"CARMINI"
“ CARMINI. ”
testi canori
di Manuel Omar Triscari.
Immagine di frontespizio: "FRACT_1002" di Carlo Orsettigh.
1)
ITALIANO.
SOTTO
LA PIOGGIA TI ASPETTO SENZA FRETTA DA TRE ORE.
Alla
fermata del tram
alla
fermata di quel tram
che
porta ritardo
e
porta le tue gambe morbide
in
silenzio io ti aspetto,
sotto
la pioggia ti aspetto
senza
fretta da tre ore
e
resto fermo ancora un po’.
Ti
cerco tra volti sconosciuti
ti
cerco ma non ti trovo,
ti
cerco e mi perdo
come
pelo nell’uovo
tra
milioni di volti
che
non sei tu.
Io
voglio solo che tu mi ami
e
che ami soltanto me,
ma
che anche altri ti amino
e
che tu ti neghi loro
per
amor mio.
Così
cammino
tra
i viali bagnati
dalla
pioggia di Settembre
come
i nostri ricordi
sulle
tue fotografie,
tu
che cerchi i miei occhi
e
io che bacio il tuo viso
ancora
e ancora e ancora
per
non farti andare via,
ma
la notte arriva
sempre
troppo presto
(sono
sempre troppo brevi
le
notti d’amore).
Oh
notte che inganni gli amanti
e
ci giochi a nascondino
tra
le lenzuola disfatte,
sarà
ancora così,
ancora
per molte ore,
mentre
io ti aspetto
alla
fermata di quel tram
che
porta ritardo
e
porta le tue gambe
e
porta la tua pelle,
la
tua pelle da baciare,
così
buona da respirare.
ALLA
FERMATA DEL TRAM.
Alla
fermata del tram
alla
fermata di quel tram
che
porta ritardo
aspetto
le tue gambe aguzze
e
resto ferma ancora un po’.
Ti
cerco tra volti sconosciuti
ti
cerco ma non ti trovo,
ti
cerco e mi perdo
come
pelo nell’uovo
tra
milioni di volti
che
non sei tu.
Cammino
tra i viali bagnati
dalla
pioggia di Settembre
come
i nostri ricordi sulle tue fotografie
e
tu che cerchi i miei occhi
e
io che bacio il tuo viso
ancora,
per non farti andare via,
ma
la notte arriva sempre troppo presto.
Oh
notte che inganni gli amanti
e
ci giochi a nascondino
tra
le lenzuola disfatte,
sarà
così ancora per molte ore,
mentre
io ti aspetto alla fermata
di
quel tram che porta ritardo
e
porta la tua pelle,
la
tua pelle da baciare,
così
buona da respirare.
BENVENUTA,
RAGAZZA MIA.
Benvenuta,
ragazza,
finalmente
posi il piede nella mia casa
e
le mura divengono alberi,
prato
il cemento del suolo.
Benvenuta,
ragazza mia, oggi
esulteranno
le labbra febbrili di passione
lungo
le linee aguzze del tuo corpo,
tra
gli angoli acuti del tuo cuore.
Benvenuta,
ragazza mia,
da
molte lune e molti soli
la
mia porta ti attendeva,
ma
sempre spalancato è l’uscio:
su,
entra, dolce ragazza mia.
Forse
avrai fame:
sul
tavolo acqua e pane
e
miele e noci.
Forse
sarai stanca:
vorrei
lavarti i piedi
ma
non ho acqua di rosa.
O
forse avrai sete:
mi
trasformerei in acqua
pur
di dissetarti.
O
forse avrai solo sonno
e
voglia di dormire:
un
arco di lino per cullarti
con
le mie braccia farò.
Benvenuta,
ragazza mia, benvenuta,
la
vita è solo un brivido sotto-pelle
quando
la fredda equazione della vita
incontra
il corpo caldo della passione.
BENVENUTA.
Estati
e Inverni interi ti ho attesa,
e
giorni e notti a non finire,
e
ho visto le stagioni nascere e morire,
e
i giorni accorciarsi
preannunciando
l’Autunno.
Perché
hai tardato così tanto?
Ma
ora finalmente sei qui,
e
io mi preparo a riceverti:
la
mia porta spalancata ti attende,
sul
tavolo acqua e pane, e miele e noci,
sul
letto lenzuola nuove di lino,
e
sulla soglia io che ti aspetto.
Sulla
soglia io sempre ti aspetto
io
sempre ti aspetto senza pretese
pensando
al tuo sguardo
al
tuo sguardo che non ha paese.
Benvenuta
fanciulla mia,
finalmente
posi lo sguardo sulla mia vita
e
le paure divengono uccelli,
nubi
dorate gli incubi;
finalmente
posi il piede nella mia casa
e
le mura divengono alberi,
prato
il cemento del suolo.
Benvenuta,
ragazza mia, oggi
esulteranno
le labbra febbrili di passione
lungo
le linee aguzze del tuo corpo,
tra
gli angoli acuti del tuo cuore.
Benvenuta,
ragazza mia,
da
molte lune e molti soli
la
mia porta ti attendeva,
ma
sempre spalancato è l’uscio:
su,
entra, dolce ragazza mia.
Forse
avrai fame:
sul
tavolo acqua e pane
e
miele e noci.
Forse
sarai stanca:
vorrei
lavarti i piedi
ma
non ho acqua di rosa.
O
forse avrai sete:
mi
trasformerei in acqua
pur
di dissetarti.
O
forse avrai solo sonno
e
voglia di dormire:
un
arco di lino per cullarti
con
le mie braccia farò.
Benvenuta,
donna mia,
forse
sarai stanca:
vorrei
lavarti i piedi
ma
non ho acqua di rosa;
forse
avrai sete:
mi
trasformerei in acqua
pur
di dissetarti;
forse
avrai sonno:
e
allora un arco di lino per cullarti
con
le mie braccia farei.
Benvenuta,
anima mia,
benvenuta
bella come una libertà,
benvenuta
calda come una notte di Luglio,
dolce
come un dolce frutto estivo.
QUANDO
T’INCONTRAI.
Fu
per caso
forse
per scherzo
quasi
per gioco
e
ora sei distesa
nuda
sul mio letto
come
luna in mare
e
come luna in mare
la
tua pelle trema
con
sapore d’amaranto
e
con voce d’amarena
mi
chiama la tua bocca
e
io non voglio altro
che
perdermi e perdermi
nel
buio della tua pelle,
dissolvermi
nel silenzio
dei
tuoi occhi.
TENTA
LA SOGLIA.
Tenta,
tenta,
tenta
la soglia
che
mondi esclude
e
taglia panorami
e
vieni a trovarmi,
attraversa
la soglia
sottile
che divide
il
dentro e il fuori,
sali
le scale
gradino
per gradino
uno
per volta,
osservando
attenta
ogni
singola piega
ogni
singolo segreto:
in
fondo troverai
una
grande finestra
aperta
sul cielo
da
cui giungono
raggi
di sole
e
gocce di pioggia
e
infinite stelle
tante
quante in mare.
non
aver paura
di
raggiungere quelle vette
che
dopo l’ultima
è
sempre una dolce discesa.
e
se per caso
ti
capitasse d’incontrarmi
tienimi
per mano
e
sfiorami appena
come
si fa
con
le dita nell’acqua:
potrai
provare la meraviglia
di
scoprirti totalmente immersa
in
un inarrestabile flusso
di
vita che si compie e si rincorre
senza
quiete e senza affanno.
¿E
ORA?
È
passato un sacco di tempo
dalla
prima volta
che
abbiamo fatto l’amore
e
non è cambiato nulla:
come
ieri abbiamo niente
e
ci sembra tutto.
E
scusa se ancora non sorrido
ma
mi hanno piantato dentro
così
tanti coltelli affilati
che
quando mi regalano un fiore
non
so neanche che cos’è;
e
scusa se sono sempre così serio
ma
è che sei così bella
che
metti di malumore,
il
tuo volto è una pura forma d’acciaio,
quando
sorridi mi fai male;
e
scusa se a volte sembro perfino triste
ma
è che l’amore è una schiavitù,
un
dolore è la bellezza.
FACCIAMO
DUE PASSI.
Hey,
facciamo due passi?
Facciamo
due passi, ti va?
Insieme
io e te! no?
E
perchè, perchè?
“Perchè
no!” dici?
Dai,
facciamo due passi
insieme
soli io e te!
Che
ne dici, ti sta?
Facciamo
due passi
sotto
la pioggia che va!
No?
E perchè, perchè?
“Perchè
no!” dici?
E
perchè “perchè no!”?
Te
lo dico io che lo so:
perchè
dovremmo fare l’amore,
dovremmo
fare l’amore io e te!
Io
con te, lo sai?
non
ci capisco niente
non
ci capisco proprio niente
però
mi piace un sacco
quando
t’incontro per strada,
t’incontro
per strada,
bella
da morire
e
vestita da uccidere.
Io
da te mi sento attratto
mi
sento un mentecatto
mi
sento proprio un portento
come
avere un siluro dentro:
devo
fare qualcosa per averti,
devo
farti qualcosa a tutti i costi
altrimenti
io qui schiatto
altrimenti
io qui schianto
e
mi schianto in un pianto dirotto
ma
è che non so che fare:
ci
sono persone che sanno tutto
e
questo è tutto quel che sanno
io
invece quando mi guardi
mi
sembra proprio di morire.
Io
se provo a capirti
mi
sento scemo,
mi
sento strano,
così
faccio prima
a
levarci mano,
chiudo
i bagagli
e
volo via lontano,
tipo
un aeroplano;
io
se provo a parlarti
proprio
non ce la faccio,
così
mi arrendo e mollo
e
giaccio all’addiaccio.
Io
voglio che tu mi ami
e
che ami soltanto me,
ma
che anche altri ti amino
e
che tu ti neghi loro
per
amor mio,
ma
capisco benissimo:
non
c’è posto nella tua follia
per
la mia malinconia.
L’UROBORO
RASSEGNATO.
Ciao,
oggi ho casa libera:
perchè
non vieni da me?
Mi
piacerebbe che venissi,
che
mi venissi a cercare,
che
mi venissi a trovare
e
ti fermassi un po’ con me,
e
mi piacerebbe fare un giro
per
le vide del centro con te,
o
una passeggiata sulla spiaggia
una
passeggiata sulla sabbia.
Limitato,
troppo limitato
limitato
e primitivo
primitivo
e bleso
io
sono inadatto
inadatto,
troppo inadatto
troppo
brusco per i poeti
troppo
lirico per gli scrittori
troppo
vecchio per i bar
troppo
giovane per le carte
troppo
duro per l’amore.
Invecchiato
come
un vecchio bullo da film
guido
per le strade di città
sigaretta
che morde le labbra
come
un tempo faceva l’amore
troppo
volgare per i salotti
troppo
stanco per la strada
troppo
leale per il commercio
troppo
vigliacco per pensarci
sono
inadatto,
all’infinito
preferisco il ritmo
frondeggiante
di un be-bop
e
all’armonia insopportabile
di
un governo di concerto
la
dissonanza di una nota capovolta,
e
mi trovo benissimo
nelle
fessure tra teoria e prassi
tra
causa ed effetto.
Umano,
troppo umano,
non
sono preparato
all’onere
di vivere
e
reggo a fatica
il
ritmo dell’azione,
inciampo
a ogni passo
nella
mia ignoranza,
il
mio modo di fare
è
troppo provinciale,
i
miei istinti
quelli
di un dilettante
e
sento come crudeli
le
attenuanti.
Io
sento come crudeli
le
attenuanti:
inadatto,
troppo inadatto,
qualunque
cosa faccia
si
muta sempre
in
ciò che non ho fatto.
Perchè,
vedi?,
se
non ti ho adesso
ho
paura che finiremo
col
non rivederci mai più:
io
sono come luna,
e
come luna so brillare
solo
di luce altrui.
Vorrei
essere speciale (per te)
vorrei
sapere come sorprenderti
con
un improvviso salto all’incontrario
o
col gesto inatteso
di
un bacio di contraccolpo,
ma
io sono solo un reietto,
sono
solo un rifiuto umano,
lo
sterco del mondo e della vita,
matto
come uno scarafaggio.
Mentre
aumentano i suicidi
(e
il perchè non lo sapremo mai)
mi
accorgo di essere proprio finito
come
un guado che taglia un fiume
sono
proprio finito: ora e sempre
questa
maledetta attesa mi uccide
che
al fondo urla e chiede vittoria,
le
mie mani aperte e impassibili
prima
che tutto sia finito.
Inerme
dentro una sera
muoio
ogni giorno che vivo:
come
un uroboro rassegnato
rosicchio
la mia coda
mentre
il tempo rosicchia la mia vita
e
la morte rosicchia i miei giorni.
Io
sono l’esito insoluto
di
un fulmine a ciel sereno
ma
va bene così.
ACQUA
BOLLENTE.
Mi
sono scottato le mani con l’acqua bollente.
Mi
scotto sempre le mani con l’acqua bollente
quando
non sto attento o dovrei stare più attento,
che
è poi la stessa cosa ma non del tutto
poichè
la prima è già passata
mentre
l’altra la posso fare domani,
domani
posso stare più attento.
Ho
fatto leggere a mia madre una cosa che ho scritto,
lei
ha detto <<È bellissimo!>>
e
mia madre non dice le cose a caso.
In
realtà questo è successo molto tempo fa:
adesso
mia madre è morta,
ma
in fondo forse è meglio così,
perchè
prima non stava molto bene,
e
ora sicuramente sta meglio.
Ho
trovato un insetto nel bagno,
non
era uno scarafaggio
e
nemmeno qualcosa che punge,
e
allora ho pensato
<<Che
schifo, perchè nel mio bagno?>>,
ma
poi mi sono detto
<<Sono
cose che capitano.>>, no?
Mi
sono successe
(e
continuano a succedermi)
così
tante cose
che
dovevano avere un finale
e
invece ne hanno avuto un altro
che
alla fine mi domando che senso ha
aver
paura di quello che è stato
o
di quel che sarà.
PRENDIMI.
Che
sia con il pensiero o con un sogno,
con
una foto o con un bacio, prendimi.
Prendimi,
che sia estate o inverno,
al
mare o dentro casa,
ovunque
e pure nella tua testa,
se
riesci a prendermi, prendimi.
Sul
serio. Prendimi sul serio,
mentre
apro la porta di casa,
prendimi
quando sto facendo la doccia,
mentre
dormo o mangio un frutto,
quando
piango o quando rido.
Se
sei capace a prendermi sul serio,
beh,
prendimi, sul serio!
E
se non sei capace, tu prendimi lo stesso.
Perché
se non sei tu nessun altro.
Se
non tu, nessun altro.
VORREI
CHE TORNASSE IL COVID.
Ti
ricordi quando è scoppiato il Covid e
ci siamo conosciuti?
Io
ero sull’orlo dell’ipocondria e tu dell’apatia.
Ti
ricordi quante volte ti chiedevo perché?
Un
perché tirava l’altro, a ritmo lento e constante.
Ti
ricordi quando dicevi che ero un cuore di ghiaccio?
Quando
il mio umorismo non veniva fuori da nessun poro?
Te
lo ricordi? Chissà che idea ti sei fatto di me.
Ti
ricordi quante volte alle 20 suonava l’allarme
e
noi tutti sotto coperta?
Ti
ricordi le albe e i tramonti che mi mandavi per foto,
i
cani dei vicini che abbaiavano in contemporanea
mentre
io parlavo con te e tu con me?
Ti
ricordi quante volte ci siamo detti che da casa
chissà
se e quando saremmo usciti mai?
Che
avremmo dovuto fingere di essere congiunti
pur
di specchiare i miei occhi nei tuoi?
Ti
ricordi quando l’abbiamo fatto sul serio?
Quando
abbiamo deciso, senza sapere tu chi sei e io chi sono,
che
saremmo stati congiunti per lo stato italiano?
Io
ricordo tutto. Per filo e per segno!
Ricordo
il primo giorno che ti ho visto.
Chissà
che hai pensato.
Io
ho pensato: <<Ora bisognerà parlare!>>
ma
per fortuna non ne abbiamo avuto bisogno:
ci
siamo detti molte cose con gli occhi.
Ti
ricordi quando era tutto una festa?
Io
ricordo tutto persino il respiro del tuo sonno.
Il
rumore che non ho più di te, lo ricordo ogni giorno
e
penso che se tornasse il Covid forse
torneresti anche tu.
E
così vorrei che tornasse il Covid.
Così
torneresti pure tu.
TI
CERCO.
Ti
cerco, ti cerco e non ti trovo,
ti
cerco e mi perdo come pelo nell’uovo,
ti
cerco nel fioco del fuoco e nel ghiaccio,
ti
cerco all’addiaccio e non ce la faccio.
Vieni,
amore mio vero,
vieni,
amica mia cara,
slanciata
in raggi d’aurora:
ti
bacerò sulle labbra e sui seni,
i
tuoi dolci seni più dolci del vino,
e
bacerò la tua pulviscolare
natura
vegetale.
Vieni
nei prati e nei boschi
della
mia anima debole-lurida
là
- sotto - dentro - giù - nel profondo
a
impaludare i miei sogni
nel
pozzo senza fondo
fili
- fiati - unghie - schegge - muschi
vischi
scompaginati
sparsi
sparpagliati
arpionati.
SUDORE.
Che
belli i mattini d’estate
che
ci sorprendono abbracciati
stretti
in un solo respiro
umidi
di sudore e liquore
mentre
il tuo liquido profilo
si
scaglia contro l’orizzonte
come
una ghirlanda di sale scolpita dal vento,
invischiata
in costellazioni di ghiaccio.
Che
belli i mattini d’estate
che
ci sorprendono madidi e sudati,
riversi
in un bagno di sudore
che
s’insinua tra le pieghe morbide del collo
e
gli angoli acuti del cuore,
e
poi sulle vaste plaghe della pelle
ancora
tremante d’isterica passione
si
perde in mille rivoli
di
febbrile eccitazione.
Che
belli i mattini d’estate
in
cui io e te ci svegliamo abbracciati,
i
corpi esultanti di gioia,
i
capelli ancora danzanti
di
elettrica eccitazione,
la
pelle tremante di gloria,
i
corpi isterici di passione.
coperti
solo di due sottili foglie di palpebre,
abbandonati
nei nostri puri lineamenti
come
un albero in autunno,
indifesi
e verginali come bambini addormentati
eppur
fieri delle nostre segrete ricchezze
nascoste
in un forziere di vetro,
orgogliosi
delle nostre fragilità e delle nostre insicurezze,
di
tutte le impurità nascoste e le ancestrali paure,
avvinghiati
l’uno all’altra come muschio alla penombra,
fluttuando
dolcemente come boe sul mare del nostro letto,
come
alghe mosse dal mare delle correnti
noi
due agitati dalla passione dei venti,
e
fa dei nostri sessi due fiori discosti,
ripiegati
l’uno sull’altra come petali sullo stame.
Ma
l’immenso ci sovrasta
e
sulle nostre teste si scaglia,
ai
capelli sempre s’impiglia,
e
la sua abbacinante bellezza ci abbaglia:
faremmo
meglio a richiuderci l’uno sull’altra
come
petali attorno allo stame
e
rifare la notte
che,
vuota e silente, ci fa suoi
colmandoci
di mille gridi e gemiti
lacerati
dai denti e dalle fauci.
Ma
anche mentre l’uno all’altra ci stringiamo
per
non vedere la minaccia che incombe
non
consideriamo che il pericolo potrebbe giungere da noi,
da
me o da te,
poichè
sempre le nostre anime vivono di tradimento.
LA
PIÙ GRANDE INVENZIONE DOPO IL SISTEMA FOGNARIO.
Eri
la più grande invenzione del mondo
finchè
non mi hai scaricato.
Eri
la trovata più geniale della storia
dopo
il sistema fognario.
Eri
il più grande spettacolo del mondo,
altro
che Jovanotti e il big bang!
Eri
musica viva potente e ardente
come
il jazz più figo di una big band,
altro
che il sesso anale e il fisico bestiale!
Eri
la più grande invenzione del mondo
dopo
il sistema fognario (è ovvio).
Finchè
non mi hai scaricato per un altro.
Cazzo
che amarezza, dolcezza!
Se
il tuo clitoride fosse stato un citofono
sarei
stato il tuo testimone di Geova,
ma
adesso tocca a te aspettare
che
schiaccino il pulsante
e
qualcuno lo farà per te, puttana!
E,
se non lo farà qualcun’altro, sarai tu
a
premere il pulsante giallo-verde-blu.
Ma
che ti aspettavi che fosse?
Che
ti aspettavi che ti dicessi?
È
come la prima volta o l’ultima
come
la volta precedente
come
la volta successiva
Eppure
ancora m’illudo
e
ascolto le tue promesse nel vento
e
più le ascolto e meno le sento.
Avevi
un culo bollente come l’inferno,
Calda
come un mezzogiorno di fuoco all’equatore,
bella
al di là di ogni invenzione
bella
al di là di ogni immaginazione
bella
al di là di tutto.
Ma
poi mi hai scaricato,
mentre
il sole si alza e la borsa cala
e
sul tetto un gatto sornione caga
in
assoluta delizia e in perfetta mestizia,
e
puoi anche chiamarlo amore
ma
è che non avevo altro da fare
e
la televisione mi faceva annoiare
ma
tu chiamalo amore se vuoi,
Sì
chiamalo amore e infilatelo nel culo
o
dritto nella luce debole del mattino
mentre
la brace si spegne nel camino
nel
camino che brucia feroce
l’identico
sole cade s’un fiore
E
l’ultimo sole cade sul nostro amore.
CHIASMO.
Tu
pelle di ebano e palpebre di velluto;
tu
con i capelli ricci e la chioma di scorpione;
tu
con le dolci mani affusolate e ossute
e
il petto in tempesta;
tu
con gli occhi pallidi e assorti,
agitati
come le uggiose terre del nord;
tu
con il cuore in perenne subbuglio
e
l’anima in fremente trambusto;
smorfia
di monello e canto di usignolo,
tu
eri per me il coltello puntato alla gola,
la
pistola alla tempia e il cuore in gola,
il
sibilo del vulcano e il ghigno del topo,
il
ruggito del leone alle 6,30 del mattino
e
il sorriso del sole nell’ora del meriggio,
lo
sbadiglio della notte all’alba
e
l’affannoso ansito del giorno al crepuscolo,
la
tempesta nel bicchiere
e
il lampo di luce nella bottiglia,
la
notte inseguita dal giorno
e
il giorno inseguito dalla notte.
Ti
ho sempre conosciuta:
eri
sogno raggelato in falsetto e amaro scoppio di mortaretto,
tu
eri per me le forbici chiuse dentro il cassetto,
un
incompleto singhiozzo di tenebra alle 3,30 della notte,
un
uccello senz’ale in attesa del vento,
lo
specchio spalancato sul vuoto incombente-procombente;
tu
eri per me la nuda carne tremula e assetata
che
brucia come le calide notti d’estate,
tu
eri per me il sale sulla ferita,
le
ultime pagine del libro e le melodie del suono,
il
freddo di una panchina solitaria nel parco,
l’ultimo
rumore di passi scalpiccianti a sera,
il
canto disperato del folle e la danza del sangue,
il
sentimento del tempo e la ragione di ogni mio pentimento,
mia
magnetica visione e chiodo fisso,
giglio
in catene ed elabro in mutande.
Ti
riconoscevo nell’indecisione dei giorni
e
nel dondolio del pendolo,
nello
squarcio del lattiginoso fendente della luna
e
nel manto della nera notte,
in
questa vita stanca e annoiata,
nella
miriade dei miei polverosi sogni,
in
questa assurda massacrante nullità,
in
questa massacrante assurdità.
Eri
con me nei paradisi negati e nei campi elisi
mentre
la mia esistenza dissanguava,
mentre
le fontane piangevano e la forza languiva,
ed
eri con me anche nei bassifondi e nei letti di lussuria
mentre
sprofondavo in corpi senza cuore e notti senza alba
e
donne senza amore affondavano le proprie unghie
nella
mia schiena e nel mio cuore sornione
conficcandomi
i talloni nei fianchi e nella pelle
trafiggendo
il mio languore che mai muore.
Ti
ho vista, sai?
Nei
volti dei mille sconosciuti che mi fissavano
impassibili
fissi e spietati, ipocriti e vigliacchi,
mentre
un urlo di rabbia screziava di sangue il sole
il
cerchio della vita si apriva-chiudeva e dischiudeva
e
una volpe correva nel crepuscolo con il cuore in gola
saltando
nei campi con una zampa tra i denti.
Ti
sentivo anche nel vento frizzante
e
nella brezza marina io ti respiravo
nella
morte che il mio cuore ogni giorno vive
e
nella solitudine dell’abbandono
che
il mio cuore attanaglia
lungo
la strada del disinganno.
Ma
insieme siamo un chiasmo:
io
volgare e dozzinale
ma
solo grezzo come un diamante
duro
e scabroso fuori, troppo sensibile dentro,
e
una carezza basta a procurarmi uno squarcio,
un
mancato sguardo può spaccarmi il cuore in quattro;
tu
gentile elegante e delicata fuori
ma
incapace di comprendere il mio dolore.
Succede
ai sentimentali: molte volte esser traditi
ed
erigersi una corazza contro il mondo
Ma
io volevo solo una persona
con
cui condividere piccole cose
affettuose
come stare mano nella mano
a
fumare una sigaretta in balcone
o
fare una passeggiata al parco senza parlare,
vedere
un film in ciabatte e mutande.
Figlio
delle stelle e fratello dei cani,
spinto
dagli istinti ad amare gl’istanti,
sono
solo l’esito insoluto
di
un fulmine a ciel sereno.
GLI
ANNI.
E
gli anni scivolano via strisciando come vermi
e
come vermi anche noi strisciamo
lenti
nel tempo e nello spazio
mentre
i secoli ci scorrono sulla testa
e
le nostre vite marciscono e si decompongono,
si
coagulano e si rapprendono
in
ansie e rimpianti e tormenti
e
intanto noi non facciamo che far scorrere il tempo
sprecare
il tempo, ammazzare il tempo,
ingannare
il tempo che c’inganna
mentre
topi di mediocre mestizia
e
serpi di altrettanta sollecitudine
altre
forme di vita (se così si può dire)
strisciano
sulla soglia del peggior dimenticatoio
di
una ennesima vorace conveniente servitù
proprio
come pavidi e pallidi mestieranti d’accatto
mentre
la vita scorre tra le cosce e i languori
in
un liquore di fumosi trastulli le sedute si sciolgono
nel
modo più prevedibile
anche
se le carni si offrono
in
una promessa che non viene mai soddisfatta
e
restano le più inattese sospensioni
e
le nostre donne non ci amano più
solo
la sigaretta a morderci le labbra
come
un tempo faceva l’amore
ma
anche noi abbiamo smesso di amarle
forse
non le abbiamo mai amate
troppo
occupati ad aspettare la sconosciuta alta e bruna
che
non abbiamo mai incontrato
in
attesa di un miracolo
del
miracolo dei miracoli
guidando
seduti nelle nostre macchine sgualcite
contro
il sole di uno stanco tramonto
tanto
più bello delle nostre vite.
L’ANIMA
IN FONDO A UNA BOTTIGLIA.
Non
so nemmeno quante bottiglie di birra ho bevuto
aspettando
che le cose semplicemente migliorassero
aspettando
che la luna mi riportasse l’antico amore
come
riporta le greggi alle stalle e le barche al porto
non
so quanta birra e vino e rhum e sigarette ho bevuto
dopo
aver rotto con le donne che un tempo sono state mie
aspettando
lo squillo del telefono che non suona mai
aspettando
il rumore dei passi che non si sente mai
e
se il telefono suona è solo molto più tardi
e
se i passi finalmente arrivano è ormai troppo tardi
birra
e birra a fiumi e fiumi di alcool
la
radio che canta le vecchie canzoni d’amore
mentre
i muri stanno ritti immobili a destra e a sinistra
mentre
il telefono tace e la vita in pausa giace.
A
volte sono stato amato, sono stato amaro,
ma
scivola ora l’anima in fondo alla bottiglia
mentre
residui di tappo galleggiano in superficie.
IN
SOGNO.
In
sogno io dipingo come Picasso
e
parlo correttamente il greco
(quello
dei vivi e anche dei morti)
e
ho talento e fascino da vendere,
scrivo
grandiosi poemi immortali
e
sareste sbalorditi dalla mia bravura
e
dal mio virtuosismo al pianoforte,
volo
come si deve ossia da solo
e
cadendo dall’alto di un tetto
so
atterrare dolcemente sul verde,
posso
respirare sott’acqua
e
mi rallegro di sapermi sempre svegliare
appena
prima di morire,
e
qualche anno fa ho visto nel cielo due soli
volteggiare
nello stesso momento
e
l’altro ieri sera ero un pinguino
con
la massima chiarezza possibile,
ma
nella realtà è tutt’un’altra cosa
e
mi accorgo che tu più non ci sei,
è
proprio finito tutto adesso ormai,
incredibile
che non ci sentiamo più.
È
accaduto di tutto
la
gioia e il dolore
la
rabbia e il rancore,
mi
è piaciuto tutto,
non
avercela con me,
è
che io voglio tutto o niente,
non
mi sono mai accontentato,
io
voglio tutto o niente,
tienilo
bene a mente.
Ora
non ci sentiamo più
ma
ascolta quanto ti dico:
lascia
che tutto ti accada,
vivi
con allegria la bellezza e il terrore,
qualunque
cosa contenga l’energia
e
la forza originaria della gioia,
non
c’è cammino lungo la strada,
il
cammino si traccia all’andare,
sono
lunghe tutte le strade
che
portano a ciò che il cuore brama,
ma
si deve sempre andare,
nessun
sentire è mai troppo lontano,
si
deve pur sempre andare,
anche
se la meta è lontana,
si
deve sempre andare,
la
meta è sempre fittizia
solo
il viaggio è reale.
ISTERIA
COSMICA.
Silenzio,
silenzio assoluto
nere
orbite di un mondo di cenere
sfrenate
corse lungo albe sublunari
sottili
raggi di luna ai vetri delle finestre.
Luna,
nuda luna...
Nasce
dal bisogno la bellezza,
prorompe
dal caos l’armonia,
la
forma da ciò che non ha forme.
Luna,
nuda luna...
Ancora
ti sogno
mentre
mi dissolvo
in
mari di desolati sepolcri
e
i tuoi capelli
si
sciolgono alla brezza.
Luna,
nuda luna...
Finita
è la nostra notte
intangibile
e lontana adesso sei
anima
fuggitiva
oscuro
cuore senza fine
abbandonata
landa
plaga
solitaria
foglia
battuta dal vento.
Luna,
nuda luna...
Mentre
mangio gherigli
nel
guscio della mia isteria
disegni
cerchi veloci nell’aria
dividendo
parti di luce
con
molecole di nessuna fretta,
e
come motore nell’eclissi
mi
arresto in attesa
di
nuovi messaggeri.
Luna,
Nuda luna, Lune,
lune nue,
nuda
luminosa luna, lune
nue brillant,
capezzolo
del cielo, mamelon
du ciel,
parte
visibile del nulla... partie
visible de rien...
MIRACOLO.
Come
per miracolo il sole gira
come
per miracolo gli uccelli volano
come
per miracolo il mare ruggisce
come
per miracolo la pioggia cade
come
per miracolo la sigaretta brucia
come
per miracolo il giorno splende
e
splendi anche tu
e
mi guardi e mi sorridi
e
mi abbracci e mi tocchi
e
mi baci e mi ami
come
per miracolo
e
allora la mia vita si desta
e
corre.
Come
l’alba scioglie il trucco della notte
come
la notte cancella gli affanni del giorno
così
per miracolo tu spazzi le mie paure
dissolvi
le mie imposture.
TU
MI GUARDI.
Tu
mi guardi e il tuo sguardo
è
un funambolo sul filo del rasoio,
un
Icaro sempre sull’orlo dell’abisso,
un
pazzo con un tamburo che urla sul tetto
un
treno che deraglia
e
si accartoccia come una foglia,
una
rosa che m’ha roso e il mio cuore s’è mangiata
un
pesce con l’ala spezzata,
una
rondine ingabbiata tra quattro mura,
una
volpe con la zampa tra i denti
e
il cuore nello stomaco.
Tu
mi guardi
e
il tuo viso è un cielo autunnale,
rannuvolato
un momento
e
subito dopo sereno.
Tu
mi guardi,
lunatica
amica,
e
sul tuo volto di luna,
sorrisi
e cipigli si rincorrono
come
il sole e l’ombra
s’una
rada battuta dal vento.
Tu
mi guardi e i tuoi occhi
sono
occhi di solitudine e disperazione
occhi
di silenzio e abbandono
occhi
di tenebrosa e offesa bellezza;
i
tuoi occhi sono un vago tumulto
un
vago scintillare di oasi nel deserto
un
vago guizzare di vita come tra nebbia lampi
o
come pesci nel piombo dell’oceano
nell’oceano
di piombo.
PIOVE.
Piove,
e l’acqua fresca mormora tra i rami
effondendo
profonda quiete
e
il vento stormisce tra le foglie
spargendo
malvaceo odore
e
la pioggia marcisce la sera
e
in valli e vette non voce risuona
e
ultimo si ode il flessibile fruscio
della
serpe che rintana
e
da terre luce fugge fluendo
in
un cieco fiume senza fine
e
i miei incubi cinguettano scemenze
e
la violenta luce di un tramonto viola
offusca
il giorno
e
la mia ombra mi scivola accanto
in
una pozza d’inchiostro
e
il tramonto è trafitto dal fulmine-rosso-sole
e
il vento tormenta mari e monti
e
ci ulula addosso dal nulla provenendo
e
furioso al nulla avanzando
e
le acque gonfiano nubi e fiumi
e
i nembi incombono
e
impetuose tempeste rombano
e
il grido dell’uccello che annuncia l’inverno
cupo
percuote il cuore e il bronzeo occaso
percorso
da lame taglienti
e
il cielo a scaglia a scaglia lento si annera
nella
sera crepitando e vomitando
una
nera nera tromba attorta
di
schiume morte un’oscura ghiera
e
io fatto parole
dissolto
in milioni di parole
disciolto
in miriadi di sillabe
resto
senza nulla da dire.
LA
SERA.
Viene
la sera e il crepuscolo
una
sera rossa e azzurra
un
reticolo di ombre ci avvolge
d’insulse
inerzie e turbinose braci
perfettamente
geometrica
inesorabilmente
composta
siamo
un ribollio di paure e desideri
noi
siamo un rattenuto pianto
e
con la sera e nella sera noi tentiamo
vanamente
esili passi sugli abissi
i
vuoti e il niente annichilente
muore
l’afflato nel vuoto
si
perde nell’etere muto
il
mondo ritorna dal fondo del profondo
da
cisterne inabissate e ipogei e gallerie
e
vibrano il viola e il rosso e il nero
e
l’uva e la spiga accennano
traspaiono-bisbigliano
pudiche frasi caduche
che
al primo luce del giorno piegano il volto.
LA
RABBIA.
Amore
mio,
finché
gireranno gli astri e le stelle
e
sorgeranno i giorni e le notti
allora
anche tu esisterai
e
la mia ragione e la mia rabbia sarai
mia
magnetica visione
mio
sesso e castità
mio
impeto e mio chiodo fisso
mio
ellèboro in mutande.
Amore
mio,
finché
tu esisterai
esisteranno
paura e angoscia
poiché
non é altra pena
fuorché
sapere che tu vivi
e
possa soffrire.
E
allora nessun tormento mi sarà estraneo
poiché
su te dovrò vegliare
e
ogni possibile male annientare.
Ma,
amore mio,
quando
tu più non sarai
allora
per me sarà il buio
poiché
non è altra luce
se
non quella che tu irradi
quando
mi guardi
e
dolcemente sorridi.
Amore
mio,
il
tuo volto è la mia luna
il
tuo corpo è la mia notte
il
tuo sorriso le mie stelle
e
tu, tu sei la mia rabbia:
finché
vivi e vivo
non
esiste pena più grande
fuorché
sapere che tu esista
e
possa soffrire.
Tu
sei la mia schiavitù di saperti viva
sei
la mia ossessione di saperti tangibile
sei
la mia nostalgia di saperti inaccessibile
nel
momento stesso in cui ti afferro
ombra fuggitiva d’ideale piacere.
Tu
sei
per me
la
rabbia.
L’ETERNITÀ
È UN GIORNO.
Fare
l’amore nel sole mattutino
fare
l’amore in una stanza d’albergo
fare
l’amore in un’alcova
fare
l’amore in un talamo
fare
l’amore in una squallida camera in affitto
in
uno sporco appartamento da quattro soldi
che
affaccia sul vicolo angusto e lurido
fare
l’amore mentre vagabondi razzolano nel pattume
cercando
una cicca o gli avanzi di una pagnotta ammuffita
fare
l’amore s’un tappeto rosso, più rosso del sangue,
fare
l’amore mentre Fellini gira un film
fare
l’amore mentre gli altri lavorano
fare
l’amore mentre la pioggia trafigge il vento
e
scuote gli alberi
e
gli alberi piovono il proprio manto di foglie
che
si sfalda scaglia a scaglia
fare
l’amore davanti a una cartolina sbiadita
fare
l’amore cioè scopare e amarsi,
amarsi
una volta ed essersi amati per sempre,
amarsi
una volta è amarsi per sempre.
Potrebbero
essere anni secondo il metro comune
potrebbe
essere un sempre eterno
ma
nella mia testa è solamente una frase
un
lampo, un istante,
un
baleno, un momento
un
giorno solamente.
Ma
sono così tanti i giorni uguali a questo
la
vita proprio non va
accosta
e arresta sul ciglio della strada
e
io scendo e ripasso da quel vicolo
e
mi fermo a fumare una sigaretta.
Chissà
dove va la vita quando si ferma,
chissà
dove va la vita quando se ne va,
chissà.
Chissà
dove va la musica quando se ne va, chissà
chissà
dove va la vita quando se ne va
chissà
se esiste ancora il numero per l’ora esatta
chissà
se la legge lo sa di essere uguale per tutti
chissà
se le dispiace non essere speciale per nessuno
chissà
se il brodo di giuggiole esiste
chissà
se quando ti lasciano perché ti amano troppo
chissà
se poi soffrono almeno un po’
chissà
se i film francesi li fanno apposta belli ma noiosi
chissà
se le coppie che non dicono ti amo
chissà
se sanno poi amarsi in silenzio
chissà
perché il telefono squilla sempre quando non ci sei
chissà
se quelli che dicono “Non sei tu: sono io”
chissà
se alla fine hanno capito cosa sono io
chissà
se i vermi solitari poi alla fine si sposano
chissà
dove va la musica quando finisce
chissà
dove va la notte quando svanisce
chissà
dove va l’amore quando se ne va.
BUKOWSKIANA.
Impazzivo,
impazzivo in nude stanze spoglie
la
notte mi piombava tra capo e collo come una frusta
pugnalate
al mio povero cuore bastardo
la
morte che mi pendeva sulla testa
come
una spada di Damocle
la
morte come una spada di Damocle
la
morte come il cuore in gola
e
io? con il cuore in gola impazzivo
in
oscure camere di nudità
preso
tra molecole di nessuna fretta
il
corvo e le onde, il corvo e le onde
gli
stanchi tramonti e la gente stanca
ma
poi la conobbi
ammiccante,
ammaliante
un
fatale sacramento di carne
e
scoparla era il paradiso
era
viaggiare sul carro eliaco di Apollo
era
andare in paradiso sul carro di Apollo
era
passeggiare di notte sulla neve
era
la magia dell’universo
concentrata
in un solo punto.
Ma
ora lei non c’è e io sto qui
seduto
davanti al cielo immenso e rosso
con
il sole che mi tramonta negli occhi
e
mi piace, mi piace di brutto
a
volte mi sbatto sul letto
guardo
il soffitto
con
le crepe delle pareti
immagino
un angelo e una capra
un
drago e un leone
altre
volte decido di dormire:
magari
più tardi le cose sembreranno migliori.
Si
può impiegare una vita a morire
o
meno di un attimo.
LA
BELLA ESTATE.
È
estate e il tempo passa lento
anche
se non siamo in Brasile
e
in petto mi cresce un sentimento stanco
che
prende il ritmo di un tormento
come
uno svogliato andamento
come
un triste presentimento
come
uno serrato battito di vento
che
soffia, e spazza attento.
È
estate e io voglio rimanere un mistero per te
sorprenderti
con il colore degli occhi
come
strisce di luce in un orizzonte di rame;
è
estate e io vorrei sorprenderti stasera
con
il segreto di un gesto inatteso
come
il vento, che suona distratto
che
d’improvviso nasce e poi si spezza
nell’ora
che tacita si annera.
Ma
l’estate è così bella
che
non mi viene in mente niente
di
serio o profondo da dirti.
E
poi d’estate i muratori iniziano alle 7
e
io non riesco più a ragionare
i
pensieri mi si rompono in gola
e
non so più come dirli
e
i giorni passano tutti uguali.
Ma
noi non ricordiamo i giorni
noi
ricordiamo gli attimi
gli
attimi d’incomparabile ebbrezza
gl’inconsistenti
sprazzi di bellezza.
In
fondo che cos’è l’estate?
è
solo un immenso fiume rossiccio,
è
solo un terso fiume di terriccio,
è
un ricordo, un rimorso, un rimpianto
come
una lacrima d’oro in un mare amaranto
un
sorriso chiuso tra quattro mura
imprigionato
nella memoria che non dura
che
lentamente scolora e sfolla
è
la pelle che il serpente da sé scrolla
è
la zanzara che s’impiglia
nella
rete degli eventi
è
la nave che squarciata s’incaglia
nel
mare che strozzato gorgoglia
e
livido sfalda, scaglia-a-scaglia.
Nell’oceano
delle correnti
per
essere sempre vivi
essere
per sempre morenti.
LUCE
NEGRA.
Luce
negra,
nella
pelle hai la notte
e
negli occhi porti il giorno.
Luce
negra,
i
tuoi occhi sono un vago tumulto
un
amore impigrito dal caldo
un
pigro verdicare di uva al mattino
il
tramontare del sole tra nubi e argille.
Luce
negra,
nella
pelle hai la notte
e
negli occhi il giorno.
Luce
negra,
baciarti
è come baciare la notte
in
tutta la sua vasta perfetta nudità.
Luce
negra,
la
tua pelle reca la notte
e
negli occhi hai il giorno.
Luce
negra,
al
tuo cospetto l’alba rabbuia
e
pure l’ostro oscura e l’avorio perde:
sembri
una notte stellata
ornata
con i monili del cielo,
Luce
negra,
nella
pelle hai la notte
e
negli occhi porti il giorno.
Luce
negra,
quando
l’alba mi sorprende
nell’aroma
della tua pelle
che
sa di frutta matura e dolcissima
preso
con la mia bocca
nella
rete dei tuoi capelli
allora
per me inizia il giorno
e
la vita effonde la sua luce
Cristallina.
Luce
negra, ragazza nera,
pelle
di pantera e chioma di scorpione
nella
pelle rechi la notte
e
negli occhi hai il giorno.
L’ODORE
DELLA TUA PELLE.
Di
che cosa odora la tua pelle?
Un
frutto, una spezia,
un
aroma, un fiore?
Odora
di rosa e di sambuco
di
zucchero e garofano
di
zagara e cannella
di
porpora e amarena
di
frutta matura e dolcissima
del
mormorio del mare al mattino
la
tua pelle.
Dai
piedi fino ai capelli
dalle
ginocchia fino alla nuca
dalla
fodera della vulva alla bocca
emana
sapore d’amaranto
la
tua pelle.
In
tutta la sua furiosa
feroce
e selvaggia
erratica
estensione
è
una coltellata di gelsomino
una
pugnalata di zagara
una
revolverata d’incenso
un’impetuosa
zaffata di garofano
un’onda
di seta purissima
la
tua pelle.
È
odore di sole sulla pelle
odore
di sale sulla pelle
l’odore
che sale dalla tua pelle.
MI
PIACE.
Mi
piace quando tu dormi
svegliarmi
prima di te e sorprendermi
nell’aroma
di frutta matura e un po’ stantia
della
tua bocca.
E
mi piace anche svegliandomi
trovarmi
con la mia bocca
dolcemente
intrappolato
nella
rete dei tuoi capelli
ascoltando
la tua pelle
tremante
di aurora e sogno.
E
mi piacciono pure i letti stretti
dove
io e te giacciamo attaccati
senza
respiro in un solo respiro,
così
stretti che posso quasi
sentire
i tuoi sogni scoppiare
e
i tuoi occhi luccicare
come
scaglie nel mare.
Mi
piace quando dormi
stringerti
forte, più forte
per
sentirti dentro, più dentro
fino
al sangue e al midollo
oltre
il sangue e il midollo
fino
alle paure e agli incubi.
Mi
piaci addormentata
perchè
sei il mio segreto e il mio sogno
sveglia
sei reale e di tutti ma
quando
dormi sei il mio piacere
vero
e immaginato
tangibile
e inafferrabile
fuggente
e impalpabile
per
metà concreto e
per
metà ipotetico
errante
ed erratico
ma
sempre ossessivamente
vagante
e martellante
nella
mia testa.
Mi
piace quando ti desti
perchè
quella muta selvaggia immensa
paura
di perderti scivola e scompare
nell’imbuto
del tuo sorriso.
Mi
piace quando l’alba mi desta
sorprendermi
nell’aroma della tua pelle
che
sa di frutta matura e dolcissima
preso
con la mia bocca
nella
rete dei tuoi capelli.
Allora
per me inizia il giorno
e
la vita effonde la sua luce
cristallina.
A
volte basta davvero poco
per
essere felici.
LA
TUA BELLEZZA.
Bellezza
profonda nella tua fronte
come
una notte fonda di ombre,
bellezza
d’isola lambita dal mare
nell’onda
dei tuoi capelli fronduti,
bellezza
di ladro torbida nel tuo viso,
dura
bellezza di pietra nelle tue mani,
candore
sincero di ragazzo
e
bruno passo di bambina.
I
TUOI OCCHI.
I
tuoi occhi sono occhi di solitudine
occhi
di abbandono e silenzio
occhi
di tenebrosa e offesa bellezza
i
tuoi occhi sono un vago tumulto
vago
scintillare di oasi nel deserto
vago
guizzare di vita come tra nebbia lampi
o
come pesci nel piombo dell’oceano
nell’oceano
di piombo.
I
tuoi occhi sono un vago tumulto,
pigro
come un cane davanti al camino,
come
un pigro verdicare di uva al mattino
il
tramontare del sole tra nubi e argille.
I
tuoi occhi sono due laghi di metallo fuso
un
tramonto di fine settembre
uno
sbadiglio di bambino infreddolito
i
tuoi occhi immensamente grandi
e
rotondi sono d’autunno le grandi foreste
i
tuoi occhi sono inaccessibili e duri
come
le fredde terre del nord.
Il
tuo sguardo è calma accesa
come
una finestra illuminata
nel
cuore della notte.
La
calma del tuo sguardo
è
un’isola di pace
quando
un’ora serena cerco.
Il
tuo sguardo è una pura linea
d’acciaio
aguzzo, duro e tagliente:
quando
guardi fai male
i
tuoi sguardi sono frustrate
d’incandescente
metallo fuso.
Il
tuo sguardo è la mia luna
i
tuoi occhi le mie stelle
mentre
passo tra i palazzi e le strade
cammino
e loro camminano con me
i
tuoi occhi mi seguono a ogni mio passo
io
mi fermo e loro si fermano.
É
oscura luna appesa al soffitto il tuo volto
sprofondata
tra le coltri del letto
candida
riga nell’azzurro-cielo.
IL
TUO CORPO.
Il
tuo corpo è un eco muto
un
colpo di pistola nel vuoto
un
deserto di nuvole trafitto
da
un tenue raggio di sole
una
pura linea di acciaio fuso
che
il tuo sorriso illumina.
Soave
linea di baci fuggitivi
il
tuo corpo è una pura linea
d’acciaio
aguzzo.
Sulla
furtiva linea del tuo corpo
è
scritto il canto dell’amore
tremulo
come un brivido sulla pelle.
Come
alga dolcemente accarezzata dal vento
nel
mare del tuo letto ti agiti sognando,
nei
tuoi occhi due onde per affogarmi.
LE
TUE MANI.
Sono
ellebori profumati
le
tue mani affusolate,
mosse
dal vento tenue di Luglio,
e
petali morbidi le tue dita
petali
morbidi, soavi di tepore,
che
come il vento calido di luglio
più
dolci del vento di luglio
mi
solleticano quando mi toccano
e
leggere il mio volto accarezzano
come
dita di rosa delicate.
HO
GUARDATO.
Ho
guardato con i miei occhi nei tuoi occhi
e
con le mie labbra ho esplorato il tuo cuore
con
amore, con terrore, con dolore
ho
guardato nel pozzo infinito
dei
tuoi segreti e delle tue paure
dei
tuoi sogni e dei tuoi incubi
nello
specchio della tua anima.
Trema
un ricordo in superficie
un
volto incerto e pensoso
mi
fissa che si deforma
e
subito si fa vecchio.
È
il tuo volto
che
fissa il mio volto
come
un eco che stride da lontano
e
lancia il grido
delle
nostre coscienze sporche.
Il
mio volto, il tuo volto,
due
volti che si uniscono
mentre
una distanza li divide
che
impercettibile perdura
perduta
come una eco
più
dentro, più dentro
fino
nel profondo.
IN
QUESTO ISTANTE.
In
questo istante
molti
uomini muoiono
molte
donne partoriscono
e
molti bambini nascono
le
ragazze si fanno belle
le
puttane scopano
e
qualche volta godono.
In
questo istante
il
freddo solitario del celeste-cielo
l’aria
è una coppa di brina mattutina
una
coppa di vetro inciso nel diamante
e
il mio orologio segna le 21,15
dunque
tra 45 minuti arriverai
e
il solo rivederti come ogni sera
sarà
il solito colpo al cuore.
In
questo istante
il
lampo suona il gong sulfureo della tempesta
i
manichini dei grandi magazzini sono più tristi
e
il giorno finisce per poi domani ritornare.
In
questo istante
i
gatti del quartiere rantolano
e
il macellaio affetta la carne
i
gelsi sono già ingialliti
e
i fichi sono ancora verdi e acerbi.
In
questo istante
i
ragazzi stanno fottendo
e
i bravi ragazzi si stanno drogando
forse
i vecchi ragazzi si stanno amando
nascosti
dietro le nere membrane della notte.
In
questo istante non un dubbio
non
un fremito, non un incertezze
come
quando arriva la morte
e
di colpo la luce si spegne
e
poi più nulla se non la morte.
In
questo istante
la
passione del traditore
l’ansia
dello studente
il
ghigno selvaggio del sicario
e
il sussurro incatenato degli amanti
che
nulla chiede
solo
di non essere dimenticato.
In
questo istante è l’alba
s’illumina
il mondo e pure le tue gote
e
il cielo inalbera le sue impurità
il
giorno è trasparente e senza macchia
ed
effonde odore di semi per le strade
il
vento cala e poi se ne va
c’è
un usignolo che canta
e
ride la gazza nera sugli aranci.
In
questo istante
guardo
in ginocchio la terra
l’insetto,
il fiore e il cielo
e
i rami degli alberi che volano
e
le rondini che sfrecciano nel cielo
il
fuoco che divampa nella notte
la
luna che salta da una nuvola all’altra
da
un palazzo all’altro
e
il cuore che batte tremendo.
In
questo istante
io
ti guardo e tu mi guardi
io
guardo te e tu guardi me
e
come luna mi segui
da
un palazzo all’altro
da
una nuvola all’altra.
In
questo istante
i
legumi cuociono nella pentola
e
le sardine sfrigolano nell’olio
e
le serrature si aprono-chiudono.
In
questo istante
tu
sei di fronte a me
nel
chiarore indefinito del mattino d’aurora
le
tue lacrime sono bionde gocce di pioggia
i
tuoi sorrisi sono lunghi filamenti d’argento.
In
questo istante
Garcia-Lorca
viene fucilato
e
pure Dostoievski viene fucilato
Hikmet
viene esiliato
Bukowski
guida la sua BMW nera
Campana
muore di fame
e
Borroughs spara alla moglie
Prevert
grida sui tetti di Parigi
alle
nere membrane della notte
ed
Hemingway intinge il suo cervello
nel
succo d’arancia.
In
questo istante
il
sole è un barattolo di miele
e
i tuoi occhi sono pieni di sole
e
io non mi fermo a rimpiangere
il
passato.
In
questo istante forse sei stanca:
vorrei
lavarti i piedi
ma
non ho acqua di rosa;
forse
hai sete:
mi
trasformerei in acqua
pur
di dissetarti;
forse
hai sonno
delle
mie braccia un arco di lino
per
cullarti farò.
In
questo istante
le
tue parole le tue parole
come
vele come vele come vele
riempiono
il tramonto di vane sequele
le
tue parole allegre e amare
le
tue parole euforiche e malinconiche
le
tue parole pesanti come un pugno
vuote
come la mia testa
dure
come il mio cuore.
In
questo momento
sei
sdraiata al mio fianco
e
il mondo non conta più nulla,
in
questo attimo mi parli
e
il mio cuore libero di menzogne
si
libra ardito e sorridente
su
questo prato verdicante,
in
questo secondo
proprio
in questo secondo e mai più
i
tuoi occhi sono due laghi di metallo fuso
un
tramonto di fine settembre
uno
sbadiglio di bambino infreddolito
i
tuoi occhi immensamente grandi
e
rotondi sono d’autunno le grandi foreste
i
tuoi occhi sono inaccessibili e duri
come
le fredde terre del nord.
In
questo istante
io
non vorrei altro che
perdermi
nel silenzio dei tuoi occhi
perdermi
nel buio dei tuoi silenzi
perdermi
nei tuoi occhi di tenebra
perdermi
nella tenebra dei tuoi occhi.
In
questo istante
la
foglia sul ramo
il
pesce nell’acqua
e
nel mio cuore tu
come
un innesto
col
tuo cuore nel mio cuore
in
questo istante
tutto
nasce e muore
nella
profondità dei chilometri
nella
dispersione dei chilometri
nella
disperazione dei chilometri
con
cruore con cruore con cruore
con
speranza e saggezza
con
un po’ di amarezza
ma
senza scoppio e senza rumore.
In
questo istante tutto nasce e poi muore
uomo
donna bambino
stella
albero rancore
aria
sole terra e mare
bugia
inganno e tradimento
gabbiano
rimorso e rimpianto
bellezza
e morte
gioia
e dolore
gloria
e dolore
sospiro
e dolore.
In
questo istante
tu
sei la mia schiavitù e la mia libertà
sei
la mia ebbrezza e il mio oblio
sei
la mia solitudine e il mio abbandono
sei
la mia pena e la mia rabbia
di
saperti vulnerabile
in
questo istante e per sempre.
In
questo istante
dove
sei? mi sogni? mi ami?
Oh
sì mi ami!
In
questo istante tu mi ami
come
non hai mai amato nessun altro.
E
in questo istante anche io ti amo
io
che non ho mai amato,
e
scoppio di felicità
che
fischietterei pure
una
stupida canzonetta d’amore
stupida,
trita e ritrita
come
quelle due parole
da
noi mai dette
mai
pronunciate.
AMAMI.
Anche
d’estate amami
con
la vastità delle tue gambe
con
la misura del tuo vacillamento
con
il fiume del tuo respiro
con
il trepidante tesoro del tuo ventre
(arnia
e alvo del mio desiderio)
con
tutto l’oro che ti cresce in bocca
e
ne trabocca.
Amami
d’autunno
con
il tuo vestito scuro
del
colore dell’ostro e dell’amaranto
con
la secca precisione dei tuoi gesti
e
la gelida tangente del tuo sguardo.
Amami
d’inverno
con
tutta la tempesta che serbi in petto
con
il sogno e l’acqua
che
tremano nel calice del tuo grembo
con
tutti i tuoi fantasmi
che
sciamano di notte sul tuo letto
con
i tuoi stolidi pensieri che non sono pensieri
e
fanno il paio con i miei stupidi pensieri
con
l’artiglio minerale della miseria
con
le accigliate angosce delle tue cicatrici
con
gli scabrosi angoli perfetti delle tue gambe
e
del tuo cuore spigoloso
e
le invalicabili barriere della tua anima.
Amami
in primavera
nei
suoi giorni d’oceano
fatti
di nebbia e turchese
con
le tue palpebre
che
recano l’impronta dei miei baci
con
la tua fronte che reca
l’impronta
dei miei sogni
con
i tuoi ricci neri neri
con
la tua bellezza dura di pietra
con
un fiore notturno,
profumato
del tuo aroma.
Amami,
amami anche senza amore
anche
senza la mia mano sul tuo seno
anche
senza il tuo fiato sul mio corpo
anche
senza la tregua della tua presenza
anche
senza la gioia del tuo volto di rosa
e
anche senza il piacere delle tue labbra ideali
modellate
per donare piacere.
SEMPRE
MI TORNI IN MENTE.
Sempre
mi ritorni in mente
anche
quando non ci sei
anche
quando non ci sono
e
il tuo corpo forte immagino
e
il tuo passo alacre e svelto
e
la dolcezza delle tue spalle
e
le tue mani brancolanti
tra
dubbi e domande
a
cercare un equilibrio
un
baricentro, un appiglio
nella
tua anima confusa e fluida
e
ancora a miei occhi torni
pur
se non vuoi
pur
se non voglio
con
la curva solenne dei tuoi fianchi
e
il tuo desiderio lì sospeso
che
nulla chiede, nulla
solo
di non finire mai.
SE
NON RISPONDO.
Se
rispondo al telefono o al citofono puoi entrare:
mi
piace la tua compagnia,
mi
piacciono i tuoi capezzoli così duri
che
bucano il tessuto e il mio cervello,
e
puoi anche fermarti a dormire qui stanotte,
e
puoi certamente parlarmi di te,
questo
è del tutto naturale.
Ma
se non rispondo non andartene:
forse
sto solo dormendo o facendo la doccia,
forse
sono solo disteso sul letto a riposare
pensando
alle rose e alle viole,
a
Cristo inchiodato alla croce e ai coni-gelato,
ai
cavalli da corsa o alle puttane da battaglia,
forse
sono solo seduto in mutande sul divano,
intestino
pigro e pene depresso,
ma
forse potrei anche essere arrabbiato e abbattuto,
triste
e solo e disperato,
o
forse potrei star piangendo e aver bisogno di te,
forse
potrei essere intento ad appendere il cappio,
o
a preparare la mia pistola per farmi un buco nella testa,
quindi
non andartene, non te ne andare,
anche
se le luci sono spente,
anche
se non senti rumori di voci o passi,
anche
se non rispondo non te ne andare:
perchè
forse potrei aver bisogno di te,
forse
ho bisogno di te,
ho
bisogno di te, ho solo bisogno di te,
e
dei tuoi occhi atroci,
prima
che il mondo si dischiuda e si riveli,
o
si fermi svanendo per sempre.
CON
LE SPALLE AL MURO.
Sorpresa
d’incanto con le braccia aperte e la bocca spalancata
dove
io infilo con assoluta intenzione
un
succulento gelato di bollente cioccolato
esondante
e generoso come ogni buona promessa
soprattutto
quando del tutto inattesa viene mantenuta
al
termine di questa suggestione
di
cui tu ancora ti lecchi le labbra
pensando
che non è niente male
e
rientrata dall’estasi abbassi gli occhi
con
lo sguardo disarmato di desiderio
nuovamente
recuperata alla meschina condizione umana
e
alla fredda inerte equazione della normalità
ti
sciogli da qualsiasi ambiguità
chiedendo
alla locandiera
il
giusto prezzo per il servizio offerto:
ora
sei giovane ma un giorno mi ringrazierai
quando
le fantasie ti serviranno
per
imbonire il prossimo sprovveduto
e
per chi ancora si affanna
finchè
ce n’è di buon appetito
lascia
che sia al prossimo banchetto.
Né
sazio né affamato resto a guardare
l’immemore
spettacolo dell’umana ignavia
dopo
qualche flebile tentativo di rinnovare
al
prezzo di averla resa ancora più spietata
con
il buon augurio della maggioranza.
Dì
lì a poco il solo silenzio di un camposanto
restituirà
dignità e valore a chiunque
anche
al peggiore malfattore
il
quale, senza meriti sul campo,
si
è guadagnato la tua stessa santità.
SE
LO SAPEVO PRIMA.
Se
lo sapevo prima io manco m’innamoravo.
Se
lo sapevo prima non ti perdevo
quando
continuavi a dirmi di crederci pure io
che
ne ero capace pure io
che
non mi sarebbe capitato di perderti
se
solo lo avessi voluto un po’ di più
proprio
mentre tu mi venivi a cercare
e
io che non sapevo fare altro ti sfuggivo.
Ora
che lo so che mi sono perso
ti
cerco tra la gente più diversa
ma
oramai si è fatto tardi
ti
guardo e non capisco più niente
forse
sei davvero andata via
per
questo non mi sento più del tutto adeguato
più
o meno come ho sempre affermato
e
tu che mi avvertivi di smettere di guardarmi intorno
che
è già tutto lì anzi qui
mentre
io rincorrevo l’orizzonte
senza
mai poterlo raggiungere
ora
che il tempo si assottiglia
e
l’orizzonte mi restituisce ciò che non volevo
e
invece di continuare a vivere
mi
rimangono solo (queste) parole.
TI
CERCHERÒ.
Sempre
ti cercherò,
e
sai che lo farò,
all’alba
di un nuovo giorno
in
una piazza deserta,
tra
i silenzi di questa notte
che
non ha sogni
io
sempre ti cercherò.
In
ogni angolo di questa città
attenderò
il tuo arrivo
per
esistere ancora
oltre
queste mura
e
questa muta disperazione
di
un niente che ci circonda
e
ci opprime
io
ti cercherò.
¿In
nessun posto mai
o
in quale luogo ancora
ci
ritroveremo,
dovunque
saremo?
Siamo
solo due puntini nel mondo
ma
sotto lo stesso cielo,
così
mai mi stancherò
di
venirti a cercare
anche
solo per vederti o parlare
sempre
ti verrò a cercare
anche
solo per vederti parlare
anche
solo per starti a guardare.
ROSSETTO.
Cosa
sai
di
quello che non ho detto
mai?
Lo
volevi, lo vuoi, lo vorrai.
Ti
piace così?
Ora
mettiti lì,
oh,
non piangere,
non
lacrimare,
anzi,
va bene uguale,
leva
le mani dagli occhi
non
siamo marmocchi,
se
mi spingi via
poi
muore la zia,
stai
ferma
zitta
e poi ferma,
la
terra trema
ma
non si frena,
il
lupo nel bosco
si
addentra nel fosso,
nello
Sguardo un buco nero
grande
quanto
è grande il cielo,
sei
bella con il rossetto,
torno
svuotato a letto,
tu
resta a respirare piano,
nessuno
a tenerti per mano.
IL
BUONISTA.
Il
buonista di sinistra
cammina a
dispetto universale
in bilico sull’orlo
di una lista:
appunti di
preghiere senza voce,
di tombe
senza croce,
di acque
senza foce,
sa che la
sua vista
può farlo
somigliare al Complottista,
ma il
Buonista di Sinistra
ha meno
senso del destino
o, meglio,
della causa-conseguenza:
nei suoi gialli,
non ci sono maggiordomi
ma una
folla di assassini
per cui l’historia magistra vitae
è un corso
di morte necessaria,
come un
treno di cassonetti
in cui si
scaricano i cervelli.
Il
Buonista di Sinistra
rimescola
quella spazzatura mista,
per
salvare un neurone
che
garantisca la giornata
e gli
permetta di portare a casa la pagnotta.
Non si fida
della libertà
di essere
tutti uguali
e nemmeno
delle parole in –ista
ad
eccezione di “comunista”:
puzzano troppo
di dita puntate
per
nascondersi il volto.
Il
Buonista di Sinistra
sputa
sulla droga pessimista,
ma non lo
si può dire ottimista:
egli è un
progressista.
È un
cavaliere dalla trista
parola e
dal cuore buono,
alla
ricerca di un Cervantes
che riduca
in carta
i suoi
mulini a vento.
2)
INGLESE.
EMPTY GRAVE (CAN YOU HEAR ME?).
Sleeping in the haze
three steps after the moon
where the church is
marrying the synagogue
on a carpet weaved of gold.
Living in a dream
all the pictures are gone
under the weight
of a shattered glass castle,
no one was saved
wearing a blindfold.
Your name is a glare that I saw
through the faces left below
(a crow swelled the glands)
while I was exhuming the brave.
Behind the window that no one knows,
near the sign she appose,
I wiped the dirt from my hands
staring in silence an empty grave.
Beauty comes from need,
harmony bursts out of chaos,
shape from what has no shape:
while I eat kernels
in the shell of my hysteria,
you draw quick circles in the air,
dividing parts of light
with molecules of no hurry,
and like an engine in the eclipse
I stop waiting for new messengers.
LUCY WESTENRA.[1]
You die, you sleep:
Perchance you dream.
There are dreadful charms
In your fancies;
You fall into Death’s arms
Like onto a bed of roses.
In your core there are fires
And ignes fatui;
You’re a pit of flames,
An alcove of spirits.
Descends, descends, lamentable victime,
Descends le chemin de l’enfer éternel!
The sun won’t lighten
Your dancing chasms
And your fall will rise
From the rose of your senses.
Run through the night
Like wolves and spasms
And escape the Infinity
You carry inside yourself!
SILENT NIGHT.
Silent night, evil night,
spent in lulling my phantoms
all embracing my dead core
with their fingers as light as the moon:
everyone sings a ballad
about a dark, foolish doom.
Silent night, endless night,
that lets a dream poison my flesh:
oh, if only I could let it run
through my veins to lift them to the sun…
I want to be a whole with nightmares,
feed on their same raw moonbeams.
SNAKE EYES.
Don’t lift the veil of my numbness
(Indifference is divine, you know)
I’m a Sais with a gloomy goddess,
You’d receive no grace
From your pilgrimage.
I’m so fair under your innocent eyes,
There’s no beauty like mist.
Let me be a mantle of snow
For this raw earth;
Don’t push yourself through
My sad penetralium,
Where you would see
The too naked Truth of Man.
BROKEN SAND-GLASS.
I lie on a clock-bed,
cherished by hour-hands;
I hide my fault:
time’s skeleton
is in my wardrobe.
Don’t you smell it,
this awesome corpse
like God’s one
in a philosopher’s hat-box?
it still counts
every drop of life
and it’s voice sounds:
twinkle, twinkle, little star...
I still collect
the scattered sparks
of the sand-glass
from my dull floor
and for ever:
twinkle, twinkle, little star...
MANDRAGORA SCREAM.
Let me suck the moonlight beams
out of their proper sphere;
to the air I cannot keep
too exposed my hellbound heart.
I’ll never have myself back,
once torn out of sanguine earth;
let an abyss have Mandrake
and conceive too high a brood;
it’ll feed the unwholesome Heaven
on a crop of sad souls:
for most angels are not born
to keep their heavenly place
and Mandragora, in love with earth,
will expose her bleeding roots
to the sneer of the sky!
MASK SHOP.
This is a glass-like heart.
You can look through it all;
These blank spots are its eyes,
They tell you everything.
On a window I have written:
<<This Mask Shop does not glitter.>>
Here’s a heavy, feathered helmet,
like the one in Walpole’s Castle[2];
there’s a sheet as white as death
on a gentle damsel’s hand.
In the street I have shouted:
<<This Mask Shop is not crowded.>>
All those who come inside
find their own broken mind
and its fashion does please them
beyond every graceful gem.
So I beg you, pleasant lass,
come and buy your own sadness!
SAINT SCHOLASTICA’S LAST NIGHT.[3]
You keep out of yourself,
of your soul made of stones,
each one is a unicum,
to stay next to my bed
where I release
every drop of my life.
I pray you to stay
till this night will be over,
you would drown in the storm
summoned by my cry.
You’ll be safe in the room
of my dying heart;
the dawn of the new day
will be as red as our love.
3) FRANCESE.
VEILLE DE PAQUES.
Le vent dans la rue chante ses hymnes bohémiens
Sur le sang que jadis fut l’âme des agneaux
Et maintenant rit au morne nez d’un bourreau
Venu à épargner ceux qui montrent sono lien.
Le ciel est noir comme la prunelle du Rien,
Comme le vin dans la coupe qu’est le drapeau
D’un voyage à travers les déserts et l’eau
De l’ancien Espoir et du Désir soudain.
Israël, tu as bien vu ton Dieu ! Les siècles chantent
La fable éternelle du Peuple qui se réveille
À un rêve puissant de lait et d’or des abeilles ;
Cette nuit est la mère de les résonnantes veilles
Que sont des aînés et des anges les pleurants
Dîners où on goûte les cœurs vides et vivants !
LES CHATS.
Parfois tombe, dans mes plus cachés souvenirs,
ton image parmi des caressantes prunelles :
les chats d’un café, les indolents esprits
qui sanctifient le plus étrange des autels.
Il y ont ceux pleins de grâce, beautés étourdies
à qui donne plus de majesté le sommeil ;
et des autres qui ont oublié les souris
pour se nourrir de piété et de merveille.
Et toi parmi eux, ma sombre beauté, tu n’est
pas d’une autre espèce ; tes mains que vont
cherchant
les dieux barbares de l’hôtel.
Reconnaissent seulement ceux qui sont tes pareils :
obscurs et doux, cœurs étrangers et aimants,
de la Nuit parfaits excès !
[1] Prima vittima di Dracula nell’omonimo
romanzo di Bram Stoker (1897).
[2] Riferimento all’elmo gigantesco che reca
sventura nel romanzo di Horace Walpole “The Castle of Otranto.” (1764).
[3] La poesia si ispira liberamente a una leggenda su S. Benedetto e la sorella S. Scolastica. Essi, entrambi monaci, s’incontravano di rado. Durante uno dei loro colloqui, quando già Scolastica era vicina alla morte, giunse l’ora stabilita dalla Regola per il rientro. Ma la sorella supplicò Benedetto di fermarsi ancora. Quando lui si mostrò intransigente, Scolastica pregò accoratamente. Scoppiò un temporale che costrinse Benedetto a restare al fianco di lei. Fu il loro ultimo incontro.
Anno 2022
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com

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