"LA VALENZA (GEO)POLITICA DELLA COLONIA PANELLENICA DI THURI"
Manuel Omar Triscari
LA VALENZA (GEO)POLITICA DELLA COLONIA PANELLENICA DI THURI.
É
opinione largamente condivisa tra gli studiosi che a partire dal 449 aC.
l'atteggiamento ateniese in politica estera sia prova di un avvenuto mutamento
nell'ambito del progetto politico di Pericle che, abbandonati i sogni
espansionistici, si sarebbe rivolto alla conservazione e consolidamento
dell'impero già acquisito. In questa ottica il coinvolgimento ateniese nelle
imprese coloniarie e militari estere è stato in genere sottovalutato dagli
studiosi e ricondotto a una generica attività diplomatica senza alcuna
considerazione delle reali implicazioni e obbiettivi espansionistici e
imperialistici periclei.
Attraverso
una meticolosa rilettura dei dati che permettono di inferire conclusioni circa
gli interessi, le implicazioni e le ambizioni ateniesi dietro l'accoglimento delle
sfide offerte dalla politica estera mediterranea si sostiene che la politica
estera ateniese di età periclea fu ininterrottamente rivolta al mantenimento
del ruolo di dominio tanto entro i confini dell'impero quanto fuori sebbene
secondo schemi d'intervento che subirono una sostanziale evoluzione in
conseguenza del modificarsi dei rapporti di forza tra le potenze greche.
L'atteggiamento
ateniese in politica estera dopo il 449 è evidente prova non della rinuncia
ateniese all'espansionismo, non dell'arretramento da parte di Pericle dai sogni
imperialistici, non del fatto che sia possibile continuare a riferirsi
all'imperialismo non più come espansionismo ma solo come dispotismo e
conservazione e consolidamento dell'impero già acquisito giacché al di fuori di
questo Atene sarebbe stata costretta ad abbandonare ogni ulteriore ambizione.
Al contrario mi sembra evidente che la politica estera ateniese del periodo
449-429 fu rivolta a mantenere e consolidare dominio tanto entro i confini
dell'impero quanto fuori. Dopo il 449 nella politica interna ed estera iniziò a
manifestarsi l'intreccio tra πλεονεξία, φιλοτιμία e πολυπραγματοσύνη ovvero tra istinto di avere più rispetto a quanto si
possiede prevaricando gli altri e violando le leggi, brama di successo e di
potere, e frenetico attivismo il quale intreccio condusse la situazione
politica greca dal bipolarismo non conflittuale tra la potenza terrestre,
conservatrice e immobilista Sparta egemone nel Peloponneso e la potenza
dinamica e talassocratica Atene dominatrice nell'Egeo allo scontro frontale
(che si attestò infatti non casualmente nelle aree interferenziali tra i due
sistemi ovvero nella Grecia centrale, nel golfo saronico e nel golfo corinzio).
Atene assecondò
costantemente durante tutta la fase periclea finalità imperialistiche le quali
mutarono tuttavia i modi nel corso del tempo in conseguenza del variare delle
condizioni politiche e ambientali le quali se da un lato possono avere
influenzato e precisato nel tempo gli scopi strategici, militari, commerciali e
politici preposti a ciascuna iniziativa, dall'altra non deviarono mai Pericle e
Atene dal progetto di base.
La politica estera
periclea mi pare d'altronde una soluzione inedita e originale ai problemi di governance che stringevano la Grecia di
V secolo, una soluzione che solo una <grande> personalità in senso
scheleiermacheriano - caratterizzata da una personalissima visione del mondo e
dalla pervicacia necessaria a tradurre in realtà questa visione - avrebbe
potuto escogitare: Pericle non fu solo un grande politico, stratega, soldato,
statista, eroe, diplomatico e mecenate: fu anche un <grande uomo> in
senso schleiermacheriano: capace di deviare il corso tradizionale delle cose e
di orientare le decisioni e la vista stessa della propria polis ponendosi come modello e guida nei confronti degli altri
individui, capace di non rassegnarsi alle condizioni date ma dominare le
circostanze creando le condizioni migliori allo sviluppo della comunità, capace
di influenzare e sostanziare col proprio esempio una intera epoca.
La presenza ateniese all'estero
mi sembra insomma tesa a proseguire la politica imperialistica ed
espansionistica e la conquista già attuata o almeno perseguita nel Mediterraneo
orientale e meridionale durante il decennio dal 461 al 449.
A Simona Venera Todaro.
premessa
***
STATUS QUAESTIONIS
É opinione largamente condivisa
tra gli studiosi che a partire dal 449 aC. l’atteggiamento ateniese in politica
estera sia prova di un avvenuto mutamento nell’ambito del progetto politico di
Pericle che, abbandonati i sogni espansionistici, si sarebbe rivolto alla
conservazione e consolidamento dell’impero già acquisito. In questa ottica il
coinvolgimento ateniese nelle imprese coloniarie e militari estere è stato in
genere sottovalutato dagli studiosi e ricondotto a una generica attività
diplomatica senza alcuna considerazione delle reali implicazioni e obbiettivi
espansionistici e imperialistici periclei.
Attraverso una meticolosa
rilettura dei dati che permettono di inferire conclusioni circa gli interessi,
le implicazioni e le ambizioni ateniesi dietro l’accoglimento delle sfide
offerte dalla politica estera mediterranea si sostiene che la politica estera
ateniese di età periclea fu ininterrottamente rivolta al mantenimento del ruolo
di dominio tanto entro i confini dell’impero quanto fuori sebbene secondo
schemi d’intervento che subirono una sostanziale evoluzione in conseguenza del
modificarsi dei rapporti di forza tra le potenze greche.
L’atteggiamento ateniese in politica
estera dopo il 449 è evidente prova non della rinuncia ateniese all’espansionismo,
non dell’arretramento da parte di Pericle dai sogni imperialistici, non del
fatto che sia possibile continuare a riferirsi all’imperialismo non più come
espansionismo ma solo come dispotismo e conservazione e consolidamento dell’impero
già acquisito giacché al di fuori di questo Atene sarebbe stata costretta ad
abbandonare ogni ulteriore ambizione. Al contrario mi sembra evidente che la
politica estera ateniese del periodo 449-429 fu rivolta a mantenere e
consolidare dominio tanto entro i confini dell’impero quanto fuori. Dopo il 449
nella politica interna ed estera iniziò a manifestarsi l’intreccio tra πλεονεξία, φιλοτιμία e πολυπραγματοσύνη
ovvero tra istinto di avere più rispetto a quanto si possiede prevaricando gli
altri e violando le leggi, brama di successo e di potere, e frenetico attivismo
il quale intreccio condusse la situazione politica greca dal bipolarismo non
conflittuale tra la potenza terrestre, conservatrice e immobilista Sparta
egemone nel Peloponneso e la potenza dinamica e talassocratica Atene
dominatrice nell’Egeo allo scontro frontale (che si attestò infatti non
casualmente nelle aree interferenziali tra i due sistemi ovvero nella Grecia
centrale, nel golfo saronico e nel golfo corinzio).
Atene assecondò costantemente durante
tutta la fase periclea finalità imperialistiche le quali mutarono tuttavia i
modi nel corso del tempo in conseguenza del variare delle condizioni politiche
e ambientali le quali se da un lato possono avere influenzato e precisato nel
tempo gli scopi strategici, militari, commerciali e politici preposti a
ciascuna iniziativa, dall’altra non deviarono mai Pericle e Atene dal progetto
di base.
La politica estera periclea mi pare d’altronde
una soluzione inedita e originale ai problemi di governance che stringevano la Grecia di V secolo, una soluzione che
solo una ‘grande’ personalità in senso scheleiermacheriano (caratterizzata da
una personalissima visione del mondo e dalla pervicacia necessaria a tradurre
in realtà questa visione) avrebbe potuto escogitare: Pericle non fu solo un
grande politico, stratega, soldato, statista, eroe, diplomatico e mecenate: fu
anche un ‘grande uomo’ in senso schleiermacheriano: capace di deviare il corso
tradizionale delle cose e di orientare le decisioni e la vista stessa della
propria polis ponendosi come modello
e guida nei confronti degli altri individui, capace di non rassegnarsi alle
condizioni date ma dominare le circostanze creando le condizioni migliori allo
sviluppo della comunità, capace di influenzare e sostanziare col proprio
esempio una intera epoca.
La presenza ateniese all’estero mi sembra
insomma tesa a proseguire la politica imperialistica ed espansionistica e la
conquista già attuata o almeno perseguita nel Mediterraneo orientale e
meridionale durante il decennio dal 461 al 449.
IPOTESI DI
LAVORO E METODOLOGIA
L’ipotesi che ha animato e giustifica queste pagine é
che la fondazione panellenica Thuri sia stata una geniale mossa strategica dell’eclettico
e visionario Pericle volta a conseguire i seguenti risultati: mettere il primo
piede in Ιταλία per futura (prossima?) azione mirata a creare una propaggine
occidentale dell’impero (obbiettivo militare-diplomatico); inviare a Sparta e
alle restanti città greche un segnale diplomatico ‘distensivo’ estendendo l’invito
a partecipare alla iniziativa coloniaria a tutti i quali volontari manifestassero
l’intento di associarvisi, e ammantando contemporaneamente tale impresa con la
cadeniglia (ma meglio si dovrebbe parlare di foedus iniquum!) ‘nazionalistica’ e panellenistica imperniata sulla
difesa dall’invasore barbarico per dissolvere le (fondate) paure circa i veri
disegni imperialistici ateniesi, per sgomberare i dubbi, le riserve e i timori
delle altre polis e per infondere
nell’opinione internazionale fiducia nel proprio operato e nella propria
politica estera (obbiettivo diplomatico-politico); infine ottenere la vittoria
nell’agone politico con Tucidide d’Alopece figlio di Melesia (obbiettivo
politico-propagandistico). Tre dunque i fini, due i mezzi e due i campi di
azione all’interno dei quali la strategia periclea si dispiegò, una la mossa
necessaria a innescare il meccanismo, e tutto intimamente collegato e
interdipendente: come nel pachinko
tutto dipende ed è determinato dalla forza impressa dal pòllice alla levetta
che avvia il gioco, dal movimento tracciato avanti il gioco, dalla sveltezza e
precisione del colpo ‘di prima’ (solo se preciso, non troppo forte e non troppo
débole allora il lancio della bìglia lìbera la cascata delle altre bìglie) così
nel caso thurino tutto dipese e fu determinato dal lampo iniziale, dal colpo di
avvio e dalla fortuna della prima esecuzione. In questo quadro i progetti
espansionistici ateniesi in occidente rappresentano il fine ùltimo della
iniziativa periclea; la propaganda panellenistica diretta alle polis nel continente uno dei mezzi e
contemporaneamente uno dei fini; la vittoria nella contesa interna con Tucidide
mezzo, fine e assieme conseguenza indiretta del gioco; la politica estera e
interna i campi di azione della strategia periclea. Tre pertanto i livelli di
analisi (militare-diplomatico, diplomatico-politico, politico-propagandistico)
e altrettanti i piani di lettura delle vicende thurine tra il 444 e il 429.
Se tra il 462 e il 429 Pericle impegnò «Atene in una politica di
potenza » e se questo dato «è fin troppo noto e ovvio perchè s’insista sul
fatto che la democrazia periclea sospinse Atene alla realizzazione della
massima potenza politica, militare, economica » [Virgilio 1990: p. 64] parimente la fondazione della colonia panellenica
Thuri ricade in un ampio progetto espansionistico imperialista in occidente già
inaugurato dalle ‘alleanze’ stipulate con le città Leontini, Regio e Neapoli e
con gli Elimi di Segesta, e ideato da Pericle in risposta tanto al problema
diplomatico concernente i rapporti con Sparta (in quell’epoca diretta e
principale rivale di Atene nella lotta per l’egemonia nel mondo greco) quanto ai problemi inerenti la politica estera e
interna condizionanti la vita politica ateniese in quel periodo.
Se tale ipotesi è fondata ci troviamo allora avanti una soluzione
inedita e originale ai problemi di governance
i quali stringevano la Grecia di V secolo, una soluzione quale solo una ‘grande’
personalità in senso scheleiermacheriano (caratterizzata da una personalissima visione
del mondo e dalla pervicacia necessaria a tradurre in realtà questa visione)
avrebbe potuto escogitare: Pericle non fu solo un grande politico, stratega,
soldato, statista, eroe, diplomatico e mecenate: fu anche un ‘grande uomo’ in
senso schleiermacheriano il quale osò deviare dalla tradizione e orientare le
decisioni e, il corso e la vista stessa della propria polis ponendosi quale modello e guida per gli altri individui e non
rassegnandosi alle condizioni date ma dominando le circostanze e creando le
condizioni migliori allo sviluppo della comunità, e riuscì a influenzare e
sostanziare col proprio esempio una intera epoca.
Alcuni
cenni metodologici avanti che s’inizi la discussione: 1) l’assioma che regge le
seguenti pagine è che il divenire (si potrebbe dire la Istoria[1]
ma in questa sede fa lo stesso) è un insieme discontinuo costituito da processi
eterogenei, relazioni e trasformazioni casuali tra gli elementi del sistema [Arrighi 2003 p. 27]; 2) corollario
speculare di questo concetto è che il cambiamento avviene tramite decisioni e
scelte volontaristiche originate al livello delle unità (il singolo individuo
di una comunità), successivamente accettate e ammesse dalla comunità (tutti gli
individui ovvero la comunità) quali soluzioni originali a vecchi problemi le
quali rientrano nella sfera delle abitudini definibili con Perelman e
Olbrechts-Tyteca ‘normali’ [Perelman e Olbrechts-Tyteca 1966: pag. 93], e
infine generalizzate quali nuove configurazioni dal sistema (le istituzioni
della comunità) realizzando in questo modo il «passaggio dal normale, che
esprime una frequenza, un aspetto quantitativo delle cose, alla norma la quale
afferma che questa frequenza è favorevole e che bisogna conformarvisi » [Perelman e Olbrechts-Tyteca 1966: pag. 93]; c) il metodo argomentativo
adottato in queste pagine impiega spesso il procedimento «ipotetico » [Perelman e Olbrechts-Tyteca 1966: pag. 154] o «controfattuale » [Kagan 1990: pag. X] o, come preferisco,
“comparativo” e muove dal confronto tra «ciò che è effettivamente successo e
ciò che sarebbe potuto accadere se fossero state prese decisioni diverse che
avessero portato ad azioni differenti » [Kagan
1991 p. X]; in diversi
punti ho impiegato questo metodo storico poichè credo «che ci cerchi di
scrivere storia piuttosto che mera cronaca di eventi debba considerare ciò che
sarebbe potuto accadere; si tratta, infatti, di stabilire ciò che si riesce a
rivelare di quanto si sta ricostruendo. {…} Non posso dire che un’impresa è
stata grande o folle senza anche dire se è stata peggiore o migliore di qualche
altra impresa che avrei potuto riportare al posto dell’altra. {…} Tucidide,
forse il più grande degli storici, agisce così in più occasioni come quando
esprime un giudizio sulla strategia di Pericle nella guerra del Peloponneso: «così
abbondanti erano, all’inizio della guerra, le risorse di Atene che Pericle con
molta facilità ha potuto affermare che la città sarebbe stata in grado di
vincere da sola la popolazione del
Peloponneso [Tucidide: 2: 65: 13]
{…} rendendo chiaro che ciò che accade veramente non è l’esito inevitabile di
forze sovrumane o misteriose che agiscono insieme agli attori storici. Ciò che
realmente accadde appare piuttosto come il risultato di decisioni prese da
esseri umani i quali agiscono in un mondo che non controllano interamente. Ciò
suggerisce che decisioni ed esiti avrebbero potuto essere anche diversi.» [Kagan 1991: pag. X-XI]; per fare istoria
‘comparativa’ è dunque necessario formulare ipotesi circa le diverse modalità
secondo le quali sarebbe potuto procedere un evento poichè tali ipotesi rendono
necessario enumerare le condizioni riferibili e le conseguenze deducibili
permettendo che l’evento sia considerato e descritto correttamente. «In uno dei
suoi discorsi, Demostene suppone che Eschine sia l’accusatore, Filippo il
giudice stesso, egli stesso l’accusato. In questa situazione fittizia egli
immagina il comportamento, le reazioni di ciascuno per dedurne il comportamento
e le reazioni nella situazione reale. La riuscita è possibile soltanto se la
struttura logica dell’ambiente immaginario è la stessa dell’ambiente e gli
avvenimenti vi producono normalmente le stesse conseguenze.» [Perelman e Olbrechts-Tyteca 1966: pag.
154]; per comprendere la portata significativa di un evento è dunque necessario
conoscere tutti i quali eventi, fatti e decisioni si sarebbero potuti attestare
in vece dell’evento effettivamente verificatosi e domandarsi perchè la
situazione si evolvette in un senso piuttosto che in un altro.
LA VICENDA: LE FONTI
STORICHE
Prima
di addentrarmi tra i dati inerenti la partecipazione ateniese alla fondazione sibarita
nel 446 e alla fondazione thurina nel 444, vorrei passare velocemente in
rassegna le vicende thurine dalla fondazione al fatidico 444.
Thuri
sorse nel 444 sul luogo dell’antica colonia achea Sibari dopo una delle tante
distruzioni che costellarono la istoria di questa travagliata plaga della grecità.
La
prima distruzione avvenne nel 510 per opera della rivale Crotone; movente fu la
opposizione crotoniate all’ingiunzione del tiranno Teli affinchè i cinquecento sibariti
oppositori rifugiatisi supplici in Crotone fossero restituiti opposizione
fondata sul principio che i supplici fossero intangibili; lo scontro avvenne
presso il fiume Traente (odierno Trionto) il quale in quella epoca forse
costituiva il confine tra le due polis;
le due città misero in campo eserciti di sbalordenti dimensioni i quali resero
questa la più spettacolare battaglia della istoria magnogreca[2];
i profughi sibariti si rifugiarono in Lao e in Scidro [Erodoto: 6 XXI 1-2] e anche in Poseidonia come rivela la
effige con toro sibarita adottata quale emblema monetale da parte di queste polis in pezzi databili entro il VI secolo
e recanti in alcune serie anche il nome Is (presunto ecista di Sibari)
contornato dai più tradizionali contrassegni locali: il simbolo e l’etnico
abbreviato Posidoniati [Guzzo
1976].
In
esilio gli sfollati non smisero la propria identità sibarita infatti la quale
non scemò quando i profughi originari vennero meno ma fu coltivata quale
miraggio collettivo e impegno di vita da migliaia d’individui perpetuandosi
nostalgicamente da padre in figlio finchè non si concretizzò nel 476 allorchè
un manipolo di sibariti solo in minima parte rappresentanti dei profughi
scampati alla catastrofe del 510 rifondò la città venendo però prontamente
cinto dall’assedio crotoniate e annientato[Diodoro
Siculo: 9: 48: 4-5; Papiro di
Ossirinco: Scolio II 29b-29d; Timeo
in FGrHist.: 566 F 93b; Bugno 1999: p. 56-79] sebbene una parte
non indifferente nel malo esito al quale andò incontro l’avventura della Sibari
II o Sibari di Polizelo possa anche averlo giocato il mancato intervento da
parte di Ierone siracusano tanto invocato dai sibariti.
Nel
453-452 la storia si ripetè allorchè nuovi sibariti fecero ritorno nella propria
terra e si provarono nel rifondare città: alla Sibari di Tessalo [Diodoro Siculo 12: 10: 2] o Sibari III[3]
arrise fortuna più duratura sebbene non definitiva: nel 448-447 ovvero dopo
soli cinque anni venne la riscossa Crotoniate la quale recuperò ai Crotoniati
la Sibaritide espellendone nuovamente gli antichi abitanti.
Ma
i profughi sibariti reduci dalla ultima sfortunata avventura sibarita non
demordettero e nel 446 dopo soli due anni dalla fine della precedente Sibari si
provarono nuovamente nel rifondare la città ricercando l’aiuto delle due
massime polis greche Atene e Sparta
per volgere a proprio vantaggio la pace appena ‘scoppiata’ tra le due
superpotenze (la quale mise fine al conflitto denominato convenzionalmente ‘prima
guerra peloponnesiaca) e inibire ogni eventuale contromossa Crotoniate tramite
il peso politico e militare delle due città egemoni; tuttavia soltanto gli ateniesi
risposero positivamente inviando dieci navi ed estendendo a numerosi volontari
provenienti d’altre regioni greche la partecipazione alla iniziativa [Nafissi 2007] (mi pare sostanzialmente
fuori dubbio tanto il fatto che in principio la collaborazione ateniese all’impresa
coloniale sibarita portò primamente a una ulteriore rifondazione sibarita proprio
nel 446 secondo quanto testimoniato dalla tradizione eforea poi alla fondazione
thurina solamente nel 444 come affermano dall’un lato la tradizione timaica in
Diodoro dall’altro lato i dati tradizionali sulla biografia di Lisia in
Pseudo-Plutarco ove si riferisce che il logografo si recò a Thuri nello anno
dell’arconte Prassitele ovvero nel 444-443 «dopo che Atene aveva mandato a
Sibari la colonia il nome della quale era stato poi cambiato in Thuri » [Pseudo-Plutarco: Vita di Lisia: 835d]):
subito si palesò nella mente di Pericle l’idea che, tramite un intervento volto
a sostenere il tentativo rifondativo sibarita, sarebbe stato possibile captare
la benevolenza e i favori sibariti, ‘piegare’ i sibariti a eterna e leale
φιλότης, e così rendere la polis italiota sicura e fedele alleata ateniese,
solida base e fermo approdo in Esperia nel quale momento si sarebbe spiegata
una eventuale azione espansionistica in quell’area, e principale testa di ponte
ateniese in occidente; tuttavia la convivenza tra antichi e nuovi sibariti si
rivelò subito molto problematica come testimonia Diodoro Siculo: «vissuti per
breve tempo in concordia {…} caddero in grande dissidio non senza motivo: i sibariti
originari infatti attribuivano a se stessi le cariche più importanti, e quelle
poco significative ai cittadini giunti in seguito; e tra le donne ritenevano
che dovessero fare sacrifici agli dei per prime le cittadine autentiche e per
seconde quelle venute dopo; e inoltre ripartivano in lotti il territorio
prossimo alla città per se stessi, il territorio più lontano per quelli
arrivati da fuori. Scoppiato dunque un contrasto per le cause suddette i
cittadini registrati in aggiunta essendo più numerosi e più forti uccisero
quasi tutti i sibariti originari e occuparono essi stessi la città.» [Diodoro Siculo: 11: 12: 1-2]. Sebbene in
progettò naufragò in brevissimo tempo e - nonostante l’aiuto di Atene - anche
Sibari IV crodò nella più totale disfatta e i profughi sibariti vennero
massacrasti e cacciati causa dissidi interni con i nuovi coloni vertenti sul
fatto che la componente sibarita pretendeva di avere la primazia sulle terre migliori
e sulle magistrature superiori come conferma Strabone, che c’informa di come i sibariti
«vennero distrutti dagli ateniesi e d’altri greci i quali benché venuti con l’intento
di vivere con essi li odiavano al punto che non solo li massacrarono ma
trasferirono la città in altro sito e la chiamarono Thuri’ [Strabone:
6: 1: 13] tuttavia gli ateniesi rimasti nel territorio dopo il fallito
tentativo rifondativo si spesero nell’organizzare una nuova ἀποικία ma in scala assai più ampia e
ambiziosa e con l’obbiettivo di riempire definitivamente il vuoto lasciato da
Sibari e chiudere altrettanto definitivamente la corsa alla egemonia in area achea
e così iniziarono con l’inviare messaggeri a tutta la Grecia per reclutare i
quali coloni avrebbero reso Thuri colonia non ateniese ma panellenistica. La
nuova colonia ricoprì parzialmente lo spazio anticamente di Sìbari ma segnalò subito
e già dal nome la discontinuità e il distacco dal passato.
La
convivenza si rivelò però tutto fuorchè pacifica causa lo spirito
prevaricatorio dei sibariti i quali arrancavano diritti a una posizione
privilegiata sugli altri coloni; tale atteggiamento condusse presto a una στάσις la quale si concluse solo quando i sibariti
inizialmente coinvolti nella nuova fondazione vennero sconfitti ed espulsi.
Essi allora preferirono dirigersi verso una zona poco più meridionale in confronto
con la Sibari originaria e qui fondarono la V Sibari o Sibari ‘sul Traente’ dal
nome del fiume - oggi Trionto - presso il quale sorgeva; anche questa
iniziativa ebbe fortuna evanescente: la città fu distrutta dai Bretti nel corso
del IV secolo; rimase padroni del campo un limitato manipolo ateniese il quale
sollecitò subito dalla madrepatria l’invio di una ulteriore spedizione
coloniale la quale non tardò ad arrivare.
La
rifondazione per la città come colonia panellenistica con nome Thuri venne nel
444. Alla nuova fondazione parteciparono numerosi contingenti provenienti da
varie parti della Grecia metropolitana e dell’Asia Minore occidentale i quali,
secondo Diodoro, «si spartirono la città e il territorio. E quelli che vi
risiedevano si procurarono rapidamente grandi ricchezze e, stretto un patto di
amicizia con i Crotoniati, si governavano bene, e, avendo istituito un regime
democratico, suddivisero i cittadini in dieci tribù e a tutte assegnarono i
nomi dell’etnie chiamando le tre composte dai coloni venuti dal Peloponneso Arcade,
Acaide ed Elea; le altre tre composte da coloni venuti dall’esterno del
Peloponneso Beotica, Anfizionide e Doride; e le restanti quattro Ionide,
Atenaide, Euboide e Insulare » [Diodoro
Siculo: 12: 11: 2-3]. Le aspettative riposte dagli ateniesi in Thuri
furono prestamente deluse: sino dal 434 la colonia venne sconvolta da un grave
contrasto interno tra la componente ateniese e quella peloponnesiaca dovuto al
fatto che i thurini peloponnesiaci contestavano la pretesa dei concittadini già
ateniesi a essere considerati i fondatori della αποικία; tale contrasto spinse le parti a
consultare l’oracolo delfico il quale rispose che il dio Apollo era l’unico
fondatore della polis decretando così
una vittoria per la fazione peloponnesiaca e conseguentemente per la parte
oligarchica e stroncando le ambizioni degli ateniesi a controllare e sfruttare Thuri
giacchè autorizzò i thurini a non riconoscere Atene quale μητρόπολις e
dunque a non ritenersi vincolati ad Atene in modo alcuno né a sentirsi
obbligati verso questa da quei legami ‘filiali’ e da quell’impegno cooperativo
implicito nelle alleanze de facto fondanti
le relazioni tra colonia e madrepatria. Il rapporto tra causa e conseguenze di
questo smarcamento è comunque ancora dibattuto secondochè si ammetta rapporto
cronologico caratterizzato d’anteriorità o contestualità tra il dissidio nell’alveo
della società thurina e l’affrancamento thurino d’Atene cosicchè l’essersi
imposto il partito oligarchico thurino oppure un regime oligarchico tout court può essere considerato
effetto o motivo della defezione thurina d’Atene secondo il rapporto
cronologico ammesso per i due fatti.
Quanto
a responsabilità e ideazione il progetto fu in toto opera di Pericle; riguardo ciò è importante sottolineare preliminarmente che l’ampia discussione
sviluppatasi su tali questioni e culminata nelle p. 156 e seg. di “The outbreak of the Peloponnesian War”
di Donald Kagan ha ormai fatto giustizia della vecchia ipotesi di Wade-Gery (la quale attribuiva un
ruolo preponderante a Tucidide di Melesia, oppositore di Pericle) riconducendo per intero
l’iniziativa all’alcmeonide:
Thuri è frutto del genio politico di Pericle [Kagan
1969: pag. 156, Wade-Gery 1932: p. 205-232, Moggi 1979].
Con
la fondazione thurina siamo così giunti al nocciolo della questione: la politica
occidentale ateniese durante la età periclea problema altamente controverso e
dibattuto anche in ragione della difficoltà che presenta la documentazione
letteraria ed epigrafica disponibile [Meiggs
e Lewis 1969: 31, 37, 41, 45, 47, 49, 56, 57, 63 e 64] troppo spesso desultoria e
insufficiente.
Giunto
a questo punto non rimane adesso altro se non rimpolpare con la carne le ossa
rendendo corpo uno scheletro e dunque iniziare l’argomentazione per vagliare
con dati probanti le mie ipotesi qui riassunte per promemoria: mettere il primo
piede in Ιταλία al fine di futura (prossima?) azione mirata a creare una
propaggine occidentale dell’impero (obbiettivo militare-diplomatico); inviare a
Sparta e alle restanti città greche un segnale diplomatico distensivo estendendo
l’invito a partecipare alla iniziativa coloniaria a tutti i volontari che
volessero associarvisi, e ammantando contemporaneamente tale impresa con la
cadeniglia (ma meglio sarebbe parlare di foedus
iniquum!) nazionalistica e panellenistica di difesa dall’invasore barbarico
per dissolvere le (fondate) paure circa eventuali disegni imperialistici
ateniesi, per sgomberare i dubbi, le riserve e i timori delle altre polis e per
infondere nell’opinione internazionale fiducia nel proprio operato e nella
propria politica estera (obbiettivo diplomatico-politico); infine ottenere la
vittoria nell’agone politico con Tucidide d’Alopece (obbiettivo
politico-propagandistico).
***
Per
comprendere appieno l’importanza rivestita per Atene dalla partecipazione alla
fondazione sibarita nel 446 e alla fondazione thurina subito dopo - è
necessario considerare le caratteristiche della politica estera ateniese tra il
462 e il 444 e carpire i sentimenti e gl’intenti di Pericle al momento nel
quale l’avventura fu avviata. Mi occuperò solo degli atti politici-diplomatici
delineanti il profondo cambiamento verso quell’imperialismo esasperato che dominò
e orientò la politica estera ateniese nella età periclea: Cimone si era infatti
astenuto dall’estendere la lega alla terraferma così come dal promuovere l’espansione
nei paesi barbarici soggetti alla Persia; Pericle invece volle raggiungere il
predominio sia nella penìsola sia nell’Egeo sia in territorio persiano.
1. La politica estera
periclea
L’impresa persiana
La
prima iniziativa orientata in tale direzione fu il repentino ritorno alla
guerra contro la Persia - accantonata da tempo sebbene non fosse mai stato raggiunto
accordo formale alcuno - movente la convinzione che i persiani non potessero
resistere a nuove iniziative offensive. L’obbiettivo di Pericle era duplice:
proseguire la guerra senza Sparta per rivolgere contro questa l’eventuale esito
positivo della battaglia e così sostituirsi all’antica rivale quale guida della
grecità e conquistare definitivamente la egemonia sul mondo greco; e sostituire
Atene alla Persia nel dominio sul Mediterraneo orientale [Culasso Gastaldi 2001]. Avendo dunque
Pericle ripreso la guerra contro la Persia per aprire la via alla espansione
militare ed economica nel Mediterraneo orientale ed espandere oltre i confini ‘nazionali
l’impero ateniese, ed essendo il nuovo progetto guerresco stato ideato in
situazioni analoghe e compatibili (la lotta per la leadership in area egea-continentale
e insulare in una fase caratterizzata da deficit
egemonico sistemico) e a scopi affini (conquistare nuovi spazi vitali e nuovi mercati
utili a ottenere un surplus finanziario necessario sia alle spese per la lotta
egemonica sia a conseguire l’egemonia economica e dunque politica nell’area) rispetto
ai quali lo portarono a tentare l’avventura occidentale, non trovo allora
argomenti ostativi a estendere la medesima ipotesi interpretativa anche alle
iniziative (politiche, diplomatiche, militari e commerciali) ateniesi in Sicilia
e Neapoli e alle implicazioni ateniesi in Thuri: credo che Pericle abbia voluto
(e dovuto, per contingenze esterne) duplicare la propria politica orientale in occidente
nel momento in cui, come vedremo, fu impedita la via orientale.
Iniziative
espansionistiche nella Grecia continentale
Se
l’impresa persiana è l’atto più eclatante tra le azioni miranti a realizzare l’ambizioso
progetto imperialistico di Pericle non possono tuttavia essere taciute le
iniziative minori poichè a un occhio più attento denunciano obbiettivi comuni
alla guerra persiana ma differentemente da questa condividono una più spiccata
e decisa funzione antispartana essendo volte a puntellare e a consolidare la
posizione ateniese nel continente: alludo alle alleanze difensive-offensive con
città rivali di Sparta. In questa cornice si collocano l’alleanza con Argo
nella quale amicizia s’intravede essenzialmente una motivazione geo-politica
connessa con la possibilità che Atene si garantisse il sostegno in funzione antispartana
da parte di questa storica rivale spartana; e l’alleanza con le aristocrazie
Tessaliche ancora piene di rancore verso Sparta causa la spedizione punitiva
condotta contro la lega Tessalica dal re Leotichida sebbene questa amicizia
appaia molto meno coerente sotto il profilo ideologico e molto più carente
quanto a solidità e tenuta (i cavalieri tessali avrebbero tradito già nel 457).
Anche solo da questi primi accenni è chiaro come la rivoluzione politica
innescatasi in Atene in seguito al trionfo di Pericle comportò una rivoluzione
diplomatica nei rapporti tra gli stati greci. Poco dopo nel 461-460 gli ateniesi
rafforzarono le proprie posizioni nel golfo di Corinto occupando Naupatto nella
Locride occidentale e ivi istallando i messeni scampati tramite salvacondotto
dal Peloponneso; e in quale modo interpretare il nome della nuova colonia Thuri
se non in riferimento agl’interessi ateniesi per l’Acarnania? Il toponimo Θούριοι pone infatti volutamente Atene
(madrepatria di Thuri) in rapporto con la citta acarnana Tirreo (Θύῤῥεον) tramite l’aggettivo etnico relativo
Θυριεύς o Θύριυς; ciò corrobora la testimonianza di
Dionisio d’Alicarnasso circa l’interesse ateniese per l’area Acarnana [Dionisio d’Alicarnasso: Antichità romane: 1:
50-51].
Spedizione in Egitto
Il
459 (se la cronologia fornita da Tucidide è esatta) è l’anno della spedizione
in Egitto la quale sebbene unanimemente ricondotta a fini economici impliciti
nella conquistare e controllare il primo produttore granario del mondo antico,
tuttavia potrebbe anche avere condiviso fini strategici-militari dati gli alti
rischi ai quali esponeva l’ancora malfermo impero ateniese: è difficile credere
che Pericle abbia risolto per impegnarsi in un teatro tanto lontano e
pericoloso solo per esigenze economiche e non anche per assicurarsi - tramite
il soccorso al principe libico Inaro - un prezioso alleato politico sulla
sponda meridionale dell’Egeo e magari un sicuro approdo prevedendo una
possibile espansione militare in Egitto. La spedizione nasce infatti come deviazione
su invito del principe libico Inaro nel quale momento le forze ateniesi
muovevano già verso Cipro per difendere l’isola dall’avanzata persiana:
dirottare le prore greche dalla rotta verso Cipro accogliendo positivamente la
richiesta di Inaro avrebbe potuto esporre Atene e la sua politica estera a
gravi pericoli determinati da una decisione così impulsiva e precipitosa e da
una campagna così impegnativa, e avrebbe certamente esposto Pericle al biasimo
per l’avere fatto prevalere un’ambizione personale sull’interesse dello Stato
nonchè al rischio che fosse bollato quale opportunista e cinico per l’aver
sostituito ai propri obblighi verso la grecità d’oriente il sostegno a un
possibile futuro partner politico-economico preferendo cogliere una occasione
generatasi in un contesto estraneo quale l’Egitto. Benchè utopistico pensare
che sia possibile scoprire le quali ragioni spinsero Pericle a una scelta non
solo rischiosa e perigliosa ma pure possibile fomite di scontenti tra gli
alleati tuttavia ritengo possibile leggere la vicenda quale frutto di mire
espansionistiche rese ancora più allettanti dalle potenzialità commerciali ed
economiche espresse dall’Egitto. Lo prova sebbene indirettamente anche il fatto
che alla offensiva ateniese in Egitto agì quale contrappeso il positivo
riscontro spartano all’appello rivolto a loro d’Artaserse affinchè invadessero
l’Attica dando avvio alla cd prima guerra peloponnesiaca: considerando che
Atene aveva già proficuamente avviato molte alleanze e iniziative contro Sparta
allora le vicende egiziane possono aver costituito per questa un allarme circa
i propositi imperialistici megalomani di Atene, e un fomite alla salvaguardare
e garantire preventivamente la propria autonomia e la propria supremazia
continentale, e dunque possono essere lette quale prova obliqua del fatto che
la spedizione in Egitto abbia effettivamente condiviso quei fini strategici-militari
che abbiamo supposto. Tutte le spedizioni ateniesi oltre confine degli anni cinquanta
sono infatti dirette verso regioni lontane: Egitto, Sicilia e Magna Grecia si
presentano quali sogni grandiosi tradenti la sfrenata ambizione imperialistica
dietro le azioni diplomatiche della democrazia periclea: se Sparta non si fosse
sentita minacciata dall’eccessivo attivismo ateniese avrebbe probabilmente
reagito più pacatamente e non sarebbe ricorsa alle armi in un periodo
relativamente pacifico nei rapporti con Atene. So che questa mia argomentazione
basata sull’uso della istoriografia ‘comparativa’ può nel primo approccio non
apparire concludente giacchè movente dal paragone tra ciò che è successo
effettivamente e ciò che sarebbe potuto accadere se fossero state prese
decisioni diverse conducenti ad azioni differenti ma «credo che ci cerchi di
scrivere storia piuttosto che mera cronaca di eventi debba considerare ciò che
sarebbe potuto accadere; si tratta, infatti, di stabilire ciò che si riesce a
rivelare di quanto si sta ricostruendo {...} questa in fondo è storia
controfattuale. » [Kagan 1991 p. x]. Sussiste anche un’altra prova
utile ad avallare la mia argomentazione: tra le azioni in Egitto e le
operazioni nel Peloponneso si colloca infatti l’attacco sferrato alla Fenicia
con fine fondamentalmente strategico-militare sebbene nulla vieta che - come
nel caso dell’Egitto - la conquista abbia avuto negli intenti degli strateghi
anche conseguenze economiche-acquisitive. Insomma la dinamica interventiva mi
appare in entrambi i casi prevalentemente strategica-militare: la guerra d’Egitto
e la spedizione in Fenicia non nascono primariamente come guerre di
accaparramento.
Alleanze e prospettive occidentali
Contemporaneamente
alla guerra in Egitto gli ateniesi intervennero anche in occidente per duplicare
la politica espansionistica già tentata nel Mediterraneo orientale: al periodo
tra il 458 e il 454 (o al decennio 450-440) appartengono le preziose alleanze
con gli Elimi di Segesta e con le città (non doriche) Leontini e Regio dei
quali conosciamo esattamente purtroppo solamente la data di rinnovo: il 433, il
diretto intervento militare nella lotta tra Segesta e Selinunte, e i patti con
Nasso e Catania i quali assieme con i precedenti denunciano rapporti
privilegiati tr’Atene e le polis calcidesi
anch’esse ‘figlie’ di Atene secondo la propaganda di V secolo poichè culturalmente
ioniche anch’esse; in data non facilmente definibile (la cronologia persiste
estremamente dubbia ed è stata altamente dibattuta: i più concordano per il 440
ca. ma De Sanctis propende per il 454-453 [De
Sanctis 1939 p. 258]) venne allestita una flotta per difendere la città
Neapoli e soccorrere e sostenere ancora una volta l’elemento calcidese in occidente:
Neapoli cadde da quel momento sotto il protettorato ateniese ricevendo anche
coloni Attici poichè la spedizione difensiva si fu sùbito trasformata in
spedizione coloniaria e ἒποκοι
ateniesi
e calcidesi guidati dallo στρατεγός
(o navarco) Diotimo - definito κραίνων
ἀπάσης Μόψοπος ναυαρχίας da
Licofrone [Licofrone Alessandra 733] - non tardarono il proprio avvento; a quest’azione
militare seguirono l’alleanza con Metaponto, l’amicizia con il principe
messapico Artas - signore di un distretto salentino in posizione eccellente per
controllare il Capo Iapigio (naturale approdo per i quali attraversassero l’odierno
canale di Otranto) nel 440 ca., e il tentativo coloniario in Sardegna; a questo
si aggiunga che le navi mercantili attiche dirette a rifornirsi in alto
Adriatico presso le foci del Po nei porti di Adria e Spina effettuavano una
spola mai esausta tra Grecia e Italia garantita dalla benevola neutralità corcirese
(tale spola è suffragata dalle numerose leggende attestanti statue scolpite da
Dedalo lungo tutto l’itinerario delle navi [Pseudo-Aristotele:
Le audizioni meravigliose: 100: 81]
le quali storie rivelano tutta la propria matrice ideologica giacchè spesso
Dedalo giocò un ruolo notevole nella interpretare in senso ateniese i quali
miti lo coinvolgevano essendo egli stesso ateniese).
Soffermiamoci
adesso sulla notizia circa il tentativo coloniario ateniese in Sardegna il
quale se accertabile e verificabile storicamente allora getterebbe una luce non
sperata sul significato della esperienza thurina, aggiungerebbe un tassello
mancante alle nostre possibilità ermeneutiche attorno la colonia panellenistica
e aprirebbe la via affinché noi possiamo interpretare correttamente il valore
storico di Thuri giacchè tale esperimento oltremare rappresenterebbe un vero e
proprio anzi l’unico vero e proprio analogo thurino; purtroppo esso non è sostenuto dalla evidenza
archeologica sebbene la presenza ateniese nella isola è comunque
sufficientemente assodata dai vari studi e indagini territoriali condotti da
Berard, Meloni, Nicosia, Pais, e Ugas e Zucca [Pais
1880: p. 52-58, Meloni 1945: p. 47-66, Berard 1957: p. 258-259, Nicosia 1981: p. 421-476, e Ugas e Zucca 1984: p. 70-71 e 173-176] ma
attestato unicamente da fonti letterarie: la notizia sulla colonia ateniese in
Sardegna appare fondata unicamente sui pochi riferimenti letterari contenuti in
Diodoro Siculo, Erodoto, Pomponio Mela, Pausania, Plinio, Sallustio, Silio
Italico, e Solino i quali tuttavia pongono l’accento soprattutto sulla valenza
ideologica implicita nella nuova colonia descritta concordemente
quale baluardo difensivo contro il barbaro invasore Cartaginese e contro la
barbara schiavitù persiana. In “Vespe” e “Cavalieri” Aristofane informa che i
confini dell’impero ateniese lambivano in occidente la Sardegna, il Ponto nel
nord-est, la Caria in oriente, e Cartagine nel sud-ovest del Mediterraneo
denunciando pertanto il particolare interesse ateniese per i confini del mondo ‘civile’
e la bramosia per i domini Cartaginesi e autorizzando a porre la Sardegna tra
gl’interessi occidentali dell’Atene del V secolo [Aristofane: Vespe 700, Cavalieri 173]. Alla stessa
conclusione giungiamo anche esaminando i progetti espansionistici precedenti la
spedizione in Sicilia del 414: Tucidide precisa che gli ateniesi miravano a
tutta la Sicilia e non solo a Siracusa nel discorso di Ermocrate all’assemblea
siracusana, che anzi Alcibiade caldeggiava la spedizione per conquistare non
solo la Sicilia m’anche Cartagine, che congiuntamente egli avrebbe voluto
dapprima rivolgersi all’Italia poi conquistare l’impero Cartaginese e con le
forze raccolte in Sicilia e Cartagine muovere a conquistare il Peloponneso [Tucidide: 6: 15: 2 e 6: 35: 2]: dunque progetti grandiosi
coinvolgenti Sicilia, Italia e Cartagine. Similmente presenta i progetti
espansionistici periclei anche Plutarco il quale nella “Vita di Alcibiade” dice
che Alcibiade sognava di conquistare Cartagine e Libia per dominare Italia e
Peloponneso usando la Sicilia quale base per gli approvvigionamenti [Plutarco: Vita di Alcibiade: 17: 3],
invece nella “Vita di Nicia” afferma che gli ateniesi desideravano la Sicilia
per avere una base sicura durante la lotta contro Cartagine per sottomettere
tutto il Mare fino alle colonne di Ercole [Plutarco:
Vita di Nicia: 12: 2], infine nella “Vita di Pericle” ribadisce il tutto
sottolineando che gli ateniesi agognavano conquidere anche l’Etruria [Plutarco: Vita di Pericle: 20: 3]. Altra
conferma: Pausania riferisce che gli ateniesi «tra le molte speranze nutrivano
anche questa: conquistare tutta l’Italia; tuttavia la sconfitta impedì a loro
la via per lo scontro con i romani.» [Pausania:
1: 11: 7]: testimonianza palese del fatto che nel progetto
espansionistico ateniese era compresa pure Roma. Ulteriori conferme giungono
dalla propagandistica ateniese del V secolo: tutta dedita a valorare la
presenza greca in Roma e a ricondurre le origini di Roma al quale momento Enea
approdò nel Lazio rivelando chiaramente intenti comuni rispetto alla
propagandistica coeva rinfocolante la leggenda circa i troiani attivi in
Sardegna e i Tespiadi-Ateniesi partiti dalla Sardegna causa l’affollamento
eccessivo dell’area e passati in Cuma e nel Lazio ove furono detti ‘aborigeni’
motivo le peripezie e la lunga peregrinazione per giungere in terra Italica ove
contribuirono a fondare Roma prestando il proprio aiuto a Enea [Sallustio: Intorno alla congiura di Catilina:
6: 1 e 3: 9]: entrambe le leggende sono espressione dell’interesse spiccato di
Atene per l’Urbe il quale interesse risulta concomitante ai più generali
interessi ateniesi per l’occidente nonchè espressione delle quali esigenze
politiche piegano - secondo modalità del tutto particolari - il mito «alla
necessità di presentare, giustificare e nobilitare le scelte del momento, le
novità o la continuità della politica. Le leggende si stratificano, diventano
patrimonio di nuove realtà {...} facendoci intuire contatti e conoscenze,
rapporti e scontri. Il mito mantiene dunque ancora intatta la sua funzione.» [Coppola 1995: p. 11].
Nuova guerra contro il persiano
Del
450 è la ritorno alla guerra contro i persiani sotto l’egida di Cimone sebbene
con intenti assai più limitati: Cimone voleva riconquistare Cipro ma morì durante
l’assedio di Cizio avanti che avesse condotto a termine il proprio compito e
così la guerra si ridusse a un semplice scontro isolato nel quale gli ateniesi
ottennero la celebre vittoria di Salamina. A questo punto Pericle con duttilità
non negabile e pragmatismo sicuro mutò risolutamente gli obbiettivi base della
propria politica orientale e corse sùbito al tàvolo delle trattative per
siglare la pace con la Persia anch’essa non più propensa a guerreggiare ma
comunque paga per avere riconquistato l’Egitto: così fu la pace di Callia la
quale troncò ogni speranza espansionistica in oriente e indirizzò gli
esuberanti ateniesi verso occidente.
Altre iniziative
espansionistiche
Altri
indizi comprovanti la vocazione imperialistica ateniese finalizzata all’espansione
territoriale in territorio estero sono offerti dalle vicende coloniali
posteriori alla vicenda Samia allorchè la politica imperiale ateniese e periclea
sembra rivolgersi anche verso il Ponto, la Propontide e le coste Traciche-Macedoni:
nel Chersoneso e nel Mar Nero lo stesso Pericle guidò due spedizioni le quali permisero
all’alcmeonide insediare coloni in Sinope, in Amiso e in Astaco e presentarsi
capziosamente quale difensore delle popolazioni greche contro la minaccia
barbarica; lungo le coste traciche-macedoni fu inoltre fondata la colonia Brea
e poi Anfìpoli nel 437-436 nella stessa zona ove nel 465 era avvenuto il tentativo
coloniario di Εννέα οδοί[4]
(come Thuri, anche questa fondazione mista e non esclusivamente ateniese) assai
importante tanto strategicamente poichè praticamente imprendibile data la sua
posizione in cima a una ripida altura quanto economicamente poichè controllava
un ampio bacino forestale fonte vitale di approvvigionamento di legno [Plutarco: Vita di Cimone: 8: 2]; contemporaneamente
fu ammessa nella lega impero ateniese anche la città Metone. Sembra insomma
fuori discussione che - impedita al piede ateniese la via verso il Mediterraneo
meridionale, verso la Grecia continentale e verso l’Egeo orientale - Atene
rivolse le proprie attenzioni al Mediterraneo settentrionale, all’Africa del
nord e all’Italia.
Osservazioni preliminari:
la politica estera periclea quale politica espansionistica
Gli
anni 461-450 furono dunque per Atene anni sostanziati da un espansionismo
esasperato rivolto verso i liti
più disparati: «le imprese di questo periodo sono dirette verso tutte le
regioni del Mediterraneo e danno la misura della ricerca del ‘grande’ coerente
con il clima di esaltazione ed entusiasmo avvertibile tanto negli atti politici
come nella psicologia di massa dell’età periclea. » [Musti 1989:
p. 357]. In questi anni Atene aveva certamente guadagnato parecchio terreno
nella Grecia continentale negoziando infine la tregua da posizione vantaggiosissima. Sul versante orientale
il grave disastro in Egitto e la pace calliana
segnarono la fine dell’espansionismo in quest’area ove
il progetto imperialistico non fu mai più tentato avanti che
comparisse sulla scena Alessandro Magno. Destatosi dal sogno imperialistico nell’Egeo orientale registriamo dunque un cambiamento nella rotta
della politica estera periclea il quale
fu costretto a rinunciare ai propri tentativi espansionistici in territorio persiano
e a rivolgere le proprie mire altrove. Fu
un durissimo richiamo alla realtà: costruire un impero sull’esigue forze di una
sola polis era assurdo e più assurdo
ancora pensare che Atene potesse impegnarsi
contemporaneamente contro le due massime potenze militari del Mediterraneo pur
di realizzarlo. «Solo la smisurata fiducia nelle proprie forze e nella
superiorità propria su barbari e su greci spiega come, nella ebbrezza delle
vittorie riportate contro i persiani {...} gli ateniesi {...} credettero di poter
sfidare il mondo intero ‘e
si lasciarono’
travolgere essi e il loro duce da una eroica follia a una simile catastrofe. {...} nello sciupio delle
forze e nella loro dispersione
a distanze così enormi e in generale nello squilibrio tra le aspirazioni
illimitate e la limitatezza delle forze effettive stava una tale prova di
spensierata audacia che {...} il sopravvenire di un disastro {...} avrebbe dovuto
considerarsi da un osservatore spassionato come caso impreveduto e imprevedibile»
[De Sanctis 1942: p. 128]. Ma fu anche
fonte per nuove imprese politiche
e militari: durante questa seconda fase l’intento di Pericle rimase quello di
mantenere lo status quo ove
necessario e forzare a proprio vantaggio il quadro geo-politico greco e mediterraneo ove
possibile. Per questo non possiamo ritenere corretto il giudìzio di De Sanctis
secondo il quale «svanito il sogno di egemonia nella penisola greca, si erano
attuate in pieno le conseguenze della catastrofe d’Egitto e della doppia guerra
voluta dalla democrazia, col totale fallimento della politica periclea su
entrambe le fronti. » [De Sanctis 1942: p. 123-124].
Altrettanto fuorviante la opinione di Musti convinto che il nuovo atteggiamento
ateniese in politica estera indizi l’incipiente
ritirata ateniese dal Mediterraneo dopo soli dieci anni e dunque la recessione
dall’aggressivo,
spregiudicato ed esasperato imperialismo perseguito fino a questo momento da
Pericle; e che il nuovo corso intrapreso
dagli eventi dopo il 449 indizi
che sia possìbile continuare a trattare la
politica estera ateniese del periodo come altrettanto
aggressivamente
e ideologicamente imperialistica
soltanto entro i confini dell’impero giacchè «al di fuori di questo Atene è
costretta ad abbandonare ogni ulteriore megalomane e dissennata mira
espansionìstica. » [Musti 1989: p. 357].
Per motivi analoghi non ritengo
soddisfacente nemmeno la tesi di Kagan secondo il quale gli
obbiettivi e le strategie politiche perseguite da Pericle non tradivano alcun
intento espansionistico: l’americano sostiene che, sebbene «alcuni storici
moderni hanno considerato Pericle un espansionista che non pose freno alle
ambizioni imperiali di Atene {...} l’evidenza mostra il
contrario » e
in realtà «Pericle deve avere perseguito obbiettivi e strategie politiche ben
differenti. » [Kagan 1991: p. 158]
da quelle espansionistiche.
Dall’analisi
svolta finora mi sembra che si componga un
quadro assai diverso: mi pare insomma
che l’atteggiamento ateniese in politica estera dopo il 449 sia prova non della rinuncia ateniese all’espansionismo
non dell’arretramento da parte di
Pericle dai
sogni imperialistici non
del fatto che sia possìbile continuare a
riferirsi all’imperialismo non più come espansionismo ma
solo come dispotismo e conservazione e
consolidamento dell’impero già acquisito giacchè al di fuori di questo Atene
sarebbe stata costretta ad abbandonare ogni ulteriore ambizione. Al contrario
mi sembra evidente che la politica estera ateniese dopo il 449 fu rivolta a
mantenere e consolidare
domìnio tanto entro i confini dell’impero quanto fuori. Dopo la pace di Callia la lega Delio-Attica si evolse rapidamente
in impero: le
assemblee federali non furono convocate
più cosicchè i membri della lega - sulla quale
sostanziale sudditanza «nessun dubbio può sussistere » [Corsaro e Gallo 2010: p. 123] - non possedevano ormai
nemmeno un organismo federale presso il quale fare sentire la propria voce giacchè
tutte le decisioni su questioni comuni furono demandate all’assemblea ateniese, il tesoro comune della
lega da Delo fu trasferito
nel santuario ad
Atena in Atene nell’anno 454 tramite un arrogante atto di forza da parte della
potenza Attica e con il tesoro anche i
tributi versati dalle polis
alleate passarono alle cassaforti di Atene ove furono usati non più per spese guerresche ma per il beneplacito ateniese, costretti a versare
puntualmente un tributo ad Atene durante
le grandi dionisie gli alleati perdettero inoltre ogni
facoltà autonoma non potendo distaccarsi dalla συμμαχία, le
defezioni erano duramente represse come vedremo tra poco, le polis ribelli o turbolente erano subito ricondotte all’obbedienza e tenute sotto stretta
sorveglianza tramite magistrati fedeli, presidi armati e colonie insediate in
territori confiscati con finalità puramente (le cd. cleruchie), la potenza ateniese non
esita a ingerirsi negli affari interni delle polis ‘alleate’ intaccando l’autonomia di queste e favorendo la
componente filo-ateniese e i governi graditi come si nota in modo abbastanza
lampante in ambito legale ove
Atene sottrae alle corti locali la giurisdizione sui reati particolarmente
gravi trasferendola all’elieia la
quale diventa così
l’unico tribunale competente a giudicare intorno ai delitti per i quali è
prevista la pena capitale donde la definizione abituale ‘imperialismo
giudiziario’. L’autonomia
delle singole polis viene intaccata
anche in altri modi come si evince dal decreto monetario vietante che le città
della lega impiegassero valute locali imponendo esclusivamente la propria
moneta, i propri pesi e le proprie misure per facilitare la riscossioni e pagamenti e favorire i
propri commerci; meno marcata seppure non assente appare l’ingerenza ateniese
in campo istituzionale ove
Atene sembra nel complesso perseguire una politica pragmatica rivolta a
mantenere l’equilibrio necessario affinchè le polis allineate non subissero pressioni eccessive orientate ad
apportare cambiamenti istituzionali benché non manchino casi nei quali venga
imposto un regime democratico soprattutto dopo una rivolta come avvenuto in
Mileto intorno alla metà del decennio 450-440 aC. Eppure la prepotente e
preponderante superiorità marittima ateniese costrinse gli ‘alleati’ a
rassegnarsi a tale situazione.
Che
il fine ultimo di Pericle fosse non solo l’allargamento ma anche il
consolidamento dell’impero emerge anche d’altri indizi. Dopo il 449, all’interno
dell’impero, l’iniziale egemonia ateniese si tramuta in αρχή vera e propria
sugli alleati ormai sempre meno tali e sempre più soggetti, come testimoniano i
numerosi casi di ‘abuso
di potere’ e le numerose prepotenze ateniesi: numerose sono le ribellioni e secessioni sono represse in modo estremamente
energico e duro, e le iniziative e interventi
comprensìbili solo in òttica prettamente ateniese piuttosto che in rapporto agl’interessi
e allo scopo ufficiale dell’alleanza ovvero la
guerra contro la Pérsia. In diverse occasioni iniziò a manifestarsi l’intreccio
tra πλεονεξία, φιλοτιμία e πολυπραγματοσύνη ovvero tra istinto di avere più rispetto a quanto si possiede
prevaricando gli altri e violando le leggi, brama di successo e di potere, e
frenetico attivismo il quale intreccio condusse la situazione politica greca dal
bipolarismo non conflittuale tra la potenza terrestre, conservatrice e
immobilista Sparta egemone nel Peloponneso e la potenza dinamica e
talassocratica Atene dominatrice
nell’Egeo allo
scontro frontale (che si attestò non casualmente nelle aree interferenziali tra i due sistemi
ovvero nella Grecia centrale, nel golfo Saronico e nel golfo Corinzio). La necessità che le alleanze fossero mantenute e
consolidate era direttamente collegato all’uso
spregiudicato al quale si sottoponeva la flotta
e la forza militare come dimostrato chiaramente dalla
guerra Samia nel 441-440: l’importante
città isolana dopo varie complicate vicende originate da circostanze
contingenti -
le quali la portarono a proclamare la propria secessione da Atene nel 441 - conobbe l’assedio ateniese
nella primavera del 440 cadendo dopo un
blocco durato nove mesi
e numerosi scontri essendo infine
costretta a radere al suolo le mura, a consegnare ostaggi e navi e a pagare una
pesante indennità. Anzi, possiamo dire che l’impiego al quale era sottoposta la flotta secondava direttamente il
seguente fine: massimizzare i propri vantaggi
individuali e comunitari; bastevoli
prove a riguardo sono il rafforzamento sistematico al quale andò incontro la
flotta navale ateniese tramite i
fondi delle casseforti federali impiegati per scopi eterogenei,
e il fatto che l’indennità di guerra inflitta a Samo nel 440 venne comminata
dagli ateniesi e resa a questi e non al tesoro della lega. Conferma diretta e
inequivocabile della vocazione imperialistica dell’Atene periclea anche all’interno
dei confini dell’impero è la pace dei trent’anni la quale riconobbe ad Atene il ruolo dominante e la primazia sugli alleati
solo nominalmente autonomi poichè l’autonomia era in realtà limitata
sostanzialmente agli affari interni non
rilevanti sotto il profilo internazionale. Non è un caso che quest’Atene
venne chiamata da Pericle «tiranna » considerando
ch’essa aveva finanziato la propria potenza, la propria prosperità e la propria
bellezza tramite la guerra
«maestro violento » [Tucidide:
3: 82],
tramite continue prepotenze, aggiogamenti e depredazioni brutali verso
polis alleate e risorse,
tramite dunque una politica
basata sul principio pleonettico alla quale gli ateniesi non potevano più rinunciare
«giacchè ormai è dominio di natura tirannica: acquistare tale dominio forse è
iniquo ma disfarsene è indubbiamente pericoloso. » [Tucidide
2: 63: 1-2].
2. Il caso Thuri
Assodati
il carattere imperialistico e assieme espansionistico della politica estera
ateniese nel Mediterraneo passerò adesso a esaminare gli obbiettivi -
semplicemente solidali o effettivamente partecipativi - e le ambizioni -
puramente coloniarie oppure panellenistiche oppure imperialistiche - dietro la
decisione ateniese ad accogliere l’appello simultaneamente rivolto ad ateniesi
e spartani dai sibariti espulsi nel 448: attende ancora risposta la questione
se la pronta adesione ateniese alla richiesta sibarita includesse già dall’inizio
precisi disegni coloniari oppure un progetto, con fini strategico-diplomatici,
di fondazione di una colonia panellenistica sotto l’egida ateniese, o fosse
stata piuttosto concepita in termini più ristretti ma non privi di significato
quale appoggio e collaborazione alla rifondazione sibarita come sostengono i
più e tra questi soprattutto De Sensi Sestito, Ehrenberg, Leschorn e
Schachermacher.
Il
problema di fondo nel vagliare la mia ipotesi consiste nell’interpretare
correttamente le mosse ateniesi e periclee nella vicenda complessiva inerente l’intervento
in Italia, e nel ventilare le fonti per discernere correttamente quanto è
realtà dei fatti e quanto invece propaganda interessata o riflesso di tale
propaganda. Il compito si presenta scabroso giacchè i fatti thurini compaiono
nella tradizione letteraria per lo più nelle forme di riferimenti alquanto
occasionali e desultori (indicativo l’esempio del resoconto Diodoreo il quale
inquadra alquanto disordinatamente entro la cornice della fondazione thurina i
diversi eventi e le diverse dinamiche riferibili a tale vicenda [Diodoro Siculo: 12: 10-11]). Tuttavia
tra i dati della tradizione sussistono molti spunti i quali orientano lo
studioso ad interpretare la vicenda quale risposta tanto alle sollecitazioni
sistemiche provenienti dalla nuova configurazione politica internazionale per
porre Atene nelle condizioni strategiche e logistiche migliori nel quale caso
si rinnovasse il conflitto con Sparta e l’elemento dorico compreso quello
coloniale costituito da Selinunte, Siracusa e Taranto quanto alla necessità di
Atene che si concretasse la strategia elaborata per ottenere la supremazia nel
mondo greco per mantenere quell’impero così biasimato da Tucidide. La
contemporaneità tra i fatti descritti prova invece che tali obbiettivi vennero
da Pericle perseguiti unitamente tramite una unica geniale mossa strategica. L’economicità
della soluzione se confrontata con la molteplicità dei risultati ottenibili o
comunque prospettati restituisce infine l’originalità insita in tale soluzione
davvero senza precedenti nella istoria diplomatica della Grecia antica.
Come
detto - il primo degli obbiettivi alla base della fondazione di Thuri fu fare ‘il
salto di qualità’ nel processo espansionistico in occidente tacitamente avviato
con le precedenti iniziative occidentali comprese tra il 458 e il 453. Valutare
il peso esercitato dalla fondazione di Thuri nella politica estera ateniese
nonchè i reali obbiettivi ateniesi nel quale momento venne accolta la richiesta
sibarita è arduo: devono essere individuate le vere intenzioni ateniesi
mondandole dalla propaganda nazionalistica e panellenistica colente la
magnanimità ateniese e la gratuità con la quale venne fornito aiuto ai profughi
sibariti. Stando a De Sanctis la fondazione di Thuri rappresenta un «tentativo
d’imperialismo pacifico che {...} si inquadra assai bene con gli intendimenti
di Pericle. {...} Qui {...} egli non aveva ragione {...} allora di temere che,
come era avvenuto in Egitto, forze soverchianti di barbari mettessero a
pericolo la potenza e la vita stessa della colonia.» [De Sanctis 1942: p. 170]. Sebbene assai pregnanti e
illuminanti tuttavia queste notazioni non colgono pienamente il segno. Bisogna
infatti chiedersi quali possano essere stati i motivi della scelta d’impegnarsi
in un pericoloso progetto quale fondare una colonia oltremare. Evidentemente
Pericle voleva espandere quanto più possibile l’impero estendendolo verso sud
fino all’Egitto, verso ovest fino all’Esperia e verso est fino alla Persia non
potendo ulteriormente mirare alla Grecia continentale causa la tregua
trentennale con Sparta e i limiti imposti dalla pace: così non solamente l’apertura
strategica verso l’occidente ma pure il panellenismo implicito nella iniziativa
thurina possono trovare giusta collocazione in una situazione nella quale «l’iniziativa
ateniese e periclea che portò alla fondazione di Thuri appare verosimilmente
leggibile quale risposta a una situazione contingente legata all’appello dei
vecchi sibariti benché la risposta sia iscritta, in misura sostanziale, nella
prospettiva politica periclea di quegli anni {...} dopo la pace di Callia. » [Braccesi 1999: p. 196]. L’impero era
infatti per la difesa e il potere ateniesi garanzia ferma e sicura:
rappresentava la sicurezza contro una ulteriore minaccia persiana e forniva i
mezzi per assicurarsi da qualsiasi sfida proveniente da parte spartana. Inoltre
le ricchezze che dalle città dell’impero convergevano nelle casse ateniesi
erano fondamentali per i progetti di Pericle il quale voleva rendere la
capitale dell’Attica la città più bella, prospera ed evoluta mai conosciuta: il
prestigio conseguente a questo progetto rappresentava un obbiettivo essenziale
nella sua visione politica. L’impero era insomma per Pericle una realtà
necessaria: ancora sussisteva il timore che i persiani si provassero nuovamente
a sottomettere i greci dato che l’avevano già fatto tre volte in due decenni e
dato che non esisteva motivo per ritenere che si rassegnassero. Altri vantaggi
derivanti dall’impero risultano chiarissimi: vantaggi finanziari dai fondi
direttamente versati dagli alleati come tributi, indennità e altri pagamenti
non specificati.
La
questione che adesso si pone è provare che Thuri effettivamente rappresenti il
primo atto concreto di un progetto espansionistico occidentale ancora
incipiente ma già inaugurato dalle alleanze con polis calcidesi del mondo
italiota: nonostante i primi sintomi di un interesse ateniese per la Magna Grecia
si devono a Temistocle il quale coltivò privatamente il sogno occidentale poichè
intimamente convinto circa le potenzialità riservate da una presenza ateniese
in tale area e circa i vantaggi derivanti ad Atene tramite l’inserirsi nel
solco della tradizione gloriosa magnogreca (ma tale interesse fu limitato a
gesti simbolici: Temistocle diede i nomi Sibari e Italìa a due proprie figlie e
inoltre nel 480 minacciò al comandante spartano Euribiade che gli ateniesi
avrebbero attaccato Siri la quale «nostra d’antico tempo gli oracoli dicono che
deve essere colonizzata da noi » [Erodoto:
7: 62: 2] rivendicando ideologicamente il diritto ateniese a rivendicare
la eredità sibarita poichè Sibari era stata padrona almeno parzialmente della
Siritide) tuttavia occorre scendere fino all’età periclea per vedere delineata
una chiara direttrice operativa mirata all’occidente: come dice Braccesi L. «se
alcuni indizi possono lasciar pensare che già Temistocle avesse elaborato dei
progetti occidentali mirati precisamente sull’area della Sibaritide e della
Siritide, non sembra tuttavia storicamente fondato ipotizzare una precoce
proiezione della politica ateniese verso occidente fin dagli inizi degli anni cinquanta
del V secolo » [Braccesi 1999:
pag. 196]; la politica occidentale ateniese di questo periodo è tuttora nel
centro di un dibattito annoso incentrato sul significato complessivo
attribuibile a tutti quei passi politici e diplomatici culminati nella colonia
thurina nel 444 e infine rovinati malamente con le due guerre sostenute d’Atene
in Sicilia nel 427-424 e nel 415-413: nella prospettiva post eventum delle spedizioni siciliane mi pare che la istoria dei
precedenti assuma rilevanza particolare rivelando progressione ininterrotta e
continuità coerente le quali inducono a considerare Thuri non un’avventura
estemporanea e improvvisata ma una tra l’espressioni più riuscite e
sorprendenti di una consapevole linea politica: solamente riconducendole nell’alveo
di questa linea politica finalizzata all’espansionismo è possibile spiegare l’approccio
forte e invasivo al quadrante nord-occidentale (Sicilia e Italia) e l’assalto
finale alla Sicilia e a Siracusa.
Il moto coloniale ateniese in età
periclea
Una
prima prova di questa ipotesi è - per così dire - indiretta e frutto di
comparazione di eventi. L’occidente - come l’Egeo settentrionale (Ponto,
Propontide, Chersoneso, coste traciche-macedoni), l’Egitto, la Fenicia e la Persia
- era una zona potenzialmente importantissima per i commerci e la sussistenza
ateniesi la dipendenza della quale dalle importazioni granarie dall’attuale
Ucraina tramite il mar Nero e i Dardanelli significava che anche una
limitatissima campagna finalizzata a conquidere il Bosforo avrebbe potuto
tagliare le arterie vitali di Atene. Per questa ragione la sua conquista
sarebbe potuta risultare fondamentale per realizzare il sogno imperialistico.
Ed effettivamente Atene si comportò in occidente come aveva già fatto in queste
aree cosicché se «la certezza del fatto A combinata con la credenza nel sistema
S comporta la certezza del fatto B» cioè se «ammettere il fatto A + la teoria S
conduce ad ammettere il fatto B» [Perelman
e Olbrechts-Tyteca 1966: p. 73-74]
allora la certezza che il fine di Atene fosse espandersi nel Mediterraneo
combinata con la credenza nella caratteristica eminentemente imperialistica
della politica periclea comporta la certezza del fatto che l’intervento in
Sibari-Thuri valga quale atto espansionistico[5]:
le spedizioni in Egitto nel 459, in Sicilia (ove l’impegno ateniese si concreta
nelle alleanze del periodo 458-454 con gli Elimi di Segesta [Diodoro 7: 78: 4[6], Alessandri 1992] e
con le città di Catane, Leontini, Nasso e Regio), in Italia (ove si registra l’alleanza
con Neapoli forse del 454-453), con Metaponto e con il principe messapico Artas
nel 440 ca., in Persia (guerra del 450), in Fenicia, nel Peloponneso (conquista
di porti e valli nel Peloponneso e prima guerra peloponnesiaca), e infine la
spedizione sibarita nel 446 e la fondazione di Thuri nel 444 sono tutte azioni
che condividono le stesse finalità strategiche-militari rese più allettanti dalle
potenzialità economiche (ricordiamo infatti che Neapoli dominava la pianura
campana, Leontini realizzava il controllo sulla piana del Simeto, Sibari
possedeva una pianura grandemente celebrata per la feracità e redditività delle
proprie messi, l’oriente possedeva pingui materie prime soprattutto metalli) e
dalle possibilità e prospettive di accaparramento e/o conquista insite in
queste aree: le finalità economiche-acquisitive seppure non primarie erano
insomma compresenti (i contesti nei quali Atene opera erano infatti sempre
gravati da pesanti conflitti politico-militari che richiesero puntualmente l’intervento
militare ateniese tantochè sembra che Atene cercasse di trarre profitto e
vantaggio da queste situazioni contraddittorie: quando gli ateniesi sbarcarono gli
Elimi di Segesta erano impegnati in una guerra contro Selinunte; Leontini era
stata coinvolta nei torbidi giochi di potere Siracusani che avevano provocato
scambi tra popolazioni, ricolonizzazioni e rinominazioni tra città; Regio era
in perenne lotta con Messana per il controllo dello stretto; Neapoli era
impegnata in una diatriba militare e per questo invocò l’aiuto ateniese; il
Peloponneso era tutto percorso da tensioni tra Sparta e Iloti, e l’intervento
in Egitto fu sollecitato dal principe libico Inaro per risolvere militarmente
una controversia; si ricordino inoltre le persistenti lacerazioni nella
compagine cittadina di Crotone, la decadenza Cumana, il declinante splendore
Metapontino: dalla coalescenza tra presenza ateniese e crisi sociale-politica
in un contesto magnogreco si può dedurre molto circa le abitudini rapaci e
insinuanti di Atene in politica estera e altrettanto circa la situazione
sociale-politica del contesto interessato dalle ambizioni ateniesi: poichè la
città suole orientarsi preferibilmente verso contesti dei quali può fare
fruttare a proprio vantaggio le debolezze per fini espansionistici allora si
può inferire che come l’ingerenza ateniese in una comunità magnogreca può
rivelare una crisi in corso nelle strutture sociali-politiche di questa così la
sofferenza di una compagine cittadina magnogreca può essere segno della
presenza o almeno delle attenzioni di Atene). Approfondiamo la disamina
riguardo queste alleanze. Risalgono al periodo tra il 458 e il 454 (o al
decennio 450-440) le preziose alleanze con gli Elimi di Segesta e con le città
(non doriche) Leontini e Regio delle quali conosciamo esattamente purtroppo
solamente la data di rinnovo: il 433, il diretto intervento militare nella
lotta tra Segesta e Selinunte, e i patti con Nasso e Catania i quali assieme
con i precedenti denunciano rapporti privilegiati tr’Atene e le polis calcidesi anch’esse ‘figlie’ di
Atene secondo la propaganda di V secolo poichè culturalmente ioniche anch’esse;
in data non facilmente definibile (la cronologia persiste estremamente dubbia
ed è stata altamente dibattuta: i più concordano per il 440 ca. ma De Sanctis
propende per il 454-453 [De Sanctis
1939: p. 258]) venne allestita una flotta per difendere la città Neapoli e
soccorrere e sostenere ancora una volta l’elemento calcidese in occidente:
Neapoli cadde da quel momento sotto il protettorato ateniese ricevendo anche
coloni Attici poichè la spedizione difensiva si fu sùbito trasformata in
spedizione coloniaria e ἒποκοι
ateniesi
e calcidesi guidati dallo στρατεγός
(o navarco) Diotimo - definito «κραίνων
ἀπάσης Μόψοπος ναυαρχίας » da Licofrone [Licofrone: Alessandra: 733] - non
tardarono il proprio avvento; a quest’azione militare seguirono l’alleanza con
Metaponto, l’amicizia con il principe messapico Artas - signore di un distretto
salentino in posizione eccellente per controllare il Capo Iapigio (naturale
approdo per quanti attraversassero l’odierno canale di Otranto) nel 440 ca., e
il tentativo coloniario in Sardegna al quale si è già accennato; a questo si
aggiunga che le navi mercantili attiche dirette a rifornirsi in alto Adriatico
presso le foci del Po nei porti di Adria e Spina effettuavano una spola mai
esausta tra Grecia e Italia garantita dalla benevola neutralità corcirese (tale
spola è suffragata dalle numerose leggende attestanti statue scolpite da Dedalo
lungo tutto l’itinerario delle navi [Pseudo-Aristotele:
Le audizioni meravigliose 100: 81]
le quali storie rivelano tutta la propria matrice ideologica giacchè spesso
Dedalo giocò un ruolo notevole nella interpretare in senso ateniese i quali
miti lo coinvolgevano essendo egli stesso ateniese).Tutti i tentativi ateniesi
per inserirsi negli affari e negli equilibri d’Italia e Sicilia si valorizzano
soprattutto nel quadro di un piano avvolgente che si chiarisce alla luce delle
tappe compiute nel decennio 456-446: nel corso della cd. prima guerra
peloponnesiaca Atene ebbe acquisito basi militari e alleanze non solo lungo
tutto il nord-ovest della Grecia - in Locride Ozolia, Acarnania e Acaia - ma
pure in Zacinto e Cefalonia; da ciò emerge uno scenario coerente e cronologicamente
serrato guidato dal volere acquisire stabili e fidati appoggi, porti e
territori amici e accessi strategici alla Magna Grecia, Sicilia e al Tirreno
collocati in punti chiave della rotta dalla Grecia verso l’occidente per
stringere la volta aspra del Peloponneso, il golfo Corinzio e l’area ionica-acarnana
controllata da Corinto in una morsa ferale e così assicurarsi un ‘corridoio’
diretto verso l’occidente. Credo di avere sufficientemente chiarito come la
politica espansionistica ateniese mosse contemporaneamente su più fronti non
privilegiando alcuno tra questi ma seguendo parallelamente seppure
discontinuamente ogni settore interessante; fu una politica discontinua ma
coerentemente perseguita e periodicamente ripresa, tappa fondamentale in quel crescendo
fatto da scontri palesi e tacite vendette il quale condusse alla guerra
peloponnesiaca nel 431: senza cadere in eccessi deterministici comunque non si può non vedere nelle
due spedizioni del 427 e del 415 la logica conseguenza delle premesse poste da
tale politica e della politica espansionistica periclea in generale: queste
spedizioni non si comprenderebbero in assenza di tali premesse.
La
scelta occidentale può anche essere stata suggerita a Pericle dagli esiti della
guerra persiana del 450 ratificati dalla pace di Callia che troncò le speranze
ateniesi a una espansione in oriente indirizzando gli esuberanti ateniesi verso
occidente.
Anche
le cause scatenanti della prima guerra peloponnesiaca possono darci qualche
indizio utile: giacchè fu l’eccessivo attivismo ateniese in politica estera
imposto ad Atene da due esigenze non prescindibili cioè consolidare l’impero
acquisito e aumentare illimitatamente la potenza di questo non rinunciando ad
alcuna occasione ulteriore per ottenere fattori e strumenti assicuranti il
dominio e il controllo anche a costo che questi fossero contesi o sottratti dal
blocco avversario tale attivismo divenne per Atene motivo di crisi e rottura
nei rapporti con Sparta anzichè fungere quale deterrente come avviene normalmente
in qualunque contrapposizione tra blocchi imperialistici e per Sparta il fomite
ad accettare l’invito proveniente d’Artaserse: se Sparta non si fosse sentita
minacciata dall’aggressività imperialistica ateniese - le spedizioni della
quale sono negli anni cinquanta dirette verso regioni e destinazioni lontane
(Cipro, Egitto, Fenicia, Magna Grecia, Persia, Sicilia) le quali si presentano
quali sogni grandiosi e segni non equivocabili dell’ambizione imperialistica
sfrenata della democrazia periclea - allora forse non avrebbe reagito così
impulsivamente se è valido il modulo di ragionamento secondo il quale la
certezza del fatto A (che Sparta accettò l’invito di Artaserse causa la paura
che potesse un giorno trovarsi ad affrontare l’aggressione ateniese), combinata
con la credenza nel sistema S (che la politica estera ateniese in età periclea
sia una serie costituita d’atti espansionistici imperialistici) comporta la
certezza del fatto B (che anche Thuri sia un atto espansionistico
imperialistico) sulla base del principio che fatti e verità sebbene siano
oggetti distinti di accordo tuttavia presentano legami i quali permettono il
trasporre l’accordo stesso [Perelman e Olbrechts-Tyteca 1966: p. 73].
Caratteri del colonialismo ateniese
di età periclea
Altro argomento probante: Thuri è una colonia
e in quanto tale deve avere giocoforza condiviso gli obbiettivi propri di
qualsiasi altra colonia: «con la fondazione di Thuri Atene insedia infatti una
sua presenza in un’area di particolare interesse non solo per la sua ricchezza
agricola ma anche per la posizione strategica che occupa sulla rotta marittima
che conduce allo Stretto, e può a buon diritto svolgere un ruolo di rilievo
nelle relazioni internazionali della grecità occidentale.» [Corsaro e
Gallo 2010: p. 130]. E se non sembra storicamente fondato leggere taluni
dati storici come indizi di una precoce proiezione della politica ateniese
verso occidente come ritenere che Temistocle avesse elaborato progetti
espansionistici in occidente tuttavia è ineludibile sia che al periodo
immediatamente precedente la guerra peloponnesiaca si datano i documenti
epigrafici che attestano trattati tra Atene e Regio e Leontini sia che da tempo
gli ateniesi - in origine poco interessati al moto coloniale ma adesso
incentivati dal sovraffollamento - inviavano coloni a fondare stanziamenti in
aree periferiche e proprio nel 446-445 si mostrarono particolarmente attivi in
questo campo. Tali invii avvenivano nella maggiore parte dei casi verso siti
strategici del mar Egeo per rendere più sicuro l’impero sebbene non mancassero
spedizioni verso altri luoghi finalizzati a liberarsi della popolazione in
eccesso e in più di una occasione gli ateniesi dimostrarono di preferire le
distanti ma vaste, opime e feraci terre oltremare al duro tozzo di pane nell’arida
e secca patria Attica [Culasso e Marchiandi 2012]. Non essendo tuttavia
tra i quali cedono davanti alle illusorie semplici spiegazioni non posso
concordare con quanti si provano a classificare le colonie greche per modelli
insediativi, funzioni, scopi e caratteristiche: considerando che i fatti
sociali presentano contorni non definiti ma incerti e sfumati differentemente
da quelli fisici non credo che lo studioso possa eludere questa evidenza e
applicare ai fatti del reale una minuziosa casistica. La mia idea a riguardo è
che ogni colonia condivida e comprenda tutte le caratteristiche del fenomeno
comunemente detto colonialismo e che pertanto non sia possibile individuare
nelle colonie modelli insediativi, cause, modalità e scopi diversi e
distinguere le colonie greche sulla base di tali modelli insediativi, cause,
modalità e scopi. Prove: I) dal confronto della documentazione letteraria con
quella archeologica emerge che gli ateniesi si adattarono secondo la necessità
alle condizioni ambientali dei luoghi intendendo con questa espressione
eventuali popolazioni preesistenti o confinanti, rapporto strategico tra la
zona accogliente i coloni e il mondo limitrofo, le caratteristiche
geomorfologiche del territorio, i condizionamenti imposti da potenze straniere
e soprattutto la duttilità politica della città Attica la quale doveva
calibrare pragmaticamente la propria azione secondo la dimensione politica del
luogo interessato dal progetto coloniario potendo spesso affermare liberamente
la propria αρχή ma dovendo altre volte al contrario limitare le proprie mire
qualora queste cadessero in un contesto politico non favorevole. Sono queste le
variabili di una esperienza, quella della colonialismo, che muta le proprie
forme e modalità ma non le premesse e gli scopi portando a una pluralità di
soluzioni concrete le quali hanno indotto già gli antichi intellettuali come
Sofocle, Aristofane, Erodoto o Tucidide a distinguere le colonie ateniesi in αποικίαι,
εποικίαι,
περαίαι e κλερουχίαι [Marchiandi 2002]; II) Come sostengono molti autorevolissimi
storici le motivazioni che spinsero i coloni all’estero furono varie: i nuovi
coloni accampano pretese su aree precise, fertili e opime ma anche
strategicamente importanti: segno che il loro interesse era insieme commerciale
e politico-strategico (questo è evidente tanto nel caso della fondazione di
Cuma che domina infatti la pianura campana, di Leontini e Catane che realizzano
il controllo sulla piana del Simeto, di Sibari la cui pianura è celebrata per
la sua ima feracità e redditività delle proprie messi, di Metaponto il cui
emblema monetale era per l’appunto la spiga d’orzo, quanto nel caso della
fondazione di Crotone, giustificata sulla base di un pronunciamento dell’oracolo,
e nel caso della reciproca brama espansionistica delle polis Achee); altre motivazioni sono quelle politiche e religiose
ma queste non prescindono mai dalle altre sicché è possibile affermare senza
tema di smentita che il fine economico veniva perseguito congiuntamente a
quelli politico e strategico. Se è così, se sempre uguali sono cioè le cause
della colonizzazione, uguali devono per forza di cose essere le modalità d’insediamento
e gli obbiettivi coloniali; III) se colonialismo significa accaparramento
terriero e se questo accaparramento avviene mediante la forza per fini non solo
commerciali come sostiene Braccesi L. (secondo il quale «una colonia implicava
occupazione, accaparramento di terre e risorse e per quanto le tradizioni greche
tendano a presentare le fondazioni come calate entro un vacuum, una eremos chora,
l’archeologia si incarica di dimostrare, e talune tradizioni anche confermano,
che così non era: Cuma in Campania fu fondata colla violenza e gli indigeni
primi occupanti dell’acropoli sparirono. La fondazione di Sibari comportò la
fine degli abitati indigeni...a Locri Epizefirii tradizioni di fondazione ed
archeologia confermano analoga sorte per le comunità locali sicule {...} La
fondazione di Taranto avvenne {...} a scapito degli Iapigi primi abitatori del
sito. Anche in Sicilia a Leontini e Catane i calcidesi {...} cacciarono i
Siculi. La colonia insomma distrugge i partners
delle precedenti relazioni commerciali quando esse vi erano. La terra viene
trattata come bottino» [Braccesi
1999: pag. 36]) e Culasso-Gastaldi (stando alla quale «le forme di accesso alla
terra erano caratterizzate da insediamenti sparsi e capillari nella chora » [Culasso Gastaldi 2007: p. 115] e «nel
periodo compreso tra la fine del primo quarto e i secondo quarto del V secolo ‘varie
zone del Mediterraneo accolsero’ contingenti {...} di ateniesi armati e
attrezzati militarmente » cosicché la colonia si connetteva automaticamente «all’idea
di riduzione in schiavitù di un territorio sottomesso » [Culasso Gastaldi 2007: p. 115] sebbene la colonia «è regime
di autonomia controllata e sotto la tutela vigile della città madre. » [Culasso Gastaldi 2007: p. 138]) allora
che cosa è quello ateniese se non espansionismo anzi espansionismo armato per
fini congiuntamente economici, acquisitivi e strategici?; IV) «Due sono gli
aspetti dell’espansione sulla peraia cioè
nel territorio che di solito si trova εν ηπείρω antistante all’isola: essa risponde
primamente *** al bisogno di nuove terre da coltivare; secondariamente essa
consentiva il controllo di ambedue le sponde di un porthmos e quindi il raggiungimento di posizioni di forza per
dominare sui commerci di passaggio.» [Giuffrida
2000: p. 47]; V) Tucidide: «Tutte le città che furono costruite negli ultimi
tempi {...} furono fondate proprio sulla riva del mare {...} Anzi, i fondatori
si accaparravano gl’istmi per ragioni di commercio.» [Tucidide: 1: 7]. Da questi dati emerge chiaramente il
carattere composito delle premesse, modalità e finalità del colonialismo.
Il
fatto che nel caso thurino le modalità con le quali si manifesta la presenza
ateniese sono le stesse di ogni altra colonia pare comprovabile sulla base dell’evidenze
numismatiche: alludo alle limitate emissioni monetali con peso attico
consistenti in dracme e trioboli con doppio rilievo recanti sul D/ la testa di
Atena elmata con elmo attico cinto da ulivo e sul R/ il toro sibarita con
epigrafe ΣΥΒΑΡΙ, e in dracme recanti lo stesso tipo sul D/ invece sul R/ la
stessa epigrafe però associata al toro cozzante individuante le successive
emissioni thurine (tale serie persistette fino al momento della sconfitta
ateniese allorchè il distacco thurino da Atene era ormai definitivo e sul D/
della moneta scompare la effige di Atena con elmo attico cinto da ulivo
sostituita dalla immagine di Atena con elmo decorato dalla figura di Scilla) [Kraay 1958; Breglia 1969; Pozzi-Paolini 1969; Parise 1972, 1987 e 2007; Breglia 1995].
Ne consegue che Atene possa avere assecondato
finalità imperialistiche che mutarono via via nel corso del tempo in
conseguenza del variare delle condizioni politiche e ambientali le quali se da
un lato possono avere influenzato e precisato nel tempo gli scopi strategici,
militari, commerciali e politici preposti a ciascuna iniziativa, dall’altra non
deviarono mai dal progetto di base. Se la lettura degli eventi è corretta siamo
insomma davanti a un importante indizio del fatto che Thuri rappresentasse nei
piani di Pericle innanzitutto un avamposto coloniale ateniese atto ad aprire la
via alla espansione militare ed economica ateniese in occidente.
Volendo
tirare le fila del discorso possiamo dunque dire che le più grandi e potenti polis esercitavano il proprio dominio
politico-militare sulle polis minori
in scala regionale più o meno ampia e in forme più o meno mascherate quale
esempio la συμμαχία egemoniale espressa nella lega peloponnesiaca guidata da
Sparta e nella lega delio-attica centrata su Atene; che le quali esperienze ‘imperialistiche’
non si spinsero mai fino a superare il modello poleico giacchè le forme statali
monarchiche e federali trovarono origine in altri orizzonti marginali relativamente
ad alcuni aspetti e in altre esperienze organizzative-istituzionali come quelle
dei κοινά etnici o tribali ove si svilupparono fino a divenire protagoniste
nella scena politica del mondo ellenistico queste esperienze imperialistiche
furono determinate da necessità e interesse, da rapporti di forza e forme di
conflittualità locali e regionali soprattutto nell’area egea-metropolitana: se
i vantaggi apportati dall’’impero’ alla polis
egemone sono mirabolanti comunque non è meno vero che le città minori trovavano
nell’’impero’ non pochi vantaggi nonchè la garanzia delle proprie autonomia e
integrità e talvolta sopravvivenza stessa.
Valenza diplomatica-politica
Partecipando
alla fondazione thurina Pericle mirava a un altro obbiettivo fondamentale: inviare
un segnale diplomatico distensivo a Sparta e ai peloponnesiaci per recuperare
il ruolo ideologico quale guida panellenistica ormai perso rassicurando circa
la bontà delle proprie intenzioni e per potere così continuare lungo la strada
per l’espansionismo. I quali motivi spinsero Pericle ad adottare questa
retorica sostanziata da ‘i buoni sentimenti’ e tutta intrisa da un panellenismo
tutto esteriore, ‘patriottico’ e nazionalistico risiedono nella conciliazione e
unità tra gli stati greci necessaria ad Atene per non precludersi la strada
espansionistica: egli non voleva affatto abbandonare l’idea imperialistica e
rinunciare alla potenza, alla gloria e alla ricchezza derivanti cosicché era
nella logica del gioco obbligatorio giustificare in modo formalmente
impeccabile sia i pagamenti da parte degli alleati sia la nuova diversa
destinazione a cui era piegato il tributo allorchè la minaccia persiana era
svanita. Per celare gl’intenti espansionistici in occidente Pericle si mosse su
più livelli: cominciò col proporre un cambiamento nella idea fondamento della
lega e col fornire nuove giustificazioni legittimanti il ruolo ateniese nella
stessa, promosse l’avventura thurina come esperienza coloniaria non ateniese ma
panellenistica atta a combattere il barbaro nemico, e consolidò l’armistizio
del 446 stipulato in conclusione della prima guerra peloponnesiaca. La mia
argomentazione procederà quindi su altrettali registri e scandaglierà pertanto
le pieghe della nuova propaganda nazionalistica, patriottica e panellenistica
per rintracciarne increspature e scabrosità.
Primamente
però una premessa circa la correttezza dell’assunto che gli encomi rivolti
dalla pubblicistica dalla pubblicistica allineata alla politica estera periclea
inaugurata nel 446 cioè subito dopo la pace di Callia e subito avanti l’avventura
sibarita fossero mera propaganda. Tale assunto mi pare confermato dal fatto che
una interpretazione diversa stimante Pericle quale disinteressato fautore della
collaborazione panellenistica non conta i grandissimi vantaggi derivanti ad
Atene da una nuova base militare in occidente: se il principio della
storiografia comparativa è minimamente valido e se possono dunque essere
confrontate azioni effettive ed azioni ipotetiche allora il fatto che Thuri
rappresentasse una ghiottissima occasione per Atene basta a smentire la
gratuità e magnanimità del soccorso ateniese ai profughi sibariti e a
confermare le brame imperialistiche celate dietro l’implicazione ateniese non
solo nella fondazione thurina ma in generale in tutti i progetti politici,
militari o semplicemente diplomatici fuori dal contesto Attico.
Retorica del vantaggio
Gli
sforzi di Pericle in senso propagandistico si accentuano infatti nel periodo
succedente la pace di Callia allorchè la fine della guerra sottraeva alla lega
delio-attica la sua stessa ragione rischiando che questa si disgregasse.
Pericle cominciò allora a elaborare giustificazioni subordinate a mantenere la
lega e a consolidare l’impero ateniese - giustificazioni poco cogenti ma molto
ricche in gradiente persuasivo [Dougherty
1993]. Fu allora che venne forgiata la propaganda inerente il vantaggio
derivante dal possedere un impero, propaganda presto propinata alla
cittadinanza ateniese e al resto della grecità e successivamente riproposta in
occidente. Tale propaganda verteva attorno tre argomenti: in primo luogo una
libertà politica senza precedenti per tutte le città alleate, poi un’altrettale
libertà navigatoria nell’Egeo, infine una partecipazione collettiva al
predamento per i soldati di tutti gli stati federati.
Naturalmente
questi erano solo gli argomenti principali di una pubblicistica molto più ricca
in spunti ragionevoli tra i quali non ultimi sotto il profilo persuasivo i
quali sottolineavano da un lato i benefici collegati con i servizi ai
viaggiatori transitanti in Atene causa faccende giuridiche che potevano essere
svolte solo nella capitale, dall’altro i benefici collegati alla cd. ‘qualità
della vità’. Le testimonianze letterarie a riguardo abbondano: stando allo
Pseudo-Senofonte con l’impero gli ateniesi scoprirono «varie leccornie; le
specialità gastronomiche della Sicilia, dell’Italia, di Cipro, della Libia,
dell’Ellesponto, del Peloponneso e di ogni altra regione sono tutte giunte ad
Atene grazie al suo dominio dei mari. I suoi cittadini sentono tutti i dialetti
e possono distinguere l’una cosa dall’altra.» [Pseudo-Senofonte:
1: 1-8]; conferma il comico Ermippo nel proprio catalogo circa le leccornie
esotiche disponibili agli ateniesi dell’età periclea: «da Cirene silfio e pelli
di bue, dall’Ellesponto sgombro e ogni genere di pesce salato, dall’Italia sale
e costolette di manzo {...} dall’Egitto vele e cordame, dalla Siria incenso, da
Creta cipressi per gli dei; la Libia fornisce abbondante avorio, Rodi uva e
dolci fichi, mentre dall’Eubea vengono pere e mele dolci. Schiavi dalla Frigia
{...} da Pagase schiavi tatuati, dalla Paflagonia datteri e mandorle oleose,
dalla Fenicia ancora datteri e buona farina di frumento, da Cartagine tappeti e
cuscini policromi» [Ermippo: 63
XVI KA].
Gli
ateniesi non dovevano inoltre rendicontare le spese effettuate con il denaro
ricevuto dai propri alleati giacchè questi compravano col proprio tributo la
difesa dai barbari garantita d’Atene: «gli alleati non forniscono né cavalli,
né navi né opliti ma soltanto denaro che non appartiene a chi lo da ma a chi lo
riceve se questo tiene fede alla parte di spettanza del proprio contratto.» [Tucidide: 1: 99].
Altro
argomento inerisce il fatto che gli ateniesi assicurarono l’impero in circostanze
non volute: «non abbiamo acquisito questo impero con la forza ma solo dopo che
voi spartani vi siete rifiutati di opporvi a quanto restava dei barbari {...}.
E’ stato il corso degli eventi a sviluppare l’impero quale si presenta adesso,
mossi primamente dalla paura, poi dal senso dell’onore infine dai vantaggi.
{...}. E nessuno può essere biasimato se ha di mira il proprio vantaggio al
cospetto dei massimi pericoli.» [Tucidide:
1: 75: 3-5].
Altro
vantaggio che la popolazione ateniese ricavò dal mantenere e anzi allargare l’impero
sono evidenti: la polis egemone potè
sostenere i costi richiesti dal sistema salariale ed edile pubblico grazie ai
tributi versati a questa dalle polis
alleate e anche i cittadini non abbienti trasferitisi all’estero ebbero disponibile
un lotto sufficiente il quale garantisse a loro l’autosufficienza economica.
Altro dato probante per la discussione circa i benefici apportati dall’impero
viene dallo studio di Gallo L. sui salari nell’Atene del V e IV secolo [Gallo 1987] secondo il quale nell’Atene
periclea «i proventi dell’impero permettevano l’accumulo di ingenti riserve
finanziarie (sulle ingenti riserve finanziarie accumulate da Atene in questo
periodo cf. il discorso di Pericle in Thuc. 2, 13, 3 ove lo statista, dopo aver
sottolineato il ruolo determinante svolto dalle periousiai nelle guerre,
ricorda agli ateniesi che le riserve dell’Acropoli ammontavano a ben 6.000
talenti, e che avevano precedentemente raggiunto anche la somma massima di
9.700) » [Gallo 1987: p. 45-46];
infatti «dall’analisi delle fonti {...} si può ricavare chiaramente che un
soldo più basso compare solo in un momento successivo, in un periodo ‘la prima
parte del IV secolo’ caratterizzato da una evidente crisi finanziaria, che non
può non ripercuotersi anche sulle faccende salariali. Avanti questa fase così
movimentata, l’unico importo attestato è quello di una dracma al giorno ‘per i
militari’: una paga buona decisamente, che viene a costituire, come talvolta è
esplicitamente sottolineato da Tucidide, uno degli incentivi principali che
attirano altri combattenti al fianco degli ateniesi (Thuc. 7, 3, 2; 7, 57,
9-10). Tale salario, che, lungi dall’essere eccezionale, risulta quello
abituale durante la guerra del Peloponneso e probabilmente anche precedentemente
({...}IG I3 364 = I2 295, l’iscrizione che riporta le spese sostenute da Atene
per la spedizione di Corcira del 433 {...} è anteriore di almeno un
quindicennio allo scoppio della guerra {...}), mi apre che abbia, dunque, una
collocazione molto precisa in un determinato contesto storico, che non è
difficile focalizzare. Si tratta dell’Atene periclea della seconda metà del V
secolo» [Gallo 1987: p. 44-45].
Ecco i dati tramite i quali Gallo puntella la propria tesi: 1) «basta leggere,
del resto, il ben noto passo di Plutarco, Per., 12, sulla politica periclea di
grandi lavori pubblici, per rendersi conto del legame {...} tra l’abbondanza di
ricchezza dovuta alla posizione ateniese di egemonia e l’esistenza, in quest’epoca,
di un salario militare senz’altro discreto {...} che Atene ricava dalla sua
posizione imperiale ‘realizzando’ così il disegno dell’emmisthos polis {...}. In
un’epoca in cui il minimo di sussistenza ‘ufficiale’ è costituito {...} dall’importo
di 1 obolo, il misthos di 1 dracma al
giorno versato a soldati e marinai e ancor più quello, certamente più alto,
degli ufficiali - significativo in tal senso è il caso della paga di ben 3
dracme attestata da Aristoph., Ach., 602 per i tassiarchi - costituiscono ‘la
normalità’.» [Gallo 1987: p. 46-48];
2) «completamente diversa appare la situazione nell’Atene del IV secolo {...}.
La polis ateniese, la cui situazione
finanziaria è ora ben lontana da quella prosperità caratteristica del V secolo,
provvede solo in parte al salario dei soldati, che deriva, per il resto, da
altre fonti, quali il bottino, le razzie o l’imposizione di tasse, decisa dagli
στρατεγοί, nelle regioni dove hanno luogo le campagne militari.» [Gallo 1987: p. 48-49]; 3) infatti «la
paga per i giudici {...} introdotta da Pericle e portata, poi, da 2 a 3 oboli
da Cleone, nel 425 aC., appare ancora della stessa entità all’epoca dell’Ath.
Pol. Aristotelica (42,2)» [Gallo
1987: p. 34] nonostante il «processo di inflazione» [Gallo 1987: p. 33] assai avanzato; 4) «ma ancor più eclatante
{...} appare il caso di altre paghe militari, quelle per gli opliti e i
marinai, su cui l’evidenza a noi disponibile {...} mostra che al discreto
livello raggiunto nell’ultimo trentennio del V secolo fa riscontro una vera e
propria diminuzione della paga nel secolo successivo.» [Gallo 1987: p. 36]; 5) «in effetti, durante la guerra del
Peloponneso, la possibilità, che Atene aveva, di disporre di grossi introiti
rappresentati dal tributo della lega {...} è probabilmente il fattore che
spiega il ricorrere di un salario militare decisamente elevato, costituito da 1
dracma al giorno {...}, salario abituale per gli opliti e marinai ateniesi
almeno fino al 412 (Thuc. 6, 8, 1; 6, 31, 3). » [Gallo 1987: p. 36 e 39]; 6) «il fatto che per ‘gli’
huperetes la polis versi 1 dracma al
giorno ‘come per i soldati e marinai’ è un indice significativo del livello
elevato delle paghe in questione: basti pensare, infatti, che nei conti di
Eleusi, per il mantenimento degli schiavi pubblici vengono calcolati, come si è
visto, solo 3 oboli al giorno, benché il costo della vita risulti {...}
raddoppiato rispetto al secolo precedente.» [Gallo
1987: pag. 38: nota 49].
Retorica del panellenismo
Riguardo
il panellenismo basterebbero le parole di Kagan il quale afferma che «la
concezione del panellenismo non ha precedenti nella fondazione di colonie
greche ma è coerente col decreto {...} proposto da Pericle avanti qualche anno.
Era stato lui a concepire l’idea di fondare una colonia panellenica.» [Kagan 1993: p. 158]. Effettivamente
Pericle mai smarriva il rapporto tra mezzi e fini: ovunque fosse possibile
raggiungere i propri fini mediante l’arma diplomatica anzichè mediante la forza
e le armi egli non esitava a essere considerato stratego da tavolino piuttosto
che ‘generale combattente’ se questo comportasse non esporre a inutili rischi
la propria polis; la sua gestione
delle operazioni militari - come la sua politica - era sempre frutto di calcolo
razionale: egli non si spinse mai oltre il ragionevole e il condivisibile. Essendo
anzitutto un politico e un realista quindi poco incline a fare precipitare i
conflitti e più interessato alla risolvere pacificamente i contrasti - Pericle
si preoccupò di offrire agli avversari spartani tutte le garanzie affinchè
questi non avessero motivi per mettere in dubbio la buona fede ateniese. Prove:
1) in Thuri il gruppo più numeroso all’interno del contingente greco partito
era costituito da peloponnesiaci mentre solo dieci erano le tribù ateniesi:
Pericle non voleva (e non poteva) pilotare questa situazione e ancora meno
usarla ai propri scopi, almeno nel breve periodo: anche nel caso thurino dunque
l’olimpico agì quale lucido calcolatore e la sua razionalità calcolatrice lo
indusse a rendere la colonia un crogiolo panellenistico proprio per ribadire e
suggellare l’armistizio del 446; 2) le sole dieci navi inviate secondo la
testimonianza Diodorea in Italia sotto il comando di Senocrito e Lampone non
sembrano compatibili data la esiguità con un progetto espansionistico; 3)
inoltre quando poco dopo la sua fondazione la città combattè una guerra contro
la colonia spartana Taranto e venne sconfitta in questa occasione se Pericle
avesse voluto rendere esplicitamente la città centro irradiatore dell’imperialismo
ateniese allora avrebbe esortato i propri concittadini o i suoi alleati
occidentali a intervenire; al contrario restò alla finestra e permise alla
colonia spartana di Taranto di ottenere e ostentare la vittoria durante la
festività più importante degli Elleni con un trofeo il trionfo sui thurini; 4)
ma l’atteggiamento ateniese verso Thuri fu nuovamente messo alla prova nel 434
nel pieno della crisi che sarebbe sfociata nella guerra peloponnesiaca allorchè
tra i cittadini di Thuri scoppiò un litigio su chi doveva essere ritenuto il
legittimo cittadino e fondatore della colonia: la diatriba prova che la colonia
non era mai stata considerata colonia ateniese; e quando i thurini - incapaci
di risolvere pacificamente la questione - inviarono messaggeri a Delfi per
dirimere la questione e il dio tuonò ch’egli solo doveva esserne riconosciuto
il fondatore riaffermando il carattere panellenistico della colonia allora gli
Attici ancora una volta non mossero un dito.
Insomma
sembra che Pericle abbia astutamente colto l’occasione per realizzare in Thuri
un più importante obbiettivo tostochè una semplice colonia: un semplice rifiuto
d’intervento in Thuri sarebbe ben presto passato nel dimenticatoio; avanzando
invece l’idea della colonia panellenistica Pericle lanciava un segnale
diplomatico importantissimo: che Atene non nutriva ambizioni imperialistiche in
occidente e desiderava perseguire una politica di pacifismo panellenistico. Il
suo tentativo sembra avere ferito giusto il segno: quando nell’estate del 440
scoppiò tra Samo e Mileto una guerra per una città intermedia alla quale fecero
séguito varie insurrezioni e ribellioni contro ateniesi allora se gli spartani
avessero ritenuto la fondazione thurina quale preludio all’espansione ateniese
in occidente essi avrebbero sicuramente preso vantaggio dalla straordinaria
opportunità offerta dalle ribellioni nell’Egeo. La diplomazia periclea era
giunta al più importante ‘banco di prova’. Gli spartani non si mossero per
aiutare i ribelli cosicchè Pericle potè liberamente sedare la ribellione Samia
uscendone circondato dal massimo prestigio: si era assicurato una gloria
militare la quale nulla poteva invidiare a quella di Cimone; il sostegno
diplomatico da parte dei Peloponnesiaci, -silenzioso quello spartano e attivo
quello corinzio - provò decisamente la perfetta misura della sua politica
diplomatica; la moderazione con la quale furono trattati i ribelli e l’avere
impiegato uomini ortodossi e rispettati come Sofocle annullarono le diffidenze
residue dei moderati suscitate da Tucidide figlio di Milesia; 5) la politica
fintamente pacifista - avanti che fosse duplicata in occidente - fu messa alla
prova in Grecia a ribadire la pace del 446. Indicativa è al riguardo la vicenda
del congresso panellenistico che avrebbe dovuto sancire la pace di Callia. Se
anche Sparta avesse opposto - come fece - un rifiuto al compiersi del congresso
comunque Atene avrebbe tradito spirito panellenistico, devozione alla causa
comune e devozione religiosa assicurandosi una inequivocabile giustificazione
morale per condurre i propri obbiettivi senza ostacoli e senza opposizioni.
Quale occasione migliore quindi per avviare una politica diplomatica volta ad
accrescere quella intesa e quel compromesso necessari per mantenere lo status
quo? Per fare questo Pericle chiamò - come abbiamo detto - le menti migliori
della sua epoca per contribuire alla fondazione dimostrando di essere statista,
diplomatico e pacificatore eccellente. Può infatti sembrare sorprendente che
fondatore di Thuri fu designato Lampone poichè - malgrado fosse un amico di
Pericle - era anche una importante figura della vita religiosa ateniese dunque
di quella tradizione dallo statista razionale e mondano non tenuta in grande
considerazione: in fin dei conti moltissimi ateniesi e soprattutto gli
appartenenti alle classi più povere dalle quali sarebbero venuti i nuovi coloni
credevano fermamente nella religione; Pericle capiva che ai loro occhi Lampone
lungi dall’essere soltanto una figura pubblica circondata da rispetto era anche
il necessario e rassicurante simbolo dell’approvazione e della guida divine.
Anche la scelta del sito del nuovo stanziamento avvenne alla maniera
tradizionale [Moggi 1987] seguendo
i consigli dell’oracolo delfico sebbene poi la città venne progettata dal
pioniere dell’urbanistica greca Ippodamo da Mileto il quale aveva precedentemente
tracciato i piani del Pireo [Castagnoli
1971]. La costituzione della nuova città fu invece affidato a Protagora d’Abdera
il maggiore teorico politico dell’epoca. Un altro fondatore fu Erodoto d’
Alicarnasso [Raviola 1999].
Insomma Pericle - compiuto il necessario atto di omaggio alla tradizione
nominando Lampone fondatore - affidò poi ai propri amici più innovativi e
brillanti il compito di creare una nuova città secondo principi razionalistici.
Questo era necessario per carpire la fiducia sibarita e fare di questa una
fedele seguace del progetto pericleo.
Retorica del consenso
Del
tutto innovativi furono i modi nei i quali veniva presentato alla cittadinanza
ateniese e al resto del mondo greco l’intervento in occidente e in Thuri: il
colonialismo militare ateniese fu presto spacciato come opera dedita a
incivilire i barbari e a esportare i valori della civiltà greca dunque della
civiltà tout court in tutte le plaghe ove essa non era ancora arrivata come già
fatto da Eracle nel suo periplo lungo i confini del mondo civile; ciò avvenne
poichè dopo il 449 la politica estera ateniese sebbene orientata dalla stessa
voracità imperialistica tuttavia non poteva più procedere aggressiva,
bellicista, esasperata e onnivora come nella fase precedente e doveva invece
farsi più cauta e sensìbile all’esigenze delle polis soggette le quali chiedevano maggiore flessibilità rispetto
alle consuetudini politiche locali: interferenze nei regimi interni delle città
alleate si verificarono solo in zone molto vicine quali l’Eubea, la Beozia e
forse Megara e solo dopo spontanee trasformazioni interne certamente appoggiate
e favorite ma non forzate da Péricle e venne concessa maggiore autonomia
sebbene i in gergo politico - ‘rapporti di forza’ venutisi a determinare tra
Atene e le altre città della lega érano ormai tali da non lasciare spazio alcuno
per l’autonomia tranne che a poche città quali Chio, Lesbo, Lemno e Samo e la
franchìgia delle quali tendeva comunque a divenire sempre più teorica poichè
nessuna tra queste polis avrebbe
comunque potuto recedere dall’alleanza [Culasso
Gastaldi 2003, 2008 e 2015
e Marchiandi 2008].
Un
analogo thurino è la colonia panellenistica patrocinata d’Atene in Sardegna
alla quale si è accennato precedentemente riferendo i nomi degli autori ai
quali si devono gli scarsi frammenti disponibili: Diodoro, Erodoto, Pomponio
Mela, Pausania, Plinio, Sallustio, Silio Italico e Solino; mi sembra che Thuri
condivida gli stessi valori e finalità della colonia sarda giacchè in questa
ultima si ritrovano alcune caratteristiche architettoniche e ideologiche
visibili anche in Thuri: 1) una propaganda ateniese propalante l’intervento
ateniese quale difesa ideologica e militare e contro la schiavitù persiana e il
barbaro Cartaginese; 2) una completa apertura ateniese alla partecipazione di
chiunque all’iniziativa; 3) un disegno urbanistico razionale attribuito dalla
propagandistica all’ateniese Dedalo. Esaminiamo le fonti per estrapolare
informazioni corroboranti la nostra ipotesi partendo da Erodoto il quale
ricorda che nel VI secolo Biante di Priene invitò gli ioni a trasferirsi in
Sardegna per sfuggire la schiavitù persiana [Erodoto:
1: 170: 2] come fece successivamente Aristagora il quale invitava i greci a
recarsi in Sardegna per sfuggire al gran re [Erodoto:
5: 142: 2]. Analogamente Pausania rifacendosi a Riano di Bene rammenta che nel
tempo della seconda guerra messenica cioè intorno alla metà del VII secolo fu
progettata una migrazione verso la Sardegna la quale non sarebbe stata un fatto
isolato ma si sarebbe ricollegata a presunti apporti messenici già effettivi
nell’area secondo il periegeta [Pausania:
4: 32: 5]. Già da questi rapidi accenni i quali dipingono la Sardegna quale
rifugio contro il barbaro persiano e la schiavitù Cartaginese e quale simbolo
(o pegno) di libertà - caratteristiche non estranee alla colonia Thuri anzi
costitutive di questa - sembra deducibile che gli ateniesi connettendosi ai
precedenti esperimenti coloniari nell’isola volessero inserirsi in quella
tradizione propagandistica votata a difendere la grecità dalla schiavitù fosse
quella persiana o quella Cartaginese. Infatti Diodoro narra che un oracolo
aveva predetto alla colonia un destino autonomo e libero e un futuro libero
dalla schiavitù: indizio certo del fatto che la colonia ateniese in Sardegna
puntava ad assicurare l’autonomia e la libertà dei greci d’oltremare creando un
avamposto indipendente contro i barbari e contro la schiavitù proprio come Thuri
si poneva quale avamposto civile in terra italica fornendo un ‘attrattore’ a
tutte le altre forze civili della zona; ugualmente diodorea è la notizia
secondo la quale gli ateniesi non condussero soli l’impresa coloniaria ma
aprirono l’iniziativa alla partecipazione di chiunque: questo incredibile
parallelismo con Thuri è suffragato dal fatto che anche in una fase successiva
della vita della colonia è ancora possibile distinguere tra tespiadi e «il
resto della popolazione » [Diodoro:
12: 9-11] e basta a datare nel V secolo la deduzione coloniale. Stessi modi
nell’intervento e stessi modi nel propagandare l’intervento dunque stessi fini:
come la colonia in Sardegna ampliando l’impresa a non ateniesi e l’ammantando i
reali intenti tramite la cadeniglia antibarbarica tendeva a realizzare in
occidente quella concordia tra greci mai stabile e sicura nella madrepatria, a
inviare segnale diplomatico distensivo a Sparta e a mantenere lo status quo
tanto ricercato da Pericle così è possibile riconoscere le stesse
caratteristiche in Thuri e associare questa alla colonia sarda negl’ideali,
negli scopi e nei quali modi si realizzò l’intervento. A queste caratteristiche
deve essere aggiunta un’altra la quale rimanda ugualmente all’Atene periclea:
il razionale disegno urbanistico della città attribuito dalla propagandistica ‘all’ateniese’
Dedalo la presunta origine ateniese del quale fu usata per interpretare in
senso ateniese le quali leggende lo vedevano coinvolto cosicché possiamo
ritenere certo la sua presenza in Sardegna non casuale. Ulteriore conferma del
carattere panellenistico della colonia sarda viene nuovamente da Pausania
secondo il quale dopo Dedalo e gli ateniesi giunsero in Sardegna genti da Ilio;
tale particolare non presente in Diodoro ma confermato da Sallustio [Sallustio: Istorie: 2 FR. 8M], Silio
Italico [Silio Italico: 12: 364],
Plinio [Plinio: Istoria naturale:
3: 85], Pomponio Mela [Pomponio Mela: 2:
7], Solino [Solino: 4: 3] e dallo
scoliasta di Dioniso Periegeta [Dioniso
Periegeta: Scolio 458] non è pleonastico ma spiega il proprio
significato solo se considerato nella prospettiva dei meccanismi
propagandistici ateniesi già sfruttati quando si dovette giustificare l’impresa
thurina davanti alla opinione pubblica. Conferma ulteriore e definitiva giunge
dalla propagandistica ateniese del V secolo: tutta dedita a valorare la
presenza greca in Roma e a ricondurre le origini di Roma al quale momento Enea
approdò nel Lazio rivelando chiaramente intenti comuni rispetto alla
propagandistica coeva rinfocolante la leggenda circa i troiani attivi in
Sardegna e i tespiadi-ateniesi partiti dalla Sardegna causa l’affollamento
eccessivo dell’area e passati in Cuma e nel Lazio ove furono detti ‘aborigeni’
motivo le peripezie e la lunga peregrinazione per giungere e ove contribuirono
a fondare Roma prestando il proprio aiuto a Enea [Sallustio: Intorno alla congiura di Catilina: 6: 1 E 3 IX]:
entrambe le leggende sono espressione dell’interesse spiccato di Atene per l’Urbe
il quale interesse risulta concomitante ai più generali interessi ateniesi per
l’occidente nonchè espressione delle quali esigenze politiche piegano - secondo
modalità del tutto particolari - il mito «alla necessità di presentare,
giustificare e nobilitare le scelte del momento, le novità o la continuità
della politica. Le leggende si stratificano, diventano patrimonio di nuove
realtà {...} facendoci intuire contatti e conoscenze, rapporti e scontri. Il
mito mantiene dunque ancora intatta la sua funzione.» [Coppola 1995: p.
11].
Oltre a battere Tucidide di Melesia sullo
stesso campo di questo e ad aggiungere un tassello al progetto espansionistico
in occidente - Pericle diede prova di essere un eccellente politico,
diplomatico e pacificatore. Può infatti sembrare sorprendente che fosse stato
scelto proprio Lampone quale fondatore di Thuri poichè - malgrado fosse un
amico di Pericle - era anche una figura spiccante della vita religiosa di Atene
dunque di quella Tradizione non tenuta in alcun conto dal razionale e mondano
Pericle invece risponde a una logica pregnantissima giacchè moltissimi ateniesi
soprattutto gli appartenenti alle classi più povere dalle quali sarebbero
venuti i nuovi coloni credevano fermamente nella religione e Pericle capiva che
per loro Lampone - lungi dall’essere soltanto una figura pubblica circondata da
rispetto - era anche il necessario e rassicurante simbolo dell’approvazione e
della guida divine. Anche la scelta del sito del nuovo stanziamento avvenne
alla maniera tradizionale [Moggi
1987] seguendo i consigli dell’oracolo Delfico sebbene poi la città venne
progettata dal pioniere dell’urbanistica greca Ippodamo di Mileto il quale
aveva precedentemente tracciato i piani del Pireo [Castagnoli 1971]. L’incarico di stendere la costituzione
della nuova città fu invece affidato a Protagora d’Abdera il maggiore teorico
politico dell’epoca. Un altro fondatore fu Erodoto di Alicarnasso. Insomma
Pericle - compiuto il necessario omaggio dovuto alla tradizione nominando
Lampone fondatore - affidò poi ai propri amici più innovativi e brillanti
creare una nuova città secondo principi razionalistici. Questo era necessario
per carpire la fiducia dei sibariti e rendere Sibari una fedele seguace del
progetto pericleo.
Concludendo
possiamo affermare che nel microcosmo thurino la formula panellenistica sotto
direzione ateniese simboleggiava «con vistoso effetto di propaganda » [Braccesi e Raviola 2008: p. 136] la pretesa e il diritto almeno ideali
di Atene alla egemonia sul mondo greco: la costituzione democratica come in
Atene, l’organizzazione in dieci tribù come in Atene, l’avere insediato un
collegio di στρατεγοί quale carica esecutiva massima come in Atene, l’avere coinvolto
intellettuali tra i più prestigiosi tra quanti operassero in Atene in quella
epoca quali Empedocle, Erodoto, Lampone, Protagora, il massiccio apporto umano
d’Atene stessa, tutte queste misure specifiche resero Thuri un esperimento
ideologico notevolissimo.
Valenza politica-propagandistica
Fondare
una nuova colonia panellenica sotto l’egida di Atene era progetto tanto più
allettante per Pericle quanta più risonanza esso avrebbe avuto nella politica
interna ateniese poichè avrebbe permesso ottenere il vantaggio nell’agone
politico con Tucidide d’Alopece figlio di Melesia il quale rivolse a Pericle un
attacco furbo e sottile: egli non si scagliava contro l’impero poichè ciò lo
avrebbe alienato dalla simpatia della intera cittadinanza traente grandi
ricchezze e vantaggi dall’impero ma contro il φόρος tributato ad Atene dalle
città soggette segnalando apertamente il principio malamente realistico
caratterizzante la politica estera periclea e indicando scopertamente la
spregiudicatezza, l’opportunismo e l’aridità morale del postulato di tale
politica come si evince dal resoconto plutarcheo il quale riferisce la sostanza
delle contestazioni: «il popolo è disonorato e gode di cattiva reputazione
perchè ha trasferito il denaro degli elleni da Delo ad Atene. Pericle lo ha
privato della migliore giustificazione {...} quella di avere trasferito i fondi
comuni per timore dei barbari e per proteggerlo. L’Ellade è indubbiamente
offesa {...} vedendo che noi adorniamo e orniamo la nostra città {...}
ricoprendola di costose pietre e statue e templi di altissimo valore pagati con
denaro estorto agli Elleni per condurre una guerra.» [Plutarco: Vita di Pericle: 12: 3]. Ciò rese Pericle
bersaglio di numerose critiche: il demos o parte strumentalizzato abilmente
dagli oppositori rimproverava all’olimpico il condurre una politica troppo
prudente e proclive ai compromessi, gli alleati lo biasimavano perchè
pesantemente tassati, gli oligarchi lo criticavano per il suo programma
edilizio mentre cresceva nei suoi confronti il malcontento generale determinato
dal fatto che egli non proseguiva la guerra contro la Persia e la lotta contro
la marineria fenicia. E’ probabile che questa situazione possa aver impedito a
Pericle la riconferma quale στρατεγός e possa avere condotto contemporaneamente
Tucidide a questa carica nel 445/4 giacchè proprio facendo data dal 446-445 il
figlio di Melesia fu particolarmente attivo sia nel combattere il modo nel
quale veniva diretta la politica nel Mediterraneo orientale e nella Grecia
centrale sia nell’accusare la politica edilizia periclea [Plutarco: Vita di Pericle: 14: 1] sia
nel condannare il trattamento inflitto agli alleati della lega sia infine nei
denunciare la condotta demagogica perseguita da Pericle.
Ebbene
il vantaggio nella lotta politica con Tucidide gli fu assicurato certamente
anche dal successo thurino: nel 444 - Pericle rivolse contro il proprio
avversario l’argomento antimperialista e panellenistico gettando nell’agone
politico in corso l’appello dei profughi sibariti, l’aiuto prestato per
difendere la grecità d’occidente, e il proposito rifondativo provando in modo
palmare la propria moderazione, la propria aderenza allo spirito pacifista e i
propri sentimenti panellenistici. Il buonsenso delle argomentazioni periclee
convinse l’assemblea permettendo a Péricle ottenere la palma della vittoria:
Tucidide fu ostracizzato poco tempo dopo.
Se
anche quest’argomentazione è valida e compiuta allora la conclusione alla quale
essa conduce non può essere che la seguente: che la presenza ateniese non solo
in Thuri ma genericamente in occidente era tesa al proseguire la polìtica
imperialistica ed espansionistica e conquista già attuata o almeno perseguita
nel Mediterraneo orientale e meridionale durante il decennio dal 461 al 449: l’iniziativa
periclea e l’intervento nella sibaritide appare verosimilmente da leggere come
apertura strategica ateniese all’occidente considerato quale possibile teatro
per una ulteriore espansione oltre i limiti imposti dalle alleanze sancite
nella cd. pace di Callia. Tuttavia se nei primissimi anni della sua istoria Thuri
fu in qualche misura espressione dei disegni politici di Atene già dall’inizio
la colonia venne coinvolta nelle dinamiche relazionali dell’area insediamentale,
nelle tumultuose vicende crotoniati, nei contrastanti rapporti con i lucani e
soprattutto con Taranto cosicché dopo solo un decennio dalla fondazione Thuri
uscì dalla prospettiva ateniese facendo fallire l’originale progetto pericleo
complice anche l’imminente guerra peloponnesiaca. Insomma se nel 429 l’avventura
occidentale di Atene poteva già ritenersi conclusa tuttavia la vicenda thurina
rimase comunque un alto esempio di perfetta congiuntura tra teoria e prassi
politica sia sotto l’aspetto più squisitamente diplomatico (suggellò, confermò
e rafforzò il trattato di pace del 446 tra spartani e ateniesi), sia sotto l’aspetto
politico (permise a Pericle di vincere la sfida politica con Tucidide d’Alopece,
e ottenne soprattutto il risultato di avviare l’espansione ateniese in Italia).
Thuri avrebbe rappresentato la realizzazione più compiuta della visione del
mondo periclea, il laboratorio di sperimentazione e progettazione del suo
disegno politico, il suo capolavoro politico destinato a rilucere ben più e ben
più a lungo di Atene giacchè se questa era un sistema civico frutto di un
processo storico di lunga durata e dell’opera di decine di generazioni, città
già strutturata e stratificata, dotata di una propria istoria invece Thuri era
una città completamente nuova e ciò avrebbe funto da fomite per la sua
ambizione di creare dal nulla una città gloriosa e splendida più di Atene
poichè frutto di un’intelligenza dominatrice e non risultato del caso né di
stratificazioni successive.
Osservazioni conclusive
1. La fondazione della colonia panellenistica Thuri ricade all’interno
di un ampio progetto espansionistico imperialista in occidente già inaugurato
dalle ‘alleanze’ stipulate con le città di Leontini, Regio e Neapoli e con gli
Elimi di Segesta, e ideato da Pericle in risposta tanto al problema diplomatico
dei rapporti con Sparta - in quell’epoca diretta e principale rivale di Atene
nella lotta per l’egemonia nel mondo
greco - quanto ai problemi di politica estera e interna che condizionavano la vita
politica ateniese in quel periodo. L’atteggiamento ateniese
in politica estera dopo il 449 è evidentemente prova non della rinuncia
ateniese all’espansionismo non dell’arretramento da parte di Pericle dai sogni
imperialistici non del fatto che sia possìbile continuare a riferirsi all’imperialismo
non più come espansionismo ma solo come dispotismo e conservazione e
consolidamento dell’impero già acquisito giacchè al di fuori di questo Atene
sarebbe stata costretta ad abbandonare ogni ulteriore ambizione. Al contrario
mi sembra evidente che la politica estera ateniese del periodo 449-429 fu
rivolta a mantenere e consolidare domìnio tanto entro i confini dell’impero
quanto fuori. Dopo il 449 nella politica interna ed estera iniziò a
manifestarsi l’intreccio tra πλεονεξία, φιλοτιμία e πολυπραγματοσύνη ovvero tra
istinto di avere più rispetto a quanto si possiede prevaricando gli altri e
violando le leggi, brama di successo e di potere, e frenetico attivismo il
quale intreccio condusse la situazione politica greca dal bipolarismo non
conflittuale tra la potenza terrestre, conservatrice e immobilista Sparta
egemone nel Peloponneso e la potenza dinamica e talassocratica Atene
dominatrice nell’Egeo allo scontro frontale (che si attestò non casualmente
nelle aree interferenziali tra i due sistemi ovvero nella Grecia centrale, nel
golfo saronico e nel golfo corinzio). La necessità che le alleanze fossero
mantenute e consolidate era direttamente collegato all’uso spregiudicato al
quale si sottoponeva la flotta e la forza militare come dimostrato chiaramente
dalla guerra Samia nel 441-440: l’importante città isolana dopo varie
complicate vicende originate da circostanze contingenti - le quali la portarono
a proclamare la propria secessione da Atene nel 441 - conobbe l’assedio
ateniese nella primavera del 440 cadendo dopo un blocco durato nove mesi e
numerosi scontri essendo infine costretta a radere al suolo le mura, a
consegnare ostaggi e navi e a pagare una pesante indennità. Anzi, possiamo dire
che l’impiego al quale era sottoposta la flotta secondava direttamente il
seguente fine: massimizzare i propri vantaggi individuali e comunitari. Non è
un caso che quest’Atene venne chiamata da Pericle «tiranna » considerando ch’essa
aveva finanziato la propria potenza, la propria prosperità e la propria
bellezza tramite la guerra «maestro violento » [Tucidide:
3: 82], tramite continue prepotenze, aggiogamenti e depredazioni brutali
verso polis alleate e risorse,
tramite dunque una politica basata sul principio pleonettico alla quale gli
ateniesi non potevano più rinunciare «giacchè ormai è dominio di natura
tirannica: acquistare tale dominio forse è iniquo ma disfarsene è indubbiamente
pericoloso. » [Tucidide: 2: 63: 1-2].
2.
Atene assecondò costantemente durante tutta la fase periclea finalità
imperialistiche le quali mutarono via via nel corso del tempo in conseguenza
del variare delle condizioni politiche e ambientali le quali se da un lato
possono avere influenzato e precisato nel tempo gli scopi strategici, militari,
commerciali e politici preposti a ciascuna iniziativa, dall’altra non deviarono
mai dal progetto di base. Se la lettura degli eventi è corretta siamo insomma
davanti a un importante indizio del fatto che Thuri non rappresentasse nei
piani di Pericle altro se non un avamposto coloniale ateniese atto ad aprire la
via alla espansione militare ed economica ateniese in occidente.
3.
Thuri realizzò avrebbe realizzato tutti gli obbiettivi prefissati da Pericle se
non fosse intervenuto a stravolgere i piani quella τύχη «la quale sfugge al
nostro dominio » [Tucidide: 4:
62]: mettere il primo piede in Ιταλία al fine di futura prossima azione mirata
a creare una propaggine occidentale dell’impero (obbiettivo
militare-diplomatico); inviare a Sparta e alle restanti città greche un segnale
diplomatico ‘distensivo’ estendendo l’invito a partecipare alla iniziativa
coloniaria a tutti i quali volontari manifestassero l’intento di associarvisi,
e ammantando contemporaneamente tale impresa con la cadeniglia (ma meglio
sarebbe parlare di foedus iniquum!) ‘nazionalistica’
e panellenistica imperniata sulla difesa dall’invasore barbarico per dissolvere
le (fondate) paure circa eventuali disegni imperialistici ateniesi, per
sgomberare i dubbi, le riserve e i timori delle altre polis e per infondere nell’opinione internazionale fiducia nel
proprio operato e nella propria politica estera (obbiettivo diplomatico-politico);
infine ottenere la vittoria nell’agone politico con Tucidide d’Alopece figlio
di Melesia (obbiettivo politico-propagandistico).
4.
Con Thuri ci troviamo infine avanti una soluzione inedita e originale ai
problemi di governance che
stringevano la Grecia di V secolo, una soluzione che solo una ‘grande’
personalità in senso scheleiermacheriano - caratterizzata da una personalissima
visione del mondo e dalla pervicacia necessaria a tradurre in realtà questa
visione - avrebbe potuto escogitare: Pericle non fu solo un grande politico,
stratega, soldato, statista, eroe, diplomatico e mecenate: fu anche un ‘grande
uomo’ in senso schleiermacheriano: capace di deviare il corso tradizionale
delle cose e di orientare le decisioni e la vista stessa della propria polis ponendosi come modello e guida nei
confronti degli altri individui, capace di non rassegnarsi alle condizioni date
ma dominare le circostanze creando le condizioni migliori allo sviluppo della
comunità, capace di influenzare e sostanziare col proprio esempio una intera
epoca.
5.
La presenza ateniese non solo in Thuri ma genericamente in occidente era
insomma tesa al proseguire la polìtica imperialistica ed espansionistica e
conquista già attuata o almeno perseguita nel Mediterraneo orientale e meridionale
durante il decennio dal 461 al 449: l’iniziativa periclea e l’intervento nella
sibaritide appare verosimilmente da leggere come apertura strategica ateniese
all’occidente considerato quale possibile teatro per una ulteriore espansione
oltre i limiti imposti dalle alleanze sancite nella cd. pace di Callia.
Tuttavia se nei primissimi anni della sua istoria Thuri fu in qualche misura
espressione dei disegni politici di Atene già dall’inizio la colonia venne
coinvolta nelle dinamiche relazionali dell’area insediamentale, nelle
tumultuose vicende crotoniati, nei contrastanti rapporti con i lucani e
soprattutto con Taranto cosicché dopo solo un decennio dalla fondazione Thuri
uscì dalla prospettiva ateniese facendo fallire l’originale progetto pericleo
complice anche l’imminente guerra peloponnesiaca. Insomma se nel 429 l’avventura
occidentale di Atene poteva già ritenersi conclusa tuttavia la vicenda thurina
rimase comunque un alto esempio di perfetta congiuntura tra teoria e prassi
politica sia sotto l’aspetto più squisitamente diplomatico (suggellò, confermò
e rafforzò il trattato di pace del 446 tra spartani e ateniesi), sia sotto l’aspetto
politico (permise a Pericle di vincere la sfida politica con Tucidide d’Alopece,
e ottenne soprattutto il risultato di avviare l’espansione ateniese in Italia).
Thuri avrebbe rappresentato la realizzazione più compiuta della visione del
mondo periclea, il laboratorio di sperimentazione e progettazione del suo
disegno politico, il suo capolavoro politico destinato a rilucere ben più e ben
più a lungo di Atene giacchè se questa era un sistema civico frutto di un
processo storico di lunga durata e dell’opera di decine di generazioni, città
già strutturata e stratificata, dotata di una propria istoria invece Thuri era
una città completamente nuova e ciò avrebbe funto da fomite per la sua
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[1] Accolgo la distinzione gadameriana tra storia e istoria
per indicare rispettivamente un séguito di vicende reali o immaginarie, personali o relative a un fatto particolare suscettibili di divenire oggetto di un racconto ordinato oppure l’esposizione
ordinata alla quale si possono
sottoporre i fatti e gli accadimenti umani nonchè le connessioni reciproche tra questi mediante le quali è lecito riconoscere in essi sviluppo unitario e coerente.
[2] Se la guerra sia dovuta alla
eccessiva ambizione sibarita oppure a velleità espansionistiche e a disegni
egemonici della nuova potenza Crotone questo é argomento fortemente dibattuto e
lontano dall’essere risolto; personalmente mi sentirei di avanzare una
spiegazione plurima la quale riconduca a entrambe le potenze la responsabilità
del conflitto. Credo infatti che la battaglia del Traente e la fine di Sibari
sia dovuta all’aumentare delle reciproche ambizioni espansionistiche di Crotone
e Sibari e costituisca il risultato della ‘naturale’ tendenza achea al
controllo degli spazi intermedi tra le fondazioni [greco 1990].
[3] Circa una presunta Sibari ‘dei
Tessali’ intorno alla
quale informa Diodoro [Diodoro Siculo: 11: 90: 3-4] non é giova parlare essendo probabile duplicazione.
[4] Località presso lo Strimone ove lo stesso Cimone cercò di
fondare una colonia ateniese che fu invece realizzata con il nome di Anfipoli
solo nel 437 e ove gli ateniesi ‘‘{...} inviarono {...} diecimila coloni,
concittadini e alleati, coi quali intendevano colonizzare la località detta
allora Nove Vie e adesso Anfipoli. ‘‘[Tucidide:
1: 100: 3].
[5] Questo punto merita maggiore
attenzione in confronto a quella finora data: ogni volta che Atene organizzasse
una spedizione militare o pianificasse un intervento fuori dai confini dell’Attica
la meta era un’area
soggetta a forti conflitti politico-militari. L’affermazione di L.
Braccesi e Raviola é chiara in proposito: ‘‘se poi si sposta l’attenzione sulla
controparte occidentale del quadro {...}
risulta subito evidente il grave stato di sofferenza degli ambiti a cui Atene
rivolge le proprie attenzioni e di cui sfrutta le debolezza: innanzitutto il
protrarsi delle lacerazioni, o la difficile riappacificazione, nella compagine
cittadina di Crotone; la decadenza di Cuma e lo stentato decollo di Napoli,
bisognosa di rinforzi antropici; le lotte civili a Regio; la perdita di
splendore e vitalità di Metaponto {...};
per non dimenticare la fine del sogno di ridare vita a Sibari, del cui definitivo
tracollo proprio Atene é politicamente responsabile. L’ingerenza di Atene é
così un altro notevole sintomo della crisi che va attraversando la Magna Grecia
subito dopo la metà del secolo e in particolar modo l’area achea e le poleis calcidesì’ [Braccesi e Raviola: pag.
135-136].
[6] Diodoro tramanda che Dedalo fu l’artefice del tempio ad
Afrodite nella città elima Erice tradendo indirettamente le ambizioni ateniesi
per quest’area celate nelle leggende circa le peregrinazioni di Dedalo ateniese
il quale giocava un ruolo notevole nell’interpretare in senso ateniese le
leggende che lo coinvolgevano cosicché la sua presenza in terra elima deve
essere stata indotta in modo non casuale certamente ma interessato.

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