"IL TEATRO ANTICO DI MINTURNO"
Manuel
Omar Triscari
IL
TEATRO ANTICO DI MINTURNO:
una ipotesi ricostruttiva.
È un dato di fatto che le nuove tecnologie, oltre a
modificare la vita quotidiana, hanno notevolmente partecipato all’evoluzione
della ricerca archeologica e di conseguenza al nuovo modo di guardare al
passato. Particolare successo hanno riscosso le elaborazioni in 3D le quali, supportate dalla conoscenza
scientifica dei monumenti, permettono di ricostruire spazi o edifici ormai
scomparsi o fortemente modificati dal tempo e dall’uomo. Il trascorrere dei
secoli, inoltre, ha segnato inevitabilmente la conservazione degli edifici
teatrali. I quali, grazie alla loro monumentalità e alla loro particolare
architettura chiusa, sono stati interessati da interventi di modifica
strutturali che ne hanno determinato un riutilizzo prevalentemente militare e
successivamente abitativo.
Scopo di questo lavoro è proporre una ipotesi ricostruttiva,
il più scientificamente fondata possibile, del teatro romano di Minturno
(antica Minturnae), soggetto a
modifiche strutturali in epoca imperiale, a trasformazioni e spoliazioni dall’abbandono
della città fino al secolo scorso, i cui resti si impongono sul percorso della
via Appia. L’ipotesi ricostruttiva offrirà il destro per un accurato studio
delle fonti storiche e un esame diretto del monumento.
Nell’esame delle strutture ci è sembrato giusto dare spazio
alla descrizione che viaggiatori, artisti, e soprattutto storici ed archeologi,
hanno dato del teatro: esse sono state utili nel comprendere quali modifiche
hanno segnato l’edificio in modo da ‘ripulirlo’ dagli interventi successivi
all’epoca romana.
Lo studio di un edifico così importante per l’urbanistica
romana ci ha spinti ad analizzare come il teatro sia stato inserito nel tessuto
cittadino e quali cambiamenti abbia comportato la realizzazione di una
struttura così imponente. Le modifiche subite dall’impianto urbano hanno
riguardato prevalentemente l’assetto viario della colonia e le mura di cinta
della città. Che sono state per un tratto smantellate per fare spazio alle
sostruzioni teatrali. Gli interventi subiti dal teatro in epoca augustea hanno
fatto sì che l’edificio rientrasse in una sorta di percorso sacro che, partendo
dal foro repubblicano, la cui area è interessata dalla costruzione di nuovi
templi dedicati al culto imperiale, si concludeva nel teatro. L’edifico teatrale
diviene il luogo in cui si esprime la manifesta grandezza dell’imperatore e la
sua onnipresenza nelle attività più disparate della colonia.
Ad un’analisi urbanistica e sociale del teatro è seguito
l’esame delle strutture. Abbiamo osservato come gli elementi dell’edificio
teatrale siano stati realizzati con tecniche costruttive diverse a seconda del
periodo di realizzazione e in quali condizioni e attraverso quali interventi di
restauro queste siano giunte sino a noi. Dallo studio diretto delle strutture e
da possibili confronti con altri edifici teatrali, che per tipologia e tecnica
richiamano l’edifico di Minturno, abbiamo cercato di dare una possibile ipotesi
ricostruttiva del monumento.
INDICE
- INTRODUZIONE
-
Premessa
-
Ipotesi di lavoro
-
Cenni storici su Minturno
- STORIA DEGLI STUDI
-
Il teatro nella descrizione dei viaggiatori
-
Il teatro nella descrizione degli studiosi
-
I rilievi
-
CARATTERI GENERALI E ANALISI DELLE STRUTTURE
-
Il teatro nel contesto urbano
-
Storia del teatro
-
Le strutture
- IPOTESI RICOSTRUTTIVA
-
Il primo ordine
-
La cavea
-
Il secondo ordine
-
La struttura scenica
-
Orchestra, versure, e portico
- CONCLUSIONI
- TAVOLE
-
Tavola 1
-
Tavola 2
-
Tavola 3
- BIBLIOGRAFIA
A mio
padre, Filippo.
Come
sempre.
INTRODUZIONE
PREMESSA
<<Ma pauvre muse, hélas!
qu’as-tu donc ce matin?
Tes yeux creux sont peuplés de
visions nocturnes,
Et je vois tour à tour réfléchis
sur ton teint
La folie et l’horreur, froides
et taciturnes.
Le succube verdâtre et le rose
lutin
T’ont-ils versé la peur et
l’amour de leurs urnes?
Le cauchemar, d’un poing despotique
et mutin
T’a-t-il noyée au fond d’un
fabuleux Minturnes?
Je voudrais qu’exhalant l’odeur
de la santé
Ton sein de pensers forts fût
toujours fréquenté,
Et que ton sang chrétien coulât
à flots rythmiques,
Comme les sons nombreux des
syllabes antiques,
Où règnent tour à tour le père
des chansons,
Phoebus, et le grand Pan, le
seigneur des moissons.>>
Che cosa ci fa Minturno citato in
una poesia di Baudelaire, contenuta nella celebre raccolta “Les fleures du mal”? Il verso ottavo di “La muse malade” recita
così: <<T’a-t-il noyée au fond d’un fabuleux Minturnes?>>.
Per una traduzione di questo verso,
occorre partire dal verbo “noyer”, che non ha un corrispondente esatto in lingua italiana. La
definizione data dal dizionario francese Larousse è “far perire”. La parola
deriva dal latino “necare”,
che, appunto, significa “uccidere”. In francese la parola ha assunto però
un’accezione più precisa, quella di “uccidere per immersione”. In generale,
qualcosa che ha a che fare con l’acqua, con l’immersione.
Il “noyer” della poesia è dunque
traducibile con “annegare”. La parola Minturnes (scritta
esattamente così, con la lettera maiuscola) non ha invece traduzione nei
vocabolari francesi. È evidentemente un neologismo creato da Baudelaire, che
funziona bene nella struttura ritmica della poesia.
La composizione ha un atmosfera
piuttosto notturna, cupa, tipica rappresentazione dello spleen su
cui l’autore ha fondato l’intera sua poetica. Il senso della poesia è quello
della ricerca della musa ispiratrice, persa a causa degli abbattimenti dovuti
allo spleen della notte. Da qui l’ampio uso, nella prima parte
della poesia, della vocale u e il ripetersi delle sonorità
cupe terminanti in -urnes. Nella seconda parte, invece, l’invocazione
degli elementi ispiratori della poesia porta all’uso di sonorità più aperte. È
nella prima parte che si inserisce Minturnes,
ultima rima delle quattro terminanti in –urnes.
Una traduzione letteraria del verso
non ha alcun senso: l’incubo notturno avrebbe annegato la musa in un favoloso
(o fiabesco?) Minturno. È vero che Minturno è sulla costa laziale, ma si è
ancor lontani dalla comprensione di come Baudelaire possa aver immaginato che
la sua musa sia finita annegata nel mare minturnese.
Le traduzioni della poesia, sia in
lingua italiana che inglese, offrono una molteplicità di significati, o
accezioni. Si va dall’intendere Minturno come nome proprio (appunto di
località) o nome comune (pur mantenendo la maiuscola iniziale). In quest’ultimo
caso le accezioni vanno dal sinonimo di tristezza o di depressione evocato
puramente dalla sonorità della parola. In pochi tuttavia hanno voluto
approfondire il termine, proponendo interpretazioni più ampie. È il caso, ad
esempio, del riferimento alla palude, presente in alcune poesie (in effetti
nell’antica Minturnae era presente una zona paludosa
tutt’intorno alla città, zona poi bonificata e tutt’ora chiamata dalla
popolazione locale “Pantano”).
Lo stesso aggettivo fabuleux viene
spesso tradotto con “mitico” (“fiabesco”) o addirittura weird (strano).
Con tutta probabilità, Baudelaire
non era neanche a conoscenza dell’esistenza della piccola cittadina laziale. È
possibile invece che abbia scelto questo nome perché la sonorità intrinseca
della parola offre quel contenuto cupo che ben si prestava alle necessità fosche
della poesia. L’interpretazione è dunque nel fabuleux del
verso stesso: Minturnes è un luogo immaginario, senza senso
materiale, ma solo come entità psichica che si fonda sulle profondità tenebrose
dell’animo, dove, appunto, può finire annegato il benessere psichico, e quindi
la musa ispiratrice.
Resta ora da chiedersi come Charles
Baudelaire, poeta parigino, sia venuto a conoscenza di questa parola, che poi
ha scelto per i motivi di cui sopra. Pur ammettendo che non fosse consapevole
dell’esistenza della cittadina italiana, resta il nome, che l’autore deve pur
aver incontrato in qualche modo.
Qui si apre un altro capitolo della
presenza di Minturno nella letteratura francese. Nel 1791 il drammaturgo
Antoine-Vincent Arnault ha rappresentato a Parigi la tragedia “Marius à Minturnes”. L’opera ha
ottenuto un grandissimo successo in città, tanto da essere lodata da Napoleone
Bonaparte. Si tratta della storia di Caio Mario, generale romano che ad un
certo punto della sua vita venne dichiarato nemico pubblico da Silla, e quindi
costretto a fuggire. Rifugiatosi tra le zone paludose intorno a Minturnae,
venne poi catturato e condannato a morte. Ma lo schiavo cimbro incaricato
dell’esecuzione fu mosso a compassione, o meglio, intimidito dall’autorità di
Mario: <<Oseras-tu, Cimbre, egorger Marius?>>. Mario fu
quindi liberato e imbarcato, con l’aiuto della popolazione minturnese, sulle
navi dell’antico porto posto alla foce del Garigliano.
È la rappresentazione teatrale
della cronaca raccontata da Plutarco, ripresa da Arnault in pieno periodo di
rivisitazione neoclassica. Segue infatti lo stile di quella corrente culturale
che nei decenni tra fine ‘700 e inizi ‘800 ha pervaso la Francia, dando vita
poi al Romanticismo. Si tratta di una tragedia lunghissima, in tre atti,
scritta in rime, dove l’enfasi è posta sul personaggio e le sue azioni eroiche
così da suscitare l’ammirazione nel pubblico e negli altri personaggi.
La stessa domanda sul come
Baudelaire sia venuto a conoscenza di Minturno può essere posta riguardo ad
Arnault. Su dichiarazione del drammaturgo stesso, l’ispirazione gli è venuta
guardando un quadro: “Marius
prisonnier à Minturnes” di Jean Germain Drouais.
L’opera è stata realizzata a Roma tra il 1784 e il 1786, e rappresenta la scena
culmine della storia raccontata da Plutarco, quando un robusto e coraggioso
Caio Mario fa addirittura indietreggiare lo schiavo che doveva ucciderlo. Il
quadro è tuttora considerato un capolavoro del neoclassicismo, opera principale
di Drouais, oggi esposta nel museo del Louvres. È stata realizzata dall’autore
durante un soggiorno a Roma, alla ricerca delle radici del classicismo.
Oggi forse la tragedia di Arnault
risulta improponibile, legata ad un’epoca e uno stile difficilmente
apprezzabili dal nostro gusto e dalla nostra sensibilità. Così come il quadro
di Drouais potrebbe risultare fin troppo enfatico. Ma al di là delle qualità
artistiche delle opere qui citate, resta il fatto che la città di Minturno
abbia goduto fama in Francia, molto più che in Italia stessa. Conseguenza
dell’importanza rivestita dalla città in epoca romana, tuttora testimoniata dai
resti dell’antica Minturnae e dal teatro che ogni estate
torna ad ospitare eventi culturali. Non resta che sperare che qualche esponente
culturale della zona voglia rispolverare questa fama, e magari rappresentare
quelle scene dove sono effettivamente accadute.
IPOTESI
DI LAVORO
È un dato di fatto che le nuove
tecnologie, oltre a modificare la vita quotidiana, hanno notevolmente
partecipato all’evoluzione della ricerca archeologica e di conseguenza al nuovo
modo di guardare al passato. Particolare successo hanno riscosso le elaborazioni
in 3D le quali, supportate dalla
conoscenza scientifica dei monumenti, permettono di ricostruire spazi o edifici
ormai scomparsi o fortemente modificati dal tempo e dall’uomo. Il trascorrere
dei secoli, inoltre, ha segnato inevitabilmente la conservazione degli edifici
teatrali. I quali, grazie alla loro monumentalità e alla loro particolare
architettura chiusa, sono stati interessati da interventi di modifica
strutturali che ne hanno determinato un riutilizzo prevalentemente militare e
successivamente abitativo.
Scopo di questo lavoro è proporre
una ipotesi ricostruttiva, il più scientificamente fondata possibile, del
teatro romano di Minturno (antica Minturnae),
soggetto a modifiche strutturali in epoca imperiale, a trasformazioni e
spoliazioni dall’abbandono della città fino al secolo scorso, i cui resti si
impongono sul percorso della via Appia. L’ipotesi ricostruttiva offrirà il
destro per un accurato studio delle fonti storiche e un esame diretto del
monumento.
Nell’esame delle strutture ci è
sembrato giusto dare spazio alla descrizione che viaggiatori, artisti, e
soprattutto storici ed archeologi, hanno dato del teatro: esse sono state utili
nel comprendere quali modifiche hanno segnato l’edificio in modo da ‘ripulirlo’
dagli interventi successivi all’epoca romana.
Lo studio di un edifico così
importante per l’urbanistica romana ci ha spinti ad analizzare come il teatro
sia stato inserito nel tessuto cittadino e quali cambiamenti abbia comportato
la realizzazione di una struttura così imponente. Le modifiche subite
dall’impianto urbano hanno riguardato prevalentemente l’assetto viario della
colonia e le mura di cinta della città. Che sono state per un tratto
smantellate per fare spazio alle sostruzioni teatrali. Gli interventi subiti
dal teatro in epoca augustea hanno fatto sì che l’edificio rientrasse in una
sorta di percorso sacro che, partendo dal foro repubblicano, la cui area è interessata
dalla costruzione di nuovi templi dedicati al culto imperiale, si concludeva
nel teatro. L’edifico teatrale diviene il luogo in cui si esprime la manifesta
grandezza dell’imperatore e la sua onnipresenza nelle attività più disparate
della colonia.
Ad un’analisi urbanistica e sociale
del teatro è seguito l’esame delle strutture. Abbiamo osservato come gli
elementi dell’edificio teatrale siano stati realizzati con tecniche costruttive
diverse a seconda del periodo di realizzazione e in quali condizioni e
attraverso quali interventi di restauro queste siano giunte sino a noi. Dallo
studio diretto delle strutture e da possibili confronti con altri edifici
teatrali, che per tipologia e tecnica richiamano l’edifico di Minturno, abbiamo
cercato di dare una possibile ipotesi ricostruttiva del monumento.
La volontà di realizzare una
ricostruzione scientifica del monumento ci ha indotti a non proporre alcun
tentativo di ricostruzione della parte superiore della scena, della quale non
si conserva nulla, così come della basilica e dei parasceni.
CENNI
STORICI SU MINTURNO
COLLOCAZIONE GEOGRAFICA
Minturnae
sorgeva nel territorio dell’odierna provincia di Latina (Lazio), al confine con
la regione Campania, nel territorio comunale dell’odierna Minturno.
Colonia marittima e commerciale, fu
dedotta, per motivi soprattutto commerciali, in un punto di comodo approdo
della costa laziale, non lontano dal luogo ove sorgeva il santuario emporico
dedicato al culto della ninfa Marica.
Programmata come centro commerciale
alla foce del Liri e punto di convergenza di importanti rotte marine
“internazionali”, una posizione che ne faceva il mercato privilegiato per gli
scambi commerciali tra Lazio e Campania e che consentiva di controllare un
fiume quasi completamente navigabile, Minturnae
conobbe un rapido sviluppo che ne determinò le trasformazioni architettoniche
ed urbanistiche fino all’alto medioevo.
Come la monetazione straniera e il
culto di Iside e Serapide testimoniano per l’età repubblicana e imperiale i
contatti con i mercanti mediorientali e la presenza di commercianti egiziani,
così per l’Alto Medioevo l’arrivo e la diffusione di culti cristiani orientali
consentono di ipotizzare contatti con le coste bizantine della Grecia e
dell’Asia Minore oltre che via terra dall’Italia Meridionale, anche via mare attraverso
il porto dell’antica Minturnae, che
si conferma ancora, per l’Alto Medioevo, porto del Mediterraneo.
L’INSEDIAMENTO PREROMANO
Il centro aurunco di Minturnae viene menzionato per la prima
volta dalle fonti antiche in relazione ad avvenimenti della guerra latina[1] (340-338 a. C.), che vide
contrapposti Romani e Sanniti alleati contro una coalizione di Latini, Campani,
Volsci, Aurunci e Sidicini. Secondo il racconto di Livio, nel 340 a. C. i
Latini, sconfitti, ripararono a Minturno (Liv. 8, 10, 9) mentre una seconda
battaglia, decisiva, sarebbe avvenuta in una località posta tra Sinuessa e Minturnae e nota col nome di Trifanum
(Liv. 8, 11, 11). Tale episodio costituisce la duplicazione liviana di un unico
scontro, avvenuto presso le pendici occidentali del vulcano di Roccamonfina[2]. Il toponimo Trifanum è stato spiegato dalla critica
moderna quale possibile ricordo di un santuario federale degli Aurunci, un
triplice luogo di culto a cui probabilmente riferivano i tre principali abitati
di Ausona, Minturnae e Vescia, noti
dalle fonti[3]
(Liv. 9, 25, 4).
Nel 314 a. C., dopo la sconfitta
romana di Lautulae (nei pressi di
Terracina, ad opera dei Sanniti), Aurunci e Campani si ribellarono a Roma. I
Romani, riaffermata la loro posizione sui Sanniti, a seguito di uno scontro
avvenuto probabilmente a Terracina[4] (D. S. 19, 76, 2),
repressero ferocemente la ribellione degli Aurunci, sterminandoli. Secondo il
racconto di Livio, i centri aurunci furono presi in seguito al tradimento di
dodici principes iuventutis di Ausona, Minturnae e Vescia. Essi denunciarono ai consoli i loro concittadini, colpevoli
di aver sostenuto, con armi e uomini, i Sanniti dopo Lautulae, e di mantenere con Roma una pace ambigua, dopo che i Sanniti
erano stati messi in fuga[5] (Liv. 9, 25).
L’ubicazione della Minturnae aurunca di cui parlano le
fonti non ha ancora trovato una sicura conferma archeologica. In analogia con
quanto riscontrabile in numerosi altri abitati della penisola, si è proposto di
identificare l’oppidum preromano col
sito della Minturno medievale e moderna[6].
LA RIFONDAZIONE ROMANA
Alla distruzione dei centri
aurunci, seguì la deduzione della colonia latina di Suessa Aurunca nel 313 a.
C. (Liv. 9, 28, 7), affiancata nel 296 (Liv. 10, 21, 7-10) o nel 295 (Vell. 1,
14, 6) dalle colonie romane di Minturnae,
alla foce del Liri, e Sinuessa, ai
limiti del territorio vescino, nella zona di confine con l’ager Falernus. Le due colonie di diritto romano dovevano assolvere
alla funzione di praesidia militari,
tanto che, come racconta Livio, fu difficile trovare chi fosse disposto a
iscriversi nelle liste di reclutamento, essendo chiaro che i coloni erano
mandati a montare (quasi perennemente) la guardia in una regione esposta al
pericolo continuo di attacchi nemici. I cittadini di entrambe le colonie furono
ascritti alla tribù Teretina, creata
nel 299 a. C. (Liv. 10, 9, 14)[7]. A poca distanza dal mare,
là dove la costa rientra in un dolce golfo tra il promontorio di Monte
d’Argento e l’ampia foce del fiume Garigliano (il Liris delle fonti
storiche), Roma fondò nel 296 a.C. una cittadella fortificata cui dette il nome
del centro ausonio appena conquistato e distrutto: Minturnae[8].
Minturno: posizione della città.

Fonte: Bellini 2011.
Colonia marittima per eccellenza[9], Minturnae fu
dedotta, per motivi soprattutto commerciali legati alla navigabilità del corso
d’acqua ed al mare, in un punto di comodo approdo della costa laziale, non
lontano dal luogo ove sorgeva, da epoche remote, il santuario emporico dedicato
al culto della ninfa Marica[10]. La fondazione della
colonia latina di Suessa (313 a.C.) e la deduzione delle due colonie
romane di Minturnae e Sinuessa costituirono le tappe fondamentali
del processo per il controllo politico e militare del territorio aurunco,
processo il cui atto di avvio può essere indicato nella costruzione della Via
Appia che, a partire dal 312 a.C., apriva di fatto a Roma le porte dell’Italia
meridionale. In particolar modo la spinta propulsiva nella realizzazione delle
colonie romane si ebbe quando, nel 296 a.C., una profonda penetrazione delle
forze sannite, che avevano superato il Garigliano e risalito l’Appia sino a
giungere a Formia, aveva dimostrato la vulnerabilità di questa parte del Lazio.
La fondazione concorse alla rapida creazione di una lunga linea di difesa costiera
che si estendeva dall’Etruria sino alla Campania e che comprendeva le altre
colonie romane di Ostia, Antium, Tarracina e Sinuessa, nonché
quelle latine di Cosa e Paestum.
La “forma” della primitiva città è
quella dell’impianto castrale di forma quadrata, delimitato da mura in opera
poligonale con imponenti torri angolari, suddiviso all’interno dagli assi
ortogonali del cardo e del decumano. Il
decumanus maximus era costituito dalla Via Appia che, entrando in
città dal punto centrale del lato Ovest
della cinta difensiva, ne usciva sul lato Est.
Qui, verosimilmente, un’ulteriore porta era posta a difesa e controllo del
ponte sul Garigliano[11], un punto di passaggio obbligato
per gli scambi lungo la costa. La cinta difensiva era costituita da una
muratura in opera poligonale di pietra calcarea dello spessore di mt. 2,70,
munita di quattro torri angolari a pianta quadrata di cui sono state rilevate
in parte le tracce. Gli studiosi non sono concordi riguardo la loro estensione:
secondo Johnson, che condusse gli scavi negli anni trenta del secolo scorso[12], queste dovevano delimitare
un’area di mt. 155 x 182. Secondo un’altra ipotesi il castrum si
presentava come un quadrato di 155 m di lato per una superficie complessiva di 24,025
mq: all’incirca le dimensioni del castrum ostiense. Se il decumanus era
il percorso della Via Appia, il cardo era costituito da un tracciato
che, uscendo dal lato Nord del castrum
e scavalcando il terreno paludoso grazie ad un viadotto di cui rimangono
visibili alcuni archi, puntava verso Arpino, ripercorrendo l’antico tracciato
preromano che, superato l’Ausente, risaliva il Garigliano fino alla zona dove
viene ipotizzato il sito originario della città aurunca di Vescia[13].
Dopo l’istituzione della colonia,
Minturno compare nelle fonti per un prodigium
avvenuto nel 207 a. C., quando un fulmine colpì il tempio di Iuppiter e il bosco della dea Marica (Liv. 27, 37, 2-3). Nello stesso
anno, viene menzionata insieme ad altre colonie di diritto romano, che,
nell’imminenza dell’arrivo di Asdrubale in Italia, furono chiamate da Roma a
dare il loro contributo militare, nonostante fossero esentate dalla leva (Liv.
27, 38, 3-5). Nel 191 a. C. la città, insieme ad altre sette colonie marittime,
viene ricordata per un contenzioso col pretore, impegnato nell’allestimento
della flotta: le otto colonie romane rivendicavano l’esenzione
dall’arruolamento in marina, e il senato diede loro torto (Liv. 36, 3, 5-7).
Nello stesso anno, a Minturno un fulmine si abbatté sul tempio di Iuppiter e sulle tabernae attorno al foro (Liv. 36, 37, 3).
Il nucleo originario della colonia
romana di Minturnae è costituito dal
piccolo castrum ubicato sulla riva
destra del Garigliano lungo il percorso della via Appia che ne costituiva
l’asse principale in direzione Est-Ovest. Esso presentava una cinta muraria
in opera poligonale di calcare, con quattro torri angolari a pianta quadrata.
In passato, per un’erronea datazione del poligonale, si era ipotizzato che tale
impianto fosse da identificare con l’originario centro aurunco[14]. Ormai da tempo è scientificamente
acquisita e unanimemente assunta l’infondatezza di tale opinione in quanto già
incompatibile con il dato archeologico della costruzione della via Appia nel 312
a. C., necessariamente precedente all’erezione del castrum[15]. Il sito dell’oppidum preromano doveva invece
coincidere con quello della moderna Minturno[16]. Dopo i vecchi scavi
degli anni 1931-1933 ed ulteriori episodici interventi, tuttora inediti, dell’ultimo
dopoguerra, solo nel 2003 sono state condotte indagini archeologiche nella
zona del castrum in corrispondenza
del tracciato della via Appia. Dai dati raccolti, risulta che l’area, dal primo
impianto fino all’abbandono della città, si presentava come una collinetta
elevata di 10 metri sulla piana del Garigliano[17].
Tra la fine del III e gli inizi del
II sec. a. C. è archeologicamente documentato un consistente ampliamento della
colonia a Ovest del castrum. Il nuovo settore urbano, cinto
da mura in opera quadrata di tufo, ancora in parte conservate nel lato
settentrionale, comprende il tempio di Iuppiter
e una porticus duplex, cioè a due
navate. Essa chiude su tre lati uno spazio trapezoidale che si affaccia sul
lato settentrionale dell’Appia ed è indicato da Johnson come foro di età
repubblicana, diverso, dunque, e distinto dal foro imperiale che lo studioso
riconosceva nell’area che fronteggiava la porticus
dall’altro lato dell’Appia[18]. È stato giustamente
osservato come questa distinzione, recepita dalla letteratura archeologica,
appaia artificiosa: probabilmente il foro si estendeva già in età repubblicana
anche a Sud dell’Appia[19]. Dai dati di scavo e
dall’analisi della decorazione architettonica, sembra possibile collocare la
costruzione della porticus tra il 190
e il secondo quarto del II sec a. C. In particolare, il rinvenimento, al di
sotto dell’edificio, di un tesoretto di monete recanti tracce di bruciato e
databili tra il 200 e il 190 a. C., è stato ricollegato al racconto liviano
relativo al fulmine che nel 191 a. C. incendiò le tabernae circa forum. La porticus
dovette, dunque, sostituire il complesso, danneggiato in quella circostanza
insieme al tempio di Iuppiter,
identificabile col tempio tuscanico, nella parte occidentale della piazza
trapezoidale. L’ampliamento della colonia dovette interessare anche l’area che
fronteggiava la porticus, dall’altro
lato dell’Appia, corrispondente alla parte pubblica della città di età
imperiale. In questo settore sono stati individuati dei lacerti pavimentali di
età repubblicana, probabilmente riconducibili a contesti abitativi privati, in
seguito inglobati e obliterati dagli edifici pubblici, eretti a partire
dall’età augustea[20].
Favorita da una posizione che ne
faceva il mercato privilegiato per gli scambi commerciali tra Lazio e Campania
e che consentiva di controllare un fiume navigabile per buona parte del suo
corso, Minturnae conobbe un così rapido sviluppo da imporre,
probabilmente tra la fine del III e i primi decenni del II sec. a.C., superato
il pericolo della guerra annibalica, un ampliamento della colonia verso Ovest. In questa occasione le vecchie
mura furono in parte abbattute e sostituite da una cinta difensiva in opera
quadrata. All’interno del nuovo circuito difensivo venne tracciato il tessuto
viario ortogonale alla via Appia, fu organizzato il foro delimitato da un
triportico ad alae, con pilastri quadrangolari di tufo e decorazione
fittile policroma, e venne eretto il Capitolium, tempio a tre celle o ad
alae probabilmente del tipo canonico tuscanico, testimone, per tutti i
secoli della Repubblica, della religione ufficiale di Roma. Alla fine dell’età
repubblicana è ascrivibile il primo impianto del teatro[21].
Nel corso del II sec. a. C. la
colonia aveva raggiunto un notevole sviluppo economico, soprattutto grazie alla
sua felice posizione geografica. Essa era ubicata alla foce del Garigliano e
disponeva di un ricco retroterra boschivo, il cui sfruttamento risultava
ottimizzato dalla presenza del fiume navigabile. Si trattava, inoltre, di una
città portuale aperta ai grandi traffici marittimi e sbocco commerciale di
tutta la media valle del Liri (per il collegamento diretto di Fregellae con Minturno[22]). Questa combinazione di
elementi favorevoli permise lo sviluppo di una florida industria navale documentato
dalla presenza di un architectus navalis
(CIL X, 5371) e di socii picarii (CIL
I2, 2678, 2684, 2691, 2693 e 2696; ILLRP 692 e 746) che si occupavano della
fabbricazione della pece, destinata sia alle officine navali, che a rivestire l’interno
delle anfore vinarie al fine di impermeabilizzarle. L’attività cantieristica è
attestata anche dal rinvenimento (alla foce del Garigliano), nel 2008 e nel
2010, di due elementi lignei semilavorati di carpenteria navale[23].
Un atelier di anfore “Dressel 1” e “Dressel 2/4” è stato individuato
lungo l’argine destro del Garigliano, a circa 500 metri dagli scavi di Minturnae. La presenza di tale officina
per la produzione di tali contenitori da trasporto sottintende anche il ruolo
di primo piano che ricopriva la produzione vinicola nell’economia della città[24]. Come è stato ricostruito
in base alla diffusione dei bolli anforarî, il vino di Minturno, ricordato
anche da Orazio (Hor. Ep. 1, 5, 4-5), veniva esportato in Gallia, lungo il
corso della Garonna, e in una vasta area del Mediterraneo, da Atene a Cartagine
e Malta. Minturnae era, inoltre, un
importante mercato di strumenti agricoli in metallo (Cato Agr. 135), ed
esistevano infine società che si occupavano della salagione dei prodotti
alimentari, soprattutto il pesce, attestate da iscrizioni menzionanti i socii salinatores (CIL I², 2690, 2693,
2698 e 2703).
La notevole incidenza dell’economia
schiavistica, a partire dalla seconda metà del II sec. a. C., è attestata dalle
fonti letterarie ed epigrafiche. Le prime riportano la notizia della
crocifissione di 450 schiavi a Minturnae
e di 2000 a Sinuessa in seguito alla
rivolta servile scoppiata sulla scia della ribellione degli schiavi in Sicilia
nel 133 a. C. (Oros. 5, 9). Riguardo alla documentazione epigrafica, un dato
eloquente è fornito dagli elenchi di magistri
di collegia locali incisi su 29 cippi
e riutilizzati nel podio del tempio A, a cui si aggiungono altri due frammenti
di provenienza diversa, ma riconducibili allo stesso nucleo documentario[25] (CIL I², 2678-2708). Dei
circa 330 personaggi menzionati, l’80% risulta costituito da schiavi e il resto
da liberti. Lo studio dei gentilizi che compaiono nelle liste dei magistri minturnesi ha evidenziato il
collegamento con famiglie locali, ma non solo, implicate in attività commerciali
e imprenditoriali[26].
Dopo la notizia della rivolta
servile, la città ricompare nelle fonti[27] per aver dato soccorso,
nell’88 a. C., a Mario, arrivato per mare, in fuga dai sicari di Silla, e per
avergli fornito i mezzi per proseguire la fuga[28]. La fuga di Mario a
Minturno sembra giustificata dal fatto che egli avesse in città clientele e
interessi economici, come appare dalla presenza di un suo servo in uno dei
cippi reimpiegati nel tempio A (CIL I², 2705).
Sulla base della documentazione
degli scavi del 1933, risulta che un violento incendio distrusse tutta l’area
del foro, in un periodo sicuramente compreso tra il 65 a. C. (data consolare
riportata su uno dei cippi del tempio A che risulta segnato dal fuoco) e il
riassetto augusteo della città. Johnson attribuiva l’incendio a un fulmine e
datava l’evento intorno al 50 o al 45 a. C.[29]. Secondo una proposta più
recente, le tracce di radicale distruzione rilevate a Minturno sarebbero
collegabili ai saccheggi compiuti da Sesto Pompeo, tra il 41 e il 39 a. C., ai
danni dei porti della Campania e del Lazio, per impedire l’approvvigionamento
della capitale[30].
Benché la città non venga esplicitamente annoverata dalle fonti tra quelle
devastate dagli atti di pirateria del figlio di Pompeo il Grande, essa si trovava
esattamente nella zona interessata dalle aggressioni, compresa tra Puteoli e Ostia[31]. Inoltre il
coinvolgimento di Minturno nella lotta contro Sesto Pompeo appare avvalorato
dal fatto che due eminenti Minturnesi, L.
Titinius e P. Carisius, guidarono
due ali della flotta di Ottaviano nella battaglia di Tauromenio, nel 36 a. C.[32] (App. BC 5, 111).
Dopo l’incendio, la città fu
interessata da un intenso rinnovamento urbanistico, che si espresse nelle sue
forme più compiute in età augustea. Il primo di questi interventi, intorno alla
metà del I sec. a. C., fu la costruzione del tempio B, a ridosso del limite
occidentale dell’antico castrum.
L’ETA IMPERIALE
La radicale trasformazione
urbanistica di età augustea[33], a seguito della nuova
deduzione coloniale, vede la monumentalizzazione del tratto urbano della via
Appia mediante portici, la costruzione -nell’area del foro repubblicano- di un
tempio su doppio podio dedicato ad Augusto, fondatore della nuova colonia dopo
i tumulti delle guerre civili e dopo la morte di Cesare, la dedica -sul castrum-
di un tempio a Cesare divinizzato[34], la sistemazione di una
nuova piazza affrontata a quella più antica, la riedificazione del teatro.
Alla città di tufo di età repubblicana,
ed a quella di pietra di età augustea, si sostituisce, nel nuovo assetto
urbanistico di età adrianea[35],
una città in muratura: vengono costruiti il mercato e le terme urbane, viene
ampliato il teatro; il quartiere Nord
occidentale si connota come residenziale con la costruzione di domus (domus
del teatro, domus delle tabernae, domus del portico, domus
del mercato, domus delle terme) articolate intorno ad un atrio
centrale, con peristili delimitati da colonnati in laterizio rivestiti di
stucco e pavimenti in mosaico e in opus sectile marmoreo; le strade vengono
abbellite con fontane e ninfei grazie all’arrivo dell’acqua in città con la
costruzione dell’acquedotto[36].
Entrando nel dettaglio, vediamo come nel
periodo augusteo furono restaurati la porticus duplex e il
tempio tuscanico; furono costruiti il tempio A, l’acquedotto, il teatro nonché
grandi portici lungo il tatto urbano della via Appia[37]. Fu,
inoltre, monumentalizzato il settore a Sud
dell’Appia, già identificato col foro di età imperiale, con la costruzione di
numerosi edifici pubblici[38].
Tali interventi sono da collegare alla ricolonizzazione di Minturno ad opera di
Augusto, documentata da un passo di Igino Gromatico, illustrato da una
vignetta, secondo cui nuove assegnazioni furono disposte sulla sponda sinistra
del Liri.
Vignetta
che illustra il passo di Igino Gromatico su Minturnae
contenuto nel Cod. Palatinus Vat. Lat.
1564.

(Fonte: Codex
Palatinus Vat. Lat. 1564)
Successivamente, il territorio sulla
riva destra del fiume, dove si erano perduti i vecchi confini e l’occupazione
della terra seguiva e sfruttava i confini naturalmente segnati, fu assegnato
secondo le dichiarazioni dei precedenti locatari (Hyg. Gr. const. p.
142 Thulin). Ancora controverso risulta un passo del Liber Coloniarum,
che ricorda la colonia dedotta a Minturno da C. Caesar,
il quale assegnò una parte del territorio, lasciandone un’altra non
circoscritta (L.C. p. 235, 12 L). L’identificazione
del personaggio col dittatore[39] era
stata già messa in dubbio da Mommsen, il quale riteneva il passo in questione
una reduplicazione della notizia di Igino, relativa alla colonia augustea (CIL X,
p. 595). Si è proposto anche che potesse trattarsi di Caligola, il quale
avrebbe proceduto, inoltre, al riordinamento del territorio della colonia sulla
riva destra del Liri, menzionato nel passo di Igino[40].
È stata infine avanzata l’ipotesi,
finora priva di sicuri riscontri, di una deduzione coloniale in età
triumvirale, motivata dall’esigenza dei triumviri di esercitare un maggior
controllo su un’area, quale quella del Lazio meridionale costiero, considerata
strategicamente importante negli anni del secondo triumvirato e della guerra
contro Sesto Pompeo[41].
Nessun episodio di rilievo coinvolse la
città fino al 69 d. C., quando, sotto la guida di Apinius Tiro,
si schierò dalla parte di Vespasiano contro Vitellio (Tac. Hist. 3,
57). Nel corso del II sec. d. C. si assiste a una ripresa dell’attività
edilizia. Sono ascrivibili a questa fase la costruzione delle terme, del macellum
e rifacimenti di vari edifici pubblici tra cui la curia, la basilica e il
teatro. Lo studio delle pavimentazioni ha consentito, inoltre, di riconoscere,
per l’età adrianea-antonina, elementi di rinnovamento provenienti anche da
contesti privati[42].
Interventi di rifacimento e restauro si riscontrano fino al VI secolo, sullo scorcio
del quale, dopo le devastazioni causate dalle invasioni saracene, gli abitanti
si trasferirono nel sito della moderna Minturno, la Traetto medievale[43].
IL TERRITORIO DI MINTURNAE
Riguardo all’estensione dei limiti amministrativi
di Minturnae, si può ipotizzare che il confine occidentale, col
territorio di Formiae, dovesse ricadere in corrispondenza del
promontorio a Ovest del borgo antico
di Scauri. I resti di mura poligonali, conservati a Scauri, e inglobati in
una grande villa tardo repubblicana, sono stati collegati alla notizia di
Plinio il Vecchio, relativa a un oppidum Pirae, non più esistente
ai suoi tempi, ubicato tra Formia e Minturno (Plin. Nat. 3,
59). Che il territorio dell’antico centro abbandonato fosse compreso entro i
confini di Minturnae sembra confermato dalla presenza, in
quattro dei cippi iscritti, riutilizzati nel podio del tempio A, di quattro
schiavi appartenenti alla gens Pirana o Peirana.
Il gentilizio, da collegare al toponimo Pirae, è attestato solo a
Minturno in età repubblicana[44].
Il territorio di Minturnae
(Fonte: Wikipedia)
A Ovest, il
confine della città romana doveva proseguire verso l’attuale centro di Spigno
Saturnia, fino alla località Colle di Teto, per coincidere, sul lato
settentrionale, con le pendici meridionali delle alture a Nord dei centri di SS. Cosma e Damiano e Castelforte[45],
dove doveva essere collocato il territorio dell’antica Vescia[46].
Le fonti antiche attestano chiaramente come l’abitato
romano di Minturno si estendesse sulle due rive del Garigliano (Str. 5, 3,
6; Plin. Nat. 3, 5, 9; Hyg. Gr. const. p. 142
Thulin; ps.-Acr. ad Hor. Carm. 1, 31, 7; Porph. ibid.),
il quale non segnava, dunque, un limite territoriale[47].
Il confine col territorio di Suessa Aurunca è stato collocato
in corrispondenza del moderno abitato di Cellole, sulla base della provenienza,
da questo centro, di una iscrizione con la menzione della tribù Teretina di
Minturno e di un’altra con la tribù Aemilia di Suessa Aurunca[48] (CIL X, 4776, Aem.; CIL X, 4777 [Teret]).
Le principali cariche sacerdotali attestate sono quella
di pontifex[49],
sacerdos Augustae (CIL X, 6018[50]),
Augustalis (CIL X, 6020 = Pompilio
1999, 105, n. 101; AE 1904, 186 = Pompilio 1999, 105, n. 100), Augustalis perpetuus[51],
sodalis Augustalis (CIL X, 6006), e augur (AE 1904, 183).
Il più antico dei culti urbani di Minturno ricordato
dalle fonti letterarie è quello di Iuppiter, il cui tempio venne
colpito da un fulmine la prima volta già nel 207 a. C. e, ancora, nel 191 a. C.
Come già accennato, l’edificio è identificabile col tempio tuscanico, ubicato
nella parte occidentale della porticus del foro. A Est del tempio tuscanico,
contemporaneamente alla sua ricostruzione di età augustea, fu innalzato un
altro tempio, s’un doppio podio, noto come tempio A, da identificare con un
santuario del culto imperiale. Una unica scalinata d’accesso, comune ad
entrambi i templi, fu inserita tra i due podia.
Minturnae,
planimetria generale della città: 1) tempio tuscanico; 2) tempio A; 3) bidental; 4) tempio B.
(Fonte: Bellini, 2011)
Tra i due edifici templari è collocato il bidental,
costituito da una cavità sotterranea, rivestita in cementizio e segnalata in
superficie da un puteal, la cui modanatura di base, a doppio toro,
è in parte tagliata dal podio del tempio A. Il monumento rispetta i criteri
descritti dalle fonti per i bidentalia, che dovevano presentare
delle cavità lasciate scoperte, ma sacralmente recinte (Fest. 450 L;
Sid. Apoll. Carm. 9, 193-194), nelle quali venivano
seppelliti ritualmente gli oggetti colpiti dal fulmine, secondo il rito
del condere fulmen. L’etimologia del nome bidental viene
in genere collegata alla vittima immolata per la procuratio, la
pecora di due anni o con due denti, indicata con l’appellativo bidens (G.L. 7, 523; ps.-Acr. Hor. Ars
471; Schol. Pers. 2, 26-27). Di parere contrario Porfirione, che ritiene errata
l’etimologia di bidental dalla vittima immolata, ma non avanza
una proposta. (Porf. Hor. Ars 471. Per la spiegazione
dell’appellativo bidens: Gell. 16, 6; Non. p. 75 L;
Serv. A. 4, 57.) La natura del monumento minturnese fu chiarita,
già al momento della scoperta, da una lastra iscritta, rinvenuta nel pozzo, che
recava incisa la parola fulgur, ripetuta due volte. L’iscrizione
sigillava un deposito di materiali lapidei e fittili, per la maggior parte
provenienti dalla porticus duplex e dal tempio tuscanico e
databili al II sec. a. C. Materiali di epoca più tarda furono
rinvenuti al di sopra del deposito ipogeo, nella vera del pozzo.
Minturnae: i
due templi, delimitati dalla porticus
duplex,
e il
bidental visti dal teatro. (Fonte:
C. Ferrante)
Minturno: foro, bidental. Il
bidental di Minturnae, da Sud-Ovest
(Fonte: C. Ferrante).
In sei dei ventinove cippi reimpiegati nel podio del
tempio A compaiono dediche a Venus, Spes, Ceres e Mercurius
Felix, che, tuttavia, non consentono di individuare precisi luoghi di culto. Le
iscrizioni, rinvenute negli scavi degli anni ’30 del Novecento, contengono
elenchi di nomi di schiavi e liberti, magistri di collegia locali.
Di solito si tratta di dodici personaggi, in pochi casi meno, ma sempre almeno
nove. I testi sono databili, su basi paleografiche, dalla fine del II fino alla
metà circa del I sec. a. C. La data consolare del 65 a. C., riportata in uno di
essi (CIL I2,
2683) potrebbe costituire il limite cronologico inferiore del nucleo
epigrafico, anche sulla base di alcuni provvedimenti del senato, tesi a
limitare l’attività dei collegia. Nel 64 a. C. un senatoconsulto li
soppresse quasi tutti, per motivi di ordine pubblico (Asc. Corn. 75),
fino al 58 a. C., quando il tribuno della plebe, C. Clodio, fece passare un
provvedimento per il ripristino dei vecchi collegi e la creazione di nuovi
(Cic. Att. 3, 15, 4; Asc. Pis. 8). Nel 56 a.
C. fu varato un altro provvedimento restrittivo del senato, finalizzato allo
scioglimento dei circoli politici (Cic. Q. fr. 2, 3). Di
recente, però, si è proposto di attribuire al corpus delle
liste dei magistri minturnesi anche una iscrizione, da tempo
perduta, che era conservata a Sabbioneta e che riporta la datazione consolare
del 59 a. C.[52] (CIL V,
4087 = I², 753). Se l’ipotesi è giusta, questo documento abbasserebbe di
qualche anno il limite cronologico del nucleo epigrafico[53].
Un altro cippo, ora perduto, è noto solo nella trascrizione del testo
epigrafico[54]. Al corpus delle
liste dei magistri minturnesi si aggiunga inoltre una lastra o
blocco, a sviluppo orizzontale, rinvenuto nel 1994, durante lavori di restauro
a Torre Ciuffi, nel centro di Minturno[55].
Johnson[56]
propone una datazione del nucleo epigrafico tra il 100 e il 65 a. C., con una o
due possibili eccezioni, posteriori al 58 a. C.; dello stesso parere Degrassi[57],
che data i testi tra il 100 a. C. e circa la metà del I sec. a. C. Il
complesso minturnese è paragonabile, per importanza, al corpus epigrafico
dei magistri di collegia di Capua (CIL I2, 672-691;
2506; 2944-2950) e Delo (ID 1730-1737, 1751-1766, 1769, 1770). In
base agli studi più recenti sembrano da accantonare le proposte di riconoscere
nelle iscrizioni di Minturno membri di collegia compitalicia[58] oppure magistri
vicorum[59].
Pare, invece, accertato, come anche in Delo e Capua, il collegamento con
corporazioni artigianali e mercantili[60].
Almeno due delle divinità oggetto delle dediche minturnesi risultano
chiaramente connesse ad attività commerciali: Mercurius Felix è
il dio tutelare del collegium mercatorum, mentre Ceres è
collegata al commercio del grano. Anche per Spes è stato
ipotizzato un legame con questo genere di attività, in riferimento alla spes lucri.
Infine, riguardo a Venus, oltre all’aspetto di divinità tutelare
della navigazione, è stato analizzato il legame della dea con la pratica
della hierodulia, che non sorprende in un centro portuale notevole
come Minturno. Sette delle trentuno iscrizioni dei magistri minturnesi
registrano collegia esclusivamente femminili, mentre le donne
non compaiono negli altri elenchi. L’unica dedica conservata posta dalle magistrae è
rivolta a Venere, di cui è noto collegamento con la pratica della prostituzione
sacra nei porti del Mediterraneo[61].
Riguardo alla tipologia dei monumenti, sembrano parimenti da accantonare le
proposte di interpretazione come fusti di altari, dislocati in vari punti della
città[62],
oppure come basi di statue[63].
È più probabile, invece, che si trattasse di stele dedicatorie, con la funzione
di registrare i nomi dei magistri e delle magistrae,
esposte tutte in uno stesso luogo, verosimilmente il foro di Minturno, e per
questo in seguito facilmente inglobate nel cantiere del tempio[64].
Un terzo santuario urbano, indicato dagli scavatori come
tempio B, fu costruito, intorno alla metà del I sec. a. C., a Est dell’area forense, da cui era
separato da una strada. Il rinvenimento, nelle vicinanze del tempio B, di una
iscrizione che ricorda una dedica fatta al Divo Giulio in base alla legge Rufrena,
ha indotto gli studiosi a interpretare l’edificio come un tempio dedicato a
Cesare divinizzato.
Tra il 1966 e il 1981 sono state condotte, da un gruppo
studioso statunitense guidato da S.D. Ruegg, prospezioni subacquee nelle
acque del Garigliano, in un tratto di circa km. 3, compreso tra la foce e
l’ansa del fiume, posta circa m. 400 a monte del moderno ponte della SS
n. 7 Appia[65]. Altre
indagini nell’alveo del fiume e lungo la riva sono state svolte, per conto
della Sovrintendenza Archeologica del Lazio, tra il 1992 e il 1993[66],
e poi ancora nel 2009. Con i dati raccolti è stata elaborata una mappa
archeologica del Garigliano, dal ponte Borbonico alla foce[67].
Le ricerche del Ruegg hanno consentito di approfondire la
conoscenza del sistema portuale di Minturnae, che si sviluppava tra
la riva destra del fiume e un’antica laguna costiera, posta in prossimità del
tempio di Marica. Esse hanno permesso, inoltre, di localizzare i
resti dell’antico ponte di legno, da identificare col pons Tirenus menzionato
da Cicerone, in corrispondenza del punto in cui la via Appia attraversava il
Liri, per entrare nell’area urbana (Cic. Att. 16, 13a, 1. Il
ponte era ubicato tra le aree indicate dal Ruegg con “FG 1” e “FG 7”[68]).
Minturno: aree interessate
dalle prospezioni subacquee nel Garigliano
(Fonte: Ruegg 1995).
Minturno: prospezioni
subacquee nel Garigliano. Il settore “FG 1” è quello da cui proviene la quasi
totalità dei materiali rinvenuti.
(Fonte: Ruegg 1995).
Lungo la riva destra del
Garigliano, tra la città e la foce, sono state individuate strutture sommerse,
riconducibili agli apprestamenti del porto fluviale, già in parte segnalate dal
Johnson[69]. In base ai dati
raccolti, il più antico nucleo di approdi, risalente al III sec. a. C., doveva
estendersi, a partire da circa m. 125 a valle del moderno ponte della SS 7
Appia, per una lunghezza di circa m. 250, verso la foce. Entro questa fascia,
indicata nello studio del Ruegg come “FG 1”, si concentra la quasi totalità dei
rinvenimenti di materiali effettuati nel corso delle prospezioni[70]. Secondo la ricostruzione
dello studioso, a partire dal I-II sec. d. C. le infrastrutture portuali
occuparono progressivamente altri punti più a valle[71].
Dal tratto indicato con la
denominazione “FG 1” proviene una grande quantità di reperti eterogenei. Sono
presenti frammenti di ceramica, di statue e statuette di marmo, bronzo e
terracotta, di elementi architettonici in marmo (lastre, basi di colonna,
architravi, pavimenti o rivestimenti), tufo (capitelli, basi, rocchi di
colonna, un altare), terracotta (frammenti architettonici, di lastre di
rivestimento, di tegole), arredi domestici, strumenti di vario genere
(agricoli, per la pesca, medici, per la cosmesi), armi, pesi, ornamenti
personali, tessere e sigilli di piombo e di bronzo. Si tratta, per la maggior
parte, di elementi fuori contesto, da interpretare, in parte, come materiale di
scarico dalla città, in parte, in relazione alle attività del porto, finiti in
acqua in momenti diversi e difficilmente precisabili. A causa
dell’impossibilità di affidarsi a una qualche stratigrafia, il recupero è
avvenuto come una semplice raccolta di superficie[72]. Tra i materiali
rinvenuti è presente un nucleo riconducibile alla sfera del sacro. Per i votivi
in terracotta, Ruegg suppone uno scivolamento in acqua da un ipotetico edificio
sacro (un sacello?), che poteva essere collocato sulla riva destra, a circa m.
50 a Sud delle mura del castrum.
Una parte del materiale metallico, invece, è interpretata come intenzionalmente
gettata in acqua come offerta[73]. Tra i votivi fittili,
sono stati individuati 31 frammenti di statue e statuette, 6 frammenti di teste
(3 maschili e 3 femminili), due statuette di bambino in fasce, 5 frammenti di
utero, un fallo. È presente, inoltre, un esemplare di matrice per testa
maschile. Tra i manufatti di metallo (bronzo e piombo), ritenuti con più
sicurezza offerte alla divinità, sono stati registrati 9 esemplari di statuette
(4 del tipo di Afrodite Anadyomene, nuda, colta nell’atto di strizzare
le chiome con le mani; una di Eros; una di Vittoria alata; una di Fortuna con
cornucopia; una di Amazzone; e una di Priapo). Sono presenti, inoltre, altri 14
frammenti di statuette di bronzo, tra cui due esemplari di caduceus,
che dovevano essere pertinenti a statuette di Mercurius; un rhython di
bronzo a testa di pantera, che, ugualmente, poteva costituire l’attributo di
una statuetta di divinità. Le figure divine alle quali è più frequentemente
associato il rhyton sono i Lares, la cui immagine
più documentata è quella della divinità colta nell’atto di attingere, col rhyton,
vino dalla situla, come è attestato dalle pitture pompeiane e dalla plastica
votiva[74]. È possibile che le
statuette di divinità rinvenute nel Garigliano fossero anche espressione di
culti domestici, nell’ambito dei quali sono ampiamente attestate raffigurazioni
dei Lares e di altre divinità del pantheon greco
romano[75]. L’eterogeneità dei
materiali rinvenuti nel Garigliano, più volte sottolineata, rende difficile
confermare che le statuette si trovassero nel fiume in conseguenza di una
specifica esigenza rituale, e non piuttosto per motivi accidentali, come sembra
per il resto dei rinvenimenti. Ruegg ricorda anche alcune raffigurazioni di
animali in bronzo: un serpente, una capra e un uccello a tutto tondo e un’applique con
delfino, di cui tuttavia appare incerta la pertinenza sacrale, almeno per
quanto riguarda l’applique. Vengono annoverate come votive anche 11
conchiglie in piombo e 2 in bronzo, cui se ne aggiungono altre 13 non
catalogate nel testo, che costituirebbero delle offerte a Poseidon e Venere[76]. Questo dato, tuttavia,
non sembra suffragato da sufficienti prove documentarie. Esemplari di tali
conchiglie, tipo cardium, sono attestati, in Italia, da
rinvenimenti di superficie in vari siti del modenese[77], in Veneto, dall’agro
centuriato di Adria[78], dal territorio di
Bondeno (FE)[79],
dall’Etruria[80] (presumibilmente
nella zona della Val di Cornia, in ogni caso materiale proveniente da raccolte
di superficie). Da un contesto di scavo stratigrafico proviene, invece, un
esemplare ritrovato in Scafati, rinvenuto nella cucina della villa di N. Popidius
Narcissus Maior[81].
Sono state fornite diverse spiegazioni circa la funzione di queste conchiglie:
elementi di supporto per vasi, modelli per fondere il bronzo a piombo perduto,
piccoli lingotti. L’ipotesi che trova maggiore consenso, tuttavia, è quella che
si tratti di contrappesi per bilancia a due bracci. Anche gli esemplari di
Minturno possono, verosimilmente, essere annoverati tra gli altri pesi, in
piombo e bronzo, rinvenuti nel Garigliano. A questi materiali si aggiunge un
nucleo di circa 5000 monete, che vanno dal III sec. a. C. al VI d. C.
Prospezioni nel Garigliano: materiali rinvenuti nel settore
più antico del porto fluviale di Minturnae
(“FG 1”).
Fonte: Daria Mastrorilli.
Dalla zona tra il teatro e il
Garigliano proviene un’iscrizione con dedica a Venere, di età repubblicana,
attualmente conservata in una collezione privata[82]. Sappiamo che a Minturno,
accanto alla dea Marica, era venerata un’Aphrodite Pontia (Serv. A.
7, 47) protettrice della navigazione, e a Venere è rivolta la dedica
delle magistrae elencate in uno dei cippi reimpiegati nel
podio del tempio A.
A circa km. 1,5 dalla città,
presso la foce del Garigliano, era ubicato il santuario della dea Marica.
La topografia del culto, delineata dalle fonti letterarie, appare
caratterizzata dagli elementi paesistici del lucus, della palude e
dell’acqua, sia del fiume che del mare. Il legame con l’elemento idrico è stato
colto anche nell’etimologia del nome della dea. Secondo una proposta di Mauro Cristofani,
su un suggerimento di Helmut Rix, la quantità lunga della “i” di “Marica” potrebbe suggerire una
formazione analoga a quella di parole come anticus e posticus,
entrambe con i lunga. Se queste, come sappiamo da Festo, significavano,
rispettivamente, “che guarda avanti/indietro” (Fest. p. 244 L), Marica potrebbe
indicare “colei che guarda il mare”[83]. Carlo De Simone ha,
invece, spiegato il nome come una formazione da un tema *mari/*mori, che
a livello indoeuropeo indicava originariamente l’acqua interna, paludosa, ed è
poi passato ad indicare il mare in numerose lingue. Da qui l’interpretazione
di Marica come “dea o ninfa del corso stagnante (e relativa
palude) del Garigliano”[84]. La personalità sacra
di Marica risponde alle caratteristiche della dea matronale,
preposta alla sfera della riproduzione e della fertilità, non esente da
connotazioni ctonie. Nel processo di identificazione con divinità del pantheon classico,
essa è stata assimilata a Diana, a Circe, o ad Afrodite Pontia.
Il rapporto con la sfera artemidea è percepibile già nell’ambientazione del
culto in uno scenario liminare, caratterizzato dal bosco sacro, che aveva anche
valore di asylum. Il sistema di corrispondenze cultuali che, come è
stato a più riprese notato dagli studiosi, lega Diana, Hekate Trivia e Circe alla
dea del Garigliano trova conferma, già tra la fine del VI e l’inizio del V sec.
a. C., nel nome di Trivia, che compare inciso su una ciotola di
impasto rinvenuta nell’area del santuario. L’ubicazione del santuario presso la
foce di un fiume navigabile sembra favorire naturalmente una sua funzione
emporica[85],
anche se è stato obiettato che le evidenze archeologiche relative al materiale
votivo rinvenuto non sembrerebbero documentare intensi scambi commerciali
marittimi[86].
Nonostante non sia ancora definitivamente chiarita, dal punto di vista
archeologico, la topografia del porto di Minturnae, nel quadro di
un sistema integrato mare-fiume, le fonti in nostro possesso sottolineano lo
stretto collegamento esistente tra il porto e il santuario. Mario continuò la
sua fuga verso l’Africa, per sfuggire ai sicari di Silla, dopo essersi
imbarcato in prossimità dell’area sacra alla foce del Garigliano, (Plu. Mar. 40,
1). Servio parla di un sacello di Afrodite Pontia, la Venus
Marina dei Romani, ubicato presso il santuario di Marica (Serv. A. 7,
47). Anche la sovrapposizione del culto di Iside, la dea egizia
protettrice della navigazione, a quello di Marica, documentata
almeno per l’età imperiale[87], potrebbe essere spiegata
alla luce del legame del santuario con le funzioni portuali della foce del
fiume, considerando anche la presenza di santuari isiaci in quasi tutti i porti
del Tirreno[88].
Un luogo di culto extra urbano è
stato identificato presso Monte d’Argento, circa km. 3 a Nord-Ovest di Minturno,
su un promontorio a m. 123 sul livello del mare, dove sono anche ubicati un insediamento
medievale comprensivo di torre circondato da mura. Dal sito proviene, inoltre,
ceramica di epoca protostorica, ricondotta a un abitato aurunco, e romana.
Benché il materiale sia ancora in corso di studio, e ne sia stata data solo una
sintetica anticipazione[89], sembra che il sito fosse
sede di un luogo di culto a partire dall’epoca protostorica, fino ad età
romana, anche se non si è ancora in grado di indicarne la precisa ubicazione.
Dai pressi di Monte d’Argento
provengono, inoltre, tre dediche a Silvano, tuttavia, sulla base dei pochi dati
finora disponibili, si preferisce, in questa sede, separare questi documenti
epigrafici dai rinvenimenti ancora inediti cui si è precedentemente fatto
riferimento. Il culto di Silvanus è documentato anche da altre
due epigrafi, di cui una proveniente dall’area della città romana, l’altra
dalle macerie della torre di Pandolfo Capodiferro, presso il Garigliano.
Altre divinità sono note da
iscrizioni, che, tuttavia, non consentono di individuare precisi luoghi di
culto. Dal sito della moderna Minturno proviene una dedica a Bona
Dea, la cui presenza è documentata anche da una statuetta in marmo
rinvenuta presso la masseria Tibaldi, nei pressi del teatro della città romana.
La divinità è rappresentata seduta, con una cornucopia nella mano sinistra e il
braccio destro, fratturato all’estremità, piegato, probabilmente a sorreggere
una patera[90].
Proverrebbe dall’area urbana anche
una iscrizione, che attesta l’erezione di una stata alla Victoria
Augusta. Un culto di Her(cules) Cefr(ianus), verosimilmente di
carattere gentilizio, è documentato da bolli su tegole rinvenute a km. 2
dalla città. A Nord-Est di Minturno, nei pressi di S.
Lorenzo, alle pendici dei monti di Castelforte, potrebbe essere stato ubicato
il pagus Vescinus, per il quale abbiamo l’attestazione epigrafica
di un santuario di Marte e di un teatro.
Si ricorda, infine, una dedica
al Genius delle Aquae Vescinae rinvenuta a Suio, in
località S. Antonio, in un complesso termale romano.
L’ETÀ TARDO-ANTICA
Per i secoli successivi le
vicende e le fortune di Minturnae sono narrate non dall’urbanistica ma
dagli interventi di rifacimento e restauro che si susseguono fino al VI sec.
d.C.: il ninfeo orientale e quello occidentale, il mercato, le terme urbane, il
teatro, le stesse domus testimoniano la lunga vita della città ben oltre
il tramonto del potere di Roma ed oltre la fine dell’Impero romano d’Occidente.
Alla fine del IV sec. d.C. inizia
la decadenza causata dalle invasioni barbariche e dalla mancanza di
rifornimenti sicuri. Le ultime testimonianze epigrafiche note sono una dedica
agli imperatori Teodosio II e Valentiniano III posta da Nicomaco Flaviano e la
dedica a Flavio Teodoro patrono della città[91].
La vita si restringe probabilmente nell’area centrale della città, forse
intorno alla sede episcopale ancora non individuata. L’ultimo vescovo di Minturnae
romana di cui si ha memoria nelle fonti antiche è il Rusticus Episcopus che
partecipò al Sinodo di Roma nel 499 d.C.
La chiave di lettura della fine
della Minturnae romana è offerta dai risultati di una prima campagna di
scavi effettuata, nel 2003, nell’area del castrum[92], prima vera
ricerca scientifica intrapresa dopo i vecchi scavi degli anni 1930-33 e gli
episodici interventi, tuttora inediti, dell’ultimo dopoguerra. La selva di
resti architettonici rinvenuti davanti al monumentale basamento in pietra di un
edificio ancora sconosciuto prospiciente la monumentale scalinata di accesso al
tempio del divo Giulio (capitelli, colonne, conci di archi, cornici, frammenti
di iscrizioni monumentali) confrontabili con quelli degli edifici pubblici
lungo l’Appia nell’area urbana già nota, se consente di ricostruire, per l’età
Augustea, uno scenario monumentale del tutto simile a quello delle vie
porticate delle grandi città provinciali romane dell’Asia Minore o dell’Africa
settentrionale, testimonia, per un tempo prossimo all’abbandono della città, un
voluto affastellamento di questi materiali quasi a creare uno sbarramento della
strada, come suggerito dalle stratigrafie fino al VI sec. d.C. Nell’area
adiacente al lato orientale delle mura del castrum, ad una quota di
circa mt. 4,00 di profondità dal piano di campagna, è stato rinvenuto un grande
edificio con pilastri quadrangolari, forse un magazzino in relazione al porto
fluviale, databile alla piena età imperiale, su livelli di età repubblicana, utilizzato
fino al IV-V sec. d.C., addossato al profilo della duna antica su cui si impianta
Minturnae. Ma il risultato scientifico più importante è stato proprio
quello della ricostruzione del profilo geomorfologico delle quote: la quota
dell’impianto delle mura nel 296 a.C. anno di deduzione della Colonia; la quota
dell’Appia nel Castrum; la quota dell’area circostante il Castrum verso
il fiume nei depositi di età repubblicana; la quota dei magazzini nella piena
età imperiale fino alle testimonianze del IV-V sec. d.C. ed all’utilizzo
funerario del complesso con le sepolture in anfora addossate alle strutture
murarie; la quota degli ultimi eventi sul castrum, ove le fosse di
spoliazione testimoniano la fine della Minturnae romana. Il nuovo
profilo, totalmente inedito e mai ipotizzato fino ai rinvenimenti di questa
campagna di scavi, presenta il castrum di Minturnae, dal suo
impianto fino all’abbandono della città, come una collinetta elevata di mt.
10,00 sulla piana del Garigliano, quasi un avamposto sul fiume a controllo sia
dell’attraversamento sia della risalita verso l’interno, resa simile ad un
piccolo monte dalle strutture dei maestosi palazzi e dei templi dell’epoca
imperiale, e poi dalle loro imponenti rovine. È forse qui, quindi, da
identificare il Mons Garelianus ove si stabilì un insediamento islamico,
a controllo del fiume lungo il cui corso toponimi tuttora in uso ricordano
l’occupazione saracena. A causa delle devastazioni subite gli abitanti
superstiti si trasferirono all’interno, sulla collina dell’attuale Minturno,
fondando il borgo di Traetto. Saggi di scavo effettuati nel 2006 nella zona presbiteriale
della cattedrale di San Pietro a Minturno hanno portato nuova luce su questo
passaggio, evidenziando lo stretto collegamento che la chiesa di San Pietro
rappresenta tra Minturnae e Traetto, ben oltre il semplice riutilizzo di
materiali architettonici provenienti dalla città romana. Infatti nel saggio
effettuato nella pavimentazione della cattedrale nel punto corrispondente al
centro della cupola, segnato in terra da un rosone, al di sotto di un
riempimento omogeneo assolutamente privo di materiali, è stata rinvenuta a mt.
2,30 di profondità una lastra marmorea di rivestimento frammentaria, rotta in
antico, perfettamente appoggiata e livellata su un ulteriore riempimento sterile
che copre il banco calcareo nel punto più alto del colle. Le modalità di giacitura
e la perfetta corrispondenza con la decorazione del pavimento e con il centro
della cupola suggeriscono l’interpretazione della lastra come “memoria”: può
trattarsi quindi di un frammento dell’episcopium della città romana, portato
via dagli abitanti in fuga come legame e segno di continuità ideale con Minturnae,
rappresentata dai simboli dell’autorità ecclesiastica erede dei valori di
civiltà e di appartenenza tramandati dai secoli precedenti. Se questa è
l’interpretazione, è legittimo ipotizzare che la lastra, memoria dell’antico episcopium,
sia stata collocata nell’ambito del nuovo edificio di culto, costruito nel
punto più alto della collina, già dalla fine del VI-inizi VII secolo d.C. La
continuità immediata tra la Minturnae romana ed il nuovo insediamento spiegherebbe
quindi il ricordo nell’830 dell’episcopus in relazione a Minturnae,
ed ancora la conservazione dell’antica denominazione dell’episcopio anche dopo la
fondazione, da parte di Papa Leone III, della cittadella fortificata di Castrum
Leopolis (“sanctus episcopus sancte menturnensibus cibitati et Kastri
leopolis”). Nel 915 a seguito della battaglia del Garigliano i Saraceni
furono respinti e fu distrutto l’insediamento islamico del mons Garelianus.
A ricordo della vittoria furono erette due torri: la c.d. “Bastia” (o anche “Turris
Gariliani”), demolita nel 1828 per la costruzione del ponte Borbonico “Real
Ferdinando”, primo ponte pensile in Italia; e la “Turris ad mare”, voluta
da Pandolfo Capodiferro, distrutta nel 1943 per eventi bellici[93].
Sebbene la diffusione del
cristianesimo non trovi riscontro a livello monumentale a Minturnae,
la città risulta sede episcopale alla fine del V secolo: il vescovo Celius Rusticus compare
tra i firmatari del sinodo romano del 499[94] ed è comunemente
identificato con il Rusticus episcopus destinatario di
un’epistola di papa Gelasio del 496[95]. Un Florus
episcopus Menturnensis, non altrimenti noto, è ricordato in una perduta
iscrizione funeraria di incerta provenienza e cronologia, pubblicata da Angelo
Silvagni sulla base di riproduzioni che Antonio Francesco Gori e Lodovico
Antonio Muratori ricavarono da un apografo di Francesco Ficoroni (Loca duo
Flori / episcopi Mentur/nensi [!] quas tradi/ [------][96]).
Nell’ultimo decennio del V secolo,
dunque, doveva necessariamente esistere a Minturnae un
edificio di culto con funzione di cattedrale, del quale non si è finora
rinvenuta traccia.
La religione cristiana doveva
essersi radicata nel nostro centro già tra la fine del IV e gli inizi del
V secolo, periodo al quale si è proposto di datare una tabula
patronatus bronzea che Jotham Johnson ritenne la prima prova tangibile
di una presenza cristiana individuata a Minturnae[97]:
l’epigrafe, rinvenuta nel 1933 tra le rovine del teatro romano, è dedicata al
patrono della città Flavius Teodorus e decorata, in calce al
testo, da una croce greca tra le lettere apocalittiche alfa e omega, inscritta
in una corona di alloro e affiancata da due rami di palma[98]. Per l’iscrizione è stata
alternativamente suggerita una cronologia più tarda, alla prima metà del V
secolo, identificandone il dedicatario con l’omonimo console d’Occidente del
505[99], con Flavius
Theodorus Petrus Demosthenes, praefectus praetorio
Orientis tra il 521 e il 529[100], oppure con Flavius
Theodorus Philoxenus, console d’Oriente nel 525[101]: l’attribuzione della
dedica ad uno di questi personaggi viene tuttavia esclusa da chi ritiene di
leggere, nella titolatura del patronus indicata nell’epigrafe,
anziché il titolo di v(ir) i(nlustris), quello di v(ir)
l(audabilis)[102].
Proprietà ecclesiastiche sono
documentate presso Minturnae fin dall’età costantiniana,
quando lo stesso Costantino assegnò alla basilica cattedrale di Capua le
rendite della massa Statiliana, territurio Menturnense[103] (L. P. I, 186); nel 599,
papa Gregorio Magno sollecitò la restituzione al monastero spoletino di S.
Marco della massa Veneris, anch’essa sita nel territorio di Minturnae[104] (Greg.
M., Reg., IX, 87).
Nel 590, come è noto, il decremento
degli abitanti e del clero di Minturnae aveva costretto lo
stesso Gregorio Magno ad assegnare il territorio e le risorse della diocesi
minturnese al vescovo formiano Bacauda, unendo così le due sedi
episcopali[105] (Greg.
M., Reg., 1, 8).
STORIA
DEGLI STUDI
IL
TEATRO NELLA DESCRIZIONE DEI VIAGGIATORI
Tutti gli edifici, siano essi
antichi o moderni, subiscono con il passare del tempo modifiche e interventi
che oltre a cambiarne l’aspetto ne modificano l’utilizzo. È questo anche il
caso del teatro di Minturno, il quale, come molti altri edifici antichi, è
stato in un primo tempo soggetto ad abbandono (In una lettera di Gregorio Magno
al vescovo di Formia Bacauda, datata al 590, la città di Minturno viene
descritta come spopolata di clero ed abitanti[106]), successivamente a
spoliazione con conseguente degrado e stato di abbandono, e infine a riuso con
inevitabile modifiche sostanziali che ne hanno fortemente trasformato e
influenzate le strutture.
Per la realizzazione della nostra ricostruzione
del monumento è dunque stato necessario ‘mondare’ il monumento degli interventi
successivi all’epoca romana. E ciò è possibile solo conoscendo le
trasformazioni subite dal monumento attraverso le varie descrizioni giunte fino
a noi sotto forma di diari di viaggio, itinerari turistici e guide per
pellegrini, o immagini, siano esse semplici illustrazioni come quella che
troviamo nel testo di Igino Gromatico[107] (vd. tavola 1, immagine
1) o il folto repertorio artistico costituito da disegni e acquarelli, in ogni
caso frutto dei viaggi di artisti e studiosi nazionali ed europei che attraversarono
il territorio italiano lungo le antiche vie romane ammirandone i paesaggi e le
antichità dal Quattrocento in poi.
Leandro Alberti[108], che nel Cinquecento
attraversò tutta la penisola, nel resoconto di viaggio pubblicato nel 1548
ricorda le vestigia della città laziale e afferma che le struttura del teatro
si conservavano ancora quasi per intero. Mentre già nel 1587 le strutture del
teatro risultavano compromesse, come testimonia l’istoriografo fiammingo Arnold
von Buchell[109],
il quale ci dice che, a quella data, alle strutture del teatro erano già state
addossate dimore, in una delle quali egli stesso pernottò, e altri edifici
adibiti a usi diversi. Altri viaggiatori, tra il Cinquecento e il Seicento,
osservarono le rovine di Minturno e ne diedero una sommaria descrizione,
sottolineando come lo spazio interno del teatro, da loro erroneamente ritenuto
anfiteatro, era invaso d’animali da pascolo. Al Seicento risale una guida per i
pellegrini che in occasione del Giubileo si recavano a Roma[110] la quale reca la
seguente notizia: <<cernes ingentes
aedificiorum publicorum moles saxis et marboribus partim spoliatas, partim
integris: inter quas theatrum cum scaenam, proscenio, pulpito, membrisque suis
aliis, operis antiquis, sed ad modum solidi>>, sottolineando quanto
si verificava in ogni parte d’Italia, e cioè il riutilizzo di materiale
ricavato da edifici preesistenti, e quanto solida e possente apparisse la
costruzione a chi la osservava percorrendo l’antico tratto dell’Appia. Da
testimonianze successive sappiamo che lo spazio interno del teatro, ormai
abbandonato e ricoperto da una folta e selvaggia vegetazione, fu usato come
zona da pascolo[111].
La volontà di preservare il ricordo
di uno scorcio, di un particolare paesaggio, ha fatto sì che molte realtà
fossero a noi note grazie all’opera di artisti come Labruzzi e Mattei, che con la
loro arte hanno fissato sulla tela scenari che altrimenti sarebbero andati irrimediabilmente
persi. Ad essi si deve, dunque, la possibilità di viaggiare nel tempo e
osservare la bellezza di luoghi oggi completamente modificati dal trascorrere
dei secoli e dall’azione dell’uomo. Qui di seguito riportiamo le vedute più
significative del teatro di Minturno, partendo da quella realizzata da
Francisco de Hollanda[112]. L’artista portoghese
realizzò, durante il soggiorno italiano, svoltosi tra il 1538 e il 1545, una
serie di tavole illustrate che avrebbero dovuto mostrare al re Giovanni iii di Portogallo la magnificenza delle
rovine e delle antichità italiche. L’opera di Hollanda è dunque importantissima
proprio perché nata con lo scopo di riprodurre fedelmente le vestigia
superstiti di una civiltà ormai scomparsa. Il disegno (vd. tavola 1, immagine
2), che rappresenta il primo piano della Bastia di Garigliano, riproduce su di
una collinetta, in asse con le rovine dell’antico acquedotto, i resti di un
edificio costituito da arcate dall’andamento circolare. L’edificio si conserva
solo per il primo ordine, ma nella riproduzione dell’artista sembra che la
struttura conservi una sorta di cornice aggittante che doveva verosimilmente sottolineare
lo stacco dal primo al secondo ordine dell’edificio teatrale.
Al 1789 debbono essere riferiti due
acquarelli di C. Labruzzi[113]. Il primo (vd. tavola 1,
immagine 3) ritrae le ampie arcate esterne del teatro, alle estremità delle quali
sembrano essere stati addossati due edifici abitativi moderni: le arcate,
dall’andamento circolare, appaiono corrose e in alcuni punti ricoperti di
flora; dalla rappresentazione sembra che della vegetazione emerga anche dalla
parte interna dell’edificio, le cui gradinate sembrano ormai interrate; sul
lato destro dell’acquarello è possibile osservare i resti di una scalinata che
probabilmente consentiva l’accesso ai livelli più alti dell’edificio e di un
muro che potrebbe appartenere al parapetto del secondo ordine. Il secondo
acquarello (vd. tavola 1, immagine 4), risalente anch’esso al 1789, raffigura
dei contadini che conversano all’interno di uno spazio il cui perimetro sembra
definito da rovine dall’andamento circolare. Credo che queste strutture non
possano essere attribuite all’edificio teatrale, dal momento che i resti non
ricordano, per articolazione e struttura, quelle del teatro. Al contrario, a un
edificio teatrale potrebbero essere attribuiti i resti di una struttura dal
chiaro andamento semicircolare che si vede in lontananza: probabilmente il
teatro è stato osservato non dal lato delle sostruzioni, come avviene
nell’acquarello precedente, ma dalla scena.
Al 1883 circa risale invece il
disegno di P. Mattej[114] (vd. tavola 1, immagine
5), che ritrae il teatro circondato dalla campagna e poco distante dal ponte
che consentiva l’attraversamento del Garigliano. Sono ben visibili sul lato
sinistro del disegno un edificio addossato al teatro, seguito da quattro arcate
di sostegno appartenenti probabilmente alle strutture antiche. A destra il
teatro è completamente coperto da una abitazione moderna. Nello spazio compreso
tra le arcate di sostegno poste a sinistra e la casa moderna posta a destra, si
nota una superficie che segue l’andamento della struttura teatrale e presenta
un doppio ordine di arcate.
IL
TEATRO NELLA DESCRIZIONE DEGLI STUDIOSI
Nella fase preliminare di studio e
ricostruzione è doveroso tenere conto di quanto osservato e descritto dagli
studiosi di ogni epoca. È indubbio che molti sono stati gli archeologi e gl’istoriografi
che hanno trattato del teatro analizzandone la struttura, la storia e gli
utilizzi.
Dalle fonti istoriche si scopre che
come molti altri edifici per spettacolo, anche quello di Minturno è stato usato
come struttura difensiva.
Una prima testimonianza di ciò
viene fornita da Procopio, che nel suo “De
bello Gothico”, datato alla metà del IV sec. d. C., ricorda come le
strutture teatrali vennero apprestate a cinta muraria con scopi difensivi.
Questa funzione si ripeterà nel IX-X secolo, periodo in cui il teatro è
occupato dai Saraceni che vi si accampano per quaranta anni circa, e nel
dicembre del 1503 quando <<alle reliquie di un teatro antico>>[115] i francesi di Luigi XII
creano una linea di difesa per contrastare l’esercito spagnolo di Ferdinando il
Cattolico durante la battaglia del Garigliano.
Grazie alla ricerca archeologica di
J. Johnson sappiamo che per un periodo non ben precisato l’interno del teatro fu
adibito ad area cimiteriale: infatti all’interno dell’orchestra sono state
portate in luce diverse tombe ritenute dall’archeologo americano di probabile
epoca cristiana.
Studiosi successivi hanno descritto
dettagliatamente la struttura. Tra questi, spiccano l’Aurigemma e lo Jacopi[116], che molto dettagliatamente
e diffusamente si sono soffermati sugli interventi di restauro dell’edificio,
nonché il De Santis, che elenca, tra l’altro, con minuzia di particolari gli
interventi di restauro che hanno interessato l’area del teatro al fine di
renderlo nuovamente fruibile.
Qui di seguito riassumiamo le
interpretazioni dell’edificio approntate dai diversi autori.
Secondo J. Johnson, “The Theatre at Minturnae”, AJA, 1934, p.
125, in seguito alle indagini archeologiche svolte nel 1933, la realizzazione
dell’edificio teatrale è da collocare tra il 15 ed il 20 d. C. Al momento della
sua indagine archeologica, delle 24 strutture voltate a sostegno della cavea se
ne conservano in buone condizioni solo tre. Secondo l’archeologo americano le
strutture della cavea non hanno subito durante il trascorrere dei secoli
modifiche, mentre la scaena e il podium sono stati spesso oggetto di
ristrutturati. Lo stesso studioso, in “Excavation
at Minturnae”, 1985, p. 87-89, deduce dai dati di scavo che la
realizzazione del teatro deve essere collocata nella seconda decade dell’era
cristiana. All’indomani dell’incendio che ha distrutto nel 45 a. C. la prima stoà e le tabernae del foro, si è resa necessaria la ristrutturazione di
tutta l’area e la costruzione di una nuova stoà.
Le fondazioni del triportico dimostrano che la ricostruzione è avvenuta senza
tener conto del teatro, il quale, sorto alle spalle della struttura, avrebbe
notevolmente influito sull’ampiezza e l’andamento della stessa, cosa che non si
è verificata. Nella sua prima fase l’edificio teatrale aveva una scena molto
semplice, probabilmente priva di muro posteriore oltre quello della stoà. Dopo circa un secolo si è sentita
la necessità di adeguare la struttura teatrale ai più complessi edifici
dell’impero che evidenziavano il livello raggiunto dall’architettura romana.
La necessità di dotare il teatro di una scena più complessa è stata soddisfatta
a spese della stoà, la cui ala settentrionale
è stata spostata verso meridione per una distanza uguale alla metà dell’ampiezza
dell’ala stessa. Le originarie fondazioni della stoà sono state utilizzate e incorporate nelle fondazioni del muro
della scena. Lo spazio determinatosi tra il muro della scena e il muro settentrionale
della stoà diviso da tramezzi, ha
permesso la realizzazione di vani usati come ambienti di servizio del teatro.
S. Aurigemma e A. De Santis, in “Gaeta, Formia, Minturno”, Roma, 1960, p.
43-47, propongono un’attenta e sistematica ricostruzione dell’edificio partendo
dalle sue dimensioni. Il teatro si sviluppa infatti per una lunghezza di 78
metri, misurato da esterno a esterno sulla linea del ciglio della fronte del
proscenio. La profondità, calcolata dal punto esterno di maggiore convessità
della cavea e l’esterno del muro del fronte-scena, è di 50 m. Il raggio massimo,
misurato a partire dal semicerchio dell’orchestra, è di 39,15 m. Sulla base di
questi dati, gl’insigni studiosi hanno elaborato la seguente proposta di
ricostruzione. Cavea: due semicerchi sovrapposti di ampie lastre in pietra poste
al limite dell’orchestra sottolineano l’area destinata alle cariche più
importanti della società. Su di essi è infatti possibile che fossero collocati
i sedili di legno movibili destinati ai cives
di riguardo. Alle spalle di tali lastre si conserva un solco, probabile
alloggiamento del balteus. La cavea
vera e propria è organizzata in due meniani. L’inferiore, sostenuto da
quattordici muri radiali, è diviso in due gruppi di gradini: il più basso, l’ima cavea, è formato da quattordici file
di posti alte ciascuna 0,36 m. e profonda 0,71 m. I posti a sedere erano
organizzati in settori o cunei in numero di quattordici a cui si accedeva
grazie a cinque scalette di cui le più esterne occupavano il ciglio esterno dei
corridoi orientale ed occidentale mentre quella mediana risulta spostata più
verso destra. La media cavea conta nove fila di posti divisi in otto cunei a
cui si accede grazie a nove scalette. Il secondo meniano, probabilmente
realizzato in legno, poggiava su volte sostenute da ventiquattro muri radiali.
Di esso purtroppo non resta nulla. All’altezza del primo piano vi era un
ambulacro a cui si accedeva grazie a due rampe di scale poste nei fornici 3-4 e
22-23. Un secondo ambulacro era al di sotto dell’ima cavea. Per quanto riguarda
la scena, il pulpitum è, nella
ricostruzione degli studiosi, sopraelevato rispetto all’orchestra; sulla fronte
sono visibili quattro nicchie rettangolari e tre ricurve.
M. Bieber, “The history of the greek and roman theater”, Princeton, 1961, p. 90-93,
suppone, in aggiunta, che il proscenio avesse tre nicchie semicircolari e due
rettangolari e che nell’orchestra vi fosse un gradino per la bisellia.
G. Jacopi, “Un ricco filone archeologico scoperto nella zona del teatro romano di Minturnae”,
Roma, 1963, dopo un breve cenno alla storia degli scavi che hanno interessato
la zona del teatro (in particolare quelli del dopoguerra voluti e sostenuti dalla
Sovrintendenza alle Antichità di Roma e volti al risanamento delle ferite
belliche), ricorda gli interventi che lo hanno reso di nuovo fruibile e che
hanno permesso di assistere alla prima rappresentazione delle “Troiane”. Per accogliere gli spettatori
sono stati ripristinati circa 1000 posti del primo meniano e un tratto di volta
del portico franato. L’orchestra e il pulpitum
sono stati resi praticabili e messi in stato di agibilità grazie ad un tavolato
ligneo a proteggere l’originaria struttura per evitarne il danneggiamento. Gli
accessi sono stati resi accessibili grazie ad un’opera di livellamento. Altri
interventi hanno permesso di realizzare due ampi parcheggi. Durante questi
lavori sono state portate in luce due iscrizioni che ricordano la prima un
imperatore grande e invitto, Pio Felice, il cui nome eraso ha portato a pensare
che l’iscrizione citasse Commodo, la seconda, costituita da due frammenti,
celebra Settimio Severo, Caracalla e Geta, il nome di quest’ultimo eraso, i
quali provvidero alla lastricatura della strada che conduceva alle Acque
Vescine. Importante è il rinvenimento di un busto marmoreo dell’imperatrice
Anna Galeria Faustina, moglie di Antonino Pio, ritratta in età giovanile prima
della consacrazione.
De Rossi, “Lazio Meridionale”, Roma, 1980, p. 161, fa notare che del teatro si
conservano molte delle 24 arcate della fronte semicircolare esterna da cui
partivano le mura radiali su cui erano impostate le gradinate della cavea
disposta su due piani. Su alcuni gradini si conservano i numerali romani
relativi alla sequenza dei posti. Della scena sono rimaste le strutture
portanti. Il pavimento era infatti realizzato in tavoloni lignei amovibili, con
la fronte decorata a nicchie rettangolari alternate a nicchie curvilinee. La
tecnica costruttiva in reticolato con ammorsature in blocchetti di calcare fa
risalire la realizzazione del monumento ai primi anni del I d. C. L’autore conferma
inoltre che l’edificio è stato soggetto ad interventi di restauro realizzati in
laterizio e in opera listata che interessarono soprattutto la parte posteriore
della scena con l’incorporazione del lato posteriore del portico del foro, dove
vennero ricavati degli ambienti di servizio.
D. B. Small, “Studies in Roman Theater Design”, in AJA, 87, 1983, p. 60, afferma
che il teatro di Minturno rispetta i canoni dettai da Vitruvio nel suo “De Architettura”. La scaenae frons è stata realizzata oltre
il perimetro dell’orchestra. Le porte del palco sono molto spaziose. La sua
costruzione deve essere fissata nel I sec. d. C.
P. Ciancio Rossetto e G. Pisani
Sartorio, “Teatri greci e romani. Alle
origini del linguaggio rappresentativo”, Roma, 1994, forniscono, con ottime
prove documentarie, un ottima ricostruzione del teatro. Le due grandi studiose innanzitutto
dimostrano definitivamente come il teatro di Minturno fosse di tipo urbano e orientato
a Sud-Ovest. Poi dimostrano come la cavea poggiasse su sostruzioni costituite
da una zona più interna di ambienti radiali, un ambulacro a doppia navata ed
una zona esterna a fornice che si articola in una facciata a due ordini. I
posti a sedere, su alcuni dei quali è inciso il numero relativo all’ordine
sequenziale, sono organizzati in due maeniana.
Nell’orchestra vi è un gradone per la proedria.
La scaenae frons è rettilinea e
affiancata ai due lati da ambienti di servizio. È presente una porticus post scaenam costituita dal
braccio settentrionale del triportico repubblicano. Le strutture sono in opera
reticolata in cui sono stati impiegati materiali diversi.
P. Gross, “L’architettura romana”, Milano, 1996, p. 316, descrive
esclusivamente l’ambulacro, come larghissimo e diviso internamente da una fila
di piloni.
G. R. Bellini, “Il teatro romano di Minturnae” in “Il teatro romano di Minturnae. Le stagioni
di spettacoli dal 1960-2004”, Marina di Minturno, 2005, oltre a una attenta
ricostruzione istorica delle fasi del monumento, la cui costruzione, secondo lo
studioso, va collocata nella prima metà del I sec. a. C., come egli deduce da
due iscrizioni rinvenute durante lo scavo delle fondazioni del tempio di
Augusto, fornisce una sommaria ma attenta e diligente descrizione delle
strutture. La cavea, dotata di gradinationes in pietra, era divisa in
quattro settori; le gradinate inferiori con subsellia
amovibili, posti sulla prima fila di posti, erano divise dalle altre gradinate
destinate alla gente comune da lastre in calcare innalzate tra i due ordini. L’orchestra
presenta il perimetro esterno percorso da un canale di raccolta delle acque
provenienti dalla cavea. Ai lati del pulpitum
troviamo le basiliche, una sul lato orientale dove sono state realizzate le
latrine, due sul lato occidentale usate per la sosta degli spettatori. La porticus post scaenam, che ha inglobato
il lato settentrionale del portico, relativo al foro repubblicano, è
organizzato in ambienti di servizio. L’accesso alla cavea avveniva attraverso l’aditus per l’ima e media cavea e scale
esterne realizzate nei fornici del portico semi-anulare per la summa cavea.
I
RILIEVI
Per una ricostruzione il più
possibilmente attendibile e scientificamente fondata del monumento è necessario
analizzare i rilievi che sono stati realizzati nel tempo, che mi sono stati
gentilmente messi a disposizione dalla Sovrintendenza del Lazio. Nella loro
descrizione seguiremo l’ordine di registrazione utilizzato dagli archivi della
Sovrintendenza.
- Rilievo num. 687. Realizzato dal Leporini, ha come oggetto il
teatro edificato in età Augustea. Alle spalle dell’edificio teatrale non
troviamo gli ambienti di servizio (che verranno realizzati in un secondo
momento) ma il triportico che definisce lo spazio del foro repubblicano. Dal
rilievo appare evidente l’assenza di postscaenium,
come avviene nei teatri di Ostia e Cassino[117] e la presenza ai lati
del palco dei soli parascaenii.
Questo rilievo riproduce una situazione che si è notevolmente modificata con il
trascorrere del tempo e che non può (allo stato attuale della situazione archeologica
e documentaria) essere verificata.
- Rilievo num. 697. Il disegno, di autore sconosciuto, ha come
oggetto la sezione della cavea e del corridoio semi-anulare del primo ordine.
Questo rilievo è stato fondamentale per la ricostruzione dell’edificio, dal
momento che ha reso possibile la misurazione dei settori difficili da osservare
direttamente. Va comunque sottolineato che viene restituita la situazione del
teatro all’indomani dei restauri degli anni sessanta: un esempio sono le
strutture murarie costruite per sostenere i sedili dell’ima cavea realizzati in
sostituzione degli ambienti voltati di epoca romana.
- Rilievi num. 699 e 705. Anche di questi non conosciamo l’autore. Si
tratta di disegni che costituiscono ricostruzioni ipotetiche rispettivamente
del prospetto esterno e dell’articolazione degli spazi interni.
Il rilievo 699 ricostruisce un
teatro a due ordini dotato di una serie di arcate decorate con lesene aggittanti
sia per il primo ordine che per il secondo. La separazione tra i due piani è
sottolineata grazie all’utilizzo di cornici di cui però non abbiamo traccia.
Il Rilievo num. 705, anche questo
di autore sconosciuto, ha invece come oggetto lo spazio interno dell’edificio e
gli accessi alla summa cavea. Il secondo ordine è diviso in due ambienti, un
ampio corridoio porticato che permette agli spettatori di osservare il
paesaggio circostante e un corridoio interno il quale consente l’accesso alla
media cavea sulla cui precinzione sono state realizzate tre rampe di scale che
permettono di accedere alle gradinate della summa cavea.
- Rilievo num. 710. Anch’esso realizzato dal Leporini come il 687, ne
è la versione riveduta. Evidenzia le diverse fasi dell’edificio, sottolineate
dall’utilizzo di tecniche edilizie diverse. In questo disegno viene restituito
l’edificio teatrale dopo i restauri e le modifiche avvenute sia in età adrianea
che in epoca successiva. Alle spalle del teatro abbiamo 14 vani che
sostituiscono il portico presente nel rilievo num. 687 e il portico che si
affianca al parascenio del lato Ovest.
Senza dubbio questo rilievo è stato il nostro punto di partenza per la ricostruzione
dell’edificio, dal momento che ne restituisce fedelmente le fasi principali e
le strutture generali.
- Rilievo num. 714. Il quale ha come oggetto la sezione della scaena. Dal momento che l’intera
struttura era ricoperta da tavolato ligneo, è stato possibile osservare le
strutture della fossa scenica che oggi non sono osservabili direttamente. Nella
riproduzione del rilievo vengono evidenziati i tipi di muratura utilizzati per
l’edificazione delle singole strutture: opus
reticulatum per la fossa scenica e opus
testaceum per le strutture della scaenae
frons. Anche per questo rilievo l’autore è sconosciuto.
- Rilievo num. 5772. Realizzato da M. Marchetti, il disegno è uno
degli ultimi rilievi della struttura teatrale e ha come soggetto le strutture
della scena con particolare attenzione alla fossa scenica. Vengono evidenziate
le strutture che ancora si conservano, in particolare le sporgenze realizzate
in opera cementizia poste ai lati delle porte laterali, interpretabili come i
resti dei podi che decoravano la scena. Nella realizzazione del rilievo viene
data anche un’ipotesi ricostruttiva della struttura lignea che doveva sostenere
il tavolato posto a pavimentazione del palco scenico.
CARATTERI
GENERALI DEL TEATRO
E
ANALISI DELLE STRUTTURE
IL
TEATRO NEL CONTESTO URBANO
Più volte in letteratura si è
sottolineata la tardiva comparsa del teatro stabile nell’assetto monumentale
romano[118],
conseguenza della volontà da parte dei senatori conservatori[119] di preservare lo spazio
pubblico da un edificio che minasse la virilità del popolo, permettendo
l’incontro e l’aggregazione di semplici cittadini, al fine di proteggere lo Stato
da eventuali insurrezioni. Ma, dopo Pompeo, e quindi in seguito alla
costruzione del primo teatro lapideo[120], l’edificio teatrale fa la
sua comparsa nello spazio pubblico, si impone come luogo di aggregazione, e
soprattutto, con il foro e i monumenti costruiti in esso, diviene uno strumento
dei propaganda politica non solo a Roma ma in tutto l’Impero[121].
Ritenuto da Vitruvio[122] una struttura essenziale
nel processo di urbanizzazione romana, secondo solo al foro, il Teatro diviene
l’esempio più forte delle conoscenze tecniche acquisite dagli architetti e
costruttori romani. (Nel I sec. a. C. si assiste alla crescita professionale delle
maestranze romane le quali, organizzate in squadre specializzate, sono attive
nella realizzazione degli edifici in tutte le fasi della costruzione, dal
lavoro di estrazione e lavorazione del pietrame fino alla loro messa in opera.
Questa nuova professionalità è da contrapporre alla mano d’opera servile
impiegata nella realizzazione dell’opus incertum[123].)
Non più addossato a declivi
naturali o artificiali, come invece avveniva per il teatro greco,
l’edificazione del teatro romano è libera, svincolata dalla natura del luogo, e
la scelta dell’area in cui era innalzato legata solo a ragioni di salubrità[124] e non anche a esigenze
costruttive. Questo è uno degli elementi basilari, dal momento che è stato possibile,
grazie all’uso di sostruzioni, costruire il teatro all’interno del circuito
murario e lungo direttrici viarie che permettevano un rapido afflusso e un
sicuro deflusso degli spettatori[125].
La costruzione del teatro implica
la realizzazione di un’altra serie di edifici destinati anche essi all’incontro
dei cittadini: come sottolinea sempre Vitruvio è essenziale che con il teatro
vengano realizzati dei portici in cui gli spettatori possano ripararsi dalle
intemperie o attendere l’inizio dello spettacolo, stessa funzione che assumono
anche le aule o basiliche poste ai lati della struttura scenica.
La destinazione di un settore
urbano per la costruzione del complesso teatro+porticato fa sì che all’interno
della città ci sia un vero e proprio quartiere destinato all’incontro e allo
svago dei cittadini. In realtà diverse dall’Urbe, l’occasione di assistere ad
uno spettacolo teatrale è, per quei cives
che vivono nelle campagne circostanti la colonia, l’occasione di sentirsi parte
della comunità, e la frequentazione dei portici e delle basiliche permette
loro, come del resto a tutti i cittadini, di stringere alleanze e fare affari.
La parola teatro, ieri come oggi, è
sinonimo di cultura e diffusione del sapere, ma nella società greca e romana è
anche sinonimo di ecclesia e
democrazia[126]:
in esso la popolazione si riuniva per prendere importanti decisioni, ed è forse
per questo che l’edificio è ritenuto un grande esempio di edilizia civile di
cui la comunità sente il bisogno di munirsi e che s’impegna ardentemente a
preservare. La loro costruzione è resa possibile non solo grazie all’intervento
imperiale ma anche grazie alla generosità di concittadini illustri, che
mettendo la loro influenza e possibilità economica a servizio della comunità,
partecipano alla loro costruzione e quando necessario ne promuovono interventi
di restauro[127],
come testimoniato dalle molte iscrizioni rinvenute nei pressi dei teatri
italiani e di tutto il bacino del Mediterraneo.
Da Pompeo in poi e per tutta l’età
imperiale la costruzione del teatro è anche sinonimo di propaganda politica, e diviene
un mezzo attraverso il quale assicurarsi il favore del popolo[128], e successivamente con
Augusto diviene emblema della società e strumento di diffusione della cultura
romana in tutte le regioni dell’Impero.
Grazie al suo spesso imponente apparato
scultoreo, posto a decoro in particolare della scena e incentrato sulla figura
dell’imperatore e dei membri della famiglia imperiale, Augusto e i suoi
successori saranno, per esempio, sempre presenti tra il popolo nei momenti più
importanti per la comunità, dalle assemblee e manifestazioni ufficiali fino
alle più discusse[129] rappresentazioni
teatrali.
Questa forte valenza culturale e
civica è presente anche nel teatro di Minturnae,
che sorge, orientato verso Sud-Ovest, nell’area interessata
dall’ampliamento della colonia avvenuto agli inizi del II sec. a. C., lungo il
lato Ovest dell’originario castrum[130] e nell’area a Nord del foro tra il muro settentrionale
della stoà e le mura della città (vd.
tavola 2, figura 1).
La realizzazione di un imponente
edificio è senza dubbio soggetta ai limiti imposti dalle strutture
preesistenti, e nel nostro caso l’edificio deve rispettare strutture come la porticus che cinge il foro repubblicano,
le mura cittadine, un tratto delle quali viene abbattuto in un secondo momento
per permettere la costruzione delle sostruzioni teatrali durante una fase di
ampliamento, e in fine i due cardini paralleli alla via Appia. Questi due
percorsi viari, che costeggiano l’edificio sui lati Est ed Ovest,
costituiscono le due vie di accesso diretto al teatro, se si considera che nel
corso del II sec. d. C. in seguito alla realizzazione di due ninfei a chiusura
dei due bracci della porticus, accessibili
dall’Appia, è stato definitivamente impedito l’accesso al teatro attraverso il decumanus maximus e quindi dal foro[131].
È importante sottolineare i
mutamenti del percorso stradale della colonia in relazione al teatro poiché
questi rispecchiano trasformazioni più ampie. In seguito alla ristrutturazione
della città avvenuta nel periodo augusteo[132], il foro e il teatro
sono interessati da interventi di ristrutturazione e di modifiche che rendono il
blocco costituito da teatro e foro fonte primaria di propaganda del nuovo
assetto sociale romano. I nuovi templi, il Caesareum,
edificato nel foro accanto al Capitolium,
e quello dedicato alla Concordiae
Augustae nelle immediate vicinanze, rappresentano il centro religioso della
colonia, centro che è in stretta connessione con l’edificio teatrale posto alle
spalle dell’area forense e messo direttamente in comunicazione con esso grazie
al portico: quest’ultimo, infatti, oltre a incorniciare su tre lati il foro
repubblicano, funge da porticus post
scaenam e probabilmente da ingresso principale al teatro, dal momento che è
direttamente accessibile dal foro e quindi dalla via Appia.
Si viene a creare in tal modo
all’interno della città un quartiere destinato al culto imperiale[133], un culto che è sì volto
alla esaltazione dell’imperatore ma allo stesso tempo lo avvicina al popolo
grazie all’accessibilità e fruibilità di questi spazi a tutti i cittadini e fa
così del teatro uno dei simboli della liturgia imperiale.
Il rapporto di comunicabilità tra
foro e teatro cambia, abbiamo detto, in epoca adrianea, allorché la costruzione
di due ninfei blocca l’accesso alla porticus
direttamente dal decumanus maximus e
l’innalzamento del piano di calpestio determina nuove soluzioni di
percorribilità. Il foro repubblicano diviene così un settore della città
chiuso, non più comunicante con il teatro e in tal modo l’unione dei due
settori viene definitivamente cancellato, determinando anche l’esclusione
dell’edificio teatrale dalla liturgia imperiale che si svolge ora solo
all’interno dello spazio sacro del foro.
STORIA
DEL TEATRO
La storia del teatro va di pari
passo con quella della città. Esso nasce nel periodo di massima ricchezza e
prosperità della colonia, quando ormai lo spazio del castrum è troppo limitato per la popolazione in continuo aumento e
bisognosa di dotarsi di spazi pubblici all’altezza della nuova realtà sociale
ed economica. Successivamente, subisce cambiamenti e ampliamenti nell’età augustea
e traianea fino al VI sec. d. C., quando la città, ormai abbandonata, è
lasciata al suo destino di rovina e sfacelo.
La prima fase del teatro di Minturnae è testimoniata esclusivamente
da rinvenimenti scultorei ed epigrafici, parte dei quali portati in luce
durante gli scavi condotti da Johnson negli anni 1931-33. Un’epigrafe
individuata su uno dei cippi rinvenuti nel basamento del tempio A, datata
all’ultimo quarto della prima metà del I sec. a. C., ricorda la presenza di ludi scaenici.
Una seconda iscrizione, datata I
sec. a. C., rinvenuta in località Cisterna, ricorda la costruzione di un teatro
grazie a dodicimila sesterzi forniti dalla cassa di Marte, con il contributo
del pagus Vescinus.
Questa iscrizione è ritenuta
testimonianza dell’esistenza di un teatro diverso da quello della colonia, ma
secondo altri studiosi[134] la epigrafe deve essere
attribuita al teatro di Minturnae:
infatti il collegium donatore della
somma di danaro è ricordato anche in una iscrizione riportata su uno dei cippi
posti nel podio del tempio A e quindi collocabile nella stessa Minturnae.
La realizzazione del teatro grazie
alla collaborazione del pagus Vescinus
risulta spiegabilissima se si considera il ruolo svolto dalla città nello
sviluppo economico di tutto il territorio, sicché è pertanto possibile che non
solo i cittadini di Minturno ma anche gli abitanti dei piccoli centri vicini
abbiano sostenuto la costruzione del monumento in uno dei centri più
importanti, vero motore di crescita e sviluppo del basso Lazio.
Alla prima fase del monumento
debbono essere attribuite anche due statue in calcarenite raffiguranti figure
femminili, databili alla tarda età repubblicana, probabilmente parte di un
corredo scultoreo che aveva come soggetto le Muse[135], e frammenti di statue e
ritratti reimpiegati nella decorazione del teatro in epoca augustea.
Il caos che si diffonde in Italia all’indomani della morte di Cesare e
alla conseguente guerra civile giunge anche nella città laziale. Ne sono
testimonianza le tracce di incendio sui cippi ricordate prima e, nel foro, nell’area
occupata dalle tabernae[136], è pertanto probabile
che anche il teatro sia stato interessato da azioni di distruzione a cui
seguiranno, una volta tornata la pace, interventi imperiali volti alla
ristrutturazione della città e che interessano non solo l’area forense e la via
Appia ma anche il teatro ricostruito in pietra di coreno[137] (vd. tavola 2, rilievo
687). A questa fase devono essere ricollegate le importanti modifiche che
interessano l’area della scaena, la
quale viene probabilmente monumentalizzata per rendere il teatro all’altezza
della nuova organizzazione urbana. Di questa fase si conservano capitelli e
cornici della trabeazione principale ed una grande quantità di architravi,
piccoli cornici, ed altri elementi architettonici attribuibili al pulpito,
tutti elementi in marmo, materiale utilizzato per la prima volta nella colonia
proprio in questa fase (vd. tavola 3, foto 1).
Ulteriori modifiche la struttura
teatrale le subisce ancora in epoca adrianea[138], e anche in questo caso
la ristrutturazione del teatro va di pari passo con un rinnovamento urbano che
prevede un rialzamento del piano di calpestio, l’innalzamento di mura lungo le
strade, e l’obliterazione di alcune di esse. Gli interventi che interessano il
teatro riguardano in particolare la ricostruzione della scena, la quale, oltre
ad assorbire il lato Nord della stoà che affaccia sul foro, permettendo
la realizzazione di quattordici ambienti di servizio, viene completamente
modificata grazie ad un nuovo pulpitum
ligneo rialzato, un proscenio a nicchie rettangolari ed absidate, e un fronte
scenico in cui si aprono la valva regia e le valvae hospitales (vd. tavola 2, rilievo 710). La scena così
ristrutturata è organizzata probabilmente in più ordini[139].
Le modifiche subite dal teatro
incidono fortemente sullo spazio circostante e in particolar modo sulla
viabilità. Il quale, infatti, imponendosi sul cardo settentrionale ne determina
la chiusura definitiva, mentre diviene necessario creare una variante per il
cardo orientale[140].
Negli anni successivi il teatro non
subisce sostanziali modifiche, ma in età antonina viene rinnovato l’apparato scultoreo
della scena. Del nuovo complesso scultoreo del teatro di Minturno si conservano:
quattro statue marmoree raffiguranti Hermes, Dioniso, Artemide ed Eracle
databili al II d. C., tutte di dimensioni minori del vero; una statuetta
frammentaria di Venere marina; e due statue femminili ioniche della fine del II
secolo d. C. o dell’inizio del III, forse raffiguranti divinità o membri della
famiglia imperiale.
Il teatro è stato usato fino al V
sec. d. C. Ciò è testimoniato da una tabula bronzea, rinvenuta durante gli
scavi del 1933, in cui il popolo di Minturno elogia e acclama la generosità di
Flavio Teodoro[141], ricordato uomo
eccellente e magnanimo benefattore dei suoi concittadini (vd. tavola 3, foto 2).
La decisione di apporre la Tabula
tra le sostruzioni del teatro sottintende che questo luogo fosse ancora
frequentato ed è anzi ritenuto uno dei più importanti tanto da essere scelto
come spazio in cui onorare pubblicamente un cittadino.
La storia del teatro dopo il V sec.
d. C. si confonde nel caos che vive
l’Impero romano: da luogo di spettacolo diviene strumento di difesa, si
trasforma in fortino in cui rifugiarsi dagli attacchi degli invasori, fino a
divenire cava da cui ricavare materiale per costruire i simboli del nuovo
potere, quello della chiesa che, divenuta religione ufficiale dell’Impero,
trasforma le vestigia romane in cantieri da cui ricavare i materiali più
pregiati per la costruzione dei nuovi edifici sacri.
Le colonne che abbellivano la scena
e altri elementi decorativi vengono asportati dal monumento per essere
ricollocati nella chiesa di S. Pietro, costruita nel XII sec. nella nuova
Minturno allora chiamata Traetto. In essa molti sono i reperti da ritenere
frutto di spoliazione: numerose colonne di marmi e dimensioni diverse,
capitelli corinzi e cornici che potrebbero essere stati asportati dal teatro,
così come i blocchi di pietra della cavea riutilizzati per le gradinate di
accesso alla cattedrale[142] (vd. tavola 3, foto 3,
4, 5).
L’attenzione per l’antica città si
riaccende nel 1787 con le ricerche prima dello studioso Venuti e
successivamente del Nugent[143], il quale intraprese importanti
ricerche tra il 1817 e 1819 che culminarono nel recupero di vari reperti
scultorei, tra cui degli elementi appartenenti all’impianto decorativo della
scena del teatro[144], trasferiti nel museo di
Zagabria dove sono tutt’ora esposti.
Poco prima della seconda guerra
mondiale l’edifico fu soggetto a interventi di restauro[145]. Il primo di questi
interventi ha interessato le sostruzioni esterne che sono state liberate dalle
abitazioni private che con il tempo si sono addossate ad esse, il secondo ha
riguardato la ricostruzione della copertura dell’ambulacro; a causa del
bombardamento a cui è stato sottoposto l’edificio durante la seconda guerra
mondiale molte delle strutture sono andate distrutte, come testimoniano le foto
scattate negli anni quaranta, che ritraggono un edificio le cui strutture
principali sono completamente distrutte (vd. tavola 3, foto 6, 7, 8).
Un grande intervento di restauro,
volto a rendere di nuovo agibile l’edificio, è stato attuato effettuato negli
anni sessanta (vd. tavola 3, foto 9), interessando non solo le gradinate
appartenenti alla cavea e la copertura dell’ambulacro ma anche lo spazio
esterno[146].
Oggi il teatro è tornato a nuova vita e accoglie diversi eventi culturali.
LE
STRUTTURE
La storia di ogni monumento può
essere seguita attraverso il rilievo e l’attenta analisi tecnica delle
strutture che lo compongono: il trascorrere del tempo lascia infatti segni tangibili
su ciascuna di esse. In fondo la struttura muraria può giustamente essere
considerata un documento: la quale è infatti un prodotto della società e come
tale ne testimonia la cultura, la situazione economia e la mentalità[147]. Nel raccontare la
storia del teatro abbiamo sottolineato le fasi che esso ha attraversato e che
possono essere sintetizzate in quattro periodi principali che, fatta eccezione
per il primo (che si estende per tutta l’età repubblicana, della quale
purtroppo non abbiamo rilievi tangibili), possono essere individuati nei
diversi settori che compongono l’edificio. La seconda fase coincide con l’età augustea:
a questo periodo possono essere attribuite le sostruzioni, il corridoio semi-anulare,
e parte delle strutture che compongono la fossa scenica, tutti elementi che sono
stati realizzati in opus reticulatum[148], la cui datazione viene grosso modo posta tra la fine dell’età
repubblicana e l’età augustea[149].
Dal momento che le diverse
tipologie di materiali utilizzati nella realizzazione di queste murature non ci
sono di aiuto per stabilire la datazione delle opere murarie poiché esse sono
scelte solo in base a un criterio di reperibilità, per la cronologia delle
tecniche edilizie possiamo basarci esclusivamente sui monumenti in cui vengono
impiegate e per i quali la datazione può essere considerata certa[150]. In Ostia l’opus reticulatum
è usato per la ricostruzione di alcune abitazioni costruite lungo il decumano,
in un’area posta tra la porta occidentale del castrum e Porta Marina; queste costruzioni, originariamente realizzate
in opus incertum, sono importanti non solo perché rendono evidente la
successione temporale delle due tecniche edilizie, ma anche perché ci permettono
di datare l’introduzione del reticolato ad Ostia all’inizio del I sec. a. C. In
Pompei il reticolato testimonia invece il trasformarsi della città campana in
colonia romana: le prime testimonianze si datano infatti all’età sillana, e a
questa fase possono essere attribuite le strutture del teatro piccolo. Al 30 a.
C. risale, secondo la comune opinione di storici e archeologi, la realizzazione
del teatro di Ercolano il quale, insieme alle terme suburbane e al muro
meridionale del Macellum di Pompei,
testimonia l’utilizzo e la diffusione di questa tecnica. A Roma il primo grande
edificio in cui il reticolato viene impiegato è il teatro di Pompeo, le cui
sostruzioni sono state realizzate in opus
caementicium e rivestite in opus reticulatum. Un altro monumento in
cui viene impiegata tale tipologia costruttiva è il teatro di Marcello (tavola
4, immagine 1), inaugurato ufficialmente nel 13 a. C. Questa prima fase vede
l’impiego esclusivo di tessere quadrangolari messe in opera con una
inclinazione di 45 gradi senza l’utilizzo di altri materiali[151], mentre in una fase
successiva (a partire dall’età tiberiana) alle tessere si aggiungerà il
laterizio.
La presenza di laterizi, o altro
materiale impiegato, nella lavorazione dei cantonali, insieme alla maggiore qualità
nella lavorazione e alla diversa grandezza delle tessere costituiscono gli
elementi utili per la datazione. Alla fine della età repubblicana e durante
l’epoca augustea gli spigoli delle strutture sono rifiniti grazie all’impiego
di piccoli blocchi di tufo ben squadrati, cd. opus vittatum, i quali
vengono impiegati dagli architetti per dare alla struttura maggiore resistenza.
Va ricordato però che vi sono delle eccezioni, come la scena del teatro piccolo
di Pompei, dove troviamo ammorsature realizzate con l’impiego di laterizi
disposti “a vela”[152] secondo un uso riferibile
alla prima fase edilizia della colonia, o l’odeon,
sempre a Pompei, che presenta anch’esso ammorsature “a vela” (o “a dente di
lupo”). Le strutture dell’odeon sono
databili non oltre l’età cesariana, grazie a tracce di affresco di II stile che
si conservano sulle pareti della scaenae
frons[153].
Durante la dinastia Claudia i
blocchetti di tufo vengono sostituiti dal mattone che, impiegato negli spigoli,
si collega all’opera reticolata grazie ad ammorsature rettangolari chiamate
“denti”, dalla profondità variabile, a cui si accostano le tessere del reticolato
tagliate in modo da formare dei triangoli.
Con il trascorrere del tempo la
frequenza di laterizi nella superficie muraria aumenta: inizialmente a specchi
di reticolato si alternano fila di laterizi che si legano alle testate,
successivamente i filari sono sostituiti da intere fasce, la cui frequenza
aumenta a partire da Domiziano fino all’età adrianea. Se l’inizio dell’uso del
laterizio, limitatamente alla parte inferiore del muro così da creare uno
zoccolo, si registra con Domiziano, con Adriano il suo impiego aumenta fino ad estendersi
a tutta la costruzione della struttura muraria, anche se non ci sono pervenuti
esempi di mura con zoccolatura.
Il reticolato viene catalogato in
base alla grandezza delle tessere impiegate per la sua realizzazione. A Minturno
abbiamo un esempio di buon reticolato di tipo C (vd. tavola 3, foto 10), ovvero
di opus reticulatum le cui tessere
hanno una grandezza che va dai 6,5 ai 7 cm. Anche se l’opera è di ottima fattura,
dobbiamo immaginare che le strutture in cui è impiegato fossero coperte da uno
strato di intonaco[154].
La fase successiva è segnata
dall’impiego del laterizio, che troviamo utilizzato per le strutture della scaenae frons per la realizzazione dei parascaenii e per i portici laterali,
tutte strutture la cui realizzazione abbiamo detto risalire ad epoca adrianea.
Anche per l’opus testaceum è
necessario fare una precisazione circa le fasi e i tempi del suo utilizzo,
poiché questo tipo di muratura è stato impiegato inizialmente per la
realizzazione di edifici o di parti di essi che erano sottoposti a forte
umidità o a forti sbalzi di temperatura. In origine non erano impiegati mattoni
veri e propri ma frammenti di tegole molto cotte: le prime testimonianze le
incontriamo nel lupanare del Foro romano, nel recinto del sepolcro di Aulo
Irzio all’interno del Campo Marzio, e pertanto questa prima fase è stata datata
tra l’età di Cesare e quella di Augusto[155]. All’impiego di tegole
segue l’uso di veri e propri mattoni cotti, e questo segna una svolta nell’edilizia
imperiale romana: il primo grande edificio per la cui realizzazione vengono
impiegati veri e propri mattoni cotti in luogo delle solite tegole sono i Castra Pretoria, costruiti da Tiberio
tra il 21 e il 23 d. C.; seguono la Domus
Aurea (prima dell’incendio del 64), nonché i muri interni del Colosseo. In
epoca adrianea il mattone è impiegato per il restauro delle terme di Agrippa,
per il Pantheon e per il suo mausoleo,
terminato nel 139[156]. Il laterizio è utilizzato
anche in molti altri edifici costruiti durante tutto l’impero, che hanno saputo
sfruttare le grandi possibilità non solo tecniche ma anche estetiche che questa
tecnica ha permesso, e che trova nei Mercati Traianei il più alto esempio e la
più grandiosa realizzazione.
La datazione dell’opus testaceum
è facilitata dallo studio dei bolli laterizi, studio che ha avuto in Bloch[157] uno dei principali
esponenti. Lo studioso, attraverso l’analisi delle strutture laterizie dell’atrium Vestae, ha stabilito gli estremi
cronologici dell’edificio, cioè il terminus
ante quem e il terminus post quem
datare l’opera, basandosi sul valore dei bolli. Nello studio cronologico delle
strutture di un edificio l’incontro di bolli uguali nello stessa struttura ne
conferma la sua omogeneità, mentre, al contrario, la presenza di bolli e
materiali diversi testimonia che l’edifico ha subito interventi e quindi
modifiche in epoche diverse.
La quarta fase, la più recente, è
segnata dall’utilizzo di blocchetti di pietra rettangolari allettati su filari
orizzontali, denominata dagli archeologi moderni opera vittata (opus vittatum).
Per la sua realizzazione vengono impiegati blocchetti in pietra tenera,
generalmente tufo o arenaria, ma possono essere usati anche materiali più duri,
e come per le altre murature la scelta del materiale è dettata dalle
possibilità offerte dall’ambiente circostante. L’opus vittatum è impiegato
nel I sec. a. C. in tutte le regioni in cui non è adoperato il reticolato, in
particolare in Italia settentrionale. A partire dal II sec. d. C. l’opera
vittata si diffonde gradualmente anche nel Lazio e in Campania, generalmente
associata ai laterizi (opera vittata mista) in sostituzione della parete
realizzata completamente in opera laterizia, a causa della crisi della
produzione del mattone. L’utilizzo dell’opera vittata mista si diffonde
gradualmente, ma nel periodo tra il III e IV sec. d. C. coesiste con l’opera
laterizia, la quale continua ad essere impiegata in alcuni edifici importanti e
statisticamente impegnativi.
Dopo questo breve accenno alle
tecniche edilizie, esaminiamo adesso in dettaglio le strutture che compongono
l’edificio teatrale.
L’analisi delle strutture riguarda
naturalmente l’osservazione di ciò che è giunto sino a noi: esse sono
pertinenti al primo piano e risultano essere composte da venticinque mura radiali
edificate a sostegno del secondo piano e del livello più alto della cavea, da parte
della cavea stessa, e in fine dalla intera struttura scenica.
Le sostruzioni: costruite in età
augustea in numero di venticinque raggiungono allo stato attuale un’altezza di
circa 8,10 m. e sono realizzate in opus
caementicium e rivestite in opus reticulatum
con blocchetti di calcare ed ammorsature in blocchetti di tufo grigio.
Il prospetto esterno è decorato con
arcate poggianti su pilasti di testata, realizzati con blocchi che presentano
una lunghezza di circa 1,35 m. per un’altezza di 0,58 m., anch’essi in tufo
grigio.
I vani ottenuti tra le sostruzioni
sono coperte con volte a botte e le pareti interne sono rivestite in opus reticulatum.
I setti radiali dal nono al ventunesimo
presentano porte dell’ampiezza di 1,60 m. in fase con le strutture e compongono
una sorta di corridoio che facilita l’accesso all’ambulacro interno.
Nello spazio presente tra la cavea
e le sostruzioni è stato realizzato un ambulacro il quale riprende l’andamento
semicircolare dell’edificio teatrale. A doppia navata, con ventiquattro pilasti
dell’altezza di circa 3,30 m., è coperto con volta a botte, mentre le pareti interne
presentano in più punti tracce di opus
reticulatum (vd. tavola 3, foto 11).
La cavea è organizzata su due livelli:
l’inferiore, che originariamente poggiava su quattordici muri radiali con probabile
volta a botte oggi interrati, e quello superiore sostenuto dalle sostruzioni
esterne sopra descritte.
Sul limite esterno dell’orchestra,
troviamo delle lastre in pietra che sottolineano la collocazione di sedie, probabilmente
in legno, destinate alla casta cittadina e che costituiscono la proedria. Alle loro spalle troviamo
l’alloggiamento per un balteus, una
struttura realizzata con lastre di pietra disposte a discriminare i primi
cittadini dal resto della popolazione.
Alle spalle del balteus vi è una canaletta per lo
smaltimento dell’acqua piovana e il primo gradino di accesso ai posti a sedere.
Esso ha una larghezza di circa 1 m. e un’altezza di 0,15 m. (vd. tavola 3, foto
12), mentre la sua superficie presenta tre fori dalla forma quadrangolare in
cui probabilmente erano collocate le strutture di sostegno del velarium.
L’ima cavea è costituita da
quattordici fila di posti a sedere organizzati in quattro cunei accessibili
grazie a cinque scalette, mentre la media cavea è costituita da nove fila di
posti a sedere organizzati in otto cunei accessibili grazie a nove scalette.
I blocchi in pietra che formano
l’intera cavea hanno un’altezza in media di 0,44 m. e una larghezza di 0,70 m.,
rispettando in tal modo i dettami vitruviani. Su alcuni di essi si conservano
le incisioni dei numerali dal I al VI, dal XX al XXIX con l’aggiunta dei numeri
X e XII.
L’intera struttura è stata soggetta
ad importanti restauri avvenuti negli anni sessanta. Dalle foto degli anni
quaranta, per le quali ringrazio la disponibilità dei funzionari della
Sovrintendenza, sono evidenti le condizioni in cui versava l’intera struttura,
completamente distrutta dal tempo e dai bombardamenti avvenuti durante la
seconda guerra mondiale.
L’orchestra: il suo diametro è di
22,50 m. Della pavimentazione originaria non si conserva nulla, ma è probabile
che essa fosse rivestita con lo stesso materiale utilizzato per le gradinate,
come avviene per molti altri edifici teatrali[158].
L’edificio scenico è interamente realizzato
in opus testaceum (vd. tavola 3, foto 13). Composto da un pulpitum lungo 38,60 m. ricoperto
probabilmente con tavolato ligneo, presenta inoltre una decorazione sul lato
visibile dall’orchestra a quattro nicchie rettangolari e tre nicchie a
semicerchio (vd. tavola 3, foto 14). Nell’hiposcaenium,
oltre ad una ampia camera di manovra delle dimensioni di 4 m. per 4,50 m.,
troviamo un canale con sette pozzetti utilizzati per le strutture del sipario.
Il pulpito è delimitato su entrambi
i lati da due ampi parascaenii a cui
si aggiunge sul lato Ovest una
portico con annessa latrina. Le strutture giunte sino a noi, in opera vittata
mista[159]
(vd. tavola 3, foto 15), conservano una pavimentazione in ampie lastre bipedales, ben conservata nel portico Ovest (meno nel vano ad Est).
Delle strutture che formavano la scaenae frons, realizzate tutte in opera
laterizia, e pertanto da riferire ai lavori voluti da Adriano, si conservano le
strutture delle valvae per un’altezza
di poco superiore al metro. Accanto alle valvae
hospitalis si conservano delle mura aggittanti realizzate in opus caementicium
che dovevano costituire dei podi posti a decoro delle valvae e su cui probabilmente sono da porre delle statue. Alle
spalle del fronte scenico si conservano le tracce di quattordici piccoli vani
utilizzati probabilmente come ambienti di servizio per il teatro.
Percorribilità: l’accesso al teatro
è consentito da più punti, gli ingressi principali, costituiti dagli aditus maximi aperti sulle due strade
che circondano l’edificio teatrale, portano gli spettatori direttamente ai lati
della cavea dove troviamo le scalette di accesso ai posti a sedere.
Due scale, presenti nei fornici III
e XXII, costituite da grossi blocchi di pietra dell’altezza in media di 0,50 m.
e della profondità di 0,30 m. permettono l’accesso alle media e superiore cavee
direttamente dalle strade laterali.
L’accesso all’ambulacro era
consentito dagli aditus maximi e dal
fornice mediano, accessibile quest’ultimo da entrambi i lati grazie al
corridoio ottenuto attraverso il taglio delle sostruzioni dalla nona alla
ventunesima.
Le strutture così descritte
presentano tecniche edilizie diverse a seconda del periodo in cui sono state realizzate.
Le sostruzioni il corridoio semi-anulare e parte della struttura dell’iposcenio
presentano, inoltre, murature rivestite in opus
reticulatum e sono pertanto da
ritenere le strutture più antiche dell’edifico.
Le strutture che costituiscono il fronte
scenico sono realizzate in opera laterizia[160] e devono pertanto essere
datate all’età adrianea. Il portico e i parasceni, realizzati in opera vittata
mista, sono le strutture del teatro più recenti.
IPOTESI
RICOSTRUTTIVA
PREMESSA
Dopo aver considerato la storia del
monumento e aver analizzato le strutture giunte sino a noi, è ora possibile
formulare una ipotesi ricostruttiva del teatro definendo come area temporale di
collocazione l’età adrianea.
La scelta di questa epoca è dovuta
non solo al fatto che in questa fase l’edificio subisce un grande intervento di
ristrutturazione, ma anche e soprattutto al fatto che appartengono a essa le
strutture meglio conservate. Ciò che si conserva del monumento costituisce,
insieme alla possibilità di confronto con altri edifici teatrali, la guida da
seguire per una attenta ricostruzione. Il complesso teatrale è un edificio la
cui articolazione è il risultato della fusione di diversi elementi che ne
definiscono la struttura e il rapporto con il resto dello spazio urbano:
sostruzioni, cavea, scaenae sono
tutti elementi distinti il cui giusto assemblaggio determina la realizzazione
di un edificio unico e altamente funzionale.
Dall’osservazione dei rilievi è
possibile rendersi conto della sequenza progettuale seguita dall’architetto,
della ricerca della proporzionalità raggiunta nella realizzazione di strutture
circolari che ne determinano forma, percorribilità e monumentalità.
IL
PRIMO ORDINE
L’organizzazione spaziale del primo
piano è legata all’articolazione dei venticinque muri radiali, coperti con
volte a botte, che definiscono il perimetro esterno dell’edificio.
Abbiamo già descritto le strutture
nelle pagine precedenti: qui ricordiamo solo la loro altezza di 8,10 m. e la
loro lunghezza 9 m. nonché il fatto che sono realizzati in opus caementicium con rivestimento in opus reticulatum.
Del prospetto esterno non si
conserva molto ma è ipotizzabile, dalla presenza di grossi blocchi di tufo
grigio posti a base del lato esterno, i quali determinano una pianta a “T” per
ciascuna delle sostruzioni, che l’intera facciata dell’edificio fosse scandita
da una successione di arcate rifinite con lesene aggettanti[161] (vd. tavola 2, disegno 2).
L’altezza del primo ordine doveva raggiungere all’incirca gli 8,30 m.
Dal momento che non si conservano
elementi decorativi dell’impianto esterno, è pure ipotizzabile la presenza di
cornici marmoree o in stucco a separare i pilastri dagli archi e altri elementi
decorativi che valorizzavano maggiormente l’aspetto monumentale dell’edificio.
Tra il tredicesimo e il quattordicesimo
muro radiale è da collocare l’ingresso agli ambienti interni del teatro, che non
risulta allineato all’accesso che si apre al centro della cavea e che determina
la percorribilità per un breve tratto anche dell’area ricavata dalle sostruzioni
interne più basse. Questo passaggio[162] taglierebbe i gradini
dell’ima cavea a partire dal primo al settimo, e avrebbe quindi un andamento a
cuneo presentando un’ampiezza di circa 2,70 m. nel punto di maggiore ampiezza.
Varcato l’ingresso si accede a un
ampio corridoio anulare il cui spazio interno presenta ventitré pilastri, i
quali, dividendo in due la struttura, determinano la realizzazione di due
percorsi paralleli.
Dei due corridoi così ottenuti
quello più interno ha un’ampiezza di 3,30 m. ed un’altezza di 3,85 m., quello
esterno ha una larghezza di 3,15 m. e un’altezza di 7,10 m. Entrambi i passaggi
sono coperti con volta a botte e le pareti, in reticolato, non conservano
tracce di rivestimento, è ipotizzabile tuttavia che in origine presentassero
una copertura in stucco. L’illuminazione dei corridoi può essere ottenuta
grazie a lucernari di cui non si conservano tracce ma che è probabile che si
aprissero lungo la parete più esterna del corridoio.
LA
CAVEA
Oggi le gradinate della cavea
appaiono in buona parte ricostruite. Accanto ai blocchi di pietra originali, rinvenuti
in situ e collocati seguendo l’ordine numerale che si conserva ancora
sulla superficie, troviamo una integrazione in cemento che ha cercato di restituire
il reale andamento della struttura.
Le gradinate si distribuiscono
seguendo schemi comuni a molti altri edifici teatrali, e vanno divise in ima,
media e summa cavea. La parte più bassa della struttura inizia direttamente al
limite della circonferenza esterna dell’orchestra, la quale poggia su
sostruzioni radiali che abbiamo ipotizzato avere una altezza di circa 3,20 m.,
altezza ricavata dall’analisi della posizione delle gradinate e dalla loro
inclinazione.
Due ampi gradini poco rialzati
sottolineano l’area destinata ai subsellia,
sedili mobili probabilmente in legno destinati alle alte cariche della città. La
separazione di questo piccolo primo settore dal resto della struttura è messa
in risalto dalla presenza di lastre in pietra poste di taglio a formare una
sorta di parapetto chiamato balteus[163].
Le gradinate dell’ima cavea sono
divise in quattro cunei da scalaria
ricavati tagliando piccole sezioni dai blocchi delle gradinate stesse;
all’altezza del quattordicesimo gradino troviamo un corridoio semi-anulare,
detto praecinctio, che permette agli
spettatori di raggiungere con maggiore facilità i posti a sedere più alti. Alle
spalle della praecinctio iniziano le
gradinate della media cavea, in numero di sette e anche esse divise in cunei,
in questo caso in numero di otto, la cui organizzazione in settori avviene
grazie a delle scalette che facilitano l’accesso ai posti a sedere. All’altezza
del settimo gradino dell’ima cavea è da porre una praecinctio dell’ampiezza di circa 2,70 m. su cui dovrebbero aprirsi
tre porte. Due accessi sono stati collocati in asse con le scale presenti al
secondo piano che consentono di accedere alle gradinate della summa cavea, mentre
il terzo è stato posto al centro della praecinctio.
Le tre aperture permettono di raggiungere le gradinate più alte della media cavea
non solo dalla cavea ma, e con maggiore facilità, anche dal corridoio del
secondo piano.
La summa cavea è costituita da nove
file di posti a sedere e anche qui alla sommità, in corrispondenza dell’ultimo
gradino, un ampio corridoio consentiva la percorribilità per tutta la
semicirconferenza della gradinata.
Alla summa cavea si giunge
attraverso le rampe di scale che partendo dal primo piano salgono fino al
corridoio del secondo ordine posto all’altezza della seconda praecinctio. Dal secondo piano due rampe
di scale, poste in corrispondenza delle scalinate del piano terra, conducono alla
summa cavea per mezzo di due passaggi che si aprono nella gradinata.
IL
SECONDO ORDINE
Non abbiamo elementi tangibili che
ci possano aiutare nella ricostruzione degli ordini superiori dell’edificio
teatrale: il nostro punto di partenza sono ancora una volta le sostruzioni
radiali.
È un dato di fatto che il secondo
piano debba partire da un’altezza di 8,30 m., altezza raggiunta dal primo
ordine, e lo spazio disponibile per la realizzazione degli ambienti è legata
alla lunghezza delle mura radiali, su cui poggiano quindi non solo la cavea ma
anche le strutture del secondo piano. Le mura radiali hanno una estensione di 9
m., e a tale lunghezza deve essere sottratto un metro occupato dai pilastri di
facciata, di conseguenza lo spazio disponibile per la costruzione dei vani
superiori è di circa 8 m.
Per gli ambienti interni abbiamo
pertanto ipotizzato un’organizzazione spaziale che richiama le soluzioni del
primo livello. Due ampi passaggi voltati accessibili dalle due rampa di scale,
poste in asse con le scalinate del primo ordine, permettono di percorre per
intero la semicirconferenza del teatro.
Al corridoio esterno abbiamo assegnato
un’ampiezza di circa 3,75 m. e un’altezza di 6 m. Il prospetto esterno è
costituito da arcate a luce costante così da formare un ampio corridoio
porticato; anche per questo corridoio come per quello del primo ordine abbiamo
supposto una copertura a botte. Il vano interno, a cui abbiamo dato una larghezza
di 2,63 m. e un’altezza di 3,70 m., è realizzato attraverso il taglio dei muri
radiali che, prosecuzione delle sostruzioni del primo ordine, sono posti a
sostegno delle gradinate della summa cavea. Per l’illuminazione di questo
corridoio abbiamo ipotizzato la presenza di ampi lucernari che si aprono
all’altezza della praecinctio della
media cavea. Soluzione simile è impiegata in altre ricostruzioni, quali quella
del teatro di Marcello (tavola 4, immagine 1)[164], per il quale sono stati
ipotizzati dei finestroni, o il teatro di Benevento, dove però i lucernari sono
sostituiti da ampie arcate. È giusto ricordare che pochi sono gli edifici
teatrali che conservano almeno parte del secondo ordine, quindi è difficile
trovare confronti dettagliati sulle possibili soluzioni da adottare per questo
settore dell’edificio.
Il prospetto del secondo ordine
richiama la soluzione decorativa del livello inferiore. Anche in questo caso
abbiamo ipotizzato l’uso di pilastri quadrangolari di un metro per lato dotati di
lesene aggittanti da cui si dipartono le arcate. È probabile or che elementi
marmorei sottolineassero lo stacco tra i due piani e or che vi fossero fregi e
cornici che percorressero l’intera circonferenza del teatro come avviene per
molti degli edifici teatrali dove parte della loro decorazione è osservabile in situ. Esempi i teatri di Roma, Gubbio[165], ed Ercolano[166].
È doveroso fare un accenno alla
possibilità della presenza, oltre il secondo piano, di un terzo ordine: tale
ipotesi non sembra sostenibile dal momento che non vi sono elementi che ci
permettano di fare alcun tipo di supposizione a riguardo. La lunghezza delle
strutture è infatti insufficiente per la realizzazione di un terzo piano. Una
ricostruzione simile, che includa la sovrapposizione di soli due ordini, è
impiegata per il teatro di Bologna[167], edificio i cui muri
radiali hanno anch’essi una lunghezza di 9 m., così come per altri edifici, in primis quello di Gubbio.
LA
STRUTTURA SCENICA
La ricostruzione di questo elemento
della architettura teatrale minturnese è la più complessa, poiché poco resta
delle strutture che costituivano la scaenae
frons e della sua decorazione, fatta eccezione per l’arredo scultoreo.
La struttura scenica è il fulcro
dell’intero edificio teatrale. Essa è l’area su cui si focalizza l’attenzione
degli spettatori e, come abbiamo detto in precedenza, è lo strumento di cui si
serve l’imperatore per scopi di propaganda atti a magnificare la grandezza
dell’impero e la sua vigile presenza in tutte le fasi di vita della comunità.
La scena è il secondo elemento di chiusura
dell’edificio teatrale; la sua altezza pari a quella della cavea fa sì che lo
spazio teatrale sia chiuso, ben delimitato e definito. Se nei teatri
dell’antica Grecia gli spettatori avevano la possibilità di ammirare il
panorama che spesso si apriva loro dalla gradinata, qui nei teatri di tipo
romano lo sguardo dello spettatore è limitato e focalizzato sull’alta struttura
scenica: appare quindi logico attribuire a tale struttura una organizzazione su
almeno due ordini e un’altezza superiore, se anche di poco, a quella delle
gradinate della cavea.
Il palco scenico o pulpitum, la cui larghezza è di 8,10 m.,
aveva probabilmente un’altezza di circa 1,80 m. Tale misura è stata determinata
seguendo i canoni vitruviani che vogliono un pulpitum alto un dodicesimo del diametro dell’orchestra[168]. Esso è accessibile
dall’orchestra grazie a scalette poste alle estremità della struttura. Il palco
è costituito da una pulpiti frons che
presenta una decorazione di quattro nicchie rettangolari alternate a tre nicchie
semicircolari, un iposcaenium
costituito da un canale in cui sono stati portati in luce sette pozzetti nei
quali dovevano essere collocate le antenne del sipario, e un’ampia camera di
manovra delle dimensioni di 4 m. per 4,50 m.
Le strutture del pulpitum non presentano tracce di una
possibile struttura voltata posta a sostegno del pavimentazione del palco. Per
tale motivo è stata suggerita una copertura realizzata con tavolato ligneo[169] (vd. tavola 2, rilievo 4180).
Per ricostruire il possibile
aspetto della scena abbiamo a disposizione non solo le strutture che si sono
conservate, ma anche la possibilità di confronto con altri edifici e in
particolare con il teatro della colonia gemella Sessa Aurunca[170]. Entrambe hanno
usufruito degli interventi di monumentalizzazione e restauro voluti dagli imperatori
ma soprattutto hanno avuto in Matidia Minore[171] una grande mecenate.
L’evergetismo imperiale di Matidia Minore ha lasciato un’impronta indelebile
nella città di Sessa (al suo volere devono essere attribuiti i lavori di
restauro della scena e delle basiliche[172] del teatro, la
realizzazione di una biblioteca[173]) e vi sono testimonianze
di come la sua opera abbia interessato anche la città di Minturnae. Testimone dell’interessamento di Matidia per la città del
basso Lazio è un’iscrizione[174] rinvenuta sempre a Sessa
Aurunca, che ricorda la gratitudine dei cittadini di Minturno verso la loro
benefattrice. Non è chiaro né evidentemente accertato quali possano essere
stati gli interventi e le opere che hanno determinato questo ringraziamento
ufficiale ma appare possibile ipotizzare un intervento a beneficio di tutta la
comunità. È pertanto possibile che le maestranze impegnate a Sessa Aurunca nei
lavori per il teatro abbiano portato la loro opera anche nella colonia del
basso Lazio, non solo negli anni in cui ha operato Matidia ma anche
precedentemente, essendo le due città legate fin dalla loro fondazione. Molte
sono le analogie tra le due strutture: entrambe le scene sono rettilinee e vi
si aprono tre porte poste ad un’altezza di poco superiore al podio e quindi
rese accessibili grazie a delle piccole scale. Per il teatro di Sessa è stata
ipotizzata una struttura caratterizzata dalla presenza di podi alti all’incirca
tre metri che incorniciano le porte e danno maggiore movimento alla struttura
scenica[175].
Anche per Minturnae possiamo pensare ad una scena il cui prospetto è reso più
movimentato dalla presenza di strutture in laterizio[176] aggettanti, il cui
effetto chiaroscurale è reso ancora più forte dalla presenza di colonne,
probabilmente di marmi diversi, tra cui è possibile vi siano delle nicchie in
cui sono da porre le statue[177] rinvenute nell’orchestra
durante le campagne di scavo succedutesi nel tempo.
Per i podi, posti a decoro delle valvae hospitales, abbiamo ipotizzato
larghezza di quattro metri, profondità di tre e altezza di due. Per la valva
regia, poiché non vi sono tracce di strutture che possano suggerire la presenza
di mura aggettanti in laterizio, abbiamo ipotizzato che il decoro di questo
importante elemento della scena sia stato ottenuta con l’utilizzo di alte colonne,
probabilmente in numero di quattro, a incorniciare la porta, soluzione che troviamo
impiegata anche nei teatri di Marcello (tavola 4, immagine 1) in Roma, di Gubbio,
di Taormina (tavola 4, immagine 1), di Orange (tavola 4, immagine 4), di
Bilbilis (tavola 4, immagine 9), di Clunia (tavola 4, immagine 5, 6, 7), di
Leptis Magna (tavola 4, immagine 8), di Vienna (tavola 4, immagine 4) e, soprattutto,
nell’analogo del teatro di Teanum Sidicinum
(tavola 4, immagine 2, 3), uno sguardo sul quale potrebbe gettare uno spiraglio
di luce, tanto disperato quanto ispirato, sulle zone d’ombre di Minturno. Consci
del fatto che la corrispondenza tra ritrovamenti e proposta architettonica
rappresenti sempre e solo un’indicazione di massima e che mai alcuna conferma
proveniente da un mero confronto intuitivo costituisca un dato definitivo,
procediamo dunque, ora, a un confronto tra i due teatri, il nostro e quello di
Teano (tavola 4, immagine 2, 3), sulla base del principio (del tutto empirico)
in virtù del quale la tendenza alla similarità è sì una tendenza e mai un assunto
oggettivo ma pur tuttavia sempre una tendenza indicativa delle quantità di cui
le proposte ricostruttive devono e dovranno tenere conto: in fondo, ogni
osservazione è sempre un contributo alla discussione e alla conoscenza. Teano
si trova nella Campania settentrionale interna, sulle falde del vulcano
preistorico di Roccamonfina. La citta strutturò in forma urbana uno dei
primitivi villaggi sidicini tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C.[178]. Il teatro sorge alle
pendici meridionali di una collina e forma con l’anfiteatro un vero e proprio
quartiere degli spettacoli. Mentre l’anfiteatro giace ancora in proprietà
privata, il teatro costituisce invece il primo nucleo del Parco archeologico di
Teanum Sidicinum. Dopo i primi scavi
degli anni ‘60[179] e ‘80[180] del XX secolo, nel corso
degli ultimi dieci anni si sono svolte tre campagne di scavo e restauro con
finanziamenti europei e nazionali[181] che hanno portato in
luce per intero la cavea, gran parte dell’edificio scenico, e il basamento di un
tempio in summa gradinatione che in età repubblicana formava un unico
complesso assiale[182]. La quantità e la
qualità dei materiali conservati, insieme alle peculiari condizioni di
ritrovamento rendono il teatro di Teano (tavola 4, immagine 2, 3) un esempio
unico in Italia. L’edificio presenta due principali fasi architettoniche: la prima
in opera incerta quasi reticolata, la seconda in laterizio. Nella prima fase il
complesso, del ben noto tipo teatro-tempio diffuso tra II e I secolo a.C.[183], è caratterizzato dall’uso
di strutture voltate per sostenere tanto la cavea quanto la terrazza
artificiale del tempio; due rampe in galleria collegavano la cavea all’area del
santuario che, sulla base di una dedica in osco incisa su una mensa rinvenuta
nella fossa scenica, potrebbe essere stato consacrato ad Apollo[184]. Il tempio, solo
parzialmente esplorato, sembra probabile che sorgesse al centro di un piazzale
porticato e pavimentato con lastre di tufo. I vertici della fronte sono
allineati esattamente in corrispondenza dei piedritti della volte sottostanti, sicché
è possibile ipotizzare che misurasse 63 x 97 piedi osci (= m. 17,50 x 26,65),
con fronte esastila o tetrastila con due colonne in antis. I materiali
sinora recuperati indicano la presenza di colonne e epistilio litici in tufo con
manto di copertura fittile. Il primitivo teatro presenta caratteristiche
planimetriche e strutturali tali da indurre a riconoscervi una pietra miliare
nello sviluppo di questo tipo di edificio[185] e così identificare
Teano quale polo di diffusione dell’architettura tardo ellenistica in area
centro italica[186]. Successivamente l’edificio
fu ampliato in forme grandiose conservando il sito dell’orchestra
e inglobando le strutture precedenti. Le sostruzioni della terrazza furono
tagliate per fare posto alla nuova summa cavea e alla porticus in summa
gradinatione e, a giudicare dall’attuale fase di studio dei dati
di scavo, il tempio fu abbandonato. La cronologia delle due principali fasi si
pone rispettivamente alla fine del II inizi del I secolo a.C. e agli inizi del
III secolo d.C. I materiali architettonici recuperati dai livelli di
distruzione del tempio in summa cavea sembrerebbero coerenti con una
datazione tardo ellenistica del complesso che dovrà però essere ulteriormente
confermata su base stratigrafica. La datazione in età severiana e cronologicamente
molto affidabile, in quanto assicurata per via epigrafica[187]. Gli ultimi scavi e
osservazioni sull’area dell’orchestra e dell’edificio scenico hanno permesso di
appurare l’esistenza di una orchestra quasi circolare attribuibile alla prima
fase del teatro e forse di un primitivo edificio scenico al quale
apparterrebbero alcuni setti murari rinvenuti al di sotto del pavimento della
fossa scenica severiana. La struttura di questo edificio poteva essere simile a
quella di teatri tardo ellenistici di area siciliana e italica. Quale fosse la
decorazione è tuttavia difficile precisare. Un capitello ‘a sofà’ in tufo e una
scultura, probabile Iuppiter con
globo e aquila, rappresentano i soli reperti di età repubblicana, conoscendosi
la provenienza esatta per la sola statua[188]. A questa fase sembra
possa assegnarsi anche la coppia di trapezofori in marmo greco (forse insulare)
Inv. Gen. 248563 e 248564 che rientrano nel tipo III della classificazione “Cohon”
e che presentano figure alate grottesche contrapposte per il dorso e raffiguranti
un grifo e un leone con corna di ariete, con il campo intermedio sotto le ali
riempito da una elegante palmetta a sette foglie alternati a caulicoli con
eleganti fiori dal calice profondo, e sul lato opposto da un trofeo vegetale -
tipici prodotti di officine neo attiche importati dalla Grecia e databili tra
II e I secolo a.C. analogamente a quelli della casa di Cornelio Rufo a Pompei[189]. Essi potrebbero
pertanto essere assegnabili già alla decorazione del primitivo teatro e
riutilizzati nelle fasi successive[190]. In particolare, le cornici
sono del tipo a mensole e cassettoni con dimensioni (alt. media 32, prof. media
60[191]) compatibili con la collocazione
in un edificio scenico, ovvero nei tribunalia, del tipo di quello dei
teatri di Nuceria[192], Pompei[193], Ercolano[194] e Tusculum[195], le cui cornici costituiscono
un riferimento per i frammenti di Teano anche per i motivi fitomorfi nei
cassettoni (ma la carnosità delle foglie ricorda in verità attestazioni più
antiche[196]).
Alcune delle lastre con racemi presentano una semplice decorazione geometrica a
listelli e kymatia sul lato
retrostante spingendo ad assegnarle a una transenna o altro genere di recinto[197]. La coerenza
iconografica e stilistica di questi elementi li fanno ritenere appartenenti a
un unico intervento apparentemente concentrato sull’area scena-orchestra, forse
esteso anche alla realizzazione della prima fase dei tribunalia sulle
antiche parodoi a loro volta ristrutturati in eta severiana (e resti di
una muratura di prima fase sono infatti visibili inglobati nei muri in opera
laterizia di seconda fase presso il tribunal
occidentale).
Ritornando al nostro teatro, il
rilievo e l’analisi tecnica del monumento ci dice che lo spazio libero ai lati
della porta regia è di 6,85 m. (calcolato dallo spigolo esterno della porta ai
podi delle valvae laterali): in
questo spazio vanno collocate le coppie di colonne, dal diametro di 0,50 m. e
dall’altezza di 8 m., la distanza tra le quali abbiamo stabilito essere di 2 m.
Sulla sommità di queste colonne, e probabilmente anche su quelle di dimensioni
minori poste sui podi, che avrebbero potuto avere un’altezza di 6 m., è da
collocare una cornice marmorea che, oltre a dare maggiore monumentalità alla
struttura, separa il primo livello dal secondo. È ragionevole attribuire a
questo primo livello le statue, di dimensioni maggiori del vero, il cui soggetto
è la gara tra Apollo e Marsia[198] al cospetto delle ninfa
Calliope, di Afrodite e di un terzo soggetto femminile, probabilmente una musa,
che non è stata identificata. Dall’atteggiamento di Marsia, raffigurato nell’attimo
in cui ha finito di suonare e, appoggiato ad un tronco, si volta a sinistra a
guardare verso l’alto (vd. tavola 3, foto 16), è ipotizzabile che la statua di
Apollo sia stata collocata al centro della scena sul secondo livello in
corrispondenza della porta regia.
Dall’osservazione della statua
della musa Calliope (vd. tavola 3, foto 17), che presenta la parte destra non
rifinita, quindi non visibile agli spettatori, e rivolta verso destra, possiamo
dedurre che essa fosse collocata su uno dei podi posti a sinistra della porta
regia, sicché potremmo collocare la statua di Afrodite sul podio a destra della
stessa porta. Anche la struttura scenica presenta un secondo ordine del quale purtroppo
non si conserva nulla. Per questo motivo, possiamo ipotizzare un’organizzazione
della struttura scenica la quale richiami l’assetto architettonico del primo
ordine in modo da ottenere un certo equilibrio estetico, dal forte impatto scenografico.
Questa interpretazione è sostenuta dal fatto che anche altri edifici teatrali
di quest’epoca o di età successive presentano un’organizzazione del secondo
livello della scena simile al livello inferiore. Un esempio per tutti la scena
del teatro di Merida del quale si conserva buona parte dell’articolazione
architettonica del secondo ordine. Per l’ordine superiore della scena quindi
possiamo pensare ad una struttura in cui la facciata è scandita dal susseguirsi
periodico di podi posti in asse con quelli inferiori e rifiniti da una
decorazione realizzata grazie all’impiego di colonne e nicchie anch’esse poste
in corrispondenza della scena inferiore. È probabile che qui al secondo livello
siano da collocare le statue dalle dimensioni minori del vero[199]: Hermes con Dioniso
infante, Eracle, Hera, e una statua di cui si conserva sola la parte inferiore,
parte delle gambe e una brocca, che ci autorizzano a interpretare il soggetto
quale giovane idroforo[200].
L’intera struttura doveva essere
protetta da un tetto ligneo[201] che, come ad Orange
(tavola 4, immagine 4) e Aspendos, è sostenuto da un regolo trasversale e da
sostegni assicurati alla parete posteriore della scena. Questa costruzione
potrebbe essere costituita da una sola ampia struttura inclinata verso
l’esterno. In tal modo le acque piovane defluiscono in una canaletta che
convoglia anche le acque del portico addossato al muro della scena[202].
I parasceni, che chiudono la scena
da entrambi i lati, sono costituiti da due ampi vani con doppi ingressi, dei
quali l’uno mette in comunicazione gli ambienti direttamente con le strade che
fiancheggiano il teatro mentre l’altro consente di accedere al podium. Dobbiamo pensare a queste
strutture come grandi edifici anch’essi articolati su due piani i cui prospetti
che affacciano direttamente sul teatro e presentano la stessa organizzazione
della scena, quindi due ordini sovrapposti decorati con colonne, le quali
inquadrano la porta presente al centro del primo piano, e i podi che al secondo
ordine dovevano accogliere due statue raffiguranti un soggetto maschile e un
soggetto femminile[203]. Il prospetto esterno presenta
una rampa di scale che permette di accedere agli spazi interni direttamente
dalla strada, posta ad una quota più bassa rispetto alle strutture teatrali.
Infine, delle alte pareti in laterizio quella rivolta verso la strada potrebbe
presentare una nicchia o rientranza in cui collocare una decorazione scultorea[204].
ORCHESTRA,
VERSURE, E PORTICO
L’orchestra, il cui diametro
abbiamo detto essere pari a 22 m., non conserva tracce del rivestimento che la
ricopriva. È probabile che, come accade per altri teatri, le stesse lastre che
costituiscono il balteus fossero
impiegate anche per la pavimentazione dell’orchestra.
I passaggi laterali che permettono
l’accesso al teatro dalle strade che fiancheggiano l’edificio hanno un
andamento a cuneo. La loro ampiezza massima è di 3,50 m., che si riduce progressivamente
man mano che si avanza verso l’interno del teatro, fino a raggiungere l’ampiezza
minima di 2,40 m.
Le versure presentano una
pavimentazione realizzata con lo stesso lastricato che riveste le strade che
costeggiano il teatro, ovvero blocchi irregolari di pietra, ed hanno un
andamento discendente verso l’orchestra. Un’iscrizione ricorda la realizzazione
di tribunalia[205] che vanno collocati
sopra questi passaggi coperti da volte a botte. Attraverso le versure si accede
non solo al teatro ma anche al portico, posto ad Ovest della scena e accessibile anche dal parascenio al quale è
adiacente.
I portici, che con i tribunalia costituiscono una innovazione
senza precedenti dell’architettura romana ed un elemento importante
dell’architettura teatrale, insieme alle versure rappresentano gli elementi di
apertura e quindi di comunicazione dello spazio interno del teatro con
l’esterno. La loro realizzazione risponde all’esigenza di dare ai cittadini uno
spazio al riparo dalle intemperie e dall’arsura estiva. L’ambiente posto sul
lato Ovest è costituito da una ampio
vano, la cui pavimentazione è realizzata con bipedali dal colore rosso acceso,
accessibile dalla versura su cui si affaccia e dalla strada che fiancheggia il
teatro. È probabile che lo spazio interno fosse illuminato non solo dalla luce
proveniente dall’ingresso ma che vi fosse anche un finestrone, che abbiamo
collocato lungo la parete che da sulla strada.
CONCLUSIONI
Lo scopo del nostro studio era la
realizzazione di una ricostruzione il più scientificamente attendibile del
teatro di Minturno, ricostruzione che ha nell’analisi delle fonti e delle
strutture il suo fondamento. Il trascorrere dei secoli ha segnato
inevitabilmente la conservazione degli edifici teatrali. I quali, grazie alla
loro monumentalità e alla loro particolare architettura chiusa, sono stati
interessati da interventi di modifica strutturali che ne hanno determinato un
riutilizzo prevalentemente militare e successivamente abitativo.
Nell’esame delle strutture ci è
sembrato giusto dare spazio alla descrizione che viaggiatori, artisti, e
soprattutto storici ed archeologi, hanno dato del teatro: esse sono state utili
nel comprendere quali modifiche hanno segnato l’edificio in modo da ‘ripulirlo’
dagli interventi successivi all’epoca romana. Numerosi sono stati gli
archeologi che hanno dedicato parte del loro studio al teatro di Minturno. Anche
se vi è da sottolineare che spesso la loro analisi non è stata supportata da un
esame diretto del monumento, ma solo una rilettura di descrizioni ed analisi di
studiosi precedenti.
Lo studio di un edifico così
importante per l’urbanistica romana ci ha spinti ad analizzare come il teatro
sia stato inserito nel tessuto cittadino e quali cambiamenti abbia comportato
la realizzazione di una struttura così imponente. Le modifiche subite
dall’impianto urbano hanno riguardato prevalentemente l’assetto viario della
colonia e le mura di cinta della città. Che sono state per un tratto
smantellate per fare spazio alle sostruzioni teatrali. Gli interventi subiti
dal teatro in epoca augustea hanno fatto sì che l’edificio rientrasse in una
sorta di percorso sacro che, partendo dal foro repubblicano, la cui area è
interessata dalla costruzione di nuovi templi dedicati al culto imperiale, si
concludeva nel teatro. L’edifico teatrale diviene il luogo in cui si esprime la
manifesta grandezza dell’imperatore e la sua onnipresenza nelle attività più
disparate della colonia. In seguito alla legge promulgata da Augusto, concernente
la disposizione dei cittadini lungo le gradinate della cavea in base al proprio
ceto di appartenenza, si crea all’interno del teatro una rappresentazione, in
scala ridotta, dell’organizzazione sociale romana. Nella quale trovano una
collocazione ben precisa tutti i componenti della società, dal senatore al
plebeo, tutti disposti in modo da poter ammirare la grandezza dell’imperatore e
della sua famiglia. I quali sono presenti in ogni edificio teatrale grazie alle
statue che li raffigurano e posti nel luogo di maggiore rilevanza di tutto
l’edificio teatrale, la scena.
Dallo studio dei diversi settori e
dall’osservazione di rilievi è apparso chiaro come il teatro, che nella sua
lunga storia ha subito modifiche e gravi danni, sia stato il frutto di un
progetto unitario volto alla creazione di un edificio altamente funzionale, la
cui collocazione all’interno dello spazio urbano ha seguito le più importanti
regole per una buona e corretta pianificazione urbana. La sua costruzione ha sì
determinato alcuni cambiamenti nell’assetto viario della colonia, ma
l’architetto che ne ha realizzato il progetto ha saputo sfruttare al meglio gli
spazi a disposizione incastonando un edificio monumentale come il teatro di
Minturno in uno spazio la cui organizzazione era stata già pianificata.
Ad un’analisi urbanistica e sociale
del teatro è seguito l’esame delle strutture. Abbiamo osservato come gli
elementi dell’edificio teatrale siano stati realizzati con tecniche costruttive
diverse a seconda del periodo di realizzazione e in quali condizioni e
attraverso quali interventi di restauro queste siano giunte sino a noi. Dallo
studio diretto delle strutture e da possibili confronti con altri edifici
teatrali, che per tipologia e tecnica richiamano l’edifico di Minturno, abbiamo
cercato di dare una possibile ipotesi ricostruttiva del monumento. È sembrato
possibile, in seguito allo studio in particolare delle sostruzioni, ricostruire
un edificio teatrale costituito da due ordini sovrapposti, il cui prospetto
esterno doveva probabilmente essere decorato da arcate con lesene aggettanti.
Lo spazio interno, sia del primo che del secondo ordine, è scandito dalla
presenza di un corridoio semi-anulare diviso in due percorsi paralleli da
pilastri nel primo piano, e da tratti di mura delle sostruzioni nel secondo.
Per la struttura scenica abbiamo
pensato alla presenza di podi che incorniciassero le valvae hospitalis, e la cui esistenza è suggerita da strutture
cementizie ancora presenti lungo il muro di fronte scenico.
Dal momento che non si conservano
tracce di queste strutture murarie ai lati della porta regia, si è ipotizzato
che la sua decorazione fosse realizzata con la sola presenza di colonne
decorate da capitelli corinzi, di cui alcuni esemplari sono tutt’ora conservati
nell’antiquarium realizzato nel
corridoio del teatro.
La volontà di realizzare una
ricostruzione scientifica del monumento ci ha indotti a non proporre alcun
tentativo di ricostruzione della parte superiore della scena, della quale non
si conserva nulla, così come della basilica e dei parasceni. D’altronde, la
lunghezza dei muri radiali appare insufficiente per la realizzazione di un
terzo ordine, per la cui costruzione sarebbe stato necessario avere muri di
lunghezza maggiore di 9 m. Ricordiamo che una ricostruzione simile è stata
suggerita anche per alti edifici che presentano le stesse misure del teatro di
Minturno, in particolare Gubbio e Bologna.
TAVOLE
TAVOLA
1
Immagine 1: Illustrazione Cod. Pal.
Vat. 1564

Immagine 2: Veduta della Bastia del
Garigliano

Immagine 3: Labruzzi 1789 A

Immagine 4: Labruzzi 1789 B

Immagine 5: Mattej 1883
TAVOLA
2
Figura 1: Pianta del comprensorio
archeologico di Minturnae

TAVOLA
3
Foto 1: Capitello dall’antiquarium di Minturno

Foto 2: Tabula patronatus dall’antiquarium
di Minturno

Foto 3: Interno Cattedrale di
Minturno

Foto 4: Esterno cattedrale di
Minturno

Foto 5: Particolare della facciata
della cattedrale di Minturno

Foto 6: Veduta del teatro prima
degli interventi di restauro

Foto 7: Veduta della scena e
dell’orchestra

Foto 8: Veduta dell’edifico
teatrale dal parascenio Ovest

Foto 9: Veduta della cavea
ricostruita dal Capitolium

Foto 10: Particolare dell’opus reticulatum delle sostruzioni

Foto 11: Particolare del corridoio

Foto 12: Particolare dell’opus vittatum

Foto 13: Canaletta di scolo
dell’orchestra

Foto 14: Particolare della muratura
della valva hospitalis

Foto 15: Veduta della scena

Foto 16: Marsia

Foto 17: Calliope

TAVOLA
4
Immagine 1: Teatri di Marcello in
Roma e Taormina.

Fonte: Sirano, 2010.
Immagine 2: Teatro di Teano:
ricostruzione del fronte scenico e del proscenio.

Fonte: Sirano, 2010.
Immagine 3: Teatro di Teano:
ricostruzione in 3d del fronte
scenico.

Fonte: Sirano, 2010.
Immagine 4: Teatri di Orange e
Vienna.

Fonte: Sirano, 2010.
Immagine 5: Teatro di Clunia: vista
generale e ricostruzione 3d.

Fonte: Sirano, 2010.
Immagine 6: Teatro di Clunia:
disposizione degli elementi della scena.

Fonte: Sirano, 2010.
Immagine 7: Teatro di Clunia:
ipotesi ricostruttiva del fronte scenico.

Fonte: Sirano, 2010.
Immagine 8: Teatro di Leptis Magna.

Fonte: Sirano, 2010.
Immagine 9: Teatro di Bilbilis.

Fonte: Sirano, 2010.
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Teano” in “BdA”, 48,
1963, p. 131-159.
Johnson, 1933 = J. Johnson, “La tabula Patronatus di Flavio Teodoro”, in “The
University Museum Bullettin”, IV, 1933, p. 135-139.
Johnson, 1933a = J. Johnson, “The Expedition to Minturnae”, University Museum
Bulletin, IV, 5 (October 1933), p. 135-139.
Johnson, 1933b = J. Johnson, “Excavations
at Minturnae, 2, Inscriptions. Part I Republican Magistri”, Philadelphie, 1933.
Johnson, 1934 = J. Johnson, “The theatre at Minturnae”, in AJA, 38-I,
1934.
Johnson, 1935 = J. Johnson, “Excavations
at Minturnae”, 1,
Philadelphia, 1935.
Johnson, 1940 = J. Johnson, “Minturnae” in “RE”,
Suppl. VII, 1940, p. 458-494.
Johnson, 1941a = J. Johnson, “Pirae”
in “RE”, 20,2,
1950, col. 1720.
Johnson, 1941b = J. Johnson, “Piranus”
in “RE”, 20,2,
1950, col. 1721.
Johnson, 1954 = J. Johnson, “The Hill Forts of Latium” in “AJA”,
58, 1954, p. 146-147.
Johnson, 1985 = J. Johnson, “Scavi a Minturno”, Latina, 1985.
Kaufmann-Heinimann, 2007 = A.
Kaufmann-Heinimann, “Statuettes de
laraire et religion domestique à Pompéi” in “Contributi di
archeologia vesuviana 3”, Roma,
2007, p. 151-157.
Karanastassi, 1997 = P. Karanastassi,
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Kehr, 1935 = P. F. Kehr, “Italia
Pontificia”, VIII, Berlino,
1935.
Keppie, 1983 = L. Keppie, “Colonisation
and veteran settlement in Italy, 47-14 b.C.”, Londra, 1983.
Kersauson, 1996 = K. Kersauson, “Catalogue
des portraits romains. Tome II. De l’annee de la guerre civile (68-69 apres
J.C.) a la fin de l’Empire”,
Parigi, 1996.
Klementa, 1993 = S. Klementa, “Gelagerte
Flussgotter des Spathellenismus und der romischen Kaiserzeit”, Koln, Weimar, Wien, 1993.
Korhonen, 1996 = K. Korhonen, “Un’iscrizione
edilizia dei magistri minturnesi” in H. Solin, “Studi
storico-epigrafici sul Lazio antico. Acta Instituti Romani Finlandiae”, 15, Roma, 1996, p. 229-239.
Krause, 1983 = B. H. Krause, “Iuppiter Optimus maximus Saturnus. Ein Beitrag
zur ikonographischen Darstellung Saturns”, Mainz, 1983.
Kreikenbom, 2004 = D. Kreikenbom, “Der reiche Stil” in P. C. Bol, “Die
Geschichte der antiken Bildhauerkunst. II Klassische Plastik”, Mainz, 2004, p. 185-258.
Witschel, 1995 = Ch. Witschel, “Romische Kaiserstauen als Kultbilder”,
in K. Stemmer, “Standorte- Kontext und Funktion antiker Skulptur”,
Berlin, 1995, p. 253-257.
[1] Salmon, 1967, p. 206-210.
[2] Salmon, 1967, p. 208; Coarelli, 1989b, p. 31.
[3] Salmon, 1967, p. 208 (secondo cui, però, i tre centri aurunci
sarebbero, accanto a Minturnae, Suessa, Cales); Coarelli,
1989b, p. 33.
[4] Salmon, 1967, p. 237.
[5] Salmon, 1967, p. 237-238; Humbert, 1978, p. 209-211;
Guidobaldi e Pesando 1989b; Coarelli, 1998, p. 31.
[6] Coarelli, 1982, p. 368; Coarelli, 1989b, p. 29; Guidobaldi e
Pesando 1989b, p. 49-50.
[7] Sulla creazione della
tribù e sulla sua originaria collocazione nella fascia costiera compresa tra il
Liri e il Volturno cfr. Taylor,
1960, p. 56-59.
[8] Livio, X, 21, 7-10:
<<itaque placuit, ut duae coloniae circa Vescinum et Falernum agrum
deducerentur, una ad ostium Liris fluvii, quae Minturnae appellata, altera in
saltu Vescino Falernum contingente agrum>>; Velleio, I, 14:
<<At Q.Fabio quinctum, decio Mure quartum consulibus, quo anno Pyrrhus
regnare coepit, Sinuessam Minturnasque missi coloni, post quadriennium Venusiam>>.
[9] Livio, XXVII, 38, 3-5:
<<Itaque colonos etiam maritimos, qui sacrosantam vacationem
dicebantur habere, dare milites cogebant, quibus recusantibus edixere in diem certam,
ut, quo quisque iure vacationem haberet, ad senatum deferret. Ea die ad senatum
hi populi venerunt: Ostiensis, Alsiensis, Antias, Anxurnas, Meinturnensis, Sinuessanus
et ab supero mari Senensis>>;
Livio, XXXVI, 3, 5-7 “Nam cum cogerentur in classem, tribunos
plebi appellarunt; ab iis ad senatum reiecti sunt. Senatus ita, ut ad unum
omnes consentirent, decrevit vacationem rei navalis eis colonis non esse. Ostia
et Fregenae et Castrum Novum et Pyrgi et Antium et Tarracina et Minturnae et
Sinuessa fuerunt, quae cum praetore de vacatione certarunt.>>.
[10] Strabone, V, 3, 6:
<<τϖν δ′επί θαλάττη πόλεων τούτων εφαπτομένη μόνον, τής τε Ταρρακίνης καί
τϖν εφεξής, Φορμιϖν μέν καί Μιντούρνης καί Σινοέσσης *** ταυτης δ′ανά μέσον
εισί και Σινοέσσης αι Μιντούρναι, σταδίους εκατέρας διέχουσαι περί ογδοήκοντα.
διαρρει δέ Λειρις ποταμός, Κλάνις δ′εκαλειτο πρότερον∙φέρεται δ′άνωθεν εκ τϖν
Απεννίνων ορϖν καί τής Ούηστίνης παρά Φρεγέλλας κώμην (πρότερον δ′ήν πόλις
ένδοξος), εκπίπτει δ′εις άλσος ιερόν τιμώμενον περιττϖς υπό τϖν εν Μιντούρναις,
υποκείμενον τη πόλει.>>.
[11] Cicerone, ad Att., XVI, 13a: <<O casum mirificum! V Idus cum
ante lucem de Sinuessano surrexissem venissemque diluculo ad pontem Tirenum,
qui est Meinturnis, in quo flexus est ad iter Arpinas, obviam mihi fit
tabellarius>>.
[12] Johnson, 1933.
[13] Bellini, 2000, p. 18.
[14] Johnson, 1935, p. 1-10; Aurigemma e De Santis, 1964, p.
41-42.
[15] Johnson, 1954. Castagnoli, 1956, p. 86-87. Coarelli, 1982, p.
368; 1989b, p. 29. Guidobaldi e Pesando, 1989b, p. 49-50. Bellini, 1998, p. 9 e
13; 2002, p. 71-76; 2006, p. 269-272; Bellini, Trigona e Matullo, 2011, p.
563-564.
[16] Coarelli, 1982, p. 368; Coarelli, 1989b, p. 29; Guidobaldi e
Pesando, 1989b, p. 49-50.
[17] Bellini, 2006, p. 270-272; e 2007, 12-13, dove si propone
anche di riconoscere nella collinetta il Mons Garelianus, sede di
uno stanziamento saraceno tra l’883 e il 915. Quest’ultimo, in realtà, secondo
un recentissimo riesame della questione, andrebbe collocato nel comprensorio
territoriale dei moderni centri di Suio e Castelforte: si veda, a proposito, Di
Branco, Matullo e Wolf, 2014, p. 273-280.
[18] Johnson, 1935, p. 6-7.
[19] Coarelli, 1982, p. 375; Guidobaldi e Pesando, 1989b, p. 58;
Mesolella, 2012, p. 111-112.
[20] Coarelli, 1982, p. 371-375; Guidobaldi e Pesando 1989b, p.
39-40, 50-52, 58. Per l’analisi delle pavimentazioni dell’area urbana antica e
per gli spunti da essa forniti per lo studio dello sviluppo urbanistico della
città, cfr. Bellini e Sposito, 2010; e Bellini, 2011.
[21] AE, 1989, 150: <<[-Val]erius M.f. Paetus, Sex.Flavius/ Sex.f.,
/ [---]vius L.f., theatrum aedificandum / [c]oeravere ex pecunia Martis (
(sestertium duodecim milibus) ) / [c]eteram pecuniam pagus Vescinus /
[c]ontulit>>. Cfr. Bellini,
2005, p. 102-105.
[22] Coarelli, 1998, p. 45.
[23] Bellini, Trigona e Matullo, 2011, p. 567-568.
[24] Hesnard, 1989, p. 26; Guidobaldi e Pesando, 1989b,
p. 44-45; Mesolella, 2000b, p. 26.
[25] Pagano, 1988, p. 819-826; Korhonen, 1996, p. 229-239;
Gregori, 2008, p. 191-210.
[26] Gregori
e Nonnis, 2013, p. 165-169; Gregori e
Nonnis in c.d.s.
[27] Cic. Planc. 10, 26; Cic. Red. Quir.
8, 19-20; Cic. Sest. 22, 50; Cic. Pis. 19, 43; Liv. Per. 78; V. Max. 1, 5, 5; 2, 10; 8, 2, 3; Vell. 2, 19, 2-4; Luc. 2,
70-72; Juv. 10, 276-278; Plu. Mar.
37-39; App. BC 7, 61-62; Solin. 27,
40; Oros. 5, 19, 7; Firm. 1, 7, 37; ps.-Aur. Vict. 67, 4, 5; August. C.D.
2, 23, 236.
[28] Guidobaldi
e Pesando, 1989b, p. 46-49, con analisi delle fonti; Pompilio,
1999, p. 89-94, n. 21-38.
[29] Johnson, 1935, p. 56-57; 1940, col. 477.
[30] Flor. Epit. 2, 18; App. B.C. 5, 263, e D.C. 48,
31, 1.
[31] Coarelli, 1982, p. 374. Guidobaldi e Pesando, 1989b, p.
54-55. Mesolella, 2000b, p. 32-33; 2012, p. 40, 70-71.
[32] Guidobaldi e Pesando, 1989a, p. 68-70.
[33] Bellini 2000, p. 16;
Bellini 2003c, p. 49-53.
[34] AE, 1982, 149: <<Deivo Iulio/ iussu populi Romani / e Lege
Rufrena>>.
[35] Cavuoto, 1982, 532-533.
[36] Bellini, 2002a.
[37] Coarelli, 1982, p. 374-376. Guidobaldi e Pesando, 1989b, p.
52-60. Arata, 1997. Mesolella, 2000b, p. 27-38; 2004-2005; 2012, p. 45-46.
Bellini 2006, p. 269-270.
[38] Bianchini, 2012.
[39] Johnson, 1940, col. 478; Coarelli, 1982, p. 370; Keppie,
1983, p. 141-143; Chouquer, 1987, p. 175; Bellini, 2000, p. 19.
[40] Guidobaldi e Pesando, 1989b, p. 55-57.
[41] Chouquer, 1987, p. 175. Mesolella, 2000b, p. 33-34; 2012, p.
69, n. 5.
[42] Mesolella, 2000b, p. 38-45; 2004-2005, p. 645-651. Bellini
2007, p. 11; Bellini e Sposito, 2010, p. 413-414.
[43] Bellini, 2007, p. 11-12, 26-27.
[44] Johnson, 1933b, n. 14,
23, 24, 26 = CIL I2,
2691, 2700, 2701, 2703; Johnson, 1941a e 1941b; Coarelli, 1982, p. 368; Giudobaldi e Pesando,
1989b, p. 46; Rosi, 1989, p. 108-110; D’Urso, 1996, p. 37-47.
[45] Bellini e Matullo, 2011, p. 575-586.
[46] Coarelli, 1989b, p. 29-33.
[47] Coarelli, 1989b, p. 30-31.
[48] Castagnoli, 1944, p. 105; Arthur, 1982, p. 177.
[49] Cavuoto, 1982, p. 527, n. 19 e 530, n. 22.
[50] Pompilio, 1999, p. 105, n. 103 = Solin e
Camodeca, 2000, p. 173,
n. 588.
[51] Laurent-Vibert e Piganiol, 1907, p. 499, n. 7; Laurent-Vibert
e Piganiol, 1907, p. 503, n.13 (= Pompilio, 1999, p. 105, n. 102); Cavuoto, 1982, p. 533, n. 25 (= Pompilio, 1999, p. 99,
n. 65); Solin, 1995, p. 225, n. 60 (= Pompilio 1999, p. 105, n. 99).
[52] Gregori, 2008, p. 191-203.
[53] Vd. Gregori, 2008, p. 203, dove si osserva anche che
l’applicazione del senatoconsulto del 64 a.C non dovette essere generalizzata e
soprattutto non dovette interessare le associazioni di carattere religioso né
quelle ritenute non pericolose per la res publica. Per le iscrizioni
dei magistri minturnesi, Johnson, 1933b; CIL I², 2678-2708; ILLRP, 724-746.
[54] Pagano, 1988; Pompilio,
1999, p. 107, n. 128.
[55] Korhonen, 1996; Pompilio,
1999, p. 101, n. 77. Da
ultimi si vedano Gregori, 2008, p. 191-210;
Gregori e Nonnis, 2013, p. 168-169;
Gregori e Nonnis in c.d.s.; Johnson, 1933a, p. 123-124.
[56] Johnson, 1933a, p. 123-124.
[57] ILLRP II, 152.
[58] Johnson, 1933b, p. 119-123.
[59] Accame, 1942, p. 17-21.
[60] Coarelli, 1982, p. 370; 2004, p. 220.
[61] Coarelli, 2008, p. 105-109.
[62] Johnson, 1933b, p. 114-118.
[63] Staedler, 1942.
[64] Korhonen, 1996, p. 239.
[65] Ruegg, 1995. Si veda anche la recensione di Gualtieri, 1997.
[66] Arata, 1993, p. 159-162; 1997, p. 25-30.
[67] Bellini, Trigona e Matullo, 2011.
[68] Ruegg, 1995, p. 48-54 e 125-130. Sul ponte cfr. anche
Galliazzo, 1994-1995, p. 8283, n. 119; e Bellini, 1998, p. 13-14.
[69] Johnson, 1933a, p. 128.
[70] Ruegg, 1995, I, p.
42-47, 55-77, 130-133.
[71] Ruegg, 1995, I, p. 18-19, 31-33, 130-133. Sul porto di Minturnae cfr. anche
Bellini, 1998, p. 10-12; Bellini, 2007; Bellini, Trigona e Matullo, 2011, p.
567; e, da ultimi, Gregori e Nonnis, 2013, p. 163-168; e Gregori e Nonnis in
c.d.s.
[72] Ruegg, 1995, I, p. 44-46.
[73] Ruegg, 1995, I, p. 56-57; II, p. 10-22. Livi, 2006, p.
100-103.
[74] Giacobello, 2008, p. 89-98, con bibliografia precedente.
[75] Borriello, 1997; Kaufmann-Heinimann, 2007; Giacobello, 2008,
p. 74-80.
[76] Ruegg, 1995, II, p. 21-22.
[77] Labate, 1988; Corti, Pallante e Tarpini, 2001, p. 280-283;
Corti, Tarpini et alii, 2001, p. 354-355, n. 33-35.
[78] Bonomi, Lupi et alii, 2001, p. 370-371.
[79] Zappaterra, 1999, p. 130-134.
[80] Poggesi, 1989.
[81] De’ Spagnolis, 2002, p. 381, n. 359.
[82] Solin, 1999, p. 400-401.
[83] Cristofani, 1996, p. 26.
[84] De Simone, 1996, p. 66-68; Andreani, 2003, p. 188-189; Maras,
2005, p. 44.
[85] Trotta, 1989, p. 20-21; Torelli, 1993, p. 102; Coarelli,
1994a, p. 122-123, 128; Bellini, 1998, p. 12.
[86] Talamo, 1987, p. 167; Cristofani, 1996, p. 28-29.
[87] Ma si vedano le
osservazioni di Coarelli, 1994a, p. 128,
a proposito della presenza di un Minturnese nel tempio di Iside a Philai nel
116 a. C.
[88] Coarelli, 1994a, p. 122-123; Andreani, 2003, p. 196. Cfr.
anche Gasparini, 2007, p. 68 e 77.
[89] Livi, 2006, p. 104-105.
[90] Maiuri, 1913, p. 245-246, n. 2; Brouwer, 1989, p. 86-87, n.
77.
[91] AE, 1982, 154 (= Solin,
1984, p. 119, n. 11; 431 - 432 d.C.): <<Pro felici[tate temporum ?
((dominorum)) ((nostrorum)) Fl(avii) Theo]/dosi(i) et Pla[cidi Valentiniani
semper] / ((Augustorum)) pont[em, qui vel quem - - - plu?]/rimis usu[i -
- -]/ Nicoma[cus Flavianus cons(ularis) Camp(aniae) proco(n)s(ul)
Asiae]/ praefec[tus Urbi saepius praefectus]/ [pr]aetor[io Italiae Illyrici
et Africae] / [- - - repa]ravit[- - -].>>; AE, 1954, 27 (= AE, 1989, 137; primi decenni V sec. d. C.): <<Honori
/ Flavio Theodoro v(iro) l(audabili) / ob eius infinita bene / ficia
onestissimus populu / civitatis Minturnensium / patrono dignissimo posuerunt.>>.
[92] Bellini, 2005a, 269-272.
[93] Di Biasio, 1999.
[94] Mansi, VIII, p. 233; Jaffé e Löwenfeld, 1885, p. 96; Lanzoni,
1927, p. 165; Kehr, 1935, p. 99; Arthur, 1989, p. 186; Nicosia, 1995, p. 25;
Savino, 2005, p. 310.
[95] Mansi, VIII, p. 140-141; Jaffé e Löwenfeld, 1885, p. 93,
n. 729; Lanzoni, 1927, p. 185; Kehr, 1935, p. 99, n. 2; Savino, 2005,
p. 204, n. 278.
[96] ICUR, I, 3504; Pani, 2000, p. 150.
[97] Johnson, 1933a, p. 139; Pani, 1987, p. 310, nt. 5.
[98] Cecchelli, 1951, p. 8-15; AE, 1954,
p. 13-14, n. 27; Pani, 1987; Nicosia, 1995, p. 25-26.
[99] Martindale, 1980, p. 1097-1098.
[100] Martindale, 1980, p. 353-354, 1099.
[101] Martindale, 1980, p. 879-880, 1099; Johnson, 1940, p. 491;
Coarelli, 1989a, p. 60; Arthur, 1991, p. 94; Nicosia, 1995, p. 26, nt. 16.
[102] Parma, 1989.
[103] Arthur, 1989, p. 184; 1991, p. 93-94. Nicosia, 1995, p.
24. Savino, 2005, p. 29 e 34.
[104] Kehr, 1935, p. 98, n. 2. Coarelli, 1989a, p. 61. Arthur, 1989, p. 184, 188; 1991, p. 94.
[105] Jaffé e Löwenfeld, 1885, p. 144, n. 1075. Lanzoni 1927, p.
165. Kehr, 1935, p. 99, n. 3. Aurigemma e De Santis, 1964, p. 41. De’
Spagnolis, 1981, p. 18. Coarelli, 1989a, p. 61. Arthur, 1989, p.
186; 1991, p. 95. Frecentese, 1996, p. 78, 81, 86. Pani, 2000, p. 147-148.
Savino, 2005, p. 130, 194-195. Chiusano, 2007, p. 447.
[106] Guidobaldi, 1989, p. 61.
[107] Nella vignetta,
illustrazione del testo di Igino Gromatico, contenuta in Cod. Palatinus Vat.
Lat. 1564, viene rappresentata la città di Minturno e del territorio
circostante. All’interno della cinta muraria che definisce il perimetro della
colonia romana viene raffigurata una struttura dalla forma di semicerchio o
arco che potrebbe effettivamente ritrarre i resti del teatro romano e il suo
stato attuale. Questa può essere considerata una delle prime raffigurazioni del
teatro minturnese.
[108] Alberti, 1548.
[109] Von Buchell, 1902, p.
115.
[110] Molte furono le guide
che nel corso degli anni vennero scritte per accompagnare i pellegrini durante
i loro viaggi. La nostra in questione fu realizzata da Luigi Scotto e rielabora
vecchi appunti di viaggio, in parte editi e in parte inediti, del fratello
deceduto Francesco. Vd., a riguardo, De Santis, 1975.
[111] De Santis, 1975, p.
238-239.
[112] Magaldi, 1932, p. 2-14.
[113] De Santis, 1932, p. 21.
[114] De Santis, 1932, p. 23.
[115] Guicciardini, 1988, p.
11.
[116] De Santis ricorda gli
interventi di restauro che hanno interessato l’area del teatro al fine di
renderlo nuovamente fruibile.
[117] Tosi, 2003, p. 78.
[118] Frezoul, 1981, p.
193-214.
[119] Cicerone (“De Officis”: II, 17, 60) espone la sua contrarietà nell’utilizzo di
denaro, anche privato, per la realizzazione di edifici teatrali pubblici e
sottolinea come invece sia utile la costruzione di opere difensive o impianti
idrici.
[120] Lugli, 1942, p 55-64.
[121] Mansuelli, 1982, p. 213.
[122] Vitruvio, “De Architettura”, V, 3, 1.
[123] Mansuelli, 1982, p.
218-219.
[124] Vitruvio, V, 91, ricorda che è
essenziale costruire gli edifici per spettacolo in aree salubri e orientati in
modo da non esporre la cavea ai raggi diretti del sole che potrebbero
trasformare la struttura in un ‘forno’.
[125] Bonetto, 2003, p.
923-939.
[126] Anche nella tarda epoca repubblicana
il popolo si esprimeva in <<contione,
comitiis, ludo rum gladiatorumque consessu>>. Vd. Cicerone, Sest., 49, 105; Ad Att., II, 19, 2-3.
[127] Bejor, 1979, p. 134-137 e Frézouls,
1983, p. 115.
[128] Frézouls, 1981, p. 193-214.
[129] In particolare si fa riferimento
agli spettacoli dei mimi e a quelli della colimbetra, criticati dalla casta
romana, osteggiati perché ritenuti troppo lascivi dai cristiani. Paribeni,
1937, p. 209-216.
[130] Guidobaldi-Pesando,
1989, p. 38.
[131] Johnson, 1985.
[132] Ad Augusto è attribuita una seconda
colonizzazione della città e una nuova organizzazione dell’assetto urbano,
molte le fonti che ricordano questo evento in particolare Igino Gromatico. Vd. Cod. Palatinus Vat. Lat. 1564.
[133] Gros, 1994, p. 285- 307.
[134] Bellini, 2005, p. 102.
[135] Crema, 1933, p. 22-44.
[136] Johnson, 1985, p. 88.
[137] La “pietra di Coreno” è un
particolare tipo di marmo proveniente dal bacino marmifero di Coreno Ausonio in
provincia di Frosinone.
[138] Bellini, 2005, p. 103.
[139] La realizzazione di
scene su più ordini, praticabili in alcuni casi dagli attori durante le
rappresentazioni teatrali prendono ispirazione dalle facciate delle insulae e rispondono ad esigenze
acustiche ben studiate dagli architetti romani.
[140] Bellini, 2005, p. 103.
[141] La Tabula Patronatus venne rinvenuta il 15 luglio del 1933 tra le
macerie del teatro all’altezza della dodicesima arcata. Vd. Johnson, 1933, p.
135-139.
[142] L’utilizzo di materiale
di riuso proveniente dall’antica Minturno nella costruzione della città
medioevale di Traetto è stato oggetto di studio di una tesi di laurea nella
quale, grazie ad analisi chimiche ed alla comparazione di campioni prelevati
dal sito archeologico e dalla cattedrale di S. Pietro, è stato dimostrato come
i materiali impiegati nella costruzione della chiesa provenissero dall’antica
città romana. In particolare i blocchi usati per le scale di accesso
dell’edificio sacro sono stati ricavati dalle gradinate della cavea. La tesi:
M. G. Asinelli, “Il reimpiego di elementi
architettonici a Traetto tra il IX ed il XIV secolo. Studio delle pietre di
riuso delle spolia”.
[143] Crema, 1933, p. 24-44.
[144] D’Urso, 1992.
[145] Bellini, 2005, p. 105.
[146] Jacopi, 1961.
[147] Foucault, 1971.
[148] Medri, 2001, p. 15-40.
[149] Lugli, 1968; Adam, 2006.
[150] Coarelli, 1977, p. 1-19.
[151] Questa fase va dal
secondo quarto del I sec. a. C. a poco oltre la metà del I d. C.
[152] Maiuri, 1942, p. 195.
[153] Maiuri, 1942, p. 55.
[154] Lugli, 1957, p. 486-533.
[155] Lugli, 1968, p. 533.
[156] Lugli, 1968, p. 534-565.
[157] Bloch, 1947.
[158] In molti edifici teatrali la
pavimentazione dell’orchestra è realizzata con lo stesso materiale impiegato
per la pavimentazione degli aditus maximi
o per la realizzazione delle gradinate della cavea. Vd. Amucano, 1992, p. 40.
[159] L’opera vittata mista
presente dalla fine del I sec. a.C. è caratterizzata dall’alternanza di filari
di laterizio e filari costituiti da blocchetti di tufo. In Minturno si registra
l’uso di laterizi dello spessore di 0,30 cm. e della lunghezza di 25,50 cm.
alternati a tufelli della lunghezza di 26 cm. circa e di altezza pari a 6 cm.,
allettati su uno strato di malta dello spessore di 2 cm. I ricorsi di laterizio
sono costituiti da materiale di reimpiego, come si evince dal fatto che i
mattoni impiegati sono di dimensioni e di colore diverso. Tufelli e laterizi
sono disposti su filari orizzontali: ad uno strato di tufo si alternano due
fila di laterizi.
[160] L’opera laterizia impiegata a
Minturno è costituita da filari di bipedales
allettati su uno strato di malta dello spessore di circa 2 cm.
[161] La ricostruzione del
prospetto esterno evidenzia la presenza di lesene e altri elementi decorativi
andati perduti.
[162] Tracce della possibile presenza di
un accesso interno alla cavea non si conservano in situ, tuttavia viene riportato in uno dei primi rilievi. La
presenza di un ingresso posto al centro della cavea è comune ad altri edifici
come Ostia e Benevento. Vd. Tosi, 2003, p. 201-203.
[163] Il balteus può essere considerato un elemento di divisione tra le alte
cariche della città e il resto del popolo. La divisione dei posti a sedere
rispetta un ordine ben preciso dettato dalla Lex Iulia Theatralis. La presenza di queste lastre è documentata in
molti teatri italiani ed europei ma in pochi casi si conservano. Un esempio lo
ritroviamo nel teatro di Sabratha dove sono state rinvenute le lastre che
ornavano il parapetto. Vd. Caputo, 1959, p. 14.
[164] Fidenzoni, 1970, p. 37.
[165] Marcattili, 2007.
[166] Pagano, 2000, p. 5.
[167] Ortalli, 1986, p. 78-81.
[168] Alcune delle
caratteristiche del teatro di Minturno dimostrano che l’edificio rispetta i
dettami vitruviani non solo per le dimensioni dei posti a sedere ma anche per
le proporzionalità dell’intera struttura come per il posizionamento degli
accessi. Vd. Sear, 2006, p. 125.
[169] L’utilizzo di tavole
lignee per la pavimentazione del podio è da attribuire all’epoca greca: tale
copertura permette di liberare la fossa scenica da qualsiasi struttura di
sostegno per la copertura del podio, e in tal modo far sì che podio e fossa
fungano da cassa di risonanza e aiutino ad avere un’acustica migliore in tutto
l’edificio. Vd. Anti, 1951.
[170] Cascella, 2002, p. 64.
[171] Vibia Matidia detta
Matidia Minore (n. 85 circa, m. 165 circa), figlia di Salonina Matidia.
La madre Salonina Matidia (n.
4 luglio 68, m. 23 dicembre 119), nipote dell’imperatore romano Traiano e
suocera dell'imperatore Adriano, appartenente alla dinastia degli Antonini,
figlia di Ulpia Marciana, sorella di Traiano, e di Gaio Salonino Matidio Patriuno,
fu considerata come una figlia dall'imperatore, che non ne aveva di propri. Fu
onorata col titolo di augusta, ottenuto nel 112, e con monumenti e iscrizioni
per tutto l'impero, come già sua madre. Sposò il senatore Lucio Vibio Sabino,
morto nell’86, cui diede due figlie, Vibia Matidia (nota come Matidia Minore) e Vibia Sabina, che
divenne sposa di Adriano. Vedova a soli sedici anni, sposò in seconde nozze
Lucio Scribonio Libone Rupilio Frugi, che morì nel 101, e cui diede altre due
figlie, Rupilia Faustina, moglie del console Marco Annio Vero, e Rupilia Annia,
che sposò Lucio Fundanio Lamia Eliano, console nel 116. Nel periodo incerto
scatenato dalla morte di Traiano nel 117 si accordò con l'augusta Plotina per
favorire la successione imperiale di Adriano, marito della figlia Vibia Sabina.
Alla sua morte, avvenuta nel 119, un riconoscente Adriano ne pronunciò
l’orazione funebre e la divinizzò dedicandole un tempio nel Campo Marzio a
Roma, che doveva corrispondere all’attuale chiesa di Santa Maria in Aquiro in
piazza Capranica.
A
differenza delle sue parenti, Vibia Matidia (detta Matidia Minore per
distinguerla dalla madre) non ottenne il titolo di augusta e non venne
divinizzata dopo la morte. Si tenne lontana dalla vita politica e non si sposò.
Ebbe vaste proprietà nella zona di Minturno, dove le furono dedicate delle
statue onorarie, e di Sessa Aurunca, dove finanziò la costruzione di una
vastissima biblioteca e dell’acquedotto nonché la ricostruzione del teatro, nel
quale si fece raffigurare al centro della scena in veste di Aura, circondata
dagli altri membri della famiglia imperiale.
[172] Una iscrizione dedicatoria rinvenuta
in prossimità della basilica meridionale del teatro sessano ricorda
l’intervento di Matidia e la sua importanza per la comunità.
[173] CIL X 4760.
[174] CIL X4744.
[175] Casella, 2002, p. 51-52.
[176] La realizzazione di una struttura
scenica complessa con strutture aggettanti, colonne e nicchie, è il frutto di
una evoluzione che giunge ad una maggiore precisione solo in età augustea. La
volontà di creare uno scenario in cui calare la narrazione teatrale è un
bisogno che trova nell’utilizzo di pannelli pittorici una prima soluzione e che
ha spinto molti studiosi a considerare strettamente correlate l’evoluzione
pittorica romana con l’evoluzione della scena, la quale dovrebbe passare
dall’utilizzo di fondali dipinti alla realizzazione di scorci e vedute che
richiamano gli stili della pittura pompeiana, attraverso l’uso di elementi
costruttivi a danno di quelli pittorici. Vd. Neppi Madonia, 1960, p. 176-183.
[177] Adriani, 1998.
[178] Sirano, 2009a, p. 57-79.
[179] Johannowsky, 1963, p. 152-159;
Sirano, 2009b, p. 5-6.
[180] Un accenno in Pozzi,
1991, p. 350.
[181] Fondi Gioco del Lotto
“Grandi Teatri della Campania settentrionale 2001-2002” (DM 23.03.2001, Legge
662/96, art. 3, comma 83; Unione Europea Agenda 2000-2006, fondi POR Campania,
PIT “Antica Capua”, progetto ACISANTEA004.
[182] De Caro, Miele, 2001, p.
528-529; Sirano et alii, 2002, p. 317-336;
Sirano, Beste, 2005, p. 399-423; Nava, 2007, p. 796-797; Sirano, 2009 b, p. 5-22.
[183] Tagliamonte, 2007, p. 53-68.
[184] De Caro, 2000, p. 223;
De Caro e Miele, 2001, p. 528. Sul rapporto tra culto di Apollo e edifici
teatrali sin da età medio-repubblicana: Courtois, 1989, p. 61.
[185] Monterroso Checa, 2005, p.
80-84.
[186] Tagliamonte, 2007, p. 65;
Sirano, 2009, p. 70-73.
[187] Caldelli, 2009, in c.d.s.
I restauri furono conclusi da Gordiano III (Sirano e Beste, 2005, p. 406) al
quale si deve anche il restauro del teatro di Minturno: Fuchs, 1987, p. 35.
[188] Sirano e Beste, 2005, p.
401, fig. 2. Per statue in tufo dal teatro grande di Pompei: Fuchs, 1987, p. 44,
A IV b 1.
[189] Cohon, 1984, p. 60-65 e
307 n. 173. Da notare che, rispetto al gruppo di trapezofori che fa capo agli
esemplari dalla casa di Cornelio Rufo, gli esemplari di Teano presentano alcune
varianti attestate invece sul gruppo raccolto intorno ai sostegni dalla chiesa
di San Tommaso ai Cenci a Roma (Cohon, 1984, p. 241 n. 85) con particolare
riferimento al profilo convesso delle corna sulla protome leonina rivolto verso
l’alto anzichè verso il basso come nel caso di Pompei.
[190] Tra l’altro, dal momento
che non sono attestate strutture intermedie fino alla grandiosa scaenae
frons severiana si propone (per la prima volta in questa sede) di collegare
alcune strutture in blocchetti di tufo visibili nel vano auleo, e sottoposte
alle fondazioni del pulpitum, ad un proscenio costruito davanti al più
antico edificio scenico; si attribuiscono, inoltre, a tale complesso alcune
lastre e cornici della seconda meta del I secolo a.C.: Lastre Inv. Gen. 292481,
292459, 292499. Vd., a riguardo, D’Avino, in Sirano et alii, 2002, p. 326-327; Sirano e Beste, 2005, p. 401, fig. 3.
Per le lastre con racemi utilizzate come decorazione del pulpitum: Fuchs, 1987, p. 23, A II, a-b (Cassino); p. 132
(Volterra), p. 145-146 (Ocricoli, Faleri, Verona).
[191] Inv. Gen. 248572,
241899, TT 19, 40, 60, 167.
[192] Pensabene, 2005, p. 80,
fig. 8 (con rocchietto molto più largo rispetto a quello di Teano).
[193] Pensabene, 2005, p. 82-84,
fig. 9 e 11 (rispetto alle quali quelle teanesi mancano delle foglie sulle
volute).
[194] Pensabene, 2005, p. 86,
fig. 13.
[195] Per le cornici di Teano:
V. D’Avino, 2009, in c.d.s.; per Tusculum: Rodriguez Gutierrez, 2007, p. 556-564,
fig. 3-12. Altre cornici con mensole di Ostia: Pensabene, 2007, p. 145, tav.
33, 6.
[196] Pensabene, 2007, p. 129,
tav. 26, 3.
[197] Inv. TT 513-515 (in cm
h. conservata 12-27, spessore 4-7, lunghezza 14-30): D’Avino, 2009, in c.d.s.
Per lastre con racemi vegetali in un edificio scenico tra seconda meta del II e
prima meta del I secolo a.C.: von Hesberg ed Eck, 2008, p. 52-57, fig. 37-42.
Le lastre di Teano per il tipo di fiore e la forma dei racemi ricordano gruppi
di fregi vegetali recentemente assegnati alla seconda meta del I secolo a.C.:
Maschek, 2008, p. 130-135, 141-144, figg. 8-9 e 14.
[198] Crema, 1933, p. 25-44.
[199] D’Urso, 1992, p. 40-44.
[200] Adriani, 1998, p. 28.
[201] L’introduzione di un tetto nella
struttura scenica è dovuta non solo alla volontà di proteggere la scena e il
podio dalle intemperie ma ha anche la funzione di riflettente acustico verso la
cavea. Questo dispositivo, come molti altri del teatro romano, è di origine
italiota, documentato sui vasi con figurazioni di spettacoli fliacici già nel
IV sec. a. C. Vd. a riguardo Anti, 1951, p. 26.
[202] Johnson, 1933, p. 87.
[203] Adriani, 1988, p. 32.
[204] Lungo le strade che cingono
l’edificio teatrale sono stati rinvenuti numerosi frammenti scultorei che
inducono a pensare alla presenza di statue dimensioni colossali poste a decoro
del prospetto esterno dei parasceni e della basilica.
[205] Queste strutture sono
una invenzione romana: la loro creazione è dovuta alla volontà di sottolineare
la distinzione tra gli strati più bassi della società e i cives appartenenti alle classi sociali più elevate. Vd.
Clavel-Lévêque, 1986, p. 25-42.








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