"IL MIO E IL TUO"
“IL
MIO E IL TUO:
amorosa visione di
Tino ed Edith.”
di Manuel Omar Triscari.
A Tino Raffa ed Edith Jaomazava,
per il loro amore.
0) OMNIA VICIT AMOR. (PREAMBOLO.)
L’idea che ha
agito alla base dell’opera, costituendone insieme il fonte, il fomite e il
nutrimento, coincide in buona sostanza con l’intenzione e lo scopo del libro,
che è quello d’indagare la segreta comunicazione e l’ascosa interazione che si
cela dietro fatti enti eventi e fenomeni del reale apparentemente diversi tra
loro se non addirittura opposti ma in realtà assimilabili, correlati come sono da
un sotterraneo legame che opera instancabile sotto la parvenza di incomunicabilità
e opposizione, che ne costituisce però solo l’esteriore esistenza
fenomenologica piucchè la reale essenza. E questo sia detto per quanto concerne
il concetto cioè la sostanza del contenuto.
Per quanto invece
inerisce e attiene la forma del contenuto cioè l’idea, basti sapere che al fine
di rimpolpare con la carne le ossa e fare di uno scheletro un corpo, ho
proceduto filtrando la sostanza dell’espressione attraverso il racconto della
storia d’amore di due amasî che, provenienti da diversi culture abitudini usi
e costumi, luoghi e geografie, esperienze e vissuti, si sono trovati nel
territorio comune dell’amore, dove tutto è possibile perchè tutto rende
possibile l’amore.
Dello stile e
della trama (forma e sostanza dell’espressione), fermo e sinceramente convinto
delle loro competenze critiche e testuali, lascio giudicare ai miei lettori, in
ossequio al principio ermeneutico formulato da Ludwig Wittgenstein nei suoi “Pensieri diversi.”: <<Lascia al
lettore ciò di cui anch’egli è capace.>>.
Omnia vicit amor, dicevamo: la storia di Tino ed Edith ci
insegna questo. In un mare come il nostro Mediterraneo che altri vorrebbe
oceano di guerra, Tino ed Edith hanno contribuito a rafforzare il ponte di
comprensione e reciproco rispetto su cui dovrebbero fondarsi i concetti (e le politiche...)
d’interculturalità e integrazione. Il loro amore instancabilmente urla la
propria verità, dicendoci che i muri esistono solo nell’animo privo di amore:
solo nell’animo di chi è povero di amore si ergono i limiti e gli ostacoli,
solo chi è a corto di sogni può credere che differenze e (scabrose) asperità
non si possano superare.
<<E così, su binari, in tondo
gira illudendo la ragione
questo trenino a molla
che si chiama cuore.>>
Fernando Pessoa: “autopsicografia”.[1]
1)
SULLA SOGLIA. (PROLOGO.)
Finito
il lavoro
che
lo inchiodava tutto il maledetto giorno,
stanco
e spossato Tino uscì dal miserabile ufficio
e
prese a camminare
senza
meta indugiando per le strade
e
senza la voglia di rincasare.
Bello
e interessante,
a
vederlo dava l’impressione di essere nel culmine
della
maturità sessuale:
il
mese prima aveva compiuto 45 anni
e
ora appariva giunto alla resa dei sensi più matura
mentre
con aria tranquilla bighellonava per la strada
senza
gioia e senza particolare dolore
senza
ambizioni e senza specifici desideri
lungo
le viuzze sucide che portavano a casa
felice
per il solo fatto di esserci,
bravamente
vivido e vitale,
e
un incanto lo sospingeva colorandogli il volto:
l’incanto
della spensierata libertà
(ma
a che prezzo guadagnata)
dopo
le lunghe ore di squallido lavoro malpagato
che
lo prostravano tenendolo chiuso e chino tutto il giorno
nel
maledetto buco di un fosso
per
pochi soldi al mese.
Girovagava
dunque per la città il nostro Tino
tra
i poveri vicoli e i maestosi palazzi,
quando
passò davanti a un negozietto di spezie,
un
bugigattolo piccolo e angusto pieno di cianfrusaglie,
sulla
soglia scorgendovi un viso d’ebano che lo indusse a fermarsi,
e
fingendo interesse per gli sconosciuti esotici aromi d’ogni sorta
entrava
e s’informava del prezzo
con
voce soffocata e quasi spenta dal desiderio
come
le risposte: assorte,
a
bassa voce,
quasi
sussurrate
con
tacito acconsentimento...
E,
dentro, lei,
lei
dal calido seno che nutre,
lei
dalla docile frutta nella gola,
lei
dalla dolce polpa nelle gambe,
lei
dal bronzeo collo curioso,
lei
il più fragile cristallo del sogno,
lei
il più tenue corallo del desiderio,
lei
prole selvaggia delle selvatiche piogge,
lei
dura bellezza di pietra e tagliente luce di ossidiana,
timido
passo di bambina e fascino sprezzante di ragazzo,
lei
cuore in gola e pugno nello stomaco,
lei
salto nel vuoto e buco nell’acqua,
lei
calma accesa come una finestra illuminata
nel
cuore della notte scura,
lei
viaggio a ritroso nel tempo fino all’origine dell’azione
come
una notte nel deserto,
come
un tamburo forsennato gioia infiammante lei,
pingue
germoglio di bosco e candida rosa dei venti,
venere
di cannella e bruna fanciulla d’uva
coperta
solo di due tenere foglie di palpebra,
lei
corpo ideale dell’amore e sostanza soave del piacere,
erotica
visione di magnetica attrazione...
E
lui che ancora s’informava del prezzo
ma
era solo un pretesto
distratto
da un sottinteso di complicità manifesto
al
solo scopo di toccarsi le dita e accostare il viso al viso
e
le labbra come per caso
in
uno sfiorarsi improvviso
rapido
e furtivo.
Poi
i loro sguardi s’incontrarono per caso (o per sorte)
e
subito si dissero la brama vietata della carne
subito
confessandosi la vieta brama del corpo
e
timidamente-dubitosamante
i
loro occhi si toccarono
e
fu un attimo:
sulla
soglia
pochi
passi d’ansia
poi
il sorriso che lieve accennarono,
il
fondersi degli sguardi confusi,
il
sensuoso tatto delle mani,
l’accostare
sensuale delle membra trepidanti
lungo
la fredda tangente di uno scontro fortuito,
l’intrecciarsi
delle dita smarrite tra i grani e i chiodi,
e
il desiderio proibito della carne lo espressero timidi
esitando
fino al sorriso di un lieve cenno...
E
mentre lui s’informava della qualità
già
i suoi capelli del colore del vino
colmarono
i gangli e inebriarono il cervello,
le
sinapsi cerebrali dal liquido profilo consunte allo spasmo,
mentre
della sua bellezza l’alma già satolla sapeva,
già
sapeva il cuore,
sapeva
il corpo e la carne pure
che
nelle proprie notti senz’alba
una
lieta insonnia di voluttà avrebbe trovato
(più
tardi capirete: era dipinto nel cielo e scritto nella sabbia
che
entrambi vivessero dell’amore
d’una
luna che si oppone al mondo).
Concluso
velocemente l’affare
(qualche
etto di curcuma e sale
che
lei teneramente impacchettò con cura),
timidi
e impacciati si salutarono
e
Tino uscì dal negozio per rientrare nella strada,
ma
un nuovo incanto lo sospingeva
e
gli screziava ora il volto:
l’incanto
di un ultimo amore.
Così
ebbe inizio l’amorosa visione di Tino ed Edith.
2)
AMOROSA VISIONE.
FORSE
IO E TE DOVREMMO FARE L’AMORE.
Hey,
facciamo due passi?
Facciamo
due passi, ti va?
insieme
io e te
sotto
la pioggia che va!
No?
E
perchè?
Perchè no dici?
Dai,
facciamo due passi
insieme
soli io e te!
Che
ne dici: ti sta?
Facciamo
due passi
sotto
la pioggia che va!
No?
E perchè... perchè...?
Perchè
no dici?
E
perchè perchè no?
Te
lo dico io che lo so:
perchè
dovremmo fare l’amore
dovremmo
fare l’amore io e te!
Io
con te
lo
sai?
non
ci capisco niente,
non
ci capisco proprio niente,
però
mi piace un sacco,
mi
piace quando ti vedo,
bella
da morire
e
vestita da uccidere.
Io da te mi sento attratto,
quando
ti guardo mi sento proprio un mentecatto,
quando
ti siedo accanto mi sento un portento,
come
avere un siluro dentro:
devo
fare qualcosa per averti
devo
fare qualcosa per fermarti
devo
farti qualcosa
a
tutti i costi
altrimenti
io qui schiatto
altrimenti
io qui mi schianto
in
un pianto a dirotto,
ma
è che non so che fare:
ci
sono persone che sanno tutto
e
questo è tutto quel che sanno,
io
invece quando mi guardi
non
lo so ma è come se muoio...
E
allora, dimmi,
perchè
non facciamo due passi?
Magari
poi ci sposiamo!
Lo
so che forse sto correndo
ma
a me sembra di sognare,
forse
sto proprio sognando.
A
me non piace il cioccolatto
ma
mi piace molto la tua pelle di cacao,
mi
piace il colore giallo ma non mi piace il canto del gallo,
non
mi piace il canto del gallo
ma
mi piace il ghigno del vulcano a mezzanotte,
mi
piacciono le ore infuocate del meriggio
ma
non mi piace l’alba e nemmeno il tramonto
poichè
tutto cambia e si trasforma
e
a me non piace vedere le cose cambiare
né
sentire il tempo trascorrere e passare,
e
per questo non mi piace l’alba e nemmeno il tramonto,
ma
mi piace il vento,
soprattutto
quando sale piano e poi soffia forte, sempre più forte,
non
mi piace vedere piovere sul bagnato né piangere sul latte versato
ma
mi piace il caffè macchiato e preferisco le eccezioni alle regole,
preferisco
il ridicolo di scrivere canzoni e poesie
al
ridicolo di non scrivere né canzoni né poesie,
preferisco
una bontà avveduta a una bontà ingenua e credulona,
preferisco
i paesi conquistati ai paesi conquistatorî,
preferisco
avere delle (buone) riserve,
preferisco
l’inferno del caos al caos dell’inferno,
preferiscono
le favole e le filastrocche agli editoriali,
ai
fiori morti, strappati alla terra e imbalsamati in vetrina,
preferisco
i fiori attaccati al proprio ramo, ancora vividi e pulsanti,
ai
fiori senza foglie le foglie senza fiori
e
i cani con la coda e le orecchie non mozzate,
preferisco
gli occhi chiari e azzurri poichè io li ho scuri,
preferisco
gli zeri alla rinfusa a quelli ben allineati in cifre vuote,
preferisco
essere meno di uno zero
che
la radice quadrata di un nulla al quoto di un bel niente,
preferisco
non sapere come o dove
né
quando o per quanto ancora,
preferisco
godermi l’attimo e sapere perchè,
preferisco
prendere in considerazione la (rischiosa) possibilità
che
l’Essere abbia una sua ragione ultima e una causa efficiente,
preferisco
chiamare audacemente le cose per nome,
alle
sintesi pudiche preferisco le analisi spinte,
preferisco
più la caccia selvaggia al fatto nudo che al pasto nudo,
preferisco
il palpeggiamento lascivo di temi scabrosi
e
la crapula delle opinioni a tutta questa stupida pornografia,
preferisco
i frutti dell’albero vietato della conoscenza proibita
alle
viete natiche rosee dei rotocalchi,
preferisco
i libri scarabocchiati, sgualciti e consumati,
a
quelli intonsi, negletti e dimenticati,
all’infinito
preferisco il ritmo circolare di una nenia antica,
alle
scalate finanziarie preferisco le scale musicali,
all’armonia
delle sfere celesti la dissonanza
di
una nota capovolta, stonata e dissonante,
e
mi trovo benissimo nelle crepe del pensiero,
negli
interstizî tra causa ed
effetto,
nelle
fessure tra teoria e prassi.
E
a te che cosa piace?
Non
lo so, perché non so ancora niente di te
ma
so che vorrei fare l’amore
perchè,
sai, forse io e te dovremmo fare l’amore:
sarebbe
bellissimo fare l’amore con te
sarebbe
bellissimo fare l’amore io e te!
Fare
l’amore in un mattino di sole
mentre
i gatti passeggiano sul tetto,
fare
l’amore mentre fuori piove
e
un aeroplano scivola via senza fretta,
fare
l’amore sopra un vicolo stretto
mentre
randagi rovistano nella spazzatura,
fare
l’amore in una stanza d’albergo,
fare
l’amore nel viola di un tramonto feroce
o
farlo s’un tappeto verde di note,
fare
l’amore piano,
fare
l’amore come se suonassimo il piano,
fare
l’amore a scale
che
prima si scende e poi si sale,
fare
l’amore senza farsi male
col
profumo della tua pelle che mi assale,
fare
l’amore accanto a un pacco di Marlboro
o
davanti a una vecchia fotografia di Torino
mentre
i passanti ci scrutano confusi e stupiti
i
loro sguardi attoniti e smarriti,
fare
l’amore mentre gli altri lavorano
e
poi fumare una sigaretta
seduti
alle crepìdini del silenzio
ascoltando
la notte
la
notte che scende
battuta
tra l’incudine e il martello,
e
poi ancora
rivederti
al mattino
e
sentire l’odore della tua bocca
che
sa di frutta matura e dolcissima,
e
scoprire le mie dita ancora impregnate
del
tuo aroma di vaniglia,
e
con piacere ritrovare la tua allegria
impigliata
alle mie ciglia.
Ma
davvero io e te dovremmo fare l’amore?
Ci
penso e ci ripenso
e
più ci ripenso e più mi accorgo
che
forse l’amore noi due
l’amore
noi lo abbiamo già fatto:
chi
lo dice che debba toglierti i vestiti?
Per
fare l’amore non serve spogliarsi,
per
fare l’amore basta parlarsi,
parlarsi
per ore,
parlarsi
fino all’alba,
fino
a stancarsi alla luce che scialba,
guardarsi
negli occhi e provare a decifrarsi,
imparare
tutto a memoria
prima
che sorga l’aurora,
anche
i segreti più faceti,
anche
i sogni meno concreti,
imparare
gli occhi a menadito
e
a braccio leggere i silenzi,
vedere
tra le mani i sogni scoppiare
e
dalla nuca i ricordi riaffiorare.
Su,
vieni... vieni...
vestita
o nuda che tu sia,
coperta
solo di due sottili foglie di palpebre
o
liquefatta nel globo di un soffione:
voglio
vederti danzare
sul
grembo affamato di un pasto nudo
volteggiando
leggera e leggiadra
tra
gli spigoli aguzzi e gli angoli acuti del cuore.
E
quando i corpi finalmente s’incontreranno
sarà
in un sogno:
il
mio bacio e il tuo bacio
come
un’unica bocca,
il
mio volto e il tuo volto,
come
due gocce d’acqua identiche seppur diverse,
identici
eppur diversi
come
due gocce di pioggia,
il
mio e il tuo corpo
isterici
di passione
come
un eco che sale dal dentro del profondo
e
ripete all’infinito l’assioma
del
nostro avaro desiderio
che
nulla vuole e nulla chiede
solo
di non finire
solo
di non finire
mai
mai mai...
E
quando le mani si troveranno
sarà
all’improvviso
e
intrecciandosi in un sorriso
formeranno
un serto di luce aggrondata,
le
bocche parleranno
e
confidandosi nel cuore della notte più buia che c’è
diranno
il fiore del nostro segreto
e
con rabbia grideranno il nome del desiderio,
mentre
le mie labbra febbrili di passione esulteranno
lungo
le linee aguzze del tuo acciaio,
le
dita incastrate nei tuoi ingranaggi
prese
tra gli spigoli irregolari della tua anima
e
gli angoli aguzzi del tuo cuore,
il
silenzio impigliato alle svolte del respiro.
ASPETTO
NELLA PIOGGIA CHE VA.
Perso
nella pioggia che va aspetto
la
tua lingua come uno stiletto
e
lotto con gli spasmi del buio
nascosto
tra la lucente cortina delle stelle
e
il nero drappo delle tenebre.
Aspetto
nella pioggia che va
affilati
coltelli come la tua lingua
e
vedo clown e buffoni fare le smorfie,
uomini
tristi con facce da bancarotta,
l’odore
della loro (putrida) essenza
è
solo un fetido vapore nauseante
mentre
tutti i tamburi dell’inferno suonano
ma
non possono risvegliare
un
ritmo in me:
io
sono finito
morte
in me
mi
guarda fissa
nel
centro del cervello
come
un qualsiasi rifiuto umano.
Io
sono solo un rifiuto umano:
vorrei
essere speciale (per te),
vorrei
sapere come sorprenderti
con
un improvviso salto all’incontrario
o
col gesto inatteso di un bacio rubato,
ma
io sono solo un reietto, un rifiuto umano,
lo
sterco del mondo e lo scarto della vita,
matto
come uno scarafaggio
mentre
aumentano i suicidi e il perchè non lo sapremo mai
e
io aspetto nella pioggia che va
coltelli
taglienti come la tua lingua
o
la tua lingua come una lama spietata
e
mi accorgo di essere proprio finito
come
un guado che taglia un fiume
sono
proprio finito
ora
e sempre
finito,
questa
maledetta attesa mi uccide
che
al fondo urla e chiede vittoria,
le
mie mani aperte e impassibili
prima
che tutto sia finito
prima
della morte in me:
puzza
stantia di morte in me
e
nella mia scarpa destra.
Ci
sono tanti giorni così,
la
vita proprio non va
come
un pugile finito siede all’angolo e sembra che rifletta,
o
come una macchina guasta accosta ferma e aspetta,
e
a me non rimane altro da fare che sedere con lei e aspettare
come
un treno fermo all’altolà.
Ma
io non mi fermo,
continuo
ad andare
e
mi domando dove va
la
vita quando si ferma.
Tu
che sai dove finisce
la
vita quando se ne va,
dimmi
tu dove va
la
musica quando svanisce.
PIOGGIA
CHE VA.
Piove
e
la pioggia che va non torna,
brilla
il freddo solitario
e
l’aria è una coppa di brina incisa nel vetro della brezza
mentre
il tramonto si riempie di vane sequele
come
le vele le vele le vele...
Quando
è la sera e fuori piove
dentro
casa io mi preparo a riceverti:
cambio
le lenzuola e rifaccio il letto,
la
brace che arde nel caminetto,
e
come la mia porta spalancata che ti attende
anche
io sulla soglia mi metto e ti aspetto:
sulla
soglia io sempre ti aspetto
ti
aspetto senza pretese
pensando
al tuo sguardo
al
tuo sguardo che non ha paese.
È
già sera fuori
e
piove e fa freddo
e
tu ancora non arrivi
ma,
quando finalmente arriverai
e
il piede nella mia casa poserai,
il
ticchettìo dei tuoi passi sarà un colpo al cuore
e
la tua voce sarà un’autentica rivelazione
e
tu, tu sarai per me una liberazione
come
una catartica espiazione,
e
le paure diverranno uccelli
e
nubi dorate gli incubi,
alberi
le mura
e
prato il cemento del suolo.
Benvenuta,
ragazza mia,
forse
avrai fame:
sul
tavolo acqua e pane
e
miele e noci;
forse
sarai stanca:
vorrei
lavarti i piedi
ma
non ho acqua di rosa;
forse
avrai sete:
mi
trasformerei in fiume
pur
di dissetarti;
o
forse avrai solo sonno e voglia di dormire:
un
arco di lino per cullarti
con
le mie braccia farò.
QUANDO
FUORI PIOVE.
Piove
e
la pioggia che va non torna,
mormora
l’acqua infreddolita tra i rami
e
marcisce la sera tra i madidi sentieri,
brilla
il freddo solitario dell’azzurro-cielo
e
l’aria è una coppa di brina incisa nel vetro,
mentre
il tramonto si riempie di vane loquele.
Piove
e
la pioggia va che non torna
mentre
un buio sale dai reconditi
come
un cieco fiume che gonfia
nell’ora
che lenta s’annera.
Piove
e
la pioggia che va non torna:
le
nere membrane della notte
nascondono
brune gocce di brina
come
occhi di massacrante nullità
appesi
alla ragnatela dei pensieri.
Piove
e
la pioggia che va non torna
mentre
gocce cadono sul tuo corpo
e
perle sembrano sulla tua pelle.
Piove
e
la pioggia che scorre se ne va
come
la vita che sanguina e scivola via,
la
sera che scende
con
il suo manto di freddo-gelo,
e
io che dentro mi preparo a riceverti
e
cambio le lenzuola e rifaccio il letto
e
poi sulla soglia mi metto e ti aspetto:
sulla
soglia io sempre ti aspetto
ti
aspetto senza pretese
pensando
al tuo sguardo
al
tuo sguardo che non ha paese.
Entra
dunque,
spalancato
è l’uscio
da
tempo la mia porta ti attende,
e
non importa perchè hai tardato così tanto
poichè
ora sei qui e solo questo conta.
LA
CASA DELL’AMORE.
Nella
casa dell’amore
oltre
la sala grande
adibita
agli ordinarî amori
sono
oscure camere segrete
che
si ha vergogna solo a nominare:
su
quei letti osceni io ti aspetterò
distesa
e supina
il
corpo trepidante di voluttà
il
sesso scandaloso a reclamare il proprio piacere
per
celebrare l’indebito amore
del
nostro avaro cuore amaro.
TEMPIO
DI AMORE.
Nel
grande tempio di Amore,
superato
il pronao e oltre la sala grande
ove
si consumano gli ordinarî
amori,
è
l’opistodomo
che
custodisce oscure camere segrete
che
si ha vergogna solo a nominare:
su
quei letti osceni io ti aspetterò
disteso
e supino
per
celebrare l’indebito amore
del
nostro avaro cuore amaro,
il
corpo trepidante di desiderio
e
consunto di morbosa voluttà,
il
cuore infuso di ardore si tinge di passione,
il
sesso scandaloso a reclamare il proprio piacere...
E
questo, se si vuole, posso aggiungere:
là
dove alto sulle nostre teste corre il fiume
scorrendo
vicino ai tuoi pomi lunati,
lì
con te fra le erbe giacerò
ma
non sarà un amore d’erba il nostro amore:
sarà
un sogno
sarà
un fato
un
destino,
qualcosa
che cresce
come
un bambino,
come
una lucente clorofilla
che
nel mattino il sole distilla.
LA
PRIMA NOTTE.
Ricordi?
La
casa era povera, volgare e squallida,
nascosta
tra un vicolo infimo e una strada contorta
ritorta
e ricurva come una mezza-luna distesa
coricata
sul selciato,
e
dalla finestra si vedevano giovani uomini e vecchi ragazzi
fare
su e giù nel fagocitante amplesso del sucido mercato.
Lì
in quella casa così misera e grama
(lo
ricordo come se fosse ieri)
sopra
un letto d’ebano giacevi,
sodiva,
armoniosa e incosciente,
perfettamente
sana e serenamente felice nelle tue placide membra
che
ancora oggi vibrano alla mia idea del Bello,
e
per le finestre spalancate il tuo bel corpo adagiato sul letto
fiero
e forte nella pienezza delle carni
turgido
nel bel vigore della gagliarda eccitazione
prendeva
la luce dalla candida luna
sepolcro
ai nostri segreti amplessi
alle
nostre baccanali follie testo.
E
lì io ebbi il corpo voluttuoso dell’amore
e
le labbra rosse d’ebbrezza
rosse
di una tale ebbrezza che anche ora che scrivo
ancora
sente il cuore la sua vertigine
e
leggera vola l’alma ancorchè ebbra.
E
ora?
Da
quel momento a questo
potrebbero
essere anni
ma
nella mia testa è solo il tempo di un riff
come
lontana nella notte una musica che dileguando
per
un istante fa ritorno con l’eco dei tuoi gemiti e dice:
abbiamo
fatto l’amore e nulla è cambiato,
come
ieri abbiamo niente e ci sembra tutto.
SCUSAMI.
Scusami
se ancora non sorrido
ma
mi hanno piantato dentro così tanti coltelli
che
quando mi regalano un fiore
all’inizio
non capisco neanche che cos’è.
Scusami
se non ti stringo
forte
come vorresti
ma
la vita mi ha bruciato
e
ora non ho più pelle
tranne
che per le carezze.
Scusami
se a volte sembro come assente
ma
è che mi hanno spento
così
tante sigarette addosso
che
ormai non sento più
e
non ho più tatto né udito
né
mani od orecchie.
Scusami
se sono sempre così serio
ma
è che sei così bella che metti di malumore:
il
tuo volto è una pura forma d’acciaio,
quando
sorridi mi fai male.
E scusami se a volte sembro perfino triste
ma
è che l’amore è una schiavitù,
e
un dolore la bellezza.
L’ORIGINE.
Non
mi trattenni infine:
mi
abbandonai e mi lasciai andare
senza
freni, senza bride, senza briglie,
ai
godimenti per metà reali e per metà ipotetici
erranti
erratici nel cervello come un frullo impazzito,
mi
diedi alla notte luminosa e bevvi vini forti
di
quelli che bevono gli audaci del piacere,
ardimentosi
capaci di bruciare senza pena e senza dolore
nella
vampa della lussuria che assale e consuma.
Mi
lasciai andare e mi abbandonai completamente,
un’amorosa
visione e un’erotica vertigine mi ebbero
che
furono all’origine della sfrenata passione,
e
così l’atto della voluttà proibita venne compiuto:
troppo
virtuosa la società (e ridicola all’eccesso) per capire
ma
molto più vale il godere di bellezza che di reputazione
quando
avverte ebbrezza l’anima.
Eppure
quanto il pregiudizio ridicolo e ottuso pesa
della
società fin troppo virtuosa:
lasciato
il letto senza parlare frettolosi ci rivestimmo
e
via dalla casa alla cheticella uscimmo
uno
dopo l’altro di nascosto ce la filammo
guardandoci
un po’ inquieti attorno
come
sospettando che qualcosa addosso ci tradisse
e
rivelasse in che sorta di giaciglio eravamo distesi
appena
adesso.
Però
quanto ne ha guadagnato la vita del poeta!
Da
qui scaturiscono i versi forti che domani furono scritti,
qui
ebbe origine la miracolosa passione che ne avvinse.
Cerca
di fermarle, oh poeta,
le
tue erotiche visioni
nel
dolce fraseggio di questo ritornello
seminascoste
nel monotono solfeggio del meriggio
o
illuminate esplodile
nel
fulgore della notte abbacinante
poichè
poche di cose come queste si possono fermare.
E
tu ritorna, oh sensazione,
ritorna
e prendimi, oh amata sensazione,
ritorna
e prendimi
ora
che desta il ricordo il corpo
e
l’antico desiderio rifluisce e scorre nel sangue,
ora
che le labbra e la pelle rammentano
e
sentono le mani come se ancora toccassero.
E
tu tali e quali serbami, oh memoria,
il
vago tumulto dei suoi occhi all’addiaccio
e
il dolce morso del suo cuore al galoppo.
Oh
sì... sento che torna... ora sta tornando...
ora
che le labbra ricordano
e
la pelle effonde di nuovo il suo aroma sensuale
e
il corpo di nuovo esulta rotolando a goccioloni
la
sua acqua sessuale...
Oh
gioia e mirra della vita il ricordo di quelle ore
in
cui trovai l’orgasmo come lo cercavo,
mirra
e delizia della vita il ricordo di quelle ore
in
cui ebbi il godimento come lo volevo
(e
come lo trattenni forte a me),
delizia
ed essenza della vita
per
me che disdegno i consueti piaceri
il
nostro rifuggire da ogni ordinario amore.
AFONIA
DI MUTISMI.
Oggi
non ho proprio nulla
nulla
da buttare giù:
non
una parola
non
un verso
non
una nota
e
nemmeno un bicchiere:
in
gola mille aghi di mutismo.
Non
ho coraggio, oggi,
nella
bruciante strettoia
che
come zolfo brucia
e
corrode e intorpidisce
ma
ugualmente tenterò
la
traccia di un amore
fuori
nel buio pesto
dei
preteriti boschi
del
passato
anche
se so che non ti piace
vedere
piovere sul bagnato
così
come a me non piace andare a Patrasso
né
vedere che si portino civette ad Atene
o
legna al bosco e rovi al rogo
ma
ora piove
e
per questo assai bizzarro
il
tagliarti mi pare,
il
cesoiarti
queste
schegge di legno d’ardere al sole:
quanto
migliore sarebbe un tacere-tonfo sordo.
Ma
fuori spari di fucile
e
scoppi di mine in cortile
e
detonare di lampi di tuono e soffi di luce
in
una eterna danza di sangue
in
vortici di freddo-vento
fin
dentro le nubi più furiose
o
nel più raro vuoto
delle
campagne e delle strade
nell’iperuranio
dei mondi e nel silenzio degli iperspazi,
davanti
a me una sola strada
per
quanto labile e proteiforme
come
nel mezzo di un banco di nebbie
e
non so se sono andato dritto
o
se ho deviato per errore (?).
Nel
tuo chiuderti a riccio
dentro
un astuto capriccio,
nel
tuo renderti sempre presente benchè assente,
sempre
il contrario di tutto e l’opposto di niente,
e
rami e radici
salici
e mangrovie
tra
loro aggrovigliati
avviluppati
nella selva
sempre
accessibile-inaccessibile
sempre
facile, sempre difficile
sempre
uguale eppur diversa.
Mai
più ci troveremo a parlare
sotto
la pensilina di una stazione
in
mezzo alla città
deserta
per noi
guardando
con stupore
il
sereno del giorno
mentre
le ore e i giorni se ne vanno
e
pure i treni passano e vanno
lasciando
sul volto enigmi e radici
illeggibili
e lontane
segnali
indecifrabili
come
enigmi insondabili:
la
vita ci ha sospinti
e
noi non ce ne siamo accorti
presi
in trappole diverse.
Eppure
ti aspetto ancora
a
oriente dell’equatore come alla periferia di nessun centro,
all’alba
di ogni tramonto e all’occaso di ogni primavera,
nel
quassù-quaggiù di questo non-luogo
alba pratalia e
champs élisées
bianche
distese di cielo
sempre
più guasti
sentendo
un nulla
che
tutto mi attraversa
e
tutto in me si travasa
e
anche ora che non ti amo
in
realtà io sempre ti amo.
Ricorda:
non
è un amore il nostro amore
ma
un destino,
come
una casa,
come
un albero,
come
un bambino.
VERME.
Ciao,
oggi ho casa libera:
perchè
non vieni da me?
Mi
piacerebbe che venissi
che
mi venissi a cercare
che
mi venissi a trovare
e
ti fermassi un po’
qui
con me;
mi
piacerebbe fare un giro in centro,
vedere
la gente che va e viene come le onde del mare,
fermarmi
a osservare i ragazzi che avvinghiati si abbracciano
nell’abbagliante
splendore del loro primo amore
e
in piedi dietro le nere membrane della notte si amano
e
contro le porte del tempo si scambiano un bacio lento
(per
forza deve essere lento: l’amore non ha tempo
cioè
ha tutto il tempo),
percorrere
senza fretta il viale del tramonto,
o
al tramonto correre come saette sulle sabbie del tempo
(per
forza sarebbe di corsa: sempre il tempo ci sfugge).
Ma
poi ti accorgeresti che non vado bene,
non
vado bene per te,
non
vado bene per me,
non
vado bene per niente:
umano,
troppo umano,
sono
troppo maleducato,
troppo
disadattato,
troppo
inadatto,
e
le loro voci mi tormentano,
mi
penetrano in testa,
con
il rumore di cento chiodi,
con
il fragore di cento passi,
il
loro disprezzo mi brucia
il
sangue nelle vene
e
mi brucia il cuore
come
il fuoco di cento cannoni,
la
vita mi ha bruciato
e
ora non ho più pelle
tranne
che per le carezze.
Limitato,
troppo limitato,
limitato
e primitivo,
primitivo
e bleso,
io
sono inadatto, troppo inadatto:
troppo
brusco per i poeti, troppo lirico per gli scrittori,
troppo
pop per i jazzisti, troppo rock per i cantautori,
troppo
vecchio per i bar, troppo giovane per
le carte,
troppo
duro per l’amore, troppo stanco per la notte.
Invecchiato
come
un bullo da film
guido
per le strade di città,
sigaretta
che morde le labbra
come
un tempo faceva l’amore,
inadatto,
troppo inadatto,
troppo
volgare per i salotti
troppo
stanco per la strada
troppo
leale per il commercio
troppo
vigliacco per pensarci,
mi
sento inadeguato.
Umano,
troppo umano,
sono
impreparato
all’onere
di vivere
e
reggo a fatica
il
ritmo dell’azione,
il
mio modo di fare
è
troppo provinciale
e
i miei istinti
quelli
di un dilettante
come
i miei talenti:
mentre
inciampo a ogni passo nella mia ignoranza
sento
come crudeli le attenuanti,
e
credo che nessuna ragione giustifichi una menzogna
e
che la cattiveria sia sempre una realtà disdicevole.
Inadatto,
troppo inadatto,
qualunque
cosa io faccia
si
muta sempre
in
ciò che non ho fatto,
e
come luna so brillare
solo
di luce altrui:
io
sono l’esito insoluto
di
un fulmine a ciel sereno
che
schianta in mare
e
va bene così.
Ma
se solo lo vorrai
come
archeologo guarderò in gola al tuo terrore,
e
dei tuoi silenzi esplorerò i labirinti e i labili meandri,
e
leggerò nei tuoi occhi quali furono i panorami
che
più ti colpirono ed emozionarono,
quali
nelle tue paure i traumi,
e
quali nelle ansie i tuoi desideri.
Mostrami
il tuo non-so-che
e
carpirò ogni dettaglio
di
quello che ti aspettavi dalla vita e dalla sorte,
svelami
i tuoi frammenti e i tuoi drammi più intimi,
e
ti dirò chi eri e come sei arrivata fin qui.
Può
bastare anche meno,
un
caduco capello sparso in terra,
le
tracce di sangue
e
i minuscoli frammenti di sogni
restano
per sempre indelebili,
mentre
la menzogna riluce
dubbi e intenzioni si palesano.
Mostrami
il tuo nulla
che
ti sei lasciata dentro
e
ne farò un bosco e un’autostrada
una
selva e un aeroporto,
una
bassezza e un’altezza,
una
bellezza e un terrore.
Donami
il tuo nulla
che
ti sei lasciata dentro
e
domani ne farò bellezza
bellezza
e terrore,
dimmi
quello non hai avuto
il
coraggio di tentare:
ne
farò gioia e dolore.
Mostrami
le tue rughe e le tue ferite
e
ti dirò: lascia che tutto ti accada
quanto
non hai voluto.
OR
TUTTO INTORNO UNA RUINA INVOLVE.[2]
Io
curo molto il mio lavoro e lo amo un sacco,
anzi
io lo adoro: compongo!
E
vivo la vita a scale
che
prima si scende e poi si sale.
Ma
oggi mi avvilisce la lentezza del comporre,
il
giorno mi è di peso,
una
presenza sempre più scura,
e
in più piove e tira vento.
Ultimamente
ogni giorno è sempre più monotono
e
il giorno noioso da un altro giorno tedioso e uguale è seguito
sempre
le stesse cose che accadono
e
il passato si ripresenta e chiede di nuovo il conto
identici
momenti come due gocce d’acqua incombono
e
subito dileguano: sono le solite cose preterite e fastidiose
i
mesi passano e portano solo altri mesi
niente
cambia
tutto
è scontato e banale
intuibile
e prevedibile
e
il domani finisce che non somiglia neanche più un domani.
Così,
sempre più spesso, ultimamente mi domando
fino
a quando la mia mente fluttuerà in questa melassa,
perchè
solo nere rovine di anni perduti e gettati al vento
scialacquati,
dissipati, sperequati,
dovunque
rivolga il mio occhio,
se
in altre terre e per altro mare
un’altra
città non ci sia bella come questa
pronta
ad accogliermi,
e
sempre una voce mi risponde:
non
troverai altri luoghi, altri mari non esistono per te
che
disperato sempre sarai perseguitato dalla medesima città,
nelle
medesime strade vagherai,
negli
stessi bar invecchierai,
e
tra le medesime mura candirai,
e
sempre in questa città ritornerai,
e
per il resto non sperare: non è nave per te, non è via:
la
vita che perdesti
in
questo sperduto angolo
in
questa sperduta plaga dimenticata dal dio
in
tutta la terra tu la sciupasti.
E
mi accorgo che ogni mio sforzo è una condanna già scritta:
ascoso
in un porto sepolto il mio cuore
in
perpetuo ascolto giace
nella
pausa di una perenne attesa
mentre
tutto intorno una ruina involve.
Così,
più
che il parlare mi appaga
in
giorni come questi
e
mi è dolce il ricordare:
allora
mi fermo a immaginarti
e
resto a lungo così.
Oh
memoria,
ridammi
il giorno che dormimmo la nostra prima notte d’amore,
ridammi
i suoi occhi neri neri,
ciò
che puoi di lei ridammi,
ciò
che puoi di quel mio lontano amore stasera dammelo,
ciò
che puoi di quel corpo del piacere stasera restituiscimelo,
dell’antica
voluttà un ancor vivido virgulto...
Ecco,
in occhi vividi passano le mie visioni d’un tempo:
è
il meriggio e tu dormi sdraiata s’un fianco,
e
sembra che il divino sonno abbia catturato in un sogno...
le
tue carni armoniose e sode,
le
labbra piene e sensuali che tremano di passione
e
vibrano alla mia idea di Bellezza,
i
tuoi occhi come un vago tumulto,
i
baci ansimanti che mordono le labbra
mentre
con maliziosi drappi leggieri le pudiche finestre
celano
il tuo letto alla vista degli uomini
ma
nulla possono all’affilato bruciore della luce
e
alla sua chiarìa tagliente cedono che accarezza
le
tue membra ideali
modellate
per donare il godimento al corpo
che
adagiate e distese si agitano nel mare del tuo letto
come
flutti mossi dal vento
o
alghe pungolate dalle correnti,
i
desideri chiari e brillanti negli occhi per te
come
ondeggiano in delicati filamenti di luce iridata
tremanti
nella voce da un qualche ostacolo casualmente impediti
come
luccicano negli occhi fissi su te e nella voce
come
fervono trepidi per te...
E
così di bel nuovo nell’arte mi riposo dal lavorìo dell’arte.
LA
SCONOSCIUTA.
Pietà
grida il mio cuore,
amore
cerca l’alma e calore il mio sangue:
senza
riguardo senza vergogna senza pudore né pietà
mi
ersero alti e profondi muri intorno
finchè
credetti che non avrei potuto fare altro che impazzire,
finchè
credetti di essere già completamente pazzo,
e
disperato sedevo da solo al buio, in un angolo nudo e freddo,
mentre
il cuore e il cervello mi rodeva questa mia sorte
e
la condanna: molte cose, fuori, avevo ancora da fare.
Come
non me ne avvidi
mentre
lavoravano per tagliarmi fuori dal mondo.
Eppure
non sentii rumore né vocìo né alcun fruscìo
mentre
mi costruivano muri forti e robusti intorno:
insensibilmente
(da parte mia)
impassibilmente
(da parte loro)
indolenti
mi chiusero fuori
dal
mondo
mi
esclusero.
In
quelle buie grigie stanze
passavo
giorni soffocanti e notti insonni
brancolando
alla ricerca di finestre
ma
finestre non trovavo
e
se anche ci fossero state
non
avrei avuto il coraggio per aprirle:
murato
fuori dal mondo
se
anche una sola ne avessi tentato
sarebbe
stata un’ulteriore dolorosa rivelazione:
chissà
quante cose nuove mi avrebbero rivelate
che
non avrei capite,
chissà
quali nuovi tormenti avrebbe portato la luce.
Meglio
così dunque:
in
guerra con il terrore
preda
di paura e sospetto
panico
e angoscia
con
la mente confusa mi dissolvevo
in
febbrili progetti per fuggire un minaccioso pericolo,
e
mi smarrivo dovunque andassi
comunque
errando e sbagliando
poichè
non questo mi spettava:
bugiardi
i dispacci
(mal
recepiti o mal percepiti non saprei dire
se
mal recapitati o mal capitati)
altra
catastrofe non immaginabile
improvvisa
e violenta
incombeva
su di me
e
disarmato mi coglieva e prostrava.
Ma
poi un bel giorno sei arrivata tu
che
sei venuta a me con il tuo fascino incerto
affinchè
libero potessi rifarti nel cervello
immaginandoti
come volessi e sognandoti comunque tu fossi:
il
tuo viso possedeva la grazia mirabile del sogno
ed
era un guanto di pece il tuo corpo,
manto
di lattice la tua pelle e mantice di latte il tuo alito,
mentre
serpi imboscate nella gola
ti
agitavano senza tregua
lingue
di fuoco nella bocca
mostrando
allo sguardo molecole di nessuna fretta
invischiate
in costellazioni di nessun ritegno.
Imprevista
e improvvisa sei arrivata un bel giorno
ed
è stata una rivelazione e una rivoluzione:
con
te ho capito che se non la puoi la vita come la vuoi
devi
cercare almeno, per quanto sta in te,
di
non sciuparla nel troppo commercio con la gente,
con
troppe parole in un via-vai frenetico d’insensati contatti
e
assurdi dialoghi.
Non
sciuparla, questa vita,
portandola
in giro in perenne balìa del quotidiano
gioco
balordo degli incontri degli inviti e delle ipocrisie
fini
a farne una stucchevole sconosciuta.
Fatto
così savio di tante esperienze,
se
anche mi fecero del male e altro ancora vorranno farmene,
con
le parole con il piglio e con i modi saprò farmi corazza
affinchè
nessuno altro scopra il mio tallone d’Achille
fasciato
come sarò dalle menzogne
ché
ormai altra difesa non ho.
Sei
arrivata in un bel giorno d’Estate,
era
Giugno o forse Luglio,
e
sei venuta a me con il tuo passo sicuro e il tuo fascino incerto,
affinchè
libero potessi rifarti nel cervello
immaginandoti
come volessi e sognandoti
comunque
fossi,
il
tuo viso possedeva la grazia mirabile del sogno...
NERA.
Nera,
eppure
per me sei l’alba, sei l’aurora,
e
i tuoi occhi sono due soli.
Bella,
sei
la mia cura,
la
mia creatura più pura,
la
mia strettoia più dura.
Soave,
la
tua luce mi mette già paura
come
il sole che la luna oscura:
sei
bella tra le belle
come
una luna ridente tra le stelle.
Meravigliosa,
quando
ti desti
e
un nuovo tuo giorno penetra in me
allora
la vita si ridesta e corre
diffondendo
ovunque la sua luce cristallina,
e
l’anima trema come luna in mare,
la
pelle vibrando sapore squisito di zenzero e vaniglia.
Leggiadra,
i
tuoi bruni fianchi cullano i miei sogni
e
il tuo grembo salato sazia i miei giorni,
il
tuo ventre alato alti fa volare i miei desideri,
e
come una scure
la
tua bellezza recide le mie imposture.
ÉRATO
ED APOLLO.
Sei
Érato per me e sei Apollo,
amore
e aroma,
mantiglia
e cadeniglia
sui
miei occhi stanchi.
Diciamoci
la verità:
tu
sai creare bellezza,
e
splendidi i tuoi bagliori,
splendidi
i foschi bagliori che manda la tua pelle cupa,
e
magnifici pure i nugoli che esplodi dal petto
nell’alba
aurata.
Maestra
del caos e del contrasto
fra
silenzio e fracasso
fra
rosso e bianco
nel
mezzo del vorto risucchi ogni impeto di vento
e
infondi ogni stile di afflato nel mio petto
e
ogni disposizione a tacere
nel
mio cuore.
Acuti
ghiacci avvizziti di febbri e alghe balenano sul tuo volto,
assetata
di polvere e di fiamma s’impenna la tua sera
alle
svolte del respiro e nelle crepe nell’abisso:
i
tuoi solitari elementi sono la mia sparsa gloria
e
sono ebbre del tuo liquore le mie notti d’amore.
Negli
abissi tuoi cercarti m’è caro
in
ogni tua forma giaccio sepolto
del
tuo sangue ogni mio fonte esulta
che
al mio amore più non si adagia.
Le
tue bocche sono solo sangue
e
nevi macchiate di sangue i tuoi cuori,
le
tue mani sono solamente immagini inferme
nella
sera inerme che lenta s’annera,
nell’ora
che dispera
e
miti vittime miete in seno.
E
anche io inerme sto
in
sere-serti e sirti inerti
il
tuono echeggiando in valli ascose:
mentre
fisso nella memoria questo azzurro guasto di sgomenti
divengo
uno spazio ermo e deserto, desolato e solitario
frequentato
solo dal tuo sole-deserto.
Vieni
a chiedermi dove
vieni
a gridarmi la tua solitudine
gridami
la tua solitudine,
gridami
solitudine,
e
in cambio ti offrirò ghirlande di vento
intrecciate
con arcobaleni di sale.
QUANTA
NOTTE.
Quanta
notte è passata sulle nostre teste
quanta
vita vedendoti-vedendomi
e
quante le tue cose che conobbi
e
tante quelle che non scopersi
tradite
dal sogno.
E
quanto abbiamo insieme varcato la soglia
(ammesso
che fosse vera soglia)
trovandoci
sull’altra sponda
(ammesso
che vi approdammo, all’altra sponda,
e
ammesso che vi fosse davvero, un’altra sponda),
e
quanti abbiamo attraversato ponti
(sempre
che fossero veri ponti),
e
quanti giorni (giorni belli e giorni brutti) abbiamo trascorso
(belli
perchè vi furono e brutti solo perchè non vi furono),
e
quanta della nostra comune sorte non conobbimo
(ammesso
che fosse comune e che fosse una sorte),
e
quante notti dormimmo insieme
cadendo
nel più profondo fra i sogni.
Quanto
tu sai dirlo, sai quantificarlo, quanto
(ammesso
che la domanda abbia senso e valore la quantità)?
Io
non di certo, e per questo taccio,
per
questo non ho più voluto la notte dopo di te,
per
questo non sono più uscita ad aspettare i prati ospiti del vento
né
più sono riuscita ad aspettare i convogli ventosi
ancora
in viaggio al termine della notte
né
i lumi dove per te solo sola io muoio,
ma
ho chiuso le porte per allontanarti
e
mi sono scordata di tutti i sorrisi riflessi
alle
mie spalle dalla tua grazia
poichè
sempre la notte mi riconduce intorno
ai
varchi e alle rovine franose del tuo povero cuore.
Avevamo
tutto (se la parola non è riduttiva)
davanti
a noi (se non dietro)
e
lo abbiamo sprecato (per non dire sporcato):
siamo
saltati dal vagone in stallo del tempo in corsa
mesti
svanendo in lontananza
(se
ci si può fidare della prospettiva),
attenti
e intenti solo a quello a cui ci costringeva l’assenza
(se
solo a quello davvero).
Ma
non ce l’ho con te,
non
ho rancore,
non
pretendo alcun cambiamento
e
d’altronde non ho fretta.
Una
cosa soltanto non accetto:
il
privilegio del ricordo,
il
ritornare della mia mente a te,
il
tuo sempre tornarmi in mente
e
sospingermi a una meta sempre assente.
Ti
sono sopravvissuta quanto basta
per
pensarti da lontano
e
questo non lo accetto
anzi
ci rinuncio.
ALBA.
Si
sfalda il mare a scaglie a scaglie e le acque,
mentre
antichi abitatori camminano in solitudine
nella
solitudine di ancestrali sonni abbagliati,
alla
struttura del vento aprico
appassiscono
i miei rischi,
alle
ustioni della luce
si
rifugia il freddo vento dell’inverno,
e
cinto il grembo dagl’insoliti fiumi
il
vento bruca la scarseggiante primavera,
pluvie
briganti sciamano e incombono
su
remoti disarmonici colli,
la
sera è un midollo tenebroso,
tutto
è invaso dal passato,
tumultuate
da vortici sassosi di tramonto
docili
labbri mostrano fanciulle
perdute
in martoriati mattini.
Là
tra prove di vuoto e giochi di pericolo-fuoco
al
silenzio si appoggiano le clausole della memoria infelice
insensibili
sfaceli affidando al vento
che
senza parsimonia colma i volti e i sorrisi.
È
l’alba: la notte si è ridotta
acuminata
in ogni sua lancia
e
lenta ora inclina i vertici dello spazio,
la
luce divide le parti perdute del mondo dalle parti recuperate,
gli
artifici del fosforo sorprendono l’ombra dentuta del vento
consegnando
alle dubitose vie delle lumache
l’argento
curvo-cavo della luna e il diamante poroso del cielo,
i
pallidi petali madidi che con cammini di costellazione
lambiscono
quanto è rovescio
quanto
umilia e atterrisce,
già
il sole penetra le cieche gallerie delle finestre,
ma
indugia ancora la parvenza
nelle
crepe dei muri e nel disegno del pavimento.
Lì
in albe criminali camminai
ascendendo
su tesori erbacei
marciti-guastati
dalla pioggia
e
nevi raggiunsi sub anditi e volte
in
questo luogo di legno olido e oscuro
dove
le nevi luminose-continue tremano e i sensi fediti languono
e
le pietre levigano ai fianchi cedimenti e discoscendimenti
che
sono solamente la tua ombra e il sole mi ricorda.
Non
temetti le salite le alture e le discese
né
il lungo cammino e la fame,
camminai
nel solco lasciato dal sole-deserto
e
le tue membra volgenti a tramonti di solitudine sognai
e
risognai e il tuo volto
con
lo sguardo vieto di sgomento e martirio,
la
febbre mi vuotò
e
un sonno sublime mi distrusse il volto,
un
mare tentò il mio corpo con cupe foglie,
un’ala
fece il nido nel mio fronte,
un
nido piumoso che io piansi con tutto quanto il mio pianto,
che
come un fonte ancora pullula e rampolla
nel
dolore che non molla.
IL
MIO E IL TUO.
Nell’aurea bulla promulgata dall’imperatore
bizantino
Alessio
Comneno (1048-1118)
per
rendere omaggio alla saggia madre
Anna
Dalassena (1025-1105)
nei
costumi e nell’opre perfetta
vi
sono elogî ed encomi a iosa
ma
una frase spicca su tutte:
<<Il
mio e il tuo: fredde parole da noi mai dette.>>.
È
così che voglio ricordarti
imprimerti
per sempre nella mia testa:
con
queste due gelide parole
da
noi mai pensate,
come
quelle altre due parole, le più trite e ritrite,
da
noi mai dette, mai pronunciate, mai
ma
per sempre sepolte in fondo al cuore
nel
più profondo del cuore
dove
un battito perenne
costantemente
le ravviva.
Il
mio e il tuo,
come
un eco che sale da dentro
e
disperato urla la propria sentenza:
senza
mio e tuo che vita dolcissima.
3)
IL CASO. (EPILOGO.)
Il
12 del Luglio del 2020:
una
delle tante date che non mi dicono più nulla
benchè
sia di una certa rilevanza per me
essendo
la ricorrenza del mio genetliaco.
Dove
sono mai andato quel giorno?
Che
cosa ho fatto?
Dove
mi ero rintanato?
Dove
mi ero cacciato?
Non
lo so,
e
se lì vicino vi fosse stato un omicidio o un qualche delitto
io
non avrei alcun alibi.
Eppure
il sole sfolgorò e si spense anche per me
sebbene
non vi feci caso,
e
la terrà ruotò e non ne presi nota,
ma
non ero un fantasma dopotutto:
respiravo,
mangiavo, si sentiva il rumore dei miei passi
e
certo le mie dita imprimevano la propria impronta
sulle
maniglie e sui vetri e sui portoni,
e
lo specchio rifletteva la mia immagine,
e
indossavo un qualche abito di un qualche colore,
e
certamente più d’uno mi vide,
forse
trovai una cosa perduta e persi una che avrei poi ritrovato,
ed
ero colmo certamente di emozioni e sogni e incubi e paure,
eppure
adesso tutto questo è come (...).
Alla
stessa maniera anche Tino ed Edith, anche loro due,
sono
entrambi convinti che un sentimento improvviso li unì:
è
bella una tale certezza, ma è ancora più bella l’incertezza.
Non
conoscendosi credono che nulla sia mai successo tra loro,
ma
s’ingannano: lo dicono le strade le scale i corridoi gli anditi
gli
angiporti i trivi e i quadrivi dove da tempo s’incrociavano.
Eppure,
se anche chiedessimo loro di ricordare una volta
di
un faccia-a-faccia in qualche porta girevole
o
di uno “scusa” nella ressa del mercato non ricorderebbero,
e
li stupirebbe molto sapere che già da parecchio tempo
il
caso giocava con loro:
non
ancora del tutto pronto a mutarsi per loro in destino
li
avvicinava intanto e li allontanava allo stesso tempo,
tagliava
loro la strada al semaforo e con un salto si scansava
soffocando
in petto una risata canzonatoria.
Eppure
vi furono segnali e segni anche se indecifrabili,
e
forse tre anni addietro o solo mercoledì scorso
una
foglia volò sulle loro teste
ed
entrambi si estasiarono al raggio di sole che la trafisse,
e
probabilmente vi furono maniglie e campanelli
su
cui anzitempo un tocco si posava s’un tocco,
e
una impronta digitale cancellava l’altra,
una
notte forse anche lo stesso sogno
poi
confuso al risveglio;
sicuramente
il sole sfolgorò per loro nello stesso momento
come
per me senza che però loro vi facessero caso
e
la terra ruotò per entrambi loro nello stesso attimo
senza
che ne prendessero nota,
e
inoltre respiravano mangiavano e olivano,
e
il suolo riverberava il rumore dei loro passi,
e
le impronte delle dita restavano sulle maniglie,
e
lo specchio rifletteva la loro immagine,
e
indossavano qualcosa d’un qualche colore,
e
certamente più d’uno li vide
e
posò il proprio sguardo su loro,
entrambi
persero qualcosa che poi avrebbero ritrovato
e
ritrovarono qualcosa andata perduta,
erano
colmi di emozioni ed impressioni che traboccavano,
ma
tutto questo è ora una serie insignificante
di
punti fra parentesi:
fra
le dita del caso lo spazio si srotola e arrotola
nel
cielo infinito di un piano cartesiano rotola
si
allarga e si restringe,
il
caso gira fra le mani un caleidoscopio
in
cui luccicano miliardi di vetrini colorati,
il
caso è avvolto in un mantello che ammanta e
scompare
le cose che vi si perdono e smarriscono,
il
buco nero del caso ne guarda a fondo negli occhi
e
noi chini fissiamo quell’oscurità
e
veniamo come inghiottiti
e
allora la testa comincia a farsi pesante
le
palpebre si socchiudono
ci
viene voglia di ridere e piangere
una
gioia ci pervade, raggiante e illusoria
è
davvero incredibile
ma
deve esserci un senso:
forse
che tutto questo avvenga in un laboratorio sperimentale,
sotto
una lampada perpetua?
Forse
che noi siamo liquori travasati da un vaso all’altro,
scossi
in alambicchi, osservati non soltanto da occhi
e
infine presi a uno a uno con le pinzette?
O
forse è altrimenti e non c’è alcun intervento esterno
e
i cambiamenti avvengono da sé
in
conformità al piano,
allo
schema,
alla
logica relazionale-riproduttiva del sistema?
Ma
ecco una ragazzina che si ferma in mezzo al marciapiede,
si
volta a destra e si rassetta il cappellino
specchiandosi
a una vetrina:
ogni
inizio è solo un seguito,
il
libro degli eventi è sempre aperto
a
metà.
<<Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.>>
Fernando Pessoa: “autopsicografia”.[3]
RINGRAZIAMENTI.
Ad
Arianna Falciola, per la bellissima immagine di copertina, e Carlo Orsettigh,
per aver ispirato, con la propria musica, alcune delle liriche di questa
raccolta.
Anno 2021
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
Don’t try.
[1] Tratto
da Fernando Antonio Nogueira Pessoa: “Una
sola moltitudine” a cura di Antonio Tabucchi e Maria Josè de Lancastre (Adelphi, Milano, 1979).
[2] Giacomo Leopardi: “La ginestra”: v. 32-33.
[3] Tratta
da Fernando Antonio Nogueira Pessoa: “Una
sola moltitudine” a cura di Antonio Tabucchi e Maria Josè de Lancastre
(Adelphi, Milano, 1979).

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