"IL VUOTO NELL’ANIMA"


“IL VUOTO NELL’ANIMA.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 





 


 

 

 

 

1.

 

Doveva andare alla posta centrale per spedire una raccomandata. Lo sconfinato salone rettangolare, che non aveva per nulla l’aspetto di un ufficio postale, tutto marmi ed eleganti leggii per consentire agli utenti di scrivere, riceveva la luce da un altissimo soffitto di vetro colorato, con figure e disegni in stile liberty. Quando entrò, con un’occhiata si rese subito conto che avrebbe dovuto aspettare parecchio. Davanti alle serie di sportelli, che si fronteggiavano sui lati del salone, si allungavano due file di sedili in legno chiaro, destinati ai clienti in attesa ed erano quasi tutti occupati. Contrariato, estrasse dal ‘totem’, installato subito dopo la vetrata dell’ingresso, il biglietto recante il suo numero progressivo. Guardò i tabelloni luminosi che indicavano quali numeri venivano serviti in quel momento: prima del suo ce n’era almeno una ventina. Riuscì fortunosamente a trovare l’unico posto libero a sedere, all’estremità di una fila. Accanto a lui un signore molto anziano con barba e radi capelli bianchi se ne stava quasi rannicchiato, con la testa china, stringendo in mano una busta arancione. Dopo qualche minuto, gli si rivolse con un filo di voce, come se fosse stanchissimo. <<Ci sarà molto da aspettare?>> gli chiese, come se parlasse a sé stesso. <<Eh, un bel po’, mi pare. Lei che numero ha?>>. Il vecchio guardò il biglietto che teneva sopra la busta e disse <<Io ho il 51 e lei?>>, <<Io ho il 70>>, <<Qui si rischia di fare notte.>> sospirò infine il vecchio, che aggiunse <<Io ho lasciato a casa mia moglie, che è malata, sulla sedia a rotelle, in compagnia di mia nipote, che mi fa il piacere di badarla, mentre sto fuori. Ma ora sono già le 10 e io vorrei essere a casa prima delle 11, perché mia nipote non può trattenersi molto.>>.

Quel vecchio gli fece pena e si chiese come potesse aiutarlo. Gli venne un’idea.

<<Abita molto lontano da qui?>>

<<No, sono due passi da qui a casa. Sto in via Moretta, proprio qui dietro. La conosce?>>

<<Sì, certo, è qui vicina.>>

<<Senta, se lei è d’accordo, si potrebbe fare così: lei mi lascia la sua raccomandata e ci penso io a portarla allo sportello. Poi passo da casa sua e le consegno la ricevuta.>>

<<Veramente lei farebbe questo per me?>>

<<Ma certo. Non è nulla.>>

<<Io non so come ringraziarla, lei è davvero troppo gentile. Ma come si fa per il pagamento? Le lascio i soldi?>>

<<No, assolutamente, non è necessario. Me li darà quando le porterò a casa la ricevuta.>>.

Lo aveva sfiorato l’idea che il vecchio potesse pensare che lui si prendeva i soldi e non si faceva più vivo. <<Mah, io non so come ringraziarla. Ecco, guardi: Mi chiamo Mario Benedetti e abito al numero 25 di via Moretta.>> disse il vecchio, e gli porse la busta e il biglietto del suo numero. Lì per lì a Marco non venne in mente che anche lui ci guadagnava, giacché poteva presentarsi allo sportello ben prima del suo turno, usando il biglietto del vecchio signore, e fare tutte e due le raccomandate.

Il vecchio si alzò a fatica.

<<Allora grazie ancora e arrivederci a tra poco. Si ricordi: Benedetti, via Moretta, numero 25.>> disse.

<<Spero di fare presto. Arrivederci.>> rispose Marco.

Lo vide avviarsi, curvo e strascicando i piedi, verso l’uscita. Dopo una mezz’ora venne il suo turno e, spedite le raccomandate, uscì e si diresse verso via Moretta.

La facciata della casa, in stile anni ’20, mostrava un’intonacatura giallognolo-paglierina-grigiastra, modesta ma non indecorosa. Marco cercò sulla campanelliera il cognome del vecchio e suonò. Al <<Chi è?>> del citofono si presentò e una voce esile gli rispose <<Secondo piano. Mi dispiace, non abbiamo l’ascensore.>>.

Gli venne ad aprire il vecchio signore e lo invitò a entrare in un salottino, a sinistra dell’ingresso, arredato con mobili convenzionali, vagamente ottocenteschi. <<Ecco>> gli disse, porgendogli la ricevuta della sua raccomandata. <<Per favore, aspetti un attimo. Intanto si accomodi, che io vado di là a prendere i soldi.>> e gli indicò una poltrona marrone. Ritornò dopo qualche minuto col danaro, ma non aveva tutti gli spiccioli corrispondenti al costo della raccomandata, sicché dovettero trafficare un po’ e scambiarsi qualche moneta per pareggiare il conto. <<Posso offrirle un caffè?>> chiese il vecchio, con un tono di scusa. Marco lo ringraziò ma gli disse che prendeva un solo caffè, la mattina. <<Allora un vermuttino? Oppure un succo di frutta?>>. <<Grazie, ma va bene così, non si disturbi.>>. Con un’aria quasi sconsolata per non avergli potuto offrire nulla il vecchio Benedetti disse sospiroso <<Aspetti che le faccio conoscere mia moglie. Venga.>>. E lo guidò verso la cucina, sul lato opposto dell’ingresso, dove una signora attempata e piuttosto obesa stava incastrata in una sedia a rotelle accanto a una giovane donna alla quale Marco avrebbe dato intorno ai trentacinque anni. La moglie del vecchio gli tese la mano e lo ringraziò della gentilezza fatta a suo marito. La giovane donna gli sorrise. <<È mia nipote.>> disse il vecchio. Marco notò che portava la fede all’anulare, ma anche che era di aspetto assai gradevole: capelli corvini leggermente ondulati tagliati corti, pelle chiara, grandi occhi azzurri in un viso magro con il naso appena un po’ aquilino e zigomi alti. Un volto che gli ricordò quello di certe ragazze che aveva conosciuto in Inghilterra. Pensò che, nonostante la sua spiccata inclinazione per le donne bionde, avrebbe fatto volentieri un’eccezione nel suo caso. Ma mi sentì subito in colpa per questo pensiero: aveva quarantadue anni e una moglie alla quale voleva bene al punto di poter dire di esserne ancora innamorato dopo una dozzina d’anni di matrimonio.

S’era fatto un po’ tardi. Marco si accomiatò dal vecchio signore e da sua moglie, che si profusero di nuovo in mille ringraziamenti. <<Devo andare anch’io.>> disse la nipote. Così, uscirono insieme. Scesi in strada, Marco si diresse verso il suo studio, non molto lontano. Anche la giovane signora prese la sua stessa direzione, sicché camminarono affiancati per un centinaio di metri. <<Lei è stato davvero gentile coi miei zii.>> disse la nipote, e presero a parlare.

<<Ma le pare! Io ho fatto appena una piccola deviazione. Ho lo studio a due passi da qui.>>

<<È avvocato?>> chiese lei.

<<No, sono uno psicoterapeuta, uno strizzacervelli, come si usa dire>>

<<Chissà che lavoro interessante il suo>>

<<Più o meno come un altro>>

<<Io credo che avrei bisogno di farmi vedere da uno psicologo, come lei>>

<<E che cosa glielo fa pensare?>>

<<Ci sono tante cose che non vanno nella mia vita e io non riesco a trovare il bandolo della matassa>>

<<Mah, sa, noi non facciamo miracoli. Qualche volta, se tutto va bene, riusciamo ad aiutare una persona a uscire dal pantano>>

<<Ecco, appunto. Io avrei bisogno di questo genere di aiuto>>. Marco non seppe come rispondere a quella che poteva essere interpretata come una velata richiesta. Ma una richiesta di che? Di informazioni, di chiarimenti, di aiuto? Così, si limitò a dire: <<Io sarei arrivato. Il mio studio è qui.>>. Si fermarono davanti al portoncino.

<<Ah, senta, ma lei sarebbe disponibile a ricevermi una volta per darmi qualche consiglio?>>

<<Ma come fa a fidarsi del primo venuto? Lei non sa niente di me. In questo campo bisogna essere molto attenti nel fare una scelta. Deve trovare un professionista onesto e competente, che le dia delle garanzie.>>

<<Ma lei mi ha fatto una buona impressione. Si è comportato con tanta gentilezza e umanità con i miei zii. Io ho deciso di fidarmi di uno come lei.>>

<<Ma potrei anche essere un somaro, onesto e buono magari, ma sempre un somaro.>>

<<Correrò il rischio. Non vuole proprio fissarmi un appuntamento?>>

<<Certo, se lo desidera veramente.>>

<<Sì, lo desidero veramente.>>

Si scambiarono nomi e numeri telefonici. Marco apprese, così, che questa sua possibile futura paziente si chiamava Anna. <<Mi telefoni da domani in poi allo studio, tra mezzogiorno e l’una, così fissiamo un appuntamento.>>. Gli porse la mano e strinse la sua con calore ed energia. Marco aspettò un attimo prima di entrare, per guardarla mentre si allontanava dandogli le spalle. Un bel figurino, proprio niente male, niente fuori posto. E subito si pentì e si rimproverò questa sua attenzione così poco professionale. Il fatto è che Anna lo aveva incuriosito. Forse per il suo sguardo inquieto, forse per la sua voce bassa, dal tono grave e intenso, forse per le sue belle mani, magre e nervose, forse per la sua bocca, ben disegnata, ma che aveva una piega quasi amara. O forse perché gli era parso di aver intuito qualcosa della sua anima.

Salì al terzo piano, al suo studio e, non avendo appuntamenti per il resto della mattinata, si mise a sfogliare un paio di riviste specializzate. Ma non riusciva a concentrarsi. La sua mente era occupata dall’immagine di Anna. Lo aveva colpito, inutile negarlo, ma non capiva perché. Sì, certo, era graziosa, ma come migliaia di altre donne della sua età. Si impose di non pensare a lei e, per distrarsi, telefonò a casa. Non rispondeva nessuno. Aveva sperato di parlare con Lisa, sua moglie, perché era certo che il solo sentire la sua voce avrebbe dissipato quel suo gironzolare mentalmente intorno alla figura di Anna. Di sicuro Lisa non era ancora rientrata dall’università, dove insegnava storia dell’arte moderna. E il loro figlioletto, Duccio, era a scuola: faceva il tempo pieno e sua madre andava a prenderlo alle quattro e mezzo del pomeriggio.

Marco si sentiva inquieto. Per rilassarsi accese la radio, sintonizzata su di una stazione che trasmetteva solo musica classica, e si sdraiò sul sofà destinato ai suoi pazienti in analisi. Gli faceva uno strano effetto essere dalla loro parte e immaginare di avere alle spalle, invisibile e sprofondato nella sua poltrona, un analista silenzioso come una statua. Si ricordava della sua analisi didattica, durata otto anni a quattro sedute settimanali, con un’analista che spesso non diceva una sola parola per tutti i cinquanta minuti della seduta.

Alla radio trasmettevano la prima sinfonia di Ciajkovskij. Lui non era tra i suoi autori preferiti, e quest’opera non lo aveva mai entusiasmato. Ma la musica gli faceva compagnia e gli permetteva di fantasticare liberamente. Gli ritornò alla mente di aver detto ad Anna che faceva lo psicoterapeuta e che lei lo aveva chiamato psicologo. Questa imprecisione dei termini, in un ossessivo perfezionista come lui, lo irritò. Perché non le aveva detto che faceva lo psicoanalista e che, certo, per potersi qualificare come tale doveva essere, prima di tutto, iscritto all’albo degli psicologi, ma che non era un semplice psicologo? Forse pensava di essere qualcosa di più e di meglio, visto che, dopo la laurea, aveva fatto dieci anni di addestramento prima di qualificarsi come psicoanalista? E poi, era vero che faceva anche lo psicoterapeuta, nel senso che riceveva alcuni pazienti, anziché sul sofà, sulla poltroncina dall’altra parte del suo tavolo, vis-à-vis; e le sedute, con loro, erano una o al massimo due la settimana, nelle quali era assai più attivo e ‘interventista’ di quando prendeva posto alle spalle dei suoi analizzandi, nella sua comoda poltrona e li ascoltava con quell’attenzione “liberamente fluttuante” consigliata da Freud. Si rese conto che c’era in lui una specie di pudore a qualificarsi come psicanalista, come se fosse una manifestazione di esibizionismo, sicché spesso, non solo con Anna, ripiegava sul titolo, a suo parere più modesto, di “psicoterapeuta”. <<Ma alla gente comune che cosa gliene importava di tutte queste fisime sui nomi? Per loro, per quelli che non erano del mestiere, andava bene “psicologo” che voleva dire, per quel che ne sapevano, uno che ti ascolta e ti aiuta a risolvere i tuoi problemi e a liberarti dalle tue angosce.>> si disse compiaciuto. Ma gli pareva anche che ci fosse un’inflazione di “psicosi” e che questa professione fosse ormai piuttosto squalificata nell’opinione pubblica.

Marco si rese conto che cincischiava su questi argomenti senza sostanza e quasi futili per cercare di non pensare ad Anna. Si conosceva abbastanza per sapere che, se una donna, misteriosamente, entrava nella sua mente, non gli era facile, poi, liberarsene, farla uscire dai suoi pensieri. Gli parve che la cosa migliore fosse, a questo punto, ritornare a casa, immergersi di nuovo nell’atmosfera della sua famiglia, alla quale teneva tanto, e soffocare quella parte adolescente e irresponsabile di sé che era sempre pronta a infatuarsi di una donna che lo colpisse per un motivo o per un altro.

Quando arrivò a casa, non c’era ancora nessuno. Mancava poco all’una ed era venuto il momento di pensare al pranzo. Per fare qualcosa si mise ai fornelli. Mentre la pentola dell’acqua per la pasta era al fuoco, preparò due scaloppine al vino bianco e prezzemolo e lavò un cespo di lattuga. Apparecchiò la tavola. Lisa sarebbe stata contenta, rientrando, di trovare il pranzo già pronto, lei che, poverina, si faceva in quattro per svolgere bene il suo lavoro, badare al loro bambino, occuparsi della casa e, di solito, cucinare (molto bene, doveva riconoscere).

Finalmente, all’una e un quarto, Lisa rientrò, affannata come sempre. Marco non era cieco e si rendeva conto che faceva una vita ben più faticosa della sua, dovendo e volendo badare a tutto l’andamento della famiglia. E si rimproverava spesso di essere un marito quasi esclusivamente concentrato sul proprio lavoro. In casa, certo, collaborava e teneva l’amministrazione, ma il suo contributo alla vita domestica era minimo rispetto al tempo e alle energie che vi dedicava Lisa. Lei, però, non protestava, non pretendeva da lui un impegno Maggiore, non gli chiedeva nulla più di quanto facesse e, per giunta, gli dimostrava di continuo una stima e persino un’ammirazione che lo imbarazzavano. Era fiera di Marco, della sua intelligenza, dei libri che aveva pubblicato, del lavoro che svolgeva con un apprezzabile successo professionale. Eppure, era una donna indipendente, emancipata, si potrebbe dire, e, se non fosse generico e banale, “femminista”, orgogliosa della propria attività professionale, aggiornata e con le idee chiare sui temi della politica. In molti campi (la musica, il cinema e il teatro, la narrativa contempo­ranea eccetera) era assai più avanti di lui e gli aveva insegnato un mucchio di cose. E poi, cosa non irrilevante, era proprio, esteticamente, il suo tipo: bionda, slanciata, con grandi occhi color salvia e un bel viso magro, bocca carnosa, naso regolare, zigomi alti. Ah, questa sua insana passione per i volti femminili con gli zigomi alti... Infine, cosa insolita per una bionda, la sua pelle era ambrata, come se nella sua eredità biologica si fosse insinuato qualche antenato meridionale. Chissà? Un saraceno? Uno zingaro? O semplicemente i suoi progenitori etruschi?

Il giorno dopo, Anna lo chiamò allo studio all’ora convenuta. Marco le fissò un colloquio per l’indomani pomeriggio alle cinque. Arrivò con dieci minuti di anticipo, sicché, sebbene fosse libero, essendo lui ligio alle regole insegnategli (prima di tutto: non farsi manipolare dai pazienti), la fece accomodare nella sala d’aspetto finché non venne l’ora esatta stabilita. Quando entrarono nella stanza d’analisi, le indicò la poltroncina al di là del suo tavolo e si sedette di fronte a lei. Ci fu un lungo silenzio. Lungo? Si fa per dire: sarà durato un minuto o anche meno.

<<Non so da che parte incominciare.>> disse Anna.

Marco tacque.

<<Lei non potrebbe aiutarmi facendomi qualche domanda?>> disse Anna.

<<Preferisco che sia lei a scegliere l’argomento.>>

<<Bah. Allora le dirò che la mia vita non va>>

Forse si aspettava che, a questo punto, Marco le chiedesse che cosa non andava nella sua vita, ma lui rimase in silenzio: gli pareva essenziale che fosse lei a parlargli di quello che le dava più pena. <<Il suo silenzio non mi aiuta.>> disse Anna con una sfumatura di disappunto nella voce, <<Sono qui per ascoltare quello che le sta più a cuore, non per interrogarla.>> disse Marco, <<Allora comincerò dal mio matrimonio, che è un disastro.>> disse Anna. E prese a raccontare a strappi, a pezzi e bocconi la relazione conflittuale col marito. Lui era un imprenditore di successo, sempre in viaggio, donnaiolo, frequentatore di prostitute di alto bordo, arrogante, pieno di sé, autoritario in famiglia, padre padrone che esigeva di essere servito e riverito come un pascià. In breve, non si capiva perché Anna sopportasse questa situazione. Senza che Marco glielo chiedesse, Anna gli spiegò che rimaneva col marito soltanto per i loro due figli, che, diceva, avevano bisogno di una famiglia. Ma dal suo racconto emerse che un simile marito aveva anche una dote pregevole: guadagnava un sacco di soldi e faceva vivere la famiglia nell’agiatezza o addirittura nel lusso. <<Ecco, se fosse un poveraccio, forse lei lo avrebbe già lasciato>> pensò Marco. Brutto pensiero, maligno e superficiale, ma, sul momento, non trovò una spiegazione migliore del perdurare di quel matrimonio. Subito, però, obiettò a sé stesso che Anna avrebbe potuto divorziare, ricevendo un considerevole assegno di mantenimento con un ex-marito così facoltoso. Sì, era fuori strada, decisamente fuori strada: in realtà, probabilmente, Anna aveva una difficoltà specifica a separarsi, a riconoscere il fallimento del suo matrimonio, anziché continuare a litigare con quel marito, che, certo, a dispetto di tutte le scenate che lei gli faceva, non cambiava e non sarebbe mai cambiato. Anna gli chiese di darle un consiglio su come doveva fare per uscire da questa situazione così tormentosa. Le rispose che non era in grado di darle alcun consiglio e che, comunque, qualsiasi consiglio sarebbe stato inutile, se lei non avesse fatto i conti con sé stessa, non avesse capito perché accettava questa situazione e non fosse cambiata.

<<E che cosa devo fare, allora?>>

<<A mio giudizio le gioverebbe una psicoterapia.>>

<<E in che consiste?>>

<<Lei va da uno psicoterapeuta una o due volte la settimana e gli parla di quello che crede; e lui cerca di aiutarla a capire meglio sé stessa e il significato dei suoi comportamenti.>>.

Lei lo guardò perplessa e tacque per un po’.  Poi parlò.

<<Potrei venire da lei?>>

<<Io sono già al completo, come pazienti. Non posso prenderne altri.>>

<<E allora come faccio?>>

<<Ci sono tanti colleghi affidabili e bravi.>>

<<Ma io non ne conosco nessuno. Potrebbe darmi lei qualche nominativo?>>

<<Se crede… Aspetti un attimo.>>

Aprì il cassetto del tavolo ed estrasse la sua rubrica. Cercò un po’ tra le pagine e poi diede ad Anna il nome di due colleghi, un uomo e una donna, con i loro numeri telefonici. <<Ecco, provi a chiamarli e a vedere se hanno posto.>>. Gli parve un po’ delusa. <<Ma dovrà avere un po’ di pazienza. Uno psicoterapeuta o uno psicoanalista vanno cercati e scelti con cura. Non è saggio andare dal primo che capita.>>.

Erano trascorsi i cinquanta minuti canonici. Marco si alzò e fece capire ad Anna che il colloquio era terminato. <<Le devo qualcosa?>> chiese lei. Marco le disse l’ammontare del suo onorario e, mentre lei cercava il danaro nella borsa, le preparò la ricevuta fiscale. L’accompagnò alla porta della stanza lasciando che, poi, raggiungesse da sola l’uscita. Anna gli tese la mano e lui la strinse brevemente. Non era sua abitudine dare la mano ai pazienti, a meno che non fossero loro a prendere l’iniziativa. Così gli era stato insegnato durante il suo lungo training, così aveva sempre fatto, con lui e con gli altri pazienti, la sua analista. I contatti fisici, anche minimi, tra analista e paziente andavano possibilmente evitati.

La sera, quando Marco rientrò a casa, Anna aveva perduto il suo posto di prima fila nella sua mente ed era diventata una delle tante persone con le quali avevo fatto un colloquio nel suo studio. Per qualche giorno non pensò più a lei. Poi, una notte la sognò. Un sogno confuso, del quale gli rimase, al risveglio, solo la sua immagine: stava in piedi davanti a lui e lo guardava come se si aspettasse che prendesse una qualche iniziativa. Guardò la sveglietta sul comodino: erano da poco passate le quattro. Quel sogno lo aveva fatto sentire in colpa verso Lisa, che dormiva al mio fianco. Si chinò su di lei e le diede un bacio sulla fronte. Non avrebbe mai voluto sostituirla con un’altra donna: era lei la compagna della sua vita, con la quale condivideva tutto, con la quale si sentiva intero e coraggioso nell’affrontare qualunque avversità il destino gli potesse riservare. Gli parve di ricordare che Artemidoro di Daldi, nella sua “onirocritica”, sostenesse che i sogni del mattino sono i più veritieri, ma forse, ancora insonnolito, confondeva Artemidoro con un detto popolare, con il Voodoo o la Macumba, con la Santeria cubana o la Mavaria siciliana.

La sua vita scorreva tranquilla e regolare tra lavoro e casa, come quella di un impiegato ministeriale. Normalmente, se il suo orario era completo, usciva di casa la mattina alle 8, arrivava allo studio verso le 8,30, faceva tre sedute, tra le 9 e le 12, si tratteneva allo studio fino all’una per leggere qualche rivista e rispondere alle telefonate. Nel pomeriggio, dopo un sonnellino tra le due e mezza e le tre e mezza, si recava di nuovo allo studio e faceva altre tre sedute tra le cinque e le otto, quando rientrava per la cena. Il Sabato e la Domenica li trascorreva con la famiglia. Di solito Lisa organizzava qualcosa per il fine settimana: una puntata al mare, se era la bella stagione, oppure, d’inverno, un cinema, un concerto, un pranzo o una cena con gli amici. Non mancavano, naturalmente, occasionali festicciole casalinghe alle quali il loro bambino invitava i suoi amichetti. Aveva la fortuna che sua suocera fosse una donna in ottima salute, energica e attivissima, che, spontaneamente, si prendeva molta cura di Duccio. Spesso lo voleva a pranzo a casa sua e, a volte, lo portava con sé per qualche giorno, in una bella pensioncina sul mare. Duccio era attaccatissimo alla sua nonna e, a vederli insieme, sembravano due innamorati. Il suocero di Marco era un medico di prim’ordine, sempre molto occupato giacché alla propria professione, svolta con grande competenza e rigore, affiancava un’intesa attività politica, soprattutto nel settore della sanità pubblica, in città e nella provincia. Era molto amato dai suoi pazienti e molto apprezzato, in città, anche dai suoi avversari politici. Ma tra professione, riunioni, conferenze, convegni eccetera era inafferrabile, e in casa c’era quasi soltanto per mangiare e dormire. Con lui Marco aveva un ottimo rapporto, di affetto ma anche di stima reciproca. Marco ammirava il suo rigore scientifico (che, al confronto, gli faceva apparire come ciarlatani molti dei medici che aveva incontrato nella sua vita). Suo suocero ammirava la sua serietà professionale, anche perché fin da giovane (si parla degli anni ’30 del Novecento) era stato attratto dalle teorie freudiane. I genitori di Marco vivevano in un’altra città, abbastanza lontana; il fratello e le due sorelle erano, anche loro, sparsi per altre regioni d’Italia.

Nell’insieme si poteva dire che Marco avesse una buona vita familiare: non gli mancava nulla per essere, se non felice, almeno sereno e appagato. Proprio per questo, il repentino affacciarsi di Anna nei suoi pensieri lo aveva turbato. Aveva incontrato altre belle donne prima di lei, ma da nessuna si era lasciato emozionare oltre la soglia minima dello spontaneo, e, per così dire, biologico interesse che ogni maschio prova per una femmina attraente. Né gli era mai accaduto prima di sognare una sconosciuta, dopo aver avuto con lei soltanto un brevissimo incontro casuale e un colloquio professionale. Ma evidente­mente in Anna c’era qualcosa che lo aveva che gli sfuggiva del tutto, a dispetto dei decenni trascorsi a farsi analizzare e ad analizzare i suoi pazienti, e che per questo lo attraeva e affascinava. E qui cadrebbe a proposito una frase di un famoso psicoanalista degli anni ’30 del secolo scorso, il quale sosteneva che anche l’analisi più profonda e prolungata non è che un leggero graffio sulla superficie del nostro roccioso e insondabile inconscio. Sì, quel sogno lo aveva turbato, non tanto per il suo contenuto, del tutto casto e innocente, ma perché sembrava volergli dire (cioè che lui volesse dire a sé stesso) che poteva esistere qualcosa di più e al di là di quella tranquilla serenità in cui scorreva la sua vita. Ma perché aveva scelto proprio Anna come messaggera di questo annuncio?

Trascorse qualche settimana, e il ricordo di Anna svanì del tutto, finché una mattina lei si rifece viva con una telefonata allo studio nell’orario che Marco le aveva indicato la prima volta. Gli disse che aveva iniziato una psicoterapia e che desiderava parlargliene. Marco le rispose, con gentilezza ma con fermezza, che non sarebbe stato corretto né utile al trattamento da lei intrapreso parlarne con lui e aggiunse che, se c’erano dei problemi, avrebbe fatto bene a discuterne col suo terapeuta. Fu fiero del proprio rigore professionale, ma avvertì anche il dispiacere di non poter approfittare di quell’occasione per rivedere Anna. Ecco, pensò, che rientra di nuovo nella mia vita, mentre io ho fatto di tutto per dimenticarla. Anna non si fece scoraggiare dalla risposta di Marco e insisté per incontrarlo, promettendogli che non gli avrebbe parlato della propria psicoterapia né di quello di cui parlava con lo psicoterapeuta. Marco avrebbe voluto rimanere fermo nel suo rifiuto, dirle che non c’era alcun motivo di rivedersi, ma invece non ebbe la forza di dirle di no. Si diedero appuntamento per l’indomani a fine mattinata, lì, allo studio. Marco credeva forse di salvarsi l’anima ricevendola nel luogo dove svolgeva il suo lavoro? O era soltanto un modo per mantenere riservato quell’incontro, evitando di farsi vedere in pubblico con Anna?

Quella sera, rientrato a casa, avvertì un diffuso disagio, che sfumava in una mesta inquietudine, come se si sentisse colpevole di aver mancato di rispetto a Lisa, di averla ingannata o addirittura tradita. Fu, quindi, eccessivamente gentile, affettuoso, espansivo con lei, quasi per farsi perdonare una cattiva azione che, in realtà, non aveva commesso.

L’indomani mattina, mentre ascoltava i propri pazienti, si rese conto che si distraeva di continuo pensando ad Anna e al loro incontro di lì a poco. Si sentiva impaziente di rivederla, e questo stato d’animo disturbava la sua attenzione, inducendolo, poi, a biasimare sé stesso per questa mancanza di rigore professionale.

Finalmente, alle dodici in punto, comparve Anna. Marco notò che, nell’attenderla, e ancor più nel vederla, il cuore aveva preso a battergli più in fretta e sì sentì umiliato per questa sua debolezza. Si sedettero al tavolo: uno di qua, l’altra di là. Marco pensò che avrebbe dovuto chiederle perché avesse voluto rivederla, ma non lo fece, come se il loro incontro fosse la cosa più naturale del mondo. Del resto, nemmeno Anna accampò qualche motivo o qualche pretesto per giustificare quella sua visita, come se fosse scontato che dovevano rivedersi. Esordì dicendo di essergli grata non solo di quanto le aveva detto nel loro primo colloquio, ma anche di averle suggerito uno psicoterapeuta col quale si trovava molto bene. Marco non sapeva di che parlare con quella sconosciuta che lo attraeva così tanto, senza che riuscisse a capirne il perché. Perciò l’ascoltava in silenzio, con un sorriso tirato, facendo di tanto in tanto brevissimi commenti. Per fortuna Anna sembrava contenta di aver trovato finalmente qualcuno interessato ad ascoltarla e sceglieva argomenti che apparentemente non poteva condividere con nessuno, come un bel film visto in un cinéma d’essai o l’ultimo romanzo della Edna o’Brien. A vederli, sembravano due amici, uno più ciarliero e l’altro più taciturno, ma in confidenza e con, alle spalle, una storia di esperienze e interessi comuni. Un po’ alla volta, anche Marco, per così dire, si era rianimato e aveva preso il coraggio di comporre delle frasi di senso compiuto e di soffermarsi sulle affermazioni di Anna, commentandole distesamente. Tuttavia, in fondo al suo animo, rimaneva una domanda: <<Ma che ci sto a fare qui, con questa donna che non conosco, a parlare dei più vari argomenti?>>. E la risposta che gli venne spontanea era semplice e quasi brutale nella sua elementarità: <<Sto qui perché questa donna mi piace, mi emoziona, mi attrae e me la porterei a letto volentieri.>>. Riprovevole, ma vero. E, subito dopo, quasi per difendersi da ogni possibile autoaccusa, si discolpò: <<Dopo tutto, non è una mia paziente e non sto infrangendo in alcun modo l’etica professionale.>>. Ma un diavolino gli obiettò, malignamente che forse non infrangeva l’etica professionale, ma era vicino a infrangere l’etica coniugale, se basta desiderare la donna d’altri per essere già adulteri. <<Eppure,>> si difese Marco in questo suo processo-dibattito interiore, <<non ho preso finora alcuna iniziativa né ho tentato in alcun modo di sedurla.>>. E concluse: <<Quanta ipocrisia c’è ancora in me>>, come se pensasse che la sua ipocrisia fosse un difetto sul quale stava lavorando per liberarsene.

Marco e Anna si trattennero a parlare per quasi un’ora. Alla fine, prima di alzarsi, Anna estrasse dalla borsa, che teneva sulle ginocchia, un pacchettino avvolto in carta velina rossa: <<Ho pensato che forse potrebbe servirle.>> disse mentre lo porgeva a Marco. Il quale lo prese e lo scartò, sorpreso e incuriosito. Conteneva un segnalibro d’argento. <<Ho pensato che potesse esserle utile. Vedo che questa stanza è piena di libri e immagino che lei sia un lettore accanito.>> disse Anna, mentre Marco, un po’ imbarazzato, la ringraziava calorosamente aggiungendo la solita frase che si dice in questi casi: <<Però non doveva… Io non ho fatto nulla per lei.>>, <<A me piace fare piccoli regali alle persone che mi sono simpatiche.>> disse Anna, ridendo, con una sfumatura di imbarazzo. <<Non le manca il coraggio.>> pensò Marco. Ma la cosa non lo allarmò né gli spiacque. Nel momento in cui si salutavano, già sulla porta, Anna gli disse esitando, <<Magari… se non ha niente in contrario… potremmo, una volta, prendere un caffè o un aperitivo insieme.>>, <<Senz’altro, con piacere.>> rispose Marco automaticamente, ma rivolgendole un sorriso. Questa volta l’accompagnò fino all’uscita dello studio e aspettò qualche istante, mentre lei scendeva le scale, prima di richiudere il portoncino. Si accorse, di nuovo, che il suo cuore batteva più in fretta del normale.

Per prudenza non portò a casa il regalino di Anna. Come se fosse una cosa della quale Lisa non doveva sapere. Ebbe la sensazione di cominciare a incamminarsi su di una strada pericolosa ma anche emozionante e per lui nuova. In tutti gli anni del loro matrimonio non aveva mai nascosto nulla a sua moglie, ma questa volta sentì che doveva tenere segreto il suo incontro con Anna. Cominciò, così, per la prima volta da quando era sposato, ad avere una parte della sua vita dalla quale voleva che Lisa rimanesse esclusa. Sebbene non avesse compiuto alcuna azione che offendesse il suo legame di coppia, si sentiva colpevole verso di lei, come un bimbo che ha combinato una marachella. E, in uno stato d’animo di disagio, si ricordò di un ammonimento impartito a loro ragazzini dai reverendi padri, presso i quali aveva studiato: <<Si pecca coi pensieri, con le parole, con le opere, con le omissioni.>>. Gli parve che questo ammonimento lo riguardasse e, pur non essendo più religioso da decenni, si sentì ‘in peccato’.

Era Aprile, un Aprile eccezionalmente caldo, e la Pasqua era imminente. Gli arrivò, allo studio, un biglietto di auguri di Anna, che conteneva anche una frase invitante: <<Che ne direbbe di vederci uno di questi giorni?>>. Non sapeva che risponderle. Ci pensò su a lungo. Poteva trovare il modo di eludere questo invito? Non gli venne in mente alcuna risposta che fosse, insieme, sensata e gentile. Ma, soprattutto, si sentì piacevolmente eccitato dalla prospettiva di rivederla le rispose proponendole di incontrarsi in una libreria molto particolare, non lontana dal suo studio, nella quale, dopo la sala in cui erano esposti i libri, ce n’era un’altra, adibita a caffè, enoteca e bistrot, dove si potevano degustare vini pregiati, consumare colazioni e pranzi veloci ma gustosissimi, a base di specialità per gourmet, oppure semplicemente trattenersi ai tavoli a leggere o a studiare. Gli parve che, come luogo d’incontro, fosse particolarmente discreto. Anna lo chiamò il giorno dopo e fissarono di vedersi nella libreria l’indomani verso le sei e mezza, giacché Marco, quel giorno, avrebbe terminato in anticipo le sue sedute.

Si sedettero a uno dei tavoli di legno rustico della parte caffè sul retro della libreria. Anna ordinò alla piccola, cerimoniosa cameriera giapponese un tè alla menta. Marco, che detestava la menta e non amava particolarmente il tè, preferì farsi portare uno sherry. Questa volta fu lui a rompere il ghiaccio.

<<Allora, come va?>>

<<Come al solito, tra alti e bassi. Più i bassi che gli alti. Lei sa che razza di marito ho, in più i miei figli mi fanno ammattire: vanno male a scuola, sono indisciplinati, spesso litigano e se le danno di santa ragione. Non rispettano l’orario dei pasti, vanno e vengono da casa a ogni ora e, quando sono in casa, se ne stanno fissi davanti al computer a visitare siti porno, come, del resto, fa il loro padre nel poco tempo che passa in casa. Un disastro, insomma. E io faccio la serva a tutti. Stanno seguendo le orme del loro padre: tutto è dovuto, ed è scontato che io sia al loro servizio. Insomma, non ne posso più.>>.

Questo esordio di Anna lo aveva, per così dire, ghiacciato e un po’ disorientato. Lui era andato a quell’incontro tutto carico di aspettative erotiche, inconfessate. Quando l’aveva vista avvicinarsi alla libreria (lui era rimasto fuori ad aspettarla, essendo arrivato in anticipo) aveva avuto un sussulto guardando le sue gambe nude, senza calze e i piedi magri infilati nei sandali. Sì, era stata quella nudità, sebbene minima, del suo corpo ad avergli provocato un’ondata di desiderio. Anna lo attraeva come non lo aveva mai attratto alcuna altra donna. Non si trattava dell’intensità dell’attrazione, bensì della sua qualità. Non gli era mai accaduto prima di desiderare una donna in modo così primitivo, così istintivo, lui che riteneva di essere un uomo compiutamente ‘civilizzato’ anche nella sua vita amorosa. Mentre la guardava gli nascevano nella mente immagini di un incontro tanto appassionato da essere quasi violento. Una spinta primordiale verso la femmina del branco. Per questo avrebbe voluto che non disturbasse e inquinasse coi suoi lamenti la tensione che sentiva verso di lei. <<Ora, che è in psicoterapia>> le disse con un tono molto distaccato e professionale <<potrà parlare della sua situazione familiare al suo psicoterapeuta e cercare insieme una via d’uscita. Non è bene che ne parli ad altri, men che mai a me.>>. Aveva trasformato la sua frustrazione per il modo in cui Anna aveva aperto il gioco tra loro in una sorta di austera prescrizione tecnica che bandiva dai loro incontri qualsiasi riferimento spiacevole alla sua tormentata vita familiare. La sua prescrizione ‘tecnica’ (non deve raccontarmi i suoi guai) era un’ipocrisia delle peggiori: se ne vergognò, ma non se ne pentì.

L’ambiente, le pareti erano foderate di scaffali affollati di libri, induceva a parlare di quel che si era letto o si voleva leggere. Anna che, a dispetto della sua semplicità e dei suoi scarsi studi, amava leggere e dedicare alla lettura molta parte del suo poco tempo libero, chiese a Marco se avesse qualche bel libro da consigliarle. Marco le fece il nome di “stoner”, l’ultimo romanzo di Williams apparso in italiano, e le disse che narrava la vita di un professore universitario americano. <<Ma non sarà troppo difficile per me?>> chiese Anna perplessa

<<No, è un romanzo come un altro. Un bel romanzo. Ma il miracolo è che riesce ad appassionarti anche se racconta una vita all’apparenza grigia, piatta, monotona, senza nessun avvenimento eccezionale.>>

<<E di poesia, che cosa mi consiglierebbe? A me piacciono molto le poesie.>>

<<Potrebbe leggere qualcuna delle raccolte della Szymborska. La conosce?>>

<<No, non l’ho mai sentita nominare. Io ho un grosso libro, che è una raccolta di poesie d’amore. Ma questa poetessa, che dice lei, non c’è...>>

<<Oppure potrebbe leggere Alda Merini. Questa la conosce?>>

<<Ah, sì, ho anche letto qualcuna delle sue poesie. Non era quella un po’ matta, che è stata anche in manicomio?>>

<<Beh, diciamo che aveva una personalità fuori del comune e, certo, non era un modello di equilibrio mentale, ma aveva una grande anima.>>

Siccome a quel punto la conversazione si era arenata (non avevano molto da dirsi), Marco, per superare l’imbarazzo di quei lunghi momenti di silenzio che calavano tra di loro, si mise a parlare delle possibili località in cui trascorrere le vacanze estive. E, con l’occasione, rievocò un bellissimo, lungo soggiorno a creta fatto qualche anno prima. Anna lo ascoltava descrivere e commentare coste e mari meravigliosi in tutto il mediterraneo, senza dire una parola.

<<E Lei, dove pensa di andare quest’Estate?>>

<<Io non mi muovo mai per andare in vacanza. Non abbiamo questa abitudine. Mio marito dice che, col nostro parco intorno alla casa e la piscina, possiamo fare a meno di muoverci.>>

<<Ma le piacerebbe spostarsi, viaggiare?>>

<<Veramente sto bene così. Quando i ragazzi erano piccoli, li portavo a fare la settimana bianca, ma adesso, d’Estate, si arrangiano e vanno di qua e di là coi loro amici. E a me non pare vero di starmene un po’ in pace, da sola in casa. E se ho caldo, faccio un tuffo in piscina.>>

Marco le chiese in quale zona della città abitasse, giacché, pur conoscendo il suo indirizzo, non aveva idea di dove si trovasse la sua casa. Anna gli disse che vivevano in campagna, anzi in collina, oltre l’estrema periferia orientale della città. Anni prima, suo marito aveva comperato una vecchia, grande casa colonica e l’aveva trasformata in una villa moderna, con intorno un prato e un boschetto. Avevano poi impiantato una piscina e sul fondo della proprietà allevavano anche animali, soprattutto polli e conigli che finivano sulla loro tavola. Da qualche cauta e discreta domanda obliqua Marco venne a sapere che non mancavano nemmeno i cani di razza e le automobili di lusso, tra le quali una Ferrari. <<Ma non siamo signori.>> disse Anna con un tono di scusa: <<Siamo soltanto degli arricchiti. Abbiamo fatto i soldi. Anzi, li ha fatti Leo, mio marito, che trasforma in quattrini qualunque cosa tocchi. E non sono sicura che i quattrini li faccia sempre onestamente: ne ha portati a casa troppi in poco tempo. Pensi che io sono figlia di un piccolo salumiere e Leo di un capomastro che aveva un’impresa edile. Io ho studiato un po’, ma poco: dopo la scuola media mi hanno iscritto a un istituto professionale, ma a me non piaceva studiare quella roba. Così, ho smesso e sono andata ad aiutare mio padre in bottega. Leo è geometra. Ha cominciato a fare soldi comprando vecchi appartamenti, ristrutturandoli e rivendendoli, poi, siccome è un vulcano di idee, ha pensato di mettere in piedi anche una ditta che comperava pezzi di computer dai cinesi, li assemblava e li rivendeva; e da questa idea gliene è venuta in mente un’altra: creare una catena di scuole, nell’Italia centrale e settentrionale, dove si insegnava, con metodi d’avanguardia, l’uso del computer e, insieme, l’inglese. E poi ne ha inventate non so quante altre. E da tutte le sue iniziative sono venuti fuori soldi a palate. Ha proprio il bernoccolo del fare soldi. Peccato che sappia fare solo quello e come uomo sia, mi scusi, una merda. Come le ho già detto, non è mai a casa e quando c’è fa il piccolo duce (perché di statura non è molto alto) ed esige di essere servito e riverito. Ma coi suoi figli non ce la fa: loro, a quell’età (hanno 13 e 15 anni) ne combinano di tutti i colori, sono sempre nel branco dei peggiori ragazzi dei dintorni. Le poche volte che ha provato a rimproverarli perché andavano male a scuola, fumavano spinelli e combinavano guai di ogni genere (pensi che una volta sono stata chiamata dai carabinieri perché, con quelli della loro banda, avevano dato fuoco a un motorino) …. Quella volta, dicevo, Leo ha provato a fargli una severa paternale, ma loro gli hanno risposto che non aveva nessun diritto di rimproverarli visto che non era mai a casa e non aveva mai fatto il padre… E lui ha sbraitato un po’, ma ha dovuto abbozzare. Da quel giorno non si è più azzardato a dirgli niente. Lo dice a me, si sfoga con me, mi dice che non sono stata capace di educarli, che sono sfaticati, che lui lavora tutto il giorno per la famiglia. <E per le tue puttane!> gli ho risposto una volta. Lui è andato su tutte le furie e si è avvicinato come per picchiarmi, ma eravamo in cucina, io ho preso un coltello, gliel’ho puntato al petto e gli ho detto <Se mi alzi anche solo un dito, giuro che ti ammazzo. Ti taglio la gola mentre dormi.>. Ha battuto subito in ritirata e da quel giorno si è limitato a comandare e a sbraitare, ma non mi ha più minacciata fisicamente. Vede che razza di vita faccio? Preferirei essere povera e avere una famiglia normale.>>.

Marco tacque, sconfortato. Anna non poteva proprio fare a meno di lamentarsi con lui. Si chiese perché fosse stata lei a prendere l’iniziativa, perché lo avesse cercato, perché, in un certo senso, lo avesse ‘corteggiato’, se poi, quando si vedevano, prima o poi finiva per rovesciargli addosso la propria infelicità. Forse dipendeva dal fatto che non riusciva a dimenticarsi che lavoro faceva e quale era stato il loro primo incontro?

Rimasero in silenzio per qualche istante. Anna guardò Marco: le piaceva proprio. Il primo incontro con lui, a casa degli zii, le aveva dato l’impressione che quell’uomo fosse una persona perbene con un gran buon cuore: quello che le mancava nella vita, il compagno che avrebbe voluto avere accanto. E poi, non era neanche brutto: aveva un gradevole volto molto maschio, dai tratti regolari, con la bocca ben disegnata (anzi: proprio bella) e grandi occhi scuri, che posavano sulle persone uno sguardo aperto e benevolo. Certo, cominciava a stempiarsi, a perdere un po’ i capelli, e non era molto alto (comunque più di suo marito). Ma gli omoni atletici e muscolosi non le erano mai piaciuti, provava diffidenza per quelle montagne di carne, con le quali non riusciva a immaginare come avrebbe potuto fare l’amore piacevolmente e dolcemente. Guardava Marco e sognava: lui, sì, sarebbe stato un buon compagno della sua vita. E le veniva spontaneo confidarsi con lui, raccontagli le proprie pene, perché era diverso parlarne con lui e parlarne col proprio psico­terapeuta, con quale non c’era alcuna confidenza e che rimaneva per lei un uomo misterioso, un enigma del quale non sapeva nulla. Certo, Marco era sposato, aveva una moglie che sicuramente amava e che non avrebbe lasciato per mettersi con lei. Insomma, era un pasticcio essere attratta da un uomo che sembrava irraggiungibile. Che cosa poteva nascere tra loro? Non voleva chiederselo, non voleva darsi risposte. Pe ora, sapeva soltanto che le piaceva la sua compagnia. Da anni viveva in solitudine, nella solitudine di una donna sposata con un uomo che non amava più e verso il quale provava soprattutto risentimento. E con due figli che non avevano mai verso di lei un moto di affetto, tenerezza o anche soltanto di gentilezza. Non aveva mai avuto amori clandestini con altri uomini, non li aveva mai cercati; e le poche volte che un conoscente, per esempio, il medico di famiglia, galletto impenitente, aveva fatto delle allusioni, lo aveva scoraggiato con qualche battuta fredda e tagliente. Non sapeva che farsene, aveva pensato fino ad allora, di un altro uomo tra i piedi: gliene bastava uno, e avanzava. Coltivava, sì, qualche amicizia femminile: due o tre antiche compagne di scuola e la cognata (moglie del fratello di suo marito), che era una brava ragazza, anche lei infelicemente sposata, ma non perché suo marito fosse cattivo, piuttosto perché era, nella vita, un fallimento, un fallito, sempre angosciato dai propri fallimenti: aveva cambiato decine lavori, senza aver successo in nessuno; e, alla fine, Leo lo aveva assunto, per pietà, come suo dipendente, ma dall’alto in basso, con una sfumatura di disprezzo per questo fratello incapace di farsi strada.

Anna guardava Marco e si domandava perché all’improvviso, senza alcun motivo apparente, fosse nato in lei quell’interesse per quell’uomo del quale aveva una conoscenza del tutto superficiale e che non si poteva dire che facesse colpo per la sua avvenenza, sebbene fosse di aspetto gradevole. Avrebbe voluto parlargli di sé e indurlo in ogni modo a interessarsi a lei, ma, oltre a lamentarsi per la sua penosa situazione familiare, non trovava molto altro da dirgli. Certo, c’era il suo amore per la poesia. Ma l’argomento si era presto esaurito. E poi, onestamente, più che parlargli avrebbe voluto averlo accanto, magari pranzare con lui, andare insieme a un cinema e…, sì, anche portarselo a letto. Era sicura che sarebbe stato bello fare l’amore con Marco, che lui l’avrebbe trattata con rispetto, con delicatezza, con dolcezza, non come quell’animale di suo marito che la prendeva senza alcun preliminare, si potrebbe dire ‘la infilzava’, in qualunque momento della notte, quando gli pigliava la voglia, mentre lei, magari, stava ancora dormendo e provava soltanto disgusto e persino nausea nell’essere strappata al sonno da quell’atto così rozzo e brutale. Ma non era stato sempre così Leo. Anzi, all’inizio, quando la corteggiava, sembrava un uomo sensibile e premuroso, pieno di mille attenzioni e di mille riguardi. <<Falso come Giuda.>> pensava Anna, tra sé e sé. L’aveva semplicemente ingannata, perché, come le aveva ripetuto mille volte, <<Io ottengo sempre quello che voglio, in un modo o in un altro.>>. Aveva rigato dritto per pochi mesi, poi era venuta fuori la sua natura, come lei gli diceva per ferirlo, <<Di piccolo Napoleone da quattro soldi.>>. Ma la sua grossolanità e la sua prepotenza si esprimevano soltanto con lei: con gli altri, a cominciare dai suoceri, era un modello di buone maniere e di gentilezza, sicché nessuno avrebbe mai creduto che in famiglia si comportasse in quel modo. Anna era, per così dire, la sua riserva di caccia, privata e nascosta agli occhi di tutti. <<In fondo>> reputava Anna <<è solo un vigliacco.>>. Le era bastato di minacciare di sgozzarlo perché non osasse più nemmeno accennare il gesto di picchiarla: <<Tu sei una pazza scatenata!>> le urlava, quando lei gli faceva le scenate perché era sempre assente, non si occupava né dei figli né della casa e passava da un’amante a un’altra. <<Io vi riempio di quattrini,>> le rinfacciava. <<i miei soldi ti fanno comodo e ti fa comodo la vita da signora che puoi fare per merito mio.>> le aveva ripetuto tante volte. Chissà se aveva torto, almeno in questo.

A tutto questo pensava Anna mentre se ne stava di fronte a Marco, con una insolita commistione di tristezza per la propria condizione e di desiderio di legarsi più strettamente a quel signore, quasi sconosciuto, che le aveva toccato il cuore con la sua umanità e la sua apparente disposizione ad accoglierla.

Parlarono ancora un po’, del più e del meno (il caldo anormale per la stagione, il traffico sempre più caotico e altre banalità), o, per meglio dire, parlò soprattutto Anna e Marco l’ascoltò con simulato interesse, mentre, in realtà, quasi non la stava ad ascoltare: la guardava e immaginava di baciarla, di accarezzarla, di fare l’amore con lei.

Marco guardò l’orologio: <<Mi scusi, mancano dieci minuti alle otto. Per me è ora di rientrare a casa.>>. Per il lavoro che faceva, Marco aveva sviluppato una speciale capacità di misurare spontaneamente il tempo in porzioni di 50 minuti, la durata di una seduta (e lui era precisissimo sia nel cominciare sia nel terminare le sedute). Normalmente, quella era l’ora in cui finiva l’ultima seduta, prendendo poi l’autobus delle 8,10, che lo avrebbe riportato a casa verso le 8,30.

In casa, Lisa lo accolse col consueto calore. Si scambiarono un bacio sulle guance.

<<Sei molto stanco oggi?>>

<<No, come al solito, amore. Niente di particolare.>>

Invece, c’era qualcosa di particolare: aveva smesso di lavorare alle 17,50 anziché, come sempre, alle 19,50 e aveva passato più di un’ora in libreria in compagnia di Anna. Questo lo nascose alla moglie. Era la prima volta, da quando erano sposati, che le nascondeva di proposito un frammento della propria vita. <<Ho cominciato a ingannarla.>> si disse con un po’ di vergogna, come se l’avesse tradita. In realtà, non aveva fatto nulla di sconveniente, ma sapeva di averlo desiderato; e bastava questo a farlo sentire colpevole verso Lisa che, con lui, era sempre stata di una sincerità e di un’onestà cristalline.

Quella notte si strinse a Lisa, che dormiva tranquilla, con l’angoscia nel cuore: avrebbe voluto chiederle scusa, farsi perdonare, ritrovare la trasparenza del loro amore e, invece, non avrebbe saputo trovare le parole per confessarle la sua colpa e soprattutto sapeva di non potersi impedire quella passione improvvisa, così prepotente e irragionevole, per Anna. Non sapeva spiegarsi che cosa gli fosse accaduto, che cosa gli stesse accadendo, come se fosse succube di una forza che non controllava e che avrebbe voluto dominare e vincere. E rifletté su quanto poco siamo padroni dei nostri desideri, che nascono nelle profondità insondabili della nostra psiche e poi, qualche volta, dilagano nella nostra vita, se ne impadroniscono e possono condurla alla rovina. Queste cose le sapeva benissimo e le aveva sempre ben presenti quando lavorava coi suoi pazienti cercando di aiutarli a vedere più chiaro in sé stessi. Ora era toccato a lui, che si credeva ormai immune dal pericolo di diventare vittima della parte istintiva e irrazionale della sua anima.

L’indomani, nel mettersi al lavoro, avvertì come una sorta di indegnità a svolgerlo, come un prete gravemente peccatore che predichi la virtù ai suoi fedeli. Lui agli occhi dei suoi pazienti (glielo dicevano) era un modello irraggiungibile di serenità, di equilibrio, di sottomissione degli impulsi al dominio della ragione. Sapeva bene che questo capitava spesso agli psicoanalisti e che, invece, erano anche loro uomini comuni, con tutti i limiti e i difetti dei loro pazienti, ma questa inevitabile idealizzazione che di lui facevano i suoi pazienti, ora lo addolorava e lo umiliava particolarmente, giacché davvero era stato, fino ad allora, un uomo perbene. E ora, invece, si sentiva quasi un malfattore.

Con Anna erano rimasti d’accordo di risentirsi, ma passarono alcuni giorni senza che lei si rifacesse viva. Marco si aspettava una sua telefonata e questo silenzio lo innervosiva. Certo, avrebbe potuto benissimo essere lui a chiamarla, ma non voleva assumersi la responsabilità di prendere l’iniziativa, come se farsi corteggiare da lei, anziché essere lui a corteggiarla, lo rendesse meno colpevole. Ma alla fine cedette.

<<Le è successo qualcosa?>>

<<No. Perché?>>

<<È scomparsa>>

<<Ho avuto problemi in famiglia. Con quei due lazzaroni dei miei figli.>>

<<Cose gravi?>>

<<Mi hanno chiamata un’altra volta i carabinieri: quello più piccolo ha preso a sassate, insieme a una banda di suoi coetanei, un’automobile di un signore che li aveva rimproverati perché facevano troppo chiasso sotto le sue finestre. Ho dovuto anche scusarmi e dirgli che ripagherò i danni.>>

<<Mi dispiace>>

<<Ormai ci sono abituata. Ma sono talmente stufa di questa famiglia…>>

<<Certo, lei non ha una vita facile>>

<<No, direi proprio di no… Che ne direbbe di prendere un aperitivo insieme una di queste mattine?>>

Marco rimase per un attimo interdetto da questa improvvisa proposta.

<<La mattina per me è quasi impossibile, normalmente lavoro tutte le mattine dalle 9 alle 12, escluso il Sabato.>>

<<Potremmo vederci di Sabato, no?>>

<<Sì, certo. Mi ci faccia riflettere un momento. Lei pensava al prossimo Sabato?>>

<<Al prossimo o anche a quello dopo.>>

<<Perché per questo Sabato ho un impegno familiare...>>

<<Va bene. Allora facciamo quello dopo. Le va?>>

<<Sì certo. Benissimo. Magari ci sentiamo prima, per metterci d’accordo. Vuole che la chiami io o preferisce essere lei a chiamarmi?>>

<<Mi chiami lei, appena è sicuro di essere libero.>>

<<Bene… Allora, a presto e… Auguri per i suoi problemi familiari.>>

<<Grazie. Ne ho bisogno. A presto>>

Marco si sentì irrequieto. Questa telefonata lo aveva messo in agitazione. Come se l’imprevisto farsi avanti di Anna lo avesse spiazzato. Ebbe anche un leggero senso di oppressione quasi che fosse stato incastrato. Ma non era stato lui a chiamarla? Non era lui a desiderare che si rivedessero? Sì, certo, ma voleva anche essere lui a dettare i tempi, i modi e i luoghi del loro prossimo incontro. Insomma ad avere in mano la situazione e a controllarla.

Il Sabato mattina era sempre rimasto con Lisa. Andavano a fare delle spese insieme, una capatina in libreria o al negozio di dischi o una semplice passeggiata. Come avrebbe potuto giustificare un suo improvviso e misterioso impegno di Sabato mattina? Non era abituato a mentire e non era nemmeno capace di inventare delle giustificazioni plausibili. Ripiegò s’una scusa che poteva sembrare accettabile: disse a Lisa che aveva dovuto prendere altri due pazienti e perciò avrebbe occupato anche una parte del Sabato mattina, a partire non dal Sabato prossimo, ma da quello successivo. Lisa si mostrò dispiaciuta di non poter più avere il suo Marco con sé il Sabato mattina e lo esortò anche a non caricarsi di troppo lavoro, ma lui le rispose che erano due pazienti inviatigli da colleghi ai quali non poteva dire di no. E così Marco inaugurò un nuovo pezzetto di vita parallelo a quello che fino ad allora aveva sempre percorso insieme a Lisa nella più completa sincerità, un pezzetto di vita soltanto suo e contrassegnato dalla menzogna.

<<Allora questo è il nostro ultimo Sabato mattina di libertà?>> gli disse Lisa, sorridendo malinconicamente e fingendosi imbronciata, mentre, camminando sottobraccio, si avviavano a visitare una mostra dei manieristi toscani. <<Sapessi quanto mi dispiace.>> le rispose, sospirando, Marco e la strinse con dolcezza a sé. Era sincero in quello slancio di amore. Avrebbe voluto dirle che gli stava capitando una cosa terribile ma anche irresistibilmente attraente, che una donna era entrata nei suoi pensieri e che la sua immagine aveva cominciato ad ossessionarlo, a non dargli tregua. Avrebbe voluto chiederle aiuto, che lo liberasse da quella specie di incantesimo, di fattura, di malìa. Ma non lo fece, non solo perché non ne ebbe il coraggio e non volle rischiare di ferire quella donna che amava con tutto se stesso, ma anche perché una parte di lui, contro la quale non aveva alcuna volontà di lottare, desiderava percorrere quella strada sconosciuta, vivere l’emozione dell’avventura, incontrare Anna, nella sua anima e nel suo corpo.

Il Lunedì successivo chiamò Anna dallo studio e si accordarono per incontrarsi il Sabato mattina verso le undici nella libreria dov’erano già stati una volta. Marco visse in uno stato di agitazione e di ansia i giorni di attesa. Era nervoso, spesso distratto e commetteva parecchie sbadataggini. Lisa se ne accorse e gli chiese se ci fosse qualcosa che non andava nel suo lavoro. Marco minimizzò, disse, mentendo, che aveva preso l’impegno di preparare una relazione al prossimo convegno di Luglio dell’associazione di psicoanalisti, della quale faceva parte, e che questo compito lo preoccupava un po’. Si trattava di un tema difficile, riguardante l’“identificazione proiettiva”, sapeva che c’era molta letteratura sull’argomento e una notevole disparità di vedute tra i suoi colleghi. Ci teneva a fare bella figura e, quasi quasi, si pentiva di aver accettato quell’incarico. Lisa lo confortò e lo consolò: <<Ma via, non ti angosciare troppo. Tu sei bravissimo. Te la sei sempre cavata onorevolmente. Andrà tutto bene, vedrai. Considera che è anche un’occasione per metterti in luce, tu che sei sempre così schivo, appartato, quasi, si direbbe, asociale.>>. Marco sentiva nelle parole di Lisa una vera, genuina, autentica partecipazione al suo malessere e il desiderio di sostenerlo e di confortarlo, sentiva, in breve, che era l’amore a farla parlare. Questa percezione gli faceva male e lo faceva sentire un essere indegno. Come avrebbe potuto d’ora in avanti guardare negli occhi con serenità Lisa e il loro bambino? Tra di loro si era frapposto un velo, il velo del suo inganno. <<Forse>> si disse <<sono ancora in tempo. Posso annullare tutto con Anna. Troncare il filo, ancora assai esile, del nostro rapporto, prima che diventi un legame, una storia che ci coinvolge. Che ci vuole? Non sono nemmeno tenuto a darle spiegazioni. Non le ho mai fatto alcuna promessa. Basta che sollevi il telefono e le dica che Sabato prossimo non possiamo vederci, che ho avuto un improvviso impegno. E poi, se lei si rifacesse viva far cadere la cosa. Il resto, il Sabato mattina impegnato, la relazione al convegno si possono facilmente cancellare, con un altro paio di menzogne, ma, questa volta, dette a fin di bene per difendere il mio amore per Lisa.>>. Marco rifletté a lungo su questa via d’uscita che lo tentava, ma non riusciva a decidersi a imboccarla. L’idea di non vedere più Anna gli procurava un dolore quasi intollerabile, come se dovesse rinunciare alla propria vita, giacché in questo momento sentiva che la sua vita si era incontrata con quella di Anna, ed era nato in lui, più che il desiderio, il bisogno di mescolarle in una sola. <<Non vederla mai più?>> mormorò tra sé e sé. <<No, non è possibile, non ce la faccio.>>.

Il Sabato fissato si ritrovarono, per la seconda volta, nel retro della libreria. Questa volta la conversazione fu più spigliata e Marco parlò di più. Più volte, mentre parlavano, si guardarono negli occhi ed entrambi sentirono che in quegli sguardi c’era tutto quello che i loro discorsi, così pieni di parole vuote, non dicevano. Perché ormai sentivano, e dunque sapevano coi loro sentimenti, che il loro parlare era soltanto uno schermo che ancora dovevano usare per nascondere la fiamma di un desiderio reciproco che si era accesa nelle loro anime. Ma desiderio di che cosa? Desiderio, si potrebbe dire, di incontrare l’altro e che l’altro incontrasse loro. E in aggiunta, ma non come un semplice elemento ornamentale, desiderio del desiderio dell’altro. Desiderio di essere desiderati dall’altro. Ma perché, questa condizione perenne e universale nel genere umano, si chiedeva Marco, aveva preso corpo e realtà, nel suo caso, nel desiderio di Anna? Di che cosa era fatto questo desiderio? Gli parve che fosse un desiderio di conoscenza. Di solito noi attribuiamo al termine “conoscenza” significati che rimandano a procedimenti intellettuali e culturali o, al massino, quando si parla di fare la conoscenza di qualcuno a un prendere contatto con l’apparenza fisica, corporea di un altro essere umano e, magari, coi suoi gusti o colle sue idee. Ma la conoscenza che Marco bramava era di un’altra natura: voleva appassionatamente entrare in contatto con l’intera persona di Anna, con tutti gli strati anche i più profondi e i più intimi e privati della sua anima. Voleva entrare in lei, esplorarla tutta e possederla tutta. Un desiderio esorbitante rispetto alle normali relazioni tra gli esseri umani, un desiderio che avrebbe normalmente spaventato e allontanato colei o colui che ne fosse stato oggetto. Sarebbe stata, Anna, disposta a correre con lui questa rischiosa avventura della reciproca scoperta e conoscenza? Perché con Lisa c’era un amore limpido e intenso, ma, nello stesso tempo, entrambi avevano sempre rispettato il confine, la frontiera che l’altro aveva tracciato intorno a quel nucleo di sé che doveva rimanere privato, segreto, nascosto a qualunque sguardo altrui: anche a quello della persona amata, della persona scelta come compagna o compagno della propria vita.

L’incontro in libreria terminò con una domanda di Anna: <<Possiamo rivederci?>>

<<Perché non viene a trovarmi allo studio un Sabato mattina verso le dieci? Sono libero. Non ho pazienti.>>

<<Ma un cinema? Che ne direbbe?>>

Marco fu messo in difficoltà da questa domanda. Avrebbe dovuto dire ad Anna che non era mai accaduto prima che lui se ne andasse al cinema con una donna diversa da sua moglie e certo quest’ultima sarebbe rimasta molto sorpresa e, di sicuro, anche addolorata. Si limitò a borbottare:

<<Un cinema? Sarebbe complicato per me, troppo complicato...>>

<<Va bene. Allora vengo a trovarla Sabato prossimo al suo studio verso le dieci.>>

<<L’aspetterò.>>

Marco quasi non lo voleva confessare nemmeno a sé stesso, ma la prospettiva di ricevere Anna al suo studio, il Sabato mattina, quando non c’era nessuno, lo emozionava perché (credeva) finalmente si sarebbe potuta creare tra loro, per la prima volta, un’atmosfera di perfetta intimità. Anna, certo, desiderava incontrarlo, trascorrere del tempo in sua compagnia, conversare dei più svariati argomenti, ma non era, a differenza di Marco, presa da un bisogno quasi irresistibile di intimità (o, almeno, non lo era ancora: i loro ‘tempi’ non coincidevano). Era pur vero che era stata Anna a prendere, al principio, l’iniziativa, ma per lei si trattava del desiderio di conoscere un uomo che le aveva fatto sin dall’inizio una buona impressione, l’impressione di una persona umana, generosa, sensibile e intelligente. Marco, invece, era stato subito attratto dall’aspetto esteriore di Anna, investito da un’ondata di improvviso e inspiegabile desiderio di averla. Ma che significava “averla”? Lui stesso non avrebbe saputo dire: non si trattava del puro desiderio di possesso fisico del suo corpo, ma di un desiderio più ampio, più totale, come quello di un esploratore che senta il richiamo potente di un territorio sconosciuto. Ma, si sa, la conoscenza tra un uomo e una donna transita quasi sempre attraverso il corpo. Che, però, per Marco, rimaneva, pur desideratissimo, una via d’accesso all’anima di Anna. Perché quando i corpi si incontrano davvero, nella serietà e intensità del loro reciproco volersi e prendersi, si apre anche uno spazio di incontro e di conoscenza delle anime. Nel desiderio di Marco non c’era nulla di giocoso, di gioioso, di piacevole, ma la tensione spasmodica a superare il confine, talora sottile ma sempre invalicabile, che ci divide da un altro essere umano. E la volontà di riuscirci con Anna. Perché proprio con lei, non avrebbe saputo dire. In questa scelta confluivano la sua storia e la sua preistoria, dalla nascita all’età adulta: un intreccio di fantasie, emozioni, affetti, sentimenti, in gran parte a lui stesso ignoti. Come quasi sempre accade, le nostre scelte sono figlie di una storia che, pur essendo la nostra storia, ci rimane per lo più sconosciuta.

Marco passò quel giorno di attesa tormentandosi tra il desiderio di rivedere Anna e la vergogna di sé stesso perché sentiva di ingannare Lisa. Questo tormento si esprimeva anche con la sua scarsa partecipazione ai piccoli fatti della vita familiare, come se fosse assente, ripiegato su sé stesso (e lo era, giacché nel suo animo era in corso un conflitto che assorbiva tutte le sue energie). Se ne accorse anche suo figlio: <<Papà, sei arrabbiato con me, che non mi parli più?>> Gli chiese all’improvviso mentre, nel salotto, giocava con le costruzioni seduto sul tappeto e suo padre se ne stava in silenzio sprofondato in una poltrona, con lo sguardo perso nel vuoto. In realtà mille immagini sfilavano nella sua mente, come su di uno schermo: le immagini di Lisa, che stava rischiando di rendere infelice, le immagini di quando si erano conosciuti a casa di amici, le immagini delle vacanze fatte insieme in giro per i mari del mediterraneo, le immagini delle loro notti d’amore, e l’immagine di quando era nato Duccio e lui si era precipitato nella camera della clinica dove Lisa giaceva su di un letto esausta ma felice, stringendo al petto quella minuscola creatura.

Ma, sullo sfondo, tenace e perturbante, l’immagine di Anna, in piedi, davanti a lui che gli sorrideva e lo invitava. Lo invitava a che cosa? A conquistarla rischiando di distruggere la sua famiglia, i suoi legami preziosi con Lisa e con Duccio? Marco non avrebbe saputo dire che cosa Anna si aspettasse da lui, ma sapeva, con angosciosa certezza, che cosa lui si aspettava da Anna: che appagasse il suo incontrollabile desiderio di conoscerla. Di conoscerla, non attraverso le parole (ambiguo, vago, sfocato o addirittura menzognero mezzo di comunicazione tra gli esseri umani), ma attraverso l’incontro dei loro corpi e delle loro anime, attraverso l’esperienza vissuta del loro protendersi l’uno verso l’altro nello sforzo spasmodico di possedersi a vicenda. Ma non sapeva, Marco, quale fosse, dalla parte di Anna, la natura del desiderio di lui. E si arrovellava per cercare di intuirla o persino di dedurla dai mille piccoli, involontari indizi di cui lei aveva disseminato i loro incontri.

Il Mercoledì precedente il Sabato del suo previsto incontro con Anna, Lisa gli propose di andare insieme, la sera, a rivedere, in un cinéma d’essai vicino a casa loro, un film che, anni prima, gli era molto piaciuto e sul quale avevano a lungo ragionato insieme, trovando, come sempre, quel profondo accordo di pensieri e di sensibilità che li univa quando ascoltavano la stessa musica, leggevano lo stesso romanzo o guardavano lo stesso film. Una rara consonanza di due anime che sembravano essere state create per darsi reciprocamente il conforto e la gioia di vibrare all’unisono dinanzi a tutte le manifestazioni della vita.

Così, fu chiamata tata Teresa a tener compagnia a Duccio, mentre Marco e Lisa tornarono a vedere “in the mood for love” di Wong Karwai. Una storia molto malinconica, accompagnata dalla ritornante struggente canzone quizás, quizás, quizás. Durante la proiezione del film, Marco prese la mano di Lisa e gliela tenne a lungo, con una sorta di disperazione nel cuore: come poteva prepararsi a ingannare quella donna che gli aveva riempito la vita di amore e di ogni genere di dolcezze? Avrebbe voluto poterglielo dire, chiederle consiglio o, almeno, chiederle perdono in anticipo sul male che sentiva di stare per farle, ma anche di fare a sé stesso danneggiando irreparabil­mente l’unico rapporto d’amore autentico e profondo che fosse riuscito a costruire nella sua vita. Grazie a Lisa, perché Marco sentiva di doverle tutto. Sì, certo, poteva sperare che dopo (ma, poi, dopo che cosa, se non immaginava nemmeno lui quale strada stesse per imboccare con Anna?) tutto ritornasse come prima, ma sapeva bene che non avrebbe mai più guardato Lisa con lo stesso sguardo. Il loro legame forse sarebbe sopravvissuto, ma non sarebbe stato più il loro, unico e perfetto, e avrebbe portato nel proprio tessuto la cicatrice di una ferita, una zona di insensibilità, di opacità, di lontananza, di distacco.

Quando, poco dopo le dieci, Marco, col cuore in gola, andò ad aprire la porta d’ingresso ad Anna, gli apparve, in cima alle scale, l’immagine di una donna vestita con semplicità, ma ben curata, che lo guardò e gli sorrise con un’espressione seria e quasi triste. Nello scostarsi per farla entrare, avvertì, mentre il corpo di lei lo sfiorava, l’aroma leggero di un profumo che nei loro incontri precedenti non le aveva mai sentito addosso. La precedette nella sua stanza invitandola ad accomodarsi sulla poltroncina che, sul lato esterno del tavolo, fronteggiava la sua. Marco prese il suo posto abituale, dalla parte opposta, volgendo le spalle al muro. Si guardarono in silenzio per qualche istante. <<Allora come va a casa?>> chiese Marco per superare l’imbarazzo di quell’incontro apparentemente privo di una ragione chiara e di un ‘oggetto’, come dicono i burocrati. E, intanto, pensava <<Ti ho fatta venire qui, per avere uno spazio e un tempo di intimità. Ma a quale scopo? Cosa dobbiamo dirci, cosa dobbiamo fare insieme in questa stanza discreta e appartata?>>. E gli venne un’unica risposta: <<Ti ho fatta venire qui per avvicinarmi di più a te, per vedere se possiamo incontraci come un uomo e una donna che si desiderano e si vogliono.>>. Finalmente aveva smesso di nascondere a sé stesso le proprie intenzioni e i propri desideri, e poteva dirsi, con sincerità e onestà, che lui, quella donna, la voleva.

Anna guardava quel signore distinto e dai modi gentili, dolce e comprensivo, che l’aveva fatta sentire accolta, ascoltata e capita. Lo guardava senza sapere bene che cosa si aspettasse, senza avvertire per lui un’attrazione erotica particolare, ma sentendo dentro di sé una specie di ostinata determinazione a farlo entrare nella propria vita più che a entrare nella sua vita.

<<A casa tutto come al solito...>> rispose disillusa Anna, abbozzando uno stanco sorriso. <<E ora di che parliamo?>> si chiese tra sé e sé, <<Non voglio che i nostri incontri siano come le sedute col mio psicoterapeuta: un lamento senza fine sui miei guai dai quali non so uscire.>>. <<Certo>> pensò <<quest’uomo, che pure mi piace, non sarà mai mio e io non vorrei in nessun modo rovinare la sua vita familiare. E allora che m’aspetto da lui?>>.

<<Insomma>> riprese Marco <<non ci sono cambiamenti. Vero?>>. <<Per ora…>> rispose Anna, lasciando la frase sospesa. E cadde di nuovo il silenzio tra di loro. Poi, all’improvviso, quasi senza rendersene conto, Marco allungò una mano sulla superficie del tavolo, una mano aperta, col palmo all’insù, come se si aspettasse di ricevere qualcosa. Anna rimase per un attimo immobile, sorpresa e incerta. Ma un istante dopo allungò anche lei la sua mano sul tavolo e prese quella di Marco o, per dir meglio, lasciò che lui prendesse la sua. Si guardarono: sembravano entrambi stupiti di quello che era accaduto, come se non l’avessero voluto loro. Marco le sorrise e lei ricambiò il sorriso. Non sapevano che dirsi. Il gesto improvviso di Marco aveva condensato in sé tutti i possibili significati di un lungo, incerto, timido discorso. E ora non erano rimaste a nessuno dei due le parole per proseguire il loro cauto avvicinamento. Il gesto aveva bruscamente accorciato le distanze, ma anche svuotato il repertorio delle parole che avrebbero dovuto essere scambiate tra loro prima che quel gesto si compisse. Ora si trattava di trovarne delle altre, adeguate, dopo che quel gesto era stato compiuto. E nessuno dei due sapeva che dire. Almeno fintanto che si tenevano le mani l’una stretta all’altra. Perciò Marco, dopo qualche secondo, lasciò la mano di Anna, la lasciò per poter parlare. <<Tutto bene?>> le chiese, come se Anna avesse appena corso un rischio o scampato un pericolo. <<Sì, tutto bene.>> rispose lei, sorridendogli. <<Allora>> riprese Marco <<non ci rimane che…>>. Ma non finì la frase, giacché lui stesso non sapeva che cosa avrebbe voluto dire. Anna lo guardò e gli sorrise di nuovo: <<Che ne direbbe di andare a prendere un aperitivo?>>. <<Mi pare un’ottima idea!>> esclamò Marco, grato ad Anna di averlo tolto da un momento di imbarazzo <<Su, andiamo.>>. E si alzò, sfilandosi da dietro il tavolo. Anche Anna si era alzata. Marco la precedette verso la porta della stanza. Ma quando stava per aprirla, si voltò verso Anna e, all’improvviso, la abbracciò e la baciò, ansimante per l’emozione. Anna ricambiò il suo bacio un po’ passivamente, come se fosse rimasta sconcertata da quell’imprevista fiammata di passione in un uomo che le era sempre parso controllato e misurato.  Ora su entrambi pendeva un interrogativo cruciale: che fare? Si andava al vicino bar a prendere il programmato aperitivo, come se non fosse accaduto niente tra di loro, oppure si traevano le conseguenze, subito e coraggiosamente, di quel bacio che aveva sconvolto il rituale compassato dei loro incontri? Marco sapeva quel che avrebbe voluto fare, ma non era sicuro che Anna condividesse il suo desiderio. E, in effetti, non si sbagliava, giacché Anna, sebbene contenta di quel bacio, che le testimoniava come Marco ricambiasse (anche troppo!) la sua simpatia, non si sentiva ardere di desiderio: lui non le aveva dato nemmeno il tempo di percorrere quel cammino, di solito non brevissimo in una donna, tra la simpatia, l’attrazione ‘spirituale’ (come si sarebbe detto nell’Ottocento!), e l’accensione dei sensi.

Marco si staccò da Anna e, per rendere meno brusco il distacco, la prese per mano per il breve tragitto, pochi metri, dalla porta del suo studio all’ingresso dell’appartamento. Poi scesero le scale dello stabile in silenzio.

Quando furono in strada, Marco abbozzò spontaneamente il gesto di prendere Anna sottobraccio, ma subito si rese conto che sarebbe stato imprudente mostrare in pubblico quell’affettuosa confidenza, perciò si allineò al suo fianco, dandole la destra. Il bar distava un centinaio di metri e, mentre lo raggiungevano, nessuno dei due disse una parola. Entrambi pensavano, riflettevano, si domandavano su quale strada si fossero incamminati.

Era abbastanza presto e si sarebbero potuti sedere a un tavolino e rimanere insieme ancora un po’ di tempo, invece ordinarono in piedi, al banco, il loro aperitivo; e lo bevvero senza scambiarsi una parola (che cosa si sarebbero potuti dire?). Ma i loro sguardi si incontravano e si incrociavano di continuo, in una sorta di dialogo muto che conteneva una domanda: e ora che facciamo?

Quando uscirono dal bar, Marco accompagnò Anna, sempre in silenzio, alla sua macchina, parcheggiata sotto lo studio, e la salutò dandole la mano, come a una conoscente, ma, mentre lei, aperta la portiera, entrava nell’abitacolo, non poté fare a meno di chiederle sottovoce, con un filo di ansia: <<Ti posso rivedere?>>.

Era passato dal “lei” al “tu”; e Anna, già seduta al volante della sua vetturetta, lo guardò dal sotto insù sorridendogli: <<Certo, quando vuoi. Il mio numero di telefono lo conosci.>>.

Marco aspettò che Anna partisse e, mentre si allontanava, la salutò con un gesto della mano. Poi risalì nel suo studio aspettando l’ora per ritornare a casa.

Anna guidava adagio, ripensando a quel loro incontro. Il gesto di Marco, quel suo improvviso baciarla, l’aveva colta di sorpresa, anche perché si era fatta l’idea che lui fosse un tipo calmo, controllato, tutt’altro che impulsivo e che toccasse a lei prendere l’iniziativa se voleva, come voleva, che tra loro nascesse un legame. Ma non sapeva nemmeno ora, nemmeno dopo quel bacio, quale legame desiderava che ci fosse con Marco: sapeva soltanto di volere che Marco entrasse in qualche modo nella sua vita. Certo, l’attrazione che aveva provato per lui sin da quando lo aveva conosciuto non si era manifestata subito come desiderio di fare l’amore con lui, di intrecciare i loro corpi. Per questo, le pareva che Marco avesse accorciato le distanze troppo bruscamente, anticipando i tempi. Non che le fosse dispiaciuto, anzi, ora che era accaduto, si sentiva più libera e, per così dire, autorizzata a fantasticare che nascesse tra loro una storia di desiderio, di amore e di passione. Quel tipo di storia che aveva avuto, per un brevissimo tempo, con l’uomo che sarebbe poi diventato suo marito, e che si era rapidamente esaurita e spenta, trasformandosi in ostilità e disgusto, dopo alcuni mesi di matrimonio. Ma non riusciva a immaginare come sarebbe andato avanti il suo rapporto con Marco. Nessuno dei due poteva disporre a piacimento della propria vita, non potevano fare progetti liberamente, entrambi erano vincolati da legami forti, nel caso di Marco di amore e di lealtà, nel suo non avrebbe saputo dire, sebbene sapesse che la sua famiglia la privava della libertà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.

 

<<Povero amore mio, costretto a lavorare anche di Sabato.>> gli sussurrò Lisa mentre accoglieva Marco con un bacio affettuoso sulle guance. <<Eh, che vuoi fare...>> sospirò lui, simulando una grande stanchezza.

La Domenica andarono a pranzo in una rinomata trattoria in collina, non lontana dalla città. L’aveva scelta Lisa perché sapeva che aveva la specialità delle rane e voleva accontentare Marco che ne era ghiottissimo. Mentre mangiavano, lo guardava con tenerezza gustare rapito quei batraci che, insieme alle lumache, erano tra i suoi piatti preferiti. Duccio se ne stava mogio e in silenzio, masticando adagio e con riluttanza pezzetti di pollo fritto, visibilmente annoiato di quel rito adulto che era, per lui, mangiare al ristorante. Ma era un ragazzino educato e obbediente, perciò non protestava e sopportava con pazienza la noia.

Marco era toccato dalle mille attenzioni che Lisa aveva per lui, sempre pronta ad anticipare i suoi desideri e a soddisfare i suoi gusti. Gli faceva di continuo piccoli regali (una cravatta, la sua acqua di colonia, un libro, un cd, una varietà di tè che sapeva piacergli e così via). Marco le era molto grato, ma anche un po’ imbarazzato perché consapevole di non essere altrettanto attento e sensibile nei confronti di Lisa. Ora, poi, che sapeva in cuor suo di essere sleale e disonesto con lei, anziché godere delle squisite gentilezze di sua moglie ne soffriva e si tormentava sentendosene indegno. Eppure la amava, la amava con tutto il cuore, e non riusciva a capire come potesse convivere in lui questo amore con questa improvvisa, inspiegabile e sconcertate passione per Anna.

Dopo pranzo passeggiarono un po’ tra l’erba e le margherite del prato intorno alla trattoria. Sulle colline circostanti mandorli e peschi in fiore spandevano nell’aria l’allegria festosa della primavera. Marco si sforzava di mostrarsi sereno e persino felice, ma ormai era entrata nella sua anima una sorda inquietudine, come se avesse perduto per sempre l’innocenza. E qualunque sua manifestazione di affetto verso Lisa, sebbene fosse sinceramente sentita, gli pareva ipocrita e falsa, e lo metteva a disagio. Perciò evitava, contrariamente al solito, ogni genere di effusioni (come prenderla per mano o stringerla sottobraccio) fino ad apparire distratto e assente. Lisa lo notò: <<Da qualche tempo in qua mi sembri lontano, come assorbito dai tuoi pensieri.>> gli disse mentre si avviavano verso la macchina, per ritornare a casa. <<Non sarai mica innamorato di un’altra?>> aggiunse con tono scherzoso. <<Ma figùrati, amore mio!>> replicò Marco <<Macché innamoramento. Magari! È che sono un po’ preoccupato per quella relazione al convegno. Sai come sono i colleghi: prima di tutto, salvo rare eccezioni, invidiosi, e non vedono l’ora di sputtanarti. E io vorrei evitare di fare una figuraccia. Ma, come dice quel proverbio veneziano: <più in alto se va, più il culo se mostra.>. Speriamo bene. Certo, ti confesso che questa scadenza mi agita un po’ e a volte mi tiene sveglio la notte.>>. Aveva dato a Lisa una risposta piuttosto lunga e argomentata, come succede quando uno vuole giustificarsi o convincere l’altro che si è sbagliato. Ma Lisa non colse questo eccesso di giustificazione che, già di per sé, avrebbe potuto rivelarle un sotterraneo senso di colpa, tanto era lontana dal solo pensiero che il suo Marco potesse aver preso una sbandata per un’altra donna.

Marco aveva bevuto un po’ più del solito, sicché pregò Lisa di guidare al posto suo. E, mentre se ne stava al suo fianco, rispondeva distrattamente alle domande di Duccio che voleva sapere come funzionava il motore dell’automobile e come trasmetteva il movimento alle ruote. <<Ma mi stai a sentire, babbo?>> gli fece Duccio, a un certo punto, spazientito dalle risposte vaghe che gli dava suo padre. <<Ma sì che ti ascolto, Duccio. Solo che è un po’ difficile spiegare questo meccanismo. Ci vorrebbe un foglio di carta e fare dei disegni…>>. In realtà, stava pensando a come avrebbe potuto rivedere Anna e dove avrebbero potuto incontrarsi.

Quella sera, quando fu a letto accanto a Lisa, l’abbracciò forte forte, quasi con disperazione, come se lei potesse aiutarlo a uscire da quella specie di trappola nella quale sentiva di essersi cacciato. Lisa aveva intuito da un po’ di giorni che in suo marito qualcosa era cambiato e c’era come una sorta di malessere o di dolore che non trovava il modo di esprimersi e soprattutto di essere messo in comune con lei, ma pensava che si trattasse di una crisi passeggera, legata alle difficoltà dello strano e difficile lavoro che faceva Marco. In realtà, questo malessere di Marco, le dava un po’ di inquietudine, come non era mai accaduto in passato quando, pure, lui aveva attraversato momenti difficili. Inquietudine, sì, inquietudine: non solo, dunque, dispiacere, come accade quando vediamo soffrire una persona che amiamo. Ed era questa inquietudine, questo sentimento diverso dalla compartecipazione a una sofferenza, quello che Lisa non riusciva a capire e ad analizzare. Anzi, non ci provava nemmeno: ci passava sopra quasi negandone l’esistenza.

L’indomani mattina, dallo studio, Marco chiamò Anna: non voleva aspettare il Sabato per incontrarla. Pensò che avrebbe potuto annullare un paio di sedute per trascorrere due ore con lei. <<Dove vuoi che ci vediamo, che non sia il mio studio?>> le chiese.

<<Noi abbiamo un piedàterre in via Aldobrandeschi, al num. 5. Potremmo vederci lì. Magari, se ti va bene, domattina verso le 11. Sai dov’è?>>

<<No, ma non è un problema. Verrò in taxi.>>

<<Allora, io vado un po’ prima e ti aspetto lì. Va bene?>>

<<Benissimo. A domani.>>

<<A domani.>>

Marco dovette avvertire i due pazienti, quello delle 11 e quello delle 12, che per un imprevisto contrattempo gli era impossibile fare le sedute. Si vergognò con sé stesso per questo inganno: gli avevano insegnato, e lui non ne aveva mai dubitato, che, con i propri pazienti, un analista doveva essere sempre leale e non mentire mai. Ora, sebbene non mentisse, tuttavia anteponeva i propri desideri alle loro necessità. E questo gli parve molto grave. Si sentì indegno di continuare a svolgere con onestà il proprio lavoro. Eppure era pervaso da una sorta di euforia all’idea di rivedere presto Anna.

Quest’ultima, quando gli aprì la porta, aveva un’aria seria, non contrariata, ma come se il loro incontro fosse un evento della massima importanza. Marco, goffamente, per salutarla le strinse la mano, ma, quando fu entrato, l’abbracciò e la baciò con foga. Anna sembrava sorpresa da questa esplosione di passione. Ma ora che si erano abbracciati e baciati che cosa potevano fare? Marco le sussurrò in un orecchio mentre ancora la teneva stretta a sé: <<Anna ti voglio. Voglio fare l’amore con te.>>. Anna si sentiva imbarazzata: non per la proposta in sé ma perché veniva da un uomo per il quale aveva provato sin dal loro primo incontro un’attrazione spirituale, come se si trattasse di una persona dotata di qualità superiori, ma che non aveva suscitato in lei immagini o fantasie erotiche. Non che le dispiacesse fisicamente, tutt’altro, ma non si sentiva ancora pronta a passare, per così dire, dal dialogo delle anime all’intreccio dei corpi.

Il piedàterre era composto di un piccolo soggiorno (due poltroncine, un divanetto, un tavolo, quattro sedie, un trumeau e un trespolo con l’apparecchio televisivo), una minuscola cucina, un bagnetto e una camera da letto abbastanza spaziosa, con un letto bastardo, i comodini, un armadio, un appendiabiti e un paio di sedie. Anna fece strada a Marco nel soggiorno. <<Vieni>> gli disse, indicandogli il divanetto di pelle marrone. Si sedettero l’uno accanto all’altra e, di nuovo, non sapevano che dirsi. Marco le prese una mano, quindi si girò verso di lei e la baciò furiosamente, come se avesse la disperazione nel cuore: <<Non potremmo andare di là?>> le chiese, poi, sottovoce e incerto. <<In camera da letto?>> fece Anna con tono neutro e, senza aspettare la risposta, si alzò e lo precedette. Decise di assecondarlo, senza, tuttavia, sentirsi per nulla presa dal desiderio. Così, tolse la coperta, aprì il letto, si spogliò e si distese sulle lenzuola. Anche Marco, si era tolto i vestiti e in breve fu sopra di lei. Tremava, quasi paralizzato per l’emozione, ma questo non gli impedì di coprire di baci e di carezze tutto il corpo di Anna, in una sorta di dolorosa frenesia. Col cuore in gola la prese, con le lacrime agli occhi, e lei, frastornata da quell’esplosione di emozioni, si abbandonò passivamente a lui, senza che il suo corpo partecipasse visibilmente alla passione di Marco, ma sforzandosi di non apparire distaccata e insensibile e imponendosi, quindi, di abbozzare dei gesti che esprimessero un suo coinvolgimento. Mentre simulava una passione che non provava, Anna pensava, con rammarico, che Marco aveva voluto accorciare troppo i tempi e, in qualche modo l’aveva strappata a quella sorta di piacevole rêverie nella quale era immersa da quando lo aveva conosciuto. Non le aveva dato il tempo di sognarlo, di indugiare con i pensieri, con le fantasie, con l’immaginazione su di lui e di sentirsi, un po’ alla volta, sempre più attratta dalla sua persona fino al punto di desiderarlo. Ora che tutto si era compiuto, le pareva che tra loro non potesse esserci più nulla. Ora che aveva dovuto conoscere, con una sorta di sgomento, il corpo nudo di Marco, le pareva di non poter più assaporare la sua anima. Giacché la strada che le era familiare, e che aveva sempre percorso nella sua vita, andava dall’anima al corpo e non poteva essere invertita.

Marco si era disteso accanto a lei con la testa poggiata sulla sua spalla mentre le teneva stretta una mano. Rimasero per un po’ in silenzio. <<Mi dispiace>> mormorò poi Marco <<Non sono stato un granché… Ti desideravo così tanto...>>. <<Non importa.>> fece Anna, sfiorandogli i capelli con una carezza. <<La prossima volta andrà meglio, vedrai.>>. Erano entrambi tristi. Non rimasero a lungo in quella posizione del corpo e dell’anima. Avevano il tempo contato: Marco doveva ritornare allo studio. Dopo essersi dati una sciacquata nel bagno ed essersi rivestiti, Marco chiese ad Anna il permesso di usare il suo telefono per chiamare un taxi. Nel frattempo si erano rivestiti. Prima di scendere in strada ad aspettare il suo taxi, Marco abbracciò a lungo Anna: <<Vorrei che riuscissimo a stare di più insieme. Senza fretta.>>. <<Anch’io.>> rispose Anna. In effetti il loro primo incontro d’amore era stato tristemente frettoloso e non aveva permesso a nessuno dei due di esprimere i sentimenti che li avevano mossi l’uno verso l’altro.

Marco guardava dal finestrino sfilare le vie della città, ma pensava ad altro, a quanto fosse stato goffo e deludente quel loro primo consegnarsi l’uno all’altro, quanto poco avesse a che fare con uno scambio di amore. Sentiva che era colpa sua, che lui solo era il responsabile di questo fallimento, e poi pensava a Lisa. Era sopraffatto da una sensazione di catastrofe: aveva distrutto irreparabilmente una costruzione tirata su da entrambi con tenacia, pazienza, rispetto reciproco, e soprattutto amore, per decenni. Almeno avesse colmato le attese di Anna! Ma si rendeva conto di avere tradito l’amore di Lisa senza, per contro, dare alcuna gioia ad Anna, che, sebbene fosse stata dolce e comprensiva con lui, non era riuscita a nascondergli la sua malinconia in questo loro incontro.

Arrivò allo studio verso mezzogiorno e mezzo, e si dispose ad aspettare l’una meno dieci, ora in cui normalmente terminava le sedute per poi rientrare a casa. Si sentiva stanco, quasi spossato, ma soprattutto giù di corda. Era stato preso dal timore che Anna fosse rimasta talmente delusa dal suo comportamento da aver perduto ogni interesse per lui.

Anna, in quel momento si stava facendo una doccia prima di rincasare e rifletteva su come Marco fosse stato impaziente di fare l’amore con lei, senza preparare in alcun modo questo incontro così intimo e decisivo dei loro corpi, senza preoccuparsi affatto di lei, dei suoi desideri. Lei aveva immaginato che si sarebbero avvicinati un po’ alla volta, con dolcezza e quasi con prudenza e invece lui aveva precipitato le cose, certo per appagare un proprio desiderio, ma senza cercare di capire i desideri di lei. Ed era uno psicoanalista! Ad Anna sembrava inconcepibile che uno che di professione ascoltava le persone e cercava di aiutarle a capire sé stesse potesse poi essere così maldestro nei suoi rapporti privati. Soprattutto in una relazione d’amore, se questa parola non era, nelle circostanze, eccessiva. Ma queste amare considerazioni non scalfivano in profondità l’immagine che Anna serbava di Marco, il suo interesse per lui, la voglia di stabilire tra loro una relazione autentica e profonda. Caso mai, considerava il comportamento di Marco come una sua perdonabile debolezza, che, se appannava un po’ l’immagine di perfezione che lei si era costruita di lui fin dall’inizio, lo rendeva anche, in un certo senso, più umano. L’idealizzazione non è mai una buona strada per stabilire un rapporto autentico tra due persone. Ora Anna non si sentiva più, come all’inizio, in una posizione quasi di inferiorità, ma al suo livello, almeno umanamente. L’idolo aveva perduto il suo splendore dorato ed era diventato un uomo stimabile e interessante, con i suoi lati deficitari e le sue virtù.

Marco fu pervaso da un senso di vergogna che lo distolse, per qualche giorno, dal cercare altri contatti con Anna. Fu lei a chiamarlo allo studio il Venerdì, poco prima dell’una: <<Sei scomparso>> gli disse. <<Ti sei stancato della mia compagnia?>> aggiunse con un tono tra il serio e lo scherzoso.

<<Ma no! Che dici? Solo non volevo darti l’impressione di starti troppo addosso, di soffocarti con la mia presenza.>>

<<Allora, vuoi che ci vediamo domani?>>

<<Sì certo, mi farebbe molto piacere. Ma dove?>>

<<Se per te va bene, dove ci siamo visti l’ultima volta, nel mio appartamentino.>>

<<Perfetto. Allora, io potrei essere da te verso le dieci e mezzo. Ti va bene come orario?>>

<<Va benissimo. Ti aspetto Sabato mattina. A Sabato.>>

<<A Sabato. Ciao.>>

Si videro. E divenne un’abitudine. Facevano l’amore e si scambiavano qualche parola. Marco aspettava con ansia quegli incontri perché aveva trovato nel corpo di Anna un intero mondo di sensazioni mai provate prima. E sembrava non essere mai sazio. Ma con quella insaziabile passione cresceva anche il suo tormento. Stranamente gli sembrava che Lisa si fosse allontanata e persino un po’ raffreddata con lui, mentre era lui che era diventato incerto ed esitante nell’avvicinarsi a lei. Certo, Lisa aveva percepito un cambiamento nel modo di Marco di guardarla, di toccarla, di parlarle, di fare l’amore con lei. Ma non si era soffermata troppo su questa sensazione indefinita e, soprattutto, non aveva cercato di darsene una spiegazione e tanto meno di parlarne con suo marito. Così, tra loro si era creata una lieve, indefinibile distanza o, forse, soltanto una specie di insicurezza nel loro comunicare con le parole, con i gesti, con gli sguardi. Come se avessero perduto la loro intimità di un tempo e fossero diventati, ciascuno, insicuro su come sarebbe stato accolto dall’altro.

Si avvicinava l’Estate. Lisa parlò a Marco di come programmare le loro vacanze per il mese di Agosto. Convennero di prenotare in Versilia un grande albergo vicino al mare e circondato da un giardino alberato e da un piccolo parco di pini marittimi, dove Marco avrebbe potuto rifugiarsi a leggere e a scrivere, lui che sul mare, specie su quello sabbioso, resisteva soltanto per un’ora o poco più, oppresso dal caldo, abbagliato dalla luce e snervato dalla confusione e dal rumore delle orde di bagnanti, quasi tutti, chissà perché, in costante stato di eccitazione psicomotoria.

Marco, quando rivide Anna, accennò alla loro imminente separazione estiva: <<Staremo via un mese. Non so come farò senza vederti per così tanto tempo. Tu dove vai in Agosto?>> le chiese mentre erano distesi, uno accanto all’altra, nel solito letto nel solito appartamentino, dopo aver fatto, come al solito, l’amore.

<<Io non mi muovo mai, lo sai. Resterò a casa mia e farò i bagni nella piscina. Ma tu potresti fare ogni tanto una scappata per venire a trovarmi. O no?>>

<<Mah, sai, dovrei inventare qualche balla con mia moglie e io non ci sono abituato, non lo so fare.>>

<<Neanche per me?>>

<<Anna, è questione di carattere. Io con Lisa non ho mai avuto segreti e non le ho mai mentito. Non saprei farlo.>>

<<Lo stai già facendo da un po’ di tempo in qua...>> osservò Anna con un sorrisetto tra l’ironico e il malizioso.

<<Sì, hai ragione, e sapessi quanto mi pesa.>> sospirò Marco prendendole la mano. <<Ma>> aggiunse <<non potrei mai rinunciare a te, perciò devo sopportare il tormento che mi dà tutta questa storia.>>.

Anna girò il viso verso di lui e gli prese il mento tra il pollice e l’indice obbligandolo a guardarla negli occhi: <<Dimmi, Marco: tu mi ami?>> gli chiese, come se fosse stata attraversata da un dubbio improvviso.

<<Certo che ti amo! Che ti salta in mente? Non ti pare che te lo abbia dimostrato da un bel pezzo?>>

<<Veramente mi hai dimostrato di desiderarmi, di volermi, di voler scopare con me. Ma io non sono mica tanto sicura che tu mi ami>>

<<Che cosa ti salta in mente? Perché questi improvvisi dubbi? Da dove vengono?>>

<<Beh, se non te la senti nemmeno di inventare qualcosa per venire a trovarmi durante le vacanze, e ti rassegni a passare un mese senza vedermi, allora qualche dubbio su quel che tu provi per me può anche venirmi. O no?>>.

Marco non rispose. Si sentiva oppresso dal senso di colpa verso tutte e due le donne che amava. Gli pareva di essersi cacciato in un vicolo cieco. Qualunque decisione prendesse, qualunque cosa facesse gli appariva sbagliata e riprovevole. Poteva ingannare a cuor leggero Lisa? Poteva dire di no ad Anna? Anna lo aveva messo di fronte a un dilemma insuperabile: acconsentire alla sua comprensibile e legittima richiesta, tradendo ancora una volta la sua lealtà verso Lisa, oppure sottrarsi, dimostrando di non essere capace di amarla con generosità? Gli ritornò alla mente una delle massime di Kant, imparate a scuola: <<Agisci in modo da trattare l’uomo, così in te come negli altri, sempre anche come fine, non mai solo come mezzo.>>. Non aveva forse ragione Anna quando gli faceva intendere che lui sostanzialmente si serviva di lei per il proprio piacere, ma non era disposto a sacrificare per lei nemmeno un po’ della sua lealtà (peraltro oramai guastata) verso Lisa, della quale andava così fiero?

<<Si è fatto tardi.>> disse Marco, e si alzò dal letto cominciando a rivestirsi. <<Eh già,>> fece Anna, senza muoversi, solo coprendosi col lenzuolo <<perché noi ci incontriamo con l’orologio alla mano. Il nostro è un amore a cronometro.>>. Il suo tono era più dolente che sarcastico. <<Anna, tu sai qual è la mia situazione.>> replicò Marco contrito. <<Non ti biasime­rei>> aggiunse <<se ti stancassi di me.>>. <<Non è di te che sono stanca, ma di questo modo di incontrarci e di stare insieme. Vorrei condividere con te qualcosa di più di un letto e sempre, ripeto, con l’orologio sott’occhio.>>. <<Mi sono infilato in una trappola>> pensò Marco <<e ogni via d’uscita mi costerà cara. Non posso né continuare così né trovare un’altra strada, che non sia quella di troncare con Anna.>>. Questa riflessione lo rese improvvisamente triste, non aveva parole con cui replicare ad Anna, sicché l’abbracciò stretta e la baciò a lungo senza dire niente. E mentre lo faceva sapeva che, in qualche modo, aveva voluto tapparle la bocca per non sentire più quella insopportabile verità. <<Ma il mio dolore>> rifletté con amarezza <<non cancella il fatto che Anna mi ha solo detto come stanno le cose e io mi sento impotente a cambiarle.>>.

Quella mattina, quando si separarono, Marco ebbe la tentazione di decidere in cuor suo che non avrebbe mai più rivisto Anna. Passò dallo studio prima di rincasare e di lì telefonò a Lisa. Una telefonata senza uno scopo preciso, ma per far sentire a sua moglie che la pensava e (cosa che lei sapeva benissimo) stava per ritornare. Una telefonata soprattutto per tranquillizzare sé stesso, giacché non poteva fare a meno di essere tormentato dall’idea assurda che, quando andava a incontrarsi con Anna, Lisa in qualche modo avesse la percezione di un suo momentaneo abbandono.

C’era stato un tempo nel quale Marco, quando rincasava per il pranzo, e si metteva a tavola con Lisa (Duccio rimaneva a mangiare a scuola perché faceva il tempo pieno), si sentiva avvolto da una nuvola di felicità. Quella donna aveva dato senso alla sua vita e gliela aveva riempita. Con nessun’altra aveva mai avuto un’intesa così completa e una comunicazione così intensa e profonda. Lisa aveva portato la vita nella sua vita; nella sua vita sempre, fin da adolescente, insidiata da una corrente sotterranea di malinconia, di quella che, molto più tardi, avrebbe imparato a riconoscere e a chiamare ‘depressione strisciante’. ‘un regalino di mammà’ si diceva, pensando a tutte le volte in cui, fin da bambino, aveva letto sul suo viso l’espressione del dolore, senza che vi fosse un motivo apparente, sicché, da grande, l’aveva poi scherzosamente soprannominata mater dolorosa. Questa madre che, per giornate intere, mostrava, in silenzio, un’inconsolabile, e per lui inspiegabile, disperazione. Ma lui l’aveva anche ammirata perché aveva sempre lottato, con tenacia e coraggio, aggrappandosi all’unica risorsa di una incrollabile fede religiosa (gli antidepressivi allora non esistevano) per mandare avanti una famiglia numerosa e impegnativa: un marito sempre occupatissimo e quattro figli da accudire. Ecco, Marco credeva che la sua depressione strisciante fosse una eredità materna, ma era molto incerto se si trattasse di una eredità di natura biochimica (qualche neurotrasmettitore deficitario) o un’eredità psicoaffettiva (l’immagine di una madre afflitta, annidata nella sua psiche). Era sicuro, però, di aver trovato in Lisa il suo antidoto. A volte si era perfino chiesto se il suo legame con lei non fosse quello di un parassita: le stava accanto per succhiarle la vita. Lei era una donna dall’anima luminosa, generosa, attratta dalle relazioni con gli altri esseri umani, appassionata di musica, di arte, di letteratura, e sempre pronta a fare progetti di ogni genere: dai viaggi durante le vacanze estive, alle rapide incursioni in questa o in quella città per vedere una mostra d’arte, assistere a uno spettacolo teatrale o a un concerto. E quella sua gioia quando riusciva a riunire alla loro tavola gli amici più cari per trascorrere insieme una bella serata. In breve, si era chiesto spesso come sarebbe stata la sua vita se non avesse incontrato Lisa e se non avesse stretto con lei un legame così forte, che sentiva indispensabile per trovare la spinta ad andare avanti giorno dopo giorno. Per converso, si era anche chiesto (e l’aveva chiesto più volte a Lisa, ottenendo da lei, però, soltanto risposte evasive e scherzose) che cosa lui desse a lei, in quello che all’apparenza doveva essere uno scambio, o, se si preferisce, un’alleanza. La cosa più strana per lui era che Lisa gli ripetesse <<Tu sei il mio babbone saggio e sapiente, che sa tutto, che mi dà sicurezza e che mi insegna un mucchio di cose.>>. E Marco si chiedeva come fosse possibile che questa immagine che Lisa aveva di lui potesse coesistere con la propria sensazione di trarre da lei il senso di sicurezza, le gioie della vita e la spinta non lasciarsi sopraffare dalla malinconia: sapeva di essere completamente dipendente da Lisa per il proprio benessere quotidiano: sapeva che, se Lisa l’avesse abbandonato, la sua vita sarebbe sprofondata nella solitudine, nella paura, nella mancanza di ogni iniziativa. Certo, era più bravo di lei nel consultare gli orari ferroviari, nel preparare la dichiarazione dei redditi, nello sbrigarsela in banca con l’accensione del mutuo sulla casa e in tanti altri settori dove Lisa faceva deliziosi pasticci, incapace com’era di districarsi con leggi, norme, regolamenti eccetera. Così, per esempio, se Lisa riceveva una raccomandata dell’ufficio del personale dell’università nella quale le comunicavano i gradini della propria progressione in carriera e dei relativi ‘scatti’ di stipendio, lei prendeva quel foglio, se lo rigirava un po’ tra le mani, con l’aria tra afflitta e disgustata, dopo di che lo passava a Marco, dicendogli. <<Io non ci capisco niente. Per favore, lo leggi tu e poi mi spieghi che cosa dice in concreto?>>. E c’era anche l’ammirazione dichiarata di Lisa non solo per il lavoro che Marco svolgeva, ma anche per tutti i libri che aveva scritto e per la sua sconfinata cultura (agli occhi di Lisa). Giacché bisogna pur dire che, prima di imboccare gli studi di filosofia e poi il training per diventare psicoanalista, Marco aveva gironzolato per i più diversi settori del sapere e del fare umano. Da ragazzo, si era appassionato all’astronomia, ma anche all’elettronica e alla radiotecnica, costruendosi da sé telescopi e radio a onde corte; e poi era diventato un discreto fotografo, con apprezzabili competenze anche nei settori dell’ottica e della chimica (un fotografo che disponeva a casa di una piccola camera oscura, nella quale sviluppava e stampava le proprie pellicole). Di sé diceva: <<Sono stato per tutta la mia giovinezza un dilettante in mille settori, finché non ho deciso di concentrare tutte le mie forze per diventare uno psicoanalista onesto e serio.>>. Ma questo suo dispersivo passato di dilettante nei più svariati settori dava a Lisa l’impressione che Marco sapesse tutto e che potesse affidarsi a lui per avere risposta a qualsiasi domanda.

Così, se l’uno era consapevole di ricevere dall’altra, ogni giorno, l’ossigeno vitale che gli consentiva di non sprofondare nell’inerzia e nella tristezza, l’altra aveva la sensazione di potersi appoggiare su di un compagno potente e affidabile, sul quale poter contare per qualunque problema, pratico o esistenziale, che le si parasse davanti.

Ai primi di Agosto partirono per la vacanza marina. Qualche giorno prima, Marco aveva voluto incontrare ancora una volta Anna, nel suo appartamentino. Lei lo aveva accolto con un’aria di malinconica distanza. Avevano fatto l’amore, ma lei non aveva partecipato con la consueta passione: sembrava quasi che si concedesse solo per stanchezza o, tutt’al più, per compiacere Marco. <<Sicché ora mi abbandoni per più di un mese?>> gli aveva detto alla fine. E Marco non aveva saputo che cosa replicare. Non poteva invocare i propri impegni familiari: gli sarebbe parso squallido e vile. Così, si era limitato a dirle: <<Anna, non puoi immaginare quanto mi mancherai.>>. <<Già...>> fece lei, col tono di chi non ha alcuna voglia di iniziare una discussione inutile.

L’albergo dove presero alloggio era molto confortevole, ma non lussuoso. Aveva il pregio inestimabile di trovarsi a cinquanta metri dal mare e di disporre, sul davanti, di una spiaggia privata, sempre poco affollata, giacché due file di ombrelloni bastavano a soddisfare i desideri degli ospiti. Lisa amava prendere a lungo il sole, distesa su di un lettino, intervallando queste interminabili sedute elioterapiche con qualche nuotata fino alla prima boa, distante un centinaio di metri dalla battigia. Non era questa, per lei, la vacanza marina ideale, giacché era stata sempre abituata fin da bambina a mari di scogli, selvaggi e poco frequentati, nel Salento, sulla costa dalmata, in Grecia, in Corsica. Ma Marco l’aveva persuasa a ripiegare su questa soluzione balneare perché voleva, quell’Estate, insegnare a Duccio a nuotare come si deve, a immergersi sott’acqua e, se possibile, a imparare i rudimenti della pesca subacquea. Così, la mattina, quando, dopo colazione, scendevano sulla spiaggia, lasciavano Lisa ai suoi arrostimenti solari e loro due si dirigevano, con una barchetta presa a nolo, verso la punta di un promontorio roccioso che si protendeva nel mare sul lato destro della piccola baia. Lì Marco insegnava a Duccio come indossare pinne, maschera e boccaglio e, al suo fianco, scendeva sott’acqua mostrandogli come esplorare gli anfratti sottomarini, indicandogli le tane dei polpi, gli anemoni di mare, e tutta la varietà multicolore dei pesciolini mediterranei. Una volta videro addirittura una murena, che se ne stava rannicchiata nella sua tana, mostrando ai visitatori il suo poco benevolo sorriso dai denti aguzzi. Duccio era eccitatissimo da queste avventure sottomarine e dalla sua nuova esperienza di esploratore subacqueo. Quando ritornavano a riva, Lisa li accoglieva con un sorriso compiaciuto e si faceva raccontare dal figlio tutte le emozionanti scoperte e avventure di quella mattinata da esploratore degli abissi. Era il perfetto godimento dell’armonia, dell’equilibrio, della serenità. <<Ma se, al di là di questa tranquilla felicità, ci fosse qualcosa d’altro?>> si interrogava Marco, con un fremito di inquietudine.

Così trascorrevano le loro tranquille giornate marine. Ma per Marco c’era un impegno segreto al quale non veniva mai meno, la mattina. Verso le otto lasciava l’albergo, che era un po’ fuori dal paese, e si recava a comperare i giornali (ne leggeva ogni giorno tre o quattro) e qualche rivista di enigmistica, per Lisa, appassionata di parole crociate. Tuttavia, la cosa più importante, sulla quale doveva mantenere il segreto, era la quotidiana telefonata ad Anna, fatta dalla cabina telefonica affiancata a una piccola drogheria. Telefonate sempre amare, giacché Anna non mancava mai, col solo tono della sua voce, di farlo sentire colpevole di averla lasciata sola, o, per meglio dire, in balia di quel marito squilibrato e dei due figli ribelli, che la facevano ammattire. Nella lontananza fisica da Anna Marco rifletteva di continuo sulla natura del loro rapporto, sui motivi dell’attrazione che quella donna esercitava su di lui. E non trovava una risposta. Amava Lisa, le era immensamente grato del sostegno che dava alla sua vita; per nulla al mondo avrebbe voluto separarsi da lei, voleva che le loro vite rimanessero strettamente intrecciate fino alla fine, eppure non poteva resistere al desiderio di creare con Anna una relazione unica, speciale, nella quale poter raggiungere la completa conoscenza della sua anima, del nocciolo profondo e nascosto della sua esistenza. Si rendeva conto che fare l’amore con lei, fondere i loro corpi era solo un debole surrogato di quella fusione delle loro anime a cui ardentemente aspirava. Perché se, all’inizio, gli era parso che fosse Anna a volerlo avvicinare e a chiedergli un’attenzione speciale, in seguito, quando erano diventati più che semplici amici, Anna era, stranamente, diventata più riservata, quasi che l’aver superato la barriera formale dell’ amicizia, per cadere una nelle braccia dell’altro, coi loro corpi intrecciati, avesse prodotto in lei una sorta di repentina ritrosia a comunicargli i suoi sentimenti e i suoi pensieri, come, invece, faceva quando chiamavano amicizia la loro relazione e affidavano soltanto alle parole i loro incontri. <<Che cosa mai accade di così sconvolgente quando un uomo e una donna, che pur si conoscevano e si frequentavano, diventano amanti?>> si chiedeva Marco, cercando inutilmente, nel ricordo dei romanzi che aveva letto e nelle teorie psicoanalitiche di cui si era nutrito, una risposta a questa domanda. Ma capiva che c’era qualcosa di morboso, di malato nel suo bisogno spasmodico di arrivare a conoscere e a possedere l’anima di Anna. Gli pareva infatti che Anna avesse un’anima nascosta, un nucleo o un nocciolo che non mostrava a nessuno, nel quale stava racchiusa la sua autentica identità. <<Come càpita a tutti.>> obiettava a sé stesso. E quanto più questa obiezione gli pareva fondata e sensata tanto più gli appariva inspiegabile questo suo bisogno di raggiungere solo con Anna il nocciolo della sua identità. <<Forse che>> si diceva <<anche Lisa, come ciascuno di noi, non ha il suo nocciolo segreto, nascosto e inaccessibile? E perché non sento con lei il bisogno e persino la necessità di raggiungerlo e conoscerlo?>>.

Rientrarono dalle vacanze a fine Agosto. Marco ricominciava il suo lavoro all’inizio della seconda settimana di Settembre. Pensò che avrebbe avuto più tempo da passare con Anna.

Ma, quando si incontrarono nel piedàterre di lei, sembravano entrambi imbarazzati, come se non sapessero come comportarsi. Si salutarono, sulla porta, con due baci sulle guance, come parenti lontani. Marco le prese la mano e gliela strinse, lei non ricambiò la stretta e lasciò che la propria mano rimanesse inerte in quella di lui. Marco avrebbe voluto dirle qualcosa di affettuoso, di appassionato, ma sentiva la sua distanza, una distanza che esprimeva, gli parve, una specie di risentimento, sebbene non fosse uscita dalla bocca di Anna una sola parola di rimprovero. Non sapevano che dirsi, e nessuno dei due era in grado di prendere l’iniziativa di un avvicinamento fisico che li portasse come al solito a letto, dove le parole non sono necessarie. Intanto erano entrati nel salottino e si erano seduti, uno di fronte all’altro, nelle due poltroncine di pelle color caffellatte. <<Mi sei mancata da morire.>> disse Marco, subito pentendosi della banalità convenzionale delle proprie parole: ma non gli era venuto in mente altro con cui tentare di dissipare quell’atmosfera opprimente. <<Mi domando che senso ha continuare a vedersi in questo modo...>> mormorò Anna, come risposta. <<Hai ragione. Ma io non riesco a immaginare un modo diverso di incontrarci, di stare insieme. A te viene in mente qualcosa?>>. Anna non rispose.

Marco sapeva che cosa cercava in Anna attraverso l’incontro dei loro corpi: qualcosa di cui intuiva la presenza nascosta, ma che non era in grado di descrivere, un po’ come un esploratore che senta il richiamo di un territorio ignoto nel quale desidera addentrarsi per conoscerlo. E intuiva che Anna soffriva per la mancanza di qualcosa che nemmeno lei avrebbe saputo definire. Anzi, pensava che Anna, all’inizio, si fosse accostata a lui proprio nella speranza di essere aiutata a trovare questo qualcosa che le mancava. Ma che cosa?

Nella mente di Anna, Marco era diventato, ora, colui che si sottraeva e si negava. Anzi, peggio: colui che la usava per il proprio piacere, ma non era disposto a donarsi a lei per riempire quel vuoto che, fin da bambina, aveva sentito dentro di sé e che aveva tentato invano di colmare sposandosi e poi generando due figli. Era una vita che Anna combatteva con quel vuoto, per non farvisi risucchiare dentro fino a scomparire, e anche per non cedere al suo richiamo seducente, che le diceva che soltanto diventando anche lei un nulla, sarebbe sfuggita per sempre al dolore di esistere. Quando aveva conosciuto Marco, aveva avuto la sensazione immediata che quell’uomo gentile e disponibile potesse accogliere dentro di sé la sua silenziosa, inespressa, muta disperazione e aiutarla a esprimersi, a parlare e anche magari a urlare, a trovare una voce e un tono con cui parlare alla sua mente e dirle perché, perché non c’era speranza, e di che cosa non c’era speranza e che cosa si sarebbe potuto, invece, sperare. Non bastava urlare il vuoto, bisognava riuscire a dare un nome, un volto, una immagine al pieno che avrebbe potuto riempirlo e cancellarlo. Questo Anna sperava di poter raggiungere con l’aiuto di Marco, con la sua vicinanza.

Ma adesso, seduta di fronte a lui, nella penombra del salottino silenzioso e rinfrescato da un ronzante condizionatore, le ritornavano alla mente le ore lontane, lontanissime della sua disperazione di bambina e di adolescente: l’angusta e buia bottega di suo padre, coi prosciutti che pendevano dal soffitto accanto alle strisce di carta moschicida coperte di mosche morte e lei che a quell’uomo brusco, rozzo e di scarse parole, piantato dietro il bancone, doveva porgere ora una cosa ora un’altra e rimanere lì a sua disposizione, pronta a consegnare nelle mani dei clienti i pacchetti che suo padre le porgeva e a riscuotere da loro il danaro. E le ritornava nelle narici l’odore pungente che si diffondeva dal mastello delle aringhe in salamoia e quello, agliaceo, dei salsicciotti. E tutta quell’infanzia e quell’adolescenza di solitudine e di silenzi, con l’immagine di sua madre sempre ansimante tra sospiri e lamenti, le ricadeva addosso e la schiacciava, come se il tempo non fosse trascorso o, pur trascorrendo, non avesse sollevato quella cappa di muta disperazione che soffocava la sua anima. Guardò Marco negli occhi.

<<Non so cosa voglio di preciso da te, ma so che non voglio trascinare una storia così, fatta di incontri clandestini in una garçonnière e nient’altro.>>

<<E nient’altro?>> ripeté Marco, sgomento.

<<Non hai sentito per nulla l’amore che ho per te?>>

Anna abbassò lo sguardo sul pavimento, tacque per qualche istante: <<Forse sono io che sono fatta male.>> mormorò poi come se quelle parole non uscissero dalla sua bocca, aggiungendo <<Non so di preciso che cosa mi manca, ma so che mi manca qualcosa. Qualcosa di importante. Come l’aria che respiriamo. La baraonda continua, che c’è a casa mia, mi riempie le giornate e mi impedisce di pensare. Ma la notte, quando finalmente sono sola, mi si rovescia addosso tutto il niente che è la mia vita quotidiana. Un niente caotico, rumoroso, pieno di urla, di rabbia, di litigi e di angosce, ma un niente. Nel senso che, al di là di tutto questo caos rumoroso, non c’è niente.>>.

Si fermò a riflettere per qualche istante.

<<Forse mi aspettavo che tu la riempissi, la mia vita. La riempissi con qualcosa di buono. Non so nemmeno io con che cosa…>>

<<Mi dispiace, Anna, di non essere riuscito a darti quello che desideravi.>>

E, nel dire queste parole, Marco si alzò dalla sua poltrona e fece un passo verso la porta.

<<Vai via?>> fece Anna con un filo di voce.

<<Non vedo che altro posso fare… Mi pare che ci siamo detti tutto.>>

<<Hai ragione… Ti dispiace se non ti accompagno alla porta?>>

<<Non ce n’è bisogno… stammi bene. Spero che da qualche parte tu possa trovare quello che cerchi.>>.

E, senza aggiungere altro, uscì dal salottino, mentre Anna rimaneva seduta nella sua poltroncina con lo sguardo fisso davanti a sé.

Marco ritornò alla sua solita vita, quella che faceva prima di conoscere Anna. Ma non poteva cancellare dentro di sé quello che era avvenuto e, soprattutto, il dolore che gli procurava la lontananza da lei e il non poterla più vedere: una sorta di lutto, come se avesse perduto una persona cara. Un’esperienza nuova nella sua vita, giacché mai gli era accaduto prima di doversi separare da una donna che amava. Cercava conforto nell’abbraccio con Lisa, quasi che lei potesse consolarlo; e avrebbe voluto poterle confidare la propria pena. Non lo faceva soltanto per non ferirla, ma non avvertiva alcun conflitto, alcun contrasto tra il suo legame con Lisa e il suo amore troncato con Anna. Erano due qualità di sentimenti del tutto differenti e (così sentiva) del tutto compatibili. Lisa era colei che lo nutriva di vita, la donna che gli permetteva di sopravvivere e di vivere, che gli dava la forza e l’energia per affrontare, ogni mattina, una nuova giornata. E, con la vitalità e l’energia che Lisa gli donava, poteva muoversi per il mondo offrendo a tutti un’apparenza di dominio di sé e delle cose, poteva lavorare e innamorarsi. Lisa, era, in breve, la sorgente del suo vivere. Ma poi, appunto, veniva, grazie a Lisa, la vita; e questa vita consisteva in tutte le cose e in tutte le esperienze che faceva, tra le quali, ultimamente, imprevedibilmente e repentinamente, la passione sbocciata nel suo cuore per Anna.

Lisa aveva notato che suo marito era cambiato, come se attraversasse un periodo difficile: distratto, lontano, assente, a tratti apparentemente apatico, ma, nello stesso tempo, quando andavano a dormire, si stringeva a lei come se cercasse conforto e rifugio. Gliene aveva parlato, ma lui si era giustificato dicendo che aveva un paio di pazienti difficili che lo preoccupavano e che ancor più preoccupato era per quella relazione che doveva presentare al congresso. Lisa aveva messo a fuoco con chiarezza, forse per la prima volta, il proprio ruolo essenziale nella vita di Marco, ma, non per questo, era cambiata la sua percezione (erronea) della natura paritaria del loro rapporto. Dentro di sé aveva riassunto il senso del loro stare insieme con una frase: tu sostieni me, io sostengo te. E, in effetti, si sentiva sostenuta da Marco, ma quello che non poteva vedere era il fatto che, nella realtà, lei sarebbe stata capace di cavarsela benissimo da sola, mentre Marco, senza di lei, avrebbe annaspato. Lui ne era nitidamente consapevole e, più volte, ripercorrendo a ritroso la propria vita, aveva identificato, in ogni sua fase, una persona, uomo o donna che fosse, alla quale si era appoggiato, dalla quale aveva tratto forza, energia, stimolo ad andare avanti. Perché l’intelligenza non comune di cui disponeva sarebbe rimasta del tutto inutilizzata se non avesse avuto al proprio fianco qualcuno che lo spronava a usarla, che mostrava di credere nei suoi talenti, che lo stimolava a impegnarsi in questo o in quel settore, dove, poi, riusciva benissimo, dando, così, l’impressione di essere una persona capace di eccellenti prestazioni a qualunque cosa si fosse dedicato.

Per Anna la fine della relazione con Marco aveva significato la presa d’atto del tramonto di una illusione. All’inizio della loro conoscenza, infatti, aveva sognato e fantasticato di avere trovato un uomo che l’avrebbe aiutata a uscire dal caos, rumoroso e vuoto, della sua vita quotidiana, con quel marito quasi sempre in giro per l’Italia e, quando era a casa, vanamente esigente e autoritario (Anna non stava nemmeno ad ascoltarlo), e quei due figli indocili e ribelli, che non riusciva in alcun modo a controllare. Anna, si potrebbe dire, era giunta a un punto in cui vagava per la vita, senza una meta e senza altro bisogno se non quello di darle un senso. La parentesi della breve relazione con Marco le aveva insegnato che quello che le mancava non era un uomo che la facesse sentire desiderata. Del resto, Marco non era stato il primo che avesse mostrato di volerla, anche se era stato il primo al quale si era affidata con la speranza di sentirsi amata. Lei stessa, invero, non sapeva bene che cosa significasse ‘sentirsi amata’, ma sapeva che alla sua vita mancava qualcosa di essenziale. Ma che cosa? Questo non avrebbe saputo dirlo. Anche perché aveva avuto più volte il sospetto che nessuno fosse in grado di darle quello che le mancava, cioè che le mancasse qualcosa che non poteva trovare fuori di sé nella relazione con un altro, qualcosa che non le era stato dato a suo tempo, al momento giusto, sicché era rimasto in lei un buco, o una voragine, che nessuno avrebbe potuto in seguito riempire. A volte si diceva che dentro di sé la pianta della vita non era germogliata al momento giusto, quando il terreno era predisposto, e che ormai era impossibile farla fiorire in un terreno diventato nel frattempo arido e impenetrabile.

Anna aveva interrotto la sua psicoterapia: le pareva che guardare dentro sé stessa fosse del tutto inutile: non faceva altro da quando era bambina e non era mai riuscita a ottenere, per questa strada, di essere meno infelice o addirittura felice. Il suo specchio, il suo terapeuta, le rimandava immagini a lei già ben note o le mostrava trappole nelle quali sapeva benissimo di essere intrappolata. In particolare, il suo matrimonio disastroso e la famiglia scombinata che ne era scaturita, non potevano essere annullati. Certo, esisteva il divorzio e poi la spartizione dei beni e dei figli, ma Anna non se la sentiva di affrontare questo immane sforzo, giacché non aveva nulla di bello che l’aspettasse dopo: nessuna speranza, nessuna promessa di una nuova vita felice. Sapeva bene che la sua infelicità non era causata dalla sua situazione familiare, che, tutt’al più, la aggravava. Si era sposata e aveva messo al mondo due figli proprio perché sperava, con questa scelta, di inaugurare una nuova vita che cancellasse quella infelicità che si portava dentro fin da bambina. Perciò il conflitto perenne con suo marito e i continui fastidi, che le procuravano i figli, aggiungevano soltanto odio e rabbia alla sua antica infelicità.

Marco avrebbe voluto poter condividere con Lisa la propria amarezza per come era finita la storia con Anna, alla quale non avrebbe saputo dare torto, riconoscendo che lui non aveva avuto il coraggio di modificare alcunché nella sua vita per fare spazio ad Anna, stretto com’era nella situazione contradittoria di voler lasciare intatta la sua relazione con Lisa, senza rinunciare a nulla, senza cambiare nulla, eppure di aggiungere ad essa, e alla sua routine quotidiana, la relazione con Anna, che non doveva disturbare o alterare in alcun modo l’andamento del suo matrimonio e della sua vita familiare. Riconosceva Marco di essersi comportato da perfetto egoista e di non avere offerto, in realtà, ad Anna alcuna prova del proprio amore per lei, non essendo disposto a sacrificare per questo amore nemmeno una virgola della sua ordinata vita familiare e professionale.

In questo stato d’animo di lucida consapevolezza del proprio egoismo e della propria meschinità, ma anche di profonda amarezza per la separazione da Anna, Marco si stringeva ancor più di prima a Lisa, chiedendole silenziosamente di consolarlo e di compensare con il suo amore la perdita di Anna. Lisa si era accorta del desiderio di Marco di ricevere più di prima manifestazioni di amore e di tenerezza da parte sua e lo aveva appagato, senza intestardirsi a cercarne una spiegazione. Lo conosceva abbastanza e da abbastanza tempo per sapere che, di tanto in tanto, aveva bisogno di ‘rifugiarsi’ in lei, sebbene poi, in altri momenti, potesse costituire, per lei, un pilastro della sua vita.

Le settimane passavano e già la luce del cielo si era fatta autunnale, diafana anziché sfolgorante come nel pieno dell’Estate. Marco aveva creduto di poter superare la separazione da Anna (la sua prima esperienza di questo genere) coll’aiuto degli affetti familiari, da un lato, e della sua “psiche analizzata” (come si usava dire tra gli analisti), dall’altro. Ma, quando era in compagnia di Lisa e di Duccio, sebbene fosse felice, sentiva, come non era mai accaduto prima, la mancanza di qualcosa e, insieme, curiosamente, l’impulso, che controllava a fatica, a raccontare a entrambi l’origine della sua infelicità.

Non c’era nessuno con cui potesse confidarsi, lasciarsi andare alla confessione della propria storia fallita con Anna. Non ne poteva certo parlarne a un collega: ne sarebbe uscita una sua immagine sminuita e appannata. Non sapevano tutti (sereni e compiaciuti complici di una menzogna collettiva) che ciascuno di loro disponeva di una “psiche analizzata”, la quale li avrebbe aiutati a cavarsi d’impaccio in qualunque difficile o dolorosa situazione affettiva si fossero trovati? Purtroppo la “psiche analizzata” di Marco non si mostrava all’altezza di quanto lui le chiedeva e, anziché aiutarlo a smontare e svuotare il significato di quella esperienza, mettendone in luce i significati, insieme, banali e infantili, anziché far questo, urlava e invocava il nome di Anna, come un’adolescente isterica al suo primo innamoramento. E così, Marco fu costretto, col passare dei giorni, a prendere atto che non gli era riuscita l’operazione di analizzare e quindi liquidare la sua relazione con Anna, della quale continuava a sentire atrocemente la mancanza. La sua “psiche analizzata” non riuscì, dunque, a dissuaderlo dal cominciare a fantasticare, e quindi a progettare, piani per riprendere contatto con lei, per tentare di riparare la rete strappata, per ricominciare a vedersi.

Ma questo proposito incontrava dentro l’animo di Marco una forte opposizione: era lucidamente certo che fosse una decisione sbagliata, che poteva condurre solo a una maggiore sofferenza, non solo per lui, ma anche, probabilmente, per Lisa e per Duccio. Infatti, se Anna lo avesse respinto, si sarebbe sentito ancor più infelice (e avrebbe riversato la propria infelicità nella sua famiglia), ma se, per avventura, avessero ripreso a frequentarsi, questa volta in un modo diverso, meno occasionale, sicuramente la sua vita familiare sarebbe stata danneggiata, se non sconvolta. In particolare, costruire un rapporto stretto e coinvolgente con Anna, avrebbe significato inevitabilmente cambiare stile di vita in una misura tale che a Lisa non sarebbe potuto sfuggire e che, probabilmente, avrebbe distrutto la loro unione. Era disposto a correre questo rischio? No, non se la sentiva, non poteva pensare di separarsi da Lisa. Eppure, voleva rivedere Anna, voleva riprendere con lei la relazione, in un modo nuovo, di più ampio respiro e più profondo. Sarebbe stato assai meno difficile per Marco rinunciare ad Anna se avesse provato per lei un semplice desiderio fisico, magari condito di simpatia e di stima: insomma, se si fosse trattato di un semplice innamoramento, per quanto acceso potesse essere. Invece, era l’anima di Anna ad attirarlo irresistibilmente. E l’attrazione delle anime è il più terribile e indomabile dei desideri. Non conosce né appagamento né estinzione. Fin da quando l’aveva incontrata per la prima volta aveva intuito in Anna una malinconia intensa, profonda e nascosta, quasi una disperazione. E non perché fosse uno psicoanalista, ma semplicemente perché era figlio di sua madre, della sua mater dolorosa, che aveva passato la vita a piangere in silenzio e senza lacrime sul suo paradiso perduto. Ma quale paradiso? Si era chiesto infinite volte Marco; e i suoi studi di psicoanalisi e la sua lunga pratica clinica non lo avevano affatto aiutato a trovare una risposta. Come se in taluni di noi ci fosse una voragine originaria alla quale nessuno aveva ancora dato un nome e della quale nessuno aveva trovato una spiegazione. Altrettanto inspiegabile, ma non meno prepotente, era il bisogno di Marco di tentare di riempire questa voragine in tutte le donne nelle quali l’aveva intravista.

Nel momento in cui staccò la cornetta e compose il numero di Anna ebbe la visione di lanciarsi in un baratro: sarebbe precipitato o gli sarebbero spuntate le ali? L’unica cosa, si disse, è provare, rischiare, come non aveva mai fatto prima nella sua vita. E si ricordò all’improvviso di una poesia, che sapeva a memoria, dell’“antologia di Spoon River”, nella quale George Gray confessa di aver avuto paura di avventurarsi nel mare ed è rimasto per tutta la vita con le vele ammainate nel porto.

Anna non mostrò sorpresa né contrarietà né contentezza per quell’improvviso e imprevisto riapparire di Marco. Gli rispose con distaccata serietà, quando lui le chiese, prima, come stava per manifestarle, poi, il desiderio di rivederla. Anzi, le disse chiaramente, con foga appassionata, di non poter sopportare quella separazione, chiedendole, insieme, se lei era disposta a incontrarlo. <<Sì,>> disse Anna, con tono distaccato e un po’ dolente <<e dove vuoi che ci vediamo? Nel mio piedàterre? E tutto ricominci come prima, uguale a prima?>>.

Marco le rispose che no, tutto doveva cambiare, voleva trovare un modo di vedersi e di frequentarsi che riempisse di più le loro vite.

<<Tu hai una moglie, una famiglia. Come pensi di fare? Non sei disposto a cambiare nulla nella tua vita? Capisci? Non puoi farmi entrare nella tua vita lasciando intatto tutto il resto, tutto quello che già c’è. Se davvero mi vuoi, devi essere disposto a cambiare molte cose. Io non ci sto a fare, come in passato, la parte dell’amante segreta e nascosta. Ho bisogno di altro.>>

<<Hai ragione, Anna. Io ci sto pensando, mi arrovello, non dormo più la notte.>>

<<Mi dispiace, ma mi sembra che tu non sia disposto a rinunciare a nulla per me.>>

<<Posso almeno richiamarti qualche volta?>>

<<Certo, quando vuoi, se ti fa piacere.>>

Questo triste, pacato ma fermo rifiuto di Anna aveva costretto Marco a chiedersi, per la prima volta in modo chiaro e intransigente: <<Che cosa cerco in lei? Che cosa voglio da lei?>>, giacché si era reso conto che non era il desiderio del suo corpo a spingerlo verso Anna, sebbene di lì fosse partito il suo cammino. <<Ho tutto: una moglie meravigliosa, un bel figlio, un lavoro che mi piace: che cosa vado cercando?>> si diceva Marco per tentare di soffocare dentro di sé l’inquietudine per la mancanza di Anna. A volte si rispondeva che la sua bella famiglia era, forse, la base solida, il porto sicuro che gli dava il coraggio di staccarsi dalla terraferma e partire per quel viaggio di esplorazione dell’ignoto che sentiva di dover intraprendere a ogni costo per dare un senso compiuto alla sua vita. E l’anima di Anna era, per lui, l’ignoto. Un ignoto senza nome, terrificante come un abisso, e insieme seducente e attraente come una sirena. <<Sarò saggio come Ulisse>> si chiedeva <<oppure mi farò sedurre e portare alla rovina dal canto della mia sirena?>>.

Anna aveva chiuso la telefonata con Marco sentendosi invasa da una fredda disperazione: che cosa l’aspettava? Quale futuro c’era per lei? Avrebbe continuato a trascinare all’infinito quell’esistenza tormentosa e insieme vuota? Senza un amore che le scaldasse il cuore, senza un progetto per l’avvenire, senza un momento di serena felicità?

Marco, a sua volta, si domandava che cosa succede quando ti si chiude di colpo una porta che ti immetteva in un mondo parallelo, nel quale i tuoi desideri più antichi, e sempre negati o frenati, venivano quasi magicamente esauditi. Non puoi certo riprendere la vita di prima, come se non fosse accaduto nulla, giacché dentro di te si è creato uno spazio che è stato colmato di sensazioni, di sentimenti, di emozioni, e ora è rimasto vuoto e grida la sua angoscia.

Il vuoto nell’anima: questa era la condizione che ora accomunava Anna e Marco in ogni momento della loro vita quotidiana, pur piena di mille cose anche importanti o addirittura preziose (la famiglia, i figli, il lavoro), ma incapaci di riempire quel vuoto. Perché si trattava di un vuoto originario, creatosi al momento stesso della loro nascita, un vuoto che non era la mancanza delle cose che la vita può darti, ma l’assenza di un oggetto corrispondente al tuo desiderio. Un desiderio senza limiti, che poteva essere appagato soltanto quando cadevi in quello stato in cui la tua fantasia e i tuoi sensi potevano innalzare l’altro, quale che fosse la sua reale natura e consistenza, all’altezza del tuo desiderio. Questo altro, capace di appagare il tuo desiderio sconfinato, poteva essere, nella sua concreta realtà, anche un modesto essere umano, ma veniva trasformato dal tuo bisogno e dalla tua immaginazione nell’oggetto perfetto, quello di cui avevi avvertito disperatamente la mancanza fin dal momento in cui i tuoi occhi si erano aperti alla luce del mondo. Giacché questo vuoto originario altro non era che la percezione dello scarto incolmabile tra il tuo desiderio e ciò che poteva offriti la realtà. Non a caso alcuni trovavano soltanto nella relazione con dio, con l’infinito, il colmamento del loro vuoto originario.

 Marco ritornò a fare la vita di prima, di sempre. Marito gentile, premuroso, disponibile, capace di far sentire amata sua moglie. Padre affettuoso e protettivo. Psicoanalista coscienzioso e accogliente, sempre attento a trattare con rispetto e comprensione i propri pazienti. Anna riprese a lottare, con la tenacia della disperazione, nella sua condizione di moglie sola, per giunta umiliata e offesa, per rimediare alle continue malefatte dei propri figli adolescenti, sbandati e irresponsabili, nella cocciuta speranza che si rimettessero in riga, che evitassero di bruciare il loro futuro irrimediabilmente.

In breve, entrambi erano impegnati a sopravvivere, sia pure in due modi del tutto diversi e quasi opposti, dopo avere assaggiato e gustato, con una sorta di ebrezza alcolica, un amore incandescente che sembrava il compimento di ogni aspettativa riguardo a quella che viene ordinariamente chiamata felicità.

Marco doveva riconoscere che la sua famiglia era un esempio non comune di completa armonia, dove l’amore tra i coniugi e il loro amore per il figlio era quanto di più vicino alla perfezione si potesse desiderare. Lisa era una moglie dolce, gentile, disponibile, ma anche un’amante appassionata, che faceva sentire Marco non solo rispettato e ammirato, ma anche desiderato. E Marco, dal canto suo, riversava su Lisa tutto l’amore e il desiderio di cui era capace. Poteva dire ad alta voce di non aver mai amato così intensamente nessun’altra donna nella sua vita e di non essersi mai sentito amare con tale intensità come da Lisa. Perché, allora, si chiedeva di continuo, gli mancava così tanto Anna? Perché l’aveva avvicinata e poi cercata e poi ardentemente voluta, rimanendo sconvolto e sgomento quando lei aveva deciso di interrompere i loro incontri? Che cosa gli mancava, che aveva cercato in Anna? Che cosa, di cui sentiva il desiderio e persino il bisogno, Lisa e la sua vita familiare non gli davano?

Queste domande, insieme al dolore pungente per il distacco di Anna, lo tenevano sveglio nel cuore della notte, accanto a Lisa che dormiva serenamente, appagata dai doni che il suo lavoro e la sua famiglia le offrivano ogni giorno. Giacché Lisa sapeva bene di vivere in una condizione di straordinaria fortuna, di raro privilegio, tanto che a volte era presa da un brivido di terrore, come se quella fortuna fosse ‘troppa’ e potesse suscitare l’invidia degli dei, che l’avrebbero distrutta, precipitando lei, Marco e il loro bambino nella rovina. Ma erano solo attimi, brividi di terrore che presto passavano. A Marco la percezione che Lisa fosse una donna, una creatura, appagata da quanto la vita le offriva, dava sollievo e sicurezza, ma anche un filo di inquietudine o forse, se non è dir troppo, di insoddisfazione. Che cosa gli mancava, che cosa lo disturbava nella serenità di Lisa? Ebbene, si disse una volta (quasi con senso di colpa, come se stesse commettendo un’ingiustizia), la serenità di Lisa, la radiosità della sua anima gli faceva sentire che con lei non avrebbe potuto percorrere quel famoso sentiero nascosto che, ben celato nella sua anima, lo chiamava tuttavia, da tempo immemorabile, a esplorare l’ignoto. Questo ignoto, pur esercitando un richiamo e un fascino potente, non aveva, all’inizio, durante l’adolescenza, contorni ben precisi per Marco. In seguito, quando aveva finalmente raggiunto la terra promessa, cioè il corpo e la mente di una donna, aveva sentito di non essere mai del tutto appagato da una relazione amorosa, per quanto sincera e intensa che fosse, nella quale l’anima dell’altra (e, insieme, la propria) gli rimanessero, anche soltanto in parte, ignote, sconosciute. Così, nelle sue relazioni amorose Marco era sempre teso in un appassionato sforzo di entrare in contatto e di esplorare quella parte dell’anima dell’altra (e quindi della propria) che sembravano invincibilmente nascoste e irraggiungibili. Come se Marco volesse conoscere, e più che conoscere entrare in contatto e persino in fusione con gli aspetti più arcaici, primitivi, originari delle loro due anime, in modo che nulla, ma proprio nulla, di ciascuno dei due rimanesse sconosciuto all’altro. Ma non ambiva a una conoscenza intellettuale, ‘oggettiva’, per così dire, no, per lui conoscere la parte nascosta dell’anima della donna amata significava ‘sentire’ quel modo nascosto (e fino a quel momento ignoto), dentro di sé, quasi appropriarsene: anzi, meglio, ‘viverlo’; cioè riuscire a provare, in sé stesso, le stesse emozioni, fantasie, paure, desideri, terrori dell’altro (anzi: dell’altra), per quanto primitivi e irrazionali essi fossero. Soltanto così, gli pareva, lui e la donna amata sarebbero finalmente diventati una cosa sola, avrebbero superato quel sottilissimo muro di ghiaccio che sempre sembra dividere gli esseri umani, anche quando credono e sentono di amarsi con tutto il cuore. L’impresa a cui Marco tendeva non potrebbe, quindi, essere descritta come la conquista della conoscenza dei segreti dell’altro, giacché anche l’altro ignorava completamente quelle parti della propria anima nelle quali Marco voleva immergersi, convinto, com’era, che, soltanto se si fosse realizzata questa conoscenza reciproca del fino-ad-allora-ignoto-a-entrambi, si sarebbe potuta formare una creatura nuova, nella quale la donna e l’uomo, la femmina e il maschio, fossero finalmente (ritornati a essere?) uno.

I suoi lunghi anni di analisi personale e la sua pratica quotidiana di psicoanalista non avevano cancellato il suo bisogno di intraprendere con la donna amata questa ricerca, ma avevano soltanto spinto questo bisogno ai margini della su vita mentale e lo avevano, per così dire, incapsulato in un involucro che lo bloccasse e lo rendesse incapace di disturbare la serenità della sua anima: come accade quando certi ragni imprigionano in un fitto bozzolo di bava l’insetto che ha avuto la sventura di incappare nella loro tela. Non lo uccidono, ma lo paralizzano e lo rendono inoffensivo. Soltanto che, in questo caso, l’insetto prima o poi muore, mentre l’inquietudine di Marco continuava a vivere nella cella psichica in cui era stata imprigionata.

Qualcosa della propria stessa inquietudine Marco l’aveva intuita in Anna; e questa intuizione l’aveva spinto, quasi senza saperlo, ad avvicinarsi a lei. Gli era sembrato che Anna guardasse le persone come se volesse disperatamente penetrare nel loro intimo, per poi ripiegare su sé stessa, sconfitta e amareggiata per la propria impotenza. L’immagine che lo assillava da anni era quella della fusione della sua testa (intesa nella sua realtà fisica, anatomica), con quella della donna desiderata: occhi con occhi, bocca con bocca, cervello con cervello. Queste fantasie non le aveva mai comunicate a sua moglie, a Lisa, ma ne aveva parlato per anni con la propria analista, senza che scomparissero o ricevessero un’interpretazione per lui appagante. L’unico effetto che aveva sortito la sua analisi era stato quello di allenarlo a metterle da parte, a segregarle in un angolo della propria psiche, senza che interferissero troppo con la sua vita quotidiana. Non ne aveva parlato mai con Lisa perché sentiva, sapeva che Lisa non avrebbe capito, tanto era limpida la sua mente, lontana mille miglia da questi sotterranei, nascosti, inconfessabili impulsi. Lisa lo amava, e glielo faceva sentire, con quella che Marco definiva una splendente solarità. Creatura del mezzogiorno, che non sembrava ospitare dentro di sé paesaggi lunari, notturni, inquietanti. Per Marco, invece, da quando era uscito dall’infanzia, tutti gli esseri umani, ma soprattutto le donne, rappresentavano, insieme, un mistero insondabile e un irresistibile richiamo a svelarlo, a togliere il velo che lo avvolgeva. Com’era fatta la loro anima? Quali impulsi, fantasie, pensieri palpitavano nelle profondità della loro psiche? Sapeva bene, Marco, che l’attività dello psicoanalista, a dispetto di tutti i luoghi comuni popolari, gli consentiva di entrare in contatto soltanto con una minima parte della mente dei suoi pazienti. Sapeva bene, Marco, che l’unica via per raggiungere la conoscenza a cui anelava, non era ascoltare quello che i suoi pazienti gli comunicavano e intuire quello che si celava dietro il paravento delle loro parole, bensì condividere, meglio sarebbe dire ‘convivere’, il loro mondo nascosto e segreto, primitivo e selvaggio, a loro stessi ignoto. Questo non era possibile nella pratica psicoanalitica e forse nemmeno nella vita ordinaria, ma questo era ciò a cui lui aspirava più di ogni altra cosa. E, sebbene gli fosse accaduto più volte, di sentire, entrando in contatto con una donna, il brivido del richiamo a penetrare nella sua anima, con Anna questo richiamo aveva raggiunto un’intensità e una prepotenza non mai provate prima.

A questo richiamo non riuscì a resistere a lungo. Nonostante gli addii e il sottointeso impegno a non riprendere la loro relazione, una mattina poco dopo mezzogiorno, sei mesi dopo la loro ultima conversazione, Marco non resistette alla tentazione di telefonarle. Gli parve che Anna fosse, sì, sorpresa da quella rottura del loro tacito patto, ma non irritata o contrariata. Il tono della sua voce non era ostile, caso mai dolente e malinconico. Marco non ebbe bisogno di spiegarle perché l’aveva chiamata: tutti e due ne indovinavano i motivi. Ora, aveva pensato Marco, prima di prendere in mano il telefono, si trattava di creare un modo di stare insieme diverso da prima, certo più distante fisicamente ma più intenso e profondo: i loro corpi non si sarebbero stretti e avvinghiati l’uno all’altro in quei furtivi incontri regolati dall’orologio, ma le loro anime si sarebbero sempre più accostate l’una all’altra con la brama di penetrare una nell’altra.

Questa sua passione segreta, che aveva trovato finalmente in Anna una possibile destinataria e insieme complice, non lo distraeva o allontanava per nulla da Lisa, che amava con quella parte di sé stesso accettabile e presentabile agli occhi del mondo, per così dire. A volte si domandava se Lisa avesse intuito che in lui ardeva quel desiderio senza nome.

Lisa era stata assalita, nella sua prima giovinezza, dalla medesima passione di Marco (questo lui non lo sapeva e nemmeno lo sospettava); e ne aveva quindi percepito la segreta presenza in quel giovane che offriva sempre al mondo un sorriso sereno e benevolo. Non si crea una coppia vera se, al di là delle differenze di carattere, di temperamento, di intelligenza, non ci sono zone di sovrapposizione, dove i due si incontrano e si riconoscono uguali. Ma Lisa sentiva a tal punto il richiamo della bellezza prodotta dalla creatività umana da aver investito nell’arte tutta la sua passione. Per lei l’emozione più intensa non nasceva dall’entrare in contatto con la psiche di un’altra persona bensì dall’immergersi nel mondo creato da un artista. Sapeva bene, Lisa, che Gentile da Fabriano o Edward Hopper avevano creato un mondo che prima di loro non esisteva e senza di loro non sarebbe mai esistito; e sapeva bene che, per poter far questo, avevano dovuto attingere alle ricchezze nascoste nelle miniere della loro psiche, dalle quali traevano, senza alcuna consapevolezza e quasi in sogno, i materiali preziosi delle loro opere. E sapeva bene, Lisa, che lì, in quelle profondità misteriose, stava la radice e il segreto di ogni essere umano, delle sue virtù e dei suoi vizi, delle sue capacità e delle sue incapacità, delle sue dolcezze e delle sue crudeltà. Ma si era anche presto persuasa che tentare di raggiungere e di portare alla luce, in un’altra persona, quelle miniere preziose e temibili, sarebbe stata una impresa destinata allo scacco oppure a una sorta di folie à deux. Per questo, da quando la sua giovinezza aveva scelto di allearsi alla saggezza, aveva impresso una svolta alla propria vita, scegliendo, per scandirla, la cadenza di un minuetto di Boccherini più che il travolgente tumulto della “sinfonia fantastica” di Berlioz. E Marco, che l’aveva conosciuta quando lei, già da tempo, aveva scelto l’indulgente armonia con le persone intorno a sé, anziché l’esplorazione tormentosa e inesausta delle loro anime, Marco non aveva nemmeno immaginato che anche in Lisa si trovassero i semi della sua stessa passione segreta, semi ai quali, un tempo, con ponderata deliberazione, era stato impedito per sempre di germogliare.

Lisa sapeva bene di aver scelto la vita, la bellezza e l’armonia, rinunciando alla ricerca della conoscenza di tutto ciò che di oscuro e nascosto c’è in ogni essere umano. Solo così poteva essere la compagna sempre serena e affettuosa di Marco, sostenendolo con la sua presenza amorevole e rassicurante in quella lotta quotidiana che lui doveva ingaggiare per impedire che i suoi demoni emergessero e si impadronissero della sua vita, devastando e distruggendo quell’ordine che lui aveva costruito, giorno dopo giorno, con tenace e costante impegno.

<<È possibile vedersi?>> Mormorò Marco nel telefono, esitando. <<Dove e quando va bene a te.>> aggiunse subito, quasi per attenuare la richiesta.

<<Certo, se vuoi.>> sospirò Anna.

<<Sì, lo desidero. Ho bisogno di vederti e di sentire la tua voce.>>

<<Potrei venire al tuo studio, se non ti disturbo troppo.>>

<<Potresti di mattina? Magari il Sabato mattina, quando non ho sedute?>>

<<Ho capito. I nostri incontri non devono interferire con la tua vita, col tuo lavoro, coi tuoi ritmi.>>

<<Mah…sai.>>

<<Non ti devi giustificare. Ti capisco. Anch’io, in fondo, nonostante tutto, non ho mai voluto mettere in discussione o a rischio l’organizzazione della mia vita. Insomma, la sua caotica ma solida disorganizzazione. Quando ti ho conosciuto, ho pensato che saresti stato un buon marito per me, ma non mi è mai passato neanche per l’anticamera del cervello di lasciare mio marito, di divorziare. Sono legata a lui da una catena pesante e penosa, ma so che non potrei mai spezzarla.>>.

E così ricominciarono a incontrarsi. Si vedevano il Sabato mattina alle 10. Marco aveva raccontato una bugia a Lisa, dicendole che aveva due nuovi pazienti, liberi soltanto nei fine-settimana, coi quali faceva una psicoterapia vis-à-vis.

La prima volta che Anna ritornò allo studio di Marco, si sedettero uno di fronte all’altro dai due lati del tavolo, ma scambiate poche, incerte battute di apertura, Anna all’improvviso domandò a Marco:

<<Non potrei stendermi sul sofà, come fanno i tuoi pazienti? Credo che starei più comoda, perché, devo dirtelo, questo seggiolone è piuttosto scomodo.>>

<<Sì, certo, Anna, stenditi pure sul divano. Va benissimo. Solo che non potrai vedermi, perché io mi metterò nella poltrona alle tue spalle. Vuol dire che parleremo senza guardaci in faccia.>>

<<Potremmo anche non parlare. Voglio dire parlare se e quando ne abbiamo voglia e per il resto rimanere vicini uno all’altra, in silenzio.>>

<<Insomma, come in una vera seduta psicoanalitica.>>

<<Come dovrebbe essere sempre nella vita, negli incontri tra due persone.>>

Marco rimase colpito da quest’ultima osservazione di Anna: infatti, gli parve che stesse emergendo dal lei una saggezza che prima non avrebbe sospettato. <<Allora spostiamoci e mettiamoci comodi, Anna.>>. E così fecero.

Marco, dalla sua poltrona alle spalle di Anna, poteva vedere soltanto i suoi capelli sulla nuca, Anna niente di Marco: se parlava, parlava alla punta delle proprie scarpe oppure al muro, alla parete beige che chiudeva la stanza, a un paio di metri dalla parte finale del divanetto.

 Anna parlava, parlava, raccontava la sua vita difficile, il conflitto col marito, le continue preoccupazioni che gli davano quei due figli discoli. Marco ascoltava, ma non con il tipo di ascolto riservato ai suoi pazienti, ascoltava come un qualunque ascoltatore e si annoiava a morte. Non ne poteva più delle lamentazioni di Anna, certo giustificate ma ininterrotte e ripetute all’infinito. Che ne era stato del suo sogno, del suo progetto di instaurare con lei un tipo di comunicazione sincero e profondo, che si traducesse nell’esplorazione, senza alcuna remora, dei recessi più profondi, bui e nascosti delle loro anime? Tra l’altro, Anna gli aveva comunicato di aver interrotto la psicoterapia perché <<non si trovava>> col suo terapeuta. <<Ah, ecco>> pensò Marco <<io sono diventato il suo sostituto, il bidone della spazzatura dove riversa tutto quello di cui vuole liberarsi.>>. E si chiese se, una volta scartata l’eventualità di un incontro fisico dei loro corpi, quando facevano l’amore, ci fosse qualche possibilità di un incontro soltanto psichico, mentale, tra loro. Su questo ci aveva contato, e aveva sofferto molto della loro separazione, pensando di aver perduto l’occasione di percorrere insieme alla donna amata la strada avventurosa e rischiosa della conoscenza, ma dovette ammettere di essersi ingannato: le mancava l’Anna con cui aveva fatto appassionatamente fatto l’amore tante volte, ma sopportava a fatica l’Anna che lo adoperava per riversargli addosso il proprio scontento, la propria amarezza, le proprie angosce. Dopo alcune settimane, il loro incontro del Sabato diventò per Marco un penoso obbligo, del quale avrebbe voluto liberarsi. Ma non riusciva a immaginare un modo di dirlo ad Anna che non la ferisse. Anche perché, dopo tutto, era stato lui a voler riprendere i rapporti. Gli parve di capire che Anna ora cercasse in lui un sostegno, un appoggio più che un compagno di avventure. E si spiegò la cosa con l’asimmetria delle loro vite: lui aveva una bella famiglia, con una moglie che lo adorava e un figlio sentito da entrambi come il dono più prezioso ricevuto dal destino. Anna viveva costantemente in un mare in tempesta, costretta a sforzi immani per governare una barca sbattuta di qua e di là da ondate violente e imprevedibili, dai comportamenti caotici e sregolati di quei tre maschi che non le davano pace.

Capiva che la vita di Anna era un inferno (ma in un certo senso voluto o almeno accettato senza il minimo atto di ribellione), e gli parve, proprio per questo, di non essere stato abbastanza lucido e previdente nello sceglierla come compagna di viaggio: si era lasciato incantare dal grande piacere che procurava a entrambi l’incontro dei loro corpi, quando facevano l’amore, e ne aveva dedotto, frettolosamente ed erroneamente che, se godevano così tanto e in completa armonia nell’unire i loro corpi, sarebbe avvenuta la stessa cosa quando avrebbero avvicinato l’una all’altra le loro anime. Un errore grossolano, ma piuttosto frequente, che, però, uno psicoanalista non avrebbe mai dovuto commettere, si rimproverò Marco. Ma la sua formazione psicoanalitica non aveva insistito abbastanza sul fatto che anche gli psicoanalisti sono esseri umani uguali agli altri e possono quindi lasciarsi soggiogare dalla passione erotica o da altre passioni, fino a perdere la lucidità di giudizio. In fondo Marco stava ripetendo l’errore più antico del mondo: pensare che la reciproca attrazione erotica garantisca l’accordo dei caratteri, dei gusti, dei desideri, dei bisogni: insomma, l’armonia delle anime dei due amanti. Quanti matrimoni non sono naufragati a causa di questo errore di giudizio? Parafrasando e rovesciando Pascal potremmo dire: la vita ha delle ragioni che l’eros non conosce.

Ora il problema che assillava Marco era come trovare un modo per liberarsi di Anna senza ferirla, senza farla soffrire. Quei loro incontri il Sabato mattina erano diventati per lui un pesante fardello, quasi intollerabile: non ne poteva più di ascoltare, per l’ennesima volta e con le medesime parole, le lamentele di Anna riguardo a suo marito e ai suoi figli, senza che lei prendesse alcuna iniziativa per cambiare la situazione. Avrebbe voluto, Marco (ma ormai non era più compito suo), farle vedere e riconoscere i motivi o le ragioni che le impedivano di introdurre un cambiamento radicale nella sua vita. Certo, ne avevano parlato, ma l’unica risposta che Anna gli aveva dato era sempre la stessa: non posso, non ce la faccio, c’è qualcosa che mi impedisce di lasciare quello stronzo di mio marito, di separarci e di condividere il peso e le rogne dell’allevamento dei nostri figli. Marco era persino riuscito a farla incontrare col miglior avvocato matrimonialista della regione e probabilmente d’Italia. Da quell’incontro Anna era uscita furibonda perché, a suo dire, l’avvocato Cesena le aveva prospettato come unica soluzione una separazione per colpa che, tra l’altro, le avrebbe consentito di ricevere vita natural durante dal marito un congruo assegno di mantenimento. Marco era rimasto sbigottito, ma poi aveva capito la ragione del furore di Anna: l’avvocato Cesena non l’aveva confortata o consolata, ma l’aveva messa con le spalle al muro prospettandole come unica soluzione possibile la separazione e poi il divorzio. E prendere decisioni irreversibili e irrevocabili, aveva capito Marco, era precisamente ciò di cui Anna era incapace, soprattutto se si trattava di introdurre cambiamenti radicali nella propria vita. Bisognerebbe, pensò Marco, trovare una parola nuova per indicare questa fobia del cambiamento, giacché gli pareva che, almeno nel caso di Anna, non valesse il principio secondo cui, in questi casi, il soggetto che non vuole cambiare è interessato a mantenere un vantaggio secondario (e spesso segreto) dalla sua disastrosa condizione di vita. Era vero che il marito di Anna le assicurava un grande benessere materiale e una grande sicurezza economica, consentendole di usare come le pareva la montagna di danaro che portava a casa (lei veniva da una famiglia di modeste condizioni economiche). Ma poteva essere solo questo il motivo che la induceva a sopportare, da parte di lui, la completa assenza dalla vita familiare, le peggiori umiliazioni (passava da una donna all’altra senza nemmeno tentare di nasconderlo) e il totale disinteresse per l’educazione dei figli? Lui proclamava a ogni piè sospinto di essere un grand’uomo, un genio dell’imprenditoria e della finanza (e probabilmente, pensava Marco, anche Anna ci credeva: era questo il fascino irresistibile che esercitava su di lei?). In breve, dopo mesi di conversazioni su questo punto, Marco non era arrivato a capo di nulla e non sarebbe stato in grado di darsi una spiegazione plausibile sul perché Anna non riuscisse o non volesse cambiare nulla nella sua vita, che, peraltro, descriveva come un inferno.

Mentre Marco si arrovellava su come porre fine ai loro incontri del Sabato senza ferire la sensibilità di Anna, fu quest’ultima a venirgli incontro, a prendere l’iniziativa in un modo brusco e del tutto imprevedibile. Un Giovedì gli telefonò allo studio poco dopo mezzogiorno e con tono frettoloso gli disse, senza alcun preambolo, che non sarebbe più andata da lui perché era successa una cosa nuova: suo marito le aveva comunicato, col suo solito risolino da ragazzino birbante, di aver messo incinta una ragazza e di aspettare un figlio da lei, anzi, per la precisione, una bambina, giacché la gravidanza era ormai avanzata e con l’ecografia si era potuto identificare il sesso del nascituro. Anna, comunicatogli questo fatto nuovo, gli disse semplicemente: <<Quindi non verrò più allo studio. Mi dispiace, ma è andata così.>>. E senza aggiungere una sola parola di commento lo salutò e chiuse la comunicazione. Marco rimase sbigottito, anche se la decisione di Anna di troncare i loro incontri lo sollevava. Non c’era stata, nella telefonata di Anna, una sola parola di dolore, deprecazione, di sdegno, di disperazione, nessuna espressione di emozioni: come se gli comunicasse una cosa di ordinaria amministrazione. Anzi, per la precisione, c’era stato soltanto un aggettivo colorito, quando gli aveva detto: <<Quello stronzo di mio marito mi ha comunicato che eccetera...>>. Ma poi nel resto della breve telefonata Anna aveva mostrato calma, freddezza, distacco, come se quella vicenda riguardasse un’altra persona e non lei.

Marco passò alcune settimane di smarrimento: colei che aveva scelto come compagna di un’esplorazione di cui fin da giovane sentiva il desiderio, quasi un bisogno vitale, lo aveva abbandonato, dopo, tuttavia, essersi mostrata, per mesi, del tutto indisponibile a seguirlo su quella strada, preferendo usarlo come ‘contenitore’ dei suoi lamenti. Certo, la cosa più semplice e normale sarebbe stata, apparentemente, aver scelto Lisa, la sua amatissima moglie, per percorre insieme a lei quella strada verso l’ignoto. Ma Marco sapeva, sentiva, che questa complicità in un’esplorazione rischiosa e dagli esiti imprevedibili, non era compatibile col mantenimento del loro solido e sereno legame d’amore e di solidarietà. Lisa era, per lui, la compagna della sua vita quotidiana, ma quello che Marco voleva indagare e scoprire aveva poco o nulla a che fare con la vita quotidiana. È possibile, si chiedeva Marco, arrivare, in una coppia di coniugi, a una reciproca conoscenza totale e completa, che si spinga fino ai recessi più nascosti dell’anima di ciascuno, conservando, nello stesso tempo, quel legame di affetto, di stima, di solidarietà che è alla base di un solido matrimonio? E gli parve che esistesse una contraddizione, un conflitto insanabile tra una reciproca conoscenza senza barriere e senza limiti, e una serena vita di coppia. Ma, pensò, lo stesso si potrebbe dire della vita sociale: se ci conoscessimo l’un l’altro completamente e fino in fondo, come potremmo convivere e collaborare pacificamente e convenientemente? E gli parve che la sua insaziabile sete di conoscenza potesse costituire una minaccia, un pericolo per l’armonia delle famiglie e del corpo sociale. Ecco perché, si disse, il signore aveva proibito ad Adamo ed Eva di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza. La conoscenza, la conoscenza del cuore degli uomini, è una terribile minaccia alla coesione della società. Voler conoscere tutto, e a tutti i costi, quello che è contenuto e nascosto nella nostra anima e in quella degli altri, è un’ambizione demoniaca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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