"CARMI ASCOSI"

 

“CARMI ASCOSI.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 







 

PREAMBOLO.


Carmi ascosi.” si presenta come una raccolta poetica inusuale e coinvolgente al tempo stesso. I versi di Triscari attraversano mente e corpo lasciano tracce indelebili, scorie che poi sedimentano e producono nel lettore più attento riflessioni e considerazioni affatto scontate. Amore, sentimenti nascosti, morte, erotismo questi alcuni dei temi toccati dal poeta sempre però con la giusta dose di ironia perché come dice lui stesso: <<I miei poemi sono e non sono, le mie parole sono e non sono, i miei componimenti sono e non sono.>>.

 

 

 

 

 

PROLOGO: ESPRESSIONE E CONTENUTO NEL TESTO LETTERARIO.


Tempo fa ebbi una interessante diatriba con l’editore Giuliano Ladolfi il quale, sollecitato di un giudizio s’una mia opera poetica sottopostagli in valutazione al fine di eventuale pubblicazione, espresse una stroncatura che lungi dall’offendermi ho trovato particolarmente significativa del gusto e dell’indirizzo estetico del tempo e che, pertanto meritevole di discettazione, riporto integralmente.

Scrisse dunque il Ladolfi nella epistola telematica del 21 Dicembre 2021: <<Gent.mo Manuel Omar, mi sono soffermato a lungo a meditare sulle poesie che mi ha mandato. Come Le ho comunicato nelle lettere precedenti, Lei possiede un amore profondo per la poesia che diventa diario del suo mondo interiore, strumento di catarsi rispetto alle contraddittorietà del reale, sistema per fermare la distruzione del tempo. A mio parere, però, le indubbie doti che scorgo leggendo i suoi versi non sono poste nel dovuto risalto da uno stile che troppo spesso incline a stilemi codificati. *** Andrebbe snellita nello stile anche per aumentare la musicalità, ma colpisce per l’immediatezza, per l’aderenza a un sentimento interiore. Come avrà intuito leggendo il mio trattato di estetica, la poeticità di un testo sta nello sguardo originale con cui si contempla la vita, non nelle parole, nelle immagini, nelle metafore. È la vita stessa, quando ci presenta una lato particolare, a diventare poesia.>>.

Alla epistola risposi muovendo una decisa e debitamente fondata per quanto stringatamente circostanziata obiezione. Dissi: <<Avrei una obiezione a una Sua affermazione che mi pare *** del tutto parziale e miope, ridotta cioè nel campo visuale e ristretta nella profondità prospettiva ovvero che <la poeticità di un testo sta nello sguardo originale con cui si contempla la vita, non nelle parole, nelle immagini, nelle metafore. È la vita stessa, quando ci presenta una lato particolare, a diventare poesia.>. Certo, è il principio della poesia vigente all’interno del paradigma modernistico-industriale realistico-pragmatico, ma non il principio della Poesia con la P maiuscola e in toto. Provi a muovere una obiezione simile ai barocchi, ai manieristi, a Zanzotto, agli alessandrini, agli scrittori tardo-antichi, a Browning: si beccherebbe una fitta sassaiola d’ingiurie! La poesia è un fatto comunicativo, e come tutti i fatti comunicativi dunque anche un fatto di cultura e pertanto un fatto sociale. I suoi principi e regole sono il frutto della società che li plasma. Io li rifiuto tutti, e mi dedico a una poesia fondata sulla parola e i significanti, a scapito dei significati, ormai del tutto privi di sostanza. Ma anche questa è una visione (del mondo e della realtà) che contiene in nuce una propria ideologia e merita di rientrare nel sistema dei fatti di cultura per il fatto di essere elaborata da un individuo e pertanto sociale anche se anti-sociale. Non mi dilungo oltre: per approfondimenti consiglio di leggere i lavori culturologici della scuola di Tartu. Aggiungo solo che la mia poesia ha una valenza antropologica, è meramente intellettualistica, e tutta appiattita sul piano della forma dell’espressione, che secondo Hjelmslev è uno dei 4 piani della comunicazione, ciascuno un piano semiotico. La mia poesia è invece definibile piuttosto come una sola semiotica un cui piano è costituito a sua volta da una semiotica.>>.

A questa mia seguì e corrispose una serie di missive del Ladolfi, di cui riporto stavolta solo i passaggi più salienti per risparmiare al lettore le inutili e lamentevoli recriminazioni dell’editore: <<Per me>> dice il Ladolfi <<la poesia è rivelazione di un modo di aver abitato la terra in un determinato periodo della storia umana. Sa che cosa mi hanno scritto illustri critici che hanno letto il mio saggio su Zanzotto? Che ho detto quello che moltissimi pensano e che non hanno avuto il coraggio di dire. Loro opinione! Mia opinione! Sua opinione! In primo luogo non si tratta di “mio gusto”, ma di applicazione di criteri estetici, giustificati in sede epistemologica! In secondo luogo, in fatto di critica non esiste il giusto e lo sbagliato (come sostiene lei), ma esistono (a mio modesto parere) opinioni diverse.>>.

Lungi dal voler fare polemica mi esimo dal controbattere puntualmente ed empiricamente alle (molte) affermazioni (errate) del Ladolfi. Tuttavia, riconosco che la breve diatriba è fervida di interessanti spunti e infatti mi è stata pungolo per dirimenti riflessioni sulla poesia e sul fare poesia.

Partirò da una mia frase in cui è compendiosamente condensato il mio pensiero in materia: <<Io mi dedico a una poesia fondata sulla parola e i significanti a scapito dei significati, ormai del tutto privi di sostanza.>>. Non v’è dubbio che il discorso linguistico del testo, formato com’è di monemi, cioè di unità lessicali e morfologiche della prima articolazione, costituisca la forma dell’espressione in senso hjelmsleviano: essendo sostanza dell’espressione la realizzazione (fonica o grafica) dello stesso discorso. I monemi segni linguistici: appartengono cioè a quell’insieme coerente di segni usato nel discorso articolato verbale, le cui norme e il cui uso sono studiati dalla linguistica. è però sempre stato evidente che il testo formalmente più impegnato, e in particolare il testo letterario, o usa particolari categorie di segni linguistici (linguaggio letterario; oppure: linguaggio epico, linguaggio lirico, linguaggio comico, linguaggio narrativo, e altri) o usa in modo particolare i segni linguistici. Perciò, mentre non c’è dubbio che i monemi impiegati nei testi letterari pertengano totalmente alla lingua, si è cercato di definire le particolarità della loro scelta o della loro connessione che caratterizzano ogni testo letterario, con una perentorietà che coincide di solito con la maestria dello scrittore. I valori fondamentali della parola “stile” sono 2: 1) l’assieme dei tratti formali che caratterizzano nel complesso o in un momento puntuale il modo di esprimersi di una persona come il modo di scrivere di un autore o il modo in cui è scritta una opera; 2) l’assieme dei tratti formali che caratterizzano un gruppo di opere, costituito su basi tipologiche o istoriche. Ci soffermeremo all’inizio sul primo significato, ricordando sempre, però, che il secondo significato è istoricamente il primo: già nel mondo classico si parlava di stilus asianus e stilus atticus, mentre lo stile individuale, scarsamente studiato, era piuttosto oggetto di suggerimenti di carattere normativo, o considerato un repertorio di procedimenti retorici. L’analisi dello stile è stata svolta nel Novecento seguendo due direttrici, che si possono sintetizzare nei nomi di Bally e Marouzeau la prima e di Vossler e Spitzer la seconda.

Per Bally, la stilistica studia il valore affettivo dei fatti del linguaggio organizzato, e l’azione reciproca dei fatti espressivi che concorrono a formare il sistema dei mezzi di espressione di una lingua. La stilistica studierebbe dunque i fatti espressivi del linguaggio organizzato dal punto di vista del loro contenuto emotivo-affettivo, cioè l’espressione dei fatti della sensibilità da parte del linguaggio e l’azione dei fatti di linguaggio sulla sensibilità. Secondo Bally (che si muove in un quadro saussuriano), la langue possiede risorse espressive quali opzioni compresenti nella coscienza del parlante, il quale secondo le situazioni della sua sensibilità attuale sceglie ogni volta la variante che meglio le corrisponde: con il che viene decisamente arricchito, forse anche trasformato, il concetto saussuriano di “rapporti associativi” e anche quello di sistema: Saussure distingue tra rapporti sintagmatici, che collegano le parole nella linearità del discorso, e rapporti associativi, che al di fuori del discorso collegano ogni parola con tutte quelle che hanno qualcosa in comune con essa (sotto il punto di vista della etimologia, del significato, del significante, della semantica, e altri); dopo Saussure si è cominciato a chiamare i rapporti del secondo tipo paradigmatici invece che associativi. Le risorse espressive della langue (che, lo ricordiamo per completezza, per Saussure si distingue dalla parole come ciò che è sociale da ciò che è individuale, come ciò che è essenziale da ciò che è accessorio e più o meno accidentale) si ordinano per Bally secondo una gamma che va dal modo di espressione intellettuale (i cui termini possono fungere da “identificatori”) ai sinonimi di carattere affettivo (legati alle nozioni di valore, d’intensità e di bellezza).  L’espressione fa leva sia su “effetti naturali” sia su “effetti per evocazione”, cioè su elementi marcati e su elementi che, non marcati entro il gruppo linguistico di provenienza, lo divengono se introdotti in diverso contesto. L’indagine che, in rapporto con la teorizzazione, Bally svolse sul lessico e sulla sintassi francese, consiste in un censimento ragionato di sinonimi con diverso valore tonale. Nella ricerca di Bally, che resta rigorosamente nel campo della langue, gli stati d’animo sono presi in esame come mere possibilità, ordinabili in sistema a fianco, e in corrispondenza, con il sistema delle possibilità linguistiche. Bally pone dunque le basi per una psico-stilistica, che potrebbe rivendicare (tenendo anche conto dell’effetto sui destinatari) estensioni sociali-linguistiche, puntate verso effetti per evocazione, da studiare anche nella prospettiva dei destinatari. Jules Marouzeau portò avanti la ricerca sui testi letterari, ponendosi, invece che nella prospettiva della langue, in cui si tratta d’individuare repertori di sinonimi, in quella dell’utente, a cui ciò che interessa è la scelta tra i sinonimi e la sua motivazione; tra gli utenti, il più consapevole e scaltro è certo lo scrittore, che prende continuamente decisioni di ordine stilistico.

Ma nell’analisi letteraria avrebbe avuto un seguito molto maggiore il metodo di Leo Spitzer (piuttosto preconizzato che attuato da Karl Vossler). Queste poche righe non faranno certo giustizia né alla vastità dell’impianto spitzeriano né alla serie di assestamenti e approfondimenti riscontrabile nella sua attività di storico dello stile: qui cercherò solo di approntare qualche cenno sui procedimenti più caratteristici, e assimilati sotto l’etichetta di “metodo di Spitzer”. Il quale si fonda sul postulato che a qualsiasi emozione ossia a qualsiasi allontanamento dal nostro stato psichico normale o non connotato corrisponda nel campo espressivo un allontanamento dall’uso linguistico normale e che dunque e viceversa un allontanamento dal linguaggio usuale è indizio di uno stato psichico inconsueto. Si tratta dunque di cogliere queste deviazioni dall’uso linguistico normale, viste come spie della condizione d’animo dello scrittore. (E notiamo in margine che il concetto di deviazione, corrispondente al greco τρόπος e al latino tropus, è già presente nella retorica classica, che però non collegava le deviazioni con stati d’animo, né le usava per la caratterizzazione degli autori.) Citeremo come esempi di questo modo di procedere i saggi su Ch.-L. Philippe, in cui l’abbondanza di locuzioni e congiunzioni causali e il loro uso improprio permette d’individuare la presenza di una motivazione pseudo-oggettiva, specchio della rassegnazione ironica e fatalistica colta negli sventurati personaggi e fatta propria dall’autore; o quello su Péguy, la cui esperienza bergsoniana sarebbe denunciata dalla preferenza per parole come “mistico” e “politico”, da un forte uso di parentesi (che aprono prospettive all’infinito) e dalla decimazione delle virgole; o infine quello che individua negli scritti del pacifista Barbusse l’ossessiva presenza d’immagini di sangue con forte impronta sessuale. Ci sono ben più che presentimenti strutturalistici (enfatizzati negli ultimi anni da Spitzer) in questa concezione per la quale i particolari possono essere compresi solo per mezzo dell’insieme e l’insieme per mezzo dei particolari; e se è ormai datato 1) il vedere come faceva lo Spitzer la mente dell’autore quale una sorta di sistema solare nella cui orbita viene attratta ogni sorta di cose e lingua, motivazione e intreccio non sono che satelliti di questo ente, e 2) soprattutto il porre al centro di questo sistema l’étimo spirituale dell’autore cioè la radice psicologica dei vari tratti dello stile individuale dello scrittore, si deve aggiungere che la descrizione resterebbe valida solo se all’autore si sostituisse il testo e ai riferimenti psicologici quelli alla tensione formale.

Le stilistiche di Bally e di Spitzer sono diverse e quasi complementari: la prima è una stilistica della lingua, la seconda una stilistica dell’opera letteraria. Bally parla di scelte offerte al parlante dalla lingua, Spitzer di deviazioni dall’uso normale attuate nell’opera. Il concetto di “scelta” è sommario ma pienamente accettabile: è sommario perchè la lingua non è un sistema unitario ma si raggruppa in subsistemi, relativi alle varietà d’impiego sociale e culturale della lingua, all’interno o al di sopra dei quali subinsiemi vengono operate le scelte dei parlanti (nel secondo caso lo scrittore) che fanno propri tali subsistemi o che tengono in conto i gruppi di scelte offerte dai vari subinsiemi traendo insomma “effetti naturali” da “effetti per evocazione”. Maggiori riserve può suscitare il concetto di “deviazione”. Ci si domanda, infatti, a riguardo, innanzitutto rispetto a quale ente o fenomeno linguistico e stilistico si dica e s’intenda “deviazione”: Spitzer pare alludere alla langue, e lo stesso si può dire degli strutturalisti praghesi, che fanno anzi delle deviazioni dallo standard un criterio descrittivo basilare (anche se poi di stile si occuparono poco). Ma, anche una volta riconosciute e censite le varietà linguistiche, come si può sapere quale fosse il ventaglio di scelte presente allo scrittore, e l’espressione media da cui avrebbe deviato? Ma, in realtà, tali obiezioni si risolvono alquanto facilmente se si consideri la questione in prospettiva strutturalistica: in ottica strutturalista infatti la deviazione è la deviazione dal canone normale in auge in un determinato periodo e in un determinato luogo in una determinata disciplina o branca dello scibile umano; se trasferiamo poi il nostro discorso in campo linguistico, allora per standard s’intenderà il modello di lingua che si considera normale, e quindi generalmente valido in un dato luogo e in preciso tempo, cioè in una data latitudine e in una data longitudine, cioè ancora in una data società e in una determinata epoca istorica; può anche non identificarsi con alcuna delle varietà realmente parlate, ma essere il risultato di un’azione normalizzatrice esercitata, anche inconsapevolmente, dalla scuola, dalla stampa, dai mezzi di comunicazione di massa, e dalla frequenza degli scambî interregionali. La riserva più grave e seria è invece un’altra: se lo stile di un autore è individuato dal sistema delle deviazioni, dobbiamo considerare il resto del testo come inerte cioè privo di caratteri stilistici? Allora il testo sarebbe una specie di supporto neutro per gli elementi sintomatici, soli ad avere valore stilistico. Oppure siamo noi a ricorrere alle deviazioni, come a sintomi particolarmente vistosi, incontestabili, fermo restando che l’impegno stilistico deve essere presente, anche se meno rilevato, in tutta l’opera? Circa di questo tenore la risposta di Benedetto Terracini nella propria opera di “analisi stilistica” (Feltrinelli, Milano, 1966), che al concetto di “deviazione” oppone e sostituisce quello di “punto distintivo” (dunque un concetto non comparativo): i punti distinti sarebbero in una opera le tracce esplicite e dirette del valore simbolico di cui tutto il complesso testuale è portatore, i luoghi privilegiati del processo per cui il simbolo si articola nella parola.

Un aiuto viene a riguardo dalla stilometria, sviluppatasi, grazie al diffondersi degli elaboratori elettronici, al fianco dei preziosissimi spogli e concordanze che essi permettono di approntare. Per esempio non consente grandi deduzioni la possibilità di misurare l’indice di ricchezza di una opera cioè il rapporto tra il numero dei vocaboli usati e il numero di parole contenute nel testo. La formula proposta da P. Guiraud è la seguente: R(icchezza stilistica) = V(ocaboli) / N(umero di parole).  È pure possibile misurare lo scarto tra il rango che hanno le singole parole in un testo e quello che spetterebbe loro in un lessico medio. Ma resta il dubbio (già nei ricercatori) tra il valorizzare le parole a più alta frequenza assoluta (le cosiddette parole-tema) e relativa (le parole-chiave) o quelle a basso indice di frequenza, in base all’assioma che un messaggio è tanto più informativo quanto meno prevedibile.

Elemento strutturante della poesia è, dunque e infine, per me (ma forse farei meglio a dire: della mia poetica) il linguaggio e la funzione poetica. A riguardo trovo compendiosa un’affermazione di Jakobson contenuta nelle celeberrime “tesi del ‘29” del Circolo Linguistico di Praga, secondo la quale <<Il principio organizzatore dell’arte, in funzione del quale essa si distingue dalle altre strutture semiologiche, che l’intenzione viene diretta non sul significato ma sul segno stesso.>>.

 

 

 

 

 

Dedicato a nessuno.

 

 

 

 

 

PICCOLO BAMBINO.

 

Mario, piccolo bambino

sporco e antipatico,

germogliano i misteri nell’aia.

Quando esci dalla stanza buia

ortensia poggia i suoi fiori 

sul tuo sguardo. 

Appena lo zefiro dal tuo petto

abbraccia l’armonica a bocca

una grossa formica rossa sale la vite 

e le dita di una giovane mano

come le radici penetrano il cielo. 

I visi assenti e le mura tacciono. 

Ma per una colomba sul tetto

la vita di tuo padre 

è già diventata la fiaba. 

Chetato le offri due nuvole

di zucchero filato. 

 

Mario, c’è una pietra

che ti ossessiona. Quando

è bagnata dal sole ammiri

il suo candore. Nei lunghi

giorni grigi bevete

le stesse piogge luttuose.

Bambino sfrascato perso

in una rotonda! Dimmi

se è lei, quella pietra, 

l’araldo lieto del silenzio

che ti circonda. 

 

Mario, Pietro è il tuo compagno, 

ti ride perché credi

che il ponticello dal quale

vi tuffate nel fiume

nacque dai pensieri

dell’angelo che alberga

nel tuo paralume. 

(È stata tua zia a dirtelo

che sta proprio lì per fare

 il guardiano del tuo sonno.) 

Ma anche tu ridi a Pietro.

A lui il cipresso 

che mirate coi dardi

pare un Dio risorto

dagli abissi smeraldi.

Avete però 

una cosa in comune:

nel sogno vi appare

lo stesso cigno

con gli occhi blu. 

Chi sarà? Magari

quel signore allegro

vestito di bianco

il venditore di caramelle mou. 

C’è un’altra cosa che vi tiene uniti. 

Non dite niente a tuo nonno pio. 

Lui non deve sapere che siete collusi

con un angelo i cui pensieri 

s’inarcano sopra l’acqua selvaggia

e che prendete di mira un dio

con freccette e dardi.

Altrimenti, combriccola malvagia, 

chi vi farà se non lui

Il croccante agli anacardi? 

 

 Mario, che forza segreta

tiene gli uomini uniti in una chiesa?

Non è quella che vedi brillare

nella biglia posta fra te e il sole. 

Neanche quella che ti tiene fermo

dietro un albero ore e ore

a guardare la ragazza bionda

raccogliere i fiori sul prato. 

Ah maledetti visi in estasi

che prendono le sembianze

delle pietre impolverate.

Fuori quel mondo morente

c’era un sole cocente. 

Dietro di te nell’asfalto sciolto

lasciavi le orme più grosse

del tuo piede: monumento

di una decisione prematura. 

Con la testa toccavi il cielo

che si apriva come il mare

davanti a Mosè. Nel prato

immersa nei fiori luccicava lei. 

Come una biglia. A sentire i canti

dei suoi colori pare che Ibico

si addormentò in te. 

 

 Mario, c’è una pietra che tace in te.

Tu non la costringi a parlare,

(Non sei giudice!)

ma con lo sguardo coincidente al poetabile

incidi in lei lo scoiattolo

che gioca coi fuochi

sul palcoscenico di cera.

Aspetti poi

che il vecchio e smarrito

artefice del mondo ti lodi.

Domenica se scappi da casa

per girare fra i banchi del mercato

ritroverai la tua pietra

fra le mele caramellate,

rosse e succulente.

Ed ecco comincia di nuovo

il gioco del silenzio

che cerca di farsi animale. 

 

 

 

SE NON RISPONDO.

 

Se rispondo al telefono o al citofono puoi entrare:

mi piace la tua compagnia,

soprattutto quando indossi quella maglietta stretta

che lascia intravedere i tuoi seni turgidi,

quella blu con le tette che sbucano fuori

libere e sode

(mi piacciono i tuoi capezzoli

così duri che bucano il tessuto)

e puoi anche fermarti a dormire qui con me stanotte

se prometti di abbracciarmi come facevi un tempo,

e puoi certamente parlarmi di te,

questo è infatti del tutto naturale.

 

Ma se non rispondo non andartene:

forse sto solo dormendo o facendo la doccia,

forse sono solo disteso sul letto a riposare

pensando alle rose e alle viole,

a Cristo inchiodato alla croce e ai coni-gelato,

ai cavalli da corsa o alle puttane da battaglia,

forse sono solo seduto in mutande sul divano,

intestino pigro e pene depresso,

ma forse potrei anche essere arrabbiato e abbattuto,

triste e solo, disperato e deluso,

o forse potrei star piangendo e aver bisogno di te,

forse potrei essere intento ad appendere il cappio,

o a preparare la pistola per farmi un buco nella testa.

Quindi non andartene. Non te ne andare

anche se le luci sono spente

anche se non senti rumori di voci o passi

anche se non rispondo non te ne andare

perchè forse potrei aver bisogno di te.

 

Forse ho bisogno di te,

ho bisogno di te

e dei tuoi occhi atroci

prima che il mondo si dischiuda

o si fermi svanendo per sempre.

 

 

 

LETTI.

 

Esistono letti d’infinite forme diverse e colori

rossi grossi e rotondi o quadrati stretti e lunghi

ma in fin de’ conti tutti servono alla stessa cosa

e la gente li usa solo per due cose:

per scopare o per morire.

 

Gli uomini usano gli stessi letti prima per scopare poi per morire

ma i più muoiono meglio di come scopano

e su quei letti muoiono più di quanto scopino.

 

Ma più di tutto io amo i letti stretti

che a stento bastano a un solo corpo:

amo i letti stretti dove io e te dormiamo distesi

abbracciati stretti in un solo respiro

così stretti che posso vederti i pensieri sotto le palpebre

e quasi posso sentire i tuoi sogni palpitare dietro le tenebre.

 

Amo i letti stretti dove io e te giacciamo all’addiaccio e io ti abbraccio

anche se so che non è un vero amore il nostre amore:

è più che altro un fato, un feto, un bambino, un destino,

è un sogno che cresce tutta notte e poi muore al mattino,

è un sogno ripetuto mille e mille notti e ancora una,

finchè la notte scialba e la sera non perde e imbruna,

e il sogno svanisce e non è più nemmeno un sogno,

ma un milione di occhi ciechi che mi guardano biechi,

bui-bui più bui dei miei pensieri,

quelli di oggi e pure quelli di ieri:

è dentro quegli occhi che io t’invento e tu m’inventi

dentro quegli occhi: ecco perchè non tiriamo avanti

e in questa vita arranchiamo come la risacca sul mare.

 

La verità non esiste se non la puoi raccontare,

la realtà non esiste se non la puoi inventare,

l’eternità non esiste perchè non la puoi immaginare

 

 

 

COSE.

 

Ho visto un binario morto che aspettava di essere sepolto

ho visto un vicolo cieco che brancolava nel buio

ho visto una volpe col cuore in gola e una zampa in bocca

ho visto uomini ricchi e potenti firmare assegni circolari col compasso

ho visto un contadino soffiarsi il naso col suo fazzoletto di terra

ho visto diabetici morire in luna di miele

ho visto un uomo riportare una ferita al suo legittimo proprietario

ho visto una cicala ereditare una fortuna da una formica

ho visto politici conservare in frigo il terziario avanzato

ho visto gondole cambiare canale con il telecomando

ho visto un libro con l’indice rivolto in segno di accusa

ho visto lenti da-sole in cerca di compagnia

ho visto una moschea piena di zanzare

ho visto un uomo con un occhio pesto

al pistacchio e l’altro occhio buio-pesto

ho visto una porta chiudersi in un ostinato mutismo

ho visto preti guariti negare di essere stati curati

ho visto un grande regista girare l’angolo e svanire

ho visto un verme solitario sposarsi

ho visto canguri avere le tasche piene dei loro figli

ho visto giardinieri innaffiare le piantine della città

ho visto undici calciatori giocare con un pallone gonfiato

ho visto matematici di servizio apparecchiare una tavola numerica

ho visto dentisti estrarre la radice quadrata di un dente

ho visto un nulla meno di zero al quoto di un bel niente

ho visto tossici sguainare la spada contro il nemico

ho visto un vecchio lupo di mare con le vertigini allo stomaco

ho visto una puttana di strada senza patente

ho visto poliziotti che non erano politi per niente.

 

Ho visto tutto questo,

ho visto tutto questo e molte altro ancora,

ho visto un sacco di cose (cose che non eri tu)

ma ancora adesso non riesco a capire

dove va la musica quando finisce

dove si nasconde la notte quando svanisce

dove si adombra il cielo quando viene sera

dove si cela il sole quando imbruna

dove si rifugia il cuore quando spaura.

 

 

 

LA PIÙ GRANDE INVENZIONE DEL MONDO DOPO IL SISTEMA FOGNARIO.

 

Eri la più grande invenzione del mondo

finchè non mi hai scaricato.

Eri la trovata più geniale della storia

dopo il sistema fognario.

Eri il più grande spettacolo del mondo,

altro che Jovanotti e il big-bang!

Eri musica viva e potente

come il jazz più figo di una big-band,

altro che il fisico bestiale e il sesso anale!

Eri la più grande invenzione del mondo

dopo il sistema fognario (questo è ovvio),

finchè non mi hai scaricato per un altro, cazzo!

 

Se il tuo clitoride fosse un citofono

sarei stato il tuo testimone di Geova!

Ma adesso tocca a qualcun’altro

schiacciare il pulsante

e qualcuno lo farà per te, puttana,

e se non lo farà qualcun’altro sarai tu stessa

a premere da sola il pulsante giallo-verde-blu.

Ma che ti aspettavi che fosse?

Che ti aspettavi che ti dicessi?

È come la prima volta o l’ultima,

come la volta precedente e come la volta successiva:

ecco un cazzo, ecco una figa ed ecco i guai

ma ogni volta pensi che sarà l’ultima

ma stavolta non m’interessa più

mi basta un amore minimo

solo un po’ di comodità

e un briciolo di fortuna

e io ancora m’illudo

e ascolto le tue promesse nel vento

e più le ascolto e meno le sento,

in fondo eri solo una sborrata

ma avevi una bocca calda come l’equatore

e un culo bollente come l’inferno:

eri la più grande invenzione

dopo il sistema fognario (è chiaro),

bella al di là di ogni invenzione,

bella al di là di ogni immaginazione,

bella al di là di tutto,

ma poi mi hai scaricato,

mentre il sole si alza e la borsa cala

e sul tetto un gatto sornione caga

in assoluta delizia e perfetta mestizia,

e puoi anche chiamarlo amore

ma è che non avevo altro da fare

e la televisione mi faceva annoiare

ma tu chiamalo amore

sì, chiamalo amore, e infilatelo nel culo

o dritto nella luce debole del mattino

mentre la brace si spegne nel camino

che brucia feroce, feroce e atroce,

mentre l’identico sole cade s’un fiore

mentre l’ultimo sole cade sul nostro amore.

 

 

 

TACCHI A SPILLO.

 

Mi sento contento,

sono contento

il più delle volte,

sono contento quando arrivano,

sono contento quando se ne vanno,

le belle ragazze pulite in abiti azzurri,

sono contento quando sento i loro tacchi

avvicinarsi alla mia porta e sono contento

quando quei tacchi se ne vanno

e sono contento di fottere con loro

e sono contento che mi piaccia

e sono contento quando è finita

e posso tornare alla mia scrittura

e sono contento il più delle volte

poichè continua a cominciare e a finire

e il sole e la luna fanno su e giù

e anche i gatti fanno su e giù

e la terra ruota intorno ai gatti

e i gatti muoiono nel sole

e il sole ruota attorno ad Alice

che sta fumando un’altra sigaretta

mentre il telefono rotola il suo squillo

e io siedo e aspetto di nuovo,

aspetto di nuovo quei tacchi a spillo.

 

 

 

CHIASMO.

 

Tu pelle di ebano e palpebre di velluto,

tu con i capelli ricci e la chioma di scorpione,

tu con le dolci mani affusolate e il petto in tempesta,

tu con gli occhi pallidi e assorti da un vago tumulto annebbiati

agitati come le uggiose terre del Settentrione,

tu con il cuore in perenne subbuglio

e l’anima in fremente trambusto,

tu eri per me il coltello puntato alla gola,

smorfia di monello e canto di usignolo eri,

la pistola alla tempia e il cuore in gola,

il sibilo del vulcano e il ghigno del topo,

il rugghio del leone alle 6,30 del mattino

e il sorriso del sole nell’ora del meriggio,

lo sbadiglio della notte all’alba

e l’affannoso anelante ansito del giorno al crepuscolo,

la tempesta nel bicchiere e il lampo di luce nella bottiglia,

la notte seguita dal giorno e il giorno seguito dalla notte.

 

Ti conosco: eri sogno raggelato in falsetto

e amaro scoppio di mortaretto,

eri le forbici chiuse dentro il cassetto,

un incompleto singhiozzo di tenebra alle 3,30 della notte,

un uccello senz’ali in attesa del vento,

lo specchio spalancato sul vuoto incombente,

tu eri per me la nuda carne tremula e assetata

che brucia come le calide notti d’estate,

tu eri per me il sale sulla ferita,

le ultime pagine del libro e le melodie del suono,

il freddo di un panchina solitaria nel parco,

l’ultimo rumore di passi scalpiccianti a sera,

il canto disperato del folle e la danza del sangue,

il sentimento del tempo e la ragione di ogni mio pentimento,

magnetica visione e chiodo fisso,

giglio in catene ed elabro in mutande.

 

Ti riconoscevo nell’indecisione dei giorni

e nel dondolio del pendolo

nello squarcio del lattiginoso fendente

della luna nel manto della nera notte

in questa vita stanca e annoiata

nella miriade dei miei polverosi sogni

in questa assurda massacrante nullità

in questa massacrante devastante sfigurante assurdità.

 

Eri con me nei paradisi negati e nei campi elisi

mentre la mia esistenza dissanguava

e la vita sanguinava macchiando i fiori e l’asfalto

mentre le fontane piangevano e la forza languiva

ed eri con me anche nei bassifondi e nei letti di lussuria

mentre sprofondavo in corpi senza cuore e notti senza alba

e donne senza amore affondavano le proprie unghie

nella mia schiena e nel mio cuore sornione

conficcandomi i talloni nei fianchi e nella pelle

trafiggendo il mio languore che mai muore.

 

Ti ho vista nei volti dei mille sconosciuti che mi fissavano

impassibili e spietati,

mentre un urlo di rabbia screziava di sangue il sole,

il cerchio della vita si apriva-chiudeva e la morte si dischiudeva,

mentre una volpe correva nel crepuscolo con il cuore in gola

e una zampa tra i denti.

 

Ti sentivo anche nel vento frizzante

e nella brezza marina io ti respiravo

nella morte che il mio cuore ogni giorno vive

e nella solitudine dell’abbandono

che il mio cuore attanaglia

e perpetra il suo quotidiano inganno di speranza

lungo la strada del disinganno.

 

Ma insieme siamo un chiasmo

io triviale rozzo e scurrile,

ma solo grezzo come un diamante,

duro fuori ma troppo sensibile dentro,

e una carezza basta a procurarmi uno squarcio,

un mancato sguardo può spaccarmi il cuore in quattro,

tu gentile elegante e delicata fuori ma incolta e banale dentro

incapace di comprendere il mio dolore.

 

Avevi ragione

spesso appaio scontroso e scorbutico

e la maggior parte della gente mi sta sul cazzo (è vero)

sono molto nervoso e mi sento veramente bene

rilassato e tranquillo e a mio agio

solo quando rimango da solo (ne sono conscio)

sembro crudele disilluso e disingannato (d’accordo)

ma è stata la gente e il mondo a rendermi così

e questo tu non lo hai capito mai.

 

Succede ai sentimentali:

i sentimentali vengono traditi molte volte

e finiscono per erigersi a scudo una corazza contro il mondo.

 

Ma in fondo io volevo solo una persona con cui stare

in silenzio e sentire che fosse la migliore conversazione,

una persona con cui condividere piccole cose

affettuose come stare mano nella mano

a fumare una sigaretta in balcone

o fare una passeggiata al parco senza parlare

o vedere un film in ciabatte e mutande

senza per questo sentirsi a disagio,

una persona con cui non dovere dimostrare nulla,

nemmeno di amarla

perchè già lo sa.

 

 

 

GLI ANNI.

 

E gli anni scivolano via strisciando come vermi

e come vermi anche noi strisciamo lenti nel tempo e nello spazio

mentre i secoli ci scorrono sulla testa

e le nostre vite marciscono e si decompongono,

si coagulano e rapprendono in ansie e rimpianti,

e intanto noi non facciamo che far scorrere il tempo

sprecare il tempo

ammazzare il tempo

ingannare il tempo che c’inganna

mentre topi di mediocre mestizia

e serpi di altrettanta sollecitudine

altre forme di vita (se così si può dire)

strisciano sulla soglia del peggior dimenticatoio

di una ennesima vorace conveniente servitù

proprio come pavidi e pallidi mestieranti d’accatto

mentre la vita scorre tra le cosce e i languori

in un liquore di fumosi trastulli le sedute si sciolgono

nel modo più prevedibile

anche se le carni si offrono

in una promessa che non viene mai soddisfatta

e restano le più inattese sospensioni

e le nostre donne non ci amano più

solo la sigaretta a morderci le labbra

come un tempo faceva l’amore

ma anche noi abbiamo smesso di amarle

forse non le abbiamo mai amate

troppo occupati ad aspettare la sconosciuta alta e bruna

che non abbiamo mai incontrato

in attesa di un miracolo

o del miracolo dei miracoli

guidando seduti nelle nostre macchine sgualcite

contro il sole di uno stanco tramonto

tanto più bello delle nostre vite.

 

So che sono cose trite e ritrite

già dette e risapute,

ma che dire che non sia già stato raccontato?

 

 

 

ANIMA CAFFETTIERA.

 

Quella sera ero al bar

e stavo fumando una sigaretta

tu ti sei avvicinata e mi hai detto

quando fumi sei molto bello

e il tuo corpo quasi perfetto

camminava lungo le strade

lungo le strade del tuo vestito

del tuo vestito aderente da scoppiare

e arrapante da stuprare

che mostrava cosce da sballo

alla fine di due gambe da miracolo

e io col mio sguardo pieno di pretese

risalivo su per il tuo culo

per il tuo culo che non ha paese

caldo come l’equatore,

bollente come l’inferno.

 

Bella da morire e vestita da uccidere

i tuoi lunghi capelli splendenti

confondevi me e gli altri

tutto il mondo confondevano

i tuoi lunghi capelli lucenti

come appuntiti aculei pungenti

come lunghi affilati fendenti

mentre l’eterno sole cadeva a picco

colando sui fiori e le case

e io seduto guardavo senza pretese

su per il tuo culo che non ha paese

 

E poi facemmo l’amore...

Anzi no: non facemmo l’amore:

noi scopammo e scopammo alla grande

scopammo come luridi conigli

nascosti dietro i nostri cipigli

in un oceano fluente di bisbigli

le nostre gambe come nascondigli

esplodendo miriadi di lapilli

scopammo come lo farebbero due fratelli

e io conobbi i tuoi occhi

ed erano occhi di schifoso roditore

occhi di subdolo impostore

occhi come due vuoti anelli

più nudi e crudi alfine dei coltelli

occhi come arrabbiati diamanti

occhi come interminati frangenti

occhi come fragili graffette

occhi come dure manette

occhi vacui di squalo

e vidi anche la tua anima

ed era anima di freddo ghiaccio

buia disperata anima all’addiaccio

anima in triste ricatto

anima in scacco matto

anima di miniera

anima caffettiera.

 

Infine ci abbandonammo al sonno

e l’indomani non ti ritrovai

e sedetti alla finestra in vana attesa

contemplando la mia vita cerebrolesa

sedetti alla finestra e guardai fuori

ma non ti vidi mai più tornare

forse eri la solita puttana da scopare

e subito dopo abbandonare

o forse non eri in grado di amare

così presi la macchina e guidai

lungo le strade a un soffio dal piangere

sigaretta che mordeva le labbra

come un tempo faceva l’amore

confuso nella pioggia

un vecchio bullo invecchiato

invecchiato come i bulli dei vecchi film

chiedendomi dove fosse finita la buona sorte

camminai perduto e camminando mi perdevo

mi perdevo oltre le montagne viola e azzurre.

 

Sarà un’altra caldissima notte insonne questa notte

mentre la mia nuda carne brucerà nella nuda notte

come la fredda carne che brucia in padella

come la fresca carne che brucia nelle notti d’estate

e il telefono suonerà la sua solita nota stonata

e una voce dubitosa dirà qualcosa di incerto

mentre un amore mortale urlerà una bomba a mano

e la vittoria porterà in spalla un secchio di sangue

le lenzuola appese fuori dal balcone

come vecchi piccioni sui fili della biancheria

allineati come soldati in lunghe linee di rabbia

perfette come lunghissimi rettilinei di sabbia

lunghissimi e sottili come le tue labbra

che disegnavano un sorriso sul tuo viso

lunghissimi come le strade che portano al macello

come la lama di un affilatissimo coltello

come la strada che porta a ciò che il cuore brama

come il silenzio di chi più non ti ama.

 

Sarà un’altra caldissima notte insonne questa notte

mentre io sto qui seduto in mutande

e ti aspetto ormai senza più pretese

ripensando al tuo culo

al tuo culo che non ha paese.

 

 

 

L’ANIMA IN FONDO A UNA BOTTIGLIA.

 

Non so nemmeno quante sigarette ho bevuto

né quante bottiglie di vino e birra mi sono fumato

aspettando che le cose semplicemente migliorassero

aspettando che la luna mi riportasse l’antico amore

come riporta le greggi alle stalle e le barche al porto

non so quanta birra e vino e sigarette mi sono bevuto

dopo aver rotto con le donne che un tempo sono state mie

aspettando lo squillo di un telefono che non suona mai

aspettando un rumore di passi che non si sente mai

e se il telefono suona è solo molto più tardi

e se i passi finalmente arrivano è ormai troppo tardi

birra e birra a fiumi e fiumi di alcool

la radio che canta le vecchie canzoni d’amore

mentre i muri stanno ritti-immobili a destra e a sinistra

il telefono tace e la vita in pausa giace.

 

Sono stato amato, sono stato amaro,

ma scivola ora l’anima in fondo alla bottiglia

mentre residui di tappo galleggiano in superficie.

 

 

 

IN SOGNO.

 

In sogno io dipingo come Picasso

e parlo correttamente il francese e il greco

(quello dei vivi e anche dei morti),

ho talento e fascino da vendere,

scrivo grandiosi poemi immortali,

e sareste sbalorditi dalla mia bravura

e dal mio virtuosismo al pianoforte,

volo come si deve ossia da solo

e cadendo dall’alto di un tetto

so atterrare dolcemente sul verde,

posso tranquillamente respirare sott’acqua

e mi rallegro di sapermi sempre svegliare

appena un attimo prima di morire,

e qualche anno fa ho visto due soli

volteggiare in cielo nello stesso momento,

e l’altro ieri sera ero un pinguino

con la massima chiarezza possibile.

 

Ma nella realtà è tutt’un’altra cosa.

Però è anche vero che la realtà non esiste

se non la puoi immaginare. No:

la realtà non esiste se non la puoi inventare,

la verità non esiste se non la puoi raccontare.

 

 

 

BELLEZZA E TERRORE.

 

E mi accorgo che ormai è finito tutto,

incredibile non ci sentiamo più,

è proprio finito tutto,

è accaduto di tutto

la gioia e il dolore

la rabbia e il rancore

i sogni e l’amore,

mi è piaciuto tutto.

 

Non avercela con me

sono solo un uomo debole

misero e codardo

è che io voglio sempre tutto o niente

non mi sono mai accontentato

io voglio tutto o niente

tienilo bene a mente.

 

Ora non ci sentiamo più

ma lascia che tutto ti accada

vivi con allegria la bellezza e il terrore

qualunque cosa contenga l’energia

e la forza originaria della gioia.

 

Non c’è cammino:

il cammino si traccia facendo strada,

sono lunghe tutte le strade

che portano a ciò che il cuore brama,

ma si deve sempre andare,

si deve pur sempre andare,

si deve pur andare

da qualche parte,

nessun sentire è mai troppo lontano:

la meta è sempre fittizia,

solo il viaggio è reale.

 

 

 

MORBO.

 

Passano i giorni e come tronchi marci cedono

i concetti, la carne e la mente

si disfano,

la gioia vola via

dritta verso il sole

su ali di cera

e l’angoscia danza su ali di seta

librando il suo canto di disperazione fatale,

le parole volano come foglie impazzite nella tempesta

e si perdono nella notte scura come il vino

densa del fumo delle mie sigarette,

ma la meta finale a malapena di distingue tra la nebbia

e il corso delle cose si spezza

e si frange al ricorso della storia,

ogni schematismo e ogni ideologia vanno a farsi fottere

fottuti dalla prova della realtà,

il destino inesorabile viene verso di me,

la vita è solo la radice quadrata di uno zero al quoto di un bel niente,

i ricordi come pugnali volanti affondano nel cuore

e come denti affilati lacerano le viscere

con mille sottili lame taglienti

come il vento che con vane sequele lacera le vele

i rimpianti bruciano dentro di me come sale sulle ferite

e il coltello rigira nel mio petto come un frullo impazzito

nel fiammeggiante meriggio luttuoso

mani ruvide e ustionate dai morsi del freddo-ghiaccio

cuore all’addiaccio nelle notti senza luna

ossa arrugginite dal vento di brina.

solo il morbo tiene duro.

 

 

 

ISTERIA COSMICA.

 

Silenzio, silenzio assoluto,

nere orbite di un mondo cinereo,

sfrenate corse lungo albe sublunari,

sottili raggi di luna ai vetri delle finestre.

 

Luna, nuda luna,

nasce dal bisogno la bellezza

prorompe dal caos l’armonia,

la forma da ciò che non ha forme.

 

Luna, nuda luna,

ancora ti sogno

mentre mi dissolvo

in mari di desolati sepolcri

e i tuoi capelli

si sciolgono alla brezza.

 

Luna, nuda luna,

finita è la nostra notte,

intangibile e lontana adesso sei,

anima fuggitiva,

oscuro cuore senza fine,

abbandonata landa e plaga solitaria,

foglia battuta dal vento.

 

Luna, nuda luna,

mentre mangio gherigli

nel guscio della mia isteria

disegno cerchi veloci nell’aria

dividendo parti di luce

con molecole di nessuna fretta.

 

E come motore nell’eclissi

mi arresto in attesa

di nuovi messaggeri.

 

Luna                                                    Lune

nuda luna                                              lune nue

nuda luminosa luna                                lune nue brillante

capezzolo del cielo                                    mamelon du ciel

parte visibile del nulla.                             partie visible de rien.

 

 

 

MIRACOLO.

 

Come per miracolo il sole gira

come per miracolo gli uccelli volano

come per miracolo il mare ruggisce

come per miracolo la pioggia cade

come per miracolo la sigaretta brucia

come per miracolo il giorno splende

e splendi anche tu, tu che mi guardi e mi sorridi

e mi abbracci e mi tocchi, e mi baci e mi ami

come per miracolo e allora la mia vita si desta e corre:

scioglie l’alba il trucco della notte,

cancella la notte gli affanni del giorno,

il giorno spazza via le imposture dell’aurora

e del tramonto.

 

 

 

TU MI GUARDI.

 

Tu mi guardi e il tuo sguardo

è un funambolo sul filo del rasoio

un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso

un ubriaco che biascica parole inconsulte

un pazzo con un tamburo che urla sul tetto

un treno che deraglia e si accartoccia come una foglia

una rosa che ha roso il mio cuore s’è mangiata

un pesce con l’ala spezzata

una rondine ingabbiata tra le quattro mura

del mio cervello

un cavallo stramazzato a terra che gorgoglia

un cane che ulula alla notte e ringhia alla morte

una volpe con la zampa tra i denti

e il cuore nello stomaco.

 

Tu mi guardi

e il tuo viso è un cielo autunnale

rannuvolato un momento

e subito dopo sereno.

 

Tu mi guardi, lunatica amica,

e sul tuo volto di luna

sorrisi e cipigli si rincorrono

come il sole e l’ombra

s’una rada battuta dal vento.

 

Tu mi guardi e i tuoi occhi

sono occhi di solitudine e disperazione

occhi di silenzio e abbandono

occhi di tenebrosa e offesa bellezza

i tuoi occhi sono un vago tumulto

un vago scintillare di oasi nel deserto

un vago guizzare di vita come tra nebbia lampi

o come pesci nel piombo dell’oceano

nell’oceano di piombo.

 

 

 

INSONNIA.

 

Al limitare del giorno

allorché la notte fa senza pudore

del tuo corpo un fiore discosto

io in assurdi spazi cosmici trasvolo

e sudo dove resto solo.

 

Solo, confuso e smarrito nei tuoi grandi occhi neri

che mi fissano dal soffitto e mi guardano non-vivere

appeso alla ragnatela dei miei pensieri

intrappolato nella rete dei miei piaceri

soffocando nell’aria che non posso respirare.

 

Sterile figlio della notte infeconda il rimorso

vaga nei labirinti della mia insonnia

appeso ai filamenti di latte coagulato del ricordo

teso come una “spada di Damocle” sul mio sonno.

 

È un albatro che canta le sue orribili nenie

contro le calde spire della notte isterica

le sue grandi ali mi conducono a sperduti liti

dove t’incontro di nuovo, mio perduto amore,

e la tua stellata fronte rivedo

e i tuoi occhi scolorati bacio.

 

 

 

PIOVE.

 

E l’acqua fresca mormora tra i rami

effondendo profonda quiete

e il vento stormisce tra le foglie

spargendo malvaceo odore

e la pioggia marcisce la sera

e in valli e vette non voce risuona

e ultimo si ode il flessibile fruscio

della serpe che rintana

e da terre luce fugge fluendo

in un cieco fiume senza fine

e i miei incubi cinguettano scemenze

e la violenta luce di un tramonto viola

offusca il giorno

e la mia ombra mi scivola accanto

in una pozza d’inchiostro

e il tramonto è trafitto dal fulmine-rosso-sole

e il vento tormenta mari e monti

e ci ulula addosso dal nulla provenendo

e furioso al nulla avanzando

e le acque gonfiano nubi e fiumi

e i nembi incombono

e impetuose tempeste rombano

e il grido dell’uccello che annuncia l’inverno

cupo percuote il cuore e il bronzeo occaso

percorso da lame taglienti

e il cielo a scaglia a scaglia lento si annera

nella sera crepitando e vomitando

una nera nera tromba attorta

di schiume morte un’oscura ghiera

e io fatto parole

dissolto in milioni di parole

disciolto in miriadi di sillabe

resto senza nulla da dire.

 

 

 

OSSESSIONE.

 

Nel cuore dell’oscura notte

io

solingo e trafitto da un raggio di luna

sento solitudine come un brivido sotto pelle

come se fredde mani

con glaciali dita percorressero

gli interstiziali spazi del mio corpo.

 

Camminando in mari notturni

mi ritrovo in arcipelaghi insonni

a me fraterni

e trafitto da un sottile raggio di luna

tremo come un mare di grano

percosso dagli zoccoli del vento calpitante.

 

Cammino di notte

per strade povere e sterri

disgraziato e folle

fratello dei cani

sempre cammino

ma a mete conclusive mai arrivo

e percorro albe trame strade

su treni e scafi

ma luoghi dolci non trovo

sempre cammino

con passo straniero e amico

nei deserti della notte puttana

senza nessun conforto

senza nessuna meta

senza nessun reale obbietto

senza nessun reale desiderio

senza nessun dovere

senza nessun limite

se non la notte e il giorno

sempre parto

e cammino

e mai arrivo

e per eccitarmi ancora

in eterei e sucidi amori suicidi indugio

a disdicevoli torture amore sacrificando.

 

 

 

OSSESSIONE 2.

 

Quando all’ultimo lume del giorno sorride il vespro

e gli occhi china mesto

e in gola soffoca ogni pensiero

io in te ascondo i miei pensieri che non posso rivelare

e le mie follie che non posso urlare

in te le mie paure occulto che non posso confessare

in te i miei sogni celo che più rivelano me stesso

più di ogni verso più di ogni gesto.

 

 

 

LA SERA.

 

Viene la sera e il crepuscolo

una sera rossa e azzurra

un reticolo di ombre ci avvolge

d’insulse inerzie e turbinose braci

perfettamente geometrico

inesorabilmente composto

siamo un ribollio di paure e desideri

noi siamo un rattenuto pianto

e con la sera e nella sera noi tentiamo

vanamente esili passi sugli abissi

i vuoti e il niente annichilente

muore l’afflato nel vuoto

si perde nell’etere muto

il mondo ritorna dal fondo del profondo

da cisterne inabissate e ipogei e gallerie

e vibrano il viola e il rosso e il nero

e l’uva e la spiga accennano

traspaiono-bisbigliano pudiche frasi caduche

che al primo luce del giorno piegano il volto.

 

 

 

LUNA.

 

Oh luna,

sorella dei marmi e dei mormorii

sorella delle atonie e degli oblii

sorella dei sonni e dei sogni

delle anime perse nel buio

delle menti smarrite nel dubbio,

luna sorella nell’affanno del cuore

canto del pendolo bloccato

condanna che in ogni ora incombe

ma mai si avvera

sorella di malinconie nelle vene

e oscure assenze di segno,

virgola del cielo,

sei l’astro e il tempo

l’effimere effigi e le caduche scadenze

che ai morti negano il ritorno.

 

Sei il sentimento non espresso

l’assoluto ermetico

il poema mai scritto e il verso mai detto

sei il sibillino sussurro e il murmure del vento

sei frammento e oscuro logo

profezia dei recessi

ritrazione e afasia

respiro sordido e beffardo del cielo

sei l’estremo imo sconfinante

il colmo traboccante

il culmine tramutante

il terrore angoscioso

l’estremo imo infinitivo che involge e sconfina

il colmo che trabocca da un dolore crudele

il culmine che tramuta in decrescenza e sprofonda

nel terrore annegando nell’angoscia dell’agonia

sei la soglia del tormento

il confine del firmamento

il moto del dolore

il dolore del vuoto immoto

immobile

l’angoscia che rode e non dissolve

la poesia più veritiera

o l’urlo disumano.

 

Oh luna, nuda luna,

capezzolo del cielo

e parte visibile del nulla,

della vita sei la poesia

più reale e sincera.

 

 

 

LA RABBIA.

 

Amore mio,

finché gireranno gli astri e le stelle

e sorgeranno i giorni e le notti

allora anche tu esisterai

e la mia ragione e la mia rabbia sarai

mia magnetica visione

mio sesso e castità

mio impeto e mio chiodo fisso

mio elabro in mutande.

 

Amore mio,

finché tu esisterai

esisteranno paura e angoscia

poiché non è altra pena

fuorché sapere che tu vivi

e possa soffrire.

E allora nessun tormento mi sarà estraneo

poiché su te dovrò vegliare

e ogni possibile male annientare.

 

Ma, amore mio,

quando tu più non sarai

allora per me sarà il buio

poiché non è altra luce

se non quella che tu irradi

quando mi guardi

e dolcemente sorridi.

 

Amore mio,

il tuo volto è la mia luna

il tuo corpo è la mia notte

il tuo sorriso le mie stelle

e tu, tu sei la mia rabbia:

finché vivi e vivo

non esiste pena più grande

fuorché sapere che tu esisti

e possa soffrire.

 

Tu sei la mia schiavitù di saperti viva

sei la mia ossessione di saperti tangibile

sei la mia nostalgia di saperti inaccessibile

nel momento stesso in cui ti afferro

            ombra fuggitiva d’ideale piacere.

 

Tu sei per me la rabbia.

 

 

 

L’ETERNITÀ È UN GIORNO.

 

Fare l’amore nel sole mattutino

fare l’amore in una stanza d’albergo

fare l’amore in una squallida camera in affitto

in uno sporco appartamento da quattro soldi

che affaccia sul vicolo angusto e lurido

fare l’amore mentre barboni vagabondi razzolano nel pattume

cercando una cicca o gli avanzi di una pagnotta ammuffita

fare l’amore s’un tappeto rosso, più rosso del sangue

fare l’amore mentre Fellini gira un film

fare l’amore mentre gli altri lavorano

fare l’amore mentre la pioggia trafigge il vento

e gli alberi piovono il proprio manto di foglie

che si sfalda scaglia a scaglia

fare l’amore davanti a una cartolina sbiadita di Torino

fare l’amore una volta ed essersi amati per sempre:

potrebbero essere anni secondo il metro comune

potrebbe essere un sempre eterno

ma nella mia testa è solamente una frase, un lampo, un istante,

un giorno solamente.

 

Sono tanti i giorni così,

la vita proprio non va

accosta e arresta sul ciglio della strada

e io scendo e ripasso da quel vicolo

e penso chissà dove sarai adesso

e mi fermo a fumare una sigaretta

in ricordo dei vecchi tempi.

 

Chissà dove va la vita quando si ferma

chissà dove va la vita

quando se ne va...

 

 

 

CHISSÀ.

 

Chissà dove va la musica quando se ne va, chissà

chissà dove va la vita quando se ne va

chissà se esiste ancora il numero per l’ora esatta

chissà se la legge lo sa di essere uguale per tutti

chissà se le dispiace non essere speciale per nessuno

chissà se il brodo di giuggiole esiste

chissà se quando ti lasciano perché ti amano troppo

chissà se poi soffrono almeno un po’

chissà se i film francesi li fanno apposta belli ma noiosi

chissà se le coppie che non dicono ti amo

chissà se sanno poi amarsi in silenzio

chissà perché il telefono squilla sempre quando non ci sei

chissà se quelli che dicono <<non sei tu: sono io.>>

chissà se alla fine hanno capito cosa sono io

chissà se i vermi solitari poi alla fine si sposano

chissà dove va la musica quando finisce

chissà dove va la notte quando svanisce

chissà dove va l’amore quando se ne va.

 

 

 

BUKOWSKIANA.

 

Impazzivo, impazzivo in nude stanze spoglie,

la notte mi piombava tra capo e collo come una frusta,

pugnalate al mio povero cuore bastardo,

la morte che mi pendeva sulla testa

come una spada di Damocle,

la morte come una spada di Damocle,

la morte come il cuore in gola

e io con il cuore in gola impazzivo

in oscure camere di nudità

preso tra molecole di ansia incombente,

il corvo e le onde, il corvo e le onde,

gli stanchi tramonti e la gente stanca

solo lei era fresca e brillante,

ammiccante e ammaliante,

un fatale sacramento di carne

e scoparla era il paradiso

era viaggiare sul carro eliaco di Apollo

era andare in paradiso sul carro di Apollo

era passeggiare di notte sulla neve

era la magia dell’universo

concentrata in un solo punto.

 

Ma ora lei non c’è e io sto qui

seduto davanti al cielo immenso e rosso

con il sole che mi tramonta negli occhi

e mi piace, mi piace di brutto

a volte mi sbatto sul letto

guardo il soffitto

con le crepe delle pareti

immagino un angelo e una capra

un drago e un leone;

altre volte decido di dormire

magari più tardi le cose sembreranno migliori:

si può impiegare una vita a morire

o meno di un attimo.

 

L’importante è come la fai,

l’uscita di scena.

 

 

 

LA BELLA ESTATE.

 

È estate e il tempo passa lento

anche se non siamo in Brasile

e in petto mi cresce un sentimento stanco

che prende il ritmo lento di un tormento

come uno svogliato andamento

come un triste presentimento

come uno serrato battito di vento

che soffia forte, e tutto spazza via con portento.

 

È estate e io voglio rimanere un mistero per te,

sorprenderti con il colore degli occhi

come strisce di luce in un orizzonte di rame,

con il segreto di un gesto inatteso

come il vento che suona distratto,

che nasce e poi d’improvviso si spezza.

 

Ma l’estate è così bella

che non mi viene in mente niente

di serio o profondo da dirti.

 

E che posso dirti?

io sono solo un verme, uno scarafaggio

occhi di roditore incallito e cuore di topo vigliacco.

 

E poi d’estate i muratori iniziano alle sette

e io non riesco più a ragionare

i pensieri mi si rompono in gola

e non so più come dirli

e i giorni passano tutti uguali.

 

Ama noi non ricordiamo i giorni

noi ricordiamo gli attimi

gli attimi d’incomparabile ebbrezza

gl’inconsistenti sprazzi di bellezza.

 

In fondo che cos’è l’estate?

è solo un immenso fiume rossiccio

è solo un terso fiume di terriccio

è un ricordo, un rimorso, un rimpianto

come una lacrima d’oro in un mare amaranto

un sorriso chiuso tra quattro mura

imprigionato nella memoria che non dura

che lentamente scolora e sfolla

è la pelle che il serpente da sé scrolla

è la zanzara che s’impiglia

nella rete degli eventi

è la nave che squarciata s’incaglia

nel mare che strozzato gorgoglia

e livido sfalda, a scaglia a scaglia.

 

Nell’oceano delle correnti

per essere sempre vivi

essere per sempre morenti.

 

 

 

PELLE DI PANTERA.

 

Ragazza nera,

nella pelle hai la notte

e negli occhi porti il giorno:

i tuoi occhi sono un vago tumulto

un amore impigrito dal caldo

un pigro verdicare di uva al mattino

il tramontare del sole tra nubi e argille.

 

Ragazza nera,

nella pelle hai la notte

e negli occhi il giorno:

baciarti è come baciare la notte

in tutta la sua vasta perfetta nudità.

 

Ragazza nera,

la tua pelle reca la notte

e negli occhi hai il giorno:

al tuo cospetto l’alba rabbuia

e pure l’ostro oscura e l’avorio perde:

sembri una notte stellata

ornata con i monili del cielo,

e il tuo sorriso è un drappo di stelle

come se gli astri

stupiti dalla tua bellezza

avessero deciso di abbandonare il cielo

e cadere nella tua bocca.

 

Ragazza nera,

nella pelle hai la notte

e negli occhi porti il giorno:

quando l’alba mi sorprende

nell’aroma della tua pelle

che sa di frutta matura e dolcissima

preso con la mia bocca

nella rete dei tuoi capelli

allora per me inizia il giorno

e la vita effonde la sua luce

cristallina.

 

Ragazza nera,

pelle di pantera e chioma di scorpione

nella pelle rechi la notte

e negli occhi hai il giorno.

 

 

 

L’ODORE DELLA TUA PELLE.

 

Di che cosa odora la tua pelle?

Un frutto, una spezia,

un aroma, un fiore?

 

Odora di rosa e di sambuco

di zucchero e garofano

di zagara e cannella

di porpora e amarena

di frutta matura e dolcissima

del mormorio del mare al mattino

la tua pelle.

 

Dai piedi fino ai capelli

dalle ginocchia fino alla nuca

dalla fodera della vulva alla bocca

emana sapore d’amaranto

la tua pelle.

 

In tutta la sua furiosa

feroce e selvaggia

erratica estensione

è una coltellata di gelsomino

una pugnalata di zagara

una revolverata d’incenso

un’impetuosa zaffata di garofano

un’onda di seta purissima

la tua pelle.

 

È odore di sole sulla pelle

odore di sale sulla pelle

l’odore che sale dalla tua pelle.

 

 

 

MI PIACE.

 

Mi piace quando tu dormi

svegliarmi prima di te e sorprendermi

nell’aroma di frutta matura e un po’ stantia

della tua bocca.

 

E mi piace anche svegliandomi

trovarmi con la mia bocca

dolcemente intrappolato

nella rete dei tuoi capelli

ascoltando la tua pelle

tremante di sogno e d’aurora.

 

E mi piacciono anche i letti stretti

dove io e te giacciamo attaccati

senza respiro in un solo respiro,

così stretti che posso quasi

sentire i tuoi sogni scoppiare

e i tuoi occhi luccicare

come scaglie nel mare.

 

Mi piace quando dormi

stringerti forte, più forte

per sentirti dentro, più dentro

fino al sangue e al midollo

oltre il sangue e il midollo

fino alle paure e agli incubi.

 

Mi piaci addormentata

perchè sei il mio segreto e il mio sogno:

sveglia sei reale e di tutti, ma

quando dormi sei il mio piacere

vero e immaginato

tangibile e inafferrabile

fuggente e impalpabile

per metà concreto e

per metà ipotetico

errante ed erratico

ma sempre ossessivamente

vagante e martellante

nella mia testa.

 

Mi piace, quando l’alba mi desta,

sorprendermi nell’aroma della tua pelle

che sa di frutta matura e dolcissima,

preso con la mia bocca, nella rete dei tuoi capelli

e quella muta selvaggia immensa

paura di perderti scivola e scompare

nell’imbuto del tuo sorriso:

allora per me inizia il giorno

e la vita effonde la sua luce

cristallina.

 

A volte basta davvero poco

per essere felici.

 

 

 

LA TUA BELLEZZA.

 

Bellezza profonda nella tua fronte

come una notte fonda di ombre,

 

bellezza d’isola lambita dal mare

nell’onda dei tuoi capelli fronduti,

 

bellezza di ladro torbida nel tuo viso

dura bellezza di pietra nelle tue mani,

 

candore sincero di ragazzo

e bruno passo di bambina.

 

 

 

LA TUA ANIMA.

 

In te nascondo i miei pensieri

che non posso rivelare

e le mie follie che non posso urlare

in te le mie paure occulto

che non posso confessare

in te i miei sogni celo

che più rivelano me stesso

più di ogni poema

più del più bel verso

più della metafisica dei libri

più dello sguardo

e dei silenzi.

 

 

 

IL TUO CORPO.

 

Il tuo corpo è un eco muto

un colpo di pistola nel vuoto

un deserto di nuvole trafitto

da un tenue raggio di sole

una pura linea di acciaio fuso

che il tuo sorriso illumina.

 

Soave linea di baci fuggitivi

il tuo corpo è una pura linea

di duro acciaio aguzzo-fuso.

 

Sulla furtiva linea del tuo corpo

è scritto il canto dell’amore

tremulo come un brivido sulla pelle.

 

E tu come alga accarezzata dal vento

nel mare del mio letto ti agiti sognando,

negli occhi due onde per affogarmi.

 

 

 

SEMPRE MI TORNI IN MENTE.

 

Sempre mi ritorni in mente

anche quando non ci sei

anche quando non ci sono

e il tuo corpo forte immagino

e il tuo passo alacre e svelto

e la dolcezza delle tue spalle

e le tue mani brancolanti

tra dubbi e domande

a cercare un equilibrio

un baricentro, un appiglio

nella tua anima confusa e fluida

e ancora a miei occhi torni

pur se non vuoi

pur se non voglio

con la curva solenne dei tuoi fianchi

e il tuo desiderio lì sospeso

che nulla chiede, nulla

solo di non finire mai...

 

 

 

TENTA LA SOGLIA.

 

Vieni a trovarmi,

attraversa la soglia,

tenta la soglia sottile

che divide il dentro e il fuori,

sali le scale

gradino per gradino

uno per volta,

osservando attenta

ogni singola piega

ogni singolo segreto:

in fondo troverai

una grande finestra

aperta sul cielo

da cui giungono

raggi di sole

gocce di pioggia

e infinite stelle

tante quante in mare:

non aver paura

di raggiungere quelle vette

che dopo l’ultima

è sempre una dolce discesa.

 

E se per caso

ti capitasse d’incontrarmi

tienimi per mano

e sfiorami appena

come si fa

con le dita nell’acqua:

potrai provare la meraviglia

di scoprirti totalmente immersa

in un inarrestabile flusso

di vita che si compie e si rincorre

senza quiete e senza affanno.

 

 

 

L’ESTATE.

 

La stagione estiva va terminando

ogni cosa ogni pensiero ogni azione sospende

il ritmo residuo d’inaggirabile necessità

ma di tanto in tanto la maschera di cera si offre

ad una qualche questione di eterogeneità

consentendo qualche spiraglio di dolcezza

d’imprevedibili bagliori di sorrisi

e io ho raccolto le mie zavorre

lasciandole cadere a una a una

sul mio ennesimo procedere

ora che ho appreso che nulla è per sempre

mi attrezzo alla prossima ripresa

mi guardo intorno senza troppa fiducia

ma per quel che posso pienamente esistente

fino all’estremo

fino alla più intollerabile pienezza.

 

 

 

PROTEGGIMI.

 

Proteggimi,

sempre proteggimi,

ovunque proteggimi,

dalle astuzie del freddo-gelo

e dalle sue odiose scaltrezze proteggimi

sbiadite nell’ordine inverso dei venti,

proteggimi proteggimi proteggimi

dall’ordine controverso degli eventi

che contro-vento si sfaldano

e contro-corrente risalgono

ma a nessun ricordo approdano

proteggimi proteggimi

proteggimi dalle loro staffilate

taglienti come lame di ghiaccio

in molli onnipresenze d’estate

che finissimamente insufflata

nel ricordo del mare

mosaico di scaglie

s’incaglia e squaglia

in sottrazione di luce esondante

per prati e strade di un inverno trombotico

e ardui cammini rigeneranti

sul filo d’infinite inesistenze

o esistenze-ma che mi piovono in testa

come quando fuori piove

ma tu non prendermi per pazzo

trascegli una carta dal mazzo

e insegnami a giocare con i colori.

anche se è brutto e piove fuori,

tu sempre proteggimi.

 

Piove, e la pioggia che va non torna

brilla il freddo solitario del buio-cielo

e l’aria è una coppa di brina

un calice di vetro inciso nel diamante.

 

È sera, è l’ora dei sussurri e dei bisbigli

l’ora delle grida in periferia,

la foglia sul ramo e il pesce nell’acqua

come una notte luminosa

densa di luce aggrondata

mentre tutto nasce e poi muore

nella disperazione dei chilometri

con cruore con cruore con cruore

con speranza e saggezza

con un po’ di amarezza

ma senza scoppio e senza rumore.

 

Come quando fuori piove

proteggimi dalle astuzie del freddo-gelo

e dalle sue odiose scaltrezze

sbiadite nell’ordine inverso dei venti

proteggimi proteggimi proteggimi

dall’ordine controverso degli eventi

che contro-vento si sfaldano

e contro-corrente risalgono

ma a nessun ricordo approdano

proteggimi proteggimi

proteggimi dalle loro staffilate

taglienti come lame di ghiaccio

in molli onnipresenze d’estate

che finissimamente insufflata

s’incaglia e squaglia, scaglia a scaglia

in sottrazione di luce esondante

per prati e strade di un inverno trombotico

sul filo d’infinite inesistenze

o esistenze-ma

che mi piovono in testa

come quando fuori piove

ma tu non prendermi per pazzo

trascegli una carta dal mazzo

e insegnami a giocare con i colori

anche se è brutto e piove fuori

tu sempre proteggimi, proteggimi

dal freddo inganno dell’abitudine

sempre proteggimi, proteggimi

dalla fredda equazione della ragione

tu proteggimi, sempre proteggimi.

 

Piove, e la pioggia che va non torna:

brilla il freddo solitario,

e l’aria è una coppa di brina

incisa nel vetro del cristallo,

il tramonto si riempie di vane sequele...

 

Quando è la sera, e fuori piove,

dentro casa io come sempre

mi preparo a riceverti,

la porta spalancata,

e sulla soglia io che ti aspetto,

ti aspetto senza pretese,

pensando al tuo sguardo,

al tuo sguardo che non ha paese.

 

È sera, fuori piove, e fa freddo,

ma quando arriverai

sarà il solito colpo al cuore,

e le paure diverranno uccelli,

nubi dorate gli incubi.

 

Benvenuta, ragazza mia,

finalmente posi il piede nella casa

e le mura divengono alberi,

prato il cemento del suolo.

 

Forse avrai fame:

sul tavolo acqua e pane

e miele e noci;

forse sarai stanca:

vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa;

o forse avrai sete:

mi trasformerei in acqua

per dissetarti;

o forse avrai sonno

e solo voglia di dormire:

un arco di lino per cullarti

con le mie braccia farò.

 

Piove, e la pioggia che va non torna,

mormora l’acqua infreddolita tra i rami

e marcisce la sera tra i sentieri,

brilla il freddo solitario dell’azzurro-cielo,

l’aria è una coppa di brina incisa nel vetro,

e il tramonto si riempie di vane sequele.

 

Piove, e la pioggia va che non torna,

mentre un buio sale dai reconditi

come un cieco fiume

nell’ora che lenta s’annera.

 

Piove, e la pioggia che va non torna,

le nere membrane della notte

nascondono brune gocce di brina

come occhi di massacrante nulla

appesi alla ragnatela dei pensieri.

 

Piove, e la pioggia che va non torna

mentre cadono le gocce sul tuo corpo

e sembrano e sono perle sulla tua pelle.

 

Piove, la pioggia che scorre e va

la vita che sanguina e scivola via...

scende la sera, ed è freddo fuori:

io dentro mi preparo a riceverti

e sulla soglia io ti aspetto

ti aspetto senza pretese

pensando al tuo sguardo

al tuo sguardo che non ha paese.

 

Benvenuta, la mia porta ti attende,

spalancato è l’uscio: entra.

Forse avrai fame:

sul tavolo acqua e pane

e miele e noci;

sicuramente sei stanca:

vorrei lavarti i piedi

ma non ho acqua di rosa;

o forse avrai sete,

e allora mi trasformerei in acqua

pur di dissetarti;

o forse avrai sonno

e solo voglia di dormire:

un arco di lino per cullarti

con le mie braccia farò.

 

 

 

PRIMA DELLA NOTTE.

 

È sera: il giorno scivola via fluendo

in oscuri uteri di aggrondata luce,

e la pioggia scroscia e scorre,

la pioggia che va e non torna,

mentre brilla il freddo solitario del cielo,

e l’aria sembra una coppa di brina

incisa nel cristallo del vetro.

 

Un reticolo di ombre ora ci avvolge

perfettamente geometrico

inesorabilmente compatto,

il tramonto si riempie di vane sequele

mentre una volpe corre contro il sole

con il cuore in gola

e una zampa tra i denti

e un buio sale dai reconditi

come un cieco fiume

nell’ora che lenta s’annera.

 

All’ultimo lume del giorno sorride il vespro

e gli occhi china mesto:

in gola soffoca il pensiero,

un grappolo di dolore

s’ingloba attorno al cuore,

e scocca il primo elemento

di una proposizione moritura.

 

Poi, come ogni notte,

viene la notte e le sue nere membrane

nascondono occhi e bocche

di un massacrante nulla.

 

E come sempre io mi preparo a riceverti

e sulla soglia come sempre ti aspetto

ti aspetto senza pretese

ripensando al tuo sguardo

al tuo sguardo che non ha paese.

 

 

 

STRATI DI COSCIENZA.

 

Entificazioni forzate nel centro del nulla

e lunarizzazioni moriture nel centro dell’azione;

amplificazioni astratte nel centro della lussuria

e vomituale madore nel mai delle sere-sempre.

 

La verità non esiste se non la puoi raccontare

la realtà non esiste se non la puoi sognare

la beltà non esiste se non la puoi inventare.

 

Cicatrici cheloidee e colloidali anticipazioni:

nei covi oculari del nulla prima-eterno

il vento scoppia la morte che non ci sente per niente,

il suo sangue selvaggio trema all’agonia

all’agonia del fiume verso i moli e i mari.

 

La verità non esiste se non la puoi raccontare

la realtà non esiste se non la puoi sognare

la beltà non esiste se non la puoi inventare.

 

E tu che risucchi ogni impeto di vento

risucchi ogni stile d’impeto nel mio petto

risucchi ogni disposizione a tacere.

 

La verità non esiste se non la puoi raccontare

la realtà non esiste se non la puoi sognare

la beltà non esiste se non la puoi inventare.

 

Assetata di polvere e di fiamma s’impenna una sera

alle svolte del respiro e nelle crepe nell’abisso:

acuti ghiacci avvizziti di febbri balenano,

dai monti torna l’azzurro dei cieli

e torna ai campi la vampa del silenzio.

 

La verità non esiste se non la puoi raccontare

la realtà non esiste se non la puoi sognare

la beltà non esiste se non la puoi inventare.

 

 

 

NEVROTICA OSSESSIONE.

 

Una forte crisi nevrotico-ossessiva

tra il 2011 e il 2014 mi attanagliò

mortale, esiziale.

 

Il trasformarsi di ogni discorso,

anzi di tutto, in mero significante,

anzi in lettera, indusse in me

il sospetto che lo “io” fosse

una produzione dell’immaginario

super-grammaticalizzato,

un punto di fuga e non una realtà.

 

¿Si può veramente affermare,

dire, enunciare, tutto questo?

¿Non ne rimarrebbe forse la bocca

irreparabilmente muta e silente?

¿Non ne andrebbero in corto-circuito

i relais cerebrali e le sinapsi?

 

Da nessun luogo mi giungono

effetti di verità che non siano

distruttivi nella loro intima essenza,

mentre in me si accumulano

strati sempre più maledetti di coscienza

in angoscioso coacervo di plurimi sensi

per questo insignificanti,

come per dare allo “io” muto

una specie di super-consistenza ferrea

ma evidentemente impalpabile.

 

Il soggetto prende atto

dell’impossibilità dell’autentico

lo “io” si scopre parificato

al liquame informale del presente

emorragico esso stesso.

 

Alla luce di una coscienza superiore

il trauma soggettivo e lo “io”

l’esperienza del terrore

non sono più al centro dell’operazione

ma vengono posti tra parentesi.

 

 

 

UNA NOTTE NEL DESERTO.

 

Solo viaggiai in un pugno colpito da dio

in un avvizzito solitario seme di morte

sull’arco di falce di una luna-argento

e nel fondo del mio viaggio carezzai

un’alga di sotterranei liquidi ombrelli,

voci oscure come i miei pensieri

e strade che io vidi precipizi

lune-argento di sotterranei ceselli

e voci candide-oscure di cristalli

viaggiando con solo un pugno nello stomaco

in un seme di morte colpito da un dio.

 

Solo, sul cuore della buia terra

confitto nel centro del suo respiro

vidi tramonti penetranti per fessure,

stagioni di creta e neri tuoni precoci;

cicatrici cheloidee e colloidali anticipazioni

nei covi oculari di un nulla prima-eterno

aspettai durante la lunga notte nel deserto

mentre il vento scoppiava la morte

la morte che non ci sente per niente

e il suo sangue selvaggio tremava

all’agonia del fiume verso i moli e i mari.

 

Risucchi di vento e disposizioni a tacere,

un’assetata sera di polvere e di fiamma

alle svolte del respiro e nelle crepe nell’abisso

e acuti ghiacci avvizziti di febbri e alghe

aspettai, solo nella lunga sosta-sospensione.

 

L’abbandono del mondo nei suoi confini aspettai

e lo schianto del tempo oltre i quadranti e le clessidre:

gettai il cuore oltre il deserto e subito corsi

a riprenderlo, una notte, nel deserto.

 

 

 

NOTTE SAHARIANA.

 

Fatto duro, fatto maturo, fatto oscuro

in questa notte solo m’avventuro

nell’azzurro scintillante dei monti

nell’azzurro defunto delle valanghe

e mi arresto agli albori del silenzio

atterrito agli inizi del terrore.

 

Vacillano le scale dell’inferno

galoppano i bacilli dell’inverno

ad altre primavere ambendo

dietro cieche invasioni di luce:

ancora il mio cuore trafitto

dal futuro passato non torna

a curare i lampi e le catene

che premono ai terrori.

 

 

 

UNA NOTTE NEL SAHARA.

 

Dai monti torna l’azzurro dei cieli e l’assenzio

e torna ai campi la vampa del silenzio,

il tuo freddo rimpianto sta ai vacui confini

e contro il purpureo vanto l’astro crudele

dalle attardate sfere rigermina infedele

e cresce e cresce feroce nel suo potere.

 

Qui la primula e il calore ai piedi

e in testa il verde acume del mondo,

qui i tappeti scoperti dal sole

e i templi vibrati dal vento,

qui il mio male lontano

e la sete indistinta

come un’altra vita in petto.

 

 

 

ARCHEOLOGIA DELL’AMORE.

 

Se solo lo vorrai

come archeologo guarderò in gola al tuo silenzio,

dei tuoi silenzi i labirinti esplorerò e i labili meandri,

e leggerò nei tuoi occhi

quali furono i tuoi panorami,

quali nelle tua paure e fobie i tuoi traumi,

e carpirò in ogni dettaglio che cosa ti aspettavi dalla vita

(e dalla morte).

 

Mostrami il tuo non-so-che

e ti dirò chi eri

e come sei arrivata fin qui,

svelami i tuoi frammenti e drammi,

qualche caduco capello sparso in terra,

può bastare anche meno:

le tracce di sangue e i frammenti di sogni

restano per sempre

indelebili,

quando la menzogna riluce ed effonde,

e dubbi e intenzioni si palesano.

 

Mostrami il tuo nulla che ti sei lasciata dentro

e ne farò un bosco, una selva, e una strada

un aeroporto, una bassezza, e un’altezza

una bellezza e un terrore,

donami il tuo nulla

che ti sei lasciata dentro

e domani ne farò bellezza e terrore,

dimmi quello che non hai avuto il coraggio di tentare:

ne farò gioia e dolore.

 

Lascia che tutto ti accada

quanto non hai voluto.

 

 

 

CHE COSA È L’AMORE.

 

Quanta vita abbiamo trascorso,

quanta vita ci è piombata addosso

colpendoci tra capo e collo

come un fulmine a ciel sereno,

quanta vita ci è passata le mani

ed è fuggita come sabbia tra le dita

e ancora non so che cos’è l’amore:

l’amore ci sfugge, sempre ci sfugge.

 

E quante sono state le notti d’amore

che abbiamo passato bocca a bocca

ma non sono mai abbastanza:

sono sempre troppo brevi

le notti d’amore con te,

sempre l’amore scivola via

e ancora non so che cosa sia.

 

E quanta notte è passata sulle nostre teste

quante notti vedendoti-vedendomi

e quante le tue cose che conobbi

e tante quelle che non scopersi

e mi persi tradite dal sonno:

è che non ho voluto la notte,

non sono uscito ad aspettare

i prati ospiti del vento,

ma ho chiuso le porte

illudendomi di allontanarti

e non mi sono accorto

di tutti i sorrisi riflessi alle mie spalle

e la notte m’ha ridotto a un cesello

intorno alle crepe del cuore.

 

E ho camminato su tesori d’erba

marciti dalla pioggia,

e nevi ho raggiunto sotto archi e volte

in questo luogo di legno,

e non ho temuto le salite e le discese

né il lungo cammino e la fame,

ma ho camminato e ho camminato

nel solco lasciato dal sole-deserto,

e le tue membra ho sognato

volgendo a tramonti di solitudine,

e il tuo volto ho risognato

con lo sguardo vieto di sgomento,

e la febbre mi ha disfatto,

un mare tentò il mio corpo,

un’ala ha fatto un grande nido

piumoso nella mia fronte,

e io ho pianto tutto quanto il mio pianto

che come una fonte zampilla

nel dolore che non molla

m’ancora non so

che cosa l’amore può.

 

E quanta strada con te ho percorso

quante scale insieme a te ho fatto

premendo forte sui tasti del corpo

per comporre la più dolce melodia,

l’abbraccio più vero, e il più puro dei baci.

 

Ho sceso dandoti il braccio

almeno un milione di scale

mentre il sole stava chino

limpido sui fiori del giardino

e ora che tu più non sei

è il vuoto a ogni gradino

e io me ne sto inerme all’addiaccio:

l’amore è quando io mi addormento

e tu continui a guardarmi.

 

 

 

FORSE IO E TE DOVREMMO FARE L’AMORE.

 

Forse io e te dovremmo fare l’amore:

sarebbe bellissimo fare l’amore con te

sarebbe bellissimo fare l’amore io e te!

 

Fare l’amore in un mattino di sole

mentre i gatti passeggiano sul tetto,

fare l’amore mentre fuori piove

e un aeroplano scivola via senza fretta,

fare l’amore sopra un vicolo stretto

mentre poveracci rovistano nella spazzatura,

fare l’amore in una stanza d’albergo,

fare l’amore s’un tappeto verde,

o farlo nel sole di un tramonto viola,

fare l’amore accanto a un pacco di Marlboro

o davanti a una vecchia fotografia di Torino,

fare l’amore mentre gli altri lavorano

e poi fumare una sigaretta seduti in terra

ascoltando la notte che scende

battuta tra l’incudine e il martello,

e poi, ancora, rivederti al mattino

e sentire l’odore della tua bocca

che sa di frutta matura e candita

e scoprire le mie dita impregnate

ancora del tuo aroma di vaniglia,

e con piacere ritrovare ancora

la tua allegria impigliata alle mie ciglia.

 

Ma davvero io e te dovremmo fare l’amore?

ci penso e ci ripenso, e più ci ripenso

e più mi accorgo che forse l’amore

noi l’amore l’abbiamo già fatto:

chi lo dice che debba toglierti i vestiti?

Per fare l’amore non serve spogliarsi:

per fare l’amore basta parlare, parlare per ore

parlare tra noi, fino all’alba, fino a stancarci,

guardarsi negli occhi e provare a decifrarsi,

imparare tutto a memoria: anche i segreti,

imparare gli occhi e leggere i silenzi,

e vedere tra le mani i sogni danzare

e dietro i capelli i ricordi riaffiorare.

 

Su, vieni: voglio vederti danzare

nel grembo affamato di un pasto nudo,

leggiadra tra gli spigoli aguzzi dell’amore,

vieni, vieni vestita o nuda che tu sia,

coperta solo di foglie di palpebre

o liquefatta nel globo di un soffione.

 

E quando i corpi finalmente s’incontreranno

sarà in un sogno e sarà come un sogno:

il mio bacio, il tuo bacio

isterici di passione come un eco

che sale da morte stagioni

e ripete all’infinito l’assioma

del nostro avaro desiderio

che nulla vuole e nulla chiede

solo di non finire, solo di non finire.

 

E le mani si troveranno all’improvviso,

e le mani s’intrecceranno in un sorriso,

e formeranno un serto di luce aggrondata,

e le bocche parleranno confidandosi

nel cuore della notte più buia che c’è,

e le bocche diranno il fiore del segreto

e con rabbia grideranno il suo nome,

e le labbra febbrili di passione esulteranno

lungo le linee aguzze del tuo acciaio,

tra gli angoli acuti del tuo cuore.

 

Da quel momento a questo:

potrebbero essere anni

ma nella mia testa è il tempo di un riff,

e noi abbiamo fatto l’amore

e non è cambiato nulla:

come ieri abbiamo niente e ci sembra tutto.

 

E scusa se ancora non sorrido

ma mi hanno piantato dentro così tanti coltelli

che quando mi regalano un fiore

all’inizio non capisco neanche che cos’è;

scusa se sono sempre così serio

ma è che sei così bella che metti di malumore:

il tuo volto è una pura forma d’acciaio,

quando sorridi mi fai male;

e scusa se a volte sembro perfino triste

ma è che l’amore è una schiavitù

e un dolore è la bellezza.

 

E questo, se si vuole, posso aggiungere:

là, dove alto sulle nostre teste corre il fiume

scorrendo vicino ai tuoi pomi lunati,

lì, con te, fra le erbe giacerò,

ma non sarà un amore d’erba il nostro amore:

sarà un sogno, un fato, un destino,

qualcosa che cresce, come un bambino,

come una lucente clorofilla

che nel mattino il sole distilla.

 

 

 

QUELLO CHE LE ROSE NON DICONO.

 

Evviva dicono le rose:

oggi è lunedì:

si riprende a lavorare

e anche noi riprenderemo

a sbocciare, e sbocceremo anche

lì dove cadrà l’amore

e sangue sarà la bellezza.

 

Evviva, dicono le rose:

oggi è un giorno come un altro

e noi sbocceremo per tutti

come tutti gli altri giorni

sbocceremo per gli amanti

e anche per il serpente

che ha mangiato la parola.

 

Evviva, dicono le rose:

ma poi arriva il buio

all’improvviso il buio

come se le luci fossero spente

e il sole fosse divenuto

un duro fardello di pietra.

 

Evviva, dicono le rose:

oggi è il nostro giorno,

oggi cannoni e cuspidi

medaglie e pugnalate

una falena che passa

chilometri su chilometri

steli come sterminati imperi

mentre il sole muore in cielo

come un pugno nello stomaco

e una ragazza corre contro il destino

macerata nel più lungo gelo

sola come una volpe ferita

impaurita con il cuore in gola

e una zampa tra i denti:

la sua faccia bianca

come un fiore in una finestra

chiusa si solleva e guarda.

 

Evviva, dicono le rose:

oggi due dolci labbra

morbide come la seta

più rosse dell’ebbrezza

modellate dal piacere

appassiranno come noi

macerate nel tormento

rose dall’odio più nero

di un demonio assurdo

circondato di una nuvola bianca.

 

Evviva, dicono le rose:

presto verrà la primavera

e la rossa sera sarà soltanto

un’estate vestita di seta nera

mentre le falene impazziscono

e cercano di aprire gli occhi.

 

Evviva, dicono le rose:

presto sarà una nuova estate

e noi tutte risorgeremo

e insieme cammineremo

sui tetti come pioggia

attraverso le tombe

fino alle più alte fronde

attraverso un filo di fumo

che sale dalla bocca

dell’ultimo condannato

attraverso l’ultima sbarra

dell’ultima finestra

dell’ultima prigione

e daremo un po’ di colore

al volto di chi non ha calore

all’uomo che non ha valore.

 

Evviva, dicono le rose:

oggi è il giorno della vergogna

e noi di vergogna siamo rosse

rosse come il sangue.

 

Evviva, dicono le rose:

mentre un sacco si gonfia

e le rose studiano le ombre

e stendono i propri petali

a lunghezza di bara.

 

(in memoria di Pamela Mastropietro.)

 

 

 

SIEPI NELLA PIOGGIA.

 

Siepi bagnate nella pioggia

che si sfaldano in un manto

in un manto d’aprile

e per un momento tutto funziona:

anche il vento animoso

come la mano di un’amante

mi carezza la fronte

e i piedi si muovono

lungo sentieri non ostacolati

liberati dalle menti scatenate

e guarda un po’: dovunque

nella pioggia siepi bagnate

e nuove tenere foglie

bagnate di nuovissima pioggia

mentre i leoni scagliati in volo

attraversano tazze da caffè

e pozzanghere di aroma.

 

 

 

TI CONOSCO.

 

Tu con i lunghi capelli neri,

seduta scosciata in fondo al bancone

al termine alla notte,

io ti conosco: nei miei incubi

eri il coltello puntato alla gola.

 

Tu con le cuciture che scoppiano

e il vestito troppo stretto

ti riconosco mentre la radio gracchia

e trasmette mediocre jazz:

pedalavi accanto a me in bicicletta

mentre scalavo le montagne.

 

Tu vestita da uccidere e bella da morire

ti riconosco: eri con me, eri lì,

nel piccolo letto dell’amore

mentre mi sussurravi bugie di passione

e le tue unghie sprofondavano in me

e io sprofondavo in te.

 

Tu con il tuo duro sguardo di ragazzo

so chi sei: nel vento frizzante di Luglio

sentivo il tuo fiato sul collo

mentre il sole colorava la città

per la nostra vana gloria.

 

Ti ho vista quadrare il cerchio della vita

e chiudere quello degli amici e dei nemici

mentre siepi e fiori ruggivano,

le fontane allegre zampillavano

e i secoli mi scorrevano davanti

uscendomi dalle orecchie

e colandomi nelle scarpe.

 

Io ti conosco: entra, la porta è aperta.

 

 

 

ASPETTO NELLA PIOGGIA CHE VA.

 

Perso nella pioggia che va aspetto

la tua lingua come uno stiletto,

e lotto con gli spasmi del buio

nascosto nella nera cortina della notte.

 

Aspetto nella pioggia che va

affilati coltelli come la tua lingua

e vedo clown e buffoni fare le smorfie

uomini tristi con facce da bancarotta

e l’odore della loro putrida essenza

è un fetido vapore nauseante

e tutti i tamburi dell’inferno suonano

ma non possono risvegliare

un ritmo in me: sono finito

morte in me

mi guarda fissa

nel centro del mio cervello

come un qualsiasi rifiuto umano.

 

Io sono solo un rifiuto umano:

avrei voluto essere speciale per te

avrei voluto sapere come sorprenderti

con un improvviso salto all’incontrario

o col gesto inatteso di un bacio perduto

ma io sono solo un reietto

sono solo un rifiuto umano

lo sterco del mondo e della vita

matto come uno scarafaggio

e aumentano i suicidi

e il perchè non lo sapremo mai

mentre aspetto nella pioggia che va

coltelli taglienti come la tua lingua

o la tua lingua come una lama spietata

e mi accorgo di essere proprio finito

come un guado che taglia un fiume

sono proprio finito: ora e sempre

questa maledetta attesa mi uccide

al fondo urla e chiede vittoria

le mie mani aperte e impassibili

prima che tutto sia finito

prima della morte in me

puzza stantia: morte in me

morte nella mia scarpa destra.

 

Ci sono giorni in cui la vita proprio non va:

come una macchina si ferma, accosta e sta

e a noi non rimane che arrestarci

come un treno fermo all’altolà.

 

Ma io non mi fermo: continuo ad andare

e mi domando dove va

la vita quando si ferma

dove va la vita quando se ne va.

 

 

 

PRIMA DELLA NOTTE.

 

È sera: il giorno scivola via fluendo

in oscuri uteri di aggrondata luce,

e la pioggia scroscia e scorre,

la pioggia che va e non torna,

mentre brilla il freddo solitario del cielo,

e l’aria sembra una coppa di brina

incisa nel cristallo del vetro.

 

Un reticolo di ombre ora ci avvolge

perfettamente geometrico

inesorabilmente compatto,

il tramonto si riempie di vane sequele

mentre una volpe corre contro il sole

con il cuore in gola

e una zampa tra i denti

e un buio sale dai reconditi

come un cieco fiume

nell’ora che lenta s’annera.

 

All’ultimo lume del giorno

sorride il vespro e gli occhi china mesto:

in gola soffoca il pensiero,

un grappolo di dolore

s’ingloba attorno al cuore,

e scocca il primo elemento

di una proposizione moritura.

 

Poi, come ogni notte viene la notte

e le sue nere membrane

nascondono occhi e bocche

di un massacrante nulla.

 

 

 

LO STUPRO DI DIANA.

 

L’uomo atterrò sulla luna e fu

il ferimento del mito originario:

non è solo il ferimento

di un mito sepolto

nel profondo dell’uomo

e riemergente quale trascendenza

e riemergente quale lontananza

né un punto di fuga morta

a cui bisogna approssimarsi

ma è anche la distruzione capillare

di tessuti psichici che hanno retto

l’umano per decine di millenni.

 

 

 

AFONIA DI MUTISMI.

 

Non ho proprio nulla

nulla da buttare giù

non una parola

non un verso

non un bicchiere,

in gola mille aghi di mutismo.

 

Non ho coraggio

nella bruciante strettoia

che come zolfo brucia

e corrode e intorpidisce

ma ugualmente tenterò

la traccia di un amore

fuori nel buio pesto

dei preteriti boschi

nei boschi del passato.

 

E so che non ti piace

vedere piovere sul bagnato

così come a me non piace

andare a Patrasso

o vedere che si portino

civette ad Atene

o legna al bosco

e rovi al rogo

ma ora piove

e per questo assai bizzarro

mi pare il tagliarti

schegge di legno

da ardere al sole:

quanto migliore sarebbe

un tacere tonfo sordo.

 

Ma fuori spari di fucile

e scoppi di mine in cortile

e detonare di lampi di soffio

in una eterna danza di sangue

in vortici di vento

fin dentro le nubi furiose

o nel più raro vuoto

delle campagne e delle strade vuote

dei mondi e degli iperspazi.

 

Davanti a me una sola strada

come nel mezzo di un banco di nebbie

e non so se sono andato dritto

o se ho deviato per errore (?).

 

Nel tuo chiuderti a riccio

dentro un astuto assurdo capriccio

nel tuo renderti presente

seppur sempre assente

sempre il contrario e l’opposto

e rami e radici

salici e mangrovie

tra loro aggrovigliati

avviluppati nella selva

accessibile-inaccessibile

sempre facile, sempre difficile

sempre uguale, sempre diversa.

 

Mai più ci troveremo a parlare

sotto la pensilina di una stazione

in mezzo alla città

vuota per noi

guardando con stupore

quando è profondo il mare

il sereno di questo giorno

mentre le ore e i giorni se ne vanno

e pure i treni passano e vanno

lasciando sul volto enigmi e radici

illeggibili e lontane

segnali indecifrabili

come enigmi insonda­bili:

la vita ci ha sospinti

e noi non ce ne siamo accorti

presi in trappole diverse.

 

Eppure ti aspetto ancora

a sud di nessun norde

nel quassù-quaggiù

di questo non-luogo

alba pratalia e champs élisées

bianche distese di cielo

sempre più guasti

sentendo un nulla

che tutto mi attraversa

e anche ora che non ti amo

in realtà io sempre ti amo:

non è amore il nostro amore

ma un destino.

 

 

 

LO DICEVA MIA NONNA.

 

Ondivago vado a zig-zag

e come una trota salmonata

percorro slalom in ascesa

verso una luce matematica

che alti eldoradi dischiuda

di ulteriori mondi nascosti

graduati sopra lo zero assoluto

finemente colloidali e immemori

ormai delle proprie origini

sempre la stessa prospettiva ovulare

segni e punti luminosi

surrogato della luce stellare

gesti passati in un eterno istante.

 

 

 

SE LO SAPEVO PRIMA.

 

Se lo sapevo prima io manco m’innamoravo,

se lo sapevo prima non ti perdevo

quando continuavi a dirmi di crederci pure io,

che ne ero capace pure io,

che non mi sarebbe capitato di perderti

se solo lo avessi voluto un po’ di più,

proprio mentre tu mi venivi a cercare

ed io che non sapevo fare altro che scappare.

 

Ora che lo so che mi sono davvero perso

ti cerco tra la gente più diversa

ma oramai si è fatto tardi

ti guardo e non capisco più niente

forse sei davvero andata via

per questo non mi sento più del tutto adeguato

più o meno come ho sempre affermato

e tu che mi avvertivi di smettere di guardarmi intorno

che è già tutto lì, anzi qui,

mentre io rincorrevo l’orizzonte

senza mai poterlo raggiungere

ora che il tempo si assottiglia

e l’orizzonte mi restituisce ciò che non volevo

e invece di continuare a vivere

mi rimangono solo queste parole.

 

 

 

¿FACCIAMO DUE PASSI?

 

¿Hey, facciamo due passi?

Facciamo due passi, ti va?

Insieme io e te! no?

E perchè?

Perchè no dici?

Dai, facciamo due passi

insieme soli io e te!

Che ne dici, ti sta?

Facciamo due passi

sotto la pioggia che va!

No? E perchè, perchè no?

“Perchè no” dici?

E perchè perchè no?

Te lo dico io che lo so:

perchè dovremmo fare l’amore

dovremmo fare l’amore io e te!

 

Io con te, lo sai?

Non ci capisco niente

non ci capisco proprio niente

però mi piace un sacco

mi piace quando ti vedo

e sei così talmente bella

bella da morire

e vestita da uccidere.

 

Io da te mi sento attratto

mi sento proprio un mentecatto

mi sento dentro un portento

come un siluro nel cuore:

devo fare qualcosa per averti

altrimenti io qui schiatto

altrimenti io qui schianto

mi schianto in un pianto dirotto

ma è che non so che fare:

ci sono persone che sanno tutto

e questo è tutto quel che sanno

io invece quando mi guardi.

 

E allora, dimmi, perchè

non facciamo due passi?

Magari poi ci sposiamo.

Lo so che forse sto correndo

ma a me sembra di sognare,

forse sto proprio sognando.

 

A me non mi piace la cioccolata

ma mi piace molto la tua pelle,

non mi piace il color giallo

ma mi piace il canto del gallo,

non mi piacciono le melenzane,

mi piace il ghigno del vulcano a mezzanotte,

non mi piacciono le 2 del pomeriggio,

mi piace il vento quando sale piano

e poi soffia forte, sempre più forte.

e a te che cosa piace?

 

 

 

VERME.

 

Ciao, oggi ho casa libera

perchè non vieni da me?

mi piacerebbe che venissi,

che mi venissi a cercare,

che mi venissi a trovare

e ti fermassi un po’ con me,

mi piacerebbe fare un giro

tra i negozi del centro,

mi piacerebbe fare una passeggiata sulla spiaggia,

una passeggiata sulla sabbia.

 

Ma poi ti accorgeresti

che non vado bene,

non vado bene per te

non vado bene per me

non vado bene per niente.

 

Inadatto e disadattato

sono troppo maleducato

e le loro voci mi tormentano

mi penetrano in testa

con il rumore di cento chiodi

con il fragore di cento passi

e il loro disprezzo mi brucia

il sangue nelle vene

mi brucia il cuore

come il fuoco di cento cannoni,

ma è che mi hanno spento

così tante sigarette addosso

che non sento più,

e non ho più tatto né udito

né mani né orecchie,

la vita mi ha bruciato

e ora non ho più pelle

tranne che per le carezze.

 

Limitato, troppo limitato

limitato e primitivo

primitivo e bleso

io sono inadatto, troppo inadatto

troppo brusco per i poeti

troppo lirico per gli scrittori

troppo vecchio per i bar

troppo giovane per le carte

troppo duro per l’amore.

 

Invecchiato

come un bullo da film

guido per le strade di città

sigaretta che morde le labbra

come un tempo faceva l’amore

troppo volgare per i salotti

troppo stanco per la strada

troppo leale per il commercio

troppo vigliacco per pensarci

sono inadatto, troppo inadatto,

all’infinito preferisco il ritmo frondeggiante di un be-bop

e all’armonia delle sfere celesti la dissonanza di una nota capovolta,

mi trovo benissimo nelle fessure tra teoria e prassi

come negli interstizi tra causa ed effetto.

 

Umano, troppo umano,

non sono preparato all’onere di vivere

e reggo a fatica il ritmo dell’azione,

inciampo a ogni passo nella mia ignoranza,

il mio modo di fare è troppo provinciale,

i miei istinti quelli di un dilettante

e sento come crudeli le attenuanti,

qualunque cosa faccia si muta sempre in ciò che non ho fatto.

 

Io sono l’esito insoluto

di un fulmine a ciel sereno

che schianta in mare

ma va bene così.

 

Io sono come luna:

come luna so brillare

solo di luce altrui.

 

Senti che ti dico:

qualsiasi cosa tu voglia

e ti faccia stare bene

va bene, basta che funzioni.

 

Dunque mi piacerebbe che oggi venissi

che mi venissi a cercare

che mi venissi a trovare

e ti fermassi un po’

e mi piacerebbe fare un giro in centro

vedere la gente che fa shopping

e le coppiette che passeggiano,

e non mi dispiacerebbe nemmeno

una passeggiata sulla spiaggia,

una passeggiata sulla sabbia.

 

Ma poi ti accorgeresti che non vado bene,

non vado bene per te

non vado bene per me

non vado bene per niente:

io sono solo un rifiuto umano

sono solo un rifiuto

un reietto

sono solo un verme

uno scarafaggio

occhi di cane e cuore di topo:

vorrei essere speciale (per te)

vorrei sapere come sorprenderti

con un improvviso salto all’incontrario

o col gesto inatteso di un bacio di contraccolpo

ma io sono solo un reietto

sono solo un rifiuto umano

lo sterco del mondo e della vita

matto come uno scarafaggio

mentre aumentano i suicidi

e il perchè non lo sapremo mai

e io mi accorgo di essere proprio finito,

finito, come un guado che taglia un fiume

sono proprio finito: ora e sempre

questa maledetta attesa mi uccide

al fondo urla e chiede vittoria

le mie mani aperte e impassibili

prima che tutto sia finito.

 

 

 

¿E ORA?

 

È passato un sacco di tempo

dalla prima volta che ti ho incontrato, e ora?

Da quel momento a questo: potrebbero essere anni

ma nella mia testa è il tempo di un riff

e come lontana nella notte una musica dileguante

per un istante l’eco fa ritorno dei tuoi gemiti:

abbiamo fatto l’amore e non è cambiato nulla:

come oggi avevamo niente e ci sembrava tutto,

come ieri abbiamo niente e ci sembra tutto.

 

E scusa se ancora non sorrido

ma mi hanno piantato dentro così tanti coltelli

che quando mi regalano un fiore

all’inizio non capisco neanche che cos’è.

 

E scusa se sono sempre così serio

ma è che sei così bella che metti di malumore:

il tuo volto è una pura forma d’acciaio

e quando sorridi mi fai male.

 

E scusa se a volte sembro perfino triste         

ma è che l’amore è una schiavitù

e un dolore la bellezza.

 

 

 

L’URUBORO RASSEGNATO.

 

Come duro ghiaccio è ormai il giorno

duro ghiaccio si è fatto il giorno

l’amore mi sanguina da ingiuste piaghe

e le mie ciglia più non pensano.

 

Inerme dentro una sera

muoio ogni giorni che vivo:

come un uruboro rassegnato

rosicchio la mia coda

mentre il tempo rosicchia la mia vita

e la morte rosicchia i miei giorni.

 

Io sono uno spazio frequentato

solo dal tuo sole deserto

che come una nuda spirale

volteggia lungo l’esauste linee del giorno

e sbanda seguendo una strada

inutilmente tortuosa.

 

La pura estate è ormai consumata

vibrata dai grandi venti amorali:

il ventaglio del meriggio

scopre le soffocate sere,

la notte cola in convogli ventosi.

 

Le tue spalle piegate dall’obblio

la tua mente che infrange la legge

i tuoi capelli che frondeggiano

nella ruvida pioggia che li stordisce.

 

A te più giovane e infelice torna l’anima

a te più valida e fosca torna la mente

a te che sei custode e causa

dei miei moti inermi

dei miei pensieri infermi

e io sto solo e non parlo dell’amore

sfibrato dall’aspro corso delle cose

in residui di contraddizioni.

 

Ah giovane e infelice ancora sono

e nulla posso, nulla posso dare

e scopro nel mio cuore il tuo nome

e non ho pudore del mio pianto

né eco del nome che invoco

senza meta e senza inizio.

 

 

 

ARCHEOLOGIA DELL’AMORE.

 

Se solo lo vorrai

come archeologo guarderò

in gola al tuo silenzio,

e dei tuoi silenzi esplorerò

i labirinti e i labili meandri,

e leggerò nei tuoi occhi

quali furono i tuoi panorami,

quali nelle tue paure i tuoi traumi,

e carpirò in ogni dettaglio

che cosa ti aspettavi dalla vita.

 

Mostrami il tuo non-so-che

e ti dirò chi eri

e come sei arrivata fin qui,

svelami i tuoi frammenti e drammi,

qualche caduco capello sparso in terra,

può bastare anche meno,

le tracce di sangue

e i minuscoli frammenti di sogni

restano per sempre indelebili

mentre la menzogna riluce ed effonde

dubbi e intenzioni si palesano.

 

Mostrami il tuo nulla

che ti sei lasciata dentro

e ne farò un bosco e una strada,

una selva e un aeroporto,

una bassezza e un’altezza

una bellezza e un terrore.

 

Donami il tuo nulla

che ti sei lasciata dentro

e domani ne farò bellezza

bellezza e terrore.

 

Dimmi quello non hai avuto

il coraggio di tentare:

ne farò gioia e dolore.

 

Lascia che tutto ti accada

quanto non hai voluto.

 

 

 

IL MIO E IL TUO.

 

Io se provo a parlarti

mi sento scemo, mi sento strano

così faccio prima a levarci mano

chiudo i bagagli e volo via lontano

tipo un veloce aeroplano.

 

Io se provo a immaginarti

proprio non ce la faccio

così mi arrendo e mollo

e giaccio all’addiaccio

non c’è posto nella tua follia

per la mia malinconia.

 

A volte, sai, mi fermo a guardarti

quando passi e un sogno

mi si blocca in gola.

 

 

 

NERA.

 

Nera, ma per me sei l’alba, sei l’aurora,

e i tuoi occhi sono due soli.

 

Tu sei la mia cura

sei la mia poesia più pura

sei come una bellissima alba

al cui cospetto pure il sole scialba.

 

Soave, sei bella tra le belle

come una luna ridente tra le stelle

e la tua luce mi mette già paura

come il sole che la luna oscura.

 

E quando ti desti,

un nuovo giorno penetra in me

e allora l’anima trema

come luna in mare

e la pelle vibra

con sapore di zucchero e cannella.

 

I tuoi bruni fianchi cullano i miei sogni,

il tuo grembo salato acceca i miei giorni,

il tuo grembo alato alti fa volare i miei sogni

le mie paure e i miei incubi peggiori,

e la tua bellezza come una scure

recide le mie imposture.

 

Quando ti guardo l’anima ha le vertigini,

d’improvviso una frenetica tensione amorosa affiora

come lontana nella notte una musica che sale.

 

E allora vieni: come un innesto,

col mio cuore dentro il tuo cuore,

formeremo un giardino:

i tuoi baci il sole

la mia bocca il fiore

che al mattino la luce dischiude.

 

 

 

PETROLIO (FIGLI DELLA NOSTRA EPOCA).

 

Doveva essere il migliore dei mondi possibili

doveva essere il futuro

doveva essere una nuova alba

eppure questo tempo ci ha deluso

e come un vecchio ramingo cammina confuso,

ha gli anni contati il passo malfermo il fiato corto.

 

Sono successe troppe cose che non dovevano

la pace e la guerra

ma il terrore non è la terra

e quel che doveva arrivare non è arrivato

la verità doveva raggiungere la meta

la paura doveva declinare morire

viviamo in un mondo strano, è un mondo estraneo

dove la stupidità non è ridicola e la saggezza non è allegra

e la speranza non è più quella giovane ragazza tanto bella

e non c’è peggiore dissolutezza del pensare.

 

Eppure siamo figli dell’epoca e l’epoca è politica

tutte le nostre faccende sono faccende politiche

che ci piaccia o no (che ci piaccia o no)

i nostri peli hanno un attrito politico

e la nostra pelle ha un colorito politico

e i nostri denti hanno uno smalto politico

e i nostri occhi hanno una visione politica

e i nostri piedi hanno un assetto politico

e camminano in cerca di un baricentro o un appiglio

e compiono passi politici s’uno sfondo politico

mentre ciò di cui parliamo ha una valenza

e ciò di cui tacciamo ha sempre una risonanza

e anche le poesie apolitiche sono politiche

e in alto brilla la luna che a vederla mette quasi paura

essere o non essere: questo è il problema,

ma è davvero solo questo, il problema?

 

Rispondi sul tema che è anch’esso politico, in bilico,

basta che tu sia petrolio o benzina

mangime arricchito o materiale riciclabile

anche il tavolo delle trattative è una questione spinosa

e si discute se negoziare sulla vita e sulla morte

intorno a un tavolo rotondo o quadrato

mentre la gente muore e gli animali crepano

le case bruciano e i campi inaridiscono.

 

Nulla è cambiato: il corpo prova ancora dolore

ha la pelle sottile e subito sotto il sangue

e le ossa fragili e le giunture slogate e i legamenti rotti.

 

Nulla è cambiato: il corpo trema come a Roma

come al tempo di Cristo e anche prima

e so che a te non piace vedere piovere sul bagnato

o che si portino civette ad Atene o legna e rovi al rogo

ma alle vecchie colpe se ne sono solo aggiunte di nuove

reali fittizie temporanee e inesistenti

ma il grido resta e sarà sempre un grido d’innocenza

secondo la scala eterna di un registro immutabile.

 

Nulla è cambiato: tranne forse i modi le cerimonie e le danze

il gesto delle mani che proteggono il capo

il corpo che si torce si dimena e urla e urla e urla

e fiaccato cade raggomitolando le ginocchia

livido gonfio tumido sbava e sanguina e muore.

 

Nulla è cambiato: il bene si mostra, il male si acquatta,

ma alla fine è sempre la stessa storia,

il male trionfa e il bene cede

e nessuno dei due si lascia vincere

o allontanare a una distanza definitiva.

ecco il perchè di una gioia sempre provvisoria

a volte confusa, una gioia buia e tinta di terrore

ecco il perchè di una disperanza stanca

mai disgiunta da una tacita speranza.

la vita per quanto lunga sarà sempre breve

troppo breve per aggiungere qualcosa.

 

Nulla è cambiato: tranne il corso delle fiumi e delle correnti

e la linea dei boschi e delle coste e dei deserti e dei ghiacciai

tra questi paesaggi l’anima vagula, animula vagante,

sparisce e ritorna e si avvicina e si allontana

a se stessa estranea e inafferrabile

certa-incerta della propria esistenza

mentre il corpo c’è e non trova riparo rifugio riposo

e tu che non sai mai dove sei e non sei mai dove sai

quando c’è una meta anche il mare diventa sentiero

quando c’è una meta anche la metà sul serio ti basta:

davanti al mare dei venti, davanti al mare degli eventi

per essere sempre vivi essere per sempre morenti

nel mare delle correnti.

 

 

 

IL FUNERALE DI MIA MADRE.

 

Così all’improvviso non me lo sarei mai aspettato.

 

¿Chi poteva immaginarselo?

 

L’ansia e le sigarette: io l’avevo avvisata!

 

Così, così, grazie… scarta quei fiori...

 

Anche per il padre è stato il cuore: dev’essere di famiglia.

 

Con questa barba non ti avrei mai riconosciuto...

Ma come sei ingrassato: devi farti aspirare il grasso

o ti verrà un infarto anche a te...

 

Se l’è voluta: era solo un impicciona e metteva zizzania...

 

Hai avuto una buona idea a prendere l’ombrello: non si sa mai...

 

Certo ma non è una buona ragione per comportarsi così...

 

Con la verniciatura delle portiere e il tagliando indovina quanto?

 

Devi mettere due tuorli e un bianco per ogni porzione.

 

Non erano affari suoi...

 

Quando la chiamavo non rispondeva mai: ben le sta!

Io cinque volte e mai una risposta o una chiamata...

D’accordo avrei potuto ma anche lei avrebbe potuto chiamare.

 

È morta povera in canna: tutti i soldi li spendeva per quell’uomo...

 

Soltanto azzurre e soltanto numeri piccoli mi raccomando!

 

Beh guarda non so: probabilmente parenti o il figlio.

Il figlio, vive a Torino, dicono che si finito anche in carcere,

me l’ha detto mio cugino...

 

Non ero mai stata in questa parte del cimitero...

 

La scorsa settimana l’avevo sognata: un presentimento.

senza dubbio un sogno premonitore: la morte si annuncia.

 

Non male la figliola: un bel culetto, davvero invitante...

 

Ci aspetta tutti la stessa fine: polvere ritorneremo.

 

Le mie condoglianze al vedovo: avrà modo di rifarsi...

 

È la vita... si sa...

 

Però in latino era più solenne...

 

Arrivederla signora... Condoglianze ancora ai parenti tutti.

 

¿E se ci bevessimo una birra da qualche parte?

 

Telefonami: ne riparleremo. intanto saluti a casa e famiglia.

 

Con il quattro o con il dodici.

 

Ci vediamo presto.

 

Ci vediamo quando sarà.

 

Ci vediamo nell’aldilà!

 

 

 

ALTRA VITA.

 

Cicatrice cheloidea e colloidale anticipazione

nei covi oculari del nulla-mai prima-eterno

aspettai durante la lunga notte nel deserto

mentre il vento scoppiava la morte

la morte che non ci sente per niente

e il suo sangue selvaggio tremava

all’agonia del fiume verso i moli e i mari.

 

Risucchi di vento e disposizioni a tacere

un’assetata sera di polvere e di fiamma

alle svolte del respiro e nelle crepe nell’abisso

e acuti ghiacci avvizziti di febbri e alghe

aspettai solingo nella lunga sosta-sospensione.

 

L’abbandono del mondo nei suoi confini aspettai

e lo schianto del tempo oltre i quadranti e le clessidre:

gettai il cuore oltre il mare e subito corsi

a riprenderlo

una notte

nel deserto

(quando si ha una meta anche il deserto diventa strada

quando si ha una meta anche il mare diventa sentiero

quando si ha una meta anche la metà basta).

 

Fatto duro, fatto maturo, fatto oscuro

in questa notte solo m’avventuro

nell’azzurro scintillante dei monti

nell’azzurro defunto delle valanghe

e mi arresto agli albori del silenzio

atterrito agli inizi del mio terrore.

 

Vacillo sulle scale dell’inverno

vacillo sulle scale dell’inferno

e vacillano le scale dell’inferno

mentre galoppano i bacilli dell’inverno

ad altre primavere ambendo

dietro cieche invasioni di luce.

 

Cedono le bandiere e cadono in sfacelo

leggero come scheletro

m’avventuro in questo giorno duro

che selvoso si versa sul mondo.

 

Dietro le cieche insane invasioni della luce

e le cieche evasioni dei ghiacci

i filtri densi delle paludi giacciono

nell’azzurro defunto dei morti

nell’azzurro-brina dei monti

arrestato agl’inizi del terrore

arrestato dal tuo silenzio:

vacillano le scale dell’inverno

e la tua vicenda mi avvampa ancora

discendendo in abissi di fragore e deserti di tumulto

dalle madide chiome dei maresi

per i torrenti del cielo e delle strade

e i nudi abissi del sotto.

 

Finito l’impeto del meriggio e l’ardore

nella sera si schiantano perdute le acque

gli antri camminano abbagliati dal sonno

qui la primula e il calore ai piedi

e in testa il verde acume del mondo.

 

Qui i tappeti scoperti dal sole

e i templi vibrati dal vento.

 

Qui il mio male lontano

e la sete indistinta

come un’altra vita in petto.

 

 

 

AL MARE.

 

Ho la testa sott’acqua e penso:

ci dev’essere un modo per ricominciare.

 

I monti m’inghiottono

i pini della baia mi riprendono

dai capelli, le barche ormeggiano a filo

tra le banchine di turisti stranieri

avidi di tintarelle e souvenir.

 

Affogo: i gabbiani mi tirano fuori dal mare,

pesci imboccano gallerie tra le mie gambe

scalcio i miei piedi nell’acqua e

ritiro il mio fiato in affanno a galla.

 

Perdere una sicurezza,

sentirsi spaesati tra le onde,

andare a fondo come un relitto:

eravamo niente e siamo stati tutto.

 

Natale non sarà più Natale

Pasqua non sarà più Pasqua,

ogni giorno sarà sempre uguale all’altro

e ad ogni pensiero che aspetta

spegnerò un’altra sigaretta.

 

E ricordo le cose che ci siam detti

l’ultima volta, per l’ultima volta.

I viaggi che avresti fatto, gli esami da affrontare.

Date che non ho mai tenuto a mente.

Io sono cambiato e sono sempre lo stesso.

 

E verranno ancora questi occhi sudati

le mie sere negli autobus pisciati

facce di merda magrebine e nigeriane,

suoni latini dalle cuffie ecuadoriane.

Sarò spero migliore di adesso

 e tu sarai sempre più bella.

 

Buttiamo via l’abitudine di soffocare

i sentimenti in pasto al cibo, come se

non s’avesse più nulla da dichiararsi

che comporre lettere dalle tastiere.

I visi distratti degli amanti sulle chat.

Io ti amo e non sono più innamorato di te.

 

Di rado, sobillo ancora il tuo nome

come un sapore da lasciare amaro

in bocca, una trasfigurazione costante

che mi leva e mi ripone dal letto in su.

In questa notte vorrei abbracciarti per sempre

e non pensarti mai più.

 

 

 

ADOLESCENZA.

 

E poi redimere,

dai tanti anfratti di tale repellenza

da inquietudine caliginosa

di tanta saliva sprecata.

Solo un peso animale,

un vomito prepotente

che barbaro concede alla mia libidine

la solitudine di sentirsi acerbi.

 

Perché scriviamo della periferia?

Forse per esorcizzare lo squallore

che ci sta intorno e render poetico

ciò che non è a chi non sa di noi.

Scriviamo di nettezze suburbane

per sentirci meno soli, mentre radi,

guadiamo muri di cemento fumando tabacco.

 

In alcune città,

le passioni di pochi

hanno fatto le fortune di molti.

Una politica che sa di calciomercato

promette vecchie cose nuove.

Le incertezze quotidiane che immobilizzano

il Paese, quelle che si riflettono

su una piazza di provincia.

 

Ci siamo riuniti nei palazzi

per paura di rimanere soli,

abbiamo costruito altre scuole per

alunni speciali e disattenti

per puntare il dito contro le maestre.

 

I bambini fanno la fortuna dei giocolieri

coi loro capricci, facendo disperare

donne che fanno così tanti sacrifici,

che poi il più grande sacrificio

è di stare a sopportarle.

 

Siamo diventati adulti in tre anni,

senza essere stati capaci di decentrarci

e far spazio alle nuove generazioni.

Abbiamo cresciuto i nostri figli

fuori dall’Italia, per diventare più grandi

scaraventati da un inesorabile destino

che insolito tardava a compiersi.

 

Per chi voleva uno slancio

e invece ha trovato un divano,

la nostra più grande passione è diventata

fotografare i cinghiali nel campo;

le anatre compiaciute che mostrano

il loro sedere tra le onde del mondo.

 

Un sonno profondo

un letargo simile alla morte

ci ha stanato dagli inverni,

stipati in maglioni extra large.

L’acre odore dei vicoli al mattino

dona ai mendicanti l’arte di importunare.

 

Cambiano i sentimenti,

cambiano le emozioni

restano le persone.

 

Noi non siamo affatto cambiati.

Siamo rimasti quelli di sempre.

 

Ci siamo solo fatti crescere la barba.

 

 

 

CERCHI.

 

Cerchi

e non so in quale ritrovarmi,

dove accasare la mia roba e accudirla

nel momento in cui si sporchi.

 

 

 

UN TORMENTO INFINITO.

 

Un tormento infinito

qualcosa che non succede mai

ed è lì paziente ad aspettarti.

Non è tanto un pianto liberatorio,

una crisi che porta alla redenzione.

Lo senti e non lo vedi, provi a darne

nome e resta impronunciabile.

 

Camminando senza meta

stempero quest’ansia perenne,

nascosta in piena vista.

 

 

 

FARSI DA PARTE.

 

Sottratti al divenire del giorno vorremmo solo

che la sera durasse un minuto di più,

speriamo nell’emozione che schioda

l’acqua dall’aria e le impiglia alla bocca

quando qualcuno inventa neve o cielo.

 

Il prodigio del farsi da parte, sparire

dopo aver fatto del bene. Conosco

l’utilità dell’inganno, so il vantaggio

procurato. Va perso poco dopo.

Invece questa stirpe cerca vette,

simula.

 

Chissà se siamo soli o qualcuno

dai sei lati ci sorveglia,

da quanto vaghiamo in questa landa infinita

a bordo di un corpo.

 

Gridai e l’eco si perse nel vento,

un sortilegio racchiuse

tutta la musica in un punto solo.

 

La nascita è di per sé un patto di fine,

conta mille variabili, si interseca

con sette discipline. L’uso del tempo,

il talento coltivato, l’amore dato

in dono. La precisione del tiro,

l’arte di muovere il corpo, l’equilibrio

del centro e la gentilezza del lascito.

 

In una primavera sottile andavamo

per prati schiariti, d’un tratto

si fece burrasca, annegarono

i pini nella nebbia

giù nel prodigio ci incanalavamo

senza saperlo.

 

 

 

L’UOMO PERSONIFICATO.

 

<<Sarai per sempre vivo nei nostri cuori.>>

mi dice il frontespizio di una lapide.

 

Ma lo dice a me? E chi? Il morto

o i parenti del morto? A me o a lui?

 

E ora, qui, lo dicono loro, lui o io?

E a chi?

 

 

 

TAPIS ROULANT.

 

Dopo aver attraversato

l’equivalente di un deserto,

per farsi terra bruciata

con tutti i chilometri che contiene

scende dal tapis roulant

l’uomo-primate.

 

 

 

VIVI E VEGETI.

 

Non come una serie di fatti che si ramifica

intorno a un albero ma il modo che la paralisi ha

di fiorire. Insignificanti quasi perfetti: cresciuti

in tutte le direzioni, campati in aria.

 

 

 

COMPARSE.

 

Ora mio padre sta sul piazzale intento a drenare

la fogna che perde e per evitarci una multa

scolla le mattonelle una a una, disfa il fondo,

 

lo guardo seduto dal balcone mentre il sudore

mi sgocciola dai piedi incrociati sulla ringhiera

fa una pozza e si riversa nella grondaia,

 

così mi dico che il baratro che abbiamo davanti

alla fine è un buco alla turca, ma è solo un’idea,

 

poco profonda, mi dico,

e priva di fondamento.

 

 

 

SUL CIGLIO DEL BARATRO.

 

Sul ciglio del baratro che aggrotta in casa

stendiamo un velo pietoso dove poter riposare.

 

Sotto di noi in pochi alberi un fosso, la vista

del mare tagliata da un cavo dell’alta tensione.

 

Volevamo abitare l’abisso ma perfino lì

la vita è troppo cara,

e pare che il cavo verrà rimosso.

 

 

 

E QUESTA È L’ACQUA.

 

Se noi siamo ciò ch’è più facile a dirsi

e sempre dal bordo, verso il centro

che è lontano da tutto, così

entriamo per bere una cosa, eravamo

con l’acqua alla gola, immersi

per non so quanto tempo

nei gargarismi

che avrebbero dovuto salvarci,

salvare almeno quello

che si sforza di fare il morto,

pur di restare a galla.

 

E questa è l’acqua dice uno scherzando

con la bottiglia vuota, per fare il brillante,

ma se questa è l’acqua qual è

allora il punto di ebollizione,

il diporto più completo?

 

Dice uno scherzando, il punto

è che un po’ alla volta si affonda

anche solo mettendo il naso fuori di casa,

anche solo restando qui, come in mare aperto,

o in procinto di nascere,

immersi nell’acqua ma fino alla vita.

 

 

 

ILLUSI.

 

Alla fine restiamo soli distesi sul prato

in piccoli mucchietti di cenere, ognuno

al vertice del suo raccoglimento.

 

Lo stesso prato dove corrono dei bambini

crescendoci incontro.

 

 

 

ALLO SPECCHIO LE OSSA.

 

Si specchia nella carne, l’apparso,

nelle ossa ricoperte dall’intimo.

 

Non si guarda dentro né indietro ma

prova una camicia, a mettersi nei suoi panni.

 

Nessuna rotazione, gira sul posto

e si addentra nel riflesso dell’uscita

passo dopo passo dove cade il suono

a cui si attiene come al suono

del suo respiro che si allontana

mentre lui si lascia andare.

 

 

 

FILOSOFIA.

 

Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio

che smette, ogni tanto, di pronunciare il vuoto.

 

Allora qualche indizio di materia

deforma l’aria,

descrivendo le pause del nulla

prima che il silenzio

si richiuda.

 

(Le mani s’infrangono

contro un gesto incompiuto.)

 

 

 

AEROPLANO.

 

Se tento

di raggiungere il cielo

la distanza rimane invariata.

M’avvicino

soltanto alle nubi.

 

 

 

IN INCOGNITO.

 

Dormo in incognito

per non farmi riconoscere dagli incubi.

 

Scavano per l’aria come talpe;

hanno un paio d’occhi

larghi e fotofobici.

 

Sul comodino

il lume acceso mi nasconde.

 

 

 

ULTIMA SPERANZA.

 

La terra promessa,

l’unica,

è quella del sepolcro.

 

Spes ultima dea:

cioè la speranza

è l’ultima speranza.

 

 

 

I SOGNI QUANTICI DA CUI DISCENDO.

 

Mi parlano così i sogni quantici da cui discendo:

<<L’universo è Dio: incompleto, mancato,

come il pianeta Giove è una stella

mai riuscita a formarsi.>>.

 

 

 

NELL’UTERO.

 

Ho paura: cerco risposte laddove

trovo solo domande.

Che cosa c’è prima dell’utero? Siamo

nati alla fine di tutto, ventenni

riversi nei cessi. Oltre le albe morse

da svegli, oltre il dolore

del non sapere essere sempiterni,

oltre il rigurgito post-tragedia.

 

Una tragedia, guardarmi allo specchio

e riconoscermi: non v’è Altrove

per chi conosce se stesso e le rughe

insediate nel corpo. Zitto, zitto!

Vivo lontano, sull’uscio del cosmo:

la psicosi, cercarmi

quando già so chi sono.

 

Vorrei avere l’inerzia della notte

paralizzata dal gorgo di suoni

che non hanno né voce né parole:

vorrei sedurre la stasi, portarla

nel roveto di fiabe che costruisco

solo per devastarle. ¿Come faccio

a rinnegare me stesso persino

quando il Vero sembra insudiciare

l’intestino, domando? Non lo so,

rispondi, forse non hai un’identità.

 

Non mi cercare nei templi di versi

né al limitare del cosmo: se vuoi,

non avrò nome: non posso tremare

se la forma aborrisce il mio canto.

 

Cercami nello specchio addolorato

nella pozzanghera empia di ferite

nel vaso scoperchiato:

appartengo alla luce che t’acceca

il giorno, non al buio che nasconde

e rivela chi sono.

 

Se non mi vedi, non ti vedo: un muro

e la scissione incede nelle vene.

Non so mai quel che sono quando il rovo

trasfigura in roveto,

e divento molteplice in un mondo

dove solo la forma custodisce

e l’amorfo si perde tra giornate

scoscese di avulsione.

 

Bramo un nome a difendermi dal cosmo

non un verso che dice, ma conosce

solo intuizioni: voglio l’epidittico

d’una prosa che vede.

 

 

 

FERITE.

 

Nell’alba appena stanca,

i metronotte tengono d’occhio

le bagasce della Pellerina.

 

Non è certo che il nostro spirito

riacquisti lo smalto di un tempo

per affrontare di petto un avvizzito dolore,

se dai cavalcavia autostradali

i ragazzacci lanceranno calcinacci

sui nostri ematomi d’amore.

 

Via Borgo Dora.

Sono ancora vivo, per strada.

Pedalano zigzagando sui

sampietrini lastricati di un altro

istoriato centro storico. Parlano

le chiese, i portoni testimoniano

i soli dei secoli sedimentati nel tempo.

Poi torno a casa, e mia madre

che mi vede al rientro, sulla soglia

mi accoglie col suo solito

trafelato invito di guerra:

<<Levati le scarpe,

che ho appena lavato a terra!>>.

 

Ma in realtà è un sogno:

mia madre è appena morta,

lontano, in un’altra terra,

da sola, come ha sempre vissuto,

così mi rimani solo tu,

e la stanchezza mi riappare in volto

come un’amica amorevole.

 

Per te rinuncerei alla popolarità,

ma non crederci, è solo un trucco per

impressionare il mio pubblico.

 

Non c’è da scandalizzarsi se

i nostri lavori non hanno lo stesso

valore politico e sociale che ha

caratterizzato gli intellettuali del Novecento.

Siamo scarni, come l’attenzione che dobbiamo

a stimoli sempre più incessanti e simultanei.

 

Siamo attratti dai palazzi, le strade urbane

raschiate dall’umidità prima della pioggia.

Esteti ricercatori della struttura superficiale,

sappiamo fare investimenti sulla precarietà.

L’indecisione è la compagna che abbiamo

sposato per sentirci più sicuri.

Ci commuoviamo difronte a fondamente

che si sgretolano frettolosamente.

 

I mattoni forati delle case popolari

di via Artom e di corso Lombardia,

saranno ottime cantine per i nostri Gutturni.

 

Giudicare lo stato dell’arte delle cose:

alle volte sono ad imitare di nascosto

le tristi immagini di professionisti

sanitari che dalla scala antincendio

fumano nervosamente di notte

versando lacrime dal cellulare.

 

Se attaccassi bottone

per ogni minima stortura,

perderei credibilità nella ragione,

eppure, evitando di apparire rivoltoso,

ingoio amaro le lumache sui tratturi.

Ma gli invisibili pretendono il realismo

all’appello del maestro.

 

Tu lo sei e non te ne avverti,

essere presente al contemporaneo

affanno dei miei levarsi dal letto,

dettarmi gratificazioni dagli sguardi

rimasti al saluto delle ultime cene.

Esiste un rimembrare che sobbalza

il cuore dalle camicie estive di lino.

Bisogna vedere come la metterai giù,

io dal mio canto, sto già rovinando tutto.

 

 

 

CICATRICI.

 

Tutto si tinge,

senz’accorgersi,

con diafane stille:

la pineta e la marina,

oltre i vetri madidi,

immobili

non rispondono

più.

 

Si blocca

la visuale,

le cicatrici

del vetro

sono sporche

di rena.

 

Pezzi d’oro

e pezzi d’odio

crollano

da un cielo

divelto;

i polsi, fasciati,

non trattengono

il sangue esploso;

i sorrisi degli altri

si spezzano

di polvere.

 

 

 

COLLE DELLA MADDALENA.

 

Parliamo della mancanza.

Di un’inutile malinconia da ammirare

dal colle della Maddalena.

Il buio sui palazzi di Torino

illuminati alle sei di sera, a Novembre.

Avevo come amore

due scrigni silenziosi

che non davano nell’occhio.

 

Quando ti facevo le sorprese

eravamo appena grandi

forti di una distanza

che avremmo saputo sostenere.

 

Ora, manteniamo regole ferree

così da poterle oltraggiare

scegliendo di essere subito chiari:

solo incomprensioni tra di noi.

 

Come farei ad essere giusto e imparziale

se ho sempre voluto che la verità

fosse dalla mia parte?

Non sarò di certo l’unico,

e forse neanche il solo,

a evitare almeno quella

stupida autoreferenzialità

che tocca agli innamorati disonesti.

Ipocriti dell’amore eterno

fieri estensori dell’accezione che

morto un Papa se ne fa un altro,

come si suol dire. Per fortuna

atterro sempre morbido sulle situazioni

perché mi aspetto sempre il peggio.

Ma saranno le mie speranze a nutrire le mie illusioni

O saranno le mie illusioni a nutrire le mie speranze?

Aspetto impaziente le casualità che la vita

riserva per stravolgere un equilibrio.

 

Alle volte ti sogno così intensamente

da sembrarmi vera.

Non è di te che vorrei liberarmi

ma dal senso di colpa per ciò che

abbiamo sempre cantato e che

non siamo riusciti a diventare.

 

Tu non sai l’allegria che mi può dare

questo quieto tempo libero

o quei pochi vestiti che mi

restano nell’armadio.

(Così pensavo che i piccioni dovessero

sentirsi al sicuro all’ombra del cavedio

della biblioteca provinciale di Matera.)

 

Nominare i tuoi posti

mi fa pensare alla tua vicinanza.

 

 

 

UNA NOTTE, IN SICILIA.

 

In queste calde notti paludose,

in una Sicilia andata nel tempo,

piena di fantasmi di amori dissepolti,

quando alla sera, per la troppa birra bevuta,

non si pensa più a nulla...

 

In queste notti di mare calmo

e strane zanzare-leopardo,

di oscuri delitti e ancor più oscuri inquisitori,

guardando i cavalli correre,

e perdere una gara dopo l’altra...

 

In queste notti calde e appiccicose,

io ti penso intensamente

e nessuna malarica febbre

ti riporterebbe qui, bella, viva,

oh la mia memoria

annegata come la coscienza...

 

In queste calde notti salmastre

di sporadici fuochi d’artificio,

lontani nella baia,

avrei bisogno di un conforto

a cui non so dare un nome,

avrei bisogno di un trucco scellerato

o una maschera cinese.

 

 

 

MATTINO.

 

Mi piace al mattino,

quando tutti si sono alzati,

e tu non sai precisamente che ore sono,

se le sei, le sette, le otto,

e resisti dal guardare il tabellino della gara notturna;

quando il sole entra dal lucernario

e scalda le umide lenzuola

che come vele strappate di un vascello pirata

hanno attraversato la notte;

quando il fragore, soave del mare

arriva a solleticarti, con le prime voci dei bagnanti

dalla spiaggia sottostante;

quando la fenomenologia del Badminton

è già in azione in stabilimenti dai nomi esotici,

Il Maracanà, Tony l’Egiziano, la Gru Blu,

tra forzuti bagnini salgariani.

 

Mi piace al mattino,

quando resto a fissare, affascinato,

le bottiglie di profumo, vuote,

tutte in fila in cima all’armadio,

povera corona del Regno dei Tarli,

mentre si appresta un altro giorno,

un altro tradimento potenziale:

non rischia forse di tradire le regole del parco nazionale

l’insetto-stecco che usa come arma la protesi dentale?

Non rischia forse di ingannare l’ornitologo dolente

il gaio beccafico che per bere usa la cannuccia?

 

 

 

NEI TUOI OCCHI E PER TUA VOCE.

 

La fiamma si è accesa. Gli oggetti durano

quanto la parte di eterno che ha il sonno.

T’intrappoli nell’isola. Costeggi

le mani, il gusto di toccare, il tetto

dei reclusi che rianima, strapiombo

come liberazione.

Dispensa i frutti di novembre e lasciane

ciotole ai morti.

La terracotta del convento, il fischio

dei nodi. Il viaggio sgomenta l’ospite.

Le pietre assiderate tra la carne.

La febbre che disvuole. Mi estinguo

per ottuso tacere.

Il silenzio non illumina, viene

da te un bagliore. Chi è il mio padrone? Olmi

lasciano un grido. I muri e i passi incastrano

le voci. Dicono parole nude,

le stesse. Precede una confusione

nell’immobilità, il male umiliante.

 

 

 

EXCUSATIO NON PETITA.

 

Nato in un paese di modesti temporali,

in un tempo rassegnato alla brina,

non mi resta che ambire 

ad una mediocrità accettabile,

guardare scivolare le nuvole 

oltre la linea affilata dei tetti

mentre con il coltello da cucina 

tolgo le punte ai fagiolini

e canto canzoni a bocca chiusa.

 

 

 

MIRACOLI ELEMENTARI.

 

Il canto inaspettato dell’allodola

nell’aria di questa notte periferica

separa il prima dal dopo, il buio 

del cuscino dall’interruttore della luce,

il sonno interrotto

dal passo assonnato.

 

Il canto inaudito dell’allodola,

precipitato dalla finestra del bagno,

accompagna oltre la sua sospensione

la mia notturna minzione 

e fa delle ore di questa notte periferica

un’unica, confusa, attesa dell’alba.

 

Conciliato con l’imminenza

di questa quotidiana resurrezione

non posso dimostrare di essere sveglio,

ma di essere vivo sì,

confortato dal canto che si alza incredibile

dalle aiuole alberate del condominio 

che incombe sulle mie finestre spalancate.

 

I miracoli elementari e inaspettati

ti inchiodano, seduto sull’asse del cesso,

ad una possibile fugace felicità,

mentre il buio si arrende 

all’abbraccio dell’alba

con un sonoro, ostentato sbadiglio.

 

 

 

IL POETA DELLE NUVOLE.

 

L’enigmista intimista osserva 

la foglia fremere fuori 

dalla finestra chiusa della cucina

mentre raschia il fondo 

di un barattolo di gelato,

della propria decorosa disperazione, 

della propria indispensabile ispirazione

e intanto freme 

a quel fremere al vento

che staccherà la foglia dal ramo

e freme leccando il cucchiaio

nell’agonia della poesia,

nella poesia dell’agonia,

sincero come il candore di un bimbo

che schifa i baci della nonna

ma pretende comunque 

il regalo promesso.

 

 

 

LA COMPRENSIONE DELL’OMBRA.

 

La comprensione dell’ombra

è l’urlo tuo che si distende 

sopra il corpo rigido del merlo

che aveva nido nell’edera in cortile,

ora preda inanime 

sul pavimento della cucina,

orgoglio esibito del nostro gatto,

offerta d’amore 

ai suoi ingrati padroni.

 

 

 

TUTTA QUESTA BELLEZZA.

 

Tutta questa bellezza irrisolta

mi porterà le lacrime agli occhi

a ulteriore conferma del dolore

che senza intenzione mi infliggo 

e di proposito occulto.

 

Eppure ho l’impressione 

che altro luogo non esista 

in cui potrei restare, illudendomi 

sia sufficiente poggiare un dito

sulla crepa spaccata dell’argine

per bloccare il fiume che preme, 

per salvare i campi coltivati

dall’inondazione imminente.

 

 

 

SALVEZZA.

 

Potremmo dirci salvi soltanto 

tra il freddo delle mura nella casa 

di campagna, nell’aperto grido dello spazio, 

salvi soltanto nel vecchio pagliaio

diroccato incontro alle tele impolverate,

nella luce sotto il melo o fra le tegole

spostate, umidi sui greppi o tra le fronde

pronti a gettarci come semi nella terra, 

salvi come scarti, come la scorza del frutto 

spellata dalla lama. 

 

Lo schianto della ghianda sulla terra, 

il fuoco nella casa di campagna,

le ossa esposte al sole come una reliquia, 

tu che getti le scapole sfibrate 

nel baule antico del pagliaio, un vecchio 

cappotto appeso a un chiodo veste 

il freddo delle mura: si muove fra le travi 

il grido e poi l’ala di qualcosa. 

 

Spargo i miei organi in vendita sul letto,

come Lego i bambini sul tappeto, 

tu leghi le ossa alle ringhiere 

perché al posto delle ali 

gli angeli ne facciano stampelle, 

i corpi sono scambi di lamiere, 

di croste marce di ferite, 

ieri pendeva dal tuo orecchio 

il fegato in cancrena di un rondone. 

 

Sulle ossa dei santi una rondine cava 

un grumo di sangue gelato, 

e raspi d’uva marcia annodati a fili 

di vespe riverse sui campi 

pregano un corpo di spolpare 

le sterili ombre dei morti e gli occhi, 

e le mani e le voci dal mondo 

che resta soltanto una cellula, 

la prima, e la cenere ctonia del sole

a formare il nuovo alfabeto dei vivi. 

 

 

 

VIVERE.

 

Ti vedo spesso assetato e salvo

sulla cima di un colle prostrato

gomiti rotti e caviglie slogate

interpelli il cosmo e canti sommesso

cercavi solo luce algida e alcuna resa

porgi tra delicate dita il cimelio

fiammella verde evanescente e sola

nessuno assiste e deplorevole

corteccia intacchi e graffi e scalfisci

irripetibile momento, ammantato

indifferente alla quieta luna

salvi rami secchi nel caldo fuoco

ripeti un solo verso e la pioggia

torna a vivere senza alcun merito.

 

 

 

PRIMA DELLA FINE.

 

Torbide notti suggono il fango della fine

torrenti spazzano azzimati vecchi fanti

intriso di genio beota compito parole

scavi scaffali e tele di ragno e ivi trovi

fili di stelle e luminescenti bave secolari

il tempio evaporato nell’istante caotico

legato all’innesco del secolo successivo

caverne schiave e disuguali spurgano

utili soltanto agli sparuti, virginali spasmi

tremano le gambe scure degli sventurati

ammassano intenti omicidi e gallette

il riso è asserragliato nell’ultimo istante

un nuovo calendario ripete ferale lavoro

sarete tutti morti molto prima della fine.

 

 

 

IL MALATO.

 

Nascosto sotto immenso manto

relega in dispensa sterminata quiete

patteggia la tregua con scaglie di cera

sfiora il pensiero delle briglie smunte

tutti dilatano bronchi occlusi dal dovere

il sapore del tempo è insipido, annacquato

catene spesse e languide il malato

lima paziente tra selvatici conati.

 

 

 

APOSTROFE AL POETA.

 

Tu, poeta! Apri l’occhio da cui vedi

perfette stanze ammansite dal mare

plumbee strade assaltate dal verde

spingi l’acciaio oltre il limite di carne

poni penna sullo scudo di carta

in sella a un brivido rincorri svelto

tutti i luoghi che non sono ancora

fa materia dei tuoi ripari onirici, regna!

 

 

 

IMMOTO DIAMANTE FRAMMENTA.

 

Immoto diamante frammenta

umide rocce d’ottusa requie

dita minuscole arpeggiano

sconcerto senescente e ira

in prossimità di aspre foglie

compianti e spenti capi

odono lamenti ferali e famelici

giaci fra umbratili fronde.

 

 

 

A PIER PAOLO PASOLINI.

 

Medea, nome incantevole

senza la maschera del pregiudizio

potresti riprenderlo tu

per chiamarmi Giasone

potremmo riscriverne il viso

educarne il sorriso

abitarlo anche senza magia

se non fosse per la gelosia dell’incanto

una nemesi da ricordare

dove salverebbe, forse

la noia contraddetta

lo spreco di qualche innocenza

Ma il seme che si fa parola

è contratto

dannata la gioia nel suo nome

rubata alla luce del giorno

la sua peregrina speranza.

 

 

 

AL CHIARO DI LUNA.

 

Ci sarà tempo per il tonfo grave e sottile sul modo minore

così necessario

come raccontava Verlaine verso il chiaro di luna

facendosi musica costellazione

una virgola ancora vi aggiungi un paesaggio

che è solo preludio e non chiede,

non si confonde ma stana l’incanto stanotte,

sveglia catene felice col suo tempo esatto.

 

Un ritmo avaro abbandona le scene del giorno,

un canto solo e bendato che vede tra i tanti rumori

chi salva il prodigio tra notti di fumo

e le macchine accese sprecate di corrente elettrica

il tuo controcanto di gioia

Pierrot la sua biga lunare che scappa

scucendone maschera cerchi stonati, pudore.

 

 

 

OSSESSIONE.

 

Ho letto troppa poesia e quando sogno

non sono mai solo.

Sotto le torri abbracciate dal sale

c’è un uomo che insegna a suo figlio

come sopravvivere senza annegare

di fronte un relitto di mesi, giorni

settimane, che importa?

Sono il padre e il figlio ormai

calpestato, annegato, risorto.

 

Che bel paese che c’è nella mente

sarà questo il luogo

in cui spengono tutte le luci

e l’abisso si vede.

 

 

 

NON CHIAMATECI PER FARVI FELICI.

 

Ho sognato. Ed ho visto

gente addormentarsi

nella casa non più mia.

Però tu c’eri al risveglio

fingevi non fosse accaduta

la scena, compresi i distinti

saluti.

Adesso fremo al presagio

che stempera gli anni

ne beffa i sorrisi

ci parla di schiena.

Da un’altra stanza già vuota

la mente prepara gli oggetti

della sua pigrizia

quel decentramento di corpi

che annuncia l’estate

la futura dimenticanza

del mondo, ci fa stare bene.

Certo ti sembrerà strano.

Nell’inquietudine delle pupille

che s’aprono al buio della storia

non c’è la memoria di un uomo.

 

Non ci chiamate per farvi felici.

Non straripate sul corpo

portato a vegliare i rapaci.

È mezzogiorno sul sole scomparso

coperto di bruma, gli amici

sono passaggi invernali

di storie impotenti stordite

dalle narrazioni incessanti.

Sono occhi in vendita

all’asta di buone intenzioni.

La libertà volevamo

di stare in disparte, fratelli

pieni poteri ai distratti!

La libertà di puntare le lenti

da qualche altra parte

di là, non c’è proprio nessuno.

 

 

 

ECCLESIASTE.

 

È tutto quello che abbiamo questa porta 

che scorre, il buio che si confida 

dentro le parole e fa. E fa cuore 

come intermittenza, metronomi saltati a redigere 

lo scritto delle tue ore 

Io ascolto come da un congegno 

una cornice che solo il tuo annullamento 

sa riempire, ricadendo in una rupestre sfera -

sanguina la mano per quello che poteva scrivere

e non lascia che spazio, spazio da queste 

incise ferite e poi il fuoco dell’origine 

si spegne, fa la sua brace intenerita di incubi e qualcosa 

si accende, si empie entro gli occhi, nella prima retina 

che l’uomo in un amore avverte, ma sente 

una costrizione, fa nascosto da servitore quanto dirige verso l’oltre che non ha perfezionato 

con il nome delle ombre, ridotte ad amici.

Si sono disposti a seppellire a turno 

la sagoma per lasciare almeno la faccia d’un uomo -

suo unico bisogno l’amore anche della cecità, 

la Fratellanza che si fa necessità 

quando si incontra una forma comune,

il soccorrere la costante menzogna 

di essere diversi e nella risposta 

posarsi in presenza e fare così la compassione dei mondi,

la loro benevolenza, l’accensione che si tramuta 

di gioie in una fallimentare onnipresenza.

Da lì rinunciare a tutto 

non sapere di che rimproverare il proprio corpo 

la voce le dita che cercano in un graffio 

il sincero calore per qualcosa che non hai 

mai tenuto tra dita e tenersi al proprio cornicione;

un’offesa saltata dalla bocca di qualcuno e 

poteva dirsi noi e non eravamo

noi eravamo il risentire animato di orme 

Il loro alzare sguardi fin dove era possibile

tenerli alti e il crollo di due torri Due Torri 

che ci facevano sentire amati e non erano 

che idoli scolpiti del pensiero di essere 

fragili - noi acquistiamo queste due teste 

come fossimo fiori ingemellabili due 

ridotte asperità di questa delicatezza 

amata invece siamo diversi diversi come 

sul telefono stanno due cifre incontrollate 

come sfuggono alla lettura due lettere 

tracciate in modo casuale Eppure 

si sanno leggere si sanno distinguere tutte 

le somiglianze le precise diffusioni 

che opero anche da lontano con la mia voglia 

di essermi fatale 

Tu ritardi con un metodo di parole 

tutto questo nero che contiene 

anche la lucentezza idiota di ciò che tracciamo 

accontentando l’amore.

ora termino di scrivere questo messaggio ridotto

alle sue costole, alle sue ossa 

simmetriche di rotte parole 

portate alla loro corsa come denti stanno 

tremanti dentro la bocca e compongono il sorriso 

il sorriso che ti obbliga a liberarti giù 

la voce una piccola silenziosa distorsione 

dell’espirare qualcosa che non voleva dirsi 

nulla e poi è diventato buio ombra facce 

si è sempre più distrutta scomposta 

ha fatto di tutto quello che ha potuto 

perché doveva liberarsi di ogni possibile 

insulto di ogni possibile uso di ogni 

possibile possibile Eppure ha colpito in pieno 

questo cuore che ha fatto di sé 

le pareti in cui si spinge il ripido instaurarsi 

di una grata dove ogni cosa 

si deve fare singola per passare 

dimenticare l’inesattezza e lì indietreggiare 

quasi fosse un vento a domandare Dove 

vai dove ti spingi a ricordare addirittura 

fino alla Terra dove raccolgono il sole 

dei figli vuoi tracciare le dita in ossigeno 

provare a revocare dèmoni di cui neppure

i nomi un tempo erano pronunciabili. Allora 

ascolta da questo buio che cos’ha l’orrore 

di non vedere dal mare il mare 

il fiore che si spagina dall’Opera

dalla forma di un’ora 

da un giro di chiavi nella porta.

 

 

 

NON PUOI PIÙ.

 

Sei, sai, ma non puoi.

C’è una consistenza di disordine

dove ti muovi

Una cosa viva tocca 

un’altra cosa viva e 

si riaccende il monito 

Ma riaccade anche tra noi

dimenticati, come due capillari

che irrorano la loro strada 

Anche il bar della periferia 

non illuminarmelo inutile

c’è chi sta uscendo a lasciarvi

un venerdì la propria vita.

La slot o una rapina a mano armata.

Il poeta obbedisce a una rivincita. 

Ammazza così il tuo sangue:

Nascendo in un luogo.     

E si dilata 

il suo sonnambulismo lieve

in un cuore sepolto, seppellito dove 

nemmeno noi sappiamo ritrovarlo.

E sei, sai, ma non puoi più.

 

 

 

INFANTICIDIO.

 

Non salvo mai nulla da me.

Il mio infanticidio ha giocato a palla

fin dove la strada ultimava.

Devo ridurre tutto a memoria

per sopravviverne.

A sera un ladro porta via 

anche la furia della mia sete 

in una riga di probabilità. 

Al muro che crolla dipingo appendendomi

il quadro del mio alito - vuoto su vuoto.

Si perdona così, per assurdo

in un quasi, l’algebra senza semantema

con cui da meno a meno

mi faccio un altro. Da meno 

a una disperata forma

di minorità più vasta.

 

 

 

CAMMINO.

 

Muschi verdi e aghi sul mattonato.

Questo ha di me l’asilo, il suo ordine

Di disfacimenti. Ci cammino

Ad angolo dove al muro di cinta

L’infanzia non finisce. Il graffio

Sulla mia guancia che sanguina,

Il bambino che me lo indica da qui 

Ancora, la tazzina di plastica rovesciata

Col mondo da rottamare. La mano

Che mi cura della mamma di Federica. 

Il mio avvertimento di non mettere

Dita tra doppie allegorie, gemellini

Che difendono il proprio patriarcato

Se giochi con la finzione di una cucina.

Fuori la giornata ebbe il mondo limpido

Nella sterminata realtà. Ero solo

Un bimbo. Rubai parole che capitano. 

Non so dimenticare cose così piccole.

Vacuoli minuscoli e tesi nell’ipofisi.

Bastano aghi, muschi a far parlare

Mattonati che seguo distrutti. Cammino.

 

 

 

CROCE DI CARTA.

 

Una croce di carta per terra.

La rifacciamo con il tratto di ruota

la traiettoria della moto-ape apparsa

ad omettere il tempo. Dalle pozzanghere 

mi fingo anche sul mondo 

come una penna a sfera. E dopo poco

sparisco. Lascio tracce in scadenza

d’acqua, premiate in me a una fuga 

di grafie. Tira un vento che non chiede.

Rallento, ma per non schizzare 

questi due pedoni di silenzio.

Lo faccio per devozione all’amore, 

al suo sigillo che non si volta a creparsi

se una bici ci segue. Due fronti 

in unico mirino. Queste parole 

sono slalom di bici nella mia mano,

tra scatti di passato e lemmi di inizio.

 

 

 

CARNAMI.

 

Non saremo mai

muti quanto basta

per scendere

nel gorgo,

per spingere

la carne 

nel sepolcro.

Non moriremo 

abbastanza 

da smettere 

di sperare 

infine.

 

Lontano da altari

ed incensi

saremo tra i morti

perché rimanere è servire:

questo l’obbligo 

finché il prossimo 

verso sarà 

l’ultimo.

 

Si conserva l’invidia

per le larve

perché la loro opera

funziona

la millesima nota.

A margine

un altro capitolo

di quanto

sia nero 

proseguire.

 

Come se vi fosse

qualcosa di vero

nella postura dei ciechi

come se questi

estendendo la mano 

oltrepassassero la cecità.

È l’ultimo passo

il più incompiuto.

 

 

E d’improvviso

il rito del dovere:

bastarsi nella morte

spogli di tutto,

varcare la soglia

per stringersi

alle braccia fredde 

di chi puoi amare.

 

 

 

POEMETTO SULL’INDIFFERENZA.

 

Mi sembra di intuire l’angoscia, palpare

la tristezza di vecchi benestanti decaduti.

La messa della domenica sera,

alla chiesa di San Vito in Mascalucia,

è l’avamposto che si presenta come

uno spettacolo a cui partecipare ormai

prima della cena.

 

I getti d’acqua che piovono dal suolo

sono alti sui campi di granturco.

Altri odori, si insinuano sgradevoli

sulla deserta distesa provinciale.

E va bene che dai diamanti non nasce niente,

ma sulla strada per Bronte

c’è un letale tanfo di letame.

 

Il tardo ritorno verso casa,

ha un tale tono di sacrale.

Alle sette di sera, cala una preghiera

dalla ispirazione che offre

la periferia tardo-sventrata

di questi palazzi in decadenza.

 

L’entusiasmo si sgonfia dolcemente

tra soavi eutanasie di tigli in fiore.

 

La gente che si diverte

non siamo noi. È altra.

Non basterebbe un muro

di colline d’avorio a prestare

un sorriso ai tuoi movimenti svogliati.

Un’afa di Settembre ritarderà

altri inverni ancora per sconfiggere il

marmo delle nostre incomprensioni.

 

Più che l’agguato, è l’abitudine

all’indifferenza, il pericolo che ci circonda

e per altri molti anni porterò ai piedi

queste pantofole consumate tra le crêuze.

Le giornaliste affannate mangiano focaccia

calda sui crisantemi di un altro femminicidio.

 

Oltre la coltre del tuo sguardo,

la malinconia delle mansarde parigine

e i vinili di jazz dei primi anni cinquanta.

I bassifondi dei topi della notte

costretta a custodire delitti di silenzi

La tua sentenza indifferente

brinda ai miei nervi tesi.

C’è della normalità in te

che non ha nulla di romantico:

mi lasci andare nei ricordi senza

che tu possa intrometterti.

Nel legno si ingrossa il buon vino.

 

Non ci libereremo dal dolore

Senza raggiungere la sua accettazione.

L’idea del dolore, è il dolore stesso.

 

 

 

LA MORTE BALBETTA.

 

Non c’è corda che tenga la veglia

in bilico tra la fine e l’esordio,

quello che rimane è il vuoto

d’aria di una siringa,

così piccola e affilata

da entrare nelle ossa,

lo sai che ho visto marcire

le mie fondamenta, lo sai, 

eppure rimangono lì

a ricostruirsi e anticiparmi,

ritrovandosi partecipi

del mio fallimento 

tra le coperte della notte, 

è questo il mio debito

con il nulla. 

 

La morte con me ancora balbetta

senza falce e nero mantello, 

del momento in cui l’ho cercata 

rimane soltanto il nudo riflesso. 

 

 

 

LXYL.

 

Lasciami respirare,

lasciati andare,

se il dolore è libertà

ci vestiremo di emorragie, 

lasciami camminare,

lasciami pensare,

se la lingua è in discesa

ci incontreremo alla radura, 

bisonte statuario

Dio delle mie ombre, 

resta qui con me

nelle notti bianche,

ti accetto solo

ora che sei l’acne, 

cicatrice della giovinezza, 

incontestabile monito

di tempo che non si ferma. 

 

Tre sono le gocce:

 

la prima al vento, 

la seconda alle voglie, 

la terza al mio cuore lento. 

 

 

 

L’ULTIMO GIORNO.

 

Il corridoio bianco,

lo chiamano così

l’ultimo giorno,

mentre la pioggia

ti slaccia la camicia

rapprendi l’istante,

quello in cui ritrovasti 

il piacere delle cose

seduto alla seconda 

fermata del tram, 

sproloquiando

notizie dal lontano mondo

che in un posto migliore cercasti,

ma è il male dell’anima

quello che viviamo

entrambi abbassando la testa, 

il labiale è coperto dai mesi

e noi parliamo controvento

aspettando un muro

dove lasciar riposare le parole,

l’estate non è lontana questo lo sai,

la spiaggia che ci contiene

è all’ultima fermata,

basta passare un velo

d’acqua salata sulle rotaie,

la ruggine col tempo 

diverrà il midollo della città.

 

 

 

INTONACO.

 

Sono le cinque di mattina.

Mia madre si è appena svegliata.

Tiene gli occhi sulla finestra, 

in mano una tazza di caffè bollente,

il fumo fluttua verso il soffitto

adagiandosi all’intonaco del 1997,

ancora non c’ero quando 

è stato posato, c’erano mio fratello

e papà a guardarlo e chiedersi

quando sarebbe diventato bianco

mentre gli scuri filtravano la luce, 

una linea di sole sul fruttiere

a mezzogiorno avanza verso 

la cucina dei miei nonni, 

sul tavolo dei pomodori secchi

e una bottiglia di vino rosso

a ricordare le bambine notti passate 

a rubare l’uva del parroco,

in tv da ore lo stesso western

Franco Nero scorge due figure 

addormentate, 

hanno le braccia

incrociate da una vita, 

e mi chiedo come si siano 

trovate quelle mani decenni prima

sulla punta dello stivale, 

cosa avevano da dirsi in cambio

di un po’ d’amore, forse è il meditabondo

silenzio che li lega, nient’altro, 

come la caffettiera del lunedì 

che spezza il riposo della domenica

quando è ora di svegliarsi e tornare 

a timbrare il cartellino in fabbrica, 

sono poesie sbilenche 

quelle che recitiamo 

mentre il caldo vento 

danza i quotidiani 

al nostro giovane sguardo, 

è uno sparo alla radio 

che buca il vuoto, 

rarefatto, recondito luogo

della mia infanzia 

mentre il tempo corre 

e chi lo ferma chi lo ferma

se sparito il mondo 

quel che resta sei tu

che fai piccola la Luna 

giocandoci col dito, 

non c’è niente nel mezzo, 

soltanto la pianura padana 

e la sua nebbia, una macchina 

accosta, piove a dirotto, 

il sottopassaggio vicino alla stazione

del mio paese si riempie 

e annega i ricordi, 

arriva il treno 

e poi il controllore, 

i passeggeri trascinano le valigie 

mentre le porte si aprono, 

i vagoni sono invisibili

e invisibilmente attraversano 

le età della vita

ricostituendo l’equilibrio 

di un mondo che ha perso ogni cosa

e di ogni cosa ricorda 

soltanto la sfumatura di un qualcosa, 

ricorda la pioggia 

alla finestra 

e il vento che porta via le gocce       

stendendole al tempo, 

ricorda le betulle bianche  

che hanno la mia stessa età 

e come me al taglio

restano immobili, 

senza sangue da spartire 

né parola da procreare, 

la mia terra è nera, 

estranea alla lingua 

che migrante risale mari, poi fiumi, 

fino alla rabbia dei miei sedici anni. 

Riavvolgo da qui la mia preghiera

appoggiandomi a quell’intonaco

che mi spinge in un prima senza me, 

ora la cucina è vuota, in casa mia non

c’è nessuno e il niente sprofonda 

inconsapevolmente adagiandosi al mio corpo. 

Gianluca è ora di andare. Apri gli occhi. 

La mia mano tocca il comodino

mentre uno spazio bianco mi separa

dal fischio della chiusura, 

il mio primo giorno non ha volto né corpo, 

solo bagliore e due fedi che si stringono, 

l’uomo piange, la donna affaticata si lascia cadere

la testa sul verde cuscino, 

so che da lì a poco li conoscerò entrambi, 

non ho dentro il come ma riassumo

esattamente il quando. 

Erano le cinque di mattina. 

Fuori faceva tutto il buio del mondo. 

Sono nato e per la prima volta 

addormentato senza alcuna ninna nanna.

 

 

 

SISTEMI.

 

Un calcolo per la giovinezza

che tu non avrai insita in poche 

ossa costruite per la mancanza,

in piedi o cadute dalla bocca

del mare, mal riposto contenitore

della dispensa del vento,

l’ho dischiuso questo vento

e dentro tanti altri in cerchio 

a formare un sistema,

l’ho scoperto questo sistema

e dentro tanti altri in vento

a formare sistemi,

siamo in quattro ognuno

nel proprio sistema,

quattro di quattro

a formarne uno,

uno di uno

a formarne quattro, 

l’ho disallineato questo sistema

e fuori tanti altri in catene

dispari, 

l’ho catturato questo vento

e dentro tanti altri nulli

a formare l’ambiguità, 

ben riposto contenitore 

nella dispensa della verità 

caduta in piedi dalla tua bocca, 

un calcolo per le ossa che porti

aspettando la tua mancata 

vecchiaia, 

è un seme quello che schiudo, 

il tuo sole che indovina le nuvole

mentre la macchina del vicino

accende le mattine, 

è sveglio da una vita.

 

 

 

LE COSE DA FARE.

 

La simbologia degli atti

era forte nella vita da camera,

ordinati gesti a confermare

cambi di stagione, d’intenti

e nuovi scenari offerti dal rigore

in nome di quiete speranze.


Quella storia salvifica

era ancora tutta lì, intera

irrisolta e intatta

documentata come un eccidio

innominata da parola docile

allenata a inumarne i resti

nella terra senza incanto

dei ricordi.


Panni lavati e campane

azzittite, lontane dagli occhi,

le tante cose da fare

premono sui fianchi maturi

dell’estate aperta

e ignota come un’attesa

che dona gioie a tempo.

 

 

 

BAR EPOCHÉ.

 

Essere soli tra la folla

seduti, in silenzio

pazienti come cacciatori

di verità umane su volti passanti,

sospendere il giudizio

o criticare con leggerezza.

Assorbire esistenze, registrarle

su taccuini di vetro scuro,

sentirsi parte del flusso urbano

e levigata pietra immobile

ai margini della corrente.


Quante facce nuove, perlate di affanni

alcune ripassano, simili a déjà-vu,

sport estivi, osservazioni da bar,

cercare senza risolvere

una poetica della città.

Attendere l’occasione giusta

per capire cose non scritte nei libri,

imparare per caso

saperi sospesi tra la gente. 

 

 

 

KARAOKE.

 

Mille e più sono le risposte alla vita

corrotta dai momenti infranti

contro mura d’orecchie stanche

e dal rancore senza uscite,

non dettate dal ferro caldo

come spade roventi nella carne di madre

aspettano le giuste domande della quiete.


Calme acque di sera

riportano tra insoluti incubi

il canto rassegnato del dormiente

che non scende più tra la gente

per mancanza di fede.


In lontananza

si rimpiange tardi

il rumore sensuale della strada

animata di musica e voci di donne,

da vicino latita il coraggio

di viversi liberi e imperfetti.


Ai tempi del nostro colera

non pensavamo alla morte

e al destino già segnato,

ci tenevamo su

con bocconi di pane nel letto

donati a bocche in attesa di toccarsi

simili a uccelli avidi

dentro nidi nascosti al mondo.

 

 

 

IL RITORNO DEL RE.

 

Agogno il ritorno del re

che in solitudine tutto decreta,

sulla lama della sua spada

 

cadranno gli ipocriti tra ghigni sociali

e periranno le confuse democrazie.

Un pensiero unito, fuso nel tempo

come ferro saldato dall’ira

raccolta negli anni sbagliati,

fuggito da pollai televisivi

già si staglia su sfumati destini.

 

Le opinioni, simili a vaporose vesti

risalgono al cielo pesante dell’ingiusto

sospinte da ritrovate lance roventi.


È tempo di mettere a tacere

le troppe voci che non ascoltano,

il richiamo di un passato nascosto

e delle sue gelate radici

sovrasterà le povere idee raminghe.

Il re guarirà questa stanchezza

e le umilianti ferite,

risanerà le ossa spezzate

dalla cecità degli uomini corretti,

donerà una nuova dignità

a chi della verità rifiuta il dolore.

 

 

 

NOTTURNO DEL RE SILENZIOSO.

 

Eco beffardo che ripeti il canto

di ore notturne accese come primule,

notte che pari così serena d’ombre

quando le lucciole s’accendono

e traluce l’ora delle prime stelle,

mai seppi che cosa volesse il cuore.

 

Luce d’alba che sbocci tra i faggi,

ho amato il buio illimite dell’aria.

 

 

 

QUARANTENA.

 

Daremo aria a queste terre chiuse

prima che ritorni la stagione forzata

sognata delle partenze,

rideremo delle allergie da viaggio, nasi drogati

e degli spazi infiniti offerti all’abitudine,

a volto scoperto torneremo a sconfiggere

letargiche pigrizie da quarantena di stato

spezzeremo antichi legami di sangue

e comode prigionie in celle aperte.


Saranno i ricordi di infimi social

a rievocare dopo un anno immemore

il dannato nome del re invisibile,

un giullare starnutirà

senza nascondersi agli occhi della morte

tra polvere di stanza e cibi pepati,

sospirato sollazzo dei sopravvissuti.

 

 

 

IL VERDE RITORNO.

 

C’è odore d’erba giovane

nell’aria tagliata della notte,

fresca di mondi in rinascita

torna la natura cacciata

dal paradiso senza uomini

a parlarci di antichi silenzi

di abitanti del cielo e della terra

e di inattese riconquiste.


Penetra illibata tra vicoli e quartieri

non teme gli anni perduti dell’acciaio

e le glorie del progresso,

il fiero verso che sembrava estinto

risuona nel buio limpido

dell’ora più buia.

 

 

 

 

 

<<Ancor più da amarsi

la voluttà morbosamente e per corruzione acquisita,

ben di rado trovando il corpo che senta com’essa desidera

che morbosamente e per corruzione concede

una tensione erotica sconosciuta a chi è sano.>>

 

Costantino Cavafis: “Imeno”.

 

 

 



Anno 2022

© “Corpo 11” Edizioni

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