"LO SCRITTORE E IL BECCHINO"

 

Manuel Omar Triscari

 

 

 

 LO SCRITTORE E IL BECCHINO:

contro la poesia e i poeti contemporanei.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<La giusta indignazione è medietà tra l’invidia e la malevolenza: queste si riferiscono al dolore e al piacere che nascono in noi per tutto ciò che capita al prossimo; infatti, chi si indigna si addolora per coloro che hanno successo senza merito, l’invidioso invece va al di là e si addolora per tutti i successi, il malevolo, infine, è tanto lontano dall’addolorarsi che anzi gioisce del male altrui.>>

 

Aristotele: “etica a Nicomaco”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

PREAMBOLO.

 

Questo libello, o pamphlet, come mi verrebbe la tentazione di dire, nasce dall’intento di protestare contro l’andazzo attuale della poesia contemporanea e lamentare la situazione dell’odierna letteratura italiana rappresentata da poeti-autori di regime che la sviliscono riducendola al ruolo di arte minore.

Quando si parla di invettiva, la caratteristica principale sembra essere quella dell’attacco, dell’insulto, della violenza verbale. Si dice infatti “pronunciare un’invettiva”, “lanciare un’invettiva”, o “scagliare un’invet­tiva”. Nell’edizione del 1612 del Vocabolario degli Accademici della Crusca, l’invettiva è defi­nita, nelle parole di Francesco da Buti, quale <<riprensione, che l’huomo fa crucciosamente. E perciò si chiama invettiva, cioè commozione contro altrui.>>.

Ed è proprio questo lo spirito del presente intervento. Che si rivolge alla letteratura italiana contemporanea e le chiede, con Leopardi, <<Come cadesti o quando da tanta altezza in così basso loco>>.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LO SCRITTORE E IL BECCHINO:

contro la poesia e i poeti contemporanei.

 

Per ciò che riguarda la poesia, la dilatazione quantitativa è fenomeno già assodato da molto tempo: se per scrivere una poesia basta un foglio di carta e una penna, è chiaro che tutti possono mettersi a farlo, essere e sentirsi poeti. Il mercato, a differenza di ciò che accade per la narrativa, si mostra ben poco disposto a concedere uno spazio adeguato alla poesia, anche se, nelle nuove condizioni di questi ultimi anni, lascia comunque qualche spiraglio in più che nel passato. Continua, peraltro, e si moltiplica il fenomeno di pubblicazioni autofinanziate e a circuito chiuso, mentre altre occasioni di moltiplicazione sono date dal web e dalle illusioni di apertura comunicativa che variamente suscita. Nel secondo Novecento si sono più volte riproposte bislacche utopie di liberazione indeterminata della parola poetica, entusiasmi di espansione universale della poesia, di estetizzazione felice dell’intero orizzonte sociale. Ma ciò si è collegato, presso le generazioni più giovani, ad una vaporizzazione della coscienza teorica, a una evanescenza dell’impegno e del rigore tecnico e linguistico, e ad una vera e propria assenza di pubblico, se si escludono effimere occasioni di esaltazione spettacolare, di proiezione della poesia in happening, in pura presenza vuota. Con queste vicende alle spalle, la poesia si trova oggi a scontare in modo estremo l’universale costipazione della comunicazione: il numero eccessivo di poeti e l’indeterminatezza delle poetiche sembra rendere comunque impossibile l’affermazione di una parola poetica essenziale, che abbia in sé la stigma del presente, che permetta agli eventuali lettori di riconoscersi e di riconoscere il senso del mondo. Se per i giovani degli anni Trenta i versi de “le occasioni” del quarantenne Montale potevano imporsi subito come memorabili, essere parte essenziale del riconoscimento di sé, oggi nessun verso di poeta giovane o meno giovane riesce ad entrare nella memoria, a porsi come emblema del presente; questa funzione è piuttosto demandata alle parole delle canzoni, e non a quelle dei migliori cantautori. La musica pop diffonde modelli di poeticità indeterminata e intercambiabile, moltiplica ulteriormente e ulteriormente fa evaporare e dissolvere lo spazio e la presenza della poesia.

Come detto, quest’antologia nasce dall’intento di protestare contro l’andazzo attuale della poesia contemporanea e lamentare la situazione dell’odierna letteratura italiana, rappresentata da poeti-autori “di regime” che la sviliscono riducendola al ruolo di arte minore. Non si allarmino i lettori se incomincio questo preambolo partendo d’Adamo ed Eva: da Eva, in particolare, la prima creatura che mette in dubbio l’autorità, la santità e la trascendenza del dio, componendo di fatto la prima invettiva della storia nella storia della letteratura. Con il gesto di Eva, nasce la filosofia, l’amore per il sapere, il gusto per l’irriverenza, e il genere dell’invettiva. Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della fede. Eva avanza una critica nei confronti del dio e del potere precostituito. Critica che potremmo definire un atto politico, poiché condotta con lo strumento dell’azione, non con quello della parola. E questo primo atto di disobbedienza è l’inizio della istoria umana, perché è l’inizio della libertà umana. Ecco in nuce l’essenza dell’invettiva: la disobbedienza che si fa scudo della libertà di espressione contro le iniquità dei (pre)potenti, la protesta che brandisce l’arma dell’ironia e, appunto, dell’invettiva, per smascherare le ingannevoli menzogne dei furbi e degli arrivisti. (E, lo vedremo nel proseguio dell’argomentazione, di arrivisti è fatta la letteratura contemporanea).

Che l’invettiva sia un tipo di codice a vari gradienti di intensità e di estensione, pare punto generalmente condiviso e accettato dal dibattito scientifico sul tema, e di cui non si debba discutere. L’intensità è quella del rapporto tra chi pronuncia l’invettiva e chi la subisce e che può variare dalla polemica all’ingiuria e fino alla maledizione; l’estensione va invece dalla brevità di un epigramma o di una sentenza alla capienza di un testo intero (sonetto, orazione giuridica, testo lirico, prosa politica). Inoltre, nell’appartenenza ai territori della violenza verbale e dell’accusa si palesa un altro problema definitorio dell’invettiva, vale a dire quella degli slittamenti semantici e concettuali. Non è infrequente che l’area di influenza dell’invettiva intersechi quella della controversia, della tenzone, dell’offesa, della bestemmia, della satira e finanche della caricatura. Una delle acquisizioni maggiori del dibattito sull’invettiva, in specie negli studi classici e biblici, è consistita proprio nel riconoscimento di questa ambivalenza e, insieme, delle sue qualità esecutorie (o ‘performa­tive’ come direbbero in stupro della lingua italiana certi pessimi linguisti: ed eccovi servita la prima invettiva di questo libro!). Se l’invettiva è una forma antichissima, la consapevolezza della necessità di una relazione tra i diversi elementi e le diverse funzioni nella testualità è invece tutta moderna. L’invettiva è infatti opera di intelligenza strategica. In primo luogo, la vendetta è posta in relazione dialettica con la persuasione. In secondo luogo, stabilendo tra i due lemmi del lessico irato un rapporto di opposizione si espande la zona intermedia, amplificato luogo di peroratio e di enfasi. L’amplificazione, l’enfasi, l’iperbole divengono così segmenti oratori, interferenze che si fanno azione, legame, condivisione con il pubblico. Si afferma la persistenza del tono eccessivo, enfatico, quale esasperazione dell’ira filtrata dalla soggettività dell’autore che si impone intervenendo ad orientare e disporre l’oggettività del materiale accolto. Di tale natura sono gli attacchi ad personam svolti da Cicerone nell’actio secunda delle Verrinae in cui, al lunghissimo papiello dei crimini compiuti da Verre in Sicilia nel corso dei suoi incarichi amministrativi, vengono intercalati giochi di parole fra “Verre” e “verro” (= “porco”) o su verbi come everrere (“spazzar via”) al fine di mettere in ridicolo l’imputato. Ma, nel mondo latino, i fenomeni di diffamazione verbale e di attacco hanno una lunga tradizione non solo giuridica. L’uso dell’invettiva come tirocinio retorico e come modello di attacco ad personam contrassegna infatti anche la satira: poeti come Lucilio, Catullo, Giovenale, Marziale non conoscevano alcun freno nella vituperatio dell’avversario: d’onde si assisteva a una zuffa violenta, colma di infamanti contumelie. Il verso di Giovenale, <<Si natura negat, facit indignatio versum.>> (Giovenale: satire: I: v. 79), mette a fuoco il tema dell’indignazione: indignatio, dunque, sdegno personale e collettivo, che infiamma come un’offesa recata, dinanzi allo spettacolo della corruzione, delle ingiustizie, dei soprusi, degli inganni e della miseria morale.

Ma da dove viene il termine e la consuetudine dell’invettiva? La tradizione medievale e umanistica dell’invettiva, concepita come genere giuridico-letterario, attinge le sue regole dalle orazioni latine, soprattutto da quelle apocrife di Sallustio e da quelle a forte contenuto accusatorio di Cicerone (si pensi alla fortuna delle “Verrinae” in ambito umanistico). Proprio con lo scopo di individuare e intitolare le “Catilinarie”, i grammatici e gli scoliasti della tarda latinità (IV-V sec.) introdussero l’uso del termine invectiva in funzione di sostantivo femminile (col significato di discorso contumelioso); e come invettive furono connotate poi, nel corso dell’Umanesimo e del Rinascimento, numerose scritture polemiche che si rifacevano alla tradizione classica. Naturalmente, sul piano delle regole, le orazioni polemiche ricevettero nell’antichità latina una loro propria codificazione: classificate dai retori come controversiae, ebbero una precisa struttura interna che contemplava la laus e la vituperatio, l’accusatio e la defensio (e giova ricordare che i modelli polemici più ammirati dell’antichità classica si svolgevano secondo linee precise, come provano le orazioni che l’antichità ha tramandato sotto i nomi di Sallustio e di Cicerone). Come si vede da questa rapida carrellata, la natura dell’invettiva è una questione problematica; poiché si riconosce per essa una natura duplice, visto che da un lato ha a che fare con il biasimo e l’ira e, dall’altro, si situa in un orizzonte suasivo. In entrambi i casi, però, l’impianto si basa su un’aggressione verbale o una forte carica accusatoria.

Questa modalità letteraria si rende disponibile già a partire dall’Iliade, attraversando così i diversi generi letterari e le diverse tradizioni che da essa si dipartono. È l’incarnazione di un modo agonico di rapportarsi all’altro. Una modalità che origina dalla materia stessa del poema, come è enunciata dalla protasi: l’ira di Achille. La lite tra Achille e Agamennone che apre il poema è caratterizzata da violenti alterchi e aggressioni verbali, evidenti, per esempio, in “iliade”: I: 148-159. Diverso e uguale il caso dell’invettiva callimachea. Il proemio degli “aitia raccoglie un’articolata e aspra serie d’insulti contro innominati rivali calata nel contesto della narrazione del famoso sogno eliconio tra le Muse. Vittima delle invettive di Callimaco era Apollonio, accusato di plagio dal poeta di Cirene <<in hunc Callimachus quod suos ille libros sibi arrogarci, et alienos labores prò suis venditaret, carmen invectivum edidit. Caeterum coetaneos habuit Aratum astronomum et Bionem Theocritum poetas: praeterea Cononem et Hipparchum, mathematicos, itemque Apollonium Rhodium, discipulum suum, qui et Argonautica scripsit. In hunc Callimachus, quod suos ille libros sibi arrogarci, et alienos labores prò suis venditaret, carmen invectivum edidit, ipsumque Apollonium suppresso nomine Ibin nominavit: quemadmodum Ovidius testatur, inquiens.>> [Philipp Nicodemus Frischlin: “Callimachi hymni et epigrammata (1571): 87]. August Ferdinand Naeke[1] primo ipotizzò che Callimaco per difendersi dalle accuse degli avversari avesse premesso un prologo polemico ad una delle sue opere maggiori: come sede più adatta Naeke pensò all’“Ecale”. Alla riflessione sulla testimonianza dello scoliasta callimacheo e sull’interpretazione datane da Naeke Hecker accompagna un ampio riesame delle fonti antiche e delle moderne esegesi sulla polemica tra Callimaco e Apollonio Rodio, riferendosi in particolare a uno studio del 1821 di J. A. Weichert intitolato “uber das leben una gedicht des Apollonius von Rhodus”, dove Apollonio era presentato come innocente vittima di un Callimaco <<stolida vanitate suique amore inflatus>> (e poco prima Hecker aveva rilevato che <<Weichertus avide arriput ansam Callimacho calumniandi et *** in lite illa de judicanda adeo se partium studio abripi passus est, ut encomium potius Apollonii quam veram rerum descriptionem daret>> (30); un “apologetischen Standpunkt” addebita alla monografia di Weichert anche G. Bernhardy in “Grundriss der Griechischen Litteratur (Halle, 1867; 360), mentre Wilamowitz indicherà in Weichert l’esempio più significativo della sopravvalutazione classicistica di Apollonio, in grazia della sua “homerische Stilisierung”, a scapito di Callimaco), responsabile della cacciata dell’allievo da Alessandria. Fonti in vario modo evocate ad attestare la storicità della polemica sono la Vita callimachea in Suda, l’epigramma callimacheo T-23-Pf. (di incerta datazione ma composto probabilmente per introdurre un’edizione bizantina degli opera omnia di Callimaco) e Apollonio Rodio: “argonautiche”: 11, 275. Se innumere­voli sono i contributi e le congetture accumulatisi intorno alla presunta querelle, nella quale spesso è parso manifestarsi l’archetipo stesso di tutte le dispute letterarie della tradizione occidentale, manca tuttora una valutazione diacronica del procedere e dell’intricarsi della vicenda, benché appaia chiaro, evidente e palese che in Callimaco sia da ravvisarsi una forte tensione polemica esercitata contro un avversario. E se fino agli inizi del XIX secolo la trattazione più ampia e fortunata della polemica tra Callimaco e Apollonio Rodio si doveva a Ezechiele Spanheim, nelle “observationes in hymnum in Apollinem comprese nel secondo volume, dell’edizione graeviana (1697), innegabile è l’apporto di Frischlin, il quale non si limitò a riprendere la notizia di Suda per cui vittima delle invettive di Callimaco era Apollonio ma riconobbe in plagi apolloniani la causa dell’aspra reazione del poeta di Cirene. È bene ricordare a questo proposito che della prima raccolta di dieci frammenti callimachei comparsa proprio negli “Stephaniana altera curati dallo Stephanus e dallo stesso Frischlin, faceva parte anche il futuro fr. 212 Bentl. al riguardo al quale si notava <<et apud ipsum Apollonium [1,1309] exstat, sed ab eo usurpatus, quum sit Callimachi, ut ille [scil. Apollonii Rhodii Scholiastes] ait>> (“Callimachi hymni et epigrammata”, cit.: 82). Poco più di cinquant’anni dopo, Dionigi Salvagnio (Denis de Boissieu de Salvaing) nella prima edizione (1633) del suo commento all’“ibis di Ovidio, a sostegno della spiegazione frischliniana della genesi della polemica evocherà esplicitamente Apollonio Rodio: 1: 1309. Va aggiunto che di un’interpretazione simile a quelle di Frischlin, Salvagnio e Spanheim circa la genesi dello scontro tra i due poeti alessandrini è traccia già nel primo commento a stampa all’“ibis ovidiano, quello di Domizio Calderini del 1474, ove, discutendo Ovidio: “ibis: 55-6, il Calderini dice: <<Nunc quo Battiades inimicum devovet Ibin hoc ego devoveo teque tuosque modo>>: Calderini non solo, conformemente alla notizia di Suda, riconosceva in Apollonio Rodio l’inimicus colpito da Callimaco con il libello cui Ovidio si riface, ma tentava di definire origine e cause della polemica: <<Ibis: Apollonium Rhodium. Inimicum. Nam cum fuisset discipulus Callimachi multa quae a preceptore acceperat prò suis ostentabat historiis. Profìtetur obscuritatem hoc opuscolo dum studiose imitatur Callimachum qui eandem opuscolo suo servavit, ut Suidas scribit.>>. Pfeiffer registra ad loc. vari contributi a diverso titolo ravvisanti nel frammento intenzioni polemiche benché effettivamente nel prologo degli “aitia Callimaco non nominò i propri nemici, preferendo lasciare alle congetture degli esegeti (di cui un esempio antico paiono offrire gli Scholia Fiorentina) il compito di individuare l’identità degli invidiosi avversari, <<nomina ficticia *** et ab hominum vitiis tracta.>>.

Nell’Umanesimo, l’invettiva vive una fiorente stagione, preceduta di gran lunga da quelle petrarchesche che determinano i concetti essenziali della vituperatio umanistica, rinno­vata in rapporto alla tradizione classica. Le invettive di Petrarca (“con­tra medicum”, de [sui] ipsius et multorum ignorantia”, e contra eum qui maledixit Italie”, ecc.) attingono ai gradi forti del linguaggio ciceroniano, espresso dalle orazioni. Egli appare dunque come il restauratore e l’originale innovatore delle scritture polemiche, colui che ne anticipa la fortuna nell’età successiva. Petrarca innova questa forma basata sul biasimo dell’avversario: in lui vi è il desiderio di entrare in gara con i modelli classici, ripetendone lo stile, la lingua, le regole. Gli scrittori della generazione successiva, invece, aggancia­rono tale polemica a un’ideologia (o a un ideale) politico-civile o culturale.  I testi e i modelli dell’invettiva classica, biblica e medievale funzionano certamente come modelli mediatori e di applicazione ad oltranza di artifici (strumenti) retorici, fissati nell’impiego di alcune figure costitutive del complesso edificio dell’invettiva. Il livello retorico è infatti uno dei presupposti più decisivi della persistenza della tradizione letteraria classica ma segnata da forti elementi di novità riconoscibili anche per l’intensità e l’ostentazione dell’impiego. Ingredienti insostituibili dell’invettiva sono legati all’esposizione dei temi dell’ira, della collera, della vendetta, dell’indignazione morale, lo spazio teatrale della maledizione, i segnali della catastrofe univer­sale, l’impiego del lessico della profezia, i presentimenti funesti dell’“io” del poeta, la topica invocazione dell’infamia, la drammatizza­zione dell’evento (o del personaggio), la rappresentazione metaforica, le interminabili possibilità dell’ingiuria. Le complesse problematiche inerenti al codice ‘irato’ inducono a studiare le tecniche narrative sia per quel che concerne la mirata utilizzazione di modalità retoriche più acconce a darle corpo e vita, sia per l’individuazione di topoi deputati a provocare una partecipazione emotiva con il lettore. Infatti, per il carattere infusivo e sistematico che la contraddistingue, l’invettiva si pone piuttosto come una modalità, un registro, un espediente retorico che coinvolge l’ascoltatore direttamente nella situazione alla quale il discorso si riferisce. L’invettiva corrisponde al progetto di un ‘discorso irato’ autosufficiente e assoluto che si sviluppa come organismo negli iterati recinti della retorica e su epicentri storici ed eventici-evenemenziali. In questo senso, è utile segnalare la riapparizione dell’invettiva nel Novecento, congenita con la necessità e la funzione dell’ira motivata dalle conseguenze dei diversi conflitti politico-militari. La natura dell’invettiva novecentesca ha carattere anche tecnico e poetico, ma soprattutto politico, elemento questo facilmente individuabile che determina il paradigma dei segnali ‘irati’ indicativi di un pensiero ‘estremo’ che attiene non soltanto al dolore e allo sconvolgimento umano, ma anche al ripristino di un sistema sconvolto dagli orrori della guerra e dello strazio. Ed eccoci così finalmente giunti ai nostri tempi, nei quali non ci ritroviamo affatto soli ma, al contrario, in ottima compagnia, ancora abbondantemente animati e sospinti come sono dallo spirito del maestro indiscusso dell’insulto e dell’invettiva: Arthur Schopenhauer.  Nei suoi scritti Schopenhauer non disdegna di lanciare con mordace sarcasmo invettive, insolenze e improperi agli indirizzi più diversi. Ancora più sfacciate sono le impertinenze che si concede nelle glosse a margine dei libri che legge, divertimento di ogni visitatore della sua biblioteca. Schopenhauer può dunque essere annoverato a buon diritto tra i campioni della nostra arte. Si potrebbe anche aprire una digressione circa le ragioni che alimentavano la sua categorica impertinenza: il suo carattere sanguigno e un’indole facile a infiammarsi (per cui si leggano al riguardo le interessanti osservazioni grafologiche di Ludwig Klages: “perizie grafologiche su casi illustri” [ed. or. 1986; Adelphi, Milano, 1994]: 85-117), la sua agiata indipendenza economica che gli consentiva la più ampia libertà e sfrontatezza di giudizio, la sua esclusione dall’ovattato ambiente universitario e la conseguente intransigenza verso i filosofi di professione, variamente vilipesi e vituperati nel pamphletsulla filosofia delle università”. Con l’età, peraltro, la sua inclinazione all’insulto dilagò per ogni dove. Tanto che l’ormai maturo filosofo non esitò a infiorare di insolenze perfino la memoria “sul fondamento della morale”, presentata nel 1840 al concorso indetto dall’Accademia di Danimarca, la quale si vide costretta a censurare le sue incontenibili escandescenze nella motivazione ufficiale per la mancata assegnazione del premio: lo scritto, vi si dice, non solo non tratta effettivamente il tema proposto, ma è per giunta poco rispettoso nei confronti dei <<plures recentioris aetatis summos philosophos tam indecenter commemorari, ut justam et gravem offensionem habeat>> (A. Schopenhauer: “samtliche werke [Bouvier, Bonn, 1986]: 276). Se già Aristotele affermava che l’indignarsi è una virtù, e precisamente quale giusto mezzo tra l’indifferenza e la collericità di fronte a un oltraggio patito o a un’ingiustizia subita (Aristotele: “etica nicomachea: IV: 11), e che cosa esprime l’indignazione meglio di un buon insulto!? Ai giorni nostri, poi, persino un’anima raffinata come Borges, in una nota inclusa nella “storia dell’eternità”, ha descritto concisamente i pregi dell’arte dell’insulto, nella speranza che prima o qualcuno ne compilasse davvero una: noi siamo qua per accontentarlo.

 

Ma veniamo al punto e vediamo come si svolgerà la nostra personale invettiva contro la poesia e i poeti contemporanei. Iniziamo con alcuni nomi, bersaglio dei nostri strali. In questa introduzione, e in quest’antologia, parleremo di tutta una schiera di pseudo-scrittori come Fabio Volo, Federico Moccia, Michela Murgia, Rupi Kaur, Guido Catalano, Daniele Carcinoma Cargnino, Guido Catal’ano, Giulio Pony Cavallo, Alessandro Cristina D’Avenia, Antonio Ukulele Diste­fano, Giò SuperEvans, Andrew Homo Faber, †Gabri­ele Allegria Galloni, ecc. ecc., mem­bri di una razza che definirò di poeti-autori per distinguerli da quella dei poeti di razza, i veri poeti, che chiamerò poeti-scrittori.

Mi spiego meglio, poiché voglio che questo punto sia chiaro: l’attuale scena poetica, italiana e interna­zionale, è monopolizzata da autori con commissario incorpo­rato, ma, personalmente, il testo alquanto mediocre di uno scrittore mi coinvolgerà sempre di più del meglio confezionato libro di autore con commissario incorporato. E senza alcuno snobistico moralismo, giusto a vantaggio di entrambi gli scriventi, per sorvolare sulla pletora di quanti si descrivono nei blog e nei talk-show come “attore e scrittore”, “comico e scrittore”, “pittore e scrittore”, per arrivare all’ossimoro per eccellenza, “giornalista e scrittore”. Quando uno sa scrivere, scrive bene. E scrive e basta. Io, per scoraggiarla e quindi reprimerla, arriverei a teorizzare addirittura la sciocchezza tutta accademica di suddividere quanto pubblicato in opere scritte bene o scritte male, sempre soprassedendo al fatto che quando uno sa scrivere, scrive bene, sicché ci sono almeno due modi per scrivere male convogliati entrambi nell’unico modo buono per tutti di non sapere affatto scrivere, e di solito chi non ha neppure un pensiero suo fa i compitini più perfetti e perfettamente in regola con le norme del bello scrivere e dell’ottimo pensare (altrui). Parlare di questi scrittorucoli significa parlare del rapporto tra cultura e passatempo, letteratura e para-lettera­tura, arte e industria, valore e fatturato. E so bene che i membri di quest’ultima razza dei poeti-autori siano ormai in netta prevalenza e predominanza su noi poeti-scrittori sì da correre il rischio che la mia critica passi per astrusa, insensata, incomprensi­bile, anacronistica, reazionaria, e folle ma, rafforzato nella mia opinio­ne dall’avallo di Schopenhauer, il quale affermava che <<L’intelletto non è una grandezza estensiva bensì intensiva: perciò un solo individuo può tranquilla­mente opporsi a diecimila, e un’assemblea di mille imbecilli non fa una persona intelligente.>>, sosterrò in primis che i moderni esponenti della nuova generazione poetica inseguono solo la vanagloria e la falsa fama (<<Una simile fama somiglia alle vesciche di bue con le quali un corpo pesante rimane a galla. Le vesciche lo reggono più o meno a lungo, a seconda che siano ben gonfiate e legate; tuttavia l’aria trasuda a poco a poco, e il corpo comincia ad affondare.>>, ancora Schopenahuer); e in secundis che, secondo un comune buon senso ancora del tutto ideale, ad oggi l’unico metro di giudizio critico possibile da adottare per includere ed escludere dall’attuale lettura sarebbe, a parer mio, quello tra opere di regime e nel regime di autori, pertanto coccolate dal mercato e dai non lettori, e opere di scrittori che vi si oppongono, che si oppongono a ogni possibile regime e, non appropriabili subito, perdurano in ogni regime, invise, poco lette, magari ammirate ma da lontano, senza mai farle avvicinare troppo perché ancora bruciano l’ipocrisia dell’“io” e di ogni relazione civile e politica e sentimentale tra codesti “io” e non permettono scampo ai sentimentalismi, ai sessualismi, ai familismi, alle superstizioni, alle religioni, agli assolutismi, ai tecnologismi, agli avventismi, alle reincarnazioni, ai migliorismi della scienza e della stessa economia, in altre parole, all’intrattenimento da qualsivoglia consolazione di progresso promesso e non mantenuto (soprattutto grazie a quelli che ci hanno creduto e poi però hanno letto noir per tutta la vita e osano lamentarsi o fare la voce querula della vittima fintamente, per l’appunto, inconsolabile); le prime, mere pubblicazioni, prendono solo quanto più possibile c’è da prendere, cioè da incassare, dal regime, dai suoi luoghi comuni e dai suoi sudditi, e se ne guardano bene dal cambiare una sola virgola al mondo così com’è, le seconde, che da mere pubblicazioni attingono nel tempo  (e poi caso mai assurgono per sempre) alla dignità di opere, danno solo e, anche se sono più spiritose e divertenti, vivono di necessità per suggestione sacrificale senza averne l’aria e senza attribuirsi alcun orfismo o sacralità d’accatto: in tutta la loro semplicità anti-sacerdotale rivoluzionano o almeno aggiornano la condizione di beota stupidità di ogni regime e dell’umana fatalità che lo legittima e se ne sostenta (tra alti lamenti d’obbligo, va da sé).  E passi che l’intera risma <<dei cattivi scrittori vive unicamente della stoltezza del pubblico.>> [Arthur Schopenhauer: “l’arte d’insultare”: 74], ma come fanno i critici e gl’intellettuali a non capire che un’opera omologata è un’opera estinta e ad avallarla? Questo mi fa imbestialire. D’altronde, anche <<Serse, secondo Erodoto, pianse alla vista del suo immenso esercito, pensando che, di tutti quei guerrieri, entro cent’anni non ne sarebbe rimasto in vita uno solo: chi non piangerebbe alla vista di un grosso catalogo di libri stampati, se pensasse che di tutti quei libri, già dopo dieci anni, non ne rimarrà in vita nemmeno uno?>> [Arthur Schopenhauer: “l’arte d’insultare”: 74]. Perché mi pare evidente che, se la data di scadenza di ogni singola opera (e del suo autore) è conforme al suo grado di omologazione nel tempo, allora un’opera omologata è un’opera estinta: se non la si brucia, è perché non vale lo zolfo di un fiammifero, non certo perché il pregiudizio buonista vorrebbe che coi libri non si facciano (più) falò (ma, nonostante ciò, io mi ostino ancora nel riporre fiducia incondizionata e aspettare indefesso l’avvento dell’inestingui­bile benefattore piroma­ne in tournée dopo aver fatto tappa alla biblioteca di Ales­sandria!). Da qui il fatto che le opere preferite al momento di ogni momento sono quelle nate morte, punto. Nell’impos­sibilità di prevedere l’omologa­zione futura o futuribile di un’opera ora o prima immessa sul mercato, l’unico interrogativo possibile e passabile della critica, a prescindere dall’immediato successo di vendita e consenso critico dell’opera medesima, è: <<Quanto è nata già morta? Quanto fa da compiaciuto specchio al morto non-lettore che la fa propria, di fatto lasciandoci ancora un po’ della sua già scarsa vita a disposizione?>>. Si potrebbe intanto stabilire subito chi è uno scrittore e chi, per quanto sia un autore di moda, è in realtà un becchino, dando vita all’ennesima categoria di questo scritto: lo scrittore-becchino. Che fa il paio con il poeta-autore e, a differenza del normale becchino, compie un’opera di auto-tumulazione e auto-inumazione. Certo, occorrerebbe un critico non di regime e non nel regime perché una domanda simile possa porsi e un simile filtro imporsi. Infatti, a parte me, che non sono nemmeno un critico, non l’ho mai sentita formulare da nessuno da che mondo è mondo. Sic et simpliciter. Dobbiamo renderci conto che ci troviamo dinanzi alla liquidazione delle forme tradizionali della cultura intellettuale e all’esaurimento della funzione intellettuale tout-court. Sono persuaso che sia andata chiudendosi in questi decenni una storia intellettuale cominciata sotto i Lumi e protrattasi fino agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, sia pure con le tragiche fratture dei totalitarismi nazifascista e comunista. Mutamenti colossali sono intervenuti in tutto l’Occidente; l’Italia, come spesso è accaduto, rappresenta un laboratorio particolare. È finita una lunga storia intellettuale, ma non la possibilità di un esercizio critico dell’intelligenza, anche se oggi è più difficile vederne le manifesta­zioni.

Volendo assegnare un precedente letterario a questa teoria dicotomica della poesia, della letteratura e, in extremis, dell’arte stessa quale prodotto culturale per fondare storicamente la nostra argomentazione, potremmo rifarci al discorso tenuto da Paul Celan in occasione del premio “George Büchner” conferitogli dall’accademia di Darmstadt il 22 di Ottobre del 1960, intitolato “der meridian e consultabile nei gesammelte werke (Suhrkamp Verlag, Francoforte sul Meno, 1983). In “il meridiano” la riflessione di Celan è contraddistinta dal tentativo d’inseguire l’idea di Arte e Poesia nel loro ineffabile e inafferrabile gioco alterno di sdoppiamento e identità: due figure ora perfettamente sovrapposte, ora debordanti dall’unico profilo in fugaci e quasi esplosive dissociazioni. Il riferimento a Büchner è obbligato ad avviare e dispiegare questo tema poiché l’autore del “Woyzeck era stato il primo fra gli scrittori tedeschi a combinare (o, meglio, a stringere) in un’ardita e quasi prodigiosa unità l’eredità anti-storica romantica e le istanze realistiche espressionistiche. Questi fatti e fattori (il secondo dei quali fungente quale leva scardinante) sono messi in rilievo da Celan mediante il rinvio pregnante e rapido ad aspetti particolarmente significativi dell’opera büchneriana. Rispettivamente: l’eredità romantica, ossia l’Arte fine a se stessa; e l’istanza realistica, ossia la perorazione anti-romantica della nuda realtà come unico degno oggetto dell’Arte, la sua aspirazione utopica a un’identità di rappresentazione e natura, raggiunta mediante un’Arte che abbia lo sguardo pietrificante della Medusa. Tradotto da Celan, questo incontro si trasforma in scontro tra idea assoluta della Poesia e necessità di muovere a un compromesso con il mondo e la realtà in ogni sua più cruda manifestazione e spietata. Forse, il motore principale di tutta questa elucubrazione sui misteri dell’arte e della poesia che è “il meridiano”, è già indicato nelle prime righe del testo, allorché è detto che il discorso intorno all’arte potrebbe continuare all’infinito, se nulla accadesse, se non accadesse qualcosa. Ma qualcosa accade. In questa temperie ideologica, Büchner appare come un inizio, anzi un’epifania: egli segna storicamente il momento in cui, per quanto riguarda la Germania, la problematicità dell’arte nel senso del moderno si presenta in tutta la sua radicalità. L’alternativa, evitevole, marginalmente accennata nel meridiano, sarebbe un continuare (come ancora oggi troppo spesso si fa) a considerare l’Arte come un dato da presupporre incondizionatamente, un prius da esorcizzare mistica­mente con un puro atto d’arte. In altre parole, possiamo permetterci di continuare sulla strada indicata da Mallarmé? Pare di capire, dunque, che Celan abbia individuato nell’ineffabile peripezia della poesia moderna due condizioni gemelle, divergenti di fatto, convergenti idealmente, come il fantasma dell’erma costituita dal coniugio tra arte e poesia da lui inseguito nella sua dissociazione-identità: la condizione per cui si può speculare sull’arte all’infinito, come se nulla fosse accaduto e accadesse, tanto da prolungare la sua “esistenza giambico-pentapodale” perfino sul patibolo; e quella che, pur sapendo che la poesia deve percorrere necessariamente la via dell’arte, mette questa radicalmente in discussione. Non si tratta più dunque di pensare ancora come Mallarmé ma non si può nemmeno andare nella direzione di quelli che inseguono la poesia contestandone il presupposto necessario, ossia l’arte, coloro che tentano l’anti-parola come Sangui­neti, Zanzotto, e Celan (e magari i poeti della nuova generazione si rifacessero a loro...) ma la parola stupida e inutile, dissepolta ed estratta dal flusso infinito dell’effimero chiacchiericcio quotidiano estenuato ed esasperato dal parlare infinitamente bleso dei miserabili-mediocri uomini da niente. Gente come i tre succitati autori, avevano tolto la forma dalla poesia lasciandone quantitativamente intatta (seppur qualitativamente trasformata) la sostanza. I poeti della nuova generazione, comportandosi da veri liquidatori testamentari e curatori fallimentari, hanno sottratto alla poesia anche la sostanza riducendola a mero ticchettio da telescrivente di montaliana memoria. I nuovi poeti hanno tradito la tradizione romantico-lirica primo-novecentesca, la tradizione realistica della metà del Novecento, la tradizione avanguardistica successiva; il senso e lo stile, la sostanza e la forma, l’espressione e il contenuto. Nella poesia di oggi, non rimane nulla. Prenderò a esempio una frase di Antonio Ukulele Distefano: <<Perché sei così bella e sei single? Perché tra l’essere bella e l’essere compresa c’è un abisso.>> (cito a memoria, dunque non prendetela proprio alla lettera): totale assenza di gusto stilistico, totale assenza di gusto linguistico (l’aggettivo single, poi, a me provoca i conati di vomito; e certamente li provocherebbe a qualsiasi vero scrittore), totale assenza di coerenza logica, totale ignoranza del concetto di figura retorica (il tentato gioco di parole, basato probabilmente s’una presunta ambivalenza semantica del termine “essere”, è più che altro un at-tentato allo stile e alla lingua italiana, che scivola e sbanda completamente schiantandosi contro il muro del buon-gusto). Less than zero, mi verrebbe da etichettare lo scrittorucolo, se una simile citazione non fosse sprecata per un ignorantello che si proclama il nuovo Fabio Volo (Sic! In un’intervista si è così pronunciato: <<Sono nero, sono italiano, sono il nuovo Fabio Volo>>). Tra l’altro, tendo a diffidare, ancora con Schopenhauer, di questi astri nascenti ed enfants terribles della letteratura: <<Gli scrittori si possono dividere in stelle cadenti, pianeti e stelle fisse. I primi producono colpi di scena momentanei: si guarda in su, si grida <guarda guarda> e poi scompaiono per sempre. I secondi, cioè le stelle che vagabondano per il cielo, hanno assai più consistenza. Brillano, benché soltanto grazie alla loro vicinanza, assai più delle stelle fisse e vengono con esse scambiati dai profani. Ma anche i pianeti debbono ben presto sgomberare il loro posto, inoltre ricevono la luce in prestito e hanno una sfera d’azione limitata ai compagni di cammino, i contemporanei. Essi si spostano e si alternano: un’orbita della durata di qualche anno è il loro destino. Soltanto le stelle fisse non cambiano: stanno ferme nel cielo, hanno luce propria, agiscono su ogni epoca... Esse non appartengono, come gli altri corpi celesti, a un solo sistema la nazione, bensì all’universo. Ma appunto a causa dell’altezza della loro posizione, la loro luce di solito richiede molti anni prima di diventare visibile all’abitante della terra.>> come diceva il grande filosofo (Arthur Schopenhauer: “l’arte d’insultare”: 123). Massima sciattezza e trascuratezza nella scrittura, caratterizzata da progressione lineare o “a tendina” senza capo né coda (<<Chi scrive in modo trascurato confessa così, anzitutto, che lui per primo non attribuisce un gran valore ai suoi pensieri. Se è un’impertinenza interrompere gli altri, impertinenza non minore è interrompere se stessi, come avviene nella costrizione del periodo che da alcuni anni applicano almeno sei volte per pagina, compiacendo­sene, tutti gli scribacchini negligenti, affrettati e smaniosi solo di guadagno. Questa costruzione consiste *** nell’interrompere una frase per appiccicarne un’altra in mezzo. Costoro, però, lo fanno non soltanto per pigrizia, ma anche per imbecillità, in quanto credono che ciò sia un’amabile légèreté che ravviva l’esposizione. Molti scrivono come i polipi corallini costruiscono: un periodo si aggiunge all’altro periodo, e si va avanti dove Dio vuole.>> [Arthur Schopenhauer: “l’arte d’insultare”: 125]). La poesia di oggi è dominata da infimi scrittori che <<Buttano giù il loro pensiero a pezzi e bocconi in brevi sentenze paradossali e ambigue che sembrano voler significare assai più di quel che esprimono; *** alle volte, invece, quegli scrittori presentano il loro pensiero in un profluvio di parole con la più insopportabile prolissità, come se occorressero chissà quali sforzi miracolosi per renderne comprensibile il senso profondo, mentre si tratta di un’idea assolutamente sciocca, magari di una banalità (Fichte, nei suoi scritti popolari, e centinaia di miserabili imbecilli).>>  (Arthur Schopenhauer: “l’arte d’insultare”: 124). Insomma, la poesia di oggi mostra una marcata tendenza ad ammutolire. Essa si accampa ormai soltanto all’orlo di se stessa, all’incrocio tra il non-più, l’eppur-ancora e il pur-sempre. Quella del poeta come scrittore, oggi, è una condizione insostenibile, ristretta com’è dentro uno spazio asfittico e mefitico, oppresso dall’invadenza dell’autore che incombe e ne minaccia gli spazi creativi, soffocandolo fino alla morte.

 

So bene che il tema della morte dell’intellettuale e della letteratura è una di quelle geremiadi che ciclicamente tornano anche nel dibattito novecentesco[2], ma oggi come mai serve e vale riproporlo nel dibattito culturale: oggi siamo di fronte a qualcosa di nuovo e diverso, un salto epocale la cui portata non ha analogie nella storia precedente. Al di là di perplessità e diffidenze che può suscitare l’ossessione e forse ‘illusione’ della fine, resta il fatto che sempre più si sta rivelando l’insostenibilità dei modelli e delle forme correnti di sviluppo economico e sociale. L’espansione dello spreco delle risorse, nel circolo della produzione e del consumo, crea una miscela distruttiva che rovina l’esistenza di intere popolazioni, alimenta conflitti etnici e religiosi, produce alterazioni climatiche irreversibili, minaccia la stessa sopravvivenza dell’umanità. Il ‘tempo a venire’ sembra disegnarsi in un’implosione di quello sviluppo illimitato che nessuno è in grado di arrestare. L’insieme della attuale produzione letteraria italiana (a parte qualche eccezione e qualche marginale sussulto) non sembra volersi far carico della radicalità di questa situazione: sembra come adagiata in modelli e forme definiti nello scorcio finale del Novecento, disposta a viverne fino in fondo l’esaurimento. Ritorno del narrare senza intoppi sperimentali, riciclaggi e combinazioni postmoderne, rilanci di prospettive antagonistiche o post-avanguardistiche, immagini e proiezioni di quella che appare la realtà italiana, confronti con i media, erotismo e sesso tra trasgressioni e perversioni, tortuosi e narcisistici giochi introspettivi, esibizioni plateali di violenza e disgregazione, varia legittimazione di generi paraletterari, immersioni in mondi minori e marginali, ecc.: tutto ciò abita un affollato panorama editoriale, in un effetto di ripetizione e di costipazione. Si accumulano libri che sembrano come annullarsi l’un l’altro, che nell’insieme sembrano segnare una topografia i cui elementi si spostano continuamente, si scambiano le parti, emergono in superficie e improvvisamente svaniscono: come in un’epifania della quantità, in una indefinita declinazione dell’apparenza. L’insieme dell’universo letterario viene così a manifestare in questo affollamento lo svuotarsi dell’esperienza, la sua riduzione a scarto, a rifiuto, similmente a ciò che accade nelle altre molteplici forme della cultura e della comunicazione, a tutte le forme di una vita collettiva ossessionata dall’accumulo di oggetti, di percezioni, di situazioni che devono essere continuamente consumati e sostituiti da altri oggetti, percezioni, situazioni: il vorticoso e ripetitivo offrirsi di possibilità e di occasioni sembra destinare la letteratura ad essere gettata via, a perdere le stesse ragioni della propria presenza. Questa condizione di scarto e di rifiuto viene determinata in prima istanza proprio dai meccanismi della produzione e del mercato editoriale. Ci troviamo di fronte ad una indefinita espansione quantitativa, che viene favorita da una serie di fattori. Ne ricordo rapidamente alcuni: il numero vastissimo di coloro che sono in grado di scrivere e che trovano il tempo per confezionare ogni sorta di testi, agevolati per giunta dalla facilità e dalla velocità della scrittura al computer; la varia e confusa articolazione delle case editrici, in una gamma che va dalla concentrazione dei grandi gruppi al frenetico e continuo sorgere di case editrici piccole e minime; la disinvoltura e la rapidità del confezionamento dell’oggetto libro (dovute anche queste all’uso dell’informatica); la trasformazione delle librerie in veri e propri supermarket del libro, in cui gli oggetti letterari si accavallano, si intrecciano, si confondono con oggetti musicali, multimediali, pubblicitari, con gadget di vario tipo, e nello stesso tempo si fanno da essi sostenere; l’eterogeneità di un mercato che da una parte si appoggia su pochi ripetitivi best-seller, dall’altra coltiva nicchie e culti molteplici, ciascuno con un proprio target ben definito. I libri si accavallano e si inseguono sui banchi dei librai; si impilano i best-seller variamente annunciati; uno spazio più discreto tocca ai nomi di prestigio su cui comunque gli editori sembrano puntare un po’ di più; sommersi e quasi sconosciuti (salvo rare improvvise combinazioni) restano tutti gli altri. D’altra parte, le statistiche e gli studi sull’editoria ci dicono ben poco sull’effettivo rapporto dei lettori con i libri: si basano perlopiù sui dati delle vendite, scambiando direttamente l’acquirente per il lettore, mentre proprio la velocità e l’eterogeneità del mercato non danno luogo a nessuna diretta corrispondenza tra l’acquisto di un libro e il suo reale attraversamento; oltre al fatto che la presenza dei libri nelle case non è di per sé garanzia di maturazione culturale. Raramente comunque c’è il tempo perché qualche libro di alto livello letterario dia luogo a qualche confronto problematico, crei autentici scambi di esperienze tra lettori, susciti riflessioni e discussioni a largo raggio, stimoli domande sulla sua attuale presenza nel mondo. Ogni libro ‘nuovo’ sparisce dalla scena dopo pochissimo tempo dalla pubblicazione, spesso solo dopo un paio di settimane, incalzato e sostituito da altri libri condannati comunque a subire lo stesso destino, e così in un vortice che sembra senza fine. Lo ha notato recentemente uno scrittore tutt’altro che marginale, uno degli scrittori europei di maggior interesse e di maggior successo, Javier Marías, partendo da una battuta di un suo amico libraio a proposito del suo ultimo romanzo: <<Un libro uscito un mese e mezzo fa è già preistoria.>>: la velocità con cui un libro attraversa il mercato e sorvola la scena della comunicazione sembra caricare sulla letteratura la velocità stessa della fuga del tempo, sottraendola alla sua secolare ricerca di stabilità, di densità, di esperienza, di memoria, trasformandola in oggetto fuggevole, il cui apparire e sparire coincide con la labilità della percezione degli istanti, fuggiti via nel momento stesso in cui si crede di afferrarli, continuamente dissolti nel loro proiettarsi verso un futuro che, quando si dà, è già passato. L’osservazione di Marías vale naturalmente per tutto il mercato editoriale del nostro Occidente, e certamente per quello del nostro paese. Gli autori, o coloro che come tali vengono identificati dal mercato, trascinati dentro questo meccanismo, si sentono costretti a seguirlo fino in fondo, a proiettare la loro stessa scrittura in questo ritmo di fuga perpetua: e devono sfornare libri in continuazione, uno o anche più di uno ogni anno, proprio per evitare che il mercato li dimentichi, per provare a restare sulla scena pubblica evitando di essere sopraffatti da tutti gli altri che la affollano: ed è ovvio come tutto ciò vada a scapito della necessità, finisca per condurre anche i migliori talenti verso la più superficiale inessenzialità. Questo movimento giunge a rendere ineffettuale o inconsistente la critica: oggi si lamenta spesso l’assenza della critica ‘militante’, mentre alcuni critici battaglieri tentano invano di attribuirle una nuova vitalità. Gli scrittori sembrano mostrare una coscienza critica sempre più generica e indeterminata, anche quando assumono l’abito di critici (specie in ambito giornalistico); sempre più vaghi, esteriori, pretestuosi, sfuggenti sono gli interventi critici sulla produzione letteraria corrente. Tutto ciò si collega paradossalmente a un moltiplicarsi sulla carta e sulla rete di uscite critiche estemporanee, in un gioco indefinito di proiezioni di secondo grado, in svariati riattraversamenti di mappe già disegnate, sulla scia dei più eterogenei imperativi mediatici. Come la letteratura ‘creativa’, anche la critica è in fuga, sommersa dalla propria proliferante e abnorme quantità, che d’altra parte ormai sfiora solo assai raramente gli scaffali delle librerie, limitandosi a circolazioni endogamiche, specialistiche, concorsuali. Siamo dentro quella proliferazione del discorso secondo che è stata più volte stigmatizzata da George Steiner: ossessione dello sguardo di secondo grado, della parola che si avvolge sulla parola già data, dell’esperienza sempre inquadrata da specchi artificiali, della comunicazione sempre riavvolta su se stessa. Il proporsi della realtà e del linguaggio sempre come visione, interpretazione, proiezione, considerazione, misurazione, decostruzione, ecc. sta perfettamente nel quadro di una comunicazione che tende a risolversi in archiviazione/registrazione di ogni possibile lacerto culturale, emblema di una vita collettiva che esclude ogni indugio sul senso del presente, mira piuttosto a sottrarlo a se stesso, riducendolo a esibizione, spettacolo, dibattito, registrazione voyeuristica. Inoltre, con la scrittura al computer (magari anche per la facilità della funzione “copia e incolla”) si possono scrivere velocissimamente romanzi di quasi mille pagine: ma l’eccessiva fiducia nella leggerezza della scrittura dà luogo ad una generalizzata indifferenza a quello che un tempo si chiamava stile, con il diffondersi di una sempre più deprimente sciatteria linguistica. La rapidità della scrittura informatica, sostenuta dalla rapidità della trasmissione telematica, permette di soddisfare agevolmente quelle richieste del mercato di cui sopra si è detto, garantendo agli scrittori l’illusione di una presenza continua sulla scena pubblica, con la ripetizione indeterminata di schemi già collaudati. Ma il linguaggio, se non sottoposto ad adeguato controllo, rischia di divenire evanescente, perde ogni contatto con la sua origine corporea, ogni tensione a mettere in gioco la realtà in modo essenziale. I profeti della letteratura informatizzata vedono in tutto ciò una liberazione di linguaggio e di esperienza dall’insopportabile fissità della pagina, una felice proiezione nella ‘leggerezza’: questa, in realtà, ondeggiando dentro l’inflazione della comunicazione, in mezzo all’invasione incontrollabile di messaggi di ogni sorta, cancella la stessa possibilità di un corpo a corpo con la lingua, di quel corpo a corpo a cui ogni autentica letteratura non può in nessun modo sfuggire. Perlopiù le scritture si modellano sulla convenzionalità dei vari linguaggi mediatici, mantenendosi ad un livello di comunicazione ‘neutra’ o giocando con deformazioni e trasgressioni che coincidono con quelle stesse del linguaggio corrente, magari con quelle dei più diversi linguaggi speciali, dai gerghi giovanili e giovanilistici a quelli della pubblicità, della televisione, del giornalismo, della musica pop, dello sport, della droga, della criminalità, di particolari aree dialettali, ecc. E più che fare luce sul senso del mondo che presume di rappresentare, un linguaggio precostituito non fa altro che ruotare attorno al già noto, ripetendolo all’infinito. E in genere si tratta di materiale narrativo precostituito (sempre più spesso direttamente attinto dalla cronaca nera), sostenuto da schemi narrativi ricalcati esteriormente su modelli cinematografici o televisivi: e l’eventuale capacità artigianale degli autori esclude (salvo sporadiche eccezioni) ogni vera tensione linguistica, ogni anche remota possibilità di stile. Si tratta di un cataclisma culturale di proporzioni immani. La storia è oggi l’onnivoro presente che avanza con la pura oggettività, sia pure solo presunta, delle leggi economiche. La globalizzazione, più che un processo storico, è un gigantesco processo di omogeneizza­zione economico-sociale. Non avverte alcun bisogno di essere interpretato e necessita soltanto di una regia econo­mica. In questo paesaggio profondamente modificato è sempre più difficile essere ascoltati. E, per di più, i nostri tentativi di comunicare sono impediti da una nebbia così fitta da non consentirci di parlare con nessun altro se non con i propri simili, anch’essi superstiti. Viviamo nell’era del monadismo culturale e intellettuale: si scrive e si parla solo per la cerchia di persone già ben disposte nei nostri confronti, e disposte ad ascoltarci, giocando con i luoghi comuni e le idee ben consolidate. Non si sperimenta più, non ci si confronta più. Non c’è scambio, né osmosi, né ricerca. Un tempo gli intellettuali era interpreti di valori universali: ricordo la bellissima formula “corporativismo dell’univer­sale” coniata da Pierre Bourdieu per definire la categoria dei pensatori, intellettuali che parlano in nome di valori generali ma dallo scorcio di una prospettiva separata e specialistica, di cui Norberto Bobbio mi sembra rappresentare, ancora, la quintessenza: Bobbio era sicura­mente un intellettuale specifico, perché il suo sapere è delimitato, rigo­roso, concentrato; da questa specificità e specializzazione disciplinare, anche di tipo universitario, è riuscito però a cavare fuori una serie di ragionamenti che sono valsi a dare indirizzi diversi a parte rilevante del ceto intellettuale. Perché oggi questo monadismo intellettuale? Qui interviene il terzo elemento, fondamentale: l’avanzare sulla scena d’una enorme e indistinta massa di persone, una moltitudine che viene dopo la fine dei grandi conflitti sociali otto-novecenteschi. Essa si distingue in modo netto dalle masse comparse in Europa come effetto della rivoluzione industriale. Quelle erano caratterizzate da un forte spirito conflittuale, alimentato dall’aspirazione (nutrita, come abbiamo visto, anche dalle sollecitazioni degli intellettuali) a una società più giusta. Molto schematizzando, nel corso del xix e xx secolo, la lotta contro lo sfruttamento accomuna in una visione di fondo comunisti e socialdemocratici, fino al totale trionfo dell’econo­mia capitalistica, che riduce significativamente l’efficacia di qualsiasi ideologia alternativistica. Questa vittoria segna l’ingresso nella geografia sociale di enormi masse prive di caratterizzazioni precise, in cui l’elemento antagonistico sembra attenuarsi a vantaggio di comportamenti sempre più omogenei. Ne parla Toni Negri nel suo volume “impero”, ma con una connotazione positiva che francamente non capisco. Sarei tentato di dire che in questa nuova massa tendono sempre più a confondersi, nell’elaborazione e nella difesa dei valori, le tradizionali componenti proletarie, piccolo-borghesi, medio-borghesi. Al tempo stesso le caste economiche e finanziarie diventano sempre più potenti e sempre più ristrette. Ne discende una progressiva emarginazione di quelle forze politiche, sociali e intellettuali le quali facevano tradizionalmente appello alla possibilità di una società più giusta o semplicemente di un mondo migliore. Intanto è cresciuta enormemente l’omologazione, avvistata con lucidità profetica da Pier Paolo Pasolini: fu lo scrittore a denunciare fino all’ultimo l’ideologia del consumo, il progressivo dilagare di un nuovo potere definito quale “totalitario”, “degradante” e “corruttore”. Come premessa del riscatto, il benessere sostituisce la cultura, il prodotto culturale sostituisce l’opera, le ‘confezioni’ culturali prendono il posto dei libri ‘artigianali’, e l’autore esizialmente sopravanza lo scrittore, che fatalmente e mortalmente procombe e soccombe. Siamo dinanzi a una cultura globale di massa essenzialmente dispotica. Il linguista Raffaele Simone l’ha definita in un suo saggio recente “il mostro mite”, la faccia metamorfica che il Leviatano ha assunto nell’era globale. È un’entità che non ha corpo né indirizzo postale, che non risiede in nessun luogo ma ha una sede diffusa, perché costituita da quanti governano la cultura delle masse del pianeta”. Il “mostro mite” appare incentrato sui consumi, l’ubiquità dei media, l’entertainment. Promette benessere, ha un fascino irresistibile. Benché questa trasformazione sia stata sintetizzata metaforicamente da Zygmunt Bauman nel passaggio dalla figura dell’intellettuale-legislatore a quella dell’interprete, cioè da chi arbitra e sceglie in base al proprio superiore sapere tra opinioni diverse per la realizzazione del miglior ordine sociale a chi, abbandonate le ambizioni universalistiche, mette la propria competenza professionale al servizio della comunicazione tra soggetti sovrani, io credo che il moderno abbia compiuto un gigantesco percorso lineare che va dall’Umanesimo e dal Rinascimento italiano fino alla seconda metà del Novecento: un tragitto segnato essenzialmente da tre categorie. Intanto, come ho già detto, la creatività individuale. La creatività individuale non ha la medesima rilevanza nell’età che precede questo lungo viaggio, ossia nel Medio Evo, il che non esclude che vi fossero anche allora espressioni di creatività individuale, ma perfino esse si manifestarono in forme che negano la categoria fondativa dell’individualità. Certo, sembra difficile non riconoscere che Tommaso d’Aquino, concependo e scrivendo la “summa theologiae”, compia un’opera di altissima creatività e individualità: il suo sforzo concettuale, però, è volto a dimostrare che tutto nell’individualità umana è riconducibile a un principio superiore, che, nel risolverla, la nega elemento della modernità è la concezione del lavoro economico come produzione di beni utili alla collettività, naturalmente commercializzabili, quindi fonte di profitti, ma in un contesto caratterizzato da una visione etica dell’economia. Il terzo elemento è costituito da una concezione della politica come gestione del bene comune. Dentro questo percorso c’imbattiamo in Machiavelli, ma anche nella rivoluzione egalitaria di Robespierre e nell’ottobre rosso di Lenin. Potrà apparire un po’ azzardato interpretare Lenin o Robespierre come i Machiavelli della rivoluzione, ma forse non lo è del tutto. Accanto a queste concezioni, diciamo così, estremistiche del processo, ci sono Bodin, Montesquieu, Tocqueville, e c’è lo “stato sociale”, ossia la versione social-demo­cratica e liberaldemocratica, moderata e riformistica, della modernità. Poi, nel corso del Novecento questa triade (individualità, etica econo­mica, politica come gestione del bene comune) è entrata fortemente in crisi. A demolirla hanno provveduto innanzitutto i totalitarismi novecenteschi, non a caso anche loro tutti anti-borghesi e anti-elitari, a loro modo omogeneizzanti e omologanti, illiberali, espressione del potere tirannico di una minoranza sulla collettività (ma in questo discorso non bisognerebbe dimenticare il largo, larghissimo consenso popolare, che ad un certo momento conseguirono i tre grandi totalitarismi novecenteschi, fascismo, nazismo e comunismo: assomiglia molto al consenso popolare democratico di massa, cui oggi assistiamo. Poi è intervenuto il colossale processo di cui stiamo parlando, e la civiltà postmoderna ha trovato un corpo intellettuale già indebolito, messo in ginocchio, non più capace di opporre resistenza al nuovo dispotismo del consumismo e della cultura di massa. Ecco, io direi che il moderno finisce nel corso del Novecento. E con il moderno finisce anche lo scrittore-intellettuale e il poeta-scrittore. <<Un tempo furono i leoni, i gattopardi; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene.>>: dobbiamo rassegnarci a questo nuovo, attuale stato di fatto. E lo dico, stavolta, <<sine ulla, ira et studio.>>. Ma è inequivocabilmente così. Ed è triste. O forse no? Esiste forse la possibilità di una nuova forma di poesia? Noi crediamo di sì. E la rinveniamo nel nostro modello ideale e prediletto: Vincenzo Cardarelli. Un poeta (forse il più di tutti) saldo nella sua concezione alta della letteratura e della lingua, della poesia e dello stile, il quale più di tutti amò (e seppe sviluppare, ancora più di un Saba) una poesia che si situasse all’incrocio tra letteratura classica e poesia moderna, realizzando un coniugio perfetto di antico e nuovo, aulico e prosaico, ritmo e melodia, come nella migliore musica jazz.

Di fronte alla confusione della cosiddetta era digitale, alla folle accelerazione della vita collettiva, all’espandersi di una violenza che aggredisce le persone, gli insediamenti umani, gli ambienti naturali, alla sempre più incombente minaccia ecologica, la letteratura può apparire un’ultima difesa dell’esperienza tradizionale, di una continuità con un passato ‘umano’. A molti questa difesa sembra attardata e conservatrice, nostalgicamente protesa alla salvaguardia di modelli culturali scalzati dall’avvento delle tecnologie e dalle avveniristiche prospettive del ‘postumano’. Ma, come si è constatato all’inizio di questo capitolo, sempre meno credibili, del tutto illusorie e distruttive appaiono proprio le ipotesi di sviluppo in avanti della storia e del mondo: è proprio la situazione attuale del pianeta a mostrarci che siamo ad un punto di non ritorno, che smentisce ogni accelerazione in avanti (comunque intesa) e richiede invece una ‘cura’ per il presente, una assunzione di responsabilità nei confronti delle sempre più pericolose deformazioni dello sviluppo, della deriva produttiva, ambientale, sociale, culturale, politica da cui è preso l’universo globalizzato ed entro cui il nostro paese sta assumendo caratteri sempre più inquietanti (si pensi al generalizzato predominio televisivo-pubblicitario, sostenuto dal dominio della criminalità in gran parte del Meridione e dalla chiusura particolaristica di gran parte del Settentrione). Di fronte a tutto ciò la letteratura dovrebbe poter ritrovare quella forza di conoscenza di cui sola può farsi carico, proprio scavando nella divaricazione tra i livelli del linguaggio e dell’esperienza, facendo leva sulla responsabilità della parola e della scrittura, sulla tensione critica che può sprigionare da esse, e interrogando il destino del paese e del mondo. Responsabilità e destino dovrebbero essere in effetti i due termini emblematici per la letteratura del xxi secolo, al di là dei crolli dei modelli novecenteschi, dello sfaldamento del moderno e dell’evaporazione del postmoderno: abbiamo bisogno di una letteratura che chieda al lettore responsabilità critica, non certo per via moralistica o pedagogica, ma nell’ascolto delle derive del mondo e nell’inquieta interrogazione del destino individuale e collettivo. In questa letteratura prosa e poesia, romanzo o romanzo-saggio comunque intrecciato e frantumato, linguaggio poetico comunque scavato e dispiegato, avranno ancora un senso se dal loro sguardo alla realtà sapranno svolgere una critica della parola e della realtà, commisurando entrambe ad una responsabilità e ad un destino. La letteratura può far vivere in concreto, al di là di ogni intenzionalità programmatica, nel suo stesso costituirsi in forma, la responsabilità verso coloro che sono stati e verso coloro che saranno: risposta alla memoria del passato, di coloro che hanno fatto la nostra vita e la nostra mente, e richiamo alle condizioni del futuro, alla possibilità di vita per le generazioni che verranno; pietas per l’uso che il passato ha fatto del mondo e del linguaggio e offerta all’uso che ne potrà fare un futuro sottratto alla rovina. Se oggi è in gioco il destino dell’umanità, abbiamo bisogno di una letteratura che interroghi questo destino, lo custodisca e lo salvi; e nel destino dell’umanità riconosciamo il destino del nostro paese, della lingua italiana: grande può essere la responsabilità dei nostri scrittori verso i grandi modelli che hanno alle spalle, grande la loro responsabilità verso il destino dei loro lettori e dei lettori futuri. È in questo ambito che la prassi della poesia può essere tutt’altro che marginale. A questo dovremmo, gli scrittori (non gli autori) dovrebbero, oggi più che mai, puntare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

<<La mia epoca e io non siamo fatti l’uno per l’altro: questo è chiaro.

Ma è da vedere chi di noi due vincerà il processo di fronte al tribunale dei posteri.>>

 

Arthur Schopenhauer: “l’arte d’insultare”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Nato nel 1788, studente a Pforta dal 1801 al 1806, allievo di Gottfried Hermann a Lipsia, dal 1818 professore nella neonata Università di Bonn, Naeke è in genere ricordato soprattutto per una raccolta dei frammenti dell’epico Cherilo di Samo e per l’attribuzione del poemetto Lydia a Valerio Catone; assai rilevanti sono però anche i suoi contributi callimachei.

[2] Franco Fortini ne fu uno straordinario anticipatore. E proprio de “la letteratura in pericolo” ha parlato con nitida essenzialità Tzvetan Todorov, riferendosi in particolare a certi usi della critica e delle istituzioni scolastiche, nel libretto omonimo apparso nel 2007. Ne parlano da tempo critici tra i più prestigiosi e ascoltati, pur tra contrasti e dissensi, come Harold Bloom e George Steiner. E c’è anche chi studia i processi storici che hanno portato a questa situazione, come ha fatto William Marx in un libro uscito nel 2005 e intitolato “l’adieu à la littérature. Histoire d’une dévalorisation. XVIIIe-XXe siècles.