"IL VUOTO NELL’ANIMA"
“IL VUOTO NELL’ANIMA.”
di Manuel Omar Triscari.
1.
Doveva andare alla posta centrale per spedire una
raccomandata. Lo sconfinato salone rettangolare, che non aveva per nulla
l’aspetto di un ufficio postale, tutto marmi ed eleganti leggii per consentire
agli utenti di scrivere, riceveva la luce da un altissimo soffitto di vetro
colorato, con figure e disegni in stile liberty.
Quando entrò, con un’occhiata si rese subito conto che avrebbe dovuto aspettare
parecchio. Davanti alle serie di sportelli, che si fronteggiavano sui lati del
salone, si allungavano due file di sedili in legno chiaro, destinati ai clienti
in attesa ed erano quasi tutti occupati. Contrariato, estrasse dal ‘totem’,
installato subito dopo la vetrata dell’ingresso, il biglietto recante il suo
numero progressivo. Guardò i tabelloni luminosi che indicavano quali numeri
venivano serviti in quel momento: prima del suo ce n’era almeno una ventina.
Riuscì fortunosamente a trovare l’unico posto libero a sedere, all’estremità di
una fila. Accanto a lui un signore molto anziano con barba e radi capelli
bianchi se ne stava quasi rannicchiato, con la testa china, stringendo in mano
una busta arancione. Dopo qualche minuto, gli si rivolse con un filo di voce,
come se fosse stanchissimo. <<Ci sarà molto da aspettare?>> gli
chiese, come se parlasse a sé stesso. <<Eh, un bel po’, mi pare. Lei che
numero ha?>>. Il vecchio guardò il biglietto che teneva sopra la busta e
disse <<Io ho il 51 e lei?>>, <<Io ho il 70>>,
<<Qui si rischia di fare notte.>> sospirò infine il vecchio, che
aggiunse <<Io ho lasciato a casa mia moglie, che è malata, sulla sedia a
rotelle, in compagnia di mia nipote, che mi fa il piacere di badarla, mentre
sto fuori. Ma ora sono già le 10 e io vorrei essere a casa prima delle 11,
perché mia nipote non può trattenersi molto.>>.
Quel vecchio gli fece pena e si chiese come potesse
aiutarlo. Gli venne un’idea.
<<Abita molto lontano da qui?>>
<<No, sono due passi da qui a casa. Sto in via
Moretta, proprio qui dietro. La conosce?>>
<<Sì, certo, è qui vicina.>>
<<Senta, se lei è d’accordo, si potrebbe fare così:
lei mi lascia la sua raccomandata e ci penso io a portarla allo sportello. Poi
passo da casa sua e le consegno la ricevuta.>>
<<Veramente lei farebbe questo per me?>>
<<Ma certo. Non è nulla.>>
<<Io non so come ringraziarla, lei è davvero troppo
gentile. Ma come si fa per il pagamento? Le lascio i soldi?>>
<<No, assolutamente, non è necessario. Me li darà
quando le porterò a casa la ricevuta.>>.
Lo aveva sfiorato l’idea che il vecchio potesse pensare che
lui si prendeva i soldi e non si faceva più vivo. <<Mah, io non so come
ringraziarla. Ecco, guardi: Mi chiamo Mario Benedetti e abito al numero 25 di
via Moretta.>> disse il vecchio, e gli porse la busta e il biglietto del
suo numero. Lì per lì a Marco non venne in mente che anche lui ci guadagnava,
giacché poteva presentarsi allo sportello ben prima del suo turno, usando il
biglietto del vecchio signore, e fare tutte e due le raccomandate.
Il vecchio si alzò a fatica.
<<Allora grazie ancora e arrivederci a tra poco. Si
ricordi: Benedetti, via Moretta, numero 25.>> disse.
<<Spero di fare presto. Arrivederci.>> rispose
Marco.
Lo vide avviarsi, curvo e strascicando i piedi, verso
l’uscita. Dopo una mezz’ora venne il suo turno e, spedite le raccomandate, uscì
e si diresse verso via Moretta.
La facciata della casa, in stile anni ’20, mostrava
un’intonacatura giallognolo-paglierina-grigiastra, modesta ma non indecorosa.
Marco cercò sulla campanelliera il cognome del vecchio e suonò. Al <<Chi
è?>> del citofono si presentò e una voce esile gli rispose
<<Secondo piano. Mi dispiace, non abbiamo l’ascensore.>>.
Gli venne ad aprire il vecchio signore e lo invitò a entrare
in un salottino, a sinistra dell’ingresso, arredato con mobili convenzionali,
vagamente ottocenteschi. <<Ecco>> gli disse, porgendogli la
ricevuta della sua raccomandata. <<Per favore, aspetti un attimo. Intanto
si accomodi, che io vado di là a prendere i soldi.>> e gli indicò una
poltrona marrone. Ritornò dopo qualche minuto col danaro, ma non aveva tutti
gli spiccioli corrispondenti al costo della raccomandata, sicché dovettero
trafficare un po’ e scambiarsi qualche moneta per pareggiare il conto.
<<Posso offrirle un caffè?>> chiese il vecchio, con un tono di
scusa. Marco lo ringraziò ma gli disse che prendeva un solo caffè, la mattina.
<<Allora un vermuttino? Oppure un succo di frutta?>>.
<<Grazie, ma va bene così, non si disturbi.>>. Con un’aria quasi
sconsolata per non avergli potuto offrire nulla il vecchio Benedetti disse
sospiroso <<Aspetti che le faccio conoscere mia moglie. Venga.>>. E
lo guidò verso la cucina, sul lato opposto dell’ingresso, dove una signora
attempata e piuttosto obesa stava incastrata in una sedia a rotelle accanto a
una giovane donna alla quale Marco avrebbe dato intorno ai trentacinque anni.
La moglie del vecchio gli tese la mano e lo ringraziò della gentilezza fatta a
suo marito. La giovane donna gli sorrise. <<È mia nipote.>> disse
il vecchio. Marco notò che portava la fede all’anulare, ma anche che era di
aspetto assai gradevole: capelli corvini leggermente ondulati tagliati corti,
pelle chiara, grandi occhi azzurri in un viso magro con il naso appena un po’
aquilino e zigomi alti. Un volto che gli ricordò quello di certe ragazze che
aveva conosciuto in Inghilterra. Pensò che, nonostante la sua spiccata inclinazione
per le donne bionde, avrebbe fatto volentieri un’eccezione nel suo caso. Ma mi
sentì subito in colpa per questo pensiero: aveva quarantadue anni e una moglie
alla quale voleva bene al punto di poter dire di esserne ancora innamorato dopo
una dozzina d’anni di matrimonio.
S’era fatto un po’ tardi. Marco si accomiatò dal vecchio
signore e da sua moglie, che si profusero di nuovo in mille ringraziamenti.
<<Devo andare anch’io.>> disse la nipote. Così, uscirono insieme.
Scesi in strada, Marco si diresse verso il suo studio, non molto lontano. Anche
la giovane signora prese la sua stessa direzione, sicché camminarono affiancati
per un centinaio di metri. <<Lei è stato davvero gentile coi miei
zii.>> disse la nipote, e presero a parlare.
<<Ma le pare! Io ho fatto appena una piccola
deviazione. Ho lo studio a due passi da qui.>>
<<È avvocato?>> chiese lei.
<<No, sono uno psicoterapeuta, uno strizzacervelli,
come si usa dire>>
<<Chissà che lavoro interessante il suo>>
<<Più o meno come un altro>>
<<Io credo che avrei bisogno di farmi vedere da uno
psicologo, come lei>>
<<E che cosa glielo fa pensare?>>
<<Ci sono tante cose che non vanno nella mia vita e io
non riesco a trovare il bandolo della matassa>>
<<Mah, sa, noi non facciamo miracoli. Qualche volta, se
tutto va bene, riusciamo ad aiutare una persona a uscire dal pantano>>
<<Ecco, appunto. Io avrei bisogno di questo genere di
aiuto>>. Marco non seppe come rispondere a quella che poteva essere
interpretata come una velata richiesta. Ma una richiesta di che? Di
informazioni, di chiarimenti, di aiuto? Così, si limitò a dire: <<Io
sarei arrivato. Il mio studio è qui.>>. Si fermarono davanti al
portoncino.
<<Ah, senta, ma lei sarebbe disponibile a ricevermi
una volta per darmi qualche consiglio?>>
<<Ma come fa a fidarsi del primo venuto? Lei non sa
niente di me. In questo campo bisogna essere molto attenti nel fare una scelta.
Deve trovare un professionista onesto e competente, che le dia delle
garanzie.>>
<<Ma lei mi ha fatto una buona impressione. Si è comportato
con tanta gentilezza e umanità con i miei zii. Io ho deciso di fidarmi di uno
come lei.>>
<<Ma potrei anche essere un somaro, onesto e buono
magari, ma sempre un somaro.>>
<<Correrò il rischio. Non vuole proprio fissarmi un
appuntamento?>>
<<Certo, se lo desidera veramente.>>
<<Sì, lo desidero veramente.>>
Si scambiarono nomi e numeri telefonici. Marco apprese,
così, che questa sua possibile futura paziente si chiamava Anna. <<Mi
telefoni da domani in poi allo studio, tra mezzogiorno e l’una, così fissiamo
un appuntamento.>>. Gli porse la mano e strinse la sua con calore ed
energia. Marco aspettò un attimo prima di entrare, per guardarla mentre si
allontanava dandogli le spalle. Un bel figurino, proprio niente male, niente
fuori posto. E subito si pentì e si rimproverò questa sua attenzione così poco
professionale. Il fatto è che Anna lo aveva incuriosito. Forse per il suo
sguardo inquieto, forse per la sua voce bassa, dal tono grave e intenso, forse
per le sue belle mani, magre e nervose, forse per la sua bocca, ben disegnata,
ma che aveva una piega quasi amara. O forse perché gli era parso di aver
intuito qualcosa della sua anima.
Salì al terzo piano, al suo studio e, non avendo
appuntamenti per il resto della mattinata, si mise a sfogliare un paio di
riviste specializzate. Ma non riusciva a concentrarsi. La sua mente era
occupata dall’immagine di Anna. Lo aveva colpito, inutile negarlo, ma non
capiva perché. Sì, certo, era graziosa, ma come migliaia di altre donne della
sua età. Si impose di non pensare a lei e, per distrarsi, telefonò a casa. Non
rispondeva nessuno. Aveva sperato di parlare con Lisa, sua moglie, perché era
certo che il solo sentire la sua voce avrebbe dissipato quel suo gironzolare
mentalmente intorno alla figura di Anna. Di sicuro Lisa non era ancora
rientrata dall’università, dove insegnava storia dell’arte moderna. E il loro
figlioletto, Duccio, era a scuola: faceva il tempo pieno e sua madre andava a
prenderlo alle quattro e mezzo del pomeriggio.
Marco si sentiva inquieto. Per rilassarsi accese la radio,
sintonizzata su di una stazione che trasmetteva solo musica classica, e si
sdraiò sul sofà destinato ai suoi pazienti in analisi. Gli faceva uno strano
effetto essere dalla loro parte e immaginare di avere alle spalle, invisibile e
sprofondato nella sua poltrona, un analista silenzioso come una statua. Si
ricordava della sua analisi didattica, durata otto anni a quattro sedute
settimanali, con un’analista che spesso non diceva una sola parola per tutti i
cinquanta minuti della seduta.
Alla radio trasmettevano la prima sinfonia di Ciajkovskij.
Lui non era tra i suoi autori preferiti, e quest’opera non lo aveva mai
entusiasmato. Ma la musica gli faceva compagnia e gli permetteva di
fantasticare liberamente. Gli ritornò alla mente di aver detto ad Anna che
faceva lo psicoterapeuta e che lei lo aveva chiamato psicologo. Questa
imprecisione dei termini, in un ossessivo perfezionista come lui, lo irritò.
Perché non le aveva detto che faceva lo psicoanalista e che, certo, per potersi
qualificare come tale doveva essere, prima di tutto, iscritto all’albo degli
psicologi, ma che non era un semplice psicologo? Forse pensava di essere
qualcosa di più e di meglio, visto che, dopo la laurea, aveva fatto dieci anni
di addestramento prima di qualificarsi come psicoanalista? E poi, era vero che
faceva anche lo psicoterapeuta, nel senso che riceveva alcuni pazienti, anziché
sul sofà, sulla poltroncina dall’altra parte del suo tavolo, vis-à-vis; e le sedute, con loro, erano
una o al massimo due la settimana, nelle quali era assai più attivo e
‘interventista’ di quando prendeva posto alle spalle dei suoi analizzandi,
nella sua comoda poltrona e li ascoltava con quell’attenzione “liberamente fluttuante”
consigliata da Freud. Si rese conto che c’era in lui una specie di pudore a
qualificarsi come psicanalista, come se fosse una manifestazione di
esibizionismo, sicché spesso, non solo con Anna, ripiegava sul titolo, a suo
parere più modesto, di “psicoterapeuta”. <<Ma alla gente comune che cosa
gliene importava di tutte queste fisime sui nomi? Per loro, per quelli che non
erano del mestiere, andava bene “psicologo” che voleva dire, per quel che ne
sapevano, uno che ti ascolta e ti aiuta a risolvere i tuoi problemi e a
liberarti dalle tue angosce.>> si disse compiaciuto. Ma gli pareva anche
che ci fosse un’inflazione di “psicosi” e che questa professione fosse ormai
piuttosto squalificata nell’opinione pubblica.
Marco si rese conto che cincischiava su questi argomenti
senza sostanza e quasi futili per cercare di non pensare ad Anna. Si conosceva
abbastanza per sapere che, se una donna, misteriosamente, entrava nella sua
mente, non gli era facile, poi, liberarsene, farla uscire dai suoi pensieri.
Gli parve che la cosa migliore fosse, a questo punto, ritornare a casa,
immergersi di nuovo nell’atmosfera della sua famiglia, alla quale teneva tanto,
e soffocare quella parte adolescente e irresponsabile di sé che era sempre
pronta a infatuarsi di una donna che lo colpisse per un motivo o per un altro.
Quando arrivò a casa, non c’era ancora nessuno. Mancava poco
all’una ed era venuto il momento di pensare al pranzo. Per fare qualcosa si
mise ai fornelli. Mentre la pentola dell’acqua per la pasta era al fuoco, preparò
due scaloppine al vino bianco e prezzemolo e lavò un cespo di lattuga.
Apparecchiò la tavola. Lisa sarebbe stata contenta, rientrando, di trovare il
pranzo già pronto, lei che, poverina, si faceva in quattro per svolgere bene il
suo lavoro, badare al loro bambino, occuparsi della casa e, di solito, cucinare
(molto bene, doveva riconoscere).
Finalmente, all’una e un quarto, Lisa rientrò, affannata
come sempre. Marco non era cieco e si rendeva conto che faceva una vita ben più
faticosa della sua, dovendo e volendo badare a tutto l’andamento della
famiglia. E si rimproverava spesso di essere un marito quasi esclusivamente
concentrato sul proprio lavoro. In casa, certo, collaborava e teneva
l’amministrazione, ma il suo contributo alla vita domestica era minimo rispetto
al tempo e alle energie che vi dedicava Lisa. Lei, però, non protestava, non
pretendeva da lui un impegno Maggiore, non gli chiedeva nulla più di quanto
facesse e, per giunta, gli dimostrava di continuo una stima e persino
un’ammirazione che lo imbarazzavano. Era fiera di Marco, della sua
intelligenza, dei libri che aveva pubblicato, del lavoro che svolgeva con un
apprezzabile successo professionale. Eppure, era una donna indipendente,
emancipata, si potrebbe dire, e, se non fosse generico e banale, “femminista”,
orgogliosa della propria attività professionale, aggiornata e con le idee
chiare sui temi della politica. In molti campi (la musica, il cinema e il
teatro, la narrativa contemporanea eccetera) era assai più avanti di lui e gli
aveva insegnato un mucchio di cose. E poi, cosa non irrilevante, era proprio,
esteticamente, il suo tipo: bionda, slanciata, con grandi occhi color salvia e
un bel viso magro, bocca carnosa, naso regolare, zigomi alti. Ah, questa sua
insana passione per i volti femminili con gli zigomi alti... Infine, cosa
insolita per una bionda, la sua pelle era ambrata, come se nella sua eredità
biologica si fosse insinuato qualche antenato meridionale. Chissà? Un saraceno?
Uno zingaro? O semplicemente i suoi progenitori etruschi?
Il giorno dopo, Anna lo chiamò allo studio all’ora
convenuta. Marco le fissò un colloquio per l’indomani pomeriggio alle cinque.
Arrivò con dieci minuti di anticipo, sicché, sebbene fosse libero, essendo lui
ligio alle regole insegnategli (prima di tutto: non farsi manipolare dai
pazienti), la fece accomodare nella sala d’aspetto finché non venne l’ora
esatta stabilita. Quando entrarono nella stanza d’analisi, le indicò la
poltroncina al di là del suo tavolo e si sedette di fronte a lei. Ci fu un
lungo silenzio. Lungo? Si fa per dire: sarà durato un minuto o anche meno.
<<Non so da che parte incominciare.>> disse
Anna.
Marco tacque.
<<Lei non potrebbe aiutarmi facendomi qualche
domanda?>> disse Anna.
<<Preferisco che sia lei a scegliere
l’argomento.>>
<<Bah. Allora le dirò che la mia vita non va>>
Forse si aspettava che, a questo punto, Marco le chiedesse
che cosa non andava nella sua vita, ma lui rimase in silenzio: gli pareva
essenziale che fosse lei a parlargli di quello che le dava più pena. <<Il
suo silenzio non mi aiuta.>> disse Anna con una sfumatura di disappunto
nella voce, <<Sono qui per ascoltare quello che le sta più a cuore, non
per interrogarla.>> disse Marco, <<Allora comincerò dal mio
matrimonio, che è un disastro.>> disse Anna. E prese a raccontare a
strappi, a pezzi e bocconi la relazione conflittuale col marito. Lui era un
imprenditore di successo, sempre in viaggio, donnaiolo, frequentatore di
prostitute di alto bordo, arrogante, pieno di sé, autoritario in famiglia,
padre padrone che esigeva di essere servito e riverito come un pascià. In
breve, non si capiva perché Anna sopportasse questa situazione. Senza che Marco
glielo chiedesse, Anna gli spiegò che rimaneva col marito soltanto per i loro
due figli, che, diceva, avevano bisogno di una famiglia. Ma dal suo racconto
emerse che un simile marito aveva anche una dote pregevole: guadagnava un sacco
di soldi e faceva vivere la famiglia nell’agiatezza o addirittura nel lusso.
<<Ecco, se fosse un poveraccio, forse lei lo avrebbe già lasciato>>
pensò Marco. Brutto pensiero, maligno e superficiale, ma, sul momento, non
trovò una spiegazione migliore del perdurare di quel matrimonio. Subito, però,
obiettò a sé stesso che Anna avrebbe potuto divorziare, ricevendo un
considerevole assegno di mantenimento con un ex-marito così facoltoso. Sì, era
fuori strada, decisamente fuori strada: in realtà, probabilmente, Anna aveva
una difficoltà specifica a separarsi, a riconoscere il fallimento del suo
matrimonio, anziché continuare a litigare con quel marito, che, certo, a
dispetto di tutte le scenate che lei gli faceva, non cambiava e non sarebbe mai
cambiato. Anna gli chiese di darle un consiglio su come doveva fare per uscire
da questa situazione così tormentosa. Le rispose che non era in grado di darle
alcun consiglio e che, comunque, qualsiasi consiglio sarebbe stato inutile, se
lei non avesse fatto i conti con sé stessa, non avesse capito perché accettava
questa situazione e non fosse cambiata.
<<E che cosa devo fare, allora?>>
<<A mio giudizio le gioverebbe una
psicoterapia.>>
<<E in che consiste?>>
<<Lei va da uno psicoterapeuta una o due volte la
settimana e gli parla di quello che crede; e lui cerca di aiutarla a capire
meglio sé stessa e il significato dei suoi comportamenti.>>.
Lei lo guardò perplessa e tacque per un po’. Poi parlò.
<<Potrei venire da lei?>>
<<Io sono già al completo, come pazienti. Non posso
prenderne altri.>>
<<E allora come faccio?>>
<<Ci sono tanti colleghi affidabili e bravi.>>
<<Ma io non ne conosco nessuno. Potrebbe darmi lei
qualche nominativo?>>
<<Se crede… Aspetti un attimo.>>
Aprì il cassetto del tavolo ed estrasse la sua rubrica.
Cercò un po’ tra le pagine e poi diede ad Anna il nome di due colleghi, un uomo
e una donna, con i loro numeri telefonici. <<Ecco, provi a chiamarli e a
vedere se hanno posto.>>. Gli parve un po’ delusa. <<Ma dovrà avere
un po’ di pazienza. Uno psicoterapeuta o uno psicoanalista vanno cercati e
scelti con cura. Non è saggio andare dal primo che capita.>>.
Erano trascorsi i cinquanta minuti canonici. Marco si alzò e
fece capire ad Anna che il colloquio era terminato. <<Le devo
qualcosa?>> chiese lei. Marco le disse l’ammontare del suo onorario e,
mentre lei cercava il danaro nella borsa, le preparò la ricevuta fiscale.
L’accompagnò alla porta della stanza lasciando che, poi, raggiungesse da sola
l’uscita. Anna gli tese la mano e lui la strinse brevemente. Non era sua
abitudine dare la mano ai pazienti, a meno che non fossero loro a prendere
l’iniziativa. Così gli era stato insegnato durante il suo lungo training, così aveva sempre fatto, con
lui e con gli altri pazienti, la sua analista. I contatti fisici, anche minimi,
tra analista e paziente andavano possibilmente evitati.
La sera, quando Marco rientrò a casa, Anna aveva perduto il
suo posto di prima fila nella sua mente ed era diventata una delle tante
persone con le quali avevo fatto un colloquio nel suo studio. Per qualche
giorno non pensò più a lei. Poi, una notte la sognò. Un sogno confuso, del
quale gli rimase, al risveglio, solo la sua immagine: stava in piedi davanti a
lui e lo guardava come se si aspettasse che prendesse una qualche iniziativa.
Guardò la sveglietta sul comodino: erano da poco passate le quattro. Quel sogno
lo aveva fatto sentire in colpa verso Lisa, che dormiva al mio fianco. Si chinò
su di lei e le diede un bacio sulla fronte. Non avrebbe mai voluto sostituirla
con un’altra donna: era lei la compagna della sua vita, con la quale
condivideva tutto, con la quale si sentiva intero e coraggioso nell’affrontare
qualunque avversità il destino gli potesse riservare. Gli parve di ricordare
che Artemidoro di Daldi, nella sua “onirocritica”,
sostenesse che i sogni del mattino sono i più veritieri, ma forse, ancora
insonnolito, confondeva Artemidoro con un detto popolare, con il Voodoo o la
Macumba, con la Santeria cubana o la Mavaria siciliana.
La sua vita scorreva tranquilla e regolare tra lavoro e
casa, come quella di un impiegato ministeriale. Normalmente, se il suo orario
era completo, usciva di casa la mattina alle 8, arrivava allo studio verso le
8,30, faceva tre sedute, tra le 9 e le 12, si tratteneva allo studio fino
all’una per leggere qualche rivista e rispondere alle telefonate. Nel
pomeriggio, dopo un sonnellino tra le due e mezza e le tre e mezza, si recava
di nuovo allo studio e faceva altre tre sedute tra le cinque e le otto, quando
rientrava per la cena. Il Sabato e la Domenica li trascorreva con la famiglia.
Di solito Lisa organizzava qualcosa per il fine settimana: una puntata al mare,
se era la bella stagione, oppure, d’inverno, un cinema, un concerto, un pranzo
o una cena con gli amici. Non mancavano, naturalmente, occasionali festicciole
casalinghe alle quali il loro bambino invitava i suoi amichetti. Aveva la
fortuna che sua suocera fosse una donna in ottima salute, energica e
attivissima, che, spontaneamente, si prendeva molta cura di Duccio. Spesso lo
voleva a pranzo a casa sua e, a volte, lo portava con sé per qualche giorno, in
una bella pensioncina sul mare. Duccio era attaccatissimo alla sua nonna e, a
vederli insieme, sembravano due innamorati. Il suocero di Marco era un medico
di prim’ordine, sempre molto occupato giacché alla propria professione, svolta
con grande competenza e rigore, affiancava un’intesa attività politica,
soprattutto nel settore della sanità pubblica, in città e nella provincia. Era
molto amato dai suoi pazienti e molto apprezzato, in città, anche dai suoi
avversari politici. Ma tra professione, riunioni, conferenze, convegni eccetera
era inafferrabile, e in casa c’era quasi soltanto per mangiare e dormire. Con
lui Marco aveva un ottimo rapporto, di affetto ma anche di stima reciproca.
Marco ammirava il suo rigore scientifico (che, al confronto, gli faceva
apparire come ciarlatani molti dei medici che aveva incontrato nella sua vita).
Suo suocero ammirava la sua serietà professionale, anche perché fin da giovane
(si parla degli anni ’30 del Novecento) era stato attratto dalle teorie
freudiane. I genitori di Marco vivevano in un’altra città, abbastanza lontana;
il fratello e le due sorelle erano, anche loro, sparsi per altre regioni
d’Italia.
Nell’insieme si poteva dire che Marco avesse una buona vita
familiare: non gli mancava nulla per essere, se non felice, almeno sereno e
appagato. Proprio per questo, il repentino affacciarsi di Anna nei suoi
pensieri lo aveva turbato. Aveva incontrato altre belle donne prima di lei, ma
da nessuna si era lasciato emozionare oltre la soglia minima dello spontaneo,
e, per così dire, biologico interesse che ogni maschio prova per una femmina
attraente. Né gli era mai accaduto prima di sognare una sconosciuta, dopo aver
avuto con lei soltanto un brevissimo incontro casuale e un colloquio
professionale. Ma evidentemente in Anna c’era qualcosa che lo aveva che gli
sfuggiva del tutto, a dispetto dei decenni trascorsi a farsi analizzare e ad
analizzare i suoi pazienti, e che per questo lo attraeva e affascinava. E qui
cadrebbe a proposito una frase di un famoso psicoanalista degli anni ’30 del
secolo scorso, il quale sosteneva che anche l’analisi più profonda e prolungata
non è che un leggero graffio sulla superficie del nostro roccioso e insondabile
inconscio. Sì, quel sogno lo aveva turbato, non tanto per il suo contenuto, del
tutto casto e innocente, ma perché sembrava volergli dire (cioè che lui volesse
dire a sé stesso) che poteva esistere qualcosa di più e al di là di quella
tranquilla serenità in cui scorreva la sua vita. Ma perché aveva scelto proprio
Anna come messaggera di questo annuncio?
Trascorse qualche settimana, e il ricordo di Anna svanì del
tutto, finché una mattina lei si rifece viva con una telefonata allo studio
nell’orario che Marco le aveva indicato la prima volta. Gli disse che aveva
iniziato una psicoterapia e che desiderava parlargliene. Marco le rispose, con
gentilezza ma con fermezza, che non sarebbe stato corretto né utile al
trattamento da lei intrapreso parlarne con lui e aggiunse che, se c’erano dei
problemi, avrebbe fatto bene a discuterne col suo terapeuta. Fu fiero del
proprio rigore professionale, ma avvertì anche il dispiacere di non poter
approfittare di quell’occasione per rivedere Anna. Ecco, pensò, che rientra di
nuovo nella mia vita, mentre io ho fatto di tutto per dimenticarla. Anna non si
fece scoraggiare dalla risposta di Marco e insisté per incontrarlo,
promettendogli che non gli avrebbe parlato della propria psicoterapia né di
quello di cui parlava con lo psicoterapeuta. Marco avrebbe voluto rimanere
fermo nel suo rifiuto, dirle che non c’era alcun motivo di rivedersi, ma invece
non ebbe la forza di dirle di no. Si diedero appuntamento per l’indomani a fine
mattinata, lì, allo studio. Marco credeva forse di salvarsi l’anima ricevendola
nel luogo dove svolgeva il suo lavoro? O era soltanto un modo per mantenere
riservato quell’incontro, evitando di farsi vedere in pubblico con Anna?
Quella sera, rientrato a casa, avvertì un diffuso disagio,
che sfumava in una mesta inquietudine, come se si sentisse colpevole di aver
mancato di rispetto a Lisa, di averla ingannata o addirittura tradita. Fu,
quindi, eccessivamente gentile, affettuoso, espansivo con lei, quasi per farsi
perdonare una cattiva azione che, in realtà, non aveva commesso.
L’indomani mattina, mentre ascoltava i propri pazienti, si
rese conto che si distraeva di continuo pensando ad Anna e al loro incontro di
lì a poco. Si sentiva impaziente di rivederla, e questo stato d’animo
disturbava la sua attenzione, inducendolo, poi, a biasimare sé stesso per
questa mancanza di rigore professionale.
Finalmente, alle dodici in punto, comparve Anna. Marco notò
che, nell’attenderla, e ancor più nel vederla, il cuore aveva preso a battergli
più in fretta e sì sentì umiliato per questa sua debolezza. Si sedettero al
tavolo: uno di qua, l’altra di là. Marco pensò che avrebbe dovuto chiederle
perché avesse voluto rivederla, ma non lo fece, come se il loro incontro fosse
la cosa più naturale del mondo. Del resto, nemmeno Anna accampò qualche motivo
o qualche pretesto per giustificare quella sua visita, come se fosse scontato
che dovevano rivedersi. Esordì dicendo di essergli grata non solo di quanto le
aveva detto nel loro primo colloquio, ma anche di averle suggerito uno
psicoterapeuta col quale si trovava molto bene. Marco non sapeva di che parlare
con quella sconosciuta che lo attraeva così tanto, senza che riuscisse a
capirne il perché. Perciò l’ascoltava in silenzio, con un sorriso tirato,
facendo di tanto in tanto brevissimi commenti. Per fortuna Anna sembrava
contenta di aver trovato finalmente qualcuno interessato ad ascoltarla e
sceglieva argomenti che apparentemente non poteva condividere con nessuno, come
un bel film visto in un cinéma d’essai o l’ultimo romanzo della
Edna o’Brien. A vederli, sembravano due amici, uno più ciarliero e l’altro più
taciturno, ma in confidenza e con, alle spalle, una storia di esperienze e
interessi comuni. Un po’ alla volta, anche Marco, per così dire, si era
rianimato e aveva preso il coraggio di comporre delle frasi di senso compiuto e
di soffermarsi sulle affermazioni di Anna, commentandole distesamente.
Tuttavia, in fondo al suo animo, rimaneva una domanda: <<Ma che ci sto a
fare qui, con questa donna che non conosco, a parlare dei più vari
argomenti?>>. E la risposta che gli venne spontanea era semplice e quasi
brutale nella sua elementarità: <<Sto qui perché questa donna mi piace,
mi emoziona, mi attrae e me la porterei a letto volentieri.>>.
Riprovevole, ma vero. E, subito dopo, quasi per difendersi da ogni possibile
autoaccusa, si discolpò: <<Dopo tutto, non è una mia paziente e non sto
infrangendo in alcun modo l’etica professionale.>>. Ma un diavolino gli
obiettò, malignamente che forse non infrangeva l’etica professionale, ma era
vicino a infrangere l’etica coniugale, se basta desiderare la donna d’altri per
essere già adulteri. <<Eppure,>> si difese Marco in questo suo
processo-dibattito interiore, <<non ho preso finora alcuna iniziativa né
ho tentato in alcun modo di sedurla.>>. E concluse: <<Quanta
ipocrisia c’è ancora in me>>, come se pensasse che la sua ipocrisia fosse
un difetto sul quale stava lavorando per liberarsene.
Marco e Anna si trattennero a parlare per quasi un’ora. Alla
fine, prima di alzarsi, Anna estrasse dalla borsa, che teneva sulle ginocchia,
un pacchettino avvolto in carta velina rossa: <<Ho pensato che forse
potrebbe servirle.>> disse mentre lo porgeva a Marco. Il quale lo prese e
lo scartò, sorpreso e incuriosito. Conteneva un segnalibro d’argento.
<<Ho pensato che potesse esserle utile. Vedo che questa stanza è piena di
libri e immagino che lei sia un lettore accanito.>> disse Anna, mentre
Marco, un po’ imbarazzato, la ringraziava calorosamente aggiungendo la solita
frase che si dice in questi casi: <<Però non doveva… Io non ho fatto
nulla per lei.>>, <<A me piace fare piccoli regali alle persone che
mi sono simpatiche.>> disse Anna, ridendo, con una sfumatura di
imbarazzo. <<Non le manca il coraggio.>> pensò Marco. Ma la cosa
non lo allarmò né gli spiacque. Nel momento in cui si salutavano, già sulla
porta, Anna gli disse esitando, <<Magari… se non ha niente in contrario…
potremmo, una volta, prendere un caffè o un aperitivo insieme.>>,
<<Senz’altro, con piacere.>> rispose Marco automaticamente, ma
rivolgendole un sorriso. Questa volta l’accompagnò fino all’uscita dello studio
e aspettò qualche istante, mentre lei scendeva le scale, prima di richiudere il
portoncino. Si accorse, di nuovo, che il suo cuore batteva più in fretta del
normale.
Per prudenza non portò a casa il regalino di Anna. Come se
fosse una cosa della quale Lisa non doveva sapere. Ebbe la sensazione di
cominciare a incamminarsi su di una strada pericolosa ma anche emozionante e
per lui nuova. In tutti gli anni del loro matrimonio non aveva mai nascosto
nulla a sua moglie, ma questa volta sentì che doveva tenere segreto il suo
incontro con Anna. Cominciò, così, per la prima volta da quando era sposato, ad
avere una parte della sua vita dalla quale voleva che Lisa rimanesse esclusa.
Sebbene non avesse compiuto alcuna azione che offendesse il suo legame di
coppia, si sentiva colpevole verso di lei, come un bimbo che ha combinato una
marachella. E, in uno stato d’animo di disagio, si ricordò di un ammonimento
impartito a loro ragazzini dai reverendi padri, presso i quali aveva studiato:
<<Si pecca coi pensieri, con le parole, con le opere, con le
omissioni.>>. Gli parve che questo ammonimento lo riguardasse e, pur non
essendo più religioso da decenni, si sentì ‘in peccato’.
Era Aprile, un Aprile eccezionalmente caldo, e la Pasqua era
imminente. Gli arrivò, allo studio, un biglietto di auguri di Anna, che
conteneva anche una frase invitante: <<Che ne direbbe di vederci uno di
questi giorni?>>. Non sapeva che risponderle. Ci pensò su a lungo. Poteva
trovare il modo di eludere questo invito? Non gli venne in mente alcuna
risposta che fosse, insieme, sensata e gentile. Ma, soprattutto, si sentì
piacevolmente eccitato dalla prospettiva di rivederla le rispose proponendole
di incontrarsi in una libreria molto particolare, non lontana dal suo studio,
nella quale, dopo la sala in cui erano esposti i libri, ce n’era un’altra,
adibita a caffè, enoteca e bistrot, dove si potevano degustare vini pregiati,
consumare colazioni e pranzi veloci ma gustosissimi, a base di specialità per gourmet, oppure semplicemente
trattenersi ai tavoli a leggere o a studiare. Gli parve che, come luogo
d’incontro, fosse particolarmente discreto. Anna lo chiamò il giorno dopo e
fissarono di vedersi nella libreria l’indomani verso le sei e mezza, giacché
Marco, quel giorno, avrebbe terminato in anticipo le sue sedute.
Si sedettero a uno dei tavoli di legno rustico della parte
caffè sul retro della libreria. Anna ordinò alla piccola, cerimoniosa cameriera
giapponese un tè alla menta. Marco, che detestava la menta e non amava
particolarmente il tè, preferì farsi portare uno sherry. Questa volta fu lui a rompere il ghiaccio.
<<Allora, come va?>>
<<Come al solito, tra alti e bassi. Più i bassi che
gli alti. Lei sa che razza di marito ho, in più i miei figli mi fanno
ammattire: vanno male a scuola, sono indisciplinati, spesso litigano e se le
danno di santa ragione. Non rispettano l’orario dei pasti, vanno e vengono da
casa a ogni ora e, quando sono in casa, se ne stanno fissi davanti al computer a visitare siti porno, come,
del resto, fa il loro padre nel poco tempo che passa in casa. Un disastro,
insomma. E io faccio la serva a tutti. Stanno seguendo le orme del loro padre:
tutto è dovuto, ed è scontato che io sia al loro servizio. Insomma, non ne
posso più.>>.
Questo esordio di Anna lo aveva, per così dire, ghiacciato e
un po’ disorientato. Lui era andato a quell’incontro tutto carico di
aspettative erotiche, inconfessate. Quando l’aveva vista avvicinarsi alla
libreria (lui era rimasto fuori ad aspettarla, essendo arrivato in anticipo)
aveva avuto un sussulto guardando le sue gambe nude, senza calze e i piedi
magri infilati nei sandali. Sì, era stata quella nudità, sebbene minima, del
suo corpo ad avergli provocato un’ondata di desiderio. Anna lo attraeva come
non lo aveva mai attratto alcuna altra donna. Non si trattava dell’intensità
dell’attrazione, bensì della sua qualità. Non gli era mai accaduto prima di
desiderare una donna in modo così primitivo, così istintivo, lui che riteneva
di essere un uomo compiutamente ‘civilizzato’ anche nella sua vita amorosa.
Mentre la guardava gli nascevano nella mente immagini di un incontro tanto
appassionato da essere quasi violento. Una spinta primordiale verso la femmina
del branco. Per questo avrebbe voluto che non disturbasse e inquinasse coi suoi
lamenti la tensione che sentiva verso di lei. <<Ora, che è in
psicoterapia>> le disse con un tono molto distaccato e professionale <<potrà
parlare della sua situazione familiare al suo psicoterapeuta e cercare insieme
una via d’uscita. Non è bene che ne parli ad altri, men che mai a me.>>.
Aveva trasformato la sua frustrazione per il modo in cui Anna aveva aperto il
gioco tra loro in una sorta di austera prescrizione tecnica che bandiva dai
loro incontri qualsiasi riferimento spiacevole alla sua tormentata vita
familiare. La sua prescrizione ‘tecnica’ (non deve raccontarmi i suoi guai) era
un’ipocrisia delle peggiori: se ne vergognò, ma non se ne pentì.
L’ambiente, le pareti erano foderate di scaffali affollati
di libri, induceva a parlare di quel che si era letto o si voleva leggere. Anna
che, a dispetto della sua semplicità e dei suoi scarsi studi, amava leggere e
dedicare alla lettura molta parte del suo poco tempo libero, chiese a Marco se
avesse qualche bel libro da consigliarle. Marco le fece il nome di “stoner”, l’ultimo romanzo di Williams apparso in italiano, e le disse che
narrava la vita di un professore universitario americano. <<Ma non sarà
troppo difficile per me?>> chiese Anna perplessa
<<No, è un romanzo come un altro. Un bel romanzo. Ma
il miracolo è che riesce ad appassionarti anche se racconta una vita
all’apparenza grigia, piatta, monotona, senza nessun avvenimento eccezionale.>>
<<E di poesia, che cosa mi consiglierebbe? A me
piacciono molto le poesie.>>
<<Potrebbe leggere qualcuna delle raccolte della Szymborska. La conosce?>>
<<No, non l’ho mai sentita nominare. Io ho un grosso
libro, che è una raccolta di poesie d’amore. Ma questa poetessa, che dice lei,
non c’è...>>
<<Oppure potrebbe leggere Alda Merini. Questa la
conosce?>>
<<Ah, sì, ho anche letto qualcuna delle sue poesie.
Non era quella un po’ matta, che è stata anche in manicomio?>>
<<Beh, diciamo che aveva una personalità fuori del
comune e, certo, non era un modello di equilibrio mentale, ma aveva una grande
anima.>>
Siccome a quel punto la conversazione si era arenata (non
avevano molto da dirsi), Marco, per superare l’imbarazzo di quei lunghi momenti
di silenzio che calavano tra di loro, si mise a parlare delle possibili
località in cui trascorrere le vacanze estive. E, con l’occasione, rievocò un
bellissimo, lungo soggiorno a creta fatto qualche anno prima. Anna lo ascoltava
descrivere e commentare coste e mari meravigliosi in tutto il mediterraneo,
senza dire una parola.
<<E Lei, dove pensa di andare quest’Estate?>>
<<Io non mi muovo mai per andare in vacanza. Non
abbiamo questa abitudine. Mio marito dice che, col nostro parco intorno alla
casa e la piscina, possiamo fare a meno di muoverci.>>
<<Ma le piacerebbe spostarsi, viaggiare?>>
<<Veramente sto bene così. Quando i ragazzi erano
piccoli, li portavo a fare la settimana bianca, ma adesso, d’Estate, si
arrangiano e vanno di qua e di là coi loro amici. E a me non pare vero di
starmene un po’ in pace, da sola in casa. E se ho caldo, faccio un tuffo in
piscina.>>
Marco le chiese in quale zona della città abitasse, giacché,
pur conoscendo il suo indirizzo, non aveva idea di dove si trovasse la sua
casa. Anna gli disse che vivevano in campagna, anzi in collina, oltre l’estrema
periferia orientale della città. Anni prima, suo marito aveva comperato una
vecchia, grande casa colonica e l’aveva trasformata in una villa moderna, con
intorno un prato e un boschetto. Avevano poi impiantato una piscina e sul fondo
della proprietà allevavano anche animali, soprattutto polli e conigli che
finivano sulla loro tavola. Da qualche cauta e discreta domanda obliqua Marco
venne a sapere che non mancavano nemmeno i cani di razza e le automobili di
lusso, tra le quali una Ferrari. <<Ma non siamo signori.>> disse
Anna con un tono di scusa: <<Siamo soltanto degli arricchiti. Abbiamo
fatto i soldi. Anzi, li ha fatti Leo, mio marito, che trasforma in quattrini
qualunque cosa tocchi. E non sono sicura che i quattrini li faccia sempre
onestamente: ne ha portati a casa troppi in poco tempo. Pensi che io sono
figlia di un piccolo salumiere e Leo di un capomastro che aveva un’impresa
edile. Io ho studiato un po’, ma poco: dopo la scuola media mi hanno iscritto a
un istituto professionale, ma a me non piaceva studiare quella roba. Così, ho
smesso e sono andata ad aiutare mio padre in bottega. Leo è geometra. Ha
cominciato a fare soldi comprando vecchi appartamenti, ristrutturandoli e
rivendendoli, poi, siccome è un vulcano di idee, ha pensato di mettere in piedi
anche una ditta che comperava pezzi di computer
dai cinesi, li assemblava e li rivendeva; e da questa idea gliene è venuta in
mente un’altra: creare una catena di scuole, nell’Italia centrale e
settentrionale, dove si insegnava, con metodi d’avanguardia, l’uso del computer e, insieme, l’inglese. E poi ne
ha inventate non so quante altre. E da tutte le sue iniziative sono venuti
fuori soldi a palate. Ha proprio il bernoccolo del fare soldi. Peccato che
sappia fare solo quello e come uomo sia, mi scusi, una merda. Come le ho già
detto, non è mai a casa e quando c’è fa il piccolo duce (perché di statura non
è molto alto) ed esige di essere servito e riverito. Ma coi suoi figli non ce
la fa: loro, a quell’età (hanno 13 e 15 anni) ne combinano di tutti i colori,
sono sempre nel branco dei peggiori ragazzi dei dintorni. Le poche volte che ha
provato a rimproverarli perché andavano male a scuola, fumavano spinelli e
combinavano guai di ogni genere (pensi che una volta sono stata chiamata dai
carabinieri perché, con quelli della loro banda, avevano dato fuoco a un
motorino) …. Quella volta, dicevo, Leo ha provato a fargli una severa
paternale, ma loro gli hanno risposto che non aveva nessun diritto di
rimproverarli visto che non era mai a casa e non aveva mai fatto il padre… E
lui ha sbraitato un po’, ma ha dovuto abbozzare. Da quel giorno non si è più
azzardato a dirgli niente. Lo dice a me, si sfoga con me, mi dice che non sono
stata capace di educarli, che sono sfaticati, che lui lavora tutto il giorno
per la famiglia. <E per le tue puttane!> gli ho risposto una volta. Lui è
andato su tutte le furie e si è avvicinato come per picchiarmi, ma eravamo in
cucina, io ho preso un coltello, gliel’ho puntato al petto e gli ho detto
<Se mi alzi anche solo un dito, giuro che ti ammazzo. Ti taglio la gola
mentre dormi.>. Ha battuto subito in ritirata e da quel giorno si è limitato
a comandare e a sbraitare, ma non mi ha più minacciata fisicamente. Vede che razza
di vita faccio? Preferirei essere povera e avere una famiglia normale.>>.
Marco tacque, sconfortato. Anna non poteva proprio fare a
meno di lamentarsi con lui. Si chiese perché fosse stata lei a prendere
l’iniziativa, perché lo avesse cercato, perché, in un certo senso, lo avesse
‘corteggiato’, se poi, quando si vedevano, prima o poi finiva per rovesciargli
addosso la propria infelicità. Forse dipendeva dal fatto che non riusciva a
dimenticarsi che lavoro faceva e quale era stato il loro primo incontro?
Rimasero in silenzio per qualche istante. Anna guardò Marco:
le piaceva proprio. Il primo incontro con lui, a casa degli zii, le aveva dato
l’impressione che quell’uomo fosse una persona perbene con un gran buon cuore:
quello che le mancava nella vita, il compagno che avrebbe voluto avere accanto.
E poi, non era neanche brutto: aveva un gradevole volto molto maschio, dai
tratti regolari, con la bocca ben disegnata (anzi: proprio bella) e grandi
occhi scuri, che posavano sulle persone uno sguardo aperto e benevolo. Certo,
cominciava a stempiarsi, a perdere un po’ i capelli, e non era molto alto
(comunque più di suo marito). Ma gli omoni atletici e muscolosi non le erano
mai piaciuti, provava diffidenza per quelle montagne di carne, con le quali non
riusciva a immaginare come avrebbe potuto fare l’amore piacevolmente e
dolcemente. Guardava Marco e sognava: lui, sì, sarebbe stato un buon compagno
della sua vita. E le veniva spontaneo confidarsi con lui, raccontagli le
proprie pene, perché era diverso parlarne con lui e parlarne col proprio psicoterapeuta,
con quale non c’era alcuna confidenza e che rimaneva per lei un uomo
misterioso, un enigma del quale non sapeva nulla. Certo, Marco era sposato,
aveva una moglie che sicuramente amava e che non avrebbe lasciato per mettersi
con lei. Insomma, era un pasticcio essere attratta da un uomo che sembrava
irraggiungibile. Che cosa poteva nascere tra loro? Non voleva chiederselo, non
voleva darsi risposte. Pe ora, sapeva soltanto che le piaceva la sua compagnia.
Da anni viveva in solitudine, nella solitudine di una donna sposata con un uomo
che non amava più e verso il quale provava soprattutto risentimento. E con due
figli che non avevano mai verso di lei un moto di affetto, tenerezza o anche
soltanto di gentilezza. Non aveva mai avuto amori clandestini con altri uomini,
non li aveva mai cercati; e le poche volte che un conoscente, per esempio, il
medico di famiglia, galletto impenitente, aveva fatto delle allusioni, lo aveva
scoraggiato con qualche battuta fredda e tagliente. Non sapeva che farsene,
aveva pensato fino ad allora, di un altro uomo tra i piedi: gliene bastava uno,
e avanzava. Coltivava, sì, qualche amicizia femminile: due o tre antiche
compagne di scuola e la cognata (moglie del fratello di suo marito), che era
una brava ragazza, anche lei infelicemente sposata, ma non perché suo marito
fosse cattivo, piuttosto perché era, nella vita, un fallimento, un fallito,
sempre angosciato dai propri fallimenti: aveva cambiato decine lavori, senza
aver successo in nessuno; e, alla fine, Leo lo aveva assunto, per pietà, come
suo dipendente, ma dall’alto in basso, con una sfumatura di disprezzo per
questo fratello incapace di farsi strada.
Anna guardava Marco e si domandava perché all’improvviso,
senza alcun motivo apparente, fosse nato in lei quell’interesse per quell’uomo
del quale aveva una conoscenza del tutto superficiale e che non si poteva dire
che facesse colpo per la sua avvenenza, sebbene fosse di aspetto gradevole.
Avrebbe voluto parlargli di sé e indurlo in ogni modo a interessarsi a lei, ma,
oltre a lamentarsi per la sua penosa situazione familiare, non trovava molto
altro da dirgli. Certo, c’era il suo amore per la poesia. Ma l’argomento si era
presto esaurito. E poi, onestamente, più che parlargli avrebbe voluto averlo
accanto, magari pranzare con lui, andare insieme a un cinema e…, sì, anche
portarselo a letto. Era sicura che sarebbe stato bello fare l’amore con Marco,
che lui l’avrebbe trattata con rispetto, con delicatezza, con dolcezza, non
come quell’animale di suo marito che la prendeva senza alcun preliminare, si
potrebbe dire ‘la infilzava’, in qualunque momento della notte, quando gli
pigliava la voglia, mentre lei, magari, stava ancora dormendo e provava
soltanto disgusto e persino nausea nell’essere strappata al sonno da quell’atto
così rozzo e brutale. Ma non era stato sempre così Leo. Anzi, all’inizio,
quando la corteggiava, sembrava un uomo sensibile e premuroso, pieno di mille
attenzioni e di mille riguardi. <<Falso come Giuda.>> pensava Anna,
tra sé e sé. L’aveva semplicemente ingannata, perché, come le aveva ripetuto
mille volte, <<Io ottengo sempre quello che voglio, in un modo o in un
altro.>>. Aveva rigato dritto per pochi mesi, poi era venuta fuori la sua
natura, come lei gli diceva per ferirlo, <<Di piccolo Napoleone da
quattro soldi.>>. Ma la sua grossolanità e la sua prepotenza si
esprimevano soltanto con lei: con gli altri, a cominciare dai suoceri, era un
modello di buone maniere e di gentilezza, sicché nessuno avrebbe mai creduto
che in famiglia si comportasse in quel modo. Anna era, per così dire, la sua
riserva di caccia, privata e nascosta agli occhi di tutti. <<In
fondo>> reputava Anna <<è solo un vigliacco.>>. Le era
bastato di minacciare di sgozzarlo perché non osasse più nemmeno accennare il
gesto di picchiarla: <<Tu sei una pazza scatenata!>> le urlava,
quando lei gli faceva le scenate perché era sempre assente, non si occupava né
dei figli né della casa e passava da un’amante a un’altra. <<Io vi
riempio di quattrini,>> le rinfacciava. <<i miei soldi ti fanno
comodo e ti fa comodo la vita da signora che puoi fare per merito mio.>>
le aveva ripetuto tante volte. Chissà se aveva torto, almeno in questo.
A tutto questo pensava Anna mentre se ne stava di fronte a
Marco, con una insolita commistione di tristezza per la propria condizione e di
desiderio di legarsi più strettamente a quel signore, quasi sconosciuto, che le
aveva toccato il cuore con la sua umanità e la sua apparente disposizione ad
accoglierla.
Parlarono ancora un po’, del più e del meno (il caldo
anormale per la stagione, il traffico sempre più caotico e altre banalità), o,
per meglio dire, parlò soprattutto Anna e Marco l’ascoltò con simulato
interesse, mentre, in realtà, quasi non la stava ad ascoltare: la guardava e
immaginava di baciarla, di accarezzarla, di fare l’amore con lei.
Marco guardò l’orologio: <<Mi scusi, mancano dieci
minuti alle otto. Per me è ora di rientrare a casa.>>. Per il lavoro che
faceva, Marco aveva sviluppato una speciale capacità di misurare spontaneamente
il tempo in porzioni di 50 minuti, la durata di una seduta (e lui era
precisissimo sia nel cominciare sia nel terminare le sedute). Normalmente,
quella era l’ora in cui finiva l’ultima seduta, prendendo poi l’autobus delle
8,10, che lo avrebbe riportato a casa verso le 8,30.
In casa, Lisa lo accolse col consueto calore. Si scambiarono
un bacio sulle guance.
<<Sei molto stanco oggi?>>
<<No, come al solito, amore. Niente di
particolare.>>
Invece, c’era qualcosa di particolare: aveva smesso di
lavorare alle 17,50 anziché, come sempre, alle 19,50 e aveva passato più di
un’ora in libreria in compagnia di Anna. Questo lo nascose alla moglie. Era la
prima volta, da quando erano sposati, che le nascondeva di proposito un
frammento della propria vita. <<Ho cominciato a ingannarla.>> si
disse con un po’ di vergogna, come se l’avesse tradita. In realtà, non aveva
fatto nulla di sconveniente, ma sapeva di averlo desiderato; e bastava questo a
farlo sentire colpevole verso Lisa che, con lui, era sempre stata di una
sincerità e di un’onestà cristalline.
Quella notte si strinse a Lisa, che dormiva tranquilla, con
l’angoscia nel cuore: avrebbe voluto chiederle scusa, farsi perdonare,
ritrovare la trasparenza del loro amore e, invece, non avrebbe saputo trovare
le parole per confessarle la sua colpa e soprattutto sapeva di non potersi
impedire quella passione improvvisa, così prepotente e irragionevole, per Anna.
Non sapeva spiegarsi che cosa gli fosse accaduto, che cosa gli stesse
accadendo, come se fosse succube di una forza che non controllava e che avrebbe
voluto dominare e vincere. E rifletté su quanto poco siamo padroni dei nostri
desideri, che nascono nelle profondità insondabili della nostra psiche e poi,
qualche volta, dilagano nella nostra vita, se ne impadroniscono e possono
condurla alla rovina. Queste cose le sapeva benissimo e le aveva sempre ben
presenti quando lavorava coi suoi pazienti cercando di aiutarli a vedere più
chiaro in sé stessi. Ora era toccato a lui, che si credeva ormai immune dal
pericolo di diventare vittima della parte istintiva e irrazionale della sua
anima.
L’indomani, nel mettersi al lavoro, avvertì come una sorta
di indegnità a svolgerlo, come un prete gravemente peccatore che predichi la
virtù ai suoi fedeli. Lui agli occhi dei suoi pazienti (glielo dicevano) era un
modello irraggiungibile di serenità, di equilibrio, di sottomissione degli
impulsi al dominio della ragione. Sapeva bene che questo capitava spesso agli
psicoanalisti e che, invece, erano anche loro uomini comuni, con tutti i limiti
e i difetti dei loro pazienti, ma questa inevitabile idealizzazione che di lui
facevano i suoi pazienti, ora lo addolorava e lo umiliava particolarmente,
giacché davvero era stato, fino ad allora, un uomo perbene. E ora, invece, si sentiva
quasi un malfattore.
Con Anna erano rimasti d’accordo di risentirsi, ma passarono
alcuni giorni senza che lei si rifacesse viva. Marco si aspettava una sua
telefonata e questo silenzio lo innervosiva. Certo, avrebbe potuto benissimo
essere lui a chiamarla, ma non voleva assumersi la responsabilità di prendere
l’iniziativa, come se farsi corteggiare da lei, anziché essere lui a
corteggiarla, lo rendesse meno colpevole. Ma alla fine cedette.
<<Le è successo qualcosa?>>
<<No. Perché?>>
<<È scomparsa>>
<<Ho avuto problemi in famiglia. Con quei due
lazzaroni dei miei figli.>>
<<Cose gravi?>>
<<Mi hanno chiamata un’altra volta i carabinieri:
quello più piccolo ha preso a sassate, insieme a una banda di suoi coetanei,
un’automobile di un signore che li aveva rimproverati perché facevano troppo
chiasso sotto le sue finestre. Ho dovuto anche scusarmi e dirgli che ripagherò
i danni.>>
<<Mi dispiace>>
<<Ormai ci sono abituata. Ma sono talmente stufa di
questa famiglia…>>
<<Certo, lei non ha una vita facile>>
<<No, direi proprio di no… Che ne direbbe di prendere
un aperitivo insieme una di queste mattine?>>
Marco rimase per un attimo interdetto da questa improvvisa
proposta.
<<La mattina per me è quasi impossibile, normalmente
lavoro tutte le mattine dalle 9 alle 12, escluso il Sabato.>>
<<Potremmo vederci di Sabato, no?>>
<<Sì, certo. Mi ci faccia riflettere un momento. Lei
pensava al prossimo Sabato?>>
<<Al prossimo o anche a quello dopo.>>
<<Perché per questo Sabato ho un impegno
familiare...>>
<<Va bene. Allora facciamo quello dopo. Le va?>>
<<Sì certo. Benissimo. Magari ci sentiamo prima, per
metterci d’accordo. Vuole che la chiami io o preferisce essere lei a
chiamarmi?>>
<<Mi chiami lei, appena è sicuro di essere
libero.>>
<<Bene… Allora, a presto e… Auguri per i suoi problemi
familiari.>>
<<Grazie. Ne ho bisogno. A presto>>
Marco si sentì irrequieto. Questa telefonata lo aveva messo
in agitazione. Come se l’imprevisto farsi avanti di Anna lo avesse spiazzato.
Ebbe anche un leggero senso di oppressione quasi che fosse stato incastrato. Ma
non era stato lui a chiamarla? Non era lui a desiderare che si rivedessero? Sì,
certo, ma voleva anche essere lui a dettare i tempi, i modi e i luoghi del loro
prossimo incontro. Insomma ad avere in mano la situazione e a controllarla.
Il Sabato mattina era sempre rimasto con Lisa. Andavano a
fare delle spese insieme, una capatina in libreria o al negozio di dischi o una
semplice passeggiata. Come avrebbe potuto giustificare un suo improvviso e
misterioso impegno di Sabato mattina? Non era abituato a mentire e non era
nemmeno capace di inventare delle giustificazioni plausibili. Ripiegò s’una
scusa che poteva sembrare accettabile: disse a Lisa che aveva dovuto prendere
altri due pazienti e perciò avrebbe occupato anche una parte del Sabato
mattina, a partire non dal Sabato prossimo, ma da quello successivo. Lisa si
mostrò dispiaciuta di non poter più avere il suo Marco con sé il Sabato mattina
e lo esortò anche a non caricarsi di troppo lavoro, ma lui le rispose che erano
due pazienti inviatigli da colleghi ai quali non poteva dire di no. E così
Marco inaugurò un nuovo pezzetto di vita parallelo a quello che fino ad allora
aveva sempre percorso insieme a Lisa nella più completa sincerità, un pezzetto
di vita soltanto suo e contrassegnato dalla menzogna.
<<Allora questo è il nostro ultimo Sabato mattina di
libertà?>> gli disse Lisa, sorridendo malinconicamente e fingendosi
imbronciata, mentre, camminando sottobraccio, si avviavano a visitare una
mostra dei manieristi toscani. <<Sapessi quanto mi dispiace.>> le
rispose, sospirando, Marco e la strinse con dolcezza a sé. Era sincero in
quello slancio di amore. Avrebbe voluto dirle che gli stava capitando una cosa
terribile ma anche irresistibilmente attraente, che una donna era entrata nei
suoi pensieri e che la sua immagine aveva cominciato ad ossessionarlo, a non
dargli tregua. Avrebbe voluto chiederle aiuto, che lo liberasse da quella
specie di incantesimo, di fattura, di malìa. Ma non lo fece, non solo perché
non ne ebbe il coraggio e non volle rischiare di ferire quella donna che amava
con tutto se stesso, ma anche perché una parte di lui, contro la quale non
aveva alcuna volontà di lottare, desiderava percorrere quella strada
sconosciuta, vivere l’emozione dell’avventura, incontrare Anna, nella sua anima
e nel suo corpo.
Il Lunedì successivo chiamò Anna dallo studio e si
accordarono per incontrarsi il Sabato mattina verso le undici nella libreria
dov’erano già stati una volta. Marco visse in uno stato di agitazione e di
ansia i giorni di attesa. Era nervoso, spesso distratto e commetteva parecchie
sbadataggini. Lisa se ne accorse e gli chiese se ci fosse qualcosa che non
andava nel suo lavoro. Marco minimizzò, disse, mentendo, che aveva preso
l’impegno di preparare una relazione al prossimo convegno di Luglio
dell’associazione di psicoanalisti, della quale faceva parte, e che questo
compito lo preoccupava un po’. Si trattava di un tema difficile, riguardante
l’“identificazione proiettiva”, sapeva che c’era molta letteratura sull’argomento
e una notevole disparità di vedute tra i suoi colleghi. Ci teneva a fare bella
figura e, quasi quasi, si pentiva di aver accettato quell’incarico. Lisa lo
confortò e lo consolò: <<Ma via, non ti angosciare troppo. Tu sei
bravissimo. Te la sei sempre cavata onorevolmente. Andrà tutto bene, vedrai.
Considera che è anche un’occasione per metterti in luce, tu che sei sempre così
schivo, appartato, quasi, si direbbe, asociale.>>. Marco sentiva nelle
parole di Lisa una vera, genuina, autentica partecipazione al suo malessere e
il desiderio di sostenerlo e di confortarlo, sentiva, in breve, che era l’amore
a farla parlare. Questa percezione gli faceva male e lo faceva sentire un
essere indegno. Come avrebbe potuto d’ora in avanti guardare negli occhi con
serenità Lisa e il loro bambino? Tra di loro si era frapposto un velo, il velo
del suo inganno. <<Forse>> si disse <<sono ancora in tempo.
Posso annullare tutto con Anna. Troncare il filo, ancora assai esile, del
nostro rapporto, prima che diventi un legame, una storia che ci coinvolge. Che
ci vuole? Non sono nemmeno tenuto a darle spiegazioni. Non le ho mai fatto
alcuna promessa. Basta che sollevi il telefono e le dica che Sabato prossimo
non possiamo vederci, che ho avuto un improvviso impegno. E poi, se lei si
rifacesse viva far cadere la cosa. Il resto, il Sabato mattina impegnato, la
relazione al convegno si possono facilmente cancellare, con un altro paio di
menzogne, ma, questa volta, dette a fin di bene per difendere il mio amore per
Lisa.>>. Marco rifletté a lungo su questa via d’uscita che lo tentava, ma
non riusciva a decidersi a imboccarla. L’idea di non vedere più Anna gli
procurava un dolore quasi intollerabile, come se dovesse rinunciare alla
propria vita, giacché in questo momento sentiva che la sua vita si era
incontrata con quella di Anna, ed era nato in lui, più che il desiderio, il
bisogno di mescolarle in una sola. <<Non vederla mai più?>> mormorò
tra sé e sé. <<No, non è possibile, non ce la faccio.>>.
Il Sabato fissato si ritrovarono, per la seconda volta, nel
retro della libreria. Questa volta la conversazione fu più spigliata e Marco
parlò di più. Più volte, mentre parlavano, si guardarono negli occhi ed
entrambi sentirono che in quegli sguardi c’era tutto quello che i loro discorsi,
così pieni di parole vuote, non dicevano. Perché ormai sentivano, e dunque
sapevano coi loro sentimenti, che il loro parlare era soltanto uno schermo che
ancora dovevano usare per nascondere la fiamma di un desiderio reciproco che si
era accesa nelle loro anime. Ma desiderio di che cosa? Desiderio, si potrebbe
dire, di incontrare l’altro e che l’altro incontrasse loro. E in aggiunta, ma
non come un semplice elemento ornamentale, desiderio del desiderio dell’altro.
Desiderio di essere desiderati dall’altro. Ma perché, questa condizione perenne
e universale nel genere umano, si chiedeva Marco, aveva preso corpo e realtà,
nel suo caso, nel desiderio di Anna? Di che cosa era fatto questo desiderio?
Gli parve che fosse un desiderio di conoscenza. Di solito noi attribuiamo al
termine “conoscenza” significati che rimandano a procedimenti intellettuali e
culturali o, al massino, quando si parla di fare la conoscenza di qualcuno a un
prendere contatto con l’apparenza fisica, corporea di un altro essere umano e,
magari, coi suoi gusti o colle sue idee. Ma la conoscenza che Marco bramava era
di un’altra natura: voleva appassionatamente entrare in contatto con l’intera
persona di Anna, con tutti gli strati anche i più profondi e i più intimi e
privati della sua anima. Voleva entrare in lei, esplorarla tutta e possederla
tutta. Un desiderio esorbitante rispetto alle normali relazioni tra gli esseri
umani, un desiderio che avrebbe normalmente spaventato e allontanato colei o
colui che ne fosse stato oggetto. Sarebbe stata, Anna, disposta a correre con
lui questa rischiosa avventura della reciproca scoperta e conoscenza? Perché
con Lisa c’era un amore limpido e intenso, ma, nello stesso tempo, entrambi
avevano sempre rispettato il confine, la frontiera che l’altro aveva tracciato
intorno a quel nucleo di sé che doveva rimanere privato, segreto, nascosto a
qualunque sguardo altrui: anche a quello della persona amata, della persona
scelta come compagna o compagno della propria vita.
L’incontro in libreria terminò con una domanda di Anna:
<<Possiamo rivederci?>>
<<Perché non viene a trovarmi allo studio un Sabato
mattina verso le dieci? Sono libero. Non ho pazienti.>>
<<Ma un cinema? Che ne direbbe?>>
Marco fu messo in difficoltà da questa domanda. Avrebbe
dovuto dire ad Anna che non era mai accaduto prima che lui se ne andasse al
cinema con una donna diversa da sua moglie e certo quest’ultima sarebbe rimasta
molto sorpresa e, di sicuro, anche addolorata. Si limitò a borbottare:
<<Un cinema? Sarebbe complicato per me, troppo complicato...>>
<<Va bene. Allora vengo a trovarla Sabato prossimo al
suo studio verso le dieci.>>
<<L’aspetterò.>>
Marco quasi non lo voleva confessare nemmeno a sé stesso, ma
la prospettiva di ricevere Anna al suo studio, il Sabato mattina, quando non
c’era nessuno, lo emozionava perché (credeva) finalmente si sarebbe potuta
creare tra loro, per la prima volta, un’atmosfera di perfetta intimità. Anna,
certo, desiderava incontrarlo, trascorrere del tempo in sua compagnia,
conversare dei più svariati argomenti, ma non era, a differenza di Marco, presa
da un bisogno quasi irresistibile di intimità (o, almeno, non lo era ancora: i
loro ‘tempi’ non coincidevano). Era pur vero che era stata Anna a prendere, al
principio, l’iniziativa, ma per lei si trattava del desiderio di conoscere un
uomo che le aveva fatto sin dall’inizio una buona impressione, l’impressione di
una persona umana, generosa, sensibile e intelligente. Marco, invece, era stato
subito attratto dall’aspetto esteriore di Anna, investito da un’ondata di improvviso
e inspiegabile desiderio di averla. Ma che significava “averla”? Lui stesso non
avrebbe saputo dire: non si trattava del puro desiderio di possesso fisico del
suo corpo, ma di un desiderio più ampio, più totale, come quello di un
esploratore che senta il richiamo potente di un territorio sconosciuto. Ma, si
sa, la conoscenza tra un uomo e una donna transita quasi sempre attraverso il
corpo. Che, però, per Marco, rimaneva, pur desideratissimo, una via d’accesso
all’anima di Anna. Perché quando i corpi si incontrano davvero, nella serietà e
intensità del loro reciproco volersi e prendersi, si apre anche uno spazio di
incontro e di conoscenza delle anime. Nel desiderio di Marco non c’era nulla di
giocoso, di gioioso, di piacevole, ma la tensione spasmodica a superare il
confine, talora sottile ma sempre invalicabile, che ci divide da un altro
essere umano. E la volontà di riuscirci con Anna. Perché proprio con lei, non
avrebbe saputo dire. In questa scelta confluivano la sua storia e la sua
preistoria, dalla nascita all’età adulta: un intreccio di fantasie, emozioni,
affetti, sentimenti, in gran parte a lui stesso ignoti. Come quasi sempre
accade, le nostre scelte sono figlie di una storia che, pur essendo la nostra
storia, ci rimane per lo più sconosciuta.
Marco passò quel giorno di attesa tormentandosi tra il
desiderio di rivedere Anna e la vergogna di sé stesso perché sentiva di
ingannare Lisa. Questo tormento si esprimeva anche con la sua scarsa
partecipazione ai piccoli fatti della vita familiare, come se fosse assente,
ripiegato su sé stesso (e lo era, giacché nel suo animo era in corso un
conflitto che assorbiva tutte le sue energie). Se ne accorse anche suo figlio:
<<Papà, sei arrabbiato con me, che non mi parli più?>> Gli chiese
all’improvviso mentre, nel salotto, giocava con le costruzioni seduto sul
tappeto e suo padre se ne stava in silenzio sprofondato in una poltrona, con lo
sguardo perso nel vuoto. In realtà mille immagini sfilavano nella sua mente,
come su di uno schermo: le immagini di Lisa, che stava rischiando di rendere
infelice, le immagini di quando si erano conosciuti a casa di amici, le
immagini delle vacanze fatte insieme in giro per i mari del mediterraneo, le
immagini delle loro notti d’amore, e l’immagine di quando era nato Duccio e lui
si era precipitato nella camera della clinica dove Lisa giaceva su di un letto
esausta ma felice, stringendo al petto quella minuscola creatura.
Ma, sullo sfondo, tenace e perturbante, l’immagine di Anna,
in piedi, davanti a lui che gli sorrideva e lo invitava. Lo invitava a che
cosa? A conquistarla rischiando di distruggere la sua famiglia, i suoi legami
preziosi con Lisa e con Duccio? Marco non avrebbe saputo dire che cosa Anna si
aspettasse da lui, ma sapeva, con angosciosa certezza, che cosa lui si
aspettava da Anna: che appagasse il suo incontrollabile desiderio di
conoscerla. Di conoscerla, non attraverso le parole (ambiguo, vago, sfocato o
addirittura menzognero mezzo di comunicazione tra gli esseri umani), ma
attraverso l’incontro dei loro corpi e delle loro anime, attraverso
l’esperienza vissuta del loro protendersi l’uno verso l’altro nello sforzo
spasmodico di possedersi a vicenda. Ma non sapeva, Marco, quale fosse, dalla
parte di Anna, la natura del desiderio di lui. E si arrovellava per cercare di
intuirla o persino di dedurla dai mille piccoli, involontari indizi di cui lei
aveva disseminato i loro incontri.
Il Mercoledì precedente il Sabato del suo previsto incontro
con Anna, Lisa gli propose di andare insieme, la sera, a rivedere, in un cinéma d’essai vicino a casa loro, un film che, anni prima, gli era molto
piaciuto e sul quale avevano a lungo ragionato insieme, trovando, come sempre,
quel profondo accordo di pensieri e di sensibilità che li univa quando
ascoltavano la stessa musica, leggevano lo stesso romanzo o guardavano lo
stesso film. Una rara consonanza di
due anime che sembravano essere state create per darsi reciprocamente il
conforto e la gioia di vibrare all’unisono dinanzi a tutte le manifestazioni
della vita.
Così, fu chiamata tata Teresa a tener compagnia a Duccio,
mentre Marco e Lisa tornarono a vedere “in
the mood for love” di Wong Karwai. Una
storia molto malinconica, accompagnata dalla ritornante struggente canzone quizás, quizás,
quizás. Durante la proiezione del film, Marco prese la mano di Lisa e
gliela tenne a lungo, con una sorta di disperazione nel cuore: come poteva
prepararsi a ingannare quella donna che gli aveva riempito la vita di amore e
di ogni genere di dolcezze? Avrebbe voluto poterglielo dire, chiederle consiglio
o, almeno, chiederle perdono in anticipo sul male che sentiva di stare per
farle, ma anche di fare a sé stesso danneggiando irreparabilmente l’unico
rapporto d’amore autentico e profondo che fosse riuscito a costruire nella sua
vita. Grazie a Lisa, perché Marco sentiva di doverle tutto. Sì, certo, poteva
sperare che dopo (ma, poi, dopo che cosa, se non immaginava nemmeno lui quale
strada stesse per imboccare con Anna?) tutto ritornasse come prima, ma sapeva
bene che non avrebbe mai più guardato Lisa con lo stesso sguardo. Il loro
legame forse sarebbe sopravvissuto, ma non sarebbe stato più il loro, unico e
perfetto, e avrebbe portato nel proprio tessuto la cicatrice di una ferita, una
zona di insensibilità, di opacità, di lontananza, di distacco.
Quando, poco dopo le dieci, Marco, col cuore in gola, andò
ad aprire la porta d’ingresso ad Anna, gli apparve, in cima alle scale,
l’immagine di una donna vestita con semplicità, ma ben curata, che lo guardò e
gli sorrise con un’espressione seria e quasi triste. Nello scostarsi per farla
entrare, avvertì, mentre il corpo di lei lo sfiorava, l’aroma leggero di un
profumo che nei loro incontri precedenti non le aveva mai sentito addosso. La
precedette nella sua stanza invitandola ad accomodarsi sulla poltroncina che,
sul lato esterno del tavolo, fronteggiava la sua. Marco prese il suo posto
abituale, dalla parte opposta, volgendo le spalle al muro. Si guardarono in
silenzio per qualche istante. <<Allora come va a casa?>> chiese
Marco per superare l’imbarazzo di quell’incontro apparentemente privo di una
ragione chiara e di un ‘oggetto’, come dicono i burocrati. E, intanto, pensava
<<Ti ho fatta venire qui, per avere uno spazio e un tempo di intimità. Ma
a quale scopo? Cosa dobbiamo dirci, cosa dobbiamo fare insieme in questa stanza
discreta e appartata?>>. E gli venne un’unica risposta: <<Ti ho
fatta venire qui per avvicinarmi di più a te, per vedere se possiamo incontraci
come un uomo e una donna che si desiderano e si vogliono.>>. Finalmente
aveva smesso di nascondere a sé stesso le proprie intenzioni e i propri
desideri, e poteva dirsi, con sincerità e onestà, che lui, quella donna, la
voleva.
Anna guardava quel signore distinto e dai modi gentili,
dolce e comprensivo, che l’aveva fatta sentire accolta, ascoltata e capita. Lo
guardava senza sapere bene che cosa si aspettasse, senza avvertire per lui
un’attrazione erotica particolare, ma sentendo dentro di sé una specie di
ostinata determinazione a farlo entrare nella propria vita più che a entrare
nella sua vita.
<<A casa tutto come al solito...>> rispose
disillusa Anna, abbozzando uno stanco sorriso. <<E ora di che
parliamo?>> si chiese tra sé e sé, <<Non voglio che i nostri
incontri siano come le sedute col mio psicoterapeuta: un lamento senza fine sui
miei guai dai quali non so uscire.>>. <<Certo>> pensò
<<quest’uomo, che pure mi piace, non sarà mai mio e io non vorrei in
nessun modo rovinare la sua vita familiare. E allora che m’aspetto da
lui?>>.
<<Insomma>> riprese Marco <<non ci sono
cambiamenti. Vero?>>. <<Per ora…>> rispose Anna, lasciando la
frase sospesa. E cadde di nuovo il silenzio tra di loro. Poi, all’improvviso,
quasi senza rendersene conto, Marco allungò una mano sulla superficie del
tavolo, una mano aperta, col palmo all’insù, come se si aspettasse di ricevere
qualcosa. Anna rimase per un attimo immobile, sorpresa e incerta. Ma un istante
dopo allungò anche lei la sua mano sul tavolo e prese quella di Marco o, per
dir meglio, lasciò che lui prendesse la sua. Si guardarono: sembravano entrambi
stupiti di quello che era accaduto, come se non l’avessero voluto loro. Marco
le sorrise e lei ricambiò il sorriso. Non sapevano che dirsi. Il gesto
improvviso di Marco aveva condensato in sé tutti i possibili significati di un
lungo, incerto, timido discorso. E ora non erano rimaste a nessuno dei due le
parole per proseguire il loro cauto avvicinamento. Il gesto aveva bruscamente
accorciato le distanze, ma anche svuotato il repertorio delle parole che
avrebbero dovuto essere scambiate tra loro prima che quel gesto si compisse.
Ora si trattava di trovarne delle altre, adeguate, dopo che quel gesto era stato compiuto. E nessuno dei due sapeva
che dire. Almeno fintanto che si tenevano le mani l’una stretta all’altra.
Perciò Marco, dopo qualche secondo, lasciò la mano di Anna, la lasciò per poter
parlare. <<Tutto bene?>> le chiese, come se Anna avesse appena
corso un rischio o scampato un pericolo. <<Sì, tutto bene.>>
rispose lei, sorridendogli. <<Allora>> riprese Marco <<non ci
rimane che…>>. Ma non finì la frase, giacché lui stesso non sapeva che
cosa avrebbe voluto dire. Anna lo guardò e gli sorrise di nuovo: <<Che ne
direbbe di andare a prendere un aperitivo?>>. <<Mi pare un’ottima
idea!>> esclamò Marco, grato ad Anna di averlo tolto da un momento di
imbarazzo <<Su, andiamo.>>. E si alzò, sfilandosi da dietro il
tavolo. Anche Anna si era alzata. Marco la precedette verso la porta della
stanza. Ma quando stava per aprirla, si voltò verso Anna e, all’improvviso, la
abbracciò e la baciò, ansimante per l’emozione. Anna ricambiò il suo bacio un
po’ passivamente, come se fosse rimasta sconcertata da quell’imprevista
fiammata di passione in un uomo che le era sempre parso controllato e
misurato. Ora su entrambi pendeva un
interrogativo cruciale: che fare? Si andava al vicino bar a prendere il programmato aperitivo, come se non fosse accaduto
niente tra di loro, oppure si traevano le conseguenze, subito e
coraggiosamente, di quel bacio che aveva sconvolto il rituale compassato dei
loro incontri? Marco sapeva quel che avrebbe voluto fare, ma non era sicuro che
Anna condividesse il suo desiderio. E, in effetti, non si sbagliava, giacché
Anna, sebbene contenta di quel bacio, che le testimoniava come Marco
ricambiasse (anche troppo!) la sua simpatia, non si sentiva ardere di desiderio:
lui non le aveva dato nemmeno il tempo di percorrere quel cammino, di solito
non brevissimo in una donna, tra la simpatia, l’attrazione ‘spirituale’ (come
si sarebbe detto nell’Ottocento!), e l’accensione dei sensi.
Marco si staccò da Anna e, per rendere meno brusco il
distacco, la prese per mano per il breve tragitto, pochi metri, dalla porta del
suo studio all’ingresso dell’appartamento. Poi scesero le scale dello stabile
in silenzio.
Quando furono in strada, Marco abbozzò spontaneamente il gesto
di prendere Anna sottobraccio, ma subito si rese conto che sarebbe stato
imprudente mostrare in pubblico quell’affettuosa confidenza, perciò si allineò
al suo fianco, dandole la destra. Il bar
distava un centinaio di metri e, mentre lo raggiungevano, nessuno dei due disse
una parola. Entrambi pensavano, riflettevano, si domandavano su quale strada si
fossero incamminati.
Era abbastanza presto e si sarebbero potuti sedere a un
tavolino e rimanere insieme ancora un po’ di tempo, invece ordinarono in piedi,
al banco, il loro aperitivo; e lo bevvero senza scambiarsi una parola (che cosa
si sarebbero potuti dire?). Ma i loro sguardi si incontravano e si incrociavano
di continuo, in una sorta di dialogo muto che conteneva una domanda: e ora che
facciamo?
Quando uscirono dal bar,
Marco accompagnò Anna, sempre in silenzio, alla sua macchina, parcheggiata
sotto lo studio, e la salutò dandole la mano, come a una conoscente, ma, mentre
lei, aperta la portiera, entrava nell’abitacolo, non poté fare a meno di
chiederle sottovoce, con un filo di ansia: <<Ti posso rivedere?>>.
Era passato dal “lei” al “tu”; e Anna, già seduta al volante
della sua vetturetta, lo guardò dal sotto insù sorridendogli: <<Certo,
quando vuoi. Il mio numero di telefono lo conosci.>>.
Marco aspettò che Anna partisse e, mentre si allontanava, la
salutò con un gesto della mano. Poi risalì nel suo studio aspettando l’ora per
ritornare a casa.
Anna guidava adagio, ripensando a quel loro incontro. Il
gesto di Marco, quel suo improvviso baciarla, l’aveva colta di sorpresa, anche
perché si era fatta l’idea che lui fosse un tipo calmo, controllato, tutt’altro
che impulsivo e che toccasse a lei prendere l’iniziativa se voleva, come
voleva, che tra loro nascesse un legame. Ma non sapeva nemmeno ora, nemmeno
dopo quel bacio, quale legame desiderava che ci fosse con Marco: sapeva
soltanto di volere che Marco entrasse in qualche modo nella sua vita. Certo,
l’attrazione che aveva provato per lui sin da quando lo aveva conosciuto non si
era manifestata subito come desiderio di fare l’amore con lui, di intrecciare i
loro corpi. Per questo, le pareva che Marco avesse accorciato le distanze
troppo bruscamente, anticipando i tempi. Non che le fosse dispiaciuto, anzi,
ora che era accaduto, si sentiva più libera e, per così dire, autorizzata a
fantasticare che nascesse tra loro una storia di desiderio, di amore e di
passione. Quel tipo di storia che aveva avuto, per un brevissimo tempo, con
l’uomo che sarebbe poi diventato suo marito, e che si era rapidamente esaurita
e spenta, trasformandosi in ostilità e disgusto, dopo alcuni mesi di
matrimonio. Ma non riusciva a immaginare come sarebbe andato avanti il suo rapporto
con Marco. Nessuno dei due poteva disporre a piacimento della propria vita, non
potevano fare progetti liberamente, entrambi erano vincolati da legami forti,
nel caso di Marco di amore e di lealtà, nel suo non avrebbe saputo dire,
sebbene sapesse che la sua famiglia la privava della libertà.
2.
<<Povero amore mio, costretto a lavorare anche di
Sabato.>> gli sussurrò Lisa mentre accoglieva Marco con un bacio
affettuoso sulle guance. <<Eh, che vuoi fare...>> sospirò lui,
simulando una grande stanchezza.
La Domenica andarono a pranzo in una rinomata trattoria in
collina, non lontana dalla città. L’aveva scelta Lisa perché sapeva che aveva
la specialità delle rane e voleva accontentare Marco che ne era ghiottissimo.
Mentre mangiavano, lo guardava con tenerezza gustare rapito quei batraci che,
insieme alle lumache, erano tra i suoi piatti preferiti. Duccio se ne stava
mogio e in silenzio, masticando adagio e con riluttanza pezzetti di pollo
fritto, visibilmente annoiato di quel rito adulto che era, per lui, mangiare al
ristorante. Ma era un ragazzino educato e obbediente, perciò non protestava e
sopportava con pazienza la noia.
Marco era toccato dalle mille attenzioni che Lisa aveva per
lui, sempre pronta ad anticipare i suoi desideri e a soddisfare i suoi gusti.
Gli faceva di continuo piccoli regali (una cravatta, la sua acqua di colonia,
un libro, un cd, una varietà di tè
che sapeva piacergli e così via). Marco le era molto grato, ma anche un po’
imbarazzato perché consapevole di non essere altrettanto attento e sensibile
nei confronti di Lisa. Ora, poi, che sapeva in cuor suo di essere sleale e
disonesto con lei, anziché godere delle squisite gentilezze di sua moglie ne
soffriva e si tormentava sentendosene indegno. Eppure la amava, la amava con tutto
il cuore, e non riusciva a capire come potesse convivere in lui questo amore
con questa improvvisa, inspiegabile e sconcertate passione per Anna.
Dopo pranzo passeggiarono un po’ tra l’erba e le margherite
del prato intorno alla trattoria. Sulle colline circostanti mandorli e peschi
in fiore spandevano nell’aria l’allegria festosa della primavera. Marco si
sforzava di mostrarsi sereno e persino felice, ma ormai era entrata nella sua
anima una sorda inquietudine, come se avesse perduto per sempre l’innocenza. E
qualunque sua manifestazione di affetto verso Lisa, sebbene fosse sinceramente
sentita, gli pareva ipocrita e falsa, e lo metteva a disagio. Perciò evitava,
contrariamente al solito, ogni genere di effusioni (come prenderla per mano o
stringerla sottobraccio) fino ad apparire distratto e assente. Lisa lo notò:
<<Da qualche tempo in qua mi sembri lontano, come assorbito dai tuoi
pensieri.>> gli disse mentre si avviavano verso la macchina, per
ritornare a casa. <<Non sarai mica innamorato di un’altra?>>
aggiunse con tono scherzoso. <<Ma figùrati, amore mio!>> replicò
Marco <<Macché innamoramento. Magari! È che sono un po’ preoccupato per
quella relazione al convegno. Sai come sono i colleghi: prima di tutto, salvo
rare eccezioni, invidiosi, e non vedono l’ora di sputtanarti. E io vorrei
evitare di fare una figuraccia. Ma, come dice quel proverbio veneziano: <più
in alto se va, più il culo se mostra.>. Speriamo bene. Certo, ti confesso
che questa scadenza mi agita un po’ e a volte mi tiene sveglio la notte.>>.
Aveva dato a Lisa una risposta piuttosto lunga e argomentata, come succede
quando uno vuole giustificarsi o convincere l’altro che si è sbagliato. Ma Lisa
non colse questo eccesso di giustificazione che, già di per sé, avrebbe potuto
rivelarle un sotterraneo senso di colpa, tanto era lontana dal solo pensiero
che il suo Marco potesse aver preso
una sbandata per un’altra donna.
Marco aveva bevuto un po’ più del solito, sicché pregò Lisa
di guidare al posto suo. E, mentre se ne stava al suo fianco, rispondeva
distrattamente alle domande di Duccio che voleva sapere come funzionava il
motore dell’automobile e come trasmetteva il movimento alle ruote. <<Ma
mi stai a sentire, babbo?>> gli fece Duccio, a un certo punto,
spazientito dalle risposte vaghe che gli dava suo padre. <<Ma sì che ti
ascolto, Duccio. Solo che è un po’ difficile spiegare questo meccanismo. Ci
vorrebbe un foglio di carta e fare dei disegni…>>. In realtà, stava
pensando a come avrebbe potuto rivedere Anna e dove avrebbero potuto incontrarsi.
Quella sera, quando fu a letto accanto a Lisa, l’abbracciò
forte forte, quasi con disperazione, come se lei potesse aiutarlo a uscire da
quella specie di trappola nella quale sentiva di essersi cacciato. Lisa aveva
intuito da un po’ di giorni che in suo marito qualcosa era cambiato e c’era
come una sorta di malessere o di dolore che non trovava il modo di esprimersi e
soprattutto di essere messo in comune con lei, ma pensava che si trattasse di
una crisi passeggera, legata alle difficoltà dello strano e difficile lavoro
che faceva Marco. In realtà, questo malessere di Marco, le dava un po’ di
inquietudine, come non era mai accaduto in passato quando, pure, lui aveva
attraversato momenti difficili. Inquietudine, sì, inquietudine: non solo,
dunque, dispiacere, come accade quando vediamo soffrire una persona che amiamo.
Ed era questa inquietudine, questo sentimento diverso dalla compartecipazione a
una sofferenza, quello che Lisa non riusciva a capire e ad analizzare. Anzi,
non ci provava nemmeno: ci passava sopra quasi negandone l’esistenza.
L’indomani mattina, dallo studio, Marco chiamò Anna: non
voleva aspettare il Sabato per incontrarla. Pensò che avrebbe potuto annullare
un paio di sedute per trascorrere due ore con lei. <<Dove vuoi che ci
vediamo, che non sia il mio studio?>> le chiese.
<<Noi abbiamo un piedàterre
in via Aldobrandeschi, al num. 5. Potremmo vederci lì. Magari, se ti va bene,
domattina verso le 11. Sai dov’è?>>
<<No, ma non è un problema. Verrò in taxi.>>
<<Allora, io vado un po’ prima e ti aspetto lì. Va
bene?>>
<<Benissimo. A domani.>>
<<A domani.>>
Marco dovette avvertire i due pazienti, quello delle 11 e
quello delle 12, che per un imprevisto contrattempo gli era impossibile fare le
sedute. Si vergognò con sé stesso per questo inganno: gli avevano insegnato, e
lui non ne aveva mai dubitato, che, con i propri pazienti, un analista doveva
essere sempre leale e non mentire mai. Ora, sebbene non mentisse, tuttavia
anteponeva i propri desideri alle loro necessità. E questo gli parve molto grave.
Si sentì indegno di continuare a svolgere con onestà il proprio lavoro. Eppure
era pervaso da una sorta di euforia all’idea di rivedere presto Anna.
Quest’ultima, quando gli aprì la porta, aveva un’aria seria,
non contrariata, ma come se il loro incontro fosse un evento della massima
importanza. Marco, goffamente, per salutarla le strinse la mano, ma, quando fu
entrato, l’abbracciò e la baciò con foga. Anna sembrava sorpresa da questa
esplosione di passione. Ma ora che si erano abbracciati e baciati che cosa
potevano fare? Marco le sussurrò in un orecchio mentre ancora la teneva stretta
a sé: <<Anna ti voglio. Voglio fare l’amore con te.>>. Anna si
sentiva imbarazzata: non per la proposta in sé ma perché veniva da un uomo per
il quale aveva provato sin dal loro primo incontro un’attrazione spirituale,
come se si trattasse di una persona dotata di qualità superiori, ma che non
aveva suscitato in lei immagini o fantasie erotiche. Non che le dispiacesse
fisicamente, tutt’altro, ma non si sentiva ancora pronta a passare, per così
dire, dal dialogo delle anime all’intreccio dei corpi.
Il piedàterre era
composto di un piccolo soggiorno (due poltroncine, un divanetto, un tavolo,
quattro sedie, un trumeau e un trespolo con l’apparecchio televisivo), una
minuscola cucina, un bagnetto e una camera da letto abbastanza spaziosa, con un
letto bastardo, i comodini, un armadio, un appendiabiti e un paio di sedie.
Anna fece strada a Marco nel soggiorno. <<Vieni>> gli disse,
indicandogli il divanetto di pelle marrone. Si sedettero l’uno accanto
all’altra e, di nuovo, non sapevano che dirsi. Marco le prese una mano, quindi
si girò verso di lei e la baciò furiosamente, come se avesse la disperazione
nel cuore: <<Non potremmo andare di là?>> le chiese, poi, sottovoce
e incerto. <<In camera da letto?>> fece Anna con tono neutro e,
senza aspettare la risposta, si alzò e lo precedette. Decise di assecondarlo,
senza, tuttavia, sentirsi per nulla presa dal desiderio. Così, tolse la
coperta, aprì il letto, si spogliò e si distese sulle lenzuola. Anche Marco, si
era tolto i vestiti e in breve fu sopra di lei. Tremava, quasi paralizzato per
l’emozione, ma questo non gli impedì di coprire di baci e di carezze tutto il
corpo di Anna, in una sorta di dolorosa frenesia. Col cuore in gola la prese,
con le lacrime agli occhi, e lei, frastornata da quell’esplosione di emozioni,
si abbandonò passivamente a lui, senza che il suo corpo partecipasse
visibilmente alla passione di Marco, ma sforzandosi di non apparire distaccata
e insensibile e imponendosi, quindi, di abbozzare dei gesti che esprimessero un
suo coinvolgimento. Mentre simulava una passione che non provava, Anna pensava,
con rammarico, che Marco aveva voluto accorciare troppo i tempi e, in qualche
modo l’aveva strappata a quella sorta di piacevole rêverie nella quale era immersa da quando lo aveva conosciuto. Non
le aveva dato il tempo di sognarlo, di indugiare con i pensieri, con le
fantasie, con l’immaginazione su di lui e di sentirsi, un po’ alla volta,
sempre più attratta dalla sua persona fino al punto di desiderarlo. Ora che
tutto si era compiuto, le pareva che tra loro non potesse esserci più nulla.
Ora che aveva dovuto conoscere, con una sorta di sgomento, il corpo nudo di
Marco, le pareva di non poter più assaporare la sua anima. Giacché la strada
che le era familiare, e che aveva sempre percorso nella sua vita, andava
dall’anima al corpo e non poteva essere invertita.
Marco si era disteso accanto a lei con la testa poggiata
sulla sua spalla mentre le teneva stretta una mano. Rimasero per un po’ in
silenzio. <<Mi dispiace>> mormorò poi Marco <<Non sono stato
un granché… Ti desideravo così tanto...>>. <<Non importa.>>
fece Anna, sfiorandogli i capelli con una carezza. <<La prossima volta
andrà meglio, vedrai.>>. Erano entrambi tristi. Non rimasero a lungo in
quella posizione del corpo e dell’anima. Avevano il tempo contato: Marco doveva
ritornare allo studio. Dopo essersi dati una sciacquata nel bagno ed essersi
rivestiti, Marco chiese ad Anna il permesso di usare il suo telefono per
chiamare un taxi. Nel frattempo si
erano rivestiti. Prima di scendere in strada ad aspettare il suo taxi, Marco abbracciò a lungo Anna:
<<Vorrei che riuscissimo a stare di più insieme. Senza fretta.>>.
<<Anch’io.>> rispose Anna. In effetti il loro primo incontro
d’amore era stato tristemente frettoloso e non aveva permesso a nessuno dei due
di esprimere i sentimenti che li avevano mossi l’uno verso l’altro.
Marco guardava dal finestrino sfilare le vie della città, ma
pensava ad altro, a quanto fosse stato goffo e deludente quel loro primo
consegnarsi l’uno all’altro, quanto poco avesse a che fare con uno scambio di
amore. Sentiva che era colpa sua, che lui solo era il responsabile di questo
fallimento, e poi pensava a Lisa. Era sopraffatto da una sensazione di
catastrofe: aveva distrutto irreparabilmente una costruzione tirata su da
entrambi con tenacia, pazienza, rispetto reciproco, e soprattutto amore, per
decenni. Almeno avesse colmato le attese di Anna! Ma si rendeva conto di avere
tradito l’amore di Lisa senza, per contro, dare alcuna gioia ad Anna, che,
sebbene fosse stata dolce e comprensiva con lui, non era riuscita a
nascondergli la sua malinconia in questo loro incontro.
Arrivò allo studio verso mezzogiorno e mezzo, e si dispose
ad aspettare l’una meno dieci, ora in cui normalmente terminava le sedute per
poi rientrare a casa. Si sentiva stanco, quasi spossato, ma soprattutto giù di
corda. Era stato preso dal timore che Anna fosse rimasta talmente delusa dal
suo comportamento da aver perduto ogni interesse per lui.
Anna, in quel momento si stava facendo una doccia prima di
rincasare e rifletteva su come Marco fosse stato impaziente di fare l’amore con
lei, senza preparare in alcun modo questo incontro così intimo e decisivo dei
loro corpi, senza preoccuparsi affatto di lei, dei suoi desideri. Lei aveva
immaginato che si sarebbero avvicinati un po’ alla volta, con dolcezza e quasi
con prudenza e invece lui aveva precipitato le cose, certo per appagare un
proprio desiderio, ma senza cercare di capire i desideri di lei. Ed era uno
psicoanalista! Ad Anna sembrava inconcepibile che uno che di professione
ascoltava le persone e cercava di aiutarle a capire sé stesse potesse poi
essere così maldestro nei suoi rapporti privati. Soprattutto in una relazione
d’amore, se questa parola non era, nelle circostanze, eccessiva. Ma queste
amare considerazioni non scalfivano in profondità l’immagine che Anna serbava
di Marco, il suo interesse per lui, la voglia di stabilire tra loro una
relazione autentica e profonda. Caso mai, considerava il comportamento di Marco
come una sua perdonabile debolezza, che, se appannava un po’ l’immagine di
perfezione che lei si era costruita di lui fin dall’inizio, lo rendeva anche,
in un certo senso, più umano. L’idealizzazione non è mai una buona strada per
stabilire un rapporto autentico tra due persone. Ora Anna non si sentiva più,
come all’inizio, in una posizione quasi di inferiorità, ma al suo livello,
almeno umanamente. L’idolo aveva perduto il suo splendore dorato ed era
diventato un uomo stimabile e interessante, con i suoi lati deficitari e le sue
virtù.
Marco fu pervaso da un senso di vergogna che lo distolse,
per qualche giorno, dal cercare altri contatti con Anna. Fu lei a chiamarlo
allo studio il Venerdì, poco prima dell’una: <<Sei scomparso>> gli
disse. <<Ti sei stancato della mia compagnia?>> aggiunse con un
tono tra il serio e lo scherzoso.
<<Ma no! Che dici? Solo non volevo darti l’impressione
di starti troppo addosso, di soffocarti con la mia presenza.>>
<<Allora, vuoi che ci vediamo domani?>>
<<Sì certo, mi farebbe molto piacere. Ma dove?>>
<<Se per te va bene, dove ci siamo visti l’ultima
volta, nel mio appartamentino.>>
<<Perfetto. Allora, io potrei essere da te verso le
dieci e mezzo. Ti va bene come orario?>>
<<Va benissimo. Ti aspetto Sabato mattina. A
Sabato.>>
<<A Sabato. Ciao.>>
Si videro. E divenne un’abitudine. Facevano l’amore e si
scambiavano qualche parola. Marco aspettava con ansia quegli incontri perché
aveva trovato nel corpo di Anna un intero mondo di sensazioni mai provate
prima. E sembrava non essere mai sazio. Ma con quella insaziabile passione
cresceva anche il suo tormento. Stranamente gli sembrava che Lisa si fosse
allontanata e persino un po’ raffreddata con lui, mentre era lui che era
diventato incerto ed esitante nell’avvicinarsi a lei. Certo, Lisa aveva
percepito un cambiamento nel modo di Marco di guardarla, di toccarla, di
parlarle, di fare l’amore con lei. Ma non si era soffermata troppo su questa
sensazione indefinita e, soprattutto, non aveva cercato di darsene una
spiegazione e tanto meno di parlarne con suo marito. Così, tra loro si era
creata una lieve, indefinibile distanza o, forse, soltanto una specie di
insicurezza nel loro comunicare con le parole, con i gesti, con gli sguardi.
Come se avessero perduto la loro intimità di un tempo e fossero diventati,
ciascuno, insicuro su come sarebbe stato accolto dall’altro.
Si avvicinava l’Estate. Lisa parlò a Marco di come
programmare le loro vacanze per il mese di Agosto. Convennero di prenotare in
Versilia un grande albergo vicino al mare e circondato da un giardino alberato
e da un piccolo parco di pini marittimi, dove Marco avrebbe potuto rifugiarsi a
leggere e a scrivere, lui che sul mare, specie su quello sabbioso, resisteva
soltanto per un’ora o poco più, oppresso dal caldo, abbagliato dalla luce e
snervato dalla confusione e dal rumore delle orde di bagnanti, quasi tutti,
chissà perché, in costante stato di eccitazione psicomotoria.
Marco, quando rivide Anna, accennò alla loro imminente
separazione estiva: <<Staremo via un mese. Non so come farò senza vederti
per così tanto tempo. Tu dove vai in Agosto?>> le chiese mentre erano
distesi, uno accanto all’altra, nel solito letto nel solito appartamentino,
dopo aver fatto, come al solito, l’amore.
<<Io non mi muovo mai, lo sai. Resterò a casa mia e
farò i bagni nella piscina. Ma tu potresti fare ogni tanto una scappata per
venire a trovarmi. O no?>>
<<Mah, sai, dovrei inventare qualche balla con mia
moglie e io non ci sono abituato, non lo so fare.>>
<<Neanche per me?>>
<<Anna, è questione di carattere. Io con Lisa non ho
mai avuto segreti e non le ho mai mentito. Non saprei farlo.>>
<<Lo stai già facendo da un po’ di tempo in
qua...>> osservò Anna con un sorrisetto tra l’ironico e il malizioso.
<<Sì, hai ragione, e sapessi quanto mi pesa.>>
sospirò Marco prendendole la mano. <<Ma>> aggiunse <<non
potrei mai rinunciare a te, perciò devo sopportare il tormento che mi dà tutta
questa storia.>>.
Anna girò il viso verso di lui e gli prese il mento tra il
pollice e l’indice obbligandolo a guardarla negli occhi: <<Dimmi, Marco:
tu mi ami?>> gli chiese, come se fosse stata attraversata da un dubbio
improvviso.
<<Certo che ti amo! Che ti salta in mente? Non ti pare
che te lo abbia dimostrato da un bel pezzo?>>
<<Veramente mi hai dimostrato di desiderarmi, di
volermi, di voler scopare con me. Ma io non sono mica tanto sicura che tu mi
ami>>
<<Che cosa ti salta in mente? Perché questi improvvisi
dubbi? Da dove vengono?>>
<<Beh, se non te la senti nemmeno di inventare
qualcosa per venire a trovarmi durante le vacanze, e ti rassegni a passare un
mese senza vedermi, allora qualche dubbio su quel che tu provi per me può anche
venirmi. O no?>>.
Marco non rispose. Si sentiva oppresso dal senso di colpa
verso tutte e due le donne che amava. Gli pareva di essersi cacciato in un
vicolo cieco. Qualunque decisione prendesse, qualunque cosa facesse gli
appariva sbagliata e riprovevole. Poteva ingannare a cuor leggero Lisa? Poteva
dire di no ad Anna? Anna lo aveva messo di fronte a un dilemma insuperabile:
acconsentire alla sua comprensibile e legittima richiesta, tradendo ancora una
volta la sua lealtà verso Lisa, oppure sottrarsi, dimostrando di non essere
capace di amarla con generosità? Gli ritornò alla mente una delle massime di
Kant, imparate a scuola: <<Agisci in modo da
trattare l’uomo, così in te come negli altri, sempre anche come fine, non mai
solo come mezzo.>>. Non aveva forse ragione Anna quando gli faceva
intendere che lui sostanzialmente si serviva di lei per il proprio piacere, ma
non era disposto a sacrificare per lei nemmeno un po’ della sua lealtà
(peraltro oramai guastata) verso Lisa, della quale andava così fiero?
<<Si è fatto tardi.>> disse Marco, e si alzò dal
letto cominciando a rivestirsi. <<Eh già,>> fece Anna, senza
muoversi, solo coprendosi col lenzuolo <<perché noi ci incontriamo con
l’orologio alla mano. Il nostro è un amore a cronometro.>>. Il suo tono
era più dolente che sarcastico. <<Anna, tu sai qual è la mia
situazione.>> replicò Marco contrito. <<Non ti biasimerei>>
aggiunse <<se ti stancassi di me.>>. <<Non è di te che sono
stanca, ma di questo modo di incontrarci e di stare insieme. Vorrei condividere
con te qualcosa di più di un letto e sempre, ripeto, con l’orologio
sott’occhio.>>. <<Mi sono infilato in una trappola>> pensò Marco <<e ogni via d’uscita mi costerà
cara. Non posso né continuare così né trovare un’altra strada, che non sia
quella di troncare con Anna.>>. Questa riflessione lo rese
improvvisamente triste, non aveva parole con cui replicare ad Anna, sicché
l’abbracciò stretta e la baciò a lungo senza dire niente. E mentre lo faceva
sapeva che, in qualche modo, aveva voluto tapparle la bocca per non sentire più
quella insopportabile verità. <<Ma il mio dolore>> rifletté con
amarezza <<non cancella il fatto che Anna mi ha solo detto come stanno le
cose e io mi sento impotente a cambiarle.>>.
Quella mattina, quando si separarono, Marco ebbe la
tentazione di decidere in cuor suo che non avrebbe mai più rivisto Anna. Passò
dallo studio prima di rincasare e di lì telefonò a Lisa. Una telefonata senza
uno scopo preciso, ma per far sentire a sua moglie che la pensava e (cosa che
lei sapeva benissimo) stava per ritornare. Una telefonata soprattutto per
tranquillizzare sé stesso, giacché non poteva fare a meno di essere tormentato
dall’idea assurda che, quando andava a incontrarsi con Anna, Lisa in qualche
modo avesse la percezione di un suo momentaneo abbandono.
C’era stato un tempo nel quale Marco, quando rincasava per
il pranzo, e si metteva a tavola con Lisa (Duccio rimaneva a mangiare a scuola
perché faceva il tempo pieno), si sentiva avvolto da una nuvola di felicità.
Quella donna aveva dato senso alla sua vita e gliela aveva riempita. Con
nessun’altra aveva mai avuto un’intesa così completa e una comunicazione così
intensa e profonda. Lisa aveva portato la vita nella sua vita; nella sua vita
sempre, fin da adolescente, insidiata da una corrente sotterranea di
malinconia, di quella che, molto più tardi, avrebbe imparato a riconoscere e a
chiamare ‘depressione strisciante’. ‘un regalino di mammà’ si diceva, pensando
a tutte le volte in cui, fin da bambino, aveva letto sul suo viso l’espressione
del dolore, senza che vi fosse un motivo apparente, sicché, da grande, l’aveva
poi scherzosamente soprannominata mater dolorosa. Questa madre che, per
giornate intere, mostrava, in silenzio, un’inconsolabile, e per lui
inspiegabile, disperazione. Ma lui l’aveva anche ammirata perché aveva sempre
lottato, con tenacia e coraggio, aggrappandosi all’unica risorsa di una
incrollabile fede religiosa (gli antidepressivi allora non esistevano) per
mandare avanti una famiglia numerosa e impegnativa: un marito sempre
occupatissimo e quattro figli da accudire. Ecco, Marco credeva che la sua
depressione strisciante fosse una eredità materna, ma era molto incerto se si
trattasse di una eredità di natura biochimica (qualche neurotrasmettitore
deficitario) o un’eredità psicoaffettiva (l’immagine di una madre afflitta,
annidata nella sua psiche). Era sicuro, però, di aver trovato in Lisa il suo
antidoto. A volte si era perfino chiesto se il suo legame con lei non fosse
quello di un parassita: le stava accanto per succhiarle la vita. Lei era una
donna dall’anima luminosa, generosa, attratta dalle relazioni con gli altri
esseri umani, appassionata di musica, di arte, di letteratura, e sempre pronta
a fare progetti di ogni genere: dai viaggi durante le vacanze estive, alle
rapide incursioni in questa o in quella città per vedere una mostra d’arte,
assistere a uno spettacolo teatrale o a un concerto. E quella sua gioia quando
riusciva a riunire alla loro tavola gli amici più cari per trascorrere insieme
una bella serata. In breve, si era chiesto spesso come sarebbe stata la sua
vita se non avesse incontrato Lisa e se non avesse stretto con lei un legame
così forte, che sentiva indispensabile per trovare la spinta ad andare avanti
giorno dopo giorno. Per converso, si era anche chiesto (e l’aveva chiesto più
volte a Lisa, ottenendo da lei, però, soltanto risposte evasive e scherzose)
che cosa lui desse a lei, in quello che all’apparenza doveva essere uno
scambio, o, se si preferisce, un’alleanza. La cosa più strana per lui era che
Lisa gli ripetesse <<Tu sei il mio babbone saggio e sapiente, che sa
tutto, che mi dà sicurezza e che mi insegna un mucchio di cose.>>. E
Marco si chiedeva come fosse possibile che questa immagine che Lisa aveva di
lui potesse coesistere con la propria sensazione di trarre da lei il senso di
sicurezza, le gioie della vita e la spinta non lasciarsi sopraffare dalla
malinconia: sapeva di essere completamente dipendente da Lisa per il proprio
benessere quotidiano: sapeva che, se Lisa l’avesse abbandonato, la sua vita
sarebbe sprofondata nella solitudine, nella paura, nella mancanza di ogni
iniziativa. Certo, era più bravo di lei nel consultare gli orari ferroviari,
nel preparare la dichiarazione dei redditi, nello sbrigarsela in banca con
l’accensione del mutuo sulla casa e in tanti altri settori dove Lisa faceva
deliziosi pasticci, incapace com’era di districarsi con leggi, norme,
regolamenti eccetera. Così, per esempio, se Lisa riceveva una raccomandata
dell’ufficio del personale dell’università nella quale le comunicavano i
gradini della propria progressione in carriera e dei relativi ‘scatti’ di
stipendio, lei prendeva quel foglio, se lo rigirava un po’ tra le mani, con
l’aria tra afflitta e disgustata, dopo di che lo passava a Marco, dicendogli.
<<Io non ci capisco niente. Per favore, lo leggi tu e poi mi spieghi che
cosa dice in concreto?>>. E c’era anche l’ammirazione dichiarata di Lisa
non solo per il lavoro che Marco svolgeva, ma anche per tutti i libri che aveva
scritto e per la sua sconfinata cultura (agli occhi di Lisa). Giacché bisogna
pur dire che, prima di imboccare gli studi di filosofia e poi il training per
diventare psicoanalista, Marco aveva gironzolato per i più diversi settori del
sapere e del fare umano. Da ragazzo, si era appassionato all’astronomia, ma
anche all’elettronica e alla radiotecnica, costruendosi da sé telescopi e radio
a onde corte; e poi era diventato un discreto fotografo, con apprezzabili competenze
anche nei settori dell’ottica e della chimica (un fotografo che disponeva a
casa di una piccola camera oscura, nella quale sviluppava e stampava le proprie
pellicole). Di sé diceva: <<Sono stato per tutta la mia giovinezza un
dilettante in mille settori, finché non ho deciso di concentrare tutte le mie
forze per diventare uno psicoanalista onesto e serio.>>. Ma questo suo
dispersivo passato di dilettante nei più svariati settori dava a Lisa
l’impressione che Marco sapesse tutto e che potesse affidarsi a lui per avere
risposta a qualsiasi domanda.
Così, se l’uno era consapevole di ricevere dall’altra, ogni
giorno, l’ossigeno vitale che gli consentiva di non sprofondare nell’inerzia e
nella tristezza, l’altra aveva la sensazione di potersi appoggiare su di un
compagno potente e affidabile, sul quale poter contare per qualunque problema,
pratico o esistenziale, che le si parasse davanti.
Ai primi di Agosto partirono per la vacanza marina. Qualche
giorno prima, Marco aveva voluto incontrare ancora una volta Anna, nel suo
appartamentino. Lei lo aveva accolto con un’aria di malinconica distanza.
Avevano fatto l’amore, ma lei non aveva partecipato con la consueta passione:
sembrava quasi che si concedesse solo per stanchezza o, tutt’al più, per
compiacere Marco. <<Sicché ora mi abbandoni per più di un mese?>>
gli aveva detto alla fine. E Marco non aveva saputo che cosa replicare. Non
poteva invocare i propri impegni familiari: gli sarebbe parso squallido e vile.
Così, si era limitato a dirle: <<Anna, non puoi immaginare quanto mi
mancherai.>>. <<Già...>> fece lei, col tono di chi non ha
alcuna voglia di iniziare una discussione inutile.
L’albergo dove presero alloggio era molto confortevole, ma
non lussuoso. Aveva il pregio inestimabile di trovarsi a cinquanta metri dal
mare e di disporre, sul davanti, di una spiaggia privata, sempre poco
affollata, giacché due file di ombrelloni bastavano a soddisfare i desideri
degli ospiti. Lisa amava prendere a lungo il sole, distesa su di un lettino,
intervallando queste interminabili sedute elioterapiche con qualche nuotata
fino alla prima boa, distante un centinaio di metri dalla battigia. Non era
questa, per lei, la vacanza marina ideale, giacché era stata sempre abituata
fin da bambina a mari di scogli, selvaggi e poco frequentati, nel Salento,
sulla costa dalmata, in Grecia, in Corsica. Ma Marco l’aveva persuasa a
ripiegare su questa soluzione balneare perché voleva, quell’Estate, insegnare a
Duccio a nuotare come si deve, a immergersi sott’acqua e, se possibile, a imparare
i rudimenti della pesca subacquea. Così, la mattina, quando, dopo colazione,
scendevano sulla spiaggia, lasciavano Lisa ai suoi arrostimenti solari e loro
due si dirigevano, con una barchetta presa a nolo, verso la punta di un
promontorio roccioso che si protendeva nel mare sul lato destro della piccola
baia. Lì Marco insegnava a Duccio come indossare pinne, maschera e boccaglio e,
al suo fianco, scendeva sott’acqua mostrandogli come esplorare gli anfratti
sottomarini, indicandogli le tane dei polpi, gli anemoni di mare, e tutta la
varietà multicolore dei pesciolini mediterranei. Una volta videro addirittura
una murena, che se ne stava rannicchiata nella sua tana, mostrando ai
visitatori il suo poco benevolo sorriso dai denti aguzzi. Duccio era eccitatissimo
da queste avventure sottomarine e dalla sua nuova esperienza di esploratore
subacqueo. Quando ritornavano a riva, Lisa li accoglieva con un sorriso
compiaciuto e si faceva raccontare dal figlio tutte le emozionanti scoperte e
avventure di quella mattinata da esploratore degli abissi. Era il perfetto
godimento dell’armonia, dell’equilibrio, della serenità. <<Ma se, al di
là di questa tranquilla felicità, ci fosse qualcosa d’altro?>> si
interrogava Marco, con un fremito di inquietudine.
Così trascorrevano le loro tranquille giornate marine. Ma
per Marco c’era un impegno segreto al quale non veniva mai meno, la mattina.
Verso le otto lasciava l’albergo, che era un po’ fuori dal paese, e si recava a
comperare i giornali (ne leggeva ogni giorno tre o quattro) e qualche rivista
di enigmistica, per Lisa, appassionata di parole crociate. Tuttavia, la cosa
più importante, sulla quale doveva mantenere il segreto, era la quotidiana
telefonata ad Anna, fatta dalla cabina telefonica affiancata a una piccola
drogheria. Telefonate sempre amare, giacché Anna non mancava mai, col solo tono
della sua voce, di farlo sentire colpevole di averla lasciata sola, o, per
meglio dire, in balia di quel marito squilibrato e dei due figli ribelli, che
la facevano ammattire. Nella lontananza fisica da Anna Marco rifletteva di
continuo sulla natura del loro rapporto, sui motivi dell’attrazione che quella
donna esercitava su di lui. E non trovava una risposta. Amava Lisa, le era
immensamente grato del sostegno che dava alla sua vita; per nulla al mondo
avrebbe voluto separarsi da lei, voleva che le loro vite rimanessero
strettamente intrecciate fino alla fine, eppure non poteva resistere al
desiderio di creare con Anna una relazione unica, speciale, nella quale poter
raggiungere la completa conoscenza della sua anima, del nocciolo profondo e
nascosto della sua esistenza. Si rendeva conto che fare l’amore con lei,
fondere i loro corpi era solo un debole surrogato di quella fusione delle loro
anime a cui ardentemente aspirava. Perché se, all’inizio, gli era parso che
fosse Anna a volerlo avvicinare e a chiedergli un’attenzione speciale, in
seguito, quando erano diventati più che semplici amici, Anna era, stranamente,
diventata più riservata, quasi che l’aver superato la barriera formale dell’ amicizia,
per cadere una nelle braccia dell’altro, coi loro corpi intrecciati, avesse
prodotto in lei una sorta di repentina ritrosia a comunicargli i suoi
sentimenti e i suoi pensieri, come, invece, faceva quando chiamavano amicizia
la loro relazione e affidavano soltanto alle parole i loro incontri.
<<Che cosa mai accade di così sconvolgente quando un uomo e una donna,
che pur si conoscevano e si frequentavano, diventano amanti?>> si
chiedeva Marco, cercando inutilmente, nel ricordo dei romanzi che aveva letto e
nelle teorie psicoanalitiche di cui si era nutrito, una risposta a questa
domanda. Ma capiva che c’era qualcosa di morboso, di malato nel suo bisogno
spasmodico di arrivare a conoscere e a possedere l’anima di Anna. Gli pareva
infatti che Anna avesse un’anima nascosta, un nucleo o un nocciolo che non
mostrava a nessuno, nel quale stava racchiusa la sua autentica identità.
<<Come càpita a tutti.>> obiettava a sé stesso. E quanto più questa
obiezione gli pareva fondata e sensata tanto più gli appariva inspiegabile
questo suo bisogno di raggiungere solo con Anna il nocciolo della sua identità.
<<Forse che>> si diceva <<anche Lisa, come ciascuno di noi,
non ha il suo nocciolo segreto, nascosto e inaccessibile? E perché non sento
con lei il bisogno e persino la necessità di raggiungerlo e
conoscerlo?>>.
Rientrarono dalle vacanze a fine Agosto. Marco ricominciava
il suo lavoro all’inizio della seconda settimana di Settembre. Pensò che
avrebbe avuto più tempo da passare con Anna.
Ma, quando si incontrarono nel piedàterre di lei, sembravano entrambi imbarazzati, come se non
sapessero come comportarsi. Si salutarono, sulla porta, con due baci sulle
guance, come parenti lontani. Marco le prese la mano e gliela strinse, lei non
ricambiò la stretta e lasciò che la propria mano rimanesse inerte in quella di
lui. Marco avrebbe voluto dirle qualcosa di affettuoso, di appassionato, ma
sentiva la sua distanza, una distanza che esprimeva, gli parve, una specie di
risentimento, sebbene non fosse uscita dalla bocca di Anna una sola parola di
rimprovero. Non sapevano che dirsi, e nessuno dei due era in grado di prendere
l’iniziativa di un avvicinamento fisico che li portasse come al solito a letto,
dove le parole non sono necessarie. Intanto erano entrati nel salottino e si erano
seduti, uno di fronte all’altro, nelle due poltroncine di pelle color
caffellatte. <<Mi sei mancata da morire.>> disse Marco, subito
pentendosi della banalità convenzionale delle proprie parole: ma non gli era
venuto in mente altro con cui tentare di dissipare quell’atmosfera opprimente.
<<Mi domando che senso ha continuare a vedersi in questo modo...>>
mormorò Anna, come risposta. <<Hai ragione. Ma io non riesco a immaginare
un modo diverso di incontrarci, di stare insieme. A te viene in mente qualcosa?>>.
Anna non rispose.
Marco sapeva che cosa cercava in Anna attraverso l’incontro
dei loro corpi: qualcosa di cui intuiva la presenza nascosta, ma che non era in
grado di descrivere, un po’ come un esploratore che senta il richiamo di un
territorio ignoto nel quale desidera addentrarsi per conoscerlo. E intuiva che
Anna soffriva per la mancanza di qualcosa che nemmeno lei avrebbe saputo
definire. Anzi, pensava che Anna, all’inizio, si fosse accostata a lui proprio
nella speranza di essere aiutata a trovare questo qualcosa che le mancava. Ma
che cosa?
Nella mente di Anna, Marco era diventato, ora, colui che si
sottraeva e si negava. Anzi, peggio: colui che la usava per il proprio piacere,
ma non era disposto a donarsi a lei per riempire quel vuoto che, fin da
bambina, aveva sentito dentro di sé e che aveva tentato invano di colmare
sposandosi e poi generando due figli. Era una vita che Anna combatteva con quel
vuoto, per non farvisi risucchiare dentro fino a scomparire, e anche per non
cedere al suo richiamo seducente, che le diceva che soltanto diventando anche
lei un nulla, sarebbe sfuggita per sempre al dolore di esistere. Quando aveva
conosciuto Marco, aveva avuto la sensazione immediata che quell’uomo gentile e
disponibile potesse accogliere dentro di sé la sua silenziosa, inespressa, muta
disperazione e aiutarla a esprimersi, a parlare e anche magari a urlare, a
trovare una voce e un tono con cui parlare alla sua mente e dirle perché,
perché non c’era speranza, e di che cosa non c’era speranza e che cosa si
sarebbe potuto, invece, sperare. Non bastava urlare il vuoto, bisognava
riuscire a dare un nome, un volto, una immagine al pieno che avrebbe potuto
riempirlo e cancellarlo. Questo Anna sperava di poter raggiungere con l’aiuto
di Marco, con la sua vicinanza.
Ma adesso, seduta di fronte a lui, nella penombra del
salottino silenzioso e rinfrescato da un ronzante condizionatore, le
ritornavano alla mente le ore lontane, lontanissime della sua disperazione di
bambina e di adolescente: l’angusta e buia bottega di suo padre, coi prosciutti
che pendevano dal soffitto accanto alle strisce di carta moschicida coperte di
mosche morte e lei che a quell’uomo brusco, rozzo e di scarse parole, piantato
dietro il bancone, doveva porgere ora una cosa ora un’altra e rimanere lì a sua
disposizione, pronta a consegnare nelle mani dei clienti i pacchetti che suo
padre le porgeva e a riscuotere da loro il danaro. E le ritornava nelle narici
l’odore pungente che si diffondeva dal mastello delle aringhe in salamoia e
quello, agliaceo, dei salsicciotti. E tutta quell’infanzia e quell’adolescenza
di solitudine e di silenzi, con l’immagine di sua madre sempre ansimante tra
sospiri e lamenti, le ricadeva addosso e la schiacciava, come se il tempo non
fosse trascorso o, pur trascorrendo, non avesse sollevato quella cappa di muta
disperazione che soffocava la sua anima. Guardò Marco negli occhi.
<<Non so cosa voglio di preciso da te, ma so che non
voglio trascinare una storia così, fatta di incontri clandestini in una garçonnière e nient’altro.>>
<<E nient’altro?>> ripeté Marco, sgomento.
<<Non hai sentito per nulla l’amore che ho per
te?>>
Anna abbassò lo sguardo sul pavimento, tacque per qualche
istante: <<Forse sono io che sono fatta male.>> mormorò poi come se
quelle parole non uscissero dalla sua bocca, aggiungendo <<Non so di
preciso che cosa mi manca, ma so che mi manca qualcosa. Qualcosa di importante.
Come l’aria che respiriamo. La baraonda continua, che c’è a casa mia, mi
riempie le giornate e mi impedisce di pensare. Ma la notte, quando finalmente
sono sola, mi si rovescia addosso tutto il niente che è la mia vita quotidiana.
Un niente caotico, rumoroso, pieno di urla, di rabbia, di litigi e di angosce,
ma un niente. Nel senso che, al di là di tutto questo caos rumoroso, non c’è niente.>>.
Si fermò a riflettere per qualche istante.
<<Forse mi aspettavo che tu la riempissi, la mia vita.
La riempissi con qualcosa di buono. Non so nemmeno io con che cosa…>>
<<Mi dispiace, Anna, di non essere riuscito a darti
quello che desideravi.>>
E, nel dire queste parole, Marco si alzò dalla sua poltrona
e fece un passo verso la porta.
<<Vai via?>> fece Anna con un filo di voce.
<<Non vedo che altro posso fare… Mi pare che ci siamo
detti tutto.>>
<<Hai ragione… Ti dispiace se non ti accompagno alla
porta?>>
<<Non ce n’è bisogno… stammi bene. Spero che da
qualche parte tu possa trovare quello che cerchi.>>.
E, senza aggiungere altro, uscì dal salottino, mentre Anna
rimaneva seduta nella sua poltroncina con lo sguardo fisso davanti a sé.
Marco ritornò alla sua solita vita, quella che faceva prima
di conoscere Anna. Ma non poteva cancellare dentro di sé quello che era
avvenuto e, soprattutto, il dolore che gli procurava la lontananza da lei e il
non poterla più vedere: una sorta di lutto, come se avesse perduto una persona
cara. Un’esperienza nuova nella sua vita, giacché mai gli era accaduto prima di
doversi separare da una donna che amava. Cercava conforto nell’abbraccio con
Lisa, quasi che lei potesse consolarlo; e avrebbe voluto poterle confidare la
propria pena. Non lo faceva soltanto per non ferirla, ma non avvertiva alcun
conflitto, alcun contrasto tra il suo legame con Lisa e il suo amore troncato
con Anna. Erano due qualità di sentimenti del tutto differenti e (così sentiva)
del tutto compatibili. Lisa era colei che lo nutriva di vita, la donna che gli
permetteva di sopravvivere e di vivere, che gli dava la forza e l’energia per
affrontare, ogni mattina, una nuova giornata. E, con la vitalità e l’energia
che Lisa gli donava, poteva muoversi per il mondo offrendo a tutti un’apparenza
di dominio di sé e delle cose, poteva lavorare e innamorarsi. Lisa, era, in
breve, la sorgente del suo vivere. Ma poi, appunto, veniva, grazie a Lisa, la
vita; e questa vita consisteva in tutte le cose e in tutte le esperienze che
faceva, tra le quali, ultimamente, imprevedibilmente e repentinamente, la
passione sbocciata nel suo cuore per Anna.
Lisa aveva notato che suo marito era cambiato, come se
attraversasse un periodo difficile: distratto, lontano, assente, a tratti
apparentemente apatico, ma, nello stesso tempo, quando andavano a dormire, si
stringeva a lei come se cercasse conforto e rifugio. Gliene aveva parlato, ma
lui si era giustificato dicendo che aveva un paio di pazienti difficili che lo
preoccupavano e che ancor più preoccupato era per quella relazione che doveva
presentare al congresso. Lisa aveva messo a fuoco con chiarezza, forse per la
prima volta, il proprio ruolo essenziale nella vita di Marco, ma, non per
questo, era cambiata la sua percezione (erronea) della natura paritaria del
loro rapporto. Dentro di sé aveva riassunto il senso del loro stare insieme con
una frase: tu sostieni me, io sostengo te. E, in effetti, si sentiva sostenuta
da Marco, ma quello che non poteva vedere era il fatto che, nella realtà, lei
sarebbe stata capace di cavarsela benissimo da sola, mentre Marco, senza di
lei, avrebbe annaspato. Lui ne era nitidamente consapevole e, più volte,
ripercorrendo a ritroso la propria vita, aveva identificato, in ogni sua fase,
una persona, uomo o donna che fosse, alla quale si era appoggiato, dalla quale
aveva tratto forza, energia, stimolo ad andare avanti. Perché l’intelligenza
non comune di cui disponeva sarebbe rimasta del tutto inutilizzata se non
avesse avuto al proprio fianco qualcuno che lo spronava a usarla, che mostrava
di credere nei suoi talenti, che lo stimolava a impegnarsi in questo o in quel
settore, dove, poi, riusciva benissimo, dando, così, l’impressione di essere
una persona capace di eccellenti prestazioni a qualunque cosa si fosse
dedicato.
Per Anna la fine della relazione con Marco aveva significato
la presa d’atto del tramonto di una illusione. All’inizio della loro
conoscenza, infatti, aveva sognato e fantasticato di avere trovato un uomo che
l’avrebbe aiutata a uscire dal caos,
rumoroso e vuoto, della sua vita quotidiana, con quel marito quasi sempre in
giro per l’Italia e, quando era a casa, vanamente esigente e autoritario (Anna
non stava nemmeno ad ascoltarlo), e quei due figli indocili e ribelli, che non
riusciva in alcun modo a controllare. Anna, si potrebbe dire, era giunta a un
punto in cui vagava per la vita, senza una meta e senza altro bisogno se non
quello di darle un senso. La parentesi della breve relazione con Marco le aveva
insegnato che quello che le mancava non era un uomo che la facesse sentire
desiderata. Del resto, Marco non era stato il primo che avesse mostrato di
volerla, anche se era stato il primo al quale si era affidata con la speranza
di sentirsi amata. Lei stessa, invero, non sapeva bene che cosa significasse
‘sentirsi amata’, ma sapeva che alla sua vita mancava qualcosa di essenziale.
Ma che cosa? Questo non avrebbe saputo dirlo. Anche perché aveva avuto più
volte il sospetto che nessuno fosse in grado di darle quello che le mancava, cioè
che le mancasse qualcosa che non poteva trovare fuori di sé nella relazione con
un altro, qualcosa che non le era stato dato a suo tempo, al momento giusto,
sicché era rimasto in lei un buco, o una voragine, che nessuno avrebbe potuto
in seguito riempire. A volte si diceva che dentro di sé la pianta della vita
non era germogliata al momento giusto, quando il terreno era predisposto, e che
ormai era impossibile farla fiorire in un terreno diventato nel frattempo arido
e impenetrabile.
Anna aveva interrotto la sua psicoterapia: le pareva che
guardare dentro sé stessa fosse del tutto inutile: non faceva altro da quando
era bambina e non era mai riuscita a ottenere, per questa strada, di essere
meno infelice o addirittura felice. Il suo specchio, il suo terapeuta, le
rimandava immagini a lei già ben note o le mostrava trappole nelle quali sapeva
benissimo di essere intrappolata. In particolare, il suo matrimonio disastroso
e la famiglia scombinata che ne era scaturita, non potevano essere annullati.
Certo, esisteva il divorzio e poi la spartizione dei beni e dei figli, ma Anna
non se la sentiva di affrontare questo immane sforzo, giacché non aveva nulla
di bello che l’aspettasse dopo: nessuna speranza, nessuna promessa di una nuova
vita felice. Sapeva bene che la sua infelicità non era causata dalla sua
situazione familiare, che, tutt’al più, la aggravava. Si era sposata e aveva
messo al mondo due figli proprio perché sperava, con questa scelta, di
inaugurare una nuova vita che cancellasse quella infelicità che si portava
dentro fin da bambina. Perciò il conflitto perenne con suo marito e i continui
fastidi, che le procuravano i figli, aggiungevano soltanto odio e rabbia alla
sua antica infelicità.
Marco avrebbe voluto poter condividere con Lisa la propria
amarezza per come era finita la storia con Anna, alla quale non avrebbe saputo
dare torto, riconoscendo che lui non aveva avuto il coraggio di modificare
alcunché nella sua vita per fare spazio ad Anna, stretto com’era nella
situazione contradittoria di voler lasciare intatta la sua relazione con Lisa,
senza rinunciare a nulla, senza cambiare nulla, eppure di aggiungere ad essa, e
alla sua routine quotidiana, la relazione con Anna, che non doveva disturbare o
alterare in alcun modo l’andamento del suo matrimonio e della sua vita
familiare. Riconosceva Marco di essersi comportato da perfetto egoista e di non
avere offerto, in realtà, ad Anna alcuna prova del proprio amore per lei, non
essendo disposto a sacrificare per questo amore nemmeno una virgola della sua
ordinata vita familiare e professionale.
In questo stato d’animo di lucida consapevolezza del proprio
egoismo e della propria meschinità, ma anche di profonda amarezza per la
separazione da Anna, Marco si stringeva ancor più di prima a Lisa, chiedendole
silenziosamente di consolarlo e di compensare con il suo amore la perdita di
Anna. Lisa si era accorta del desiderio di Marco di ricevere più di prima
manifestazioni di amore e di tenerezza da parte sua e lo aveva appagato, senza
intestardirsi a cercarne una spiegazione. Lo conosceva abbastanza e da
abbastanza tempo per sapere che, di tanto in tanto, aveva bisogno di
‘rifugiarsi’ in lei, sebbene poi, in altri momenti, potesse costituire, per
lei, un pilastro della sua vita.
Le settimane passavano e già la luce del cielo si era fatta
autunnale, diafana anziché sfolgorante come nel pieno dell’Estate. Marco aveva
creduto di poter superare la separazione da Anna (la sua prima esperienza di
questo genere) coll’aiuto degli affetti familiari, da un lato, e della sua
“psiche analizzata” (come si usava dire tra gli analisti), dall’altro. Ma,
quando era in compagnia di Lisa e di Duccio, sebbene fosse felice, sentiva,
come non era mai accaduto prima, la mancanza di qualcosa e, insieme,
curiosamente, l’impulso, che controllava a fatica, a raccontare a entrambi
l’origine della sua infelicità.
Non c’era nessuno con cui potesse confidarsi, lasciarsi
andare alla confessione della propria storia fallita con Anna. Non ne poteva
certo parlarne a un collega: ne sarebbe uscita una sua immagine sminuita e
appannata. Non sapevano tutti (sereni e compiaciuti complici di una menzogna
collettiva) che ciascuno di loro disponeva di una “psiche analizzata”, la quale
li avrebbe aiutati a cavarsi d’impaccio in qualunque difficile o dolorosa
situazione affettiva si fossero trovati? Purtroppo la “psiche analizzata” di
Marco non si mostrava all’altezza di quanto lui le chiedeva e, anziché aiutarlo
a smontare e svuotare il significato di quella esperienza, mettendone in luce i
significati, insieme, banali e infantili, anziché far questo, urlava e invocava
il nome di Anna, come un’adolescente isterica al suo primo innamoramento. E
così, Marco fu costretto, col passare dei giorni, a prendere atto che non gli
era riuscita l’operazione di analizzare e quindi liquidare la sua relazione con
Anna, della quale continuava a sentire atrocemente la mancanza. La sua “psiche
analizzata” non riuscì, dunque, a dissuaderlo dal cominciare a fantasticare, e
quindi a progettare, piani per riprendere contatto con lei, per tentare di
riparare la rete strappata, per ricominciare a vedersi.
Ma questo proposito incontrava dentro l’animo di Marco una
forte opposizione: era lucidamente certo che fosse una decisione sbagliata, che
poteva condurre solo a una maggiore sofferenza, non solo per lui, ma anche,
probabilmente, per Lisa e per Duccio. Infatti, se Anna lo avesse respinto, si
sarebbe sentito ancor più infelice (e avrebbe riversato la propria infelicità
nella sua famiglia), ma se, per avventura, avessero ripreso a frequentarsi,
questa volta in un modo diverso, meno occasionale, sicuramente la sua vita
familiare sarebbe stata danneggiata, se non sconvolta. In particolare,
costruire un rapporto stretto e coinvolgente con Anna, avrebbe significato
inevitabilmente cambiare stile di vita in una misura tale che a Lisa non
sarebbe potuto sfuggire e che, probabilmente, avrebbe distrutto la loro unione.
Era disposto a correre questo rischio? No, non se la sentiva, non poteva
pensare di separarsi da Lisa. Eppure, voleva rivedere Anna, voleva riprendere
con lei la relazione, in un modo nuovo, di più ampio respiro e più profondo.
Sarebbe stato assai meno difficile per Marco rinunciare ad Anna se avesse
provato per lei un semplice desiderio fisico, magari condito di simpatia e di stima:
insomma, se si fosse trattato di un semplice innamoramento, per quanto acceso
potesse essere. Invece, era l’anima di Anna ad attirarlo irresistibilmente. E
l’attrazione delle anime è il più terribile e indomabile dei desideri. Non
conosce né appagamento né estinzione. Fin da quando l’aveva incontrata per la
prima volta aveva intuito in Anna una malinconia intensa, profonda e nascosta,
quasi una disperazione. E non perché fosse uno psicoanalista, ma semplicemente
perché era figlio di sua madre, della sua mater dolorosa, che aveva passato la
vita a piangere in silenzio e senza lacrime sul suo paradiso perduto. Ma quale
paradiso? Si era chiesto infinite volte Marco; e i suoi studi di psicoanalisi e
la sua lunga pratica clinica non lo avevano affatto aiutato a trovare una
risposta. Come se in taluni di noi ci fosse una voragine originaria alla quale
nessuno aveva ancora dato un nome e della quale nessuno aveva trovato una
spiegazione. Altrettanto inspiegabile, ma non meno prepotente, era il bisogno
di Marco di tentare di riempire questa voragine in tutte le donne nelle quali
l’aveva intravista.
Nel momento in cui staccò la cornetta e compose il numero di
Anna ebbe la visione di lanciarsi in un baratro: sarebbe precipitato o gli
sarebbero spuntate le ali? L’unica cosa, si disse, è provare, rischiare, come
non aveva mai fatto prima nella sua vita. E si ricordò all’improvviso di una
poesia, che sapeva a memoria, dell’“antologia di Spoon River”, nella
quale George Gray confessa di aver avuto paura di avventurarsi nel mare ed è
rimasto per tutta la vita con le vele ammainate nel porto.
Anna non mostrò sorpresa né contrarietà né contentezza per
quell’improvviso e imprevisto riapparire di Marco. Gli rispose con distaccata
serietà, quando lui le chiese, prima, come stava per manifestarle, poi, il
desiderio di rivederla. Anzi, le disse chiaramente, con foga appassionata, di
non poter sopportare quella separazione, chiedendole, insieme, se lei era
disposta a incontrarlo. <<Sì,>> disse Anna, con tono distaccato e
un po’ dolente <<e dove vuoi che ci vediamo? Nel mio piedàterre? E tutto ricominci come prima, uguale a prima?>>.
Marco le rispose che no, tutto doveva cambiare, voleva
trovare un modo di vedersi e di frequentarsi che riempisse di più le loro vite.
<<Tu hai una moglie, una famiglia. Come pensi di fare?
Non sei disposto a cambiare nulla nella tua vita? Capisci? Non puoi farmi
entrare nella tua vita lasciando intatto tutto il resto, tutto quello che già
c’è. Se davvero mi vuoi, devi essere disposto a cambiare molte cose. Io non ci
sto a fare, come in passato, la parte dell’amante segreta e nascosta. Ho
bisogno di altro.>>
<<Hai ragione, Anna. Io ci sto pensando, mi arrovello,
non dormo più la notte.>>
<<Mi dispiace, ma mi sembra che tu non sia disposto a
rinunciare a nulla per me.>>
<<Posso almeno richiamarti qualche volta?>>
<<Certo, quando vuoi, se ti fa piacere.>>
Questo triste, pacato ma fermo rifiuto di Anna aveva
costretto Marco a chiedersi, per la prima volta in modo chiaro e intransigente:
<<Che cosa cerco in lei? Che cosa voglio da lei?>>, giacché si era
reso conto che non era il desiderio del suo corpo a spingerlo verso Anna,
sebbene di lì fosse partito il suo cammino. <<Ho tutto: una moglie
meravigliosa, un bel figlio, un lavoro che mi piace: che cosa vado
cercando?>> si diceva Marco per tentare di soffocare dentro di sé
l’inquietudine per la mancanza di Anna. A volte si rispondeva che la sua bella
famiglia era, forse, la base solida, il porto sicuro che gli dava il coraggio
di staccarsi dalla terraferma e partire per quel viaggio di esplorazione
dell’ignoto che sentiva di dover intraprendere a ogni costo per dare un senso
compiuto alla sua vita. E l’anima di Anna era, per lui, l’ignoto. Un ignoto
senza nome, terrificante come un abisso, e insieme seducente e attraente come
una sirena. <<Sarò saggio come Ulisse>> si chiedeva <<oppure
mi farò sedurre e portare alla rovina dal canto della mia sirena?>>.
Anna aveva chiuso la telefonata con Marco sentendosi invasa
da una fredda disperazione: che cosa l’aspettava? Quale futuro c’era per lei?
Avrebbe continuato a trascinare all’infinito quell’esistenza tormentosa e
insieme vuota? Senza un amore che le scaldasse il cuore, senza un progetto per
l’avvenire, senza un momento di serena felicità?
Marco, a sua volta, si domandava che cosa succede quando ti
si chiude di colpo una porta che ti immetteva in un mondo parallelo, nel quale
i tuoi desideri più antichi, e sempre negati o frenati, venivano quasi
magicamente esauditi. Non puoi certo riprendere la vita di prima, come se non
fosse accaduto nulla, giacché dentro di te si è creato uno spazio che è stato
colmato di sensazioni, di sentimenti, di emozioni, e ora è rimasto vuoto e
grida la sua angoscia.
Il vuoto nell’anima: questa era la condizione che ora accomunava
Anna e Marco in ogni momento della loro vita quotidiana, pur piena di mille cose anche importanti o addirittura
preziose (la famiglia, i figli, il lavoro), ma incapaci di riempire quel vuoto.
Perché si trattava di un vuoto originario, creatosi al momento stesso della
loro nascita, un vuoto che non era la mancanza delle cose che la vita può
darti, ma l’assenza di un oggetto corrispondente al tuo desiderio. Un desiderio
senza limiti, che poteva essere appagato soltanto quando cadevi in quello stato
in cui la tua fantasia e i tuoi sensi potevano innalzare l’altro, quale che
fosse la sua reale natura e consistenza, all’altezza del tuo desiderio. Questo
altro, capace di appagare il tuo desiderio sconfinato, poteva essere, nella sua
concreta realtà, anche un modesto essere umano, ma veniva trasformato dal tuo
bisogno e dalla tua immaginazione nell’oggetto perfetto, quello di cui avevi
avvertito disperatamente la mancanza fin dal momento in cui i tuoi occhi si
erano aperti alla luce del mondo. Giacché questo vuoto originario altro non era
che la percezione dello scarto incolmabile tra il tuo desiderio e ciò che
poteva offriti la realtà. Non a caso alcuni trovavano soltanto nella relazione
con dio, con l’infinito, il colmamento del loro vuoto originario.
Marco ritornò a fare
la vita di prima, di sempre. Marito gentile, premuroso, disponibile, capace di
far sentire amata sua moglie. Padre affettuoso e protettivo. Psicoanalista
coscienzioso e accogliente, sempre attento a trattare con rispetto e
comprensione i propri pazienti. Anna riprese a lottare, con la tenacia della
disperazione, nella sua condizione di moglie sola, per giunta umiliata e
offesa, per rimediare alle continue malefatte dei propri figli adolescenti,
sbandati e irresponsabili, nella cocciuta speranza che si rimettessero in riga,
che evitassero di bruciare il loro futuro irrimediabilmente.
In breve, entrambi erano impegnati a sopravvivere, sia pure
in due modi del tutto diversi e quasi opposti, dopo avere assaggiato e gustato,
con una sorta di ebrezza alcolica, un amore incandescente che sembrava il
compimento di ogni aspettativa riguardo a quella che viene ordinariamente
chiamata felicità.
Marco doveva riconoscere che la sua famiglia era un esempio
non comune di completa armonia, dove l’amore tra i coniugi e il loro amore per
il figlio era quanto di più vicino alla perfezione si potesse desiderare. Lisa
era una moglie dolce, gentile, disponibile, ma anche un’amante appassionata,
che faceva sentire Marco non solo rispettato e ammirato, ma anche desiderato. E
Marco, dal canto suo, riversava su Lisa tutto l’amore e il desiderio di cui era
capace. Poteva dire ad alta voce di non aver mai amato così intensamente
nessun’altra donna nella sua vita e di non essersi mai sentito amare con tale
intensità come da Lisa. Perché, allora, si chiedeva di continuo, gli mancava
così tanto Anna? Perché l’aveva avvicinata e poi cercata e poi ardentemente
voluta, rimanendo sconvolto e sgomento quando lei aveva deciso di interrompere
i loro incontri? Che cosa gli mancava, che aveva cercato in Anna? Che cosa, di
cui sentiva il desiderio e persino il bisogno, Lisa e la sua vita familiare non
gli davano?
Queste domande, insieme al dolore pungente per il distacco
di Anna, lo tenevano sveglio nel cuore della notte, accanto a Lisa che dormiva
serenamente, appagata dai doni che il suo lavoro e la sua famiglia le offrivano
ogni giorno. Giacché Lisa sapeva bene di vivere in una condizione di
straordinaria fortuna, di raro privilegio, tanto che a volte era presa da un
brivido di terrore, come se quella fortuna fosse ‘troppa’ e potesse suscitare
l’invidia degli dei, che l’avrebbero distrutta, precipitando lei, Marco e il
loro bambino nella rovina. Ma erano solo attimi, brividi di terrore che presto
passavano. A Marco la percezione che Lisa fosse una donna, una creatura,
appagata da quanto la vita le offriva, dava sollievo e sicurezza, ma anche un
filo di inquietudine o forse, se non è dir troppo, di insoddisfazione. Che cosa
gli mancava, che cosa lo disturbava nella serenità di Lisa? Ebbene, si disse
una volta (quasi con senso di colpa, come se stesse commettendo
un’ingiustizia), la serenità di Lisa, la radiosità della sua anima gli faceva
sentire che con lei non avrebbe potuto percorrere quel famoso sentiero nascosto
che, ben celato nella sua anima, lo chiamava tuttavia, da tempo immemorabile, a
esplorare l’ignoto. Questo ignoto, pur esercitando un richiamo e un fascino
potente, non aveva, all’inizio, durante l’adolescenza, contorni ben precisi per
Marco. In seguito, quando aveva finalmente raggiunto la terra promessa, cioè il
corpo e la mente di una donna, aveva sentito di non essere mai del tutto
appagato da una relazione amorosa, per quanto sincera e intensa che fosse,
nella quale l’anima dell’altra (e, insieme, la propria) gli rimanessero, anche
soltanto in parte, ignote, sconosciute. Così, nelle sue relazioni amorose Marco
era sempre teso in un appassionato sforzo di entrare in contatto e di esplorare
quella parte dell’anima dell’altra (e quindi della propria) che sembravano
invincibilmente nascoste e irraggiungibili. Come se Marco volesse conoscere, e
più che conoscere entrare in contatto e persino in fusione con gli aspetti più
arcaici, primitivi, originari delle loro due anime, in modo che nulla, ma
proprio nulla, di ciascuno dei due rimanesse sconosciuto all’altro. Ma non
ambiva a una conoscenza intellettuale, ‘oggettiva’, per così dire, no, per lui
conoscere la parte nascosta dell’anima della donna amata significava ‘sentire’
quel modo nascosto (e fino a quel momento ignoto), dentro di sé, quasi
appropriarsene: anzi, meglio, ‘viverlo’; cioè riuscire a provare, in sé stesso,
le stesse emozioni, fantasie, paure, desideri, terrori dell’altro (anzi:
dell’altra), per quanto primitivi e irrazionali essi fossero. Soltanto così,
gli pareva, lui e la donna amata sarebbero finalmente diventati una cosa sola,
avrebbero superato quel sottilissimo muro di ghiaccio che sempre sembra
dividere gli esseri umani, anche quando credono e sentono di amarsi con tutto
il cuore. L’impresa a cui Marco tendeva non potrebbe, quindi, essere descritta
come la conquista della conoscenza dei segreti dell’altro, giacché anche
l’altro ignorava completamente quelle parti della propria anima nelle quali
Marco voleva immergersi, convinto, com’era, che, soltanto se si fosse realizzata
questa conoscenza reciproca del fino-ad-allora-ignoto-a-entrambi, si sarebbe
potuta formare una creatura nuova, nella quale la donna e l’uomo, la femmina e
il maschio, fossero finalmente (ritornati a essere?) uno.
I suoi lunghi anni di analisi personale e la sua pratica
quotidiana di psicoanalista non avevano cancellato il suo bisogno di
intraprendere con la donna amata questa ricerca, ma avevano soltanto spinto
questo bisogno ai margini della su vita mentale e lo avevano, per così dire,
incapsulato in un involucro che lo bloccasse e lo rendesse incapace di
disturbare la serenità della sua anima: come accade quando certi ragni
imprigionano in un fitto bozzolo di bava l’insetto che ha avuto la sventura di
incappare nella loro tela. Non lo uccidono, ma lo paralizzano e lo rendono
inoffensivo. Soltanto che, in questo caso, l’insetto prima o poi muore, mentre
l’inquietudine di Marco continuava a vivere nella cella psichica in cui era
stata imprigionata.
Qualcosa della propria stessa inquietudine Marco l’aveva
intuita in Anna; e questa intuizione l’aveva spinto, quasi senza saperlo, ad
avvicinarsi a lei. Gli era sembrato che Anna guardasse le persone come se
volesse disperatamente penetrare nel loro intimo, per poi ripiegare su sé
stessa, sconfitta e amareggiata per la propria impotenza. L’immagine che lo
assillava da anni era quella della fusione della sua testa (intesa nella sua
realtà fisica, anatomica), con quella della donna desiderata: occhi con occhi,
bocca con bocca, cervello con cervello. Queste fantasie non le aveva mai
comunicate a sua moglie, a Lisa, ma ne aveva parlato per anni con la propria
analista, senza che scomparissero o ricevessero un’interpretazione per lui
appagante. L’unico effetto che aveva sortito la sua analisi era stato quello di
allenarlo a metterle da parte, a segregarle in un angolo della propria psiche,
senza che interferissero troppo con la sua vita quotidiana. Non ne aveva
parlato mai con Lisa perché sentiva, sapeva che Lisa non avrebbe capito, tanto
era limpida la sua mente, lontana mille miglia da questi sotterranei, nascosti,
inconfessabili impulsi. Lisa lo amava, e glielo faceva sentire, con quella che
Marco definiva una splendente solarità. Creatura del mezzogiorno, che non
sembrava ospitare dentro di sé paesaggi lunari, notturni, inquietanti. Per
Marco, invece, da quando era uscito dall’infanzia, tutti gli esseri umani, ma
soprattutto le donne, rappresentavano, insieme, un mistero insondabile e un
irresistibile richiamo a svelarlo, a togliere il velo che lo avvolgeva. Com’era
fatta la loro anima? Quali impulsi, fantasie, pensieri palpitavano nelle
profondità della loro psiche? Sapeva bene, Marco, che l’attività dello
psicoanalista, a dispetto di tutti i luoghi comuni popolari, gli consentiva di
entrare in contatto soltanto con una minima parte della mente dei suoi
pazienti. Sapeva bene, Marco, che l’unica via per raggiungere la conoscenza a
cui anelava, non era ascoltare quello che i suoi pazienti gli comunicavano e
intuire quello che si celava dietro il paravento delle loro parole, bensì
condividere, meglio sarebbe dire ‘convivere’, il loro mondo nascosto e segreto,
primitivo e selvaggio, a loro stessi ignoto. Questo non era possibile nella
pratica psicoanalitica e forse nemmeno nella vita ordinaria, ma questo era ciò
a cui lui aspirava più di ogni altra cosa. E, sebbene gli fosse accaduto più
volte, di sentire, entrando in contatto con una donna, il brivido del richiamo
a penetrare nella sua anima, con Anna questo richiamo aveva raggiunto
un’intensità e una prepotenza non mai provate prima.
A questo richiamo non riuscì a resistere a lungo. Nonostante
gli addii e il sottointeso impegno a non riprendere la loro relazione, una
mattina poco dopo mezzogiorno, sei mesi dopo la loro ultima conversazione,
Marco non resistette alla tentazione di telefonarle. Gli parve che Anna fosse,
sì, sorpresa da quella rottura del loro tacito patto, ma non irritata o
contrariata. Il tono della sua voce non era ostile, caso mai dolente e
malinconico. Marco non ebbe bisogno di spiegarle perché l’aveva chiamata: tutti
e due ne indovinavano i motivi. Ora, aveva pensato Marco, prima di prendere in
mano il telefono, si trattava di creare un modo di stare insieme diverso da
prima, certo più distante fisicamente ma più intenso e profondo: i loro corpi non
si sarebbero stretti e avvinghiati l’uno all’altro in quei furtivi incontri
regolati dall’orologio, ma le loro anime si sarebbero sempre più accostate
l’una all’altra con la brama di penetrare una nell’altra.
Questa sua passione segreta, che aveva trovato finalmente in
Anna una possibile destinataria e insieme complice, non lo distraeva o
allontanava per nulla da Lisa, che amava con quella parte di sé stesso
accettabile e presentabile agli occhi del mondo, per così dire. A volte si
domandava se Lisa avesse intuito che in lui ardeva quel desiderio senza nome.
Lisa era stata assalita, nella sua prima giovinezza, dalla
medesima passione di Marco (questo lui non lo sapeva e nemmeno lo sospettava);
e ne aveva quindi percepito la segreta presenza in quel giovane che offriva
sempre al mondo un sorriso sereno e benevolo. Non si crea una coppia vera se,
al di là delle differenze di carattere, di temperamento, di intelligenza, non
ci sono zone di sovrapposizione, dove i due si incontrano e si riconoscono
uguali. Ma Lisa sentiva a tal punto il richiamo della bellezza prodotta dalla
creatività umana da aver investito nell’arte tutta la sua passione. Per lei
l’emozione più intensa non nasceva dall’entrare in contatto con la psiche di
un’altra persona bensì dall’immergersi nel mondo creato da un artista. Sapeva
bene, Lisa, che Gentile da Fabriano o Edward Hopper avevano creato un mondo che
prima di loro non esisteva e senza di loro non sarebbe mai esistito; e sapeva
bene che, per poter far questo, avevano dovuto attingere alle ricchezze
nascoste nelle miniere della loro psiche, dalle quali traevano, senza alcuna
consapevolezza e quasi in sogno, i materiali preziosi delle loro opere. E
sapeva bene, Lisa, che lì, in quelle profondità misteriose, stava la radice e
il segreto di ogni essere umano, delle sue virtù e dei suoi vizi, delle sue
capacità e delle sue incapacità, delle sue dolcezze e delle sue crudeltà. Ma si
era anche presto persuasa che tentare di raggiungere e di portare alla luce, in
un’altra persona, quelle miniere preziose e temibili, sarebbe stata una impresa
destinata allo scacco oppure a una sorta di folie à deux. Per questo, da
quando la sua giovinezza aveva scelto di allearsi alla saggezza, aveva impresso
una svolta alla propria vita, scegliendo, per scandirla, la cadenza di un
minuetto di Boccherini più che il travolgente tumulto della “sinfonia fantastica”
di Berlioz. E Marco, che l’aveva conosciuta quando lei, già da tempo, aveva
scelto l’indulgente armonia con le persone intorno a sé, anziché l’esplorazione
tormentosa e inesausta delle loro anime, Marco non aveva nemmeno immaginato che
anche in Lisa si trovassero i semi della sua stessa passione segreta, semi ai
quali, un tempo, con ponderata deliberazione, era stato impedito per sempre di
germogliare.
Lisa sapeva bene di aver scelto la vita, la bellezza e
l’armonia, rinunciando alla ricerca della conoscenza di tutto ciò che di oscuro
e nascosto c’è in ogni essere umano. Solo così poteva essere la compagna sempre
serena e affettuosa di Marco, sostenendolo con la sua presenza amorevole e
rassicurante in quella lotta quotidiana che lui doveva ingaggiare per impedire
che i suoi demoni emergessero e si impadronissero della sua vita, devastando e
distruggendo quell’ordine che lui aveva costruito, giorno dopo giorno, con
tenace e costante impegno.
<<È possibile vedersi?>> Mormorò Marco nel
telefono, esitando. <<Dove e quando va bene a te.>> aggiunse
subito, quasi per attenuare la richiesta.
<<Certo, se vuoi.>> sospirò Anna.
<<Sì, lo desidero. Ho bisogno di vederti e di sentire
la tua voce.>>
<<Potrei venire al tuo studio, se non ti disturbo
troppo.>>
<<Potresti di mattina? Magari il Sabato mattina,
quando non ho sedute?>>
<<Ho capito. I nostri incontri non devono interferire
con la tua vita, col tuo lavoro, coi tuoi ritmi.>>
<<Mah…sai.>>
<<Non ti devi giustificare. Ti capisco. Anch’io, in
fondo, nonostante tutto, non ho mai voluto mettere in discussione o a rischio
l’organizzazione della mia vita. Insomma, la sua caotica ma solida
disorganizzazione. Quando ti ho conosciuto, ho pensato che saresti stato un
buon marito per me, ma non mi è mai passato neanche per l’anticamera del
cervello di lasciare mio marito, di divorziare. Sono legata a lui da una catena
pesante e penosa, ma so che non potrei mai spezzarla.>>.
E così ricominciarono a incontrarsi. Si vedevano il Sabato
mattina alle 10. Marco aveva raccontato una bugia a Lisa, dicendole che aveva
due nuovi pazienti, liberi soltanto nei fine-settimana, coi quali faceva una
psicoterapia vis-à-vis.
La prima volta che Anna ritornò allo studio di Marco, si
sedettero uno di fronte all’altro dai due lati del tavolo, ma scambiate poche,
incerte battute di apertura, Anna all’improvviso domandò a Marco:
<<Non potrei stendermi sul sofà, come fanno i tuoi
pazienti? Credo che starei più comoda, perché, devo dirtelo, questo seggiolone
è piuttosto scomodo.>>
<<Sì, certo, Anna, stenditi pure sul divano. Va
benissimo. Solo che non potrai vedermi, perché io mi metterò nella poltrona
alle tue spalle. Vuol dire che parleremo senza guardaci in faccia.>>
<<Potremmo anche non parlare. Voglio dire parlare se e
quando ne abbiamo voglia e per il resto rimanere vicini uno all’altra, in
silenzio.>>
<<Insomma, come in una vera seduta
psicoanalitica.>>
<<Come dovrebbe essere sempre nella vita, negli
incontri tra due persone.>>
Marco rimase colpito da quest’ultima osservazione di Anna:
infatti, gli parve che stesse emergendo dal lei una saggezza che prima non
avrebbe sospettato. <<Allora spostiamoci e mettiamoci comodi,
Anna.>>. E così fecero.
Marco, dalla sua poltrona alle spalle di Anna, poteva vedere
soltanto i suoi capelli sulla nuca, Anna niente di Marco: se parlava, parlava
alla punta delle proprie scarpe oppure al muro, alla parete beige che chiudeva
la stanza, a un paio di metri dalla parte finale del divanetto.
Anna parlava,
parlava, raccontava la sua vita difficile, il conflitto col marito, le continue
preoccupazioni che gli davano quei due figli discoli. Marco ascoltava, ma non
con il tipo di ascolto riservato ai suoi pazienti, ascoltava come un qualunque
ascoltatore e si annoiava a morte. Non ne poteva più delle lamentazioni di
Anna, certo giustificate ma ininterrotte e ripetute all’infinito. Che ne era
stato del suo sogno, del suo progetto di instaurare con lei un tipo di
comunicazione sincero e profondo, che si traducesse nell’esplorazione, senza
alcuna remora, dei recessi più profondi, bui e nascosti delle loro anime? Tra
l’altro, Anna gli aveva comunicato di aver interrotto la psicoterapia perché
<<non si trovava>> col suo terapeuta. <<Ah, ecco>>
pensò Marco <<io sono diventato il suo sostituto, il bidone della
spazzatura dove riversa tutto quello di cui vuole liberarsi.>>. E si
chiese se, una volta scartata l’eventualità di un incontro fisico dei loro
corpi, quando facevano l’amore, ci fosse qualche possibilità di un incontro
soltanto psichico, mentale, tra loro. Su questo ci aveva contato, e aveva
sofferto molto della loro separazione, pensando di aver perduto l’occasione di
percorrere insieme alla donna amata la strada avventurosa e rischiosa della
conoscenza, ma dovette ammettere di essersi ingannato: le mancava l’Anna con
cui aveva fatto appassionatamente fatto l’amore tante volte, ma sopportava a
fatica l’Anna che lo adoperava per riversargli addosso il proprio scontento, la
propria amarezza, le proprie angosce. Dopo alcune settimane, il loro incontro
del Sabato diventò per Marco un penoso obbligo, del quale avrebbe voluto
liberarsi. Ma non riusciva a immaginare un modo di dirlo ad Anna che non la
ferisse. Anche perché, dopo tutto, era stato lui a voler riprendere i rapporti.
Gli parve di capire che Anna ora cercasse in lui un sostegno, un appoggio più
che un compagno di avventure. E si spiegò la cosa con l’asimmetria delle loro
vite: lui aveva una bella famiglia, con una moglie che lo adorava e un figlio
sentito da entrambi come il dono più prezioso ricevuto dal destino. Anna viveva
costantemente in un mare in tempesta, costretta a sforzi immani per governare
una barca sbattuta di qua e di là da ondate violente e imprevedibili, dai
comportamenti caotici e sregolati di quei tre maschi che non le davano pace.
Capiva che la vita di Anna era un inferno (ma in un certo
senso voluto o almeno accettato senza il minimo atto di ribellione), e gli
parve, proprio per questo, di non essere stato abbastanza lucido e previdente
nello sceglierla come compagna di viaggio: si era lasciato incantare dal grande
piacere che procurava a entrambi l’incontro dei loro corpi, quando facevano
l’amore, e ne aveva dedotto, frettolosamente ed erroneamente che, se godevano
così tanto e in completa armonia nell’unire i loro corpi, sarebbe avvenuta la
stessa cosa quando avrebbero avvicinato l’una all’altra le loro anime. Un
errore grossolano, ma piuttosto frequente, che, però, uno psicoanalista non
avrebbe mai dovuto commettere, si rimproverò Marco. Ma la sua formazione
psicoanalitica non aveva insistito abbastanza sul fatto che anche gli
psicoanalisti sono esseri umani uguali agli altri e possono quindi lasciarsi
soggiogare dalla passione erotica o da altre passioni, fino a perdere la
lucidità di giudizio. In fondo Marco stava ripetendo l’errore più antico del
mondo: pensare che la reciproca attrazione erotica garantisca l’accordo dei
caratteri, dei gusti, dei desideri, dei bisogni: insomma, l’armonia delle anime
dei due amanti. Quanti matrimoni non sono naufragati a causa di questo errore
di giudizio? Parafrasando e rovesciando Pascal potremmo dire: la vita ha delle
ragioni che l’eros non conosce.
Ora il problema che assillava Marco era come trovare un modo
per liberarsi di Anna senza ferirla, senza farla soffrire. Quei loro incontri
il Sabato mattina erano diventati per lui un pesante fardello, quasi
intollerabile: non ne poteva più di ascoltare, per l’ennesima volta e con le
medesime parole, le lamentele di Anna riguardo a suo marito e ai suoi figli, senza
che lei prendesse alcuna iniziativa per cambiare la situazione. Avrebbe voluto,
Marco (ma ormai non era più compito suo), farle vedere e riconoscere i motivi o
le ragioni che le impedivano di introdurre un cambiamento radicale nella sua
vita. Certo, ne avevano parlato, ma l’unica risposta che Anna gli aveva dato
era sempre la stessa: non posso, non ce la faccio, c’è qualcosa che mi
impedisce di lasciare quello stronzo di mio marito, di separarci e di
condividere il peso e le rogne dell’allevamento dei nostri figli. Marco era
persino riuscito a farla incontrare col miglior avvocato matrimonialista della
regione e probabilmente d’Italia. Da quell’incontro Anna era uscita furibonda
perché, a suo dire, l’avvocato Cesena le aveva prospettato come unica soluzione
una separazione per colpa che, tra l’altro, le avrebbe consentito di ricevere
vita natural durante dal marito un congruo assegno di mantenimento. Marco era
rimasto sbigottito, ma poi aveva capito la ragione del furore di Anna:
l’avvocato Cesena non l’aveva confortata o consolata, ma l’aveva messa con le
spalle al muro prospettandole come unica soluzione possibile la separazione e
poi il divorzio. E prendere decisioni irreversibili e irrevocabili, aveva
capito Marco, era precisamente ciò di cui Anna era incapace, soprattutto se si
trattava di introdurre cambiamenti radicali nella propria vita. Bisognerebbe,
pensò Marco, trovare una parola nuova per indicare questa fobia del
cambiamento, giacché gli pareva che, almeno nel caso di Anna, non valesse il principio
secondo cui, in questi casi, il soggetto che non vuole cambiare è interessato a
mantenere un vantaggio secondario (e spesso segreto) dalla sua disastrosa
condizione di vita. Era vero che il marito di Anna le assicurava un grande
benessere materiale e una grande sicurezza economica, consentendole di usare
come le pareva la montagna di danaro che portava a casa (lei veniva da una
famiglia di modeste condizioni economiche). Ma poteva essere solo questo il
motivo che la induceva a sopportare, da parte di lui, la completa assenza dalla
vita familiare, le peggiori umiliazioni (passava da una donna all’altra senza
nemmeno tentare di nasconderlo) e il totale disinteresse per l’educazione dei
figli? Lui proclamava a ogni piè sospinto di essere un grand’uomo, un genio
dell’imprenditoria e della finanza (e probabilmente, pensava Marco, anche Anna
ci credeva: era questo il fascino irresistibile che esercitava su di lei?). In
breve, dopo mesi di conversazioni su questo punto, Marco non era arrivato a
capo di nulla e non sarebbe stato in grado di darsi una spiegazione plausibile
sul perché Anna non riuscisse o non volesse cambiare nulla nella sua vita, che,
peraltro, descriveva come un inferno.
Mentre Marco si arrovellava su come porre fine ai loro
incontri del Sabato senza ferire la sensibilità di Anna, fu quest’ultima a
venirgli incontro, a prendere l’iniziativa in un modo brusco e del tutto
imprevedibile. Un Giovedì gli telefonò allo studio poco dopo mezzogiorno e con
tono frettoloso gli disse, senza alcun preambolo, che non sarebbe più andata da
lui perché era successa una cosa nuova: suo marito le aveva comunicato, col suo
solito risolino da ragazzino birbante, di aver messo incinta una ragazza e di
aspettare un figlio da lei, anzi, per la precisione, una bambina, giacché la
gravidanza era ormai avanzata e con l’ecografia si era potuto identificare il
sesso del nascituro. Anna, comunicatogli questo fatto nuovo, gli disse
semplicemente: <<Quindi non verrò più allo studio. Mi dispiace, ma è
andata così.>>. E senza aggiungere una sola parola di commento lo salutò
e chiuse la comunicazione. Marco rimase sbigottito, anche se la decisione di
Anna di troncare i loro incontri lo sollevava. Non c’era stata, nella
telefonata di Anna, una sola parola di dolore, deprecazione, di sdegno, di
disperazione, nessuna espressione di emozioni: come se gli comunicasse una cosa
di ordinaria amministrazione. Anzi, per la precisione, c’era stato soltanto un
aggettivo colorito, quando gli aveva detto: <<Quello stronzo di mio
marito mi ha comunicato che eccetera...>>. Ma poi nel resto della breve
telefonata Anna aveva mostrato calma, freddezza, distacco, come se quella
vicenda riguardasse un’altra persona e non lei.
Marco passò alcune settimane di smarrimento: colei che aveva scelto come compagna di un’esplorazione di cui fin da giovane sentiva il desiderio, quasi un bisogno vitale, lo aveva abbandonato, dopo, tuttavia, essersi mostrata, per mesi, del tutto indisponibile a seguirlo su quella strada, preferendo usarlo come ‘contenitore’ dei suoi lamenti. Certo, la cosa più semplice e normale sarebbe stata, apparentemente, aver scelto Lisa, la sua amatissima moglie, per percorre insieme a lei quella strada verso l’ignoto. Ma Marco sapeva, sentiva, che questa complicità in un’esplorazione rischiosa e dagli esiti imprevedibili, non era compatibile col mantenimento del loro solido e sereno legame d’amore e di solidarietà. Lisa era, per lui, la compagna della sua vita quotidiana, ma quello che Marco voleva indagare e scoprire aveva poco o nulla a che fare con la vita quotidiana. È possibile, si chiedeva Marco, arrivare, in una coppia di coniugi, a una reciproca conoscenza totale e completa, che si spinga fino ai recessi più nascosti dell’anima di ciascuno, conservando, nello stesso tempo, quel legame di affetto, di stima, di solidarietà che è alla base di un solido matrimonio? E gli parve che esistesse una contraddizione, un conflitto insanabile tra una reciproca conoscenza senza barriere e senza limiti, e una serena vita di coppia. Ma, pensò, lo stesso si potrebbe dire della vita sociale: se ci conoscessimo l’un l’altro completamente e fino in fondo, come potremmo convivere e collaborare pacificamente e convenientemente? E gli parve che la sua insaziabile sete di conoscenza potesse costituire una minaccia, un pericolo per l’armonia delle famiglie e del corpo sociale. Ecco perché, si disse, il signore aveva proibito ad Adamo ed Eva di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza. La conoscenza, la conoscenza del cuore degli uomini, è una terribile minaccia alla coesione della società. Voler conoscere tutto, e a tutti i costi, quello che è contenuto e nascosto nella nostra anima e in quella degli altri, è un’ambizione demoniaca.
Anno 2021
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
+39 329 42 57 212

.jpg)
