"SE FOSSI DONNA"

 

“SE FOSSI DONNA.”

 

di Manuel Omar Triscari.

 

 

 

Dedicato a chi attende. 

 

 

 

SE FOSSI DONNA.

 

Se fossi donna, mi scoperei il mondo!

Mi scoperei tutti, ma proprio tutti,

ognuno per un motivo diverso:

è troppo tempo che sto chiuso a chiave.

Ci sono momenti così dove senti la vita esplodere

come un orgasmo.

E il mio uomo pure vorrebbe visitare

tutte le vagine come stanze, come ascensori, come cessi.

 

Se fossi donna, mi scoperei il mondo,

forse perché in un angolo del cuore ho un fottuto freddo.

Quando qualcosa si ferma nella gola e non va né su né giù.

A volte il sesso serve a dimenticare la morte

eppure quando godi tanto ti sembra di scomparire dal mondo.

 

Se fossi donna, anestetizzerei i ricordi e la gente,

cancellerei il dolore dell’umanità

con un bel rutto fragoroso che sa di birra Moretti.

È tutto così squallido

e lo vestiamo di colori sfavillanti,

è tutto così marcio

e fingiamo di amarci

quando vorremmo solo sparire

da questa città e rinascere

in un luogo lontano.

 

Il senso di appartenenza a volte è una prigione.

Bisogna coprirsi dall’inferno

ed insieme visitarlo

con amiche puttane e sottane corte.

L’amico ti dice che puoi essere felice

e secondo te non è neanche lui

così tanto sicuro ma tu gli credi.

Perché sì: per vivere bisogna avere l’alibi di un sogno.

Anche se è un sogno multiforme e impossibile da realizzare.

 

Se fossi donna, mi scoperei tutti

per non dovere più conoscere nessuno,

pur di non dover conoscere nessuno,

neanche me stesso.

 

Ma sono solo la voce di una donna

in un corpo di animale.

 

 

 

IL DIAVOLO STA NEI DETTAGLI.

 

Andiamo a raffica.

Il diavolo sta nei dettagli:

è noioso, ma forse l’idea è interessante;

non mi è piaciuto, e però si vede che c’è impegno:

è stupido, però tanto gentile;

mi pare un’idiozia, ma probabilmente sono io che non capisco;

si è arrabbiato, ma devo aver sbagliato qualcosa....

E si può continuare ad libitum.

Il diavolo sta nei dettagli.

E io mi taglio i capelli.

Il diavolo sta nei dettagli.

E io progetto fughe a lungo e breve termine.

Il diavolo sta nei dettagli.

E quindi ti odio, ma ti perdono.

Il diavolo sta nei dettagli.

E così hai ragione tu. Anche se sei un cretino.

Il diavolo sta nei dettagli.

E infatti una volta, cento anni fa, mi hai fatto un regalo.

Il diavolo sta nei dettagli.

E io mi dipingo le unghie di rosso.

Il diavolo sta nei dettagli.

E allora conto le strisce pedonali:

se sono dispari sarà una buona giornata.

 

Il diavolo sta nei dettagli.

 

E io dove sono?

 

Al diavolo i dettagli.

 

 

 

IL CORPO CHE NON C’È.

 

Devo scrivere.

E allora penso.

Penso a quello che dovrei scrivere.

Cerco segni, sintomi, sogni (per citare i CSI).

Devo scrivere e ho tre parole in testa.

Assenza. Spazio. Superstiti.

 

Cosa rende mancanza l’assenza?

Per morte, per lontananza, per scelta.

Quando si smette di essere?

 

Una mano su una schiena lascia un’impronta cocente.

Penso.

Un corpo non è che occupazione, lecita o illecita, di spazio.

Un corpo è massa, sostanza, peso sul corpo di un altro.

Contro il corpo di un altro.

Penso.

Ma un corpo non è un mucchio di sassi.

 

Il calore di un corpo si dice.

Ma un corpo non è una stufa.

 

Il sostegno di un abbraccio si dice.

Ma il corpo si regge su un equilibrio precario,

due piedi non sono un’ancora.

 

E la vicinanza fisica è rara, estemporanea, breve.

Rimane in quel tempo e in quello spazio, che è frammento.

Si perde.

Nella giornata si perde.

A colazione si perde.

Mentre leggo si perde.

Se lavoro si perde.

Il tempo vince il corpo.

Il tempo vince.

E allora il corpo è soprattutto il suo ricordo.

Il corpo come ricordo del corpo.

Un ricordo da risvegliare ogni tanto, non troppo.

Per non perdere l’eccezione nella quotidianità.

Non è male e basta saperlo.

 

Ma se il padrone di quel corpo manca?

Il corpo non c’è, il peso non c’è.

Eppure l’impronta si sente.

Quella rimane.

 

È lì, nella distanza tra corpo e ricordo,

che la mancanza diventa assenza.

È in quel vuoto.

 

E chi sopravvive?

Che se ne fa di quel vuoto?

 

 

 

FACCIAMO SENZA: TUTTI MORTI.

 

Ho un problema con le assenze.

Assenza è doppia presenza. Si dice. Io non saprei.

Però ho un problema con le assenze.

Devo essere sicura che tutti siano dove io credo debbano essere.

Controllo, con garbo, ma controllo.

Ho adeguatamente educato vicini e affini: vedete di rispondermi.

Loro lo sanno, mi perdonano.

Io credo di avere una qualche (lieve) patologia ansiosa.

Perché se qualcuno manca all’appello, io lo penso morto.

Non semplicemente altrove. Morto.

Qualcuno (molto vicino, molto affezionato, molto paziente)

conosce questo vulnus e mi perdona,

consola le mie angosce e cerca di placare la mia paura.

Una paura irrazionale e temibile.

Paura del lutto senza preavviso.

Paura della tragedia statisticamente improbabile.

 

Ma poi una volta mi hanno detto che quello che temi di più

è ciò che desideri di più.

Ergo, se seguo la regola alla lettera, desidero che tutti muoiano.

Interessante.

Sono una potenziale assassina. Voglio tutti morti.

 

Tutti morti.

Nessuno da controllare,

nessuno da chiamare,

nessuno da incontrare,

nessuno da curare

(amare non lo dico, punto).

Una grande liberazione.

Finalmente assolta.

Non fa una grinza.

 

Però, per favore, rispondetemi al telefono.

 

<<La sola vera crudeltà in quest’ora del crepuscolo in cui tutti e due ci troviamo non è che un uomo ferisca l’altro, o lo mutili, o lo torturi, o gli strappi le membra e la testa, o anche lo faccia solo piangere; la crudeltà vera, e terribile, è quella dell’uomo o dell’animale che rende l’uomo o l’animale incompiuto, che l’interrompe come puntini di sospensione in mezzo a una frase, che gli volta le spalle dopo averlo guardato, che riduce l’uomo e l’animale a un errore dello sguardo, un errore del giudizio, un errore, come una lettera appena iniziata e brutalmente stracciata subito dopo aver scritto la data.>>.

 

 

 

TRA BIANCO E NERO, ANCHE NO.

 

Odio le opinioni.

Odio chi ha sempre un’opinione

e ho un problema con chi chiede un parere ad ogni costo.

Rivendico il fatto di dire, non so.

Silenzio.

In alcuni casi ci vuole un giorno di silenzio. Anche due.

Ho bisogno di tempo. Ho bisogno di spazio.

Ho bisogno di essere curiosa.

E voglio essere preparata.

Sono per la moltiplicazione delle possibilità

più che per l’alternativa.

Sono per la possibilità e, poi, per il coraggio della possibilità.

Non viceversa.

E così ho letto Sottomissione di Houellebecq

(non proprio per nesso causale, ma tant’è)

In realtà l’ho comprato perché Carrère ne parla come di un genio

ed io trovo che Carrère sia un genio.

Infondo ho iniziato ad amare Giacometti dopo aver visto la foto

che gli aveva fatto Cartier Bresson fuori dal Cafè de Flore,

sotto la pioggia.

Solo dopo aver visto la foto ho guardato le sculture.

Le possibilità si aprono da percorsi inconsueti.

Quindi ora ho letto Houellebecq, grazie a Carrère.

Non perché è stato sotto processo per incitamento all’odio razziale,

non perché forse è un furbacchione reazionario,

non perché penso di dover essere d’accordo o in disaccordo.

L’ho letto grazie a Carrère, e grazie a questo: <<Affondate il coltello negli argomenti di cui la gente non vuole sentire parlare. Il contrario del decoro. Insistete sulla malattia, l’angoscia, lo squallore. Parlate della morte e dell’oblio. Della gelosia, dell’indifferenza, della frustrazione, dell’assenza di amore. Siate abietti, e sarete veri.>>.

E non so nemmeno se ne sono del tutto convinta.

Comunque, secondo me, è un furbacchione.

Ma geniale.

Ha ragione Carrère.

 

 

 

ALTROVE.

 

Mi siedo allo stesso posto, in cucina.

Da quando ho memoria.

Spalle alla porta, sguardo alla finestra.

 

La via di fuga si nega sempre alla mia vista.

 

 

 

¿CHI SEI TU?

 

C’era una volta una bambina bionda

Poi non c’era più. Aveva gli occhi blu

(C’era chi c’era, poi non era più)

La vidi una volta in tutù

Di rosa era vestita e gli occhi voleva neri

Non tristi ma seri

Chi sei tu?

Io sono io. Non tu

(Rispose quel che voleva quell’io che me non era).

E allora mi vuoi bene?

Non bene, non male. È che mi piace il mare

Quindi partiamo. Se lo vogliamo.

I passi son mille.

Non cento, non trecento.

Se conti bene arrivi e sei contento

Inizio a contare

E a camminare

Ci vuole del tempo

Sì. E non esser controvento

 

 

 

IMPARARE A STARE.

 

Io sono per la fuga. O meglio, per la sparizione.

Mi mimetizzo con eleganza nel muro.

Mi nascondo dietro a un vaso, a un cane, a una faccia.

Mi lego i capelli, mi vesto di grigio,

cerco il cielo per terra e il mare nel lavandino.

Al mio nome non rispondo e al suono della sveglia non mi sveglio:

opposizione silenziosa.

Anzi, nemmeno opposizione. Solo silenzio.

Eppure, chi vuole mi viene a cercare. Come nella canzone.

O anche no, non mi cerca, ma io lo so comunque che mi vuole.

Lo riconosco.

Sarà per questo che me ne sto in attesa?

 

Come un mattino.

Prima dell’alba.

 

 

 

LIBERTÀ.

 

Libertà è che se ti arrabbi ti arrabbi.

E poi ti passa.

(Si è persone gentili lo stesso.)

 

 

 

LIBERA NOS.

 

La libertà è una conquista (non un presupposto),

la libertà è egoista (ma non è sorda e nemmeno muta),

la libertà è responsabilità (eppure, alle volte, non ha risposte).

 

 

 

SPARIRE.

 

Io vorrei sparire. Sì.

E non c’è niente di brutto. No.

È una cosa bella.

Io vorrei sparire nelle parole. Sparire.

Perché si sa che quando si legge non importa un niente di niente

della faccia dell’autore, non importa un niente di niente

di chi è e di com’è e di come fa e bla bla bla.

Quel che importa è quel che racconta. E basta. Solo quello.

Quindi io vorrei sparire proprio, anche adesso.

E non li capisco quelli a cui dispiace sparire.

Non li capisco.

Quelli devono sempre essere perfetti con il rossetto o il sorriso

o la cravatta e la faccia intelligente...

Che fatica.

Io invece sparirei. Anche adesso. Subito.

Nelle parole e dietro le parole, sparirei.

 

 

 

RIPETI CON ME.

 

Tu ripeti.

Se non capiscono, ripeti.

Se non capisci, ripeti.

Se non sei stato chiaro, ripeti.

Se vuoi spiegarti meglio, se vuoi fare bei sogni.

Tu, ripeti.

Ripeti. Sempre.

Non stancarti di ripetere.

E se ti manca la voce, scrivi.

E se ti mancano le parole, cambia lingua.

E se ti manca la lingua, usa le mani. O gli occhi.

(O le mani e gli occhi.)

Le orecchie. I passi. Tu, usa i passi.

I passi.

Ripeti.

I passi mi portano dove voglio.

Da chi voglio.

Quando voglio.

Come voglio.

Ripeti.

E cammina.

 

 

 

SCRIVI CHE TI PASSA.

 

Scrivo cose molto allegre che vorrei far leggere a tutti.

Ma poi mi sembrano tristi.

Scrivo cose molto tristi che vorrei far leggere a tutti.

Ma poi mi sembrano ridicole.

Scrivo cose con molto senso. Ma poi mi sembrano noiose.

Scrivo cose con poco senso. Ma poi mi sembrano futili.

Scrivo cose che vorrei far leggere.

Ma poi lascio silenziose.

 

E poi scrivo cose.

Scrivo un sacco di cose.

Solo cose.

 

Comunque, scrivo.

L’importante è iniziare.

 

 

 

ALZARE IL VOLUME.

 

Per ricordarmi che non solo ci vuole una stanza tutta per sé.

Ci vuole una conquista (che non è una guerra).

Per dare voce alla propria voce.

 

 

 

NELLA TUA TESTA.

 

Mio fratello mi ha ricordato

che a 12 anni ascoltavo una canzone

in particolare prima di dormire.

Secondo me vuol dire qualcosa.

Sì. Eccome.

 

 

 

TASSAMETRO.

 

Ho preso un veicolo con tassametro.

E il conduttore era pazzesco.

Tipo uno di quelli che incontri sul cammino di Santiago,

anche s’ero solo in via Sabotino.

Insomma.

Ha fatto il creativo in pubblicità fino a 50 anni,

ma si è messo a fare il tassista perché era lui che aveva le idee

e poi pagava gli altri e che diavolo di senso c’era (dice lui e dico io).

E adesso ha scritto un libro da cui vuol fare un cartone animato,

ma la Walt Disney ha detto che loro hanno creativi interni

e non gli interessa.

Dico io (dice lui), la gente ha in testa segatura?

E allora, io e lui (lui ed io) dobbiamo fare un prototipo di uno yo-yo

per i mondiali in Corea (credo), per cui diventeremo ricchi.

La morale è che gli ho lasciato la mia e-mail

e che lui però non verrà in teatro a vedere i miei spettacoli

perché cosa viene a fare visto che io (dice lui, non io)

ho l’aria troppo fresca per fidanzarmi con lui.

Quindi, almeno, gli devo trovare una zia libera e dell’età adatta.

Ne ho uno stuolo, gli ho detto.

E non è vero.

Ma giuro che le trovo, se viene a trovarmi.

 

 

 

SCHIENA DIRITTA.

 

Me ne sto un po’ gobba.

Affacciata al mio computer come fosse una finestra.

Me ne sto un po’ a lato.

In attesa di un giorno o del giorno (e non è la stessa cosa).

Me ne sto.

Sto.

Ci ho messo anni a stare.

Ma stare non è male.

 

(Però dovrei raddrizzare la schiena.

E guardare la luna.

Che è piena.)

 

 

 

GIGANTI.

 

Le persone, nelle loro finestre, nelle loro case, sembrano giganti.

Sono tutte super-uomini-donne-altissime-grandissime.

Le persone, dico, nelle loro case, nelle loro finestre,

sono come i Tirannosauri (quelli Rex, quelli invincibili),

con la paura che non esiste e la realtà che non li riguarda.

I miei vicini (o meglio, quelli delle finestre davanti a me),

ad esempio, sono alti due metri e larghi uno e mezzo.

E io li vedo.

Con la loro aria condizionata che fa muro largo.

 

Un’ipoteca sul pericolo.

O un divieto al cielo.

 

E invece io.

Ho tutte le finestre aperte.

 

Boh.

 

 

 

LUGLIO.

 

Ci sono sere.

In cui ci sono tante piccole stelle tra le nuvole

(nelle nuvole)

Contale.

Che fa bene.

 

 

 

SOGNI.

 

La nonna fa brutti sogni.

La mamma fa brutti sogni.

La figlia fa brutti sogni.

Pare sia una tradizione di famiglia.

Fare brutti sogni.

Sogni in cui trovi streghe e stregoni, lacrime, sabbia. Delusioni.

Sogni di mare salato. Di montagne. Di saluti.

Di rabbia. Di limiti. Di voragini.

Sogni del mondo che non c’è più. O non c’è mai stato.

Sogni di un passato dimenticato.

Sogni che sanno di realtà che ti è sfuggita. O fuggita.

Sogni di memoria.

O di oblio.

Sogni.

 

Poi.

La nonna si sveglia.

La mamma si sveglia.

Io mi sveglio.

E c’è il sole.

 

 

 

IL MIO CANE.

 

Il mio cane fa di me un orologio.

Il mio cane deve uscire.

Il mio cane deve mangiare.

Il mio cane deve dormire.

Il mio cane fa di me una vita semplice.

Il mio cane dice: non lavorare più, c’è il sole, vai in terrazzo.

Il mio cane afferma: mi devi curare, non ti devi dimenticare.

Il mio cane raccomanda: se parti devi pensare a chi mi puoi affidare.

Il mio cane è quel me che difficilmente sono.

Un me di cose facili e ore che fanno giorni.

Non pensieri arrotolati né ricordi mai abbandonati.

 

C’è sempre una via di fuga...

 

 

 

OCCHI CHIUSI.

 

Io sono una che in auto si addormenta.

Anche da piccola. Da sempre.

Mi addormento.

Perché mi fido.

Forse non sembra. Ma mi fido.

Io delle persone mi fido.

Della loro guida mi fido.

Delle loro parole mi fido.

Della loro mano mi fido.

Perfino del loro cuore.

Mi fido.

E non basta una frenata a farmi cambiare idea.

Non basta nemmeno una parolaccia.

Non basta sbagliare strada.

Non basta nessuna di queste cose

e non bastano nemmeno tutte insieme.

Io mi fido.

Perché sennò davvero non trovo il senso.

 

E nemmeno la meta.

 

 

 

ROTOLARE.

 

L’altro giorno ho camminato per mezza città

a passo spedito,

collo leggero

e gambe svelte.

Ed è successo che il mondo è sceso dalle mie spalle,

senza avvisarmi.

Me ne sono accorta per caso

tra Porta Palatina e Porta Nuova.

Insomma, ho avuto il mondo sulle spalle

per un ventennio o giù di lì

e adesso no.

Non più.

Il mondo è sceso dalle mie spalle

ed ora sta ad aspettarmi

rotolando felice davanti a me.

Vieni, mi dice.

E io rotolo dietro a lui.

 

(Se lo raggiungo o no è tutta un’altra storia,

lo so anche io.)

 

 

 

NON RIPASSARE.

 

Mia nonna dice: non ripassare.

Me lo dice ogni volta che mi sento impreparata (quindi, sempre).

Non ripassare, mi dice, sai già tutto.

Io tutto non lo so, so solo qualcosa, qualcosina,

epperò non ripasso perché la nonna ha ragione sempre,

tutte le volte, ma proprio tutte.

E poi se ripasso va a finire che imparo a memoria

e faccio come la bambina sulla sedia con la sua poesiola che è una noia

infinita, una noia così noia che si muore di noia.

Quindi non ripasso, no. E se sbaglio chissenefrega!

Se non vai bene a qualcuno è un problema suo,

dice sempre la nonna.

La nonna ha ragione. Non ripasso.

Ci vuole grazia ad improvvisare.

Molta di più che a ripassare.

 

 

 

LE MANI.

 

Nonna ha queste mani.

E io ho mani simili.

Piccole. Dita sottili, o fragili.

Nonna ha le mie mani.

E io ho le sue.

Mia madre dice: <<Abbiamo risparmiato sulle mani.>>.

Come se del resto ci fosse abbondanza, come se ce ne fosse.

(E forse ha ragione, forse ce n’è, di abbondanza.)

Nonna non ama le mele. Nemmeno io.

Nonna non ama il prosciutto cotto, nemmeno io.

Nonna c’è.

Che fortuna che c’è.

Perché nonna ha ragione. Sempre. Dice nonna.

(E anche in questo caso ha ragione).

E allora che ci sia è una meraviglia.

E quella me bambina che ha bisogno della nonna

proprio non la so abbandonare. No.

Chissà perché.

Sarà il cuore, o saranno le mani.

Sarà che nonna è me. O che nonna sono io.

O che nonna è la mia storia

E noi siamo una storia. Sempre.

 

 

 

LE MIE MANI.

 

Ho mani sottili io.

Piccole. Bianche. Ferite. Scottate.

Dita divorate.

L’indice della destra rovinato da uno scrivere violento

mignoli piccoli

(nessuna strega mi mangerebbe mai)

anulari delicati

medi buoni a regger sigarette e niente altro

pollici nodosi

nocche in evidenza.

Ed io che le volevo grandi e austere

che volevo mani per tenere

mani per non scappare

né urlare

mani per restare.

Io ho ossicini.

Solo ossicini.

 

Mamma e papà hanno risparmiato sulle mani.

Sarà per questo che sanno volare.

 

 

 

ANCHE IO HO PAURA.

 

Fa un po’ freddo.

È giusto, la primavera è così.

La signora orientale col cane grande e nero ha la mascherina.

Alla fine ha ceduto anche lei.

Ho salutato con la mano due ragazze che ballavano sul balcone,

erano contente.

Pure io ero contenta.

Stavo per piangere due lacrime, solo due.

Ma ho chiamato mio padre e mi è passato.

Il pianto.

I cani giocano come se niente fosse, mi son detta,

anche se noi padroni si ha la nebbia negli occhi.

Eppure sarà bello tutta la settimana.

Il tempo sarà un bel tempo.

Tutta la settimana.

Giuro.

 

 

 

IL RAGAZZO CON IL CANE.

 

Il ragazzo col cane oggi era più contento,

parlava con un amico

a una panchina di distanza,

ha il cane pure lui.

Sono belli loro, perché interrompono il silenzio.

Poi, a mezzogiorno, tutti hanno applaudito,

ma io non mi ricordavo per che cosa ci fosse da applaudire

e ho cercato, sporgendomi dal balcone, un motivo per farlo.

Quando mi è venuto in mente, ho applaudito anche io.

Nel pomeriggio ho pensato a che fatica deve fare la signora

che abita di fronte, ha quattro bambini.

Ma giocano sul loro terrazzino e sono contenti,

forse non è male stare con quattro bambini che giocano.

Dovrei provare.

Ho delle calze di lana spessa, adesso.

Le metto tutte le sere anche se non fa freddo.

L’aria è fine.

C’è un vento leggero.

La libertà è nei dettagli, mi dico.

 

 

 

A VOLTO COPERTO.

 

È una guerra in piena regola.

Ci sono i militari, la rabbia, il coprifuoco, i nemici, gli alleati.

E gli eroi.

L’immagine è immediata quanto incontrollabile.

Così, da giorni, infrango la trincea della porta

e percorro i miei cento passi quotidiani

(di cui ringrazio il mio cane)

camminando rasente il muro.

Sguardo a terra e bocca mirata all’asfalto.

Oggi però, per la prima volta,

ho avvertito il peso del mio zainetto di morte.

La mia dose di malattia potenziale caricata sulle spalle.

E ho pensato che qualcuno avrebbe potuto dirmi:

tu, con quel cane, senza mascherina, in quel parco,

tu, che cos’hai nella testa?

Ci vuole davvero poco a passare dalla parte dei cattivi.

 

Invece, una signora mi ha sorriso

e ha detto che ho un bel cane (che è vero).

E io sono stata contenta che non avesse la mascherina,

così ho potuto vederle il sorriso e ricambiarlo.

A qualche metro di distanza, ma l’ho ricambiato.

E lo ha visto pure lei.

 

 

 

MAGNOLIA.

 

Oggi, nella via dove abito, la magnolia è fiorita.

Fiori bianchi e rosa.

Alla magnolia non importa niente.

 

Gli alberi sanno più di noi.

 

 

 

LASCIA STARE.

 

Arrenditi

lascia stare

respira piano

non forte

che fa male

arrenditi

alla mano in tasca

alla bocca chiusa

alla luce spenta

alla solitudine

lascialo passare

il tempo

questo tempo

lascialo andare.

Si guarisce sottovoce:

non urlare.

 

 

 

FINESTRE.

 

Se c’è una finestra, io mi ci siedo di fronte. Da sempre.

La finestra è un ottimo scudo e un’ottima scusa.

Un confine di vetro. Sono protetta.

Protetta dagli altri, dall’altro, dalla vita e dai virus.

Mi ci sono sempre impegnata, a proteggermi.

Senza prescrizioni di chicchessia, ero abituata.

Lo sapevo prima della quarantena,

prima dei bar chiusi e poi riaperti,

prima dei teatri con i sigilli e delle messe rimandate,

prima delle mascherine e delle metropolitane vuote

che no, dai, non prendiamola, la gente fa male,

la gente ci fa del male, ci contagia, la gente...

Che brava che sono. Ci ero arrivata prima di tutti. Io.

A star soli si sta bene. Si guarda se stessi nel vetro.

Un bel riflesso con cui intrattenere dialoghi fantastici:

che carina che sei,

che stanca che sei,

che triste,

che bionda,

che intelligente.

Che.

Nei dialoghi tra sé e sé si è meravigliosi.

L’altro è fatica.

Difficoltà, odore, peso.

Saliva che non voglio, sentimento che non so.

Spazio occupato.

L’altro è l’origine del rischio.

Lo sapevo.

 

Oggi però, nella finestra, non riesco a vedermi

Non ci sono in quel vetro, è vuoto.

Nessuna me.

Nessuna me a fuggire dal confine.

Nessuna me a rimirarsi.

Nessuna me che chiede di me.

Nessuna me che ama me.

 

Sarà l’angolazione, mi dico, ora mi sposto.

Sarò io che sono triste, mi dico.

No.

Niente.

È solo che senza l’altro non ci sono.

Senza l’altro, non sono.

È il caso di chiudere la finestra e aprire la porta, quindi.

Per una volta.

E il virus farà quel che deve.

 

Ma l’odore dell’altro è buono.

 

 

 

NIENTE DA RAGGIUNGERE.

 

Sono stata bambina dai pochi passi e dalle tante parole.

Per questo mia nonna faceva disegni sulla spiaggia:

per dare ragione al mio camminare.

Tracce di legno nella sabbia, a costruire il tempo e il movimento.

Anche adesso, quando voglio avanzare, mi dico:

arriva alla prossima auto, arriva al semaforo, arriva all’incrocio.

Ho bisogno di un confine, da oltrepassare.

Ma oggi, con la musica nelle orecchie e l’aria fredda sul viso,

oggi con il fiato duro dell’inverno e scarpe di neve,

senza auto né incroci ho semplicemente camminato.

Solo per sentire le mie gambe in accordo con il mio cervello.

E il mio cuore.

Ho camminato come si deve camminare.

Senza niente da raggiungere.

 

 

 

I PASSI.

 

Oggi, un amico, mi ha parlato di una persona a cui teneva molto.

Sì, ci teneva davvero molto, eppure,

quando camminavano insieme,

lui andava sempre più veloce di lei.

Non lo faceva per scelta, solo per abitudine.

Era una di quelle cose che si fanno senza pensare.

Piccole cose che intralciano i giorni, gli amori e il tempo.

Perciò lei si arrabbiava e diceva:

<<Tu non mi aspetti, è come se fossi solo.>>.

Poi, un giorno, lui ha pensato che avesse ragione.

E ha deciso di rallentare.

 

Così si sono trovati, nello stesso momento, all’angolo di una via.

E non è stato difficile decidere dove andare.

Nessuno dei due aveva davvero fretta.

L’unica cosa importante era non perdere il conto.

Dei passi.

 

 

 

TU TU TU.

 

L’altra sera, così, dal niente,

ho composto un numero sul telefono.

Un numero che so a memoria.

Un numero che non posso dirvi

(non si dicono i numeri di telefono

se chi ha quel numero di telefono non ti dà il permesso

di dirlo).

Dunque.

Compongo quel numero.

Non si sa mai che chiamo e,

questa volta, almeno questa volta,

mi risponde: ah sei tu, era da un po’ che non chiamavi,

raccontami, come va?

Quindi provo.

Compongo il numero.

Per un tempo illimitato che va da zero a infinito,

lo spazio tempo della speranza, aspetto che dica: pronto.

E poi risatine e silenzi.

E io: adesso ti racconto, guarda è così no scusa è così, che faccio?

E lei mi dice quello che devo fare.

Lo sa sempre meglio di me, lei.

Lo sa sempre, da sempre, meglio di me,

quello che devo fare.

 

Però non ha risposto.

Al diavolo. Non ha risposto.

Ha risposto una voce qualunque.

Il numero è inesistente, ha detto.

E poi: tututu, ha detto.

Tututu è quello che rimane

quando ti attaccano il telefono in faccia.

E tu, cioè io rimango lì. Muta.

A ricordarmi che tu non c’è e io ci sono.

 

Quindi dovrei telefonarmi, mi dico.

Almeno ogni tanto, dovrei telefonarmi per chiedermi: che faccio?

Dovrei provare.

Il numero lo so.

Ma poi ho paura di non trovare nessuno.

Io non sempre rispondo.

 

 

 

SOLITARIA MENTE.

 

Non amo la solitudine. Ma amo stare sola.

Perché la solitudine arriva in mezzo agli altri e tu non la vuoi.

Mentre per stare soli bisogna avere una porta,

un portone,

qualche chilometro di distanza,

grande impegno ed enorme forza di volontà.

Per stare soli ci vuole un atto.

Per la solitudine basta che qualcuno abbassi lo sguardo.

 

 

 

SONO UNA GIRAFFA.

 

Ho il collo lungo.

Dico: ho il collo lungo.

Lo so. Me lo hanno sempre detto. Tutti.

E poi è arrivato uno, qualcuno,

che ha detto che il mio collo no, non era lungo.

Io ci sono rimasta male (ho il collo lungo),

ma alla fine gli ho creduto (di non avere il collo lungo).

E me ne sono andata in giro per il mondo

pensando di non avere più un collo abbastanza lungo

per poter dire di avere il lungo.

Uno smacco.

Ma dato che ci tenevo a quella persona

(che non vedeva il mio collo lungo),

comunque andava bene.

Facciamo che ho un collo proporzionato,

almeno proporzionato, mi dicevo.

 

Poi, un giorno, mi sono guardata bene in uno specchio

(mi piace guardarmi ben bene negli specchi, già)

e ho visto che il collo era lungo.

Lungo.

Eccome, se era lungo.

E quindi quel qualcuno, ho capito, aveva un solo problema.

Avrebbe voluto essere una giraffa. E invece era un carlino.

Insomma, il problema era suo.

Io ho un collo lunghissimo.

 

 

 

LE CHIAVI DI CASA.

 

Mi capita di dimenticare le chiavi fuori dalla porta.

Come a dire, siete invitati, potete entrare.

Una volta le ho abbandonate tutto il giorno.

Sono uscita,

ho lavorato,

ho incontrato,

ho parlato,

ho mangiato,

ho fumato,

ho pensato,

e alla sera sono tornata.

Non le ho nemmeno dovute cercare, le chiavi: mi aspettavano.

Come a dire, nessuno entra se tu non sei in casa.

Non ho capito se lasciare le chiavi fuori dalla porta,

nella toppa, pronte, è segno di fiducia, di coraggio o di distrazione.

Non ho ancora capito.

Quel che ho capito, però, è che se lasci le chiavi fuori

dalla porta nessuno avrà voglia di scardinarla.

E vale per le case, ma pure per le persone.

Se avessi la chiave di me, mi piacerebbe dimenticarla sull’uscio.

Per provare.

 

 

 

VOCE.

 

Io, nella mia vita, ho cambiato voce. Più volte.

 

La prima è stata quando avevo sedici anni.

Mi son trovata di colpo a volume basso e tono alto.

 

La seconda a vent’anni.

Me lo ha detto un tizio che mi ha fatto un colloquio

per un call center.

Avrei dovuto vendere vino,

ma lui mi consigliava di dedicarmi ad un altro genere di telefonate.

Più redditizio, diceva lui.

Io al momento non ho capito, dopo sì.

Ma non mi ci sono mai applicata,

quindi non so se aveva ragione.

 

La terza volta è stasera.

Parlavo.

Il tono si è fatto più basso e il volume era al posto giusto.

Né troppo né troppo poco.

Guarda un po’, le parole escono con poco sforzo.

Come l’acqua, l’acqua fa poco sforzo.

Sono intonata alla città, mi son detta.

Pure lei, oggi, ha cambiato frequenza.

 

Ci son cambiamenti che non han bisogno di volume.

Eh, già.

Han solo bisogno di attenzione.

E pazienza.

 

 

 

IL VENTO.

 

Ieri sera s’è alzato il vento.

E così mi sono protetta ben bene,

ho messo il maglione per uscire con il mio cane

e la giacca e pure il foulard.

Ho chiuso le finestre e sono andata a letto presto.

Poi, stamattina, ho trovato l’odore del mare.

Sa fare chilometri, l’odore del mare.

Ma a Torino non è difficile sentirlo,

l’odore del mare,

perchè ha una corsia preferenziale qui,

che è la Dora,

che è un fiume,

e con il mare ci fa l’amore ogni notte

e si porta dietro il suo profumo

per tutto il giorno successivo.

Non si deve aver paura quando il vento soffia.

Nessuna paura.

L’aria è buona.

 

 

 

LA STORIA.

 

Della storia di domani non sento la voce

non la conosco.

Arriverà nel tempo

col tempo

arriverà la sera in cui sarò presente a me stessa

al mattino

a colazione

nel punto in cui l’orologio si infrange

quando serro il rubinetto in cucina

quando è l’amore.

Nel momento esatto dell’accadere

non prima e non dopo

la voce di domani

arriverà

nel presente.

 

 

 

PREVISIONI DEL TEMPO.

 

E se, d’un tratto, niente fosse più prevedibile?

Non sapere niente di niente, mai più.

Niente previsioni. Mai.

Solo incertezza. Indefinito.

Niente numeri,

niente calcolo delle probabilità,

niente previsioni né previsione del tempo,

niente statistiche e niente date.

Niente di niente.

Niente compleanno

perché non si sa più quando casca il tuo anno,

niente Natale perché si tira solo ad indovinare.

Niente Pasqua che tanto quella cambia data comunque.

Si sceglie un giorno a caso, ognuno quando vuole.

E basta.

Ci penso da stamattina.

Oggi doveva piovere a dirotto e domani nevicare,

ma non nevicherà. Non voglio più previsioni, nessuna, mai.

Niente da sapere e niente da controllare,

solo il presente del presente.

Solo presente, presente a se stesso.

Basta previsioni.

Domani guardo il cielo e vedo com’è.

Domani si farà.

 

 

 

C’È IL MISTERO E LA PAURA.

 

C’è il mistero e la paura

la rabbia dura

le mani di armi armate

e l’attesa del vero che non sempre è sincero

l’hanno chiesto

ed io l’ho fatto

(a comando rispondo)

ho lavato le mani tre volte ogni volta

giuro

il mio cane non va al parco ed io non vado al mare

giuro

faccio tutto giusto

giuro

a parte non sapere cosa è giusto

Però ci sono gazze e lepri

e mostri marini quasi a riva

ci vuole qualcuno a cui dirlo

sottovoce.

 

 

 

PULIZIE.

 

Lui non sa pulire bene quel che è sporco.

Ci prova, si mette d’impegno.

Maniche di camicia e pantaloni con la piega,

lui sfrega, frega. Prende freddo.

Lei controlla, lo sgrida. Lui riprova.

Lei ricontrolla, lo sgrida. Lui prova.

Va meglio.

La sera hanno un bicchiere di vino e la cucina illuminata.

Parlano di quel che c’è da pulire e del giorno da passare,

dei vestiti da stirare e della paura.

Anche di quella.

Della paura.

Sicuramente.

Parlano. E io li guardo.

Ma stasera non li vedo

Luci spente.

Al buio ci si parla con più cura, penso.

E tutto è pulito.

 

 

LA MIA MANCATA BONTÀ.

 

La crudeltà delle cose banali

io

l’ho scritta sul mio quaderno.

La crudeltà delle cose inutili

la noncuranza

la voce alta

il corpo invadente

la dimenticanza

la rabbia piccola

il fiato rubato.

Le cose crudeli che non devo fare

le ho scritte tutte

io

quasi tutte.

Eppure non ho scritto mai

(mai)

le cose che dovevo fare.

Le cose da fare per non essere crudele

non le ho scritte mai.

Non le conosco.

(O le sto già facendo?)

 

 

 

ANNUSA.

 

Della luce sottile

dell’erba

del respiro

vorrei intuire l’origine e il modo.

Il segreto dei bambini e degli animali.

Quello che loro sentono

vorrei sentire.

L’odore di quel che nasce

e sa di latte e vita

e mare.

 

 

 

LUI, L’ALTRO.

 

Se cerchi l’altro

non cercarlo nei cassetti

nei libri

nei fiati

nel fondo dei bicchiere.

Non cercarlo a lato strada

nel bosco

al bordo della stanza.

Cercalo dov’è

nel luogo del suo tempo

dove nasce.

Cercalo a luce piena.

 

 

 

NOTTURNO IN IO MINORE.

 

Quando il mondo si fa zitto, nulla si vede.

Ma io

della notte

tengo il conto.

Ne so il nome e l’unità

l’azione che traversa il tempo

la parola mancata

il metro di misura.

Io

della notte

parlo con cognizione di causa

perché nel buio ho una coperta

un viso

due mani.

E loro rimangono.

Nel buio

(come fosse luce)

le mie mani

rimangono.

 

 

 

UN NUOVO ANNO.

 

Dell’anno che arrivava

ogni anno

ho tenuto il conto.

E dell’anno che se ne andava

ogni anno

ho tenuto il conto.

Pensieri del niente e del tutto.

Faccende fragili.

Robetta.

Frattaglie.

Pezzetti di cuore a rotolare giù dal tempo.

E nel mezzo

quasi a caso

la memoria di quel che resta e viene.

Negli occhi, nelle dita

(nella pelle fine)

è sempre domani.

 

 

 

NON SO.

 

Di quel che non so

non so dir nulla.

E meno male

mi dico

non saper nulla dire

del nulla.

Che il nulla è nudo

sordo

cieco

senza voce.

Anche se ti guarda di sottecchi

se ti fa la posta

se ti fa paura

è solo nulla.

Solo nulla.

Non c’è nessuna ferita.

 

 

 

BACIO I FRAMMENTI.

 

S’è rotto l’orologio e con lui il tempo.

Rotta l’unghia

rotta la pelle

rotta la testa che crollava sul niente.

Rotto lo spazio su cui ho poggiato il piede.

Rotta la voce.

Rotto quel me di me che un certo giorno m’è sembrato intero.

Rotto.

Tutto rotto.

Ed io

(che a rammendare non sono poi tanto capace)

bacio i frammenti.

Uno ad uno.

 

 

 

IL MEGLIO DI ME.

 

Di me metto il meglio di me nel saluto alla vicina

che è vecchia e piccina

e ha mani da bambina poverina e biondina.

Il meglio di me aggraziato e lieve

io metto.

Il meglio di me metto

quando mi faccio scudo dell’altrui dolore

quando alzo il bicchiere

quando sto all’angolo del niente

quando taccio.

Sempre

io mi dico

metto la me che è meglio di me.

E non mi trovo più.

 

 

 

UNIRE I PUNTINI.

 

Io amo degli orologi le lancette

delle scarpe i lacci

delle mani gli intrecci.

La frazione del sì in ogni no

e il gesto che alla voce non risponde.

Amo il respiro che non si concede al ventre

la luna a metà

il cuore a singhiozzo.

Io amo. A frammenti.

 

 

 

CERCARE.

 

Se non so dire quel che vorrei dire

se cerco parole e pause come fossero salvezza

se esigo luoghi e persone e cose

(come fossero spiaggia o sorso di cielo o respiro)

è solo perché non ho trovato il varco.

La luce.

Non ho trovato

il passaggio

la guida

la traccia al neon

l’uscita di sicurezza

La porta tra me e me.

No, non l’ho trovata.

Ma ho un cane che cammina tra ombra e sole.

Lo seguo.

 

 

 

SULL’ORLO DELL’ABISSO.

 

Nella notte era un fiato.

Un respiro tra orecchio e dita.

Un niente di niente a ricordare i passi e la voce.

A ricordare me di me

niente era.

Niente di niente era.

Tra capo e collo un niente.

Una salita all’orlo della spalla.

Per vedere.

Una salita soltanto.

Per vedere.

È che ci hanno sempre soltanto portato sull’orlo

dell’abisso, ma non ci hanno mai fatto guardare giù.

Questa è stata la nostra rovina.

 

 

 

INCRINATURE.

 

A guardar nelle finestre altrui

(in quell’occhio di vetro che fa la gente muta)

per un minuto

un attimo di senso

una visione

io credo nella luce della sera

nel calore dei corpi

nel vento

nella meraviglia dell’altro

nelle giornate intere

senza incrinature

nelle parentesi di gioia

io

affacciata all’orlo di un interno

credo.

 

 

 

¡CHE RABBIA LA RABBIA!

 

La rabbia

non so quantificarla

in centimetri o chili o chilometri

la rabbia aggraziata

presente a se stessa

muta

gentile

non so misurarla

la rabbia

la trovo nel letto

brandello di pelle tra caviglia e piede

nettata

perfetta

e io macchiata

insudiciata poco lustrata

io

se apro la bocca

la vedo

La rabbia che alle parole non sa parlare.

 

 

 

DELLE COSE INUTILI.

 

Delle cose inutili io dico,

delle cose inutili si fa poca cosa.

Sono niente. Il nulla.

Eppure, se ne stanno lì. All’ombra del silenzio.

Al margine del vuoto.

A disturbare il sonno.

Delle cose inutili, io dico.

Si fa la notte.

 

 

 

E LA LUNA BUSSA.

 

Si chiama luna del raccolto, ho scoperto.

La luna di stasera.

Potrei raccogliere una foglia. Una piuma.

Un pezzo della sera.

Ma non trovo molto.

Poi mi dico.

Cerca meglio.

La notte dura sino a domani.

Hai tempo, per raccogliere il tempo.

 

 

 

S(TRA)BALLARE.

 

C’è una mattonella che traballa.

Proprio fuori dalla porta.

L’ho scoperta stasera.

E me ne sono stata a dondolare su quella piastrella.

Spostando il peso

da destra a sinistra.

Cercando un equilibrio.

Con le gambe sottili che mi ritrovo.

Il peso al centro, mi dicevo, dai.

E poi ho capito.

È la natura della mattonella, reggersi sul vuoto.

Lasciala traballare.

Sì. Infatti.

Lasciamola traballare.

Quel che traballa è cosa viva.

Lasciamoci traballare.

 

 

 

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITÀ.

 

Sono qui. A scrivere.

Il che significa che sono felice.

Niente altro da aggiungere.

 

 

 

QUEL CHE SI NASCONDE.

 

Guarda.

Di lago. Di luce fioca. Di cose nascoste. Di rami.

Di ore dispari. Di mani.

Di segreti liquidi.

Di slanci.

Di arresti.

Di passati remoti. Guarda.

Guarda.

C’è quella luce. Nell’acqua.

 

 

 

E MI VIENI A CERCARE.

 

Ci sono cose. Alcune cose.

Ci sono cose a cui penso. E che non faccio.

Ci sono cose. Che sono solo cose.

Cose che non so fare.

Cose che non concludo.

E cose che concludo.

Cose.

Cose che.

Ci sono cose che stanno all’angolo. Cose illuminate.

Cose nascoste. Cose dimenticate.

Cose arrabbiate.

Ci sono cose.

E ci sono io.

Io. Che sono cose.

E giorni.

E righe tra la bocca e il naso.

Io.

Tra le cose.

 

 

 

USCITA DI SICUREZZA.

 

Stiamo tutte lì. Attorno a un posto vuoto.

Vuoto e pieno.

Vuoto di presenza e pieno di memoria.

Un monito.

La violenza può essere qualcosa di sottile.

Qualcosa di ambiguo.

Qualcosa che sembra non essere, ma è.

Bisogna fare attenzione.

E ricordarsi sempre (sempre) dove è la porta.

Sempre.

 

 

 

SENZA FRONTIERE.

 

Si fa fronte comune. Dai.

E si guarda in faccia l’oggi. Dai.

(Che purtroppo ha la faccia di oggi.)

E si lavora sul domani. Dai.

Perché il domani come oggi proprio no.

Dai.

 

 

 

¡ARRESTIAMOLO!

 

Arrestiamolo.

Così mettiamo fine a questi post, ai video in diretta e ai deliri.

(È un ministro degli interni di una repubblica democratica.

Non un monarca e nemmeno Dio,

ché solo Dio ha fermato un esodo, tanto per dire.)

Arrestiamolo. Già.

 

Arrestiamolo.

Su una nave, per qualche giorno

(cosa vuoi che sia):

gli diamo da mangiare e da bere

e pure 35 euro al dì

perché lui è italiano e se li merita

anche se non è sulla terra ferma.

 

Arrestiamolo.

e poi diciamo all’Europa di intervenire.

Qualcuno se lo prenderà.

Non possiamo essere gli unici a farcene carico.

 

Insomma, per una volta facciamo come dice.

Arrestiamolo. Subito.

Così ci leviamo il pensiero.

 

 

 

A PIEDI NUDI SU UN BARCONE.

 

Libertà è che abbiamo piedi

per andare dove vogliamo.

Ma se i piedi sono su un barcone

che sta per affondare

non è lo stesso.

Ricordiamolo!

 

 

 

¡AMAMI, ALFREDO!

 

¡Amami, Alfredo! Amami, Alfredo!

¿E allora? ¡Amami, amami, Alfredo!

Alfredo, corri: c’è un Andromeda in pericolo

fra le mani di un mostro: ¿non fai Perseo?

Tu non hai paura di Ciclope, lo so.

Il mio Alfredo non ha paura di Golia.

Il mio Alfredo non ha paura della fame né del fuoco.

Alfredo sfiderebbe anche Rocky Marciano.

Ma dai capelli agitati dal vento,

dalle lacrime che scivolano lentamente

lungo il viso stellato di una vergine,

dalla bocca profumata di gelsi

Alfredo è intimorito.

Dell’altera Andromeda il mio Alfredo ha paura.

 

 

 

I FIORI.

 

I fiori hanno dieci stanze:

la prima è un giardino

la seconda una galleria

la terza è verdastra,

piena di banchi e carte

geografiche, ecc. ecc.

Nella bocca dei fiori

la silenziosa memoria

del mondo. In loro ogni

uomo nasce e muore.

Morire è attraversare un

corridoio bianco e svegliarsi.

 

 

 

IL MARE.

 

Che il mare sia solo il mare

chi potrebbe accertarlo

io dico che il mare è

un insieme di ricordi

rimasti lì per tutti questi anni.

 

 

 

LA RESA.

 

Sono malata, forse?

Al mattino uno spiraglio

poi clausura, siamo

diventati deboli, fiacchi.

Tutti i giorni sono uguali,

stiamo perdendo il

 senso.

Ci sfugge il coraggio.

Mi sono arresa, forse?

La resa non è una

fuga recente, era

nell’aria da tempo

e adesso viene a

schiacciarci gli occhi.

Mi accarezza le mani,

accarezza i miei

gesti. Nonostante

la ferita, ho ancora

un dono chiuso a chiave.

Le città vuote, surreali

non sono che rimandi

e il tempo tornerà fecondo

dopo il veleno, un’altra

volta il sole sui campanili.

 

 

 

TORINO.

 

Ogni giorno guardo alle strade

che non ho percorso e t’immagino

scendere da Porta Nuova verso

Porta Palatina con un bel

gelato in mano e un libro sotto

il braccio. Torneranno vivi anche

i luoghi se saremo capaci di spogliarli

del dolore di questi cento giorni.

 

 

 

MARGHERITA DI SAVOIA.

 

Margherita di Savoia, vestiva di nero,

mandava giù whisky e veleno,

aveva una luce sinistra in quegli occhi così chiari.

Il mare ci ha chiamati ma non abbiamo risposto:

nell’acqua ho lasciato la mia ombra di sei anni.

È ancora sulla spiaggia,

e ai bagnanti domanda la strada per tornare.

 

 

 

UCRAINA.[1]

 

Non voglio pensare alle macerie

e non leggo più i giornali, non ascolto più

la radio. Voglio rivedere i tuoi occhi

verdazzurri e perdermi come una bambina

tra le fotografie del mattino in cui

camminammo per tutta Odessa

senza mangiare nulla e guardando

il sole ci dichiarammo immortali.

 

 

 

STRADE VUOTE.[2]

 

Le strade vuote sono così belle

da apparire devastanti, adesso mi manca

persino la gazzarra. Resisterò

guardando il vecchio ponte,

è eterno l’Eridano con le foglie e i cigni,

non sono che ricordi.

Nella crudele bellezza del silenzio

il desiderio di una primavera.

 

 

 

 

EPIGRAFE.

 

Quando morirò scrivete

sui muri delle città preghiere

affinché sia risparmiata

dalle fiamme e dai ritorni.

Un giorno scrivete il mio nome

dove non verranno a cercarlo

dove non conoscono nomi

che io possa tornare al candore.

 

 

 

VERGOGNA.

 

Io sono la vostra vergogna

l’incavo dell’albero, non

posso neanche esistere

senza cercarvi. Io non ho

nessun coro. Le grazie

di un animale notturno

non sono che risuono,

rimpianto di un gesto

disatteso. Non parlarmi,

non parlarmi ora di

queste rovine chiamate

pelle. Senza carne so

che non abbiamo più

il ricordo dello smalto

venuto via dai muri

dalle dita. Sui muri

è scritto, non ricordi,

non mi somiglia più.

 

 

 

FAME.[3]

 

È durata poco ma non esisteva fame,

e non era un tentativo estetico,

non hai mai avuto freni,

ma in quel periodo non avevi fame.

Eri stata brutalmente ingannata

usata come un animale, consumata

e poi gettata una volta consunta,

e ti sentivi inchiodata all’assenza,

non importava davvero di chi.

Non avevi fame.

Le viscere risucchiate.

Ti alzavi per inerzia,

vagavi per le strade

di un quartiere residenziale

senza trovare pace.

Non avevi fame.

Non avevi sonno.

Non avevi voglia.

Non avevi altro che mancanza.

Ti eri specchiata in una pozzanghera nera e il corpo spariva,

ti sembrava bello che lo facesse,

avevi sempre avuto il problema opposto:

il tarlo della carne, troppa.

E della fame, troppa.

Ora invece non c’era più, dissolta.

Ogni istinto vitale dissolto.

Ti sentivi invulnerabile nel fondo dell’assenza:

una cosa che non ha bisogno di niente,

un ordigno perfetto fuori ma dentro strappato, rattrappito,

pieno di fili sconnessi e tagliati.

Ma finché restava perfetto fuori andava bene.

Ti sembrava che la corda spezzata, i brandelli, le viscere cave

fossero ben nascoste dalla freddezza dello sguardo e dalle ossa.

Nelle ossa eri forte. Uno scheletro di cartapesta;

eri diventata il fantasma che veniva a farti visita da bambina:

sovrannaturale e metafisica, incapace di legarti,

avevi costruito la maschera aurea.

Se qualcuno aveva osato abbandonarti,

adesso ti eri nascosta nella parte oscura dello specchio:

nessuno può distruggere un meccanismo guasto,

saresti stata sempre tu da un lato e dall’altro.

Fuggire, più d’ogni cosa, amare sì, ma solo per gioco.

Ingannare fino a non poterne più.

L’involucro era pieno e il contenuto cavo

ma sparivi prima che qualcuno potesse riconoscerlo.

E poi le maschere ti si sono sfasciate addosso: l’inverno.

In ogni solco, in ogni libbra di carne recuperata

ti si legge il vuoto. Raggeli. Che cosa è rimasto?

Una donna, non una dea, piena di strappi,

saldature malferme, suture slabbrate.

In questo perdere e slabbrare è entrato uno spiraglio.

Amare, perdere, piangere. Non sei la vacca o la troia,

sei una donna, nessuno di speciale, ti chiamano signora

e allo specchio non ti riconosci quasi più,

ma riconosci un altro in te,

più potente del muro che avevi costruito intorno alle frane.

Il muro è in pezzi ma lui ne raccoglie i cocci

e attraverso la sua pelle sopperisci alla mancanza (della tua).

 

 

 

ANNA.[4]

 

Anna dorme, la notte

l’avrebbe risparmiata.

Resta il niente, il niente

che fa piangere i bambini.

 

Anna ha una macchia rossa

al lato dell’occhio destro

e solo Gianni il barista la nota,

Gianni che dorme senza sognare.

 

La mente si fa Anna

si accontenta, vivendo

anche di ricordi, di uno straccio

steso sul balcone

perché crollare?

 

Si sente mortale appesa

al nero di caffè

brucia la gola di parole

magre premute sulla bocca

ferita la guerra è finita

se potessimo ancora.

 

Anna è stanca di guardare giù

in balia del non ritorno

attende la pioggia

i fondi bucati della giacca.

 

Anna distilla ogni sguardo

come aspra guarigione

non conosce i sacramenti

Anna annega, si ripesca,

poi si salva.

 

Un controllo semestrale. Anna

sta alla grande. Le sono cresciuti

i capelli, quasi. Ha trentacinque anni.

Sente solo il rumore dello sparo.

 

Il ricordo la insegue

quel fine settimana,

avrebbe potuto rinascere,

Anna tutta panna ama

al sapore di banana.

 

Qualcuno dà il nome

di ciò che è capitato

deserto, vuoto:

Anna, è il tuo.

 

Viveva morendo Anna

guardando la trasparenza

dell’acqua, respirava il ricordo

nulla di più.

 

Anna non sa

che è facile diventare famosa:

basta una sera ubriaca

lasciarsi filmare e tutti

hanno già visto il video.

 

Anna ha imparato

a spalancare ferite

su cimiteri sorrisi

e muri di memoria.

In fondo, Anna è sola,

è solo un uomo.

 

In questo altrove

dove inizia l’ombra

e finisce Anna

 

Sfitta, quanto è lunga

la notte serrata alla gola

murata nel buio dei pensieri

non avrà grazie né memoria

è sempre lì l’uomo fatto Anna

l’alba risorge.

 

Il grigio è la periferia,

di Anna un giorno,

di settembre che non torna.

 

La notte sbriciola l’alba

brucia di nero vuoto

parole carta e sangue.

Di Anna un riflesso.

 

Anna sa che cosa è,

il sesso passa nel piccolo

vuoto il mondo delle donne

due labbra rosse come ferita.

 

Cominciò senza un inizio

la città parlava lampi di luce

stesi sul divano gli zigomi

di Anna.

 

Anna prega la sete

della notte annegata

nel cuscino un crollo

senza rumore in felicità

variabile.

 

Disegni di stelle

fango denso cerco

tra i sassi sul fondo:

Anna non porta felicità

a chi la ama.

 

Anna vive

quello che uccide

la latitudine del nero.

 

Anna non si piace,

e si cerca nei nèi

delle vite degli altri.

 

Non c’era nessuno

sul letto per innamorare

Anna nonostante tutto

nonostante l’ombra.

 

 

 

IL MIO CORPO.

 

Il mio corpo è parola.

La mia mente è il mio corpo.

Eppure tu non leggi, mi decifri,

come chi ripete a memoria la preghiera

che gli ha salvato la vita.

 

Le figure si sono sempre sciolte.

Sotto ai miei occhi: desideravo

una visione che mi desse un limite,

un punto di vista cui appartenere.

Non esisteva. Per questo vedevo

ciò che c’era e non si vedeva più.

 

Ci sono sempre stata, invisa,

da te e da altri, in attesa

di meritare qualcosa

di essere trovata,

di vincere un segreto

che spegne la parola.

 

Il deserto non è spazio d’ornamenti.

La mancanza detta la vita,

traccia bisogni, sospensioni piene.

Si raccoglie l’acqua, come si può.

 

Della mia infanzia so soltanto

che le ossa scalciavano

e un passero mi venne vicino.

 

 

 

TRAMONTO IN PQ.

 

Dopo la discesa, la deflessione,

un sospiro diastolico:

ricomincio azzerata, alla base

della tachicardia.

 

All’apice aguzzo dell’onda

guardami genuflettere

il potenziale, spaccare una vetrata

che vibra al decollo.

 

 

 

VEDO CON LE DITA.

 

Mamma, ho elettricità sulle unghie

primitiva

vedo con le dita come un cieco.

 

 

 

VANNO BENE ANCHE QUEI DISCORSI.

 

Vanno bene anche quei discorsi

all’autolavaggio, ma tu ricorda sempre:

<<Non restare dentro, ché non si sa mai.>>.

 

Il tuo dire, il tuo fare

fu sempre lo strofinio atono

dei rulli: uno sforzo d’auscultazione sordo

oltre la vetrata.

 

 

 

(DI)VISIONI LENTICOLARI.

 

Dammi il tuo dito

da posare in un punto

a me caro

sul fondo di quest’iglù sul petto

fino alle ghiandole

dietro l’ossame delle eclissi rosse:

lì le cose che se ne vanno mi sembrano

divisioni lenticolari

che non so smussare (io stessa

sono una legge geometrica spigolosa

inesperta)

e lo svantaggio è quello di vivere

da eroe novello: i suoi impulsi

un po’ spartani

hanno bisogno di tolleranza

per nascondere le bestie

senza pelliccia.

 

Finendo di guardare la commedia

da una cuccetta scolpita a margine

la giuria incatenata cerca di capire

dov’è che sbagli questo ladro

disarmato in una rapina.

 

 

 

QUOTIDIANO.

 

Sbadigli e ti pare di convocare

assise le minuscole sui fondi

dei caffè, una riunione

condominiale

apre i denti nervosa

nel rimestolìo della bocca

come il bollitore delle sei.

È complicato passare le parole

dentro i buchi della cintura

fuori casa rimane il ricordo

dei piedi allacciati

a un tempo a singhiozzi

a dislivelli di pagoda

dentro di te una capanna a tetto

sotto la gruccia nell’armadio.

 

 

 

SAREI STATA PER TE LA CASA.

 

Anche nelle tue notti di ribalderia

sarei stata per te

la casa di Filemone e Bauci.

 

Ma ospitare gli erratici

è come chiudere una pantera

dentro una gabbia.

 

E io (come te)

per te

cerco un soffio di vento

che si insinui tra le grate.

 

 

 

LA COSTELLAZIONE DI QUALCHE OSSO.

 

I pianeti che mi ruotano in testa

hanno i chili delle voglie

delle partorienti.

Puntuale ogni mattina alle

sei e un quarto getto

la scorza: al lavaggio con le mani

mi snodo gli occhi – mi prendo

e mi porto in città.

 

Aspettavo carne:

è ancora la congiunzione

la costellazione di qualche osso.

 

 

 

CHIUDERE LE ANTE DEL TEMPO.

 

Chiudere le ante del tempo,

dare le spalle alla vita,

nemmeno un arrivederci all’estate,

l’ultima ad occhi aperti.

 

Non si dovrebbe mai essere pronti a dire addio,

fare il salto nella notte più buia

significa togliersi l’anima di dosso

lasciare una parte del corpo sul selciato

e spingere il resto a non tornare.

 

Rientrare dalle fessure della memoria

un giorno saranno le stelle del lungomare

a sistemare l’assenza

l’unica consolazione possibile riconoscere l’invisibile.

 

 

 

NOTTI.

 

Ci sono notti

che s’inventano stelle sulla pelle

e vorrebbero che la luce fosse un ciliegio

che non smette mai di fiorire

se fosse facile capire che il buio

è un preludio di albe dismesse

coglieremo tutte le ombre

anche le più scompigliate.

 

Il sole come l’amore non scompare

si muove tra le fronde dentro gli astri

è una tenera presenza che spinge ai talloni

del giorno

saldo ai sogni scorre tra le curve della luna

senza sapere di essere l’eco di una memoria

crepuscolare.

 

 

 

LE CARE STANZE.

 

Il tempo ci darà strada per la memoria

avvertirà il corpo che le estati sono passate altrove

un giorno chiuderemo le intenzioni migliori in uno

sguardo

manterranno la postura del sogno gli occhi

ad un tratto ci troveremo chini a visitare la vita già

trascorsa

disarmati dalla voce di un silenzio che parla assenza

cercheremo le figure amate l’antica forma delle cose

la luce che possente ha la stessa generosità

di un cielo che non ha confine

e sapremo che le stelle le avevamo nel palmo di una

mano

proprio tra le età (le care stanze) che abbiamo

conosciuto.

 

 

 

¿NON LO SENTITE IL DOLORE DELL’ANIMA?

 

Non lo sentite il dolore dell’anima?

È più forte di una frattura o una lacerazione,

è qualcosa che ti affonda, toglie il fiato

mentre scivolano via le notti

e tutto il corpo respira una guerra

che nemmeno una stella in lontananza può calmare.

 

Me lo sono sempre chiesta, sapete, perché nessuno l’ha mai capito

che cosa significa sentirsi popolare di angosce e vivere una mattanza,

è come lasciarsi all’oblio e decadere,

diventare l’intruso disconoscersi

che fa fa meno male una pugnalata

o stringere le spine di una rosa tra le dita.

 

 

 

SONO ANCORA LÀ.

 

Sono ancora là

dietro la polvere dei magazzini,

i tuoi versi precoci di vita e di morte,

ma non è vero che nessuno li ha letti,

hanno messo le ali con la fragilità

e seguono la morbida legge che ti governa

e spingono l’ombra di qualcuno. (Forse la tua?)

 

Ma sì, eccoti sulla fune tra le ombre del tempo

a dimenticare le ore, a curvare gli occhi tra le cupe dune.

Non ti rallegravano le albe e nemmeno il transito dei tram,

non ti accorgevi nemmeno del vento eppure lo dicevi

che eri un uccello, io ti ho visto sul davanzale,

mi guardavi come si guarda chi è libero

e canta e va tra un sogno e l’incenso.

 

 

 

USCIRE DAL DOLORE.

 

Uscire dal dolore è un pietraio ardente;

indietro, indietro, forse

la stanchezza piegherà il suo dolore

sul seno dell’immota primavera,

senza tempo e in fiore.

Quando arrivò la primavera,

ero avvolta da un dolore

impalpabile, mi fece trasalire

ogni accenno di gentilezza,

e così rimasi

tra le piaghe del letto,

cercando un po’ di riposo.

E il peggiore risveglio

che potrà capitarvi sarà quello

di non esistere più.

 

In una piccola cesta

Sophie raggruppava le sue bambole;

quello spettacolo era 

il più vistoso,

una caterva di suoni 

rimbombava sinistra;

il coro serpeggiava nella terra,

l’amore s’infiltrava sottile come fumo 

nella malinconia della sera,

l’amore cresceva con la luna 

e senza dannati litigi.

 

Io esisto nella tua immaginazione,

ma la tua immaginazione è

parte della natura, solo un vaniloquio;

vuol dire che io esisto

anche nella natura.

Io esisto e so e voglio:

esisto sapendo e volendo

e so di esistere e volere

e voglio esistere e sapere.

Prendo un sasso che dice: “non esisto”

e ha la firma di Dio.

Ti guida a noi una sorte propizia,

un cunicolo da cui entrare e non uscire,

uscire significa vivere senza fronzoli,

il ricordo di chi, senza requie,

ci viene a visitare di notte, invisibile.

 

Mi piace pensare tu ci sia ancora,

tra i cunicoli e le strade impolverate,

e poi saremmo stati inoculati tra le cellule,

a formare un essere infinito.

Ma loro perché mi amano, se non lo merito?

Se fossi sola, e nessuno mi amasse,

e non avessi mai amato nessuno!

Vieni su e giù per la strada, 

aspettando che io esca di casa,

con un libro di Tito Marrone, 

e leggi con quella tua voce

e mi spezzo in mille pezzi, 

la luce ha paura di me 

e si discosta, noi al buio. 

 

Io non so cosa sono senza di te,

un atomo squarciato a metà,

una non essenza di cose,

uno sbuffo di fumo che si perde nell’aria,

un gatto smarrito nella pioggia.

Io non so cosa sono senza di te,

perché tu mi completavi ed eri

il tassello giusto per ogni parola pronunciata,

per ogni carezza data con maestria,

dimmi, dimmi dove sei

se mi vedi, se mi osservi da lontano

con i tuoi occhi neri come pozzi,

in cui mi specchiavo ogni volta

con la stessa tenacia.

Io non so cosa sono senza di te,

ma ho le sembianze d’un buco nero,

che riassorbe tutto dal principio

e lo sputa sull’inchiostro dell’universo

dove da qualche parte ci sei tu

a guardarmi.

 

 

 

MALATA.

 

Malata, ma non di te. Preghiera, sussulto.

Tocco le maniche con leggerezza di gazza

in cerca di un luccichio da rubare.

Violo il silenzio che mi spedisci

deformando un Alleluia senza fedeli.

Cerco un motivo per Dio.

Malata, ma non di te.

 

 

 

CONDANNA.

 

Non è leggerezza di fiore questa condanna.

Come un masticare di ostia che chiede redenzione.

Si scioglie in fretta, taglia il tempo necessario

a passare in rassegna l’elenco dei peccati

che mi getti addosso. Eppure sarei dovuta partire,

lanciarmi vuota nella libertà che pesa. Non aspettare

una benedizione, un segno di croce che allarghi

alla vita. Eppure rimango, mi punisco, mi rinnego.

Potrei silenziarmi, ma canto un urlo. Tu non senti.

 

 

 

PUNIZIONE.

 

Ho imparato a piangere gli anni umidi e assenti.

Parola, vi dico, ha ritmo di ingiurie non volute.

Ma non abbiamo colpa da portare al banco dei pegni,

da cedere per un pugno piccolo di vita.

Aggrappata alla speranza che abbandona vi nascondo

che il destino non muta. Solo chi punisce è cambiato.

Non ho mai saputo distinguere tra dio e il suo opposto.

 

 

 

CASTIGO.

 

Vorrei persino danzare per nascondere il panico

che mi strozza la gola e non sa urlare,

che immobile guarda e per coerenza di pena

mi soffoca e non mi fa muovere.

 

 

 

FRAGILITÀ.

 

Vorrei saper dire di questa fragilità non mia

dello sguardo di candela sulla distanza.

Un poco per vedere, ma non totale.

Sapevamo di braccia che proteggono

non della tensione di arto che crea spazio.

Ho parlato dello stare insieme a cose come

la fune sospesa, l’equilibrio cristallo

del tuo non sapere come.

 

 

 

IO E TE.

 

Senza passato e un futuro da inventare,

chiusi in una bolla di felicità rappresa

senza il coraggio di uscirne.

Le mie gambe

tra le tue

e il silenzio.

Io che vedo orizzonti

dove tu vedi catene,

io che immagino mondi

tu che biascichi deserti aridi e dolore.

Non hai pretese

su di me,

non puoi averne,

solo desiderata.

Per esserci tenuti tra le braccia così a lungo

ho l’impronta della tua anima sulla mia pelle.

Io e te

siamo casa ovunque.

Lontani cosa siamo?

 

 

 

SONO LA DONNA.

 

Sono la donna divisa in due:

ho squarci profondissimi

appena sotto la pelle

invisibili agli occhi

dei ciechi.

 

 

 

ANIME SCALZE.

 

Noi anime inquiete

abbiamo lasciato il passato ai morti

e calpestato paludi di fango

senza farci risucchiare.

 

Noi anime inquiete

soprassediamo alla perfezione

perché nati dall’imperfetto sogno

di vecchi pazzi ubriachi.

 

Noi folli, noi disperate, noi solitarie

camminiamo contro i muri

per non farci vedere,

scivoliamo nelle crepe della notte

per non farci catturare,

e odoriamo di silenzio e sangue

perché siamo anime scalze

che anche quando non infuria il vento

creano tempeste.

 

Noi siamo donne: creiamo tempeste.

 

 

 

VUOTA.

 

Vuota.

Come canna di bambù

soffiata dal vento.

 

Cava.

Come orbita cieca

inutilmente dipinta.

 

Persa.

Come il canto del muezzin

dall’alto della Torre,

mi chiamo per nome

ma non arriva nessuno.

 

Silenziosa.

Ci sono lune e preghiere

tra me e te

ci sono distanze senza pace

e attimi infiniti.

 

 

 

BUONANOTTE.

 

Buonanotte.

Sono solo ombre fuggevoli

i nostri passi su questa Terra.

 

 

 

LA VIA DEL CIELO.

 

Aspiravo a vette luminose

Quando

Sordidi crepacci

Mugolavano sotto di me.

Corde, alianti, scale

Non mi sarebbero serviti

Se

Un’interiore spinta dal gambo del fiore

Non mi avesse rivelato

La corolla

Come candida corona

D’oro e miele

Che un giorno avrei portato sulla testa.

Lingue di fuoco belavano

Dalle cavità sotterranee.

Giustizia e ingiustizia

Pulito e sporco

I confini perdono significato.

Quando rimane l’impulso

Il cuore decide, l’anima acconsente

Il cervello mette in atto.

Costruisco ali d’argento e vetri colorati

Con fili d’oro,

me le incollo ben bene al corpo

ma il mio corpo, così materico

è incerto,

la via del Cielo appartiene all’Uomo?

 

 

 

ABBANDONATA ALL’INGIUSTIZIA.

 

È rimasto qualcosa tra il collirio

e la marea. C’ho diluito il nodulo

in metastasi sul cuore. Smantellate

questo loculo, smantellate questo Stige,

smantellatemi la carne e fatene

una strage. Sono troppo, troppo triste.

E oramai sono abbonata

a tutte le ingiustizie.

 

Ho la setticemia sull’anima, dopo

la mastectomia. M’hanno squartato

il petto. Con le mie carni banchettano

i cani del ghetto. M’hanno trapiantato

lo stridio dell’indifferenza, e una

tenera insicurezza. Dio è un chirurgo

che opera a cuore aperto.

 

Scarabocchiavo il nostro amore

sulla vetrata appannata.

Persi nel lutto ballammo un tango

senza passi. Della musica

seguimmo gli sbalzi, i giorni

rimasti, gli anni prestati.

E i vent’anni collassati

sulle periferie.

 

Mi taglierei le vene e c’impiccherei

gli angeli, ci fustigherei Dio, ci legherei

le scarpe dei bambini di tutto il mondo,

ché camminare sugli anni a piedi nudi

fa male.

 

Ho occhi di vetro. Il mio addome

è cucito all’uncinetto. Ho un cuore

di plastica. I sogni di gomma. Sarai

un materialista, se proverai ad amarmi?

 

 

 

BISOGNO D’AMORE.

 

Ama contraddirsi e lo patisce. 

senza contraddizione non esiste.

Né una né doppia. S’annulla.

S’annulla e cerca Sintesi.

Sé stessa.

 

Siamo corpi da abbracciare. 

Senza dire neanche niente.

Il bisogno d’amore ci tortura.

La notte non lo placa.

Nemmeno basta una mano amica.

Il vuoto resta.

Saperlo.

Sapersi riconoscere nel vuoto dell’altro.

Altro inizio non c’è.

 

Si nasce corpi, ammassati ad altri corpi.

Ci muove uno scopo inconoscibile. 

Cercarlo oltre l’esistere preclude l’unica felicità possibile qui ed ora.

Felicità di sentirsi qualcosa, solo per prolungare la vita

Felicità di percepirsi il flusso del flusso dell’esistere, lo stesso

che ci percorre lieve e irreversibile

le vene.

Ah, potersi illudere,

che la vita esiste, non significa.

 

Come è duro restare così. 

Fra domande insidiose,

risposte troppo vaghe. Qui dove 

la regola è non chiedere, non domandare,

si sopravvive contentando c’infilzi un nome.

Come farfalle atrofizzate, noi. 

Strappati, gettati alla vita e poi abbandonati.

 

Che cosa so della vera amicizia.

Se penso a volti e voci carezzati per anni,

scopro un vezzo, un autoinganno.

Ho preteso troppo dagli affetti?

Siamo solitudini rumorose.

Le parole non ci raggiungono,

galleggiano, come loto dell’aria,

senza radici nell’umo dell’anima.

 

 

 

CERTE COSE SONO BELLE.

 

Certe cose sono belle e basta.

Certe cose sono belle di nascosto.

Certe cose sono belle a comando.

Certe cose sono belle per qualche tempo soltanto.

Certe cose sono belle a distanza.

 

Decidere se volarci sopra,

assaggiarle

o prender quota,

schivarle o ingoiarle,

viene naturale solo alle api.

A me no. 

 

Non è umano potere. Dico bene?!

 

Tuttavia ammiro, adoro, astraggo, amo come posso.

Il bello c’è, in queste cose, tutte, 

che circondano e riempiono il mare.

Le cercherò, senza più distinzione.

Perché certe cose, tutte, sono belle a modo loro

ed io lo sento, a modo mio. 

 

 

 

DI PALO IN FRASCA.

 

Strani giri fan le parole, le persone.

Comunque vada, io vado.

Seguo l’empatia.

Si sa: non si sa mai.

 

Altrimenti si rischia. Il rischio c’è.

D’impuntarsi su spuntoni che spingono sulle meningi.

Dissanguano il cervello 

che non ascolta più, che non macina.

Solo farina troppo raffinata e dolci da discount.

 

A fondo nella terra, pungono l’aria

gli spuntoni.

Elettricità e strade allagate

su cui non è saggio andare

troppo costose da riparare

fattene una ragione

mi dico.

 

Che poi 

a corteggiare riflessi di vita

si rischia la cecità.

Troppa luce per una pupilla.

 

Fatti fatti fatti.

Fatti due domande.

Servono fatti.

Anche se non troveremo risposte:

siamo troppo fatti.

 

Il mio cocktail preferito ha una punta di lime

con un pizzico di sale e una spruzzata

di sperma su base alcolica.

Però, a metterci impegno, arrotondo a tre.

 

 

 

EQUILIBRIO.

 

Il troppo stroppia, quindi non troppo.

Semplice semplice.

Sei avvisato, amico mio.

 

Eppure.

Eppure.

 

Parte una filastrocca nel cervello, si genera spontanea come l’erba.

E fa così, identica in ogni lingua:

<<Troppo cibo, troppo sport, troppe notti brave.

Il volume troppo alto, per piacere abbassa. 

Troppo caldo per uscire, dai, ti raggiungo dopo.

Troppi debiti, troppe rate, troppi soldi, troppe ansie, troppa paura.

L’acqua è troppo alta, non tocco;

troppo fredda, troppo torbida, buttati tu.

Il caffè troppo forte, la coda troppo lunga,

la commessa del centro troppo magra.

Lui se la tira troppo, prima o poi glielo dico, 

io che parlo troppo.

Troppe fotografie, troppi dubbi, troppa miseria;

troppi fascisti, troppi dolci.

Troppe rinunce, troppa violenza, troppe fregature, troppo sesso.

Troppi parenti, troppi figli, troppa distrazione, troppa tv;

troppi rifiuti, troppi incendi.

Troppi disoccupati, troppi furbetti, troppi social, troppi divorzi, 

troppo di tutto e troppo di tutti.>>.

Finisce la filastrocca in bocca, si spegne spontanea

come me.

 

Lo dicevo poco fa, il troppo stroppia.

Sei stato avvisato, sciocco.

 

Eppure.

Eppure.

È troppo più forte di noi,

che il troppo ce lo legano ai piedi e al cuore appena nati.

Non possiamo fermare l’evoluzione, l’inciampo, la collera, lo slancio. 

Siamo umani.

Cerchiamo l’equilibrio del vivere e del morire,

cerchiamo l’equilibrio del fare e non fare, 

forsennatamente. 

Lo vogliamo perfetto, sommergendo ogni respiro nostro e altrui.

Di critiche.

Equilibrio che fa rima con io, perché equilibrio è anche mio.

Com’è tuo e di tutti, in modo diverso 

e speriamo un giorno complice, autosufficiente. Paziente, sì. 

Equilibrio paziente.

 

Lasciatelo libero, oggi. Provate a non pensare. A non inseguirlo.

Come animali sazi all’ombra del baobab.

E dopo aver preso aria e perso peso, provate a guardarvi accanto, 

laddove giace il Poco.

 

 

 

LA COPERTA CORTA.

 

Che tu sorrida o che te la rida

smetti di rubarmi la coperta.

Sento freddo.

 

E coprimi gli occhi, i piedi, in allerta.

Sento troppo mondo.

 

Che tu sorrida

o che te la rida

ricordami chi sono stata.

Sento troppe voci.

 

E scoprimi la lingua, che tra le croci

Si lecca il muso, liberata.

 

 

 

IGIENE.

 

Al pesce

per pulirlo

devi aprire la pancia.

 

Al gambero poi

bisogna togliere il nero

se c’è.

 

Allora prendi il coltello

aprimi la pancia

toglimi il nero.

 

E sarò pulita

da mangiare cruda

ancora viva.

 

 

 

ALESSANDRO.

 

Riccioli biondi

occhi azzurri

tasche bucate.

I documenti

e le chiavi di casa in volo

dalla finestra

di un intercity sporco

che cantava libertà.

 

Poi le sigarette

i sedili uniti

la porta chiusa

e un noi disgraziato

incosciente

disperato.

 

Ma dove volevamo andare...?

 

D’estate

si può dormire sulle dune,

lavarsi al mare.

Ma d’inverno

mi stringerai ancora?

Nei chilometri lenti

di passi piegati

mi brucerai

mi venderai

all’asta del prurito

alla fiera dell’astinenza.

Quindi ti sei fermato

e mi hai rivestita

piano

un pezzo alla volta

ed io bimba-grande ho pensato

che non sei la risposta.

 

Hai una figlia?

Sì, ma non sono un padre.

 

Ma dove dovevamo andare...?

 

Mi hai detto “dea”,

ti ho detto “angelo”,

mi hai detto <<resta.>>,

non ti ho mai più rivisto.

 

 

 

DIPENDENZA.

 

Per la nicotina ci vogliono novanta giorni

così dicono

novanta giorni e non ce l’hai più nel sistema

non ce l’hai più nel sangue

nella saliva, nelle urine

nei capelli.

 

Poi

la dipendenza

è solo mentale

così dicono

è solo gestuale.

 

E quanto ci mette la pelle

a smaltire il segnale nei recettori sensoriali?

Quanto ci mette il segnale a scomparire

dal sistema nervoso?

Il tocco,

quanto ci vuole ad eliminarne le tracce?

E quando

smetterà il cervello di scrivere abbracci in risposta?

 

Che dicono gli esperti, quanto ci vuole

per dimenticarti?

 

 

 

ESERCIZI DI PAZIENZA.

 

Il chirurgo ha operato il taglio:

la trachea è stata recisa

ed ora lo spacco canta

di glaciazioni lontane

di prossime grandi nevicate.

 

Arriverà una primavera

oppure

aspetteremo la prossima.

 

Quando lei

sarà bucaneve, fiore di scogliera

o bosco marino.

 

Quando lui

tessitore dei fili del tempo

avrà ultimato la sua tela

rivelatrice

di impensati destini.

 

 

 

UN GIORNO AVREMO.

 

Un giorno avremo un odore più lieve,

corpi franati nella pelle sottile,

teneri abbracci con gli ormoni assonnati,

litigi sciocchi da bambini impazziti,

mutande belle per il pronto soccorso,

le mele cotte come solo bagordo,

faremo festa finché il sonno ci coglie

giocando a dama con le nostre pastiglie,

due serrature per paura dei furti,

festeggeremo i compleanni dei morti

e se scorderemo cosa abbiamo mangiato

ci resterà il sapore del primo bacio.

 

 

 

PRINCIPE AZZURRO.

 

Ho smesso di amarti così

come quando Picasso cambiò periodo

perché aveva finito il blu.

 

 

 

SALUTI E NON TE NE VAI.

 

Saluti e non te ne vai

la maniglia della porta

è mille gradi celsius

fuori c’è aria avvelenata

e un crepaccio nascosto

sotto lo zerbino welcome.

 

<<Allora vado.>> e non te ne vai

e non ho più niente da dire

alle tue spalle incandescenti

ora la tua mano è fusa nella maniglia.

 

<<Allora ciao.>> e non te ne vai

che ne sarà del disordine allegro

del nostro ridere sulla morte

quando volevo un matrimonio segreto

e tu un funerale affollato

e il primo che ride ha perso.

 

<<Allora addio.>> e non te ne vai,

che perde chi dice rimango, e rimani.

 

 

 

INVETTIVA.

 

Smetti di frignare

di fare il disgraziato

che non sa più amare:

abbiamo tutti un dolore,

un sogno andato a male,

serve a misurare

il filo dell’aquilone

la gittata del cuore.

 

 

 

LOLITA ALL’OSPIZIO.

 

Da vecchia non ballerò il liscio,

non giocherò a carte, non cucirò,

da vecchia mi farò

di botox come eroina

truccata da vecchia gallina,

mi butterò nel vizio

lolita dell’ospizio,

da giovane ero bella, dirò.

Da vecchia, mentirò.

 

 

 

OGGI.

 

Oggi ho la consegna del diploma

nella scuola di mio figlio:

ho fretta, dottoressa.

 

Signora, lo sa che quando si viene qua

non bisogna avere fretta.

 

Proprio oggi, la consegna del diploma di mio figlio,

mio figlio.

 

Quando si viene qua non si deve avere fretta.

Qua. Ci sono ancora le sbarre alle finestre.

Le pareti tenui, color pastello.

Qua. Le infermiere gentili

ti chiamano ancora per nome.

Qua. Se bagni i pantaloni

lo sa tutto il reparto.

 

 

 

SOLDI.

 

Ho imparato che sulla terra la prima cosa più importante

è la salute, ma la seconda sono i soldi.

 

Perchè viviamo in un mondo fatto di materia

e governato dalle leggi della materia.

 

Invece t’insegnano che i soldi non fanno la felicità.

È un insegnamento che andrebbe totalmente abolito.

 

 

 

SPIFFERI.

 

Come sono belli sui monti

i piedi del messaggero di buone notizie che annunzia la pace.

 

Ma messaggero di bene tu non eri,

nello spazio sottile tra la cornetta e l’orecchio

faceva un gran vento,

sulla schiena voltata

uno schermo, una proiezione privata,

scorrevano già le disgrazie future

le voci, di là, di qua, gli spifferi.

 

 

 

L’ULTIMO FILM.

 

Fuori, l’estate furiosa batteva rovente sui palazzi,

ma lì nella sala è calato un inverno.

Si è posato sui muri, sul divano,

sui piedi improvvisamente gelati,

come uno strato di brina.

 

Hai aspettato composta la fine della chiamata.

Hai guardato quell’ultimo film sulla schiena di lui,

come assistendo alla profezia di una fine (la tua).

Hai guardato la schiena di lui come un cielo

su cui passano stormi di uccelli.

In quel momento, forse, hai smesso di fingere.

Ma non hai chiesto, non ti sei agitata, l’hai lasciato finire

(suprema scortesia, andarsene in anticipo).

L’hai lasciato finire.

 

Poi lui si è girato mentre lei già scompariva.

Scompariva dai piedi,

è dai piedi che passano tutte le malattie e le cattive notizie.

 

Quando si riceve una notizia inaspettata, si dice

<<Mi sono sentita mancare il terreno da sotto i piedi.>>.

 

 

 

BOLLETTE.

 

Qualcuno si è dimenticato di pagare le bollette?

Hanno tranciato i cavi, non c’è più campo, segnale?

La vita si svuota,

diventa il tu-tu monocorde

di una chiamata in attesa.

Il telefono squilla in una stanza vuota,

il suono rimbalza sui muri,

nessuno risponde.

 

 

 

DISTRATTA.

 

Sono stata una ragazza distratta,

che spesso perdeva le cose,

anche in casa.

Quando perdevo qualcosa,

e anche prima di partire per i viaggi,

mio padre mi diceva

- dove l’hai visto per l’ultima volta?

Hai preso tutto? Fai mente locale.

 

 

 

FENG SHUI.

 

L’altro giorno, dopo molto tempo, ho cambiato

la disposizione dei mobili nella mia stanza,

e ho messo la testiera del letto

sulla parete opposta. 

Feng shui significa letteralmente “vento e acqua”.

Mi sono svegliata di notte, di soprassalto:

la finestra si era aperta,

(forse un colpo di vento,)

era entrato l’inverno dentro alla

stanza. Non sapevo più dov’ero.

 

 

 

ORIENTAMENTO.

 

Dicono di non dormire con i piedi rivolti verso la porta

perchè è così che dispongono i defunti. 

Altrimenti, viene la morte, e ti prende.

 

 

 

ALZHEIMER.

 

In italiano “senza mente”

è uno stato mentale a cui si può arrivare con la meditazione

o anche durante le attività quotidiane,

è una mente non fissata o occupata da pensieri o emozioni,

e quindi aperta a tutto.

 

Svuotarsi da sé, pur rimanendo se stessi.

 

La mente dei malati di Alzheimer

è come una grande casa vuota.

 

 

 

MADRE.

 

Una foto da ragazza

occhi chiari, sorriso aperto

fragile e incontaminata.

Madre quante volte

non mi scorgi

e quante

ti rivedi in me

e vorresti scuotermi

ti sei creata una scorza dura

per stare al mondo

hai creato corazze per sopravvivere

al freddo

vorresti insegnarmelo

vorresti vedermi

forte

ma io tremo al sole

ma io zoppico di nodi non sciolti.

vorrei stringerti in un modo armonico

vorrei piangere e che tu asciugassi le mie lacrime

e il mio freddo

ci sono foto nel cassetto

c’è il tuo diario di poesie tra le mie cose

c’è la tua delicatezza

presa a pugni troppe volte

fino a congelarsi

ma io so che c’è

e la invoco sempre

nei miei gesti così simili ai tuoi,

non ci si capisce a volte

si ergono muri,

ma aldilà di essi ci sono distese in fiore

dove io e te madre danziamo complici e senza maschere.

Madre stringi il continente nudo

dei tuoi sogni

cucina e ascolta canzoni

nel tuo chiarore così scuro

rinasco ogni volta

stendenti affianco.

Sorridimi

quando il vento soffia forte

sgridami

quando mi arrendo

annaffia i tuoi

fiori

e tra loro annaffia me

nei giorni di ombre

e silenzi.

 

 

 

SOLE PALLIDO ALL’INFERNO.

 

Camminavi a piedi scalzi nel dolore

anche se c’erano le spine

sole pallido all’inferno

ogni gesto schiuma di mare di cui non ho saputo parlare

mi facevi vibrare di fantasia

anche se ero circondata da sbarre e non avevo più l’anima

tu me la restituivi con i colori, con le ciliegie

con le infinite passeggiate

dove le parole sarebbero state di troppo

sei il primo amore

che mi ha raccolto morta quanto tutti gli altri erano in ferie

sei l’ultimo amore perché hai vegliato

così tanto su di me da far ritornare due occhi gentili

alla mia porta.

Sole pallido all’inferno attenderò

nelle notti d’estate il tuo volo

verso il sogno più scarno e più vero.

 

 

 

SOSPESI.

 

Una paura immobile

mi guarda fissa

gli abbracci non esistono

il respiro non esiste

l’incertezza ricopre le emozioni

si prova a guardare un fiore

o i raggi che dalla finestra entrano

nella stanza

ci sei tu con i tuoi fogli

e le tue illecite speranza

vorresti gridare nuda

per il tuo paese

pisciare fuori l’amore

e la rabbia di certi momenti sospesi.

Sospesi tutti

cercano tesori

in sorrisi ricordati

il telegiornale ritma

il tempo dei pensionati

e degli adolescenti

ci ritroviamo

succubi

di un tempo morto.

Ed io scrivo e mi dimeno

la voglia di vita

implosa dentro

diventa panico e tremori.

 

La paura della morte

fa un solco profondo

nelle anime silenti allo stato di cose.

Oggi ho visto uccelli spiegarsi

nel cielo

erano neri e lontani

migravano altrove.

 

Vorrei anche io lasciare il mio paese

le mie scarpe

i ristoranti noti

per scoprire

nuove cose.

 

 

 

REGALO DI NATALE.

 

Sei nel letto

mi dici di salire che mi devi fare vedere una cosa

nel mio posto di sempre

c’è una scatola con un peluche e una salsiccia calabrese.

le origini e quel pupazzo che fa tenerezza

io sono in mille parti

stento a camminare

fuori tutti vanno con le mascherine

e fa freddo dentro e fuori

tu mi sei padre

e mi dai sollievo

con una parola

un gesto

a volte ci facciamo la guerra

scende

un’ombra compatta sul nostro rapporto

vedo il tuo corpo cambiare

il tuo viso cambiare

provo tenerezza lì dove avevo sempre provato

paura

come se si sciogliesse

qualcosa

di tosto dentro

ma mentre si scioglie

fa anche un grande dolore

con l’amica ci siamo dette di scovare il bello

nei momenti

di scorgerlo

anche se a volte si nasconde per bene

come se giocasse a nascondino

con le nostre ferite ancora sanguinanti.

 

Tutto si trasforma e sento un freddo compatto

che a volte mi passa sopra la schiena.

 

La gioia e il dolore

sono uniti inscindibilmente

e sento che non sono adatta al mondo

ma poi penso al thè del pomeriggio con mio padre

penso alla Vigilia che si avvicina

a mia nipote che fa gli esami

e penso al mercato fuori al paese,

mi distraggo per un attimo da me stessa.

e riesco a fare luce.

 

 

 

MILLE ANNI.

 

Durante il nostro cadavere 

furono colpiti alcuni verbi di movimento

e diversi corpi già ripieni di sale

tentavano segnali da tomba a tomba

battevano le ossa nel buio

di quello che non verrà conservato.

Non ricorderemo nessuno dei sacrifici

e quello che avremo mancato 

mancherà per sempre.

Ma noi che nella poesia ci scorzammo

così crudamente scorzati dicevamo:

<<se sei nella mia parola

 allora pronunciati con un fatto

 perché quello che avremo mancato

 mancherà per sempre.>>

cosi crudamente scorzavamo 

l’atto che non vuol essere detto

battevamo nel buio le ossa 

del verso che non verrà conservato.

 

E il nostro cadavere durò mille anni.

 

 

 

LA PAROLA GRAVE.

 

La parola “grave” non aveva svolta

e il trauma fece il suo dovere

coprì il lago con un livido

e colammo tutti del siero sulla neve.

Venne poi il tempo

della comparsa meno decisiva

e l’estraneo abbandonò anche lo spellamento delle colline circostanti.

Nessuno sorvegliava l’intrattenimento del corpo morto.

Solo alcuni di noi ripetevano

un nome che avevano imparato da bambini

senza suono

una mimica a cui cadeva il muscolo

e si decise per l’abbreviazione di tutti i nomi

in dio.

Dire dio per dire tutto

una smagliatura al bordo delle bocche

di chi ancora riusciva a pronunciarlo.

<<Più mi nutrirò di dio più sarò sacrificabile,

più sarò sacrificabile più sarà possibile

dire dio per dire tutto.>>

dicevo.

 

Se la verità incontrasse l’errore

chi dei due l’altro potrebbe divorarselo.

 

 

 

LA RADICE DEL PIANTO.

 

Per un certo periodo di tempo

creammo un linguaggio sostitutivo

un linguaggio che ci ricordasse

che eravamo anche in condizioni di danneggiamento

della nostra memoria

e c’era poi quell’ombra a contatto con la terra

e tutti i suoi legami con la morte.

prima che l’emissione del corpo allo stadio verticale fosse possibile

ci venne chiesta una confessione carnale.

Guardavo il mio linguaggio e gli chiedevo:

<<sei il mio doppio animato

o sei un contorno che ancora evoca un viso

un’impronta feroce a cui devo sovrappormi per contatto

e trapassare il bosco? >>

Fu il giorno dell’espulsione della radice del pianto

il giorno in cui lettera dopo lettera

scostai la pagina

raccolsi la bambina invecchiata come una pietra

dietro la porta di una colpa

accelerai il tempo violentemente accelerai

le feci crescere l’inguine avvolta dalle mie braccia

e i nostri inguini si cicatrizzarono tra loro

duramente

entrambe silenziate da quello 

che non eravamo state in grado di essere.

Questa è la violenza bianca

la sostituzione dei verbi molli con verbi duri

<<non devi piangere adesso>> le dissi,

le dissi <<resisti, è il giorno dell’espulsione

della radice del pianto,

abraderemo il nostro viso col linguaggio

volteremo un’altra pagina non scritta

e scompariremo entrambe, non temere

scompariremo. Non torneremo mai più.>>

 

 

 

DA TORACE A TORACE.

 

Per non interrompere la nostra vicinanza

parlai a te come ad un morto che tenevo sulla schiena

per non perdere il contatto con la voce

da torace a torace avevo fatto un buco che ci unisse

una forma di vuoto da accendere

e in mezzo un fiume

e intorno al buco, il bosco.

 

Il centro del corpo è la mancanza di corpo,

guardare tutte le cose a partire dalla loro inesistenza

per non interrompere la nostra vicinanza

parlai a te come ad un morto.

Quale sarà la parola dalla quale ci ricongiungeremo?

Tutto ciò che si ama 

è per amore di quello che sarà all’ultimo.

 

 

 

CON-TATTO.

 

La domanda dichiarava qualcosa di estremamente grave

ma non c’è linguaggio per la domanda.

Qualcuno era arrivato al desiderio di bruciarla

esporla al sole nella sua prepotente durezza.

Ci raggiunse invece come una svenuta spinta da uno scivolo.

Non toccatela, dicevano,

toccarla è un atto di danneggiamento.

 

Ma toccarla è tutto.

 

Quando venni denudata 

dissero che anche i seni non c’erano più

che a passare una mano sulla pelle

una guaina cicatriziale rivestiva il libro

che ero diventata una conseguenza per toccamento.

Solo da qualche parte una forma di braille 

pareva emergere dalle nostre stesse mani

ma la paura del danno ci disse solo

che tutto andava riassorbito.

 

Dimmi, anche tu hai spinto l’immagine

per accertare che la sostanza fosse umana?

Hai corso in cima alle scale con tutte le tue pagine

perché ciò che verrà riassorbito

lo chiami dio dentro il buio

inguardabile immagine tua e somiglianza?

 

La risposta dichiara qualcosa di estremamente grave

sviene

cade da uno scivolo

nessuno toccò il corpo toccato

nessuno si accertò che la domanda fosse viva.

Lasciatela riassorbire, dicevano.

Le parole divennero spettri tra i vivi e i morti

non parlavano più

svuotarono i fogli

e anche le mani si lisciarono.

Quelli di noi che erano rapaci 

Rotearono in forma di pupilla nell’aria

senza la minima ragione conosciamo

la Parola nella sua immagine.

 

 

 

ASSENZE.

 

Me ne intendo di assenze,

ne frequento parecchie

ognuna, lo spacco di un pezzo 

nel corpo

ognuna ha un rammendo che le altre non hanno.

Un tondo di bisturi è quella

spietata

di uno 

spietato

amato e riamato

cucito sul seno, dal seno strappato.

Si chiama pazienza la toppa che prima

avevo cucito per quello umorale

ormonale, amicale 

inetto all’amplesso:

la più sacra e infida, la più necessaria

mi serve ogni giorno ad amarci la gente

sorridere a tutto

a non giudicare, 

mi serve ogni giorno per essere mite

per essere stupida agli occhi del mondo. 

Febbrile, la tua, aveva lasciato a sbarcarsela 

in patria

un guscio di corpo senza più tuorlo

là sul verone non scavalcato

miracolosamente 

risvegliato da un gotico fiorito

di marmo su cielo in terra straniera.

Me ne intendo di assenze e ognuna m’impara

l’anelito non necessario

eppure genetico alla fusione.

 

 

 

TI HO SOGNATO.

 

Ti ho sognato in bianco e nero. C’erano 

un covone, una scala di legno, un border collie e un banco 

pieno di attrezzi da artigiani. 

Tu eri gentile e goffo, avevi più capelli 

e ti vergognavi di abbracciarmi: 

l’anelito dissuaso 

nel tuo corpo

prendeva forma di una buffa piroetta. 

Ti ho sognato che era notte mi è sembrato 

un presagio oppure solo 

ho sperato che lo fosse 

allora lungo il giorno non ho smesso 

di aspettarmi d’incontrarti 

voltandomi a ogni segno, suono, senso. 

Ma la realtà è un ordito dai colori molto seri

ci ho guardato dentro bene 

tu non c’eri.  

 

 

 

A M. PER IL SUO COMPLEANNO.

 

Quando penso che mi manchi non penso 

alle tue mani 

né alle scie di grafite che hanno tracciato 

cercandomi sulle mappe 

fin dove potevo fuggire. Di più mi manca 

l’accartocciarsi lento di ciò che cede al fuoco del tempo, 

quello che poteva essere e non è 

stato. 

Quando penso che mi manchi 

non penso al congedo estremo di una lettera ricevuta di sera,

all’inchiostro della tua lingua 

che nella mia bocca 

non ha mai scritto un addio 

(o io non ho saputo leggerlo)

né alla sua consistenza

di sole che non ha bisogno dell’estate 

per trasformarsi in vacanza. 

Di più mi mancano 

la mezzaluna dei tuoi occhi che profumano di caffè 

e l’arsura che le assetava ogni visione. 

Ma soprattutto mi manca 

averti davanti

ascoltare il concerto tumultuoso

di quella partitura per timpani che chiami psiche

assorbendo il tuo passato, benedicendo 

i progetti tuoi con il silenzio mio

quando penso che mi manchi.

 

 

 

SENTIMENTALE.

 

Vedi alla voce

non vergognarsi di essere

una.

Ho pensato 

spiegando 

sul letto il lino croccante 

che per me sola non avevo più steso,

celeste

veronica 

avrebbe invece voluto allora

per le mani che lo scelsero sprovvedute, non presaghe

essere filaccioso imeneo.

 

Portolano sapiente del karma

ha svelato la costa puntuale

di quella vita in cui non volli

non seppi navigarti.

Io spiegavo, e più ancora esso a me

a ogni angolo aperto odorando di una fragranza non mia

non della mia biancheria.

 

Eppure lavato, stirato, riposto da me 

nel mio armadio.

 

Tuo timbro aromatico

nudo 

nell’intervallo dei baci alla pelle, allo spirito, al cuore,

all’amigdala e all’ippocampo,

al mio corpo nudo appena sopra disteso,

all’ordito, alla trama, alla tela,

eco che adesso ripete,

confidò di te l’antica fatica di essere maschio,

lo sgomento dei sentimenti,

le sconfitte che allora mi erano estranee, che subito 

forsennatamente amai e che ci hanno fatto 

perdere 

me.

 

 

 

UBI CONSISTAM.

 

Tu pietà 

per la vita ch’è nel bruco

tu autunnali viscere del fuoco

tu tempra di frigide astrazioni 

disequilibrio di farfalla 

enigma 

di leggerezza e acciaio 

tu discepolo

maestro vulnerabile 

invincibile 

e gravido di me nel nostro andare.

Delicato altro tu 

sostenibile attrito

ruvido, arrivi

predicato di coscienze remote

da qualche passato carnale

e resti.

Sei.

Visibile fragranza

tu infinito

irriducibile

di rette

attraversi 

miei sentimenti fegato encefalo respiri cartilagini miei

appetiti

mio citoplasma attraversi e scheletro. Mio tutto, 

che sono, esplodi 

frantumi in armonie di voci poi 

ricuci.

Lama d’intelligenza 

(per essenza)

tu bulini 

con chirurgia non sempre intenzionale

l’estetica rafferma, abituale

del dimostrarmi il mondo:

e nasco. Gemmo e più e più 

per questo

m’assomiglio.

Tu frammento

intero

del Volere

nei ceppi decadenti del presente

educhi forse un Dio che sa danzare.

E resti. 

Sei. 

 

 

 

INVERNO.

 

Inverno,

le vie del paese.

Tu nel frattempo

mi hai finito in bocca,

mi hai finito la bocca.

Non temiamo il freddo:

le vie del paese

leniscono crepe.

 

 

 

LUCIDA-LABBRA.

 

Lascio che il mio lucida-labbra

dinieghi la tua luce interiore.

Quella che il caso mi donò la prima volta

vestita a damigella.

Parlo di crema che soffochi, non turbi ma copra:

i tagli della pelle sono incisi nella terra.

Ho creduto fino ad allora al miracolo degli occhi.

 

 

 

INSONNIE.

 

Furono feroci insonnie

quando divenne notte,

calò il buio, in ordine sparso

divorando lo spazio del riposo.

Furono fumate di borotalco

quando la veglia divenne certa,

caddero le ore, in ordine sparso

si accatastarono diventando giorno.

Furono graffi d’acqua

quando il sonno si dileguò,

grandinarono numeri

in ordine sparso,

s’appoggiarono su pezzi di cose,

arrese alle forme dell’abbandono.

Accadde; quando la pioggia cadde

in ordine sparso, 

solo odore di polvere

sulle ombre della realtà.

Tutto fu poi silenzio,

assuefatto alla continuità,

dormirono sagome-irregolari

in ordine sparso,

e tornò poi l’epoca del sonno.

 

 

 

SMETTERE DI FUMARE.

 

Nell’attesa di niente, 

fumo,

mi sono imposta l’astinenza ma niente:

la resa non sembra arrivare.

Il corpo vuole fumare, 

tossire

e capire se esiste, 

veramente.

La mente si pensa ventenne,

vorrebbe dormire truccata,

lavarsi di dosso il giorno,

scavare la notte dai muri.

Ho proposto: 

passeggiate calme

calde tisane d’Oriente, 

creme profumate d’estate, 

vitamine al sapore di vita e sale, ma niente:

non sembra affatto funzionare

e continuo ininterrottamente a fumare,

l’attesa vestita di niente...

 

 

 

PUBBLICITÀ.

 

Ieri al telegiornale,

hanno detto tutto

e non si sa più che cosa pensare

se dare retta a chi c’era

e l’ha saputa fare la rivoluzione

o a chi era assente (giustificato)

e se l’è solo immaginata

durante la pubblicità.

Senza scuse.

 

 

 

VOCI DI CORRIDOIO.

 

Strisciano, si infiammano,

s’insinuano-insinuando

e giudicano storie,

le voci di corridoio.

Scricchiolano d’invidia

e vociferano sibilline

sillabe avvelenate,

vocali disarcionate,

consonanti critiche.

Accusano senza scuse

sospirano, fumando vendetta

recitano certezze, ingannando

e non si esauriscono mai.

Poi si propagano, 

mentendo però

un sorriso sincero.

 

 

 

AL CONTRARIO.

 

Senza apparente conseguenza 

perduto era quel giorno smemorato,

altri frammenti di giorni a pezzi 

spazzavano via discorsi razionali, 

e scendeva, infine, lento il sopravvento 

di dire tutto al contrario di tutto.

 

 

 

MARZO, LA FINE.

 

Lo spazio tra le pieghe che mi fai

del legno è la vocale piana

che finta e sbadata spezzi, questo

è il mio corpo in respiri storti

tra un giro di orologio e l’aprile

che bussa a dirmi che è vero:

mi ami solo a resti.

 

 

 

QUANDO VUOI PREGARE.

 

Quando vuoi pregare disàrmati i denti

lascia le gengive accogliere delle parole il ferro.

Inginocchiati. 

Stacca un pezzo di terra.

Accostalo alle palpebre, senti il fruscio?

Cura il ginocchio sbucciato, sfiorane il sangue,

mostrarti al mare affamato

trema le parole, serra i voli di due gabbiani,

la verità pesante è mietere un soffio:

pregare, disarmati, inginocchiati:

mandami segni che misuri la parola della mia disonestà.

Lo chiedo. Lo esigo.

Poi, torno calabrone senza ali nella tua tasca.

Lontana sempre on demand.

 

 

 

50 LIRE.

 

E così hai messo in fila

tutte le lettere dell’alfabeto;

ma io resto sempre qua,

un errore muto 

tra l’avere e l’andare,

le 50 lire di resto per una birra al discount 

che rimbombano rimbombano rimbombano

le ore appese al saltellío di due viti 

nel cavo della mano destra

e confondi un frame sfuocato con un filtro: 

mai più è una Big Babol ormai bianca.

 

 

 

AGOSTO.

 

Sei la misericordia che a passi sordi cola

nel viale delle lavandaie, dei tavolini vuoti, 

le insegne con la A rotta. 

E sbiancheremo come elefanti ciechi

ci romperemo, noi, pelle di vitello.

Agosto è tirare una riga sopra,

il pappagallo che al lentisco cede la tua parola.

Per rompere una verità servono due voci, 

in un bar chiuso per lavori in corso.

 

 

 

LA FARFALLA.

 

Quando ti dico:

delle mie paure al centro

sei farfalla e borotalco,

distratto mischi cotone e viole.

E se ti sollevi, lo sai

io gelo a Settembre a Oriente.

 

 

 

IL FRUTTO DELLA PASSIONE.

 

Io sono zitta.

Le metto in cella le parole: 

un dono a cubetti

da sciogliere, piano, ché fuori

è Giugno. E le cicale ti dicono che è tardi,

Amore mio, che un dolore elegante

è nei semi del frutto della passione 

sono pesci di lago, hanno gli occhi gonfi, 

li conto: se sono pari, 

non ti mangio più.

 

 

 

I QUADRETTI.

 

Un abito a quadretti, il mio Luglio;

te lo mostro elementare, il dolore pulito

come i denti piccoli dei bambini

come le cicale alle due e venti, oggi che piove.

Parla piano, ti ho detto, se esci dal bordo

vedi il silenzio delle lumache rosse:

si sciolgono sotto il sale.

 

 

 

SEROTONINA.

 

Serotonina, invaghirsi e tu sopisci,

mentre ti togli il botto, tutto io cerco,

tutto t’inseguo, denudo, striscio;

riprendimi a dosi di potere, gocciolo,

ricominciami dove, altrove.

Sputa lo scarto, economico oppio e pasta madre

il tuo seme. Spento.

Lo so il momento, la via, la fuga capisco

tu mi leghi, non scappo, nessuna via.

Taci dici con le mani isteriche, il rigo alto,

la tua voce, io sottile ti monto.

annodo i colori sbagliati, sbaglio.

Gli errori bambini che si fermano sui polsi,

timbri, vergogne, srotolo la lingua nel tuo nome,

quindici battiti che prudono.

 

 

 

TENEREZZA.

 

Il mio cuore, cioè la mia testa

che nel cuore si fa sentire,

batte spaventato, in fretta e furia,

a fatica e in vano sente tenerezza.

 

Lo so: tenerezza per ciò che non è stato,

e nostalgia, di un futuro che non verrà:

lui batte per questo, e sente male

nella testa, dove risiede con tutto il suo essere.

 

Perchè negare la verità?

Se è la testa che sente,

il pensare sarà sentimento

che può liberare dal sentire.

 

 

 

FUTURO.[5]

 

Il cranio bucherellato da cui s’intravede il volto sparso,

il carcere dentro l’oblio, la liberazione finalmente,

io non sento altro che dolore scavato nella roccia,

e le immagini celestiali da cui l’imago non fa parola

il cielo brunastro, le fumigazioni potenti

l’io che s’innalza a Dio, piccolo nella sua continuità,

le farfalle nelle falene si perdono nella notte;

non è un addio, il futuro ci aspetta come un’onda.

 

Cristo ci promise le stelle e tutto il cielo nascosto 

dietro la concava luna, un osso che osserva perplesso,

le immagini di una gente immobile,

la spirale dei bambini che s’arrampica sulle coscienze,

non c’è niente più valoroso dell’amore,

i cavalli urlanti così belli, così belli

i tuoi occhi verdi, così belli, così belli,

e il tuo volto oscurato che ride e mi accarezza le rughe

vicino a me, vicino al cuore e alle vene,

nel sole io muoio, io nasco nelle tenebre

nel raggio io verto sui tetti del mondo,

una gatta che s’inerpica sulle grinze delle spalle.

 

Se potessi dire quanto ti ami,

avrei ai piedi la terra e tutti i pianeti d’attorno,

il tesoro e le onde del mare,

perché sai che ti vedo dappertutto;

il settimo sigillo è compiuto,

voleremo assieme,

combatteremo e voleremo e combatteremo,

dentro nel profondo delle nuvole,

prima che il giorno finisca,

lo spirito ci guiderà.

 

 

 

SCRICCHIOLANO LE OSSA.

 

Scricchiolano le ossa

al contatto con la pelle ruvida,

si sente un vago profumo di fiori

nella vasca da bagno.

Il sentore al tramonto è sempre

lo stesso ruscello di sangue;

batte il colpo e casca continuamente.

 

Io so perché le cose si sono traumatizzate;

le abbiamo spinte ai limiti del baratro

e le abbiamo lasciate lì, in procinto

di cascare nel vuoto fitto fitto.

Saremo persone migliori quando

il nulla diverrà terra su cui baciare gli antenati,

su cui Giuditta camminò scalza e rovente.

 

La vera sera si contempla come notte,

senza i lumicini delle stelle, è morte

nera e velata quella che disgiunge il fuoco

senza toccarlo né bramarlo.

Leviga la preoccupazione, rendila aria,

ché ci si può nuotare tranquillamente

sguazzando nel fango.

Da ora in poi renderemo al cielo ciò che

più lo aggrada, e saremo noi

 gli astri nascenti.

 

 

 

DEDICATO.

 

La rosa bagnata che ho poggiato sulle mie labbra

mi ha coperta di spine,

e il sangue che dolcemente ne rivolava

mi rendeva inebria di purezza, una levigatura ad intermittenza,

un osso di cane che si maciulla e rende fame,

una catena che si divincola tra gli spazi

ed annerisce la pelle candida di sprazzi neri.

L’aria danzava lenta, inerte, sulle mie spalle

e le gote diventavano rosse di miele 

e lavavo via ogni peccato lacrimato

ché senza redenzione avevo perso la strada.

 

Io non seppi cosa fu, ma mi ritrovai abbandonata

un randagio che svicola da angoli bui e strade stantìe

un cranio che sbuca tra i rifiuti e una busta, ricolma di pece,

che sgranocchiava un ratto dalle sembianze demoniache.

Rachele ebbe desiderio,

e fu accontentata nel giuoco delle anime;

io per contro accarezzavo la testa di una bambina

e le parlavo dolcemente.

Ci trovavamo tra dipinti d’estasi, in stanze d’alabastro,

ci trovavamo nude e pericolose,

ci trovavamo col rossetto rosso 

ci trovavamo belle.

 

 

 

HO SEMPRE DESIDERATO QUESTA VITA.

 

La ferrugine mangia le ringhiere sull’asfalto.

La notte cola lenta sul cuscino

E le mie stelle da comodino, le luminose fisse,

non spiano più, sono cadute a frotte giù per il pavimento,

e adesso risplendono dal basso verso l’alto.

L’osso che parla brucia e si contorce;

fa male sentire d’essere diversi ed ancora più

sudare tra la gente un collante che non attacca.

Si erge alta la luna nera che specchia il mare,

si fa melma il meriggiare di ragazzi che bevono in Lungodora.

Il tessuto di nervi e cellulosa si aggroviglia manesco sulla mia tempia;

batte il colpo come un ticchettìo d’orologio.

E pulsa il cuore, pulsa come sangue raggrinzito,

l’avete dato in pasto alle mani voraci di negletti,

e l’avete usato a vostro piacimento.

È carne che penzola dalla finestra,

tesa, a sventolare, come una bandiera.

E rosicchio l’aria, ché quando m’entra in gola mi asfissia

e inaridisce le membra calde.

Si gela; mi copro d’un cappotto nero fino alle caviglie

e osservo la pioggia.

Plumbea e nera si suicida sulla strada, goccia per goccia.

E bevo di quella sete che arrossisce le gote,

e sento lo scrosciare d’acqua sulle ciglia bagnate.

Mi aspetti sul torrente opposto;

sono in ritardo di due ore.

Te ne andrai, amore mio,

lasciandomi sola a gocciolare su questa sponda triste.

E grido d’un grido dallo stomaco che il cielo piange e si dispera.

 

 

 

PIOVE.

 

Piove; si assottigliano i funghi tra le erbacce incolte.

La mia rabbia è diventata parassita,

non riesce ad estinguersi in fuoco –

ed io cerco la fiamma, il fango, il disprezzo.

Mi faccio del male da sola, con la frusta di daino,

divento piuma e ferro nello stesso momento.

Non so dire il garbuglio che mi porto dietro;

sono fili ingessati che hanno nodi spettacolari.

Ed è la carne favolosa ridotta fino all’osso

Che mi spaventa.

Ho bisogno di riposare, di rifocillare la mente.

Invece rimango inerte sul letto a guardare le incrostazioni del soffitto.

La luce della finestra contorna gli specchi bugiardi,

mi restituisce un’immagine incolta, una solitudine che non si spiega.

Gli occhi, lumicini ardenti che si spengono col vento.

Sono una creatura miserabile e meravigliosa,

ma taglio le ferite con estrema imprecisione

e la chirurgia non può fare effetto.

Mi hanno trovato dentro ceralacca di buste che non ho mai spedito.

La segatura mi contiene e mi fa bambola.

Le ciglia grandi e nere non sanno più arrivare in cima e si disperdono,

pezzo per pezzo, rendendomi la vista fragile e flebile.

Aiutami a vedere, a comprendere,

la matassa che si stanzia come cellule impazzite

dentro la mia esistenza.

Solo così potrò rammendare la lana con cura,

distorcere e separare la necrosi maligna,

l’imago decrescente che dissotterra la neve.

Ho freddo. Tremo di ingiuria, tremo di cattiveria,

temo l’indicibile e lo sconosciuto, li disprezzo.

E non faccio altro che cucire la pelle dietro la schiena,

ché spaccata mi rende le ali non più in grado di librarsi.

Nel fango c’è la vita: ricordatevi sempre che gli ultimi saranno i primi

a finire in ospizio, dove troveranno un posto migliore

in cui mangiare brodo caldo per poi morire;

che la ferita si rimargina solo con gesso e salvia.

 

 

 

TI SOGNO.

 

Ti sogno con le labbra rosso sangue,

ti sogno assorto nella pioggia.

Il volto livido, benefattore del cielo;

piango carnalmente il figlio perduto,

mi lascia spazio la voracità della luce;

sembra inghiottirmi in una cernita di gole.

Hai le mani bianco latte, screziate dalle gocce di sale.

Verrei a rompere la stasi che ti socchiude

 ma non mi è concesso entrare nel mondo dei morti.

Abbiamo bocche terribili e un fagocito di cellule che respirano;

siamo vita mangiata dai cani e siamo affamati.

Deglutisco un cucchiaio di dolore,

lo combino con dell’acqua per mandarlo giù.

È la medicina, presa puntualmente, che regola i ritmi del cuore.

L’aculeo velenoso si conficca tra la mano e la piaga;

non sento niente.

E rimango sola dietro la finestra,

a guardare il tempo soccombere sulla lettiga di velluto,

lo guardo perire e cementare.

I cuscini si sono strappati,

non c’è più posto per riposare,

mi socchiudo il corpo in un ecometro compatto.

E non c’è ginocchio che tenga;

l’osso si distanzia e si deforma, crepa di venature violacee.

Come puntine nella notte accendo il lumicino 

che rischiara la stanza;

è l’ombra che mi fa paura, mi terrorizza a tal punto

da farmi smettere di mordicchiare.

La testa del morto è grigia;

si muove a ritmi lenti e mi guarda dormire.

L’entrata della grotta è cavernosa.

Tu mi dicesti - guarda, sembra che il soffitto venga giù.

Si squarciava il lembo per soverchiare il mare;

una traccia d’azzurro che pareva dire - io esisto.

 

 

 

PAROLE CHE SCRIVO.

 

Scrivo parole ogni giorno.

Non so dove arriverò,

scrivendo.

So che potrei tacere.

Colui che sa, non parla.

Muto nel ventre del tempo

dove uomini gridano, anche.

Lo sguardo

basterà per comprendere e dire

quanto la voce non dice.

Sfioro ogni istante, ogni giorno

l’urlo e il tuono. Vivo intorno.

potrei fermarmi e attendere.

in silenzio.

 

 

 

VEGA E ALTAIR.

 

L’anno contiene quest’unico guado

verso di te. Ogni volta

lo trovo un poco

più sommerso, l’onda

più gonfia, la corrente più minacciosa.

Io t’ho raggiunto ancora, ed ogni breve

istante che trascorro accanto a te

diviene un ‘sempre’ e se ne nutrirà

anche il tempo deserto.

Se una dura

legge c’imporrà un ‘mai’, noi condannati

ed immobili sulle opposte rive

intrecceremo tuttavia i richiami

di un desiderio tramutato in splendore.

Così la Tessitrice ed il Pastore

si rispondono: Vega ed Altair

tra cui si snoda l’alto

stellato fiume.

 

 

 

CIÒ CHE DEVE ACCADERE ACCADE.

 

Casa di ringhiera e cotto

dei primi novecento,

la corte accoglieva propositi di

nebbia. Tu eri sommerso, io

potevo solo esserci.

 

Ho in mano il tempo dell’aurora,

pesano come profezie

le scaglie di maggio nel vento.

 

Schierati i promontori,

un respiro di sogno,

legioni di angeli

verso il punto cardinale

della mia fragilità.

 

Oltre la notte, colline in fuoco

suono d’argilla,

prendo la tua misura alare,

levità di mare.

 

Gli arcieri del celeste infiammano

la notte, è il canto

di un merlo, un soffio a bastare.

 

 

 

ASTRAZIONE.

 

Condannata a morte apro il vocabolario:

è un’astrazione fantastica l’ideale – mai reale.

Un serial killer che torna sul luogo del crimine

un unico ben assortito bersaglio: io.

«E non supplichi la salvezza», dice la dottoressa.

«Il fuoco fuoriesce dalla sua mano

e il ramo di mano, l’altra, mi accarezza»,

le rispondo. Le parlo della mia casa, vista da fuori.

 

 

 

RASCHIARE.

 

Ho un sassolino per amico

e un sentimento sul fianco

alle spalle e sul davanti:

il terrore di sopravvivere al dolore

a te al male che Resiste.

 

Cancellare come dire raschiare

smangiare le unghie

un prolungato graffiare

e neanche la terra si concede a

consolazione.

Lo sporco è invisibile ma rimane.

Urla ingiurie umiliazioni perdono.

Aloni sottocute. E ancora il perdono.

Sento tutto, tranne te.

 

 

 

OTTAVO PIANO.

 

Ottavo piano e nessuno fa davvero male piano

otto come il conto che manca la ragione

La fine prima del coraggio

 

Non ti sei mai chiesto chi sono,

quale oscurità, luce, desiderio...

Il mio dono è lasciarti il ricordo

la spirale di un perdono che non tocca

il principio, che solo tu sei.

 

 

 

PONTE.

 

Assassinare il luogo, casa mancata

azzerare per negare il frastuono del

tintinnio di chiavi.

 

Sapere di chi sei oltre il dolore

come ossessione che consola

davanti al ponte che mi scollega.

 

 

 

FONDALE.

 

Affidare alle cicale una sordità cercata

peso e assenza di tua umanità.

Il fondale esiste vive marcisce.

È dono mio la tua cecità,

dico al magistrato, prete confessore.

E mentre sommo i dettagli della tua crudeltà

penso: sarà semplice dare alla gioia una

lingua che non conosco.

 

 

 

GIOVINEZZA.

 

Dalla terra estrarre la pena degli occhi

sorridere come sprofondare

davanti al sangue che punisce

Ho cominciato sempre dalla fine

a cui mai arrivo. Come un’eterna giovinezza,

che mai sboccia per il troppo vissuto.

 

 

 

ESODO.

 

In un tempo in cui erano ancora lontane tante delle conquiste di cui oggi godiamo, Virginia Woolf in “Three guineas” invocava la distruzione della parola feminist definendola obsoleta. La sua è una visuale ampia che va al di là del genere e che pone come linee guida tre parole di valore che spesso non trovano spazio nel nostro mondo: Justice, Equality, Liberty.

L’auspicio di Virginia era che donne e uomini lavorassero insieme per le stesse cause e, purtroppo, questo obiettivo è ancora ben lungi dall’essere realizzato. Sono ancora prevalentemente le donne a lottare per la parità, e non tutte condividono gli ideali di questa lotta o percepiscono come un pericolo la società patriarcale nella quale viviamo, esattamente come la maggior parte degli uomini. Questo è un dato di fatto, ma sebbene esasperante è importante che la lotta sia libera dalla rabbia, quella stessa rabbia dalla quale ci mette in guardia Virginia Woolf, stavolta in “A room of one's own. Del resto, certi retaggi possono essere demoliti solo con l’accettazione e la consapevolezza e d’altro canto non è con la rimozione delle realtà scomode che percorreremo più velocemente la lunga strada verso la parità, soprattutto perché tra queste realtà scomode ce n'è una in particolare che fa rabbrividire: siamo cresciuti in una società patriarcale e l'abbiamo assorbita fino al midollo.

Recentemente ha fatto scalpore la temporanea messa al bando di “Via col vento” da parte del canale americano Hbo, perché razzista, come se bandire un film cancellasse il dato storico: lo metterebbe solo a tacere; e se dovessimo ragionare così anche per l'idea di donna trasmessa nei secoli dei secoli, dovremmo bandire almeno gran parte della filmografia, quasi l’intera letteratura e molta, molta musica. Hbo ci ha ripensato e ha riabilitato la pellicola annettendo un’introduzione storica. Eppure, per un motivo o un per un altro, quanti altri film avrebbero bisogno di un’introduzione del genere!

Dovremmo smetterla di definirci femministi e femministe, attribuendoci un termine dispregiativo prodotto dal patriarcato, ci relega a un ruolo settario. Finché continueremo a usare una parola figlia della società che combattiamo non creeremo un mondo diverso e renderemo più difficile l’inclusione di tutti coloro che nei confronti di questa parola hanno un pregiudizio e che potrebbero invece collaborare alla creazione di una realtà basata su giustizia, uguaglianza e libertà. Perché, non so a voi, ma a me il “mondo nuovo” che sta sorgendo non piace affatto.

Per concludere questo breve preambolo, credo che la parola “femminismo” non sia (evidentemente) più adatta a esprimere un concetto di più ampio respiro che non può e non deve riguardare solo la donna, come se essere donna significasse appartenere a una minoranza settaria, ma l'intera umanità.

 

 

 

 

 

Io sono la voce di una donna

nel corpo di un animale.







[1] A Maria Stachiw.

[2] Dedicato a tutte le donne vittime della follia ucraina.

[3] Dedicato a tutte le donne vittime di disturbi alimentari.

[4] Dedicato a tutte le donne vittime di stupro.

[5] Dedicato alle donne che attendono.






Anno 2022

© “Corpo 11” Edizioni

corpo11edizioni@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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