"LIBRO DI ODI"
“LIBRO
DI ODI.”
di
Manuel Omar Triscari.
A
Muna, ancora.
0) PROLOGO (di Ilaria Lila
Giovinazzo).
Il
libro che avete tra le mani è una lunga dichiarazione d’amore a una donna, una
donna che incarna pienamente il ruolo senza tempo di musa: Muna, centro e
soggetto di ognuno di questi componimenti. La mole del volume non deve
spaventare, le poesie si leggono con piacere. Leggerle significa fare un
viaggio dentro una storia d’amore (È mai solo nostro l’amore? O riguarda in
fondo tutti?), senza che l’autore lasci niente all’immaginazione, dalle sue
gioie iniziali alla tenerezza del quotidiano, al tormento, alla gelosia, al
confronto coi propri demoni e infine allo straziante addio.
Alla
fine del volume l’autore ha inserito alcune lettere scritte alla sua donna dopo
la fine della loro relazione. In queste lettere c’è il senso di tutto quello
che segue e sono parte imprescindibile per afferrare completamente il
significato dei componimenti che seguono. Cito: <<sappi che ti ho amato
al massimo delle mie possibilità. E che ti avrei amata di più se i demoni me lo
avessero concesso. Ti avrei amata con ogni cellula, ogni fibra e ogni atomo.
Con tutto me stesso, con ogni gesto e ogni pensiero. Fino al sangue e al
midollo, anzi oltre il sangue e il midollo. Ti avrei amata fino all’ultimo
respiro, anzi senza respiro. E bada: amare alla follia non vuol dire amare in
modo folle: per me, sarebbe stato il massimo amarti stando seduto a rollare una
sigaretta mentre tu dormi distesa nel letto come una luna in mare, o, la notte,
dormire accanto a te e sentire che ti svegli e vai in bagno a pisciare. Sarebbe
stato il massimo riuscire ad amarti mentre mi odi, mentre mi ferisci. Sarebbe
stato il massimo amarti mentre dormi e fuori piove, mentre ti vesti per andare
a lavoro, mentre siamo in macchina e tu guardi fuori dal finestrino.>>.
Nelle
poesie di Triscari c’è questo, la ricerca di una quotidianità pacifica
dell’amore, di una sicurezza, di un ritorno a una fase di innocenza e sogno:
<<è quello scambio di anime / come rimanere nel letto abbracciati / e
parlare ancora un po' / o addormentarsi mano nella mano / pelle nella pelle /
bocca nella bocca / fiato nel fiato / sono queste cose che ti mancano / cose un
po' sdolcinate / cose gentili / affettuose / cose così>> che il poeta
ricerca.
Si
rimane stupiti di fronte alla dolcezza di certi passaggi, l’autore ci permette
di avere accesso alla sua parte senza difese, alle sue fragilità, alla ingenua
spontaneità dei sentimenti più puri dell’animo umano. Si rimane stupiti
soprattutto pensando al Triscari personaggio, che si autodefinisce con queste
parole: <<Classe 1989, megalomane, egocentrico, escatologico, lussurioso,
donnaiolo, fastidioso (in Grecia, dove visse due anni, si guadagnò il
soprannome di Tromeròs, “terribile”),
scandaloso, rissoso, irascibile e amante del jazz. Precedenti penali: spaccio, violenza privata, lesioni
personali, truffa informatica, molestie sessuali, estorsione.>>.
Ma
non mente mai Triscari, non edulcora, è schietto, verace, teneramente scandaloso
nell’amore per la sua donna. Ed è proprio questo che rimane addosso leggendo le
sue poesie: la sensazione di amore totale e fusionale che scuote tanto da
ferire, strappare la carne, piangere. Ma il pianto è un pianto di dolore per
quanto si è perduto, un pianto di bellezza per le altezze a cui si è potuto
elevare il cuore. Ma l’amore che ci racconta Triscari, come tutti gli amori
reali, è composto anche di carne, sangue, materia. E la carne è sacra quanto
l’anima, come recitava Whitman in “Io canto il corpo elettrico”: <<tutto
scompare fuorché noi due, libri, arte, religione, tempo, la terra solida e
visibile, e ciò che ci si aspettava dal cielo o si temeva dall’inferno, ora
sono consumati, folli filamenti, ingovernabili germogli che ne promanano, altrettanto
ingovernabile la reazione, capelli, petto, fianchi, gambe che si piegano, mani
che cadono in negligente abbandono, come le mie, riflusso colpito dal flusso e
flusso colpito dal riflusso, carne d’amore che inturgidisce e fa dolcemente
male, getti d’amore senza limiti caldi ed enormi, tremante gelatina d’amore,
biancofiorito, delirante succo, notte d’amore dello sposo che dura sicura e
dolce sino all’alba prostrata che ondeggia sino al giorno compiacente e docile,
perduta nella fessura del giorno che abbraccia ed ha tenera la
carne.>>.
Ed
è, ad esempio, in questa sacra e mistica compartecipazione di cuore e carne che
rientrano le “Odi
anatomiche”: <<e io che con le mani sfioravo / gli interminabili
spazi del tuo corpo / e con la bocca misuravo la distesa delle tue gambe / e
con la lingua le profondità interstiziali della vulva / olente di frutta matura
e un po’ stantia / e come fiore di agave mortale / turgido il clito / che si
ergeva dalle ninfe carnose mentre godevi / tremando come luna nell’acqua / ah
misteriosa rossa carnosa bocca / ninfea voluttuosa tra floride ninfe / fiore
delle tue carni / fiore del mio desiderio / carne del mio desiderio>>.
Nelle
poesie di questa raccolta non mancano le sperimentazioni, citazioni di altri
autori-poeti riproposte creativamente qua e là lungo la strada, come àncore od
omaggi, chiare a chi ha orecchio fine ma troviamo anche giochi di parole,
accostamenti inconsueti di immagini e suoni, uso sapiente di figure retoriche
in un susseguirsi vertiginoso di allitterazioni, assonanze, consonanze,
anafore: <<in chiostri di ramificati sogni / in sogni di ramificati colli
/ in sonni di radificati sogni / fra riflussi di luna riflessa / fuori dai
recinti dei venti polluenti / rampollano escrescenze di eventi polluti / e
polluzioni di venti di verde-polline / polline di cielo e astrale sperma
australe>> o ancora <<stella-favo stella-fumo stella-neve / stella
in chiocciolio / stella in crocidio / ai margini della neve / dove folle gonfia
il sogno / folle gonfia il sonno>>.
Concludendo,
di una cosa si può essere certi: i versi di Triscari non possono lasciare
indifferenti. Non accarezzano, non intrattengono piacevolmente il lettore, ma
lo scuotono fin dentro le viscere, e nel leggerli mi sono chiesta: può esservi
altro amore che questo?
Dunque
concludo con una dedica questa mia introduzione: a Muna, che è stata capace di
far nascere tanta bellezza (e tanto dolore nella sua mancanza), e a Manuel: come
dice Rilke <<Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. / Si deve
sempre andare, nessun ardire è mai troppo lontano.>>. Che tu possa vivere
di nuovo bellezza e terrore quindi, ma stavolta, memore degli errori compiuti,
riuscire a tenerla con te per vivere quel quotidiano sogno condiviso cui tanto
aneli e di cui tanto necessiti, e di cui necessitiamo tutti.
<<Volevo
solo una persona con cui condividere piccole cose / affettuose / come stare
mano nella mano / a fumare una sigaretta in balcone / o fare una passeggiata al
parco / senza parlare / o vedere un film
in ciabatte e mutande / senza per questo sentirsi a disagio / una persona con
cui non dovere dimostrare nulla / nemmeno di amarla / perché già lo
sa.>>.
Buona
lettura, dunque, di lacrime, sudore, sangue e sperma.
<<Difficilis
facilis, iucundus acerbus es idem:
Nec tecum possum vivere, nec sine te.>>
<<A
un tempo scontrosa e amica, aspra e cortese,
né
con te né senza di te vivere posso.>>
(Marco Valerio Marziale: “Epigrammi”: 12: 45-46).
<<Odi et amo. quare id faciam fortasse
requiris
nescio sed fieri sentio et excrucior.>>
<<Odio
e amo. Forse ti chiederai come sia possibile:
non
lo so ma è così e me ne cruccio.>>
(Gaio Valerio Catullo: “Carmi”: 85).
1) ODI
ALLA MIA DONNA.
<<Se
dell’eterne idee
l’una
sei tu cui di sensibil forma
sdegni
l’eterno senno esser vestita
e
fra caduche spoglie
provar
gli affanni di funerea vita;
o
s’altra terra ne’ superni giri
fra’
mondi innumerabili t’accoglie
e
più vaga del Sol prossima stella
t’irraggia
e più benigno etere spiri;
di
qua dove son gli anni infausti e brevi
questo
d’ignoto amante inno ricevi.>>
(Giacomo Leopardi: “Canti”: “Alla
sua donna”).
ALLA
MIA DONNA.
E così
succede che il tempo passa
e
passa il tempo, passa
passa
su terre e mari
passa
su sonetti e poemi
canti
e canzoni
odi
e amori,
passa
su pietre e fossi
su
questa mia mente sbandata che non pensa
su
questo mio cuore che affannato non perdona
su
questo mio corpo che affamato non ragiona
e passa
e
passa il tempo
passa
su fanti rami e foglie
su
nubi scioperi e feste
su
tombe guerre e terremoti
su strade
monti e poesie
e passa
passa
su D’Annunzio Palazzeschi e sorelle
ma
non passa su Saffo e Pollock
passa
su cartelle esattoriali multe e tasse
passa
sulla stampa e sul fatto quotidiano
passa
sul passato del giornale e sull’avvenire della repubblica
passa
sul detto e sul nondetto
ma
non passa su questo dolore maledetto
passa
su uomini cieli e paludi
sui
pigmei satelliti della ragione
su
cipressi malati teologi e poeti laureati
passa
sulla Destra e pure sulla Sinistra
sui
cimiteri e sulla pubblica opinione
passa
sui giornalisti e gli opinion leader
aureolati
passa
sulla tua mancanza e sulla mia testa
passa
sulle soglie delle foresta
e
sulle foglie della minestra
su
parole dette e non pensate
su
arse salmastre tamerici
e
su irti e scagliosi pini
sui
mirti divini e sulle fulgide ginestre
sui
rossi fiori e sui melograni in fiore
passa
sugli olidi ginepri e sui rovi selvatici
sulle
nostre mani e sui nostri vestimenti
leggeri
e passa pure sui nostri pensieri
su
piangenti cicale e su cicaleggianti professori
su
questo cinereo cielo
sulla
plumbea terra e sull’acciaio-mare
su
secolari arbori e sul mio volto incartapecorito
sulle
mie stolide mani
sul
mio stolido pene
sul
mio stolido cranio rasato
e
sul mio stolido corpo disfatto
sulla
mia ombra e sui miei cigli neri
sulla
mia pelle macchiata e sulle mie palpebre
sui
miei occhi che tra le palpebre sembrano polle tra le erbe
passa
sul mio sesso distorto e perverso
sulle
acerbe mandorle amare e sugli amori sbiaditi
passa
sulle segrete celle del cuore
privo
di vergogna e pudore
passa
sui cortili e sui nostri occhi miopi
e
passa sul cielo autunnale
sulla
prole delle foreste e su arnie luci e venti
ma
non passa sulla nostra prole sterile
e
passa sul siderale sperma australe
su
fratte anfratti antri e spelonche di montagna
passa
sui teneri interstizi vaginali e sui cazzi croscianti
passa
su questo sole
tremante
vacillante fuggente
il
tempo passa sulla mia testa ormai incanutita
e
passa e passa
e
più passa e più io non sento
donna
dormire nuda al mio fianco
e
così nel pensiero la fingo
viso di rosa
labbra di pesca
profumo di porpora
e
mi sovviene il suo dolcissimo ambiguo sorriso
ferita della notte
collana di perle
falce di luna crescente
e
il suo odore immaginato e immaginario effonde e sciama
suscitando
oscuri viziosi pensieri
che
invadono la mia notte
la
notte che rimembra la sua pelle
la
sua pelle che profuma
di
frutta dolcissima
e
un po’ matura.
Intanto
empio
un altro bicchiere
e
bevo e bevo
e
salvezza mi è
naufragare
in
questo
mare
di
vino.
BENVENUTA.
Estati
e inverni interi ti ho attesa
e
giorni e notti a non finire
e ho
visto le stagioni nascere e morire
e
rinascere e i giorni accorciarsi
preannunciando
l’autunno:
¿perchè
hai tardato così tanto?
Ma ora
finalmente sei qui
e
mi preparo a riceverti
la
mia porta spalancata ti aspetta
sul
tavolo acqua e pane
e
miele e noci.
Benvenuta,
dunque, ragazza mia:
finalmente
posi lo sguardo sulla mia vita
e
le paure divengono uccelli
e
nubi dorate gli incubi;
finalmente
posi il piede nella mia casa
e
le mura divengono alberi
e
prato il cemento del suolo.
Benvenuta,
donna mia,
forse
tu non sai chi io sia né chi fui
né
quale sole in volto mi arse
né
quale amore bruciò le mie palpebre
né
quali donne spartirono con me il giaciglio
nelle
mie notti senza alba
né
quali mani mi scossero dal torpore
o
quali baci mi addormentarono;
tu
non sai la morte
che
il mio cuore ogni giorno vive
ma
sappi questo
che
oggi sono qui per te
certo
che verrai
a cogliere
margherite
e
inseguire farfalle
con
me.
Benvenuta,
anima mia,
benvenuta
bella come una libertà
calda
come una notte di Luglio
dolce
come un vento estivo.
QUANDO
T’INCONTRAI.
Fu per
caso
forse
per scherzo
quasi
per gioco
e
ora sei distesa
nuda
sul mio letto
come
luna in mare
e
come luna in mare
la
tua pelle trema
con
sapore d’amaranto
e
con voce d’amarena
mi
chiama la tua bocca
e
io non voglio altro
che
perdermi e perdermi
nel
buio della tua pelle
e dissolvermi
nel silenzio
dei
tuoi occhi.
POSSO
AMARTI.
Io,
uomo meridiano contemplante notturni paralleli
e
inferne geometrie, regalarti non posso
altro
fuorchè sorrisi e scherzi
e
sogni gorgoglianti
dal
profondo cuore.
Io
posso
amare
solo
tra attorte onde avvolgenti
tra
torrenti e selvatiche acque fiumali
con
questo mio cuore affondato
con
questo mio corpo scoppiato
con
questa mia mente annebbiata
con
questa mia vita distrutta
con
questa coscienza putrida
con
queste mani neghittose
con
questi occhi stanchi
con
questa anima inerte.
Io
posso
amarti
solo
con baci e poesie
con
una notturna voce
che
dispiega grida disperate
con
soffocati singhiozzi
e
stanca voluttà.
Ma,
se
ti basta,
allora
corri
bianco-vestita
alla
mia anima con la tua anima
e
tieni il mio cuore
tra
le tue dita
di
rosa.
IN
RIVA AL MARE.
Non
mi ammalia più l’ora della partenza
né
mi seducono più le soavi voci proibite
né
le avventure proibite
di
ambigui piaceri proibiti
in
abbietti squallidi bar della
periferia
né
più attendo mirabili avventure.
Sulla
riva del mare è bello stare muto
senza
ambizioni e senza desideri
sentendo
nel silore beltà e morte
lavorare
su me.
Spero
solo che presto tu
venga
a tenermi compagnia
e
far niente con me.
GIÀ
SCENDE LA NOTTE.
Già
scende la notte
in
compagnia dell’amica luna
ma
tu, Muna, nuda negra luna,
caccia
dagli occhi il sonno
e
con me aspetta
che
il giorno sopravanzi la notte
e
stenda la propria luce alburna.
Lascia
da parte impegni e affari
e
sul prato stenditi con me
e
giunta l’aurora non andare
ma
rimani ancora
finchè
una nuova notte
stenderà
il suo drappo di stelle
su
di noi.
Resta
con me, ora,
tra
queste stelle che nulla significano
in
questo prato che nulla significa
in
questa notte bellissima che nulla significa
e inutile
come il vento
a
nulla ci porta
dal
nulla avanzando.
MUNA
LUNA.
Muna,
nuda
negra
luna,
vieni
vieni
a me
vieni
anche triste
vieni
anche arrabbiata
vieni
anche imbronciata
e
amami
e
stringimi
poichè
breve è la vita
e
fugge il tempo
(oh
sì il tempo fugge,
fugge
il tempo, fugge).
Siedi
accanto a me
ad
aspettare la prima stella della sera
scherzando
e ridendo dolcemente
e
poi resta ancora quando il sole avrà sciolto
il
trucco della notte
finchè
non vedremo la prima stella mattutina
dall’ala
bianca annunciare il sole
e
poi continuiamo
finchè
le nostre notti si confonderanno
con
i nostri giorni
e
giorno e notte non saranno altro
che
parole.
2) ODI
(IM)MORALI.
<<Lentamente
muore
chi
non si concede, almeno una volta
nella
vita, di fuggire ai consigli sensati.>>
(Martha Medeiros: “Una morte lenta”).
1.
Chi
ama i piaceri deve amare anche i dolori:
l’allegria
non va d’accordo con l’anestesia.
Non
crogiolandoti nel dolore
sappi
che senza dolore non è piacere
non
è amore.
Sappi
che la stessa allegria di avere un corpo
diventerà
anch’essa dolore un giorno.
2.
Come
l’acqua nel fiume
come
il vento nella pianura
passano
i giorni della nostra vita:
non
preoccupiamoci di quello che passato non tornerà
né
di quello venturo poiché non esiste
ma godiamo
di questa notte,
amore
mio,
e questo
silenzio che ci unisce
e
questo buio che ci stringe
fermiamolo
e intrappoliamolo
nella
rete dei nostri baci
e del
domani non diamoci pensiero.
Ricorda:
la vita è oggi,
il
domani non esiste.
3.
Allegra
poiché non sai da dove vieni
stai
allegra poiché non sai dove vai.
¿Perchè
tutto questo affannarsi per il denaro
e
tormentarsi per questo mondo?
¿Hai
mai visto qualcuno che sia vissuto in eterno?
questi
uno o due soffi di vita
che
sono nel tuo corpo
sono
un prestito:
ricevuta
una cosa in prestito
quale
prestito vivila.
4.
Oh cuore,
giacchè
il destino ci contrista
e un
giorno la pura anima
si
dipartirà dal corpo
siedi
sul prato e baciami
prima
che l’erba verde sbocci
dalla
nostra polvere.
Cogliamo
questo tempo d’un attimo
giacchè
non siamo quell’erba fresca
che
falciata torna a crescere e spuntare.
Cogliamo
ogni fiore
poiché
già il giorno muore
e la
notte trascorre in fretta
e
il tempo fugge senza tregua.
5.
Coloro
che sono prigionieri della morale
e
del buonsenso e si struggono
nell’affanno
dell’essere e del non essere
costoro
hanno mille occhi e mille orecchi
e
contano i nostri baci per schernirci
con
invidia.
Ma c’è
un campo poco più in là
nascosto
alla vista e al sicuro dagli sguardi
pieno
di vita e fiori
e
noi lì saremo
imprevisti
amanti
amanti
e imprevisti
a
correre scapigliati
inseguendo
farfalle.
6.
Desidera
poco e vivi contenta
sciogliendo
ogni vincolo col bene e col male
prendi
in mano questa sabbia
e
le mie mani che ti amano
poiché
presto questi giorni svaniranno.
Non
lasciare che l'angoscia ti tenga in pugno
e
il cruccio di ciò che è assurdo sperare
occupi
il tuo tempo.
Siedi
sul margine del fiume
o
sulla ripa del mare
e
godi di questa calida estate
con
me.
Sappi
che in questo mondo vive un uomo
che
pensa che la sua vita sia perfetta se ci sei tu
e vorrebbe
solo sedere innanzi al tuo volto di paradiso
e
perdersi nel calore del tuo sguardo
nell’interrogativo
delle tue labbra dischiuse
nell’ansito
affannoso del tuo respiro
ad
accarezzare la tua guancia di tulipano.
Come
diceva Iben Andìs
poiché
in ultima istanza sarai il nulla
reputa
il non essere pari all'essere
e pensa
di essere il nulla
e
così vivi libera e felice.
7.
Il mio
tempo infamatosi nelle strade
tra
puttane drogatossessive
e
matti alcolizzato-aggressivi
in
ogni modo l’ho sperequato
dietro
ogni avventura
a
ogni angolo di ogni trivio
e
quadrivio.
Ora
il velo della del mio buon-nome
si
è talmente lacerato e squarciato
che
non si può più rammendare,
ogni
penitenza fatta è stata disattesa di nuovo,
la
porta della (buona) reputazione
me
la sono richiusa addosso di nuovo,
e ho
ripreso il costume della dissolutezza.
Corri
dunque a me
e
godiamoci questo tramonto
ché
non altro mi resta
ché
nient’altro conta
ché
nient’atro ho da offrirti.
8.
¿Fino
a quando continueranno a parlare
di
esistenza, di dio, e di morale;
quanto
ancora staranno a cianciare
di
affanni e angosce, di affari e business;
perchè
non si svegliano
e
non trascorrono in letizia la propria vita?
Loro
non sanno
ma
io so
che
nulla può sostituire i tuoi baci:
teoria
e pratica hanno trasceso ogni mia capacità
e ogni
arduo problema lo risolve la tua bocca.
3) ODI
SENSUALI.
<<Un
boccone, e un bel volto,
e
vino sulla proda del campo,
queste
tre cose sono per me pronta moneta:
a
te la cambiale del paradiso.>>
(Omar
Caiàm).
LA
CASA DELL’AMORE.
Nella
casa dell’amore
oltre
la sala grande
ove
ordinatamente si celebrano
gli
ordinari amori
sono
oscure camere segrete
che
si ha vergogna solo di nominare:
su
quei letti osceni io ti aspetterò
disteso
e supino
il
corpo trepidante di voluttà
il
sesso scandaloso a reclamare il proprio piacere
per
festeggiare il nostro
sordido
oscuro amore.
MI
CHIAMA LA TUA BOCCA.
Stesa
sul mio letto come luna in mare
come
luna in mare adesso tremi
e
la tua pelle effonde dappertutto
sapore
di zucchero e cannella.
A te
inesorabilmente mi chiama
con
voce d’amarena
la
tua bocca.
NOTTETEMPO.
Il candido
lume del giorno brunisce
e
si trasforma in sangue coagulato
e lontana
la sera lenta s’annera.
Finalmente
le appartate membrane
della
notte ci accolgono
sudario
ai nostri corpi madidi e ansimanti.
Non
indugiare, dunque, ma spogliati
ché
la carne reclama il proprio piacere
e
la notte dura un soffio.
Sali,
cavalca
questa notte,
e ingoia
i ritegni.
FUOCO-COLORE-CALORE.
Finalmente
a te sono giunto
dolce,
soave, leggiadra creatura
finalmente
a te sono giunto
ansante,
affannato, affamato.
Per
te ho attraversato rupi di spine
e montagne
d’insidie, per te
ho
scavalcato alte mura.
Ora
finalmente ti guardo negli occhi
e
guardandoti negli occhi
finalmente
mi sento riscaldare.
Ora
tu mi guardi
senza
parlare,
tu
non parli ma i tuoi occhi parlano
e
dicono che gli uomini seri hanno paura del fuoco
e per
questo inventano i pompieri
e
vestono di grigio
che
è nessun colore
ma tu
sei senza parole come il fuoco
come
una fiamma solo colore e calore
e
ti saltano dallo sguardo scintille
e
faville a dieci a cento a mille.
Tu puoi
con gli occhi bruciare
tutto
il mondo, tutto il mondo ustare
e
sembra che ti abbia creato il sole
ché
solo a guardarti m’incendio.
Il tuo
calore mi da calore
il
tuo colore mi da valore
e
mi sento correre un brivido per le vene
e
sotto-pelle godo e mi ravvivo
quando
avido guardo la tua fiamma
e
sento salirmi una vampa alla testa
come
se bruciasse il mio cervello.
Oh,
gli uomini che temono il fuoco:
poveri
esseri di paglia...
ORGASMO.
Era sera
e già la luna stendeva un sottile strato d’argento
sulle fronde sull’erbe e sul fango
e i crini e le cime si agitavano ondeggiando e stormendo
e il nostro piacere era come un’enorme onda
tumultuosa turgida minacciosa
pronta a gettarsi su noi e mergerci
e la nostra stanza non era più una stanza
ma una muraglia verde
esuberante, lussuriosa, rigogliosa e intricata
di tronchi rami e foglie
di frasche tralci immobili nella luce lunare
e i nostri discorsi erano discorsi di sordidi bravacci
e il nostro letto una barca che ci conduceva verso le
profondità
di un deserto
e i nostri sussurri erano bestemmie alla morte sempre in
agguato
che si allunga in tremuli prolungati lamenti di lugubre
terrore
e sconfinata disperazione e tristezza
extraterrestre estravagante extra-errante
e i nostri corpi sudati si penetravano si compenetravano
s’addentravano in quella immensità selvaggia
che si chiudeva dietro di noi come il mare
si richiude sul tuffatore
ed era come un viaggiare in avanti nel tempo a 300mila km
orari
in un’aria calida pesante e torbida
verso cupe lontananze rocciose e limiti elusivi
che ci tagliavano fuori dalla logica e dalla ragione
relegandoci in una terra che non è più terrestre
dove fameliche iene intaccano i cadaveri
di un campo di battaglia
rosicchiando i resti delle armi e delle spade luccicanti
dei fucili e delle pistole defecando il bronzo esausto dei
proiettili
in una putrida oscurità inerte dove scivoliamo
come fantasmi pieni di stupore
e segretamente sgomenti di fronte a quel tremido tumulto
come assistere a uno scoppio di frenesia dentro un manicomio
come procedere in una torbida acqua fluvio-fiumale
costipata da tronchi sommersi e bassure traditrici
dove le parole quanto il silenzio non hanno più senso
e le voci attentano ai nostri più agghiaccianti pensieri
e l’essenziale è invisibile agli occhi e sta oltre la nostra
portata
oltre ogni possibilità d’intervento
e poi di colpo scese definitivamente la notte
e noi fummo ciechi andando tentoni
lungo una parete infinita e liscia
alla ricerca di un indizio
un’apertura
una fessura che ci illuminasse mondi a noi familiari
e ci conducesse a un sole
un sole che all’inizio era una forma confusa
tra nebbia salsa foschia calida e fubbia appiccicosa
e poi divenne accecante
ancor più accecante dell’oscurità
mentre le mani si contraevano
e i nervi erano tutti tesi
e le palpebre dimenticavano di battere
e i sessi fluttuavano nell’aria
e sembrava che stessero per dilacerarsi spaccarsi esplodere
in una sorda esplosione di onda franta contro gli scogli
in un bagno di scintille iridescenti
opalescenti
e fu come essere inghiottiti
come se il mare si chiudesse sopra le nostre teste
un mare infuocato d’acciaio e amaranto
che ci piombava addosso con mille aghi confitti nella pelle
implacabile poichè sfrenato
invincibile poichè crudele
inattaccabile poichè temerario
annegandoci nell’abisso dell’acqua corrente
nel baratro di pensieri-stagno
nell’acqua degli zampilli
nell’acqua degli specchi
nell’acqua dei laghi e nei laghi degli occhi
nell’acqua dei bacini e nell’acqua delle piogge torrenziali
nell’acqua delle chiuse delle dighe delle dune
nell’acqua delle terre ghiacciate e dei mari assolati
nell’acqua delle caldaie e nell’acqua del vapore
nell’acqua ruvida e in quella tumida
nell’acqua fantasiosa scabrosa vertiginosa
nell’acqua quieta e inquieta
nell’acqua degli acquazzi e degli acquazzoni
nell’acqua dei flussi e dei reflussi esofagei
nell’acqua dei corsi d’acqua e dei ricorsi storici
nell’acqua dei rubinetti e dei diamanti
nell’acqua delle caraffe e delle fontane e degli abbeveratoi
nell’acquolina in bocca e nell’acqua seminale
che rotola goccioloni in un eterno pozzo senza fondo
nell’acqua del pozzo che affoga la luna
nell’acqua di un oasi del deserto dove un cammello deserito
si abbevera rimpinguando l’acqua sommersa
della sua groppa allagata
che ne annega e trascina in superficie per la cruna di un
ago
attraverso cui non passa nemmeno il crine di un dromedario
dalla groppa disseccata e asciutta
in una pozza di sangue coagulato
dove un pertentacolare mostro
perpendicolare e vorace ci divora
e sputa le nostre ossa sul greto del letto
riconsegnandoci a un nuovo silenzio che
scacciato dal nostro trapestio infoiato
rifluisce di nuovo dai recessi di un buio
che ci risucchia nel proprio imbuto
adagiandosi sulla nostra pelle
la mia pelle e la tua pelle di gelsomino
come la caligosa bruma notturna sulle foglie
consegnandoci a un quieto sonno
che è un sogno
che vibra la pelle
con sapore d’amaranto
e illumina la pelle
come la luna illumina il mare nero
un sogno che scuote la pelle
come una increspatura alla superficie di un enigma
insondabile
un sogno-sonno a cui ci abbandoniamo senza resistenze
stanchi e sudati
in un fremito
esausto
esausti.
POSTAMPLESSO.
Pallida
e scarmigliata
il
tuo aguzzo scorpione aculeato a trafiggermi il petto
il
tuo sesso scabroso ancor rigonfio
dischiuso
per il recente amplesso
e
nella tua bocca il mio freddo
inerte
seme.
LACRIMA
DI PIACERE.
Sigaretta
postamplesso
sonno
postamplesso
tu
discinta e nuda
sesso
ancor dischiuso
per
il recente orgasmo
e
stillante la sua
lacrima
di piacere
e
io alla ricerca di
una
vecchia maglia logora
per
andare al mare
e
finalmente annegare
la
cospirazione
del
desiderio.
4) ODI
ANATOMICHE.
<<Occhi
di lei, vago tumulto.>>
(Vincenzo Cardarelli: “Poesie”: “Amore”).
AL
FIORE DELLE TUE CARNI.
Ricordo
quando ti ebbi per la prima volta
il
vetro-albume dei tuoi occhi
affiorante
dall’atroce viso
come
l’aurora scialba
al
termine della notte:
il
segreto del tuo cuore rampollante
dagli
occhi alburni come un’altra te
che
brillante e lucente
si
affaccia da un pozzo nero,
i
tuoi fianchi arroganti
terminanti
in una protuberanza
eccessiva
e voluttuosa,
il
fiore delle tue carni
selvaggio
e violento
penzolante
come
una goccia fresca di rosso sangue
dal
ventre rigonfio e accogliente,
io che
con le mani sfioravo
gli
interminabili spazi del tuo corpo
e
con la bocca misuravo la distesa delle tue gambe
e
con la lingua le profondità interstiziali della vulva
olente
di frutta matura e un po’ stantia,
e tu
come fiore di agave mortale
turgido
il clito
che
si ergeva dalle ninfe carnose mentre godevi
tremando
come luna nell’acqua.
Ah misteriosa
rossa carnosa bocca,
ninfea
voluttuosa tra floride ninfe,
fiore
delle tue carni,
fiore
del mio desiderio,
carne
della mia carne,
carne
del mio desiderio...
AL TUO
CLITORIDE.
Fiore
di agave mortale
il
clito si erge turgido
dalle
ninfe carnose
quando
con le mani
sfioro
gli interminabili spazi del tuo corpo
quando
con la bocca misuro la distesa delle gambe
con
la lingua le profondità interstiziali della vulva
olente
di frutta matura e un po’ stantia
e
tu godi
tremante
come luna nell’acqua.
Oh ninfea
voluttuosa tra floride ninfe
misteriosa
rossa carnosa bocca
sboccata
e spavalda nella poderosa pienezza della carne
voluttuoso
fiore rampollante dai fianchi arroganti
penzolante
come lingua di cane
come
goccia fresca di rosso sangue
rosso
sorgendo dal tuo monte
come
l’aurora scialba sorge all’occaso
come
una luna che brillante e lucente
si specchi
in un nero pozzo.
ANCORA
AL TUO CLITORIDE.
Con
la lingua esploro la tua bocca e il tuo ventre
con
le labbra sfioro i tuoi capelli e la tua pelle
che
odora di frutta matura e dolcissima
misurando
gli interminati spazi delle tue gambe
e con
la lingua lecco l’acre umore del tuo sesso selvaggio
carnoso
e arrogante come la violenta fioritura
mortale-esiziale
dell’agave suicida.
ALLE
TUE GAMBE.
All’atroce
bellezza delle tue gambe
strazio
ai miei sogni agitati
all’inerte
voluttà delle tue gambe
strazio
al mio amore malsano
alla
pura forma-peso delle tue gambe
strazio
alla mia abietta lasciva libidine
alla
dolce curva delle tue gambe
che
ripete all’infinito
l’assioma
del mio turpe desiderio.
AI
TUOI SENI.
I tuoi
seni sono due calici
di
vino forte:
li
succhio e m’inebrio
del piacere riservato
ai maestri del piacere,
ai campioni del piacere.
AL
TUO CULO.
Il tuo
culo sforza il mio turgido sesso
e
nell’alvo tuo languido affondo perplesso:
alma
e palle mi svuota nel cesso
questo
oscuro feroce amplesso.
AI
TUOI CAPELLI.
Ninfa
dal marmoreo corpo,
ti
sogno in sfrenate corse
lungo
albe sublunari
screziate
da nimbate caligini lattiginose
mentre
i tuoi capelli si sciolgono alla brezza.
ANCORA
AI TUOI CAPELLI.
Come
un Luglio calido
più
calidi di un Luglio calido
i
tuoi capelli mi solleticano
quando
leggeri il mio volto toccano
con
dita di margherita delicate.
AL
TUO VOLTO.
Il tuo
volto è la mia luna
il
tuo corpo è la mia notte
il
tuo sorriso le mie stelle
e
tu... Tu sei il mio sole:
quando
al mattino apri gli occhi e mi guardi
e
una tua nuova alba penetra in me
allora
per me s’inizia il giorno
effondendo
la sua luce
cristallina.
AL
TUO SORRISO.
Come
lampo incendia la tenebra
così
oscura e atroce notte tu
sorridendo
candisci.
Il tuo
sorriso è una falce d’argento
che
miete i miei sogni
falcidia
le mie paure.
Collana
di perle
ferita
della notte
falce
di luna crescente
il
tuo sorriso esplode l’oscurità.
Il tuo
corpo è una notte luminosa
i
tuoi occhi due splendide stelle
e
il tuo sorriso una luna.
La falce
del tuo sorriso
disegna
una ferita sulla pelle
come
la falce della luna illumina il cielo notturno
le
ombre della notte falcidiando.
Il tuo
sorriso è una ferita sulla tua pelle
come
la luna è una ferita
nel
volto della notte.
Il tuo
sorriso è una ferita aperta nella pelle
come
la luna in cielo
è una
ferita aperta
nel
volto della notte.
Il tuo
sorriso illumina la tua pelle
come
luna illumina la notte.
Oh Muna,
quando
sorridi
la
tua pelle trema
come
notturno mare agitato dalla luna e rischiarato
dappertutto
effondendo
dolce
sapore di ciliege e amaranto.
ANCORA
AL TUO SORRISO.
Il tuo
sorriso è una falce d’argento
che
miete i miei sogni
è
il ferro perduto dal nero corsiero della notte in fuga
come
se il nero destriero della notte fuggendo
avesse
perduto un ferro degli zoccoli.
AI
TUOI DENTI.
L’antro
della tua bocca rivela
un
claustro riposto e romito
solitario
solingo e solinquo
come
deserito e desertico ermo desolato
come
deserto eremo e appartato
occluso
da una chiostra di denti
come
forti spranghe incrodabili
che
captano la mia voluttà e la mia maschiezza
nei
reconditi recessi del tuo chiostro boccale
a
cui il mio desiderio e il mio piacere
cedono
e cadono reclusi catti claustrofobici
aizzati
dalla memoria che non sfolla e non molla
e
come chiodo fisso
l’incastra
in una clausura
di
atro inchiostro da cui non recede
e
come anacoreta contemplante non riede.
AI
TUOI OCCHI.
Io
so
tutto,
io
so
tutto,
io
so
tutto:
so
la
vita
la
morte
le
città
i
mari
i
sogni
gli
incubi
le
paure
ma
non so
i
tuoi occhi:
i
tuoi occhi
rimangono
per me
un
mistero
un
turgido enigma
un
indecifrabile
punto
interrogativo
un’umida
domanda
e davanti
ai tuoi occhi
la
mia ragione sbanda.
Tu m’interroghi
senza
domande
e
io non so
rispondere,
tu
domandi
e
io non rispondo,
non
rispondo
e d’improvviso
mi sembra
che
niente so e niente
so
e posso dire.
Mi chiedi
perché
il giorno
perché
la notte
perché
la vita e le stelle
la
morte e il dolore
perchè
i fiori e gli arbori
perché
i poeti e gli assassini
perché
le rose e le viole
e
le mie parole
svaniscono
e
non
so.
Il perchè
e la ragione mi chiedi
e
io ti rispondo che il perchè è la ragione,
ma
poi non so argomentare
perché
nulla so
fuorchè
quello che
non
vivo.
Io so
tutto,
so
la vita e la morte
la
notte e i suoi arcipelaghi meridiani
la
botanica e la farmacologia
il
gineceo dei nostri peccati
il
più e il meno della matematica
i
pro e i contro della statistica
il
guscio irreale ed eterno della noce
la
bontà ignota e ignorata del coccodrillo
il
lampo azzurro-cielo che precede la morte
so
tutte queste cose e molte altre
ma
ancora i tuoi occhi non so:
sul
vertiginoso distacco
dei
tuoi occhi la mia ragione slitta
e
così solo la vertigine dei tuoi occhi so
la
gloriosa spaventosa vertigine dei tuoi occhi
e
mi sembra che le parole
le
abbia stravolte mangiate rose
il
tuo sguardo e i tuoi occhi
e
soltanto questo ormai so:
viviamo
solo se l’amore lacera le viscere
mentre
gli dei sonnacchiosi stanno a guardare
e i
demoni malvagi in silenzio aspettano
calpitando
furiosi.
ANCORA
AI TUOI OCCHI.
Occhi
di solitudine e di abbandono
occhi
di tenebrosa e offesa bellezza
i
tuoi occhi sono un vago tumulto
un
vago fluttuare di lampi tra nebbia
vago
sogno nell’illusione della vita
vago
guizzare di pesci nel piombo dell’oceano
nell’oceano di piombo
occhi
di fossile compattezza angolare
occhi
di monomania
occhi
di vita, occhi di poesia
occhi
di paura, occhi senza riparo
occhi
senza ritorno a cui tutto torna
rattratto
attorto sillogismo e polvere da sparo
gloria
in excelsis e concerto in busillis
infernale
be-bop frondeggiante proteiforme
non-voluto
involuto devoluto come il cielo dei fessi
grondante
nel cielo dei fossi.
AL
TUO SGUARDO.
Diceva
Ungaretti:
il
tuo sguardo è calma accesa
come
una finestra illuminata
nel
cuore della notte.
E davvero
il
tuo sguardo è calma accesa
come
una finestra illuminata
nel
cuore della notte.
E la
calma del tuo sguardo
un
nimbo di pace
quando
un’ora serena cerco.
ANCORA
AL TUO SGUARDO.
Mi spaura
il tuo sguardo
poiché
quanto prima non esisteva
rende
visibile ai miei occhi bui
e
al mio cieco cuore.
E io,
spaventato
di perderti
e
perdutamente felice di averti,
nei
tuoi occhi silenziosi
chiedo
solo di perdermi e non finire
mai
più.
ANCORA E ANCORA AL TUO SGUARDO.
Ti guardo
e il tuo sguardo è un funambolo sul filo del rasoio
un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso
un sistema finanziario sul ciglio del baratro
un ubriaco che biascica parole inconsulte
un pazzo con un tamburo che urla sul tetto
una puttana che finge piacere per far piacere a un cliente
una treno che deraglia e si accartoccia come una foglia
un sole bruciato dal troppo calore
una rosa che ha roso il mio cuore e s’è mangiato
un pesce con l’ala spezzata
una rondine ingabbiata tra le quattro mura del mio cervello
una cavallo stramazzato a terra che gorgoglia
un cane che ulula alla morte
una volpe con una zampa tra i denti
e il cuore nello stomaco.
Tu mi guardi
e il tuo viso è come un cielo autunnale
rannuvolato un momento
e subito dopo sereno.
Tu mi guardi lunatica
e sul tuo volto di luna
sorrisi e cipigli si rincorrono
come il sole e l’ombra
su una rada battuta dal vento.
AL TUO BACIO.
Baciarti
è come addentare la polpa
di
un dolce frutto estivo
come
respirare l’aria trafitta di azzurro dell’estate
come
sprofondare nella fodera di seta della notte
incostante
e seducente.
Baciarti
è come addentare la polpa
e
mentre ti bacio entro nei tuoi occhi
come
un viaggiatore in un luogo sconosciuto,
entro
nella tua carne
come
in un giardino pieno di sole e ciliege,
entro
nella tua anima
come
in un bosco fresco e silente,
entro
in te
come
in un sogno.
Baciarti
e baciare
le tue labbra
e baciare
il tuo seno
e baciare
il tuo sesso
e
baciare la tua pelle
e
baciare i tuoi piedi
e
baciare le tue mani
e
baciare la tua fronte
e
baciare la tua schiena
e
baciare le tue gambe
e
baciare il tuo collo
e
baciare il tuo bacio
è
come addentare la polpa,
la
polpa della vita.
ALLA
TUA SALIVA.
Vino
mi è la tua saliva:
quando
ti bacio e mi baci
la
mia anima vola leggera
ancorchè
carica
ed
ebbra.
ALLA
TUA MANO.
E anche
la tua mano-brezza,
la
tua mano di latte-lanugine,
la
tua mano levamen
sento
posarsi
ora
che scende la sera
dolce
e tuttavia piena
sulla
mia fronte
premendo
infinitamente
digitata
sulla
mia fronte
infinitamente
madida.
Sento
la tua mano
e
il mio infinito morto sudore
mentre
squillanti jazz saettano e dardeggiano
frondeggiando
nella camera buia
e
tutto ciò a nulla giova
e
pure io a nulla giovo
(lo
so)
benchè
io sempre mi provi con tutto me stesso
nell’inficiarmi-trasgredirmi
del punirmi.
La tua
mano mi abbraccia
mi
affonda
mi
assorbe
e
annega
e
io mi lascio andare
con
paurosa trepidazione.
Nella
camera buia vagola
brancola
si
agita
senza
posa
la
tua mano che non si vede
e
che si posa lieve
quando
mi adagio a notte.
Enorme
mano morbida e morbosa
che
gira e rigira nella mia mente
fatalmente
forzuta
fatalmente
voluttuosa
incredibilmente
affettuosa
ancorchè
fortissima.
Mano
che potrebbe stritolare
ora
mi accarezza,
la
mano che ieri poteva abbracciare
e
invece preferiva stiacciare.
La tua
mano mi liscia i capelli
mi
solca la fronte e le tempie
mi
socchiude le palpebre
e
mi rintuzza i pensieri
mi
tira indietro il collo
mi
palpa la nuca
quasi
a cercare
più
forte, più forte
m’afferra
stretta al collo
e
io non vedo più
non
ci vedo più
non
sento più
e
la mano mi trascina lontano
in
una oscura oscura oscura via.
È buio
fuori
e
anche dentro
e le
strade sono bagnate
e
languidi i lampioni:
ora
la mano mi molla
per
un attimo
ma
subito ricomincia
e
mi affonda il muso nel fango
e mi
sbatte la testa contro il muro
ed
ecco che ora si trasforma
non
è più la mano robusta che conoscevo
quell’unico
bruno fascio di tendini e nervi che amavo
ma
è divenuta flaccida e pigra e floscia
ma
sempre mi ronza in testa
la
tua mano, la tua mano, la tua mano...
La tua
mano mi volita sulla testa
e
io sto a guardare
con
compostezza
poi
d’improvviso si innervosisce
e
mi getta per le scale
e
mi corre dietro
sull’orlo
del precipizio
e
sul ciglio del baratro mi riprende
e
io non reagisco
e
mi lascio trasportare
mi
pare di sentire il mare
l’onda
dell’ombra
e
la terribile agonia del buio.
Poi
la mano ritorna
e
penetrano le unghie acutissime
dentro
i miei occhi
e
io la lascio fare
non
ho più la forza nemmeno di respirare
e
le unghie penetrano
e
aprono fessure e varchi spazio-temporali
che
mai potevo immaginare
brandello
dopo brandello
giungono
all’estremo lembo del cervello
ed
è un’esplosione
lampi
di luce giallo-viola-azzurro
mi
balenano nei bulbi oculari
e
le tempie pulsano
e
un enorme vuoto pneumatico davanti a me
spalanca
la sua bocca e le sue fauci e mostra
un
vortice immenso e rosso
come
il sole
più
dinamico del sole
un
immenso vortice rosso
che
mulinella davanti a me
e
mi attrae a sé e mi risucchia
e
mi è addosso e mi acceca
immenso
e rosso
accecante
sfavillante.
ALLA
TUA PELLE.
La tua
pelle reca la notte
e
negli occhi hai il giorno,
al
tuo cospetto l’alba affosca
e
pure l’ostro oscura e perde l’avorio:
sembri
una notte stellata
ornata
con i monili del cielo
e
il tuo sorriso è un drappo di stelle
come
se gli astri
stupiti
dalla tua bellezza
avessero
deciso di abbandonare il cielo
e illuminare
la tua bocca.
ANCORA
ALLA TUA PELLE.
Oh Muna,
oscura
notte è la tua pelle
e
luna il tuo sorriso:
se
sorridi
il
tuo volto brilla
come
notturno mare
dalla
luna illuminato.
I tuoi
occhi sono un vago tumulto:
quando
mi guardi
la
mia anima trema
come
luna nel mare.
I
tuoi occhi sono
due
splendide stelle:
se
mi guardi
trema
l’anima
come
luna in mare.
Il tuo
volto è oscura notte
e
luna il tuo sorriso:
quando
sorridi
la
tua pelle brilla
con
sapore d’amaranto.
Viluppo
di sogni è il tuo crine:
quando
sciogli i capelli
allora
per me inizia la notte.
Oh
Muna, sei la mia luna:
mentre
passo tra i palazzi e le strade
mi
segui ad ogni passo;
io
cammino e tu con me cammini
ti
guardo e mi guardi
mi
fermo e ti fermi.
Oh
mia Musa, il tuo sorriso è la mia luna,
i
tuoi occhi sono le mie stelle
la
tua pelle la mia notte:
quando
l’alba mi sorprende
nell’aroma
della tua pelle
che
olisce di frutta matura e dolcissima
con
la mia bocca nella tua bocca
preso
nella rete dei tuoi capelli
allora
per me s’inizia il giorno
e la
vita effonde la sua luce
cristallina.
E quando
tornando dal lavoro
ti
abbandoni stanca al sonno
sciolti
i capelli sulle spalle
allora
per me s’inizia la notte
e
dispiega il suo manto di stelle
cristallino.
Ragazza
nera,
pelle
di pantera e chioma di scorpione,
nella
pelle rechi la notte
e
negli occhi hai il giorno.
AL
TUO ODORE.
¿Di
che cosa odora la tua pelle?
¿un
frutto o una spezia,
un
aroma o un fiore?
Odora
di rosa e di sambuco
di
zucchero e garofano
di
zagara e cannella
di
porpora e amarena
di
frutta matura e dolcissima
del
mormorio del mare al mattino
la
tua pelle.
Dai
piedi fino ai capelli
dalle
ginocchia fino alla nuca
dalla
fodera della vulva alla bocca
emana
sapore d’amaranto
la
tua pelle.
In tutta
la sua furiosa
feroce
selvaggia
erratica
estensione
è
una coltellata di gelsomino
una
pugnalata di zagara
una
revolverata d’incenso
un’impetuosa
zaffata di garofano
un’onda
di seta purissima
la
tua pelle.
È odore
di sole sulla pelle
odore
di sale sulla pelle
l’odore
che sale dalla tua pelle.
AL TUO SUDORE.
Mi eccita durante l’amplesso
leccare il sudore dal tuo negro corpo selvaggio
cosparso le olide tracce sull’ansimante petto
rigato di sudore che cola in mille madidi rivoli
che intridono di sesso e tingono la pelle
già umida di molle voluttà.
Mi piace leccare il tuo sudore
bere il tuo sudore.
Sesso liquido, sesso odoroso:
a volte basta davvero poco
per essere felici.
ANCORA
AL TUO SUDORE.
Mi piace
quando di notte nel sonno
ti
stringi a me nuda e madida
premendo
il viso contro il mio petto.
Mi
piace anche quando di notte
nella
notte anch’essa nuda e rorida come te
ti
abbandoni alla stanchezza
e
tranquilla e placida russi
e
un rigagnolo di saliva
ti
rivola dall’angolo della bocca
e
ti segna il volto
rigandoti
la gota.
E mi
piace quando tu dormi
svegliarmi
prima di te e sorprendermi
nell’aroma
di frutta matura e un po’ stantia
della
tua bocca.
E
mi piace anche, svegliandomi,
trovarmi
con la mia bocca
dolcemente
intrappolato
nella
rete dei tuoi capelli
ascoltando
la tua pelle
tremante
di sogno e di aurora.
Ma
più di tutto mi piacciono i letti stretti
dove
io e te giacciamo avvinghiarti
legati
senza respiro in un solo respiro
così
vicini che posso quasi sentire
i
tuoi sogni andare e venire
e i
tuoi occhi nascosti luccicare
come
scaglie nel mare.
Mi piace
quando dormi
stringerti
forte, più forte
per
sentirti dentro, più dentro
fino
al sangue e al midollo
oltre
il sangue e il midollo
fino
alle paure e agli incubi.
Mi piaci
addormentata
perchè
sei il mio piacere vero e immaginato
tangibile
e inafferrabile
fuggente
e impalpabile
per
metà concreto e per metà ipotetico
errante
ed erratico
ma
sempre ossessivamente
vagante
e martellante
nella
mia testa
finchè
non ti desti
e
quella muta selvaggia immensa
paura
di perderti
scivola
e scompare
nell’imbuto
del tuo sorriso.
Mi piaci
addormentata
perchè
sei il mio piacere
vero
e immaginato;
sveglia
sei reale
e
di tutti.
ALLA
TUA VOCE.
La tua
voce risuona fulgida
più
di speranze e sogni
e in
questo nulla volere
e
nulla avere
ti
cerco
ultimo
appiglio.
ALLA
TUA BELLEZZA.
Bellezza
profonda nella tua fronte
come
una notte fonda di ombre,
bellezza
d’isola lambita dal mare
nell’onda
dei tuoi capelli fronduti,
bellezza
di ladro torbida nel tuo viso,
dura
bellezza di pietra nelle tue mani,
candore
sincero di ragazzo
e
bruno passo di bambina.
ALLA
TUA ANIMA.
In te
ascondo i miei pensieri
che
non posso rivelare
e
le mie follie che non posso urlare
in
te le mie paure occulto
che
non posso confessare
in
te i miei sogni celo
che
più rivelano me stesso
più
di ogni poema
più
del più bel verso
più
della metafisica dei libri
e
delle opere dei dotti.
VARIAMENTI
SUL TUO CORPO.
I tuoi
seni sono due calici
di
vino forte:
li
suggo e m’inebrio
del piacere riservato
ai campioni del piacere.
*
Vino
mi è la tua saliva:
baciandoti
mi ubriaco
e
la mia anima vola leggera
ancorchè
ebbra.
*
I tuoi
occhi sono occhi di solitudine
occhi
di abbandono e silenzio
occhi
di tenebrosa e offesa bellezza
i
tuoi occhi sono un vago tumulto
vago
scintillare di oasi nel deserto
vago
guizzare di vita come tra nebbia lampi
o come
pesci nel piombo dell’oceano
nell’oceano
di piombo.
*
L’atroce
bellezza delle tue gambe
è
strazio ai miei giorni soli e ai miei sogni agitati
la
sterile libidine delle tue gambe
è
strazio al mio malsano amore malato
il
trepidante odore delle tue gambe
è
strazio alla mia inerte voluttà
gli
interstiziali anfratti delle tue gambe
ripetono
all’infinito
l’assioma
del mio desiderio.
*
Come
il vento calido di Luglio
più
calidi del vento di Luglio
i
tuoi capelli mi solleticano
quando
leggeri il mio volto toccano
come
dita di rosa
delicate.
*
Il tuo
sguardo mi mette paura
poiché
quanto prima non esisteva
rivela
ai miei occhi bui
e
al mio cieco cuore
e
io
spaventato
di perderti
e
perdutamente felice di averti
nei
tuoi occhi
chiedo
solo
di
smarrirmi.
*
La tua
fronte reca bellezza d’isola
lambita
dall’onda dei tuoi capelli
la
tua chioma è una fresca fronda ombrosa,
e
sono ellebori profumati
le
tue dolci mani affusolate
dalle
dita soffici come petali morbidi
soavi
di tepore.
*
Il tuo
corpo è un eco muto che sale da morte stagioni
un
colpo di pistola nel vacuo nulla
un
deserto di nuvole trafitto da un tenue raggio di sole
una
pura linea di acciaio fuso
che
il tuo sorriso improvviso
illumina
come il lampo di notte
rivela
contorni aguzzi
di
roccia.
ANCORA
AL TUO CORPO.
Soave
linea di baci fuggitivi
il
tuo corpo è una pura linea d’acciaio
aguzza
che il tuo sorriso
improvviso
illumina
come
lampo di notte
rivelando
contorni aguzzi di roccia
e
cocci taglienti di bottiglia
come
diamanti in cima
a
una scalcinata muraglia.
Sulla
furtiva linea del tuo corpo
(corpo
ideale del piacere)
è
scritto il canto dell’amore
vagulo
come brivido
sulla
pelle.
A
TE.
A
te
e al
tuo viso
e al
tuo sorriso,
al
tuo sguardo,
ai
tuoi capelli,
alle
tue labbra,
alle
tue gambe,
alla
tua schiena,
alla
tua pelle,
alla
silente enfasi della tua vita,
alla
silente enfasi dei tuoi occhi,
al
tuo sapore che si riversa nelle mie vene
mentre
il tuo corpo sul mio viene,
al
mio torpore risvegliato dal tuo sussurro,
agli
indecisi angoli della tua bocca,
all’oscura
linea del tuo corpo,
alla
solenne curva dei tuoi fianchi,
alla
setosa fodera della tua vagina,
alla
mia mano sul tuo seno,
alla
mia mano sul tuo sesso,
alla
mia mano sul tuo corpo,
al
tuo corpo sul mio corpo.
(Soprattutto
al tuo corpo sul mio corpo.)
ALLA
LUNA.
Alla
clamorosa enfasi della vita
e
alla silente enfasi della rosa,
al
rumore del vento crosciante
contro
le nere membra della notte
e alla
calida curva della luna,
orizzonte
fisso d’eterno consiglio,
capezzolo
del cielo,
parte
visibile del nulla,
incidente
probatorio dell’infinito.
E a
te, Muna,
delle
mie notti
nuda
egra luna.
5) ODI
AMOROSE.
<<poichè
la
vita è tanto breve,
sogniamo,
anima mia,
sogniamo
ancora, ma sia
con
attenzione e cautela,
perché
dovremo svegliarci
nel
momento più gioioso>>
(Pedro Calderon de la Barca:
“La vita è sogno”).
NOTIZIARIO.
Ormai
noto è il fatto,
di
pubblico dominio la notizia:
le
fronde degli alberi l’hanno diffusa
e
il vento l’ha sparpagliata
agli
angoli della città,
nei
trivi e nei quadrivi
e nelle
bassure.
Già
sanno le foglie delle pareti
e
le sedie e il tavolo e i tappeti
e
le tende e lo scrittoio e i quadri
già
sanno i bicchieri e i lumi e le finestre
e
le porte gli ombrelli i guanti e i cappotti
e
le strade e i palazzi e gli specchi e le valigie
e i
moduli e i certificati e i permessi e i documenti
e
gli occhiali da sole e le camicie da notte
e
la terra e i fiori e i ruscelli del colore del miele
e
ormai bisbigliano i prati e i campi
vociferano
gli steli e le frutte
con
insistenza, con arroganza, con invidia,
che
io e te dormimmo
la
nostra prima notte senz’alba.
Già
sa il sole in cielo,
già
sa l’acqua del mare,
già
sa il sale nella ferita,
già
sa la rugiada sull’asfalto
e
il rosso delle mele,
già
sanno anche le rondini
in
ginocchio sulla riva
e i
pesci fulgenti nelle loro scaglie.
Già
sanno
questo
nostro oscuro avaro
avido
amore amaro.
SERA.
Piove
e
l’acqua che cade a goccioloni in questa sera
l’acqua
che goccia e goccia-a-goccia stria il mio volto
l’acqua
che brontola e croscia,
cascame
di aghi e pioggia di aculei,
spada
scheggiata in mille stalattiti,
l’acqua
che pioggia è stasera una voce sorda senza eco
che
rimbomba il tuo nome nel ticchettio di mille telescriventi
impazzite
che ripetono il tuo nome il tuo nome il tuo nome
nella
tastiera del cielo, del cielo nero nero.
Piove
e
la sera è la veste di velluto che tu indossi
le
stelle sono i denti di madreperla della tua bocca
nel
cuore della sera una piaga rosso-violacea
languida
languente.
Piove
e
trema la fatua umida sera
e
tremula pure tu
faccia
zig-zag anatomico
oscura
luna appesa al soffitto
profondata
tra le coltri del letto
candida
riga nell’azzurro-cielo
persi
voli
presaghi
disvoli.
MI
ATTARDO.
Per
spazi e gradini come pensili giardini
pencolanti
ai miei piedi che vanno
nel
diffuso torpore delle correnti vaganti nel mare dei venti
come
foschie di sogni e foschi sonni nell’oceano degli eventi
un
fiume immaginato
trasecolato
in
perenne transito
in
perenne dialogo
in
perenne dialettica col greto amazonico
anfitrionico
sale
e
me viene leggero e caparbio
nell’ostinazione
tremante della sua superficie
nell’esitazione
intrepida del suo dorso
nella
distrazione tragica del suo ristoro
e
mi rapisce l’orizzonte
e
gioie d’autunno si spargono sul mio capo
come
effusioni di foglie catartiche treguali
o
come tremore di ore disposte all’oblio
all’oblio.
Oh anima
di brina, anima di rena, anima di arnia
sei
un grappolo di dolore che attorno al cuore s’ingloba
e
stordisce la mia gioia e scipa il mio vivere
e
lasciarmi andare a decomposte onde ineroiche
eroico
io vorrei ma non posso
sei
primo elemento di una proposizione moritura
e
imprecisa, persa in oscuri uteri di luce
sei
lo stacco invischiato del volo mattutino delle rondini
sei
soffio sugli occhi
brace
/ bracia / bragia, rischio, piega, piaga
che
prega
e
nel suo suppurare mostra elitre di mosca
superstiti
in fine
sei
torpido torbido scrigno di occhi-sguardi
confuso
volitare di pensieri
che
non sanno l’amore.
Eppure
in questa natura ambigua e alchemica
che
seppi essere solo menzogna
rabbioso
e protervo
io
mi attardo.
(MICRO-)ETERNITÀ.
Miriadi
di parole
parole
su parole
parole
e ancora parole
non
possono dire
quella
(micro-)eternità
quando
mi baci
chiudendo
gli occhi,
stringendo
i pugni.
TI
GUARDO.
Ti guardo
dolcemente ridere
armonica
e amica
e
in petto muore il cuore
impietra
la lingua
brucia
la pelle
gli
occhi più non vedono
made
la fronte
in
cerebro è buio
e
nembato il cuore non ragiona
e
scalpita il sesso
e
sbanda la ragione.
Ti guardo
e fumo
un’altra sigaretta.
TU MI GUARDI.
Tu mi guardi, e il tuo sguardo
è un funambolo sul filo del rasoio
un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso
un ubriaco che biascica parole inconsulte
un pazzo con un tamburo che urla sul tetto
una puttana che finge piacere per far piacere a un cliente
un treno che deraglia e si accartoccia come una foglia
una rosa che ha roso il mio cuore s’è mangiata
un pesce con l’ala spezzata
una rondine ingabbiata tra le mura del mio cervello
un cavallo stramazzato a terra che gorgoglia
un cane che ulula alla notte e ringhia alla morte
una volpe con la zampa tra i denti
e il cuore nello stomaco.
Tu mi guardi
e il tuo viso è un cielo autunnale
rannuvolato un momento
e subito dopo sereno.
Tu mi guardi
lunatica come un’America
e sul tuo volto di luna
sorrisi e cipigli si rincorrono
come il sole e l’ombra
s’una rada battuta dal vento.
HO
GUARDATO.
Ho
guardato
con
i miei occhi
e con
le mie labbra
con
la mia testa
con
il mio cuore
con
amore
con
terrore
nel
pozzo infinito
infinitamente
buio
dei
tuoi segreti
delle
tue paure
dei
tuoi sogni
curvandomi
sullo
specchio della tua anima
come
un secchio vuoto
che
la carrucola discende
nel
cerchio del pozzo
nero.
Tremola
un ricordo in superficie
un
volto incerto e pensoso
mi
fissa che si deforma
e si
fa vecchio:
è
il tuo volto
che
fissa il mio volto
come
un eco che stride da lontano
e
lancia il grido
delle
nostre coscienze sporche,
il
mio volto e il tuo volto,
due
volti che si uniscono
mentre
una distanza li divide
che
impercettibile perdura
come
un eco
più
dentro,
più
dentro.
Lungo
quella infinita distanza
come
una zattera il mio cervello affonda
squarciate
le vele
dall’onde
dei tuoi segreti.
IN
QUESTO ISTANTE.
In questo
istante
molti
uomini muoiono
molte
donne partoriscono
e
molti bambini nascono
e le
ragazze si fanno belle per la sera
e
le puttane scopano
(e
qualche volta godono);
in
questo istante
il
freddo solitario e sincero è di un celeste-cielo
l’aria
è una coppa di brina mattutina
una
bria di vetro inciso nel diamante
e
il mio orologio segna le 21,15
dunque
tra 45 minuti arriverai
e
vederti, semplicemente rivederti
come
ogni sera sarà il solito
colpo
di .45 al cuore;
in
questo istante
il
lampo-tuono suona il gong sulfureo
della tempesta
i
manichini dei grandi magazzini sono più tristi
e
il giorno finisce per poi domani ritornare;
in
questo istante
i
gatti del quartiere rantolano
e
il macellaio affetta la carne
i
gelsi sono già ingialliti
e i
fichi sono ancora verdi e acerbi
i
malati guardano attraverso i vetri degli ospedali
i
matti urlano e urlano e urlano nei mattatoi
gli
sbirri passeggiano tronfi nella loro divisa
e
il mio viso arrossisce di collera e vergogna
una
collera con le mani e i piedi legati
e le
viscere incatenate;
in
questo istante
i
vecchi ragazzi si stanno amando
nascosti
dietro le nere membrane della notte,
e
mia madre starà marcendo nel freddo della tomba
senza
rivoltarsi senza dubbio
senza
un fremito e senza incertezze
semplicemente
ferma
perchè
è così la morte:
di
colpo la luce si spegne
e
poi più nulla
solo
la morte
il
buio
solo
il nulla
il
niente
e il
nihil impazzito;
in
questo istante
la
passione del traditore
l’ansia
dello studente
il
ghigno selvaggio del sicario
e
il sussurro incatenato degli amanti
che
nulla chiede
solo
di non essere dimenticato;
in
questo istante è l’alba,
s’illumina
il mondo
e
pure le tue gote
e il
cielo inalbera le sue impurità
il
giorno è trasparente e senza macchia
ed
effonde odore di semi per le strade
il
vento cala e poi se ne va
c’è
un usignolo che canta
e
ride la gazza nera
sugli
aranci;
in
questo istante
guardo
in ginocchio la terra
e
l’insetto
e
il fiore
e
il cielo
e i
rami degli alberi che volano
e
le rondini che sfrecciano nel cielo
il
fuoco che divampa nella notte
la
luna che salta da una nuvola all’altra
da
un palazzo all’altro
e
il cuore che batte tremendo;
in
questo istante
io
ti guardo e tu mi guardi
io
guardo te e tu guardi me
e
come luna mi segui
da
un palazzo all’altro
da
una nuvola all’altra;
in
questo istante
i
legumi cuociono nella pentola,
le
sardine sfrigolano nell’olio
e
le serrature si aprono-chiudono;
in
questo istante
tu
sei di fronte a me
nel
chiarore indefinito del mattino d’aurora
le
tue lacrime sono bionde gocce di pioggia
i
tuoi sorrisi sono lunghi filamenti d’argento;
in
questo istante
Garcia
Lorca viene fucilato
e pure
Dostoievski viene fucilato
Hikmet
viene esiliato
Bukowski
guida la sua bmw nera
Campana
muore di fame
e
Borroughs spara alla moglie
Prevert
grida sui tetti di Parigi
ed Hemingway
spreme il suo cervello nel succo d’arancia;
in
questo istante
il
sole è un barattolo di miele
e i
tuoi occhi sono pieni di sole
e
io non mi fermo a rimpiangere
il
passato;
in
questo istante
ti
addormenterei con il suono della voce
ma
quando ti vedo non ho parole,
in
questo istante vorrei lavarti i piedi
ma
non ho acqua di rosa,
in
questo istante mi trasformerei in acqua pur dissetarti
ma il
solo vederti mi secca la bocca in gola,
in
questo istante farei delle mie braccia
un
arco di lino per cullarti
ma
le mie mani sono troppo ruvide
e
piene di calli per la tua sottile pelle di pesca
che
rischierei di lacerarti come una catena;
in
questo istante
le
tue parole le tue parole
come
vele come vele come vele
riempiono
il tramonto di vane sequele
le
tue parole allegre
le
tue parole amare
le
tue parole euforiche
le
tue parole malinconiche
le
tue parole eterne come il mare e la materia
pesanti
come un pugno ben centrato
vuote
come la mia testa
dure
come il mio cuore
e
la mia tristezza è solo una logora camicia di tela
e
tutto è un tumulto uno strepito uno sfolgorio;
in
questo momento
sei
sdraiata al mio fianco
e
il mondo non conta più un cazzo,
in
questo attimo mi parli
e il
mio cuore libero di menzogne
si
libra ardito e sorridente
su
questo prato verdicante,
in
questo secondo
proprio
in questo secondo e mai più
i
tuoi occhi sono due laghi di metallo fuso
un
tramonto di fine settembre
uno
sbadiglio di bambino infreddolito
i tuoi
occhi immensamente grandi
e
rotondi sono d’autunno le grandi foreste
i
tuoi occhi sono inaccessibili e duri
come
le fredde terre del settentrione,
e in
questo istante
io non
vorrei altro
che
trascorrere la mia intera vita nel tuo sguardo
perdermi
nel buio dei tuoi occhi
perdermi
nel silenzio dei tuoi occhi
nei
tuoi occhi;
in
questo istante
la
foglia sul ramo
il
pesce nell’acqua
e
nel mio cuore tu
come
un innesto
col
tuo cuore nel mio cuore;
in
questo istante
tutto
nasce e muore
nella
profondità dei chilometri
nella
dispersione dei chilometri
nella
disperazione dei chilometri dei chilometri
con
cruore con cruore con cruore
con
speranza e saggezza
con
un po’ di amarezza
ma senza
scoppio e senza rumore
senza
rugghio di motore
tutto
nasce e poi muore
uomo
donna bambino
stella
albero rancore
aria
sole terra e mare
bugia
inganno e tradimento
gabbiano
rimorso e rimpianto
bellezza
e morte
gioia
e dolore
gloria
e dolore
sospiro
e dolore
eccetera
eccetera eccetera
e
tu sei la mia schiavitù e la mia libertà
sei
la mia ebbrezza e il mio oblio
sei
la mia solitudine e il mio abbandono
sei
la mia pena e la mia rabbia
di
saperti vulnerabile;
in
questo istante
¿Dove
sei?
¿Mi
sogni?
¿Mi
ami?
Oh sì,
mi ami!
in
questo istante tu mi ami
come
non hai mai amato nessun altro,
amore
mio.
E in
questo istante
anche
io ti amo
amore
mio
io
che non ho mai
amato.
IN
QUESTA NOTTE.
In questa
notte di Luglio
che
il fiume scorre placido e inerte
sotto
la candida candescente luna estiva
e
le stelle a-mille-a-mille
sembrano
una pioggia bionda e fine di faville
di
lapilli di vulcano infuocati
e i
lampioni illuminano le strade
e
una putta bianco-vestita
sorride
docile
dolcemente
gentile.
In questa
notte di tiglio
che
i prati sono molli di umidore
e i
muri si appoggiano stanchi
al
chiarore lunare
e
l’oscuro fiume della notte
ci
trasporta in assurdi spazi claustrofobici
e
le finestre dormono ritte in piedi
e
tu ti stringi a me e ti afferri
serrandomi
il cuore di gioia e stupore
e
ripeti le due parole le più trite
le
più ritrite
le
più stolide
le
più stupide.
In questa
notte di pietra
il
mio cuore giace inerme inerte
dondolando
impiccato sospeso
al
ramo del tuo amore.
In questa
notte di Luglio
in
questa notte di tiglio
in
questa notte di pietra
in
questa notte di seta
in
questa notte di sale
io
ti amo
e scoppio
di felicità
che
fischietterei pure
una
stupida canzonetta
d’amore
trita e ritrita
stupida
stupida
come
quelle due parole
da
noi mai dette
mai
pronunciate
mai.
LE
STAGIONI.
Anche
d’estate amami,
con
la vastità delle tue gambe
con
la misura del tuo vacillare
con
il fiume del tuo respiro
con
il trepidante tesoro del tuo ventre
arnia
e alvo del mio desiderio
con
tutto l’oro che ti cresce in bocca
e
ne trabocca.
Amami
d’autunno,
con
il tuo vestito scuro
del
colore dell’ostro e dell’amaranto
con
la secca precisione dei tuoi gesti
e
la gelida tangente del tuo sguardo.
Amami
d’inverno,
con
tutta la tempesta che serbi in petto
con
il sogno e l’acqua
che
tremano nel calice del tuo grembo
con
tutti i tuoi fantasmi
che
sciamano di notte sul tuo letto
con
i tuoi stolidi pensieri che non sono pensieri
e
fanno il paio con i miei stupidi pensieri
con
l’artiglio minerale della miseria
con
le accigliate angosce delle tue cicatrici
con
gli scabrosi angoli perfetti delle tue gambe
e del
tuo cuore spigoloso
e
le invalicabili barriere della tua anima.
Amami
in primavera,
nei
suoi giorni d’oceano fatti di nebbia e turchese
con
le tue palpebre che recano l’impronta dei miei baci
con
la tua fronte che reca l’impronta dei miei sogni
con
i tuoi ricci neri neri
incalzati
dai venti veloci come negri corsieri
con
la tua bellezza dura di pietra
con
un fiore notturno profumato del tuo aroma.
Amami
anche
senza amore
anche
senza la mia mano sul tuo seno
anche
senza il tuo fiato sul mio corpo
anche
senza la tregua della tua presenza
anche
senza la gioia del tuo volto di rosa
e anche
senza il piacere delle tue labbra ideali
modellate
per donare piacere al corpo.
IL CIELO.
Il cielo
è grigio oggi e sonnolento
quasi
timoroso
o
forse solo annoiato e stanco
e
nuvoloso pencola indeciso dai rami dell’albero
grondando
umido dalle foglie
come
una forma di liquida aria vibrante
e
poi d’improvviso si spalanca
e
illuminato di tutti i colori dell’iride balenante
s’impiglia
ai rami degli alberi
tutto
il cielo è nei rami di un albero
e
di molti alberi
e
scivola dalle foglie e permea la terra
effondendo
dolce sopore di bosco
è
in un chicco d’uva
in
un granello di sabbia
in
una mica di pane
nella
tua bellezza scintillante
stillando
azzurro-gioia nello specchio degli occhi
profondi
di ombre minacciose
nella
tua alma peregrina
nel
tuo volto che muta colore trascinandosi il suo dolore
in
tutto il dolore del tuo volto che muta colore
come
il cielo
che
adesso è buio e tempestoso
un
lago capovolto di acciaio fuso.
Io marinaio,
tu acqua viva,
tu
acqua viva, io acqua morta,
tu
incudine, io martello,
tu
sabbia, io clessidra,
tu
diamante, io minatore,
tu
piacere, io dolore,
ma dei
due
il
solo vero amore
per
quanto demente e schizofrenico
era
il mio.
SEMPRE MI TORNI IN MENTE.
Anche
quando non ci sei
anche
quando non ci sono
e
le tue membra in mente fingo
e
il tuo passo alacre e svelto
e
la dolcezza delle tue spalle
e
le tue mani brancolanti
tra
dubbi e domande
a
cercare un equilibrio
un
baricentro
un
appiglio
nella
tua alma confusa e fluida e
ancora
a miei occhi torni
pur
se non vuoi
pur
se non voglio
con
la curva solenne dei tuoi fianchi
e
il tuo desiderio lì sospeso
che
nulla chiede
solo
di non finire
mai.
FRA
CENT’ANNI.
Vorrei
incontrarti fra cent’anni
ma
non penserò al mondo fra cent’anni,
ripenserò
solo ai tuoi occhi fieri
più
bui e profondi dei miei pensieri
e
al tuo ventre e alla tua bocca,
alle
tue mani e alla tua pelle,
al
tuo dolce sorriso di ieri
e ai
tuoi capelli neri neri:
chissà
come saranno cambiati:
saranno
ormai imbiancati.
Vorrei
incontrarti fra cent’anni
ma
non penserò al mondo fra cent’anni,
ripenserò
ai tuoi seni
come
due pomi lunati
e
ai tuoi piedi inarcati
quando
mi amavi
e a
me ti donavi
e a
quello che mi dicevi...
Ripenserò
a te fra cent’anni
e
la mia solitudine sarà solo
la
tua assenza.
¿Ma
in fondo che sono cent’anni?
non
poi un granchè,
solo
un soffio,
quando
l’ala della notte ci avvolgerà
in
un sogno eterno.
Se dunque
la vita non è maligna
i
tuoi capelli rigogliosi come vigna
screziarsi
come edera
vedere
mi conceda.
FORSE
CHE.
¿Ma
dove va la notte quando se ne va
e dove
si nasconde quando è giorno?
¿Dove
finisce la notte, quando finisce?
¿Forse
che per sfuggire al suo amante bramoso
il
giorno si rifugi nella tua pelle
coagulando
nella matrice del tuo corpo
come
una metallica forma liquida
che
rapprendendo fa di te
un acino
di uva bruna e dolcissima
la
notte che
quando
ti addormenti
e
con te si addormenta anche il sole
effonde
dalla tua pelle
tremante
di velluto
e
odorosa?
Sì:
finisce la notte dove cominci tu
effondendo
dalle tue nere membra
come
se in te tutta
dormisse
tutta vivesse.
LA
CASA.
Quando
dormi
anche
la casa dorme,
e
le sedie dormono accanto al tavolo
e
il tavolo addossato alla parete
e le
scarpe dormono sdraiate sul pavimento,
lo
specchio si rabbuia e non riflette più
e anche
la balconata dorme e così pure le piante
con
i loro lunghi colli pencolanti nel vuoto,
e
anche i fiori più loquaci tacciono,
i
pomodori e i loti sopiti,
aspettano
gioiosi il domani
e
il coltello con cui domani li taglierai,
e i
vestiti pure dormono
in
piedi come manichini senza vita
in
tua attesa,
e
anche i tetti dormono, e i gatti prendono una tregua
dal
loro miagolio da piccole tigri in amore,
e
il fiume smette le vanitose paillettes
del giorno
e indossa
un lungo vestito nero,
e
le lampare come stelle cadute in mare spengono,
e
le nubi dormono avvolgendo la luna
nelle
loro spire di lieve bambagia.
Ma poi
la luce del mattino si accende
e
riversa i propri raggi dorati sui tuoi capelli
colando
tra le mani e cingendoti i fianchi
fino
ai piedi candidi d’incenso.
E così
ti desti,
e
allora anche la casa si desta
e
apre gli occhi luminosi delle proprie finestre,
e
le sedie carponi zampettano allegre,
e
il tavolo bofonchia in attesa del pranzo,
e
le scarpe fremono in attesa dei tuoi piedi
che
presto le riscalderanno
con
il loro profumo di vaniglia,
e
il piombo dello specchio sprizza
la
gioia sensuale del tuo incedere delicato
nella
curva sinuosa dei bruni fianchi d’amaranto,
e
pure il ballatoio distende le gambe,
e
il fiume indossa la propria veste d’argento,
e
le piante stiracchiano il loro collo salutando il sole,
le rondini
caciarone hanno già ripreso a chiacchierare
e cinguettano
alacri il tuo sorriso,
e
il mio cuore pure cinguetta le sue solite
stolide
scemenze:
¿chissà
se mi avrà sognato stanotte?
¿chissà
se mi avrà pensato stanotte?
¿chissà
se le sarà mancato il mio abbraccio?
Chissà.
¿Chi
lo sa?
SENZ’ALCUNA
RAGIONE.
Senz’alcuna
ragione cambiano le leggi e cambiano i governi
e passano
le stagioni e vengono gli inverni
e
gli alberi del viale (soprattutto gli ippocastani)
squamano
a-foglia-a-foglia roridi stillando
e i
rami bisbigliano frondosi
e
solo il vento sa che cosa si dicano
e
le foglie stormiscono nostalgia
soprattutto
quando cadono al crepuscolo
soprattutto
quando cadono sferzate dalla pioggia grigia
soprattutto
quando cadono in tua assenza
soprattutto
quando cadono sotto un cielo di piombo
il
cuore fa male.
Senz’alcuna
ragione
il
sole batte in fronte e il cuore batte in petto;
senz’alcuna
ragione un cane abbaia
e il
pesciolino rosso galleggia nell’ampolla
e le
stelle girano sulle nostre teste e stride il mare
e il
sole si brunisce e spegne nell’imo cadendo
e le
strade corrono veloci sotto le ruote
e
il tempo scorre lento sulla strada
e il
vento dondola l’altalena
e non
c’è arcobaleno di notte né farfalla sulla neve
e lo
specchio riflette le mie rughe nel suo lago di piombo
e le
ore corrono di albero in albero
e
di palo in frasca nel frutteto del tempo
e verrà
il tramonto e scenderà la sera
e i
tuoi occhi illumineranno
il
mio sentiero al di là della notte
e
oltre il confine.
Senz’alcuna
ragione
il
mio cervello ti pensa,
la
mia pelle ti cerca,
il
mio cuore ti aspetta
e
io, beh, io ti amo
come
sempre
in
questo luogo
al
di là del bene e del male
dove
ci aspetta il sapore
di
nuovi azzurri mari
e
altri infiniti
altrovi.
Senz’alcuna
ragione
qualcosa
si rompe in me
e
mi soffoca in gola i pensieri
stasera
nell’ora che lenta annera
e fiera
volgendo al desio
cruda
in silenzio dispera.
RIFLESSI.
Il lago
riflette i raggi della luna
lo
specchio accoglie la tua bellezza
il
medaglione che hai al collo la serba
con
cura nel cuore del proprio quarzo
e
gli occhi riflettono l’immagine del mondo
ma
il riflesso più abbagliante
il
barbaglio più reale
l’immagine
più vera
è
il tuo riflesso
sulla
mia pelle,
nel
mio sangue.
UNA TANTUM.
Ti sei
svegliata presto stamattina
e
di corsa sei uscita
per
pagare la retta universitaria,
500
una tantum mi dicesti.
Beh,
nulla accade due volte
nulla
si ripete due volte
nulla
si ripete due volte:
non
giorno che ritorni uguale
non
la stessa notte che si ripresenti
non
due baci somiglianti
né
due parole dette nello stesso modo
o
due sguardi tali e quali;
non
lo stesso sole ci riscalderà domani
né
lo stesso fiume ci bagnerà
non
la stessa aria ci arrufferà i capelli
non
la stessa vita vivremo di oggi,
e
come due gemelli omozigoti
o
come due gocce d’acqua
anche
noi identici
eppur
diversi.
EPIGRAMMA.
Il tuo
nome inciso oggi sulla mia pelle con lettere minute
come
sulla scabrosa scorza di un albero
domani
ritroverai marchiato a fuoco
sul
mio cuore.
EPIGRAMMA
SECONDO.
Amore
in palpebre languido
con
azzurri occhi di mare mi guarda
e
con oscure dolcezze mi spinge
nella
reti inestricabile dei tuoi capelli
conducendomi
al mistero dei tuoi occhi
dove
come in un aurora
il
rosa e il viola del giorno
nascendo
si fondono nell’oro.
¿ODI?
Non
rumore, non passo, non strepito:
tutto
tace, tranquillo e placido,
e dorme
ancora il martello del muratore,
dorme
ancora l’ansito dell’atleta
e sui
secchi rami tacciono ancora le brune tortore,
e
nel silenzio assoluto odi i raggi della luna
picchiare
alle porte della notte.
Solo,
tra rossastre foglie onde si merge e asconde
quale
sotto bigia cinigia rovida bracia,
ferma
e silente guatando i nostri gesti
e i
nostri bisbigli e sussurri e gemiti ascoltando
la
malvacea rorida luna,
ai
nostri amori sepolcro manifesto,
fa alle
nostre baccanali follie segreto testo.
SCHERZO.
Soave
sei bella tra le belle
quale
luna ridente tra le stelle
e
la tua luce le altre caccia e impaura
come
sole la luna oscura.
Alle
altre donne la tua luce risplende
come
sole la luna sospende
quando
ti desti sei la mia alba
e
al tuo cospetto pure il sole scialba.
La tua
bellezza come una scure
falcidia
le mie imposture
e
pure le perle rende insicure.
OGNI
NOTTE.
Sei
così bella quando dormi che sembri eterna
e
non riesco a credere alla morte
benchè
io la tema e sappia che un giorno verrà
in
cui non vedrò più i tuoi occhi
brillare
al mio fianco di notte
(e
questo mi secca).
Così,
ogni notte, quando tu dormi io non dormo,
e
ti guardo
per
serbare un ricordo,
e ti
accarezzo,
e
accarezzo il tuo viso di pesca
che
come una pesca
reca
una tenue peluria intorno,
e strofino
il tuo corpo nudo
sprofondato
nella vasta notte
coperto
solo di due sottili foglie di palpebre
sottili
come l’alba impalpabile,
e
accarezzo la tua pelle bruna
che
si mischia alla notte
e
in essa si perde
e
confonde.
Di notte,
quando dormi, io ti osservo
e
ti miro e ti rimiro,
ti
guardo e ti riguardo,
ti
scruto senza riguardo,
ti
guato e ti agguato,
e
ti aspetto al guado
come
se fosse un agguato,
oppure
capita che mi stringa a te
per
far calore al mio corpo col tuo corpo
e
allora la stanza esplode di sogni
uguali
a lapilli di vulcano incandescenti
e
il mio cuore urla e batte
insieme
con la stella più lontana e luminosa.
Poi
finalmente mi addormento
ma anche
quando dormo
sono
certo che tu rimani bellissima
come
una stella che splende
magnifica
e misteriosa
ancorchè
i ciechi non possano vederla.
OGNI
MATTINA.
Ogni
mattina l’alba riappare
e
caccia dai tuoi occhi il trucco delle tenebre
sorprendendomi
con la bocca nella tua bocca
olida
di frutta matura e dolcissima,
con
le mani intrappolato
nella
rete dei tuoi capelli.
Allora
un nuovo tuo giorno penetra in me
e i
demoni scompaiono (solo per un attimo)
e
gli dei sorridono
e
anche la signora Morte
sembra
più bella.
QUANDO
TI SVEGLI.
Quando
ti svegli i tuoi occhi profumati sbocciano
come
due fiori umidi di rugiada e amaranto
e
la curva solenne dei tuoi fianchi riprende forma
e
un nuovo giorno penetra in me e mi sorprende
nell’olido
aroma di frutta matura della tua bocca
allora
mi sembra che il sole sorga nel mio letto
e
il tempo si ferma e gli dei sorridono benevoli
e i
demoni siedono all’angolo e aspettano
e
anche la Signora appare più bella
anche
se solo per un attimo.
QUANDO
SCIOGLI I CAPELLI.
Quando
a sera sciogli i capelli
allora
il sole scema e la notte lucida effonde
e
ammaliante trascorre dai tuoi occhi
alla
terra come un mare di tenebra.
Io sono
lago e tu sole:
quando
ti rispecchi nelle mie acque
acquisto
fulgore e bellezza.
Quieta
serbi tempesta in grembo
e
vita riversi dai calici del tuo petto:
sei
dolcezza e violenza
odio
e amore
bellezza
e terrore
distanza
non colmabile
come
un mare di tenebra
la
cui sponda baci con il piede.
Il tuo
sudore è vino forte
pieno
di fermento invisibile,
la
tua bocca un calice
da
cui io bevo la vita,
la
tua saliva un’acqua limpida e pura
che
lenisce il mio ardore,
le
tue palpebre sono scrigni
serbanti
l’impronta dei miei baci,
la
tua pelle è timida
come
la luce delle tempestose terre dell’orto:
quando
abbandono il mio capo al tuo ventre
sento
il mio desiderio gravare il tuo grembo,
quando
appoggio il mio volto al tuo
e a
occhi chiusi ti bacio
sento
oltre le tue palpebre
i
miei sogni palpitare.
La tua
rosa è protetta da un temibile scorpione
tra
le belle spicchi come luna tra le stelle
e
le altre oscurano e perdono
come
astri al cospetto del sole
e
con dolce mormorio la tua voce a me sale
risillabando
come il reboante murmure del mare.
Ragazza,
sei così bella
che
metti di malumore.
QUANDO
DORMI.
Mi piace
quando di notte nel sonno ti stringi a me
nuda
e fresca come una pesca
premendo
il viso contro il mio cuore
schiacciando
il naso contro il mio petto,
e
mi piace anche, quando tu dormi,
svegliarmi
prima di te e sorprendermi
con
la bocca nella tua bocca
che
sa di frutta matura e dolcissima,
e
mi piace ancora di più svegliandomi
trovarmi
con la bocca intrappolato nella rete dei tuoi capelli,
e
mi piace anche quando dormi
ascoltare
la tua pelle
tremante
di sogno e aurora,
ma
più di tutto mi piacciono i letti stretti
in
cui io e te giacciamo stretti in un solo respiro
così
stretti che quasi posso sentirti sognare
e
sentire i tuoi occhi sotto le palpebre guizzare.
ADDORMENTATA.
Addormentata,
sul tuo corpo non procedo
come
assetato in ermo deserto,
acqua
per sopravvivere sulle tue dune
le
mie mani non cercano ma inganni,
una
scure per falciare il freddo inganno della ragione
una
pistola per freddare lo sporco ricatto dell’abitudine
una
emozione che faccia svanire
la
fredda equazione dell’esistenza.
Nei
vasti spazi delle tue plaghe un tocco di brezza
come
da un finestrino aperto di vettura in corsa
nella
tua voce crepitio di fiamme
nelle
tue vene un grido profondo di vita
nella
tua bocca il canto vellutato della notte
nei
tuoi occhi l’enfasi silenziosa dell’amplesso
come
quando poco prima di un forte temporale
cadono
i venti e l’aria diviene metallo denso-fuso
nei
tuoi capelli i riflessi della luna ostro-purpurea
nell’acqua
seminale del tuo sesso un sapore d’amarena
negli
interstizi delle tue grandi labbra
(e
anche delle piccole labbra)
la
rossa pena della vita
nel
tuo talento il mio talento di essere
senza
talento senza portento senza contento
nel
tuo sguardo un contrassegno del mio dolore
come
il contrassegno apposto dal doganiere
a
una valigia distrattamente frugata.
¿Vedi?
Sono come la luna
e
come luna brillo solo di luce altrui.
Come
luna so vivere solo di vita altrui.
Così
mi muovo lentamente sul tuo corpo
attento
a non svegliarti
pregando
che non ti desti.
Addormentato giaccio nella tua ombra
che fissa il mio destino
respirando il tuo profumo di pioggia.
Sveglio
mi desto nell’aroma di frutta
dolcissima
e un po’ stantia della tua bocca
nella
tua essenza d’aurora
che
un nuovo giorno accende in me
dolce
di zucchero e cannella.
INSONNIA.
Tu dormi,
io
insonne ti guardo dormire,
il
tuo corpo disteso s’un fianco
è
una pura forma di acciaio,
la
tua pelle è un tamburo forsennato
che
si confonde con la notte,
e
con la notte si confonde pure
il
tuo negro crine corvino,
e
fulgide stelle mostrano le dischiuse tue labbra
come
se la notte puttana amante
stanca
d’inseguire il suo sposo passeggero
nel
tuo alvo discesa abbia discinto il manto
a
coprire le tue membra
dimenticando
nella tua bocca
i propri
monili.
Amore
mio, tu sogni io non dormo,
e
insonne ti guardo sognare:
¿quali
mondi sogni?
¿in
quale universo ora sei?
¿da
quali pianeti è minacciata la tua luna?
¿forse
sei in compagnia di un altro uomo
prendendoti
gioco di me?
Amore
mio, tu sorridi io impazzisco
e a
te sorridente il mio guardo
rivolgo
tremulo e nebuloso
per
il pianto che mi sorge sul ciglio:
¿a
quale uomo pensi e i tuoi sensi rivolgi?
¿o
mi ami anche dormendo?
Non
lo so
poiché
anche vicina mi sei lontana
ed
è come se tu non ci fossi
e
mi sfuggi
anche
se sento battere il tuo cuore
sotto
la mia mano
poichè
non so se batte per me:
non
lo so e questo mi fa soffrire
mentre
tu sogni e io ti guardo dormire
e
questo mi fa impazzire.
Questo
solo so; che se tu smettessi di amarmi
vorrei
che il tuo cuore smettesse di battere.
Così
io tutte le notti piango:
tu
dormi e io piango
tu
sogni e io piango
tu
sorridi e io piango.
Adesso
è l’alba che precede l’aurora:
come
alga dolcemente accarezzata dal vento
nel
mare del tuo letto ti agiti sognando
nei
tuoi occhi due onde per affogarmi.
I PIACERI.
Il primo
caffè del mattino,
i
poemi di Cavafis e i racconti di Bukowski,
le
passeggiate in bicicletta,
camminare
nel torrido sole del meriggio,
il
mare e la pioggia battente,
le
sigarette e le uova sode,
il
tuo abbraccio nel cuore della notte,
tu
che dormendo ti stringi a me,
la
tua tristezza e il tuo dolore,
il
tuo sesso palpitante nel buio,
le
tue labbra di piacere,
le
tue gambe d’acciaio,
i
tuoi piedi di flebile fruscio,
le
tue mani di elabro,
il
tuo sguardo di cerbiatto,
il
tuo sorriso di luna,
le
tue palpebre di foglia
i
tuoi capelli di rame,
la
tua pelle di pantera,
la
curva arrogante dei tuoi fianchi,
le
tue linee aerodinamiche,
la
tua pura forma d’acciaio,
le
mie labbra sulle tue labbra,
la
mia mano sul tuo seno,
la
mia mano sul tuo sesso,
la
mia mano sul tuo corpo,
il
tuo corpo sul mio corpo.
(Soprattutto,
il tuo corpo sul mio corpo.)
L’AMORE.
Campana
che sventola contro l’azzurro-cielo,
fruttuo
fruttoso risveglio tutto fruttare-fratturare,
stritolamenti
profondi
e
baci in centrifuga fruttescenza.
Fluido
fiume furioso delle chiome in cui mi strangolo
m’immillo
m’immillanto mi ammollo mi ammalo
m’innamoro
m’indoro
inodoro
nell’amore
inodore
e
orzo biondo-spento contro il lapillante papavero rosso
dilapidato.
Strapiombo
da cui risalgo per ghiacci e guani,
parestesia-anestesia
diffusa di semi-presenze/semi-assenze,
agnizioni
in tralice e riapparizioni di straforo,
il
momento d’oro e lo scilicet esplicativo
(male
oscuro, male nervoso, male nevoso)
gioco
di sbieco e intermittenza di paresi di cloni e di eoni
virginea
tristezza quale erbetta da cena e verzura
pungenti
venti settembrini e vini agretti
cane
testardo che rotea fiuta adocchia
e
alza la zampa al cippo del mio memento.
testa
di cane mozzata che abbia morta,
l’amore
mi perseguita
come
un cane incimurrito
e
in agguato dietro la siepe
mi
attende per azzannarmi.
È un
vecchio bastardo
con
sguardo furbesco e sigaretta
tra
le labbra sogghignanti
mi
guarda spavaldo:
certo
un giorno lo ucciderò
e
fumerò la sua
sigaretta.
AMORE.
Amore:
non dico questa parola invano;
amore,
non dico il tuo nome invano:
solo
a te cede il mio orgoglio
solo
a te cede il mio sesso
solo
a te cede il mio cuore.
Amore:
non dico questa parola invano;
amore,
non dico il tuo nome invano:
ogni
volta che assoggetto il mio orgoglio al tuo volere
ogni
volta che piange l’alma i tuoi inganni e tradimenti
ogni
volta che sopporta stillicidio il cervello
ogni
volta che distogli da me lo sguardo
il
cuore urla la sua sentenza.
Amore:
non dico questa parola invano;
amore,
non dico il tuo nome invano:
quando
sorge l’eburnea aurora
e
ti ritrova al mio fianco
e
in me penetra un tuo nuovo giorno
allora
la mia pelle vibra
con
sapore d’amaranto.
Amore:
non dico questa parola invano;
amore,
non dico il tuo nome invano:
quando
al mattino ti ridesti
ogni
giorno s’inizia per me
una
nuova vita.
POESIA DEL COME.
Come l’alba scioglie il trucco della notte
come la notte cancella gli affanni del giorno
come il giorno cancella le paure della notte
così tu spazzi le mie paure i miei affanni
dissolvi i miei trucchi;
come la notte si perde nel giorno
come il giorno scema nel tramonto
come il tramonto si consuma nella notte
come la notte dissolve nel giorno
come il giorno scioglie i nodi della notte
così io mi annullo in te;
come il tuffatore si getta nel fiume
come il fiume si getta nel mare
come il mare rigetta trombe di schiume attorte
come le schiume del mare si rigettano sulla terra
come la terra accoglie l’occaso di rame
come l’occaso di rame si scioglie nella sera d’amarena
come la sera si fonde col mare d’amaranto
risucchiano nel suo imbuto l’occaso di rame
così mi abbandono a te.
COME
UN INNESTO.
Amore,
come un innesto
col
tuo cuore dentro il mio cuore
formeremo
un piccolo giardino:
i tuoi
baci il sole,
la
mia bocca il fiore
che
al mattino i raggi di luce dischiudono.
COME
TI AMO.
Come
l’acqua con le bollicine
come
il pane spruzzato di olio e sale
come
una poesia di Saffo soave e leggera
come
il tramonto estivo
come
il latte
come
il vino nella botte
come
il vento nella notte
come
dormire in riva al mare di notte
come
il tempo che batte e chiede il conto
come
il tempo che passa e non aspetta
come
succhiare un grappolo d’uva
come
essere svegliato da un raggio di sole sul viso
come
una cavalcata in macchina a 200/h
come
fumare una sigaretta alle 3,30 della notte
come
una passeggiata in bicicletta
come
la nuda terra che brucia nei giorni d’estate
come
la nuda carne che brucia nelle notti d’estate
come
la mia pelle:
così
ti amo.
COME
PER MIRACOLO.
Come
per miracolo mi guardi
come
per miracolo mi sorridi
come
per miracolo mi abbracci
come
per miracolo mi tocchi
come
per miracolo mi baci
come
per miracolo mi ami
come
per miracolo il sole gira
come
per miracolo uccelli volano
come
per miracolo il mare ruggisce
come
per miracolo la pioggia cade
come
per miracolo la sigaretta brucia
come
per miracolo il giorno splende
e
come per miracolo splendi anche tu
e
allora la mia vita si desta e corre.
Come
per miracolo
quando
mi guardasti per la prima volta
comprasti
la mia nuda proprietà
e
come per miracolo
come
in un sogno
ora
vivo in un corpo che non è mio
in
compagnia di una mente che non ragiona
e
ti pensa anche quando non voglio
vivo
con occhi che non dirigo
e
ti guardano anche quando non voglio
con
un cuore che non comando
e
ti ama anche quando non ti amo
e
gli ordino di non amarti.
FUORI
CHIAVE.
Da eterni
esili eternamente ritorno
fatto
duro fatto oscuro
e
con i giorni e con le notti mi confondo
divelto
cuore affondato tra erbe e prati
a
silenzi confidati e ai tuoi occhi di stella
come
a lune e mari d’Ottobre mi volgo.
Vivo
per te, vivo per te, vivo per te,
e
per te mi aggiro e mi raggiro
fuori
dal mondo e fuori luogo,
fuori
tempo massimo e fuori chiave,
tra
vivide distese d’Aprile
e
vani prati d’amore febbrile.
E vivo
per te ma non vivo
e
amo e sono infelice
poichè
più ti amo più sono infelice
più
non ti amo più sono infelice
più
sono infelice più non vivo
più
non vivo più ti amo
più
ti amo più sono infelice:
come
luna so vivere solo di luce altrui,
come
luna brillo solo di luce riflessa.
Come
luna io brillo solo dei tuoi sogni e desideri
che
esplodono nella notte uniforme
uguali
a fuochi d’artificio colorati.
Là nel cielo, là nel terrore
mutati
sono i contorni
e i
confini del mondo
ora
che la tua luce si affievolisce
e s’offusca
la parola
e
la mente sfolla
e
l’anima crolla.
Ossessione
il tuo nome
come
oscuro rivo di sangue
nelle
mie vene gorgoglia
oscuro
cemento rappreso
in
povere sillabe tessute di enigmi
grumo
di tumori nel mio deluso
disilluso
ottuso cerebro leso.
LA
MIA POESIA.
Fanciulla
dalle lunghe ciglia come le ariste dell’orzo,
quando
ti guardo divento pura forma corporea
senza
ambizione e senza desideri e senza rimorsi
senza
rimpianti e senza stimoli.
Ragazza,
la mia poesia vive solo nello spazio da me a te
per
il breve istante d’eternità apparente d’un bacio
come
il fulmine vive solo nel breve lampo di luce
che
lo separa dall’albero.
Donna,
tutti ti bramano
ma
tu sai che le tue labbra sono bagnate dai soli baci
degni
della tua bocca selvaggia.
REGALO.
Se non
è matrigna e crudele vita
se
non è tormentosa angheria
allora
i tuoi capelli nero-corvini
divenire
argentei vedere mi conceda.
REIETTI
E RINNEGATI.
E infine
saremo lì,
lì
tra i reietti e i rinnegati,
tra
gli emarginati,
certamente
non voluti e non graditi,
tra
quelli che non sanno come comportarsi,
tra
quelli che non sanno che cosa si debba dire
e
che cosa non si debba dire,
tra
quelli che hanno troppo da dire per poterlo dire,
noi
due saremo lì
certamente
non voluti
certamente
non desiderati
certamente
disperati
soli
io
e
te
su
questa strada viziosa e oscena
e
scandalosa e vergognosa
insieme
io e te
su
non battute strade
su
non percorsi sentieri
senza
soldi e senz’ambizioni,
senza
mete e senza perdizioni,
senza
ideali e senza agnizioni,
senza
veri desideri e senza finti averi,
soli
e lontani da questo dispietato mondo allucinante
e da questa perfida gente
che ci fraintende
che ci aborre
e ci disprezza
e ci maldice
e ci esclude
e ci vuole rinnegati ed espunti.
E noi, noi saremo lì
rinnegati
espunti e
cancellati
soli
e felici
della nostra assenza
della nostra reciproca presenza
della nostra sola essenza
ambendo solo a vivere
a vivere malgrado tutto
nonostante
tutto
mentre la notte brucia tra le fiamme
e il nostro amore corre come un cane
con il cuore in bocca
e un ghigno
tra i denti.
ALCHIMIA.
Davanti
a me stendi a fuoco la meravigliosa vita
distraendo
i maligni demoni malvagi
e
gemma arida e pura rendi la morte:
sei
la verità che si posa sul mio fronte
e
tocca e arde e insegue e fruga
ogni
ruga, ogni ruga.
Gemma
del deserto sei
anzi
fiore del deserto
e
come fiore effondi soave sapore
di
mare e amarena e amaranto
quando
muovi i tuoi agili fianchi
brunendo
il giorno e incendiando la notte.
Mirifico
occhio di mosca sei
selva
ondosa ondulata di verde-frescura
labbra
vibratili di moscerino
radiante
sole dentato dentellato
plurimo
proliferare di steli-foglie nei tuoi raggi
arnia
porosa di dolcissimo miele
offuscato
labirinto di rugiade
cicaleggio
di mille splendidi soli
e
perpetue sillabe-fame
stupro
dell’occhio incapace di guardarti
puro
raggio-miraggio-destino
energia
che si dissangua e mi dissangua
egro
barbaglio-spiraglio nel cielo nuvoloso
respiro
spirante in sospiro
sospiro
spirante in sogno
fresca
pienezza di frutto maturo
frutto
di te stessa nella linfata sera
nel
meriggio icosaedrico
allorchè
il giorno guerreggia alle tenebre
e
ombre di morte si stendono sulla pelle
e
pensieri volano come ali senza ombra
e
risuona l’ultimo rimasuglio dell’estate
affollata
di brezza marese
e
ogni azione diviene fioca paralisi
ogni
volontà aberrante frana rovina
ogni
saluto una esiliata lontananza
arcaica
prosaica demoniaca all’occaso
obliviante
obliante oblioso.
2,34
A. M.
Piove
stanotte
e
l’acqua buia trafigge i tetti
e
inonda la nostra camera
bagnando
il letto e le nostre fragili esistenze
mentre
il sangue continua a scorrere
nelle
nostre vuote teste di zucca.
Pioverà
forse tutta la notte
e
noi dormiremo trafitti
dall’acqua
buia che rimbomba sulla nostra pelle
e
sulle nostre vecchie ferite
(e
anche sulle nuove)
quest’acqua
che non lenisce le nostre pene
ma
come una macchina per scrivere
batte
contro le finestre inesorabilmente
il
suo ticchettio di telescrivente
e
insistente ci ricorda
quello
che non siamo
quello
che non fummo.
Come
è triste
alle
2,34 della notte
pensare
a quello che saresti potuto essere
senza
avere saputo mai che cosa essere
mentre
l’acqua gronda e lava le nostre sporche coscienze
e
ci ricorda che siamo qui
qui
io
e
te
in
questa stanza che odora
della
tua pelle di vaniglia
e
solo questo
stanotte
conta.
QUELLO
CHE FUMMO, QUELLO CHE SAREMMO.
Dolcezza
fummo
violenta
melodia
di contrari
e
armonia di opposti
e
accordo di antipodi
come
due tropici
come
due emisferi
austro
e bora
chimico
incontro e labile psichismo
fummo
mare d’inverno e papavero raggiante
tu
la rabbia che l’amore esaspera
e
io il coltello che la rabbia affila
la
lancia che la rabbia scocca
la
pistola che la rabbia esplode.
Amore
senza fine
inerte
fummo
sangue
senza corpo
forza
senza sfogo
luce
senza spiraglio
acqua-fiume
senza sbocco
livellato
compromesso
composito
coacervo colloidale
di
occhiute iridi gemmate.
Ma
più
di tutto
tu
fosti per me
febbricitante
fabbro di orgasmi
singultoso
afflato di morte insufflato in soffi di buio-freddo
agghiacciato
da tarde nevi primaverili
su
sabbie su spiagge
di
conchiglie e miraggi
tu
fosti per me.
Non
credere silenzio il mio silenzio
poichè
quando mi sorprendi muto non sono in quiete
ma taciturno
mi preparo a viverti:
basterà
un tuo sospiro
e
come fiore al sole esploderò
dischiudendo
i miei petali
al
richiamo della tua voce
basterà
un tuo sussurro
e
sarà torma che turba e disorienta
e
agguati di tentacolari piaceri
sarà
grido e strepito ed eccesso di accesi sessi
e
cascame fronzuto di stelle
e
sanguinante crepuscolo vorace
sanguinante
coagulo di forme madide
liquidi
proteiformi palinsesti
dove
ogni giorno ci rincontreremo
rinascendo
ogni giorno
conoscendoci-scoprendoci
ogni giorno
nuovamente
tu rete
da pesca
io mare
che la rete non imbriglia
non
impiglia e non artiglia.
6) ODI
ALL’AMOR PERDUTO.
<<Cos’è
la vita? Delirio.
Cos’è
la vita? Illusione,
appena
chimera ed ombra,
e
il massimo bene è un nulla,
ché
tutta la vita è sogno,
e
i sogni, sogni sono.>>
(Pedro Calderon de la Barca:
“La vita è sogno”).
L’AMORE
COME UN PAPPAGALLO.
L’amore
come un pappagallo
ripete
che io ti amo
e
che tu mi ami
che
io ti amo e che tu mi ami
che
io ti amo e che tu mi ami,
che
tu mi ami e che io ti amo:
ti
amo, ti amo, ti amo...
mi
ami, mi ami, mi ami...
E
lo ripete ancora e ancora
e
ancora
sempre
la stessa fastidiosa nenia
sempre
la stessa importuna cantilena
sempre
la stessa opprimente melodia
sempre
la stessa tediosa lastima
sempre
la stessa uggiosa litania
sempre
la stessa molesta solfa
sempre
la stessa fastidievole tiritera
lentamente
scemante nelle sabbie del ricordo
svanisce
tra le nebbie del tempo:
l’uccello
del perduto amore
un
giorno di questi lo strozzerò.
PIOVE.
E uno
stillicidio di gocce
a-goccia-a-goccia
come
un immenso invisibile esercito
marcia
sui tetti
e
improvviso il cielo chiude gli occhi e rugge
e
dura una pioggia rovescia e offusca case e pietre
e
la luce galoppante percuote notte e cielo
con
il suo sulfureo lampo-tuono-gong
e
candidi fulmini folgori
come
scintillanti sciabole fiedono il volto alla notte
e
insultano alla luna saettando rabbia e ira
e
il vento rauco cupido guerriero
fischia
urla e ulula sconvolgendo ombre e arbori
con
strepito furente e crepitando alle porte
esplodendo
i suoi secchi colpi di pistola
contro
le membrane del cielo
e
il mare ribolle schiumando
in
eburnee braci e plumbee onde
e
metallici flutti e digrigna i propri ferrei denti voraci
e
mordendo le rive orrido e terribile si leva come una torre
croda
e risorge in continuazione
senza
sosta e senza pace
mostrando
le mandibole
nello
spasmo delle sue abissali volute nere di pece
e
come brividi scivolano sul dorso del mare
alghe
e rottami
e
l’oceano ringhia rugge rugghia romba
e
croscia squassa palpita e sciaborda
mostrando
tra deliranti diademi
le
voraci fauci alle foci della notte.
Così
piomba
il tuo ricordo
piomba
nella mia testa
precipita
nel mio cuore
pesante
come lampo-tuono
abbagliante
tagliente come coltello
violento
come la notte
quando
la notte è violenta
violento
come il mare
quando
il mare è violento
violento
come l’amore
quando
l’amore è.
LE
VOCI.
Come
quando è tempesta
e
il cielo si fa di un biancore osseo
e
il sole tramuta in rame
e le
stelle stridono
all’occaso
precipitando in mare
e poi
un intervallo di profondo sordo silenzio
e infine
il vento
che
con tumulto dal nulla provenendo
al
nulla avanza picchiando i suoi zoccoli
sul
rugghiante mare e sul mio cupo cuore senza voce
come
un eco che sale da morte stagioni
così
dagli abissi della memoria
sale
a me la tua voce
stasera
in
quest’ora
che
la notte trascorre e scema
e
l’aurora di rosa scioglie i nodi della tenebra
e
la luna tramonta lontana
e
nitido e impalpabile a me giunge
il
suono del murmure marino
e
io vorrei che così la mia voce
a
te giungesse che dormi tranquilla
più
lontana della luna
e
intangibile.
IO
E TU.
In precipiti
lontananze capovolte
in
specchi verberanti rubate immagini
io
e tu un unico affanno
un unico
oblio.
Dove
il fiume diveniva mare
e
il mare giocava con il vento
facendo
onde-spume e cavalloni
e
le schiume lambivano i tuoi piedi
lì
sulla sabbia vergine-lattice
con
te giacevo
preso
nella rete dei tuoi capelli
perso
nel buio silenzio dei tuoi occhi
mentre
l’aurea vampa-fosforo del sole
si
adagiava stanca sulla riva.
Lì con
te io ERO
e
pura energia divenivo
statura,
mole, motore, frizione
degna
di misurarsi con gli dei;
lì
nelle notti di resina e di latte
profumo
bevevo alle tue coppe
e i
tuoi occhi adoravo
mentre
scorreva il mare della notte
senza
nulla ferire e senza colpo ferire
ruggiva
il mare.
Ruggiva
il mare
mentre
io bevevo alle tue coppe...
IO
TU.
Io non
sono oggetto e non sono soggetto,
non
sono obbietto e non sono subbietto,
non
sono glottico furore, non sono silore,
non
sono quiete, non sono moto,
io
sono e non sono,
io
suono ma non sono suono,
sordo
vacuo tamburo sono,
incapace
di affondare gli occhi nella cruna dell’ago
non
sono cammello capace di negarsi abbastanza,
io
sono e non sono,
ma
credo con forza e forma
in
tutto il mio nulla.
Tu sei
nodo alla gola
che
mi lega e avvince
ed
eccita e sconvolge
ogni
mattino,
pattern non decifrabile,
sei
linfa senza fiele,
linpha senza phiala,
linfa
senza fine,
fine
senza lieto-fine,
ma
credi con tutta te stessa
nel
tuo inesistente tutto.
Più
ti perdo più mi perdo
più
mi perdo più ti perdo
più
ti allontani
più
mi sei simile
con
la tua non-volenza
con
la tua mozza armonia
con
i tuoi grumi infantili d’odio
con
i tuoi pensieri pronti all’anancasmo
con
il tuo fremito che corre
dal
coccige all’occipite.
¿Superstite
uguale a me
superstite
uguale a te
incapaci
di comandare
incapaci
di obbedire
a
fondali eternizzati in pellicole trasparenti
a celesti
altori d’infinito non-finito
a
ignei orizzonti sublimizzati
e
aizzati oltre nubi polverizzate pulviscolari
oltre
il firmamento degli inverni
oltre
in firmamento degl’inferni
oltre
il firmamento degl’infermi
morire
per farci superstiti si può?
PAROLE.
Parole,
parole, parole mi chiedi
che
non conosco
e
anche una sillaba ti basterebbe
ma
già pietra è fatta l’alma
e
solo il tuo inganno in mente rimbomba
in
vena gorgogliando.
SENZA
TE.
Senza
te quanto minacciosi sembrano i cirri all’occaso,
senza
te quanto tenebrosi i nomi dei mesi
e quanto
lugubre e insopportabile la parola inverno,
senza
te quanto penosa la vita
e inutile
il tempo e insignificante
il
sole.
Così
succede che vorrei intrecciare la mia lingua alla tua lingua,
e fondere
la mia pelle alla tua pelle,
unire
i tuoi respiri ai miei ansiti,
e
così fare un viluppo di gemiti
gemito
con gemito su gemito
in
continua progressiva geminazione-germinazione
come
un innesto col cuore nel cuore in gola
a
formare un giardino.
Angoscia
è ripensare allo sfolgorio delle tue gambe
distese
e ferme come dure acque di ruscello eppur vivide,
angoscia
è pensare al sole che brucia nei tuoi occhi
e
che troppo distante non mi riscalda,
angoscia
è pensare al sangue che ti scorre nelle vene
anche
se non sei con me,
angoscia
il tuo impercettibile respiro quando dormi
e
io posso quasi sentirti nelle lunghe notti senz’alba,
angoscia
immaginarti versare nel buio il tuo miele ostinato,
angoscia
il tuo sesso che piange lente lacrime sporche
appese
come piccoli ragni a un filo metallico
o
biancheria ad asciugare.
Vorrei
che il mio silenzio fosse il tuo stesso silenzio
il
mio sesso il tuo stesso sesso
il
mio piacere il tuo piacere
la
mia rabbia la tua rabbia
le
mie paure le mie paure
vorrei
che i miei sogni fossero
i
tuoi sogni.
Anche
se mi basterebbe
ad
essere felice
infinitamente
felice
indebitamente
felice
che
i tuoi sogni fossero
che
i tuoi sogni fossero e basta
poichè
irragionevolmente
i
tuoi sogni
i
tuoi sogni sono
sono
i miei sogni.
I tuoi
sogni sono i miei sogni.
ORA
CHE NON CI SEI.
Nera
eppure
per me eri l’alba, eri l’aurora
e i
tuoi occhi erano due soli,
due
raggi di luce a primavera:
quando
ti destavi
un
nuovo giorno penetrava in me
e
l’anima tremava
come
luna nel mare;
quando
mi guardavi
e
un nuovo tuo giorno penetrava in me
la
pelle brillava
con
sapore di cannella e amaranto.
Ora
che non ci sei è il buio
poichè
non è altra luce di quella che tu irradi
e la
tua pelle non illumina più le mie notti
i
tuoi fianchi bruni e il tuo grembo
non
cullano più i miei sogni
non
mi cullano più
i
sogni.
INSOPPORTABILE
È LA NOTTE.
Ora
che con me più non sei
insopportabile
è la notte
e
così passo tutto il mio tempo nei bar
e
mi svilisco nei bordelli mi avvilisco
a
capofitto nel vizio vivo abbietto
e
bevendo schifoso vino passo intere notti
e
sulla mia pelle aumentano cicatrici e tatui
e
bevendo aggiorna
e
in un mare di errori mi ritrovano l’alba e l’aurora
e
suadenti profumi non possiede più il mio giardino
solo
erba secca e schiocchi di serpi.
Così
finisce un giorno monotono e un altro monotono ne inizia
e
alba e imbruna e aggiorna e annotta
e
nel mio lurido letto sprofondo
con
pensieri stagnanti
che
non sono pensieri
e
solo mi distrae, di tanto in tanto, il tuo ricordo-profumo
che
si adagia sulla mia pelle come il buio sulle stelle
e
mi rimembra la tua erotica forma
e il
tuo giovane amato corpo d’amaranto
goduto
in mille folli notti di ebbrezza
e
così ti penso
e
so che in qualche luogo
esiste
un’afrodite dai seni lunati come pomi
che
amò guardarmi e far nulla con me.
Ma so
pure ch’esiste sentimento senza compimento
come
esiste amore senza amplesso
e
amplesso senza corpo.
FARSI
UNA SEGA.
Quando
sei con una donna che ti piace e che ti ama
e
anche tu la ami
il
sesso è diverso, è bello,
c’è
qualcosa che succede
dietro
l’atto in sé,
una
specie di scambio di anime.
Farsi
una sega dista un pelo dalla cosa vera:
eccoti
lì che ti stai masturbando
e
fantastichi sullo scoparti una donna da cima a fondo
e
poi quell’orrendo coso viola con le vene in rilievo sborra
e tutto
finisce così come è iniziato
e tu
ti stendi e ti rilassi e pensi
<<beh
non è stato poi tanto male...>>
ma manca
qualcosa:
è
quello scambio di anime
come
rimanere nel letto abbracciati
e
parlare ancora un po’
o addormentarsi
mano nella mano,
pelle
nella pelle,
bocca
nella bocca,
fiato
nel fiato.
Sono
queste cose che ti mancano:
cose
un po’ sdolcinate,
cose
gentili,
affettuose,
cose
così.
3,40
A. M.
3,40
del mattino:
ancora
sveglio
occhi
sbarrati
uccelli
cinguettano all’alba incombente
primi
chiarori del giorno
tutto
normale
tutto
come sempre,
i tetti
e le case e le strade e le macchine,
vetture
e vettori, veicoli e velivoli,
la
mia Lancia del ‘91 lì come sempre
con
un fianco ammaccato e un faro rotto
il
mercato i lampioni le foglie che cadono,
la
brezza mattutina
che
scioglie il gravore notturno del mio cuore,
le
putte e i putti e i cinedi e i travestiti e i drogati
che
con la spada sguainata uccidono
questo
mondo imperfetto che non possono viverlo,
la
lampada che non illumina e mi rovina gli occhi,
le
sigarette che bruciano e mi bruciano i bronchi,
i
tasti del computatore che si consumano e mi consumano
l’alma,
i
cani randagi che frugano nella spazzatura,
la
solita vecchia musica
tutto
uguale
sempre
la stessa musica
e
pure tu
sempre
presente, sempre assente
che
come lucertola fuggisti
lasciandomi
la coda tra le dita:
volli
serbarti solo per me
troppo
forte ti strinsi
soffocandoti
e
ora non ci sei più
e non
sei più qui
eppur
non
passi
mai.
Quando
parlo non parlo io
ma
è la tua voce che in me parla
quando
rido non io rido
ma
in me ride il tuo sorriso
quando
piango non sono io a piangere
ma
i tuoi rimpianti e i tuoi rimorsi.
La mia
solitudine
è
solo la tua
assenza
e la
tua assenza
mi
spia ogni attimo
la
tua assenza m’insegue
ogni
giorno
ogni
ora
ogni
minuto
io
scappo e corro via
ma
lei mi raggiunge
non
posso sfuggirle
e
quando provo a sfuggire
lei
mi piega le gambe
e
cado.
La tua
assenza dondola nell’aria come un’ape
è
un ponte indistruttibile tra noi
che
più sottile di un capello
più
affilato di un coltello
taglia
il filo dei miei pensieri
e
mi lascia stordito.
La tua
assenza come la luce del giorno
ogni
giorno ogni mattino ogni ora
mi
sveglia e si versa sui capelli
cola
tra le mie mani
mi
cinge la vita
e
rivola fino ai miei piedi.
BASTEREBBE.
Amore
mio, ora che la sera
tacita
e lenta s’annera
basterebbe
che mi toccassi il cuore
perché
la notte ardesse
tra
fiamme lambenti le stelle
e
il giorno esplodesse la sua melodia d’acciaio.
Amore
mio, basterebbe una tua carezza
perchè
il mio sangue risillabasse desideri e sogni
nelle
vene da tempo occluse
e
questo cervello di stagno risuonasse
di
cicale crocidanti e crepiti di sole
di
nuovo e la mia alma inaridita rigorgogliasse
di nuovo
amore.
Amore
mio, basterebbe solo un tuo soffio
perchè
questo mio cuore
questo
mio scordato cuore dimenticato
questo
polveroso mio cuore
questo
mio cruento avaro cuore amaro
si
ridestasse acerbo e intatto
con
stridente strepitante clangore di feroce torrente
nell’echeggiante
foresta.
E così
risuonerebbe,
risuonerebbe
questo mio cuore scordato,
questo
mio cuore in avaria e dimenticato
risuonerebbe
con scroscio di pioggia
con
sciabordio di acque e crepitio di fuoco
risuonerebbe
tra sogni reali e piaceri inafferrabili
erratici
intangibili e vaganti nel mio cerebro
leso
tra rami spezzati e pioggia scalpicciante
risuonerebbe
questo polveroso mio cuore
forando
il tempo e la mia mente drogata
risuonerebbe
in questa sera
che
lenta l’ora s’annera
e
scialbando all’occaso
la
chiaria dispera.
TI
CERCO.
Ti cerco
e non ti trovo,
ti
cerco e mi perdo come pelo nell’uovo;
ti
cerco nel fioco del fuoco e nel ghiaccio
ti
cerco all’addiaccio e non ce la faccio.
Vieni,
amore mio amaro
vieni,
donna mia avara,
slanciata
in raggi d’aurora,
vieni,
ti bacerò sulle labbra e sui seni,
i
tuoi dolci seni più dolci del vino,
vieni,
bacerò la tua pulviscolare natura reticolare,
vieni
nei prati e nei boschi della mia anima debole-lurida
là,
sotto, dentro, giù, nel profondo
a
impaludare i miei sogni
nel
pozzo senza fondo di fili e fiati e unghie e schegge e muschi
nel
pozzo profondo di vischi scompaginati
e
sparsi arpioni sparpagliati.
VIENI.
Amore
mio, se a me più bella e leggiadra domani venissi
uguale
a oggi io ti vorrei
e
quella stessa bocca bacerei,
ma
tu non vieni, né bella né brutta.
¿Perché
dunque non vieni?
¿Perchè
non vieni?
¿Perché?
Più
di morire non si può
ma
tu non sei morta
(¿non
è forse vero?)
¿e
allora perché non vieni,
così
come sei,
bella
o brutta che sei,
o
né bella né brutta?
Vieni,
vieni così come sei,
bella
o brutta che sei,
vieni
né bella né brutta,
vieni
anche con occhi ciechi,
pur
pallida disfatta e negletta,
ma
vieni, affinchè io non creda che tu più non sia.
SE
TU VENISSI.
Se stasera
tu venissi a me
sull’orlo
del mio letto ti farei sedere,
e
accosterei la mia coperta alle tue spalle,
e
con la mia pelle di serpente
farei
scudo alla tua chioma di scorpione,
e
col mio cuore di ghiaccio farei giaciglio
alle
tue membra di freddo-gelo,
con
le mani un cuscino per il tuo viso
e
con le mie braccia un arco per cullare il tuo sonno,
e
monili con le mie lacrime per il tuo collo,
e
poi rimarrei così a guardarti
mentre
l’animo urla i suoi suicidi.
Dunque
vieni a me,
e,
come si affonda nell’acqua,
immergiti
nel sonno accanto a me,
abbandona
il capo nell’arco delle mie braccia
ma
nel tuo sogno non dimenticarti di me.
DOMANI.
So che
presto il fato mi sbatterà
lontano
dal mio ramo
come
il vento la povera foglia frale.
Or già
il domani appressa
e
nel breve giro di un giorno
su
oscuro legno salperò
nell’oscuro
buio tremendo mare
e
vagherò tra altra gente
per
altre latitudini
in
altri liti.
Ora
che dunque il domani è giunto
e
la sorte mi aspetta
e
tutto sembra sbagliato errato falso
e
minaccia e paura ricompaiono
e
il rancore inalbera e gonfia
e
sembra che i demoni stiano scommettendo sulla mia vita,
una
domanda come scalpro assilla
e
martella il mio cuore:
¿allorchè
tutto sarà compiuto
e il
rostro fenderà l’olida aurora
di
disconosciute spiagge
in
quale plaga sarò sbattuto domani,
in
quale luogo sarò morso
e battuto
da venti e flutti domani,
in
quale mare sarò azzannato alle calcagna
da
venti e flutti domani,
in
quale mare
sarò
roso da venti e flutti domani,
dovrò
considerarmi un naufrago o un fuggiasco,
sarò
un sopravvissuto un rinnegato o un esiliato,
troverò
un altro amore che mi stringa la mano
quando
difficile è vivere e fredda la notte,
che
cosa sbagliai, dove errai, quando,
perché
sono punito,
in
quale momento e in quale luogo
peccai?
Oh,
amore mio,
vorrei
che ancora ti stringessi a me
poichè
non so viverlo questo mondo
sbagliato
e imperfetto.
Oh,
amore mio,
vorrei
che ancora mi stringessi
quando
scenderà la sera e la tenebra
stenderà
il suo buio manto.
Oh,
amore mio,
vorrei
che quella notte fossi ancora tu
vorrei
che ancora mi tenessi la mano
quando
questo cielo di stelle
mi
trafiggerà come mille cuspidi di lancia
appuntiti
e taglienti come i ricordi
o i
rimpianti.
Oh,
amore mio,
tutto
sembra sbagliato
solo
tu non lo eri
ma
tu non sei più e forse mai fosti
forse
fosti solo un’allucinazione
in
questo mondo allucinante.
Eppure
i gatti passeggiano sul mio tetto
addolcendo
questa notte
questa
notte dura come il diamante
dura
come un muro
testarda
come un mulo
che è più duro di un muro
cattiva
come il mare
quando il mare è cattivo
feroce
come il tempo
che è sempre feroce
incerta
come un tuffo al cuore
indolente
e testarda come un mulo
questa
notte senza voce e
senza
colpe.
7) ODI
OSSESSIVE.
<<Io
sono di quelli che amano restare fino a tardi al caffè.
Sono
con tutti quelli che non vogliono andare a letto.
Con
tutti quelli che hanno bisogno di una luce per la notte.>>
(Ernest Hemingway: “Quarantanove racconti”:
“un posto pulito, illuminato bene”).
OSSESSIONE.
Al limitare
del giorno
allorchè
la notte fa senza pudore
del
mio corpo un fiore discosto
in
assurdi spazi claustrofobici io trasvolo e sudo
in
un fosco eremo deserto dove resto solo
trafitto
da nuove perversioni
e
il mio sesso si erge morboso
e
mi spinge contro le calde spire della notte isterica
tra
distese d’immondizia e panorami scheletrici,
sotto
orizzonti imminenti d’imminente spavento,
lebbra
imminente, delitti e crimini
imminenti.
Al limitare
del sonno
quando
il sole affretta l’agonia della notte
quando
l’orina preme nella vescica
e i
suoi colori turgidi veste il giorno
che
fa del tuo corpo un fiore discosto
spaventoso
e ossessionante
mi
viene incontro il sesso e ridesta
nuove
erezioni.
INSONNIA.
Di notte
mi sveglio di soprassalto
madido
nell’alvo dei miei errori
e
dei miei sogni confusionari e patetici
con
in bocca un sapore di veleno che non uccide.
Di notte
mi sveglio di soprassalto
solo,
confuso e smarrito nei tuoi grandi occhi neri
che
mi fissano dal soffitto e mi guardano non vivere
appeso
alla ragnatela dei miei pensieri ambigui
intrappolato
nella rete dei miei sordidi piaceri
soffocando
nell’aria che non posso respirare
di
desideri insani.
Era
un luogo in cui io e tu eravamo
previsti
e amanti
così
di notte mi sveglio e provo a immaginare
che
cosa di noi sarebbe stato
se
tanta disperanza dentro
non
m’avesse divorato.
ISTERIA.
Sterile
figlio della notte infeconda il rimorso
vaga
nei labirinti della mia insonnia
appeso
ai filamenti di latte coagulato del ricordo
come
un ragno appeso alle aragne della mia isteria cosmica
teso
come una “spada di Damocle” sul mio sonno.
È un
albatro che canta le sue orribili odiose nenie
tra
le nere coltri della notte
e
le sue grandi ali
non
frangono al muro della droga e del vino.
Spavaldo
e protervo mi conduce a sperduti liti
dove
t’incontro di nuovo, perduto amore,
e
la tua stellata fronte rivedo
e i
tuoi occhi scolorati bacio.
Lì mi
chiama
con
la sua voce maledetta
Amore.
SVILIMENTO.
Cammino
sempre
cammino
per
strade povere e sterri
disgraziato
e folle
fratello
dei cani
andando
con i miei piedi
laddove
desidero andare.
Sempre
cammino
e
cammino
ma
a mete conclusive
mai
arrivo.
Percorro
albe
trame strade
su
treni carri e scafi
ma
luoghi dolci non trovo
solo
rimorsi rimpianti e regretti
amasi
notturni angeli
e
in cerebro lesa cadenza
d’idiota.
Sempre
cammino
con
passo straniero e amico
nei
deserti della notte puttana
senza
nessun conforto
senza
nessuna meta
senza
nessun reale obbietto
senza
nessun reale desiderio
senza
nessun dovere
senza
nessun limite
se
non la notte e il giorno.
Sempre
parto
e
cammino
e
mai arrivo
e
per eccitarmi ancora
in
eterei e sucidi amori suicidi indugio
a
disdicevoli torture amore sacrificando
a
inganno amare disperando
e
solo mi rimane d’ignoti corpi
il
dolce maledetto tormento.
TU
SEI IL LUOGO.
Non
fu amore prima di te
come
calore e chiarore di fuoco
nascono
insieme dalla stessa fiamma
così
amore sorse in me al tuo apparire.
E ora
che più non sei qui
la
sera resto aspettando
frustragno
la tua telefonata
e
la mattina m’illudo svegliandomi
di
ridestarmi accanto ai tuoi occhi
e
non posso fare altro che ricordarti
e
contemplarti senza poterti vedere
strana
amante di cui solo in sogno posso toccare il viso
poichè
tu ed io eravamo un unico fiume
che
attraversa una landa desolata
circolare
e infinita,
tu
e io, un unico grido sordo.
Seni
d’ambra
denti
di giglio e viso pure di giglio
tu mio
elabro in mutande
mia
visione magnetica sei
mia
redenzione e condanna
salvazione
e pazzia
canzone
e veleno
vigilia
e sonno
terrore
e miracolo
bellezza
e terrore
pericolo
ed estasi
ogni
volta che s’inizia la notte.
Bruni
fianchi incombenti come neri cirri
profumo
ridente di membra innocenti
elettro-magnetico
fulgore di capelli
e
brucianti rivelazioni di splendidi sorrisi
i
tuoi occhi d’aurora mi abbacinano e stupiscono
sei
la quiete e lo scandalo
l’incontro
e la fuga
candore
e colpa
infinto
e informe
memoria
e specchio
sconfitta
e risata
impeto
e vergogna
divario
e quotidiano
sei
la ragione per l’insolito
quando
la vita stanca si annoia e sbanda
sei
la più unanime perdizione e il più perpetuo silenzio
quando
sotto il tuo crudo amore mi sento morire
e
il tuo sguardo è per me ultima fragranza di remoto rossore
ultima
fiamma che dissolve e scema
lieve
saluto di vagabondo
sguardo
fraterno di condannato
calda
complicità di maledizione
fragile
caparbietà di speranza
patria
infinita dell’apolide.
Dal
tuo amore nasce la mia angoscia
nel
tuo affetto la mia solitudine
ma
io non voglio essere solo
ho
insaziabile fame d’amore
e la
sazio con corpi senza anima
e
senza voce.
Il tuo
amore mi rende schiavo
è
la mia schiavitù e la mia desolazione
e ora
che tu più non sei un antico e greve gelo
preme
alle pareti del mio cuore
e
io solo e solingo solitudine cerco e solitudine trovo
nel
casalingo silenzio dove la mia angoscia nutro.
Quale
terrore o disperanza senza tempo adesso mi spinge
dopo
tutto a evocarti in questa poesia
immobile
al bivio d’infiniti spaventi.
Il passato
è quello che ho perduto
il
presente solo quello che ho vinto
il
futuro l’ho già vissuto nei sogni e nelle ambizioni.
Questa
è la sorte che io affronto
poichè
vengo dall’inferno.
Anche
il più sordido orrore possiede il proprio incanto,
le
grandi ambizioni sono solo grandi scemenze-demenze,
la
vita è rischio oppure astinenza,
esiste
un solo luogo per Vivere: l’impossibile,
questo
è il luogo.
TRAMONTA.
E i
miei incubi
iniziano
a cinguettare scemenze
ma
tra poco arriverai
e
felice di rivedermi sarai.
Poggio
l’orecchio alla porta
in
attesa dei tuoi passi
ma
sento solo il rumore delle scale
battute
dal mio cuore rotto
e i
suoi passi corrosi
dalla
speranza.
Annotta
e ancora non arrivi
e
ora che la tua voce
ha
il tono impalpabile dell’eco e del rimorso
e
con stento sento la sua cadenza
ora
che la luna discaccia il giorno
mi
accorgo di quanto sei lontana.
Più
della luna intangibile
lontana
adesso sei.
Più
della luna
intangibile
e lontana
adesso
sei.
Più
della luna intangibile e lontana adesso sei.
Con
rumore di ala spezzata cade il giorno all’occaso
e
la notte riporta quanto disperde l’aurora:
riporta
gli armenti dal pasco
riporta
la barca in porto
riporta
il contadino dai campi
ma
a me non riporta
il
tuo amore.
Oh,
luna di acciaio
luna
di febbraio
luna
di luglio
luna
di maglio
incudine
e martello
luna
di settembre
pozza
di latte-piombo coagulato
occhio
della notte
capezzolo
del cielo
parte
visibile del nulla
puro
peso e pura forma
luna
oscura come la sua pelle di pantera
luna
silenziosa come i suoi occhi
luna
imbronciata
luna
bruna,
riporta
al cuore di chi non va
l’amore
di chi non torna.
VERRÀ
IL GIORNO.
Verrà
il giorno in cui sarò arso
nella
frode che ogni cosa corrode
e
più significato non avranno gl’impegni e le coincidenze
gli
orari e gli appuntamenti
gl’inganni
e i tradimenti
e
allora potrò lasciarmi cogliere dall’amore
e
abbandonarmi senza freni ai piaceri
per
metà reali e per metà erratici
vagolanti
nel mio cervello.
Verrà
il giorno in cui non più varranno gl’inganni
di
chi crede che la realtà sia quella che si vede
e
allora avrò l’invenzione e il movimento e l’amore
e
soprattutto avrò te.
Verrà
poi il giorno che non conterà più l’amore
e
allora ti guiderò nel sole di un luglio rovente
e
lungo albe dorate ti sveglierà l’eco del mio nome.
Verrà
il giorno che non conterà più nemmeno il sole
e
allora conosceremo l’arte dell’esistere in questo mondo
non
già quella di essere
mistero
imperscrutabile
poichè
tutto avremo conosciuto
maestramente.
Verrà
ancora il giorno in cui non varrà la conoscenza
e
allora cammineremo nel vuoto sempre più vacuo
di
morte stagioni e infinitivi universi negativi
e
sarà inutile dire e dirti e pensare
poichè
tutto mi dirà di te.
Verrà
infine il giorno in cui non più saremo
e
quella sarà l’ora dei vacui fuochi
e
delle vacue larve e dei fatui fati
ora
di nigredo e di fimo plorante
e
di mutacico liquame
ma
sempre per me sarai la bambina
dalla
faccia piccola e rotonda
che
dai suoi grandi occhi rotondi
sempre
lancia l’urlo della sua solitudine
l’urlo
delle sue cicatrici
e
della sua vita importuna
inopportuna.
E giunto
che sarà quel giorno
tu
splenderai come sempre
bellissima
come una pesca matura
lanciando
bagliori d’oro e amaranto:
alla
tua estrema bellezza
per
nulla lede
la
condanna crudele.
VERRÀ
LA NOTTE.
Verrà
la notte e avrà il tuo odore,
quest’odore
che m’inebria,
quest’odore
che mi perseguita, da mane a sera,
nascondendosi
tra le coperte i vestiti le ore
impigliandosi
ai miei capelli e alle mie dita,
quest’odore
zucchero e cannella
che
si incolla al palato come mica
e
come brivido si muove sotto pelle.
Verrà
la notte e avrà i tuoi occhi,
i
tuoi umidi occhi,
questi
occhi che mi spiano
anche
quando non ci sei,
e mi
seguono da mane a sera
come
l’ombra segue il sole.
Verrà
la notte e sarà un momento (come la morte)
giusto
il tempo per finire questi versi e dirti
che
quando sciogli i capelli
allora
per me s’inizia la notte
e
dispiega il suo drappo di stelle.
VERRÀ
LA MORTE.
Un giorno,
presto o tardi,
mattina
o sera, estate o inverno,
verrà
la morte, amore mio,
e
allora non sarò più in alcun luogo,
non
potrò più partire né tornare
e non
potrò più scriverti una poesia o una lettera,
non
potrò più telefonarti o sentire
la
tua dolce risata né ridere alla tua voce,
e
non avrò più in me la tua solitudine
e
tu non avrai più in te la mia solitudine.
Un giorno,
presto o tardi,
mattina
o sera, estate o inverno,
verrà
la morte, amore mio,
e
il tempo sarà come congelato
così
rigido e immobile
che
lo si potrà appendere a un chiodo
o
tagliarlo con un coltello:
quel
giorno io porterò sotterra
soltanto
il rimpianto
del
nostro canto spezzato.
Un giorno,
presto o tardi,
mattina
o sera, estate o inverno,
verrà
la morte, amore mio,
e
avrà i tuoi occhi,
i
tuoi occhi più dolci
del
miele.
VERRÀ
OTTOBRE.
Verrà
Ottobre e sarà una fragranza
di
tempi lenti e buoni venti,
la
cicala ancora canterà
mentre
gli olivi carichi di antichità
riveleranno
consapevoli verità.
Verrà
Ottobre e avrà del canto l’eburneo manto,
foglie
rosse del vino e gravida vitalità,
e
la luce lieve le notti afose disperderà.
Verrà
Ottobre e saprà di quiete e matura onesta requie
dopo
rancorose canicole e immobili onuste stagioni
di
accecante aridità,
e
ritorneranno raccolti nuova intimità.
ALBA.
Finita
è la nostra notte
e
tu come luna in cielo
intangibile
e lontana
adesso
sei.
Eppure
ancora ti sogno,
ninfa
dal marmoreo corpo,
in
sfrenate corse lungo albe sublunari
screziate
da nimbate caligini lattiginose,
mentre
i tuoi capelli si sciolgono alla brezza.
È già
l’alba:
sulla
soglia io qui come sempre
come
sempre ti aspetto
ti
aspetto senza pretese
e
sempre ripenso al tuo sguardo
al
tuo sguardo che non ha paese.
SENZA
DUBBIO.
Sarebbe
senza dubbio splendido
passeggiare
ancora con te in un luogo azzurro
o
fumare un’altra sigaretta insieme
seduti
in terra
guardando
il cielo correre e il tempo trascorrere
io pensando
con egoismo al mio lavoro e al tramonto che passa
e
tu che dalle pieghe del collo e dai globi degli occhi
esali
un’antica armonica ed emani una soave nostalgia
che
si aggruma nella ferita del tuo sorriso
inutile
sigillo di frustrazione e desiderio.
Sarebbe
senza dubbio splendido
poter
fare ancora una colazione lauta e fastosa insieme
o
al mattino svegliarci pelle nella pelle e bocca nella bocca
mentre
tu apri gli occhi e mi sorridi e io ti guardo
preoccupato
per la mia anima
nel
momento in cui tu non sarai più con me
(già
sapevo che sarebbe arrivato quel momento).
Sarebbe
senza dubbio splendido
svegliarmi
al mattino e vedere il tuo sole
impregnare
le mie dita di stupore,
stare
ad ascoltare con te la notte che scende
e
ci risucchia nel suo imbuto
mentre
i diamanti della tua bocca imperlano il buio,
e
infine addormentarci insieme
mentre
tu mi guardi con il tuo sguardo che mi disintegra
e
io aspetto in silenzio e invano
nella
stanza del mio cuore
che
tu riesca a scavalcare gli spessi muri che lo circondano
e
venga a riscaldarmi.
È freddo
fuori e c’è la nebbia,
c’è
la nebbia e tutte le cose sono offuscate
da
uno enigma-stupore che non riesco a decifrare,
e
nella nebbiosa atmosfera del ricordo ti confondi
scompari
e riappari, ti dilegui e mi dileguo,
ti
perdi e ti perdo, impossibilmente mia Euridice,
e
mi perdo, impossibilmente tuo Orfeo.
8) ODI
DISPERATE.
<<Quando
ti facesse apparire all’improvviso
la
sorte, nel tempo per me stabilito,
vedrei
sorgere il sole dietro il velo
e
il salice d’Egitto
pavoneggiarsi
dei suoi colori.
Se
potessi volerei a te con il desiderio.>>
(Iben Zaidùn: “Mi basta che tu sia contenta”).
SE
LO SAPEVO PRIMA.
Se lo sapevo prima io manco m’innamoravo.
Se lo
sapevo prima non ti perdevo
quando
continuavi a dirmi di crederci pure io
che
ne ero capace pure io
che
non mi sarebbe capitato di perderti
se
solo lo avessi voluto un po’ di più
proprio
mentre tu mi venivi a cercare
e
io che non sapevo fare altro ti sfuggivo.
Ora
che lo so che mi sono perso
ti
cerco tra la gente più diversa
ma
oramai si è fatto tardi
ti guardo
e non capisco più niente
forse
sei davvero andata via
per
questo non mi sento più del tutto adeguato
più
o meno come ho sempre affermato
e
tu che mi avvertivi di smettere di guardarmi intorno
che
è già tutto lì anzi qui
mentre
io rincorrevo l’orizzonte
senza
mai poterlo raggiungere
ora
che il tempo si assottiglia
e l’orizzonte
mi restituisce ciò che non volevo
e invece
di continuare a vivere
mi
rimangono solo (queste) parole.
DOVE
SEI.
Non
so ancora se sei vera,
ma
questo tuo sorriso splende come uno zampillo di luce
sgorgante
da un eterno pozzo senza fondo capovolto
che
tutto promette e tutto inghiotte,
mentre
sul fondo dei tuoi occhi
si
svela l’altra inquietudine di un’inquieta ulteriorità
che
seduce e agita, che attrae e strega
sinuosi
e striscianti desideri aizzati come cavalli impazziti
sul
punto del prossimo volo
caduchi
in rovinoso precipitare sulle proprie illusioni
reali
come ferite, più reali del sale sulla piaga,
ultimo
segno di vittoria
che
è pur sempre un ottimo modo per morire
feroce
e destro sul ciglio della mia tomba atto di disperazione
stagliato
sul profilo inquietante dell'imminente uragano
gioioso
e beffardo, teso e disinvoltamente flessuoso
con
quella consapevolezza di finitudine che non mi basta
mai
e
non mi frena e non mi arresta
non
mi attribuisce nient’altro
che
quell’indistinto frammento di tempo e di luogo
da
cui traggo, per amore o fortuna, tutta la mia esistenza
sullo
scenario scemo di uno spettacolo di valle o di periferia
di
piedi danzanti e fremiti inarrestabili
mentre
sogno di incontrarti sull’umile selciato di un angolo
dove
un suonatore di strada intona una lieve melodia
e
io, nel coglierti come un fiore, t’invito a una danza
senza
luogo, senza regole, senza limiti
senza
pudore e senza vergogna.
¿Dove
sei, amore mio?
che
anche se ti avessi mai incontrato
così
abbagliato di vita
per
stoltezza o fierezza
non
ho saputo riconoscerti.
ENTRA.
Vieni
a trovarmi:
attraversa
la sottile soglia
che
divide il dentro e il fuori,
sali
le scale
gradino
per gradino
uno
per volta
osservando
e riconoscendo ogni singola piega
e ogni
singolo segreto,
in
fondo troverai una grande finestra
aperta
sul cielo
da
cui giungono raggi di sole e gocce di pioggia
e
infinite stelle tante quante ce ne sono in tutto il mare,
ma
tu non aver paura di raggiungere quelle vette
che
dopo l’ultima è sempre una dolce discesa,
e
se riuscirai ad incontrarmi, tenendomi per mano,
sfiorandomi
appena come si fa con le dita nell’acqua,
potrai
provare la meraviglia di scoprirti totalmente
immersa
senza temere di morire
lasciandoti
scivolare in un inarrestabile flusso
di
vita che si compie e si rincorre
senza
quiete e senza affanno.
SENZA
SFORZO.
Senz’alcuno
sforzo
di
fantasia
le
opportunità si rinnovano in eterno
con
i soliti grandi progetti
generosamente
forieri di ottime promesse
a
cui necessariamente crediamo
finchè
non sorge il sole,
finchè
non si levano le nuvole,
ed
è giusto così
(è
appena giusto così).
Chi
lo sa s’inebria di dolci alterazioni di nettare e fuoco
e
aspira la fervida disinibizione di secchi vapori,
tanto
a mescolare la sabbia con l’umidità ci pensa la vita.
Lo scorrere
della vanità umana
esattamente
conforme con il divenire del tutto
in
un adattamento esperito
con
apparente eterogeneità
fino
a mescolarsi con precisa coerenza
mentre
il bolo universale si congiunge e si disgiunge
fino
alla prossima deiezione naturale e necessaria
che
troppo ha avuto e troppo ha preso e troppo ho dato
troppo
ho chiesto e troppo ho tolto
senza
alcuna sufficiente giustificazione
fino
a conseguire l’inutilità di un attaccamento
forse
all’hic (se non al nunc)
finchè
resta uno, uno solo dall’inizio alla fine.
Intanto
si procede
s’avanza
contratti e dispiegati
mentre
tutt’intorno scivolano esseri in volo
strisciano
genti di antica provenienza
ignari
o consapevoli / liberi o corrotti
tanto
e quanto possono
(e
l’andare non è mai vano).
La linea
d’orizzonte si sfalda e duplica
collimando
tra obnubilazioni ed estasi
al
giogo dell’esistere
nella
stolta ilarità generale dell’infinito resistere
altrimenti
incomprensibile.
Si offrono
buoni motivi per l’ennesimo sacrificio
monito
d’accatto di cui, a ben guardare,
non
restano che meri residui e chi-se-ne-fotte.
Sotto
la coltre di un tale proscenio
si
rivela un macabro rituale
esorcizzato
dallo stridulo ridere di qualche guitto
appena
capace di emanciparsi
evitando
alcuna pretesa
di
diritto o di spada o di parole
di
taglio o di cucchiaio.
Fare
l’amore sui marciapiedi del mondo
inspirando
ed espirando forte anzi fortissimo
così
forte fino ad emettere un sibilo sottile
perfettamente
in armonia con il mantice.
Sullo
sfondo si odono maschi di metallo e femmine di onice
specchi
di fuoco in un crepitare contemporaneamente
inquietante
e rassicurante.
D’improvviso
un urlo di luce,
un
moto di suono
come
un rombo di tuono
che
sbraita e risveglia
e allora
tutto si ferma.
CON
LE SPALLE AL MURO.
Sorpresa
d’incanto
con le braccia aperte e la bocca spalancata
dove
io infilo
con
assoluta intenzione
un
succulento gelato di bollente cioccolato
esondante
e generoso
come
ogni buona promessa
soprattutto
quando del tutto inattesa viene mantenuta
al
termine di questa suggestione
di
cui tu ancora ti lecchi le labbra
pensando
che non è niente male
e
rientrata dall’estasi abbassi gli occhi
con
lo sguardo disarmato di desiderio
nuovamente
recuperata alla meschina condizione umana
e
alla fredda inerte equazione della normalità
ti sciogli
da qualsiasi ambiguità
chiedendo
alla locandiera
il
giusto prezzo per il servizio offerto:
ora
sei giovane
ma
un giorno mi ringrazierai
quando
le fantasie ti serviranno
per
imbonire il prossimo sprovveduto
e per
chi ancora si affanna
finchè
ce n’è di buon appetito
lascia
che sia al prossimo banchetto.
Né sazio
né affamato resto a guardare
l’immemore
spettacolo dell’umana ignavia
dopo
qualche flebile tentativo di rinnovare
al
prezzo di averla resa ancora più spietata
con
il buon augurio della maggioranza.
Dì lì
a poco il solo silenzio di un camposanto
restituirà
dignità e valore a chiunque
anche
al peggiore malfattore
il quale,
senza meriti sul campo,
si
è guadagnato la tua stessa santità.
I
PASSI.
Passano
i minuti sulla via che corre e scorre via
troppo
veloce per concedere le appena giuste indulgenze
s’uno
sfiorato “ti voglio bene” innocuo nelle intenzioni
ma gravido
e pregno e carico nell’essenza.
Intanto
che le parole si sciolgono come nodi alla gola
forse
perchè troppo piene fino a provarne pudore
al
solo pensiero dello scandalo causato da riverberi
intorpiditi
da facili alterazioni,
penso
che un buon silenzio è pur sempre meglio
di
troppe parole sciolte in un frammento di debolezza
inchiodate
sulle labbra di chi le ha pronunciate
croscianti
come gocce di pioggia
in
un vecchio mattino imbellettato di Novembre.
Ma adesso
siamo in Maggio
e i
fiori non sono ancora stati consegnati
i
profumi di pesche e di trasparenze
si
vanno mescolando nella calura
nella
luce
inarrestabile
e spietata
tra
umori di tarda notte
unico
momento di respiro
prima
del nuovo giorno.
Tra
poco
all’improvviso
ci
sveglieremo con il buio
con
altri passaggi di minuti
con
ulteriori percorsi
che
vanno via
via
per sempre
ed
io che
del
tutto stolto
vorrei
solo fermarmi
per
qualche istante
eterno.
I
FANTASMI.
È solo
un po’ di inquietudine che un minimo mi assale
per
quella mia solita solitudine
per
quel mio debito d’amore
come
se ne avessi avuto in dono anche troppo
e
io non sia stato così incapace di riconoscerlo
l’ho
sprecato scambiandolo con un po’ di sesso
dall’inequivocabile
e ovviamente prevedibile esito
esaurito
al prossimo orgasmo
che
è pur sempre meglio di niente.
Ma era
tutto lì
ed
era niente
nulla
di cui mi sia rimasta traccia
solo
amanti passeggere
eravamo
amanti passeggeri
come
quel film che abbiamo visto insieme
mentre
tu ti addormentavi con la testa poggiata sul mio ventre
e
io mi nutrivo del tuo odore
ed
era il miglior preliminare che avessi mai goduto.
Al risveglio
del mattino o del prossimo crepuscolo
si
levano le solite vele di vento e di annunciata bora
mentre
si batte il sentiero della migliore illusione
dove
si cercano ancora altre vittime
di
qualcosa che sa sempre più di nausea
per
quella immanente natura corruttibile
che
resta sempre la nostra.
Ora
che i tempi si abbreviano,
che
lo scorrere di vita si fa più faticosamente inarrestabile,
che
tra le dita e tra i capelli non rimane che quel nulla,
ora
i miei progetti si affannano
come
la fretta di un mancato appuntamento
mentre
si sa che saranno sempre più rari
ecco
che il respiro si ingrossa
ma
ciò che più si agita è quel solito stordito ansioso cuore.
Mi guardo
intorno e sono circondato
da
una schiera infinita di fantasmi
anche
se del tutto ignari della loro condizione
che
scambiano qualche breve commento sui sogni di gioventù
annacquati
nel prossimo bicchiere di vino scadente
per
una certa indigente finitezza
margine
entro la quale restano pochi spazi
nemmeno
per i nuovi sogni di altra carne
o
altr’anima.
Ora
che ho trovato questo ennesimo espediente che sopisce
(almeno
in parte) certe inquietudini
mi
riaddormento e mi congedo
fino
al prossimo ridestare del desiderio
forse
anche di una certa residua sognante necessità
di
un eventuale amore
che
resta ciò che non ho ancora del tutto esaurito
come
se fosse possibile esaurirne uno.
L’ESTATE.
La stagione
estiva va terminando,
ogni
industria e ogni attività riprende
il
ritmo residuo d’inaggirabile necessità
e
il sole sta ancora lì a scaldare la pelle
di
qualche estensione di libertà
e
allora che accada pure ciò che deve
senz’affanno
e senza attrito
ma,
di tanto in tanto, la maschera di cera si offre
ad
una qualche eterogeneità
consentendo
qualche spiraglio di dolcezza
d’imprevedibili
bagliori di sorrisi
e
io ho raccolto le mie zavorre
lasciandole
cadere a una a una
una
dopo l’altra
sul
mio ennesimo procedere
di
errante peccaminoso e colpevole
ora
che ho appreso che nulla è per sempre
mi
attrezzo alla prossima ripresa
mi
guardo intorno senza troppa fiducia e alcuna aspettativa
ma
per quel che posso
pienamente
esistente
fino
all’estremo
fino
alla più intollerabile pienezza
e
se per caso (o per errore)
ti
capitasse di lasciare cadere il tuo sguardo da questa parte
allora
forse potresti accorgerti di quanto residuo amore c’è
da
sperimentare
e
sto parlando di una serie di infinitesimi modi di amare
come
molteplici fiocchi di neve
aghi
di ghiaccio che si trasformerebbero volentieri
in
lacrime di gioia
prima
di toccare terra
per
il tuo solo volgere lo sguardo
gli
occhi non ancora del tutto inghiottiti
in
quell’insaziabile incedere di passi sempre più brevi
raccolti
come pugni chiusi.
QUANDO
TI GUARDO.
Appare
all’interno delle mie palpebre
il
tuo cuore trafitto-afflitto quando ti guardo
e
si alza il primo vento dai capelli
e
sboccia l’aurora s’un prato di ruscelli
e
giungono in volo cieli e nuvole e uccelli
e
montagne sorgono in silenzio all’orizzonte
e
un fiume scende a riva in cerca del mare
e
giorno e notte divengono simultanei
e
tutte le stagioni giungono in una sola volta
e
la luna mostra il lato oscuro della sua faccia nascosta
e
di lontano appare il carro della tempesta che in cuore mi cresce.
Bellezza
candida purezza sei:
bellezza
che non chiede avelli
purezza
che non vuole avalli.
VICINO.
Questa
notte mi sono svegliato
il
braccio intorpidito sotto il tuo capo
come
trafitto da uno sciame di spilli
e
ti ho guardata
ridere
di gusto
e
di desiderio
bella
fino alle lacrime.
Sicuramente
non sognavi me:
sono
infatti troppo vicino
affinchè
tu possa sognarmi.
Troppo
vicino affinchè tu mi sogni,
sotto
le tue palpebre vorrei insinuarmi
e
danzare nei tuoi occhi dormienti
la
danza soave di mille farfalle;
troppo
vicino affinchè tu mi sogni
vorrei
cantare nel tuo cervello
la
dolce melodia dell’uccello;
troppo
vicino per essere accolto come un ospite
dinanzi
a cui ci si alza in piedi,
vorrei
accoglierti nella mia casa
con
serti di fiori bianchi sul sentiero;
vicino,
troppo vicino affinchè tu mi sogni,
vorrei
chiamarti con tutte le bocche del mondo
pronunciando
tutte le vocali insieme
ma
so che ti sveglierebbe di soprassalto il mio grido;
d’altronde,
anche se ti chiamassi non mi sentiresti
e anche
se mi sentissi non ti volteresti
e
se anche ti voltassi il mio viso ti parrebbe estraneo
(proprio
perchè troppo familiare)
e
anche se mi riconoscessi ti scanseresti
chiedendomi
di lasciarti dormire.
Vicini,
il sottile spazio di un capello ci divide
ma
profondo come un abisso,
così
taccio e tolgo il mio braccio da sotto il tuo capo
e
mi allontano un po’ per lasciarti meglio dormire,
affinchè
tu possa sognare
anche
se non è me che sogni.
AFONIA
DI MUTISMI.
Oggi
mi pare di non avere nulla da buttare giù,
non
una parola, non un verso, non un bicchiere:
in
gola mille piccanti aghi di mutismo.
Mi pare
oggi di non avere coraggio
nella
bruciante strettoia che come zolfo brucia
e
corrode e intorpidisce
ma
ugualmente tenterò la traccia almeno di un amore
fuori
nel buio pesto dei preteriti boschi del passato.
E
so che non ti piace vedere piovere sul bagnato
così
come a me non piace andare a Patrasso
o
vedere che si portino civette ad Atene
o
legna al bosco e rovi al rogo
ma
ora diluvia
e per
questo assai bizzarro e paradossale mi pare il tagliarti,
il
cesoiarti queste schegge di legno da ardere al sole:
quanto
migliore sarebbe un tacere-tonfo sordo e profondo
di
brace-oblio ascosa sotto grigia cenere.
Ma per
spari di fucile e scoppi di mine in cortile
e
raganellare di mortaretti soffiati come lampi di soffio
o
soffio di lampi in una eterna danza di sangue
in
vortici di vento fin dentro le nubi furiose
o
nel più raro vuoto delle campagne
delle
strade vuote
dei
mondi
degli
iperspazi
davanti
a me una sola strada
come
nel mezzo di un banco di nebbie
e
non so se sono andato dritto o se ho deviato
e
se in tal caso l’ho fatto per inconfessata sponte o per errore
e
solo intravvedo mille di scrollamenti-incanti
nel
buio tuo luccicare come tra nebbia lampi,
nel
tuo chiuderti a riccio
dentro
un assurdo incomprensibile capriccio,
nel
tuo renderti manifesta seppur sempre assente,
sempre
il contrario e l’opposto
e
rami e radici di salici e mangrovie tra loro aggrovigliati
avviluppati
nella selva accessibile-inaccessibile
sempre
facile, sempre difficile
sempre
uguale, sempre diversa.
Questo
è certo: che mai più ci troveremo a parlare
sotto
la pensilina di una stazione
in
mezzo alla città vuota e desolata (per noi)
dicendoci
quanto è profondo il sereno di questo giorno
o
quanto è intenso il profumo della tua pelle
che
sa di zucchero, garofano e cannella
mentre
le ore e i giorni e i treni passano e se ne vanno
per
siepi e strade e campi e luoghi astrusi e reconditi
lasciando
sul tuo volto segnali indecifrabili
ed
enigmi insondabili
e
radici illeggibili
lontane.
La vita
ci ha sospinti
sotto
gocciolamenti di freddi acqua-colpi
e
noi non ce ne accorgemmo
presi
in trappole diverse
tu
ferma nel tuo appassito io fermo ma in fermento
io
dappertutto con la mia sterile passione per tutto
e
niente.
Eppure
io ancora ti aspetto, io sempre ti aspetto
a sud di nessun nord come alla periferia di nessun centro,
nel
quassù-quaggiù di questo non-luogo
tra
scintillanti allucinanti abbacinanti candenti
alba pratalia e
champs élisées
bianche
distese di cielo sempre più guaste
sempre
più guasto e devastato e deturpato
e
corrotto sentendo un nulla che tutto mi attraversa
impegnato
ad attraversare un nulla denso-viscoso
e
anche ora che non ti amo in realtà io sempre ti amo.
Non
è amore il nostro amore ma un destino
come
l’amore per Orfeo, come la morte per gli Spartiati,
come
il sole che aspetta sognando l’estate
sotto
coltri pesanti di vischio e oscuro muschio
certo
che l’estate arriverà
e
con essa il giorno in cui egli risorgerà.
QUANTA
NOTTE.
Quanta
notte abbiamo passato a bere vino
scopando
fino alle prime luci del mattino
quando
dall’alba irradia l’aurora
e il
chiarore del sole si fa strada nelle tenebre
cancellando
il trucco della notte incostante.
Quanta
notte privi di preoccupazioni
abbiamo
colto indisturbati i piaceri più belli e soavi
in
attimi espansi d’immobile micro-eternità
che
avrebbero reso infinita la mia gioia
se
solo fossero durati
senza
spegnersi come le stelle all’alba.
Ma giunto
che è il giorno
le
stelle si spengono
e
con esse le notti d’amore:
sono
sempre troppo brevi
le
notti d’amore.
MALGRADO
TUTTO.
Malgrado
tutto
sei
tu la fonte della mia gioia
e
il fine della mia poesia:
vivendoti
nulla ha occupato il mio animo
fuorchè
gioia di viverti e voglia di amarti.
Anche
ora che più non sei con me io ti aspetto
impaziente
come il deserto
quando
aspetta l’arrivo della pioggia.
Anche
se ora sei solo un sogno
ci
sono sempre due tazze
sul
mio tavolo,
due
sedie davanti al mio camino.
Ci sono
sempre due tazze sul mio tavolo
e
due sedie davanti al mio camino
ma
nel mio letto un solo cuscino...
ADDORMENTATA.
Addormentata
da
sotto le tue palpebre
la
luce dei tuoi occhi traluce
come
lo splendore della luna piena
da
esili nubi celato.
Dormiente
le
tue brune palpebre
si
muovono come nuvole
dal
vento sospinte.
Dormendo
dei
miei occhi
tu
sei lo sguardo.
SEI
CASA.
E ti
proteggi e mi proteggi
sul
ciglio di ogni legge
oltre
ogni sospetto
oltre
ogni microscopica indulgenza
nel
più intimo estraniamento
nel
più beato secreto mudamento
ti
protendi e ti prostendi,
ti
prosterni all’infinito,
all’infinito
come silenzio
nell’infinito
silenzio come duro in(de)finito silenzio
nell’idea
stessa di casa
nell’inane
inessenza di casa
(essenza
interiore e recondita e più profonda)
nell’in-sé
dell’idea di casa
lussureggiante
verdicante rigogliosa nel verde
lussuriosa
nel verde più lussureggiante
lussuriosa
nel più verde lussureggiante
lussuriosa
nel più lussureggiante verde
di
alti e inascoltati mai-ascoltati sussurri
che
s’inerpicano sulla schiena
corrono
veloci sulla pelle
e
giungono come un grido alle orecchie
s’insinuano
flebili dietro le orecchie
ed
esplodono nel cervello
come
mille aghi
come
mille echi
come
mille cuspidi
come
mille preci
come
mille lieti spettri aspergendo
in
trasbordo pur essi per accanita voglia di residenza
in
invasione-esigenza-mancanza di casa
in
abbondanza-brama di cittadinanza
che
non possono ottenere
insufflandosi
nell’anima come un urlo
che
ripete da dentro
più
dentro
più
dentro
fino
al sangue e al profondo
nel
tenue-cupo dolore del nascere per poi morire
nel
seppellimento-sepoltura della procedura
in
questa infinita senza tregua estate
innaturalmente
evidente
artificialmente
vera
come
te
che
sei
empito
secco di minimi-massimi ardimenti-ardori
smemorata
perspicuità di finissime già-estati
sovrasenso
e gentilezza
caparbietà
e polvere
oblivione
e ubiquità e obliquità
tranquillissima
e trasognatissima noncuranza
equinozio
di ogni struttura e pomerio di rovina
oltre
ogni struttura, pomerio o rovina
oltre
ogni equinozio
oltre
ogni ruggine
sicura
di ogni dismisura
senz’altro
senza scrupolo di ruina
senz’alcun
dubbio di dismisura
eterna
e senza tempo
proveniente
da un asfittico mai-stato-prima
tu
che iperbole e inflorescenza sei
deplorevole
deflorazione e fruttescenza di stagione
iperbolico
sobbalzo di ogni minimo pulviscolare pensiero
lunare
trapasso lunatico e minuscolo temporale nivale
che
sferza come stringhe e punge come siringhe
chuvas obliquas di Chivas Regal extra-dry
fosforescente
fosforilazione chetaminica
e
inestinguibile fibrillazione
postuma
e postrema a te stessa
l’in-ultima-analisi
nel metodico έσχατον
della
furia ultravioletta e della vittoria ultra-violenta
della
vita sulla morte
e
della vita oltre la vita
l’in-sé
della luce
l’in-sé
della casa
l’in-sé
dell’idea-cosa
l’in-sé
dell’idea stessa di sé.
SOTTOVOCE.
Dormivo,
credevo
che anche tu dormissi,
ti
abbracciavo
per
fare calore al mio corpo col tuo corpo,
anche
tu mi abbracciavi,
gli
occhi serrati e i pugni stretti,
poi,
d’un tratto,
mi
soffiasti bisbigliando
un <<ti
amo>> tra i denti
quasi
un sussurro.
Le grandi
cose
si
dicono sottovoce.
RICORDA.
Ricorda:
inferno è la vita stessa,
inferno
solitudine e abbandono,
e polvere
e cenere il genere umano.
Si nasce
per morire,
si
può impiegare una vita intera
o
un minuto soltanto
per
farlo
ma
la destinazione finale è sempre la tomba.
Poichè
dunque siamo il nulla
reputa
l’essere pari al non-essere
e
il tutto uguale al nulla
e
libera vivi e felice
non
aspettandoti niente dal mondo
né
dalla gente
né
da te stessa.
Una
volta accettata questa premessa
sarai
libera di esistere
alle
tue condizioni
e
mai conoscerai inferno, solitudine o abbandono,
e
ben poca cosa ti parrà la morte
ben
poca il dolore.
Credimi:
solo le emozioni contano,
poichè
quest’attimo potrebbe essere l’ultimo.
Vivi
dunque ogni attimo in modo che
se
davvero fosse l’ultimo
e
domani il sole tramontasse nei tuoi occhi
te
ne andresti soddisfatta del tuo tempo e dei tuoi giorni
benedetta
nell’oscurità
vittoriosa
nella gloria immensa
del
tuo sorriso d’oro.
AGLI
DEI OCCULTI.
Tu con
i tuoi grandi occhi neri
tu
con la tua chioma di scorpione
tu
con la tua pelle di pantera e il tuo sorriso di luna
tu
con le tue scapole appuntite come piccole ali
io
ti conosco:
eri
l’usignolo che cantava all’ombra dei ciliegi,
eri
il sole che mi tramontava negli occhi,
eri
il ruggito del leone a mezzogiorno,
il
sibilo della morte alle 3,30 del mattino,
eri
il vento che mi rodeva alle calcagna quando in sella
a
una vecchia bicicletta usata
correvo
lungo i tornanti della montagna,
eri
la brezza fresca dell’alba davanti al mare
e in
quel vento frizzante e allegro sentivo il tuo fiato
sentivo
la tua voce e respiravo il tuo sussurro,
eri
la puttana di turno che nel letto mi urlava
brucianti
bugie d’amore mentre le sue unghie
laceravano
di passione la mia anima,
eri
la volpe che correva contro la sera con il cuore in gola
e
una zampa tra i denti,
eri
il rosso fuoco di Scipione
che
infiammava la tela per la tua gloria,
eri
la vita che ruggiva dietro i fiori oltre la siepe
quando
ero bambino e le fontane zampillavano
e
il cielo era azzurro e blu il mare,
eri
la tempesta nel bicchiere di un sogno polveroso,
eri
le viscere dei monti che penano per urlare disseccate,
eri
l’ultima pagina del libro,
l’urlo
acefalo della creazione immortale,
il
ferro fumante premuto alla tempia,
l’incubo
della rosa appassita,
la
risata effimera e beffarda degli dei ulteriori
rivolta
agli dei occulti nella solita vecchia oscurità,
il
corpo senza testa ma ancora caldo della vita
e
la vera essenza della vita temporaneamente tracimante
dal
contorno aguzzo delle montagne viola al crepuscolo,
l’essenza
e il vero significato del recondito,
la
perenne ricerca inarrestabile della verità assoluta,
l’illusione
che tutto abbia un senso più o meno
e
la delusione che tutto abbia solo un senso,
il
verde-buio del bosco
e la
nebbia fitta di taglienti lame affilate,
il rumore
della pioggia stritolata dagli pneumatici
spiaccicata
sull’asfalto con altissimo stridore di ruote,
eri
il tamburo martellante dei miei passi
l’incompleto
singhiozzo finale della tenebra
strozzato
da un lampo di luce quando è quasi l’alba,
il
lampo di luce della speranza quando infuria la bufera
e
da lontano si ode lo sghignazzante canto di un folle,
tu eri
questa stanca vita.
Ti ho
vista in un vortice giallo-oro
più
dinamico del sole brillante e fulgido,
nello
sbadiglio del predatore nel bel mezzo della caccia,
ti
ho vista al centro dell’azione come nel bel mezzo del nulla,
nella
grazie e nella purezza di un animale selvatico,
ti
ho vista in ogni viso che ho incontrato,
ti
ho vista in ogni sguardo che ho scoccato,
in
ogni sorriso che mi è scappato e libero è volato
via
nella luce che filtra dalle tapparelle al mattino,
ti
ho vista chiudere il cerchio della mia pazzia
baciando
sulla bocca le mia anima proteiforme
e
le mie molteplici infinite personalità
che
sono molte e cambiano colore e forma
in
continuazione.
Mille
volte ti ho incontrata,
da
sempre ti conosco,
mia
armonica amica:
ogni
passo che compivo
in
bilico sull’orlo del baratro e sul ciglio dell’abisso
era
un altro passo che compivo verso di te.
Domani
potrei anche svegliarmi morto
sul
bordo di una strada di periferia
trafitto
da sei pallottole .38
o a
letto con un’altra donna
che
non sei tu:
portami
via da tutto questo
che
non voglio.
C’è
un posto oltre il confine
dove
la musica sale le scale mobili instancabilmente
e
gli alberi hanno occhi a forma di tramonto
e
le spade si trasformano in cucchiai
e
in ghigliottine i soldi
e
le strade profumano di bambù
e i
sogni come pesci volanti
continuano
imperterriti a volare
nonostante
noi gli spariamo per ucciderli:
portami
là,
nonostante
me,
malgrado
tutto.
ALLA
TUA BELLEZZA.
Bellezza
d’isola lambita dal mare dei tuoi capelli
nella
fronte,
bellezza
profonda nella tua pelle
come
una notte fonda di ombre,
bellezza
di ladro torbida nel tuo viso
e
dura bellezza di pietra nelle tue mani,
candore
sincero di ragazzo
e
bruno passo di bambina.
LASCIA
CHE IO T’INTERROGHI.
Come
un ramo sull’acqua del rigido lago persino frigido,
nei
più reconditi recinti del verde-sonno
lascia
che a te io mi protenda
e
che t’interroghi
benchè
muta e silenziosa
ripetutamente
poichè
nel tuo silenzio si aggira letizia
e i
tuoi occhi sfavillano
fino
a disfarsi in scintille a-mille a-mille
come
mille lapilli di vulcano incandescenti
su
se stessi ricadenti.
Proteggimi
dalle astuzie e dalle scaltrezze del gelo-freddo
sbiadito
nell’ordine denso dei venti e delle correnti,
dalle
loro affilatissime staffilate come lame di ghiaccio
in
cui s’incaglia e s’intaglia l’Estate in molli onni-assenze
finissimamente
insufflate nel ricordo del mare
mosaico
di scaglie maculate specchiate speculate
in
sottrazione di luce tracimante-esondante
per
prati e strade d’inverno trombotico
e
ardui cammini rigeneranti sul filo d’infinite inesistenze
o
esistenze-ma.
LE
OCCASIONI.
Dovremmo
solo viverci: non è tempo per capirsi.
Tutto
quello che sappiamo è solo quello che vediamo,
ciò
che vediamo è tutto ciò che possiamo sapere,
quello
che si palesa alla nostra vista è la realtà.
Questo
è lo scorno:
non
sapere niente quando ancora si può tutto,
sapere
tutto quando ormai non si può più nulla.
Quando
ti conobbi non sapevamo niente
ma
potevamo tutto:
ora
che siamo giunti alla fine
e
abbiamo imparato tutto
adesso
non possiamo più nulla.
Dovevamo
solo viverci
e
non l’abbiamo fatto,
sprecando
l’estrema occasione.
E
SUCCEDE CHE IO TI PENSI.
¿Sai?
Spesso, soprattutto quando vado a dormire,
e non ci sono i tuoi grandi occhioni neri a fissarmi
e non ci sono le tue mani sottili sottili ad accarezzarmi
succede che io ti pensi
e mi accorga di essere davvero solo.
Quello
che chiamiamo solitudine
non
è l’essere abbandonati da qualcuno,
questo
abbandono non è una vera solitudine
poichè
comunque disponiamo della compagnia di altri,
significa
solo che siamo in assenza di qualcuno
e
quando diciamo di essere soli
solitamente
intendiamo dire che ci sentiamo soli
per
l’assenza di qualcuno con cui vorremmo trovarci
in
quel momento.
La solitudine
autentica è un’altra cosa:
è
il silenzio, la perdita del linguaggio
e
del pensiero.
¿Ma
allora perchè mi sento così vuoto oggi,
e
la sera che avanza mi rende inquieto,
e
l’ora che lentamente si annera mi costringe il cuore,
e
vorrei solo trovarmi guancia a guancia con te
nella
notte più buia che c’è?
¿Perchè,
dovunque io mi rivolga,
vedo
i tuoi grandi occhioni sorridermi
di
dolcezza e allegria,
perchè
ti sento in ogni canzone,
perchè
ti ricordo ad ogni angolo della strada,
perchè
ti vedo in ogni altra donna?
È proprio
vero: nel cuore delle cose
noi
troviamo ciò che vi abbiamo messo,
nel
cuore delle cose noi ritroviamo
ciò
che vi abbiamo lasciato.
Avevi
proprio ragione:
più
che il sapersi forte
dà
forza il sentirsi amato.
Più
di ogni cosa
dà
forza il sentirsi amato.
SESSO
E AMORE.
Io non so più niente, non ti conosco più:
¿ti faccio male quando ti tocco o ti piace ancora,
è il tuo un fremito oppure un brivido,
era un bacio quello o il sibilo dell’abisso che ci divide?
Non so più niente, non ti conosco più,
e ora non mi sembri più che un sogno
e come un sogno voli via alle prime luci dell’alba.
Come la neve a me l’amore pare:
che quando viene, presto se ne deve andare.
Ormai è solo una stupida corsa fino all’esaurimento,
ciò che sembrava gioia è ora solo una trappola,
e la tua visione non mi esalta più.
L’amore è come il sesso:
se farlo bene non ne vale la pena
non vale la pena farlo.
L’AMORE RESTA.
La morte
è il nostro primo fato
il
grembo è già una tomba
la vita è solo il sospiro che ci separa dall’abisso
è solo il sibilo che dall’abisso ci divide.
Come
essere sepolti a miglia e miglia di profondità
dentro
un caldo asfissiante soffocante irrespirabile
mucchio
di bambagia.
L’amore resta, il sesso vola via;
l’amore resta, il tempo vola via;
l’amore resta, il resto vola via.
AL
SESSO.
Eri
una cosa bella e piccola e preziosa
come
un gioiello un fringuello o una rosa
ma
presto cominciò a mancarmi qualcosa
e
decisi di seguire la mia indole
e
partii ancora prima di essere arrivato.
Volli
seguire la mia natura
in
altri amori cercando l’avventura,
e avemmo
una seria discussione
e
ti dimostrai come io avessi ragione e tu torto,
come
tu fossi solo un buco senza cavità,
un
niente inesistente,
uno
semplice starnuto che un raffreddore ha provocato.
Ma adesso
che più non sei
sono
uno yo-yo senza corda
una
scacchiera senza dama
una
rete che il mare cerca di imbrigliare
un
uomo che col piscio il mare vuole bagnare.
E le
mie vene sono ora intasate di mercurio
e
buio pesto è nel mio cuore
e
l’altra faccia della luna mi pare atroce
e
truce è l’altra faccia della moneta
oscura
l’altra faccia della luce.
Cicatrice
e afflizione sei
da
quando più non sei
e
mi domando:
seguirà
un mattino a questa notte?
AGOSTO.
Platani
oscillano
estiva
ombra spargendo
e
tremano i cipressi
e
cantano le fronde palpitando
e
si trastullano i ruscelli
con
le loro acque monelle
giocando
e spumeggiando rugiade
e
levigando ciottoli e pietre
dovunque
stalattiti di luce e frammenti di diamante
e
in questo angolo di paradiso
pure
i nostri corpi
stretti
stretti in un nodo stretto
legati
all’agosto caldo e rosso.
Agosto
è solo un immenso terso rossiccio fiume,
Agosto è solo un immenso terso rossiccio fiume-fiore,
il
tuo viso è fiore-di-bosco e di osteria,
stormire
di chiome viridescenti è il tuo sospiro-respiro,
fruttare
frutteare fruttificare di more-lamponi il tuo sorriso,
lampeggiare
di lame quali tra nebbia lampi il tuo sguardo,
improvviso
imprevisto non-previsto non-provvisto
ridotto
all’osso il tuo “io”.
Tutti
bramavano le tue labbra
ma
tu sai che una è la bocca degna della tua bocca
selvatica
e selvaggia,
poichè
mai cercai il tuo desio in fantasmagorici punti G
ma
mirai dritto all’onirico punto-blu
da
cui schizzi di nano-minuti al quadrato
asmatici
guizzarono roteando
raggiando
oggetti frattali a-mille a-mille.
Disseppelliti-dissepolti
da crudeli sogni
furiosi
rabbiosi accaniti
storditi
quali cani incimurriti
ci
crolleremo di dosso ghiacci e addiacci e soɲɲi-incubo
ci
desteremo dalle terribili ore di supremo terrore-orrore e
finalmente
disumati ed esumati
ci
sorprenderemo destandoci nella sera
nella
sera nera nera come un’oscura ghiera nera-nera
allorchè
l’ora lenta s’annera e nera-nera
diviene
quale oscura oscura ghiera-paura
io
e te
in
accanitissimi sogni
nel
più accanito dei sogni
disseppelliti
da ghiacci e addiacci
di
tardive ore più nere più nere di terrore di orrore
non
pavidi non clementi non insolenti
saremo
io e te
in
questo eterno stare, distare, disfare
procedendo
ansiosi
senza
tempo senza clamore
in
anse di caligi e alvi di felici allagamenti
e
tempeste uggiose e tempestose ugge
in
sere di nebule brume foschie fubbie nebbie ubbie
e
tempestive lune e tempestivo risorgere
di
soli-albore-amore.
Tu che
ora mi sei incolmabilmente lontana come luna
che
svetta e che sbietta nella frescura di tramontana
mi
sia tu per un momento improbabilmente vicina
finchè
dura la brina
in
questo deserto di silenzi e pause e odi e paure
mi
sia tu serto di baci fiori e parole
parole
come enigmi aculeati e delizie aureolate
parole
echeggianti come tremanti godurie.
Speculare
mancamento
e
divagare nello smarrimento
alla
ricerca di un’immagine:
oh
quale insana ambizione fu volersi nuovi e ultimi
credersi
veri
sul
ciglio della prominenza
sull’orlo
del baratro
sull’orlo
dell’abisso!
Così,
in questo rosa-sogno colorato di rosa shocking
ti aspetto
occhi
da ossesso e cuore di iena
assillati
tormentati da molecole precipitose
di
rovinosa nessuna fretta
e
tu che fino a ieri giacevi sopita in oscuri luoghi
abbandonata
come
un gatto addormentato in uno scatolone
ora
stilli da questo cielo piovoso
e
così il giorno con te vomita tutti i suoi inferni
ade-tartaro-érebo
e
io alzo la bottiglia per cancellarti ma tu sei dovunque
comunque
come
la nera notte imbecille
sei
tra i miei capelli
sei
sotto le mie lenzuola
tra
i miei vestiti
nella
mia bocca
nelle
pieghe della mia pelle
nelle
viscere del mio corpo
e
io sono solo un verme,
io
sono solo un nano.
NOTTETEMPO,
MANO NELLA MANO.
In questo
soffice leggiadro erratico vagare
di
stelle innocenti e perverse
si
destano brame sottopelle
e
tu divieni fiore di luna,
fiore
di loto, fiore di fuoco,
fiore
di sale, fiore di sole,
fiore
di brina, fiore di brezza mattutina,
bruma
di alba brunita tra le mani peregrina
e
brama di acme che culmine in vetta e subito dopo ruina,
reina
puttana di qualunque sia lussurioso vertice
o
sordido summit casalingo.
ALLA
MORTE.
Morte
nel ventricolo destro e morte nella scarpa sinistra,
morte
nel buco del culo e morte nel centro del cuore,
morte
morte morte ovunque
e cerume
nel cuore:
è dolo
nel dolore
crisi
nel parossismo e acme nello scoppio
accesso-eccesso
di disperanza
orecchie
vuote, cervello vuoto, almo vuoto
cazzo
floscio-moscio-flaccido
occhi
di camoscio
pelle
di camoscio
pelle
di daino
pelle-straccio
pelle-cencio
occhi
svuotati
ossa
rotte
legamenti
slogati
e
rabbia e livore
e
cruore e malvagità.
Con
un piede all’inferno strappo le pannocchie
dallo
stelo della morte che sbuca dai fossi e dagli orti
con
facce uscite da incubi
facce
di tristezza
come
insetti negletti reietti e abbietti.
Eppure
quando eravamo giovani
avevamo
la sensazione
che
la vita sarebbe stata una gran cosa
una
gran cosa,
ma
poi buttammo uno sguardo su per il culo
della
morte ed era un buio
tunnel nero nero nero
e
merdoso come
tutti
i buchi di
culo.
E adesso
lasciatemi riposare,
lasciatemi
morire,
che
non ne posso
non
ne posso proprio
più.
Di certo
giovani
così
non
lo saremo
mai
più.
Le parole
a volte sgorgano come sangue
o
come vino o come vomito
poco
sforzo, poco lavoro
una
specie di trance
passo
ritmo danza brio
e
bombe atomiche pendono penzolano pencolano
dagli
alberi come pompelmi ingrassati
denudati.
SUBBUGLIO.
La mia
mente in subbuglio
il
mio cuore in subbuglio
sciocco
cuore
spossato
e calpestato
cuore
di rondine malato
con
te giacere vuole ancora
sotto
gocce di luce abbacinante
in
ginocchio sulle rive del fiume
nel
dolce far niente nel dolce far del giorno
in
un fendente far di punta
sotto
i noccioli
sotto
soli di rugiada
sotto
i rami dell’alce
sotto
le foglie dell’elce
sotto
le pampe della felce
sotto
le scaglie del mare
sotto
le soglie del male
sotto
le doglie della ferita nel sale
giacere
con te senz’alcuna tregua
senz’alcun
dubbio
senz’altro
là
nelle
notti
senza
tregua e senz’alba
tra
mieli e altri dolcori amarti senza colori
mentre
due lune s’infondono ed effondono
affondando
nel pomario
ascendendo
al tuo monte venereo
e
ivi sprofondando.
A te
umilio ogni altro pregio in disprezzo
in
dispregio di me stesso
via
me stesso spazzo.
Oh
tu che sei anima mia e mia anemia,
ma
se sempre da immense stanchezze e immense tristezze
spinto
spazzato via qui derivo come in questo mattino
d’eclissi
che il divieto e l’oblio e il rimpianto spezza
allora
fermo mercurio appare il mondo
e
pura altezza la fonte
e
io di te vivo e scrivo.
Ma dimmi
se sei realmente
nelle
fosche ferme frequenze degli attimi
nelle
meste sequenze delle lune.
Affinchè
sia ancora tu che il lume della luna affoschi
nelle
fatali esiziali atmosfere di necrosi tenace
nelle
oniriche pieghe dell’orizzonte
allora
io darei tutto me stesso
tutto
il mio esistere e tutto il mio sussistere
tutto
il mio orgoglio e tutto il mio disprezzo
per
vederti ancora in un altro destino
in
un altro nuovo cammino.
Dalle
ombre dei clivi
dai
cieli del verno
sembri
tornare
e
io vivo nel terrore
che
tu possa svanire
nel
terrore del tuo improvviso sparire
nel
terrore del tuo possibile morire.
Tu reale
abbondanza e abbondanza del reale
vieni
dunque vieni a me
quantunque
e comunque
più
paurosa e atterrente di tutti i miei fantasmi
più
annientata e nientificante di tutti i miei nulla
più
annichilita-annichilente del nihil
vieni
avanti vieni cadi rotola
a
goccioloni a goccioloni
toccando
ritmi sublimi.
ANCORA
TI RIVEDRÒ.
Come
acqua impaurita che sussulta
e
su colli e forre giace la luna solinga
e
nel legno giacciono vermi e profili di diluvi
e
di piogge ride l’ombra
bestie
e belve e leggiadre leggiadre leggiadre
e
gelo-stordimento in gelide gelose camere da tre soldi
così
fragili piume verdicanti aleggiano agitate
frondando
e stormendo
e
il cuore sobbalza e sussulta e trema vagulo
stretto
e morso dai freddi in lotta
in
guerra bellante con il tormento
e
la nostra gioia candida candente candescente dilegua
come
neve asciutta e ghiaccio bollente
così
il vento insonne ci verrà incontro abbagliando e sbandando
e
apriche porte spalancherà mostrando oscuri vestiboli
in
semprunque eterni spazi
e
allora ritroverò la mia gioia di averti perduta smarrita
mio
belluo febbrile amore dimenticato perduto schiantato
contro
le possenti mura della disumana potenza
lì
la tua sembianza specchiarsi in nubi candide celesti rivedrò
ma
già fredde sono le mie mani e strette in petto
e
trasalisco al minimo refolo di vento
ed
esigue nevi orlano di candore rami e profili
e
crini di monti
e
il freddo già discende sulle mestizie dei cespugli
e
le piante in graste in forse.
FUTILE
SERA.
Solitarie
disperse strade ferrate
solo
da trombe di vento percosse
abbandonate
obliate obliviate
risuonano
di canicola e afrore
e
così è il mio cardato strigliato cuore di cardo
strozzato
dalla ruvida corda
freddato
dal cardio-palma fulminante
fulminato
in corsa per le stelle
e
pur io fra poco sarò pietra
caldo
eppur gelido
ma
se
in questa futile sera tu venissi a me
e a
me recassi il tuo candore di bimba accigliata
e
la tua fulgida bellezza di ragazzo
la
tua dignitosa e rassegnata bellezza di animale in gabbia
allora
la mia chioma il mio crine i miei capelli
di
gioia sussulterebbero
ritrovando
in casa il tuo odore che scivola sulle pareti
e
s’impiglia ai miei capelli come la rugiada si spande
su
prati ed erbe
e
così se in questa futile sera tu venissi a me
tutto
ti racconterei di me
quanto
è e quanto non è
e
tu sgraneresti stupita occhi e palpebre
e
mutando pensieri infine mi baceresti
e
se in questa futile sera tu venissi a me
non
frastuono di piazze e vie brulicanti di risi urli gridi
ma
tra gli angoli e le cuspidi e gli spigoli più acuti
del
mio cervello proteiforme ti condurrei
e
le spire attorte e involte dell’anima ti mostrerei
e
tra verdescenti viti intristite ti porterei
con
me
perchè
non
esiste altra gioia fuorchè sapere che tu esisti
dolce
venere lunata
che
come venere sei la prima e ultima
stella
del (mio) cielo.
IL
CAMMINO.
Caminante no hay camino: se hace el
camino al andar
e
all’aprico andare il vitreo cammino sorge
procedendo
fra paciosi monti e celati gurgiti
e
il cielo asconde vagabondi e viaggiatori
sospinti
viandantie notti rubate al sonno
mentre
ululano cani e la bellua luce guerreggia al buio
e
stridono colori e ombre
e
sentinelle al nulla stanno le stelle
e
guardano e guatano e scrutano e occhiano
monumenti
di aria
e
castelli di verde svettanti oltre le nubi e il volo degli uccelli
e
soffiano venti e soffiano polvere di ultimi eldoradi.
Caminante no hay camino: se hace el
camino al andar
e
il mio cammino sei tu
e
alla cieca procede tuttora
dacchè
la tua mano lasciai
vorrei
dirti disciogli le trecce
e
libera i piedi
e
chiudi gli scuri
che
già appaiono stelle
appannando
vetri e finestre
invitandoci
ad amare.
AI
TUOI OCCHI.
E i
tuoi occhi di vetro fatato-ghiacciato discendono
da
domini e viluppi di candore rastremato
da
stillicidi di forze e principi stelliferi
in
divaricarsi-deambulare di nevi spinose in acronie atopiche
in
interminati concili di nevi e geli
in
reti di neuroni aurorali e sinapsi astrali
in
piste di riscontri viaggi di meli dondolando
tra
lustri di arbusti e lanterne cieche
tra
cellule-luci e labbra-deglutire
e
qua e là si donano stellari-stellati tra i rami e i mari.
Stella-favo,
stella-fumo, stella-neve
stella
in chiocciolio
stella
in crocidio
ai
margini della neve
dove
folle gonfia il sogno
folle
gonfia il sonno.
AI
SOGNI.
In chiostri
di ramificati sogni
in
sogni di ramificati colli
in
sonni di radificati sogni
fra
riflussi di luna riflessa
fuori
dai recinti dei venti polluenti
rampollano
escrescenze di eventi polluti
e
polluzioni di venti di verde-polline
polline
di cielo e astrale sperma australe
e
addensano e rapprendono in insolenti arroganti colori
violenti
sanguinolenti come farfalle sfavillanti
e
feroce le fauci spalanca e terribili l’atro e vomita
e
riversa ed espelle il nottuo tenebrore e l’atroce buiore
gravido
di mille miriadi di lumi e stelle
gravitanti
su spiagge di piaga
in
plaghe in spire in pieghe dolenti dolose
sanguinose
sanguinanti
stillanti
mannaie osso-fiedenti
coltelli
foranti feritoie di cielo
e
lame fendenti fessure in pietre rocce e scogli
niffi
e sguardi trasfiguranti trasumananti
attendendo
vuoti
rovinosi
rovinanti dirupati crodati
in
valli macilenti di sangue poroso
mentre
sorrisi bisbigliano battendo a vetri e finestre
frutti
aridi e polverosi
in
intermittenti comete nidificati
disparventi
nell’oscuro volo dei pianeti
nel
melodioso silente succedersi dei giorni
quale
dolente neve candescente
che
brucia e ipso facto muore
e
muore e tutto muore
e
solo tu non muori
e
circolano astri e atri
in
settentrioni consunti
e
solo la tua essenza non passa
perenne
presenza e assenza eterna
candore
di giorni senza pena
tramonto
senza alba
dismisurato
e incommensurabile
apollo
peone o elio
gigantesco
e rosso.
Sogni:
bave di anima non imbrigliata,
bave
di un’altra vita immaginata
aleggianti
in refoli di sinistri dubbi
e
nugoli di danni ed errori e rivoli di pena
lugubri
funebri tenebri,
limpide
simmetrie di morte quali cristalli di neve
e brillanti
fulgenti oblique geometrie,
lanceolate
aureolate di spine e
lumi
pullulanti in oscure notti senz’alba:
altro
fuorchè il suo rosso non conosce il mio cuore.
Sempre
mi domando se mai mi chiamerai
mentre
l’abbrivio non trovo per deviare da te
che
sei mio termine fisso di eterno rimpianto
e
rinascere in indugi ulteriori
fuor
dall’oscuro limite dubbio che m’avvolge
con
ferreo stupore invoco.
Tumultuano
flumini e sussultano
convulsati
epilettici e spezzati quali fulmini
e
tentano imprevisti meandri
e
nel ventre della Terra interstiziali bulicami
e
vacui vaneggiamenti di lente volute
terribili
conati forzando di ostici non consueti meati
per
travarcare travalicare scavalcare estollere dal
viscoso
alvo scappare e vischiosi mono-tonici flussi
e
deflussi e per riflussi (storici e non) eludere
mentre
il suo candido uovo-cellula-embrione-cielo
addensa
contro il crine dei monti
e e
il tuo aspro sguardo-diaspro commina
violenti
sogni infetti morbosi moribondi
racchiusi
in violacei rettangoli funambolici
e
di dolosi dolorosi tardi tramonti pullula la sera
tra
azzurri monti e forre e valli
ed
effluvi ormonali.
ANIMULA VAGULA BLANDULA.
Tu dai
fluidi capelli setosi,
tu
seduta scosciata in fondo alla notte,
tu
con usignoli in gola e sibili di scarafaggio in petto,
tu
con occhi come monetine da cinquanta,
tu
sempre sull’orlo di baratro e sul filo di rasoio,
tu
unica vita fra tanti già-morti con luride boccacce di fogna
e
occhi di carta igienica e cuore di cartone,
tu
in questo letto di lussuria
reclami
abbracci e sussurri bugie d’amore
e
parole di passione,
e le
tue unghie sprofondando nel mio cervello
rodendomi
il cuore
divorandomi
l’amore
tu
sguardo bruciante,
tu
ruggente alle nere membrane della notte,
tu
ansimante di fieni e profumi asprigni e scalcinati riposi,
tu
nell’acqua di una bria caduta in agguati di luce,
tu
innocua con me in vacui meandri di bosco,
tu
ansiosa, ansitosa, ansimosa,
perduta
in mal-placate povertà non-celate,
soffocata
in ambigui canti,
piovuta
come cometa affogata,
spenta
nell’imo stridente all’occaso,
tu
in perenne aspettanza del nulla,
dal
nulla sopraffatta
mentre
spade-lame di luce affettano i giorni e le strade,
tu
zampa in bocca e cuore in gola come una volpe in fuga,
fonti
zampillano e galassie sciano
e
ruote girano e cuori scoppiano
e i
crepuscoli aspettano a valve aperte
e
le ore setose suggono rugiade-fragole ai cupidi boschi
e
aspetta la morte e con piccoli passi vicita i tuoi calcagni,
tu
coltello alla gola per me sei,
e i
tuoi capelli scorpioni aculeati
i
tuoi occhi ricci di mare,
affilato
coltello da macellaio puntato alla gola
tu
per me sei,
e
aleggi voliti e volteggi nel vento frizzante,
e
il tuo fiato è quel vento
e
io sempre a te ritorno
bambina
offesa sofferente doni non ferente
a
chi doni non offre,
e
tu ritorni
e
pure il tuo sguardo ritorna e il tuo pianto di nuvole e verdi
rebolle
rampolla in questo luglio-arsura
come
corre un azzurro pugnace
nel
freddo-ghiaccio vernale,
tu
acqua di ruscello spettinata,
tu
cometa soffocata,
al
tuo cielo e ai tuoi capelli l’estate si aggrappa e non molla
e
il tuo profumo tutto inebria e made
in
corone d’amene foglie raccolto
in
papaveri e lucciole crogiolato ed eterne more
all’infinitiva
luna loop s’immedesimano prati e
desideri
e
alle tue dita s’impigliano i miei sogni
al
tuo petto frangendosi
alla
tua divina indifferenza
rompendosi.
AL
TUO SORRISO.
Parola
senza eco e secchio senza fune,
alburna
moriente ape nel vespro
e breve
nitore di cellule e sinapsi mentali,
troncato
albore di gridi sovraortici
e stolido
alone di non previsti pensamenti,
pensieri
e ripensamenti bianchi di nuvole,
scaglie
di vetro iridescenti,
gocce
di latte-sperma coagulato,
notturna
dubbiosa vena-lampo
o
non-medicabile notte-ferita,
candore-luna-riflesso-mare,
scansione
sommessa di note sospese,
albe
sublunari alle tue labbre soggiacenti,
squamme
di subacquee rocce vetrose,
rotta
vampa di meridiani cicloni
e
antimeridiani contro-cicloni,
grumi
dentali di ossidiana,
ostici
bulicami di erompente spessore
e gemme
di nottui rami diafani,
tremori
di erbe-foglie e rugiade da venti millenari percosse,
pezzi
di vetro-albume goccianti dalla munifica luna,
albume
osseo incastrato in colli di bottiglia
e scaglie
di stelle imbronciate.
AL
TUO AMORE.
Sangue
spremuto di nuca
decerebrato
anelito
recise
ariste avvolte da dubbiose atmosfere-ipocondria
lebbrose
lingue di sole torcia-cielo
pudori
di ortica fuggitiva e fervido vorto-gorgo
sciupare
di vita fra inferne geometrie
deprimere
di vita dissodata disossata
strada
strozzata in mille attonite curve
mondo
trafitto da mille arco-flagelli di vitrea pioggia
cancelli
desolati di agitati abissi ruggiosi
furie
montane di monti accesi-spenti
assenze
di spalancati vuoti e vacue porte
filamenti
di scheletri tra fragili luci fanali
ferrei
monti e atri mondani di luna
unico
vico fra mille gole corrose di crac
perdute
deserte plaghe lunificate
giorni-uva
raggrumati in glomi in grappi
grondanti
bave di amore
fisime
di amore
mai
sopito
in
cuore.
AI
TUOI OCCHI.
Stelle
vagabonde
vagabonde
uve
lampi-neon-giglio
nidi
di acqua sterile
astenici
miraggi amaranto di fonti
polle
di non saziabili lacrime
immensi
sogni freddissimi
non
raggiungibili lumi
il
mio cerebro ai tuoi occhi sbanda
e i
tuoi occhi seguire non può se non a morirne.
Intràmano
cieli
e
uccelli
cardi
ragni.
Perlati
atolli
verticali.
Chiari
sbocciano suoni.
CASA
SEI.
Casa
sei, e mi proteggi mentre proteggi te stessa,
fibrillazione
postuma e postrema a se stessa
sei
l’in-ultima-analisi del più metodico έσχατον,
furia
ultravioletta e vittoria ultraviolenta di vita su morte,
vita
su vita sei,
in-sé
di luce e in-sé di casa,
in-sé
dell’idea stessa di casa.
UN
SOGNO PER DOMANI.
Vedi,
amore mio
quando
uno comincia da zero e a mani vuote
allora
prima di tutto non c’è che il sogno
che
si nutre dentro nel profondo
e
che all’inizio è solo un sogno
un
sogno per domani,
poi
viene la voglia e la forza di costruire,
poi
la mente inizia a guardarsi intorno
per
cercare un modo,
gli
occhi che girano e le mani che si muovono
afferrando
cose e strumenti,
e
l’impresa appare sempre più ardua e irta di ostacoli,
ma
poi le tue mani incontrano altre mani
e
se per caso capiti che le altre mani siano le mie mani
allora
il sogno diventa reale
e
non è più un sogno
poichè
non è più solo il tuo sogno
ma
è diventato il nostro sogno
non
soltanto il tuo mondo ma il nostro mondo
che
appartiene a entrambi i nostri cuori.
PERCHÈ.
La notte
scorsa mi sono svegliato
e
stavo così male che ero quasi fuori di me
le
orecchie pulsavano e le tempie battevano
il
cuore pareva esplodere e le mani sudavano
la
mente più non ragionava e la paura svettava
la
ragione sbiettava e l’equilibrio sbandava
così
mi sono alzato e mi sono guardato attorno
ti
ho cercata ma tu non c’eri
e
io credevo di essere finito all’inferno
tanto
era buio in me e tanto ero fuori di me
ho
bevuto vino schifoso
ne
ho bevuto almeno un litro e mi sono stordito
e
così sono riuscito a riaddormentarmi.
Ieri
mi hai spaccato il cuore in due:
mi hai
rivolto uno sguardo duro e tagliente di pietra
e
mi hai spezzato il cuore a metà.
¿Perchè
mi hai spaccato il cuore in due?
¿perchè
lo hai fatto, perchè?
AMAMI.
Io non
sono buono, non sono puro,
io non
sono stato buono, non sono stato puro,
io
non sono mai stato buono, non sono mai stato puro,
e ho
mentito e ho rubato, ho tradito e ho frodato,
ho
derubato e ho approfittato,
ho
imbrogliato e ho fottuto,
ho
avuto amanti e concubine,
ho
sedotto la donna d’altri,
ho
raggirato i miei amici,
ho
peccato, ho peccato, ho peccato,
e
mi trascino nel fango delle mie bassure
e
ho le mani sporche, anzi sporchissime.
Non
è possibile vedermi di buon occhio e volermi bene,
io
sono solo un mostro dal viso orripilante,
io
sono la spina nel cuore,
la
trave nell’occhio,
sono
l’errore imperdonabile,
il
danno incalcolabile,
lo
scorno ineludibile,
la
pietra sporgente che il piede intralcia,
il
cane randagio che la gente scalcia,
io
sono l’uomo da nulla,
l’uomo
da poco,
l’uomo
miserabile,
il
malacarne.
Ma ho
in me anche stupore e dolore e paura e poesie,
e
baci e sorrisi e scherzi e canzoni,
e
il midollo spinale della vita
impiastricciato
sulle mani, appiccicato alla bocca
e i
miei capelli sono cosparsi di polvere di diamante.
¿Perchè
dunque nessuno può mai amarmi,
perchè
ad alcuni tocca così tanto
gemere
e soffrire e tra le fiamme ardere?
Non
so da che parte debba andare
quale
pena mi tocchi sopportare
quale
corona debba portare
ed
è il panico ad ogni passo
il
terrore e la paura.
Dunque,
amore mio, se mi ami
amami
adesso che sto male e ho il cuore in pezzi;
amore
mio, se mi ami
amami
adesso che solo povero inutile e demoralizzato,
con
il culo per terra e senza l’unghia di una lira;
amore
mio, se mi ami
amami
adesso che sono miserabile e sfortunato;
amore
mio, se mi ami
amami
adesso che a nessuno frega nulla di me;
amore
mio, se mi ami
amami
adesso come ieri e domani come oggi,
poichè
è sempre che ne ho bisogno;
amore
mio, se mi ami, fallo quando meno me lo merito,
perchè
è allora che più ne ho bisogno.
SE
NON RISPONDO.
Se rispondo
al telefono o al citofono puoi entrare,
mi
piace la tua compagnia,
soprattutto
quando indossi quella maglietta
che
lascia intravedere i tuoi seni turgidi,
quella
blu con le tette che sode sbucano fuori libere
mi
piace come i tuoi capezzoli bucano il tessuto,
e
puoi anche fermarti a dormire qui con me stanotte
se
prometti di abbracciarmi,
e
puoi certamente parlarmi di te,
questo
è del tutto naturale.
Ma se
non rispondo non andartene:
forse
sto solo dormendo o facendo la doccia,
forse
sono solo disteso sul letto a riposare
pensando
alle rose e alle viole
a
Cristo inchiodato alla croce e ai coni-gelato,
forse
sono solo seduto in mutande sul divano
intestino
pigro e pene depresso,
ma
forse potrei anche essere arrabbiato
abbattuto
e triste e solo e disperato,
o
forse potrei star piangendo e aver bisogno di te,
forse
potrei essere intento ad appendere il cappio
o a
preparare la mia pistola per farmi un buco nella testa,
quindi
non andartene, non te ne andare
anche
se le luci sono spente,
anche
se non senti rumori di voci o passi,
anche
se non rispondo,
perchè
forse potrei aver bisogno di te,
forse
ho bisogno di te,
ho
bisogno di te,
e
dei tuoi occhi atroci,
prima
che il mondo si dischiuda e si riveli
o
si fermi svanendo per sempre.
UN
CASO.
Cammino
per strada
occhi
socchiusi come fessure e pugni serrati nelle tasche
sguardo
obliquo e portamento malandrino e superbo
t’incontro
e quasi non ci riconosciamo
la
vita scorre che non te ne accorgi nemmeno
la
vita scorre veloce scorre velocemente scorre velocissima
la
vita corre che non hai il tempo di rendertene conto
e
mi accorgo di molte altre cose adesso
a
cui prima non facevo caso
e
riconosco che non sono più niente per te
e anche
tu sei per me poco più di una parolaccia
sul
muro di un cesso pubblico
una
scritta che leggi e subito te ne dimentichi
e mi
rendo conto che
se prima
bastava la luna del tuo sorriso
per
una notte insonne da stella a stella
ora
non siamo che semplici conoscenti
quasi
sconosciuti
non
ci parliamo più
e
mi rendo conto
che
un tempo bastavano le stelle del tuo sorriso
per
un sogno in aculei e scaglie e cornee e ossa
per
il sogno immemore che assolve e involve
nell’istantanea
eternità di un attimo
nel
breve attimo di un istante infinito
imperfetto
ma perfettivo
mentre
il cuore si dava da fare
senza
lusinghe e senza false modestie
per
prepararsi a te
e
afferrare il mondo in un amplesso dondolante
dopo
un boato di timballi sordo benchè non attutito
si
acquattava in volo per non morire di vento
e
saltava e volava da trapezio a trapezio
nel
silenzio buio-muto di un ultimo aquilone
nell’aria
stupefatta più veloce del peso del corpo
che
ancora e ancora non fa in tempo a cadere
con
faticosa leggerezza e viscosa agilità
e
calcolata ambizione e nuda attenzione
congiurando
e cospirando contro quello che non è
e
mi rendo conto che non ci parliamo da mesi ormai
volevo
anche picchiarti (ma non ce la feci)
e così
me ne andai
(oh
immenso splendore lo scendere correndo le scale
oh
immenso godimento la strada
oh
immensa bellezza l’andare)
e
tu non dicesti <<Rimani>> (un
vero peccato)
e
allora presi la macchina e tornai a casa
guidando
lentamente
gustandomi
l’ultimo sole della sera
entrai
in casa
e
non era poi tanto male
giacere
a zig-zag sul contenuto e scopare la
sostanza del concetto
essere
lo smacco dell’ornamento e lo scorno del ragionamento
essere
un niente pittato di auro, tenebra nel vento e nelle forre
nella
fossa e nelle ossa, il fremito di una galassia longinqua
il
palpito di una larghezza-lunghezza obliqua
l’attimo
dischiuso che occlude la materia
lo
splendore di un ombra oscura
il
foro che buca la rete dischiusa
e
andava bene così
andava
tutto bene
non
è limite al mio stupore
non
esiste misura al mio stupore
non
ha fine il mio stupore
fuorchè
il mio tacere
ma
ora ti ho davanti e
senti
il mio cuore come batte
ascolta
quanto forte mi batte il cuore
ma la
vita è solamente un susseguirsi di errori e falli
una
sequela di esperimenti falliti seguiti da fallimenti esperiti
una
sfilza di falliti tentativi e fallimenti di attentati
caduti
crodati precipitati dai cuori come una pietra
e
troppo spesso troppo tardi ci accorgiamo
nella
vita e nell’amore
se
un cuore ci è stato dato solo in prestito
o
se ci è stato donato per sempre
o
se ci è stato addirittura sacrificato.
(Ah
come urla il mio cuore.)
ODE
DA UNA CAMERA IN AFFITTO.
Oggi sono passato davanti
al palazzo dove abitavamo
e ho deciso di fare visita alla camera che fu
testo
alle nostre baccanali pazzie d’un tempo
ed è tutt’ora del nostro amore sepolcro
e, risalendo
le scale che portano alla nostra camera di allora,
ritrovai i miei vent’otto anni e con loro il
mio amore per te.
E se anche di te, Muna, risorgessero per un
istante,
anche per un’ora soltanto, i tuoi ventidue
e la tua bellezza di ebano
e il tuo sorriso di madreperla
insieme con questa minuscola camera
mi domando:
¿Che altro mancherebbe al mio vivere?
Nella camera misera e squallida
al secondo piano di un palazzo sporco e
malandato
solo quattro spoglie pareti soffocate
e un armadio a destra del letto,
un divano di vimini a sinistra,
al centro il tavolo dove scrivevo,
una luce fioca e gracile di lampada a
illuminare il piano,
tre scomode sedie di legno attorno,
lo sfiorarsi delle tende pungolate dal vento
alle finestre
e in fondo il letto
che nel meriggio il sole lambiva
stendendo i suoi raggi come lunghe dita
delicate di margherita
e le nostre membra tutte bruciava nell’orgasmo
come candele nella calida rovente bruciante
notte d’estate,
i nostri sguardi infuocati palpitanti di
miriadi di miraggi,
il mefitico mofetico olore di una vertigine di
vita
che alta e vacillante ne stordiva e frastornava
come
il febbrile baciarsi rappreso nella bocca.
(oh sì: di febbrile dissolutezza il baciarsi
rappreso nella bocca.)
In quella misera camera
le cose tristi e disperate che in noi fermentano
le ferite che celiamo
mentre fuori tutto procedeva come se nulla
fosse
nel fluire dei commerci e nel trepidare degli
affanni
il tumultuare della città echeggiava nel
monotono vociare
della strada e delle botteghe
dei marciapiedi e dei trivi
dei balconi e delle piazze
e noi ci amavamo
brucianti di vita
inseguendo l’irrefrenabile piacere del corpo
con tutto il nostro essere e volere,
raggianti dei dolcissimi soavi tiepidi trasporti
che vivemmo,
trasformando in sostanza tangibile e palpabile
realtà
l’ombra fuggitiva di un eccelso assoluto
rapimento erotico,
sfrenata bufera d’estasia bella quanto fugace,
penetrando l’immensità e la vastità del più
languido desio,
giacendo infine consunti e confusi e storditi
dagli abusi,
estenuati stremati e sfiniti di vita,
satolli e carichi e ancora
smaniosi di desiderio,
sazi e prostrati dalla
illecita eccitazione erotica,
felici e soddisfatti dal
reciproco godimento carnale,
sciupati dal vizio e dagli eccessi del vizio,
consumati nella fiamma rovente della passione,
arsi nel perpetuo guizzo dei sensi e della
ebbrezza,
di un immane furore sessuale,
mentre nei nostri lumi la
luna specchiava
e io bevevo al tuo
calice...
L’avere paura del fuoco è dei pavidi,
dei coraggiosi è il godere nel bruciarsi.
Degli impavidi e dei forti
il godere bruciando.
¡Oh, come bruciano in fretta le notti d’amore!
¡Sono sempre troppo brevi
le notti d’amore!
AMPLESSO.
Ho sempre
vissuto da solo
e da
solo ho sempre voluto vivere,
fuori
dal mondo e fuori luogo,
lontano
da questa gente che non capisce e ne ferisce,
ma adesso
non è più così:
ora
vivo in compagnia di una donna bellissima e dolce
che
ride di un sorriso clamoroso e seducente
allucinante
e abbagliante,
e
il suo sorriso mi fa sorridere
e
la sua tremenda voglia di vivere mi fa venire voglia di vivere,
io
che sono uno scrittore
e
ho scelto la vita di chi non vive.
Ma è
bellissimo di notte stare abbracciati al buio
svegli
in silenzio
mentre
il giorno distende le sue ormai docili membra
e
la notte stende le sue candide braccia su di noi e ci afferra
avvolgendoci
in un istante infinito atemporale ed eterno
aggrappati
l’uno all’altra
abbarbicati
abbrancati avvinghiati avviluppati
come
un innesto col cuore nel cuore
e
la pelle nella pelle
stretti
e avvinti in un solo respiro.
Ed è
bellissimo al mattino ritrovarsi ancora vicini
mentre
l’aurora ci eccita
solleticandoci
con le sue dita di rosa
e
ci stuzzica e lusinga
titillando
e vellicando le nostre teste e le nostre carne
carezzando
e sfiorando i nostri corpi che
ancora
assopiti e intorpiditi
indugiano
inquieti nel dormiveglia.
E poi
di nuovo la notte sonnolenta che ci anestetizza
e
la tenebra che stende le sue pesanti coltri sulla terra
mentre
il mondo è avvolto nel sottile simulacro del buio
fasciato
dal silenzio del siderale freddo notturno
e
io, disteso sul letto, sotto il lenzuolo mi scaldo
al
tepore di un corpo che toglie il sonno.
È proprio
vero:
a
volte la felicità non costa nulla.
LE
NOTTI BRAVE.
Quando
i nostri corpi finalmente s’incontrarono
già
le anime erano consumate e consunte dalla passione
avvinte
strutte dal desiderio
di
cui cogliemmo i dolci frutti
in
un godimento illecito e anomalo.
Che
belle quelle notti,
notti
brave di sesso ed eccesso
notti
prave di febbrili orgasmi e inverecondi amplessi
di
galoppante lascivia e carnali abusi senza ritegno del corpo
senza
imbarazzo e senza timore
senza
remore e senza pentimento
senza
vergogna e senza pudore
notti
folli in cui noi
impavidi
e indecenti
afferravamo
la gioia e il piacere
e
facevamo la vita proprio come la volevamo.
In quelle
notti tu, mio giocattolo e mio divertimento,
mio
sale e mio male,
contemplando
i miei occhi
ridestavi
il mio animo
che
di te io possedevo
(non
il corpo).
In quelle
notti tu mi strappavi il cuore in petto
consegnandomi
ai tormenti e alla paura dell’insicurezza
e
ora non gusto più il dolce sapore del sonno
e
l’immagine del tuo viso mi pungola
e
io ne sono prigioniero
(è
un dato di fatto).
Ora
per me non è più vita lontano da te
non
è più via senza di te
non
è più forza se non quella che mi da il pensiero di te.
Per
me non è vita lontano da te
non
è via senza di te
non
è forza se non quella che mi da il pensiero di te.
Non
ho vita lontano da te
non
ho via senza di te.
In quelle
notti io ebbi il tuo cuore
stranamente
così duro
quanto
morbido e delicato il tuo corpo
di
seta e di perla.
In quelle
notti
noi
avevamo quello che non si può avere
avverando
quello che non può avvenire
desiderando
quello che non può essere.
In quelle
notti
indossavamo
il mondo,
e non
lo sapevamo.
UNA
SOLA.
Spesso
una ragazza bruna snella e slanciata figlia della notte
mi
dissetò versandomi in bocca liquore dal suo calice
e
complice si dissetò bevendo me stesso
coagulato
il mosto in vino con il suo fermento
mentre il sole sorgente e l’ebbrezza dell’amplesso
le imporporavano le gote
e le
piegavano il corpo vacillando come un ramo
e
per la stanchezza le palpebre si socchiudevano
velando
i soli del suo viso come brune nuvole.
Molte
possedetti di cui ebbi il corpo e la carne
e
quante altre desiderai che non mi desiderarono
quante
lusingai che non mi degnarono
quante
bramai che non mi vollero
quante
desiai che non mi disiarono
quante
vagheggiai che non mi compiacquero
ah
calamità in cui s’imbatte il cuore...
Ma una
sola amai,
un
solo corpo e un solo volto,
volto
di paradiso davanti al quale i fiori si prosternano
e
il sole perde e offusca come le stelle dinnanzi alla luna
volto
perfetto senza mancanze né eccessi
volto
splendido di puro argento fuso
e
davvero seppur a lungo vivrò
solo
quell’attimo considero vita.
E se
la notte passasse con me la mia luna
io
la luna della notte non passerei a contemplare.
Se potessi
con la mia luna trascorrere la notte
non
passerei la notte a contemplare la luna del cielo.
Piange
la sua assenza il mio occhio
di
cui lei è l’unico vero sguardo
ormai
obnubilato offuscato e tremulo
dal
pianto che mi sorge in ciglio.
L’amore
è una schiavitù.
E
un dolore la bellezza.
TU.
Tu dai
capelli profumati di muschio e dagli occhi di gazzella,
tu
labbre di corallo e denti di perla
e
gote vellutate di voluttà:
tu
sei il fine della mia poesia,
mia
croce e delizia.
Le tue
trecce sembrano viluppi di serpi in uno stagno:
la
tua bellezza più vera è come un sole celato dietro le nubi
il
tuo splendore è splendore di sole che tramanda e traspare
dalle
nubi.
La tua
bocca profuma di fresca giovinezza
come
profumano di zagara e rosa e camomilla i giardini
carezzati
dal vento di zefiro.
Il tuo
volto rotondo di luna è perfetto
senza
mancanze né eccessi
caldo
come il sole quando entra in Capricorno
fresco
e morbido come il sole nel Leone
i
nei nel mezzo della tua pelle bianca
ninfee
circondate da narcisi
e
quando il sole ivi si specchia
diviene
ancor più fulgido e brillante.
Tu sei
come il mare verdeggiante
di
fronte al quale l’anima si sente schiantare:
quando
piangi le tue lacrime non sono semplici lacrime
ma
perle di cui è scrigno il mio cuore.
Tu tutta
sei una perla di cui è la mia mente conchiglia,
tu
sei come la luna nuova
che
fende lacera e squarcia con il suo lume la notte,
tu
sei come una falce aurata che miete il narciso
tra
i fiori del giardino.
Il tuo
sorriso guizza nell’aria come un lampo
che
dalle nuvole esce a incendiare le tenebre notturne:
la
sua luce si fa strada nel buio
come
la tua dolcezza che vince la mia ira
e
quando sorridi
mostri
fiori di camomilla
al
cui confronto impallidisce il sole
come
i gioielli impallidiscono di fronte al sole.
La tua
pelle olisce di zagara e gelsomino
di
camomilla e sole
rugiada
mattutina e aloe
e
non è giardino che sia più profumato della tua pelle
quando
dall’orto sorge l’occhio dell’aurora rosata.
Le tue
labbre sono per me un’oasi che ristora:
mi
sporgo come assetato sulla sponda del
fiume
che scorre tra i campi
ma
più delle sue acque mi è gradita la tua saliva
che
è un filo di puro argento fuso.
Quando
chiudi gli occhi
le
tue ciglia ringuainano la spada avvelenata del tuo sguardo
che
quando mira assesta micidiali fendenti
più
taglienti dei brandi più affilati.
I tuoi
seni sono due coppe a cui io attingo la vita
e
la tua saliva è bevanda dissetante per il mio palato arso,
la
tua voce è dolce diletto
come
la dolce melodia di un canto improvvisato,
il
tempo della tua bellezza è per me il tempo di una vita
che
trascorre tra rose e gigli senza fluire di affanni,
con
l’amplesso il tuo corpo si riveste madido di sudore
come
con l’aurora le tenebre si rivestono di luce
o
come con la notte il cielo è trapunto di stelle
punteggiato
di una miriade di piccole perle luminose
così
con l’amplesso il tuo corpo s’imperla
di
piccole dolcissime gocce di madore.
Vederti
sorridere è come guardare in alto la neve scendere:
come
il cielo versa dalle nuvole petali candidi di gelsomino
così la tua bocca sembra spargere una pioggia di fiori di
giglio.
Molto
ti ho amato
ma
è stato un amore velato e senza parole
il
nostro amore che ora grida
poichè
l’amore sempre ignora la sua profondità
fino
al giorno della separazione.
Nella
mia solitudine irraggiungibile
hai
tenuto compagnia ai miei giorni
nell’insonnia
mi hai udito piangere e ridere nel sonno.
Sei
stata un meriggio nel mio crepuscolo
un
sole nelle mie lunghe e buie notti dell’anima
e
la tua giovinezza mi ha donato desideri da sognare
e
sogni da desiderare.
La tua
bellezza non è la immagine che vorrei vedere
né
il canto che vorrei udire
è
piuttosto l’immagine che vedo
pur
tenendo chiusi gli occhi
la
tua bellezza è l’eternità che si contempla nello specchio
del
tuo volto
la
tua bellezza è una estasia.
Tu sei
casa ma figlia dello spazio
inquieta
vivi in strade e forre e valli e verdi sentieri
e
io devo cercarti tra le vigne
per
incontrarti nell’abbraccio
con
la fragranza della terra sui nostri vestimenti leggeri.
Sei
nave: non àncora ma partenza
e
chiglia e rostro che fende le olide onde e i flutti del mare.
Sei
eterea e pura e candida come aria
e
la terra ama sentire i tuoi piedi nudi
e
il vento giocare con i tuoi riccioli.
L’amore
sempre ignora la sua profondità
fino
al giorno della separazione.
CHIASMO.
Tu,
tu pelle di ebano e palpebre di velluto,
tu
con i capelli ricci e la chioma di scorpione
tu
con le dolci mani affusolate e ossute e il petto in tempesta
tu
con gli occhi da un vago tumulto annebbiati, pallidi e assorti,
agitati e tormentati come le uggiose terre del
settentrione
tu
con il cuore in perenne subbuglio
e
l’almo in procelloso fremente trambusto
tu
eri per me coltello puntato alla gola e canto di usignolo
tu
eri per me la pistola alla tempia e il cuore in gola
tu
eri per me il sibilo del vulcano e il ghigno del topo
il
rugghio del leone alle 6,30 del mattino
e
il sorriso del sole nell’ora del meriggio
lo
sbadiglio della notte all’alba e l’affannoso alenante ansito
del
giorno al crepuscolo
la
tempesta nel bicchiere e il lampo di luce nella bottiglia
la
notte seguita dal giorno e il giorno seguito dalla notte eri.
Ti ho
sempre conosciuta e sempre sei stata mia
eri
sogno raggelato in falsetto e amaro scoppio di mortaretto
tu
eri per me le forbici chiuse dentro il cassetto
un
incompleto singhiozzo di tenebra alle 3,30 della notte
un
uccello senz’ali in attesa del vento
lo
specchio spalancato sul vuoto incombente-procombente
tu
eri per me la nuda carne tremula e assetata
che
brucia come le calide notti d’estate
tu
eri per me il sale sulla ferita
le
ultime pagine del libro
il
freddo di un panchina solitaria nel parco
l’ultimo
rumore di passi scalpiccianti a sera
il
canto disperato del folle
il
sentimento del tempo e la ragione di ogni mio pentimento
tu
eri per me magnetica visione e chiodo fisso
giglio
in catene ed elabro in mutande.
Ti riconoscevo
nell’indecisione dei giorni
e
nel dondolio del pendolo
nello
squarcio del lattiginoso fendente della luna
nel
manto della nera notte
in
questa vita stanca e annoiata
nella
miriade dei miei mille polverosi sogni
in
questa assurda massacrante nullità
in
questa massacrante devastante sfigurante assurdità
trasfigurante.
Eri
con me nei paradisi negati e nei campi elisi
mentre
la mia esistenza e la vita sanguinavano
macchiando
i fiori e l’asfalto
mentre
le fontane piangevano e la forza languiva
ed
eri con me anche nelle bassure e nei bassifondi
nei
bordelli clandestini e nei letti di lussuria
mentre
sprofondavo in corpi senza cuore
e
donne senza amore affondavano le proprie unghie
nella
mia schiena e nel mio cuore sornione
conficcandomi
i talloni nei fianchi e nella pelle
trafiggendo
il mio languore che mai muore.
Ti ho
vista nei volti dei mille sconosciuti
che
mi fissavano impassibili, fissi e spietati,
ipocriti
e vigliacchi
mentre
un urlo di rabbia screziava
di
sangue e disperazione il sole
il
cerchio della vita si apriva-chiudeva e dischiudeva
e
una volpe correva nel crepuscolo con il cuore in gola
saltando
nei campi con una zampa tra i denti.
Ti sentivo
anche
nel vento frizzante e nella brezza marina io ti sentivo
nella
morte che il mio cuore ogni giorno vive
e
nella solitudine dell’abbandono che il mio cuore attanaglia
e
perpetra il suo quotidiano inganno di speranza.
Ma insieme
siamo un chiasmo:
io dozzinale
e grossolano
ma
solo grezzo come un diamante
duro
e scabroso fuori, troppo sensibile dentro
e
una carezza basta a procurarmi uno squarcio,
un
mancato sguardo può spaccarmi il cuore in quattro;
tu
gentile elegante e delicata fuori
ma
incolta e banale dentro
ovvia
scontata e greve nell’alma
incapace
di comprendere il mio dolore.
Avevi
ragione, sono duro e scontroso,
sono
molto nervoso e mi sento veramente bene
solo
quando rimango da solo,
ma
è stata la gente e il mondo a rendermi così
e questo
tu non lo hai capito mai.
Succede
ai sentimentali:
vengono
traditi molte volte
e
finiscono per erigersi una corazza
a
scudo nei confronti del mondo
e contro
il mondo.
Ma in
fondo io volevo solo una persona con cui stare
in
silenzio
e
sentire che fosse la migliore conversazione.
Io volevo
solo una persona con cui stare insieme
come
due gocce d’acqua
identiche
ma diverse
e
mai uguali.
Volevo
solo una persona con cui condividere piccole cose
affettuose
come stare mano nella mano
fumare
una sigaretta in balcone
o
fare una passeggiata al parco
senza
parlare ma senza per questo sentirsi a disagio
una
persona con cui non dovere dimostrare
nulla
nemmeno
di amarla
perchè
già lo sa.
Cose
piccole,
affettuose,
dolci,
cose
così,
come
questa piccola
poesia
che non dice
nulla.
LA
RABBIA.
Amore
mio,
finché
gireranno gli astri e le stelle
e
sorgeranno i giorni e le notti
allora
anche tu esisterai,
e
la mia ragione e la mia rabbia sarai,
la mia
redenzione e la mia condanna,
la mia
salvazione e la mia pazzia,
il
mio impeto e il mio chiodo fisso,
il
mio docile elabro in mutande,
la
mia unica ragione per l’insolito,
l’incontro
e la fuga,
la
quiete e lo scandalo,
il
candore e la colpa,
il
suicidio e la vita,
mia
croce e delizia,
mio
sesso e castità,
mia
magnetica visione
ogni
volta che s’inizia la notte.
Amore
mio,
finché
tu esisterai
esisteranno
paura e angoscia
poiché
non è altra pena
fuorché
sapere che tu vivi e possa soffrire.
E
allora nessun tormento mi sarà estraneo
poiché
su te dovrò vegliare
e
ogni possibile male annientare;
nessun
inferno mi sarà alieno
poichè
dovrò fare attenzione
a
chiunque possa farti del male;
nessuna
allegria passerà inavvertita
poichè
in qualche modo dovrò riuscire a mostrartela
per
allietare la tua giornata.
Ma,
amore
mio,
quando
tu più non sarai
allora
per me sarà il buio
poiché
non è altra luce se non quella che tu irradi
quando
mi guardi e dolcemente sorridi.
Amore
mio, il tuo volto è la mia luna
il
tuo corpo è la mia notte
il
tuo sorriso le mie stelle
e
tu, tu sei la mia rabbia:
finché
vivi, e vivo,
non
esiste pena più grande
fuorché
sapere che tu esisti e possa soffrire.
Tu sei
la mia schiavitù di saperti viva
sei
la mia ossessione di saperti tangibile
sei
la mia nostalgia di saperti inaccessibile
nel
momento stesso in cui ti afferro
ombra fuggitiva d’ideale piacere.
Tu
sei
per me
la
rabbia.
ADDIO.
Sei
stata per me una notte luminosa
densa
di luce aggrondata,
sei
stata per me un sonno dolcissimo,
sei
stata per me il più mirabolante dei sogni.
Ma ora
è l’alba,
e
il sogno si è dileguato come il sonno,
e
la notte è finita e si chiude su noi come una ninfea.
Appena
ieri c’incontrammo
e
la notte ormai volge al termine
e
noi dobbiamo separarci:
se
c’incontreremo di nuovo
sarà
nel crepuscolo della memoria
dove
potremo parlare per l’eternità e conversare di noi;
e
se le nostre mani dovessero ritrovarsi
sarà
in un altro sogno.
¿Dove
sei, mio altro io?
¿Sei
sveglia nel silenzio della notte,
o
stai dormendo?
TI
CERCHERÒ.
Sempre
ti cercherò,
e
sai che lo farò,
all’alba
di un nuovo giorno
in
una piazza deserta,
tra
i silenzi di questa notte
che
non ha sogni
io
sempre ti cercherò.
In ogni
angolo di questa città
attenderò
il tuo arrivo
per
esistere ancora
oltre
queste mura
e
questa muta disperazione
di
un niente che ci circonda
e
ci opprime
io
ti cercherò.
¿In
nessun posto mai
o
in quale luogo ancora
ci
ritroveremo,
dovunque
saremo?
Siamo
solo due puntini nel mondo
ma
sotto lo stesso cielo,
così
mai mi stancherò
di
venirti a cercare,
anche
solo per vederti parlare
anche solo per
vederti o parlare
sempre ti verrò a
cercare
anche solo per
vederti parlare
anche solo per
starti a guardare.
<<Luctantur pectusque leve in contraria
tendunt
Hac amor hac
odium, sed, puto, vincit amor.
Odero, si potero; si non, invitus
amabo.
Nec iuga taurus
amat; quae tamen odit, habet.
Nequitiam fugio - fugientem forma
reducit;
Aversor morum crimina - corpus amo.
Sic ego nec sine te nec tecum vivere
possum,
Et videor voti nescius esse mei.>>
<<Da
un lato l’amore, dall’altro l’odio sono in lotta
e
infondono nel mio fragile cuore opposti sentimenti,
ma
l’amore sembra prevalere:
se
riuscirò, odierò; altrimenti, cederò, mio malgrado, all’amore:
anche
il toro non ama il giogo eppur sopporta quel che odia.
Mentre
fuggo, la tua bellezza mi riconduce sui miei passi.
Detesto
l’immoralità, ma amo il tuo corpo.
Così,
non sono capace di vivere né con te, né senza di te
e
mi sembra di ignorare quel che desidero.
Vorrei
che tu fossi meno bella.>>
(Publio Ovidio Nasone: “Amori”: 3: 11).
9) IMPOSSIBILMENTE TUO: EPISTOLE A MUNA. (APPENDICE.)
LA
FINE. (17-08-2019.)
Cara
Muna,
Finalmente
siamo giunti alla fine del viaggio. Eccoti dunque il regalo (per me) più bello
che potessi farti: questo libro. Che non avrei mai scritto senza di te. A te
dunque il grazie più grande, per avermi fatto vivere l’euforia della nostra
piacevole avventura, e avermi portato ogni mattina il caffè, il sogno e la
poesia.
Sappi
che questa è la cosa più difficile che abbia mai scritto. Se leggi, vuol dire
che ci sono riuscito. Dunque ho avuto coraggio, sono stato bravo. E, soprattutto,
sono riuscito a superare (in parte) i miei muri.
Non
so da dove iniziare né che cosa dire di preciso, quindi ti racconto una storia
(che è quello che mi riesce meglio). In questa storia c’è una parte bella e una
brutta, come in tutte le storie che si rispettino.
Tempo
fa ho conosciuto una persona, è stato un caso, lei ha sorriso e io ho sorriso,
lei mi ha guardato e io l’ho guardata, e subito ho capito che avrei voluto
passare il resto della mia vita in quello sguardo, perdermi nel silenzio dei
suoi occhi, dissolvermi nel buio della sua pelle. Quella persona sei tu, Muna. E
questa è la parte bella del racconto.
La parte
brutta è che non so come pormi con te al momento. Perché, vedi, se tu non fai
parte della mia vita adesso, ho paura che finiremo col perderci, col non
rivederci mai più. D’altronde, non possiamo essere amici. E non riusciamo a
stare insieme. Come diceva il poeta nec
tecum nec sine te vivere possum. Non posso vivere né con te né senza te. Ma
quanto profumi di buono... Sai di zucchero e cannella!
Spesso,
succede che ci aggrappiamo alla convinzione che la vita non sia una mera
sequela di insignificanti fatti casuali e coincidenze, ma una trama di eventi
imperscrutabili eppure culminanti in un piano squisito e sublime. Per credere
in questo è necessaria una fede incrollabile in quella cosa che gli antichi
chiamavano fato, equivalente dell’odierno destino. Non ne sono sicuro, ma spero
sinceramente che sia così: sarebbe delizioso che esistesse un destino atto a
guidarci nella direzione migliore. Tuttavia mi pare che a governare le nostre
esistenze no sia il destino né il fato, e nemmeno il caso, ma il caos: come basta la metatesi di due
lettere per modificare il senso di una parola, così troppo spesso succede che
un battito di ciglia basti a stravolgere il senso di una vita, e di un
esperienza.
Il mondo
è davvero strano, e imprevedibile, e spesso perdiamo la nostra occasione,
quell’occasione che avrebbe potuto cambiare la nostra intera esistenza. Questo mi
trattiene dal credere che ci sia qualcosa che segni la nostra strada. Credo piuttosto
che sia una battaglia tra gli dei (cioè la nostra parte costruttiva e positiva,
fatta dei nostri sogni, speranze, desideri, ambizioni) e i demoni (la nostra
parte distruttiva e autolesionista: i nostri traumi, paure, incubi). Sfortunatamente
i miei demoni non mi lasciano andare e così, forse, ho perso in un momento
quell’occasione che avrebbe potuto cambiare tutta la mia vita. Spero di
incontrarti in un altro universo, e poter finalmente saltare nel buio con te. Ma
sappi che ti ho amato al massimo delle mie possibilità. E che ti avrei amata di
più se i demoni me lo avessero concesso. Ti avrei amata con ogni cellula, ogni
fibra e ogni atomo. Con tutto me stesso, con ogni gesto e ogni pensiero. Fino al
sangue e al midollo, anzi oltre il sangue e il midollo. Ti avrei amata fino
all’ultimo respiro, anzi senza respiro.
E bada:
amare alla follia non vuol dire amare in modo folle: per me, sarebbe stato il
massimo amarti stando seduto a rollare una sigaretta mentre tu dormi distesa
nel letto come una luna in mare, o, la notte, dormire accanto a te e sentire
che ti svegli per andare in bagno a pisciare. Sarebbe stato il massimo riuscire
ad amarti mentre mi odi, mentre mi ferisci. Sarebbe stato il massimo amarti
mentre dormi e fuori piove, mentre ti vesti per andare a lavoro, mentre siamo
in macchina e tu guardi fuori dal finestrino.
Nelle
dolcissime “Lettere dal carcere”
alla moglie Munevver, il poeta Nazim Hikmet ebbe a dire che le emozioni più
belle sono quelle che non abbiamo provato, i giorni più belli quelli che non
abbiamo vissuto, le parole più belle quelle che non ci siamo scambiate. Dunque mi
consolo: per me, è stato strepitoso anche solo così. Conoscerti, abbracciarti,
sentire il tuo profumo, averti, è stata l’esperienza più intensa della mia
vita.
E questa
è la fine della storia. Non mi piacciono i commiati, e non ho alcun messaggio
finale. Sappi solo che per te farei tutto: tu sei per me la rabbia, e non sarò
mai tranquillo finché esisterà al mondo la possibilità che tu possa soffrire. Ricorda:
tu sei per me la rabbia.
Impossibilmente
tuo Manu.
UN
NUOVO INIZIO. (02-09-2019.)
Cara
Muna,
Fra
pochi giorni conoscerai l’esito dei test
per l’ingresso alla magistrale. Io so già che sarai ammessa poichè hai sempre
dimostrato di essere risoluta, costante e silenziosamente caparbia. Presto inizierai
dunque un nuovo percorso, un nuovo viaggio, una nuova avventura (se mi lasci
passare il termine).
Non
so se l’amerai questa tua nuova vita, e questa cultura spesso bistrattata e
sottovalutata. Non so se correrai felice alla tua lezione delle 8 del mattino
oppure preferirai rimanere a letto a dormire. In realtà non so se te la cavi
bene o male nello studio, perchè, oltre che caparbia e risoluta, sei così timida
e riservata che non ti ho mai vista leggere un libro in mia presenza e non
conosco nemmeno la tua grafia se hai una bella grafia, non so se hai una
materia preferita, se stai attenta a non stropicciare i libri, se sottolinei o
no, se ripassi o leggi tutto una sola volta, e se studi con passione. So solo
che domani farai un passo in avanti verso te stessa, verso la donna che sarai,
che vorrai diventare, verso la vita che desideri.
Ma,
ti prego, goditi il suono della sveglia alle 6, goditi il traffico che ti
separerà dall’aula universitaria, goditi la pioggia che ti bagnerà quando
pioverà e tu sarai diretta all’università senza ombrello e senza giacca, goditi
il rumore della matita sulla carta durante le interminabili ore di esercizio,
goditi il profumo dei libri quando li sfogli, sii una spugna, impara più che
puoi, fai tuo ogni piccolo tesoro che le pagine ti sveleranno, poichè la
cultura è uno scudo e un mantello che ti ripara dai colpi del freddo mondo,
troppo spesso iniquo e cattivo. Allenati ogni giorno, come un’atleta, ad
abbracciare con un solo sguardo le molteplici sfaccettature della realtà e
dell’oggetto del tuo interesse, ricercando instancabilmente la visione
d’insieme, poichè solo questo ti permetterà di avere un’idea compiuta e chiara
del mondo e della tua posizione rispetto al mondo.
Ti auguro
(e spero) che amerai così tanto studiare e imparare che sarai sempre dalla
parte della cultura al punto da difenderla a spada tratta contro chi ci vuole
ignoranti e prostrati, da saper distinguere non solo il legale dall’illegale,
ma pure il giusto dall’ingiusto e il bene dal male. E spero che un giorno tu
sorriderai del tuo sorriso più bello (¿ma esiste un tuo sorriso più bello?) e,
forte del tuo sapere e di tutte le conoscenze acquisite, te ne andrai per il
mondo a essere quello che vuoi essere, qualsiasi cosa tu decida di diventare.
Ragiona
sempre e solo con la tua testa. Anzi, meglio, con il tuo cuore, come ho già
avuto modo di dirti, poichè, alla fine, solo l’emozioni contano.
Scegli,
scegli sempre: solo chi sceglie è libero. Non limitarti all’aspetto tecnico e
utilitaristico del sapere: leggi, documentati, impara da tutto, dalla vita, dai
libri e dalle persone.
Sii
curiosa, conosci il mondo, abbandona gli schemi aprioristici e gli ideologismi:
non servono a nulla. Scavalca i muri della mente e vai per la strada e tra la
gente in cerca di storie, idee, sensazioni. Sii ladra d’idee.
Fa’
l’opposto di quello che faresti. Vedi, è una questione di libertà. Esistono discipline
che si studiano semplicemente per fini strumentali. E ne esistono altre che
bisogna sapere per forza, perchè ne va della nostra vita, come si suol dire. Saper
vivere è la cosa più difficile che esista, soprattutto perchè vigono criteri
diametralmente opposti circa il da farsi. E questo tu devi impararlo bene e
tenerlo sempre a mente. Per quanta programmazione biologica e culturale possa
esserci stata conculcata, noi uomini abbiamo sempre la possibilità di
scegliere, di optare per qualcosa di non previsto dal programma, o, almeno, non
del tutto. Possiamo sempre dire “sì” o “no”, “voglio” oppure “non voglio”. Non ti
sto consigliando di fare qualsiasi cosa ti passi per la testa, ma di non
credere che tu sia obbligata a fare una sola cosa. Naturalmente, non siamo
liberi di scegliere quello che ci accade (per esempio, essere nati in un tale
giorno, da certi genitori, in un determinato luogo, e in una determinata città)
ma siamo liberi di rispondere come vogliamo a quello che ci succede, obbedendo
o ribellandoci, prendendo tutte le cautele o rischiando, lottando o desistendo.
Certamente,
essere liberi di tentare non coincide col riuscirci: molte forze limitano la
nostra volontà: terremoti e maree, malattie e soldi... Ma anche la libertà e la
volontà sono forze del mondo, al pari di malattie e terremoti; dunque sfrutta
le tue forze (libertà creatrice e volontà) per combattere le forze avverse: chi
ha successo, possiede forza di volontà, genio e fantasia.
Ama
quello che fai. Solo così otterrai la felicità. Come diceva Oriana Fallaci, la
vita ha quattro coniugazioni: amare, soffrire, lottare, vincere. Se tu ami
quello che fai e soffri per quello che ami, lotterai per quello che vuoi e
l’otterrai.
E non
importa verso quali orizzonti tu diriga i tuoi sforzi e sacrifici, purchè la
meta e la direzione siano state scelte da te e solo da te. Per questo, ti
auguro che il tuo nuovo percorso universitario sia per te la tua Itaca. Come in
un viaggio per mare, la vita ha solo un senso, un senso unico, diciamo così! Si
può, infatti, solo andare avanti o stare fermi. Ma mille possibili direzioni
tra miriadi e miriadi di possibili itinerari. Come scriveva Machado in “Campos de Castilla”, sono le tue orme il
cammino, flebili e delebili scie sul mare: non esiste sentiero, la strada la si
traccia percorrendola, è il percorso che segna la via, e voltando lo sguardo
indietro, potrai scorgere solo il sentiero che mai tornerai a battere:
Caminante, son tus huellas
El camino, y nada más;
Caminante, no hay camino:
Se hace camino al andar.
Al andar se hace camino,
Y al volver la vista atrás
Se ve la senda que nunca
Se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino,
Sino estelas en la mar.
Per
il resto, ascolta, non esiste la moviola e le giocate non possono essere
ripetute, e, per questo, bisogna riflettere su quello che si vuole e pensare a
quello che si fa, non disdegnando nessun piacere, ma scegliendoli mediante un
calcolo razionale. Non cercare, dunque, oggi tutti i piaceri, ma ricerca e
insegui tutti i piaceri dell’oggi.
Saper
vivere non è una scienza esatta come la matematica e l’economia che studierai,
ma un’arte come la musica: devi imparare a sentire prima di vedere, devi intuire
a orecchio prima di calcolare. Non trattare la vita come un’equazione poichè in
matematica due più due fa sempre quattro, ma nella vita due dispiaceri più
altri due non fanno solo quattro dispiaceri ma (a volte) anche una buona
ragione per suicidarsi, per esempio. La vita non è come le medicine, che ci
vengono vendute con un foglietto esplicativo con tanto di posologia e
controindicazioni. La vita ce la danno senza ricetta e senza foglietti
illustrativi. Fai la cosa sbagliata quando ti accorgi che la cosa giusta da
fare non è quella buona.
Un ultimo
consiglio: dato che si tratta di scegliere, scegli sempre quello che ti apre
(agli altri, alla vita, all’esperienza, a diversi modi di essere e di vivere)
ed evita quello che ti chiude.
Per
il resto, buona fortuna! Abbi passione e fiducia in te e nell’istinto del tuo
sentimento. Cerca di non passare la vita nella paura, nell’odio o
nell’indifferenza. E ricorda che essere vivi è essere felici.
Impossibilmente
tuo Manu.
CONFESSO
CHE HO VISSUTO. (23-09-2019.)
Cara
Muna,
Anche
stavolta inizierò raccontandoti una storia e anche stavolta si tratta di una
storia che già conosci: è la storia di Robinson Crusoe, narrata da Daniel Defoe
nell’omonimo romanzo, del quale proprio in questi giorni mi è capitata una
copia tra le mani.
Sono
già arrivato a pagina 140 circa allorchè Crusoe, passeggiando sulla spiaggia
fece una scoperta destinata a stravolgere la sua esistenza quotidiana: <<Un
giorno, verso il meriggio, mentre andavo a raggiungere il canotto, vidi, con
somma meraviglia, l’impronta di un piede umano nudo sulla sabbia. Mi fermai,
come colpito dal fulmine o da una improvvisa apparizione.>>.
Ma facciamo
un salto indietro e ripercorriamo insieme e dall’inizio la storia per
rinfrescare la memoria. Non te la farò molto lunga, non temere! Dopo alcuni
anni vissuti in Brasile e costellati da discreti successi economici, Robinson
Crusoe avvertì la nostalgia del mare e decise di imbarcarsi in una nuova,
apparentemente redditizia, attività commerciale che lo avrebbe portato lontano
dalle coste a cui era approdato dopo molteplici peripezie in giro per il
Mediterraneo. Fu durante questo viaggio che si verificò la circostanza decisiva
della sua vita: una violenta tempesta, tanto terribile quanto importuna, lo
sorprese al largo di Trinidad consegnandolo alle fauci voraci del mare, che
fortunatamente e fortunosamente lo risputò sulle coste di un’isoletta,
apparentemente deserta. Presto il nostro protagonista imparò a sopravvivere con
il poco o niente che trovava sull’isola: un ombrello di foglie di palma per
ripararsi dal sole; un rifugio all’interno del quale ripararsi da vento,
pioggia, freddo e belve; un docile gregge di capre del cui latte nutrirsi; e
sulla spalla il suo inseparabile pappagallo. Insomma, detto in poche parole,
Crusoe fu capace di cavarsela anche in un ambiente decisamente ostile e in
completa solitudine. Viveva bene da solo, contento delle proprie abilità e
della propria forza d’animo e credo che, per un attimo, si sia reputato
veramente felice, parendogli che non gli mancasse proprio niente. Ma un giorno,
all’improvviso, senza alcun preavviso né sentore, ebbe un sussulto, e subito la
fronte si fece madida di sudore: lì, nella sabbia bianca, anzi dorata, della
sua isola, il nostro Crusoe rinvenne una forma che rivoluzionò l’intera sua
pacifica (non dico monotona) esistenza: l’impronta di un piede umano. E per la
prima volta Robinson Crusoe fu costretto a fare i conti con se stesso: dopo
esser naufragato, e aver dovuto ricominciare da zero e da solo, la presenza di
un’altra forma di vita simile lo costrinse a riflettere e rimodulare i termini
del suo stare al mondo.
Una
volta, il grande scrittore tedesco Goethe disse (a proposito della Sicilia, ma
l’affermazione si adegua perfettamente a qualsiasi clima e latitudine) che
<<se un uomo non si è mai trovato solo nel mezzo del mare, non può avere
idea del mondo né della propria posizione rispetto al mondo.>> (riporto a
memoria, dunque non prendere proprio alla lettera la citazione). Bene, alla
stessa maniera Robinson dovette esulare dai meri problemi pratici e ben altro
tipo di problemi cominciò ad affastellarsi nella sua testa: ¿di chi sarà
quell’impronta? uomo o donna? amico o nemico? bianco o nero? La questione non
fu più quella di rispondere alle normali esigenze di sopravvivenza (che cosa
mangiare, dove dormire, come ripararsi dal sole e dalla pioggia) poichè da quel
momento divenne essenziale (vitale, direi)
per Robinson modulare i propri gesti e la propria vita a partire dall’alterità
di quella persona diversa da sé e di cui egli naufrago dovette (r)imparare a
capire stati d’animo, bisogni, esigenze, sentimenti riappropriandosi faticosamente
del concetto stando al quale ciò che rende vera (e umana) la vita è la
vicinanza con altre persone (lo diceva già Aristotele, l’uomo è un animale sociale)
e il rispetto e l’affetto che si ispira a questi.
È un
compito arduo e difficile: gli umani vanno trattati con cautela cioè con
quell’attenzione che si mette nel manipolare le cose fragili. Eppure non c’è
sensazione più gioiosa che conquistare la fiducia, il rispetto, e l’amore di
una persona ed essere ricambiato; nulla di meglio dell’essere amato,
dell’incrociare gli occhi di una persona che ci guardi con lo stesso amore con
cui noi guardiamo quella persona. Se hai questo, allora il resto non cale più. E
presto Crusoe se ne accorse. E presto me ne sono reso conto anche io. Precisamente
quando ti ho conosciuto e ti ho vista ridere per la prima volta.
Con
te ho pensato, per la prima volta nella mia vita, che l’esistenza non sia un
mero fatto di sopravvivenza, che non basti proteggersi dalla pioggia, nutrirsi,
avere una casa, godere dei piaceri più o meno effimeri, ripararsi dalle
intemperie, per poter dire di aver vissuto. Con te ho imparato che sprecare il
lato umano della vita (sembra paradossale) è senza dubbio di gran lunga più
fastidioso che perdere la vita stessa (il che è senza dubbio già un grave
fastidio!).
La vita
è una marcia nella notte buia: nemici invisibili ci circondano e spiano a ogni
passo, la stanchezza ci assale e tormenta, molti compagni cadono sotto i colpi
invisibili della morte onnipotente e onnipresente: dobbiamo approfittare di
ogni ancorchè minimo sprazzo di felicità, di ogni invisibile e inconsistente
scorcio di bellezza, di ogni intangibile e impalpabile barbaglio di allegria. Solo
allora potremo dire di aver vissuto.
E dobbiamo
ambire a farlo con la V maiuscola,
poichè (so che può suonarti tautologico) a nient’altro vale la vita. Con te io
avevo raggiunto il mio angolo di paradiso, quella meta che pochi possono
sperare di raggiungere e in cui pochissimi sosteranno a lungo. Io non fui tra
questi ma, nonostante la mia residenza in paradiso sia durata poco, già tanto
mi basta per poter dire di aver Vissuto. Nessuno sforzo è stato vano, nessun
sacrificio insopportabile, poichè vivendo e scoprendo te, io ho vissuto e
scoperto me stesso. Folle, con te ridevo per il puro fatto di ridere.
<<Un
giorno, verso il meriggio, mentre andavo a raggiungere il canotto, vidi, con
somma meraviglia, l’impronta di un piede umano nudo sulla sabbia. Mi fermai,
come colpito dal fulmine o da una improvvisa apparizione.>>. Tu sei stata
per me quel fulmine, che, in un baleno improvviso e abbacinante, ha inondato di
luce la mia notte. Proprio tu, che hai la notte nella pelle!
Impossibilmente
tuo Manu.
IL
MIRACOLO DEI MIRACOLI. (08-12-2019.)
Cara
Muna,
Oggi
ho deciso di prendermi un po’ di tempo e scriverti questa lettera: è bello
prendersi del tempo e dedicarlo interamente a una persona. Così mi sono seduto
al mio computer, ho acceso una
sigaretta e ho pensato a belle frasi e forti parole che marchiassero a fuoco
quello che provo per te. Ma poi mi sono accorto che è ridicolo dire quello che
dovrebbe essere sottinteso. Per questo mi limito a farti i miei auguri con
questo libro. È vero, ormai siamo distanti, ma non c’è un giorno in cui non ti
pensi. Le tue fotografie sono diventate i miei segnalibri, i disegni che
lasciavi sparsi per casa sono diventati i miei porta-fortuna, la tua faccia é per
me tuttora il volto della gioia. Con te mi sono sentito di nuovo bambino, tutto
era una gioia e una scoperta, e un’avventura le notti d’amore, con te: giovane
così non lo sarò mai più.
Non
hai idea di quanto sia stata per me selvaggia e piacevole la corsa: è stato
come lanciarsi in autostrada a duecento chilometri all’ora, una corsa davvero
sfrenata e folle. E necessariamente breve, come tutte le cose belle. È stato il
miracolo dei miracoli.
Impossibilmente
tuo Manu.
ABBI
FIDUCIA. (03-01-2020.)
Cara
Muna,
Non
so se ti ricordi, ma in una circostanza per te molto dolorosa, mi dicesti che
io ero una delle poche persone di cui ti fidavi veramente, a cui avresti messo
in mano la tua vita senza esitazione.
Ebbene,
io non te l’ho mai detto, e tu non sai, che regalo mi hai fatto quel giorno:
neanche se vivessi mille anni potrei ritrovare la gioia provata in quel momento
per come mi sentii orgoglioso a sapere che la mia presenza era riuscita a darti
coraggio.
Bene,
quello che vorrei che tenessi sempre a mente è questo: sii forte, non avere
paura, tieni duro, e abbi coraggio e fiducia. Non in me, non in qualche
maestro, non in qualche idolo, non in qualche amica, non in un sapiente, non
nello stato, non nella religione, non nella politica, no: abbi fiducia in te e
solo in te stessa. Abbi fiducia nella tua giovinezza ancora intatta,
nell’intelligenza che ti permetterà di diventare sempre migliore e ti
permetterà di trascegliere i giusti compagni di strada. Soprattutto, abbi
fiducia nell’istinto del tuo sentimento.
Impossibilmente
tuo Manu.
LA
STRADA È LUNGA. (20-02-2020.)
Cara
Muna,
Non
te l’ho mai detto, ma vorrei che sapessi che il nostro incontro è coinciso per
me con una fase particolare della vita, una fase di passaggio: la transizione
dalla gioventù alla maturità. Fase in cui possono capitare momenti di tedio,
stanchezza e scontento tipici di chi non ha ancora trovato se stesso. Momenti d’irriflessione.
Con te speravo in una vita nuova, più ampia e più intensa. Questa vita l’occhio
della mia mente già lo vedeva, scritta con tratto sicuro in te.
Ma la
strada era lunga (sono lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il cuore
brama) e io non avevo sufficienti forze per affrontare il viaggio.
Impossibilmente
tuo Manu.
TUTTO
O NIENTE. (27-05-2020.)
Cara
Muna,
Oggi
ho acceso il televisore per vedere un film
e mi sono accorto che il nostro abbonamento Netflix è scaduto. Cazzo, è davvero
finito tutto. Incredibile. È accaduto di tutto: la gioia e il dolore, la rabbia
e il rancore, i sogni e l’amore. Mi è piaciuto tutto. Anche se ora ci
comportiamo come se nulla fosse accaduto. Ma è successo di tutto.
Non
avercela con me: è che volevo tutto da te. Ma il mio tutto non era il tuo. Ovvio.
Non mi accontento mai: io voglio tutto. O niente. Sai come sono.
Statti
bene e, come diceva Rilke, lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. Si deve
sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano. Buon viaggio e vivi con
allegria.
Impossibilmente
tuo, Manu.
IN
RISPOSTA ALLA PRECEDENTE. (28-05-2020.)
Caro
Manu,
Non
so se fosse necessario escludermi completamente dalla tua vita ma, fatta
eccezione per questo messaggio, ti prometto che lo rispetterò.
Ci
tenevo comunque a ringraziarti per aver condiviso con me il video.
Mi
ha commossa ascoltarlo. Mi ha confermato che, per sempre e senza alcun dubbio, le
poesie che hai scritto per me rimarranno il regalo più prezioso che potrò mai
ricevere. Questo non ha prezzo. E ti ringrazio.
Mi
chiedi di non avercela con te e voglio che tu sappia che, nonostante tutto, non
è così. Anche se non è stato abbastanza per te, per quel che vale, giuro di
averti amato al massimo delle mie capacità.
Mi
dispiace per come sia finita, e dell’ultimo ricordo che conservo di te e me. La
dinamica tossica e pericolosa che si è instaurata tra noi ha reso inevitabile
separarsi per mantenere l’integrità fisica e mentale di entrambi.
La
cosa più sincera che mi sento di augurarti, conoscendoti, è buon divertimento.
Abbi
cura di te, Manu.
Addio.
Anno 2020
© “Corpo 11” Edizioni
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