili bagliori di sorrisi

e io ho raccolto le mie zavorre

lasciandole cadere a una a una

una dopo l’altra

sul mio ennesimo procedere

di errante peccaminoso e colpevole

ora che ho appreso che nulla è per sempre

mi attrezzo alla prossima ripresa

mi guardo intorno senza troppa fiducia e alcuna aspettativa

ma per quel che posso

pienamente esistente

fino all’estremo

fino alla più intollerabile pienezza

e se per caso (o per errore)

ti capitasse di lasciare cadere il tuo sguardo da questa parte

allora forse potresti accorgerti di quanto residuo amore c’è

da sperimentare

e sto parlando di una serie di infinitesimi modi di amare

come molteplici fiocchi di neve

aghi di ghiaccio che si trasformerebbero volentieri

in lacrime di gioia

prima di toccare terra

per il tuo solo volgere lo sguardo

gli occhi non ancora del tutto inghiottiti

in quell’insaziabile incedere di passi sempre più brevi

raccolti come pugni chiusi.

 

 

 

 

 

QUANDO TI GUARDO.

 

Appare all’interno delle mie palpebre

il tuo cuore trafitto-afflitto quando ti guardo

e si alza il primo vento dai capelli

e sboccia l’aurora s’un prato di ruscelli

e giungono in volo cieli e nuvole e uccelli

e montagne sorgono in silenzio all’orizzonte

e un fiume scende a riva in cerca del mare

e giorno e notte divengono simultanei

e tutte le stagioni giungono in una sola volta

e la luna mostra il lato oscuro della sua faccia nascosta

e di lontano appare il carro della tempesta che in cuore mi cresce.

 

Bellezza candida purezza sei:

bellezza che non chiede avelli

purezza che non vuole avalli.

 

 

 

 

 

VICINO.

 

Questa notte mi sono svegliato

il braccio intorpidito sotto il tuo capo

come trafitto da uno sciame di spilli

e ti ho guardata

ridere di gusto

e di desiderio

bella fino alle lacrime.

 

Sicuramente non sognavi me:

sono infatti troppo vicino

affinchè tu possa sognarmi.

 

Troppo vicino affinchè tu mi sogni,

sotto le tue palpebre vorrei insinuarmi

e danzare nei tuoi occhi dormienti

la danza soave di mille farfalle;

troppo vicino affinchè tu mi sogni

vorrei cantare nel tuo cervello

la dolce melodia dell’uccello;

troppo vicino per essere accolto come un ospite

dinanzi a cui ci si alza in piedi,

vorrei accoglierti nella mia casa

con serti di fiori bianchi sul sentiero;

vicino, troppo vicino affinchè tu mi sogni,

vorrei chiamarti con tutte le bocche del mondo

pronunciando tutte le vocali insieme

ma so che ti sveglierebbe di soprassalto il mio grido;

d’altronde, anche se ti chiamassi non mi sentiresti

e anche se mi sentissi non ti volteresti

e se anche ti voltassi il mio viso ti parrebbe estraneo

(proprio perchè troppo familiare)

e anche se mi riconoscessi ti scanseresti

chiedendomi di lasciarti dormire.

 

Vicini, il sottile spazio di un capello ci divide

ma profondo come un abisso,

così taccio e tolgo il mio braccio da sotto il tuo capo

e mi allontano un po’ per lasciarti meglio dormire,

affinchè tu possa sognare

anche se non è me che sogni.

 

 

 

 

 

AFONIA DI MUTISMI.

 

Oggi mi pare di non avere nulla da buttare giù,

non una parola, non un verso, non un bicchiere:

in gola mille piccanti aghi di mutismo.

 

Mi pare oggi di non avere coraggio

nella bruciante strettoia che come zolfo brucia

e corrode e intorpidisce

ma ugualmente tenterò la traccia almeno di un amore

fuori nel buio pesto dei preteriti boschi del passato.

 

E so che non ti piace vedere piovere sul bagnato

così come a me non piace andare a Patrasso

o vedere che si portino civette ad Atene

o legna al bosco e rovi al rogo

ma ora diluvia

e per questo assai bizzarro e paradossale mi pare il tagliarti,

il cesoiarti queste schegge di legno da ardere al sole:

quanto migliore sarebbe un tacere-tonfo sordo e profondo

di brace-oblio ascosa sotto grigia cenere.

 

Ma per spari di fucile e scoppi di mine in cortile

e raganellare di mortaretti soffiati come lampi di soffio

o soffio di lampi in una eterna danza di sangue

in vortici di vento fin dentro le nubi furiose

o nel più raro vuoto delle campagne

delle strade vuote

dei mondi

degli iperspazi

davanti a me una sola strada

come nel mezzo di un banco di nebbie

e non so se sono andato dritto o se ho deviato

e se in tal caso l’ho fatto per inconfessata sponte o per errore

e solo intravvedo mille di scrollamenti-incanti

nel buio tuo luccicare come tra nebbia lampi,

nel tuo chiuderti a riccio

dentro un assurdo incomprensibile capriccio,

nel tuo renderti manifesta seppur sempre assente,

sempre il contrario e l’opposto

e rami e radici di salici e mangrovie tra loro aggrovigliati

avviluppati nella selva accessibile-inaccessibile

sempre facile, sempre difficile

sempre uguale, sempre diversa.

 

Questo è certo: che mai più ci troveremo a parlare

sotto la pensilina di una stazione

in mezzo alla città vuota e desolata (per noi)

dicendoci quanto è profondo il sereno di questo giorno

o quanto è intenso il profumo della tua pelle

che sa di zucchero, garofano e cannella

mentre le ore e i giorni e i treni passano e se ne vanno

per siepi e strade e campi e luoghi astrusi e reconditi

lasciando sul tuo volto segnali indecifrabili

ed enigmi insonda­bili

e radici illeggibili

lontane.

 

La vita ci ha sospinti

sotto gocciolamenti di freddi acqua-colpi

e noi non ce ne accorgemmo

presi in trappole diverse

tu ferma nel tuo appassito io fermo ma in fermento

io dappertutto con la mia sterile passione per tutto

e niente.

 

Eppure io ancora ti aspetto, io sempre ti aspetto

a sud di nessun nord come alla periferia di nessun centro,

nel quassù-quaggiù di questo non-luogo

tra scintillanti allucinanti abbacinanti candenti

alba pratalia e champs élisées

bianche distese di cielo sempre più guaste

sempre più guasto e devastato e deturpato

e corrotto sentendo un nulla che tutto mi attraversa

impegnato ad attraversare un nulla denso-viscoso

e anche ora che non ti amo in realtà io sempre ti amo.

 

Non è amore il nostro amore ma un destino

come l’amore per Orfeo, come la morte per gli Spartiati,

come il sole che aspetta sognando l’estate

sotto coltri pesanti di vischio e oscuro muschio

certo che l’estate arriverà

e con essa il giorno in cui egli risorgerà.

 

 

 

 

 

QUANTA NOTTE.

 

Quanta notte abbiamo passato a bere vino

scopando fino alle prime luci del mattino

quando dall’alba irradia l’aurora

e il chiarore del sole si fa strada nelle tenebre

cancellando il trucco della notte incostante.

 

Quanta notte privi di preoccupazioni

abbiamo colto indisturbati i piaceri più belli e soavi

in attimi espansi d’immobile micro-eternità

che avrebbero reso infinita la mia gioia

se solo fossero durati

senza spegnersi come le stelle all’alba.

 

Ma giunto che è il giorno

le stelle si spengono

e con esse le notti d’amore:

sono sempre troppo brevi

le notti d’amore.

 

 

 

 

 

MALGRADO TUTTO.

 

Malgrado tutto

sei tu la fonte della mia gioia

e il fine della mia poesia:

vivendoti nulla ha occupato il mio animo

fuorchè gioia di viverti e voglia di amarti.

 

Anche ora che più non sei con me io ti aspetto

impaziente come il deserto

quando aspetta l’arrivo della pioggia.

 

Anche se ora sei solo un sogno

ci sono sempre due tazze

sul mio tavolo,

due sedie davanti al mio camino.

 

Ci sono sempre due tazze sul mio tavolo

e due sedie davanti al mio camino

ma nel mio letto un solo cuscino...

 

 

 

 

 

ADDORMENTATA.

 

Addormentata

da sotto le tue palpebre

la luce dei tuoi occhi traluce

come lo splendore della luna piena

da esili nubi celato.

 

Dormiente

le tue brune palpebre

si muovono come nuvole

dal vento sospinte.

 

Dormendo

dei miei occhi

tu sei lo sguardo.

 

 

 

 

 

SEI CASA.

 

E ti proteggi e mi proteggi

sul ciglio di ogni legge

oltre ogni sospetto

oltre ogni microscopica indulgenza

nel più intimo estraniamento

nel più beato secreto mudamento

ti protendi e ti prostendi,

ti prosterni all’infinito,

all’infinito come silenzio

nell’infinito silenzio come duro in(de)finito silenzio

nell’idea stessa di casa

nell’inane inessenza di casa

(essenza interiore e recondita e più profonda)

nell’in-sé dell’idea di casa

lussureggiante verdicante rigogliosa nel verde

lussuriosa nel verde più lussureggiante

lussuriosa nel più verde lussureggiante

lussuriosa nel più lussureggiante verde

di alti e inascoltati mai-ascoltati sussurri

che s’inerpicano sulla schiena

corrono veloci sulla pelle

e giungono come un grido alle orecchie

s’insinuano flebili dietro le orecchie

ed esplodono nel cervello

come mille aghi

come mille echi

come mille cuspidi

come mille preci

come mille lieti spettri aspergendo

in trasbordo pur essi per accanita voglia di residenza

in invasione-esigenza-mancanza di casa

in abbondanza-brama di cittadinanza

che non possono ottenere

insufflandosi nell’anima come un urlo

che ripete da dentro

più dentro

più dentro

fino al sangue e al profondo

nel tenue-cupo dolore del nascere per poi morire

nel seppellimento-sepoltura della procedura

in questa infinita senza tregua estate

innaturalmente evidente

artificialmente vera

come te

che sei

empito secco di minimi-massimi ardimenti-ardori

smemorata perspicuità di finissime già-estati

sovrasenso e gentilezza

caparbietà e polvere

oblivione e ubiquità e obliquità

tranquillissima e trasognatissima noncuranza

equinozio di ogni struttura e pomerio di rovina

oltre ogni struttura, pomerio o rovina

oltre ogni equinozio

oltre ogni ruggine

sicura di ogni dismisura

senz’altro senza scrupolo di ruina

senz’alcun dubbio di dismisura

eterna e senza tempo

proveniente da un asfittico mai-stato-prima

tu che iperbole e inflorescenza sei

deplorevole deflorazione e fruttescenza di stagione

iperbolico sobbalzo di ogni minimo pulviscolare pensiero

lunare trapasso lunatico e minuscolo temporale nivale

che sferza come stringhe e punge come siringhe

chuvas obliquas di Chivas Regal extra-dry

fosforescente fosforilazione chetaminica

e inestinguibile fibrillazione

postuma e postrema a te stessa

l’in-ultima-analisi nel metodico έσχατον

della furia ultravioletta e della vittoria ultra-violenta

della vita sulla morte

e della vita oltre la vita

l’in-sé della luce

l’in-sé della casa

l’in-sé dell’idea-cosa

l’in-sé dell’idea stessa di sé.

 

 

 

 

 

SOTTOVOCE.

 

Dormivo,

credevo che anche tu dormissi,

ti abbracciavo

per fare calore al mio corpo col tuo corpo,

anche tu mi abbracciavi,

gli occhi serrati e i pugni stretti,

poi, d’un tratto,

mi soffiasti bisbigliando

un <<ti amo>> tra i denti

quasi un sussurro.

 

Le grandi cose

si dicono sottovoce.

 

 

 

 

 

RICORDA.

 

Ricorda: inferno è la vita stessa,

inferno solitudine e abbandono,

e polvere e cenere il genere umano.

 

Si nasce per morire,

si può impiegare una vita intera

o un minuto soltanto

per farlo

ma la destinazione finale è sempre la tomba.

 

Poichè dunque siamo il nulla

reputa l’essere pari al non-essere

e il tutto uguale al nulla

e libera vivi e felice

non aspettandoti niente dal mondo

né dalla gente

né da te stessa.

 

Una volta accettata questa premessa

sarai libera di esistere

alle tue condizioni

e mai conoscerai inferno, solitudine o abbandono,

e ben poca cosa ti parrà la morte

ben poca il dolore.

 

Credimi: solo le emozioni contano,

poichè quest’attimo potrebbe essere l’ultimo.

 

Vivi dunque ogni attimo in modo che

se davvero fosse l’ultimo

e domani il sole tramontasse nei tuoi occhi

te ne andresti soddisfatta del tuo tempo e dei tuoi giorni

benedetta nell’oscurità

vittoriosa nella gloria immensa

del tuo sorriso d’oro.

 

 

 

 

 

AGLI DEI OCCULTI.

 

Tu con i tuoi grandi occhi neri

tu con la tua chioma di scorpione

tu con la tua pelle di pantera e il tuo sorriso di luna

tu con le tue scapole appuntite come piccole ali

io ti conosco:

eri l’usignolo che cantava all’ombra dei ciliegi,

eri il sole che mi tramontava negli occhi,

eri il ruggito del leone a mezzogiorno,

il sibilo della morte alle 3,30 del mattino,

eri il vento che mi rodeva alle calcagna quando in sella

a una vecchia bicicletta usata

correvo lungo i tornanti della montagna,

eri la brezza fresca dell’alba davanti al mare

e in quel vento frizzante e allegro sentivo il tuo fiato

sentivo la tua voce e respiravo il tuo sussurro,

eri la puttana di turno che nel letto mi urlava

brucianti bugie d’amore mentre le sue unghie

laceravano di passione la mia anima,

eri la volpe che correva contro la sera con il cuore in gola

e una zampa tra i denti,

eri il rosso fuoco di Scipione

che infiammava la tela per la tua gloria,

eri la vita che ruggiva dietro i fiori oltre la siepe

quando ero bambino e le fontane zampillavano

e il cielo era azzurro e blu il mare,

eri la tempesta nel bicchiere di un sogno polveroso,

eri le viscere dei monti che penano per urlare disseccate,

eri l’ultima pagina del libro,

l’urlo acefalo della creazione immortale,

il ferro fumante premuto alla tempia,

l’incubo della rosa appassita,

la risata effimera e beffarda degli dei ulteriori

rivolta agli dei occulti nella solita vecchia oscurità,

il corpo senza testa ma ancora caldo della vita

e la vera essenza della vita temporaneamente tracimante

dal contorno aguzzo delle montagne viola al crepuscolo,

l’essenza e il vero significato del recondito,

la perenne ricerca inarrestabile della verità assoluta,

l’illusione che tutto abbia un senso più o meno

e la delusione che tutto abbia solo un senso,

il verde-buio del bosco

e la nebbia fitta di taglienti lame affilate,

il rumore della pioggia stritolata dagli pneumatici

spiaccicata sull’asfalto con altissimo stridore di ruote,

eri il tamburo martellante dei miei passi

l’incompleto singhiozzo finale della tenebra

strozzato da un lampo di luce quando è quasi l’alba,

il lampo di luce della speranza quando infuria la bufera

e da lontano si ode lo sghignazzante canto di un folle,

tu eri questa stanca vita.

 

Ti ho vista in un vortice giallo-oro

più dinamico del sole brillante e fulgido,

nello sbadiglio del predatore nel bel mezzo della caccia,

ti ho vista al centro dell’azione come nel bel mezzo del nulla,

nella grazie e nella purezza di un animale selvatico,

ti ho vista in ogni viso che ho incontrato,

ti ho vista in ogni sguardo che ho scoccato,

in ogni sorriso che mi è scappato e libero è volato

via nella luce che filtra dalle tapparelle al mattino,

ti ho vista chiudere il cerchio della mia pazzia

baciando sulla bocca le mia anima proteiforme

e le mie molteplici infinite personalità

che sono molte e cambiano colore e forma

in continuazione.

 

Mille volte ti ho incontrata,

da sempre ti conosco,

mia armonica amica:

ogni passo che compivo

in bilico sull’orlo del baratro e sul ciglio dell’abisso

era un altro passo che compivo verso di te.

 

Domani potrei anche svegliarmi morto

sul bordo di una strada di periferia

trafitto da sei pallottole .38

o a letto con un’altra donna

che non sei tu:

portami via da tutto questo

che non voglio.

 

C’è un posto oltre il confine

dove la musica sale le scale mobili instancabilmente

e gli alberi hanno occhi a forma di tramonto

e le spade si trasformano in cucchiai

e in ghigliottine i soldi

e le strade profumano di bambù

e i sogni come pesci volanti

continuano imperterriti a volare

nonostante noi gli spariamo per ucciderli:

portami là,

nonostante me,

malgrado tutto.

 

 

 

 

 

ALLA TUA BELLEZZA.

 

Bellezza d’isola lambita dal mare dei tuoi capelli

nella fronte,

 

bellezza profonda nella tua pelle

come una notte fonda di ombre,

 

bellezza di ladro torbida nel tuo viso

e dura bellezza di pietra nelle tue mani,

 

candore sincero di ragazzo

 

e bruno passo di bambina.

 

 

 

 

 

LASCIA CHE IO T’INTERROGHI.

 

Come un ramo sull’acqua del rigido lago persino frigido,

nei più reconditi recinti del verde-sonno

lascia che a te io mi protenda

e che t’interroghi

benchè muta e silenziosa

ripetutamente

poichè nel tuo silenzio si aggira letizia

e i tuoi occhi sfavillano

fino a disfarsi in scintille a-mille a-mille

come mille lapilli di vulcano incandescenti

su se stessi ricadenti.

 

Proteggimi dalle astuzie e dalle scaltrezze del gelo-freddo

sbiadito nell’ordine denso dei venti e delle correnti,

dalle loro affilatissime staffilate come lame di ghiaccio

in cui s’incaglia e s’intaglia l’Estate in molli onni-assenze

finissimamente insufflate nel ricordo del mare

mosaico di scaglie maculate specchiate speculate

in sottrazione di luce tracimante-esondante

per prati e strade d’inverno trombotico

e ardui cammini rigeneranti sul filo d’infinite inesistenze

o esistenze-ma.

 

 

 

 

 

LE OCCASIONI.

 

Dovremmo solo viverci: non è tempo per capirsi.

Tutto quello che sappiamo è solo quello che vediamo,

ciò che vediamo è tutto ciò che possiamo sapere,

quello che si palesa alla nostra vista è la realtà.

 

Questo è lo scorno:

non sapere niente quando ancora si può tutto,

sapere tutto quando ormai non si può più nulla.

 

Quando ti conobbi non sapevamo niente

ma potevamo tutto:

ora che siamo giunti alla fine

e abbiamo imparato tutto

adesso non possiamo più nulla.

 

Dovevamo solo viverci

e non l’abbiamo fatto,

sprecando l’estrema occasione.

 

 

 

 

 

E SUCCEDE CHE IO TI PENSI.

 

¿Sai?

Spesso, soprattutto quando vado a dormire,

e non ci sono i tuoi grandi occhioni neri a fissarmi

e non ci sono le tue mani sottili sottili ad accarezzarmi

succede che io ti pensi

e mi accorga di essere davvero solo.

 

Quello che chiamiamo solitudine

non è l’essere abbandonati da qualcuno,

questo abbandono non è una vera solitudine

poichè comunque disponiamo della compagnia di altri,

significa solo che siamo in assenza di qualcuno

e quando diciamo di essere soli

solitamente intendiamo dire che ci sentiamo soli

per l’assenza di qualcuno con cui vorremmo trovarci

in quel momento.

 

La solitudine autentica è un’altra cosa:

è il silenzio, la perdita del linguaggio

e del pensiero.

 

¿Ma allora perchè mi sento così vuoto oggi,

e la sera che avanza mi rende inquieto,

e l’ora che lentamente si annera mi costringe il cuore,

e vorrei solo trovarmi guancia a guancia con te

nella notte più buia che c’è?

 

¿Perchè, dovunque io mi rivolga,

vedo i tuoi grandi occhioni sorridermi

di dolcezza e allegria,

perchè ti sento in ogni canzone,

perchè ti ricordo ad ogni angolo della strada,

perchè ti vedo in ogni altra donna?

 

È proprio vero: nel cuore delle cose

noi troviamo ciò che vi abbiamo messo,

nel cuore delle cose noi ritroviamo

ciò che vi abbiamo lasciato.

 

Avevi proprio ragione:

più che il sapersi forte

dà forza il sentirsi amato.

 

Più di ogni cosa

dà forza il sentirsi amato.

 

 

 

 

 

SESSO E AMORE.

 

Io non so più niente, non ti conosco più:

¿ti faccio male quando ti tocco o ti piace ancora,

è il tuo un fremito oppure un brivido,

era un bacio quello o il sibilo dell’abisso che ci divide?

 

Non so più niente, non ti conosco più,

e ora non mi sembri più che un sogno

e come un sogno voli via alle prime luci dell’alba.

 

Come la neve a me l’amore pare:

che quando viene, presto se ne deve andare.

 

Ormai è solo una stupida corsa fino all’esaurimento,

ciò che sembrava gioia è ora solo una trappola,

e la tua visione non mi esalta più.

 

L’amore è come il sesso:  

se farlo bene non ne vale la pena

non vale la pena farlo.

 

 

 

 

 

L’AMORE RESTA.

 

La morte è il nostro primo fato

il grembo è già una tomba

la vita è solo il sospiro che ci separa dall’abisso

è solo il sibilo che dall’abisso ci divide.

 

Come essere sepolti a miglia e miglia di profondità

dentro un caldo asfissiante soffocante irrespirabile

mucchio di bambagia.

 

L’amore resta, il sesso vola via;

l’amore resta, il tempo vola via;

l’amore resta, il resto vola via.

 

 

 

 

 

AL SESSO.

 

Eri una cosa bella e piccola e preziosa

come un gioiello un fringuello o una rosa

ma presto cominciò a mancarmi qualcosa

e decisi di seguire la mia indole

e partii ancora prima di essere arrivato.

 

Volli seguire la mia natura

in altri amori cercando l’avventura,

e avemmo una seria discussione

e ti dimostrai come io avessi ragione e tu torto,

come tu fossi solo un buco senza cavità,

un niente inesistente,

uno semplice starnuto che un raffreddore ha provocato.

 

Ma adesso che più non sei

sono uno yo-yo senza corda

una scacchiera senza dama

una rete che il mare cerca di imbrigliare

un uomo che col piscio il mare vuole bagnare.

 

E le mie vene sono ora intasate di mercurio

e buio pesto è nel mio cuore

e l’altra faccia della luna mi pare atroce

e truce è l’altra faccia della moneta

oscura l’altra faccia della luce.

 

Cicatrice e afflizione sei

da quando più non sei

e mi domando:

seguirà un mattino a questa notte?

 

 

 

 

 

AGOSTO.

 

Platani oscillano

estiva ombra spargendo

e tremano i cipressi

e cantano le fronde palpitando

e si trastullano i ruscelli

con le loro acque monelle

giocando e spumeggiando rugiade

e levigando ciottoli e pietre

dovunque stalattiti di luce e frammenti di diamante

e in questo angolo di paradiso

pure i nostri corpi

stretti stretti in un nodo stretto

legati all’agosto caldo e rosso.

 

Agosto è solo un immenso terso rossiccio fiume,

Agosto è solo un immenso terso rossiccio fiume-fiore,

il tuo viso è fiore-di-bosco e di osteria, 

stormire di chiome viridescenti è il tuo sospiro-respiro,

fruttare frutteare fruttificare di more-lamponi il tuo sorriso,

lampeggiare di lame quali tra nebbia lampi il tuo sguardo,

improvviso imprevisto non-previsto non-provvisto

ridotto all’osso il tuo “io”.

 

Tutti bramavano le tue labbra

ma tu sai che una è la bocca degna della tua bocca

selvatica e selvaggia,

poichè mai cercai il tuo desio in fantasmagorici punti G

ma mirai dritto all’onirico punto-blu

da cui schizzi di nano-minuti al quadrato

asmatici guizzarono roteando

raggiando oggetti frattali a-mille a-mille.

 

Disseppelliti-dissepolti da crudeli sogni

furiosi rabbiosi accaniti

storditi quali cani incimurriti

ci crolleremo di dosso ghiacci e addiacci e soɲɲi-incubo

ci desteremo dalle terribili ore di supremo terrore-orrore e

finalmente disumati ed esumati

ci sorprenderemo destandoci nella sera

nella sera nera nera come un’oscura ghiera nera-nera

allorchè l’ora lenta s’annera e nera-nera

diviene quale oscura oscura ghiera-paura

io e te

in accanitissimi sogni

nel più accanito dei sogni

disseppelliti da ghiacci e addiacci

di tardive ore più nere più nere di terrore di orrore

non pavidi non clementi non insolenti

saremo io e te

in questo eterno stare, distare, disfare

procedendo ansiosi

senza tempo senza clamore

in anse di caligi e alvi di felici allagamenti

e tempeste uggiose e tempestose ugge

in sere di nebule brume foschie fubbie nebbie ubbie

e tempestive lune e tempestivo risorgere

di soli-albore-amore.

 

Tu che ora mi sei incolmabilmente lontana come luna

che svetta e che sbietta nella frescura di tramontana

mi sia tu per un momento improbabilmente vicina

finchè dura la brina

in questo deserto di silenzi e pause e odi e paure

mi sia tu serto di baci fiori e parole

parole come enigmi aculeati e delizie aureolate

parole echeggianti come tremanti godurie.

 

Speculare mancamento

e divagare nello smarrimento

alla ricerca di un’immagine:

oh quale insana ambizione fu volersi nuovi e ultimi

credersi veri

sul ciglio della prominenza

sull’orlo del baratro

sull’orlo dell’abisso!

 

Così, in questo rosa-sogno colorato di rosa shocking ti aspetto

occhi da ossesso e cuore di iena

assillati tormentati da molecole precipitose

di rovinosa nessuna fretta

e tu che fino a ieri giacevi sopita in oscuri luoghi

abbandonata

come un gatto addormentato in uno scatolone

ora stilli da questo cielo piovoso

e così il giorno con te vomita tutti i suoi inferni

ade-tartaro-érebo

e io alzo la bottiglia per cancellarti ma tu sei dovunque

comunque

come la nera notte imbecille

sei tra i miei capelli

sei sotto le mie lenzuola

tra i miei vestiti

nella mia bocca

nelle pieghe della mia pelle

nelle viscere del mio corpo

e io sono solo un verme,

io sono solo un nano.

 

 

 

 

 

NOTTETEMPO, MANO NELLA MANO.

 

In questo soffice leggiadro erratico vagare

di stelle innocenti e perverse

si destano brame sottopelle

e tu divieni fiore di luna,

fiore di loto, fiore di fuoco,

fiore di sale, fiore di sole,

fiore di brina, fiore di brezza mattutina,

bruma di alba brunita tra le mani peregrina

e brama di acme che culmine in vetta e subito dopo ruina,

reina puttana di qualunque sia lussurioso vertice

o sordido summit casalingo.

 

 

 

 

 

ALLA MORTE.

 

Morte nel ventricolo destro e morte nella scarpa sinistra,

morte nel buco del culo e morte nel centro del cuore,

morte morte morte ovunque

e cerume nel cuore:

è dolo nel dolore

crisi nel parossismo e acme nello scoppio 

accesso-eccesso di disperanza

orecchie vuote, cervello vuoto, almo vuoto

cazzo floscio-moscio-flaccido

occhi di camoscio 

pelle di camoscio 

pelle di daino 

pelle-straccio

pelle-cencio 

occhi svuotati

ossa rotte

legamenti slogati

e rabbia e livore

e cruore e malvagità.

 

Con un piede all’inferno strappo le pannocchie

dallo stelo della morte che sbuca dai fossi e dagli orti

con facce uscite da incubi

facce di tristezza

come insetti negletti reietti e abbietti.

 

Eppure quando eravamo giovani

avevamo la sensazione

che la vita sarebbe stata una gran cosa

una gran cosa, 

ma poi buttammo uno sguardo su per il culo

della morte ed era un buio

tunnel nero nero nero

e merdoso come

tutti i buchi di

culo.

 

E adesso lasciatemi riposare,

lasciatemi morire,

che non ne posso

non ne posso proprio

più.

 

Di certo

giovani così

non lo saremo

mai più.

 

Le parole a volte sgorgano come sangue

o come vino o come vomito

poco sforzo, poco lavoro

una specie di trance

passo ritmo danza brio

e bombe atomiche pendono penzolano pencolano

dagli alberi come pompelmi ingrassati

denudati.

 

 

 

 

 

SUBBUGLIO.

 

La mia mente in subbuglio 

il mio cuore in subbuglio

sciocco cuore

spossato e calpestato

cuore di rondine malato

con te giacere vuole ancora

sotto gocce di luce abbacinante

in ginocchio sulle rive del fiume

nel dolce far niente nel dolce far del giorno

in un fendente far di punta

sotto i noccioli

sotto soli di rugiada

sotto i rami dell’alce

sotto le foglie dell’elce

sotto le pampe della felce

sotto le scaglie del mare

sotto le soglie del male

sotto le doglie della ferita nel sale

giacere con te senz’alcuna tregua

senz’alcun dubbio

senz’altro

nelle notti

senza tregua e senz’alba

tra mieli e altri dolcori amarti senza colori

mentre due lune s’infondono ed effondono

affondando nel pomario

ascendendo al tuo monte venereo

e ivi sprofondando.

 

A te umilio ogni altro pregio in disprezzo

in dispregio di me stesso

via me stesso spazzo.

 

Oh tu che sei anima mia e mia anemia,

ma se sempre da immense stanchezze e immense tristezze

spinto spazzato via qui derivo come in questo mattino

d’eclissi che il divieto e l’oblio e il rimpianto spezza

allora fermo mercurio appare il mondo

e pura altezza la fonte

e io di te vivo e scrivo.

 

Ma dimmi se sei realmente

nelle fosche ferme frequenze degli attimi

nelle meste sequenze delle lune.

 

Affinchè sia ancora tu che il lume della luna affoschi

nelle fatali esiziali atmosfere di necrosi tenace

nelle oniriche pieghe dell’orizzonte

allora io darei tutto me stesso

tutto il mio esistere e tutto il mio sussistere

tutto il mio orgoglio e tutto il mio disprezzo

per vederti ancora in un altro destino

in un altro nuovo cammino.

 

Dalle ombre dei clivi

dai cieli del verno

sembri tornare

e io vivo nel terrore

che tu possa svanire

nel terrore del tuo improvviso sparire

nel terrore del tuo possibile morire.

 

Tu reale abbondanza e abbondanza del reale

vieni dunque vieni a me

quantunque e comunque

più paurosa e atterrente di tutti i miei fantasmi

più annientata e nientificante di tutti i miei nulla

più annichilita-annichilente del nihil

vieni avanti vieni cadi rotola

a goccioloni a goccioloni

toccando ritmi sublimi.

 

 

 

 

 

ANCORA TI RIVEDRÒ.

 

Come acqua impaurita che sussulta

e su colli e forre giace la luna solinga

e nel legno giacciono vermi e profili di diluvi

e di piogge ride l’ombra

bestie e belve e leggiadre leggiadre leggiadre

e gelo-stordimento in gelide gelose camere da tre soldi

così fragili piume verdicanti aleggiano agitate

frondando e stormendo

e il cuore sobbalza e sussulta e trema vagulo

stretto e morso dai freddi in lotta

in guerra bellante con il tormento

e la nostra gioia candida candente candescente dilegua

come neve asciutta e ghiaccio bollente

così il vento insonne ci verrà incontro abbagliando e sbandando

e apriche porte spalancherà mostrando oscuri vestiboli

in semprunque eterni spazi

e allora ritroverò la mia gioia di averti perduta smarrita

mio belluo febbrile amore dimenticato perduto schiantato

contro le possenti mura della disumana potenza

lì la tua sembianza specchiarsi in nubi candide celesti rivedrò

ma già fredde sono le mie mani e strette in petto

e trasalisco al minimo refolo di vento

ed esigue nevi orlano di candore rami e profili

e crini di monti

e il freddo già discende sulle mestizie dei cespugli

e le piante in graste in forse.

 

 

 

 

 

FUTILE SERA.

 

Solitarie disperse strade ferrate

solo da trombe di vento percosse

abbandonate obliate obliviate

risuonano di canicola e afrore

e così è il mio cardato strigliato cuore di cardo

strozzato dalla ruvida corda

freddato dal cardio-palma fulminante

fulminato in corsa per le stelle 

e pur io fra poco sarò pietra

caldo eppur gelido

ma

se in questa futile sera tu venissi a me

e a me recassi il tuo candore di bimba accigliata

e la tua fulgida bellezza di ragazzo

la tua dignitosa e rassegnata bellezza di animale in gabbia

allora la mia chioma il mio crine i miei capelli

di gioia sussulterebbero

ritrovando in casa il tuo odore che scivola sulle pareti

e s’impiglia ai miei capelli come la rugiada si spande

su prati ed erbe

e così se in questa futile sera tu venissi a me

tutto ti racconterei di me

quanto è e quanto non è

e tu sgraneresti stupita occhi e palpebre

e mutando pensieri infine mi baceresti

e se in questa futile sera tu venissi a me

non frastuono di piazze e vie brulicanti di risi urli gridi 

ma tra gli angoli e le cuspidi e gli spigoli più acuti

del mio cervello proteiforme ti condurrei

e le spire attorte e involte dell’anima ti mostrerei

e tra verdescenti viti intristite ti porterei

con me

perchè

non esiste altra gioia fuorchè sapere che tu esisti

dolce venere lunata

che come venere sei la prima e ultima

stella del (mio) cielo.

 

 

 

 

 

IL CAMMINO.

 

Caminante no hay camino: se hace el camino al andar

e all’aprico andare il vitreo cammino sorge

procedendo fra paciosi monti e celati gurgiti

e il cielo asconde vagabondi e viaggiatori

sospinti viandantie notti rubate al sonno

mentre ululano cani e la bellua luce guerreggia al buio

e stridono colori e ombre

e sentinelle al nulla stanno le stelle

e guardano e guatano e scrutano e occhiano

monumenti di aria

e castelli di verde svettanti oltre le nubi e il volo degli uccelli

e soffiano venti e soffiano polvere di ultimi eldoradi.

 

Caminante no hay camino: se hace el camino al andar

e il mio cammino sei tu

e alla cieca procede tuttora

dacchè la tua mano lasciai

vorrei dirti disciogli le trecce

e libera i piedi

e chiudi gli scuri

che già appaiono stelle

appannando vetri e finestre

invitandoci ad amare.

 

 

 

 

 

AI TUOI OCCHI.

 

E i tuoi occhi di vetro fatato-ghiacciato discendono

da domini e viluppi di candore rastremato

da stillicidi di forze e principi stelliferi

in divaricarsi-deambulare di nevi spinose in acronie atopiche

in interminati concili di nevi e geli

in reti di neuroni aurorali e sinapsi astrali

in piste di riscontri viaggi di meli dondolando

tra lustri di arbusti e lanterne cieche 

tra cellule-luci e labbra-deglutire

e qua e là si donano stellari-stellati tra i rami e i mari.

 

Stella-favo, stella-fumo, stella-neve

stella in chiocciolio

stella in crocidio

ai margini della neve

dove folle gonfia il sogno

folle gonfia il sonno.

 

 

 

 

 

AI SOGNI.

 

In chiostri di ramificati sogni

in sogni di ramificati colli

in sonni di radificati sogni

fra riflussi di luna riflessa

fuori dai recinti dei venti polluenti

rampollano escrescenze di eventi polluti

e polluzioni di venti di verde-polline 

polline di cielo e astrale sperma australe

e addensano e rapprendono in insolenti arroganti colori

violenti sanguinolenti come farfalle sfavillanti

e feroce le fauci spalanca e terribili l’atro e vomita

e riversa ed espelle il nottuo tenebrore e l’atroce buiore

gravido di mille miriadi di lumi e stelle

gravitanti su spiagge di piaga

in plaghe in spire in pieghe dolenti dolose

sanguinose sanguinanti

stillanti mannaie osso-fiedenti

coltelli foranti feritoie di cielo

e lame fendenti fessure in pietre rocce e scogli

niffi e sguardi trasfiguranti trasumananti

attendendo vuoti

rovinosi rovinanti dirupati crodati

in valli macilenti di sangue poroso

mentre sorrisi bisbigliano battendo a vetri e finestre

frutti aridi e polverosi

in intermittenti comete nidificati

disparventi nell’oscuro volo dei pianeti

nel melodioso silente succedersi dei giorni

quale dolente neve candescente

che brucia e ipso facto muore

e muore e tutto muore

e solo tu non muori

e circolano astri e atri

in settentrioni consunti

e solo la tua essenza non passa

perenne presenza e assenza eterna

candore di giorni senza pena

tramonto senza alba

dismisurato e incommensurabile

apollo peone o elio

gigantesco e rosso.

 

Sogni: bave di anima non imbrigliata,

bave di un’altra vita immaginata

aleggianti in refoli di sinistri dubbi

e nugoli di danni ed errori e rivoli di pena

lugubri funebri tenebri,

limpide simmetrie di morte quali cristalli di neve

e brillanti fulgenti oblique geometrie,

lanceolate aureolate di spine e

lumi pullulanti in oscure notti senz’alba:

altro fuorchè il suo rosso non conosce il mio cuore.

 

Sempre mi domando se mai mi chiamerai

mentre l’abbrivio non trovo per deviare da te

che sei mio termine fisso di eterno rimpianto

e rinascere in indugi ulteriori

fuor dall’oscuro limite dubbio che m’avvolge

con ferreo stupore invoco.

 

Tumultuano flumini e sussultano

convulsati epilettici e spezzati quali fulmini

e tentano imprevisti meandri

e nel ventre della Terra interstiziali bulicami

e vacui vaneggiamenti di lente volute

terribili conati forzando di ostici non consueti meati

per travarcare travalicare scavalcare estollere dal

viscoso alvo scappare e vischiosi mono-tonici flussi

e deflussi e per riflussi (storici e non) eludere

mentre il suo candido uovo-cellula-embrione-cielo

addensa contro il crine dei monti

e e il tuo aspro sguardo-diaspro commina

violenti sogni infetti morbosi moribondi

racchiusi in violacei rettangoli funambolici

e di dolosi dolorosi tardi tramonti pullula la sera

tra azzurri monti e forre e valli

ed effluvi ormonali.

 

 

 

 

 

ANIMULA VAGULA BLANDULA.

 

Tu dai fluidi capelli setosi,

tu seduta scosciata in fondo alla notte,

tu con usignoli in gola e sibili di scarafaggio in petto,

tu con occhi come monetine da cinquanta,

tu sempre sull’orlo di baratro e sul filo di rasoio,

tu unica vita fra tanti già-morti con luride boccacce di fogna

e occhi di carta igienica e cuore di cartone,

tu in questo letto di lussuria

reclami abbracci e sussurri bugie d’amore

e parole di passione,

e le tue unghie sprofondando nel mio cervello

rodendomi il cuore

divorandomi l’amore

tu sguardo bruciante,

tu ruggente alle nere membrane della notte,

tu ansimante di fieni e profumi asprigni e scalcinati riposi,

tu nell’acqua di una bria caduta in agguati di luce, 

tu innocua con me in vacui meandri di bosco,

tu ansiosa, ansitosa, ansimosa,

perduta in mal-placate povertà non-celate,

soffocata in ambigui canti,

piovuta come cometa affogata,

spenta nell’imo stridente all’occaso,

tu in perenne aspettanza del nulla,

dal nulla sopraffatta

mentre spade-lame di luce affettano i giorni e le strade,

tu zampa in bocca e cuore in gola come una volpe in fuga,

fonti zampillano e galassie sciano

e ruote girano e cuori scoppiano

e i crepuscoli aspettano a valve aperte

e le ore setose suggono rugiade-fragole ai cupidi boschi

e aspetta la morte e con piccoli passi vicita i tuoi calcagni,

tu coltello alla gola per me sei,

e i tuoi capelli scorpioni aculeati

i tuoi occhi ricci di mare,

affilato coltello da macellaio puntato alla gola

tu per me sei,

e aleggi voliti e volteggi nel vento frizzante,

e il tuo fiato è quel vento

e io sempre a te ritorno

bambina offesa sofferente doni non ferente

a chi doni non offre,

e tu ritorni

e pure il tuo sguardo ritorna e il tuo pianto di nuvole e verdi

rebolle rampolla in questo luglio-arsura

come corre un azzurro pugnace

nel freddo-ghiaccio vernale,

tu acqua di ruscello spettinata,

tu cometa soffocata,

al tuo cielo e ai tuoi capelli l’estate si aggrappa e non molla

e il tuo profumo tutto inebria e made

in corone d’amene foglie raccolto

in papaveri e lucciole crogiolato ed eterne more

all’infinitiva luna loop s’immedesimano prati e desideri

e alle tue dita s’impigliano i miei sogni

al tuo petto frangendosi

alla tua divina indifferenza

rompendosi.

 

 

 

 

 

AL TUO SORRISO.

 

Parola senza eco e secchio senza fune,

alburna moriente ape nel vespro

e breve nitore di cellule e sinapsi mentali,

troncato albore di gridi sovraortici

e stolido alone di non previsti pensamenti,

pensieri e ripensamenti bianchi di nuvole,

scaglie di vetro iridescenti,

gocce di latte-sperma coagulato,

notturna dubbiosa vena-lampo

o non-medicabile notte-ferita,

candore-luna-riflesso-mare,

scansione sommessa di note sospese,

albe sublunari alle tue labbre soggiacenti,

squamme di subacquee rocce vetrose,

rotta vampa di meridiani cicloni

e antimeridiani contro-cicloni,

grumi dentali di ossidiana,

ostici bulicami di erompente spessore

e gemme di nottui rami diafani,

tremori di erbe-foglie e rugiade da venti millenari percosse,

pezzi di vetro-albume goccianti dalla munifica luna,

albume osseo incastrato in colli di bottiglia

e scaglie di stelle imbronciate.

 

 

 

 

 

AL TUO AMORE.

 

Sangue spremuto di nuca

decerebrato anelito

recise ariste avvolte da dubbiose atmosfere-ipocondria

lebbrose lingue di sole torcia-cielo

pudori di ortica fuggitiva e fervido vorto-gorgo

sciupare di vita fra inferne geometrie

deprimere di vita dissodata disossata

strada strozzata in mille attonite curve

mondo trafitto da mille arco-flagelli di vitrea pioggia

cancelli desolati di agitati abissi ruggiosi

furie montane di monti accesi-spenti

assenze di spalancati vuoti e vacue porte

filamenti di scheletri tra fragili luci fanali

ferrei monti e atri mondani di luna

unico vico fra mille gole corrose di crac

perdute deserte plaghe lunificate

giorni-uva raggrumati in glomi in grappi

grondanti bave di amore

fisime di amore

mai sopito

in cuore.

 

 

 

 

 

AI TUOI OCCHI.

 

Stelle vagabonde

vagabonde uve

lampi-neon-giglio

nidi di acqua sterile

astenici miraggi amaranto di fonti

polle di non saziabili lacrime

immensi sogni freddissimi

non raggiungibili lumi

il mio cerebro ai tuoi occhi sbanda

e i tuoi occhi seguire non può se non a morirne.

 

Intràmano cieli

e uccelli

cardi

ragni.

 

Perlati atolli

verticali.

 

Chiari sbocciano suoni.

 

 

 

 

 

CASA SEI.

 

Casa sei, e mi proteggi mentre proteggi te stessa,

fibrillazione postuma e postrema a se stessa

sei l’in-ultima-analisi del più metodico έσχατον,

furia ultravioletta e vittoria ultraviolenta di vita su morte,

vita su vita sei,

in-sé di luce e in-sé di casa,

in-sé dell’idea stessa di casa.

 

 

 

 

 

UN SOGNO PER DOMANI.

 

Vedi, amore mio

quando uno comincia da zero e a mani vuote

allora prima di tutto non c’è che il sogno

che si nutre dentro nel profondo

e che all’inizio è solo un sogno

un sogno per domani,

poi viene la voglia e la forza di costruire,

poi la mente inizia a guardarsi intorno

per cercare un modo,

gli occhi che girano e le mani che si muovono

afferrando cose e strumenti,

e l’impresa appare sempre più ardua e irta di ostacoli,

ma poi le tue mani incontrano altre mani

e se per caso capiti che le altre mani siano le mie mani

allora il sogno diventa reale

e non è più un sogno

poichè non è più solo il tuo sogno

ma è diventato il nostro sogno

non soltanto il tuo mondo ma il nostro mondo

che appartiene a entrambi i nostri cuori.

 

 

 

 

 

PERCHÈ.

 

La notte scorsa mi sono svegliato

e stavo così male che ero quasi fuori di me

le orecchie pulsavano e le tempie battevano

il cuore pareva esplodere e le mani sudavano

la mente più non ragionava e la paura svettava

la ragione sbiettava e l’equilibrio sbandava

così mi sono alzato e mi sono guardato attorno

ti ho cercata ma tu non c’eri

e io credevo di essere finito all’inferno

tanto era buio in me e tanto ero fuori di me

ho bevuto vino schifoso

ne ho bevuto almeno un litro e mi sono stordito

e così sono riuscito a riaddormentarmi.

 

Ieri mi hai spaccato il cuore in due:

mi hai rivolto uno sguardo duro e tagliente di pietra

e mi hai spezzato il cuore a metà.

 

¿Perchè mi hai spaccato il cuore in due?

¿perchè lo hai fatto, perchè?

 

 

 

 

 

AMAMI.

 

Io non sono buono, non sono puro,

io non sono stato buono, non sono stato puro,

io non sono mai stato buono, non sono mai stato puro,

e ho mentito e ho rubato, ho tradito e ho frodato,

ho derubato e ho approfittato,

ho imbrogliato e ho fottuto,

ho avuto amanti e concubine,

ho sedotto la donna d’altri,

ho raggirato i miei amici,

ho peccato, ho peccato, ho peccato,

e mi trascino nel fango delle mie bassure

e ho le mani sporche, anzi sporchissime.

 

Non è possibile vedermi di buon occhio e volermi bene,

io sono solo un mostro dal viso orripilante,

io sono la spina nel cuore,

la trave nell’occhio,

sono l’errore imperdonabile,

il danno incalcolabile,

lo scorno ineludibile,

la pietra sporgente che il piede intralcia,

il cane randagio che la gente scalcia,

io sono l’uomo da nulla,

l’uomo da poco,

l’uomo miserabile,

il malacarne.

 

Ma ho in me anche stupore e dolore e paura e poesie,

e baci e sorrisi e scherzi e canzoni,

e il midollo spinale della vita

impiastricciato sulle mani, appiccicato alla bocca

e i miei capelli sono cosparsi di polvere di diamante.

 

¿Perchè dunque nessuno può mai amarmi,

perchè ad alcuni tocca così tanto

gemere e soffrire e tra le fiamme ardere?

 

Non so da che parte debba andare

quale pena mi tocchi sopportare

quale corona debba portare

ed è il panico ad ogni passo

il terrore e la paura.

 

Dunque, amore mio, se mi ami

amami adesso che sto male e ho il cuore in pezzi;

amore mio, se mi ami

amami adesso che solo povero inutile e demoralizzato,

con il culo per terra e senza l’unghia di una lira;

amore mio, se mi ami

amami adesso che sono miserabile e sfortunato;

amore mio, se mi ami

amami adesso che a nessuno frega nulla di me;

amore mio, se mi ami

amami adesso come ieri e domani come oggi,

poichè è sempre che ne ho bisogno;

amore mio, se mi ami, fallo quando meno me lo merito,

perchè è allora che più ne ho bisogno.

 

 

 

 

 

SE NON RISPONDO.

 

Se rispondo al telefono o al citofono puoi entrare,

mi piace la tua compagnia,

soprattutto quando indossi quella maglietta

che lascia intravedere i tuoi seni turgidi,

quella blu con le tette che sode sbucano fuori libere

mi piace come i tuoi capezzoli bucano il tessuto,

e puoi anche fermarti a dormire qui con me stanotte

se prometti di abbracciarmi,

e puoi certamente parlarmi di te,

questo è del tutto naturale.

 

Ma se non rispondo non andartene:

forse sto solo dormendo o facendo la doccia,

forse sono solo disteso sul letto a riposare

pensando alle rose e alle viole

a Cristo inchiodato alla croce e ai coni-gelato,

forse sono solo seduto in mutande sul divano

intestino pigro e pene depresso,

ma forse potrei anche essere arrabbiato

abbattuto e triste e solo e disperato,

o forse potrei star piangendo e aver bisogno di te,

forse potrei essere intento ad appendere il cappio

o a preparare la mia pistola per farmi un buco nella testa,

quindi non andartene, non te ne andare

anche se le luci sono spente,

anche se non senti rumori di voci o passi,

anche se non rispondo,

perchè forse potrei aver bisogno di te,

forse ho bisogno di te,

ho bisogno di te,

e dei tuoi occhi atroci,

prima che il mondo si dischiuda e si riveli

o si fermi svanendo per sempre.

 

 

 

 

 

UN CASO.

 

Cammino per strada

occhi socchiusi come fessure e pugni serrati nelle tasche

sguardo obliquo e portamento malandrino e superbo

t’incontro e quasi non ci riconosciamo

la vita scorre che non te ne accorgi nemmeno

la vita scorre veloce scorre velocemente scorre velocissima

la vita corre che non hai il tempo di rendertene conto

e mi accorgo di molte altre cose adesso

a cui prima non facevo caso

e riconosco che non sono più niente per te

e anche tu sei per me poco più di una parolaccia

sul muro di un cesso pubblico

una scritta che leggi e subito te ne dimentichi

e mi rendo conto che

se prima bastava la luna del tuo sorriso

per una notte insonne da stella a stella

ora non siamo che semplici conoscenti

quasi sconosciuti

non ci parliamo più

e mi rendo conto

che un tempo bastavano le stelle del tuo sorriso

per un sogno in aculei e scaglie e cornee e ossa

per il sogno immemore che assolve e involve

nell’istantanea eternità di un attimo

nel breve attimo di un istante infinito

imperfetto ma perfettivo

mentre il cuore si dava da fare

senza lusinghe e senza false modestie

per prepararsi a te

e afferrare il mondo in un amplesso dondolante

dopo un boato di timballi sordo benchè non attutito

si acquattava in volo per non morire di vento

e saltava e volava da trapezio a trapezio

nel silenzio buio-muto di un ultimo aquilone

nell’aria stupefatta più veloce del peso del corpo

che ancora e ancora non fa in tempo a cadere

con faticosa leggerezza e viscosa agilità

e calcolata ambizione e nuda attenzione

congiurando e cospirando contro quello che non è

e mi rendo conto che non ci parliamo da mesi ormai

volevo anche picchiarti (ma non ce la feci)

e così me ne andai

(oh immenso splendore lo scendere correndo le scale

oh immenso godimento la strada

oh immensa bellezza l’andare)

e tu non dicesti <<Rimani>> (un vero peccato)

e allora presi la macchina e tornai a casa

guidando lentamente

gustandomi l’ultimo sole della sera

entrai in casa

e non era poi tanto male

giacere a zig-zag sul contenuto e scopare la sostanza del concetto

essere lo smacco dell’ornamento e lo scorno del ragionamento

essere un niente pittato di auro, tenebra nel vento e nelle forre

nella fossa e nelle ossa, il fremito di una galassia longinqua

il palpito di una larghezza-lunghezza obliqua

l’attimo dischiuso che occlude la materia

lo splendore di un ombra oscura

il foro che buca la rete dischiusa

e andava bene così

andava tutto bene

non è limite al mio stupore

non esiste misura al mio stupore

non ha fine il mio stupore

fuorchè il mio tacere

ma ora ti ho davanti e

senti il mio cuore come batte

ascolta quanto forte mi batte il cuore

ma la vita è solamente un susseguirsi di errori e falli

una sequela di esperimenti falliti seguiti da fallimenti esperiti

una sfilza di falliti tentativi e fallimenti di attentati

caduti crodati precipitati dai cuori come una pietra

e troppo spesso troppo tardi ci accorgiamo

nella vita e nell’amore

se un cuore ci è stato dato solo in prestito

o se ci è stato donato per sempre

o se ci è stato addirittura sacrificato.

(Ah come urla il mio cuore.)

 

 

 

 

 

ODE DA UNA CAMERA IN AFFITTO.

 

Oggi sono passato davanti al palazzo dove abitavamo

e ho deciso di fare visita alla camera che fu testo

alle nostre baccanali pazzie d’un tempo

ed è tutt’ora del nostro amore sepolcro

e, risalendo le scale che portano alla nostra camera di allora,

ritrovai i miei vent’otto anni e con loro il mio amore per te.

 

E se anche di te, Muna, risorgessero per un istante,

anche per un’ora soltanto, i tuoi ventidue

e la tua bellezza di ebano

e il tuo sorriso di madreperla

insieme con questa minuscola camera

mi domando:

¿Che altro mancherebbe al mio vivere?

 

Nella camera misera e squallida

al secondo piano di un palazzo sporco e malandato

solo quattro spoglie pareti soffocate

e un armadio a destra del letto,

un divano di vimini a sinistra,

al centro il tavolo dove scrivevo,

una luce fioca e gracile di lampada a illuminare il piano,

tre scomode sedie di legno attorno,

lo sfiorarsi delle tende pungolate dal vento alle finestre

e in fondo il letto

che nel meriggio il sole lambiva

stendendo i suoi raggi come lunghe dita delicate di margherita

e le nostre membra tutte bruciava nell’orgasmo

come candele nella calida rovente bruciante notte d’estate,

i nostri sguardi infuocati palpitanti di miriadi di miraggi,

il mefitico mofetico olore di una vertigine di vita

che alta e vacillante ne stordiva e frastornava

come il febbrile baciarsi rappreso nella bocca.

(oh sì: di febbrile dissolutezza il baciarsi

rappreso nella bocca.)

 

In quella misera camera

le cose tristi e disperate che in noi fermentano

le ferite che celiamo

mentre fuori tutto procedeva come se nulla fosse

nel fluire dei commerci e nel trepidare degli affanni

il tumultuare della città echeggiava nel monotono vociare

della strada e delle botteghe

dei marciapiedi e dei trivi

dei balconi e delle piazze

e noi ci amavamo

brucianti di vita

inseguendo l’irrefrenabile piacere del corpo

con tutto il nostro essere e volere,

raggianti dei dolcissimi soavi tiepidi trasporti che vivemmo,

trasformando in sostanza tangibile e palpabile realtà

l’ombra fuggitiva di un eccelso assoluto rapimento erotico,

sfrenata bufera d’estasia bella quanto fugace,

penetrando l’immensità e la vastità del più languido desio,

giacendo infine consunti e confusi e storditi dagli abusi,

estenuati stremati e sfiniti di vita,

satolli e carichi e ancora smaniosi di desiderio,

sazi e prostrati dalla illecita eccitazione erotica,

felici e soddisfatti dal reciproco godimento carnale,

sciupati dal vizio e dagli eccessi del vizio,

consumati nella fiamma rovente della passione,

arsi nel perpetuo guizzo dei sensi e della ebbrezza,

di un immane furore sessuale,

mentre nei nostri lumi la luna specchiava

e io bevevo al tuo calice...

 

L’avere paura del fuoco è dei pavidi,

dei coraggiosi è il godere nel bruciarsi.

 

Degli impavidi e dei forti

il godere bruciando.

 

¡Oh, come bruciano in fretta le notti d’amore!

 

¡Sono sempre troppo brevi

le notti d’amore!

 

 

 

 

 

AMPLESSO.

 

Ho sempre vissuto da solo

e da solo ho sempre voluto vivere,

fuori dal mondo e fuori luogo,

lontano da questa gente che non capisce e ne ferisce,

ma adesso non è più così:

ora vivo in compagnia di una donna bellissima e dolce

che ride di un sorriso clamoroso e seducente

allucinante e abbagliante,

e il suo sorriso mi fa sorridere

e la sua tremenda voglia di vivere mi fa venire voglia di vivere,

io che sono uno scrittore

e ho scelto la vita di chi non vive.

 

Ma è bellissimo di notte stare abbracciati al buio

svegli in silenzio

mentre il giorno distende le sue ormai docili membra

e la notte stende le sue candide braccia su di noi e ci afferra

avvolgendoci in un istante infinito atemporale ed eterno

aggrappati l’uno all’altra

abbarbicati abbrancati avvinghiati avviluppati

come un innesto col cuore nel cuore

e la pelle nella pelle

stretti e avvinti in un solo respiro.

 

Ed è bellissimo al mattino ritrovarsi ancora vicini

mentre l’aurora ci eccita

solleticandoci con le sue dita di rosa

e ci stuzzica e lusinga

titillando e vellicando le nostre teste e le nostre carne

carezzando e sfiorando i nostri corpi che

ancora assopiti e intorpiditi

indugiano inquieti nel dormiveglia.

 

E poi di nuovo la notte sonnolenta che ci anestetizza

e la tenebra che stende le sue pesanti coltri sulla terra

mentre il mondo è avvolto nel sottile simulacro del buio

fasciato dal silenzio del siderale freddo notturno

e io, disteso sul letto, sotto il lenzuolo mi scaldo

al tepore di un corpo che toglie il sonno.

 

È proprio vero:

a volte la felicità non costa nulla.

 

 

 

 

 

LE NOTTI BRAVE.

 

Quando i nostri corpi finalmente s’incontrarono

già le anime erano consumate e consunte dalla passione

avvinte strutte dal desiderio

di cui cogliemmo i dolci frutti

in un godimento illecito e anomalo.

 

Che belle quelle notti,

notti brave di sesso ed eccesso

notti prave di febbrili orgasmi e inverecondi amplessi

di galoppante lascivia e carnali abusi senza ritegno del corpo

senza imbarazzo e senza timore

senza remore e senza pentimento

senza vergogna e senza pudore

notti folli in cui noi

impavidi e indecenti

afferravamo la gioia e il piacere

e facevamo la vita proprio come la volevamo.

 

In quelle notti tu, mio giocattolo e mio divertimento,

mio sale e mio male,

contemplando i miei occhi

ridestavi il mio animo

che di te io possedevo

(non il corpo).

 

In quelle notti tu mi strappavi il cuore in petto

consegnandomi ai tormenti e alla paura dell’insicurezza

e ora non gusto più il dolce sapore del sonno

e l’immagine del tuo viso mi pungola

e io ne sono prigioniero

(è un dato di fatto).

 

Ora per me non è più vita lontano da te

non è più via senza di te

non è più forza se non quella che mi da il pensiero di te.

 

Per me non è vita lontano da te

non è via senza di te

non è forza se non quella che mi da il pensiero di te.

 

Non ho vita lontano da te

non ho via senza di te.

 

In quelle notti io ebbi il tuo cuore

stranamente così duro

quanto morbido e delicato il tuo corpo

di seta e di perla.

 

In quelle notti

noi avevamo quello che non si può avere

avverando quello che non può avvenire

desiderando quello che non può essere.

 

In quelle notti

indossavamo il mondo,

e non lo sapevamo.

 

 

 

 

 

UNA SOLA.

 

Spesso una ragazza bruna snella e slanciata figlia della notte

mi dissetò versandomi in bocca liquore dal suo calice

e complice si dissetò bevendo me stesso

coagulato il mosto in vino con il suo fermento

mentre il sole sorgente e l’ebbrezza dell’amplesso

le imporporavano le gote

e le piegavano il corpo vacillando come un ramo

e per la stanchezza le palpebre si socchiudevano

velando i soli del suo viso come brune nuvole.

 

Molte possedetti di cui ebbi il corpo e la carne

e quante altre desiderai che non mi desiderarono

quante lusingai che non mi degnarono

quante bramai che non mi vollero

quante desiai che non mi disiarono

quante vagheggiai che non mi compiacquero

ah calamità in cui s’imbatte il cuore...

 

Ma una sola amai,

un solo corpo e un solo volto,

volto di paradiso davanti al quale i fiori si prosternano

e il sole perde e offusca come le stelle dinnanzi alla luna

volto perfetto senza mancanze né eccessi

volto splendido di puro argento fuso

e davvero seppur a lungo vivrò

solo quell’attimo considero vita.

 

E se la notte passasse con me la mia luna

io la luna della notte non passerei a contemplare.

 

Se potessi con la mia luna trascorrere la notte

non passerei la notte a contemplare la luna del cielo.

 

Piange la sua assenza il mio occhio

di cui lei è l’unico vero sguardo

ormai obnubilato offuscato e tremulo

dal pianto che mi sorge in ciglio.

 

L’amore è una schiavitù.

E un dolore la bellezza.

 

 

 

 

 

TU.

 

Tu dai capelli profumati di muschio e dagli occhi di gazzella,

tu labbre di corallo e denti di perla

e gote vellutate di voluttà:

tu sei il fine della mia poesia,

mia croce e delizia.

 

Le tue trecce sembrano viluppi di serpi in uno stagno:

la tua bellezza più vera è come un sole celato dietro le nubi

il tuo splendore è splendore di sole che tramanda e traspare

dalle nubi.

 

La tua bocca profuma di fresca giovinezza

come profumano di zagara e rosa e camomilla i giardini

carezzati dal vento di zefiro.

 

Il tuo volto rotondo di luna è perfetto

senza mancanze né eccessi

caldo come il sole quando entra in Capricorno

fresco e morbido come il sole nel Leone

i nei nel mezzo della tua pelle bianca

ninfee circondate da narcisi

e quando il sole ivi si specchia

diviene ancor più fulgido e brillante.

 

Tu sei come il mare verdeggiante

di fronte al quale l’anima si sente schiantare:

quando piangi le tue lacrime non sono semplici lacrime

ma perle di cui è scrigno il mio cuore.

 

Tu tutta sei una perla di cui è la mia mente conchiglia,

tu sei come la luna nuova

che fende lacera e squarcia con il suo lume la notte,

tu sei come una falce aurata che miete il narciso

tra i fiori del giardino.

 

Il tuo sorriso guizza nell’aria come un lampo

che dalle nuvole esce a incendiare le tenebre notturne:

la sua luce si fa strada nel buio

come la tua dolcezza che vince la mia ira

e quando sorridi

mostri fiori di camomilla

al cui confronto impallidisce il sole

come i gioielli impallidiscono di fronte al sole.

 

La tua pelle olisce di zagara e gelsomino

di camomilla e sole

rugiada mattutina e aloe

e non è giardino che sia più profumato della tua pelle

quando dall’orto sorge l’occhio dell’aurora rosata.

 

Le tue labbre sono per me un’oasi che ristora:

mi sporgo come assetato sulla sponda del

fiume che scorre tra i campi

ma più delle sue acque mi è gradita la tua saliva

che è un filo di puro argento fuso.

 

Quando chiudi gli occhi

le tue ciglia ringuainano la spada avvelenata del tuo sguardo

che quando mira assesta micidiali fendenti

più taglienti dei brandi più affilati.

 

I tuoi seni sono due coppe a cui io attingo la vita

e la tua saliva è bevanda dissetante per il mio palato arso,

la tua voce è dolce diletto

come la dolce melodia di un canto improvvisato,

il tempo della tua bellezza è per me il tempo di una vita

che trascorre tra rose e gigli senza fluire di affanni,

con l’amplesso il tuo corpo si riveste madido di sudore

come con l’aurora le tenebre si rivestono di luce

o come con la notte il cielo è trapunto di stelle

punteggiato di una miriade di piccole perle luminose

così con l’amplesso il tuo corpo s’imperla

di piccole dolcissime gocce di madore.

 

Vederti sorridere è come guardare in alto la neve scendere:

come il cielo versa dalle nuvole petali candidi di gelsomino

così la tua bocca sembra spargere una pioggia di fiori di giglio.

 

Molto ti ho amato

ma è stato un amore velato e senza parole

il nostro amore che ora grida

poichè l’amore sempre ignora la sua profondità

fino al giorno della separazione.

 

Nella mia solitudine irraggiungibile

hai tenuto compagnia ai miei giorni

nell’insonnia mi hai udito piangere e ridere nel sonno.

 

Sei stata un meriggio nel mio crepuscolo

un sole nelle mie lunghe e buie notti dell’anima

e la tua giovinezza mi ha donato desideri da sognare

e sogni da desiderare.

 

La tua bellezza non è la immagine che vorrei vedere

né il canto che vorrei udire

è piuttosto l’immagine che vedo

pur tenendo chiusi gli occhi

la tua bellezza è l’eternità che si contempla nello specchio

del tuo volto

la tua bellezza è una estasia.

 

Tu sei casa ma figlia dello spazio

inquieta vivi in strade e forre e valli e verdi sentieri

e io devo cercarti tra le vigne

per incontrarti nell’abbraccio

con la fragranza della terra sui nostri vestimenti leggeri.

 

Sei nave: non àncora ma partenza

e chiglia e rostro che fende le olide onde e i flutti del mare.

 

Sei eterea e pura e candida come aria

e la terra ama sentire i tuoi piedi nudi

e il vento giocare con i tuoi riccioli.

 

L’amore sempre ignora la sua profondità

fino al giorno della separazione.

 

 

 

 

 

CHIASMO.

 

Tu, tu pelle di ebano e palpebre di velluto,

tu con i capelli ricci e la chioma di scorpione

tu con le dolci mani affusolate e ossute e il petto in tempesta

tu con gli occhi da un vago tumulto annebbiati, pallidi e assorti,

agitati e tormentati come le uggiose terre del settentrione

tu con il cuore in perenne subbuglio

e l’almo in procelloso fremente trambusto

tu eri per me coltello puntato alla gola e canto di usignolo

tu eri per me la pistola alla tempia e il cuore in gola

tu eri per me il sibilo del vulcano e il ghigno del topo

il rugghio del leone alle 6,30 del mattino

e il sorriso del sole nell’ora del meriggio

lo sbadiglio della notte all’alba e l’affannoso alenante ansito

del giorno al crepuscolo

la tempesta nel bicchiere e il lampo di luce nella bottiglia

la notte seguita dal giorno e il giorno seguito dalla notte eri.

 

Ti ho sempre conosciuta e sempre sei stata mia

eri sogno raggelato in falsetto e amaro scoppio di mortaretto

tu eri per me le forbici chiuse dentro il cassetto

un incompleto singhiozzo di tenebra alle 3,30 della notte

un uccello senz’ali in attesa del vento

lo specchio spalancato sul vuoto incombente-procombente

tu eri per me la nuda carne tremula e assetata

che brucia come le calide notti d’estate

tu eri per me il sale sulla ferita

le ultime pagine del libro

il freddo di un panchina solitaria nel parco

l’ultimo rumore di passi scalpiccianti a sera

il canto disperato del folle

il sentimento del tempo e la ragione di ogni mio pentimento

tu eri per me magnetica visione e chiodo fisso

giglio in catene ed elabro in mutande.

 

Ti riconoscevo nell’indecisione dei giorni 

e nel dondolio del pendolo

nello squarcio del lattiginoso fendente della luna

nel manto della nera notte

in questa vita stanca e annoiata

nella miriade dei miei mille polverosi sogni

in questa assurda massacrante nullità

in questa massacrante devastante sfigurante assurdità

trasfigurante.

 

Eri con me nei paradisi negati e nei campi elisi

mentre la mia esistenza e la vita sanguinavano

macchiando i fiori e l’asfalto

mentre le fontane piangevano e la forza languiva

ed eri con me anche nelle bassure e nei bassifondi 

nei bordelli clandestini e nei letti di lussuria

mentre sprofondavo in corpi senza cuore

e donne senza amore affondavano le proprie unghie

nella mia schiena e nel mio cuore sornione

conficcandomi i talloni nei fianchi e nella pelle

trafiggendo il mio languore che mai muore.

 

Ti ho vista nei volti dei mille sconosciuti

che mi fissavano impassibili, fissi e spietati,

ipocriti e vigliacchi

mentre un urlo di rabbia screziava

di sangue e disperazione il sole

il cerchio della vita si apriva-chiudeva e dischiudeva

e una volpe correva nel crepuscolo con il cuore in gola

saltando nei campi con una zampa tra i denti.

 

Ti sentivo

anche nel vento frizzante e nella brezza marina io ti sentivo

nella morte che il mio cuore ogni giorno vive

e nella solitudine dell’abbandono che il mio cuore attanaglia

e perpetra il suo quotidiano inganno di speranza.

 

Ma insieme siamo un chiasmo:

io dozzinale e grossolano

ma solo grezzo come un diamante

duro e scabroso fuori, troppo sensibile dentro

e una carezza basta a procurarmi uno squarcio,

un mancato sguardo può spaccarmi il cuore in quattro;

tu gentile elegante e delicata fuori

ma incolta e banale dentro

ovvia scontata e greve nell’alma

incapace di comprendere il mio dolore.

 

Avevi ragione, sono duro e scontroso,

sono molto nervoso e mi sento veramente bene

solo quando rimango da solo,

ma è stata la gente e il mondo a rendermi così

e questo tu non lo hai capito mai.

 

Succede ai sentimentali:

vengono traditi molte volte

e finiscono per erigersi una corazza

a scudo nei confronti del mondo

e contro il mondo.

 

Ma in fondo io volevo solo una persona con cui stare

in silenzio

e sentire che fosse la migliore conversazione.

 

Io volevo solo una persona con cui stare insieme

come due gocce d’acqua

identiche ma diverse

e mai uguali.

 

Volevo solo una persona con cui condividere piccole cose

affettuose come stare mano nella mano

fumare una sigaretta in balcone

o fare una passeggiata al parco

senza parlare ma senza per questo sentirsi a disagio

una persona con cui non dovere dimostrare

nulla

nemmeno di amarla

perchè già lo sa.

 

Cose piccole,

affettuose,

dolci,

cose così,

come questa piccola

poesia che non dice

nulla.

 

 

 

 

 

LA RABBIA.

 

Amore mio,

finché gireranno gli astri e le stelle

e sorgeranno i giorni e le notti

allora anche tu esisterai,

e la mia ragione e la mia rabbia sarai,

la mia redenzione e la mia condanna,

la mia salvazione e la mia pazzia,

il mio impeto e il mio chiodo fisso,

il mio docile elabro in mutande,

la mia unica ragione per l’insolito,

l’incontro e la fuga,

la quiete e lo scandalo,

il candore e la colpa,

il suicidio e la vita,

mia croce e delizia,

mio sesso e castità,

mia magnetica visione

ogni volta che s’inizia la notte.

 

Amore mio,

finché tu esisterai

esisteranno paura e angoscia

poiché non è altra pena

fuorché sapere che tu vivi e possa soffrire.

E allora nessun tormento mi sarà estraneo

poiché su te dovrò vegliare

e ogni possibile male annientare;

nessun inferno mi sarà alieno

poichè dovrò fare attenzione

a chiunque possa farti del male;

nessuna allegria passerà inavvertita

poichè in qualche modo dovrò riuscire a mostrartela

per allietare la tua giornata.

 

Ma,

amore mio,

quando tu più non sarai

allora per me sarà il buio

poiché non è altra luce se non quella che tu irradi

quando mi guardi e dolcemente sorridi.

 

Amore mio, il tuo volto è la mia luna

il tuo corpo è la mia notte

il tuo sorriso le mie stelle

e tu, tu sei la mia rabbia:

finché vivi, e vivo,

non esiste pena più grande

fuorché sapere che tu esisti e possa soffrire.

 

Tu sei la mia schiavitù di saperti viva

sei la mia ossessione di saperti tangibile

sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile

nel momento stesso in cui ti afferro

            ombra fuggitiva d’ideale piacere.

 

Tu

 

sei per me

 

la rabbia.

 

 

 

 

 

ADDIO.

 

Sei stata per me una notte luminosa

densa di luce aggrondata,

sei stata per me un sonno dolcissimo,

sei stata per me il più mirabolante dei sogni.

 

Ma ora è l’alba,

e il sogno si è dileguato come il sonno,

e la notte è finita e si chiude su noi come una ninfea.

 

Appena ieri c’incontrammo

e la notte ormai volge al termine

e noi dobbiamo separarci:

se c’incontreremo di nuovo

sarà nel crepuscolo della memoria

dove potremo parlare per l’eternità e conversare di noi;

e se le nostre mani dovessero ritrovarsi

sarà in un altro sogno.

 

¿Dove sei, mio altro io?

¿Sei sveglia nel silenzio della notte,

o stai dormendo?

 

 

 

 

 

TI CERCHERÒ.

 

Sempre ti cercherò,

e sai che lo farò,

all’alba di un nuovo giorno

in una piazza deserta,

tra i silenzi di questa notte

che non ha sogni

io sempre ti cercherò.

 

In ogni angolo di questa città

attenderò il tuo arrivo

per esistere ancora

oltre queste mura

e questa muta disperazione

di un niente che ci circonda

e ci opprime

io ti cercherò.

 

¿In nessun posto mai

o in quale luogo ancora

ci ritroveremo,

dovunque saremo?

 

Siamo solo due puntini nel mondo

ma sotto lo stesso cielo,

così mai mi stancherò

di venirti a cercare,

anche solo per vederti parlare

anche solo per vederti o parlare

sempre ti verrò a cercare

anche solo per vederti parlare

anche solo per starti a guardare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<Luctantur pectusque leve in contraria tendunt

     Hac amor hac odium, sed, puto, vincit amor.

Odero, si potero; si non, invitus amabo.

     Nec iuga taurus amat; quae tamen odit, habet.

Nequitiam fugio - fugientem forma reducit;

     Aversor morum crimina - corpus amo.

Sic ego nec sine te nec tecum vivere possum,

Et videor voti nescius esse mei.>>

 

<<Da un lato l’amore, dall’altro l’odio sono in lotta

e infondono nel mio fragile cuore opposti sentimenti,

ma l’amore sembra prevalere:

se riuscirò, odierò; altrimenti, cederò, mio malgrado, all’amore:

anche il toro non ama il giogo eppur sopporta quel che odia.

Mentre fuggo, la tua bellezza mi riconduce sui miei passi.

Detesto l’immoralità, ma amo il tuo corpo.

Così, non sono capace di vivere né con te, né senza di te

e mi sembra di ignorare quel che desidero.

Vorrei che tu fossi meno bella.>>

 

(Publio Ovidio Nasone: “Amori”: 3: 11).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9) IMPOSSIBILMENTE TUO: EPISTOLE A MUNA. (APPENDICE.)

 

 

 

 

 

 

 

LA FINE. (17-08-2019.)

 

 

 

Cara Muna,

 

Finalmente siamo giunti alla fine del viaggio. Eccoti dunque il regalo (per me) più bello che potessi farti: questo libro. Che non avrei mai scritto senza di te. A te dunque il grazie più grande, per avermi fatto vivere l’euforia della nostra piacevole avventura, e avermi portato ogni mattina il caffè, il sogno e la poesia.

Sappi che questa è la cosa più difficile che abbia mai scritto. Se leggi, vuol dire che ci sono riuscito. Dunque ho avuto coraggio, sono stato bravo. E, soprattutto, sono riuscito a superare (in parte) i miei muri.

Non so da dove iniziare né che cosa dire di preciso, quindi ti racconto una storia (che è quello che mi riesce meglio). In questa storia c’è una parte bella e una brutta, come in tutte le storie che si rispettino.

Tempo fa ho conosciuto una persona, è stato un caso, lei ha sorriso e io ho sorriso, lei mi ha guardato e io l’ho guardata, e subito ho capito che avrei voluto passare il resto della mia vita in quello sguardo, perdermi nel silenzio dei suoi occhi, dissolvermi nel buio della sua pelle. Quella persona sei tu, Muna. E questa è la parte bella del racconto.

La parte brutta è che non so come pormi con te al momento. Perché, vedi, se tu non fai parte della mia vita adesso, ho paura che finiremo col perderci, col non rivederci mai più. D’altronde, non possiamo essere amici. E non riusciamo a stare insieme. Come diceva il poeta nec tecum nec sine te vivere possum. Non posso vivere né con te né senza te. Ma quanto profumi di buono... Sai di zucchero e cannella!

Spesso, succede che ci aggrappiamo alla convinzione che la vita non sia una mera sequela di insignificanti fatti casuali e coincidenze, ma una trama di eventi imperscrutabili eppure culminanti in un piano squisito e sublime. Per credere in questo è necessaria una fede incrollabile in quella cosa che gli antichi chiamavano fato, equivalente dell’odierno destino. Non ne sono sicuro, ma spero sinceramente che sia così: sarebbe delizioso che esistesse un destino atto a guidarci nella direzione migliore. Tuttavia mi pare che a governare le nostre esistenze no sia il destino né il fato, e nemmeno il caso, ma il caos: come basta la metatesi di due lettere per modificare il senso di una parola, così troppo spesso succede che un battito di ciglia basti a stravolgere il senso di una vita, e di un esperienza.

Il mondo è davvero strano, e imprevedibile, e spesso perdiamo la nostra occasione, quell’occasione che avrebbe potuto cambiare la nostra intera esistenza. Questo mi trattiene dal credere che ci sia qualcosa che segni la nostra strada. Credo piuttosto che sia una battaglia tra gli dei (cioè la nostra parte costruttiva e positiva, fatta dei nostri sogni, speranze, desideri, ambizioni) e i demoni (la nostra parte distruttiva e autolesionista: i nostri traumi, paure, incubi). Sfortunatamente i miei demoni non mi lasciano andare e così, forse, ho perso in un momento quell’occasione che avrebbe potuto cambiare tutta la mia vita. Spero di incontrarti in un altro universo, e poter finalmente saltare nel buio con te. Ma sappi che ti ho amato al massimo delle mie possibilità. E che ti avrei amata di più se i demoni me lo avessero concesso. Ti avrei amata con ogni cellula, ogni fibra e ogni atomo. Con tutto me stesso, con ogni gesto e ogni pensiero. Fino al sangue e al midollo, anzi oltre il sangue e il midollo. Ti avrei amata fino all’ultimo respiro, anzi senza respiro.

E bada: amare alla follia non vuol dire amare in modo folle: per me, sarebbe stato il massimo amarti stando seduto a rollare una sigaretta mentre tu dormi distesa nel letto come una luna in mare, o, la notte, dormire accanto a te e sentire che ti svegli per andare in bagno a pisciare. Sarebbe stato il massimo riuscire ad amarti mentre mi odi, mentre mi ferisci. Sarebbe stato il massimo amarti mentre dormi e fuori piove, mentre ti vesti per andare a lavoro, mentre siamo in macchina e tu guardi fuori dal finestrino.

Nelle dolcissime “Lettere dal carcere” alla moglie Munevver, il poeta Nazim Hikmet ebbe a dire che le emozioni più belle sono quelle che non abbiamo provato, i giorni più belli quelli che non abbiamo vissuto, le parole più belle quelle che non ci siamo scambiate. Dunque mi consolo: per me, è stato strepitoso anche solo così. Conoscerti, abbracciarti, sentire il tuo profumo, averti, è stata l’esperienza più intensa della mia vita.

E questa è la fine della storia. Non mi piacciono i commiati, e non ho alcun messaggio finale. Sappi solo che per te farei tutto: tu sei per me la rabbia, e non sarò mai tranquillo finché esisterà al mondo la possibilità che tu possa soffrire. Ricorda: tu sei per me la rabbia.

 

Impossibilmente tuo Manu.

 

 

 

 

 

 

 

UN NUOVO INIZIO. (02-09-2019.)

 

 

 

Cara Muna,

 

Fra pochi giorni conoscerai l’esito dei test per l’ingresso alla magistrale. Io so già che sarai ammessa poichè hai sempre dimostrato di essere risoluta, costante e silenziosamente caparbia. Presto inizierai dunque un nuovo percorso, un nuovo viaggio, una nuova avventura (se mi lasci passare il termine).

Non so se l’amerai questa tua nuova vita, e questa cultura spesso bistrattata e sottovalutata. Non so se correrai felice alla tua lezione delle 8 del mattino oppure preferirai rimanere a letto a dormire. In realtà non so se te la cavi bene o male nello studio, perchè, oltre che caparbia e risoluta, sei così timida e riservata che non ti ho mai vista leggere un libro in mia presenza e non conosco nemmeno la tua grafia se hai una bella grafia, non so se hai una materia preferita, se stai attenta a non stropicciare i libri, se sottolinei o no, se ripassi o leggi tutto una sola volta, e se studi con passione. So solo che domani farai un passo in avanti verso te stessa, verso la donna che sarai, che vorrai diventare, verso la vita che desideri.

Ma, ti prego, goditi il suono della sveglia alle 6, goditi il traffico che ti separerà dall’aula universitaria, goditi la pioggia che ti bagnerà quando pioverà e tu sarai diretta all’università senza ombrello e senza giacca, goditi il rumore della matita sulla carta durante le interminabili ore di esercizio, goditi il profumo dei libri quando li sfogli, sii una spugna, impara più che puoi, fai tuo ogni piccolo tesoro che le pagine ti sveleranno, poichè la cultura è uno scudo e un mantello che ti ripara dai colpi del freddo mondo, troppo spesso iniquo e cattivo. Allenati ogni giorno, come un’atleta, ad abbracciare con un solo sguardo le molteplici sfaccettature della realtà e dell’oggetto del tuo interesse, ricercando instancabilmente la visione d’insieme, poichè solo questo ti permetterà di avere un’idea compiuta e chiara del mondo e della tua posizione rispetto al mondo.

Ti auguro (e spero) che amerai così tanto studiare e imparare che sarai sempre dalla parte della cultura al punto da difenderla a spada tratta contro chi ci vuole ignoranti e prostrati, da saper distinguere non solo il legale dall’illegale, ma pure il giusto dall’ingiusto e il bene dal male. E spero che un giorno tu sorriderai del tuo sorriso più bello (¿ma esiste un tuo sorriso più bello?) e, forte del tuo sapere e di tutte le conoscenze acquisite, te ne andrai per il mondo a essere quello che vuoi essere, qualsiasi cosa tu decida di diventare.

Ragiona sempre e solo con la tua testa. Anzi, meglio, con il tuo cuore, come ho già avuto modo di dirti, poichè, alla fine, solo l’emozioni contano.

Scegli, scegli sempre: solo chi sceglie è libero. Non limitarti all’aspetto tecnico e utilitaristico del sapere: leggi, documentati, impara da tutto, dalla vita, dai libri e dalle persone.

Sii curiosa, conosci il mondo, abbandona gli schemi aprioristici e gli ideologismi: non servono a nulla. Scavalca i muri della mente e vai per la strada e tra la gente in cerca di storie, idee, sensazioni. Sii ladra d’idee.

Fa’ l’opposto di quello che faresti. Vedi, è una questione di libertà. Esistono discipline che si studiano semplicemente per fini strumentali. E ne esistono altre che bisogna sapere per forza, perchè ne va della nostra vita, come si suol dire. Saper vivere è la cosa più difficile che esista, soprattutto perchè vigono criteri diametralmente opposti circa il da farsi. E questo tu devi impararlo bene e tenerlo sempre a mente. Per quanta programmazione biologica e culturale possa esserci stata conculcata, noi uomini abbiamo sempre la possibilità di scegliere, di optare per qualcosa di non previsto dal programma, o, almeno, non del tutto. Possiamo sempre dire “sì” o “no”, “voglio” oppure “non voglio”. Non ti sto consigliando di fare qualsiasi cosa ti passi per la testa, ma di non credere che tu sia obbligata a fare una sola cosa. Naturalmente, non siamo liberi di scegliere quello che ci accade (per esempio, essere nati in un tale giorno, da certi genitori, in un determinato luogo, e in una determinata città) ma siamo liberi di rispondere come vogliamo a quello che ci succede, obbedendo o ribellandoci, prendendo tutte le cautele o rischiando, lottando o desistendo.

Certamente, essere liberi di tentare non coincide col riuscirci: molte forze limitano la nostra volontà: terremoti e maree, malattie e soldi... Ma anche la libertà e la volontà sono forze del mondo, al pari di malattie e terremoti; dunque sfrutta le tue forze (libertà creatrice e volontà) per combattere le forze avverse: chi ha successo, possiede forza di volontà, genio e fantasia.

Ama quello che fai. Solo così otterrai la felicità. Come diceva Oriana Fallaci, la vita ha quattro coniugazioni: amare, soffrire, lottare, vincere. Se tu ami quello che fai e soffri per quello che ami, lotterai per quello che vuoi e l’otterrai.

E non importa verso quali orizzonti tu diriga i tuoi sforzi e sacrifici, purchè la meta e la direzione siano state scelte da te e solo da te. Per questo, ti auguro che il tuo nuovo percorso universitario sia per te la tua Itaca. Come in un viaggio per mare, la vita ha solo un senso, un senso unico, diciamo così! Si può, infatti, solo andare avanti o stare fermi. Ma mille possibili direzioni tra miriadi e miriadi di possibili itinerari. Come scriveva Machado in “Campos de Castilla”, sono le tue orme il cammino, flebili e delebili scie sul mare: non esiste sentiero, la strada la si traccia percorrendola, è il percorso che segna la via, e voltando lo sguardo indietro, potrai scorgere solo il sentiero che mai tornerai a battere:

 

Caminante, son tus huellas

El camino, y nada más;

Caminante, no hay camino:

Se hace camino al andar.

Al andar se hace camino,

Y al volver la vista atrás

Se ve la senda que nunca

Se ha de volver a pisar.

Caminante, no hay camino,

Sino estelas en la mar.

 

Per il resto, ascolta, non esiste la moviola e le giocate non possono essere ripetute, e, per questo, bisogna riflettere su quello che si vuole e pensare a quello che si fa, non disdegnando nessun piacere, ma scegliendoli mediante un calcolo razionale. Non cercare, dunque, oggi tutti i piaceri, ma ricerca e insegui tutti i piaceri dell’oggi.

Saper vivere non è una scienza esatta come la matematica e l’economia che studierai, ma un’arte come la musica: devi imparare a sentire prima di vedere, devi intuire a orecchio prima di calcolare. Non trattare la vita come un’equazione poichè in matematica due più due fa sempre quattro, ma nella vita due dispiaceri più altri due non fanno solo quattro dispiaceri ma (a volte) anche una buona ragione per suicidarsi, per esempio. La vita non è come le medicine, che ci vengono vendute con un foglietto esplicativo con tanto di posologia e controindicazioni. La vita ce la danno senza ricetta e senza foglietti illustrativi. Fai la cosa sbagliata quando ti accorgi che la cosa giusta da fare non è quella buona.

Un ultimo consiglio: dato che si tratta di scegliere, scegli sempre quello che ti apre (agli altri, alla vita, all’esperienza, a diversi modi di essere e di vivere) ed evita quello che ti chiude.

Per il resto, buona fortuna! Abbi passione e fiducia in te e nell’istinto del tuo sentimento. Cerca di non passare la vita nella paura, nell’odio o nell’indifferenza. E ricorda che essere vivi è essere felici.

 

Impossibilmente tuo Manu.

 

 

 

 

 

 

 

CONFESSO CHE HO VISSUTO. (23-09-2019.)

 

 

 

Cara Muna,

 

Anche stavolta inizierò raccontandoti una storia e anche stavolta si tratta di una storia che già conosci: è la storia di Robinson Crusoe, narrata da Daniel Defoe nell’omonimo romanzo, del quale proprio in questi giorni mi è capitata una copia tra le mani.

Sono già arrivato a pagina 140 circa allorchè Crusoe, passeggiando sulla spiaggia fece una scoperta destinata a stravolgere la sua esistenza quotidiana: <<Un giorno, verso il meriggio, mentre andavo a raggiungere il canotto, vidi, con somma meraviglia, l’impronta di un piede umano nudo sulla sabbia. Mi fermai, come colpito dal fulmine o da una improvvisa apparizione.>>.

Ma facciamo un salto indietro e ripercorriamo insieme e dall’inizio la storia per rinfrescare la memoria. Non te la farò molto lunga, non temere! Dopo alcuni anni vissuti in Brasile e costellati da discreti successi economici, Robinson Crusoe avvertì la nostalgia del mare e decise di imbarcarsi in una nuova, apparentemente redditizia, attività commerciale che lo avrebbe portato lontano dalle coste a cui era approdato dopo molteplici peripezie in giro per il Mediterraneo. Fu durante questo viaggio che si verificò la circostanza decisiva della sua vita: una violenta tempesta, tanto terribile quanto importuna, lo sorprese al largo di Trinidad consegnandolo alle fauci voraci del mare, che fortunatamente e fortunosamente lo risputò sulle coste di un’isoletta, apparentemente deserta. Presto il nostro protagonista imparò a sopravvivere con il poco o niente che trovava sull’isola: un ombrello di foglie di palma per ripararsi dal sole; un rifugio all’interno del quale ripararsi da vento, pioggia, freddo e belve; un docile gregge di capre del cui latte nutrirsi; e sulla spalla il suo inseparabile pappagallo. Insomma, detto in poche parole, Crusoe fu capace di cavarsela anche in un ambiente decisamente ostile e in completa solitudine. Viveva bene da solo, contento delle proprie abilità e della propria forza d’animo e credo che, per un attimo, si sia reputato veramente felice, parendogli che non gli mancasse proprio niente. Ma un giorno, all’improvviso, senza alcun preavviso né sentore, ebbe un sussulto, e subito la fronte si fece madida di sudore: lì, nella sabbia bianca, anzi dorata, della sua isola, il nostro Crusoe rinvenne una forma che rivoluzionò l’intera sua pacifica (non dico monotona) esistenza: l’impronta di un piede umano. E per la prima volta Robinson Crusoe fu costretto a fare i conti con se stesso: dopo esser naufragato, e aver dovuto ricominciare da zero e da solo, la presenza di un’altra forma di vita simile lo costrinse a riflettere e rimodulare i termini del suo stare al mondo.

Una volta, il grande scrittore tedesco Goethe disse (a proposito della Sicilia, ma l’affermazione si adegua perfettamente a qualsiasi clima e latitudine) che <<se un uomo non si è mai trovato solo nel mezzo del mare, non può avere idea del mondo né della propria posizione rispetto al mondo.>> (riporto a memoria, dunque non prendere proprio alla lettera la citazione). Bene, alla stessa maniera Robinson dovette esulare dai meri problemi pratici e ben altro tipo di problemi cominciò ad affastellarsi nella sua testa: ¿di chi sarà quell’impronta? uomo o donna? amico o nemico? bianco o nero? La questione non fu più quella di rispondere alle normali esigenze di sopravvivenza (che cosa mangiare, dove dormire, come ripararsi dal sole e dalla pioggia) poichè da quel momento divenne essenziale (vitale, direi) per Robinson modulare i propri gesti e la propria vita a partire dall’alterità di quella persona diversa da sé e di cui egli naufrago dovette (r)imparare a capire stati d’animo, bisogni, esigenze, sentimenti riappropriandosi faticosa­mente del concetto stando al quale ciò che rende vera (e umana) la vita è la vicinanza con altre persone (lo diceva già Aristotele, l’uomo è un animale sociale) e il rispetto e l’affetto che si ispira a questi.

È un compito arduo e difficile: gli umani vanno trattati con cautela cioè con quell’attenzione che si mette nel manipolare le cose fragili. Eppure non c’è sensazione più gioiosa che conquistare la fiducia, il rispetto, e l’amore di una persona ed essere ricambiato; nulla di meglio dell’essere amato, dell’incrociare gli occhi di una persona che ci guardi con lo stesso amore con cui noi guardiamo quella persona. Se hai questo, allora il resto non cale più. E presto Crusoe se ne accorse. E presto me ne sono reso conto anche io. Precisamente quando ti ho conosciuto e ti ho vista ridere per la prima volta.

Con te ho pensato, per la prima volta nella mia vita, che l’esistenza non sia un mero fatto di sopravvivenza, che non basti proteggersi dalla pioggia, nutrirsi, avere una casa, godere dei piaceri più o meno effimeri, ripararsi dalle intemperie, per poter dire di aver vissuto. Con te ho imparato che sprecare il lato umano della vita (sembra paradossale) è senza dubbio di gran lunga più fastidioso che perdere la vita stessa (il che è senza dubbio già un grave fastidio!).

La vita è una marcia nella notte buia: nemici invisibili ci circondano e spiano a ogni passo, la stanchezza ci assale e tormenta, molti compagni cadono sotto i colpi invisibili della morte onnipotente e onnipresente: dobbiamo approfittare di ogni ancorchè minimo sprazzo di felicità, di ogni invisibile e inconsistente scorcio di bellezza, di ogni intangibile e impalpabile barbaglio di allegria. Solo allora potremo dire di aver vissuto.

E dobbiamo ambire a farlo con la V maiuscola, poichè (so che può suonarti tautologico) a nient’altro vale la vita. Con te io avevo raggiunto il mio angolo di paradiso, quella meta che pochi possono sperare di raggiungere e in cui pochissimi sosteranno a lungo. Io non fui tra questi ma, nonostante la mia residenza in paradiso sia durata poco, già tanto mi basta per poter dire di aver Vissuto. Nessuno sforzo è stato vano, nessun sacrificio insopportabile, poichè vivendo e scoprendo te, io ho vissuto e scoperto me stesso. Folle, con te ridevo per il puro fatto di ridere.

<<Un giorno, verso il meriggio, mentre andavo a raggiungere il canotto, vidi, con somma meraviglia, l’impronta di un piede umano nudo sulla sabbia. Mi fermai, come colpito dal fulmine o da una improvvisa apparizione.>>. Tu sei stata per me quel fulmine, che, in un baleno improvviso e abbacinante, ha inondato di luce la mia notte. Proprio tu, che hai la notte nella pelle!

 

Impossibilmente tuo Manu.

 

 

 

 

 

 

 

IL MIRACOLO DEI MIRACOLI. (08-12-2019.)

 

 

 

Cara Muna,

 

Oggi ho deciso di prendermi un po’ di tempo e scriverti questa lettera: è bello prendersi del tempo e dedicarlo interamente a una persona. Così mi sono seduto al mio computer, ho acceso una sigaretta e ho pensato a belle frasi e forti parole che marchiassero a fuoco quello che provo per te. Ma poi mi sono accorto che è ridicolo dire quello che dovrebbe essere sottinteso. Per questo mi limito a farti i miei auguri con questo libro. È vero, ormai siamo distanti, ma non c’è un giorno in cui non ti pensi. Le tue fotografie sono diventate i miei segnalibri, i disegni che lasciavi sparsi per casa sono diventati i miei porta-fortuna, la tua faccia é per me tuttora il volto della gioia. Con te mi sono sentito di nuovo bambino, tutto era una gioia e una scoperta, e un’avven­tura le notti d’amore, con te: giovane così non lo sarò mai più.

Non hai idea di quanto sia stata per me selvaggia e piacevole la corsa: è stato come lanciarsi in autostrada a duecento chilometri all’ora, una corsa davvero sfrenata e folle. E necessariamente breve, come tutte le cose belle. È stato il miracolo dei miracoli.

 

Impossibilmente tuo Manu.

 

 

 

 

 

 

 

ABBI FIDUCIA. (03-01-2020.)

 

 

 

Cara Muna,

 

Non so se ti ricordi, ma in una circostanza per te molto dolorosa, mi dicesti che io ero una delle poche persone di cui ti fidavi veramente, a cui avresti messo in mano la tua vita senza esitazione.

Ebbene, io non te l’ho mai detto, e tu non sai, che regalo mi hai fatto quel giorno: neanche se vivessi mille anni potrei ritrovare la gioia provata in quel momento per come mi sentii orgoglioso a sapere che la mia presenza era riuscita a darti coraggio.

Bene, quello che vorrei che tenessi sempre a mente è questo: sii forte, non avere paura, tieni duro, e abbi coraggio e fiducia. Non in me, non in qualche maestro, non in qualche idolo, non in qualche amica, non in un sapiente, non nello stato, non nella religione, non nella politica, no: abbi fiducia in te e solo in te stessa. Abbi fiducia nella tua giovinezza ancora intatta, nell’intelligenza che ti permetterà di diventare sempre migliore e ti permetterà di trascegliere i giusti compagni di strada. Soprattutto, abbi fiducia nell’istinto del tuo sentimento.

 

Impossibilmente tuo Manu.

 

 

 

 

 

 

 

LA STRADA È LUNGA. (20-02-2020.)

 

 

 

Cara Muna,

 

Non te l’ho mai detto, ma vorrei che sapessi che il nostro incontro è coinciso per me con una fase particolare della vita, una fase di passaggio: la transizione dalla gioventù alla maturità. Fase in cui possono capitare momenti di tedio, stanchezza e scontento tipici di chi non ha ancora trovato se stesso. Momenti d’irriflessione. Con te speravo in una vita nuova, più ampia e più intensa. Questa vita l’occhio della mia mente già lo vedeva, scritta con tratto sicuro in te.

Ma la strada era lunga (sono lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il cuore brama) e io non avevo sufficienti forze per affrontare il viaggio.

 

Impossibilmente tuo Manu.

 

 

 

 

 

 

 

TUTTO O NIENTE. (27-05-2020.)

 

 

 

Cara Muna,

 

Oggi ho acceso il televisore per vedere un film e mi sono accorto che il nostro abbonamento Netflix è scaduto. Cazzo, è davvero finito tutto. Incredibile. È accaduto di tutto: la gioia e il dolore, la rabbia e il rancore, i sogni e l’amore. Mi è piaciuto tutto. Anche se ora ci comportiamo come se nulla fosse accaduto. Ma è successo di tutto.

Non avercela con me: è che volevo tutto da te. Ma il mio tutto non era il tuo. Ovvio. Non mi accontento mai: io voglio tutto. O niente. Sai come sono.

Statti bene e, come diceva Rilke, lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano. Buon viaggio e vivi con allegria.

 

Impossibilmente tuo, Manu.

 

 

 

 

 

 

 

IN RISPOSTA ALLA PRECEDENTE. (28-05-2020.)

 

 

 

Caro Manu,

 

Non so se fosse necessario escludermi completamente dalla tua vita ma, fatta eccezione per questo messaggio, ti prometto che lo rispetterò.

Ci tenevo comunque a ringraziarti per aver condiviso con me il video.

Mi ha commossa ascoltarlo. Mi ha confermato che, per sempre e senza alcun dubbio, le poesie che hai scritto per me rimarranno il regalo più prezioso che potrò mai ricevere. Questo non ha prezzo. E ti ringrazio.

Mi chiedi di non avercela con te e voglio che tu sappia che, nonostante tutto, non è così. Anche se non è stato abbastanza per te, per quel che vale, giuro di averti amato al massimo delle mie capacità.

Mi dispiace per come sia finita, e dell’ultimo ricordo che conservo di te e me. La dinamica tossica e pericolosa che si è instaurata tra noi ha reso inevitabile separarsi per mantenere l’integrità fisica e mentale di entrambi.

La cosa più sincera che mi sento di augurarti, conoscendoti, è buon divertimento.

Abbi cura di te, Manu.

 

Addio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anno 2020

© “Corpo 11” Edizioni

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+39 329 42 57 212

 

 

 

 

 

 





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