"IMPROVVISI PER CUORI SCORDATI"
“IMPROVVISI PER CUORI SCORDATI.”
di Manuel Omar Triscari.
<< una scheggia di paesaggio sbattuta
dal vento >>
Wislawa Szymborska.
ci vuol
coraggio
a
indossare un sorriso
su un
cuore scordato:
si
spezza l’anima
in infinite
schegge
dimenticata.
il mio
cuore
è un
uovo nucleare
che non
ha guscio.
ogni morso
alle tue
labbra
è un
filo di seta
che
stringe
il mio
cuore.
nel mio
cuore
non c’è
pietra
che non
abbia un nome.
apro la
mia anima
in un fiore
osceno:
sopravvivo.
apro la
mia anima:
in un
fiore osceno
sopravvivo.
brucio i
miei giorni
come
incenso serbato
a un
morto amore.
ho amato
solo
quel
cadavere d’angelo
dentro
di te.
all’ultimo
lume
sorride
il vespro
e gli occhi
china mesto.
soffoca in gola
ogni pensiero.
sulla
riva del mare è bello stare muto
senza
ambizioni e senza desideri
sentendo
nel silenzio beltà e morte
lavorare
su di me.
il
candido lume del giorno brunisce
e si
trasforma in sangue coagulato.
dicono:
sangue che si specchia
in una
pozza di sangue è pura beltà.
¿davanti
a questo specchio
che mi
mostra nudo e vivo,
come
posso non odiarti
se a
causa tua
tutta la
vita che ho dentro
vuole
uscire d’un colpo?
finalmente
le appartate membrane
della
notte ci accolgono,
sudario
ai nostri corpi
madidi e
affannosi.
breve è
la notte
breve la
vita
breve il
tempo
breve
l’amore:
tu non
indugiare
ma
spogliati
ché la
carne reclama il proprio piacere
e la vita
dura un soffio.
sali, cavalca
questa notte,
e ingoia
i ritegni.
Ogni tuo
respiro
fa
entrare il mondo intero
in
questa stanza.
il tuo
sguardo é calma accesa
come una
finestra illuminata
nel
cuore della notte.
mi
spaura il tuo sguardo
poiché
quanto prima non esisteva
rende
visibile ai miei occhi bui
e al mio
cieco cuore.
tu mi guardi
e il tuo viso è come un cielo autunnale
rannuvolato un momento
e subito dopo sereno.
ragazza,
baciarti è come baciare la notte
in tutta
la sua vasta perfetta nudità.
baciarti
è come baciare la notte
in tutta
la sua vasta, perfetta nudità.
baciarti
è come addentare la notte
in tutta
la sua vasta
perfetta
nudità.
baciarti
è come
addentare la polpa,
la polpa
della vita.
il tuo
sguardo è la mia luna,
i tuoi
occhi le mie stelle:
mentre
passo tra i palazzi e le strade
cammino
e tu cammini con me,
io mi
fermo e tu con me ti fermi.
i tuoi
occhi sono un vago tumulto,
un amore
impigrito dal caldo,
un pigro
verdicare di uva al mattino,
il
tramontare del sole tra nubi e argille.
la tua
lingua è una lama affilata
che come
un coltello che mi taglia
e mi
lacera quando le tue labbra bacio,
il tuo
volto è una pura forma d’acciaio:
quando
sorridi mi fai male.
ogni
gloria vuole il suo disprezzo per partorire la propria vittoria,
ogni
sforzo vuole il suo dolore per partorire la propria gioia,
ogni
morte vuole le sue ceneri per partorire una fenice,
ogni
stella che balla vuole un caos per
sorgere.
i
platani oscillano
estiva
ombra spargendo,
e
tremano i cipressi
e
cantano le fronde palpitando,
e si
trastullano i ruscelli
con le
loro acque monelle
giocando
e spumeggiando rugiade
e levigano
ciottoli e pietre:
in
questo angolo di paradiso
i nostri
corpi stanno stretti
in un
nodo legati.
guardandoti
di notte dormire
ho visto
guizzare nei tuoi occhi
balenanti
attimi di eterna bellezza
e
passeggeri sprazzi di provvisoria eternità.
da ésili
fondali marini ed esilii serali sale il notturno silenzio
e
trasale nelle screziate corolle dell’orto murato
dove
iridi giacciono prigioniere cattive
e la
disumana solitudine umana trasumana
in
trasparenza di verde-pianta ed essenze-olore.
tutti
vogliono le tue labbra
ma una è
la bocca degna della tua bocca selvatica
poichè
non cercai il tuo desio in fantasmagorici punti-G
ma mirai
dritto all’onirico punto-blu
da cui
schizzi di nano-minuti asmatici guizzano
roteando
e raggiando oggetti frattali.
nasce
dal bisogno la bellezza,
prorompe
dal caos l’armonia,
la forma
da ciò che non ha forme.
eri
l’alba, eri l’aurora
i tuoi
occhi erano due soli
quando
ti destavi e mi guardavi
e un
nuovo tuo giorno penetrava in me
l’anima
tremava come luna nel mare
e la
pelle brillava con sapore d’amaranto.
ora non
ci sei,
sono
solo,
è notte.
eri
l’alba
eri
l’aurora
i tuoi
occhi erano due soli:
quando
ti destavi
e mi
guardavi
e un
nuovo tuo giorno penetrava in me
l’anima
tremava come luna nel mare
e la
pelle brillava con sapore d’amaranto.
ora che non
ci sei sono solo,
è notte.
Questo
amore,
più che
altro,
è
diventato un’intermittente,
una
rabbiosa poesia,
che
suona come un singhiozzare
di pugni
su una cassa
riecheggiante.
Il mio
petto è una radio
che
conosce solo
canzoni
metalliche
(quando
non sa rinunciare a sintonizzarsi su di te).
l’autunno
ha una veste leggera di sposa,
il
pomeriggio indossa una vestaglia d’ombra,
contando
i passi si rimane fermi a un respiro corto,
la
numerologia del riposo è poco più
delle irrisolte
questue risibili,
le sere
d’estate si salvano e almeno loro trasvolano.
amare di
spalle una curva di carne,
amare di
spalle non è amare di petto.
le ali
della notte sono nere civette
o
zanzare impazzite.
amare
rende lievi, ma tu dimmi:
¿il tuo
mare assolato aspetta il mio ritorno
nel suo
nido avaro?
la
delega al tuo patrimonio è un furto amaro
come
lambire l’onda lieve dolente del polipsonio.
oh amore,
¿che
cosa è questo affanno
che mi
toglie il sonno,
questo
saldato inganno
e
incurabile danno?
¡oh
Agosto crudele nel gioco del mercato!
¿come
saranno i tuoi occhi d’inverno,
e la
tinta marina nella dolenza mattutina?
una
tenera foglia
il
broncio infantile
sulla
pagina bianca
dei tuoi
diciannove anni.
¿dove
corri, meraviglia?
¿quale
pensiero buffo
l’alato
ciuffo ti scompiglia?
la tua orografia
alla
radice degli occhi
è un
insetto morto nel miele.
agitarsi
di mani
che
imbastiscono alfabeti
(ma sono
esperimenti muti e svogliati)
sospiro
carnale che si estende alle stelle e le infiamma,
i
latrati dei cani sono la colonna sonora delle notti.
scorre
lieve il pomeriggio sulle tue scarpe da ginnastica da poco,
le molte
fasi del silenzio si offrono per essere studiate,
un che
di biondo giunge a falciare il pomeriggio
tra le
erbe alte e polverose del mio sogno giapponese.
falciami
il cuore
(volendo
e potendo)
penetra
piano,
non far
rumore,
curami e
ammalami,
entrami
sotto i vestiti
e
rinfrescami le carne
come una
brezza cauta di Maggio.
un sorso
d’aria al lungomare,
sentore
d’estate,
e fughe
pianificate nella città vibrante.
ho
chiuso il cuore,
era
predestinato,
ma non è
un reato:
è un
espediente d’amore
per non
soffrire
(troppo).
il
televisore acceso invano piange se medesimo
mentre
che io indugio e mi attardo sul letto
per
difendermi dalle tagliole del giorno.
è
paziente l’insonnia
e anche
un po’ bugiarda
ma io
proteggo i miei angoli di casa
affinchè
fioriscano
in un
silenzio disossato-dissodato.
quanti
occhi sornioni
a spiare
le mosse dei viventi
nella
mora degli eventi
perse
nel mare dei venti.
nell’oceano
delle correnti
per
essere sempre vivi
essere
per sempre morienti.
nel mare
dei venti
per
essere sempre vivi
essere
per sempre morienti.
nel mare
degli eventi
per
essere sempre viventi
essere
per sempre morienti.
odio e
amo, forse ti chiederai come sia possibile,
ma è
così: so perfettamente come si può.
e odio e
amo
(so come
si può).
il mio
correlativo oggettivo
(lo
sappiamo tutti)
è nella
risultanza quotidiana
che
rimane fissa e spessa
come
nebbia agl’irti colli.
la notte
se la
misuro
scopro
che ha il mio stesso giro-vita.
le
parole in vortice
hanno
fatto del loro meglio
per
essere all’altezza
della
mia bellezza.
sulle
mie spalle
Agosto
è un
imbuto di silenzi.
l’estate
è l’occasione migliore
per
sfoggiare insensatezza,
ma chi
ostenta felicità e gaiezza
è un outsider della vita vera.
a
vedervi tutti lì
compresi
in un cerchio
di vane
sequele
mi fate
quasi pena
avvolti
in sudari di stupide cautele.
luci e
festine pendono da terrazze edulcorate
d’una
città ossidata.
studierò
la pioggia
i suoi
geroglifici
sulle
vetrate
serrate
come cuori
serrate
serrate serrate.
la barca
del cielo fa a gara
con la
tua scollatura.
nel
mentre
la notte
di Giugno
si
flette come un giunco.
la
solitudine è sentire una strana ambiguità,
scegliere
per governo una doppia identità,
cullare
il pomeriggio nel grembo del pomario.
ascolta:
ha note
così dolci,
i suoi
silenzi reggono la parte,
è un
simulacro
un
talismano
sguardante
a destra,
più
spesso a sinistra.
è una
fiaba
acerba
contorta
come la
via storta
che
ricompone ai fiati cardiaci.
invecchio
sulle tue mani
che
invece ringiovaniscono
in
diretta proporzione.
il vento
caldo di Luglio gonfia le tende
come una
carezza.
una
volta a cinguettare
erano
gli usignoli dei poeti
non i twitter
d’insulsi
fanfaroni.
¿odi?
il
silenzio del mattino di Giugno,
gli
uccellini a contendersi il cielo.
da basso
lei mi prepara il pranzo
come una
volta:
l’amore
è coerenza
l’amore
è costanza
l’amore
è perseveranza.
il sonno
è una giostra
di
perdenti memorie pencolanti.
il mondo
è una palude
(discreta
meraviglia),
una
scheggia di paesaggio
sbattuta
dal vento.
socchiude
il cielo,
ha
ancora sonno,
ma la
luna ha i tuoi occhi
(vorrei
fossero eclissi).
la noia
ti rimette in pace
è una
culla lieve.
dormire
su una panchina al sole
poi di
notte traversare la città
come un
lupo in amore
scarpe
strette e generose
falangi
di deserto
occhi
ruggiosi
cigli
come coltelli.
sfrecciare
di veicoli
come
stelle filanti:
sono
astronavi
omologate
per quattro
comode
per cinque.
i
supermercati sono immensi luna-park
ma la
fila alla cassa è un gioco per adulti.
incrocio
di strade: virtù colossali,
le
facciate dei palazzi hanno occhi curiosi:
¿possibile
che vi siano tanti destini orizzontali?
coppie
strette a taglio
viatici
di sopravvivenze
fenicotteri
fasciati nei cappotti
virtù
coi baveri alzati.
nei
parchi la complicità
delle
foglie a fissare
le
passeggiate di ieri
il
sedile è un trono
e ti
parla ancora.
il
terreno sconnesso
sta lì a
imbastire
giorni battuti
fedeltà
nei respiri.
la
pioggia è il romanzo rosa del cielo,
la notte
scivola sulle vetrate
come una
spogliarellista su pattini a rotelle,
i
silenzi a grappoli,
Luglio è
padrone delle strade e della polvere
e ne va
fiero.
t(r)uffarsi
per un’ora nel più dolce
dei
pomeriggi a passo veloce,
gara dei
rintocchi.
tu
io
noi
chi
siamo
mi
domando:
figure
emergenti d’alteri vanescenti palpiti di relitti affondati,
graffi
non decifrabili e continuo dub
martellante,
parola -
sussurro - accenno
a spasso
nello spazio
un passo
nel silenzio
un passo
alla volta.
ascolta,
non
rumore, non palpito, non strepito:
tutto
tace, tranquillo e sereno,
e sui
rami secchi riposano ancora
le brune
tórtore.
nel
silenzio assoluto solo si odono picchiare
contro i
vetri delle finestre
sottili
raggi di luna.
ancora
io ti sogno
in
sfrenate corse
lungo
albe sublunari
screziate
da lattiginose caligini
mentre i
tuoi capelli
si
sciolgono alla brezza,
ninfa dal
marmoreo corpo.
ancora
ti sogno
e in
mari di sepolcri desolati mi dissolvo e mi disosso,
di
solinghi avelli in oceani
perso
tra assolate teorie equoree mi perdo,
nei
solinghi pelagici porti sepolti del ponto,
e il
crine scioglie siderali bagliori alla brezza marese.
mentre
mangio gherigli nel guscio della mia isteria
mi
arresto come motore nell’eclissi
in
attesa di nuovi messaggeri.
silenzio,
silenzio assoluto,
nere
orbite di un mondo di cenere,
sfrenate
corse lungo albe sublunari,
sottili raggi di luna ai vetri delle
finestre.
ancora
ti sogno
mentre
mi dissolvo
in mari
di desolati sepolcri
e i tuoi
capelli si sciolgono alla brezza.
finita è
la nostra notte
intangibile
e lontana adesso sei,
anima fuggitiva,
oscuro
cuore senza fine,
abbandonata
landa,
plaga
solitaria,
foglia
battuta dal vento.
mentre
mangio gherigli
nel
guscio della mia isteria
disegni
cerchi veloci nell’aria
dividendo
parti di luce
con
molecole di nessuna fretta
e come
motore nell’eclissi
mi
arresto in attesa
di nuovi
messaggeri.
cade su
pungiglioni cristallini l’uomo precipitato
da
finestre e alture
da muri
e labirinti
porfidi
e damaschi
e
chiocciola di terrore
la
schizofrenia cela flussi evenemenziali
e
coartati stati di depressione coatta.
misero
chi non è (mai stato) pazzo d’amore
poichè è
perduto ogni giorno che si è vissuto senza amore.
voglio
rimanere un mistero per te:
sorprenderti
con il colore degli occhi
come
strisce di luce in un orizzonte di rame,
con il
segreto di un gesto distratto
come il
vento che suona inatteso,
che
d’improvviso nasce e poi si spezza
nell’ora
che tacita si annera.
quando
ti bacio e mi baci
la mia
anima ubriaca
vola
leggera benchè satolla.
la
stagione estiva va terminando:
ogni
cosa ogni pensiero ogni azione sospende
il ritmo
residuo d’inaggirabile necessità
ma di
tanto in tanto la maschera di cera si offre
ad una
qualche questione di eterogeneità
consentendo
qualche spiraglio di dolcezza
d’imprevedibili
bagliori di sorrisi.
ho
raccolto le mie zavorre
lasciandole
cadere a una a una
sul mio
ennesimo procedere,
ora che
ho appreso che nulla è per sempre
mi
attrezzo alla prossima ripresa,
mi
guardo intorno senza troppa fiducia,
ma per
quel che posso pienamente esistente
fino
all’estremo della più intollerabile pienezza.
come
quando fuori piove
tu non
prendermi per pazzo
ma
scegli una carta dal mazzo
e
insegnami a giocare con i colori
anche se
è brutto e piove fuori.
amo i letti stretti
ove con te giaccio all’addiaccio
e ti abbraccio.
non è un
vero e proprio amore il nostro amore:
è più
che altro un fato
un feto
un
bambino
un
destino
è un
sogno che cresce tutta notte e poi muore al mattino
è un
sogno ripetuto mille e mille notti
e ancora
una.
la meta
è sempre fittizia,
solo il
viaggio è reale.
finita è
la nostra notte
intangibile
e lontana adesso sei
anima
fuggitiva
oscuro
cuore senza fine
abbandonata
landa e plaga solitaria
foglia
battuta dal vento.
mentre
mangio gherigli
nel
guscio della mia isteria
disegno
cerchi veloci nell’aria
dividendo
parti di luce
con
molecole di nessuna fretta
e come
motore nell’eclissi
mi
arresto in attesa
di nuovi
messaggeri.
ma noi
non ricordiamo i giorni:
noi
ricordiamo gli attimi,
gl’incostanti
attimi d’incomparabile ebbrezza,
gl’inconsistenti
sprazzi di tremenda bellezza.
mi piace
quando tu dormi
svegliarmi
prima di te e sorprendermi
nell’aroma
di frutta matura,
dolcissima
e un po’ stantia,
della
tua bocca.
il tuo
corpo è un eco muto
un colpo
di pistola nel vuoto
un
deserto di nuvole trafitto
da un
tenue raggio di sole
una pura
linea di acciaio fuso
che il
tuo sorriso illumina.
soave
linea di baci fuggitivi
il tuo
corpo è una pura linea
di duro
acciaio aguzzo-fuso.
sulla
furtiva linea del tuo corpo
è
scritto il canto dell’amore
tremulo
come un brivido sulla pelle.
come
alga dolcemente accarezzata dal vento
nel mare
del mio letto ti agiti sognando,
negli
occhi due onde per affogarmi.
sono
ellebori profumati le tue mani affusolate
e petali
morbidi le tue dita, soavi di tepore:
come il
vento calido di Luglio
più caldi
del vento di Luglio
mi
solleticano quando mi toccano
e
leggere il mio volto accarezzano
come
dita di rosa delicate.
vacillano
le scale dell’inferno
galoppano
i bacilli dell’inverno
ad altre
primavere ambendo
dietro
cieche invasioni di luce:
ancora
il mio cuore trafitto
dal
futuro passato non torna
a curare
i lampi e le catene
che
premono ai terrori.
su,
vieni: voglio vederti danzare
sul
grembo affamato di un pasto nudo,
leggiadra
tra gli spigoli aguzzi dell’amore.
vieni,
vieni vestita o nuda che tu sia,
coperta
solo di foglie di palpebre
o
liquefatta nel globo di un soffione.
là, dove
alto sulle nostre teste corre il fiume
scorrendo
vicino ai tuoi pomi lunati
lì con
te fra le erbe giacerò
ma non
sarà un amore d’erba il nostro amore:
sarà un
sogno
un fato
un
destino
qualcosa
che cresce
come un
bambino
come una
lucente clorofilla
che nel
mattino il sole distilla.
un reticolo
di ombre ci avvolge
perfettamente
geometrico
inesorabilmente
compatto,
il
tramonto si riempie di vane sequele
mentre
una volpe corre contro il sole
con il
cuore in gola
e una
zampa tra i denti
e un
buio sale dai reconditi
come un
cieco fiume
nell’ora
che lenta s’annera.
all’ultimo
lume del giorno
sorride
il vespro e gli occhi china mesto:
in gola
soffoca il pensiero,
un
grappolo di dolore
s’ingloba
attorno al cuore,
e scocca
il primo elemento
di una
proposizione moritura.
ondivago
vado a zig-zag
e come
una trota salmonata
percorro
slalom in ascesa
verso
una luce matematica
che alti
eldoradi dischiuda
di
ulteriori mondi nascosti
graduati
sopra lo zero assoluto
finemente
colloidali e immemori
ormai
delle proprie origini
sempre
la stessa prospettiva ovulare
segni e
punti luminosi
surrogato
della luce stellare
gesti
passati in un eterno istante.
silenzio
assoluto,
nere
orbite di un mondo cinereo,
sfrenate
corse lungo albe sublunari
screziate
da molecole di nessuna tregua,
algidi-gelidi
raggi selenici alle finestre.
non è
amore il nostro amore
ma un
destino.
è un
giorno perduto un giorno senza amore.
io
voglio che tu mi ami
e che
ami soltanto me
ma che
anche altri ti amino
e che tu
ti neghi loro
per amor
mio.
ho
percorso milioni di chilometri
chilometri
su chilometri
mentre
il sole muore in cielo come un pugno nello stomaco
e
cannoni e cuspidi esplodono il loro grido di guerra
e
medaglie e pugnalate lanciano il proprio insulto
e una
falena passa su steli come sterminati imperi.
ho sceso
dandoti il braccio
almeno
un milione di scale
mentre
il sole stava chino
limpido
sui fiori del giardino
e ora
che tu più non sei
è il
vuoto a ogni gradino
e io me
ne sto inerme all’addiaccio:
l’amore
è quando io mi addormento
e tu
continui a guardarmi.
2) CANZONI.
ΟΡΓΙΟΝ.
strano festino che ogni notte mi
ronza nel cranio:
uno stridore di coltelli secchi,
risate di vetro,
e un pianto deforme
gettato in un canto fallico.
è l’ora delle muse
nel mio cuore
scordato.
TI RITROVERÒ.
un giorno ti ritroverò
e ritroverò la mia gioia di
averti
perduta e smarrita
mio febbrile amore dimenticato
perduto
schiantato contro le possenti
muri della disumana potenza
e lì la tua sembianza
specchiarsi in candide nubi
celesti
io rivedrò.
¿sapranno mai le mani sopra al
petto
le carezze nascoste dietro i
fogli?
ma già fredde sono le mie mani
e strette in petto
e io trasalisco al minimo refolo
di vento
ed esigue nevi orlano di candore
rami e profili e crini di monti
e il freddo già discende sulle
mestizie dei cespugli
e le piante nei vasi in forse.
(¿ma che cosa è in fondo il
forse?)
COME QUANDO FUORI PIOVE.
come quando fuori piove
ovunque proteggimi
dalle astuzie del freddo-gelo
e dalle sue odiose scaltrezze
sbiadite nell’ordine inverso dei
venti.
proteggimi, proteggimi, ovunque
proteggimi
dall’ordine controverso degli
eventi
che contro-vento si sfaldano
e contro-corrente risalgono
ma a nessun ricordo approdano
proteggimi proteggimi
proteggimi dalle loro staffilate
taglienti come lame di ghiaccio
in molli onnipresenze d’estate.
non prendermi per pazzo
ma scegli una carta dal mazzo
e insegnami a giocare con i
colori
anche se è brutto e piove fuori
tu sempre proteggimi, proteggimi
dal freddo inganno
dell’abitudine
sempre proteggimi,
proteggimi dalla fredda
equazione della ragione,
proteggimi, sempre proteggimi.
IMPARO IL SILENZIO.
le fasi della sera restituiscono
una pace
con un cielo giallo di pioggia.
al balcone spio la vita farsi
meraviglia.
è l’ora delle cene
è l’ora delle pene
e io ritorno a un nido di sfere
pacifiche.
la quiete ferita delle sere di
Luglio
la voce dei confini.
imparo il silenzio dal silenzio,
suona l’ora dei rientri,
i passi accorrono ai lumi,
imbastire bugie sotto alcole
perché mantengano lo spirito.
lo scenario di un compromesso
è nella linea rossastra di un
tramonto che non sa mentire.
il marciapiede è amico:
alla luce zigrinata dei fanali
e al taglio della pioggia
urlante
il suo alfabeto misconosciuto.
UN SORRISO DIETRO IL SORRIDERE.
un sorriso dietro quel sorridere,
un dolore inattuale,
l’Autunno mi regala una foglia.
intuivo gli abbracci
come si allungavano
nella traiettoria degl’inganni
ma poi teniamo i pensieri
nelle svolte dei pantaloni.
¿possibile che vi siano destini
orizzontali
per noi che siamo solo
stupide parallele perpendicolari
senza vita?
I BACI RUBATI.
le facciate dei palazzi
hanno occhi curiosi.
un popolo di seduti
selve di seggioline davanti ai bar
e chi passa avverte gl’infimi
disagi.
una panchina in ferro
i primi baci rubati
pomeriggi imbrattati dal macello
di un qualunque bordello.
IL COLORE DELLA SERA.
la sordità della notte è
negligenza e cura.
il colore della sera,
le promesse di grano,
la seta sul corpo,
lei che bussa alla parete,
si appoggia al mio braccio,
e torna bambina.
ora è tarda sera,
la notte è calda e avvolgente
come un gomitolo di lana,
anzi è un gomito,
una sfera,
e la luna una chimera:
benchè sia pur sempre sangue
versato
parole sciorinate e polline al
vento
questo le nuvole non lo sanno.
¡quanti occhi dormienti ha la
città!
M’INFRANGO DI MALINCONIA.
m’infrango di malinconia
la corsa in vespa
l’armatura della felpa:
era un tempo in cui le notti
brillavano
e l’estate aveva ancora un gusto
di rinascita:
in quel tempo noi indossavamo la
vita
con i nostri sorrisi migliori.
tornerà un giorno la quiete
delle lunghe sere fondo-oro.
NEL CUORE DELLA NOTTE.
nel cuore asfittico della notte
la panchina ospitava
la sua mestizia in canottiera.
poi si levò
e imbracciò la bellezza
nel suo passo incerto
di bambina.
intorno ai discorsi l’aria
calida e ferma
s’imbambolava.
bruciavano le membra sotto le
armature
di cotonina.
vivrò il domani nuvoloso
alla luce del pomeriggio
di una città addormentata
che attende ancora.
al risveglio vorrei solo trovare
un fiore sul comodino.
FINITA È LA NOTTE.
finita è la nostra notte,
anima fuggitiva d’ideale piacere,
oscuro cuore senza fine,
e come luna in cielo
intangibile e lontana adesso sei,
abbandonata landa e plaga
solitaria,
foglia battuta dal vento e spoglia
di libellula,
banda e vessillo,
benda e prebenda,
carta di riso e velo di Maia,
mentre mi dissolvo
in oceani di desolati sepolcri
(nere orbite di un mondo cinereo),
senza andata il ritorno,
siamo tutti figli del crudele
(pazienza)
l’uccellino in gabbia è solo l’aquila
imprigionata di un sogno,
e io come vapore di dolore
mi arresto come motore
nell’eclisse,
e non ho altro che misere
ragioni
e so che niente mi giustifica
finchè vivo
sono d’ostacolo a me stesso,
mentre mangio gherigli nel
guscio della mia isteria cosmica
e disegno cerchi veloci nel
grano
dividendo parti di luce con
molecole di nessuna fretta
in attesa di nuovi messaggeri.
SE SOLO LO VORRAI.
se solo lo vorrai
come archeologo guarderò in gola
al tuo silenzio,
dei tuoi silenzi i labirinti
esplorerò e i labili meandri,
leggerò nei tuoi occhi
quali furono i tuoi panorami,
quali nelle tua paure e fobie i
tuoi traumi,
carpirò in ogni dettaglio che
cosa ti aspettavi dalla vita
(e dalla morte).
mostrami il tuo non-so-che
e ti dirò chi eri
e come sei arrivata fin qui.
svelami i tuoi frammenti e
drammi,
qualche caduco capello sparso in
terra,
può bastare anche meno,
ancor meno: le tracce di sangue
restano per sempre
indelebili,
la menzogna riluce ed effonde,
dubbi e intenzioni si palesano.
mostrami il tuo nulla che ti sei
lasciata dentro,
e ne farò un bosco e una selva,
una strada e un aeroporto,
una bassezza e un’altezza,
una bellezza e un terrore.
donami il tuo nulla
che ti sei lasciata dentro,
e domani ne farò bellezza e splendore,
bellezza e pudore
(bellezza è pudore).
dimmi quello che non hai avuto
il coraggio di tentare:
ne farò gioia e dolore.
lascia che tutto ti accada
quanto non hai voluto.
IN CORONE D’AMENE FOGLIE
RACCOLTO.
tu acqua di ruscello spettinata
tu qualità soffocata sei,
al tuo cielo l’estate si
aggrappa
e i tuoi crini non molla,
e il tuo profumo tutto inebria e
avvolge.
in corone d’amene foglie
raccolto,
in papaveri e lucciole crogiolato
ed eterne more
all’infinita luna-loop s’immedesimano
prati e desideri e sogni di
gloria.
alle tue dita s’impigliano i
miei sogni
al tuo petto frangendosi,
alla tua divina indifferenza
la mia vita si rompe e muore.
INTARMANO CIELI.
stelle vagabonde
vagabonde uve
lampi-neon-giglio
lampi di giallo-neon
nidi di acqua sterile
astenici miraggi amaranto di
fonti
polle di non saziabili lacrime
immensi sogni freddissimi
non raggiungibili lumi.
il mio cervello davanti ai tuoi
occhi sbanda
e i pensieri seguire non può se
non a morirne.
intramano cieli
e uccelli
cardi
ragni,
perlati atolli-vertice,
chiari sbocciano suoni.
HO VISTO COSE CHE NON SEI TU.
ho visto un binario morto che
aspettava di essere sepolto,
ho visto un vicolo cieco che
brancolava nel buio,
ho visto una volpe col cuore in
gola e una zampa in bocca,
ho visto uomini ricchi firmare
assegni circolari col compasso,
ho visto un contadino soffiarsi
il naso col suo fazzoletto di terra,
ho visto diabetici morire in
luna di miele,
ho visto un uomo riportare una
ferita
al suo legittimo proprietario,
ho visto una cicala ereditare
una fortuna da una formica,
ho visto politici conservare in
frigo il terziario avanzato,
ho visto gondole cambiare canale
con il telecomando,
ho visto un libro con l’indice
rivolto in segno di accusa,
ho visto lenti da-sole in cerca
di compagnia,
ho visto una moschea piena di
zanzare,
ho visto un uomo con un occhio
buio-pesto
e l’altro occhio pesto al
pistacchio,
ho visto una porta chiudersi in
un ostinato mutismo,
ho visto preti guariti negare di
essere stati curati,
ho visto un grande regista
girare l’angolo e svanire,
ho visto un verme solitario
sposarsi,
ho visto canguri averne le
tasche piene dei loro figli,
ho visto giardinieri innaffiare
le piantine della città,
ho visto calciatori giocare con
un pallone gonfiato,
ho visto matematici di servizio
apparecchiare una tavola numerica,
ho visto dentisti estrarre la
radice quadrata di un dente,
ho visto un nulla meno di zero
al quoto di un bel niente,
ho visto tossici sguainare la
spada contro il nemico,
ho visto un lupo di mare con le
vertigini allo stomaco,
ho visto una puttana di strada
senza patente,
ho visto poliziotti che non
erano politi per niente:
ho visto tutto questo e molto
altro,
ho visto un sacco di cose,
cose e cose che però non eri tu
e ancora adesso non riesco a
capire
dove va la musica quando finisce,
dove si nasconde la notte quando
svanisce,
dove si adombra il cielo quando
viene sera,
dove si cela il sole quando
imbruna,
dove si rifugia il cuore quando
spaura.
TENTA LA SOGLIA.
tenta,
tenta la soglia
che mondi esclude
e taglia panorami
e vieni a trovarmi,
attraversa la soglia
sottile che divide
il dentro e il fuori,
sali le scale
gradino per gradino
uno per volta,
osservando attenta
ogni singola piega
ogni singolo segreto:
in fondo troverai
una grande finestra
aperta sul cielo
da cui giungono
raggi di sole
e gocce di pioggia
e infinite stelle
tante quante in mare.
non aver paura
di raggiungere quelle vette
che dopo l’ultima
è sempre una dolce discesa.
e se per caso
ti capitasse d’incontrarmi
tienimi per mano
e sfiorami appena
come si fa
con le dita nell’acqua:
potrai provare la meraviglia
di scoprirti totalmente immersa
in un inarrestabile flusso
di vita che si compie e si
rincorre
senza quiete e senza affanno.
GIGLIO IN CATENE.
ti conosco, ti ho sempre
conosciuta, e sempre sei stata mia:
eri sogno raggelato in falsetto e
amaro scoppio di mortaretto,
tu eri per me le forbici chiuse
dentro il cassetto
un incompleto singhiozzo di
tenebra alle 3,30 della notte
un uccello senz’ali in attesa
del vento
lo specchio spalancato sul vuoto
incombente;
tu eri per me la nuda carne
tremula e assetata
che brucia come le calde notti
d’estate,
tu eri per me il sale sulla
ferita
le ultime pagine del libro e le dolci
melodie del suono
il freddo di un panchina
solitaria nel parco
l’ultimo rumore di passi
scalpiccianti a sera
il canto disperato del folle e
la danza del sangue
il sentimento del tempo e il presentimento
dell’Autunno,
la ragione di ogni mio
pentimento;
tu eri per me magnetica visione
e chiodo fisso
giglio in catene ed elabro in
mutande.
ti riconoscevo nell’indecisione
dei giorni
come nel dondolio del pendolo,
nello squarcio del lattiginoso
fendente
della luna nel manto della nera
notte,
in questa vita stanca e annoiata,
nella miriade dei miei polverosi
sogni,
in questa assurda massacrante
nullità,
in questa massacrante devastante
sfigurante assurdità;
eri con me nei paradisi negati e
nei campi elisi
mentre la mia esistenza
dissanguava
e la vita sanguinava macchiando
i fiori e l’asfalto
mentre le fontane piangevano e
la forza languiva
ed eri con me anche nei
bassifondi e nei letti di lussuria
mentre sprofondavo in corpi
senza cuore e notti senza alba
e donne senza amore affondavano
le proprie unghie
nella mia schiena e nel mio
cuore sornione
conficcandomi i talloni nei
fianchi e nella pelle
trafiggendo il mio languore che
mai muore.
ti ho vista, nei volti dei mille
sconosciuti che mi fissavano
impassibili e spietati, ipocriti
e vigliacchi
mentre un urlo di rabbia
screziava di sangue il sole
il cerchio della vita si
apriva-chiudeva e dischiudeva
e una volpe correva nel
crepuscolo con il cuore in gola
saltando nei campi con una zampa
tra i denti.
ti sentivo anche nel vento
frizzante
e nella brezza marina io ti
respiravo,
nella morte che il mio cuore
ogni giorno vive
e nella solitudine
dell’abbandono
che il mio cuore attanaglia
e perpetra il suo quotidiano
inganno.
CHIASMO.
insieme siamo un chiasmo:
io e volgare e rozzo e
grossolano
in apparenza
ma solo grezzo come un diamante,
duro e scabroso fuori, troppo
sensibile dentro
e una carezza basta a procurarmi
uno squarcio
un mancato sguardo può spaccarmi
il cuore in quattro;
tu gentile ed elegante e
delicata fuori
ma incolta e banale dentro
e incapace di comprendere il mio
dolore.
avevi ragione, sono troppo
nervoso
e mi sento veramente bene
solo quando rimango da solo
ma è stata la gente e il mondo a
rendermi così
e questo tu non lo hai capito
mai:
succede ai sentimentali,
vengono traditi così tante volte
che finiscono per erigersi una
corazza
a scudo nei confronti del mondo.
ma in fondo io volevo solo una
persona con cui stare
in silenzio e sentire che fosse
la migliore conversazione,
volevo solo una persona con cui
condividere piccole cose
affettuose come stare mano nella
mano
a fumare una sigaretta in
balcone
o fare una passeggiata al parco
senza parlare
o vedere un film in ciabatte e mutande
senza per questo sentirsi a
disagio,
una persona con cui non dovere
dimostrare
nulla, nemmeno di amarla
perchè già lo sa.
io volevo solo che tu mi amassi
e che amassi soltanto me
ma che anche altri ti amassero e
che tu ti negassi loro
per amor mio...
FINCHÈ GIRERANNO GLI ASTRI.
amore mio, finché gireranno gli
astri e le stelle
e sorgeranno i giorni e le notti
allora anche tu esisterai
e la mia ragione e la mia rabbia
sarai
mia magnetica visione
mio sesso e castità
mio impeto e mio chiodo fisso
mio elleboro in mutande.
amore mio, finché tu esisterai
esisteranno paura e angoscia
poiché non è altra pena
fuorché sapere che tu vivi
e possa soffrire.
amore mio, finchè tu esisterai
nessun tormento mi sarà estraneo
poiché su te dovrò vegliare
e ogni possibile male
annientare.
ma, amore mio, quando tu più non
sarai
allora per me sarà il buio
poiché non è altra luce
se non quella che tu irradi
quando mi guardi
e dolcemente sorridi.
amore mio, il tuo volto è la mia
luna
il tuo corpo è la mia notte
il tuo sorriso le mie stelle
e tu, tu sei la mia rabbia:
finché vivi e vivo
non esiste pena più grande
fuorché sapere che tu esisti
e possa soffrire.
tu sei la mia schiavitù di
saperti viva,
sei la mia ossessione di saperti
tangibile,
sei la mia nostalgia di saperti
inaccessibile,
nel momento stesso in cui ti
afferro,
ombra fuggitiva d’ideale piacere.
tu sei la mia rabbia.
IN UN BATTER D’OCCHIO.
da ieri a oggi
dal primo sguardo al primo bacio
potrebbero essere anni secondo
il metro comune
potrebbe essere un sempre eterno
ma nella mia testa è solamente
una frase
un lampo
un istante
un baleno
un sogno
un momento
un batter d’occhio
un giorno solamente
il tempo di un giro armonico
o di un semplice riff.
ora non ci sei più e io sto qui
seduto davanti a un cielo
immenso e rosso
con il sole che mi tramonta
negli occhi,
e mi piace, mi piace di brutto,
a volte mi sbatto sul letto
e guardo il soffitto,
con le crepe delle pareti
immagino un angelo e una capra,
un drago e un leone,
altre volte decido di dormire,
magari più tardi le cose
sembreranno migliori:
si può impiegare una vita a morire
o meno di un attimo.
VORREI CHE TU MI AMI E CHE AMI SOLTANTO ME MA CHE ANCHE ALTRI TI AMINO E CHE TU TI NEGHI LORO PER AMOR MIO.
vorrei rimanere un mistero per
te
sorprenderti con il colore degli
occhi
come strisce di luce in un orizzonte
di rame.
vorrei sapere come sorprenderti
con il segreto di un gesto
inatteso
come il vento
che suona distratto
che d’improvviso nasce
e poi si spezza.
vorrei che tu mi ami e che ami
soltanto me
ma che anche altri ti amino
e che tu ti neghi loro
per amor mio.
BENVENUTA.
benvenuta, ragazza mia,
finalmente posi il piede nella
casa
e le mura divengono alberi
e prato il cemento del suolo.
forse avrai fame:
sul tavolo acqua e pane
e miele e noci.
forse sarai stanca:
vorrei lavarti i piedi
ma non ho acqua di rosa.
o forse avrai sete:
mi trasformerei in acqua
per dissetarti.
o forse avrai solo sonno
e solo voglia di dormire,
e allora un arco di lino per
cullarti
con le mie braccia farò.
PIOVE.
piove, e la pioggia che va non
torna,
mormora l’acqua infreddolita tra
i rami
e marcisce la sera tra i
sentieri,
brilla il freddo solitario
dell’azzurro-cielo,
l’aria è una coppa di brina
incisa nel vetro,
e il tramonto si riempie di vane
sequele
come le vele le vele le vele...
piove, e la pioggia va che non
torna,
mentre un buio sale dai
reconditi
come un cieco fiume
nell’ora che lenta s’annera.
piove, e la pioggia che va non
torna,
e le nere membrane della notte
nascondono brune gocce di brina
come occhi di massacrante nulla
appesi alla ragnatela dei
pensieri
piove, e la pioggia che va non
torna
mentre cadono le gocce sul tuo
corpo
e sembrano e sono perle sulla
tua pelle
piove, la pioggia che scorre e
va,
la vita che sanguina e scivola via,
scende la sera, ed è freddo
fuori:
io dentro mi preparo a riceverti
e sulla soglia io ti aspetto
ti aspetto senza pretese
pensando al tuo sguardo
al tuo sguardo che non ha paese.
¿E ORA?
è passato molto tempo
dalla prima volta
che abbiamo fatto l’amore.
e ora, ancora, come ieri
abbiamo niente e ci sembra tutto.
e scusa se ancora non sorrido
ma mi hanno piantato dentro così
tanti coltelli
che quando mi regalano un fiore
all’inizio non capisco neanche
che cos’è.
e scusa se sono sempre così
serio
ma è che sei così bella che
metti di malumore:
il tuo volto è una pura forma
d’acciaio,
quando sorridi mi fai male.
e scusa se a volte sembro
perfino triste
ma è che l’amore è una schiavitù
e un dolore è la bellezza.
FACCIAMO DUE PASSI.
¿hey, facciamo due passi?
facciamo due passi,
¿ti va?
insieme io e te!
¿no?
¿e perchè?
¿“perchè no” dici?
dai, facciamo due passi
insieme soli io e te!
¿che ne dici, ti sta?
facciamo due passi
sotto la pioggia che va!
¿no?
¿e perchè, perchè?
¿“perchè no” dici?
¿e perchè “perchè no”?
te lo dico io che lo so:
perchè dovremmo fare l’amore,
dovremmo fare l’amore io e te!
io con te
¿lo sai?
non ci capisco niente,
non ci capisco proprio niente,
però mi piace un sacco,
mi piace quando ti vedo
e sei così talmente bella,
bella da morire
e vestita da uccidere!
io da te mi sento attratto
mi sento proprio un mentecatto
mi sento un portento
come avere un siluro dentro,
devo fare qualcosa per averti
altrimenti io qui schiatto
altrimenti io qui schianto
e mi schianto in un pianto
dirotto
ma è che non so che fare:
ci sono persone che sanno tutto
e questo è tutto quel che sanno,
io invece quando mi guardi
mi sento come morire.
io se provo a capirti
mi sento scemo, mi sento strano,
così faccio prima a levarci
mano,
chiudo i bagagli e volo via
lontano,
tipo un veloce aeroplano;
io se provo a parlarti
proprio non ce la faccio,
così mi arrendo e mollo
e giaccio all’addiaccio.
io voglio solo che tu mi ami
e che ami soltanto me,
ma che anche altri ti amino
e che tu ti neghi loro
per amor mio,
ma capisco benissimo:
non c’è posto nella tua follia
per la mia malinconia.
INADATTO.
ciao, oggi ho casa libera
¿perchè non vieni da me?
mi piacerebbe che venissi,
che mi venissi a cercare,
che mi venissi a trovare
e ti fermassi un po’ con me,
mi piacerebbe fare un giro in
centro con te,
o una passeggiata sulla spiaggia
una passeggiata sulla sabbia.
limitato, troppo limitato,
limitato e primitivo,
primitivo e bleso,
io sono inadatto, troppo
inadatto
troppo brusco per i poeti
troppo lirico per gli scrittori
troppo vecchio per i bar
troppo giovane per l’alcole
troppo duro per l’amore.
invecchiato
come il bullo dei film,
guido per le strade di città,
sigaretta che morde le labbra
come un tempo faceva l’amore,
troppo volgare per i salotti
troppo stanco per la strada
troppo leale per il commercio
troppo vigliacco per pensarci
sono inadatto, troppo inadatto:
all’infinito preferisco il ritmo
frondeggiante di un be-bop,
all’armonia di un governo di
concerto la dissonanza
di una nota capovolta,
e mi trovo benissimo nelle
fessure tra teoria e prassi,
tra causa ed effetto.
umano, troppo umano
non sono preparato
all’onere di vivere
e reggo a fatica
il ritmo dell’azione,
inciampo a ogni passo
nella mia ignoranza,
il mio modo di fare
è troppo provinciale,
i miei istinti
quelli di un dilettante
e sento come crudeli
le attenuanti.
io sono inadatto, troppo
inadatto:
qualunque cosa faccia si muta
sempre in ciò che non ho fatto.
io sono l’esito insoluto
di un fulmine a ciel sereno
ma va bene così.
io sono come luna:
come luna so brillare
solo di luce altrui.
vorrei essere speciale (per te)
vorrei sapere come sorprenderti
con un improvviso salto
all’incontrario
o col gesto inatteso di un bacio
di contraccolpo,
ma io sono solo un reietto, sono
solo un rifiuto umano
lo sterco del mondo e la
deiezione della vita,
matto come uno scarafaggio,
mentre aumentano i suicidi e il
perchè non lo sapremo mai
e io mi accorgo di essere
proprio finito, finito
come un guado che taglia un
fiume,
sono proprio finito, ora e
sempre,
questa maledetta attesa mi
uccide
che al fondo urla e chiede
vittoria,
le mie mani aperte e impassibili
prima che tutto sia finito.
inerme dentro una sera
muoio ogni giorni che vivo:
come un uruboro rassegnato
rosicchio la mia coda
mentre il tempo rosicchia la mia
vita
e la morte rosicchia i miei
giorni.
ALLA TUA BOCCA IO BEVO.
alla tua bocca io bevo sapore di
me e succo di non-essere
in trombe ritorte di spuma
marina che rinfresca come brezza
io ridotto a mera puntura di
zanzara
all’interno di uno
tetradimensionale spazio infinitivo-negativo
deviante per smarrimenti
infinitesimali fughe e regressi ad infinitum
in tunnel di flebili rigurgiti di luce
mi asporto mentre tu
tu bevi (da) me e succhi
succo di granitico melograno
e ingoi
burrosi lumi e trasudanti
gelatinose stelle cadenti
marcescenti come un pus.
L’AUTUNNO MI REGALA UNA FOGLIA.
L’autunno mi regala una foglia
con il tremore supplicante di
una vena che gorgoglia,
con il fragore di una fiamma che
arde clamorosa
e reclama la mia attenzione più
scrupolosa
e la mia più distaccata
devozione.
L’autunno mi regala una foglia,
remota fragranza e finale
rossore,
senz’altro ramo che
l’improbabile sguardo
di un passante o il lieve saluto
del vagabondo,
lo sguardo fraterno del
condannato
o la calda complicità della
maledizione.
L’autunno mi regala una foglia,
fragile e caparbia come la
speranza,
diafana e impalpabile
come uno spettro staccato
all’albero della vita,
chiede di essere accolta tra le
dita.
D’altro canto,
sono specializzato in
letteratura italiana:
che ne so io di botanica,
e di come si tratta una povera
foglia frale
che lontano dal proprio ramo se
ne va?
Ma imperterrito l’autunno mi
regala una foglia,
una foglia bianca di carta che,
trasformata in foglio,
mi obbliga a scrivere e fa di me
una opera
e della sua pelle la patria
infinita dell’apolide
su cui tutte le furie si
scatenano.
MI ATTARDO.
Mi attardo per spazi e gradini
come pensili giardini
pencolanti ai piedi dei venti
che vanno
nel diffuso torpore delle nubi e
delle correnti
come foschie di sogni e foschi
sonni,
ed è un fiume
immaginato-trasecolato
in perenne transito, in perenne
dialogo,
in perenne dialettica col greto
amazonico
che anfitrionico sale
e a me viene leggero e caparbio
nell’ostinazione tremante della
sua superficie,
nell’esitazione intrepida del
suo dorso,
nella distrazione tragica del
suo ristoro,
e mi rapisce l’orizzonte
e gioie d’Autunno si spargono
sul mio capo
come effusioni di foglie in
catartica tregua
o tremore di ore disposte
all’oblio.
Oh, anima di brina sei, anima di
rena,
anima di arnia e anima di ernia,
grappolo di dolore che attorno
al cuore s’ingloba
e stordisce la mia gioia e
sciupa il mio vivere:
lasciarmi andare a decomposte
onde ineroiche
eroico io vorrei ma non posso.
Sei primo elemento di una
proposizione moritura
imprecisa e persa in oscuri
uteri di luce,
sei lo stacco invischiato del
volo mattutino delle rondini,
sei soffio sugli occhi e brace e
rischio,
piega e piaga che prega
e nel suo suppurare mostra
elitre di mosca
superstiti in fine,
sei torpido torbido scrigno di
occhi-sguardi,
confuso volitare di pensieri
che non sanno l’amore.
Ma in questa natura ambigua e
alchemica
che seppi essere solo menzogna
rabbioso e protervo
io mi attardo.
TU SEI PER ME LA RABBIA.
Amore mio, finché gireranno gli
astri e le stelle
e sorgeranno i giorni e le
notti,
allora anche tu esisterai
e la mia ragione e la mia rabbia
sarai,
mia magnetica visione,
mio sesso e castità,
mio impeto e mio chiodo fisso,
mio elabro in mutande.
Amore mio, finché tu esisterai,
esisteranno paura e angoscia,
poiché non è altra pena
fuorché sapere che tu vivi e
possa soffrire.
E allora nessun tormento mi sarà
estraneo,
poiché su te dovrò vegliare
e ogni possibile male
annientare.
Ma, amore mio, quando tu più non
sarai,
allora per me sarà il buio,
poiché non è altra luce
se non quella che tu irradi
quando mi guardi
e dolcemente sorridi.
Il tuo volto è la mia luna,
il tuo corpo è la mia notte,
il tuo sorriso le mie stelle,
e tu, tu sei la mia rabbia:
finché vivi e vivo,
non esiste pena più grande
fuorché sapere che tu esisti
e possa soffrire.
Tu sei la mia schiavitù di
saperti viva,
sei la mia ossessione di saperti
tangibile,
sei la mia nostalgia di saperti
inaccessibile
nel momento stesso in cui ti
afferro,
ombra
fuggitiva d’ideale piacere,
tu sei per me la rabbia.
VERRÀ LA NOTTE.
Verrà la notte e avrà i tuoi
occhi, i tuoi umidi occhi,
questi occhi che mi spiano
anche quando non ci sei
e mi seguono da mane a sera
come l’ombra segue il sole,
questi occhi come una remota
fragranza di finale rossore,
senz’altro ramo che
l’improbabile mio sguardo
o la calda complicità della
maledizione.
Verrà la notte e avrà il tuo
odore.
Verrà la notte e avrà il tuo
odore,
il tuo odore che m’inebria,
il tuo odore che mi perseguita
da mane a sera.
Verrà la notte e avrà il tuo
odore,
quest’odore che mi accompagna
dappertutto
nascondendosi tra le lenzuola e
i vestiti,
impigliandosi ai miei capelli,
ai miei tatuaggi,
intrappolato tra i minuti e le
ore.
Quest’odore zucchero e cannella
che spunta all’improvviso
come una macchia sulla camicia.
Quest’odore che s’incolla come
una mollica al palato
e come brivido si muove sotto
pelle.
Verrà la notte e avrà il tuo
odore.
Tu dormirai senza sospetto
ma i tuoi seni saranno
spaventati nel buio,
si sentiranno i passi sugli
scalini,
su udirà il cigolìo della porta,
e guarderanno le ombre sulle
finestre
per tutta la notte.
Verrà la notte e mi coglierà di
sorpresa,
come il tuo odore quando dormo e
ti rifaccio in sogno.
Verrà la notte e sarà un momento
(come la morte),
giusto il tempo per finire
questi versi e dirti che,
quando sciogli i capelli, allora
per me s’inizia la notte
esplodendo nel suo scintillante
manto di stelle.
Verrà la notte e avrà i tuoi
occhi,
i tuoi umidi occhi,
questi occhi che mi spiano
anche quando non ci sei,
e mi seguono da mane a sera
come l’ombra segue il sole.
DOLCE E REMOTA.
Dolce e remota come una canzone
dell’adolescenza
impregnami ancora del tuo tepore
e invadi questa mia desolazione
che la tua assenza ingigantisce.
Irritami con il fragore
clandestino del battito del cuore
e dissolvimi nel tuo splendore
alitando nella memoria.
Non lasciarmi solo davanti al
freddo panorama incombente
di rabbia latente, disperazione
latente, e terrore latente.
Non lasciarmi risoluta fra
enormi grattacapi
e scottature che il freddo
magnifica. La tua presenza impossibile
scruto nello spigolo gelato e
aspetto a ogni angolo.
Ti invoco in tutte le lingue che
non so pronunciare
e sprofondo nel falso e nel vero
verde imbiancato dalla morte.
Ma sempre verso l’alto la tua
apparizione imploro.
(Mi bastano gli occhi, almeno
gli occhi.)
<<
Ormai non si tratta più di creare:
l’essenziale
è quello che si è osservato. >>
Joseph
Roth.
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Anno 2021

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