"POESIE IN FORMA DI DONNA"
“POESIE IN FORMA DI DONNA.”
di Manuel Omar Triscari.
DIFFICOLTÀ DI DONNA. (PREAMBOLO.)
Che cosa penserei
se fossi donna? Come penserei se fossi donna? Come sentirei? Come reagirei?
Questi gli interrogativi alla base di questa opera, leggiadra e soave per
tematiche e composizione.
C’è qualcosa di
ridondante e misterioso in tutte quelle riflessioni che hanno come fulcro la
femminilità che, non a caso, è stata centro e motore di ampia letteratura e
saggistica, poesia e teatro.
Se le donne sono
state spesso in minoranza nel tentativo di realizzare la loro potenzialità
creativa altrettanto spesso sono state protagoniste epocali e indiscusse
dell’arte di altri.
I personaggi
femminili segnano il tempo in cui nascono, da Tolstoij a Flaubert, uno stuolo
di donne ha riempito lo spazio scenico, le librerie e la nostra memoria di
lettori e spettatori.
Se è vero che
l’uomo è animale sociale e che, in particolare, le donne sembrano definirsi
meglio in relazione all’altro, in qualità di figlia, compagna o madre, cosa non
vera per il maschio, fiero e certo del suo posizionamento nel mondo, è pur vero
che rimane costante la ricerca di una autonoma affermazione di sé.
Ma, al di là
dell’essere per qualcuno o per qualcosa, le donne desiderano essere,
semplicemente: Ifigenia cerca nella morte per mano paterna la possibilità di
diventare eroina; Alcesta trova nella rinuncia a se stessa la possibilità di
essere santa; e Medea, con l’omicidio dei figli, può farsi dea, che decide di
vita e di morte.
Donne sacrificate
a qualcuno, per qualcosa, donne sacre e sacrificanti il loro bene più prezioso,
donne senza potere che pure possono qualunque cosa. Donne il cui nome viene
dimenticato. Donne le cui lacrime sono potenti come eserciti. Una riflessione
sul sacrificio e sul potere che da esso deriva. Di ciò si parla in questo
libro.
IO DONNA.
Porto addosso
due occhi da
scorpione
neri,
profondi
che vedono.
Porto un cuore
da vergine
puttana,
forte,
testarda,
libera.
Porto l’animo
dell’acquario
freddo,
severo
sensibile.
Porto ogni giorno
in grembo una
donna
un figlia
una bambina
una strega
la parola ed il
silenzio.
Porto due occhi
da scorpione
neri e potenti
che nulla
lasciano al caso.
Porto in grembo
ogni giorno me
stessa
per farla
esplodere di vita.
Ogni giorno porto
addosso
la donna che è in
me,
con tutta la
difficoltà e il peso
della donna che è
in te,
e non m’importa
quanto tu sia
uomo: io sono
Donna.
SENZA ME.
Senza me
è solo il fragore
di rami secchi
appena sfiorati
da spigoli dorati, senza spine.
È il cuoio delle
tue membra appassite, appiattite,
che parlano a me,
a te, di pallori nascosti,
di sguardi
abbassati, di silenzi assordanti,
di un’alleanza
remota e sincera.
Sono gli ercoli
sfaticati,
sono mondi
spogliati da abusi terreni,
sono tempeste di
pene scontate
(chissà dove).
Sono sentimenti
temperati
a matita
sanguigna.
È l’oggi,
Era questa sera.
È la me che
scrive.
Un avanzo
d’anima,
senza resto:
questo sei tu
senza me.
IL TEMPO PREMIA.
Ogni corsa
Ha la sua resa.
Il tempo premia,
chi lotta
nell’attesa.
La mia
consistenza terrena
è una nuvola
di passaggio
nell’aria di una
corda tesa.
(A tutte le donne
che lottano per i
propri diritti.)
PICCOLO CUORE.
Questo piccolo
cuore
tuona
come neve,
accidentata a
margine.
Questo piccolo
battito
precipita,
in questo spazio
di cielo.
Si condensa
in manto di
nuvole.
Arcobaleno.
Questo
universo-palpito,
s’impone,
in distruzione
aliena.
LEGGERO.
Leggero.
Sei diventato
leggero.
Piccolo e
leggero.
Nessuno ti
trattiene
adesso.
Non temo più il
tuo volo.
(A tutte le donne
vittime di
violenza domestica.)
INSTABILE.
Un gelato sciolto
al caldo
di un passato
Agosto,
due bocche
giovani
si amano al
fresco
solitario
di una quercia
ingrassata dal
tempo.
Una foglia
ingiallita
s’incastra,
adesso, tra le dita.
Mentre camminando
ti perdo
nell’autunno
dei miei pensieri.
ARIA DI CASA.
Aria di zagara:
respiro terra di casa.
Snocciolo tra le
dita
la magia di una
Sinfonia infinita, che schiacciata
prende vita in
una linfa dorata,
Ammaliata,
ucca priata.
Accosto le narici
alle pendici del Vulcano
Assaporando la
forma che al gusto ritorna
nell’ebbrezza di
un’estasi
Speziata,
Accarezzata.
Ed è allora, in
quel momento
che mi offro al
tormento di un frumento risorto
da velate polveri
bianche
incastonate di
diamante
soffiate al
tramonto,
dolce ricordo
di quella
saggezza che insegna
il segreto è
nella lentezza.
NON A UN DOLORE.
Non a un dolore
è concesso scampo
né ad una
delusione
la possibilità di
evitare il fosso.
Sembra sussista
un’autocondanna
ad imbattersi in
muri e burroni
per quanto sia
chiara ed evidente la segnaletica
apposta da chi
conosce il pericolo imminente.
Esiste una
ineluttabilità
di percorsi da
attraversare
nella pienezza di
frane da raccogliere,
nell’abbondanza
di rupi boschive o scogliere marine da superare.
Complice, forse,
il sorpasso accordato ai rimorsi sui rimpianti.
Quando, a volte,
il rimpianto resta l’unica fonte di salvezza
da cui ci
precludiamo di attingere per dissetarci.
La gola è già
secca davanti all’ennesimo
<<Te
l’avevo detto...>>.
LE TUE PAROLE.[1]
Le tue parole
adottano i più innovativi strumenti di protezione,
meccanismi di
sicurezza di smisurato amore.
Le tue parole
narrano di carezze sfumate in un tempo lontano,
dove ci
riscopriamo all’improvviso estranei
in un sentimento
passato.
Le tue parole
sono sagge custodi degli eventi più intimi,
oracoli
misericordiosi dei segreti più infimi.
Le tue parole
cristallizzano in pietra lavica
il magma che
scotta
ciò che più tocca
al cuore
in fiamme.
Le tue parole
lucidano lo specchio in cui riconoscermi,
pronunciano il
bene
a cui
riconciliarmi,
indicano la casa,
dove rifugiarmi.
Le tue parole,
sono una clausura.
NON SONO TUA.
Mi piacerebbe
corrispondere all’ideale
disegnato nei
tuoi sogni di sincero amante.
Vorrei riuscire a
guardarmi con i tuoi occhi lucidi e devoti.
Mi piacerebbe
descrivermi con le parole che usi per chiamarmi,
petali di rosa,
sul mio nome.
Vorrei riuscire a
perdonare i miei errori
con la stessa
cura dei tuoi gesti:
la tua mano,
culla per il mio viso.
Ma il Sipario della
verità è già aperto
su una realtà
estranea a tutto questo.
Così, decido di
perderti
mentre tu,
continui ad amarmi
(lo stesso).
Ma io non sono
tua,
sono solo mia,
e sola a me
appartengo.
Io non sono tua:
io sono Donna.
CROLLA IL SISTEMA.
Cede
la struttura
portante.
Le fondamenta
vacillano.
È giunto il
momento tanto atteso,
l’impalcatura è
pronta
l’intonaco
appena accennato,
l’usignolo
picchietta contro il marmo:
Prendo forma.
PROGNOSI.
Prognosi da
troppo amore:
imparare a
memoria leggi non scritte,
carpire
fotogrammi di attimi, non pesati,
suggestionarsi
per la lontananza di un’assenza,
decodificare
espressioni silenti,
spegnere una
candela,
senza soffiare.
NON TI AMO PIÙ.
Non sono più
i viaggi
programmati su carta velina,
ma luoghi
accessibili
a realtà
palpabili
da occhi
consapevoli.
Non sono più
i rossi in
calendario
cerchiati ad una
mano,
ma il mio
brindisi alzato
senza il peso del
“se ci fosse
stato”.
Non è più il
dubbio
del “mai
abbastanza”
ma la certezza
che va bene così
e “così” può
migliorare,
in ogni
circostanza.
Non è più
la rincorsa
ad un ideale
sognato,
soffocato,
inesistente,
Ma è la sosta,
preludio di un
lento cammino,
nuova risorsa a
questo presente.
Non è più
Quel che non
poteva essere:
ora è,
tutto possibile.
PIÙ O MENO.
Che vuoi che sia
un giorno?
Un solo giorno
basta per nascere,
sufficiente per
morire,
utile per
provarci,
importante per
capire.
Quel giorno in
meno
per non sentire
la mancanza,
quel giorno in
più,
per non soffrire
l’assenza.
ESTRANEITÀ.
La fine non è
solo la fine.
Lo si sa, è noto:
implica sempre
anche un inizio, un salto nel vuoto.
È così che
accade, d’un tratto:
la mano è ferma,
la decisione è
presa,
il dado
è tratto.
Abbandona
l’anelito di assurgere a spartiacque di un’epoca,
un ante e dopo
Cristo di una vita intera
non mia,
di un amore
non mio,
di un sogno
non mio.
La fine non è
solo la fine:
sottile il
sospiro del ricordo,
un rimorso.
Intatta
l’insufficienza
di un bilancio
temporale idoneo
a scardinare
l’estraneità del
nome e cognome
sullo schermo del
cellulare.
RIDEVO.
Ridevo,
solo io ridevo.
Tuono reboante
in tutta la sua
casa
a porte chiuse
e nella mia casa
a porte aperte.
Non ridevo di me
né di lui:
ridevo per me,
accanto a lui.
Pur non sapendo,
come se sapesse,
io ridevo.
<<Perché
ridi?>>.
Poi ho smesso.
Ora, comprende.
CAMBIARE.
Scivola la
pioggia battente
sulla parete
antiaderente del ricordo,
sui vetri delle
emozioni taciute.
Scivola, non
raccoglie
né assorbe.
Il filo
interdentale ancora serve
a rimuovere il
grasso residuo da elaborare.
Le ciglia
crescono, di giorno in giorno
senza che l’una
sia uguale all’altra,
ma diversa
dal ripetersi
ipocrita di un non-ritorno.
Il tratto dell’eyeliner è deciso,
nessuna sbavatura
scioglie
una lacrima,
impregnata
dal tremore di un
dito.
Il phard, colora il volto.
Accenno un filo
di rossetto.
Aspetto
quel che mi
attende.
Volgo lo sguardo
allo specchio,
che mi riflette:
la felicità a
volte
non costa nulla.
Ma non credo che potrò
pagare
questo prezzo
un’altra volta.
IL PASTO NUDO.[2]
Ho apparecchiato
per due,
quando tutti i
posti erano occupati.
A destra,
il cucchiaio del
rifiuto e dell’assenza:
anche per la
minestra comandavi l’uso della forchetta.
Sul piatto non c’era
spazio per la prova di un ultimo assaggio.
Ogni pasto era
stato ormai consumato
con giusto e
adeguato sazio.
Dalla tovaglia
scrollavo briciole di pane azzimo di tempo,
sciocco di sale,
raccolte in pugno esiziale,
unica ricompensa
di cura
alle formiche.
Una carezza
anoressica,
per digerire la
fame
a cui mi avevi
costretta:
un pasto nudo
rimane.
QUELLO CHE LE
ROSE NON DICONO.[3]
Evviva dicono le
rose,
oggi è lunedì:
si riprende a
lavorare
e anche noi
riprenderemo
a sbocciare, e
sbocceremo anche
lì dove cadrà
l’amore
e sangue sarà la
bellezza.
Evviva, dicono le
rose,
oggi è un giorno
come un altro
e noi sbocceremo
per tutti
come tutti gli
altri giorni
sbocceremo per
gli amanti
e anche per il
serpente
che ha mangiato
la parola.
Evviva dicono le
rose
ma poi arriva il
buio
all’improvviso il
buio
come se le luci
fossero spente
e il sole fosse
divenuto
un duro fardello
di pietra.
Evviva dicono le
rose
oggi è il nostro
giorno,
oggi cannoni e
cuspidi
medaglie e
pugnalate
una falena che
passa
chilometri su
chilometri
steli come
sterminati imperi
mentre il sole
muore in cielo
come un pugno
nello stomaco
e una ragazza
corre contro il destino
macerata nel più
lungo gelo
sola come una
volpe ferita
impaurita con il
cuore in gola
e una zampa tra i
denti:
la sua faccia
bianca
come un fiore in
una finestra
chiusa si solleva
e guarda.
Evviva dicono le
rose
oggi due dolci
labbra
morbide come la
seta
più rosse
dell’ebbrezza
modellate dal
piacere
appassiranno come
noi
macerate nel
tormento
rose dall’odio
più nero
di un demonio
assurdo
circondato di una
nuvola bianca.
Evviva dicono le
rose
presto verrà la
primavera
e la rossa sera
sarà soltanto
un’estate vestita
di seta nera
mentre le falene
impazziscono
e cercano di
aprire gli occhi.
Evviva dicono le
rose
presto sarà una
nuova estate
e noi tutte
risorgeremo
e insieme
cammineremo
sui tetti come
pioggia
attraverso le
tombe
fino alle più
alte fronde
attraverso un
filo di fumo
che sale dalla
bocca
dell’ultimo
condannato
attraverso l’ultima
sbarra
dell’ultima
finestra
dell’ultima
prigione
e daremo un po’
di colore
al volto di chi
non ha calore
all’uomo che non
ha valore.
Evviva dicono le
rose
oggi è il giorno
della vergogna
e noi di vergogna
siamo rosse
rosse come il
sangue.
Evviva dicono le
rose
mentre un sacco
si gonfia
e le rose
studiano le ombre
e stendono i
propri petali
a lunghezza di
bara.
MI LASCIO ANDARE.
Mi lascio andare,
spiga accarezzata
dal vento,
vecchia maglia
logora
asciutta da un
tempo
che non perdona.
Mi abbandona
il ritmo
primordiale
tenuto allo
schiocco di dita,
come
contropartita
consumo thé al
poliestere
per non
scommettere
in una rivincita
già persa
da una partenza
mai ingranata.
Rimetto mani alla
vita,
il progetto che
avevo trascurato,
alla Me che avevo
dimenticato...
Ecco, percepisco
l’eco del respiro che mi coccola,
dolce ninna nanna
che addormenta
una bimba al
sicuro tra le braccia della nonna.
MADRE.
Un caffè per
svegliarsi,
i muscoli già
stanchi,
le difficoltà del
giorno,
la velocità della
notte.
Faccio a botte
con la cronica
ostinazione di spiegare
la lievitazione
naturale
del pane
quotidiano da sfamare:
Nient’altro a cui
pensare.
Spezzate le gambe
corte
da ginocchia
dolenti
su caviglie
storte da malsani sentimenti.
Faccio a botte
e mi fermo,
stremata
all’angolo
dell’ultimo
schiaffo.
Ingoio il
ghiaccio fisso tra i denti.
Richiamo agli
armamenti!
<<Ehi, mi
senti?>>
<<Ora sì,
parla.>>.
ILLUSIONE.
Ho amato in te
la speranza che
dalla cenere sorgesse fiamma
e bruciasse
tempesta.
Ho amato in te
l’illusione di
poter cambiare
modo e tempo
circolare
all’interno di un
angolo retto
a tiratura
orizzontale.
Ho amato in te
la possibilità di
amare per due
a costo
dell’impossibilità di amarsi per ciascuno
conoscendo la
solitudine nello stare insieme.
Ed ora che mi
chiedi l’assoluzione per questa distruzione
condanno il mio
rancore
espiando con
l’indifferenza
il tuo odio e il
tuo dolore.
I DIECI
COMANDAMENTI (PER GLI UOMINI CHE ODIANO LE DONNE).
1.
Abbi fede in divinità diverse da te.
2. Non
bestemmiare, pronunciando invano il nome dell’Amore, sacro.
3. Ricordati di
non cedere alla banalità delle ricorrenze, ma di celebrarne il vero
significato.
4. Onora la madre
che ti ha generato, senza mistificarne la messa in pratica.
5. Non mi uccidere.
6. Non infangare
la purezza dei miei gesti gratuiti.
7. Non rubare le
mie speranze.
8. Non rendere
testimonianza alla falsità delle intenzioni.
9. Non desiderare
la donna. Amala.
10. Non usarla e
non considerarla roba tua. Abbine cura.
VERBALE.
Non preoccuparti
della matita appuntita da raccogliere
che tanto è notte
e non si vede, non preoccuparti
del rumore che
non assolve la pace dei sensi che cerchi
mentre canticchi
la canzone che ricorda
una speranza
ancestrale ancora da salvare.
Sì o no è il nodo
da sciogliere
non ancora
arrivato al pettine.
Sentile, queste
labbra tremule
che baciano il
consenso,
firmato dissenso,
più non ammesso.
Sentile,
sentimi,
lasciami.
E poi, perdonati,
uomo che odi.
VITA NUOVA.
Tu sei l’occhio remoto
in un muro di
pietre,
sei un pianto di
cetre
dal corpo vuoto;
tu sei l’urlo
sepolto
sotto gli ori ed
i marmi,
perché nessuno
risparmi
gogna allo stolto.
Nell’urna
d’un’avita
paura di memorie,
si querelano le
storie
d’ogni altra vita:
brucio i miei
giorni
come incenso
serbato
a un morto amore.
ULTIMA LETTERA DI
SAFFO A FAONE.
Il mondo è
profondo, da questa guglia
che morde il
cielo come fosse un imene:
spezzino le rocce
la fervida duglia
che i miei
visceri tiene.
Leucade è bianca
qual dente d’Averno,
corno di luna in
un cielo sepolto:
vi sarà scritto,
in etereo scherno,
il mio nome
disciolto.
Ben venga oblio
dei fiori e del canto,
della tenera
figlia, della scuola
ove insegnavo a
mescolar col pianto
il bacio che
consola;
schizzi il mio
fiele sull’ara imbecille
su cui Cipride
arcigna reclamava in pasto
cenere di cuore,
fegato e pupille,
sotto l’incenso
casto.
Come bestemmia
lascio la mia voce,
sia Saffo per la
terra un anatema,
perché sei tu la
mia preghiera atroce,
la mia dimora
estrema.
PRINCIPESSA.
China
sull’ombelico della Notte
i miei capelli
d’oro e di carezze;
stilla dagli
occhi l’ultima
goccia di luce
azzurra.
Ascolto le mie
mani raccontare
di strane e
fiabesche plaghe d’amore,
dove le tue
labbra sono liocorni
ed il tuo ombelico
un pozzo delle fate.
Così lascerò la
presa sul giorno:
riposando in un
bacio
e sotto un
lenzuolo ben rimboccato
a cullare la
fontana del tuo collo
nel mio grembo.
Tutto questo ti dico
in una parola
banale e antica,
segreto innocente
di balia e amica:
Buonanotte!
FIORI D’AUTUNNO.
Perché,
dopotutto, sarebbe stato meglio
assorbirti nel
mio ventre
come un pasto
strano e rituale
come un feto
compiuto.
Ma dobbiamo
aprire la mano
come bambini che
hanno rubato un fiore.
Il fuoco più
bello
non è che una
foglia
gracile nella sua
crosta di lacca.
Così crepita
il nostro
magnifico sogno
sulla soglia
dell’inverno.
SIPARIO.
E, volendo, altri
modi ci sarebbero:
prenderti per i
capelli setosi di lussuria,
strapparti a viva
forza una parola cariata,
per ingannare il
palato
con un surrogato
d’amore.
(Sapevi di
dolciastri
succhi ricercati,
esotici e leggeri
come veleni da
aperitivo.)
Altri modi
piuttosto che
guardare
la tua schiena
muta
con una fissità
di pianto.
DIETA.
I poeti non lo ammetteranno
mai,
ma l’amore fa
dimagrire.
Così addento un
altro pezzo
di rabbia,
scolandomi
succo di strazio.
Brucia lo
stomaco,
ma vuoi mettere
quant’è
ipocalorico?
Sazia bene
il pane di
lacrime
e non ingrassa.
Stanotte,
contro il
lenzuolo,
sentivo le ossa
dei miei fianchi.
E piangevo.
ROSSETTO.
Stanotte,
l’afa è come un
vino.
Sono fatta della
sostanza
di cui è fatta
l’ombra,
nel cerchio
delle stelle
si ritaglia
un’ala di tempo
andato,
un sogno dove
indosso un corsetto
fiorente e una
gonna
lunga come un
segreto.
Di questo
scampolo di sogno
ti resta (forse)
il morso furtivo
di un rossetto
scuro.
UNA COSA SEMPLICE.
Mi piacerebbe
poter dire
che ho picchiato
i pugni
e gridato al
cielo.
E ho anche
provato,
così, tanto per
fare,
ma, stavolta, il
dolore è verde di botte,
come quel bosco
dove abbiamo
raccolto ghiande
per un bimbo non
mio.
L’amore è una
cosa semplice,
è una pessima
canzone
gracchiata da
un’autoradio.
E l’unica morsa
sul cuore
è quella di un
abbraccio
che deve e non sa
finire...
FIL-DI-FERRO.
Ogni morso
alle tue labbra
è un filo di
ferro
che mi lacera
il cuore.
Ti chiuderò la
bocca
con la mia rabbia
di vita
quando salterò
nei soffi
delle tue narici,
ebbra di zolfo
e veleno,
dolce come il
sangue,
a rendere goffo
il cinismo
delle tue parole
nel golfo
in cui affonda
un amore di
sabbia.
BEVO SUCCO
D’AMORE.
Di fronte a te,
sono un albero strano,
con una corteccia
tenera e bianca,
e i rami avvolti
qual cavo di mano
intorno al frutto
nella parte manca:
il cuore, umido e
rosso, dentro il vano
dove, pulsando,
lo nutre la stanca
linfa che vive
cantando piano
nelle mie vene.
¿È valsa la pena
di masticarmi l’anima
fino a sfibrarne
il sapore,
di giocarmi il
cuore per amore,
di sgranare una via crucis
fatta di schiaffi
e insulti,
tutto pur di
ritrovarmi qui,
accanto al tuo
sorriso
posato sulla
spuma del sonno?
Non è troppo
sottile una parola
per dividere
l’intrico del costato
fino alla polpa
del frutto vitale:
così vorrei che
tu fossi saziato,
col succo del mio
cuore fra labbra e gola,
mentre io bevo
succo d’amore
alla radice di
ogni male
che sei tu, che è
l’uomo.
L’ALTRA METÀ DEL
DOLORE.
Fa’ pur ballare
gli orsi
coi tuoi
epigrammi di latta,
in cui blateri di
“cercare” e “meritare”:
povere ripicche
di seducente pagliaccio.
Io ti merito come
nessuna,
perché ti strappo
da te stesso
con un “sì” o con
un “no”;
perché, davanti
alle mie ciglia,
sei un castello
di carte.
Ho contato i tuoi
capelli
in un attimo come
in mille anni;
la tua anima è
rimasta
impiccata alle
mie dita
e non so ancora
se vorrò stringere il nodo.
Intanto, sono io,
donna, ad essermi salvata,
nella danza
centrifuga in cui m’hai attirata:
mi ravvio i
capelli,
come una naufraga
indispettita
e ti lascio
chissà dove,
sul guscio marcio
con cui sfidi
l’oceano del tuo
cuore.
Per questo
naufragio
con spettatore,
per la mia
crudeltà
che ti
corrisponde,
ti merito come
nessuna,
come ti merita
l’altra metà
del mio dolore.
QUESTO AMORE.
Questo amore
più che altro
è diventato
un’intermittente,
una rabbiosa
poesia,
che suona come
un singhiozzare
di pugni allo
stomaco
su una cassa
riecheggiante.
Il mio petto
è una radio
che conosce solo
canzoni
metalliche,
quando non sa
rinunciare
a sintonizzarsi
su di
te.
E solo resta
questo canto interrotto
come un abbraccio
spezzato,
come un bacio
rubato,
come una
benedizione
scolpita da un
dio distratto.
UCCIDIAMO LE
STELLE![4]
Ci vuol poco a
uccidere una stella:
basta soffiarle
sopra
credendola
polvere
sul bavero.
Oppure
scambiarla
con una
scatoletta
in offerta.
E così, carne in
scatola
anche oggi.
Il dado è tratto,
ma non fa brodo.
Non si possono
mangiare le stelle.
Ma le scatolette
nella credenza
non fanno luce
dentro la pancia
della notte,
dentro la mia
pancia
di notte.
QUANDO DICO CHE
TI VOGLIO.
Quando dico che
ti voglio
non voglio il tuo
corpo
non voglio i tuoi
respiri
non voglio le tue
dita su di me
o i tuoi occhi
nel mio cervello.
Quando dico che
ti voglio
ti voglio vedere
che scoperchi il mio soffitto e ti infili nella mia stanza
ti voglio vedere
nudo dei tuoi pensieri e delle tue perversioni
nudo di tutto
all’infuori di
me.
Quando ti dico
che ti voglio
voglio tutto
quello che di fisico non ti appartiene
voglio la tua
testa
i tuoi pensieri
i tuoi silenzi
i tuoi schemi.
Quando dico che
ti voglio
ti voglio fragile
ti voglio vero
tu voglio
immobile
ti voglio qui
ora
adesso
domani
ad ogni vigilia
di gesti attesi.
Quando dico che
ti voglio
voglio che tu
voglia quel ch’io voglio.
E che cosa voglio?
Io voglio che tu
mi ami e che ami soltanto me,
ma che anche
altre ti amino
e che tu ti neghi
loro
per amor mio.
TI VENGO A
PRENDERE.
Ti vengo a
prendere oggi.
Non preparare
nulla che non sia tu.
Lavati gli occhi
con la lingua
che non c’è tempo
di aprire i rubinetti,
prendi le tue
mani,
i tuoi polsi
anche se dolgono,
il busto,
e dal bacino in
giù porta tutto.
I piedi, non
dimenticare i piedi
che dobbiamo
accarezzare la terra.
Porta giù tutto
anche gli
avambracci
che serviranno
per gli abbracci.
Le orecchie
perché dovranno udire le mie parole mute,
il naso affinché
annusi il miei feromoni,
porta tutto!
Porta entrambe le
guancia
perché quando le
mie labbra saranno stanche
è là che troveranno
ristoro.
Quelle ossa che
sono tra il collo e le scapole,
che ti serviranno
a sostenere il mio capo, portale pure.
Porta il mento
che sarà il mio trampolino di lancio
prima di
annidarmi in te,
prima di
incrociare le tue labbra,
e porta anche esse.
Porta tutto,
tutto,
non dimenticare
nulla
perché non si può
tornare indietro.
Porta i tuoi
occhi e posali su di me
così come al
mattino li posi su te stesso
e amati così come
i tuoi occhi amano me.
Porta il cuore
perché dovrai amare.
Preparati: ti
passo a prendere
oggi
ti passo ad
amare.
LA STANZA.
Non possono mica
essere solo ricordi non credi?
Attaccati lì
affinché rimangano impressi nella mente.
Non è memoria,
che richiama nel presente qualcosa
che non è più qui
adesso, eppure rivive, te lo posso assicurare.
Non è memoria.
Te lo assicuro,
non è ricordo, non è memoria.
Si dispiega cosi
per tenere alta la consapevolezza sorridente
di chi siamo, sa
da dove veniamo
e di dove abbiamo
la possibilità di spingerci
per non perdere
niente di quello che
naturalmente esce
dalle nostre vite.
Niente e nessuno.
Ad ogni uomo sta
la sua consolazione,
ad ogni uomo
corrisponde nel bene e nel male
(che è come dire
il buio e la luce)
così come l’uomo
e la donna l’unione del sé, per sé, con sé.
Credi che stia
perdendo il senno e il senso della ragione?
Io non so dirti
neanche chi io stessa sia, e tu lì immobile non aiuti,
impassibile senza
deglutire, senza sguardo né colore né parola
e te ne stai
zitto...
Di che cosa
stiamo parlando?
GATTO NERO.
Un gatto nero
attraversa la strada,
sta attraversando
la strada un gatto nero:
l’eccitazione mi
prende
e inizia a
prendere possesso del mio corpo,
del mio seno e
del mio pube,
del mio respiro e
del mio sguardo,
del mio pensiero
e del mio sentire,
di me tutta.
Un gatto nero ha
appena attraversato la strada:
quello che
accadrà subito dopo, sappiatelo, l’avete originato voi.
Il gatto nero ha
attraversato la strada: quello che è accaduto
subito dopo non è
maledizione e non è superstizione,
quello che è
accaduto subito dopo, l’avete causato voi.
L’AMORE.
Le 2,24 pesanti
come un colpo al cuore.
Il silenzio, il
grande e pesante silenzio
mentre tutto
intorno prende a vociferare
che forse tutto
questo silenzio non lo vogliamo.
La voce tua
vorrei qui adesso
anche che dicesse
stupidate,
cose prive di
senso insomma.
L’abbraccio
quello dovrebbe esserci qua adesso,
adesso ad imporsi
ad ogni mia freddezza,
ed in esso mi
lascerei sottomettere a questo tenero affetto
che il respiro
mio e il tuo siano un unisono
e tra carne ed
anima, tra spigoli ed ossa
i nostri
incastri, tra silenzio e parole espresse simultaneamente.
Cazzo, ci pensi
se la poesia potesse diventare suono
e se il suono
potesse diventare concreto
e se l’udito
potesse ascoltare me e te
e poi che ne
sarebbe insomma?
Tu sai che ne
sarebbe?
Puoi tu amare
come Alfredo anche se ti chiami Antonio?
Amami, amami
Antonio, amami come non hai mai amato.
E poi quegli
occhi neri
così come ogni
passo con il capo chino in terra a pesare il sudore,
quegli occhi, i
miei occhi nonché i tuoi occhi,
sai di che cosa
sto parlando? Pesanti come il tuo sguardo su di me.
Le 2,40 del
mattino:
amore potrebbe
essere
Con te o senza di
te.
Ho avuto una
realtà dell’amore sempre molto distorta?
Ad esempio
quand’ero piccola amavo in modo insostenibile,
ma il problema
era che ciò che amavo poteva torturarmi,
ferirmi,
rinnegarmi,
ma io l’amavo
ugualmente.
L’amavo
inesauribilmente finché si tramutava in rabbia.
Crescendo sono
cascata nella visione banale che la società
ci ha indotto a
pensare dell’amore:
amore, amare =
essere uno il complemento dell’altro,
ovvero essere uno
la galera dell’altro.
Bisogna star
attenti quando si parla dell’amore.
Non ci si può
mica affidare completamente ad un altro individuo,
non si può
affidare ad esso la propria felicità.
È forse questo
l’amore? Dare-Ricevere ≅
Domanda-Offerta.
Aumenta la
domanda e di conseguenza l’offerta!
Ho sempre avuto
molta confusione
riguardo questo
argomento:
percepivo in un
modo, agivo in un altro.
CHE COS’È
L’AMORE?
E insomma,
secondo te l’amore che cos’è?
Mi pare giusto
che continui a fare scena muta,
ma io mi sto
denudando l’anima, mi sono disarmata
quasi fosse
l’atto più profondo della passione carnale,
quando due corpi
si accostano l’un all’altro
per compiere la
passione più forte di essere una cosa sola
e tu, cazzo, te
ne stai lì immobile, fermo,
privo di ogni
giudizio, di ogni confessione
e non dici
assolutamente nulla.
Inizio a pensare
che tu sia frutto della mia immaginazione.
Sai dirmi che
cos’è per te l’amore?
Prima o poi
dovrai pur dir qualcosa.
SULL’AMORE.
Vai a spiegare
alle persone che cosa è l’amore:
ugualmente non ci
capirebbero nulla
e farebbero in
modo che qualcosa non funzioni comunque.
Spiegalo tu che
cosa significa intendere il silenzio
come se fosse una
parola precisa,
scandita con un
tono inequivocabile.
Digli ancora che
il tuo silenzio non avrà mai il suono della mia voce
e la mia voce non
potrà mai prendere il posto del tuo silenzio
che discreto ha
sempre lo stesso verbo: ti amo.
Spiega alla gente
che forse è arrivato il momento
di comportarsi
come gli animali,
che così, forse,
qualcosa sarà possibile salvare ancora.
Diglielo tu, ti
prego con uno dei tuoi silenzi,
perché alle mie
parole mancano gli strumenti,
al mio animo
manca l’inconsapevolezza della libertà d’amare.
Spiegaglielo tu,
donna, che ogni giorno vivi l’amore...
GIRO DI GIOSTRA.
Ci sono due
persone nella cabina più alta,
al vertice del
cielo,
tu non riesci a
vederle
ma loro stanno
guardando la terra dall’alto
mano nella mano,
schiena contro
schiena
ad occhi unisoni.
Attendono che il
mondo giunga alla svolta del respiro,
che non si senta
più silenzio,
che non si senta
più tanto rumore.
Ci sono due
persone nella cabina più alta,
tu non le vedi,
ma io so chi sono:
siamo io e tu.
CI SONO GIORNI.
Ci sono giorni in
cui vorrei essere conservata in un abbraccio.
Messa in salamoia,
o sott’olio,
sott’aceto,
pur che sia il
barattolo dell’abbraccio,
ed essere
conservata lì.
In due braccia
qualsiasi che siano le tue,
quelle della
persona che ti cammina dietro,
o d’avanti,
un abbraccio.
Non voglio che
sia l’acqua calda della doccia,
non voglio che
sia il lenzuolo d’estate o la giacca d’inverno
voglio che sia un
abbraccio crudo e sordo.
Voglio
l’epidermide tua sulla mia
che si senta la
differenza tra la mia temperatura e la tua,
nulla più,
solo un crudo
abbraccio ogni giorno
stessa ora
stesso luogo
violentati dallo
stesso silenzio, bendati e disarmati.
Accadono giorni
in cui il lenzuolo con lo scirocco non basta più.
SIATE EGOISTE.
Figlie mie, siate
delle fottute egoiste.
Pretendete ciò
che è vostro.
La maternità non
è una missione.
Il matrimonio
neppure.
La vostra
esistenza sì.
Siate egoiste
quando vi
chiedono di rinunciare in nome della famiglia.
Non alzatevi da
tavola se un uomo non lo ha fatto prima di voi.
Ritagliatevi spazi
degni, per fare ciò che vi piace.
Siate egoiste
quando pretendono
che siate il loro tutto
(che siano figli,
partner, amici).
Tenete qualcosa
per voi.
Di segreto.
Protetto.
Irraggiungibile.
Siate egoiste.
Non condividete
ogni cosa.
Ci sono luoghi
che vi devono appartenere in maniera esclusiva,
in cui potrete
tornare quando le cose non vanno.
Siate così
egoiste da essere economicamente indipendenti.
Un conto in banca
solo vostro,
che a mischiare
amore e soldi si fa un gran casino.
E non si sa mai.
Siate egoiste
quando l’altro si
offende perché non siete ancora a casa,
perché non c’è la
cena pronta: pazienza.
Non smettete di
fare quello che state facendo.
Se siete lì, vuol
dire che quel luogo merita il vostro tempo.
Siate egoiste
quando il lavoro
e la carriera sono importanti
e vengono prima
del resto.
Per gli uomini è
così, dato accettato e riconosciuto:
perché non
dovrebbe esserlo per voi, Donne?
Siate egoiste.
Non fate l’amore
se non volete.
Non fingete.
Siate sincere.
Anelate al
piacere piuttosto, siate egoiste come lo è un uomo.
Pensate a voi.
Prima di tutto a voi. Figlie mie.
Al vostro corpo.
Ai desideri.
All’anima.
Difendere i
vostri diritti come una necessità
finché non
avranno lo stesso peso degli uomini che avete accanto.
Diritti che vanno
al di là di una famiglia, di un figlio, di un amore.
Sono qualcosa di
così intimo che riguarda solo voi e nessun altro.
Impossibile
violarli, il rischio è l’infelicità camuffata da felicità.
Il sacrificio
camuffato in amore.
Siate così
fottutamente egoiste da salvarvi.
E non importa
quanto vi criticheranno,
quanto vi faranno
sentire in colpa
e vi
richiameranno nello spazio chiuso di un ruolo.
Magari quello di
moglie. Magari quello di madre.
Voi non abbiate
dubbi.
Scegliete sempre
di essere le donne che desiderate.
Siate
fottutamente egoiste.
Questa la mia
eredità di madre, per voi.
ECCOMI.
Eccomi qua,
bloccata vicino a
questo fiume,
io e te
sotto un cielo
che cade sempre giù, giù, giù,
mai cadere giù
durante la
giornata
come su un oceano
aspettando qui
sempre non
riuscendo a ricordare
perché siamo
venuti, venuti, venuti
mi chiedo perché
siamo venuti,
parla con me
come se a
distanza
e io rispondo
con impressioni
scelte d’altri tempi, tempo, tempo
di altri tempi.
SOLO PLATONE NON
C’ERA.
Non mi hai detto
a che ora ci saremmo incontrati
né dove né
quando.
Non mi hai
chiesto nulla, o quasi.
se sulla vetta
più alta
in quale sommità
avrei dovuto aspettare,
e se avessi
dovuto portare un orologio
a contare il
tempo,
o se il tempo
sarebbe stata la luna
ad illuminare
l’attesa.
Non mi hai detto
su quale cima innevata
avrei dovuto
perdere la cognizione del tempo,
se quella a
sinistra che colpisce al cuore
o a destra quella
che ti arma la testa,
se quella che
mira ad oriente o mirante.
E Platone t’ha
risposto?
FEBBRE.
Oggi mi sono
svegliata con la febbre.
Sono malata,
malata d’amore.
Provo amore
dappertutto:
nelle braccia e
ti abbraccio,
nella testa e ti
penso,
negli occhi e ti
guardo,
sulla bocca e ti
bacio,
nelle orecchie e
t’ascolto.
Oggi ho la
febbre.
Sono malata,
malata d’amore:
Provo amore
dappertutto...
QUESTA FEBBRE.
Questa febbre ci
ha tolto il calore.
Non riesco a
ricordare com’è il tattile sapore della tua pelle
toccata dal mio ansimante
polpastrello:
non ha lo stesso
sapore se lo faccio sulla mia.
Ho dimenticato il
sapore della tua lingua, della tua saliva,
il contorno delle
tua labbra,
non ho più gusto,
non ho più olfatto,
non ho più nulla
se non una restrizione di me e un estensione da te.
Ho dimenticato
come si conosce una persona
che ti accende le
meningi, come si fa?
Si fa un tampone,
prima di sguinzagliare i nostri sguardi,
i nostri olfatti,
i nostri visi, i nostri cani, i nostri istinti animali.
E poi che si fa?
Si da un uno
spintone all’ansia
senza aver paura
di un contatto
perché, lei come
te, ha il tuo stesso sangue,
la tua stessa
saliva,
il tuo stesso
respiro.
E poi?
E poi trovi
quello che ti fa spremere le meningi,
vi mostrate il
lascia passare se è positivo
e se è negativo
entrante uno nel cuore dell’altro.
KARMA.
Le persone
riescono ad essere prive di sangue,
prive di
sentimento alcuno e prive di empatia alcuna,
diventano dei
parassiti
che si annidano
nei loro più luridi e insipidi desideri
di manie di
ricchezza e grandezza e miseria alcuna.
Gli resta la
povertà più grande
di non avere
dentro la ricchezza più bella: l’amore.
L’amore, il
rispetto, il saper stare al mondo.
Non si acquistano
neanche pagando sotto banco,
queste sono le
poche cose che non potrai mai acquistare
anche se sei
l’uomo o la donna più ricca,
furba ed astuta
di questo mondo.
C’è una ruota ed
è quella della vita,
gira sempre e
porta tutto al suo posto.
Sempre!
VERGINE PUTTANA.
E così veniamo
avanti
simili in tutto a
quelli di ieri
aggrappati a
un’immagine
condannata a
descriverci.
Dimmi, non è
così?
E poi ci
ritroviamo
divisi da nuove
alleanze,
senza più nulla
da nascondere,
solo più accorti
nel mostrarci
i punti dove la
vita ristagna,
le cattive
abitudini
quasi sempre
appagate,
e ci sediamo
nel camerino
affollato
di un treno che
parte,
continuamente
sospesi
tra questo corpo
e la scena,
le nostre ore
canoniche,
le nostre ore
contate,
ancora troppo
presto
per organizzare
il proprio sgargiante declino
ma non abbastanza
da non averne un’idea.
In tutto questo
io non ti cerco
(perchè sono
Donna),
non ti aspetto
(perchè sono
Puttana),
non ti dimentico
(perchè dentro
sono Madre
e come Vergine
resto in ascolto
di nuovi
messaggeri univoci).
VORREI CHE
TORNASSE IL COVID.
Ti ricordi quando
è scoppiato il Covid e ci siamo
conosciuti?
Io ero sull’orlo
dell’ipocondria e tu dell’apatia.
Ti ricordi quante
volte ti chiedevo perché?
Un perché tirava
l’altro, a ritmo lento e constante.
Ti ricordi quando
dicevi che ero un cuore di ghiaccio?
Quando il mio
umorismo non veniva fuori da nessun poro?
Te lo ricordi?
Chissà che idea ti sei fatto di me.
Ti ricordi quante
volte alle 20 suonava l’allarme e tutti sotto coperta?
Ti ricordi le
albe e i tramonti che mi mandavi per foto,
i cani dei vicini
che abbaiavano in contemporanea
mentre io parlavo
con te e tu con me?
Ti ricordi quante
volte ci siamo detti che da casa
chissà se e
quando saremmo usciti mai?
Che avremmo dovuto
fingere di essere congiunti
pur di specchiare
i miei occhi nei tuoi?
Ti ricordi quando
l’abbiamo fatto sul serio?
Quando abbiamo
deciso, senza sapere tu chi sei e io chi sono,
che saremmo stati
congiunti per lo stato italiano?
Io ricordo tutto.
Ricordo il primo
giorno che ti ho visto.
Chissà che hai
pensato.
Io ho pensato:
<<ora bisognerà parlare!>>
ma per fortuna
non ne abbiamo avuto bisogno:
ci siamo detti
molte cose con gli occhi.
Ti ricordi quando
era tutto una festa?
Io ricordo tutto
persino il respiro del tuo sonno.
Il rumore che non
ho più di te,
lo ricordo ogni
giorno
e penso che se
tornasse il Covid forse torneresti
anche tu.
E così vorrei che
tornasse il Covid.
Così torneresti
pure tu.
¡CIAO, MASCHIO!
Le tue parole
sono buone, le tue parole sono cattive.
Le tue parole
offendono, le tue parole chiedono scusa.
Le tue parole
bruciano, le tue parole accarezzano.
Le tue parole
sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate.
Le tue parole
sono assenti.
Le tue parole mi
succhiano e mi risucchiano,
e non mi mollano,
sono come zecche:
si annidano nei
libri e nei giornali,
negli slogan pubblicitari e nelle didascalie
dei film,
nelle carte e nei
cartelloni.
Le tue parole
consigliano,
suggeriscono,
insinuano,
ordinano,
impongono,
segregano,
umiliano,
ed
eliminano.
Sono melliflue e
aspre.
Il mondo gira
sulle tue parole
lubrificate con
l’olio della pazienza.
Il mio cervello è
pieno delle tue parole
che vivono in
santa pace con le mie parole, contrarie e nemiche.
Per questo
entrambi facciamo il contrario di quello che pensiamo
credendo di
pensare quel che facciamo.
ALLO SPECCHIO.
Mi sono guardata
allo specchio che ero già adulta,
troppo adulta per
le poesie,
e mentre le
recitavo ancora a memoria sono cresciuta,
sono crescita e
non entravo più nell’armadio
dove amavo
nascondermi da bambina,
sono cresciuta e
ho dimenticato
quali fossero i
cassetti
dove conservavo i
sogni e i desideri
e così li ho
persi e non li ho più ritrovati.
Presa dalla folle
ricerca li ho aperti tutti,
e devo aver
combinato un gran casino,
perché mi sono
ritrovata nell’armadio a recitare poesie e canzoni,
a canticchiare
mentre tentavo ancora una volta
di nascondermi
nell’armadio.
Ma questa volta
non mi nascondevo dalla mamma,
dagli alieni o
dall’uomo nero.
Questa volta ci
sono entrata per nostalgia...
CREDO.
Credo a Dio
onnipotente e alla miseria degli uomini in terra.
Una miseria
effimera, pagata a buon prezzo.
Ai credenti e non
di ogni razza e stato sociale primordiale e radicale.
Credo a Dio
onnipotente
e a tutti gli
uomini che non vogliono abitare loro stessi,
a tutti quegli
uomini che pensano solo a riempirsi
lo stomaco, le
mutande, la coscienza.
A tutti coloro
che vivono di ira,
avarizia,
invidia,
superbia,
gola,
accidia,
e lussuria,
che peccano di
capitali e di poca sostanza.
Credo a questo
Dio onnipotente che si è arreso ai suoi figli stessi,
e pur vi ama
ancora
come un cane ama
il suo padrone...
Credo in ogni
credo che vi tiene ancora in piedi,
a questa colonna
vertebrale che avete rifatto come i seni e gli zigomi,
come tutto ciò
che v’appare ma non v’appartiene.
Credo a voi
onnipotenti e a Dio
che dalla sua
onnipotenza vi guarda con tristezza.
ADDIO.
Ci siamo detti
addio mille e mille volte.
Ci siamo detti
prima con le
parole
poi con il
silenzio,
Ci siamo detti,
giustificati,
giusto il tempo
di
un addio.
Ci siamo detti
fuori
e, ancora prima,
dentro.
Ci siamo detti
a voce bassa,
dentro.
Ci siamo
confessati.
Ci siamo detti.
Assolti?
Mai.
Senza riuscire a
terminare il rosario,
ad ogni grano una
stazione.
Ma siamo sempre
stati pronti.
Stessa fermata
per poi prendere
quel treno
senza perdere la
litania.
Senza prenderlo
mai, davvero.
Ci siamo detti.
Ad ogni grano,
una stazione.
Unica corsia,
unico binario.
Ci siamo detti.
Assolti?
Era inevitabile.
Ci siamo detti
di un bagaglio
senza peso
di biglietto
senza data.
Ad ogni grano,
una stazione.
Quella sola.
Ci siamo detti
<<Questo a
Dio non piacerà.>>
ed era vero.
Attendere che la
monetina volteggi.
Tendere la mano:
Addio, per la
testa,
e tu il mio
treno,
che ricada,
serrare le dita;
addio, per la
croce,
e io il tuo passeggero.
LA MORTE IN
POLTRONA.
Io non sono
morta, ma non sono viva.
Semplicemente,
sono momentaneamente assente.
Vorrei morire
nuda s’una poltrona di pelle marrone,
con o senza
ciabatte, poco importa.
Queste voragini
che sono i miei occhi hanno sudato guerre,
hanno sudato ogni
vostra terrena emozione,
hanno contato i
granelli di sabbia dello scorrere del tempo.
Voi, voi siete
ancora vivi o così credete.
Io al momento
m’aggiro in qualche strada scordata dalla memoria
e vi guardo, vi
guardo e vi scruto e vi analizzo e vi consumo.
Vorrei morire qui
e adesso, nuda,
con o senza
ciabatte poco m’importa,
su questa
poltrona a mia immagine e somiglianza di pelle marrone.
Voi siete vivi, o
almeno così pensate.
E io che non
vorrei morire mai,
e restare nuda,
per sempre nuda,
con o senza
calzini poco m’importa,
su questa
poltrona a prendere polvere,
trasformandomi a
poco a poco
in un
soprammobile vivente
e voi, ve lo
assicuro, paghereste qualsiasi somma per avermi
come pezzo di
arredo o antiquariato.
Voi siete vivi,
io non sono ancora morta ma non sono viva,
forse non sono
mai esistita.
Mi piacerebbe
molto tornare ad essere voi, voi, voi che siete vivi!
M’alzerei soave
da questa poltrona marrone di pelle
e non sarei più
nuda, mi vestirei,
indossando le
scarpe o meno mi è indifferente.
Ma siete voi i
vivi, mentre io m’accingo a essere morta,
miseramente
adagiata su questa di pelle marrone,
in questa stanza grigio
fumo
e da quella
finestrella vedo voi, voi!
Voi che siete
vivi, colorati, vestiti,
con scarpe e
cappelli e macchine fotografiche
appese come
collane al collo,
con al guinzaglio
coccodrilli e gazzelle v’aggirate vivi ovunque,
mentre io che non
sono né viva né morta tremo di stupore
quando vi vedo
vivi, quando non vedete me.
Allora non esisto
o sono morta e mi sono dissolta
nelle pieghe di
questa poltrona di pelle marrone.
PAURA DELLA MORTE.
Che bisogno c’è
di avere paura della morte?
È come quando ti
addormenti la sera,
e il giorno dopo
ti svegli in un corpo nuovo.
SEMPLICITÀ.
Semplicità è
mettersi nudi davanti agli altri.
E noi abbiamo
tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di
essere fraintesi, di apparire fragili,
di finire alla
mercé di chi ci sta di fronte.
Non ci esponiamo
mai.
Perché ci manca
la forza di essere uomini,
quella che ci fa
accettare i nostri limiti e ce li fa comprendere,
dandogli senso e
trasformandoli in energia, in forza appunto.
Io amo la
semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piacciono i
barboni.
Mi piace la gente
che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori
delle cose, catturarne l’anima.
Quelli che hanno
la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è
verità, solo lì dolcezza,
solo lì c’è
sensibilità,
solo lì c’è
ancora
amore.
MIO SCHIAVO.
Al tuo tramonto
sorgerò io.
Piena e maestosa
alzerò le tue
acque,
illuminerò il tuo
buio
venerabile e
sazia.
Piena di me sarò,
piena di me
sarai,
piena di te sarò.
Sarò la luna
dagli occhi
grandi,
dalle grandi
labbra possenti.
Sussurrerò ai
tuoi sogni
di trascinarti a
me,
desidererai di
incontrarmi
ovunque
fuori e dentro.
Monetina alla
mano
che sia croce mi
mirerai,
alla testa sarai
mio schiavo.
TRAMONTA.
A che ora
tramonta il tuo pensiero?
Ti ho visto
stringere gli occhi e trascinare le labbra
ad un sorriso che
non era il tuo.
A che ora si
sveglia la tua fame d’amore?
La mia è nata con
il mio primo vagito
quando sono stata
trascinata a forza fuori,
sputata dalle
labbra di mia madre in questo mondo.
A che ora si
schiudono i tuoi ricordi?
E quando si
presentano li inviti ad entrare o li cacci via,
come si caccia un
cane che si appisola al tuo portone?
Io sono nata
ascoltando il mondo fuori di me.
A che ora hai
appuntamento con te stesso?
Saprai
riconoscerti e abbracciarti o fuggirai via?
A che ora
precisamente ti capita di pensarmi?
A che ora hai
deciso di sorridere al silenzio?
Il numero del tuo
posto potrebbe essere uguale al mio.
A che ora ci
incontreremo un giorno?
TRAMONTAMI.
E adesso,
semplicemente tramontami,
tramontami
ovunque...
ABITAMI.
Abitami,
abita queste
dita, abita queste vene.
Abita ogni petalo
che mai staccherò da questo fiore.
Chiediti se ti
amerai o meno,
in che modo
vorrai amarti e dunque amarmi.
Abitami in ogni
tua indecisione,
nelle tue
incertezze,
quando non ti
senti all’altezza,
quando capirai
che nessuno è all’altezza.
Abitami negli
occhi e nel cuore,
Scrutami, anche
se paio imbarazzata e confusa.
Abitati nei tuoi
digiuni,
quando la luce
sarà distante,
perché le nuvole
vorranno tracciare il tuo sguardo.
Abitami in ogni
epidermide,
abitami per
abitarti.
Abitami in ogni
epidermide,
Abitami in ogni
perimetro,
abitami in ogni
centimetro,
abitami ogni
centimetro.
Abitami per
abitarti.
MIRAMI.
Mirami ancora
come il primo
giorno
quando ti ho
tolto il respiro,
quando mi
guardasti con gli occhi gonfi
e l’emozione come
una vipera strisciava sul tuo viso.
Mirami ancora
come quel giorno
che ci trovammo
l’una d’innanzi all’altro:
tu uomo, io donna
scolpita nella
pietra
ma donna con una
croce grande
quanto l’amore
che porta nel petto.
PRENDIMI.
Che sia con il
pensiero o con un sogno,
con una foto o
con un bacio,
prendimi
che sia estate o
inverno,
al mare o dentro
casa,
ovunque e pure nella
tua testa,
se riesci a
prendermi,
prendimi.
Sul serio.
Prendimi sul
serio
mentre apro la
porta di casa,
prendimi quando
sto facendo la doccia,
mentre dormo,
mentre mangio un
frutto,
quando piango,
quando rido.
Se sei capace a
prendermi sul serio
prendimi, sul
serio!
E se non sei
capace, tu prendimi lo stesso.
Perché se non sei
tu nessun altro.
Se non tu, nessun
altro.
NON SCADERMI.
Non scadere, non
mi scadere,
non scadermi:
resta a lunga conservazione,
pastorìzzati e
non ti avariare mai.
Non maturare come
matura un frutto,
resta acerbo
sempre,
pronto da
cogliere
ogni giorno
a ogni mio
desiderio,
non deteriorati,
non rovinarti,
non sciuparti,
resta così,
così come al
primo morso,
alla prima
parola,
alla prima
battuta,
al primo sorriso
maldestro e imbarazzato,
con un gusto
inconfondibile:
il tuo.
Non ammuffire,
non marcire,
resta tu, sempre,
ad ogni cambio di
stagione
ad ogni giornata
uggiosa
ad ogni carezza
giunta pesante al tuo viso
non deteriorarti
mai
nella mia mente
resta così
così come il
primo istante:
meraviglioso.
SCEGLITI.
Ad un certo punto
ti scegli, ti scegli eccome.
Decidi in che
modo scalfire
ogni giorno
un piccolo tratto
di te,
decidi che il tuo
tempo è sacro,
che le tue
carezze sono contate
E per pochi.
Ti scegli
e ti scegli ogni
giorno
con gli stessi
occhi...
Scegliti, dunque,
scegliti,
in tutto il mio
essere donna,
in tutto il tuo
essere femmina,
in tutto il tuo
essere madre,
in tutto il tuo
essere puttana.
Di’: io sono
questa e mi scelgo,
a ogni luna e a
ogni aurora,
ogni giorno e
ogni ora.
ABBI CURA.
Abbi cura,
figlia,
di incontrare
chi non sta nel
mezzo:
cerca gli esseri
estremi,
i deliri, gli
incanti.
Cerca un uomo
straordinario,
un uomo che non
sia di questo mondo,
cerca gli Achille
e gli Ulisse,
i Giordano Bruno
e i Pablo Neruda.
SU DUE PIEDI.
Si amano tutti
con una facilità tremenda.
Io ho difficoltà
ad amare facilmente,
ho difficoltà ad
innamorarmi su due piedi,
ho bisogno di
stare poggiata su di una sola gamba
per molti giorni
prima di innamorarmi.
Amore e amare
hanno un entità sconosciuta,
con troppa
facilità si nominano queste parole,
come ad averne il
segreto nelle mani,
ingabbiato in
fondo al cuore.
Ho difficoltà a
dire che so amare
eppure amo meglio
di chiunque lo manifesta.
Per amare devo
stare a setacciare ogni tuo particolare,
forse allora
potrei vagamente professare un verbo tale.
Si prendono tutti
con una incostanza inaudita.
Io per prendere
me devo guardarmi cinque o forse sei volte
allo specchio
ogni mattina,
stare a testa in
giù una mezz’ora
e fissare il
soffitto un quarto d’ora.
Ci si ama facile
in quest’epoca remota...
Io ancora fatico
a pronunciare la parola “amore”
che per farlo
bene prendo l’abbecedario di quand’ero piccolina
e lettera a
lettera provo a comporre l’Amore.
L’ULTIMO PÉTALO.
M’ami o non
t’ami?
Perchè se m’ami
t’ami,
se t’ami m’ami.
Quanti fiori,
ancora,
dovranno
appassire,
e quanti ancora
ne tirerò a sorte...
M’ami o non
t’ami?
Non so, l’ultimo
petalo dice no.
M’ami o non
t’ami?
Non so, il quarto
fiore annuiva di sì!
M’ami o non
t’ami?
Questo, al fiore,
non c’è bisogno di chiederlo...
M’ami o non
t’ami?
L’ultimo petalo
dice che dovresti...
M’ami o non
t’ami?
Ricorda: se m’ami
t’ami,
se t’ami m’ami.
Io sono l’ultimo
pétalo.
DELLE RONDINI.
C’è un ora
precisa della giornata in cui impazziscono.
Che spettacolo
agli occhi questa follia tremenda.
Urlano. Urlano e
prendono direzioni ostinate e contrarie.
Urlano come i
matti quando manifestano il loro amore,
ma la gente
comune questo amore non sa vederlo,
non sa sentirlo e
allora loro urlano ancora più forte.
A destra, a
sinistra, in ogni direzione intralciano il nostro sguardo.
E urlano,
gridano. Gridano e urlano.
<<Signore
ma lei non sente? Non vede?>>,
<<Udire e
sentire chi o cosa, fanciulla?>>,
Le dico che
urlano, che le si fiondano appena sopra il capo.
Disegnano per
aria e nel cielo traiettorie indefinibili,
a volte in gruppo
a volte spaiate come orfani,
a volte rimango
con il capo all’insù per lunghi istanti
e non posso fare
a meno di rimanere incantata e incatenata a queste urla.
<<Fanciulla
ma di cosa parla?>>,
<<Delle
rondini, signore, parlavo delle rondini...>>.
IL TUO ODORE.
Voglio vestire
ogni giorno il tuo odore,
indossarti
dappertutto:
negli occhi,
nelle mani,
che il senso
tattile s’accenda,
che s’inneschi la
passione tutta,
nelle narici e
sulle labbra,
che l’udito
ascolti attentamente
ogni respiro che
sa di te.
Ogni giorno
voglio vestire i tuoi occhi,
le tue labbra,
ogni centimetro
di te,
ogni perimetro di
te,
e nella mente
voglio creare il mio nido.
Vestire ogni
giorno voglio
l’odore
tremebondo di te.
DISTANZE.
Frantumare le
distanze,
superare le
resistenze,
e riconoscersi
per creare,
camminare senza
chiedersi perché,
il tuo viso, le
mie mani
sono la stessa
gioia immensa,
luce invisibile
da succhiare
camminare senza
chiedersi perché,
e fermarsi un
istante per considerare
che il respiro è
un dettaglio che ci rende uguali
come cerchi
nell’acqua
che non sanno
nuotare
e si infrangono.
Frantumare le
distanze,
superare le
esistenze,
e riconoscersi
per creare,
camminare senza
chiedersi perché,
e fermarsi un
istante per considerare
che ogni istante
si scioglie in quello a venire
come cerchi
nell’acqua che non sanno nuotare
e si infrangono,
si infrangono, si infrangono, (si infrangono).
MISURE.
Vieni che ti
perdo le misure degli abbracci.
Non ricordo i
centimetri esatti delle tue braccia
né della
lunghezza delle dita.
Ho perso le
distanze che esistono in un abbraccio,
non ricordo il
metodo né il momento in cui questo accade.
Ho perso il
colore dei tuoi occhi,
il rumore del tuo
respiro
e i centimetri
che c’erano tra il mio ed il tuo.
Ho perso il metro
per misurare me e te,
ho dimenticato
anche la tua altezza,
l’eleganza di
essa,
ho perso persino
il calore di un abbraccio,
non ricordo più
se, quando ci si abbraccia,
ci si stringe o
ci si aggrappa,
nulla.
Ho perso la
memoria di un abbraccio,
i centimetri che
servono,
il profumo del
calore che fa un abbraccio appena sfornato.
Ho perso le misure
tra me e te.
MAIUSCOLO
CAPITALE.
DENTRO FUORI
IL CONFINE
PIÙ LIVELLI
IL MIO TEMPO
INTERNO ESTERNO
IO SO CHE TU SAI
PENSIERO GENERA
PENSIERO
PELLE IN
FIBRILLAZIONE
GIOIA MIA
BARRIERE
GIULIETTA E ROMEO
GIULIETTA SENZA
ROMEO
ROMEO SENZA
GIULIETTA
POSTMODERNO E
METATEORIA
METAFORA,
METAFORA,
META E METÀ
REALE, IRREALE
I PINGUINI
STORIE BANALI
DIGIUNO.
SONO LA LUNA
CHE ILLUMINA IL
BUIO.
L’UOMO, SBAGLIATO.
Ma come?
Ti addormenti sul
divano invece di bere con me
vino rosso alle
tre del mattino?
Ma come, non sei
l’essere perfetto,
pieno di
entusiasmo e di brillantezza,
che io avevo
deciso saresti stato per me?
Ma come, non
capisci questa mia malinconia,
questo mio
bisogno di trovare sempre un colpevole?
È perché il
colpevole sei tu: l’uomo sbagliato.
La buona notizia,
allora, è che ogni uomo è l’uomo sbagliato.
Quello perfetto
non esiste.
Provocherà
rabbia, fastidio,
deluderà,
non sarà
all’altezza,
russerà molto,
sbaglierà i
regali,
dirà la cosa
più scema del mondo nel momento più serio.
Non capirà una
battuta bellissima.
Si alzerà da
tavola nel momento in cui abbiamo cominciato
a mettere a nudo
la nostra anima.
Proporrà di
andare a mangiare le lumache.
La cattiva
notizia, ma in fondo rassicurante,
è che noi
provocheremo spesso in lui la stessa delusione,
la stessa rabbia.
L’uomo sbagliato
che incontra la donna sbagliata:
proveranno,
insieme, a fare la cosa giusta.
PERPENDICOLARE.
Esserci
sulle soglie dei
voli,
dei ritorni,
scintillanti
di poesie e addii
mai
perenni, ché se
ti canto
non sei mai
distante
dal centro del
cielo,
dal vertice
dell’infinito,
perpendicolare,
sull’attimo
scalpitante.
TI HO SOGNATO.
Ti ho sognato in
bianco e nero.
C’erano un
covone,
una scala di
legno,
un cane
e un banco pieno
di attrezzi da artigiano.
Tu eri gentile e
goffo, avevi più capelli
e ti vergognavi
di abbracciarmi:
l’anelito
dissuaso
nel tuo corpo
prendeva forma di
una buffa piroetta.
Ti ho sognato che
era notte mi è sembrato
un presagio
oppure solo
ho sperato che lo
fosse
allora lungo il
giorno non ho smesso
di aspettarmi
d’incontrarti
voltandomi a ogni
segno, suono, senso.
Ma la realtà è un
ordito dai colori molto seri:
ci ho guardato
dentro bene
e tu non c’eri.
IL VUOTO.
Ogni cosa mi
appare coperta,
ogni cosa qui un
simulacro
di qualcosa che è
sparito.
Ma è nella vita,
mi dicono,
l’unica
rivoluzione. Sì, nella vita,
l’unica bellezza
che non mi è mai
importata. Il
vuoto. Il vuoto che
sento sono questi
anni, qualcuno
dice pochi,
qualcuno dice molti,
questi anni in
cui avrei dovuto edificare
edificare
un’esistenza presentabile. Mi
sono rimaste
mille maschere. Sono tutte
sul divano. Ogni
tanto ne indosso una,
parlo con
qualcuno. Ho dato agli altri
l’amore che mi è
stato negato. Ho dato
agli altri tutto
ciò che non ho mai osato
chiedere. La resa
dei conti è sentirsi dire
<<è colpa
tua.>>.
Dopotutto ti
resta il vuoto.
IL DOLORE DEGLI
ALTRI.
Il dolore degli
altri
quando è
eccessivo
non ci tocca più,
filtra come un
vago e incerto pericolo
in un corpo
anestetizzato.
Forse è questo il
capolavoro dell’orrore:
perdere la
compassione
perché provarla
farebbe troppo male.
Vedo solo schegge
impazzite.
Macerie.
Ci si abitua a
tutto,
alla violenza,
al sopruso,
alla guerra,
all’illusione di
un mondo fatto di individui
ciascuno con il
suo destino.
Ci si abitua a
tutto,
senza sentire
più.
ALTA MAREA.
È così difficile
solcare questa terra,
lasciarsi
scalfire dalla polvere
e ammettere che
anche qui
l’onnipresente
rapisce gli opposti,
non li lascia
fuggire e dissolversi.
È difficile
dirsi: ricomincia. Prestarsi
al gioco del
massacro: le centodieci
illusioni. Anche
su questa terra, prima
del mare, con il
vento forte e la pelle
bucata dal sole,
sento la sua potenza.
Nessun sole sorge
a mezzanotte, bisogna
attendere che la
battaglia culmini
nella luce. Dal
bosco filtrano i primi
raggi. Non ho mai
visto l’alba
per intero.
Contavo i cavalloni, l’alta
marea, agganciata
all’anelito del perdono.
Verrà il giorno,
e con lui ogni silenzio.
VERGOGNA.
Io sono la vostra
vergogna
l’incavo
dell’albero, non
posso neanche
esistere
senza cercarvi.
Io non ho
nessun coro. Le
grazie
di un animale
notturno
non sono che
risuono,
rimpianto di un
gesto
disatteso. Non
parlarmi
non parlarmi ora
di
queste rovine
chiamate
pelle. Senza
carne so
che non abbiamo
più
il ricordo dello
smalto
venuto via dai
muri
dalle dita. Sui
muri
è scritto non
ricordi
non mi somiglia
più.
OGNI VOLTA.
Accade ogni
volta,
ogni maledetta
volta.
E bisogna
ricominciare.
Ogni nuova volta.
Ogni nuova
maledettissima volta.
Ma ogni volta è
sempre meno entusiasmante.
Ogni volta un po’
meno.
Crescere è sempre
invecchiare.
Abbandonare le
illusioni
per una vuota e
alquanto inutile realtà.
Ma le illusioni
non fanno bene
a lungo andare,
e prima o poi
s’infrangono
e bisogna lasciarle
andare.
PIPISTRELLI.
Ci sono i
pipistrelli,
ma non mi fanno
paura.
Mi fanno paura i
passi,
quelli sulle
scale
per esempio.
Mi fanno paura i
passi nel silenzio,
mi chiedo sempre
perché
suonano i passi
nel silenzio,
e per chi suonano
se non c’è
nessuno,
ha poco senso che
i passi suonino nel silenzio,
dovrebbero
suonare nel rumore,
insieme alle
altre cose che suonano.
Ecco, i suoni
solitari, quelli mi fanno paura.
Tipo l’upupa che
c’è qui
e fa uh uh uh uh
e non si stanca
mica,
anche lei nel
silenzio,
o le vespe che
arrivano
e nel silenzio
della mia sigaretta fanno zzzzzz,
ma a caso, senza
continuità,
un ronzio a zig-zag che non vuol dire niente,
che serve solo a
farmi correre dentro casa
perché io e le
vespe, io e le vespe, nel silenzio non ci capiamo.
E poi invece ci
sono i posti dove tutti i suoni convergono
e diventano uno,
ed è un suono che fa:
c’è solo da
ascoltare, dai, vieni qua.
IO E IL MIO CANE.
io e il mio cane
avevamo paura di un sacco di cose.
Delle biciclette,
ad esempio,
o di attraversare
la strada o delle persone.
(Mamma mia, le
persone.)
Ma adesso, io e
il mio cane non abbiamo più paura.
Di niente.
Quasi niente, in
realtà,
perché una paura
ci è rimasta. Ed è la paura del tempo.
Perché hai paura
del tempo, amico mio?
Perché non si può
controllare.
E tu, perché hai
paura del tempo, amico mio?
Perché passa,
amico mio,
il tempo passa e
non ci puoi fare un bel niente.
E allora
aspettiamo, dice il mio cane.
E viviamo.
CARNEVALE.
Sul treno c’è un
ragazzino,
con una sorella
ragazzina più piccola
e un papà e una
mamma.
Io credo che a
Milano ci vadano perché è carnevale.
Perché la
sorellina piccola ha i capelli viola e l’ombretto verde.
Ma in realtà non
lo so, io non so niente della vita degli altri.
Nessuno sa mai
niente della vita degli altri.
Il ragazzino
muove le mani tantissimo,
parla tantissimo,
si agita tantissimo,
e fa tantissime
domande.
Papà, dove si
cambia la voce?
Tu non hai
cambiato la voce.
Si, ma dove si
cambia? Nella testa, nel cuore, dove?
Nella gola.
Solo nella gola?
Sì.
Papà, ma si può
piangere?
Certo, puoi, se
ti viene.
Ma si può
piangere anche a Milano?
Anche a Milano.
Ma io lo so che
se mi viene da piangere a Milano mi vedono,
se ne accorgono
tutti.
Si, dice il papà,
ma tanto nessuno si ferma.
E a me verrebbe
da dire, ma no, no, dai, non preoccuparti,
se cambi la voce
cambia solo la gola, non la testa, non il cuore.
E se piangi, pure
a Milano, va bene lo stesso.
Ma la verità è
che io non ne so niente della vita degli altri,
che nessuno sa
mai un bel niente della vita degli altri,
e forse davvero
così,
la rassicurazione
per la tristezza passa dal fatto che non ci si fermi,
a interrogarla, a
consolarla, questa tristezza.
La tristezza o è
tua o la guardi e basta.
Perché a volte è
inconsolabile, la vita degli altri.
CHE BELLA ROMA.
La signora, oggi,
davanti alla libreria,
guardava un libro
su Boris Vian.
A distanza di
sicurezza
(o di salvezza,
perché ormai la cosa tracima)
io spulcio tra i
libri a 8 euro.
8 euro è un buon
prezzo
per una che per
leggere una pagina in francese
ci mette venti
minuti, un vocabolario, un giga, molto impegno
e cinquanta
sospiri.
Spulcio tra i
libri a 8 euro e lei mi parla.
In un idioma che
mi pare di conoscere ma non capisco.
In francese.
Sorrido.
Ho la mascherina.
Non si vede.
Parbleu.
All’improvviso,
l’illuminazione. Comprendo.
Mi parla di lui,
di Boris Vian.
E poi passa a un
cortometraggio che ha visto, su Picasso.
C’era qualcuno
che disegnava (nel cortometraggio),
era di spalle e non
si riconosceva,
ma quando lo ha
riconosciuto (parbleu!)
era proprio lui:
Picasso, inconfondibile.
E l’estate del
‘67?
Che bella Roma.
La signora passa
da Boris a Pablo al Colosseo
senza soluzione
di continuità.
E non si ferma.
Quella porta sul
mar Mediterraneo? La conosci, no?
Se la ricorda
bene, la porta. Non sa quando l’ha vista,
ma quella porta
sul mare. Che meraviglia.
Sono italiana
signora, però non la conosco.
Ma non si sente
per niente l’accento.
Non le credo
signora, però grazie.
Lei sorride.
Di quei sorrisi
larghi che se ne fanno un baffo di essere nascosti.
Ma lo sai, no, il
nome di quella porta? Quella sul Mediterraneo?
No, signora, non
lo so.
Ed è lì che
capisco che il problema non è mai la lingua.
Ma la convergenza
dei ricordi.
Probabilmente
quella porta la conosco.
È che non l’ho
mai vista con gli occhi suoi.
S’AVANZA.
Nell’universo di
cose che accadono
(nelle cose che
accadono nell’universo)
cerco
l’infrangersi della certezza,
l’incrinatura del
colore,
la crepa,
perché si faccia
pensiero lieve
e non fatica,
non rivolo di
dolore
né pena.
Cerco la più
piccola delle piccole cose
quella nascosta
che brilla
che vive.
E s’accosta
all’uscio senza bussare.
TATTO.
Delle cose
piccole
sottili
io
ho ricordo nelle
dita.
Ricordo al tatto
lievemente
sempre.
Ho le mani negli
occhi io.
ANNI BISESTILI.
Mi piacciono gli
anni dispari.
O forse mi
piacciono di più gli anni pari.
No, ecco, mi
piacciono più di tutti quelli bisestili:
una scelta in
controtendenza!
Infatti, il 2020
era un anno bisestile ed è stato complicato, vero,
ma meno del 2019
(che era dispari)
e meno del 2018
(che era pari),
e comunque il
2016 è stato una favola.
Forse mi
piacciono gli anni bisestili dunque.
Che poi gli anni
bisestili sono anche pari
altrimenti la
regola del quattro non avrebbe senso.
Giusto? Giusto.
Mi piacciono gli
anni pari bisestili dunque: ho capito.
Quindi attendo il
2024.
Oppure imparo che
mi piacciono gli anni che iniziano.
Le cose che
iniziano.
Gli inizi, in
generale.
Imparo che mi
piace tutto quello di cui ancora non si sa
parlare.
FIDUCIA IN SÉ.
Sono invecchiata,
è vero, non lo si può negare.
E voi non
immaginate neanche quanto io mi senta fortunata.
Crescere mi ha
permesso di smettere di avere paura,
di mostrarmi (le
mie rughe, la mia cellulite e le mie smagliature,
i miei denti
storti nella bocca, la mia pancetta e il mio culo
che inizia a
risentire pesantemente della forza della gravità),
di lasciar
perdere e di lasciare andare,
di non trattenere
più amici e amori dannosi,
e di farlo senza
sentirmi in colpa per il solo fatto di volermi tutelare,
di accettarmi con
la mia follia e la mia impulsività,
con la mia
malinconia e i miei stati d’animo
che sono tanti e
cambiano d’umore
continuamente.
ELENCO AMOROSO.
Ogni tanto vorrei
fare un elenco.
Di quello che
amo, un elenco.
Un elenco a una
colonna.
Un elenco non
numerico,
ma in ordine di
importanza.
Un elenco
dettagliato. Aggiornabile. Puntuale.
A cui attingere
quando sono confusa
e da cui partire
quando devo cominciare.
Poi, non lo so
fare.
Mi piace il mare,
dico,
il cielo,
le mani,
le carezze sui
capelli,
il vento,
la mamma che non
c’è più
e il papà che c’è
ancora
(per fortuna,
cazzo, per mia fortuna).
Butto giù idee,
alla rinfusa.
Perché alla fine
la cosa che mi piace più di tutte è il tempo.
Il tempo che
sposta l’amore.
E non si fa certo
imbrigliare
in un elenco di
cose da amare!
PROCRASTINARE.
Se devo fare
cinque cose,
inizio dalle
quattro che non mi piacciono.
Se devo mangiare
tre cose,
inizio dalle due
che non mi piacciono.
Se devo andare in
due posti,
io inizio da
quello che non mi piace.
È una scelta
curiosa.
Quella di
rimandare la felicità.
MANO NELLA MANO.[5]
Ho visto due
ragazzine che si tenevano per mano.
Sedici anni o giù
di lì.
Si tenevano per
mano.
Capelli ondulati
e pantaloni corti.
Voci piccole a
dirsi segreti.
Ho visto due
ragazzine che si tenevano per mano.
E mi ero
dimenticata che la mano si tiene così.
Senza impegno.
Con la promessa
del futuro.
LA MIA FACCIA.
La mia faccia è
la mia faccia.
Continuo a
ripetermi questa frase.
La mia faccia è
la mia faccia
E però il suo
nome viene fuori dal mio viso.
E tutte le volte
allo specchio lo vedo che mi guarda.
Per tutta la vita
avrò la faccia di mio padre.
Per tutta la vita
avrò la faccia di mio padre
perché è anche la
mia.
LA GRANDE FUGA.
Se il tempo la
smettesse
di procedere al
contrario
di venirmi
incontro invece di andar via.
Se il tempo la
smettesse,
dico,
di farsi presenza
ad ogni ora
a ogni dove
a ogni via.
Se il tempo la
smettesse di cercarmi faccia a faccia
e mi mostrasse la
schiena
e non il viso
duro.
Se fosse
tranquillo,
il tempo,
nel suo passo
lento
io non lo vedrei
no, non lo lo
vedrei
il mio corpo
misurato a ore.
Ferma me ne
starei.
Gli occhi alla
riva.
E alla vita.
IL GRANDE BUIO.
Ce ne stiamo
nascosti al buio.
Nell’utero di una
madre di legno.
Col calore dei
nostri respiri.
Nella notte di
chi è senza finestre.
Ce ne stiamo
accovacciati come bambini,
sdraiati sul
fianco, con le armi sul cuore.
Nel silenzio di
chi attende il parto.
Ce ne stiamo,
addossati gli uni con gli altri.
Nella pancia del
cavallo che è grande
come una
montagna. Ce ne stiamo in attesa del giorno.
Muti.
Quella pancia è
una casa.
Quella casa un
corpo.
È una gestazione
che prepara il travaglio.
Questo paese è il
cavallo di Troia.
È la pancia di
Andromaca.
Stuprata,
devastata, distrutta.
E fiorita.
Il dono della
morte è nella vita.
NON CORRERE,
AMLETO!
Semplicemente
bastava che non
si mettessero a correre.
Semplicemente
bastava pensarci
un attimo.
Bastava usare la
testa e non i piedi.
Come quando si
dice <<non usare i piedi: usa la testa>>.
Dovevano usare la
testa e non i piedi.
Ma forse non ci
hanno pensato.
È questo il
punto: non ci hanno pensato.
E i piedi sono
andati da soli.
Non se ne sono
nemmeno accorti e hanno iniziato a correre.
Avrebbero dovuto
pensarci.
Avrebbero potuto
pensarci.
Perchè, se ti
metti a correre e non stai attento,
c’è il rischio di
perdere l’equilibrio,
c’è il rischio di
non vedere
se arriva un’auto
mentre attraversi la strada,
c’è il rischio
persino di morire.
E la morte appare
per quello che è,
stupida e
ridicola.
Questo è un caso
per cui non ci sono dubbi sul numero dei morti
tre
e nemmeno sul
numero dei vivi
due
che si sono
salvati semplicemente perché gli altri sono morti.
Ci sono sempre
dei morti che fanno sopravvivere i vivi,
è così, è
statistica, è storia, è esperienza.
Per uno che muore
c’è uno che sopravvive.
Il punto è
proprio questo: uno sopravvive e l’altro muore.
Quelli
sopravvivono perché scappano
e altri muoiono
perché loro sono scappati.
È abbastanza
ovvio.
Se hanno sparato
è stato di sicuro perché loro si sono messi a correre
come conigli,
proprio come
conigli.
E così per una
scemenza perché vengono presi dal panico
in tre ci
rimangono secchi
in tre ci
rimettono le penne
e due
sopravvivono.
E quelli che sopravvivono
poi hanno il compito di dare la loro versione
della storia,
perché le storie
dei vivi hanno sempre più dettagli di quelle dei morti,
e tutti vogliono
sapere i dettagli.
Comunque,
semplicemente non
dovevano mettersi a correre,
altrimenti perché
sono morti?
Per un insieme di
sfortune, per un caso, per una tragedia.
Ma le tragedie
hanno altri presupposti,
non ci sono gli
adesivi della caritas nelle tragedie,
non ci sono auto a noleggio nelle tragedie,
non ci sono morti
senza scarpe nelle tragedie,
non ci sono
persone che scappano come conigli nelle tragedie.
Ci sono eroi
deceduti in battaglia.
Ci sono eroi
colpiti nel pieno delle loro forze.
Gli eroi non
scappano e non se la vanno a cercare.
Quindi è colpa
loro.
Semplice: è colpa
loro.
Non dovevano
mettersi a correre.
È colpa della
loro irruenza,
della loro
stupidità,
della loro paura.
Ma la paura non è
una buona scusa, non è un valido motivo
la paura non dà
alcuna consolazione.
Hanno avuto
paura.
E allora?
Tutti abbiamo
avuto paura
ma non abbiamo
ucciso nessuno per questo.
Non voglio dire
che siano degli assassini,
non posso dire
questo (non sarebbe giusto).
È ovvio che non
l’hanno fatto di proposito.
Però avrebbero
dovuto pensarci.
Fermarsi e
pensarci.
E allora non
sarebbe successo.
Alla fine anche
questa è una forma di egoismo,
una cosa che
esprime noncuranza verso gli altri.
Tutti gli altri.
Non riesci a
valutare per un momento,
un solo momento,
quali potrebbero
essere le conseguenze delle tue azioni.
Stai lì
immobile
fermo
non pensare solo
a te stesso
non farti
inutilmente prendere dal panico.
Soprattutto se
sei un tipo che ha paura
non metterti in
una situazione di pericolo.
Insomma devi
sapere che non stai andando a divertirti,
che non è una
cosa da fare con leggerezza.
Lo devi sapere,
lo devi sapere
prima e quindi prevedere la tua paura,
altrimenti non
hai il senso del limite.
Il senso del
limite:
quel minimo
istinto per la sopravvivenza,
non solo la tua
sopravvivenza
ma anche quella
degli altri,
perché si deve
sempre pensare alla sopravvivenza degli altri.
Ci devi pensare,
non sei più un
bambino,
un bambino che
corre in mezzo alla strada per inseguire il pallone
e nemmeno guarda
se sta arrivando una macchina o una bicicletta
o una nonna con
il passeggino chessò,
un bambino che
provoca un incidente
e magari fa del
male anche a qualcun altro,
inconsapevole
certo ma comunque dannoso.
Anche i bambini
sanno che bisogna guardare
a destra e a
sinistra prima di attraversare,
che si deve
camminare sulle strisce,
e si deve
aspettare che il semaforo diventi verde.
I bambini lo
imparano presto,
qualsiasi madre
te lo insegna,
non correre,
non correre per
attraversare la strada,
non farlo,
stai attento.
Appunto:
dovevano stare
attenti a quello che stava succedendo
e stare lì
immobili
invece di
mettersi a correre.
Comunque
Questo è un
pensiero inutile.
Se loro fossero
stati attenti...
Se loro fossero
stati fermi....
Se semplicemente
non fossero stati lì...
In quel posto...
In quel
momento...
In quell’anno di
quel paese...
Con questo gioco
si può andare a ritroso fino all’inizio dei giorni.
Se non ti avessi
incontrato...
Se te lo avessi
impedito ...
Se non mi fossi
arrabbiata...
Se lo avessimo
previsto...
Se avessi alzato
la voce...
Se non fossi
stato tu...
La storia dei se
è la storia degli asini,
è un pensiero
inutile, è un pensiero osceno
che ha a che fare
con Dio o con la sfortuna,
con il disegno
dei giorni e con le favole.
Tutte cose che
non mi piacciono.
MEDEA.
Non ci saranno
delusioni, cattive azioni, fallimenti.
Non ci saranno
figli dimenticati nella vasca da bagno
né donne più
belle di te.
Non ci saranno
anni che passano,
decisioni
sbagliate,
promesse da
mantenere ad ogni costo.
Nessun errore.
Mai.
Noi ti diamo la
possibilità di non sbagliare.
Ti diamo la
possibilità di essere un esempio.
Ti diamo la
possibilità di non deludere i tuoi desideri.
Sacrificarsi non
è un sacrificio.
LAMENTO DI MEDEA.
Di me si è detto
che sono straniera.
Lo sono.
Estranea ai fatti
che mi si contestano e ai luoghi
che ho abitato
estranea alla
colpa e ai lutti.
Io sono la donna
guerriera.
La donna sempre
incinta. La fiera. La lupa.
Io sono la donna
strega.
Perché non sappia
decidere volta per volta
a tappe
a passi parziali
eppure significativi
io non lo so,
perché debba
arrivare al nulla
alla demolizione
totale
alla resa o alla
catastrofe
io non lo so.
Ma questo
io credo,
Giasone lo sapeva
quando mi è
venuto a cercare,
ha scelto me per
lui,
non un’altra più
lieve
ma me,
e il mio peso
d’acciaio e il mio fuoco,
solo me,
e io non rinnego
oggi
il fratello
squartato o il padre abbandonato,
non allontano i
morti che mi porto sulle spalle
e nel cervello,
non rinnego
quello che ho fatto
perché l’ho fatto
io
e solo io.
A Giasone
rivendico una cosa sola, una sola:
la mia mancata
bontà.
Potevo essere
buona e mi ha fatta cattiva,
potevo essere
moglie e sono solo puttana,
potevo essere
grande regina e sono inutile barbara,
potevo essere
maga e sono diventata strega,
potevo essere una
brava madre
e lui non hai
voluto,
che peccato.
Hanno detto che
ho ucciso i miei figli,
ma non è vero: ho
ucciso i suoi.
Hanno detto che
non ho avuto pietà di loro,
ma non è vero: ho
avuto la pietà di sottrarli a un padre codardo.
Hanno detto che
non ho avuto gratitudine,
ma non è vero,
perché io non
avevo debiti con lui
e chi non ha
debiti non è in debito.
Mentre lui,
Giasone, povero lui,
senza moglie
senza suocero senza figli,
ha pianto.
Non bastava il
vello d’oro a tenerlo caldo di notte.
Ha pianto.
Povero lui.
Giasone, uomo da
poco,
che io sia per te
il coltello,
che possa
svegliarti il mio pianto,
la mia voce ti
renda sordo.
Le foto dei figli
le ho bruciate
con Creusa e
tutto il resto.
Giasone, ti
auguro una morte stupida
assurda ridicola
inutile
come te,
una tegola in
testa mentre passeggi
una trave
una scivolata
nella doccia
l’albero maestro
della tua nave.
Muori, Giasone,
muori,
ma non subito:
prima piangi.
Piangi, povero
Giasone.
Io sono Medea,
dura con i
nemici, buona con gli amici,
il mio cuore è
così duro,
così poco
elastico o vulnerabile che avrei
bisogno di un
machete
di una mannaia
o di un fucile
per scalfirlo.
Nessuno mi creda
vile,
nessuno, né
debole né inetta.
Altro sia il mio
carattere
tratteggiato
dalla letteratura.
LAMENTO DI
ALCESTA.
Io sono la moglie
di A
e la madre di B e
di C.
Io sono la moglie
di A
(Admeto).
Ho condotto la
mia vita con onestà
onestà impegno e
senso della bellezza,
una bellezza che
si misura nella lunghezza
delle mie gambe e
delle mie braccia
nell’armonia del
mio viso
nelle mie labbra
di ciliegia senza alcuna tinta
nelle mie lunghe
ciglia
nei miei fragili
polsi.
Ho sempre temuto
il dolore che provoca l’assenza
e per questo ho
amato una persona alla volta,
ho scelto l’uomo
e ho smesso di amare il padre,
un solo uomo per
cui morire,
un solo uomo da
salvare.
Io sono la moglie
di Admeto.
Il mio letto è
sacro
lindo
non c’è sudore
nelle mie lenzuola.
Donna pura in
abiti puri
vergine che partorisce
la migliore di
tutte le donne
la santa
la moglie bianca.
Ho tutte le
qualità di chi non può essere
dimenticato:
la dedizione,
l’amore e il volto struccato,
so quando tacere
e quando parlare,
scrivo poesie,
poesie segrete su
carta di riso,
chiuse in un
cassetto chiuso di una camera chiusa.
Io sono la moglie
di Admeto.
Un giorno mi
vennero a cercare.
Lo sai
mi hanno detto
lo sai
tuo marito muore
non ci sono
rimedi né soluzioni.
Lo sai
hanno detto
non c’è padre né
madre che voglia aiutarlo
nessuno muore per
lui.
Vuoi tu?
Vuoi morire tu?
Ho pensato
mio marito muore
e io rimango,
mio il letto mia
la casa miei i figli e mia la vita.
E ci sono solo io
Solo io
Finalmente.
Ma ho detto sì
Sì
fortissimamente
si.
Io non sono
da sola
io non sono
da sola
io sono niente.
Io morirò
al posto suo
e questo lo
salverà,
Admeto.
Brava e buona
Buona e bella
Bella e saggia
Saggia e santa.
Senza Admeto
sono niente,
la moglie di
niente.
Che dovevo fare?
È bello morire santificati.
Sacrìficati, è
bello.
Ti porteremo in
giro su carri dorati
ti laveremo i
piedi
ti baceremo le
mani,
vergine pura,
eterna nei cuori.
Ho chiesto
un’unica cosa
ho chiesto
che io fossi per
lui la sola
fedeltà eterna
anche morta
per sempre
io la sola
nessun’altra
donna
solo io
una mia foto a
scaldare le sue lenzuola.
Rimani solo.
Per sempre
mio caro Admeto,
mostrami
gratitudine per ciò che ho fatto.
La mia richiesta
non è certo altrettanto gravosa
perché nulla è
più caro della vita
Io sono una
Alcesta,
Mors mea vita tua.
E sia.
LA SCELTA DI
HANER.
Haner se ne è
andata al sorgere del sole.
Come fanno tutti
i viaggiatori.
Se ne è andata
prima di colazione.
Ha preso poche
cose.
Un libro.
Due vestiti, uno
nero e uno bianco.
Un quaderno.
Non ha portato
con sé nemmeno una foto. Nemmeno una.
Non ha preso il
regalo che le ho fatto al suo compleanno
e neppure il suo computer.
Non ha lasciato
nessuna lettera.
O almeno noi non
l’abbiamo trovata.
Non abbiamo
trovato nulla che ci aiuti a capire
come sia andata
veramente.
A parte tutti i
suoi contatti,
le corrispondenze
virtuali
e le cose che
leggeva.
Ma, insomma, sono
cose normali, alla sua età.
Ci si interessa
di molte cose, alla sua età.
Comunque, no.
Io non ho capito.
Suo padre non ha
capito.
E nemmeno il suo
innamorato ha capito
qualcosa.
Neppure i suoi
amici hanno capito.
Haner se ne è
andata e nessuno ha capito perché.
Mi piacerebbe
saperlo. Il perché.
Ma non lo so.
L’unica cosa che
so è che Haner non è qui.
Questo è un
fatto.
Niente cambia la
realtà di questo fatto.
In ogni caso,
spero di non mettermi a piangere.
Lo spero. Anche
se in effetti non ci posso fare molto.
Lo sanno tutti
che le madri piangono per i figli.
E io sono la
madre di Haner.
Quindi piango.
Anche questo è un
fatto.
Haner se ne è
andata il tredici di Aprile.
Sono passati già
due anni.
Il tredici di
aprile all’alba.
Ha preso con sé
solo un libro, due vestiti e un quaderno.
Ed è andata via.
Questo è quello
che so. Tutto quello che so.
Non posso dire
altro.
Chi è Haner?
Io e suo padre
possiamo dire che è nostra figlia.
Il suo fidanzato
vi dirà che Haner era il suo amore.
La sua migliore
amica vi racconterà
che era una buona
compagna d’università.
I suoi docenti vi
avranno già detto che era una brava studentessa
e i nostri vicini
di casa che era solo una ragazza,
che incontravano
sulle scale.
Anche tanti che
non l’hanno mai conosciuta, immagino,
vi avranno detto
qualcosa di lei.
Eppure io credo
che nessuna di queste cose abbia davvero senso.
Chi è Haner?
Nessuno sa chi è
davvero Haner.
Non lo sa chi la conosce
e non lo sa chi non la conosce.
Solo Haner
potrebbe dircelo.
Solo lei.
Ma lei non è qui.
Haner ha portato
con sé un unico libro
e quel libro era
l’Iliade di Omero.
E no, no, io non
so perché proprio quel libro.
Se è per questo
non so molte cose.
Non so nemmeno
perché è andata via.
Haner poteva fare
tutto. Tutto quello che voleva.
Aveva tutte le
possibilità.
Doveva solo
scegliere.
Perché ha scelto
proprio questo?
Immagino che
capire il perché sia l’unico modo che abbiamo
per avvicinarci
alla verità.
Non è così?
La verità è la
cosa più importante.
E allora va bene,
adesso lo penso anche io.
Però mi chiedo se
la verità può fermare il dolore.
Perché il mio
dolore è davvero qualcosa che non so dire.
È quel tipo di
dolore per cui le giornate hanno sempre
tutte
lo stesso cielo.
La verità può
fermare un dolore così?
Vorrei tanto che
qualcuno mi rispondesse. Ora. Qui.
Perché sarebbe
molto difficile per me, per noi, per tutti,
scoprire che la
verità non serve.
E il dolore, quel
tipo di dolore, rimane.
Tutto ha
un’origine.
Le nostre mani e
i nostri pensieri.
Allo stesso modo.
Quello che noi
siamo deriva da un principio.
Ciascuno di noi è
nato,
è diventato un
adulto,
e poi ha scelto
cosa fare della sua vita.
Anche le scelte
hanno un’origine.
La scelta di
Haner ha un’origine.
E allora parlerei
di origine.
Non di verità.
Per questo la sua
storia può stare nella mia voce.
VOCI.
Ho nella testa
cori di più voci
voci di volti mai
incontrati
di bambini mai
nati
di canti, di
risa, di mani
voci che
s’arrestano col sonno
o col fumo
o col pianto
voci amiche
bocche di latte e
ventri di pane
a loro chiedo
ogni tanto e per
favore
di quietarsi al
fresco della sera.
Solo al buio so
chi resta.
IO SONO.
Della luce
sottile
dell’erba
del respiro
vorrei intuire
l’origine e il modo.
Il segreto dei
bambini e degli animali.
Quello che loro
sentono
vorrei sentire.
L’odore di quel
che nasce
e sa di latte e
vita
e mare.
LA MIA MANCATA
BONTÀ.
La crudeltà delle
cose banali
io
l’ho scritta sul
mio quaderno.
La crudeltà delle
cose inutili
la noncuranza
la voce alta
il corpo
invadente
la dimenticanza
la rabbia piccola
il fiato rubato.
Le cose crudeli
che non devo fare
le ho scritte
tutte
io
quasi tutte.
Eppure non ho
scritto mai
(mai)
le cose che dovevo
fare.
Le cose da fare
per non essere crudele
non le ho scritte
mai.
Non le conosco.
O le sto già
facendo.
ALTROVE.
Se cerchi l’altro
non cercarlo nei
cassetti
nei libri
nei fiati
nel fondo del
bicchiere
non cercarlo a
lato strada
nel bosco
al bordo della
stanza.
Cercalo dov’è
nel luogo del suo
tempo
dove nasce.
Cercalo a luce
piena.
NOTTURNO IN IO
MINORE.
Quando il mondo
si fa zitto, nulla si vede.
Ma io
della notte
tengo il conto.
Ne so il nome e
l’unità
l’azione che
traversa il tempo
la parola mancata
il metro di
misura.
Io
della notte
parlo con
cognizione di causa
perché nel buio
ho una coperta
un viso
due mani.
E loro rimangono.
Nel buio
(come fosse luce)
le mie mani
rimangono.
DOMANI.
Dell’anno che
arrivava
ogni anno
ho tenuto il conto
e dell’anno che
se ne andava
ogni anno
ho tenuto il
conto.
Pensieri del
niente e del tutto
faccende fragili
robetta
frattaglie
pezzetti di cuore
a rotolare giù dal tempo.
e nel mezzo
quasi a caso
la memoria di
quel che resta e viene.
Negli occhi, nelle
dita
(nella pelle
fine)
è sempre domani.
PENSIERI NUDI.
Di quel che non
so
non so dir nulla
e meno male
mi dico
non saper nulla
dire
del nulla
che il nulla è
nudo
sordo
cieco
senza voce
e se ti guarda di
sottecchi
se ti fa la posta
se ti fa paura
è solo nulla.
Non c’è nessuna
ferita.
RIPARARE.
S’è rotto
l’orologio e con lui il tempo.
Rotta l’unghia
rotta la pelle
rotta la testa
che crollava sul niente
rotto lo spazio
su cui ho poggiato il piede
rotta la voce
rotto quel me di
me
che un certo
giorno m’è sembrato intero.
Rotto, tutto
rotto,
ed io
(che a rammendare
non sono tanto capace)
bacio i frammenti
uno ad uno.
IL MEGLIO DI ME.
Di me metto il
meglio di me nel saluto alla vicina
che è vecchia e
piccina
e ha mani da
bambina poverina e biondina,
il meglio di me
aggraziato e lieve,
il meglio di me
io metto
quando mi faccio
scudo dell’altrui dolore
quando alzo il
bicchiere
quando sto
all’angolo del niente
quando taccio,
sempre
metto la me che è
meglio di me.
E non mi trovo
più.
DETTAGLI.
Io amo degli
orologi le lancette
delle scarpe i
lacci
delle mani gli
intrecci
la frazione del
sì in ogni no
il gesto che alla
voce non risponde
amo
il respiro che
non si concede al ventre
la luna a metà
il cuore a
singhiozzo.
Io amo a frammenti.
TRACCE.
Se non so dire
quel che vorrei dire
se cerco parole e
pause come fossero salvezza
se esigo luoghi e
persone e cose
come fossero
spiaggia o sorso di cielo o respiro
è solo perché non
ho trovato il varco
la luce
non ho trovato
il passaggio
la guida
la traccia al neon
l’uscita di
sicurezza
la porta tra me e
me
no
non l’ho trovata.
Ma ho un cane che
cammina tra ombra e sole
e lo seguo.
IN MARGINE.
Nella notte era
un fiato
un respiro tra
orecchio e dita
un niente di
niente
a ricordare i
passi e la voce
a ricordar me di
me.
Niente di niente
era
tra capo e collo
un niente
una salita
all’orlo della spalla
per vedere.
Soltanto per
vedere.
ESERCIZIO DI
FEDELTÀ.
A guardar nelle
finestre altrui
(in quell’occhio
di vetro che fa la gente muta)
per un minuto
un attimo di
senso
una visione
io credo nella
luce della sera
nel calore dei
corpi
nel vento
nella meraviglia
dell’altro
nelle giornate
intere
senza incrinature
nelle parentesi
di gioia
io
affacciata
all’orlo di un interno
credo.
NESSUNA MISURA.
La rabbia
non so
quantificarla
in centimetri o
chili o chilometri
la rabbia
aggraziata
presente a se
stessa
muta
gentile
non so misurarla
la rabbia
la trovo nel
letto
brandello di
pelle tra caviglia e piede
nettata
perfetta.
Io macchiata
insudiciata poco
lustrata
io apro la bocca
e la vedo.
La rabbia alle
parole non sa parlare.
INUTILI COSE.
Delle cose
inutili, io dico.
Delle cose
inutili, si fa poca cosa.
Son niente. Il
nulla.
Eppure, se ne
stanno lì. All’ombra del silenzio.
Al margine del
vuoto.
A disturbare il
sonno.
Delle cose
inutili, io dico.
Si fa la notte.
IL RACCOLTO.
Si chiama luna
del raccolto
la luna di
stasera.
Potrei
raccoglierne una foglia
una piuma
un pezzo della
sera.
ma non trovo
molto.
Cerca meglio,
mi dico,
la notte dura
sino a domani.
Hai tempo
per raccogliere
il tempo.
(...)
Delle parole non
dette
io dico
me ne farei un
vanto
di quelle parole
non dette
dico
vanto me ne
farei.
Ma stanno ai
bordi del letto
le parole non dette
dico
stanno ai bordi
al niente
stanno
di là da me
quelle parole.
Un vanto me ne
farei
non fosse che
loro
(non dette)
parlano.
IO.
Continuamente penso
a quello che
penso:
mi serve un altro
pensiero...
QUEL CHE SI
NASCONDE.
Guarda
di lago, di luce
fioca.
Di cose nascoste
e di rami
di ore dispari
di mani
di segreti
liquidi
di slanci e di
arresti.
Di passati remoti
guarda.
C’è la luce
(nell’acqua).
VIENIMI A CERCARE.
Ci sono cose
cose che
penso e non
faccio
cose che sono
solo
cose che non so
fare
che non concludo
cose che
concludo.
Cose
cose che
cose che stanno
all’angolo
illuminate
cose nascoste
dimenticate
cose arrabbiate.
Ci sono cose e ci
sono io
che sono cose
e giorni
e righe tra bocca
e naso.
Io, tra le cose.
LA CARA BAMBINA.
C’era una volta
una bambina
che stava zitta
da sera a mattina.
Le dicevano, fai
questo, fai quello
che se non parli
è perché hai poco cervello.
E lei ci credeva,
la cara bambina
che taceva da sera a mattina,
così si affannava
ad essere buona,
ad essere brava.
Poi venne un
giorno in cui nessuno c’era.
Nessuno c’era a
dirle, fai questo fai quello
perché se non fai
hai poco cervello.
Nessuno c’era a
dirle quel che doveva,
quel che secondo
lui, lei doveva.
Così, d’un
tratto, non seppe che fare
e la bambina si
fermò ad aspettare.
Lì per lì brutto
non fu,
questo è da dire,
ma dopo un po’
cominciò a soffrire
perché nel vuoto
non si sa mai chi può venire.
E fu proprio in
quel momento
senza parole e
senza vento
che lei si vide
tra le mani
una linea a tutto
tondo
una linea assai
sottile che diceva di scoprire
quel che aveva
poi da dire.
Fu così che
prese nota
di quel saggio e
buon consiglio
che il silenzio
le portava.
E con la grazia
della notte scrisse chiaro un bel messaggio.
Se non parlo non parlate,
non mi serve che
m’insegniate.
FAME.[6]
È durata poco
ma non esisteva
fame,
e non era un
tentativo estetico,
non hai mai avuto
freni,
ma in quel
periodo
solo non avevi
fame.
Eri stata
brutalmente
ingannata,
usata
come un animale
consumata
e poi gettata
una volta
consunta,
e ti sentivi
inchiodata
all’assenza,
non importava
davvero
di chi.
Non avevi fame.
Le viscere
risucchiate.
Ti alzavi per
inerzia,
vagavi per le
strade
di un quartiere
residenziale
senza trovare
pace.
Non avevi fame.
Non avevi sonno.
Non avevi voglia.
Non avevi altro
che mancanza.
Ti eri specchiata
in una
pozzanghera nera
e il corpo
spariva,
ti sembrava bello
che lo facesse,
avevi sempre
avuto
il problema
opposto:
il tarlo della
carne
(troppa).
E della fame
(troppa).
Ora invece non
c’era più,
dissolta.
Ogni istinto
vitale
dissolto.
Ti sentivi
invulnerabile
nel fondo
dell’assenza:
come una cosa
che non ha
bisogno
di niente,
un ordigno
perfetto fuori
ma dentro
strappato,
rattrappito,
pieno di fili
sconnessi
e tagliati.
Ma finché restava
perfetto
fuori andava
bene.
Ti sembrava che
la corda
spezzata,
i brandelli,
le viscere cave
fossero ben
nascoste
dalla freddezza
dello sguardo
e dalle ossa.
Nelle ossa eri
forte.
Uno scheletro
di cartapesta;
eri diventata il
fantasma
che veniva a
farti visita
da bambina:
sovrannaturale,
metafisica,
incapace di
legarti,
avevi costruito
la maschera
aurea.
Se qualcuno aveva
osato
abbandonarti,
adesso ti eri
nascosta
nella parte
oscura
dello specchio:
nessuno può
distruggere
un meccanismo
guasto,
saresti stata
sempre tu,
da un lato e
dall’altro.
Fuggire,
più d’ogni cosa,
amare sì,
ma solo per
gioco.
Ingannare
fino a non
poterne più.
L’involucro era
pieno
e il contenuto
cavo
ma sparivi
prima che
qualcuno potesse
riconoscerlo.
E poi le maschere
ti si sono
sfasciate
addosso:
l’inverno.
In ogni solco,
in ogni libbra
di carne
recuperata
ti si legge
il vuoto.
Raggeli.
Che cosa è
rimasto?
Una donna,
non una dea,
piena di strappi,
saldature
malferme,
suture
slabbrate.
In questo
perdere
e slabbrare
è entrato
uno spiraglio.
Amare,
perdere,
piangere.
Non sei la vacca
o la troia,
sei una donna,
nessuno di
speciale,
ti chiamano
signora
e allo specchio
non ti riconosci
quasi più,
ma riconosci un
altro in te,
più potente
del muro
che avevi
costruito
intorno alle
frane.
Il muro è in
pezzi
ma lui ne
raccoglie
i cocci e
attraverso
la sua pelle
sopperisci
alla mancanza
(della tua).
VITA E MORTE.
Clotaldo - Che farai?
Rosàura -
Ucciderò il duca.
Clotaldo - Una
donna può avere tanto coraggio?
Rosàura - Sì pare.
Clotaldo - Che ti
spinge?
Rosàura - Il mio
nome. Tutto travolge il mio onore.
Clotaldo - È una
follia.
Rosàura - Lo
ammetto.
Clotaldo -
Frénala.
Rosàura - Non
posso proprio.
Clotaldo - Ma
perderai...
Rosàura -
Capisco.
Clotaldo - Vita e
onore...
Rosàura - Ne son
certa.
Clotaldo - Che
cosa insegui?
Rosàura - La
morte.
Clotaldo - Questa
è disperazione.
Rosàura - È
onore.
Clotaldo - È
frenesia.
Rosàura - È
coraggio.
Clotaldo - È
delirio.
Rosàura - È solo
ira.
Clotaldo - Ma non
esiste freno a sì cieca passione?
Rosàura - No.
Clotaldo - Chi
può aiutarti?
Rosàura - Solo
io.
Clotaldo - Non
c'è rimedio?
Rosàura - Proprio
no.
Clotaldo -
Esistono altre strade.
Rosàura - Solo
per perdermi in altro modo.
CIRCOLO ZODIACO.
Quanti Ariete
sono necessari per cambiare una lampadina?
Solo uno, però ci
vogliono molte lampadine.
Quanti Toro sono
necessari per cambiare una lampadina?
Nessuno, al Toro
non piace cambiare niente.
Quanti Gemelli
sono necessari per cambiare una lampadina?
Due,
probabilmente. Aspettano fino al week-end,
ma alla fine la lampadina è al centro dell’attenzione, parla francese e dà luce
del colore preferito a chi entra nella stanza.
Quanti Cancro
sono necessari per cambiare una lampadina?
Solo uno, ma
dovrà mettersi in terapia per superare il trauma.
Quanti Leone sono
necessari per cambiare una lampadina?
Un Leone non
cambia lampadine, al massimo le tiene ferme mentre il mondo gira intorno a lui.
Quanti Vergine
sono necessari per cambiare una lampadina?
Vediamo: uno per
preparare la lampadina, un altro per prendere nota di quando la lampadina si è
fulminata e della data in cui fu acquistata, un altro per decidere di chi è la
colpa se la lampadina si è bruciata, dieci per ripulire la casa mentre gli
altri cambiano la lampadina.
Quanti Bilancia
sono necessari per cambiare una lampadina?
In realtà non si
sa. Dipende da quando la lampadina ha smesso di funzionare. Forse uno solo è
sufficiente se si tratta di una lampadina qualsiasi, due se la persona non sa
dove trovare una lampadina nuova.
E quale sarà la
migliore? Molti dubbi e molte ansie!
Quanti Scorpione
ci vogliono per cambiare una lampadina?
E chi può
saperlo? Perché volete saperlo? Siete forse della polizia?
Quanti Sagittario
sono necessari per cambiare una lampadina?
Il sole brilla,
c’è bel tempo, abbiamo tutta la vita davanti e noi vi preoccupate per una
stupida lampadina?
Quanti Capricorno
sono necessari per cambiare una lampadina?
Nessuno. I
Capricorno non cambiano lampadine perché con una buona e sana chiacchierata la
lampadina capirà che è più logico che si cambi da sola.
Quanti Acquario
sono necessari per cambiare una lampadina?
Arrivano frotte
di Acquario, in competizione per stabilire chi di loro sarà l’unico capace di
ridare la luce al mondo.
Quanti Pesci sono
necessari per cambiare una lampadina?
Perché, è forse
mancata la luce?
<<L’omosessualità è semplicemente qualcosa che sta in
tutti noi da sempre. Per questo si innerva (come realtà sconosciuta sfiorata,
elusa, metaforizzata, taciuta, ambita, tabuizzata, perseguitata, implicata in altri discorsi...) anche nello
scrittore più eterosessuale.>>
Tommaso Giartosio.
[1] Dedicato
a tutte le donne vittime di violenza psicologica.
[2] In memoria di Monica Calò e di tutte le
donne vittime degli uomini.
[3] In memoria di Pamela Mastropietro e di
tutte le donne vittime di razzismo inverso.
[4] Dedicato
a tutte le donne vittime dell’odio maschilista.
[5] Dedicato
a tutte le donne vittime di omofobia.
[6]
Dedicato a tutte le donne vittime di disturbi alimentari.
Anno 2022
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
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