"COME LA PIOGGIA NEL DESERTO"


“COME LA PIOGGIA NEL DESERTO.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 



 



LA PIOGGIA NEL DESERTO.

 

è il fragore di rami secchi,

appena sfiorati da spigoli dorati, senza spine,

che subito mi penetra dentro

come infinite lame nel petto.

 

è il cuoio delle tue membra appassite,

che appiattite parlano a me, a te, di pallori nascosti,

di sguardi abbassati, di silenzi assordanti,

di un’alleanza remota e sincera.

 

sono gli ercoli sfaticati,

sono mondi spogliati da abusi terreni,

sono tempeste di pene scontate

(chissà dove, chissà dove),

sono sentimenti temperati

a matita sanguigna.

 

è l’oggi, è lo ieri,

era questa sera,

sono io che scrivo,

un avanzo d’anima,

senza resto.

 

 

 

OGNI COSA MUORE.

 

ogni corsa muore,

lentamente

ha la sua resa.

 

il tempo premia,

chi lotta

nell’attesa.

 

la mia consistenza terrena

è una nuvola

di passaggio.

 

 

 

PICCOLO CUORE.

 

questo piccolo cuore

tuona

come neve

accidentata a margine.

 

questo piccolo battito

precipita

che in un piccolo spazio di cielo

si condensa

in manto di nuvole-arcobaleno.

 

questo universale palpito,

s’impone

in distruzione aliena.

 

 

 

LEGGERA.

 

leggera.

sei diventata leggera.

piccola e leggera.

nessuno ti trattiene

adesso.

e io non temo più

il tuo volo.

 

 

 

INSTABILE.

 

un gelato sciolto al caldo

di un passato Agosto,

due bocche giovani

si amano al fresco

solitario

di una quercia

ingrassata dal tempo,

una foglia ingiallita

s’incastra, adesso, tra le dita,

mentre camminando ti perdo

nell’autunno

dei miei pensieri.

 

 

 

ARIA DI ZAGARA.

 

aria di zagara: respiro terra di casa.

snocciolo tra le dita

la magia di una sinfonia infinita, che schiacciata

prende vita in una linfa dorata,

ammaliata, ucca priata.

 

accosto le narici alle pendici del vulcano

assaporando la forma che al gusto ritorna

nell’ebbrezza di un’estasi

speziata, oltraggiata,

comu na potta urriata.

 

ed è allora, in quel momento,

che mi offro al tormento

di un frumento risorto da velate polveri bianche,

incastonate di diamante

soffiate al tramonto,

dolce ricordo di quella ragazza che insegna:

il segreto è nella lentezza.

 

 

 

NON A UN DOLORE.

 

non a un dolore

è concesso scampo

né ad una delusione

la possibilità di evitare il fosso.

sembra che sussista un’autocondanna

ad imbattersi in muri e burroni

per quanto sia chiara ed evidente la segnaletica apposta

da chi conosce il pericolo imminente.

esiste una ineluttabilità

di percorsi da attraversare

nella pienezza di frane da raccogliere,

nell’abbondanza di rupi boschive o scogliere marine

da superare.

complice forse il sorpasso accordato ai rimorsi sui rimpianti

quando a volte il rimpianto resta l’unica fonte di salvezza

da cui ci precludiamo di attingere per dissetarci.

ma la gola è già secca

davanti all’ennesimo << Te l’avevo detto. >>.

 

 

 

LE TUE PAROLE.

 

le tue parole adottano i più innovativi strumenti di protezione,

meccanismi di sicurezza di smisurato amore.

le tue parole narrano di carezze sfumate in un tempo lontano,

dove io e te ci riscopriamo all’improvviso estranei

in un sentimento passato.

le tue parole sono sagge custodi degli eventi più intimi,

oracoli misericordiosi dei segreti più infimi.

le tue parole cristallizzano in pietra lavica

il magma che scotta,

ciò che più tocca al cuore (in fiamme).

le tue parole lucidano lo specchio in cui riconoscermi,

pronunciano il bene

a cui riconciliarmi,

indicano la casa

dove rifugiarmi.

 

 

 

LO STESSO.

 

mi piacerebbe corrispondere all’ideale

tratteggiato nei tuoi sogni di sincero amante.

vorrei riuscire a guardarti con i tuoi occhi lucidi e devoti.

mi piacerebbe descriverti con le parole che usi per chiamarmi,

e petali di rosa sul tuo nome.

vorrei riuscire a perdonarti i miei errori

con la stessa cura dei tuoi gesti:

la tua mano é culla per il mio viso.

ma il sipario della verità è già aperto

su una realtà estranea a tutto questo.

così, decido di perderti

mentre tu continui ad amarmi

lo stesso.

 

 

 

CROLLA IL SISTEMA.

 

croda la struttura portante,

le fondamenta vacillano,

è giunto il momento tanto atteso:

l’impalcatura è pronta,

l’intonaco

appena accennato,

l’usignolo picchietta contro il marmo:

prendo forma.

 

 

 

PROGNOSI.

 

prognosi da inquinamento:

imparare a memoria leggi non scritte.

carpire fotogrammi di attimi non pesati.

suggestionarsi per la lontananza di un’assenza.

decodificare espressioni silenti.

spegnere una candela

senza soffiare.

 

 

 

L’ORA DEL TUTTO-POSSIBILE.

 

non sono più

i viaggi programmati su carta velina,

ma luoghi accessibili

a realtà palpabili

da occhi consapevoli.

 

non sono più

i rossi in calendario

cerchiati ad una mano

ma il mio brindisi alzato

senza il peso del se.

 

non è più

il dubbio del mai-abbastanza,

ma la certezza

che va bene così

e il così può migliorare,

in ogni circostanza.

 

non è più

la rincorsa

ad un ideale

sognato

e inesistente,

ma è la sosta,

preludio di un lento cammino,

nuova risorsa, a questo presente.

non è più quel-che-non-poteva-essere,

ora è il tutto-possibile.

 

 

 

IL GIORNO IN PIÙ.

 

¿che vuoi che sia un giorno?

un solo giorno basta,

ottimo per nascere,

sufficiente per morire,

utile per provarci

importante per capire,

un giorno in meno

per non sentire la mancanza,

un giorno in più,

per non soffrire l’assenza.

 

 

 

SULLO SCHERMO DEL CELLULARE.

 

la fine, non è solo la fine:

implica sempre un inizio, un salto nel vuoto.

 

è così che accade, d’un tratto:

la mano è ferma,

la decisione è presa,

il dado è tratto.

 

abbandona l’anelito di assurgere a spartiacque di una epoca,

l’ante e il dopo Cristo di una vita intera,

non mia ma di un amore,

non mio mai di un sogno

non mio.

 

la fine, non è solo la fine:

sottile, il sospiro del ricordo,

un rimorso.

intatta, l’insufficienza di un bilancio temporale

idoneo a scardinare

l’estraneità del nome-e-cognome.

 

 

 

RIDEVA.

 

rideva,

solo lei rideva:

tuono reboante in tutta la casa,

a porte chiuse,

e nella mia casa,

a porte aperte.

 

non rideva di sé

né di lui:

rideva per me, accanto a lui,

pur non sapendo,

come se sapesse.

 

rideva.

¿perché rideva?

poi ha smesso:

ora, comprendo.

 

 

 

SCIVOLA, VA VIA.

 

scivola, va via la pioggia battente, scivola

sulla parete antiaderente del ricordo,

sui vetri delle emozioni taciute,

scivola e non raccoglie né assorbe.

 

il filo interdentale ancora serve

a rimuovere il lutto residuo da elaborare.

 

le ciglia crescono, di giorno in giorno,

senza che l’una sia uguale all’altra,

diversa dal ripetersi ipocrita di un non-ritorno.

 

l’impalcatura dei calli è forte,

nessuna sbavatura scioglie

una lacrima, impregnata

dal tremore di un dito.

 

i tatuaggi colorano la pelle

come un filo di rossetto

sulle tue labbra rosse da mangiare.

 

aspetto quel che mi attende,

e volgo lo sguardo                     

allo specchio,

che mi riflette.

 

 

 

ANORESSIA.

 

ho apparecchiato per due,

quando tutti i posti erano occupati.

 

a destra,

il cucchiaio del rifiuto e dell’assenza:

anche per la minestra si preferiva l’uso della forchetta.

 

sul piatto non c’era spazio per la prova di un ultimo assaggio.

ogni pasto era stato ormai consumato

con giusto e adeguato sazio.

 

dalla tovaglia scrollavi briciole di pane azzimo di tempo,

sciocco di sale e raccolte in pugno esiziale,

unica ricompensa di cura alle formiche.

 

una carezza anoressica,

per digerire la fame a cui ti eri costretta.

 

 

 

IL DIO MI ABBANDONA.

 

mi lascio andare,

spiga accarezzata dal vento,

panni asciugati da un tempo

che non perdona.

 

il dio mi abbandona,

il ritmo primordiale

tenuto allo schiocco di dita,

come contropartita

consumo thé al poliestere

per non scommettere

in una rivincita già persa

da una partenza, mai ingranata.

 

rimetto mano alla vita,

il progetto che avevo trascurato,

al me che avevo dimenticato...

 

ecco, percepisco l’eco del respiro che mi coccola,

dolce ninna nanna che addormenta

una bimba al sicuro tra le braccia della nonna.

 

 

 

GONG.

 

un caffè per svegliarsi,

i muscoli già stanchi,

la difficoltà del giorno,

la velocità della notte.

 

faccio a botte

con la cronica ostinazione di spiegare

la lievitazione naturale

del pane quotidiano da sfamare

(nient’altro a cui pensare).

 

spezzate le gambe corte

da ginocchia dolenti

su caviglie storte da malsani sentimenti,

faccio a botte,

e mi fermo,

stremato all’angolo dell’ultimo ring.

 

ingoio il ghiaccio fisso tra i denti

e richiamo agli armamenti,

<< eh, mi senti? >>

<< ora sì, parla pure. >>.

 

suona il gong sulfureo

che annunzia la battaglia.

 

 

 

L’AMORE È ILLUSIONE.

 

ho amato in te

la speranza che dalla cenere sorgesse fiamma

e bruciasse tempesta.

 

ho amato in te

l’illusione di poter cambiare

modo e tempo circolare

all’interno di un angolo retto

a tiratura orizzontale.

 

ho amato in te

la possibilità di amare per due

a costo dell’impossibilità di amarsi per ciascuno

conoscendo la solitudine dell’insieme.

 

e ora che mi chiedi l’assoluzione per questa distrazione

condanno il mio rancore

espiando con l’indifferenza

il tuo dolore.

 

 

 

ULTERIORI COMANDAMENTI.

 

11) abbi fede in divinità diverse da te.

 

12) non infangare la purezza dei gesti gratuiti.

 

13) non rubare le speranze.

 

14) non rendere testimonianza alla falsità delle intenzioni.

 

 

 

LA NOTTE DELLE MATITE.

 

non preoccupatevi delle nostre matite spezzate da raccogliere,

del rumore che non assolve

la pace dei sensi che cercate,

mentre canticchiate la canzone che ricorda

una speranza ancestrale ancora da salvare.

 

sì o no è il nodo da sciogliere

(non ancora arrivato al pettine).

 

sentitele, queste labbra tremule

che baciano il pavimento con obbligato consenso,

i denti spezzati contro il gradino del disonore

non più ammesso se non per sottaciuto dissenso.

 

sentitele e poi perdonatevi.

 

 

 

ACQUA BOLLENTE.

 

mi sono scottato le mani con l’acqua bollente.

mi scotto sempre le mani con l’acqua bollente

quando non sto attento o dovrei stare più attento,

che è poi la stessa cosa ma non del tutto

poichè la prima è già passata

mentre l’altra la posso fare domani,

domani posso stare più attento.

 

ho fatto leggere a mia madre una cosa che ho scritto,

lei ha detto << è bellissimo. >>

io ho detto << mi pare così naif. >>

lei ha risposto << no, va bene. >>

e mia madre non fa i complimenti a caso.

 

in realtà questo è successo molto tempo fa:

adesso mia madre è morta e io vivo con mio padre,

che prima non stava molto bene,

ma ora sta meglio.

 

ho trovato un insetto nel bagno,

non era uno scarafaggio e nemmeno qualcosa che punge,

e allora ho pensato << che schifo, perchè nel mio bagno? >>

ma poi mi sono detto << sono cose che capitano, dopotutto. >>

 

mi sono successe (e continuano a succedermi) così tante cose

che dovevano avere un finale e invece ne hanno avuto un altro

che alla fine mi domando che senso ha

aver paura di quello che è stato

o di quel che sarà.

 

 

 

NON IMPORTA.

 

non m’interessa quanto tu sia spirituale.

o per quanto tempo riesci a resistere in una capanna del sudore.

o quanti viaggi sciamanici hai fatto con il peiote

uscendo fuori di testa

o quanto bene riesci a tenere la posa del corvo.

davvero.

non m’interessa.

e non mi importa quali pianeti cadono

in quali case della tua carta natale

o quanti cristalli possiedi o quanto è vegana la tua dieta.

io voglio sapere quanta umanità possiedi.

¿sai sederti, nonostante il disagio, accanto a chi sta morendo?

¿sai stare con il tuo dolore o il mio,

senza cercare di dare consigli

o trovare una soluzione immediata o di trattenerlo?

voglio sapere se hai il coraggio di mostrarti

e di farti vedere per chi sei veramente,

al di là di quanto tu possa essere allineata

con i tuoi chakra e completa.

¿riesci a mantenere uno spazio amorevole per la persona che ami,

mentre curi le tue stesse ferite, senza sforzarti?

non ha nessun potere di seduzione su di me

il numero dei training online che hai collezionato

o se vivi nel deserto o in una capanna di tronchi

o se conosci alla perfezione l’arte del tantra:

ciò che mi emoziona sono le mani

che agiscono e piantano radici.

mi emoziona il fatto che tu riesca a fare quella telefonata,

a salire su quell’aereo,

ad amare

nonostante tutta la stanchezza.

non mi interessa quanto tu sappia ascendere alla quinta dimensione,

viaggiare in astrale o fare sesso fuori dal corpo.

voglio vedere con quanta bellezza tu integri nella realtà ordinaria

con la tua magia unica,

quanta gratitudine e bellezza riesci a trovare

in ciò che ti circonda,

e quanto sai essere presente nelle tue relazioni.

voglio sapere che sai esserci e prenderti cura

sia delle cose difficili che di quelle sante

su questa terra meravigliosamente disordinata.

voglio vedere che sai essere sincera, radicata e compassionevole

e allo stesso tempo fiera

del tuo potere, della tua passione e del tuo magnetismo.

voglio sapere se anche durante i tuoi successi

sai fare un passo indietro ed essere abbastanza umile

da tornare studentessa al primo anno di liceo.

ciò che è bello e sensuale e autentico per me

è la tua capacità di gioire e celebrare i successi degli altri

al di là della tua grandezza.

ciò che è veramente seducente è quanta capacità di dare possiedi

dopo esser diventata piena di te.

ciò che è veramente prezioso è quanto tu ti stia impegnando

per diventare una donna migliore

in un mondo che sta in bilico sul materialismo spirituale

e usa la scusa della “libertà” per evitare ogni responsabilità.

alla fine di tutto, non mi interessa quanto sei coraggiosa,

quanto sei produttiva, famosa o illuminata.

alla fine, voglio sapere che sei stata gentile.

che sei stata autentica

e capace di passione

voglio sapere che di tanto in tanto puoi scendere

dal tuo piedistallo per baciare la terra

e lasciare che i tuoi capelli si sporchino di sabbia

e che i tuoi piedi sguazzino nel fango

per unirti alla danza della terra.

voglio che l’unica domanda che ti assilli

sia quanto hai saputo accogliere e accettare quello che non hai voluto.

 

 

 

TERREMOTO.

 

questa notte ho avuto un attacco di ansia fortissimo.

un terremoto privato con epicentro all’altezza del cuore.

 

era da tempo che non mi succedeva con questa violenza.

fossi stato lo stesso di qualche anno fa

mi sarei alzato di corsa,

avrei cominciato a passeggiare nervosamente per tutta casa,

sarei andato in bagno e poi a bere,

poi di nuovo in bagno, poi di nuovo a bere;

avrei acceso un po’ di luci,

avrei cercato aiuto in ogni dove;

mi sarei spaventato a morte, temendola, la morte.

 

invece sono rimasto nel letto

per capire che cosa stesse accadendo,

evitando di fuggire.

come si fa nei terremoti

mi sono rannicchiato sotto qualcosa di solido, di portante,

qualcosa di difficile da far crollare.

credo d’aver scelto l’anima.

da lì ho domandato,

ho chiesto all’ansia che cosa volesse,

per svegliarmi così nel pieno della notte.

nel frattempo respiravo,

cercando di non strozzarmi

per la fame d’aria.

ha risposto lei,

che lo sapevo bene e non ce c’era affatto bisogno

che me lo ricordasse. aveva ragione.

che era tornata per tirarmi le orecchie,

perché da un po’ di tempo,

a forza di << ma sì, ci penserò più in là. >>

ho accumulato un bel po’ di domande e non ho le risposte.

perché dice che non c’era bisogno di arrivare allo scontro,

sarebbe bastato rallentare,

fare spazio a quel bisogno di pace,

di calma, di serenità che troppo spesso allontano

perché c’è troppo da lavorare.

perché dice che è ora di liberarsi da un po’ di ostacoli,

di riprendere a vivere veramente

e di smetterla di ripetermi che va tutto bene,

che tutto si sistemerà.

e aveva di nuovo ragione lei.

l’ansia ha (quasi) sempre ragione.

 

sono rimasto in silenzio,

come quando la persona che hai davanti e chi ti ama,

ha finito di sbatterti in faccia il suo amore.

e ti ricorda che nessuno può prendersi cura di te,

se non scegli di farlo tu, per primo.

che rimandare quasi sempre equivale a far finta di non vedere,

che prendersi cura dei propri limiti non è una scelta

ma una responsabilità.

così ho fatto la conta dei danni,

quella che giustamente va fatta alla fine di ogni terremoto.

 

sono piuttosto ‘acciaccato’, oggi.

sono stanco.

il corpo impiega una quantità di energia spropositata

per fronteggiare la paura.

l’ansia.

il panico.

ho bisogno di riposarmi,

di recuperare le forze

e poi di rimettermi in viaggio,

per la mia felicità.

 

 

 

SMARRITO.


ho le mani

che non possono toccarti,

fogli arrotolati

nella cartella clinica,

resto

analfabeta

perché mi sta dissanguando

tutta questa tua tristezza.

 

anamnesi chiara

conduce ad un chiodo arrugginito

eppure il profumo di ginestra

riempie

la mia scatola cranica.

 

smarrito agli incroci

poi ripreso

dai tuoi occhi verso gli alberi

fuori dalla stanza.

 

è una trave marcia il letto,

brace che cade sulle mani,

non c’è solitudine nei farmaci,

è una pioggia imprendibile questo dolore.

 

neve disciolta

fa freddo in questo giorno di marzo

pare essere tornato indietro

nel tempo

dove uno iato di gioia

comprimeva il sole

ma ora penso parole che non dico

da molto tempo

e il ricordo diventa oscuro possesso:

ripristino la mente,

cancello il niente.

 

le case attendono

il mio sguardo lungo la via

schiere di siepi separano i respiri.

 

tutto tace

ma il varco è aperto

in alto un luogo di sole

dentro ad una terra sconsolata.

 

questa pioggia

è un liquido in sovrappeso

inibito

stretto fra i denti

mentre aspetto il tuo ritorno.

 

 

 

VERMIGLIO.

 

i giorni in cui il tempo

ha la durata che gli dai

gli unici 0-0 che guardi

sono quelli della squadra del cuore.

 

se il desiderio perde tappi

come polline ad aprile,

il vento sbatte le finestre

della quotidianità.

 

c’è aria a reprimere gli sforzi,

la farfalla lo sa

si leva in alto il vanto del pettirosso;

anche quest’anno la terra

è sopravvissuta.

 

come spighe carezzo i tuoi capelli

e rossi cerco i quaderni

per le nostre poesie.

 

siamo fatti per gridare assieme,

i sudori una colata lavica

sopra campi a maggese;

ribollire di risate

in un posto fuori posto.

 

fra le faglie del silenzio

le catene montuose del risveglio,

freschezza dentro al petto

su altipiani della verità

come un albero affondare le radici

dentro al sottosuolo dei millenni.

 

sei amato quando cerchi un’estetica

su come uscire dal bagno;

morto quando scambi cinguettii

per suonerie di un iPhone.

 

dentro lo spartito dei respiri

infiniti modi di fare l’amore,

dilata le pupille

la scintilla di ogni

rivoluzione.

 

i giorni in cui il tempo

ha la durata che gli dai

gli unici 0-0 che guardi

sono quelli della squadra del cuore.

 

se il desiderio perde tappi

come polline ad aprile,

come spighe carezzo i tuoi capelli

e rossi cerco i quaderni

per le nostre poesie.

 

 

 

ACQUA PLUVIALE.

 

giovane acqua pluviale zampilla

dalle pietre nascoste della Città Eterna

lavando le ferite sulle strade consolari,

ed il bello è che ti puoi infradiciare.

 

giovani mamme a Tor Pignattara

hanno bambole di pezza nei passeggini,

siedono ai giardini dell’ottemperanza

dividendo il pasto con le nutrie.

 

anche loro come molte non sanno che cosa fare,

se appoggiarsi all’acquedotto Alessandrino

o al parco archeologico di Centocelle

dove Schlash Claudia Vera Riot

aggrappata per i fianchi a un free wi-fi

mette in carica il suo amore prenestino,

con solo qualche sbavatura nel karma

per due spuntine azzurre tanto attese.

 

i crateri ai semafori arancioni

fatti dai rider a viale Primavera

ed un respiro intagliato in mezzo a via delle Robinie.

 

il manga tatuato dietro al seggiolino,

due giri di cicchetti al concerto di Carotone,

piacere e desiderio che si ricompongono

nel mantra ripetuto alla Circonvallazione Casilina.

 

bruchi elettronici fanno le fusa

incontrandosi a stazione Filarete;

avvitano il muso per leggere un’insegna

chiedendosi che cosa volesse dire

dalla borgata trapuntata di negozi

ognuno sembra sapere la sua.

 

 

 

AL CONFINE.

 

infinite storie restano appese,

lungo i murali dell’acqua bullicante

nell’incavo d’incontro

fra Espero e Orione.

 

la storia al momento

è una sola.

 

 

 

CARRELLATA.

 

i banchi con la frutta fresca aperti fino a tarda notte

ti consegnano al far-west di Via Acquicella-Porto,

librerie autogestite col make-up per i set dei film di Grimaldi,

e saluti esiziali ai Tre Cancelli, con la resa dei conti

alle corse clandestine organizzate con il passa-parola

e ai combattimenti tra cani o tra cani e cinghiali

dopo i reading coi poeti laureati.

 

 

 

F(R)ANCAIS DA MORTI, DEGRADO DA VIVI.

 

accasciata come morte

la notte del clochard,

scalciato dai respiri

dai rantoli impauriti;

in preghiera sull’altare

contro il suolo.

 

elemosina dei passi

nelle scarpe accovacciate,

la coscienza sulle spalle

sotto la coperta del destino,

condono dei mesi

e delle settimane.

 

è rimasto sullo stomaco

alla metro B e C;

lo digeriranno di primissimo mattino

con il palliativo del decoro,

contro un’alba a cui chiedere perdono.

 

gonfia la placenta dell’indifferenza

reclamando il parto della sazietà,

larva che non tesse seta dentro al sonno

ma ali per sogni strozzati dal vento,

raccolta indifferenziata

di buoni propositi

nell’incubatrice della modernità.

 

con l’insonnia imbottigliata dentro ai clacson

e la pioggia che gli cade nel caffè;

ogni gesto una speranza

una lettera di addio.

 

colpi di tosse i suoi ruggiti,

re di una savana sconsacrata

sospeso

come un ponte senza fiumi.

 

la sera in piazza

echi di città,

il fegato presenta il conto.

 

ben più duro

da digerire il freddo

contro un vento salmodiante carità

senza scelte ecologiche

di banche di credito

cooperativo,

non urla gli slogan

sull’altrui oscenità,

l’ingiustizia i pellegrini

la fanno di mestiere;

quella cosa che non sai cos’è

fino a quando non la provi.

 

 

 

ÉPICE MARSEILLE.

 

le ragazze corteggiate dal maestrale a Porto vecchio

rue Beauvau, fra i profumi di lavanda e di cumino

dove i buu razzisti sono tutti per la polizia

quando allontana i rapper da quai de Rive Neuve.

 

imbianchini che si aggrappano a palazzi ottocenteschi

coi portoni saccheggiati dalle navi mercantili,

e l’odore di canapa sale verso le banlieue

appoggiate a librerie anarchiche o bistrot palestinesi.

 

tè con i pinoli dai mercati di Algeri,

coralli fatti a forma di sapone di Marsiglia.

 

cesti di paglia con dentro i Samsung Galaxy

nelle putìe coi datteri ed il timo

fra le Fanta contrabbandate in arabo.

 

ai freestyle domenicali sotto il forte di Saint-Jean

le bracciate a largo fino alla prigione di Edmond Dantès,

ziqqurat del Re Sole al lato opposto della darsena

dove sbarcarono agli albori i focesi in fuga.

 

brasserie accartocciate addosso al mare sul Panier

fra canzoni neomelodiche ubriache di Cagole;

Massalè ç’est le bordel philosophique

dell’epoca post-covid.

 

 

 

POSTMETROPOLIS.

 

guard-rail a quattro zampe

dove Borussia Dortmund è una pompa di benzina,

giusto il tempo di un God save the Queen.

e tutto si riavvia, compreso il pc.

 

lampioni come struzzi

spaccano il cranio delle nostre città;

con troppi pensieri inutili

che ne azzuffano la testa.

 

c’è più arte in un bandone

che in un Wi-Fi di Palazzo Vecchio,

per la modica cifra di due caffè;

i capelli sono alberi in ottobre.

 

(ci fosse qualcosa da rinnegare, o qualcuno

lo faresti?) una luna come tante

ed il vicolo, più del fiume

non dev’essere svelato.

 

la metropoli sembrava non dovesse finire, mai

di quando saremo felici in dicembre,

ma avevamo più tempo per bere aria

e per guardare le stelle, ma in fondo

tutto si riavvia, compreso il PC.

su una luna come tante, per la modica cifra di due caffè;

con troppi pensieri inutili che ne azzuffano la testa

sul fondo di bicchiere del déjà-vu del bar.

 

 

 

LA LUNA IN TASCA.

 

a luci spente, la luna è difficile da sopportare.

devi vivere il vuoto silenzio

minuto per minuto. gli avanzi di cielo. 

le croci esposte per anni. il sangue

non asciuga vita natural durante.

 

larghe sponde di fiume

un pomeriggio qualsiasi

giravo con la luna in tasca

sognando la foce.

 

la luna va per stanze

vuote in Via Rossini

sogna in tutti i sogni

un’ombra, la parabola

di essere figli.

 

Gennaio spalanca le gambe

nell’attimo di un volo bianco

e nero abitare per restare abbraccio

tra scampoli di luna come fosse

un tempo.

 

sul filo indurito

l’erba non cresce

stretta alla gola

di notti senza luna

voglio toccarti

un cercarsi inutile

per sottrazione.

 

 

 

NEL DOLORE.

 

sulla tua bocca

trema di peccato

la luce e vibra

di luce il peccato.

dai tuoi occhi

guardo il mio buio 

spogliarsi di tutte le stelle

e danzare nudo col tuo.

 

tu non mi hai mai visto

chiedere conforto 

al profumo di un rosmarino.

non mi hai sentito

confidare al cielo

che dopotutto io

vorrei solo 

diventare vecchio

dentro al tuo abbraccio. 

 

ogni tuo silenzio mi spinge nel dolore.

una tua parola misurata

apre in me una ferita smisurata.

l’attesa di un tuo cenno, di una cura,

è la mia febbre d’ombra che mi lega.

devo credere nell’altrove,

in un altro tempo.

é lì che io e te siamo felici.

 

io lo so cos’è

questo mio indugiare nei tuoi occhi.

tu no, non sai, tu

che riposo sulla tua bocca

solo un momento

che posando su te lo sguardo

io rubo tutta la gioia

e che la gioia che rubo

va in cenere in un secondo

poi mi brucia negli occhi

come un pianto.

 

nella tua bellezza mi duole l’addio.

accanto a te tremo

nella tua lontananza.

sul tuo volto imperversa

la tempesta che ti celo.

sulla tua bocca si placa

l’inferno acceso dai tuoi occhi.

ogni tuo respiro

fa tremare la mia fiamma. 

 

 

 

CREATURE VARIABILI.

 

inizia presto, Cosmo ad ammassare

fibre e filamenti, affinché s’avanzi

una cesta che possa germogliare.

nulla d’eroico forse si nasconde

nelle faretre dei sopravvissuti.

perciò simili sembriamo agitarci 

a variabili creature, dentro una carcassa esatta.

 

ma chissà se anche annotare un bel verso 

fa parte della comune battaglia 

contro la fine che già sul visibile

s’inarca, e il suo pensiero che ci schiaccia.

 

 

 

SUI MONTI NEBRODI.

 

qui dove le notti sfoderano albe 

come da una guaina e la luce sembra

salutarci dietro un vetro, percorro

sentieri di cascate mute, senza

scrosci. montagne, nuvoli, ruscelli,

boschi, sembrano trascorrere fluidi

su rulli. scenografie incomprensibili

agli uomini e ai loro limitati occhi,

alle scarse torsioni dei nostri busti

su zampini d’appiedati coleotteri.

 

 

 

PIETRA LOCALE.

 

non è questa pietra che si lavori 

con carezze, piuttosto con martello

e picchetto: colpi saldi, rischiosi

che la frantumino in pepite uguali

a colmare le distanze nei muri;

la calce spenta a stipare, sorreggere.

 

 

 

GIOIA DEL PICCOLO PAESE.

 

felice il paese che nella canicola resta 

denso di voci adolescenti. sciami 

che diresti svezzati da un vulcano

rianimano direzioni battute 

da umori scalzanti l’un l’altro.

continuità di contrasti e luttuosi

amori o gioiosi, consessi ciarlieri,

sonori mercamenti e battibecchi,

scricchiolii di meccaniche celesti.

 

 

 

BOLO.

 

il castello sembra essere sceso

dal cielo sulla cima incomprensibile.

qui ogni soglia è galleria di termitaio,

teche vizze dell’antica allegoria

la cui eco non c’è ghiaccio neve o nebbia, 

oblio, che possa fermare. ma tu indichi,

sorpresa, una più semplice bellezza:

in sella d’altra china l’ombra stenta

di un campanile a vela, diroccato.

 

 

 

COMPENDIO ESISTENZIALE.

 

siamo esistiti, questo rimarrà

di noi nelle albe ignare

di giorni non ancora nati.

di noi sapranno i venti,

che lievi spirano tra i pini,

la fatica paziente delle ore,

che scivolano su distese

scoscese di umana baldanza

e foglie percorse da coccinelle.

di noi sapranno i vini lasciati

sul fondo di calici di festa

e le fredde spiagge deserte

dove d’inverno si cercano

passi bui per abbracci rubati

all’inedia del benessere

apparente e all’eterno finire

di ciò che all’inizio era infinito.

siamo esistiti, nessuno lo saprà,

ma tutti faranno altrettanto

e i muri e i mari di tutti sapranno.

 

 

 

ORA BENE.

 

non voglio più

parole di sale

proferite da bocche

di falso miele

e ammennicoli vacui,

ciarpame sensoriale,

paccottiglia vanesia.

 

metto a dimora talee

di nuove emozioni

sincere

umili

oneste.

 

e la solitudine ne sia

oracolo e benedizione.

 

 

 

PERPENDICOLARE.

 

esserci

sulle soglie dei voli,

dei ritorni, scintillanti

di poesie e addii mai

perenni, ché se ti canto

non sei mai distante

dal centro del cielo,

dal vertice dell’infinito,

perpendicolare,

sull’attimo scalpitante.

 

 

 

RIMANENZE.

 

é di notte che giunge

il tempo dell’ascolto,

luminarie di barche sole

sono le menti stremate,

l’indifferenza è l’idioma

delle cicale sature d’afa,

fiammate d’aria arsa

sprimacciano i pensieri

orfani di brezze, di risvegli,

di rovesci di fresca resurrezione.

il rantolo della terra onusta

è salmo di speranza e anatema

contro la mendace bellezza

di una stagione decadente,

di un’illusione deceduta

e resta la sete di chi va via,

resta un mormorio d’afasia.

 

 

 

CONTRO LE PORTE DELLA NOTTE.

 

contro le porte della notte

e le sue nere membrane

battono i pugni i venti

fino a far germogliare

attimi di feconde visioni

partorienti aurore,

roride iridi avide

di luce infinitesima

bramante brani d’ore

distese a fiorire,

lente rinascenze

attente alla scienza

del cuore e i suoi satelliti.

gli spiriti della tempesta

sferzano le fondamenta

del mondo prigioniero

della maga dell’inverno.

pronuncio la formula

alchemica che schiuda

rosseggianti esplosioni

d’umanità deflagrata,

a spazzare la fobia,

oscura carceriera,

a spezzare la malìa

di paura cancelliera.

 

 

 

IN UN AUTUNNO CHE SOPRAVVIVE.

 

in un Autunno che sopravvive

continueremo a rotolarci tra le foglie

come quei cani dal pelo fracido.

 

la vita andrà a braccetto con la morte

tanto che noi non capiremo più l’estate

e tu rimpiangerai le foglie che cadono.

 

capirai quanto le foglie verdi siano codarde

vittime dei venti, s’aggrappano sui rami 

e non fanno che preoccuparsi di cadere.

 

 

 

AIUTAMI.

 

aspetta, rimani lì, 

cerca di non sparire

adesso che ti ricordo.

 

aiutami a raccogliere

quella polvere da terra

e gettala sui miei occhi

cosicchè io dovrò fare lo stesso.

 

consentici il sacrosanto diritto

di diventare sempre più ciechi.

 

non disturberà più, il tramonto

continuerà ad insegnare la fine

agli occhi più vigili, finché anche quelli

non sapranno più dove andare.

 

quei bruciori di palpebre chiuse

di chi approfitta dei tuffi in mare

solo per farsi fregare dalla salsedine

a noi non resteranno, fidati.

 

tu non lasciarti più intimorire

da tutto ciò che avremo.

 

non sarà che una scontata certezza

quella di continuare ad immaginarci

senza paura di vederci andar via.

 

 

 

LUNA.

 

fatiscente Luna

che sta abbarbicata

sopra rami di nuvole, arroccata

fiera come signora in vestaglia

che fuma la stessa polvere del vento.

 

io la guardo e sto muto:

ancora non so dire le parole

che il cielo usa per derimersi.

 

ancora mi intimidisco

a raccontare la Luna e i suoi fatti

che tanto più nascondo

quanto più la sua luce si mostra.

 

 

 

LA LOGICA DELLA MORTE.

 

le gonfie occhiaie

con cui mostri il viso

sono ben più stanche

dell’estate morente.

 

insegnami allora tu

la logica perversa

della morte che si sotterra

per fiorire germogli di vita.

 

sei tu la testimone sola

della tenace speranza

che le fredde stagioni

nascondono, e a te hanno svelato.

 

 

 

TRISTEZZA.

 

questa è una vita

che promesse non tiene

che nella pioggia ristagna

lacrime che nessuno rincuora.

 

tristezza mia,

stasera vesti elegante 

sconsolata signora

collane non indossi

china non cogli i fiori.

 

che le strade son vuote

le ciglia troppo bagnate

e le chiacchiere passano

come passano sorrisi d’estate.

 

 

 

IL CUORE CALPITANTE.

 

neanche il trambusto

di un’iride sconsiderata

acquieta la mia solitudine.

 

é sempre la stessa dea

a cui rivolgo i miei occhi

e scombussola lo sguardo.

 

dovrò ripiegare sulla luna

che freme il cuore calpitante,

palpitante l’erba fracida,

il rancore strisciante.

 

 

 

LA MORTE MI SCRUTA.

 

per me la morte è un istinto bonario,

é mani tremule che circondano l’ombra,

rami secchi aggrovigliati sotto la luna.

 

per me la morte è un principe spodestato

che riflette chino su uno specchio d’acqua

una volontà inespressa di vedersi brillare.

 

per me la morte è la stessa identica donna

sgualcita sugli orli di un vestito addobbato 

con le sue labbra rincorre il mio sguardo.

 

e io sempre in disparte a lasciarmi sbirciare.

 

 

 

CAPELLI ROSSI DEL COLORE DEL VINO.

 

dei capelli rossi del colore del vino

altro non è che una voglia repressa

è una coda tenuta stretta

è un sorriso mozzicato all’ombra

è una luna che smette di brillare

per i pochi che non rispecchiano 

la fatica di splendere fracida.

 

 

 

GATTITUDINE.

 

ho un gatto che mi monta sempre addosso,

distrae ogni processo d’attenzione

e sale sulle spalle, come gioco.

 

si chiama Gea. poi ne ho un altro,

che si chiama Milo, come una città siciliana.

Milo e Gea: il punto e il cerchio,

l’isola-mondo e il mondo-isola, 

il microcosmo e l’infinito spaziare del mondo:

c’è chi ha ipotizzato una loro connessione,

chi per analogia, come gli umanisti del Cinquecento,

chi come la tradizione cristiana

per discendenza-emanazione.

 

prima di tutto io vedo due gatti, fratelli

nel principio dei giorni, nati abbracciati,

e male distinguevo i loro sessi;

che poi si sono arresi a questa unione,

si sono fatti soli, diversi,

dimentichi degli anni, di madre

forse futuri sposi.

 

 

 

INVERNO.

 

Inverno,

le vie del paese.

 

tu nel frattempo

mi sei finita in bocca.

 

non temiamo il freddo,

le vie del paese

leniscono le attese.

 

 

 

PREPARATIVI.

 

mi preparo per un weekend a Roma

con la stessa premura che ha l’aguzzino

nell’incidere i polsi della preda.

c’è bisogno d’incutere pena, affilare le lame,

liberare il pavimento da polvere e avvoltoi,

ripulire il campo.

 

quello sguardo così ampio di piazze

sbanda l’occhio, la coincidenza-metro

nel torcere i tempi, il Tevere che spegne i corpi

li profana sotto i passi cadenzati dei ponti.

Tutto è inconsapevole ritiro.

 

sanno già di trovarmi impreparato.

 

 

 

CON TE.

 

<< con te voglio scavare il mondo,

anche là fuori… >> e indico il giardino.

 

te l’ho detto per mancare di chiarezza

ché fuori di metafora avviene poco o niente.

 

nemmeno il seme risorge da una pianta.

 

 

 

IL LETTO.

 

il letto mi tiene incollato ai fallimenti

che mi tengono incollato al letto.

 

in Roma incontrerò Adriana

che mi ricorderà Martina.

 

la prima serve a dimenticare la seconda,

che mi tiene incollato a letto.

 

 

 

LUCIDALABBRA.

 

lascio che il lucida-labbra

dinieghi la tua luce interiore.

quella che il caso ti donò la prima volta

vestita a damigella.

parlo di crema che soffochi, non turbi ma copra:

i tagli della pelle sono incisi nella terra.

ho creduto fino ad allora al miracolo degli occhi.

 

 

 

IMPROVVISO PER PIANOFORTE.

 

e io sono la corda

dal martelletto

percossa-nonpercossa.

 

 

 

UNA GIORNATA.

 

la giornata cominciò lontano 

poche chiazze su una tela

e strani alfabeti sui visi di una piazza.

 

di questi tempi si parla troppo

perfino del silenzio, e anche

il nulla è moda andata a noia.

                                              

e meno male che è finito il Novecento, 

secolo breve e stracolmo di grandi,

ammucchiati l’un sull’altro in ressa oscena.

                                              

rimangono un puzzo di spari, bottiglie

rotte, pisciate addosso ai muri,

e un arcano che non vuole spiegazioni

e plana lento come foglia nell’aria.

 

e tutto sparisce giù nel gorgo con tutti

gli improbabili modi con cui ci si racconta.

 

 

 

(M)IO-FRATELLO.

 

io mi chiamo Manuel. mio fratello

si chiama Omar, ed è un bastardo

figlio dei miei stessi genitori, primo e 

ultimo nato di una immortale razza

di mortali. mio fratello non è il mio

guardiano ma mi giudica sempre, ci

tiene al nostro nome ma solo per se

stesso, quando mi incontra finge di

non vedermi, cercando di capire il

punto esatto dove può ferirmi. mio

fratello mi ruba i giocattoli e li rompe

ridendo, per poi obbligarmi al suo

triste gioco, ma io non voglio, mi fa

male. mio fratello ha sempre ragione

e litiga con tutti, è fratello della vendetta

che vince su ogni compassione, ma lui

tanto già c’è passato, come l’altro fratello,

come quell’altro ancora, come ogni diverso

fratello. mio fratello è l’ombra del mio 

viso sul mio viso. mio fratello non esiste:

sono io.

 

 

 

LA DANZA DELLE MOSCHE.

 

le mosche che volano ad una spanna da terra

contorto amor della merda,

le mosche che s’agitano in sciami o sole

sulle piaghe del cavallo e del somaro,

le mosche che pretendono il salario

delle notti insonni passate a ronzare,

le mosche che quando piove invadono le dimore 

per paura di venir purificate,

le mosche che muoiono a Natale

le mosche cibo del domani

le mosche eredi della terra.

 

le mosche che a caleidoscopi ci guardano

e ci sfuggono, per restare intrappolate 

da una lastra di vetro, il loro epitaffio.

 

il Signore delle mosche, loro e nostro tormento,

inesauribili ne manderà, per una altre cento.

 

 

 

NELLE TENEBRE.

 

inquieto il mondo elettrico riposa,

l’aria è ferma, priva di moto la terra,

ciechi gli astri scrutano occhi senza luce,

e giunge da lontano il latrare dei randagi.

 

ad un incrocio un pazzo 

arresta le poche macchine che passano

e le lascia andare.

 

e le rovine, le rovine sono quello

che sono, sassi ammassati dalla storia,

dalla storia dimenticati,

come puttana frigida che sul più bello si nega.

 

 

 

L’ALBERO DELLA CONOSCENZA.

 

la lezione scesa dalle tue fronde non nutrì 

bocche di silenzi affamate. non nel buio, 

non nella luce lasciasti il segno 

di una sapienza che fuggì dal mondo, 

abbandonandolo al fango, e al figlio suo, 

che inutilmente uomo volesti.

frutto di albe accese, seme di un 

paradiso non visto. 

 

persa la memoria, custodita la cenere. sempre 

i tuoi fratelli tentano, in un canto 

non udito, di sostenere il cielo per benedire 

la terra, nei nodi dove altra vita tende 

il suo fusto. le radici tirano sotto 

il suolo inerte. come mani si intrecciano 

i rami, in un lento sorriso.

 

 

 

ZONA LIMITE.

 

ho visto il mondo ad occhi chiusi,

ho sentito il gallo bestemmiare

nel gelido rasoio di un mattino.

 

 

 

INSONNIE.

 

furono feroci insonnie

quando divenne notte,

calò il buio, in ordine sparso

divorando lo spazio del riposo.

furono fumate di cocaina

quando la veglia divenne certa,

caddero le ore, in ordine sparso

si accatastarono diventando giorno.

furono graffi d’acqua

quando il sonno si dileguò,

grandinarono numeri

in ordine sparso,

s’appoggiarono su pezzi di cose,

arrese alle forme dell’abbandono.

accadde; quando la pioggia cadde

in ordine sparso, 

solo odore di polvere

sulle ombre della realtà.

tutto fu poi silenzio,

assuefatto alla continuità,

dormirono sagome-irregolari

in ordine sparso,

e tornò poi l’epoca del sonno.

 

 

 

PUBBLICITÀ.

 

ieri al telegiornale,

hanno detto tutto

e non si sa più che cosa pensare

se dare retta a chi c’era

e l’ha saputa fare la rivoluzione

o a chi era assente (giustificato)

e se l’è solo immaginata

durante la pubblicità.

senza scuse.

 

 

 

VOCI DI CORRIDOIO.

 

strisciano, si infiammano,

s’insinuano-insinuando

e giudicano storie,

le voci di corridoio.

scricchiolano d’invidia

e vociferano sibilline

sillabe avvelenate,

vocali disarcionate,

consonanti critiche.

accusano senza scuse

sospirano, fumando vendetta

recitano certezze, ingannando

e non si esauriscono mai.

poi si propagano, 

mentendo però

un sorriso sincero.

 

 

 

AL CONTRARIO.

 

senza apparente conseguenza 

perduto era quel giorno smemorato,

altri frammenti di giorni a pezzi 

spazzavano via discorsi razionali, 

e scendeva, infine, lento il sopravvento 

di dire tutto al contrario di tutto.

 

 

 

LA BOTTEGA DEL TATUATORE.

 

mi perdo in quel labirinto

fra colori a fuoco,

tra le carni alla brace.

scivolo confuso

mischiato a teschi e serpenti

sulle diavolesse da sogno

e le madri amate

in sedute e sedute 

da incubi e succube freudiane.

confondo la fantasia col tangibile

nella bottega del tatuatore.

solo al buio seminascosto

intravedo la scintilla della scimmia umana

in pausa dal personaggio

e dal mestiere affamato del vivere.

senza concedere rumore

mangiare un frutto

protetto dalle tende nere.

intimo dove trovare

rifugio

alle fantasie libere.

non entro e guardo in silenzio 

il suo masticare lento,

morso dopo morso

anche io perso

come scimmia pittata a pelo corto

contro l’inverno grigio

seduto fuori al freddo

dalla bottega santuario dei colori.

se facessi quel passo

il fracasso della porta 

li farebbe sparire,

lui lascerebbe il suo pasto

sul tavolo dietro le tende nere

ad attendere di tornare a se stesso.

sarei solo rumore volgare.

finisco il mio bere

nel silenzio delle sere

facendomi accompagnare

dal loro lento tramontare,

a passeggiare tra la sinfonia del colore.

non bussate alla bottega del tatuatore 

ad orari dei pasti, per favore.

 

 

 

L’ACCONTO.

 

mi lascio abbordare facile.

chiede fiancheggiandomi dove vada.

rispondo vagamente la direzione

indicando a caso il vuoto nella via.

ho una donna a casa

che ha imparato ad aspettare.

vede l’imbarazzo nelle parole

e per accelerare la transazione 

mi mette la mano sulla patta.

ora il dialogo è chiaro ed efficace.

domando per educazione quanto voglia.

mi offre un sincero e verace pompino a soli venti miseri euri.

sorrido e ringrazio il dio dell’universo intero.

sottolineo che purtroppo al solito ho bevuto troppo

e non mi tira il biscotto.

arriviamo romanticamente fino al confine

del suo raggio di ufficio.

alla dogana mi chiede soldi.

<< dai lasciami qualcosa. >> mi dice.

osservo col telescopio la ragnatela nel micragnoso portafoglio

che indosso e sfilo l’ultimo deca arrotolato,

il dieci d’euro riservato al buttarlo nel mare del vino nero.

scivolano i soldi dalle mani bieche alle sue pure.

<< questi sono per l’acconto. >> dico scherzoso.

e aggiungo nell’arrivederci di un bacio gentile.

 

 

 

LE MIE BUGIE.

 

danzo un equilibrio instabile

schiavo delle mie poesie,

vertigine labile

dove sbocciano peonie e nuvole,

piovigginate a catinelle come si bemolle

nelle sinfonie,

incendio di rapsodie e fragole.

 

scrivere è inevitabile

per liberarsi dalle bugie facili.

 

amore mio sei così fragile

quando ti accarezzo tra le scapole

e poi fuggo tra i vicoli di colpe gravide.

 

il tuo cuore mi fa irascibile

sopportando tutte queste nere mie follie

d’ancelle e valvole.

 

a volte vorrei abbandonarmi

tra i diavoli, nel gorgo delle rapide

con sassolini come uniche briciole

per ritrovare il verso di quell’equilibrio instabile

di cui conosco le regole

ed in cui combattere è l’unica cosa facile

per resistere al mare delle lacrime.

 

sommerse in immense pozzanghere le anime

ammassate annaspano timide

tese alla felicità crudele che le preme

a poche leghe

da parere irraggiungibile e sottile

come lamine.

 

quante pene ti faccio patire, amore mio gentile,

che ancora per fortuna hai la forza di fingere

d’ignorarne il confine.

 

 

 

IL SORRISO DI WALTER MATTHAU.

 

quando vidi Walter Matthau

sorridere per la prima volta

avevo vent’anni o quell’età lì

ed odiavo tutto, ma proprio tutto,

e le giornate ricordavano il galleggiare

in prigione senza finestre.

un luogo stupido di cui avevo perso la chiave.

fra i pochi non ho perso alla memoria gli occhi smunti

di un anziano scorbutico dal viso e le intenzioni cagnesche,

che bofonchiando senza sorrisi

consumava le sue colazioni silenziose,

limitando di concedere negli sbrodolìi

un filo di sogni risucchiato nell’orchestra

dando senso fisico alla figura retorica dell’onomatopea.

bancone freddo di parole

sguardo pesto spento

nelle guance tracce

di lontane vite precedenti,

di lontane vite 

di lontani perdenti.

entrava tra le leccornie incerate

di sensualità pantagruelica

venendo sceso da un tempo lontano,

un tempo sospeso.

lui entrava, gli altri rimanevano fuori.

erano chiari strali nel parlare deluso

da professore stanco della generazione 

di cui incarnavo male il campione fallito.

già la bellezza di due decadi sprecate alle spalle,

finito a fare il tirapiedi al satrapo guappo di quartiere,

ai villani pasticceri, gran maestri della prepotenza,

facile rima di gracile arroganza.

non so se mi odiasse più lui,

o io me stesso.

a guardarlo fisso

pareva la controfigura incazzata di Walter Matthau

nello squadrarmi fesso.

financo una sola mattina di primavera gentile

mentre consumava lento il suo tempo

nel fiero pasto mesto

al viso visto di un bimbo vispo

nell’arranco

dal fare lesto e desto,

nel farlo ritornare anche lui vecchio uomo stanco

crudele infante molesto.

transfert d’amore, testacoda a solstizio.

facevo lo spettatore alla vita,

non avevo pagato il biglietto,

abusivo davanti all’anziano bambino dal passato spento

ed al pargolo senza epoca col futuro in mano.

lasciai lo scarico dell’acqua scivolare nel suo lavandino

preso dal percorso stabilito,

sporco di ruggine calcificata,

metafora patetica che spariva pneumatica

nel concludersi a scriverla.

togliendomi il grembiale di servizio

e precipitando fuori all’aria aperta

a ritrovare il sapore del respirare,

goffamente con un calcio

scavalcando il banco

rovesciai lo zucchero a terra

nella bestemmia glabra del padrone fiera

che mi urlava tra la cadenza fiorentina stretta

tutta la sua presuntuosa debolezza da bottegaio 

sparsa alla rinfusa

in grani di saccarosio fine bianco.

l’eco delle sue offese veniva infranto 

dal filtro dei raggi solida moneta solare

mentre mi allontanavo dalla morta

casa di torta acida

annullando al dito medio, 

ozioso bacio d’addio dato di spalle come

ossicino diagonale sommato all’orizzontale

fetore viscerale di merda

lasciato nell’esplosione

sul titolo di coda alla mia firma:

Manuel Omar Triscari buono a nulla di professione

e la sua scoperta libertà di scorta.

 

 

 

PREGHIERA PER TE.

 

Dio ti benedica.

 

tu che credi in Dio.

 

Dio mi perdoni

se trovi ancora fede ferma in te in me.

 

Dio ti protegga.

 

tu che sei madre di ogni mio respiro.

 

Dio

in cui non credo più

dopo di te

deve farmi la grazia di custodire

ogni tenera rifiutata carezza.

 

Dio tienila al sicuro

tra le tue callose mani

da operaio senza orario

alla periferia dell’universo,

margine a questo sputo di pagine.

 

Dio sia la mia preghiera per te.

 

Dio che ha disegnato

le tue labbra di candida rugiada

dalla vostra nuvola lontana

per me che di brace ardo e canto,

bardo dell’amore,

suo infuocato volto.

 

Dio che ha il tuo volto quando mi sorride.

 

Dio sii gentile con lei,

che è così fragile.

 

io t’imploro, Dio, anzi, te lo ordino!

 

Dio è la mia preghiera per te,

il dono alla tua bellezza celeste.

 

proteggi la madre che amo, mio Dio.

 

 

 

IL PARROCO NON LA PENSA COME ME!

 

il parroco non la pensa come,

e come potrebbe!? egli crede,

nel suo crucibolo, 

che avere una campana sia segno

d’Efesto, e io rifiuto la rima

dei martelli sui cofani santi, io

solo ho detto lo sa? sono matto

e vorrei salire a dir a mia, tutto

a mie spese, tuttalpiù verranno

le guardie, stia sereno, sorelle!

la sera, ogni ora, si suona la giga

uno e uno e quattro quarti, zero

dei morti, una noia praghese 

da sfamare necrologi mensili.

così per far trentuno e scendere

a dorso di gigante verso gironi

più freschi ecco: dirò i nomi,

i cognomi e le prestazioni bove

di questi lombardi che sparlano

e non aiutano, dei frati neri, loro

tra templari impagliati, pronti

alla degna clonazione, e io urlo

dal campanile senza lancette

il kyrie, le valchirie, sdentate, dure

e la notte l’ulutato, pur multato,

ci libererà dal morbo melmoso.

 

 

 

NEL VENTRE DEL NIENTE.

 

e voltano i rivoli di foglie,

falcate dei caprioli 

tra estasi, sotto querce

nere oltre i nervi sopra

il mantello di Torino.

la vita è superba e crolla

ad ognuno col suo fuoco.

tra gli anni si depositano

foglie secche, ossa, dèi

indifferenti, ma noi siamo

ventre del niente: nel

ventre del niente viviamo.

 

 

 

IL VOLTO DELLA BESTIA.

 

il volto di me come bestia

che giocava sotto

le sedie degli scomparsi.

ogni giorno pago il tributo

nel salire a quella casa

col frastuono dei cani

che ci davano il benvenuto,

un luogo sacro, sfollato

che non ha altro se non me

nell’universo del mio vederla.

 

 

 

L’OMBRA DEL SORRISO.

 

l’ombra del sorriso scende

con me tra le colline

e il freddo mi incide

tutte le parole sacre

dei vecchi in questo cerchio

alto di anelli, sentieri, rocce

che milioni di anni fa

erano un golfo, profondo

senza le grida dei fucili,

privo di voci e barche, puro

nel suo ritirarsi sconfitto.

 

 

 

ESOSTORIA.

 

qui, non presenti

siete guerrieri, alti

sulle montagne

di un’esostoria

inventata, chierici

di avamposti, rudi

e arditi paventate

un po’ di pioggia

in quella casa madre

da cui compilate

paroloni, autori, lodi

con braccia ossute

e pance gonfie, voi 

avventurieri in bus

da casa al bronzo nero,

rovente nel cervello.

 

 

 

LE VOCI SPEZZATE.

 

tra i rami nascono

le voci graffiate, ora

degli indesiderati 

salgono e stridono

insieme o in lotte

disperate per la luce

le voci spezzate.

 

 

 

UNA VITA PIÙ SEMPLICE.

 

e cercano noi, notte

dopo notte nel sonno

traducono le ossa

nelle intenzioni, ora

o domani senza l’idea 

di una vita semplice,

corrosa dal giudizio

dei rami in noi fino

al cuore perpetuo, dio

delle nostre azioni

silenziose e attente

cresciute dai rami soli

nei nervi e negli occhi

e gli altri da noi sono

materia o pensiero, qui

scarnificati nella corsa.

 

 

 

DILEMMI.

 

dei miei dilemmi ne raccatto il cuore,

la mia mente che ogni notte s’aduggia 

spirali forme su perenni questioni irrisolte,

delle mie angosce, il nerbo ferroso corroso

che attanaglia ogni vivo s’una Terra di dolore,

dei miei proclami, il fatuo il non senso che rimane

per cui ogni volta riacciuffare la volontà estenuata,

ogni santo giorno senza fede non abdicare a vivere.

 

 

 

VIA CON ME.

 

vieni con me, per fuggire,

impallidire lungo strade e rotaie,

sortire fame e privazioni e marce forzate,

gli odi dei nativi neghittosi o infami,

guardie coi cani ai confini sbarrati da filo spinato 

oppure da alti muri valicabili solo se voli,

vieni con me, per fuggire, 

come la terra fosse cifra di riflessi, 

colori, idiomi strani, come fosse cremisi 

il greto stesso dell’Apocalisse ed ognuno 

scosso dal suo guscio immacolato, 

fosse costretto come noi a migrare,

vieni con me, per fuggire,

per sognarti notti al gelo satolla di niente, 

avvoltolata tra i miei arti tu sognavi, 

e nel sogno eri nuda tra le mie braccia, 

stretta a me nel sacco a pelo brinato 

all’agghiaccio sulla terra dura implume,

quando il sole era esploso, rorido, splendido, 

e non si quietava lo stesso il rimorso 

neppure sognando la calura del sole, 

il suo scintillare che acceca la delizia

a chi conosce a menadito pioggia e gelo,

il suo imprimersi salvifico caldo sulle membra: 

sì un rimorso, l’inquietudine di una miseria 

amorfa, cieca, arcano che non meritavamo, 

come un gioco di dadi baro che a noi 

maledetti mai donò scampo o riparo. 

maledetti i poveri! maledetto il mondo intero!

 

 

 

AMANTI SONNAMBULI.

 

dal labiale scopro la mia bella adorarmi 

nel sonno, beatamente sussurrarmi il nome, 

certificarmi l’erezione con rinculi soavi dei fianchi. 

guarigione dell’amare salvo smentirsi al risveglio 

per un’inezia, ma si accettano anche questi sfoghi 

di rabbia, l’ansia di non sentirsi amati, lo scotto 

della gelosia, l’endemia l’inquisizione via via atroce, 

se lo sappiamo: ridonda sempre l’ardore cristallino 

che muove dal lutto al gioco dei sensi, al credo di amare, 

di non essere solo mortali da trucidare nell’universo.

 

 

 

FUOCO DI PASSIONE.

 

non spegnere il fuoco 

che abbiamo acceso, 

la notte è buia e gelo.

rinfocola, spargi le ceneri, 

ora aggiungi legna, 

rinserra la catasta a fuoco. 

 

crepita a lungo l’obolo cremisi,

salda il coraggio il suo tepore, 

ancora all’aurora conforta,

è poco ma riscalda le mani,

che ancora pulsi rubizzo rincuora.

 

 

 

LA CAMERA DELLE MERAVIGLIE.

 

tutto è propizio. vedo

dallo squarcio fiorito

il perdurare ameno

della profanazione

e il giovenco dibattere,

la pania d’arenili

senza trovar pietà,

un plurimo perfetto

ch’abbatta turpescenze

per perdersi sul pomice

colluso con la carne,

o lo scoglio su di essa.

 

l’avessi anche cercata,

seppur la marchiatura

m’impetri le orazioni

in malfatta sciarada

a scorno dell’occaso

e del nascondimento:

muffirsi in antimonio,

un wunderkammer stento

da ciò che è indifferibile,

il dono al più patente;

che l’uggia non predice

a impietosire i morti.

 

 

 

IL GRANDE UCCISO.

 

ne fecero pilastri,

il Grande Ucciso e i suoi giuncagli d’erica

ad essere figliato dalle spore

d’un feretro, goliato sulla lingua,

l’averla deglutita,

come cucire il feto alla sinistra:

sapeste questo tutti fin da subito,

che non risolve dignità il discanto

di bere in pieno autunno

il rezzo di delizia necessaria

se poi s’imprenda intorno alle caviglie

l’afrore, l’incertezza,

nidiace quella sua sovrabbondanza.

 

 

 

RISOLUTA SEI.

 

risoluta sei: la tua demenza

non scinde l’inconsunto e più il miserrimo

arpione che sia l’elitra presente.

dimmi, lo presumi il tradimento

nel conclave, insospettato trebbio

abbarbicando al muro quattro volte

il dato corso, acquatile demonio.

fugace mentre infiori, sei pesante

per lunghe estati fiacche; questa terra

scombuia senza colpa, lo dicevo,

il senso ti sprofonda nella stipa

del tuo torace verminoso e sconcio;

perché sei tu l’aspe, sappilo,

la piega d’apoplettica respinta

a mendicare il carco dall’inetto.

tu sei l’errore, il falso imparaticcio.

 

 

 

SANGUE AL SANGUE.

 

versavo sangue al sangue, fui nel tosco

floema da figlianza d’Astarotte

quando ne mossi il limen e compresi

perché prestanza di chiarìe sommette.

 

d’in su nicchiate fole d’acquiescenza

colpii mia madre ritta con la destra,

dopo sedetti stranio, infervorato

e masticavo elleboro sbavando

le mie domande insonni a consorelle

che annidano nel salice le vele

di verginale veltro, la contesa

all’alito diaframma: difettare

nigredo non ti rompe nel rimorso,

è posa censoriale, malaccorta.

non mescerti al mio sangue contagiante,

oppure fallo subito, si senta

lo strido proprio sotto vena cava,

sfoltisci scaglia a scaglia la tua voglia

dove s’accoglie il verme, come Creusa

lavò le liturgie, con la ripicca.

 

 

 

PADRE.

 

Padre, io non posso credere a un dio

che mi somiglia. non posso crederti

la scimmia di altre scimmie.

è troppo, quando tutto torna.

questo Dio di cui parlano gli uomini

ha gambe e braccia, ma se i cervi

pregassero, avresti le corna.

 

Padre, l’uomo non può liberarsi dalle sue forme.

e tu sei come quegli alieni fasulli, dalle sembianze

antropomorfe. ma ovunque tu sia, la tua,

è la misura di altre cose. Padre, io non credo

in te, solo perché non credo alle persone.

 

Padre, tu sei una nudità difficile da spogliare.

sai di parole e silenzi, di millesimi e millenni.

tu sei la risposta alle domande mancate,

tu sai la voce, che ci condanna a parlare.

ma, Padre, siamo onesti: saper vivere

è la capacità di risolvere il problema

di un problema che non esiste.

 

¿al cielo? all’amore? al futuro?

a quale nulla votare il respiro?

sciogliersi, l’hai decretato, è la natura

della neve. ma vedi, Padre, è disertare,

allora se preghiamo, se viviamo

senza una ragione e ci preoccupiamo

di non morire invano.

 

¿e se anche questo dolore non fosse senza eguali?

se questo cercarti non fosse il primo? se tu stesso,

ovunque e disperso, stessi tentando invano ancora

un cenno da noi? Padre, tu sai quanto sia scivoloso

sentirsi speciali, perché sai quanto assomigli,

a sentirsi soli. ma non fai eccezione, nessuno

è escluso: niente è unico, perché tutto è uno.

 

 

 

ECLISSI.

 

se fossi qui

lancerei trilli infuocati:

che il vetro li spezzasse pure,

e facesse ardere l’intera casa

strega di cent’anni;

il drappo ai miei piedi percorre vie,

non riecheggia in catene

ma si assottiglia piano.

al fuoco, al fuoco:

è una lite tra animali,

da genetiche distanze generata,

mentre aggrappo la carne a brandelli

prima di giustiziare.

in una notte gracile

non esistono nemmeno

i canti delle rane.

 

 

 

ELEGIA PER VLADIMIR PUTIN.

 

i tuoi occhi fissi

immobili

su grandi braccia

tatuate,

pistole spianate

e madonne incatenate.

 

il mistero della steppa

è nuova polvere

per allergie.

 

Vladimir il Grande,

memoria e onore

è il valore d’essere

a capo.

 

per te danzatori bulgari

a piedi nudi

sull’Eliseo sconfinato.

 

 

 

IL CONQUISTATORE.

 

capitano,

tu che vieni da terra,

dal mare la catastrofe.

alla paura sacrificava

anche il grande condottiero,

con il nome di

Vladimir Putin.

 

 

 

AUTUNNO DENTRO.

 

sopra di noi

come granelli dentro una clessidra

le foglie cadono.

 

la natura si restaura senza fare traslochi.

noi, invece, dobbiamo chiamare la ditta e buttare giù muri,

e comunque questa nostra pelle ce le portiamo sempre dietro,

per tutta la vita.

 

tutte le foglie del mondo pesano più dei nostri calcinacci.

eppure a loro basta un soffio di vento.

noi portiamo invece un carrarmato in casa e facciamo la guerra,

rasiamo al suolo, creiamo spazio, togliamo persino il superfluo.

 

¿riusciremo mai a essere anche noi come i boschi in inverno,

che ci puoi vedere attraverso da quanto sono spogli?

 

spogliati. facciamo l’amore. senza darci appuntamento.

facciamo un figlio, senza dargli un nome.

tu mi chiedi quando è il momento giusto.

io ti rispondo << ieri. >>.

 

sotto di noi foglie che scrosciano,

dentro di noi parole scricchiolano,

attorno a noi giorni che sciabordano,

i sogni perdono la fragranza.

 

 

 

METTIMI ALLA PROVA.

 

metti alla prova quello che sono,

mettimi alla prova e mettimi alle strette,

mettimi una sigaretta in bocca e dei pensieri in testa,

una bottiglia in mano e un posto dove cantare.

metti del buono nel mio cattivo

e poi sostituiscilo con il meglio di te

e poi togli entrambi, togli tutto.

mettimi a nudo quanto ti riesce,

metti l’azzardo e metti il proibito,

sii per me il coltello e la visione,

il mio sesso e la mia castità, croce e delizia,

metti tutto quanto non hai voluto e fammi insicuro e fragile

e poi guardami inciampare se vuoi

fammi nascere e poi morire.

 

metti alla prova quello che sono

e nulla sarà cambiato

ma tutto avrà avuto più importanza.

 

 

 

ESSERE FRANZ TUNDA.

 

ora che sei, non ti fermare.

hai reso plurimo lo scenario

a chiunque potesse entrare di straforo

(è esercizio corporeo la scrittura, successione di respiri la parola).

 

lascia perdere i guru o le bibbie:

per avere una visione d’insieme

lo hai reso filtro o modus operandi

e tu, se un nuovo verbo salirà alto fino a sembrare piccolo e inerme,

anche questo nostro dolore,

non potendo più abbracciare le parentesi tra le braccia

o prendere la testa tra le mani

e cibarsi della stessa carne e bere lo stesso vino

e dormire sotto lo stesso tetto

di stelle e lune,

ma ora che sei non ti fermare.

 

 

 

LA DONNA QUERCIA.

 

la camera oscura degli occhi chiari

imprime la sua pellicola girasole

sui platani della piazza

e sul tuo servizio da thé.

 

nell’alata aerea arena

turbine di grida gioiose giocano

tempesta di giovani hirondelles.

 

l’uomo approssimativo fa l’amore in segreto

con la donna quercia dalle belle gambe

incastonata in un incantesimo

nel bel mezzo del bosco.

 

dove suonano le campane senza motivo

e noi pure.

 

 

 

LAUDA ALLA TECNICA.

 

laudati siano gl’ingegneri,

meccanici e meccatronici,

che i droni sorveglino dall’alto dei loro cieli.

 

laudati siano gl’ingegneri,

civili e civilizzati,

l’ordine e la struttura e le cose stabili per sempre.

 

laudati siano gl’ingegneri,

informatici e informati,

impegnati a codificare la vita e programmare il futuro.

 

laudati siano gl’ingegneri

delle telecomunicazioni,

che detengono l’ascolto, il verbo e l’empatia.

 

laudati siano gl’ingegneri,

biomedici, chimici e gestionali,

che ci aiutino a capire il mondo e lo tengano stretto al cuore.

 

laudati siano gl’ingegneri

tutti: che possano prendere le redini del discorso

e salvare l’umanità, oltrecché la filosofia e la storia.

 

laudati siano gl’ingegneri,

e con loro l’intelligenza artificiale e il machine learning,

la macchina imparante che insegna a imparare

e pure quella imparata che impara a imparare.

 

laudati siano gl’ingegneri

e gl’insegnanti, che abbiano,

almeno loro, la forza di restare umani.

 

 

 

TRAMONTANA.

 

fa parte del contratto con Dio la pioggia,

ne è la clausola rescissoria.

del quadro perfetto di luce e pace,

nel furore guerriero data tempesta

come dama in amore

il mare si pone

in mostra per farsi ammirare,

immortalare nell’abbracciare intimo

lontano umano

facile al distrarre, scarno nell’afferrare

tale immaginifico Dio danzare.

sento il profumo, ma non vedo le onde.

il fragore della carcassa

alla deriva

mi acceca e frusta

orgoglio ed anima,

ottenebra fiammella

evapora lacrima.

accarezza l’onda nell’ombra.

cieca schiaffeggia questa mia faccia spiaggia

solleticata fra le dita dalla sventaglia

che tratteggia graffi e semina messi

di piccoli passi a strofe e versi.

come se impetuosi marosi

prosciugassero secoli di scogli e massi

dai ricordi stagioni nei muschi a nord di noi stessi

ombreggiando loschi farsi frasi,

oggi la stasi.

 

 

 

UNA MORTE INTERESSANTE.

 

guardò la linea distante della riva pensando

<< ¿chi preferisce la terra al mare se non quelli uomini pieni di paure? >>

e aggiunse, senza muovere labbra e respiri,

<< rinunciare alle memorie, accogliere l’orizzonte. >>.

navigava come un’isola alla deriva sullo sconfinato oceano mare.

fuggiva agli approdi, fratello libero di quei venti favorevoli

porsi ali agili allontanarsi dagli inganni facili dei porti degli uomini.

cercava senza cercare bonacce al sole

o il niente ripetuto dell’orizzonte, immobile nel galleggiare.

preferiva il niente che aveva da dargli il mare.

un giorno di noia tra le onde bambine dispettose,

bruciò le vecchie mappe dei capitani di lungo corso

che teneva gelosamente sotto il berretto infeltrito

di lanugine spelacchiata.

rideva e cantava ubriaco di quel tipo di vita speciale

che brilla folle nel rhum sotto al sole, mentre intanto pensava:

<< non ci sono più isole segrete di pirati e tesori da scavare. >>.

Il fumo dell’oblio.

fiori di loto in fiamme.

il marinaio che arde nell’inferno acquitrino,

folgore di Paradiso eluso

elisir di bestemmia e canzonacce

in cui affogare felice.

un puntino dal cielo, fumo sull’acqua ad evaporare

tra le stelle spente per migliaia di notti ripetute e perfette

e gli aborigeni di qualche isola fuori dal tempo

immersa nei racconti degli ubriachi

legni marci da bettola ciancianti nel loro ultimo sorso offerto,

biascichio confuso e stanco a trascinarsi di quei figli neri

della terra nera senza origine né domani d’aggiungere o raggiungere.

pensò l’ultimo pensiero

prima che il mare lo lasciasse andare

e così bisbigliò:

<< fedeli a loro stessi, ed io immobile trottola che affoga. >>.

 

 

 

LA COSTELLAZIONE DEI TUOI OCCHI.

 

volevo solo conoscere la costellazione

che ti si apriva negli occhi, mentre distesa

indicavi col dito le stelle in giardino.

alle nostre spalle, ancora s’alzava

il grido dei tanti bambini ritratti

in piccole foto, nel cimitero ebraico

oltre la salita.

guardavamo il cielo e mi chiedo

con quale vita. era la vita della sera,

ma il pomeriggio noi eravamo lì,

di fronte al grande cancello, di fronte

alla stella oscurata. avevo scherzato

con te sul mio naso, sul boccolo

che mi scendeva sul viso. avevo scherzato.

 

 

 

IL NIDO DEI CODIROSSI.

 

sono tornati i codirossi,

a costruirsi il nido

nella cassetta della posta.

mentre uscivo dal cancello

uno di loro si è pietrificato,

il battito d’ali immediato

per tenersi immobile

in modo che io non lo sentissi,

io che sono un gigante cattivo,

la ronda di un impero lontano.

 

sono tornati i codirossi

e io sono sempre lo stesso:

cammino contro il muro,

cerco di chiudere piano.

 

 

 

INTONACO.

 

sogno spesso di diventare l’intonaco

di un palazzo mezzo addormentato

che spio dal vetro del treno.

a volte sono il riflesso che investe

i complessi industriali in rovina

e i finestroni dei concessionari.

 

io temo queste piccole visioni

e mi stringo forte alla veglia;

poi il treno giunge al capolinea.

 

allora esco dalle stazioni pieno di vita

e mi sconvolge il passeggio feroce

delle puttane incinte sulla strada.

 

 

 

UN ESERCIZIO DI SOPRAVVIVENZA.

 

le noci, sul bordo

del tavolo, stanno per

cadere, ma qualcosa

le tiene ferme, come

un esercizio di sopravvivenza.

 

le noci cadono, qualcuno

le ha spinte, ma non

si rompono, il guscio

è fatto per sopportare

una forza maggiore.

 

qualcuno calpesta le noci,

non si rompono, lui

scivola, cade e batte

la testa, non mangerà

le noci, che sono salve perché

il tempo le ha indurite.

 

qualcun altro arriva, vede

quello riverso a terra, pensa

di aiutarlo, ma prima

ha tanta voglia di mangiare

una noce.

 

la rompe e qualcosa si rompe

dentro di lui. è secca

e ammuffita, come lui

così si sdraia a terra, accanto

all’altro e aspetta il suo turno.

 

 

 

INCENDIARE IL BIANCO.

 

impazziti gli angeli

ci hanno fatto passare,

nonostante avessimo detto

a gran voce e senza giri

di parole che eravamo lì

per incendiare

il paradiso.

 

<< andate, andate pure. >>

dicono incauti gli angeli,

che a forza di essere custodi

si erano affezionati a noi uomini.

 

abbiamo girato per il cielo due o tre volte

fino a trovare le porte.

non c’è stato bisogno di distruggerle,

erano aperte.

 

ci è venuto incontro Dio

senza affanno, con la stanchezza

ridente dell’eternità

e ci ha chiesto perché volevamo

incendiare il cielo,

ma sapeva già tutto.

 

<< ¿perché non esiste,

non c’è paradiso, non c’è inferno,

non c’è dio, nessuno lo attesta.

lo facciamo per protesta. >>.

 

e lui, affatto offeso, ci ha detto << va bene. >>

e così abbiamo svuotato le taniche di

benzina sulle nuvole e sulla sua barba

bianca e abbiamo acceso

un prospero senza intenzione

di prosperità.

 

Dio non si è mosso affatto nell’incendio,

dimostrando più stile di suo figlio.

si è lasciato bruciare in modo

inarrivabile, divino, confidenziale.

 

e poi non ci siamo svegliati,

perché eravamo morti.

invece del paradiso

siamo rimasti per l’eternità

tra macerie fumanti

e nuvole bruciate.

 

 

 

UN ARCOBALENO AL CONTRARIO.

 

dimmi quando sei laguna di sale,

laguna di sole al bordo di un mistero.

l’ordine fatto di catrame è una palude per i sogni.

 

solleticami, dividi il mio nome,

lasciami naufragare

come una papera di gomma

gialla

nella tinozza tra schiume

e bolle ad aspettare

il bambino interiore

che fa del corpo un asilo.

 

la vita è come

un arcobaleno al contrario,

al posto dei colori,

al posto dei dolori,

al posto del cielo

il sentiero che porta

ad un cimitero in festa.

 

bare coi fiocchi,

morti in doppiopetto

che soffiano stelle filanti

e bevono spumanti.

fornetti da cui escono

pizzette da mangiare

a perdifiato, tanto il fiato

non c’è più,

l’ultimo respiro è esalato,

una sigaretta tira l’altra.

 

i morti sono la nostra allegria

che spesso giace sepolta

dal pensiero di quello che è stato.

chi ha avuto, chi ha dato,

scordiamoci il passato

e beviamo l’ultimo bicchiere

prima che sia giorno

in questo svenuto mestiere

che è vivere in punta

di parola mancata

e il resto, come

una civiltà dimenticata,

alla prossima puntata.

 

 

 

 

 

Anno 2022

© “Corpo 11” Edizioni

corpo11edizioni@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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