"SE FOSSI DONNA"
“SE
FOSSI DONNA.”
di Manuel
Omar Triscari.
Dedicato a chi attende.
SE FOSSI DONNA.
Se fossi donna, mi scoperei il
mondo!
Mi scoperei tutti, ma proprio
tutti,
ognuno per un motivo diverso:
è troppo tempo che sto chiuso a
chiave.
Ci sono momenti così dove senti
la vita esplodere
come un orgasmo.
E il mio uomo pure vorrebbe
visitare
tutte le vagine come stanze,
come ascensori, come cessi.
Se fossi donna, mi scoperei il
mondo,
forse perché in un angolo del
cuore ho un fottuto freddo.
Quando qualcosa si ferma nella
gola e non va né su né giù.
A volte il sesso serve a
dimenticare la morte
eppure quando godi tanto ti
sembra di scomparire dal mondo.
Se fossi donna, anestetizzerei i
ricordi e la gente,
cancellerei il dolore dell’umanità
con un bel rutto fragoroso che
sa di birra Moretti.
È tutto così squallido
e lo vestiamo di colori
sfavillanti,
è tutto così marcio
e fingiamo di amarci
quando vorremmo solo sparire
da questa città e rinascere
in un luogo lontano.
Il senso di appartenenza a volte
è una prigione.
Bisogna coprirsi dall’inferno
ed insieme visitarlo
con amiche puttane e sottane
corte.
L’amico ti dice che puoi essere
felice
e secondo te non è neanche lui
così tanto sicuro ma tu gli
credi.
Perché sì: per vivere bisogna
avere l’alibi di un sogno.
Anche se è un sogno multiforme e
impossibile da realizzare.
Se fossi donna, mi scoperei tutti
per non dovere più conoscere
nessuno,
pur di non dover conoscere
nessuno,
neanche me stesso.
Ma sono solo la voce di una
donna
in un corpo di animale.
IL DIAVOLO STA NEI DETTAGLI.
Andiamo a raffica.
Il diavolo sta nei dettagli:
è noioso,
ma forse l’idea è interessante;
non mi è
piaciuto, e però si vede che c’è impegno:
è
stupido, però tanto gentile;
mi pare
un’idiozia, ma probabilmente sono io che non capisco;
si è
arrabbiato, ma devo aver sbagliato qualcosa....
E si può continuare ad libitum.
Il diavolo sta nei dettagli.
E io mi taglio i capelli.
Il diavolo sta nei dettagli.
E io progetto fughe a lungo e
breve termine.
Il diavolo sta nei dettagli.
E quindi ti odio, ma ti perdono.
Il diavolo sta nei dettagli.
E così hai ragione tu. Anche se
sei un cretino.
Il diavolo sta nei dettagli.
E infatti una volta, cento anni
fa, mi hai fatto un regalo.
Il diavolo sta nei dettagli.
E io mi dipingo le unghie di
rosso.
Il diavolo sta nei dettagli.
E allora conto le strisce
pedonali:
se sono dispari sarà una buona
giornata.
Il diavolo sta nei dettagli.
E io dove sono?
Al diavolo i dettagli.
IL CORPO CHE NON C’È.
Devo scrivere.
E allora penso.
Penso a quello che dovrei
scrivere.
Cerco segni, sintomi, sogni (per
citare i CSI).
Devo scrivere e ho tre parole in
testa.
Assenza. Spazio. Superstiti.
Cosa rende mancanza l’assenza?
Per morte, per lontananza, per
scelta.
Quando si smette di essere?
Una mano su una schiena lascia
un’impronta cocente.
Penso.
Un corpo non è che occupazione,
lecita o illecita, di spazio.
Un corpo è massa, sostanza, peso
sul corpo di un altro.
Contro il corpo di un altro.
Penso.
Ma un corpo non è un mucchio di
sassi.
Il calore di un corpo si dice.
Ma un corpo non è una stufa.
Il sostegno di un abbraccio si
dice.
Ma il corpo si regge su un
equilibrio precario,
due piedi non sono un’ancora.
E la vicinanza fisica è rara,
estemporanea, breve.
Rimane in quel tempo e in quello
spazio, che è frammento.
Si perde.
Nella giornata si perde.
A colazione si perde.
Mentre leggo si perde.
Se lavoro si perde.
Il tempo vince il corpo.
Il tempo vince.
E allora il corpo è soprattutto
il suo ricordo.
Il corpo come ricordo del corpo.
Un ricordo da risvegliare ogni
tanto, non troppo.
Per non perdere l’eccezione
nella quotidianità.
Non è male e basta saperlo.
Ma se il padrone di quel corpo
manca?
Il corpo non c’è, il peso non c’è.
Eppure l’impronta si sente.
Quella rimane.
È lì, nella distanza tra corpo e
ricordo,
che la mancanza diventa assenza.
È in quel vuoto.
E chi sopravvive?
Che se ne fa di quel vuoto?
FACCIAMO SENZA: TUTTI MORTI.
Ho un problema con le assenze.
Assenza è doppia presenza. Si
dice. Io non saprei.
Però ho un problema con le
assenze.
Devo essere sicura che tutti
siano dove io credo debbano essere.
Controllo, con garbo, ma
controllo.
Ho adeguatamente educato vicini
e affini: vedete di rispondermi.
Loro lo sanno, mi perdonano.
Io credo di avere una qualche
(lieve) patologia ansiosa.
Perché se qualcuno manca all’appello,
io lo penso morto.
Non semplicemente altrove. Morto.
Qualcuno (molto vicino, molto
affezionato, molto paziente)
conosce questo vulnus e mi perdona,
consola le mie angosce e cerca
di placare la mia paura.
Una paura irrazionale e
temibile.
Paura del lutto senza preavviso.
Paura della tragedia
statisticamente improbabile.
Ma poi una volta mi hanno detto
che quello che temi di più
è ciò che desideri di più.
Ergo, se seguo la regola alla
lettera, desidero che tutti muoiano.
Interessante.
Sono una potenziale assassina.
Voglio tutti morti.
Tutti morti.
Nessuno da controllare,
nessuno da chiamare,
nessuno da incontrare,
nessuno da curare
(amare non lo dico, punto).
Una grande liberazione.
Finalmente assolta.
Non fa una grinza.
Però, per favore, rispondetemi
al telefono.
<<La sola vera crudeltà in
quest’ora del crepuscolo in cui tutti e due ci troviamo non è che un uomo
ferisca l’altro, o lo mutili, o lo torturi, o gli strappi le membra e la testa,
o anche lo faccia solo piangere; la crudeltà vera, e terribile, è quella dell’uomo
o dell’animale che rende l’uomo o l’animale incompiuto, che l’interrompe come
puntini di sospensione in mezzo a una frase, che gli volta le spalle dopo
averlo guardato, che riduce l’uomo e l’animale a un errore dello sguardo, un
errore del giudizio, un errore, come una lettera appena iniziata e brutalmente
stracciata subito dopo aver scritto la data.>>.
TRA BIANCO E NERO, ANCHE NO.
Odio le opinioni.
Odio chi ha sempre un’opinione
e ho un problema con chi chiede
un parere ad ogni costo.
Rivendico il fatto di dire, non
so.
Silenzio.
In alcuni casi ci vuole un
giorno di silenzio. Anche due.
Ho bisogno di tempo. Ho bisogno
di spazio.
Ho bisogno di essere curiosa.
E voglio essere preparata.
Sono per la moltiplicazione
delle possibilità
più che per l’alternativa.
Sono per la possibilità e, poi,
per il coraggio della possibilità.
Non viceversa.
E così ho letto Sottomissione di
Houellebecq
(non proprio per nesso causale,
ma tant’è)
In realtà l’ho comprato perché
Carrère ne parla come di un genio
ed io trovo che Carrère sia un
genio.
Infondo ho iniziato ad amare
Giacometti dopo aver visto la foto
che gli aveva fatto Cartier
Bresson fuori dal Cafè de Flore,
sotto la pioggia.
Solo dopo aver visto la foto ho
guardato le sculture.
Le possibilità si aprono da
percorsi inconsueti.
Quindi ora ho letto Houellebecq,
grazie a Carrère.
Non perché è stato sotto
processo per incitamento all’odio razziale,
non perché forse è un
furbacchione reazionario,
non perché penso di dover essere
d’accordo o in disaccordo.
L’ho letto grazie a Carrère, e
grazie a questo: <<Affondate il coltello negli argomenti di cui la gente
non vuole sentire parlare. Il contrario del decoro. Insistete sulla malattia, l’angoscia,
lo squallore. Parlate della morte e dell’oblio. Della gelosia, dell’indifferenza,
della frustrazione, dell’assenza di amore. Siate abietti, e sarete veri.>>.
E non so nemmeno se ne sono del
tutto convinta.
Comunque, secondo me, è un
furbacchione.
Ma geniale.
Ha ragione Carrère.
ALTROVE.
Mi siedo allo stesso posto, in
cucina.
Da quando ho memoria.
Spalle alla porta, sguardo alla
finestra.
La via di fuga si nega sempre
alla mia vista.
¿CHI SEI TU?
C’era una volta una bambina
bionda
Poi non c’era più. Aveva gli
occhi blu
(C’era chi c’era, poi non era
più)
La vidi una volta in tutù
Di rosa era vestita e gli occhi
voleva neri
Non tristi ma seri
Chi sei tu?
Io sono io. Non tu
(Rispose quel che voleva quell’io
che me non era).
E allora mi vuoi bene?
Non bene, non male. È che mi
piace il mare
Quindi partiamo. Se lo vogliamo.
I passi son mille.
Non cento, non trecento.
Se conti bene arrivi e sei contento
Inizio a contare
E a camminare
Ci vuole del tempo
Sì. E non esser controvento
IMPARARE A STARE.
Io sono per la fuga. O meglio,
per la sparizione.
Mi mimetizzo con eleganza nel
muro.
Mi nascondo dietro a un vaso, a
un cane, a una faccia.
Mi lego i capelli, mi vesto di
grigio,
cerco il cielo per terra e il
mare nel lavandino.
Al mio nome non rispondo e al
suono della sveglia non mi sveglio:
opposizione silenziosa.
Anzi, nemmeno opposizione. Solo
silenzio.
Eppure, chi vuole mi viene a cercare.
Come nella canzone.
O anche no, non mi cerca, ma io
lo so comunque che mi vuole.
Lo riconosco.
Sarà per questo che me ne sto in
attesa?
Come un mattino.
Prima dell’alba.
LIBERTÀ.
Libertà è che se ti arrabbi ti
arrabbi.
E poi ti passa.
(Si è persone gentili lo
stesso.)
LIBERA
NOS.
La libertà è una conquista (non
un presupposto),
la libertà è egoista (ma non è
sorda e nemmeno muta),
la libertà è responsabilità
(eppure, alle volte, non ha risposte).
SPARIRE.
Io vorrei sparire. Sì.
E non c’è niente di brutto. No.
È una cosa bella.
Io vorrei sparire nelle parole.
Sparire.
Perché si sa che quando si legge
non importa un niente di niente
della faccia dell’autore, non
importa un niente di niente
di chi è e di com’è e di come fa
e bla bla bla.
Quel che importa è quel che
racconta. E basta. Solo quello.
Quindi io vorrei sparire
proprio, anche adesso.
E non li capisco quelli a cui
dispiace sparire.
Non li capisco.
Quelli devono sempre essere
perfetti con il rossetto o il sorriso
o la cravatta e la faccia
intelligente...
Che fatica.
Io invece sparirei. Anche
adesso. Subito.
Nelle parole e dietro le parole,
sparirei.
RIPETI CON ME.
Tu ripeti.
Se non capiscono, ripeti.
Se non capisci, ripeti.
Se non sei stato chiaro, ripeti.
Se vuoi spiegarti meglio, se
vuoi fare bei sogni.
Tu, ripeti.
Ripeti. Sempre.
Non stancarti di ripetere.
E se ti manca la voce, scrivi.
E se ti mancano le parole,
cambia lingua.
E se ti manca la lingua, usa le
mani. O gli occhi.
(O le mani e gli occhi.)
Le orecchie. I passi. Tu, usa i
passi.
I passi.
Ripeti.
I passi mi portano dove voglio.
Da chi voglio.
Quando voglio.
Come voglio.
Ripeti.
E cammina.
SCRIVI CHE TI PASSA.
Scrivo cose molto allegre che
vorrei far leggere a tutti.
Ma poi mi sembrano tristi.
Scrivo cose molto tristi che
vorrei far leggere a tutti.
Ma poi mi sembrano ridicole.
Scrivo cose con molto senso. Ma
poi mi sembrano noiose.
Scrivo cose con poco senso. Ma
poi mi sembrano futili.
Scrivo cose che vorrei far
leggere.
Ma poi lascio silenziose.
E poi scrivo cose.
Scrivo un sacco di cose.
Solo cose.
Comunque, scrivo.
L’importante è iniziare.
ALZARE IL VOLUME.
Per ricordarmi che non solo ci
vuole una stanza tutta per sé.
Ci vuole una conquista (che non
è una guerra).
Per dare voce alla propria voce.
NELLA TUA TESTA.
Mio fratello mi ha ricordato
che a 12 anni ascoltavo una
canzone
in particolare prima di dormire.
Secondo me vuol dire qualcosa.
Sì. Eccome.
TASSAMETRO.
Ho preso un veicolo con
tassametro.
E il conduttore era pazzesco.
Tipo uno di quelli che incontri
sul cammino di Santiago,
anche s’ero solo in via Sabotino.
Insomma.
Ha fatto il creativo in
pubblicità fino a 50 anni,
ma si è messo a fare il tassista
perché era lui che aveva le idee
e poi pagava gli altri e che
diavolo di senso c’era (dice lui e dico io).
E adesso ha scritto un libro da
cui vuol fare un cartone animato,
ma la Walt Disney ha detto che
loro hanno creativi interni
e non gli interessa.
Dico io (dice lui), la gente ha
in testa segatura?
E allora, io e lui (lui ed io)
dobbiamo fare un prototipo di uno yo-yo
per i mondiali in Corea (credo),
per cui diventeremo ricchi.
La morale è che gli ho lasciato
la mia e-mail
e che lui però non verrà in
teatro a vedere i miei spettacoli
perché cosa viene a fare visto
che io (dice lui, non io)
ho l’aria troppo fresca per
fidanzarmi con lui.
Quindi, almeno, gli devo trovare
una zia libera e dell’età adatta.
Ne ho uno stuolo, gli ho detto.
E non è vero.
Ma giuro che le trovo, se viene
a trovarmi.
SCHIENA DIRITTA.
Me ne sto un po’ gobba.
Affacciata al mio computer come fosse una finestra.
Me ne sto un po’ a lato.
In attesa di un giorno o del
giorno (e non è la stessa cosa).
Me ne sto.
Sto.
Ci ho messo anni a stare.
Ma stare non è male.
(Però dovrei raddrizzare la
schiena.
E guardare la luna.
Che è piena.)
GIGANTI.
Le persone, nelle loro finestre,
nelle loro case, sembrano giganti.
Sono tutte
super-uomini-donne-altissime-grandissime.
Le persone, dico, nelle loro
case, nelle loro finestre,
sono come i Tirannosauri (quelli
Rex, quelli invincibili),
con la paura che non esiste e la
realtà che non li riguarda.
I miei vicini (o meglio, quelli
delle finestre davanti a me),
ad esempio, sono alti due metri
e larghi uno e mezzo.
E io li vedo.
Con la loro aria condizionata
che fa muro largo.
Un’ipoteca sul pericolo.
O un divieto al cielo.
E invece io.
Ho tutte le finestre aperte.
Boh.
LUGLIO.
Ci sono sere.
In cui ci sono tante piccole
stelle tra le nuvole
(nelle nuvole)
Contale.
Che fa bene.
SOGNI.
La nonna fa brutti sogni.
La mamma fa brutti sogni.
La figlia fa brutti sogni.
Pare sia una tradizione di
famiglia.
Fare brutti sogni.
Sogni in cui trovi streghe e
stregoni, lacrime, sabbia. Delusioni.
Sogni di mare salato. Di
montagne. Di saluti.
Di rabbia. Di limiti. Di
voragini.
Sogni del mondo che non c’è più.
O non c’è mai stato.
Sogni di un passato dimenticato.
Sogni che sanno di realtà che ti
è sfuggita. O fuggita.
Sogni di memoria.
O di oblio.
Sogni.
Poi.
La nonna si sveglia.
La mamma si sveglia.
Io mi sveglio.
E c’è il sole.
IL MIO CANE.
Il mio cane fa di me un
orologio.
Il mio cane deve uscire.
Il mio cane deve mangiare.
Il mio cane deve dormire.
Il mio cane fa di me una vita
semplice.
Il mio cane dice: non lavorare
più, c’è il sole, vai in terrazzo.
Il mio cane afferma: mi devi
curare, non ti devi dimenticare.
Il mio cane raccomanda: se parti
devi pensare a chi mi puoi affidare.
Il mio cane è quel me che
difficilmente sono.
Un me di cose facili e ore che
fanno giorni.
Non pensieri arrotolati né
ricordi mai abbandonati.
C’è sempre una via di fuga...
OCCHI CHIUSI.
Io sono una che in auto si addormenta.
Anche da piccola. Da sempre.
Mi addormento.
Perché mi fido.
Forse non sembra. Ma mi fido.
Io delle persone mi fido.
Della loro guida mi fido.
Delle loro parole mi fido.
Della loro mano mi fido.
Perfino del loro cuore.
Mi fido.
E non basta una frenata a farmi
cambiare idea.
Non basta nemmeno una
parolaccia.
Non basta sbagliare strada.
Non basta nessuna di queste cose
e non bastano nemmeno tutte
insieme.
Io mi fido.
Perché sennò davvero non trovo
il senso.
E nemmeno la meta.
ROTOLARE.
L’altro giorno ho camminato per
mezza città
a passo spedito,
collo leggero
e gambe svelte.
Ed è successo che il mondo è
sceso dalle mie spalle,
senza avvisarmi.
Me ne sono accorta per caso
tra Porta Palatina e Porta
Nuova.
Insomma, ho avuto il mondo sulle
spalle
per un ventennio o giù di lì
e adesso no.
Non più.
Il mondo è sceso dalle mie
spalle
ed ora sta ad aspettarmi
rotolando felice davanti a me.
Vieni, mi dice.
E io rotolo dietro a lui.
(Se lo raggiungo o no è tutta un’altra
storia,
lo so anche io.)
NON RIPASSARE.
Mia nonna dice: non ripassare.
Me lo dice ogni volta che mi
sento impreparata (quindi, sempre).
Non ripassare, mi dice, sai già
tutto.
Io tutto non lo so, so solo
qualcosa, qualcosina,
epperò non ripasso perché la
nonna ha ragione sempre,
tutte le volte, ma proprio
tutte.
E poi se ripasso va a finire che
imparo a memoria
e faccio come la bambina sulla
sedia con la sua poesiola che è una noia
infinita, una noia così noia che
si muore di noia.
Quindi non ripasso, no. E se
sbaglio chissenefrega!
Se non vai bene a qualcuno è un
problema suo,
dice sempre la nonna.
La nonna ha ragione. Non
ripasso.
Ci vuole grazia ad improvvisare.
Molta di più che a ripassare.
LE MANI.
Nonna ha queste mani.
E io ho mani simili.
Piccole. Dita sottili, o
fragili.
Nonna ha le mie mani.
E io ho le sue.
Mia madre dice: <<Abbiamo
risparmiato sulle mani.>>.
Come se del resto ci fosse
abbondanza, come se ce ne fosse.
(E forse ha ragione, forse ce n’è,
di abbondanza.)
Nonna non ama le mele. Nemmeno
io.
Nonna non ama il prosciutto
cotto, nemmeno io.
Nonna c’è.
Che fortuna che c’è.
Perché nonna ha ragione. Sempre.
Dice nonna.
(E anche in questo caso ha
ragione).
E allora che ci sia è una
meraviglia.
E quella me bambina che ha
bisogno della nonna
proprio non la so abbandonare.
No.
Chissà perché.
Sarà il cuore, o saranno le
mani.
Sarà che nonna è me. O che nonna
sono io.
O che nonna è la mia storia
E noi siamo una storia. Sempre.
LE MIE MANI.
Ho mani sottili io.
Piccole. Bianche. Ferite.
Scottate.
Dita divorate.
L’indice della destra rovinato
da uno scrivere violento
mignoli piccoli
(nessuna strega mi mangerebbe
mai)
anulari delicati
medi buoni a regger sigarette e
niente altro
pollici nodosi
nocche in evidenza.
Ed io che le volevo grandi e
austere
che volevo mani per tenere
mani per non scappare
né urlare
mani per restare.
Io ho ossicini.
Solo ossicini.
Mamma e papà hanno risparmiato
sulle mani.
Sarà per questo che sanno
volare.
ANCHE IO HO PAURA.
Fa un po’ freddo.
È giusto, la primavera è così.
La signora orientale col cane
grande e nero ha la mascherina.
Alla fine ha ceduto anche lei.
Ho salutato con la mano due
ragazze che ballavano sul balcone,
erano contente.
Pure io ero contenta.
Stavo per piangere due lacrime,
solo due.
Ma ho chiamato mio padre e mi è
passato.
Il pianto.
I cani giocano come se niente
fosse, mi son detta,
anche se noi padroni si ha la
nebbia negli occhi.
Eppure sarà bello tutta la
settimana.
Il tempo sarà un bel tempo.
Tutta la settimana.
Giuro.
IL RAGAZZO CON IL CANE.
Il ragazzo col cane oggi era più
contento,
parlava con un amico
a una panchina di distanza,
ha il cane pure lui.
Sono belli loro, perché
interrompono il silenzio.
Poi, a mezzogiorno, tutti hanno
applaudito,
ma io non mi ricordavo per che cosa
ci fosse da applaudire
e ho cercato, sporgendomi dal
balcone, un motivo per farlo.
Quando mi è venuto in mente, ho
applaudito anche io.
Nel pomeriggio ho pensato a che
fatica deve fare la signora
che abita di fronte, ha quattro
bambini.
Ma giocano sul loro terrazzino e
sono contenti,
forse non è male stare con
quattro bambini che giocano.
Dovrei provare.
Ho delle calze di lana spessa,
adesso.
Le metto tutte le sere anche se
non fa freddo.
L’aria è fine.
C’è un vento leggero.
La libertà è nei dettagli, mi
dico.
A VOLTO COPERTO.
È una guerra in piena regola.
Ci sono i militari, la rabbia,
il coprifuoco, i nemici, gli alleati.
E gli eroi.
L’immagine è immediata quanto
incontrollabile.
Così, da giorni, infrango la
trincea della porta
e percorro i miei cento passi
quotidiani
(di cui ringrazio il mio cane)
camminando rasente il muro.
Sguardo a terra e bocca mirata
all’asfalto.
Oggi però, per la prima volta,
ho avvertito il peso del mio
zainetto di morte.
La mia dose di malattia
potenziale caricata sulle spalle.
E ho pensato che qualcuno
avrebbe potuto dirmi:
tu, con quel cane, senza
mascherina, in quel parco,
tu, che cos’hai nella testa?
Ci vuole davvero poco a passare
dalla parte dei cattivi.
Invece, una signora mi ha
sorriso
e ha detto che ho un bel cane
(che è vero).
E io sono stata contenta che non
avesse la mascherina,
così ho potuto vederle il
sorriso e ricambiarlo.
A qualche metro di distanza, ma
l’ho ricambiato.
E lo ha visto pure lei.
MAGNOLIA.
Oggi, nella via dove abito, la
magnolia è fiorita.
Fiori bianchi e rosa.
Alla magnolia non importa
niente.
Gli alberi sanno più di noi.
LASCIA STARE.
Arrenditi
lascia stare
respira piano
non forte
che fa male
arrenditi
alla mano in tasca
alla bocca chiusa
alla luce spenta
alla solitudine
lascialo passare
il tempo
questo tempo
lascialo andare.
Si guarisce sottovoce:
non urlare.
FINESTRE.
Se c’è una finestra, io mi ci
siedo di fronte. Da sempre.
La finestra è un ottimo scudo e
un’ottima scusa.
Un confine di vetro. Sono
protetta.
Protetta dagli altri, dall’altro,
dalla vita e dai virus.
Mi ci sono sempre impegnata, a
proteggermi.
Senza prescrizioni di
chicchessia, ero abituata.
Lo sapevo prima della
quarantena,
prima dei bar chiusi e poi
riaperti,
prima dei teatri con i sigilli e
delle messe rimandate,
prima delle mascherine e delle
metropolitane vuote
che no, dai, non prendiamola, la
gente fa male,
la gente ci fa del male, ci
contagia, la gente...
Che brava che sono. Ci ero
arrivata prima di tutti. Io.
A star soli si sta bene. Si
guarda se stessi nel vetro.
Un bel riflesso con cui
intrattenere dialoghi fantastici:
che carina che sei,
che stanca che sei,
che triste,
che bionda,
che intelligente.
Che.
Nei dialoghi tra sé e sé si è
meravigliosi.
L’altro è fatica.
Difficoltà, odore, peso.
Saliva che non voglio,
sentimento che non so.
Spazio occupato.
L’altro è l’origine del rischio.
Lo sapevo.
Oggi però, nella finestra, non
riesco a vedermi
Non ci sono in quel vetro, è
vuoto.
Nessuna me.
Nessuna me a fuggire dal
confine.
Nessuna me a rimirarsi.
Nessuna me che chiede di me.
Nessuna me che ama me.
Sarà l’angolazione, mi dico, ora
mi sposto.
Sarò io che sono triste, mi dico.
No.
Niente.
È solo che senza l’altro non ci
sono.
Senza l’altro, non sono.
È il caso di chiudere la
finestra e aprire la porta, quindi.
Per una volta.
E il virus farà quel che deve.
Ma l’odore dell’altro è buono.
NIENTE DA RAGGIUNGERE.
Sono stata bambina dai pochi
passi e dalle tante parole.
Per questo mia nonna faceva
disegni sulla spiaggia:
per dare ragione al mio
camminare.
Tracce di legno nella sabbia, a
costruire il tempo e il movimento.
Anche adesso, quando voglio
avanzare, mi dico:
arriva alla prossima auto,
arriva al semaforo, arriva all’incrocio.
Ho bisogno di un confine, da
oltrepassare.
Ma oggi, con la musica nelle
orecchie e l’aria fredda sul viso,
oggi con il fiato duro dell’inverno
e scarpe di neve,
senza auto né incroci ho
semplicemente camminato.
Solo per sentire le mie gambe in
accordo con il mio cervello.
E il mio cuore.
Ho camminato come si deve
camminare.
Senza niente da raggiungere.
I PASSI.
Oggi, un amico, mi ha parlato di
una persona a cui teneva molto.
Sì, ci teneva davvero molto,
eppure,
quando camminavano insieme,
lui andava sempre più veloce di
lei.
Non lo faceva per scelta, solo
per abitudine.
Era una di quelle cose che si
fanno senza pensare.
Piccole cose che intralciano i
giorni, gli amori e il tempo.
Perciò lei si arrabbiava e
diceva:
<<Tu non mi aspetti, è
come se fossi solo.>>.
Poi, un giorno, lui ha pensato
che avesse ragione.
E ha deciso di rallentare.
Così si sono trovati, nello
stesso momento, all’angolo di una via.
E non è stato difficile decidere
dove andare.
Nessuno dei due aveva davvero
fretta.
L’unica cosa importante era non
perdere il conto.
Dei passi.
TU TU TU.
L’altra sera, così, dal niente,
ho composto un numero sul
telefono.
Un numero che so a memoria.
Un numero che non posso dirvi
(non si dicono i numeri di
telefono
se chi ha quel numero di
telefono non ti dà il permesso
di dirlo).
Dunque.
Compongo quel numero.
Non si sa mai che chiamo e,
questa volta, almeno questa
volta,
mi risponde: ah sei tu, era da
un po’ che non chiamavi,
raccontami, come va?
Quindi provo.
Compongo il numero.
Per un tempo illimitato che va
da zero a infinito,
lo spazio tempo della speranza,
aspetto che dica: pronto.
E poi risatine e silenzi.
E io: adesso ti racconto, guarda
è così no scusa è così, che faccio?
E lei mi dice quello che devo fare.
Lo sa sempre meglio di me, lei.
Lo sa sempre, da sempre, meglio
di me,
quello che devo fare.
Però non ha risposto.
Al diavolo. Non ha risposto.
Ha risposto una voce qualunque.
Il numero è inesistente, ha
detto.
E poi: tututu, ha detto.
Tututu è quello che rimane
quando ti attaccano il telefono
in faccia.
E tu, cioè io rimango lì. Muta.
A ricordarmi che tu non c’è e io
ci sono.
Quindi dovrei telefonarmi, mi
dico.
Almeno ogni tanto, dovrei
telefonarmi per chiedermi: che faccio?
Dovrei provare.
Il numero lo so.
Ma poi ho paura di non trovare
nessuno.
Io non sempre rispondo.
SOLITARIA MENTE.
Non amo la solitudine. Ma amo
stare sola.
Perché la solitudine arriva in
mezzo agli altri e tu non la vuoi.
Mentre per stare soli bisogna
avere una porta,
un portone,
qualche chilometro di distanza,
grande impegno ed enorme forza
di volontà.
Per stare soli ci vuole un atto.
Per la solitudine basta che
qualcuno abbassi lo sguardo.
SONO UNA GIRAFFA.
Ho il collo lungo.
Dico: ho il collo lungo.
Lo so. Me lo hanno sempre detto.
Tutti.
E poi è arrivato uno, qualcuno,
che ha detto che il mio collo
no, non era lungo.
Io ci sono rimasta male (ho il
collo lungo),
ma alla fine gli ho creduto (di
non avere il collo lungo).
E me ne sono andata in giro per
il mondo
pensando di non avere più un
collo abbastanza lungo
per poter dire di avere il
lungo.
Uno smacco.
Ma dato che ci tenevo a quella
persona
(che non vedeva il mio collo
lungo),
comunque andava bene.
Facciamo che ho un collo
proporzionato,
almeno proporzionato, mi dicevo.
Poi, un giorno, mi sono guardata
bene in uno specchio
(mi piace guardarmi ben bene
negli specchi, già)
e ho visto che il collo era
lungo.
Lungo.
Eccome, se era lungo.
E quindi quel qualcuno, ho
capito, aveva un solo problema.
Avrebbe voluto essere una
giraffa. E invece era un carlino.
Insomma, il problema era suo.
Io ho un collo lunghissimo.
LE CHIAVI DI CASA.
Mi capita di dimenticare le
chiavi fuori dalla porta.
Come a dire, siete invitati,
potete entrare.
Una volta le ho abbandonate
tutto il giorno.
Sono uscita,
ho lavorato,
ho incontrato,
ho parlato,
ho mangiato,
ho fumato,
ho pensato,
e alla sera sono tornata.
Non le ho nemmeno dovute
cercare, le chiavi: mi aspettavano.
Come a dire, nessuno entra se tu
non sei in casa.
Non ho capito se lasciare le
chiavi fuori dalla porta,
nella toppa, pronte, è segno di
fiducia, di coraggio o di distrazione.
Non ho ancora capito.
Quel che ho capito, però, è che
se lasci le chiavi fuori
dalla porta nessuno avrà voglia
di scardinarla.
E vale per le case, ma pure per
le persone.
Se avessi la chiave di me, mi
piacerebbe dimenticarla sull’uscio.
Per provare.
VOCE.
Io, nella mia vita, ho cambiato
voce. Più volte.
La prima è stata quando avevo
sedici anni.
Mi son trovata di colpo a volume
basso e tono alto.
La seconda a vent’anni.
Me lo ha detto un tizio che mi
ha fatto un colloquio
per un call center.
Avrei dovuto vendere vino,
ma lui mi consigliava di
dedicarmi ad un altro genere di telefonate.
Più redditizio, diceva lui.
Io al momento non ho capito,
dopo sì.
Ma non mi ci sono mai applicata,
quindi non so se aveva ragione.
La terza volta è stasera.
Parlavo.
Il tono si è fatto più basso e
il volume era al posto giusto.
Né troppo né troppo poco.
Guarda un po’, le parole escono
con poco sforzo.
Come l’acqua, l’acqua fa poco
sforzo.
Sono intonata alla città, mi son
detta.
Pure lei, oggi, ha cambiato
frequenza.
Ci son cambiamenti che non han
bisogno di volume.
Eh, già.
Han solo bisogno di attenzione.
E pazienza.
IL VENTO.
Ieri sera s’è alzato il vento.
E così mi sono protetta ben
bene,
ho messo il maglione per uscire
con il mio cane
e la giacca e pure il foulard.
Ho chiuso le finestre e sono
andata a letto presto.
Poi, stamattina, ho trovato l’odore
del mare.
Sa fare chilometri, l’odore del
mare.
Ma a Torino non è difficile
sentirlo,
l’odore del mare,
perchè ha una corsia
preferenziale qui,
che è la Dora,
che è un fiume,
e con il mare ci fa l’amore ogni
notte
e si porta dietro il suo profumo
per tutto il giorno successivo.
Non si deve aver paura quando il
vento soffia.
Nessuna paura.
L’aria è buona.
LA STORIA.
Della storia di domani non sento
la voce
non la conosco.
Arriverà nel tempo
col tempo
arriverà la sera in cui sarò
presente a me stessa
al mattino
a colazione
nel punto in cui l’orologio si
infrange
quando serro il rubinetto in
cucina
quando è l’amore.
Nel momento esatto dell’accadere
non prima e non dopo
la voce di domani
arriverà
nel presente.
PREVISIONI DEL TEMPO.
E se, d’un tratto, niente fosse
più prevedibile?
Non sapere niente di niente, mai
più.
Niente previsioni. Mai.
Solo incertezza. Indefinito.
Niente numeri,
niente calcolo delle
probabilità,
niente previsioni né previsione
del tempo,
niente statistiche e niente
date.
Niente di niente.
Niente compleanno
perché non si sa più quando
casca il tuo anno,
niente Natale perché si tira
solo ad indovinare.
Niente Pasqua che tanto quella
cambia data comunque.
Si sceglie un giorno a caso,
ognuno quando vuole.
E basta.
Ci penso da stamattina.
Oggi doveva piovere a dirotto e
domani nevicare,
ma non nevicherà. Non voglio più
previsioni, nessuna, mai.
Niente da sapere e niente da
controllare,
solo il presente del presente.
Solo presente, presente a se
stesso.
Basta previsioni.
Domani guardo il cielo e vedo
com’è.
Domani si farà.
C’È IL MISTERO E LA PAURA.
C’è il mistero e la paura
la rabbia dura
le mani di armi armate
e l’attesa del vero che non
sempre è sincero
l’hanno chiesto
ed io l’ho fatto
(a comando rispondo)
ho lavato le mani tre volte ogni
volta
giuro
il mio cane non va al parco ed
io non vado al mare
giuro
faccio tutto giusto
giuro
a parte non sapere cosa è giusto
Però ci sono gazze e lepri
e mostri marini quasi a riva
ci vuole qualcuno a cui dirlo
sottovoce.
PULIZIE.
Lui non sa pulire bene quel che
è sporco.
Ci prova, si mette d’impegno.
Maniche di camicia e pantaloni
con la piega,
lui sfrega, frega. Prende
freddo.
Lei controlla, lo sgrida. Lui
riprova.
Lei ricontrolla, lo sgrida. Lui
prova.
Va meglio.
La sera hanno un bicchiere di
vino e la cucina illuminata.
Parlano di quel che c’è da
pulire e del giorno da passare,
dei vestiti da stirare e della
paura.
Anche di quella.
Della paura.
Sicuramente.
Parlano. E io li guardo.
Ma stasera non li vedo
Luci spente.
Al buio ci si parla con più
cura, penso.
E tutto è pulito.
LA MIA MANCATA BONTÀ.
La crudeltà delle cose banali
io
l’ho scritta sul mio quaderno.
La crudeltà delle cose inutili
la noncuranza
la voce alta
il corpo invadente
la dimenticanza
la rabbia piccola
il fiato rubato.
Le cose crudeli che non devo
fare
le ho scritte tutte
io
quasi tutte.
Eppure non ho scritto mai
(mai)
le cose che dovevo fare.
Le cose da fare per non essere
crudele
non le ho scritte mai.
Non le conosco.
(O le sto già facendo?)
ANNUSA.
Della luce sottile
dell’erba
del respiro
vorrei intuire l’origine e il
modo.
Il segreto dei bambini e degli
animali.
Quello che loro sentono
vorrei sentire.
L’odore di quel che nasce
e sa di latte e vita
e mare.
LUI, L’ALTRO.
Se cerchi l’altro
non cercarlo nei cassetti
nei libri
nei fiati
nel fondo dei bicchiere.
Non cercarlo a lato strada
nel bosco
al bordo della stanza.
Cercalo dov’è
nel luogo del suo tempo
dove nasce.
Cercalo a luce piena.
NOTTURNO IN IO MINORE.
Quando il mondo si fa zitto,
nulla si vede.
Ma io
della notte
tengo il conto.
Ne so il nome e l’unità
l’azione che traversa il tempo
la parola mancata
il metro di misura.
Io
della notte
parlo con cognizione di causa
perché nel buio ho una coperta
un viso
due mani.
E loro rimangono.
Nel buio
(come fosse luce)
le mie mani
rimangono.
UN NUOVO ANNO.
Dell’anno che arrivava
ogni anno
ho tenuto il conto.
E dell’anno che se ne andava
ogni anno
ho tenuto il conto.
Pensieri del niente e del tutto.
Faccende fragili.
Robetta.
Frattaglie.
Pezzetti di cuore a rotolare giù
dal tempo.
E nel mezzo
quasi a caso
la memoria di quel che resta e
viene.
Negli occhi, nelle dita
(nella pelle fine)
è sempre domani.
NON SO.
Di quel che non so
non so dir nulla.
E meno male
mi dico
non saper nulla dire
del nulla.
Che il nulla è nudo
sordo
cieco
senza voce.
Anche se ti guarda di sottecchi
se ti fa la posta
se ti fa paura
è solo nulla.
Solo nulla.
Non c’è nessuna ferita.
BACIO I FRAMMENTI.
S’è rotto l’orologio e con lui
il tempo.
Rotta l’unghia
rotta la pelle
rotta la testa che crollava sul
niente.
Rotto lo spazio su cui ho
poggiato il piede.
Rotta la voce.
Rotto quel me di me che un certo
giorno m’è sembrato intero.
Rotto.
Tutto rotto.
Ed io
(che a rammendare non sono poi
tanto capace)
bacio i frammenti.
Uno ad uno.
IL MEGLIO DI ME.
Di me metto il meglio di me nel
saluto alla vicina
che è vecchia e piccina
e ha mani da bambina poverina e
biondina.
Il meglio di me aggraziato e
lieve
io metto.
Il meglio di me metto
quando mi faccio scudo dell’altrui
dolore
quando alzo il bicchiere
quando sto all’angolo del niente
quando taccio.
Sempre
io mi dico
metto la me che è meglio di me.
E non mi trovo più.
UNIRE I PUNTINI.
Io amo degli orologi le lancette
delle scarpe i lacci
delle mani gli intrecci.
La frazione del sì in ogni no
e il gesto che alla voce non
risponde.
Amo il respiro che non si concede
al ventre
la luna a metà
il cuore a singhiozzo.
Io amo. A frammenti.
CERCARE.
Se non so dire quel che vorrei
dire
se cerco parole e pause come
fossero salvezza
se esigo luoghi e persone e cose
(come fossero spiaggia o sorso
di cielo o respiro)
è solo perché non ho trovato il
varco.
La luce.
Non ho trovato
il passaggio
la guida
la traccia al neon
l’uscita di sicurezza
La porta tra me e me.
No, non l’ho trovata.
Ma ho un cane che cammina tra ombra
e sole.
Lo seguo.
SULL’ORLO DELL’ABISSO.
Nella notte era un fiato.
Un respiro tra orecchio e dita.
Un niente di niente a ricordare
i passi e la voce.
A ricordare me di me
niente era.
Niente di niente era.
Tra capo e collo un niente.
Una salita all’orlo della
spalla.
Per vedere.
Una salita soltanto.
Per vedere.
È che ci hanno sempre soltanto portato
sull’orlo
dell’abisso, ma non ci hanno mai
fatto guardare giù.
Questa è stata la nostra rovina.
INCRINATURE.
A guardar nelle finestre altrui
(in quell’occhio di vetro che fa
la gente muta)
per un minuto
un attimo di senso
una visione
io credo nella luce della sera
nel calore dei corpi
nel vento
nella meraviglia dell’altro
nelle giornate intere
senza incrinature
nelle parentesi di gioia
io
affacciata all’orlo di un
interno
credo.
¡CHE RABBIA LA RABBIA!
La rabbia
non so quantificarla
in centimetri o chili o
chilometri
la rabbia aggraziata
presente a se stessa
muta
gentile
non so misurarla
la rabbia
la trovo nel letto
brandello di pelle tra caviglia
e piede
nettata
perfetta
e io macchiata
insudiciata poco lustrata
io
se apro la bocca
la vedo
La rabbia che alle parole non sa
parlare.
DELLE COSE INUTILI.
Delle cose inutili io dico,
delle cose inutili si fa poca
cosa.
Sono niente. Il nulla.
Eppure, se ne stanno lì. All’ombra
del silenzio.
Al margine del vuoto.
A disturbare il sonno.
Delle cose inutili, io dico.
Si fa la notte.
E LA LUNA BUSSA.
Si chiama luna del raccolto, ho
scoperto.
La luna di stasera.
Potrei raccogliere una foglia.
Una piuma.
Un pezzo della sera.
Ma non trovo molto.
Poi mi dico.
Cerca meglio.
La notte dura sino a domani.
Hai tempo, per raccogliere il
tempo.
S(TRA)BALLARE.
C’è una mattonella che traballa.
Proprio fuori dalla porta.
L’ho scoperta stasera.
E me ne sono stata a dondolare
su quella piastrella.
Spostando il peso
da destra a sinistra.
Cercando un equilibrio.
Con le gambe sottili che mi ritrovo.
Il peso al centro, mi dicevo,
dai.
E poi ho capito.
È la natura della mattonella,
reggersi sul vuoto.
Lasciala traballare.
Sì. Infatti.
Lasciamola traballare.
Quel che traballa è cosa viva.
Lasciamoci traballare.
MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITÀ.
Sono qui. A scrivere.
Il che significa che sono
felice.
Niente altro da aggiungere.
QUEL CHE SI NASCONDE.
Guarda.
Di lago. Di luce fioca. Di cose
nascoste. Di rami.
Di ore dispari. Di mani.
Di segreti liquidi.
Di slanci.
Di arresti.
Di passati remoti. Guarda.
Guarda.
C’è quella luce. Nell’acqua.
E MI VIENI A CERCARE.
Ci sono cose. Alcune cose.
Ci sono cose a cui penso. E che
non faccio.
Ci sono cose. Che sono solo
cose.
Cose che non so fare.
Cose che non concludo.
E cose che concludo.
Cose.
Cose che.
Ci sono cose che stanno all’angolo.
Cose illuminate.
Cose nascoste. Cose dimenticate.
Cose arrabbiate.
Ci sono cose.
E ci sono io.
Io. Che sono cose.
E giorni.
E righe tra la bocca e il naso.
Io.
Tra le cose.
USCITA DI SICUREZZA.
Stiamo tutte lì. Attorno a un
posto vuoto.
Vuoto e pieno.
Vuoto di presenza e pieno di
memoria.
Un monito.
La violenza può essere qualcosa
di sottile.
Qualcosa di ambiguo.
Qualcosa che sembra non essere,
ma è.
Bisogna fare attenzione.
E ricordarsi sempre (sempre)
dove è la porta.
Sempre.
SENZA FRONTIERE.
Si fa fronte comune. Dai.
E si guarda in faccia l’oggi.
Dai.
(Che purtroppo ha la faccia di
oggi.)
E si lavora sul domani. Dai.
Perché il domani come oggi
proprio no.
Dai.
¡ARRESTIAMOLO!
Arrestiamolo.
Così mettiamo fine a questi post, ai video in diretta e ai deliri.
(È un ministro degli interni di
una repubblica democratica.
Non un monarca e nemmeno Dio,
ché solo Dio ha fermato un
esodo, tanto per dire.)
Arrestiamolo. Già.
Arrestiamolo.
Su una nave, per qualche giorno
(cosa vuoi che sia):
gli diamo da mangiare e da bere
e pure 35 euro al dì
perché lui è italiano e se li
merita
anche se non è sulla terra
ferma.
Arrestiamolo.
e poi diciamo all’Europa di
intervenire.
Qualcuno se lo prenderà.
Non possiamo essere gli unici a
farcene carico.
Insomma, per una volta facciamo
come dice.
Arrestiamolo. Subito.
Così ci leviamo il pensiero.
A PIEDI NUDI SU UN BARCONE.
Libertà è che abbiamo piedi
per andare dove vogliamo.
Ma se i piedi sono su un barcone
che sta per affondare
non è lo stesso.
Ricordiamolo!
¡AMAMI, ALFREDO!
¡Amami, Alfredo! Amami, Alfredo!
¿E allora? ¡Amami, amami,
Alfredo!
Alfredo, corri: c’è un Andromeda
in pericolo
fra le mani di un mostro: ¿non
fai Perseo?
Tu non hai paura di Ciclope, lo
so.
Il mio Alfredo non ha paura di
Golia.
Il mio Alfredo non ha paura
della fame né del fuoco.
Alfredo sfiderebbe anche Rocky
Marciano.
Ma dai capelli agitati dal
vento,
dalle lacrime che scivolano
lentamente
lungo il viso stellato di una
vergine,
dalla bocca profumata di gelsi
Alfredo è intimorito.
Dell’altera Andromeda il mio Alfredo
ha paura.
I FIORI.
I fiori hanno dieci stanze:
la prima è un giardino
la seconda una galleria
la terza è verdastra,
piena di banchi e carte
geografiche, ecc. ecc.
Nella bocca dei fiori
la silenziosa memoria
del mondo. In loro ogni
uomo nasce e muore.
Morire è attraversare un
corridoio bianco e svegliarsi.
IL MARE.
Che il mare sia solo il mare
chi potrebbe accertarlo
io dico che il mare è
un insieme di ricordi
rimasti lì per tutti questi
anni.
LA RESA.
Sono malata, forse?
Al mattino uno spiraglio
poi clausura, siamo
diventati deboli, fiacchi.
Tutti i giorni sono uguali,
stiamo perdendo il
senso.
Ci sfugge il coraggio.
Mi sono arresa, forse?
La resa non è una
fuga recente, era
nell’aria da tempo
e adesso viene a
schiacciarci gli occhi.
Mi accarezza le mani,
accarezza i miei
gesti. Nonostante
la ferita, ho ancora
un dono chiuso a chiave.
Le città vuote, surreali
non sono che rimandi
e il tempo tornerà fecondo
dopo il veleno, un’altra
volta il sole sui campanili.
TORINO.
Ogni giorno guardo alle strade
che non ho percorso e t’immagino
scendere da Porta Nuova verso
Porta Palatina con un bel
gelato in mano e un libro sotto
il braccio. Torneranno vivi
anche
i luoghi se saremo capaci di
spogliarli
del dolore di questi cento
giorni.
MARGHERITA DI SAVOIA.
Margherita di Savoia, vestiva di
nero,
mandava giù whisky e veleno,
aveva una luce sinistra in
quegli occhi così chiari.
Il mare ci ha chiamati ma non
abbiamo risposto:
nell’acqua ho lasciato la mia
ombra di sei anni.
È ancora sulla spiaggia,
e ai bagnanti domanda la strada
per tornare.
UCRAINA.[1]
Non voglio pensare alle macerie
e non leggo più i giornali, non
ascolto più
la radio. Voglio rivedere i tuoi
occhi
verdazzurri e perdermi come una
bambina
tra le fotografie del mattino in
cui
camminammo per tutta Odessa
senza mangiare nulla e guardando
il sole ci dichiarammo
immortali.
STRADE VUOTE.[2]
Le strade vuote sono così belle
da apparire devastanti, adesso
mi manca
persino la gazzarra. Resisterò
guardando il vecchio ponte,
è eterno l’Eridano con le foglie
e i cigni,
non sono che ricordi.
Nella crudele bellezza del
silenzio
il desiderio di una primavera.
EPIGRAFE.
Quando morirò scrivete
sui muri delle città preghiere
affinché sia risparmiata
dalle fiamme e dai ritorni.
Un giorno scrivete il mio nome
dove non verranno a cercarlo
dove non conoscono nomi
che io possa tornare al candore.
VERGOGNA.
Io sono la vostra vergogna
l’incavo dell’albero, non
posso neanche esistere
senza cercarvi. Io non ho
nessun coro. Le grazie
di un animale notturno
non sono che risuono,
rimpianto di un gesto
disatteso. Non parlarmi,
non parlarmi ora di
queste rovine chiamate
pelle. Senza carne so
che non abbiamo più
il ricordo dello smalto
venuto via dai muri
dalle dita. Sui muri
è scritto, non ricordi,
non mi somiglia più.
FAME.[3]
È durata poco ma non esisteva
fame,
e non era un tentativo estetico,
non hai mai avuto freni,
ma in quel periodo non avevi
fame.
Eri stata brutalmente ingannata
usata come un animale, consumata
e poi gettata una volta consunta,
e ti sentivi inchiodata all’assenza,
non importava davvero di chi.
Non avevi fame.
Le viscere risucchiate.
Ti alzavi per inerzia,
vagavi per le strade
di un quartiere residenziale
senza trovare pace.
Non avevi fame.
Non avevi sonno.
Non avevi voglia.
Non avevi altro che mancanza.
Ti eri specchiata in una
pozzanghera nera e il corpo spariva,
ti sembrava bello che lo
facesse,
avevi sempre avuto il problema
opposto:
il tarlo della carne, troppa.
E della fame, troppa.
Ora invece non c’era più,
dissolta.
Ogni istinto vitale dissolto.
Ti sentivi invulnerabile nel
fondo dell’assenza:
una cosa che non ha bisogno di
niente,
un ordigno perfetto fuori ma
dentro strappato, rattrappito,
pieno di fili sconnessi e
tagliati.
Ma finché restava perfetto fuori
andava bene.
Ti sembrava che la corda
spezzata, i brandelli, le viscere cave
fossero ben nascoste dalla
freddezza dello sguardo e dalle ossa.
Nelle ossa eri forte. Uno
scheletro di cartapesta;
eri diventata il fantasma che
veniva a farti visita da bambina:
sovrannaturale e metafisica,
incapace di legarti,
avevi costruito la maschera
aurea.
Se qualcuno aveva osato
abbandonarti,
adesso ti eri nascosta nella
parte oscura dello specchio:
nessuno può distruggere un
meccanismo guasto,
saresti stata sempre tu da un
lato e dall’altro.
Fuggire, più d’ogni cosa, amare
sì, ma solo per gioco.
Ingannare fino a non poterne
più.
L’involucro era pieno e il
contenuto cavo
ma sparivi prima che qualcuno
potesse riconoscerlo.
E poi le maschere ti si sono
sfasciate addosso: l’inverno.
In ogni solco, in ogni libbra di
carne recuperata
ti si legge il vuoto. Raggeli. Che
cosa è rimasto?
Una donna, non una dea, piena di
strappi,
saldature malferme, suture
slabbrate.
In questo perdere e slabbrare è
entrato uno spiraglio.
Amare, perdere, piangere. Non
sei la vacca o la troia,
sei una donna, nessuno di
speciale, ti chiamano signora
e allo specchio non ti riconosci
quasi più,
ma riconosci un altro in te,
più potente del muro che avevi
costruito intorno alle frane.
Il muro è in pezzi ma lui ne
raccoglie i cocci
e attraverso la sua pelle
sopperisci alla mancanza (della tua).
ANNA.[4]
Anna dorme, la notte
l’avrebbe risparmiata.
Resta il niente, il niente
che fa piangere i bambini.
Anna ha una macchia rossa
al lato dell’occhio destro
e solo Gianni il barista la nota,
Gianni che dorme senza sognare.
La mente si fa Anna
si accontenta, vivendo
anche di ricordi, di uno
straccio
steso sul balcone
perché crollare?
Si sente mortale appesa
al nero di caffè
brucia la gola di parole
magre premute sulla bocca
ferita la guerra è finita
se potessimo ancora.
Anna è stanca di guardare giù
in balia del non ritorno
attende la pioggia
i fondi bucati della giacca.
Anna distilla ogni sguardo
come aspra guarigione
non conosce i sacramenti
Anna annega, si ripesca,
poi si salva.
Un controllo semestrale. Anna
sta alla grande. Le sono
cresciuti
i capelli, quasi. Ha
trentacinque anni.
Sente solo il rumore dello sparo.
Il ricordo la insegue
quel fine settimana,
avrebbe potuto rinascere,
Anna tutta panna ama
al sapore di banana.
Qualcuno dà il nome
di ciò che è capitato
deserto, vuoto:
Anna, è il tuo.
Viveva morendo Anna
guardando la trasparenza
dell’acqua, respirava il ricordo
nulla di più.
Anna non sa
che è facile diventare famosa:
basta una sera ubriaca
lasciarsi filmare e tutti
hanno già visto il video.
Anna ha imparato
a spalancare ferite
su cimiteri sorrisi
e muri di memoria.
In fondo, Anna è sola,
è solo un uomo.
In questo altrove
dove inizia l’ombra
e finisce Anna
Sfitta, quanto è lunga
la notte serrata alla gola
murata nel buio dei pensieri
non avrà grazie né memoria
è sempre lì l’uomo fatto Anna
l’alba risorge.
Il grigio è la periferia,
di Anna un giorno,
di settembre che non torna.
La notte sbriciola l’alba
brucia di nero vuoto
parole carta e sangue.
Di Anna un riflesso.
Anna sa che cosa è,
il sesso passa nel piccolo
vuoto il mondo delle donne
due labbra rosse come ferita.
Cominciò senza un inizio
la città parlava lampi di luce
stesi sul divano gli zigomi
di Anna.
Anna prega la sete
della notte annegata
nel cuscino un crollo
senza rumore in felicità
variabile.
Disegni di stelle
fango denso cerco
tra i sassi sul fondo:
Anna non porta felicità
a chi la ama.
Anna vive
quello che uccide
la latitudine del nero.
Anna non si piace,
e si cerca nei nèi
delle vite degli altri.
Non c’era nessuno
sul letto per innamorare
Anna nonostante tutto
nonostante l’ombra.
IL MIO CORPO.
Il mio corpo è parola.
La mia mente è il mio corpo.
Eppure tu non leggi, mi decifri,
come chi ripete a memoria la
preghiera
che gli ha salvato la vita.
Le figure si sono sempre
sciolte.
Sotto ai miei occhi: desideravo
una visione che mi desse un
limite,
un punto di vista cui
appartenere.
Non esisteva. Per questo vedevo
ciò che c’era e non si vedeva
più.
Ci sono sempre stata, invisa,
da te e da altri, in attesa
di meritare qualcosa
di essere trovata,
di vincere un segreto
che spegne la parola.
Il deserto non è spazio d’ornamenti.
La mancanza detta la vita,
traccia bisogni, sospensioni
piene.
Si raccoglie l’acqua, come si
può.
Della mia infanzia so soltanto
che le ossa scalciavano
e un passero mi venne vicino.
TRAMONTO IN PQ.
Dopo la discesa, la deflessione,
un sospiro diastolico:
ricomincio azzerata, alla base
della tachicardia.
All’apice aguzzo dell’onda
guardami genuflettere
il potenziale, spaccare una
vetrata
che vibra al decollo.
VEDO CON LE DITA.
Mamma, ho elettricità sulle
unghie
primitiva
vedo con le dita come un cieco.
VANNO BENE ANCHE QUEI DISCORSI.
Vanno bene anche quei discorsi
all’autolavaggio, ma tu ricorda
sempre:
<<Non restare dentro, ché
non si sa mai.>>.
Il tuo dire, il tuo fare
fu sempre lo strofinio atono
dei rulli: uno sforzo d’auscultazione
sordo
oltre la vetrata.
(DI)VISIONI LENTICOLARI.
Dammi il tuo dito
da posare in un punto
a me caro
sul fondo di quest’iglù sul
petto
fino alle ghiandole
dietro l’ossame delle eclissi rosse:
lì le cose che se ne vanno mi
sembrano
divisioni lenticolari
che non so smussare (io stessa
sono una legge geometrica
spigolosa
inesperta)
e lo svantaggio è quello di
vivere
da eroe novello: i suoi impulsi
un po’ spartani
hanno bisogno di tolleranza
per nascondere le bestie
senza pelliccia.
Finendo di guardare la commedia
da una cuccetta scolpita a
margine
la giuria incatenata cerca di
capire
dov’è che sbagli questo ladro
disarmato in una rapina.
QUOTIDIANO.
Sbadigli e ti pare di convocare
assise le minuscole sui fondi
dei caffè, una riunione
condominiale
apre i denti nervosa
nel rimestolìo della bocca
come il bollitore delle sei.
È complicato passare le parole
dentro i buchi della cintura
fuori casa rimane il ricordo
dei piedi allacciati
a un tempo a singhiozzi
a dislivelli di pagoda
dentro di te una capanna a tetto
sotto la gruccia nell’armadio.
SAREI STATA PER TE LA CASA.
Anche nelle tue notti di
ribalderia
sarei stata per te
la casa di Filemone e Bauci.
Ma ospitare gli erratici
è come chiudere una pantera
dentro una gabbia.
E io (come te)
per te
cerco un soffio di vento
che si insinui tra le grate.
LA COSTELLAZIONE DI QUALCHE OSSO.
I pianeti che mi ruotano in testa
hanno i chili delle voglie
delle partorienti.
Puntuale ogni mattina alle
sei e un quarto getto
la scorza: al lavaggio con le
mani
mi snodo gli occhi – mi prendo
e mi porto in città.
Aspettavo carne:
è ancora la congiunzione
la costellazione di qualche
osso.
CHIUDERE LE ANTE DEL TEMPO.
Chiudere le ante del tempo,
dare le spalle alla vita,
nemmeno un arrivederci all’estate,
l’ultima ad occhi aperti.
Non si dovrebbe mai essere
pronti a dire addio,
fare il salto nella notte più
buia
significa togliersi l’anima di
dosso
lasciare una parte del corpo sul
selciato
e spingere il resto a non
tornare.
Rientrare dalle fessure della
memoria
un giorno saranno le stelle del
lungomare
a sistemare l’assenza
l’unica consolazione possibile
riconoscere l’invisibile.
NOTTI.
Ci sono notti
che s’inventano stelle sulla
pelle
e vorrebbero che la luce fosse
un ciliegio
che non smette mai di fiorire
se fosse facile capire che il
buio
è un preludio di albe dismesse
coglieremo tutte le ombre
anche le più scompigliate.
Il sole come l’amore non
scompare
si muove tra le fronde dentro
gli astri
è una tenera presenza che spinge
ai talloni
del giorno
saldo ai sogni scorre tra le
curve della luna
senza sapere di essere l’eco di
una memoria
crepuscolare.
LE CARE STANZE.
Il tempo ci darà strada per la
memoria
avvertirà il corpo che le estati
sono passate altrove
un giorno chiuderemo le
intenzioni migliori in uno
sguardo
manterranno la postura del sogno
gli occhi
ad un tratto ci troveremo chini
a visitare la vita già
trascorsa
disarmati dalla voce di un
silenzio che parla assenza
cercheremo le figure amate l’antica
forma delle cose
la luce che possente ha la
stessa generosità
di un cielo che non ha confine
e sapremo che le stelle le
avevamo nel palmo di una
mano
proprio tra le età (le care
stanze) che abbiamo
conosciuto.
¿NON LO SENTITE IL DOLORE DELL’ANIMA?
Non lo sentite il dolore dell’anima?
È più forte di una frattura o
una lacerazione,
è qualcosa che ti affonda,
toglie il fiato
mentre scivolano via le notti
e tutto il corpo respira una
guerra
che nemmeno una stella in lontananza
può calmare.
Me lo sono sempre chiesta,
sapete, perché nessuno l’ha mai capito
che cosa significa sentirsi popolare
di angosce e vivere una mattanza,
è come lasciarsi all’oblio e
decadere,
diventare l’intruso
disconoscersi
che fa fa meno male una pugnalata
o stringere le spine di una rosa
tra le dita.
SONO ANCORA LÀ.
Sono ancora là
dietro la polvere dei magazzini,
i tuoi versi precoci di vita e
di morte,
ma non è vero che nessuno li ha
letti,
hanno messo le ali con la fragilità
e seguono la morbida legge che
ti governa
e spingono l’ombra di qualcuno.
(Forse la tua?)
Ma sì, eccoti sulla fune tra le
ombre del tempo
a dimenticare le ore, a curvare
gli occhi tra le cupe dune.
Non ti rallegravano le albe e
nemmeno il transito dei tram,
non ti accorgevi nemmeno del
vento eppure lo dicevi
che eri un uccello, io ti ho
visto sul davanzale,
mi guardavi come si guarda chi è
libero
e canta e va tra un sogno e l’incenso.
USCIRE DAL DOLORE.
Uscire dal dolore è un pietraio
ardente;
indietro, indietro, forse
la stanchezza piegherà il suo
dolore
sul seno dell’immota primavera,
senza tempo e in fiore.
Quando arrivò la primavera,
ero avvolta da un dolore
impalpabile, mi fece trasalire
ogni accenno di gentilezza,
e così rimasi
tra le piaghe del letto,
cercando un po’ di riposo.
E il peggiore risveglio
che potrà capitarvi sarà quello
di non esistere più.
In una piccola cesta
Sophie raggruppava le sue
bambole;
quello spettacolo era
il più vistoso,
una caterva di suoni
rimbombava sinistra;
il coro serpeggiava nella terra,
l’amore s’infiltrava
sottile come fumo
nella malinconia della sera,
l’amore cresceva con la
luna
e senza dannati litigi.
Io esisto nella tua
immaginazione,
ma la tua immaginazione è
parte della natura, solo un
vaniloquio;
vuol dire che io esisto
anche nella natura.
Io esisto e so e voglio:
esisto sapendo e volendo
e so di esistere e volere
e voglio esistere e sapere.
Prendo un sasso che dice: “non
esisto”
e ha la firma di Dio.
Ti guida a noi una sorte
propizia,
un cunicolo da cui entrare e non
uscire,
uscire significa vivere senza
fronzoli,
il ricordo di chi, senza requie,
ci viene a visitare di notte,
invisibile.
Mi piace pensare tu ci sia
ancora,
tra i cunicoli e le strade
impolverate,
e poi saremmo stati inoculati
tra le cellule,
a formare un essere infinito.
Ma loro perché mi amano, se non
lo merito?
Se fossi sola, e nessuno mi
amasse,
e non avessi mai amato nessuno!
Vieni su e giù per la
strada,
aspettando che io esca di casa,
con un libro di Tito
Marrone,
e leggi con quella tua voce
e mi spezzo in mille
pezzi,
la luce ha paura di me
e si discosta, noi al
buio.
Io non so cosa sono senza di te,
un atomo squarciato a metà,
una non essenza di cose,
uno sbuffo di fumo che si perde
nell’aria,
un gatto smarrito nella pioggia.
Io non so cosa sono senza di te,
perché tu mi completavi ed eri
il tassello giusto per ogni
parola pronunciata,
per ogni carezza data con
maestria,
dimmi, dimmi dove sei
se mi vedi, se mi osservi da
lontano
con i tuoi occhi neri come
pozzi,
in cui mi specchiavo ogni volta
con la stessa tenacia.
Io non so cosa sono senza di te,
ma ho le sembianze d’un buco
nero,
che riassorbe tutto dal principio
e lo sputa sull’inchiostro dell’universo
dove da qualche parte ci sei tu
a guardarmi.
MALATA.
Malata, ma non di te. Preghiera,
sussulto.
Tocco le maniche con leggerezza
di gazza
in cerca di un luccichio da
rubare.
Violo il silenzio che mi
spedisci
deformando un Alleluia senza
fedeli.
Cerco un motivo per Dio.
Malata, ma non di te.
CONDANNA.
Non è leggerezza di fiore questa
condanna.
Come un masticare di ostia che
chiede redenzione.
Si scioglie in fretta, taglia il
tempo necessario
a passare in rassegna l’elenco
dei peccati
che mi getti addosso. Eppure
sarei dovuta partire,
lanciarmi vuota nella libertà
che pesa. Non aspettare
una benedizione, un segno di
croce che allarghi
alla vita. Eppure rimango, mi
punisco, mi rinnego.
Potrei silenziarmi, ma canto un
urlo. Tu non senti.
PUNIZIONE.
Ho imparato a piangere gli anni
umidi e assenti.
Parola, vi dico, ha ritmo di ingiurie
non volute.
Ma non abbiamo colpa da portare
al banco dei pegni,
da cedere per un pugno piccolo
di vita.
Aggrappata alla speranza che
abbandona vi nascondo
che il destino non muta. Solo
chi punisce è cambiato.
Non ho mai saputo distinguere
tra dio e il suo opposto.
CASTIGO.
Vorrei persino danzare per
nascondere il panico
che mi strozza la gola e non sa
urlare,
che immobile guarda e per
coerenza di pena
mi soffoca e non mi fa muovere.
FRAGILITÀ.
Vorrei saper dire di questa
fragilità non mia
dello sguardo di candela sulla
distanza.
Un poco per vedere, ma non
totale.
Sapevamo di braccia che
proteggono
non della tensione di arto che
crea spazio.
Ho parlato dello stare insieme a
cose come
la fune sospesa, l’equilibrio
cristallo
del tuo non sapere come.
IO E TE.
Senza passato e un futuro da
inventare,
chiusi in una bolla di felicità
rappresa
senza il coraggio di uscirne.
Le mie gambe
tra le tue
e il silenzio.
Io che vedo orizzonti
dove tu vedi catene,
io che immagino mondi
tu che biascichi deserti aridi e
dolore.
Non hai pretese
su di me,
non puoi averne,
solo desiderata.
Per esserci tenuti tra le
braccia così a lungo
ho l’impronta della tua anima
sulla mia pelle.
Io e te
siamo casa ovunque.
Lontani cosa siamo?
SONO LA DONNA.
Sono la donna divisa in due:
ho squarci profondissimi
appena sotto la pelle
invisibili agli occhi
dei ciechi.
ANIME SCALZE.
Noi anime inquiete
abbiamo lasciato il passato ai
morti
e calpestato paludi di fango
senza farci risucchiare.
Noi anime inquiete
soprassediamo alla perfezione
perché nati dall’imperfetto
sogno
di vecchi pazzi ubriachi.
Noi folli, noi disperate, noi
solitarie
camminiamo contro i muri
per non farci vedere,
scivoliamo nelle crepe della
notte
per non farci catturare,
e odoriamo di silenzio e sangue
perché siamo anime scalze
che anche quando non infuria il
vento
creano tempeste.
Noi siamo donne: creiamo
tempeste.
VUOTA.
Vuota.
Come canna di bambù
soffiata dal vento.
Cava.
Come orbita cieca
inutilmente dipinta.
Persa.
Come il canto del muezzin
dall’alto della Torre,
mi chiamo per nome
ma non arriva nessuno.
Silenziosa.
Ci sono lune e preghiere
tra me e te
ci sono distanze senza pace
e attimi infiniti.
BUONANOTTE.
Buonanotte.
Sono solo ombre fuggevoli
i nostri passi su questa Terra.
LA VIA DEL CIELO.
Aspiravo a vette luminose
Quando
Sordidi crepacci
Mugolavano sotto di me.
Corde, alianti, scale
Non mi sarebbero serviti
Se
Un’interiore spinta dal gambo
del fiore
Non mi avesse rivelato
La corolla
Come candida corona
D’oro e miele
Che un giorno avrei portato
sulla testa.
Lingue di fuoco belavano
Dalle cavità sotterranee.
Giustizia e ingiustizia
Pulito e sporco
I confini perdono significato.
Quando rimane l’impulso
Il cuore decide, l’anima
acconsente
Il cervello mette in atto.
Costruisco ali d’argento e vetri
colorati
Con fili d’oro,
me le incollo ben bene al corpo
ma il mio corpo, così materico
è incerto,
la via del Cielo appartiene all’Uomo?
ABBANDONATA ALL’INGIUSTIZIA.
È rimasto qualcosa tra il
collirio
e la marea. C’ho diluito il
nodulo
in metastasi sul cuore.
Smantellate
questo loculo, smantellate
questo Stige,
smantellatemi la carne e fatene
una strage. Sono troppo, troppo
triste.
E oramai sono abbonata
a tutte le ingiustizie.
Ho la setticemia sull’anima,
dopo
la mastectomia. M’hanno
squartato
il petto. Con le mie carni
banchettano
i cani del ghetto. M’hanno
trapiantato
lo stridio dell’indifferenza, e
una
tenera insicurezza. Dio è un
chirurgo
che opera a cuore aperto.
Scarabocchiavo il nostro amore
sulla vetrata appannata.
Persi nel lutto ballammo un
tango
senza passi. Della musica
seguimmo gli sbalzi, i giorni
rimasti, gli anni prestati.
E i vent’anni collassati
sulle periferie.
Mi taglierei le vene e c’impiccherei
gli angeli, ci fustigherei Dio,
ci legherei
le scarpe dei bambini di tutto
il mondo,
ché camminare sugli anni a piedi
nudi
fa male.
Ho occhi di vetro. Il mio addome
è cucito all’uncinetto. Ho un
cuore
di plastica. I sogni di gomma.
Sarai
un materialista, se proverai ad
amarmi?
BISOGNO D’AMORE.
Ama contraddirsi e lo
patisce.
senza contraddizione non esiste.
Né una né doppia. S’annulla.
S’annulla e cerca Sintesi.
Sé stessa.
Siamo corpi da
abbracciare.
Senza dire neanche niente.
Il bisogno d’amore ci tortura.
La notte non lo placa.
Nemmeno basta una mano amica.
Il vuoto resta.
Saperlo.
Sapersi riconoscere nel vuoto
dell’altro.
Altro inizio non c’è.
Si nasce corpi, ammassati ad
altri corpi.
Ci muove uno scopo
inconoscibile.
Cercarlo oltre l’esistere
preclude l’unica felicità possibile qui ed ora.
Felicità di sentirsi qualcosa, solo per prolungare la vita
Felicità di percepirsi il flusso
del flusso dell’esistere, lo stesso
che ci percorre lieve e
irreversibile
le vene.
Ah, potersi illudere,
che la vita esiste, non
significa.
Come è duro restare così.
Fra domande insidiose,
risposte troppo vaghe. Qui
dove
la regola è non chiedere, non
domandare,
si sopravvive contentando c’infilzi
un nome.
Come farfalle atrofizzate,
noi.
Strappati, gettati alla vita e
poi abbandonati.
Che cosa so della vera amicizia.
Se penso a volti e voci
carezzati per anni,
scopro un vezzo, un autoinganno.
Ho preteso troppo dagli affetti?
Siamo solitudini rumorose.
Le parole non ci raggiungono,
galleggiano, come loto dell’aria,
senza radici nell’umo dell’anima.
CERTE
COSE SONO BELLE.
Certe cose sono belle e basta.
Certe cose sono belle di
nascosto.
Certe cose sono belle a comando.
Certe cose sono belle per
qualche tempo soltanto.
Certe cose sono belle a
distanza.
Decidere se volarci sopra,
assaggiarle
o prender quota,
schivarle o ingoiarle,
viene naturale solo alle api.
A me no.
Non è umano potere. Dico bene?!
Tuttavia ammiro, adoro,
astraggo, amo come posso.
Il bello c’è, in queste cose,
tutte,
che circondano e riempiono il
mare.
Le cercherò, senza più
distinzione.
Perché certe cose, tutte, sono
belle a modo loro
ed io lo sento, a modo
mio.
DI
PALO IN FRASCA.
Strani giri fan le parole, le
persone.
Comunque vada, io vado.
Seguo l’empatia.
Si sa: non si sa mai.
Altrimenti si rischia. Il
rischio c’è.
D’impuntarsi su spuntoni che
spingono sulle meningi.
Dissanguano il cervello
che non ascolta più, che non
macina.
Solo farina troppo raffinata e
dolci da discount.
A fondo nella terra, pungono l’aria
gli spuntoni.
Elettricità e strade allagate
su cui non è saggio andare
troppo costose da riparare
fattene una ragione
mi dico.
Che poi
a corteggiare riflessi di vita
si rischia la cecità.
Troppa luce per una pupilla.
Fatti fatti fatti.
Fatti due domande.
Servono fatti.
Anche se non troveremo risposte:
siamo troppo fatti.
Il mio cocktail preferito ha una punta di lime
con un pizzico di sale e una
spruzzata
di sperma su base alcolica.
Però, a metterci impegno,
arrotondo a tre.
EQUILIBRIO.
Il troppo stroppia, quindi non troppo.
Semplice semplice.
Sei avvisato, amico mio.
Eppure.
Eppure.
Parte una filastrocca nel
cervello, si genera spontanea come l’erba.
E fa così, identica in ogni
lingua:
<<Troppo cibo, troppo sport, troppe notti brave.
Il volume troppo alto, per
piacere abbassa.
Troppo caldo per uscire, dai, ti
raggiungo dopo.
Troppi debiti, troppe rate,
troppi soldi, troppe ansie, troppa paura.
L’acqua è troppo alta, non
tocco;
troppo fredda, troppo
torbida, buttati tu.
Il caffè troppo forte, la coda
troppo lunga,
la commessa del centro troppo
magra.
Lui se la tira troppo, prima o
poi glielo dico,
io che parlo troppo.
Troppe fotografie, troppi dubbi,
troppa miseria;
troppi fascisti, troppi dolci.
Troppe rinunce, troppa violenza,
troppe fregature, troppo sesso.
Troppi parenti, troppi figli,
troppa distrazione, troppa tv;
troppi rifiuti, troppi incendi.
Troppi disoccupati, troppi
furbetti, troppi social, troppi
divorzi,
troppo di tutto e troppo di
tutti.>>.
Finisce la filastrocca in bocca,
si spegne spontanea
come me.
Lo dicevo poco fa, il troppo
stroppia.
Sei stato avvisato, sciocco.
Eppure.
Eppure.
È troppo più forte di noi,
che il troppo ce lo legano ai
piedi e al cuore appena nati.
Non possiamo fermare l’evoluzione,
l’inciampo, la collera, lo slancio.
Siamo umani.
Cerchiamo l’equilibrio del
vivere e del morire,
cerchiamo l’equilibrio del fare
e non fare,
forsennatamente.
Lo vogliamo perfetto,
sommergendo ogni respiro nostro e altrui.
Di critiche.
Equilibrio che fa rima con io,
perché equilibrio è anche mio.
Com’è tuo e di tutti, in modo
diverso
e speriamo un giorno complice,
autosufficiente. Paziente, sì.
Equilibrio paziente.
Lasciatelo libero, oggi. Provate
a non pensare. A non inseguirlo.
Come animali sazi all’ombra del
baobab.
E dopo aver preso aria e perso
peso, provate a guardarvi accanto,
laddove giace il Poco.
LA
COPERTA CORTA.
Che tu sorrida o che te la rida
smetti di rubarmi la coperta.
Sento freddo.
E coprimi gli occhi, i piedi, in
allerta.
Sento troppo mondo.
Che tu sorrida
o che te la rida
ricordami chi sono stata.
Sento troppe voci.
E scoprimi la lingua, che tra le
croci
Si lecca il muso, liberata.
IGIENE.
Al pesce
per pulirlo
devi aprire la pancia.
Al gambero poi
bisogna togliere il nero
se c’è.
Allora prendi il coltello
aprimi la pancia
toglimi il nero.
E sarò pulita
da mangiare cruda
ancora viva.
ALESSANDRO.
Riccioli biondi
occhi azzurri
tasche bucate.
I documenti
e le chiavi di casa in volo
dalla finestra
di un intercity sporco
che cantava libertà.
Poi le sigarette
i sedili uniti
la porta chiusa
e un noi disgraziato
incosciente
disperato.
Ma dove volevamo andare...?
D’estate
si può dormire sulle dune,
lavarsi al mare.
Ma d’inverno
mi stringerai ancora?
Nei chilometri lenti
di passi piegati
mi brucerai
mi venderai
all’asta del prurito
alla fiera dell’astinenza.
Quindi ti sei fermato
e mi hai rivestita
piano
un pezzo alla volta
ed io bimba-grande ho pensato
che non sei la risposta.
Hai una figlia?
Sì, ma non sono un padre.
Ma dove dovevamo andare...?
Mi hai detto “dea”,
ti ho detto “angelo”,
mi hai detto <<resta.>>,
non ti ho mai più rivisto.
DIPENDENZA.
Per la nicotina ci vogliono
novanta giorni
così dicono
novanta giorni e non ce l’hai
più nel sistema
non ce l’hai più nel sangue
nella saliva, nelle urine
nei capelli.
Poi
la dipendenza
è solo mentale
così dicono
è solo gestuale.
E quanto ci mette la pelle
a smaltire il segnale nei
recettori sensoriali?
Quanto ci mette il segnale a
scomparire
dal sistema nervoso?
Il tocco,
quanto ci vuole ad eliminarne le
tracce?
E quando
smetterà il cervello di scrivere
abbracci in risposta?
Che dicono gli esperti, quanto
ci vuole
per dimenticarti?
ESERCIZI DI PAZIENZA.
Il chirurgo ha operato il taglio:
la trachea è stata recisa
ed ora lo spacco canta
di glaciazioni lontane
di prossime grandi nevicate.
Arriverà una primavera
oppure
aspetteremo la prossima.
Quando lei
sarà bucaneve, fiore di
scogliera
o bosco marino.
Quando lui
tessitore dei fili del tempo
avrà ultimato la sua tela
rivelatrice
di impensati destini.
UN GIORNO AVREMO.
Un giorno avremo un odore più lieve,
corpi franati nella pelle
sottile,
teneri abbracci con gli ormoni
assonnati,
litigi sciocchi da bambini
impazziti,
mutande belle per il pronto
soccorso,
le mele cotte come solo bagordo,
faremo festa finché il sonno ci
coglie
giocando a dama con le nostre
pastiglie,
due serrature per paura dei
furti,
festeggeremo i compleanni dei
morti
e se scorderemo cosa abbiamo
mangiato
ci resterà il sapore del primo
bacio.
PRINCIPE AZZURRO.
Ho smesso di amarti così
come quando Picasso cambiò
periodo
perché aveva finito il blu.
SALUTI E NON TE NE VAI.
Saluti e non te ne vai
la maniglia della porta
è mille gradi celsius
fuori c’è aria avvelenata
e un crepaccio nascosto
sotto lo zerbino welcome.
<<Allora vado.>> e
non te ne vai
e non ho più niente da dire
alle tue spalle incandescenti
ora la tua mano è fusa nella
maniglia.
<<Allora ciao.>> e
non te ne vai
che ne sarà del disordine
allegro
del nostro ridere sulla morte
quando volevo un matrimonio
segreto
e tu un funerale affollato
e il primo che ride ha perso.
<<Allora addio.>> e
non te ne vai,
che perde chi dice rimango, e
rimani.
INVETTIVA.
Smetti di frignare
di fare il disgraziato
che non sa più amare:
abbiamo tutti un dolore,
un sogno andato a male,
serve a misurare
il filo dell’aquilone
la gittata del cuore.
LOLITA ALL’OSPIZIO.
Da vecchia non ballerò il
liscio,
non giocherò a carte, non
cucirò,
da vecchia mi farò
di botox come eroina
truccata da vecchia gallina,
mi butterò nel vizio
lolita dell’ospizio,
da giovane ero bella, dirò.
Da vecchia, mentirò.
OGGI.
Oggi ho la consegna del diploma
nella scuola di mio figlio:
ho fretta, dottoressa.
Signora, lo sa che quando si
viene qua
non bisogna avere fretta.
Proprio oggi, la consegna del
diploma di mio figlio,
mio figlio.
Quando si viene qua non si deve
avere fretta.
Qua. Ci sono ancora le sbarre
alle finestre.
Le pareti tenui, color pastello.
Qua. Le infermiere gentili
ti chiamano ancora per nome.
Qua. Se bagni i pantaloni
lo sa tutto il reparto.
SOLDI.
Ho imparato che sulla terra la
prima cosa più importante
è la salute, ma la seconda sono
i soldi.
Perchè viviamo in un mondo fatto
di materia
e governato dalle leggi della
materia.
Invece t’insegnano che i soldi
non fanno la felicità.
È un insegnamento che andrebbe
totalmente abolito.
SPIFFERI.
Come sono belli sui monti
i piedi del messaggero di buone
notizie che annunzia la pace.
Ma messaggero di bene tu non eri,
nello spazio sottile tra la
cornetta e l’orecchio
faceva un gran vento,
sulla schiena voltata
uno schermo, una proiezione
privata,
scorrevano già le disgrazie future
le voci, di là, di qua,
gli spifferi.
L’ULTIMO FILM.
Fuori, l’estate furiosa batteva rovente
sui palazzi,
ma lì nella sala è calato un
inverno.
Si è posato sui muri, sul
divano,
sui piedi improvvisamente
gelati,
come uno strato di brina.
Hai aspettato composta la fine
della chiamata.
Hai guardato quell’ultimo film sulla schiena di lui,
come assistendo alla profezia di
una fine (la tua).
Hai guardato la schiena di lui
come un cielo
su cui passano stormi di
uccelli.
In quel momento, forse, hai
smesso di fingere.
Ma non hai chiesto, non ti sei
agitata, l’hai lasciato finire
(suprema scortesia, andarsene in
anticipo).
L’hai lasciato finire.
Poi lui si è girato mentre lei
già scompariva.
Scompariva dai piedi,
è dai piedi che passano tutte le
malattie e le cattive notizie.
Quando si riceve una notizia
inaspettata, si dice
<<Mi sono sentita mancare
il terreno da sotto i piedi.>>.
BOLLETTE.
Qualcuno si è dimenticato di
pagare le bollette?
Hanno tranciato i cavi, non c’è
più campo, segnale?
La vita si svuota,
diventa il tu-tu monocorde
di una chiamata in attesa.
Il telefono squilla in una
stanza vuota,
il suono rimbalza sui muri,
nessuno risponde.
DISTRATTA.
Sono stata una ragazza
distratta,
che spesso perdeva le cose,
anche in casa.
Quando perdevo qualcosa,
e anche prima di partire per i
viaggi,
mio padre mi diceva
- dove l’hai visto per l’ultima
volta?
Hai preso tutto? Fai
mente locale.
FENG SHUI.
L’altro giorno, dopo molto
tempo, ho cambiato
la disposizione dei mobili nella
mia stanza,
e ho messo la testiera del letto
sulla parete opposta.
Feng shui significa
letteralmente “vento e acqua”.
Mi sono svegliata di notte, di
soprassalto:
la finestra si era aperta,
(forse un colpo di vento,)
era entrato l’inverno dentro
alla
stanza. Non sapevo più dov’ero.
ORIENTAMENTO.
Dicono di non dormire con i
piedi rivolti verso la porta
perchè è così che dispongono i
defunti.
Altrimenti,
viene la morte, e ti prende.
ALZHEIMER.
In italiano “senza mente”
è uno stato mentale a cui si può
arrivare con la meditazione
o anche durante le attività
quotidiane,
è una mente non fissata o
occupata da pensieri o emozioni,
e quindi aperta a tutto.
Svuotarsi da sé, pur rimanendo
se stessi.
La mente dei malati di Alzheimer
è come una grande casa vuota.
MADRE.
Una foto da ragazza
occhi chiari, sorriso aperto
fragile e incontaminata.
Madre quante volte
non mi scorgi
e quante
ti rivedi in me
e vorresti scuotermi
ti sei creata una scorza dura
per stare al mondo
hai creato corazze per
sopravvivere
al freddo
vorresti insegnarmelo
vorresti vedermi
forte
ma io tremo al sole
ma io zoppico di nodi non
sciolti.
vorrei stringerti in un modo
armonico
vorrei piangere e che tu
asciugassi le mie lacrime
e il mio freddo
ci sono foto nel cassetto
c’è il tuo diario di poesie tra
le mie cose
c’è la tua delicatezza
presa a pugni troppe volte
fino a congelarsi
ma io so che c’è
e la invoco sempre
nei miei gesti così simili ai
tuoi,
non ci si capisce a volte
si ergono muri,
ma aldilà di essi ci sono
distese in fiore
dove io e te madre danziamo
complici e senza maschere.
Madre stringi il continente nudo
dei tuoi sogni
cucina e ascolta canzoni
nel tuo chiarore così scuro
rinasco ogni volta
stendenti affianco.
Sorridimi
quando il vento soffia forte
sgridami
quando mi arrendo
annaffia i tuoi
fiori
e tra loro annaffia me
nei giorni di ombre
e silenzi.
SOLE
PALLIDO ALL’INFERNO.
Camminavi a piedi scalzi nel
dolore
anche se c’erano le spine
sole pallido all’inferno
ogni gesto schiuma di mare di
cui non ho saputo parlare
mi facevi vibrare di fantasia
anche se ero circondata da
sbarre e non avevo più l’anima
tu me la restituivi con i
colori, con le ciliegie
con le infinite passeggiate
dove le parole sarebbero state
di troppo
sei il primo amore
che mi ha raccolto morta quanto
tutti gli altri erano in ferie
sei l’ultimo amore perché hai
vegliato
così tanto su di me da far
ritornare due occhi gentili
alla mia porta.
Sole pallido all’inferno attenderò
nelle notti d’estate il tuo volo
verso il sogno più scarno e più
vero.
SOSPESI.
Una paura immobile
mi guarda fissa
gli abbracci non esistono
il respiro non esiste
l’incertezza ricopre le emozioni
si prova a guardare un fiore
o i raggi che dalla finestra
entrano
nella stanza
ci sei tu con i tuoi fogli
e le tue illecite speranza
vorresti gridare nuda
per il tuo paese
pisciare fuori l’amore
e la rabbia di certi momenti
sospesi.
Sospesi tutti
cercano tesori
in sorrisi ricordati
il telegiornale ritma
il tempo dei pensionati
e degli adolescenti
ci ritroviamo
succubi
di un tempo morto.
Ed io scrivo e mi dimeno
la voglia di vita
implosa dentro
diventa panico e tremori.
La paura della morte
fa un solco profondo
nelle anime silenti allo stato
di cose.
Oggi ho visto uccelli spiegarsi
nel cielo
erano neri e lontani
migravano altrove.
Vorrei anche io lasciare il mio
paese
le mie scarpe
i ristoranti noti
per scoprire
nuove cose.
REGALO
DI NATALE.
Sei nel letto
mi dici di salire che mi devi
fare vedere una cosa
nel mio posto di sempre
c’è una scatola con un peluche e
una salsiccia calabrese.
le origini e quel pupazzo che fa
tenerezza
io sono in mille parti
stento a camminare
fuori tutti vanno con le mascherine
e fa freddo dentro e fuori
tu mi sei padre
e mi dai sollievo
con una parola
un gesto
a volte ci facciamo la guerra
scende
un’ombra compatta sul nostro
rapporto
vedo il tuo corpo cambiare
il tuo viso cambiare
provo tenerezza lì dove avevo sempre
provato
paura
come se si sciogliesse
qualcosa
di tosto dentro
ma mentre si scioglie
fa anche un grande dolore
con l’amica ci siamo dette di
scovare il bello
nei momenti
di scorgerlo
anche se a volte si nasconde per
bene
come se giocasse a nascondino
con le nostre ferite ancora
sanguinanti.
Tutto si trasforma e sento un
freddo compatto
che a volte mi passa sopra la
schiena.
La gioia e il dolore
sono uniti inscindibilmente
e sento che non sono adatta al
mondo
ma poi penso al thè del
pomeriggio con mio padre
penso alla Vigilia che si
avvicina
a mia nipote che fa gli esami
e penso al mercato fuori al
paese,
mi distraggo per un attimo da me
stessa.
e riesco a fare luce.
MILLE ANNI.
Durante il nostro cadavere
furono colpiti alcuni verbi di
movimento
e diversi corpi già ripieni di
sale
tentavano segnali da tomba a
tomba
battevano le ossa nel buio
di quello che non verrà
conservato.
Non ricorderemo nessuno dei
sacrifici
e quello che avremo
mancato
mancherà per sempre.
Ma noi che nella poesia ci
scorzammo
così crudamente scorzati
dicevamo:
<<se sei nella mia parola
allora pronunciati con un
fatto
perché quello che avremo
mancato
mancherà per sempre.>>
cosi crudamente scorzavamo
l’atto che non vuol essere detto
battevamo nel buio le ossa
del verso che non verrà
conservato.
E il nostro cadavere durò mille
anni.
LA PAROLA GRAVE.
La parola “grave” non aveva
svolta
e il trauma fece il suo dovere
coprì il lago con un livido
e colammo tutti del siero sulla
neve.
Venne poi il tempo
della comparsa meno decisiva
e l’estraneo abbandonò anche lo
spellamento delle colline circostanti.
Nessuno sorvegliava l’intrattenimento
del corpo morto.
Solo alcuni di noi ripetevano
un nome che avevano imparato da
bambini
senza suono
una mimica a cui cadeva il
muscolo
e si decise per l’abbreviazione
di tutti i nomi
in dio.
Dire dio per dire tutto
una smagliatura al bordo delle
bocche
di chi ancora riusciva a
pronunciarlo.
<<Più mi nutrirò di dio
più sarò sacrificabile,
più sarò sacrificabile più sarà
possibile
dire dio per dire tutto.>>
dicevo.
Se la verità incontrasse l’errore
chi dei due l’altro potrebbe
divorarselo.
LA RADICE DEL PIANTO.
Per un certo periodo di tempo
creammo un linguaggio
sostitutivo
un linguaggio che ci ricordasse
che eravamo anche in condizioni
di danneggiamento
della nostra memoria
e c’era poi quell’ombra a
contatto con la terra
e tutti i suoi legami con la
morte.
prima che l’emissione del corpo
allo stadio verticale fosse possibile
ci venne chiesta una confessione
carnale.
Guardavo il mio linguaggio e gli
chiedevo:
<<sei il mio doppio
animato
o sei un contorno che ancora
evoca un viso
un’impronta feroce a cui devo
sovrappormi per contatto
e trapassare il bosco? >>
Fu il giorno dell’espulsione
della radice del pianto
il giorno in cui lettera dopo
lettera
scostai la pagina
raccolsi la bambina invecchiata
come una pietra
dietro la porta di una colpa
accelerai il tempo violentemente
accelerai
le feci crescere l’inguine
avvolta dalle mie braccia
e i nostri inguini si
cicatrizzarono tra loro
duramente
entrambe silenziate da
quello
che non eravamo state in grado
di essere.
Questa è la violenza bianca
la sostituzione dei verbi molli
con verbi duri
<<non devi piangere adesso>>
le dissi,
le dissi <<resisti, è il
giorno dell’espulsione
della radice del pianto,
abraderemo il nostro viso col
linguaggio
volteremo un’altra pagina non
scritta
e scompariremo entrambe, non
temere
scompariremo. Non torneremo mai
più.>>
DA TORACE A TORACE.
Per non interrompere la nostra
vicinanza
parlai a te come ad un morto che
tenevo sulla schiena
per non perdere il contatto con
la voce
da torace a torace avevo fatto
un buco che ci unisse
una forma di vuoto da accendere
e in mezzo un fiume
e intorno al buco, il bosco.
Il centro del corpo è la
mancanza di corpo,
guardare tutte le cose a partire
dalla loro inesistenza
per non interrompere la nostra
vicinanza
parlai a te come ad un morto.
Quale sarà la parola dalla quale
ci ricongiungeremo?
Tutto ciò che si ama
è per amore di quello che sarà
all’ultimo.
CON-TATTO.
La domanda dichiarava qualcosa
di estremamente grave
ma non c’è linguaggio per la
domanda.
Qualcuno era arrivato al
desiderio di bruciarla
esporla al sole nella sua
prepotente durezza.
Ci raggiunse invece come una
svenuta spinta da uno scivolo.
Non toccatela, dicevano,
toccarla è un atto di
danneggiamento.
Ma toccarla è tutto.
Quando venni denudata
dissero che anche i seni non c’erano
più
che a passare una mano sulla
pelle
una guaina cicatriziale
rivestiva il libro
che ero diventata una
conseguenza per toccamento.
Solo da qualche parte una forma
di braille
pareva emergere dalle nostre
stesse mani
ma la paura del danno ci disse
solo
che tutto andava riassorbito.
Dimmi, anche tu hai spinto l’immagine
per accertare che la sostanza
fosse umana?
Hai corso in cima alle scale con
tutte le tue pagine
perché ciò che verrà riassorbito
lo chiami dio dentro il buio
inguardabile immagine tua e
somiglianza?
La risposta dichiara qualcosa di
estremamente grave
sviene
cade da uno scivolo
nessuno toccò il corpo toccato
nessuno si accertò che la
domanda fosse viva.
Lasciatela riassorbire,
dicevano.
Le parole divennero spettri tra
i vivi e i morti
non parlavano più
svuotarono i fogli
e anche le mani si lisciarono.
Quelli di noi che erano
rapaci
Rotearono in forma di pupilla
nell’aria
senza la minima ragione
conosciamo
la Parola nella sua immagine.
ASSENZE.
Me ne intendo di assenze,
ne frequento parecchie
ognuna, lo spacco di un pezzo
nel corpo
ognuna ha un rammendo che le
altre non hanno.
Un tondo di bisturi è quella
spietata
di uno
spietato
amato e riamato
cucito sul seno, dal seno
strappato.
Si chiama pazienza la toppa che
prima
avevo cucito per quello umorale
ormonale, amicale
inetto all’amplesso:
la più sacra e infida, la più
necessaria
mi serve ogni giorno ad amarci
la gente
sorridere a tutto
a non giudicare,
mi serve ogni giorno per essere
mite
per essere stupida agli occhi
del mondo.
Febbrile, la tua, aveva lasciato
a sbarcarsela
in patria
un guscio di corpo senza più
tuorlo
là sul verone non scavalcato
miracolosamente
risvegliato da un gotico fiorito
di marmo su cielo in terra
straniera.
Me ne intendo di assenze e
ognuna m’impara
l’anelito non necessario
eppure genetico alla fusione.
TI HO SOGNATO.
Ti ho sognato in bianco e nero.
C’erano
un covone, una scala di legno,
un border collie e un banco
pieno di attrezzi da
artigiani.
Tu eri gentile e goffo, avevi
più capelli
e ti vergognavi di
abbracciarmi:
l’anelito dissuaso
nel tuo corpo
prendeva forma di una buffa
piroetta.
Ti ho sognato che era notte mi è
sembrato
un presagio oppure solo
ho sperato che lo fosse
allora lungo il giorno non ho
smesso
di aspettarmi d’incontrarti
voltandomi a ogni segno, suono,
senso.
Ma la realtà è un ordito dai
colori molto seri
ci ho guardato dentro bene
tu non c’eri.
A M.
PER IL SUO COMPLEANNO.
Quando penso che mi manchi non
penso
alle tue mani
né alle scie di grafite che
hanno tracciato
cercandomi sulle mappe
fin dove potevo fuggire. Di più
mi manca
l’accartocciarsi lento di ciò
che cede al fuoco del tempo,
quello che poteva essere e non
è
stato.
Quando penso che mi manchi
non penso al congedo estremo di
una lettera ricevuta di sera,
all’inchiostro della tua
lingua
che nella mia bocca
non ha mai scritto un
addio
(o io non ho saputo leggerlo)
né alla sua consistenza
di sole che non ha bisogno dell’estate
per trasformarsi in
vacanza.
Di più mi mancano
la mezzaluna dei tuoi occhi che
profumano di caffè
e l’arsura che le assetava ogni
visione.
Ma soprattutto mi manca
averti davanti
ascoltare il concerto tumultuoso
di quella partitura per timpani
che chiami psiche
assorbendo il tuo passato, benedicendo
i progetti tuoi con il silenzio
mio
quando penso che mi manchi.
SENTIMENTALE.
Vedi alla voce
non vergognarsi di essere
una.
Ho pensato
spiegando
sul letto il lino
croccante
che per me sola non avevo più
steso,
celeste
veronica
avrebbe invece voluto allora
per le mani che lo scelsero
sprovvedute, non presaghe
essere filaccioso imeneo.
Portolano sapiente del karma
ha svelato la costa puntuale
di quella vita in cui non volli
non seppi navigarti.
Io spiegavo, e più ancora esso a
me
a ogni angolo aperto odorando di
una fragranza non mia
non della mia biancheria.
Eppure lavato, stirato, riposto
da me
nel mio armadio.
Tuo timbro aromatico
nudo
nell’intervallo dei baci alla
pelle, allo spirito, al cuore,
all’amigdala e all’ippocampo,
al mio corpo nudo appena sopra
disteso,
all’ordito, alla trama, alla
tela,
eco che adesso ripete,
confidò di te l’antica fatica di
essere maschio,
lo sgomento dei sentimenti,
le sconfitte che allora mi erano
estranee, che subito
forsennatamente amai e che ci
hanno fatto
perdere
me.
UBI CONSISTAM.
Tu pietà
per la vita ch’è nel bruco
tu autunnali viscere del fuoco
tu tempra di frigide
astrazioni
disequilibrio di farfalla
enigma
di leggerezza e acciaio
tu discepolo
maestro vulnerabile
invincibile
e gravido di me nel nostro
andare.
Delicato altro tu
sostenibile attrito
ruvido, arrivi
predicato di coscienze remote
da qualche passato carnale
e resti.
Sei.
Visibile fragranza
tu infinito
irriducibile
di rette
attraversi
miei sentimenti fegato encefalo
respiri cartilagini miei
appetiti
mio citoplasma attraversi e
scheletro. Mio tutto,
che sono, esplodi
frantumi in armonie di voci
poi
ricuci.
Lama d’intelligenza
(per essenza)
tu bulini
con chirurgia non sempre
intenzionale
l’estetica rafferma, abituale
del dimostrarmi il mondo:
e nasco. Gemmo e più e più
per questo
m’assomiglio.
Tu frammento
intero
del Volere
nei ceppi decadenti del presente
educhi forse un Dio che sa
danzare.
E resti.
Sei.
INVERNO.
Inverno,
le vie del paese.
Tu nel frattempo
mi hai finito in bocca,
mi hai finito la bocca.
Non temiamo il freddo:
le vie del paese
leniscono crepe.
LUCIDA-LABBRA.
Lascio che il mio lucida-labbra
dinieghi la tua luce interiore.
Quella che il caso mi donò la
prima volta
vestita a damigella.
Parlo di crema che soffochi, non
turbi ma copra:
i tagli della pelle sono incisi
nella terra.
Ho creduto fino ad allora al
miracolo degli occhi.
INSONNIE.
Furono feroci insonnie
quando divenne notte,
calò il buio, in ordine sparso
divorando lo spazio del riposo.
Furono fumate di borotalco
quando la veglia divenne certa,
caddero le ore, in ordine sparso
si accatastarono diventando
giorno.
Furono graffi d’acqua
quando il sonno si dileguò,
grandinarono numeri
in ordine sparso,
s’appoggiarono su pezzi di cose,
arrese alle forme dell’abbandono.
Accadde; quando la pioggia cadde
in ordine sparso,
solo odore di polvere
sulle ombre della realtà.
Tutto fu poi silenzio,
assuefatto alla continuità,
dormirono sagome-irregolari
in ordine sparso,
e tornò poi l’epoca del sonno.
SMETTERE DI FUMARE.
Nell’attesa di niente,
fumo,
mi sono imposta l’astinenza ma niente:
la resa non sembra arrivare.
Il corpo vuole fumare,
tossire
e capire se esiste,
veramente.
La mente si pensa ventenne,
vorrebbe dormire truccata,
lavarsi di dosso il giorno,
scavare la notte dai muri.
Ho proposto:
passeggiate calme
calde tisane d’Oriente,
creme profumate d’estate,
vitamine al sapore di vita e
sale, ma niente:
non sembra affatto funzionare
e continuo ininterrottamente a
fumare,
l’attesa vestita di niente...
PUBBLICITÀ.
Ieri al telegiornale,
hanno detto tutto
e non si sa più che cosa pensare
se dare retta a chi c’era
e l’ha saputa fare la
rivoluzione
o a chi era assente (giustificato)
e se l’è solo immaginata
durante la pubblicità.
Senza scuse.
VOCI DI CORRIDOIO.
Strisciano, si infiammano,
s’insinuano-insinuando
e giudicano storie,
le voci di corridoio.
Scricchiolano d’invidia
e vociferano sibilline
sillabe avvelenate,
vocali disarcionate,
consonanti critiche.
Accusano senza scuse
sospirano, fumando vendetta
recitano certezze, ingannando
e non si esauriscono mai.
Poi si propagano,
mentendo però
un sorriso sincero.
AL CONTRARIO.
Senza apparente
conseguenza
perduto era quel giorno
smemorato,
altri frammenti di giorni a
pezzi
spazzavano via discorsi
razionali,
e scendeva, infine, lento il
sopravvento
di dire tutto al contrario di
tutto.
MARZO,
LA FINE.
Lo spazio tra le pieghe che mi
fai
del legno è la vocale piana
che finta e sbadata spezzi,
questo
è il mio corpo in respiri storti
tra un giro di orologio e l’aprile
che bussa a dirmi che è vero:
mi ami solo a resti.
QUANDO
VUOI PREGARE.
Quando vuoi pregare disàrmati i
denti
lascia le gengive accogliere
delle parole il ferro.
Inginocchiati.
Stacca un pezzo di terra.
Accostalo alle palpebre, senti
il fruscio?
Cura il ginocchio sbucciato,
sfiorane il sangue,
mostrarti al mare affamato
trema le parole, serra i voli di
due gabbiani,
la verità pesante è mietere un
soffio:
pregare, disarmati,
inginocchiati:
mandami segni che misuri la
parola della mia disonestà.
Lo chiedo. Lo esigo.
Poi, torno calabrone senza ali
nella tua tasca.
Lontana sempre on demand.
50
LIRE.
E così hai messo in fila
tutte le lettere dell’alfabeto;
ma io resto sempre qua,
un errore muto
tra l’avere e l’andare,
le 50 lire di resto per una
birra al discount
che rimbombano rimbombano
rimbombano
le ore appese al saltellío di
due viti
nel cavo della mano destra
e confondi un frame sfuocato con
un filtro:
mai più è una Big Babol ormai bianca.
AGOSTO.
Sei la misericordia che a passi
sordi cola
nel viale delle lavandaie, dei
tavolini vuoti,
le insegne con la A rotta.
E sbiancheremo come elefanti
ciechi
ci romperemo, noi, pelle di
vitello.
Agosto è tirare una riga sopra,
il pappagallo che al lentisco
cede la tua parola.
Per rompere una verità servono
due voci,
in un bar chiuso per lavori in corso.
LA
FARFALLA.
Quando ti dico:
delle mie paure al centro
sei farfalla e borotalco,
distratto mischi cotone e viole.
E se ti sollevi, lo sai
io gelo a Settembre a Oriente.
IL
FRUTTO DELLA PASSIONE.
Io sono zitta.
Le metto in cella le
parole:
un dono a cubetti
da sciogliere, piano, ché fuori
è Giugno. E le cicale ti dicono
che è tardi,
Amore mio, che un dolore
elegante
è nei semi del frutto della
passione
sono pesci di lago, hanno gli
occhi gonfi,
li conto: se sono pari,
non ti mangio più.
I
QUADRETTI.
Un abito a quadretti, il mio
Luglio;
te lo mostro elementare, il
dolore pulito
come i denti piccoli dei bambini
come le cicale alle due e venti,
oggi che piove.
Parla piano, ti ho detto, se
esci dal bordo
vedi il silenzio delle lumache
rosse:
si sciolgono sotto il sale.
SEROTONINA.
Serotonina, invaghirsi e tu
sopisci,
mentre ti togli il botto, tutto
io cerco,
tutto t’inseguo, denudo,
striscio;
riprendimi a dosi di potere,
gocciolo,
ricominciami dove, altrove.
Sputa lo scarto, economico oppio
e pasta madre
il tuo seme. Spento.
Lo so il momento, la via, la
fuga capisco
tu mi leghi, non scappo, nessuna
via.
Taci dici con le mani isteriche,
il rigo alto,
la tua voce, io sottile ti
monto.
annodo i colori sbagliati,
sbaglio.
Gli errori bambini che si
fermano sui polsi,
timbri, vergogne, srotolo la
lingua nel tuo nome,
quindici battiti che prudono.
TENEREZZA.
Il mio cuore, cioè la mia testa
che nel cuore si fa sentire,
batte spaventato, in fretta e
furia,
a fatica e in vano sente
tenerezza.
Lo so: tenerezza per ciò che non
è stato,
e nostalgia, di un futuro che
non verrà:
lui batte per questo, e sente
male
nella testa, dove risiede con
tutto il suo essere.
Perchè negare la verità?
Se è la testa che sente,
il pensare sarà sentimento
che può liberare dal sentire.
FUTURO.[5]
Il cranio bucherellato da cui s’intravede
il volto sparso,
il carcere dentro l’oblio, la
liberazione finalmente,
io non sento altro che dolore
scavato nella roccia,
e le immagini celestiali da cui
l’imago non fa parola
il cielo brunastro, le
fumigazioni potenti
l’io che s’innalza a Dio,
piccolo nella sua continuità,
le farfalle nelle falene si
perdono nella notte;
non è un addio, il futuro ci
aspetta come un’onda.
Cristo ci promise le stelle e
tutto il cielo nascosto
dietro la concava luna, un osso
che osserva perplesso,
le immagini di una gente
immobile,
la spirale dei bambini che s’arrampica
sulle coscienze,
non c’è niente più valoroso dell’amore,
i cavalli urlanti così belli,
così belli
i tuoi occhi verdi, così belli,
così belli,
e il tuo volto oscurato che ride
e mi accarezza le rughe
vicino a me, vicino al cuore e
alle vene,
nel sole io muoio, io nasco
nelle tenebre
nel raggio io verto sui tetti
del mondo,
una gatta che s’inerpica sulle
grinze delle spalle.
Se potessi dire quanto ti ami,
avrei ai piedi la terra e tutti
i pianeti d’attorno,
il tesoro e le onde del mare,
perché sai che ti vedo
dappertutto;
il settimo sigillo è compiuto,
voleremo assieme,
combatteremo e voleremo e
combatteremo,
dentro nel profondo delle
nuvole,
prima che il giorno finisca,
lo spirito ci guiderà.
SCRICCHIOLANO LE OSSA.
Scricchiolano le ossa
al contatto con la pelle ruvida,
si sente un vago profumo di
fiori
nella vasca da bagno.
Il sentore al tramonto è sempre
lo stesso ruscello di sangue;
batte il colpo e casca
continuamente.
Io so perché le cose si sono
traumatizzate;
le abbiamo spinte ai limiti del
baratro
e le abbiamo lasciate lì, in
procinto
di cascare nel vuoto fitto
fitto.
Saremo persone migliori quando
il nulla diverrà terra su cui
baciare gli antenati,
su cui Giuditta camminò scalza e
rovente.
La vera sera si contempla come
notte,
senza i lumicini delle stelle, è
morte
nera e velata quella che
disgiunge il fuoco
senza toccarlo né bramarlo.
Leviga la preoccupazione,
rendila aria,
ché ci si può nuotare
tranquillamente
sguazzando nel fango.
Da ora in poi renderemo al cielo
ciò che
più lo aggrada, e saremo noi
gli astri nascenti.
DEDICATO.
La rosa bagnata che ho poggiato
sulle mie labbra
mi ha coperta di spine,
e il sangue che dolcemente ne
rivolava
mi rendeva inebria di purezza,
una levigatura ad intermittenza,
un osso di cane che si maciulla
e rende fame,
una catena che si divincola tra
gli spazi
ed annerisce la pelle candida di
sprazzi neri.
L’aria danzava lenta, inerte,
sulle mie spalle
e le gote diventavano rosse di
miele
e lavavo via ogni peccato
lacrimato
ché senza redenzione avevo perso
la strada.
Io non seppi cosa fu, ma mi
ritrovai abbandonata
un randagio che svicola da angoli
bui e strade stantìe
un cranio che sbuca tra i rifiuti
e una busta, ricolma di pece,
che sgranocchiava un ratto dalle
sembianze demoniache.
Rachele ebbe desiderio,
e fu accontentata nel giuoco
delle anime;
io per contro accarezzavo la
testa di una bambina
e le parlavo dolcemente.
Ci trovavamo tra dipinti d’estasi,
in stanze d’alabastro,
ci trovavamo nude e pericolose,
ci trovavamo col rossetto
rosso
ci trovavamo belle.
HO SEMPRE DESIDERATO QUESTA VITA.
La ferrugine mangia le ringhiere
sull’asfalto.
La notte cola lenta sul cuscino
E le mie stelle da comodino, le
luminose fisse,
non spiano più, sono cadute a
frotte giù per il pavimento,
e adesso risplendono dal basso
verso l’alto.
L’osso che parla brucia e si
contorce;
fa male sentire d’essere diversi
ed ancora più
sudare tra la gente un collante
che non attacca.
Si erge alta la luna nera che
specchia il mare,
si fa melma il meriggiare di
ragazzi che bevono in Lungodora.
Il tessuto di nervi e cellulosa
si aggroviglia manesco sulla mia tempia;
batte il colpo come un
ticchettìo d’orologio.
E pulsa il cuore, pulsa come
sangue raggrinzito,
l’avete dato in pasto alle mani
voraci di negletti,
e l’avete usato a vostro
piacimento.
È carne che penzola dalla
finestra,
tesa, a sventolare, come una
bandiera.
E rosicchio l’aria, ché quando m’entra
in gola mi asfissia
e inaridisce le membra calde.
Si gela; mi copro d’un cappotto
nero fino alle caviglie
e osservo la pioggia.
Plumbea e nera si suicida sulla
strada, goccia per goccia.
E bevo di quella sete che
arrossisce le gote,
e sento lo scrosciare d’acqua
sulle ciglia bagnate.
Mi aspetti sul torrente opposto;
sono in ritardo di due ore.
Te ne andrai, amore mio,
lasciandomi sola a gocciolare su
questa sponda triste.
E grido d’un grido dallo stomaco
che il cielo piange e si dispera.
PIOVE.
Piove; si assottigliano i funghi
tra le erbacce incolte.
La mia rabbia è diventata
parassita,
non riesce ad estinguersi in
fuoco –
ed io cerco la fiamma, il fango,
il disprezzo.
Mi faccio del male da sola, con
la frusta di daino,
divento piuma e ferro nello
stesso momento.
Non so dire il garbuglio che mi
porto dietro;
sono fili ingessati che hanno
nodi spettacolari.
Ed è la carne favolosa ridotta
fino all’osso
Che mi spaventa.
Ho bisogno di riposare, di
rifocillare la mente.
Invece rimango inerte sul letto
a guardare le incrostazioni del soffitto.
La luce della finestra contorna
gli specchi bugiardi,
mi restituisce un’immagine
incolta, una solitudine che non si spiega.
Gli occhi, lumicini ardenti che
si spengono col vento.
Sono una creatura miserabile e
meravigliosa,
ma taglio le ferite con estrema
imprecisione
e la chirurgia non può fare
effetto.
Mi hanno trovato dentro
ceralacca di buste che non ho mai spedito.
La segatura mi contiene e mi fa
bambola.
Le ciglia grandi e nere non
sanno più arrivare in cima e si disperdono,
pezzo per pezzo, rendendomi la
vista fragile e flebile.
Aiutami a vedere, a comprendere,
la matassa che si stanzia come
cellule impazzite
dentro la mia esistenza.
Solo così potrò rammendare la
lana con cura,
distorcere e separare la necrosi
maligna,
l’imago decrescente che
dissotterra la neve.
Ho freddo. Tremo di ingiuria,
tremo di cattiveria,
temo l’indicibile e lo
sconosciuto, li disprezzo.
E non faccio altro che cucire la
pelle dietro la schiena,
ché spaccata mi rende le ali non
più in grado di librarsi.
Nel fango c’è la vita: ricordatevi
sempre che gli ultimi saranno i primi
a finire in ospizio, dove
troveranno un posto migliore
in cui mangiare brodo caldo per
poi morire;
che la ferita si rimargina solo con
gesso e salvia.
TI SOGNO.
Ti sogno con le labbra rosso
sangue,
ti sogno assorto nella pioggia.
Il volto livido, benefattore del
cielo;
piango carnalmente il figlio
perduto,
mi lascia spazio la voracità
della luce;
sembra inghiottirmi in una
cernita di gole.
Hai le mani bianco latte,
screziate dalle gocce di sale.
Verrei a rompere la stasi che ti
socchiude
ma non mi è concesso entrare
nel mondo dei morti.
Abbiamo bocche terribili e un
fagocito di cellule che respirano;
siamo vita mangiata dai cani e
siamo affamati.
Deglutisco un cucchiaio di
dolore,
lo combino con dell’acqua per
mandarlo giù.
È la medicina, presa
puntualmente, che regola i ritmi del cuore.
L’aculeo velenoso si conficca
tra la mano e la piaga;
non sento niente.
E rimango sola dietro la
finestra,
a guardare il tempo soccombere
sulla lettiga di velluto,
lo guardo perire e cementare.
I cuscini si sono strappati,
non c’è più posto per riposare,
mi socchiudo il corpo in un
ecometro compatto.
E non c’è ginocchio che tenga;
l’osso si distanzia e si
deforma, crepa di venature violacee.
Come puntine nella notte accendo
il lumicino
che rischiara la stanza;
è l’ombra che mi fa paura, mi
terrorizza a tal punto
da farmi smettere di
mordicchiare.
La testa del morto è grigia;
si muove a ritmi lenti e mi
guarda dormire.
L’entrata della grotta è
cavernosa.
Tu mi dicesti - guarda, sembra
che il soffitto venga giù.
Si squarciava il lembo per
soverchiare il mare;
una traccia d’azzurro che pareva
dire - io esisto.
PAROLE CHE SCRIVO.
Scrivo parole ogni giorno.
Non so dove arriverò,
scrivendo.
So che potrei tacere.
Colui che sa, non parla.
Muto nel ventre del tempo
dove uomini gridano, anche.
Lo sguardo
basterà per comprendere e dire
quanto la voce non dice.
Sfioro ogni istante, ogni giorno
l’urlo e il tuono. Vivo intorno.
potrei fermarmi e attendere.
in silenzio.
VEGA E ALTAIR.
L’anno contiene quest’unico
guado
verso di te. Ogni volta
lo trovo un poco
più sommerso, l’onda
più gonfia, la corrente più
minacciosa.
Io t’ho raggiunto ancora, ed
ogni breve
istante che trascorro accanto a
te
diviene un ‘sempre’ e se ne
nutrirà
anche il tempo deserto.
Se una dura
legge c’imporrà un ‘mai’, noi
condannati
ed immobili sulle opposte rive
intrecceremo tuttavia i richiami
di un desiderio tramutato in
splendore.
Così la Tessitrice ed il Pastore
si rispondono: Vega ed Altair
tra cui si snoda l’alto
stellato fiume.
CIÒ CHE DEVE ACCADERE ACCADE.
Casa di ringhiera e cotto
dei primi novecento,
la corte accoglieva propositi di
nebbia. Tu eri sommerso, io
potevo solo esserci.
Ho in mano il tempo dell’aurora,
pesano come profezie
le scaglie di maggio nel vento.
Schierati i promontori,
un respiro di sogno,
legioni di angeli
verso il punto cardinale
della mia fragilità.
Oltre la notte, colline in fuoco
suono d’argilla,
prendo la tua misura alare,
levità di mare.
Gli arcieri del celeste
infiammano
la notte, è il canto
di un merlo, un soffio a
bastare.
ASTRAZIONE.
Condannata a morte apro il
vocabolario:
è un’astrazione fantastica
l’ideale – mai reale.
Un serial killer che torna sul
luogo del crimine
un unico ben assortito
bersaglio: io.
«E non supplichi la salvezza»,
dice la dottoressa.
«Il fuoco fuoriesce dalla sua
mano
e il ramo di mano, l’altra, mi
accarezza»,
le rispondo. Le parlo della mia
casa, vista da fuori.
RASCHIARE.
Ho un sassolino per amico
e un sentimento sul fianco
alle spalle e sul davanti:
il terrore di sopravvivere al
dolore
a te al male che Resiste.
Cancellare come dire raschiare
smangiare le unghie
un prolungato graffiare
e neanche la terra si concede a
consolazione.
Lo sporco è invisibile ma
rimane.
Urla ingiurie umiliazioni
perdono.
Aloni sottocute. E ancora il
perdono.
Sento tutto, tranne te.
OTTAVO PIANO.
Ottavo piano e nessuno fa
davvero male piano
otto come il conto che manca la
ragione
La fine prima del coraggio
Non ti sei mai chiesto chi sono,
quale oscurità, luce,
desiderio...
Il mio dono è lasciarti il
ricordo
la spirale di un perdono che non
tocca
il principio, che solo tu sei.
PONTE.
Assassinare il luogo, casa
mancata
azzerare per negare il frastuono
del
tintinnio di chiavi.
Sapere di chi sei oltre il
dolore
come ossessione che consola
davanti al ponte che mi
scollega.
FONDALE.
Affidare alle cicale una sordità
cercata
peso e assenza di tua umanità.
Il fondale esiste vive marcisce.
È dono mio la tua cecità,
dico al magistrato, prete
confessore.
E mentre sommo i dettagli della
tua crudeltà
penso: sarà semplice dare alla
gioia una
lingua che non conosco.
GIOVINEZZA.
Dalla terra estrarre la pena
degli occhi
sorridere come sprofondare
davanti al sangue che punisce
Ho cominciato sempre dalla fine
a cui mai arrivo. Come un’eterna
giovinezza,
che mai sboccia per il troppo
vissuto.
ESODO.
In un tempo in cui erano ancora
lontane tante delle conquiste di cui oggi godiamo, Virginia Woolf in “Three
guineas” invocava la distruzione della parola feminist definendola obsoleta. La sua è una visuale ampia che va al
di là del genere e che pone come linee guida tre parole di valore che spesso
non trovano spazio nel nostro mondo: Justice,
Equality, Liberty.
L’auspicio di Virginia era che
donne e uomini lavorassero insieme per le stesse cause e, purtroppo, questo
obiettivo è ancora ben lungi dall’essere realizzato. Sono ancora
prevalentemente le donne a lottare per la parità, e non tutte condividono gli
ideali di questa lotta o percepiscono come un pericolo la società patriarcale
nella quale viviamo, esattamente come la maggior parte degli uomini. Questo è
un dato di fatto, ma sebbene esasperante è importante che la lotta sia libera
dalla rabbia, quella stessa rabbia dalla quale ci mette in guardia Virginia Woolf,
stavolta in “A room of one's own”.
Del resto, certi retaggi possono essere demoliti solo con l’accettazione e la
consapevolezza e d’altro canto non è con la rimozione delle realtà scomode che
percorreremo più velocemente la lunga strada verso la parità, soprattutto
perché tra queste realtà scomode ce n'è una in particolare che fa rabbrividire:
siamo cresciuti in una società patriarcale e l'abbiamo assorbita fino al
midollo.
Recentemente ha fatto scalpore
la temporanea messa al bando di “Via col
vento” da parte del canale americano Hbo, perché razzista, come se
bandire un film cancellasse il dato
storico: lo metterebbe solo a tacere; e se dovessimo ragionare così anche per
l'idea di donna trasmessa nei secoli dei secoli, dovremmo bandire almeno gran
parte della filmografia, quasi l’intera letteratura e molta, molta musica. Hbo
ci ha ripensato e ha riabilitato la pellicola annettendo un’introduzione
storica. Eppure, per un motivo o un per un altro, quanti altri film avrebbero bisogno di
un’introduzione del genere!
Dovremmo smetterla di definirci
femministi e femministe, attribuendoci un termine dispregiativo prodotto dal
patriarcato, ci relega a un ruolo settario. Finché continueremo a usare una
parola figlia della società che combattiamo non creeremo un mondo diverso e
renderemo più difficile l’inclusione di tutti coloro che nei confronti di
questa parola hanno un pregiudizio e che potrebbero invece collaborare alla
creazione di una realtà basata su giustizia, uguaglianza e libertà. Perché, non
so a voi, ma a me il “mondo nuovo” che sta sorgendo non piace affatto.
Per concludere questo breve
preambolo, credo che la parola “femminismo” non sia (evidentemente) più adatta
a esprimere un concetto di più ampio respiro che non può e non deve riguardare
solo la donna, come se essere donna significasse appartenere a una minoranza
settaria, ma l'intera umanità.
Io sono la voce di una donna
nel corpo di un animale.
[1]
A Maria Stachiw.
[2] Dedicato a tutte le donne
vittime della follia ucraina.
[3]
Dedicato a tutte le
donne vittime di disturbi alimentari.
[4] Dedicato a tutte le donne
vittime di stupro.
[5]
Dedicato alle donne
che attendono.
Anno 2022
© “Corpo 11” Edizioni
corpo11edizioni@gmail.com
Don’t try.
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