"POEMI PER COMBATTERE LA MORTE"


“POEMI PER COMBATTERE LA MORTE.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 

 

  






<< Sapete, leggete un libro e lì non ci sono risposte. Non c’è nulla per cui valga la pena di sopravvivere in quello che leggete. Nulla per cui valga la pena di sopravvivere in ciò che vedete per le strade. Allora vi mettete alla macchina da scrivere e create qualcosa, e diventa l’unica cosa per cui valga la pena di sopravvivere. >>

 

Charles Bukowski: “Il sole bacia i belli.”.

 

 

 

 

 

0.1) TUTTO INIZIA SEMPRE CON LA LIRICA. (EPITOME.)

 

Dopo la rivelazione (comunicazione tra uomo e dio) e il linguaggio (comunicazione tra uomo e uomo) e prima del racconto, la lirica è la forma di espressione della parola primordiale, parola che è musica e musica che è parola, in un connubio che, sotto le mentite spoglie del commercio, continua fino a noi nella cosiddetta musica popolare.

E della musica Triscari conserva anche la totale irresponsabilità, che, in un verso, è capace di trascinare l’ascoltatore all’interno di un personaggio o di una idea che non gli appartengono. Così, per qualche minuto l’ateo può diventare credente o, al contrario e all’inverso, la blasfemia può diventare misericordia gentile.

Nella raccolta però a prevalere su tutto sono gli strappi dell’esperienza, la lotta per la vita. Un combattimento che può assumere forme impreviste. La battaglia finale è, comunque, l’arte stessa. Ancora oggi, infatti, sembra impossibile un’arte della pace, un’arte senza conflitto, un’arte non greca.

 





 0.2) PROBLEMI CON LA MUSA. (PROLOGO.)

 

AMORE, TEMPO E MORTE.

In questa mia breve presentazione mi soffermerò innanzitutto su 3 parole chiave: amore, tempo e morte. Tre monadi che nella presente opera sono intimamente connesse. Il contatto fisico con la donna e con l’amore è infatti già ricordo nel momento stesso in cui avviene ma è forse l’unico strumento che ha l’uomo per ingannare (ma solo per un attimo) la morte. Nei frammenti di contatto umano tra due corpi che si amano (o che si sono amati), l’uomo innamorato, preso dalla passione, annulla nella sua mente il senso del tempo e la presenza della morte. I momenti dell’amore, quindi, sono fuori dal tempo e sono gli unici istanti in cui l’uomo domina sulla realtà e vive concretamente il sogno, l’illusione e la sospensione dei rapporti con il regolare fluire dei giorni. Tuttavia il tempo scandisce anche questo spazio d’amore fendendo con assoluta determinatezza e risoluta determinazione la condizione di felicità e così riportando l’uomo con i piedi per terra. Con dolorosa constatazione (ma concretissima) in queste poesie avviso che quell’istante d’illusione dolcissima è appena distinguibile e che non solo non si può ingannare il tempo e la morte, ma che anche l’amore, l’unico rimedio possibile, è bacato, avvelenato dalla presenza del “serpente del tempo”. (Non c’è nulla che l’assonnato serpente del tempo non riesca a scovare. A volte tocca con la lingua il cielo, altre scivola sui corpi di due amanti lasciando tracce che molto presto si rivelano indelebili.)

<< D’onde tanto pessimismo? >> si domanderà il lettore. A me pare che il filo che separa la vita dalla morte, per quanto sottile e impercettibile possa sembrare, è invece l’orlo di un baratro incolmabile: nei versi di “Il viaggiatore, l’autista e il poeta.” il viaggiatore con la camicia celeste, l’autista sudato e il poeta viaggiano insieme verso la morte.

Ma sempre, per me, la morte è qualcosa di impalpabilmente leggero, come quella polvere che la cameriera spazza via quotidianamente nei versi di “Studio di morte.”. La morte è un circolo vizioso, una giostra inevitabile di momenti che finiscono, è un animale in agguato mentre << stai seduta allo specchio e ti trucchi gli occhi. >>. Tra le cose di tutti i giorni, vitalizzate da un proficuo e sano disordine, vi è una << porta. / Dalla quale entra ed esce la morte. >>. In questo scenario, in cui non esiste speranza, la morte non assume mai tinte oscure né tantomeno prende consistenza: rimane sempre lieve, come polvere. La morte non è niente. Forse, per il semplice fatto, di per sé tautologico, in virtù del quale quando c’è lei non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c’è lei. Che altro ci è possibile, dunque, fuorché rimanere a osservare il lento disfacimento quotidiano, l’irreversibile processo mortale che ci coinvolge tutti? Eppure da certi componimenti emerge (come è normale, del resto) un inconfessabile desiderio di eternità, come nell’accorato inno alla luna, che nella sua imperturbabilità << assorbi ogni tristezza. Purifichi / ogni peccato >>. Infatti, se è vero che la contesa che ogni uomo disputa con la propria esistenza terrena è una questione tutta mondana che tutta si gioca nell’ordine del tempo, non posso negare che in questi versi si respiri una pagana esigenza di superare la barriera imposta dai limiti temporali. Per me l’esistenza, certamente un fenomeno di per sé evidente, non è una ineluttabile realtà quanto un mistero da indagare. Questa indagazione non può però essere effettuata tramite aspirazioni metafisiche o religiose illusioni ma sorge e viene condotta attraverso un’accurata osservazione dei gesti e delle parole apparentemente più banali e consuete. La morte è una cosa unica con il tempo. Il tempo stesso si identifica con la morte e la vita diviene una esperienza quotidiana di morte. Il tempo è il maestro di cerimonia del nostro imminente funerale. La vitalità dell’amore è una illusione momentanea: la missione di eternità può essere affidata alla poesia, che ha la capacità di annullare il tempo.

La poesia è il tempo del presente atemporale. Poiché spoglia il passato e il presente della loro temporalità, detemporalizza le immagini del passato strappandole dalla memoria, e cancella la quotidianità dal presente per immergerlo in una virginale dimenticanza. Nella poesia, passato e presente s’incontrano in un punto atemporale, come una sorta di profondo indistruttibile eterno presente. La poesia può dunque compiere meravigliose magie: ciò che è impalpabile può raggrumarsi e assumere una certa consistenza. Così, al poeto non resta che tentare di condensare in suoni impercettibili il flusso del sangue nelle vene e i complessi movimenti meccanici dell’encefalo. La concretezza non è un dato scontato, e ciò che non si vede e non si sente può assumere talvolta contorni ben delimitati, colori, e peso specifico.

Ogni componimento si snoda così tra parole di apparente evanescenza e immagini precise e puntuali, mentre i colori non hanno sfumature e sono pieni e decisi (solo porpora, bianco, nero, verde, rosso, giallo, e arancione): << Le mie mani si rimpiccioliscono. Si rimpiccioliscono sempre di più. >>, << le rose si gonfiano ai tuoi passi >>, << Le rughe sono i fiumi / torbidi che attraversi una volta soltanto >>; << Verde sopra il nero >>, << una margherita nera >>, << Ecco, il vento soffia / in un vortice al vento / migliaia di foglie. Verdi, rosse, / gialle, nere >>, << stupido arancione >>.

Le immagini, sempre sull’orlo della memoria, sfiorano il presente e rimangono impercettibilmente inchiodate nella ripetuta lettura che impongono. Ogni rilettura è un altro sguardo, un’altra focalizzazione. Ancora una volta, il secondo tentativo è la mossa giusta nell’agone della vita con la morte.

Questa raccolta, nella sua scarna essenzialità e nella sua cristallina quotidianità, si contrappone (ma senza brusche fratture) alla più recente poesia italiana, che sembra apprezzare un ritorno alla parola evocatrice, all’equilibrio formale e alla compostezza esteriore. E, con la sua poesia distillata, mi pare ch’essa crei un abile intarsio d’immagini concrete s’un piano squisitamente reale. La sua poesia è una esperienza reale, fatta di ricordi che emergono da un passato inesplorabile e di suggestioni provocate da oggetti comuni. Essa segue un metro comune (la poesia, infatti, nasce in bocca, come ci hanno insegnato e testimoniato, a diversi e progressivi livelli di consapevolezza critico-teorica, prima Ungaretti, poi Montale, e da ultimo Vaghenàs): le parole sorgono da un segno di interpunzione, da una interruzione che da maggiore risalto ed efficacia, da una pausa di sospensione, da una celaniana svolta del respiro. Le parole divengono parole-isola che concentrano il ritmo e il suono della frase, intarsiata poi dal cesello dell’ironia che incide i versi con penna conscia e memore delle infinite peripezie della retorica. In “La nascita di Venere.”, per esempio, sono stato accusato di stucchevole manierismo amoroso per i versi in cui scrivo di voler chiudere la mia donna in una conchiglia. Ma i versi sono, in realtà, una introduzione pittorica a Botticelli che, come me, ha avuto bisogno di quelle tinte lievi e di quei toni melensi per fermare il momento immediatamente precedente il distacco e la separazione. In questa prospettiva, mi sembra che le parole assumano una pregnanza più complessa, che va al di là dell’iniziale romanticismo lirico.

 

LE FONTI.

E, dato che abbiano intrapreso il discorso sulle fonti, proseguiamo su questa strada e snoccioliamo un po’ di dati eruditi. L’intera raccolta è infatti contesta di riferimenti più o meno dichiarati alla tradizione letteraria e artistica europea, italiana, e greca, trattati però, mi pare (o, almeno, me ne picco), con una leggerezza e una autonomia che ne fanno lirica docta ma non iniziatica, sul crinale tra raffinatezza e aristocraticità. Un esempio di gran gusto mi sembra la poesia “Malinconia di grammatico.” concepita in forma di ‘scolio’ alla “Malinconia di Iason di Cleandro, poeta nella Commagene.” di Costantino Cavafi, testo che tematizzava fin dal primo verso l’invecchiamento del corpo e della figura e ne individuava l’antidoto proprio nell’arte della poesia.

Ma il poeta greco più presente nella raccolta è senza dubbio Kostas Kariotakis (1896-1928), autore capitale del Novecento ellenico, la cui ricerca formale e il cui pessimismo cosmico sono stati fondamenti essenziali per le generazioni successive a cominciare dal primo Seferis. Da Kariotakis, i poemi qui presenti riprendono innanzitutto la struttura, che alterna poesie originali a traduzioni. Il mio concetto di traduzione letteraria è però, si badi bene, molto diverso da quello diffuso nella tradizione culturale italica e a noi familiare poiché implica una riscrittura che acclimati nella lingua di arrivo l’atmosfera e le sensazioni della poesia prima ancora del suo preciso dettato: è il caso delle versioni da Wystan Auden (“Lutero.” e “Notturno.”), David Ricks (“Cicladico.”), e Gavin Ewart (“Effetti dell’amore.” e “Ballata di un poeta oscuro per il nuovo millennio.”). Nè si dimentichi il recupero della forma metrica della canzonetta laforguiana nella “Ode alla luna.”. Da Kariotakis dipende anche il tono della “Ballata di un poeta oscuro per il nuovo millennio.”, che ricorda distintamente la satira “Ballata per i poeti senza gloria d’ogni tempo.” (“Nepenti.”, 1921) e l’ancora più mordace “Tutti insieme.” (“elegie e satire”, 1927; già ricantato da Gianni Ritsos nella memorabile lirica “Poeti.”). “Meditatio mortis.”, lungi dal riproporre il tono fiducioso panteistico ed enfatico dell’omonimo testo di Ànghelos Sikelianòs, ricorda da vicino la sconsolata e sgomenta riflessione di “Scendendo per le scale che diremo.” (una delle ultime poesie di Kariotakis prima del suicidio), e acquisisce così una valenza decisamente e nettamente escatologica. Ancora: il componimento fortemente autoironico dal titolo “Problemi con la Musa.”, sebbene richiami in primo luogo il testo di “La musa malata.” di Baudelaire, è senz’altro debitore a “Polinnia.” (“nepenti”, 1921); “Il ritorno.”, oltre a ricordare, per la simbologia naturalistica, l’omonima poesia di Kariotakis, sfocia di fatto nell’<< assoluto Nulla, l’Infinito >> di “Vai via, il mio cuore brama.” e rammemora indubitabilmente il motto che apriva in origine le “Elegie e satire.” << Riconciliamoci col Nulla e l’Infinito >>; sempre per rimanere in ambito di confronti, “Ora quaggiù.” è una divertita riscrittura di “Tombe.”; mentre diversi altri componimenti sono in rapporto genetico con “Consigli.” e probabilmente dietro a “Cicladico.” si può leggere una velata allusione alle bambole giapponesi di “Apostrofe.”, anche se i miei ricordi a riguardo sono alquanto confusi e offuscati.

Più in generale, la silloge colloca il polo intimistico, quasi confessionale, della mia poesia nel solco di un pessimismo a tratti sarcastico (nella “Ode alla tigre.” compare persino Leopardi, anche se più per l’analogia semantica del nome che non per una effettiva contiguità contestuale) che coinvolge il presente non meno delle figure del passato, mostrando così la propria validità eterna, la definitiva e ineluttabile caduta del soggetto dall’universo del sostanziale e del continuo in quello della corruzione e della corruttibilità terrena. È in questa luce che il lettore deve interpretare i numerosi riferimenti al mito della Grecia antica, arcaica e classica: in “Genesi.” è la storia di Edipo e della Sfinge, che si sostituisce al mito di Adamo ed Eva, peraltro immediatamente recuperato nel testo “Brillava il pomo.” e poco più in là ampliato e trasfigurato in “Il giudizio universale.”: le due tradizioni, quella classica e quella giudaica-cristiana, concorrono a porre sin dal principio l’uomo in mezzo al nihil e dinanzi alla propria titubante meschina incapacità e impotenza. In “Il sublime.” (titolo parodisticamente memore del trattato dello pseudo-Longino, autore a me, e alla mia saggistica, particolarmente caro) troviamo poi la Chimera e Prometeo, Narciso, Zeus, Endimione (ma quanto lontano dall’Endimione attore della istoria e pròmaco della poetria in “A Occidente del dolore.” di Elitis), Afrodite e Artemide, le Nereidi le Meduse e le Gorgoni, gli Argonauti e Medea con Filottete sullo sfondo, Laio, Giocasta (e di nuovo Edipo, dunque) e Teseo presentati come consapevoli attori del fato in “Teologia.”.

Non mancano, inoltre, riferimenti, <<talora troppo compiaciuti>> a detta della mia musa-ninfa Paola, a miti moderni come Otello e Iagonella (in “Ballata dell’amante insicuro.”), Werther (in “I dolori del giovane Goethe.”), Lutero impegnato (in “Lutero 2°.”) nella sua titanica lotta di novello Tannhauser contro le ninfe del Venusberg, l’insicurezza umana e la corruzione della chiesa. Qua e là emerge, infine, il mio personale gusto per le opere rinascimentali e barocche quali il mantovano “Ritratto di signora.” (dove campeggia il nome di Mantegna), la “Venere di Dresda.” di Giorgione, e il “Amor sacro e amor profano.” di Tiziano (ripreso in “Amor profano.”), o ancora il ritratto fiammingo forse di Vermeer cui è accostata la donna amata nella “Ballata di una stagione imcompiuta.”.

 

IL VERSO RITMICO.

Ma non è solo la trama fittissima di riferimenti intertestuali ed eruditi che rende a me particolarmente gradita e amata questa crestomazia. Dentro vi è anche una profonda e seria riflessione sulla scrittura e la poetria. Riflessione che scaturisce dalla seguente domanda: con quali strumenti si può fare poetria oggi? Questa è, in buona sostanza, la partita che si gioca in questo libro. Un libro che, se non un vero manifesto, va considerato almeno come la risposta a un problema teorico che più di un autore ha recentemente insinuato nella repubblica delle lettere.

Tutto parte dalla crisi del verso libero. Il quale, a mio parere, ha ormai perso la novità e la forza espressiva che possedeva in origine, quando fu introdotto e consacrato da autori che padroneggiavano perfettamente (e scientemente sovvertivano e contaminavano) le forme tradizionali. Al contrario, la poesia moderna si trova ora dinanzi a un vicolo cieco ingombro delle innumerevoli e insipide creazioni di dilettanti privi di qualsivoglia nozione (e, di conseguenza, qualsivoglia gusto) della lingua poetica. Ebbene, io credo che si possa rispondere a questa crisi solo tramite una riconsacrazione della parola poetica: non però nell’ottica di ricalcare pedissequamente le forme tradizionali bensì provando a dialogare con esse ovvero a rivitalizzarle conservandone alcuni elementi essenziali (in primo luogo la rima) e contestualmente aprendole all’influsso del verso ritmico libero dalle costrizioni metriche ma scandito da precisi schemi ritmici. In questa ottica, scrivere versi in una lingua quotidiana (ossia non aulica né letterariamente connotata), parlando di esperienze quotidiane e note a tutti eppure servendosi in modo flessibile di categorie espressive sancite da una lunga tradizione, può diventare un buon metodo per schivare le melodrammatiche pastoie del sentimentalismo, rifiutare l’insulsa totipotenza semantica del posmodernismo, e incanalare l’élan vital della ispirazione in un dialogo ricco di ironia (talora amarissima) ma anche di consapevole profondità con il passato.

Ecco allora che dietro certe rime (e la tipologia delle opzioni rimiche è amplissima: sono presenti nella raccolta, oltre alle più comuni rime baciate e incatenate, anche rime ricche, identiche, imperfette, e difficili) si nasconde ben più di un mero compiacimento enigmistico: la trasfigurazione dell’espressione in contenuto, della forma in senso, capace di squadernare inattese analogie ma anche un tema centrale del florilegio quale, appunto, il vuoto della morte e l’assenza di senso nella vacua vastità dell’universo. In queste pagine, io ho cercato di espropriare dalla canzone una delle prerogative che essa suole svendere e deprezzare (la rima, appunto), facendone uno strumento poetico nuovo, raffinato e ironico, di una ironia che solo a tratti inclina anche, scherzosamente, all’alessandrinismo crepuscolare (nel senso gozzaniano della rima tra “Nietzsche” e “camicie”).

Ed ecco allora che nelle poesie intitolate a movimenti musicali (quali “Allegro.” e “Andante.”) o a componimenti poetici dell’antica tradizione rinascimentale (“Madrigale.”), pur nel rigore dell’impianto strofico, non sempre i versi conoscono una misura regolare, e le rime si rispondono in modo talora sorprendente, mirando piuttosto a ricreare un’atmosfera poetica (eminentemente legata al più sentito tenore intimistico) che non a riprodurre uno schema astratto di lunghe e brevi, o di accenti primari e secondari.

Il lettore non creda però, a questo punto, che l’unico interesse di questa raccolta risieda nella ricerca formale di una espressione poetica plausibile (perseguita, come poc’anzi rilevato, giurando fedeltà alla rima, e seguendo la tradizione nell’uso prevalente, anche se non universale, dell’endecasillabo). In questo libro vi è molto altro: una finissima sensibilità per temi come l’amore (seguito da presso lungo le pieghe della gelosia, le sfumature dell’eroto, l’onnipotenza della passione, la superstizione dell’attesa, il rimorso dell’addio), il tempo, la decadenza, e la morte (tre concetti indissolubilmente legati da uno stretto rapporto quasi metonimico di contiguità, come ho già avuto modo di sottolineare e rilevare nel primo paragrafo di questa introduzione, programmaticamente intitolato “Amore, tempo e morte.”), il profumo sublime e stimolante della tristezza, lo sgomento dinanzi all’abisso del nulla che inghiotte anche il peccato, l’ansia per una vita diversa che s’indovina da una breccia nel tempo (si ricorderanno, qui, le “malchiuse porte” montaliane), il precario e provvisorio rifugio offerto dalla poetria e dalla città e dalla luna. Soprattutto, emerge un disgusto per la volgarità e la grossièreté di certa parte del mondo contemporaneo, e si fa viva l’urgenza di un ritorno all’apprezzamento di realtà genuine ed essenziali (ma non per questo meno sfuggenti) come la luce la notte il corpo e i profumi della natura.

Ma è solo la forma sorvegliata di questi componimenti a filtrare la piena dei sentimenti e delle sensazioni che questi tempi (of)feriscono. Né la trama di riferimenti nuoce alla vitalità dei poemi né tantomeno li confinano in un ghetto provinciale o in una nicchia erudita. A ben vedere, anzi, il disagio nei confronti del troppo abusato verso libero, la rinnovata fortuna delle forme poetiche tradizionali, e in particolare il recupero di assonanze e rime, non sono fenomeni isolati nel panorama contemporaneo: non solo se ne possono rintracciare sporadiche avvisaglie in altri poeti più o meno coetanei, ma si tratta di fenomeni ben attestati nel contesto della lirica europea: penso a esperimenti come le quartine di Patrizia Valduga o i sonetti di Giovanni Raboni, a certe poesie rimate del poeta doctus Durs Grunbein o di Vicente Luis Mora (ma tra i poeti ispanofoni si ricorderà in primo luogo Borges), ai sonetti arditissimi di Jacques Roubaud, e soprattutto ai testi che compongono “La poursuite du bonheur.” di Michel Houellebecq, senz’altro meno dotti e meno allusivi, ma talora significativamente vicini alla restante produzione per quanto concerne l’uso dell’ironia, la semplicità del tono e della lingua, e l’atmosfera gravida di scettico pessimismo.

La poesia dei “Poemi per combattere la morte.” è dunque (e non solo per l’aperta presenza di testi stranieri) una poesia di caratura pienamente greca, ellenica, ed europea. Una poesia, inoltre, che configura un modello forse difficilmente riproducibile su larga scala (pare arduo immaginare che nasca da qui un movimento vero e proprio, o che il verso libero venga detronizzato d’emblée: la scuola dei neo-formalists americani non ha infatti sortito esiti degni di nota) ma che mi auguro destinato ad ampliare e slargare lo spazio letterario di oggi lanciando una sfida espressiva di grande portata per i poeti che verranno. Una poesia, infine, che si vuole nuova guardando all’antico, all’insegna del motto << Il futuro ha piedi nuovi ma cuore antico. >>.

 

 

 

 

 

1) 2017.

 

 

 

IN UN AUTUNNO CHE SOPRAVVIVE.

 

In un Autunno che sopravvive

continueremo a rotolarci tra le foglie

come quei cani dal pelo fracido.

 

La vita andrà a braccetto con la morte  

tanto che noi non capiremo più l'estate

e tu rimpiangerai le foglie che cadono.

 

Capirai quanto le foglie verdi siano codarde

vittime dei venti, s'aggrappano sui rami 

e non fanno che preoccuparsi di cadere.

 

 

 

AIUTAMI.

 

Aspetta, rimani lì 

cerca di non sparire

adesso che ti ricordo.

 

Aiutami a raccogliere

quella polvere da terra

e gettala sui miei occhi

così io dovrò fare lo stesso.

 

Consentici il sacrosanto diritto

di diventare sempre più ciechi.

 

Non disturberà più, il tramonto

continuerà ad insegnare la fine

agli occhi più vigili, finché anche quelli

non sapranno più dove andare.

 

Quei bruciori di palpebre chiuse

di chi approfitta dei tuffi in mare

solo per farsi fregare dalla salsedine

a noi non resteranno, fidati.

 

Tu non lasciarti più intimorire

da tutto ciò che avremo

perduto nella morte.

 

Non sarà che una scontata certezza

quella di continuare ad immaginarci

senza paura di vederci andar via.

 

 

 

 

LA LOGICA DELLA MORTE.

 

Le gonfie occhiaie

con cui mostri il viso

sono ben più stanche

dell’estate morente.

 

Insegnami allora tu

la logica perversa

della morte che si sotterra

per fiorire germogli di vita.

 

Sei tu la testimone sola

della tenace speranza

che le fredde stagioni

nascondono, e a te hanno svelato.

 

 

 

TRISTEZZA.

 

Questa è una vita

che promesse non tiene

che nella pioggia ristagna

lacrime che nessuno rincuora.

 

Tristezza mia,

stasera vesti elegante 

sconsolata signora

collane non indossi

china non cogli i fiori.

 

Che le strade son vuote

le ciglia troppo bagnate

e le chiacchiere passano

come passano sorrisi d'estate.

 

 

 

IL CUORE CALPITANTE.

 

Neanche il trambusto

di un’iride sconsiderata

acquieta la mia solitudine.

 

È sempre la stessa Dea

a cui rivolgo i miei occhi

e scombussola lo sguardo.

 

Dovrò ripiegare sulla Luna

che freme il cuore calpitante,

palpitante l'erba fracida,

il rancore strisciante.

 

 

 

LA MORTE MI SCRUTA.

 

Per me la morte è un istinto bonario

Son mani tremule che circondano l'ombra

Rami secchi aggrovigliati sotto la Luna.

 

Per me la morte è un principe spodestato

Che riflette chino su uno specchio d'acqua

Una volontà inespressa di vedersi brillare.

 

Per me la morte è la stessa identica donna

Sgualcita sugli orli di un vestito addobbato 

Con le sue labbra rincorre il mio sguardo.

 

E io sempre in disparte a lasciarmi sbirciare.

 

 

 

ALTA VOLA LA MORTE.

 

È una mano che preme forte la gola:

non respiro, non respiro,

basta, fa male, fa troppo male.

 

Poltiglia di ossa sul pavimento dello stomaco

e alle pareti del cuore,

mille falene mi tappano gli occhi.

 

Vola alta su scie di lampi strappati alla terra,

sul fondo di una pupilla bruciata dal sole,

sulla terra riarsa dal vento e nella risacca dell’onda,

su meravigliosi vitrei mattini e sulla mia pelle di cera,

sul vertice di una vela che attraversa un occhio,

su questo profondo abisso che mi succhia e risucchia,

la morte che mi carezza i capelli e mi bacia il fronte.

 

 

 

LA MORTE DENTRO.

 

Ruggine, sale, sbarre alle finestre,

dentro mura di tufo tutto ora tace,

un tempo ruotavano corpi e parole,

passi inquieti solcavano i tappeti,

pranzi cene con amiche et amici,

risate, balli, conversazioni veraci, 

ruggine, sale, sbarre alle finestre, 

dentro mura di tufo tutto ora tace,

tra sbuffi di fumi afgani o libanesi,

da mane a sera facce riconoscenti

ora sfigurate, durite da odi, rancori,

con la morte dentro senza cure 

né tantomeno veri plausibili rimedi,

ruggine, sale, sbarre alle finestre, 

dentro mura di tufo ora tutto tace,

stagna in agonie nell'inquietudine,

fa ammuffire i soffitti e tutte le pareti,

corrode vasi sanguigni e polmoni,

dilava le menti in sordide accidie

mentre ora qualcuno tra noi muore,

ruggine, sale, sbarre alle finestre, 

dentro mura di tufo ora tutto tace.

 

 

 

 

IO.

 

Io sono lo sbirro dalla faccia lunga e scura che ti fissa sospettoso,

lo sconosciuto dalla faccia lunga e scura che ti fissa e non parla,

io sono il malandrino che ti abbraccia per rubarti il portafoglio,

sono il cane bastardo che ti morde la mano

se la tendi per una carezza,

sono il nomade col cuore riarso dal sole,

lo sfortunato anemone marino in balia dei flutti.

 

Io sono niente:

solo membra in frantumi

mente in frantumi

cuore in frantumi

tendini lacerati

giunture slogate

ossa frante

e rabbia latente

che sale d’abissi di disperazione incombente.

 

Ma come brace brucio nel fango di questa umida città

e nell’atroce sua notte,

brucio senza soldi, senza luce, senza gas,

brucio mentre in fiamme esplodo

sogni a raggiera

e paure e incubi

e istinti e sospiri

che raccolgo e tengo in serbo per te,

se vieni a vedere la notte con me.

 

 

 

COSE MAGNIFICHE E RIDICOLE.

 

A volte mi va ancora

di fare le cose con te,

non solo l’amore,

anche altre cose

magnifiche e ridicole,

come entrare abusivi di notte

nella piscina di Corso Sempione

scavalcando la remissiva recinzione

nel caldo di Luglio

mentre l’aria spande odore di tigli tutt’intorno

e io respiro quei fiori

e con loro respiro te.

 

Come è bello

fare queste cose

magnifiche e ridicole

con te,

tu che in quella piscina mi prendi

tra le mani e mi fai sognare,

il profumo dei tigli

che rotola sulla tua pelle di porpora,

il tuo viso blu di luna e di sonno,

la scia dell’eterno,

e poi la fuga.

 

 

IL SOGNO NEGLI OCCHI.

 

Mi sveglio e ho ancora il sogno negli occhi.

Sei tornata a trovarmi

eri tu, eri proprio tu,

dopo tanto tempo:

e c’era la musica,

era Settembre inoltrato,

faceva fresco,

non freddo,

ma l’aria era già frizzantina

e preannunciava l’autunno,

tu stavi piegando i vestiti

scalza

con indosso solo un vecchio maglione nero scolorito,

mi sorridevi e mi dicevi

<<Lo so che è tardi: ora mi preparo.>>

e io ti rispondevo

<<Ma sei tanto bella così.

Sembri felice e ridi con gli occhi:

è bellissimo vederti così.>>.

 

Ed eri davvero bellissima:

la più bella del mondo.

 

E lo sei tuttora,

la più bella del mondo.

 

 

 

LE COSE DELLA VITA.

 

Ci sono cose nella vita che sono belle e basta:

una bambina che si ferma davanti alla vetrina di un negozio

si volta e si rassetta il cappellino,

un bambino che ti dà la mano mentre cammina

e tu non te lo aspetti.

 

 

 

OCCHIO VIVO.

 

Metti da parte la tua sete di conoscenza,

abbatti le effigie che ti circondano,

dimentica i tuoi mulini a vento,

spogliati al di là del mare:

occhio vivo e polso fermo,

mani che accolgono,

nudo e vigile ogni muscolo,

affinché alla tua vista

menti e corpi impallidiscano.

 

 

 

FAVOLA DEL CERBIATTO E DELL’ELEFANTE.

 

Nella versione degli dei

la pietà diventa compassione,

più umana da addomesticare.

 

Un cerbiatto e un elefante

pesanti di commiserazione

grotteschi se visti da fuori

s’incontrano:

l’elefante barrisce

e il cerbiatto di accascia

sotto un peso di lacrime

e per pietà il sacrificio

s’infligge.

 

 

 

LA RIVOLUZIONE.

 

Saremo capaci di accogliere

un amore ma senza possederlo

e farne una rivoluzione

io e tu?

 

 

 

 

IL NEMICO SONO IO.

 

In questi tempi

così difficili e incerti

il nemico sono io.

 

Di nessun conforto i libri:

il nemico sono io.

 

Mi appoggio con la schiena per terra

e respiro:

il nemico sono io.

 

Non sono e non voglio essere gentile:

il nemico sono io.

 

Il nemico sono io,

la lotta senza imprese da compiere,

la corda senza nodi da sciogliere.

 

 

 

 

PERFETTI SCONOSCIUTI.

 

La nostra vita racchiusa in una passeggiata

e qualche fotografia rubata.

 

Una vita che non abbiamo più:

ora ne abbiamo una diversa

tu con un altro uomo

io con un altro uomo

e siamo, io per te e tu per me,

due perfetti sconosciuti.

 

Questa vita cambia tante volte

almeno quante io cambio umore

e ad ogni abbraccio cambia odore.

 

Mi chiedo se torneremo un giorno ad amarci,

tu che affondi nel mondo,

tu che profumi di eterno

e io che ti guardo,

io che ti sorrido

io che ti ammiro

io che ti amo

io che ti amo

io che ti amo

e affondo in te.

 

 

 

PROFILI DI CASE.

 

Vorrei che non mi dicessi le solite parole trite e ritrite

che mi ami o che sono bellissimo:

vorrei che fossimo solo parole nuove,

gli occhiali da lettura di tua nonna,

il ginocchio che a 6 anni ti sei sbucciata

cadendo dalla bici o il mio taglio sul mento,

vorrei che fossimo solo respiro

e profili di case che sfumano.

 

 

 

NON CREDERE.

 

Crederai che sia normale per me

mantenerti distante,

abbandonarti tra le spire del letto

e scappare via,

sfidare l’assurdo paradigma della ragione

per mutare di una forma necessaria

a trasformare questo cuore in sinapsis

in frammenti di puro sangue da custodire

in assenza di pioggia

per abbeverarmi l’anima.

Non è così.

Sappi che quando verrà

il giorno di amarti davvero

indosserò il mio cuore

come un’armatura.

 

 

 

 

SQUAMME.

 

Dirti non posso

i molti nomi di questo corpo

che tutte si porta dentro

le mie anime

che sono molte

e cambiano di forma

continuamente.

 

Se mi propongo di abitarlo

si rifiuta,

se voglio nutrirlo

ci ripensa e mi rigetta,

e quando c’è troppa luce

si richiude su se stesso

come a imitare la foglia vergognosa

della pianta pudica.

 

È la vergogna di fare troppo rumore,

con la sua luce e le sue parole,

con la sua intenzione e la sua ragione.

 

Non meno lieve il tempo di quando vivevo i ricordi

perché come si faccia a sopravvivere

in un corpo che non è mio ancora non lo sapevo:

nessuno mi ha mai insegnato

a regolare il sole sulle mie pupille stanche

e mitigare il calore per le mie squamme

di cristallo opalescenti.

 

Per una perla insicura

celata dentro una scatola di legno

che esiste il mare o no

distante o no

non fa alcuna differenza.

 

 

 

BENZODIAZEPINA.

 

A volte,

mentre frugo in un vecchio scatolone

o rovisto nel cesto della biancheria

e cerco tutt’altro,

succede che ti trovo

appesa tra i vestiti e le ore

il tuo odore che cola dalle pareti

e mi scivola tra i capelli.

 

Le mie lenzuola ancora sporche dei tuoi occhi,

le mie labbra ancora umide dei tuoi baci.

 

Sanguinano e singhiozzano le parole,

mentre misuro la tua assenza con il contagocce

come se fosse benzodiazepina

che, se ne prendo troppa, ci rimango.

 

 

 

 

PADRE, TI PERDONO PERCHÉ HAI PECCATO.

 

Padre, ti perdono perché hai peccato:

il sangue e le catene,

le prigioni e le croci,

le torture e le umiliazioni.

 

Ti perdono, Padre,

nel nome di ogni eretico e di ogni puttana,

nel nome del figlio abortito e della madre stuprata,

nel nome del bambino seviziato dal prete pedofilo,

nella misericordia del sesso benedetto,

nella devozione della bocca al sesso eretto.

 

Padre, io ti perdono

perché tu possa purificarti

anche se molto hai peccato.

 

 

 

 

 

2) 2018.

 

 

 

DOVE VANNO LE ORE?

 

Sai tu dirmi dove vanno le ore?

In un’altura dove riposano i gigli.

A distanza si avvertono i battiti,

ma nessuna le ha ancora trovate.

Verso sera, tuttavia,

l’aria raduna le ore

che un brusio si accheta

tutto intorno. 

 

 

 

 

LA PIUMA.

 

La piuma è pesante,

non riesce a volare.

Sui viottoli imbiancati

il vento solleva

un movimento di corone.

il giardino di Demetra appare innevato

mentre in un fioccare lento

un’aureola si posa

sulla sua capigliatura.

 

 

 

NOTE SCORDATE.

 

Note scordare accavallano volti,

dissolvono fisionomie,

e come un rovello affastellano

pensieri.

 

Tra le dita anchilosate

barlumi si evolvono.

 

 

 

 

LUCE-OMBRA.

 

E la luce-ombra identificò

ossature di cigno

in squarci di freddo-vento.

 

In corazze spiumate

rinserrarono i colli.

 

 

 

 

LA VACANZA.

 

Proseguì la vacanza

avvalendosi di memorie sparse

itinerari turistici

e viaggi mentali

di cui tenni riserbo.

 

 

 

UN BOSCO.

 

È, non lontano, un bosco di tronchi contorti

in cui io e te giacciamo assorti.

 

Dalle cortecce si dilungano capigliature sinuose.

 

Perplesso affretto il passo al tuo corpo sensuoso.

 

 

 

 

POCO PIÙ DI NULLA.

 

A ciascuno una finestra

accesa nella sera,

un guscio sicuro

e un profumo di buona cena.

 

La città fuori è deserta,

disegna un cielo di stelle,

il nero che avvolge la terra

da sempre è un abisso lontano.

 

Brillano le case,

nessuno può smarrirsi

nel mare delle tenebre.

 

Ma nella mia casa è buio

perché tu la rischiari,

tu che sei una calma accesa,

come una finestra illuminata

nel cuore della notte.

 

 

 

DENTRO DI NOI.

 

Dentro di noi

un vasto pensiero saltella

come una cavalletta

e come un grillo in Estate

canta.

 

Assorto in mongolfiera

esplora il cielo che ci cela.

 

 

 

 

CANTANO I BALCONI.

 

Cantano i balconi

tra le campane che battono a morto,

all’ombra di un tiglio un bacio schioccato,

briciole di note musicali e dolci melodie,

ninnananna per chi ha ancora bisogno di una culla,

di un respiro buono, e di un sorriso di casa,

e ninnananna anche per te che non dormi

dopo l’addio a chi è morto:

ninnananna a un sonno che non dura,

ninnananna come una carezza che cura.

 

 

 

BOZZOLO.

 

Bozzolo in stola di nuvola,

in accenni di fuso da cardare,

quando accadrà il tempo della seta,

vorrei che tu volassi anche senz’ale.

 

Astronave su mondi inesplorati

parca la spinta di ricognizione

subito la base: tornare a dondolare

da innesto nudo di foglie.

 

Gemme saranno in te farfalle,

altro il cielo, altra la conquista

di altissimi impossibili eldoradi

che spetta all’empito di un battito di respiro.

 

In posa di boccio,

in posa di fiore

saremo.

 

 

 

PRENDI LE MIE LACRIME.

 

Prendi le mie lacrime

colore azzurro del mattino

e fanne germoglio

fanne vapore buono

pulito per la Terra

fanne acqua di crepuscolo

in conforto delle ceneri

più solinghe.

 

 

 

ALL’ALBA.

 

All’alba mi accompagno sulla spiaggia

e mi guardo scrivere poesie

s’una sedia a dondolo celeste

cigolante come il mare:

in certi momenti

proprio m’invidio.

 

 

 

IL CIELO DAL BALCO.

 

Neppure una scia bianchiccia di aeroplano

solo il volo della ghiandaia

e della capinera il cinguettare

a cui fanno eco il frusciare del faggio

e il dondolio del tiglio.

 

Un cielo azzurro così,

così traboccante e schietto,

non lo avevo mai visto,

che quasi mi sgomenta

confessare la sua bellezza

di primavera

e il suo silenzio di terra.

 

 

 

SECOLI MI SCORRONO SULLA TESTA.

 

I secoli mi scorrono sulla testa,

strati di latte rappreso sulla lingua,

il braccio destro sotto il cuscino,

il braccio sinistro in fondo al letto,

nero di pece in bocca e nei polmoni,

gelo negli occhi prima aperti e poi chiusi:

se mi dischiudo

nel drappo vellutato del mio bocciolo

distinguo un piccolo io

che salta un fosso

e finisce nell’ortica:

i segni dell’avventurosa furia bambina

che mi marchiano il corpo

e non dormo,

non dormo.

 

 

 

UN MILIONE DI VOLTE.

 

Un milione di volte

vorrei fare disfare e rifare

la tua fisionomia,

abbandonarti e mancarti da morire

finché sarai viva.

 

Naufrago nei tuoi lucidi occhi, lucidi di sale

che inondano e abbracciano

che attraggono e spogliano

che annegano e mi penetrano

vorrei che facessi dei tuoi lunghi cigli

i messaggeri del corpo tuo intero,

l’acqua di carta-pesta che increspa il presepio,

la mano di spine che cinge e scipa e strazia

il tuo fiore di carne.

 

Tu sei per me la lentezza del passo,

tu sei per me la svolta del respiro,

tu sei per me il fruscìo dell’erba che cresce,

tu sei per me tutte le cose al di là del bene e del male,

tu sei per me assenza di morte.

 

 

 

ENUMERAZIONE.

 

Svaniscono le colpe dei padri,

danzano i demoni e i fantasmi,

fiorisce la giovinezza,

la pupilla è ardente,

tendini e nervi inondano rivoli e fiumi,

le vene increspano il mare di neve rosso sangue,

una vela solca un occhio e lo taglia,

le vie strette rilucono come saette,

l’empito mai esausto non smette

e solleva Prometeo incatenato alle vette.

 

 

 

PRIMO AMORE.

 

Pensa,

rivivere il primo amore

tutto dal principio:

la straziante incoscienza tutta

che ci condusse sull’orlo del baratro,

l’attimo micro-eterno del bacio,

il cuore che si rinnova ad ogni battito,

la golosa voluttà e la prima scoperta della carne,

il sapore del vento,

il vento sulle labbra,

le labbra sulle labbra,

le labbra nella carne,

perdere un orecchino dentro un abbraccio,

guadagnare i colori e le fiamme del sole ad ogni contatto,

le lacrime che offuscano la vista per la gioia.

 

Pensa:

rivivere il primo amore

tutto dal principio.

 

 

 

 

PROMESSE.

 

Promesse non posso,

sogni non voglio,

segreti non so,

misteri non ho,

sassi non tiro,

grida non lancio,

memorie non scrivo

(memorie non ho),

cruciverba non completo,

scelte non decido.

 

Se anche tu, come me, queste cose non puoi

ma dai un senso alla vita con le parole e i sogni

e dipingi un senso all’aldilà con i ricordi,

vieni con me così come sei, senza cose,

a tingere d’eternità il tempo.

 

 

 

IL MARE DEI TUOI OCCHI.

 

La coltre del mare precipita,

calpita e crepita,

palpita e si sgretola,

fino a disfarsi e rifarsi

in palpebre di pupille acquatiche.

 

Nubi e nembi i lembi dello scuro manto e i riverberi

ed ebbra tu non sei se rimembri,

ma tu ti tuffi e plani ove sono solo

parole perdute e annegate

oltremodo naufragate nell’oltremare

di un blu offeso e antipatico.

 

 

 

TI PIANGO.

 

Amore mio io ti piango:

ti piango un fiume, ti piango una cascata,

ti piango una polla, ti piango una marea

ti piango uno stagno, ti piango una vasca da bagno,

un cristallo sorgente e una pozzanghera.

 

Amore mio io ti piango:

ti piango in latino e in greco,

ti piango in italiano e in elladico,

ti piango in mezzo a un libro

lasciato dischiuso a metà

del tuo film preferito.

 

Amore mio io ti piango

così forte, così disperatamente,

così tristemente, così sommessamente

che le mie ossa e la mia pelle divengono argilla

per il pianto corvino, eterno e divino,

che mi sorge sul ciglio

e rende nebuloso il guardo.

 

Così, amore mio, io ti piango.

 

 

 

PIGRAMENTE.

 

Pigramente indugio nel letto,

tra le spire delle lenzuola e gli anfratti delle coltri.

 

Pigramente mi attardo sul cuscino

e ti tengo tra le ciglia.

 

Pigramente giaccio sdraiato

e ti tengo tra i denti,

e ti tengo tra le dita.

 

 

 

BAMBINA DI LUNA.

 

Tu, bambina di luna, bambina di latte,

bambina di miele, bambina di fiele,

tu biancovestita bambina biancospina,

colma di amore come una candida bria,

dimmi: quali sono i tuoi demoni?

Quali i nomi dei tuoi diabolici spettri?

Come chiami i fantasmi che serbi in petto

e riemergono quando meno me lo aspetto?

 

Tu, bambina di luna e di latte,

tu, oscuro elleboro in ciabatte,

dimmi i tuoi demoni e i tuoi diavoli:

prenderò su di me ogni tua ombra

ogni paura che il tuo sole adombra

affinché il male strisciante se ne vada

e il vermiglio fiore svetti sull’erba fina

impigliato alla siepe, bagnato di brina,

e l’infestante edera disciolga in rugiada

e di luce inondi le crepe della tua cattiva strada.

 

 

 

PROPOSITI PER IL FUTURO.

 

Il sonno è nemico antico,

la coscienza è sporca,

così, alle 5,25 del mattino,

steso sul letto penso

e faccio il conto dei miei sbagli

e questo mi propongo per il nuovo anno:

nella prossima vita nascere rosso fiore

o ciglia bianche di elefante come collina,

sgretolare i biscotti e farne amaretti,

nel blu crepuscolare amalgamare meglio

sesso e amore,

nell’orca non incappare,

nell’ortica non inciampare,

e soprattutto, l’epoca non incolpare.

 

 

 

L’AVERTI AMATO.

 

Quando il tramonto distende sulle tue spalle di guerra

la sua colata d’oro rosso porpora

e il caldo manto della notte cinge la tua nuca e vi si posa,

l’averti amato tanto

non è che una pura macchina di materia carbon-grigia

crudele, brutale, e senza significato.

 

 

 

 

IL TUO VENTRE CHE MI ACCOGLIE.

 

Le mie dita sono chiodi di piombo,

catene di schianto le mie mani

grevi di rancore.

 

Sono gli anni raccolti pestando il suolo

le mie plante facendo rumore,

camminando a fianco del dolore.

 

Ho una valigia pesante e occhi grigi da roditore,

una schiena rotta a scaglie d’elefante,

faccia ebete e pene depresso.

 

Ma sempre vado alla ricerca

di un presente che toglie il peso, il sapere, e la paura,

sempre ricercando il volo della tua mano scura,

e il tuo ventre che mi accoglie.

 

 

 

LO SCHIANTO.

 

Ho errato tanto e tanto sbagliato,

ma ora posso riposare,

perchè tu esisti,

e mai più avvertirò così grave

lo schianto.

 

 

 

LA MOSCA.

 

I miei pensieri sono il volo della mosca guizzante

che volita impazzita un attimo prima del temporale:

cambiano rotta improvvisamente,

volano in circolo e volteggiano,

ronzano e non si posano mai.

 

Gli squilli del telefono in tua mancanza

sono trombe apocalissiche:

l’anima precipita e finalmente esulta

per il tuono e lo schianto.

 

 

 

SENZA LINGUA.

 

Cammino nell’oscurità inadeguata

senza la lingua:

il brivido caldo della febbre notturna mi pervade

la coscienza senza giudicare mi suggerisce di ritornare,

gli occhi mi lasciano solo ignaro di verità,

né m’illudo che questo cambierà.

 

 

 

 

NEL MENTRE.

 

Tu non sai la nonsignificanza di ogni giorno

vissuto prima-senza di te,

tu non sai l’inquietudine di ritornare

a casa da solo.

 

Nei miei sogni tu mi aspetti con ansia

e mi ami, profondissimamente.

Nei miei sogni le tue mani

sono piccoli petali di elabro profumati,

germogliati dal fondo della terra e di terra forgiati

per donare piacere al corpo.

Nei miei sogni le tue mani mi svegliano dal sopore

e mi accolgono per raccogliere i miei cristalli

abbeverandosi al sale bianco del seno,

soffiando nuvole bianche di calore.

Nei miei sogni le tue mani

sono il fodero del mio cuore,

un attracco sicuro di porti sepolti.

 

Oh, non sai mai che cosa possa salvarti

sul limite della gloria:

a volte è il silenzio,

nel momento impercettibile

della svolta del respiro.  

 

Altre volte, tutto quello che devi fare è riposare,

fare un sonnellino, sederti e non fare assolutamente nulla,

fare pace con l’idea che il mondo continua a girare

e che la vita continua a sbocciare,

e che la grande ruota continua ad andare

e il fuoco continua a bruciare,

anche senza di te.

 

La vita eternamente nasce ed eternamente muore

dentro il suo stesso segreto,

in ogni parola pronunciata,

dentro ogni cattiveria,

su ogni strada,

in ogni goccia

del mare,

del male.

 

 

 

 

IL PARACADUTE.

 

Cadono le mie lacrime dagli occhi come gocce d’acqua

a cercare la terra che trema al tuo passo:

a loro regalo il tuo nome

distante anni luce da quel minuscolo spazio

di eterno imbarazzo

teso tra le mie mani e le tue cosce,

i tuoi reggiseni slacciati e le tue mutandine strappate,

mentre i treni pallidi partono diretti a sud di nessun nord.

 

Racchiudo il tuo nome,

lo stringo tra i denti,

lo adagio nel fondo della mia gola,

dove lo proteggo dai venti

e dai tormenti.

 

 

 

 

 

3) 2019.

 

 

 

SFILATA.

 

Senza dubbio sarebbe splendido passeggiare in un luogo azzurro,

tu esalando non si sa quale inaudita maledetta armonia

certamente relazionabile con il collo o il passo,

io calciando con il piede le foglie giallastre del viale

tristemente (egoisticamente, senz’altro) pensando al crepuscolo.

 

All’imbrunire, prenderemo un treno per Parigi o Lione,

e faremo colazione a Mont Matre o dovunque tu voglia,

amore mio.

 

Ma qui c’è solo nebbia, solo la nebbia,

e si sente lungo il fiume il canto di una sirena a motore

inaudibile e impossibile come le omeriche.

In più, il 4 non passa,

è stato deviato per l’arrivo del presidente, mi dicono.

 

E così io guarderò, stranamente agghindata,

e anche tu mi guarderai, col tuo sguardo che mi disintegra,

ed entrambi decideremo di andare a piedi,

nella stanza dove io, timoroso e invano,

ti sto adesso ad aspettare.

 

 

 

 

MELODIA.

 

Quella melodia che miracolosamente ascolti

di pioggia zampettante sui tetti del quinto piano

non ti appartiene.

 

Quelle risonanze magistrali,

Quell’armonia che ora si apre come un mare,

che insperatamente innalzano magiche costruzioni al cielo

e dispiegano nere cortine non ti appartengono,

sono di un’altra epoca.

 

Tu non hai niente a che fare con esse,

ed è logico che piangi come stai facendo,

anche se non vuoi confessare il perché.

 

 

 

LE SPLENDIDE DIVE.

 

Quelle splendide dive che spargono l’amore e la bile,

la discordia e la pace, il perdono e la condanna,

quelle splendide dive che possiedono il sole in nome dell’uomo

e amministrano la gloria e l’eternità, i sogni, le paure e gl’incubi,

senza dubbio non esisterebbero se non vi fosse stato chi,

cieco e paziente, si fosse dedicato a cantarle.

Tutti quei miracoli, quelle menzogne, e quelle tribù erranti,

quelle croci e quelle leggende, quei miti e quelle verità

che ci esaltano, non esisterebbero

se voci ostinati non si fossero impegnare a cantarle nell’ombra.

 

Adesso, per mancanza di ombre abbondano i fuochi

e nessuno ha più di che cantare.

 

 

 

IL MIO MOMENTO.

 

Mi mangiano, mi rodono, mi divorano feroci.

Ora sento come salgono e mi strappano le unghie,

ascolto la loro crudeltà intaccarmi i testicoli,

mi ricoprono di terra

e poi ballano e ballano sulla mia tomba,

mi pestano e m’insultano,

ripetendo aberranti disumane soluzioni finali

che mi riguardano.

 

Mi hanno sepolto,

hanno danzato sul mio corpo,

hanno spianato per bene il suolo,

se ne sono andati,

se ne sono andati lasciandomi,

morto e sepolto:

questo è il mio momento.

 

 

 

 

SUICIDIO.

 

Io vedo

la buccia di un’arancia spremuta,

i volti di donne stanche,

le mie mani che ingarrottarsi,

il mondo che accelera all’annichilimento totale,

la difficoltà di andare avanti dicendo che bisogna continuare,

un bambino che chiede un obolo per pagare lo scotto,

un gatto grigio (o forse solo sporco) che scala una inferriata,

che non sono più quello di un tempo,

che non sono più forte come prima ero.

 

Io mi vedo:

mi vedo camminare nella bolgia cercando di affascinare,

mi vedo soffrire perché non riesco ad affascinare,

mi vedo mentre traffico con un aggeggio elettronico

e impazzisco,

mi vedo marcire turpemente sulla tastiera,

mi vedo marciare bruscamente sulla tastiera

e vedo che quello che scrivo mi costa molto sforzo e molta fatica.

 

Io vedo

casse di cartone, torpedi stracolmi e strade polverose,

meccanici gesti asettici e sguardi indefinibili e indistinti,

vedo un uomo che passa davanti a una vetrina e si specchia

portando a spasso la desolata immagine della propria solitudine,

vedo il sole che impregna di stupore le mie ciglia

e il tuo umore di vaniglia che impregna di gioia le mie dita,

vedo la notte che discende e mi risucchia,

una camicia sporca appesa goffamente all’appendiabiti,

un manifesto desolante che interrompe il traffico,

vedo una parata militare e un pezzo di carta,

un paio di scarpe, una bottiglia sotterrata e alcune lattine.

 

Quale istinto, quale pazzia, quale illusione ti muove

ai riottosi marosi?

Quale codardia, quale ancestrale ossessione ti intristisce?

Quale angoscia ti fa pensare che questo bellissimo pomeriggio

non sia poi così bello?

Che non sia questo il nostro inferno,

che non siamo noi che nel girone grottesco si affrettano avidi

sul primo sguardo o segnale grossolanamente volto al vuoto?

Che cosa ti fa pensare che lì dentro ci addentreremo

cercando fuggendo latrando aspettando

il tremuoto promesso e la straniante nave,

il fuoco unanime o l’uccello leggendario

(aquila, cicogna, sirena, logogrifo, urogallo o ratto volante)

che nel suo forte becco ci trasporti e redima?

Che cosa ti spinge a credere che, se apri gli occhi,

vedrai lo scorrere ritmico del tempo fra la scoria della vita?

 

Io vedo:

pannocchie selvatiche e more di rovo,

vecchie negre lussuriose e uomini scostumati

(anelli di una stessa trama),

orinatoi che risuonano solitari

al ritmo continuo dell’acqua che vi zampilla e ne trabocca,

un tubetto di dentifricio vuoto,

un mozzicone di sigaretta e un bottone sbottonato,

un viso che emerge putrido dalla sabbia,

mani, stanze e buste, e la barra intatta,

qualcuno che soffre e non si ribella,

gente che passa strillando e bambine che fanno le capriole,

una figura anonima con una valigia (con dentro la sua anima),

un modulo, una scatola di fosforo, una lettera noiosa,

un fazzoletto collocato tra le persiane,

la buccia di un limone spremuto,

una sigaretta bruciata per metà,

Dicembre e l’erba incolta,

la pineta incendiata,

l’adolescente che preme, annebbia e offusca,

e ancora una volta la ruota della minuscola arcata

conservata in virtù di affilate minacce di morte

a cui precipitosamente la mente cede,

io vedo fogli bianchi e ore bianche,

un tempo bianco che si apre su di un cielo bianco,

imbrattato di calce,

un giorno bianco e un albero mozzato,

e notti e tetti e tette e tatti e cassetti e forchette

e costellazioni tremanti.

Ma che mi stai dicendo? Non capisco.

Di che mi stai parlando? Non intendo.

Che cosa è che non ho mai avuto od ho perso o ignoro?

Che cosa non potrò mai ottenere e tuttavia aspetto

prevedendo che senza quella cosa non potrò mai vivere?

Che cosa mi ordini? Che cosa mi stai dicendo?

Che cosa sto cercando? Come trovarlo?

Come scoprirlo? Come cercarlo...? Come trovarmi...?

Dialogo, dramma, filosofia, pazzia, vani desideri

di fronte all’amplio spazio di uno stupore

che non posso decifrare.

Ore, papiri, pagine vanamente esaurite

di fronte a queste fisse armonie che ci escludono,

e tuttavia noi che prevediamo che ci daranno segnali

(quanto assurdamente, quanto assurdamente...).

Cicute, forche e ghigliottine,

crocifissioni, roghi e torture,

esili, castrazioni e fucilamenti,

e tu impassibile.

Come abbracciarmi, possedermi?

Perchè camminare? Dove andare?

Come parlare degli odori e dei tempi

quando qui all’angolo staziona perennemente fetore di morte

e là in alto la luna esala la sua gelida immutabile

e senza dubbio disumana sfida

mentre io qua, abbandonato in mezzo a figure abbandonate

muoio?

 

Oh abbandono maggiore:

solo, mi aggiro e mi raggiro

tra solitarie forme di desolata solitudine,

terrorizzato mi dibatto

tra il terrore di dieci milioni di bestie terrorizzare

e altre miriadi di forme di dolore e terrore che solo io conosco,

affamato e furioso traffico tra figure infuriate e affamate

da collere e fame disperata,

addolorato e umiliato, frodato e defraudato,

rincorro gli sguardi addolorati, ingannati e umiliati

degli umili ed emarginati come me,

delirante e insoddisfatto circolo tra il delirio e l’insoddisfazione,

provando una frustrazione che nemmeno insinuo,

mentre vedo il mare

che malinconicamente irrompe attraverso le persiane

appena pittate,

il meriggio immenso e privo di scappatoie mi mette alle corde,

gemendo deambulo, saluto e continuo dopo il gesto procace,

oltre alla figura snella e spettinata

verso il mare.

E il cielo non si apre per dare il passo all’artefatto gigantesco del mio sogno che potrebbe illuminare quella segreta sinfonia che già quasi più non sento. Che cosa sono se non quello che loro vogliono vedere riflesso? Che cosa fa il mio volto, se non la smorfia o il sorriso che la circostanza richiede? Ah mano alzata che il volo esigi, ah piede riparato mentre s’interra nel fango, ah conversazioni tragiche, orridi applausi, e sentenza unanime, ah la promessa di una tela surrettiziamente contratta nell’ombra per due o tre mesi di stipendio, mentre il deperimento e la debolezza per mancanza di vitamina lasciano il posto ai sogni che si affrettano a istallarsi nel tuo volto, ah mano alzata, ah mano piegata, ah mano tagliata, ah mano mozzata.

 

Ah mano alzata, ah mano piegata, ah mano tagliata:

non arriva il gentil cavaliere

dai gesti cortesi

a rapirti

impavido e intrepido,

puttana pazza

che non sei altro.

 

Ah mano alzata, ah mano piegata, ah mano tagliata:

non arriva la dama leggendaria

con la sua testa fredda e scoperta

che finalmente ti redima

con la sua lancia,

puttana pazza

e piagnona.

 

Ah mano alzata, ah mano piegata, ah mano tagliata:

non arriva nemmeno il rustico teppista

a scoparti, puttana masochista.

 

Ah mano alzata, ah mano piegata, ah mano tagliata

che infila i propri intrighi nel mio petto

e cresce e scoppietta.

 

Così resto solo

e guardo un’arancia e un limone spremuti,

e solletico le foglie vergognose di una pianta pudica,

qualcuno passa e divelle una insegna luminosa al neon,

e mi osservo: tramonto e alba,

e notti di inutile sigillo e perduto schiamazzo.

 

Discende, discende, ancora di più,

perché capiscano.

Spogliati di tutto e danza

elucubrando metafisiche soluzioni

e danza,

danza una danza tipica,

sciogliti e danza,

danza nel recinto con sudore climatizzato,

al ritmo di due mavare che commentano senza sosta

i fondi del tuo caffè.

 

Io sono qui, e vedo

un notiziario spaventoso,

una strada pavida,

un sentiero impuro,

una maschera fissa,

ma dopo i trent’anni non posso pretendere altro:

è quello che mi aspetta:

una solitudine senza tempo.

 

Io salgo,

apro le braccia e urlo,

urlo che sono morto,

urlo <<Sono morto.>>,

mi basta urlare che sono morto

e sono morto

davvero.

 

Un istante si trattiene,

un frocio si spennella le unghie,

una checca si pinge i capelli,

una puttana s’incipria il naso,

vestita con non molta cura,

e poi si pettina

alla bell’e meglio

per andare a consegnarsi.

 

Il mare mi aspetta, mi aspetta il mare.

Il mare che furiosamente sorregge l’anelito del mio amore,

e qui risplende di azzurro aspettandomi,

il mare che canta una canzone sonora e amante

(perché non sa fare altro)

e tende un tappeto di languide spume,

il mare che apre il proprio petto di amante

e muove le labbra calide,

il mare che viene di notte a prendermi,

il mare che continua a fuggirmi e sempre mi distanzia,

il mare increspato dalla rabbia,

il mare viscoso dell’odio,

il mare fulgido della solitudine,

il mare tremendo del tradimento e dell’abbandono,

il mare zeppo di escrementi e copertoni di automobili,

di bottiglie di plastica e di buste di nylon,

il mare che ostinato porta alla deriva un vecchio scheletro,

il mare di trafficanti senza scrupoli

e di sbirri che commerciano con il crimine,

il mare di corpi trivellati e coste crivellate

che rimbombano nella memoria spruzzandola,

il mare di naufragi e dita mozzate,

il mare di unghie e feti morti,

il mare che ribolle per la furia

e l’acqua pestilenta e aggressiva che schiumano

formando un mare di orrore unanime

senza tempo e senza spazio

sopra l’enorme ventre del boia.

 

Io vedo:

cattedrali a cielo aperto e cattedrali nel deserto,

transatlantici e navi sommergibili sommesse,

concerti di foglie e gocce di pioggia,

spiagge e foschie di vera solitudine,

leggendarie acque dei fossi tinte di rosso scarlatto

e illuminate da potenti riflettori,

una bandiera che fiammeggia con due lunghi canini

sopra l’ultima bandiera e oltre il più alto padiglione,

grotte popolate di urla stereofoniche e fulmini violetti,

mentre meschino (meschino) ancora qui

mi prendo a calci e mi maledico.

 

Io vedo

che sto perdendo la mia deliziosa affabilità,

che ormai mi accetto solo di profilo

(anche i duri invecchiano, evidentemente),

che quasi mai dico la verità

e che quando la dico ritratto sempre,

che anche se non mangio ingrasso,

ma il mare, conscio della mia decisione,

si spande amorevolmente

per accogliermi nel suo grembo.

 

Prendimi, oh mare mio, poiché solo a te potrei darmi,

prendimi anche senza portarmi da nessuna parte,

prendimi solo per asfissiarmi nel tuo abbraccio,

prendimi prima che sia troppo tardi per darmi,

prima che mi proibisca il dolore di venire a trovarti,

prima che ti vietino con un decreto ministeriale,

portami con te e uccidimi,

e poi risputami sulla spiaggia

dopo avermi avvolto, stritolato, schiacciato,

fammi tornare bambino,

il bambino che non sono stato,

e sotto boschi di sole culla le mie ossa

con amore, con candore, con ardore.

 

 

 

VECCHIO BAMBINO.

 

Io sono il vecchio bambino dalla faccia rotonda e sporca

che a ogni angolo ti molesta chiedendoti una monetina.

 

Io sono il vecchio bambino dalla faccia rotonda e sporca,

senza dubbio importuno, senza dubbio inopportuno,

certamente non voluto, certamente non gradito,

che da lontano contempla le macchine

dove altri bambini ridono e giocano e si divertono.

 

Io sono il vecchio bambino dalla faccia rotonda e sporca

che davanti ai grandi palazzi come ai piedi dei grandi negozi,

o sotto ai grandi lampioni illuminati

e davanti alle grandi puttane anch’esse illuminate

come davanti alle piccole bambine che sembrano levitare

proietta l’insulto della sua sgradevole faccia rotonda e sporca.

 

Io sono il vecchio bambino dalla faccia rotonda e sporca,

che avvolto in lamentose astruse combinazioni

pone note scure sulla neve o s’un cespuglio

accuratamente potato che nessuno se non lui,

poiché non paga le multe, si azzarda a calpestare.

 

Io sono il vecchio bambino dalla faccia rotonda e sporca,

il bambino violento e scuro (o, meglio, grigio)

che dal basso della propria statura di bambino

lancia l’insulto del furioso bambino di sempre,

l’insulto della propria faccia rotonda e sporca,

l’insulto delle proprie cicatrici e delle propria miseria,

e che non perderà l’occasione per rubarvi il portafoglio

se ipocritamente tenderete la mano per una carezza.

 

Io sono il vecchio bambino di sempre,

il bambino violento e sgradevole dalla faccia rotonda e sporca

che davanti a panorami scheletrici

di terrore imminente,

lebbra imminente,

sifilide imminente,

sida imminente,

delitto imminente,

offese e crimine imminente,

e rabbia imminente che sale d’abissi di disperazione latente

corrompe il tuo poema con la propria vena infantile;

quel bambino che impone ardui e barbosi saggi

e stucchevoli romanzi sul nulla;

quel bambino dalla faccia rotonda, furiosa e sporca

che impone ardue e sinistre rivoluzioni

e sempre continua a lanciare l’insulto

della sua faccia ancora più rabbiosa e furiosa.

 

Io sono quel bambino di sempre,

antipatico, dalla faccia rotonda e sporca,

certamente non gradito e non voluto,

disgustoso e sporco,

rabbioso e furioso,

che improvvisa un letto con vecchi cartoni sucidi

e aspetta sicuro che verrai a fargli compagnia.

 

Io sono quel bambino di sempre,

arrabbiato e solo,

che ti lancia l’insulto

di quell’arrabbiato bambino di sempre,

furioso e solo.

 

Io sono quel bambino disgustoso

che improvvisa un letto con un vecchio scatolone

e aspetta, certo, che verrai con me.

 

 

 

FINCHÉ TU ESISTI.

 

Finché il mondo esiterà

sarai la mia redenzione e la mia condanna,

mia magnetica visione ed elleboro in mutande,

mia salvazione e pazzia

ogni volta che inizia la notte.

 

Finché il mondo esisterà e girerà il cielo

nessun inferno potrà essermi estraneo

poiché su te dovrò vegliare

e ogni possibile male annientare.

E allora nessuna allegria passerà inavvertita

perché in qualche modo dovrò farla emergere

per riuscire a mostrartela e addolcire la tua giornata.

 

Finché il mondo esisterà e girerà il cielo

e gireranno ancora gli astri e le stelle

sarai la verità di me stesso,

la canzone e il veleno,

il pericolo e l’estasi,

la vigilia e il sogno,

il terrore e il miracolo.

 

Finché il mondo esisterà e girerà il cielo

e gireranno ancora gli astri e le stelle

e sorgeranno di nuovo il giorno e la notte

sarai la mia ragione per l’insolito,

l’incontro e la fuga,

la quiete e lo scandalo,

il candore e la colpa,

il suicidio e la vita.

 

Finché il mondo esisterà e girerà il cielo

e gireranno ancora gli astri e le stelle

e sorgeranno di nuovo il giorno e la notte

e brucerà il sole sulle nostre teste,

sarai il mio dolore più conosciuto,

la mia solitudine più tragica,

la mia unanime perdizione,

il mio perpetuo silenzio

e la mia totale consolazione.

 

Finché il mondo esisterà e girerà il cielo

e gireranno ancora gli astri e le stelle

e sorgeranno di nuovo il giorno e la notte

e brucerà il sole sulle nostre teste

ed esisterai anche tu,

sarai lo specchio e il tempo,

l’infinito e l’impeto,

la memoria e la sconfitta,

il verso e la parola,

il mio nemico e la mia immagine più limpida.

 

Ma, quando tu più non sarai,

allora per me sarai il buio e la pace,

poiché non ci sarà più luce

di quella che tu irradi

quando mi guardi

e dolcemente sorridi,

né pena maggiore che il sapere che tu esisti

e possa soffrire.

 

 

 

DOLCE E REMOTA.

 

Dolce e remota come una canzone dell’adolescenza

impregnami ancora del tuo tepore

e invadi questa mia desolazione

che la tua assenza ingigantisce,

dispensami il mare il più trasparente

dove dall’alto fluttuando vedi le mie linie fluire,

irritami con il tuo fragore clandestino

e dissolvimi nel tuo splendore

alitando nella mia memoria (almeno),

non lasciare che avvolto in stracci io soccomba

davanti al freddo panorama di larve maschere inospitali

e terrore incombente,

non lasciarmi tra queste facce che non conosco,

tra gesti che non mi appartengono,

risoluto fra enormi grattacapi

e scottature che il freddo magnifica.

La tua presenza impossibile scruto nello spigolo gelato

e ti aspetto a ogni angolo.

Trasformato in passo e successione di venti correnti

ti invoco in tutte le lingue che non so pronunciare

e sprofondo nel falso e nel vero verde

imbiancato dalla morte.

Ma sempre verso l’alto

sempre verso l’alto

fanaticamente, ostinatamente

imploro la tua apparizione

(mi bastano almeno gli occhi, almeno gli occhi).

 

 

 

L’AUTUNNO MI REGALA UNA FOGLIA.

 

L’autunno mi regala una foglia

con il tremore supplicante di una vena che gorgoglia,

con il fragore di una fiamma che arde clamorosa

e reclama la mia attenzione più scrupolosa

e la mia più distaccata devozione.

 

L’autunno mi regala una foglia,

remota fragranza e finale rossore,

senz’altro ramo che l’improbabile sguardo di un passante

o il lieve saluto del vagabondo,

lo sguardo fraterno del condannato

o la calda complicità della maledizione.

 

L’autunno mi regala una foglia,

fragile e caparbia come la speranza,

diafana e impalpabile

come uno spettro staccato all’albero della vita,

chiede di essere accolta tra le dita.

 

D’altro canto,

sono specializzato in letteratura italiana:

che ne so io di botanica,

e di come si tratta una povera foglia frale

che lontano dal proprio ramo se ne va?

 

Ma imperterrito l’autunno mi regala una foglia

una foglia bianca di carta che,

trasformata in foglio,

mi obbliga a scrivere e fa di me una opera

e della sua pelle la patria infinita dell’apolide

su cui tutte le furie si scatenano.

 

 

 

L’ULTIMA LUNA.

 

Perchè questa sensazione di venirti a cercare,

anche solo per vederti o parlare?

Perché questa necessità impellente di venirti a trovare,

anche solo per vederti parlare?

Perché questa voglia furiosa di venirti a spiare,

anche solo per vederti ridere o danzare?

Quale terrore senza tempo adesso mi spinge,

dopo tutto il terrore, sempre a evocarti?

Non può trovare quiete il nostro amore,

perché trovarla sarebbe l’inizio di una nuova condanna.

Per questo mai smetterò di contemplarti,

come se fossi l’ultima luna. Muna,

ancora una volta io sono qua,

immobile al bivio d’innumerevoli spaventi.

Il passato è tutto quello che non ho preso e che ho perso

e se dal presente m’innalzo

è per vedere che sono ferito a morte

perché ormai ho vissuto il mio futuro.

Questa è la sorte che mi spetta

perché io vengo dall’inferno.

Io vengo dall’inferno,

e porto con me la paura e il terrore.

Così di te, strana amante, come una luna

posso solo contemplare il volto.

Ma ricorda, io e te siamo un unico fiume

che attraversa questa landa sconfinata,

circolare e infinita,

tu e io,

un unico grido

circolare.

 

 

 

PONIAMO IL CASO.

 

Se io (ad esempio) ti partorissi

e poi il giorno dopo (metti) ti rincontrassi

e tu avessi (poniamo il caso) 18 anni,

non saprei quasi niente di te.

 

Se ti amassi

e ti rivedessi dopo quarant’anni

ma per te fossero due ore dopo,

chi sarei io per te?

E chi saresti tu per me?

 

Se ti incrociassi su un autobus

e tu mi avvicinassi dicendo che è tutta la vita che mi aspetti

e io ti avessi conosciuto all’asilo e poi dimenticato,

come potremmo darci un primo bacio?

Io avrei quattro anni e ora tu hai 87 anni:

che dovremmo farne del nostro amore?

 

Il tempo è la possibilità che abbiamo nel futuro

ma, nonostante tutto questo, è solo ora.

E a me questa cosa mi fa piangere.

 

 

 

 

 

4) 2020-2021.

 

 

 

MI ATTARDO.

 

Mi attardo per spazi e gradini come pensili giardini

pencolanti ai piedi dei venti che vanno

nel diffuso torpore delle nubi e delle correnti

come foschie di sogni e foschi sonni,

ed è un fiume immaginato-trasecolato

in perenne transito, in perenne dialogo,

in perenne dialettica col greto amazonico

che anfitrionico sale

e a me viene leggero e caparbio

nell’ostinazione tremante della sua superficie,

nell’esitazione intrepida del suo dorso,

nella distrazione tragica del suo ristoro,

e mi rapisce l’orizzonte

e gioie d’Autunno si spargono sul mio capo

come effusioni di foglie in catartica tregua

o tremore di ore disposte all’oblio.

 

Oh, anima di brina sei, anima di rena,

anima di arnia e anima di ernia,

grappolo di dolore che attorno al cuore s’ingloba

e stordisce la mia gioia e sciupa il mio vivere:

lasciarmi andare a decomposte onde ineroiche

eroico io vorrei ma non posso.

 

Sei primo elemento di una proposizione moritura

imprecisa e persa in oscuri uteri di luce,

sei lo stacco invischiato del volo mattutino delle rondini,

sei soffio sugli occhi e brace e rischio,

piega e piaga che prega

e nel suo suppurare mostra elitre di mosca

superstiti in fine,

sei torpido torbido scrigno di occhi-sguardi,

confuso volitare di pensieri

che non sanno l’amore.

 

Ma in questa natura ambigua e alchemica

che seppi essere solo menzogna

rabbioso e protervo

io mi attardo.

 

 

 

 

FINCHÈ TU ESISTI.

 

Amore mio, finché gireranno gli astri e le stelle

e sorgeranno i giorni e le notti,

allora anche tu esisterai

e la mia ragione e la mia rabbia sarai,

mia magnetica visione,

mio sesso e castità,

mio impeto e mio chiodo fisso,

mio elabro in mutande.

 

Amore mio, finché tu esisterai,

esisteranno paura e angoscia,

poiché non è altra pena

fuorché sapere che tu vivi e possa soffrire.

E allora nessun tormento mi sarà estraneo,

poiché su te dovrò vegliare

e ogni possibile male annientare.

 

Ma, amore mio, quando tu più non sarai,

allora per me sarà il buio,

poiché non è altra luce

se non quella che tu irradi

quando mi guardi

e dolcemente sorridi.

 

Il tuo volto è la mia luna,

il tuo corpo è la mia notte,

il tuo sorriso le mie stelle,

e tu, tu sei la mia rabbia:

finché vivi e vivo,

non esiste pena più grande

fuorché sapere che tu esisti

e possa soffrire.

 

Tu sei la mia schiavitù di saperti viva,

sei la mia ossessione di saperti tangibile,

sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile

nel momento stesso in cui ti afferro,

            ombra fuggitiva d’ideale piacere,

tu sei per me la rabbia.

 

 

 

 

VERRÀ LA NOTTE.

 

Verrà la notte e mi regalerà una solitaria foglia

con il tremore supplicante di una vena che gorgoglia,

con il fragore di una fiamma che arde clamorosa

e reclama la mia attenzione più scrupolosa

e la mia più distaccata devozione.

Verrà la notte e mi regalerà una foglia,

e quella foglia sarai tu, remota fragranza e finale rossore,

senz’altro ramo che l’improbabile mio sguardo

o la calda complicità della maledizione.

 

Verrà la notte e avrà i tuoi occhi,

i tuoi umidi occhi,

questi occhi che mi spiano

anche quando non ci sei,

e mi seguono da mane a sera

come l’ombra segue il sole.

 

Verrà la notte e avrà il tuo odore.

Verrà la notte e avrà il tuo odore,

il tuo odore che m’inebria,

il tuo odore che mi perseguita

da mane a sera.

Verrà la notte e avrà il tuo odore,

quest’odore che mi accompagna dappertutto

nascondendosi tra le lenzuola e i vestiti,

impigliandosi ai miei capelli, ai miei tatuaggi,

intrappolato tra i minuti e le ore.

Quest’odore zucchero e cannella

che spunta all’improvviso

come una macchia sulla camicia.

Quest’odore che s’incolla come una mollica al palato

e come brivido si muove sotto pelle.

 

Verrà la notte e avrà il tuo odore.

Tu dormirai senza sospetto

ma i tuoi seni saranno spaventati nel buio,

si sentiranno i passi sugli scalini,

su udirà il cigolìo della porta,

e guarderanno le ombre sulle finestre

per tutta la notte.

 

Verrà la notte e mi coglierà di sorpresa,

come il tuo odore, quando dormo e ti immagino in sogno.

Verrà la notte e sarà un momento (come la morte),

giusto il tempo per finire questi versi e dirti che,

quando sciogli i capelli, allora per me s’inizia la notte

esplodendo nel suo scintillante manto di stelle.

 

 

 

VERRÀ LA NOTTE 2.

 

Verrà la notte e avrà i tuoi occhi, i tuoi umidi occhi,

questi occhi che mi spiano

anche quando non ci sei

e mi seguono da mane a sera

come l’ombra segue il sole,

questi occhi come una remota fragranza di finale rossore,

senz’altro ramo che l’improbabile mio sguardo

o la calda complicità della maledizione.

 

Verrà la notte e avrà il tuo odore.

Verrà la notte e avrà il tuo odore,

il tuo odore che m’inebria,

il tuo odore che mi perseguita

da mane a sera.

Verrà la notte e avrà il tuo odore,

quest’odore che mi accompagna dappertutto

nascondendosi tra le lenzuola e i vestiti,

impigliandosi ai miei capelli, ai miei tatuaggi,

intrappolato tra i minuti e le ore.

Quest’odore zucchero e cannella

che spunta all’improvviso

come una macchia sulla camicia.

Quest’odore che s’incolla come una mollica al palato

e come brivido si muove sotto pelle.

 

Verrà la notte e avrà il tuo odore.

Tu dormirai senza sospetto

ma i tuoi seni saranno spaventati nel buio,

si sentiranno i passi sugli scalini,

su udirà il cigolìo della porta,

e guarderanno le ombre sulle finestre

per tutta la notte.

 

Verrà la notte e mi coglierà di sorpresa,

come il tuo odore, quando dormo e ti immagino in sogno.

Verrà la notte e sarà un momento (come la morte),

giusto il tempo per finire questi versi e dirti che,

quando sciogli i capelli, allora per me s’inizia la notte

esplodendo nel suo scintillante manto di stelle.

 

 

 

PICCOLA MORTE.

 

Ma tutto questo, ora, non ha più importanza.

Ora sei sola

e tutto è insignificante e piccolo.

Piccolo sole, piccola luna.

Piccola casa, piccolo mare.

Piccolo cuore, piccolo cane.

Piccola vita, piccola morte.

E poco da mangiare,

poco da amare e poco da vivere.

In una piccola stanza,

piena di piccoli topi

che ti rosicchiano e ti ballano intorno

e corrono mentre dormi,

aspettando un’altra piccola morte

nel bel mezzo di una piccola mattina

sei tu e non sei tu

mentre la verità si nasconde

e i demoni siedono all’angolo

minacciosi.

In un piccola città di un piccolo stato

la piccola fossa del tuo piccolo cane morto,

la piccola bara della tua piccola madre morta

in un piccolo cimitero da qualche parte.

Ti resta solo il piccolo spazio

di tempo per renderti conto che ora è davvero finita.

E anche tu sei finita.

Finita.

Come un guado che taglia un fiume

sei proprio finita

e la morte ti squadra dall’alto del soffitto

nella stanza ammuffita.

Ma tu non dartene cura:

stai attenta alla piccola morte

solo quando arriva correndo.

Anche se,

come tutti gli altri miliardi di piccole morti,

alla fine significherà tutto e niente.

 

Tutte le tue piccole lacrime bruciano

come la piccola colomba invano.

 

 

 

 

 

<< devi bruciare

dalla testa ai piedi

e magari anche da un fianco all’altro

per un po’ di tempo

e avere le viscere

strapazzate da uno

spaccone

e da donne

demoniache,

devi correre

sull’orlo della

pazzia

vacillando,

devi bere un

fiume di alcol,

devi morire di fame

come un gatto randagio

d’inverno,

devi vivere con l’imbecillità

di almeno una dozzina di

città,

poi forse

forse

forse

potrai capire

dove sei

per un breve

impercettibile

attimo. >>

 

Charles Bukowski: “Preparazione.”.