"POEMI CRUDI"
“POEMI CRUDI.”
di Manuel Omar Triscari.
A me stesso.
SII UOMO.
Ma tu aspetta, fai
piano e aspetta,
che la notte
scende sempre troppo in fretta:
deponi gli
orpelli e i giochi insensati del giorno,
lascia scolare
nelle fogne la miseria,
concentra la tua
mente:
sii uomo per un
attimo.
Muovi il tuo
piede, qui, su questa terra,
entra, accogli la
dimora, fissa la scena:
in questo spazio
invaso dalla notte
troverai i
passaggi, le fughe;
esci, esci se puoi
dalla maledizione della colpa;
senti il rantolo
tremendo che si snoda
dal corpo in
prospettiva.
L’uomo scagliato
dalla finestra cade
precipite su
cuspidi di cristallo.
Sfiora il tuo
ventre, dallo sterno alle gambe:
senti la stimma
del tuo cuore.
E qui, dove le
fughe?
In squilibri e
dissonanze e distorsioni negati alla carcassa.
Sei la razza
degli angeli.
Sospinto dal tuo
intendere,
va’ fino al
limite del tuo anelare.
Dietro alle cose
come incendio, fatti grande,
sicché le loro
ombre, diffuse,
ti coprano
completamente.
Lascia che tutto
ti accada:
bellezza e
terrore.
Si deve sempre
andare:
nessun sentire è
mai troppo lontano.
Vicina è la terra
che Vita è chiamata:
la riconoscerai dalla
sua solennità.
Lascia che tutto
ti accada
Quanto non hai
voluto.
Tu sei la razza
degli angeli.
IL GIORNO IN CUI
TI CONOBBI.
Il giorno in cui
ti conobbi tacquero anche gli aironi e i gabbiani,
ovunque era
silenzio e dura la pietra.
Era silenzio
dunque, silenzio dovunque
poi ti vidi, ti
conobbi, ti riconobbi
io giglio
selvatico che fiorisce incolto
tu fiore di
elabro che fiorisce come in nessun altro luogo.
QUIETA TEMPESTA
SERBI IN GREMBO E MADIDA VITA.
Quieta tempesta
serbi in grembo e madida vita
riversi dai
calici del tuo petto:
sei dolcezza e
violenza, odio e amore, distanza non colmabile;
la tua saliva è
vino forte pieno di fermento invisibile
e la tua bocca un
calice da cui io bevo la vita;
le tue palpebre
sono scrigni serbanti l’impronta dei miei baci
la tua pelle è
timida come la luce
delle tempestose
terre del settentrione.
Io sono lago e tu
sole:
quando ti
rispecchi nelle mie acque
acquisto fulgore
e bellezza.
Quando abbandono
il mio capo al tuo ventre
sento nel
cervello il mio desiderio fluire dal tuo grembo,
quando appoggio
il mio volto al tuo e a occhi chiusi ti bacio
sento oltre le
tue palpebre i miei sogni palpitare.
LA VITA MI HA
BRUCIATO.
Mi hanno spento
così tante sigarette
addosso che non sento più,
la vita mi ha
bruciato e ora non ho più pelle
tranne che per le
carezze.
E scusa se ancora
non sorrido
ma mi hanno
piantato dentro così tanti coltelli
che quando mi
regalano un fiore
all’inizio non
capisco neanche che cos’è.
Scusa se sono
sempre così serio
ma è che sei così
bella che metti di malumore.
il tuo volto è
una pura forma d’acciaio:
quando sorridi mi
fai male.
E scusa se a
volte sembro perfino triste
ma è che l’amore
è una schiavitù
e un dolore la
bellezza.
I TUOI CAPELLI
SONO UN VILUPPO DI SCORPIONI ACULEATI.
I tuoi capelli
sono un viluppo di scorpioni aculeati,
i tuoi occhi due
ricci di mare pungenti,
le tue palpebre
due onde per affogarmi;
le tue unghie
sprofondando nel mio cervello
mi rodono il
cuore divorandomi l’amore,
mi ridono l’amore
sbranandomi il cuore.
IL TUO SGUARDO.
Parola senza eco
il tuo sguardo,
secchio senza
corda il tuo sorriso,
breve nitore di
cellule sinusoidali
e sinapsi mentali
i tuoi occhi,
due candescenti
api morienti nel mare dei venti,
troncato albore
di grida nel vespro,
stolido alone di
non previsti pensamenti,
pensamenti e
ripensamenti bianchi di nuvole,
scaglie di vetro
iridescenti,
gocce di
latte-sperma coagulato,
notturna dubbiosa
vena-lampo
e non-medicabile
notte-ferita,
candore-luna-riflesso-mare,
scansione
sommessa di note sospese-soppresse,
albe sublunari
alle tue labbra soggiacenti,
squame di subacquee
rocce vetrose,
rotta vampa di
meridiani cicloni
e antimeridiani
contro-cicloni (o anti-cicloni),
grumi dentali di
ossidiana,
ostici bulicami
di erompente spessore,
gemme di notturni
rami diafani,
tremore di
erbe-foglie
e rugiade
percosse da venti millenari percorse,
pezzi di
vetro-albume gocciolanti dalla munifica luna,
albume osseo
incastrato in colli di bottiglia
e scaglie di
stelle imbronciate.
STELLE VAGABONDE
I TUOI OCCHI.
Stelle vagabonde
i tuoi occhi
vagabonde uve
lampi-giglio di
giallo-neon
nidi di acqua
sterile
astenici miraggi
amaranto di fonti
polle di non
saziabili lacrime
immensi sogni
freddissimi
non raggiungibili
lumi
mentre intramano
cieli
e uccelli r cardi,
ragni, perlati
atolli
verticali,
e chiari sbocciano
suoni.
TU.
Tu, tu dal calido
seno che nutre,
tu dalla dolce
frutta nella gola,
tu dalla docile
polpa del bronzeo collo curioso,
tu bella da
morire e vestita da uccidere,
tu bruna
fanciulla d’uva e venere in bottiglia,
tu magnetica
visione e ingenuo sorriso sornione,
tu prole delle
selvagge piogge selvatiche
tu viaggio a
ritroso nel tempo fino all’origine dell’azione,
tu cuore in gola
e pugno nello stomaco,
tu balzo nel
vuoto e salto mortale,
tu una calma accesa
quale finestra illuminata
nel cuore della
notte scura
come un tamburo
forsennato gioia infiammante tu
germoglio di
bosco e pingue grasso frutto del deserto,
tu coperta solo
di due tenere foglie di palpebra,
tu il più fragile
cristallo del sogno,
tu il più tenue
corallo del desiderio,
tu vago tumulto e
bruno passo da bambina:
era dipinto nel
cielo
scritto nella
sabbia
che entrambi
vivessimo dell’amore
d’una luna che si
oppone al mondo.
IO DA TE.
Io da te mi sento
attratto,
mi sento proprio
un mentecatto,
mi sento un
portento
come avere un
siluro dentro:
devo fare
qualcosa
devo fare
qualcosa per averti
devo farti
qualcosa
altrimenti io qui
schiatto
e mi schianto in
un pianto a dirotto
ma è che non so
che fare:
ci sono persone
che sanno tutto
e questo è tutto
quel che sanno,
io invece quando
mi guardi
non lo so ma è
come se muoio...
VOGLIO VEDERTI
DANZARE.
Su, vieni: voglio
vederti danzare
nel grembo
affamato di un pasto nudo,
leggiadra tra gli
spigoli aguzzi dell’amore,
vieni, vieni
vestita o nuda che tu sia,
coperta solo di
foglie di palpebre
o liquefatta nel
globo di un soffione.
e quando i corpi
finalmente s’incontreranno
sarà in un sogno
e sarà come un sogno:
il mio bacio, il
tuo bacio
isterici di
passione come un eco
che sale da morte
stagioni
e ripete all’infinito
l’assioma
del nostro avaro
desiderio
che nulla vuole e
nulla chiede
solo di non
finire, solo di non finire.
QUANTO TI TROVERÒ.
Quando ti
troverò, sarà all’improvviso,
sarà come trovare
il paradiso,
come toccare il
cielo con un dito,
sarà come un
sogno, anzi sarà un sogno:
le mani s’incontreranno
a formare un giardino,
e le bocche s’intrecceranno
in un sorriso
e formeranno un
serto di luce aggrondata,
e le labbra
parleranno confidandosi
nel cuore della
notte più buia che c’è,
e diranno il
fiore del nostro segreto
e con rabbia
grideranno il suo nome
le labbra
febbrili di passione
esulteranno
lungo le linee
aguzze del tuo acciaio,
tra gli angoli
acuti del tuo cuore.
Benvenuta,
ragazza mia,
finalmente posi
il piede nella casa
e le mura
divengono alberi,
prato il cemento
del suolo.
BENVENUTA.
Benvenuta,
ragazza mia,
la mia porta ti
attende,
spalancato è l’uscio:
entra.
Forse avrai fame:
sul tavolo acqua
e pane
e miele e noci.
Forse sarai
stanca:
vorrei lavarti i
piedi
ma non ho acqua
di rosa.
O forse avrai
sete:
mi trasformerei
in acqua
pur di
dissetarti.
O forse avrai
solo sonno
e voglia di
dormire:
un arco di lino
per cullarti
con le mie
braccia farò.
ÉRATO ED EROTO.
Sei Erato per me
e sei eroto,
amore e aroma
mantiglia e
cadeniglia
sui miei occhi
stanchi.
Diciamoci la
verità:
tu sai creare
bellezza
e splendidi i
tuoi bagliori che manda la tua pelle
e magnifici pure
i nugoli che scoppi ed esplodi
nell’alba dorata.
Maestra del caos e del contrasto
fra silenzio e
fracasso
fra rosso e
bianco
nel mezzo del
vorto risucchi ogni impeto di vento
risucchi ogni
stile d’impeto nel mio petto
risucchi ogni
disposizione a tacere.
I tuoi solitari
elementi sono la mia sparsa gloria
e sono ebbre del
tuo liquore le mie notti d’amore.
GIOIA.
Sei arrivata in
un bel giorno d’Estate
e sei venuta a me
con il tuo fascino incerto
affinchè libero
potessi rifarti nel cervello
immaginandoti
come volessi
sognandoti
comunque tu fossi.
Il tuo viso
possedeva la grazia mirabile del sogno
e il tuo sguardo
era un manto di pece
mentre serpi
imboscate agitavano lingue di fuoco senza tregua
e tu allo sguardo
mostravi stelle di fuoco
invischiate in
costellazioni di vetro.
***
Se non puoi la
vita come la vuoi
devi cercare
almeno questo per quanto sta in te:
di non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole
in un viavai frenetico d’insensati dialoghi.
Non sciuparla la
vita
portandola in
giro in balìa del quotidiano
gioco balordo
degli incontri e degli inviti
fini a farne una
stucchevole sconosciuta.
***
Quanta notte è
passata sulle nostre teste
quanta vita
vedendoti-vedendomi
e quante le tue
cose che conobbi
e tante quelle
che non scopersi
tradite dal
sogno.
Avevamo tutto (se
la parola non è riduttiva)
davanti a noi (se
non dietro)
e lo abbiamo
sprecato (per non dire sporcato),
siamo saltati dal
vagone in stallo del tempo in corsa
svanendo mesti in
lontananza
(se ci si può
fidare della prospettiva)
intenti solo a
quello a cui ci costringeva l’assenza
(se solo a quello
davvero).
***
Non temetti le
salite e le alture e le discese
né il lungo
cammino e la fame
ma camminai e
camminai
nel solco
lasciato dal sole-deserto
e le tue membra
volgenti a tramonti di solitudine sognai
e risognai e il
tuo volto
con lo sguardo
vieto di sgomento e martirio.
E la febbre mi
vuotò
e un sonno
sublime mi distrusse il volto
un mare tentò il
mio corpo con cupe foglie
un’ala fece nido
piumoso nel mio fronte
e io piansi tutto
quanto il mio pianto
che come un fonte
pullula e rampolla
nel dolore che
non molla.
***
Fra le dita del
caso lo spazio si srotola e arrotola
nel cielo
infinito di un piano cartesiano rotola
si allarga e si
restringe.
il caso gira fra
le mani un caleidoscopio
in cui luccicano
miliardi di vetrini colorati.
il caso è avvolto
in un mantello
che ammanta e fagocita
le cose che vi si perdono e smarriscono.
Il buco nero del
caso ci guarda a fondo negli occhi
e noi ci chiniamo
e fissiamo quell’oscurità
e ne veniamo come
inghiottiti.
e allora noi
la testa comincia
a farsi pesante
le palpebre si
socchiudono
ci viene voglia
di ridere e piangere
una gioia ci
pervade, raggiante e illusoria
è davvero
incredibile.
Ma deve esserci
un senso.
Ogni inizio è
solo un seguito:
il libro degli
eventi è sempre aperto
a metà.
***
Stavo chiacchierando
con gli amici sul terrazzo
quando all’improvviso
sei comparsa davanti a noi:
bella da morire e
vestita da uccidere
e bella come il
giorno
e come la notte
ammaliante
e fulgida di
lussureggianti promesse,
orgogliosa di rigogliosa
bellezza.
E subito
ammutolimmo
e interrompemmo
il sollazzo:
eri semplicemente
un sogno a occhi
aperti.
Da quando non ci
sei
sogno che mi
addormento
e mi sveglio di
nuovo.
***
Scende la mia
anima al bosco
discende nel bosco
anzi vi si perde:
si sente libero
sulla vetta del ramo
o in cima a una
rosa,
esulta tra le
ombre e le verdi volte ritorte,
trema nel
silenzio che scende avvolgente
e si frange a
ogni istante,
conosce e
riconosce somiglianze e abbondanze,
legami e dettami
correlati e
correlativi,
inizi intricati e
ingarbugliati indizi,
dei recessi tutti
gli eccessi,
ed esplode gioia
nei pressi degli accessi
ai reconditi
antri repressi e al cuore degli atomi depressi,
frammenti di
riviste
e frammenti di
sviste
e frammenti di
viste,
panorami abulici
e una manciata d’aria
con una farfalla in volo,
piccole
disobbedienze:
l’allegro
inseguimento di una palla per strada.
NEVROSI.
Una forte crisi nevrotico-ossessiva
tra il 2011 e il
2014 ho sofferto
mi attanagliò,
mortale, esiziale.
Il trasformarsi
di ogni discorso,
anzi di tutto, in
mero significante,
anzi in lettera,
indusse in me
il sospetto che
lo io fosse
una produzione
dell’immaginario
super-grammaticalizzato,
un punto di fuga
e non una realtà.
Si può veramente
affermare,
dire, enunciare,
tutto questo?
non ne rimarrebbe
forse la bocca
irreparabilmente
muta e silente?
non ne andrebbero
in corto-circuito
i relais cerebrali e le sinapsi?
Da nessun luogo
mi giungono
effetti di verità
che non siano
distruttivi nella
loro intima essenza,
mentre in me si
accumulano
strati sempre più
maledetti di coscienza
in angoscioso
coacervo di plurimi sensi
per questo
insignificanti,
come per dare
allo “io” muto
una specie di
super-consistenza ferrea
ma evidentemente
impalpabile.
Il soggetto
prende atto
dell’impossibilità
dell’autentico
lo “io” si scopre
parificato
al liquame
informale del presente
emorragico esso
stesso.
Alla luce di una
coscienza superiore
il trauma
soggettivo e lo “io”
l’esperienza del
terrore
non sono più al
centro dell’operazione
ma vengono posti
tra parentesi.
PICCOLE
DISOBBEDIENZE.
Scende la mia
anima al bosco,
anzi vi si perde:
si sente libera
sulla vetta del ramo
o in cima a una
rosa,
esulta tra le
ombre e le verdi volte ritorte,
trema nel
silenzio che scende avvolgente
e si frange a
ogni istante,
conosce e
riconosce somiglianze e abbondanze,
legami e dettami
correlati e
correlativi,
inizi intricati e
ingarbugliati indizi,
dei recessi tutti
gli eccessi,
ed esplode gioia
nei pressi degli accessi
ai reconditi
antri repressi e al cuore degli atomi depressi,
panorami
scheletrici e abulici panorami bulimici,
frammenti di
viste, frammenti di sviste, frammenti di riviste,
una manciata d’aria
con una farfalla in volo,
piccole
disobbedienze:
l’allegro
inseguimento di una palla per strada,
il tuo ciuffo
ribelle durante una corsa a perdifiato.
CHIEDE L’ALMA.
Niente è in regalo,
tutto è un prestito:
la vita e anche
il corpo,
il tempo in cui le
cose corrono e turbinano impazzite
e anche il mondo
circostante in cui cose si disgregano
e gli effetti
privi delle cause mulinellano forsennati.
Tutto è prestito
e noi indebitamente viviamo una vita di stenti,
in perenne debito
nei confronti della vita,
e anche il cuore
e il cervello e tutto il resto in mezzo
dovranno un
giorno essere restituiti.
Solamente l’alma
manca all’appello,
che alla squallida
esistenza sempre grida la sua protesta:
accettando la
morte ma non in tutte le sue forme
e recusando il
potere (questo sì in tutte le forme),
inseguendo un
amore che ossequia le promesse del cuore,
tendendo all’arte
tramite l’infinito,
preferendo il
silenzio gravido di parole
al vociare
insensato della folla,
disdegnando lo
strepitio degli affari e dei commerci,
disprezzando il
nostro agognare a un vantaggio
ancorchè minimo e
reputando la gioia pari alla tristezza,
associando e
assommando la bellezza alla gentilezza,
andando per via e
tra la gente sicura di niente e curiosa di tutto,
non rispondendo
mai a domande che tuttavia esige.
Quando il nugolo
delle stelle accese si raffredderà e spegnerà
noi assaliti dai
dubbi interrogheremo l’alma e l’alma dirà
<<Credevi veramente
di sapere tutto,
conoscendo tutto
in anticipo?
Esistono persone
che sanno tutto
e questa è l’unica
cosa che sanno:
tu elevati oltre
il corpo
che non sa fare
altro che creare limiti e ostacoli,
trascendi il
tempo ove ogni cosa corre e turbina,
saluta episodi
aneddoti e particolari,
e tutta la torma
di cose in ultima istanza prive di senso.
fin dove si
stende la vista
e l’occhio
lì regna l’attimo
e la bellezza
e lì regno io.>>.
Ma come in una
corsa in circolo
sempre l’inseguimento
si trasforma
in fuga dal
fuggitore...
DUE PUNTI.
In fondo sono
quello che sono: un minuscolo puntino
sfocato in uno
spazio pluridimensionale e infinito.
Sì, certo, un
caso fortuito come ogni altro caso,
ma sempre un
me-stesso, pieno di stupore e ricordi,
pieno d’inflessibile
attitudine critica,
non eroico e
necessario,
e la cattiva
stella sotto cui sono nato
è forse buona per
altri.
In fondo sono
quello che sono,
ma per fortuna
non mi è andata poi così male,
la sorte è stata
abbastanza benigna,
e poteva andarmi
molto peggio: sarei potuto essere
un albero
confitto nella terra a cui si avvicina un incendio,
un filo d’erba
calpestato dal corso d’incomprensibili eventi,
un giunco che si
china quando passa la piena,
una bestia da
macello, da soma o da pelliccia,
una donna
musulmana torturata e violentata,
un soldato in
guerra dalla parte sbagliata della barricata,
un’armonia fatta
a pezzi da turbinanti acque agitate,
una saggezza
zoppa con una spina nel “tallone di Achille”
e una “spada di
Damocle” sulla testa;
sarei potuto
essere tutte queste cose e molte altre
di molto meno a
parte e ancor minor conto:
sarei potuto
essere il membro insignificante di un branco,
di un formicaio,
di un banco, di uno sciame ronzante,
un bacillo che
nuota s’un vetrino,
un uomo che
mangia un cibo al vetriolo,
un nido devastato
e saccheggiato d’affamate lucertole fameliche,
un cuore che non
batte più o batte di rado,
un me-stesso ma
senza stupore,
un me-stesso
senza stupore
senza ricordi né
passioni.
Sono stato dunque
molto fortunato:
non risparmiarmi
domande ad alcuna risposta.
Ma come
rispondere a una domanda non posta?
RETTE INCIDENTI.
Camminavo per
strada fumando svogliatamente una sigaretta,
anche tu
camminavi, forse distrattamente, forse imprudente,
se pensosamente o
penosamente non saprei dirlo,
se rassegnata
delusa disillusa illusa non so,
se innamorata o
disamorata non voglio saperlo.
Camminavamo
dunque per la strada,
io fumando una
sigaretta,
tu semplicemente
pensando ai fatti tuoi,
quando ci siamo
incontrati,
e mi sei passata
davanti come un lampo a ciel sereno,
i nostri sguardi
si sono scontrati,
forse per un
attimo i nostri pensieri si sono anche incrociati
e hanno
rimbalzato, rimbombando contro un cielo di piombo,
ma i nostri
occhi, semplicemente, si sono oltrepassati:
seguendo ciascuno
il filo del proprio percorso
come due rette
perpendicolari incidenti
intersecantisi in
un punto x casuale
hanno
semplicemente tirato dritto,
e come loro anche
noi,
tu nella tua
direzione e io nella mia,
abbiamo tirato
dritto,
tu sparendo
dietro un angolo
e io svoltando
dietro l’angolo opposto
dall’altra parte
della strada,
entrambi smarriti
o distratti o immemori
o volutamente
dimentichi
di esserci
per un breve
attimo infinito
amati per sempre.
E così
in un breve
attimo
infinito
ci siamo persi
per sempre:
come due estranei
senza una parola
senza un gesto
del viso
senza un minimo
sorriso
senza una virgola
della bocca
senza un battito
di palpebre
ci siamo
scambiati uno sguardo vacuo
e abbiamo
proseguito dritto,
come se tra noi
nulla ci fosse stato
(ma qualcosa c’è
stato).
Come se nulla
fosse mai accaduto,
anche se è
accaduto di tutto.
IL VIAGGIATORE NON
HA ANCORA RAGGIUNTO LA DESTINAZIONE.
Eri il più alto,
il più forte, il più bello, il più intelligente.
Eppure la forza tutta
la mettevi al servizio della giustizia;
e le carezze e le
belle parole per consolidare la lealtà,
non certo per favorire
lusinghe e intrighi;
il sapere tendendolo
alla verità fino allo spasmo,
già mai a inganni
o frodi.
Eri un re. Appartenevi
alla stirpe degli angeli.
E ora che cosa
sei?
Che cosa sei
diventato?
Chi sei
diventato?
E che ti è
successo?
Sei ancora capace
di passione?
Sai che cosa
intendo:
Se credi in
qualcosa, in che cosa credi adesso?
In che cosa?
Allora difenditi,
o c’è qualcosa
che non va in te?
Sii ribelle, ma
ribelle nel profondo: segui solo il tuo cuore.
Non hai scelta: si deve sempre andare: distante la meta.
Vai, dunque, dovunque vai, deciso vai e sicuro e orgoglioso:
il viaggiatore non ha ancora raggiunto la propria destinazione.
IL SOFFIO DI UN
ATTIMO.
Sei invecchiato,
sei molto
invecchiato e lo senti
sei molto
invecchiato e lo vedi
i capelli, ormai
sale e pepe, sono screziati di morte,
i muscoli non più
sodi e la pelle meno lustra d’un tempo.
Sai che stai
diventando vecchio
ma il tempo ch’eri
giovane lo credi quasi ieri:
che spazio breve,
che spazio breve.
I giorni futuri
si assottigliano,
e restano
indietro quelli passati,
come una penosa
scia di candele spente
gelide disfatte e
distorte:
in un brivido si
è allungata la tenebrosa linia
presto, troppo
presto, troppo in fretta
sono cresciute le
candele spente.
E approdato che
definitivamente sarai nella triste vecchiaia
avvilita pensa a
quanto hai goduto
la vita la
bellezza la facondia e il vigore
e rifletti su
quanto hai lasciato e perso e non hai preso:
ti sei fatto
beffare e baiare e dileggiare dalla bugiarda saggezza,
hai gioie
sacrificate e repressi slanci e perse occasioni
che ora suonano
al tuo senno deficiente
come uno scherno
demente,
oppure hai preso
quanto più hai potuto
dalla vita, dal
sesso, dall’amore?
LE MUSE.
Spesso Dante come
tanti altri autori
fa ricorso in
passi celeberrimi alle Muse
allattatrici dei
poeti:
ebbene, esse sono
di fatto generate dalla fantasia dei poeti
padri in tal modo
nutriti dalle figlie.
nel nostro tempo
la poesia subisce un processo che rasenta
l’emarginazione
(anche se non sparirà mai del tutto):
essa viene oggi
da una figura di reietto
necessitato ad
assorbire e a saturarsi delle velenose forze
che tendono a
ottenebrare la fisiologia stessa del sussistere
nella vita.
Il padre velenoso
in quanto unico
interprete possibile
dei veleni
attuali e dei loro linguaggi
genererà una
figlia che gli rinvierà, con il suo latte
malsano, l’insieme
ingigantito dei suoi mali.
COGNIZIONE.
Quante volte hai
pensato di abbandonare
di cambiare via,
quant’ansia e
quanta tensione ti provoca l’arte
lo sai bene e non
ce la fai più
vuoi mollare
vuoi lasciare
vuoi abbandonare
e come il re
Demetrio che
abbandonato dai
Macedoni che in fine gli preferirono Pirro
smisi i pomposi
paramenti aurei e spogliati i vestimenti porporei
vestendo in
fretta e furia umili panni
come un attore
che cangia tegumenti e se ne va fuggì
non appena finito
lo spettacolo del proprio regno
vorresti darti
alla macchia prosaica del comune viver gramo
fuggendo alla
chetichella dall’arte e dalla bella parola
Quante volte hai
sentito opprimenti e oppressive
queste alte mura che
ti cingono
e queste
tenebrose ombrose camere
che al loro
interno ti costringono,
e quante altre
volte hai provato tortura nella luce che t’irradiò
proveniente dal
mondo del fuori allorchè ti sei provato
nell’aprire le
finestre della vita e gli occhi della casa di Poesia.
Quante volte ti
sentisti sconfitto e deluso
dalle vertiginose
altezze della scala della poesia
(di cui tu non
sei ancora che al primo gradino)
e dalle abissali
profondità dell’alma
così sconfitto e
deluso
da non riuscire a
sopportare lo stordimento.
Quante volte hai
detto
<<Per altro
mare andrò, in altra terra:
una città
migliore di questa troverò
dove non tutti
gli sforzi siano una condanna già scritta,
dove il cuore si
desti e voli via dal suo imbiancato sepolcro,
dove più non
proverò questo asfissiante languore
che mi pervade e
mi assilla e mi perseguita sempre,
dove non vi
saranno nere macerie
ma solo nere
chiome corvine.>>.
Quante volte
troppo stanco per
resistere e spossato per andare avanti
pensasti di
abbandonare la poesia
angosciato dal
dubbio e mai tranquillo,
angustiato dalla
cognizione della tua ignoranza,
privo di
particolari arti e senza precipue competenze.
Quanto hai
pensato monotona la tua vita
stretta nella
morsa degli studi e delle sudate carte,
aspettando un
barbaro che non arriva mai,
o un Godot
qualsiasi, sempre ostacolato nel cammino a te.
Che peccato, che
errore, che orrore!
stonate queste
parole e blasfeme:
se sei già sul
primo grandino della scala fiero devi sentirti
e felice poichè l’essere
giunto già solo fin qua
non è cosa da
poco e quanto hai fatto non è piccola gloria:
anche il primo
gradino della scala è tanto lungi dal volgo profano
che devi essere
orgoglioso e contento.
Se vuoi posarvi
il piede, allora devi entrare con il tuo diritto
di cittadinanza
nella città sublime dell’arte.
Ed è cosa
difficile e assai rara che tu possa ivi essere accettato
e prendere
residenza e domicilio.
Ma non vi è altra
città per te, né altra plaga, o dominio,
né altre mura all’infuori
di quelle che ti costringono:
creperai nell’arte
e nella poesia!
E sarà la fine
più desiderabile e nobile che tu possa augurarti:
le tue notti
arderanno tra le fiamme,
avrai condotto la
vita alla risata perfetta.
Tu sei fatto per
le belle cose e grandi,
e lo sai, lo
riconosci, non puoi negarlo.
Sei fatto per le
belle e grandi cose: ostacoli le vili consuetudini,
le indifferenze e
le crudeli meschinità non ti si addicono,
l’alma tua le
respinge come recusa l’assiduo contatto
con la gente e l’assurdo
cianciare vacuo e la dissennatezza
dei quotidiani
commerci e rapporti con la morte in anticipo:
altro l’alma
vuole, altro l’alma cerca, e altro piange:
un amore andato a
male eppur ancor inebriante,
il volo lento di
un airone volteggiante nel blu,
un bacio mancato.
Senza queste cose
dimmi
che vita sarà mai
la tua.
che vita mai
sarà?
IN PUNTO DI MORTE.
Quando improvvisa
udrai a notte fonda una musica languida,
e vedrai la tua
fortuna che trabocca ormai
le opere fallite
i disegni delusi
allora saprai che
la tua vita è finita
ma non disperare:
come pronto da
tempo salutala da prode e valoroso
questa vita che
perdi e se ne va.
Non t’illudere,
non dire che è
stato un sogno
non pensare che s’è
ingannato l’orecchio:
non piegare a
così vuote speranze.
come pronto da
tempo
come a te si
addice
da prode salutala
questa vita che dilegua,
va fermo e
risoluto alla finestra
e con uno sguardo
abbraccia l’intera città che tanto amasti
e senza le
piagnucolose querimonie degl’imbelli
salutala, questa
vita che perdi e dilegua.
OGNI GIORNO.
Ogni giorno giuro
di cominciare una
vita migliore
ma quando viene
la notte
che porta i suoi
(cattivi) consigli,
quando viene la
notte
con le sue
lussuriose promesse
e i suoi
lusinghieri compromessi
allora il corpo
anela e cerca
e io a quel
fatale desiderio
inesorabilmente
perso
vado.
Eppure qualcosa è
cambiato, ora ho capito,
ora una nuova
cognizione alberga in me:
forte dei miei
studî e delle speculazioni,
le mie passioni
non temerò come un vile
e il mio corpo lo
donerò al piacere
e ai godimenti in
sogno mille volte vagheggiati,
alle più ardite
brame erotiche
e ai lascivi
impeti del sangue
senza paura,
ai piaceri ora
reali e ora vagheggianti
erranti ed
erratici nel mio cervello come un frullo impazzito
turbinanti nell’anima
come una spirale ovale
mi abbandonerò e
alle tue coppe berrò
i vini forti di
quelli che bevono i campioni del piacere,
i maestri del
piacere, gli audaci del piacere
capaci di
bruciare senza pena nella fiamma della brama
che assale e
consuma...
Quando lo vorrò
(e lo vorrò,
fortissimamente lo vorrò,
così fortificato
dalle speculazioni e gli studi)
nei momenti più
critici lo ritroverò
il mio precedente
spirito ascetico
pur stanco e
spossato dagli abusi e consunto.
Torna dunque e
prendimi, palpito amato,
tu che sai la
foga e la bruciante lussuria,
e tu, amata
sensazione, ridesta viva in me la voluttà del corpo
e le antiche
brame che ancora scorrono nel sangue,
ora che le labbra
e la carne ricordano,
ora che nelle
mani un senso si riaccende
ed è come se
ancora toccassero,
ora che il corpo
cede a un’erotica ed illecita ebbrezza
e la carne in
essa tutta s’ingolfa e freme,
e il sangue è
infiammato dal piacere...
RITRATTO DELL’AUTORE.
Si degradò del
tutto. Aveva solo trent’anni
e già la sua vita
non valeva un soldo.
Una irresistibile
tendenza erotica lo governava,
perse
gradualmente e inesorabilmente tutti gli (esigui) averi
e in seguito
anche la reputazione e la dignità,
non aveva un vero
lavoro e non sapeva fare nulla,
apparentemente
non svolgeva alcuna attività (confessabile)
e riusciva a
sbarcare il lunario
solo con qualche misera
senseria infame,
disoccupato
vivacchiava con piccole somme ottenute in prestito
da amici e
conoscenti che quasi mendicava,
talvolta gli
davano da campare le carte e i dadi,
ma anche nei
momenti peggiori non pensava mai a rubare:
non era un
volgare ladruncolo lui,
lui voleva tutto
il mondo o niente.
E dire che gli
era stato anche offerto un posto di lavoro
ma si trattava di
uno stipendio da fame
che senza
incertezza né tentennamento alcuno
rifiutò fermo e
deciso
preferendo
vestire male con abiti sgualciti
(erano uno
sfacelo le vesti: sempre lo stesso vestito,
sempre uno il
vestito che indossava, blu elettrico,
che il tempo
aveva reso opaco) e scarpe consunte
che prostituire
il proprio tempo (non il corpo...) per pochi soldi,
ma quando lo
prendeva la voglia di un abito nuovo
o di un nuovo
paio di scarpe
allora il corpo
prostituiva (questo sì...)
con qualche
vecchia laida per gli spiccioli giusti,
e beveva e
fumava, e fumava e beveva,
e tutto il giorno
nei caffè e nei bar si trascinava
accorato
trascinando lo struggimento della sua anima,
ridotto povero e
randagio gli furono fatali il vizio debosciato
e la città con la
sua prodiga vita che lo rapì e smarrì,
e presto l’egre
cure e la crapula grama lo rovinarono:
un sentimento
mutilo lo lograva e lo costringeva
in una condizione
snervante.
Certo l’arte in
cui era magnifico e superbo non lo aiutava,
non garantendogli
due pasti al giorno,
eppure non è
giusto ricordarlo solo per questo:
simpatico e
caciarone, bravamente vivo e vitale,
dotato di un
corpo mirabile e portentoso
incurante dell’altrui
minaccia si gettava di slancio
nelle risse
notturne per la via,
forte tra i forti
era temibile con i superbi e docile con i buoni,
era il più
sbrigliato nel piacere e il più prodigo di energie nei vizi
e mai si esimeva
dalle torbide prove delle avventure notturne,
schietto d’animo
e autentico d’amore
poneva la pura
voluttà oltre la reputazione e l’onore,
e moltissime
donne che lo persero ancora lo amavano:
mai donna fu
posseduta con sì febbrile passione,
mai donna donò
simile ardore che mutua brama restituì,
mai donna ebbe
allo stesso modo baciate le labbra sensuali,
mai ebbe una tale
pienezza di piacere
che sul corpo
eccelso di voluttà si pasce
sulle squisite e
sublimi membra indugiando
con cedimento
sproporzionato a quell’anomalo godimento
di cui tutte
erano avvinte prede passive e se ne compiacevano:
per lui la mente
di F. ancora si ammorba di lussuria,
ancora stanno
sulla bocca di L. i suoi baci,
e si macera nel
desiderio la carne di M.,
e il tatto del
corpo è ancora sulle mani di C.
che fameliche
ancora si muovono
come ricercando
le incombenti membra di lui,
ancora sognano il
suo virile membro
inesorabilmente
erettile
gli occhi di O.
Eppure come andò
sciupato tutto quel fascino:
mai ebbe la città
gloria più sublime
e fascino più
intenso.
CANTAMI, OH DIVA.
Cantami, oh Diva,
la grande
illusione,
l’occhio
sintetico dell’oppressione,
l’onda lunga del
rifiuto a ogni nuova affermazione.
Cantami, oh Diva,
il nostro amato
cielo,
canta un motivo,
fuoco che forgia
ferro a catena,
ascolta di Ulisse
il triste canto della pena.
Lungo scoscesi e
neri pendii corre veloce il mio pensiero,
il debole canto
della ragione gela il potere della parola.
Come tuono invade
la terra, come lampo illumina i volti,
il debole canto
della ragione, il senso antico della parola.
Cantami, oh Diva,
l’iniqua
condizione
di chi cerca l’odio
nella religione, di chi parla la pace
e scrive solo
parole di odio e distruzione.
Cantami, oh Diva,
il passato che
torna, nuova forma che dimentica
lo sguardo
perduto di anime bianche
rinchiuse dietro
filo spinato.
Lungo scoscesi e
neri pendii corre veloce il mio pensiero,
il debole canto
della ragione gela il potere della parola.
come tuono invade
la terra, come lampo illumina i volti,
il debole canto
della ragione, il senso antico della parola.
SURPLUS.
Tacite immagini
e remota dolcezza
per chiari
mattini addensati
tacite immagini
della tristezza
dal plàtano al
prato:
dietro nere cime
il sole improvvisamente risfolgora
e i suoi raggi si
frangono sulla scheggiatura del crinale
e si diffondono
al di qua dell’occaso
scesi a dorare le
brume della terra,
saettano i rossi
dei vetri contro il taciturno crepuscolo,
il suo fronte
malinconico e lontano
appare striato ad
ora ad ora da lunghe rughe orizzontali
di cenere e
sanguigno,
la bruma si
dissolve nel marmoreo fronte del monte
che un pensiero
carezza e poi lascia desolato,
la torre urla al
rattoppato castello ma non chiede più nulla
e così il feudo
non può fare altro
che fruttificare
una prugna albina e una susina bisestile
alla collina che
dolce imbrulla,
tace dal canto
suo il verde del bosco e il bosco del galateo,
e il pianoforte
si è addormentato
sicchè l’autunno
ha dovuto scegliere un nuovo alunno,
cancello e scudo
sormonta il gelo dell’albore mattutino,
la sceverazione
degli accadimenti
del mondo e della
società
(muffe della
istoria biologica
e della relativa
componente estetica)
in moventi e
sentimenti profondi e veridici
della realtà
spirituale
in parvenze e
simboli spettacolari
muove per lo più
il referto a una programmata derisione
e alla polemica e
alla beffa e al grottesco e al barocco
e alla
insofferenza e all’apparente crudeltà e
a un indugio
misantropico del pensiero che raggiunge
tonalità
parossistica e aspetto grottescamente deforme
che non è
ascrivibile a una premeditata volontà o tendenza
ma alberga già
nelle singole trovate
di una
fenomenologia a noi esterna:
nelle stesse
espressioni del costume
nella nozione
comunemente accettata (dai pochi o dai molti)
e nelle lettere
(umane o disumane che siano):
vivo di mattutini
impeti e gioie liete
mentre il pane di
una lauta colazione addento
in compagnia di
una ragazza che mi bacia e mi accarezza
fra il
biancospino e l’argento:
accade alla
loquace vita
di esorbitare
talora
dalle sacre leggi
della deferenza e
della compostezza.
VUOTI A PERDERE.
Tu sai che puoi
farlo
e sai che lo
farai.
E avrai torto o
ragione,
ma non cercare di
scoprirlo adesso.
Tu sai che puoi
farlo,
tu sai che lo
farai.
Prenderai il
destino per il collo
mentre il mondo
sta bruciando
e riderai
pensando ai giorni
in cui hai
guardato la vita fluire
da dentro un
bicchiere.
Tu sai che puoi
farlo,
sai che lo farai.
perché in fondo è
questo che siamo:
vuoti a perdere,
promesse ripetute
all’infinito
mantenute mai.
TU SAI CHE LO FARÒ.
Tu sai che lo farò,
tu sai che posso farlo.
Avrò torto o ragione,
ma non voglio scoprirlo
adesso.
Tu sai che lo farò,
tu sai che posso farlo.
Prenderò il destino per le
spalle,
mentre il mondo sta bruciando
e riderò pensando ai giorni
che
ho guardato finire dentro un
bicchiere.
Tu sai che lo farò,
tu sai che posso farlo.
Perché in fondo è questo che
siamo:
promesse da ripetere all’infinito.
Senza mantenerle mai.
LA MIA MORTE.
Lui è molto
triste
perchè la sua
donna lo ha mollato
così viene da me
ogni volta che è
molto triste perchè una lo ha mollato
e si aspetta che
io gli tiri su il morale
ma io sono solo
un impostore
ma lui è un buon
cliente
così recito la
mia parte
e lo consolo
e lui mi chiede
perchè la vita
debba essere così dura
e io gli dico che
può anche non esserla
e che, in fondo, lo
scegliamo noi
ma lui insiste
e vuole sapere
perchè certa gente sembra così serena
tranquilla
serafica e in pace con se stessa
e allora io gli
dico che a volte scambiamo per spensieratezza
una rassegnata
disperazione,
e lui mi dice che
quella stessa gente pare talora così euforica
e io gli rispondo
che questo è quello che accade alla loquace vita
di esorbitare
talora dalle sacre leggi
della deferenza e
della compostezza,
e allora lui mi
dice che sono così saggio
e mi chiede come
fare per non soffrire
e io gli dico che
per non soffrire
(in amore, s’intende)
bisogna avere il
controllo dell’altra persona
e che per avere
il controllo dell’altra persona
devi farla
soffrire,
e allora lui mi
domanda
che cosa sia l’amore
e io gli dico l’unica
cosa che ho imparato
e cioè che l’amore
è tutto quello che non si dice
e che in un bacio
si trova tutto
quello che è stato
taciuto dalla bocca,
e allora lui mi
dice ancora
<<Sei così
saggio.>>
e io dico
<<Capita a chi ha vissuto molto.>>
e lui mi dice
<<Ma se hai solo 30 anni!>>
e io gli dico che
la vita andrebbe misurata in attimi
e non in anni
e io ho vissuto
un milione di attimi,
e lui mi chiede
che cosa io mi aspetti dalla morte
e io dico che mi
basta arrivare a 60 anni,
ricco sfondato,
abito su misura,
mano sinistra sul
volante della mia Jaguar ultimo modello
e mano destra sul
culo di una ragazzina di 18:
s’esiste un modo
per fottere
lo sporco gioco
della morte,
beh, è questo.
Per il resto
non me ne frega
molto
anzi, non me ne
frega proprio un cazzo
non mi piace la
gente
non mi piace la
musica negra
non mi piacere
andare in giro per locali a fare baldoria
non mi piace
scoparmi una donna a pagamento
non tiro di coca
e non mi faccio di eroina
non mi piace
quasi nulla
e la mia massima
aspirazione è svegliarmi presto al mattino,
uscire per fare un
po’ di allenamento,
poi tornare a
casa
pranzare
fare la siesta
svegliarmi di
nuovo
scrivere
e infine uscire
di nuovo
da casa quando fa
buio e scende la notte
per andarmi a
sbattere qualche giovane donzella
remissiva e
puttana come piace a me
e poi ritornare a
casa
e rimanere seduto
da solo al buio in una stanza
la luce dei
lampioni che sforacchia le tapparelle
e pensare
al fatto che in
fondo ciò che succede a una persona
è successo quasi
a tutte le altre,
e il dolore che
provi tu in questo momento
è il dolore di
tutte le 100 miliardi di persone
che ti hanno
preceduto,
e che è il dolore
in sé che è strano:
un gatto ammazza
un uccello
un incidente
automobilistico
un incendio
tutto accade e tu
non lo puoi scrivere
perchè non c’è un
perchè
ma il dolore ti
piomba addosso
ed è reale, è
vero
lo senti
lo percepisci
incombe sulla tua
testa e d’improvviso eccolo
BANG
ti precipita
sulla nuca e ti prende alle spalle come un brigante
e tutti quelli
che ti guardano ti prendono per scemo
come se di colpo
fossi diventato un idiota
un mezzo scemo
che si trascina per le strade senza meta
e non esiste cura
per il dolore
tranne che tu non
conosca qualcuno che ci sia già passato
prima di te
e possa dirti
come uscirne,
oppure i soldi:
i soldi non faranno
la tua felicità
ma ti aiuteranno
a comprare il rimedio all’infelicità
il che è già
mezza felicità
quindi
se anche tu sei
della mia stessa risma,
se anche tu la
pensi come me
e cerchi un modo
per fottere lo sporco gioco della morte,
beh, l’hai trovato.
Adesso pagami
e togliti dal
cazzo.
SARA.
Era passata la
mezzanotte,
sulla soglia del bar me ne stavo a bere e fumare,
e avevo già speso
quasi tutti i miseri soldi,
e fumato quasi
tutte le sigarette,
e una strana
ansia e smaniosa mi attanagliava,
che m’ingenerava
pensieri luttuosi e funerei,
allorchè
entrasti,
e con te entrò il
tuo viso bello e la tua giovinezza squisita,
che il mio
sensuoso desiderio esaltò e accese,
e d’un tratto
stanchezza crucci e riflessioni dileguarono,
e subito
tutti gioia e
forza
e sentimento e
lussuria
andammo
in un luogo di
malaffare molto riservato,
che col tempo
divenne nostro,
e chiedemmo una
camera e bevande costose,
e bevemmo e
brindammo e,
giunte che furono
le quattro,
nell’amore c’immergemmo
impavidi temerari
e felici,
io dimentico
delle mie amari riflessioni
e tu del povero
ragazzo che a casa ti aspettava
cornuto.
BAMBINA CHE GIOCA
CON LA PALLA.
Al mio lavoro
dedico cure amorose e vive,
ma oggi mi
strugge la lentezza nel comporre,
sarà il tempo o la
purezza del giorno accupa
(vento e pioggia
sconvolgono tutto)
ma in questo
momento solo voglia di guardare,
non già di
scrivere,
così mi affaccio
alla finestra,
e scorgo un bel
volto di bambina
chino sulla
fontana per rifocillarsi
affannoso e
ansimante per aver corso molto e giocato:
le acerbe labbra
già pronte per la pienezza della voluttà
e la voluttà dei
sensi più matura,
i capelli madidi
di gocciolante sudore
che s’insinua tra
le pieghe del collo
e ne imperla i
piccoli seni...
E così nell’arte
di questa visione trasfiguro e mi perdo
e smemoro mi
riposo dal lavorio dell’arte.
QUELLO ERA IL
LUOGO.
Metti una piccola
camera ammobiliata, volgare e squallida,
nascosta nel
sotto-tetto di una bettola equivoca e sospetta
infrattata in un
vicolo angustioso e lurido dei bassi-fondi
da cui salivano
sussurri d’illeciti affari e frastuono di pravi;
aggiungi una
notte luminosa
gravida di
lussureggianti promesse di piacere
e fantasie di
perversione
e meravigliose
visioni erotiche:
lì, sul vile e
miserabile giaciglio, il corpo dell’amore,
lì sul letto
schifoso ebbi la bocca voluttuosa e famelica e rossa,
rossa di una tale
ebbrezza che ancora ora che scrivo
sento la mia anima
volare
leggera ancorchè
ubriaca...
Quello era il
tempo,
quello il
momento,
quello il luogo,
quella la sola cosa
giusta da fare
anche se la più sbagliata.
Perchè, dunque,
la metti giù così dura?
È tutto quello
spazio,
tutto quello
spazio tra vita e poesia,
tutta quella
distanza tra la vita e le storie:
è spossante,
è sfiancante,
è insopportabile:
non trovi?
Sembra che ogni
volta che ti accendi
loro vogliano
abbagliarti per spegnerti.
Vedi, le altre
persone vogliono solo controllarti,
vogliono solo sedersi
e guardarti e ridere di te,
così possono
tornare a casa e dire
che in fondo non
era niente di che.
sparano, sparano
sentenze,
giudizi, insulti.
ma non fanno
niente.
anche tu ne fai
parte:
se credi in
qualcosa,
in che cosa
credi?
Allora difenditi!
O c’è qualcosa
che non va in te?
VOLTI.
È passato un anno
e il morbo non desiste,
come un feroce
predatore morde e insiste.
un anno esatto:
come scorre il tempo,
come scorrono gli
anni,
come scorre la
vita.
Ma ieri,
vagando per il
quartiere,
dove si forgiò il
mio gusto per gl’inconsueti amori,
dove appresi il
piacere e l’amore si apprese alla mia carne
con la sua forza
prodigiosa,
come passavo per
quelle strade
mi sovvennero
tutti i volti d’amore e i volti di bellezza,
come li voleva il
mio piacere
incontrati nelle
notti di ebbrezza
nei postriboli
più buiosi e miserevoli,
e le linee del
corpo
morbide come il
burro o dure come l’acciaio,
e le labbra rosse
più rosse del
sangue,
e le voluttuose
membra di sogno,
i capelli scarmigliati
e i capelli composti,
i capelli rossi
biondi e neri,
e gli occhi scuri
e gli occhi azzurri,
e la pelle bruna
e pelle di luna,
la pelle candida
di giglio e la pelle ambrata,
i capezzoli
sporgenti e impavidi
e i capezzoli
timidi ma curiosi,
le gambe
affusolate e le gambe tornite,
i culi grossi e
rotondi e i culi snelli e sinuosi,
i culi bollenti
come l’inferno e i culi caldi come l’equatore;
la tenera
dolcezza di bambina nello sguardo
o lo sprezzante
fascino di ragazzo,
e ricordi di
certe camere chiuse e profumose
che si ha
vergogna anche solo di nominare,
e memoria di
remoti godimenti carnali e temerari,
di strade che ora
nessuno conosce più
e locali colmi di
movimento d’un tratto scomparsi,
e luoghi e piazze
che c’erano un tempo e ora non più.
INCONTRO
OCCASIONALE.
L’una di notte
forse l’una e
mezza,
fragrante il
Luglio conflagrava,
poi noi due
in fondo al
baraccio volgare e squallido,
nel locale per il
resto deserto,
noi due e nessun
altro
e nessun occhio
su noi,
che riarsi e
strutti dalla lussuria
divenimmo ignari
di cautele
abbandonandoci
alla brama:
discinte le vesti
e neglette,
dischiusa la
patta dei pantaloni e discosta l’ampia gonna,
le bocche s’incontrarono
in un ansito di piacere,
le mani a cercare
un appiglio confuso col buio della sala,
il fruire delle
carni e il godere delle membra,
il veloce
spogliarsi dei corpi
e denudarsi dell’anima,
poi il pauroso
coito
che in silenzio
consumammo
al lucore di una
fiamma
che appena
rischiarava.
Ho sempre amato la
voluttà che si raggiunge faticosamente
e si ottiene
morbosamente e rovinosamente,
agli ordinari e
ordinati amori ho sempre preferito la perversione
che assai di rado
trova il corpo trepido del palpito agognato
e che offre una
tensione erotica insana e indecente
morbosa e
rovinosa...
L’APPARTAMENTO
GRECO.
Quante volte in
quell’appartamento furtivi
ci appartammo per
amarci e scopare.
Ci sono ripassato
qualche mese fa,
ora è affittato a
uno studio legale,
ma prima fu
nostro,
e io lo ricordo
ancora come fosse ieri:
vicino alla porta
il divano,
accanto alla
finestra il letto
dove tante volte
ci amammo e io ti presi,
a destra un
canterano,
a sinistra un
piccolo armadio a specchio in arte povera,
un tappeto al
centro
e in mezzo il
tavolo dove scrivevo,
lambito fino a
sera dal sole del meriggio.
In quella camera
luminosa e splendida
quante volte ci
amammo?
Infinite volte su
quel letto ci amammo e io ti ebbi,
ed ebbi le labbra
ideali e le splendide membra di sogno,
fatte per chi ama
gl’indecenti amori
modellate per
donare il piacere al corpo
plasmate per quei
piaceri che la gente dice perversi;
infinite volte su
quel letto ci amammo e io ti presi,
ti consumai e ti
sciupai nell’impeto della lussuria;
un milione di
volte la vampa della passione ci assalì
e consunse infine
su quelle lenzuola umide e sporche
ormai infuse e
tinte di sperma, sangue e sudore;
mille baci ci
scambiammo e poi altri cento
dentro quelle
quattro mura,
e ancora altri
mille e di nuovo cento,
finchè i nostri
baci non si confusero con le stelle;
infinite volte,
su quel divano, passò l’amore
nella carne
stupenda e nella bocca da baciare,
nella carne che
era tutta bellezza quante volte
passò la febbrile
eccitazione che brucia
dando senza
remore forma alle fantasie del piacere;
infinite volte
arse la carne la brama esiziale
e nella tensione
bella si dischiuse il fiore della voluttà,
nel letto godendo
delle sospirate forme il piacere.
Poi un giorno,
erano le 4 del
pomeriggio,
dopo aver fatto
una volta ancora l’amore,
ci salutammo e
con un abbraccio ci separammo:
doveva essere
solo una settimana,
ed eterna è
divenuta quella settimana.
Colpa delle
circostanze,
o forse del
nostro amore:
ormai affievolito
e certo non più
forte e gagliardo come quello d’un tempo
languiva lo
slancio e l’impeto carnale ormai.
O forse il fato,
benevolo, ci separò,
prima che si
spegnesse la fiamma d’amore e ci mutasse il tempo,
affinchè gli anni
non passassero mai
e io restassi
sempre per te il bell’uomo di trent’anni
a cui obbedivi e
tacita ti sottomettevi
e tu per me la
bella ventenne soda e armoniosa
nei cui occhi
ancora inesperti passavano
erotiche visioni
carnali di stupro e di scempio,
di devoto e
ancillare adempimento.
GIORNI DEL ‘10 E
DELL’11.
Quando vivevo in
Grecia
lavorai per un periodo
nel naviglio pescareccio ateniese,
sia su quello
costiero sia su quello d’altura
che faceva la
spola tra l’isola di Creta e l’Egitto.
Fu in quei giorni,
giorni del ‘10 e dell’11,
in quegli antichi
giorni di passione giovinezza e avventura,
che conobbi il
comandante Stamatakis
singolare figura
di marinaro come non ne esistono più
né da quella né
da questa parte del mare.
Lo conobbi nel
corso di una triste occasione
quale il funerale
di un giovane mozzo
annegato durante
una tempesta autunnale
e lì, in una
chiesa mezza diroccata del Pireo,
conobbi il
vecchio lupo di mare
che ora, avulso
dal suo elemento naturale,
appariva una
figura semplice e sentimentale
spettacolarmente
involgarito
nei suoi eleganti
indumenti da terra
che gli
sottraevano la sua tipica purezza marina.
Io ascoltavo con
orrendo distacco la liturgia funebre
quando lo
intravvidi nella folla commossa e partecipe:
il vecchio
pioveva lacrime
e le lacrime
gocciolavano da quel viso stropicciato
e scalcinato come
gocce di pioggia scorrono
lungo un vecchio
muro stropicciato e rugoso.
Seppi in seguito
che era stato un terribile del quartiere,
svelto di mano e
veloce con il coltello,
ridanciano e
scanzonato,
sempre pronto a
fare baldoria e bagordi per notti intere,
e le sue gesta
gli avevano acquistato una fama considerevole
che andava dall’Attica
al Peloponneso
e dal golfo di
Volo a Creta
e giravano oscuri
aneddoti di infima dissolutezza
sul suo ambiguo
passato di criminale
tra i quali
particolarmente a
me gradito
quello dell’amore
per una clandestina somala di 14 anni
che salvò da un
naufragio al largo di Creta
insieme con un’altra
dozzina di uomini e donne.
Pare che li
trasse in salvo sulla sua barca
e li sbarcò sulle
coste greche
finendo in galera
per il reato di favoreggiamento
dell’immigrazione
clandestina.
E pare che la
ragazzina somala,
innamoratasi di
quell’uomo burbero e possente,
gli si diede con
tutto il trasporto della riconoscenza
per quell’atto di
eroica protezione e noncurante coraggio
e appena
raggiunse la maggiore età accettò di sposarlo,
lui un uomo già
maturo e navigato sui quarant’anni,
lei poco più che
una ragazzina
gettando lo
scandalo sulla sua persona.
Ma lei smise
presto d’interessarsi a lui
e finì per trattarlo
peggio d’un cane
senza che lui
avesse la necessaria forza
per scuotersi da
quel giogo demoniaco
finchè un giorno
non la sorprese
lei ancora
giovane e vicina alla trentina e lui già cinquantenne
e già gravato dagli
svantaggi della vecchiaia
tra le braccia di
un garzone mulatto
magro e sottile
sparuto e
giallognolo e con il collo lungo come un cigno
e per questo
detto il Cigno
e uccise sia lei
sia il mulatto
dandosi alla
macchia e finendo con l’essere arrestato
e condannato a
sedici anni.
Rimuginavo su
queste vecchie storie ascoltate
continuando a
osservarlo col suo petto ampio e possente
per niente curvo nella
schiena
come se mai le
sue grosse spalle avessero sentito il peso
del fardello che
tutti portiamo sul groppone
fra la prima e la
seconda culla della nostra esistenza
non una
proditoria ruga tradiva preoccupazione o cure
il portamento
fiero e tranquillo
dell’uomo che si
è sempre dimostrato
all’altezza del
genere di vita che si è scelto
in ogni
circostanza.
La sua grande
forza fisica
il suo aspetto
nerboruto e temibile
tutto in lui
palesava la consapevolezza del proprio valore
che si portava
dietro come eredità della prosperità andata
e degli audaci
tempi passati.
Solo, gli anni
avevano mitigato nella sua faccia
l’ardore della
gioventù
trasformando l’audacia
allegra e
imperturbabile della giovinezza
in un contegno
costantemente greve
e pensosamente
distaccato.
Era impossibile
collegare una presenza così ingombrante
e una figura così
prestante
a quell’aspetto
così indifferente e distante,
ai degradanti
affanni e alle accascianti cure della povertà.
Ora aveva
superato i sessant’anni ed era povero in canna
e l’immagine
grottesca di quel bitorzoluto e nodoso
vigoroso e
robusto corpo irretito nell’illegittimo
incantesimo amoroso
di una ragazzina mi affascinava
anche se i
muscoli non erano più sodi
e la pelle meno
lustra d’un tempo
e ascoltavo a
bocca aperta quei racconti
vecchi quanto il
mondo
argomento d’infinite
fantasiose leggende
e favole marinare.
Proprio una
strana preda per gli dei
eppure era lì
il nostro vecchio,
burbero, terribile lupo di mare
a piangere come
un bimbo per quella morte prematura
ma ebbi l’impressione
che forse non piangesse
tanto per il
defunto nella bara quanto per se stesso
come se avesse
colto l’occasione a pretesto
e versasse ora
lacrime sulle proprie occasioni perdute
e certo l’uomo è
indubbiamente un animale capriccioso
creatura e
vittima delle proprie possibilità perdute
occasioni non
colte e sfuggite via
per sempre.
Ad ogni modo la
liturgia funebre proseguiva
e quelle parole
di speranza e di sfida
quelle alate
parole così vivificatrici e incoraggianti
mi sembravano
cadere fiacche nella piccola fossa
nella piccola
minuscola
buca nera.
Che senso può mai
avere chiedere alla morte
interrogarla e
rimproverare il lancio del suo strale
ora, lì, davanti
a quella bara.
Ero disgustato
dai miei pensieri idiosincratici
nei confronti
della morte e della vita
e in più quel
vecchio lupo di mare e la sua sincera commozione
mi facevano
vergognare della mia insensibilità.
Ma io lacrime non
ne avevo
e inoltre mi
stavo annoiando a morte.
La cosa peggiore
dei funerali è proprio questa:
che sono di una
noia mortale!
AGONIE.
Autunno.
È freddo fuori e
cristallino
e soffia il vento
soffia
soffia e bigia
e gela il fiato
in bocca
e frusta le
guance facendoci lacrimare
che spazza le
strade e stride al contatto con le mura
e ulula spazzando
il ghiaccio
sferzando le
membra e rodendo le calcagna
dal nulla
furiosamente avanzando verso il nulla
e vela il cielo
di polvere plumbea
e il sole sorge
galleggiando in un cielo arancione
e tramonta rosso
rame
nella violenta
luce violacea del tramonto.
Inverno.
In Inverno da un
capo all’altro dell’orizzonte
la terra è tutta
bianca di neve e cade da un cielo sordo
in cui la fonte
della luce è diffusa e onnipresente
come se il sole
si fosse dissolto nella nebbia
trasformandosi
nell’aura diffusa,
e il mare si
fonde con il cielo luminoso e assorto
e muri e alberi e
case perdono solidità e si asserragliano
rattratti e
contratti all’estremità ultima dell’orizzonte
e le figure delle
persone non sono che sagome incerte
e anche le voci
si perdono in un fluttuante borbottio
di bambagia di
cui non si sente che il murmure
come la risacca
del mare che sale da morte stagioni.
Primavera.
In Primavera le
maree si distendono come le paludi
e le pianure
saline a sud in prossimità di Agrigento
mentre nel norde
sui Nebrodi è tutta una striscia grigio-blu
di aridi colli
spogli
nei campi i
contadini caricano i vecchi giganteschi carri
da fieno e stormi
di anatre selvatiche turbinano in cielo
planando verso la
distesa del mare
ed nel piatto
monotono paesaggio sabbioso della costa
è tutto uno
sfolgorio di pace e abbondanza.
Estate.
Nella bella
stagione il sole ancora alto diviene sinistramente
bronzeo e
opprimente sopra le distese marine
e i frutteti
gemono sotto il peso dei frutti maturi e
nonostante l’estate
metereologica volgesse al termine
con una lentezza
tutta meridionale ma micidiale
e inesorabile ed
asfittica comunque il sole ardeva ancora
e avvampava l’aria
e i palazzi e le basole: per questo
la sera andavamo
a dormire fuori: in spiaggia
dove solo la
brezza notturna riusciva ad alleviare il caldo
infernale di
quella città mefitica oppure sui tetti delle case
che in Sicilia
terminano in una terrazza piatta e scoperta
ed era bellissimo
di notte intravvedere al chiarore lunare
le sagome di
altri
donne uomini
bambini cani ragazze
vecchi ubriachi e
vecchi sporcaccioni
dormienti sui
tetti piatti della città mentre dalle strade
e dalle piazze
saliva il mormorio dei discorsi insonni
di coloro che
ancora parlavano sotto i grandi alberi
e i bellissimi
platani e maestosi e suntuosi delle vie
e nell’oscurità
baluginava di tanto in tanto la fiamma
di un accendino
che come una lucciola
svaniva e
ricompariva con moto intermittente
nel buio di
zagara della notte
ed era
abbacinante svegliarsi all’aperto
nel cuore della
notte e all’alba
anzi prima dell’alba
scendere le scale
scortato dalle stelle a mille a mille
che mi scrutavano
e mi seguivano dal cielo
come miriadi d’imperscrutabili
occhi muti e fissi
o come marziali
sentinelle silenziose e indagatrici,
come scendere nel
mondo
direttamente dal
tetto del mondo.
LE MURA.
Insensibilmente (da
parte loro)
impercettibilmente
(da parte mia)
lentamente e silenziosamente
inesorabilmente mi
eressero alte mura attorno
senza che io me
ne accorgessi minimamente
e ora che non c’è
nessuno è il vuoto
per me.
Eppure nessuno mi
maltratta
nessuno mi
percuote
nessuno m’ingiuria
nessuno mi affama
nessuno mi sputa
addosso.
Come faccio
allora a considerarmi vittima
se le mie
sofferenze sono così soffuse.
Sono tanto più
degradanti le mie sofferenze
poichè non sono
evidenti né riconosciute
e io non posso
condividerle
con nessuno.
Ricordo che
sorrisi quando per la prima volta
la porta si
chiuse alle mie spalle
e sentii la
chiave girare nella serratura.
Non mi sembrava
gran pena
passare dalla
solitudine dell’esistenza quotidiana
a quella di una
cella dove potevo portare con me
tutto il mio
mondo di pensieri e ricordi.
Ma poi iniziai a
capire che l’unica libertà che avevo
era diventata
quella di decidere se mangiare o avere fame
se dormire o
stare sveglio
tacere o parlare
a me stesso.
A volte la
necessità di essere toccato da un altro corpo
mi afferrava con
una forza tale che mi faceva gemere
anche se ero
conscio del fatto che ormai
non ero che un
ammasso infelice
di sangue e ossa
e carne.
E ora che mi sono
volontariamente
escluso dal mondo
e dai suoi affanni
non sento altra
voglia che di vivere
come ogni uomo
vorrebbe
voglio vivere
solo vivere
vivere
vivere
vivere
a tutti i costi.
Voglio vivere ed
essere felice
perchè se non
sono felice non so vivere
e non vivere
significa non fare niente
e a me non mi
piace stare senza fare niente.
GIORNI DEL ‘17 E ‘18.
Circondata tutt’intorno
da una chiostra di basse colline
elegante e
maestosa danza mossa dal vento
come una giogaia
sulla cresta del monte
con vallate che
promanano in ogni direzione
dipanandosi
dritte dritte come strali di saetta
diretti al cuore
sommerso della terra
tra candide
strade serpeggianti che
con morbide
volute
truccano il volto
di questa vecchia città
un po’ signora e
un po’ puttana
altera e giocosa
superba e amica
armonica e rigida
e inflessibile
irretita nel
fitto e denso reticolato perpendicolare
pertentacolare
come uno scheletro bianco
ormai privo di
carne e disteso sulla terra nera
delle sue strade
strette strette
che suggeriscono
il riserbo
il segreto di una
turpitudine discreta
Torino appare.
Torino dolce e
deliziosa
come un raggio di
sole che perfora le nuvole
grigie di una
triste giornata invernale
Torino indistinta
e ineffabile
malferma e
pallida
come un vapore
esalato dalla terra
nebuloso
silenzioso e vacillante
Torino la bella
tinta di
madreperla
quando la luna
alta e splendida
stende un sottile
strato d’argento su tutte le cose
sul cristallo
verde del Valentino e sulle pietre dei Muri
sul
grigio-cemento della Stura e sul fango della Dora
sugli sfasciami
di Porta Pila e sui rottami di Porta Nuova
sui barboni del
parco Sambuy e sui froci della Colletta
sui
tossicodipendenti del ponte Mosca e Carpanini
sulle puttane
della Pellerina
e anche su quelle
di via Pietro Cossa
e sulle macchine
parcheggiate accanto al grande fiume
che luccica
scorrendo maestoso
senza un mormorio
né un fruscio.
BLACK &
WHITE.
Fu in un bar dei bassifondi
il Black &
White
rinomato per i
bottiglioni di birra a soli due soldi
e l’ottima figa
negra a buon prezzo
come
del resto
il nome lasciava
intuire.
Il Black & White possedeva nel retro
uno squisito assolato e luminoso scagno per fumatori
(leggi: triviale postribolo per puttanieri)
una stanza con il piancito di assi nude
pareti verde pastello
una grande
quantità di casse apparentemente di vino
ammucchiate
contro le pareti
diverse
poltroncine in vimini sparse qua e là
una sedia a
dondolo nell’angolo più remoto della finestra
infimi sigari da
pochi soldi e di dubbia provenienza
disparati
quotidiani freschi di giornata
e puttane molto
meno fresche dei giornali
ma belle e
simpatiche e gentili
sicchè era
indubbiamente delizioso e piacevole
sedersi agli
squallidi tavoli di quel sordido luogo
e meriggiare
pallido e assorto
contro il rovente
muro che affacciava all’orto
nella sonnolenta
atmosfera postprandiale
che si spandeva
dappertutto e aleggiava sulle nostre teste
con aura di denso
pesante straniante affrico sopore
e trascorrere un
po’ di tempo in sano ozio rigeneratore
fumando un sigaro
sorseggiando un
caffè
sfogliando
svogliatamente qualche rivista
e cianciando
amabilmente con qualcuna
di quelle adorabili
puttane da quattro soldi.
Ero solito fare
un salto a quel lupanare intorno alle tre
allorchè tutto
era avvolto nel caldo e voluttuoso silenzio
del torpore
estivo della mèria
ma quel giorno
dovetti sbrigare alcune commissioni
subito dopo aver
desinato e riuscii a liberarmi
e fare la mia
solita-insolita comparsa solo verso le sette
giusto in tempo
per l’aperitivo
solo che quel
giorno era particolarmente tetro e grigio
e terribilmente
inanimato
e da vari giorni
basse nuvole apparivano in lontananza
masse bianche con
scure volute
immobili e quasi
solide
eppur mutando
continuamente d’aspetto
impercettibilmente
ma senza sosta
e scomparivano
giunta ch’era la sera
e il sole
tramontava imbronciato
colando liquido
nell’imbuto dell’oscurità
mentre le stelle
sorgevano sulla mia testa
puntuali e
tediose
nell’aria
stagnante e oppressiva
e anche io
come il paesaggio
alternavo momenti
di cupa esaltazione
ad attimi di
terribile smarrimento
e un momento ero
euforicamente sovra-eccitato
e subito dopo mi
perdevo d’animo in modo orribile.
Entrando notai
una strana coppia
che annuì al mio
ingresso con un lieve cenno del capo.
L’uomo
bianco
calvo
rozzo
grigio
ispido e
selvatico come un cinghiale
faccia come un grosso
limone avvizzito
e arruffati
capelli grigio-ferro
stava seduto in
fondo alla sala
e al suo fianco
torreggiante
una donna negra
enorme
giunonica
gigantesca
una femmina laida
e grassa
matura volgare e
terribile
avide narici
avide labbra
e avido sguardo
denso di cattivi presagi
brillanti in
fondo a vastissimi occhi
offuscati da
qualcosa di tetro e orrendo
sembrava una
prostituta d’infimo ordine
e molto
probabilmente lo era
o una
chiaroveggente d’infimo rango
che per pochi
soldi predice il futuro e legge la mano
o le carte o i
fondi del caffè
una maga dei
trivi
una megera dei
bassifondi
e proprio come
una megera
vestiva un
vistoso abito di cattivo gusto
colore fulvo
scuro a pois neri
eppure dotata di
uno strano fascino
davvero
incomprensibile.
Mi sentii subito
a disagio di fronte all’oscura presenza
di quelle due
anime vuote e perse
guardarli era
come guardare in un pozzo
nero e senza
fondo
di un buio così
impenetrabile
che si aveva l’impressione
che
semplicemente
allungando e stendendo la mano
non si sarebbe
toccato altro che un mucchio di fuliggine.
Era disturbante
e allo stesso
tempo
conturbante.
Le poche stelle
comparse sopra di noi
gettavano una
fioca luce sulle nostre teste
senza alcun
riverbero
come un vuoto
pozzo di luce in monadico isolamento
che perfori quell’atmosfera
di fuliggine
e l’occhio si
perdeva
in quell’inconcepibile
oscura profondità.
Feci il mio
ingresso con un lievemente accennato
movimento del
capo a mo’ di saluto
e mi accomodai in
una delle poltroncine in vimini
e
sedendomi
notai i due
l’uomo bianco e
calvo e la donna negra e grassa
lanciarmi un’occhiata
in tralice e farfugliare
qualcosa nella
mia direzione ma feci finta di nulla
né alcunchè della
loro conversazione mi giunse all’orecchio
benchè
continuassero a guardarmi di sottecchi.
Poco dopo il
bianco si sollevò
solennemente
dal suo scranno
e avanzò
lentamente e composto verso me
e mi disse
a mezza bocca
quasi senza
increspare la linea delle labbra
che infatti rimasero
incollate
in un enigmatico
ghigno e indefinibile
che mi avrebbe
pagato per scoparmi sua moglie
la negra grassa e
laida
credo che ebbi un
moto di repulsione e ripugnanza
che cercai di
trattenere ma che evidentemente trasparì
poichè il signore
cambiò subito espressione e
in tono
affabilissimo e quasi amicale
mi giurò che non
voleva in alcun modo offendere
e chiese di
spiegarsi meglio
acconsentii e lui
iniziò a blaterare
che il piacere di
lui e della moglie
consisteva nel
sesso del tipo razzistico-estremo-violento
insomma
voleva che gli
scopassi la moglie
umiliandola
e l’umiliazione
consisteva nel trattarla da cagna
non come si è
soliti fare ma facendole
letteralmente
fare la parte di
una cagna
con tutti gli
annessi e connessi
camminare a
quattro zampe
guaire e abbaiare
camminare al
guinzaglio con tanto di collare
bere e mangiare
da una ciotola
cagare in un’apposita
lettiera
leccare i piedi
del padrone
anche se non so
in questo caso
a chi di noi due
si riferisse
e qualsiasi cosa
le fosse stata messa in bocca
compreso il buco
del culo che
a quanto pare
lei amava leccare
infilandoci la lingua.
Supponevo che
a un certo punto
il trattamento da
cagna prevedesse anche il sesso
vero e proprio
sai
quella cosa d’infilarlo
dentro il buco
ma per il momento
includeva solo umiliazioni
una buona dose di
schiaffi e soffoconi
leccamenti di
palle, piedi, ani, e cappelle
strangolamenti e
punizioni come incularsi la negra
tenendole la
faccia dentro il cesso
o pisciarle
addosso e in bocca
e insulti di ogni
tipo
lurida cagna
sporca negra
negra di merda
negra puttana
negra pompinara
bocca di merda
pompinara
succhiacazzi
schiava analfabeta
africana puttana
puttana figlia di una puttana
in cui il
razzismo aveva un ruolo fondamentale.
Per il mio ruolo mi
furono proposte cinque gambe.
Inutile dire che
accettai all’istante:
cinque gambe
fanno sempre comodo
e in più mi sarei
scopato quella laida baldracca
in un modo che
tutto sommato mi incuriosiva
e
devo confessarlo
non mi dispiaceva
affatto
e avrei goduto
e poi
lo sapete
in fondo sono una
gran puttana anche io
e farei di tutto
per i soldi
strangolerei
persino mia madre
arriverei anche a
incularmi il tuo gatto
e ucciderei il
mio ragno preferito:
tutto per i soldi.
Così accettai
tutto il
pacchetto
e subito ci
appropinquammo verso casa e
appena fummo
dentro
la troia negra mi
si avventò addosso
con la rapidità
di una fiera in agguato dietro la siepe
o di un brigante
al varco di un passo
o di un temporale
nascosto dietro le nere cataratte del cielo
procombente dal
buio della notte
o di una febbre
tropicale e malarica
e mi fu sopra
avvinghiandomi le reni con i calcagni
in una morsa
invincibile ed esiziale
e così ebbe
inizio la giostra.
Quell’orgasmo fu
come il precipitare
di un pianeta
lanciato in un vertiginoso volo
lungo l’orbita di
un spazio d’infinito silenzio
e poi venne l’oscurità
che promanò come
una misteriosa emanazione
delle pareti nude
e fredde
mute
silenti
mentre le stelle
scintillavano nell’aria densa e scura
greve di rugiada
e io porgevo l’orecchio
alle ombre
nell’enigmatica
stasi delle immense forze del mondo
che privava il
tempo della sua importanza.
Mi sentivo
stanchissimo
e anche le stelle
stremate nell’attesa dell’alba.
Perchè quell’inutile sperequazione di tempo ed energie?
Perchè quell’assurda
profusione di sperma
che mi svuotava l’alma
insieme con le palle?
Che cosa
aspettavo?
Che cosa mi
aspettavo?
Non lo sapevo
non ne avevo la
minima idea
e forse era
questo il problema
l’aspettare
invano
aspettare l’avvento
di qualcosa che non si sa che cosa sia
il senso del
tempo si perde nella monotonia dell’attesa
delle speranze e
dei desideri
il sole sorge e
tramonta
la notte scivola
sulle nostre teste sbiettando
tutto
terribilmente insignificante e privo di scopo
le stelle
il sole
la luce
l’oscurità
lo spazio
le strade
la città come una
trappola
e io
che in questo
misero spettacolo cercavo di sopravvivere
e andare avanti
scalpicciando e
scalpitando
ripensando a
quante miglia ho mai camminato
preso in un
testardo ostinato vagabondaggio
di pura e
semplice irrequietezza.
Infine
la notte ci
avvolse nudi
sporchi ed
esausti
in un autentico
ristagno di ombre
mentre violente
nubi minacciose spiravano
dalle ripide rupi
di pietra di porfido
e le ombre si
accorciarono sempre più
approfondendosi
fino a scomparire e fondendosi insieme
in un unico
stagno crepuscolare
e zaffate d’intenso
profumo estivo mi giungevano
e i colori della
città incupivano
perdendo fulgore.
IN MORTE DEL
FRATELLO GIONNI.
Un colpo d’ignobile
.22 dritto al cuore
e Gionni cadde
rapidamente su se stesso
lanciandomi uno
sguardo al di sopra della spalla
uno sguardo
straordinario
straordinariamente
profondo e familiare
emise un tremulo
e prolungato lamento
di lugubre
terrore e sconfinata desolazione
e mi cadde sui
piedi
mentre il suo
sguardo lustro e fiero
e la sua
espressione interrogativa e dubbiosa
mi avvolgevano le
membra e le meningi
e pareva proprio
fosse intento e concentrato a formulare
internamente una
domanda in un linguaggio
incomprensibile
che non avrei saputo interpretare
e invece morì
senza che un suono uscisse dalle labbra
senza un moto del
corpo o uno stiramento dei muscoli
solo
all’ultimo
istante
come rispondendo
a un segno
per noi
invisibile ma per lui inequivocabile
aggrottò
profondamente e grottescamente la fronte
che diede alla
sua maschera di morte
un’espressione
incredibilmente cupa torva e minacciosa.
Poi
la lucentezza del
suo sguardo dubitoso e interrogativo
si tramutò
rapidamente e repentinamente
in una sempre più
vitrea e agghiacciante vacuità
e
dopo un ultimo
assalto di vitalità
come un’improvvisa
onda sugli scogli di una calma piatta
precipitò in un
assoluto vuoto pneumatico
addentrandosi
lungo le vie della solitudine eterna
lungo le vie del
silenzio totale
nell’immensità di
quel vuoto assoluto
che si richiuse
su di lui come il mare sul tuffatore.
Che fine
ignominosa
davvero insulsa e
ignobile
morire per un
colpo di stupida .22
incapace di
centrare un ippopotamo a 5 metri di distanza
eppure fatale per
il fratello Gionni
il quale visse
spericolatamente
e se ne andò
proprio come visse
a cavallo della
tigre e in sella alla vita.
E anche io ho
in quell’occasione
per la prima
volta nella mia vita
avuto un contatto
diretto con la Morte
non già un
commercio ma sì un contatto
e ho sbirciato al
di là del bordo
ma (per fortuna)
sono ancora qui
rimasto a sognare
il mio incubo fino alla fine
perchè questo è
la vita
un brutto incubo
e nulla più
una cosa davvero
buffa
ridicola
fatta di vaghe
speranze giovanili
qualche illusione
molti sogni
cibo infame
e vino scadente
un raro lampo di
felicità prorompente
dagl’intermittenti
sprazzi d’inconsistente bellezza
che la misera
vita ci concede
poi una grandiosa
quantità di disillusione
poi la collera
la sofferenza
una serie
infinita di rimpianti
una messe
infinita di rimorsi
e poi la morte
e tutto in un
misterioso concatenarsi
di conseguenze
impreviste e mancate coincidenze
nell’implacabile
coerente e logica perfezione
della meccanica
fredda causalità.
E anche io ho
ma in un modo
completamente diverso
lottato con la
morte
ho lottato con la
disperazione
senza nulla sotto
i piedi e nulla intorno
senza spettatori
senza clamore
senza gloria
senza una grande
paura di perdere
e senza un forte
desiderio di vincere
senza molta
convinzione nel proprio diritto di esistere
e senza una ferma
fede nel diritto dell’avversario:
è stata la lotta
meno eccitante che si possa immaginare.
Beh
se questa è la
massima forma suprema della saggezza
a cui un uomo
possa pervenire
allora la vita è
un enigma ancora più oscuro
di quanto
comunemente si pensi
ma è forse più di
quanto mi sarei potuto aspettare
aver comandato un
uomo degno d’imperitura memoria
un uomo dotato di
un spirito così puro e leale
poichè l’elica
gira e ci porta verso l’ignoto.
Il sole splendeva
ancora feroce e accecante
immergendo di
tanto in tanto le cose
in un’assurda
improvvisa recrudescenza di luce
e la terra
essudante umido vapore acqueo
pareva gocciare
luccicando rugiadosa
e io stetti
accanto al cadavere del mio amico
finchè il sole
iniziò il suo declino lungo la sua ellittica
curva discensiva
d’impercettibile caduta
e il suo bianco
sfolgorio si mutò presto in rosso smorto
un rosso diffuso
e privo di raggi e di calore come
una macchia di
sangue sgorgante da un corpo disteso
fedito a morte
dal contatto con l’oscurità incombente
e la serenità si
fece di colpo molto meno brillante
e meno luminosa
ma più effusa e profonda
prima di morire
completamente.
Poi
infine
venne la sera
la fredda e buia
sera
che quella sera
era nera nera
e io presi l’ultima
sigaretta che mi rimaneva
l’accesi e inspirai
profondamente
la fiammella
illuminò per l’ultima volta il suo volto
che pareva uscire
dalla notte e rientrarvi
al guizzo
irregolare di quella fiammella
poi il fuoco si
spense
e con esso anche
il suo viso
che
semplicemente
scomparve
rientrando nella
notte per non uscirne più
scomparve con la
solennità della sua perfetta solitudine
nella muta
selvaggia maestosa immensità della notte buia
che lo accolse
amorevole e benigna nel suo seno
e io mi resi
conto che la saggezza arriva all’ultimo
quando e la
tempesta è ormai passata
e la gioventù
appartiene a un tempo ormai remoto
e la festa è
finita e le ragazze sono andate via
è allora che
gioisci della tua inesperienza e incertezza.
È quando si sa
tutto che non si può più nulla
si è vecchi quando si hanno solo convinzioni e certezze.
Se comprendi
questo allora sarai vivo
e finchè sarai
vivo sarai anche immortale
per tutto il
tempo in cui sarai al mondo.
LE RAGAZZE.
Non ci
appartengono le ragazze
che ci passano
tra le mani:
le prendiamo solo
in prestito per un po’
senza lasciare
alcun segno palese su di loro
che si scrollano
di dosso le nostre goffe
danze di
scarafaggi
e corrono dritte
come frecce tra le nostre braccia
oltre le nostre
braccia che non possono trattenerle.
Il nostro amore
passa e quasi orma non lascia
e se le colpisce
è solo per trapassarle
il nostro amore
le trapassa e poi corre dritto ad altre mete
verso altri
orizzonti
come una
pallottola che attraversa il corpo
e si scaglia
oltre perdendosi lontano.
E a me questo è
sempre dispiaciuto
nel profondo del
cuore
mi dispiacque
sempre terribilmente
di non essere
riuscito a lasciare in lei un segno
altrettanto
profondo
poichè, vedete, il
ricordo del suo corpo
del suo piccolo
corpo sul mio laido corpo disfatto
di quel dolce
contatto gentile con la sua pelle d’elabro
come un livido
sulla pelle mi restò attaccato agli occhi
che la nebbia del
tempo non potrà mai offuscare
e così, quando la
rividi, capii subito di amarla ancora
cazzo quanto l’amavo
l’amavo proprio
e adesso che faccio
pensai
ma la cosa
migliore era comportarmi come se nulla fosse
e salutarla
affettuosamente con un bacio sulla guancia
che avrebbe
fugato ogni suo dubbio sui miei sentimenti
(non devi mai far
capire loro che le ami e t’interessano
o loro si
stancheranno di te e guarderanno altrove)
così mi chinai e
le diedi un bacio sulla guancia
lei ricambiò e
fece una piccola smorfia
come un sorriso.
Poi ci dirigemmo
verso il parcheggio
salimmo in auto
e partimmo
lei
che
silenziosa come sempre
guardava la
strada davanti a se
e io
che quando mi
accorgevo che lei non guardava
le gettavo
furtive occhiate addosso
percorrendo con
la vista e con gli occhi
i suoi ricci
capelli
le sue rotonde
braccia
le sue piccole
mani
il suo dolce e
volubile naso africano
la vasta infinità
della sua pelle di tenebra.
Era una bella
mattina di sole e di azzurro
e noi camminavano
fianco a fianco sulla strada
e tutto andava
bene in quel momento
e non c’era
niente che andasse male
nulla che potesse
non funzionare.
Solo
non sopportavo
che
un giorno
tutto questo
sarebbe scomparso
il suo viso
il sole
i fiori
l’amore
il caffè
il sogno
e la poesia.
Scendemmo dall’auto
e salimmo i gradini
il sole era ormai
alto in cielo
la casa pervasa
dal tanfo di fumo
e lei profumava
di rose.
Entrammo e
attraverso una tenda stracciata
un pezzo di sole
saltava dentro la camera
screziato
smorzato dalle
nuvole che l’offuscavano
ma per il resto
era una pomeriggio perfetto
e lei si muoveva
tra le cose sculettando
e ondeggiando il
suo meraviglioso culo
bello immenso e
rotondo come il sole
bollente come l’inferno
e io non sapevo
che cosa fare
le cose belle
giungono inattese
fortuna o persone
che siano
e alla fine tutto
svanisce
fortuna
donne
soldi
tutto.
Così mi accesi
una sigaretta e la tenni in mano
nell’altra un
bicchiere
il sole che
penetrava dalle tende
e il piacevole
frastuono del traffico
che saliva dal
basso
ed entrava dalla
finestra che dava sulla strada
trasportato dai
raggi del sole
e lei che
silenziosa mi guardava e non parlava.
Non aveva bisogno
di parlare
non ne aveva mai
avuto bisogno
non ne avevamo
mai avuto bisogno
i suoi occhi
contenevano già tutto
e bastava uno
sguardo per percepire tutto
per capire tutto
per carpire tutto
e vedere la
gentilezza e il disprezzo
l’odio e l’amore
e la paura e la gioia e la follia
fiammeggiare
serpeggianti nei suoi occhi
risalendo dai
carboni ardenti della sua anima
dagli spigoli
aguzzi del suo cuore.
Mi sentivo logoro
e stanco
e pensavo ai miei
errori e agli sbagli
rimpiangendo i
giorni in cui mi sentivo un leone
in grado di
affrontare le iene
e dare loro in
pasto il mio cuore
i giorni in cui
le assicuravo che non le sarebbe mai
accaduto nulla di
male finchè fossimo rimasti insieme
perchè lei era la
mia rabbia e il mio chiodo fisso
promettendole
amore eterno
con la noncuranza
della gioventù
che ci spinge
come un incanto
come in un
incantesimo
come in un sogno.
Finchè sei
giovane credi che la fortuna sia dalla tua
e che lo sarebbe
stata per sempre
e non t’importa
di nulla
e abbandoni
occasioni e persone con leggerezza
e magari capita
pure che tu vinca qualche volta
ma poi il tempo
passa e gli anni corrono veloci
e tu rimani con
un pugno di mosche in mano
d’improvviso la
musica svanisce e
senza che tu te
ne sia accorto
la festa è finita
e le belle
ragazze sono andate via
e rimangono solo
le ragazze un po’ grassocce
mezze e avvizzite
con i denti
ingialliti
il cuore storto
la vita
anfibolica
e la vita e il
mondo e la gente ti remano contro
ogni giorno di
più
e ti rendi conto
che è terribile e stupendo
quello che l’amore
può farti
orribile e
straordinario come l’amore possa distruggerti
e sai che la
morte è sempre in agguato
anche quando non
la vedi
e credi di stare
andando alla grande
e l’unica cosa
che ti rimane da fare
è fissare la
parete scrostata o la notte silenziosa
alla ricerca di
quelle labbra evanescenti e immaginarie
e degli occhi
ideali dei tuoi amori passati
e non puoi fare
altro che accenderti un’altra sigaretta
e andare al bar
per farti un altro bicchiere
in compagnia di
coloro che hanno bisogno
di una luce e di
un tavolino per la notte.
Il problema è che
solo le persone stupide si annoiano
e devono
continuamente mettersi alla prova
per sentirsi vive.
Di fronte al mare
dei venti
gettarsi nel mare
delle correnti
per essere per
sempre vivi essere sempre morenti
dando precipiti
le membra al mare degli eventi.
Solo chi fa ben
fa, lo capisci?
So bene di non
essere adatto alla società e al mondo
il genere umano e
l’umanità tutta mi sconfortano
non sento il
desiderio di adeguarmi e inserirmi
non ho nessuna
ambizione di successo
e non ho veri
obbiettivi
ma
a volte
si giunge così
vicini al cuore della tenebra
della
disperazione e della solitudine
toccando il fondo del terrore e dell’odio
che due occhioni
neri che ti guardano dolcemente
e quella
smorfia-come-una-specie-di-sorriso
bastano a
renderti immensamente felice
e allora tutto il
mondo si concentra in quel sorriso
e il resto non
conta più un cazzo
gli scorni e i
tradimenti
le coincidenze e
i mancati appuntamenti
i sogni e i
giuramenti.
Poi lei mi
sorrise ancora
e il cuore ebbe
un sussulto
il sangue pulsò
con più violenza
negli occhi che
più non videro
e poi mi baciò
e fu un tuffo al
cuore
come un vago
tumulto
e singultoso di
tempesta.
La cinsi con un
braccio e la strinsi a me
le sollevai la
camicia per carezzarle la pelle morbida
sotto la camicia
era nuda
la spoglia e la
distesi sul letto
poi mi sollevai e
le montai sopra
era calda e
turgida
vivida e vitale
pronta per me
e immediatamente
venni risucchiato nel vortice oblioso
del sesso e nel
facile oblio dei sensi.
Quando finimmo
il piacere che
trovavo in lei
recava traccia
sensibile e segno tangibile
nel palmo della
mia mano
ancora umida e
molle del suo liquore
e la mia mente
era così vuota che il terrore mi attanagliò
e solo con uno
sforzo di volontà
riuscii a
ritrovarmi
nel tempo e nello
spazio
in quel letto lì
in quella camera
in quel corpo
disteso
in quel preciso
momento
in quel
pomeriggio inoltrato
che da lì a poco
avrebbe lasciato il posto alla notte
mentre il sole
sarebbe tramontato
striando il cielo
di oro e porpora
e le nere ombre
della sera sarebbero scivolate
dai monti e dagli
angoli dei palazzi e delle strade
coagulandosi in
nere pozze d’inchiostro.
Mi voltai per un
attimo a guardarla
e lei sospirò al
termine di un lungo sorriso
e nel mezzo di un
lungo sguardo mi baciò ancora.
Poi fu la notte
che ci piombò
addosso il suo nero drappo stellato
mentre un
silenzio interminabile ci avvolgeva
come se fossimo
stati avvolti in strati e coltri di cotone
e poi proiettati
a migliaia di metri sotto la terra
e lì sepolti
e così ci
addormentammo
abbracciati
e al mattino
ci svegliammo che
eravamo ancora abbracciati
stretti su quel
divano stretto stretto
appena
sufficiente per un corpo
con le facce
unite e stropicciate
e i corpi uniti e
stropicciati
e le nostre due
anime anch’esse unite e stropicciate
e io sentii un
piccolo nodo alla gola.
Capii che lei se
ne stava andando via
anzi se n’era già
andata
e che quella
sarebbe stata l’ultima volta
in cui avrei
potuto guardarla in faccia
e scrutare le
reazioni del mio cuore ingrato.
Sapevo che
d’ora in poi
avrei potuto solo
ricrearla nella mente
adoperando il
repertorio dei ricordi e delle immagine
fuggitive nel
cervello.
Così le prendo la
mano e le accarezzo
sentendo in me un
gran vuoto
e la desolante
consapevolezza della necessità
di quel vuoto che
mi cresceva dentro
poi mi rivestii e
uscii accendendo una sigaretta
addolorato ed
emozionato e arrabbiato e triste
salii in macchina
la misi in moto e
partii
e appena
imboccato lo svincolo per l’autostrada
buttai la
sigaretta dal finestrino e ne accesi un’altra
spinsi la mia Jaguar
di 15 anni a duecento all’ora
in cerca dell’ultimo
botto inseguendo l’ultimo sogno
la lanciai dritta
verso il sole come una freccia
vecchio sole
accecato dalla bellezza della luna piena
la vita andava
male e le ruote correvano sui rimpianti
e il calore del
mattino estivo era una ragnatela che
mi trapassava il
midollo spinale giungendo fino ai peli
del petto disteso
attraverso i binari della ferrovia
nel luglio eterno
delle nuvole affondate
e infine tornai a
casa
e ora eccomi qui
a scrivere
cacciandomi due
dita in gola
per vomitare
tutto l’amore e l’amarezza.
Non si deve
assumere più di quanto si possa assorbire,
odio o alcole o
droga o amore che sia.
È proprio vero, le
ragazze non ci appartengono:
le prendiamo solo
in prestito
per un po’.
1.
Da quando non ho più lei mi sento
dimezzato
incompleto e defraudato
sottratto a me stesso
così cerco soddisfazione in corpi senza
amore
corpi che non conosco di putte incontrate
in strada
e dormo con quei corpi morti
e con loro trascorro le mie notti senz’alba
in momentanea letizia e subitanea
successiva mestizia
e quando mi sveglio alla tenue luce del
mattino
la ragazza che avevo rimorchiato la sera
precedente
sta acciambellata sul pavimento e io le
chiedo
perchè
dormi lì
toccandole il braccio
e lei mi dice sorridendo
non
c’è problema
sto
comoda
è vero
è sdraiata s’un tappeto di morbida pelle
e il suo bel corpo minuto non arriva a
lambirne i bordi
che
vuol dire
replico
ti
agitavi nel sonno e a un certo punto
arrabbiato
mi
hai detto di andarmene e così ho capito
che
avrei dormito meglio qui in terra
disse lei
ti
ho detto di andartene
domandai io
sì
nel
sonno
ma
non te la prendere
non
è colpa tua
e si arrampica sul letto accanto a me e io
l’abbraccio
con desiderio e gratitudine e sincero
affetto
e lei mi strofina il naso sul petto
strizzando gli occhi
e stropicciandosi il viso e digrignando il
sorriso.
L’indomani stessa storia
mi addormento tra le braccia della ragazza
e al mattino
la ritrovo dormiente sul pavimento come la
notte scorsa
e la guardo con imbarazzo e lei ride del
mio imbarazzo e
mi
hai spinta giù dal letto con le mani e con i piedi
ma
non ti agitare
non
prendertela
non
possiamo controllare i nostri sogni
e
neppure quello che facciamo nel sonno
mi dice
prometti
di svegliarmi se lo rifaccio
le dico e
mentre sto per mormorare qualche insulsa giustificazione
lei mi blocca e mi abbraccia e al caldo di
quell’abbraccio
rimugino tra me e me cercando di ricordare
l’incubo
che mi agita quando la caccio dal letto
ma non ci riesco.
La terza notte la ragazza mi sveglia
scuotendomi
apro gli occhi
nella debole luce lunare intravvedo
la sua incerta forma al mio fianco e in un
impeto
di tenerezza allungo le dita per toccarle
i capelli e il viso
ma è come accarezzare una lastra di marmo
o un pallone
o un muro
qualcosa che è solo superficie
poi ancora intontito e confuso percepisco
l’eco
di un flebile gemito aleggiante ancora
nell’aria
ma non riesco a ricordare nessuna immagine
non riesco a visualizzare nessun ricordo
e questo mi fa arrabbiare e innervosisce
ma mantengo la calma le chiedo
semplicemente
che
succede
chiedo
gridavi
mi dice
gridavo
nel sonno
chiedo stupido e stupito
gridavi
nel sonno
mi dice
e poi mi chiede
un
incubo
io cerco di guardarmi dentro
dovrei ancora avere addosso il... il
sapore...
l’odore... il bagliore residuo del
sogno
ma vedo solo un vortice dinamico
più dinamico del sole
e al centro del vortice l’oblio
non
ricordo alcun sogno.
Si fermò con me dodici lune e altrettanti
soli
e dodici furono le notti e i giorni che
passammo insieme
poi lei si stancò del mio sonno irrequieto
e se ne andò.
Ma i sogni rimasero.
2.
Mi sveglio all’alba
anzi prima dell’alba
e
mentre cammino scivolando attraverso la
piazza
dove incerte figure scure si staccano dal
pallore assorto
del mattino e mi vengono incontro.
Sono bambini quasi adolescenti che giocano
inseguendo il filo di un aquilone e urlano
a frotta
e io cerco di afferrare il senso delle
loro grida
ma non capisco una parola del fluttuante
mormorio
che sale dalle loro bocche frementi di
vita e gioiose
e così inseguo il filo delle loro voci
come loro il filo dell’aquilone
e all’improvviso le voci scompaiono
e anche l’aquilone non c’è più
così sconfortato proseguo il mio
vagabondaggio
con le mani in tasca e il cuore sotto le
scarpe
finchè giungo in una piazza isolata e
ombrosa
dove una ragazzina adolescente
più grande degli altri bambini
siede in terra rammendando l’aquilone
lo stesso aquilone che gli altri bambini
inseguivano
ora squarciato dal vento e lacero.
C’è un enigmatico bagliore rosato nell’aria
e lei sta seduta in terra sola e silente
ed è stranamente incappucciata
e lavora con ago e filo
e mi volge le spalle
e intenta non si accorge di me e
seduta in terra
a gambe aperta
continua il suo lavoro tranquilla
e io mi sorprendo a chiedermi se stia
eseguendo
un particolare rituale celebrato a porte
chiuse
tra le mura del suo cuore e della sua
solitudine
e sospinto da questi pensieri e sempre più
incuriosito
mi avvicino finchè le sono dietro
a pochi passi
e mi fermo a guardarla e lei non si gira e
continua a cucire
e io sono attratto dalla sua dedizione all’inutile
lavoro
e cerco di girarle intorno e vederle il
viso
tra i lembi del cappuccio a punta ma non
mi riesce
e più cerco di girarle intorno più il suo
volto si sposta
e così cerco almeno d’immaginarne il viso
e anche in questo caso non riesco.
Quando mi desto dal torpore del sonno
arranco
ancora nello spazio infinito verso quella
meta oscura.
Mi alzo dal letto e sospiro.
Fuori dalla finestra lacerti di nuvole
corrono rapide davanti alla luna.
3.
Un corpo giace supino di donna
a braccia spalancate e gambe aperte
e tra le gambe un ciuffo di peli
che luccicano sul pube come un liquido
nero-oro
che scorre sul ventre fino all’inguine e
poi giù
come una freccia dentro al folto ciuffo
tra le gambe
e poi
quando tendo la mano per accarezzare quel
ciuffo
il ciuffo comincia a fremere calpitando
impazzito
come un campo di grano sotto gli zoccoli
del vento
calcitranti e palpita in un moto
tumultuoso
e libera un denso nugolo impazzito di api
che sciamano vibrando velocissime le ali
e fanno un giro sulla mia testa
e poi virano verso il ciuffo nero del pube
e vi si adagiano ammucchiate l’una sull’altra
zuppe di miele e appiccicose
scomparendo infine
tra i peli
neri.
Mi sveglio e sospiro
al termine di una lunga notte
nel mezzo di un profonda disperazione.
4.
Faticosamente cammino in una distesa di
neve infinita
a un gruppo di piccole figure che giocano
nella neve
sono bambini e quando mi avvicino loro
sgusciano via
come dissolvendosi nell’atmosfera
solo una figura rimane
una bambina con un cappuccio che mi volta
le spalle
allora io cerco di vederle il viso e le
giro intorno
ma la faccia è vuota e liscia e senza
tratti somatici
non è nemmeno una faccia
ma una parte del corpo qualsiasi
come un ginocchio
gonfia sotto la pelle
bianca come la neve
è la neve stessa.
Quando mi riprendo dal sonno
uno sciame di nuvole e polvere come un
fiume
corre maestoso nel cielo brillante di un
sole arancio.
5.
Il sogno ha messo le radici,
stavolta sono in un campo innevato
e bambini giocano sulla neve
e tra loro la solita bambina incappucciata
mi da le spalle
così mi avvicino e mentre procedo
faticosamente
la sua immagine viene progressivamente
cancellata
dalla neve che cade a fiocchi e i piedi mi
affondano
così profondamente nella neve che riesco a
pena e stento
a sollevarli e avanzo di pochi centimetri
alla volta
e ogni passo è un’eternità
e mentre mi avvicino o cerco di
avvicinarmi
i bambini interrompono i loro giochi per
guardarmi
e le loro facce prima luminose e allegre
si fanno ora serie
e loro si voltano a me e mi fissano e
immobili non parlano
solo mi scrutano con aria indagatrice
mentre dalle loro bocche il respiro esce
affannoso
coagulandosi in piccole nuvole di ghiaccio
e allora io cerco di sorridere ma non ci
riesco
il gelo mi blocca sempre di più mentre
cammino
ma
muovendomi a fatica e pesantemente riesco
infine
a oltrepassare i bambini e giungere alla
bambina
e vedere il suo viso: lei volta la sua
faccia bardata e io
mi accorgo con disgusto che la faccia non
è una faccia
ma un grumo di carne e sangue come un
organo interno.
Riemergo dal sogno teso e spaventato e
atterrito
è quasi l’alba e io ho le mani intorpidite
e insensibili
la ragazza dorme rannicchiata accanto a me.
6.
C’è qualcuno inginocchiato al riparo del
muro
la città è vuota e anche le piazze sono
vuote
e le strade sono vuote e desolate
e il vento alza nuvole di polvere tormanti
e lei che si stringe nel bavero del
cappotto
cercando di coprirsi la faccia.
La raggiungo e lei mi chiede
dov’è
che ti fa male
e io le rispondo
non
mi fa male
sto
bene
e le parole che mi si formano in bocca e
che pronunzio
emergono leggere
quasi senza corpo
come parole dette da un altro che non sono
io.
Poi inspiegabilmente e senza sangue lei
muore
semplicemente chiude gli occhi e reclina
la testa
e muore
e allora io la prendo tra le braccia e
inizio a camminare
per le strade vuote della città ma non c’è
nessuno
a cui chiedere aiuto
e continuo a camminare con la ragazza in
collo
la sua testa che mi sbatte sulla spalla
i suoi piedi morti pencolanti esanimi.
Poi la ragazza cambia forma e dimensioni e
sesso
e diventa due figure che
massicce e vuote
crescono divenendo sempre più grandi
fino a occupare tutto lo spazio in cui
cammino
e mi terrorizzano e impietrano
e io non riesco più a camminare
né a respirare e quasi soffoco
e mi sento la gola gonfiare ed esplodere
e poi mi sveglio
e quando mi sveglio
quando mi sveglio non è ancora l’alba
ma manca poco all’alba
mi metto seduto sul letto
e rimango in attesa
dell’istante in cui l’oscurità cederà
il posto alla prima luce grigio-tortora
del giorno.
7.
C’è un ronzio lontano nell’aria
una certa elettricità nell’immobilità del
pomeriggio
qualcosa che non riesce a quagliare
che non riesce a cagliare né a coagularsi
o a risolversi in un suono definibile
ma che mi rende teso e inquieto.
Poi un grido acuminato si leva nel vuoto
che trafigge l’aria immobile
come una freccia acutissima dritta al
cuore della notte
poi sguardi feroci e confusi movimenti di
braccia
e di gambe e rauchi versi e gridi e strida
e schiamazzi.
Poi torna il silenzio.
Mi ridesto che non è ancora l’alba
allorchè il rosa del giorno nascente
e vittorioso sul viola della notte in fuga
inizia a dilagare nello specchio del cielo
trasformandosi in oro.
8.
C’è un corridoio lungo e stretto
lo percorro e a mano a mano che avanzo
il corridoio si restringe
sempre di più
finchè sono costretto a camminare di
traverso
sfregando il ventre e la schiena contro le
pareti
alla fine riesco ad arrivare alla stanza a
cui sono diretto
entro e nella stanza ci sono due figure
un uomo e una donna
sono nudi e fumano una sigaretta
io rimango per un attimo perplesso e
imbarazzato
ma sembrano non vedermi
così chiudo la porta alle mie spalle
e mi faccio strada nella camera
e mi accorgo che sono due semplici
adolescenti
un ragazzo e una ragazza
e continuano a parlare come se non ci
fossi
e anche io ho l’impressione di non esserci
mi sento fuori posto e allora mi nascondo
sotto il letto
avvampando di vergogna
mentre loro finiscono la sigaretta e
tornano a letto
sento i corpi che si contorcono e si
dimenano
allungandosi e rattraendosi sul letto
sento il fruscio
della carne che struscia contro il materasso
le doghe s’inarcano e
curvano
schiacciandomi e
premendomi la schiena
io mi tappo le
orecchie per non sentirne le parole
ma i gemiti e i
palpiti non posso non percepirli
i due sono in preda
al piacere
e allora anche io
sudato e rosso di vergogna mi eccito
mio malgrado
e la mia eccitazione
mi esce dalla gola
condensandosi in un
rantolo che passa inavvertito
mescolandosi ai loro
rauchi gemiti e soffocati ansiti
poi è finita e
sospirano e si lasciando andare
e l’agitazione e il
movimento cessano
e infine uno accanto
all’altra di rilassano
aspettando di
scivolare nel sonno
che li fulmina
improvviso
così posso uscire dal
mio nascondiglio e scappare
ma
prima di lasciare la
camera mi fermo a guardarli
e dormono
profondamente
come due bambini
il ragazzo e la ragazza
nudi
mano nella mano
imperlati di sudore
i visi languidi e
dimentichi
le membra obliviose
e guardando quei
corpi bellissimi
nudi e innocenti
un’ondata di vergogna
mi assale: la bellezza di lei.
Quando mi sveglio è
pieno giorno
mi affaccio dalla finestra e guardo fuori.
La superficie dell’asfalto rifletteva la
luce del sole
mandando barbagli di luce sulle cose e i
corpi
mentre opprimenti ombre si allungavano sui
palazzi
come affusolate dita dilungate e
diaboliche.
9.
È di nuovo lei
è di spalle
china
indossa un vestito
scuro
che cozza con la
pelle bianchissima.
Avvicinandomi mi
accorgo che sta scavando
nelle viscere di un
cadavere
con le manine piccole.
Avverte la mia
presenza alle spalle e si gira
e stende le mani a me
offrendomi qualcosa
un affare informe che
guardo svogliatamente
come attraverso una
fitta e densa nebbia.
I suoi capelli sono
legati in una folta treccia nera
legate con filo d’oro
e mi sorride
ha denti bellissimi e
bianchi
e luminosi occhi neri
ridenti.
E io ho un moto di
gratitudine per quel sorriso
e per quegli occhi.
Poi mi sveglio
mezzogiorno
e il sole riverbera sulla superficie dell’asfalto
come s’uno specchio d’acqua
in modo così violento e veemente
che fui costretto a coprirmi gli occhi.
10.
Nuoto
bracciate forti e
regolari
ma non è il mare che
mi circonda
ma il tempo stesso
che io fendo
il tempo nella sua
infinita purezza senza increspature
come un elemento
ancora più inerte dell’acqua
pervasivo
incolore
inodore
secco come carta.
È pomeriggio
e il sole calante assomigliava a un’arancia
sospeso s’un orizzonte striato di
viola-nero
e io continuo a nuotare
e il sale mi morde le labbra
come un tempo faceva l’amore
e mentre nuoto faccio dei pensieri nitidi
e lucidi
e nelle mie pindariche elucubrazioni
penso che il cambiamento istorico
ai livelli sia macroscopico sia
microscopico
sia esistenziale
determinato dalle nuove strategie
e condensato in nuove scelte e nuove
decisioni
non rappresenti una nuova risposta a
vecchi problemi
ma una diversa soluzione a nuove istanze
scaturiti dalla nuova conformazione
assunta dal sistema
e rifletto sul fatto che il mondo e la
realtà cambiano
per la modificazione delle relazioni tra
gli elementi
che conferiscono una
nuova conformazione o modulazione
al sistema che così presenta istanze nuove
le quali
a loro volta esigono risposte diverse
e infine concludo che l’oscillazione delle
istanze
in seguito alla rimodulazione degli schemi
e del sistema
sfoci nel riadattamento modulare delle
risposte.
Penso a tutto questo mentre nuoto
e compongo una stranissima canzonetta in
inglese
in
the land of love
no
earth for men without heart
no
more core for the fucking haters
e penso
chissà
perchè in inglese
mentre la canticchio e la fischietto
nuotando
e il cielo si annera
finchè violenta
la luce viola del tramonto mi avvolge
e annega...
CLAUSTROFOBIA.
All’epoca
mi limitavo ad
andare a zonzo
passeggiando per
la mia piccola città
conoscendo gente
innamorandomi e
scopando
scopando a più
non posso
scopavo molto
e il sesso
sfrenato mi aiutava a fuggire da me stesso.
Era l’epoca della
claustrofobia,
bastava che un
luogo fosse minimamente chiuso
e subito mi
sentivo soffocare e scappavo
urlando come un
pazzo
proprio così
dritto all’inferno
con un biglietto
di sola andata
senza ritorno
senz’alcuno
scampo
impossibile
fuggire
claustrofobia
galoppante
imprigionato in
me stesso
e imprigionato
vissi molti anni
chiuso in me
stesso
sgretolandomi
dentro
la claustrofobia
era così forte che a volte di notte
mi svegliavo di
soprassalto e saltavo giù dal letto
mi sentivo
intrappolato nella notte
nella stanza
in me stesso
sopra il letto
dentro il letto
mi mancava l’aria
insomma
ero ridotto così
oppresso dalla
claustrofobia
angosciato
spiaccicato come
uno scarafaggio
e camminavo molto
dappertutto
in giro
non facevo altro
fuorchè scappare
e non potevo
stare in casa
la casa era per
me un inferno.
Trascorsi molti
anni così
sempre sul filo
del rasoio e sull’orlo del baratro,
sempre
sul filo del
rasoio
e sull’orlo del
baratro.
LA VITA.
Così è la vita:
devi decidere
e decidere alla
svelta:
se lo fai
se scegli
puoi vincere o perdere
ma se invece non
decidi hai già perso
in partenza;
se non scegli sei
solo un idiota
una mezzasega
un idiota.
E devi rischiare
devi rischiare il
tutto per tutto
e anche il tutto
per niente
solo pochi
sopravvivono
e pochissimi
ottengono la palma della vittoria
i campioni e i
vigliacchi.
Ma i vigliacchi
rimangono sconosciuti e sconfitti
e vivono una vita
grama
deformi idioti
decrepiti moribondi e senza casa
mentecatti e
ritardati
mentre i campioni
conquistano il paradiso
dove settantadue
vergini li attendono a gambe aperte
adorabili e
puttane.
La vita può
essere una festa o un funerale.
IL PIÙ GRANDE
FIGLIO DI PUTTANA.
Me ne stavo
seduto a oziare per i cazzi miei al bar
quando lo vidi
entrare:
il più grande figlio-di-puttana
in città.
Beh c’è sempre un
figlio di puttana nei paraggi.
Era un giorno
afoso
umido
inutile
in giro nulla da
fare
nella mia vita
nessuna novità
e nulla di nuovo
sotto il sole
sotto il sole
solo caldo tafani e puzzo di merda
un caldo micidiale
esiziale
mortale
opprimente
oppressivo
ossessivo
insopportabile
si grondava
sudore
non rimasi
asciutto un momento in tutto quel giorno
tafani che non
pungevano: trafiggevano!
e un tanfo
pestilenziale di merda secca che saliva
promanava ed
effondeva dall’asfalto
diffondendosi
dappertutto
invadendo e
pervadendo ogni angolo della strada
ammantando di un
alone spesso
denso di puzzo e
disperazione
ogni cosa
mentre il
pomeriggio scorreva e scorreva sulle nostre teste
più indolente e
annoiato di una puttana che si gira i pollici
in attesa del
prossimo cliente.
Nel bar pochi
avventori
un vecchio che
non faceva altro che scaracchiare e
bestemmiare in
continuazione
alternando escreati
e bestemmie
in perfetta
periodica successione binaria
prima uno
scaracchio poi una bestemmia
poi un’altra
scatarrata seguita da un’altra bestemmia
e così via all’infinito,
un uomo di mezza
età pelato che perdeva sangue
da un orecchio,
poco più in là
in disparte
una bellissima
ragazza
e il modo della
sua bocca
e la forma dei
suoi zigomi
e gli occhi
e l’onda dei suoi
capelli
che le cadono morbidi sulle spalle come gli uomini ai piedi
e la curva dei
suoi fianchi
tutto era
perfetto in lei,
e infine lui
bastardo oltre
ogni limite
manesco
coraggioso e attaccabrighe
temerario
impavido e ubriacone
turbolento
collerico
iroso
irascibile
iracondo
irruento e
impetuoso come un fiume in piena
cocciuto oltre ogni immaginazione e testardo come un mulo
perfetto eterno e
magnifico come acciaio incandescente
travolgente come
uracane tonitruante
che trascina
tutto con se
vento
pioggia
tuoni
fulmini
e tutto il resto
aitante
forte
virile
e prepotente come
nessun altro
perennemente
insoddisfatto e sempre in collera
non era felice
mai
diffidente e
guardingo
era quello che si
direbbe un vecchio diavolo ma
a differenza del
diavolo vecchio
la sapeva lunga
più per la malizia che per l’età
assomigliando più
a una vecchia battona.
Veloce con le
mani e scaltro con i coltelli
sempre pronto ad
attaccare briga con chiunque
amava il sangue e
le sfide
e per questo
causò molte sofferenze
agli altri e a se
stesso.
Ah magnifico
eterno diabolico spirito guerriero
lo chiamavano Il
Terribile!
Ma il coraggio e
la vitalità spesso vanno per mano
con l’ignoranza
l’arroganza
l’intemperanza
e procedono a
braccetto camminando di pari passo.
Quello che
guadagnava lo spendeva tutto
in puttane alcole
e droga
poi tornava a
casa ubriaco e
a qualunque ora
della notte e a tutti i costi
sporco e olido di
sesso e alcole
voleva per forza
farsi anche la moglie
e prima di
iniziare
mentre la
spogliava e le montava sopra
lei si faceva il
segno della croce
e sperava che
quel supplizio finisse presto
perchè di una
tortura si trattava
scopare con lui
era tremendo
era un tormento
un’agonia
lui amava
picchiarla
si eccitava
facendole del male e sentendola piangere
godeva sentendola
pregare di smettere
e così ogni volta
lui le montava sopra con il cazzo dritto e duro
come un palo
e iniziava a
picchiarla
prima uno
sganassone
poi un altro
e un altro ancora
in faccia e in
testa
non poteva farci
niente
si eccitava
vedendola soffrire
gli piaceva che
le guance le bruciassero per i ceffoni
e poi
quando lei
iniziava a piangere e dimenarsi
supplicandolo di
smettere
lui se la scopava
ancora più
gli piaceva
vederla piangere
e quella scena si
ripeteva ogni notte
botte lacrime
urla e poi gemiti e ansiti
ma non gli
bastava mai e
mai soddisfatto
e se per caso lei
si rifiutasse e ritrosamente non si
concedesse
allora prendeva a
violentarla
con ancora
maggiore veemenza e rabbia
infilandole tutto
il cazzo in bocca
fino alle palle
fino a farla
vomitare
e mentre lei si
vomitava addosso lui la sbatteva in terra
e la scopava
stantuffandola come un martello pneumatico
da dietro
in culo
senza sosta
senza pietà
come in un
martirio medievale o in un castigo infernale
finchè non la
vedeva sanguinare
dal culo e dalla
figa
e la vista del
sangue lo faceva ammattire
e allora veniva
eiaculando sperma
e veleno
abbandonandola
infine in quella pozza di sangue e vomito
e sborra
esausta stremata
e sfinita
straziata e
scipata
nella mente e nel
corpo
incapace di
reagire.
Ma successe che
un giorno
anzi una notte
ci andò giù
veramente pesante
più pesante del
solito
molto di più:
come sempre era
tornato a casa ubriaco fracido
e pretendeva a
tutti i costi di farsi una bella scopata
con la sua donna
lei
come sempre
si fece il segno
della croce e gli si concesse
che altro poteva
fare
e pregava solo
che tutto finisse presto
lui le sfilò le
mutande
le diede due
sonore sberle sui glutei che subito arrossarono
le montò sopra
e così ebbe
inizio il tormento
ma era molto
ubriaco quella sera e perse il controllo
iniziò a
prenderla a pugni in faccia
le ruppe il naso
e continuò
a picchiarla
le stava facendo
davvero male
lei cercò di
bloccargli le mani e la furia
ma lui era troppo
forte e pesante per lei
le massacrava e
feriva il viso
e
mentre si
accaniva sul suo corpo inerme
cercava di
penetrarla più a fondo
poi
al culmine dell’orgasmo
le afferrò il
collo con la sinistra
continuando a
colpirla con la destra
e la strozzò
mentre in un
estremo parossismo di furia lussuriosa
e omicida
le gridava
prendi ‘sto cazzo troia
prendi ‘sto cazzo puttana
prendilo tutto zoccola
lei era
terrorizzata
poi per fortuna
perse i sensi
e svenne
e
contemporaneamente venne anche lui
urlando e gemendo
come una bestia
poi si accasciò
sul letto
sospirò
aprì e chiuse le
palpebre e gli occhi
li sgranò nel
buio e li richiuse
godendosi quel
momento di sublime perverso piacere
infine si riebbe
si riprese e si
rialzò
si alzò pure i
pantaloni
si rivestì
e uscì di casa
per un goccio
come se niente
fosse successo.
Quando lo
arrestarono stava ancora bevendo
sdraiato s’una
panchina del parco
tranquillo
come se nulla
fosse successo.
Era uno di quelli,
capite:
impossibile farli
ragionare
e nulla li tocca
niente incrina la
solida fede che hanno in loro stessi
uno di quelli che
passano tra la vita e la morte con passo straniero
come se il conto
non fosse il loro
uno di quelli che
buttano via i soldi per se stessi o per vanità
ma non pagano mai.
Il coraggio e la
vitalità spesso vanno per mano
con l’ignoranza e
l’arroganza.
Ignoranza e
vitalità
intemperanza e
coraggio
spesso vengono
confuse.
ESTERNO POIESIS.
Banalità breve
da 4 soldi
sul quotidiano.
Lavatrice!
=
Capolavoro Poetico UltraContemporaneo!!!
Applausi,
complimenti vivissimi.
La poesia oggi è morta
e nello stridere di lavagnette
Voi la seppellite
bisce e vipere.
Ma questo smegma di parole
lo finiamo qua
tra il magma della mia rabbia
disgustata
nel leggere il vostro niente che viene venerato
ad alloro, incenso, mirra ed oro
e la virginale invidia,
profumo d’indivia
che la grande truffa non riesca a me
o ai miei sodali onesti perdenti
dalla penna e l’anima in fiamma.
Il complesso della pulce nel culo del gigante.
Quando Shakespeare scorreggerà
saremo tutti spazzati via.
Io con le mie storielle di bevute e scopate sudice
nei vicoli tristi delle notti buie d’umanità malata
e morente senza speranze, lacrima irriverente
ad una Dea cagna e per sua scelta assente,
o dolce al grande amico mare,
ultimo rimanente,
volto dell’eterno errante
E poi voi...
distanza siderale
con l’aurea minimale
evanescente riflesso,
eco sordo, suono fesso
nei numeri di prefisso
scritti a grosse lettere scricchiolanti
da lapis tremanti,
punte spezzate d’imbarazzi e chiasmi
per riempire il vuoto di contenuto delle pagine bianche,
nelle vostre anime mongolfiere da fiere fiere.
Applausi,
complimenti vivissimi.
LA PAPERELLA DI GOMMA.
Frasetta rassicurante di poche righe
sui portici dei baci,
carta stagnola e cioccolata nocciola.
Tutti felici e rassicurati,
primi posti prenotati
per il grande pubblico degli illetterati
bei per i cinguettii disimpegnati
spacciati come ticchetii illuminati.
Secondi dai secondi mondati,
inchiostro antipatico
dei contratti firmati,
carta straccia da cattedratico stitico.
Terzi i piromani uncinati
finalmente giustificati
contro la potenza e l’arroganza dell’intellighenzia
tra gli applausi applaudenti agli applauditi paludati.
Poveri intellettuali, accademici raffinati,
a cosa per sopravvivere vi siete aggrappati.
Cani e cagne che si rimirano le pulci entusiasti di grattarsi la
rogne.
Quei pennivendoli ipocriti
che fino a ieri bruciavano i vostri libri
ed oggi scattano in piedi ai vostri trilli.
La chiamata in Nazionale,
maglia azzurra al valore poetico civile.
Sevi dei servi dei padroni.
Istante gramo quello che vi ha confusi poeti di fama.
O tempora o mores,
cenere alla cenere
ed ho voglia di vomitare nel leggere
certa banalità facile
declamata con voce atona
dai troni e pulpiti cialtroni
di stagnola e nocciola.
Quest’epoca di plastica
dove la spazzatura luccica
e la poesia brucia stitica
domina
la frasetta rassicurante di poche righe,
il pensiero leggero che non affatica,
galleggia e rimane in superficie
come una paperetta tenera
il cui giallo simpatizza
e non impegna l’anima palmata
nella fanghiglia dei poeti e lettori della domenica,
prima pagina
stampata pronta per incartarci l’ostia assolutrice,
incatenarci il pesce puzzolente e squamoso
di lettere e parole vuote
con cui viene servito dal braciere fumoso
senza fuoco
al cliente noioso
senza gusto.
Prego in silenzio in riva al mare
il Grande Barista
che mi porti via da questo salotto letterario
stagno di rane
venduto dall’incantamento
come di Principi e princìpi degno reame.
Amen.
LA MERDA.
Fuori orario e fuori legge.
L’ora legale e l’ora d’aria.
La buona condotta e l’ergastolo.
Un avvocato in gamba Principe del foro
e lo sciocco che ha se stesso per cliente.
Il pozzo e la luna, la luna ed il dito.
La luna ha tanti amanti,
ma un solo marito.
Porto fuori il cane lupo di mare solitario a pisciare,
per cui si porta fuori da sé.
Da vecchio mi piscerò addosso,
forse non vale la pena d’invecchiare.
Pesce cane che abbaia...apre la bocca e beve,
beve troppo
e poi annega, annega troppo.
Annega d’alcolismo.
Il poeta seduto a terra è in garage senz’auto.
Quello indie guida un’ibrida
perché le sue parole non inquinano
scritte in inchiostro simpatico
e ritmo parasintattico.
Il reuccio PoP con l’auto noiosa
omologata, quella che riescono a guidare tutti
perché ha le marce automatiche,
così da rendere più facile e piacevole
il paesaggio e la meccanica del mezzo,
di carrozzatura in rosa, spolverata zuccherosa,
usa ed abusa della chiave automatica
per trovarla nel parcheggio,
sempre lì dove l’ha lasciata,
intatta inscalfita dalla vita,
quando il congegno fa “BloB” tra le altre tutte uguali,
senza che nessuno lo veda,
aspetto che controlla con ossessiva certosina manfrina come sistemare una
tendina, osa
e si permette di essere finalmente infelice,
posata cosa, ma l’agente letterario si raccomanda che nessuno se ne accorga,
ché si salvaguardi
il sorriso di plastica e la posa elastica
con cui ha conquistato il top.
L’Imperatore è nel palazzo
con l’auto blu che l’attende da basso
finisca di riscrivere per la duecentesima volta
“L’infinito” di Leopardi.
Quando formandosi sui libri
ed alle tavole imbandite dei Maestri,
quelli con le EMME Maiuscole,
perché lo dicono i testi (sacri testi),
il rumore dell’argenteria
ricopre il frastuono delle briciole parole
a cadere dal cielo alle basse terre da poeta minore,
quello senza corte sbavante,
chiedere elemosina e numi al ricco Epulone
a cedere incensare minima nei sacri fumi.
Quel che può, fa ed impone
la comunità episcopale Italiana
in questa bella addormentata
la vostra anima addomesticata
non ha da sapere,
ostia benedetta ed assoluzione vinagretto
per chi è stato iniziato alla setta.
Citazione biblica che farà annuire
quelli dei sacri testi,
gongolare nel salmodiare
la proprietà della lirica.
Croci di legno ed il loro profumo
a marcire nella polvere,
mestiere del saper vendere fumo.
Quando
Quando Quando Quando
dimmi Quando uscirai
dalla sicurezza protetta
della tua casa di carta.
La foresta brucia
e tu la osservi dalla finestra
bevendo il tè.
Il mare si è fatto in tempesta
senza documenti ed orologi in tasca.
IL GIORNO DOPO.
Sul soffitto basso
molto basso
di una camera d’albergo
puoi distinguere
nelle e fra
le macchie
ogni sorta di cose.
Animali. Case. Volti. Un divano. Una
pistola. Fiori.
O semplicemente puoi
distinguerci niente.
La tua mente evaporata
e condensata
sull’intonaco.
Puoi pensare a Kant. Feuerbach.
Schopenauer. Nietzsche.
Puoi pensare a Dio.
A Dio e a Nietzsche.
Alla roulette. Alle carte. Al sapore dell’alcol.
A quel cazzo che ti pare
puoi pensare:
sono tutti là.
Fra le macchie. Sono macchie.
Tutto è una macchia.
Non che ci serva una camera d’hotel dal
soffitto basso
molto basso, per capirlo.
Puoi riflettere su di te.
Sulla tua vita ben pasciuta di finto
alternativo
dei miei coglioni.
Sui tuoi scacchi di uranio e di cobalto.
Puoi riflettere sulla vendita
di culo e anima
al migliore offerente
(ma attento agli indici di borsa!).
Puoi riflettere o non riflettere
ma comunque
il soffitto ti coprirà
di macchie la vista.
Ti rivelerà la realtà delle cose:
la macchia è la realtà.
Steso.
Sfasato.
Ti affacci al giorno dopo.
Ti chiedi se ogni giorno
sia un ‘giorno dopo’.
Poi ti rompi di quel soffitto
e alzi la testa dal letto.
Fa male.
Ma è sempre un inizio.
Ci sono sempre le macchie
davanti a te.
Un lavoro. Una casa. Una famiglia. Un buon
pasto.
La salute.
L’addome scolpito.
La celebrità d’ognissanti.
La felicità.
Ci sono sempre le macchie,
ma a te va bene lo stesso.
Vai in bagno e vomiti.
PRIMO AMORE.
Quando pensai di potere
scegliere da me, per la prima
vera volta.
Quando giudicai opportuno
avere un’opinione mia, solo mia,
via da droghe e alibi, lontano da
partito e pulpito,
allineando giorni
a mio giudizio unico.
Avvenne allor.
Quando l’America
bombardava poveracci
e banche vuote a perdere,
quando piovevano fuori
dallo schermo cazzate
e modelle di cellophane
e il presidente sorridente
illustrava vantaggi
e comodità
di dare via culo e anima.
Iniziava la realtà
a puzzarmi di fregatura,
la salute d’ospedale,
di presa per culo
la ragione sociale
e il sistema pensionistico
non lo capivo
ma urtava i miei vecchi
e a me bastava così.
Avvenne allora, proprio allora,
inspiegabile,
inopportuno,
innaturale.
Come una malattia sessuale,
un’irritazione dell’anima
in zona perineale.
Inizia lentamente ad amare la
vita.
Non so bene come,
cominciai a realizzare
che in quattro parole
sopra ad un foglio
poteva starci tutto quanto
e anche di più.
Non ha senso, non l’ha mai avuto.
Come quando lessi Ungaretti,
braccia e gambe disarticolate,
un cadavere a scolorire
di ritorno dalla scuola in bus.
O quando Leopardi,
tremante e allucinato
mi venne rivelato
dietro le tombe d’un funerale,
nell’orrore della decomposizione.
O quando Pirandello,
da bravo gentiluomo distaccato,
mi scoperchiò il cranio
con un dubbio d’identità.
Non c’è un senso, non c’è mai
stato.
Ma come per altre cose,
basta non farci troppo caso
e ti va benissimo anche così.
STANCO.
Sono stanco, disgustato da tutto:
un cerchio alla testa, un colpo
nel petto ed ecco, mi svuoto la
gola
da ogni rabbia nascosta: la
vostra.
Di chi parla per mettersi in mostra,
di chi in pubblico schifa la
grana
ma appena voltati, ruba e
imbroglia.
Vomito il fastidio, schifo l’orgoglio,
vi grido queste due cose che mi
salgono
sul foglio come fuoco da un
abisso profondo.
Voi poeti e critici amanti d’un
verso
fatto perfetto, secondo la voce
maestra
d’una magna accademia, padrona
molesta.
Voi che con pugno e penna a
martello
battete e picchiate sulla testa
chiunque svincoli dal canone
eterno.
Come becchini avete infilato lo
spirito
dell’arte dentro una giacca di
legno,
costretto la vita ad assomigliare
alle forme del cadavere d’un
tempo,
stringendo a cappio le vostre
quartine
avete soffocato verità e
sentimento.
A voi chino il capo e riconosco
tributi
d’onore sempiterno: non per
bravura,
ma per aver saputo mostrare a
ciascuno
quale tomba nasconda l’obbedienza,
quando servi sottomessi, ci si
cura
della morale d’una finta
coscienza.
Voi affamati d’attenzioni e di
vanto,
che v’affacciate alla finestra
dei giorni
secondo la moda, mutando verso e
canto.
Voi che per raccogliere l’ennesima
dose
d’un riconoscimento complice e
vile,
date via tutto, senza dubbio o
rimpianto.
Vi siete a tal punto sbiancati la
bile
da essere divenuti maschere
vuote,
sagome inerti, manichini privi di
stile:
a cosa serve sparare metafore
epiche,
rime sceniche e trovate
pirotecniche,
quando ipocrite sono le vostre
poetiche?
A voi lascio né insulti, né
sputi,
giacché a darvi altro all’infuori
del niente del niente che vi
compone
sprecherei pazienza, parole e
minuti,
tentando di darvi un’umile idea
di quanto sia vana la vostra
ambizione.
Voi furbi politicanti,
poetivendoli scaltri,
che per due spicci e mezzo di
successo
subappaltate la morale al
compromesso.
Voi avidi vanagloriosi, bulimici
d’allori,
che per un centesimo di
autocelebrazione
vendete al prezzo migliore, penna
e onore.
Così bene avete educato e
ammaestrato
ogni vostra pulsione, per far
trionfare
la dittatura di un pensiero
concordato,
che appena aprite bocca si vede
la mano
di chi v’ha infilato il braccio
per il deretano,
muovendovi le labbra secondo sua
convenienza.
A voi ricordo solo, con gran
indulgenza,
che signori e potenti arrivano e
vanno,
usando ruffiani e lacchè secondo
guadagno,
ma quando poi muta di colpo la
sorte,
di gloria e denari sono presto in
affanno
e ai vecchi fedeli chiudono
subito le porte.
Voi tutti poeti militanti,
voi spiritualisti bugiardi,
voi vecchi mai sazi di vizi,
voi giovani facili ai pregiudizi,
voi finti umili e prepotenti,
voi invidiosi e intransigenti:
a voi dono queste crude parole,
figlie di un’anima che sanguina,
inutilmente s’indigna e poi
muore.
Davanti allo sfacelo del mondo,
all’eterno tornare della menzogna
del successo e del facile
guadagno,
mi spoglio di qualunque superbia
e mi getto ghignante nel fango:
non poeta, vate o magister iuris,
per voi sarò il cane randagio,
impazzito di fame, che abbaia ai
muri.
Per voi sarò un urlo nel vento,
una voce sola d’aspra condanna,
fra l’indifferenza della gente:
durerò per poco, un solo momento,
a volermi ignorare veramente
non mi sentirete che a stento.
Ma alla mia rabbia che muore,
risponderà inesorabile col tempo
l’eco d’una bufera in
avvicinamento:
la rivolta di tutte quelle parole
che tradiste per convenienza
e a cui dovrete domani pagare
pigione.
Perciò brindate e gioite per ora,
ubriacandovi di vino e di boria,
giacché quando muta la
storia
non vi è dato saperlo in avanzo.
Un cerchio alla testa, un colpo
nel petto ed ecco, vi abbaio
il finale del mio cupo lamento.
Alza gli occhi dalla strada
la ragazza furtiva dalla fronte
sudata,
giacca rotta, posa scarmigliata,
ha mani piccole per la sua età.
S’avvicina dondolando,
stralunata,
tende una mano verso me.
IL MIO E IL TUO.
Il mio e il tuo: questa
fredda equazione da noi mai calcolata.
Il mio e il tuo: questa
anodina equilibratura da noi mai tentata.
Il mio e il tuo: questa
sterile convergenza da noi mai provata.
Il mio e il tuo: questa
gelida antitesi da noi mai esperita.
Ah, senza mio e
tuo, che vita dolcissima!
IO.
Io sono lo
sconosciuto dalla faccia lunga e scura
che ti fissa
sospettoso e non parla,
il malandrino che
ti abbraccia per rubarti il portafoglio,
il cane bastardo
che ti morde la mano se la tendi per una carezza,
il nomade col
cuore riarso dal sole,
lo sfortunato anemone
marino in balia dei flutti:
i neri affanni mi
hanno imbiancato,
le angosce hanno
increspato il mio volto.
Io sono l’esito
insoluto di un fulmine a ciel sereno,
le mie poesie sono
l’inutile ghirigoro tracciato dalla mano
di un bambino sulla
superficie dell’acqua,
sono scarabocchi
sul muro di una cella,
solo rabeschi sul
fondo di una gabbia,
lamenti al fondo
di una condanna.
Io sono niente:
solo membra in
frantumi, mente in frantumi, cuore in frantumi,
tendini lacerati,
giunture slogate, ossa frante, e rabbia latente
che sale d’abissi
di disperazione incombente,
Eppure ancora in
fiamme brucio,
ed esplodo sogni
a raggera
e desideri che
raccolgo
e tengo in serbo
per te,
certo che stenderai
il tuo cartone sulla terra
e verrai a vedere
la notte
con me.
IO SONO NIENTE.
Io sono zero,
anzi meno di zero:
sono la radice
quadrata
di uno zero al
quoto di un bel niente.
Io sono nulla, anzi
sono il nulla:
solo l’esito
insoluto di un fulmine a ciel sereno.
E sono scarabocchi
sulle pareti di una cella
le mie poesie.
QUANDO TI HO
CONOSCIUTA.
Non stavo
cercando niente
quando ti ho
conosciuta.
In realtà, non
eri nemmeno nei miei piani.
Non era nei miei
piani innamorarmi:
così
presto
di qualcuno.
Ma poi ti ho
incontrata,
e le cose
semplicemente sono accadute:
i tuoi occhi nei
miei occhi,
le mie mani nelle
tue mani,
due volontà che fanno
vero un desiderio nell’incontro,
l’abbraccio più
infantile e il più puro dei baci
fino a vederci
trasformati in un unico destino,
un bacio che
accende di passione e gioia la vita
con il fragore
luminoso di una saetta,
il mio corpo che
tramutato non è più il mio corpo
e cambia nella
forma e nel colore.
Ed è come
penetrare al centro dell’universo:
il tuo sguardo e
il mio sguardo
come un eco che ripete
senza voce
più dentro, più
dentro,
fino al di là del
tutto,
attraverso il
sangue e il midollo,
oltre il sangue e
il midollo.
Ed è stato
estremamente semplice, è stato facile:
quasi senza
accorgermene
ho cominciato a
voler passare sempre più tempo con te
e a preferire la
tua solitudine alla mia compagnia.
Penso che siano
queste le relazioni più belle:
quando non stai
cercando niente
e all’improvviso
ti rendi conto che hai qualcosa.
Quando non cerchi
niente
e all’improvviso
trovi tutto.
QUANDO DORMIVAMO
INSIEME.
Quando dormivamo
insieme
sai perché molte
volte ti svegliavi
e,
voltandoti, mi vedevi con gli occhi aperti
rivolti
verso di te nel buio?
Quando
dormivamo insieme
io non chiudevo
gli occhi
perché
avevo paura
che,
riaprendoli, tu non ci saresti stata più.
Quando
dormivamo insieme,
io non
volevo addormentarmi,
perché
sapevo che,
se anche
ti avessi sognato,
avrei
perso la tua vera essenza.
L’ODORE
DELLA TUA PELLE.
Che
cos’è per te l’amore?
Per
me l’amore è quando io mi addormento
e
tu continui a guardarmi...
L’amore
è tutto quello che non si dice,
quello
che non si accetta e non si confessa
ma
che mai si dimentica.
Per
me l’amore è l’odore della tua pelle.
ESODO.
Quando i principi
della ragione non valgono più,
entrano in gioco
le ragioni dei principi.
Quando vengono
meno i diritti,
è allora che bisogna
ascoltare le ragioni.
Essere autorevoli
non vuol dire essere autoritari,
essere
concentrati non è essere concentrici.
UNA VELA SOLCA UN
OCCHIO.
Una vela solca un
occhio,
una vela
abbandona l’occhio di un finocchio
e sale, al di là
del vento e oltre il madrigale,
dove non c’è più
mare, dove non c’è più maestrale,
ma sempre è volto
lo sguardo ad altri orizzonti,
e l’anima in
collera si adira,
l’occhio in
collirio si lacrima e decolla in tutto il suo fascino
del vai-e-vieni
dell’eterne microonde
che vanno e
vengono
instancabilmente ossessivamente
e secerne tutto
il suo liquido interno
che annebbia i
segreti secreti secretati dal tuo occhio
che tutto è/ha
secreto
e tutto indica
mira guata
e poi scompare
nel rovente rovereto,
nel rovente
roveto, nel sepolcreto e nel roseto
delle rose che
hanno morso, delle rose che hanno roso,
delle rose che il
mio cervello hanno mangiato,
nel fascino dello
sfacelo e nello sfascio del fascime
e del fasciame nello
sfasciume incontrollato
di una cieca sera
malinconico-alcolica ma in fondo,
in fondo al luogo,
che cosa sia quel
panorama senza paesaggio,
quell’orizzonte
di sogni e di ferite,
di strappi
muscolari e dirottamenti aerei ma anche non,
non so,
solo mi pare di
riconoscere la visione di quanto non sono stato,
il prospetto di
ogni rimpianto,
il ricordo di
quanto ho pianto.
IL MURO.
In mezzo al muro
c’è un buio,
un buio pesto
senza luce e senza mondo,
e senza luce è
anche il mondo.
Io sono solo l’esito
insoluto di un fulmine a ciel sereno,
le mie poesie
disegni sulla sabbia,
scarabocchi sulle
pareti di una scalcinata cella,
ghirigori al
fondo di una gabbia.
Eppure avrei
molto da dire,
ma chiuso tra
queste quattro mura non posso parlare,
la mia voce non
riesce a uscire,
e ci sono sbarre
indistruttibili: non puoi tagliarle.
Avrei molto da
dire,
ma la mia testa
scodinzola come un cane incimurrito,
e non so come far
uscire le parole.
Così, continuo a
procrastinare.
Sono la mia
stessa gabbia.
In mezzo al muro
il mio cuore,
murato vivo,
ancora batte,
ancora ansima,
nello spasmo.
QUESTIONI.
Ma che fine ha fatto
Enzo Cerusico?
Perché non li
fanno più i film porno con la trama?
Perché non ci si
convince mai?
Ma dove s’è mai
visto un ricco far qualcosa per i poveri?
Perché nessuno mi
ridà i soldi dei libri che mi hanno deluso?
Perché le poesie
son solo di tre tipi?
1) Oh, che bel
cielo che c’è oggi e pure la campagna non è male.
2) Soffro
parecchio, voglio morire.
3) Nessuno che mi
scopi.
Perché?
Perché diavolo
non ve ne andate tutti a fanculo?
Io non viaggio e non
vado in posti,
non vedo gente e
non vado ai concerti
e non faccio
cose.
E allora?
Com’è che a
nessuno chirurgo plastico è ancora saltato in testa di levare a una ragazza l’ombelico?
Perché son i
migliori ad andarsene per primi?
Perché Bukowski in
italiano lo traducono sempre così male?
Perché chi non ti
ama più non ti ama più?
Cos’è che ci ha
fatto diventare così?
Quando finirà
tutto questo?
Ma siamo sicuri
che non li fanno più i film porno con la trama?
Ma, soprattutto,
se per caso passi di qui,
perché non mi
regali una pila alta così,
una pila alta
così di baci alla francese,
che mi basti
almeno fino alla fine del mese?
ISTORIA.
Annientato dal
peso dell’orrendo fatalismo
ho studiato la
storia
e ho imparato che
il singolo è pura schiuma sull’onda,
la grandezza
nient’altro che un caso,
il genio solo un
teatro di burattini,
una lotta
risibile contro una legge ferra.
Riconoscere tutto
questo: il massimo,
dominarlo:
impossibile.
Non mi passa più
per la testa,
neppure per l’anticamera
del cervello,
d’inchinarmi
dinanzi ai
destrieri da parata e alle cariatidi della storia,
ormai assuefatto
ho lo sguardo al sangue,
ma io non sono la
lama della ghigliottina
sicché occorre
che lo scandalo avvenga
ma guai all’artefice
dello scandalo:
la necessità è
solo una delle formule della dannazione.
Che cosa in noi
mente e uccide che più devasta e depreda?
La storia ci
viene incontro e parla,
qualcosa di
udibile,
detto senza
parlare,
solo con le mani,
che sono sempre
mute
e appiccicose.
PICCOLI PASSI.
Piccoli passi:
inciampi e cadi,
passi lunghi e
poi ti perdi,
i problemi non
passano mai
come un passato
ingombrante
pesante e stanco
per niente,
passano i momenti
e passa la voglia,
i giorni sembrano
spegnersi e morire,
difficile
fermarsi a riflettere,
servono passi,
giusti o sbagliati che siano,
per passare oltre
le cose brutte
e superare il
tempo che passa.
Io, con passo
lento da sognatore sempre pronto,
vago alla ricerca
della notte che passa
e di lontano ti
accarezza.
Passano le ore e
sfumano gli amori,
l’amore è
complicato come una mano di poker
e allora io
passo!
Ma è che passano
gli anni e aumentano i rimpianti,
meglio non
vederli fino in fondo,
tanto in
superficie si rimarginano comunque
presto anche
tutte le ferite.
Ma sempre i passi
stanno lì,
non voglio averne
più paura,
anche se la notte
è fredda e scura
e mette un po’
più paura.
A volte senza
certezze ci fermiamo
ed è allora che
sbagliamo,
ma è solo l’effetto
della solitudine,
quindi, ti prego,
torna e non lasciarmi più:
amami anche se
non lo merito.
Ma io e te,
anche se piove e
tira vento,
basta che siamo
insieme e tutto passa.
Non andartene,
fatti vedere,
come sai fare tu,
fatti vedere,
bella come
sempre,
bella per sempre.
PROFUMO DI TE.
Volgi lo sguardo
a mete infinite,
oh uomo, e prendi
forma.
Intorno tutto
tace: non suono di parola
ma cinguettio di
rondini
sbocciati in
questa primavera che sa di lutto e autunno.
Rossa di passione,
dimmi, che fine hai fatto?
Vedo solo grigio
di nuvola tutto intorno
e arancio di
nespola
ma non sento più
profumo di te.
Sogno le tue mani
che mi accarezzano,
le tue labbra che
giocano con il mio cazzo,
i tuoi occhi che
come macchine attraversano l’orizzonte
alla ricerca di
un tempo che sembra essere scappato
per quelle
colline che noi chiamiamo “coscienza”.
Che cosa siamo
tra queste mura che sanno di morte?
Oh amore mio,
quale regalo ci donerà il sole
dopo tanta
sofferenza, dopo tante urla in ospedali dispersi
e strida in
periferia e lamentele di obblighi mangiati
a suon di
penitenza ed espiazione?
Donna ingrata, risveglia
in te l’amore:
allora potrai
ascoltare il rumore che fa la luna quando canta
con le stelle che
danzano intorno ai pianeti.
La notte che ora
giunge
e si stende su
queste mie lenzuola che sanno di muffa
è la sola sorella
che abbraccio
mentre fuori
imperversa e ulula il silenzio.
MAGRA E FAMELICA.
Magra e famelica
la sida
gettata come dadi
in un mare subito
ridiventato nero
giocando agli
aliossi con milze cuori polmoni leggi e valori
l’avanzo del
creato
quadrati di
boschi stesi al sole
o cuciti insieme
patchwork non decifrabile
e pattern di pelli miste
capelli e ossa
tutto da
ricontare
tutto da ricordare
nei paradisi del
mondo.
Orde di droni sul
creato
occhi girevoli
dietro le larve
occhi appesi,
occhi appresi, occhi rappresi
e sangue
sbiancato, raffermo
lasciato per
dopo,
ore ti tempi
ottusi
timballi oziosi
di carni sotto garze appiccicose
tutto lento,
tutto lento
nelle tasche di
luminosi giorni liminali
bottoni tirati a
lucido e salmi
recitati con
sorsi di aria corta e tosse secca.
E colpe da
spartire
uniformemente.
LA DOCCIA.
Stringimi
anche se questa
vita pare quasi che non ci appartenga più,
stringimi forte, più
forte,
anche se lontani:
non lasciare le
mie mani
in questo giorno
senza luce
ma respira il mio
respiro
anche se divisi,
ho occhi per
guardarti dentro,
la primavera si
arrende al tuo sorriso,
ho braccia così
forti per sostenerti
che davanti al
nostro amplesso
la vita si ferma
e resta.
Abbracciami
attraverso le
distanze abissali
a cui siamo
obbligati,
abbracciami
e rimani stupita
ad ascoltare lo strillo acuto
di cui cupo mi
nutro:
il mostro respira
sui corpi disfatti,
annusa gli
anfratti e testimonia i misfatti,
mentre io ho per
amica una magnifica disperazione
che mi abbandona
a ciglia serrate
come il sonno che
avvolge l’Estate
con braccia di
madre egoista e cruda
che strazia la
mia mente nuda.
Non
rimproverarmi, non rimproverarmi
se ho voglia di
ballare sotto la pioggia
e urlare per
strada
e dormire sotto
le stelle
e riempire di
parole e colore
i freddi
pomeriggi
di questa estate
disperata,
non rimproverarmi
se camminerò
sicuro di me
lungo sentieri
che profumano di gelsomino
in un Luglio
assolato
come chi ha
lottato
e lottato
ma non è
riuscito:
credo di aver
sofferto abbastanza
come tutti del
resto
da poter
pretendere di gioire
di queste
meravigliose immagini
normali
che mi alleggeriscono
l’alma
e mi riportano in
vita.
Amami
soprattutto
quando meno lo merito
perché è allora
che più ne ho bisogno,
amami
ma non chiedermi
l’obbedienza,
amami
coperto solo di
due sottili foglie di palpebre
come mi ameresti
dentro palazzi di avorio,
amami
ma non chiedermi
di essere perfetto:
sii piuttosto
come l’accorto vasaro
che con amorevole
cura
mette oro nelle crepe.
Baciami
in questo deserto
di sguardi
e sorrisi
nascosti dietro oscure larve:
con te potrei
anche smettere di avere fretta
e vedermi sempre
perennemente imperfetto,
con te non m’importerebbe
di tornare a casa stanco
né di contare
quanti asciugamani puliti sono rimasti
prima di caricare
una lavatrice a 60 gradi
(ché altrimenti
rimangono le macchie),
con te potrei
anche fare le cose senza pensare,
come lasciarti
trovare il letto sfatto quando vieni a trovarmi,
con te potrei
anche lasciarmi convincere
che nelle cose
che faccio sono bravo,
e potrei persino
chiederti di aiutarmi a piegare le lenzuola
o di tagliarmi i
capelli
senza domandarmi
senza domandarmi
se non sia troppa intimità.
Oppure lasciarti
guardare mentre mi faccio la doccia
e poi mi asciugo
i capelli.
ALLA FERMATA DEL TRAM.
Alla fermata del tram
alla fermata di
quel tram che porta ritardo
aspetto le tue
gambe morbide
e resto fermo
ancora un po’.
Ti cerco tra
volti sconosciuti
ma non ti trovo,
ti cerco e mi
perdo come pelo nell’uovo
tra milioni di
volti che non sei tu.
Cammino tra i
viali bagnati dalla pioggia di Settembre
come i nostri
ricordi sulle tue fotografie
e tu che cerchi i
miei occhi e io che bacio il tuo viso
ancora, per non
farti andare via,
ma la notte
arriva sempre troppo presto.
Oh notte che
inganni gli amanti
e ci giochi a
nascondino
tra le lenzuola
disfatte,
sarà così ancora
per molte ore,
mentre io ti
aspetto
alla fermata di
quel tram che porta ritardo
e porta la tua
pelle,
la tua pelle da
baciare,
buona da
respirare.
PERIPEZIE.
La casa è un
rimborso d’istanti,
lunghi infiniti immobili
istanti,
il suolo è leggero:
non odo alcun passo
scoccato da uomo
o da bestia.
La mia mente è
una scacchiera:
con ferocia m’inchioda
alla sedia.
La vita è una
scala di grigi,
il gusto dell’aria
non lo dimentico,
quel freddo
sapore di mattino.
Se bastasse
davvero una parola
a scacciare il
vuoto
forse anche
questa poesia avrebbe un senso.
I bambini non
sanno, non dicono, non vogliono
alcuni poi non
imparano mai.
La vita mi ha
scaraventato sull’asfalto
come un secchio
di acqua sporca,
e non è stata
solo colpa della legge di gravità.
Mi hai trovato
fronte al muro,
mentre un plotone
di esecuzione prendeva la mira:
non muoverti,
grande grosso sonnambulo
che segue il
vento e non conosce rimpianto
senza sapere di
essere libero
(ma in fondo è
questa la condanna di essere uomo).
Quanti stracci
abbiamo appeso perdendo i capelli
mentre la cinigia
continua a spargersi nel tempo
e ciò che è stato
visto fino a oggi è in fine morto,
ma che puoi farci
con la conoscenza?
Essere insieme in
una conchiglia,
tutti stretti
dormire abbracciati,
e mangiare senza
aspettarsi di essere d’accordo,
mettere in
ordine, sistemare, rassettare,
possedere lo
stesso tranquillo odore
sotto il
lenzuolo,
la tua stessa
esistenza alla fin fine assale sempre il mio tempo
con un senso gravoso
di nostalgia e legna secca,
ma è che l’amore
e la morte sono un’arborea bellezza
in putrida
giacenza.
Ho visto una
spiaggia
non collocata
senza nome,
ho sognato una
spiaggia
tutta bianca
senza corpo
e senza sabbia,
l’ho vista realmente
ma solo dopo che
ho imparato a non scivolare
nel buco di un
tombino.
Intanto il tempo
passa al ritmo dello sbattere delle ciglia
e l’ansia vorace
divora le mie notti
nella bocca
cadono i denti,
tutto questo peso
immondo che arranca è insopportabile,
insopportabile,
e i sogni
dimagriti nella notte
hanno il volto di
un treno perso,
così, preso dal
rimpianto,
mi bagno nell’incessante
diluvio di sangue rattratto
che m’intrappola
nella invisibile rete del mondo.
Aprite le tende,
datemi la rabbia da
sfogare nelle strade,
datemi l’amore
che possa confondersi con l’aria del mare,
datemi l’odio
delle pagine lette,
datemi i suoni
dei polpi,
e poi datemi una
barca con cui remare:
ho una collana di
baci dimenticati a riva.
Donna madre di
tutti,
mostrami la tua
fiamma,
fa che mi nascano
fiori tra le mani,
ti ho vista
tirare su un bambino abbandonato,
come corda hai
usato i tuoi capelli,
i bambini non
chiedono di nascere:
si limitano a
nuotare e a trattenere il fiato
per il tempo
necessario.
Che sia benedetto
quel giorno
in cui nella
pioggia ci amammo
al di là di
quella stretta di mano
e oltre l’orizzonte
che urla e freme e frana:
in braccio a te
mi sono spuntate le ali
e posso ora
uscire dalla stanza.
IL FUTURO.
Gabbiani meduse
gigli e poi tu,
e poi quella
volta al mare,
la storia etrusca
e l’archeologia,
polvere di allume
linda.
Stammi a sentire,
bambola,
mastica Urano e
viceversa,
trova la tana del
topo,
annusa con
freddezza le scorie del patibolo
ornate da un
substrato mistico
di predatorietà
assoluta,
tocca i crismi,
parla col rospo e
balla coi lupi,
esprimi tutta la
tua ignoranza.
Rintocca la
campana anzi rintocchi tu,
stringi i bottoni
al fodero del divano,
non vorrei che
invecchiassi come vino
sporcandoti di
pagliuzze effimere
dal significato
irrilevante eppure invadente
come un tappo di
sughero smozzicato.
Mi raccomando:
non fidarti della carta,
magari gioca a
fare la puttana
ma solo per un po’,
potendo saluta i
tuoi amici scomparsi nel corpo,
nelle proprie
case vicino ai capanni di campagna
e ai campanili
che rintoccano
facendo vibrare i
pesi e i paesi
in atmosfere
pasquali con tanto di sorpresa
e battiti di
cuore e di cazzo per i vestiti corti
che tanto ti
attizzano.
Saluta anche i
cavalli correnti
che adorano
andare incontro
agli arcobaleni,
vicino alle
autostrade di campagna
al ritmo della
musica negli stereo
e dove finiscono
i campi e iniziano i tir,
laddove
incomincia a vedersi il mare
come un pettine
emostatico di petrolio.
Saluta poi anche
le stazioni di servizio,
gli svincoli e le
casse dei pedaggi,
così bianche
eppure così volgari.
Ecco le antenne
(di che cosa non
sappiamo)
che svettano
ferrose e maligne
tra le balle
tondeggianti di fieno ondeggiante
imballate nel
filo spinato,
e la terra
ribattuta e rigirata e rovistata e disossata e rizollata
e così marrone e
ondulata
intensa come
caffè dall’aroma sporco e senza zucchero,
sospesa tra la
merda delle bestie che ci passano.
Viaggi sugli
aquiloni divertenti
mantenendo la
resilienza di un porto della Sardegna,
scovato per caso
in una gita scolastica ai fini di conoscimento,
compiuta nel
candore dell’adolescenza
quando non avevi
ancora manco la barba
e la peluria ti
stuzzicava le labbra
facendoti intuire
quello che presto sarebbe stato:
il futuro.
UNA CALMA
APPARENTE.
Una calma
apparente inchioda la luce:
solo il cielo si
muove,
che brilla
lontano e resta in ascolto.
Sussurro.
Ridondante il
colore
che si concede
all’oscurità.
Rumori vicini e
lontani,
rumori lontani e
vicini,
ogni cosa cavalca
i confini
e il niente
disegna miraboli di luce
e arcobaleni di
tristezza:
rosso verde
giallo blu.
Il giorno è sui
tetti e la notte non dorme,
il mondo è lei, e
lei è tutto il mondo.
LA CITTÀ.
A un primo
sguardo è vuota
ma nella notte
brumosa non dorme.
È tutto così
innaturale che anche l’anima muore murata
e dietro
improbabili sogni d’amore guarda sgomenta
oltre il mare
come se fosse il fine.
C’è un vuoto
sospeso sopra la città,
solo squarci di
sirene per le strade,
poi la sera ci
cerchiamo spauriti
dentro un giro di
finestre chiuse.
E la notte mai
sentita così silenziosa: non dorme.
Qualcuno agita le
mani alla finestra come un naufrago.
È tutto nero e il
cielo senza stelle:
qualcuno ha
lasciato dei fuori sul ciglio della strada.
Dov’è l’ingresso?
Non so in che
punto toccarmi l’anima
ma imploro che un
segno giunga,
una parola
indulgente a trafiggermi
il cuore.
FINO ALL’OSSO.
La polvere nera
che si leva non basta:
i giorni hanno
assunto il silenzio greve dei sudari,
il colore malsano
delle albe senza redenzione.
Fino all’osso
riscopro la fragilità della mia carne,
il tempo che precario
mi aspetta,
le mie inutili
idiozie.
Fino all’osso
sarò messo alla
prova
dall’incertezza
che stagna,
dalla paura che
scava la fossa
alla mia umanità.
Proteggerò meglio
che posso il mio “io”
su questa terra.
Con i sogni
ancora stretti in mano
finchè la polvere
nera
sarà sparita all’orizzonte.
FUGGENDO.
Fuggendo dall’inverno
infinito
e dai suoi ossuti
colpi sotto la cintola,
con un desiderio
abulico da tossico vago
barcollando in
astinenza,
passeggiando a
occhi chiusi col maestrale sotto braccio,
amico fedele per
danzare
accarezzando il
mare nel suo suonare,
il pianoforte
astrale
sulla battigia
terracea di sabbia tipica delle isole,
febbrile arenile
e favorito davanzale.
Come donna in
amore
raccogliere
conchiglie e foglie di sole,
farne ghirlande d’arcobaleni
a venire
per le mie palme
di silicio e sale,
sparse piccole
perle perse dalla mie tasche riarse,
per le dita terse
oltre le deserte
distese
del mare.
Ogni Venere in
volo un pensiero a nolo
in meno contro
cui remare.
Ospite in un
angolo vertice
vertigine
luminoso e silenzio come armonioso brusio,
nota muta
serenata lieta
alla luna piena
piegata a metà
come un uomo
alleggerito
che col suo
dono-sorriso
nelle corrose orme
cancellate
dall’assolo d’archi
delle onde
dorme.
Lezioni di danza
per innamorati selvatici
e zanzare
leziose,
lasciare la luna
al balcone delle sue memorie,
innaffiare i
gerani con le lacrime delle mie sirene,
scrivere lettere
al mare
e fuggire.
DENTRO E FUORI.
In tutte le cose
c’è un dentro e un fuori:
guarda come le
finestre tengono chiusa la porta di casa,
nere ombre in
pigiama escono ai varchi aperti dal sole,
gli occhi cercano
il viaggio.
In strada i passi
degli uomini e dei cani,
bagliori di
fanali penetrano nella mia camera
per gentile
concessione delle macchine
che si sposano
per consegne a domicilio.
Ripetiamo insieme
in grandi di rosario,
la vita pende
come una torre in procinto di crollare,
la natura alza
una duplice mano di foglie nel giudizio,
da una parte la condanna
e dall’altra il perdono
di una madre che
aspetta lacrime di scuse.
Fuori non più monti,
solo una pianura che livella,
vagano accattoni,
truppe d’assalto in agguato.
Dentro, non più
voci, forse solo una fa compagnia,
da sola a
implorare per conforto nel dire,
nel fare il
necessario, nel fare quello che si deve fare.
PASSANO I GIORNI.
Passano i giorni
e come tronchi
marci cedono
i concetti,
la carne e la
mente si disfano come aringhe avariate,
la gioia vola
dritto verso il sole su ali di cera
e l’angoscia
danza su ali di seta
librando il suo
canto di disperazione finale,
le parole volano
come foglie impazzite nella tempesta
e si perdono
nella notte scura come il vino
densa di fumo di
sigaretta,
ma la meta finale
a malapena si distingue tra la nebbia
e il corso delle
cose si spezza
frangendosi ai
ricorsi della istoria,
ogni schematismo
e ogni ideologia vanno a farsi fottere
fottuti dalla
prova della realtà,
il destino
inesorabile viene verso di noi esiziale
con alito fetido
di uova marce e orrendi peli ispidi,
la vita è solo la
radice quadrata di uno zero
al quoto di un
bel niente,
i ricordi come
pugnali volanti affondano nel cuore
e come denti
affilati lacerano le viscere con mille sottili lame,
come il vento che
con vane sequele strappa le vele, le vele,
i rimpianti
bruciano come sale sulle ferite
e il coltello
gira e rigira nella piaga come un frullo impazzito,
occhi di catrame
rosi dall’interno
da un qualche
putrido topo,
scarpe che più
non ragionano e sbandano
nel fiammeggiante
meriggio luttuoso,
mani ruvide,
ustionate dai morsi del freddo-gelo,
cuore all’addiaccio
in queste notti senza luna
e ossa
arrugginite dal vento di brina.
Per noi va male,
siamo in una
condizione difficile,
la situazione è
critica,
e, si sa, se
anche morire ha i suoi lati positivi
ne ha pure di
molto negativi,
il buio e la
disperazione crescono e le forze scemano,
solo il virus tiene duro,
e come un
invisibile nemico dotato di mille gambe
corre tra la
gente sulla terra alla velocità della luce
e si spande rosso
di furia e furioso di sangue
calando con
sdegnosissima indifferenza su tutti, su tutti,
e guadagna
terreno sul fato
e inesorabile
arraffa vite inconsapevoli
strappandole alla
terra come fiori di campo
e incombe sulle
nostre teste
incalzando più
potente che mai,
sembra un mostro
proteiforme e canceroso
che
instancabilmente cambia forma e direzione
e neoplasico si
rigenera continuamente, impetuosamente,
e prolifera
tumultuoso e tumultuante
fino ad assumere
un’apparenza invincibile.
RAGAZZINA.
Tempo fa
conoscevo una ragazzina di 13 anni
che viveva nel
mio stesso condominio.
Era l’Estate del
2017
e io mi ero
appena trasferito in Torino.
A quel tempo non
me la passavo bene
ma la città era
nuova ed era tutta una scoperta
e tutta un’avventura.
Poi ci furono
molte donne, diversi amori, alcuni traslochi
e della ragazzina
non seppi più niente.
Ma, proprio l’altro
giorno, la rividi,
la bellissima
ragazzina di 13 anni che giocava nel cortile
e sorrideva a
tutti,
bellissima e
pura, candida,
luminosa e
meravigliosa come una luna di giorno,
ma subito non la
riconobbi.
Fu lei, invece, a
riconoscermi e salutarmi,
e io, non so
spiegarmelo, ma davanti a me
era come se
avessi e non avessi più
quella bambina di
13 anni che giocava a palla nel cortile:
adesso avevo
davanti una donna,
seno nuovo, culo
nuovo, gambe nuove, capelli nuovi,
e ricordo che i
miei occhi corsero su quel corpo nuovo
e su tutte quelle
curve nuove
veloce come la
lingua di un lebbroso sulla tetta di una vergine,
e mi ricordo
anche che pensai:
<<Ma che
cazzo le è successo?>>,
e mi accorsi che
ora gli uomini la guardavano
con occhi diversi,
e che anche io la
guardavo con occhi diversi,
e che pure lei
guardava adesso
con occhi
diversi...
E mi ricordo che
pensai pure
<<Adesso la
violento,
qua, davanti a
tutti,
in strada, sul
marciapiede,
dietro quel
bidone dell’immondizia.>>.
È nei momenti più
duri
che andiamo in
cerca di guai
peggiori.
E li troviamo.
CASSE (DA MORTO).
Affanculo un sistema di
caste ficcato in un sistema di classe:
nato nell’angustia sto cercando di lasciarmi
tutto dietro,
di recuperare
qualche pezzo di anima.
Ma vivere con il
nemico è un casino
del tutto diverso
che si riproduce.
La politica dietro a questi lacci irrazionali
è fatta da menti
limitate:
questi non sanno
cosa c’è tra le righe
e le bugie che
raccontano ai loro cocchi.
Contando le stelle.
Sto cercando di ricostruire ciò che avete distrutto,
sto cercando di
dimenticare ciò che avete detto,
modellando i miei
pensieri agli antipodi
di ciò che mi
avete insegnato.
Nessun ammissione di negligenza è un’azione
sconsiderata.
Anche una pezzetto di appagamento dell’amore,
colto in
frammentari momenti di distrazione,
avrebbe dovuto
essere una legge d’attrazione
invece che una
fossa piena di azioni a voi non
riconducibili.
Sai.
Non sto facendo
alcun nome in modo anonimo,
forse puoi
attribuirli al mio dolore;
se non lo fai ti
ringrazio comunque
perchè stai
leggendo questi versi,
perché ho provato
a confidare
in chi credevo
fosse dalla mia,
ma, te lo dico,
loro ti distruggono,
ti buttano
addosso il Potere e l’Orgoglio contro l’Amore.
È tutto un
narcisistico gesticolare.
È tutto nella mia
testa!
QUELLO.
Falso amore e spalle fredde si vergognano
anche solo di
stringerci, lo ha detto lei!
Un ragazzo è una necessità.
Ma certi aspetti
della mia cultura
sono basati sulle
consuetudini di un’etnia pigra.
Che cazzo di
criteri,
non c’è rispetto
nelle menti di questi insetti idioti.
Non capite che io
sono mentalmente e fisicamente
più forte di
quanto lo siate voi!
La mia follia
SIETE VOI!
Non mi sono mai adattato.
Non l’ho mai fatto e non lo farò mai!
è una maledizione
e una benedizione
insieme.
È sconcertante combattere costantemente la
norma!
Combattuta tra psicopatia ed empatia.
Mancare del palpito dei sentimenti
fin dalla gioventù dei miei giorni
non significa che io non senta tutto
questo nel profondo!
Per favore, tutto quel che so è che devo
lavorarci,
non c’è modo di soffocarlo o ignorarlo!
I meccanismi di difesa sulla recinzione:
cominciamo con questi,
animulare sotto le mie cosiddette ali;
ehi, prima che cominci, siete pronti
al fatto che questo inchiostro inizi a
fuoriuscire
dai vostri peccati?
La mia lingua ha tutte le papille che
servono
per gustare l’origine delle vostre
luci passive[1],
perciò per favore non portate a questo
tavolo
la vostra ignoranza costante!
Assopiti che siete!
Ciò che davvero volete è una diligente
paura di voi stessi.
La mia risposta a questo è resilienza!
Stare da solo è tutto quello che hai,
la tua forza e la tua ricchezza,
tutto quello che puoi conquistare
(ed eventualmente perdere).
Metti fine ai desideri profondi,
agli avidi imperi fondati sulla cupidigia,
alla necessità del bisogno,
alle motivazioni di facciata,
al condizionamento
collettivo,
agli ego aberranti,
al vergognoso inganno dell’abitudine
che attaglia e attanaglia il calore della
vita
e ne fa una fredda e sterile equazione.
Tutto ciò frustrante, credimi!
Che cazzo, è proprio qui il paradiso,
lascia che te lo dica di nuovo: proprio
qui!
Pregare per che cosa?
Un’anima
che schernisce,
un sistema di credenze che affonda
le sue radici in un luogo di lotta.
Ti ha fatto rinviare (l’incontro)
con i tuoi segreti più profondi.
Pregare che? Che cosa o chi non conosci?
Non è roba per me.
Non è un esame esterno,
apprezzare l’auto-assolvimento interiore è
la chiave
per i vostri miserabili modi.
Siate d’accordo o no?
È un’opinione chiara!
Non sapete niente di me!
È amore totale che ha origine
in un posto che si chiama follia,
credetemi!
DETRITI.
Sei diventato
vecchio,
e il trippone che
ti pende dalla cintura,
e come sono
cascanti le guance,
e che rughe che
hai,
ansimi quando ti
allacci le scarpe
e dormi sempre di
più,
i muscoli non
sono più sodi
e la pelle meno
lustra come un tempo
(questo non lo si
può negare),
e gli amici ti
hanno abbandonato,
le giovani e
belle ragazze ti hanno abbandonato,
solo le vecchie
ragazze sono rimaste,
quelle un po’
attempate e avvizzite,
la forza e la
bellezza ti hanno abbandonato,
ma, credimi, se
ne sarebbero andati comunque:
prima o poi tutto
se ne va,
prima o poi tutto
finisce,
arriva sempre il
momento
in cui tutti se
ne vanno
e adesso non ci
sei che tu a combattere
da solo
con la bastarda
vita,
e in più la
maledetta faccenda della morte da sbrigare,
e bevi liquori
scadenti da discount
e conti i tuoi
errori ogni notte
ogni notte, ogni
notte,
e i vecchi demoni
quelli no, non ti abbandonano mai,
cadere e
rialzarsi,
tentare e fallire,
innamorarsi ed
essere traditi,
mentre il sole
scivola nell’imbuto della notte
inghiottito da un
tramonto viola-sangue,
solo chi ci prova
ci riesce,
solo chi fa ben
fa,
nulla ha senso e
tutto ha senso,
il senso
scaturisce dalla mancanza di senso:
quando capisci
che nulla ha un senso
allora la
mancanza di senso si erge essa stessa a senso,
è strano è difficile
è rischioso,
è tutto ridicolo
al mondo,
tutto
tranne quello che
sta nel mezzo
come l’attesa, il
tempo tra il sesso e l’amore,
affrontando gli
avanzi con compassione senza diventare amari
senza diventare
disumani,
solo chi tenta
ottiene la vittoria,
solo chi fa ben
fa, lo capisci?
Nella vita solo
due sopravvivono:
i campioni e i
vigliacchi.
AUTORITRATTO.
Cattivo poeta
innamorato della luna,
scriveva talmente
male
che i suoi
traduttori non sapevano che pesci pigliare.
Non ottenne più
fortuna dello spavento
e questo fu
sufficiente perché,
dato che non era
un santo,
sapeva che la
vita è rischio oppure astinenza
e che tutte le
grandi ambizioni sono solo delle grandi scemenze
e che anche il
più sordido orrore, come il più sordo dolore,
possiede il
proprio incanto.
Visse per vivere,
che vuol dire vedere la morte
come qualcosa di
quotidiano su cui scommettere
un corpo
splendido o tutta la propria sorte;
seppe che le cose
migliori sono quelle che lasciamo
(precisamente
perché ce ne andiamo),
e che tutto il
quotidiano risulta deprecabile,
poiché c’è un
solo luogo per vivere: l’impossibile;
conobbe l’odio e
la rabbia, la ferocia e la vendetta,
le molteplici
offese tipiche della viltà umana,
però sempre lo
scortò un certo stoicismo
che lo aiutò a
camminare su corde tese
o a sfruttare lo
splendore del mattino.
E quando si
stancò
disegnò una
finestra nel cielo
e si gettò
nell’infinito.
RITRATTO DI ME
STESSO IN SECONDA PERSONA.
Tu che fai di una
persona un “tu”
ti sei ritrovato
di nuovo solo un “io”,
tu che hai già
pagato il tuo anticipo alla morte
ti ammaestri al
lavoro e la solitudine ti culla,
tu che ti sei già
iscritto al forum
ti sei già fatto
amico il team
e rivoluzioni il
bagno con la cromoterapia:
tu dei sistema
sei la rubinetteria.
Tu che
sponsorizzi aperture laterali in omaggio
ebbene, dimmi:
chi ha vinto?
Tu non leggi i
giornali eppure diventi rosso di rabbia,
tu bruci lo
stomaco e infiammi i cuori,
bevi acqua e così
pensi che riduci il grasso.
Tu pubblicizzi
chiusure frontali gratuite
e il cinema ti
assedia,
un odore legnoso
di fiori e minerali,
tu ricordi solo
le posture dei pianeti
e un odore
dolciastro di tiglio ti trasforma,
il ricordo ti
deforma e la nostalgia ti frantuma
mentre scopi, tu
che aspetti l’Estate
come un funerale
in una sala da ballo.
Tu sì che sei in
grado di gestire il mondo
e non ti piace la
trap
perché sei un
numismatico
e i tuoi suoni
preferiti sono:
la pioggia che
batte sulle foglie dei tetti,
o i tacchi di una
puttana che batte il piede sui parapetti.
Tu sì che del
collagene disperi
e non hai voglia
di vederti stanco,
tu sì che sei
parametrico
e i tuoi seni
nasali vibrano
per l’allergia
alla politica attuale:
tu sì che
rinascerai
corvo ad Agosto.
E ti perdi nel
frastuono della città
e pensi che sia
la cosa migliore,
il tempo è solo
un aggettivo,
il corpo una
fortuita congiunzione casuale,
e tu sei un
coglione
perché ti ostini
a voler curare le cicatrici dell’alba,
e hai fatto un
giro di chiamate,
dici sempre che
hai ragione
e ti appiccichi
addosso volantini grigi sulle spalle,
mentre la città
si perde nell’urlo dei tuoi poemi
scritti per
combattere la morte sempre in agguato
e nell’urlo di
quegli altri poemi
per combattere la
calvizia.
Tu non sei in
realtà mai esistito
e questo comporta
un problema,
un grosso
problema,
mentre tu insisti
nel non-esistere,
la porta aperta
tranne una cosa,
tu sei l’assassino
ma almeno sei
qualcosa:
l’assessore
regionale
semplicemente non
è
più interessato a
eventuali chiarimenti,
e tu continui a
regalare orecchini con la clip
a sgridi tutti a
tavola e gridi e poi li divori,
hai creato la
realtà virtuale del tuo nulla
perché non sei
mai esistito come entità reale.
Tu aspetti il
perdono del wi-fi
e intanto generi
codici alimentari,
tu guardi altrove
e non ottieni la fiducia che dei morti,
tu nitrisci come
un fringuello che sperimenta mondi alieni
mentre disveli la
password che altri eldoradi rivela,
tu attivi il
tergi-cristallo dei nostri tele-schermi esistenziali,
tu scordi solo le
cose importanti
e sei
perennemente in vendita
ma nessuno ti
compra
mai.
Tu che fai di una
persona un amore in un paio di ore,
tu sei il portale
degli annunci gratuiti,
il porn hub degli annunci mortuari,
tu sei un immenso
piacere di conoscerti
in sconfinati
pomeriggi d’Inverno,
la vita è un
casino totale di e-mail spam
connessi al fishing dei nostri smisurati destini.
Loro non si amano
moltissimo,
tu te ne accorgi
dalle finestre sporche
e dal suono
lapidario delle gocce che si scavano,
i soldi del disco
volante li prendi in prestito
per prendere tempo
e poterti dedicare al manoscritto nel cassetto,
nell’armadio
nascondi l’urlo di Van Gogh,
loro nel fuoco e
noi siamo solo il test psicologico
dei nani che si
sono rifatti l’altezza,
tu ritocchi la
scrittura e pubblichi solo l’effetto
ma il desiderio
lo pensi e basta.
Tu che non ci sei
mai,
tu che sei sempre
il migliore
(o così ti
credi),
tu che invece
proprio non mi pare,
tu che sei in
continuo aggiornamento,
tu che sei un
esperto degli amori perduti
e un ladro di
oggetti smarriti,
spinto dagli
istinti ad amare gl’istanti,
tu sei il tuo stesso
sogno.
Tu confondi il
mondo con il lavoro,
la vita con la
scrittura,
la scrittura con
il lavoro,
il lavoro con la
macchina,
la macchina con
le persone,
le persone con il
giudicie,
il giudice con il
gusto,
il gusto con il
vero,
il vero con il bello,
il bello con la
bestia,
la bestia con il
libro,
il libro con le
pagine,
le pagine con la
qualità,
la qualità con la
poesia,
e la poesia con
il romanzo,
dunque tu
confondi il romanzo con il mondo,
proprio tu che non
ti perdoni mai gli errori
e vivi di sensi
di colpa,
proprio tu che
sei residente del mondo,
e sei la campana
delle 18,30
e sei la persona
meno morta al mondo,
e continui la tua
ricerca inesausto nel giorno.
Tu che tosti i
chicchi del caffè,
tu che navighi
superveloce,
tu che balli a colazione,
tu che mangi
caramelle,
tu che compri
sempre lo stesso detersivo,
tu che sei
vegetariano perché odi il dolore gratuito,
tu che non
strappi i fiori perché sono più belli vivi,
ti vedo domani
alle prime luci del sogno,
la diffusione del
mondo è solo un modo per farti capire,
ma poi ti perdi e
diventi un pasticciere,
la prossima
stagione sarà per sentire,
ti mostriamo una
lista di amici,
la batteria
garantisce un’autonomia di una persona e mezza,
t’incolli al
televisore quando c’è un filme che ti
piace,
e cerchi di
rimuovere le storture dell’amore
usando l’acqua
ragia.
E assisti
avvilito alla fine della settimana,
però sei felici
quando dormi perchè non puoi impazzire,
non avevi penna
né carta
ma questo è
quello che succede quando non si tratta
né si negozia e
scende a compromessi,
però in fin de’
conti il fine mente,
e il cuore
obbedisce a mezzi che il dottore non conosce.
Tu che prendi il
numero di telefono e poi non chiami mai,
tu che arredi l’etica
con i valori nutrizionali della tua vita,
tu che porti la
voce a lavare e inviti le persone a bordo piscina,
tu che non hai
ancora capito come funziona,
tu che sei ancora
qui, a ripetere che non sei ancora vivo,
tu che dici
sempre che la vita non beve spremute di arance:
tu non lavarti i
capelli con uno sciampo qualunque
che non sei più
giovane.
Adesso vestiti
che dobbiamo uscire,
le canzoni le hai
già profanate con la tua voce da trombone,
i banchi di
consegna dei bagagli li hai svuotati
con tutto il tuo
rigore settembrino,
anche se è solo
Luglio,
bei tempi quando
ancora non avevi trovato la tua Carla Bruni
e giravi libero e
felici per la piazza del mercato,
bei tempi quando
non esistevano i problemi di connessione
e in giro non si
vedevano post al vetriolo
ma solo juke-box
all’idrogeno,
e noi si moriva
ma non di vita
bensì uccidendo
zanzare.
Il giorno dopo
vedrai salire sul podio un altro,
ti aspetti
ti annunci
ti agghindi
ti approfondisci
ma pur sempre ti
senti
cittadino dell’immondo,
ti consiglio di
fare piano,
ma la prudenza è
sempre troppa e vacilla la gioia
dunque rischia
ché chi non risica non rosica,
tanto comunque il
cielo del giorno architetta pioggia,
non temere il
tempo,
annodati il collo
al cappio,
fatti una bella
cravatta al nodo,
tu che sei onda
su scogliera,
domani vedrai il
riflesso di te ovunque.
Tutto il mondo è
pieno di benzina e rischia l’incendio,
tu esci il cane a
pisciare solo per deterritorializzare le urine
e conquistare
nuove aiuole vergini,
le foto dell’arcobaleno
durano il tempo di un app,
tutto il mondo
per le finalità indicate nel messaggio stesso,
tu entri nella
categoria di appartenenza,
la cliente ti
chiede di essere meno antipatico,
tu ti volti prima
a desta e poi a sinistra,
ti volti da
entrambe le parti simultaneamente
e non finisci di
ridere,
poi a fine
cerimonia difendi il mondo dall’egoismo,
tu non sei poco e
non sei fuoco,
tu difendi un
valore enorme e sei un futuro migliore,
tu sei l’onore
della generazione,
sei un allarme
prematuro
tu che trasformi
l’aria in un problema respiratorio
sei una onda di
colore e una ondata di calore,
sei un milione di
persone in un secondo
e una miriade di
orgasmi in un unico luogo,
tu sei sempre in
agguato
e hai fatto bene
a non esserci riuscito,
ti assomiglia
molto la natura che hai visto,
ti sei aperto
come un cielo e stai per diluviare,
ti piacciono le
moto di grossa cilindrata
e le donne ben
carrozzate,
ti copri di
pioggia e consumi la vita
nell’abitacolo di
plastica del tuo casco.
Tu sei del fiore
la patente secchezza:
la vita è un
problema che ti serve,
ma che non c’entra
nulla
con la tua
presenza nella vita.
EPITAFIO.
megalomane,
egocentrico e scatologico,
scandaloso,
lussurioso e donnaiolo,
poeta
di oggetti smarriti e ladro di sogni perduti,
spinto
dagli istinti ad amare gli istanti,
Manuel
Omar Triscari
amò
più di ogni altra cosa la strada e le donne.
Alle
donne amava dire che
le
sue esperienze erano la sua vita
e
le poesie la sua anima,
che
la vera bellezza è invisibile agli occhi.
Tutto
pur di entrare
nelle
loro mutande.
LETTERA
A ME STESSO PER IL MIO 32° COMPLEANNO.
Ti senti vecchio.
Sei invecchiato. E non hai ancora imparato a vivere. Hai sempre preferito
leggere un libro o vedere un film che vivere. E hai ragione: nella vita non c’è
trama. Nei libri e nei film è diverso: lì puoi manipolare le trame, i
personaggi, e le storie. Lì crei il tuo universo. Ed è bello, è migliore, del
mondo che abbiamo. Non funzioni nel mondo che abbiamo. Tu sei un fallimento in
questa vita. Accidenti, sembra tutto così banale e semplice, ma tu proprio non
riesci a viverlo questo mondo imperfetto. Vuoi solo essere felice, ma non ci
riesci. È una vita che pesi su di te, con tutte le tue storture, le tue
nevrosi, le tue paranoie, e le tue imposture. Ah, a volte ti sembra di esistere
solo in un sogno. A volte, ti pare proprio che la vita vera, la vita autentica,
sia nel sogno. La realtà spesso ti delude. Beh, sappi che la realtà è sempre
deludente. Ma è l’unica opzione che abbiamo. L’altra sono i sogni, che
sfortunatamente non sono reali. O la morte, e io ci sono vicino, dunque fidati
di me: essere vivi è essere felici. Siamo tutti felici se solo lo sapessimo.
<<Avrei
voluto essere diverso nella vita.>> dici. Ah, maledetta fretta! Hai
sempre voluto arrivare oltre, oltre il confine, oltre tutto, essere di più.
Ogni volta hai lanciato il cuore oltre l’ostacolo e poi ho dovuto andare a
recuperarlo. E ora? Ora ti senti vecchio, senti che è troppo tardi, che hai
sprecato la parte migliore dei miei anni. Qualunque risultato tu abbia
raggiunto, non è mai stato abbastanza per me. È sempre una delusione. Ogni
orizzonte al quale arrivi ti mostra sempre un altro orizzonte che desideri. Ah,
se solo sapessi gustarti il percorso. Essere qui e ora, passeggiare nel
sentiero, sentire gli odori e fermarti a prendere una fogliolina viva fra le
dita. Come quando da piccolo coglievi una foglia di alloro e la spezzavi per
annusarla. Compiere passi lenti, ascoltare le cicale, certe volte fermarti,
voltare le spalle al sole e fare qualche passo indietro per annusare un fiore
che ti eri perduto, per abbracciare la corteccia di un albero e sentirla ruvida
sotto le dita, per vedere se riesci ad adocchiare qualche ranocchia prima che
si tuffi nel lago o una lucertola prima che scompaia piena di paura tra l’erba.
La vita che qui dissipiamo, in
tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutte le terre, in tutti i mari noi l’abbiamo
già persa. Forse, la verità è che nella vita non bisogna dare troppo peso a
niente, né al bene né al male che uno riceve. Ricercare una vita a media
andatura: sembra poca cosa, ma pochi ne sono capaci. Non c’è altro per cui
valga la pena impegnarsi. Devi fare pace con i miei demoni, e forse tutto ti
apparirà più bello. La vita è oggi, il domani non esiste.
Aspetta, e fai piano. Deponi gli orpelli e
i giochi insensati del giorno, lascia scolare nelle fogne la miseria, concentra
la tua mente: sii uomo per un attimo. Muovi il tuo piede, qui, su questa terra,
entra, accogli la dimora, fissa la scena: in questo spazio invasato dalla notte
troverai i passaggi, le fughe; esci, esci se puoi dalla maledizione della
colpa. Senti: il rantolo tremendo si snoda dal corpo in prospettiva. L’uomo
scagliato dalla finestra cade precipite su cuspidi di cristallo. Sfiora il tuo
ventre, dallo sterno alle gambe: senti la stimma del tuo cuore. E qui, dove le
fughe? In squilibri e dissonanze e distorsioni negati alla carcassa. Sei la
razza degli angeli. Sospinto dal tuo intendere, va’ fino al limite del tuo
anelare. Dietro alle cose come incendio, fatti grande, sicché le loro ombre,
diffuse, ci coprano completamente. Lascia che tutto ti accada: bellezza e
terrore. Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano, nessuna
meta. Vicina è la terra che Vita è chiamata.
La riconoscerai dalla sua solennità.
E se non puoi la
vita come la vuoi, cerca questo almeno, per quanto sta in te: non sciuparla
sperequandola nel quotidiano commercio con la gente e i suoi umori, non
sprecarla nel flusso schizofrenico di troppe parole e nel flusso insensato e
frenetico degli eventi, non consumarla portandola in giro in balìa del
quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti, fino a farne una
stucchevole estranea.
[1] Le animulare
sono creature della superstizione siciliana che indicano entità soprannaturali,
intermedie fra il mondo angelico e l’umanità, aventi per lo più carattere
maligno, anche se in certi casi possono mostrarsi in maniera del tutto benevola
e protettiva. Le animulare, diedero
la loro anima al diavolo e divennero streghe cattive. Escono di notte,
radunandosi per progettare il male che faranno alle persone. Una loro
caratteristica era quella di girare nell’oscurità con un arcolaio (in siciliano
anìmulu, d’onde loro nome). L’arcolaio
era uno strumento in legno che veniva anticamente usato per dipanare le
matasse, avvolgendo il filo in gomitolo.
Anno 2021
© “Corpo 11” Edizioni
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Don’t try.

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