"TRAME"

 

“TRAME.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 

0) PREAMBOLO.

Il presente volume raccoglie idee, spunti, progetti, soggetti e abbozzi di sceneggiatura per pellicole di lungo, medio e corto metraggio. In ognuno dei quali è palese e manifesta la passione e l’interesse dell’autore per il rapporto tra sogno e realtà, tra vita cosciente e vita dell’inconscio, tra vita esteriore e vita intrapsichica, tra vita vissuta e vita immaginata.

Soprattutto, emerge da questi scritti una concezione della storia come desiderio memore della lezione di Mario Vargas Llosa. In fondo, come diceva il grande scrittore argentino, leggiamo romanzi, guardiamo film, inventiamo storie, scriviamo libri e poesie, solo per poter vivere le molte vite che vorremmo quando non abbiamo a disposizione che la nostra e attuale; per rintracciare un senso, nascosto dietro il mare degli eventi e il quotidiano commercio degli incontri. Una trama, appunto. Una scelta estetica e poetica, insomma, che si traduce immediatamente in presa-di-posizione filosofica.

 

            <<Ho sempre preferito leggere un libro o guardare un film piuttosto che vivere: nella vita non c’è trama.>>

(Groucho Marx).

 

1) DOPPIOSOGNO. (CORTOMETRAGGIO.)

Un uomo sui 30 anni guarda l’orologio. L’orologio segna le 18,20 ma è già buio, poichè è inverno. L’aria è livida e soffia un vento forte. L’uomo sembra essere in attesa. Sta fumando una sigaretta. D’improvviso scorge una donna, guarda di nuovo l’orologio e poi guarda di nuovo la donna, guarda davanti a sé e guarda ancora la donna, la segue per qualche secondo con lo sguardo mentre lei cammina incespicando leggermente sul marciapiede della sponda opposta della strada. L’uomo getta il mozzicone, e inizia a seguire la donna, tenendosi a debita distanza. Lei è sui 50 anni ma il volto è molto segnato dalle rughe, piuttosto trasandata, indossa un vecchio pastrano scuro e gualcito che l’avvolge completamente. L’uomo le va incontro, il viso e gli occhi di lui assumono una espressione di stupore e impotenza, mentre cammina nella sua direzione, prima lentamente, poi sempre più velocemente, poi correndo. Quando la raggiunge, lei gli sorride in un modo stralunato, e anche lui le sorride, l’abbrac­cia, le tocca il viso e i capelli, le stringe le mani, le dice quanto le sia mancata, l’abbraccia ancora e lei fa lo stesso; ma, mentre i corpi sono stretti e le teste incrociate, l’uomo nota con disappunto e meraviglia, che il cielo non è più nero e cupo come prima, ma ora luminoso e azzurro, e anche l’aria attorno non è più livida e fredda ma vi è un dolce tepore e una soave quiete che muove ogni cosa. Poi, si scuote dal torpore, e si avvede di aver solo fantasticato, ripiombando di colpo nel nero della realtà.

Quando si ridesta, la donna si è allontanata: lui inizia a camminare per raggiungerla, le va incontro e, mentre copre la distanza che lo separa dalla donna, trema e accende una sigaretta. Infine la raggiunge. La donna reca in mano due borse gonfie e stracolme con vivande.

Le dice: “Che ti sei fatta in testa?”, “Dove?” domanda lei, “In testa.” dice lui “I capelli.” aggiun­gendo, “Oh... è solo una frangetta: non credi che mi stia bene?” chiede lei, “Sembri una cretina.” dice lui, “Scu­sami.” dice lei.

Lui continua a guardarla fisso con uno sguardo come pietra, prende in mano le borse della donna, e le dice con espressione e tono seriosi e gravidi “Non avresti dovuto portare tutto da sola.”. La donna lo prende sotto braccio e lo stringe. I due incedono mentre non smettono di rimirarsi, lei con dolcezza, lui con durezza e impassibilità, durante la micro-eternità di un attimo dilatato e infinito, così rapido e veloce che sembra immobile, mentre il tempo è così pesante e denso e viscoso che quasi non conta nulla. “Una volta era tutta campagna qui.” dice lui in tono quasi arrabbiato. “Non sai quanto ti ho aspettato.” dice lei.

 

2) SLEEPING BEAUTY. (CORTOMETRAGGIO.)

 

2.1) COMPENDIO.

La trama si fonda s’un impianto narrativo costituito da due situazioni parallele che in apparenza procedono su binari separati ma che sono in realtà intimamente connesse e sotterranea­mente intrecciate, come lo svolgimento della trama nonchè lo scioglimento e la didascalia finali gradualmente disvelano. Le due situazioni corrispondono ad altrettante azioni sviluppate lungo due piani-sequenza continui che si intersecano tramite montaggio incrociato: nel primo, l’occhio della telecamera segue dal basso verso l’alto e dai piedi fino al volto le sinuosità di un corpo in quiescenza di una donna dormiente; nel secondo segue e ritrae l’azione di corsa di un uomo, la cui figura si staglia contro un tramonto dai colori molto accesi, espressionistici e ipersaturati.

Entrambe le figure sono giovani: la donna è molto giovane, capelli nerissimi, sui 35 anni; l’uomo, bianco adulto, dimostra a stessa età.

La descrizione di entrambe le situazioni avviene in maniera progressiva e scalare, dunque non attraverso fotogrammi statici e quadri fissi ma tramite una sequenza diegetica continua e ininterrotta che, nel primo caso, scarrella sui vari segmenti anatomici della donna, mentre nel secondo ritrae il dinamismo dell’azione di corsa della figura maschile in un flusso dinamico e graduale.

Tutto il film è giocato e basato sulle opposizioni binarie tra il sonno e la veglia, la realtà e il sogno. Dalla rappresentazione e dallo svolgimento delle due situazioni nonchè dal loro intersecarsi non emerge una chiave interpretativa chiara e definitiva: anzi, il piano della realtà e quello del sogno sono così compenetrati ed esattamente speculari da risultare inscindibili, in ossequio al motto <<la vida es sueňo>> di Calderon de la Barca: la definizione di sogno e realtà e di veglia e sonno, è solo un fatto di prospettiva: qualsiasi cosa che accade è, nel momento in cui accade, realtà immanente per il soggetto epistemologico che la filtra (come vuole la dottrina dell’homo mensura protago­reo) sicchè un film, un sogno, una bugia, un pensiero, un’allucinazione, una menzogna, un viaggio di lsd o altri acidi. Qualsiasi cosa venga registrata dall’individuo senziente che è soggetto percettivo, anche il sogno, è reale nel momento in cui la vive.

La melodia di sottofondo, caratterizzata da un crescendo tensoriale molto progressive, sottolinea e rimarca il crescendo dinamico delle immagini e delle scene, che trovano il proprio compimento e il proprio senso ultimo solo nel culmine della scena finale.

Una bozza del progetto è stata realizzata in 3d dall’artista visuale Antonio Oggianu ed è reperibile tramite questo link: https://youtu.be/U0RxAKCECqY.

 

2.2) TRAMA.

2.2.1) Apertura sul quadro in primissimo piano statico delle dita dei piedi di una donna nera, che si muovono leggermente sgranchendosi e stiracchiandosi. Segue breve carrello sulla monta del piede fino alle caviglie mentre l’inquadratura si progressiva­mente slarga a comprendere nel proprio campo visivo l’intera forma dei piedi, adagiati su un campo bianco stropicciato di lenzuola e ripresi mentre, quasi immobili, s’inarcano e sfregano flebilmente l’uno contro l’altro, nell’impercet­tibile movenza del risveglio.

2.2.2) Stacco e primo piano dei piedi calzati di una figura maschile (bianca) che avanza correndo sullo sfondo di uno scenario onirico, fortemente saturato e caratterizzato in senso espressionistico.

2.2.3) Stacco e carrellata sugli arti inferiori della donna: muovendo dalle caviglie, la macchina risale percorrendone le gambe, poi ne tratteggia le ginocchia e infine ne inquadra le cosce giungendo al limitare del pube, coperto da un lembo di lenzuolo. Degli arti inferiori, il sinistro è quasi completamente disteso e coperto dal lenzuolo mentre il destro è leggermente piegato conferendo al corpo una postura inclinata sul fianco e lievemente prona. La macchina è ancora un po’ più distaccata e l’inquadratura un po’ più ampia rispetto al primissimo piano della scena precedente 1 e 3.

2.2.4) Stacco sul moto dell’uomo in corsa e carrellata dalle gambe fino al ventre.

2.2.5) Stacco sul corpo della donna: l’occhio incede lentamente sui fianchi della donna, quasi si arresta sull’ombelico, poi accelera e passa velocemente sull’addome quasi glissando, e scartando con brusco movimen­to laterale si dirige verso la spalla destra, all’altezza della quale rallenta di nuovo. L’obbiettivo, che intanto si è gradatamente stretto in un primissimo piano, è ora focalizzato sulla spalla destra e da qui continua la sua carrellata seguendo le morbide volute disegnate dagli arti superiori che si incrociano: dalla spalla destra discende lungo l’omero destro percorren­do il braccio e l’avambraccio, che sono piegati ad angolo retto a coprire il seno, e li insegue fino alla mano destra, intrecciata al braccio sinistro, di cui si vede solo il bicipite poichè l’avambraccio e la mano si perdono sotto il cuscino celandosi così alla vista.

2.2.6) Stacco e ripresa della azione di corsa della figura maschile con carrello dal tronco fino al collo.

2.2.7) Stacco sul corpo della donna: la ripresa ora traghetta l’occhio e trasporta l’attenzione dello spettatore sul volto, mollemente e placidamente abbandonato nell’atto di dormire, con un’espres­sione serena e assorta; a questo punto l’obbiettivo si stringe ancora fissandosi sul dettaglio della bocca arcuata in un sorriso appena accennato.

2.2.8) Stacco sulla bocca dell’uomo in corsa: la linea delle labbra prima si increspa in un’espressione a metà tra il digrignamento per lo sforzo fisico dovuto alla corsa e il ghigno beffardo, e poi si scioglie in un sorriso che, inizialmente solo accennato, si trasforma via via in un’espressione sempre più accentuata di gioia. L’inquadra­tura è smossa dal moto sussultorio conferito alla figura (e dunque alla scena) dall’azione della corsa. Stacco.

2.2.9) La macchina si arresta, in primissimo piano, sulle palpebre della donna, che, irrequiete e frementi, sussul­tano debolmente come quando si sogna.

2.2.10) didascalia finale:

We love as we dream: alone.

While the dream disappears

the life continues

painfully.

 

3) PROSTRAZIONE. (CORTOMETRAGGIO.)

 

3.1) STUPRO. (INTERNO, CAMERA DA LETTO, MATTINO.)

Un uomo giace disteso sul lato destro del letto dormendo sdraiato sul fianco destro. Si sveglia, si gira sul fianco opposto e mette la mano sul corpo dormiente della donna che giace accanto a lui sdra­iata sul fianco sinistro del corpo e sulla parte sinistra del letto. Entrambi i corpi coperti da un leggero lenzuo­lo. L’uomo inizia a palpeggiare la donna, prima delicatamente poi con sempre maggiore insistenza e morbosità; poi toglie il lenzuolo che li copre entrambi: lui è in mutande e canottiera, lei indossa una sottana. L’uomo scopre il corpo della donna sollevandone la sottoveste, estrae il cazzo dalle mutande, e comincia a darle colpetti sul culo con la punta dell’uccello.

La donna si sveglia ma finge di dormire: ha un’espressione atterrita in viso; L’uomo diventa sempre più insistente: le scosta le mutande e cerca di penetrarla; lei si oppone ma lui le monta addosso.

<<Inizio a preparare la colazione.>> chiede lei con tono per metà interrogativo e per metà affermativo ma pauroso e deferente, <<Colazione un cazzo: non posso riempirmi se prima non mi svuoto!>> risponde lui sprezzante, <<No ti prego: mi fa ancora male.>> dice lei, <<Àprile, cazzo!>> dice lui, <<Ti prego...>> dice lei, <<<Ti prego> un cazzo lurida maledetta puttana: ho voglia di scopare quindi apri ‘ste cazzo di gambe e fatti scopare.>> conclude lui.

Lei inizia a piangere, lui la penetra e inizia a violentarla.

<<Brutta puttana, io ti spacco, ti squarcio, ti ammazzo.>> continua a ripetere lui mentre lei non smette di piangere; <<Ti piace nel culo, eh, troia?>>, <<No: ti prego.>> dice lei, ma lui non sente ragioni, e non le dà scampo: la costringe a un rapporto anale, la penetra, lei urla di dolore e disperazione mentre cerca invano di allontanarlo, lui si inferocisce e la colpisce ripetutamente prima al volto con uno schiaffo poi alla schiena con un pugno e infine alla testa con un altro pugno, lei tramortita abbandona ogni tentativo di resistenza e si abbandona alla ferocia dell’uomo che con sguardo indiavolato e voce feroce le urla <<Sei mia moglie.>>. La donna ha una espressione terrorizzata. Poi lui eiacula, le si adagia sopra e dopo pochi secondi rotola via ritornando sul lato destro del letto: ansima, si rilassa, e si pulisce con il lenzuolo. La donna rimane distesa immobile in posizione prona sul letto affondando la faccia nel cuscino e piange sommessamente. Una macchia rossa sporca il lenzuolo all’altezza dei fianchi di lei. <<Adesso puoi andare a preparare la colazione.>> le dice lui. La donna si alza dal letto e si reca al bagno.

In bagno chiude la porta alle proprie spalle e, schiena contro la porta, inizia a piangere sommessamente accovacciandosi sul pavimento del bagno.

In camera da letto, l’uomo si sta ora vestendo, con una divisa da sbirro; da dietro la porta del bagno risuonano rumori di acqua che scorre; poco dopo la donna esce dal bagno e dalla camera da letto.

 

3.2) COLAZIONE. (INTERNO, CUCINA, MATTINO.)

In cucina, la donna prepara la colazione, poi porta in tavola un piatto, e rimane in prossimità del piano di cottura in attesa che esca il caffè, le mani disperse lungo i fianchi. L’uomo entra in cucina, vestito con divisa, e chiede alla donna:

<<Dov’è il dopobarba?>>, la donna non risponde, lui ripete la domanda, lei inizia a tremare, <<Che c’è adesso?>> lui chiede, e allora lei tremante confessa con un flebile sibilo di voce di avere dimenticato di comprarlo, <<Ma come hai fatto a dimenticarlo? Stai in casa tutto il giorno a guardare il televisore e parlare al telefono con le tue cazzo di amiche mentre io mi rompo il culo fuori casa per almeno otto ore al giorno, devi solo cucinare, fare la spesa e pulire e non riesci a fare nemmeno questo. Non hai proprio voglia di fare un cazzo. Sei una scansafatiche.>> lui dice, <<Scusa.>> lei dice tremante, <<Stai attenta, il caffè sta uscendo! Rischia di buttarsi tutto di fuori.>> lui dice con tono aggressivo e vessatorio, <<Scusa.>> ripete lei mentre spegne il fornello, versa il caffè in due tazzine e ne serve una al marito, <<Scusa, scusa, scusa: sai dire solo questo, ma non sei manco capace a preparare una colazione decente: o ti dimentichi del caffè, o lo fai bruciare o lo fai uscire tutto fuori... Guarda: che cazzo è ‘sto pane così bruciato? Ti dimentichi di fare la spesa o non compri qualcosa, non sai stirare, fai comunque qualche cazzata. Fai sempre qualche cazzata, anzi, sai che ti dico: fai solo cazzate. Sarebbe meglio che non facessi nulla. E in più non ti va mai di scopare. Io mi faccio un culo così tutto il giorno e tu te ne stai a casa stravaccata comodamente sul divano tutto il giorno a commiserarti per la tua mancanza di spina dorsale e nonostante ciò riesci comunque a combinare qualche stronzata delle tue. Pensi sia facile là fuori per me? Io devo fare i conti tutti i giorni con ladri, spacciatori, rapinatori, scippatori, e devo lottare quotidianamente e tu invece stai in poltrona A NON FARE UN EMERITO CAZZO, PORCODIO. E passi le giornate a sfogliare quelle tue riviste del cazzo e a parlare al telefono con quella grassona di tua madre o cosa cazzo fai. E in più, come se tutto questo non bastasse, ti rifiuti anche di darmela.>>, <<So che non è facile là fuori per te.>> dice lei mentre prende la tazzina del caffè tenendola in mano senza sorbirlo, <<E ALLORA PERCHÈ NON VUOI DARMELA?>> urla allora lui con tono minaccio e urlando, lei non risponde, lui continua a sbraitare confusamente dicendo, <<Quello che non capisco è perchè non vuoi darmela, manco ce l’avessi d’oro, sei solo una puttana, come tutte, tutte della stessa risma, dove vedete un cazzo sbavate, magari appena me ne vado ti fai scopare da quattro negri insieme, e a sera non hai più la forza di aprire le gambe perchè ti sei già fatta rompere eh?>> dice l’uomo, la donna ha le lacrime agli occhi e gli occhi rossi e gonfi di rabbia e disperazione, e piange: <<Non dire così, non offendermi, perchè mi offendi? Non è giusto, io non ti ho fatto niente, e cerco di non farti mancare niente, anche se non sono perfetta, ma ti voglio bene, non parlarmi male, non parlarmi così ti prego, non scopo con nessun altro.>> lui dice, <<NON PERMETTERTI NEMMENO DI PRONUNCIARE QUELLA PAROLA SE NON È RIFERITA A ME, NON OSARE, NON DIRE QUELLA PAROLA SE NON È RIFERITA A ME, LURIDA TROIA PUTTANA BOCCHINARA!>> dice lui e nello stesso momento la colpisce in faccia a mano aperta.

La donna barcolla e vacilla, sbatte la testa contro uno sportello della cucina, si piega in avanti ma riesce a rimanere in piedi, mentre la tazzina del caffè che teneva in mano cade e si frantuma in terra: lei subito si reca fuori dalla cucina tornando con della carta asciuga-tutto con cui tampona il bagnato nonchè con una scopa e una paletta con cui raccoglie i pezzi di ceramica sparsi sul pavimento che getta e riversa nel secchio della spazzatura; a questo punto ripone gli utensili nello sgabuzzino e scompare in camera da letto. L’uomo finisce di asciolvere, sugge il caffè, <<Che schifo di caffè: è bruciato: sa di carbone, porcodio, che merda.>> dice imprecando, poi sparecchia ed esce dalla cucina.

 

3.3) PESTAGGIO. CAMERA DA LETTO.

L’uomo si reca al bagno, chiudendo la porta alle proprie spalle: dalla porta promanano i rumori dell’acqua che scorre, dello spazzolino elettrico che si aziona e dello scarico del cesso. La donna è ora distesa sul letto, coperta fino alla testa dal lenzuolo. L’uomo le si avvicina e la scopre sollevando con violenza e arroganza il lenzuolo: la donna è coricata distesa prona con la faccia sprofondata nel cuscino.

<<Se hai un altro ti ammazzo.>> le dice. Lei non risponde, né accenna a muoversi minimamente.

<<Hai capito?>> chiede lui: lei annuisce solamente, <<Devi rispondere. Sai parlare, no? Allora parla, puttana del cazzo.>> dice lui.

Ma lei non risponde: trema. Lui le cinge il collo con entrambe le mani, le solleva la testa e gliela strattona violentemente facendogliela sbattere ripetutamente contro il muro e percuotendogliela poi con schiaffi e pugni, infine lascia la presa, le molla un calcio sulla schiena, le sputa addosso con disprezzo ed esce dalla camera.

<<Ti faccio ingoiare la mia merda, brutta zoccola.>> le dice.

La donna rimane silente e immobile per alcuni minuti, fissando il vuoto con sguardo vacuo, perso, smarrito, perduto.

 

4) L’UOMO CHE PERSE L’AEREO. (CORTOMETRAGGIO.)

4.1) Un uomo in cappotto entra in un aeroporto e attraversando l’atrio e si reca al bar della hall.

4.2) Si siede a un tavolo, ammicca il cameriere e ordina un drink. Lo sorbisce con calma e mentre beve guarda attraverso le grandi vetrate della hall oltre le quali si stende la pista di atterraggio e, con lo sguardo fisso nel vuoto fuori, si perde nella visione ipnotica dell’andirivieni del traffico aereo e nel monotono via-vai dei passeggeri che partono e arrivano, atterrano e decollano, e, assorto come se fosse in uno stato di trance, cade in una sorta di sogno in cui fantastica a occhi aperti.

4.3) Immagina di trovarsi nel proprio letto nel momento in cui la moglie lo sveglia dicendogli che la colazione è pronta.

4.4) L’uomo si alza, si guarda allo specchio, è una bellissima mattinata d’estate, calda e assolata, l’aria è tersa e placida, lui si reca in cucina dove la donna che prima lo aveva svegliato lo attende seduta davanti a una finestra fumando una sigaretta e contemplando, con lo sguardo assorto, gli aerei che decollano dal vicino aeroporto che si staglia in lontananza al di là della finestra.

4.5) L’uomo le si siede accanto, si accende una sigaretta, le poggia una mano sul ginocchio, lei si volta verso di lui e gli sorride in modo bellissimo e dolce, poi entrambi rivolgono lo sguardo fuori e l’uomo viene completamente assorbito da quella visione magnetica e si perde in una fantasticheria.

4.6) Immagina fantasticando di entrare nell’atrio di un aeroporto, ha indosso un cappotto, entra nell’aeroporto, attraversa la hall e si ferma davanti al bar dell’atrio, si siede a un tavolo, ammicca il cameriere e ordina un drink. Lo sorbisce con calma. Intanto, guarda fuori nel vuoto attraverso le grandi vetrate oltre cui si stende la pista di atterraggio e il suo sguardo si perde in quella visione, assorto come se fosse in uno stato di trance, e, mentre se ne sta così sente il proprio nome aleggiare nell’aria, ha un aria stravolta e stralunata, come un pazzo o un ubriaco, ma la voce diventa sempre più insistente: si ridesta dal sogno e capisce che è il suo nome ripetuto dall’altoparlante dell’aeroporto, allora si dirige di corsa verso l’imbarco ma, quando arriva al gate, l’aereo è appena decollato e sta già rollando. Uno stewart e una hostess di terra lo raggiungono e lo avvicinano con fare molto cortese.

4.7) I due assistenti di terra lo accompagnano verso una zona isolata dell’aeroporto e lo conducono davanti a una porta invitandolo a entrare.

4.8) L’uomo in cappotto entra in un ufficio dove una bianca pinguedine tarchiata in colletto bianco e cravattino troppo stretto gli rivolge alcune frettolose domande e, dopo il veloce interrogatorio, gli dice: <<Va bene: partirà col prossimo aereo. Ma questa volta stia più attento e faccia in modo di presentarsi puntuale all’imbarco.>>. Così dice il funzionario dell’aeroporto. <<Certo, grazie.>> risponde l’uomo col cappotto. Poi si volta ed esce dall’ufficio.

4.9) L’uomo con il cappotto ripercorre in direzione opposta la diagonale che attraversando l’atrio dell’aeroporto lo porta al bar. Al bar occupa un tavolino, ordina un drink, e mentre beve guarda fuori dalle grandi vetrate dell’aeroporto e fissa il planare ipnotico degli aerei, lo sguardo assorto in quella visione magnetica, ed entra di nuovo in una sorta di sogno.

4.10) Durante il sogno si ripete la scena 4.3 e 6, in sequenza accelerata.

4.11) I due assistenti di terra lo accompagnano dentro lo stesso ufficio di prima.

4.12) Nell’ufficio l’uomo col cappotto incontra nuovamente l’uomo dal colletto bianco, il quale visibilmente spazientito gli dice: <<Bene, speravo che non ci saremmo mai più rivisti. Avrei preferito che non ci fossimo mai più rivisti. Questa cosa è molto spiacevole.>>, <<Già... Capisco...>> dice l’uomo col cappotto, <<Bene, partirà con il prossimo volo. Ma stavolta stia attento. Lo dico sul serio. Ne va della sua dignità. Potrebbe non ritornare mai più indietro. Potrebbe essere l’ultima volta.>> conclude alquanto indispettito l’uomo dal colletto bianco.

4.13) L’uomo col cappotto si volta senza dire niente e ritorna al bar.

4.14) Al bar si siede e ordina un altro drink: lo beve con calma e ricade nella stessa fantasticheria della scena 4.3 e 6.

4.15) A un certo punto sente una voce che gli rimbomba in testa ripetendo il suo nome: ridestandosi ed uscendo dal sogno, si rende conto del fatto che la voce non è immaginaria ma proviene dall’altopar­lante dell’aeroporto, così si alza e in tutta fretta si dirige di corsa verso l’imbarco ma, quando arriva al gate, l’aereo è appena decollato e sta già rollando.

4.16) I due soliti assistenti di terra lo raggiungono, seriosi e foschi, e minacciosi lo cingono ciascuno per un braccio, con fare che sembra gentile ma è coercitivo.

<<Ma voi chi siete? E perchè siete sempre qua? Non andate mai a casa? Non avete una famiglia, dei figli, degli orari, dei turni? Perchè mi girate sempre intorno?>> chiede l’uomo con il cappotto, <<Come chi siamo? Ci offendi così? Non ci riconosci? Noi siamo i tuoi sogni: siamo dei fantasmi, non siamo reali, siamo solo nella tua testa. Sei tu che ci guidi e ci ordini che cosa fare. Noi non esistiamo, siamo solo nella tua testa, non siamo reali. Noi siamo i tuoi sogni. Il tuo mistero.>> dice lo stewart, <<Ma i sogni sono belli: voi mettete paura.>>, <<Oddio, perchè non vuoi capire? Sogno e incubo, incubo e follia, follia e sogno, sogno e realtà... Non sono che facce della stessa medaglia. Come fai a non capire? O tu calpesti le tue paure e i tuoi incubi o loro calpesteranno te? E allora difenditi! O c’è qualcosa che non va in te?>> dice lo stewart, <<E adesso che succede? Volete punirmi? Perchè? Che cosa è questa musica che si diffonde dagli altoparlanti? È bellissima, non l’avevo mai sentita.>> chiede l’uomo, <<Sei stato risucchiato proprio in un brutto affare...>> dice la hostess, <<Che posso farci ormai?>> chiede l’uomo con il cappotto, <<Niente. Adesso devi solo rilassarti e lasciarti andare. Penseremo a tutto noi. Sei in ottime mani.>> dice la donna, <<D’accordo. Va bene. È stato bello finché è durato...>> dice l’uomo con il cappotto, <<Proprio una bella cavalcata, eh?>> dice lo stewart, <<Oh sì, è stato il miracolo dei miracoli.>> conclude l’uomo con il cappotto.

Poi il silenzio. La donna spalanca la bocca: un ampio vortice giallo appare dentro un enorme vuoto, un vortice splendido e fulgido, dinamico come il sole, anzi più dinamico del sole.

<<Da non credere.>> dice l’uomo con il cappotto.

Poi il vortice piombò sull’uomo, giallo e sfavillante come un sole, e lo avvolse.

4.17) Didascalia finale:

“I sogni ad occhi aperti sono notturni balli in maschera in pieno giorno” (Arthur Schnitzler).

 

5) L’UOMO NEL SOLE. (CORTOMETRAGGIO; ESTERNO, CORTILE, GIORNO.)

5.1) Inquadratura a figura intera di un uomo in cappotto, in piedi sotto un sole cocente, gambe leggermente divaricate, busto rigido e perfettamente dritto, sguardo truce e atroce, e pistola in mano, spianata e puntata di fronte a sé.

5.2) Piano medio dello stesso uomo nella medesima postura e nel medesimo atteggiamento della scena precedente, con pistola in primo piano.

5.3) Primissimo piano della canna della pistola.

5.4) Panoramica dell’uomo verticale dal basso verso l’alto: l’inquadra­tura parte dai piedi e sale slargandosi gradualmente e progressivamente attraverso uno zoom in allontana­mento per arrestarsi all’altezza della pistola e comprendere nel proprio campo visivo la pistola (in primissimo piano) e il mezzobusto dell’uo­mo in secondo piano esattamente come nella scena 3.

5.5) Travelling orizzontale: la cinepresa ruota a destra di 360 gradi con movimento circolare e scarto laterale sbandando leggermente sul proprio asse, e ruotando offre una panoramica della scenografia e sfuma in una soggettiva attenuatissima e realizzata senza tagli che inquadra il punto speculare posto sulla stessa retta su cui è situato il punto osservazione dell’uomo in nero.

5.6) Di fronte all’uomo in nero un altro uomo, anche lui in completo ma bianco, e cappotto color cammello, postura fiera ed eretta, rigida e immobile, braccia stese lungo i fianchi, e pistola in mano, sguardo spaventato.

5.7) Primo piano della linea degli occhi dell’uomo in nero: goccioline di sudore gli imperlano il viso mentre chiude gli occhi e li strizza. Rumore di sparo in sottofondo.

5.8) Descrizione analitica, dettagliatissima e iperreali­stica, di tutte le fasi del meccanismo di esplosione del colpo (da realizzare in 3D): pressione del dito sul grilletto e successiva ritrazione del grilletto; scatto del percussore; accensione dell’innesco; combustione della carica di lancio; espansione dei gassi; proiezione della pallottola all’interno della canna della pistola; rinculo con conseguente arretramento del carrello; espulsione del bossolo e fuoriuscita del proiettile dal cannello; soggettiva della traiettoria disegnata dal proiettile nell’aria; impatto con il corpo del secondo uomo; esplosione di luce bianco-gialla.

5.9) Primo piano della linea degli occhi dell’uomo in bianco: goccioline di sudore gli imperlano il viso mentre chiude gli occhi e li strizza. Rumore di sparo in sottofondo.

5.10) Didascalia finale:

5.10.1)

<<Se siamo autorizzati a essere mostri,

finiamo poi per avere un unico desiderio:

essere davvero mostri.>>

 

Paolo Sorrentino: this must be the place

 

5.10.2)

<<Sometimes you’ve got to kill 4 or 5

thousand men before you somehow

get to believe that the sparrow

is immortal, money is piss and

that you have been wasting

your time.>>

 

Charles Bukowski: man in the sun”.

 

6) METAMORPHOSEŌN. (CORTOMETRAGGIO 3D.)

 

6.1) IDEA.

Il video, ambientato in una dimensione palesemente onirica e ostentatamente psichedelica, è costituito da una sequenza d’immagini analogiche in successione continua priva di stacchi. Le immagini, ordinate secondo un criterio analogico e dunque collegate e tenute insieme da un filo conduttore basato sul principio dell’isotopia e non già s’un principio di coe­renza logica benchè il rapporto tra le scene non sia certa­mente a-logico pur risultando chiaramente non-logico, trasfigurano l’una nell’al­tra senza tagli, illustrate dalle parole di un testo recitato da una voce fuori campo. Immagini e parole sono infine commentate dalle note di una melodia di accompagnamento in sottofondo costante per tutta la durata del video. La melodia, amalgamando e armonizzando le immagini tra loro ed enfatizzandole, riempiendo i silenzi e le pause della voce narrante e inoltre colmando i vuoti lasciati dalle parole, funge da cerniera tra le diverse immagini e da cornice per le immagini e le parole.

 

6.2) INTRECCIO.

6.2.1) Primo piano dei tentacoli di una medusa: i tentacoli e l’intero corpo della medusa sono di un bianco ceruleo (o blu latteo, se si riesce a immaginare un blu latteo o un bianco ceruleo) elettrico e quasi fluo. La medusa fluttua in un mare dal blu molto intenso e profondo, il cui colore tende allo scuro in profondità (cioè sfuma in un blu più chiaro o meno cupo a una estremità del quadro e in un blu più cupo e scuro all’altra estremità del quadro) e a iscurirsi nel tempo (cioè progressivamente nel periodo della rappresentazione); l’atmosfera è para­dossalmente molto ‘calda’, accogliente e conforte­vole. Gradualmente l’occhio si avvicina all’esombrella della medusa al cui interno vi è un feto dormiente.

6.2.2) Il feto apre gli occhi, digrigna la bocca in un urlo sordo e afono e inizia a disciogliersi colando fuori dalla medusa attraverso i tentacoli. La bocca del feto è piena di sangue (nel sangue io vedo una interessante simbologia di nascita e morte insieme) e denti aguzzi, rotti e sporchi di sangue (perché la genesi, di qualsiasi tipo, è una separazione feroce, è qualcosa che viene dilaniato, staccato, e strappato da qualcos’altro).

6.2.3) I tentacoli si trasformano in un grappolo di sanguisu­ghe anguiformi il cui viluppo compone l’immagine di un cervello.

6.2.4) La matassa del cervello-sanguisuga si allenta e le sanguisughe si allungano trasformandosi in spermatozoi che iniziano a piovere-precipitare in caduta libera dentro uno spazio vuoto affondando infine in un mare del colore del vino e del sangue dove guizzano impazziti.

6.2.5) Il mare inizia allora ad agitarsi e ribollire e turbinare e, turbato da una corrente fortissima, si trasforma in un torrenziale effluvio di liquido che volteggia vorticoso nell’alvo di una placenta.

6.2.6) La placenta si buca (o scoppia) e ne fuoriesce un nugolo sciamante di aculei che si librano in un ambiente acromatico, monodimensionale, inconsistente, impalpabile e intangibi­le, del tutto simile a una indefinita nube lattiginosa screziata solo, di tanto in tanto, d’anodine strisce argentee e nimbata da una diffusa luminosità abbacinante in cui non si distingue nessuna forma.

6.2.7) In questa nube le uniche forme che s’intravvedono sono quelle di una moltitudine infinita di fiori: gli aculei scendono allora in picchiata e si posano sui fiori ma appena vi si posano scompaiono e svaniscono appena entrano in contatto con questi. La camera inquadra allora i fiori e mostra che non sono semplici fiori ma fiori occhiuti e del tutto simili (nella struttura e nel funzionamento) a una pianta dionaea muscipula: i bulbi oculari sono incastonati dentro palpebre uguali ai ventagli delle foglie della dionaea muscipula costituite da due lobi-lembi termi­nanti in affusolati denti-ariste che costituiscono le ciglia del fiore-occhio, il quale possiede una precipua facoltà manducatoria e precipua che si esplica nei confronti delle immagini comprese nel suo campo visivo: quando una figura si pone tra il fiore-occhio e la fonte di luce che rende visibile la figura, questo (il fiore-occhio) ne cattura l’immagine e la ingoia fagocitandola e facendola scomparire. 

6.2.8) Quando la cinepresa inquadra il fiore-occhio questo la ingoia e l’assimila alla propria linfa: la tele-camera inizia allora a scorrere in soggettiva dentro le venature e le nervature della pianta fluendo fino alle sue radici.

6.2.9) Le radici non sono semplici radici ma neri bracci di una tentacolare ragnatela-rete trombo-tubolare che avvolge una massa tumorale-cancerosa tumescente.

6.2.10) La radice-rete è interessata da un perpetuo processo di riproduzione-moltiplicazione in virtù del quale sempre nuovi bracci-liane si diramano dagli altri segmenti della rete-radice che imbriglia la massa-tumore e la scompone e divide in caselle-tasselli-scaglie di un mosaico epiteliale.

6.2.11) Quando l’inquadratura si allarga, si scopre che le scaglie-caselle-tasselli non sono semplici pezzi del mosaico ma le finestre, illuminate da una luce abbagliante, di un mostruoso palazzo in stile brutalista che occupa tutto il quadro visivo dando l’impressione di essere infinito.

6.2.12) Didascalia finale: “Text based on a bad trip” by Charles Bukowski.”.

 

6.3) TESTO RECITANDO.

<<Lsd, dmt, stp: it can take a man permanently out of his mind – but so can picking beets, or turning bolts for gm, or washing dishes. The whole social structure – marriage, the war, bus service, slaughterhouses, beekeeping, surgery, anything you can name. Anything can drive men mad because society is built on false stilts.

But, basically, most bad trips are caused by the individual being trained and poisoned beforehand by society itself. If a man is worried about rent, car payments, time-clocks, college education, girlfriends, the opinion of his neighbor, an lsd tablet will most probably drive him mad because, in a sense, he is already insane and only borne along on social and dull hammers that render him insensible to any individualistic thinking. A trip calls for a man who has not yet been caged, who has not yet been fucked by the big fear that makes all society go.

An lsd trip will show you things which no rules cover. Grass only makes the present society more bearable; lsd is another society within itself. If you are socially orientated, you can probably mark lsd off as a “halluci­nogenic drug”, but hallucination, the definition of it, depends upon which pole you are operating from. Whatever is happening to you at the time it is happening does become the reality – it can be a movie, a dream. Only lies are imposed later: what happens, happens. Hallucination is only a dictionary word and a social stilt. All the parts fit the whole. Whatever a man sees is real. Exploration never ends. It is not lsd that causes the bad trip – it was your mother, your president, the little girl next door, it was working in a factory for ten years and getting fired because you were five minutes late.

A bad trip? This whole country, this whole world is on a bad trip, friend. But they’ll arrest you for swallowing a tablet. Well, i’ve got this old national geographic and the pages shine like something’s really happening. Of course, it’s not. It’s yours.>>.

 

7) IL VELO D’ISIDE. (LUNGOMETRAGGIO.)

 

7.1) IDEA.

La domanda che lo spettato­re e il fruitore dell’opera deve porsi, alla fine della visione del film, è questa: se esista una sola e unica realtà e come possa essere detta e comunicata e rivelata, se la realtà sia necessariamente quella che si vede, se il piano delle intenzioni e della fantasia e quello dei fatti non abbiano pari dignità e diritto di cittadinanza nel regno degli enti e dei fenomeni del reale che potrebbe (dovrebbe) contenere tutte le parti, sia quelle concrete sia quelle ipotetiche, sia quelle immaginate e immaginarie. In “Il velo d’Iside.” è in questione la possibilità di dire l’esperienza di una vita e il significato di un’esperienza: se il linguaggio e le parole appartengono alla luce della razionalità cosciente e consapevole, come è possibile dire ciò che al linguaggio raziocinante si sottrae e si spinge oltre i confini della ragione, cioè la fantasia, le intenzioni, i desideri, le sconfitte? Il significato delle parole non può che essere arbitrario e falso come approssimativo e incerto il confine tra realtà e immaginazione. Tutto quello che esiste è irriducibilmente diverso da quello che vediamo e da come lo vediamo, tutto ciò che vediamo è diverso da come lo nominiamo e descriviamo. La realtà è qualcosa che rimane incomprensibile e dunque indicibile. Nel momento stesso in cui diciamo una cosa o nominiamo un ente appartenente al dominio di quella che definiamo realtà, noi stiamo eludendone la verità. O, meglio, la verità elude noi, ci aggira e ci raggira. Come può d’altronde la lingua tradurre alla coscienza l’oscurità dell’animo umano e il meraviglioso del mondo, così meraviglioso da sembrare irreale e surreale quando non sovrannaturale? Con Conrad, rispondiamo che <<è impossibile, impossibile comunicare ad altri quel che proviamo dentro di noi in un momento qualsiasi della nostra vita, ciò che ne costituisce la verità, il significato, la sua sottile e penetrante essenza. Impossibile.>> (“Cuore di tenebra.”) sicchè non ci resta che disarticolare realtà e linguaggio e così, scollando parole e cose, scoprire che la verità è solo un mero trucco verbale. Solo fessurando, intaccando, destrut­turando il rapporto tra linguaggio e realtà, mostrando i buchi e le crepe della parola, gli strappi del suo tessuto, solo andando oltre la verità possiamo rinvenire la cosa, o almeno un barlume di cosa, e vedere ciò che le parole non riescono a dire. E quello che le parole non riescono a dire è un connubio inscindibile di realtà e finzione, un coacervo indistinguibile di sogni e verità, un viluppo indivisibile di fatti e desideri e intenzioni. Come dice Conrad, si tratta <<to make darkness visible>>: è questo ciò a cui ambisce “Il velo d’Iside.”: vedere non soltanto le cose che sono già visibili in quanto illuminate dalla luce del senso comune, ma anche quelle che, collocandosi fuori dal senso comune, rimangono invisibili. L’opera “Il velo d’Iside.” vuole comunicare che il significato (della realtà e della vita) non sta all’interno del guscio come un gheriglio, ma fuori, e avvolge il racconto che lo genera e da cui è generato come un bagliore genera una zona d’ombra intorno a sé al modo degli aloni nebulosi che rendono talvolta visibile la luminescenza spettrale della luna. Alla soglia del conscio e dell’inconscio, la narrazione che contraddistingue “Il velo d’Iside.” si sforza di portare alla luce delle parole l’oscurità di ciò che non è (ancora) parola. <<to make darkness visible as darkness>>: mostrare la tenebra come tenebra. E questo è possibile solo decostruendo il linguaggio per lasciare filtrare in esso il buio che ne sta al di fuori. Sbirciando oltre il bordo del linguaggio e oltre la linea d’ombra della realtà, dove verità e fatti e cose e sogno e desiderio si mischiano, noi guarderemo, insieme agli anti-eroi de “Il velo d’Iside.”, nel fondo di un abisso dove non splende mai il sole, rinvenendo quella darkness che è il rimosso della nostra coscienza. Un rimosso che solo il silenzio può comunicare.

 

7.2) FABULA.

13 Maggio 2020, ore 08,00: il motopeschereccio Antonello Da Messina issa a bordo una boa alla deriva nelle acque di San Vito Lo Capo. Il fatto lascia perplesso il capitano Filippo Barberi che, rientrando in porto e interrogandosi sul significato e la provenienza di quella boa, fa il computo delle navi in porto accorgendosi che all’appello manca la Nuova Iside. Nessuno l’ha incrociata, nessuno l’ha avvistata, nessuno ne ha notizia: la nave pare scomparsa nel nulla.

Iniziano così le ricerche: a pochi chilometri dalla costa, e a circa 14 miglia a nord di Capo Gallo, nelle acque antistanti l’isola di Ustica, vengono rinvenuti tre corpi: sono i corpi di Matteo Lo Iacono, sui cinquant’anni, Giuseppe Lo Iacono e Vito Lo Iacono, entrambi intorno ai 35, rispettivamente nipote e figlio di Matteo, tutti e tre membri dell’equipaggio della Nuova Iside. L’identifica­zione avviene sul molo del porto di Terrasini, dove i corpi vengono trasportati dal motopesca Tranquilla. Stranamente, il corpo di Matteo viene rinvenuto con una pesante tuta addosso, mentre il cugino Giuseppe completa­mente nudo. Più tardi le motovedette della Guardia Costiera recupereranno alcune attrezzature del natante scomparso: un palangaro e un’àncora, ritrovati nelle acque dell’isola delle Femmine.

Dalla constatazione che nessun sos da parte della Nuova Iside è stato registrato, partono le indagini.

Il commissario Montalbano inizia a raccogliere indizi, fatti e testimonianze. Dai tabulati telefonici scopre che alle 22,33 del 12 maggio, la moglie di Giuseppe Lo Iacono manda un messaggio whatsapp al marito, messaggio correttamente ricevuto e recepito dal dispositivo mobile, come le due spunte blu suggeriscono; che, solo 20 minuti dopo, alle 22,53, il messaggio inviato a Vito Lo Iacono dalla compagna di quest’ultimo non viene ricevuto; che il blue-box, che doveva mandare un segnale satellitare alle 23, non ha inviato il segnale. Tutto ciò lascia pensare che la Nuova Iside sia scomparsa tra le 22,33 e le 23,00 del 12 maggio, e che l’incidente che ha portato all’inabis­sa­mento dell’imbarca­zione possa ragionevolmente essersi verificato nel lasso di tempo tra le 22,33 e le 22,53. Ma che cosa è successo in questo lasso di tempo?  L’ipotesi del maltempo sembra essere da escludere, in base agli indizi raccolti: gli ultimi messaggi whatsapp scambiati con la famiglia e risalenti alle 22,30 non erano messaggi di preoccupazione per il cattivo tempo e fino a quel momento la situazione a bordo era tranquilla; le condizioni meteorologiche sarebbero peggiorate a metà mattinata del giorno successivo, ma i pescatori hanno ritrovato la boa della Nuova Iside alle 8 di mattina; la testimonianza da parte di Titta Caruso, un pescatore collega e conoscente di Matteo Lo Iacono, che riferisce di aver ricevuto una telefonata da Matteo Lo Iacono la mattina del 13 di maggio è smentita dallo stesso Caruso che corregge la prima versione sostituendo la prima deposizione con una seconda in cui asserisce che la telefonata in questione era intercorsa il 12 maggio e non il 13; i corpi che sono stati ritrovati non indossavano i giubbotti di salvataggio, come se la tragedia sia avvenuta in un lampo, circostanza questa inspiegabile se fosse vera l’ipotesi del naufragio; nessun mayday è stato lanciato dalla Nuova Iside, nessun segnale automatico di richiesta di soccorso che in questi casi può essere lanciato mediante un pulsante presente sulla nave che era modernissima e nessuna richiesta di aiuto tramite il canale 16 che, come la gente di mare sa, è la frequenza delle emergenze in mare; inoltre il capitano Matteo Lo Iacono aveva trascorso una vita in mare aperto e, marinaio molto esperto, era soprannominato Tempesta per la capacità che aveva di navigare anche in condizioni meteo non favorevoli, grazie all’esperienza acquisita nei decenni passati a navigare. Tutti elementi che portano il commissario Montalbano ad escludere e liquidare l’ipotesi del naufragio per condizioni metereologiche avverse. Le ipotesi più accreditate rimangono un’onda anomala, molto improbabile in quello specchio di mare, o uno scontro con un’altra imbarcazione. L’intuito suggerisce a Montalbano di seguire questa seconda pista e per metterla alla prova inizia ad analizzare i tragitti in mare nella zona di afferenza della Nuova Iside, a dieci miglia nautiche dalla costa di San Vito Lo Capo, tramite Marine Traffic, arrivando ad un’inquietante conclusione: una nave da guerra americana sarebbe passata intorno alle 22,50 del 12 di Maggio proprio dove si trovava la Nuova Iside a quell’ora, lungo la rotta di ritorno per Terrasini, e avrebbe rallentato notevolmente proprio intorno a quell’ora. Il mistero si infittisce allorchè i tabulati dedotti da Marine Traffic scompaiono misteriosamente dai registri informatici della compagnia e le indagini del commissario ostacolate con tentativi di manomissione delle prove e insabbiamento che alla fine lo sviano dalla soluzione. La verità rimane sommersa e le indagini si perdono nel nulla, troncate da un mistero più grande del commissario.

La scena finale vede Montalbano aggirarsi di notte tra le carene, le carcasse e i relitti del porto di S. V. Lo Capo mentre la sua voce fuori campo recita il seguente monologo finale: <<Le storie dei marinai sono di una semplicità assoluta, e il loro significato può stare tutto intero nel guscio di una noce. Ma questa non è la solita storia di mare né il solito fatto di costa. To make darkness visible as darkness... Se esiste una sola e unica realtà, se la realtà è necessariamente quella che si vede, perchè è così difficile comunicarla e rivelarla? O forse hanno, il piano della fantasia e quello dei fatti, pari dignità e diritto di cittadinanza nel regno della realtà che contiene tutte le parti, quelle veramente concrete, quelle ipotetiche e quelle meramente immaginate, immaginate e immaginarie? Ma, se il linguaggio e le parole appartengono alla luce della razionalità cosciente e consapevole, come è possibile dire ciò che al linguaggio raziocinante si sottrae e si spinge oltre i confini della ragione: la fantasia, le intenzioni, i desideri, le sconfitte? Il significato delle parole non può che essere arbitrario e falso come approssimativo e incerto il confine tra realtà e immaginazione. Tutto quello che vediamo è deverso da come lo nominiamo e descriviamo. La realtà è qualcosa che rimane incomprensibile e dunque indicibile. Nel momento stesso in cui diciamo una cosa o nominiamo una realtà, noi stiamo eludendone la verità. O, meglio, la verità elude noi, ci aggira e raggira. Come può d’altronde la lingua tradurre alla coscienza l’oscurità dell’animo umano? È impossibile, impossibile comunicare ad altri quel che proviamo dentro di noi in un momento qualsiasi della nostra vita, ciò che ne costituisce la verità, il significato, la sua sottile e penetrante essenza. Impossibile. Non ci resta che disarticolare realtà e linguaggio e così, scollando parole e cose, scoprire che la verità è solo un mero trucco verbale. To make darkness visible as darkness... Solo fessurando, intaccando, destrut­turando il rapporto tra linguaggio e realtà, mostrando i buchi e le crepe della parola, gli strappi del suo tessuto, solo andando oltre la verità possiamo rinvenire la cosa, o almeno un barlume di cosa, e vedere ciò che le parole non riescono a dire. E quello che le parole non riescono a dire è un connubio inscindibile di realtà e finzione, un coacervo indistinguibile di sogni e verità, un viluppo indivisibile di fatti e desideri e intenzioni. Il significato non sta all’interno del guscio come un gheriglio, ma fuori, e avvolge il racconto che lo genera e da cui è generato come un bagliore genera una zona d’ombra intorno a sé, al modo degli aloni nebulosi che rendono talvolta visibile la luminescenza spettrale della luna. Alla soglia del conscio e dell’inconscio, il lavorio della realtà sulla fantasia si sforza di portare alla luce delle parole l’oscurità di ciò che non è (ancora) parola. To make darkness visible as darkness: mostrare la tenebra come tenebra. E questo è possibile solo sbirciando oltre il bordo del linguaggio e oltre la linea d’ombra della realtà, dove verità e fatti e cose e sogno e desiderio si mischiano, nel fondo di un abisso dove non splende mai il sole, rinvenendo il rimosso della nostra coscienza, che solo il silenzio può comunicare. Vedere la tenebra per quello che è. To make darkness visible as darkness... I fatti che stanno di fronte a noi (spesso abbaglianti, ben visibili, vividi, chiari come la schiuma sulle distese marine) sono in realtà solo un’increspatura alla superficie di un enigma impenetrabile, di un mistero insondabile. Il significato di un episodio non sta all’interno come un gheriglio ma fuori, e avvolge il racconto che lo mette in risalto solo come una luminescenza mette in evidenza una nebbia, non diversamente da uno di quegli aloni brumosi che a volte vengono resi visibili dalla illuminazione spettrale del chiaro di luna. La vita è un enigma più grande di quello che molti di noi pensano. Come la natura, anche la verità ama fare le bizze e nascondersi.>>.

 

7.3) FONTI

 

https:..www.inews24.it.2020.06.02.nuova-iside-nave-scomparsa-palermo.

 

https:..www.lasicilia.it.news.palermo.342176.naufragio-nuova-iside-due-morti-e-una-tesi-choc-e-stato-speronato.html

 

https:..palermo-24h.com.terrasini-ritrovato-palangaro-della-nuova-iside-nessuna-traccia-vito-iacono.

 

https:..www.partinicolive.it.2020.05.16.terrasini-corpo-avvistato-al-largo-di-ustica-forse-e-un-altro-membro-del-nuova-iside.

 

https:..palermo.repubblica.it.cronaca.2020.06.02.foto.i_misteri_del_nuova_iside_il_peschereccio_scomparso_a_palermo_i_tre_marinai_tutti_della_stessa_famiglia-258228049.1.#1

 

https:..www.teleoccidente.it.wp.2020.06.03.naufragio-nuova-iside-la-famiglia-lo-iacono-lancia-appello-al-presidente-sergio-mattarella.

 

https:..www.teleoccidente.it.wp.2020.06.03.naufragio-nuova-iside-la-famiglia-lo-iacono-lancia-appello-al-presidente-sergio-mattarella.

 

https:..www.filodirettomonreale.it.2020.05.17.terrasini-la-nuova-iside-speronata-la-famiglia-lo-iacono-non-crede-al-naufragio.

 

https:..www.filodirettomonreale.it.2020.05.17.terrasini-la-nuova-iside-speronata-la-famiglia-lo-iacono-non-crede-al-naufragio.

 

https:..www.tp24.it.2020.05.20.cronaca.trovato-il-palangaro-del-nuova-iside-nessuna-traccia-di-vito-lo-iacono-il-peschereccio-speronato.149684

 

http:..www.rainews.it.dl.rainews.articoli.ritrovato-corpi-marinaio-dispersi-peschereccio-nuova-iside-d3c9277d-525c-4ae9-add4-42514c8d22a2.html

 

https:..vocedipopolo.it.2020.05.24.il-mistero-del-nuova-iside-il-peschereccio-scomparso-in-mare-tra-ustica-e-favignana-e-stato-uno-speronamento.

 

https:..www.primapaginamazara.it.tragedia-motopesca-nuova-iside-recuperata-altra-vittima-il-capitano-matteo-lo-iacono.

 

https:..qds.it.peschereccio-disperso-eseguita-lautopsia-domani-il-funerale-del-capitano.?refresh_ce

 

https:..www.lastampa.it.topnews.primo-piano.2020.05.20.news.il-peschereccio-scomparso-e-il-corpo-mai-trovato-ancora-irrisolto-il-mistero-nuova-iside-1.38867080

 

https:..www.lasiciliaweb.it.tag.nuova-iside.

 

https:..www.direttasicilia.it.2020.05.17.la-nuova-iside-e-stata-speronata-ipotesi-al-vaglio-della-procura.

 

https:..newsicilia.it.cronaca.peschereccio-nuova-iside-ancora-disperso-nessuna-traccia-di-vito-lo-iacono-il-governo-faccia-qualcosa.562705

 

https:..newsicilia.it.cronaca.peschereccio-nuova-iside-ancora-disperso-nessuna-traccia-di-vito-lo-iacono-il-governo-faccia-qualcosa.562705

 

https:..newsicilia.it.cronaca.peschereccio-nuova-iside-ancora-disperso-nessuna-traccia-di-vito-lo-iacono-il-governo-faccia-qualcosa.562705

 

https:..www.iltarlopress.it.terrasini-continuano-le-ricerche-di-vito-lo-iacono-e-del-peschereccio-nuova-iside.

 

https:..www.iltarlopress.it.terrasini-continuano-le-ricerche-di-vito-lo-iacono-e-del-peschereccio-nuova-iside.

 

https:..www.virgilio.it.italia.trapani.notizielocali.trovato_il_palangaro_del_nuova_iside_nessuna_traccia_di_vito_lo_iacono_il_peschereccio_speronato_-62301970.html

 

https:..www.telesudweb.it.2020.05.19.le-ricerche-del-nuova-iside-il-mare-restituisce-alcuni-relitti.

 

https:..www.blogsicilia.it.palermo.peschereccio-disperso-di-terrasini-celebrati-i-funerali-del-comandante-matteo-lo-iacono-foto.535538.

 

8) POSSIBILE. (CORTOMETRAGGIO.)

 

8.1) VERSIONE PRIMA.

 

8.1.1) FABULA.

Un uomo cammina nella notte. D’improvviso una fortissi­ma, luminosissima e abbacinante luce appare nel cielo a seguito di una conflagrazione che lo abbaglia. La luce, prima concentrata in un solo punto, s’inizia a muovere avanzando verso l’uomo e, avvicinandosi, diviene sempre più intensa e diffusa, gradualmente spandendosi e perfondendosi ovun­que. L’uomo cerca di tendere una mano davanti al viso per ripararsi e difendersi dalla prepotenza del bagliore luminoso che lo investe ma è come immobilizzato e non riesce a muoversi. La luce gli si approssima finendo per avvolgerlo. L’uomo si trova così immerso in un luminoso vuoto pneumatico che si presenta come uno spazio intangibile e inconsistente, piatto e adimensionale o comunque bidimensionale. Proiettata al centro di questo vuoto luminoso che lo avvolge e pervade, una figura femminile avvolta in un mantello, incappucciata e girata di spalle. L’uomo sente l’irresistibile impulso di avvicinarsi e, nonostante un incredibile terrore lo assalga rabbrividendo­lo, muove nella direzione della donna. Una volta raggiun­tala, tende una mano per scoprirla e così scoprire chi si celi sotto il mantello. Quando finalmente la scopre e ne vede il volto, la paura lo investe, digrigna la bocca, strizza gli occhi, li strabuzza, s’inginocchia e piange.

 

8.1.2) INTRECCIO.

- Un uomo cammina nella notte.

- D’improvviso nel cielo una conflagrazione partorisce una fortissima, luminosissima e abbacinante luce che ristà, ferma e immobile davanti a lui, abbagliandolo.

- La luce, prima concentrata in un solo punto, s’inizia a muovere avanzando verso l’uomo e avvicinandosi diviene sempre più intensa e diffusa spandendosi ovun­que intorno a lui.

- L’uomo cerca di tendere una mano davanti al viso per ripararsi gli occhi e difendersi dalla prepotenza del bagliore luminoso ma è paralizzato e immobilizzato come se fosse stato pietrificato.

- La luce si avvicina fino ad avvolgerlo e inglobarlo.

- L’uomo chiude gli occhi in un atteggiamento di stupore atterrito.

- Quando riapre gli occhi, si trova immerso in un luminoso vuoto pneumatico che si presenta come uno spazio intangibile e inconsistente, piatto e adimensionale.

- Proiettata al centro di questo vuoto luminoso che lo avvolge e pervade, l’uomo scorge una figura femminile, avvolta in un mantello, incappucciata, girata di spalle e china sulle ginocchia e accovacciata.

- L’uomo cammina nella direzione della donna, nonostante un incredibile terrore lo rabbrividisca. La donna rimane volta di spalle.

- Una volta raggiun­ta la donna, l’uomo tende una mano verso la donna (sempre di spalle) digrignando i denti e strizzando gli occhi mentre un’espressione di stupito e assorto timore gli si disegna in viso per la paura dell’ignoto che si cela sotto il mantello.

- L’espressione di paura-meraviglia viene infine sostituita da un’espressione di orrore: l’uomo strabuzza gli occhi che, sbarrati, si riempiono di lacrime, mentre lui cade in ginocchio e piange.

 

8.2) VERSIONE ALTERNATIVA.

 

8.2.1) FABULA.

Un uomo cammina nella notte. D’improvviso una fortissima, luminosissima e abbacinante luce appare nel cielo a seguito di una conflagrazione e lo abbaglia. La luce, prima concentrata in un solo punto, s’inizia a muovere avanzando verso l’uomo e, avvicinandosi, diviene sempre più intensa e diffusa, gradualmente, spandendosi e perfondendosi ovun­que. L’uomo cerca di tendere una mano davanti al viso per ripararsi e difendersi dalla prepotenza del bagliore luminoso che lo investe ma è come immobilizzato e non riesce a muoversi. La luce si approssima all’uomo finendo per avvolgerlo e inglobarlo. L’uomo si trova così immerso in un luminoso vuoto pneumatico che si presenta come uno spazio intangibile e inconsistente, piatto e adimensionale. L’uomo vede qualcosa davanti a sé che lo atterrisce, lo spaura e lo sconvolge: s’inginocchia e piange.

 

8.2.2) INTRECCIO.

- Un uomo cammina nella notte.

- D’improvviso nel cielo una conflagrazione partorisce una fortissima, luminosissima e abbacinante luce che ristà, ferma e immobile davanti a lui abbagliandolo.

- La luce, prima concentrata in un solo punto, s’inizia a muovere avanzando verso l’uomo e avvicinandosi diviene sempre più intensa e diffusa spandendosi ovun­que intorno a lui.

- L’uomo cerca di tendere una mano davanti al viso per ripararsi e difendersi dalla prepotenza del bagliore luminoso ma è paralizzato e immobilizzato come se fosse stato pietrificato.

- La luce si avvicina fino ad avvolgerlo e inglobarlo.

- L’uomo chiude gli occhi in un atteggiamento di stupore atterrito.

- Quando riapre gli occhi, si trova immerso in un luminoso vuoto pneumatico che si presenta come uno spazio intangi­bile e inconsistente, piatto e adimensionale.

- un’espressione di stupore-paura-meraviglia-orrore si dise­gna sul viso dell’uomo che sbarra gli occhi, li stra­buzza e digrigna, digrigna la bocca, cade in ginocchio e piange.

 

9) S’AVANZA. (CORTOMETRAGGIO 3D.)

 

9.1) FABULA.

Il video registra la reptazione di un serpente che scivola sulle dune mosse dal vento di un deserto come una barca tra le onde del mare mentre una eclisse gradualmente oscura il cielo e offusca la vista: nel buio guizzi elettrici come frustate di luce indicano il procedere confuso del serpente finchè l’eclisse svanisce a poco a poco e il sole e la normale luminosità ritornano rivelando la carcassa del serpente con la testa mozzata immobile sulla sabbia mentre gocce di pioggia cadendo disfano il corpo morto dell’animale e lo disciolgono in grani di sabbia.

 

9.2) INTRECCIO.

- Un serpente scivola tra le dune mosse dal vento di un deserto.

- Una eclisse gradualmente oscura il cielo e l’atmosfera: tutto diviene nero.

- Nel buio solo si vede serpeggiare un filamento di luce.

- A poco a poco l’eclisse svanisce e il giorno risorge illuminando di nuovo le dune sabbiose del deserto, tra cui si vede, immobile e con la testa mozzata, la carcassa del serpente priva di vita.

- Il cielo comincia a piovere e le gocce di pioggia cadendo sulla carcassa la disfano.

- La carcassa si liquefà disperdendosi in granelli di sabbia.

 

10) LIMITE. (CORTOMETRAGGIO.)

 

10.1) CONCETTO.

Il film è una trasposizione del mito di Orfeo ed Euridice in una dimensione atopica, ucronica, acronica e atemporale. Come sappiamo, il mito vuole che, durante una delle sue passeggiate nelle valli della Tracia, Orfeo, cantore e musicista capace di ammansire anche le belve più feroci con la sua lira donatagli da Apollo e membro della spedizione degli argonauti alla conquista del vello d’oro, si imbattè in Euridice, una bellissima ninfa degli alberi con occhi brillanti e lunghe chiome che, come Orfeo, amava trascorrere le giornate passeggiando nelle valli della Tracia. Quando Orfeo scorse Euridice, ella, appog­giata a una quercia, si pettinava i lunghi capelli e il suo crine di velluto e i suoi occhi e il suo sorriso fecero innamorare follemente il nostro cantore il quale, non sapendo che cosa dire per attirare l’attenzione della ragazza, pensò di fare la cosa che gli riusciva meglio e intonò un canto appassionato alla lira: la ninfa Euridice, al primo arpeggio, si voltò verso di lui e, nell’attimo in cui i loro sguardi si incrociarono, l’amore sbocciò. Da quel momento, i due innamorati non si lasciarono più: lui suonava per lei e lei danzava per lui. Il loro sentimento diventò sempre più forte tanto che in breve Orfeo non poteva più immaginare di vivere senza Euridice. I due giovani si sposarono e divennero la coppia più felice dell’intera Tracia. Ma, qualche tempo dopo il loro matrimonio, Euridice fu morsa da un serpente e morì, uccisa dal terribile veleno dell’animale. Orfeo, pazzo di dolore, si figurò che, essendo capace di incantare gli esseri viventi con la mia musica, avrebbe saputo anche convincere Ade, il re dei morti, e Persefone, moglie di Ade, a restituirgli Euridice e, con il cuore colmo di speranza, decise di mettersi in viaggio per l’oltretomba e senza timore iniziò la sua discesa. Col suo canto Orfeo ammansì Cerbero che custodiva le porte dell’Ade, penetrò nel regno dei morti, dove affascinava chiunque lo sentisse: le ombre dei morti piangevano, i mostri dell’oltretomba si bloccarono immobili, e allora per la prima e unica volta si videro scoppiare a piangere persino le Erinni. Così, superato il fiume Stige, che separa il mondo dei vivi da quello dei morti, e vinta la resistenza di Caronte, di Cerbero e delle Erinni, giunse finalmente al cospetto dei sovrani dell’oltretomba, e di nuovo superò la resistenza della mortale coppia, che acconsentì al desiderio di Orfeo a condizione ch’egli non rivolgesse mai lo sguardo a Euridice finché non fossero usciti dall’Ade. Così Orfeo ripartì per il regno dei vivi seguito da Euridice e la riportò alla luce del mondo.

Fonti: Apollodoro, biblioteca; Ovidio, meta­morfo­si, iv, 53-sgg; Jacopo Poliziano, fabula di Orfeo; Ida Basile, sulla soglia. La costruzione dell’identità attraverso i miti greci di passaggio (Epokè, Novi Ligure-AL, 2018); Federica Bernardo, i miti greci (DeAgostini, Milano, 2017); Anna Ferrari, dizionario di mitologia (Utet, Torino, 2018); Edoardo Mottini, mitologia greca e romana (Mondadori, Milano, 1945); Roberto Mussapi, Orfeo (Corriere della sera, Milano, 2018); Hugo Rahner, miti greci nell’interpreta­zione cristiana (Il Mulino, Bologna, 1971); Chiara Rossi Collevati, leggende e tragedie della mitologia greca (Gianni Monduzzi Editore, Bologna, 1998); Paul Veyne, i greci hanno creduto ai loro miti? (Il Mulino, Bologna, 1984); Pietro Janni, miti e falsi miti (Dedalo, Bari, 2004).

 

10.2) FABULA.

Mentre cammina sulla spiaggia, Orfeo incontra Euridice, bellissima donna dai capelli fluenti e rigogliosi e dagli occhi azzurri come due laghi, che procede in direzione opposta. Euridice si accorge che Orfeo la scruta: smette di camminare, si arresta, rivolge lo sguardo all’uomo, abbozza un sorriso, infine sorride apertamente. I due muovono allora l’uno verso l’altro, si avvicinano, ammiccano, si sfiorano, sorridono, le mani s’intrecciano, gli sguardi si fondono e le bocche si uniscono, in un lungo e appassionato bacio, durante il quale Orfeo fissa assorto gli occhi della ragazza che ipnotici e guizzanti lo inibiscono: egli entra allora in una dimensione onirica come una sorta di trance e in questo magico torpore di sogno vede gli occhi della ragazza sfumare, trasfigurare e mutare in una distesa di mare, chiara e luminosa e placida, su cui egli immagina allora di planare, dopo aver letteralmente spiccato il volo, sorvolando successiva­mente un bosco, un vulcano e una città. Ma, quando riatterra e si risveglia dal sogno, trova Euridice morta in terra e il corpo di lei privo di vita disteso sulla sabbia della spiaggia. Incredulo e spaesato, impietrito e immobile, Orfeo mira e rimira inebetito il corpo senza vita della donna che giace riverso al suolo e non riesce a distogliere lo sguardo finchè la terra innanzi a lui non inizia a tremare sfaldando e crepando e una voragine inghiotte Euridice. Sconvolto, Orfeo corre allora in direzione di una rupe situata al limite estremo della spiaggia e con l’apparente intento di suicidarsi disperato si getta nel vuoto ma, all’impatto col suolo, la terra cede e si fende e l’uomo vi penetra sprofondando fino al regno dei morti dove ritrova la donna che, incatenata nelle membra e disfatta e negletta in volto, sorride e si rasserena allorchè lo rivede, come se lo stesse aspettando in attesa di essere salvata.

 

11) LE MURA INTORNO. (CORTOMETRAGGIO 3D.)

 

11.1) IDEA.

Il film vuole rappresentare il senso d’isolamento, solitudine, alienazione, straniamento e oppressione propria dell’uomo contemporaneo nella società odierna.

 

11.2) FABULA.

Un uomo, con sguardo spento e disperato, è intrappolato tra altissime mura costituite dal prospetto interno di un palazzo di architettura e stile brutalista, squallido, decadente e scalcinato.

 

11.3) INTRECCIO.

- L’obbiettivo apre sul primo piano della linea delle labbra di un uomo digrignate in una espressione di disgusto.

- Carrellata ottica a spirale con zoom a precedere, che slarga a inquadrare: prima l’intero viso dell’uomo, pervaso da ticchi nervosi e tre­mori incontrollati dovu­ti a spasmi muscolari dei mu­scoli facciali; poi il suo corpo, contorto in posizione feta­le e scosso da sussulti e tre­mori incon­trollati dovuti a spasmi muscolari dei mu­scoli degli arti e del tronco; poi l’intera superficie del pavimento su cui l’uomo giace; in fine la base o crepidi­ne della scenografia che delimita lo spazio scenico entro il quale si muove l’uomo: il cortile interno di un palazzo, in stile brutali­sta, squallido, decadente e scalcinato.

- Carrellata ottica a precedere, dal basso verso l’alto, che scarrella a spirale sul prospetto del palazzo e termina con panoramica finale descrittiva orizzontale a 360° sullo stesso quadro, descritto quasi come un asfittico, opprimente, me­fitico girone infernale dan­tesco.

- Le immagini sono accompagnate dal seguente testo, recitato da voce fuori campo: <<Without reflection, without mercy, without shame they built strong walls and high, and compassed me about. And now I sit here and consider and despair. My brain is worn with meditating on my fate. I had outside so many things to terminate. Oh! Why when they were building did I not beware! But never a sound of building, never an echo came. Out of the world, insensibly, they shut me out. It’s been months now: the most horrible thing I have ever felt. And I might have avoided it. Might have. Maybe not. But I didn’t and in a way couldn’t. It occured more quickly than I could respond. I should have been more able, more ready. And for some what was a horror for me might have been trivial to them. But I have never been “them”. It’s over now. The pain of that should be finished. But it stays with me. And that I did not act in time to prevent it - but that moment is gone. And I truly hate myself for the first time. I will never recover. It comes back to me again and again. And in its aftermath, nothing will ever be quite right again - walking down a hill, getting out of bed, common tasks, celebrations, just happenings are reshaped by that occurence. I was gored by my own stupidity. It was an animal. It was an animal, caused by some human thing? Would that it was human. So I could have considered it trivial.>>.

 

12) ON THE SUN. (MEDIOMETRAGGIO.)

Un’astronave si stacca da terra e comincia un viaggio astrale nello spazio. Al momento della partenza, gli astronauti sono insieme spaventati ed eccitati: hanno una nebbia negli occhi, nel cuore e nella mente; avvertono una sensazione di strappo quando la nave rompe l’atmosfera; i pensieri si frantumano e tutto si mostra a loro con distacco.

Dopo un giorno di viaggio, gli astronauti, ormai proiettati nello spazio aperto, vedono fuori dagli oblò tutto un pullulare di stelle scintillanti immerse in un totale e assordante buio, e la luna all’orizzonte. Delle stelle, le più vicine ruotano per ellissi, le più lontane risplendono immobili riempiendo il cielo della propria fissità.

Dopo alcuni giorni di viaggio, l’astronave giunge in prossimità della luna, che appare come un grandissimo e immenso piano di proporzioni gigantesche che l’occhio non riesce a comprendere per intero, simile a uno specchio parabolico che per la folle corsa della nave sembra inclinarsi su sé stesso conflagrando in un bagliore spaventoso come il biancore di un interminato e infinito candido lenzuolo. Gli uomini dell’equipaggio osservano con soddisfazione e speranza curiose lavagne triangolari vergate con una scrittura minuta e fitta (si potrebbero allo scopo usare i caratteri greci).

Superata la luna, accade però che l’astronave incroci una supernova non prevista in fase di calcolo della rotta: al momento dell’incrocio della navicella con la supernova, vera muraglia magnetica, le forti radiazioni emanate da questa interferiscono con l’impianto elettrico della nave siderale provocan­do un grave corto-circuito che danneggia irreparabilmente le apparecchia­ture elettroniche che smettono pericolosa­mente di funzionare: le luci si spengono; l’astronave perde la rotta e inizia a vagare senza meta e senza alcun approdo, sperduta nel buio dell’infinito silenzio stellare, allontanan­dosi inesora­bilmente e irrimediabil­mente dalla terra e dalla rotta; gli astronauti si ritrovano all’improvviso sprofondati in un’immensità buia e atterrente, silenziosa e oscura e priva di luce, solo rischiarata, di tanto in tanto, dai fasci di luce che a sprazzi intermittenti piovono dalle stelle tutt’intorno sul velivolo ma inerti come polvere; lo spazio si dilata progressivamente in abissi di buio e solitudine e silenzio incombenti, vasti e infiniti come un mare senza principio e senza fine; l’intero impianto elettrico dell’astronave è irrimediabil­mente compromesso e gli astronauti non hanno più contezza del luogo in cui si trovano né della direzione in cui procedono: è il buio.

Mentre la nave spaziale si allontana dalla rotta e dalla terra, fuori dagli oblò cresce il buio, e con la tenebra anche l’oblio: l’abisso di oscurità che monta fuori dai vetri è come un pozzo profondissimo di disperazione alternato a procelle di astri ronzanti subito seguite da un silenzio tombale, accre­sciuto dalle correnti elettromagneti­che che corrono nello spazio, come una notte perenne e indomita, nera immensa e spaventosa come un lago nero; l’unico rumore che si sente è quello delle ventare rombanti dei motori e della corsa dell’astronave per l’attrazione gravitazionale.

Dopo un lungo periodo di tempo trascorso a zonzo nello spazio interstellare navigando sulle onde dell’oscurità, finite ormai le provviste alimentari, l’equipaggio, reso pallido e diafano dall’inedia protratta, decide di puntare la navicella verso il sole per uccidersi e così sottrarsi alla dolorosa ago­nia, fisica e spirituale, di una morte lenta e graduale.

Giunti in prossimità del sole, gli astronauti rivedono la luce toccare la propria pelle dopo mesi e mesi di buio. La luce che perviene loro si presenta come un polverio candido e inerte che piovendo sull’astronave si diffonde su tutto l’orizzonte visibile come il riverbero di un incendio lontanissimo che rischiara, per la prima volta dopo molto tempo, i corpi e i visi degli astronauti. Tutto sembra imbiancato come di fiori di mandorlo e magnolia.

Il lume come di milioni di lampadine accese del sole si fa sempre più forte ardendo come un biancore sui caschi e le tute degli uomini dell’equipaggio siderale: è la fine: l’universo che si vede fuori dai finestrini è ora come una tela larghissima di fiamme bianche che sempre più si allargano in un improvviso lampeggiare terrificante, in un sussultorio salto indietro-avanti nel tempo.

Tra i componenti dell’equipaggio, c’è chi terrorizzato mette la testa fra le ginocchia e piange rannicchiato contro la parete della nave in posizione fetale; chi disperato tiene la testa tra le mani e si accascia aspettando che il sonno ancestrale lo colga, mentre dagli oblò si vede il sole avvicinarsi sempre più e ingrandirsi e rotondeggiare come una montagna dai contorni incerti e indefiniti, un deserto glaciale bianchissimo o un oceano lattescente e lattiginoso di cui non di vede l’orizzonte; chi cade in un torpore d’ipnosi cosmica come trascinato da un vortice irresistibile che toglie le forze; e chi guarda fuori dall’oblò e con espressione di stupore frammisto a paura osserva il sole avvicinarsi aspettando l’esplosione finale, che giunge e avviene con il lucore abbagliante e abbacinante e l’allucinante deflagrazione di mille incendi e mille esplosioni simultanee.

La luce solare, avvicinandosi, rende ancora più pallidi e diafani i visi dei viaggiatori spaziali che, ormai magrissimi e quasi trasparenti (gli si può vedere il cuore battere nella pelle e le vene pulsare nelle tempie), presentano una certa iridescenza lattea nelle membra che li rende simili a foglie trasparenti. La luminescenza solare penetra nell’abitacolo della nave spaziale aleggiando come pagliuzze d’oro galleggianti in una fosforescenza iridata che si diffonde uguale dappertutto. La luce-calore del sole trafigge i corpi degli astronauti che, lentamente, si disfano trasformandosi in un immateriale effluvio pulviscolare che, come una polvere lattescente, si alza in piccoli vortici che fluiscono in rivoli di albedine che si perdono e svaniscono nella chiaria candida della luce solare mentre dal profondo del silenzio-tenebra sale un rombo come di fiume. Infine, la luce, abbagliante e diffusa, invade e candisce interamente lo schermo.

Didascalia finale: <<Temptation is not destruction, but uneasiness. And, there will perhaps be restlessness, even in death itself.>>.

 

13) THE RESERVOIR OF THE 12 FLYING HYENAS. (MEDIOMETRAGGIO.)

 

13.1) TRAMA.

Seduto a una scrivania, un uomo è intento a scrivere quando sente strani rumori provenienti dal giardino salire attraverso la finestra e giungergli all’orecchio: scatta in piedi e lentamente e silenziosamente si reca fuori. Guardandosi intorno intravvede e scorge una figura che, china e accovacciata su se stessa, rovista tra i cespugli a destra della veranda; subito dopo sente rumore di urina che scorre: <<Hey, stai pisciando nel mio giardino!>> urla, ma non ottiene risposta; così si avvicina e quando è nel punto da cui sente provenire i rumori di minzione si tuffa e si lancia sul cespuglio per acchiappare e punire il maleducato intruso ma il corpo su cui atterra con un ringhio e un ululato si libera dalla presa, e correndo a quattro zampe scappa e si dilegua spiccando il volo. Lo scrittore ritorna dentro spaventato e chiude la porta a chiave.

L’indomani mattina, uno sconcertato, preoccupato e costernato annunciatore televisivo annunzia l’avvista­mento di un gruppo di 12 iene volanti e il successivo abbattimento di 10 di queste (che avevano sorvolato il palazzo del governo centrale e defecato sui membri del potere, ministri e segretari, mancando di pochissimo il presidente), e invita i cittadini a non abban­donare le proprie abitazioni ed evitare gli spostamenti esterni non indispensa­bili, almeno fino al ritrovamento e alla cattura delle altre due iene volanti ancora in libertà.

Nel notiziario del mattino successivo, a 24 ore dal primo avvistamento, lo stesso annunciatore informa che anche le ultime 2 iene volanti sono state abbattute e la cittadinanza è finalmente libera da questa pericolosa e grave minaccia per l’incolumità, la salute e l’igiene di tutti.

La sera precedente, circa 15 ore prima, uno sbirro, attraversando di notte il parco per il solito giro di ricognizione, scopre gli ultimi due esemplari superstiti avvinghiati in un atto sessuale e, avvicinatosi alla chimera, prima spara contro il maschio che fa un ghigno ebete e demente da iena e poi muore sul colpo, e poi rivolge l’arma contro la femmina ma questa prontamente si libra in volo e scappa. Lo sbirro non si arrende: prende la mira e spara, colpendo in cielo l’ultima iena, che cade in terra, ferita ma non ancora morta. Lo sbirro si guarda in giro, estrae il pene e cerca di violentare la iena che ulula e si dimena. L’uomo, rimessosi in piedi, estrae nuovamente la pistola, la punta al cervello dell’animale alato e lo finisce.

È sera all’interno della casa dello scrittore: l’uomo, sdraiato sul divano, dorme della grossa.

 

14) IL SOGNO DELLA VITA. (LUNGOMETRAGGIO.)

A. D. 1635: Basilio re di Polonia, avvertito dagli astrologhi di corte che suo figlio Sigismondo gli avrebbe strappato il trono e lo scettro e sarebbe diventato un tiranno, lo rinchiude fin dalla nascita in una torre carceraria, affidandolo alle cure del precettore Clotaldo.

Sigismondo impreca contro il mondo e il destino che lo hanno inspiegabilmente e ingiustificatamente privato della libertà senza ragione.

Dopo venticinque anni di sensi di colpa Basilio teme d’essersi ingannato nell’interpretare i segni del cielo e così decide di fare una prova: prima di abdicare in favore dei nipoti Astolfo e Stella decide di tentare il destino e riporta Sigismondo addormentato nel palazzo reale affinché svegliandosi re sia libero di comportarsi secondo come gli detta il cuore; ma la prova sembra dar ragione agli astri: Sigismondo sfoga selvaggiamente il risenti­mento per l’ingiustizia subita e assetato di vendetta libera i propri istinti in modo indiscriminato giungendo a gettare dalla finestra un servo che lo aveva contrad­detto: Basilio  vede in ciò la prova della veridicità del pronostico e non il risultato dell’errato mezzo d’educazi­one adottato e decide di riportare il figlio addormentato nella torre.

La prima reazione di Sigismondo al risvegliarsi nel carcere è di scetticismo sulla veridicità dei suoi sensi ma poi, istruito dal disinganno e fatto savio dell’irrime­diabile miseria della vita, conclude pessimisticamente che tutta la vita non è altro che un sogno e che i sogni si terminano solo con il risveglio nel sonno della morte.

 

 

 

Anno 2021

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