"VOLONTÀ DI STILE"
Manuel Omar Triscari
VOLONTÀ DI STILE:
preamboli, summe; prologhi, epiloghi; epitomi e
compendi
2018-2022.
PREAMBOLI E SUMME.
(Di Manuel Omar Triscari.)
POESIA SCLEROTICA.[1]
Il trasformarsi di ogni discorso, anzi di tutto in mero significante,
anzi in lettera; il sospetto che lo “io” fosse una produzione grammaticalizzata
dell’immaginario, un punto di fuga e non una realtà: c’è questo alla base di “busillis”.
Ma come si poteva veramente affermare, dire, enunciare tutto
questo? Non ne sarebbe rimasta la bocca irreparabilmente muta? Non ne sarebbero
andati in corto circuito i relais
cerebrali? Da nessun luogo mi giungevano allora effetti di verità che non
fossero distruttivi. Il mondo falsificato, la civiltà dei consumi, il rumore
dei media, il cicaleccio televisivo, il cicaleggio informatico, stanno
visibilmente intaccando la possibilità di una stessa esistenza autentica, e gli
spazi di silenzio (anche interiore) necessari a una vera comunicazione “io-io”
e “io-tu” si riducono sempre più: tutto reca la traccia dell’onnipresente
brusio di sottofondo; tutto è ridotto a frammento plastificato e filtrato dallo
schermo, dal diaframma: come può la lingua esimersi da tale esiziale destino?
Le vie praticabili erano due: farsi attraversare dall’interminabile
proteiforme chiacchiera inautentica oppure scavalcare il linguaggio in
direzione del silenzio, della costruzione del nuovo linguaggio ipotetico e
artificiale dell’immagine. Ovvio che la scelta sia ricaduta sulla seconda
possibilità alternativa soluzione. La
quale a questo punto non era più il frutto di una ricerca di corrispondenze
segrete fra due o più oggetti distanti fra loro come in Montale (e in generale
nella poetica del correlativo relativo) o Breton e in tutto il lirismo moderno,
né un prodotto a funzione estetico-poetica positiva, ma un fenomeno-effetto con
funzione reificante che si riscontra solo nella scrittura ma appare collegato a
un fenomeno-causa oggettuale che si realizza nella realtà dunque l’effetto di
una collisione fortuita e improvvisa fra fatti, eventi ed avvenimenti che dal
grado zero della scrittura (la realtà come si presenta ai nostri occhî) cola e
si condensa nel testo (o realtà testuale) scritto (o, meglio, trasmesso) da un artifex-technitis assente e collocabile in un altrove inesistente
producendo un altro fatto/evento/avvenimento. E uso i termini artifex e technitis non a caso ma per ribadire e rivangare il sovvertimento
del codice che regolava il rapporto autore-scrittura sul modello aristotelico
connesso all’ordine della technè
appunto, cioè dell’officina creativa. Conseguenze:
1) La lingua letteraria viene assunta come una lingua
naturale: all’interno di questo paradigma tutto è lecito. Ne deriva un massimo
di alienazione linguistica, ottenuta portando all’incandescenza il livello di
artificialità letteraria del linguaggio, livello oltre il quale si delinea un
pericolo di deflagrazione linguistica: il lessico accoglie elementi
espressionistici, inserti di latino, latinismi, arcaismi, termini impoetici e
delle lingue speciali, stile nominalistico, agglutinamenti lessicali con
trattino polivalente; sovrabbondanza sinonimica con abnorme utilizzo dei
participi. Le stesse citazioni e allusioni letterarie (sovrabbondanti) sono
trattate alla stregua di altre componenti della lingua, pura e inerte materia a
costruzione: in questi poemi l’autore esercita una zanzottiana “strategia della
conflagrazione intersegnica” (secondo l’espressione-definizione del Testa). La
densità lessicale è corrispettivo speculare e complementare della rarefazione e
sublimazione del senso: la quale viene però cercata non nella lingua letteraria
ma in un linguaggio ultimo (ma nel senso di “ulteriore”); lingua che ha il
vantaggio paradossale di non esistere e di non aver mai subito alcuna ipostasi
storica e dunque di poter scrivere essa stessa le proprie regole; si spiega
così la presenza fittissima, foltissima e densissima di sostantivi che
e-spremono stati o moti dell’animo in un processo diffuso a macchia d’olio di
astrazione derealizzante e dereificante, la persistenza di forti inarcature e
di coaguli lessicali e slittamenti di significato (il tutto in un quadro di
dispendio-sperequazione lessicale di carattere precipuamente manieristico).
2) Lo “io-poetante” sembra ridotto alle sole modalità
dell’esistenza linguistica.
3) Trapasso da una istanza espressiva a una istanza
metalinguistica.
4) Polarizzazione fra elementi che manifestano un cedimento
nell’informale e altri di tenore iperletterario con effetti di tono
‘specialistico’.
5) Atomismo linguistico: i significati culturalmente
acquisiti passano in secondo piano rispetto alla (fredda e asettica) equazione
matematica del linguaggio, fatto di ricomponimenti, componimenti,
recomponimenti, discomponimenti e decomponimenti lessicali mediante affissi ed
elementi secondari; spesso e volentieri i termini sono investiti da un’aura
etimologica che ne sviluppa ogni valenza rizomatica in seno alle proprie
possibilità logiche-formalistiche-matematiche provocando dei nuclei gangli di
diramazione del senso resistente alla lettura-declamazione.
6) Fono-simbolismo o simbolismo fonico-vocale:
l’armamentario delle figure retoriche è portato all’escandescenza e ridotto
all’osso, organizzando direttamente la produzione del senso: il procedimento
determinante è la figura etimologica, accompagnata dall’allitterazione, dando
luogo a effetti glosso-ecolalici e giochi etimologici e paretimologici: la
diffrazione si avverte soprattutto nel gran numero di termini prefissati,
adatti a convogliare ellitticamente il ventaglio trascolorante delle dinamiche
mentali e sensoriali, in assenza della soggettività.
7) Disposizione ludico-parossistica nei confronti del
linguaggio: che comporta, tra l’altro, la creazione di neologismi logici, sulla
base della esasperazione dei moduli formativi delle parole, la quale sembra un
fenomeno di regressione allo stadio infantile del linguaggio e dell’esperienza.
8) Inoltre, disarticolazione del discorso, che estromette le
strutture logiche o argomentative, producendo agglutinazioni lessicali,
eliminando la punteggiatura e incrementando esponenzialmente il tasso delle
inarcature; e marcata orizzontalità dei versi e della pagina, ad accusare la
prostrazione e lo spappolamento della lingua: i versi che sono pronunciati
corrono in modo ellittico e veloce, come per il timore di un imminente black-out in uno spirare depressivo
dell’elocuzione.
9) Assenza di precisa fisionomia tematica o fili conduttori
di sorta e assenza di significati stabili e stabiliti: il senso (non il
messaggio, che è del tutto assente) finale scaturisce da un groviglio di
antinomie, controsensi, divieti di accesso e strade vietate, o di sentieri
interrotti alla Heidegger.
10) La lingua italiana in quanto lingua nazionale, appare
ormai imbalsamata, e sempre più prossima alla fine, minacciata com’è
dall’incombente minaccioso anglismo che ormai pervade tutte le lingue nazionali
minori, impantanata in un processo fossilizzante che la impastoia. Oggi
l’italiano è in pericolo di divenire esangue, esanime e amorfo, puntellato
com’è di stereotipi fossili e cascami video-burocratici nonchè già abbastanza
inutile nel momento in cui finalmente è arrivato a imporsi a ogni livello
sociale e culturale giacchè parlata in un’area sempre più ristretta rispetto
alle altre grandi lingue e quindi assimilata a un dialetto ma senza le stesse
facoltà di adattamento garantite dalla mancanza di una norma precisa di
censura-abilitazione sociale sicchè la situazione dello scrivente italiano pare
assolutamente incerta, precaria, angosciosa, dubbia, prossima alla fine:
dovunque spira aria di genocidio, benchè ancora in sordina.
Per questo ultimo motivo, io qui avanzo la proposta di
stabilire un codice sufficientemente mobile e specifico in grado di difendersi
tramite le armi di una sorta di logicismo razionalizzante. Questa poesia è il
risultato della sfiducia nel concetto di opera-libro, nella convinzione
dell’impossibilità di comporre un libro organico che assuma una determinata
visione del mondo, un punto di vista sul mondo. Effettivamente, in “busillis” la lingua collassa parimenti alla
cultura, come un edificio sotto la pressione dei carichi, o come un universo
negativo imploso su se stesso, o come una stella per il prevalere della forza
di gravità; e il valore finale e profondo dell’esperimento sembra consistere
proprio nell’essere sede di significato reale proprio mentre si configura come
negazione di senso istituito: quest’opera è
il disegno cancellato di un vuoto, l’eco espressa di un silenzio,
l’ombra abolita d’uno splendore.
Il libro è combattuto e dibattuto fra una patente necessità
di dire, capire, testimoniare dall’un lato e dall’ultimo un altrettanto lucido,
dichiarato, ossessionante, motivato senso della difficoltà di farlo, e forse in
versi meno ancora che in altre forme. Da questa polarizzazione, dal dissidio e
dall’impossibilità di verificare e determinare la relazione fra i codici istituiti
della realtà e la realtà stessa, fra i codici della cultura e i codici
dell’esistenza, fra la lingua che non sa e dice e l’esperienza che sa e non
parla; la poesia, nell’impossibilità di aprirsi a tale relazione in funzione
comunicativa, sociale, politica, finisce per chiudersi sterilmente in se
stessa, fino all’autoconsunzione, alla putrefazione, alla de-composizione.
Con questi de-componimenti superfetanti io ho voluto aprire
una breccia nei muri (e nelle remore) della realtà. Ma, facendolo, mi sono trovato
dinanzi allo specchio del (mio) mondo interiore. Pur consapevole del gravoso
viaggio che mi aspettava mi ritrovai impacciato allorchè dovetti imboccare una
strada: troppe erano, innumerevoli e imprevedibili e lunghe, e ciascuna
m’invitava a percorrerla, ciascuna offrendomi un differente paio di occhî per
osservare le belle e selvatiche plaghe dell’altro e più profondo versante
dell’essere: nessuna meraviglia se io, avendo ancora per vedere solo i miei
soliti vecchio occhî caparbi, in quel momento mi misi a far paragoni per poter
scegliere. Finchè indeciso fu la storia stessa a parlarmi e con voce roca mi
disse: <<Vecchio rigattiere dell’identità! Che cosa mai hai visto e
riconosciuto, tu, valoroso dottore in tautologie e allitterazioni? Dimmi: che cosa
hai riconosciuto lungo il margine del cilicio? e ora chiami a raccolta tutto il
tuo latino per un’epistola al vecchio Linneo? Procurati piuttosto un paio di
occhî nuovi dal profondo dell’alma e piantali all’altezza del petto: solo
allora comprenderai ciò che in me accade.>>. Così mi parlò la voce della
istoria, e io tacqui, proprio io che amo il parlar latino (cioè schietto),
capendo che le faccende del mondo vanno per il verso sbagliato ma ancor
credendo di poterle scuotere dalle fondamenta se avessi chiamato le cose con il
loro giusto nome. e allora inizio e fine coinciderebbero, il muro che divide
l’oggi dal domani sarebbe abbattuto e croderebbe al suolo
stiantato-schiantato-schiattato. Che si dovrebbe dunque fare in questo tempo
per attingere l’eterno, l’atemporale-astorico e infinitivo domani-ieri?
Dovrebbe prevalere la ragione alle parole e alle cose restituendo il
primordiale signo alle creature e ai fatti la precipua significanza che è loro
propria; un albero dovrebbe divenire nuovamente un arbro, un ramo fiorito
solamente un ramo fiorito allorchè viene primavera (null’altro che la
consapevolezza che l’evento dice qualcosa di più, che l’accadimento è qualcosa
di più della semplice aggiunta al dato, qualcosa di più del semplice attributo
più o meno facilmente sottraibile del sostanziale qualcosa che quella essenza
muta nella sua sostanza possente antesignano di una perenne muda) sicchè
null’altro resterebbe da fare una volta che la ragione sia scesa nel fondo del
profondo convogliando in superficie le acque dell’oscura sorgente veritativa.
Ma questa sorgente ha essa pure il fondo che è
irraggiungibile e, qualor tutto in superficie fosse pronto per accogliere
quelle acque, qualor il sole della giustizia fosse pronto a rischiararle allora
l’opera sarebbe compiuta, allora l’opera sarebbe compiuta. Ma questo non può
riuscire poichè in altri gorghi e fonti noi discendiamo stando in perpetuo
colloquio con pozzi di silenzio senza fondo, sicchè l’opera non può che
rimanere incompleta, incompiuta, acefala, e spuria. E io languisco nelle catene
della vita esteriore imbavagliato e impossibilitato a parlare per il fatto che
le mie parole gemono sotto il peso millenario di un’apparente e deformata
sincerità premendo su quanto lotta da tempo immemorabile per trovare dignità di
espressione, sepolto sotto la cenere di significati perenti ormai
insignificanti, e altri ancora!
In che altro modo allora il nuovo dovrebbe e potrebbe
scaturire in tutta la sua purezza? Ben vengano allora, dai più remoti distretto
dello spirito, parole e immagini e gesti velati come in sogno e come in sogno
disvelati e dispiegati. E quando essi nella folle corsa s’incontrano, quando
scatta la scintilla del meraviglioso, perchè stranezza viene sposata a estrema
stranezza, allora il mio guardo si figge nel guardo della nuova chiarezza
(tutta logica e formale). Essa mi guarda in modo strano poichè, pur avendola
evocata io stesso (e molte, infinitive volte), essa nondimeno vive al di là di
quanto si raffigura il pensiero di me desto: la sua luce non è la luce del
giorno, ed essa è abitata da effigi che io non riconosco e che vengo a
conoscere in una primigenea visione. Il suo peso obbedisce ad altre gravità, il
suo colore parla a un paio di occhî nuovo che le mie palpebre chiuse si sono
donate a vicenda: il mio udito si è trasferito nel mio tatto dove esso impara
come un cieco a (ri)vedere e ricreare la vista, il mio cuore, dacchè abita la
mia mente, apprende le leggi di un nuovo, incessante e libero moto. Seguendo i
miei sensi errabondi giungo nel nuovo mondo dello spirito e vi conosco la
libertà. Qui, dove sono libero, comprendo quanto laggiù io sia stato ingannato
e malignamente deriso, schernito, e coglionato.
L’opera è in fine dunque una pura vociferazione
glossolalica: essa si colloca al fondo dell’atto linguistico, ridotto a pura
deiezione, a residuo escrementizio; al termine dell’erosione entropica del
mondo e della realtà dove, come in un’enorme pattumiera, giacciono in oscuro
fermento i sedimenti organici-inorganici del processo mentale, i resti della
cultura, gli avanzi della lingua letteraria, il gesso detritico del canone.
Tutto qui converge nella cronaca in tempo reale di una superfluenza anarchica,
virtualmente infinita, che esplode all’interno di un ecosistema sottratto al
controllo. Per questo motivo la scrittura del presente testo non rimanda al
principio discorsivo dell’analogia né del correlativo oggettivo né della
metaforologia barocca (nemmeno nella sua teorizzazione del wit o dell’agudeza o
dell’ingegno in termini dinamici) né del sogno surrealista e surrealistico ma
al discorso dello psicotico ossessivo sicchè la textura delle immagini testuali da un lato compone un tessuto
sintomatico indecifrabile in superficie ma chiaramente interpretabile in
riferimento a un codice interpretativo specifico di tipo psicotico-ossessivo
determinandosi quale fenomeno-effetto (testuale) di altri fenomeni-causa
(reali) e dall’altro vale solo nella misura in cui agisce quale fenomeno-causa
liberando nel proprio funzionamento una serie di altri fenomeni-effetti
riconducibili al congegno (il testo) che li produce.
Il resultato è la scoperta-invenzione di uno spazio
marginale e paradossale in cui ricadono e si accumulano i resti, gli scarti,
gli avanzi, i ritagli di una cultura nelle sue incidenze eterogenee in via di
de-composizione. Come in un mercato delle pulci o in un bazar o in un bric-à-brac
surrealista questi scarti non hanno più niente a che vedere con la serie poichè
mescolano tutta e tutte le serie. Gli oggetti in vendita in questo libro
rappresentano solo resti di altre serie di cui sono andate in gran parte
perdute le determinazioni fattuali e contestuali, le motivazioni, i motivi, i
moventi, i nessi sociali e le categorie funzionali. La ripartizione del “marchè aux puces” può rispondere solo a
criteri empirici e occasionali, svincolati dalla prospettiva finalizzata e
coerente del progetto. Sul terreno eterogeneo del bazar e delle sue ripartizioni rudimentali allora le nozioni di
mercato, merce, valore d’uso, valore di scambio giungono a un punto critico di
con-fusione dando vita a un flusso ininterrotto che abolisce le distanze
simboliche fra i punti del campo. E non a caso il passaggio dal mercato delle
pulci al supermercato segna l’introduzione di valori di scambio fissi e non
trattabili. Sicchè questo testo che qui presento va letto come si leggerebbe un
bazar arabico, o un mercato delle
pulci, o un balön frastornato: brani
di sogni, brandelli di letteratura, lacerti di storie, aneddoti di esperienza,
fantasie ipno-agogiche, fantasmi di tronchi ricordi.
L’oscurità è un’altra manifesta conseguenza del rapporto
analogico che in questa silloge si istituisce fra cose, enti ed oggetti della
realtà. D’altronde, come diceva Petronio, <<Bisogna
starci un po’ riguardati, come si dice, là dal linguaggio della plebe, e
accogliersi le parole che si stanno un po’ in disparte, là dal popolo, che così
uno se lo mette in pratica poi davvero, il ‘m’odio il volgo profano, e me lo
scappo’. Poi bisogna farci l’attenzione bene, anche, che non ci sporgono fuori
come i tumori, i pensieri, là dal corpo del discorso, ma che ci risplendono
dentro la trama, lì nel tessuto lì del testo.>> [Petronio-Sanguineti: “satyricon”: cxviii]. Ma è una oscurità, questa, di natura volitiva e
astratta: è il contrario della profondità pensata, anzi è il fingere una
spontaneità di analogie immediate e sconnesse, come in una seduta freudiana il
paziente è invitato a dir tutto quello che primamente gli viene alle labbra:
poi, dopo questa finzione di analogie, congetturare i legati e i significati.
Assistiamo
dunque a una esplosione alfabetica e all’occupazione nominalistica dello
spazio. Queste pagine sono schegge. Schegge che rivelano segni e numeri e
ideogrammi e lettere. Una muraglia grafica se non l’esile saldo confine della
grammatica. Pare confermare codesta descrizione l’ordine mimetico della
sintassi, in cui si dispongono numeri e lettere e ideogrammi. Ma si veda come
si riveli menzognera codesta disciplina: giacché i segni si dispongono sì in
bell’ordine ma non diverso da quello morto e letale del dizionario e il frigido
elenco alfabetico e la scostante serie dei numeri; e dunque la collaborazione
sintattica non è che una frode, come la compagnevole vicinanza dei sepolcri e o
la compaginata fraternità de gli eserciti. In tal modo esso aspira, come a
proprio ideale, alla concisa emblematicità di un orario ferroviario: pagine in
cui poche cifre, patetici o arroganti nomi di agglomerati umani e indicazioni
di neghittosi o precipitosamente scanditi itinerari riassumono empie ambizioni
e disperazioni striscianti e tutti i dati di un labirinto che nessuna
consolazione di tappa o tregua può mondare del suo carattere rigorosamente
mortale.
Quello che in queste pagine prende forma, qui solamente può avere
la propria dimora. Non volendo forse riconoscere che quest’incubo è la vecchia
realtà, cerchiamo il grido, l’urlo, il nostro proprio grido, il nostro proprio
urlo. ma quest’incubo ha poemi come artigli rapaci di avvoltoio e aquila. Esso
ha tante forme, librata in aria, una tenda sanguinante. Mentre noi abitiamo fra
pareti e cenci di sangue, si apre la voragine del sangue, in cui ci è dato
solamente di configgere i nostri occhî e vedere altre simili formazioni di
vapori sanguinolenti. Uno degli artigli ha scavato una sorgente di sangue e in
essa anche noi dobbiamo specchiarne, noi perduti. Ci dicono: sangue in uno
specchio di sangue è pura bellezza.
PIEDI ANTICHI, CUORE
NUOVO.[2]
AMORE TEMPO E MORTE
In questa mia breve presentazione mi soffermerò innanzitutto
su 3 parole chiave: amore, tempo e morte. Tre monadi che nella presente opera
sono intimamente connesse. Il contatto fisico con la donna e con l’amore è
infatti già ricordo nel momento stesso in cui avviene ma è forse l’unico
strumento che ha l’uomo per ingannare (ma solo per un attimo) la morte. Nei
frammenti di contatto umano tra due corpi che si amano (o che si sono amati),
l’uomo innamorato, preso dalla passione, annulla nella sua mente il senso del
tempo e la presenza della morte. I momenti dell’amore, quindi, sono fuori dal
tempo e sono gli unici istanti in cui l’uomo domina sulla realtà e vive
concretamente il sogno, l’illusione e la sospensione dei rapporti con il
regolare fluire dei giorni. Tuttavia il tempo scandisce anche questo spazio d’amore
fendendo con assoluta determinatezza e risoluta determinazione la condizione di
felicità e così riportando l’uomo con i piedi per terra. Con dolorosa
constatazione (ma concretissima) in queste poesie avviso che quell’istante
d’illusione dolcissima è appena distinguibile e che non solo non si può
ingannare il tempo e la morte, ma che anche l’amore, l’unico rimedio possibile,
è bacato, avvelenato dalla presenza del “serpente del tempo”. (Non c’è nulla
che l’assonnato serpente del tempo non riesca a scovare. A volte tocca con la
lingua il cielo, altre scivola sui corpi di due amanti lasciando tracce che
molto presto si rivelano indelebili.).
D’onde tanto pessimismo? A me pare che il filo che separa la
vita dalla morte, per quanto sottile e impercettibile possa sembrare, è invece
l’orlo di un baratro incolmabile: nei versi di “il
viaggiatore, l’autista e il poeto” il viaggiatore con la camicia
celeste, l’autista sudato e il poeta viaggiano insieme verso la morte.
Ma sempre, per me, la morte è qualcosa di impalpabilmente
leggero, come quella polvere che la cameriera spazza via quotidianamente nei
versi di “studio di morte”. La
morte è un circolo vizioso, una giostra inevitabile di momenti che finiscono, è
un animale in agguato mentre <<stai seduta allo specchio e ti trucchi gli
occhi.>>. Tra le cose di tutti i giorni, vitalizzate da un proficuo e
sano disordine, vi è una <<porta. / Dalla quale entra ed esce la
morte.>>. In questo scenario, in cui non esiste speranza, la morte non
assume mai tinte oscure né tantomeno prende consistenza: rimane sempre lieve,
come polvere. La morte non è niente. Forse, per il semplice fatto, di per sé
tautologico, in virtù del quale quando c’è lei non ci siamo noi e quando ci
siamo noi non c’è lei. Che altro ci è possibile, dunque, fuorché rimanere a
osservare il lento disfacimento quotidiano, l’irreversibile processo mortale
che ci coinvolge tutti? Eppure da certi componimenti emerge (come è normale,
del resto) un inconfessabile desiderio di eternità, come nell’accorato inno alla
luna, che nella sua imperturbabilità <<assorbi ogni tristezza. Purifichi
/ ogni peccato>>. Infatti, se è vero che la contesa che ogni uomo disputa
con la propria esistenza terrena è una questione tutta mondana che tutta si
gioca nell’ordine del tempo, non posso negare che in questi versi si respiri
una pagana esigenza di superare la barriera imposta dai limiti temporali. Per
me l’esistenza, certamente un fenomeno di per sé evidente, non è una
ineluttabile realtà quanto un mistero da indagare. Questa indagazione non può
però essere effettuata tramite aspirazioni metafisiche o religiose illusioni ma
sorge e viene condotta attraverso un’accurata osservazione dei gesti e delle
parole apparentemente più banali e consuete. La morte è una cosa unica con il
tempo. Il tempo stesso si identifica con la morte e la vita diviene una
esperienza quotidiana di morte. Il tempo è il maestro di cerimonia del nostro
imminente funerale. La vitalità dell’amore è una illusione momentanea: la
missione di eternità può essere affidata alla poesia, che ha la capacità di
annullare il tempo.
La poesia è il tempo del presente atemporale. Poiché spoglia
il passato e il presente della loro temporalità, detemporalizza le immagini del
passato strappandole dalla memoria, e cancella la quotidianità dal presente per
immergerlo in una virginale dimenticanza. Nella poesia, passato e presente
s’incontrano in un punto atemporale, come una sorta di profondo indistruttibile
eterno presente. La poesia può dunque compiere meravigliose magie: ciò che è impalpabile
può raggrumarsi e assumere una certa consistenza. Così, al poeto non resta che
tentare di condensare in suoni impercettibili il flusso del sangue nelle vene e
i complessi movimenti meccanici dell’encefalo. La concretezza non è un dato
scontato, e ciò che non si vede e non si sente può assumere talvolta contorni
ben delimitati, colori, e peso specifico.
Ogni componimento si snoda così tra parole di apparente
evanescenza e immagini precise e puntuali, mentre i colori non hanno sfumature
e sono pieni e decisi (solo porpora, bianco, nero, verde, rosso, giallo, e
arancione): <<Le mie mani si rimpiccioliscono. Si rimpiccioliscono sempre
di più.>>, <<le rose si gonfiano ai tuoi passi>>, <<Le
rughe sono i fiumi / torbidi che attraversi una volta soltanto>>;
<<Verde sopra il nero>>, <<una margherita nera>>,
<<Ecco, il vento soffia / in un vortice al vento / migliaia di foglie.
Verdi, rosse, / gialle, nere>>, <<stupido arancione>>.
Le immagini, sempre sull’orlo della memoria, sfiorano il
presente e rimangono impercettibilmente inchiodate nella ripetuta lettura che
impongono. Ogni rilettura è un altro sguardo, un’altra focalizzazione. Ancora
una volta, il secondo tentativo è la mossa giusta nell’agone della vita con la
morte.
Questa raccolta, nella sua scarna essenzialità e nella sua
cristallina quotidianità, si contrappone (ma senza brusche fratture) alla più
recente poesia italiana, che sembra apprezzare un ritorno alla parola
evocatrice, all’equilibrio formale e alla compostezza esteriore. E, con la sua
poesia distillata, mi pare ch’essa crei un abile intarsio d’immagini concrete
s’un piano squisitamente reale. La sua poesia è una esperienza reale, fatta di
ricordi che emergono da un passato inesplorabile e di suggestioni provocate da
oggetti comuni. Essa segue un metro comune (la poesia, infatti, nasce in bocca,
come ci hanno insegnato e testimoniato, a diversi e progressivi livelli di
consapevolezza critico-teorica, prima Ungaretti, poi Montale, e da ultimo
Vaghenàs): le parole sorgono da un segno di interpunzione, da una interruzione
che da maggiore risalto ed efficacia, da una pausa di sospensione, da una
celaniana svolta del respiro. Le parole divengono parole-isola che concentrano
il ritmo e il suono della frase, intarsiata poi dal cesello dell’ironia che
incide i versi con penna conscia e memore delle infinite peripezie della
retorica. In “la nascita di Venere”,
per esempio, sono stato accusato di stucchevole manierismo amoroso per i versi
in cui scrivo di voler chiudere la mia donna in una conchiglia. Ma i versi
sono, in realtà, una introduzione pittorica a Botticelli che, come me, ha avuto
bisogno di quelle tinte lievi e di quei toni melensi per fermare il momento
immediatamente precedente il distacco e la separazione. In questa prospettiva,
mi sembra che le parole assumano una pregnanza più complessa, che va al di là
dell’iniziale romanticismo lirico.
LE FONTI
E, dato che abbiano intrapreso il discorso sulle fonti,
proseguiamo su questa strada e snoccioliamo un po’ di dati eruditi. L’intera
raccolta è infatti contesta di riferimenti più o meno dichiarati alla
tradizione letteraria e artistica europea, italiana, e greca, trattati però, mi
pare (o, almeno, me ne picco), con una leggerezza e una autonomia che ne fanno
lirica docta ma non iniziatica, sul crinale
tra raffinatezza e aristocraticità. Un esempio di gran gusto mi sembra la
poesia “malinconia di grammatico”
concepita in forma di ‘scolio’ alla “malinconia
di Iason di Cleandro, poeta nella Commagene” di Costantino Cavafis,
testo che tematizzava fin dal primo verso l’invecchiamento del corpo e della
figura e ne individuava l’antidoto proprio nell’arte della poesia.
Ma il poeta greco più presente nella raccolta è senza dubbio
Kostas Kariotakis (1896-1928), autore capitale del Novecento ellenico, la cui
ricerca formale e il cui pessimismo cosmico sono stati fondamenti essenziali
per le generazioni successive a cominciare dal primo Seferis. Da Kariotakis, i
poemi qui presenti riprendono innanzitutto la struttura, che alterna poesie
originali a traduzioni. Il mio concetto di traduzione letteraria è però, si
badi bene, molto diverso da quello diffuso nella tradizione culturale italica e
a noi familiare poiché implica una riscrittura che acclimati nella lingua di
arrivo l’atmosfera e le sensazioni della poesia prima ancora del suo preciso
dettato: è il caso delle versioni da Wystan Auden (“Lutero” e “notturno”),
David Ricks (“cicladico”), e Gavin
Ewart (“effetti dell’amore” e “ballata di un poeta oscuro per il nuovo
millennio”). Nè si dimentichi il recupero della forma metrica della
canzonetta laforguiana nella “ode alla
luna”. Da Kariotakis dipende anche il tono della “ballata di un poeta oscuro per il nuovo
millennio”, che ricorda distintamente la satira “ballata per i poeti senza gloria d’ogni tempo” (“nepenti”,
1921) e l’ancora più mordace “tutti
insieme” (“elegie e satire”,
1927; già ricantato da Gianni Ritsos nella memorabile lirica “poeti”). “meditatio mortis”,
lungi dal riproporre il tono fiducioso panteistico ed enfatico dell’omonimo
testo di Ànghelos Sikelianòs, ricorda da vicino la sconsolata e sgomenta
riflessione di “scendendo per le scale
che diremo” (una delle ultime poesie di Kariotakis prima del suicidio),
e acquisisce così una valenza decisamente e nettamente escatologica. Ancora: il
componimento fortemente autoironico dal titolo “problemi
con la Musa”, sebbene richiami in primo luogo il testo di “la Muse malade” di Baudelaire, è
senz’altro debitore a “Polinnia”
(“nepenti”,
1921); “il ritorno”, oltre a
ricordare, per la simbologia naturalistica, l’omonima poesia di Kariotakis,
sfocia di fatto nell’<<assoluto Nulla, l’Infinito>> di “vai via, il mio cuore brama” e rammemora
indubitabilmente il motto che apriva in origine le “elegie e satire” <<Riconciliamoci col Nulla e
l’Infinito>>; sempre per rimanere in ambito di confronti, “ora quaggiù” è una divertita riscrittura
di “tombe”; mentre diversi altri
componimenti sono in rapporto genetico con “consigli”
e probabilmente dietro a “cicladico”
si può leggere una velata allusione alle bambole giapponesi di “apostrofe”, anche se i miei ricordi a
riguardo sono alquanto confusi e offuscati.
Più in generale, la silloge colloca il polo intimistico,
quasi confessionale, della mia poesia nel solco di un pessimismo a tratti
sarcastico (nella “ode alla tigre”
compare persino Leopardi, anche se più per l’analogia semantica del nome che
non per una effettiva contiguità contestuale) che coinvolge il presente non
meno delle figure del passato, mostrando così la propria validità eterna, la
definitiva e ineluttabile caduta del soggetto dall’universo del sostanziale e
del continuo in quello della corruzione e della corruttibilità terrena. È in
questa luce che il lettore deve interpretare i numerosi riferimenti al mito
della Grecia antica, arcaica e classica: in “genesi”
è la storia di Edipo e della Sfinge, che si sostituisce al mito di Adamo ed
Eva, peraltro immediatamente recuperato nel testo “brillava il pomo” e poco più in là ampliato e trasfigurato
in “il giudizio universale”: le
due tradizioni, quella classica e quella giudaica-cristiana, concorrono a porre
sin dal principio l’uomo in mezzo al nihil
e dinanzi alla propria titubante meschina incapacità e impotenza. In “il sublime” (titolo parodisticamente
memore del trattato dello pseudo-Longino, autore a me, e alla mia saggistica,
particolarmente caro) troviamo poi la Chimera e Prometeo, Narciso, Zeus,
Endimione (ma quanto lontano dall’Endimione attore della istoria e pròmaco
della poetria in “a Occidente del dolore”
di Elitis), Afrodite e Artemide, le Nereidi le Meduse e le Gorgoni, gli
Argonauti e Medea con Filottete sullo sfondo, Laio, Giocasta (e di nuovo Edipo,
dunque) e Teseo presentati come consapevoli attori del fato in “teologia”.
Non mancano, inoltre, riferimenti, <<talora troppo
compiaciuti>> a detta della mia musa-ninfa Paola, a miti moderni come
Otello e Iagonella (in “ballata
dell’amante insicuro”), Werther (in “i
dolori del giovane Goethe”), Lutero impegnato (in “Lutero 2°”) nella sua titanica lotta di
novello Tannhauser contro le ninfe del Venusberg, l’insicurezza umana e la
corruzione della chiesa. Qua e là emerge, infine, il mio personale gusto per le
opere rinascimentali e barocche quali il mantovano “ritratto di signora” (dove campeggia il nome di Mantegna),
la “Venere di Dresda” di
Giorgione, e il “amor sacro e amor
profano” di Tiziano (ripreso in “amor
profano”), o ancora il ritratto fiammingo forse di Vermeer cui è
accostata la donna amata nella “ballata di
una stagione imcompiuta”.
IL VERSO RITMICO
Ma non è solo la trama fittissima di riferimenti
intertestuali ed eruditi che rende a me particolarmente gradita e amata questa
crestomazia. Dentro vi è anche una profonda e seria riflessione sulla scrittura
e la poetria. Riflessione che scaturisce dalla seguente domanda: con quali
strumenti si può fare poetria oggi? Questa è, in buona sostanza, la partita che
si gioca in questo libro. Un libro che, se non un vero manifesto, va
considerato almeno come la risposta a un problema teorico che più di un autore
ha recentemente insinuato nella repubblica delle lettere.
Tutto parte dalla crisi del verso libero. Il quale, a mio
parere, ha ormai perso la novità e la forza espressiva che possedeva in
origine, quando fu introdotto e consacrato da autori che padroneggiavano
perfettamente (e scientemente sovvertivano e contaminavano) le forme
tradizionali. Al contrario, la poesia moderna si trova ora dinanzi a un vicolo
cieco ingombro delle innumerevoli e insipide creazioni di dilettanti privi di
qualsivoglia nozione (e, di conseguenza, qualsivoglia gusto) della lingua
poetica. Ebbene, io credo che si possa rispondere a questa crisi solo tramite
una riconsacrazione della parola poetica: non però nell’ottica di ricalcare
pedissequamente le forme tradizionali bensì provando a dialogare con esse
ovvero a rivitalizzarle conservandone alcuni elementi essenziali (in primo
luogo la rima) e contestualmente aprendole all’influsso del verso ritmico
libero dalle costrizioni metriche ma scandito da precisi schemi ritmici. In
questa ottica, scrivere versi in una lingua quotidiana (ossia non aulica né
letterariamente connotata), parlando di esperienze quotidiane e note a tutti
eppure servendosi in modo flessibile di categorie espressive sancite da una
lunga tradizione, può diventare un buon metodo per schivare le melodrammatiche
pastoie del sentimentalismo, rifiutare l’insulsa totipotenza semantica del
posmodernismo, e incanalare l’élan vital
della ispirazione in un dialogo ricco di ironia (talora amarissima) ma anche di
consapevole profondità con il passato.
Ecco allora che dietro certe rime (e la tipologia delle
opzioni rimiche è amplissima: sono presenti nella raccolta, oltre alle più
comuni rime baciate e incatenate, anche rime ricche, identiche, imperfette, e
difficili) si nasconde ben più di un mero compiacimento enigmistico: la
trasfigurazione dell’espressione in contenuto, della forma in senso, capace di
squadernare inattese analogie ma anche un tema centrale del florilegio quale,
appunto, il vuoto della morte e l’assenza di senso nella vacua vastità
dell’universo. In queste pagine, io ho cercato di espropriare dalla canzone una
delle prerogative che essa suole svendere e deprezzare (la rima, appunto),
facendone uno strumento poetico nuovo, raffinato e ironico, di una ironia che
solo a tratti inclina anche, scherzosamente, all’alessandrinismo crepuscolare
(nel senso gozzaniano della rima tra “Nietzsche” e “camicie”).
Ed ecco allora che nelle poesie intitolate a movimenti
musicali (quali “allegro” e “andante”) o a componimenti poetici
dell’antica tradizione rinascimentale (“madrigale”),
pur nel rigore dell’impianto strofico, non sempre i versi conoscono una misura
regolare, e le rime si rispondono in modo talora sorprendente, mirando piuttosto
a ricreare un’atmosfera poetica (eminentemente legata al più sentito tenore
intimistico) che non a riprodurre uno schema astratto di lunghe e brevi, o di
accenti primari e secondari.
Il lettore non creda però, a questo punto, che l’unico
interesse di questa raccolta risieda nella ricerca formale di una espressione
poetica plausibile (perseguita, come poc’anzi rilevato, giurando fedeltà alla
rima, e seguendo la tradizione nell’uso prevalente, anche se non universale,
dell’endecasillabo). In questo libro vi è molto altro: una finissima
sensibilità per temi come l’amore (seguito da presso lungo le pieghe della
gelosia, le sfumature dell’eroto, l’onnipotenza della passione, la
superstizione dell’attesa, il rimorso dell’addio), il tempo, la decadenza, e la
morte (tre concetti indissolubilmente legati da uno stretto rapporto quasi
metonimico di contiguità, come ho già avuto modo di sottolineare e rilevare nel
primo paragrafo di questa introduzione, programmaticamente intitolato “amore, tempo e morte”), il profumo
sublime e stimolante della tristezza, lo sgomento dinanzi all’abisso del nulla
che inghiotte anche il peccato, l’ansia per una vita diversa che s’indovina da
una breccia nel tempo (si ricorderanno, qui, le “malchiuse porte” montaliane),
il precario e provvisorio rifugio offerto dalla poetria e dalla città e dalla
luna. Soprattutto, emerge un disgusto per la volgarità e la grossièreté di certa parte del mondo
contemporaneo, e si fa viva l’urgenza di un ritorno all’apprezzamento di realtà
genuine ed essenziali (ma non per questo meno sfuggenti) come la luce la notte
il corpo e i profumi della natura.
Ma è solo la forma sorvegliata di questi componimenti a
filtrare la piena dei sentimenti e delle sensazioni che questi tempi
(of)feriscono. Né la trama di riferimenti nuoce alla vitalità dei poemi né
tantomeno li confinano in un ghetto provinciale o in una nicchia erudita. A ben
vedere, anzi, il disagio nei confronti del troppo abusato verso libero, la
rinnovata fortuna delle forme poetiche tradizionali, e in particolare il
recupero di assonanze e rime, non sono fenomeni isolati nel panorama
contemporaneo: non solo se ne possono rintracciare sporadiche avvisaglie in
altri poeti più o meno coetanei, ma si tratta di fenomeni ben attestati nel
contesto della lirica europea: penso a esperimenti come le quartine di Patrizia
Valduga o i sonetti di Giovanni Raboni, a certe poesie rimate del poeta doctus Durs Grunbein o di Vicente
Luis Mora (ma tra i poeti ispanofoni si ricorderà in primo luogo Borges), ai
sonetti arditissimi di Jacques Roubaud, e soprattutto ai testi che compongono “la
poursuite du bonheur” di Michel Houellebecq, senz’altro meno dotti e
meno allusivi, ma talora significativamente vicini alla restante produzione per
quanto concerne l’uso dell’ironia, la semplicità del tono e della lingua, e
l’atmosfera gravida di scettico pessimismo.
La poesia dei “poemi
per combattere la morte” è dunque (e non solo per l’aperta presenza di
testi stranieri) una poesia di caratura pienamente greca, ellenica, ed europea.
Una poesia, inoltre, che configura un modello forse difficilmente riproducibile
su larga scala (pare arduo immaginare che nasca da qui un movimento vero e
proprio, o che il verso libero venga detronizzato d’emblée: la scuola dei neo-formalists
americani non ha infatti sortito esiti degni di nota) ma che mi auguro
destinato ad ampliare e slargare lo spazio letterario di oggi lanciando una sfida
espressiva di grande portata per i poeti che verranno. Una poesia, infine, che
si vuole nuova guardando all’antico, all’insegna del motto <<Il futuro ha
piedi nuovi ma cuore antico.>>.
¿CHE COSA È LA POESIA?[3]
Questa domanda ha tuonato attraverso i secoli per piombarci dritta
in testa e, uscendoci dalle orecchie, ci cola sul viso e rivola in terra
inzuppandoci le scarpe. La poesia, con tutto quello che le compete e più le si
aggrega, è (anche) un problema. Un problema freddo, duro, mutevole, perenne e
coriaceo; in altre parole, eterno. Un problema che permette di snocciolare
parole su parole: della poesia si ha un bel dire. Eppure, quando si discorre di
poesia, letteratura, e arte c’è sempre qualcuno che si trova presente ma non
presta veramente ascolto, o, più precisamente, qualcuno che ode e tende
l’orecchio e guarda ma poi non sa di che cosa si sia parlato.
Partirò da una parola: atemwende,
parola tedesca titolo di una silloge poetica di Celan del 1967 e cruccio per i
traduttori, costretti a macchinose perifrasi (mi vengono in mente le più
ispirate e suggestive: “svolta del respiro”, “détour du souffle”, e “cambio
del aliento”). Che cosa è, dunque, l’atemwende?
È il momento intangibile tra un respiro e l’altro, il silenzio del sospiro tra
due respiri, il ritmo del vivere, l’osmosi di battere e levare, la pausa
impercettibile in cui un essere vivente passa dalla fase di inspirazione a
quella di espirazione, e viceversa. La poesia parte da questa svolta del
respiro e in questo istante micro-eterno trova la sua ragion d’essere (che è
una ragione sufficiente).
Per me, la poesia è un’erma bifronte: da un lato croce,
dall’altro delizia. Dall’un lato la poesia è ricerca e rifondazione di una base
vitale praticabile. Poesia è lotta per una realtà, lotta per conquistarsi una
realtà: ogni immagine una spanna di terra conquistata, ogni poesia un acro di
terra guadagnata, ogni libro un paese strappato al nemico silenzio. Dall’altro
la poesia è un essere grottesco e giambo-pentapodale, dotato di cento bocche e
mille braccia. La poesia è l’oggetto di una conversazione sorda, la sostanza di
un dialogo muto, una vita priva di vita ma che non è morte, come un desiderio
prima di essere desiderato, come il vuoto della mente dopo il sesso, prima del
sonno e del sogno. La poesia è il momento di tensione prima dello sparo del
sicario, l’attimo prima del lampo-tuono-gong
che annuncia la tempesta, è l’istante di obnubilamento psichico e
annientamento razionale della mente che, tutta concentrata e addensata
nell’in-sé di se stessa, non pensa nulla nell’impercettibile secondo di
annebbiamento dell’orgasmo, la micro-eternità della svolta del respiro, l’atemwerde. Essa potrebbe essere
continuata all’infinito se qualcosa non accadesse. Ma qualcosa accade: il lampo
di luce al tramonto e l’assassinio del sole; lo sbadiglio del vulcano e il
gemito della luna; la danza della morte e la danza dei topi, il gong sulfureo della tempesta e il tuono
reboante degli dei¸ l’impeto della gazzella, il riso della gazza nera sugli
aranci, e il ghigno dell’ignoto marinaio.
La poesia è dunque una svolta del respiro, il momento
intangibile tra un respiro e l’altro, il silenzio del sospiro tra due respiri,
il ritmo del vivere, l’osmosi di battere e levare, la pausa impercettibile in
cui un essere vivente passa dalla fase di inspirazione a quella di espirazione,
e viceversa. Nessuno può dire quanto a lungo la pausa-svolta del respiro persista,
orientandosi secondo l’angolo d’incidenza della sua stessa essenza. Il poema si
afferma al margine di se stesso, incessantemente auto-evocandosi e riconducendosi
dal suo ormai-non-più al suo pur-sempre al fine di poter sussistere ancora.
Tuttavia questo pur-sempre non può non essere un parlare e quindi non è un
verbo in assoluto e verosimilmente neppure corrispettivo verbale bensì
linguaggio attualizzato, affrancatosi sotto il segno di un processo
individuante, indubbiamente radicale, ma contemporaneamente e perennemente
consapevole dei limiti che la lingua impone e delle possibili opzioni che la
lingua dischiude. Questo pur-sempre del poema è chiaro che lo si può ritrovare
solo nel poema di colui il quale non dimentica che sta parlando sotto l’angolo
d’incidenza della sua propria esistenza, della sua condizione creaturale. E
allora il poema sarebbe ancora più chiaramente linguaggio di un singolo
individuo divenuto figura nella sua più intima sostanza, presenza e imminenza.
Come detto, la poesia sa anche essere un essere mostruoso,
marionettesco e giambo-pentapodale, che forma l’oggetto di una conversazione
che ha luogo, non nella conciergerie,
ma in una camera. Una conversazione la quale potrebbe essere continuata
all’infinito, se qualcosa non accadesse. Ma qualche cosa accade. E questa qualche
cosa, intervenuta mentre dura la conversazione, s’impone brutalmente: è
l’anti-parola che muove da una distanza che essa stessa ha inteso programmare
in vista di un incontro impossibile, la contro-parola che strappa il tessuto
della trama, la non-parola che spazza il filo del discorso, la primigenia
parola che non s’inchina più dinanzi alle cariatidi e ai destrieri e ai cavalli
da parata della storia, la preparola che è un atto di libertà. La poesia è un passo,
è una parola a cui si possono apporre accenti differenti: quello acuto del
presente, il grave della storia, o il circonflesso dell’eterno. Certo, il poema
oggi rivela una forte inclinazione ad ammutolire (e ciò è innegabile) anche in
conseguenza or dell’attuale disgregazione del linguaggio e or delle difficoltà
non sotto-valutabili delle opzioni lessicali dovute all’accelerato declino
della sintassi e alla veloce-vivace-vorace propensione all’ellisse.
La poesia è solitudine. Il poema è solitario. Solitario e in
perpetuo cammino: chi lo scrive gli rimane semprunque (sempre e comunque) inerente-latente.
E per questo si colloca dentro il mistero dell’incontro, anzi all’incrocio di
più incontri. Il poema tende ad altro, ne ha bisogno, necessita un interlocutore,
lo ricerca e vi si dedica trovato. Ogni oggetto, ogni essere umano, per il
poema che è proteso verso l’altro, è figura di questo altro. L’attenzione che
il poema cerca di porre a quanto gli si fa incontro, il suo acutissimo senso
del dettaglio, del profilo, della struttura, del colore, ma anche dei palpiti e
delle allusioni, tutto questo è un concentrarsi del poema sull’altro e
sull’altro del poema. Il poema diventa l’opera di qualcuno che tuttavia
continua a usare i sensi, rivolto tutto a quanto appare integrandolo,
apostrofandolo. Diventa colloquio (e spesso un colloquio disperato). È solo
entro lo spazio di questo colloquio che si costituisce l’entità interlocutoria,
la quale si aduna attorno all’ “io” che l’appella e la nomina. Ma, in questa
sua presenza, l’entità interloquita e nominata, fin quasi a diventare un “tu”,
introduce il suo essere altro. Ancora nell’hic
et nunc del poema (il quale di per sé possiede sempre soltanto tale unico,
irripetibile e puntuale presente), ancora in questa immediatezza e contiguità
il poema consente che abbia voce quanto all’altro è più proprio: ossia il suo
tempo. Quando noi parliamo con le cose a
questo modo, sempre c’imbattiamo anche nel problema della loro origine e della
loro destinazione: con un simile problema, che rimane aperto non sfociando ad
alcuna conclusione e non additando uno spazio aperto e vuoto, noi siamo
ampiamente e apertamente fuori. Ma ben esiste, con ogni poema reale, anche con
il più modesto fra i poemi, questo ineludibile problema e questa inaudita
pretesa. In tal modo il poema è il luogo ove tutte le metafore e tutti i tropi
vogliono essere condotti ad absurdum.
Il cammino della poesia è un percorso circolare: la poesia conduce il poeta
entro limiti e confini, costringendolo e coartandolo dove egli è più ristretto
in se stesso e dove solo può realizzare la sua libertà.
Perchè anche questo è la poesia: la poesia è libertà. La
poesia è libera: da ogni ragione morale e didascalica, fuori da ogni
determinato contenuto morale, filosofico e scientifico, al di là di ogni
realismo, sensualismo, naturalismo, al di là anche del sentimento, anzi al di
là di ogni contenuto concreto e definito, al di là di ogni dispersiva tendenza
al racconto e al discorso la poesia trova in sé stessa la propria ragion d’essere,
la propria dignità: poesia è brivido cosmico, sensazione d’universo consegnata
alla parola, richiamo al tutto per mezzo del potere evocativo della parola
stessa, che, attraverso l’espressione e insieme attraverso la suggestione e la
musica, si fa centro di un progressivo allargarsi di allusioni concentriche,
vago anticipo della verità. È da qui che vengono intuiti due momenti di vita
della lingua secondo una tipica irrequietezza della parola: c’è un piano
commerciale, di comodo, d’uso comune, in cui prevalgono le componenti logiche
del discorso, e c’è un piano, invece, profondo, segreto, in cui la parola
riacquista una vita originaria e freschissima, si libera dalle patine
dell’abitudine, e ritrova la sua iniziale potenza. Nella poesia la parola fruisce
una franca condizione di canto in cui il senso logico giunge quasi al limite
dell’annullamento: essa dà non so che prevalenza al libero gioco dei riflessi
irrazionali e analogici, alla capacità di creare sensazioni di atmosfera, in
cui anche i silenzi, le pause, gli spazi bianchi entrano come necessarie
urgenze espressive nella spirituale sintassi di periodi lirici che, tutti,
all’interno, nelle loro parti, e tra di loro, con gli altri, si richiamano e si
sostengono secondo ragioni di tono e di durata. In questo ordine definito di
ricerche, in questo irrequieto destino della parola hanno il loro luogo
naturale i modi espressivi più densi e più attivi: qui hanno un loro opportuno
ed esatto senso gli studi sui valori fonici e sui difficili rapporti tra senso
e suono, l’uso continuo ed energico dell’analogia, come modo rapido e quasi
veemente di porre rapporti, di aprire orizzonti e anche certe osservazioni
leopardiane circa il diletto aperto ed infinito delle idee concomitanti; qui ha
il suo senso più vero l’intuizione di una poesia come distanza, di cui ebbe più
volte a parlare Ungaretti, secondo il quale la poesia si propone di mettere in
contatto ciò che è più distante: maggiore è la distanza, maggiore è la poesia;
quando tali contatti danno luce, è toccata poesia. Sono le piccole parti che
fanno la poesia, secondo libere e veloci intuizioni del sentimento, secondo un
libero linguaggio di viventi acutezze.
La poesia è una direzione. Io ho tentato di scrivere poesie
per parlare, per orientarmi, per accertare dove mi trovassi e dove stessi
andando, per darmi una prospettiva di realtà e verità. La poesia è
vicissitudine, movimento, e cammino: chiedersi quale sia il senso di tale
cammino sarebbe come chiedersi quale senso ha il moto delle lancette
dell’orologio. La poesia, essendo manifestazione linguistica e quindi dialogica
per natura e costituzione, veicola un messaggio che l’autore consegna all’etere
e alla carta nella ferma e sicura convinzione che esso possa un qualche giorno
e da qualche parte approdare. In questo senso le poesie sono un moto: esse
hanno sempre una meta. Quale poi sia la meta è difficile a dirsi: qualcosa di
accessibile, di acquisibile, forse un “tu”, o una realtà, comunque aperta al
dialogo. Sono queste (io credo) le realtà che interessano la poesia. Realtà che
si accostano alla lingua adottata con la propria esistenza e secondo l’angolo
visuale della propria stessa essenza, prive di verità e di verità in perpetua,
perenne e inesausta ricerca (che è solo un’altra forma di movimento); ferite
già da verità e da verità pur sempre attratte.
Già: perchè la poesia è anche, e soprattutto, lingua e
linguaggio. E la lingua, tra quante siano realtà raggiungibili dalla poesia,
rimane il suo più precipuo e peculiare possesso perenne: la lingua, nonostante
tutto, rimane una realtà perennemente acquisita. Dopo un travaglioso percorso
che l’ha portata a passare attraverso il mare degli eventi e l’impetuosa
procella dei fatti correnti e ricorrenti, attraverso tutte le proprie risposte
mancate di un orrendo mutismo e le mille e mille tenebre di un discorso gravido
di nihil. Ma poi, che lingua? Ebbene,
io credo in primis che la poesia
debba trovare il proprio linguaggio forgiandolo sulla base della maggiore
aderenza al proprio oggetto d’interesse, e in
secundis che tale linguaggio non sia dato una volta per tutte e non
fenomenologicamente né ontologicamente acquisito ma vada istoricamente
ricercato e adattato alle proprie esigenze espressive. E mi sento di affermare
ciò senza tema di smentita per una serie di motivi: 1) poichè (se mi è
consentito usare un’espressione mutuata dall’ambito delle arti visive),
tenendo d’occhio la policromia di quanto è apparentemente attuale, non si può
non registrare con fastidio un certo grigiore cromatico nel linguaggio della
poesia attuale; 2) poichè la poesia rivendica comunque infinitezza e cerca di
aprirsi un varco attraverso il tempo (e si badi bene: attraverso non sopra il
tempo) che l’attuale linguaggio poetico non può offrire; 3) poichè la poesia è
(anche) il luogo in cui ciò che può essere percepito e raggiunto mediante la
lingua si raccoglie attorno or al centro da cui ricava forma e verità e or a
quella individuale esistenza che pone interrogativi all’ora presente, sia la
propria che quella del mondo, al battito del cuore e al secolo; e nonostante da
un lato sappia che il poema non sia qualcosa di atemporale, e dall’altra contestualmente
io noti e comprenda che il linguaggio poetico attuale in primis si sia fatto più sobrio diffidando dal bello per tentare
di essere più vero e reale e per risultare più attento e aderente ai fatti, in secundis ricerchi la propria
musicalità in un luogo in cui essa non ha più nulla da spartire con la
melodiosità dell’antica poesia ritmica, in
tertiis abbia più a cuore l’accuratezza e la precisione che la poeticità
del messaggio con la conseguenza che esso non trasfigura e non poetizza più ma
solo nomina e instaura legami tra oggetti della realtà cercando di delimitare
il campo del possibile e del dato. La lingua, come la realtà, non è, né è data
una volta per tutte: la lingua, come la realtà, va cercata. Conquistata.
Tuttavia, dopo una così lunga e tediosa discettazione, sento
di non aver ancora risposto all’iniziale quesito che ha dato l’aire a queste
pagine. Ebbene, io devo arrendermi e confessare che non so proprio, proprio non
so che cosa sia la poesia. Posso solo tentare un abbozzamento ponendo
un’ulteriore domanda: è ancora un mattino per la poesia? È ancora possibile
una poesia oggi? Sì, poichè la poesia offre e garantisce una prospettiva e una
direzione all’individuo (scrittore e lettore). Come? La poesia oggi non può
ch’esistere entro i confini della responsabilità assiologica: rifiutando il
disimpegno irresponsabile manifestantesi nell’intercambiabilità del mezzo
linguistico; evitando le bellurie, gli orpelli e gli ornamenti fini a se stessi
di una musicalità o concinnitas
tradizionale; e infine respingendo la falsa sobrietà della manualità artigiana
o la superstizione del potere autonomo del cosiddetto materiale linguistico. La
poesia oggi può esistere solo condizione che prenda forza dall’essere connessa
con un destino, dall’essere traccia di una biografia, dall’essere prova
tangibile di un’avvenuta esistenza, e nello stesso tempo si levi al di sopra
della biografia e fondi sull’evento vissuto un valore paradigmatico. A
condizione che sappia rivelarsi e vivere ed esistere sotto l’angolo d’incidenza
della sua stessa essenza. La poesia s’incontra nell’infinito di un punto
matematico utopico, nel paradosso di un sorriso mentre si piange, nel cuore
della bestia, nella svolta del respiro di un urlo soffocato, all’incrocio di un
paradosso dionisiaco, nell’intersezione di un chiasmo esistenziale: tra lo
sforzo che l’arte sopporta nell’attività di produzione di un senso mai
riducibile a categoria intellettuale e il tentativo filosofico di svelare
l’indicibile, di andare oltre la dimensione ordinaria del discorso, di indicare
ciò che può essere davvero portato a parola e ciò che invece non può essere
detto, ma magari solo mostrato o indicato, la sfida che la ragione concettuale
intrattiene con la realtà. Quando ciò accade, allora la poesia si mostra come
significato, come concetto in forma d’immagine, come pensiero di ciò che non
può essere semplicemente interpretato nella forma del discorso. L’armonia
perfetta, il nodo indissolubile che non si può dispiegare ma solo carpire, la
promessa di una conoscenza così penetrante da non doversi dare in forma
discorsiva bastando che si presenti solo nella sua forma più intuitiva ed
evanescente: è il luogo della congiunzione carnale dei concetti e delle
immagini, della concezione bacchica delle visioni, e della loro congiunzione
illegittima delle loro condotte improprie. Più di ogni altra cosa, dunque, la
poesia è inesprimibile, inspiegabile, non razionalizzabile, e non
argomentabile.
Più di ogni altra cosa la poesia è fatta di enigmatiche
parole cifrate, cifrari nascosti e codici sotterranei, quasi sottesi, quasi
nascosti, quasi subdoli, quasi ambigui. La poesia è il disegno cancellato di un
vuoto, l’eco urlato di un silenzio, l’ombra abolita d’uno splendore. L’atteggiamento
del lettore nei suoi confronti deve gioco-forza essere duplice: egli deve or
guardarsi dal tentare di risolvere, o essere perderanno tutto il loro segreto,
ma dovrà anche guardarsi dal non risolvere lasciandole fluire liberamente
nell’aria e scorrere nell’orecchio senza una ragione, pena l’incomprensione, la
perdita del carattere liberamente eppure pressante polisemico del messaggio, e
il monadico solipsismo tautologico. La poesia reca un peso, un gravame, un
coraggio, una tristezza; autocontrollo, urgenza e foga. Può darsi benissimo che
questa o quella poesia, così come tento di spiegarmela, ascoltarla e leggerla,
io la intenda in modo errato; può darsi che la intenda in modo abbastanza difforme
da come è stata concepita; e anche ad altri accadrà la stessa cosa. Ma questo
non cale, non è così rilevante rispetto al dato di fatto che queste poesie mi
stanno addosso, m’incalzano, mi costringono in un modo o nell’altro a
immaginare qualcosa. Lo scrittore non può sapere quali immagini egli evochi
nell’animo altrui; ma qualche immagine, non importa di che genere, qualche
immagine egli deve necessariamente suscitarla. Come saranno queste immagini, e
il fatto che saranno sempre altre e ulteriori rispetto a quelle da se stesso
postulate, può solo presumerlo: di decidere su questo punto lo scrittore non ha
facoltà: egli deve lasciare questo compito a quanto ha scritto (e da qui il
carattere oscuro, ermetico, enigmatico, spesso indecifrabile della poesia, e
sua cifra caratteristica): la poesia è oscurità. A tal proposito, devo dire che
immaginazione e esperienza, esperienza e immaginazione, mi fanno pensare, in
considerazione dell’oscurità della poesia oggi, a un’oscurità della poesia come
pensiero della poesia, quindi a un’oscurità costitutiva, congeniale. In altre
parole, la poesia viene al mondo oscura; viene al mondo come evento di
individuazione radicale, come un pezzo di linguaggio, e quindi, nella misura in
cui il linguaggio può essere mondo, carica di mondo. Esiste, al di qua e al di
là dell’esoterica, dell’ermetismo e di altri fenomeni analoghi, un’oscurità
della poesia. Anche ciò che è essoterico, anche la poesia più aperta (e io
credo che oggi, soprattutto in Germania, vengano scritte anche poesie così, in
certi punti addirittura spiccatamente porose in cui filtra la luce) abbia il
suo buio, ce l’ha in quanto poesia – viene al mondo, poiché è poesia, buia. Una
oscurità dunque congeniale, costitutiva, che la poesia oggi ha. E anche la
poesia più essoterica, la più aperta, è oscura. Abbiamo più di un motivo per
mettere tra virgolette ciò che intorno a noi ha imposto il proprio nome, ciò
che è arrivato a ottenere rilevanza e riconoscimento; la poesia è il luogo in
cui tutte quelle parole, senza cercare una giustificazione in una qualunque
pretesa originalità, ma piuttosto cariche di quel fardello, sperano di trovare
ancora posto in quanto parole una casa. Viviamo in un’epoca in cui tutti si
legittimano a ogni pie’ sospinto verso l’esterno, per non doversi giustificare
di fronte a sé stessi. In questo senso la poesia conserva, nel suo modo
odierno, l’oscurità dell’illegittimo: si presenta senza referenze, senza
indicazioni, e senza virgolette. Non sto parlando della poesia moderna, parlo
della poesia di oggi. E tra gli aspetti essenziali di questo oggi c’è l’assenza
di futuro: non posso tacervi il fatto che non so rispondere alla domanda: verso
quale mattino si sta muovendo la poesia? Se la poesia rasenta quel mattino,
allora possiede una sua oscurità. L’ora in cui nasce la poesia, si trova al
buio. Molti dicono di sapere che si tratta del buio dell’alba; io non condivido
questa consapevolezza. Lo ritengo congeniale o, per meglio dire, costitutivo.
La poesia, in quanto poesia, è oscura. Per quale ragione le poesie di epoche
precedenti ci appaiono più comprensibili di quelle a noi contemporanee? Forse
anche perché esse in quanto poesie, e quindi con il loro buio, si sono già
volatilizzate. Il buio congeniale alla letteratura, lo sconcertante [buio della
poesia viene di qui: dalla direzione in cui si muove il testo verso l’ignoto di
ciò che più gli è estraneo. Questo è il buio, se non congenito certo connato,
della poesia. Che non ha niente a che vedere con l’agire nell’ombra. Questo
perchè vi sono, nel pensiero, non solo percorsi logicamente determinati: vi
sono anche visioni. Tra queste visioni può essere annoverato ad esempio: il
fatto che quando una poesia giunge a determinate formazioni sintattiche o
fonetiche, viene costretta dentro binari che portano fuori dal suo ambito e
quindi anche dall’attualità che ne determina la necessità. Vi è, in altre
parole, una censura linguistica che è proprio solo della poesia e che non vale
soltanto per il suo vocabolario, ma anche per categorie come la sintassi, il
ritmo o la pronuncia: a partire dal non detto, alcune cose diventano
comprensibili; la poesia conosce l’argumentum
a silentio. C’è dunque un’ellissi che
non va fraintesa e interpretata come tropo o addirittura come raffinatezza
stilistica. Il dio della poesia è incontestabilmente un deus absconditus. L’argumentum
a silentio in questo senso è lecito.
In ultima istanza (per dirla con Celan) la poesia è la
patente d’infinito data a quanto è pura mortalità mondanità e vanità.
IL POETA E IL DISERTORE.[4]
Da secoli la letteratura viene accusata di frode, di
corruzione, di empietà: O è inutile o è velenosa. Dissacrante, perversa,
affascina e sgomenta. Numinosa e mutevole, non esita ad usare gli dei per
adombrare le sue favole. Irreale, ci offre finte e inconsumabili epifanie
illusionistiche. Priva di sentimenti, li usa tutti. Splendidamente deforme,
impone la coerenza sadica della sintassi. La sua coerenza nasce dall’assenza di
sincerità.
Taluno (tra i quali non rari grandi scrittori) meditò di
togliere di mezzo affatto la letteratura: deliziosa lite con le proprie
entragne. Altri, liberale e umanista, volle e vuole rieducarla. Oppure, con
avvocatesco fervore e astuzia da casista, scoprono che dopo tutto la
letteratura già collabora alle migliori sorti dell’uomo, illuminante e
servizievole. Ma essa, cortigiana di vocazione, rifiuta di farsi moglie
virtuosa, onesta e schietta compagna. Vanamente la insidiano a farsi educatrice
di figli sani ed eterosessuali, consorte indaffarata ed elegante. Da cortigiana
si farà prostituta dei porti, puttana da camionisti. È uno scandalo
inesauribile. Per questo è tanto difficile essere totalmente suoi sectatores. Non v’è letteratura senza
diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto, da ogni obbedienza solidale,
ogni assenso alla propria o altrui buona coscienza, ogni socievole
comandamento.
Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile.
Fondamentalmente asociale, il disertore dovrà calcolare le astuzie della fuga
secondo le strutture coattive del suo tempo. Detesta l’ordine e la buona
coscienza, e la complicità dell’uno e dell’altra gli è fatale. Dove trionfa
quel risibile middle aged, l’uomo,
egli deve schermirsi, eludere, fuggire. Quotidianamente, con gesto tragico ed
esatto, deve mondarsi dei miti euforici della disonesta buona coscienza:
saggezza collettiva, progresso e giustizia. Con lo sguardo irrequieto, codardo,
in tralice, cerca instancabile gli indizi della violenza, geroglifici minerali
su mano parzialmente umano, il muschio che cresce sulla nostra bocca, le geometriche
piaghe della decomposizione; sta dalla parte della morte, abbagliante
ingiustizia, difficilmente perfettibile, paradosso squisito, ironico luogo cui
si perviene quando si cessa di camminare. Elegge a propria dimora cunicoli non
intonacati e preferisce percorrere sentieri non asfaltati. Abbisogna di una
specifica libertà, diversa per ogni scrittore: comunque una libertà non
liberale (se mi si passa la tautologia), e che infatti il liberale non tollera:
una libertà eversiva e blasfema. Lo soffoca la libertà affettuosa, che ha
sapore di onesta e perfezionista collaborazione. Può sopravvivere in qualunque
atmosfera, purché infetta. Dove regnano le tenebre dell’ottimismo egli è un
clandestino, che reca con sé, con sacerdotale cautela, il tabernacolo dei veleni.
Naturalmente anarchico, è sempre in contatto con quei corridoi degli inferi,
fitti di tende e subitanei gomiti, quei labirinti in cui lo sguardo virtuoso
dell’uomo umanista non osa avventurarsi. Anarchica, la letteratura è dunque
un’utopia. E come tale ininterrottamente si dissolve e si coagula. Come è
proprio delle utopie, essa è infantile, irritante, sgomentevole.
Scrivere letteratura non è un gesto sociale. Può trovare un
pubblico; tuttavia, nella misura in cui è letteratura, esso non ne è che il provvisorio
destinatario. Viene creata per lettori imprecisi, nascituri, e destinati a non
nascere, o già nati e morti; anche, lettori impossibili. Non di rado, come il
discorso dei dementi, presuppone l’assenza dei lettori. Di conseguenza, lo
scrittore fatica a tenere il passo con gli eventi; come nelle vecchie comiche,
ride e piange a sproposito. I suoi gesti sono goffi e clandestinamente esatti.
Assai imperfetto è il suo colloquio con i contemporanei. È un fulmine tardivo,
i suoi discorsi sono inintelligibili a molti, forse persino a lui stesso.
Allude ad eventi accaduti tra due secoli, che accadranno tre generazioni fa.
Lavorare alla letteratura è un atto di perversa umiltà.
Colui che maneggia oggetti letterari è coinvolto in una situazione di provocazione
linguistica. Irretito, irrigato, immerso in una trama di orbite verbali,
sollecitato da segnali, formule, invocazioni, puri suoni ansiosi di una
collocazione, abbagliato e ustionato da fulminei, erratici percorsi di parole, voyeur e cerimoniere, egli è chiamato a
dar testimonianza sul linguaggio che gli compete. Avvolto nelle spire della
lingua, non solo lo scrittore non è contemporaneo agli eventi che sono riusciti
a procurarsi una cronologia non incompatibile con la sua biografia; ma nemmeno
è contemporaneo a quegli altri scrittori con i quali convive, se non quando
anch’essi siano in qualche modo coinvolti nel medesimo linguaggio: condizione,
questa, metafisica, e non storica. Dunque, non gli eventi storici, non il
salvacondotto delle storie letterarie ci danno accesso alla letteratura ma la
definizione del linguaggio che in essa si struttura. Non lavora secondo estro o
fantasia, ma secondo ubbidienza; cerca di capire che cosa vuole da lui il
linguaggio, dio barbarico e precipitosamente oracolare. La sua devozione è
fanatica e inadeguata. L’oggetto che nasce è un ordigno, fabbricato secondo le
regole, uniche e inderogabili, con cui si fabbricano gli ordigni: ma egli
ignora affatto in quali e quanti attentati, da quali mani, verrà lanciato
questo esplosivo inesauribile; e solo lo assiste la clandestina, odiosa
speranza che, col tempo, esso finirà con l’offendere tutti. Dunque, l’autore ha
l’oscura sensazione che quell’ambiguo essere che egli ha dato alla luce con la calliditas corporale e l’eroica nescienza
delle madri, venga stuprato da ogni volontà di capire quel che vuol dire. E
sebbene sappia di averlo destinato allo stupro fin dall’inizio, il pensiero che
si voglia spiegare il senso, il significato e il che-vuol-dire lo riempie di
istintivo orrore. L’oggetto letterario è oscuro, denso, direi pingue, opaco,
fitto di pieghe casuali, muta costantemente linee di frattura, è una taciturna
trama di sonore parole. Totalmente ambiguo, percorribile in tutte le direzioni,
è inesauribile e insensato. La parola letteraria è infinitamente plausibile: la
sua ambiguità la rende inconsumabile. Proietta attorno a sé un alone di
significati, vuol dire tutto e dunque niente. Da questo selvatico e lucido
non-sapere si deduce che lo scrittore non rientra nel misto sindacato degli
intellettuali. Mai lo scrittore venne più insolentito di quando lo si volle
includere in questo risibile quinto stato. Meglio chiamarlo buffone.
Ovviamente, la figura abbastanza repulsiva dell’intellettuale è una invenzione
umanistica. Nel corpo della proposizione, le parole si dispongono con
disordinato rigore, e con rigorosa e severa baccanale confusione come astratti
danzatori cerimoniali di una danza bacchico-orgiastica. Obiettivo costante
delle invenzioni retoriche è sempre il conseguimento di una irriducibile
ambiguità. Il destino dello scrittore è lavorare con sempre maggior coscienza
s’un testo sempre più estraneo al senso. Frigidi esorcismi scatenano la
dinamica furorale dell’invenzione linguistica. Le immagini, le parole, le varie
strutture dell’oggetto letterario sono costrette a movimenti che hanno il
rigore e l'arbitrarietà della cerimonia; tutto è esatto, e tutto è mentito. E
qui si raccoglie e salda la provocazione fantastica della letteratura, la sua
eroica, mitologica malafede. Con le sue proposizioni ‘prive di senso’ e le sue
affermazioni non verificabili, inventa universi, fingendo inesauribili
cerimonie e riti d’inenarrabile blasfemia. Essa possiede e governa il nulla,
ordinandolo secondo il catalogo dei disegni, dei segni, degli schemi. Ci
provoca e sfida, offrendoci un illusionistico, araldico pelame di belva, un
ordigno, un dado, una reliquia, la distratta ironia di uno stemma.
Così, queste ‘schegge di follia’ rivelano segni, numeri,
ideogrammi e lettere, che non si possono interpretare: assistiamo infatti, qui,
a una esplosione alfabetica e all’occupazione nominalistica dello spazio. E
allora che sarà quella muraglia grafica se non l’esile e saldo confine della
grammatica? Pare confermare questa descrizione l’ordine e mimesi della sintassi
in cui si dispongono numeri e lettere e ideogrammi. Ma si veda come si riveli
menzognera codesta disciplina: giacché i segni si dispongono sì in bell’ordine
ma non diverso da quello morto e letale del dizionario e il frigido elenco
alfabetico e la scostante serie de i numeri; e dunque la collaborazione
sintattica non è che una frode, come la compagnevole vicinanza dei sepolcri e o
la compaginata fraternità de gli eserciti. In tal modo esso aspira come a
proprio ideale alla concisa emblematicità di un orario ferroviario: pagine in
cui poche cifre, patetici o arroganti nomi di agglomerati umani e indicazioni
di neghittosi o precipitosamente scanditi itinerari riassumono empie ambizioni
e disperazioni striscianti e tutt’i dati di un labirinto che nessuna
consolazione di tappa o tregua può mondare del suo carattere rigorosamente
mortale.
IL
POETA E LA LAMPADINA
ovvero
della generazione della luce.[5]
Ho iniziato a comporre poesia (o,
almeno, a dedicarmi seriamente alla poesia) nel periodo immediatamente
successivo a una forte crisi nevrotica-ossessiva che si manifestò nel per me
secolare arco di tempo che va dall’anno 2011 al 2014, persistendo anche
successivamente e coesistendo all’impegno della scrittura come spinta,
desiderio e anelito a una maggiore pace, tranquillità e serenità interiore:
forse da qui la ricerca sperimentale e l’estrema letterarietà della mia
produzione, da intendersi come strategia di difesa iperletteraria,
compensazione della perdita della realtà e brama di un sistema più confortante,
stabile e sicuro.
Il trasformarsi di ogni
discorso, anzi di tutto, in mero significante, anzi in lettera indusse in me il
sospetto che lo “io” fosse una produzione super-grammaticalizzata
dell’immaginario, un punto di fuga e non una realtà. Ma come affermare, dire,
enunciare, tutto questo? Non ne sarebbe rimasta forse la bocca irreparabilmente
muta e silente? Non ne sarebbero andati in corto-circuito i relais cerebrali e le sinapsi? Da nessun
luogo mi giungevano effetti di verità che non mi fossero (o, almeno,
apparissero) distruttivi nella loro intima essenza, mentre in me si
accumulavano strati sempre più maledetti di coscienza in angoscioso coacervo di
plurimi sensi per questo insignificanti, come per dare allo “io” muto una
specie di super-consistenza ferrea ma evidentemente impalpabile.
Tale situazione psichica permane
tutt’ora, né credo che mai mi abbandonerà. Sostanziata dalla nevrosi e
dall’ossessione, questa esperienza del terrore ha per me (e in me) un significato
etico allorchè implicitamente si contrappone alla baldanza neorealistica e alla
fiducia nelle sorti progressive della istoria. Per quanto grammaticalizzato e
ridotto al puro impulso conativo, lo “io” è intenzionato a durare, e ingaggia
una titanica lotta contro l’inautentico che risiede nel divenire istorico. Ne
risulta fortemente avvantaggiato il tasso di letterarietà e la dedizione
all’alta specie leopardiana: in molti poemi si rintraccia il modello della
canzone libera. Ma non si tratta mai di adeguamento passivo ai moduli della
tradizione: la lingua letteraria viene assunta come se fosse una lingua
naturale: all’interno di questo paradigma, tutto è lecito. Ne deriva un
discorso di pure ardore psichico e un massimo di alienazione linguistica ottenuta
portando all’incandescenza il livello di artificialità letteraria del
linguaggio: la variatio è la figura
principale della mia produzione, e accanita dà luogo a effetti d’instabilità
prosodica e scansionale, il lessico accoglie elementi espressionistici, inserti
di latino e lingue estere, latinismi, arcaismi, verbi al passato remoto, mentre
l’urto con la istoria coeva e attuale produce termini impoetici ma sempre
lontani da un registro medio. L’assetto nominale degli enunciati non rinuncia
all’estrema tensione emotiva di una sintassi che si mantiene complessa tramite
inversioni dell’ordine naturale, iperbati, accumulazioni retoriche, apposizioni
predicative, sovrabbondanze sinonimiche, utilizzo abnorme dei participi spesso
in congiunture ossimoriche.
Come detto, il mio “io” mi
pareva allora (e adesso) minacciato e incerto di sé e della realtà circostante
ma intenzionato a resistere all’insensatezza della vita e durare a lungo pur
nell’assenza della verità: dal buio alla luce, dal dolore alla speranza, dal
terrore alla bellezza: l’ossessione, la nevrosi, la psicosi, la follia hanno
avuto anche un effetto massimamente positivo e proficuo, agendo in me alla
stessa guisa della resistenza fisica che genera la luce. Esiste infatti,
nell’universo dei fatti linguistici, una comprensibilità che si realizza in
modo immediato, ma che è quella che può avere un articolo di giornale. Nella
poesia non è così, poichè in questa sede si trasmette per una serie d’impulsi
sotterranei, tutti fonici e ritmici e alogici. Pensate al filo elettrico della
lampadina che manda il messaggio luminoso proprio grazie alla resistenza del
mezzo e vi renderete conto che se devo trasmettere corrente a lunga distanza,
mi servirò di fili molto grossi affinché la corrente che passa arrivi a destinazione
senza perdite. Se metto, invece, fili di diametro piccolissimo, la corrente
passa a fatica, si sforza e genera un fatto nuovo, la luce o il colore così
accade nella comunicazione poetica, nella quale il mezzo è ovviamente la
lingua: e l’effetto dell’eccessivo addensarsi dei significati e dei motivi, e
del sovraccarico d’informazione è un ‘corto-circuito’ che genera un’oscurità da
eccesso (e non da difetto). Dunque attrito, resistenza, sforzo, fatica, per
generare il luminoso messaggio linguistico, frutto dell’intensità dell’attrito
e del grado di resistenza poetico-comunicativa opposto al flusso
linguistico-informativo. La generazione della luce è uno dei tanti misteri
naturali ancora insondabili dalla scienza: che sa tutto di come funziona
l’elettricità, ma ancora nulla del perchè funziona, cioè del perchè esista la
forza di attrazione polarizzata che muove il flusso elettrico e ci dà la luce.
Questa forza connettiva, è l’oggetto insondabile della mia ricerca poetica e
della mia interrogazione esistenziale. Nessuna delle forze in campo e nessuno
degli emblemi della mia poesia ha mai una valenza univoca: ciò che salva è
costantemente anche ciò che condanna, ciò che conserva è pure ciò che dissipa,
ciò che subisce è contemporaneamente ciò che compie la violenza. Si vedrà bene
che questa legge dell’interscambio oppositivo o della contradictio in terminis (legge ben nota a tutti i poeti di tutti i
tempi) interessa da vicino (e non risparmia certo) la poesia, costretta al
costante monitoraggio di sé e delle proprie componenti rapinose ed egoistiche
per riuscire a darsi con onestà e sincerità. Tale esorcismo indefesso, tale
etica del porsi al centro di una rete di contraddizioni e di conoscenze,
sopportandone tutto il peso del fardello, non ha nulla d’irenico poichè non
conosce mezzi termini, ma è piuttosto uno sbilanciamento alterno e continuo:
scrivere significa assumersi il rischio psichico dell’avere a che fare
direttamente con le cause prime. È una disposizione etica che trascende l’idea
di poesia. Nessuna lampadina si accende senza sforzo. Ciò che si acquisisce
stabilmente è un prodotto di fatica. Ed è una legge che vale per ogni attività
cognitiva e pratica, per ogni conquista umana, individuale e collettiva, per
ogni memoria durevole.
Fatti salvi gli squarci di
lancinante apertura comunicativa, da quanto si è detto deriva la ruvidezza di
questa poesia, che genera una certa asperità di lettura, accentuata dal
caratteristico rigore paratattico, dallo spregio per l’interpunzione, da un
analogismo di chiara matrice surrealistica, e dal rifiuto di ogni apriorismo
formale. Ed è proprio per questo che la rottura reca i segni della liberazione
manieristica: il nucleo linguistico della mia poesia si situa alla confluenza
tra ermetismo e surrealismo con una costante attenzione a leopardi. Fra gli
ermetici vanno segnalati Gatto e Luzi, ma la grammatica dominante si rifà
soprattutto al gelido intellettualismo di quasimodo e insomma alle frange
estremiste del movimento, che meglio si accordano con il radicalismo stilistico
dei modelli surrealistici. Oltre agli elementi che attestano una generica
ascendenza ermetica, come le ellissi degli articoli, i plurali assoluti e altri
stilemi, si rinvengono copiosamente le figure dell’analogismo surrealista,
mentre il lessico accoglie senza timori né remore termini desueti e letterari e
l’assetto rigidamente descrittivo e orizzontalmente paratattico denuncia una
certa influenza di Zanzotto.
La mia poesia si presenta in
effetti come un grande mosaico di citazioni assimilate da una memoria formidabile
e portentosa che le rimette in circolo fondendole e trasfigurandole fino a
renderle irriconoscibili sotto il giogo di una tecnica precipua e
personalissima: ciascuna immagine e ciascun oggetto si staglia come chiuso in
sé in un mondo di emblemi astratti, freddi e preziosi dove a prevalere è il
gioco delle catene associative. Ma questa disposizione ‘araldica’ poggia s’un
sostrato di fortissima adesione a particolari nuclei tematici e ambienti
ideologici che catalizzano l’assunzione delle fonti relegando al subconscio la
percezione dei tratti formali: credo di poter affermare senza tema di smentita
di essere pervenuto ai miei autori di riferimento e alle mie fonti
d’ispirazione per il tramite del senso e dei sensi: tale approccio
contenutistico spiega come sia stata possibile l’assunzione massiccia dei
modelli.
A “26 istanti prima” è inoltre sottesa ma chiaramente visibile
e riconoscibile una sorta di degradazione dell’idea di linguaggio che tocca
l’apice in “Busillis”,
dove il mezzo linguistico viene ridotto ad assumere un senso solo attraverso un
reagente ambientale-contestuale-culturale, cioè in relazione alle fonti e senza
altra possibilità di esistenza. E non a caso, questi titoli citati, come molti
altri, sono collegati da un sottile sincretismo formale e contenutistico,
soprattutto da una diffusa narratività che, oltre a contenere l’eccesso lirico,
ne fa un unico libro. Tale preoccupazione realistica, di ordine tematico e
strutturale, ha come conseguenza, e comporta in generale, l’esclusione di
alcune poesie dalla raccolta in atto e la loro virtuale ripresa, riesumazione e
riproposizione nell’organismo di un’altra raccolta. La letterarietà lessicale e
sintattica delle poesie è infatti complementare alla libertà metrica-ritmica:
ne derivano un andamento elocutivo, eloquente e solenne e una scansione ostica
e rallentata, cui certo concorre l’assetto melodico discendente e conclusivo di
ciascun verso, con rare inarcature. Tale rallentamento della scansione, e
faticosità e farraginosità, o (d’altro punto di vista) riflessività del verso,
esalta infine la tragicità immanente ai testi.
In alcuni casi, l’allungamento
del verso, parallelo al fluidificarsi della sintassi, accusa un intento
‘narrativo’, ma sempre concomitante e simultaneo all’affinamento della
strumentazione retorica, timbrica e sintattica. A tale scopo operano
egregiamente le continue inversioni sintattiche. L’impianto anaforico delle
liriche s’infittisce e accoglie una messe di ripetizioni a contatto o
ravvicinate nel verso, come in un Luzi radicalizzato. Queste e altre
ripetizioni accusano una crisi del linguaggio che fa tutt’uno con la crisi di
auto-percezione dello “io”: esse sono il sintomo del bisogno di aggancio al
reale. Una certa fragilità psichica si riconosce infatti nell’armamentario
timbrico, esasperato all’inverosimile: tipica l’ecolalia tramite rima, o altro
parallelismo fonico forte e pertinente fra il lessema a fine di verso e uno
all’interno dello stesso o fra gli elementi di un sintagma inarcato.
“26
istanti prima” attua il compromesso tra necessità espressive e istanze
translinguistiche. La resistenza titanica dello “io” agli orrori del mondo e
all’impossibilità di un divenire autentico accusa un sovraccarico di tensione
etica individuale che diviene intollerabile. Il soggetto prende atto dell’impossibilità
di porsi come depositario dell’autentico e lo “io” si scopre parificato al
liquame informale che caratterizza la realtà del presente, ‘emorragico’ esso
stesso. Alla luce di una coscienza superiore il trauma soggettivo e
l’esperienza del terrore e lo “io” stesso non sono più al centro
dell’operazione poetica ma vengono posti tra parentesi come in una εποχή fenomenologica. Dalla specola
della coscienza, una sorta di “io” trascendente prende le distanze dal vissuto
soggettivo e dalla realtà inautentica e dalla tensione lirica considerandoli
indistintamente contaminati e menzogneri. Nasce così l’amaro miscuglio di
contrapposti atteggiamenti psichici che ha sempre animato e nutrito e connotato
la mia poesia sin dagli albori e che la critica ha frettolosamente definito
ironia. Ma uno degli effetti di questa distanza dell’operatore dai propri
oggetti poetici è che lo “io” si muove ora in una condizione di relativa
libertà: il vissuto che prima non poteva esprimersi se non con conati e
gesticolazioni e brucianti vocativi e allocuzioni trova ora uno sbocco
comunicativo non indifferente attraverso il calcolo razionale dei sentimenti e
quello sociale della funzione linguistica. Il soggetto si trova paradossalmente
più vicino al lettore, ed è in grado di raccontare la sua storia che è, prima
di tutto, una storia d’amore: amore per una donna e amore per la poesia. Il
distanziamento ironico della coscienza comporta altresì una rottura del tessuto
linguistico: il classicismo istituzionale delle mie opere è portato al punto di
massima incandescenza oltre il quale si delinea un pericolo di deflagrazione
linguistica: non sono le misure formali a dare un senso al mondo angoscioso ivi
espresso ma esse ricevono da questo mondo di angoscia e paura e terrore un
colpo definitivo. La lingua apre così a inserti istoriati provenienti dal
registro scientifico e tecnologico i quali convivono con arcaismi e recuperi
letterari e danteschi e latinismi espressivi. Il latino, in particolare,
interviene spesso con funzione mediatrice tra il repertorio tradizionale e la
terminologia tecnica. La sintassi è aulica e altissima la tensione al tempo
stesso rotta ed esaltata dalle frequenti spezzature e inarcamenti a prima vista
arbitrarî e da non infrequenti movimenti colloquiali. Inoltre: polarizzazione
fra elementi che manifestano un cedimento nell’informale e altri di tenore
iperletterario; asprezze o difficoltà elocutive che si acuiscono a oltranza,
non tanto aggredendo gli aspetti istituzionali del codice letterario quanto
puntando direttamente alla disgregazione del nesso generativo io-tradizione
formale così come si configura nella istoria della letteratura. Ciò che viene
messo in pericolo e criticato non è insomma l’ossequio a una norma esteriore,
ma quel rapporto vitale con la forma che la insigniva di una facoltà catartica
rispetto al trauma soggettivo e istorico. E questo sta alla base di una
prospettiva particolarmente cupa e dolorosa, cui l’operatore reagisce con atti
paradossali, inconsulti, automatici, dibattendosi fra la necessità oggettiva di
un crollo degli strumenti di difesa formale e un ultimo, disperato appello alla
norma. La quale, privata della sua sostanza vitale, si trasforma in maniera. Si
giustifica così la forte organizzazione strutturale sincretica dei miei libri.
Purtroppo, il fallato e
falsificato mondo capitalistico e la civiltà dei consumi sta visibilmente e
rapidamente deteriorando la stessa possibilità di un’esistenza autentica. Il
rumore di sottofondo, il rumore del mondo, il cicaleccio televisivo, ha ormai
occupato gli spazi di silenzio necessari a una vera comunicazione umana, tanto
che qualunque parola pronunciata reca in sé la traccia dell’onnipresente
brusio, producendo dolore. Le vie praticabili, a questo punto, sono due:
scavalcare il linguaggio in direzione del silenzio, oppure affrontare la linea
inautentica sul suo stesso terreno alla ricerca di un principio di resistenza
attiva: tutta la mia produzione percorre contemporaneamente le due strade,
segnando un punto di non ritorno, alla base della quale sta la consapevolezza
di una sconfitta: la convenzione letteraria non garantisce più un rifugio dalla
istoria: la salvezza viene ricercata non più soltanto nella lingua poetica e
letteraria ma nella lingua tout court:
la norma-convenzione cui far riferimento non è tanto più quella letteraria ma
quella linguistica identificata nelle sue radici archetipiche. L’esperimento
della mia poesia sta tutto nel ricupero che si effettua a partire da una
condizione che normalmente lo dovrebbe precludere: quella che associa
un’intensa esperienza verbale ad un vasto retroterra culturale in magmatica
attività. Questa discesa alle origini del linguaggio è al tempo stesso un
grande esercizio psicoanalitico di matrice freudiana-lacaniana. La sfiducia nel
grado di verità veicolato dai significati genera l’affidamento alla serie dei
significanti. È il significante a fondare l’esperienza del soggetto, ed è
attraverso il significante che è possibile cogliere gli affioramenti
dell’inconscio e portare alla luce il trauma soggettivo rimosso. I significati
culturalmente acquisiti passano in secondo piano o vengono destituiti di
autorità mentre gli elementi secondari della catena verbale quali gli affissi e
i morfemi in genere sono trattati come portatori di significato autonomo e compiuto
benchè alogico. Ugualmente, l’armamentario delle figure foniche è portato
all’incandescenza organizzando direttamente la produzione del senso. Il
procedimento dominante è l’allitterazione che a volte viene addirittura
provocata artificialmente dando luogo a ecolalie e glossolalie autentici
balbetti che si confondono e mischiano con i frequenti giochi etimologici e
paretimologici. Questa abnorme disposizione ludica nei confronti del linguaggio
(che comporta tra l’altro la creazione di neologismi forgiati sulla base
dell’emancipazione dei moduli formativi delle parole) si configura quale
tentativo di regressione allo stadio infantile dell’esperienza, a diretto
contatto con le origini del linguaggio, e ha pertanto un movente tutt’altro che
futile. Nel gioco etimologico, per esempio, entra in campo il rapporto con il
latino, che è sempre per me uno dei luoghi dove si manifesta il terrore storico
scientifico. L’attenzione verso l’etimologia immette questa dimensione
terrifica e terribile della lingua morta nel corpo della lingua cosiddetta
naturale cioè l’italiano coevo e contemporaneo. Sul versante del mondo
verbificato e grammaticalizzato si collocano gli inserti delle lingue
straniere, dal latino alle lingue speciali appartenenti alle più svariate
discipline della conoscenza, dalla filosofia alla psicanalisi, impiegate quale
puro materiale da costruzione. Le stesse citazioni e allusioni letterarie sono
trattate alla stregua di ogni altra componente. L’istituzionale metodo
citazionistico di assimilazione e restituzione delle fonti si esercita qui in
una lingua poetica a tutto campo. Come rispondendo a impulsi psichici e nervosi
slegati da un ordine razionale del discorso, questi materiali si assestano in
sequenze paratattiche e agglutinanti, con implicita svalutazione del verbo, che
viene spesso sostituito da elementi nominali. L’irrazionalismo sintattico non
esclude tuttavia un rigoroso controllo sullo scorrimento tematico e sulla
proliferazione dei campi semantici che appaiono sempre strettamente inerenti al
testo in questione, la quale cosa allontana la mia esperienza poetica da
esperienze di scrittura automatica a prima vista analoghe e compatibili. Lo
scardinamento della sintassi è controbilanciato dal disporsi degli enunciati in
catene sintagmatiche di carattere metonimico, sulla traccia degli accostamenti
fonici e delle allitterazioni. Un forte segnale sintagmatico è l’allungamento
medio della misura dei versi con effetti variamente polarizzati sul consueto
assetto centripeto del verso: in certi casi si ha il radicale isolamento di
ciascun verso, che viene pronunciato quasi rabbiosamente, per cui la scansione
della sequenza è monadica e ricca di impuntature; in altri casi l’autonomia del
singolo verso viene diminuita e assorbita dal fluire informale, tanto che la
rivelazione di eventuali inarcature risulterebbe impertinente. L’affrancamento
rispetto alla tradizione metrica novecentesca è pressocchè totale e appare anzi
perpetrato in tutta coscienza sia sul piano delle configurazioni strofiche sia
negli aspetti ritmici. Inoltre, il finale della maggior parte delle liriche è
sintatticamente separato da ciò che precede (spesso anche tramite uno spazio
bianco o un accapo) e ha un carattere assertivo, gnomico, epifrastico, così da
costituire un vero e proprio commiato. Il solo istituto letterario rimasto,
come il precipitato di un’organizzazione formale codificata, è la rima, la
quale però non ha mai una funzione strutturante dell’assetto strofico. Si
assiste piuttosto a una polverizzazione della componente aulica (e a tutti i
livelli) che risulta onnipresente ma inglobata nel contesto informale-atonale,
malgrado i continui effetti di frizione. Ecco perchè si può affermare che la
mia poesia è il disegno cancellato di un vuoto, l’eco represso di un silenzio,
l’ombra abolita di uno splendore: il valore profondo del mio esperimento mi
sembra pertanto consistere nel suo essere sede di significato reale proprio
mentre si configura come negazione di senso istituito. Ed effettivamente il
senso si configura come la messa in contatto dei due luoghi del senso: il luogo
del culturale e dell’ordine (simbolico) che fa capo al linguaggio, e quello del
casuale e dell’informe, che fa capo all’inconscio e non conosce legalità. Ma
bisognerebbe piuttosto parlare di cortocircuito fra i due poli, tanto il
contatto risulta letteralmente esplosivo. I miei poemi esibiscono la
deflagrazione del senso quale mito centrale del linguaggio, la sua implosione
fino all’azzeramento e all’annientamento o, volendo adoperare altri termini, la
fagocitazione-contaminazione dello stesso da parte dei singoli miti
individuali, attivi anche sotto forma di resti, di stereotipi e di banalità
quotidiane che si addensano e aggrumano attorno all’evento del
ferimento-oltraggio del linguaggio, che fornisce il supporto narrativo alla
struttura poematica, e, per ciò stesso, ne determina sia l’inizio sia la fine.
“26
istanti prima” è un libro contraddittorio, che nasce dal contrasto tra
una patente necessità di dire e capire e testimoniare e un altrettanto lucido e
disperato e dichiarato e ossessionante e motivatissimo senso della difficoltà
di continuare a farlo e forse in versi meno ancora che in altre forme. Tale
dissidio interiore determina la polarizzazione al livello della struttura
generale. Come in altri libri anche qui si presenta l’urgenza di verificare la
relazione tra i codici istituiti della realtà e la realtà o anche la relazione
tra i codici della cultura e i codici immanenti dell’esistenza: luogo di
affermazione e di contestazione del sapere attraverso la lingua che non sa e
dice e l’esistenza che sa e ascolta senza dire. Se la poesia non è in grado di
aprirsi a tale relazione in funzione comunitaria si chiuderà sterilmente in se
stessa fino all’auto-consumazione. Nella proliferazione figurale del testo il lettore
può orientarsi grazie alla rete fittissima e quasi ridondante dei richiami
intertestuali. La qualità delle metafore è tale da corrispondere da vicino agli
enunciati onirici dello “io” che appaiono meno trasparenti e fungibili mentre
gli oggetti sembrano a volte separarsi dai contesti per divenire quasi simboli
di se stessi. L’estrema velocità e transitorietà dell’immaginazione verbale è
il frutto di una sensitività esasperata, la stessa a cui si perviene nelle
situazioni di offuscamento della voglia e veglia o della coscienza tramite
farmaci e alcole e droghe benchè a provocare lo stato di alterazione può essere
sufficiente l’auscultazione del corpo e della carne e del cuore che sono il mio
vero lsd. È in questa zona di confluenza di conscio e
preconscio che si manifestano i procedimenti di condensazione tipici. La
volontà di dar voce contemporaneamente alle numerosissime sollecitazioni del
reale provoca una congestione di figure che finisce per violare le norme della
sintassi e della logica e dell’analogismo stesso. Si può insomma guardare a “26 istanti prima” e a tutta la mia
precedente produzione più intellettualistica (“Busillis” in
primis) come a un grande esperimento iniziatico rivolto alla ricerca della musica intelligibilis del linguaggio, un esperimento tanto più
condivisibile quanto meno il lettore si faccia ossessionare dall’impulso
d’individuare dei significati stabili, che pure sussistono. La vociferazione
glossolalica può derivare da una fonte demoniaca, ma può anche rientrare a
pieno titolo nel dono delle lingue di cui parlava il santo paolo nel
controverso passo xiv della “Prima lettera ai Corinzi”: l’abbandono
onirico e la quasi visionarietà si combina molto spesso con calate a picco
entro la referenzialità, il quotidiano, la socialità nel senso più immediato.
Il questa silloge si riscontra una sorta di accanimento figurale e stilistico
attorno a pochi temi-guida che vengono indagati come a volerne sondare tutte le
possibilità di espressione e fino a scontrarsi con l’indicibile di ogni
rappresentazione. Questa concentrazione e restrizione dei campi semantici di un
testo risponde all’esigenza di affinamento degli strumenti d’indagine sul reale
di cui ho già parlato. Quello che forse non ho ben evidenziato è che la restrizione
dei campi semantici è il risultato della chiusura nella dimensione privata
dell’uovo: al fondo delle operazioni di sondaggio scopriamo la cupa
contraddizione, l’ambiguità, l’indifferenza e l’indifferenziato, l’oscuro che
caratterizzano in prima istanza l’es. In “26
istanti prima” si allude più volte alla coassialità fra inconscio
soggettivo e sostanza panica del mondo. La chiusura autoreferenziale rischia di
attingere al nucleo originario del reale. Solamente a partire da questo fondo
oscuro di coincidenza degli opposti all’interno del quale nessun significato è
in grado di emergere sugli altri è possibile auspicare una risalita e un
risveglio o il miracolo di una risurrezione. Il profilo estremamente duro e
cupo (ma mai intimamente pessimistico) trova un fondamento scientifico nel
concetto termo-dinamico dell’entropia e un fondamento filosofico nel concetto
epicureo del calcolo razionale dei beni.
Dicevamo dell’entropia: perchè
nell’intera mia produzione il dettato scaturisce da un groviglio o da un ossario
di antinomie vietate e di strade viete o di sentimenti ininterrotti e sentieri
interrotti alla Heidegger. E, al termine dell’erosione entropica, il residuo
escrementizio e scatologico del mondo si presenta come il fondo oscuro del
reale che trova una corretta collocazione e una compiuta allegoria e una
placida serenità solo nel corpo della donna qui ritratta e immaginata e sognata
sulla quale, come in un’enorme pattumiera, giacciono in oscuro fermento i
sedimenti organici e inorganici del processo naturale, il cumulo delle tracce
lasciatevi dall’uomo: il corpo come scrittura, come ciò che resiste
originariamente a ogni tentativo di codificazione o di controllo razionale e
crogiolo di residui e sede delle stragi perpetrate innocentemente dalla natura e
ancora labirinto selvaggio e buco nero dove ogni distinzione temporale e dunque
ogni memoria viene annullata e al tempo stesso conservata, solo che si sia in
grado di attraversarlo, percorrerlo e penetrarlo con la dovuta pietas. Il libro diviene così una silva litteratissima di citazioni e di opzioni stilistiche, una foresta
di simboli dove il poeto esercita quella che è definibile come strategia della
conflagrazione inter-segnica. Si tratta del parossistico tentativo di attingere
al nucleo della temporalità autentica attraverso il recupero (tanto sarcastico
quanto amoroso) delle forme morte del passato: quello che viene chiamato
manierismo e che del resto ha numerose e contrastanti incarnazioni, dove non
sia esibizione d’impotenza scaltra, o al contrario dissimulazione-repressione
d’inventività o voglia di nascondimento, può essere semplicemente l’allusione
rovesciata a una specie di pedale stabilizzante all’interno di un movimento che
tenderebbe a ogni forma di eccesso. La mia poesia nasce dalla stessa pulsione
liberatoria che genera l’esplosione comunicativa: un bisogno di riposo dopo gli
eccessi di agonismo linguistico. E non si può tacere l’adibizione di valori
iconici (o comunque pertinenti sul piano semantico) i quali, affidati ad alcune
istanze timbriche, scaturiscono da un particolare o una situazione descrittiva
che scatena la fuga verso le tante possibili catene e connessioni e nessi
simbolici o astrattivi che ricompongono infine il quadro originario. Soggetto e
oggetto (o mondo esterno) non sono più né pacificamente speculari né
irrimediabilmente contrapposti, ma elementi mutuamente interattivi del processo
conoscitivo. Il noumeno non è più totalmente inattingibile: noi ne conosciamo
infatti la porzione consentita dal funzionamento del nostro apparato sensoriale
e dai processi di percezione, categorizzazione e rappresentazione mentale. In
quest’ottica la mia poesia diventa un’incessante e drammatica lotta con il
noumeno, una testimonianza altissima dei procedimenti con cui la mente (il
cervello) cerca con tutti i mezzi possibili e soprattutto con una percettività
tesa allo spaso e con un’immaginazione carica di astrazioni elaboratissime di
penetrare nelle regioni oscure che si estendono fuori ma anche dentro di noi
(si pensi all’inconscio e alle appercezioni).
Lo scopo di questo tour de force è quello d’istituire una
zona franca dagli effetti devastanti della deiezione del linguaggio senza o
quasi ricorrere, nemmeno per irriderlo, al protettorato insidioso del codice
letterario, ma attenendosi alla nuda (se certo non inerme) contemporaneità del
registro linguistico: un presente insonorizzato dal rumore del mondo potrebbe
conguagliare il senso del passato e del futuro, nella contemporalità e
contemporaneità le cose potrebbero darsi nella pienezza della loro
presenza-essenza. Ma questa zona franca non basta a se stessa: preme la
nostalgia di un legame con la comunità, la salvaguardia della quale era poi il
vero movente dell’esilio. Così il carico di responsabilità sulla lingua poetica
aumenta e la possibilità di parlare si restringe dando luogo a un’implosione:
la struttura della lingua collassa come un edificio sotto la pressione dei
carichi, come una stella per il prevalere della forza di gravità. Se rari sono
i momenti in cui il calo di tensione appare realmente pacificato tuttavia la
libertà dei nessi sintattici e morfologici procurata da questo genere di
spossamento non sventola la bandiera di una rinnovata aggressione alla lingua:
il collasso esclude l’agonismo. La disarticolazione del discorso estromette
talvolta le giunture o argomentative producendo agglutinazioni lessicali e
sopprimendo la punteggiatura e incrementando il tasso e la quantità delle
inarcature (non di rado fortissime): una poesia senza punti fermi. La cui
marcata orizzontalità può accusare l’assunzione di una ‘distanza’ che è insieme
mentale e sensibile ma prima ancora è figura della prostrazione e dello
spappolamento della lingua. I versi sono pronunciati in modo veloce ed
ellittico, come per il timore di un imminente esaurimento della carica
polmonare. Lo spirare depressivo dell’elocuzione si sente particolarmente
quando la sintassi ha un andamento discendente e per risparmiare il fiato tende
ad anticipare nel verso l’elemento più urgente dell’enunciato mentre il finale
cade aggiuntivo e sottotono. Parallelamente al collasso si assiste a un aumento
dell’attenzione rivolta alla molteplicità dei significati introdotta dalle
diverse prospettive etimiche così pervasive a livelli mai raggiunti prima. Il
caso che il termine su cui cade l’aura etimica sviluppi tutte o quasi le sue
valenze rizomatiche in seno alla propria storia si può considerare la norma e
non vanno dimenticate le ambiguità semantiche sincroniche o diacroniche
dell’italiano. Si vengono così a costituire dei nuclei o grappi di diramazione
del senso da una poesia all’altra. Grazie al loro intrinseco sviluppo nel tempo
queste parole-grappi quali resti residui fossili di un linguaggio per il resto
estinto resistono alla deiezione e all’espulsione ed evacuazione fuori dal
corpo del linguaggio (e del testo). La densità lessicale è l’altra faccia della
rarefazione e sublimazione del senso. Ciò che di positivo bolle nell’oscuro
bacile del divenire del linguaggio naturale (costituzionalmente e
costitutivamente in fieri)
corrisponde a ciò che disperso si raggruma in “26
istanti prima”: il vero volto della temporalità intravveduto nella stasi
di un’indistinzione ‘cronica’ al termine del processo entropico del mondo cioè
nel momento della sua riduzione ontologica. La diffrazione etimologica si
avverte spesso nel gran numero di termini con affisso adatti a convogliare
ellitticamente il ventaglio trascolorante delle dinamiche mentali e sensoriali
in assenza di un soggetto senziente e della sua soggettività. Abbiamo così
l’esprimersi di una relazione al limite della fusione o all’opposto (ma, in
verità, s’un versante funzionale a un legame di ordine superiore) il distacco
da simboli materiali mentre abbondano i composti che puntano sull’oltranza
sensitiva anche in prospettiva temporale; della stessa specie i campioni che
sembrano voler scandagliare o confermare una qualche profondità magari celeste
e i campioni deputati all’intrusione.
I testi del presente florilegio
riuniscono, costituiscono e restituiscono testimonianze sulle conseguenze marginali
della catastrofe: è come se ogni spicchio di questo poema istantaneo cercasse
di familiarizzarsi e familiarizzarne con la meschina atrocità del dopo: come se
si muovesse in un’angusta e dimessa e terrificante archeologia del futuro. Così
un astronauta condannato a non tornare sulla terra guarderebbe a ciò che forse
(ma non per lui) esiste ancora sulla terra.
“26
istanti prima”: prima di un paradiso mancato, di un limbo che si lascia
attraversare da un’affabilità tutta purgatoriale. All’interno dei cui confini
escatologici si delinea la dialettica totalmente in perdita fra istanze che
tendono a ristabilire un contatto attraverso la poesia con la disfatta realtà
sociale e culturale della contrada e la consapevolezze dell’impossibilità di
ancorare il presente a un sostrato antropologico che sfugge a qualunque
tentativo di rappresentazione. Il libro vuole porre al centro delle proprie
numerose figure di relazione il linguaggio quale sede naturale dell’umano e
luogo proprio del colloquio il quale è innanzitutto proprio della lingua che
dialoga con se stessa: in molti componimenti sono presenti figure che si
stagliano sul corpo della musa (corpo dell’amore e corpo dell’amor reo)
configurando figurazioni che incarnano la poesia quella maiuscola noumenica e ideica
e contemporaneamente soggetta alle imperfezioni e alla storicità dell’esistente
e dell’attuale e del presente: quella che io definisco “poetria”. L’unica
differenza rispetto alla mia produzione precedente risiede nel fatto che la
tensione al sublime quale protezione e oasi e golfo dell’autentico che prima
s’identificava (benchè in absentia)
con la lingua pura e razionalistica ed esperantica di “Busillis” qui trova uno sbocco nel linguaggio
del corpo e del corpo diviene scrittura la quale ha il vantaggio, proprio
perchè fuori idioma, di non esistere (o di esistere in ogni possibilità e
opzione) e di non aver mai subito alcuna ipostasi storica. Si spiega così la
presenza fittissima di sostantivi astratti che esprimono stati o moti
dell’animo come per l’impossibilità di affidarsi alla concretezza mirata di
riflesso sul soggetto degli aggettivi corrispondenti; ma tutto l’ambito
percettivo appare coinvolto in un processo di astrazione derealizzante: oltre
alle forti inarcature e alle subitanee interruzioni di verso, giocano allo
scopo anche i diffusi coaguli lessicali e gli slittamenti sintattici in caduta
libera: tutti elementi da considerare nell’ordine del collasso linguistico ed
esistenzialistico dovuto alla sfiducia nel concetto stesso di opera e all’impossibilità
di credere ancora di poter comporre un libro organico che assuma un punto di
vista sul mondo: “26 istanti prima”
fa da spartiacque e segna un discrimine tra una prima e un dopo: se
precedentemente il soggetto, pur dibattendosi tra conferme e sparizioni,
continuava a tenere le redini del discorso, sostenuto in questo dalle sacche di
resistenza sempre presenti in una natura minacciata, nelle poesie-ritratti di
questo spicilegio il soggetto si ritrae per lasciare il luogo a una sorta di
autonomia dell’automa: la minaccia del mutismo si è ora tradotta in
devastazione. E uso la parola devastazione poichè si ha, nella presente
crestomazia e nell’odierna società, una proliferazione-metastasi di
sopravvivenze distorte e di sincronie cancrose e velenose acronie e di
rovesciamenti quasi vomiti e rigetti di un senso che, pur rimanendo identico
sotto il profilo del segno, è stato palesemente corrotto sotto il segno del
significato. Il tutto scaturisce dall’attuale limbo tecnologico dominato di
artificiali enti meteoretici per la comunicazione audio-video capaci di
collocare lo sguardo e la voce e la scrittura in dimensioni tali di lontananza
e astrazione e velocità da imprimere un’enorme accelerazione (e causarne la
frantumazione) agli universi simbolici che sono venuti a costituirsi nel corso
della vicenda biologica umana e dell’evoluzione dei suoi orientamenti
fondamentali concretizzati in un ethos
ovvero in modi di agire e lingue ‘naturali’ e sentimenti comuni e riconoscibili
e norme etiche e comportamentali. Alla contrapposizione fra tempo eterno dell’emozione
e temporalità provvisoria e passeggiera dell’esistenza biologica è d’addebitare
la valenza equivocale della parola “tempo” (nel senso contemporaneamente
cronologico, atmosferico e anche grammaticale dell’inglese tense contrapposto a time)
sottesa a tutto il libro, tutto ridotto a frammento plastificato e filtrato da
uno schermo-diaframma (televisivo telefonico o di altra natura è indifferente)
con l’avviso costante della condizione di esilio del soggetto. La stessa
frammentarietà dei testi non pare preoccupata dei continui disturbi della
trasmissione o degli accorgimenti escogitati dall’autore per svalutare il
registro lirico: pur nella generale impotenza, questi incerti frammenti tendono
a disporsi in sequele litaniche-mantriche-salmodiche che non rinunciano a
lodare indefessamente le indefinitamente fugaci manifestazioni dell’essere
miracolosamente scampato al nulla. La passività del soggetto comporta il
prevalere di momenti descrittivi spesso calati in un perfetto stile nominale
arricchito con participi e gerundi e latinismi e scientismi e neologismi e
soprattutto agglutinazioni lessicali con trattino polivalente. L’elenco di
stilemi potrebbe continuare puntando sulle rime ecolaliche e sulla generale
attenzione fonica-timbrica e s’una messe di altre figure tipiche di modo che si
delinea un quadro di dispendio manieristico che rischia di distogliere
l’attenzione ma che è in realtà funzionale ai meccanismi di svalutazione
dell’esperienza a vantaggio del razionalismo matematizzante della mia poetologia:
viene insomma compromessa qualunque ipotesi di permanenza temporale o spaziale
da parte di un idioma impoverito di entroterra simbolico; tutto converge,
semmai nella cronaca in tempo reale di una superfetante tracotante transfluenza
anarchica virtualmente infinitiva che esplode all’interno di un eco-sistema
sottratto al controllo.
Nel breve spazio di un preambolo
non si può rendere conto esaurientemente della struttura di un libro come
questo che, a dispetto delle apparenze, è ferrea e conchiusa e tanto rigorosamente
progressiva quanto speculare e centripeta quanto concentrica essendo centrata
sulle vicende della scrittura del corpo-amore e sulla sua sublimazione memorica
ed eternale rispetto alle quali lo “io” si pone in posizione pascaliana di
ascolto e interrogazione e dunque sempre in leggero ritardo o sfasamento
rispetto alle vicende del cuore e ai fatti della carne che si prova nel
difficile tentativo di descrivere: una posizione che non gli impedisce di
condividere il destino di dissoluzione-assunzione ma che procura al libro una
continua alternanza fra momenti di pace (sempre relativa e soltanto auspicata)
e momenti di ribellione e di feroce dibattimento e battaglia: non potrebbe
essere diversamente. Per renderne conto della complessità di costruzione di “26 istanti prima” è necessario
sottolineare e dirottare l’attenzione del lettore sulle opposizioni che lo
animano (in primis quella
sentimentalistica di odio e amore e poi quella coloristica-esotica di bianco e
nero e altre ancora più facilmente desumibili dal contesto) per notare come
esse siano soggette a un trattamento metamorfico puntuale e preciso: se queste
coppie fossero lasciate libere di contaminarsi e rovesciarsi e intrecciarsi in
corso d’opera, esse non farebbero che spingere sul pedale del caos sotto il segno della variabilità e
indistinzione noetica, un po’ come avveniva nei libri di Zanzotto e in primis in “Il galateo in bosco”, con la differenza che il consueto understatement di Zanzotto (che in quel
libro ha qualche cosa di montaliano) e moltissimi elementi di superficie
sembrano avvalorare l’ipotesi interpretativa dispersiva mentrecchè qui non è
così poichè le istanze costruttive e organiche del cosmo e del caso si
presentano criptate e captate sotto una coltre di manifesto ordine. Qui la
poesia è il perno dialettico e la vibrazione ultrasensibile che deve reggere il
peso delle trasmutazioni interne: la dismemoria e la follia e l’idiozia o una
supposta ratio animale potrebbero
vederci meglio di certa presunta razionalità umana che alcuni non-luoghi
particolari potrebbero risultare paradossalmente più abitabili rispetto alle
nostre consuete immagini di locazione così come i numeri irrazionali potrebbero
offrire superiori garanzie di sicurezza rispetto a certi eccessi di razionalità
calcolante come quella che si esplica nel fondamentalismo economico
dell’occidente che ha fomentato la folle teologia del pil: cioè leggi economiche
idolatrate e celebrate e venerate che prescrivono continui aumenti di
produzione ma sono del tutto inette a prevenire i rischi del denaro simbolico e
i crolli delle borse e i casi Parmalat e le frodi di chi trae denaro dal
denaro. Tutto ciò e la sua miseria nel senso spregiativo che è nell’italiano
dantesco quale eccesso di attaccamento al fatto economico (cfr. Dante: “Inferno”: Xvii: <<usurai>>)
non è altro che la degenerazione pletorica di ciò che sarebbe la matematica
come sostanza razionale dell’universo. E la poesia si fa carico di entrambi gli
schieramenti connotativi sempre intenta com’è nel calcolo e nel traffico con il
reale e nel commercio con la morte. L’irraggiamento sovra-impressivo di temi e
luoghi ed emblemi che era la cifra del libro precedente si cala qui in un
panorama oggetto a una sorta di split
cinematico sintomatico di uno split
cerebrale: non la sovrapposizione e nebulizzazione delle figure cardine ma una
loro visione sinopica da cui il lettore esce in stato confusionale sentendo che
una logica esiste ma non riuscendo ad orientarsi e finendo per riconoscere l’Alzheimer in se stesso. Vi sono poi ovunque
casi di sciatteria esibita e dissonanza voluta e quasi stonatura procurata:
tutto congiura verso l’immagine di una disinibizione totale e una mancanza di
filtro e una disarmata e disarmante franchezza: questi accessi di apertura e
spoliazione fungono da vere illuminazioni per chi legge e quali piccoli fari di
orientamento in una bolgia di riferimenti criptati e rimandi occulti. Ma la
lettera e il verbum o λόγος e il significante sono sempre da
prendere sul serio. Anzi, portando all’estremo le conseguenze del discorso,
potremmo arrivare ad affermare che solo la parola, solo il verso cale: il senso
rimane a margine, a latere.
La domanda che il fruitore
dell’opera deve porsi, alla fine della sua lettura, è questa: se esista una
sola e unica realtà e come possa essere detta e comunicata e rivelata, se la
realtà sia necessariamente quella che si vede, se il piano delle intenzioni e
della fantasia e quello dei fatti non abbiano pari dignità e diritto di
cittadinanza nel regno degli enti e dei fenomeni del reale che potrebbe
(dovrebbe) contenere tutte le parti, sia quelle concrete sia quelle ipotetiche,
sia quelle immaginate e immaginarie: in “26
istanti prima” è in questione la possibilità di dire l’esperienza di una
vita e il significato di un’esperienza. Se, infatti, il linguaggio e le parole
appartengono alla luce della razionalità cosciente e consapevole, come è,
allora, possibile dire ciò che al linguaggio raziocinante si sottrae e si
spinge oltre i confini della ragione: la fantasia, le intenzioni, i desideri,
le sconfitte? Il significato delle parole non può che essere arbitrario e falso
come approssimativo e incerto il confine tra realtà e immaginazione. Tutto
quello che esiste è irriducibilmente diverso da quello che vediamo e da come lo
vediamo, tutto ciò che vediamo è diverso da come lo nominiamo e descriviamo. La
realtà è qualcosa che rimane incomprensibile e dunque indicibile. Nel momento
stesso in cui diciamo una cosa o nominiamo un ente appartenente al dominio di
quella che definiamo realtà, noi stiamo eludendone la verità. O, meglio, la
verità elude noi, ci aggira e ci raggira. Come può d’altronde la lingua
tradurre alla coscienza l’oscurità dell’animo umano e il meraviglioso del
mondo, così meraviglioso da sembrare irreale e surreale quando non sovrannaturale?
Con Conrad, rispondiamo che è impossibile, impossibile comunicare ad altri quel
che proviamo dentro di noi in un momento qualsiasi della nostra vita, ciò che
ne costituisce la verità, il significato, la sua sottile e penetrante essenza.
Impossibile. Sicchè non ci resta che disarticolare realtà e linguaggio e così,
scollando parole e cose, scoprire che la verità è solo un mero trucco verbale.
Solo fessurando, intaccando, destrutturando il rapporto tra linguaggio e
realtà, mostrando i buchi e le crepe della parola, gli strappi del suo tessuto,
solo andando oltre la verità possiamo rinvenire la cosa, o almeno un barlume di
cosa, e vedere ciò che le parole non riescono a dire. E quello che le parole
non riescono a dire è un connubio inscindibile di realtà e finzione, un
coacervo indistinguibile di sogni e verità, un viluppo indivisibile di fatti e
desideri e intenzioni. To make darkness
visible: è quello a cui dovremmo ambire, quello a cui ambisce “26 istanti prima”. Vedere non soltanto
le cose che sono già visibili in quanto illuminate dalla luce del senso comune,
ma anche quelle che, collocandosi fuori dal senso comune, rimangono invisibili.
“26 istanti prima” vuole
comunicare che il significato (della realtà e della vita) non sta all’interno
del guscio come un gheriglio, ma fuori, e avvolge il racconto che lo genera e
da cui è generato come un bagliore genera una zona d’ombra intorno a sé, al
modo degli aloni nebulosi che rendono talvolta visibile la luminescenza spettrale
della luna. Alla soglia del conscio e dell’inconscio, della coscienza e
dell’incoscienza, la precipua prospettiva che contraddistingue la presente
opera si sforza di portare alla
luce delle parole l’oscurità di ciò che non è (ancora) parola. To make darkness visible as darkness:
mostrare la tenebra come tenebra. E questo è possibile solo decostruendo il
linguaggio per lasciare filtrare in esso il buio che ne sta al di fuori.
Sbirciando oltre il bordo del linguaggio e oltre la linea d’ombra della realtà,
dove verità e fatti e cose e sogno e desiderio si mischiano, noi guarderemo nel
fondo di un abisso dove non splende mai il sole, rinvenendo (e illudendoci di
rivelare) quella darkness che è il
rimosso della nostra coscienza. Un rimosso che solo un silenzio può comunicare.
LO SCRITTORE E IL BECCHINO.[6]
Quest’antologia
nasce dall’intento di un gruppo di callidi e impavidi scrittori di protestare
contro l’andazzo attuale della poesia contemporanea e lamentare la situazione
dell’odierna letteratura italiana rappresentata da poeti-autori di regime che
la sviliscono riducendola al ruolo di arte minore.
Quando si
parla di invettiva, la caratteristica principale sembra essere quella
dell’attacco, dell’insulto, della violenza verbale. Si dice infatti
“pronunciare un’invettiva”, “lanciare un’invettiva”, o “scagliare un’invettiva”.
Nell’edizione del 1612 del Vocabolario degli Accademici della Crusca,
l’invettiva è definita, nelle parole di Francesco da Buti, quale
<<riprensione, che l’huomo fa crucciosamente. E perciò si chiama
invettiva, cioè commozione contro altrui.>>.
Ed è proprio
questo lo spirito della presente antologia. Che si rivolge alla letteratura
italiana contemporanea e le chiede, con Leopardi, <<Come cadesti o quando
da tanta altezza in così basso loco?>>.
Per ciò che
riguarda la poesia, la dilatazione quantitativa è fenomeno già assodato da
molto tempo: se per scrivere una poesia basta un foglio di carta e una penna, è
chiaro che tutti possono mettersi a farlo, essere e sentirsi poeti. Il mercato,
a differenza di ciò che accade per la narrativa, si mostra ben poco disposto a
concedere uno spazio adeguato alla poesia, anche se, nelle nuove condizioni di
questi ultimi anni, lascia comunque qualche spiraglio in più che nel passato.
Continua, peraltro, e si moltiplica il fenomeno di pubblicazioni autofinanziate
e a circuito chiuso, mentre altre occasioni di moltiplicazione sono date dal web e dalle illusioni di apertura
comunicativa che variamente suscita. Nel secondo Novecento si sono più volte
riproposte bislacche utopie di liberazione indeterminata della parola poetica,
entusiasmi di espansione universale della poesia, di estetizzazione felice dell’intero
orizzonte sociale. Ma ciò si è collegato, presso le generazioni più giovani, ad
una vaporizzazione della coscienza teorica, a una evanescenza dell’impegno e
del rigore tecnico e linguistico, e ad una vera e propria assenza di pubblico,
se si escludono effimere occasioni di esaltazione spettacolare, di proiezione
della poesia in happening, in pura
presenza vuota. Con queste vicende alle spalle, la poesia si trova oggi a
scontare in modo estremo l’universale costipazione della comunicazione: il
numero eccessivo di poeti e l’indeterminatezza delle poetiche sembra rendere
comunque impossibile l’affermazione di una parola poetica essenziale, che abbia
in sé la stigma del presente, che permetta agli eventuali lettori di
riconoscersi e di riconoscere il senso del mondo. Se per i giovani degli anni
Trenta i versi de “le occasioni” del quarantenne Montale potevano imporsi
subito come memorabili, essere parte essenziale del riconoscimento di sé, oggi
nessun verso di poeta giovane o meno giovane riesce ad entrare nella memoria, a
porsi come emblema del presente; questa funzione è piuttosto demandata alle parole
delle canzoni, e non a quelle dei migliori cantautori. La musica pop diffonde modelli di poeticità indeterminata
e intercambiabile, moltiplica ulteriormente e ulteriormente fa evaporare e
dissolvere lo spazio e la presenza della poesia.
Come detto, quest’antologia
nasce dall’intento di protestare contro l’andazzo attuale della poesia contemporanea
e lamentare la situazione dell’odierna letteratura italiana, rappresentata da
poeti-autori “di regime” che la sviliscono riducendola al ruolo di arte minore.
Non si allarmino i lettori se incomincio questo preambolo partendo d’Adamo ed
Eva: da Eva, in particolare, la prima creatura che mette in dubbio l’autorità,
la santità e la trascendenza del dio, componendo di fatto la prima invettiva
della storia nella storia della letteratura. Con il gesto di Eva, nasce la filosofia,
l’amore per il sapere, il gusto per l’irriverenza, e il genere dell’invettiva.
Eva rappresenta la curiosità della scienza contro la passiva accettazione della
fede. Eva avanza una critica nei confronti del dio e del potere precostituito.
Critica che potremmo definire un atto politico, poiché condotta con lo
strumento dell’azione, non con quello della parola. E questo primo atto di
disobbedienza è l’inizio della istoria umana, perché è l’inizio della libertà
umana. Ecco in nuce l’essenza dell’invettiva:
la disobbedienza che si fa scudo della libertà di espressione contro le
iniquità dei (pre)potenti, la protesta che brandisce l’arma dell’ironia e,
appunto, dell’invettiva, per smascherare le ingannevoli menzogne dei furbi e
degli arrivisti. (E, lo vedremo nel proseguio dell’argomentazione, di arrivisti
è fatta la letteratura contemporanea).
Che l’invettiva
sia un tipo di codice a vari gradienti di intensità e di estensione, pare punto
generalmente condiviso e accettato dal dibattito scientifico sul tema, e di cui
non si debba discutere. L’intensità è quella del rapporto tra chi pronuncia l’invettiva
e chi la subisce e che può variare dalla polemica all’ingiuria e fino alla
maledizione; l’estensione va invece dalla brevità di un epigramma o di una
sentenza alla capienza di un testo intero (sonetto, orazione giuridica, testo
lirico, prosa politica). Inoltre, nell’appartenenza ai territori della violenza
verbale e dell’accusa si palesa un altro problema definitorio dell’invettiva,
vale a dire quella degli slittamenti semantici e concettuali. Non è infrequente
che l’area di influenza dell’invettiva intersechi quella della controversia,
della tenzone, dell’offesa, della bestemmia, della satira e finanche della
caricatura. Una delle acquisizioni maggiori del dibattito sull’invettiva, in
specie negli studi classici e biblici, è consistita proprio nel riconoscimento
di questa ambivalenza e, insieme, delle sue qualità esecutorie (o ‘performative’
come direbbero in stupro della lingua italiana certi pessimi linguisti: ed
eccovi servita la prima invettiva di questo libro!). Se l’invettiva è una forma
antichissima, la consapevolezza della necessità di una relazione tra i diversi
elementi e le diverse funzioni nella testualità è invece tutta moderna. L’invettiva
è infatti opera di intelligenza strategica. In primo luogo, la vendetta è posta
in relazione dialettica con la persuasione. In secondo luogo, stabilendo tra i
due lemmi del lessico irato un rapporto di opposizione si espande la zona
intermedia, amplificato luogo di peroratio
e di enfasi. L’amplificazione, l’enfasi, l’iperbole divengono così segmenti
oratori, interferenze che si fanno azione, legame, condivisione con il
pubblico. Si afferma la persistenza del tono eccessivo, enfatico, quale
esasperazione dell’ira filtrata dalla soggettività dell’autore che si impone
intervenendo ad orientare e disporre l’oggettività del materiale accolto. Di
tale natura sono gli attacchi ad personam
svolti da Cicerone nell’actio secunda delle “Verrinae”
in cui, al lunghissimo papiello dei crimini compiuti da Verre in Sicilia nel corso
dei suoi incarichi amministrativi, vengono intercalati giochi di parole fra “Verre”
e “verro” (= “porco”) o su verbi come everrere
(“spazzar via”) al fine di mettere in ridicolo l’imputato. Ma, nel mondo latino,
i fenomeni di diffamazione verbale e di attacco hanno una lunga tradizione non
solo giuridica. L’uso dell’invettiva come tirocinio retorico e come modello di
attacco ad personam contrassegna infatti
anche la satira: poeti come Lucilio, Catullo, Giovenale, Marziale non
conoscevano alcun freno nella vituperatio
dell’avversario: d’onde si assisteva a una zuffa violenta, colma di infamanti
contumelie. Il verso di Giovenale, <<Si
natura negat, facit indignatio versum.>> (Giovenale: satire: I: v. 79),
mette a fuoco il tema dell’indignazione: indignatio,
dunque, sdegno personale e collettivo, che infiamma come un’offesa recata,
dinanzi allo spettacolo della corruzione, delle ingiustizie, dei soprusi, degli
inganni e della miseria morale.
Ma da dove
viene il termine e la consuetudine dell’invettiva? La tradizione medievale e
umanistica dell’invettiva, concepita come genere giuridico-letterario, attinge
le sue regole dalle orazioni latine, soprattutto da quelle apocrife di Sallustio
e da quelle a forte contenuto accusatorio di Cicerone (si pensi alla fortuna
delle “Verrinae” in ambito umanistico).
Proprio con lo scopo di individuare e intitolare le “Catilinarie”, i grammatici
e gli scoliasti della tarda latinità (IV-V sec.) introdussero l’uso del termine
invectiva in funzione di sostantivo
femminile (col significato di discorso contumelioso); e come invettive furono
connotate poi, nel corso dell’Umanesimo e del Rinascimento, numerose scritture
polemiche che si rifacevano alla tradizione classica. Naturalmente, sul piano
delle regole, le orazioni polemiche ricevettero nell’antichità latina una loro
propria codificazione: classificate dai retori come controversiae, ebbero una precisa struttura interna che contemplava
la laus e la vituperatio, l’accusatio
e la defensio (e giova ricordare che
i modelli polemici più ammirati dell’antichità classica si svolgevano secondo
linee precise, come provano le orazioni che l’antichità ha tramandato sotto i
nomi di Sallustio e di Cicerone). Come si vede da questa rapida carrellata, la
natura dell’invettiva è una questione problematica; poiché si riconosce per
essa una natura duplice, visto che da un lato ha a che fare con il biasimo e l’ira
e, dall’altro, si situa in un orizzonte suasivo. In entrambi i casi, però, l’impianto
si basa su un’aggressione verbale o una forte carica accusatoria.
Questa
modalità letteraria si rende disponibile già a partire dall’Iliade,
attraversando così i diversi generi letterari e le diverse tradizioni che da
essa si dipartono. È l’incarnazione di un modo agonico di rapportarsi all’altro.
Una modalità che origina dalla materia stessa del poema, come è enunciata dalla
protasi: l’ira di Achille. La lite tra Achille e Agamennone che apre il poema è
caratterizzata da violenti alterchi e aggressioni verbali, evidenti, per
esempio, in “iliade”: I: 148-159. Diverso e uguale il caso dell’invettiva
callimachea. Il proemio degli “aitia” raccoglie un’articolata e aspra serie d’insulti
contro innominati rivali calata nel contesto della narrazione del famoso sogno
eliconio tra le Muse. Vittima delle invettive di Callimaco era Apollonio,
accusato di plagio dal poeta di Cirene <<in hunc Callimachus quod suos ille libros sibi arrogarci, et alienos
labores prò suis venditaret, carmen invectivum edidit. Caeterum coetaneos
habuit Aratum astronomum et Bionem Theocritum poetas: praeterea Cononem et
Hipparchum, mathematicos, itemque Apollonium Rhodium, discipulum suum, qui et
Argonautica scripsit. In hunc Callimachus, quod suos ille libros sibi
arrogarci, et alienos labores prò suis venditaret, carmen invectivum edidit,
ipsumque Apollonium suppresso nomine Ibin nominavit: quemadmodum Ovidius
testatur, inquiens.>> [Philipp Nicodemus Frischlin: “Callimachi hymni et epigrammata” (1571):
87]. August Ferdinand Naeke[7] primo
ipotizzò che Callimaco per difendersi dalle accuse degli avversari avesse
premesso un prologo polemico ad una delle sue opere maggiori: come sede più
adatta Naeke pensò all’“Ecale”. Alla riflessione sulla testimonianza dello
scoliasta callimacheo e sull’interpretazione datane da Naeke Hecker accompagna
un ampio riesame delle fonti antiche e delle moderne esegesi sulla polemica tra
Callimaco e Apollonio Rodio, riferendosi in particolare a uno studio del 1821
di J. A. Weichert intitolato “uber das leben
una gedicht des Apollonius von Rhodus”, dove Apollonio era presentato come
innocente vittima di un Callimaco <<stolida
vanitate suique amore inflatus>> (e poco prima Hecker aveva rilevato
che <<Weichertus avide arriput
ansam Callimacho calumniandi et *** in lite illa de judicanda adeo se partium
studio abripi passus est, ut encomium potius Apollonii quam veram rerum
descriptionem daret>> (30); un “apologetischen
Standpunkt” addebita alla monografia di Weichert anche G. Bernhardy in “Grundriss der Griechischen Litteratur”
(Halle, 1867; 360), mentre Wilamowitz indicherà in Weichert l’esempio più
significativo della sopravvalutazione classicistica di Apollonio, in grazia
della sua “homerische Stilisierung”,
a scapito di Callimaco), responsabile della cacciata dell’allievo da
Alessandria. Fonti in vario modo evocate ad attestare la storicità della
polemica sono la Vita callimachea in Suda, l’epigramma callimacheo T-23-Pf. (di
incerta datazione ma composto probabilmente per introdurre un’edizione
bizantina degli opera omnia di
Callimaco) e Apollonio Rodio: “argonautiche”: 11, 275. Se innumerevoli sono i
contributi e le congetture accumulatisi intorno alla presunta querelle, nella quale spesso è parso
manifestarsi l’archetipo stesso di tutte le dispute letterarie della tradizione
occidentale, manca tuttora una valutazione diacronica del procedere e dell’intricarsi
della vicenda, benché appaia chiaro, evidente e palese che in Callimaco sia da
ravvisarsi una forte tensione polemica esercitata contro un avversario. E se fino
agli inizi del XIX secolo la trattazione più ampia e fortunata della polemica
tra Callimaco e Apollonio Rodio si doveva a Ezechiele Spanheim, nelle “observationes in hymnum in Apollinem” comprese
nel secondo volume, dell’edizione graeviana (1697), innegabile è l’apporto di
Frischlin, il quale non si limitò a riprendere la notizia di Suda per cui
vittima delle invettive di Callimaco era Apollonio ma riconobbe in plagi
apolloniani la causa dell’aspra reazione del poeta di Cirene. È bene ricordare
a questo proposito che della prima raccolta di dieci frammenti callimachei
comparsa proprio negli “Stephaniana
altera” curati dallo Stephanus e dallo stesso Frischlin, faceva parte anche
il futuro fr. 212 Bentl. al riguardo al quale si notava <<et apud ipsum Apollonium [1,1309] exstat, sed ab eo usurpatus, quum sit
Callimachi, ut ille [scil. Apollonii
Rhodii Scholiastes] ait>> (“Callimachi
hymni et epigrammata”, cit.: 82). Poco più di cinquant’anni dopo, Dionigi
Salvagnio (Denis de Boissieu de Salvaing) nella prima edizione (1633) del suo
commento all’“ibis” di Ovidio, a
sostegno della spiegazione frischliniana della genesi della polemica evocherà
esplicitamente Apollonio Rodio: 1: 1309. Va aggiunto che di un’interpretazione
simile a quelle di Frischlin, Salvagnio e Spanheim circa la genesi dello
scontro tra i due poeti alessandrini è traccia già nel primo commento a stampa
all’“ibis” ovidiano, quello di
Domizio Calderini del 1474, ove, discutendo Ovidio: “ibis”: 55-6, il Calderini dice: <<Nunc quo Battiades inimicum devovet Ibin hoc ego devoveo teque tuosque
modo>>: Calderini non solo, conformemente alla notizia di Suda,
riconosceva in Apollonio Rodio l’inimicus
colpito da Callimaco con il libello cui Ovidio si riface, ma tentava di
definire origine e cause della polemica: <<Ibis: Apollonium Rhodium. Inimicum. Nam cum fuisset discipulus
Callimachi multa quae a preceptore acceperat prò suis ostentabat historiis.
Profìtetur obscuritatem hoc opuscolo dum studiose imitatur Callimachum qui
eandem opuscolo suo servavit, ut Suidas scribit.>>. Pfeiffer registra
ad loc. vari contributi a diverso
titolo ravvisanti nel frammento intenzioni polemiche benché effettivamente nel
prologo degli “aitia” Callimaco non
nominò i propri nemici, preferendo lasciare alle congetture degli esegeti (di
cui un esempio antico paiono offrire gli Scholia Fiorentina) il compito di
individuare l’identità degli invidiosi avversari, <<nomina ficticia *** et ab
hominum vitiis tracta.>>.
Nell’Umanesimo,
l’invettiva vive una fiorente stagione, preceduta di gran lunga da quelle
petrarchesche che determinano i concetti essenziali della vituperatio umanistica, rinnovata in rapporto alla tradizione
classica. Le invettive di Petrarca (“contra
medicum”, “de [sui] ipsius et multorum ignorantia”, e “contra eum qui maledixit
Italie”, ecc.) attingono ai gradi forti del linguaggio ciceroniano, espresso dalle orazioni. Egli appare dunque come il
restauratore e l’originale innovatore
delle scritture polemiche, colui che ne anticipa la fortuna nell’età successiva.
Petrarca innova questa forma basata sul biasimo dell’avversario: in lui vi
è il desiderio di entrare in gara con
i modelli classici, ripetendone lo stile, la lingua, le regole. Gli scrittori della generazione successiva, invece,
agganciarono tale polemica a un’ideologia
(o a un ideale) politico-civile o culturale.
I testi e i modelli dell’invettiva classica, biblica e medievale
funzionano certamente come modelli mediatori e di applicazione ad oltranza di
artifici (strumenti) retorici, fissati nell’impiego di alcune figure
costitutive del complesso edificio dell’invettiva. Il livello retorico è
infatti uno dei presupposti più decisivi della persistenza della tradizione
letteraria classica ma segnata da forti elementi di novità riconoscibili anche
per l’intensità e l’ostentazione dell’impiego. Ingredienti insostituibili dell’invettiva
sono legati all’esposizione dei temi dell’ira, della collera, della vendetta,
dell’indignazione morale, lo spazio teatrale della maledizione, i segnali della
catastrofe universale, l’impiego del lessico della profezia, i presentimenti
funesti dell’“io” del poeta, la topica invocazione dell’infamia, la drammatizzazione
dell’evento (o del personaggio), la rappresentazione metaforica, le interminabili
possibilità dell’ingiuria. Le complesse problematiche inerenti al codice ‘irato’
inducono a studiare le tecniche narrative sia per quel che concerne la mirata
utilizzazione di modalità retoriche più acconce a darle corpo e vita, sia per l’individuazione
di topoi deputati a provocare una
partecipazione emotiva con il lettore. Infatti, per il carattere infusivo e
sistematico che la contraddistingue, l’invettiva si pone piuttosto come una
modalità, un registro, un espediente retorico che coinvolge l’ascoltatore
direttamente nella situazione alla quale il discorso si riferisce. L’invettiva
corrisponde al progetto di un ‘discorso irato’ autosufficiente e assoluto che
si sviluppa come organismo negli iterati recinti della retorica e su epicentri
storici ed eventici-evenemenziali. In questo senso, è utile segnalare la
riapparizione dell’invettiva nel Novecento, congenita con la necessità e la
funzione dell’ira motivata dalle conseguenze dei diversi conflitti
politico-militari. La natura dell’invettiva novecentesca ha carattere anche
tecnico e poetico, ma soprattutto politico, elemento questo facilmente
individuabile che determina il paradigma dei segnali ‘irati’ indicativi di un
pensiero ‘estremo’ che attiene non soltanto al dolore e allo sconvolgimento
umano, ma anche al ripristino di un sistema sconvolto dagli orrori della guerra
e dello strazio. Ed eccoci così finalmente giunti ai nostri tempi, nei quali
non ci ritroviamo affatto soli ma, al contrario, in ottima compagnia, ancora
abbondantemente animati e sospinti come sono dallo spirito del maestro
indiscusso dell’insulto e dell’invettiva: Arthur Schopenhauer. Nei suoi scritti Schopenhauer non disdegna di
lanciare con mordace sarcasmo invettive, insolenze e improperi agli indirizzi
più diversi. Ancora più sfacciate sono le impertinenze che si concede nelle
glosse a margine dei libri che legge, divertimento di ogni visitatore della sua
biblioteca. Schopenhauer può dunque essere annoverato a buon diritto tra i
campioni della nostra arte. Si potrebbe anche aprire una digressione circa le
ragioni che alimentavano la sua categorica impertinenza: il suo carattere
sanguigno e un’indole facile a infiammarsi (per cui si leggano al riguardo le
interessanti osservazioni grafologiche di Ludwig Klages: “perizie grafologiche su
casi illustri” [ed. or. 1986; Adelphi, Milano, 1994]: 85-117), la sua agiata
indipendenza economica che gli consentiva la più ampia libertà e sfrontatezza
di giudizio, la sua esclusione dall’ovattato ambiente universitario e la
conseguente intransigenza verso i filosofi di professione, variamente vilipesi
e vituperati nel pamphlet “sulla
filosofia delle università”. Con l’età, peraltro, la sua inclinazione all’insulto
dilagò per ogni dove. Tanto che l’ormai maturo filosofo non esitò a infiorare
di insolenze perfino la memoria “sul fondamento della morale”, presentata nel
1840 al concorso indetto dall’Accademia di Danimarca, la quale si vide
costretta a censurare le sue incontenibili escandescenze nella motivazione
ufficiale per la mancata assegnazione del premio: lo scritto, vi si dice, non
solo non tratta effettivamente il tema proposto, ma è per giunta poco
rispettoso nei confronti dei <<plures
recentioris aetatis summos philosophos tam indecenter commemorari, ut justam et
gravem offensionem habeat>> (A. Schopenhauer: “samtliche werke” [Bouvier, Bonn, 1986]: 276). Se già Aristotele
affermava che l’indignarsi è una virtù, e precisamente quale giusto mezzo tra l’indifferenza
e la collericità di fronte a un oltraggio patito o a un’ingiustizia subita (Aristotele:
“etica nicomachea: IV: 11), e che cosa esprime l’indignazione meglio di un buon
insulto!? Ai giorni nostri, poi, persino un’anima raffinata come Borges, in una
nota inclusa nella “storia dell’eternità”, ha descritto concisamente i pregi
dell’arte dell’insulto, nella speranza che prima o qualcuno ne compilasse
davvero una: noi siamo qua per accontentarlo.
Ma veniamo al
punto e vediamo come si svolgerà la nostra personale invettiva contro la poesia
e i poeti contemporanei. Iniziamo con alcuni nomi, bersaglio dei nostri strali.
In questa introduzione, e in quest’antologia, parleremo di tutta una schiera di
pseudo-scrittori come Fabio Volo, Federico Moccia, Michela Murgia, Rupi Kaur,
Guido Catalano, Daniele Carcinoma Cargnino,
Guido Catal’ano, Giulio Pony Cavallo, Alessandro Cristina D’Avenia, Antonio Ukulele Distefano, Giò SuperEvans, Andrew Homo Faber, †Gabriele Allegria
Galloni, ecc. ecc., membri di una razza che definirò di poeti-autori per
distinguerli da quella dei poeti di razza, i veri poeti, che chiamerò
poeti-scrittori.
Mi spiego
meglio, poiché voglio che questo punto sia chiaro: l’attuale scena poetica,
italiana e internazionale, è monopolizzata da autori con commissario incorporato,
ma, personalmente, il testo alquanto mediocre di uno scrittore mi coinvolgerà
sempre di più del meglio confezionato libro di autore con commissario
incorporato. E senza alcuno snobistico moralismo, giusto a vantaggio di
entrambi gli scriventi, per sorvolare sulla pletora di quanti si descrivono nei
blog e nei talk-show come “attore e
scrittore”, “comico e scrittore”, “pittore e scrittore”, per arrivare all’ossimoro
per eccellenza, “giornalista e scrittore”. Quando uno sa scrivere, scrive bene.
E scrive e basta. Io, per scoraggiarla e quindi reprimerla, arriverei a
teorizzare addirittura la sciocchezza tutta accademica di suddividere quanto
pubblicato in opere scritte bene o scritte male, sempre soprassedendo al fatto
che quando uno sa scrivere, scrive bene, sicché ci sono almeno due modi per
scrivere male convogliati entrambi nell’unico modo buono per tutti di non
sapere affatto scrivere, e di solito chi non ha neppure un pensiero suo fa i
compitini più perfetti e perfettamente in regola con le norme del bello
scrivere e dell’ottimo pensare (altrui). Parlare di questi scrittorucoli
significa parlare del rapporto tra cultura e passatempo, letteratura e para-letteratura,
arte e industria, valore e fatturato. E so bene che i membri di quest’ultima
razza dei poeti-autori siano ormai in netta prevalenza e predominanza su noi
poeti-scrittori sì da correre il rischio che la mia critica passi per astrusa,
insensata, incomprensibile, anacronistica, reazionaria, e folle ma, rafforzato
nella mia opinione dall’avallo di Schopenhauer, il quale affermava che <<L’intelletto
non è una grandezza estensiva bensì intensiva: perciò un solo individuo può
tranquillamente opporsi a diecimila, e un’assemblea di mille imbecilli non fa
una persona intelligente.>>, sosterrò in
primis che i moderni esponenti della nuova generazione poetica inseguono
solo la vanagloria e la falsa fama (<<Una simile fama somiglia alle
vesciche di bue con le quali un corpo pesante rimane a galla. Le vesciche lo
reggono più o meno a lungo, a seconda che siano ben gonfiate e legate; tuttavia
l’aria trasuda a poco a poco, e il corpo comincia ad affondare.>>, ancora
Schopenahuer); e in secundis che, secondo
un comune buon senso ancora del tutto ideale, ad oggi l’unico metro di giudizio
critico possibile da adottare per includere ed escludere dall’attuale lettura
sarebbe, a parer mio, quello tra opere di regime e nel regime di autori,
pertanto coccolate dal mercato e dai non lettori, e opere di scrittori che vi
si oppongono, che si oppongono a ogni possibile regime e, non appropriabili
subito, perdurano in ogni regime, invise, poco lette, magari ammirate ma da
lontano, senza mai farle avvicinare troppo perché ancora bruciano l’ipocrisia
dell’“io” e di ogni relazione civile e politica e sentimentale tra codesti “io”
e non permettono scampo ai sentimentalismi, ai sessualismi, ai familismi, alle
superstizioni, alle religioni, agli assolutismi, ai tecnologismi, agli
avventismi, alle reincarnazioni, ai migliorismi della scienza e della stessa economia,
in altre parole, all’intrattenimento da qualsivoglia consolazione di progresso
promesso e non mantenuto (soprattutto grazie a quelli che ci hanno creduto e
poi però hanno letto noir per tutta la vita e osano lamentarsi o fare la voce
querula della vittima fintamente, per l’appunto, inconsolabile); le prime, mere
pubblicazioni, prendono solo quanto più possibile c’è da prendere, cioè da
incassare, dal regime, dai suoi luoghi comuni e dai suoi sudditi, e se ne
guardano bene dal cambiare una sola virgola al mondo così com’è, le seconde,
che da mere pubblicazioni attingono nel tempo (e poi caso mai assurgono per sempre) alla
dignità di opere, danno solo e, anche se sono più spiritose e divertenti,
vivono di necessità per suggestione sacrificale senza averne l’aria e senza
attribuirsi alcun orfismo o sacralità d’accatto: in tutta la loro semplicità
anti-sacerdotale rivoluzionano o almeno aggiornano la condizione di beota
stupidità di ogni regime e dell’umana fatalità che lo legittima e se ne
sostenta (tra alti lamenti d’obbligo, va da sé). E passi che l’intera risma <<dei cattivi
scrittori vive unicamente della stoltezza del pubblico.>> [Arthur Schopenhauer:
“l’arte d’insultare”: 74], ma come fanno i critici e gl’intellettuali a non
capire che un’opera omologata è un’opera estinta e ad avallarla? Questo mi fa
imbestialire. D’altronde, anche <<Serse, secondo Erodoto, pianse alla
vista del suo immenso esercito, pensando che, di tutti quei guerrieri, entro
cent’anni non ne sarebbe rimasto in vita uno solo: chi non piangerebbe alla
vista di un grosso catalogo di libri stampati, se pensasse che di tutti quei
libri, già dopo dieci anni, non ne rimarrà in vita nemmeno uno?>> [Arthur
Schopenhauer: “l’arte d’insultare”: 74]. Perché mi pare evidente che, se la
data di scadenza di ogni singola opera (e del suo autore) è conforme al suo grado
di omologazione nel tempo, allora un’opera omologata è un’opera estinta: se non
la si brucia, è perché non vale lo zolfo di un fiammifero, non certo perché il
pregiudizio buonista vorrebbe che coi libri non si facciano (più) falò (ma,
nonostante ciò, io mi ostino ancora nel riporre fiducia incondizionata e
aspettare indefesso l’avvento dell’inestinguibile benefattore piromane in tournée dopo aver fatto tappa alla
biblioteca di Alessandria!). Da qui il fatto che le opere preferite al momento
di ogni momento sono quelle nate morte, punto. Nell’impossibilità di prevedere
l’omologazione futura o futuribile di un’opera ora o prima immessa sul
mercato, l’unico interrogativo possibile e passabile della critica, a
prescindere dall’immediato successo di vendita e consenso critico dell’opera
medesima, è: <<Quanto è nata già morta? Quanto fa da compiaciuto specchio
al morto non-lettore che la fa propria, di fatto lasciandoci ancora un po’
della sua già scarsa vita a disposizione?>>. Si potrebbe intanto
stabilire subito chi è uno scrittore e chi, per quanto sia un autore di moda, è
in realtà un becchino, dando vita all’ennesima categoria di questo scritto: lo
scrittore-becchino. Che fa il paio con il poeta-autore e, a differenza del
normale becchino, compie un’opera di auto-tumulazione e auto-inumazione. Certo,
occorrerebbe un critico non di regime e non nel regime perché una domanda
simile possa porsi e un simile filtro imporsi. Infatti, a parte me, che non
sono nemmeno un critico, non l’ho mai sentita formulare da nessuno da che mondo
è mondo. Sic et simpliciter. Dobbiamo
renderci conto che ci troviamo dinanzi alla liquidazione delle forme
tradizionali della cultura intellettuale e all’esaurimento della funzione
intellettuale tout-court. Sono
persuaso che sia andata chiudendosi in questi decenni una storia intellettuale
cominciata sotto i Lumi e protrattasi fino agli anni Settanta e Ottanta del
secolo scorso, sia pure con le tragiche fratture dei totalitarismi nazifascista
e comunista. Mutamenti colossali sono intervenuti in tutto l’Occidente; l’Italia,
come spesso è accaduto, rappresenta un laboratorio particolare. È finita una
lunga storia intellettuale, ma non la possibilità di un esercizio critico dell’intelligenza,
anche se oggi è più difficile vederne le manifestazioni.
Volendo assegnare
un precedente letterario a questa teoria dicotomica della poesia, della
letteratura e, in extremis, dell’arte
stessa quale prodotto culturale per fondare storicamente la nostra
argomentazione, potremmo rifarci al discorso tenuto da Paul Celan in occasione
del premio “George Büchner” conferitogli dall’accademia di Darmstadt il 22 di
Ottobre del 1960, intitolato “der
meridian” e consultabile nei “gesammelte” werke (Suhrkamp Verlag, Francoforte sul
Meno, 1983). In “il meridiano” la riflessione di Celan è contraddistinta dal
tentativo d’inseguire l’idea di Arte e Poesia nel loro ineffabile e
inafferrabile gioco alterno di sdoppiamento e identità: due figure ora
perfettamente sovrapposte, ora debordanti dall’unico profilo in fugaci e quasi
esplosive dissociazioni. Il riferimento a Büchner è obbligato ad avviare e
dispiegare questo tema poiché l’autore del “Woyzeck”
era stato il primo fra gli scrittori tedeschi a combinare (o, meglio, a
stringere) in un’ardita e quasi prodigiosa unità l’eredità anti-storica
romantica e le istanze realistiche espressionistiche. Questi fatti e fattori
(il secondo dei quali fungente quale leva scardinante) sono messi in rilievo da
Celan mediante il rinvio pregnante e rapido ad aspetti particolarmente
significativi dell’opera büchneriana. Rispettivamente: l’eredità romantica,
ossia l’Arte fine a se stessa; e l’istanza realistica, ossia la perorazione
anti-romantica della nuda realtà come unico degno oggetto dell’Arte, la sua
aspirazione utopica a un’identità di rappresentazione e natura, raggiunta
mediante un’Arte che abbia lo sguardo pietrificante della Medusa. Tradotto da
Celan, questo incontro si trasforma in scontro tra idea assoluta della Poesia e
necessità di muovere a un compromesso con il mondo e la realtà in ogni sua più cruda
manifestazione e spietata. Forse, il motore principale di tutta questa
elucubrazione sui misteri dell’arte e della poesia che è “il meridiano”, è già
indicato nelle prime righe del testo, allorché è detto che il discorso intorno
all’arte potrebbe continuare all’infinito, se nulla accadesse, se non accadesse
qualcosa. Ma qualcosa accade. In questa temperie ideologica, Büchner appare
come un inizio, anzi un’epifania: egli segna storicamente il momento in cui,
per quanto riguarda la Germania, la problematicità dell’arte nel senso del
moderno si presenta in tutta la sua radicalità. L’alternativa, evitevole,
marginalmente accennata nel meridiano, sarebbe un continuare (come ancora oggi
troppo spesso si fa) a considerare l’Arte come un dato da presupporre
incondizionatamente, un prius da
esorcizzare misticamente con un puro atto d’arte. In altre parole, possiamo
permetterci di continuare sulla strada indicata da Mallarmé? Pare di capire,
dunque, che Celan abbia individuato nell’ineffabile peripezia della poesia
moderna due condizioni gemelle, divergenti di fatto, convergenti idealmente,
come il fantasma dell’erma costituita dal coniugio tra arte e poesia da lui
inseguito nella sua dissociazione-identità: la condizione per cui si può
speculare sull’arte all’infinito, come se nulla fosse accaduto e accadesse,
tanto da prolungare la sua “esistenza giambico-pentapodale” perfino sul
patibolo; e quella che, pur sapendo che la poesia deve percorrere
necessariamente la via dell’arte, mette questa radicalmente in discussione. Non
si tratta più dunque di pensare ancora come Mallarmé ma non si può nemmeno
andare nella direzione di quelli che inseguono la poesia contestandone il
presupposto necessario, ossia l’arte, coloro che tentano l’anti-parola come
Sanguineti, Zanzotto, e Celan (e magari i poeti della nuova generazione si
rifacessero a loro...) ma la parola stupida e inutile, dissepolta ed estratta
dal flusso infinito dell’effimero chiacchiericcio quotidiano estenuato ed
esasperato dal parlare infinitamente bleso dei miserabili-mediocri uomini da
niente. Gente come i tre succitati autori, avevano tolto la forma dalla poesia
lasciandone quantitativamente intatta (seppur qualitativamente trasformata) la
sostanza. I poeti della nuova generazione, comportandosi da veri liquidatori testamentari
e curatori fallimentari, hanno sottratto alla poesia anche la sostanza riducendola
a mero ticchettio da telescrivente di montaliana memoria. I nuovi poeti hanno
tradito la tradizione romantico-lirica primo-novecentesca, la tradizione
realistica della metà del Novecento, la tradizione avanguardistica successiva;
il senso e lo stile, la sostanza e la forma, l’espressione e il contenuto.
Nella poesia di oggi, non rimane nulla. Prenderò a esempio una frase di Antonio
Ukulele Distefano: <<Perché sei
così bella e sei single? Perché tra l’essere
bella e l’essere compresa c’è un abisso.>> (cito a memoria, dunque non
prendetela proprio alla lettera): totale assenza di gusto stilistico, totale
assenza di gusto linguistico (l’aggettivo single,
poi, a me provoca i conati di vomito; e certamente li provocherebbe a qualsiasi
vero scrittore), totale assenza di coerenza logica, totale ignoranza del
concetto di figura retorica (il tentato gioco di parole, basato probabilmente s’una
presunta ambivalenza semantica del termine “essere”, è più che altro un at-tentato
allo stile e alla lingua italiana, che scivola e sbanda completamente
schiantandosi contro il muro del buon-gusto). Less than zero, mi verrebbe da etichettare lo scrittorucolo, se una
simile citazione non fosse sprecata per un ignorantello che si proclama il
nuovo Fabio Volo (Sic! In un’intervista
si è così pronunciato: <<Sono nero, sono italiano, sono il nuovo Fabio
Volo>>). Tra l’altro, tendo a diffidare, ancora con Schopenhauer, di
questi astri nascenti ed enfants terribles
della letteratura: <<Gli scrittori si possono dividere in stelle cadenti,
pianeti e stelle fisse. I primi producono colpi di scena momentanei: si guarda
in su, si grida <guarda guarda> e poi scompaiono per sempre. I secondi,
cioè le stelle che vagabondano per il cielo, hanno assai più consistenza.
Brillano, benché soltanto grazie alla loro vicinanza, assai più delle stelle
fisse e vengono con esse scambiati dai profani. Ma anche i pianeti debbono ben
presto sgomberare il loro posto, inoltre ricevono la luce in prestito e hanno
una sfera d’azione limitata ai compagni di cammino, i contemporanei. Essi si
spostano e si alternano: un’orbita della durata di qualche anno è il loro
destino. Soltanto le stelle fisse non cambiano: stanno ferme nel cielo, hanno
luce propria, agiscono su ogni epoca... Esse non appartengono, come gli altri
corpi celesti, a un solo sistema la nazione, bensì all’universo. Ma appunto a causa
dell’altezza della loro posizione, la loro luce di solito richiede molti anni
prima di diventare visibile all’abitante della terra.>> come diceva il
grande filosofo (Arthur Schopenhauer: “l’arte d’insultare”: 123). Massima
sciattezza e trascuratezza nella scrittura, caratterizzata da progressione lineare
o “a tendina” senza capo né coda (<<Chi scrive in modo trascurato
confessa così, anzitutto, che lui per primo non attribuisce un gran valore ai
suoi pensieri. Se è un’impertinenza interrompere gli altri, impertinenza non
minore è interrompere se stessi, come avviene nella costrizione del periodo che
da alcuni anni applicano almeno sei volte per pagina, compiacendosene, tutti
gli scribacchini negligenti, affrettati e smaniosi solo di guadagno. Questa
costruzione consiste *** nell’interrompere una frase per appiccicarne un’altra
in mezzo. Costoro, però, lo fanno non soltanto per pigrizia, ma anche per
imbecillità, in quanto credono che ciò sia un’amabile légèreté che ravviva l’esposizione. Molti scrivono come i polipi
corallini costruiscono: un periodo si aggiunge all’altro periodo, e si va
avanti dove Dio vuole.>> [Arthur Schopenhauer: “l’arte d’insultare”: 125]).
La poesia di oggi è dominata da infimi scrittori che <<Buttano giù il
loro pensiero a pezzi e bocconi in brevi sentenze paradossali e ambigue che
sembrano voler significare assai più di quel che esprimono; *** alle volte,
invece, quegli scrittori presentano il loro pensiero in un profluvio di parole
con la più insopportabile prolissità, come se occorressero chissà quali sforzi
miracolosi per renderne comprensibile il senso profondo, mentre si tratta di un’idea
assolutamente sciocca, magari di una banalità (Fichte, nei suoi scritti
popolari, e centinaia di miserabili imbecilli).>> (Arthur Schopenhauer: “l’arte d’insultare”: 124).
Insomma, la poesia di oggi mostra una marcata tendenza ad ammutolire. Essa si
accampa ormai soltanto all’orlo di se stessa, all’incrocio tra il non-più, l’eppur-ancora
e il pur-sempre. Quella del poeta come scrittore, oggi, è una condizione insostenibile,
ristretta com’è dentro uno spazio asfittico e mefitico, oppresso dall’invadenza
dell’autore che incombe e ne minaccia gli spazi creativi, soffocandolo fino
alla morte.
So bene che il
tema della morte dell’intellettuale e della letteratura è una di quelle
geremiadi che ciclicamente tornano anche nel dibattito novecentesco[8], ma oggi
come mai serve e vale riproporlo nel dibattito culturale: oggi siamo di fronte
a qualcosa di nuovo e diverso, un salto epocale la cui portata non ha analogie
nella storia precedente. Al di là di perplessità e diffidenze che può suscitare
l’ossessione e forse ‘illusione’ della fine, resta il fatto che sempre più si
sta rivelando l’insostenibilità dei modelli e delle forme correnti di sviluppo
economico e sociale. L’espansione dello spreco delle risorse, nel circolo della
produzione e del consumo, crea una miscela distruttiva che rovina l’esistenza di
intere popolazioni, alimenta conflitti etnici e religiosi, produce alterazioni
climatiche irreversibili, minaccia la stessa sopravvivenza dell’umanità. Il ‘tempo
a venire’ sembra disegnarsi in un’implosione di quello sviluppo illimitato che
nessuno è in grado di arrestare. L’insieme della attuale produzione letteraria
italiana (a parte qualche eccezione e qualche marginale sussulto) non sembra
volersi far carico della radicalità di questa situazione: sembra come adagiata
in modelli e forme definiti nello scorcio finale del Novecento, disposta a
viverne fino in fondo l’esaurimento. Ritorno del narrare senza intoppi sperimentali,
riciclaggi e combinazioni postmoderne, rilanci di prospettive antagonistiche o
post-avanguardistiche, immagini e proiezioni di quella che appare la realtà
italiana, confronti con i media, erotismo e sesso tra trasgressioni e perversioni,
tortuosi e narcisistici giochi introspettivi, esibizioni plateali di violenza e
disgregazione, varia legittimazione di generi paraletterari, immersioni in
mondi minori e marginali, ecc.: tutto ciò abita un affollato panorama
editoriale, in un effetto di ripetizione e di costipazione. Si accumulano libri
che sembrano come annullarsi l’un l’altro, che nell’insieme sembrano segnare
una topografia i cui elementi si spostano continuamente, si scambiano le parti,
emergono in superficie e improvvisamente svaniscono: come in un’epifania della
quantità, in una indefinita declinazione dell’apparenza. L’insieme dell’universo
letterario viene così a manifestare in questo affollamento lo svuotarsi dell’esperienza,
la sua riduzione a scarto, a rifiuto, similmente a ciò che accade nelle altre
molteplici forme della cultura e della comunicazione, a tutte le forme di una
vita collettiva ossessionata dall’accumulo di oggetti, di percezioni, di
situazioni che devono essere continuamente consumati e sostituiti da altri
oggetti, percezioni, situazioni: il vorticoso e ripetitivo offrirsi di
possibilità e di occasioni sembra destinare la letteratura ad essere gettata
via, a perdere le stesse ragioni della propria presenza. Questa condizione di
scarto e di rifiuto viene determinata in prima istanza proprio dai meccanismi
della produzione e del mercato editoriale. Ci troviamo di fronte ad una
indefinita espansione quantitativa, che viene favorita da una serie di fattori.
Ne ricordo rapidamente alcuni: il numero vastissimo di coloro che sono in grado
di scrivere e che trovano il tempo per confezionare ogni sorta di testi,
agevolati per giunta dalla facilità e dalla velocità della scrittura al computer; la varia e confusa
articolazione delle case editrici, in una gamma che va dalla concentrazione dei
grandi gruppi al frenetico e continuo sorgere di case editrici piccole e
minime; la disinvoltura e la rapidità del confezionamento dell’oggetto libro
(dovute anche queste all’uso dell’informatica); la trasformazione delle
librerie in veri e propri supermarket del libro, in cui gli oggetti letterari
si accavallano, si intrecciano, si confondono con oggetti musicali,
multimediali, pubblicitari, con gadget
di vario tipo, e nello stesso tempo si fanno da essi sostenere; l’eterogeneità
di un mercato che da una parte si appoggia su pochi ripetitivi best-seller, dall’altra coltiva nicchie
e culti molteplici, ciascuno con un proprio target
ben definito. I libri si accavallano e si inseguono sui banchi dei librai; si impilano
i best-seller variamente annunciati;
uno spazio più discreto tocca ai nomi di prestigio su cui comunque gli editori
sembrano puntare un po’ di più; sommersi e quasi sconosciuti (salvo rare improvvise
combinazioni) restano tutti gli altri. D’altra parte, le statistiche e gli
studi sull’editoria ci dicono ben poco sull’effettivo rapporto dei lettori con
i libri: si basano perlopiù sui dati delle vendite, scambiando direttamente l’acquirente
per il lettore, mentre proprio la velocità e l’eterogeneità del mercato non danno
luogo a nessuna diretta corrispondenza tra l’acquisto di un libro e il suo
reale attraversamento; oltre al fatto che la presenza dei libri nelle case non
è di per sé garanzia di maturazione culturale. Raramente comunque c’è il tempo
perché qualche libro di alto livello letterario dia luogo a qualche confronto problematico,
crei autentici scambi di esperienze tra lettori, susciti riflessioni e discussioni
a largo raggio, stimoli domande sulla sua attuale presenza nel mondo. Ogni
libro ‘nuovo’ sparisce dalla scena dopo pochissimo tempo dalla pubblicazione,
spesso solo dopo un paio di settimane, incalzato e sostituito da altri libri
condannati comunque a subire lo stesso destino, e così in un vortice che sembra
senza fine. Lo ha notato recentemente uno scrittore tutt’altro che marginale,
uno degli scrittori europei di maggior interesse e di maggior successo, Javier
Marías, partendo da una battuta di un suo amico libraio a proposito del suo
ultimo romanzo: <<Un libro uscito un mese e mezzo fa è già
preistoria.>>: la velocità con cui un libro attraversa il mercato e
sorvola la scena della comunicazione sembra caricare sulla letteratura la
velocità stessa della fuga del tempo, sottraendola alla sua secolare ricerca di
stabilità, di densità, di esperienza, di memoria, trasformandola in oggetto
fuggevole, il cui apparire e sparire coincide con la labilità della percezione
degli istanti, fuggiti via nel momento stesso in cui si crede di afferrarli,
continuamente dissolti nel loro proiettarsi verso un futuro che, quando si dà,
è già passato. L’osservazione di Marías vale naturalmente per tutto il mercato
editoriale del nostro Occidente, e certamente per quello del nostro paese. Gli
autori, o coloro che come tali vengono identificati dal mercato, trascinati
dentro questo meccanismo, si sentono costretti a seguirlo fino in fondo, a
proiettare la loro stessa scrittura in questo ritmo di fuga perpetua: e devono
sfornare libri in continuazione, uno o anche più di uno ogni anno, proprio per
evitare che il mercato li dimentichi, per provare a restare sulla scena
pubblica evitando di essere sopraffatti da tutti gli altri che la affollano: ed
è ovvio come tutto ciò vada a scapito della necessità, finisca per condurre
anche i migliori talenti verso la più superficiale inessenzialità. Questo
movimento giunge a rendere ineffettuale o inconsistente la critica: oggi si lamenta
spesso l’assenza della critica ‘militante’, mentre alcuni critici battaglieri
tentano invano di attribuirle una nuova vitalità. Gli scrittori sembrano mostrare
una coscienza critica sempre più generica e indeterminata, anche quando
assumono l’abito di critici (specie in ambito giornalistico); sempre più vaghi,
esteriori, pretestuosi, sfuggenti sono gli interventi critici sulla produzione
letteraria corrente. Tutto ciò si collega paradossalmente a un moltiplicarsi
sulla carta e sulla rete di uscite critiche estemporanee, in un gioco
indefinito di proiezioni di secondo grado, in svariati riattraversamenti di
mappe già disegnate, sulla scia dei più eterogenei imperativi mediatici. Come la
letteratura ‘creativa’, anche la critica è in fuga, sommersa dalla propria
proliferante e abnorme quantità, che d’altra parte ormai sfiora solo assai raramente
gli scaffali delle librerie, limitandosi a circolazioni endogamiche, specialistiche,
concorsuali. Siamo dentro quella proliferazione del discorso secondo che è stata
più volte stigmatizzata da George Steiner: ossessione dello sguardo di secondo
grado, della parola che si avvolge sulla parola già data, dell’esperienza
sempre inquadrata da specchi artificiali, della comunicazione sempre riavvolta
su se stessa. Il proporsi della realtà e del linguaggio sempre come visione,
interpretazione, proiezione, considerazione, misurazione, decostruzione, ecc.
sta perfettamente nel quadro di una comunicazione che tende a risolversi in
archiviazione/registrazione di ogni possibile lacerto culturale, emblema di una
vita collettiva che esclude ogni indugio sul senso del presente, mira piuttosto
a sottrarlo a se stesso, riducendolo a esibizione, spettacolo, dibattito,
registrazione voyeuristica. Inoltre, con la scrittura al computer (magari anche per la facilità della funzione “copia e incolla”)
si possono scrivere velocissimamente romanzi di quasi mille pagine: ma l’eccessiva
fiducia nella leggerezza della scrittura dà luogo ad una generalizzata
indifferenza a quello che un tempo si chiamava stile, con il diffondersi di una
sempre più deprimente sciatteria linguistica. La rapidità della scrittura
informatica, sostenuta dalla rapidità della trasmissione telematica, permette
di soddisfare agevolmente quelle richieste del mercato di cui sopra si è detto,
garantendo agli scrittori l’illusione di una presenza continua sulla scena
pubblica, con la ripetizione indeterminata di schemi già collaudati. Ma il linguaggio,
se non sottoposto ad adeguato controllo, rischia di divenire evanescente, perde
ogni contatto con la sua origine corporea, ogni tensione a mettere in gioco la realtà
in modo essenziale. I profeti della letteratura informatizzata vedono in tutto
ciò una liberazione di linguaggio e di esperienza dall’insopportabile fissità
della pagina, una felice proiezione nella ‘leggerezza’: questa, in realtà, ondeggiando
dentro l’inflazione della comunicazione, in mezzo all’invasione incontrollabile
di messaggi di ogni sorta, cancella la stessa possibilità di un corpo a corpo
con la lingua, di quel corpo a corpo a cui ogni autentica letteratura non può
in nessun modo sfuggire. Perlopiù le scritture si modellano sulla convenzionalità
dei vari linguaggi mediatici, mantenendosi ad un livello di comunicazione ‘neutra’
o giocando con deformazioni e trasgressioni che coincidono con quelle stesse
del linguaggio corrente, magari con quelle dei più diversi linguaggi speciali,
dai gerghi giovanili e giovanilistici a quelli della pubblicità, della televisione,
del giornalismo, della musica pop,
dello sport, della droga, della
criminalità, di particolari aree dialettali, ecc. E più che fare luce sul senso
del mondo che presume di rappresentare, un linguaggio precostituito non fa
altro che ruotare attorno al già noto, ripetendolo all’infinito. E in genere si
tratta di materiale narrativo precostituito (sempre più spesso direttamente
attinto dalla cronaca nera), sostenuto da schemi narrativi ricalcati
esteriormente su modelli cinematografici o televisivi: e l’eventuale capacità
artigianale degli autori esclude (salvo sporadiche eccezioni) ogni vera
tensione linguistica, ogni anche remota possibilità di stile. Si tratta di un
cataclisma culturale di proporzioni immani. La storia è oggi l’onnivoro
presente che avanza con la pura oggettività, sia pure solo presunta, delle
leggi economiche. La globalizzazione, più che un processo storico, è un
gigantesco processo di omogeneizzazione economico-sociale. Non avverte alcun
bisogno di essere interpretato e necessita soltanto di una regia economica. In
questo paesaggio profondamente modificato è sempre più difficile essere
ascoltati. E, per di più, i nostri tentativi di comunicare sono impediti da una
nebbia così fitta da non consentirci di parlare con nessun altro se non con i
propri simili, anch’essi superstiti. Viviamo nell’era del monadismo culturale e
intellettuale: si scrive e si parla solo per la cerchia di persone già ben
disposte nei nostri confronti, e disposte ad ascoltarci, giocando con i luoghi
comuni e le idee ben consolidate. Non si sperimenta più, non ci si confronta
più. Non c’è scambio, né osmosi, né ricerca. Un tempo gli intellettuali era interpreti
di valori universali: ricordo la bellissima formula “corporativismo dell’universale”
coniata da Pierre Bourdieu per definire la categoria dei pensatori,
intellettuali che parlano in nome di valori generali ma dallo scorcio di una prospettiva
separata e specialistica, di cui Norberto Bobbio mi sembra rappresentare,
ancora, la quintessenza: Bobbio era sicuramente un intellettuale specifico,
perché il suo sapere è delimitato, rigoroso, concentrato; da questa
specificità e specializzazione disciplinare, anche di tipo universitario, è
riuscito però a cavare fuori una serie di ragionamenti che sono valsi a dare
indirizzi diversi a parte rilevante del ceto intellettuale. Perché oggi questo
monadismo intellettuale? Qui interviene il terzo elemento, fondamentale: l’avanzare
sulla scena d’una enorme e indistinta massa di persone, una moltitudine che
viene dopo la fine dei grandi conflitti sociali otto-novecenteschi. Essa si
distingue in modo netto dalle masse comparse in Europa come effetto della
rivoluzione industriale. Quelle erano caratterizzate da un forte spirito
conflittuale, alimentato dall’aspirazione (nutrita, come abbiamo visto, anche
dalle sollecitazioni degli intellettuali) a una società più giusta. Molto
schematizzando, nel corso del xix e xx secolo, la lotta contro lo sfruttamento
accomuna in una visione di fondo comunisti e socialdemocratici, fino al totale
trionfo dell’economia capitalistica, che riduce significativamente l’efficacia
di qualsiasi ideologia alternativistica. Questa vittoria segna l’ingresso nella
geografia sociale di enormi masse prive di caratterizzazioni precise, in cui l’elemento
antagonistico sembra attenuarsi a vantaggio di comportamenti sempre più
omogenei. Ne parla Toni Negri nel suo volume “impero”, ma con una connotazione
positiva che francamente non capisco. Sarei tentato di dire che in questa nuova
massa tendono sempre più a confondersi, nell’elaborazione e nella difesa dei
valori, le tradizionali componenti proletarie, piccolo-borghesi,
medio-borghesi. Al tempo stesso le caste economiche e finanziarie diventano
sempre più potenti e sempre più ristrette. Ne discende una progressiva
emarginazione di quelle forze politiche, sociali e intellettuali le quali
facevano tradizionalmente appello alla possibilità di una società più giusta o
semplicemente di un mondo migliore. Intanto è cresciuta enormemente l’omologazione,
avvistata con lucidità profetica da Pier Paolo Pasolini: fu lo scrittore a
denunciare fino all’ultimo l’ideologia del consumo, il progressivo dilagare di
un nuovo potere definito quale “totalitario”, “degradante” e “corruttore”. Come
premessa del riscatto, il benessere sostituisce la cultura, il prodotto
culturale sostituisce l’opera, le ‘confezioni’ culturali prendono il posto dei
libri ‘artigianali’, e l’autore esizialmente sopravanza lo scrittore, che fatalmente
e mortalmente procombe e soccombe. Siamo dinanzi a una cultura globale di massa
essenzialmente dispotica. Il linguista Raffaele Simone l’ha definita in un suo
saggio recente “il mostro mite”, la faccia metamorfica che il Leviatano ha
assunto nell’era globale. È un’entità che non ha corpo né indirizzo postale,
che non risiede in nessun luogo ma ha una sede diffusa, perché costituita da
quanti governano la cultura delle masse del pianeta”. Il “mostro mite” appare
incentrato sui consumi, l’ubiquità dei media, l’entertainment. Promette benessere, ha un fascino irresistibile. Benché
questa trasformazione sia stata sintetizzata metaforicamente da Zygmunt Bauman
nel passaggio dalla figura dell’intellettuale-legislatore a quella dell’interprete,
cioè da chi arbitra e sceglie in base al proprio superiore sapere tra opinioni
diverse per la realizzazione del miglior ordine sociale a chi, abbandonate le
ambizioni universalistiche, mette la propria competenza professionale al servizio
della comunicazione tra soggetti sovrani, io credo che il moderno abbia
compiuto un gigantesco percorso lineare che va dall’Umanesimo e dal
Rinascimento italiano fino alla seconda metà del Novecento: un tragitto segnato
essenzialmente da tre categorie. Intanto, come ho già detto, la creatività
individuale. La creatività individuale non ha la medesima rilevanza nell’età
che precede questo lungo viaggio, ossia nel Medio Evo, il che non esclude che
vi fossero anche allora espressioni di creatività individuale, ma perfino esse
si manifestarono in forme che negano la categoria fondativa dell’individualità.
Certo, sembra difficile non riconoscere che Tommaso d’Aquino, concependo e
scrivendo la “summa theologiae”,
compia un’opera di altissima creatività e individualità: il suo sforzo
concettuale, però, è volto a dimostrare che tutto nell’individualità umana è
riconducibile a un principio superiore, che, nel risolverla, la nega elemento
della modernità è la concezione del lavoro economico come produzione di beni
utili alla collettività, naturalmente commercializzabili, quindi fonte di
profitti, ma in un contesto caratterizzato da una visione etica dell’economia. Il
terzo elemento è costituito da una concezione della politica come gestione del
bene comune. Dentro questo percorso c’imbattiamo in Machiavelli, ma anche nella
rivoluzione egalitaria di Robespierre e nell’ottobre rosso di Lenin. Potrà
apparire un po’ azzardato interpretare Lenin o Robespierre come i Machiavelli
della rivoluzione, ma forse non lo è del tutto. Accanto a queste concezioni,
diciamo così, estremistiche del processo, ci sono Bodin, Montesquieu, Tocqueville,
e c’è lo “stato sociale”, ossia la versione social-democratica e
liberaldemocratica, moderata e riformistica, della modernità. Poi, nel corso
del Novecento questa triade (individualità, etica economica, politica come
gestione del bene comune) è entrata fortemente in crisi. A demolirla hanno
provveduto innanzitutto i totalitarismi novecenteschi, non a caso anche loro
tutti anti-borghesi e anti-elitari, a loro modo omogeneizzanti e omologanti,
illiberali, espressione del potere tirannico di una minoranza sulla
collettività (ma in questo discorso non bisognerebbe dimenticare il largo,
larghissimo consenso popolare, che ad un certo momento conseguirono i tre
grandi totalitarismi novecenteschi, fascismo, nazismo e comunismo: assomiglia
molto al consenso popolare democratico di massa, cui oggi assistiamo. Poi è
intervenuto il colossale processo di cui stiamo parlando, e la civiltà
postmoderna ha trovato un corpo intellettuale già indebolito, messo in
ginocchio, non più capace di opporre resistenza al nuovo dispotismo del
consumismo e della cultura di massa. Ecco, io direi che il moderno finisce nel
corso del Novecento. E con il moderno finisce anche lo scrittore-intellettuale
e il poeta-scrittore. <<Un tempo furono i leoni, i gattopardi; quelli che
ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene.>>: dobbiamo
rassegnarci a questo nuovo, attuale stato di fatto. E lo dico, stavolta, <<sine ulla, ira et studio.>>. Ma è
inequivocabilmente così. Ed è triste. O forse no? Esiste forse la possibilità
di una nuova forma di poesia? Noi crediamo di sì. E la rinveniamo nel nostro
modello ideale e prediletto: Vincenzo Cardarelli. Un poeta (forse il più di tutti)
saldo nella sua concezione alta della letteratura e della lingua, della poesia
e dello stile, il quale più di tutti amò (e seppe sviluppare, ancora più di un
Saba) una poesia che si situasse all’incrocio tra letteratura classica e poesia
moderna, realizzando un coniugio perfetto di antico e nuovo, aulico e prosaico,
ritmo e melodia, come nella migliore musica jazz.
Di fronte alla
confusione della cosiddetta era digitale, alla folle accelerazione della vita
collettiva, all’espandersi di una violenza che aggredisce le persone, gli
insediamenti umani, gli ambienti naturali, alla sempre più incombente minaccia
ecologica, la letteratura può apparire un’ultima difesa dell’esperienza tradizionale,
di una continuità con un passato ‘umano’. A molti questa difesa sembra
attardata e conservatrice, nostalgicamente protesa alla salvaguardia di modelli
culturali scalzati dall’avvento delle tecnologie e dalle avveniristiche
prospettive del ‘postumano’. Ma, come si è constatato all’inizio di questo
capitolo, sempre meno credibili, del tutto illusorie e distruttive appaiono
proprio le ipotesi di sviluppo in avanti della storia e del mondo: è proprio la
situazione attuale del pianeta a mostrarci che siamo ad un punto di non
ritorno, che smentisce ogni accelerazione in avanti (comunque intesa) e
richiede invece una ‘cura’ per il presente, una assunzione di responsabilità
nei confronti delle sempre più pericolose deformazioni dello sviluppo, della
deriva produttiva, ambientale, sociale, culturale, politica da cui è preso l’universo
globalizzato ed entro cui il nostro paese sta assumendo caratteri sempre più
inquietanti (si pensi al generalizzato predominio televisivo-pubblicitario,
sostenuto dal dominio della criminalità in gran parte del Meridione e dalla
chiusura particolaristica di gran parte del Settentrione). Di fronte a tutto
ciò la letteratura dovrebbe poter ritrovare quella forza di conoscenza di cui
sola può farsi carico, proprio scavando nella divaricazione tra i livelli del
linguaggio e dell’esperienza, facendo leva sulla responsabilità della parola e
della scrittura, sulla tensione critica che può sprigionare da esse, e
interrogando il destino del paese e del mondo. Responsabilità e destino dovrebbero
essere in effetti i due termini emblematici per la letteratura del xxi secolo,
al di là dei crolli dei modelli novecenteschi, dello sfaldamento del moderno e
dell’evaporazione del postmoderno: abbiamo bisogno di una letteratura che
chieda al lettore responsabilità critica, non certo per via moralistica o
pedagogica, ma nell’ascolto delle derive del mondo e nell’inquieta
interrogazione del destino individuale e collettivo. In questa letteratura
prosa e poesia, romanzo o romanzo-saggio comunque intrecciato e frantumato,
linguaggio poetico comunque scavato e dispiegato, avranno ancora un senso se
dal loro sguardo alla realtà sapranno svolgere una critica della parola e della
realtà, commisurando entrambe ad una responsabilità e ad un destino. La
letteratura può far vivere in concreto, al di là di ogni intenzionalità
programmatica, nel suo stesso costituirsi in forma, la responsabilità verso
coloro che sono stati e verso coloro che saranno: risposta alla memoria del
passato, di coloro che hanno fatto la nostra vita e la nostra mente, e richiamo
alle condizioni del futuro, alla possibilità di vita per le generazioni che
verranno; pietas per l’uso che il passato ha fatto del mondo e del linguaggio e
offerta all’uso che ne potrà fare un futuro sottratto alla rovina. Se oggi è in
gioco il destino dell’umanità, abbiamo bisogno di una letteratura che
interroghi questo destino, lo custodisca e lo salvi; e nel destino dell’umanità
riconosciamo il destino del nostro paese, della lingua italiana: grande può
essere la responsabilità dei nostri scrittori verso i grandi modelli che hanno
alle spalle, grande la loro responsabilità verso il destino dei loro lettori e
dei lettori futuri. È in questo ambito che la prassi della poesia può essere
tutt’altro che marginale. A questo dovremmo, gli scrittori (non gli autori)
dovrebbero, oggi più che mai, puntare.
ESPRESSIONE E CONTENUTO NEL TESTO LETTERARIO.[9]
Tempo fa ebbi una interessante diatriba con l’editore
Giuliano Ladolfi il quale, sollecitato di un giudizio s’una mia opera poetica
sottopostagli in valutazione al fine di eventuale pubblicazione, espresse una
stroncatura che lungi dall’offendermi ho trovato particolarmente significativa
del gusto e dell’indirizzo estetico del tempo e che, pertanto meritevole di
discettazione, riporto integralmente.
Scrisse dunque il Ladolfi nella epistola telematica del 21
Dicembre 2021: <<Gent.mo Manuel Omar, mi sono soffermato a lungo a
meditare sulle poesie che mi ha mandato. Come Le ho comunicato nelle lettere
precedenti, Lei possiede un amore profondo per la poesia che diventa diario del
suo mondo interiore, strumento di catarsi rispetto alle contraddittorietà del
reale, sistema per fermare la distruzione del tempo. A mio parere, però, le
indubbie doti che scorgo leggendo i suoi versi non sono poste nel dovuto
risalto da uno stile che troppo spesso incline a stilemi codificati. ***
Andrebbe snellita nello stile anche per aumentare la musicalità, ma colpisce
per l’immediatezza, per l’aderenza a un sentimento interiore. Come avrà intuito
leggendo il mio trattato di estetica, la poeticità di un testo sta nello
sguardo originale con cui si contempla la vita, non nelle parole, nelle
immagini, nelle metafore. È la vita stessa, quando ci presenta una lato
particolare, a diventare poesia.>>.
Alla epistola risposi muovendo una decisa e debitamente
fondata per quanto stringatamente circostanziata obiezione. Dissi:
<<Avrei una obiezione a una Sua affermazione che mi pare *** del tutto
parziale e miope, ridotta cioè nel campo visuale e ristretta nella profondità
prospettiva ovvero che <la poeticità di un testo sta nello sguardo originale
con cui si contempla la vita, non nelle parole, nelle immagini, nelle metafore.
È la vita stessa, quando ci presenta una lato particolare, a diventare
poesia.>. Certo, è il principio della poesia vigente all’interno del
paradigma modernistico-industriale realistico-pragmatico, ma non il principio
della Poesia con la P maiuscola e in toto.
Provi a muovere una obiezione simile ai barocchi, ai manieristi, a Zanzotto,
agli alessandrini, agli scrittori tardo-antichi, a Browning: si beccherebbe una
fitta sassaiola d’ingiurie! La poesia è un fatto comunicativo, e come tutti i
fatti comunicativi dunque anche un fatto di cultura e pertanto un fatto
sociale. I suoi principi e regole sono il frutto della società che li plasma.
Io li rifiuto tutti, e mi dedico a una poesia fondata sulla parola e i
significanti, a scapito dei significati, ormai del tutto privi di sostanza. Ma
anche questa è una visione (del mondo e della realtà) che contiene in nuce una propria ideologia e merita
di rientrare nel sistema dei fatti di cultura per il fatto di essere elaborata
da un individuo e pertanto sociale anche se anti-sociale. Non mi dilungo oltre:
per approfondimenti consiglio di leggere i lavori culturologici della scuola di
Tartu. Aggiungo solo che la mia poesia ha una valenza antropologica, è
meramente intellettualistica, e tutta appiattita sul piano della forma
dell’espressione, che secondo Hjelmslev è uno dei 4 piani della comunicazione,
ciascuno un piano semiotico. La mia poesia è invece definibile piuttosto come
una sola semiotica un cui piano è costituito a sua volta da una
semiotica.>>.
A questa mia seguì e corrispose una serie di missive del
Ladolfi, di cui riporto stavolta solo i passaggi più salienti per risparmiare
al lettore le inutili e lamentevoli recriminazioni dell’editore: <<Per me>>
dice il Ladolfi <<la poesia è rivelazione di un modo di aver abitato la
terra in un determinato periodo della storia umana. Sa che cosa mi hanno
scritto illustri critici che hanno letto il mio saggio su Zanzotto? Che ho
detto quello che moltissimi pensano e che non hanno avuto il coraggio di dire.
Loro opinione! Mia opinione! Sua opinione! In primo luogo non si tratta di “mio
gusto”, ma di applicazione di criteri estetici, giustificati in sede
epistemologica! In secondo luogo, in fatto di critica non esiste il giusto e lo
sbagliato (come sostiene lei), ma esistono (a mio modesto parere) opinioni
diverse.>>.
Lungi dal voler fare polemica mi esimo dal controbattere
puntualmente ed empiricamente alle (molte) affermazioni (errate) del Ladolfi.
Tuttavia, riconosco che la breve diatriba è fervida di interessanti spunti e
infatti mi è stata pungolo per dirimenti riflessioni sulla poesia e sul fare
poesia.
Partirò da una mia frase in cui è compendiosamente
condensato il mio pensiero in materia: <<Io mi dedico a una poesia fondata
sulla parola e i significanti a scapito dei significati, ormai del tutto privi
di sostanza.>>. Non v’è dubbio che il discorso linguistico del testo,
formato com’è di monemi, cioè di unità lessicali e morfologiche della prima
articolazione, costituisca la forma dell’espressione in senso hjelmsleviano:
essendo sostanza dell’espressione la realizzazione (fonica o grafica) dello
stesso discorso. I monemi segni linguistici: appartengono cioè a quell’insieme
coerente di segni usato nel discorso articolato verbale, le cui norme e il cui
uso sono studiati dalla linguistica. è però sempre stato evidente che il testo
formalmente più impegnato, e in particolare il testo letterario, o usa
particolari categorie di segni linguistici (linguaggio letterario; oppure:
linguaggio epico, linguaggio lirico, linguaggio comico, linguaggio narrativo, e
altri) o usa in modo particolare i segni linguistici. Perciò, mentre non c’è
dubbio che i monemi impiegati nei testi letterari pertengano totalmente alla
lingua, si è cercato di definire le particolarità della loro scelta o della
loro connessione che caratterizzano ogni testo letterario, con una perentorietà
che coincide di solito con la maestria dello scrittore. I valori fondamentali
della parola “stile” sono 2: 1) l’assieme dei tratti formali che caratterizzano
nel complesso o in un momento puntuale il modo di esprimersi di una persona
come il modo di scrivere di un autore o il modo in cui è scritta una opera; 2)
l’assieme dei tratti formali che caratterizzano un gruppo di opere, costituito
su basi tipologiche o istoriche. Ci soffermeremo all’inizio sul primo
significato, ricordando sempre, però, che il secondo significato è
istoricamente il primo: già nel mondo classico si parlava di stilus asianus e stilus atticus, mentre lo stile individuale, scarsamente studiato,
era piuttosto oggetto di suggerimenti di carattere normativo, o considerato un
repertorio di procedimenti retorici. L’analisi dello stile è stata svolta nel
Novecento seguendo due direttrici, che si possono sintetizzare nei nomi di
Bally e Marouzeau la prima e di Vossler e Spitzer la seconda.
Per Bally, la stilistica studia il valore affettivo dei
fatti del linguaggio organizzato, e l’azione reciproca dei fatti espressivi che
concorrono a formare il sistema dei mezzi di espressione di una lingua. La
stilistica studierebbe dunque i fatti espressivi del linguaggio organizzato dal
punto di vista del loro contenuto emotivo-affettivo, cioè l’espressione dei
fatti della sensibilità da parte del linguaggio e l’azione dei fatti di
linguaggio sulla sensibilità. Secondo Bally (che si muove in un quadro
saussuriano), la langue possiede
risorse espressive quali opzioni compresenti nella coscienza del parlante, il
quale secondo le situazioni della sua sensibilità attuale sceglie ogni volta la
variante che meglio le corrisponde: con il che viene decisamente arricchito,
forse anche trasformato, il concetto saussuriano di “rapporti associativi” e
anche quello di sistema: Saussure distingue tra rapporti sintagmatici, che
collegano le parole nella linearità del discorso, e rapporti associativi, che
al di fuori del discorso collegano ogni parola con tutte quelle che hanno
qualcosa in comune con essa (sotto il punto di vista della etimologia, del
significato, del significante, della semantica, e altri); dopo Saussure si è
cominciato a chiamare i rapporti del secondo tipo paradigmatici invece che
associativi. Le risorse espressive della langue
(che, lo ricordiamo per completezza, per Saussure si distingue dalla parole come ciò che è sociale da ciò che
è individuale, come ciò che è essenziale da ciò che è accessorio e più o meno
accidentale) si ordinano per Bally secondo una gamma che va dal modo di
espressione intellettuale (i cui termini possono fungere da “identificatori”)
ai sinonimi di carattere affettivo (legati alle nozioni di valore, d’intensità
e di bellezza). L’espressione fa leva sia
su “effetti naturali” sia su “effetti per evocazione”, cioè su elementi marcati
e su elementi che, non marcati entro il gruppo linguistico di provenienza, lo
divengono se introdotti in diverso contesto. L’indagine che, in rapporto con la
teorizzazione, Bally svolse sul lessico e sulla sintassi francese, consiste in
un censimento ragionato di sinonimi con diverso valore tonale. Nella ricerca di
Bally, che resta rigorosamente nel campo della langue, gli stati d’animo sono presi in esame come mere possibilità,
ordinabili in sistema a fianco, e in corrispondenza, con il sistema delle
possibilità linguistiche. Bally pone dunque le basi per una psico-stilistica,
che potrebbe rivendicare (tenendo anche conto dell’effetto sui destinatari)
estensioni sociali-linguistiche, puntate verso effetti per evocazione, da
studiare anche nella prospettiva dei destinatari. Jules Marouzeau portò avanti
la ricerca sui testi letterari, ponendosi, invece che nella prospettiva della langue, in cui si tratta d’individuare
repertori di sinonimi, in quella dell’utente, a cui ciò che interessa è la
scelta tra i sinonimi e la sua motivazione; tra gli utenti, il più consapevole
e scaltro è certo lo scrittore, che prende continuamente decisioni di ordine
stilistico.
Ma nell’analisi letteraria avrebbe avuto un seguito molto
maggiore il metodo di Leo Spitzer (piuttosto preconizzato che attuato da Karl
Vossler). Queste poche righe non faranno certo giustizia né alla vastità
dell’impianto spitzeriano né alla serie di assestamenti e approfondimenti
riscontrabile nella sua attività di storico dello stile: qui cercherò solo di
approntare qualche cenno sui procedimenti più caratteristici, e assimilati
sotto l’etichetta di “metodo di Spitzer”. Il quale si fonda sul postulato che a
qualsiasi emozione ossia a qualsiasi allontanamento dal nostro stato psichico
normale o non connotato corrisponda nel campo espressivo un allontanamento
dall’uso linguistico normale e che dunque e viceversa un allontanamento dal
linguaggio usuale è indizio di uno stato psichico inconsueto. Si tratta dunque
di cogliere queste deviazioni dall’uso linguistico normale, viste come spie
della condizione d’animo dello scrittore. (E notiamo in margine che il concetto
di deviazione, corrispondente al greco τρόπος e al latino tropus,
è già presente nella retorica classica, che però non collegava le deviazioni
con stati d’animo, né le usava per la caratterizzazione degli autori.) Citeremo
come esempi di questo modo di procedere i saggi su Ch.-L. Philippe, in cui
l’abbondanza di locuzioni e congiunzioni causali e il loro uso improprio
permette d’individuare la presenza di una motivazione pseudo-oggettiva,
specchio della rassegnazione ironica e fatalistica colta negli sventurati
personaggi e fatta propria dall’autore; o quello su Péguy, la cui esperienza
bergsoniana sarebbe denunciata dalla preferenza per parole come “mistico” e
“politico”, da un forte uso di parentesi (che aprono prospettive all’infinito)
e dalla decimazione delle virgole; o infine quello che individua negli scritti
del pacifista Barbusse l’ossessiva presenza d’immagini di sangue con forte
impronta sessuale. Ci sono ben più che presentimenti strutturalistici
(enfatizzati negli ultimi anni da Spitzer) in questa concezione per la quale i
particolari possono essere compresi solo per mezzo dell’insieme e l’insieme per
mezzo dei particolari; e se è ormai datato 1) il vedere come faceva lo Spitzer
la mente dell’autore quale una sorta di sistema solare nella cui orbita viene
attratta ogni sorta di cose e lingua, motivazione e intreccio non sono che
satelliti di questo ente, e 2) soprattutto il porre al centro di questo sistema
l’étimo spirituale dell’autore cioè la radice psicologica dei vari tratti dello
stile individuale dello scrittore, si deve aggiungere che la descrizione resterebbe
valida solo se all’autore si sostituisse il testo e ai riferimenti psicologici
quelli alla tensione formale.
Le stilistiche di Bally e di Spitzer sono diverse e quasi
complementari: la prima è una stilistica della lingua, la seconda una
stilistica dell’opera letteraria. Bally parla di scelte offerte al parlante
dalla lingua, Spitzer di deviazioni dall’uso normale attuate nell’opera. Il
concetto di “scelta” è sommario ma pienamente accettabile: è sommario perchè la
lingua non è un sistema unitario ma si raggruppa in subsistemi, relativi alle
varietà d’impiego sociale e culturale della lingua, all’interno o al di sopra
dei quali subinsiemi vengono operate le scelte dei parlanti (nel secondo caso
lo scrittore) che fanno propri tali subsistemi o che tengono in conto i gruppi
di scelte offerte dai vari subinsiemi traendo insomma “effetti naturali” da
“effetti per evocazione”. Maggiori riserve può suscitare il concetto di
“deviazione”. Ci si domanda, infatti, a riguardo, innanzitutto rispetto a quale
ente o fenomeno linguistico e stilistico si dica e s’intenda “deviazione”:
Spitzer pare alludere alla langue, e
lo stesso si può dire degli strutturalisti praghesi, che fanno anzi delle
deviazioni dallo standard un criterio
descrittivo basilare (anche se poi di stile si occuparono poco). Ma, anche una
volta riconosciute e censite le varietà linguistiche, come si può sapere quale
fosse il ventaglio di scelte presente allo scrittore, e l’espressione media da
cui avrebbe deviato? Ma, in realtà, tali obiezioni si risolvono alquanto
facilmente se si consideri la questione in prospettiva strutturalistica: in
ottica strutturalista infatti la deviazione è la deviazione dal canone normale
in auge in un determinato periodo e in un determinato luogo in una determinata
disciplina o branca dello scibile umano; se trasferiamo poi il nostro discorso
in campo linguistico, allora per standard
s’intenderà il modello di lingua che si considera normale, e quindi
generalmente valido in un dato luogo e in preciso tempo, cioè in una data
latitudine e in una data longitudine, cioè ancora in una data società e in una
determinata epoca istorica; può anche non identificarsi con alcuna delle
varietà realmente parlate, ma essere il risultato di un’azione normalizzatrice
esercitata, anche inconsapevolmente, dalla scuola, dalla stampa, dai mezzi di
comunicazione di massa, e dalla frequenza degli scambî interregionali. La
riserva più grave e seria è invece un’altra: se lo stile di un autore è
individuato dal sistema delle deviazioni, dobbiamo considerare il resto del
testo come inerte cioè privo di caratteri stilistici? Allora il testo sarebbe
una specie di supporto neutro per gli elementi sintomatici, soli ad avere
valore stilistico. Oppure siamo noi a ricorrere alle deviazioni, come a sintomi
particolarmente vistosi, incontestabili, fermo restando che l’impegno
stilistico deve essere presente, anche se meno rilevato, in tutta l’opera?
Circa di questo tenore la risposta di Benedetto Terracini nella propria opera
di “Analisi stilistica”
(Feltrinelli, Milano, 1966), che al concetto di “deviazione” oppone e
sostituisce quello di “punto distintivo” (dunque un concetto non comparativo):
i punti distinti sarebbero in una opera le tracce esplicite e dirette del
valore simbolico di cui tutto il complesso testuale è portatore, i luoghi
privilegiati del processo per cui il simbolo si articola nella parola.
Un aiuto viene a riguardo dalla stilometria, sviluppatasi,
grazie al diffondersi degli elaboratori elettronici, al fianco dei
preziosissimi spogli e concordanze che essi permettono di approntare. Per
esempio non consente grandi deduzioni la possibilità di misurare l’indice di
ricchezza di una opera cioè il rapporto tra il numero dei vocaboli usati e il
numero di parole contenute nel testo. La formula proposta da P. Guiraud è la
seguente: R(icchezza stilistica) = V(ocaboli) / N(umero di parole). È pure possibile misurare lo scarto tra il
rango che hanno le singole parole in un testo e quello che spetterebbe loro in
un lessico medio. Ma resta il dubbio (già nei ricercatori) tra il valorizzare
le parole a più alta frequenza assoluta (le cosiddette parole-tema) e relativa
(le parole-chiave) o quelle a basso indice di frequenza, in base all’assioma
che un messaggio è tanto più informativo quanto meno prevedibile.
Elemento strutturante della poesia è, dunque e infine, per
me (ma forse farei meglio a dire: della mia poetica) il linguaggio e la
funzione poetica. A riguardo trovo compendiosa un’affermazione di Jakobson
contenuta nelle celeberrime “Tesi del ‘29”
del Circolo Linguistico di Praga, secondo la quale <<Il principio
organizzatore dell’arte, in funzione del quale essa si distingue dalle altre
strutture semiologiche, che l’intenzione viene diretta non sul significato ma
sul segno stesso.>>.
PROLOGHI ED EPILOGHI.
(Di autori vari.)
LA PROVA DEL POETA.[10]
(di Jonathan Rizzo.)
Manuel Omar Triscari fa paura, è un poeta che non può che
dare fastidio nel panorama ‘culturale’ nazionale. Non chiede permesso, non
chiede scusa e non è amico degli amici degli amici. Non ha Santi in Paradiso né
agganci politici. Si presenta come volgare, sboccacciato ed irriverente per il
gusto di esserlo e per la verità nel viverlo.
Lui ti sconsiglia di leggerlo con qualsiasi fibra del suo
corpo, azione e parola, ma è la copertina del libro o quella di Linus, perché
se per fargli dispetto apri le sue pagine, sfogli le sue righe trovi una grande
anima poetica e sensibile, capace di vivere veramente e commuoversi
sinceramente per il bello e la luce del mondo e per i mostri che abitano i
nostri sogni così concreti.
Però questo lui non te lo dice in principio né lo condivide
con te fino a che tu non divieni lettore, persona reale persa tra le sue
parole. Farà di tutto per impedirti di leggerlo. Partendo da decine di poesie
in centinaia di pagine, numeri dopo numero, pur di darti tutti gli elementi per
evitarlo, pur di spaventarti.
Triscari è la prova del poeta. Tu, lettore assuefatto al
politicamente corretto vuoto di contenuto e struttura, se vuoi essere suo devi
guadagnartelo, perché lui è capace a vivere un’emozione ed a imbrigliarla nei
versi così da liberarla e liberarsene per sempre. Manuel Omar fa paura, forse in primis a se stesso. E a voi, dopo
averlo letto, non la farà più.
PERCHÈ L’AMORE SEMPRE IGNORA LA SUA PROFONDITÀ,
FINO AL GIORNO DELLA SEPARAZIONE.[11]
(Di
Ilaria Lila Giovinazzo.)
Il libro che avete tra le mani è una lunga dichiarazione
d’amore a una donna, una donna che incarna pienamente il ruolo senza tempo di
musa: Muna, centro e soggetto di ognuno di questi componimenti. La mole del
volume non deve spaventare, le poesie si leggono con piacere. Leggerle
significa fare un viaggio dentro una storia d’amore (È mai solo nostro l’amore?
O riguarda in fondo tutti?), senza che l’autore lasci niente all’immaginazione,
dalle sue gioie iniziali alla tenerezza del quotidiano, al tormento, alla
gelosia, al confronto coi propri demoni e infine allo straziante addio.
Alla fine del volume l’autore ha inserito alcune lettere
scritte alla sua donna dopo la fine della loro relazione. In queste lettere c’è
il senso di tutto quello che segue e sono parte imprescindibile per afferrare
completamente il significato dei componimenti che seguono. Cito: <<sappi
che ti ho amato al massimo delle mie possibilità. e che ti avrei amata di più
se i demoni me lo avessero concesso. ti avrei amata con ogni cellula, ogni
fibra e ogni atomo. con tutto me stesso, con ogni gesto e ogni pensiero. fino
al sangue e al midollo, anzi oltre il sangue e il midollo. ti avrei amata fino
all’ultimo respiro, anzi senza respiro. e bada: amare alla follia non vuol dire
amare in modo folle: per me, sarebbe stato il massimo amarti stando seduto a
rollare una sigaretta mentre tu dormi distesa nel letto come una luna in mare,
o, la notte, dormire accanto a te e sentire che ti svegli e vai in bagno a
pisciare. sarebbe stato il massimo riuscire ad amarti mentre mi odi, mentre mi
ferisci. sarebbe stato il massimo amarti mentre dormi e fuori piove, mentre ti
vesti per andare a lavoro, mentre siamo in macchina e tu guardi fuori dal
finestrino.>>.
Nelle poesie di Triscari c’è questo, la ricerca di una
quotidianità pacifica dell’amore, di una sicurezza, di ritorno a una fase di
innocenza e sogno: <<è quello scambio di anime / come rimanere nel letto
abbracciati / e parlare ancora un po' / o addormentarsi mano nella mano / pelle
nella pelle / bocca nella bocca / fiato nel fiato / sono queste cose che ti
mancano / cose un po' sdolcinate / cose gentili / affettuose / cose
così>> che il poeta ricerca.
Si rimane stupiti di fronte alla dolcezza di certi passaggi,
l’autore ci permette di avere accesso alla sua parte senza difese, alle sue
fragilità, alla ingenua spontaneità dei sentimenti più puri dell’animo umano.
Si rimane stupiti soprattutto pensando al Triscari personaggio, che si
autodefinisce con queste parole: <<Classe 1989, megalomane, egocentrico,
escatologico, lussurioso, donnaiolo, fastidioso (in Grecia, dove visse due
anni, si guadagnò il soprannome di Tromeròs,
“terribile”), scandaloso, rissoso, irascibile e amante del jazz. precedenti penali: spaccio, violenza privata, lesioni
personali, truffa informatica, molestie sessuali, estorsione.>>.
Ma non mente mai Triscari, non edulcora, è schietto, verace,
teneramente scandaloso nell’amore per la sua donna. Ed è proprio questo che
rimane addosso leggendo le sue poesie: la sensazione di amore totale e
fusionale che scuote tanto da ferire, strappare la carne, piangere. Ma il pianto
è un pianto di dolore per quanto si è perduto, un pianto di bellezza per le
altezze a cui si è potuto elevare il cuore. Ma l’amore che ci racconta
Triscari, come tutti gli amori reali, è composto anche di carne, sangue,
materia. E la carne è sacra quanto l’anima, come recitava Whitman in “io canto il corpo
elettrico”: <<tutto scompare fuorché noi due, libri, arte,
religione, tempo, la terra solida e visibile, e ciò che ci si aspettava dal
cielo o si temeva dall’inferno, ora sono consumati, folli filamenti,
ingovernabili germogli che ne promanano, altrettanto ingovernabile la reazione,
capelli, petto, fianchi, gambe che si piegano, mani che cadono in negligente
abbandono, come le mie, riflusso colpito dal flusso e flusso colpito dal
riflusso, carne d’amore che inturgidisce e fa dolcemente male, getti d’amore
senza limiti caldi ed enormi, tremante gelatina d’amore, biancofiorito,
delirante succo, notte d’amore dello sposo che dura sicura e dolce sino
all’alba prostrata che ondeggia sino al giorno compiacente e docile, perduta
nella fessura del giorno che abbraccia ed ha tenera la carne.>>.
Ed è, ad esempio, in questa sacra e mistica
compartecipazione di cuore e carne che rientrano le “odi anatomiche”: <<e io che
con le mani sfioravo / gli interminabili spazi del tuo corpo / e con la bocca
misuravo la distesa delle tue gambe / e con la lingua le profondità
interstiziali della vulva / olente di frutta matura e un po’ stantia / e come
fiore di agave mortale / turgido il clito / che si ergeva dalle ninfe carnose
mentre godevi / tremando come luna nell’acqua / ah misteriosa rossa carnosa
bocca / ninfea voluttuosa tra floride ninfe / fiore delle tue carni / fiore del
mio desiderio / carne del mio desiderio>>.
Nelle poesie di questa raccolta non mancano le sperimentazioni,
citazioni di altri autori-poeti riproposte creativamente qua e là lungo la
strada, come àncore e omaggi, chiare a chi ha orecchio fine ma troviamo anche
giochi di parole, accostamenti inconsueti di immagini e suoni, uso sapiente di
figure retoriche in un susseguirsi vertiginoso di allitterazioni, assonanze,
consonanze, anafore: <<in chiostri di ramificati sogni / in sogni di
ramificati colli / in sonni di radificati sogni / fra riflussi di luna riflessa
/ fuori dai recinti dei venti polluenti / rampollano escrescenze di eventi
polluti / e polluzioni di venti di verde-polline / polline di cielo e astrale
sperma australe>> o ancora <<stella-favo stella-fumo stella-neve /
stella in chiocciolio / stella in crocidio / ai margini della neve / dove folle
gonfia il sogno / folle gonfia il sonno>>.
Concludendo, di una cosa si può essere certi: i versi di
Triscari non possono lasciare indifferenti. Non accarezzano, non intrattengono
piacevolmente il lettore, lo scuotono fin dentro le viscere e nel leggerli mi
sono chiesta: può esservi altro amore che questo?
Dunque concludo con una dedica questa mia introduzione: a
Muna, che è stata capace di far nascere tanta bellezza (e tanto dolore nella
sua mancanza); e a Manuel: come dice Rilke <<Lascia che tutto ti accada:
bellezza e terrore. / Si deve sempre andare: nessun ardire è mai troppo
lontano.>>: che tu possa vivere di nuovo bellezza e terrore quindi, ma
stavolta, memore degli errori compiuti, riuscire a tenerla con te per vivere
quel quotidiano sogno condiviso cui tanto aneli e di cui tanto necessiti, e di
cui necessitiamo tutti.
<<Volevo solo una persona con cui condividere piccole
cose / affettuose / come stare mano nella mano / a fumare una sigaretta in
balcone / o fare una passeggiata al parco / senza parlare / o vedere un film in ciabatte e mutande / senza per
questo sentirsi a disagio / una persona con cui non dovere dimostrare nulla /
nemmeno di amarla / perché già lo sa.>>.
Buona lettura, dunque, di lacrime, sudore, sangue e sperma.
GLI
ISTANTI ETERNI.[12]
(Di
Carlo Orsettigh.)
Nella smorfia il numero 26
corrisponde a un nome di donna: Nanninella o Anna, considerata protettrice
delle donne; in numerologia il 2 in particolare è simbolo di dualità e di
equilibrio, il 6 indica invece l’amore, il nutrimento, lo sviluppo, la cura
della famiglia e degli affetti (ma nello stesso tempo anche la trasgressione
legata all’ascolto dei propri impulsi); in latino è il viginti sex, è un numero pari, è un numero semi-primo, è un numero omirpimes, è un numero non-totiente, è
un numero di Ulam... Il 26 è tante cose. Per me da oggi è anche un bel libro di
poesie di Manuel Omar Triscari!
“26
istanti prima”: che bel titolo! L’istante si può quantificare in una
linea temporale? È un istante, un attimo, un lampo, un click fotografico. Ma io posso prendere questi 26 istanti e
dilatarli nel tempo a mio piacimento e farli durare anche minuti, ore. Tutto il
tempo che mi serve e di cui ho bisogno per leggere, assaporare e metabolizzare
questi 26 quadri dipinti da Manuel con i colori profondi ed intensi della sua
anima e le quasi impercettibili immagini della bella Memunatu. Pennellate
feroci e leggeri acquarelli.
Devo creare la giusta
prospettiva per gustarmi questo suo libro: accendo il fuoco nel caminetto, in
sottofondo la calda voce di Sarah Vaughan, il gatto sonnacchioso sulle
ginocchia mi guarda mefistofelico, un bicchiere di brandy sul tavolino, la mia poltrona... Ora sì che si crea la
giusta sinfonia di piaceri! Apro il libro...
<<
Il giorno in cui ti conobbi tacquero anche gli aironi e i gabbiani
e
ovunque era silenzio e dura la pietra... >>
Una pagina dopo l’altra,
leggendo con calma, assaporando ogni parola. Profondo ed immaginifico. Come
nello script di un bravo
sceneggiatore, tra le sue righe, mi proietto le immagini nella mente: è anche
questo lo scopo della sua poesia. 26 lunghi, caldi, piacevoli istanti prima:
scusatemi, ma ora ho da fare...
26
ISTANTI PRIMA DI UN BACIO.[13]
(Di
Nicola Maria Bramante.)
26 istanti, 26 momenti virtuali,
26 attimi intangibili, 26 secondi di passione, 26 istantanee che trafiggono e immortalano
il tempo dell’amore: un incalzante progredire di componimenti che scandiscono
le immagini di una meravigliosa ragazza che lentamente si volta svelandosi allo
sguardo.
Più che semplici poesie, ci
troviamo dinnanzi a un variegato panorama di racconti emozionali che,
alternandosi alle immagini di una ragazza camitica annegata nel nero della sua
stessa pelle, compongono un quadro di bellezza e dolore, che una lama di luce
taglia, rivelando agli occhi dello spettatore: più che semplici fotografie,
l’anatomia di un amore.
In questi 26 scatti-poemi
troviamo la ragione (l’amore puro) del legame che ha unito, un tempo, questi
due cuori. Manuel Omar Triscari, con la sua consueta dolcezza, ci guida in un
viaggio senza veli, senza vergogna e senza pudore, all’interno della sua anima
e alla ricerca della sua più intima essenza, facendoci volare su versi che
descrivono un sentimento puro e ideale. Un viaggio fatto di sensazioni fatto
attraverso le sensazioni. Una sublimazione e sentimentale che non ha timore nel
mostrare la forza e la debolezza che il sentimento crea quando è totale. Ogni
secondo racchiude e racconta uno stato d’animo, a volte dolce a volte affilato
come la lama di luce che sbozza e nel contempo smussa le forme di Muna, fata
africana e autentica venere nera.
Non c’è rimpianto e non c’è
rancore in questi versi, solo sentimento e passione. E una forte complicità con
la prosa di Giacomo Leopardi, ispiratore di una chiave di lettura dell’amore e
della passione a volte vissuta e a volte sognata: una nuova dinamica espressiva
basata sulla purezza del sentimento e delle emozioni.
Ma non è una chiave di lettura
accessibile a tutti e da tutti fruibile: bisogna essere onesti nella mente,
sinceri nell’animo, e puri nel cuore per poter decifrare l’intensità e la
profondità che questo gioco d’amore ci dona. In cui la fotografia ha un ruolo
fondamentale, dando un ritmo e una precisa scansione periodica al tempo, che
una gonna rossa avvolge e ammanta! In un incalzare sfrenato di appassionate
confessioni, Manuel Omar ci dischiude il suo vissuto interiore ed emotivo
donandoci magia e intensità, bellezza e dolore, la cosa più bella del mondo:
l’amore.
Un amore che molti non avranno
mai il coraggio di vivere, un amore puro e sincero, sublime e subliminale,
coraggioso e profondo come l’intensità dei testi che avete appena letto.
Una notazione, infine, sul
connubio fotografia-poesia, per sottolineare come un simile esperimento non sia
mai stato prima d’ora provato e appaia passibile di ulteriori sviluppi che (se
l’autore avrà la voglia, la persistenza e la forza di proseguire, approfondire
e ampliare questo discorso, sempre secondo l’angolo d’incidenza della propria
personalissima prospettiva) potranno suscitare il meridiano di un nuovo
orizzonte inaugurando un nuovo modo di fare poesia. Quello che è certo (e su
cui solo possiamo, allo stato attuale, fondare la nostra valutazione) è che
questi 26 istanti-istantanee rappresentano altrettali tappe di un universo
poetico in continuo e inesorabile crescendo emozionale-sensazionale, capaci di trasportarci in un mondo tanto bello e
profondo quanto doloroso, e condurci alla scoperta della possibilità di una
sublimazione spirituale che apra universi negativi negati ai più.
LA SCRITTURA DEL CORPO.[14]
(Di Maria
Cristina Luigia Gianelli.)
Le fotografie di Manuel Omar Triscari sono ombre
platoniche di una dimensione ideale senza contorni, immagini di un universo
asfittico incapace di respirare, frutti sterili di un amplesso mancato.
Come avrete notato, ho chiamato in causa
Platone, e non a caso: perchè Triscari, esperto nei meccanismi sottesi agli
universali fatti dell’amore e della carne, sembra un Fedone alle prese con
gl’innamoramenti irrisolti; egli sa, ma non esplicita, i suoi reali sentimenti
e segreti convincimenti attraverso il ritratto di un’amante ideale che pare sporgersi
dall’orlo dell’abisso emozionale del poeta.
Le fotografie qui riunite sembrano essere come
la zattera per il capitano di una nave che sta affondando e non vuole scendere:
dai versi incandescenti e pregni, infusi e tinti di denso erotismo di questa
raccolta s’intuisce come Manuel Omar non sia il capitano, non sia la zattera, e
non sia nemmeno un bambino o un vecchio da salvare: Manuel Omar è il mare. Che,
come scrisse Lou von Salomè, sostiene gli amanti facendoli galleggiare...
Ma perché in questa raccolta è dedicata così
tanta attenzione alla musa e così poca all’autore, il quale sembra risolversi
nell’amata, dissolvendosi nel nero della sua pelle? Forse perchè per lo
scrittore la dimensione dell’amore è tutta particolare e contingente, terrena e
terracea, mondana e carnale? Certamente Triscari non è un autore metafisico:
forse astrazioni immaginifiche e astruse elucubrazioni, ma niente voli
pindarici nella sua opera. Al lettore la risposta. Quel che è certo è
che, guidati
dalle sinuose linee del corpo di questa bellissima fata africana e autentica
venere nera, noi percorreremo un viaggio a ritroso nel tempo poetico ed emotivo
dell’autore, nello suo spettro poetico e sensoriale, per giungere fino ai
primordi e ai principi fenomenologici del suo spazio erotico-onirico. Triscari
grida nei propri versi il piacere come un infinito orgasmo. E fugge. Temendo
ciò che seguirà. Temendo il collasso di un organo inesorabilmente erettile.
EPITOMI E COMPENDÎ.
(Di autori vari.)
“ODI A MUNA”
(Di Federica Cunego.)
La silloge “Odi a Muna”
è un'opera che, con uno stile che evoca al contempo la poesia classica, quella
leopardiana e il realismo sporco di Bukowski, racconta una storia d’amore
universale, in cui la carnalità e l'ossessione sono parti integranti della
bellezza e delle contraddizioni dello stare insieme. La struttura di
quest'opera, dall'incedere quasi prosaico, accompagna il lettore tra le sinuose
strade del corpo di Muna, autentica Venere nera, e le più intricate di quella
faccenda complessa chiamata amore.
“PELLE DI PANTERA”
(Di Alessandro Russo
Mazzoni.)
Ecco che sembra che il poeta abbia incontrato la musa e ad
essa levi stavolta il suo canto. In “Pelle
di pantera” Manuel Omar Triscari ci si offre con inusitati accenti
lirici e si compiace di indugiare in quei meandri della lingua, sorprendendoci
anche con inattese citazioni creative. Ma quella che conosciamo come la sua
vena è intensa e presto affiora, e prorompe, tingendo dapprima di passione e di
materia le dolci sensazioni dell'amore e travolgendo infine con focoso impeto
ogni verso, ogni rigo, ogni passaggio: la commistione è fertile e il tutto che
ne deriva è un'espressione ricca e matura delle cose della carne e del cuore.
Il reciproco arricchimento delle due sfere, l'unità e la completezza dell'insieme
che ne deriva, la soavità dei concetti e la plasticità del linguaggio assalgono
il lettore di queste pagine e irresistibilmente lo seducono.
“CARNAMI”
(Di Gino Panariello.)
Manuel Omar Triscari scrive d’amore a modo suo. E gli piace
anche farlo a modo suo: “disordinatamente” come direbbe qualcuno, <<a
cazzo di cane perché sono cazzi miei.>> come invece direbbe lui. E il
disordine è il filo conduttore della sua raccolta, in cui è però ben chiara una
cosa: la passione per le donne e per il potere che esercitano su di noi poveri
“cazzoni” (sempre immaginando un suo commento) con la loro sessualità. E il
riconoscimento, la (voluta, volutissima) sottomissione a questa autorità (la gnagna, ragazzi, inutile girarci
intorno, se non con la lingua) è descritta in questa sua raccolta. Manuel Omar
scrive quel che pochi hanno la faccia tosta di dire.
“INVETTIVE E INSULTI”
(Di Manuel Omar
Triscari.)
Quest’antologia nasce dall’intento di un gruppo di callidi e
impavidi scrittori di protestare contro l’andazzo attuale della poesia
contemporanea e lamentare la situazione dell’odierna letteratura italiana,
rappresentata da autori di regime che la sviliscono riducendola al ruolo di
arte minore.
Quando si parla di invettiva, la caratteristica principale
sembra essere quella dell’attacco, dell’insulto, della violenza verbale. Si
dice infatti “pronunciare un’invettiva”, “lanciare un’invettiva”, o “scagliare
un’invettiva”. Nell’edizione del 1612 del Vocabolario degli Accademici della
Crusca, l’invettiva è definita, nelle parole di Francesco da Buti, quale
<<riprensione, che l’huomo fa crucciosamente. E perciò si chiama
invettiva, cioè commozione contro altrui.>>.
Ed è proprio questo lo spirito della presente antologia. Che
si rivolge alla letteratura italiana contemporanea e le chiede, con Leopardi,
<<Come cadesti o quando da tanta altezza in così basso loco?>>.
“PULP”
(Di Manuel Omar
Triscari.)
L’investigatore privato Mickey Belane è ingaggiato per
risolvere quattro stravaganti e bizzarri quanto insoliti e (grottescamente)
pericolosi casi: scoprire se Céline è morto o è riuscito a eludere la morte
tramite il proprio genio e sgambetta ancora libero scorrazzando indisturbato
in città; rintracciare il Passero Rosso; indagare sulla fedeltà coniugale di
un’attraente bionda burrosa di nome Cindy Bass; far scomparire l’aliena dello
spazio Jennie Nitro. Dopo molteplici peripezie e vicissitudini, il nostro
investigatore riuscirà infine a risolvere tutti i casi, ma con la soluzione
troverà ad attenderlo anche la Signora Morte, singolare figura di donna
felliniana: volgare, debordante, eccentrica, ed eccessiva.
Adattamento cinematografico del romanzo “Pulp” di Charles Bukowski, l’opera
riflette l’evidenza che la morte arriva anche se non ci si pensa, mentre noi,
in attesa che il grande burattinaio ci sbatta fuori (in attesa, come si suol
dire, di toglierci dai coglioni), non facciamo altro che aspettare. Solo
aspettare e perdere tempo, sprecandolo in stupide attività e futili
occupazioni. D’altronde, <<L’uomo nasce per morire. Che significato ha?
Perdere tempo e aspettare. Aspettare il primo treno. Aspettare un paio di
tettone in una notte d’agosto in una stanza d’albergo a Vegas. Aspettare il
canto del topo. Aspettare che al serpente spuntino le ali. Perdere tempo.>>
si domanda lo stesso Bukowski nell’opera originale. Tanto, alla fine, si resta sempre
solo con un mucchio di mosche in mano e quello che ci aspetta è solo la tomba. Preceduta
da una gran quantità di aspettative disattese e speranze deluse, ricordi
ossessivi, rimpianti vaghi, speranze ancora più vaghe, qualche illusione, molti
sogni, un raro lampo di felicità, poi la disillusione, un po’ di collera, molta
sofferenza, e poi la fine, la pace! Ecco il programma. Bisogna rassegnarsi.
[1] Preambolo di “Busillis”.
[2] Preambolo di “Poemi per combattere la morte”.
[3] Preambolo di “Morte al sole”.
[4] Preambolo di “Sul filo del rasoio e sull’orlo del baratro”.
[5] Summa di “26 istanti prima”.
[6] Preambolo dell’antologia “Invettive e insulti”.
[7] Nato nel 1788, studente a
Pforta dal 1801 al 1806, allievo di Gottfried Hermann a Lipsia, dal 1818
professore nella neonata Università di Bonn, Naeke è in genere ricordato
soprattutto per una raccolta dei frammenti dell’epico Cherilo di Samo e per
l’attribuzione del poemetto Lydia a Valerio Catone; assai rilevanti sono però
anche i suoi contributi callimachei.
[8] Franco Fortini ne fu uno
straordinario anticipatore. E proprio de “la
letteratura in pericolo” ha parlato con nitida essenzialità Tzvetan
Todorov, riferendosi in particolare a certi usi della critica e delle
istituzioni scolastiche, nel libretto omonimo apparso nel 2007. Ne parlano da
tempo critici tra i più prestigiosi e ascoltati, pur tra contrasti e dissensi,
come Harold Bloom e George Steiner. E c’è anche chi studia i processi storici
che hanno portato a questa situazione, come ha fatto William Marx in un libro
uscito nel 2005 e intitolato “l’adieu à la littérature. Histoire d’une
dévalorisation. XVIIIe-XXe siècles”.
[9] Preambolo di “Carmi ascosi”.
[10] Prologo di “Carnami”.
[11] Prologo di “Libro di odi”.
[12] Prologo di “26 istanti prima”.
[13] Prologo di “26 istanti prima”.
[14] Prologo di “26 istanti prima”.

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