"SOTTOVOCE, MANO NELLA MANO"

 

“SOTTOVOCE, MANO NELLA MANO:

 

poesie sussurrate all’orecchio

abbracciandosi nel buio

prima di addormentarsi.”



 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 

 


 



<<Voglio un carico di vino di rubino e un libro di versi.

M’occorre appena lo stretto necessario e un mezzo pane.

Poi io e te seduti in un luogo deserto:

questa è una vita superiore al potere di ogni sultano.>>

 

(Omar Caiàm[1]).

 

 

 

 

 

dormivo

credevo che anche tu dormissi

ti abbracciavo

per fare calore al mio corpo col tuo corpo

mi abbracciavi

avevi gli occhi serrati

e i pugni anch’essi serrati

poi

d’un tratto

mi soffiasti bisbigliando

un “ti amo” tra i denti

quasi un sussurro:

le grandi cose si dicono

sottovoce.

 

 

 

 

 

odi i raggi della luna

picchiare contro i vetri della notte

che tra rossastre foglie si merge e asconde

quale sotto grigia cenere rovente brace

ferma e silente scrutando

la nostra solitudine in abbandono

le nostre solitudini in precipizio

e i nostri bisbigli ascoltando

e sussurri e gemiti

sommessi.

 

 

 

 

 

oh, rorida malvacea luna

sepolcro ai nostri amori segreto

alle nostre baccanali follie testo.

 

 

 

 

 

 

 

soave sei bella tra le belle

quale luna ridente tra le stelle

e la tua luce le altre caccia e impaura

come sole la luna oscura.

 

 

 

 

 

alle altre donne la tua luce risplende

come il sole la luna sospende.

 

quando ti desti sei la mia alba:

al tuo cospetto pure il sole scialba.

 

 

 

 

 

la tua bellezza come una scure

falcidia le mie imposture

e pure le perle rende insicure.

 

 

 

 

 

quando abbandono il mio capo al tuo ventre

sento il mio desiderio gravare il tuo grembo

quando appoggio il mio volto al tuo

e a occhi chiusi ti bacio

sento oltre le tue palpebre

i miei sogni palpitare.

 

 

 

 

 

sono come luna e come luna

so brillare solo di luce altrui

so vivere solo di vita altrui.

 

così mi muovo lentamente sul tuo corpo

attento a non svegliarti

pregando che non ti desti.

 

 

 

 

 

addormentato giaccio nella tua ombra

che fissa il mio destino

respirando il tuo profumo selvatico di pioggia.

                                                                          

sveglio mi desto nell’aroma di frutta

dolcissima e un po’ stantia della tua bocca

nella tua essenza d’aurora

che un nuovo giorno accende in me

dolce di zucchero e cannella.

 

 

 

 

 

anche vicina mi sei lontana

ed è come se tu non ci fossi

e mi sfuggi

anche se sento battere il tuo cuore

sotto la mia mano

ma non so se batte per me

non lo so e questo mi fa soffrire

mentre tu sogni e io ti guardo dormire

e questo mi fa impazzire.

 

questo solo so:

che se tu smettessi di amarmi

vorrei che il tuo cuore

smettesse di battere.

 

 

 

 

 

quando mi guardasti per la prima volta

comprasti la mia nuda proprietà

e come per miracolo

come in un sogno

ora vivo in un corpo che non è mio

in compagnia di una mente che non ragiona

e ti pensa anche quando non voglio

vivo con occhi che non dirigo

e ti guardano anche quando non voglio

con un cuore che non comando

e ti ama anche quando non ti amo

e gli ordino di non amarti.

 

 

 

 

 

vivo per te

vivo per te

vivo per te

e per te mi aggiro e mi raggiro

senza dubbio fuori luogo

fuori dal mondo e fuori di chiave

tra vivide distese d’aprile

e vani prati d’amore febbrile.

 

 

 

 

 

e vivo per te ma non vivo

e amo e sono infelice

più ti amo più sono infelice

più non ti amo più sono infelice

più sono infelice più non vivo

più non vivo più ti amo

poichè come luna so vivere solo di luce altrui:

come luna io brillo solo dei tuoi sogni e desideri

che esplodono nella notte uniforme

uguali a fuochi d’artificio colorati.



 

 

 

 

 

là nel cielo

là nel terrore

mutati sono i contorni

i confini del mondo

ora che la tua luce si affievolisce

e s’offusca la parola

e la mente sfolla

e l’anima crolla.

 

 

 

 

 

ossessione il tuo nome

come oscuro rivo di sangue

nelle mie vene gorgoglia

oscuro cemento rappreso

in povere sillabe tessute di enigmi

grumo di tumori nel mio deluso

disilluso ottuso cerebro leso.

 

 

 

 

 

 

 

 

verrà il giorno in cui sarò arso

nella frode che ogni cosa corrode

e più significato non avranno gl’impegni e le coincidenze

gli orari e gli appuntamenti

gl’inganni e i tradimenti

e allora potrò lasciarmi cogliere dall’amore

e abbandonarmi senza freni ai piaceri

per metà reali e per metà erratici

ma sempre ossessivamente martellanti

nel mio cervello.

 

 

 

 

 

e infine saremo lì:

lì tra i reietti e i rinnegati, tra gli emarginati,

certamente non voluti e non graditi,

tra quelli che non sanno come comportarsi,

tra quelli che non sanno che cosa si debba dire

e che cosa non si debba dire,

tra quelli che hanno troppo da dire per poterlo dire,

saremo lì, noi due, io e te,

certamente non voluti

certamente non desiderati

certamente disperati

soli

io

e

te.

 

 

 

 

 

soli

io

e

te

su questa strada

viziosa

oscena

sordida

drogata

scandalosa

vergognosa

saremo insieme

su non battute strade

su non percorsi sentieri

senza soldi senza mete senza ideali

e senza veri

desideri.

 

 

 

 

 

soli e

lontani

da questo dispietato mondo allucinante

e da questa perfida gente

che ci fraintende

che ci aborre

ci disprezza

ci maldice

ci esclude

e ci vuole rinnegati ed espunti.

 

 

 

 

 

noi saremo lì

rinnegati

espunti e

cancellati

soli

e felici

della nostra assenza

della nostra reciproca presenza

della nostra sola essenza

ambendo solo a vivere     

a vivere malgrado tutto

nonostante tutto

mentre la notte brucia tra le fiamme

e il nostro amore corre come un cane

con il cuore in bocca e un ghigno tra i denti.

 

 

 

 

 

davanti a me

stendi a fuoco la meravigliosa vita

distraendo i maligni malvagi demoni

e gemma arida e pura rendi la morte.

 

sei la verità che si posa sul mio fronte

e tocca e arde e insegue e fruga

ogni ruga, ogni ruga.

 

 

 

 

 

gemma del deserto sei

anzi fiore del deserto

e come fiore effondi soave sapore

di mare-amarena-amaranto

quando muovi i tuoi agili fianchi bruni

brunendo il giorno e incendiando la notte.

 

 

 

 

 

mirifico occhio di mosca sei

selva ondosa ondulata di verde-frescura

labbre vibratili di moscerino

radiante sole dentato dentellato

plurimo proliferare di steli-foglie nei tuoi raggi

arnia porosa di dolcissimo miele

offuscato labirinto di rugiade

cicaleggio di mille splendidi soli

e perpetue sillabe-fame

stupro dell’occhio incapace di guardarti

puro raggio-miraggio-destino

energia che si dissangua e mi dissangua

egro barbaglio-spiraglio nel cielo nuvoloso

respiro senza sospiro

sospiro senza sogno

fresca pienezza di frutto maturo

frutto di te stessa nella linfata sera

nel meriggio icosaedrico

allorchè il giorno guerreggia alle tenebre

e ombre di morte si stendono sulla pelle

e pensieri volano come ali senza ombra

e risuona l’ultimo rimasuglio dell’estate

affollata di brezza marese

e ogni azione diviene fioca paralisi

ogni volontà aberrante frana rovina

ogni saluto una esiliata lontananza

arcaica prosaica demoniaca all’occaso oblioso.

 

 

 

 

 

pioverà forse tutta la notte

e noi dormiremo trafitti

dall’acqua buia che rimbomba sulla nostra pelle

e sulle nostre vecchie ferite

e anche sulle nuove

quest’acqua che non lenisce le nostre pene

ma come una macchina per scrivere

batte contro le finestre inesorabilmente

il suo ticchettio di telescrivente

e insistente ci ricorda

quello che non siamo,

quello che non fummo,

quello che non saremo.

 

 

 

 

 

come è triste

alle 2,34 della notte

pensare a quello che saresti potuto essere

senza avere saputo mai che cosa sei

mentre l’acqua gronda e lava le nostre sporche coscienze

e ci ricorda che siamo qui

nonostante tutto.

 

 

 

 

 

dolcezza fummo

violenta

armonia di contrari - di opposti - di antipodi

come due tropici - come due emisferi

austro e bora

chimico incontro e labile psichismo

fummo mare d’inverno e papavero raggiante

tu la rabbia che l’amore esaspera

io il coltello che la rabbia affila

la lancia che la rabbia scocca

la pistola che la rabbia esplode.

 

 

 

 

 

amore senza fine inerte fummo

sangue senza corpo

forza senza sfogo

luce senza spiraglio

acqua-fiume senza sbocco

livellato compromesso

composito coacervo colloidale

di occhiute iridi gemmate.

 

 

 

 

 

ma

più di tutto

tu fosti per me

febbricitante fabbro di orgasmi

singultoso afflato di morte

insufflato in soffi di buio-freddo

agghiacciato da tardive nevi primaverili

su sabbie su spiagge

di conchiglie e miraggi

tu fosti per me.

 

 

 

 

 

basterà un tuo sospiro

e come fiore al sole esploderò

dischiudendo i miei petali

al richiamo della tua voce

basterà un tuo sussurro

e sarà torma che turba e disorienta

e agguati di tentacolari piaceri

sarà grido e strepito ed eccesso di accesi sessi

e cascame fronzuto di stelle

e sanguinante crepuscolo vorace

sanguinante coagulo di forme madide

liquidi proteiformi palinsesti

dove ogni giorno ci rincontreremo

rinascendo ogni giorno

conoscendoci-scoprendoci ogni giorno

nuovamente.

 

 

 

 

 

piove

e uno stillicidio di pioggia

a goccia a goccia                        

come un immenso invisibile esercito

marcia sui tetti.

 

 

 

 

 

improvviso il cielo chiude gli occhi e rugge

e dura una pioggia rovescia e offusca case e pietre

e la luce galoppante percuote notte e cielo

con il suo sulfureo lampo-tuono-gong.

 

 

 

 

 

candidi fulmini folgori

come scintillanti sciabole fiedono il volto alla notte

e insultano alla luna saettando rabbia e ira

e il vento rauco cupido guerriero

fischia urla e ulula sconvolgendo ombre e arbori

con strepito furente e crepitando alle porte

esplodendo i suoi secchi colpi di pistola

contro le membrane del cielo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

tempesta

 

e il mare ribolle schiumando

in eburnee braci e plumbee onde

e metallici flutti e digrigna i propri ferrei denti voraci

e mordendo le rive orrido e terribile si leva

come una torre

e croda e risorge in continuazione

senza sosta e senza pace

mostrando le mandibole

nello spasimo delle sue abissali volute

e come brividi scivolano sul dorso del mare

alghe e rottami

e l’oceano ringhia rugge rugghia romba

e croscia squassa palpita e sciaborda

mostrando tra deliranti diademi

le voraci fauci alle foci della notte.

 

 

 

 

 

in precipiti lontananze capovolte

in specchi verberanti immagini rubate

io e tu unico affanno

unico oblio.

 

 

 

 

 

dove il fiume diveniva mare

e il mare giocava con il vento

facendo onde-spume e cavalloni

e le schiume lambivano i tuoi piedi

lì sulla sabbia vergine-lattice

con te giacevo

preso nella rete dei tuoi capelli

perso nel buio silenzio dei tuoi occhi

mentre l’aurea vampa-fosforo del sole

si adagiava stanca sulla riva.

 

 

 

 

 

con te io ERO

e pura energia divenivo

statura - mole - alma - frizione

degna di misurarsi con gli dei

lì, nelle notti di resina e di latte

profumo bevevo alle tue coppe

e i tuoi occhi adoravo

mentre scorreva il mare-notte

senza nulla ferire

e senza colpo ferire

ruggiva il mare

mentre io bevevo alle tue coppe.

 

 

 

 

 

sei nodo alla gola

che mi lega e avvince

ed eccita e sconvolge

ogni mattino,

pattern non decifrabile,

sei linfa senza fiele,

linpha senza phiala,

linfa senza fine,

fine senza lieto-fine,

ma credi con tutta te stessa

nel tuo inesistente

tutto.

 

 

 

 

 

più ti perdo, più mi perdo

più mi perdo e più ti perdo

più ti allontani, più mi sei simile

con tutta la tua non-violenza

con la tua mozza armonia

con i tuoi grumi infantili d’odio

con i tuoi pensieri pronti all’anancasmo

con il tuo fremito che corre

dal còccige all’occìpite.

 

 

 

 

 

superstite uguale a me

superstite uguale a te

a fondali eternizzati in pellicole trasparenti

a celesti altori di non-finito infinito

a ignei orizzonti sublimizzati

e aizzati oltre nubi polverizzate pulviscolari

oltre il firmamento degli inverni

oltre in firmamento degl’inferni

oltre il firmamento degl’infermi.

 

 

 

 

 

senza te quanto minacciosi sembrano i cirri all’occaso,

senza te quanto tenebrosi i nomi dei mesi,

e lugubre e insopportabile la parola Inverno,

senza te quanto penosa la vita, inutile

il tempo, insignificante

il sole.

 

 

 

 

 

oggi succede che vorrei solo

intrecciare la mia lingua alla tua lingua

fondere la mia pelle alla tua pelle

unire i tuoi respiri ai miei ansiti

e così fare un viluppo di gemiti

in continua progressiva geminazione-germinazione

col cuore nel cuore in gola.

 

 

 

 

 

angoscia è ripensare allo sfolgorio delle tue gambe

distese e ferme come dure acque di ruscello eppur vivide

angoscia è pensare al sole che brucia nei tuoi occhi

e che troppo distante non mi riscalda.

 

angoscia è pensare al sangue che ti scorre nelle vene

anche se non sei con me.

 

angoscia il tuo impercettibile respiro quando dormi

e io posso quasi sentirti nelle lunghe notti senz’alba.

 

angoscia immaginarti versare nel buio

il tuo miele ostinato.

 

angoscia il tuo sesso che piange lente lacrime sporche

appese come piccoli ragni a un filo metallico

o biancheria ad asciugare.

 

 

 

 

 

ora che con me più non sei

insopportabile è la notte

e così passo tutto il mio tempo nei bar

e mi svilisco nei bordelli mi avvilisco

a capofitto nel vizio abbietto vivo

e così passo le notti intere

mentre sulla mia pelle aumentano cicatrici e tatuaggi

e intanto i soli seguono le lune e monotonamente aggiorna

e in un mare di errori mi ritrovano l’alba e l’aurora

e suadenti profumi non possiede più il mio giardino

solo erba secca e schiocchi di serpi.

 

 

 

 

 

di te più mi mancano

quelle cose piccole e insignificanti

come rimanere nel letto abbracciati e parlare ancora un po’

o addormentarsi mano nella mano

pelle nella pelle

bocca nella bocca

fiato nel fiato.

 

sono queste le cose che mi mancano

cose un po’ sdolcinate

cose gentili

affettuose

cose così.

 

 

 

 

 

quando parlo non parlo io

ma è la tua voce che in me parla,

quando rido non io rido

ma in me ride il tuo sorriso,

quando piango non sono io a piangere

ma i tuoi rimpianti e i tuoi rimorsi.

e la mia solitudine è solo la tua assenza.

 

 

 

 

 

la tua assenza

mi spia ogni attimo

la tua assenza m’insegue

ogni giorno

ogni ora

ogni

minuto,

io scappo e corro via

ma lei mi raggiunge

non posso scappare

e quando provo a sfuggirle

lei mi piega le gambe

e cado con la faccia a terra.

 

 

 

 

 

la tua assenza dondola nell’aria come un’ape,

è un ponte indistruttibile tra noi

che più sottile di un capello

più affilato di un coltello

taglia il filo dei miei pensieri

e mi lascia stordito.

 

 

 

 

 

amore mio, ora che la sera lenta s’annera

basterebbe che mi toccassi il cuore

perché la notte ardesse tra le fiamme

tra fiamme lambenti le stelle e il cielo

e il giorno esplodesse la sua melodia d’acciaio.

 

 

 

 

 

amore mio, basterebbe una tua carezza

perchè il mio sangue risillabasse desideri e sogni

nelle vene da tempo occluse

e questo cervello di stagno risuonasse

di cicale crocidanti e crepiti di sole

di nuovo e la mia alma inaridita gorgogliasse

di nuovo amore.

 

 

 

 

 

amore mio, basterebbe solo un tuo soffio

perchè questo mio cuore scordato

questo polveroso mio cuore

questo mio crudele avaro cuore amaro

si ridestasse acerbo e intatto

con stridente strepitante clangore di feroce torrente

nell’echeggiante foresta.

 

 

 

 

 

ti cerco e non ti trovo

ti cerco e mi perdo come pelo nell’uovo

ti cerco nel fioco del fuoco e nel ghiaccio

ti cerco all’addiaccio e non ce la faccio.

 

vieni amore mio amaro,

vieni amica mia cara,

slanciata in sottili raggi d’aurora,

vieni, ti bacerò sulle labbra e sui seni

i tuoi dolci seni più dolci del vino,

vieni, affinchè possa baciare la tua pulviscolare

fluida reticolare vegetale

natura verticale.

 

 

 

 

 

amore mio, se a me più bella e leggiadra domani venissi

uguale a oggi io ti vorrei,

e quella stessa bocca bacerei.

 

vieni, vieni così come sei

bella o brutta che sei

vieni né bella né brutta

vieni anche con occhi ciechi

pur pallida e disfatta,

pur sporca e negletta

ma vieni

affinchè io non creda

che tu più non sei.

 

 

 

 

 

 

 

se stasera tu a me venissi

sull’orlo del mio letto ti farei sedere,

e accosterei la mia coperta alle tue spalle,

e con la mia pelle di serpente

farei scudo alla tua pelle di pantera,

e con le mani farei un cuscino per il tuo viso,

e con le braccia un arco per cullare il tuo sonno,

e monili con le mie lacrime per il tuo collo.

 

 

 

 

 

vieni a me

e come si affonda nell’acqua

immergiti nel sonno accanto a me,

abbandonandoti nell’arco delle mie braccia

ma nel tuo sogno non dimenticarti di me.

 

 

 

 

 

era un luogo in cui io e tu eravamo previsti e amanti.

così di notte mi sveglio e provo a immaginare

che cosa di noi sarebbe stato

se tanta disperanza dentro non m’avesse divorato.

 

 

 

 

 

sterile figlio della notte infeconda il rimorso

vaga nei labirinti della mia insonnia

appeso ai filamenti di latte coagulato del ricordo

come un ragno appeso alle aragne del rimpianto

teso come una spada di Damocle sul mio sonno.

 

è un albatro che canta le sue orribili odiose nenie

tra le nere coltri della notte

e spavaldo e protervo mi conduce a sperduti liti

dove t’incontro di nuovo, perduto amore,

e la tua stellata fronte rivedo

e i tuoi occhi scolorati bacio.

 

 

 

 

 

tu ed io un unico fiume

che attraversa una landa desolata

circolare e infinita.

 

 

 

 

 

tu e io

un unico grido

che si perde nel vacuo silenzio

della notte incostante.

 

 

 

 

 

seni d’ambra, denti di giglio e viso pure di giglio

tu, mio giglio in mutande

magnetica visione sei

redenzione e condanna

salvazione e pazzia

canzone e veleno

vigilia e sonno

terrore e miracolo

pericolo ed estasi

ogni volta che s’inizia la notte.

 

 

 

 

 

bruni fianchi incombenti come neri cirri

profumo ridente di membra innocenti

elettro-magnetico fulgore di capelli

e brucianti rivelazioni di splendidi sorrisi

i tuoi occhi d’aurora mi abbacinano e stupiscono.

 

 

 

 

 

sei la quiete e lo scandalo

l’incontro e la fuga

candore e colpa

infinto e informe

memoria e specchio

sconfitta e risata

impeto e vergogna

divario e quotidiano

sei la ragione per l’insolito

quando la vita stanca si annoia e sbanda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sei la più unanime perdizione e il più perpetuo silenzio

quando sotto il tuo crudo amore mi sento morire,

il tuo sguardo è per me l’ultima fragranza

di un remoto rossore,

ultima fiamma che si dissolve e scema,

lieve saluto di vagabondo,

sguardo fraterno di condannato,

calda complicità di maledizione,

fragile caparbietà di speranza

e patria infinita dell’apolide.

 

 

 

 

 

dal tuo amore nasce la mia angoscia

nel tuo abbraccio la mia solitudine

nel tuo clamore il mio silenzio

nel tuo valore la mia povertà:

 

ho insaziabile fame d’amore

che sazio con corpi senza anima.

 

 

 

 

 

il tuo amore mi rende schiavo,

è la mia schiavitù e la mia desolazione,

mia schiavitù e mia desolazione,

e ora che tu più non sei un antico e greve gelo

preme alle pareti del mio cuore

e io solo e solingo solitudine cerco e solitudine trovo

nel casalingo silenzio dove la mia angoscia nutro

e mi domando

quale terrore o disperanza senza tempo adesso mi spinge

dopo tutto a evocarti in questa poesia

immobile al bivio d’infiniti spaventi.

 

 

 

 

 

annotta

e i miei incubi iniziano a cinguettare scemenze.

ma tra poco arriverai.

così poggio l’orecchio alla porta

in attesa dei tuoi passi

ma sento solo il rumore delle scale

battute dal mio cuore rotto

e i suoi passi corrosi

dalla speranza.

 

 

 

 

 

è buio pesto

e ancora non arrivi

e ora che la tua voce

ha il tono impalpabile dell’eco (e del rimorso)

e con stento sento la sua lesa cadenza,

ora che la luna scaccia il giorno

mi accorgo di quanto sei lontana:

più della luna intangibile

lontana sei.

 

 

 

 

 

con rumore di ala spezzata cade il giorno all’occaso

e la luna riporta quanto disperde l’aurora

riporta gli armenti dal pasco

riporta la barca in porto

riporta il contadino dai campi

ma a me non riporta il tuo amore.

 

 

 

 

 

oh luna di acciaio, luna di Febbraio,

luna di Luglio, luna di maglio,

pozza di latte coagulato,

occhio della notte,

capezzolo del cielo,

parte visibile del nulla,

puro peso e pura forma,

luna oscura come la sua pelle di pantera

luna silenziosa come i suoi occhi

luna imbronciata,

oh luna,  

riporta al cuore di chi non va

l’amore di chi non torna.

 

 

 

 

 

finita è la nostra notte

e tu come luna in cielo

intangibile e lontana

adesso sei.

 

 

 

 

 

eppure ancora ti sogno,

ninfa dal marmoreo corpo,

in sfrenate corse lungo albe sublunari

screziate da umide caligini lattiginose,

mentre i tuoi capelli si sciolgono alla brezza.

 

 

 

 

 

amo i foschi meandri dei tuoi occhi atroci

l’alburna linea di luna del tuo sorriso eburneo

l’opalescente riflesso della tua pelle di tenebra

il negro arco del tuo ventre di velluto

la furente curva dei fianchi plumbei

lo svelto passo di bambagia dei tuoi piedi

il rettilineo rettifilo delle tue gambe

il buio tunnel della tua vagina di ostro

il carnoso grido del tuo sesso d’amaranto.

 

 

 

 

 

eppure sarebbe senza dubbio splendido

passeggiare ancora con te in un luogo azzurro

o fumare un’altra sigaretta insieme

seduti in terra

guardando il cielo correre e il tempo trascorrere

io pensando con egoismo al mio lavoro e al tramonto che passa

e tu che dalle pieghe del collo e dai globi degli occhi

esali un’antica armonica ed emani una soave nostalgia

che si aggruma nella ferita del tuo sorriso

inutile sigillo di frustrazione e desiderio.

 

 

 

 

 

sarebbe senza dubbio splendido

svegliarmi al mattino e vedere il tuo sole

impregnare di stupore le mie dita

stare ad ascoltare con te la notte che scende

e ci risucchia nel suo imbuto

mentre i diamanti della tua bocca imperlano la mia pelle

per poi addormentarci insieme

mentre tu mi guardi con il tuo sguardo che mi disintegra

e io aspetto in silenzio e invano, nella stanza del mio cuore

che tu riesca a scavalcare gli spessi muri che lo circondano

e venga a scaldarmi.

 

 

 

 

 

è freddo fuori

e c’è la nebbia.

 

c’è la nebbia

e tutte le cose sono offuscate

da uno enigma-stupore che non riesco a decifrare

e nella nebbiosa atmosfera del ricordo ti confondi

ti perdo e mi perdo

e mi perdo e ti perdo

e ti perdo.

 

 

 

 

 

rotola goccia a goccia come pioggia spezzata,

a goccia a goccia cade come denti rotti,

come dense viscose gocce di marmellata,

cade sordo come uno scroscio di meduse,

muto come un’onda di gelatina

il mio liquido seminale:

 

è solo un soffio,

un movimento impercettibile e acuto,

flutto senza mare,

fiotto senza amore,

è midollo inerte,

freddo-niente,

rumore rosso di ossa,

rumore denso di masso, di sasso,

l’acqua sessuale

che rivola dalle mie gambe

ai piedi del tuo innocuo, sterile mistero.

 

 

 

 

 

la gioia è amare una donna che ti ama

 

l’euforia è amare cinque donne che ti amano

 

la magia è essere amato da cinque donne

non amandone nessuna

 

l’estasi è amarle tutte

a più riprese

tutte le notti.

 

 

 

 

 

il miracolo è avere ancora gambe e mani,

e testa e cuore e polmoni,

anche se i muscoli non sono più così sodi

e la pelle meno lustra d’un tempo.

 

 

 

 

 

il massimo è avere una donna

che condivida le tue notti senz’alba,

che ami far nulla con te,

che esiga che tu le dica che l’ami

e che l’ami sul serio,

è avere braccia che cullino i suoi sogni

quando dorme

e labbra che ti destino quando è giorno.

 

e questo, detto inter nos, è il vero miracolo,

la vera gioia,

la vera pace.

 

 

 

 

 

scoperto l’errore che ci ha dissanguati

e sommato il meglio di questa insulsa vita,

nebuloso e tremulo dal rimpianto

che sorge sul ciglio il nostro sguardo diviene,

terribile ricompare lo spettro del suicidio,

irriducibile sul muro che inalbera,

ombrato dal rimorso, dal rancore percorso.

 

 

 

 

 

il problema sta nella paura:

la gente ha paura di sognare

o non riesce a tenere duro

o non abbastanza.

 

è una battaglia

spietata con se stessi e con i demoni

e alla fine solo pochi sopravvivono:

gli audaci e i vigliacchi.

 

solo i campioni e i vigliacchi sopravvivono,

ma solo gli audaci ottengono la vittoria,

solo i campioni vivranno per sempre,

circondati da settantadue adorabili vergini puttane...

 

il sole bacia i puri,

la fortuna sorride ai coraggiosi,

le donne baciano gli audaci.

 

 

 

 

 

la luna mezza

alta in cielo

splende nell’oscurità

come il riflesso sulla pelle

di un sorriso di negra

e la mia vita scivola

lentamente verso il

freddo nulla.

 

 

 

 

 

ho mal di stomaco

e le emorroidi ricominciano a dolermi,

pneumatici motori e marmitte percuotono la pioggia,

la pioggia percuote e flagella il manto stradale,

e io mi accorgo che tutto quel che si attende verrà

e anche quel che non si attende verrà

in un’ora inattesa

improvviso

senza un fiato.

 

 

 

 

 

la vita è una cosa seria

non è uno scherzo

dunque va presa sul serio

come fa lo scoiattolo

come fa il gabbiano

come fa il pesce

che vivono non ambendo ad altro che a vivere

così sul serio che anche la morte

non è altro che un’esperienza

tra le altre.

 

 

 

 

 

oh capitano, mio capitano,

sono molto stanco:

non mi attendere.

 

mio capitano,

gli ippocastani il mare le tegole

sono ormai distanti e inafferrabili:

non mi attendere.

 

mio capitano,

sono troppo stanco,

non mi abbandonare.

 

ma non risponde

il capitano:

è fuori a pranzo.

 

 

 

 

 

solo nel cuore dell’oscura notte

io trafitto da un raggio di luna

solitudine sento

come un brivido sottopelle

come se fredde mani

con glaciali dita percorressero

gli interstiziali spazi del mio corpo.

 

 

 

 

 

percorro

albe trame strade

su treni carri e scafi

ma luoghi dolci non trovo

solo rimorsi rimpianti e regretti

amanti notturne come angeli

e nel cervello la stessa

lesa cadenza

d’idiota.

 

 

 

 

 

sempre parto

e sempre cammino

ma mai arrivo

e per eccitarmi ancora

in eterei e sucidi amori suicidi indugio

a disdicevoli torture amore sacrificando

a inganno amare disperando

e solo mi rimane d’ignoti corpi

il dolce maledetto tormento.

 

 

 

 

 

disciolto in miriadi di sillabe

prole fuggitiva - prole abortiva - prole abortita

senza nulla da dire

scrivo questa poesia

che non ha nulla da dire

e nulla dice.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

nessun tempo è mai passato

ogni tempo

unicamente

verrà.

 

nulla in più da attendere

da nessuna memoria né renitenza.

 

lì giace l’idea-consistenza.

 

 

 

 

 

il cielo è limpido, così limpido

da essere invisibile,

intangibile,

e tutto è intossicato dal sole

in un perpetuo brusire-cicaleggio d’induzioni di ragionamenti,

di un alitante sopravanzare di entificazioni astratte,

dalla violenza di un freddo-gelo foriero di venti di solitudine

e riverberi di stasi

più o meno

del previsto-pena.

 

 

 

 

 

vorrei che il nostro ultimo giorno

fosse una notte

così da rimanere per sempre

abbracciati.

 

 

 

 

 

non è triste la vita se mi sei accanto

né oscura la mia notte

poichè sei il mio sole

e la mia gioia.

 

 

 

 

 

non è amore il nostro amore

ma un destino

come l’amore,

come la morte,

come il sole

che sotto coltri pesanti di vischio e oscuro muschio

tranquillo aspetta sognando

certo che l’Estate arriverà

e con essa il giorno in cui egli risorgerà.

 

 

 

 

 

<<Se si può avere un pane di puro frumento,

un otre di vino, una coscia di montone,

ed io e tu seduti insieme in un luogo deserto,

è questa una vita fuor dei confini d’ogni sultano.>>

 

(Omar Caiàm[2]).

 



Anno 2020

© “Corpo 11” Edizioni

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+39 329 42 57 212

 

 

 


[1] Omar Khayyàm: “Quartine (rubaiyyàt)” a cura di Francesco Gabrieli (Newton & Compton, Roma, 1991).

[2] Omar Khayyàm: “Quartine (rubaiyyàt)” a cura di Francesco Gabrieli (Newton & Compton, Roma, 1991).




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