"CARMINI"


“ CARMINI. ”

 

testi canori


di Manuel Omar Triscari.

  

  

 

Immagine di frontespizio: "FRACT_1002" di Carlo Orsettigh.



 


  

1) ITALIANO.

 

 

 

SOTTO LA PIOGGIA TI ASPETTO SENZA FRETTA DA TRE ORE.

 

Alla fermata del tram

alla fermata di quel tram

che porta ritardo

e porta le tue gambe morbide

in silenzio io ti aspetto,

sotto la pioggia ti aspetto

senza fretta da tre ore

e resto fermo ancora un po’.

 

Ti cerco tra volti sconosciuti

ti cerco ma non ti trovo,

ti cerco e mi perdo

come pelo nell’uovo

tra milioni di volti

che non sei tu.

 

Io voglio solo che tu mi ami

e che ami soltanto me,

ma che anche altri ti amino

e che tu ti neghi loro

per amor mio.

 

Così cammino

tra i viali bagnati

dalla pioggia di Settembre

come i nostri ricordi

sulle tue fotografie,

tu che cerchi i miei occhi

e io che bacio il tuo viso

ancora e ancora e ancora

per non farti andare via,

ma la notte arriva

sempre troppo presto

(sono sempre troppo brevi

le notti d’amore).

 

Oh notte che inganni gli amanti

e ci giochi a nascondino

tra le lenzuola disfatte,

sarà ancora così,

ancora per molte ore,

mentre io ti aspetto

alla fermata di quel tram

che porta ritardo

e porta le tue gambe

e porta la tua pelle,

la tua pelle da baciare,

così buona da respirare.

 

 

 

ALLA FERMATA DEL TRAM.

 

Alla fermata del tram

alla fermata di quel tram

che porta ritardo

aspetto le tue gambe aguzze

e resto ferma ancora un po’.

 

Ti cerco tra volti sconosciuti

ti cerco ma non ti trovo,

ti cerco e mi perdo

come pelo nell’uovo

tra milioni di volti

che non sei tu.

 

Cammino tra i viali bagnati

dalla pioggia di Settembre

come i nostri ricordi sulle tue fotografie

e tu che cerchi i miei occhi

e io che bacio il tuo viso

ancora, per non farti andare via,

ma la notte arriva sempre troppo presto.

 

Oh notte che inganni gli amanti

e ci giochi a nascondino

tra le lenzuola disfatte,

sarà così ancora per molte ore,

mentre io ti aspetto alla fermata

di quel tram che porta ritardo

e porta la tua pelle,

la tua pelle da baciare,

così buona da respirare.

 

 

 

BENVENUTA, RAGAZZA MIA.

 

Benvenuta, ragazza,

finalmente posi il piede nella mia casa

e le mura divengono alberi,

prato il cemento del suolo.

 

Benvenuta, ragazza mia, oggi

esulteranno le labbra febbrili di passione

lungo le linee aguzze del tuo corpo,

tra gli angoli acuti del tuo cuore.

 

Benvenuta, ragazza mia,

da molte lune e molti soli

la mia porta ti attendeva,

ma sempre spalancato è l’uscio:

su, entra, dolce ragazza mia.

 

Forse avrai fame:

sul tavolo acqua e pane

e miele e noci.

Forse sarai stanca:

vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa.

O forse avrai sete:

mi trasformerei in acqua

pur di dissetarti.

O forse avrai solo sonno

e voglia di dormire:

un arco di lino per cullarti

con le mie braccia farò.

 

Benvenuta, ragazza mia, benvenuta,

la vita è solo un brivido sotto-pelle

quando la fredda equazione della vita

incontra il corpo caldo della passione.

 

 

 

BENVENUTA.

 

Estati e Inverni interi ti ho attesa,

e giorni e notti a non finire,

e ho visto le stagioni nascere e morire,

e i giorni accorciarsi

preannunciando l’Autunno.

Perché hai tardato così tanto?

Ma ora finalmente sei qui,

e io mi preparo a riceverti:

la mia porta spalancata ti attende,

sul tavolo acqua e pane, e miele e noci,

sul letto lenzuola nuove di lino,

e sulla soglia io che ti aspetto.

 

Sulla soglia io sempre ti aspetto

io sempre ti aspetto senza pretese

pensando al tuo sguardo

al tuo sguardo che non ha paese.

 

Benvenuta fanciulla mia,

finalmente posi lo sguardo sulla mia vita

e le paure divengono uccelli,

nubi dorate gli incubi;

finalmente posi il piede nella mia casa

e le mura divengono alberi,

prato il cemento del suolo.

 

Benvenuta, ragazza mia, oggi

esulteranno le labbra febbrili di passione

lungo le linee aguzze del tuo corpo,

tra gli angoli acuti del tuo cuore.

 

Benvenuta, ragazza mia,

da molte lune e molti soli

la mia porta ti attendeva,

ma sempre spalancato è l’uscio:

su, entra, dolce ragazza mia.

 

Forse avrai fame:

sul tavolo acqua e pane

e miele e noci.

Forse sarai stanca:

vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa.

O forse avrai sete:

mi trasformerei in acqua

pur di dissetarti.

O forse avrai solo sonno

e voglia di dormire:

un arco di lino per cullarti

con le mie braccia farò.

 

Benvenuta, donna mia,

forse sarai stanca:

vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa;

forse avrai sete:

mi trasformerei in acqua

pur di dissetarti;

forse avrai sonno:

e allora un arco di lino per cullarti

con le mie braccia farei.

 

Benvenuta, anima mia,

benvenuta bella come una libertà,

benvenuta calda come una notte di Luglio,

dolce come un dolce frutto estivo.

 

 

 

QUANDO T’INCONTRAI.

 

Fu per caso

forse per scherzo

quasi per gioco

e ora sei distesa

nuda sul mio letto

come luna in mare

e come luna in mare

la tua pelle trema

con sapore d’amaranto

e con voce d’amarena

mi chiama la tua bocca

e io non voglio altro

che perdermi e perdermi

nel buio della tua pelle,

dissolvermi nel silenzio

dei tuoi occhi.

 

 

 

TENTA LA SOGLIA.

 

Tenta, tenta,

tenta la soglia

che mondi esclude

e taglia panorami

e vieni a trovarmi,

attraversa la soglia

sottile che divide

il dentro e il fuori,

sali le scale

gradino per gradino

uno per volta,

osservando attenta

ogni singola piega

ogni singolo segreto:

in fondo troverai

una grande finestra

aperta sul cielo

da cui giungono

raggi di sole

e gocce di pioggia

e infinite stelle

tante quante in mare.

non aver paura

di raggiungere quelle vette

che dopo l’ultima

è sempre una dolce discesa.

e se per caso

ti capitasse d’incontrarmi

tienimi per mano

e sfiorami appena

come si fa

con le dita nell’acqua:

potrai provare la meraviglia

di scoprirti totalmente immersa

in un inarrestabile flusso

di vita che si compie e si rincorre

senza quiete e senza affanno.

 

 

 

¿E ORA?

 

È passato un sacco di tempo

dalla prima volta

che abbiamo fatto l’amore

e non è cambiato nulla:

come ieri abbiamo niente

e ci sembra tutto.

 

E scusa se ancora non sorrido

ma mi hanno piantato dentro

così tanti coltelli affilati

che quando mi regalano un fiore

non so neanche che cos’è;

e scusa se sono sempre così serio

ma è che sei così bella

che metti di malumore,

il tuo volto è una pura forma d’acciaio,

quando sorridi mi fai male;

e scusa se a volte sembro perfino triste

ma è che l’amore è una schiavitù,

un dolore è la bellezza.

 

 

 

FACCIAMO DUE PASSI.

 

Hey, facciamo due passi?

Facciamo due passi, ti va?

Insieme io e te! no?

E perchè, perchè?

“Perchè no!” dici?

Dai, facciamo due passi

insieme soli io e te!

Che ne dici, ti sta?

Facciamo due passi

sotto la pioggia che va!

No? E perchè, perchè?

“Perchè no!” dici?

E perchè “perchè no!”?

Te lo dico io che lo so:

perchè dovremmo fare l’amore,

dovremmo fare l’amore io e te!

 

Io con te, lo sai?

non ci capisco niente

non ci capisco proprio niente

però mi piace un sacco

quando t’incontro per strada,

t’incontro per strada,

bella da morire

e vestita da uccidere.

 

Io da te mi sento attratto

mi sento un mentecatto

mi sento proprio un portento

come avere un siluro dentro:

devo fare qualcosa per averti,

devo farti qualcosa a tutti i costi

altrimenti io qui schiatto

altrimenti io qui schianto

e mi schianto in un pianto dirotto

ma è che non so che fare:

ci sono persone che sanno tutto

e questo è tutto quel che sanno

io invece quando mi guardi

mi sembra proprio di morire.

 

Io se provo a capirti

mi sento scemo,

mi sento strano,

così faccio prima

a levarci mano,

chiudo i bagagli

e volo via lontano,

tipo un aeroplano;

io se provo a parlarti

proprio non ce la faccio,

così mi arrendo e mollo

e giaccio all’addiaccio.

 

Io voglio che tu mi ami

e che ami soltanto me,

ma che anche altri ti amino

e che tu ti neghi loro

per amor mio,

ma capisco benissimo:

non c’è posto nella tua follia

per la mia malinconia.

 

 

 

L’UROBORO RASSEGNATO.

 

Ciao, oggi ho casa libera:

perchè non vieni da me?

Mi piacerebbe che venissi,

che mi venissi a cercare,

che mi venissi a trovare

e ti fermassi un po’ con me,

e mi piacerebbe fare un giro

per le vide del centro con te,

o una passeggiata sulla spiaggia

una passeggiata sulla sabbia.

 

Limitato, troppo limitato

limitato e primitivo

primitivo e bleso

io sono inadatto

inadatto, troppo inadatto

troppo brusco per i poeti

troppo lirico per gli scrittori

troppo vecchio per i bar

troppo giovane per le carte

troppo duro per l’amore.

 

Invecchiato

come un vecchio bullo da film

guido per le strade di città

sigaretta che morde le labbra

come un tempo faceva l’amore

troppo volgare per i salotti

troppo stanco per la strada

troppo leale per il commercio

troppo vigliacco per pensarci

sono inadatto,

all’infinito preferisco il ritmo

frondeggiante di un be-bop

e all’armonia insopportabile

di un governo di concerto

la dissonanza di una nota capovolta,

e mi trovo benissimo

nelle fessure tra teoria e prassi

tra causa ed effetto.

 

Umano, troppo umano,

non sono preparato

all’onere di vivere

e reggo a fatica

il ritmo dell’azione,

inciampo a ogni passo

nella mia ignoranza,

il mio modo di fare

è troppo provinciale,

i miei istinti

quelli di un dilettante

e sento come crudeli

le attenuanti.

 

Io sento come crudeli

le attenuanti:

inadatto, troppo inadatto,

qualunque cosa faccia

si muta sempre

in ciò che non ho fatto.

 

Perchè, vedi?,

se non ti ho adesso

ho paura che finiremo

col non rivederci mai più:

io sono come luna,

e come luna so brillare

solo di luce altrui.

 

Vorrei essere speciale (per te)

vorrei sapere come sorprenderti

con un improvviso salto all’incontrario

o col gesto inatteso

di un bacio di contraccolpo,

ma io sono solo un reietto,

sono solo un rifiuto umano,

lo sterco del mondo e della vita,

matto come uno scarafaggio.

 

Mentre aumentano i suicidi

(e il perchè non lo sapremo mai)

mi accorgo di essere proprio finito

come un guado che taglia un fiume

sono proprio finito: ora e sempre

questa maledetta attesa mi uccide

che al fondo urla e chiede vittoria,

le mie mani aperte e impassibili

prima che tutto sia finito.

 

Inerme dentro una sera

muoio ogni giorno che vivo:

come un uroboro rassegnato

rosicchio la mia coda

mentre il tempo rosicchia la mia vita

e la morte rosicchia i miei giorni.

 

Io sono l’esito insoluto

di un fulmine a ciel sereno

ma va bene così.

 

 

 

ACQUA BOLLENTE.

 

Mi sono scottato le mani con l’acqua bollente.

Mi scotto sempre le mani con l’acqua bollente

quando non sto attento o dovrei stare più attento,

che è poi la stessa cosa ma non del tutto

poichè la prima è già passata

mentre l’altra la posso fare domani,

domani posso stare più attento.

 

Ho fatto leggere a mia madre una cosa che ho scritto,

lei ha detto <<È bellissimo!>>

e mia madre non dice le cose a caso.

 

In realtà questo è successo molto tempo fa:

adesso mia madre è morta,

ma in fondo forse è meglio così,

perchè prima non stava molto bene,

e ora sicuramente sta meglio.

 

Ho trovato un insetto nel bagno,

non era uno scarafaggio

e nemmeno qualcosa che punge,

e allora ho pensato

<<Che schifo, perchè nel mio bagno?>>,

ma poi mi sono detto

<<Sono cose che capitano.>>, no?

 

Mi sono successe

(e continuano a succedermi)

così tante cose

che dovevano avere un finale

e invece ne hanno avuto un altro

che alla fine mi domando che senso ha

aver paura di quello che è stato

o di quel che sarà.

 

 

 

PRENDIMI.

 

Che sia con il pensiero o con un sogno,

con una foto o con un bacio, prendimi.

Prendimi, che sia estate o inverno,

al mare o dentro casa,

ovunque e pure nella tua testa,

se riesci a prendermi, prendimi.

Sul serio. Prendimi sul serio,

mentre apro la porta di casa,

prendimi quando sto facendo la doccia,

mentre dormo o mangio un frutto,

quando piango o quando rido.

Se sei capace a prendermi sul serio,

beh, prendimi, sul serio!

E se non sei capace, tu prendimi lo stesso.

Perché se non sei tu nessun altro.

Se non tu, nessun altro.

 

 

 

VORREI CHE TORNASSE IL COVID.

 

Ti ricordi quando è scoppiato il Covid e ci siamo conosciuti?

Io ero sull’orlo dell’ipocondria e tu dell’apatia.

Ti ricordi quante volte ti chiedevo perché?

Un perché tirava l’altro, a ritmo lento e constante.

Ti ricordi quando dicevi che ero un cuore di ghiaccio?

Quando il mio umorismo non veniva fuori da nessun poro?

Te lo ricordi? Chissà che idea ti sei fatto di me. 

Ti ricordi quante volte alle 20 suonava l’allarme

e noi tutti sotto coperta?

Ti ricordi le albe e i tramonti che mi mandavi per foto,

i cani dei vicini che abbaiavano in contemporanea

mentre io parlavo con te e tu con me?

Ti ricordi quante volte ci siamo detti che da casa

chissà se e quando saremmo usciti mai?

Che avremmo dovuto fingere di essere congiunti

pur di specchiare i miei occhi nei tuoi?

Ti ricordi quando l’abbiamo fatto sul serio?

Quando abbiamo deciso, senza sapere tu chi sei e io chi sono,

che saremmo stati congiunti per lo stato italiano?

Io ricordo tutto. Per filo e per segno!

Ricordo il primo giorno che ti ho visto.

Chissà che hai pensato.

Io ho pensato: <<Ora bisognerà parlare!>>

ma per fortuna non ne abbiamo avuto bisogno:

ci siamo detti molte cose con gli occhi.

Ti ricordi quando era tutto una festa?

Io ricordo tutto persino il respiro del tuo sonno. 

Il rumore che non ho più di te, lo ricordo ogni giorno

e penso che se tornasse il Covid forse torneresti anche tu.

E così vorrei che tornasse il Covid.

Così torneresti pure tu.

 

 

 

TI CERCO.

 

Ti cerco, ti cerco e non ti trovo,

ti cerco e mi perdo come pelo nell’uovo,

ti cerco nel fioco del fuoco e nel ghiaccio,

ti cerco all’addiaccio e non ce la faccio.

 

Vieni, amore mio vero,

vieni, amica mia cara,

slanciata in raggi d’aurora:

ti bacerò sulle labbra e sui seni,

i tuoi dolci seni più dolci del vino,

e bacerò la tua pulviscolare

natura vegetale.

 

Vieni nei prati e nei boschi

della mia anima debole-lurida

là - sotto - dentro - giù - nel profondo

a impaludare i miei sogni

nel pozzo senza fondo

fili - fiati - unghie - schegge - muschi

vischi scompaginati

sparsi sparpagliati

arpionati.

 

 

 

SUDORE.

 

Che belli i mattini d’estate

che ci sorprendono abbracciati

stretti in un solo respiro

umidi di sudore e liquore

mentre il tuo liquido profilo

si scaglia contro l’orizzonte

come una ghirlanda di sale scolpita dal vento,

invischiata in costellazioni di ghiaccio.

 

Che belli i mattini d’estate

che ci sorprendono madidi e sudati,

riversi in un bagno di sudore

che s’insinua tra le pieghe morbide del collo

e gli angoli acuti del cuore,

e poi sulle vaste plaghe della pelle

ancora tremante d’isterica passione

si perde in mille rivoli

di febbrile eccitazione.

 

Che belli i mattini d’estate

in cui io e te ci svegliamo abbracciati,

i corpi esultanti di gioia,

i capelli ancora danzanti

di elettrica eccitazione,

la pelle tremante di gloria,

i corpi isterici di passione.

coperti solo di due sottili foglie di palpebre,

abbandonati nei nostri puri lineamenti

come un albero in autunno,

indifesi e verginali come bambini addormentati

eppur fieri delle nostre segrete ricchezze

nascoste in un forziere di vetro,

orgogliosi delle nostre fragilità e delle nostre insicurezze,

di tutte le impurità nascoste e le ancestrali paure,

avvinghiati l’uno all’altra come muschio alla penombra,

fluttuando dolcemente come boe sul mare del nostro letto,

come alghe mosse dal mare delle correnti

noi due agitati dalla passione dei venti,

e fa dei nostri sessi due fiori discosti,

ripiegati l’uno sull’altra come petali sullo stame.

 

Ma l’immenso ci sovrasta

e sulle nostre teste si scaglia,

ai capelli sempre s’impiglia,

e la sua abbacinante bellezza ci abbaglia:

faremmo meglio a richiuderci l’uno sull’altra

come petali attorno allo stame

e rifare la notte

che, vuota e silente, ci fa suoi

colmandoci di mille gridi e gemiti

lacerati dai denti e dalle fauci.

 

Ma anche mentre l’uno all’altra ci stringiamo

per non vedere la minaccia che incombe

non consideriamo che il pericolo potrebbe giungere da noi,

da me o da te,

poichè sempre le nostre anime vivono di tradimento.

 

 

 

LA PIÙ GRANDE INVENZIONE DOPO IL SISTEMA FOGNARIO.

 

Eri la più grande invenzione del mondo

finchè non mi hai scaricato.

Eri la trovata più geniale della storia

dopo il sistema fognario.

Eri il più grande spettacolo del mondo,

altro che Jovanotti e il big bang!

Eri musica viva potente e ardente

come il jazz più figo di una big band,

altro che il sesso anale e il fisico bestiale!

Eri la più grande invenzione del mondo

dopo il sistema fognario (è ovvio).

Finchè non mi hai scaricato per un altro.

Cazzo che amarezza, dolcezza!

Se il tuo clitoride fosse stato un citofono

sarei stato il tuo testimone di Geova,

ma adesso tocca a te aspettare

che schiaccino il pulsante

e qualcuno lo farà per te, puttana!

E, se non lo farà qualcun’altro, sarai tu

a premere il pulsante giallo-verde-blu.

Ma che ti aspettavi che fosse?

Che ti aspettavi che ti dicessi?

È come la prima volta o l’ultima

come la volta precedente

come la volta successiva

Eppure ancora m’illudo

e ascolto le tue promesse nel vento

e più le ascolto e meno le sento.

Avevi un culo bollente come l’inferno,

Calda come un mezzogiorno di fuoco all’equatore,

bella al di là di ogni invenzione

bella al di là di ogni immaginazione

bella al di là di tutto.

Ma poi mi hai scaricato,

mentre il sole si alza e la borsa cala

e sul tetto un gatto sornione caga

in assoluta delizia e in perfetta mestizia,

e puoi anche chiamarlo amore

ma è che non avevo altro da fare

e la televisione mi faceva annoiare

ma tu chiamalo amore se vuoi,

Sì chiamalo amore e infilatelo nel culo

o dritto nella luce debole del mattino

mentre la brace si spegne nel camino

nel camino che brucia feroce

l’identico sole cade s’un fiore

E l’ultimo sole cade sul nostro amore.

 

 

 

CHIASMO.

 

Tu pelle di ebano e palpebre di velluto;

tu con i capelli ricci e la chioma di scorpione;

tu con le dolci mani affusolate e ossute

e il petto in tempesta;

tu con gli occhi pallidi e assorti,

agitati come le uggiose terre del nord;

tu con il cuore in perenne subbuglio

e l’anima in fremente trambusto;

smorfia di monello e canto di usignolo,

tu eri per me il coltello puntato alla gola,

la pistola alla tempia e il cuore in gola,

il sibilo del vulcano e il ghigno del topo,

il ruggito del leone alle 6,30 del mattino

e il sorriso del sole nell’ora del meriggio,

lo sbadiglio della notte all’alba

e l’affannoso ansito del giorno al crepuscolo,

la tempesta nel bicchiere

e il lampo di luce nella bottiglia,

la notte inseguita dal giorno

e il giorno inseguito dalla notte.

 

Ti ho sempre conosciuta:

eri sogno raggelato in falsetto e amaro scoppio di mortaretto,

tu eri per me le forbici chiuse dentro il cassetto,

un incompleto singhiozzo di tenebra alle 3,30 della notte,

un uccello senz’ale in attesa del vento,

lo specchio spalancato sul vuoto incombente-procombente;

tu eri per me la nuda carne tremula e assetata

che brucia come le calide notti d’estate,

tu eri per me il sale sulla ferita,

le ultime pagine del libro e le melodie del suono,

il freddo di una panchina solitaria nel parco,

l’ultimo rumore di passi scalpiccianti a sera,

il canto disperato del folle e la danza del sangue,

il sentimento del tempo e la ragione di ogni mio pentimento,

mia magnetica visione e chiodo fisso,

giglio in catene ed elabro in mutande.

 

Ti riconoscevo nell’indecisione dei giorni

e nel dondolio del pendolo,

nello squarcio del lattiginoso fendente della luna

e nel manto della nera notte,

in questa vita stanca e annoiata,

nella miriade dei miei polverosi sogni,

in questa assurda massacrante nullità,

in questa massacrante assurdità.

 

Eri con me nei paradisi negati e nei campi elisi

mentre la mia esistenza dissanguava,

mentre le fontane piangevano e la forza languiva,

ed eri con me anche nei bassifondi e nei letti di lussuria

mentre sprofondavo in corpi senza cuore e notti senza alba

e donne senza amore affondavano le proprie unghie

nella mia schiena e nel mio cuore sornione

conficcandomi i talloni nei fianchi e nella pelle

trafiggendo il mio languore che mai muore.

 

Ti ho vista, sai?

Nei volti dei mille sconosciuti che mi fissavano

impassibili fissi e spietati, ipocriti e vigliacchi,

mentre un urlo di rabbia screziava di sangue il sole

il cerchio della vita si apriva-chiudeva e dischiudeva

e una volpe correva nel crepuscolo con il cuore in gola

saltando nei campi con una zampa tra i denti.

 

Ti sentivo anche nel vento frizzante

e nella brezza marina io ti respiravo

nella morte che il mio cuore ogni giorno vive

e nella solitudine dell’abbandono

che il mio cuore attanaglia

lungo la strada del disinganno.

 

Ma insieme siamo un chiasmo:

io volgare e dozzinale

ma solo grezzo come un diamante

duro e scabroso fuori, troppo sensibile dentro,

e una carezza basta a procurarmi uno squarcio,

un mancato sguardo può spaccarmi il cuore in quattro;

tu gentile elegante e delicata fuori

ma incapace di comprendere il mio dolore.

 

Succede ai sentimentali: molte volte esser traditi

ed erigersi una corazza contro il mondo

 

Ma io volevo solo una persona

con cui condividere piccole cose

affettuose come stare mano nella mano

a fumare una sigaretta in balcone

o fare una passeggiata al parco senza parlare,

vedere un film in ciabatte e mutande.

 

Figlio delle stelle e fratello dei cani,

spinto dagli istinti ad amare gl’istanti,

sono solo l’esito insoluto

di un fulmine a ciel sereno.

 

 

 

GLI ANNI.

 

E gli anni scivolano via strisciando come vermi

e come vermi anche noi strisciamo

lenti nel tempo e nello spazio

mentre i secoli ci scorrono sulla testa

e le nostre vite marciscono e si decompongono,

si coagulano e si rapprendono

in ansie e rimpianti e tormenti

e intanto noi non facciamo che far scorrere il tempo

sprecare il tempo, ammazzare il tempo,

ingannare il tempo che c’inganna

mentre topi di mediocre mestizia

e serpi di altrettanta sollecitudine

altre forme di vita (se così si può dire)

strisciano sulla soglia del peggior dimenticatoio

di una ennesima vorace conveniente servitù

proprio come pavidi e pallidi mestieranti d’accatto

mentre la vita scorre tra le cosce e i languori

in un liquore di fumosi trastulli le sedute si sciolgono

nel modo più prevedibile

anche se le carni si offrono

in una promessa che non viene mai soddisfatta

e restano le più inattese sospensioni

e le nostre donne non ci amano più

solo la sigaretta a morderci le labbra

come un tempo faceva l’amore

ma anche noi abbiamo smesso di amarle

forse non le abbiamo mai amate

troppo occupati ad aspettare la sconosciuta alta e bruna

che non abbiamo mai incontrato

in attesa di un miracolo

del miracolo dei miracoli

guidando seduti nelle nostre macchine sgualcite

contro il sole di uno stanco tramonto

tanto più bello delle nostre vite.

 

 

 

L’ANIMA IN FONDO A UNA BOTTIGLIA.

 

Non so nemmeno quante bottiglie di birra ho bevuto

aspettando che le cose semplicemente migliorassero

aspettando che la luna mi riportasse l’antico amore

come riporta le greggi alle stalle e le barche al porto

non so quanta birra e vino e rhum e sigarette ho bevuto

dopo aver rotto con le donne che un tempo sono state mie

aspettando lo squillo del telefono che non suona mai

aspettando il rumore dei passi che non si sente mai

e se il telefono suona è solo molto più tardi

e se i passi finalmente arrivano è ormai troppo tardi

birra e birra a fiumi e fiumi di alcool

la radio che canta le vecchie canzoni d’amore

mentre i muri stanno ritti immobili a destra e a sinistra

mentre il telefono tace e la vita in pausa giace.

 

A volte sono stato amato, sono stato amaro,

ma scivola ora l’anima in fondo alla bottiglia

mentre residui di tappo galleggiano in superficie.

 

 

 

IN SOGNO.

 

In sogno io dipingo come Picasso

e parlo correttamente il greco

(quello dei vivi e anche dei morti)

e ho talento e fascino da vendere,

scrivo grandiosi poemi immortali

e sareste sbalorditi dalla mia bravura

e dal mio virtuosismo al pianoforte,

volo come si deve ossia da solo

e cadendo dall’alto di un tetto

so atterrare dolcemente sul verde,

posso respirare sott’acqua

e mi rallegro di sapermi sempre svegliare

appena prima di morire,

e qualche anno fa ho visto nel cielo due soli

volteggiare nello stesso momento

e l’altro ieri sera ero un pinguino

con la massima chiarezza possibile,

ma nella realtà è tutt’un’altra cosa

e mi accorgo che tu più non ci sei,

è proprio finito tutto adesso ormai,

incredibile che non ci sentiamo più.

È accaduto di tutto

la gioia e il dolore

la rabbia e il rancore,

mi è piaciuto tutto,

non avercela con me,

è che io voglio tutto o niente,

non mi sono mai accontentato,

io voglio tutto o niente,

tienilo bene a mente.

 

Ora non ci sentiamo più

ma ascolta quanto ti dico:

lascia che tutto ti accada,

vivi con allegria la bellezza e il terrore,

qualunque cosa contenga l’energia

e la forza originaria della gioia,

non c’è cammino lungo la strada,

il cammino si traccia all’andare,

sono lunghe tutte le strade

che portano a ciò che il cuore brama,

ma si deve sempre andare,

nessun sentire è mai troppo lontano,

si deve pur sempre andare,

anche se la meta è lontana,

si deve sempre andare,

la meta è sempre fittizia

solo il viaggio è reale.

 

 

 

ISTERIA COSMICA.

 

Silenzio, silenzio assoluto

nere orbite di un mondo di cenere

sfrenate corse lungo albe sublunari

sottili raggi di luna ai vetri delle finestre.        

 

Luna, nuda luna...

 

Nasce dal bisogno la bellezza,

prorompe dal caos l’armonia,

la forma da ciò che non ha forme.

 

Luna, nuda luna...

 

Ancora ti sogno

mentre mi dissolvo

in mari di desolati sepolcri

e i tuoi capelli

si sciolgono alla brezza.

 

Luna, nuda luna...

 

Finita è la nostra notte

intangibile e lontana adesso sei

anima fuggitiva

oscuro cuore senza fine

abbandonata landa

plaga solitaria

foglia battuta dal vento.

 

Luna, nuda luna...

 

Mentre mangio gherigli

nel guscio della mia isteria

disegni cerchi veloci nell’aria

dividendo parti di luce

con molecole di nessuna fretta,

e come motore nell’eclissi

mi arresto in attesa

di nuovi messaggeri.

 

Luna, Nuda luna,                                Lune, lune nue,

nuda luminosa luna,                            lune nue brillant,

capezzolo del cielo,                             mamelon du ciel,

parte visibile del nulla...                       partie visible de rien...

 

 

 

MIRACOLO.

 

Come per miracolo il sole gira

come per miracolo gli uccelli volano

come per miracolo il mare ruggisce

come per miracolo la pioggia cade

come per miracolo la sigaretta brucia

come per miracolo il giorno splende

e splendi anche tu

e mi guardi e mi sorridi

e mi abbracci e mi tocchi

e mi baci e mi ami

come per miracolo

e allora la mia vita si desta

e corre.

 

Come l’alba scioglie il trucco della notte

come la notte cancella gli affanni del giorno

così per miracolo tu spazzi le mie paure

dissolvi le mie imposture.

 

 

 

TU MI GUARDI.

 

Tu mi guardi e il tuo sguardo

è un funambolo sul filo del rasoio,

un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso,

un pazzo con un tamburo che urla sul tetto

un treno che deraglia

e si accartoccia come una foglia,

una rosa che m’ha roso e il mio cuore s’è mangiata

un pesce con l’ala spezzata,

una rondine ingabbiata tra quattro mura,

una volpe con la zampa tra i denti

e il cuore nello stomaco.

 

Tu mi guardi

e il tuo viso è un cielo autunnale,

rannuvolato un momento

e subito dopo sereno.

 

Tu mi guardi,

lunatica amica,

e sul tuo volto di luna,

sorrisi e cipigli si rincorrono

come il sole e l’ombra

s’una rada battuta dal vento.

 

Tu mi guardi e i tuoi occhi

sono occhi di solitudine e disperazione

occhi di silenzio e abbandono

occhi di tenebrosa e offesa bellezza;

i tuoi occhi sono un vago tumulto

un vago scintillare di oasi nel deserto

un vago guizzare di vita come tra nebbia lampi

o come pesci nel piombo dell’oceano

nell’oceano di piombo.

 

 

 

PIOVE.

 

Piove, e l’acqua fresca mormora tra i rami

effondendo profonda quiete

e il vento stormisce tra le foglie

spargendo malvaceo odore

e la pioggia marcisce la sera

e in valli e vette non voce risuona

e ultimo si ode il flessibile fruscio

della serpe che rintana

e da terre luce fugge fluendo

in un cieco fiume senza fine

e i miei incubi cinguettano scemenze

e la violenta luce di un tramonto viola

offusca il giorno

e la mia ombra mi scivola accanto

in una pozza d’inchiostro

e il tramonto è trafitto dal fulmine-rosso-sole

e il vento tormenta mari e monti

e ci ulula addosso dal nulla provenendo

e furioso al nulla avanzando

e le acque gonfiano nubi e fiumi

e i nembi incombono

e impetuose tempeste rombano

e il grido dell’uccello che annuncia l’inverno

cupo percuote il cuore e il bronzeo occaso

percorso da lame taglienti

e il cielo a scaglia a scaglia lento si annera

nella sera crepitando e vomitando

una nera nera tromba attorta

di schiume morte un’oscura ghiera

e io fatto parole

dissolto in milioni di parole

disciolto in miriadi di sillabe

resto senza nulla da dire.

 

 

 

LA SERA.

 

Viene la sera e il crepuscolo

una sera rossa e azzurra

un reticolo di ombre ci avvolge

d’insulse inerzie e turbinose braci

perfettamente geometrica

inesorabilmente composta

siamo un ribollio di paure e desideri

noi siamo un rattenuto pianto

e con la sera e nella sera noi tentiamo

vanamente esili passi sugli abissi

i vuoti e il niente annichilente

muore l’afflato nel vuoto

si perde nell’etere muto

il mondo ritorna dal fondo del profondo

da cisterne inabissate e ipogei e gallerie

e vibrano il viola e il rosso e il nero

e l’uva e la spiga accennano

traspaiono-bisbigliano pudiche frasi caduche

che al primo luce del giorno piegano il volto.

 

 

 

LA RABBIA.

 

Amore mio,

finché gireranno gli astri e le stelle

e sorgeranno i giorni e le notti

allora anche tu esisterai

e la mia ragione e la mia rabbia sarai

mia magnetica visione

mio sesso e castità

mio impeto e mio chiodo fisso

mio ellèboro in mutande.

 

Amore mio,

finché tu esisterai

esisteranno paura e angoscia

poiché non é altra pena

fuorché sapere che tu vivi

e possa soffrire.

 

E allora nessun tormento mi sarà estraneo

poiché su te dovrò vegliare

e ogni possibile male annientare.

 

Ma, amore mio,

quando tu più non sarai

allora per me sarà il buio

poiché non è altra luce

se non quella che tu irradi

quando mi guardi

e dolcemente sorridi.

 

Amore mio,

il tuo volto è la mia luna

il tuo corpo è la mia notte

il tuo sorriso le mie stelle

e tu, tu sei la mia rabbia:

finché vivi e vivo

non esiste pena più grande

fuorché sapere che tu esista

e possa soffrire.

 

Tu sei la mia schiavitù di saperti viva

sei la mia ossessione di saperti tangibile

sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile

nel momento stesso in cui ti afferro

            ombra fuggitiva d’ideale piacere.

 

Tu

sei per me

la rabbia.

 

 

 

L’ETERNITÀ È UN GIORNO.

 

Fare l’amore nel sole mattutino

fare l’amore in una stanza d’albergo

fare l’amore in un’alcova

fare l’amore in un talamo

fare l’amore in una squallida camera in affitto

in uno sporco appartamento da quattro soldi

che affaccia sul vicolo angusto e lurido

fare l’amore mentre vagabondi razzolano nel pattume

cercando una cicca o gli avanzi di una pagnotta ammuffita

fare l’amore s’un tappeto rosso, più rosso del sangue,

fare l’amore mentre Fellini gira un film

fare l’amore mentre gli altri lavorano

fare l’amore mentre la pioggia trafigge il vento

e scuote gli alberi

e gli alberi piovono il proprio manto di foglie

che si sfalda scaglia a scaglia

fare l’amore davanti a una cartolina sbiadita

fare l’amore cioè scopare e amarsi,

amarsi una volta ed essersi amati per sempre,

amarsi una volta è amarsi per sempre.

 

Potrebbero essere anni secondo il metro comune

potrebbe essere un sempre eterno

ma nella mia testa è solamente una frase

un lampo, un istante,

un baleno, un momento

un giorno solamente.

 

Ma sono così tanti i giorni uguali a questo

la vita proprio non va

accosta e arresta sul ciglio della strada

e io scendo e ripasso da quel vicolo

e mi fermo a fumare una sigaretta.

 

Chissà dove va la vita quando si ferma,

chissà dove va la vita quando se ne va,

chissà.

 

Chissà dove va la musica quando se ne va, chissà

chissà dove va la vita quando se ne va

chissà se esiste ancora il numero per l’ora esatta

chissà se la legge lo sa di essere uguale per tutti

chissà se le dispiace non essere speciale per nessuno

chissà se il brodo di giuggiole esiste

chissà se quando ti lasciano perché ti amano troppo

chissà se poi soffrono almeno un po’

chissà se i film francesi li fanno apposta belli ma noiosi

chissà se le coppie che non dicono ti amo

chissà se sanno poi amarsi in silenzio

chissà perché il telefono squilla sempre quando non ci sei

chissà se quelli che dicono “Non sei tu: sono io”

chissà se alla fine hanno capito cosa sono io

chissà se i vermi solitari poi alla fine si sposano

chissà dove va la musica quando finisce

chissà dove va la notte quando svanisce

chissà dove va l’amore quando se ne va.

 

 

 

BUKOWSKIANA.

 

Impazzivo, impazzivo in nude stanze spoglie

la notte mi piombava tra capo e collo come una frusta

pugnalate al mio povero cuore bastardo

la morte che mi pendeva sulla testa

come una spada di Damocle

la morte come una spada di Damocle

la morte come il cuore in gola

e io? con il cuore in gola impazzivo

in oscure camere di nudità

preso tra molecole di nessuna fretta

il corvo e le onde, il corvo e le onde

gli stanchi tramonti e la gente stanca

ma poi la conobbi

ammiccante, ammaliante

un fatale sacramento di carne

e scoparla era il paradiso

era viaggiare sul carro eliaco di Apollo

era andare in paradiso sul carro di Apollo

era passeggiare di notte sulla neve

era la magia dell’universo

concentrata in un solo punto.

 

Ma ora lei non c’è e io sto qui

seduto davanti al cielo immenso e rosso

con il sole che mi tramonta negli occhi

e mi piace, mi piace di brutto

a volte mi sbatto sul letto

guardo il soffitto

con le crepe delle pareti

immagino un angelo e una capra

un drago e un leone

altre volte decido di dormire:

magari più tardi le cose sembreranno migliori.

 

Si può impiegare una vita a morire

o meno di un attimo.

 

 

 

LA BELLA ESTATE.

 

È estate e il tempo passa lento

anche se non siamo in Brasile

e in petto mi cresce un sentimento stanco

che prende il ritmo di un tormento

come uno svogliato andamento

come un triste presentimento

come uno serrato battito di vento

che soffia, e spazza attento.

 

È estate e io voglio rimanere un mistero per te

sorprenderti con il colore degli occhi

come strisce di luce in un orizzonte di rame;

è estate e io vorrei sorprenderti stasera

con il segreto di un gesto inatteso

come il vento, che suona distratto

che d’improvviso nasce e poi si spezza

nell’ora che tacita si annera.

 

Ma l’estate è così bella

che non mi viene in mente niente

di serio o profondo da dirti.

 

E poi d’estate i muratori iniziano alle 7

e io non riesco più a ragionare

i pensieri mi si rompono in gola

e non so più come dirli

e i giorni passano tutti uguali.

 

Ma noi non ricordiamo i giorni

noi ricordiamo gli attimi

gli attimi d’incomparabile ebbrezza

gl’inconsistenti sprazzi di bellezza.

 

In fondo che cos’è l’estate?

è solo un immenso fiume rossiccio,

è solo un terso fiume di terriccio,

è un ricordo, un rimorso, un rimpianto

come una lacrima d’oro in un mare amaranto

un sorriso chiuso tra quattro mura

imprigionato nella memoria che non dura

che lentamente scolora e sfolla

è la pelle che il serpente da sé scrolla

è la zanzara che s’impiglia

nella rete degli eventi

è la nave che squarciata s’incaglia

nel mare che strozzato gorgoglia

e livido sfalda, scaglia-a-scaglia.

 

Nell’oceano delle correnti

per essere sempre vivi

essere per sempre morenti.

 

 

 

LUCE NEGRA.

 

Luce negra,

nella pelle hai la notte

e negli occhi porti il giorno.

 

Luce negra,

i tuoi occhi sono un vago tumulto

un amore impigrito dal caldo

un pigro verdicare di uva al mattino

il tramontare del sole tra nubi e argille.

 

Luce negra,

nella pelle hai la notte

e negli occhi il giorno.

 

Luce negra,

baciarti è come baciare la notte

in tutta la sua vasta perfetta nudità.

 

Luce negra,

la tua pelle reca la notte

e negli occhi hai il giorno.

 

Luce negra,

al tuo cospetto l’alba rabbuia

e pure l’ostro oscura e l’avorio perde:

sembri una notte stellata

ornata con i monili del cielo,

 

Luce negra,

nella pelle hai la notte

e negli occhi porti il giorno.

 

Luce negra,

quando l’alba mi sorprende

nell’aroma della tua pelle

che sa di frutta matura e dolcissima

preso con la mia bocca

nella rete dei tuoi capelli

allora per me inizia il giorno

e la vita effonde la sua luce

Cristallina.

 

Luce negra, ragazza nera,

pelle di pantera e chioma di scorpione

nella pelle rechi la notte

e negli occhi hai il giorno.

 

 

 

L’ODORE DELLA TUA PELLE.

 

Di che cosa odora la tua pelle?

Un frutto, una spezia,

un aroma, un fiore?

 

Odora di rosa e di sambuco

di zucchero e garofano

di zagara e cannella

di porpora e amarena

di frutta matura e dolcissima

del mormorio del mare al mattino

la tua pelle.

 

Dai piedi fino ai capelli

dalle ginocchia fino alla nuca

dalla fodera della vulva alla bocca

emana sapore d’amaranto

la tua pelle.

 

In tutta la sua furiosa

feroce e selvaggia

erratica estensione

è una coltellata di gelsomino

una pugnalata di zagara

una revolverata d’incenso

un’impetuosa zaffata di garofano

un’onda di seta purissima

la tua pelle.

 

È odore di sole sulla pelle

odore di sale sulla pelle

l’odore che sale dalla tua pelle.

 

 

 

MI PIACE.

 

Mi piace quando tu dormi

svegliarmi prima di te e sorprendermi

nell’aroma di frutta matura e un po’ stantia

della tua bocca.

 

E mi piace anche svegliandomi

trovarmi con la mia bocca

dolcemente intrappolato

nella rete dei tuoi capelli

ascoltando la tua pelle

tremante di aurora e sogno.

 

E mi piacciono pure i letti stretti

dove io e te giacciamo attaccati

senza respiro in un solo respiro,

così stretti che posso quasi

sentire i tuoi sogni scoppiare

e i tuoi occhi luccicare

come scaglie nel mare.

 

Mi piace quando dormi

stringerti forte, più forte

per sentirti dentro, più dentro

fino al sangue e al midollo

oltre il sangue e il midollo

fino alle paure e agli incubi.

 

Mi piaci addormentata

perchè sei il mio segreto e il mio sogno

sveglia sei reale e di tutti ma

quando dormi sei il mio piacere

vero e immaginato

tangibile e inafferrabile

fuggente e impalpabile

per metà concreto e

per metà ipotetico

errante ed erratico

ma sempre ossessivamente

vagante e martellante

nella mia testa.

 

Mi piace quando ti desti

perchè quella muta selvaggia immensa

paura di perderti scivola e scompare

nell’imbuto del tuo sorriso.

 

Mi piace quando l’alba mi desta

sorprendermi nell’aroma della tua pelle

che sa di frutta matura e dolcissima

preso con la mia bocca

nella rete dei tuoi capelli.

 

Allora per me inizia il giorno

e la vita effonde la sua luce

cristallina.

 

A volte basta davvero poco

per essere felici.

 

 

 

LA TUA BELLEZZA.

 

Bellezza profonda nella tua fronte

come una notte fonda di ombre,

 

bellezza d’isola lambita dal mare

nell’onda dei tuoi capelli fronduti,

 

bellezza di ladro torbida nel tuo viso,

dura bellezza di pietra nelle tue mani,

candore sincero di ragazzo

e bruno passo di bambina.

 

 

 

I TUOI OCCHI.

 

I tuoi occhi sono occhi di solitudine

occhi di abbandono e silenzio

occhi di tenebrosa e offesa bellezza

i tuoi occhi sono un vago tumulto

vago scintillare di oasi nel deserto

vago guizzare di vita come tra nebbia lampi

o come pesci nel piombo dell’oceano

nell’oceano di piombo.

 

I tuoi occhi sono un vago tumulto,

pigro come un cane davanti al camino,

come un pigro verdicare di uva al mattino

il tramontare del sole tra nubi e argille.

 

I tuoi occhi sono due laghi di metallo fuso

un tramonto di fine settembre

uno sbadiglio di bambino infreddolito

i tuoi occhi immensamente grandi

e rotondi sono d’autunno le grandi foreste

i tuoi occhi sono inaccessibili e duri

come le fredde terre del nord.

 

Il tuo sguardo è calma accesa

come una finestra illuminata

nel cuore della notte.

 

La calma del tuo sguardo

è un’isola di pace

quando un’ora serena cerco.

 

Il tuo sguardo è una pura linea

d’acciaio aguzzo, duro e tagliente:

quando guardi fai male

i tuoi sguardi sono frustrate

d’incandescente metallo fuso.

 

Il tuo sguardo è la mia luna

i tuoi occhi le mie stelle

mentre passo tra i palazzi e le strade

cammino e loro camminano con me

i tuoi occhi mi seguono a ogni mio passo

io mi fermo e loro si fermano.

 

É oscura luna appesa al soffitto il tuo volto

sprofondata tra le coltri del letto

candida riga nell’azzurro-cielo.

 

 

 

IL TUO CORPO.

 

Il tuo corpo è un eco muto

un colpo di pistola nel vuoto

un deserto di nuvole trafitto

da un tenue raggio di sole

una pura linea di acciaio fuso

che il tuo sorriso illumina.

 

Soave linea di baci fuggitivi

il tuo corpo è una pura linea

d’acciaio aguzzo.

 

Sulla furtiva linea del tuo corpo

è scritto il canto dell’amore

tremulo come un brivido sulla pelle.

 

Come alga dolcemente accarezzata dal vento

nel mare del tuo letto ti agiti sognando,

nei tuoi occhi due onde per affogarmi.

 

 

 

LE TUE MANI.

 

Sono ellebori profumati

le tue mani affusolate,

mosse dal vento tenue di Luglio,

e petali morbidi le tue dita

petali morbidi, soavi di tepore,

che come il vento calido di luglio

più dolci del vento di luglio

mi solleticano quando mi toccano

e leggere il mio volto accarezzano

come dita di rosa delicate.

 

 

 

HO GUARDATO.

 

Ho guardato con i miei occhi nei tuoi occhi

e con le mie labbra ho esplorato il tuo cuore

con amore, con terrore, con dolore

ho guardato nel pozzo infinito

dei tuoi segreti e delle tue paure

dei tuoi sogni e dei tuoi incubi

nello specchio della tua anima.

 

Trema un ricordo in superficie

un volto incerto e pensoso

mi fissa che si deforma

e subito si fa vecchio.

 

È il tuo volto

che fissa il mio volto

come un eco che stride da lontano

e lancia il grido

delle nostre coscienze sporche.

 

Il mio volto, il tuo volto,

due volti che si uniscono

mentre una distanza li divide

che impercettibile perdura

perduta come una eco

più dentro, più dentro

fino nel profondo.

 

 

 

IN QUESTO ISTANTE.

 

In questo istante

molti uomini muoiono

molte donne partoriscono

e molti bambini nascono

le ragazze si fanno belle

le puttane scopano

e qualche volta godono.

 

In questo istante

il freddo solitario del celeste-cielo

l’aria è una coppa di brina mattutina

una coppa di vetro inciso nel diamante

e il mio orologio segna le 21,15

dunque tra 45 minuti arriverai

e il solo rivederti come ogni sera

sarà il solito colpo al cuore.

 

In questo istante

il lampo suona il gong sulfureo della tempesta

i manichini dei grandi magazzini sono più tristi

e il giorno finisce per poi domani ritornare.

 

In questo istante

i gatti del quartiere rantolano

e il macellaio affetta la carne

i gelsi sono già ingialliti

e i fichi sono ancora verdi e acerbi.

 

In questo istante

i ragazzi stanno fottendo

e i bravi ragazzi si stanno drogando

forse i vecchi ragazzi si stanno amando

nascosti dietro le nere membrane della notte.

 

In questo istante non un dubbio

non un fremito, non un incertezze

come quando arriva la morte

e di colpo la luce si spegne

e poi più nulla se non la morte.

 

In questo istante

la passione del traditore

l’ansia dello studente

il ghigno selvaggio del sicario

e il sussurro incatenato degli amanti

che nulla chiede

solo di non essere dimenticato.

 

In questo istante è l’alba

s’illumina il mondo e pure le tue gote

e il cielo inalbera le sue impurità

il giorno è trasparente e senza macchia

ed effonde odore di semi per le strade

il vento cala e poi se ne va

c’è un usignolo che canta

e ride la gazza nera sugli aranci.

 

In questo istante

guardo in ginocchio la terra

l’insetto, il fiore e il cielo

e i rami degli alberi che volano

e le rondini che sfrecciano nel cielo

il fuoco che divampa nella notte

la luna che salta da una nuvola all’altra

da un palazzo all’altro

e il cuore che batte tremendo.

 

In questo istante

io ti guardo e tu mi guardi

io guardo te e tu guardi me

e come luna mi segui

da un palazzo all’altro

da una nuvola all’altra.

 

In questo istante

i legumi cuociono nella pentola

e le sardine sfrigolano nell’olio

e le serrature si aprono-chiudono.

 

In questo istante

tu sei di fronte a me

nel chiarore indefinito del mattino d’aurora

le tue lacrime sono bionde gocce di pioggia

i tuoi sorrisi sono lunghi filamenti d’argento.

 

In questo istante

Garcia-Lorca viene fucilato

e pure Dostoievski viene fucilato

Hikmet viene esiliato

Bukowski guida la sua BMW nera

Campana muore di fame

e Borroughs spara alla moglie

Prevert grida sui tetti di Parigi

alle nere membrane della notte

ed Hemingway intinge il suo cervello

nel succo d’arancia.

 

In questo istante

il sole è un barattolo di miele

e i tuoi occhi sono pieni di sole

e io non mi fermo a rimpiangere

il passato.

 

In questo istante forse sei stanca:

vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa;

forse hai sete:

mi trasformerei in acqua

pur di dissetarti;

forse hai sonno

delle mie braccia un arco di lino

per cullarti farò.

 

In questo istante

le tue parole le tue parole

come vele come vele come vele

riempiono il tramonto di vane sequele

le tue parole allegre e amare

le tue parole euforiche e malinconiche

le tue parole pesanti come un pugno

vuote come la mia testa

dure come il mio cuore.

 

In questo momento

sei sdraiata al mio fianco

e il mondo non conta più nulla,

in questo attimo mi parli

e il mio cuore libero di menzogne

si libra ardito e sorridente

su questo prato verdicante,

in questo secondo

proprio in questo secondo e mai più

i tuoi occhi sono due laghi di metallo fuso

un tramonto di fine settembre

uno sbadiglio di bambino infreddolito

i tuoi occhi immensamente grandi

e rotondi sono d’autunno le grandi foreste

i tuoi occhi sono inaccessibili e duri

come le fredde terre del nord.

 

In questo istante

io non vorrei altro che

perdermi nel silenzio dei tuoi occhi

perdermi nel buio dei tuoi silenzi

perdermi nei tuoi occhi di tenebra

perdermi nella tenebra dei tuoi occhi.

 

In questo istante

la foglia sul ramo

il pesce nell’acqua

e nel mio cuore tu

come un innesto

col tuo cuore nel mio cuore

in questo istante

tutto nasce e muore

nella profondità dei chilometri

nella dispersione dei chilometri

nella disperazione dei chilometri

con cruore con cruore con cruore

con speranza e saggezza

con un po’ di amarezza

ma senza scoppio e senza rumore.

 

In questo istante tutto nasce e poi muore

uomo donna bambino

stella albero rancore

aria sole terra e mare

bugia inganno e tradimento

gabbiano rimorso e rimpianto

bellezza e morte

gioia e dolore

gloria e dolore

sospiro e dolore.

 

In questo istante

tu sei la mia schiavitù e la mia libertà

sei la mia ebbrezza e il mio oblio

sei la mia solitudine e il mio abbandono

sei la mia pena e la mia rabbia

di saperti vulnerabile

in questo istante e per sempre.

 

In questo istante

dove sei? mi sogni? mi ami?

 

Oh sì mi ami!

In questo istante tu mi ami

come non hai mai amato nessun altro.

 

E in questo istante anche io ti amo

io che non ho mai amato, 

e scoppio di felicità

che fischietterei pure

una stupida canzonetta d’amore

stupida, trita e ritrita

come quelle due parole

da noi mai dette

mai pronunciate.

 

 

 

AMAMI.

 

Anche d’estate amami

con la vastità delle tue gambe

con la misura del tuo vacillamento

con il fiume del tuo respiro

con il trepidante tesoro del tuo ventre

(arnia e alvo del mio desiderio)

con tutto l’oro che ti cresce in bocca

e ne trabocca.

 

Amami d’autunno

con il tuo vestito scuro

del colore dell’ostro e dell’amaranto

con la secca precisione dei tuoi gesti

e la gelida tangente del tuo sguardo.

 

Amami d’inverno

con tutta la tempesta che serbi in petto

con il sogno e l’acqua

che tremano nel calice del tuo grembo

con tutti i tuoi fantasmi

che sciamano di notte sul tuo letto

con i tuoi stolidi pensieri che non sono pensieri

e fanno il paio con i miei stupidi pensieri

con l’artiglio minerale della miseria

con le accigliate angosce delle tue cicatrici

con gli scabrosi angoli perfetti delle tue gambe

e del tuo cuore spigoloso

e le invalicabili barriere della tua anima.

 

Amami in primavera

nei suoi giorni d’oceano

fatti di nebbia e turchese

con le tue palpebre

che recano l’impronta dei miei baci

con la tua fronte che reca

l’impronta dei miei sogni

con i tuoi ricci neri neri

con la tua bellezza dura di pietra

con un fiore notturno,

profumato del tuo aroma.

 

Amami, amami anche senza amore

anche senza la mia mano sul tuo seno

anche senza il tuo fiato sul mio corpo

anche senza la tregua della tua presenza

anche senza la gioia del tuo volto di rosa

e anche senza il piacere delle tue labbra ideali

modellate per donare piacere.

 

 

 

SEMPRE MI TORNI IN MENTE.

 

Sempre mi ritorni in mente

anche quando non ci sei

anche quando non ci sono

e il tuo corpo forte immagino

e il tuo passo alacre e svelto

e la dolcezza delle tue spalle

e le tue mani brancolanti

tra dubbi e domande

a cercare un equilibrio

un baricentro, un appiglio

nella tua anima confusa e fluida

e ancora a miei occhi torni

pur se non vuoi

pur se non voglio

con la curva solenne dei tuoi fianchi

e il tuo desiderio lì sospeso

che nulla chiede, nulla

solo di non finire mai.

 

 

 

SE NON RISPONDO.

 

Se rispondo al telefono o al citofono puoi entrare:

mi piace la tua compagnia,

mi piacciono i tuoi capezzoli così duri

che bucano il tessuto e il mio cervello,

e puoi anche fermarti a dormire qui stanotte,

e puoi certamente parlarmi di te,

questo è del tutto naturale.

Ma se non rispondo non andartene:

forse sto solo dormendo o facendo la doccia,

forse sono solo disteso sul letto a riposare

pensando alle rose e alle viole,

a Cristo inchiodato alla croce e ai coni-gelato,

ai cavalli da corsa o alle puttane da battaglia,

forse sono solo seduto in mutande sul divano,

intestino pigro e pene depresso,

ma forse potrei anche essere arrabbiato e abbattuto,

triste e solo e disperato,

o forse potrei star piangendo e aver bisogno di te,

forse potrei essere intento ad appendere il cappio,

o a preparare la mia pistola per farmi un buco nella testa,

quindi non andartene, non te ne andare,

anche se le luci sono spente,

anche se non senti rumori di voci o passi,

anche se non rispondo non te ne andare:

perchè forse potrei aver bisogno di te,

forse ho bisogno di te,

ho bisogno di te, ho solo bisogno di te,

e dei tuoi occhi atroci,

prima che il mondo si dischiuda e si riveli,

o si fermi svanendo per sempre.

 

 

 

CON LE SPALLE AL MURO.

 

Sorpresa d’incanto con le braccia aperte e la bocca spalancata

dove io infilo con assoluta intenzione

un succulento gelato di bollente cioccolato

esondante e generoso come ogni buona promessa

soprattutto quando del tutto inattesa viene mantenuta

al termine di questa suggestione

di cui tu ancora ti lecchi le labbra

pensando che non è niente male

e rientrata dall’estasi abbassi gli occhi

con lo sguardo disarmato di desiderio

nuovamente recuperata alla meschina condizione umana

e alla fredda inerte equazione della normalità

ti sciogli da qualsiasi ambiguità

chiedendo alla locandiera

il giusto prezzo per il servizio offerto:

ora sei giovane ma un giorno mi ringrazierai

quando le fantasie ti serviranno

per imbonire il prossimo sprovveduto

e per chi ancora si affanna

finchè ce n’è di buon appetito

lascia che sia al prossimo banchetto.

 

Né sazio né affamato resto a guardare

l’immemore spettacolo dell’umana ignavia

dopo qualche flebile tentativo di rinnovare

al prezzo di averla resa ancora più spietata

con il buon augurio della maggioranza.

 

Dì lì a poco il solo silenzio di un camposanto

restituirà dignità e valore a chiunque

anche al peggiore malfattore

il quale, senza meriti sul campo,

si è guadagnato la tua stessa santità.

 

 

 

SE LO SAPEVO PRIMA.

 

Se lo sapevo prima io manco m’innamoravo.

Se lo sapevo prima non ti perdevo

quando continuavi a dirmi di crederci pure io

che ne ero capace pure io

che non mi sarebbe capitato di perderti

se solo lo avessi voluto un po’ di più

proprio mentre tu mi venivi a cercare

e io che non sapevo fare altro ti sfuggivo.

 

Ora che lo so che mi sono perso

ti cerco tra la gente più diversa

ma oramai si è fatto tardi

ti guardo e non capisco più niente

forse sei davvero andata via

per questo non mi sento più del tutto adeguato

più o meno come ho sempre affermato

e tu che mi avvertivi di smettere di guardarmi intorno

che è già tutto lì anzi qui

mentre io rincorrevo l’orizzonte

senza mai poterlo raggiungere

ora che il tempo si assottiglia

e l’orizzonte mi restituisce ciò che non volevo

e invece di continuare a vivere

mi rimangono solo (queste) parole.

 

 

 

TI CERCHERÒ.

 

Sempre ti cercherò,

e sai che lo farò,

all’alba di un nuovo giorno

in una piazza deserta,

tra i silenzi di questa notte

che non ha sogni

io sempre ti cercherò.

 

In ogni angolo di questa città

attenderò il tuo arrivo

per esistere ancora

oltre queste mura

e questa muta disperazione

di un niente che ci circonda

e ci opprime

io ti cercherò.

 

¿In nessun posto mai

o in quale luogo ancora

ci ritroveremo,

dovunque saremo?

 

Siamo solo due puntini nel mondo

ma sotto lo stesso cielo,

così mai mi stancherò

di venirti a cercare

anche solo per vederti o parlare

sempre ti verrò a cercare

anche solo per vederti parlare

anche solo per starti a guardare.

 

 

 

ROSSETTO.

 

Cosa sai

di quello che non ho detto

mai?

Lo volevi, lo vuoi, lo vorrai.

Ti piace così?

Ora mettiti lì,

oh, non piangere,

non lacrimare,

anzi, va bene uguale,

leva le mani dagli occhi

non siamo marmocchi,

se mi spingi via

poi muore la zia,

stai ferma

zitta e poi ferma,

la terra trema

ma non si frena,

il lupo nel bosco

si addentra nel fosso,

nello Sguardo un buco nero

grande

quanto è grande il cielo,

sei bella con il rossetto,

torno svuotato a letto,

tu resta a respirare piano,

nessuno a tenerti per mano.

 

 

 

IL BUONISTA.

 

Il buonista di sinistra

cammina a dispetto universale 

in bilico sull’orlo di una lista:

appunti di preghiere senza voce,

di tombe senza croce,

di acque senza foce,

sa che la sua vista

può farlo somigliare al Complottista,

ma il Buonista di Sinistra

ha meno senso del destino

o, meglio, della causa-conseguenza:

nei suoi gialli, non ci sono maggiordomi

ma una folla di assassini

per cui l’historia magistra vitae

è un corso di morte necessaria,

come un treno di cassonetti

in cui si scaricano i cervelli.

 

Il Buonista di Sinistra

rimescola quella spazzatura mista,

per salvare un neurone

che garantisca la giornata

e gli permetta di portare a casa la pagnotta.

Non si fida della libertà

di essere tutti uguali

e nemmeno delle parole in ista

ad eccezione di “comunista”:

puzzano troppo di dita puntate

per nascondersi il volto.

 

Il Buonista di Sinistra

sputa sulla droga pessimista,

ma non lo si può dire ottimista:

egli è un progressista.

 

È un cavaliere dalla trista

parola e dal cuore buono,

alla ricerca di un Cervantes

che riduca in carta

i suoi mulini a vento.

 

 

 

 

 

2) INGLESE.

 

 

 

EMPTY GRAVE (CAN YOU HEAR ME?).

 

Sleeping in the haze

three steps after the moon

where the church is

marrying the synagogue

on a carpet weaved of gold.

 

Living in a dream

all the pictures are gone

under the weight

of a shattered glass castle,

no one was saved

wearing a blindfold.

 

Your name is a glare that I saw

through the faces left below

(a crow swelled the glands)

while I was exhuming the brave.

 

Behind the window that no one knows,

near the sign she appose,

I wiped the dirt from my hands

staring in silence an empty grave.

 

Beauty comes from need,

harmony bursts out of chaos,

shape from what has no shape:

while I eat kernels

in the shell of my hysteria,

you draw quick circles in the air,

dividing parts of light

with molecules of no hurry,

and like an engine in the eclipse

I stop waiting for new messengers.

 

 

 

LUCY WESTENRA.[1]

 

You die, you sleep:

Perchance you dream.

There are dreadful charms

In your fancies;

You fall into Death’s arms

Like onto a bed of roses.

In your core there are fires

And ignes fatui;

You’re a pit of flames,

An alcove of spirits.

Descends, descends, lamentable victime,

Descends le chemin de l’enfer éternel!

The sun won’t lighten

Your dancing chasms

And your fall will rise

From the rose of your senses.

Run through the night

Like wolves and spasms

And escape the Infinity

You carry inside yourself!

 

 

 

SILENT NIGHT.

 

Silent night, evil night,

spent in lulling my phantoms

all embracing my dead core

with their fingers as light as the moon:

everyone sings a ballad

about a dark, foolish doom.

 

Silent night, endless night,

that lets a dream poison my flesh:

oh, if only I could let it run

through my veins to lift them to the sun…

I want to be a whole with nightmares,

feed on their same raw moonbeams.

 

 

 

SNAKE EYES.

 

Don’t lift the veil of my numbness

(Indifference is divine, you know)

I’m a Sais with a gloomy goddess,

You’d receive no grace

From your pilgrimage.

I’m so fair under your innocent eyes,

There’s no beauty like mist.

Let me be a mantle of snow

For this raw earth;

Don’t push yourself through

My sad penetralium,

Where you would see

The too naked Truth of Man.

 

 

 

BROKEN SAND-GLASS.

 

I lie on a clock-bed,

cherished by hour-hands;

I hide my fault:

time’s skeleton

is in my wardrobe.

 

Don’t you smell it,

this awesome corpse

like God’s one

in a philosopher’s hat-box?

it still counts

every drop of life

and it’s voice sounds:

twinkle, twinkle, little star...

 

I still collect

the scattered sparks

of the sand-glass

from my dull floor

and for ever:

twinkle, twinkle, little star...

 

 

 

MANDRAGORA SCREAM.

 

Let me suck the moonlight beams

out of their proper sphere;

to the air I cannot keep

too exposed my hellbound heart.

I’ll never have myself back,

once torn out of sanguine earth;

let an abyss have Mandrake

and conceive too high a brood;

it’ll feed the unwholesome Heaven

on a crop of sad souls:

for most angels are not born

to keep their heavenly place

and Mandragora, in love with earth,

will expose her bleeding roots

to the sneer of the sky!

 

 

 

MASK SHOP.

 

This is a glass-like heart.

You can look through it all;

These blank spots are its eyes,

They tell you everything.

 

On a window I have written:

<<This Mask Shop does not glitter.>>

 

Here’s a heavy, feathered helmet,

like the one in Walpole’s Castle[2];

there’s a sheet as white as death

on a gentle damsel’s hand.

 

In the street I have shouted:

<<This Mask Shop is not crowded.>>

 

All those who come inside

find their own broken mind

and its fashion does please them

beyond every graceful gem.

 

So I beg you, pleasant lass,

come and buy your own sadness!

 

 

 

SAINT SCHOLASTICA’S LAST NIGHT.[3]

 

You keep out of yourself,

of your soul made of stones,

each one is a unicum,

to stay next to my bed

where I release

every drop of my life.

I pray you to stay

till this night will be over,

you would drown in the storm

summoned by my cry.

You’ll be safe in the room

of my dying heart;

the dawn of the new day

will be as red as our love.

 

 

 

 

 

3) FRANCESE.

 

 

 

VEILLE DE PAQUES.

 

Le vent dans la rue chante ses hymnes bohémiens

Sur le sang que jadis fut l’âme des agneaux

Et maintenant rit au morne nez d’un bourreau

Venu à épargner ceux qui montrent sono lien.

 

Le ciel est noir comme la prunelle du Rien,

Comme le vin dans la coupe qu’est le drapeau

D’un voyage à travers les déserts et l’eau

De l’ancien Espoir et du Désir soudain.

 

Israël, tu as bien vu ton Dieu ! Les siècles chantent

La fable éternelle du Peuple qui se réveille

À un rêve puissant de lait et d’or des abeilles ;

 

Cette nuit est la mère de les résonnantes veilles

Que sont des aînés et des anges les pleurants

Dîners où on goûte les cœurs vides et vivants !

 

 

 

LES CHATS.

 

Parfois tombe, dans mes plus cachés souvenirs,

ton image parmi des caressantes prunelles :

les chats d’un café, les indolents esprits

qui sanctifient le plus étrange des autels.

 

Il y ont ceux pleins de grâce, beautés étourdies

à qui donne plus de majesté le sommeil ;

et des autres qui ont oublié les souris

pour se nourrir de piété et de merveille.

 

Et toi parmi eux, ma sombre beauté, tu n’est

pas d’une autre espèce ; tes mains que vont cherchant

les dieux barbares de l’hôtel.

 

Reconnaissent seulement ceux qui sont tes pareils :

obscurs et doux, cœurs étrangers et aimants,

de la Nuit parfaits excès !

 

 

 

 

 

 



[1] Prima vittima di Dracula nell’omonimo romanzo di Bram Stoker (1897).

[2] Riferimento all’elmo gigantesco che reca sventura nel romanzo di Horace Walpole “The Castle of Otranto.” (1764).

[3] La poesia si ispira liberamente a una leggenda su S. Benedetto e la sorella S. Scolastica. Essi, entrambi monaci, s’incontravano di rado. Durante uno dei loro colloqui, quando già Scolastica era vicina alla morte, giunse l’ora stabilita dalla Regola per il rientro. Ma la sorella supplicò Benedetto di fermarsi ancora. Quando lui si mostrò intransigente, Scolastica pregò accoratamente. Scoppiò un temporale che costrinse Benedetto a restare al fianco di lei. Fu il loro ultimo incontro. 

 

 


 

  

Anno 2022

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