"IL MIO E IL TUO"

 

“IL MIO E IL TUO:

amorosa visione di Tino ed Edith.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 


 




A Tino Raffa ed Edith Jaomazava,

per il loro amore.

 

 

 

 

 

0) OMNIA VICIT AMOR. (PREAMBOLO.)

L’idea che ha agito alla base dell’opera, costituendone insieme il fonte, il fomite e il nutrimento, coincide in buona sostanza con l’intenzione e lo scopo del libro, che è quello d’indagare la segreta comunicazione e l’ascosa interazione che si cela dietro fatti enti eventi e fenomeni del reale apparentemente diversi tra loro se non addirittura opposti ma in realtà assimilabili, correlati come sono da un sotterraneo legame che opera instancabile sotto la parvenza di incomu­nica­bi­lità e opposizione, che ne costituisce però solo l’esteriore esistenza fenomenologica piucchè la reale essenza. E questo sia detto per quanto concerne il concetto cioè la sostanza del contenuto.

Per quanto invece inerisce e attiene la forma del contenuto cioè l’idea, basti sapere che al fine di rimpolpare con la carne le ossa e fare di uno scheletro un corpo, ho proceduto filtrando la sostanza dell’espressione attraverso il racconto della storia d’amore di due amasî che, provenienti da diversi culture abitudini usi e costumi, luoghi e geografie, esperienze e vissuti, si sono trovati nel territorio comune dell’amore, dove tutto è possibile perchè tutto rende possibile l’amore.

Dello stile e della trama (forma e sostanza dell’espressione), fermo e sinceramente convinto delle loro competenze critiche e testuali, lascio giudicare ai miei lettori, in ossequio al principio ermeneutico formulato da Ludwig Wittgenstein nei suoi “Pensieri diversi.”: <<Lascia al lettore ciò di cui anch’egli è capace.>>.

Omnia vicit amor, dicevamo: la storia di Tino ed Edith ci insegna questo. In un mare come il nostro Mediterraneo che altri vorrebbe oceano di guerra, Tino ed Edith hanno contribuito a rafforzare il ponte di comprensione e reciproco rispetto su cui dovrebbero fondarsi i concetti (e le politiche...) d’interculturalità e integrazione. Il loro amore instancabilmente urla la propria verità, dicendoci che i muri esistono solo nell’animo privo di amore: solo nell’animo di chi è povero di amore si ergono i limiti e gli ostacoli, solo chi è a corto di sogni può credere che differenze e (scabrose) asperità non si possano superare.

 

 

 

 

 

<<E così, su binari, in tondo

gira illudendo la ragione

questo trenino a molla

che si chiama cuore.>>

 

Fernando Pessoa: “autopsicografia”.[1]

 

 

 

 

 

1) SULLA SOGLIA. (PROLOGO.)

 

Finito il lavoro

che lo inchiodava tutto il maledetto giorno,

stanco e spossato Tino uscì dal miserabile ufficio

e prese a camminare

senza meta indugiando per le strade

e senza la voglia di rincasare.

 

Bello e interessante,

a vederlo dava l’impressione di essere nel culmine

della maturità sessuale:

il mese prima aveva compiuto 45 anni

e ora appariva giunto alla resa dei sensi più matura

mentre con aria tranquilla bighellonava per la strada

senza gioia e senza particolare dolore

senza ambizioni e senza specifici desideri

lungo le viuzze sucide che portavano a casa

felice per il solo fatto di esserci,

bravamente vivido e vitale,

e un incanto lo sospingeva colorandogli il volto:

l’incanto della spensierata libertà

(ma a che prezzo guadagnata)

dopo le lunghe ore di squallido lavoro malpagato

che lo prostravano tenendolo chiuso e chino tutto il giorno

nel maledetto buco di un fosso

per pochi soldi al mese.

 

Girovagava dunque per la città il nostro Tino

tra i poveri vicoli e i maestosi palazzi,

quando passò davanti a un negozietto di spezie,

un bugigattolo piccolo e angusto pieno di cianfrusaglie,

sulla soglia scorgendovi un viso d’ebano che lo indusse a fermarsi,

e fingendo interesse per gli sconosciuti esotici aromi d’ogni sorta

entrava e s’informava del prezzo

con voce soffocata e quasi spenta dal desiderio

come le risposte: assorte,

a bassa voce,

quasi sussurrate

con tacito acconsentimento...

 

E, dentro, lei,

lei dal calido seno che nutre,

lei dalla docile frutta nella gola,

lei dalla dolce polpa nelle gambe,

lei dal bronzeo collo curioso,

lei il più fragile cristallo del sogno,

lei il più tenue corallo del desiderio,

lei prole selvaggia delle selvatiche piogge,

lei dura bellezza di pietra e tagliente luce di ossidiana,

timido passo di bambina e fascino sprezzante di ragazzo,

lei cuore in gola e pugno nello stomaco,

lei salto nel vuoto e buco nell’acqua,

lei calma accesa come una finestra illuminata

nel cuore della notte scura,

lei viaggio a ritroso nel tempo fino all’origine dell’azione

come una notte nel deserto,

come un tamburo forsennato gioia infiammante lei,

pingue germoglio di bosco e candida rosa dei venti,

venere di cannella e bruna fanciulla d’uva

coperta solo di due tenere foglie di palpebra,

lei corpo ideale dell’amore e sostanza soave del piacere,

erotica visione di magnetica attrazione...

 

E lui che ancora s’informava del prezzo

ma era solo un pretesto

distratto da un sottinteso di complicità manifesto

al solo scopo di toccarsi le dita e accostare il viso al viso

e le labbra come per caso

in uno sfiorarsi improvviso

rapido e furtivo.

 

Poi i loro sguardi s’incontrarono per caso (o per sorte)

e subito si dissero la brama vietata della carne

subito confessandosi la vieta brama del corpo

e timidamente-dubitosamante

i loro occhi si toccarono

e fu un attimo:

sulla soglia

pochi passi d’ansia

poi il sorriso che lieve accennarono,

il fondersi degli sguardi confusi,

il sensuoso tatto delle mani,

l’accostare sensuale delle membra trepidanti

lungo la fredda tangente di uno scontro fortuito,

l’intrecciarsi delle dita smarrite tra i grani e i chiodi,

e il desiderio proibito della carne lo espressero timidi

esitando fino al sorriso di un lieve cenno...

 

E mentre lui s’informava della qualità

già i suoi capelli del colore del vino

colmarono i gangli e inebriarono il cervello,

le sinapsi cerebrali dal liquido profilo consunte allo spasmo,

mentre della sua bellezza l’alma già satolla sapeva,

già sapeva il cuore,

sapeva il corpo e la carne pure

che nelle proprie notti senz’alba

una lieta insonnia di voluttà avrebbe trovato

(più tardi capirete: era dipinto nel cielo e scritto nella sabbia

che entrambi vivessero dell’amore

d’una luna che si oppone al mondo).

 

Concluso velocemente l’affare

(qualche etto di curcuma e sale

che lei teneramente impacchettò con cura),

timidi e impacciati si salutarono

e Tino uscì dal negozio per rientrare nella strada,

ma un nuovo incanto lo sospingeva

e gli screziava ora il volto:

l’incanto di un ultimo amore.

 

Così ebbe inizio l’amorosa visione di Tino ed Edith.

 

 

 

 

 

2) AMOROSA VISIONE.

 

 

 

FORSE IO E TE DOVREMMO FARE L’AMORE.

 

Hey, facciamo due passi?

Facciamo due passi, ti va?

insieme io e te

sotto la pioggia che va!

No?

E perchè?

Perchè no dici?

Dai, facciamo due passi

insieme soli io e te!

Che ne dici: ti sta?

Facciamo due passi

sotto la pioggia che va!

No? E perchè... perchè...?

Perchè no dici?

E perchè perchè no?

Te lo dico io che lo so:

perchè dovremmo fare l’amore

dovremmo fare l’amore io e te!

 

Io con te

lo sai?

non ci capisco niente,

non ci capisco proprio niente,

però mi piace un sacco,

mi piace quando ti vedo,

bella da morire

e vestita da uccidere.

 

Io da te mi sento attratto,          

quando ti guardo mi sento proprio un mentecatto,

quando ti siedo accanto mi sento un portento,

come avere un siluro dentro:

devo fare qualcosa per averti

devo fare qualcosa per fermarti

devo farti qualcosa

a tutti i costi

altrimenti io qui schiatto

altrimenti io qui mi schianto

in un pianto a dirotto,

ma è che non so che fare:

ci sono persone che sanno tutto

e questo è tutto quel che sanno,

io invece quando mi guardi

non lo so ma è come se muoio...

 

E allora, dimmi,

perchè non facciamo due passi?

Magari poi ci sposiamo!

Lo so che forse sto correndo

ma a me sembra di sognare,

forse sto proprio sognando.

 

A me non piace il cioccolatto

ma mi piace molto la tua pelle di cacao,

mi piace il colore giallo ma non mi piace il canto del gallo,

non mi piace il canto del gallo

ma mi piace il ghigno del vulcano a mezzanotte,

mi piacciono le ore infuocate del meriggio

ma non mi piace l’alba e nemmeno il tramonto

poichè tutto cambia e si trasforma

e a me non piace vedere le cose cambiare

né sentire il tempo trascorrere e passare,

e per questo non mi piace l’alba e nemmeno il tramonto,

ma mi piace il vento,

soprattutto quando sale piano e poi soffia forte, sempre più forte,

non mi piace vedere piovere sul bagnato né piangere sul latte versato

ma mi piace il caffè macchiato e preferisco le eccezioni alle regole,

preferisco il ridicolo di scrivere canzoni e poesie

al ridicolo di non scrivere né canzoni né poesie,

preferisco una bontà avveduta a una bontà ingenua e credulona,

preferisco i paesi conquistati ai paesi conquistatorî,

preferisco avere delle (buone) riserve,

preferisco l’inferno del caos al caos dell’inferno,

preferiscono le favole e le filastrocche agli editoriali,

ai fiori morti, strappati alla terra e imbalsamati in vetrina,

preferisco i fiori attaccati al proprio ramo, ancora vividi e pulsanti,

ai fiori senza foglie le foglie senza fiori

e i cani con la coda e le orecchie non mozzate,

preferisco gli occhi chiari e azzurri poichè io li ho scuri,

preferisco gli zeri alla rinfusa a quelli ben allineati in cifre vuote,

preferisco essere meno di uno zero

che la radice quadrata di un nulla al quoto di un bel niente,

preferisco non sapere come o dove

né quando o per quanto ancora,

preferisco godermi l’attimo e sapere perchè,

preferisco prendere in considerazione la (rischiosa) possibilità

che l’Essere abbia una sua ragione ultima e una causa efficiente,

preferisco chiamare audacemente le cose per nome,

alle sintesi pudiche preferisco le analisi spinte,

preferisco più la caccia selvaggia al fatto nudo che al pasto nudo,

preferisco il palpeggiamento lascivo di temi scabrosi

e la crapula delle opinioni a tutta questa stupida pornografia,

preferisco i frutti dell’albero vietato della conoscenza proibita

alle viete natiche rosee dei rotocalchi,

preferisco i libri scarabocchiati, sgualciti e consumati,

a quelli intonsi, negletti e dimenticati,

all’infinito preferisco il ritmo circolare di una nenia antica,

alle scalate finanziarie preferisco le scale musicali,

all’armonia delle sfere celesti la dissonanza

di una nota capovolta, stonata e dissonante,

e mi trovo benissimo nelle crepe del pensiero,

negli interstizî tra causa ed effetto,

nelle fessure tra teoria e prassi.

 

E a te che cosa piace?

Non lo so, perché non so ancora niente di te

ma so che vorrei fare l’amore

perchè, sai, forse io e te dovremmo fare l’amore:

sarebbe bellissimo fare l’amore con te

sarebbe bellissimo fare l’amore io e te!

Fare l’amore in un mattino di sole

mentre i gatti passeggiano sul tetto,

fare l’amore mentre fuori piove

e un aeroplano scivola via senza fretta,

fare l’amore sopra un vicolo stretto

mentre randagi rovistano nella spazzatura,

fare l’amore in una stanza d’albergo,

fare l’amore nel viola di un tramonto feroce

o farlo s’un tappeto verde di note,

fare l’amore piano,

fare l’amore come se suonassimo il piano,

fare l’amore a scale

che prima si scende e poi si sale,

fare l’amore senza farsi male

col profumo della tua pelle che mi assale,

fare l’amore accanto a un pacco di Marlboro

o davanti a una vecchia fotografia di Torino

mentre i passanti ci scrutano confusi e stupiti

i loro sguardi attoniti e smarriti,

fare l’amore mentre gli altri lavorano

e poi fumare una sigaretta

seduti alle crepìdini del silenzio

ascoltando la notte

la notte che scende

battuta tra l’incudine e il martello,

e poi ancora

rivederti al mattino

e sentire l’odore della tua bocca

che sa di frutta matura e dolcissima,

e scoprire le mie dita ancora impregnate

del tuo aroma di vaniglia,

e con piacere ritrovare la tua allegria

impigliata alle mie ciglia.

 

Ma davvero io e te dovremmo fare l’amore?

Ci penso e ci ripenso

e più ci ripenso e più mi accorgo

che forse l’amore noi due

l’amore noi lo abbiamo già fatto:

chi lo dice che debba toglierti i vestiti?

Per fare l’amore non serve spogliarsi,

per fare l’amore basta parlarsi,

parlarsi per ore,

parlarsi fino all’alba,

fino a stancarsi alla luce che scialba,

guardarsi negli occhi e provare a decifrarsi,

imparare tutto a memoria

prima che sorga l’aurora,

anche i segreti più faceti,

anche i sogni meno concreti,

imparare gli occhi a menadito

e a braccio leggere i silenzi,

vedere tra le mani i sogni scoppiare

e dalla nuca i ricordi riaffiorare.

 

Su, vieni... vieni...

vestita o nuda che tu sia,

coperta solo di due sottili foglie di palpebre

o liquefatta nel globo di un soffione:

voglio vederti danzare

sul grembo affamato di un pasto nudo

volteggiando leggera e leggiadra

tra gli spigoli aguzzi e gli angoli acuti del cuore.

 

E quando i corpi finalmente s’incontreranno

sarà in un sogno:

il mio bacio e il tuo bacio

come un’unica bocca,

il mio volto e il tuo volto,

come due gocce d’acqua identiche seppur diverse,

identici eppur diversi

come due gocce di pioggia,

il mio e il tuo corpo

isterici di passione

come un eco che sale dal dentro del profondo

e ripete all’infinito l’assioma

del nostro avaro desiderio

che nulla vuole e nulla chiede

solo di non finire

solo di non finire

mai mai mai...

 

E quando le mani si troveranno

sarà all’improvviso

e intrecciandosi in un sorriso

formeranno un serto di luce aggrondata,

le bocche parleranno

e confidandosi nel cuore della notte più buia che c’è

diranno il fiore del nostro segreto

e con rabbia grideranno il nome del desiderio,

mentre le mie labbra febbrili di passione esulteranno

lungo le linee aguzze del tuo acciaio,

le dita incastrate nei tuoi ingranaggi

prese tra gli spigoli irregolari della tua anima

e gli angoli aguzzi del tuo cuore,

il silenzio impigliato alle svolte del respiro.

 

 

 

ASPETTO NELLA PIOGGIA CHE VA.

 

Perso nella pioggia che va aspetto

la tua lingua come uno stiletto

e lotto con gli spasmi del buio

nascosto tra la lucente cortina delle stelle

e il nero drappo delle tenebre.

 

Aspetto nella pioggia che va

affilati coltelli come la tua lingua

e vedo clown e buffoni fare le smorfie,

uomini tristi con facce da bancarotta,

l’odore della loro (putrida) essenza

è solo un fetido vapore nauseante

mentre tutti i tamburi dell’inferno suonano

ma non possono risvegliare

un ritmo in me:

io sono finito

morte in me

mi guarda fissa

nel centro del cervello

come un qualsiasi rifiuto umano.

 

Io sono solo un rifiuto umano:

vorrei essere speciale (per te),

vorrei sapere come sorprenderti

con un improvviso salto all’incontrario

o col gesto inatteso di un bacio rubato,

ma io sono solo un reietto, un rifiuto umano,

lo sterco del mondo e lo scarto della vita,

matto come uno scarafaggio

mentre aumentano i suicidi e il perchè non lo sapremo mai

e io aspetto nella pioggia che va

coltelli taglienti come la tua lingua

o la tua lingua come una lama spietata

e mi accorgo di essere proprio finito

come un guado che taglia un fiume

sono proprio finito

ora e sempre

finito,

questa maledetta attesa mi uccide

che al fondo urla e chiede vittoria,

le mie mani aperte e impassibili

prima che tutto sia finito

prima della morte in me:

puzza stantia di morte in me

e nella mia scarpa destra.

 

Ci sono tanti giorni così,

la vita proprio non va

come un pugile finito siede all’angolo e sembra che rifletta,

o come una macchina guasta accosta ferma e aspetta,

e a me non rimane altro da fare che sedere con lei e aspettare

come un treno fermo all’altolà.

 

Ma io non mi fermo,

continuo ad andare

e mi domando dove va

la vita quando si ferma.

 

Tu che sai dove finisce

la vita quando se ne va,

dimmi tu dove va

la musica quando svanisce.

 

 

 

PIOGGIA CHE VA.

 

Piove

e la pioggia che va non torna,

brilla il freddo solitario

e l’aria è una coppa di brina incisa nel vetro della brezza

mentre il tramonto si riempie di vane sequele

come le vele le vele le vele...

 

Quando è la sera e fuori piove

dentro casa io mi preparo a riceverti:

cambio le lenzuola e rifaccio il letto,

la brace che arde nel caminetto,

e come la mia porta spalancata che ti attende

anche io sulla soglia mi metto e ti aspetto:

sulla soglia io sempre ti aspetto

ti aspetto senza pretese

pensando al tuo sguardo

al tuo sguardo che non ha paese.

 

È già sera fuori

e piove e fa freddo

e tu ancora non arrivi

ma, quando finalmente arriverai

e il piede nella mia casa poserai,

il ticchettìo dei tuoi passi sarà un colpo al cuore

e la tua voce sarà un’autentica rivelazione

e tu, tu sarai per me una liberazione

come una catartica espiazione,

e le paure diverranno uccelli

e nubi dorate gli incubi,

alberi le mura

e prato il cemento del suolo.

 

Benvenuta, ragazza mia,

forse avrai fame:

sul tavolo acqua e pane

e miele e noci;

forse sarai stanca:

vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa;

forse avrai sete:

mi trasformerei in fiume

pur di dissetarti;

o forse avrai solo sonno e voglia di dormire:

un arco di lino per cullarti

con le mie braccia farò.

 

 

 

QUANDO FUORI PIOVE.

 

Piove

e la pioggia che va non torna,

mormora l’acqua infreddolita tra i rami

e marcisce la sera tra i madidi sentieri,

brilla il freddo solitario dell’azzurro-cielo

e l’aria è una coppa di brina incisa nel vetro,

mentre il tramonto si riempie di vane loquele.

 

Piove

e la pioggia va che non torna

mentre un buio sale dai reconditi

come un cieco fiume che gonfia

nell’ora che lenta s’annera.

 

Piove

e la pioggia che va non torna:

le nere membrane della notte

nascondono brune gocce di brina

come occhi di massacrante nullità

appesi alla ragnatela dei pensieri.

 

Piove

e la pioggia che va non torna

mentre gocce cadono sul tuo corpo

e perle sembrano sulla tua pelle.

 

Piove

e la pioggia che scorre se ne va

come la vita che sanguina e scivola via,

la sera che scende

con il suo manto di freddo-gelo,

e io che dentro mi preparo a riceverti

e cambio le lenzuola e rifaccio il letto

e poi sulla soglia mi metto e ti aspetto:

sulla soglia io sempre ti aspetto

ti aspetto senza pretese

pensando al tuo sguardo

al tuo sguardo che non ha paese.

 

Entra dunque,

spalancato è l’uscio

da tempo la mia porta ti attende,

e non importa perchè hai tardato così tanto

poichè ora sei qui e solo questo conta.

 

 

 

LA CASA DELL’AMORE.

 

Nella casa dell’amore

oltre la sala grande

adibita agli ordinarî amori

sono oscure camere segrete

che si ha vergogna solo a nominare:

su quei letti osceni io ti aspetterò

distesa e supina

il corpo trepidante di voluttà

il sesso scandaloso a reclamare il proprio piacere

per celebrare l’indebito amore

del nostro avaro cuore amaro.

 

 

 

TEMPIO DI AMORE.

 

Nel grande tempio di Amore,

superato il pronao e oltre la sala grande

ove si consumano gli ordinarî amori,

è l’opistodomo

che custodisce oscure camere segrete

che si ha vergogna solo a nominare:

su quei letti osceni io ti aspetterò

disteso e supino

per celebrare l’indebito amore

del nostro avaro cuore amaro,

il corpo trepidante di desiderio

e consunto di morbosa voluttà,

il cuore infuso di ardore si tinge di passione,

il sesso scandaloso a reclamare il proprio piacere...

 

E questo, se si vuole, posso aggiungere:

là dove alto sulle nostre teste corre il fiume

scorrendo vicino ai tuoi pomi lunati,

lì con te fra le erbe giacerò

ma non sarà un amore d’erba il nostro amore:

sarà un sogno

sarà un fato

un destino,

qualcosa che cresce

come un bambino,

come una lucente clorofilla

che nel mattino il sole distilla.

 

 

 

LA PRIMA NOTTE.

 

Ricordi?

La casa era povera, volgare e squallida,

nascosta tra un vicolo infimo e una strada contorta

ritorta e ricurva come una mezza-luna distesa

coricata sul selciato,

e dalla finestra si vedevano giovani uomini e vecchi ragazzi

fare su e giù nel fagocitante amplesso del sucido mercato.

 

Lì in quella casa così misera e grama

(lo ricordo come se fosse ieri)

sopra un letto d’ebano giacevi,

sodiva, armoniosa e incosciente,

perfettamente sana e serenamente felice nelle tue placide membra

che ancora oggi vibrano alla mia idea del Bello,

e per le finestre spalancate il tuo bel corpo adagiato sul letto

fiero e forte nella pienezza delle carni

turgido nel bel vigore della gagliarda eccitazione

prendeva la luce dalla candida luna

sepolcro ai nostri segreti amplessi

alle nostre baccanali follie testo.

 

E lì io ebbi il corpo voluttuoso dell’amore

e le labbra rosse d’ebbrezza

rosse di una tale ebbrezza che anche ora che scrivo

ancora sente il cuore la sua vertigine

e leggera vola l’alma ancorchè ebbra.

 

E ora?

Da quel momento a questo

potrebbero essere anni

ma nella mia testa è solo il tempo di un riff

come lontana nella notte una musica che dileguando

per un istante fa ritorno con l’eco dei tuoi gemiti e dice:

abbiamo fatto l’amore e nulla è cambiato,

come ieri abbiamo niente e ci sembra tutto.

 

 

 

SCUSAMI.

 

Scusami se ancora non sorrido

ma mi hanno piantato dentro così tanti coltelli

che quando mi regalano un fiore

all’inizio non capisco neanche che cos’è.

 

Scusami se non ti stringo

forte come vorresti

ma la vita mi ha bruciato

e ora non ho più pelle

tranne che per le carezze.

 

Scusami se a volte sembro come assente

ma è che mi hanno spento

così tante sigarette addosso

che ormai non sento più

e non ho più tatto né udito

né mani od orecchie.

 

Scusami se sono sempre così serio

ma è che sei così bella che metti di malumore:

il tuo volto è una pura forma d’acciaio,

quando sorridi mi fai male.

 

E scusami se a volte sembro perfino triste                    

ma è che l’amore è una schiavitù,

e un dolore la bellezza.

 

 

 

L’ORIGINE.

 

Non mi trattenni infine:

mi abbandonai e mi lasciai andare

senza freni, senza bride, senza briglie,

ai godimenti per metà reali e per metà ipotetici

erranti erratici nel cervello come un frullo impazzito,

mi diedi alla notte luminosa e bevvi vini forti

di quelli che bevono gli audaci del piacere,

ardimentosi capaci di bruciare senza pena e senza dolore

nella vampa della lussuria che assale e consuma.

 

Mi lasciai andare e mi abbandonai completamente,

un’amorosa visione e un’erotica vertigine mi ebbero

che furono all’origine della sfrenata passione,

e così l’atto della voluttà proibita venne compiuto:

troppo virtuosa la società (e ridicola all’eccesso) per capire

ma molto più vale il godere di bellezza che di reputazione

quando avverte ebbrezza l’anima.

 

Eppure quanto il pregiudizio ridicolo e ottuso pesa

della società fin troppo virtuosa:

lasciato il letto senza parlare frettolosi ci rivestimmo

e via dalla casa alla cheticella uscimmo

uno dopo l’altro di nascosto ce la filammo

guardandoci un po’ inquieti attorno

come sospettando che qualcosa addosso ci tradisse

e rivelasse in che sorta di giaciglio eravamo distesi

appena adesso.

 

Però quanto ne ha guadagnato la vita del poeta!

Da qui scaturiscono i versi forti che domani furono scritti,

qui ebbe origine la miracolosa passione che ne avvinse.

 

Cerca di fermarle, oh poeta,

le tue erotiche visioni

nel dolce fraseggio di questo ritornello

seminascoste nel monotono solfeggio del meriggio

o illuminate esplodile

nel fulgore della notte abbacinante

poichè poche di cose come queste si possono fermare.

 

E tu ritorna, oh sensazione,

ritorna e prendimi, oh amata sensazione,

ritorna e prendimi

ora che desta il ricordo il corpo

e l’antico desiderio rifluisce e scorre nel sangue,

ora che le labbra e la pelle rammentano

e sentono le mani come se ancora toccassero.

 

E tu tali e quali serbami, oh memoria,

il vago tumulto dei suoi occhi all’addiaccio

e il dolce morso del suo cuore al galoppo.

 

Oh sì... sento che torna... ora sta tornando...

ora che le labbra ricordano

e la pelle effonde di nuovo il suo aroma sensuale

e il corpo di nuovo esulta rotolando a goccioloni

la sua acqua sessuale...

 

Oh gioia e mirra della vita il ricordo di quelle ore

in cui trovai l’orgasmo come lo cercavo,

mirra e delizia della vita il ricordo di quelle ore

in cui ebbi il godimento come lo volevo

(e come lo trattenni forte a me),

delizia ed essenza della vita

per me che disdegno i consueti piaceri

il nostro rifuggire da ogni ordinario amore.

 

 

 

AFONIA DI MUTISMI.

 

Oggi non ho proprio nulla

nulla da buttare giù:

non una parola

non un verso

non una nota

e nemmeno un bicchiere:

in gola mille aghi di mutismo.

 

Non ho coraggio, oggi,

nella bruciante strettoia

che come zolfo brucia

e corrode e intorpidisce

ma ugualmente tenterò

la traccia di un amore

fuori nel buio pesto

dei preteriti boschi

del passato

anche se so che non ti piace

vedere piovere sul bagnato

così come a me non piace andare a Patrasso

né vedere che si portino civette ad Atene

o legna al bosco e rovi al rogo

ma ora piove

e per questo assai bizzarro

il tagliarti mi pare,

il cesoiarti

queste schegge di legno d’ardere al sole:

quanto migliore sarebbe un tacere-tonfo sordo.

 

Ma fuori spari di fucile

e scoppi di mine in cortile

e detonare di lampi di tuono e soffi di luce

in una eterna danza di sangue

in vortici di freddo-vento

fin dentro le nubi più furiose

o nel più raro vuoto

delle campagne e delle strade

nell’iperuranio dei mondi e nel silenzio degli iperspazi,

davanti a me una sola strada

per quanto labile e proteiforme

come nel mezzo di un banco di nebbie

e non so se sono andato dritto

o se ho deviato per errore (?).

 

Nel tuo chiuderti a riccio

dentro un astuto capriccio,

nel tuo renderti sempre presente benchè assente,

sempre il contrario di tutto e l’opposto di niente,

e rami e radici

salici e mangrovie

tra loro aggrovigliati

avviluppati nella selva

sempre accessibile-inaccessibile

sempre facile, sempre difficile

sempre uguale eppur diversa.

 

Mai più ci troveremo a parlare

sotto la pensilina di una stazione

in mezzo alla città

deserta per noi

guardando con stupore

il sereno del giorno

mentre le ore e i giorni se ne vanno

e pure i treni passano e vanno

lasciando sul volto enigmi e radici

illeggibili e lontane

segnali indecifrabili

come enigmi insonda­bili:

la vita ci ha sospinti

e noi non ce ne siamo accorti

presi in trappole diverse.

 

Eppure ti aspetto ancora

a oriente dell’equatore come alla periferia di nessun centro,

all’alba di ogni tramonto e all’occaso di ogni primavera,

nel quassù-quaggiù di questo non-luogo

alba pratalia e champs élisées

bianche distese di cielo

sempre più guasti

sentendo un nulla

che tutto mi attraversa

e tutto in me si travasa

e anche ora che non ti amo

in realtà io sempre ti amo.

 

Ricorda:

non è un amore il nostro amore

ma un destino,

come una casa,

come un albero,

come un bambino.

 

 

 

VERME.

 

Ciao, oggi ho casa libera:

perchè non vieni da me?

Mi piacerebbe che venissi

che mi venissi a cercare

che mi venissi a trovare

e ti fermassi un po’

qui con me;

mi piacerebbe fare un giro in centro,

vedere la gente che va e viene come le onde del mare,

fermarmi a osservare i ragazzi che avvinghiati si abbracciano

nell’abbagliante splendore del loro primo amore

e in piedi dietro le nere membrane della notte si amano

e contro le porte del tempo si scambiano un bacio lento

(per forza deve essere lento: l’amore non ha tempo

cioè ha tutto il tempo),

percorrere senza fretta il viale del tramonto,

o al tramonto correre come saette sulle sabbie del tempo

(per forza sarebbe di corsa: sempre il tempo ci sfugge).

 

Ma poi ti accorgeresti che non vado bene,

non vado bene per te,

non vado bene per me,

non vado bene per niente:

umano, troppo umano,

sono troppo maleducato,

troppo disadattato,

troppo inadatto,

e le loro voci mi tormentano,

mi penetrano in testa,

con il rumore di cento chiodi,

con il fragore di cento passi,

il loro disprezzo mi brucia

il sangue nelle vene

e mi brucia il cuore

come il fuoco di cento cannoni,

la vita mi ha bruciato

e ora non ho più pelle

tranne che per le carezze.

 

Limitato, troppo limitato,

limitato e primitivo,

primitivo e bleso,

io sono inadatto, troppo inadatto:

troppo brusco per i poeti, troppo lirico per gli scrittori,

troppo pop per i jazzisti, troppo rock per i cantautori,

troppo vecchio per i bar, troppo giovane per le carte,

troppo duro per l’amore, troppo stanco per la notte.

 

Invecchiato

come un bullo da film

guido per le strade di città,

sigaretta che morde le labbra

come un tempo faceva l’amore,

inadatto, troppo inadatto,

troppo volgare per i salotti

troppo stanco per la strada

troppo leale per il commercio

troppo vigliacco per pensarci,

mi sento inadeguato.

 

Umano, troppo umano,

sono impreparato

all’onere di vivere

e reggo a fatica

il ritmo dell’azione,

il mio modo di fare

è troppo provinciale

e i miei istinti

quelli di un dilettante

come i miei talenti:

mentre inciampo a ogni passo nella mia ignoranza

sento come crudeli le attenuanti,

e credo che nessuna ragione giustifichi una menzogna

e che la cattiveria sia sempre una realtà disdicevole.

 

Inadatto, troppo inadatto,

qualunque cosa io faccia

si muta sempre

in ciò che non ho fatto,

e come luna so brillare

solo di luce altrui:

io sono l’esito insoluto

di un fulmine a ciel sereno

che schianta in mare

e va bene così.

 

Ma se solo lo vorrai

come archeologo guarderò in gola al tuo terrore,

e dei tuoi silenzi esplorerò i labirinti e i labili meandri,

e leggerò nei tuoi occhi quali furono i panorami

che più ti colpirono ed emozionarono,

quali nelle tue paure i traumi,

e quali nelle ansie i tuoi desideri.

 

Mostrami il tuo non-so-che

e carpirò ogni dettaglio

di quello che ti aspettavi dalla vita e dalla sorte,

svelami i tuoi frammenti e i tuoi drammi più intimi,

e ti dirò chi eri e come sei arrivata fin qui.

 

Può bastare anche meno,

un caduco capello sparso in terra,

le tracce di sangue

e i minuscoli frammenti di sogni

restano per sempre indelebili,

mentre la menzogna riluce

dubbi e intenzioni si palesano.        

 

Mostrami il tuo nulla

che ti sei lasciata dentro

e ne farò un bosco e un’autostrada

una selva e un aeroporto,

una bassezza e un’altezza,

una bellezza e un terrore.

 

Donami il tuo nulla

che ti sei lasciata dentro

e domani ne farò bellezza

bellezza e terrore,

dimmi quello non hai avuto

il coraggio di tentare:

ne farò gioia e dolore.

 

Mostrami le tue rughe e le tue ferite

e ti dirò: lascia che tutto ti accada

quanto non hai voluto.

 

 

 

OR TUTTO INTORNO UNA RUINA INVOLVE.[2]

 

Io curo molto il mio lavoro e lo amo un sacco,

anzi io lo adoro: compongo!

E vivo la vita a scale

che prima si scende e poi si sale.

Ma oggi mi avvilisce la lentezza del comporre,

il giorno mi è di peso,

una presenza sempre più scura,

e in più piove e tira vento.

 

Ultimamente ogni giorno è sempre più monotono

e il giorno noioso da un altro giorno tedioso e uguale è seguito

sempre le stesse cose che accadono

e il passato si ripresenta e chiede di nuovo il conto

identici momenti come due gocce d’acqua incombono

e subito dileguano: sono le solite cose preterite e fastidiose

i mesi passano e portano solo altri mesi

niente cambia

tutto è scontato e banale

intuibile e prevedibile

e il domani finisce che non somiglia neanche più un domani.

 

Così, sempre più spesso, ultimamente mi domando

fino a quando la mia mente fluttuerà in questa melassa,

perchè solo nere rovine di anni perduti e gettati al vento

scialacquati, dissipati, sperequati,

dovunque rivolga il mio occhio,

se in altre terre e per altro mare

un’altra città non ci sia bella come questa

pronta ad accogliermi,

e sempre una voce mi risponde:

non troverai altri luoghi, altri mari non esistono per te

che disperato sempre sarai perseguitato dalla medesima città,

nelle medesime strade vagherai,

negli stessi bar invecchierai,

e tra le medesime mura candirai,

e sempre in questa città ritornerai,

e per il resto non sperare: non è nave per te, non è via:

la vita che perdesti

in questo sperduto angolo

in questa sperduta plaga dimenticata dal dio

in tutta la terra tu la sciupasti.

 

E mi accorgo che ogni mio sforzo è una condanna già scritta:

ascoso in un porto sepolto il mio cuore

in perpetuo ascolto giace

nella pausa di una perenne attesa

mentre tutto intorno una ruina involve.

 

Così,

più che il parlare mi appaga

in giorni come questi

e mi è dolce il ricordare:

allora mi fermo a immaginarti

e resto a lungo così.

 

Oh memoria,

ridammi il giorno che dormimmo la nostra prima notte d’amore,

ridammi i suoi occhi neri neri,

ciò che puoi di lei ridammi,

ciò che puoi di quel mio lontano amore stasera dammelo,

ciò che puoi di quel corpo del piacere stasera restituiscimelo,

dell’antica voluttà un ancor vivido virgulto...

 

Ecco, in occhi vividi passano le mie visioni d’un tempo:

è il meriggio e tu dormi sdraiata s’un fianco,

e sembra che il divino sonno abbia catturato in un sogno...

le tue carni armoniose e sode,

le labbra piene e sensuali che tremano di passione

e vibrano alla mia idea di Bellezza,

i tuoi occhi come un vago tumulto,

i baci ansimanti che mordono le labbra

mentre con maliziosi drappi leggieri le pudiche finestre

celano il tuo letto alla vista degli uomini

ma nulla possono all’affilato bruciore della luce

e alla sua chiarìa tagliente cedono che accarezza

le tue membra ideali

modellate per donare il godimento al corpo

che adagiate e distese si agitano nel mare del tuo letto

come flutti mossi dal vento

o alghe pungolate dalle correnti,

i desideri chiari e brillanti negli occhi per te

come ondeggiano in delicati filamenti di luce iridata

tremanti nella voce da un qualche ostacolo casualmente impediti

come luccicano negli occhi fissi su te e nella voce

come fervono trepidi per te...

 

E così di bel nuovo nell’arte mi riposo dal lavorìo dell’arte.

 

 

 

LA SCONOSCIUTA.

 

Pietà grida il mio cuore,

amore cerca l’alma e calore il mio sangue:

senza riguardo senza vergogna senza pudore né pietà

mi ersero alti e profondi muri intorno

finchè credetti che non avrei potuto fare altro che impazzire,

finchè credetti di essere già completamente pazzo,

e disperato sedevo da solo al buio, in un angolo nudo e freddo,

mentre il cuore e il cervello mi rodeva questa mia sorte

e la condanna: molte cose, fuori, avevo ancora da fare.

 

Come non me ne avvidi

mentre lavoravano per tagliarmi fuori dal mondo.

Eppure non sentii rumore né vocìo né alcun fruscìo

mentre mi costruivano muri forti e robusti intorno:

insensibilmente (da parte mia)

impassibilmente (da parte loro)

indolenti mi chiusero fuori

dal mondo

mi esclusero.

 

In quelle buie grigie stanze

passavo giorni soffocanti e notti insonni

brancolando alla ricerca di finestre

ma finestre non trovavo

e se anche ci fossero state

non avrei avuto il coraggio per aprirle:

murato fuori dal mondo

se anche una sola ne avessi tentato

sarebbe stata un’ulteriore dolorosa rivelazione:

chissà quante cose nuove mi avrebbero rivelate

che non avrei capite,

chissà quali nuovi tormenti avrebbe portato la luce.

 

Meglio così dunque:

in guerra con il terrore

preda di paura e sospetto

panico e angoscia

con la mente confusa mi dissolvevo

in febbrili progetti per fuggire un minaccioso pericolo,

e mi smarrivo dovunque andassi

comunque errando e sbagliando

poichè non questo mi spettava:

bugiardi i dispacci

(mal recepiti o mal percepiti non saprei dire 

se mal recapitati o mal capitati)

altra catastrofe non immaginabile

improvvisa e violenta

incombeva su di me

e disarmato mi coglieva e prostrava.

 

Ma poi un bel giorno sei arrivata tu

che sei venuta a me con il tuo fascino incerto

affinchè libero potessi rifarti nel cervello

immaginandoti come volessi e sognandoti comunque tu fossi:

il tuo viso possedeva la grazia mirabile del sogno

ed era un guanto di pece il tuo corpo,

manto di lattice la tua pelle e mantice di latte il tuo alito,

mentre serpi imboscate nella gola

ti agitavano senza tregua

lingue di fuoco nella bocca

mostrando allo sguardo molecole di nessuna fretta

invischiate in costellazioni di nessun ritegno.

 

Imprevista e improvvisa sei arrivata un bel giorno

ed è stata una rivelazione e una rivoluzione:

con te ho capito che se non la puoi la vita come la vuoi

devi cercare almeno, per quanto sta in te,

di non sciuparla nel troppo commercio con la gente,

con troppe parole in un via-vai frenetico d’insensati contatti

e assurdi dialoghi.

 

Non sciuparla, questa vita,

portandola in giro in perenne balìa del quotidiano

gioco balordo degli incontri degli inviti e delle ipocrisie

fini a farne una stucchevole sconosciuta.

 

Fatto così savio di tante esperienze,

se anche mi fecero del male e altro ancora vorranno farmene,

con le parole con il piglio e con i modi saprò farmi corazza

affinchè nessuno altro scopra il mio tallone d’Achille

fasciato come sarò dalle menzogne

ché ormai altra difesa non ho.

 

Sei arrivata in un bel giorno d’Estate,

era Giugno o forse Luglio,

e sei venuta a me con il tuo passo sicuro e il tuo fascino incerto,

affinchè libero potessi rifarti nel cervello

immaginandoti come volessi e sognandoti

comunque fossi,

il tuo viso possedeva la grazia mirabile del sogno...

 

 

 

NERA.

 

Nera,

eppure per me sei l’alba, sei l’aurora,

e i tuoi occhi sono due soli.

 

Bella,

sei la mia cura,

la mia creatura più pura,

la mia strettoia più dura.

 

Soave,

la tua luce mi mette già paura

come il sole che la luna oscura:

sei bella tra le belle

come una luna ridente tra le stelle.

 

Meravigliosa,

quando ti desti

e un nuovo tuo giorno penetra in me

allora la vita si ridesta e corre

diffondendo ovunque la sua luce cristallina,

e l’anima trema come luna in mare,

la pelle vibrando sapore squisito di zenzero e vaniglia.

 

Leggiadra,

i tuoi bruni fianchi cullano i miei sogni

e il tuo grembo salato sazia i miei giorni,

il tuo ventre alato alti fa volare i miei desideri,

e come una scure

la tua bellezza recide le mie imposture.

 

 

 

ÉRATO ED APOLLO.

 

Sei Érato per me e sei Apollo,

amore e aroma,

mantiglia e cadeniglia

sui miei occhi stanchi.

 

Diciamoci la verità:

tu sai creare bellezza,

e splendidi i tuoi bagliori,

splendidi i foschi bagliori che manda la tua pelle cupa,

e magnifici pure i nugoli che esplodi dal petto

nell’alba aurata.

 

Maestra del caos e del contrasto

fra silenzio e fracasso

fra rosso e bianco

nel mezzo del vorto risucchi ogni impeto di vento

e infondi ogni stile di afflato nel mio petto

e ogni disposizione a tacere

nel mio cuore.

 

Acuti ghiacci avvizziti di febbri e alghe balenano sul tuo volto,

assetata di polvere e di fiamma s’impenna la tua sera

alle svolte del respiro e nelle crepe nell’abisso:

i tuoi solitari elementi sono la mia sparsa gloria

e sono ebbre del tuo liquore le mie notti d’amore.

 

Negli abissi tuoi cercarti m’è caro

in ogni tua forma giaccio sepolto

del tuo sangue ogni mio fonte esulta

che al mio amore più non si adagia.

 

Le tue bocche sono solo sangue

e nevi macchiate di sangue i tuoi cuori,

le tue mani sono solamente immagini inferme

nella sera inerme che lenta s’annera,

nell’ora che dispera

e miti vittime miete in seno.

 

E anche io inerme sto

in sere-serti e sirti inerti

il tuono echeggiando in valli ascose:

mentre fisso nella memoria questo azzurro guasto di sgomenti

divengo uno spazio ermo e deserto, desolato e solitario

frequentato solo dal tuo sole-deserto.

 

Vieni a chiedermi dove

vieni a gridarmi la tua solitudine

gridami la tua solitudine,

gridami solitudine,

e in cambio ti offrirò ghirlande di vento

intrecciate con arcobaleni di sale.

 

 

 

QUANTA NOTTE.

 

Quanta notte è passata sulle nostre teste

quanta vita vedendoti-vedendomi

e quante le tue cose che conobbi

e tante quelle che non scopersi

tradite dal sogno.

 

E quanto abbiamo insieme varcato la soglia

(ammesso che fosse vera soglia)

trovandoci sull’altra sponda

(ammesso che vi approdammo, all’altra sponda,

e ammesso che vi fosse davvero, un’altra sponda),

e quanti abbiamo attraversato ponti

(sempre che fossero veri ponti),

e quanti giorni (giorni belli e giorni brutti) abbiamo trascorso

(belli perchè vi furono e brutti solo perchè non vi furono),

e quanta della nostra comune sorte non conobbimo

(ammesso che fosse comune e che fosse una sorte),

e quante notti dormimmo insieme

cadendo nel più profondo fra i sogni.

 

Quanto tu sai dirlo, sai quantificarlo, quanto

(ammesso che la domanda abbia senso e valore la quantità)?

 

Io non di certo, e per questo taccio,

per questo non ho più voluto la notte dopo di te,

per questo non sono più uscita ad aspettare i prati ospiti del vento

né più sono riuscita ad aspettare i convogli ventosi

ancora in viaggio al termine della notte

né i lumi dove per te solo sola io muoio,

ma ho chiuso le porte per allontanarti

e mi sono scordata di tutti i sorrisi riflessi

alle mie spalle dalla tua grazia

poichè sempre la notte mi riconduce intorno

ai varchi e alle rovine franose del tuo povero cuore.

 

Avevamo tutto (se la parola non è riduttiva)

davanti a noi (se non dietro)

e lo abbiamo sprecato (per non dire sporcato):

siamo saltati dal vagone in stallo del tempo in corsa

mesti svanendo in lontananza

(se ci si può fidare della prospettiva),

attenti e intenti solo a quello a cui ci costringeva l’assenza

(se solo a quello davvero).

 

Ma non ce l’ho con te,

non ho rancore,

non pretendo alcun cambiamento

e d’altronde non ho fretta.

 

Una cosa soltanto non accetto:

il privilegio del ricordo,

il ritornare della mia mente a te,

il tuo sempre tornarmi in mente

e sospingermi a una meta sempre assente.

 

Ti sono sopravvissuta quanto basta

per pensarti da lontano

e questo non lo accetto

anzi ci rinuncio.

 

 

 

ALBA.

 

Si sfalda il mare a scaglie a scaglie e le acque,

mentre antichi abitatori camminano in solitudine

nella solitudine di ancestrali sonni abbagliati,

alla struttura del vento aprico

appassiscono i miei rischi,

alle ustioni della luce

si rifugia il freddo vento dell’inverno,

e cinto il grembo dagl’insoliti fiumi

il vento bruca la scarseggiante primavera,

pluvie briganti sciamano e incombono

su remoti disarmonici colli,

la sera è un midollo tenebroso,

tutto è invaso dal passato,

tumultuate da vortici sassosi di tramonto

docili labbri mostrano fanciulle

perdute in martoriati mattini.

 

Là tra prove di vuoto e giochi di pericolo-fuoco

al silenzio si appoggiano le clausole della memoria infelice

insensibili sfaceli affidando al vento

che senza parsimonia colma i volti e i sorrisi.

 

È l’alba: la notte si è ridotta

acuminata in ogni sua lancia

e lenta ora inclina i vertici dello spazio,

la luce divide le parti perdute del mondo dalle parti recuperate,

gli artifici del fosforo sorprendono l’ombra dentuta del vento

consegnando alle dubitose vie delle lumache

l’argento curvo-cavo della luna e il diamante poroso del cielo,

i pallidi petali madidi che con cammini di costellazione

lambiscono quanto è rovescio

quanto umilia e atterrisce,

già il sole penetra le cieche gallerie delle finestre,

ma indugia ancora la parvenza

nelle crepe dei muri e nel disegno del pavimento.

 

Lì in albe criminali camminai

ascendendo su tesori erbacei

marciti-guastati dalla pioggia

e nevi raggiunsi sub anditi e volte

in questo luogo di legno olido e oscuro

dove le nevi luminose-continue tremano e i sensi fediti languono

e le pietre levigano ai fianchi cedimenti e discoscendimenti

che sono solamente la tua ombra e il sole mi ricorda.

 

Non temetti le salite le alture e le discese

né il lungo cammino e la fame,

camminai nel solco lasciato dal sole-deserto

e le tue membra volgenti a tramonti di solitudine sognai

e risognai e il tuo volto

con lo sguardo vieto di sgomento e martirio,

la febbre mi vuotò

e un sonno sublime mi distrusse il volto,

un mare tentò il mio corpo con cupe foglie,

un’ala fece il nido nel mio fronte,

un nido piumoso che io piansi con tutto quanto il mio pianto,

che come un fonte ancora pullula e rampolla

nel dolore che non molla.

 

 

 

IL MIO E IL TUO.

 

Nell’aurea bulla promulgata dall’imperatore bizantino

Alessio Comneno (1048-1118)

per rendere omaggio alla saggia madre

Anna Dalassena (1025-1105)

nei costumi e nell’opre perfetta

vi sono elogî ed encomi a iosa

ma una frase spicca su tutte:

<<Il mio e il tuo: fredde parole da noi mai dette.>>.

 

È così che voglio ricordarti

imprimerti per sempre nella mia testa:

con queste due gelide parole

da noi mai pensate,

come quelle altre due parole, le più trite e ritrite,

da noi mai dette, mai pronunciate, mai

ma per sempre sepolte in fondo al cuore

nel più profondo del cuore

dove un battito perenne

costantemente le ravviva.

 

Il mio e il tuo,

come un eco che sale da dentro

e disperato urla la propria sentenza:

senza mio e tuo che vita dolcissima.

 

 

 

 

 

3) IL CASO. (EPILOGO.)

 

Il 12 del Luglio del 2020:

una delle tante date che non mi dicono più nulla

benchè sia di una certa rilevanza per me

essendo la ricorrenza del mio genetliaco.

Dove sono mai andato quel giorno?

Che cosa ho fatto?

Dove mi ero rintanato?

Dove mi ero cacciato?

Non lo so,

e se lì vicino vi fosse stato un omicidio o un qualche delitto

io non avrei alcun alibi.

Eppure il sole sfolgorò e si spense anche per me

sebbene non vi feci caso,

e la terrà ruotò e non ne presi nota,

ma non ero un fantasma dopotutto:

respiravo, mangiavo, si sentiva il rumore dei miei passi

e certo le mie dita imprimevano la propria impronta

sulle maniglie e sui vetri e sui portoni,

e lo specchio rifletteva la mia immagine,

e indossavo un qualche abito di un qualche colore,

e certamente più d’uno mi vide,

forse trovai una cosa perduta e persi una che avrei poi ritrovato,

ed ero colmo certamente di emozioni e sogni e incubi e paure,

eppure adesso tutto questo è come (...).

 

Alla stessa maniera anche Tino ed Edith, anche loro due,

sono entrambi convinti che un sentimento improvviso li unì:

è bella una tale certezza, ma è ancora più bella l’incertezza.

Non conoscendosi credono che nulla sia mai successo tra loro,

ma s’ingannano: lo dicono le strade le scale i corridoi gli anditi

gli angiporti i trivi e i quadrivi dove da tempo s’incrociavano.

Eppure, se anche chiedessimo loro di ricordare una volta

di un faccia-a-faccia in qualche porta girevole

o di uno “scusa” nella ressa del mercato non ricorderebbero,

e li stupirebbe molto sapere che già da parecchio tempo

il caso giocava con loro:

non ancora del tutto pronto a mutarsi per loro in destino

li avvicinava intanto e li allontanava allo stesso tempo,

tagliava loro la strada al semaforo e con un salto si scansava

soffocando in petto una risata canzonatoria.

Eppure vi furono segnali e segni anche se indecifrabili,

e forse tre anni addietro o solo mercoledì scorso

una foglia volò sulle loro teste

ed entrambi si estasiarono al raggio di sole che la trafisse,

e probabilmente vi furono maniglie e campanelli

su cui anzitempo un tocco si posava s’un tocco,

e una impronta digitale cancellava l’altra,

una notte forse anche lo stesso sogno

poi confuso al risveglio;

sicuramente il sole sfolgorò per loro nello stesso momento

come per me senza che però loro vi facessero caso

e la terra ruotò per entrambi loro nello stesso attimo

senza che ne prendessero nota,

e inoltre respiravano mangiavano e olivano,

e il suolo riverberava il rumore dei loro passi,

e le impronte delle dita restavano sulle maniglie,

e lo specchio rifletteva la loro immagine,

e indossavano qualcosa d’un qualche colore,

e certamente più d’uno li vide

e posò il proprio sguardo su loro,

entrambi persero qualcosa che poi avrebbero ritrovato

e ritrovarono qualcosa andata perduta,

erano colmi di emozioni ed impressioni che traboccavano,

ma tutto questo è ora una serie insignificante

di punti fra parentesi:

fra le dita del caso lo spazio si srotola e arrotola

nel cielo infinito di un piano cartesiano rotola

si allarga e si restringe,

il caso gira fra le mani un caleidoscopio

in cui luccicano miliardi di vetrini colorati,

il caso è avvolto in un mantello che ammanta e scompare

le cose che vi si perdono e smarriscono,

il buco nero del caso ne guarda a fondo negli occhi

e noi chini fissiamo quell’oscurità

e veniamo come inghiottiti

e allora la testa comincia a farsi pesante

le palpebre si socchiudono

ci viene voglia di ridere e piangere

una gioia ci pervade, raggiante e illusoria

è davvero incredibile

ma deve esserci un senso:

forse che tutto questo avvenga in un laboratorio sperimentale,

sotto una lampada perpetua?

Forse che noi siamo liquori travasati da un vaso all’altro,

scossi in alambicchi, osservati non soltanto da occhi

e infine presi a uno a uno con le pinzette?

O forse è altrimenti e non c’è alcun intervento esterno

e i cambiamenti avvengono da sé

in conformità al piano,

allo schema,

alla logica relazionale-riproduttiva del sistema?

 

Ma ecco una ragazzina che si ferma in mezzo al marciapiede,

si volta a destra e si rassetta il cappellino

specchiandosi a una vetrina:

ogni inizio è solo un seguito,

il libro degli eventi è sempre aperto

a metà.

 

 

 

 

 

<<Il poeta è un fingitore.

Finge così completamente

Che arriva a fingere che è dolore

Il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,

nel dolore letto sentono proprio

non i due che egli ha provato,

ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo

gira, illudendo la ragione,

questo trenino a molla

che si chiama cuore.>>

 

Fernando Pessoa: “autopsicografia”.[3]

 

 

 

 

 

RINGRAZIAMENTI.

 

Ad Arianna Falciola, per la bellissima immagine di copertina, e Carlo Orsettigh, per aver ispirato, con la propria musica, alcune delle liriche di questa raccolta.

 

 

 

 

 


                                                                                  Anno 2021

© “Corpo 11” Edizioni

corpo11edizioni@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Don’t try.

 

 

 

 

 

 

 

 




[1] Tratto da Fernando Antonio Nogueira Pessoa: “Una sola moltitudine” a cura di Antonio Tabucchi e Maria Josè de Lancastre (Adelphi, Milano, 1979).

[2] Giacomo Leopardi: “La ginestra”: v. 32-33.

[3] Tratta da Fernando Antonio Nogueira Pessoa: “Una sola moltitudine” a cura di Antonio Tabucchi e Maria Josè de Lancastre (Adelphi, Milano, 1979).

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