"IMPROVVISI PER CUORI SCORDATI"

  

“IMPROVVISI PER CUORI SCORDATI.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 

 

 


 


 

 

 

 

 

 

1) SCHEGGE.

 

 

 

 

 

<< una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento >>

 

Wislawa Szymborska.

 

 

 

 

 

ci vuol coraggio

a indossare un sorriso

su un cuore scordato:

si spezza l’anima

in infinite schegge

dimenticata.

 

 

 

 

 

il mio cuore

è un uovo nucleare

che non ha guscio.

 

 

 

 

 

ogni morso

alle tue labbra

è un filo di seta

che stringe

il mio cuore.

 

 

 

 

 

nel mio cuore

non c’è pietra

che non abbia un nome.

 

 

 

 

 

apro la mia anima

in un fiore osceno:

sopravvivo.

 

apro la mia anima:

in un fiore osceno

sopravvivo.

 

 

 

 

 

brucio i miei giorni

come incenso serbato

a un morto amore.

 

ho amato solo

quel cadavere d’angelo

dentro di te.

 

 

 

 

 

all’ultimo lume

sorride il vespro

e gli occhi china mesto.

 

soffoca in gola

ogni pensiero.

 

 

 

 

 

sulla riva del mare è bello stare muto

senza ambizioni e senza desideri

sentendo nel silenzio beltà e morte

lavorare su di me.

 

 

 

 

 

il candido lume del giorno brunisce

e si trasforma in sangue coagulato.

dicono: sangue che si specchia

in una pozza di sangue è pura beltà.

 

 

 

 

 

¿davanti a questo specchio

che mi mostra nudo e vivo,

come posso non odiarti

se a causa tua

tutta la vita che ho dentro

vuole uscire d’un colpo?

 

 

 

 

 

finalmente le appartate membrane

della notte ci accolgono,

sudario ai nostri corpi

madidi e affannosi.

 

 

 

 

 

breve è la notte

breve la vita

breve il tempo

breve l’amore:

tu non indugiare

ma spogliati

ché la carne reclama il proprio piacere

e la vita dura un soffio.

 

sali, cavalca

            questa notte,

e ingoia

            i ritegni.

 

 

 

 

 

Ogni tuo respiro

fa entrare il mondo intero

in questa stanza.

 

 

 

 

 

il tuo sguardo é calma accesa

come una finestra illuminata

nel cuore della notte.

 

 

 

 

 

mi spaura il tuo sguardo

poiché quanto prima non esisteva

rende visibile ai miei occhi bui

e al mio cieco cuore.

 

 

 

 

 

tu mi guardi

e il tuo viso è come un cielo autunnale

rannuvolato un momento

e subito dopo sereno.

 

 

 

 

 

ragazza, baciarti è come baciare la notte

in tutta la sua vasta perfetta nudità.

 

 

 

 

 

baciarti è come baciare la notte

in tutta la sua vasta, perfetta nudità.

 

baciarti è come addentare la notte

in tutta la sua vasta

perfetta

nudità.

 

baciarti

è come addentare la polpa,

la polpa della vita.

 

 

 

 

 

il tuo sguardo è la mia luna,

i tuoi occhi le mie stelle:

mentre passo tra i palazzi e le strade

cammino e tu cammini con me,

io mi fermo e tu con me ti fermi.

 

 

 

 

 

i tuoi occhi sono un vago tumulto,

un amore impigrito dal caldo,

un pigro verdicare di uva al mattino,

il tramontare del sole tra nubi e argille.

 

 

 

 

 

la tua lingua è una lama affilata

che come un coltello che mi taglia

e mi lacera quando le tue labbra bacio,

il tuo volto è una pura forma d’acciaio:

quando sorridi mi fai male.

 

 

 

 

 

ogni gloria vuole il suo disprezzo per partorire la propria vittoria,

ogni sforzo vuole il suo dolore per partorire la propria gioia,

ogni morte vuole le sue ceneri per partorire una fenice,

ogni stella che balla vuole un caos per sorgere.

 

 

 

 

 

i platani oscillano

estiva ombra spargendo,

e tremano i cipressi

e cantano le fronde palpitando,

e si trastullano i ruscelli

con le loro acque monelle

giocando e spumeggiando rugiade

e levigano ciottoli e pietre:

in questo angolo di paradiso

i nostri corpi stanno stretti

in un nodo legati.

 

 

 

 

 

guardandoti di notte dormire

ho visto guizzare nei tuoi occhi

balenanti attimi di eterna bellezza

e passeggeri sprazzi di provvisoria eternità.

 

 

 

 

 

da ésili fondali marini ed esilii serali sale il notturno silenzio

e trasale nelle screziate corolle dell’orto murato

dove iridi giacciono prigioniere cattive

e la disumana solitudine umana trasumana

in trasparenza di verde-pianta ed essenze-olore.

 

 

 

 

 

tutti vogliono le tue labbra

ma una è la bocca degna della tua bocca selvatica

poichè non cercai il tuo desio in fantasmagorici punti-G

ma mirai dritto all’onirico punto-blu

da cui schizzi di nano-minuti asmatici guizzano

roteando e raggiando oggetti frattali.

 

 

 

 

 

nasce dal bisogno la bellezza,

prorompe dal caos l’armonia,

la forma da ciò che non ha forme.

 

 

 

 

 

eri l’alba, eri l’aurora

i tuoi occhi erano due soli

quando ti destavi e mi guardavi

e un nuovo tuo giorno penetrava in me

l’anima tremava come luna nel mare

e la pelle brillava con sapore d’amaranto.

 

ora non ci sei,

sono solo,

è notte.

 

 

 

 

 

eri l’alba

eri l’aurora

i tuoi occhi erano due soli:

 

quando ti destavi

e mi guardavi

e un nuovo tuo giorno penetrava in me

l’anima tremava come luna nel mare

e la pelle brillava con sapore d’amaranto.

 

ora che non ci sei sono solo,

è notte.

 

 

 

 

 

Questo amore,

più che altro,

è diventato un’intermittente,

una rabbiosa poesia,

che suona come un singhiozzare

di pugni su una cassa

riecheggiante.

 

Il mio petto è una radio

che conosce solo

canzoni metalliche

(quando non sa rinunciare a sintonizzarsi su di te).

 

 

 

 

 

l’autunno ha una veste leggera di sposa,

il pomeriggio indossa una vestaglia d’ombra,

contando i passi si rimane fermi a un respiro corto,

la numerologia del riposo è poco più

delle irrisolte questue risibili,

le sere d’estate si salvano e almeno loro trasvolano.

 

 

 

 

 

amare di spalle una curva di carne,

amare di spalle non è amare di petto.

 

 

 

 

 

le ali della notte sono nere civette

o zanzare impazzite.

 

 

 

 

 

amare rende lievi, ma tu dimmi:

¿il tuo mare assolato aspetta il mio ritorno

nel suo nido avaro?

 

 

 

 

 

la delega al tuo patrimonio è un furto amaro

come lambire l’onda lieve dolente del polipsonio.

 

 

 

 

 

oh amore,

¿che cosa è questo affanno

che mi toglie il sonno,

questo saldato inganno

e incurabile danno?

¡oh Agosto crudele nel gioco del mercato!

¿come saranno i tuoi occhi d’inverno,

e la tinta marina nella dolenza mattutina?

 

 

 

 

 

una tenera foglia

il broncio infantile

sulla pagina bianca

dei tuoi diciannove anni.

 

 

 

 

 

¿dove corri, meraviglia?

¿quale pensiero buffo

l’alato ciuffo ti scompiglia?

 

 

 

 

 

la tua orografia

alla radice degli occhi

è un insetto morto nel miele.

 

 

 

 

 

agitarsi di mani

che imbastiscono alfabeti

(ma sono esperimenti muti e svogliati)

sospiro carnale che si estende alle stelle e le infiamma,

i latrati dei cani sono la colonna sonora delle notti.

 

 

 

 

 

scorre lieve il pomeriggio sulle tue scarpe da ginnastica da poco,

le molte fasi del silenzio si offrono per essere studiate,

un che di biondo giunge a falciare il pomeriggio

tra le erbe alte e polverose del mio sogno giapponese.

 

 

 

 

 

 

falciami il cuore

(volendo e potendo)

penetra piano,

non far rumore,

curami e ammalami,

entrami sotto i vestiti

e rinfrescami le carne

come una brezza cauta di Maggio.

 

 

 

 

 

un sorso d’aria al lungomare,

sentore d’estate,

e fughe pianificate nella città vibrante.

 

 

 

 

 

ho chiuso il cuore,

era predestinato,

ma non è un reato:

è un espediente d’amore

per non soffrire

(troppo).

 

 

 

 

 

il televisore acceso invano piange se medesimo

mentre che io indugio e mi attardo sul letto

per difendermi dalle tagliole del giorno.

 

 

 

 

 

è paziente l’insonnia

e anche un po’ bugiarda

ma io proteggo i miei angoli di casa

affinchè fioriscano

in un silenzio disossato-dissodato.

 

 

 

 

 

 

quanti occhi sornioni

a spiare le mosse dei viventi

nella mora degli eventi

perse nel mare dei venti.

 

 

 

 

 

nell’oceano delle correnti

per essere sempre vivi

essere per sempre morienti.

 

nel mare dei venti

per essere sempre vivi

essere per sempre morienti.

 

nel mare degli eventi

per essere sempre viventi

essere per sempre morienti.

 

 

 

 

 

 

odio e amo, forse ti chiederai come sia possibile,

ma è così: so perfettamente come si può.

 

e odio e amo

(so come si può).

 

 

 

 

 

il mio correlativo oggettivo

(lo sappiamo tutti)

è nella risultanza quotidiana

che rimane fissa e spessa

come nebbia agl’irti colli.

 

 

 

 

 

la notte

se la misuro

scopro che ha il mio stesso giro-vita.

 

 

 

 

 

le parole in vortice

hanno fatto del loro meglio

per essere all’altezza

della mia bellezza.

 

 

 

 

 

sulle mie spalle

Agosto

è un imbuto di silenzi.

 

 

 

 

 

l’estate è l’occasione migliore

per sfoggiare insensatezza,

ma chi ostenta felicità e gaiezza

è un outsider della vita vera.

 

 

 

 

 

a vedervi tutti lì

compresi in un cerchio

di vane sequele

mi fate quasi pena

avvolti in sudari di stupide cautele.

 

luci e festine pendono da terrazze edulcorate

d’una città ossidata.

 

 

 

 

 

studierò la pioggia

i suoi geroglifici

sulle vetrate

serrate come cuori

serrate serrate serrate.

 

 

 

 

 

la barca del cielo fa a gara

con la tua scollatura.

 

nel mentre

la notte di Giugno

si flette come un giunco.

 

 

 

 

 

la solitudine è sentire una strana ambiguità,

scegliere per governo una doppia identità,

cullare il pomeriggio nel grembo del pomario.

 

 

 

 

 

ascolta:

ha note così dolci,

i suoi silenzi reggono la parte, 

è un simulacro

un talismano

sguardante a destra,

più spesso a sinistra.

 

 

 

 

 

 

è una fiaba

acerba

contorta

come la via storta

che ricompone ai fiati cardiaci.

 

 

 

 

 

 

invecchio sulle tue mani

che invece ringiovaniscono

in diretta proporzione.

 

 

 

 

 

 

il vento caldo di Luglio gonfia le tende

come una carezza.

 

 

 

 

 

una volta a cinguettare

erano gli usignoli dei poeti

non i twitter

d’insulsi fanfaroni.

 

 

 

 

 

¿odi?

il silenzio del mattino di Giugno,

gli uccellini a contendersi il cielo.

 

 

 

 

 

da basso lei mi prepara il pranzo

come una volta:

l’amore è coerenza

l’amore è costanza

l’amore è perseveranza.

 

 

 

 

 

il sonno è una giostra

di perdenti memorie pencolanti.

 

 

 

 

 

il mondo è una palude

(discreta meraviglia),

una scheggia di paesaggio

sbattuta dal vento.

 

 

 

 

 

socchiude il cielo,

ha ancora sonno,

ma la luna ha i tuoi occhi

(vorrei fossero eclissi).

 

la noia ti rimette in pace

è una culla lieve.

 

 

 

 

 

dormire su una panchina al sole

poi di notte traversare la città

come un lupo in amore

scarpe strette e generose

falangi di deserto

occhi ruggiosi

cigli come coltelli.

 

 

 

 

 

 

sfrecciare di veicoli

come stelle filanti:

sono astronavi

omologate per quattro

comode per cinque.

 

 

 

 

 

 

i supermercati sono immensi luna-park

ma la fila alla cassa è un gioco per adulti.

 

 

 

 

 

 

incrocio di strade: virtù colossali,

le facciate dei palazzi hanno occhi curiosi:

¿possibile che vi siano tanti destini orizzontali?

 

 

 

 

 

 

coppie strette a taglio

viatici di sopravvivenze

fenicotteri fasciati nei cappotti

virtù coi baveri alzati.

 

 

 

 

 

 

nei parchi la complicità

delle foglie a fissare

le passeggiate di ieri

il sedile è un trono

e ti parla ancora.

 

 

 

 

 

 

il terreno sconnesso

sta lì a imbastire

giorni battuti

fedeltà nei respiri.

 

 

 

 

 

 

la pioggia è il romanzo rosa del cielo,

la notte scivola sulle vetrate

come una spogliarellista su pattini a rotelle,

i silenzi a grappoli,

Luglio è padrone delle strade e della polvere

e ne va fiero.

 

 

 

 

 

t(r)uffarsi per un’ora nel più dolce

dei pomeriggi a passo veloce,

gara dei rintocchi.

 

 

 

 

tu

io

noi

chi siamo

mi domando:

figure emergenti d’alteri vanescenti palpiti di relitti affondati,

graffi non decifrabili e continuo dub martellante,

parola - sussurro - accenno

a spasso nello spazio

un passo nel silenzio

un passo alla volta.

 

 

 

 

 

ascolta,

non rumore, non palpito, non strepito:

tutto tace, tranquillo e sereno,

e sui rami secchi riposano ancora

le brune tórtore.

 

nel silenzio assoluto solo si odono picchiare

contro i vetri delle finestre

sottili raggi di luna.

 

 

 

 

 

ancora io ti sogno

in sfrenate corse

lungo albe sublunari

screziate da lattiginose caligini

mentre i tuoi capelli

si sciolgono alla brezza,

ninfa dal marmoreo corpo.

 

 

 

 

 

ancora ti sogno

e in mari di sepolcri desolati mi dissolvo e mi disosso,

di solinghi avelli in oceani

perso tra assolate teorie equoree mi perdo,

nei solinghi pelagici porti sepolti del ponto,

e il crine scioglie siderali bagliori alla brezza marese.

 

 

 

 

 

mentre mangio gherigli nel guscio della mia isteria

mi arresto come motore nell’eclissi

in attesa di nuovi messaggeri.

 

 

 

 

 

silenzio, silenzio assoluto,

nere orbite di un mondo di cenere,

sfrenate corse lungo albe sublunari,

sottili raggi di luna ai vetri delle finestre.

 

 

 

 

 

ancora ti sogno

mentre mi dissolvo

in mari di desolati sepolcri

e i tuoi capelli si sciolgono alla brezza.

 

 

 

 

 

finita è la nostra notte

intangibile e lontana adesso sei,

anima fuggitiva,

oscuro cuore senza fine,

abbandonata landa,

plaga solitaria,

foglia battuta dal vento.

 

 

 

 

 

mentre mangio gherigli

nel guscio della mia isteria

disegni cerchi veloci nell’aria

dividendo parti di luce

con molecole di nessuna fretta

e come motore nell’eclissi

mi arresto in attesa

di nuovi messaggeri.

 

 

 

 

 

cade su pungiglioni cristallini l’uomo precipitato

da finestre e alture

da muri e labirinti

porfidi e damaschi

e chiocciola di terrore

la schizofrenia cela flussi evenemenziali

e coartati stati di depressione coatta.

 

 

 

 

 

misero chi non è (mai stato) pazzo d’amore

poichè è perduto ogni giorno che si è vissuto senza amore.

 

 

 

 

 

voglio rimanere un mistero per te:

sorprenderti con il colore degli occhi

come strisce di luce in un orizzonte di rame,

con il segreto di un gesto distratto

come il vento che suona inatteso,

che d’improvviso nasce e poi si spezza

nell’ora che tacita si annera.

 

 

 

 

 

quando ti bacio e mi baci

la mia anima ubriaca

vola leggera benchè satolla.

 

 

 

 

 

la stagione estiva va terminando:

ogni cosa ogni pensiero ogni azione sospende

il ritmo residuo d’inaggirabile necessità

ma di tanto in tanto la maschera di cera si offre

ad una qualche questione di eterogeneità

consentendo qualche spiraglio di dolcezza

d’imprevedibili bagliori di sorrisi.

 

 

 

 

 

ho raccolto le mie zavorre

lasciandole cadere a una a una

sul mio ennesimo procedere,

ora che ho appreso che nulla è per sempre

mi attrezzo alla prossima ripresa,

mi guardo intorno senza troppa fiducia,

ma per quel che posso pienamente esistente

fino all’estremo della più intollerabile pienezza.

 

 

 

 

 

come quando fuori piove

tu non prendermi per pazzo

ma scegli una carta dal mazzo

e insegnami a giocare con i colori

anche se è brutto e piove fuori.

 

 

 

 

 

amo i letti stretti

ove con te giaccio all’addiaccio

e ti abbraccio.

 

 

 

 

 

non è un vero e proprio amore il nostro amore:

è più che altro un fato

un feto

un bambino

un destino

è un sogno che cresce tutta notte e poi muore al mattino

è un sogno ripetuto mille e mille notti

e ancora una.

 

 

 

 

 

la meta è sempre fittizia,

solo il viaggio è reale.

 

 

 

 

 

finita è la nostra notte

intangibile e lontana adesso sei

anima fuggitiva

oscuro cuore senza fine

abbandonata landa e plaga solitaria

foglia battuta dal vento.

 

 

 

 

 

mentre mangio gherigli

nel guscio della mia isteria

disegno cerchi veloci nell’aria

dividendo parti di luce

con molecole di nessuna fretta

e come motore nell’eclissi

mi arresto in attesa

di nuovi messaggeri.

 

 

 

 

 

ma noi non ricordiamo i giorni:

noi ricordiamo gli attimi,

gl’incostanti attimi d’incomparabile ebbrezza,

gl’inconsistenti sprazzi di tremenda bellezza.

 

 

 

 

 

mi piace quando tu dormi

svegliarmi prima di te e sorprendermi

nell’aroma di frutta matura,

dolcissima e un po’ stantia,

della tua bocca.

 

 

 

 

 

il tuo corpo è un eco muto

un colpo di pistola nel vuoto

un deserto di nuvole trafitto

da un tenue raggio di sole

una pura linea di acciaio fuso

che il tuo sorriso illumina.

 

 

 

 

 

soave linea di baci fuggitivi

il tuo corpo è una pura linea

di duro acciaio aguzzo-fuso.

 

 

 

 

 

sulla furtiva linea del tuo corpo

è scritto il canto dell’amore

tremulo come un brivido sulla pelle.

 

 

 

 

 

come alga dolcemente accarezzata dal vento

nel mare del mio letto ti agiti sognando,

negli occhi due onde per affogarmi.

 

 

 

 

 

sono ellebori profumati le tue mani affusolate

e petali morbidi le tue dita, soavi di tepore:

come il vento calido di Luglio

più caldi del vento di Luglio

mi solleticano quando mi toccano

e leggere il mio volto accarezzano

come dita di rosa delicate.

 

 

 

 

 

vacillano le scale dell’inferno

galoppano i bacilli dell’inverno

ad altre primavere ambendo

dietro cieche invasioni di luce:

ancora il mio cuore trafitto

dal futuro passato non torna

a curare i lampi e le catene

che premono ai terrori.

 

 

 

 

 

 

su, vieni: voglio vederti danzare

sul grembo affamato di un pasto nudo,

leggiadra tra gli spigoli aguzzi dell’amore.

 

vieni, vieni vestita o nuda che tu sia,

coperta solo di foglie di palpebre

o liquefatta nel globo di un soffione.

 

 

 

 

 

là, dove alto sulle nostre teste corre il fiume

scorrendo vicino ai tuoi pomi lunati

lì con te fra le erbe giacerò

ma non sarà un amore d’erba il nostro amore:

sarà un sogno

un fato

un destino

qualcosa che cresce

come un bambino

come una lucente clorofilla

che nel mattino il sole distilla.

 

 

 

 

 

un reticolo di ombre ci avvolge

perfettamente geometrico

inesorabilmente compatto,

il tramonto si riempie di vane sequele

mentre una volpe corre contro il sole

con il cuore in gola

e una zampa tra i denti

e un buio sale dai reconditi

come un cieco fiume

nell’ora che lenta s’annera.

 

 

 

 

 

all’ultimo lume del giorno

sorride il vespro e gli occhi china mesto:

in gola soffoca il pensiero,

un grappolo di dolore

s’ingloba attorno al cuore,

e scocca il primo elemento

di una proposizione moritura.

 

 

 

 

 

ondivago vado a zig-zag

e come una trota salmonata

percorro slalom in ascesa

verso una luce matematica

che alti eldoradi dischiuda

di ulteriori mondi nascosti

graduati sopra lo zero assoluto

finemente colloidali e immemori

ormai delle proprie origini

sempre la stessa prospettiva ovulare

segni e punti luminosi

surrogato della luce stellare

gesti passati in un eterno istante.

 

 

 

 

 

silenzio assoluto,

nere orbite di un mondo cinereo,

sfrenate corse lungo albe sublunari

screziate da molecole di nessuna tregua,

algidi-gelidi raggi selenici alle finestre.

 

 

 

 

 

non è amore il nostro amore

ma un destino.

 

 

 

 

 

è un giorno perduto un giorno senza amore.

 

 

 

 

 

io voglio che tu mi ami

e che ami soltanto me

ma che anche altri ti amino

e che tu ti neghi loro

per amor mio.

 

 

 

 

 

ho percorso milioni di chilometri

chilometri su chilometri

mentre il sole muore in cielo come un pugno nello stomaco

e cannoni e cuspidi esplodono il loro grido di guerra

e medaglie e pugnalate lanciano il proprio insulto

e una falena passa su steli come sterminati imperi.

 

 

 

 

 

ho sceso dandoti il braccio

almeno un milione di scale

mentre il sole stava chino

limpido sui fiori del giardino

e ora che tu più non sei

è il vuoto a ogni gradino

e io me ne sto inerme all’addiaccio:

l’amore è quando io mi addormento

e tu continui a guardarmi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2) CANZONI.

 

 

 

 

 

ΟΡΓΙΟΝ.

 

strano festino che ogni notte mi ronza nel cranio:

uno stridore di coltelli secchi,

risate di vetro,

e un pianto deforme

gettato in un canto fallico.

 

è l’ora delle muse

nel mio cuore

scordato.

 

 

 

 

 

TI RITROVERÒ.

 

un giorno ti ritroverò

e ritroverò la mia gioia di averti

perduta e smarrita

mio febbrile amore dimenticato perduto

schiantato contro le possenti muri della disumana potenza

e lì la tua sembianza

specchiarsi in candide nubi celesti

io rivedrò.

 

¿sapranno mai le mani sopra al petto

le carezze nascoste dietro i fogli?

 

ma già fredde sono le mie mani

e strette in petto

e io trasalisco al minimo refolo di vento

ed esigue nevi orlano di candore rami e profili e crini di monti

e il freddo già discende sulle mestizie dei cespugli

e le piante nei vasi in forse.

 

(¿ma che cosa è in fondo il forse?)

 

 

 

 

 

COME QUANDO FUORI PIOVE.

 

come quando fuori piove

ovunque proteggimi

dalle astuzie del freddo-gelo

e dalle sue odiose scaltrezze

sbiadite nell’ordine inverso dei venti.

 

proteggimi, proteggimi, ovunque proteggimi

dall’ordine controverso degli eventi

che contro-vento si sfaldano

e contro-corrente risalgono

ma a nessun ricordo approdano

proteggimi proteggimi

proteggimi dalle loro staffilate

taglienti come lame di ghiaccio

in molli onnipresenze d’estate.

 

non prendermi per pazzo

ma scegli una carta dal mazzo

e insegnami a giocare con i colori

anche se è brutto e piove fuori

tu sempre proteggimi, proteggimi

dal freddo inganno dell’abitudine

sempre proteggimi,

proteggimi dalla fredda equazione della ragione,

proteggimi, sempre proteggimi.

 

 

 

 

 

IMPARO IL SILENZIO.

 

le fasi della sera restituiscono una pace

con un cielo giallo di pioggia.

 

al balcone spio la vita farsi meraviglia.

 

è l’ora delle cene

è l’ora delle pene

e io ritorno a un nido di sfere pacifiche.

 

la quiete ferita delle sere di Luglio

la voce dei confini.

 

imparo il silenzio dal silenzio,

suona l’ora dei rientri,

i passi accorrono ai lumi,

imbastire bugie sotto alcole

perché mantengano lo spirito.

 

lo scenario di un compromesso

è nella linea rossastra di un

tramonto che non sa mentire.

 

il marciapiede è amico:

alla luce zigrinata dei fanali

e al taglio della pioggia urlante

il suo alfabeto misconosciuto.

 

 

 

 

 

UN SORRISO DIETRO IL SORRIDERE.

 

un sorriso dietro quel sorridere,

un dolore inattuale,

l’Autunno mi regala una foglia.

 

intuivo gli abbracci

come si allungavano

nella traiettoria degl’inganni

ma poi teniamo i pensieri

nelle svolte dei pantaloni.

 

¿possibile che vi siano destini orizzontali

per noi che siamo solo

stupide parallele perpendicolari senza vita?

 

 

 

 

 

I BACI RUBATI.

 

le facciate dei palazzi

hanno occhi curiosi.

 

un popolo di seduti

selve di seggioline davanti ai bar

e chi passa avverte gl’infimi disagi.

 

una panchina in ferro

i primi baci rubati

pomeriggi imbrattati dal macello

di un qualunque bordello.

 

 

 

 

 

IL COLORE DELLA SERA.

 

la sordità della notte è negligenza e cura.

 

il colore della sera,

le promesse di grano,

la seta sul corpo,

lei che bussa alla parete,

si appoggia al mio braccio,

e torna bambina.

 

ora è tarda sera,

la notte è calda e avvolgente

come un gomitolo di lana,

anzi è un gomito,

una sfera,

e la luna una chimera:

benchè sia pur sempre sangue versato

parole sciorinate e polline al vento

questo le nuvole non lo sanno.

 

¡quanti occhi dormienti ha la città!

 

 

 

 

 

M’INFRANGO DI MALINCONIA.

 

m’infrango di malinconia

la corsa in vespa

l’armatura della felpa:

 

era un tempo in cui le notti brillavano

e l’estate aveva ancora un gusto di rinascita:

in quel tempo noi indossavamo la vita

con i nostri sorrisi migliori.

 

tornerà un giorno la quiete

delle lunghe sere fondo-oro.

 

 

 

 

 

 

NEL CUORE DELLA NOTTE.

 

nel cuore asfittico della notte

la panchina ospitava

la sua mestizia in canottiera.

 

poi si levò

e imbracciò la bellezza

nel suo passo incerto

di bambina.

 

intorno ai discorsi l’aria calida e ferma

s’imbambolava.

 

bruciavano le membra sotto le armature

di cotonina.

 

vivrò il domani nuvoloso

alla luce del pomeriggio

di una città addormentata

che attende ancora.

 

al risveglio vorrei solo trovare un fiore sul comodino.

 

 

 

 

 

FINITA È LA NOTTE.

 

finita è la nostra notte,

anima fuggitiva d’ideale piacere,

oscuro cuore senza fine,

e come luna in cielo

intangibile e lontana adesso sei,

abbandonata landa e plaga solitaria,

foglia battuta dal vento e spoglia di libellula,

banda e vessillo,

benda e prebenda,

carta di riso e velo di Maia,

mentre mi dissolvo

in oceani di desolati sepolcri

(nere orbite di un mondo cinereo),

senza andata il ritorno,

siamo tutti figli del crudele

(pazienza)

l’uccellino in gabbia è solo l’aquila imprigionata di un sogno,

e io come vapore di dolore

mi arresto come motore nell’eclisse,

e non ho altro che misere ragioni

e so che niente mi giustifica

finchè vivo

sono d’ostacolo a me stesso,

mentre mangio gherigli nel guscio della mia isteria cosmica

e disegno cerchi veloci nel grano

dividendo parti di luce con molecole di nessuna fretta

in attesa di nuovi messaggeri.

 

 

 

 

 

SE SOLO LO VORRAI.

 

se solo lo vorrai

come archeologo guarderò in gola al tuo silenzio,

dei tuoi silenzi i labirinti esplorerò e i labili meandri,

leggerò nei tuoi occhi

quali furono i tuoi panorami,

quali nelle tua paure e fobie i tuoi traumi,

carpirò in ogni dettaglio che cosa ti aspettavi dalla vita

(e dalla morte).

 

mostrami il tuo non-so-che

e ti dirò chi eri

e come sei arrivata fin qui.

 

svelami i tuoi frammenti e drammi,

qualche caduco capello sparso in terra,

può bastare anche meno,

ancor meno: le tracce di sangue

restano per sempre

indelebili,

la menzogna riluce ed effonde,

dubbi e intenzioni si palesano.

 

mostrami il tuo nulla che ti sei lasciata dentro,

e ne farò un bosco e una selva,

una strada e un aeroporto,

una bassezza e un’altezza,

una bellezza e un terrore.

 

donami il tuo nulla

che ti sei lasciata dentro,

e domani ne farò bellezza e splendore,

bellezza e pudore

(bellezza è pudore).

 

dimmi quello che non hai avuto il coraggio di tentare:

ne farò gioia e dolore.

 

lascia che tutto ti accada

quanto non hai voluto.

 

 

 

 

 

IN CORONE D’AMENE FOGLIE RACCOLTO.

 

tu acqua di ruscello spettinata

tu qualità soffocata sei,

al tuo cielo l’estate si aggrappa

e i tuoi crini non molla,

e il tuo profumo tutto inebria e avvolge.

 

in corone d’amene foglie raccolto,

in papaveri e lucciole crogiolato ed eterne more

all’infinita luna-loop s’immedesimano

prati e desideri e sogni di gloria.

 

alle tue dita s’impigliano i miei sogni

al tuo petto frangendosi,

alla tua divina indifferenza

la mia vita si rompe e muore.

 

 

 

 

 

INTARMANO CIELI.

 

stelle vagabonde

vagabonde uve

lampi-neon-giglio

lampi di giallo-neon

nidi di acqua sterile

astenici miraggi amaranto di fonti

polle di non saziabili lacrime

immensi sogni freddissimi

non raggiungibili lumi.

 

il mio cervello davanti ai tuoi occhi sbanda

e i pensieri seguire non può se non a morirne.

 

intramano cieli

e uccelli

cardi

ragni,

 

perlati atolli-vertice,

 

chiari sbocciano suoni. 

 

 

 

 

 

HO VISTO COSE CHE NON SEI TU.

 

ho visto un binario morto che aspettava di essere sepolto,

ho visto un vicolo cieco che brancolava nel buio,

ho visto una volpe col cuore in gola e una zampa in bocca,

ho visto uomini ricchi firmare assegni circolari col compasso,

ho visto un contadino soffiarsi il naso col suo fazzoletto di terra,

ho visto diabetici morire in luna di miele,

ho visto un uomo riportare una ferita

al suo legittimo proprietario,

ho visto una cicala ereditare una fortuna da una formica,

ho visto politici conservare in frigo il terziario avanzato,

ho visto gondole cambiare canale con il telecomando,

ho visto un libro con l’indice rivolto in segno di accusa,

ho visto lenti da-sole in cerca di compagnia,

ho visto una moschea piena di zanzare,

ho visto un uomo con un occhio buio-pesto

e l’altro occhio pesto al pistacchio,

ho visto una porta chiudersi in un ostinato mutismo,

ho visto preti guariti negare di essere stati curati,

ho visto un grande regista girare l’angolo e svanire,

ho visto un verme solitario sposarsi,

ho visto canguri averne le tasche piene dei loro figli,

ho visto giardinieri innaffiare le piantine della città,

ho visto calciatori giocare con un pallone gonfiato,

ho visto matematici di servizio

apparecchiare una tavola numerica,

ho visto dentisti estrarre la radice quadrata di un dente,

ho visto un nulla meno di zero al quoto di un bel niente,

ho visto tossici sguainare la spada contro il nemico,

ho visto un lupo di mare con le vertigini allo stomaco,

ho visto una puttana di strada senza patente,

ho visto poliziotti che non erano politi per niente:

ho visto tutto questo e molto altro,

ho visto un sacco di cose,

cose e cose che però non eri tu

e ancora adesso non riesco a capire

dove va la musica quando finisce,

dove si nasconde la notte quando svanisce,

dove si adombra il cielo quando viene sera,

dove si cela il sole quando imbruna,

dove si rifugia il cuore quando spaura.

 

 

 

 

 

TENTA LA SOGLIA.

 

tenta,

tenta la soglia

che mondi esclude

e taglia panorami

e vieni a trovarmi,

attraversa la soglia

sottile che divide

il dentro e il fuori,

sali le scale

gradino per gradino

uno per volta,

osservando attenta

ogni singola piega

ogni singolo segreto:

in fondo troverai

una grande finestra

aperta sul cielo

da cui giungono

raggi di sole

e gocce di pioggia

e infinite stelle

tante quante in mare.

non aver paura

di raggiungere quelle vette

che dopo l’ultima

è sempre una dolce discesa.

e se per caso

ti capitasse d’incontrarmi

tienimi per mano

e sfiorami appena

come si fa

con le dita nell’acqua:

potrai provare la meraviglia

di scoprirti totalmente immersa

in un inarrestabile flusso

di vita che si compie e si rincorre

senza quiete e senza affanno.

 

 

 

 

 

GIGLIO IN CATENE.

 

ti conosco, ti ho sempre conosciuta, e sempre sei stata mia:

eri sogno raggelato in falsetto e amaro scoppio di mortaretto,

tu eri per me le forbici chiuse dentro il cassetto

un incompleto singhiozzo di tenebra alle 3,30 della notte

un uccello senz’ali in attesa del vento

lo specchio spalancato sul vuoto incombente;

tu eri per me la nuda carne tremula e assetata

che brucia come le calde notti d’estate,

tu eri per me il sale sulla ferita

le ultime pagine del libro e le dolci melodie del suono

il freddo di un panchina solitaria nel parco

l’ultimo rumore di passi scalpiccianti a sera

il canto disperato del folle e la danza del sangue

il sentimento del tempo e il presentimento dell’Autunno,

la ragione di ogni mio pentimento;

tu eri per me magnetica visione e chiodo fisso

giglio in catene ed elabro in mutande.

 

ti riconoscevo nell’indecisione dei giorni

come nel dondolio del pendolo,

nello squarcio del lattiginoso fendente

della luna nel manto della nera notte,

in questa vita stanca e annoiata,

nella miriade dei miei polverosi sogni,

in questa assurda massacrante nullità,

in questa massacrante devastante sfigurante assurdità;

eri con me nei paradisi negati e nei campi elisi

mentre la mia esistenza dissanguava

e la vita sanguinava macchiando i fiori e l’asfalto

mentre le fontane piangevano e la forza languiva

ed eri con me anche nei bassifondi e nei letti di lussuria

mentre sprofondavo in corpi senza cuore e notti senza alba

e donne senza amore affondavano le proprie unghie

nella mia schiena e nel mio cuore sornione

conficcandomi i talloni nei fianchi e nella pelle

trafiggendo il mio languore che mai muore.

 

ti ho vista, nei volti dei mille sconosciuti che mi fissavano

impassibili e spietati, ipocriti e vigliacchi

mentre un urlo di rabbia screziava di sangue il sole

il cerchio della vita si apriva-chiudeva e dischiudeva

e una volpe correva nel crepuscolo con il cuore in gola

saltando nei campi con una zampa tra i denti.

 

ti sentivo anche nel vento frizzante

e nella brezza marina io ti respiravo,

nella morte che il mio cuore ogni giorno vive

e nella solitudine dell’abbandono

che il mio cuore attanaglia

e perpetra il suo quotidiano inganno.

 

 

 

 

 

CHIASMO.

 

insieme siamo un chiasmo:

io e volgare e rozzo e grossolano

 in apparenza

ma solo grezzo come un diamante,

duro e scabroso fuori, troppo sensibile dentro

e una carezza basta a procurarmi uno squarcio

un mancato sguardo può spaccarmi il cuore in quattro;

tu gentile ed elegante e delicata fuori

ma incolta e banale dentro

e incapace di comprendere il mio dolore.

 

avevi ragione, sono troppo nervoso

e mi sento veramente bene

solo quando rimango da solo

ma è stata la gente e il mondo a rendermi così

e questo tu non lo hai capito mai:

succede ai sentimentali,

vengono traditi così tante volte

che finiscono per erigersi una corazza

a scudo nei confronti del mondo.

 

ma in fondo io volevo solo una persona con cui stare

in silenzio e sentire che fosse la migliore conversazione,

volevo solo una persona con cui condividere piccole cose

affettuose come stare mano nella mano

a fumare una sigaretta in balcone

o fare una passeggiata al parco senza parlare

o vedere un film in ciabatte e mutande

senza per questo sentirsi a disagio,

una persona con cui non dovere dimostrare

nulla, nemmeno di amarla

perchè già lo sa.

 

io volevo solo che tu mi amassi e che amassi soltanto me

ma che anche altri ti amassero e che tu ti negassi loro

per amor mio...

 

 

 

 

 

FINCHÈ GIRERANNO GLI ASTRI.

 

amore mio, finché gireranno gli astri e le stelle

e sorgeranno i giorni e le notti

allora anche tu esisterai

e la mia ragione e la mia rabbia sarai

mia magnetica visione

mio sesso e castità

mio impeto e mio chiodo fisso

mio elleboro in mutande.

 

amore mio, finché tu esisterai

esisteranno paura e angoscia

poiché non è altra pena

fuorché sapere che tu vivi

e possa soffrire.

 

amore mio, finchè tu esisterai

nessun tormento mi sarà estraneo

poiché su te dovrò vegliare

e ogni possibile male annientare.

 

ma, amore mio, quando tu più non sarai

allora per me sarà il buio

poiché non è altra luce

se non quella che tu irradi

quando mi guardi

e dolcemente sorridi.

 

amore mio, il tuo volto è la mia luna

il tuo corpo è la mia notte

il tuo sorriso le mie stelle

e tu, tu sei la mia rabbia:

finché vivi e vivo

non esiste pena più grande

fuorché sapere che tu esisti

e possa soffrire.

 

tu sei la mia schiavitù di saperti viva,

sei la mia ossessione di saperti tangibile,

sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile,

nel momento stesso in cui ti afferro,

ombra fuggitiva d’ideale piacere.

 

tu sei la mia rabbia.

 

 

 

 

 

IN UN BATTER D’OCCHIO.

 

da ieri a oggi

dal primo sguardo al primo bacio

potrebbero essere anni secondo il metro comune

potrebbe essere un sempre eterno

ma nella mia testa è solamente una frase

un lampo

un istante

un baleno

un sogno

un momento

un batter d’occhio

un giorno solamente

il tempo di un giro armonico

o di un semplice riff.

 

ora non ci sei più e io sto qui

seduto davanti a un cielo immenso e rosso

con il sole che mi tramonta negli occhi,

e mi piace, mi piace di brutto,

a volte mi sbatto sul letto

e guardo il soffitto,

con le crepe delle pareti

immagino un angelo e una capra,

un drago e un leone,

altre volte decido di dormire,

magari più tardi le cose sembreranno migliori:

si può impiegare una vita a morire

o meno di un attimo.

 

 

 

 

 

VORREI CHE TU MI AMI E CHE AMI SOLTANTO ME MA CHE ANCHE ALTRI TI AMINO E CHE TU TI NEGHI LORO PER AMOR MIO.

 

vorrei rimanere un mistero per te

sorprenderti con il colore degli occhi

come strisce di luce in un orizzonte di rame.

 

vorrei sapere come sorprenderti

con il segreto di un gesto inatteso

come il vento

che suona distratto

che d’improvviso nasce

e poi si spezza.

 

vorrei che tu mi ami e che ami soltanto me

ma che anche altri ti amino

e che tu ti neghi loro

per amor mio.

 

 

 

 

 

BENVENUTA.

 

benvenuta, ragazza mia,

finalmente posi il piede nella casa

e le mura divengono alberi

e prato il cemento del suolo.

 

forse avrai fame:

sul tavolo acqua e pane

e miele e noci.

forse sarai stanca:

vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa.

o forse avrai sete:

mi trasformerei in acqua

per dissetarti.

o forse avrai solo sonno

e solo voglia di dormire,

e allora un arco di lino per cullarti

con le mie braccia farò.

 

 

 

 

 

PIOVE.

 

piove, e la pioggia che va non torna,

mormora l’acqua infreddolita tra i rami

e marcisce la sera tra i sentieri,

brilla il freddo solitario dell’azzurro-cielo,

l’aria è una coppa di brina incisa nel vetro,

e il tramonto si riempie di vane sequele

come le vele le vele le vele...

 

piove, e la pioggia va che non torna,

mentre un buio sale dai reconditi

come un cieco fiume

nell’ora che lenta s’annera.

 

piove, e la pioggia che va non torna,

e le nere membrane della notte

nascondono brune gocce di brina

come occhi di massacrante nulla

appesi alla ragnatela dei pensieri

 

piove, e la pioggia che va non torna

mentre cadono le gocce sul tuo corpo

e sembrano e sono perle sulla tua pelle

 

piove, la pioggia che scorre e va,

la vita che sanguina e scivola via,

scende la sera, ed è freddo fuori:

io dentro mi preparo a riceverti

e sulla soglia io ti aspetto

ti aspetto senza pretese

pensando al tuo sguardo

al tuo sguardo che non ha paese.

 

 

 

 

 

¿E ORA?

 

è passato molto tempo

dalla prima volta

che abbiamo fatto l’amore.

e ora, ancora, come ieri

abbiamo niente e ci sembra tutto.

 

e scusa se ancora non sorrido

ma mi hanno piantato dentro così tanti coltelli

che quando mi regalano un fiore

all’inizio non capisco neanche che cos’è.

 

e scusa se sono sempre così serio

ma è che sei così bella che metti di malumore:

il tuo volto è una pura forma d’acciaio,

quando sorridi mi fai male.

 

e scusa se a volte sembro perfino triste

ma è che l’amore è una schiavitù

e un dolore è la bellezza.

 

 

 

 

 

FACCIAMO DUE PASSI.

 

¿hey, facciamo due passi?

facciamo due passi,

¿ti va?

insieme io e te!

¿no?

¿e perchè?

¿“perchè no” dici?

dai, facciamo due passi

insieme soli io e te!

¿che ne dici, ti sta?

facciamo due passi

sotto la pioggia che va!

¿no?

¿e perchè, perchè?

¿“perchè no” dici?

¿e perchè “perchè no”?

te lo dico io che lo so:

perchè dovremmo fare l’amore,

dovremmo fare l’amore io e te!

 

io con te

¿lo sai?

non ci capisco niente,

non ci capisco proprio niente,

però mi piace un sacco,

mi piace quando ti vedo

e sei così talmente bella,

bella da morire

e vestita da uccidere!

 

io da te mi sento attratto

mi sento proprio un mentecatto

mi sento un portento

come avere un siluro dentro,

devo fare qualcosa per averti

altrimenti io qui schiatto

altrimenti io qui schianto

e mi schianto in un pianto dirotto

ma è che non so che fare:

ci sono persone che sanno tutto

e questo è tutto quel che sanno,

io invece quando mi guardi

mi sento come morire.

 

io se provo a capirti

mi sento scemo, mi sento strano,

così faccio prima a levarci mano,

chiudo i bagagli e volo via lontano,

tipo un veloce aeroplano;

io se provo a parlarti

proprio non ce la faccio,

così mi arrendo e mollo

e giaccio all’addiaccio.

 

io voglio solo che tu mi ami

e che ami soltanto me,

ma che anche altri ti amino

e che tu ti neghi loro

per amor mio,

ma capisco benissimo:

non c’è posto nella tua follia

per la mia malinconia.

 

 

 

 

 

INADATTO.

 

ciao, oggi ho casa libera

¿perchè non vieni da me?

mi piacerebbe che venissi,

che mi venissi a cercare,

che mi venissi a trovare

e ti fermassi un po’ con me,

mi piacerebbe fare un giro in centro con te,

o una passeggiata sulla spiaggia

una passeggiata sulla sabbia.

 

limitato, troppo limitato,

limitato e primitivo,

primitivo e bleso,

io sono inadatto, troppo inadatto

troppo brusco per i poeti

troppo lirico per gli scrittori

troppo vecchio per i bar

troppo giovane per l’alcole

troppo duro per l’amore.

 

invecchiato

come il bullo dei film,

guido per le strade di città,

sigaretta che morde le labbra

come un tempo faceva l’amore,

troppo volgare per i salotti

troppo stanco per la strada

troppo leale per il commercio

troppo vigliacco per pensarci

sono inadatto, troppo inadatto:

all’infinito preferisco il ritmo frondeggiante di un be-bop,

all’armonia di un governo di concerto la dissonanza

di una nota capovolta,

e mi trovo benissimo nelle fessure tra teoria e prassi,

tra causa ed effetto.

 

umano, troppo umano

non sono preparato

all’onere di vivere

e reggo a fatica

il ritmo dell’azione,

inciampo a ogni passo

nella mia ignoranza,

il mio modo di fare

è troppo provinciale,

i miei istinti

quelli di un dilettante

e sento come crudeli

le attenuanti.

 

io sono inadatto, troppo inadatto:

qualunque cosa faccia si muta sempre in ciò che non ho fatto.

 

io sono l’esito insoluto

di un fulmine a ciel sereno

ma va bene così.

 

io sono come luna:

come luna so brillare

solo di luce altrui.

 

vorrei essere speciale (per te)

vorrei sapere come sorprenderti

con un improvviso salto all’incontrario

o col gesto inatteso di un bacio di contraccolpo,

ma io sono solo un reietto, sono solo un rifiuto umano

lo sterco del mondo e la deiezione della vita,

matto come uno scarafaggio,

mentre aumentano i suicidi e il perchè non lo sapremo mai

e io mi accorgo di essere proprio finito, finito

come un guado che taglia un fiume,

sono proprio finito, ora e sempre,

questa maledetta attesa mi uccide

che al fondo urla e chiede vittoria,

le mie mani aperte e impassibili

prima che tutto sia finito.

 

inerme dentro una sera

muoio ogni giorni che vivo:

come un uruboro rassegnato

rosicchio la mia coda

mentre il tempo rosicchia la mia vita

e la morte rosicchia i miei giorni.

 

 

 

 

 

ALLA TUA BOCCA IO BEVO.

 

alla tua bocca io bevo sapore di me e succo di non-essere

in trombe ritorte di spuma marina che rinfresca come brezza

io ridotto a mera puntura di zanzara

all’interno di uno tetradimensionale spazio infinitivo-negativo

deviante per smarrimenti

infinitesimali fughe e regressi ad infinitum

in tunnel di flebili rigurgiti di luce

mi asporto mentre tu

tu bevi (da) me e succhi

succo di granitico melograno

e ingoi

burrosi lumi e trasudanti gelatinose stelle cadenti

marcescenti come un pus.

 

 

 

 

 

L’AUTUNNO MI REGALA UNA FOGLIA.

 

L’autunno mi regala una foglia

con il tremore supplicante di una vena che gorgoglia,

con il fragore di una fiamma che arde clamorosa

e reclama la mia attenzione più scrupolosa

e la mia più distaccata devozione.

 

L’autunno mi regala una foglia,

remota fragranza e finale rossore,

senz’altro ramo che l’improbabile sguardo

di un passante o il lieve saluto del vagabondo,

lo sguardo fraterno del condannato

o la calda complicità della maledizione.

 

L’autunno mi regala una foglia,

fragile e caparbia come la speranza,

diafana e impalpabile

come uno spettro staccato all’albero della vita,

chiede di essere accolta tra le dita.

 

D’altro canto,

sono specializzato in letteratura italiana:

che ne so io di botanica,

e di come si tratta una povera foglia frale

che lontano dal proprio ramo se ne va?

 

Ma imperterrito l’autunno mi regala una foglia,

una foglia bianca di carta che,

trasformata in foglio,

mi obbliga a scrivere e fa di me una opera

e della sua pelle la patria infinita dell’apolide

su cui tutte le furie si scatenano.

 

 

 

 

 

MI ATTARDO.

 

Mi attardo per spazi e gradini come pensili giardini

pencolanti ai piedi dei venti che vanno

nel diffuso torpore delle nubi e delle correnti

come foschie di sogni e foschi sonni,

ed è un fiume immaginato-trasecolato

in perenne transito, in perenne dialogo,

in perenne dialettica col greto amazonico

che anfitrionico sale

e a me viene leggero e caparbio

nell’ostinazione tremante della sua superficie,

nell’esitazione intrepida del suo dorso,

nella distrazione tragica del suo ristoro,

e mi rapisce l’orizzonte

e gioie d’Autunno si spargono sul mio capo

come effusioni di foglie in catartica tregua

o tremore di ore disposte all’oblio.

 

Oh, anima di brina sei, anima di rena,

anima di arnia e anima di ernia,

grappolo di dolore che attorno al cuore s’ingloba

e stordisce la mia gioia e sciupa il mio vivere:

lasciarmi andare a decomposte onde ineroiche

eroico io vorrei ma non posso.

 

Sei primo elemento di una proposizione moritura

imprecisa e persa in oscuri uteri di luce,

sei lo stacco invischiato del volo mattutino delle rondini,

sei soffio sugli occhi e brace e rischio,

piega e piaga che prega

e nel suo suppurare mostra elitre di mosca

superstiti in fine,

sei torpido torbido scrigno di occhi-sguardi,

confuso volitare di pensieri

che non sanno l’amore.

 

Ma in questa natura ambigua e alchemica

che seppi essere solo menzogna

rabbioso e protervo

io mi attardo.

 

 

 

 

 

TU SEI PER ME LA RABBIA.

 

Amore mio, finché gireranno gli astri e le stelle

e sorgeranno i giorni e le notti,

allora anche tu esisterai

e la mia ragione e la mia rabbia sarai,

mia magnetica visione,

mio sesso e castità,

mio impeto e mio chiodo fisso,

mio elabro in mutande.

 

Amore mio, finché tu esisterai,

esisteranno paura e angoscia,

poiché non è altra pena

fuorché sapere che tu vivi e possa soffrire.

E allora nessun tormento mi sarà estraneo,

poiché su te dovrò vegliare

e ogni possibile male annientare.

 

Ma, amore mio, quando tu più non sarai,

allora per me sarà il buio,

poiché non è altra luce

se non quella che tu irradi

quando mi guardi

e dolcemente sorridi.

 

Il tuo volto è la mia luna,

il tuo corpo è la mia notte,

il tuo sorriso le mie stelle,

e tu, tu sei la mia rabbia:

finché vivi e vivo,

non esiste pena più grande

fuorché sapere che tu esisti

e possa soffrire.

 

Tu sei la mia schiavitù di saperti viva,

sei la mia ossessione di saperti tangibile,

sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile

nel momento stesso in cui ti afferro,

            ombra fuggitiva d’ideale piacere,

tu sei per me la rabbia.

 

 

 

 

 

VERRÀ LA NOTTE.

 

Verrà la notte e avrà i tuoi occhi, i tuoi umidi occhi,

questi occhi che mi spiano

anche quando non ci sei

e mi seguono da mane a sera

come l’ombra segue il sole,

questi occhi come una remota fragranza di finale rossore,

senz’altro ramo che l’improbabile mio sguardo

o la calda complicità della maledizione.

 

Verrà la notte e avrà il tuo odore.

Verrà la notte e avrà il tuo odore,

il tuo odore che m’inebria,

il tuo odore che mi perseguita

da mane a sera.

Verrà la notte e avrà il tuo odore,

quest’odore che mi accompagna dappertutto

nascondendosi tra le lenzuola e i vestiti,

impigliandosi ai miei capelli, ai miei tatuaggi,

intrappolato tra i minuti e le ore.

Quest’odore zucchero e cannella

che spunta all’improvviso

come una macchia sulla camicia.

Quest’odore che s’incolla come una mollica al palato

e come brivido si muove sotto pelle.

 

Verrà la notte e avrà il tuo odore.

Tu dormirai senza sospetto

ma i tuoi seni saranno spaventati nel buio,

si sentiranno i passi sugli scalini,

su udirà il cigolìo della porta,

e guarderanno le ombre sulle finestre

per tutta la notte.

 

Verrà la notte e mi coglierà di sorpresa,

come il tuo odore quando dormo e ti rifaccio in sogno.

Verrà la notte e sarà un momento (come la morte),

giusto il tempo per finire questi versi e dirti che,

quando sciogli i capelli, allora per me s’inizia la notte

esplodendo nel suo scintillante manto di stelle.

 

Verrà la notte e avrà i tuoi occhi,

i tuoi umidi occhi,

questi occhi che mi spiano

anche quando non ci sei,

e mi seguono da mane a sera

come l’ombra segue il sole.

 

 

 

 

 

DOLCE E REMOTA.

 

Dolce e remota come una canzone dell’adolescenza

impregnami ancora del tuo tepore

e invadi questa mia desolazione che la tua assenza ingigantisce.

Irritami con il fragore clandestino del battito del cuore

e dissolvimi nel tuo splendore alitando nella memoria.

Non lasciarmi solo davanti al freddo panorama incombente

di rabbia latente, disperazione latente, e terrore latente.

Non lasciarmi risoluta fra enormi grattacapi

e scottature che il freddo magnifica. La tua presenza impossibile

scruto nello spigolo gelato e aspetto a ogni angolo.

Ti invoco in tutte le lingue che non so pronunciare

e sprofondo nel falso e nel vero verde imbiancato dalla morte.

Ma sempre verso l’alto la tua apparizione imploro.

(Mi bastano gli occhi, almeno gli occhi.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<< Ormai non si tratta più di creare:

l’essenziale è quello che si è osservato. >>

 

Joseph Roth.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Anno 2021

 



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