"TRAME"
“TRAME.”
di Manuel Omar Triscari.
0) PREAMBOLO.
Il
presente volume raccoglie idee, spunti, progetti, soggetti e abbozzi di
sceneggiatura per pellicole di lungo, medio e corto metraggio. In ognuno dei
quali è palese e manifesta la passione e l’interesse dell’autore per il
rapporto tra sogno e realtà, tra vita cosciente e vita dell’inconscio, tra vita
esteriore e vita intrapsichica, tra vita vissuta e vita immaginata.
Soprattutto,
emerge da questi scritti una concezione della storia come desiderio memore
della lezione di Mario Vargas Llosa. In fondo, come diceva il grande scrittore
argentino, leggiamo romanzi, guardiamo film,
inventiamo storie, scriviamo libri e poesie, solo per poter vivere le molte
vite che vorremmo quando non abbiamo a disposizione che la nostra e attuale;
per rintracciare un senso, nascosto dietro il mare degli eventi e il quotidiano
commercio degli incontri. Una trama, appunto. Una scelta estetica e poetica,
insomma, che si traduce immediatamente in presa-di-posizione filosofica.
<<Ho
sempre preferito leggere un libro o guardare un film piuttosto che
vivere: nella vita non c’è trama.>>
(Groucho Marx).
1) DOPPIOSOGNO.
(CORTOMETRAGGIO.)
Un
uomo sui 30 anni guarda l’orologio. L’orologio segna le 18,20 ma è già buio,
poichè è inverno. L’aria è livida e soffia un vento forte. L’uomo sembra essere
in attesa. Sta fumando una sigaretta. D’improvviso scorge una donna, guarda di
nuovo l’orologio e poi guarda di nuovo la donna, guarda davanti a sé e guarda
ancora la donna, la segue per qualche secondo con lo sguardo mentre lei cammina
incespicando leggermente sul marciapiede della sponda opposta della strada. L’uomo
getta il mozzicone, e inizia a seguire la donna, tenendosi a debita distanza.
Lei è sui 50 anni ma il volto è molto segnato dalle rughe, piuttosto
trasandata, indossa un vecchio pastrano scuro e gualcito che l’avvolge completamente.
L’uomo le va incontro, il viso e gli occhi di lui assumono una espressione di
stupore e impotenza, mentre cammina nella sua direzione, prima lentamente, poi
sempre più velocemente, poi correndo. Quando la raggiunge, lei gli sorride in
un modo stralunato, e anche lui le sorride, l’abbraccia, le tocca il viso e i
capelli, le stringe le mani, le dice quanto le sia mancata, l’abbraccia ancora
e lei fa lo stesso; ma, mentre i corpi sono stretti e le teste incrociate,
l’uomo nota con disappunto e meraviglia, che il cielo non è più nero e cupo
come prima, ma ora luminoso e azzurro, e anche l’aria attorno non è più livida
e fredda ma vi è un dolce tepore e una soave quiete che muove ogni cosa. Poi, si
scuote dal torpore, e si avvede di aver solo fantasticato, ripiombando di colpo
nel nero della realtà.
Quando
si ridesta, la donna si è allontanata: lui inizia a camminare per raggiungerla,
le va incontro e, mentre copre la distanza che lo separa dalla donna, trema e
accende una sigaretta. Infine la raggiunge. La donna reca in mano due borse
gonfie e stracolme con vivande.
Le
dice: “Che ti sei fatta in testa?”, “Dove?” domanda lei, “In testa.” dice lui “I
capelli.” aggiungendo, “Oh... è solo una frangetta: non credi che mi stia
bene?” chiede lei, “Sembri una cretina.” dice lui, “Scusami.” dice lei.
Lui
continua a guardarla fisso con uno sguardo come pietra, prende in mano le borse
della donna, e le dice con espressione e tono seriosi e gravidi “Non avresti
dovuto portare tutto da sola.”. La donna lo prende sotto braccio e lo stringe.
I due incedono mentre non smettono di rimirarsi, lei con dolcezza, lui con
durezza e impassibilità, durante la micro-eternità di un attimo dilatato e
infinito, così rapido e veloce che sembra immobile, mentre il tempo è così
pesante e denso e viscoso che quasi non conta nulla. “Una volta era tutta
campagna qui.” dice lui in tono quasi arrabbiato. “Non sai quanto ti ho
aspettato.” dice lei.
2) SLEEPING
BEAUTY. (CORTOMETRAGGIO.)
2.1)
COMPENDIO.
La
trama si fonda s’un impianto narrativo costituito da due situazioni parallele
che in apparenza procedono su binari separati ma che sono in realtà intimamente
connesse e sotterraneamente intrecciate, come lo svolgimento della trama
nonchè lo scioglimento e la didascalia finali gradualmente disvelano. Le due
situazioni corrispondono ad altrettante azioni sviluppate lungo due
piani-sequenza continui che si intersecano tramite montaggio incrociato: nel
primo, l’occhio della telecamera segue dal basso verso l’alto e dai piedi fino
al volto le sinuosità di un corpo in quiescenza di una donna dormiente; nel
secondo segue e ritrae l’azione di corsa di un uomo, la cui figura si staglia
contro un tramonto dai colori molto accesi, espressionistici e ipersaturati.
Entrambe
le figure sono giovani: la donna è molto giovane, capelli nerissimi, sui 35
anni; l’uomo, bianco adulto, dimostra a stessa età.
La descrizione
di entrambe le situazioni avviene in maniera progressiva e scalare, dunque non
attraverso fotogrammi statici e quadri fissi ma tramite una sequenza diegetica
continua e ininterrotta che, nel primo caso, scarrella sui vari segmenti
anatomici della donna, mentre nel secondo ritrae il dinamismo dell’azione di
corsa della figura maschile in un flusso dinamico e graduale.
Tutto
il film è giocato e basato sulle
opposizioni binarie tra il sonno e la veglia, la realtà e il sogno. Dalla
rappresentazione e dallo svolgimento delle due situazioni nonchè dal loro
intersecarsi non emerge una chiave interpretativa chiara e definitiva: anzi, il
piano della realtà e quello del sogno sono così compenetrati ed esattamente
speculari da risultare inscindibili, in ossequio al motto <<la vida es sueňo>> di Calderon de la Barca: la
definizione di sogno e realtà e di veglia e sonno, è solo un fatto di
prospettiva: qualsiasi cosa che accade è, nel momento in cui accade, realtà
immanente per il soggetto epistemologico che la filtra (come vuole la dottrina
dell’homo mensura protagoreo) sicchè
un film, un sogno, una bugia, un
pensiero, un’allucinazione, una menzogna, un viaggio di lsd o altri acidi. Qualsiasi cosa venga registrata
dall’individuo senziente che è soggetto percettivo, anche il sogno, è reale nel
momento in cui la vive.
La
melodia di sottofondo, caratterizzata da un crescendo tensoriale molto progressive, sottolinea e rimarca il
crescendo dinamico delle immagini e delle scene, che trovano il proprio
compimento e il proprio senso ultimo solo nel culmine della scena finale.
Una
bozza del progetto è stata realizzata in 3d
dall’artista visuale Antonio Oggianu ed è reperibile tramite questo link: https://youtu.be/U0RxAKCECqY.
2.2) TRAMA.
2.2.1)
Apertura sul quadro in primissimo piano statico delle dita dei piedi di una
donna nera, che si muovono leggermente sgranchendosi e stiracchiandosi. Segue
breve carrello sulla monta del piede fino alle caviglie mentre l’inquadratura
si progressivamente slarga a comprendere nel proprio campo visivo l’intera
forma dei piedi, adagiati su un campo bianco stropicciato di lenzuola e ripresi
mentre, quasi immobili, s’inarcano e sfregano flebilmente l’uno contro l’altro,
nell’impercettibile movenza del risveglio.
2.2.2)
Stacco e primo piano dei piedi calzati di una figura maschile (bianca) che
avanza correndo sullo sfondo di uno scenario onirico, fortemente saturato e
caratterizzato in senso espressionistico.
2.2.3)
Stacco e carrellata sugli arti inferiori della donna: muovendo dalle caviglie,
la macchina risale percorrendone le gambe, poi ne tratteggia le ginocchia e
infine ne inquadra le cosce giungendo al limitare del pube, coperto da un lembo
di lenzuolo. Degli arti inferiori, il sinistro è quasi completamente disteso e
coperto dal lenzuolo mentre il destro è leggermente piegato conferendo al corpo
una postura inclinata sul fianco e lievemente prona. La macchina è ancora un
po’ più distaccata e l’inquadratura un po’ più ampia rispetto al primissimo
piano della scena precedente 1 e 3.
2.2.4)
Stacco sul moto dell’uomo in corsa e carrellata dalle gambe fino al ventre.
2.2.5)
Stacco sul corpo della donna: l’occhio incede lentamente sui fianchi della
donna, quasi si arresta sull’ombelico, poi accelera e passa velocemente
sull’addome quasi glissando, e scartando con brusco movimento laterale si
dirige verso la spalla destra, all’altezza della quale rallenta di nuovo. L’obbiettivo,
che intanto si è gradatamente stretto in un primissimo piano, è ora focalizzato
sulla spalla destra e da qui continua la sua carrellata seguendo le morbide
volute disegnate dagli arti superiori che si incrociano: dalla spalla destra
discende lungo l’omero destro percorrendo il braccio e l’avambraccio, che sono
piegati ad angolo retto a coprire il seno, e li insegue fino alla mano destra,
intrecciata al braccio sinistro, di cui si vede solo il bicipite poichè
l’avambraccio e la mano si perdono sotto il cuscino celandosi così alla vista.
2.2.6)
Stacco e ripresa della azione di corsa della figura maschile con carrello dal
tronco fino al collo.
2.2.7)
Stacco sul corpo della donna: la ripresa ora traghetta l’occhio e trasporta
l’attenzione dello spettatore sul volto, mollemente e placidamente abbandonato
nell’atto di dormire, con un’espressione serena e assorta; a questo punto
l’obbiettivo si stringe ancora fissandosi sul dettaglio della bocca arcuata in
un sorriso appena accennato.
2.2.8)
Stacco sulla bocca dell’uomo in corsa: la linea delle labbra prima si increspa
in un’espressione a metà tra il digrignamento per lo sforzo fisico dovuto alla
corsa e il ghigno beffardo, e poi si scioglie in un sorriso che, inizialmente
solo accennato, si trasforma via via in un’espressione sempre più accentuata di
gioia. L’inquadratura è smossa dal moto sussultorio conferito alla figura (e
dunque alla scena) dall’azione della corsa. Stacco.
2.2.9)
La macchina si arresta, in primissimo piano, sulle palpebre della donna, che,
irrequiete e frementi, sussultano debolmente come quando si sogna.
2.2.10)
didascalia finale:
We love as we dream: alone.
While the dream disappears
the life continues
painfully.
3) PROSTRAZIONE. (CORTOMETRAGGIO.)
3.1) STUPRO. (INTERNO, CAMERA DA LETTO,
MATTINO.)
Un
uomo giace disteso sul lato destro del letto dormendo sdraiato sul fianco
destro. Si sveglia, si gira sul fianco opposto e mette la mano sul corpo
dormiente della donna che giace accanto a lui sdraiata sul fianco sinistro del
corpo e sulla parte sinistra del letto. Entrambi i corpi coperti da un leggero
lenzuolo. L’uomo inizia a palpeggiare la donna, prima delicatamente poi con
sempre maggiore insistenza e morbosità; poi toglie il lenzuolo che li copre
entrambi: lui è in mutande e canottiera, lei indossa una sottana. L’uomo scopre
il corpo della donna sollevandone la sottoveste, estrae il cazzo dalle mutande,
e comincia a darle colpetti sul culo con la punta dell’uccello.
La
donna si sveglia ma finge di dormire: ha un’espressione atterrita in viso; L’uomo
diventa sempre più insistente: le scosta le mutande e cerca di penetrarla; lei
si oppone ma lui le monta addosso.
<<Inizio
a preparare la colazione.>> chiede lei con tono per metà interrogativo e
per metà affermativo ma pauroso e deferente, <<Colazione un cazzo: non
posso riempirmi se prima non mi svuoto!>> risponde lui sprezzante, <<No ti prego: mi fa ancora male.>>
dice lei, <<Àprile, cazzo!>>
dice lui, <<Ti prego...>>
dice lei, <<<Ti prego> un cazzo lurida maledetta puttana: ho voglia
di scopare quindi apri ‘ste cazzo di gambe e fatti scopare.>> conclude lui.
Lei
inizia a piangere, lui la penetra e inizia a violentarla.
<<Brutta puttana, io ti spacco, ti squarcio, ti
ammazzo.>> continua a ripetere lui mentre lei non smette di piangere;
<<Ti piace nel culo, eh, troia?>>, <<No: ti prego.>> dice lei, ma lui non sente ragioni, e
non le dà scampo: la costringe a un rapporto anale, la penetra, lei urla di
dolore e disperazione mentre cerca invano di allontanarlo, lui si inferocisce e
la colpisce ripetutamente prima al volto con uno schiaffo poi alla schiena con
un pugno e infine alla testa con un altro pugno, lei tramortita abbandona ogni
tentativo di resistenza e si abbandona alla ferocia dell’uomo che con sguardo
indiavolato e voce feroce le urla <<Sei mia moglie.>>. La donna ha
una espressione terrorizzata. Poi lui eiacula, le si adagia sopra e dopo pochi
secondi rotola via ritornando sul lato destro del letto: ansima, si rilassa, e
si pulisce con il lenzuolo. La donna rimane distesa immobile in posizione prona
sul letto affondando la faccia nel cuscino e piange sommessamente. Una macchia
rossa sporca il lenzuolo all’altezza dei fianchi di lei. <<Adesso puoi
andare a preparare la colazione.>> le dice lui. La donna si alza dal
letto e si reca al bagno.
In
bagno chiude la porta alle proprie spalle e, schiena contro la porta, inizia a
piangere sommessamente accovacciandosi sul pavimento del bagno.
In
camera da letto, l’uomo si sta ora vestendo, con una divisa da sbirro; da dietro
la porta del bagno risuonano rumori di acqua che scorre; poco dopo la donna
esce dal bagno e dalla camera da letto.
3.2) COLAZIONE. (INTERNO, CUCINA, MATTINO.)
In
cucina, la donna prepara la colazione, poi porta in tavola un piatto, e rimane
in prossimità del piano di cottura in attesa che esca il caffè, le mani
disperse lungo i fianchi. L’uomo entra in cucina, vestito con divisa, e chiede
alla donna:
<<Dov’è
il dopobarba?>>, la donna non risponde, lui ripete la domanda, lei inizia
a tremare, <<Che c’è adesso?>> lui chiede, e allora lei tremante
confessa con un flebile sibilo di voce di avere dimenticato di comprarlo, <<Ma
come hai fatto a dimenticarlo? Stai in casa tutto il giorno a guardare il
televisore e parlare al telefono con le tue cazzo di amiche mentre io mi rompo
il culo fuori casa per almeno otto ore al giorno, devi solo cucinare, fare la
spesa e pulire e non riesci a fare nemmeno questo. Non hai proprio voglia di
fare un cazzo. Sei una scansafatiche.>> lui dice, <<Scusa.>> lei dice tremante, <<Stai attenta, il
caffè sta uscendo! Rischia di buttarsi tutto di fuori.>> lui dice con
tono aggressivo e vessatorio, <<Scusa.>> ripete lei mentre spegne
il fornello, versa il caffè in due tazzine e ne serve una al marito, <<Scusa,
scusa, scusa: sai dire solo questo, ma non sei manco capace a preparare una
colazione decente: o ti dimentichi del caffè, o lo fai bruciare o lo fai uscire
tutto fuori... Guarda: che cazzo è ‘sto pane così bruciato? Ti dimentichi di
fare la spesa o non compri qualcosa, non sai stirare, fai comunque qualche cazzata.
Fai sempre qualche cazzata, anzi, sai che ti dico: fai solo cazzate. Sarebbe
meglio che non facessi nulla. E in più non ti va mai di scopare. Io mi faccio
un culo così tutto il giorno e tu te ne stai a casa stravaccata comodamente sul
divano tutto il giorno a commiserarti per la tua mancanza di spina dorsale e
nonostante ciò riesci comunque a combinare qualche stronzata delle tue. Pensi sia facile là fuori per me? Io devo fare
i conti tutti i giorni con ladri, spacciatori, rapinatori, scippatori, e devo
lottare quotidianamente e tu invece stai in poltrona A NON FARE UN EMERITO
CAZZO, PORCODIO. E passi le giornate a sfogliare quelle tue riviste del
cazzo e a parlare al telefono con quella grassona di tua madre o cosa cazzo
fai. E in più, come se tutto questo non bastasse, ti rifiuti anche di darmela.>>,
<<So che non è facile là fuori per te.>> dice lei mentre prende la
tazzina del caffè tenendola in mano senza sorbirlo, <<E ALLORA PERCHÈ NON VUOI DARMELA?>> urla allora lui
con tono minaccio e urlando, lei non risponde, lui continua a sbraitare
confusamente dicendo, <<Quello che non capisco è perchè non vuoi darmela,
manco ce l’avessi d’oro, sei solo una puttana, come tutte, tutte della stessa
risma, dove vedete un cazzo sbavate, magari appena me ne vado ti fai scopare da
quattro negri insieme, e a sera non hai più la forza di aprire le gambe perchè
ti sei già fatta rompere eh?>> dice l’uomo, la donna ha le lacrime agli
occhi e gli occhi rossi e gonfi di rabbia e disperazione, e piange: <<Non dire così, non offendermi,
perchè mi offendi? Non è giusto, io non ti ho fatto niente, e cerco di non
farti mancare niente, anche se non sono perfetta, ma ti voglio bene, non
parlarmi male, non parlarmi così ti prego, non scopo con nessun altro.>>
lui dice, <<NON PERMETTERTI NEMMENO DI PRONUNCIARE QUELLA PAROLA SE NON È
RIFERITA A ME, NON OSARE, NON DIRE QUELLA PAROLA SE NON È RIFERITA A ME, LURIDA
TROIA PUTTANA BOCCHINARA!>> dice lui e nello stesso momento la colpisce in
faccia a mano aperta.
La
donna barcolla e vacilla, sbatte la testa contro uno sportello della cucina, si
piega in avanti ma riesce a rimanere in piedi, mentre la tazzina del caffè che
teneva in mano cade e si frantuma in terra: lei subito si reca fuori dalla
cucina tornando con della carta asciuga-tutto con cui tampona il bagnato nonchè
con una scopa e una paletta con cui raccoglie i pezzi di ceramica sparsi sul
pavimento che getta e riversa nel secchio della spazzatura; a questo punto
ripone gli utensili nello sgabuzzino e scompare in camera da letto. L’uomo
finisce di asciolvere, sugge il caffè, <<Che schifo di caffè: è bruciato:
sa di carbone, porcodio, che merda.>> dice imprecando, poi sparecchia ed
esce dalla cucina.
3.3) PESTAGGIO. CAMERA DA LETTO.
L’uomo
si reca al bagno, chiudendo la porta alle proprie spalle: dalla porta promanano
i rumori dell’acqua che scorre, dello spazzolino elettrico che si aziona e
dello scarico del cesso. La donna è ora distesa sul letto, coperta fino alla
testa dal lenzuolo. L’uomo le si avvicina e la scopre sollevando con violenza e
arroganza il lenzuolo: la donna è coricata distesa prona con la faccia sprofondata
nel cuscino.
<<Se hai un altro ti ammazzo.>> le dice.
Lei non risponde, né accenna a muoversi minimamente.
<<Hai
capito?>> chiede lui: lei annuisce solamente, <<Devi rispondere. Sai parlare, no? Allora parla, puttana del
cazzo.>> dice lui.
Ma lei
non risponde: trema. Lui le cinge il collo con entrambe le mani, le solleva la
testa e gliela strattona violentemente facendogliela sbattere ripetutamente
contro il muro e percuotendogliela poi con schiaffi e pugni, infine lascia la
presa, le molla un calcio sulla schiena, le sputa addosso con disprezzo ed esce
dalla camera.
<<Ti
faccio ingoiare la mia merda, brutta zoccola.>> le dice.
La
donna rimane silente e immobile per alcuni minuti, fissando il vuoto con
sguardo vacuo, perso, smarrito, perduto.
4) L’UOMO
CHE PERSE L’AEREO. (CORTOMETRAGGIO.)
4.1) Un
uomo in cappotto entra in un aeroporto e attraversando l’atrio e si reca al bar della hall.
4.2)
Si siede a un tavolo, ammicca il cameriere e ordina un drink. Lo sorbisce con calma e mentre beve guarda attraverso le
grandi vetrate della hall oltre le
quali si stende la pista di atterraggio e, con lo sguardo fisso nel vuoto
fuori, si perde nella visione ipnotica dell’andirivieni del traffico aereo e
nel monotono via-vai dei passeggeri che partono e arrivano, atterrano e
decollano, e, assorto come se fosse in uno stato di trance, cade in una sorta di sogno in cui fantastica a occhi
aperti.
4.3) Immagina
di trovarsi nel proprio letto nel momento in cui la moglie lo sveglia dicendogli
che la colazione è pronta.
4.4) L’uomo
si alza, si guarda allo specchio, è una bellissima mattinata d’estate, calda e
assolata, l’aria è tersa e placida, lui si reca in cucina dove la donna che
prima lo aveva svegliato lo attende seduta davanti a una finestra fumando una
sigaretta e contemplando, con lo sguardo assorto, gli aerei che decollano dal
vicino aeroporto che si staglia in lontananza al di là della finestra.
4.5) L’uomo
le si siede accanto, si accende una sigaretta, le poggia una mano sul ginocchio,
lei si volta verso di lui e gli sorride in modo bellissimo e dolce, poi
entrambi rivolgono lo sguardo fuori e l’uomo viene completamente assorbito da
quella visione magnetica e si perde in una fantasticheria.
4.6) Immagina
fantasticando di entrare nell’atrio di un aeroporto, ha indosso un cappotto,
entra nell’aeroporto, attraversa la hall
e si ferma davanti al bar dell’atrio,
si siede a un tavolo, ammicca il cameriere e ordina un drink. Lo sorbisce con calma. Intanto, guarda fuori nel vuoto
attraverso le grandi vetrate oltre cui si stende la pista di atterraggio e il
suo sguardo si perde in quella visione, assorto come se fosse in uno stato di trance, e, mentre se ne sta così sente
il proprio nome aleggiare nell’aria, ha un aria stravolta e stralunata, come un
pazzo o un ubriaco, ma la voce diventa sempre più insistente: si ridesta dal
sogno e capisce che è il suo nome ripetuto dall’altoparlante dell’aeroporto,
allora si dirige di corsa verso l’imbarco ma, quando arriva al gate, l’aereo è appena decollato e sta
già rollando. Uno stewart e una hostess di terra lo raggiungono e lo
avvicinano con fare molto cortese.
4.7) I
due assistenti di terra lo accompagnano verso una zona isolata dell’aeroporto e
lo conducono davanti a una porta invitandolo a entrare.
4.8) L’uomo
in cappotto entra in un ufficio dove una bianca pinguedine tarchiata in
colletto bianco e cravattino troppo stretto gli rivolge alcune frettolose
domande e, dopo il veloce interrogatorio, gli dice: <<Va bene: partirà
col prossimo aereo. Ma questa volta stia più attento e faccia in modo di
presentarsi puntuale all’imbarco.>>. Così dice il funzionario
dell’aeroporto. <<Certo, grazie.>> risponde l’uomo col cappotto. Poi
si volta ed esce dall’ufficio.
4.9) L’uomo
con il cappotto ripercorre in direzione opposta la diagonale che attraversando
l’atrio dell’aeroporto lo porta al bar.
Al bar occupa un tavolino, ordina un drink, e mentre beve guarda fuori dalle
grandi vetrate dell’aeroporto e fissa il planare ipnotico degli aerei, lo
sguardo assorto in quella visione magnetica, ed entra di nuovo in una sorta di
sogno.
4.10)
Durante il sogno si ripete la scena 4.3 e 6, in sequenza accelerata.
4.11)
I due assistenti di terra lo accompagnano dentro lo stesso ufficio di prima.
4.12)
Nell’ufficio l’uomo col cappotto incontra nuovamente l’uomo dal colletto
bianco, il quale visibilmente spazientito gli dice: <<Bene, speravo che
non ci saremmo mai più rivisti. Avrei preferito che non ci fossimo mai più
rivisti. Questa cosa è molto spiacevole.>>, <<Già...
Capisco...>> dice l’uomo col cappotto, <<Bene, partirà con il
prossimo volo. Ma stavolta stia attento. Lo dico sul serio. Ne va della sua
dignità. Potrebbe non ritornare mai più indietro. Potrebbe essere l’ultima
volta.>> conclude alquanto indispettito l’uomo dal colletto bianco.
4.13)
L’uomo col cappotto si volta senza dire niente e ritorna al bar.
4.14)
Al bar si siede e ordina un altro drink: lo beve con calma e ricade nella
stessa fantasticheria della scena 4.3 e 6.
4.15)
A un certo punto sente una voce che gli rimbomba in testa ripetendo il suo
nome: ridestandosi ed uscendo dal sogno, si rende conto del fatto che la voce
non è immaginaria ma proviene dall’altoparlante dell’aeroporto, così si alza e
in tutta fretta si dirige di corsa verso l’imbarco ma, quando arriva al gate, l’aereo è appena decollato e sta
già rollando.
4.16)
I due soliti assistenti di terra lo raggiungono, seriosi e foschi, e minacciosi
lo cingono ciascuno per un braccio, con fare che sembra gentile ma è
coercitivo.
<<Ma
voi chi siete? E perchè siete sempre qua? Non andate mai a casa? Non avete una
famiglia, dei figli, degli orari, dei turni? Perchè mi girate sempre
intorno?>> chiede l’uomo con il cappotto, <<Come chi siamo? Ci
offendi così? Non ci riconosci? Noi siamo i tuoi sogni: siamo dei fantasmi, non
siamo reali, siamo solo nella tua testa. Sei tu che ci guidi e ci ordini che
cosa fare. Noi non esistiamo, siamo solo nella tua testa, non siamo reali. Noi
siamo i tuoi sogni. Il tuo mistero.>> dice lo stewart, <<Ma i sogni sono belli: voi mettete paura.>>,
<<Oddio, perchè non vuoi capire? Sogno e incubo, incubo e follia, follia
e sogno, sogno e realtà... Non sono che facce della stessa medaglia. Come fai a
non capire? O tu calpesti le tue paure e i tuoi incubi o loro calpesteranno te?
E allora difenditi! O c’è qualcosa che non va in te?>> dice lo stewart, <<E adesso che succede?
Volete punirmi? Perchè? Che cosa è questa musica che si diffonde dagli
altoparlanti? È bellissima, non l’avevo mai sentita.>> chiede l’uomo, <<Sei
stato risucchiato proprio in un brutto affare...>> dice la hostess, <<Che posso farci
ormai?>> chiede l’uomo con il cappotto, <<Niente. Adesso devi solo
rilassarti e lasciarti andare. Penseremo a tutto noi. Sei in ottime
mani.>> dice la donna, <<D’accordo. Va bene. È stato bello finché è
durato...>> dice l’uomo con il cappotto, <<Proprio una bella
cavalcata, eh?>> dice lo stewart,
<<Oh sì, è stato il miracolo dei miracoli.>> conclude l’uomo con il
cappotto.
Poi il
silenzio. La donna spalanca la bocca: un ampio vortice giallo appare dentro un
enorme vuoto, un vortice splendido e fulgido, dinamico come il sole, anzi più
dinamico del sole.
<<Da
non credere.>> dice l’uomo con il cappotto.
Poi il
vortice piombò sull’uomo, giallo e sfavillante come un sole, e lo avvolse.
4.17)
Didascalia finale:
“I
sogni ad occhi aperti sono notturni balli in maschera in pieno giorno” (Arthur
Schnitzler).
5) L’UOMO
NEL SOLE. (CORTOMETRAGGIO; ESTERNO,
CORTILE, GIORNO.)
5.1) Inquadratura
a figura intera di un uomo in cappotto, in piedi sotto un sole cocente, gambe
leggermente divaricate, busto rigido e perfettamente dritto, sguardo truce e
atroce, e pistola in mano, spianata e puntata di fronte a sé.
5.2) Piano
medio dello stesso uomo nella medesima postura e nel medesimo atteggiamento
della scena precedente, con pistola in primo piano.
5.3) Primissimo
piano della canna della pistola.
5.4) Panoramica
dell’uomo verticale dal basso verso l’alto: l’inquadratura parte dai piedi e
sale slargandosi gradualmente e progressivamente attraverso uno zoom in allontanamento per arrestarsi
all’altezza della pistola e comprendere nel proprio campo visivo la pistola (in
primissimo piano) e il mezzobusto dell’uomo in secondo piano esattamente
come nella scena 3.
5.5) Travelling orizzontale: la cinepresa
ruota a destra di 360 gradi con movimento circolare e scarto laterale sbandando
leggermente sul proprio asse, e ruotando offre una panoramica della scenografia
e sfuma in una soggettiva attenuatissima e realizzata senza tagli che inquadra
il punto speculare posto sulla stessa retta su cui è situato il punto
osservazione dell’uomo in nero.
5.6) Di
fronte all’uomo in nero un altro uomo, anche lui in completo ma bianco, e
cappotto color cammello, postura fiera ed eretta, rigida e immobile, braccia
stese lungo i fianchi, e pistola in mano, sguardo spaventato.
5.7) Primo
piano della linea degli occhi dell’uomo in nero: goccioline di sudore gli
imperlano il viso mentre chiude gli occhi e li strizza. Rumore di sparo in
sottofondo.
5.8) Descrizione
analitica, dettagliatissima e iperrealistica, di tutte le fasi del meccanismo
di esplosione del colpo (da realizzare in 3D): pressione del dito sul grilletto
e successiva ritrazione del grilletto; scatto del percussore; accensione
dell’innesco; combustione della carica di lancio; espansione dei gassi; proiezione
della pallottola all’interno della canna della pistola; rinculo con conseguente
arretramento del carrello; espulsione del bossolo e fuoriuscita del proiettile
dal cannello; soggettiva della traiettoria disegnata dal proiettile nell’aria; impatto
con il corpo del secondo uomo; esplosione di luce bianco-gialla.
5.9) Primo
piano della linea degli occhi dell’uomo in bianco: goccioline di sudore gli
imperlano il viso mentre chiude gli occhi e li strizza. Rumore di sparo in
sottofondo.
5.10) Didascalia
finale:
5.10.1)
<<Se siamo autorizzati a essere mostri,
finiamo poi per avere un unico desiderio:
essere davvero mostri.>>
Paolo Sorrentino: “this must be the place”
5.10.2)
<<Sometimes you’ve got to
kill 4 or 5
thousand men before you somehow
get to believe that the sparrow
is immortal, money is piss and
that you have been wasting
your time.>>
Charles Bukowski: “man in the sun”.
6) METAMORPHOSEŌN. (CORTOMETRAGGIO 3D.)
6.1) IDEA.
Il
video, ambientato in una dimensione palesemente onirica e ostentatamente
psichedelica, è costituito da una sequenza d’immagini analogiche in successione
continua priva di stacchi. Le immagini, ordinate secondo un criterio analogico
e dunque collegate e tenute insieme da un filo conduttore basato sul principio
dell’isotopia e non già s’un principio di coerenza logica benchè il rapporto
tra le scene non sia certamente a-logico pur risultando chiaramente
non-logico, trasfigurano l’una nell’altra senza tagli, illustrate dalle parole
di un testo recitato da una voce fuori campo. Immagini e parole sono infine
commentate dalle note di una melodia di accompagnamento in sottofondo costante
per tutta la durata del video. La melodia, amalgamando e armonizzando le
immagini tra loro ed enfatizzandole, riempiendo i silenzi e le pause della voce
narrante e inoltre colmando i vuoti lasciati dalle parole, funge da cerniera
tra le diverse immagini e da cornice per le immagini e le parole.
6.2) INTRECCIO.
6.2.1)
Primo piano dei tentacoli di una medusa: i tentacoli e l’intero corpo della
medusa sono di un bianco ceruleo (o blu latteo, se si riesce a immaginare un
blu latteo o un bianco ceruleo) elettrico e quasi fluo. La medusa fluttua in un
mare dal blu molto intenso e profondo, il cui colore tende allo scuro in
profondità (cioè sfuma in un blu più chiaro o meno cupo a una estremità del
quadro e in un blu più cupo e scuro all’altra estremità del quadro) e a
iscurirsi nel tempo (cioè progressivamente nel periodo della rappresentazione);
l’atmosfera è paradossalmente molto ‘calda’, accogliente e confortevole. Gradualmente
l’occhio si avvicina all’esombrella della medusa al cui interno vi è un feto
dormiente.
6.2.2)
Il feto apre gli occhi, digrigna la bocca in un urlo sordo e afono e inizia a disciogliersi
colando fuori dalla medusa attraverso i tentacoli. La bocca del feto è piena di
sangue (nel sangue io vedo una interessante simbologia di nascita e morte
insieme) e denti aguzzi, rotti e sporchi di sangue (perché la genesi, di
qualsiasi tipo, è una separazione feroce, è qualcosa che viene dilaniato,
staccato, e strappato da qualcos’altro).
6.2.3) I tentacoli si trasformano in un grappolo di
sanguisughe anguiformi il cui viluppo compone l’immagine di un cervello.
6.2.4) La matassa del cervello-sanguisuga si allenta e le
sanguisughe si allungano trasformandosi in spermatozoi che iniziano a
piovere-precipitare in caduta libera dentro uno spazio vuoto affondando infine
in un mare del colore del vino e del sangue dove guizzano impazziti.
6.2.5) Il mare inizia allora ad agitarsi e ribollire e
turbinare e, turbato da una corrente fortissima, si trasforma in un torrenziale
effluvio di liquido che volteggia vorticoso nell’alvo di una placenta.
6.2.6)
La placenta si buca (o scoppia) e ne fuoriesce un nugolo sciamante di aculei
che si librano in un ambiente acromatico, monodimensionale, inconsistente,
impalpabile e intangibile, del tutto simile a una indefinita nube lattiginosa
screziata solo, di tanto in tanto, d’anodine strisce argentee e nimbata da una
diffusa luminosità abbacinante in cui non si distingue nessuna forma.
6.2.7)
In questa nube le uniche forme che s’intravvedono sono quelle di una
moltitudine infinita di fiori: gli aculei scendono allora in picchiata e si
posano sui fiori ma appena vi si posano scompaiono e svaniscono appena entrano
in contatto con questi. La camera inquadra allora i fiori e mostra che non sono
semplici fiori ma fiori occhiuti e del tutto simili (nella struttura e nel
funzionamento) a una pianta dionaea
muscipula: i bulbi oculari sono incastonati dentro palpebre uguali ai
ventagli delle foglie della dionaea
muscipula costituite da due lobi-lembi terminanti in affusolati denti-ariste
che costituiscono le ciglia del fiore-occhio, il quale possiede una precipua
facoltà manducatoria e precipua che si esplica nei confronti delle immagini
comprese nel suo campo visivo: quando una figura si pone tra il fiore-occhio e
la fonte di luce che rende visibile la figura, questo (il fiore-occhio) ne
cattura l’immagine e la ingoia fagocitandola e facendola scomparire.
6.2.8)
Quando la cinepresa inquadra il fiore-occhio questo la ingoia e l’assimila alla
propria linfa: la tele-camera inizia allora a scorrere in soggettiva dentro le
venature e le nervature della pianta fluendo fino alle sue radici.
6.2.9)
Le radici non sono semplici radici ma neri bracci di una tentacolare
ragnatela-rete trombo-tubolare che avvolge una massa tumorale-cancerosa
tumescente.
6.2.10)
La radice-rete è interessata da un perpetuo processo di
riproduzione-moltiplicazione in virtù del quale sempre nuovi bracci-liane si
diramano dagli altri segmenti della rete-radice che imbriglia la massa-tumore e
la scompone e divide in caselle-tasselli-scaglie di un mosaico epiteliale.
6.2.11)
Quando l’inquadratura si allarga, si scopre che le scaglie-caselle-tasselli non
sono semplici pezzi del mosaico ma le finestre, illuminate da una luce
abbagliante, di un mostruoso palazzo in stile brutalista che occupa tutto il
quadro visivo dando l’impressione di essere infinito.
6.2.12)
Didascalia finale: “Text based on “a bad trip” by Charles Bukowski.”.
6.3) TESTO RECITANDO.
<<Lsd, dmt, stp: it
can take a man permanently out of his mind – but so can picking beets, or
turning bolts for gm, or washing dishes. The whole social structure – marriage,
the war, bus service, slaughterhouses, beekeeping, surgery, anything you can
name. Anything can drive men mad because society is built on false stilts.
But,
basically, most bad trips are caused by the individual being trained and
poisoned beforehand by society itself. If a man is worried about rent, car
payments, time-clocks, college education, girlfriends, the opinion of his
neighbor, an lsd tablet will most
probably drive him mad because, in a sense, he is already insane and only borne
along on social and dull hammers that render him insensible to any
individualistic thinking. A trip calls for a man who has not yet been caged,
who has not yet been fucked by the big fear that makes all society go.
An lsd trip will show you things which no
rules cover. Grass only makes the present society more bearable; lsd is another society within itself. If
you are socially orientated, you can probably mark lsd off as a “hallucinogenic
drug”, but hallucination, the definition of it, depends upon which pole you are
operating from. Whatever is happening to you at the time it is happening does
become the reality – it can be a movie, a dream. Only lies are imposed later:
what happens, happens. Hallucination is only a dictionary word and a social
stilt. All the parts fit the whole. Whatever a man sees is real. Exploration never
ends. It is not lsd that causes
the bad trip – it was your mother, your president, the little girl next door,
it was working in a factory for ten years and getting fired because you were
five minutes late.
A bad
trip? This whole country, this whole world is on a bad trip, friend. But
they’ll arrest you for swallowing a tablet. Well, i’ve got this old national
geographic and the pages shine like something’s really happening. Of course,
it’s not. It’s yours.>>.
7) IL
VELO D’ISIDE. (LUNGOMETRAGGIO.)
7.1) IDEA.
La domanda
che lo spettatore e il fruitore dell’opera deve porsi, alla fine della visione
del film, è questa: se esista una
sola e unica realtà e come possa essere detta e comunicata e rivelata, se la
realtà sia necessariamente quella che si vede, se il piano delle intenzioni e
della fantasia e quello dei fatti non abbiano pari dignità e diritto di cittadinanza
nel regno degli enti e dei fenomeni del reale che potrebbe (dovrebbe) contenere
tutte le parti, sia quelle concrete sia quelle ipotetiche, sia quelle
immaginate e immaginarie. In “Il velo d’Iside.” è in questione la
possibilità di dire l’esperienza di una vita e il significato di un’esperienza:
se il linguaggio e le parole appartengono alla luce della razionalità cosciente
e consapevole, come è possibile dire ciò che al linguaggio raziocinante si
sottrae e si spinge oltre i confini della ragione, cioè la fantasia, le
intenzioni, i desideri, le sconfitte? Il
significato delle parole non può che essere arbitrario e falso come approssimativo
e incerto il confine tra realtà e immaginazione. Tutto quello che esiste è
irriducibilmente diverso da quello che vediamo e da come lo vediamo, tutto ciò
che vediamo è diverso da come lo nominiamo e descriviamo. La realtà è qualcosa
che rimane incomprensibile e dunque indicibile. Nel momento stesso in cui diciamo
una cosa o nominiamo un ente appartenente al dominio di quella che definiamo
realtà, noi stiamo eludendone la verità. O, meglio, la verità elude noi, ci
aggira e ci raggira. Come può d’altronde la lingua tradurre alla coscienza
l’oscurità dell’animo umano e il meraviglioso del mondo, così meraviglioso da
sembrare irreale e surreale quando non sovrannaturale? Con Conrad, rispondiamo
che <<è impossibile, impossibile comunicare ad altri quel che proviamo
dentro di noi in un momento qualsiasi della nostra vita, ciò che ne costituisce
la verità, il significato, la sua sottile e penetrante essenza. Impossibile.>>
(“Cuore di tenebra.”) sicchè non
ci resta che disarticolare realtà e linguaggio e così, scollando parole e cose,
scoprire che la verità è solo un mero trucco verbale. Solo fessurando,
intaccando, destrutturando il rapporto tra linguaggio e realtà, mostrando i
buchi e le crepe della parola, gli strappi del suo tessuto, solo andando oltre
la verità possiamo rinvenire la cosa, o almeno un barlume di cosa, e vedere ciò
che le parole non riescono a dire. E quello che le parole non riescono a dire è
un connubio inscindibile di realtà e finzione, un coacervo indistinguibile di
sogni e verità, un viluppo indivisibile di fatti e desideri e intenzioni. Come dice
Conrad, si tratta <<to make
darkness visible>>: è questo ciò a cui ambisce “Il velo d’Iside.”: vedere non soltanto
le cose che sono già visibili in quanto illuminate dalla luce del senso comune,
ma anche quelle che, collocandosi fuori dal senso comune, rimangono invisibili.
L’opera “Il velo d’Iside.” vuole
comunicare che il significato (della realtà e della vita) non sta all’interno
del guscio come un gheriglio, ma fuori, e avvolge il racconto che lo genera e
da cui è generato come un bagliore genera una zona d’ombra intorno a sé al modo
degli aloni nebulosi che rendono talvolta visibile la luminescenza spettrale
della luna. Alla soglia del conscio e dell’inconscio, la narrazione che
contraddistingue “Il velo d’Iside.” si
sforza di portare alla luce delle parole l’oscurità di ciò che non è (ancora)
parola. <<to make darkness visible
as darkness>>: mostrare la tenebra come tenebra. E questo è possibile
solo decostruendo il linguaggio per lasciare filtrare in esso il buio che ne
sta al di fuori. Sbirciando oltre il bordo del linguaggio e oltre la linea
d’ombra della realtà, dove verità e fatti e cose e sogno e desiderio si
mischiano, noi guarderemo, insieme agli anti-eroi de “Il velo d’Iside.”, nel fondo di un abisso dove non splende
mai il sole, rinvenendo quella darkness
che è il rimosso della nostra coscienza. Un rimosso che solo il silenzio può comunicare.
7.2) FABULA.
13
Maggio 2020, ore 08,00: il motopeschereccio Antonello Da Messina issa a bordo
una boa alla deriva nelle acque di San Vito Lo Capo. Il fatto lascia perplesso
il capitano Filippo Barberi che, rientrando in porto e interrogandosi sul
significato e la provenienza di quella boa, fa il computo delle navi in porto
accorgendosi che all’appello manca la Nuova Iside. Nessuno l’ha incrociata,
nessuno l’ha avvistata, nessuno ne ha notizia: la nave pare scomparsa nel
nulla.
Iniziano
così le ricerche: a pochi chilometri dalla costa, e a circa 14 miglia a nord di
Capo Gallo, nelle acque antistanti l’isola di Ustica, vengono rinvenuti tre
corpi: sono i corpi di Matteo Lo Iacono, sui cinquant’anni, Giuseppe Lo Iacono
e Vito Lo Iacono, entrambi intorno ai 35, rispettivamente nipote e figlio di
Matteo, tutti e tre membri dell’equipaggio della Nuova Iside. L’identificazione
avviene sul molo del porto di Terrasini, dove i corpi vengono trasportati dal motopesca
Tranquilla. Stranamente, il corpo di Matteo viene rinvenuto con una pesante
tuta addosso, mentre il cugino Giuseppe completamente nudo. Più tardi le
motovedette della Guardia Costiera recupereranno alcune attrezzature del
natante scomparso: un palangaro e un’àncora, ritrovati nelle acque dell’isola
delle Femmine.
Dalla constatazione
che nessun sos da parte della
Nuova Iside è stato registrato, partono le indagini.
Il commissario
Montalbano inizia a raccogliere indizi, fatti e testimonianze. Dai tabulati
telefonici scopre che alle 22,33 del 12 maggio, la moglie di Giuseppe Lo Iacono
manda un messaggio whatsapp al marito,
messaggio correttamente ricevuto e recepito dal dispositivo mobile, come le due
spunte blu suggeriscono; che, solo 20 minuti dopo, alle 22,53, il messaggio
inviato a Vito Lo Iacono dalla compagna di quest’ultimo non viene ricevuto; che
il blue-box, che doveva mandare un
segnale satellitare alle 23, non ha inviato il segnale. Tutto ciò lascia
pensare che la Nuova Iside sia scomparsa tra le 22,33 e le 23,00 del 12 maggio,
e che l’incidente che ha portato all’inabissamento dell’imbarcazione possa
ragionevolmente essersi verificato nel lasso di tempo tra le 22,33 e le 22,53. Ma
che cosa è successo in questo lasso di tempo?
L’ipotesi del maltempo sembra essere da escludere, in base agli indizi
raccolti: gli ultimi messaggi whatsapp
scambiati con la famiglia e risalenti alle 22,30 non erano messaggi di
preoccupazione per il cattivo tempo e fino a quel momento la situazione a bordo
era tranquilla; le condizioni meteorologiche sarebbero peggiorate a metà
mattinata del giorno successivo, ma i pescatori hanno ritrovato la boa della
Nuova Iside alle 8 di mattina; la testimonianza da parte di Titta Caruso, un
pescatore collega e conoscente di Matteo Lo Iacono, che riferisce di aver
ricevuto una telefonata da Matteo Lo Iacono la mattina del 13 di maggio è
smentita dallo stesso Caruso che corregge la prima versione sostituendo la
prima deposizione con una seconda in cui asserisce che la telefonata in
questione era intercorsa il 12 maggio e non il 13; i corpi che sono stati
ritrovati non indossavano i giubbotti di salvataggio, come se la tragedia sia
avvenuta in un lampo, circostanza questa inspiegabile se fosse vera l’ipotesi
del naufragio; nessun mayday è stato
lanciato dalla Nuova Iside, nessun segnale automatico di richiesta di soccorso
che in questi casi può essere lanciato mediante un pulsante presente sulla nave
che era modernissima e nessuna richiesta di aiuto tramite il canale 16 che,
come la gente di mare sa, è la frequenza delle emergenze in mare; inoltre il
capitano Matteo Lo Iacono aveva trascorso una vita in mare aperto e, marinaio
molto esperto, era soprannominato Tempesta per la capacità che aveva di
navigare anche in condizioni meteo non favorevoli, grazie all’esperienza
acquisita nei decenni passati a navigare. Tutti elementi che portano il
commissario Montalbano ad escludere e liquidare l’ipotesi del naufragio per
condizioni metereologiche avverse. Le ipotesi più accreditate rimangono un’onda
anomala, molto improbabile in quello specchio di mare, o uno scontro con
un’altra imbarcazione. L’intuito suggerisce a Montalbano di seguire questa
seconda pista e per metterla alla prova inizia ad analizzare i tragitti in mare
nella zona di afferenza della Nuova Iside, a dieci miglia nautiche dalla costa
di San Vito Lo Capo, tramite Marine Traffic,
arrivando ad un’inquietante conclusione: una nave da guerra americana sarebbe
passata intorno alle 22,50 del 12 di Maggio proprio dove si trovava la Nuova
Iside a quell’ora, lungo la rotta di ritorno per Terrasini, e avrebbe
rallentato notevolmente proprio intorno a quell’ora. Il mistero si infittisce
allorchè i tabulati dedotti da Marine Traffic
scompaiono misteriosamente dai registri informatici della compagnia e le
indagini del commissario ostacolate con tentativi di manomissione delle prove e
insabbiamento che alla fine lo sviano dalla soluzione. La verità rimane
sommersa e le indagini si perdono nel nulla, troncate da un mistero più grande
del commissario.
La scena
finale vede Montalbano aggirarsi di notte tra le carene, le carcasse e i
relitti del porto di S. V. Lo Capo mentre la sua voce fuori campo recita il
seguente monologo finale: <<Le storie dei marinai sono di una semplicità
assoluta, e il loro significato può stare tutto intero nel guscio di una noce. Ma
questa non è la solita storia di mare né il solito fatto di costa. To make darkness visible as darkness... Se
esiste una sola e unica realtà, se la realtà è necessariamente quella che si
vede, perchè è così difficile comunicarla e rivelarla? O forse hanno, il piano
della fantasia e quello dei fatti, pari dignità e diritto di cittadinanza nel
regno della realtà che contiene tutte le parti, quelle veramente concrete,
quelle ipotetiche e quelle meramente immaginate, immaginate e immaginarie? Ma,
se il linguaggio e le parole appartengono alla luce della razionalità cosciente
e consapevole, come è possibile dire ciò che al linguaggio raziocinante si
sottrae e si spinge oltre i confini della ragione: la fantasia, le intenzioni,
i desideri, le sconfitte? Il significato delle parole non può che essere
arbitrario e falso come approssimativo e incerto il confine tra realtà e
immaginazione. Tutto quello che vediamo è deverso da come lo nominiamo e
descriviamo. La realtà è qualcosa che rimane incomprensibile e dunque
indicibile. Nel momento stesso in cui diciamo una cosa o nominiamo una realtà,
noi stiamo eludendone la verità. O, meglio, la verità elude noi, ci aggira e
raggira. Come può d’altronde la lingua tradurre alla coscienza l’oscurità
dell’animo umano? È impossibile, impossibile comunicare ad altri quel che
proviamo dentro di noi in un momento qualsiasi della nostra vita, ciò che ne
costituisce la verità, il significato, la sua sottile e penetrante essenza. Impossibile.
Non ci resta che disarticolare realtà e linguaggio e così, scollando parole e
cose, scoprire che la verità è solo un mero trucco verbale. To make darkness visible as darkness... Solo
fessurando, intaccando, destrutturando il rapporto tra linguaggio e realtà,
mostrando i buchi e le crepe della parola, gli strappi del suo tessuto, solo
andando oltre la verità possiamo rinvenire la cosa, o almeno un barlume di
cosa, e vedere ciò che le parole non riescono a dire. E quello che le parole
non riescono a dire è un connubio inscindibile di realtà e finzione, un
coacervo indistinguibile di sogni e verità, un viluppo indivisibile di fatti e
desideri e intenzioni. Il significato non sta all’interno del guscio come un
gheriglio, ma fuori, e avvolge il racconto che lo genera e da cui è generato
come un bagliore genera una zona d’ombra intorno a sé, al modo degli aloni
nebulosi che rendono talvolta visibile la luminescenza spettrale della luna. Alla
soglia del conscio e dell’inconscio, il lavorio della realtà sulla fantasia si
sforza di portare alla luce delle parole l’oscurità di ciò che non è (ancora)
parola. To make darkness visible as
darkness: mostrare la tenebra come tenebra. E questo è possibile solo
sbirciando oltre il bordo del linguaggio e oltre la linea d’ombra della realtà,
dove verità e fatti e cose e sogno e desiderio si mischiano, nel fondo di un
abisso dove non splende mai il sole, rinvenendo il rimosso della nostra coscienza,
che solo il silenzio può comunicare. Vedere la tenebra per quello che è. To make darkness visible as darkness... I
fatti che stanno di fronte a noi (spesso abbaglianti, ben visibili, vividi,
chiari come la schiuma sulle distese marine) sono in realtà solo
un’increspatura alla superficie di un enigma impenetrabile, di un mistero
insondabile. Il significato di un episodio non sta all’interno come un
gheriglio ma fuori, e avvolge il racconto che lo mette in risalto solo come una
luminescenza mette in evidenza una nebbia, non diversamente da uno di quegli
aloni brumosi che a volte vengono resi visibili dalla illuminazione spettrale
del chiaro di luna. La vita è un enigma più grande di quello che molti di noi
pensano. Come la natura, anche la verità ama fare le bizze e nascondersi.>>.
7.3) FONTI
https:..www.inews24.it.2020.06.02.nuova-iside-nave-scomparsa-palermo.
https:..palermo-24h.com.terrasini-ritrovato-palangaro-della-nuova-iside-nessuna-traccia-vito-iacono.
https:..qds.it.peschereccio-disperso-eseguita-lautopsia-domani-il-funerale-del-capitano.?refresh_ce
https:..www.lasiciliaweb.it.tag.nuova-iside.
https:..www.telesudweb.it.2020.05.19.le-ricerche-del-nuova-iside-il-mare-restituisce-alcuni-relitti.
8) POSSIBILE.
(CORTOMETRAGGIO.)
8.1) VERSIONE PRIMA.
8.1.1) FABULA.
Un
uomo cammina nella notte. D’improvviso una fortissima, luminosissima e
abbacinante luce appare nel cielo a seguito di una conflagrazione che lo
abbaglia. La luce, prima concentrata in un solo punto, s’inizia a muovere
avanzando verso l’uomo e, avvicinandosi, diviene sempre più intensa e diffusa,
gradualmente spandendosi e perfondendosi ovunque. L’uomo cerca di tendere una
mano davanti al viso per ripararsi e difendersi dalla prepotenza del bagliore
luminoso che lo investe ma è come immobilizzato e non riesce a muoversi. La
luce gli si approssima finendo per avvolgerlo. L’uomo si trova così immerso in
un luminoso vuoto pneumatico che si presenta come uno spazio intangibile e
inconsistente, piatto e adimensionale o comunque bidimensionale. Proiettata al
centro di questo vuoto luminoso che lo avvolge e pervade, una figura femminile
avvolta in un mantello, incappucciata e girata di spalle. L’uomo sente
l’irresistibile impulso di avvicinarsi e, nonostante un incredibile terrore lo
assalga rabbrividendolo, muove nella direzione della donna. Una volta raggiuntala,
tende una mano per scoprirla e così scoprire chi si celi sotto il mantello.
Quando finalmente la scopre e ne vede il volto, la paura lo investe, digrigna
la bocca, strizza gli occhi, li strabuzza, s’inginocchia e piange.
8.1.2) INTRECCIO.
- Un
uomo cammina nella notte.
- D’improvviso
nel cielo una conflagrazione partorisce una fortissima, luminosissima e
abbacinante luce che ristà, ferma e immobile davanti a lui, abbagliandolo.
- La
luce, prima concentrata in un solo punto, s’inizia a muovere avanzando verso
l’uomo e avvicinandosi diviene sempre più intensa e diffusa spandendosi ovunque
intorno a lui.
- L’uomo
cerca di tendere una mano davanti al viso per ripararsi gli occhi e difendersi
dalla prepotenza del bagliore luminoso ma è paralizzato e immobilizzato come se
fosse stato pietrificato.
- La
luce si avvicina fino ad avvolgerlo e inglobarlo.
- L’uomo
chiude gli occhi in un atteggiamento di stupore atterrito.
- Quando
riapre gli occhi, si trova immerso in un luminoso vuoto pneumatico che si
presenta come uno spazio intangibile e inconsistente, piatto e adimensionale.
- Proiettata
al centro di questo vuoto luminoso che lo avvolge e pervade, l’uomo scorge una
figura femminile, avvolta in un mantello, incappucciata, girata di spalle e
china sulle ginocchia e accovacciata.
- L’uomo
cammina nella direzione della donna, nonostante un incredibile terrore lo
rabbrividisca. La donna rimane volta di spalle.
- Una
volta raggiunta la donna, l’uomo tende una mano verso la donna (sempre di
spalle) digrignando i denti e strizzando gli occhi mentre un’espressione di
stupito e assorto timore gli si disegna in viso per la paura dell’ignoto che si
cela sotto il mantello.
- L’espressione
di paura-meraviglia viene infine sostituita da un’espressione di orrore: l’uomo
strabuzza gli occhi che, sbarrati, si riempiono di lacrime, mentre lui cade in
ginocchio e piange.
8.2) VERSIONE
ALTERNATIVA.
8.2.1) FABULA.
Un uomo
cammina nella notte. D’improvviso una fortissima, luminosissima e abbacinante
luce appare nel cielo a seguito di una conflagrazione e lo abbaglia. La luce,
prima concentrata in un solo punto, s’inizia a muovere avanzando verso l’uomo
e, avvicinandosi, diviene sempre più intensa e diffusa, gradualmente,
spandendosi e perfondendosi ovunque. L’uomo cerca di tendere una mano davanti
al viso per ripararsi e difendersi dalla prepotenza del bagliore luminoso che
lo investe ma è come immobilizzato e non riesce a muoversi. La luce si
approssima all’uomo finendo per avvolgerlo e inglobarlo. L’uomo si trova così
immerso in un luminoso vuoto pneumatico che si presenta come uno spazio
intangibile e inconsistente, piatto e adimensionale. L’uomo vede qualcosa
davanti a sé che lo atterrisce, lo spaura e lo sconvolge: s’inginocchia e
piange.
8.2.2) INTRECCIO.
- Un
uomo cammina nella notte.
- D’improvviso
nel cielo una conflagrazione partorisce una fortissima, luminosissima e
abbacinante luce che ristà, ferma e immobile davanti a lui abbagliandolo.
- La
luce, prima concentrata in un solo punto, s’inizia a muovere avanzando verso
l’uomo e avvicinandosi diviene sempre più intensa e diffusa spandendosi ovunque
intorno a lui.
- L’uomo
cerca di tendere una mano davanti al viso per ripararsi e difendersi dalla
prepotenza del bagliore luminoso ma è paralizzato e immobilizzato come se fosse
stato pietrificato.
- La
luce si avvicina fino ad avvolgerlo e inglobarlo.
- L’uomo
chiude gli occhi in un atteggiamento di stupore atterrito.
- Quando
riapre gli occhi, si trova immerso in un luminoso vuoto pneumatico che si
presenta come uno spazio intangibile e inconsistente, piatto e adimensionale.
-
un’espressione di stupore-paura-meraviglia-orrore si disegna sul viso
dell’uomo che sbarra gli occhi, li strabuzza e digrigna, digrigna la bocca,
cade in ginocchio e piange.
9) S’AVANZA.
(CORTOMETRAGGIO 3D.)
9.1) FABULA.
Il video
registra la reptazione di un serpente che scivola sulle dune mosse dal vento di
un deserto come una barca tra le onde del mare mentre una eclisse gradualmente
oscura il cielo e offusca la vista: nel buio guizzi elettrici come frustate di
luce indicano il procedere confuso del serpente finchè l’eclisse svanisce a
poco a poco e il sole e la normale luminosità ritornano rivelando la carcassa
del serpente con la testa mozzata immobile sulla sabbia mentre gocce di pioggia
cadendo disfano il corpo morto dell’animale e lo disciolgono in grani di sabbia.
9.2) INTRECCIO.
- Un
serpente scivola tra le dune mosse dal vento di un deserto.
- Una
eclisse gradualmente oscura il cielo e l’atmosfera: tutto diviene nero.
- Nel
buio solo si vede serpeggiare un filamento di luce.
- A
poco a poco l’eclisse svanisce e il giorno risorge illuminando di nuovo le dune
sabbiose del deserto, tra cui si vede, immobile e con la testa mozzata, la
carcassa del serpente priva di vita.
- Il
cielo comincia a piovere e le gocce di pioggia cadendo sulla carcassa la
disfano.
- La
carcassa si liquefà disperdendosi in granelli di sabbia.
10) LIMITE.
(CORTOMETRAGGIO.)
10.1) CONCETTO.
Il film è una trasposizione del mito di
Orfeo ed Euridice in una dimensione atopica, ucronica, acronica e atemporale. Come
sappiamo, il mito vuole che, durante una delle sue passeggiate nelle valli
della Tracia, Orfeo, cantore e musicista capace di ammansire anche le belve più
feroci con la sua lira donatagli da Apollo e membro della spedizione degli
argonauti alla conquista del vello d’oro, si imbattè in Euridice, una
bellissima ninfa degli alberi con occhi brillanti e lunghe chiome che, come
Orfeo, amava trascorrere le giornate passeggiando nelle valli della Tracia. Quando
Orfeo scorse Euridice, ella, appoggiata a una quercia, si pettinava i lunghi
capelli e il suo crine di velluto e i suoi occhi e il suo sorriso fecero
innamorare follemente il nostro cantore il quale, non sapendo che cosa dire per
attirare l’attenzione della ragazza, pensò di fare la cosa che gli riusciva
meglio e intonò un canto appassionato alla lira: la ninfa Euridice, al primo
arpeggio, si voltò verso di lui e, nell’attimo in cui i loro sguardi si
incrociarono, l’amore sbocciò. Da quel momento, i due innamorati non si
lasciarono più: lui suonava per lei e lei danzava per lui. Il loro sentimento
diventò sempre più forte tanto che in breve Orfeo non poteva più immaginare di
vivere senza Euridice. I due giovani si sposarono e divennero la coppia più
felice dell’intera Tracia. Ma, qualche tempo dopo il loro matrimonio, Euridice
fu morsa da un serpente e morì, uccisa dal terribile veleno dell’animale.
Orfeo, pazzo di dolore, si figurò che, essendo capace di incantare gli esseri
viventi con la mia musica, avrebbe saputo anche convincere Ade, il re dei
morti, e Persefone, moglie di Ade, a restituirgli Euridice e, con il cuore
colmo di speranza, decise di mettersi in viaggio per l’oltretomba e senza
timore iniziò la sua discesa. Col suo canto Orfeo ammansì Cerbero che custodiva
le porte dell’Ade, penetrò nel regno dei morti, dove affascinava chiunque lo
sentisse: le ombre dei morti piangevano, i mostri dell’oltretomba si bloccarono
immobili, e allora per la prima e unica volta si videro scoppiare a piangere
persino le Erinni. Così, superato il fiume Stige, che separa il mondo dei vivi
da quello dei morti, e vinta la resistenza di Caronte, di Cerbero e delle
Erinni, giunse finalmente al cospetto dei sovrani dell’oltretomba, e di nuovo
superò la resistenza della mortale coppia, che acconsentì al desiderio di Orfeo
a condizione ch’egli non rivolgesse mai lo sguardo a Euridice finché non
fossero usciti dall’Ade. Così Orfeo ripartì per il regno dei vivi seguito da
Euridice e la riportò alla luce del mondo.
Fonti:
Apollodoro, biblioteca; Ovidio, metamorfosi, iv, 53-sgg; Jacopo
Poliziano, fabula di Orfeo; Ida
Basile, sulla soglia. La costruzione
dell’identità attraverso i miti greci di passaggio (Epokè, Novi
Ligure-AL, 2018); Federica Bernardo, i
miti greci (DeAgostini, Milano, 2017); Anna Ferrari, dizionario di mitologia (Utet, Torino,
2018); Edoardo Mottini, mitologia greca e
romana (Mondadori, Milano, 1945); Roberto Mussapi, Orfeo (Corriere della sera, Milano,
2018); Hugo Rahner, miti greci
nell’interpretazione cristiana (Il Mulino, Bologna, 1971); Chiara Rossi
Collevati, leggende e tragedie della
mitologia greca (Gianni Monduzzi Editore, Bologna, 1998); Paul Veyne, i greci hanno creduto ai loro miti? (Il
Mulino, Bologna, 1984); Pietro Janni, miti
e falsi miti (Dedalo, Bari, 2004).
10.2) FABULA.
Mentre
cammina sulla spiaggia, Orfeo incontra Euridice, bellissima donna dai capelli
fluenti e rigogliosi e dagli occhi azzurri come due laghi, che procede in
direzione opposta. Euridice si accorge che Orfeo la scruta: smette di
camminare, si arresta, rivolge lo sguardo all’uomo, abbozza un sorriso, infine
sorride apertamente. I due muovono allora l’uno verso l’altro, si avvicinano,
ammiccano, si sfiorano, sorridono, le mani s’intrecciano, gli sguardi si
fondono e le bocche si uniscono, in un lungo e appassionato bacio, durante il
quale Orfeo fissa assorto gli occhi della ragazza che ipnotici e guizzanti lo
inibiscono: egli entra allora in una dimensione onirica come una sorta di trance e in questo magico torpore di
sogno vede gli occhi della ragazza sfumare, trasfigurare e mutare in una
distesa di mare, chiara e luminosa e placida, su cui egli immagina allora di
planare, dopo aver letteralmente spiccato il volo, sorvolando successivamente
un bosco, un vulcano e una città. Ma, quando riatterra e si risveglia dal
sogno, trova Euridice morta in terra e il corpo di lei privo di vita disteso
sulla sabbia della spiaggia. Incredulo e spaesato, impietrito e immobile, Orfeo
mira e rimira inebetito il corpo senza vita della donna che giace riverso al
suolo e non riesce a distogliere lo sguardo finchè la terra innanzi a lui non
inizia a tremare sfaldando e crepando e una voragine inghiotte Euridice. Sconvolto,
Orfeo corre allora in direzione di una rupe situata al limite estremo della
spiaggia e con l’apparente intento di suicidarsi disperato si getta nel vuoto
ma, all’impatto col suolo, la terra cede e si fende e l’uomo vi penetra
sprofondando fino al regno dei morti dove ritrova la donna che, incatenata
nelle membra e disfatta e negletta in volto, sorride e si rasserena allorchè lo
rivede, come se lo stesse aspettando in attesa di essere salvata.
11) LE
MURA INTORNO. (CORTOMETRAGGIO 3D.)
11.1) IDEA.
Il film vuole rappresentare il senso
d’isolamento, solitudine, alienazione, straniamento e oppressione propria dell’uomo
contemporaneo nella società odierna.
11.2) FABULA.
Un uomo,
con sguardo spento e disperato, è intrappolato tra altissime mura costituite dal
prospetto interno di un palazzo di architettura e stile brutalista, squallido,
decadente e scalcinato.
11.3) INTRECCIO.
- L’obbiettivo
apre sul primo piano della linea delle labbra di un uomo digrignate in una
espressione di disgusto.
- Carrellata
ottica a spirale con zoom a precedere,
che slarga a inquadrare: prima l’intero viso dell’uomo, pervaso da ticchi
nervosi e tremori incontrollati dovuti a spasmi muscolari dei muscoli
facciali; poi il suo corpo, contorto in posizione fetale e scosso da sussulti
e tremori incontrollati dovuti a spasmi muscolari dei muscoli degli arti e
del tronco; poi l’intera superficie del pavimento su cui l’uomo giace; in fine
la base o crepidine della scenografia che delimita lo spazio scenico entro il
quale si muove l’uomo: il cortile interno di un palazzo, in stile brutalista,
squallido, decadente e scalcinato.
- Carrellata
ottica a precedere, dal basso verso l’alto, che scarrella a spirale sul
prospetto del palazzo e termina con panoramica finale descrittiva orizzontale a
360° sullo stesso quadro, descritto quasi come un asfittico, opprimente, mefitico
girone infernale dantesco.
- Le
immagini sono accompagnate dal seguente testo, recitato da voce fuori campo: <<Without reflection, without mercy, without shame they built strong
walls and high, and compassed me about. And now I sit here and consider and
despair. My brain is worn with meditating on my fate. I had outside so many
things to terminate. Oh! Why when they were building did I not beware! But
never a sound of building, never an echo came. Out of the world, insensibly,
they shut me out. It’s been months now: the most horrible thing I have ever
felt. And I might have avoided it. Might have. Maybe not. But I didn’t and in a
way couldn’t. It occured more quickly than I could respond. I should have been
more able, more ready. And for some what was a horror for me might have been
trivial to them. But I have never been “them”. It’s over now. The pain of that
should be finished. But it stays with me. And that I did not act in time to
prevent it - but that moment is gone. And I truly hate myself for the first
time. I will never recover. It comes back to me again and again. And in its
aftermath, nothing will ever be quite right again - walking down a hill,
getting out of bed, common tasks, celebrations, just happenings are reshaped by
that occurence. I was gored by my own stupidity. It was an animal. It was an
animal, caused by some human thing? Would that it was human. So I could have
considered it trivial.>>.
12) ON
THE SUN. (MEDIOMETRAGGIO.)
Un’astronave
si stacca da terra e comincia un viaggio astrale nello spazio. Al momento della
partenza, gli astronauti sono insieme spaventati ed eccitati: hanno una nebbia
negli occhi, nel cuore e nella mente; avvertono una sensazione di strappo
quando la nave rompe l’atmosfera; i pensieri si frantumano e tutto si mostra a
loro con distacco.
Dopo
un giorno di viaggio, gli astronauti, ormai proiettati nello spazio aperto,
vedono fuori dagli oblò tutto un pullulare di stelle scintillanti immerse in un
totale e assordante buio, e la luna all’orizzonte. Delle stelle, le più vicine
ruotano per ellissi, le più lontane risplendono immobili riempiendo il cielo
della propria fissità.
Dopo
alcuni giorni di viaggio, l’astronave giunge in prossimità della luna, che
appare come un grandissimo e immenso piano di proporzioni gigantesche che
l’occhio non riesce a comprendere per intero, simile a uno specchio parabolico
che per la folle corsa della nave sembra inclinarsi su sé stesso conflagrando
in un bagliore spaventoso come il biancore di un interminato e infinito candido
lenzuolo. Gli uomini dell’equipaggio osservano con soddisfazione e speranza
curiose lavagne triangolari vergate con una scrittura minuta e fitta (si
potrebbero allo scopo usare i caratteri greci).
Superata
la luna, accade però che l’astronave incroci una supernova non prevista in fase
di calcolo della rotta: al momento dell’incrocio della navicella con la
supernova, vera muraglia magnetica, le forti radiazioni emanate da questa
interferiscono con l’impianto elettrico della nave siderale provocando un
grave corto-circuito che danneggia irreparabilmente le apparecchiature
elettroniche che smettono pericolosamente di funzionare: le luci si spengono;
l’astronave perde la rotta e inizia a vagare senza meta e senza alcun approdo,
sperduta nel buio dell’infinito silenzio stellare, allontanandosi inesorabilmente
e irrimediabilmente dalla terra e dalla rotta; gli astronauti si ritrovano
all’improvviso sprofondati in un’immensità buia e atterrente, silenziosa e
oscura e priva di luce, solo rischiarata, di tanto in tanto, dai fasci di luce
che a sprazzi intermittenti piovono dalle stelle tutt’intorno sul velivolo ma
inerti come polvere; lo spazio si dilata progressivamente in abissi di buio e
solitudine e silenzio incombenti, vasti e infiniti come un mare senza principio
e senza fine; l’intero impianto elettrico dell’astronave è irrimediabilmente
compromesso e gli astronauti non hanno più contezza del luogo in cui si trovano
né della direzione in cui procedono: è il buio.
Mentre
la nave spaziale si allontana dalla rotta e dalla terra, fuori dagli oblò
cresce il buio, e con la tenebra anche l’oblio: l’abisso di oscurità che monta
fuori dai vetri è come un pozzo profondissimo di disperazione alternato a
procelle di astri ronzanti subito seguite da un silenzio tombale, accresciuto
dalle correnti elettromagnetiche che corrono nello spazio, come una notte
perenne e indomita, nera immensa e spaventosa come un lago nero; l’unico rumore
che si sente è quello delle ventare rombanti dei motori e della corsa
dell’astronave per l’attrazione gravitazionale.
Dopo
un lungo periodo di tempo trascorso a zonzo nello spazio interstellare
navigando sulle onde dell’oscurità, finite ormai le provviste alimentari,
l’equipaggio, reso pallido e diafano dall’inedia protratta, decide di puntare
la navicella verso il sole per uccidersi e così sottrarsi alla dolorosa agonia,
fisica e spirituale, di una morte lenta e graduale.
Giunti
in prossimità del sole, gli astronauti rivedono la luce toccare la propria
pelle dopo mesi e mesi di buio. La luce che perviene loro si presenta come un
polverio candido e inerte che piovendo sull’astronave si diffonde su tutto
l’orizzonte visibile come il riverbero di un incendio lontanissimo che
rischiara, per la prima volta dopo molto tempo, i corpi e i visi degli astronauti.
Tutto sembra imbiancato come di fiori di mandorlo e magnolia.
Il
lume come di milioni di lampadine accese del sole si fa sempre più forte
ardendo come un biancore sui caschi e le tute degli uomini dell’equipaggio
siderale: è la fine: l’universo che si vede fuori dai finestrini è ora come una
tela larghissima di fiamme bianche che sempre più si allargano in un improvviso
lampeggiare terrificante, in un sussultorio salto indietro-avanti nel tempo.
Tra i
componenti dell’equipaggio, c’è chi terrorizzato mette la testa fra le
ginocchia e piange rannicchiato contro la parete della nave in posizione
fetale; chi disperato tiene la testa tra le mani e si accascia aspettando che
il sonno ancestrale lo colga, mentre dagli oblò si vede il sole avvicinarsi sempre
più e ingrandirsi e rotondeggiare come una montagna dai contorni incerti e
indefiniti, un deserto glaciale bianchissimo o un oceano lattescente e
lattiginoso di cui non di vede l’orizzonte; chi cade in un torpore d’ipnosi
cosmica come trascinato da un vortice irresistibile che toglie le forze; e chi
guarda fuori dall’oblò e con espressione di stupore frammisto a paura osserva
il sole avvicinarsi aspettando l’esplosione finale, che giunge e avviene con il
lucore abbagliante e abbacinante e l’allucinante deflagrazione di mille incendi
e mille esplosioni simultanee.
La
luce solare, avvicinandosi, rende ancora più pallidi e diafani i visi dei
viaggiatori spaziali che, ormai magrissimi e quasi trasparenti (gli si può
vedere il cuore battere nella pelle e le vene pulsare nelle tempie), presentano
una certa iridescenza lattea nelle membra che li rende simili a foglie
trasparenti. La luminescenza solare penetra nell’abitacolo della nave spaziale
aleggiando come pagliuzze d’oro galleggianti in una fosforescenza iridata che
si diffonde uguale dappertutto. La luce-calore del sole trafigge i corpi degli
astronauti che, lentamente, si disfano trasformandosi in un immateriale effluvio
pulviscolare che, come una polvere lattescente, si alza in piccoli vortici che
fluiscono in rivoli di albedine che si perdono e svaniscono nella chiaria
candida della luce solare mentre dal profondo del silenzio-tenebra sale un
rombo come di fiume. Infine, la luce, abbagliante e diffusa, invade e candisce
interamente lo schermo.
Didascalia
finale: <<Temptation is not
destruction, but uneasiness. And, there will perhaps be restlessness, even in
death itself.>>.
13) THE
RESERVOIR OF THE 12 FLYING HYENAS. (MEDIOMETRAGGIO.)
13.1) TRAMA.
Seduto
a una scrivania, un uomo è intento a scrivere quando sente strani rumori
provenienti dal giardino salire attraverso la finestra e giungergli
all’orecchio: scatta in piedi e lentamente e silenziosamente si reca fuori. Guardandosi
intorno intravvede e scorge una figura che, china e accovacciata su se stessa,
rovista tra i cespugli a destra della veranda; subito dopo sente rumore di
urina che scorre: <<Hey, stai pisciando nel mio giardino!>> urla,
ma non ottiene risposta; così si avvicina e quando è nel punto da cui sente
provenire i rumori di minzione si tuffa e si lancia sul cespuglio per
acchiappare e punire il maleducato intruso ma il corpo su cui atterra con un
ringhio e un ululato si libera dalla presa, e correndo a quattro zampe scappa e
si dilegua spiccando il volo. Lo scrittore ritorna dentro spaventato e chiude
la porta a chiave.
L’indomani
mattina, uno sconcertato, preoccupato e costernato annunciatore televisivo
annunzia l’avvistamento di un gruppo di 12 iene volanti e il successivo
abbattimento di 10 di queste (che avevano sorvolato il palazzo del governo
centrale e defecato sui membri del potere, ministri e segretari, mancando di
pochissimo il presidente), e invita i cittadini a non abbandonare le proprie
abitazioni ed evitare gli spostamenti esterni non indispensabili, almeno fino
al ritrovamento e alla cattura delle altre due iene volanti ancora in libertà.
Nel
notiziario del mattino successivo, a 24 ore dal primo avvistamento, lo stesso
annunciatore informa che anche le ultime 2 iene volanti sono state abbattute e
la cittadinanza è finalmente libera da questa pericolosa e grave minaccia per
l’incolumità, la salute e l’igiene di tutti.
La
sera precedente, circa 15 ore prima, uno sbirro, attraversando di notte il
parco per il solito giro di ricognizione, scopre gli ultimi due esemplari
superstiti avvinghiati in un atto sessuale e, avvicinatosi alla chimera, prima
spara contro il maschio che fa un ghigno ebete e demente da iena e poi muore
sul colpo, e poi rivolge l’arma contro la femmina ma questa prontamente si
libra in volo e scappa. Lo sbirro non si arrende: prende la mira e spara, colpendo
in cielo l’ultima iena, che cade in terra, ferita ma non ancora morta. Lo
sbirro si guarda in giro, estrae il pene e cerca di violentare la iena che
ulula e si dimena. L’uomo, rimessosi in piedi, estrae nuovamente la pistola, la
punta al cervello dell’animale alato e lo finisce.
È sera
all’interno della casa dello scrittore: l’uomo, sdraiato sul divano, dorme
della grossa.
14) IL
SOGNO DELLA VITA. (LUNGOMETRAGGIO.)
A. D. 1635:
Basilio re di Polonia, avvertito dagli astrologhi di corte che suo figlio
Sigismondo gli avrebbe strappato il trono e lo scettro e sarebbe diventato un
tiranno, lo rinchiude fin dalla nascita in una torre carceraria, affidandolo
alle cure del precettore Clotaldo.
Sigismondo
impreca contro il mondo e il destino che lo hanno inspiegabilmente e ingiustificatamente
privato della libertà senza ragione.
Dopo
venticinque anni di sensi di colpa Basilio teme d’essersi ingannato
nell’interpretare i segni del cielo e così decide di fare una prova: prima di
abdicare in favore dei nipoti Astolfo e Stella decide di tentare il destino e
riporta Sigismondo addormentato nel palazzo reale affinché svegliandosi re sia
libero di comportarsi secondo come gli detta il cuore; ma la prova sembra dar
ragione agli astri: Sigismondo sfoga selvaggiamente il risentimento per
l’ingiustizia subita e assetato di vendetta libera i propri istinti in modo
indiscriminato giungendo a gettare dalla finestra un servo che lo aveva contraddetto:
Basilio vede in ciò la prova della
veridicità del pronostico e non il risultato dell’errato mezzo d’educazione
adottato e decide di riportare il figlio addormentato nella torre.
La
prima reazione di Sigismondo al risvegliarsi nel carcere è di scetticismo sulla
veridicità dei suoi sensi ma poi, istruito dal disinganno e fatto savio dell’irrimediabile
miseria della vita, conclude pessimisticamente che tutta la vita non è altro
che un sogno e che i sogni si terminano solo con il risveglio nel sonno della
morte.
Anno 2021
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