"CARMI ASCOSI"
“CARMI ASCOSI.”
di Manuel Omar Triscari.
PREAMBOLO.
“Carmi
ascosi.” si presenta come una raccolta poetica inusuale e coinvolgente
al tempo stesso. I versi di Triscari attraversano mente e corpo lasciano tracce
indelebili, scorie che poi sedimentano e producono nel lettore più attento
riflessioni e considerazioni affatto scontate. Amore, sentimenti nascosti,
morte, erotismo questi alcuni dei temi toccati dal poeta sempre però con la
giusta dose di ironia perché come dice lui stesso: <<I miei poemi sono e
non sono, le mie parole sono e non sono, i miei componimenti sono e non
sono.>>.
PROLOGO: ESPRESSIONE
E CONTENUTO NEL TESTO LETTERARIO.
Tempo fa ebbi una interessante diatriba con
l’editore Giuliano Ladolfi il quale, sollecitato di un giudizio s’una mia opera
poetica sottopostagli in valutazione al fine di eventuale pubblicazione,
espresse una stroncatura che lungi dall’offendermi ho trovato particolarmente
significativa del gusto e dell’indirizzo estetico del tempo e che, pertanto
meritevole di discettazione, riporto integralmente.
Scrisse dunque il Ladolfi nella epistola
telematica del 21 Dicembre 2021: <<Gent.mo Manuel Omar, mi sono
soffermato a lungo a meditare sulle poesie che mi ha mandato. Come Le ho
comunicato nelle lettere precedenti, Lei possiede un amore profondo per la
poesia che diventa diario del suo mondo interiore, strumento di catarsi
rispetto alle contraddittorietà del reale, sistema per fermare la distruzione
del tempo. A mio parere, però, le indubbie doti che scorgo leggendo i suoi
versi non sono poste nel dovuto risalto da uno stile che troppo spesso incline
a stilemi codificati. *** Andrebbe snellita nello stile anche per aumentare la
musicalità, ma colpisce per l’immediatezza, per l’aderenza a un sentimento
interiore. Come avrà intuito leggendo il mio trattato di estetica, la poeticità
di un testo sta nello sguardo originale con cui si contempla la vita, non nelle
parole, nelle immagini, nelle metafore. È la vita stessa, quando ci presenta
una lato particolare, a diventare poesia.>>.
Alla epistola risposi muovendo una decisa
e debitamente fondata per quanto stringatamente circostanziata obiezione.
Dissi: <<Avrei una obiezione a una Sua affermazione che mi pare *** del
tutto parziale e miope, ridotta cioè nel campo visuale e ristretta nella
profondità prospettiva ovvero che <la poeticità di un testo sta nello
sguardo originale con cui si contempla la vita, non nelle parole, nelle
immagini, nelle metafore. È la vita stessa, quando ci presenta una lato particolare,
a diventare poesia.>. Certo, è il principio della poesia vigente all’interno
del paradigma modernistico-industriale realistico-pragmatico, ma non il
principio della Poesia con la P maiuscola e in
toto. Provi a muovere una obiezione simile ai barocchi, ai manieristi, a
Zanzotto, agli alessandrini, agli scrittori tardo-antichi, a Browning: si
beccherebbe una fitta sassaiola d’ingiurie! La poesia è un fatto comunicativo,
e come tutti i fatti comunicativi dunque anche un fatto di cultura e pertanto
un fatto sociale. I suoi principi e regole sono il frutto della società che li
plasma. Io li rifiuto tutti, e mi dedico a una poesia fondata sulla parola e i
significanti, a scapito dei significati, ormai del tutto privi di sostanza. Ma
anche questa è una visione (del mondo e della realtà) che contiene in nuce una propria ideologia e merita
di rientrare nel sistema dei fatti di cultura per il fatto di essere elaborata
da un individuo e pertanto sociale anche se anti-sociale. Non mi dilungo oltre:
per approfondimenti consiglio di leggere i lavori culturologici della scuola di
Tartu. Aggiungo solo che la mia poesia ha una valenza antropologica, è
meramente intellettualistica, e tutta appiattita sul piano della forma
dell’espressione, che secondo Hjelmslev è uno dei 4 piani della comunicazione,
ciascuno un piano semiotico. La mia poesia è invece definibile piuttosto come
una sola semiotica un cui piano è costituito a sua volta da una
semiotica.>>.
A questa mia seguì e corrispose una serie
di missive del Ladolfi, di cui riporto stavolta solo i passaggi più salienti
per risparmiare al lettore le inutili e lamentevoli recriminazioni
dell’editore: <<Per me>> dice il Ladolfi <<la poesia è
rivelazione di un modo di aver abitato la terra in un determinato periodo della
storia umana. Sa che cosa mi hanno scritto illustri critici che hanno letto il
mio saggio su Zanzotto? Che ho detto quello che moltissimi pensano e che non
hanno avuto il coraggio di dire. Loro opinione! Mia opinione! Sua opinione! In
primo luogo non si tratta di “mio gusto”, ma di applicazione di criteri
estetici, giustificati in sede epistemologica! In secondo luogo, in fatto di
critica non esiste il giusto e lo sbagliato (come sostiene lei), ma esistono (a
mio modesto parere) opinioni diverse.>>.
Lungi dal voler fare polemica mi esimo dal
controbattere puntualmente ed empiricamente alle (molte) affermazioni (errate)
del Ladolfi. Tuttavia, riconosco che la breve diatriba è fervida di
interessanti spunti e infatti mi è stata pungolo per dirimenti riflessioni sulla
poesia e sul fare poesia.
Partirò da una mia frase in cui è
compendiosamente condensato il mio pensiero in materia: <<Io mi dedico a
una poesia fondata sulla parola e i significanti a scapito dei significati,
ormai del tutto privi di sostanza.>>. Non v’è dubbio che il discorso
linguistico del testo, formato com’è di monemi, cioè di unità lessicali e
morfologiche della prima articolazione, costituisca la forma dell’espressione
in senso hjelmsleviano: essendo sostanza dell’espressione la realizzazione (fonica
o grafica) dello stesso discorso. I monemi segni linguistici: appartengono cioè
a quell’insieme coerente di segni usato nel discorso articolato verbale, le cui
norme e il cui uso sono studiati dalla linguistica. è però sempre stato
evidente che il testo formalmente più impegnato, e in particolare il testo
letterario, o usa particolari categorie di segni linguistici (linguaggio
letterario; oppure: linguaggio epico, linguaggio lirico, linguaggio comico,
linguaggio narrativo, e altri) o usa in modo particolare i segni linguistici.
Perciò, mentre non c’è dubbio che i monemi impiegati nei testi letterari
pertengano totalmente alla lingua, si è cercato di definire le particolarità
della loro scelta o della loro connessione che caratterizzano ogni testo letterario,
con una perentorietà che coincide di solito con la maestria dello scrittore. I
valori fondamentali della parola “stile” sono 2: 1) l’assieme dei tratti
formali che caratterizzano nel complesso o in un momento puntuale il modo di
esprimersi di una persona come il modo di scrivere di un autore o il modo in
cui è scritta una opera; 2) l’assieme dei tratti formali che caratterizzano un
gruppo di opere, costituito su basi tipologiche o istoriche. Ci soffermeremo
all’inizio sul primo significato, ricordando sempre, però, che il secondo
significato è istoricamente il primo: già nel mondo classico si parlava di stilus asianus e stilus atticus, mentre lo stile individuale, scarsamente studiato,
era piuttosto oggetto di suggerimenti di carattere normativo, o considerato un
repertorio di procedimenti retorici. L’analisi dello stile è stata svolta nel
Novecento seguendo due direttrici, che si possono sintetizzare nei nomi di
Bally e Marouzeau la prima e di Vossler e Spitzer la seconda.
Per Bally, la stilistica studia il valore
affettivo dei fatti del linguaggio organizzato, e l’azione reciproca dei fatti
espressivi che concorrono a formare il sistema dei mezzi di espressione di una
lingua. La stilistica studierebbe dunque i fatti espressivi del linguaggio
organizzato dal punto di vista del loro contenuto emotivo-affettivo, cioè
l’espressione dei fatti della sensibilità da parte del linguaggio e l’azione
dei fatti di linguaggio sulla sensibilità. Secondo Bally (che si muove in un
quadro saussuriano), la langue possiede
risorse espressive quali opzioni compresenti nella coscienza del parlante, il
quale secondo le situazioni della sua sensibilità attuale sceglie ogni volta la
variante che meglio le corrisponde: con il che viene decisamente arricchito,
forse anche trasformato, il concetto saussuriano di “rapporti associativi” e
anche quello di sistema: Saussure distingue tra rapporti sintagmatici, che
collegano le parole nella linearità del discorso, e rapporti associativi, che
al di fuori del discorso collegano ogni parola con tutte quelle che hanno
qualcosa in comune con essa (sotto il punto di vista della etimologia, del
significato, del significante, della semantica, e altri); dopo Saussure si è
cominciato a chiamare i rapporti del secondo tipo paradigmatici invece che associativi.
Le risorse espressive della langue
(che, lo ricordiamo per completezza, per Saussure si distingue dalla parole come ciò che è sociale da ciò che
è individuale, come ciò che è essenziale da ciò che è accessorio e più o meno
accidentale) si ordinano per Bally secondo una gamma che va dal modo di
espressione intellettuale (i cui termini possono fungere da “identificatori”)
ai sinonimi di carattere affettivo (legati alle nozioni di valore, d’intensità
e di bellezza). L’espressione fa leva
sia su “effetti naturali” sia su “effetti per evocazione”, cioè su elementi
marcati e su elementi che, non marcati entro il gruppo linguistico di
provenienza, lo divengono se introdotti in diverso contesto. L’indagine che, in
rapporto con la teorizzazione, Bally svolse sul lessico e sulla sintassi
francese, consiste in un censimento ragionato di sinonimi con diverso valore
tonale. Nella ricerca di Bally, che resta rigorosamente nel campo della langue, gli stati d’animo sono presi in
esame come mere possibilità, ordinabili in sistema a fianco, e in
corrispondenza, con il sistema delle possibilità linguistiche. Bally pone
dunque le basi per una psico-stilistica, che potrebbe rivendicare (tenendo
anche conto dell’effetto sui destinatari) estensioni sociali-linguistiche,
puntate verso effetti per evocazione, da studiare anche nella prospettiva dei
destinatari. Jules Marouzeau portò avanti la ricerca sui testi letterari,
ponendosi, invece che nella prospettiva della langue, in cui si tratta d’individuare repertori di sinonimi, in
quella dell’utente, a cui ciò che interessa è la scelta tra i sinonimi e la sua
motivazione; tra gli utenti, il più consapevole e scaltro è certo lo scrittore,
che prende continuamente decisioni di ordine stilistico.
Ma nell’analisi letteraria avrebbe avuto
un seguito molto maggiore il metodo di Leo Spitzer (piuttosto preconizzato che
attuato da Karl Vossler). Queste poche righe non faranno certo giustizia né
alla vastità dell’impianto spitzeriano né alla serie di assestamenti e
approfondimenti riscontrabile nella sua attività di storico dello stile: qui
cercherò solo di approntare qualche cenno sui procedimenti più caratteristici,
e assimilati sotto l’etichetta di “metodo di Spitzer”. Il quale si fonda sul
postulato che a qualsiasi emozione ossia a qualsiasi allontanamento dal nostro
stato psichico normale o non connotato corrisponda nel campo espressivo un
allontanamento dall’uso linguistico normale e che dunque e viceversa un
allontanamento dal linguaggio usuale è indizio di uno stato psichico inconsueto.
Si tratta dunque di cogliere queste deviazioni dall’uso linguistico normale,
viste come spie della condizione d’animo dello scrittore. (E notiamo in margine
che il concetto di deviazione, corrispondente al greco τρόπος e al latino tropus, è già presente nella retorica classica, che però non
collegava le deviazioni con stati d’animo, né le usava per la caratterizzazione
degli autori.) Citeremo come esempi di questo modo di procedere i saggi su
Ch.-L. Philippe, in cui l’abbondanza di locuzioni e congiunzioni causali e il
loro uso improprio permette d’individuare la presenza di una motivazione
pseudo-oggettiva, specchio della rassegnazione ironica e fatalistica colta
negli sventurati personaggi e fatta propria dall’autore; o quello su Péguy, la
cui esperienza bergsoniana sarebbe denunciata dalla preferenza per parole come
“mistico” e “politico”, da un forte uso di parentesi (che aprono prospettive
all’infinito) e dalla decimazione delle virgole; o infine quello che individua
negli scritti del pacifista Barbusse l’ossessiva presenza d’immagini di sangue
con forte impronta sessuale. Ci sono ben più che presentimenti strutturalistici
(enfatizzati negli ultimi anni da Spitzer) in questa concezione per la quale i
particolari possono essere compresi solo per mezzo dell’insieme e l’insieme per
mezzo dei particolari; e se è ormai datato 1) il vedere come faceva lo Spitzer
la mente dell’autore quale una sorta di sistema solare nella cui orbita viene
attratta ogni sorta di cose e lingua, motivazione e intreccio non sono che
satelliti di questo ente, e 2) soprattutto il porre al centro di questo sistema
l’étimo spirituale dell’autore cioè la radice psicologica dei vari tratti dello
stile individuale dello scrittore, si deve aggiungere che la descrizione
resterebbe valida solo se all’autore si sostituisse il testo e ai riferimenti
psicologici quelli alla tensione formale.
Le stilistiche di Bally e di Spitzer sono
diverse e quasi complementari: la prima è una stilistica della lingua, la
seconda una stilistica dell’opera letteraria. Bally parla di scelte offerte al
parlante dalla lingua, Spitzer di deviazioni dall’uso normale attuate
nell’opera. Il concetto di “scelta” è sommario ma pienamente accettabile: è
sommario perchè la lingua non è un sistema unitario ma si raggruppa in
subsistemi, relativi alle varietà d’impiego sociale e culturale della lingua,
all’interno o al di sopra dei quali subinsiemi vengono operate le scelte dei
parlanti (nel secondo caso lo scrittore) che fanno propri tali subsistemi o che
tengono in conto i gruppi di scelte offerte dai vari subinsiemi traendo insomma
“effetti naturali” da “effetti per evocazione”. Maggiori riserve può suscitare
il concetto di “deviazione”. Ci si domanda, infatti, a riguardo, innanzitutto
rispetto a quale ente o fenomeno linguistico e stilistico si dica e s’intenda
“deviazione”: Spitzer pare alludere alla langue,
e lo stesso si può dire degli strutturalisti praghesi, che fanno anzi delle
deviazioni dallo standard un criterio
descrittivo basilare (anche se poi di stile si occuparono poco). Ma, anche una
volta riconosciute e censite le varietà linguistiche, come si può sapere quale
fosse il ventaglio di scelte presente allo scrittore, e l’espressione media da
cui avrebbe deviato? Ma, in realtà, tali obiezioni si risolvono alquanto
facilmente se si consideri la questione in prospettiva strutturalistica: in
ottica strutturalista infatti la deviazione è la deviazione dal canone normale
in auge in un determinato periodo e in un determinato luogo in una determinata
disciplina o branca dello scibile umano; se trasferiamo poi il nostro discorso
in campo linguistico, allora per standard
s’intenderà il modello di lingua che si considera normale, e quindi
generalmente valido in un dato luogo e in preciso tempo, cioè in una data
latitudine e in una data longitudine, cioè ancora in una data società e in una
determinata epoca istorica; può anche non identificarsi con alcuna delle
varietà realmente parlate, ma essere il risultato di un’azione normalizzatrice
esercitata, anche inconsapevolmente, dalla scuola, dalla stampa, dai mezzi di
comunicazione di massa, e dalla frequenza degli scambî interregionali. La
riserva più grave e seria è invece un’altra: se lo stile di un autore è
individuato dal sistema delle deviazioni, dobbiamo considerare il resto del
testo come inerte cioè privo di caratteri stilistici? Allora il testo sarebbe
una specie di supporto neutro per gli elementi sintomatici, soli ad avere
valore stilistico. Oppure siamo noi a ricorrere alle deviazioni, come a sintomi
particolarmente vistosi, incontestabili, fermo restando che l’impegno
stilistico deve essere presente, anche se meno rilevato, in tutta l’opera?
Circa di questo tenore la risposta di Benedetto Terracini nella propria opera
di “analisi stilistica”
(Feltrinelli, Milano, 1966), che al concetto di “deviazione” oppone e
sostituisce quello di “punto distintivo” (dunque un concetto non comparativo):
i punti distinti sarebbero in una opera le tracce esplicite e dirette del
valore simbolico di cui tutto il complesso testuale è portatore, i luoghi
privilegiati del processo per cui il simbolo si articola nella parola.
Un aiuto viene a riguardo dalla
stilometria, sviluppatasi, grazie al diffondersi degli elaboratori elettronici,
al fianco dei preziosissimi spogli e concordanze che essi permettono di
approntare. Per esempio non consente grandi deduzioni la possibilità di
misurare l’indice di ricchezza di una opera cioè il rapporto tra il numero dei
vocaboli usati e il numero di parole contenute nel testo. La formula proposta
da P. Guiraud è la seguente: R(icchezza stilistica) = V(ocaboli) / N(umero di
parole). È pure possibile misurare lo
scarto tra il rango che hanno le singole parole in un testo e quello che
spetterebbe loro in un lessico medio. Ma resta il dubbio (già nei ricercatori)
tra il valorizzare le parole a più alta frequenza assoluta (le cosiddette
parole-tema) e relativa (le parole-chiave) o quelle a basso indice di
frequenza, in base all’assioma che un messaggio è tanto più informativo quanto
meno prevedibile.
Elemento strutturante della poesia è,
dunque e infine, per me (ma forse farei meglio a dire: della mia poetica) il
linguaggio e la funzione poetica. A riguardo trovo compendiosa un’affermazione
di Jakobson contenuta nelle celeberrime “tesi
del ‘29” del Circolo Linguistico di Praga, secondo la quale <<Il
principio organizzatore dell’arte, in funzione del quale essa si distingue
dalle altre strutture semiologiche, che l’intenzione viene diretta non sul
significato ma sul segno stesso.>>.
Dedicato a nessuno.
PICCOLO BAMBINO.
Mario, piccolo bambino
sporco e antipatico,
germogliano i misteri nell’aia.
Quando esci dalla stanza buia
ortensia poggia i suoi fiori
sul tuo sguardo.
Appena lo zefiro dal tuo petto
abbraccia l’armonica a bocca
una grossa formica rossa sale la
vite
e le dita di una giovane mano
come le radici penetrano il cielo.
I visi assenti e le mura tacciono.
Ma per una colomba sul tetto
la vita di tuo padre
è già diventata la fiaba.
Chetato le offri due nuvole
di zucchero filato.
Mario, c’è una pietra
che ti ossessiona. Quando
è bagnata dal sole ammiri
il suo candore. Nei lunghi
giorni grigi bevete
le stesse piogge luttuose.
Bambino sfrascato perso
in una rotonda! Dimmi
se è lei, quella pietra,
l’araldo lieto del silenzio
che ti circonda.
Mario, Pietro è il tuo compagno,
ti ride perché credi
che il ponticello dal quale
vi tuffate nel fiume
nacque dai pensieri
dell’angelo che alberga
nel tuo paralume.
(È stata tua zia a dirtelo
che sta proprio lì per fare
il guardiano del tuo sonno.)
Ma anche tu ridi a Pietro.
A lui il cipresso
che mirate coi dardi
pare un Dio risorto
dagli abissi smeraldi.
Avete però
una cosa in comune:
nel sogno vi appare
lo stesso cigno
con gli occhi blu.
Chi sarà? Magari
quel signore allegro
vestito di bianco
il venditore di caramelle mou.
C’è un’altra cosa che vi tiene
uniti.
Non dite niente a tuo nonno pio.
Lui non deve sapere che siete collusi
con un angelo i cui pensieri
s’inarcano sopra l’acqua selvaggia
e che prendete di mira un dio
con freccette e dardi.
Altrimenti, combriccola malvagia,
chi vi farà se non lui
Il croccante agli anacardi?
Mario, che forza segreta
tiene gli uomini uniti in una chiesa?
Non è quella che vedi brillare
nella biglia posta fra te e il sole.
Neanche quella che ti tiene fermo
dietro un albero ore e ore
a guardare la ragazza bionda
raccogliere i fiori sul prato.
Ah maledetti visi in estasi
che prendono le sembianze
delle pietre impolverate.
Fuori quel mondo morente
c’era un sole cocente.
Dietro di te nell’asfalto sciolto
lasciavi le orme più grosse
del tuo piede: monumento
di una decisione prematura.
Con la testa toccavi il cielo
che si apriva come il mare
davanti a Mosè. Nel prato
immersa nei fiori luccicava lei.
Come una biglia. A sentire i canti
dei suoi colori pare che Ibico
si addormentò in te.
Mario, c’è una pietra che tace in te.
Tu non la costringi a parlare,
(Non sei giudice!)
ma con lo sguardo coincidente al poetabile
incidi in lei lo scoiattolo
che gioca coi fuochi
sul palcoscenico di cera.
Aspetti poi
che il vecchio e smarrito
artefice del mondo ti lodi.
Domenica se scappi da casa
per girare fra i banchi del mercato
ritroverai la tua pietra
fra le mele caramellate,
rosse e succulente.
Ed ecco comincia di nuovo
il gioco del silenzio
che cerca di farsi animale.
SE NON RISPONDO.
Se rispondo al telefono o al citofono puoi
entrare:
mi piace la tua compagnia,
soprattutto quando indossi quella
maglietta stretta
che lascia intravedere i tuoi seni turgidi,
quella blu con le tette che sbucano fuori
libere e sode
(mi piacciono i tuoi capezzoli
così duri che bucano il tessuto)
e puoi anche fermarti a dormire qui con me
stanotte
se prometti di abbracciarmi come facevi un
tempo,
e puoi certamente parlarmi di te,
questo è infatti del tutto naturale.
Ma se non rispondo non andartene:
forse sto solo dormendo o facendo la
doccia,
forse sono solo disteso sul letto a riposare
pensando alle rose e alle viole,
a Cristo inchiodato alla croce e ai
coni-gelato,
ai cavalli da corsa o alle puttane da battaglia,
forse sono solo seduto in mutande sul
divano,
intestino pigro e pene depresso,
ma forse potrei anche essere arrabbiato e
abbattuto,
triste e solo, disperato e deluso,
o forse potrei star piangendo e aver
bisogno di te,
forse potrei essere intento ad appendere
il cappio,
o a preparare la pistola per farmi un buco
nella testa.
Quindi non andartene. Non te ne andare
anche se le luci sono spente
anche se non senti rumori di voci o passi
anche se non rispondo non te ne andare
perchè forse potrei aver bisogno di te.
Forse ho bisogno di te,
ho bisogno di te
e dei tuoi occhi atroci
prima che il mondo si dischiuda
o si fermi svanendo per sempre.
LETTI.
Esistono letti d’infinite forme diverse e
colori
rossi grossi e rotondi o quadrati stretti
e lunghi
ma in fin de’ conti tutti servono alla
stessa cosa
e la gente li usa solo per due cose:
per scopare o per morire.
Gli uomini usano gli stessi letti prima
per scopare poi per morire
ma i più muoiono meglio di come scopano
e su quei letti muoiono più di quanto
scopino.
Ma più di tutto io amo i letti stretti
che a stento bastano a un solo corpo:
amo i letti stretti
dove io e te dormiamo distesi
abbracciati stretti in
un solo respiro
così stretti che posso vederti i pensieri sotto
le palpebre
e quasi posso sentire i tuoi sogni
palpitare dietro le tenebre.
Amo i letti stretti
dove io e te giacciamo all’addiaccio e io ti abbraccio
anche se so che non è un vero amore il
nostre amore:
è più che altro un fato, un feto, un
bambino, un destino,
è un sogno che cresce tutta notte e poi
muore al mattino,
è un sogno ripetuto mille e mille notti e
ancora una,
finchè la notte scialba e la sera non
perde e imbruna,
e il sogno svanisce e non è più nemmeno un
sogno,
ma un milione di occhi ciechi che mi
guardano biechi,
bui-bui più bui dei miei pensieri,
quelli di oggi e pure quelli di ieri:
è dentro quegli occhi che io t’invento e
tu m’inventi
dentro quegli occhi: ecco perchè non
tiriamo avanti
e in questa vita arranchiamo come la
risacca sul mare.
La verità non esiste se non la puoi
raccontare,
la realtà non esiste se non la puoi inventare,
l’eternità non esiste perchè non la puoi
immaginare
COSE.
Ho visto un binario morto che aspettava di
essere sepolto
ho visto un vicolo cieco che brancolava
nel buio
ho visto una volpe col cuore in gola e una
zampa in bocca
ho visto uomini ricchi e potenti firmare
assegni circolari col compasso
ho visto un contadino soffiarsi il naso col
suo fazzoletto di terra
ho visto diabetici morire in luna di miele
ho visto un uomo riportare una ferita al
suo legittimo proprietario
ho visto una cicala ereditare una fortuna
da una formica
ho visto politici conservare in frigo il
terziario avanzato
ho visto gondole cambiare canale con il
telecomando
ho visto un libro con l’indice rivolto in
segno di accusa
ho visto lenti da-sole in cerca di
compagnia
ho visto una moschea piena di zanzare
ho visto un uomo con un occhio pesto
al pistacchio e l’altro occhio buio-pesto
ho visto una porta chiudersi in un
ostinato mutismo
ho visto preti guariti negare di essere
stati curati
ho visto un grande regista girare l’angolo
e svanire
ho visto un verme solitario sposarsi
ho visto canguri avere le tasche piene dei
loro figli
ho visto giardinieri innaffiare le
piantine della città
ho visto undici calciatori giocare con un
pallone gonfiato
ho visto matematici di servizio
apparecchiare una tavola numerica
ho visto dentisti estrarre la radice
quadrata di un dente
ho visto un nulla meno di zero al quoto di
un bel niente
ho visto tossici sguainare la spada contro
il nemico
ho visto un vecchio lupo di mare con le
vertigini allo stomaco
ho visto una puttana di strada senza
patente
ho visto poliziotti che non erano politi
per niente.
Ho visto tutto questo,
ho visto tutto questo e molte altro ancora,
ho visto un sacco di cose (cose che non
eri tu)
ma ancora adesso non riesco a capire
dove va la musica quando finisce
dove si nasconde la notte quando svanisce
dove si adombra il cielo quando viene sera
dove si cela il sole quando imbruna
dove si rifugia il cuore quando spaura.
LA PIÙ GRANDE INVENZIONE DEL MONDO DOPO IL
SISTEMA FOGNARIO.
Eri la più grande invenzione del mondo
finchè non mi hai scaricato.
Eri la trovata più geniale della storia
dopo il sistema fognario.
Eri il più grande spettacolo del mondo,
altro che Jovanotti e il big-bang!
Eri musica viva e potente
come il jazz più figo di una big-band,
altro che il fisico bestiale e il sesso
anale!
Eri la più grande invenzione del mondo
dopo il sistema fognario (questo è ovvio),
finchè non mi hai scaricato per un altro, cazzo!
Se il tuo clitoride fosse un citofono
sarei stato il tuo testimone di Geova!
Ma adesso tocca a qualcun’altro
schiacciare il pulsante
e qualcuno lo farà per te, puttana,
e se non lo farà qualcun’altro sarai tu
stessa
a premere da sola il pulsante
giallo-verde-blu.
Ma che ti aspettavi che fosse?
Che ti aspettavi che ti dicessi?
È come la prima volta o l’ultima,
come la volta precedente e come la volta
successiva:
ecco un cazzo, ecco una figa ed ecco i
guai
ma ogni volta pensi che sarà l’ultima
ma stavolta non m’interessa più
mi basta un amore minimo
solo un po’ di comodità
e un briciolo di fortuna
e io ancora m’illudo
e ascolto le tue promesse nel vento
e più le ascolto e meno le sento,
in fondo eri solo una sborrata
ma avevi una bocca calda come l’equatore
e un culo bollente come l’inferno:
eri la più grande invenzione
dopo il sistema fognario (è chiaro),
bella al di là di ogni invenzione,
bella al di là di ogni immaginazione,
bella al di là di tutto,
ma poi mi hai scaricato,
mentre il sole si alza e la borsa cala
e sul tetto un gatto sornione caga
in assoluta delizia e perfetta mestizia,
e puoi anche chiamarlo amore
ma è che non avevo altro da fare
e la televisione mi faceva annoiare
ma tu chiamalo amore
sì, chiamalo amore, e infilatelo nel culo
o dritto nella luce debole del mattino
mentre la brace si spegne nel camino
che brucia feroce, feroce e atroce,
mentre l’identico sole cade s’un fiore
mentre l’ultimo sole cade sul nostro amore.
TACCHI A SPILLO.
Mi sento contento,
sono contento
il più delle volte,
sono contento quando arrivano,
sono contento quando se ne vanno,
le belle ragazze pulite in abiti azzurri,
sono contento quando sento i loro tacchi
avvicinarsi alla mia porta e sono contento
quando quei tacchi se ne vanno
e sono contento di fottere con loro
e sono contento che mi piaccia
e sono contento quando è finita
e posso tornare alla mia scrittura
e sono contento il più delle volte
poichè continua a cominciare e a finire
e il sole e la luna fanno su e giù
e anche i gatti fanno su e giù
e la terra ruota intorno ai gatti
e i gatti muoiono nel sole
e il sole ruota attorno ad Alice
che sta fumando un’altra sigaretta
mentre il telefono rotola il suo squillo
e io siedo e aspetto di nuovo,
aspetto di nuovo quei tacchi a spillo.
CHIASMO.
Tu pelle di ebano e palpebre di velluto,
tu con i capelli ricci e la chioma di
scorpione,
tu con le dolci mani affusolate e il petto
in tempesta,
tu con gli occhi pallidi e assorti da un
vago tumulto annebbiati
agitati come le
uggiose terre del Settentrione,
tu con il cuore in perenne subbuglio
e l’anima in fremente trambusto,
tu eri per me il coltello puntato alla
gola,
smorfia di monello e canto di usignolo
eri,
la pistola alla tempia e il cuore in gola,
il sibilo del vulcano e il ghigno del topo,
il rugghio del leone alle 6,30 del mattino
e il sorriso del sole nell’ora del
meriggio,
lo sbadiglio della notte all’alba
e l’affannoso anelante ansito del giorno al
crepuscolo,
la tempesta nel bicchiere e il lampo di
luce nella bottiglia,
la notte seguita dal giorno e il giorno seguito
dalla notte.
Ti conosco: eri sogno raggelato in
falsetto
e amaro scoppio di mortaretto,
eri le forbici chiuse dentro il cassetto,
un incompleto singhiozzo di tenebra alle
3,30 della notte,
un uccello senz’ali in attesa del vento,
lo specchio spalancato sul vuoto
incombente,
tu eri per me la nuda carne tremula e
assetata
che brucia come le calide notti d’estate,
tu eri per me il sale sulla ferita,
le ultime pagine del libro e le melodie
del suono,
il freddo di un panchina solitaria nel
parco,
l’ultimo rumore di passi scalpiccianti a
sera,
il canto disperato del folle e la danza
del sangue,
il sentimento del tempo e la ragione di
ogni mio pentimento,
magnetica visione e chiodo fisso,
giglio in catene ed elabro in mutande.
Ti riconoscevo nell’indecisione dei giorni
e nel dondolio del pendolo
nello squarcio del lattiginoso fendente
della luna nel manto della nera notte
in questa vita stanca e annoiata
nella miriade dei miei polverosi sogni
in questa assurda massacrante nullità
in questa massacrante devastante
sfigurante assurdità.
Eri con me nei paradisi negati e nei campi
elisi
mentre la mia esistenza dissanguava
e la vita sanguinava macchiando i fiori e
l’asfalto
mentre le fontane piangevano e la forza
languiva
ed eri con me anche nei bassifondi e nei
letti di lussuria
mentre sprofondavo in corpi senza cuore e
notti senza alba
e donne senza amore affondavano le proprie
unghie
nella mia schiena e nel mio cuore sornione
conficcandomi i talloni nei fianchi e
nella pelle
trafiggendo il mio languore che mai muore.
Ti ho vista nei volti dei mille
sconosciuti che mi fissavano
impassibili e spietati,
mentre un urlo di rabbia screziava di
sangue il sole,
il cerchio della vita si apriva-chiudeva e
la morte si dischiudeva,
mentre una volpe correva nel crepuscolo
con il cuore in gola
e una zampa tra i denti.
Ti sentivo anche nel vento frizzante
e nella brezza marina io ti respiravo
nella morte che il mio cuore ogni giorno
vive
e nella solitudine dell’abbandono
che il mio cuore attanaglia
e perpetra il suo quotidiano inganno di
speranza
lungo la strada del disinganno.
Ma insieme siamo un chiasmo
io triviale rozzo e scurrile,
ma solo grezzo come un diamante,
duro fuori ma troppo sensibile dentro,
e una carezza basta a procurarmi uno
squarcio,
un mancato sguardo può spaccarmi il cuore
in quattro,
tu gentile elegante e delicata fuori ma
incolta e banale dentro
incapace di comprendere il mio dolore.
Avevi ragione
spesso appaio scontroso e scorbutico
e la maggior parte della gente mi sta sul
cazzo (è vero)
sono molto nervoso e mi sento veramente
bene
rilassato e tranquillo e a mio agio
solo quando rimango da solo (ne sono
conscio)
sembro crudele disilluso e disingannato (d’accordo)
ma è stata la gente e il mondo a rendermi
così
e questo tu non lo hai capito mai.
Succede ai sentimentali:
i sentimentali vengono traditi molte volte
e finiscono per erigersi a scudo una
corazza contro il mondo.
Ma in fondo io volevo solo una persona con
cui stare
in silenzio e sentire che fosse la
migliore conversazione,
una persona con cui condividere piccole
cose
affettuose come stare mano nella mano
a fumare una sigaretta in balcone
o fare una passeggiata al parco senza
parlare
o vedere un film in ciabatte e mutande
senza per questo sentirsi a disagio,
una persona con cui non dovere dimostrare
nulla,
nemmeno di amarla
perchè già lo sa.
GLI ANNI.
E gli anni scivolano via strisciando come
vermi
e come vermi anche noi strisciamo lenti
nel tempo e nello spazio
mentre i secoli ci scorrono sulla testa
e le nostre vite marciscono e si
decompongono,
si coagulano e rapprendono in ansie e
rimpianti,
e intanto noi non facciamo che far
scorrere il tempo
sprecare il tempo
ammazzare il tempo
ingannare il tempo che c’inganna
mentre topi di mediocre mestizia
e serpi di altrettanta sollecitudine
altre forme di vita (se così si può dire)
strisciano sulla soglia del peggior
dimenticatoio
di una ennesima vorace conveniente servitù
proprio come pavidi e pallidi mestieranti
d’accatto
mentre la vita scorre tra le cosce e i
languori
in un liquore di fumosi trastulli le
sedute si sciolgono
nel modo più prevedibile
anche se le carni si offrono
in una promessa che non viene mai
soddisfatta
e restano le più inattese sospensioni
e le nostre donne non ci amano più
solo la sigaretta a morderci le labbra
come un tempo faceva l’amore
ma anche noi abbiamo smesso di amarle
forse non le abbiamo mai amate
troppo occupati ad aspettare la
sconosciuta alta e bruna
che non abbiamo mai incontrato
in attesa di un miracolo
o del miracolo dei miracoli
guidando seduti nelle nostre macchine
sgualcite
contro il sole di uno stanco tramonto
tanto più bello delle nostre vite.
So che sono cose trite e ritrite
già dette e risapute,
ma che dire che non sia già stato
raccontato?
ANIMA CAFFETTIERA.
Quella sera ero al bar
e stavo fumando una sigaretta
tu ti sei avvicinata e mi hai detto
quando fumi sei molto bello
e il tuo corpo quasi perfetto
camminava lungo le strade
lungo le strade del tuo vestito
del tuo vestito aderente da scoppiare
e arrapante da stuprare
che mostrava cosce da sballo
alla fine di due gambe da miracolo
e io col mio sguardo pieno di pretese
risalivo su per il tuo culo
per il tuo culo che non ha paese
caldo come l’equatore,
bollente come l’inferno.
Bella da morire e vestita da uccidere
i tuoi lunghi capelli splendenti
confondevi me e gli altri
tutto il mondo confondevano
i tuoi lunghi capelli lucenti
come appuntiti aculei pungenti
come lunghi affilati fendenti
mentre l’eterno sole cadeva a picco
colando sui fiori e le case
e io seduto guardavo senza pretese
su per il tuo culo che non ha paese
E poi facemmo l’amore...
Anzi no: non facemmo l’amore:
noi scopammo e scopammo alla grande
scopammo come luridi conigli
nascosti dietro i nostri cipigli
in un oceano fluente di bisbigli
le nostre gambe come nascondigli
esplodendo miriadi di lapilli
scopammo come lo farebbero due fratelli
e io conobbi i tuoi occhi
ed erano occhi di schifoso roditore
occhi di subdolo impostore
occhi come due vuoti anelli
più nudi e crudi alfine dei coltelli
occhi come arrabbiati diamanti
occhi come interminati frangenti
occhi come fragili graffette
occhi come dure manette
occhi vacui di squalo
e vidi anche la tua anima
ed era anima di freddo ghiaccio
buia disperata anima all’addiaccio
anima in triste ricatto
anima in scacco matto
anima di miniera
anima caffettiera.
Infine ci abbandonammo al sonno
e l’indomani non ti ritrovai
e sedetti alla finestra in vana attesa
contemplando la mia vita cerebrolesa
sedetti alla finestra e guardai fuori
ma non ti vidi mai più tornare
forse eri la solita puttana da scopare
e subito dopo abbandonare
o forse non eri in grado di amare
così presi la macchina e guidai
lungo le strade a un soffio dal piangere
sigaretta che mordeva
le labbra
come un tempo faceva
l’amore
confuso nella pioggia
un vecchio bullo invecchiato
invecchiato come i bulli dei vecchi film
chiedendomi dove fosse finita la buona
sorte
camminai perduto e camminando mi perdevo
mi perdevo oltre le montagne viola e
azzurre.
Sarà un’altra caldissima notte insonne
questa notte
mentre la mia nuda carne brucerà nella
nuda notte
come la fredda carne che brucia in padella
come la fresca carne che brucia nelle
notti d’estate
e il telefono suonerà la sua solita nota
stonata
e una voce dubitosa dirà qualcosa di
incerto
mentre un amore mortale urlerà una bomba a
mano
e la vittoria porterà in spalla un secchio
di sangue
le lenzuola appese fuori dal balcone
come vecchi piccioni sui fili della
biancheria
allineati come soldati in lunghe linee di
rabbia
perfette come lunghissimi rettilinei di
sabbia
lunghissimi e sottili come le tue labbra
che disegnavano un sorriso sul tuo viso
lunghissimi come le strade che portano al
macello
come la lama di un affilatissimo coltello
come la strada che porta a ciò che il
cuore brama
come il silenzio di chi più non ti ama.
Sarà un’altra caldissima notte insonne
questa notte
mentre io sto qui seduto in mutande
e ti aspetto ormai senza più pretese
ripensando al tuo culo
al tuo culo che non ha paese.
L’ANIMA IN FONDO A UNA BOTTIGLIA.
Non so nemmeno quante sigarette ho bevuto
né quante bottiglie di vino e birra mi
sono fumato
aspettando che le cose semplicemente
migliorassero
aspettando che la luna mi riportasse l’antico
amore
come riporta le greggi alle stalle e le
barche al porto
non so quanta birra e vino e sigarette mi
sono bevuto
dopo aver rotto con le donne che un tempo
sono state mie
aspettando lo squillo di un telefono che
non suona mai
aspettando un rumore di passi che non si
sente mai
e se il telefono suona è solo molto più
tardi
e se i passi finalmente arrivano è ormai
troppo tardi
birra e birra a fiumi e fiumi di alcool
la radio che canta le vecchie canzoni d’amore
mentre i muri stanno ritti-immobili a
destra e a sinistra
il telefono tace e la vita in pausa giace.
Sono stato amato, sono stato amaro,
ma scivola ora l’anima in fondo alla
bottiglia
mentre residui di tappo galleggiano in
superficie.
IN SOGNO.
In sogno io dipingo come Picasso
e parlo correttamente il francese e il
greco
(quello dei vivi e anche dei morti),
ho talento e fascino da vendere,
scrivo grandiosi poemi immortali,
e sareste sbalorditi dalla mia bravura
e dal mio virtuosismo al pianoforte,
volo come si deve ossia da solo
e cadendo dall’alto di un tetto
so atterrare dolcemente sul verde,
posso tranquillamente respirare sott’acqua
e mi rallegro di sapermi sempre svegliare
appena un attimo prima di morire,
e qualche anno fa ho visto due soli
volteggiare in cielo nello stesso momento,
e l’altro ieri sera ero un pinguino
con la massima chiarezza possibile.
Ma nella realtà è tutt’un’altra cosa.
Però è anche vero che la realtà non esiste
se non la puoi immaginare. No:
la realtà non esiste se non la puoi
inventare,
la verità non esiste se non la puoi
raccontare.
BELLEZZA E TERRORE.
E mi accorgo che ormai è finito tutto,
incredibile non ci sentiamo più,
è proprio finito tutto,
è accaduto di tutto
la gioia e il dolore
la rabbia e il rancore
i sogni e l’amore,
mi è piaciuto tutto.
Non avercela con me
sono solo un uomo debole
misero e codardo
è che io voglio sempre tutto o niente
non mi sono mai accontentato
io voglio tutto o niente
tienilo bene a mente.
Ora non ci sentiamo più
ma lascia che tutto ti accada
vivi con allegria la bellezza e il terrore
qualunque cosa contenga l’energia
e la forza originaria della gioia.
Non c’è cammino:
il cammino si traccia facendo strada,
sono lunghe tutte le strade
che portano a ciò che il cuore brama,
ma si deve sempre andare,
si deve pur sempre andare,
si deve pur andare
da qualche parte,
nessun sentire è mai troppo lontano:
la meta è sempre fittizia,
solo il viaggio è reale.
MORBO.
Passano i giorni e come tronchi marci
cedono
i concetti, la carne e la mente
si disfano,
la gioia vola via
dritta verso il sole
su ali di cera
e l’angoscia danza su ali di seta
librando il suo canto di disperazione fatale,
le parole volano come foglie impazzite
nella tempesta
e si perdono nella notte scura come il
vino
densa del fumo delle mie sigarette,
ma la meta finale a malapena di distingue
tra la nebbia
e il corso delle cose si spezza
e si frange al ricorso della storia,
ogni schematismo e ogni ideologia vanno a
farsi fottere
fottuti dalla prova della realtà,
il destino inesorabile viene verso di me,
la vita è solo la radice quadrata di uno
zero al quoto di un bel niente,
i ricordi come pugnali volanti affondano
nel cuore
e come denti affilati lacerano le viscere
con mille sottili lame taglienti
come il vento che con vane sequele lacera
le vele
i rimpianti bruciano dentro di me come
sale sulle ferite
e il coltello rigira nel mio petto come un
frullo impazzito
nel fiammeggiante meriggio luttuoso
mani ruvide e ustionate dai morsi del
freddo-ghiaccio
cuore all’addiaccio nelle notti senza luna
ossa arrugginite dal vento di brina.
solo il morbo tiene duro.
ISTERIA COSMICA.
Silenzio, silenzio assoluto,
nere orbite di un mondo cinereo,
sfrenate corse lungo albe sublunari,
sottili raggi di luna ai vetri delle
finestre.
Luna, nuda luna,
nasce dal bisogno la bellezza
prorompe dal caos l’armonia,
la forma da ciò che non ha forme.
Luna, nuda luna,
ancora ti sogno
mentre mi dissolvo
in mari di desolati sepolcri
e i tuoi capelli
si sciolgono alla brezza.
Luna, nuda luna,
finita è la nostra notte,
intangibile e lontana adesso sei,
anima fuggitiva,
oscuro cuore senza fine,
abbandonata landa e plaga solitaria,
foglia battuta dal vento.
Luna, nuda luna,
mentre mangio gherigli
nel guscio della mia isteria
disegno cerchi veloci nell’aria
dividendo parti di luce
con molecole di nessuna fretta.
E come motore nell’eclissi
mi arresto in attesa
di nuovi messaggeri.
Luna
Lune
nuda
luna lune nue
nuda
luminosa luna lune
nue brillante
capezzolo
del cielo mamelon
du ciel
parte
visibile del nulla. partie
visible de rien.
MIRACOLO.
Come per miracolo il sole gira
come per miracolo gli uccelli volano
come per miracolo il mare ruggisce
come per miracolo la pioggia cade
come per miracolo la sigaretta brucia
come per miracolo il giorno splende
e splendi anche tu, tu che mi guardi e mi
sorridi
e mi abbracci e mi tocchi, e mi baci e mi
ami
come per miracolo e allora la mia vita si desta
e corre:
scioglie l’alba il trucco della notte,
cancella la notte gli affanni del giorno,
il giorno spazza via le imposture
dell’aurora
e del tramonto.
TU MI GUARDI.
Tu mi guardi e il tuo sguardo
è un funambolo sul filo del rasoio
un Icaro sempre sull’orlo dell’abisso
un ubriaco che biascica parole inconsulte
un pazzo con un tamburo che urla sul tetto
un treno che deraglia e si accartoccia
come una foglia
una rosa che ha roso il mio cuore s’è
mangiata
un pesce con l’ala spezzata
una rondine ingabbiata tra le quattro mura
del mio cervello
un cavallo stramazzato a terra che
gorgoglia
un cane che ulula alla notte e ringhia
alla morte
una volpe con la zampa tra i denti
e il cuore nello stomaco.
Tu mi guardi
e il tuo viso è un cielo autunnale
rannuvolato un momento
e subito dopo sereno.
Tu mi guardi, lunatica amica,
e sul tuo volto di luna
sorrisi e cipigli si rincorrono
come il sole e l’ombra
s’una rada battuta dal vento.
Tu mi guardi e i tuoi occhi
sono occhi di solitudine e disperazione
occhi di silenzio e abbandono
occhi di tenebrosa e offesa bellezza
i tuoi occhi sono un vago tumulto
un vago scintillare di oasi nel deserto
un vago guizzare di vita come tra nebbia
lampi
o come pesci nel piombo dell’oceano
nell’oceano di piombo.
INSONNIA.
Al limitare del giorno
allorché la notte fa senza pudore
del tuo corpo un fiore discosto
io in assurdi spazi cosmici trasvolo
e sudo dove resto solo.
Solo, confuso e smarrito nei tuoi grandi
occhi neri
che mi fissano dal soffitto e mi guardano
non-vivere
appeso alla ragnatela dei miei pensieri
intrappolato nella rete dei miei piaceri
soffocando nell’aria che non posso
respirare.
Sterile figlio della notte infeconda il
rimorso
vaga nei labirinti della mia insonnia
appeso ai filamenti di latte coagulato del
ricordo
teso come una “spada di Damocle” sul mio
sonno.
È un albatro che canta le sue orribili
nenie
contro le calde spire della notte isterica
le sue grandi ali mi conducono a sperduti
liti
dove t’incontro di nuovo, mio perduto
amore,
e la tua stellata fronte rivedo
e i tuoi occhi scolorati bacio.
PIOVE.
E l’acqua fresca mormora tra i rami
effondendo profonda quiete
e il vento stormisce tra le foglie
spargendo malvaceo odore
e la pioggia marcisce la sera
e in valli e vette non voce risuona
e ultimo si ode il flessibile fruscio
della serpe che rintana
e da terre luce fugge fluendo
in un cieco fiume senza fine
e i miei incubi cinguettano scemenze
e la violenta luce di un tramonto viola
offusca il giorno
e la mia ombra mi scivola accanto
in una pozza d’inchiostro
e il tramonto è trafitto dal
fulmine-rosso-sole
e il vento tormenta mari e monti
e ci ulula addosso dal nulla provenendo
e furioso al nulla avanzando
e le acque gonfiano nubi e fiumi
e i nembi incombono
e impetuose tempeste rombano
e il grido dell’uccello che annuncia l’inverno
cupo percuote il cuore e il bronzeo occaso
percorso da lame taglienti
e il cielo a scaglia a scaglia lento si
annera
nella sera crepitando e vomitando
una nera nera tromba attorta
di schiume morte un’oscura ghiera
e io fatto parole
dissolto in milioni di parole
disciolto in miriadi di sillabe
resto senza nulla da dire.
OSSESSIONE.
Nel cuore dell’oscura notte
io
solingo e trafitto da un raggio di luna
sento solitudine come un brivido sotto pelle
come se fredde mani
con glaciali dita percorressero
gli interstiziali spazi del mio corpo.
Camminando in mari notturni
mi ritrovo in arcipelaghi insonni
a me fraterni
e trafitto da un sottile raggio di luna
tremo come un mare di grano
percosso dagli zoccoli del vento calpitante.
Cammino di notte
per strade povere e sterri
disgraziato e folle
fratello dei cani
sempre cammino
ma a mete conclusive mai arrivo
e percorro albe trame strade
su treni e scafi
ma luoghi dolci non trovo
sempre cammino
con passo straniero e amico
nei deserti della notte puttana
senza nessun conforto
senza nessuna meta
senza nessun reale obbietto
senza nessun reale desiderio
senza nessun dovere
senza nessun limite
se non la notte e il giorno
sempre parto
e cammino
e mai arrivo
e per eccitarmi ancora
in eterei e sucidi amori suicidi indugio
a disdicevoli torture amore sacrificando.
OSSESSIONE 2.
Quando all’ultimo lume del giorno sorride
il vespro
e gli occhi china mesto
e in gola soffoca ogni pensiero
io in te ascondo i miei pensieri che non
posso rivelare
e le mie follie che non posso urlare
in te le mie paure occulto che non posso
confessare
in te i miei sogni celo che più rivelano
me stesso
più di ogni verso più di ogni gesto.
LA SERA.
Viene la sera e il crepuscolo
una sera rossa e azzurra
un reticolo di ombre ci avvolge
d’insulse inerzie e turbinose braci
perfettamente geometrico
inesorabilmente composto
siamo un ribollio di paure e desideri
noi siamo un rattenuto pianto
e con la sera e nella sera noi tentiamo
vanamente esili passi sugli abissi
i vuoti e il niente annichilente
muore l’afflato nel vuoto
si perde nell’etere muto
il mondo ritorna dal fondo del profondo
da cisterne inabissate e ipogei e gallerie
e vibrano il viola e il rosso e il nero
e l’uva e la spiga accennano
traspaiono-bisbigliano pudiche frasi caduche
che al primo luce del giorno piegano il
volto.
LUNA.
Oh luna,
sorella dei marmi e dei mormorii
sorella delle atonie e degli oblii
sorella dei sonni e dei sogni
delle anime perse nel buio
delle menti smarrite nel dubbio,
luna sorella nell’affanno del cuore
canto del pendolo bloccato
condanna che in ogni ora incombe
ma mai si avvera
sorella di malinconie nelle vene
e oscure assenze di segno,
virgola del cielo,
sei l’astro e il tempo
l’effimere effigi e le caduche scadenze
che ai morti negano il ritorno.
Sei il sentimento non espresso
l’assoluto ermetico
il poema mai scritto e il verso mai detto
sei il sibillino sussurro e il murmure del
vento
sei frammento e oscuro logo
profezia dei recessi
ritrazione e afasia
respiro sordido e beffardo del cielo
sei l’estremo imo sconfinante
il colmo traboccante
il culmine tramutante
il terrore angoscioso
l’estremo imo infinitivo che involge e
sconfina
il colmo che trabocca da un dolore crudele
il culmine che tramuta in decrescenza e
sprofonda
nel terrore annegando nell’angoscia dell’agonia
sei la soglia del tormento
il confine del firmamento
il moto del dolore
il dolore del vuoto immoto
immobile
l’angoscia che rode e non dissolve
la poesia più veritiera
o l’urlo disumano.
Oh luna, nuda luna,
capezzolo del cielo
e parte visibile del nulla,
della vita sei la poesia
più reale e sincera.
LA RABBIA.
Amore mio,
finché gireranno gli astri e le stelle
e sorgeranno i giorni e le notti
allora anche tu esisterai
e la mia ragione e la mia rabbia sarai
mia magnetica visione
mio sesso e castità
mio impeto e mio chiodo fisso
mio elabro in mutande.
Amore mio,
finché tu esisterai
esisteranno paura e angoscia
poiché non è altra pena
fuorché sapere che tu vivi
e possa soffrire.
E allora nessun tormento mi sarà estraneo
poiché su te dovrò vegliare
e ogni possibile male annientare.
Ma, amore mio,
quando tu più non sarai
allora per me sarà il buio
poiché non è altra luce
se non quella che tu irradi
quando mi guardi
e dolcemente sorridi.
Amore mio,
il tuo volto è la mia luna
il tuo corpo è la mia notte
il tuo sorriso le mie stelle
e tu, tu sei la mia rabbia:
finché vivi e vivo
non esiste pena più grande
fuorché sapere che tu esisti
e possa soffrire.
Tu sei la mia schiavitù di saperti viva
sei la mia ossessione di saperti tangibile
sei la mia nostalgia di saperti
inaccessibile
nel momento stesso in cui ti afferro
ombra
fuggitiva d’ideale piacere.
Tu sei per me la rabbia.
L’ETERNITÀ È UN GIORNO.
Fare l’amore nel sole mattutino
fare l’amore in una stanza d’albergo
fare l’amore in una squallida camera in
affitto
in uno sporco appartamento da quattro
soldi
che affaccia sul vicolo angusto e lurido
fare l’amore mentre
barboni vagabondi razzolano nel pattume
cercando una cicca o gli avanzi di una
pagnotta ammuffita
fare l’amore s’un tappeto rosso, più rosso
del sangue
fare l’amore mentre Fellini gira un film
fare l’amore mentre gli altri lavorano
fare l’amore mentre la pioggia trafigge il
vento
e gli alberi piovono il proprio manto di
foglie
che si sfalda scaglia a scaglia
fare l’amore davanti a una cartolina
sbiadita di Torino
fare l’amore una volta ed essersi amati per
sempre:
potrebbero essere anni secondo il metro
comune
potrebbe essere un sempre eterno
ma nella mia testa è solamente una frase,
un lampo, un istante,
un giorno solamente.
Sono tanti i giorni così,
la vita proprio non va
accosta e arresta sul ciglio della strada
e io scendo e ripasso da quel vicolo
e penso chissà dove sarai adesso
e mi fermo a fumare una sigaretta
in ricordo dei vecchi tempi.
Chissà dove va la vita quando si ferma
chissà dove va la vita
quando se ne va...
CHISSÀ.
Chissà dove va la musica quando se ne va,
chissà
chissà dove va la vita quando se ne va
chissà se esiste ancora il numero per l’ora
esatta
chissà se la legge lo sa di essere uguale
per tutti
chissà se le dispiace non essere speciale
per nessuno
chissà se il brodo di giuggiole esiste
chissà se quando ti lasciano perché ti
amano troppo
chissà se poi soffrono almeno un po’
chissà se i film francesi li fanno apposta
belli ma noiosi
chissà se le coppie che non dicono ti amo
chissà se sanno poi amarsi in silenzio
chissà perché il telefono squilla sempre
quando non ci sei
chissà se quelli che dicono <<non
sei tu: sono io.>>
chissà se alla fine hanno capito cosa sono
io
chissà se i vermi solitari poi alla fine
si sposano
chissà dove va la musica quando finisce
chissà dove va la notte quando svanisce
chissà dove va l’amore quando se ne va.
BUKOWSKIANA.
Impazzivo, impazzivo in nude stanze
spoglie,
la notte mi piombava tra capo e collo come
una frusta,
pugnalate al mio povero cuore bastardo,
la morte che mi pendeva sulla testa
come una spada di Damocle,
la morte come una spada di Damocle,
la morte come il cuore in gola
e io con il cuore in gola impazzivo
in oscure camere di nudità
preso tra molecole di ansia incombente,
il corvo e le onde, il corvo e le onde,
gli stanchi tramonti e la gente stanca
solo lei era fresca e brillante,
ammiccante e ammaliante,
un fatale sacramento di carne
e scoparla era il paradiso
era viaggiare sul carro eliaco di Apollo
era andare in paradiso sul carro di Apollo
era passeggiare di notte sulla neve
era la magia dell’universo
concentrata in un solo punto.
Ma ora lei non c’è e io sto qui
seduto davanti al cielo immenso e rosso
con il sole che mi tramonta negli occhi
e mi piace, mi piace di brutto
a volte mi sbatto sul letto
guardo il soffitto
con le crepe delle pareti
immagino un angelo e una capra
un drago e un leone;
altre volte decido di dormire
magari più tardi le cose sembreranno
migliori:
si può impiegare una vita a morire
o meno di un attimo.
L’importante è come la fai,
l’uscita di scena.
LA BELLA ESTATE.
È estate e il tempo passa lento
anche se non siamo in Brasile
e in petto mi cresce un sentimento stanco
che prende il ritmo lento di un tormento
come uno svogliato andamento
come un triste presentimento
come uno serrato battito di vento
che soffia forte, e tutto spazza via con
portento.
È estate e io voglio rimanere un mistero
per te,
sorprenderti con il colore degli occhi
come strisce di luce in un orizzonte di
rame,
con il segreto di un gesto inatteso
come il vento che suona distratto,
che nasce e poi d’improvviso si spezza.
Ma l’estate è così bella
che non mi viene in mente niente
di serio o profondo da dirti.
E che posso dirti?
io sono solo un verme, uno scarafaggio
occhi di roditore incallito e cuore di
topo vigliacco.
E poi d’estate i muratori iniziano alle
sette
e io non riesco più a ragionare
i pensieri mi si rompono in gola
e non so più come dirli
e i giorni passano tutti uguali.
Ama noi non ricordiamo i giorni
noi ricordiamo gli attimi
gli attimi d’incomparabile ebbrezza
gl’inconsistenti sprazzi di bellezza.
In fondo che cos’è l’estate?
è solo un immenso fiume rossiccio
è solo un terso fiume di terriccio
è un ricordo, un rimorso, un rimpianto
come una lacrima d’oro in un mare amaranto
un sorriso chiuso tra quattro mura
imprigionato nella memoria che non dura
che lentamente scolora e sfolla
è la pelle che il serpente da sé scrolla
è la zanzara che s’impiglia
nella rete degli eventi
è la nave che squarciata s’incaglia
nel mare che strozzato gorgoglia
e livido sfalda, a scaglia a scaglia.
Nell’oceano delle correnti
per essere sempre vivi
essere per sempre morenti.
PELLE DI PANTERA.
Ragazza nera,
nella pelle hai la notte
e negli occhi porti il giorno:
i tuoi occhi sono un vago tumulto
un amore impigrito dal caldo
un pigro verdicare di uva al mattino
il tramontare del sole tra nubi e argille.
Ragazza nera,
nella pelle hai la notte
e negli occhi il giorno:
baciarti è come baciare la notte
in tutta la sua vasta perfetta nudità.
Ragazza nera,
la tua pelle reca la notte
e negli occhi hai il giorno:
al tuo cospetto l’alba rabbuia
e pure l’ostro oscura e l’avorio perde:
sembri una notte stellata
ornata con i monili del cielo,
e il tuo sorriso è un drappo di stelle
come se gli astri
stupiti dalla tua bellezza
avessero deciso di abbandonare il cielo
e cadere nella tua bocca.
Ragazza nera,
nella pelle hai la notte
e negli occhi porti il giorno:
quando l’alba mi sorprende
nell’aroma della tua pelle
che sa di frutta matura e dolcissima
preso con la mia bocca
nella rete dei tuoi capelli
allora per me inizia il giorno
e la vita effonde la sua luce
cristallina.
Ragazza nera,
pelle di pantera e chioma di scorpione
nella pelle rechi la notte
e negli occhi hai il giorno.
L’ODORE DELLA TUA PELLE.
Di che cosa odora la tua pelle?
Un frutto, una spezia,
un aroma, un fiore?
Odora di rosa e di sambuco
di zucchero e garofano
di zagara e cannella
di porpora e amarena
di frutta matura e dolcissima
del mormorio del mare al mattino
la tua pelle.
Dai piedi fino ai capelli
dalle ginocchia fino alla nuca
dalla fodera della vulva alla bocca
emana sapore d’amaranto
la tua pelle.
In tutta la sua furiosa
feroce e selvaggia
erratica estensione
è una coltellata di gelsomino
una pugnalata di zagara
una revolverata d’incenso
un’impetuosa zaffata di garofano
un’onda di seta purissima
la tua pelle.
È odore di sole sulla pelle
odore di sale sulla pelle
l’odore che sale dalla tua pelle.
MI PIACE.
Mi piace quando tu dormi
svegliarmi prima di te e sorprendermi
nell’aroma di frutta matura e un po’
stantia
della tua bocca.
E mi piace anche svegliandomi
trovarmi con la mia bocca
dolcemente intrappolato
nella rete dei tuoi capelli
ascoltando la tua pelle
tremante di sogno e d’aurora.
E mi piacciono anche i letti stretti
dove io e te giacciamo attaccati
senza respiro in un solo respiro,
così stretti che posso quasi
sentire i tuoi sogni scoppiare
e i tuoi occhi luccicare
come scaglie nel mare.
Mi piace quando dormi
stringerti forte, più forte
per sentirti dentro, più dentro
fino al sangue e al midollo
oltre il sangue e il midollo
fino alle paure e agli incubi.
Mi piaci addormentata
perchè sei il mio segreto e il mio sogno:
sveglia sei reale e di tutti, ma
quando dormi sei il mio piacere
vero e immaginato
tangibile e inafferrabile
fuggente e impalpabile
per metà concreto e
per metà ipotetico
errante ed erratico
ma sempre ossessivamente
vagante e martellante
nella mia testa.
Mi piace, quando l’alba mi desta,
sorprendermi nell’aroma della tua pelle
che sa di frutta matura e dolcissima,
preso con la mia bocca, nella rete dei
tuoi capelli
e quella muta selvaggia immensa
paura di perderti scivola e scompare
nell’imbuto del tuo sorriso:
allora per me inizia il giorno
e la vita effonde la sua luce
cristallina.
A volte basta davvero poco
per essere felici.
LA TUA BELLEZZA.
Bellezza profonda nella tua fronte
come una notte fonda di ombre,
bellezza d’isola lambita dal mare
nell’onda dei tuoi capelli fronduti,
bellezza di ladro torbida nel tuo viso
dura bellezza di pietra nelle tue mani,
candore sincero di ragazzo
e bruno passo di bambina.
LA TUA ANIMA.
In te nascondo i miei pensieri
che non posso rivelare
e le mie follie che non posso urlare
in te le mie paure occulto
che non posso confessare
in te i miei sogni celo
che più rivelano me stesso
più di ogni poema
più del più bel verso
più della metafisica dei libri
più dello sguardo
e dei silenzi.
IL TUO CORPO.
Il tuo corpo è un eco muto
un colpo di pistola nel vuoto
un deserto di nuvole trafitto
da un tenue raggio di sole
una pura linea di acciaio fuso
che il tuo sorriso illumina.
Soave linea di baci fuggitivi
il tuo corpo è una pura linea
di duro acciaio aguzzo-fuso.
Sulla furtiva linea del tuo corpo
è scritto il canto dell’amore
tremulo come un brivido sulla pelle.
E tu come alga accarezzata dal vento
nel mare del mio letto ti agiti sognando,
negli occhi due onde per affogarmi.
SEMPRE MI TORNI IN MENTE.
Sempre mi ritorni in mente
anche quando non ci sei
anche quando non ci sono
e il tuo corpo forte immagino
e il tuo passo alacre e svelto
e la dolcezza delle tue spalle
e le tue mani brancolanti
tra dubbi e domande
a cercare un equilibrio
un baricentro, un appiglio
nella tua anima confusa e fluida
e ancora a miei occhi torni
pur se non vuoi
pur se non voglio
con la curva solenne dei tuoi fianchi
e il tuo desiderio lì sospeso
che nulla chiede, nulla
solo di non finire mai...
TENTA LA SOGLIA.
Vieni a trovarmi,
attraversa la soglia,
tenta la soglia sottile
che divide il dentro e il fuori,
sali le scale
gradino per gradino
uno per volta,
osservando attenta
ogni singola piega
ogni singolo segreto:
in fondo troverai
una grande finestra
aperta sul cielo
da cui giungono
raggi di sole
gocce di pioggia
e infinite stelle
tante quante in mare:
non aver paura
di raggiungere quelle vette
che dopo l’ultima
è sempre una dolce discesa.
E se per caso
ti capitasse d’incontrarmi
tienimi per mano
e sfiorami appena
come si fa
con le dita nell’acqua:
potrai provare la meraviglia
di scoprirti totalmente immersa
in un inarrestabile flusso
di vita che si compie e si rincorre
senza quiete e senza affanno.
L’ESTATE.
La stagione estiva va terminando
ogni cosa ogni pensiero ogni azione
sospende
il ritmo residuo d’inaggirabile necessità
ma di tanto in tanto la maschera di cera
si offre
ad una qualche questione di eterogeneità
consentendo qualche spiraglio di dolcezza
d’imprevedibili bagliori di sorrisi
e io ho raccolto le mie zavorre
lasciandole cadere a una a una
sul mio ennesimo procedere
ora che ho appreso che nulla è per sempre
mi attrezzo alla prossima ripresa
mi guardo intorno senza troppa fiducia
ma per quel che posso pienamente esistente
fino all’estremo
fino alla più intollerabile pienezza.
PROTEGGIMI.
Proteggimi,
sempre proteggimi,
ovunque proteggimi,
dalle astuzie del freddo-gelo
e dalle sue odiose scaltrezze proteggimi
sbiadite nell’ordine inverso dei venti,
proteggimi proteggimi proteggimi
dall’ordine controverso degli eventi
che contro-vento si sfaldano
e contro-corrente risalgono
ma a nessun ricordo approdano
proteggimi proteggimi
proteggimi dalle loro staffilate
taglienti come lame di ghiaccio
in molli onnipresenze d’estate
che finissimamente insufflata
nel ricordo del mare
mosaico di scaglie
s’incaglia e squaglia
in sottrazione di luce esondante
per prati e strade di un inverno trombotico
e ardui cammini rigeneranti
sul filo d’infinite inesistenze
o esistenze-ma che mi piovono in testa
come quando fuori piove
ma tu non prendermi per pazzo
trascegli una carta dal mazzo
e insegnami a giocare con i colori.
anche se è brutto e piove fuori,
tu sempre proteggimi.
Piove, e la pioggia che va non torna
brilla il freddo solitario del buio-cielo
e l’aria è una coppa di brina
un calice di vetro inciso nel diamante.
È sera, è l’ora dei sussurri e dei
bisbigli
l’ora delle grida in periferia,
la foglia sul ramo e il pesce nell’acqua
come una notte luminosa
densa di luce aggrondata
mentre tutto nasce e poi muore
nella disperazione dei chilometri
con cruore con cruore con cruore
con speranza e saggezza
con un po’ di amarezza
ma senza scoppio e senza rumore.
Come quando fuori piove
proteggimi dalle astuzie del freddo-gelo
e dalle sue odiose scaltrezze
sbiadite nell’ordine inverso dei venti
proteggimi proteggimi proteggimi
dall’ordine controverso degli eventi
che contro-vento si sfaldano
e contro-corrente risalgono
ma a nessun ricordo approdano
proteggimi proteggimi
proteggimi dalle loro staffilate
taglienti come lame di ghiaccio
in molli onnipresenze d’estate
che finissimamente insufflata
s’incaglia e squaglia, scaglia a scaglia
in sottrazione di luce esondante
per prati e strade di un inverno
trombotico
sul filo d’infinite inesistenze
o esistenze-ma
che mi piovono in testa
come quando fuori piove
ma tu non prendermi per pazzo
trascegli una carta dal mazzo
e insegnami a giocare con i colori
anche se è brutto e piove fuori
tu sempre proteggimi, proteggimi
dal freddo inganno dell’abitudine
sempre proteggimi, proteggimi
dalla fredda equazione della ragione
tu proteggimi, sempre proteggimi.
Piove, e la pioggia che va non torna:
brilla il freddo solitario,
e l’aria è una coppa di brina
incisa nel vetro del cristallo,
il tramonto si riempie di vane sequele...
Quando è la sera, e fuori piove,
dentro casa io come sempre
mi preparo a riceverti,
la porta spalancata,
e sulla soglia io che ti aspetto,
ti aspetto senza pretese,
pensando al tuo sguardo,
al tuo sguardo che non ha paese.
È sera, fuori piove, e fa freddo,
ma quando arriverai
sarà il solito colpo al cuore,
e le paure diverranno uccelli,
nubi dorate gli incubi.
Benvenuta, ragazza mia,
finalmente posi il piede nella casa
e le mura divengono alberi,
prato il cemento del suolo.
Forse avrai fame:
sul tavolo acqua e pane
e miele e noci;
forse sarai stanca:
vorrei lavarti i piedi
ma non ho acqua di rosa;
o forse avrai sete:
mi trasformerei in acqua
per dissetarti;
o forse avrai sonno
e solo voglia di dormire:
un arco di lino per cullarti
con le mie braccia farò.
Piove, e la pioggia che va non torna,
mormora l’acqua infreddolita tra i rami
e marcisce la sera tra i sentieri,
brilla il freddo solitario dell’azzurro-cielo,
l’aria è una coppa di brina incisa nel
vetro,
e il tramonto si riempie di vane sequele.
Piove, e la pioggia va che non torna,
mentre un buio sale dai reconditi
come un cieco fiume
nell’ora che lenta s’annera.
Piove, e la pioggia che va non torna,
le nere membrane della notte
nascondono brune gocce di brina
come occhi di massacrante nulla
appesi alla ragnatela dei pensieri.
Piove, e la pioggia che va non torna
mentre cadono le gocce sul tuo corpo
e sembrano e sono perle sulla tua pelle.
Piove, la pioggia che scorre e va
la vita che sanguina e scivola via...
scende la sera, ed è freddo fuori:
io dentro mi preparo a riceverti
e sulla soglia io ti aspetto
ti aspetto senza pretese
pensando al tuo sguardo
al tuo sguardo che non ha paese.
Benvenuta, la mia porta ti attende,
spalancato è l’uscio: entra.
Forse avrai fame:
sul tavolo acqua e pane
e miele e noci;
sicuramente sei stanca:
vorrei lavarti i piedi
ma non ho acqua di rosa;
o forse avrai sete,
e allora mi trasformerei in acqua
pur di dissetarti;
o forse avrai sonno
e solo voglia di dormire:
un arco di lino per cullarti
con le mie braccia farò.
PRIMA DELLA NOTTE.
È sera: il giorno scivola via fluendo
in oscuri uteri di aggrondata luce,
e la pioggia scroscia e scorre,
la pioggia che va e non torna,
mentre brilla il freddo solitario del
cielo,
e l’aria sembra una coppa di brina
incisa nel cristallo del vetro.
Un reticolo di ombre ora ci avvolge
perfettamente geometrico
inesorabilmente compatto,
il tramonto si riempie di vane sequele
mentre una volpe corre contro il sole
con il cuore in gola
e una zampa tra i denti
e un buio sale dai reconditi
come un cieco fiume
nell’ora che lenta s’annera.
All’ultimo lume del giorno sorride il
vespro
e gli occhi china mesto:
in gola soffoca il pensiero,
un grappolo di dolore
s’ingloba attorno al cuore,
e scocca il primo elemento
di una proposizione moritura.
Poi, come ogni notte,
viene la notte e le sue nere membrane
nascondono occhi e bocche
di un massacrante nulla.
E come sempre io mi preparo a riceverti
e sulla soglia come sempre ti aspetto
ti aspetto senza pretese
ripensando al tuo sguardo
al tuo sguardo che non ha paese.
STRATI DI COSCIENZA.
Entificazioni forzate nel centro del nulla
e lunarizzazioni moriture nel centro dell’azione;
amplificazioni astratte nel centro della
lussuria
e vomituale madore nel mai delle
sere-sempre.
La verità non esiste se non la puoi
raccontare
la realtà non esiste se non la puoi
sognare
la beltà non esiste se non la puoi
inventare.
Cicatrici cheloidee e colloidali
anticipazioni:
nei covi oculari del nulla prima-eterno
il vento scoppia la morte che non ci sente
per niente,
il suo sangue selvaggio trema all’agonia
all’agonia del fiume verso i moli e i
mari.
La verità non esiste se non la puoi raccontare
la realtà non esiste se non la puoi
sognare
la beltà non esiste se non la puoi
inventare.
E tu che risucchi ogni impeto di vento
risucchi ogni stile d’impeto nel mio petto
risucchi ogni disposizione a tacere.
La verità non esiste se non la puoi
raccontare
la realtà non esiste se non la puoi
sognare
la beltà non esiste se non la puoi
inventare.
Assetata di polvere e di fiamma s’impenna
una sera
alle svolte del respiro e nelle crepe nell’abisso:
acuti ghiacci avvizziti di febbri
balenano,
dai monti torna l’azzurro dei cieli
e torna ai campi la vampa del silenzio.
La verità non esiste se non la puoi
raccontare
la realtà non esiste se non la puoi
sognare
la beltà non esiste se non la puoi
inventare.
NEVROTICA OSSESSIONE.
Una forte crisi nevrotico-ossessiva
tra il 2011 e il 2014 mi attanagliò
mortale, esiziale.
Il trasformarsi di ogni discorso,
anzi di tutto, in mero significante,
anzi in lettera, indusse in me
il sospetto che lo “io” fosse
una produzione dell’immaginario
super-grammaticalizzato,
un punto di fuga e non una realtà.
¿Si può veramente affermare,
dire, enunciare, tutto questo?
¿Non ne rimarrebbe forse la bocca
irreparabilmente muta e silente?
¿Non ne andrebbero in corto-circuito
i relais
cerebrali e le sinapsi?
Da nessun luogo mi giungono
effetti di verità che non siano
distruttivi nella loro intima essenza,
mentre in me si accumulano
strati sempre più maledetti di coscienza
in angoscioso coacervo di plurimi sensi
per questo insignificanti,
come per dare allo “io” muto
una specie di super-consistenza ferrea
ma evidentemente impalpabile.
Il soggetto prende atto
dell’impossibilità dell’autentico
lo “io” si scopre parificato
al liquame informale del presente
emorragico esso stesso.
Alla luce di una coscienza superiore
il trauma soggettivo e lo “io”
l’esperienza del terrore
non sono più al centro dell’operazione
ma vengono posti tra parentesi.
UNA NOTTE NEL DESERTO.
Solo viaggiai in un pugno colpito da dio
in un avvizzito solitario seme di morte
sull’arco di falce di una luna-argento
e nel fondo del mio viaggio carezzai
un’alga di sotterranei liquidi ombrelli,
voci oscure come i miei pensieri
e strade che io vidi precipizi
lune-argento di sotterranei ceselli
e voci candide-oscure di cristalli
viaggiando con solo un pugno nello stomaco
in un seme di morte colpito da un dio.
Solo, sul cuore della buia terra
confitto nel centro del suo respiro
vidi tramonti penetranti per fessure,
stagioni di creta e neri tuoni precoci;
cicatrici cheloidee e colloidali
anticipazioni
nei covi oculari di un nulla prima-eterno
aspettai durante la lunga notte nel
deserto
mentre il vento scoppiava la morte
la morte che non ci sente per niente
e il suo sangue selvaggio tremava
all’agonia del fiume verso i moli e i
mari.
Risucchi di vento e disposizioni a tacere,
un’assetata sera di polvere e di fiamma
alle svolte del respiro e nelle crepe nell’abisso
e acuti ghiacci avvizziti di febbri e
alghe
aspettai, solo nella lunga
sosta-sospensione.
L’abbandono del mondo nei suoi confini
aspettai
e lo schianto del tempo oltre i quadranti
e le clessidre:
gettai il cuore oltre il deserto e subito
corsi
a riprenderlo, una notte, nel deserto.
NOTTE SAHARIANA.
Fatto duro, fatto maturo, fatto oscuro
in questa notte solo m’avventuro
nell’azzurro scintillante dei monti
nell’azzurro defunto delle valanghe
e mi arresto agli albori del silenzio
atterrito agli inizi del terrore.
Vacillano le scale dell’inferno
galoppano i bacilli dell’inverno
ad altre primavere ambendo
dietro cieche invasioni di luce:
ancora il mio cuore trafitto
dal futuro passato non torna
a curare i lampi e le catene
che premono ai terrori.
UNA NOTTE NEL SAHARA.
Dai monti torna l’azzurro dei cieli e l’assenzio
e torna ai campi la vampa del silenzio,
il tuo freddo rimpianto sta ai vacui
confini
e contro il purpureo vanto l’astro crudele
dalle attardate sfere rigermina infedele
e cresce e cresce feroce nel suo potere.
Qui la primula e il calore ai piedi
e in testa il verde acume del mondo,
qui i tappeti scoperti dal sole
e i templi vibrati dal vento,
qui il mio male lontano
e la sete indistinta
come un’altra vita in petto.
ARCHEOLOGIA DELL’AMORE.
Se solo lo vorrai
come archeologo guarderò in gola al tuo
silenzio,
dei tuoi silenzi i labirinti esplorerò e i
labili meandri,
e leggerò nei tuoi occhi
quali furono i tuoi panorami,
quali nelle tua paure e fobie i tuoi
traumi,
e carpirò in ogni dettaglio che cosa ti
aspettavi dalla vita
(e dalla morte).
Mostrami il tuo non-so-che
e ti dirò chi eri
e come sei arrivata fin qui,
svelami i tuoi frammenti e drammi,
qualche caduco capello sparso in terra,
può bastare anche meno:
le tracce di sangue e i frammenti di sogni
restano per sempre
indelebili,
quando la menzogna riluce ed effonde,
e dubbi e intenzioni si palesano.
Mostrami il tuo nulla che ti sei lasciata
dentro
e ne farò un bosco, una selva, e una
strada
un aeroporto, una bassezza, e un’altezza
una bellezza e un terrore,
donami il tuo nulla
che ti sei lasciata dentro
e domani ne farò bellezza e terrore,
dimmi quello che non hai avuto il coraggio
di tentare:
ne farò gioia e dolore.
Lascia che tutto ti accada
quanto non hai voluto.
CHE COSA È L’AMORE.
Quanta vita abbiamo trascorso,
quanta vita ci è piombata addosso
colpendoci tra capo e collo
come un fulmine a ciel sereno,
quanta vita ci è passata le mani
ed è fuggita come sabbia tra le dita
e ancora non so che cos’è l’amore:
l’amore ci sfugge, sempre ci sfugge.
E quante sono state le notti d’amore
che abbiamo passato bocca a bocca
ma non sono mai abbastanza:
sono sempre troppo brevi
le notti d’amore con te,
sempre l’amore scivola via
e ancora non so che cosa sia.
E quanta notte è passata sulle nostre
teste
quante notti vedendoti-vedendomi
e quante le tue cose che conobbi
e tante quelle che non scopersi
e mi persi tradite dal sonno:
è che non ho voluto la notte,
non sono uscito ad aspettare
i prati ospiti del vento,
ma ho chiuso le porte
illudendomi di allontanarti
e non mi sono accorto
di tutti i sorrisi riflessi alle mie
spalle
e la notte m’ha ridotto a un cesello
intorno alle crepe del cuore.
E ho camminato su tesori d’erba
marciti dalla pioggia,
e nevi ho raggiunto sotto archi e volte
in questo luogo di legno,
e non ho temuto le salite e le discese
né il lungo cammino e la fame,
ma ho camminato e ho camminato
nel solco lasciato dal sole-deserto,
e le tue membra ho sognato
volgendo a tramonti di solitudine,
e il tuo volto ho risognato
con lo sguardo vieto di sgomento,
e la febbre mi ha disfatto,
un mare tentò il mio corpo,
un’ala ha fatto un grande nido
piumoso nella mia fronte,
e io ho pianto tutto quanto il mio pianto
che come una fonte zampilla
nel dolore che non molla
m’ancora non so
che cosa l’amore può.
E quanta strada con te ho percorso
quante scale insieme a te ho fatto
premendo forte sui tasti del corpo
per comporre la più dolce melodia,
l’abbraccio più vero, e il più puro dei
baci.
Ho sceso dandoti il braccio
almeno un milione di scale
mentre il sole stava chino
limpido sui fiori del giardino
e ora che tu più non sei
è il vuoto a ogni gradino
e io me ne sto inerme all’addiaccio:
l’amore è quando io mi addormento
e tu continui a guardarmi.
FORSE IO E TE DOVREMMO FARE L’AMORE.
Forse io e te dovremmo fare l’amore:
sarebbe bellissimo fare l’amore con te
sarebbe bellissimo fare l’amore io e te!
Fare l’amore in un mattino di sole
mentre i gatti passeggiano sul tetto,
fare l’amore mentre fuori piove
e un aeroplano scivola via senza fretta,
fare l’amore sopra un vicolo stretto
mentre poveracci rovistano nella
spazzatura,
fare l’amore in una stanza d’albergo,
fare l’amore s’un tappeto verde,
o farlo nel sole di un tramonto viola,
fare l’amore accanto a un pacco di
Marlboro
o davanti a una vecchia fotografia di
Torino,
fare l’amore mentre gli altri lavorano
e poi fumare una sigaretta seduti in terra
ascoltando la notte che scende
battuta tra l’incudine e il martello,
e poi, ancora, rivederti al mattino
e sentire l’odore della tua bocca
che sa di frutta matura e candita
e scoprire le mie dita impregnate
ancora del tuo aroma di vaniglia,
e con piacere ritrovare ancora
la tua allegria impigliata alle mie ciglia.
Ma davvero io e te dovremmo fare l’amore?
ci penso e ci ripenso, e più ci ripenso
e più mi accorgo che forse l’amore
noi l’amore l’abbiamo già fatto:
chi lo dice che debba toglierti i vestiti?
Per fare l’amore non serve spogliarsi:
per fare l’amore basta parlare, parlare
per ore
parlare tra noi, fino all’alba, fino a
stancarci,
guardarsi negli occhi e provare a
decifrarsi,
imparare tutto a memoria: anche i segreti,
imparare gli occhi e leggere i silenzi,
e vedere tra le mani i sogni danzare
e dietro i capelli i ricordi riaffiorare.
Su, vieni: voglio vederti danzare
nel grembo affamato di un pasto nudo,
leggiadra tra gli spigoli aguzzi dell’amore,
vieni, vieni vestita o nuda che tu sia,
coperta solo di foglie di palpebre
o liquefatta nel globo di un soffione.
E quando i corpi finalmente s’incontreranno
sarà in un sogno e sarà come un sogno:
il mio bacio, il tuo bacio
isterici di passione come un eco
che sale da morte stagioni
e ripete all’infinito l’assioma
del nostro avaro desiderio
che nulla vuole e nulla chiede
solo di non finire, solo di non finire.
E le mani si troveranno all’improvviso,
e le mani s’intrecceranno in un sorriso,
e formeranno un serto di luce aggrondata,
e le bocche parleranno confidandosi
nel cuore della notte più buia che c’è,
e le bocche diranno il fiore del segreto
e con rabbia grideranno il suo nome,
e le labbra febbrili di passione
esulteranno
lungo le linee aguzze del tuo acciaio,
tra gli angoli acuti del tuo cuore.
Da quel momento a questo:
potrebbero essere anni
ma nella mia testa è il tempo di un riff,
e noi abbiamo fatto l’amore
e non è cambiato nulla:
come ieri abbiamo niente e ci sembra tutto.
E scusa se ancora non sorrido
ma mi hanno piantato dentro così tanti
coltelli
che quando mi regalano un fiore
all’inizio non capisco neanche che cos’è;
scusa se sono sempre così serio
ma è che sei così bella che metti di
malumore:
il tuo volto è una pura forma d’acciaio,
quando sorridi mi fai male;
e scusa se a volte sembro perfino triste
ma è che l’amore è una schiavitù
e un dolore è la bellezza.
E questo, se si vuole, posso aggiungere:
là, dove alto sulle nostre teste corre il
fiume
scorrendo vicino ai tuoi pomi lunati,
lì, con te, fra le erbe giacerò,
ma non sarà un amore d’erba il nostro
amore:
sarà un sogno, un fato, un destino,
qualcosa che cresce, come un bambino,
come una lucente clorofilla
che nel mattino il sole distilla.
QUELLO CHE LE ROSE NON DICONO.
Evviva dicono le rose:
oggi è lunedì:
si riprende a lavorare
e anche noi riprenderemo
a sbocciare, e sbocceremo anche
lì dove cadrà l’amore
e sangue sarà la bellezza.
Evviva, dicono le rose:
oggi è un giorno come un altro
e noi sbocceremo per tutti
come tutti gli altri giorni
sbocceremo per gli amanti
e anche per il serpente
che ha mangiato la parola.
Evviva, dicono le rose:
ma poi arriva il buio
all’improvviso il buio
come se le luci fossero spente
e il sole fosse divenuto
un duro fardello di pietra.
Evviva, dicono le rose:
oggi è il nostro giorno,
oggi cannoni e cuspidi
medaglie e pugnalate
una falena che passa
chilometri su chilometri
steli come sterminati imperi
mentre il sole muore in cielo
come un pugno nello stomaco
e una ragazza corre contro il destino
macerata nel più lungo gelo
sola come una volpe ferita
impaurita con il cuore in gola
e una zampa tra i denti:
la sua faccia bianca
come un fiore in una finestra
chiusa si solleva e guarda.
Evviva, dicono le rose:
oggi due dolci labbra
morbide come la seta
più rosse dell’ebbrezza
modellate dal piacere
appassiranno come noi
macerate nel tormento
rose dall’odio più nero
di un demonio assurdo
circondato di una nuvola bianca.
Evviva, dicono le rose:
presto verrà la primavera
e la rossa sera sarà soltanto
un’estate vestita di seta nera
mentre le falene impazziscono
e cercano di aprire gli occhi.
Evviva, dicono le rose:
presto sarà una nuova estate
e noi tutte risorgeremo
e insieme cammineremo
sui tetti come pioggia
attraverso le tombe
fino alle più alte fronde
attraverso un filo di fumo
che sale dalla bocca
dell’ultimo condannato
attraverso l’ultima sbarra
dell’ultima finestra
dell’ultima prigione
e daremo un po’ di colore
al volto di chi non ha calore
all’uomo che non ha valore.
Evviva, dicono le rose:
oggi è il giorno della vergogna
e noi di vergogna siamo rosse
rosse come il sangue.
Evviva, dicono le rose:
mentre un sacco si gonfia
e le rose studiano le ombre
e stendono i propri petali
a lunghezza di bara.
(in memoria di Pamela Mastropietro.)
SIEPI NELLA PIOGGIA.
Siepi bagnate nella pioggia
che si sfaldano in un manto
in un manto d’aprile
e per un momento tutto funziona:
anche il vento animoso
come la mano di un’amante
mi carezza la fronte
e i piedi si muovono
lungo sentieri non ostacolati
liberati dalle menti scatenate
e guarda un po’: dovunque
nella pioggia siepi bagnate
e nuove tenere foglie
bagnate di nuovissima pioggia
mentre i leoni scagliati in volo
attraversano tazze da caffè
e pozzanghere di aroma.
TI CONOSCO.
Tu con i lunghi capelli neri,
seduta scosciata in fondo al bancone
al termine alla notte,
io ti conosco: nei miei incubi
eri il coltello puntato alla gola.
Tu con le cuciture che scoppiano
e il vestito troppo stretto
ti riconosco mentre la radio gracchia
e trasmette mediocre jazz:
pedalavi accanto a me in bicicletta
mentre scalavo le montagne.
Tu vestita da uccidere e bella da morire
ti riconosco: eri con me, eri lì,
nel piccolo letto dell’amore
mentre mi sussurravi bugie di passione
e le tue unghie sprofondavano in me
e io sprofondavo in te.
Tu con il tuo duro sguardo di ragazzo
so chi sei: nel vento frizzante di Luglio
sentivo il tuo fiato sul collo
mentre il sole colorava la città
per la nostra vana gloria.
Ti ho vista quadrare il cerchio della vita
e chiudere quello degli amici e dei nemici
mentre siepi e fiori ruggivano,
le fontane allegre zampillavano
e i secoli mi scorrevano davanti
uscendomi dalle orecchie
e colandomi nelle scarpe.
Io ti conosco: entra, la porta è aperta.
ASPETTO NELLA PIOGGIA CHE VA.
Perso nella pioggia che va aspetto
la tua lingua come uno stiletto,
e lotto con gli spasmi del buio
nascosto nella nera cortina della notte.
Aspetto nella pioggia che va
affilati coltelli come la tua lingua
e vedo clown
e buffoni fare le smorfie
uomini tristi con facce da bancarotta
e l’odore della loro putrida essenza
è un fetido vapore nauseante
e tutti i tamburi dell’inferno suonano
ma non possono risvegliare
un ritmo in me: sono finito
morte in me
mi guarda fissa
nel centro del mio cervello
come un qualsiasi rifiuto umano.
Io sono solo un rifiuto umano:
avrei voluto essere speciale per te
avrei voluto sapere come sorprenderti
con un improvviso salto all’incontrario
o col gesto inatteso di un bacio perduto
ma io sono solo un reietto
sono solo un rifiuto umano
lo sterco del mondo e della vita
matto come uno scarafaggio
e aumentano i suicidi
e il perchè non lo sapremo mai
mentre aspetto nella pioggia che va
coltelli taglienti come la tua lingua
o la tua lingua come una lama spietata
e mi accorgo di essere proprio finito
come un guado che taglia un fiume
sono proprio finito: ora e sempre
questa maledetta attesa mi uccide
al fondo urla e chiede vittoria
le mie mani aperte e impassibili
prima che tutto sia finito
prima della morte in me
puzza stantia: morte in me
morte nella mia scarpa destra.
Ci sono giorni in cui la vita proprio non
va:
come una macchina si ferma, accosta e sta
e a noi non rimane che arrestarci
come un treno fermo all’altolà.
Ma io non mi fermo: continuo ad andare
e mi domando dove va
la vita quando si ferma
dove va la vita quando se ne va.
PRIMA DELLA NOTTE.
È sera: il giorno scivola via fluendo
in oscuri uteri di aggrondata luce,
e la pioggia scroscia e scorre,
la pioggia che va e non torna,
mentre brilla il freddo solitario del
cielo,
e l’aria sembra una coppa di brina
incisa nel cristallo del vetro.
Un reticolo di ombre ora ci avvolge
perfettamente geometrico
inesorabilmente compatto,
il tramonto si riempie di vane sequele
mentre una volpe corre contro il sole
con il cuore in gola
e una zampa tra i denti
e un buio sale dai reconditi
come un cieco fiume
nell’ora che lenta s’annera.
All’ultimo lume del giorno
sorride il vespro e gli occhi china mesto:
in gola soffoca il pensiero,
un grappolo di dolore
s’ingloba attorno al cuore,
e scocca il primo elemento
di una proposizione moritura.
Poi, come ogni notte viene la notte
e le sue nere membrane
nascondono occhi e bocche
di un massacrante nulla.
LO STUPRO DI DIANA.
L’uomo atterrò sulla luna e fu
il ferimento del mito originario:
non è solo il ferimento
di un mito sepolto
nel profondo dell’uomo
e riemergente quale trascendenza
e riemergente quale lontananza
né un punto di fuga morta
a cui bisogna approssimarsi
ma è anche la distruzione capillare
di tessuti psichici che hanno retto
l’umano per decine di millenni.
AFONIA DI MUTISMI.
Non ho proprio nulla
nulla da buttare giù
non una parola
non un verso
non un bicchiere,
in gola mille aghi di mutismo.
Non ho coraggio
nella bruciante strettoia
che come zolfo brucia
e corrode e intorpidisce
ma ugualmente tenterò
la traccia di un amore
fuori nel buio pesto
dei preteriti boschi
nei boschi del passato.
E so che non ti piace
vedere piovere sul bagnato
così come a me non piace
andare a Patrasso
o vedere che si portino
civette ad Atene
o legna al bosco
e rovi al rogo
ma ora piove
e per questo assai bizzarro
mi pare il tagliarti
schegge di legno
da ardere al sole:
quanto migliore sarebbe
un tacere tonfo sordo.
Ma fuori spari di fucile
e scoppi di mine in cortile
e detonare di lampi di soffio
in una eterna danza di sangue
in vortici di vento
fin dentro le nubi furiose
o nel più raro vuoto
delle campagne e delle strade vuote
dei mondi e degli iperspazi.
Davanti a me una sola strada
come nel mezzo di un banco di nebbie
e non so se sono andato dritto
o se ho deviato per errore (?).
Nel tuo chiuderti a riccio
dentro un astuto assurdo capriccio
nel tuo renderti presente
seppur sempre assente
sempre il contrario e l’opposto
e rami e radici
salici e mangrovie
tra loro aggrovigliati
avviluppati nella selva
accessibile-inaccessibile
sempre facile, sempre difficile
sempre uguale, sempre diversa.
Mai più ci troveremo a parlare
sotto la pensilina di una stazione
in mezzo alla città
vuota per noi
guardando con stupore
quando è profondo il mare
il sereno di questo giorno
mentre le ore e i giorni se ne vanno
e pure i treni passano e vanno
lasciando sul volto enigmi e radici
illeggibili e lontane
segnali indecifrabili
come enigmi insondabili:
la vita ci ha sospinti
e noi non ce ne siamo accorti
presi in trappole diverse.
Eppure ti aspetto ancora
a sud di nessun norde
nel quassù-quaggiù
di questo non-luogo
alba
pratalia e champs élisées
bianche distese di cielo
sempre più guasti
sentendo un nulla
che tutto mi attraversa
e anche ora che non ti amo
in realtà io sempre ti amo:
non è amore il nostro amore
ma un destino.
LO DICEVA MIA NONNA.
Ondivago vado a zig-zag
e come una trota salmonata
percorro slalom in ascesa
verso una luce matematica
che alti eldoradi dischiuda
di ulteriori mondi nascosti
graduati sopra lo zero assoluto
finemente colloidali e immemori
ormai delle proprie origini
sempre la stessa prospettiva ovulare
segni e punti luminosi
surrogato della luce stellare
gesti passati in un eterno istante.
SE LO SAPEVO PRIMA.
Se lo sapevo prima io manco m’innamoravo,
se lo sapevo prima non ti perdevo
quando continuavi a dirmi di crederci pure
io,
che ne ero capace pure io,
che non mi sarebbe capitato di perderti
se solo lo avessi voluto un po’ di più,
proprio mentre tu mi venivi a cercare
ed io che non sapevo fare altro che scappare.
Ora che lo so che mi sono davvero perso
ti cerco tra la gente più diversa
ma oramai si è fatto tardi
ti guardo e non capisco più niente
forse sei davvero andata via
per questo non mi sento più del tutto
adeguato
più o meno come ho sempre affermato
e tu che mi avvertivi di smettere di
guardarmi intorno
che è già tutto lì, anzi qui,
mentre io rincorrevo l’orizzonte
senza mai poterlo raggiungere
ora che il tempo si assottiglia
e l’orizzonte mi restituisce ciò che non
volevo
e invece di continuare a vivere
mi rimangono solo queste parole.
¿FACCIAMO DUE PASSI?
¿Hey, facciamo due passi?
Facciamo due passi, ti va?
Insieme io e te! no?
E perchè?
Perchè no dici?
Dai, facciamo due passi
insieme soli io e te!
Che ne dici, ti sta?
Facciamo due passi
sotto la pioggia che va!
No? E perchè, perchè no?
“Perchè no” dici?
E perchè perchè no?
Te lo dico io che lo so:
perchè dovremmo fare l’amore
dovremmo fare l’amore io e te!
Io con te, lo sai?
Non ci capisco niente
non ci capisco proprio niente
però mi piace un sacco
mi piace quando ti vedo
e sei così talmente bella
bella da morire
e vestita da uccidere.
Io da te mi sento attratto
mi sento proprio un mentecatto
mi sento dentro un portento
come un siluro nel cuore:
devo fare qualcosa per averti
altrimenti io qui schiatto
altrimenti io qui schianto
mi schianto in un pianto dirotto
ma è che non so che fare:
ci sono persone che sanno tutto
e questo è tutto quel che sanno
io invece quando mi guardi.
E allora, dimmi, perchè
non facciamo due passi?
Magari poi ci sposiamo.
Lo so che forse sto correndo
ma a me sembra di sognare,
forse sto proprio sognando.
A me non mi piace la cioccolata
ma mi piace molto la tua pelle,
non mi piace il color giallo
ma mi piace il canto del gallo,
non mi piacciono le melenzane,
mi piace il ghigno del vulcano a
mezzanotte,
non mi piacciono le 2 del pomeriggio,
mi piace il vento quando sale piano
e poi soffia forte, sempre più forte.
e a te che cosa piace?
VERME.
Ciao, oggi ho casa libera
perchè non vieni da me?
mi piacerebbe che venissi,
che mi venissi a cercare,
che mi venissi a trovare
e ti fermassi un po’ con me,
mi piacerebbe fare un giro
tra i negozi del centro,
mi piacerebbe fare una passeggiata sulla
spiaggia,
una passeggiata sulla sabbia.
Ma poi ti accorgeresti
che non vado bene,
non vado bene per te
non vado bene per me
non vado bene per niente.
Inadatto e disadattato
sono troppo maleducato
e le loro voci mi tormentano
mi penetrano in testa
con il rumore di cento chiodi
con il fragore di cento passi
e il loro disprezzo mi brucia
il sangue nelle vene
mi brucia il cuore
come il fuoco di cento cannoni,
ma è che mi hanno spento
così tante sigarette addosso
che non sento più,
e non ho più tatto né udito
né mani né orecchie,
la vita mi ha bruciato
e ora non ho più pelle
tranne che per le carezze.
Limitato, troppo limitato
limitato e primitivo
primitivo e bleso
io sono inadatto, troppo inadatto
troppo brusco per i poeti
troppo lirico per gli scrittori
troppo vecchio per i bar
troppo giovane per le carte
troppo duro per l’amore.
Invecchiato
come un bullo da film
guido per le strade di città
sigaretta che morde le labbra
come un tempo faceva l’amore
troppo volgare per i salotti
troppo stanco per la strada
troppo leale per il commercio
troppo vigliacco per pensarci
sono inadatto, troppo inadatto,
all’infinito preferisco il ritmo frondeggiante
di un be-bop
e all’armonia delle sfere celesti la
dissonanza di una nota capovolta,
mi trovo benissimo nelle fessure tra
teoria e prassi
come negli interstizi tra causa ed effetto.
Umano, troppo umano,
non sono preparato all’onere di vivere
e reggo a fatica il ritmo dell’azione,
inciampo a ogni passo nella mia ignoranza,
il mio modo di fare è troppo provinciale,
i miei istinti quelli di un dilettante
e sento come crudeli le attenuanti,
qualunque cosa faccia si muta sempre in
ciò che non ho fatto.
Io sono l’esito insoluto
di un fulmine a ciel sereno
che schianta in mare
ma va bene così.
Io sono come luna:
come luna so brillare
solo di luce altrui.
Senti che ti dico:
qualsiasi cosa tu voglia
e ti faccia stare bene
va bene, basta che funzioni.
Dunque mi piacerebbe che oggi venissi
che mi venissi a cercare
che mi venissi a trovare
e ti fermassi un po’
e mi piacerebbe fare un giro in centro
vedere la gente che fa shopping
e le coppiette che passeggiano,
e non mi dispiacerebbe nemmeno
una passeggiata sulla spiaggia,
una passeggiata sulla sabbia.
Ma poi ti accorgeresti che non vado bene,
non vado bene per te
non vado bene per me
non vado bene per niente:
io sono solo un rifiuto umano
sono solo un rifiuto
un reietto
sono solo un verme
uno scarafaggio
occhi di cane e cuore di topo:
vorrei essere speciale (per te)
vorrei sapere come sorprenderti
con un improvviso salto all’incontrario
o col gesto inatteso di un bacio di
contraccolpo
ma io sono solo un reietto
sono solo un rifiuto umano
lo sterco del mondo e della vita
matto come uno scarafaggio
mentre aumentano i suicidi
e il perchè non lo sapremo mai
e io mi accorgo di essere proprio finito,
finito, come un guado che taglia un fiume
sono proprio finito: ora e sempre
questa maledetta attesa mi uccide
al fondo urla e chiede vittoria
le mie mani aperte e impassibili
prima che tutto sia finito.
¿E ORA?
È passato un sacco di tempo
dalla prima volta che ti ho incontrato, e
ora?
Da quel momento a questo: potrebbero
essere anni
ma nella mia testa è il tempo di un riff
e come lontana nella notte una musica
dileguante
per un istante l’eco fa ritorno dei tuoi
gemiti:
abbiamo fatto l’amore e non è cambiato
nulla:
come oggi avevamo niente e ci sembrava tutto,
come ieri abbiamo niente e ci sembra tutto.
E scusa se ancora non sorrido
ma mi hanno piantato dentro così tanti
coltelli
che quando mi regalano un fiore
all’inizio non capisco neanche che cos’è.
E scusa se sono sempre così serio
ma è che sei così bella che metti di
malumore:
il tuo volto è una pura forma d’acciaio
e quando sorridi mi fai male.
E scusa se a volte sembro perfino triste
ma è che l’amore è una schiavitù
e un dolore la bellezza.
L’URUBORO RASSEGNATO.
Come duro ghiaccio è ormai il giorno
duro ghiaccio si è fatto il giorno
l’amore mi sanguina da ingiuste piaghe
e le mie ciglia più non pensano.
Inerme dentro una sera
muoio ogni giorni che vivo:
come un uruboro rassegnato
rosicchio la mia coda
mentre il tempo rosicchia la mia vita
e la morte rosicchia i miei giorni.
Io sono uno spazio frequentato
solo dal tuo sole deserto
che come una nuda spirale
volteggia lungo l’esauste linee del giorno
e sbanda seguendo una strada
inutilmente tortuosa.
La pura estate è ormai consumata
vibrata dai grandi venti amorali:
il ventaglio del meriggio
scopre le soffocate sere,
la notte cola in convogli ventosi.
Le tue spalle piegate dall’obblio
la tua mente che infrange la legge
i tuoi capelli che frondeggiano
nella ruvida pioggia che li stordisce.
A te più giovane e infelice torna l’anima
a te più valida e fosca torna la mente
a te che sei custode e causa
dei miei moti inermi
dei miei pensieri infermi
e io sto solo e non parlo dell’amore
sfibrato dall’aspro corso delle cose
in residui di contraddizioni.
Ah giovane e infelice ancora sono
e nulla posso, nulla posso dare
e scopro nel mio cuore il tuo nome
e non ho pudore del mio pianto
né eco del nome che invoco
senza meta e senza inizio.
ARCHEOLOGIA DELL’AMORE.
Se solo lo vorrai
come archeologo guarderò
in gola al tuo silenzio,
e dei tuoi silenzi esplorerò
i labirinti e i labili meandri,
e leggerò nei tuoi occhi
quali furono i tuoi panorami,
quali nelle tue paure i tuoi traumi,
e carpirò in ogni dettaglio
che cosa ti aspettavi dalla vita.
Mostrami il tuo non-so-che
e ti dirò chi eri
e come sei arrivata fin qui,
svelami i tuoi frammenti e drammi,
qualche caduco capello sparso in terra,
può bastare anche meno,
le tracce di sangue
e i minuscoli frammenti di sogni
restano per sempre indelebili
mentre la menzogna riluce ed effonde
dubbi e intenzioni si palesano.
Mostrami il tuo nulla
che ti sei lasciata dentro
e ne farò un bosco e una strada,
una selva e un aeroporto,
una bassezza e un’altezza
una bellezza e un terrore.
Donami il tuo nulla
che ti sei lasciata dentro
e domani ne farò bellezza
bellezza e terrore.
Dimmi quello non hai avuto
il coraggio di tentare:
ne farò gioia e dolore.
Lascia che tutto ti accada
quanto non hai voluto.
IL MIO E IL TUO.
Io se provo a parlarti
mi sento scemo, mi sento strano
così faccio prima a levarci mano
chiudo i bagagli e volo via lontano
tipo un veloce aeroplano.
Io se provo a immaginarti
proprio non ce la faccio
così mi arrendo e mollo
e giaccio all’addiaccio
non c’è posto nella tua follia
per la mia malinconia.
A volte, sai, mi fermo a guardarti
quando passi e un sogno
mi si blocca in gola.
NERA.
Nera, ma per me sei l’alba, sei l’aurora,
e i tuoi occhi sono due soli.
Tu sei la mia cura
sei la mia poesia più pura
sei come una bellissima alba
al cui cospetto pure il sole scialba.
Soave, sei bella tra le belle
come una luna ridente tra le stelle
e la tua luce mi mette già paura
come il sole che la luna oscura.
E quando ti desti,
un nuovo giorno penetra in me
e allora l’anima trema
come luna in mare
e la pelle vibra
con sapore di zucchero e cannella.
I tuoi bruni fianchi cullano i miei sogni,
il tuo grembo salato acceca i miei giorni,
il tuo grembo alato alti fa volare i miei
sogni
le mie paure e i miei incubi peggiori,
e la tua bellezza come una scure
recide le mie imposture.
Quando ti guardo l’anima ha le vertigini,
d’improvviso una frenetica tensione
amorosa affiora
come lontana nella notte una musica che sale.
E allora vieni: come un innesto,
col mio cuore dentro il tuo cuore,
formeremo un giardino:
i tuoi baci il sole
la mia bocca il fiore
che al mattino la luce dischiude.
PETROLIO (FIGLI
DELLA NOSTRA EPOCA).
Doveva essere il migliore dei mondi possibili
doveva essere il futuro
doveva essere una nuova alba
eppure questo tempo ci ha deluso
e come un vecchio ramingo cammina confuso,
ha gli anni contati il passo malfermo il
fiato corto.
Sono successe troppe cose che non dovevano
la pace e la guerra
ma il terrore non è la terra
e quel che doveva arrivare non è arrivato
la verità doveva raggiungere la meta
la paura doveva declinare morire
viviamo in un mondo strano, è un mondo
estraneo
dove la stupidità non è ridicola e la
saggezza non è allegra
e la speranza non è più quella giovane
ragazza tanto bella
e non c’è peggiore dissolutezza del
pensare.
Eppure siamo figli dell’epoca e l’epoca è
politica
tutte le nostre faccende sono faccende
politiche
che ci piaccia o no (che ci piaccia o no)
i nostri peli hanno un attrito politico
e la nostra pelle ha un colorito politico
e i nostri denti hanno uno smalto politico
e i nostri occhi hanno una visione
politica
e i nostri piedi hanno un assetto politico
e camminano in cerca di un baricentro o un
appiglio
e compiono passi politici s’uno sfondo
politico
mentre ciò di cui parliamo ha una valenza
e ciò di cui tacciamo ha sempre una
risonanza
e anche le poesie apolitiche sono
politiche
e in alto brilla la luna che a vederla
mette quasi paura
essere o non essere: questo è il problema,
ma è davvero solo questo, il problema?
Rispondi sul tema che è anch’esso politico,
in bilico,
basta che tu sia petrolio o benzina
mangime arricchito o materiale riciclabile
anche il tavolo delle trattative è una questione
spinosa
e si discute se negoziare sulla vita e
sulla morte
intorno a un tavolo rotondo o quadrato
mentre la gente muore e gli animali
crepano
le case bruciano e i campi inaridiscono.
Nulla è cambiato: il corpo prova ancora
dolore
ha la pelle sottile e subito sotto il
sangue
e le ossa fragili e le giunture slogate e
i legamenti rotti.
Nulla è cambiato: il corpo trema come a
Roma
come al tempo di Cristo e anche prima
e so che a te non piace vedere piovere sul
bagnato
o che si portino civette ad Atene o legna
e rovi al rogo
ma alle vecchie colpe se ne sono solo
aggiunte di nuove
reali fittizie temporanee e inesistenti
ma il grido resta e sarà sempre un grido d’innocenza
secondo la scala eterna di un registro
immutabile.
Nulla è cambiato: tranne forse i modi le
cerimonie e le danze
il gesto delle mani che proteggono il capo
il corpo che si torce si dimena e urla e
urla e urla
e fiaccato cade raggomitolando le
ginocchia
livido gonfio tumido sbava e sanguina e
muore.
Nulla è cambiato: il bene si mostra, il
male si acquatta,
ma alla fine è sempre la stessa storia,
il male trionfa e il bene cede
e nessuno dei due si lascia vincere
o allontanare a una distanza definitiva.
ecco il perchè di una gioia sempre
provvisoria
a volte confusa, una gioia buia e tinta di
terrore
ecco il perchè di una disperanza stanca
mai disgiunta da una tacita speranza.
la vita per quanto lunga sarà sempre breve
troppo breve per aggiungere qualcosa.
Nulla è cambiato: tranne il corso delle
fiumi e delle correnti
e la linea dei boschi e delle coste e dei
deserti e dei ghiacciai
tra questi paesaggi l’anima vagula,
animula vagante,
sparisce e ritorna e si avvicina e si
allontana
a se stessa estranea e inafferrabile
certa-incerta della propria esistenza
mentre il corpo c’è e non trova riparo
rifugio riposo
e tu che non sai mai dove sei e non sei
mai dove sai
quando c’è una meta anche il mare diventa
sentiero
quando c’è una meta anche la metà sul
serio ti basta:
davanti al mare dei venti, davanti al mare
degli eventi
per essere sempre vivi essere per sempre
morenti
nel mare delle correnti.
IL FUNERALE DI MIA MADRE.
Così all’improvviso non me lo sarei mai
aspettato.
¿Chi poteva immaginarselo?
L’ansia e le sigarette: io l’avevo
avvisata!
Così, così, grazie… scarta quei fiori...
Anche per il padre è stato il cuore: dev’essere
di famiglia.
Con questa barba non ti avrei mai
riconosciuto...
Ma come sei ingrassato: devi farti
aspirare il grasso
o ti verrà un infarto anche a te...
Se l’è voluta: era solo un impicciona e
metteva zizzania...
Hai avuto una buona idea a prendere l’ombrello:
non si sa mai...
Certo ma non è una buona ragione per
comportarsi così...
Con la verniciatura delle portiere e il tagliando
indovina quanto?
Devi mettere due tuorli e un bianco per
ogni porzione.
Non erano affari suoi...
Quando la chiamavo non rispondeva mai: ben
le sta!
Io cinque volte e mai una risposta o una
chiamata...
D’accordo avrei potuto ma anche lei avrebbe
potuto chiamare.
È morta povera in canna: tutti i soldi li
spendeva per quell’uomo...
Soltanto azzurre e soltanto numeri piccoli
mi raccomando!
Beh guarda non so: probabilmente parenti o
il figlio.
Il figlio, vive a Torino, dicono che si finito
anche in carcere,
me l’ha detto mio cugino...
Non ero mai stata in questa parte del
cimitero...
La scorsa settimana l’avevo sognata: un
presentimento.
senza dubbio un sogno premonitore: la
morte si annuncia.
Non male la figliola: un bel culetto,
davvero invitante...
Ci aspetta tutti la stessa fine: polvere
ritorneremo.
Le mie condoglianze al vedovo: avrà modo
di rifarsi...
È la vita... si sa...
Però in latino era più solenne...
Arrivederla signora... Condoglianze ancora
ai parenti tutti.
¿E se ci bevessimo una birra da qualche
parte?
Telefonami: ne riparleremo. intanto saluti
a casa e famiglia.
Con il quattro o con il dodici.
Ci vediamo presto.
Ci vediamo quando sarà.
Ci vediamo nell’aldilà!
ALTRA VITA.
Cicatrice cheloidea e colloidale anticipazione
nei covi oculari del nulla-mai
prima-eterno
aspettai durante la lunga notte nel
deserto
mentre il vento scoppiava la morte
la morte che non ci sente per niente
e il suo sangue selvaggio tremava
all’agonia del fiume verso i moli e i mari.
Risucchi di vento e disposizioni a tacere
un’assetata sera di polvere e di fiamma
alle svolte del respiro e nelle crepe nell’abisso
e acuti ghiacci avvizziti di febbri e alghe
aspettai solingo nella lunga
sosta-sospensione.
L’abbandono del mondo nei suoi confini
aspettai
e lo schianto del tempo oltre i quadranti
e le clessidre:
gettai il cuore oltre il mare e subito
corsi
a riprenderlo
una notte
nel deserto
(quando si ha una meta anche il deserto
diventa strada
quando si ha una meta anche il mare
diventa sentiero
quando si ha una meta anche la metà basta).
Fatto duro, fatto maturo, fatto oscuro
in questa notte solo m’avventuro
nell’azzurro scintillante dei monti
nell’azzurro defunto delle valanghe
e mi arresto agli albori del silenzio
atterrito agli inizi del mio terrore.
Vacillo sulle scale dell’inverno
vacillo sulle scale dell’inferno
e vacillano le scale dell’inferno
mentre galoppano i bacilli dell’inverno
ad altre primavere ambendo
dietro cieche invasioni di luce.
Cedono le bandiere e cadono in sfacelo
leggero come scheletro
m’avventuro in questo giorno duro
che selvoso si versa sul mondo.
Dietro le cieche insane invasioni della
luce
e le cieche evasioni dei ghiacci
i filtri densi delle paludi giacciono
nell’azzurro defunto dei morti
nell’azzurro-brina dei monti
arrestato agl’inizi del terrore
arrestato dal tuo silenzio:
vacillano le scale dell’inverno
e la tua vicenda mi avvampa ancora
discendendo in abissi di fragore e deserti
di tumulto
dalle madide chiome dei maresi
per i torrenti del cielo e delle strade
e i nudi abissi del sotto.
Finito l’impeto del meriggio e l’ardore
nella sera si schiantano perdute le acque
gli antri camminano abbagliati dal sonno
qui la primula e il calore ai piedi
e in testa il verde acume del mondo.
Qui i tappeti scoperti dal sole
e i templi vibrati dal vento.
Qui il mio male lontano
e la sete indistinta
come un’altra vita in petto.
AL MARE.
Ho la testa sott’acqua e penso:
ci dev’essere un modo per ricominciare.
I monti m’inghiottono
i pini della baia mi riprendono
dai capelli, le barche ormeggiano a filo
tra le banchine di turisti stranieri
avidi di tintarelle e souvenir.
Affogo: i gabbiani mi tirano fuori dal
mare,
pesci imboccano gallerie tra le mie gambe
scalcio i miei piedi nell’acqua e
ritiro il mio fiato in affanno a galla.
Perdere una sicurezza,
sentirsi spaesati tra le onde,
andare a fondo come un relitto:
eravamo niente e siamo stati tutto.
Natale non sarà più Natale
Pasqua non sarà più Pasqua,
ogni giorno sarà sempre uguale all’altro
e ad ogni pensiero che aspetta
spegnerò un’altra sigaretta.
E ricordo le cose che ci siam detti
l’ultima volta, per l’ultima volta.
I viaggi che avresti fatto, gli esami da
affrontare.
Date che non ho mai tenuto a mente.
Io sono cambiato e sono sempre lo stesso.
E verranno ancora questi occhi sudati
le mie sere negli autobus pisciati
facce di merda magrebine e nigeriane,
suoni latini dalle cuffie ecuadoriane.
Sarò spero migliore di adesso
e
tu sarai sempre più bella.
Buttiamo via l’abitudine di soffocare
i sentimenti in pasto al cibo, come se
non s’avesse più nulla da dichiararsi
che comporre lettere dalle tastiere.
I visi distratti degli amanti sulle chat.
Io ti amo e non sono più innamorato di te.
Di rado, sobillo ancora il tuo nome
come un sapore da lasciare amaro
in bocca, una trasfigurazione costante
che mi leva e mi ripone dal letto in su.
In questa notte vorrei abbracciarti per
sempre
e non pensarti mai più.
ADOLESCENZA.
E poi redimere,
dai tanti anfratti di tale repellenza
da inquietudine caliginosa
di tanta saliva sprecata.
Solo un peso animale,
un vomito prepotente
che barbaro concede alla mia libidine
la solitudine di sentirsi acerbi.
Perché scriviamo della periferia?
Forse per esorcizzare lo squallore
che ci sta intorno e render poetico
ciò che non è a chi non sa di noi.
Scriviamo di nettezze suburbane
per sentirci meno soli, mentre radi,
guadiamo muri di cemento fumando tabacco.
In alcune città,
le passioni di pochi
hanno fatto le fortune di molti.
Una politica che sa di calciomercato
promette vecchie cose nuove.
Le incertezze quotidiane che immobilizzano
il Paese, quelle che si riflettono
su una piazza di provincia.
Ci siamo riuniti nei palazzi
per paura di rimanere soli,
abbiamo costruito altre scuole per
alunni speciali e disattenti
per puntare il dito contro le maestre.
I bambini fanno la fortuna dei giocolieri
coi loro capricci, facendo disperare
donne che fanno così tanti sacrifici,
che poi il più grande sacrificio
è di stare a sopportarle.
Siamo diventati adulti in tre anni,
senza essere stati capaci di decentrarci
e far spazio alle nuove generazioni.
Abbiamo cresciuto i nostri figli
fuori dall’Italia, per diventare più
grandi
scaraventati da un inesorabile destino
che insolito tardava a compiersi.
Per chi voleva uno slancio
e invece ha trovato un divano,
la nostra più grande passione è diventata
fotografare i cinghiali nel campo;
le anatre compiaciute che mostrano
il loro sedere tra le onde del mondo.
Un sonno profondo
un letargo simile alla morte
ci ha stanato dagli inverni,
stipati in maglioni extra large.
L’acre odore dei vicoli al mattino
dona ai mendicanti l’arte di importunare.
Cambiano i sentimenti,
cambiano le emozioni
restano le persone.
Noi non siamo affatto cambiati.
Siamo rimasti quelli di sempre.
Ci siamo solo fatti crescere la barba.
CERCHI.
Cerchi
e non so in quale ritrovarmi,
dove accasare la mia roba e accudirla
nel momento in cui si sporchi.
UN TORMENTO INFINITO.
Un tormento infinito
qualcosa che non succede mai
ed è lì paziente ad aspettarti.
Non è tanto un pianto liberatorio,
una crisi che porta alla redenzione.
Lo senti e non lo vedi, provi a darne
nome e resta impronunciabile.
Camminando senza meta
stempero quest’ansia perenne,
nascosta in piena vista.
FARSI DA PARTE.
Sottratti al divenire del giorno vorremmo
solo
che la sera durasse un minuto di più,
speriamo nell’emozione che schioda
l’acqua dall’aria e le impiglia alla bocca
quando qualcuno inventa neve o cielo.
Il prodigio del farsi da parte, sparire
dopo aver fatto del bene. Conosco
l’utilità dell’inganno, so il vantaggio
procurato. Va perso poco dopo.
Invece questa stirpe cerca vette,
simula.
Chissà se siamo soli o qualcuno
dai sei lati ci sorveglia,
da quanto vaghiamo in questa landa
infinita
a bordo di un corpo.
Gridai e l’eco si perse nel vento,
un sortilegio racchiuse
tutta la musica in un punto solo.
La nascita è di per sé un patto di fine,
conta mille variabili, si interseca
con sette discipline. L’uso del tempo,
il talento coltivato, l’amore dato
in dono. La precisione del tiro,
l’arte di muovere il corpo, l’equilibrio
del centro e la gentilezza del lascito.
In una primavera sottile andavamo
per prati schiariti, d’un tratto
si fece burrasca, annegarono
i pini nella nebbia
giù nel prodigio ci incanalavamo
senza saperlo.
L’UOMO PERSONIFICATO.
<<Sarai per sempre vivo nei nostri
cuori.>>
mi dice il frontespizio di una lapide.
Ma lo dice a me? E chi? Il morto
o i parenti del morto? A me o a lui?
E ora, qui, lo dicono loro, lui o io?
E a chi?
TAPIS
ROULANT.
Dopo aver attraversato
l’equivalente di un deserto,
per farsi terra bruciata
con tutti i chilometri che contiene
scende dal tapis roulant
l’uomo-primate.
VIVI E VEGETI.
Non come una serie di fatti che si
ramifica
intorno a un albero ma il modo che la
paralisi ha
di fiorire. Insignificanti quasi perfetti:
cresciuti
in tutte le direzioni, campati in aria.
COMPARSE.
Ora mio padre sta sul piazzale intento a
drenare
la fogna che perde e per evitarci una
multa
scolla le mattonelle una a una, disfa il
fondo,
lo guardo seduto dal balcone mentre il
sudore
mi sgocciola dai piedi incrociati sulla
ringhiera
fa una pozza e si riversa nella grondaia,
così mi dico che il baratro che abbiamo
davanti
alla fine è un buco alla turca, ma è solo
un’idea,
poco profonda, mi dico,
e priva di fondamento.
SUL CIGLIO DEL BARATRO.
Sul ciglio del baratro che aggrotta in casa
stendiamo un velo pietoso dove poter
riposare.
Sotto di noi in pochi alberi un fosso, la
vista
del mare tagliata da un cavo dell’alta
tensione.
Volevamo abitare l’abisso ma perfino lì
la vita è troppo cara,
e pare che il cavo verrà rimosso.
E QUESTA È L’ACQUA.
Se noi siamo ciò ch’è più facile a dirsi
e sempre dal bordo, verso il centro
che è lontano da tutto, così
entriamo per bere una cosa, eravamo
con l’acqua alla gola, immersi
per non so quanto tempo
nei gargarismi
che avrebbero dovuto salvarci,
salvare almeno quello
che si sforza di fare il morto,
pur di restare a galla.
E questa è l’acqua dice uno scherzando
con la bottiglia vuota, per fare il
brillante,
ma se questa è l’acqua qual è
allora il punto di ebollizione,
il diporto più completo?
Dice uno scherzando, il punto
è che un po’ alla volta si affonda
anche solo mettendo il naso fuori di casa,
anche solo restando qui, come in mare
aperto,
o in procinto di nascere,
immersi nell’acqua ma fino alla vita.
ILLUSI.
Alla fine restiamo soli distesi sul prato
in piccoli mucchietti di cenere, ognuno
al vertice del suo raccoglimento.
Lo stesso prato dove corrono dei bambini
crescendoci incontro.
ALLO SPECCHIO LE OSSA.
Si specchia nella carne, l’apparso,
nelle ossa ricoperte dall’intimo.
Non si guarda dentro né indietro ma
prova una camicia, a mettersi nei suoi
panni.
Nessuna rotazione, gira sul posto
e si addentra nel riflesso dell’uscita
passo dopo passo dove cade il suono
a cui si attiene come al suono
del suo respiro che si allontana
mentre lui si lascia andare.
FILOSOFIA.
Parole e frasi sono gli intercalari del
silenzio
che smette, ogni tanto, di pronunciare il
vuoto.
Allora qualche indizio di materia
deforma l’aria,
descrivendo le pause del nulla
prima che il silenzio
si richiuda.
(Le mani s’infrangono
contro un gesto incompiuto.)
AEROPLANO.
Se tento
di raggiungere il cielo
la distanza rimane invariata.
M’avvicino
soltanto alle nubi.
IN INCOGNITO.
Dormo in incognito
per non farmi riconoscere dagli incubi.
Scavano per l’aria come talpe;
hanno un paio d’occhi
larghi e fotofobici.
Sul comodino
il lume acceso mi nasconde.
ULTIMA SPERANZA.
La terra promessa,
l’unica,
è quella del sepolcro.
Spes
ultima dea:
cioè la speranza
è l’ultima speranza.
I SOGNI QUANTICI DA CUI DISCENDO.
Mi parlano così i sogni quantici da cui
discendo:
<<L’universo è Dio: incompleto,
mancato,
come il pianeta Giove è una stella
mai riuscita a formarsi.>>.
NELL’UTERO.
Ho paura: cerco risposte laddove
trovo solo domande.
Che cosa c’è prima dell’utero? Siamo
nati alla fine di tutto, ventenni
riversi nei cessi. Oltre le albe morse
da svegli, oltre il dolore
del non sapere essere sempiterni,
oltre il rigurgito post-tragedia.
Una tragedia, guardarmi allo specchio
e riconoscermi: non v’è Altrove
per chi conosce se stesso e le rughe
insediate nel corpo. Zitto, zitto!
Vivo lontano, sull’uscio del cosmo:
la psicosi, cercarmi
quando già so chi sono.
Vorrei avere l’inerzia della notte
paralizzata dal gorgo di suoni
che non hanno né voce né parole:
vorrei sedurre la stasi, portarla
nel roveto di fiabe che costruisco
solo per devastarle. ¿Come faccio
a rinnegare me stesso persino
quando il Vero sembra insudiciare
l’intestino, domando? Non lo so,
rispondi, forse non hai un’identità.
Non mi cercare nei templi di versi
né al limitare del cosmo: se vuoi,
non avrò nome: non posso tremare
se la forma aborrisce il mio canto.
Cercami nello specchio addolorato
nella pozzanghera empia di ferite
nel vaso scoperchiato:
appartengo alla luce che t’acceca
il giorno, non al buio che nasconde
e rivela chi sono.
Se non mi vedi, non ti vedo: un muro
e la scissione incede nelle vene.
Non so mai quel che sono quando il rovo
trasfigura in roveto,
e divento molteplice in un mondo
dove solo la forma custodisce
e l’amorfo si perde tra giornate
scoscese di avulsione.
Bramo un nome a difendermi dal cosmo
non un verso che dice, ma conosce
solo intuizioni: voglio l’epidittico
d’una prosa che vede.
FERITE.
Nell’alba appena stanca,
i metronotte tengono d’occhio
le bagasce della Pellerina.
Non è certo che il nostro spirito
riacquisti lo smalto di un tempo
per affrontare di petto un avvizzito
dolore,
se dai cavalcavia autostradali
i ragazzacci lanceranno calcinacci
sui nostri ematomi d’amore.
Via Borgo Dora.
Sono ancora vivo, per strada.
Pedalano zigzagando sui
sampietrini lastricati di un altro
istoriato centro storico. Parlano
le chiese, i portoni testimoniano
i soli dei secoli sedimentati nel tempo.
Poi torno a casa, e mia madre
che mi vede al rientro, sulla soglia
mi accoglie col suo solito
trafelato invito di guerra:
<<Levati le scarpe,
che ho appena lavato a terra!>>.
Ma in realtà è un sogno:
mia madre è appena morta,
lontano, in un’altra terra,
da sola, come ha sempre vissuto,
così mi rimani solo tu,
e la stanchezza mi riappare in volto
come un’amica amorevole.
Per te rinuncerei alla popolarità,
ma non crederci, è solo un trucco per
impressionare il mio pubblico.
Non c’è da scandalizzarsi se
i nostri lavori non hanno lo stesso
valore politico e sociale che ha
caratterizzato gli intellettuali del
Novecento.
Siamo scarni, come l’attenzione che
dobbiamo
a stimoli sempre più incessanti e
simultanei.
Siamo attratti dai palazzi, le strade
urbane
raschiate dall’umidità prima della
pioggia.
Esteti ricercatori della struttura
superficiale,
sappiamo fare investimenti sulla
precarietà.
L’indecisione è la compagna che abbiamo
sposato per sentirci più sicuri.
Ci commuoviamo difronte a fondamente
che si sgretolano frettolosamente.
I mattoni forati delle case popolari
di via Artom e di corso Lombardia,
saranno ottime cantine per i nostri
Gutturni.
Giudicare lo stato dell’arte delle cose:
alle volte sono ad imitare di nascosto
le tristi immagini di professionisti
sanitari che dalla scala antincendio
fumano nervosamente di notte
versando lacrime dal cellulare.
Se attaccassi bottone
per ogni minima stortura,
perderei credibilità nella ragione,
eppure, evitando di apparire rivoltoso,
ingoio amaro le lumache sui tratturi.
Ma gli invisibili pretendono il realismo
all’appello del maestro.
Tu lo sei e non te ne avverti,
essere presente al contemporaneo
affanno dei miei levarsi dal letto,
dettarmi gratificazioni dagli sguardi
rimasti al saluto delle ultime cene.
Esiste un rimembrare che sobbalza
il cuore dalle camicie estive di lino.
Bisogna vedere come la metterai giù,
io dal mio canto, sto già rovinando tutto.
CICATRICI.
Tutto si tinge,
senz’accorgersi,
con diafane stille:
la pineta e la marina,
oltre i vetri madidi,
immobili
non rispondono
più.
Si blocca
la visuale,
le cicatrici
del vetro
sono sporche
di rena.
Pezzi d’oro
e pezzi d’odio
crollano
da un cielo
divelto;
i polsi, fasciati,
non trattengono
il sangue esploso;
i sorrisi degli altri
si spezzano
di polvere.
COLLE DELLA MADDALENA.
Parliamo della mancanza.
Di un’inutile malinconia da ammirare
dal colle della Maddalena.
Il buio sui palazzi di Torino
illuminati alle sei di sera, a Novembre.
Avevo come amore
due scrigni silenziosi
che non davano nell’occhio.
Quando ti facevo le sorprese
eravamo appena grandi
forti di una distanza
che avremmo saputo sostenere.
Ora, manteniamo regole ferree
così da poterle oltraggiare
scegliendo di essere subito chiari:
solo incomprensioni tra di noi.
Come farei ad essere giusto e imparziale
se ho sempre voluto che la verità
fosse dalla mia parte?
Non sarò di certo l’unico,
e forse neanche il solo,
a evitare almeno quella
stupida autoreferenzialità
che tocca agli innamorati disonesti.
Ipocriti dell’amore eterno
fieri estensori dell’accezione che
morto un Papa se ne fa un altro,
come si suol dire. Per fortuna
atterro sempre morbido sulle situazioni
perché mi aspetto sempre il peggio.
Ma saranno le mie speranze a nutrire le
mie illusioni
O saranno le mie illusioni a nutrire le
mie speranze?
Aspetto impaziente le casualità che la
vita
riserva per stravolgere un equilibrio.
Alle volte ti sogno così intensamente
da sembrarmi vera.
Non è di te che vorrei liberarmi
ma dal senso di colpa per ciò che
abbiamo sempre cantato e che
non siamo riusciti a diventare.
Tu non sai l’allegria che mi può dare
questo quieto tempo libero
o quei pochi vestiti che mi
restano nell’armadio.
(Così pensavo che i piccioni dovessero
sentirsi al sicuro all’ombra del cavedio
della biblioteca provinciale di Matera.)
Nominare i tuoi posti
mi fa pensare alla tua vicinanza.
UNA NOTTE, IN SICILIA.
In queste calde notti paludose,
in una Sicilia andata nel tempo,
piena di fantasmi di amori dissepolti,
quando alla sera, per la troppa birra
bevuta,
non si pensa più a nulla...
In queste notti di mare calmo
e strane zanzare-leopardo,
di oscuri delitti e ancor più oscuri
inquisitori,
guardando i cavalli correre,
e perdere una gara dopo l’altra...
In queste notti calde e appiccicose,
io ti penso intensamente
e nessuna malarica febbre
ti riporterebbe qui, bella, viva,
oh la mia memoria
annegata come la coscienza...
In queste calde notti salmastre
di sporadici fuochi d’artificio,
lontani nella baia,
avrei bisogno di un conforto
a cui non so dare un nome,
avrei bisogno di un trucco scellerato
o una maschera cinese.
MATTINO.
Mi piace al mattino,
quando tutti si sono alzati,
e tu non sai precisamente che ore sono,
se le sei, le sette, le otto,
e resisti dal guardare il tabellino della
gara notturna;
quando il sole entra dal lucernario
e scalda le umide lenzuola
che come vele strappate di un vascello
pirata
hanno attraversato la notte;
quando il fragore, soave del mare
arriva a solleticarti, con le prime voci
dei bagnanti
dalla spiaggia sottostante;
quando la fenomenologia del Badminton
è già in azione in stabilimenti dai nomi
esotici,
Il Maracanà, Tony l’Egiziano, la Gru Blu,
tra forzuti bagnini salgariani.
Mi piace al mattino,
quando resto a fissare, affascinato,
le bottiglie di profumo, vuote,
tutte in fila in cima all’armadio,
povera corona del Regno dei Tarli,
mentre si appresta un altro giorno,
un altro tradimento potenziale:
non rischia forse di tradire le regole del
parco nazionale
l’insetto-stecco che usa come arma la
protesi dentale?
Non rischia forse di ingannare l’ornitologo
dolente
il gaio beccafico che per bere usa la
cannuccia?
NEI TUOI OCCHI E PER TUA VOCE.
La fiamma si è accesa. Gli oggetti durano
quanto la parte di eterno che ha il sonno.
T’intrappoli nell’isola. Costeggi
le mani, il gusto di toccare, il tetto
dei reclusi che rianima, strapiombo
come liberazione.
Dispensa i frutti di novembre e lasciane
ciotole ai morti.
La terracotta del convento, il fischio
dei nodi. Il viaggio sgomenta l’ospite.
Le pietre assiderate tra la carne.
La febbre che disvuole. Mi estinguo
per ottuso tacere.
Il silenzio non illumina, viene
da te un bagliore. Chi è il mio padrone?
Olmi
lasciano un grido. I muri e i passi
incastrano
le voci. Dicono parole nude,
le stesse. Precede una confusione
nell’immobilità, il male umiliante.
EXCUSATIO
NON PETITA.
Nato in un paese di modesti temporali,
in un tempo rassegnato alla brina,
non mi resta che ambire
ad una mediocrità accettabile,
guardare scivolare le nuvole
oltre la linea affilata dei tetti
mentre con il coltello da cucina
tolgo le punte ai fagiolini
e canto canzoni a bocca chiusa.
MIRACOLI ELEMENTARI.
Il canto inaspettato dell’allodola
nell’aria di questa notte periferica
separa il prima dal dopo, il buio
del cuscino dall’interruttore della luce,
il sonno interrotto
dal passo assonnato.
Il canto inaudito dell’allodola,
precipitato dalla finestra del bagno,
accompagna oltre la sua sospensione
la mia notturna minzione
e fa delle ore di questa notte periferica
un’unica, confusa, attesa dell’alba.
Conciliato con l’imminenza
di questa quotidiana resurrezione
non posso dimostrare di essere sveglio,
ma di essere vivo sì,
confortato dal canto che si alza
incredibile
dalle aiuole alberate del condominio
che incombe sulle mie finestre spalancate.
I miracoli elementari e inaspettati
ti inchiodano, seduto sull’asse del cesso,
ad una possibile fugace felicità,
mentre il buio si arrende
all’abbraccio dell’alba
con un sonoro, ostentato sbadiglio.
IL POETA DELLE NUVOLE.
L’enigmista intimista osserva
la foglia fremere fuori
dalla finestra chiusa della cucina
mentre raschia il fondo
di un barattolo di gelato,
della propria decorosa disperazione,
della propria indispensabile ispirazione
e intanto freme
a quel fremere al vento
che staccherà la foglia dal ramo
e freme leccando il cucchiaio
nell’agonia della poesia,
nella poesia dell’agonia,
sincero come il candore di un bimbo
che schifa i baci della nonna
ma pretende comunque
il regalo promesso.
LA COMPRENSIONE DELL’OMBRA.
La comprensione dell’ombra
è l’urlo tuo che si distende
sopra il corpo rigido del merlo
che aveva nido nell’edera in cortile,
ora preda inanime
sul pavimento della cucina,
orgoglio esibito del nostro gatto,
offerta d’amore
ai suoi ingrati padroni.
TUTTA QUESTA BELLEZZA.
Tutta questa bellezza irrisolta
mi porterà le lacrime agli occhi
a ulteriore conferma del dolore
che senza intenzione mi infliggo
e di proposito occulto.
Eppure ho l’impressione
che altro luogo non esista
in cui potrei restare, illudendomi
sia sufficiente poggiare un dito
sulla crepa spaccata dell’argine
per bloccare il fiume che preme,
per salvare i campi coltivati
dall’inondazione imminente.
SALVEZZA.
Potremmo dirci salvi soltanto
tra il freddo delle mura nella casa
di campagna, nell’aperto grido dello
spazio,
salvi soltanto nel vecchio pagliaio
diroccato incontro alle tele impolverate,
nella luce sotto il melo o fra le tegole
spostate, umidi sui greppi o tra le fronde
pronti a gettarci come semi nella terra,
salvi come scarti, come la scorza del
frutto
spellata dalla lama.
Lo schianto della ghianda sulla terra,
il fuoco nella casa di campagna,
le ossa esposte al sole come una reliquia,
tu che getti le scapole sfibrate
nel baule antico del pagliaio, un
vecchio
cappotto appeso a un chiodo veste
il freddo delle mura: si muove fra le
travi
il grido e poi l’ala di qualcosa.
Spargo i miei organi in vendita sul letto,
come Lego i bambini sul tappeto,
tu leghi le ossa alle ringhiere
perché al posto delle ali
gli angeli ne facciano stampelle,
i corpi sono scambi di lamiere,
di croste marce di ferite,
ieri pendeva dal tuo orecchio
il fegato in cancrena di un rondone.
Sulle ossa dei santi una rondine
cava
un grumo di sangue gelato,
e raspi d’uva marcia annodati a fili
di vespe riverse sui campi
pregano un corpo di spolpare
le sterili ombre dei morti e gli occhi,
e le mani e le voci dal mondo
che resta soltanto una cellula,
la prima, e la cenere ctonia del sole
a formare il nuovo alfabeto dei
vivi.
VIVERE.
Ti vedo spesso assetato e salvo
sulla cima di un colle prostrato
gomiti rotti e caviglie slogate
interpelli il cosmo e canti sommesso
cercavi solo luce algida e alcuna resa
porgi tra delicate dita il cimelio
fiammella verde evanescente e sola
nessuno assiste e deplorevole
corteccia intacchi e graffi e scalfisci
irripetibile momento, ammantato
indifferente alla quieta luna
salvi rami secchi nel caldo fuoco
ripeti un solo verso e la pioggia
torna a vivere senza alcun merito.
PRIMA DELLA FINE.
Torbide notti suggono il fango della fine
torrenti spazzano azzimati vecchi fanti
intriso di genio beota compito parole
scavi scaffali e tele di ragno e ivi trovi
fili di stelle e luminescenti bave
secolari
il tempio evaporato nell’istante caotico
legato all’innesco del secolo successivo
caverne schiave e disuguali spurgano
utili soltanto agli sparuti, virginali
spasmi
tremano le gambe scure degli sventurati
ammassano intenti omicidi e gallette
il riso è asserragliato nell’ultimo
istante
un nuovo calendario ripete ferale lavoro
sarete tutti morti molto prima della fine.
IL MALATO.
Nascosto sotto immenso manto
relega in dispensa sterminata quiete
patteggia la tregua con scaglie di cera
sfiora il pensiero delle briglie smunte
tutti dilatano bronchi occlusi dal dovere
il sapore del tempo è insipido, annacquato
catene spesse e languide il malato
lima paziente tra selvatici conati.
APOSTROFE AL POETA.
Tu, poeta! Apri l’occhio da cui vedi
perfette stanze ammansite dal mare
plumbee strade assaltate dal verde
spingi l’acciaio oltre il limite di carne
poni penna sullo scudo di carta
in sella a un brivido rincorri svelto
tutti i luoghi che non sono ancora
fa materia dei tuoi ripari onirici, regna!
IMMOTO DIAMANTE FRAMMENTA.
Immoto diamante frammenta
umide rocce d’ottusa requie
dita minuscole arpeggiano
sconcerto senescente e ira
in prossimità di aspre foglie
compianti e spenti capi
odono lamenti ferali e famelici
giaci fra umbratili fronde.
A PIER PAOLO PASOLINI.
Medea, nome incantevole
senza la maschera del pregiudizio
potresti riprenderlo tu
per chiamarmi Giasone
potremmo riscriverne il viso
educarne il sorriso
abitarlo anche senza magia
se non fosse per la gelosia dell’incanto
una nemesi da ricordare
dove salverebbe, forse
la noia contraddetta
lo spreco di qualche innocenza
Ma il seme che si fa parola
è contratto
dannata la gioia nel suo nome
rubata alla luce del giorno
la sua peregrina speranza.
AL CHIARO DI LUNA.
Ci sarà tempo per il tonfo grave e sottile
sul modo minore
così necessario
come raccontava Verlaine verso il chiaro
di luna
facendosi musica costellazione
una virgola ancora vi aggiungi un
paesaggio
che è solo preludio e non chiede,
non si confonde ma stana l’incanto
stanotte,
sveglia catene felice col suo tempo
esatto.
Un ritmo avaro abbandona le scene del
giorno,
un canto solo e bendato che vede tra i
tanti rumori
chi salva il prodigio tra notti di fumo
e le macchine accese sprecate di corrente
elettrica
il tuo controcanto di gioia
Pierrot la sua biga lunare che scappa
scucendone maschera cerchi stonati,
pudore.
OSSESSIONE.
Ho letto troppa poesia e quando sogno
non sono mai solo.
Sotto le torri abbracciate dal sale
c’è un uomo che insegna a suo figlio
come sopravvivere senza annegare
di fronte un relitto di mesi, giorni
settimane, che importa?
Sono il padre e il figlio ormai
calpestato, annegato, risorto.
Che bel paese che c’è nella mente
sarà questo il luogo
in cui spengono tutte le luci
e l’abisso si vede.
NON CHIAMATECI PER FARVI FELICI.
Ho sognato. Ed ho visto
gente addormentarsi
nella casa non più mia.
Però tu c’eri al risveglio
fingevi non fosse accaduta
la scena, compresi i distinti
saluti.
Adesso fremo al presagio
che stempera gli anni
ne beffa i sorrisi
ci parla di schiena.
Da un’altra stanza già vuota
la mente prepara gli oggetti
della sua pigrizia
quel decentramento di corpi
che annuncia l’estate
la futura dimenticanza
del mondo, ci fa stare bene.
Certo ti sembrerà strano.
Nell’inquietudine delle pupille
che s’aprono al buio della storia
non c’è la memoria di un uomo.
Non ci chiamate per farvi felici.
Non straripate sul corpo
portato a vegliare i rapaci.
È mezzogiorno sul sole scomparso
coperto di bruma, gli amici
sono passaggi invernali
di storie impotenti stordite
dalle narrazioni incessanti.
Sono occhi in vendita
all’asta di buone intenzioni.
La libertà volevamo
di stare in disparte, fratelli
pieni poteri ai distratti!
La libertà di puntare le lenti
da qualche altra parte
di là, non c’è proprio nessuno.
ECCLESIASTE.
È tutto quello che abbiamo questa
porta
che scorre, il buio che si confida
dentro le parole e fa. E fa cuore
come intermittenza, metronomi saltati a
redigere
lo scritto delle tue ore
Io ascolto come da un congegno
una cornice che solo il tuo annullamento
sa riempire, ricadendo in una rupestre
sfera -
sanguina la mano per quello che poteva
scrivere
e non lascia che spazio, spazio da
queste
incise ferite e poi il fuoco dell’origine
si spegne, fa la sua brace intenerita di
incubi e qualcosa
si accende, si empie entro gli occhi,
nella prima retina
che l’uomo in un amore avverte, ma
sente
una costrizione, fa nascosto da servitore
quanto dirige verso l’oltre che non ha perfezionato
con il nome delle ombre, ridotte ad amici.
Si sono disposti a seppellire a
turno
la sagoma per lasciare almeno la faccia d’un
uomo -
suo unico bisogno l’amore anche della
cecità,
la Fratellanza che si fa necessità
quando si incontra una forma comune,
il soccorrere la costante menzogna
di essere diversi e nella risposta
posarsi in presenza e fare così la
compassione dei mondi,
la loro benevolenza, l’accensione che si
tramuta
di gioie in una fallimentare onnipresenza.
Da lì rinunciare a tutto
non sapere di che rimproverare il proprio
corpo
la voce le dita che cercano in un
graffio
il sincero calore per qualcosa che non
hai
mai tenuto tra dita e tenersi al proprio
cornicione;
un’offesa saltata dalla bocca di qualcuno
e
poteva dirsi noi e non eravamo
noi eravamo il risentire animato di
orme
Il loro alzare sguardi fin dove era
possibile
tenerli alti e il crollo di due torri Due
Torri
che ci facevano sentire amati e non
erano
che idoli scolpiti del pensiero di
essere
fragili - noi acquistiamo queste due
teste
come fossimo fiori ingemellabili due
ridotte asperità di questa
delicatezza
amata invece siamo diversi diversi
come
sul telefono stanno due cifre
incontrollate
come sfuggono alla lettura due
lettere
tracciate in modo casuale Eppure
si sanno leggere si sanno distinguere
tutte
le somiglianze le precise diffusioni
che opero anche da lontano con la mia
voglia
di essermi fatale
Tu ritardi con un metodo di parole
tutto questo nero che contiene
anche la lucentezza idiota di ciò che
tracciamo
accontentando l’amore.
ora termino di scrivere questo messaggio
ridotto
alle sue costole, alle sue ossa
simmetriche di rotte parole
portate alla loro corsa come denti
stanno
tremanti dentro la bocca e compongono il
sorriso
il sorriso che ti obbliga a liberarti
giù
la voce una piccola silenziosa
distorsione
dell’espirare qualcosa che non voleva
dirsi
nulla e poi è diventato buio ombra
facce
si è sempre più distrutta scomposta
ha fatto di tutto quello che ha
potuto
perché doveva liberarsi di ogni
possibile
insulto di ogni possibile uso di
ogni
possibile possibile Eppure ha colpito in
pieno
questo cuore che ha fatto di sé
le pareti in cui si spinge il ripido
instaurarsi
di una grata dove ogni cosa
si deve fare singola per passare
dimenticare l’inesattezza e lì indietreggiare
quasi fosse un vento a domandare
Dove
vai dove ti spingi a ricordare
addirittura
fino alla Terra dove raccolgono il
sole
dei figli vuoi tracciare le dita in
ossigeno
provare a revocare dèmoni di cui neppure
i nomi un tempo erano pronunciabili.
Allora
ascolta da questo buio che cos’ha l’orrore
di non vedere dal mare il mare
il fiore che si spagina dall’Opera
dalla forma di un’ora
da un giro di chiavi nella porta.
NON PUOI PIÙ.
Sei, sai, ma non puoi.
C’è una consistenza di disordine
dove ti muovi
Una cosa viva tocca
un’altra cosa viva e
si riaccende il monito
Ma riaccade anche tra noi
dimenticati, come due capillari
che irrorano la loro strada
Anche il bar della periferia
non illuminarmelo inutile
c’è chi sta uscendo a lasciarvi
un venerdì la propria vita.
La slot o una rapina a mano armata.
Il poeta obbedisce a una rivincita.
Ammazza così il tuo sangue:
Nascendo in un luogo.
E si dilata
il suo sonnambulismo lieve
in un cuore sepolto, seppellito dove
nemmeno noi sappiamo ritrovarlo.
E sei, sai, ma non puoi più.
INFANTICIDIO.
Non salvo mai nulla da me.
Il mio infanticidio ha giocato a palla
fin dove la strada ultimava.
Devo ridurre tutto a memoria
per sopravviverne.
A sera un ladro porta via
anche la furia della mia sete
in una riga di probabilità.
Al muro che crolla dipingo appendendomi
il quadro del mio alito - vuoto su vuoto.
Si perdona così, per assurdo
in un quasi, l’algebra senza semantema
con cui da meno a meno
mi faccio un altro. Da meno
a una disperata forma
di minorità più vasta.
CAMMINO.
Muschi verdi e aghi sul mattonato.
Questo ha di me l’asilo, il suo ordine
Di disfacimenti. Ci cammino
Ad angolo dove al muro di cinta
L’infanzia non finisce. Il graffio
Sulla mia guancia che sanguina,
Il bambino che me lo indica da qui
Ancora, la tazzina di plastica rovesciata
Col mondo da rottamare. La mano
Che mi cura della mamma di Federica.
Il mio avvertimento di non mettere
Dita tra doppie allegorie, gemellini
Che difendono il proprio patriarcato
Se giochi con la finzione di una cucina.
Fuori la giornata ebbe il mondo limpido
Nella sterminata realtà. Ero solo
Un bimbo. Rubai parole che capitano.
Non so dimenticare cose così piccole.
Vacuoli minuscoli e tesi nell’ipofisi.
Bastano aghi, muschi a far parlare
Mattonati che seguo distrutti. Cammino.
CROCE DI CARTA.
Una croce di carta per terra.
La rifacciamo con il tratto di ruota
la traiettoria della moto-ape apparsa
ad omettere il tempo. Dalle
pozzanghere
mi fingo anche sul mondo
come una penna a sfera. E dopo poco
sparisco. Lascio tracce in scadenza
d’acqua, premiate in me a una fuga
di grafie. Tira un vento che non chiede.
Rallento, ma per non schizzare
questi due pedoni di silenzio.
Lo faccio per devozione all’amore,
al suo sigillo che non si volta a creparsi
se una bici ci segue. Due fronti
in unico mirino. Queste parole
sono slalom
di bici nella mia mano,
tra scatti di passato e lemmi di inizio.
CARNAMI.
Non saremo mai
muti quanto basta
per scendere
nel gorgo,
per spingere
la carne
nel sepolcro.
Non moriremo
abbastanza
da smettere
di sperare
infine.
Lontano da altari
ed incensi
saremo tra i morti
perché rimanere è servire:
questo l’obbligo
finché il prossimo
verso sarà
l’ultimo.
Si conserva l’invidia
per le larve
perché la loro opera
funziona
la millesima nota.
A margine
un altro capitolo
di quanto
sia nero
proseguire.
Come se vi fosse
qualcosa di vero
nella postura dei ciechi
come se questi
estendendo la mano
oltrepassassero la cecità.
È l’ultimo passo
il più incompiuto.
E d’improvviso
il rito del dovere:
bastarsi nella morte
spogli di tutto,
varcare la soglia
per stringersi
alle braccia fredde
di chi puoi amare.
POEMETTO SULL’INDIFFERENZA.
Mi sembra di intuire l’angoscia, palpare
la tristezza di vecchi benestanti
decaduti.
La messa della domenica sera,
alla chiesa di San Vito in Mascalucia,
è l’avamposto che si presenta come
uno spettacolo a cui partecipare ormai
prima della cena.
I getti d’acqua che piovono dal suolo
sono alti sui campi di granturco.
Altri odori, si insinuano sgradevoli
sulla deserta distesa provinciale.
E va bene che dai diamanti non nasce
niente,
ma sulla strada per Bronte
c’è un letale tanfo di letame.
Il tardo ritorno verso casa,
ha un tale tono di sacrale.
Alle sette di sera, cala una preghiera
dalla ispirazione che offre
la periferia tardo-sventrata
di questi palazzi in decadenza.
L’entusiasmo si sgonfia dolcemente
tra soavi eutanasie di tigli in fiore.
La gente che si diverte
non siamo noi. È altra.
Non basterebbe un muro
di colline d’avorio a prestare
un sorriso ai tuoi movimenti svogliati.
Un’afa di Settembre ritarderà
altri inverni ancora per sconfiggere il
marmo delle nostre incomprensioni.
Più che l’agguato, è l’abitudine
all’indifferenza, il pericolo che ci
circonda
e per altri molti anni porterò ai piedi
queste pantofole consumate tra le crêuze.
Le giornaliste affannate mangiano focaccia
calda sui crisantemi di un altro femminicidio.
Oltre la coltre del tuo sguardo,
la malinconia delle mansarde parigine
e i vinili di jazz dei primi anni cinquanta.
I bassifondi dei topi della notte
costretta a custodire delitti di silenzi
La tua sentenza indifferente
brinda ai miei nervi tesi.
C’è della normalità in te
che non ha nulla di romantico:
mi lasci andare nei ricordi senza
che tu possa intrometterti.
Nel legno si ingrossa il buon vino.
Non ci libereremo dal dolore
Senza raggiungere la sua accettazione.
L’idea del dolore, è il dolore stesso.
LA MORTE BALBETTA.
Non c’è corda che tenga la veglia
in bilico tra la fine e l’esordio,
quello che rimane è il vuoto
d’aria di una siringa,
così piccola e affilata
da entrare nelle ossa,
lo sai che ho visto marcire
le mie fondamenta, lo sai,
eppure rimangono lì
a ricostruirsi e anticiparmi,
ritrovandosi partecipi
del mio fallimento
tra le coperte della notte,
è questo il mio debito
con il nulla.
La morte con me ancora balbetta
senza falce e nero mantello,
del momento in cui l’ho cercata
rimane soltanto il nudo riflesso.
LXYL.
Lasciami respirare,
lasciati andare,
se il dolore è libertà
ci vestiremo di emorragie,
lasciami camminare,
lasciami pensare,
se la lingua è in discesa
ci incontreremo alla radura,
bisonte statuario
Dio delle mie ombre,
resta qui con me
nelle notti bianche,
ti accetto solo
ora che sei l’acne,
cicatrice della giovinezza,
incontestabile monito
di tempo che non si ferma.
Tre sono le gocce:
la prima al vento,
la seconda alle voglie,
la terza al mio cuore lento.
L’ULTIMO GIORNO.
Il corridoio bianco,
lo chiamano così
l’ultimo giorno,
mentre la pioggia
ti slaccia la camicia
rapprendi l’istante,
quello in cui ritrovasti
il piacere delle cose
seduto alla seconda
fermata del tram,
sproloquiando
notizie dal lontano mondo
che in un posto migliore cercasti,
ma è il male dell’anima
quello che viviamo
entrambi abbassando la testa,
il labiale è coperto dai mesi
e noi parliamo controvento
aspettando un muro
dove lasciar riposare le parole,
l’estate non è lontana questo lo sai,
la spiaggia che ci contiene
è all’ultima fermata,
basta passare un velo
d’acqua salata sulle rotaie,
la ruggine col tempo
diverrà il midollo della città.
INTONACO.
Sono le cinque di mattina.
Mia madre si è appena svegliata.
Tiene gli occhi sulla finestra,
in mano una tazza di caffè bollente,
il fumo fluttua verso il soffitto
adagiandosi all’intonaco del 1997,
ancora non c’ero quando
è stato posato, c’erano mio fratello
e papà a guardarlo e chiedersi
quando sarebbe diventato bianco
mentre gli scuri filtravano la luce,
una linea di sole sul fruttiere
a mezzogiorno avanza verso
la cucina dei miei nonni,
sul tavolo dei pomodori secchi
e una bottiglia di vino rosso
a ricordare le bambine notti passate
a rubare l’uva del parroco,
in tv da ore lo stesso western,
Franco Nero scorge due figure
addormentate,
hanno le braccia
incrociate da una vita,
e mi chiedo come si siano
trovate quelle mani decenni prima
sulla punta dello stivale,
cosa avevano da dirsi in cambio
di un po’ d’amore, forse è il meditabondo
silenzio che li lega, nient’altro,
come la caffettiera del lunedì
che spezza il riposo della domenica
quando è ora di svegliarsi e tornare
a timbrare il cartellino in fabbrica,
sono poesie sbilenche
quelle che recitiamo
mentre il caldo vento
danza i quotidiani
al nostro giovane sguardo,
è uno sparo alla radio
che buca il vuoto,
rarefatto, recondito luogo
della mia infanzia
mentre il tempo corre
e chi lo ferma chi lo ferma
se sparito il mondo
quel che resta sei tu
che fai piccola la Luna
giocandoci col dito,
non c’è niente nel mezzo,
soltanto la pianura padana
e la sua nebbia, una macchina
accosta, piove a dirotto,
il sottopassaggio vicino alla stazione
del mio paese si riempie
e annega i ricordi,
arriva il treno
e poi il controllore,
i passeggeri trascinano le valigie
mentre le porte si aprono,
i vagoni sono invisibili
e invisibilmente attraversano
le età della vita
ricostituendo l’equilibrio
di un mondo che ha perso ogni cosa
e di ogni cosa ricorda
soltanto la sfumatura di un
qualcosa,
ricorda la pioggia
alla finestra
e il vento che porta via le gocce
stendendole al tempo,
ricorda le betulle bianche
che hanno la mia stessa età
e come me al taglio
restano immobili,
senza sangue da spartire
né parola da procreare,
la mia terra è nera,
estranea alla lingua
che migrante risale mari, poi fiumi,
fino alla rabbia dei miei sedici
anni.
Riavvolgo da qui la mia preghiera
appoggiandomi a quell’intonaco
che mi spinge in un prima senza me,
ora la cucina è vuota, in casa mia non
c’è nessuno e il niente sprofonda
inconsapevolmente adagiandosi al mio
corpo.
Gianluca è ora di andare. Apri gli
occhi.
La mia mano tocca il comodino
mentre uno spazio bianco mi separa
dal fischio della chiusura,
il mio primo giorno non ha volto né
corpo,
solo bagliore e due fedi che si
stringono,
l’uomo piange, la donna affaticata si
lascia cadere
la testa sul verde cuscino,
so che da lì a poco li conoscerò
entrambi,
non ho dentro il come ma riassumo
esattamente il quando.
Erano le cinque di mattina.
Fuori faceva tutto il buio del
mondo.
Sono nato e per la prima volta
addormentato senza alcuna ninna nanna.
SISTEMI.
Un calcolo per la giovinezza
che tu non avrai insita in poche
ossa costruite per la mancanza,
in piedi o cadute dalla bocca
del mare, mal riposto contenitore
della dispensa del vento,
l’ho dischiuso questo vento
e dentro tanti altri in cerchio
a formare un sistema,
l’ho scoperto questo sistema
e dentro tanti altri in vento
a formare sistemi,
siamo in quattro ognuno
nel proprio sistema,
quattro di quattro
a formarne uno,
uno di uno
a formarne quattro,
l’ho disallineato questo sistema
e fuori tanti altri in catene
dispari,
l’ho catturato questo vento
e dentro tanti altri nulli
a formare l’ambiguità,
ben riposto contenitore
nella dispensa della verità
caduta in piedi dalla tua bocca,
un calcolo per le ossa che porti
aspettando la tua mancata
vecchiaia,
è un seme quello che schiudo,
il tuo sole che indovina le nuvole
mentre la macchina del vicino
accende le mattine,
è sveglio da una vita.
LE COSE DA FARE.
La simbologia degli atti
era forte nella vita da camera,
ordinati gesti a confermare
cambi di stagione, d’intenti
e nuovi scenari offerti dal rigore
in nome di quiete speranze.
Quella storia salvifica
era ancora tutta lì, intera
irrisolta e intatta
documentata come un eccidio
innominata da parola docile
allenata a inumarne i resti
nella terra senza incanto
dei ricordi.
Panni lavati e campane
azzittite, lontane dagli occhi,
le tante cose da fare
premono sui fianchi maturi
dell’estate aperta
e ignota come un’attesa
che dona gioie a tempo.
BAR EPOCHÉ.
Essere soli tra la folla
seduti, in silenzio
pazienti come cacciatori
di verità umane su volti passanti,
sospendere il giudizio
o criticare con leggerezza.
Assorbire esistenze, registrarle
su taccuini di vetro scuro,
sentirsi parte del flusso urbano
e levigata pietra immobile
ai margini della corrente.
Quante facce nuove, perlate di affanni
alcune ripassano, simili a déjà-vu,
sport estivi, osservazioni da bar,
cercare senza risolvere
una poetica della città.
Attendere l’occasione giusta
per capire cose non scritte nei libri,
imparare per caso
saperi sospesi tra la gente.
KARAOKE.
Mille e più sono le risposte alla vita
corrotta dai momenti infranti
contro mura d’orecchie stanche
e dal rancore senza uscite,
non dettate dal ferro caldo
come spade roventi nella carne di madre
aspettano le giuste domande della quiete.
Calme acque di sera
riportano tra insoluti incubi
il canto rassegnato del dormiente
che non scende più tra la gente
per mancanza di fede.
In lontananza
si rimpiange tardi
il rumore sensuale della strada
animata di musica e voci di donne,
da vicino latita il coraggio
di viversi liberi e imperfetti.
Ai tempi del nostro colera
non pensavamo alla morte
e al destino già segnato,
ci tenevamo su
con bocconi di pane nel letto
donati a bocche in attesa di toccarsi
simili a uccelli avidi
dentro nidi nascosti al mondo.
IL RITORNO DEL
RE.
Agogno il ritorno del re
che in solitudine tutto decreta,
sulla lama della sua spada
cadranno gli ipocriti tra ghigni sociali
e periranno le confuse democrazie.
Un pensiero unito, fuso nel tempo
come ferro saldato dall’ira
raccolta negli anni sbagliati,
fuggito da pollai televisivi
già si staglia su sfumati destini.
Le opinioni, simili a vaporose vesti
risalgono al cielo pesante dell’ingiusto
sospinte da ritrovate lance roventi.
È tempo di mettere a tacere
le troppe voci che non ascoltano,
il richiamo di un passato nascosto
e delle sue gelate radici
sovrasterà le povere idee raminghe.
Il re guarirà questa stanchezza
e le umilianti ferite,
risanerà le ossa spezzate
dalla cecità degli uomini corretti,
donerà una nuova dignità
a chi della verità rifiuta il dolore.
NOTTURNO DEL RE
SILENZIOSO.
Eco beffardo che
ripeti il canto
di ore notturne
accese come primule,
notte che pari
così serena d’ombre
quando le
lucciole s’accendono
e traluce l’ora
delle prime stelle,
mai seppi che
cosa volesse il cuore.
Luce d’alba che
sbocci tra i faggi,
ho amato il buio
illimite dell’aria.
QUARANTENA.
Daremo aria a queste terre chiuse
prima che ritorni la stagione forzata
sognata delle partenze,
rideremo delle allergie da viaggio, nasi
drogati
e degli spazi infiniti offerti all’abitudine,
a volto scoperto torneremo a sconfiggere
letargiche pigrizie da quarantena di stato
spezzeremo antichi legami di sangue
e comode prigionie in celle aperte.
Saranno i ricordi di infimi social
a rievocare dopo un anno immemore
il dannato nome del re invisibile,
un giullare starnutirà
senza nascondersi agli occhi della morte
tra polvere di stanza e cibi pepati,
sospirato sollazzo dei sopravvissuti.
IL VERDE RITORNO.
C’è odore d’erba giovane
nell’aria tagliata della notte,
fresca di mondi in rinascita
torna la natura cacciata
dal paradiso senza uomini
a parlarci di antichi silenzi
di abitanti del cielo e della terra
e di inattese riconquiste.
Penetra illibata tra vicoli e quartieri
non teme gli anni perduti dell’acciaio
e le glorie del progresso,
il fiero verso che sembrava estinto
risuona nel buio limpido
dell’ora più buia.
<<Ancor più da amarsi
la voluttà morbosamente e per corruzione
acquisita,
ben di rado trovando il corpo che senta
com’essa desidera
che morbosamente e per corruzione concede
una tensione erotica sconosciuta a chi è
sano.>>
Costantino Cavafis: “Imeno”.
Anno 2022
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
Don’t try.

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