"SOTTOVOCE, MANO NELLA MANO"
“SOTTOVOCE, MANO NELLA
MANO:
poesie sussurrate all’orecchio
abbracciandosi nel buio
prima di addormentarsi.”
di Manuel Omar
Triscari.
<<Voglio un
carico di vino di rubino e un libro di versi.
M’occorre appena lo
stretto necessario e un mezzo pane.
Poi io e te seduti in
un luogo deserto:
questa è una vita
superiore al potere di ogni sultano.>>
(Omar Caiàm[1]).
dormivo
credevo che anche tu dormissi
ti abbracciavo
per fare calore al mio corpo col tuo
corpo
mi abbracciavi
avevi gli occhi serrati
e i pugni anch’essi serrati
poi
d’un tratto
mi soffiasti bisbigliando
un “ti amo” tra i denti
quasi un sussurro:
le grandi cose si dicono
sottovoce.
odi i raggi della luna
picchiare contro i vetri della notte
che tra rossastre foglie si merge e
asconde
quale sotto grigia cenere rovente brace
ferma e silente scrutando
la nostra solitudine in abbandono
le nostre solitudini in precipizio
e i nostri bisbigli ascoltando
e sussurri e gemiti
sommessi.
oh, rorida malvacea luna
sepolcro ai nostri amori segreto
alle nostre baccanali follie testo.
soave sei bella tra le belle
quale luna ridente tra le stelle
e la tua luce le altre caccia e impaura
come sole la luna oscura.
alle altre donne la tua luce risplende
come il sole la luna sospende.
quando ti desti sei la mia alba:
al tuo cospetto pure il sole scialba.
la tua bellezza come una scure
falcidia le mie imposture
e pure le perle rende insicure.
quando abbandono il mio capo al tuo
ventre
sento il mio desiderio gravare il tuo
grembo
quando appoggio il mio volto al tuo
e a occhi chiusi ti bacio
sento oltre le tue palpebre
i miei sogni palpitare.
sono come luna e come luna
so brillare solo di luce altrui
so vivere solo di vita altrui.
così mi muovo lentamente sul tuo corpo
attento a non svegliarti
pregando che non ti desti.
addormentato
giaccio nella tua ombra
che fissa
il mio destino
respirando
il tuo profumo selvatico di pioggia.
sveglio mi desto nell’aroma di frutta
dolcissima e un po’ stantia della tua
bocca
nella tua essenza d’aurora
che un nuovo giorno accende in me
dolce di zucchero e cannella.
anche vicina mi sei lontana
ed è come se tu non ci fossi
e mi sfuggi
anche se sento battere il tuo cuore
sotto la mia mano
ma non so se batte per me
non lo so e questo mi fa soffrire
mentre tu sogni e io ti guardo dormire
e questo mi fa impazzire.
questo solo so:
che se tu smettessi di amarmi
vorrei che il tuo cuore
smettesse di battere.
quando mi guardasti per la prima volta
comprasti la mia nuda proprietà
e come per miracolo
come in un sogno
ora vivo in un corpo che non è mio
in compagnia di una mente che non
ragiona
e ti pensa anche quando non voglio
vivo con occhi che non dirigo
e ti guardano anche quando non voglio
con un cuore che non comando
e ti ama anche quando non ti amo
e gli ordino di non amarti.
vivo per te
vivo per te
vivo per te
e per te mi aggiro e mi raggiro
senza dubbio fuori luogo
fuori dal mondo e fuori di chiave
tra vivide distese d’aprile
e vani prati d’amore febbrile.
e vivo per te ma non vivo
e amo e sono infelice
più ti amo più sono infelice
più non ti amo più sono infelice
più sono infelice più non vivo
più non vivo più ti amo
poichè come luna so vivere solo di luce
altrui:
come luna io brillo solo dei tuoi sogni
e desideri
che esplodono nella notte uniforme
uguali a fuochi d’artificio colorati.
là nel cielo
là nel terrore
mutati sono i contorni
i confini del mondo
ora che la tua luce si affievolisce
e s’offusca la parola
e la mente sfolla
e l’anima crolla.
ossessione il tuo nome
come oscuro rivo di sangue
nelle mie vene gorgoglia
oscuro cemento rappreso
in povere sillabe tessute di enigmi
grumo di tumori nel mio deluso
disilluso ottuso cerebro leso.
verrà il giorno in cui sarò arso
nella frode che ogni cosa corrode
e più significato non avranno gl’impegni
e le coincidenze
gli orari e gli appuntamenti
gl’inganni e i tradimenti
e allora potrò lasciarmi cogliere dall’amore
e abbandonarmi senza freni ai piaceri
per metà reali e per metà erratici
ma sempre ossessivamente martellanti
nel mio cervello.
e infine saremo lì:
lì tra i reietti e i rinnegati, tra gli
emarginati,
certamente non voluti e non graditi,
tra quelli che non sanno come
comportarsi,
tra quelli che non sanno che cosa si
debba dire
e che cosa non si debba dire,
tra quelli che hanno troppo da dire per
poterlo dire,
saremo lì, noi due, io e te,
certamente non voluti
certamente non desiderati
certamente disperati
soli
io
e
te.
soli
io
e
te
su questa strada
viziosa
oscena
sordida
drogata
scandalosa
vergognosa
saremo insieme
su non battute strade
su non percorsi sentieri
senza soldi senza mete senza ideali
e senza veri
desideri.
soli e
lontani
da questo
dispietato mondo allucinante
e da
questa perfida gente
che ci
fraintende
che ci
aborre
ci
disprezza
ci maldice
ci esclude
e ci vuole
rinnegati ed espunti.
noi saremo
lì
rinnegati
espunti e
cancellati
soli
e felici
della nostra
assenza
della
nostra reciproca presenza
della
nostra sola essenza
ambendo
solo a vivere
a vivere
malgrado tutto
nonostante tutto
mentre la
notte brucia tra le fiamme
e il
nostro amore corre come un cane
con il
cuore in bocca e un ghigno tra i denti.
davanti a me
stendi a fuoco la meravigliosa vita
distraendo i maligni malvagi demoni
e gemma arida e pura rendi la morte.
sei la verità che si posa sul mio
fronte
e tocca e arde e insegue e fruga
ogni ruga, ogni ruga.
gemma del deserto sei
anzi fiore del deserto
e come fiore effondi soave sapore
di mare-amarena-amaranto
quando muovi i tuoi agili fianchi bruni
brunendo il giorno e incendiando la
notte.
mirifico occhio di mosca sei
selva ondosa ondulata di verde-frescura
labbre vibratili di moscerino
radiante sole dentato dentellato
plurimo proliferare di steli-foglie nei
tuoi raggi
arnia porosa di dolcissimo miele
offuscato labirinto di rugiade
cicaleggio di mille splendidi soli
e perpetue sillabe-fame
stupro dell’occhio incapace di
guardarti
puro raggio-miraggio-destino
energia che si dissangua e mi dissangua
egro barbaglio-spiraglio nel cielo
nuvoloso
respiro senza sospiro
sospiro senza sogno
fresca pienezza di frutto maturo
frutto di te stessa nella linfata sera
nel meriggio icosaedrico
allorchè il giorno guerreggia alle
tenebre
e ombre di morte si stendono sulla
pelle
e pensieri volano come ali senza ombra
e risuona l’ultimo rimasuglio dell’estate
affollata di brezza marese
e ogni azione diviene fioca paralisi
ogni volontà aberrante frana rovina
ogni saluto una esiliata lontananza
arcaica prosaica demoniaca all’occaso oblioso.
pioverà forse tutta la notte
e noi dormiremo trafitti
dall’acqua buia che rimbomba sulla
nostra pelle
e sulle nostre vecchie ferite
e anche
sulle nuove
quest’acqua che non lenisce le nostre
pene
ma come una macchina per scrivere
batte contro le finestre
inesorabilmente
il suo ticchettio di telescrivente
e insistente ci ricorda
quello che non siamo,
quello che non fummo,
quello che non saremo.
come è triste
alle 2,34 della notte
pensare a quello che saresti potuto
essere
senza avere saputo mai che cosa sei
mentre l’acqua gronda e lava le nostre sporche
coscienze
e ci ricorda che siamo qui
nonostante tutto.
dolcezza fummo
violenta
armonia di contrari - di opposti - di
antipodi
come due tropici - come due emisferi
austro e bora
chimico incontro e labile psichismo
fummo mare d’inverno e papavero
raggiante
tu la rabbia che l’amore esaspera
io il coltello che la rabbia affila
la lancia che la rabbia scocca
la pistola che la rabbia esplode.
amore senza fine inerte fummo
sangue senza corpo
forza senza sfogo
luce senza spiraglio
acqua-fiume senza sbocco
livellato compromesso
composito coacervo colloidale
di occhiute iridi gemmate.
ma
più di tutto
tu fosti per me
febbricitante fabbro di orgasmi
singultoso afflato di morte
insufflato in soffi di buio-freddo
agghiacciato da tardive nevi
primaverili
su sabbie su spiagge
di conchiglie e miraggi
tu fosti per me.
basterà un tuo sospiro
e come fiore al sole esploderò
dischiudendo i miei petali
al richiamo della tua voce
basterà un tuo sussurro
e sarà torma che turba e disorienta
e agguati di tentacolari piaceri
sarà grido e strepito ed eccesso di
accesi sessi
e cascame fronzuto di stelle
e sanguinante crepuscolo vorace
sanguinante coagulo di forme madide
liquidi proteiformi palinsesti
dove ogni giorno ci rincontreremo
rinascendo ogni giorno
conoscendoci-scoprendoci ogni giorno
nuovamente.
piove
e uno stillicidio di pioggia
a goccia a
goccia
come un immenso invisibile esercito
marcia sui tetti.
improvviso il cielo chiude gli occhi e
rugge
e dura una pioggia rovescia e offusca
case e pietre
e la luce galoppante percuote notte e
cielo
con il suo sulfureo lampo-tuono-gong.
candidi fulmini folgori
come scintillanti sciabole fiedono il
volto alla notte
e insultano alla luna saettando rabbia
e ira
e il vento rauco cupido guerriero
fischia urla e ulula sconvolgendo ombre
e arbori
con strepito furente e crepitando alle
porte
esplodendo i suoi secchi colpi di
pistola
contro le membrane del cielo.
tempesta
e il mare ribolle schiumando
in eburnee braci e plumbee onde
e metallici flutti e digrigna i propri
ferrei denti voraci
e mordendo le rive orrido e terribile
si leva
come una torre
e croda e risorge in continuazione
senza sosta e senza pace
mostrando le mandibole
nello spasimo delle sue abissali volute
e come brividi scivolano sul dorso del
mare
alghe e rottami
e l’oceano ringhia rugge rugghia romba
e croscia squassa palpita e sciaborda
mostrando tra deliranti diademi
le voraci fauci alle foci della notte.
in precipiti lontananze capovolte
in specchi verberanti immagini rubate
io e tu unico affanno
unico oblio.
dove il fiume diveniva mare
e il mare giocava con il vento
facendo onde-spume e cavalloni
e le schiume lambivano i tuoi piedi
lì sulla sabbia vergine-lattice
con te giacevo
preso nella rete dei tuoi capelli
perso nel buio silenzio dei tuoi occhi
mentre l’aurea vampa-fosforo del sole
si adagiava stanca sulla riva.
con te io ERO
e pura energia divenivo
statura - mole - alma - frizione
degna di misurarsi con gli dei
lì, nelle notti di resina e di latte
profumo bevevo alle tue coppe
e i tuoi occhi adoravo
mentre scorreva il mare-notte
senza nulla ferire
e senza colpo ferire
ruggiva il mare
mentre io bevevo alle tue coppe.
sei nodo alla gola
che mi lega e avvince
ed eccita e sconvolge
ogni mattino,
pattern non decifrabile,
sei linfa senza fiele,
linpha senza phiala,
linfa senza fine,
fine senza lieto-fine,
ma credi con tutta te stessa
nel tuo inesistente
tutto.
più ti perdo, più mi perdo
più mi perdo e più ti perdo
più ti allontani, più mi sei simile
con tutta la tua non-violenza
con la tua mozza armonia
con i tuoi grumi infantili d’odio
con i tuoi pensieri pronti all’anancasmo
con il tuo fremito che corre
dal còccige all’occìpite.
superstite uguale a me
superstite uguale a te
a fondali eternizzati in pellicole
trasparenti
a celesti altori di non-finito infinito
a ignei orizzonti sublimizzati
e aizzati oltre nubi polverizzate
pulviscolari
oltre il firmamento degli inverni
oltre in firmamento degl’inferni
oltre il firmamento degl’infermi.
senza te quanto minacciosi sembrano i
cirri all’occaso,
senza te quanto tenebrosi i nomi dei
mesi,
e lugubre e insopportabile la parola Inverno,
senza te quanto penosa la vita, inutile
il tempo, insignificante
il sole.
oggi succede che vorrei solo
intrecciare la mia lingua alla tua
lingua
fondere la mia pelle alla tua pelle
unire i tuoi respiri ai miei ansiti
e così fare un viluppo di gemiti
in continua progressiva
geminazione-germinazione
col cuore nel cuore in gola.
angoscia è ripensare allo sfolgorio
delle tue gambe
distese e ferme come dure acque di
ruscello eppur vivide
angoscia è pensare al sole che brucia
nei tuoi occhi
e che troppo distante non mi riscalda.
angoscia è pensare al sangue che ti
scorre nelle vene
anche se non sei con me.
angoscia il tuo impercettibile respiro
quando dormi
e io posso quasi sentirti nelle lunghe
notti senz’alba.
angoscia immaginarti versare nel buio
il tuo miele ostinato.
angoscia il tuo sesso che piange lente
lacrime sporche
appese come piccoli ragni a un filo
metallico
o biancheria ad asciugare.
ora che con me più non sei
insopportabile è la notte
e così passo tutto il mio tempo nei bar
e mi svilisco nei bordelli mi avvilisco
a capofitto nel vizio abbietto vivo
e così passo le notti intere
mentre sulla mia pelle aumentano
cicatrici e tatuaggi
e intanto i soli seguono le lune e
monotonamente aggiorna
e in un mare di errori mi ritrovano l’alba
e l’aurora
e suadenti profumi non possiede più il
mio giardino
solo erba secca e schiocchi di serpi.
di te più mi mancano
quelle cose piccole e insignificanti
come rimanere nel letto abbracciati e
parlare ancora un po’
o addormentarsi mano nella mano
pelle nella pelle
bocca nella bocca
fiato nel fiato.
sono queste le cose che mi mancano
cose un po’ sdolcinate
cose gentili
affettuose
cose così.
quando parlo non parlo io
ma è la tua voce che in me parla,
quando rido non io rido
ma in me ride il tuo sorriso,
quando piango non sono io a piangere
ma i tuoi rimpianti e i tuoi rimorsi.
e la mia solitudine è solo la tua
assenza.
la tua assenza
mi spia ogni attimo
la tua assenza m’insegue
ogni giorno
ogni ora
ogni
minuto,
io scappo e corro via
ma lei mi raggiunge
non posso scappare
e quando provo a sfuggirle
lei mi piega le gambe
e cado con la faccia a terra.
la tua assenza dondola nell’aria come
un’ape,
è un ponte indistruttibile tra noi
che più sottile di un capello
più affilato di un coltello
taglia il filo dei miei pensieri
e mi lascia stordito.
amore mio, ora che la sera lenta s’annera
basterebbe che mi toccassi il cuore
perché la notte ardesse tra le fiamme
tra fiamme lambenti le stelle e il
cielo
e il giorno esplodesse la sua melodia d’acciaio.
amore mio, basterebbe una tua carezza
perchè il mio sangue risillabasse
desideri e sogni
nelle vene da tempo occluse
e questo cervello di stagno risuonasse
di cicale crocidanti e crepiti di sole
di nuovo e la mia alma inaridita gorgogliasse
di nuovo amore.
amore mio, basterebbe solo un tuo
soffio
perchè questo mio cuore scordato
questo polveroso mio cuore
questo mio crudele avaro cuore amaro
si ridestasse acerbo e intatto
con stridente strepitante clangore di
feroce torrente
nell’echeggiante foresta.
ti cerco e non ti trovo
ti cerco e mi perdo come pelo nell’uovo
ti cerco nel fioco del fuoco e nel
ghiaccio
ti cerco all’addiaccio e non ce la
faccio.
vieni amore mio amaro,
vieni amica mia cara,
slanciata in sottili raggi d’aurora,
vieni, ti bacerò sulle labbra e sui
seni
i tuoi dolci seni più dolci del vino,
vieni, affinchè possa baciare la tua
pulviscolare
fluida reticolare vegetale
natura verticale.
amore mio, se a me più bella e
leggiadra domani venissi
uguale a oggi io ti vorrei,
e quella stessa bocca bacerei.
vieni, vieni così come sei
bella o brutta che sei
vieni né bella né brutta
vieni anche con occhi ciechi
pur pallida e disfatta,
pur sporca e negletta
ma vieni
affinchè io non creda
che tu più non sei.
se stasera tu a me venissi
sull’orlo del mio letto ti farei sedere,
e accosterei la mia coperta alle tue
spalle,
e con la mia pelle di serpente
farei scudo alla tua pelle di pantera,
e con le mani farei un cuscino per il
tuo viso,
e con le braccia un arco per cullare il
tuo sonno,
e monili con le mie lacrime per il tuo
collo.
vieni a me
e come si affonda nell’acqua
immergiti nel sonno accanto a me,
abbandonandoti nell’arco delle mie
braccia
ma nel tuo sogno non dimenticarti di me.
era un luogo in cui io e tu eravamo previsti
e amanti.
così di notte mi sveglio e provo a
immaginare
che cosa di noi sarebbe stato
se tanta disperanza dentro non m’avesse
divorato.
sterile figlio della notte infeconda il
rimorso
vaga nei labirinti della mia insonnia
appeso ai filamenti di latte coagulato
del ricordo
come un ragno appeso alle aragne del
rimpianto
teso come una spada di Damocle sul mio
sonno.
è un albatro che canta le sue orribili
odiose nenie
tra le nere coltri della notte
e spavaldo e protervo mi conduce a
sperduti liti
dove t’incontro di nuovo, perduto amore,
e la tua stellata fronte rivedo
e i tuoi occhi scolorati bacio.
tu ed io un unico fiume
che attraversa una landa desolata
circolare e infinita.
tu e io
un unico grido
che si perde nel vacuo silenzio
della notte incostante.
seni d’ambra, denti di giglio e viso
pure di giglio
tu, mio giglio in mutande
magnetica visione sei
redenzione e condanna
salvazione e pazzia
canzone e veleno
vigilia e sonno
terrore e miracolo
pericolo ed estasi
ogni volta che s’inizia la notte.
bruni fianchi incombenti come neri
cirri
profumo ridente di membra innocenti
elettro-magnetico fulgore di capelli
e brucianti rivelazioni di splendidi
sorrisi
i tuoi occhi d’aurora mi abbacinano e
stupiscono.
sei la quiete e lo scandalo
l’incontro e la fuga
candore e colpa
infinto e informe
memoria e specchio
sconfitta e risata
impeto e vergogna
divario e quotidiano
sei la ragione per l’insolito
quando la vita stanca si annoia e
sbanda.
sei la più unanime perdizione e il più
perpetuo silenzio
quando sotto il tuo crudo amore mi
sento morire,
il tuo sguardo è per me l’ultima
fragranza
di un remoto rossore,
ultima fiamma che si dissolve e scema,
lieve saluto di vagabondo,
sguardo fraterno di condannato,
calda complicità di maledizione,
fragile caparbietà di speranza
e patria infinita dell’apolide.
dal tuo amore nasce la mia angoscia
nel tuo abbraccio la mia solitudine
nel tuo clamore il mio silenzio
nel tuo valore la mia povertà:
ho insaziabile fame d’amore
che sazio con corpi senza anima.
il tuo amore mi rende schiavo,
è la mia schiavitù e la mia desolazione,
mia schiavitù e mia desolazione,
e ora che tu più non sei un antico e
greve gelo
preme alle pareti del mio cuore
e io solo e solingo solitudine cerco e
solitudine trovo
nel casalingo silenzio dove la mia
angoscia nutro
e mi domando
quale terrore o disperanza senza tempo
adesso mi spinge
dopo tutto a evocarti in questa poesia
immobile al bivio d’infiniti spaventi.
annotta
e i miei incubi iniziano a cinguettare
scemenze.
ma tra poco arriverai.
così poggio l’orecchio alla porta
in attesa dei tuoi passi
ma sento solo il rumore delle scale
battute dal mio cuore rotto
e i suoi passi corrosi
dalla speranza.
è buio pesto
e ancora non arrivi
e ora che la tua voce
ha il tono impalpabile dell’eco (e del
rimorso)
e con stento sento la sua lesa cadenza,
ora che la luna scaccia il giorno
mi accorgo di quanto sei lontana:
più della luna intangibile
lontana sei.
con rumore di ala spezzata cade il
giorno all’occaso
e la luna riporta quanto disperde l’aurora
riporta gli armenti dal pasco
riporta la barca in porto
riporta il contadino dai campi
ma a me non riporta il tuo amore.
oh luna di acciaio, luna di Febbraio,
luna di Luglio, luna di maglio,
pozza di latte coagulato,
occhio della notte,
capezzolo del cielo,
parte visibile del nulla,
puro peso e pura forma,
luna oscura come la sua pelle di
pantera
luna silenziosa come i suoi occhi
luna imbronciata,
oh luna,
riporta al cuore di chi non va
l’amore di chi non torna.
finita è la nostra notte
e tu come luna in cielo
intangibile e lontana
adesso sei.
eppure ancora ti sogno,
ninfa dal marmoreo corpo,
in sfrenate corse lungo albe sublunari
screziate da umide caligini lattiginose,
mentre i tuoi capelli si sciolgono alla
brezza.
amo i
foschi meandri dei tuoi occhi atroci
l’alburna
linea di luna del tuo sorriso eburneo
l’opalescente
riflesso della tua pelle di tenebra
il negro
arco del tuo ventre di velluto
la furente
curva dei fianchi plumbei
lo svelto
passo di bambagia dei tuoi piedi
il
rettilineo rettifilo delle tue gambe
il buio tunnel della tua vagina di ostro
il carnoso
grido del tuo sesso d’amaranto.
eppure sarebbe senza dubbio splendido
passeggiare ancora con te in un luogo
azzurro
o fumare un’altra sigaretta insieme
seduti in terra
guardando il cielo correre e il tempo
trascorrere
io pensando con egoismo al mio lavoro e
al tramonto che passa
e tu che dalle pieghe del collo e dai
globi degli occhi
esali un’antica armonica ed emani una
soave nostalgia
che si aggruma nella ferita del tuo
sorriso
inutile sigillo di frustrazione e
desiderio.
sarebbe senza dubbio splendido
svegliarmi al mattino e vedere il tuo
sole
impregnare di stupore le mie dita
stare ad ascoltare con te la notte che
scende
e ci risucchia nel suo imbuto
mentre i diamanti della tua bocca
imperlano la mia pelle
per poi addormentarci insieme
mentre tu mi guardi con il tuo sguardo
che mi disintegra
e io aspetto in silenzio e invano, nella
stanza del mio cuore
che tu riesca a scavalcare gli spessi
muri che lo circondano
e venga a scaldarmi.
è freddo fuori
e c’è la nebbia.
c’è la nebbia
e tutte le cose sono offuscate
da uno enigma-stupore che non riesco a
decifrare
e nella nebbiosa atmosfera del ricordo
ti confondi
ti perdo e mi perdo
e mi perdo e ti perdo
e ti perdo.
rotola
goccia a goccia come pioggia spezzata,
a
goccia a goccia cade come denti rotti,
come
dense viscose gocce di marmellata,
cade
sordo come uno scroscio di meduse,
muto
come un’onda di gelatina
il
mio liquido seminale:
è
solo un soffio,
un
movimento impercettibile e acuto,
flutto
senza mare,
fiotto
senza amore,
è
midollo inerte,
freddo-niente,
rumore
rosso di ossa,
rumore
denso di masso, di sasso,
l’acqua sessuale
che rivola dalle mie gambe
ai piedi del tuo innocuo, sterile
mistero.
la gioia è amare una donna che ti ama
l’euforia è amare cinque donne che ti
amano
la magia è essere amato da cinque donne
non amandone nessuna
l’estasi è amarle tutte
a più riprese
tutte le notti.
il miracolo è avere ancora gambe e mani,
e testa e cuore e polmoni,
anche se i muscoli non sono più così
sodi
e la pelle meno lustra d’un tempo.
il massimo è avere una donna
che condivida le tue notti senz’alba,
che ami far nulla con te,
che esiga che tu le dica che l’ami
e che l’ami
sul serio,
è avere braccia che cullino i suoi sogni
quando dorme
e labbra che ti destino quando è giorno.
e questo, detto inter nos, è il vero miracolo,
la vera gioia,
la vera pace.
scoperto l’errore che ci ha dissanguati
e sommato il meglio di questa insulsa
vita,
nebuloso e tremulo dal rimpianto
che sorge sul ciglio il nostro sguardo
diviene,
terribile ricompare lo spettro del
suicidio,
irriducibile sul muro che inalbera,
ombrato dal rimorso, dal rancore
percorso.
il problema sta nella paura:
la gente ha paura di sognare
o non riesce a tenere duro
o non abbastanza.
è una battaglia
spietata con se stessi e con i demoni
e alla fine solo pochi sopravvivono:
gli audaci e i vigliacchi.
solo i campioni e i vigliacchi
sopravvivono,
ma solo gli audaci ottengono la
vittoria,
solo i campioni vivranno per sempre,
circondati da settantadue adorabili vergini
puttane...
il sole bacia i puri,
la fortuna sorride ai coraggiosi,
le donne baciano gli audaci.
la luna mezza
alta in cielo
splende nell’oscurità
come il riflesso sulla pelle
di un sorriso di negra
e la mia vita scivola
lentamente verso il
freddo nulla.
ho mal di stomaco
e le emorroidi ricominciano a dolermi,
pneumatici motori e marmitte percuotono
la pioggia,
la pioggia percuote e flagella il manto
stradale,
e io mi accorgo che tutto quel che si
attende verrà
e anche quel che non si attende verrà
in un’ora inattesa
improvviso
senza un fiato.
la vita è una cosa seria
non è uno scherzo
dunque va presa sul serio
come fa lo scoiattolo
come fa il gabbiano
come fa il pesce
che vivono non ambendo ad altro che a
vivere
così sul serio che anche la morte
non è altro che un’esperienza
tra le altre.
oh capitano, mio capitano,
sono molto stanco:
non mi attendere.
mio capitano,
gli ippocastani il mare le tegole
sono ormai distanti e inafferrabili:
non mi attendere.
mio capitano,
sono troppo stanco,
non mi abbandonare.
ma non risponde
il capitano:
è fuori a pranzo.
solo nel cuore dell’oscura notte
io trafitto da un raggio di luna
solitudine sento
come un brivido sottopelle
come se fredde mani
con glaciali dita percorressero
gli interstiziali spazi del mio corpo.
percorro
albe trame strade
su treni carri e scafi
ma luoghi dolci non trovo
solo rimorsi rimpianti e regretti
amanti notturne come angeli
e nel cervello la stessa
lesa cadenza
d’idiota.
sempre parto
e sempre cammino
ma mai arrivo
e per eccitarmi ancora
in eterei e sucidi amori suicidi
indugio
a disdicevoli torture amore
sacrificando
a inganno amare disperando
e solo mi rimane d’ignoti corpi
il dolce maledetto tormento.
disciolto in miriadi di sillabe
prole
fuggitiva - prole abortiva - prole abortita
senza nulla da dire
scrivo questa poesia
che non ha nulla da dire
e nulla dice.
nessun tempo è mai passato
ogni tempo
unicamente
verrà.
nulla in più da attendere
da nessuna memoria né renitenza.
lì giace l’idea-consistenza.
il cielo è limpido, così limpido
da essere invisibile,
intangibile,
e tutto è intossicato dal sole
in un perpetuo brusire-cicaleggio d’induzioni
di ragionamenti,
di un alitante sopravanzare di entificazioni
astratte,
dalla violenza di un freddo-gelo foriero
di venti di solitudine
e riverberi di stasi
più o meno
del previsto-pena.
vorrei che il nostro ultimo giorno
fosse una notte
così da rimanere per sempre
abbracciati.
non è triste la vita se mi sei accanto
né oscura la mia notte
poichè sei il mio sole
e la mia gioia.
non è amore il nostro amore
ma un destino
come l’amore,
come la morte,
come il sole
che sotto coltri pesanti di vischio e
oscuro muschio
tranquillo aspetta sognando
certo che l’Estate arriverà
e con essa il giorno in cui egli
risorgerà.
<<Se si può
avere un pane di puro frumento,
un otre di vino, una
coscia di montone,
ed io e tu seduti
insieme in un luogo deserto,
è questa una vita fuor
dei confini d’ogni sultano.>>
(Omar Caiàm[2]).
Anno 2020
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
+39 329 42 57 212
[1]
Omar Khayyàm: “Quartine (rubaiyyàt)”
a cura di Francesco Gabrieli (Newton & Compton, Roma, 1991).
[2]
Omar Khayyàm: “Quartine (rubaiyyàt)”
a cura di Francesco Gabrieli (Newton & Compton, Roma, 1991).

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