"POEMI CRUDI"

 

“POEMI CRUDI.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 


 




A me stesso. 






SII UOMO.

 

Ma tu aspetta, fai piano e aspetta,

che la notte scende sempre troppo in fretta:

deponi gli orpelli e i giochi insensati del giorno,

lascia scolare nelle fogne la miseria,

concentra la tua mente:

sii uomo per un attimo.

Muovi il tuo piede, qui, su questa terra,

entra, accogli la dimora, fissa la scena:

in questo spazio invaso dalla notte

troverai i passaggi, le fughe;

esci, esci se puoi dalla maledizione della colpa;

senti il rantolo tremendo che si snoda

dal corpo in prospettiva.

L’uomo scagliato dalla finestra cade

precipite su cuspidi di cristallo.

Sfiora il tuo ventre, dallo sterno alle gambe:

senti la stimma del tuo cuore.

E qui, dove le fughe?

In squilibri e dissonanze e distorsioni negati alla carcassa.

Sei la razza degli angeli.

Sospinto dal tuo intendere,

va’ fino al limite del tuo anelare.

Dietro alle cose come incendio, fatti grande,

sicché le loro ombre, diffuse,

ti coprano completamente.

Lascia che tutto ti accada:

bellezza e terrore.

Si deve sempre andare:

nessun sentire è mai troppo lontano.

Vicina è la terra che Vita è chiamata:

la riconoscerai dalla sua solennità.

 

Lascia che tutto ti accada

Quanto non hai voluto.

Tu sei la razza degli angeli.

 

 

 

IL GIORNO IN CUI TI CONOBBI.

 

Il giorno in cui ti conobbi tacquero anche gli aironi e i gabbiani,

ovunque era silenzio e dura la pietra.

Era silenzio dunque, silenzio dovunque

poi ti vidi, ti conobbi, ti riconobbi

io giglio selvatico che fiorisce incolto 

tu fiore di elabro che fiorisce come in nessun altro luogo.

 

 

 

QUIETA TEMPESTA SERBI IN GREMBO E MADIDA VITA.

 

Quieta tempesta serbi in grembo e madida vita

riversi dai calici del tuo petto:

sei dolcezza e violenza, odio e amore, distanza non colmabile;

la tua saliva è vino forte pieno di fermento invisibile

e la tua bocca un calice da cui io bevo la vita;

le tue palpebre sono scrigni serbanti l’impronta dei miei baci

la tua pelle è timida come la luce

delle tempestose terre del settentrione.

Io sono lago e tu sole:

quando ti rispecchi nelle mie acque

acquisto fulgore e bellezza.

Quando abbandono il mio capo al tuo ventre

sento nel cervello il mio desiderio fluire dal tuo grembo,

quando appoggio il mio volto al tuo e a occhi chiusi ti bacio

sento oltre le tue palpebre i miei sogni palpitare.

 

 

 

 

LA VITA MI HA BRUCIATO.

 

Mi hanno spento

così tante sigarette addosso che non sento più,

la vita mi ha bruciato e ora non ho più pelle

tranne che per le carezze.

E scusa se ancora non sorrido

ma mi hanno piantato dentro così tanti coltelli

che quando mi regalano un fiore

all’inizio non capisco neanche che cos’è.

Scusa se sono sempre così serio

ma è che sei così bella che metti di malumore.

il tuo volto è una pura forma d’acciaio:

quando sorridi mi fai male.

E scusa se a volte sembro perfino triste         

ma è che l’amore è una schiavitù

e un dolore la bellezza.

 

 

 

I TUOI CAPELLI SONO UN VILUPPO DI SCORPIONI ACULEATI.

 

I tuoi capelli sono un viluppo di scorpioni aculeati,

i tuoi occhi due ricci di mare pungenti,

le tue palpebre due onde per affogarmi;

le tue unghie sprofondando nel mio cervello

mi rodono il cuore divorandomi l’amore,

mi ridono l’amore sbranandomi il cuore.

 

 

 

 

IL TUO SGUARDO.

 

Parola senza eco il tuo sguardo,

secchio senza corda il tuo sorriso,

breve nitore di cellule sinusoidali

e sinapsi mentali i tuoi occhi,

due candescenti api morienti nel mare dei venti,

troncato albore di grida nel vespro,

stolido alone di non previsti pensamenti,

pensamenti e ripensamenti bianchi di nuvole,

scaglie di vetro iridescenti,

gocce di latte-sperma coagulato,

notturna dubbiosa vena-lampo

e non-medicabile notte-ferita,

candore-luna-riflesso-mare,

scansione sommessa di note sospese-soppresse,

albe sublunari alle tue labbra soggiacenti,

squame di subacquee rocce vetrose,

rotta vampa di meridiani cicloni

e antimeridiani contro-cicloni (o anti-cicloni),

grumi dentali di ossidiana,

ostici bulicami di erompente spessore,

gemme di notturni rami diafani,

tremore di erbe-foglie

e rugiade percosse da venti millenari percorse,

pezzi di vetro-albume gocciolanti dalla munifica luna,

albume osseo incastrato in colli di bottiglia

e scaglie di stelle imbronciate.

 

 

 

 

STELLE VAGABONDE I TUOI OCCHI.

 

Stelle vagabonde i tuoi occhi

vagabonde uve

lampi-giglio di giallo-neon

nidi di acqua sterile

astenici miraggi amaranto di fonti

polle di non saziabili lacrime

immensi sogni freddissimi

non raggiungibili lumi

mentre intramano cieli

e uccelli r cardi,

ragni, perlati atolli

verticali,

e chiari sbocciano

suoni.

 

 

 

 

TU.

 

Tu, tu dal calido seno che nutre,

tu dalla dolce frutta nella gola,

tu dalla docile polpa del bronzeo collo curioso,

tu bella da morire e vestita da uccidere,

tu bruna fanciulla d’uva e venere in bottiglia,

tu magnetica visione e ingenuo sorriso sornione,

tu prole delle selvagge piogge selvatiche

tu viaggio a ritroso nel tempo fino all’origine dell’azione,

tu cuore in gola e pugno nello stomaco,

tu balzo nel vuoto e salto mortale,

tu una calma accesa quale finestra illuminata

nel cuore della notte scura

come un tamburo forsennato gioia infiammante tu

germoglio di bosco e pingue grasso frutto del deserto,

tu coperta solo di due tenere foglie di palpebra,

tu il più fragile cristallo del sogno,

tu il più tenue corallo del desiderio,

tu vago tumulto e bruno passo da bambina:

era dipinto nel cielo

scritto nella sabbia

che entrambi vivessimo dell’amore

d’una luna che si oppone al mondo.

 

 

 

IO DA TE.

 

Io da te mi sento attratto,

mi sento proprio un mentecatto,

mi sento un portento

come avere un siluro dentro:

devo fare qualcosa

devo fare qualcosa per averti

devo farti qualcosa

altrimenti io qui schiatto

e mi schianto in un pianto a dirotto

ma è che non so che fare:

ci sono persone che sanno tutto

e questo è tutto quel che sanno,

io invece quando mi guardi

non lo so ma è come se muoio...

 

 

 

VOGLIO VEDERTI DANZARE.

 

Su, vieni: voglio vederti danzare

nel grembo affamato di un pasto nudo,

leggiadra tra gli spigoli aguzzi dell’amore,

vieni, vieni vestita o nuda che tu sia,

coperta solo di foglie di palpebre

o liquefatta nel globo di un soffione.

e quando i corpi finalmente s’incontreranno

sarà in un sogno e sarà come un sogno:

il mio bacio, il tuo bacio

isterici di passione come un eco

che sale da morte stagioni

e ripete all’infinito l’assioma

del nostro avaro desiderio

che nulla vuole e nulla chiede

solo di non finire, solo di non finire.

 

 

 

QUANTO TI TROVERÒ.

 

Quando ti troverò, sarà all’improvviso,

sarà come trovare il paradiso,

come toccare il cielo con un dito,

sarà come un sogno, anzi sarà un sogno:

le mani s’incontreranno a formare un giardino,

e le bocche s’intrecceranno in un sorriso

e formeranno un serto di luce aggrondata,

e le labbra parleranno confidandosi

nel cuore della notte più buia che c’è,

e diranno il fiore del nostro segreto

e con rabbia grideranno il suo nome

le labbra febbrili di passione

esulteranno

lungo le linee aguzze del tuo acciaio,

tra gli angoli acuti del tuo cuore.

 

Benvenuta, ragazza mia,

finalmente posi il piede nella casa

e le mura divengono alberi,

prato il cemento del suolo.

 

 

 

BENVENUTA.

 

Benvenuta, ragazza mia,

la mia porta ti attende,

spalancato è l’uscio:

entra.

 

Forse avrai fame:

sul tavolo acqua e pane

e miele e noci.

Forse sarai stanca:

vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa.

O forse avrai sete:

mi trasformerei in acqua

pur di dissetarti.

O forse avrai solo sonno

e voglia di dormire:

un arco di lino per cullarti

con le mie braccia farò.

 

 

 

 

ÉRATO ED EROTO.

 

Sei Erato per me e sei eroto,

amore e aroma

mantiglia e cadeniglia

sui miei occhi stanchi.

 

Diciamoci la verità:

tu sai creare bellezza

e splendidi i tuoi bagliori che manda la tua pelle

e magnifici pure i nugoli che scoppi ed esplodi

nell’alba dorata.

 

Maestra del caos e del contrasto

fra silenzio e fracasso

fra rosso e bianco

nel mezzo del vorto risucchi ogni impeto di vento

risucchi ogni stile d’impeto nel mio petto

risucchi ogni disposizione a tacere.

I tuoi solitari elementi sono la mia sparsa gloria

e sono ebbre del tuo liquore le mie notti d’amore.

 

 

 

 

GIOIA.

 

Sei arrivata in un bel giorno d’Estate

e sei venuta a me con il tuo fascino incerto

affinchè libero potessi rifarti nel cervello

immaginandoti come volessi

sognandoti comunque tu fossi.

Il tuo viso possedeva la grazia mirabile del sogno

e il tuo sguardo era un manto di pece

mentre serpi imboscate agitavano lingue di fuoco senza tregua

e tu allo sguardo mostravi stelle di fuoco

invischiate in costellazioni di vetro.

 

 

 

 

***

 

Se non puoi la vita come la vuoi

devi cercare almeno questo per quanto sta in te:

di non sciuparla nel troppo commercio con la gente

con troppe parole in un viavai frenetico d’insensati dialoghi.

 

Non sciuparla la vita

portandola in giro in balìa del quotidiano

gioco balordo degli incontri e degli inviti

fini a farne una stucchevole sconosciuta.

 

 

 

 

***

 

Quanta notte è passata sulle nostre teste

quanta vita vedendoti-vedendomi

e quante le tue cose che conobbi

e tante quelle che non scopersi

tradite dal sogno.

Avevamo tutto (se la parola non è riduttiva)

davanti a noi (se non dietro)

e lo abbiamo sprecato (per non dire sporcato),

siamo saltati dal vagone in stallo del tempo in corsa

svanendo mesti in lontananza

(se ci si può fidare della prospettiva)

intenti solo a quello a cui ci costringeva l’assenza

(se solo a quello davvero).

 

 

 

 

 

***

 

Non temetti le salite e le alture e le discese

né il lungo cammino e la fame

ma camminai e camminai

nel solco lasciato dal sole-deserto

e le tue membra volgenti a tramonti di solitudine sognai

e risognai e il tuo volto

con lo sguardo vieto di sgomento e martirio.

E la febbre mi vuotò

e un sonno sublime mi distrusse il volto

un mare tentò il mio corpo con cupe foglie

un’ala fece nido piumoso nel mio fronte

e io piansi tutto quanto il mio pianto

che come un fonte pullula e rampolla

nel dolore che non molla.

 

 

 

 

***

 

Fra le dita del caso lo spazio si srotola e arrotola

nel cielo infinito di un piano cartesiano rotola

si allarga e si restringe.

il caso gira fra le mani un caleidoscopio

in cui luccicano miliardi di vetrini colorati.

il caso è avvolto in un mantello

che ammanta e fagocita

le cose che vi si perdono e smarriscono.

Il buco nero del caso ci guarda a fondo negli occhi

e noi ci chiniamo e fissiamo quell’oscurità

e ne veniamo come inghiottiti.

e allora noi

la testa comincia a farsi pesante

le palpebre si socchiudono

ci viene voglia di ridere e piangere

una gioia ci pervade, raggiante e illusoria

è davvero incredibile.

Ma deve esserci un senso.

Ogni inizio è solo un seguito:

il libro degli eventi è sempre aperto

a metà.

 

 

 

 

***

 

Stavo chiacchierando con gli amici sul terrazzo

quando all’improvviso sei comparsa davanti a noi:

bella da morire e vestita da uccidere

e bella come il giorno

e come la notte ammaliante

e fulgida di lussureggianti promesse,

orgogliosa di rigogliosa bellezza.

E subito ammutolimmo

e interrompemmo il sollazzo:

eri semplicemente

un sogno a occhi aperti.

Da quando non ci sei

sogno che mi addormento

e mi sveglio di nuovo.

 

 

 

 

***

 

Scende la mia anima al bosco

discende nel bosco

anzi vi si perde:

si sente libero sulla vetta del ramo

o in cima a una rosa,

esulta tra le ombre e le verdi volte ritorte,

trema nel silenzio che scende avvolgente

e si frange a ogni istante,

conosce e riconosce somiglianze e abbondanze,

legami e dettami

correlati e correlativi,

inizi intricati e ingarbugliati indizi,

dei recessi tutti gli eccessi,

ed esplode gioia nei pressi degli accessi

ai reconditi antri repressi e al cuore degli atomi depressi,

frammenti di riviste

e frammenti di sviste

e frammenti di viste,

panorami abulici

e una manciata d’aria con una farfalla in volo,

piccole disobbedienze:

l’allegro inseguimento di una palla per strada.

 

 

 

 

NEVROSI.

 

Una forte crisi nevrotico-ossessiva

tra il 2011 e il 2014 ho sofferto

mi attanagliò, mortale, esiziale.

 

Il trasformarsi di ogni discorso,

anzi di tutto, in mero significante,

anzi in lettera, indusse in me

il sospetto che lo io fosse

una produzione dell’immaginario

super-grammaticalizzato,

un punto di fuga e non una realtà.

 

Si può veramente affermare,

dire, enunciare, tutto questo?

non ne rimarrebbe forse la bocca

irreparabilmente muta e silente?

non ne andrebbero in corto-circuito

i relais cerebrali e le sinapsi?

 

Da nessun luogo mi giungono

effetti di verità che non siano

distruttivi nella loro intima essenza,

mentre in me si accumulano

strati sempre più maledetti di coscienza

in angoscioso coacervo di plurimi sensi

per questo insignificanti,

come per dare allo “io” muto

una specie di super-consistenza ferrea

ma evidentemente impalpabile.

 

Il soggetto prende atto

dell’impossibilità dell’autentico

lo “io” si scopre parificato

al liquame informale del presente

emorragico esso stesso.

 

Alla luce di una coscienza superiore

il trauma soggettivo e lo “io”

l’esperienza del terrore

non sono più al centro dell’operazione

ma vengono posti tra parentesi.

 

 

 

 

PICCOLE DISOBBEDIENZE.

 

Scende la mia anima al bosco,

anzi vi si perde:

si sente libera sulla vetta del ramo

o in cima a una rosa,

esulta tra le ombre e le verdi volte ritorte,

trema nel silenzio che scende avvolgente

e si frange a ogni istante,

conosce e riconosce somiglianze e abbondanze,

legami e dettami

correlati e correlativi,

inizi intricati e ingarbugliati indizi,

dei recessi tutti gli eccessi,

ed esplode gioia nei pressi degli accessi

ai reconditi antri repressi e al cuore degli atomi depressi,

panorami scheletrici e abulici panorami bulimici,

frammenti di viste, frammenti di sviste, frammenti di riviste,

una manciata d’aria con una farfalla in volo,

piccole disobbedienze:

l’allegro inseguimento di una palla per strada,

il tuo ciuffo ribelle durante una corsa a perdifiato.

 

 

 

 

CHIEDE L’ALMA.

 

Niente è in regalo, tutto è un prestito:

la vita e anche il corpo,

il tempo in cui le cose corrono e turbinano impazzite

e anche il mondo circostante in cui cose si disgregano

e gli effetti privi delle cause mulinellano forsennati.

 

Tutto è prestito e noi indebitamente viviamo una vita di stenti,

in perenne debito nei confronti della vita,

e anche il cuore e il cervello e tutto il resto in mezzo

dovranno un giorno essere restituiti.

 

Solamente l’alma manca all’appello,

che alla squallida esistenza sempre grida la sua protesta:

accettando la morte ma non in tutte le sue forme

e recusando il potere (questo sì in tutte le forme),

inseguendo un amore che ossequia le promesse del cuore,

tendendo all’arte tramite l’infinito,

preferendo il silenzio gravido di parole

al vociare insensato della folla,

disdegnando lo strepitio degli affari e dei commerci,

disprezzando il nostro agognare a un vantaggio

ancorchè minimo e reputando la gioia pari alla tristezza,

associando e assommando la bellezza alla gentilezza,

andando per via e tra la gente sicura di niente e curiosa di tutto,

non rispondendo mai a domande che tuttavia esige.

 

Quando il nugolo delle stelle accese si raffredderà e spegnerà

noi assaliti dai dubbi interrogheremo l’alma e l’alma dirà

<<Credevi veramente di sapere tutto,

conoscendo tutto in anticipo?

Esistono persone che sanno tutto

e questa è l’unica cosa che sanno:

tu elevati oltre il corpo

che non sa fare altro che creare limiti e ostacoli,

trascendi il tempo ove ogni cosa corre e turbina,

saluta episodi aneddoti e particolari,

e tutta la torma di cose in ultima istanza prive di senso.

fin dove si stende la vista

e l’occhio

lì regna l’attimo e la bellezza

e lì regno io.>>.

 

Ma come in una corsa in circolo

sempre l’inseguimento si trasforma

in fuga dal fuggitore...

 

 

 

DUE PUNTI.

 

In fondo sono quello che sono: un minuscolo puntino

sfocato in uno spazio pluridimensionale e infinito.

Sì, certo, un caso fortuito come ogni altro caso,

ma sempre un me-stesso, pieno di stupore e ricordi,

pieno d’inflessibile attitudine critica,

non eroico e necessario,

e la cattiva stella sotto cui sono nato

è forse buona per altri.

In fondo sono quello che sono,

ma per fortuna non mi è andata poi così male,

la sorte è stata abbastanza benigna,

e poteva andarmi molto peggio: sarei potuto essere

un albero confitto nella terra a cui si avvicina un incendio,

un filo d’erba calpestato dal corso d’incomprensibili eventi,

un giunco che si china quando passa la piena,

una bestia da macello, da soma o da pelliccia,

una donna musulmana torturata e violentata,

un soldato in guerra dalla parte sbagliata della barricata,

un’armonia fatta a pezzi da turbinanti acque agitate,

una saggezza zoppa con una spina nel “tallone di Achille”

e una “spada di Damocle” sulla testa;

sarei potuto essere tutte queste cose e molte altre

di molto meno a parte e ancor minor conto:

sarei potuto essere il membro insignificante di un branco,

di un formicaio, di un banco, di uno sciame ronzante,

un bacillo che nuota s’un vetrino,

un uomo che mangia un cibo al vetriolo,

un nido devastato e saccheggiato d’affamate lucertole fameliche,

un cuore che non batte più o batte di rado,

un me-stesso ma senza stupore,

un me-stesso senza stupore

senza ricordi né passioni.

 

Sono stato dunque molto fortunato:

non risparmiarmi domande ad alcuna risposta.

 

Ma come rispondere a una domanda non posta?

 

 

 

RETTE INCIDENTI.

 

Camminavo per strada fumando svogliatamente una sigaretta,

anche tu camminavi, forse distrattamente, forse imprudente,

se pensosamente o penosamente non saprei dirlo,

se rassegnata delusa disillusa illusa non so,

se innamorata o disamorata non voglio saperlo.

 

Camminavamo dunque per la strada,

io fumando una sigaretta,

tu semplicemente pensando ai fatti tuoi,

quando ci siamo incontrati,

e mi sei passata davanti come un lampo a ciel sereno,

i nostri sguardi si sono scontrati,

forse per un attimo i nostri pensieri si sono anche incrociati

e hanno rimbalzato, rimbombando contro un cielo di piombo,

ma i nostri occhi, semplicemente, si sono oltrepassati:

seguendo ciascuno il filo del proprio percorso

come due rette perpendicolari incidenti

intersecantisi in un punto x casuale

hanno semplicemente tirato dritto,

e come loro anche noi,

tu nella tua direzione e io nella mia,

abbiamo tirato dritto,

tu sparendo dietro un angolo

e io svoltando dietro l’angolo opposto

dall’altra parte della strada,

entrambi smarriti o distratti o immemori

o volutamente dimentichi

di esserci

per un breve attimo infinito

amati per sempre.

 

E così

in un breve attimo

infinito

ci siamo persi per sempre:

come due estranei

senza una parola

senza un gesto del viso

senza un minimo sorriso

senza una virgola della bocca

senza un battito di palpebre

ci siamo scambiati uno sguardo vacuo

e abbiamo proseguito dritto,

come se tra noi nulla ci fosse stato

(ma qualcosa c’è stato).

 

Come se nulla fosse mai accaduto,

anche se è accaduto di tutto.

 

 

 

IL VIAGGIATORE NON HA ANCORA RAGGIUNTO LA DESTINAZIONE.

 

Eri il più alto, il più forte, il più bello, il più intelligente.

Eppure la forza tutta la mettevi al servizio della giustizia;

e le carezze e le belle parole per consolidare la lealtà,

non certo per favorire lusinghe e intrighi;

il sapere tendendolo alla verità fino allo spasmo,

già mai a inganni o frodi.

Eri un re. Appartenevi alla stirpe degli angeli.

 

E ora che cosa sei?

Che cosa sei diventato?

Chi sei diventato?

E che ti è successo?

Sei ancora capace di passione?

Sai che cosa intendo:

Se credi in qualcosa, in che cosa credi adesso?

In che cosa?

Allora difenditi,

o c’è qualcosa che non va in te?

 

Sii ribelle, ma ribelle nel profondo: segui solo il tuo cuore.

Non hai scelta: si deve sempre andare: distante la meta.

Vai, dunque, dovunque vai, deciso vai e sicuro e orgoglioso:

il viaggiatore non ha ancora raggiunto la propria destinazione.

 

 

 

IL SOFFIO DI UN ATTIMO.

 

Sei invecchiato,

sei molto invecchiato e lo senti

sei molto invecchiato e lo vedi

i capelli, ormai sale e pepe, sono screziati di morte,

i muscoli non più sodi e la pelle meno lustra d’un tempo.

Sai che stai diventando vecchio

ma il tempo ch’eri giovane lo credi quasi ieri:

che spazio breve, che spazio breve.

 

I giorni futuri si assottigliano,

e restano indietro quelli passati,

come una penosa scia di candele spente

gelide disfatte e distorte:

in un brivido si è allungata la tenebrosa linia

presto, troppo presto, troppo in fretta

sono cresciute le candele spente.

 

E approdato che definitivamente sarai nella triste vecchiaia

avvilita pensa a quanto hai goduto

la vita la bellezza la facondia e il vigore

e rifletti su quanto hai lasciato e perso e non hai preso: 

ti sei fatto beffare e baiare e dileggiare dalla bugiarda saggezza,

hai gioie sacrificate e repressi slanci e perse occasioni

che ora suonano al tuo senno deficiente

come uno scherno demente,

oppure hai preso quanto più hai potuto

dalla vita, dal sesso, dall’amore?

 

 

 

LE MUSE.

 

Spesso Dante come tanti altri autori

fa ricorso in passi celeberrimi alle Muse

allattatrici dei poeti:

ebbene, esse sono di fatto generate dalla fantasia dei poeti

padri in tal modo nutriti dalle figlie.

nel nostro tempo la poesia subisce un processo che rasenta

l’emarginazione (anche se non sparirà mai del tutto):

essa viene oggi da una figura di reietto

necessitato ad assorbire e a saturarsi delle velenose forze

che tendono a ottenebrare la fisiologia stessa del sussistere

nella vita.

Il padre velenoso

in quanto unico interprete possibile

dei veleni attuali e dei loro linguaggi

genererà una figlia che gli rinvierà, con il suo latte

malsano, l’insieme ingigantito dei suoi mali.

 

 

 

 

COGNIZIONE.

 

Quante volte hai pensato di abbandonare

di cambiare via,

quant’ansia e quanta tensione ti provoca l’arte

lo sai bene e non ce la fai più

vuoi mollare

vuoi lasciare

vuoi abbandonare

e come il re Demetrio che

abbandonato dai Macedoni che in fine gli preferirono Pirro

smisi i pomposi paramenti aurei e spogliati i vestimenti porporei

vestendo in fretta e furia umili panni

come un attore che cangia tegumenti e se ne va fuggì

non appena finito lo spettacolo del proprio regno

vorresti darti alla macchia prosaica del comune viver gramo

fuggendo alla chetichella dall’arte e dalla bella parola

 

Quante volte hai sentito opprimenti e oppressive

queste alte mura che ti cingono

e queste tenebrose ombrose camere

che al loro interno ti costringono,

e quante altre volte hai provato tortura nella luce che t’irradiò

proveniente dal mondo del fuori allorchè ti sei provato

nell’aprire le finestre della vita e gli occhi della casa di Poesia.

 

Quante volte ti sentisti sconfitto e deluso

dalle vertiginose altezze della scala della poesia

(di cui tu non sei ancora che al primo gradino)

e dalle abissali profondità dell’alma

così sconfitto e deluso

da non riuscire a sopportare lo stordimento.

 

Quante volte hai detto

<<Per altro mare andrò, in altra terra:

una città migliore di questa troverò

dove non tutti gli sforzi siano una condanna già scritta,

dove il cuore si desti e voli via dal suo imbiancato sepolcro,

dove più non proverò questo asfissiante languore

che mi pervade e mi assilla e mi perseguita sempre,

dove non vi saranno nere macerie

ma solo nere chiome corvine.>>.

 

Quante volte

troppo stanco per resistere e spossato per andare avanti

pensasti di abbandonare la poesia

angosciato dal dubbio e mai tranquillo,

angustiato dalla cognizione della tua ignoranza,

privo di particolari arti e senza precipue competenze.

 

Quanto hai pensato monotona la tua vita

stretta nella morsa degli studi e delle sudate carte,

aspettando un barbaro che non arriva mai,

o un Godot qualsiasi, sempre ostacolato nel cammino a te.

 

Che peccato, che errore, che orrore!

stonate queste parole e blasfeme:

se sei già sul primo grandino della scala fiero devi sentirti

e felice poichè l’essere giunto già solo fin qua

non è cosa da poco e quanto hai fatto non è piccola gloria:

anche il primo gradino della scala è tanto lungi dal volgo profano

che devi essere orgoglioso e contento.

Se vuoi posarvi il piede, allora devi entrare con il tuo diritto

di cittadinanza nella città sublime dell’arte.

Ed è cosa difficile e assai rara che tu possa ivi essere accettato

e prendere residenza e domicilio.

Ma non vi è altra città per te, né altra plaga, o dominio,

né altre mura all’infuori di quelle che ti costringono:

creperai nell’arte e nella poesia!

E sarà la fine più desiderabile e nobile che tu possa augurarti:

le tue notti arderanno tra le fiamme,

avrai condotto la vita alla risata perfetta.

 

Tu sei fatto per le belle cose e grandi,

e lo sai, lo riconosci, non puoi negarlo.

Sei fatto per le belle e grandi cose: ostacoli le vili consuetudini,

le indifferenze e le crudeli meschinità non ti si addicono,

l’alma tua le respinge come recusa l’assiduo contatto

con la gente e l’assurdo cianciare vacuo e la dissennatezza

dei quotidiani commerci e rapporti con la morte in anticipo:

altro l’alma vuole, altro l’alma cerca, e altro piange:

un amore andato a male eppur ancor inebriante,

il volo lento di un airone volteggiante nel blu,

un bacio mancato.

 

Senza queste cose

dimmi

che vita sarà mai la tua.

 

che vita mai sarà?

 

 

 

IN PUNTO DI MORTE.

 

Quando improvvisa udrai a notte fonda una musica languida,

e vedrai la tua fortuna che trabocca ormai

le opere fallite

i disegni delusi

allora saprai che la tua vita è finita

ma non disperare:

come pronto da tempo salutala da prode e valoroso

questa vita che perdi e se ne va.

 

Non t’illudere,

non dire che è stato un sogno

non pensare che s’è ingannato l’orecchio:

non piegare a così vuote speranze.

come pronto da tempo

come a te si addice

da prode salutala questa vita che dilegua,

va fermo e risoluto alla finestra

e con uno sguardo abbraccia l’intera città che tanto amasti

e senza le piagnucolose querimonie degl’imbelli

salutala, questa vita che perdi e dilegua.

 

 

 

 

OGNI GIORNO.

 

Ogni giorno giuro

di cominciare una vita migliore

ma quando viene la notte

che porta i suoi (cattivi) consigli,

quando viene la notte

con le sue lussuriose promesse

e i suoi lusinghieri compromessi

allora il corpo anela e cerca

e io a quel fatale desiderio

inesorabilmente perso

vado.

 

Eppure qualcosa è cambiato, ora ho capito,

ora una nuova cognizione alberga in me:

forte dei miei studî e delle speculazioni,

le mie passioni non temerò come un vile

e il mio corpo lo donerò al piacere

e ai godimenti in sogno mille volte vagheggiati,

alle più ardite brame erotiche

e ai lascivi impeti del sangue

senza paura,

ai piaceri ora reali e ora vagheggianti

erranti ed erratici nel mio cervello come un frullo impazzito

turbinanti nell’anima come una spirale ovale

mi abbandonerò e alle tue coppe berrò

i vini forti di quelli che bevono i campioni del piacere,

i maestri del piacere, gli audaci del piacere

capaci di bruciare senza pena nella fiamma della brama

che assale e consuma...

 

Quando lo vorrò

(e lo vorrò, fortissimamente lo vorrò,

così fortificato dalle speculazioni e gli studi)

nei momenti più critici lo ritroverò

il mio precedente spirito ascetico

pur stanco e spossato dagli abusi e consunto.

 

Torna dunque e prendimi, palpito amato,

tu che sai la foga e la bruciante lussuria,

e tu, amata sensazione, ridesta viva in me la voluttà del corpo

e le antiche brame che ancora scorrono nel sangue,

ora che le labbra e la carne ricordano,

ora che nelle mani un senso si riaccende

ed è come se ancora toccassero,

ora che il corpo cede a un’erotica ed illecita ebbrezza

e la carne in essa tutta s’ingolfa e freme,

e il sangue è infiammato dal piacere...

 

 

 

 

RITRATTO DELL’AUTORE.

 

Si degradò del tutto. Aveva solo trent’anni

e già la sua vita non valeva un soldo.

Una irresistibile tendenza erotica lo governava,

perse gradualmente e inesorabilmente tutti gli (esigui) averi

e in seguito anche la reputazione e la dignità,

non aveva un vero lavoro e non sapeva fare nulla,

apparentemente non svolgeva alcuna attività (confessabile)

e riusciva a sbarcare il lunario

solo con qualche misera senseria infame,

disoccupato vivacchiava con piccole somme ottenute in prestito

da amici e conoscenti che quasi mendicava,

talvolta gli davano da campare le carte e i dadi,

ma anche nei momenti peggiori non pensava mai a rubare:

non era un volgare ladruncolo lui,

lui voleva tutto il mondo o niente.

E dire che gli era stato anche offerto un posto di lavoro

ma si trattava di uno stipendio da fame

che senza incertezza né tentennamento alcuno

rifiutò fermo e deciso

preferendo vestire male con abiti sgualciti

(erano uno sfacelo le vesti: sempre lo stesso vestito,

sempre uno il vestito che indossava, blu elettrico,

che il tempo aveva reso opaco) e scarpe consunte

che prostituire il proprio tempo (non il corpo...) per pochi soldi,

ma quando lo prendeva la voglia di un abito nuovo

o di un nuovo paio di scarpe

allora il corpo prostituiva (questo sì...)

con qualche vecchia laida per gli spiccioli giusti,

e beveva e fumava, e fumava e beveva,

e tutto il giorno nei caffè e nei bar si trascinava

accorato trascinando lo struggimento della sua anima,

ridotto povero e randagio gli furono fatali il vizio debosciato

e la città con la sua prodiga vita che lo rapì e smarrì,

e presto l’egre cure e la crapula grama lo rovinarono:

un sentimento mutilo lo lograva e lo costringeva

in una condizione snervante.

 

Certo l’arte in cui era magnifico e superbo non lo aiutava,

non garantendogli due pasti al giorno,

eppure non è giusto ricordarlo solo per questo:

simpatico e caciarone, bravamente vivo e vitale,

dotato di un corpo mirabile e portentoso

incurante dell’altrui minaccia si gettava di slancio

nelle risse notturne per la via,

forte tra i forti era temibile con i superbi e docile con i buoni,

era il più sbrigliato nel piacere e il più prodigo di energie nei vizi

e mai si esimeva dalle torbide prove delle avventure notturne,

schietto d’animo e autentico d’amore

poneva la pura voluttà oltre la reputazione e l’onore,

e moltissime donne che lo persero ancora lo amavano:

mai donna fu posseduta con sì febbrile passione,

mai donna donò simile ardore che mutua brama restituì,

mai donna ebbe allo stesso modo baciate le labbra sensuali,

mai ebbe una tale pienezza di piacere

che sul corpo eccelso di voluttà si pasce

sulle squisite e sublimi membra indugiando

con cedimento sproporzionato a quell’anomalo godimento

di cui tutte erano avvinte prede passive e se ne compiacevano:

per lui la mente di F. ancora si ammorba di lussuria,

ancora stanno sulla bocca di L. i suoi baci,

e si macera nel desiderio la carne di M.,

e il tatto del corpo è ancora sulle mani di C.

che fameliche ancora si muovono

come ricercando le incombenti membra di lui,

ancora sognano il suo virile membro

inesorabilmente erettile

gli occhi di O.

 

Eppure come andò sciupato tutto quel fascino:

mai ebbe la città gloria più sublime

e fascino più intenso.

 

 

 

 

CANTAMI, OH DIVA.

 

Cantami, oh Diva,

la grande illusione,

l’occhio sintetico dell’oppressione,

l’onda lunga del rifiuto a ogni nuova affermazione.

 

Cantami, oh Diva,

il nostro amato cielo,

canta un motivo,

fuoco che forgia ferro a catena,

ascolta di Ulisse il triste canto della pena.

 

Lungo scoscesi e neri pendii corre veloce il mio pensiero,

il debole canto della ragione gela il potere della parola.

Come tuono invade la terra, come lampo illumina i volti,

il debole canto della ragione, il senso antico della parola.

 

Cantami, oh Diva,

l’iniqua condizione

di chi cerca l’odio nella religione, di chi parla la pace

e scrive solo parole di odio e distruzione.

 

Cantami, oh Diva,

il passato che torna, nuova forma che dimentica

lo sguardo perduto di anime bianche

rinchiuse dietro filo spinato.

 

Lungo scoscesi e neri pendii corre veloce il mio pensiero,

il debole canto della ragione gela il potere della parola.

come tuono invade la terra, come lampo illumina i volti,

il debole canto della ragione, il senso antico della parola.

 

 

 

SURPLUS.

 

Tacite immagini

e remota dolcezza

per chiari mattini addensati

tacite immagini della tristezza

dal plàtano al prato:

dietro nere cime il sole improvvisamente risfolgora

e i suoi raggi si frangono sulla scheggiatura del crinale

e si diffondono al di qua dell’occaso

scesi a dorare le brume della terra,

saettano i rossi dei vetri contro il taciturno crepuscolo,

il suo fronte malinconico e lontano

appare striato ad ora ad ora da lunghe rughe orizzontali

di cenere e sanguigno,

la bruma si dissolve nel marmoreo fronte del monte

che un pensiero carezza e poi lascia desolato,

la torre urla al rattoppato castello ma non chiede più nulla

e così il feudo non può fare altro

che fruttificare una prugna albina e una susina bisestile

alla collina che dolce imbrulla,

tace dal canto suo il verde del bosco e il bosco del galateo,

e il pianoforte si è addormentato

sicchè l’autunno ha dovuto scegliere un nuovo alunno,

cancello e scudo sormonta il gelo dell’albore mattutino,

la sceverazione degli accadimenti

del mondo e della società

(muffe della istoria biologica

e della relativa componente estetica)

in moventi e sentimenti profondi e veridici

della realtà spirituale

in parvenze e simboli spettacolari

muove per lo più il referto a una programmata derisione

e alla polemica e alla beffa e al grottesco e al barocco

e alla insofferenza e all’apparente crudeltà e

a un indugio misantropico del pensiero che raggiunge

tonalità parossistica e aspetto grottescamente deforme

che non è ascrivibile a una premeditata volontà o tendenza

ma alberga già nelle singole trovate

di una fenomenologia a noi esterna:

nelle stesse espressioni del costume

nella nozione comunemente accettata (dai pochi o dai molti)

e nelle lettere (umane o disumane che siano):

vivo di mattutini impeti e gioie liete

mentre il pane di una lauta colazione addento

in compagnia di una ragazza che mi bacia e mi accarezza

fra il biancospino e l’argento:

accade alla loquace vita

di esorbitare talora

dalle sacre leggi

della deferenza e della compostezza.

 

 

 

VUOTI A PERDERE.

 

Tu sai che puoi farlo

e sai che lo farai.

E avrai torto o ragione,

ma non cercare di scoprirlo adesso.

 

Tu sai che puoi farlo,

tu sai che lo farai.

Prenderai il destino per il collo

mentre il mondo sta bruciando

e riderai pensando ai giorni

in cui hai guardato la vita fluire

da dentro un bicchiere.

 

Tu sai che puoi farlo,

sai che lo farai.

perché in fondo è questo che siamo:

vuoti a perdere,

promesse ripetute all’infinito

mantenute mai.

 

 

 

 

TU SAI CHE LO FARÒ.

 

Tu sai che lo farò,

tu sai che posso farlo.

Avrò torto o ragione,

ma non voglio scoprirlo adesso.

Tu sai che lo farò,

tu sai che posso farlo.

Prenderò il destino per le spalle,

mentre il mondo sta bruciando

e riderò pensando ai giorni che

ho guardato finire dentro un bicchiere.

Tu sai che lo farò,

tu sai che posso farlo.

Perché in fondo è questo che siamo:

promesse da ripetere all’infinito.

Senza mantenerle mai.

 

 

 

LA MIA MORTE.

 

Lui è molto triste

perchè la sua donna lo ha mollato

così viene da me

ogni volta che è molto triste perchè una lo ha mollato

e si aspetta che io gli tiri su il morale

ma io sono solo un impostore

ma lui è un buon cliente

così recito la mia parte

e lo consolo

e lui mi chiede

perchè la vita debba essere così dura

e io gli dico che può anche non esserla

e che, in fondo, lo scegliamo noi

ma lui insiste

e vuole sapere perchè certa gente sembra così serena

tranquilla serafica e in pace con se stessa

e allora io gli dico che a volte scambiamo per spensieratezza

una rassegnata disperazione,

e lui mi dice che quella stessa gente pare talora così euforica

e io gli rispondo che questo è quello che accade alla loquace vita

di esorbitare talora dalle sacre leggi

della deferenza e della compostezza,

e allora lui mi dice che sono così saggio

e mi chiede come fare per non soffrire

e io gli dico che per non soffrire

(in amore, s’intende)

bisogna avere il controllo dell’altra persona

e che per avere il controllo dell’altra persona

devi farla soffrire,

e allora lui mi domanda

che cosa sia l’amore

e io gli dico l’unica cosa che ho imparato

e cioè che l’amore è tutto quello che non si dice

e che in un bacio si trova tutto

quello che è stato taciuto dalla bocca,

e allora lui mi dice ancora

<<Sei così saggio.>>

e io dico <<Capita a chi ha vissuto molto.>>

e lui mi dice <<Ma se hai solo 30 anni!>>

e io gli dico che la vita andrebbe misurata in attimi

e non in anni

e io ho vissuto un milione di attimi,

e lui mi chiede che cosa io mi aspetti dalla morte

e io dico che mi basta arrivare a 60 anni,

ricco sfondato,

abito su misura,

mano sinistra sul volante della mia Jaguar ultimo modello

e mano destra sul culo di una ragazzina di 18:

s’esiste un modo per fottere

lo sporco gioco della morte,

beh, è questo.

 

Per il resto

non me ne frega molto

anzi, non me ne frega proprio un cazzo

non mi piace la gente

non mi piace la musica negra

non mi piacere andare in giro per locali a fare baldoria

non mi piace scoparmi una donna a pagamento

non tiro di coca e non mi faccio di eroina

non mi piace quasi nulla

e la mia massima aspirazione è svegliarmi presto al mattino,

uscire per fare un po’ di allenamento,

poi tornare a casa

pranzare

fare la siesta

svegliarmi di nuovo

scrivere

e infine uscire di nuovo

da casa quando fa buio e scende la notte

per andarmi a sbattere qualche giovane donzella

remissiva e puttana come piace a me

e poi ritornare a casa

e rimanere seduto da solo al buio in una stanza

la luce dei lampioni che sforacchia le tapparelle

e pensare

al fatto che in fondo ciò che succede a una persona

è successo quasi a tutte le altre,

e il dolore che provi tu in questo momento

è il dolore di tutte le 100 miliardi di persone

che ti hanno preceduto,

e che è il dolore in sé che è strano:

un gatto ammazza un uccello

un incidente automobilistico

un incendio

tutto accade e tu non lo puoi scrivere

perchè non c’è un perchè

ma il dolore ti piomba addosso

ed è reale, è vero

lo senti

lo percepisci

incombe sulla tua testa e d’improvviso eccolo

BANG

ti precipita sulla nuca e ti prende alle spalle come un brigante

e tutti quelli che ti guardano ti prendono per scemo

come se di colpo fossi diventato un idiota

un mezzo scemo che si trascina per le strade senza meta

e non esiste cura per il dolore

tranne che tu non conosca qualcuno che ci sia già passato

prima di te

e possa dirti come uscirne,

oppure i soldi:

i soldi non faranno la tua felicità

ma ti aiuteranno a comprare il rimedio all’infelicità

il che è già mezza felicità

quindi

se anche tu sei della mia stessa risma,

se anche tu la pensi come me

e cerchi un modo per fottere lo sporco gioco della morte,

beh, l’hai trovato.

 

Adesso pagami

e togliti dal cazzo.

 

 

 

 

SARA.

 

Era passata la mezzanotte,

sulla soglia del bar me ne stavo a bere e fumare,

e avevo già speso quasi tutti i miseri soldi,

e fumato quasi tutte le sigarette,

e una strana ansia e smaniosa mi attanagliava,

che m’ingenerava pensieri luttuosi e funerei,

allorchè entrasti,

e con te entrò il tuo viso bello e la tua giovinezza squisita,

che il mio sensuoso desiderio esaltò e accese,

e d’un tratto stanchezza crucci e riflessioni dileguarono,

e subito

tutti gioia e forza

e sentimento e lussuria

andammo

in un luogo di malaffare molto riservato,

che col tempo divenne nostro,

e chiedemmo una camera e bevande costose,

e bevemmo e brindammo e,

giunte che furono le quattro,

nell’amore c’immergemmo

impavidi temerari e felici,

io dimentico delle mie amari riflessioni

e tu del povero ragazzo che a casa ti aspettava

cornuto.

 

 

 

 

BAMBINA CHE GIOCA CON LA PALLA.

 

Al mio lavoro dedico cure amorose e vive,

ma oggi mi strugge la lentezza nel comporre,

sarà il tempo o la purezza del giorno accupa

(vento e pioggia sconvolgono tutto)

ma in questo momento solo voglia di guardare,

non già di scrivere,

così mi affaccio alla finestra,

e scorgo un bel volto di bambina

chino sulla fontana per rifocillarsi

affannoso e ansimante per aver corso molto e giocato:

le acerbe labbra già pronte per la pienezza della voluttà

e la voluttà dei sensi più matura,

i capelli madidi di gocciolante sudore

che s’insinua tra le pieghe del collo

e ne imperla i piccoli seni...

 

E così nell’arte di questa visione trasfiguro e mi perdo

e smemoro mi riposo dal lavorio dell’arte.

 

 

 

QUELLO ERA IL LUOGO.

 

Metti una piccola camera ammobiliata, volgare e squallida,

nascosta nel sotto-tetto di una bettola equivoca e sospetta

infrattata in un vicolo angustioso e lurido dei bassi-fondi

da cui salivano sussurri d’illeciti affari e frastuono di pravi;

aggiungi una notte luminosa

gravida di lussureggianti promesse di piacere

e fantasie di perversione

e meravigliose visioni erotiche:

lì, sul vile e miserabile giaciglio, il corpo dell’amore,

lì sul letto schifoso ebbi la bocca voluttuosa e famelica e rossa,

rossa di una tale ebbrezza che ancora ora che scrivo

sento la mia anima volare

leggera ancorchè ubriaca...

 

Quello era il tempo,

quello il momento,

quello il luogo,

quella la sola cosa giusta da fare

anche se la più sbagliata.

 

Perchè, dunque, la metti giù così dura?

 

È tutto quello spazio,

tutto quello spazio tra vita e poesia,

tutta quella distanza tra la vita e le storie:

è spossante,

è sfiancante,

è insopportabile:

non trovi?

 

Sembra che ogni volta che ti accendi

loro vogliano abbagliarti per spegnerti.

Vedi, le altre persone vogliono solo controllarti,

vogliono solo sedersi e guardarti e ridere di te,

così possono tornare a casa e dire

che in fondo non era niente di che.

sparano, sparano

sentenze, giudizi, insulti.

ma non fanno niente.

anche tu ne fai parte:

se credi in qualcosa,

in che cosa credi?

Allora difenditi!

O c’è qualcosa che non va in te?

 

 

 

VOLTI.

 

È passato un anno e il morbo non desiste,

come un feroce predatore morde e insiste.

un anno esatto: come scorre il tempo,

come scorrono gli anni,

come scorre la vita.

 

Ma ieri,

vagando per il quartiere,

dove si forgiò il mio gusto per gl’inconsueti amori,

dove appresi il piacere e l’amore si apprese alla mia carne

con la sua forza prodigiosa,

come passavo per quelle strade

mi sovvennero tutti i volti d’amore e i volti di bellezza,

come li voleva il mio piacere

incontrati nelle notti di ebbrezza

nei postriboli più buiosi e miserevoli,

e le linee del corpo

morbide come il burro o dure come l’acciaio,

e le labbra rosse

più rosse del sangue,

e le voluttuose membra di sogno,

i capelli scarmigliati e i capelli composti,

i capelli rossi biondi e neri,

e gli occhi scuri e gli occhi azzurri,

e la pelle bruna e pelle di luna,

la pelle candida di giglio e la pelle ambrata,

i capezzoli sporgenti e impavidi

e i capezzoli timidi ma curiosi,

le gambe affusolate e le gambe tornite,

i culi grossi e rotondi e i culi snelli e sinuosi,

i culi bollenti come l’inferno e i culi caldi come l’equatore;

la tenera dolcezza di bambina nello sguardo

o lo sprezzante fascino di ragazzo,

e ricordi di certe camere chiuse e profumose

che si ha vergogna anche solo di nominare,

e memoria di remoti godimenti carnali e temerari,

di strade che ora nessuno conosce più

e locali colmi di movimento d’un tratto scomparsi,

e luoghi e piazze che c’erano un tempo e ora non più.

 

 

 

INCONTRO OCCASIONALE.

 

L’una di notte

forse l’una e mezza,

fragrante il Luglio conflagrava,

poi noi due

in fondo al baraccio volgare e squallido,

nel locale per il resto deserto,

noi due e nessun altro

e nessun occhio su noi,

che riarsi e strutti dalla lussuria

divenimmo ignari di cautele

abbandonandoci alla brama:

discinte le vesti e neglette,

dischiusa la patta dei pantaloni e discosta l’ampia gonna,

le bocche s’incontrarono in un ansito di piacere,

le mani a cercare un appiglio confuso col buio della sala,

il fruire delle carni e il godere delle membra,

il veloce spogliarsi dei corpi

e denudarsi dell’anima,

poi il pauroso coito

che in silenzio consumammo

al lucore di una fiamma

che appena rischiarava.

 

Ho sempre amato la voluttà che si raggiunge faticosamente

e si ottiene morbosamente e rovinosamente,

agli ordinari e ordinati amori ho sempre preferito la perversione

che assai di rado trova il corpo trepido del palpito agognato

e che offre una tensione erotica insana e indecente

morbosa e rovinosa...

 

 

 

L’APPARTAMENTO GRECO.

 

Quante volte in quell’appartamento furtivi  

ci appartammo per amarci e scopare.

Ci sono ripassato qualche mese fa,

ora è affittato a uno studio legale,

ma prima fu nostro,

e io lo ricordo ancora come fosse ieri:

vicino alla porta il divano,

accanto alla finestra il letto

dove tante volte ci amammo e io ti presi,

a destra un canterano,

a sinistra un piccolo armadio a specchio in arte povera,

un tappeto al centro

e in mezzo il tavolo dove scrivevo,

lambito fino a sera dal sole del meriggio.

 

In quella camera luminosa e splendida

quante volte ci amammo?

Infinite volte su quel letto ci amammo e io ti ebbi,

ed ebbi le labbra ideali e le splendide membra di sogno,

fatte per chi ama gl’indecenti amori

modellate per donare il piacere al corpo

plasmate per quei piaceri che la gente dice perversi;

infinite volte su quel letto ci amammo e io ti presi,

ti consumai e ti sciupai nell’impeto della lussuria;

un milione di volte la vampa della passione ci assalì

e consunse infine su quelle lenzuola umide e sporche

ormai infuse e tinte di sperma, sangue e sudore;

mille baci ci scambiammo e poi altri cento

dentro quelle quattro mura,

e ancora altri mille e di nuovo cento,

finchè i nostri baci non si confusero con le stelle;

infinite volte, su quel divano, passò l’amore

nella carne stupenda e nella bocca da baciare,

nella carne che era tutta bellezza quante volte

passò la febbrile eccitazione che brucia

dando senza remore forma alle fantasie del piacere;

infinite volte arse la carne la brama esiziale

e nella tensione bella si dischiuse il fiore della voluttà,

nel letto godendo delle sospirate forme il piacere.

 

Poi un giorno,

erano le 4 del pomeriggio,

dopo aver fatto una volta ancora l’amore,

ci salutammo e con un abbraccio ci separammo:

doveva essere solo una settimana,

ed eterna è divenuta quella settimana.

 

Colpa delle circostanze,

o forse del nostro amore:

ormai affievolito

e certo non più forte e gagliardo come quello d’un tempo

languiva lo slancio e l’impeto carnale ormai.

O forse il fato, benevolo, ci separò,

prima che si spegnesse la fiamma d’amore e ci mutasse il tempo,

affinchè gli anni non passassero mai

e io restassi sempre per te il bell’uomo di trent’anni

a cui obbedivi e tacita ti sottomettevi

e tu per me la bella ventenne soda e armoniosa

nei cui occhi ancora inesperti passavano

erotiche visioni carnali di stupro e di scempio,

di devoto e ancillare adempimento.

 

 

 

GIORNI DEL ‘10 E DELL’11.

 

Quando vivevo in Grecia

lavorai per un periodo nel naviglio pescareccio ateniese,

sia su quello costiero sia su quello d’altura

che faceva la spola tra l’isola di Creta e l’Egitto.

 

Fu in quei giorni, giorni del ‘10 e dell’11,

in quegli antichi giorni di passione giovinezza e avventura,

che conobbi il comandante Stamatakis

singolare figura di marinaro come non ne esistono più

né da quella né da questa parte del mare.

 

Lo conobbi nel corso di una triste occasione

quale il funerale di un giovane mozzo

annegato durante una tempesta autunnale

e lì, in una chiesa mezza diroccata del Pireo,

conobbi il vecchio lupo di mare

che ora, avulso dal suo elemento naturale,

appariva una figura semplice e sentimentale

spettacolarmente involgarito

nei suoi eleganti indumenti da terra

che gli sottraevano la sua tipica purezza marina.

 

Io ascoltavo con orrendo distacco la liturgia funebre

quando lo intravvidi nella folla commossa e partecipe:

il vecchio pioveva lacrime

e le lacrime gocciolavano da quel viso stropicciato

e scalcinato come gocce di pioggia scorrono

lungo un vecchio muro stropicciato e rugoso.

 

Seppi in seguito che era stato un terribile del quartiere,

svelto di mano e veloce con il coltello,

ridanciano e scanzonato,

sempre pronto a fare baldoria e bagordi per notti intere,

e le sue gesta gli avevano acquistato una fama considerevole

che andava dall’Attica al Peloponneso

e dal golfo di Volo a Creta

e giravano oscuri aneddoti di infima dissolutezza

sul suo ambiguo passato di criminale

tra i quali

particolarmente a me gradito

quello dell’amore per una clandestina somala di 14 anni

che salvò da un naufragio al largo di Creta

insieme con un’altra dozzina di uomini e donne.

 

Pare che li trasse in salvo sulla sua barca

e li sbarcò sulle coste greche

finendo in galera per il reato di favoreggiamento

dell’immigrazione clandestina.

E pare che la ragazzina somala,

innamoratasi di quell’uomo burbero e possente,

gli si diede con tutto il trasporto della riconoscenza

per quell’atto di eroica protezione e noncurante coraggio

e appena raggiunse la maggiore età accettò di sposarlo,

lui un uomo già maturo e navigato sui quarant’anni,

lei poco più che una ragazzina

gettando lo scandalo sulla sua persona.

Ma lei smise presto d’interessarsi a lui

e finì per trattarlo peggio d’un cane

senza che lui avesse la necessaria forza

per scuotersi da quel giogo demoniaco

finchè un giorno non la sorprese

lei ancora giovane e vicina alla trentina e lui già cinquantenne

e già gravato dagli svantaggi della vecchiaia

tra le braccia di un garzone mulatto

magro e sottile

sparuto e giallognolo e con il collo lungo come un cigno

e per questo detto il Cigno

e uccise sia lei sia il mulatto

dandosi alla macchia e finendo con l’essere arrestato

e condannato a sedici anni.

 

Rimuginavo su queste vecchie storie ascoltate

continuando a osservarlo col suo petto ampio e possente

per niente curvo nella schiena

come se mai le sue grosse spalle avessero sentito il peso

del fardello che tutti portiamo sul groppone

fra la prima e la seconda culla della nostra esistenza

non una proditoria ruga tradiva preoccupazione o cure

il portamento fiero e tranquillo

dell’uomo che si è sempre dimostrato

all’altezza del genere di vita che si è scelto

in ogni circostanza.

 

La sua grande forza fisica

il suo aspetto nerboruto e temibile

tutto in lui palesava la consapevolezza del proprio valore

che si portava dietro come eredità della prosperità andata

e degli audaci tempi passati.

 

Solo, gli anni avevano mitigato nella sua faccia

l’ardore della gioventù

trasformando l’audacia

allegra e imperturbabile della giovinezza

in un contegno costantemente greve

e pensosamente distaccato.

 

Era impossibile collegare una presenza così ingombrante

e una figura così prestante

a quell’aspetto così indifferente e distante,

ai degradanti affanni e alle accascianti cure della povertà.

 

Ora aveva superato i sessant’anni ed era povero in canna

e l’immagine grottesca di quel bitorzoluto e nodoso

vigoroso e robusto corpo irretito nell’illegittimo

incantesimo amoroso di una ragazzina mi affascinava

anche se i muscoli non erano più sodi

e la pelle meno lustra d’un tempo

e ascoltavo a bocca aperta quei racconti

vecchi quanto il mondo

argomento d’infinite fantasiose leggende

e favole marinare.

 

Proprio una strana preda per gli dei

eppure era lì

il nostro vecchio, burbero, terribile lupo di mare

a piangere come un bimbo per quella morte prematura

ma ebbi l’impressione che forse non piangesse

tanto per il defunto nella bara quanto per se stesso

come se avesse colto l’occasione a pretesto

e versasse ora lacrime sulle proprie occasioni perdute

e certo l’uomo è indubbiamente un animale capriccioso

creatura e vittima delle proprie possibilità perdute

occasioni non colte e sfuggite via

per sempre.

 

Ad ogni modo la liturgia funebre proseguiva

e quelle parole di speranza e di sfida

quelle alate parole così vivificatrici e incoraggianti

mi sembravano cadere fiacche nella piccola fossa

nella piccola

minuscola

buca nera.

 

Che senso può mai avere chiedere alla morte

interrogarla e rimproverare il lancio del suo strale

ora, lì, davanti a quella bara.

 

Ero disgustato dai miei pensieri idiosincratici

nei confronti della morte e della vita

e in più quel vecchio lupo di mare e la sua sincera commozione

mi facevano vergognare della mia insensibilità.

 

Ma io lacrime non ne avevo

e inoltre mi stavo annoiando a morte.

 

La cosa peggiore dei funerali è proprio questa:

che sono di una noia mortale!

 

 

 

 

AGONIE.

 

Autunno.

È freddo fuori e cristallino

e soffia il vento soffia

soffia e bigia

e gela il fiato in bocca

e frusta le guance facendoci lacrimare

che spazza le strade e stride al contatto con le mura

e ulula spazzando il ghiaccio

sferzando le membra e rodendo le calcagna

dal nulla furiosamente avanzando verso il nulla

e vela il cielo di polvere plumbea

e il sole sorge galleggiando in un cielo arancione

e tramonta rosso rame

nella violenta luce violacea del tramonto.

 

Inverno.

In Inverno da un capo all’altro dell’orizzonte

la terra è tutta bianca di neve e cade da un cielo sordo

in cui la fonte della luce è diffusa e onnipresente

come se il sole si fosse dissolto nella nebbia

trasformandosi nell’aura diffusa,

e il mare si fonde con il cielo luminoso e assorto

e muri e alberi e case perdono solidità e si asserragliano

rattratti e contratti all’estremità ultima dell’orizzonte

e le figure delle persone non sono che sagome incerte

e anche le voci si perdono in un fluttuante borbottio

di bambagia di cui non si sente che il murmure

come la risacca del mare che sale da morte stagioni.

 

Primavera.

In Primavera le maree si distendono come le paludi

e le pianure saline a sud in prossimità di Agrigento

mentre nel norde sui Nebrodi è tutta una striscia grigio-blu

di aridi colli spogli

nei campi i contadini caricano i vecchi giganteschi carri

da fieno e stormi di anatre selvatiche turbinano in cielo

planando verso la distesa del mare

ed nel piatto monotono paesaggio sabbioso della costa

è tutto uno sfolgorio di pace e abbondanza.

 

Estate.

Nella bella stagione il sole ancora alto diviene sinistramente

bronzeo e opprimente sopra le distese marine

e i frutteti gemono sotto il peso dei frutti maturi e

nonostante l’estate metereologica volgesse al termine

con una lentezza tutta meridionale ma micidiale

e inesorabile ed asfittica comunque il sole ardeva ancora

e avvampava l’aria e i palazzi e le basole: per questo

la sera andavamo a dormire fuori: in spiaggia

dove solo la brezza notturna riusciva ad alleviare il caldo

infernale di quella città mefitica oppure sui tetti delle case

che in Sicilia terminano in una terrazza piatta e scoperta

ed era bellissimo di notte intravvedere al chiarore lunare

le sagome di altri

donne uomini bambini cani ragazze

vecchi ubriachi e vecchi sporcaccioni

dormienti sui tetti piatti della città mentre dalle strade

e dalle piazze saliva il mormorio dei discorsi insonni

di coloro che ancora parlavano sotto i grandi alberi

e i bellissimi platani e maestosi e suntuosi delle vie

e nell’oscurità baluginava di tanto in tanto la fiamma

di un accendino che come una lucciola

svaniva e ricompariva con moto intermittente

nel buio di zagara della notte

ed era abbacinante svegliarsi all’aperto

nel cuore della notte e all’alba

anzi prima dell’alba

scendere le scale scortato dalle stelle a mille a mille

che mi scrutavano e mi seguivano dal cielo

come miriadi d’imperscrutabili occhi muti e fissi

o come marziali sentinelle silenziose e indagatrici,

come scendere nel mondo

direttamente dal tetto del mondo.

 

 

 

LE MURA.

 

Insensibilmente (da parte loro)

impercettibilmente (da parte mia)

lentamente e silenziosamente

inesorabilmente mi eressero alte mura attorno

senza che io me ne accorgessi minimamente

e ora che non c’è nessuno è il vuoto

per me.

 

Eppure nessuno mi maltratta

nessuno mi percuote

nessuno m’ingiuria

nessuno mi affama

nessuno mi sputa addosso.

 

Come faccio allora a considerarmi vittima

se le mie sofferenze sono così soffuse.

 

Sono tanto più degradanti le mie sofferenze

poichè non sono evidenti né riconosciute

e io non posso condividerle

con nessuno.

 

Ricordo che sorrisi quando per la prima volta

la porta si chiuse alle mie spalle

e sentii la chiave girare nella serratura.

 

Non mi sembrava gran pena

passare dalla solitudine dell’esistenza quotidiana

a quella di una cella dove potevo portare con me

tutto il mio mondo di pensieri e ricordi.

 

Ma poi iniziai a capire che l’unica libertà che avevo

era diventata quella di decidere se mangiare o avere fame

se dormire o stare sveglio

tacere o parlare a me stesso.

 

A volte la necessità di essere toccato da un altro corpo

mi afferrava con una forza tale che mi faceva gemere

anche se ero conscio del fatto che ormai

non ero che un ammasso infelice

di sangue e ossa e carne.

 

E ora che mi sono

volontariamente

escluso dal mondo e dai suoi affanni

non sento altra voglia che di vivere

come ogni uomo vorrebbe

voglio vivere

solo vivere

vivere

vivere

vivere

a tutti i costi.

 

Voglio vivere ed essere felice

perchè se non sono felice non so vivere

e non vivere significa non fare niente

e a me non mi piace stare senza fare niente.

 

 

 

GIORNI DEL ‘17 E ‘18.

 

Circondata tutt’intorno da una chiostra di basse colline

elegante e maestosa danza mossa dal vento

come una giogaia sulla cresta del monte

con vallate che promanano in ogni direzione

dipanandosi dritte dritte come strali di saetta

diretti al cuore sommerso della terra

tra candide strade serpeggianti che

con morbide volute

truccano il volto di questa vecchia città

un po’ signora e un po’ puttana

altera e giocosa

superba e amica

armonica e rigida e inflessibile

irretita nel fitto e denso reticolato perpendicolare

pertentacolare come uno scheletro bianco

ormai privo di carne e disteso sulla terra nera

delle sue strade strette strette

che suggeriscono il riserbo

il segreto di una turpitudine discreta

Torino appare.

 

Torino dolce e deliziosa

come un raggio di sole che perfora le nuvole

grigie di una triste giornata invernale

Torino indistinta e ineffabile

malferma e pallida

come un vapore esalato dalla terra

nebuloso silenzioso e vacillante

Torino la bella

tinta di madreperla

quando la luna alta e splendida

stende un sottile strato d’argento su tutte le cose

sul cristallo verde del Valentino e sulle pietre dei Muri

sul grigio-cemento della Stura e sul fango della Dora

sugli sfasciami di Porta Pila e sui rottami di Porta Nuova

sui barboni del parco Sambuy e sui froci della Colletta

sui tossicodipendenti del ponte Mosca e Carpanini

sulle puttane della Pellerina

e anche su quelle di via Pietro Cossa

e sulle macchine parcheggiate accanto al grande fiume

che luccica scorrendo maestoso

senza un mormorio

né un fruscio.

 

 

 

BLACK & WHITE.

 

Fu in un bar dei bassifondi

il Black & White

rinomato per i bottiglioni di birra a soli due soldi

e l’ottima figa negra a buon prezzo

come

del resto

il nome lasciava intuire.

 

Il Black & White possedeva nel retro

uno squisito assolato e luminoso scagno per fumatori

(leggi: triviale postribolo per puttanieri)

una stanza con il piancito di assi nude

pareti verde pastello

una grande quantità di casse apparentemente di vino

ammucchiate contro le pareti

diverse poltroncine in vimini sparse qua e là

una sedia a dondolo nell’angolo più remoto della finestra

infimi sigari da pochi soldi e di dubbia provenienza

disparati quotidiani freschi di giornata

e puttane molto meno fresche dei giornali

ma belle e simpatiche e gentili

sicchè era indubbiamente delizioso e piacevole

sedersi agli squallidi tavoli di quel sordido luogo

e meriggiare pallido e assorto

contro il rovente muro che affacciava all’orto

nella sonnolenta atmosfera postprandiale

che si spandeva dappertutto e aleggiava sulle nostre teste

con aura di denso pesante straniante affrico sopore

e trascorrere un po’ di tempo in sano ozio rigeneratore

fumando un sigaro

sorseggiando un caffè

sfogliando svogliatamente qualche rivista

e cianciando amabilmente con qualcuna

di quelle adorabili puttane da quattro soldi.

 

Ero solito fare un salto a quel lupanare intorno alle tre

allorchè tutto era avvolto nel caldo e voluttuoso silenzio

del torpore estivo della mèria

ma quel giorno dovetti sbrigare alcune commissioni

subito dopo aver desinato e riuscii a liberarmi

e fare la mia solita-insolita comparsa solo verso le sette

giusto in tempo per l’aperitivo

solo che quel giorno era particolarmente tetro e grigio

e terribilmente inanimato

e da vari giorni basse nuvole apparivano in lontananza

masse bianche con scure volute

immobili e quasi solide

eppur mutando continuamente d’aspetto

impercettibilmente ma senza sosta

e scomparivano giunta ch’era la sera

e il sole tramontava imbronciato

colando liquido nell’imbuto dell’oscurità

mentre le stelle sorgevano sulla mia testa

puntuali e tediose

nell’aria stagnante e oppressiva

e anche io

come il paesaggio

alternavo momenti di cupa esaltazione

ad attimi di terribile smarrimento

e un momento ero euforicamente sovra-eccitato

e subito dopo mi perdevo d’animo in modo orribile.

 

Entrando notai una strana coppia

che annuì al mio ingresso con un lieve cenno del capo.

 

L’uomo

bianco

calvo

rozzo

grigio

ispido e selvatico come un cinghiale

faccia come un grosso limone avvizzito

e arruffati capelli grigio-ferro

stava seduto in fondo alla sala

e al suo fianco

torreggiante

una donna negra

enorme

giunonica

gigantesca

una femmina laida e grassa

matura volgare e terribile

avide narici

avide labbra

e avido sguardo denso di cattivi presagi

brillanti in fondo a vastissimi occhi

offuscati da qualcosa di tetro e orrendo

sembrava una prostituta d’infimo ordine

e molto probabilmente lo era

o una chiaroveggente d’infimo rango

che per pochi soldi predice il futuro e legge la mano

o le carte o i fondi del caffè

una maga dei trivi

una megera dei bassifondi

e proprio come una megera

vestiva un vistoso abito di cattivo gusto

colore fulvo scuro a pois neri

eppure dotata di uno strano fascino

davvero incomprensibile.

 

Mi sentii subito a disagio di fronte all’oscura presenza

di quelle due anime vuote e perse

guardarli era come guardare in un pozzo

nero e senza fondo

di un buio così impenetrabile

che si aveva l’impressione che

semplicemente allungando e stendendo la mano

non si sarebbe toccato altro che un mucchio di fuliggine.

 

Era disturbante

e allo stesso tempo

conturbante.

 

Le poche stelle comparse sopra di noi

gettavano una fioca luce sulle nostre teste

senza alcun riverbero

come un vuoto pozzo di luce in monadico isolamento

che perfori quell’atmosfera di fuliggine

e l’occhio si perdeva

in quell’inconcepibile oscura profondità.

 

Feci il mio ingresso con un lievemente accennato

movimento del capo a mo’ di saluto

e mi accomodai in una delle poltroncine in vimini

e

sedendomi

notai i due

l’uomo bianco e calvo e la donna negra e grassa

lanciarmi un’occhiata in tralice e farfugliare

qualcosa nella mia direzione ma feci finta di nulla

né alcunchè della loro conversazione mi giunse all’orecchio

benchè continuassero a guardarmi di sottecchi.

 

Poco dopo il bianco si sollevò

solennemente

dal suo scranno

e avanzò lentamente e composto verso me

e mi disse

a mezza bocca

quasi senza increspare la linea delle labbra

che infatti rimasero incollate

in un enigmatico ghigno e indefinibile

che mi avrebbe pagato per scoparmi sua moglie

la negra grassa e laida

credo che ebbi un moto di repulsione e ripugnanza

che cercai di trattenere ma che evidentemente trasparì

poichè il signore cambiò subito espressione e

in tono affabilissimo e quasi amicale

mi giurò che non voleva in alcun modo offendere

e chiese di spiegarsi meglio

acconsentii e lui iniziò a blaterare

che il piacere di lui e della moglie

consisteva nel sesso del tipo razzistico-estremo-violento

insomma

voleva che gli scopassi la moglie

umiliandola

e l’umiliazione consisteva nel trattarla da cagna

non come si è soliti fare ma facendole

letteralmente

fare la parte di una cagna

con tutti gli annessi e connessi

camminare a quattro zampe

guaire e abbaiare

camminare al guinzaglio con tanto di collare

bere e mangiare da una ciotola

cagare in un’apposita lettiera

leccare i piedi del padrone

anche se non so

in questo caso

a chi di noi due si riferisse

e qualsiasi cosa le fosse stata messa in bocca

compreso il buco del culo che

a quanto pare

lei amava leccare infilandoci la lingua.

 

Supponevo che

a un certo punto

il trattamento da cagna prevedesse anche il sesso

vero e proprio

sai

quella cosa d’infilarlo dentro il buco

ma per il momento includeva solo umiliazioni

una buona dose di schiaffi e soffoconi

leccamenti di palle, piedi, ani, e cappelle

strangolamenti e punizioni come incularsi la negra

tenendole la faccia dentro il cesso

o pisciarle addosso e in bocca

e insulti di ogni tipo

lurida cagna

sporca negra

negra di merda

negra puttana

negra pompinara

bocca di merda

pompinara

succhiacazzi

schiava analfabeta

africana puttana

puttana figlia di una puttana

in cui il razzismo aveva un ruolo fondamentale.

 

Per il mio ruolo mi furono proposte cinque gambe.

Inutile dire che accettai all’istante:

cinque gambe fanno sempre comodo

e in più mi sarei scopato quella laida baldracca

in un modo che tutto sommato mi incuriosiva

e

devo confessarlo

non mi dispiaceva affatto

e avrei goduto

e poi

lo sapete

in fondo sono una gran puttana anche io

e farei di tutto per i soldi

strangolerei persino mia madre

arriverei anche a incularmi il tuo gatto

e ucciderei il mio ragno preferito:

tutto per i soldi.

 

Così accettai

tutto il pacchetto

e subito ci appropinquammo verso casa e

appena fummo dentro

la troia negra mi si avventò addosso

con la rapidità di una fiera in agguato dietro la siepe

o di un brigante al varco di un passo

o di un temporale nascosto dietro le nere cataratte del cielo

procombente dal buio della notte

o di una febbre tropicale e malarica

e mi fu sopra avvinghiandomi le reni con i calcagni

in una morsa invincibile ed esiziale

e così ebbe inizio la giostra.

 

Quell’orgasmo fu come il precipitare

di un pianeta lanciato in un vertiginoso volo

lungo l’orbita di un spazio d’infinito silenzio

e poi venne l’oscurità

che promanò come una misteriosa emanazione

delle pareti nude e fredde

mute

silenti

mentre le stelle scintillavano nell’aria densa e scura

greve di rugiada

e io porgevo l’orecchio alle ombre

nell’enigmatica stasi delle immense forze del mondo

che privava il tempo della sua importanza.

 

Mi sentivo stanchissimo

e anche le stelle stremate nell’attesa dell’alba.

 

Perchè quell’inutile sperequazione di tempo ed energie?

Perchè quell’assurda profusione di sperma

che mi svuotava l’alma insieme con le palle?

Che cosa aspettavo?

Che cosa mi aspettavo?

 

Non lo sapevo

non ne avevo la minima idea

e forse era questo il problema

l’aspettare invano

aspettare l’avvento di qualcosa che non si sa che cosa sia

il senso del tempo si perde nella monotonia dell’attesa

delle speranze e dei desideri

il sole sorge e tramonta

la notte scivola sulle nostre teste sbiettando

tutto terribilmente insignificante e privo di scopo

le stelle

il sole

la luce

l’oscurità

lo spazio

le strade

la città come una trappola

e io

che in questo misero spettacolo cercavo di sopravvivere

e andare avanti

scalpicciando e scalpitando

ripensando a quante miglia ho mai camminato

preso in un testardo ostinato vagabondaggio

di pura e semplice irrequietezza.

 

Infine

la notte ci avvolse nudi

sporchi ed esausti

in un autentico ristagno di ombre

mentre violente nubi minacciose spiravano

dalle ripide rupi di pietra di porfido

e le ombre si accorciarono sempre più

approfondendosi fino a scomparire e fondendosi insieme

in un unico stagno crepuscolare

e zaffate d’intenso profumo estivo mi giungevano

e i colori della città incupivano

perdendo fulgore.

 

 

 

IN MORTE DEL FRATELLO GIONNI.

 

Un colpo d’ignobile .22 dritto al cuore

e Gionni cadde rapidamente su se stesso

lanciandomi uno sguardo al di sopra della spalla

uno sguardo straordinario

straordinariamente profondo e familiare

emise un tremulo e prolungato lamento

di lugubre terrore e sconfinata desolazione

e mi cadde sui piedi

mentre il suo sguardo lustro e fiero

e la sua espressione interrogativa e dubbiosa

mi avvolgevano le membra e le meningi

e pareva proprio fosse intento e concentrato a formulare

internamente una domanda in un linguaggio

incomprensibile che non avrei saputo interpretare

e invece morì senza che un suono uscisse dalle labbra

senza un moto del corpo o uno stiramento dei muscoli

solo

all’ultimo istante

come rispondendo a un segno

per noi invisibile ma per lui inequivocabile

aggrottò profondamente e grottescamente la fronte

che diede alla sua maschera di morte

un’espressione incredibilmente cupa torva e minacciosa.

 

Poi

la lucentezza del suo sguardo dubitoso e interrogativo

si tramutò rapidamente e repentinamente

in una sempre più vitrea e agghiacciante vacuità

e

dopo un ultimo assalto di vitalità

come un’improvvisa onda sugli scogli di una calma piatta

precipitò in un assoluto vuoto pneumatico

addentrandosi lungo le vie della solitudine eterna

lungo le vie del silenzio totale

nell’immensità di quel vuoto assoluto

che si richiuse su di lui come il mare sul tuffatore.

 

Che fine ignominosa

davvero insulsa e ignobile

morire per un colpo di stupida .22

incapace di centrare un ippopotamo a 5 metri di distanza

eppure fatale per il fratello Gionni

il quale visse spericolatamente

e se ne andò proprio come visse

a cavallo della tigre e in sella alla vita.

 

E anche io ho

in quell’occasione

per la prima volta nella mia vita

avuto un contatto diretto con la Morte

non già un commercio ma sì un contatto

e ho sbirciato al di là del bordo

ma (per fortuna) sono ancora qui

rimasto a sognare il mio incubo fino alla fine

perchè questo è la vita

un brutto incubo e nulla più

una cosa davvero buffa

ridicola

fatta di vaghe speranze giovanili

qualche illusione

molti sogni

cibo infame

e vino scadente

un raro lampo di felicità prorompente

dagl’intermittenti sprazzi d’inconsistente bellezza

che la misera vita ci concede

poi una grandiosa quantità di disillusione

poi la collera

la sofferenza

una serie infinita di rimpianti

una messe infinita di rimorsi

e poi la morte

e tutto in un misterioso concatenarsi

di conseguenze impreviste e mancate coincidenze

nell’implacabile coerente e logica perfezione

della meccanica fredda causalità.

 

E anche io ho

ma in un modo completamente diverso

lottato con la morte

ho lottato con la disperazione

senza nulla sotto i piedi e nulla intorno

senza spettatori

senza clamore

senza gloria

senza una grande paura di perdere

e senza un forte desiderio di vincere

senza molta convinzione nel proprio diritto di esistere

e senza una ferma fede nel diritto dell’avversario:

è stata la lotta meno eccitante che si possa immaginare.

 

Beh

se questa è la massima forma suprema della saggezza

a cui un uomo possa pervenire

allora la vita è un enigma ancora più oscuro

di quanto comunemente si pensi

ma è forse più di quanto mi sarei potuto aspettare

aver comandato un uomo degno d’imperitura memoria

un uomo dotato di un spirito così puro e leale

poichè l’elica gira e ci porta verso l’ignoto.

 

Il sole splendeva ancora feroce e accecante

immergendo di tanto in tanto le cose

in un’assurda improvvisa recrudescenza di luce

e la terra essudante umido vapore acqueo

pareva gocciare luccicando rugiadosa

e io stetti accanto al cadavere del mio amico

finchè il sole iniziò il suo declino lungo la sua ellittica

curva discensiva d’impercettibile caduta

e il suo bianco sfolgorio si mutò presto in rosso smorto

un rosso diffuso e privo di raggi e di calore come

una macchia di sangue sgorgante da un corpo disteso

fedito a morte dal contatto con l’oscurità incombente

e la serenità si fece di colpo molto meno brillante

e meno luminosa ma più effusa e profonda

prima di morire completamente.

 

Poi

infine

venne la sera

la fredda e buia sera

che quella sera era nera nera

e io presi l’ultima sigaretta che mi rimaneva

l’accesi e inspirai profondamente

la fiammella illuminò per l’ultima volta il suo volto

che pareva uscire dalla notte e rientrarvi

al guizzo irregolare di quella fiammella

poi il fuoco si spense

e con esso anche il suo viso

che

semplicemente

scomparve

rientrando nella notte per non uscirne più

scomparve con la solennità della sua perfetta solitudine

nella muta selvaggia maestosa immensità della notte buia

che lo accolse amorevole e benigna nel suo seno

e io mi resi conto che la saggezza arriva all’ultimo

quando e la tempesta è ormai passata

e la gioventù appartiene a un tempo ormai remoto

e la festa è finita e le ragazze sono andate via

è allora che gioisci della tua inesperienza e incertezza.

 

È quando si sa tutto che non si può più nulla

si è vecchi quando si hanno solo convinzioni e certezze.

Se comprendi questo allora sarai vivo

e finchè sarai vivo sarai anche immortale

per tutto il tempo in cui sarai al mondo.

 

 

 

LE RAGAZZE.

 

Non ci appartengono le ragazze

che ci passano tra le mani:

le prendiamo solo in prestito per un po’

senza lasciare alcun segno palese su di loro

che si scrollano di dosso le nostre goffe

danze di scarafaggi

e corrono dritte come frecce tra le nostre braccia

oltre le nostre braccia che non possono trattenerle.

 

Il nostro amore passa e quasi orma non lascia

e se le colpisce è solo per trapassarle

il nostro amore le trapassa e poi corre dritto ad altre mete

verso altri orizzonti

come una pallottola che attraversa il corpo

e si scaglia oltre perdendosi lontano.

 

E a me questo è sempre dispiaciuto

nel profondo del cuore

mi dispiacque sempre terribilmente

di non essere riuscito a lasciare in lei un segno

altrettanto profondo

poichè, vedete, il ricordo del suo corpo

del suo piccolo corpo sul mio laido corpo disfatto

di quel dolce contatto gentile con la sua pelle d’elabro

come un livido sulla pelle mi restò attaccato agli occhi

che la nebbia del tempo non potrà mai offuscare

e così, quando la rividi, capii subito di amarla ancora

cazzo quanto l’amavo

l’amavo proprio

e adesso che faccio

pensai

ma la cosa migliore era comportarmi come se nulla fosse

e salutarla affettuosamente con un bacio sulla guancia

che avrebbe fugato ogni suo dubbio sui miei sentimenti

(non devi mai far capire loro che le ami e t’interessano

o loro si stancheranno di te e guarderanno altrove)

così mi chinai e le diedi un bacio sulla guancia

lei ricambiò e fece una piccola smorfia

come un sorriso.

 

Poi ci dirigemmo verso il parcheggio

salimmo in auto

e partimmo

lei

che

silenziosa come sempre

guardava la strada davanti a se

e io

che quando mi accorgevo che lei non guardava

le gettavo furtive occhiate addosso

percorrendo con la vista e con gli occhi

i suoi ricci capelli

le sue rotonde braccia

le sue piccole mani

il suo dolce e volubile naso africano

la vasta infinità della sua pelle di tenebra.

 

Era una bella mattina di sole e di azzurro

e noi camminavano fianco a fianco sulla strada

e tutto andava bene in quel momento

e non c’era niente che andasse male

nulla che potesse non funzionare.

 

Solo

non sopportavo che

un giorno

tutto questo sarebbe scomparso

il suo viso

il sole

i fiori

l’amore

il caffè

il sogno

e la poesia.

 

Scendemmo dall’auto e salimmo i gradini

il sole era ormai alto in cielo

la casa pervasa dal tanfo di fumo

e lei profumava di rose.

 

Entrammo e attraverso una tenda stracciata

un pezzo di sole saltava dentro la camera

screziato

smorzato dalle nuvole che l’offuscavano

ma per il resto era una pomeriggio perfetto

e lei si muoveva tra le cose sculettando

e ondeggiando il suo meraviglioso culo

bello immenso e rotondo come il sole

bollente come l’inferno

e io non sapevo che cosa fare

le cose belle giungono inattese

fortuna o persone che siano

e alla fine tutto svanisce

fortuna

donne

soldi

tutto.

 

Così mi accesi una sigaretta e la tenni in mano

nell’altra un bicchiere

il sole che penetrava dalle tende

e il piacevole frastuono del traffico

che saliva dal basso

ed entrava dalla finestra che dava sulla strada

trasportato dai raggi del sole

e lei che silenziosa mi guardava e non parlava.

 

Non aveva bisogno di parlare

non ne aveva mai avuto bisogno

non ne avevamo mai avuto bisogno

i suoi occhi contenevano già tutto

e bastava uno sguardo per percepire tutto

per capire tutto

per carpire tutto

e vedere la gentilezza e il disprezzo

l’odio e l’amore e la paura e la gioia e la follia

fiammeggiare serpeggianti nei suoi occhi

risalendo dai carboni ardenti della sua anima

dagli spigoli aguzzi del suo cuore.

 

Mi sentivo logoro e stanco

e pensavo ai miei errori e agli sbagli

rimpiangendo i giorni in cui mi sentivo un leone

in grado di affrontare le iene

e dare loro in pasto il mio cuore

i giorni in cui le assicuravo che non le sarebbe mai

accaduto nulla di male finchè fossimo rimasti insieme

perchè lei era la mia rabbia e il mio chiodo fisso

promettendole amore eterno

con la noncuranza della gioventù

che ci spinge come un incanto

come in un incantesimo

come in un sogno.

 

Finchè sei giovane credi che la fortuna sia dalla tua

e che lo sarebbe stata per sempre

e non t’importa di nulla

e abbandoni occasioni e persone con leggerezza

e magari capita pure che tu vinca qualche volta

ma poi il tempo passa e gli anni corrono veloci

e tu rimani con un pugno di mosche in mano

d’improvviso la musica svanisce e

senza che tu te ne sia accorto

la festa è finita

e le belle ragazze sono andate via

e rimangono solo le ragazze un po’ grassocce

mezze e avvizzite

con i denti ingialliti

il cuore storto

la vita anfibolica

e la vita e il mondo e la gente ti remano contro

ogni giorno di più

e ti rendi conto che è terribile e stupendo

quello che l’amore può farti

orribile e straordinario come l’amore possa distruggerti

e sai che la morte è sempre in agguato

anche quando non la vedi

e credi di stare andando alla grande

e l’unica cosa che ti rimane da fare

è fissare la parete scrostata o la notte silenziosa

alla ricerca di quelle labbra evanescenti e immaginarie

e degli occhi ideali dei tuoi amori passati

e non puoi fare altro che accenderti un’altra sigaretta

e andare al bar per farti un altro bicchiere

in compagnia di coloro che hanno bisogno

di una luce e di un tavolino per la notte.

 

Il problema è che solo le persone stupide si annoiano

e devono continuamente mettersi alla prova

per sentirsi vive.

 

Di fronte al mare dei venti

gettarsi nel mare delle correnti

per essere per sempre vivi essere sempre morenti

dando precipiti le membra al mare degli eventi.

Solo chi fa ben fa, lo capisci?

 

So bene di non essere adatto alla società e al mondo

il genere umano e l’umanità tutta mi sconfortano

non sento il desiderio di adeguarmi e inserirmi

non ho nessuna ambizione di successo

e non ho veri obbiettivi

ma

a volte

si giunge così vicini al cuore della tenebra

della disperazione e della solitudine

toccando il fondo del terrore e dell’odio

che due occhioni neri che ti guardano dolcemente

e quella smorfia-come-una-specie-di-sorriso

bastano a renderti immensamente felice

e allora tutto il mondo si concentra in quel sorriso

e il resto non conta più un cazzo

gli scorni e i tradimenti

le coincidenze e i mancati appuntamenti

i sogni e i giuramenti.

 

Poi lei mi sorrise ancora

e il cuore ebbe un sussulto

il sangue pulsò con più violenza

negli occhi che più non videro

e poi mi baciò

e fu un tuffo al cuore

come un vago tumulto

e singultoso di tempesta.

 

La cinsi con un braccio e la strinsi a me

le sollevai la camicia per carezzarle la pelle morbida

sotto la camicia era nuda

la spoglia e la distesi sul letto

poi mi sollevai e le montai sopra

era calda e turgida

vivida e vitale

pronta per me

e immediatamente venni risucchiato nel vortice oblioso

del sesso e nel facile oblio dei sensi.

 

Quando finimmo

il piacere che trovavo in lei

recava traccia sensibile e segno tangibile

nel palmo della mia mano

ancora umida e molle del suo liquore

e la mia mente era così vuota che il terrore mi attanagliò

e solo con uno sforzo di volontà

riuscii a ritrovarmi

nel tempo e nello spazio

in quel letto lì

in quella camera

in quel corpo disteso

in quel preciso momento

in quel pomeriggio inoltrato

che da lì a poco avrebbe lasciato il posto alla notte

mentre il sole sarebbe tramontato

striando il cielo di oro e porpora

e le nere ombre della sera sarebbero scivolate

dai monti e dagli angoli dei palazzi e delle strade

coagulandosi in nere pozze d’inchiostro.

 

Mi voltai per un attimo a guardarla

e lei sospirò al termine di un lungo sorriso

e nel mezzo di un lungo sguardo mi baciò ancora.

 

Poi fu la notte

che ci piombò addosso il suo nero drappo stellato

mentre un silenzio interminabile ci avvolgeva

come se fossimo stati avvolti in strati e coltri di cotone

e poi proiettati a migliaia di metri sotto la terra

e lì sepolti

e così ci addormentammo

abbracciati

e al mattino

ci svegliammo che eravamo ancora abbracciati

stretti su quel divano stretto stretto

appena sufficiente per un corpo

con le facce unite e stropicciate

e i corpi uniti e stropicciati

e le nostre due anime anch’esse unite e stropicciate

e io sentii un piccolo nodo alla gola.

 

Capii che lei se ne stava andando via

anzi se n’era già andata

e che quella sarebbe stata l’ultima volta

in cui avrei potuto guardarla in faccia

e scrutare le reazioni del mio cuore ingrato.

 

Sapevo che

d’ora in poi

avrei potuto solo ricrearla nella mente

adoperando il repertorio dei ricordi e delle immagine

fuggitive nel cervello.

 

Così le prendo la mano e le accarezzo

sentendo in me un gran vuoto

e la desolante consapevolezza della necessità

di quel vuoto che mi cresceva dentro

poi mi rivestii e uscii accendendo una sigaretta

addolorato ed emozionato e arrabbiato e triste

salii in macchina

la misi in moto e partii

e appena imboccato lo svincolo per l’autostrada

buttai la sigaretta dal finestrino e ne accesi un’altra

spinsi la mia Jaguar di 15 anni a duecento all’ora

in cerca dell’ultimo botto inseguendo l’ultimo sogno

la lanciai dritta verso il sole come una freccia

vecchio sole accecato dalla bellezza della luna piena

la vita andava male e le ruote correvano sui rimpianti

e il calore del mattino estivo era una ragnatela che

mi trapassava il midollo spinale giungendo fino ai peli

del petto disteso attraverso i binari della ferrovia

nel luglio eterno delle nuvole affondate

e infine tornai a casa

e ora eccomi qui

a scrivere

cacciandomi due dita in gola

per vomitare tutto l’amore e l’amarezza.

 

Non si deve assumere più di quanto si possa assorbire,

odio o alcole o droga o amore che sia.

È proprio vero, le ragazze non ci appartengono:

le prendiamo solo in prestito

per un po’.

 

 

 

SOGNI.

 

 

1.

 

Da quando non ho più lei mi sento dimezzato

incompleto e defraudato

sottratto a me stesso

così cerco soddisfazione in corpi senza amore

corpi che non conosco di putte incontrate in strada

e dormo con quei corpi morti

e con loro trascorro le mie notti senz’alba

in momentanea letizia e subitanea successiva mestizia

e quando mi sveglio alla tenue luce del mattino

la ragazza che avevo rimorchiato la sera precedente

sta acciambellata sul pavimento e io le chiedo

perchè dormi lì

toccandole il braccio

e lei mi dice sorridendo

non c’è problema

sto comoda

è vero

è sdraiata s’un tappeto di morbida pelle

e il suo bel corpo minuto non arriva a lambirne i bordi

che vuol dire

replico

ti agitavi nel sonno e a un certo punto

arrabbiato

mi hai detto di andarmene e così ho capito

che avrei dormito meglio qui in terra

disse lei

ti ho detto di andartene

domandai io

nel sonno

ma non te la prendere

non è colpa tua

e si arrampica sul letto accanto a me e io l’abbraccio

con desiderio e gratitudine e sincero affetto

e lei mi strofina il naso sul petto strizzando gli occhi

e stropicciandosi il viso e digrignando il sorriso.

 

L’indomani stessa storia

mi addormento tra le braccia della ragazza e al mattino

la ritrovo dormiente sul pavimento come la notte scorsa

e la guardo con imbarazzo e lei ride del mio imbarazzo e

mi hai spinta giù dal letto con le mani e con i piedi 

ma non ti agitare

non prendertela

non possiamo controllare i nostri sogni

e neppure quello che facciamo nel sonno

mi dice

prometti di svegliarmi se lo rifaccio

le dico e

mentre sto per mormorare qualche insulsa giustificazione

lei mi blocca e mi abbraccia e al caldo di quell’abbraccio

rimugino tra me e me cercando di ricordare l’incubo

che mi agita quando la caccio dal letto

ma non ci riesco.

 

La terza notte la ragazza mi sveglia scuotendomi

apro gli occhi

nella debole luce lunare intravvedo

la sua incerta forma al mio fianco e in un impeto

di tenerezza allungo le dita per toccarle i capelli e il viso

ma è come accarezzare una lastra di marmo o un pallone

o un muro

qualcosa che è solo superficie

poi ancora intontito e confuso percepisco l’eco

di un flebile gemito aleggiante ancora nell’aria

ma non riesco a ricordare nessuna immagine

non riesco a visualizzare nessun ricordo

e questo mi fa arrabbiare e innervosisce

ma mantengo la calma le chiedo semplicemente

che succede

chiedo

gridavi

mi dice

gridavo nel sonno

chiedo stupido e stupito

gridavi nel sonno

mi dice

e poi mi chiede

un incubo

io cerco di guardarmi dentro

dovrei ancora avere addosso il... il sapore...

l’odore... il bagliore residuo del sogno 

ma vedo solo un vortice dinamico

più dinamico del sole

e al centro del vortice l’oblio

non ricordo alcun sogno.

 

Si fermò con me dodici lune e altrettanti soli

e dodici furono le notti e i giorni che passammo insieme

poi lei si stancò del mio sonno irrequieto e se ne andò.

 

Ma i sogni rimasero.

 

 

2.

 

Mi sveglio all’alba

anzi prima dell’alba

e

mentre cammino scivolando attraverso la piazza

dove incerte figure scure si staccano dal pallore assorto

del mattino e mi vengono incontro.

 

Sono bambini quasi adolescenti che giocano

inseguendo il filo di un aquilone e urlano a frotta

e io cerco di afferrare il senso delle loro grida

ma non capisco una parola del fluttuante mormorio

che sale dalle loro bocche frementi di vita e gioiose   

e così inseguo il filo delle loro voci

come loro il filo dell’aquilone

e all’improvviso le voci scompaiono

e anche l’aquilone non c’è più

così sconfortato proseguo il mio vagabondaggio

con le mani in tasca e il cuore sotto le scarpe

finchè giungo in una piazza isolata e ombrosa

dove una ragazzina adolescente

più grande degli altri bambini

siede in terra rammendando l’aquilone

lo stesso aquilone che gli altri bambini inseguivano

ora squarciato dal vento e lacero.

 

C’è un enigmatico bagliore rosato nell’aria

e lei sta seduta in terra sola e silente

ed è stranamente incappucciata

e lavora con ago e filo

e mi volge le spalle

e intenta non si accorge di me e

seduta in terra

a gambe aperta

continua il suo lavoro tranquilla

e io mi sorprendo a chiedermi se stia eseguendo

un particolare rituale celebrato a porte chiuse

tra le mura del suo cuore e della sua solitudine

e sospinto da questi pensieri e sempre più incuriosito

mi avvicino finchè le sono dietro

a pochi passi

e mi fermo a guardarla e lei non si gira e continua a cucire

e io sono attratto dalla sua dedizione all’inutile lavoro

e cerco di girarle intorno e vederle il viso

tra i lembi del cappuccio a punta ma non mi riesce

e più cerco di girarle intorno più il suo volto si sposta

e così cerco almeno d’immaginarne il viso

e anche in questo caso non riesco.

 

Quando mi desto dal torpore del sonno arranco

ancora nello spazio infinito verso quella meta oscura.

 

Mi alzo dal letto e sospiro.

Fuori dalla finestra lacerti di nuvole

corrono rapide davanti alla luna.

 

 

3.

 

Un corpo giace supino di donna

a braccia spalancate e gambe aperte

e tra le gambe un ciuffo di peli

che luccicano sul pube come un liquido nero-oro

che scorre sul ventre fino all’inguine e poi giù

come una freccia dentro al folto ciuffo tra le gambe

e poi

quando tendo la mano per accarezzare quel ciuffo

il ciuffo comincia a fremere calpitando impazzito

come un campo di grano sotto gli zoccoli del vento

calcitranti e palpita in un moto tumultuoso

e libera un denso nugolo impazzito di api

che sciamano vibrando velocissime le ali

e fanno un giro sulla mia testa

e poi virano verso il ciuffo nero del pube

e vi si adagiano ammucchiate l’una sull’altra

zuppe di miele e appiccicose

scomparendo infine

tra i peli

neri.

 

Mi sveglio e sospiro

al termine di una lunga notte

nel mezzo di un profonda disperazione.

 

 

4.

 

Faticosamente cammino in una distesa di neve infinita

a un gruppo di piccole figure che giocano nella neve

sono bambini e quando mi avvicino loro sgusciano via

come dissolvendosi nell’atmosfera

solo una figura rimane

una bambina con un cappuccio che mi volta le spalle

allora io cerco di vederle il viso e le giro intorno

ma la faccia è vuota e liscia e senza tratti somatici

non è nemmeno una faccia

ma una parte del corpo qualsiasi

come un ginocchio

gonfia sotto la pelle

bianca come la neve

è la neve stessa.

 

Quando mi riprendo dal sonno

uno sciame di nuvole e polvere come un fiume

corre maestoso nel cielo brillante di un sole arancio.

 

 

5.

 

Il sogno ha messo le radici,

stavolta sono in un campo innevato

e bambini giocano sulla neve

e tra loro la solita bambina incappucciata

mi da le spalle

così mi avvicino e mentre procedo faticosamente

la sua immagine viene progressivamente cancellata

dalla neve che cade a fiocchi e i piedi mi affondano

così profondamente nella neve che riesco a pena e stento

a sollevarli e avanzo di pochi centimetri alla volta

e ogni passo è un’eternità

e mentre mi avvicino o cerco di avvicinarmi

i bambini interrompono i loro giochi per guardarmi

e le loro facce prima luminose e allegre si fanno ora serie

e loro si voltano a me e mi fissano e immobili non parlano

solo mi scrutano con aria indagatrice

mentre dalle loro bocche il respiro esce affannoso

coagulandosi in piccole nuvole di ghiaccio

e allora io cerco di sorridere ma non ci riesco

il gelo mi blocca sempre di più mentre cammino

ma

muovendomi a fatica e pesantemente riesco infine

a oltrepassare i bambini e giungere alla bambina

e vedere il suo viso: lei volta la sua faccia bardata e io

mi accorgo con disgusto che la faccia non è una faccia

ma un grumo di carne e sangue come un organo interno.

 

Riemergo dal sogno teso e spaventato e atterrito

è quasi l’alba e io ho le mani intorpidite e insensibili

la ragazza dorme rannicchiata accanto a me.

 

 

6.

 

C’è qualcuno inginocchiato al riparo del muro

la città è vuota e anche le piazze sono vuote

e le strade sono vuote e desolate

e il vento alza nuvole di polvere tormanti

e lei che si stringe nel bavero del cappotto

cercando di coprirsi la faccia.

 

La raggiungo e lei mi chiede

dov’è che ti fa male

e io le rispondo

non mi fa male

sto bene

e le parole che mi si formano in bocca e che pronunzio

emergono leggere

quasi senza corpo

come parole dette da un altro che non sono io.

 

Poi inspiegabilmente e senza sangue lei muore

semplicemente chiude gli occhi e reclina la testa

e muore

e allora io la prendo tra le braccia e inizio a camminare

per le strade vuote della città ma non c’è nessuno

a cui chiedere aiuto

e continuo a camminare con la ragazza in collo

la sua testa che mi sbatte sulla spalla

i suoi piedi morti pencolanti esanimi.

 

Poi la ragazza cambia forma e dimensioni e sesso

e diventa due figure che

massicce e vuote

crescono divenendo sempre più grandi

fino a occupare tutto lo spazio in cui cammino

e mi terrorizzano e impietrano

e io non riesco più a camminare

né a respirare e quasi soffoco

e mi sento la gola gonfiare ed esplodere

e poi mi sveglio

e quando mi sveglio

quando mi sveglio non è ancora l’alba

ma manca poco all’alba

mi metto seduto sul letto

e rimango in attesa

dell’istante in cui l’oscurità cederà

il posto alla prima luce grigio-tortora del giorno.

 

 

7.

 

C’è un ronzio lontano nell’aria

una certa elettricità nell’immobilità del pomeriggio

qualcosa che non riesce a quagliare

che non riesce a cagliare né a coagularsi

o a risolversi in un suono definibile

ma che mi rende teso e inquieto.

 

Poi un grido acuminato si leva nel vuoto

che trafigge l’aria immobile

come una freccia acutissima dritta al cuore della notte

poi sguardi feroci e confusi movimenti di braccia

e di gambe e rauchi versi e gridi e strida e schiamazzi.

Poi torna il silenzio.

 

Mi ridesto che non è ancora l’alba

allorchè il rosa del giorno nascente

e vittorioso sul viola della notte in fuga

inizia a dilagare nello specchio del cielo

trasformandosi in oro.

 

 

8.

 

C’è un corridoio lungo e stretto

lo percorro e a mano a mano che avanzo

il corridoio si restringe

sempre di più

finchè sono costretto a camminare di traverso

sfregando il ventre e la schiena contro le pareti

alla fine riesco ad arrivare alla stanza a cui sono diretto

entro e nella stanza ci sono due figure

un uomo e una donna

sono nudi e fumano una sigaretta

io rimango per un attimo perplesso e imbarazzato

ma sembrano non vedermi

così chiudo la porta alle mie spalle

e mi faccio strada nella camera

e mi accorgo che sono due semplici adolescenti

un ragazzo e una ragazza

e continuano a parlare come se non ci fossi

e anche io ho l’impressione di non esserci

mi sento fuori posto e allora mi nascondo sotto il letto

avvampando di vergogna

mentre loro finiscono la sigaretta e tornano a letto

sento i corpi che si contorcono e si dimenano

allungandosi e rattraendosi sul letto

sento il fruscio della carne che struscia contro il materasso

le doghe s’inarcano e curvano

schiacciandomi e premendomi la schiena

io mi tappo le orecchie per non sentirne le parole

ma i gemiti e i palpiti non posso non percepirli

i due sono in preda al piacere

e allora anche io sudato e rosso di vergogna mi eccito

mio malgrado

e la mia eccitazione mi esce dalla gola

condensandosi in un rantolo che passa inavvertito

mescolandosi ai loro rauchi gemiti e soffocati ansiti

poi è finita e sospirano e si lasciando andare

e l’agitazione e il movimento cessano

e infine uno accanto all’altra di rilassano

aspettando di scivolare nel sonno

che li fulmina improvviso

così posso uscire dal mio nascondiglio e scappare

ma

prima di lasciare la camera mi fermo a guardarli

e dormono profondamente

come due bambini

il ragazzo e la ragazza

nudi

mano nella mano

imperlati di sudore

i visi languidi e dimentichi

le membra obliviose

e guardando quei corpi bellissimi

nudi e innocenti

un’ondata di vergogna mi assale: la bellezza di lei.

 

Quando mi sveglio è pieno giorno

 

mi affaccio dalla finestra e guardo fuori.

La superficie dell’asfalto rifletteva la luce del sole

mandando barbagli di luce sulle cose e i corpi

mentre opprimenti ombre si allungavano sui palazzi

come affusolate dita dilungate e diaboliche.

 

 

9.

 

È di nuovo lei

è di spalle

china

indossa un vestito scuro

che cozza con la pelle bianchissima.

 

Avvicinandomi mi accorgo che sta scavando

nelle viscere di un cadavere

con le manine piccole.

 

Avverte la mia presenza alle spalle e si gira

e stende le mani a me offrendomi qualcosa

un affare informe che guardo svogliatamente

come attraverso una fitta e densa nebbia.

 

I suoi capelli sono legati in una folta treccia nera

legate con filo d’oro

e mi sorride

ha denti bellissimi e bianchi

e luminosi occhi neri ridenti.

 

E io ho un moto di gratitudine per quel sorriso

e per quegli occhi.

 

Poi mi sveglio

mezzogiorno

e il sole riverbera sulla superficie dell’asfalto

come s’uno specchio d’acqua

in modo così violento e veemente

che fui costretto a coprirmi gli occhi.

 

 

10.

 

Nuoto

bracciate forti e regolari

ma non è il mare che mi circonda

ma il tempo stesso che io fendo

il tempo nella sua infinita purezza senza increspature

come un elemento ancora più inerte dell’acqua

pervasivo

incolore

inodore

secco come carta.

 

È pomeriggio

e il sole calante assomigliava a un’arancia

sospeso s’un orizzonte striato di viola-nero

e io continuo a nuotare

e il sale mi morde le labbra

come un tempo faceva l’amore

e mentre nuoto faccio dei pensieri nitidi e lucidi

e nelle mie pindariche elucubrazioni

penso che il cambiamento istorico

ai livelli sia macroscopico sia microscopico

sia esistenziale

determinato dalle nuove strategie

e condensato in nuove scelte e nuove decisioni

non rappresenti una nuova risposta a vecchi problemi

ma una diversa soluzione a nuove istanze

scaturiti dalla nuova conformazione assunta dal sistema

e rifletto sul fatto che il mondo e la realtà cambiano

per la modificazione delle relazioni tra gli elementi

che conferiscono una nuova conformazione o modulazione

al sistema che così presenta istanze nuove le quali

a loro volta esigono risposte diverse

e infine concludo che l’oscillazione delle istanze

in seguito alla rimodulazione degli schemi e del sistema

sfoci nel riadattamento modulare delle risposte.

 

Penso a tutto questo mentre nuoto

e compongo una stranissima canzonetta in inglese

in the land of love

no earth for men without heart

no more core for the fucking haters

e penso

chissà perchè in inglese

mentre la canticchio e la fischietto nuotando

e il cielo si annera

finchè violenta

la luce viola del tramonto mi avvolge

e annega...

 

 

 

 

CLAUSTROFOBIA.

 

All’epoca

mi limitavo ad andare a zonzo

passeggiando per la mia piccola città

conoscendo gente

innamorandomi e scopando

scopando a più non posso

scopavo molto

e il sesso sfrenato mi aiutava a fuggire da me stesso.

 

Era l’epoca della claustrofobia,

bastava che un luogo fosse minimamente chiuso

e subito mi sentivo soffocare e scappavo

urlando come un pazzo

proprio così

dritto all’inferno

con un biglietto di sola andata

senza ritorno

senz’alcuno scampo

impossibile fuggire

claustrofobia galoppante

imprigionato in me stesso

e imprigionato vissi molti anni

chiuso in me stesso

sgretolandomi dentro

la claustrofobia era così forte che a volte di notte

mi svegliavo di soprassalto e saltavo giù dal letto

mi sentivo intrappolato nella notte

nella stanza

in me stesso

sopra il letto

dentro il letto

mi mancava l’aria

insomma

ero ridotto così

oppresso dalla claustrofobia

angosciato

spiaccicato come uno scarafaggio

e camminavo molto

dappertutto

in giro

non facevo altro fuorchè scappare

e non potevo stare in casa

la casa era per me un inferno.

 

Trascorsi molti anni così

sempre sul filo del rasoio e sull’orlo del baratro,

sempre

sul filo del rasoio

e sull’orlo del baratro.

 

 

 

 LA VITA.

 

Così è la vita:

devi decidere

e decidere alla svelta:

se lo fai

se scegli

puoi vincere o perdere

ma se invece non decidi hai già perso

in partenza;

se non scegli sei solo un idiota

una mezzasega

un idiota.

E devi rischiare

devi rischiare il tutto per tutto

e anche il tutto per niente

solo pochi sopravvivono

e pochissimi ottengono la palma della vittoria

i campioni e i vigliacchi.

 

Ma i vigliacchi rimangono sconosciuti e sconfitti

e vivono una vita grama

deformi idioti decrepiti moribondi e senza casa

mentecatti e ritardati

mentre i campioni conquistano il paradiso

dove settantadue vergini li attendono a gambe aperte

adorabili e puttane.

 

La vita può essere una festa o un funerale.

 

 

 

IL PIÙ GRANDE FIGLIO DI PUTTANA.

 

Me ne stavo seduto a oziare per i cazzi miei al bar

quando lo vidi entrare:

il più grande figlio-di-puttana in città.

Beh c’è sempre un figlio di puttana nei paraggi.

Era un giorno afoso

umido

inutile

in giro nulla da fare

nella mia vita nessuna novità

e nulla di nuovo sotto il sole

sotto il sole solo caldo tafani e puzzo di merda

un caldo micidiale

esiziale

mortale

opprimente

oppressivo

ossessivo

insopportabile

si grondava

sudore

non rimasi asciutto un momento in tutto quel giorno

tafani che non pungevano: trafiggevano!

e un tanfo pestilenziale di merda secca che saliva

promanava ed effondeva dall’asfalto

diffondendosi

dappertutto

invadendo e pervadendo ogni angolo della strada

ammantando di un alone spesso

denso di puzzo e disperazione

ogni cosa

mentre il pomeriggio scorreva e scorreva sulle nostre teste

più indolente e annoiato di una puttana che si gira i pollici

in attesa del prossimo cliente.

 

Nel bar pochi avventori

un vecchio che non faceva altro che scaracchiare e

bestemmiare in continuazione

alternando escreati e bestemmie

in perfetta periodica successione binaria

prima uno scaracchio poi una bestemmia

poi un’altra scatarrata seguita da un’altra bestemmia

e così via all’infinito,

un uomo di mezza età pelato che perdeva sangue

da un orecchio,

poco più in là

in disparte

una bellissima ragazza

e il modo della sua bocca

e la forma dei suoi zigomi

e gli occhi

e l’onda dei suoi capelli

che le cadono morbidi sulle spalle come gli uomini ai piedi

e la curva dei suoi fianchi

tutto era perfetto in lei,

e infine lui

bastardo oltre ogni limite

manesco coraggioso e attaccabrighe

temerario impavido e ubriacone

turbolento

collerico

iroso

irascibile

iracondo

irruento e impetuoso come un fiume in piena

cocciuto oltre ogni immaginazione e testardo come un mulo

perfetto eterno e magnifico come acciaio incandescente

travolgente come uracane tonitruante

che trascina tutto con se

vento

pioggia

tuoni

fulmini

e tutto il resto

aitante

forte

virile

e prepotente come nessun altro

perennemente insoddisfatto e sempre in collera

non era felice mai

diffidente e guardingo

era quello che si direbbe un vecchio diavolo ma

a differenza del diavolo vecchio

la sapeva lunga più per la malizia che per l’età

assomigliando più a una vecchia battona.

 

Veloce con le mani e scaltro con i coltelli

sempre pronto ad attaccare briga con chiunque

amava il sangue e le sfide

e per questo causò molte sofferenze

agli altri e a se stesso.

 

Ah magnifico eterno diabolico spirito guerriero

lo chiamavano Il Terribile!

 

Ma il coraggio e la vitalità spesso vanno per mano

con l’ignoranza

l’arroganza

l’intemperanza

e procedono a braccetto camminando di pari passo.

 

Quello che guadagnava lo spendeva tutto

in puttane alcole e droga

poi tornava a casa ubriaco e

a qualunque ora della notte e a tutti i costi

sporco e olido di sesso e alcole

voleva per forza farsi anche la moglie

e prima di iniziare

mentre la spogliava e le montava sopra

lei si faceva il segno della croce

e sperava che quel supplizio finisse presto

perchè di una tortura si trattava

scopare con lui era tremendo

era un tormento

un’agonia

lui amava picchiarla

si eccitava facendole del male e sentendola piangere

godeva sentendola pregare di smettere

e così ogni volta lui le montava sopra con il cazzo dritto e duro

come un palo

e iniziava a picchiarla

prima uno sganassone

poi un altro

e un altro ancora

in faccia e in testa

non poteva farci niente

si eccitava vedendola soffrire

gli piaceva che le guance le bruciassero per i ceffoni

e poi

quando lei iniziava a piangere e dimenarsi

supplicandolo di smettere

lui se la scopava ancora più

gli piaceva vederla piangere

e quella scena si ripeteva ogni notte

botte lacrime urla e poi gemiti e ansiti

ma non gli bastava mai e

mai soddisfatto

e se per caso lei si rifiutasse e ritrosamente non si

concedesse

allora prendeva a violentarla

con ancora maggiore veemenza e rabbia

infilandole tutto il cazzo in bocca

fino alle palle

fino a farla vomitare

e mentre lei si vomitava addosso lui la sbatteva in terra

e la scopava stantuffandola come un martello pneumatico

da dietro

in culo

senza sosta

senza pietà

come in un martirio medievale o in un castigo infernale

finchè non la vedeva sanguinare

dal culo e dalla figa

e la vista del sangue lo faceva ammattire

e allora veniva

eiaculando sperma e veleno

abbandonandola infine in quella pozza di sangue e vomito

e sborra

esausta stremata e sfinita

straziata e scipata

nella mente e nel corpo

incapace di reagire.

 

Ma successe che un giorno

anzi una notte

ci andò giù veramente pesante

più pesante del solito

molto di più:

come sempre era tornato a casa ubriaco fracido

e pretendeva a tutti i costi di farsi una bella scopata

con la sua donna

lei

come sempre

si fece il segno della croce e gli si concesse

che altro poteva fare

e pregava solo che tutto finisse presto

lui le sfilò le mutande

le diede due sonore sberle sui glutei che subito arrossarono

le montò sopra

e così ebbe inizio il tormento

ma era molto ubriaco quella sera e perse il controllo

iniziò a prenderla a pugni in faccia

le ruppe il naso

e continuò

a picchiarla

le stava facendo davvero male

lei cercò di bloccargli le mani e la furia

ma lui era troppo forte e pesante per lei

le massacrava e feriva il viso

e

mentre si accaniva sul suo corpo inerme

cercava di penetrarla più a fondo

poi

al culmine dell’orgasmo

le afferrò il collo con la sinistra

continuando a colpirla con la destra

e la strozzò

mentre in un estremo parossismo di furia lussuriosa

e omicida

le gridava

prendi ‘sto cazzo troia

prendi ‘sto cazzo puttana

prendilo tutto zoccola

lei era terrorizzata

poi per fortuna perse i sensi

e svenne

e contemporaneamente venne anche lui

urlando e gemendo come una bestia

poi si accasciò sul letto

sospirò

aprì e chiuse le palpebre e gli occhi

li sgranò nel buio e li richiuse

godendosi quel momento di sublime perverso piacere

infine si riebbe

si riprese e si rialzò

si alzò pure i pantaloni

si rivestì

e uscì di casa per un goccio

come se niente fosse successo.

 

Quando lo arrestarono stava ancora bevendo

sdraiato s’una panchina del parco

tranquillo

come se nulla fosse successo.

 

Era uno di quelli, capite:

impossibile farli ragionare

e nulla li tocca

niente incrina la solida fede che hanno in loro stessi

uno di quelli che passano tra la vita e la morte con passo straniero

come se il conto non fosse il loro

uno di quelli che buttano via i soldi per se stessi o per vanità

ma non pagano mai.

 

Il coraggio e la vitalità spesso vanno per mano

con l’ignoranza e l’arroganza.

 

Ignoranza e vitalità

intemperanza e coraggio

spesso vengono confuse.

 

 

 

ESTERNO POIESIS.

 

Banalità breve
da 4 soldi
sul quotidiano.
Lavatrice!
=
Capolavoro Poetico UltraContemporaneo!!!

Applausi,
complimenti vivissimi.

La poesia oggi è morta
e nello stridere di lavagnette
Voi la seppellite
bisce e vipere.

Ma questo smegma di parole 
lo finiamo qua
tra il magma della mia rabbia
disgustata
nel leggere il vostro niente che viene venerato
ad alloro, incenso, mirra ed oro
e la virginale invidia,
profumo d’indivia
che la grande truffa non riesca a me
o ai miei sodali onesti perdenti
dalla penna e l’anima in fiamma.

Il complesso della pulce nel culo del gigante.

Quando Shakespeare scorreggerà
saremo tutti spazzati via.

Io con le mie storielle di bevute e scopate sudice
nei vicoli tristi delle notti buie d’umanità malata
e morente senza speranze, lacrima irriverente
ad una Dea cagna e per sua scelta assente,
o dolce al grande amico mare, 
ultimo rimanente,
volto dell’eterno errante

E poi voi... 
distanza siderale 
con l’aurea minimale 
evanescente riflesso,
eco sordo, suono fesso
nei numeri di prefisso
scritti a grosse lettere scricchiolanti 
da lapis tremanti,
punte spezzate d’imbarazzi e chiasmi
per riempire il vuoto di contenuto delle pagine bianche,
nelle vostre anime mongolfiere da fiere fiere.

Applausi,
complimenti vivissimi.

 

 

 

LA PAPERELLA DI GOMMA.

 

Frasetta rassicurante di poche righe
sui portici dei baci,
carta stagnola e cioccolata nocciola.

Tutti felici e rassicurati,
primi posti prenotati
per il grande pubblico degli illetterati
bei per i cinguettii disimpegnati
spacciati come ticchetii illuminati.

Secondi dai secondi mondati,
inchiostro antipatico
dei contratti firmati,
carta straccia da cattedratico stitico.

Terzi i piromani uncinati
finalmente giustificati
contro la potenza e l’arroganza dell’intellighenzia
tra gli applausi applaudenti agli applauditi paludati.

Poveri intellettuali, accademici raffinati,   
a cosa per sopravvivere vi siete aggrappati.

Cani e cagne che si rimirano le pulci entusiasti di grattarsi la rogne.

Quei pennivendoli ipocriti
che fino a ieri bruciavano i vostri libri
ed oggi scattano in piedi ai vostri trilli.

La chiamata in Nazionale,
maglia azzurra al valore poetico civile.

Sevi dei servi dei padroni.

Istante gramo quello che vi ha confusi poeti di fama.

O tempora o mores,
cenere alla cenere
ed ho voglia di vomitare nel leggere
certa banalità facile
declamata con voce atona
dai troni e pulpiti cialtroni
di stagnola e nocciola.

Quest’epoca di plastica
dove la spazzatura luccica
e la poesia brucia stitica
domina
la frasetta rassicurante di poche righe,
il pensiero leggero che non affatica,
galleggia e rimane in superficie
come una paperetta tenera
il cui giallo simpatizza
e non impegna l’anima palmata
nella fanghiglia dei poeti e lettori della domenica,
prima pagina
stampata pronta per incartarci l’ostia assolutrice,
incatenarci il pesce puzzolente e squamoso
di lettere e parole vuote
con cui viene servito dal braciere fumoso
senza fuoco
al cliente noioso
senza gusto.

Prego in silenzio in riva al mare
il Grande Barista
che mi porti via da questo salotto letterario
stagno di rane
venduto dall’incantamento
come di Principi e princìpi degno reame.

 

Amen.

 

 

 

LA MERDA.

 

Fuori orario e fuori legge.

L’ora legale e l’ora d’aria.

La buona condotta e l’ergastolo.

Un avvocato in gamba Principe del foro
e lo sciocco che ha se stesso per cliente.

Il pozzo e la luna, la luna ed il dito.

La luna ha tanti amanti,
ma un solo marito.

Porto fuori il cane lupo di mare solitario a pisciare,
per cui si porta fuori da sé.

Da vecchio mi piscerò addosso,
forse non vale la pena d’invecchiare.

Pesce cane che abbaia...apre la bocca e beve,
beve troppo
e poi annega, annega troppo.

Annega d’alcolismo.

Il poeta seduto a terra è in garage senz’auto.

Quello indie guida un’ibrida
perché le sue parole non inquinano
scritte in inchiostro simpatico
e ritmo parasintattico.

Il reuccio PoP con l’auto noiosa
omologata, quella che riescono a guidare tutti
perché ha le marce automatiche,
così da rendere più facile e piacevole
il paesaggio e la meccanica del mezzo,
di carrozzatura in rosa, spolverata zuccherosa,
usa ed abusa della chiave automatica
per trovarla nel parcheggio,
sempre lì dove l’ha lasciata,
intatta inscalfita dalla vita,
quando il congegno fa “BloB” tra le altre tutte uguali,
senza che nessuno lo veda,
aspetto che controlla con ossessiva certosina manfrina come sistemare una tendina, osa
e si permette di essere finalmente infelice,
posata cosa, ma l’agente letterario si raccomanda che nessuno se ne accorga, ché si salvaguardi
il sorriso di plastica e la posa elastica
con cui ha conquistato il top.

L’Imperatore è nel palazzo
con l’auto blu che l’attende da basso
finisca di riscrivere per la duecentesima volta
“L’infinito” di Leopardi.

Quando formandosi sui libri
ed alle tavole imbandite dei Maestri,
quelli con le EMME Maiuscole,
perché lo dicono i testi (sacri testi),

il rumore dell’argenteria

ricopre il frastuono delle briciole parole

a cadere dal cielo alle basse terre da poeta minore,

quello senza corte sbavante,

chiedere elemosina e numi al ricco Epulone

a cedere incensare minima nei sacri fumi.

Quel che può, fa ed impone
la comunità episcopale Italiana
in questa bella addormentata
la vostra anima addomesticata
non ha da sapere,
ostia benedetta ed assoluzione vinagretto
per chi è stato iniziato alla setta.

Citazione biblica che farà annuire
quelli dei sacri testi,
gongolare nel salmodiare
la proprietà della lirica.

Croci di legno ed il loro profumo
a marcire nella polvere,
mestiere del saper vendere fumo.

Quando
Quando Quando Quando
dimmi Quando uscirai
dalla sicurezza protetta
della tua casa di carta.

La foresta brucia
e tu la osservi dalla finestra
bevendo il tè.

Il mare si è fatto in tempesta
senza documenti ed orologi in tasca.

 

 

 

IL GIORNO DOPO.

 

Sul soffitto basso

molto basso

di una camera d’albergo

puoi distinguere

nelle e fra

le macchie

ogni sorta di cose.

Animali. Case. Volti. Un divano. Una pistola. Fiori.

O semplicemente puoi

distinguerci niente.

La tua mente evaporata

e condensata

sull’intonaco.

Puoi pensare a Kant. Feuerbach. Schopenauer. Nietzsche.

Puoi pensare a Dio.

A Dio e a Nietzsche.

Alla roulette. Alle carte. Al sapore dell’alcol.

A quel cazzo che ti pare

puoi pensare:

sono tutti là.

Fra le macchie. Sono macchie.

Tutto è una macchia.

Non che ci serva una camera d’hotel dal soffitto basso

molto basso, per capirlo.

Puoi riflettere su di te.

Sulla tua vita ben pasciuta di finto alternativo

dei miei coglioni.

Sui tuoi scacchi di uranio e di cobalto.

Puoi riflettere sulla vendita

di culo e anima

al migliore offerente

(ma attento agli indici di borsa!).

Puoi riflettere o non riflettere

ma comunque

il soffitto ti coprirà

di macchie la vista.

Ti rivelerà la realtà delle cose:

la macchia è la realtà.

Steso.

Sfasato.

Ti affacci al giorno dopo.

Ti chiedi se ogni giorno

sia un ‘giorno dopo’.

Poi ti rompi di quel soffitto

e alzi la testa dal letto.

Fa male.

Ma è sempre un inizio.

Ci sono sempre le macchie

davanti a te.

Un lavoro. Una casa. Una famiglia. Un buon pasto.

La salute.

L’addome scolpito.

La celebrità d’ognissanti.

La felicità.

Ci sono sempre le macchie,

ma a te va bene lo stesso.

Vai in bagno e vomiti.

 

 

 

PRIMO AMORE.

 

Quando pensai di potere

scegliere da me, per la prima vera volta.

Quando giudicai opportuno

avere un’opinione mia, solo mia,

via da droghe e alibi, lontano da partito e pulpito,

allineando giorni

a mio giudizio unico.

Avvenne allor.

Quando l’America

bombardava poveracci

e banche vuote a perdere,

quando piovevano fuori

dallo schermo cazzate

e modelle di cellophane

e il presidente sorridente

illustrava vantaggi

e comodità

di dare via culo e anima.

Iniziava la realtà

a puzzarmi di fregatura,

la salute d’ospedale,

di presa per culo

la ragione sociale

e il sistema pensionistico

non lo capivo

ma urtava i miei vecchi

e a me bastava così.

Avvenne allora, proprio allora,

inspiegabile,

inopportuno,

innaturale.

Come una malattia sessuale,

un’irritazione dell’anima

in zona perineale.

Inizia lentamente ad amare la vita.

Non so bene come,

cominciai a realizzare

che in quattro parole

sopra ad un foglio

poteva starci tutto quanto

e anche di più.

Non ha senso, non l’ha mai avuto.

Come quando lessi Ungaretti,

braccia e gambe disarticolate,

un cadavere a scolorire

di ritorno dalla scuola in bus.

O quando Leopardi,

tremante e allucinato

mi venne rivelato

dietro le tombe d’un funerale,

nell’orrore della decomposizione.

O quando Pirandello,

da bravo gentiluomo distaccato,

mi scoperchiò il cranio

con un dubbio d’identità.

Non c’è un senso, non c’è mai stato.

Ma come per altre cose,

basta non farci troppo caso

e ti va benissimo anche così.

 

 

 

 

STANCO.

 

Sono stanco, disgustato da tutto:

un cerchio alla testa, un colpo

nel petto ed ecco, mi svuoto la gola

da ogni rabbia nascosta: la vostra.

 

Di chi parla per mettersi in mostra,

di chi in pubblico schifa la grana

ma appena voltati, ruba e imbroglia.

Vomito il fastidio, schifo l’orgoglio,

vi grido queste due cose che mi salgono

sul foglio come fuoco da un abisso profondo.

 

Voi poeti e critici amanti d’un verso

fatto perfetto, secondo la voce maestra

d’una magna accademia, padrona molesta.

Voi che con pugno e penna a martello

battete e picchiate sulla testa

chiunque svincoli dal canone eterno.

Come becchini avete infilato lo spirito

dell’arte dentro una giacca di legno,

costretto la vita ad assomigliare

alle forme del cadavere d’un tempo,

stringendo a cappio le vostre quartine

avete soffocato verità e sentimento.

A voi chino il capo e riconosco tributi

d’onore sempiterno: non per bravura,

ma per aver saputo mostrare a ciascuno

quale tomba nasconda l’obbedienza,

quando servi sottomessi, ci si cura

della morale d’una finta coscienza.

 

Voi affamati d’attenzioni e di vanto,

che v’affacciate alla finestra dei giorni

secondo la moda, mutando verso e canto.

Voi che per raccogliere l’ennesima dose

d’un riconoscimento complice e vile,

date via tutto, senza dubbio o rimpianto.

Vi siete a tal punto sbiancati la bile

da essere divenuti maschere vuote,

sagome inerti, manichini privi di stile:

a cosa serve sparare metafore epiche,

rime sceniche e trovate pirotecniche,

quando ipocrite sono le vostre poetiche?

A voi lascio né insulti, né sputi,

giacché a darvi altro all’infuori

del niente del niente che vi compone

sprecherei pazienza, parole e minuti,

tentando di darvi un’umile idea

di quanto sia vana la vostra ambizione.

 

Voi furbi politicanti, poetivendoli scaltri,

che per due spicci e mezzo di successo

subappaltate la morale al compromesso.

Voi avidi vanagloriosi, bulimici d’allori,

che per un centesimo di autocelebrazione

vendete al prezzo migliore, penna e onore.

Così bene avete educato e ammaestrato

ogni vostra pulsione, per far trionfare

la dittatura di un pensiero concordato,

che appena aprite bocca si vede la mano

di chi v’ha infilato il braccio per il deretano,

muovendovi le labbra secondo sua convenienza.

A voi ricordo solo, con gran indulgenza,

che signori e potenti arrivano e vanno,

usando ruffiani e lacchè secondo guadagno,

ma quando poi muta di colpo la sorte,

di gloria e denari sono presto in affanno

e ai vecchi fedeli chiudono subito le porte.

 

Voi tutti poeti militanti,

voi spiritualisti bugiardi,

voi vecchi mai sazi di vizi,

voi giovani facili ai pregiudizi,

voi finti umili e prepotenti,

voi invidiosi e intransigenti:

a voi dono queste crude parole,

figlie di un’anima che sanguina,

inutilmente s’indigna e poi muore.

Davanti allo sfacelo del mondo,

all’eterno tornare della menzogna

del successo e del facile guadagno,

mi spoglio di qualunque superbia

e mi getto ghignante nel fango:

non poeta, vate o magister iuris,

per voi sarò il cane randagio,

impazzito di fame, che abbaia ai muri.

Per voi sarò un urlo nel vento,

una voce sola d’aspra condanna,

fra l’indifferenza della gente:

durerò per poco, un solo momento,

a volermi ignorare veramente

non mi sentirete che a stento.

Ma alla mia rabbia che muore,

risponderà inesorabile col tempo

l’eco d’una bufera in avvicinamento:

la rivolta di tutte quelle parole

che tradiste per convenienza

e a cui dovrete domani pagare pigione.

 

Perciò brindate e gioite per ora,

ubriacandovi di vino e di boria,

giacché quando muta la storia 

non vi è dato saperlo in avanzo.

Un cerchio alla testa, un colpo

nel petto ed ecco, vi abbaio

il finale del mio cupo lamento.

 

Alza gli occhi dalla strada

la ragazza furtiva dalla fronte sudata,

giacca rotta, posa scarmigliata,

ha mani piccole per la sua età.

S’avvicina dondolando, stralunata,

tende una mano verso me.

 

 

 

 

IL MIO E IL TUO.

 

Il mio e il tuo: questa fredda equazione da noi mai calcolata.

 

Il mio e il tuo: questa anodina equilibratura da noi mai tentata.

 

Il mio e il tuo: questa sterile convergenza da noi mai provata.

 

Il mio e il tuo: questa gelida antitesi da noi mai esperita.

 

Ah, senza mio e tuo, che vita dolcissima!

 

 

 

IO.

 

Io sono lo sconosciuto dalla faccia lunga e scura

che ti fissa sospettoso e non parla,

il malandrino che ti abbraccia per rubarti il portafoglio,

il cane bastardo che ti morde la mano se la tendi per una carezza,

il nomade col cuore riarso dal sole,

lo sfortunato anemone marino in balia dei flutti:

i neri affanni mi hanno imbiancato,

le angosce hanno increspato il mio volto.

 

Io sono l’esito insoluto di un fulmine a ciel sereno,

le mie poesie sono l’inutile ghirigoro tracciato dalla mano

di un bambino sulla superficie dell’acqua,

sono scarabocchi sul muro di una cella,

solo rabeschi sul fondo di una gabbia,

lamenti al fondo di una condanna.

 

Io sono niente:

solo membra in frantumi, mente in frantumi, cuore in frantumi,

tendini lacerati, giunture slogate, ossa frante, e rabbia latente

che sale d’abissi di disperazione incombente,

 

Eppure ancora in fiamme brucio,

ed esplodo sogni a raggera

e desideri che raccolgo

e tengo in serbo per te,

certo che stenderai il tuo cartone sulla terra

e verrai a vedere la notte

con me.

 

 

 

IO SONO NIENTE.

 

Io sono zero, anzi meno di zero:

sono la radice quadrata

di uno zero al quoto di un bel niente.

 

Io sono nulla, anzi sono il nulla:

solo l’esito insoluto di un fulmine a ciel sereno.

 

E sono scarabocchi sulle pareti di una cella

le mie poesie.

 

 

QUANDO TI HO CONOSCIUTA.

 

Non stavo cercando niente

quando ti ho conosciuta.

In realtà, non eri nemmeno nei miei piani.

Non era nei miei piani innamorarmi:

così

presto

di qualcuno.

Ma poi ti ho incontrata,

e le cose semplicemente sono accadute:

i tuoi occhi nei miei occhi,

le mie mani nelle tue mani,

due volontà che fanno vero un desiderio nell’incontro,

l’abbraccio più infantile e il più puro dei baci

fino a vederci trasformati in un unico destino,

un bacio che accende di passione e gioia la vita

con il fragore luminoso di una saetta,

il mio corpo che tramutato non è più il mio corpo

e cambia nella forma e nel colore.

Ed è come penetrare al centro dell’universo:

il tuo sguardo e il mio sguardo

come un eco che ripete senza voce

più dentro, più dentro,

fino al di là del tutto,

attraverso il sangue e il midollo,

oltre il sangue e il midollo.

 

Ed è stato estremamente semplice, è stato facile:

quasi senza accorgermene

ho cominciato a voler passare sempre più tempo con te

e a preferire la tua solitudine alla mia compagnia.

 

Penso che siano queste le relazioni più belle:

quando non stai cercando niente

e all’improvviso ti rendi conto che hai qualcosa.

 

Quando non cerchi niente

e all’improvviso trovi tutto.

 

 

 

QUANDO DORMIVAMO INSIEME.

 

Quando dormivamo insieme

sai perché molte volte ti svegliavi

e, voltandoti, mi vedevi con gli occhi aperti

rivolti verso di te nel buio?

Quando dormivamo insieme

io non chiudevo gli occhi

perché avevo paura

che, riaprendoli, tu non ci saresti stata più.

Quando dormivamo insieme,

io non volevo addormentarmi,

perché sapevo che,

se anche ti avessi sognato,

avrei perso la tua vera essenza.

 

 

 

L’ODORE DELLA TUA PELLE.

 

Che cos’è per te l’amore?

Per me l’amore è quando io mi addormento

e tu continui a guardarmi...

L’amore è tutto quello che non si dice,

quello che non si accetta e non si confessa

ma che mai si dimentica.

Per me l’amore è l’odore della tua pelle.

 

 

 

ESODO.

 

Quando i principi della ragione non valgono più,

entrano in gioco le ragioni dei principi.

 

Quando vengono meno i diritti,

è allora che bisogna ascoltare le ragioni.

 

Essere autorevoli non vuol dire essere autoritari,

essere concentrati non è essere concentrici.

 

 

 

 

UNA VELA SOLCA UN OCCHIO.

 

Una vela solca un occhio,

una vela abbandona l’occhio di un finocchio

e sale, al di là del vento e oltre il madrigale,

dove non c’è più mare, dove non c’è più maestrale,

ma sempre è volto lo sguardo ad altri orizzonti,

e l’anima in collera si adira,

l’occhio in collirio si lacrima e decolla in tutto il suo fascino

del vai-e-vieni dell’eterne microonde

che vanno e vengono

instancabilmente ossessivamente

e secerne tutto il suo liquido interno

che annebbia i segreti secreti secretati dal tuo occhio

che tutto è/ha secreto

e tutto indica mira guata

e poi scompare nel rovente rovereto,

nel rovente roveto, nel sepolcreto e nel roseto

delle rose che hanno morso, delle rose che hanno roso,

delle rose che il mio cervello hanno mangiato,

nel fascino dello sfacelo e nello sfascio del fascime

e del fasciame nello sfasciume incontrollato

di una cieca sera malinconico-alcolica ma in fondo,

in fondo al luogo,

che cosa sia quel panorama senza paesaggio,

quell’orizzonte di sogni e di ferite,

di strappi muscolari e dirottamenti aerei ma anche non,

non so,

solo mi pare di riconoscere la visione di quanto non sono stato,

il prospetto di ogni rimpianto,

il ricordo di quanto ho pianto.

 

 

 

 

IL MURO.

 

In mezzo al muro c’è un buio,

un buio pesto senza luce e senza mondo,

e senza luce è anche il mondo.

 

Io sono solo l’esito insoluto di un fulmine a ciel sereno,

le mie poesie disegni sulla sabbia,

scarabocchi sulle pareti di una scalcinata cella,

ghirigori al fondo di una gabbia.

 

Eppure avrei molto da dire,

ma chiuso tra queste quattro mura non posso parlare,

la mia voce non riesce a uscire,

e ci sono sbarre indistruttibili: non puoi tagliarle.

 

Avrei molto da dire,

ma la mia testa scodinzola come un cane incimurrito,

e non so come far uscire le parole.

Così, continuo a procrastinare.

 

Sono la mia stessa gabbia.

In mezzo al muro il mio cuore,

murato vivo, ancora batte,

ancora ansima,

nello spasmo.

 

 

 

 

QUESTIONI.

 

Ma che fine ha fatto Enzo Cerusico?

 

Perché non li fanno più i film porno con la trama?

 

Perché non ci si convince mai?

 

Ma dove s’è mai visto un ricco far qualcosa per i poveri?

 

Perché nessuno mi ridà i soldi dei libri che mi hanno deluso?

 

Perché le poesie son solo di tre tipi?

1) Oh, che bel cielo che c’è oggi e pure la campagna non è male.

2) Soffro parecchio, voglio morire.

3) Nessuno che mi scopi.

Perché?

 

Perché diavolo non ve ne andate tutti a fanculo?

Io non viaggio e non vado in posti,

non vedo gente e non vado ai concerti

e non faccio cose.

E allora?

 

Com’è che a nessuno chirurgo plastico è ancora saltato in testa di levare a una ragazza l’ombelico?

 

Perché son i migliori ad andarsene per primi?

 

Perché Bukowski in italiano lo traducono sempre così male?

 

Perché chi non ti ama più non ti ama più?

 

Cos’è che ci ha fatto diventare così?

 

Quando finirà tutto questo?

 

Ma siamo sicuri che non li fanno più i film porno con la trama?

 

Ma, soprattutto, se per caso passi di qui,

perché non mi regali una pila alta così,

una pila alta così di baci alla francese,

che mi basti almeno fino alla fine del mese?

 

 

 

ISTORIA.

 

Annientato dal peso dell’orrendo fatalismo

ho studiato la storia

e ho imparato che il singolo è pura schiuma sull’onda,

la grandezza nient’altro che un caso,

il genio solo un teatro di burattini,

una lotta risibile contro una legge ferra.

Riconoscere tutto questo: il massimo,

dominarlo: impossibile.

Non mi passa più per la testa,

neppure per l’anticamera del cervello,

d’inchinarmi

dinanzi ai destrieri da parata e alle cariatidi della storia,

ormai assuefatto ho lo sguardo al sangue,

ma io non sono la lama della ghigliottina

sicché occorre che lo scandalo avvenga

ma guai all’artefice dello scandalo:

la necessità è solo una delle formule della dannazione.

Che cosa in noi mente e uccide che più devasta e depreda?

 

La storia ci viene incontro e parla,

qualcosa di udibile,

detto senza parlare,

solo con le mani,

che sono sempre mute

e appiccicose.

 

 

 

PICCOLI PASSI.

 

Piccoli passi: inciampi e cadi,

passi lunghi e poi ti perdi,

i problemi non passano mai

come un passato ingombrante

pesante e stanco per niente,

passano i momenti e passa la voglia,

i giorni sembrano spegnersi e morire,

difficile fermarsi a riflettere,

servono passi, giusti o sbagliati che siano,

per passare oltre le cose brutte

e superare il tempo che passa.

Io, con passo lento da sognatore sempre pronto,

vago alla ricerca della notte che passa

e di lontano ti accarezza.

Passano le ore e sfumano gli amori,

l’amore è complicato come una mano di poker

e allora io passo!

Ma è che passano gli anni e aumentano i rimpianti,

meglio non vederli fino in fondo,

tanto in superficie si rimarginano comunque

presto anche tutte le ferite.

Ma sempre i passi stanno lì,

non voglio averne più paura,

anche se la notte è fredda e scura

e mette un po’ più paura.

A volte senza certezze ci fermiamo

ed è allora che sbagliamo,

ma è solo l’effetto della solitudine,

quindi, ti prego, torna e non lasciarmi più:

amami anche se non lo merito.

Ma io e te,

anche se piove e tira vento,

basta che siamo insieme e tutto passa.

Non andartene, fatti vedere,

come sai fare tu,

fatti vedere,

bella come sempre,

bella per sempre.

 

 

PROFUMO DI TE.

 

Volgi lo sguardo a mete infinite,

oh uomo, e prendi forma.

Intorno tutto tace: non suono di parola

ma cinguettio di rondini

sbocciati in questa primavera che sa di lutto e autunno.

Rossa di passione, dimmi, che fine hai fatto?

Vedo solo grigio di nuvola tutto intorno

e arancio di nespola

ma non sento più profumo di te.

Sogno le tue mani che mi accarezzano,

le tue labbra che giocano con il mio cazzo,

i tuoi occhi che come macchine attraversano l’orizzonte

alla ricerca di un tempo che sembra essere scappato

per quelle colline che noi chiamiamo “coscienza”.

Che cosa siamo tra queste mura che sanno di morte?

Oh amore mio, quale regalo ci donerà il sole

dopo tanta sofferenza, dopo tante urla in ospedali dispersi

e strida in periferia e lamentele di obblighi mangiati

a suon di penitenza ed espiazione?

Donna ingrata, risveglia in te l’amore:

allora potrai ascoltare il rumore che fa la luna quando canta

con le stelle che danzano intorno ai pianeti.

La notte che ora giunge

e si stende su queste mie lenzuola che sanno di muffa

è la sola sorella che abbraccio

mentre fuori imperversa e ulula il silenzio.

 

 

 

MAGRA E FAMELICA.

 

Magra e famelica la sida

gettata come dadi

in un mare subito ridiventato nero

giocando agli aliossi con milze cuori polmoni leggi e valori

l’avanzo del creato

quadrati di boschi stesi al sole

o cuciti insieme

patchwork non decifrabile

e pattern di pelli miste

capelli e ossa

tutto da ricontare

tutto da ricordare

nei paradisi del mondo.

 

Orde di droni sul creato

occhi girevoli dietro le larve

occhi appesi, occhi appresi, occhi rappresi

e sangue sbiancato, raffermo

lasciato per dopo,

ore ti tempi ottusi

timballi oziosi di carni sotto garze appiccicose

tutto lento, tutto lento

nelle tasche di luminosi giorni liminali

bottoni tirati a lucido e salmi

recitati con sorsi di aria corta e tosse secca.

 

E colpe da spartire

uniformemente.

 

 

 

LA DOCCIA.

 

Stringimi

anche se questa vita pare quasi che non ci appartenga più,

stringimi forte, più forte,

anche se lontani:

non lasciare le mie mani

in questo giorno senza luce

ma respira il mio respiro

anche se divisi,

ho occhi per guardarti dentro,

la primavera si arrende al tuo sorriso,

ho braccia così forti per sostenerti

che davanti al nostro amplesso

la vita si ferma e resta.

 

Abbracciami

attraverso le distanze abissali

a cui siamo obbligati,

abbracciami

e rimani stupita ad ascoltare lo strillo acuto

di cui cupo mi nutro:

il mostro respira sui corpi disfatti,

annusa gli anfratti e testimonia i misfatti,

mentre io ho per amica una magnifica disperazione

che mi abbandona a ciglia serrate

come il sonno che avvolge l’Estate

con braccia di madre egoista e cruda

che strazia la mia mente nuda.

 

Non rimproverarmi, non rimproverarmi

se ho voglia di ballare sotto la pioggia

e urlare per strada

e dormire sotto le stelle

e riempire di parole e colore

i freddi pomeriggi

di questa estate disperata,

non rimproverarmi

se camminerò sicuro di me

lungo sentieri che profumano di gelsomino

in un Luglio assolato

come chi ha lottato

e lottato

ma non è riuscito:

credo di aver sofferto abbastanza

come tutti del resto

da poter pretendere di gioire

di queste meravigliose immagini

normali

che mi alleggeriscono l’alma

e mi riportano in vita.

 

Amami

soprattutto quando meno lo merito

perché è allora che più ne ho bisogno,

amami

ma non chiedermi l’obbedienza,

amami

coperto solo di due sottili foglie di palpebre

come mi ameresti dentro palazzi di avorio,

amami

ma non chiedermi di essere perfetto:

sii piuttosto come l’accorto vasaro

che con amorevole cura

mette oro nelle crepe.

 

Baciami

in questo deserto di sguardi

e sorrisi nascosti dietro oscure larve:

con te potrei anche smettere di avere fretta

e vedermi sempre perennemente imperfetto,

con te non m’importerebbe di tornare a casa stanco

né di contare quanti asciugamani puliti sono rimasti

prima di caricare una lavatrice a 60 gradi

(ché altrimenti rimangono le macchie),

con te potrei anche fare le cose senza pensare,

come lasciarti trovare il letto sfatto quando vieni a trovarmi,

con te potrei anche lasciarmi convincere

che nelle cose che faccio sono bravo,

e potrei persino chiederti di aiutarmi a piegare le lenzuola

o di tagliarmi i capelli

senza domandarmi

senza domandarmi se non sia troppa intimità.

Oppure lasciarti guardare mentre mi faccio la doccia

e poi mi asciugo i capelli.

 

 

 

ALLA FERMATA DEL TRAM.

 

Alla fermata del tram

alla fermata di quel tram che porta ritardo

aspetto le tue gambe morbide

e resto fermo ancora un po’.

 

Ti cerco tra volti sconosciuti

ma non ti trovo,

ti cerco e mi perdo come pelo nell’uovo

tra milioni di volti che non sei tu.

 

Cammino tra i viali bagnati dalla pioggia di Settembre

come i nostri ricordi sulle tue fotografie

e tu che cerchi i miei occhi e io che bacio il tuo viso

ancora, per non farti andare via,

ma la notte arriva sempre troppo presto.

 

Oh notte che inganni gli amanti

e ci giochi a nascondino

tra le lenzuola disfatte,

sarà così ancora per molte ore,

mentre io ti aspetto

alla fermata di quel tram che porta ritardo

e porta la tua pelle,

la tua pelle da baciare,

buona da respirare.

 

 

 

PERIPEZIE.

 

La casa è un rimborso d’istanti,

lunghi infiniti immobili istanti,

il suolo è leggero: non odo alcun passo

scoccato da uomo o da bestia.

La mia mente è una scacchiera:

con ferocia m’inchioda alla sedia.

La vita è una scala di grigi,

il gusto dell’aria non lo dimentico,

quel freddo sapore di mattino.

Se bastasse davvero una parola

a scacciare il vuoto

forse anche questa poesia avrebbe un senso.

I bambini non sanno, non dicono, non vogliono

alcuni poi non imparano mai.

La vita mi ha scaraventato sull’asfalto

come un secchio di acqua sporca,

e non è stata solo colpa della legge di gravità.

Mi hai trovato fronte al muro,

mentre un plotone di esecuzione prendeva la mira:

non muoverti, grande grosso sonnambulo

che segue il vento e non conosce rimpianto

senza sapere di essere libero

(ma in fondo è questa la condanna di essere uomo).

Quanti stracci abbiamo appeso perdendo i capelli

mentre la cinigia continua a spargersi nel tempo

e ciò che è stato visto fino a oggi è in fine morto,

ma che puoi farci con la conoscenza?

Essere insieme in una conchiglia,

tutti stretti dormire abbracciati,

e mangiare senza aspettarsi di essere d’accordo,

mettere in ordine, sistemare, rassettare,

possedere lo stesso tranquillo odore

sotto il lenzuolo,

la tua stessa esistenza alla fin fine assale sempre il mio tempo

con un senso gravoso di nostalgia e legna secca,

ma è che l’amore e la morte sono un’arborea bellezza

in putrida giacenza.

 

Ho visto una spiaggia

non collocata

senza nome,

ho sognato una spiaggia

tutta bianca

senza corpo

e senza sabbia,

l’ho vista realmente

ma solo dopo che ho imparato a non scivolare

nel buco di un tombino.

 

Intanto il tempo passa al ritmo dello sbattere delle ciglia

e l’ansia vorace divora le mie notti

nella bocca cadono i denti,

tutto questo peso immondo che arranca è insopportabile,

insopportabile,

e i sogni dimagriti nella notte

hanno il volto di un treno perso,

così, preso dal rimpianto,

mi bagno nell’incessante diluvio di sangue rattratto

che m’intrappola nella invisibile rete del mondo.

 

Aprite le tende,

datemi la rabbia da sfogare nelle strade,

datemi l’amore che possa confondersi con l’aria del mare,

datemi l’odio delle pagine lette,

datemi i suoni dei polpi,

e poi datemi una barca con cui remare:

ho una collana di baci dimenticati a riva.

 

Donna madre di tutti,

mostrami la tua fiamma,

fa che mi nascano fiori tra le mani,

ti ho vista tirare su un bambino abbandonato,

come corda hai usato i tuoi capelli,

i bambini non chiedono di nascere:

si limitano a nuotare e a trattenere il fiato

per il tempo necessario.

 

Che sia benedetto quel giorno

in cui nella pioggia ci amammo

al di là di quella stretta di mano

e oltre l’orizzonte che urla e freme e frana:

in braccio a te mi sono spuntate le ali

e posso ora uscire dalla stanza.

 

 

 

IL FUTURO.

 

Gabbiani meduse gigli e poi tu,

e poi quella volta al mare,

la storia etrusca e l’archeologia,

polvere di allume linda.

Stammi a sentire, bambola,

mastica Urano e viceversa,

trova la tana del topo,

annusa con freddezza le scorie del patibolo

ornate da un substrato mistico

di predatorietà assoluta,

tocca i crismi,

parla col rospo e balla coi lupi,

esprimi tutta la tua ignoranza.

Rintocca la campana anzi rintocchi tu,

stringi i bottoni al fodero del divano,

non vorrei che invecchiassi come vino

sporcandoti di pagliuzze effimere

dal significato irrilevante eppure invadente

come un tappo di sughero smozzicato.

Mi raccomando: non fidarti della carta,

magari gioca a fare la puttana

ma solo per un po’,

potendo saluta i tuoi amici scomparsi nel corpo,

nelle proprie case vicino ai capanni di campagna

e ai campanili che rintoccano

facendo vibrare i pesi e i paesi

in atmosfere pasquali con tanto di sorpresa

e battiti di cuore e di cazzo per i vestiti corti

che tanto ti attizzano.

Saluta anche i cavalli correnti

che adorano andare incontro

agli arcobaleni,

vicino alle autostrade di campagna

al ritmo della musica negli stereo

e dove finiscono i campi e iniziano i tir,

laddove incomincia a vedersi il mare

come un pettine emostatico di petrolio.

Saluta poi anche le stazioni di servizio,

gli svincoli e le casse dei pedaggi,

così bianche eppure così volgari.

Ecco le antenne

(di che cosa non sappiamo)

che svettano ferrose e maligne

tra le balle tondeggianti di fieno ondeggiante

imballate nel filo spinato,

e la terra ribattuta e rigirata e rovistata e disossata e rizollata

e così marrone e ondulata

intensa come caffè dall’aroma sporco e senza zucchero,

sospesa tra la merda delle bestie che ci passano.

Viaggi sugli aquiloni divertenti

mantenendo la resilienza di un porto della Sardegna,

scovato per caso in una gita scolastica ai fini di conoscimento,

compiuta nel candore dell’adolescenza

quando non avevi ancora manco la barba

e la peluria ti stuzzicava le labbra

facendoti intuire quello che presto sarebbe stato:

il futuro.

 

 

 

UNA CALMA APPARENTE.

 

Una calma apparente inchioda la luce:

solo il cielo si muove,

che brilla lontano e resta in ascolto.

Sussurro.

Ridondante il colore

che si concede all’oscurità.

Rumori vicini e lontani,

rumori lontani e vicini,

ogni cosa cavalca i confini

e il niente disegna miraboli di luce

e arcobaleni di tristezza:

rosso verde giallo blu.

Il giorno è sui tetti e la notte non dorme,

il mondo è lei, e lei è tutto il mondo.

 

 

 

LA CITTÀ.

 

A un primo sguardo è vuota

ma nella notte brumosa non dorme.

È tutto così innaturale che anche l’anima muore murata

e dietro improbabili sogni d’amore guarda sgomenta

oltre il mare come se fosse il fine.

 

C’è un vuoto sospeso sopra la città,

solo squarci di sirene per le strade,

poi la sera ci cerchiamo spauriti

dentro un giro di finestre chiuse.

 

E la notte mai sentita così silenziosa: non dorme.

Qualcuno agita le mani alla finestra come un naufrago.

È tutto nero e il cielo senza stelle:

qualcuno ha lasciato dei fuori sul ciglio della strada.

 

Dov’è l’ingresso?

Non so in che punto toccarmi l’anima

ma imploro che un segno giunga,

una parola indulgente a trafiggermi

il cuore.

 

 

 

FINO ALL’OSSO.

 

La polvere nera che si leva non basta:

i giorni hanno assunto il silenzio greve dei sudari,

il colore malsano delle albe senza redenzione.

Fino all’osso riscopro la fragilità della mia carne,

il tempo che precario mi aspetta,

le mie inutili idiozie.

Fino all’osso

sarò messo alla prova

dall’incertezza che stagna,

dalla paura che scava la fossa

alla mia umanità.

Proteggerò meglio che posso il mio “io”

su questa terra.

Con i sogni ancora stretti in mano

finchè la polvere nera

sarà sparita all’orizzonte.

 

 

 

FUGGENDO.

 

Fuggendo dall’inverno infinito

e dai suoi ossuti colpi sotto la cintola,

con un desiderio abulico da tossico vago

barcollando in astinenza,

passeggiando a occhi chiusi col maestrale sotto braccio,

amico fedele per danzare

accarezzando il mare nel suo suonare,

il pianoforte astrale

sulla battigia terracea di sabbia tipica delle isole,

febbrile arenile e favorito davanzale.

Come donna in amore

raccogliere conchiglie e foglie di sole,

farne ghirlande d’arcobaleni a venire

per le mie palme di silicio e sale,

sparse piccole perle perse dalla mie tasche riarse,

per le dita terse

oltre le deserte distese

del mare.

 

Ogni Venere in volo un pensiero a nolo

in meno contro cui remare.

Ospite in un angolo vertice

vertigine luminoso e silenzio come armonioso brusio,

nota muta serenata lieta

alla luna piena

piegata a metà

come un uomo alleggerito

che col suo dono-sorriso

nelle corrose orme cancellate

dall’assolo d’archi delle onde

dorme.

 

Lezioni di danza per innamorati selvatici

e zanzare leziose,

lasciare la luna al balcone delle sue memorie,

innaffiare i gerani con le lacrime delle mie sirene,

scrivere lettere al mare

e fuggire.

 

 

 

DENTRO E FUORI.

 

In tutte le cose c’è un dentro e un fuori:

guarda come le finestre tengono chiusa la porta di casa,

nere ombre in pigiama escono ai varchi aperti dal sole,

gli occhi cercano il viaggio.

 

In strada i passi degli uomini e dei cani,

bagliori di fanali penetrano nella mia camera

per gentile concessione delle macchine

che si sposano per consegne a domicilio.

 

Ripetiamo insieme in grandi di rosario,

la vita pende come una torre in procinto di crollare,

la natura alza una duplice mano di foglie nel giudizio,

da una parte la condanna e dall’altra il perdono

di una madre che aspetta lacrime di scuse.

 

Fuori non più monti, solo una pianura che livella,

vagano accattoni, truppe d’assalto in agguato.

Dentro, non più voci, forse solo una fa compagnia,

da sola a implorare per conforto nel dire,

nel fare il necessario, nel fare quello che si deve fare.

 

 

 

PASSANO I GIORNI.

 

Passano i giorni

e come tronchi marci cedono

i concetti,

la carne e la mente si disfano come aringhe avariate,

la gioia vola dritto verso il sole su ali di cera

e l’angoscia danza su ali di seta

librando il suo canto di disperazione finale,

le parole volano come foglie impazzite nella tempesta

e si perdono nella notte scura come il vino

densa di fumo di sigaretta,

ma la meta finale a malapena si distingue tra la nebbia

e il corso delle cose si spezza

frangendosi ai ricorsi della istoria,

ogni schematismo e ogni ideologia vanno a farsi fottere

fottuti dalla prova della realtà,

il destino inesorabile viene verso di noi esiziale

con alito fetido di uova marce e orrendi peli ispidi,

la vita è solo la radice quadrata di uno zero

al quoto di un bel niente,

i ricordi come pugnali volanti affondano nel cuore

e come denti affilati lacerano le viscere con mille sottili lame,

come il vento che con vane sequele strappa le vele, le vele,

i rimpianti bruciano come sale sulle ferite

e il coltello gira e rigira nella piaga come un frullo impazzito,

occhi di catrame rosi dall’interno

da un qualche putrido topo,

scarpe che più non ragionano e sbandano

nel fiammeggiante meriggio luttuoso,

mani ruvide, ustionate dai morsi del freddo-gelo,

cuore all’addiaccio in queste notti senza luna

e ossa arrugginite dal vento di brina.

 

Per noi va male,

siamo in una condizione difficile,

la situazione è critica,

e, si sa, se anche morire ha i suoi lati positivi

ne ha pure di molto negativi,

il buio e la disperazione crescono e le forze scemano,

solo il virus tiene duro,

e come un invisibile nemico dotato di mille gambe

corre tra la gente sulla terra alla velocità della luce

e si spande rosso di furia e furioso di sangue

calando con sdegnosissima indifferenza su tutti, su tutti,

e guadagna terreno sul fato

e inesorabile arraffa vite inconsapevoli

strappandole alla terra come fiori di campo

e incombe sulle nostre teste

incalzando più potente che mai,

sembra un mostro proteiforme e canceroso

che instancabilmente cambia forma e direzione

e neoplasico si rigenera continuamente, impetuosamente,

e prolifera tumultuoso e tumultuante

fino ad assumere un’apparenza invincibile.

 

 

 

RAGAZZINA.

 

Tempo fa conoscevo una ragazzina di 13 anni

che viveva nel mio stesso condominio.

Era l’Estate del 2017

e io mi ero appena trasferito in Torino.

A quel tempo non me la passavo bene

ma la città era nuova ed era tutta una scoperta

e tutta un’avventura.

Poi ci furono molte donne, diversi amori, alcuni traslochi

e della ragazzina non seppi più niente.

 

Ma, proprio l’altro giorno, la rividi,

la bellissima ragazzina di 13 anni che giocava nel cortile

e sorrideva a tutti,

bellissima e pura, candida,

luminosa e meravigliosa come una luna di giorno,

ma subito non la riconobbi.

Fu lei, invece, a riconoscermi e salutarmi,

e io, non so spiegarmelo, ma davanti a me

era come se avessi e non avessi più

quella bambina di 13 anni che giocava a palla nel cortile:

adesso avevo davanti una donna,

seno nuovo, culo nuovo, gambe nuove, capelli nuovi,

e ricordo che i miei occhi corsero su quel corpo nuovo

e su tutte quelle curve nuove

veloce come la lingua di un lebbroso sulla tetta di una vergine,

e mi ricordo anche che pensai:

<<Ma che cazzo le è successo?>>,

e mi accorsi che ora gli uomini la guardavano

con occhi diversi,

e che anche io la guardavo con occhi diversi,

e che pure lei guardava adesso

con occhi diversi...

 

E mi ricordo che pensai pure

<<Adesso la violento,

qua, davanti a tutti,

in strada, sul marciapiede,

dietro quel bidone dell’immondizia.>>.

 

È nei momenti più duri

che andiamo in cerca di guai

peggiori.  

 

E li troviamo.

 

 

 

 

CASSE (DA MORTO).

 

Affanculo un sistema di caste ficcato in un sistema di classe:

nato nell’angustia sto cercando di lasciarmi tutto dietro,

di recuperare qualche pezzo di anima.

Ma vivere con il nemico è un casino

del tutto diverso che si riproduce.

La politica dietro a questi lacci irrazionali

è fatta da menti limitate:

questi non sanno cosa c’è tra le righe

e le bugie che raccontano ai loro cocchi.

 

 

 

Contando le stelle.

 

Sto cercando di ricostruire ciò che avete distrutto,

sto cercando di dimenticare ciò che avete detto,

modellando i miei pensieri agli antipodi

di ciò che mi avete insegnato.

Nessun ammissione di negligenza è un’azione sconsiderata.

Anche una pezzetto di appagamento dell’amore,

colto in frammentari momenti di distrazione,

avrebbe dovuto essere una legge d’attrazione

invece che una fossa piena di azioni a voi non riconducibili.

 

 

 

Sai.

 

Non sto facendo alcun nome in modo anonimo,

forse puoi attribuirli al mio dolore;

se non lo fai ti ringrazio comunque

perchè stai leggendo questi versi,

perché ho provato a confidare

in chi credevo fosse dalla mia,

ma, te lo dico, loro ti distruggono,

ti buttano addosso il Potere e l’Orgoglio contro l’Amore.

È tutto un narcisistico gesticolare.

È tutto nella mia testa!

 

 

 

QUELLO.

 

Falso amore e spalle fredde si vergognano

anche solo di stringerci, lo ha detto lei!

Un ragazzo è una necessità.

Ma certi aspetti della mia cultura

sono basati sulle consuetudini di un’etnia pigra.

Che cazzo di criteri,

non c’è rispetto nelle menti di questi insetti idioti.

Non capite che io sono mentalmente e fisicamente

più forte di quanto lo siate voi!

 

 
La mia follia SIETE VOI!
 

Non mi sono mai adattato.

Non l’ho mai fatto e non lo farò mai!
è una maledizione
e una benedizione
insieme.
È sconcertante combattere costantemente la norma!
Combattuta tra psicopatia ed empatia.
Mancare del palpito dei sentimenti
fin dalla gioventù dei miei giorni
non significa che io non senta tutto questo nel profondo!
Per favore, tutto quel che so è che devo lavorarci,
non c’è modo di soffocarlo o ignorarlo!
I meccanismi di difesa sulla recinzione:
cominciamo con questi,
animulare sotto le mie cosiddette ali;
ehi, prima che cominci, siete pronti
al fatto che questo inchiostro inizi a fuoriuscire
dai vostri peccati?
La mia lingua ha tutte le papille che servono
per gustare l’origine delle vostre luci passive[1],
perciò per favore non portate a questo tavolo
la vostra ignoranza costante!
Assopiti che siete!
Ciò che davvero volete è una diligente paura di voi stessi.
La mia risposta a questo è resilienza!
Stare da solo è tutto quello che hai,
la tua forza e la tua ricchezza,
tutto quello che puoi conquistare
(ed eventualmente perdere).
Metti fine ai desideri profondi,
agli avidi imperi fondati sulla cupidigia,
alla necessità del bisogno,
alle motivazioni di facciata,
al condizionamento collettivo,
agli ego aberranti,
al vergognoso inganno dell’abitudine
che attaglia e attanaglia il calore della vita
e ne fa una fredda e sterile equazione.
Tutto ciò frustrante, credimi!
 
Che cazzo, è proprio qui il paradiso,
lascia che te lo dica di nuovo: proprio qui!
Pregare per che cosa?
Un’anima che schernisce,
un sistema di credenze che affonda
le sue radici in un luogo di lotta.
Ti ha fatto rinviare (l’incontro)
con i tuoi segreti più profondi.
Pregare che? Che cosa o chi non conosci?
Non è roba per me.
 
Non è un esame esterno,
apprezzare l’auto-assolvimento interiore è la chiave
per i vostri miserabili modi.
Siate d’accordo o no?
È un’opinione chiara!
Non sapete niente di me!
È amore totale che ha origine
in un posto che si chiama follia, credetemi!
 
 
 

DETRITI.

 

Sei diventato vecchio,

e il trippone che ti pende dalla cintura,

e come sono cascanti le guance,

e che rughe che hai,

ansimi quando ti allacci le scarpe

e dormi sempre di più,

i muscoli non sono più sodi

e la pelle meno lustra come un tempo

(questo non lo si può negare),

e gli amici ti hanno abbandonato,

le giovani e belle ragazze ti hanno abbandonato,

solo le vecchie ragazze sono rimaste,

quelle un po’ attempate e avvizzite,

la forza e la bellezza ti hanno abbandonato,

ma, credimi, se ne sarebbero andati comunque:

prima o poi tutto se ne va,

prima o poi tutto finisce,

arriva sempre il momento

in cui tutti se ne vanno

e adesso non ci sei che tu a combattere

da solo

con la bastarda vita,

e in più la maledetta faccenda della morte da sbrigare,

e bevi liquori scadenti da discount

e conti i tuoi errori ogni notte

ogni notte, ogni notte,

e i vecchi demoni quelli no, non ti abbandonano mai,

cadere e rialzarsi,

tentare e fallire,

innamorarsi ed essere traditi,

mentre il sole scivola nell’imbuto della notte

inghiottito da un tramonto viola-sangue,

solo chi ci prova ci riesce,

solo chi fa ben fa,

nulla ha senso e tutto ha senso,

il senso scaturisce dalla mancanza di senso:

quando capisci che nulla ha un senso

allora la mancanza di senso si erge essa stessa a senso,

è strano è difficile è rischioso,

è tutto ridicolo al mondo,

tutto

tranne quello che sta nel mezzo

come l’attesa, il tempo tra il sesso e l’amore,

affrontando gli avanzi con compassione senza diventare amari

senza diventare disumani,

solo chi tenta ottiene la vittoria,

solo chi fa ben fa, lo capisci?

Nella vita solo due sopravvivono:

i campioni e i vigliacchi.

 

 

 

AUTORITRATTO.

 

Cattivo poeta innamorato della luna,

scriveva talmente male

che i suoi traduttori non sapevano che pesci pigliare.

 

Non ottenne più fortuna dello spavento

e questo fu sufficiente perché,

dato che non era un santo,

sapeva che la vita è rischio oppure astinenza

e che tutte le grandi ambizioni sono solo delle grandi scemenze

e che anche il più sordido orrore, come il più sordo dolore,

possiede il proprio incanto.

 

Visse per vivere, che vuol dire vedere la morte

come qualcosa di quotidiano su cui scommettere

un corpo splendido o tutta la propria sorte;

seppe che le cose migliori sono quelle che lasciamo

(precisamente perché ce ne andiamo),

e che tutto il quotidiano risulta deprecabile,

poiché c’è un solo luogo per vivere: l’impossibile;

conobbe l’odio e la rabbia, la ferocia e la vendetta,

le molteplici offese tipiche della viltà umana,

però sempre lo scortò un certo stoicismo

che lo aiutò a camminare su corde tese

o a sfruttare lo splendore del mattino.

E quando si stancò

disegnò una finestra nel cielo

e si gettò

nell’infinito.

 

 

 

RITRATTO DI ME STESSO IN SECONDA PERSONA.

 

Tu che fai di una persona un “tu”

ti sei ritrovato di nuovo solo un “io”,

tu che hai già pagato il tuo anticipo alla morte

ti ammaestri al lavoro e la solitudine ti culla,

tu che ti sei già iscritto al forum

ti sei già fatto amico il team

e rivoluzioni il bagno con la cromoterapia:

tu dei sistema sei la rubinetteria.

 

Tu che sponsorizzi aperture laterali in omaggio

ebbene, dimmi: chi ha vinto?

Tu non leggi i giornali eppure diventi rosso di rabbia,

tu bruci lo stomaco e infiammi i cuori,

bevi acqua e così pensi che riduci il grasso.

 

Tu pubblicizzi chiusure frontali gratuite

e il cinema ti assedia,

un odore legnoso di fiori e minerali,

tu ricordi solo le posture dei pianeti

e un odore dolciastro di tiglio ti trasforma,

il ricordo ti deforma e la nostalgia ti frantuma

mentre scopi, tu che aspetti l’Estate

come un funerale in una sala da ballo.

 

Tu sì che sei in grado di gestire il mondo

e non ti piace la trap

perché sei un numismatico

e i tuoi suoni preferiti sono:

la pioggia che batte sulle foglie dei tetti,

o i tacchi di una puttana che batte il piede sui parapetti.

 

Tu sì che del collagene disperi

e non hai voglia di vederti stanco,

tu sì che sei parametrico

e i tuoi seni nasali vibrano

per l’allergia alla politica attuale:

tu sì che rinascerai

corvo ad Agosto.

 

E ti perdi nel frastuono della città

e pensi che sia la cosa migliore,

il tempo è solo un aggettivo,

il corpo una fortuita congiunzione casuale,

e tu sei un coglione

perché ti ostini a voler curare le cicatrici dell’alba,

e hai fatto un giro di chiamate,

dici sempre che hai ragione

e ti appiccichi addosso volantini grigi sulle spalle,

mentre la città si perde nell’urlo dei tuoi poemi

scritti per combattere la morte sempre in agguato

e nell’urlo di quegli altri poemi

per combattere la calvizia.

 

Tu non sei in realtà mai esistito

e questo comporta un problema,

un grosso problema,

mentre tu insisti nel non-esistere,

la porta aperta tranne una cosa,

tu sei l’assassino

ma almeno sei qualcosa:

l’assessore regionale

semplicemente non è

più interessato a eventuali chiarimenti,

e tu continui a regalare orecchini con la clip

a sgridi tutti a tavola e gridi e poi li divori,

hai creato la realtà virtuale del tuo nulla

perché non sei mai esistito come entità reale.

 

Tu aspetti il perdono del wi-fi

e intanto generi codici alimentari,

tu guardi altrove e non ottieni la fiducia che dei morti,

tu nitrisci come un fringuello che sperimenta mondi alieni

mentre disveli la password che altri eldoradi rivela,

tu attivi il tergi-cristallo dei nostri tele-schermi esistenziali,

tu scordi solo le cose importanti

e sei perennemente in vendita

ma nessuno ti compra

mai.

 

Tu che fai di una persona un amore in un paio di ore,

tu sei il portale degli annunci gratuiti,

il porn hub degli annunci mortuari,

tu sei un immenso piacere di conoscerti

in sconfinati pomeriggi d’Inverno,

la vita è un casino totale di e-mail spam

connessi al fishing dei nostri smisurati destini.

 

Loro non si amano moltissimo,

tu te ne accorgi dalle finestre sporche

e dal suono lapidario delle gocce che si scavano,

i soldi del disco volante li prendi in prestito

per prendere tempo e poterti dedicare al manoscritto nel cassetto,

nell’armadio nascondi l’urlo di Van Gogh,

loro nel fuoco e noi siamo solo il test psicologico

dei nani che si sono rifatti l’altezza,

tu ritocchi la scrittura e pubblichi solo l’effetto

ma il desiderio lo pensi e basta.

 

Tu che non ci sei mai,

tu che sei sempre il migliore

(o così ti credi),

tu che invece proprio non mi pare,

tu che sei in continuo aggiornamento,

tu che sei un esperto degli amori perduti

e un ladro di oggetti smarriti,

spinto dagli istinti ad amare gl’istanti,

tu sei il tuo stesso sogno.

 

Tu confondi il mondo con il lavoro,

la vita con la scrittura,

la scrittura con il lavoro,

il lavoro con la macchina,

la macchina con le persone,

le persone con il giudicie,

il giudice con il gusto,

il gusto con il vero,

il vero con il bello,

il bello con la bestia,

la bestia con il libro,

il libro con le pagine,

le pagine con la qualità,

la qualità con la poesia,

e la poesia con il romanzo,

dunque tu confondi il romanzo con il mondo,

proprio tu che non ti perdoni mai gli errori

e vivi di sensi di colpa,

proprio tu che sei residente del mondo,

e sei la campana delle 18,30

e sei la persona meno morta al mondo,

e continui la tua ricerca inesausto nel giorno.

 

Tu che tosti i chicchi del caffè,

tu che navighi superveloce,

tu che balli a colazione,

tu che mangi caramelle,

tu che compri sempre lo stesso detersivo,

tu che sei vegetariano perché odi il dolore gratuito,

tu che non strappi i fiori perché sono più belli vivi,

ti vedo domani alle prime luci del sogno,

la diffusione del mondo è solo un modo per farti capire,

ma poi ti perdi e diventi un pasticciere,

la prossima stagione sarà per sentire,

ti mostriamo una lista di amici,

la batteria garantisce un’autonomia di una persona e mezza,

t’incolli al televisore quando c’è un filme che ti piace,

e cerchi di rimuovere le storture dell’amore

usando l’acqua ragia.

 

E assisti avvilito alla fine della settimana,

però sei felici quando dormi perchè non puoi impazzire,

non avevi penna né carta

ma questo è quello che succede quando non si tratta

né si negozia e scende a compromessi,

però in fin de’ conti il fine mente,

e il cuore obbedisce a mezzi che il dottore non conosce.

 

Tu che prendi il numero di telefono e poi non chiami mai,

tu che arredi l’etica con i valori nutrizionali della tua vita,

tu che porti la voce a lavare e inviti le persone a bordo piscina,

tu che non hai ancora capito come funziona,

tu che sei ancora qui, a ripetere che non sei ancora vivo,

tu che dici sempre che la vita non beve spremute di arance:

tu non lavarti i capelli con uno sciampo qualunque

che non sei più giovane.

 

Adesso vestiti che dobbiamo uscire,

le canzoni le hai già profanate con la tua voce da trombone,

i banchi di consegna dei bagagli li hai svuotati

con tutto il tuo rigore settembrino,

anche se è solo Luglio,

bei tempi quando ancora non avevi trovato la tua Carla Bruni

e giravi libero e felici per la piazza del mercato,

bei tempi quando non esistevano i problemi di connessione

e in giro non si vedevano post al vetriolo

ma solo juke-box all’idrogeno,

e noi si moriva ma non di vita

bensì uccidendo zanzare.

 

Il giorno dopo vedrai salire sul podio un altro,

ti aspetti

ti annunci

ti agghindi

ti approfondisci

ma pur sempre ti senti

cittadino dell’immondo,

ti consiglio di fare piano,

ma la prudenza è sempre troppa e vacilla la gioia

dunque rischia ché chi non risica non rosica,

tanto comunque il cielo del giorno architetta pioggia,

non temere il tempo,

annodati il collo al cappio,

fatti una bella cravatta al nodo,

tu che sei onda su scogliera,

domani vedrai il riflesso di te ovunque.

 

Tutto il mondo è pieno di benzina e rischia l’incendio,

tu esci il cane a pisciare solo per deterritorializzare le urine

e conquistare nuove aiuole vergini,

le foto dell’arcobaleno durano il tempo di un app,

tutto il mondo per le finalità indicate nel messaggio stesso,

tu entri nella categoria di appartenenza,

la cliente ti chiede di essere meno antipatico,

tu ti volti prima a desta e poi a sinistra,

ti volti da entrambe le parti simultaneamente

e non finisci di ridere,

poi a fine cerimonia difendi il mondo dall’egoismo,

tu non sei poco e non sei fuoco,

tu difendi un valore enorme e sei un futuro migliore,

tu sei l’onore della generazione,

sei un allarme prematuro

tu che trasformi l’aria in un problema respiratorio

sei una onda di colore e una ondata di calore,

sei un milione di persone in un secondo

e una miriade di orgasmi in un unico luogo,

tu sei sempre in agguato

e hai fatto bene a non esserci riuscito,

ti assomiglia molto la natura che hai visto,

ti sei aperto come un cielo e stai per diluviare,

ti piacciono le moto di grossa cilindrata

e le donne ben carrozzate,

ti copri di pioggia e consumi la vita

nell’abitacolo di plastica del tuo casco.

 

Tu sei del fiore la patente secchezza:

la vita è un problema che ti serve,

ma che non c’entra nulla

con la tua presenza nella vita.

 

 

 

 

EPITAFIO.

 

megalomane, egocentrico e scatologico,

scandaloso, lussurioso e donnaiolo,

poeta di oggetti smarriti e ladro di sogni perduti,

spinto dagli istinti ad amare gli istanti,

Manuel Omar Triscari

amò più di ogni altra cosa la strada e le donne.

 

Alle donne amava dire che

le sue esperienze erano la sua vita

e le poesie la sua anima,

che la vera bellezza è invisibile agli occhi.

 

Tutto pur di entrare

nelle loro mutande.

 

 

 

LETTERA A ME STESSO PER IL MIO 32° COMPLEANNO.

 

Ti senti vecchio. Sei invecchiato. E non hai ancora imparato a vivere. Hai sempre preferito leggere un libro o vedere un film che vivere. E hai ragione: nella vita non c’è trama. Nei libri e nei film è diverso: lì puoi manipolare le trame, i personaggi, e le storie. Lì crei il tuo universo. Ed è bello, è migliore, del mondo che abbiamo. Non funzioni nel mondo che abbiamo. Tu sei un fallimento in questa vita. Accidenti, sembra tutto così banale e semplice, ma tu proprio non riesci a viverlo questo mondo imperfetto. Vuoi solo essere felice, ma non ci riesci. È una vita che pesi su di te, con tutte le tue storture, le tue nevrosi, le tue paranoie, e le tue imposture. Ah, a volte ti sembra di esistere solo in un sogno. A volte, ti pare proprio che la vita vera, la vita autentica, sia nel sogno. La realtà spesso ti delude. Beh, sappi che la realtà è sempre deludente. Ma è l’unica opzione che abbiamo. L’altra sono i sogni, che sfortunata­mente non sono reali. O la morte, e io ci sono vicino, dunque fidati di me: essere vivi è essere felici. Siamo tutti felici se solo lo sapessimo.

<<Avrei voluto essere diverso nella vita.>> dici. Ah, maledetta fretta! Hai sempre voluto arrivare oltre, oltre il confine, oltre tutto, essere di più. Ogni volta hai lanciato il cuore oltre l’ostacolo e poi ho dovuto andare a recuperarlo. E ora? Ora ti senti vecchio, senti che è troppo tardi, che hai sprecato la parte migliore dei miei anni. Qualunque risultato tu abbia raggiunto, non è mai stato abbastanza per me. È sempre una delusione. Ogni orizzonte al quale arrivi ti mostra sempre un altro orizzonte che desideri. Ah, se solo sapessi gustarti il percorso. Essere qui e ora, passeggiare nel sentiero, sentire gli odori e fermarti a prendere una fogliolina viva fra le dita. Come quando da piccolo coglievi una foglia di alloro e la spezzavi per annusarla. Compiere passi lenti, ascoltare le cicale, certe volte fermarti, voltare le spalle al sole e fare qualche passo indietro per annusare un fiore che ti eri perduto, per abbracciare la corteccia di un albero e sentirla ruvida sotto le dita, per vedere se riesci ad adocchiare qualche ranocchia prima che si tuffi nel lago o una lucertola prima che scompaia piena di paura tra l’erba. La vita che qui dissipiamo, in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutte le terre, in tutti i mari noi l’abbiamo già persa. Forse, la verità è che nella vita non bisogna dare troppo peso a niente, né al bene né al male che uno riceve. Ricercare una vita a media andatura: sembra poca cosa, ma pochi ne sono capaci. Non c’è altro per cui valga la pena impegnarsi. Devi fare pace con i miei demoni, e forse tutto ti apparirà più bello. La vita è oggi, il domani non esiste.

Aspetta, e fai piano. Deponi gli orpelli e i giochi insensati del giorno, lascia scolare nelle fogne la miseria, concentra la tua mente: sii uomo per un attimo. Muovi il tuo piede, qui, su questa terra, entra, accogli la dimora, fissa la scena: in questo spazio invasato dalla notte troverai i passaggi, le fughe; esci, esci se puoi dalla maledizione della colpa. Senti: il rantolo tremendo si snoda dal corpo in prospettiva. L’uomo scagliato dalla finestra cade precipite su cuspidi di cristallo. Sfiora il tuo ventre, dallo sterno alle gambe: senti la stimma del tuo cuore. E qui, dove le fughe? In squilibri e dissonanze e distorsioni negati alla carcassa. Sei la razza degli angeli. Sospinto dal tuo intendere, va’ fino al limite del tuo anelare. Dietro alle cose come incendio, fatti grande, sicché le loro ombre, diffuse, ci coprano completamente. Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano, nessuna meta. Vicina è la terra che Vita è chiamata.  La riconoscerai dalla sua solennità.

E se non puoi la vita come la vuoi, cerca questo almeno, per quanto sta in te: non sciuparla sperequandola nel quotidiano commercio con la gente e i suoi umori, non sprecarla nel flusso schizofrenico di troppe parole e nel flusso insensato e frenetico degli eventi, non consumarla portandola in giro in balìa del quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti, fino a farne una stucchevole estranea.

 

 

 

  



[1] Le animulare sono creature della superstizione siciliana che indicano entità soprannaturali, intermedie fra il mondo angelico e l’umanità, aventi per lo più carattere maligno, anche se in certi casi possono mostrarsi in maniera del tutto benevola e protettiva. Le animulare, diedero la loro anima al diavolo e divennero streghe cattive. Escono di notte, radunandosi per progettare il male che faranno alle persone. Una loro caratteristica era quella di girare nell’oscurità con un arcolaio (in siciliano anìmulu, d’onde loro nome). L’arcolaio era uno strumento in legno che veniva anticamente usato per dipanare le matasse, avvolgendo il filo in gomitolo.






Anno 2021

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