"¿PERCHÉ NON MI AMI?"
“¿PERCHÉ NON MI AMI?
Ossessione di Adele
Hugo.”
di Manuel Omar Triscari.
Alla memoria di Adele Hugo.
<<Mi ami?>>
Ronald Laing.
0) OSSESSIONE DI ADELE HUGO.
In questa opera
ho descritto il tormento di una donna costretta in una esistenza esteriore che non riconosce,
e che sente ormai estranea alla propria
persona e alla propria essenza; una donna costretta nello stato di coercizione fisica e psicologica a
cui, in tempi non sospetti, furono sottoposte moltissime donne all’interno degli
istituti di salute mentale per il solo fatto di essere donne. E tra queste
anche Adele Hugo, la cui triste vicende tutti conosciamo.
Ebbene, questa
tragedia ci tocca tutti, donne e uomini. Questo libro è un crudo atto di accusa
nei confronti del patriarcato, che per secoli ha schiavizzato e soggiogato la
donna, vedendo in essa solo un’oggetto alle esclusive dipendenze dell’uomo
(padre, marito), in un’ottica di repressione e condanna dei suoi istinti più
vitali, femminili. Per porre fine all’oppressione a cui sono ancora oggi
costrette le donne, è necessario combattere il potere alla fonte, censurando gli
uomini che mostrano comportamenti violenti come il potere che glielo consente.
L’obbiettivo è
quello di rendere il mondo un luogo in cui la sessualità femminile non venga
più repressa o punita, dove la donna non sia più ridotta a un mero costrutto
sociale, in cui temere costantemente la disapprovazione e l’esclusione, lo
stigma e l’emarginazione.
1.
È impossibile che
io vi dica chi sono.
Non è importante.
Lo spazio è un
uomo
tagliato in due
da una finestra.
Ho contato le
ore, i battiti
e ho perso il
conto.
Qui non sappiamo
mai che ora sia.
Mi sembra inutile
raccontare,
le parole si sono
fatte mute.
Ho visto il
Ciclope dare colpi contro la porta
e la porta
restare chiusa.
Loro sono vivi ma
non abbastanza
da poterli
inquadrare.
Aleggiano.
Ovunque.
2.
La stanza ha
l’odore dell’acquavite
anche se nessuno
sta bevendo.
Compaiono mentre
provo a metterli a fuoco.
Ho provato a
dormire ma il sonno
è una forma di
abbandono.
Nessuna fiamma è
visibile nelle lenzuola.
Nessuna
possibilità di andare (dove?).
Il ferro è
freddo, rimanda a mani
che non sanno
raccogliere.
Fumano tutti per
potersi mantenere
in prossimità del
fuoco.
3.
Infinita è la
stanza e infinite
sono le sue
diramazioni.
Nel vetro ti ho
visto,
sovrapposizione
di volti,
nessuno era me,
una cosa, soltanto
una cosa,
una vita (quale
vita?).
Infinito è il
risvolto della stanza,
ho scovato i
simultanei,
la pecca, la
grandissima colpa.
Nessuno può
proseguire
se guarda
attraverso.
Non l’hanno
concesso.
Hanno sbarrato la
porta.
4.
La morte è un
giglio,
ogni suono è un
giaciglio.
Mi piacevano i
fiori
prima che
iniziassi a strappare i petali.
Sfronda qui,
sfronda lì, rimane solo lo stelo,
il ricordo di
aver vissuto.
La finestra è
piena di gocce che tremano
ma devo illudermi
di non averle mosse.
“Io” non è una
parola con un senso.
“Io” è già morto:
tu l’hai ucciso,
tu uomo, tu
maschio, tu odiatore.
5.
L’eternità è il
vetro che va in pezzi.
Raccogliamo i
cocci,
ci scriviamo
numeri sulle braccia.
Dio è una
questione numerica.
Se non scindi
l’atomo
l’universo è mera
supposizione.
6.
La follia è
invertire il senso,
averlo perso nel
cammino verso
una forma che non
si è raggiunta.
Vengo fraintesa,
le parole quando escono
non sono mie, non
è mia la guardia,
è sfilacciata nel
ladro e nella gazza.
7.
L’identità è
scegliere un piano o sommare più piani,
ma senza sovrapporli
come l’immagine
nel vetro con le
gocce che tremano.
Sono andata mille
volte in pezzi,
la
sovrapposizione non dava risultato.
Avrei bisogno di
razionalizzare la visione
ma non trovo una
parola per descrivere i miei occhi
quando smettono
di essere miei.
Non voglio
sentirvi. È solo ronzio.
Smettete.
Smettete di...
8.
L’amore è una
miccia che non vuole spegnersi,
se esplode muore,
restiamo cavi.
Lo spazio è la
stanza nel vetro,
il tempo è il
numero delle ripetizioni.
Cercheranno di
ricomporci
ma non troveranno
la testa.
9.
Lascia che vedano
una porzione.
Devi anche tu
diventare porzione
altrimenti arriva
il martirio.
Scegli una
maschera e non toglierla mai.
Se la togli torni
indietro.
Scegli una
maschera,
un piano, una
sola risposta,
una parvenza
d’identità.
Basta per oggi,
oggi puoi uscire.
10.
Lei ha solo tredici
anni
e ha deciso di
non saperlo.
Il fiume è un
palazzo
di tredici piani.
Deragliare è
percorrere
il campo di
papaveri fino alla notte,
dov’era il
binario passa
solo un treno,
lei l’ha perso.
Prosegue nel
campo
e i papaveri si
fanno viola, poi neri.
Alla fine del
campo non sa più
se ci siano mai
stati fiori.
11.
L’infinito è un
bambino con un secchiello
in cui vuole
mettere tutto il mare
ma il secchiello
è bucato.
È la storia di un
santo.
Mio padre metteva
del vino nell’acqua
e io non ho mai
smesso di bere.
Hanno trasformato
l’acqua in vino,
le vie di fuga in
corridoi.
I pensieri vanno
per i corridoi
e continuano a
non finire,
nessuno riesce a
fermarli.
12.
Forse avevo
paura, è la parola adatta, paura.
L’ho vista sul
tergicristallo.
Mia madre se bevo
non viene a trovarmi.
Vestono di bianco
nel castello,
a volte
confondono i colori con la notte.
13.
La merda è
l’unica libertà.
Cosa sono gli
altri?
Per lo più
zavorra.
Liberarmi di loro
è una chiave
che non entra in
nessuna toppa.
Passami un
fazzoletto,
voglio scriverti
una cosa.
14.
Io so che lui mi
amava, solo,
non capisco
perché questo amore
era diventato
così simile a un rumore,
un acufene che
non voleva finire,
lama sulle
braccia, sirene.
Erano i suoi
capelli neri in bocca.
Sono forse tua
madre?
Quando mi hanno
portata via
non potevo più
chiamarlo,
non ho più potuto
telefonare.
15.
Il tempo è una
mela piena di buchi.
Questo volevi?
Mangiala, sa di me.
Non ti ho detto
che sono anch’io
nel vetro.
Hai finto di non
vedermi.
Hai visto cos’ha
fatto?
Ha strappato
l’elastico.
Toccalo se credi
di poterlo
aggiustare, prova
a cucirlo.
Io non ho retto
la sua rabbia,
se avessi retto
saremmo ancora.
16.
L’ansia è una
madre.
quando il bambino
aveva sei mesi
non volle più
sentirlo piangere.
Dopo sei mesi non
ha sentito il tempo,
le è passato
addosso, le è sfuggito.
17.
Dalla fotografia
veniva una luce.
Mi piace la tua frangia,
quando muovi le
mani,
non ho paura.
Voglio che tu
esca e reagisca,
vorrei farlo
anch’io.
Non dimentico.
Vivere assomiglia
a mangiare come dei mostri.
L’euforia è
dimenticare,
non si può
ridurre tutto alla lotta.
Non so se l’arte
sia fare qualcosa di giusto.
A me piace il tuo
affetto,
c’è un mistero e
devi andare proprio lì,
non fermarti alla
sbarra.
Metti un filo di
ferro nell’ago e non è dritto.
Il dono è
un’erranza.
18.
Perché ti
fotografi continuamente?
Pensi che serva a
fermare l’immagine?
Ma è già passata.
Domani non
mangerai tutto il giorno.
Non mangerai
neanche dopodomani.
Senza riempirti
sarai un po’ diversa.
Metti un’altra
fotografia.
Non coincidi più.
Sparisci
in un limbo di
stoffa.
Un limbo di
stoffa
è la barriera tra
sopra e sotto.
19.
L’amore è una
corda,
l’ho stretta
troppo.
Amare è scegliere
di non
proseguire,
allentare il
cappio.
20.
La morte è una
lussazione.
Coraggio è solo
un salto,
una sutura smagliata
nella febbre.
Le sbarre sono
venti piani.
Divelta l’ultima
c’è il frastuono.
Un’apertura.
Gestazione.
Dove sbocceranno
questi semi?
21.
Mi hai detto che
sono debole,
invidiosa,
rabbiosa.
Così tu puoi
essere perfetto.
Ho strappato
l’abito da sposa,
ora mi consegno
alle sue mani.
Morderle.
Ingoiarle.
Sono le facce
nascoste della luna,
parole cancellate
da luoghi che tornano.
L’auto nel
cortile è rigata.
L’ha rigata lei
quando era me.
Come finisce
presto una promessa.
Se svegli la
furia non devi temere la madre.
22.
Non ti vogliamo,
hanno detto,
come a un cane
bastardo.
Mi hanno sbattuto
fuori.
Volevo solo
essere donna.
Solo che non ho
saputo dirlo.
La strada è il
capoluogo dei non detti.
Ci si lascia
debordare sui binari del treno
non convinti se
salire o scendere.
Volevo farmi suora
ma non avevo i documenti.
Mi hanno
inseguito, mi sono corsi dietro
per darmele e
nessuno ha sentito Dio.
Dio è il segnale
tra la notte e l’alba,
che tu lo voglia
o no, lui sorge comunque.
23.
Abbiamo avuto un
volpino nero,
è impazzito anche
lui.
La casa era piena
di non detti.
Si lanciavano
sguardi che nessuno raccoglieva.
Ho camminato per
le navate di Sant’Ambrogio,
ho sentito.
La presenza era
intorno,
e fuori il
deserto.
Con i polsi
aperti sono andato via.
Un uomo ha
raccolto il mio sguardo.
24.
Ero legato al
letto,
ho gridato
fortissimo ma non c’era nessuno.
Ho visto la
stanza deformarsi,
perdere solidità
dagli angoli,
farsi acqua. Il
lenzuolo fradicio
è rimasto
incollato per due giorni.
Ora la stanza è
un bosco,
la mente è
diventata un albero.
25.
Se io fossi stata
Gesù Cristo
non sarei salita
sulla croce.
26.
Dio è il tempo.
Come fai a
entrare in una chiesa?
La relatività è
solo una delle voci.
Mi fa specie che
Einstein non sia impazzito.
Quando accedi poi
devi scontare.
Pensavo di
ingoiare cinquanta compresse
di Zyprexa, ne
vuoi anche tu?
Non lo farò, non
voglio più.
Ho risolto il
problema del suicidio
già da molto
tempo, la morte prima
o poi arriva
comunque, è sufficiente aspettare.
27.
L’Infinito è una
sonata di Bach.
È rimasta la
musica,
messaggera
universale,
le fontane
parlavano di noi,
contrabbassi
d’acqua.
Non stavo bene
neanche da piccola,
ero il gatto
sotto il divano,
mi hanno
accarezzata
ma mi hanno
strappato la coda.
Resta la voce,
una scala di piano,
glissandi nel
buio.
Cos’ha il mio
braccio?
Non è poi diverso
da un cuore.
L’hanno mangiato.
E tu ti copri gli
occhi
per non vedere il
moncherino.
28.
Il dolore sono le
bare che si ripetono,
avevo quindici
anni, rovesciavo l’otto.
Non lotto, non so
difendermi.
Ho cercato il carnefice
e gli ho
consegnato l’ascia.
Le sue mille
facce mi cercano nel letto.
Mio padre nel
buio.
Non dovresti
esserci.
È sempre
presente.
Faccio smorfie
allo specchio
e ci sei anche tu
nella mia bocca.
Il mio nome al
contrario è profezia.
29.
Dio è la somma
delle preghiere,
sono le persone
che chiedono di lui.
Sono anch’io una
di loro?
Se m’inginocchio
vestita di nero
mi strappa i
merletti.
Voglio scalare
una montagna
e parlargli,
evaporare in vetta.
30.
L’anima rimane ma
il corpo non è più.
L’anima fluttua,
non è materia.
Una volta ho
fatto una seduta spiritica
con un medium,
era un ragazzo
che veniva a
scuola con me,
aveva questa
dote, faceva le sedute spiritiche,
lui non aveva
paura, volevo evocare l’assente.
La notte mi si
muoveva il letto.
Non l’ho più
fatto e se n’è andata da sola.
31.
La famiglia è un
incidente,
mia madre è
sparita.
Adesso ho una
figlia,
è venuta a
citofonare
e ha detto: sono tua
figlia.
Ho sentito i
Santi, lo Spirito,
devi stare
attenta ai loro occhi.
Aveva venticinque
anni,
siamo andati
verso il mare
e non abbiamo
smesso.
32.
Lo scheletro è
una struttura fragile,
nel mezzo ci sono
gli scarti,
le nostre dita
che si separano,
anche lei si
guardava sfigurata.
Nello specchio
stavamo vivendo
infinite volte.
33.
Le persone non le
vedevo,
luci e colori
fortissimi,
ero dentro una
stanza,
e il colore mi
rincorreva,
mi soffocava.
Le persone non vedevano,
non erano pronte
a reagire,
non sapevano chi
fossi,
non riuscivano a
vedermi
in tutto quel
colore.
34.
Esistono mondi di
sopra e mondi di sotto.
Quelli di sopra
li conosciamo tutti,
quelli di sotto
solo i più ferrati.
La vita è stare
in equilibrio tra i due piani e,
se si scivola,
non fidarsi delle sensazioni.
Nel mondo di
sotto ci sono molte stanze,
una è la mia: ha
una porta rossa e un materasso a terra,
una scrivania
piena di disegni che abbozzo e poi cancello.
Disegno gli
abitanti del corridoio,
in ogni porta un
internato.
La donna dietro
la porta blu non ha i denti,
il cibo deve
farselo frullare.
Nei mondi di
sopra preparano il cibo
e noi lo
frulliamo.
35.
Guarire significa
mentire molto bene.
Tutti hanno un
occhio sulla schiena,
per guarire devi
tenerlo chiuso.
36.
I pensieri sono
corridoi pieni d’acqua,
non sempre si
sopravvive alla piena.
Io pulisco i
resti, mi pagano per farlo,
a volte trovo un
calzino, un diario fradicio,
un foglio
strappato, una collana
di teste di chi
non ha nuotato.
37.
Il pozzo è il
deposito delle voci,
sono tutte sul
fondo, sciabordano
e dicono:
Anch’io, anch’io
sono stato parte
del mondo
prima che precipitasse.
Siamo tutti qui,
condensati sul fondo,
se rovesci il
fondo siamo nuvole e cielo.
38.
Mi ha detto di
voler fare come me.
Perdere? Ho
detto.
Perdere è
allineare vittorie
contro un muro e
poi sparare.
La morte è una madre
molto grande,
ingoia i resti.
Accoglie
chiunque.
39.
Amare è pulire il
sangue dai mattoni.
Chiuditi con me.
Murati vivi,
abbiamo camminato dentro,
tu mi parlavi di
loro ma io non volevo sentire.
Ci siamo divisi all’entrata.
Hai voluto
fermarti prima di cementificare.
Nel mio corpo
crescono radici con il tuo nome.
40.
L’ansia è un
grido che non esce,
si rivolta contro
cuore, stomaco e intestino.
Se espelle il
cervello diventa un pilota
e il corpo,
abbandonato, decolla.
I sistemi solari
sono attraversati dall’ansia,
se capiti da
quelle parti puoi sentirli urlare.
41.
L’abbandono è
fluido,
sgorga da una
sorgente
e si sporca a
valle.
Molti sono passati
di lì,
hanno raccolto
l’acqua dal fondo
e si sono
ammalati.
Quando ci passo
sto attenta,
non cedo alla
sete.
Bevo solo alla
sorgente
e più bevo più
scompaio.
42.
Quando mi faranno
uscire
aprirò un negozio
e lo chiamerò Cenere.
Venderò tutto ciò
che non si usa più.
A Cenere porterò
una lanterna,
per fare luce sui
chi entra.
A ciascuno
domanderò se ha visto l’Uomo.
43.
Quando esco in
corridoio vedo altri me,
sono tutti un po’
diversi, uno grasso,
uno magro, uno
con la flebo
nel braccio e la
gamba fasciata.
Una volta ne ho
fermato un altro
e gli ho chiesto:
Perché sei qui?
Ho sparato, ha
detto.
A chi?, gli ho
chiesto.
Indovina!, mi ha
detto.
44.
Il dottore dice i
quattro punti cardinali:
Paura, Rabbia,
Tristezza e Disgusto.
Rabbia è il mio
preferito,
ci si mangia il
fegato e il sole è come il fuoco.
A Tristezza c’è
il mare, una lunga spiaggia
in cui il sole
continua a tramontare.
Paura è una corda
tesa tra terra e cielo.
A Disgusto non ci
sono mai stato.
45.
Avevamo una casa,
è andata in pezzi,
io ho scelto la
camera da letto,
sono invischiata
alle lenzuola,
mia madre ha
preso la cucina
e mio padre vive
in bagno.
Una casa è un assemblaggio,
non significa
nulla in sé.
Anche questo
letto non significa molto:
è il corpo di
un’altra, dal basso
la guardo
invecchiare.
46.
È il tempo che
quando non trova spazio
fa la strada a
ritroso: l’infinito.
47.
Dovremmo
risolvere il problema della vecchiaia,
se servisse a
qualcosa potremmo dimenticarla.
48.
In ogni stanza
c’è uno spazio buio e uno illuminato.
Quando vado nel
buio ho paura di tirar fuori
un bambino,
spesso accade e alla luce muore.
49.
Lo spazio è una
piscina di profondità infinita,
ogni piano più in
basso c’è il ricordo di una vita.
Oggi ho trovato
una tastiera e uno spartito,
se sapessi
suonare ascoltereste il tempo.
So che l’ha
composto un androgino,
è uscito quando
io sono entrata.
All’ingresso mi
ha detto di non portare nulla:
la piscina ha la
memoria del cosmo.
50.
Mi ha chiesto se
avessi una matita.
Lui ne consuma molte.
Dice che ha
creato un sentiero,
un lungo sentiero
che va dalla sua stanza
a quella della
madre.
Né lui né lei
l’hanno mai percorso.
51.
Credo che sia
stato un universo prima del big bang,
prima che tutto
si concentrasse in un unico punto
c’era un altro
universo che è imploso in quel punto.
L’universo è
sempre esistito, un organismo unicellulare
che si contrae e
si espande. Il mondo non è mai
cominciato e non
finirà mai: è il concetto indiano
della trimurti Brahma,
Vishnu e Shiva,
eterna
trasformazione unica costante.
52.
Devi uccidere il
gendarme,
sei nelle sue
sette prigioni,
trova la chiave e
esci dall’ottava.
53.
L’Angelo del
Tempo ha creato gli orologi
ma se ci fai caso
ognuno fa un’ora a sé.
Qui non ne
abbiamo bisogno,
siamo troppo
vicini all’eternità.
54.
Io sono qui da
venticinque anni,
non mangio mai
quello che preparano,
mastico i
pensieri di tutti, ne mastico la voce
e finisco per
parlare con la loro.
55.
È una signora
molto anziana,
ha la gobba, puoi
vederla sui gradini.
Pulisce da
mattina a sera.
Questa stanza
conserva
ciò che ha
spazzato via.
56.
Siamo esploratori
dei confini.
L’infinito è
riflesso nel vetro,
ci siamo tutti
noi nella tua faccia,
ci hai trovati?
Se ti muovi appena
oscillando
compaio anch’io,
sono la
trentatreesima faccia
sovrapposta alla
tua. Quando
uscirai dovrai
sapere:
là fuori non ci
sono stanze
con vetri così
spessi.
57.
La morte è una
bambina vestita di bianco,
l’ho interrogata
mentre mi portavano qui,
le ho chiesto:
Cosa c’è dopo?
La bambina ha
fatto una piroetta
e ha indicato la
pancia, si è sollevata il vestito,
aveva l’ombelico
cucito con un filo bianco,
ha scucito la
sutura e ho guardato nel suo addome.
Le ho promesso di
non dire cosa ho visto.
58.
L’amore è un filo
bianco che cuce una ferita.
L’ho visto nella pancia
della morte,
se la ferita è
aperta non si torna indietro
ma il più delle
volte ha l’accortezza di ricucire.
Mi segue ogni
notte in questa stanza, vedi?
Tira fuori un
gomitolo bianco e lo lega alla maniglia della porta,
lo tende fino ai
piedi del letto e fa due nodi,
mi protegge dalle
voci.
59.
Edvard Munch
sedeva sempre su questa panchina,
mi ha lasciato
una cartella rossa con degli schizzi,
gli ho chiesto:
Perché non li completi?
Non puoi
completare l’eternità, ha detto.
È andato via
promettendo che ci saremmo
incontrati ancora
sulla stessa panchina,
da allora non
l’ho più visto.
Ho provato a
completare i disegni.
Apre la
cartellina, è vuota.
Dove sono i
disegni?
Siete tutti voi.
60.
Esistono due
categorie di donne al mondo:
quelle destinate
a essere amate
anche se non hanno
fatto nulla per meritarlo,
e quelle che
vengono violentate ogni volta
sempre più
ferocemente.
Ogni volta,
sempre di più. Senza scampo.
La vita è così.
61.
Non ho niente da
dire a voi
che onorate
l’assenza per
rigettare la
presenza. Non
più un amore,
neppure un
filo di nebbia.
Nessuna via,
la notte,
spettrale sapienza
del buio. Vivo
nell’ombra;
assassina senza
aver mai
ucciso. Nulla da
dare a voi,
neppure l’incanto
della mia
pelle, nessuna
pelle più ora
mi appartiene.
Sono l’esilio
e il deserto,
straccio vivo
e manto del
suono, folgore
senza parola. Le
violette
sono appassite,
così gli
asfodeli. Cammino
tra i
muri. Dentro le
cose vive
sento le cose
morte, la
coperta
smangiata, una
voce in
dormiveglia. Volti
disfatti.
Aspettiamo fino
a sera, arriverà
la neve.
62.
Puoi tornare
quando credi
a piangere tra le
mie braccia
e ogni pugnalata
che io
t’infliggerò,
figlia, sarà per te
fresca aria
d’Oriente, e ogni
giudizio, e ogni
non detto,
e ogni parola che
scardina
il detto, sarà
per te acqua
di sorgente. Puoi
tornare in
ogni istante,
qui, da noi, ti
aiuteremo a non
crescere.
63.
Esserci
in perpendicolare
o in tralice,
sulle soglie dei
voli e dei disvoli,
dei ritorni
scintillanti
di poesie e addii
mai
perenni perché se
ti canto
non sei mai
distante
dal centro del
cielo,
dal vertice
perpendicolare
dell’infinito,
in bilico sullo
scalpitante
attimo verticale.
64.
Il dolore degli
altri
quando è
eccessivo
non ci tocca più,
filtra come un
vago e incerto pericolo
in un corpo
anestetizzato.
Forse è questo il
capolavoro dell’orrore:
perdere la
compassione
perché provarla
farebbe troppo male.
Vedo solo schegge
impazzite.
Macerie.
Ci si abitua a
tutto,
alla violenza,
al sopruso,
alla guerra,
all’illusione di
un mondo fatto di individui
ciascuno con il
suo destino.
Ci si abitua a
tutto,
senza sentire
più.
65.
Cosa siamo ora?
Non voglio
risposte
non voglio
promesse.
Mitreo, San
Clemente
angeli
trasfigurati
in poemi
gnostici.
Ci hanno detto di
andare,
indossare,
svestire. Ci
hanno
detto di dire che
a
nulla vale
sapere.
La magia imita
il mondo e il
mondo
scompare. Iside
cieca sul fondo
di cieco volere.
66.
Ho paura del
ricatto
misero occhio
cavo,
nessuno è solo e
tutti
siamo sviati a
morire.
Non guardarmi,
non
lasciarmi. Resta
qui,
proteggi le ossa.
67.
Al mattino
l’ossario
sociale ricorda
l’ora.
È sbagliata.
Persa.
Non puoi sfuggire
all’abiura.
Ratifica
i suoni in
sincrono,
campane ripetute
in gola. Sabato
stolida gioia
grigia,
nelle grida della
sera, non andare.
68.
Non andare nella
gravina
ci hanno gettato
i resti
mangiati dai
corvi. Non
andare a
raccogliere il
seme del lieto
disamore.
Non andare in
fondo
al canale di
scarico
sui frammenti.
Potresti
trovare l’ombra
di me.
69.
Rattrappito cielo
invetriato,
Torino alle
cinque del
mattino, prime
voci bianche
da operetta
smascherate
sulla via della
neve. Luce.
70.
Ogni fantasia di
potere
è una fantasia di
stupro.
Vince sempre il
sadico,
non saziare il
carnefice!
71.
Io posso sottostare
solo al cosmo.
Non riconosco
padri o madri, nessun
dio da nessun
podio discetta inane.
Nessuna colata
lavica, nessuna gerarchia.
Io riconosco
soltanto chi fugge e l’eco
smarrita di
tutto, di traverso orizzontale.
72.
Se ho sacrificato
è stato per rivolta,
lì si
moltiplicano croci. Ma in fondo
al calvario è una
mano inumana.
Nessuno perdona
nel tempio. Fuori
non siamo che
strali colmi d’invisibile.
73.
L’odore di brace
del mio giardino,
di questa luce
infernale l’avvento
senza corpi ci
inchiodiamo nel vento.
74.
Risali al fondo
della vita,
è un buco molto
stretto
un foro dai mille
risvolti.
Noi ci
abbandonammo al
sapere cupido e
insano
dei corpi, alle
bramosie
furiose e fummo
respinti
dal tempio. Noi
fummo
ancora una volta
croci.
A nulla vale
sapere
se non si
attraversa
il lago, il fondo
infinito.
75) PIÙ NULLA DI UMANO: STORIA DI ADELE HUGO, PAZZA D’AMORE.
Una donna che ama è una creatura esposta a ogni genere di intemperie, le emozioni forti conferiscono vigore alla vita ma la rendono anche pericolosa: bisogna essere disposti a varcare un confine, l’amore è uno sconfinamento. Così Adèle, nel magistrale libro curato da Manuela Maddamma: “Adèle Hugo, pazza d’amore”, si perde nell’estasi e nel gorgo del suo desiderio.
All’inizio del racconto troviamo una donna sicura di sé, del suo aspetto fisico, della sua famiglia: figlia amatissima di Victor Hugo, l’unico ostacolo per lei sembra essere un affetto ambivalente per la sorella maggiore Léopoldine, che il 4 settembre 1843 muore annegata insieme al marito Charles, pochi mesi dopo il matrimonio. Da quel momento in avanti, Adèle si rinchiude nella sua piccola pietà così tenera, così dolce e così gentile; è lei che consola o che cerca di consolare con le sue riflessioni sempre piene di saggezza e spesso profonde.
All’inizio del suo diario di giovane donna troviamo alcune frasi che rivelano i suoi più intimi sentimenti nei confronti di sé stessa: un’idea di grandiosità, di onnipotenza, in primo luogo mutuata dalla fierezza di essere la figlia di un genio: <<Talvolta sogno una vita bruciata, ardente, violenta, viva, nella quale via via Clésinger, Delacroix, Arnould si susseguono, come amanti, nella quale mi vedono come la figlia di Victor Hugo, giovane, bella, radiosa, alla moda, supremamente intelligente, supremamente bella, radiosa, supremamente civetta, che schiaccia con tutto il suo splendore le sue rivali, passate, presenti e future; intellettuale, grande musicista, applicando e facendo applicare i miei paradossi, vivendo tutte le vite, la vita dell’amore, la vita del mondo.>>.
Nel 1861 Adèle s’innamora di Albert Pinson, un giovane tenente inglese che ha conosciuto su una panchina della terrazza di Jersey, lei legge, lui la guarda. Adèle inizia a figurarsi una vita con lui, tanto da chiedergli di sposarla, ma a questa richiesta segue il silenzio del giovane. In una lettera la bellissima e disperata Adèle gli scrive: <<Mi spedite sul campo di battaglia della disperazione, mi costringete a battermi; può darsi che io ritorni viva; oppure ferita, oppure che non torni mai più! È così che ricompensate il mio amore e la mia devozione!>>, e inizia a formulare pensieri suicidiali. I due s’incontreranno ancora ma il giovane non vorrà mai sposarla, e lei si sentirà umiliata, no, molto peggio che umiliata, si sentirà frantumata. La sua identità non sarà più integra e la frana si espanderà fino alla fine dei suoi giorni.
Da questo momento in poi la sua discesa è implacabile, tanto che il 17 gennaio 1866, in una nota del diario di Victor Hugo, troviamo questa devastante descrizione: <<La ‘parsimonia’ di Adèle la spingeva a rifiutare quasi tutto il cibo, a fare a meno della stufa, a rinunciare alle cure più elementari della sua persona; si trovava, diceva M. Motton, < in una situazione prossima alla bestialità >, aveva i capelli < in un tale stato che il parrucchiere e anche il medico chiamato da M. Motton hanno deciso di tagliarglieli >. Il padrone di casa, inoltre, ha notato in Adèle alcuni segni allarmanti: < Un far su e giù preoccupata nella sua topaia, con parole pronunciate ad alta voce >.>>.
Adèle morirà in manicomio il 21 aprile 1915 dopo 42 anni di reclusione. L’ossessione l’aveva derubata delle sue facoltà intellettuali, della bellezza e di tutte le ricchezze esteriori e interiori che possedeva. La sua può essere definita follia d’amore, i tratti di una personalità inizialmente megalomane, poi ciclotimica, e poi sempre più melanconica, fino alla disperazione più completa, non le hanno concesso di accedere al sentimento di appartenenza alla vita in quanto tale.
La fragilità, qualunque nome o diagnosi si voglia affibbiarle, non è delimitabile in una definizione, è tutt’al più il dilagare di un abbandono, la certezza di non poter essere amati, ascoltati, compresi. Si pensa di non essere degni d’amore, e ciò avviene dopo essere stati convinti del contrario e aver ricevuto un’acuta, insostenibile frustrazione. Quanto più si è sperato, sognato, immaginato un amore invincibile, una vita stupenda, un grande successo, tanto più la caduta sarà dolorosa.
Un dolore troppo grande non rende invulnerabili, ma fragilissimi. Oltre un certo livello di sofferenza accade che l’io si rivolti contro sé stesso, impedendogli di pensare, scindendosi, frammentandosi. La fuga, la difesa, è più dolorosa e devastante del dolore da cui ci si sta proteggendo, ma questo non importa, nessuno che abbia varcato quel confine vuole davvero essere riportato indietro: tornare significherebbe dover rifare i conti con il rifiuto, l’abbandono, la violenza, la ferita.
L’ossessione è un martello pneumatico che penetra in profondità ogni lembo di carne, bucandolo, squartandolo. Il corpo non ci appartiene più, semplicemente non ci riconosciamo più come corpo e la mente si rivolta infinitamente e si nasconde per non farsi più colpire dall’assurda ferocia del mondo. Il mondo fuori è completamente distante, alterato e alieno, non ne si fa più parte. E come si potrebbe? Da quel mondo arriva solo orrore; è come essere in guerra, agonizzare senza morire mai.
La risposta a questo stato di cose era (e in certi casi lo è ancora, anche se in modo certamente meno barbarico di una volta) la contenzione. I manicomi servivano a proteggere la società dal paziente e non a salvare il paziente dal suo dolore. Purtroppo in alcune parti del mondo i manicomi esistono ancora, in Italia Basaglia, genio visionario, li ha chiusi con la legge 180. Ma dobbiamo stare molto attenti perché i manicomi non sono solo quei luoghi che ora non esistono più, esiste una logica, un preciso modo di considerare la diversità che rischia di diventare manicomiale: se l’altro è un organismo (come suggeriva Laing, ormai un bel po’ di tempo fa) lo tratterò da organismo, in una logica reificata: questo è ancora manicomio; ma se l’altro è una persona (e lo siamo sempre, anche se siamo arrivati al confine estremo del dolore) lo tratterò come persona e, certo, la relazione sarà molto complessa, e perfino rischiosa ma umana. La fragilità va custodita, una società che abbandona e stigmatizza le frange più deboli della sua popolazione non ha più nulla di umano.
Adele Hugo.
Anno 2022
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
Don’t try.

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